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novembre 27 2009
Ru486: Ceccanti (Pd), maggioranza chiede a Governo di sostituire Aifa, chiederà all'Aifa di governare
Ru486: Ceccanti (Pd), maggioranza chiede a Governo di sostituire Aifa, chiederà all'Aifa di governare?
"La Commissione sanità oggi ha praticamente chiesto al Governo di assumere le funzioni dell'Agenzia Italiana del farmaco. Chissà che domani non proponga all'Aifa di sostituirsi al Governo approvando decreti-legge, decreti legislativi, disegni di legge. La confusione tra i poteri, grazie alla maggioranza, regna sovrana e trasforma il ruolo di indirizzo della politica in un'onnipotenza illiberale". Così il senatore del Pd Stefano Ceccanti ironizza sul voto della maggioranza in Commissione sanità sulla mozione presentata dal presidente Tomassini che chiede lo stop della procedura di commercializzazione della pillola abortiva Ru486. http://www.ceccanti.ilcannocchiale.it/?p=2
Ruffini e il "ricambio fisiologico"
C'è una cosa che colpisce più di tutte rispetto alla cacciata di Paolo Ruffini dalla direzione di Raitre ed è che la decisione del cda di viale Mazzini sia stata presa con voto pressoché unanime, con l'eroica eccezione di Nino Rizzo Nervo. Tutti gli altri sono stati d'accordo, non solo i preventivati berlusconiani e leghisti, ma anche il centrista e il veltroniano, il dalemiano e il direttore generale cerniera di tutti gli inciuci.
Colpisce ma non stupisce, questo unanimismo, a fronte di un'altra unanimità: quella di chi a Raitre in questi sette anni ha lavorato, quella di noi telespettatori che abbiamo apprezzato Report e Parla con Me, Che Tempo che Fa e Presa Diretta, Tatami e Ballarò e tanti altri programmi che hanno costruito il miglior canale televisivo italiano generalista, anzi, diciamolo pure, l'unico guardabile e allo stesso tempo l'unico che abbia fatto seriamente servizio pubblico.
Se siamo colpiti, ma non stupiti, qual è il motivo? Come può essere che un intero popolo, politico e di telespettatori, sia in totale e stridente disaccordo con i suoi rappresentanti del Consiglio d'amministrazione della Rai, compreso quel Giorgio Van Straten nominato in fretta e in furia da Walter Veltroni il minuto prima di lasciare la segreteria del Partito democratico, oggi tra i complici del killeraggio subito da Ruffini?
Per capire bisogna andare a pagina 7 del Riformista e leggere l'intervista (inevitabilmente simpatizzante) del mio amico Stefano Cappellini al mio (e soprattutto suo) amico Matteo Orfini, membro della segreteria del Pd per meriti dalemiani acquisiti sul campo. Tra questi meriti c'è sicuramente quello di essere un accurato imitatore del Capo e anche un buon interprete dei suoi pensieri. Titolo dell'intervista: "Questa sostituzione non è reato, Raitre non è il cortile della sinistra". Frase chiave dell'intervista: "Ruffini ha fatto un ottimo lavoro ma un ricambio in prima linea è fisiologico".
Traduzione per i non capenti, tipo pagina 777 del Televideo: noi dalemiani, il giorno dopo aver vinto il congresso nei circoli, abbiamo chiamato Mauro Masi e abbiamo dato il via libera all'auspicata rimozione di Paolo Ruffini, che stava un po' sulle palle a tutti in particolare a causa di Report. Il prezzo che abbiamo chiesto è stata la direzione del Tg3 per la nostra Bianca Berlinguer, a cui ha lasciato il posto Antonio Di Bella a cui abbiamo promesso la direzione di Raitre come indennizzo. Il giorno dopo aver sistemato gli organigrammi nel Pd, certi che avevamo dato un osso un po' a tutti e nessuno si sarebbe lamentato, abbiamo provveduto a completare l'operazione.
Devo dire grazie a Matteo e questo è il bello della "segreteria dei segretari" appena nominata. D'Alema una spiegazione del genere non l'avrebbe mai data così esplicitamente. Orfini sì, santa ingenuità.
Il "ricambio fisiologico" però poteva chiamarlo per quello che è. Normalizzazione. In nome dell'inciucio con Berlusconi. Nulla di nuovo, in realtà.
Grazie davvero a Paolo Ruffini per quanto ha fatto in questi sette anni. E' stato un grandissimo direttore, ha fatto grandissima televisione, ha tenuto aperto uno spazio di libertà con un coraggio e uno spirito di innovazione che rimpiangeremo molto presto.http://marioadinolfi.ilcannocchiale.it/
Consigli per gli acquisti
Segnala Dagospia: “Si avvisano i signori naviganti che ieri Piersilvio Berlusconi era particolarmente felice per il rialzo in Borsa del 3,4% del titolo Mediaset. La performance è stata provocata da un report positivo degli analisti di Barclays, la banca inglese che dal gennaio di quest’anno controlla quasi il 5% del capitale di Mediaset. È vietato pensar male”.
A parte il fumus di un lieve conflitto d’interessi (ma non temete, le banche d’affari sono specializzate in chinese walls proprio per gestire questi problemi), questi analisti di Barclays sono colleghi di quelli che lo scorso 4 novembre, quando Moody’s declassò il merito di credito di cinque entità governative del Dubai, scrissero in una nota di ricerca:
«Raccomandiamo una posizione lunga (acquisto, ndPh.) sul credito sovrano del Dubai e vediamo l’odierno andamento negativo dei prezzi come un’opportunità di acquisto»
Ieri, una di queste entità governative del Dubai, specializzata nel finanziamento della gigantesca bolla immobiliare dell’emirato, ha proposto ai propri creditori un congelamento semestrale sulle proprie obbligazioni, emesse secondo i criteri della finanza islamica. Una mossa che porta dritto al default. Ma forse è il destino cinico e baro che si accanisce sugli analisti di Barclays. Ah, naturalmente è solo un caso che Barclays sia tra le banche più esposte al rischio-credito Dubai.http://phastidio.net/2009/11/26/consigli-per-gli-acquisti-2/#more-4137
Paolo Garimberti - commentando la defenestrazione di Paolo Ruffini - ha detto che considera la decisione "una scelta aziendale", visto che vuole essere il presidente di "un'azienda normale". Quest'anno Carnevale è arrivato in anticipo.
paferrobyday
ps. Per dire il karma: la scelta di sostituire Carlo Rognoni con Giorgio Van Straten - l'altro membro del Cda in quota PD che, oltre al presidente di "garanzia", ha votato con la maggioranza - è stata l'ultima decisione (presa fuori tempo massimo) di quel genio di Weltroni. http://giornalismoparma.typepad.com/
Eurozona, saranno i consumatori tedeschi a impedire default Italia?
di Elysa Fazzino
Il debito crescente porterà alla spaccatura dell'eurozona? John Plender, opinionista del Financial Times, osserva che la stabilità dell'eurozona è ancora una volta in questione, mentre c'è chi scommette «pesantemente» sul default dell'Italia e i rendimenti sul titoli del debito pubblico di paesi periferici come la Grecia si allontanano ulteriormente dal benchmark tedesco. Vuol dire che i "fondamentali" si stanno deteriorando?
Le stime di deficit dei paesi Ue – nota il Ft – sono triplicate dal 2,8% del 2008 al 6,9% di quest'anno; per il 2010 la stima è del 7,5%.
La solidarietà Ue sarà messa alla prova, prevede il Financial Times. Aumenta la preoccupazione per le conseguenze degli squilibri finanziari tra la Germania e altri paesi del Nord europeo, che hanno surplus finanziari, e i paesi con ampi deficit, in gran parte del Sud. «L'unione monetaria ha protetto i paesi deboli dell'eurozona dalle crisi valutarie, ma da quando c'è il "credit crunch" questi deficit sono diventati più difficili da finanziare».
Se nell'Europa del Sud il deficit corrente e il debito diventassero insostenibili, le banche tedesche che hanno finanziato i deficit potrebbero avere bisogno di essere soccorse., avverte Plender. In alternativa, per impedire ai paesi debitori di fare default, potrebbero cercare di risolvere il pasticcio fiscale facendo ricorso a una clausola del trattato di Maastricht che permette il sostegno finanziario a paesi dell'eurozona in difficoltà per fattori al di fuori del loro controllo. Un intervento del genere si avvicina per la Grecia. E «ci sono seri dubbi su come i paesi con deficit possono restaurare la loro competitività per aiutare a ridurre gli squilibri».
In Italia, Spagna e Grecia, stando a quanto ha stimato Goldman Sachs, il tasso di cambio reale dovrebbe scendere del 30% per ripristinare l'equilibrio. «Ma poiché la svalutazione non è un'opzione, l'aggiustamento deve avvenire attraverso mercati del lavoro inflessibili. La sgradevole questione è a quale livello di disoccupazione sarà restaurata la competitività». Ci sono aggiustamenti in atto, ma «il consumatore tedesco dovrà fare di più per sostenere i paesi con deficit. Questo non può essere dato per scontato».
L'ipotesi che l'Italia o la Germania decidano di lasciare il club non appare plausibile, secondo l'opinionista, perché «la prospettiva di svalutazione provocherebbe un prosciugamento di denaro dal sistema bancario, mentre il valore del debito e il costo del servizio del debito aumenterebbero». «Per i politici è molto più facile – continua – subappaltare la politica fiscale alla Commissione europea e dire all'elettorato che i conseguenti dolori sono colpa dei cattivi tedeschi».
I paesi con surplus di bilancio, secondo Plender, hanno più incentivi a lasciare l'eurozona, se i paesi deboli portano giù il valore dell'euro. «Ma la storia insegna che è sempre pericoloso sottovalutare l'impegno politico per l'unione monetaria».
Fino a quando, però, i contribuenti tedeschi, e non solo, sono disposti a sborsare per gli «spendaccioni» paesi del Sud? L'aggiustamento degli squilibri europei – continua il Ft - sarà lento e comporterà effetti negativi per la crescita dell'eurozona, a meno che i consumatori dell'Europa del Nord non facilitino il processo. Conclusione: i consumatori del Nord, tedeschi per primi, devono spendere, è nel loro interesse.
http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/Italia/2009/11/visti-da-lontano-eurozona-debito-pubblico-italia-251109.shtml?uuid=ea674298-d9b9-11de-a8b5-39ada1513d27&DocRulesView=Libero
Io ho aderito alla manifestazione del 5 dicembre contro Berlusconi da subito, e nonostante che sarò atterrato in Italia solo a partire dal 4 dicembre. La manifestazione nasce dalla famosa società civile: un gruppo di giovani italiani che si sono auto-organizzati su Facebook.
