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luglio 6 2009
Trapani sfila per un poliziotto, ma la politica non c'è
Di fronte a certi fatti, relegati, e con moderazione, alle cronache locali, la domanda: ma da che parte sta la politica, al di là delle parole? È obbligatoria. A Trapani, donne, uomini, ragazzi, ragazze, cittadini, la Cgil, sindacalisti della Cisl e della Uil, i sindacati di polizia, il Presidente di Confindustria, Davide Durante, l'Api, per la prima volta, nella storia della città, densa di omertà, hanno sfilato, per esprimere solidarietà ad un servitore dello Stato, vivo, il Capo della Squadra Mobile Giuseppe Linares, il solo dirigente di Polizia, in Italia e non solo, a vivere scortato, oggetto di gravi minacce mafiose.
L'ultima manifestazione contro la mafia a Trapani risale all'indomani dell'omicidio dell'agente penitenziario, Giusepe Montalto, era il 1995. "Io sto con Linares", ma anche "Io non ho paura della mafia" e la combatto a viso aperto. Un'affermazione densa di coraggio in una terra dove il coraggio è quasi sempre in ferie, mentre quotidianamente, forse, più che altrove, Cosa Nostra, guidata dal suo capo Matteo Messina Denaro, fa affari tessendo la tela con la politica. Un segno importante, dunque, perché "rivoluzionario". I cittadini stanno imparando a ribellarsi. Mentre la politica continua, muta, a guardarli. Al corteo non ha partecipato il sindaco di Trapani, Fazio del Pdl che, si era limitato ad inviare al dottor Linares una lettera di solidarietà privata, e neppure il Presidente della provincia Turano dell'Udc, neppure il senatore trapanese della commissione ambiente, Antonio D'Alì, ex sottosegretario all'Interno del Pdl. Il solo Gonfalone era quello del comune di Erice, sorretto dal sindaco, che camminava accanto ai sindaci di Campobello di Mazara, di Tranchida, di Caravà e del presidente del Consiglio provinciale, Poma.
Amministrazioni di centro-sinistra. Un fatto grave, ma non sorprendente. Le parole del sindaco di Trapani: "La mafia esiste perché esiste l´antimafia", ancora risuonano nella memoria. Come l'ordine di trasferimento dell'ex Prefetto di Trapani, Sodano, colpevole di far rispettare la legge, senza quella necessaria moderazione per non risultare scomodo, impartito dal capomafia di Trapani, Francesco Pace in un salotto della città, come svelato da intercettazione. Nel 2003, infatti, Sodano fu trasferito ad Agrigento, la richiesta di cittadinanza onoraria votata all'unanimità dal Consiglio Comunale è da sei anni in attesa di essere conferita, mentre la Procura di Palermo indaga sul suo trasferimento. Insomma, i cittadini di Trapani hanno sfondato la porta dell'omertà e hanno iniziato il cammino della civiltà.Mentre la politica, con il suo silenzio complice, stà, ancora, al di là di quella porta, senza restare con le mani in mano, vedasi il ddl sulle intercettazioni, che distruggerà un prezioso strumento per cancellare la mafia e i suoi rapporti con la politica.http://antefatto.ilcannocchiale.it/
Quell'incubo che tormenta il premier
Giuseppe D' Avanzo
la Repubblica
Alla vigilia del G8, con i Grandi della Terra attesi a Roma nelle prossime ore, Silvio Berlusconi riscrive nell´agenda dell´attenzione pubblica – non solo nazionale – i suoi incubi, la sua paura, l´ossessione per comportamenti che, da mesi, non può spiegare e giustificare se non mentendo.
Il capo del governo mostra alla luce del sole, e ora anche impietosamente all´opinione pubblica internazionale, la sua vulnerabilità e l´abisso su cui pencola il suo destino politico. Lo fa nel modo più ufficiale che si conosca. Con un comunicato di Palazzo Chigi. Poche righe che impartiscono ai media internazionali la stessa minacciosa lezione assegnata all´informazione nazionale. Lo si ricorderà: ai giornali italiani andava "chiusa la bocca". Costi quel che costi, anche la rovina economica preparata dall´invito agli imprenditori di non fornire più pubblicità, e quindi i necessari profitti, alle testate e ai gruppi editoriali che non rispettano la consegna del silenzio sugli scandali che vedono il premier mattatore unico e ambiguissimo.
Ora tocca a tutti gli altri media, quale che sia la loro nazionalità. Si preparano a pubblicare foto raccolte a Villa Certosa, avverte con indignazione Palazzo Chigi. Si preparano a nuovi racconti, altre cronache come se non dovesse essere questo il loro impegno verso il lettore. Con una tecnica che può essere convincente soltanto per un servizio pubblico televisivo sottomesso e servile come il nostro o per media di proprietà del capo del governo, la nota della presidenza del Consiglio parla di "menzogna", "fotomontaggi digitali", "manipolazioni", "morbosa campagna di stampa". Consapevole delle tecniche di adulterazione abituali per i media che possiede o indirettamente controlla (il Tg1, su tutti), Berlusconi muove un attacco preventivo e intimidatorio nella presunzione che l´informazione internazionale ne rimanga intimidita e muta.
La mossa è politicamente catastrofica, per il capo del governo e per la reputazione del Paese che governa. Azzera con un solo gesto il tentativo di Giorgio Napolitano di superare il G8 (8/10 luglio) senza danni d´immagine al nostro Paese. Il calcolo di Berlusconi è clamorosamente miope, buono per un Paese che non conosce il conflitto d´interesse come il nostro, inefficace per un Occidente consapevole che una stampa libera è necessaria alla democrazia come un potere controllato da contrappesi. È facile attendersi che il comunicato di Palazzo Chigi più che congelare l´attenzione dei media internazionali, rafforzerà i loro sforzi per offrire alle opinioni pubbliche occidentali una rappresentazione più puntuale e documentata dell´uomo che governa l´Italia.
È questo che Berlusconi teme. È questo il suo angoscioso tormento – e d´altronde soltanto lui può essere consapevole di che cosa deve temere. Il capo del governo sa che non può rispondere a nessuna domanda che voglia verificare le sue narrazioni fantastiche. Si è illuso che i suoi dispositivi di dominio mediatico e politico del discorso pubblico fossero sufficienti per dissolvere nel nulla ogni legittimo interrogativo o addirittura la trama stessa della realtà. Asini e corifei a parte, chiunque si è reso conto in questi mesi del paradigma berlusconiano, nel "caso veline" (le ragazze del presidente, "gingilli da esibire", conquistano senza alcun merito responsabilità pubbliche); nel "caso Noemi" (minorenni a Villa Certosa); nel "caso D´Addario" (prostitute a Palazzo Grazioli).
La tecnica è nota. Berlusconi nega con forza l´episodio che gli si contesta. Accusa chi non tace, o trucca i ricordi, di essere al soldo del suo "nemico" politico (anche Rupert Murdoch finisce nell´immaginoso calderone). Scatena l´intero sistema mediatico che controlla contro i malaccorti che hanno aperto la bocca. Inventa dal nulla testimoni e testimonianze che distruggono quei poveretti, con una accorta operazione di character assassination amplificata dai media della Casa o gregari per tendenza o passione. Nel silenzio, chi ha avuto la decenza di raccontare quel che ha visto o ascoltato nelle residenze del governo, riceve nel suo appartamento la visita di stravaganti ladri o, una notte, un "pirata" prova a gettarlo fuori strada (accade alla D´Addario).
Questa scena, questi metodi possono funzionare in un Paese sempre più lobotomizzato nella sua scadente qualità democratica non nei sette Paesi i cui leader saranno presto ospiti in Italia. Berlusconi, consapevole forse che quanto finora emerso è soltanto una piccola parte delle sue condotte e abitudini, se ne renderà presto amaramente conto. Non era senza fondamento il vaticinio che il capo del governo avrebbe trascinato nel suo declino l´intero Paese. Il comunicato di Palazzo Chigi, che apre di fatto il G8, ne è la conferma. La prima.
Gli occhi chiusi davanti alla realtà
Tito Boeri
la Repubblica
C´è una forte vocazione minoritaria in molte reazioni suscitate dagli ultimi provvedimenti del Governo Berlusconi contro l´immigrazione clandestina.
Bisognerebbe mostrarne i limiti evidenti - quelli che hanno spinto ieri Giovanardi a chiederne la sospensione a soli tre giorni dalla loro approvazione, per evitare di mettere fuori legge 500mila badanti - e proporre alternative. Invece si reagisce con un misto di contrapposizione ideologica e rifiuto aprioristico di capire preoccupazioni diffuse dell´opinione pubblica. Da queste bisogna sempre partire in democrazia. Un dato fra tutti: quattro italiani su cinque vorrebbero che gli immigrati «tornassero a casa loro» quando perdono il lavoro. Quasi il doppio di cinque anni fa. Segno della recessione. C´è, dunque, poca ideologia e molta paura in questo atteggiamento. Si teme che gli immigrati portino via le poche risorse disponibili per aiutare coloro che perdono l´impiego nella crisi. Di fronte a questi timori, serve poco affermare e documentare che gli immigrati sono una risorsa fondamentale per il nostro Paese. Tra coloro che vogliono che gli immigrati senza lavoro «tornino a casa loro» molti hanno probabilmente avuto in famiglia una badante immigrata. Ma quando gli immigrati il lavoro lo perdono, rimane poca traccia dell´immigrazione-risorsa. Si trasforma subito in fonte di tasse più alte o minori trasferimenti, a seconda del punto di vista.
Se questa interpretazione delle paure degli italiani è legittima, pone una sfida fondamentale soprattutto alle forze politiche che si battono per ampliare le tutele a chi perde il lavoro. Spiega perché un governo che si ostina a non voler riformare gli ammortizzatori sociali non viene punito dagli elettori durante una recessione così pesante. Il fatto è che gli ammortizzatori sociali più generosi finirebbero anche agli immigrati che perdono il lavoro rendendo il sistema alla lunga insostenibile. Chi ritiene che il nostro paese debba fare di più a sostegno dei poveri e dei disoccupati deve perciò riuscire a separare il problema dell´immigrazione da quello delle politiche distributive. Altrimenti si troverà sempre più solo, paradossalmente tradito proprio da coloro cui il proprio messaggio di protezione sociale è rivolto.