Quasi da subito, alla loro iniziativa hanno aderito le varie componenti minori dell’opposizione: Grillo e i grillini, l’IDV, Sinistra e Libertà, i Comunisti. Il PD no. Come al solito, ha giocato al Sor Tentenna: prima hanno detto sdegnosi e sdegnati “noi non aderiamo a manifestazioni altrui: ne organizziamo di nostre” Ah sì? Fatelo, allora, invece di stare con le mani in mano. Poi si sono aperte le prime crepe, provenienti dalla corrente-dei-mariniani-che-non-è-una-corrente. Quindi sono venute le adesioni anche di chi è franceschiniano e bersaniano. Alla fine, il risultato è dei migliori: il PD formalmente non ha aderito alla marcia del 5, ma di fatto ci saranno migliaia di suoi militanti a marciare.
Trovo stantia la polemica che i piddini fanno DI CONTINUO contro CHIUNQUE altro faccia opposizione a Berlusconi. E se sono seguaci di Grillo, non vanno bene. E se sono seguaci di Travaglio, non vanno bene. E se sono seguaci di Di Pietro per carità. E se sono seguaci di SL sono atomizzati. AVETE ROTTO I COGLIONI! Non siete i depositari dell’unica opposizione possibile, in Italia, e mi pare che alle elezioni questo concetto sia plastico, ma lo è anche tutto l’anno, quando infatti un gruppo di blogger organizza una manifestazione e piano piano ottiene l’adesione di tutti e anche di componenti del PD. Dimostrando non solo che il PD ha bisogno di lezioni sul come si fa opposizione, ma anche di un serio ciclo di ripetizioni pomeridiane.http://anellidifum0.wordpress.com/
“Centralismo democratico postmoderno”

“Il partito e i suoi massimi organi votano e decidono a maggioranza. Questo avviene su ogni argomento. La minoranza o si adegua o è fuori dal partito”. Silvio Berlusconi sintetizza a meraviglia il principio di “centralismo democratico” teorizzato in Che fare? (1902), ma senza metterci l’inutile foglia di fico che Lenin ritenne pudicamente necessaria (“libertà di discussione e unità d’azione”). Fanculo all’ipocrisia, ma fanculo soprattutto alle sterili e paralizzanti dinamiche interne a pressoché tutti i partiti borghesi, nei quali il pluralismo d’opinione genera il caos correntizio: il Pdl si dà una disciplina che regola in modo chiaro la dialettica tra maggioranza e minoranza. Potremmo dire “bolscevichi” e “menscevichi”, ma Gaetano Quagliariello avverte che si tratta di un “centralismo democratico postmoderno”, e dunque i termini risultano obsoleti.
E tuttavia restano nel vago due punti: (1) che vuol dire “adeguarsi”?; (2) come ci si ritrova “fuori dal partito”? Non si tratta di lana caprina, e probabilmente si dovrà ritoccare lo statuto del partito.
In quello vigente, infatti, l’art.6 così recita: “La qualità di aderente o di associato al Popolo della Libertà si perde con effetto immediato: (a) per dimissioni, presentate per iscritto e inviate alla sede centrale; (b) per decadenza, a seguito di mancato pagamento della quota associativa; (c) per espulsione, inflitta in seguito a provvedimento disciplinare”.
Poniamo il caso ch’io sia iscritto al Pdl e non voglia “adeguarmi” alle decisioni prese a maggioranza, ma mi rifiuti di dimettermi e continui a pagare la quota associativa, quale provvedimento disciplinare mi fa ritrovare fuori dal partito, e in base a quale punto dello statuto che avrei accettato iscrivendomi al Pdl?
Andiamo all’art. 46, che così recita: “L’espulsione è inflitta per infrazioni gravi alla disciplina del Movimento o per indegnità morale o politica”. Bene, ma in nessun punto dello statuto è scritto che il centralismo democratico (per quanto “postmoderno”) è “disciplina del Movimento”. E allora vengo espulso per indegnità morale?
Sarei moralmente indegno se – faccio un esempio – non voglio adeguarmi alla decisione della maggioranza del partito – che si dice “della Libertà” (con la maiuscola, si badi bene) – in favore di una legge che mi privi della libertà (con la minuscola, si badi bene) di decidere circa il mio fine vita? La dignità morale contemplata dal Pdl esige che in questo caso io mi adegui?
Sia chiaro: io non mi adeguerei, mi dimetterei e non costituirei un problema. Ma se non volessi dimettersi?
Mi pare evidente che lo statuto del Pdl vada modificato, e io avrei la mia umile proposta: lì dove recita “per indegnità morale o politica” basta mettere un “e” al posto di quell’“o”, impegnando la morale di un iscritto alla ragion politica di volta in volta decisa dai bolscevichi, pardon, dalla maggioranza; e, letto il resto dello statuto, non ci vuol molto a intendere che per maggioranza debba intendersi la promanazione della volontà di Lenin, pardon, di Silvio Berlusconi.
Perché sta scritto: “Epurandosi, un partito si rafforza”, ma in Che fare?, non nello statuto del Pdl. http://malvino.ilcannocchiale.it/

Attacco violentissimo del premier: "I magistrati ci portano alla guerra civile"
ROMA - Berlusconi attacca a tutto campo davanti all'ufficio di presidenza del Pdl. Batte i pugni sul tavolo, dopo settimane di polemiche con Fini e con i finiani, lanciando un aut-aut ai contestatori: chi non è d'accordo se ne va dal partito. E parte di nuovo con violentissime accuse alla magistratura, indicata come una forza eversiva che "attenta alla vita del governo" e "rischia di portare il Paese sull'orlo della guerra civile".
NON E' CHE BERLUSCONI, PENSANDO ALLA GRECIA, AL DEBITO PUBBLICO ECC ECC....NON STA PENSANDO DI METTERE LE MANI AVANTI?
Aridatece Rin Tin Tin (WRSASYDHT, DHT, DHT)
Immaginate
Immaginate se non c'era Silvio nel campo telivisivo avremo visto ancora RIN TIN TIN,FURIA e per la cultura NON E' MAI TROPPO TARDI del povero ALBERTO MANZI.
Il regolamento
qualcuno sa dirmi dove posso trovare il regolamento del PDL? Lo statuto fa spesso riferimento al Regolamento ma non riesco a trovarlo. Grz
Compatibili
CONVIVENZA e' possibile fra esseri compatibili tra loro,non tra diversi.oppure se imposta forzo samente,genera odio destinato a scoppiare alla prima occasione.volete cio' ?
La scesa
HO LETTO UN INVITO AI COORDINATORI PDL DI ORGANIZZARE GRANDE SCESA IN PIAZZA PER 20 DICEMBRE. OTTIMA X AUGURI, TRASMETTERLE CALORE UMANO E AVANTI CON CROCEFISSO E ALTR
Sempre
continuano a menarla che l'ON BERLUSCONI fa leggi ad personam e la, sifa per dire circagiustizia che fa se non processi ad personam gurda caso sempre CONTRO BERLUSCON
È ora
SPOSTATE LO SPAZIO AZZURRO NELLE TV RADIO è ORA CHE TUTTI GLI ITALIANI POSSANO ESPRIMERSI SUI AMBIGUI COMPORTAMENTI DI CERTI POLITICI COME FINI E ALTRI EXAN DATECI VOC
Bastoni
VORREMMO CAPIRE XCHè ALLA MAGGIORANZA NNON VIENE CONCESSO DI LEGISFERARE SENZA IL COINVOLGIMENTO DI QUESTA INDECIFRABILE OPPOSIZIONE CHE METTE I BASTONI SU TUTTO E CRE
La ferrovia
SONO STUFA DI VEDERE UNA FERROVIA PIENA DI EXTRACOMUNITARI, PROSTITUTE, AMBULANTI, E I SENZA DIMORA CHE DORMONO TRA PRATI E VAGONI FERROVIARI. E' UNA VERGONA! http://mirumir.blogspot.com/
Esce Vendola, entra Emiliano
Il vero commissario tecnico della Nazionale democratica è Massimo D'Alema (per chi ancora non lo avesse capito). E mentre Bersani convince Filippo Penati a candidarsi in Lombardia, D'Alema si occupa di Piemonte e Puglia. A Mercedes Bresso (che nel frattempo si è portata avanti) ha già fatto sapere che comprende le sue «legittime aspirazioni», ma l'Udc non la vuole e quindi è il caso di pensarci su. A Nichi Vendola, poi, ha mandato un messaggio ancora più chiaro: in Puglia c'è Emiliano, appena rieletto sindaco e pronto a candidarsi a presidente. Lo scrive oggi la Stampa. Si faranno le primarie, perché Vendola non intende fare un passo indietro. E chissà che Vendola non si imponga nuovamente contro il candidato di D'Alema (cinque anni fa, andò così, con la vittoria dell'attuale presidente su Francesco Boccia). Sullo sfondo l'alleanza delle forze meridionaliste per il Sud. Tutto chiaro. Fin troppo.
http://www.civati.splinder.com/
Francesco Guzzardi, giornalista genovese del Giornale, aveva ricevuto nei giorni scorsi una lettera minatoria da parte delle Brigate Rosse. Ora salta fuori che se l’era scritta e inviata da solo, dice la Digos.http://www.francescocosta.net/
Verso Copenhagen: Pechino scopre le cifre
A due settimane dal vertice Onu sul clima, che aprirà i battenti a Copenhagen dal 7 dicembre, il governo cinese ha fornito, per la prima volta, le cifre sui propri piani di riduzione delle emissioni. Ma con un accorgimento. Pechino infatti ha detto che entro il 2020, sarà ridotta del 40-45 per cento «l’intensità di carbonio» dell’economia cinese. Cioè il «peso» delle emissioni per unità di prodotto interno lordo prodotta dalla Cina. Secondo gli esperti, questo accorgimento non vuol dire che il livello globale delle emissioni cinesi diminuirà. E sicuramente non diminuirà del 40-45 per cento. Nonostante questa avvertenza, le cifre cinesi hanno sorpreso gli osservatori, che si aspettavano molto meno. Specialmente dopo l’accordo di metà novembre con gli Usa che di fatto ha azzoppato il vertice di Copenhagen. Obama, ieri, ha annunciato la propria presenza al vertice, aumentando quindi il peso politico della delegazione Usa. Anche se il piano di riduzione delle emissioni di Washington rimane particolarmente avaro. Gli Usa prevedono di tagliare le emissioni di CO2 del 17 per cento [rispetto ai livelli del 2005] entro il 2020. Un taglio da tutti giudicato ampiamente al di sotto di quanto sarebbe necessario e possibile fare per ridurre l’impatto dei cambiamenti climatici.