Il pacchetto sicurezza, sulla carta, opera questa separazione. Lo fa negando agli immigrati che perdono il lavoro ogni aiuto. Di più, cancella gli immigrati disoccupati dal nostro paese: non saranno più iscritti all´anagrafe, non potranno più avere una casa (chi gliela concede in affitto rischia il carcere), verranno sanzionati e verrà loro intimato di lasciare il nostro paese. Si tratta di norme inapplicabili che si innestano su di una normativa sistematicamente disattesa come la Bossi-Fini. Il legame indissolubile che doveva instaurare fra lavoro e permesso di soggiorno è sin qui servito solo a rendere la vita impossibile agli immigrati tutti, compresi i ricercatori stranieri e gli studenti che vengono da noi per fare un dottorato, e ai loro datori di lavoro. Le nuove norme finiranno ora per scoraggiare del tutto l´immigrazione qualificata. Se spingeranno qualcuno a lasciare il nostro paese saranno soprattutto gli immigrati più istruiti (che in altri paesi sono trattati molto meglio) e quelli che si sono già integrati e che non sopportano asimmetrie di trattamento così stridenti. Al loro posto, arriveranno immigrati meno qualificati e di più problematica integrazione.
Quella del pacchetto sicurezza è, dunque, una risposta sbagliata, iniqua ed inefficace. Ma è pur sempre una risposta agli occhi dei cittadini. Domani, anche di fronte ai fallimenti di queste norme, sarà facile incolpare del loro insuccesso la giurisprudenza e chi oggi si è opposto alle nuove regole senza formulare proposte alternative. Per questo è oggi fondamentale proporre un modo diverso di separare immigrazione e politiche distributive. La premessa di questa strategia alternativa non può che essere nel definire quale tipo di immigrazione vogliamo incoraggiare, il nodo che sia la Bossi-Fini che il pacchetto sicurezza si rifiutano di affrontare. Il modo più trasparente per attuare una politica selettiva dell´immigrazione consiste nell´introdurre un sistema a punti, coerentemente con quanto sta avvenendo altrove in Europa. Significa dare più chance di ottenere un permesso di soggiorno a chi è più istruito e a chi svolge quei lavori che gli italiani non vogliono più fare, come i coadiuvanti famigliari. Significa anche introdurre visti per tutta la durata del corso di studi per chi viene da noi per compiere studi universitari o post-laurea. E´ importante farlo ora perché durante le recessioni cambia la composizione dell´immigrazione. Molti (circa uno per ogni dieci disoccupati in più nel paese che li accoglie) tornano a casa, senza bisogno di alcun intervento coercitivo. Altri arrivano. Se non diamo segnali chiari, rischiamo di attrarre proprio le persone più difficili da integrare nel nostro tessuto sociale e produttivo.
I nuovi ammortizzatori sociali uguali per tutti di cui il paese ha bisogno devono essere basati sul principio secondo cui solo chi paga i contributi è assicurato contro la disoccupazione. L´opposto degli interventi in deroga ampliati a dismisura dal Governo, che sono fonte, questi sì, di drenaggio fiscale. Un sussidio unico richiederà più controlli sui posti di lavoro, per assicurarsi che tutti paghino i contributi. Questi controlli rappresentano anche il modo più efficace di contrastare l´immigrazione clandestina. Basta far rispettare le leggi che già esistono, senza dover introdurre nuovi reati.
L'Authority della paura
Diamanti, Ilvo
La paura come strumento politico: fomentata o aborrita a seconda delle convenienze del governo. Da la Repubblica,
Ce l'ha con i fabbricanti e con i mercanti della paura, il premier. Quelli che fanno previsioni buie, per il futuro. Analisti, specialisti, banchieri, giornalisti. I fabbricanti della paura fanno profezie che si autoavverano.
Alimentano la recessione perché generano comportamenti recessivi. Inducono i consumatori a non consumare, gli imprenditori a non intraprendere e a non rischiare. Per questo Berlusconi ripete, come un mantra, che "l'unica cosa di cui dobbiamo avere paura è la nostra paura". Echeggia una frase famosa, pronunciata da Roosevelt in un momento emblematico. La grande crisi del 1929. Per questo, insiste il premier, chi fa del catastrofismo, oggi, prepara la catastrofe. I partiti di opposizione, gli economisti e le autorità del sistema bancario, gli organismi internazionali. Mentre prevedono la crisi in effetti la creano. Per questo gli imprenditori devono scoraggiare i mercanti della paura. E soprattutto i giornali, quei giornali, quel giornale, quella Repubblica della paura. Va punita. Le va negata la pubblicità. Perché non è lecito fare e dare pubblicità alla paura.
Come uno psicoterapeuta di massa, il premier è impegnato in una sistematica e martellante campagna contro l'angoscia. Un progetto difficile. Perché è da tempo che questo paese convive con l'angoscia. Un paio di occhiali che tutti indossano. Berlusconi, d'altronde, non è il solo ad aver polemizzato contro la "cultura della crisi". Senza incitare gli imprenditori a negare la pubblicità ai giornali, anche il predecessore, Romano Prodi, sosteneva che la sfiducia era alimentata dai media. In modo largamente ingiustificato. D'altronde, due o tre anni fa l'andamento dell'economia globale e nazionale era sicuramente migliore di adesso. Tuttavia, non ricordiamo che Berlusconi, a quel tempo capo dell'opposizione, abbia pronunciato le stesse dure parole. Contro la paura e chi la alimenta. Ci pare invece che anch'egli lamentasse la crisi incombente. Allora, evidentemente, la sfiducia dei cittadini - rivolta contro un governo di sinistra - gli appariva fondata.
Berlusconi. Non si ribellò quando, nell'inverno 2007, la stampa internazionale - New York Times e Newsweek in testa - dedicava inchieste spietate all'Italia, la "Penisola della paura" (titolo di una nostra mappa). A quell'epoca, evidentemente, la stampa internazionale non congiurava contro di noi. Il nostro Psicoterapeuta, allora, non si preoccupava troppo di questo popolo angosciato. Ma, anzi, ne traeva beneficio. Perché la paura, la sfiducia, l'angoscia, quando si attaccano alle radici della società, minano anzitutto l'albero dove sta appollaiato chi governa.
Per questo, il messaggio sulla Paura pronunciato da Berlusconi oggi suona, per così dire, un po' artificiale. Visto che la maggioranza di governo ha costruito il proprio consenso e il proprio successo degli ultimi anni sulla paura. Paura del "declino" economico - un altro mantra recitato a fasi alterne, da chi sta all'opposizione. D'altronde, di fronte mille proteste delle mille categorie e corporazioni, indisponibili a rinunciare ai mille privilegi di cui erano e sono titolari, Berlusconi, nell'autunno del 2006, non si tirò indietro. Non esortò alla fiducia. Ad aver paura della paura. Ma organizzò una serie di manifestazioni contro le politiche del governo. Per fare (legittimamente) opposizione: alimentò sfiducia e paura. La paura, d'altronde, è la risorsa infinita - la principale - a cui ha attinto il centrodestra quand'era all'opposizione. Ma anche oggi che è al governo. La Lega, soprattutto.
Oggi l'Italia è paese fra i più angosciati d'Europa. Non c'è un altro luogo dove lo squilibrio fra paura e criminalità, fra paura e immigrazione (visto che l'equazione immigrazione=criminalità è data per scontata) sia tanto forte. Spostato verso la paura. Basta consultare le statistiche di Eurostat e di Eurobarometro. E se gli indici dei reati, in Italia, hanno subito un significativo declino - negli ultimi anni - non importa. La paura ha continuato a crescere. Complici i media. Come ha rilevato l'Osservatorio di Pavia nel II Rapporto sul sentimento di sicurezza in Italia, curato da Demos per Unipolis (novembre 2008).
La concentrazione di notizie ansiogene sui tg di prima serata è cresciuta costantemente dal 2005 alla primavera del 2008. Trascinata soprattutto dal Tg5 e da Studio Aperto, con il Tg1 a ruota. Le tivù e i media di proprietà del premier: non si sono risparmiati nella "costruzione della paura". Salvo rallentare la spinta l'anno seguente. Finita la campagna elettorale.
Tuttavia, la "Paura degli altri" sposta consensi a destra. Sempre. La sfiducia economica e nel lavoro, invece, solo quando governa la sinistra. Per questo oggi il premier si è trasformato nell'Authority della Paura. Che stabilisce quando sia legittimo oppure no: avere Paura. Sentimento incoraggiato quando ne sono bersaglio gli immigrati. Che è lecito contrastare e respingere con durezza. Mobilitando l'esercito e le ronde. Mentre nel caso dell'economia e del lavoro: la paura fa paura. I fatti e le opinioni. Ormai è difficile fare distinzioni troppo nette, visto l'impatto dei media sulle nostre emozioni. Per cui oggi si piegano i fatti alle opinioni e si assecondano le paure, quando riguardano gli "altri": immigrati, zingari e barboni. Ma quando i problemi coinvolgono l'economia e il lavoro, le ragioni dei fatti passano dalla parte del torto. Meglio silenziarle in via precauzionale e preventiva. Per non accreditare l'idea della crisi, meglio non parlarne.
Negli ultimi 7 mesi la quota di famiglie in cui qualcuno ha perduto il lavoro è salita dal 13 al 19% (indagine dell'Osservatorio di Demos-Coop, di prossima pubblicazione). E dal 12,5 al 21% quella della famiglie in cui c'è un cassintegrato. Persone che si sentono precarie. E si dicono - comprensibilmente - pessimiste e sfiduciate. Sbagliano. La disoccupazione e la cassa integrazione. Non fatti, ma opinioni. Costruite ad arte. Dagli economisti, dai giornalisti e dai sondaggi. Per citare un filosofo degli anni settanta: "Tu chiamale - se vuoi - percezioni".
Sembra che una bella fetta della critica politica in Italia si sia congelata su questa posizione: “il centrosinistra non ha una sua politica, non sa interpretare il paese, non sa costruire proposte in grado di andare incontro ai problemi del paese; il centrosinistra sa fare solo l’antiberlusconismo o il giustizialismo alla Di Pietro.”