http://www.carta.org/campagne/ambiente/18972
AFGHANISTAN
DOPO STRAGE DI CIVILI, LICENZIATO CAPO ESERCITO TEDESCO
Sono stati rimossi dalle loro funzioni il capo di stato maggiore dell’esercito tedesco, generale Wolfgang Schneiderhan, e il sottosegretario alla Difesa, Peter Wichert, dopo dopo che la stampa ha rivelato che l’esercito tedesco nascose un rapporto sulle vittime civili di un attacco aereo il 4 Settembre a Kunduz, nel nord dell’Afghanistan. A darne notizia oggi al parlamento di Berlino è stato il ministro della Difesa tedesco, Theodor zu Guttenberg, sostenendo di essere venuto a conoscenza della vicenda dalle inchieste della stampa. Il 4 Settembre furono bombardati due camion-cisterna di cui i talebani si erano impossessati; l’operazione avrebbe provocato il maggior numero di vittime causate dall’esercito tedesco dalla Seconda guerra mondiale, ben 142 persone, un numero imprecisato delle quali civili. Schneiderhan e Wichert, incaricati delle indagini, sono accusati di aver nascosto rapporti e dissimulato prove. La notizia delle dimissioni del capo di stato maggiore ha scatenato una bufera politica nel parlamento tedesco, chiamato proprio in questi giorni a rinnovare il mandato della missione di pace del contingente tedesco in Afghanistan. È notizia di ieri, invece, che la sera del 1° dicembre il presidente degli Stati Uniti Barack Obama renderà nota in diretta televisiva l'entità dei rinforzi militari da inviare nel paese. [MV][CO]
http://www.misna.org/news.asp?a=1&IDLingua=2&id=261010
 Grazie all'analisi di Projectvote è ora possibile avere un quadro molto preciso dell'elettorato statunitense alle presidenziali 2008. La registrazione al voto ha permesso una migliore rappresentazione della società americana, anche se i gruppi più sottorappresentati rimangono sempre le minoranze etniche e i più giovani. I maggiori aumenti nel 2008 sono stati registrati nella comunità afro-americana, mentre oltre i 2/3 dei nuovi elettori provenivano dalle minoranze razziali. Nel 2004 l'incremento di questi segmenti elettorali, neri a parte, era stato in realtà maggiore, ma la tendenza emersa già nel 2000 è stato confermata. I nuovi votanti sono meno bianchi, meno anziani e meno ricchi, categorie storicamente sottorappresentate alle urne, un elemento che ha sempre favorito i repubblicani in passato ma che almeno nelle ultime presidenziali si è attenuato grazie al profondo cambiamento demografico della società americana. http://andreamollica.blogspot.com/
novembre 26 2009
- “Roma: precari Ispra sul tetto, no a licenziamenti”, Ansa. Dalle parole ai fatti. Il governo Berlusconi non dimentica i lavoratori in difficoltà per la crisi. E quando può, ne licenzia qualcuno. E’ successo all’Istituto per la protezione e la ricerca ambientale (Ispra). Che ha già lasciato a casa 200 precari storici. E si appresta a licenziarne altri 250. Tagliando così la bellezza del 40% dell’intero personale dell’ente. Alcuni precari in odore di licenziamento - oggi - sono anche saliti sul tetto degli uffici dell’Ispra, in via Casalotti a Roma, in segno di protesta. E i sindacati non hanno dimenticato di far sentire la loro voce. Claudio Argentini - sindacalista della segreteria nazionale Usi-Rdb-Ricerca - ha dichiarato all’Ansa che “i lavoratori precari dell’Ispra sono ormai alla disperazione oltre a perdere il lavoro, a cui hanno dedicato molti anni della loro vita, spesso con salari da fame. Il ministro e la struttura commissariale che gestisce l’ente stanno azzerando completamente la ricerca dedicata al mare”. Protesta vibrante, quella dei sindacati. Ma per ora inutile. Verrebbe da dire: come al solito.
- “Niente cassa integrazione straordinaria per gli operai Yamaha Motor Italia di Gerno di Lesmo”, Motoblog. Mentre il governo è in altre faccende affacendato, comunque, alcuni nodi cominciano a sciogliersi. Dopo una settimana di serrata trattativa, infatti, Yamaha ha definitivamente sciolto le riserve sul suo stabilimento di Lesmo, in provincia di Monza. La fabbrica verrà chiusa. E tutti gli operai licenziati. Ma con tanti auguri. Ché tra un mese è Natale.
- “Fiat, Scajola convoca i sindacati”, Tgcom. Natale in panciolle anche per 1370 operai dello stabilimento Fiat di Termini Imerese, in provincia di Palermo. Dal 18 novembre scorso sono tutti in cassa integrazione. Ma torneranno al lavoro da lunedì prossimo. E per ben 20 giorni. Perchè poi si fermeranno di nuovo - sempre in cassa integrazione - dal 21 dicembre al 6 gennaio. Vacanza lunghe, quindi. Che hanno un unico neo: non preludono a nulla di buono. Lo stabilimento - infatti - produceva quella Lancia Y, che la Fiat d’ora in poi vuole fabbricare in Polonia. Ma non si può avere tutto dalla vita. E neppure dal Natale.
- “Pistoia choc, arriva il colpo del ko”, Il Tirreno. Dura la vita per chi lavora nel settore auto. Ma dura anche per chi si occupa di ferrovie. Il solito governo Berlusconi non si decide a bandire alcune gare molto attese, quelle per la costruzione di nuovi treni regionali e per la linea ad alta velocità. Risultato: la AnsaldoBreda - marchio storico; che produce treni - nell’attesa ha deciso di lincenziare 279 persone. Una decisione accolta male soprattutto a Pistoia. Il capoluogo toscano, infatti, non ospita solo una delle fabbriche della AnsaldoBreda. Ma anche 6mila freschissimi neo-disoccupati. Tanti infatti - secondo le stime dei sindacati, riportate dal quotidiano “Il Tirreno” - sarebbero i lavoratori che si sono iscritti alle liste di collocamento solo da gennaio ad oggi.
- “I Più letti”. Insomma. Come ogni settimana di questo autunno nero, le cronache registrano licenziamenti a raffica e fabbriche che chiudono. E come ogni settimana si registra un’altissima attenzione da parte dell’opinione pubblica italiota. E in particolare da parte dei lettori del Corriere.it. La classifica degli articoli più letti negli ultimi 7 giorni, del resto, parla chiaro. Al primo posto si è piazzato il raggelante “S’impicca Daul Kim, la topmodel triste”. Seguito a ruota - nell’ordine - dall’anoressico “Rotondi: Pausa pranzo, danno per tutti”; dal conturbante “Sesso nell’ufficio del governatore mentre il parlamento discuteva le leggi”; dall’evergreen “Rabbia irlandere dopo il ko con la Francia. Il premier Cowen: Ripetere il match”; e dal tecnologico (e jellatissimo) “Pubblica in rete le foto mentre sorride e perde l’assegno di malattia”.
Perchè: lo sapete com’è, no? Basta poco. Tanto il mondo sempre rotola, il mare sempre luccica e tra poco è già domenica. Oh-yeah.
http://bamboccioni-alla-riscossa.org/
Per Bersani squadra che perde non si cambia
“Sono giovani ma sperimentati”. Pier Luigi Bersani presenta così il nuovo gruppo dirigente del Pd, e forse non si rende conto di aver coniato una battuta involontaria: ben quattro dirigenti facevano parte dello stesso organismo, nel secolo scorso (vent’anni fa, ai tempi del Pci). Possibile? Ebbene sì, il nuovo che avanza.
Eppure apparentemente la definizione pareva calzante e la nuova segreteria a prima vista, giovane (e politicamente corretta): sei uomini e sei donne, la maggior parte quarantenni. Benissimo. Solo, che prima ancora di compulsare l’elenco dei giovani leoni e delle new entries si scopre “il trucco”.
Un tempo la segreteria (dal Pci al Pds) era composta dai responsabili dei dipartimenti. Ogni dirigente, quindi era una sorta di ministro ombra: i dirigenti più importanti, dei settori più importanti, non erano più di sei-dieci persone, per garantire l’agilità dell’organismo. Questa volta, invece, c’è una novità: i 12 nuovi talenti saranno affiancati dai “nuovi” responsabili dei forum. Quindi le responsabilità (e le teste) si raddoppiano prima, e si triplicano poi.
Se vai a scorrere l’elenco di questi responsabili dei dipartimenti, scopri che la lista è questa: l’ex presidente della Camera Luciano Violante si occupa del forum Riforma dello stato (ovvero del vecchio settore riforme), Livia Turco sarà la responsabile dell’Immigrazione. Poi un terzetto: Paolo Gentiloni si occupa delle politiche dell’informazione, Stefano di Traglia della comunicazione e Carlo Rognoni della tv; Giuseppe Fioroni del Welfare (affiancato da Pierre Carniti), Piero Fassino è il responsabile della Politica internazionale, Laura Pupato dell’Ambiente, il presidente della Toscana Claudio Martini delle Autonomie, Andrea Orlando della Giustizia, Umberto Ranieri del Mezzogiorno e Gianni Cuperlo dell’Ufficio studi e rapporto con le fondazioni.
Uno si ferma a leggere il nome di Fassino e rimane di sale. Nel 1989 era il responsabile Esteri del Pci: sono passati venti anni ed è tornato allo stesso preciso incarico di allora. Uno pensa: che lo abbiano costretto? Macché, ha anche pressato per entrare, affetto, come i dirigenti della sua generazione, dall’impossibilità di lasciare.
Passiamo a Violante: era il numero uno del dipartimento Giustizia del Pds già nella seconda metà degli anni Novanta.
Livia Turco, perlomeno ha fatto un rimpastino: nel 1989 era responsabile femminile, adesso passa all’immigrazione.
Persino Cuperlo (in questo novero sicuramente il più brillante e il più nuovo) era già in segreteria nel 1989, come membro consultivo (era segretario della Fgci).
Carniti era segretario della Cisl nel 1977. Il secondo gruppo di dirigenti, per così dire “più freschi”: un ex ministro come Gentiloni, un ottimo sessantottenne come Rognoni ex membro del Cda Rai.
Bersani è impazzito? No, ha disegnato un garbato sistema cencelliano in cui ogni corrente ottiene il suo omino. Ci sono due coordinatori: uno per la segreteria (Maurizio Migliavacca) e uno per la segretaria del segretario (Filippo Penati) e poi delle “perle” che fanno ricordare la moltiplicazione dei ministeri nei governi Andreotti della fase crespuscolare. C’è un responsabile della Finanza pubblica (Enrico Morando) e uno di quella privata (Matteo Colaninno). A questi si aggiungono le vere novità: l’organizzatore bersaniano Nico Stumpo, l’economista vischiano Stefano Fassina, il dalemiano Matteo Orfini, la romana Roberta Agostini e tanti altri a cui facciamo l’augurio di non ritrovarsi nella segretaria del 2040 dopo una rovinosa serie di sconfitte, all’insegna dello slogan: squadra che perde non si cambia.
(Ps. un bacio a D’Alema che, evidentemente, ha rinunciato all’organizzazione)
da Il Fatto Quotidiano del 25 novembre 2009
http://antefatto.ilcannocchiale.it/glamware/blogs/blog.aspx?id_blog=96578

Così, a occhio, secondo voi che cosa penseranno all’estero di una maggioranza che sottrae alla giustizia dei comuni mortali un membro del governo accusato di camorra, e di un premier che vuole cambiare il codice per non rischiare di vedersi coinvolto in inchieste di mafia?
Ma abbiamo idea del fatto che all’estero – prima che arrivasse a Palazzo Chigi il pagliaccio – parlavano dell’Italia quasi solo per la mafia?
E abbiamo idea di quanto è drammaticamente anti italiano, per il famoso “prestigio internazionale” – quello che sta combinando il partito del premier in questi giorni?http://gilioli.blogautore.espresso.repubblica.it/2009/11/25/lanti-italiano/#comments
Leggo che il Partito Democratico, nuova gestione Bersani, si è dotato di una segreteria nazionale “giovane”, età media 41 anni, molti volti nuovi. Bene, bravi. Poi guardo meglio, l’articolo prosegue. Ci sono anche i responsabili dei dipartimenti, vorrete mica fare senza o, peggio, illudervi che possano coincidere con i membri della segreteria come nei partiti di una volta? Ben ritrovati, dunque, Piero Fassino agli esteri, Livia Turco all’immigrazione, Luciano Violante alle riforme, Paolo Gentiloni alle comunicazioni, Umberto Ranieri al mezzogiorno, Enrico Morando alla finanza pubblica, Giuseppe Fioroni al welfare.
La verità è che il gruppo dirigente del Pd “aggiunge” pro-forma, non sentendosela di “togliere” mai.
Poi ci sono i pezzi grossi che non assumono responsabilità dirette, tipo D’Alema e Marini, i quali contano a prescindere. Ma se questo è il metodo per selezionare una nuova classe dirigente, stiamo freschi. La difficoltà tipicamente italiana è che le degnissime persone succitate non riescono davvero a immaginare un orizzonte di vita utile e gratificante al di fuori della segnaletica stradale del partito, come naturale sviluppo del loro percorso di vita e di militanza. http://www.gadlerner.it/2009/11/25/ma-quanti-dirigenti-ha-il-pd.html
White Christmas, Natale di razza bianca
Vanity Fair, 25 novembre 2009
Probabile che se Giuseppe e Maria, fuggendo da Nazareth fossero malauguratamente approdati a Coccaglio, provincia di Brescia, non sarebbero riusciti a fermarsi nemmeno in una mangiatoia di periferia per la felice nottata del parto. Rancorosi guardiani della Lega Lombarda, guidati da questo capolavoro di sindaco padano, il signor Franco Claretti, li avrebbero intercettati all’ingresso del paese, chiesto i documenti, il permesso di soggiorno, le ragioni del viaggio. Per poi sgomberarli di corsa: “Tornatevene a casa vostra, non vi vogliamo”.
Il lato notevolmente vigliacco di questa vicenda è che l’operazione di rastrellamento degli immigrati (“andremo casa per casa a controllare”) la giunta leghista l’ha chiamata White Christmas, che non vuol dire Bianco Natale, ma Natale di razza bianca. Sapendo benissimo di pronunciare una bestemmia proprio nei confronti del neonato - che si annunciò come una promessa di convivenza venendo al mondo povero, indifeso e migrante - che il Natale celebra e che loro imbrattano.
E’ da quella notte dei tempi che l’amore predicato dalla religione cristiana viene imbracciato per praticare senza rimorso il suo contrario. Tocca vedere in questa brutta Italia pure un ministro come Ignazio La Russa sbraitare in tv a difesa del crocefisso negli edifici pubblici. E per farlo, spalancare gli occhi: “Non lo toglieremo mai!”. E poi stringere i braccioli della sedia, gonfiare le vene del collo, gridare tre volte: “Possono morire! Possono morire! Possono morire!”. Senza neanche sospettare quanto sia grottesco difendere uno dei maggiori simboli della sofferenza umana, promettendone altrettanta.
(Vignetta di Natangelo)http://www.voglioscendere.ilcannocchiale.it/
Erika Steinbach è una signora di 66 anni, alta, slanciata, sorridente e dai capelli biondi. Nulla lascia pensare che per i polacchi sia il "nemico numero uno", o quasi, e che per il cancelliere democristiano Angela Merkel sia un intricato problema politico che conferma quanto la guerra continui a pesare sui rapporti tra Germania e Polonia. La signora Steinbach è il presidente della BdV, l'associazione dei profughi tedeschi della seconda guerra mondiale (i Vetriebenen in tedesco). L'organizzazione, nata negli anni 50, è una lobby influente, soprattutto nelle file democristiane. In queste settimane la BdV è al centro di una doppia diatriba, di politica estera e di politica interna. Oggetto dello scontro è la creazione di un nuovo museo a Berlino dedicato all'esperienza dei rifugiati durante il conflitto. L'associazione della signora Steinbach deve nominare un proprio rappresentante nella fondazione che gestirà l'istituzione. Il nuovo ministro degli Esteri, il liberale Guido Westerwelle, ha ammonito la BdV di non scegliere la signora Steinbach, una figura troppo controversa in Polonia. La vicenda così attuale affonda le sue radici nella seconda guerra mondiale. Dinanzi all'avanzata dell'Armata Rossa negli ultimi anni della guerra, circa 12 milioni di tedeschi abbandonarono le loro terre secolari nei territori orientali del Reich per rientrare nel cuore della Germania. Molti dei Vertriebenen morirono di fame, di freddo e di violenze nel lungo viaggio attraverso la steppa polacca.
Arrivati a Berlino o a Monaco, a Francoforte o a Colonia, si sono riuniti in un'associazione che fin dal dopoguerra ha difeso i loro interessi, trovando nella CDU e nella CSU dell'allora cancelliere Konrad Adenauer una sponda politica. Nell'ultimo decennio la BdV ha chiesto al governo federale di creare un museo per ricordare la loro drammatica esperienza. L'iniziativa è stata criticata dalla Polonia, preoccupata all'idea che i tedeschi vogliano trasformarsi in vittime del conflitto e che i Vertriebenen tentino di recuperare le loro vecchie proprietà, caduto il Muro di Berlino. Da deputata democristiana, la signora Steinbach, nata in Pomerania nel 1943 da un padre militare nella Luftwaffe, non ha forse votato contro la nuova frontiera polacco-tedesca sull'Oder-Neisse? Qualche anno fa la rivista Wprost ha pubblicato in copertina un fotomontaggio di Erika Steinbach a cavalcioni sulla schiena del cancelliere Gerhard Schroeder e in uniforme da SS (nella foto). Secondo un recente sondaggio del quotidiano Rzeczpospolita, il presidente della BdV, una ex violinista, è la figura straniera più temuta in Polonia dopo il premier russo Vladimir Putin. La vicenda è un rompicapo per la signora Merkel. Da un lato il cancelliere non vuole creare tensioni nei rapporti con Varsavia e nel governo democristiano-liberale a Berlino; dall'altro non può ignorare un'associazione molto vicina alla CDU. Per ora sta prendendo tempo, nella speranza - afferma velenosa la Sueddeutsche Zeitung - che la situazione si risolvi da sola senza che lei debba prendere posizione.http://bedaromano.blog.ilsole24ore.com/2009/11/erika-steinbach-il-nodo-tra-germania-e-polonia.html#more
CINA – COLOMBIA
La Colombia promette il suo petrolio alla Cina
Il ministro dell’Energia della nazione sudamericana ha chiesto a Pechino di occuparsi della trivellazione di una vastissima area petrolifera. Continua la marcia dell’Impero di Mezzo nel continente, che potrebbe prendere il posto degli Stati Uniti nella partnership con i Paesi del Sud.
Pechino (AsiaNews) – Il governo colombiano ha invitato ufficialmente le compagnie petrolifere cinesi a effettuare trivellazioni sul proprio territorio in cerca di petrolio e gas. Lo scopo è quello di aiutare il governo sudamericano a migliorare la produzione energetica: l’obiettivo è raddoppiarla in sei anni. Lo ha annunciato il Ministro colombiano per le miniere e l’energia, Hernan Martinez, che in un’intervista al South China Morning Post ha preannunciato: “Abbiamo chiesto a Pechino di aprire 170 aree di esplorazione entro il 2 dicembre”.
Il ministro ha poi specificato di aver parlato con la China National Petroleum Corp, la China Petrochemical Corp e con la Sinochem: “Speriamo di concedere i diritti esplorazione per la metà del 2010”. La nazione sudamericana, estremamente ricca di greggio, è la quarta produttrice del continente: entro la fine dell’anno dovrebbe arrivare a 700mila barili di petrolio al giorno. Un buon aumento, rispetto ai 618mila del 2008. Tuttavia si tratta di una flessione, considerati i risultati del 1999 quando in Colombia si producevano 838mila barili quotidiani.
Secondo il ministro Martinez, “sono stati anni di scontri con i ribelli a interrompere i lavori del campo. La crescita è ripresa negli ultimi tre anni, ma noi vogliamo arrivare a un milione di barili entro il 2015. Crediamo, sulla base delle informazioni attuali, di poter raggiungere questo scopo”. Una produzione destinata in gran parte alle esportazioni: la nazione, infatti, consuma al massimo 240mila barili al giorno. Al momento, la maggior parte del surplus produttivo va negli Stati Uniti, ma l’annuncio del governo lascia intendere che sarà la Cina la prossima meta.