Ogni volta che si leva una qualche critica al governo, alla maggioranza o al presidente del consiglio, puntuale si leva questa voce che ripete sempre lo stesso discorso, aggiungendo di quando in quando inviti a pensare al bene del paese, ad affrontare i suoi problemi e a non cadere in un falso moralismo che in realtà nasconde una incapacità di risposta politica.
Ora io in questo schema mi ci ritrovo proprio poco.
Sono il primo a criticare il centrosinistra. Questa scomposta corsa alla segreteria del PD mi deprime. Mi deprime la superficialità con cui la Serracchiani prima era una sorta di messia e adesso è un problema. Trovo ridicolo Franceschini che delegittima mezzo partito per presentare la sua candidatura. Addirittura adesso Rutelli che si mette a fare il padre fondatore: ma chi è? E anche alla sinistra vedo tanti ragionamenti vecchi.
Io credo che questo paese abbia bisogno di una svolta liberale, nel senso vero del termine. Manca concorrenza, dappertutto, a cominciare dalla mio mondo dell’università. Serve una tutela vera di chi è debole, i veri deboli. Nel welfare dobbiamo facilitare lo sviluppo del mercato del lavoro, proteggendo e tutelando i lavoratori e non i posti fissi. Dobbiamo facilitare l’evoluzione delle imprese e non ingessarle. Servono infrastrutture per una paese fermo da decenni. Serve rispondere ai bisogni delle imprese. Serve riportare accountability e controllo della spesa. Serve che al sud ci sia una svolta vera, certo sostenuta dal governo centrale, ma anche da classi dirigenti nuove. Serve la capacità di affrontare i problemi della bioetica in modo moderno e attento alla libertà di ognuno, in uno stato laico, ancorché rispettoso delle fedi religiose. Serve sicurezza per i cittadini e una accoglienza degli immigrati ragionata e razionale, e non semplicemente dei proclami terzomondisti piuttosto semplicistici e qualunquistici. Serve un atteggiamento dei nostri governanti sobrio e serio, che ridia vera credibilità alle istituzioni. Non abbiamo certo bisogno di vedere Apicella e veline varie su aerei di stato in gita turistica. Può anche essere che si tratti di fatti ininfluenti, ma non si fa, punto. Ma non abbiamo neanche bisogno degli spettacoli che davano i Mastella, i Rutelli, i Pecoraro Scanio nel precedente governo.
Potrei andare avanti ovviamente. E potrei dire che tutte queste cose, queste riforme, devono essere fatte con solidarietà, equa ripartizione dei carichi, attenzione ai più deboli. Un riformismo vero e solidale, se potessi sintetizzare.
A tutto questo e tanto ancora non sento dare risposte nel PD. Ancor meno nella sinistra radicale. Figuriamoci. Quelli sono veramente da Jethro Tull: “Living in the past“.
Oppure sento tante voci, ciascuna alla ricerca di una propria visibilità piuttosto che una risposta politica seria e una ricerca di una sintesi convincente.
Per cui, se si tratta di criticare il PD non mi tiro certo indietro.
Ma detto questo … perché mai questo dovrebbe giustificare certi comportamenti che si vedono dall’altro lato? Ma perché diavolo quando di discute di ciò che fa o non fa il governo, la maggioranza e il presidente del consiglio, invece di discutere del merito di questi fatti si continua a dire “ah voi, pensate ai problemi vostri, così non governerete mai”?
Se viene fuori la lettera di Don Farinella, leggo già del “farinellismo”: mica discutono di quello che scrive il prete, no … Ti tirano fuori che è “polemica politica per screditare il governo e mascherare le proprie lacune”.
Se si parla di Palazzo Grazioli, allora siamo tutti dei guardoni. Mica si dice che un presidente del consiglio certe cose non le deve fare, punto.
Se si critica il DL sicurezza, non va bene perché l’opposizione non ha una posizione unitaria e costruttiva. Come se nel fare proposte il primo dovere non fosse di chi governa ma dell’opposizione.
Se Mazzella incontra Berlusconi, invece di dire “non è il caso” si ricorda che Flick scappava da Prodi. E chi se ne frega: sbagliava quello come sbaglia questo. Diciamo che sbaglia, invece di cercare tutte le volte scuse e precedenti a discolpa.
Io vorrei tanto che si desse pane la pane e vino al vino. Tizio fa una cosa sbagliata? È sbagliata, punto. Caio ne fa di peggio? Bene diciamolo. Ma perché tutte le volte invece di discutere del merito si deve continuamente cambiare il bersaglio, spostare l’attenzione, rigirare la frittata?
Credo che questo sia un altro segno della immaturità di questo paese.http://www.alfonsofuggetta.org/
Le strane logiche del ddl sicurezza
Rispetto alle norme del ddl sicurezza che riguardano specificamente gli stranieri residenti in Italia, la chiara strategia del governo è fare terra bruciata attorno agli irregolari, introducendo ostacoli ad attività di primaria importanza. Così era stato fatto con l'idea di richiedere ai medici di
denunciare i pazienti privi di permesso di soggiorno, poi sparita dal testo approvato in via definitiva la settimana scorsa perché tanto non avrebbe funzionato. Così si fa nel ddl richiedendo di fatto a chi effettua trasferimenti monetari di controllare la regolarità del trasferente, e prevedendo addirittura il carcere da 6 mesi a tre anni per chi alloggia o affitta a uno straniero senza permesso di soggiorno.
Di questa strategia colpiscono due cose -- al di là della questione semantica riflessa nell'associazione tra criminalità e immigrazione irregolare senza distinzione alcuna. Primo, l'assurdità. In base allo stesso principio infatti si potrebbe imporre al panettiere di controllare il permesso di soggiorno di chi compra il pane, al barista il permesso di soggiorno di chi ordina un caffé, e al cassiere del supermercato il permesso di soggiorno di chi compra un paio di mutande (pulite, per carita'!). Quale sarebbe la differenza? L'assurdità (oltre alla vigliaccheria, ma questo è un giudizio morale e soggettivo) sta nel voler constrastare la clandestinità aspettando lo straniero ad ogni possibile varco, con l'unico possibile risultato di moltiplicare i margini di clandestinità: almeno fino alla settimana scorsa gli irregolari potevano alloggiare e fare rimesse in maniera legale.
Secondo, colpisce la macroscopica assenza. Cioé si vuole punire chi cura, chi dà alloggio, e chi trasferisce denaro per gli irregolari, ma non chi li assume (naturalmente in maniera irregolare) alle proprie dipendenze. Se pago un affitto e trasferisco denaro è perché ho un reddito e quindi, nella maggioranza dei casi, lavoro per qualcuno. Quindi da un lato si vogliono contrastare con ogni mezzo (anche quelli più assurdi, appunto) gli stranieri irregolari. Dall'altro si riconosce implicitamente che i datori di lavoro (incluse le famiglie) ne hanno bisogno. Se il governo fosse coerente rispetto agli obiettivi dichiarati si concentrerebbe su chi, probabilmente, dall'irregolarità beneficia maggiormente nella forma di manodopera e servizi a basso costo. Questo, ad esempio, è l'approccio dell'amministrazione Obama.
Altro segno rivelatore di questa schizofrenia rispetto allo status lavorativo degli irregolari è il fatto che poi si accorgono che il ddl sicurezza potrebbe avere conseguenze socialmente indesiderabili e iniziano a parlare di sanatorie per questa o quella categoria. Secondo il prode Capezzone il problema non sussiste dato che, a nome del PdL, si è precipitato a precisare che
Come sanno tutti, un reato penale non è mai retroattivo. E quindi anche il reato penale di immigrazione clandestina non potrà certo applicarsi a chi oggi è in Italia e lavora come colf o badante, anche se il suo ingresso fu irregolare. Il Governo non si sogna di mettere in difficoltà colf e badanti.
Non sono un giurista (e invito i giuristi a chiarire il punto) ma per quanto ne capisco l'irretroattività si applica al reato commesso prima dell'entrata in vigore delle nuove norme. Ora, il ddl sicurezza penalizza lo status di irregolarità, non l'ingresso da irregolari: chi era irregolare in Italia prima del ddl lo sarà anche dopo e quindi sarà perseguibile. Ma anche se così non fosse dubito che possa esserci un significativo effetto di deterrenza sui possibili nuovi irregolari: infatti il principale canale di immigrazione illegale nei paesi occidentali è la scandenza di un regolare permesso di soggiorno che non viene rinnovato (avevo visto dati a sostegno di questa affermazione, ma al momento non riesco a ritrovarli: me ne scuso e cercherò di rimediare).
In ultima analisi, l'estensione dell'irregolarità dipende molto dalle regole, naturalmente. Perché non iniziare da queste ultime, rendendo più facile la presenza regolare degli stranieri che vengono in Italia per lavorare, così come delle loro famiglie? Ad iniziare, simbolicamente, dalla sostituzione dello ius sanguinis con lo ius soli -- non trovate assurdo che il pronipote di un perugino emigrato a Buenos Aires nel 1913 e mai più tornato in Italia possa facilmente diventare cittadino italiano e il figlio di uno straniero che nasce in Italia no? Con un tasso di fertilità (il numero medio di figli per donna nell'arco della propria vita) di circa 1,4 l'Italia ha bisogno di immigrati regolari per produrre beni e servizi e per pagare pensioni. Inoltre, i regolari pagano le tasse, gli irregolari no e per di più comportano aggravi di spesa pubblica perché tenerli fuori, inseguirli, tenerli nei "centri di identificazione ed espulsione" e respingerli costa. Da sempre ciò che spinge la gente ad emigrare è più forte di qualunque tentativo di respingerla.
Perché non contrastare l'irregolarità espandendo la regolarità, quindi? Chi crede nei valori liberali liberalizzi, no? Il motivo è semplice, e questo governo lo ha spiegato chiaramente: loro non vogliono l'Italia multietnica. Ho raccontato questa storia a un collega californiano che ha commentato: "that's why Italy is backward." Dovrei offendermi? Fascismo, xenofobia e leggi razziali nostrane maturarono infatti, allora, in un paese culturalmente ed economicamente arretrato. Oggi questo governo non perde occasione per rappresentare al meglio questo medesimo stato di cose. Verosimilmente con i medesimi e deleteri effetti.