La China Petrochemical Corp si è già mossa in questa direzione, e nel 2006 si è unita all’indiana Ongc per acquisire la Omimex, di proprietà colombiana. L’affare, da 800 milioni di dollari, ha permesso a Pechino di mettere un primo piede sul territorio. Ma da almeno due anni il governo cinese sta investendo in maniera massiccia in tutta l’America Latina, sostenendo con prestiti e investimenti tutti i regimi locali. Al primo posto ci sono ovviamente l’energia e poi i progetti di infrastrutture.
La Colombia, secondo stime dell’Opec, possiede circa 150 milioni di ettari – fra terreni e fondi marini – che potrebbero contenere risorse energetiche. Al momento, soltanto 45 milioni sono stati esplorati: secondo Martinez, la Cina potrebbe occuparsi di un’area altrettanto vasta. Rimane il problema della foresta amazzonica, estremamente protetta da leggi nazionali e internazionali, dove sarebbero nascosti giacimenti di estrema importanza. http://www.asianews.it/index.php?l=it&art=16963&size=A
IL 15 PERCENTO
DI LORETTA NAPOLEONI
lanapoleoni.ilcannocchiale.it
La visita del Presidente Obama in Cina ha confermato che ormai Pechino sa e puo’ dire di no a Washington. Per nascondere l’imbarazzo, l’amministrazione americana e la stampa internazionale hanno ripreso a recitare il mantra dell’inquinamento: la Cina ignora le esortazioni degli scienziati e dei paesi industrializzati affinche’ riduca il suo consumo energetico.
“Nulla di piu’ falso,” afferma un analista della City di Londra. “Si tratta dell’ennesima leggenda metropolitana dura a morire”. Che pero’ a ridosso dell’incontro di Copenhagen molti continuano a credere veritiera.
Pechino ha una sua strategia per sostituire nel breve periodo la produzione energetica degli idrocarburi con fonti rinnovabili e si chiama delocalizzazione.
Non si puo’ certamente dire altrettanto dell’amministrazione Obama che invece mantiene un atteggiamento di profonda ambiguita’ rispetto a queste tematiche. Da qualche tempo il partito comunista incoraggia provincie e regioni a riconvertire l’energia al punto che ormai i progetti ecologici vengono visti come tappe essenziali nello sviluppo economico. E’ cosi’ iniziata una gara tra le autorita’ locali a chi protegge e preserva meglio l’ambiente. In testa al momento c’e’ Ordos, una regione che comprende gran parte del deserto della Mongolia.
E’ chiaro che all’origine di questa competitivita’ c’e’ la certezza che il fabbisogno energetico cinese e’ potenzialmente tanto elevato che deve necessariamente essere soddisfatto con fonti rinnovabile, se se ne vogliono contenere i costi. Ed e’ questa la filosofia che da qualche anno la regione Ordos persegue. Qui l’americana First Solar sta costruendo la piu’ grande centrale fotovoltaica al mondo. Del complesso fara’ parte anche una centrale eolica dieci volte piu’ potente di quella texana, la Roscoe Wind Complex, che al momento e’ la piu’ grande al mondo ed una centrale a biomassa.
Il governatore di Ordos, Mr.Du, ha da diversi anni in cantiere un progetto che presto trasformera’ parte del deserto mongolo in una sterminata foresta di pini. Dal 2000 a oggi la percentuale di verde nella regione e’ salita dal 20 all’81%.
La campagna contro l’inquinamento e’ dunque iniziata e quello che fino a qualche anno fa’ era un paese dove non esistevano controlli nelle fabbriche oggi ne chiude a centinaia per salvare l’ambiente. Anche la legislazione energetica rispecchia questo nuovo atteggiamento e fissa come obbiettivo il ricorso alle rinnovabili per soddisfare il 15% della produzione nazionale entro il 2020. Ci riusciranno? Si accettano scommesse.
Loretta Napoleoni
Fonte: http://lanapoleoni.ilcannocchiale.it
Link: http://lanapoleoni.ilcannocchiale.it/2009/11/24/il_15_percento.html
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Ambulanti, a domicilio, in microimprese instabili, come braccianti agricole o impiegate domestiche. Per le donne non c’è posto di lavoro legale, garantito, sicuro in Perù. Per le donne peruviane, uno dei pochi paesi latinoamericani dove il modello economico invalso negli anni ’80 non è mai stato messo in discussione, il poco lavoro che c’è è informale, in nero e del tutto precario.
Nel neoliberismo reale peruviano, quello che prometteva la società dell’opulenza ed invece si è trasformato nella società della sopravvivenza, l’Organizzazione Internazionale del Lavoro denuncia che più della metà del lavoro è oramai informale. Tra le donne le lavoratrici informali sono i due terzi del totale. Oramai solo il 15% gode dell’assicurazione sanitaria e solo il 4% potrà beneficiare della pensione.
Secondo l’esperienza anche personale della dirigente sindacale Gloria Solórzano, intervistata dall’IPS: “in Perù non è previsto che una donna con figli piccoli possa conciliare la maternità con il lavoro. Ho lavorato in un ospedale ma ho dovuto abbandonare. Avendo figli piccoli neanche come domestica ho trovato lavoro. Adesso affermo con orgoglio di essere un’ambulante”.
Il governo di fatto di Alberto Fujimori in Perù licenziò decine di migliaia di lavoratori pubblici, uomini e donne, iniziando una destrutturazione radicale del mercato del lavoro. Da un giorno all’altro impiegati, insegnanti, ma anche operai, soprattutto donne, alle dipendenze dello Stato si trovavano fuori da un giorno all’altro con misere indennizzazioni che bastavano a stento per comprare un’auto o un pullmino per tirare avanti come tassista in nero. “E infatti –prosegue Gloria- molte donne che prima avevano lavori formali fanno le tassiste, le moto tassiste, riciclano rifiuti, o si arrangiano lavorando a ore in molte case diverse”.
La struttura del mercato del lavoro in Perù è stata terremotata dal modello. Oramai ben il 70% delle piccole e medie imprese sono informali e, di conseguenza, possono offrire solo lavori informali. Ancora oggi il Brunetta peruviano, il primo ministro Javier Velásquez Quesquén, vuole sottoporre i residuali docenti e impiegati dello Stato a un sistema di valutazione continua e di competizione al termine della quale licenziare ancora di più i lavoratori e le lavoratrici che non rispondono agli standard di merito voluti dal ministro. Secondo i sindacati, in un paese dove gli anni ’80 non sembrano essere mai passati, ancora una volta proprio le donne sono più a rischio di perdere il posto. Una madre che si assenta per un’influenza del figlio potrebbe essere valutata non meritevole e quindi perdere il posto. “Dietro ogni donna lavoratrice –conclude Gloria- c’è una famiglia. Solo un lavoro dignitoso, stabile e sicuro per le donne lavoratrici può garantire la pace e lo sviluppo in Perù”.
http://www.giannimina-latinoamerica.it/archivio-notizie/502-peru-il-lavoro-per-le-donne-e-solo-precario-ed-in-nero-
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Il 51 per cento
scrive Fazıla Mat
Turchia (foto Andrea Rossini)
La questione di genere in Turchia. Un commento ai risultati della ricerca dell'Università Hacettepe di Ankara su vita, lavoro, istruzione di oltre metà della popolazione turca. Il problema della protezione delle donne vittime di violenza domestica
L’Istituto di studi sulla popolazione dell’Università Hacettepe di Ankara, lo scorso ottobre, ha reso noti i risultati di un sondaggio sulla maternità condotto nel 2008 (TNSA-2008) su un campione di 7.405 donne. Alle interessate, comprese in una fascia d’età tra i 15 e i 49 anni, era stato chiesto di esprimersi su questioni di genere, sull'istruzione dei propri figli e sui ruoli da rivestire all’interno della famiglia, nella società e nella vita politica.
Secondo il sondaggio, per la maggior parte delle intervistate l’autorità maschile resta determinante per la propria vita domestica, sessuale e sociale. Infatti, sebbene solo il 17,2% delle donne intervistate concordi con l’affermazione che “le decisioni importanti in famiglia devono essere prese solo dalle componenti maschili”, il 41% è unanime nell’affermare di “non dover discutere con il coniuge anche se si trova in disaccordo”. Il 69,4% ritiene poi che le donne non debbano andare in alcun posto senza il consenso del marito, e l’80% sostiene l’opinione secondo cui le “donne devono arrivare vergini al momento del matrimonio”.
Per quanto riguarda il lavoro fuori dalle mura domestiche, le percentuali indicano una posizione favorevole delle intervistate con solo l’8,1% concorde con l’espressione “le donne non dovrebbero lavorare”. Resta bassa tuttavia la considerazione dell’importanza delle donne in politica – concorda con l’espressione “ci dovrebbero essere più donne in politica” solo il 20,4% delle intervistate – ma è alto il numero di quelle che non considerano l’istruzione del figlio più importante di quello della figlia (così l'87,7% delle interpellate).
In Turchia le donne costituiscono circa il 51% di una popolazione totale di 72 milioni di persone. Questo studio, realizzato ogni 5 anni, sottolinea anche che oggi le donne in età fertile risultano essere più istruite rispetto a 10 anni fa. Il 21% delle donne intervistate ha almeno una licenza superiore, ma il 52% ha compiuto solo i primi 5 anni del ciclo di istruzione primaria, e il livello di istruzione risulta più basso in contesti rurali e nei nuclei familiari con maggiore difficoltà economica.
Un altro dato che il sondaggio mette in evidenza riguarda il problema della violenza domestica sulle donne, e della sua percezione. Risulta infatti che una donna su quattro ritiene l’uso della violenza del marito nei propri confronti giustificato in almeno una delle motivazioni da lui avanzate, come ad esempio spendere inutilmente soldi o trascurare la cura dei figli.
Le associazioni di donne, in Turchia, hanno ottenuto negli ultimi anni importanti conquiste con le loro battaglie soprattutto sulla questione della violenza e degli abusi sessuali. Lo stupro commesso all’interno delle mura domestiche, per esempio, è diventato perseguibile in base alla legge penale. È stata modificata la legge che per liberare la propria famiglia dalla vergogna, e il violentatore dalla colpa, incitava la donna stuprata a sposare il proprio aggressore. Si è ottenuto che a livello legislativo non ci fosse più differenza tra lo stupro perpetuato su una donna sposata – considerato precedentemente reato più grave perché anche il marito veniva indirettamente danneggiato – e su di una donna nubile o vergine.