P.S.: dimenticavo la chicca finale. In mezzo alle norme di contrasto all'immigrazione clandestina appare la reintroduzione del reato di oltraggio a pubblico ufficiale:
Chiunque, in luogo pubblico o aperto al pubblico e in presenza di piu` persone, offende l’onore ed il prestigio di un pubblico ufficiale mentre compie un atto d’ufficio ed a causa o nell’esercizio delle sue funzioni e` punito con la reclusione fino a tre anni. La pena e` aumentata se l’offesa consiste nell’attribuzione di un fatto determinato. Se la verita` del fatto e` provata o se per esso l’ufficiale a cui il fatto e` attribuito e` condannato dopo l’attribuzione del fatto medesimo, l’autore dell’offesa non e` punibile.
Ma che c'azzecca? Che BS voglia ricorrere alla soluzione finale contro fischiatori e contestatori?
http://www.noisefromamerika.org/index.php/articles/Le_strane_logiche_del_ddl_sicurezza#body
Capita che un assessore del comune di Milano venga allontanato dal suo incarico. Capita che a Salemi, un comune siciliano di undicimila abitanti, qualcuno abbia pensato a lui come futuro sindaco. Capita che questo qualcuno sia il titolare di un curriculum raccapricciante. Capita che il sindaco di Salemi sia oggi Vittorio Sgarbi.
La settimana scorsa, per la rassegna ‘la Milanesiana‘, la sala Buzzati del Corriere ospitava un incontro intitolato ‘I professionisti dell’antimafia’. A trattare il tema di fronte ad una platea di signore e signorine della Milano bene, tra gli altri, Vittorio Sgarbi, fratello della direttrice artistica dell’evento.
In questi anni abbiamo imparato molto sul personaggio. Basterebbe la lettera anonima, letta in televisione senza contraddittorio, che attribuiva a Don Pino Puglisi, vittima di mafia, frasi diffamatorie contro Gian Carlo Caselli. Basterebbero la condanna per diffamazione aggravata o quella per falso e truffa aggravata ai danni dello Stato. Basterebbe conoscerlo, uno così, per avere la decenza di non invitarlo a sproloquiare di antimafia. Purtroppo la sorella Elisabetta (con lui nella foto) deve pensarla diversamente.
Insieme ad Antonio ci sistemiamo in seconda fila. Le hostess distribuiscono notes per prendere appunti. Giovani donne sfogliano copie gratuite del Corriere come fosse la prima volta. La sala è piena, qualcuno rimane in piedi.
Decidiamo che avremmo aspettato il momento delle domande, quando Sgarbi viene avvertito della nostra presenza. Un suo collaboratore ci piantona. Gli amici della questura si dispongono tutti sul nostro lato della sala. Una hostess mi invita a spegnere la telecamera.
Il moderatore cede la parola a Sgarbi, che esordisce raccontando di essere perseguitato da alcuni “seguaci di Grillo o di Travaglio” che lo subissano di invettive non appena nomina Caselli, giustificando così la scelta di approcciare l’argomento da tutt’altra prospettiva.
Ma le bordate non tardano ad arrivare. Siamo testimoni di affermazioni come “io ho più paura dell’antimafia che della mafia”, “la mafia è ormai ridotta a bande disorganizzate”, “I mafiosi non ci sono più perché hanno paura delle intercettazioni”. Dev’essere per questo che vogliono ridimensionarle, le intercettazioni!
Tra balle e parolacce, l’incontro volge al termine. Nonostante le particolari attenzioni che il galoppino di Sgarbi mostra di volerci dedicare, preparo la telecamera e dico ad Antonio di tenersi pronto a filmare ogni cosa.
“Con che faccia parla di mafia avendo uno sponsor come Pino Giammarinaro?”, gli domando portandomi a bordo palco. Sgarbi cambia espressione: “Non è il mio sponsor!”
Prima di continuare, prendiamoci una pausa. Chi è Giuseppe Giammarinaro (foto) detto Pino? Si dice che a volere Sgarbi a Salemi sia stato lui. Si dice che a Salemi non si muova foglia che ‘Giammy’ non voglia. Si dicono molte cose, ma lasciamo perdere e vediamo invece quello che di quest’uomo si sa.
Nella Sicilia dei cugini Salvo, “uomini d’onore della famiglia di Salemi” (Tommaso Buscetta), Pino Giammarinaro è un esponente di spicco della DC andreottiana. Nel corso del processo ad Andreotti, i pm dimostreranno la vicinanza del senatore a vita con i Salvo anche attraverso i suoi rapporti con Giammarinaro.
La magistratura si interesserà a lui già nel 1981, ma i guai seri arrivano negli anni novanta. La Guardia di finanza attribuirà a Giammarinaro la gestione “illecita e personalistica” della Usl di Mazara del Vallo. Patteggerà un anno e dieci mesi per corruzione, concussione, associazione per delinquere e abuso d’ufficio, risarcendo 200 milioni di lire alla USL.
Alle accuse della Guardia di finanza si aggiungono le rivelazioni di numerosi collaboratori di giustizia. Deputato regionale per la DC, sarà accusato di associazione mafiosa dalla D.d.a.. Sceglie la latitanza in terra di Croazia. Verrà poi arrestato e processato, ma la riforma del cosiddetto ‘giusto processo’ lo favorirà clamorosamente. Due pentiti e un imputato non ripeteranno in aula quanto dichiarato durante la fase istruttoria, vanificando così l’impianto dell’accusa. Antonio Ingroia sarà costretto a chiedere l’assoluzione già in primo grado. “Questo processo rappresenta emblematicamente la distanza della verità processuale dalla realtà delle cose”, dirà Ingroia nella sua requisitoria. Ritenuto comunque soggetto pericoloso, il Tribunale di Trapani disporrà quattro anni di sorveglianza speciale e l’obbligo di dimora a Salemi (che tra l’altro non rispetterà).
Nonostante il regime di sorveglianza speciale, Giammarinaro non rinuncia ad una nuova candidatura alle regionali per il Biancofiore. Ma questa volta non ripeterà il successo del 1991.
In un rapporto della squadra Mobile di Trapani, che nel 2008 finisce agli atti della commissione nazionale antimafia sulla sanità trapanese, ritorna il nome dell’ex deputato regionale Giammarinaro, ancora una volta tra i possibili referenti politici del malaffare. Nella medesima relazione si fa il nome del super latitante Matteo Messina Denaro. Insomma, tanta bella gente!
Queste le cose che si sanno sul conto di Pino Giammarinaro. Sgarbi ne è a conoscenza? Ero lì per domandarglielo, nonostante avessi già letto alcune sue dichiarazioni: “I Salvo? Dimenticati. Giammarinaro? Un galantuomo accusato ingiustamente. La nostra presenza a Salemi è stata già più giovevole di vent’anni di antimafia”.
Ma Sgarbi non ha voglia di rispondere. Preferisce urlare: “Ladri, ladri”, “Tu sei mafioso”. Lo Sgarbi di sempre!
Ha inizio la solita bagarre. Sgarbi pretende che ci sia impedito di filmare. Il galoppino piantone allunga le mani e a furia di tirare si impossessa della telecamera. A me e Antonio non rimane che inseguirlo, vessati da Sgarbi, dalla sorella, e dalla Digos che prova a trascinarci fuori. Una giovane accompagnatrice di Sgarbi mi strattona, strozzandomi con la tracolla della mia borsa. “Mollami”, le grido. “Dai, picchiami se hai il coraggio!”, mi risponde lei con gli occhi fuori dalle orbite. Chiedo ad un agente di identificare la squinternata. “Tu non mi dici cosa devo fare”, mi risponde lui mentre mi ’scorta’ verso l’uscita. Cari ragazzi!
La telecamera, priva del grandangolo, è nelle mani del galoppino. Io e Antonio veniamo condotti all’esterno per la consueta identificazione. Passeranno diversi minuti prima di avere notizie. Con tutta calma il sindaco di Salemi prende visione del contenuto della videocassetta. Benissimo!
Ma ecco la sorpresa. Introdotto da Giorgio Grasso, altra vecchia conoscenza dal capello sbarazzino, esce dalla porta proprio lui, Pino Giammarinaro. Ebbene sì, per venire a Milano a dire che la mafia ormai non è più quella di una volta, che la mafia sta nelle pale eoliche grandi come “cazzi di venti metri”, Vittorio Sgarbi preferisce portarsi dietro un pezzo di storia democristiana come Giammarinaro, un tecnico!
Mentre lo guardo ho davanti agli occhi i due anni di latitanza, la sorveglianza speciale, i cugini Salvo in certe foto in bianco e nero. Con aria sprezzante e voce ferma decide di darmi la sua versione della storia. “Io sono stato assolto. E ad assolvermi fu Ingroia, mica una signorina!”. Inutile ricordargli il resto del suo curriculum, non ci sente. Sembra cadere dalle nuvole mentre mi perquisisce con lo sguardo, cercando di capire chi ha di fronte. Il tempo di farmi distrarre da Grasso e Giammarinaro sparisce.
A Salemi qualcuno sostiene che l’Udc locale, corrente Giammarinaro (ce ne sono altre?), negli ultimi mesi abbia preso le distanze dalla giunta di Sgarbi. Complice l’interessamento del sindaco per la pioggia di contributi, “fraudolenti” secondo lo stesso Sgarbi, che da quarant’anni finanzia la ricostruzione del centro storico dopo il terremoto del ‘68 ?
Sgarbi dichiara di voler sanare la situazione. Nel frattempo qualche ammiratore gli recapita la testa mozzata di un maiale. Che lo preferisse quando, meno di un anno fa, dichiarava che la mafia ha perso la capacità di condizionare il potere economico e politico? I maiali non servono. Basterebbe spiegare al sindaco che non si può pretendere di avere la botte piena e la moglie ubriaca!
Che dire? Qui a Milano, dove “la mafia non esiste” (Letizia Moratti), tutto bene: Vittorio ha difeso l’onore di Pino, i galoppini di Vittorio hanno difeso l’onore di Pino, Pino ha difeso l’onore di Pino.
Per me e Antonio passeranno ancora diverse decine di minuti prima di poter recuperare i documenti e i pezzi della telecamera, miracolosamente funzionante.