Le stesse associazioni di donne ritengono che ci sia ancora molto da fare e che la collaborazione con lo Stato e le sue istituzioni sia imprescindibile. Come però ha dichiarato Nazik Işık della fondazione - Casa d’accoglienza per donne “Mor Çatı”, sulla rivista femminista “Amargi”, “lo Stato a volte ha un atteggiamento ostacolante nei confronti delle associazioni di donne, altre volte le vede come ‘manodopera gratuita’”. Un'autocritica è rivolta dall’attivista anche alle stesse associazioni che “non sono riuscite a creare una visione e una linea comune sui rapporti da intrattenere con lo Stato”.
Un esempio di quello che può essere un nuovo inizio di collaborazione tra le istituzioni e le associazioni di donne è il protocollo firmato lo corso mese tra il ministero per le Politiche della donna e della famiglia e il ministero dell’Interno. Si tratterebbe in pratica dell’introduzione di un modulo “di registrazione della violenza domestica” che obbliga la verbalizzazione dell’arrivo della vittima – donne o bambini – al comando di polizia. L’agente di turno è tenuto a compilare i propri dati assieme a quelli della vittima, prendendone esplicitamente la responsabilità. Il sistema prevede di costituire anche una banca dati sugli episodi di violenza e, conseguentemente, di sviluppare apposite politiche di lotta alla violenza e di realizzare una comunicazione 7 giorni su 7 e 24 ore su 24 tra i centri di accoglienza della donna offrendo un’assistenza coordinata.
Il protocollo è considerato dalle attiviste dei diritti delle donne come un passo in avanti importante, che si sarebbe dovuto realizzare molto prima. L’avvocato Habibe Yılmaz Kayar, ricordando che l’obiettivo fondamentale resta quello di prevenire la violenza, afferma che il progetto è destinato a restare un buon proposito isolato finché i tribunali della famiglia, che sono le autorità competenti per accordare alle vittime di violenza una protezione, e le case d’accoglienza, non diventeranno a loro volta attive 24 ore su 24.
L’altra piaga del sistema è costituita dalla mancanza di personale con un’apposita formazione. "Ci sono casi in cui le donne sono picchiate a sangue nei posti di polizia, e la cosa viene spiegata dicendo che la donna ha opposto resistenza”, afferma l’avvocato Canan Arın, co-fondatrice di “Mor Çatı”. “Considerato il livello di questo gruppo di persone a disposizione, mi chiedo come si riuscirà ad applicare un simile protocollo. Per lo meno, in questo modo, si costringe la polizia ad assumersi una responsabilità”.
“Fino a oggi, se non risultava esserci stata una violenza particolarmente seria o non vi era richiesta di asilo, non venivano redatti verbali”, afferma Gökçe Kartaler, volontaria della stessa fondazione. “Capitava che la polizia ci chiamasse e ci domandasse dove avrebbero dovuto indirizzare le donne che si rivolgevano a loro. Bisogna dare una formazione apposita alla polizia. Non è sufficiente che nel verbale compaia la violenza subita. Cosa se ne può fare poi se non ci sono centri d’accoglienza sufficienti?”
Un problema serio resta infatti il numero esiguo dei centri di accoglienza presenti nel territorio nazionale, nonostante un’apposita legge, introdotta nel 2005 assieme ad altre misure di adeguamento agli standard dell’UE, obblighi ciascun comune con più di 50mila abitanti a istituirne uno. La realizzazione concreta dei centri resta vincolata da alcune clausole come “la disponibilità di fondi sufficienti” o “in casi di urgenza”. Le caratteristiche di “urgenza” di certo non mancano, visto che come ricorda Canan Arın “è una donna su tre a subire violenza, e i fondi se si vuole si possono trovare”. Intanto, però, nei fatti ci sono in totale solo 34 centri di accoglienza, di cui solo 6 o 7 gestiti dal comune, quando secondo la legge ce ne dovrebbero essere circa tremila.
A tutto ciò va aggiunta la difficoltà che si riscontra ad accedere ad una di queste case d’accoglienza. La trafila burocratica è lunga: è necessario fare domanda scritta corredata di carta d’identità e dati anagrafici alla Direzione provinciale dei servizi sociali, aggiungerci un rapporto medico che certifichi il proprio stato di buona salute fisica e psichica e, se si è in compagnia dei figli, anche i loro documenti d’identità. Se la donna è sposata va allegato il certificato di matrimonio, e se è divorziata sono necessari i documenti attestanti il divorzio. Nel caso in cui la donna sia stata vittima di violenza, serve anche il verbale della polizia. Il lavoro da fare, per le associazioni, è ancora molto.http://www.osservatoriobalcani.org/article/articleview/12151/1/51/
INDIA
DESERTIFICAZIONE COLPISCE UN QUARTO DEL PAESE
Un quarto del territorio indiano si sta trasformando in deserto a causa del disboscamento e della sempre maggiore pressione di attività umane sull’ambiente: lo rivela uno studio commissionato dal governo di New Delhi. Il processo di desertificazione, si legge nella ricerca, colpisce in particolare le regioni settentrionali e occidentali dell’India, con gravi conseguenze sulla produzione agricola. Più di 80 milioni di ettari (pari a circa il 25% dei 328 milioni di ettari della superficie indiana) stanno già sperimentando l’inaridimento dei loro territori, mentre sono complessivamente 100 milioni gli ettari a rischio di degradazione del suolo. Anche se l’India copre solo il 2,4% di tutta la superficie mondiale delle terre emerse, nel subcontinente vive il 16,6% della popolazione mondiale e il 18% del bestiame allevato nel pianeta: questi fattori, da soli, svolgono un ruolo fondamentale nell’avanzamento del deserto. La desertificazione è un processo naturalmente molto lungo, ma che una volta arrivato al suo stadio finale, è pressoché irreversibile: il terreno che diventa deserto, infatti, perde completamente la sua capacità di sostenere la coltivazione o la riforestazione, anche se, in un momento successivo, dovesse essere abbondantemente irrigato. [MV][CO http://www.misna.org/news.asp?a=1&IDLingua=2&id=260896
Aminatou Haidar: «Continueremo a mostrarci»
Patrizio Esposito
Chi è l'attivista sahrawi il cui sciopero della fame sta mettendo in imbarazzo il governo spagnolo e ha fatto puntare i riflettori sul conflitto dimenticato del Sahara occidentale. Brani di due conversazioni sulla situazione dei sahrawi e il ruolo dell'occidente.
Aminatou Haidar, militante sahrawi nota per le battaglie della sua comunità contro la violazione dei diritti dell’uomo nel Sahara Occidentale, è stata più volte in Italia su invito di varie amministrazioni pubbliche. Il testo delle conversazioni, ricavato dalla trascrizione dell’audio di riprese video effettuate a Roma e Napoli nel 2006, in collaborazione con Jacopo Quadri e Fatima Mahfoud, e rivisto dalla stessa Haidar, è ripreso dal libro «Vedere l’occupazione, 64 fotografie dal Sahara occidentale», edizioni l’alfabeto urbano – associazione Haima, Napoli febbraio 2007.
Nata nel 1967 a El Aayún, città oggi occupata dal Marocco, Aminatou è stata arrestata una prima volta nel novembre 1987, restando in carcere fino al giugno 1991 e poi dal giugno 2005 al gennaio 2006. Liberata grazie alla tenace pressione di associazioni e personalità di vari paesi, tra cui Amnesty International, Aminatou è stata invitata a testimoniare la sua attività politica prima in Europa, poi negli Usa e in Africa. La città di Napoli le ha conferito la cittadinanza onoraria nell’ottobre 2006.
Il 13 novembre scorso è stata fermata all’aeroporto di Al Aayún [capitale del Sahara occidentale], al rientro dalla Spagna, dove è in cura per le conseguenze delle torture ricevute nelle prigioni marocchine, e imbarcata, contro la sua volontà e la complicità delle autorità spagnole, su un volo per le isole Canarie. Trattenuta all’aeroporto di Lanzarote, senza documenti e assistenza, ha iniziato uno sciopero indeterminato della fame e denunciato il coinvolgimento del governo spagnolo nella sua vicenda. La monarchia marocchina è impegnata da tempo a reprimere sanguinosamente la pacifica sollevazione popolare dei sahrawi nelle città occupate, senza risultati. Da alcuni mesi ha inasprito l’attività repressiva delle unità speciali dell’esercito e della polizia per decapitare la leadership della resistenza. Sette dirigenti delle organizzazioni di difesa dei diritti dell’uomo sono stati sequestrati l’8 ottobre e rischiano la pena di morte, tra questi Brahim Dahane e Ali Tamek Salem. Altri attivisti, tra cui Sidi Mohamed Daddach, che ha già scontato 25 anni in una prigione marocchina, e Laarbi Mesoud, sono stati privati dei documenti di identità e minacciati di nuove persecuzioni. Contro i sahrawi sono state ripristinate le corti militari e in una violenta dichiarazione, trasmessa in diretta da tv e radio marocchine, Mohammed VI ha intimato alle forze di sicurezza di “superare ogni equivoco e farla finita con i traditori«. Anche in Marocco il giro di vite contro la libertà di espressione colpisce la stampa indipendente attraverso la chiusura delle redazioni, il sequestro dei quotidiani e dei settimanali nazionali e internazionali, oltre a pesanti multe. Nell’ultima settimana anche Il Pais e Le Monde sono stati sequestrati. I siti web pro-sahrawi sono oscurati da anni mentre alle delegazioni straniere di parlamentari e osservatori internazionali è di fatto proibito avere contatti con i rappresentanti delle organizzazioni per la difesa dei diritti dell’uomo.
Aminatou ha ricevuto tre prestigiosi riconoscimenti internazionali: il «Premio Cear» [Commissione spagnola di aiuto ai rifugiati], l’8 maggio 2006 a Madrid, il «Premio Fondazione Robert Kennedy per i diritti dell’uomo», il 16 settembre 2008 a Washington, il «Premio coraggio civile» della Fondazione John Train, a New York il 20 ottobre 2009. È stata anche candidata dal Parlamento Europeo al premio Sacharov del 2006. Ad ottobre 2007, durante il Sandblast Festival a Londra, ha consegnato al regista Ken Loach una copia del libro «Necessità dei volti».