La cassetta rimane alla Digos, su richiesta di Sgarbi e del suo clan. Il pretesto è la mancata autorizzazione a riprendere l’evento. Ci fanno sapere che Sgarbi non sporgerà denuncia. E vorrei vedere! Noi la sporgeremo? Ci stiamo pensando.
Franz Baraggino
p.s. Il primo che domanda quando metteremo il video su youtube me lo mangio! http://www.pieroricca.org/
Il Ministro degli esteri della giunta golpista Enrique Ortiz ha dichiarato oggi: “Quel negretto di Obama non sa neanche dov’è Tegucigalpa”.http://www.gennarocarotenuto.it/
È tempo per una seconda Rivoluzione Americana nello spirito della perestroika
di Mikhail Gorbaciov
Anni fa, allorché la guerra fredda stava approssimandosi alla fine, dissi ai miei colleghi capi di stato: il mondo è nell’imminenza di grandi eventi, e di fronte a nuove sfide tutti noi dovremo cambiare, voi come noi. Per lo più la reazione fu un silenzio garbato ma scettico.
In anni recenti, ho detto spesso che ho l’impressione che gli americani abbiano bisogno a loro volta di un cambiamento - una perestroika, non come quella del mio paese ma una americana - e la reazione è stata marcatamente differente. In sale gremite da migliaia di persone si è risposto con applausi.
Qualcuno ha reagito con comprensione. Altri hanno obiettato talvolta sarcasticamente, suggerendo che volessi che gli Stati Uniti provassero un sommovimento proprio come l’ex-Unione Sovietica. Nel mio paese sono giunti commenti particolarmente caustici dagli oppositori alla perestroika, persone con memoria corta e deficit di coscienza.
La nostra perestroika segnalava il bisogno di mutamento nell’Unione Sovieitca, ma non la si intendeva come una capitolazione al modello USA. Oggi, è diventata più chiara che mai la necessità di una più profonda perestroika – una per l’America e il mondo.
Il bisogno di cambiamento in Unione Sovietica a metà degli anni ’80 del secolo scorso era urgente. Il paese era soffocato da una mancanza di libertà e la gente – particolarmente la classe istruita – voleva rompere lo strangolamento di un sistema costruito sotto Stalin.
Optammo per libere elezioni, pluralismo politico, libertà di religione e un’economia con concorrenza e proprietà privata. Cercammo di attuare tali cambiamenti in modo evolutivo e senza spargimento di sangue. Facemmo degli errori. Si presero troppo tardi decisioni importanti, e non fummo in grado di completare la nostra perestroika. Tuttavia, la perestroika vinse perché portò il paese a un punto senza possibile ritorno al passato.
In Occidente, il crollo dell’Unione Sovietica fu visto come una vittoria totale che provava che l’Occidente non aveva bisogno di cambiare. I capi dell’Occidente erano convinti di essere al timone del sistema giusto, di un modello economico ben funzionante, quasi perfetto. Studiosi ritennero che la storia fosse finita. Il dogma dei liberi mercati, della deregolazione e dei bilanci in pareggio a ogni costo, fu imposto al resto del mondo.
Ma poi arrivò la crisi economica del 2008 e 2009, e fu chiaro che il nuovo modello Occidentale era un’illusione che avvantaggiava principalmente i più ricchi. Le statistiche mostrano che i poveri e il ceto medio hanno avuto ben poco o punto beneficio dalla crescita economica degli ultimi decenni.
La crisi globale dimostra che i leader delle maggiori potenze avevano trascurato i segnali che chiedevano una perestroika. Il risultato è una crisi non solo finanziaria ed economica, ma anche politica.
Il modello emerso durante gli ultimi anni del XX secolo è risultato essere insostenibile. Era basato su una spinta verso super-profitti e iper-consumo per alcuni, sullo sfruttamento sfrenato delle risorse e sulla irresponsabilità sociale e ambientale.
Ma se tutte le soluzioni proposte e quanto si è fatto finora si riducono a un puro riconfezionamento del vecchio sistema, ci toccherà vedere un altro sommovimento, forse anche maggiore, più avanti. Il modello corrente non ha bisogno di affinamento, ma di sostituzione. Io non ho ricette pronte; ma sono convinto che emergerà un nuovo modello, che darà risalto ai bisogni pubblici e al bene pubblico, come un ambiente più pulito, infrastrutture e trasporto pubblico funzionanti, sani sistemi d’istruzione e di sanità e case a un costo abbordabile.
Esistono già in talune nazioni elementi di un tale modello. Paesi come la Malaysia e il Brasile hanno raggiunto tassi di crescita impressionanti. La Cina e l’India hanno tirato fuori centinaia di milioni di persone dalla povertà. Mobilitando risorse statali, la Francia ha costruito un sistema ferroviario ad alta velocità, mentre il Canada fornisce assistenza sanitaria gratuita. Fra le nuove democrazie, la Slovenia e la Slovacchia sono state in grado di mitigare le conseguenze sociali delle riforme di mercato.
E’ giunto il momento di conseguire il giusto equilibrio fra governo e mercato, per integrare i fattori sociali e ambientali e demilitarizzare l’economia.
Washington dovrà avere un ruolo speciale in questa nuova perestroika, non solo perché gli Stati Uniti hanno un grande potere economico, politico e militare, ma perché sono il principale artefice, e la loro élite il principale beneficiario, dell’attuale modello economico mondiale. Quel modello si sta incrinando e verrà prima o poi sostituito. Questo sarà un processo complesso e doloroso per tutti, compresi gli Stati Uniti.
Per quanto diversi siano i problemi affrontati dall’Unione Sovietica durante la nostra perestroika e le sfide ora di fronte agli Stati Uniti, il bisogno di un pensiero nuovo rende simili queste due ere. Al nostro tempo, affrontammo i compiti primari di porre fine alla divisione del mondo, ridurre la corsa alle armi nucleari e disinnescare i conflitti. Saremo in grado di fare fronte anche alle nuove sfide globali, ma solo se tutti capiranno il bisogno di un effettivo, cardinale cambiamento – di una perestroika globale.
Mikhail Gorbaciov, ultimo segretario generale del partito comunista dell’Unione Sovietica, dirige l’International Foundation for Socio-Economic and Political Studies, un centro studi moscovita.
Traduzione di Miky Lanza per il Centro Sereno Regis.
Fonte: http://www.cssr-pas.org/portal/2009/07/una-seconda-rivoluzione-americana-mikhail-gorbachev/
Titolo originale: IT’S TIME FOR A SECOND AMERICAN REVOLUTION IN THE SPIRIT OF PERESTROIKA,
10 giugno 2009.
http://www.transcend.org/tms/article_detail.php?article_id=1388
Il Reuters Institute for the Study of Journalism [branca del Dipartimento di Politica e Relazioni Internazionali dell'Università di Oxford] a metà giugno ha rilasciato i risultati di una ricerca che mi appare di assoluto interesse.
“Public Trust In The News: A constructivist study of the social life of the news” si concentra, come il titolo lascia intuire, sulla fiducia del pubblico relativamente alle notizie diffuse.
La fiducia è un asset [un cespite*] fondamentale dal quale l’intera società oggi dipende come forse non mai. Attraverso le storie raccontate i media inquadrano e definiscono un senso condiviso del mondo sia locale che generale. Lo studio, con la tecnica dei focus group, ha investigato quest’area di importanza capitale chiedendo al pubblico cosa si aspettasse dalle notizie ed ai giornalisti cosa si attendessero dai lettori.
Invece di chiedere alle persone quale fosse il loro livello di fiducia nelle notizie ed ai giornalisti quanto pensassero di meritarla, come se la fiducia fosse un termine ben definito, la ricerca è partita da una diversa prospettiva. Cosa sono le notizie? Cosa i lettori vogliono/hanno bisogno di conoscere? In questo modo, spostando il focus dalla fiducia in termini di accettazione a quello delle attese, relativamente alle aspettative di come il pubblico pensa di dovere essere servito, si è resa possibile l’elaborazione di una base comune e condivisa. L’approccio utilizzato è stato quello di facilitare [#] una definizione di fiducia da parte dei partecipanti e non di imporne una definita dai ricercatori sulla quale investigare. Questo rende i risultati dello studio ancor più interessanti a mio avviso.
Il rapporto nella prima parte si focalizza sulla questione fondamentale della natura della conoscenza pubblica e del ruolo e del fine delle notizie in quest’area. Vi sono poi tre sezioni dedicate ai risultati emergenti dalla ricerca ed alle risposte ottenute dai diversi gruppi di giornalisti, editori e blogger, e la parte conclusiva nella quale sono offerte alcune proposte dei ricercatori per il miglioramento del rapporto tra il pubblico ed i newsmakers attualmente in evidente crisi.
Le circa 50 pagine del rapporto sono assolutamente da stampare e leggere con attenzione e non posso che limitarmi ad alcuni spunti in questi spazi.
Il primo paradossale risultato che emerge con chiarezza è come i maistream media falliscano miseramente nello spiegare le notizie, anche le più basiche. Al riguardo viene citato come moltissimi lettori non fossero al corrente del fatto che Barack Obama e Hillary Clinton fossero dello stesso partito.
I mass media lasciano il pubblico incerto e disarmato relativamente a cosa credere, internet aiuta i lettori ad approfondire e dunque a comprendere le notizie. “We were struck by the confidence that people expressed in the internet generally and Google specifically as the most trusted resource of explanation and analysis,”
E’ evidente che laddove non vi sia comprensione non possa esservi adesione. Il ruolo dei media si è nel tempo distorto. Affidare ad internet l’approfondimento e la comprensione delle notizie è la vera condanna a morte per i quotidiani ed è su questo aspetto che è necessario lavorare invece di affondare in derive velleitarie, come del resto emergeva chiaramente già nei commenti riportati pochi giorni fa.
Ennesimo paradosso emergente è relativo a come il gruppo di giornalisti intervistati sia complessivamente più propenso dei lettori a ritenere che molte delle notizie pubblicate siano false o falsamente riportate.
Il gruppo dei giornalisti è fortemente critico nei confronti dei blogger ritenendo che i blog riportino solo notizie di seconda mano.
Il livello di fiducia dei lettori nei media crolla quando i giornalisti pubblicano notizie sui gruppi sociali, aree e modalità che evidentemente non comprendono.

Il capitolo conclusivo “ A mission to connect” riassume già nel titolo le indicazioni di fondo dei ricercatori, eccole testualmente in tutta la loro essenza:
“The mission to connect for contemporary journalist ivolves four principal: between contextual back stories and current events; between citizens and institutional processes of policy making; between citizen and the confusing mass of on line as weel as off line information sources; and between communities and communities. These are not entirely new tasks, but all entail recogniction tath both the media ecology and democratic citizenship itself are being reconfigured in ways that reshape the terms of communication”
Molto interessanti e tutte da leggere, infine le verbalizzazioni raccolte e segnalate all’interno del rapporto che è anche ricchissimo di segnalazioni e annotazioni di documenti e link per chi volesse ulteriormente approfondire.
Le indicazioni sono chiare. E’ ora di mettersi al lavoro seriamente considerando le issue dei pubblici di riferimento ed accantonando chimere ed illusioni tecnologiche. Il problema è il messaggio non il mezzo, stampiamocelo bene in mente.
* Relativamente al termine cespite ho [ri]trovato una slide che vi proporrò ben presto.
# Il concetto di facilitazione è perno fondamentale anche in ambito formativo.http://giornalaio.wordpress.com/
Per il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama (da molti salutato, in una sorta di ubriacante isteria collettiva, come il salvatore del mondo) a Novembre ci saranno i primi test elettorali di un certo peso. Gli stati di Virginia e New Jersey infatti andranno alle urne per eleggere il governatore. Ambo gli stati sono governati dai Democratici, ed i Repubblicani nutrono serissimi propositi di rivincita dopo la batosta elettorale dello scorso anno. Contrariamente a quanto accade in Italia, l'elezione del governatore negli Stati Uniti è molto scollegata dal clima politico nazionale. Troviamo governatori Democratici in stati ultra-conservatori come Oklahoma e Wyoming, o governatori Repubblicani in stati progressisti come Connecticut e Vermont. Se però i Democratici perdessero il controllo di ambo gli stati in palio a Novembre, non sarebbe certo un buon segnale, specie se si pensa che i Democratici dominano questi stati a livello locale da ben otto anni, e che Virginia e New Jersey sono considerati a livello federale due swing states (stati in bilico per i profani).
Virginia
Governatore: Tim Kaine (D)
Senatori: Jim Webb (D); Mark Warner (D)
Rappresentanti: 11, 6 Democratici 5 Repubblicani
Camera Statale: 45 Democratici; 55 Repubblicani
Senato Statale: 21 Democratici; 19 Repubblicani
|
Presidenziali
|
D
|
R
|
|
1992
|
41%
|
45%
|
|
1996
|
45%
|
47%
|
|
2000
|
44%
|
52%
|
|
2004
|
45%
|
54%
|
|
2008
|
53%
|
46%
|
A livello federale la Virginia è stato uno dei primi stati del Sud ad abbandonare il partito Democratico, mentre questo compieva la sua svolta progressista. Già negli anni '50 Eisenhower riuscì a sfondare nell' "Old Dominion", vincendo sia nel '52 che nel '56. Da allora, se si esclude la landslide di Johnson nel '64, la Virginia ha sempre votato per il candidato Repubblicano con margini sempre piuttosto netti, fino al Novembre dello scorso anno, quando Obama ha nettamente prevalso su McCain, infliggendogli 6 punti di distacco, ed interrompendo un dominio quarantennale. Come è stata possibile questa svolta a sinistra? E' presto detto, l'aumento demografico esponenziale che negli ultimi anni ha riguardato i sobborghi di Washington D.C. (bunker Democratico) in Virginia, che hanno così portato l' "Old Dominion" nella colonnina Democratica. La Virginia ha però assunto negli ultimi anni una bizzarra prerogativa a livello statale. Difatti è dal 1973 che non viene mai eletto un governatore del partito del presidente in carica, ed i Repubblicani sono ben intenzionati a rispettare questa tradizione. Il governatore uscente, il Democratico Tim Kaine, non può ricandidarsi per un secondo mandato (la costituzione della Virginia non permette più di un mandato per i governatori), al suo posto gli elettori Democratici hanno scelto alle primarie il senatore statale (sarebbe il corrispettivo del nostro consigliere regionale) Creigh Deeds, che ha sorprendentemente battuto l'ex presidente del Partito Democratico Terry McAuliff. I Repubblicani hanno invece scelto l'ex procuratore generale dello stato Bob McDonnell. Tra i due c'è già un precedente confronto a livello statale, nel 2005 i due si scontrarono per la carica di Procuratore Generale, e, dopo un testa a testa all'ultimo voto, McDonnell prevalse per appena 300 voti. Deeds ora vuole la rivincita. I sondaggi hanno dato a lungo in testa (anche piuttosto nettamente) McDonnel, dopo la sbornia mediatica post-primarie Deeds è balzato lievemente in testa (la media di RCP lo da a +0,4). Mancano ancora 4 mesi, e la sensazione comune è che tra i due contendenti il testa a testa sarà serratissimo, come quattro anni fa.
Toss-Up
New Jersey
Governatore: Jon Corzine (D)
Senatori: Frank Lautenberg(D); Bob Menendez (D)
Rappresentanti: 8 Democratici; 5 Repubblicani
Camera Statale: 48 Democratici; 32 Repubblicani
Senato Statale: 23 Democratici; 17 Repubblicani
|
Presidenziali
|
D
|
R
|
|
1992
|
43%
|
41%
|
|
1996
|
54%
|
36%
|
|
2000
|
56%
|
40%
|
|
2004
|
53%
|
46%
|
|
2008
|
57%
|
42%
|
A livello federale il "Garden State", è stato a lungo considerato un'importantissimo swing state. Dagli anni '90 però il New Jersey si è adeguato al vento di sinistra che ha travolto il Nord-Est, e da allora predilige i candidati Democratici. L'ultimo successo Repubblicano risale ormai al 1988. Nel 2004 i Repubblicani nutrivano grosse speranze di recuperare i 15 EV del New Jersey, dato che tutti i sondaggi indicavano Bush molto vicino a Kerry. Lo scrutinio destò però nel GOP l'ennesima amara sorpresa, Kerry prevaleva per 53% a 46%. Lo scorso anno non c'è stata storia, ed Obama ha prevalso facilmente per 57% a 42%. A livello statale il "Garden State" negli ultimi anni è spesso passato di mano. L'attuale governatore è l'ex senatore federale John Corzine. I sondaggi danno però la popolarità del governatore in fortissimo declino, e molti danno praticamente per certa l'affermazione del candidato Repubblicano, il procuratore distrettuale Christie. Nei sondaggi Christie ha un vantaggio larghissimo, la media RCP dice +10,5!
Al momento però sono prudente, e mi limito ad un GOP Leaning, anche se stavolta i Democratici del "Garden State" sembrano veramente spacciati
Il tasso di approvazione di Obama continua ad essere eccellente, con valori che Gallup non rilevava da 20 anni a questo punto della presidenza. Altissimo il job approval tra gli ispanici, oltre l'80%. Se i latinos iniziano a votare come gli afro-americani, il Gop o si ripensa completamente o fa la fine dei Whig. Buon 4 luglio ai democratici. http://andreamollica.blogspot.com/
luglio 5 2009
Il futuro non è più quello di una volta. Ma neanche la mia cervicale
1. Come dice quel motto: fra il dire e il fare c'è di mezzo il mare.
Ecco, se fossi Silvio lo farei scrivere in caratteri non biodegradabili sulla facciata, o sulla porta -insomma: dove si vede bene- di tutti i suoi palazzi e ville.
Perchè è la sua fortuna, e la fortuna del suo governo.
E' sorprendente il numero di norme, o di annunci di norme, illogiche ma di grande effetto che poi vanno riviste, riscritte o cancellate.
Mò tanto per dire del nuovo reato di clandestinità. Poichè non è tanto la clandestinità il problema, ma la REGOLARIZZAZIONE (basata sull'unico principio di avere o no un posto di lavoro a tempo indeterminato e definitivo, roba peraltro rarissima in europa anche per tutti gli altri), e poichè la regolarizzazione in genere segue la migrazione (perchè le quote non so quale genio le calcoli: evidentemente sono numeri a caso che non tengono in alcun conto tutto il lavoro di cura alla persona che lo stato di suo non garantisce ma delega alle famiglie. Quindi non so -e non credo- si calcolino nei flussi migratori previsti anche le richieste di infermieri e badanti),e non solo, ma poichè la pubblica amministrazione, nonostante Renato abbia riportato sulle scrivanie milioni e milioni di presunti assenteisti, funziona esattamente come prima e quindi ci vogliono anni per sapere se la domanda di regolarizzazione della badante ucraina di nonno Valentino è stata accolta o no; INSOMMA, per il combinato disposto di tutte queste assurdità riunite, finirà che nonno Valentino e l'anziana zia Pasqualina assititi dall'ottima Katiuscia di kiev, saranno passibili di favoreggiamento di reato.
Quindi, di fatto, diciamolo: nella maggior parte dei casi questo reato non sarà tanto perseguito, per difficoltà oggettive, giuridiche e logistiche. Non sarà perseguito contro nonno Valentino e zia Pasqualina, ma neanche contro il ragionier cavaliere del lavoro Guido Passacantilli che costruisce case delle vacanze su litorale assumendo in nero chi pretende meno salario (che è il vero destinatario di tutto questo inganno mediatico).
Così il detto applica la popolare saggezza: il governo FINALMENTE agisce con durezza contro i clandestini. Così DICE. Omette di dire "come si diventi clandestini". Omette anche di nominare l'eventuale responsabilità penale di nonno Valentino. La cosa NEI FATTI non si potrà fare se non per quei due-tre che serviranno da esempio per tutti e finiranno sui giornali. Tutti i lavoratori stranieri saranno sempre più ricattabili. In breve lo saranno TUTTI i lavoratori, a prescindere dalla loro provenienza. Compresi quelli che oggi plaudono alle misure eccezionali del governo.
Clap, clap.
E non dico dell'enorme danno culturale e sociale che queste politiche producono.