L’inasprirsi della repressione nelle zone occupate dal Marocco è possibile grazie all’appoggio politico che la Francia, la Spagna e gli Stati Uniti garantiscono alla monarchia alauita. Lo stesso piano di decolonizzazione dell’Onu è bloccato dal 1991 per i veti di Europa e Usa, interessati alle straordinarie risorse minerarie del Sahara occidentale. Il Marocco di Mohammed VI, che utilizza a pieno ritmo la feroce macchina poliziesca ereditata da Hassan II, è oggi «partner commerciale privilegiato» per l’Europa. Al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni unite la Francia ha recentemente impedito che i contratti commerciali con il Marocco fossero vincolati al rispetto dei diritti dell’uomo e a Rabat è stato riconosciuto lo «Statuto avanzato» anche se continuano le pratiche della tortura, della sparizione forzata e dei giudizi sommari. Decine sono i centri di detenzione segreta dove restano segregati marocchini e sahrawi per reati di opinione. L’ultimo piano neocoloniale dell’Europa, il «Desertec», finanziato dai colossi della finanza tedesca e osannato dallo scrittore Tahar Ben Jelloun, pretende di utilizzare sole e vento del Sahara occidentale senza considerare l’occupazione marocchina del territorio. Anche la pesca e la ricerca petrolifera sulla lunga costa oceanica del Sahara, ritenute illegali dal diritto internazionale, sono praticate senza limitazioni e consentono al Marocco di coprire le spese militari di presidio del muro costruito nel deserto e di ammodernamento delle armi.
Da due conversazioni con Aminatou Haidar
[…] «Dobbiamo esporci, dobbiamo farlo perché alla nostra lotta occorrono volti e nomi. Ora alcuni di noi sono conosciuti e possono rappresentare anche gli altri, gli anonimi, gli imprigionati e gli scomparsi. Chi è noto può prestare la voce a chi è costretto al silenzio o a parlare sommessamente. La notorietà comporta molti rischi ma forse un pericolo ancora più grande è riservato alla gran parte dei sahrawi senza nome colpiti quotidianamente. Non abbiamo altra scelta che combattere, non ci hanno lasciato altra strada. Molto probabilmente mi prenderanno di nuovo al ritorno, per zittirmi ancora, per punire me e impaurire l’intera comunità sahrawi attraverso la mia condanna. Io andrò avanti finché potrò. Alcune settimane fa hanno maltrattato mia figlia a scuola, è stato lo stesso maestro a picchiarla. Dice che l’ha sorpresa a disegnare la bandiera sahrawi sul banco di scuola. Lei ha solo dodici anni e questa non è l’unica umiliazione che ha dovuto subire. Il 17 giugno 2005, durante un sit-in in sostegno ai familiari dei prigionieri, sono stata arrestata e picchiata violentemente insieme a quanti volevano sottrarmi ai colpi. Il giorno dopo i miei due figli [l’altro ha 10 anni] avrebbero dovuto partecipare ad una festa per la fine dell’anno scolastico, si aspettavano una sorpresa o un regalo: hanno invece ricevuto la mia borsa sporca di sangue. Durante la mia prima prigionia2, iniziata quando avevo venti anni e durata tre anni e sei mesi, la mia famiglia ha pensato che fossi morta perché non ricevevano notizie. Per tutto quel periodo mi hanno bendato gli occhi».
[…] «Da maggio 2005 vi è una sollevazione generalizzata della comunità sahrawi costretta a vivere nell’angustia dell’amministrazione coloniale marocchina. Non vi è giorno senza manifestazioni collettive di protesta o azioni individuali di resistenza e insubordinazione. Abbiamo cominciato a protestare anche all’interno delle carceri perché queste sono diventate uno dei luoghi di vita e unità della popolazione sahrawi. Sappiamo che può capitarci la prigionia, che ognuno di noi dovrà vedersi un giorno ristretto in carcere e privato della residua libertà concessa a gocce. Organizziamo lunghi e rischiosi scioperi della fame. Siamo riusciti a restare senza cibo anche 51 giorni di seguito, a resistere per tanto tempo alla fame ma anche alle bugie fatte circolare contro di noi. Il ministro della giustizia marocchino ha dichiarato che il nostro digiuno era una semplice farsa e che in realtà ci nutrivamo regolarmente e che eravamo assistiti da medici scrupolosi. Ha tentato di isolarci sminuendo il valore della nostra battaglia ma si è contraddetto più volte e ormai non gode di credibilità. Nella lotta abbiamo registrato il sostegno di varie organizzazioni internazionali e della stessa associazione marocchina per la difesa dei diritti dell’uomo, nonostante fosse stata impedita qualsiasi visita in carcere per costatare le nostre condizioni di salute. Le posizioni di questa associazione sono state nobili e chiare: hanno contestato la versione menzognera del ministro e hanno rivelato la nostra determinazione nel continuare lo sciopero.
È stato importante scattare fotografie all’interno del carcere nero di El Aayún per sbugiardare le autorità marocchine e informare persone e comunità di altri paesi. Abbiamo preso l’abitudine di scattare fotografie, in segreto, durante le ore notturne e quando è possibile eludere la sorveglianza. È un impegno delicato ed efficace: comunichiamo con le parole e con le immagini dal cuore stesso delle prigioni e dei tribunali; non vi sono fotografi professionisti che lavorano con noi e abbiamo imparato da soli come fare. Ognuno agisce come può e con mezzi propri, ogni famiglia ormai ha un telefono cellulare o una macchina fotografica. Il Marocco vorrebbe imporre il nostro totale isolamento impedendo l’accesso alla stampa internazionale nelle città e nei villaggi sahrawi.
Se nessun giornalista o fotografo professionale può documentare quello che accade nel Sahara Occidentale tocca a noi dire cosa è l’occupazione. E lo facciamo direttamente nei luoghi della repressione, nelle caserme e nelle strade. A fotografare sono i militanti più impegnati ma anche chi non aveva mai usato un cellulare o posseduto una videocamera, i giovani e gli anziani, le donne. A volte fronteggiamo soldati e poliziotti che usano le videocamere per riconoscere i militanti e poi punirli, ma anche noi fotografiamo loro, le targhe delle loro auto senza contrassegni e le angherie che subiamo. Le autorità marocchine hanno dovuto sgomberare il carcere di El Aayún dopo che sono state rese pubbliche le fotografie dei detenuti ammassati l’uno sull’altro nei cameroni della prigione. Hanno cercato di avvalorare l’ipotesi che fossero dei falsi, hanno anche punito alcune persone ritenute responsabili degli scatti, ma ha vinto la forza di denuncia delle immagini. Una fotografia può rendere ridicole le truppe di occupazione, raccontare quanto sono puerili le loro informazioni studiate a tavolino. La fotografia è diventata parte della nostra lotta e la usiamo per avere rapporti con il mondo, conoscere noi stessi, favorire la memoria».
[…] «Come sapete, molte fotografie mostrano i corpi dei sahrawi feriti selvaggiamente. Si vedono uomini, giovani e non, con tumefazioni, arti fratturati, camicie e pantaloni insanguinati. I loro corpi sono parzialmente denudati per scoprire le parti colpite, ma anche moltissime donne sono fotografate con gli abiti sollevati. Potete immaginare cosa significhi per noi donne sahrawi mostrarci senza abiti, abbiamo dovuto superare la vergogna e le tradizioni familiari per denunciare le violenze nate dall’occupazione. Affrontiamo le offese con dignità e pazienza e questo è parte della nostra forza anche se i traumi non possono essere dimenticati. Quando qualcuno viene picchiato i familiari o gli amici, spesso anche prima che sia portato in ospedale o curato, provvedono a fotografare le sue ferite. Durante le manifestazioni in piazza c’è sempre una casa sahrawi pronta ad ospitarti, a permetterti di scattare una fotografia o a nasconderti se la polizia ti cerca. Fotogra-fiamo anche le abitazioni distrutte durante le perquisizioni o solo perché agenti della sicurezza si vendicano per le nostre proteste aggredendoci in casa. Ricordiamo e mostriamo come vengono trattate le nostre appartenenze, ciò che resta di una cucina devastata, dei vetri delle finestre spaccate, delle serrature divelte, delle sedie e dei letti sfasciati. Quello che fanno ai nostri corpi lo fanno ai nostri oggetti.
Ci sentiamo in pericolo, la nostra vita non ha valore per il Marocco. È una intera popolazione a vivere nell’incertezza e nella minaccia, ci vediamo negare il diritto ad una esistenza libera e dignitosa. La nostra lingua non è tollerata, le nostre idee e il nostro desiderio di libertà sono considerati un reato. Un passaporto ho potuto averlo dopo 16 anni di richieste grazie alla protesta di organizzazioni come Amnesty International, a quella di associazioni di giuristi democratici e di parlamentari di vari paesi. Il Marocco ha pensato che non poteva continuare a negarmi un documento di viaggio di fronte a tante pressioni internazionali, e quando mi è stato dedicato il «Premio Juan Maria Bandres» in Spagna, nel maggio scorso, ho potuto finalmente partire per l’Europa. Ci sarebbe bisogno della presenza continua nel Sahara Occidentale di osservatori internazionali, ma chiaramente l’immagine del Marocco ne uscirebbe malconcia. Quel paese non può permettersi visitatori scomodi e occhi critici. Tutto deve avvenire nell’ombra e nel silenzio.
Anche la nostra battaglia, dichiaratamente pacifica e di massa deve essere occultata o dipinta dalla monarchia di Mohammed VI, degno prosecutore della politica ferocemente coloniale di Hassan II, come violenta o addirittura terrorista. La nostra scelta pacifica è di principio: vogliamo che si effettui il referendum di autodeterminazione, firmato sia dal Marocco che dal Fronte Polisario, e che ad esprimersi siano direttamente i sahrawi. C’è il rischio concreto che i giovani scelgano di riprendere la guerra contro gli invasori, ma noi dobbiamo con ostinazione tenere aperto uno spiraglio diplomatico e di confronto.
In realtà l’Europa dovrebbe far sentire al Marocco la sua chiara aspirazione a voler difendere i principi del diritto internazionale e della giustizia vera. Noi difendiamo concretamente gli ideali in cui l’Occidente dice di credere, vorremmo che dalle parole scritte sulla carta o pronunciate con solennità si passasse alla loro applicazione. Chi ci ascolterà? Chi vorrà vedere come viviamo e come combattiamo? Viviamo sotto censura e senza diritti, ma riusciamo ad aggirare le maglie del controllo. Anche se le autorità marocchine bloccano i siti internet che si interessano della nostra causa, per impedirci di comunicare, riusciamo a trovare modi insoliti per superare la censura ed utilizzare ugualmente le tecnologie che ci permettono di inviare fotografie e documenti. Non si può zittire tutto un popolo o pensare che vi siano frontiere inviolabili. Conosciamo da poco la fotografia digitale e internet, non abbiamo risorse economiche e siamo controllati in ogni movimento, ma il bisogno di raccontare ci obbliga a trovare nuove soluzioni, ad essere veloci e imprevedibili. Continueremo a parlare, continueremo a mostrarci. A vedere e far vedere l’occupazione che ci ruba la vita».
http://www.carta.org/campagne/dal+mondo/18946
Se Barack Obama sopravviverà alle sue (ponderate) decisioni sull'Afghanistan (e alla probabile tassa per finanziarle), allora veramente sarà un fenomeno da studiare. Fuori di ironia: la decisione di inviare 30mila soldati in più è frutto di una notevole (e già proverbiale) capacità di analisi. Ma è anche temeraria politicamente. Vedremo se riuscirà a sostenerla senza indietreggiare.
Washington Post, New York Times, Los Angeles Times
http://giornalismoparma.typepad.com/
Un giornalista aveva telefonato al padre per avvisarlo della fuga del ragazzo
Il governo colombiano smentisce le voci che riportano la fuga di Pablo Emilio Moncayo dalle Forze armate rivoluzionarie della Colombia (Farc), che lo tengono prigioniero dal 1997. "Le informazioni che abbiamo dicono che non è vero. Ci sono voci, ma sono false". Così si è pronunciato sull'accaduto Frank Pearl, Alto Commissario per la Pace.
Il professor Gustavo Moncayo, padre di Pablo Emilio, ha ricevuto una telefonata in cui gli è stata riferita la fuga del figlio. Perciò ha chiesto al governo del presidente Álvaro Uribe di fare il possibile per salvare la vita di Pablo Emilio. La risposta è arrivata dal comandante delle forze armate, il generale Freddy Padilla, che ha promesso un'operazione di recupero nel caso arrivino notizie certe.
Diversa la versione dell'autore della telefonata, il giornalista Noberto Castaño, che, nonostante la smentita del governo, ha detto che a riferirgli della possibile fuga di Pablo Emilio Moncayo sarebbe stata una fonte interna al ministero della Difesa e, quindi, del governo stesso.http://it.peacereporter.net/articolo/19113/Colombia%2C+il+governo+smentisce+la+fuga+di+Moncayo%2C+sequestrato+dalle+Farc+12+anni+fa
Obama vuole finire il lavoro in Afghanistan, pare inviando circa 30 mila nuovi soldati. Il pubblico americano sembra più favorevole rispetto a prima al rafforzamento del contingente, ma c'è un però grosso come una casa. L'elettorato democratico è nettamente contrario, e tra gli indipendenti il 45% non vuole mandare nuove truppe a Kabul. La base di Obama si oppone alla più importante decisione di politica estera dell'Amministrazione, e con una disoccupazione in doppia cifra è folle buttare ulteriori miliardi di dollari nel conflitto afgano. http://andreamollica.blogspot.com/
novembre 25 2009
Guidi: "Sarà meglio che i ragazzi tengano pronta la valigia per l’estero" L’INTERVISTA
ALESSANDRA CARINI
«Se fossi ministro dell’università imporrei che lauree come ingegneria e economia fossero concesse solo a chi ha passato sei mesi a lavorare all’estero. I giovani devono capire che solo sapendo vivere fuori troveranno un posto e che l’Italia sarà la casa dove tornare ogni tanto». Guidalberto Guidi, amministratore delegato della Ducati energia, ha da tempo un occhio attento alle vicende dell’industria è stato vicepresidente di Confindustria e oggi ha un osservatorio privilegiato dato che guida l’Anie, l’associazione delle imprese elettromeccaniche. Qualche tempo fa è entrato nel Comitato Scientifico della Fondazione Politecnico di Milano. Sul futuro del lavoro in Italia non ha molti dubbi: «Qui è destinato a sparire il 50% del settore manifatturiero e se non ci si prepara a considerare la Cina, l’India, il Brasile, come luoghi di lavoro e l’inglese come la propria lingua non si avrà un grande futuro».
Colpa della crisi?
«Non solo. La crisi accelera un tendenza già in atto da qualche anno e ci costringe a fare i conti prima con la realtà».
La ripresa non cambia le cose ridando qualche ottimismo?
«Non si tratta di pessimismo od ottimismo. Basta guardare i dati e le realtà locali. Ieri ero vicino Bologna in un paese con 12.000 abitanti: c’erano 1200 cassaintegrati. Le cronache sono piene di fabbriche che stanno chiudendo. Parlo dell’Italia da Roma in su. Figuriamoci per quella del Sud».
Ma i suoi dati che cosa dicono?
«Che in meno di un anno l’industria meccanica ha avuto cali del 30% del fatturato per i più fortunati, e fino al 70 gli altri. E stiamo parlando di aziende che sono la punta del sistema industriale quanto a spese di ricerca. Dopo c’è stato qualche segno di ripresa, o meglio la fine della caduta. Ma se va bene ci stabilizzeremo intorno ad una perdita del 30%».
La situazione è destinata a peggiorare?
«Sì, perché cali di questo genere non possono essere sopportati da molte aziende, soprattutto se poco patrimonializzate. C’è un universo di piccole e medie imprese, che non hanno la possibilità di sopravvivere con questa domanda e purtroppo sono destinate a morire».
I piccoli accusano le banche…
«Non credo che siano la causa. Ce la pigliamo con il credito: ma c’è una miriade di imprese che non ha portafoglio, non ha ordini da portare in banca: e la crisi si avvita passando da loro ai fornitori che non vengono pagati».
Metà dell’industria manifatturiera destinata a sparire. Non le pare pessimismo?
«Vorrei sbagliarmi ma secondo me è così. Abbiamo costi di produzione fuori mercato. E non è solo questione di offerta: nel complesso dell’industria produciamo troppo rispetto a quello che il mondo può assorbire, e con un dollaro che oscilla intorno 1,50 sull’euro scompare un’intera area come possibile mercato».
Ma c’è la crescita di mercati come Sudamerica, India e Cina…
«Ah sì, quella c’è. Ma ormai hanno imparato la lezione dell’industrializzazione e producono quel che serve in casa. Guardi il mondo delle moto: sono state un settore di punta in Italia, i giapponesi a suo tempo hanno comprato nostri componenti e hanno imparato da noi a fare moto. Eppure il settore della componentistica italiana sta evaporando, per usare un eufemismo. Pur in presenza di un mercato cinese che vale 27 milioni di pezzi, cioè dieci volte quanto quello russo e americano».
Ma non c’è un primato, almeno per la meccanica? Qualcuno riprenderà ad investire quando la crisi si attenuerà?
«Certo ci saranno alcune aziende che manterranno le loro nicchie e i loro primati tecnologici. Ma tutto questo vale per pochi. Per la massa dei produttori no. Anche in questi settori i paesi che si sono industrializzati hanno imparato: noi della Ducati per lo stabilimento indiano abbiamo comprato macchine prodotte laggiù con un costo pari al 10% di quello che avremmo pagato qui. E poi anche gli altri paesi sono andati avanti: abbiamo trasferito alcune attività dalla Croazia e l’operazione è stata fatta dagli operai croati che per giunta sanno l’inglese quando io a volte faccio fatica con i miei ingegneri».
Costi troppo alti, aziende che portano altrove le produzioni: questo processo va avanti almeno da dieci anni e molte industrie sono sopravvissute e anche cresciute. Non sarà così anche questa volta?
«Non credo, e non lo dico adesso sulla scorta dei dati della crisi economica. E da almeno tre anni che sostengo che c’è una mutazione genetica e un cambiamento strutturale per il nostro sistema manifatturiero. Non conta più dove si produce: per la meccanica la certificazione di qualità si fa anche in India. Certo, tutti noi in questi anni abbiamo potuto trarre profitto e anche qualche illusione dalla una crescita importante dall’ industrializzazione di paesi come Cina e Brasile…Ma hanno imparato in fretta e le cose se le fanno da loro».
Alcuni dicono che la delocalizzazione si è fermata. E’ così?
«Alcuni lo dicono. Ma non ho visto in questi anni industrie che siano tornate indietro e penso che sia ora di affrontare con realismo e, se necessario, anche con cinismo questi problemi».
Come quando di fronte ad un pubblico di professori e studenti ha detto chiaro e tondo che se si vuole trovare lavoro è meglio far la valigia e andare all’estero?
«Sì, e lo penso. Volevo rispondere a chi sostiene che questo non è un Paese per giovani. Oggi non è questo il problema. Purtroppo nel sistema italiano, e per molti motivi, scende la possibilità di occupare giovani. E questi devono mettere in conto un cambio di mentalità se vogliono trovare un’occupazione».
Il manifatturiero non è tutto, e in fondo è un po’ scontato che il peso dell’industria scenda: ci sono il terziario, l’edilizia…
«Certo: c’è il turismo e così via. Ma non vedo l’Italia sulla via per diventare un centro di servizi finanziari, tipo Londra. Né un futuro nel settore immobiliare. Il terziario italiano è sempre stato un complemento del sistema industriale e la riduzione si ripercuoterà anche su questo: a meno di non immaginare un valanga di avvocati e commercialisti occuparsi di liti di condominio».
Quindi valigia in mano?
«Sì, è soprattutto nella testa. Il futuro è in quei Paesi che stanno crescendo, in Cina, in India, in Brasile e in quelle industrie italiane che, multilocalizzate, sapranno rispondere alla sfida del mercato alzando l’asticella tecnologica dei prodotti. Quindi chi vuole trovare lavoro deve cambiare mentalità, capire che l’Italia sarà un posto magari dove tornare ogni sei mesi, essere abituato a parlare l’inglese, e possibilmente anche un’altra lingua, come la propria, e pensare da ora in avanti che lauree come quelle in scienza della comunicazione sono anni impiegati in un arricchimento personale più che nella formazione».
http://www.repubblica.it/supplementi/af/2009/11/23/primopiano/002guidoni.html
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