2. Se non fosse drammatico, sarebbe ridicolo il tentativo da parte di Alemanno di nobilitare lo stupratore romano -"con accento romano"- di circa 30 anni in azione ieri notte all'Eur. Poichè pare che non sia straniero, nè dell'est nè dell'ovest, il sindaco si avventura nell'intricato psichiatrico horror, e dice: è uno stupratore seriale. Ma bene, questo aggiusta tutto. Anzi: propongo di farci la sceneggiatura di un film, un thriller romantico.
3. C'è la terza candidatura congressuale per il PD, e forse ci sarà anche la quarta. Sono questioni piuttosto interessanti -specie la quarta, se sarà decisa. Magari domani ne scriverò di più (o aspetto la quarta? Non so, domani ci penserò).
4. Ieri sera ho preso un disastro di umidità alla festa. La cervicale non è più quella di una volta.http://bolledaorbi.ilcannocchiale.it/
Lo stato pietoso del Partito Democratico lo si evince anche dai mal di pancia seguiti alla discesa in campo del dott. prof. Ignazio Marino (D'Alema è ancora chiuso in gabinetto, a Franceschini hanno prescritto il Rifacol). Il dott. Marino è un "laicista" però tutti si affrettano ad aggiungere "cattolico", che se non fosse nemmeno quello sarebbe una specie di mostro insensibile che vuole portare la razza umana all'estinzione con le sue idee contro la vita e la sua cultura di morte, e invece no, è un credente, tranquilli che non vi mangia i bambini. Com'è successo che ci siamo immiseriti a tal punto? Dico "siamo" facendo finta che il PD sia il "nostro" partito "progressista" di riferimento, non è così. Lo spettacolo che il PD offre di sé è di un'armata brancaleone che si fa la guerra civile, un eterno e sfibrante regolamento di conti interno fra capimandamento, vige il terrore, di sbagliare un'intervista, di toppare uno slogan, di passare per estremista se si partecipa a un gay pride. La parola magica è "riformismo", ma è evidente che nessuno sappia cosa sia. A questo punto le parole del dott. Ignazio Marino, che ha collaborato con gli esperti di bioetica di Obama per la ricerca sulle staminali (ha ucciso delle persone), acquistano persino un alone eroico: «Io che non ho mai avuto una tessera di partito prima d’ora, che non vengo né dalla cultura della Margherita né da quella dei Ds nel Pd mi sento a casa mia, sono convinto che questa formazione possa imprimere una svolta al centrosinistra». Beato lui che ci crede, perché la tattica del PD e della sua miserrima classe dirigente è quella di aspettare il cambiamento, come qualcosa di dovuto che prima o poi farà la grazia, non sia mai che qualcuno prenda l'iniziativa e ci faccia la figura del rivoluzionario e gli sporchi il tappeto al D'Alemino o al Franceschiello di turno. http://formamentis.splinder.com/
Nomenkatura del Pd in pensione: hanno fallito
Caro Beppe,
cosa pensano realmente gli elettori del Pd? Cosa pensa il cosiddetto popolo delle primarie? Esiste qualcosa di più stucchevole di una sfida Franceschini-Bersani? Per quanto tempo piglieranno per i fondelli gli italiani parlando di novità e rinnovamento? Gettiamo le maschere, e, elettori del Pd, alzate la testa. Da 15 anni vivacchiate vegetando tra l'elegante D'Alema, il concreto Fassino, il fascinoso Rutelli e l'ecumenico Prodi, con pochi risultati concreti. La sinistra riformista italiana è autorevole quanto la stampa nord-coreana. Parliamo della prima incensata, poi bistrattata, Serracchiani: affermando che D'Alema è l'archetipo di un apparato obsoleto da cui il Pd deve affrancarsi, la friulana non intercetta forse le idee di tanti elettori del Pd? E non interpreta i pensieri di tanti altri che voterebbero "democratico" senza i plenipotenziari che tiranneggiano la segreteria nazionale? Come fidarsi delle primarie del Pd se chi prende più voti di Berlusconi nella sua circoscrizione, la ribelle Debora, è esposto al pubblico ludibrio? Il problema non è il solito e confuso progetto sui "giovani"; gli elettori del Pd vogliono gente nuova perché la generazione emersa da "Mani Pulite" è politicamente morta. Bersani è nuovo? Bersani è una persona degna di rispetto, ma è impelagato nelle solite beghe di partito, nei giochini di potere e nelle chiacchere "alla Minzolini". Beppe, mesi fa hai splendidamente descritto il metodo chirurgico con cui il Pd liquida i leader; con cui liquida i nuovi leader che rischiano di intaccare l'orticello dei D'Alema, Rutelli, Fassino, Finocchiaro, Latorre, Parisi, Marini, Bindi... tutti piccoli signorotti feudali interessati solo al proprio orticello. Mi rivolgo a voi, esponenti di spicco del Pd; sono un vostro elettore e vi esorto ad andare in pensione perché avete fallito. Questo partito non è più vostro, e più rimanete più lo disintegrate. Non rovinate l'unica vera buona idea che avete avuto negli ultimi anni.
Enrico Vezzulli, enrico.vezzulli@gmail.com
http://www.corriere.it/solferino/severgnini/09-07-04/06.spm
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Dal prossimo congresso uscirà un Pd profondamente diverso. Il naturale ricambio della classe dirigente modificherà non solo la logica delle alleanze esterne. Sarà soprattutto una trasformazione della struttura interna del partito, che porterà ad un differente senso della democrazia, anche per la politica italiana. Purtroppo queste variabili così delicate e decisive sono attualmente in mano ad un bipolarismo interno al Pd che fa entrare in collisione Franceschini e Bersani. La sfida all'ultimo colpo, la caccia allo sponsor di prestigio, al nome altisonante che smuove voti pro o contro sono i denti del tritacarne elettoralistico che schiaccia il dibattito e la riflessione.
Franceschini si sforza di filtrare il veltronismo alla luce dei suoi insuccessi sul campo elettorale, aggiungendo dosi di antiberlusconismo e strizzando l'occhio all'Udc. Ma il teorema fondamentale resta l'autosufficienza del Pd, che fonda la sua vocazione maggioritaria. D'Alema, che è il vero sfidante ufficiale, ha una visione del tutto opposta. Intanto il segretario del Pd non dovrà più essere automaticamente il candidato premier. Poi le alleanze molto più aperte all'ex centrosinistra e infine un nuovo modello di democrazia interna imperniato su un sostanziale spostamento del baricentro dagli elettori e iscritti verso i quadri dirigenti. Leadership collettiva, potere condiviso, per un consenso meno plebiscitario, meno mediatico. Il ritratto della democrazia secondo D'Alema non risulta così vispo. Apparati, partito, strategie. Difficile comprendere come gli elettori di sinistra, così assetati di partecipazione diretta, soprattutto i giovani, possano condividere questo progetto. Dovrebbe essere la base del rilancio della sinistra, forse l'ultimo. Forse l'appello ai valori più originari della sinistra, anche se appassiti dopo tanti insuccessi e tante abiure, può ancora scatenare un impulso nostalgico a reclinare lo sguardo e restaurare le logiche della partitocrazia.
Pur di recuperare il potere personale, anche indirettamente, tramite Bersani, D'Alema è pronto a inoculare nel Pd, già esanime, il virus dell'oligarchia. La maggioranza espressa dagli elettori viene sostituita dalla volontà imposta da notabili e organi di potere interno che hanno una blanda e remota connessione con la loro base. Insomma, il Pd dalemiano sarà, o ritornerà ad essere, il partito in mano alle oligarchie, ripiegato nelle sue spirali di potere, nei suoi linguaggi poco popolari perchè molto politichesi. Non è una coincidenza che D'Alema usi parole negative per il consolidamento del bipartitismo. Due partiti, cioè Pdl e Pd, contraddicono i suoi progetti multi-partitici per un Pd nuovamente ulivizzato. Ecco perchè dai mutamenti nella democrazia interna del Pd deriveranno certamente mutamenti nella democrazia dell'Italia. E' sgredavole scoprire che una lotta per il potere in un partito possa mettere a repentaglio le difficilissime conquiste del sistema politico italiano: alternanza, bipartitismo, maggioritario, premiership.
Il senso di sgradevolezza aumenta quando dietro a queste manovre così vaste emerge un'ambizione personale. Questa alterazione della struttura del Pd risente pesantemente della biografia politica del suo artefice. Ovviamente D'Alema non si schiera in prima fila tra i candidati. Sarebbe una contraddizione vedere il nemico della democrazia interna candidarsi per vincere le primarie al solo scopo di impedire altre primarie. Però la questione si scarica su Bersani, mandato avanti dalla sua eminenza grigia con l'incarico di stravolgere una volta per tutte il Pd veltroniano e poi, come è probabile, fare il segretario formale all'ombra del segretario reale - che sarebbe D'Alema.
E' tipico di D'Alema non metterci la faccia. Lo fece nel 1995, quando tirò fuori Prodi dalla naftalina per mandarlo come candidato premier alle politiche del 1996. Funzionò, ma per Prodi fu l'inizio di un tormentato rapporto con D'Alema - il quale nel 1998 fu insieme a Cossiga il demolitore di Prodi. Prima lo aveva (ri)creato dal nulla. Tre anni più tardi lo distrugge, come sempre operando nella penombra, sostituendolo poi a Palazzo Chigi. D'Alema fu il primo presidente del Consiglio ex-comunista. Infatti salì al potere senza ricevere l'investitura popolare delle elezioni. Durò poco. Nel 2004 D'Alema è tra coloro che fanno rimpatriare un Prodi esule d'oro alla presidenza della Commissione europea. D'Alema-Prodi, lo stesso rapporto tra produttore e prodotto. Nel 2006 Prodi ritorna al potere e D'Alema fa il fervente ministro degli Esteri anti-israeliano. Nel 2008 il governo di Prodi cade nuovamente ma per D'Alema c'è tempo per un'altra caduta: Veltroni, antico rivale quando c'era da decidere il successore di Occhetto nel 1994, vince le primarie del neonato Pd e si candida a sfidare Berlusconi. Perderà anche lui. Ma l'aspetto che più rimane indigesto a D'Alema è di aver perso proprio per colpa del suo più odiato nemico - Veltroni, non Berlusconi. Nota a margine: D'Alema aveva vinto su Veltroni nel 1994 nonostante il secondo potesse contare su un consenso maggioritario della base. Dev'essere stata quella lezione ad aver insegnato a D'Alema che la democrazia non fa sempre bene alla carriera politica.
Dicono che D'Alema sia il ritratto vivente dell'antico regime partitocratico, il trionfo dei vecchi apparti. Più che il calendario storico, conta soprattutto la sfiducia strutturale verso la capacità degli elettori di scegliersi i leader, sia dentro al partito che alle elezioni. La democrazia non è soltanto un tatticismo politico di alleanze tra correnti. E' anche un plebiscito con cui esprimere la sovranità popolare. La democrazia non è soltanto una teoria e una prassi del potere. http://www.ragionpolitica.it/cms/index.php/200907041563/partiti-e-istituzioni/d-alema-e-la-democrazia-tradita.html
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Resoconto dell'incontro del 24 giugno e prossime iniziative
27 giugno 2009
Cari amici,
molti mi hanno scritto chiedendo come è andato l'incontro del 24 sera al Benassi. Di seguito ecco un breve sunto, con in coda 3 proposte di azione locale e un commento sulla situazione nazionale. Rammento a chi non volesse ricevere questi messaggi che basta dirmelo via mail e verrà immediatamente cancellato.
Parto con il solito sommario:
I) L'INCONTRO: 9 TESI E UN RINGRAZIAMENTO.
II) LE PROPOSTE: 3 AZIONI POSSIBILI.
III) IL QUADRO NAZIONALE: NOTE SU ECONOMIA, POLITICA E MORALE.
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I) L'INCONTRO: 9 TESI E UN RINGRAZIAMENTO
L'incontro del 24 sera è stato a mio giudizio molto positivo. 50 partecipanti, altrettanti che hanno scritto di non poterci essere ma di voler restare "collegati", 20 interventi dal pubblico, dai quali estraggo le tesi che mi sembrano prevalenti, molte delle quali in continuità con le 124 lettere che ho ricevuto in risposta alla mia del 12 giugno.
1. Meno partito, più persone. A sinistra (non solo nel PD) prevale ancora l'idea che il Partito conti a prescindere dalle persone, dalle loro facce e dalle loro storie. Alcune scelte della recente campagna elettorale lo confermano (abbinamenti territoriali, divieto di iniziative personali e di affissioni con le foto, ecc.) Il rifiuto storico della sinistra a dare un giudizio di valore sulle persone crea le premesse per una dirigenza parassitaria e un'erosione del consenso (vedi il calo tra i 140.000 voti per Cofferati e i 110.000 per Delbono).
2. Linguaggio più chiaro e trasparenza. La politica in generale manca di chiarezza nel linguaggio e trasparenza nel rapporto con gli elettori. Trasparenza non è la voglia di curiosare nel privato dell'eletto, ma la giusta pretesa di sapere come l'eletto ci rappresenta, di capire dove ci sta portando, quale futuro ci prospetta con le sue scelte amministrative.
3. Troppe carriere e poche competenze. La composizione dei consigli riflette la preoccupazione dei partiti di garantire carriere ed equilibri interni, dimenticando spesso le competenze "di vita" (che non vuol dire solo professionali, ma anche di stato sociale, di problemi vissuti, ecc.)
4. Legalità e giustizia. Non dobbiamo essere il partito della legalità, ma della giustizia. La legalità è solo uno degli strumenti della giustizia: non coincide con essa. Anche le leggi razziali ieri e il decreto Alfano oggi sono legali. Ma non erano e non sono giusti.
5. Meno propaganda, più ascolto. Siamo stanchi di circoli che anziché portare ai vertici il pensiero della base funzionano come serbatoi di manodopera e megafoni di scelte già fatte. Bisogna ripartire dall'ascolto delle persone, dall'immersione nei loro problemi quotidiani, dalla volontà (e dal sogno) di migliorare un po' la vita di chi è meno fortunato.
6. Lavoratori autonomi incompresi. "Ero dipendente, l'azienda ha chiuso, sono stato costretto a diventare imprenditore: come ideali mi sento di sinistra, sono iscritto al PD, ma mi sento incompreso e imbarazzato". L'ho sentito il 24 e l'ho letto in molti messaggi ricevuti. I lavoratori con partita IVA, che non godono di permessi né di riborsi di giornate lavorative perse per attività politica, vengono spesso considerati per definizione "ricchi ed evasori": questo li spinge per rigetto a votare partiti lontani dai loro valori.
7. Lavoratori pubblici sviliti. La professionalità nel pubblico impiego è sempre più umiliata, prevale ovunque la politica, nel senso di clientela e raccomandazione. I meccanismi di selezione nella PA vanno riportati al merito e all'autonomia dalla politica. In generale va ricostruita e restituità la dignità al lavoro pubblico.
8. Società civile come risorsa. Alcuni ex dirigenti pubblici presenti hanno raccontato della mole di suggerimenti e proposte ricevuti da cittadini e associazioni durante il loro incarico: un patrimonio che la politica non ha voluto utilizzare. Il tema della sussidiarietà è questo: valorizzare le risorse e le soluzioni che la società civile organizzata è in grado di offrire.
9. Più comunità meno individualismo. La differenza principale tra la crisi odierna e quella degli anni '70 è che allora era naturale pensare di affrontare i problemi come comuni, quindi mettendosi insieme, stringendo legami. Oggi prevale un'idea darwiniana, di cavarsela da soli contro gli altri. Questa è la sfida culturale e politica più essenziale per la sinistra.
Il ringraziamento è per tutti i partecipanti, ma in particolare per il gruppo di ragazzi che mi ha aiutato nell'organizzazione della serata e che più in generale sta lavorando da alcuni mesi su un percorso di documentazione e confronto sui temi amministrativi più importanti per Bologna. Mi pare la strada giusta per cambiare alcune cose dal basso, e per parte mia intendo dare il mio contributo.
II) LE PROPOSTE: 3 AZIONI POSSIBILI
Concretamente dalla serata (e dai messaggi ricevuti "a latere") emergono 3 possibili linee di azione:
1) La ricostituzione di un gruppo del tipo "Compagnia dei Celestini" sui temi dell'Urbanistica e dei Trasporti a Bologna: tecnici, amministratori o ex, semplici cittadini appassionati o preoccupati, si scambiano informazioni e creano una rete, magari in grado di influenzare le scelte amministrative in materia.
2) L'idea di rispolverare l'esperienza di Gigi Pedrazzi (già vicesindaco di Vitali) sotto il nome di "cittadini in Consiglio" (ne nacque un giornale che mi pare si chiamasse "Il Raglio"), per cui ogni lunedì pomeriggio un gruppo di cittadini (organizzati per turni e per competenze) segue i lavori del consiglio comunale, raccontandoli all'esterno allo scopo di "incalzare" gli eletti su certi temi o sulla coerenza tra detto e fatto. A questo proposito sarebbe opportuno raccogliere entro l'estate una serie di disponibilità (almeno una trentina di persone, in modo da organizzarsi su turni e garantire un minimo di continuità) per poi dividersi i compiti e partire dall'autunno a presenziare i lavori.
3) La proposta, se si vuole banale, che quanto più siamo scontenti e delusi dalla gestione del PD, anziché rimuginare o restare alla finestra, ci iscriviamo per tempo (entro il 21 luglio) al partito per provare a contare nel Congresso di ottobre, in modo da influenzarne i risultati a livello locale e dare un contributo di rinnovamento. Contro di noi c'è forse un problema di numero e di organizzazione. A nostro favore c'è che non abbiamo nulla da perdere. E che potremmo invece aiutare un partito "tanto necessario quanto inadeguato" come è oggi il PD.
Come si vede, l'ultima azione è prettamente interna al PD, mentre le prime due sono aperte e rivolte ad un'area più vasta, che definirei di cittadinanza attiva. E sono convinto che l'azione interna e quella esterna non siano affatto alternative, ma anzi si rafforzino reciprocamente.
III) IL QUADRO NAZIONALE: NOTE SU ECONOMIA, POLITICA E MORALE.
Dopo esserci concentrati sulle amministrative, è tempo di riallagare lo sguardo anche sul piano nazionale.
Intanto una nota sulla politica economica del governo, che mi pare andare all'opposto di una politica liberale, verso un rafforzamento delle protezioni alle "caste": ricordo in proposito il rinvio "sine die" dell'azione collettiva che avrebbe consentito azioni giudiziare comuni contro abusi da parte di grandi aziende (class action), il tentativo di tenere indenni i manager dalle conseguenze delle loro scelte aziendali (norma salvamanager, poi abbandonata), la scelta di mantenere sotto organico il numero dei notai, già protetti dal numero chiuso (6.000 in tutta Italia), ma ora ancora più garantiti dalla scelta di non bandire concorsi e di tenerne fermo il numero agli attuali 4.500 in esercizio. Un discreto regalo per una categoria il cui reddito medio è di (da quanto ricordo, a memoria) 300.000 Euro all'anno.
Quindi il tema attuale, sul rapporto tra moralità e politica, dati i comportamenti del massimo rappresentante del governo.
La prima osservazione è che non c'è bisogno di curiosare sotto le lenzuola di Palazzo Grazioli o di Villa Certosa per porsi domande in materia. Bastano i comportamenti pubblici e le dichiarazioni ufficiali.
Già in aprile il capo del governo, per difendersi dall'accusa di utilizzare, nella scelta di candidate e collaboratrici, le stesse qualità (aspetto fisico, sex appeal) che fanno far carriera in televisione (guardacaso!), soavemente dichiara: "essere belle e benvestite non è un male, non possiamo mica avere in parlamento solo delle Rosy Bindi". E per solennizzare meglio il 25 aprile, passando tra le macerie abruzzesi dietro una volontaria, a microfoni e telecamere accese, dice sorridente "posso palpare un po' la signora?". La signora era Lia Giovanazzi Beltrami, 41 anni, assessore alla Solidarietà della provincia autonoma di Trento in quota UDC. Il video è stato trasmesso dalla televisione TCA Trentino TV alcuni giorni dopo il fatto, e la notizia è stata ripresa da diversi quotidiani (tra cui il Corriere della Sera del 6 maggio, a pagina 5). Da qui è stato solo un crescendo, con l'apice toccato dal deputato ed avvocato personale Ghedini, che ha coniato l'espressione "utilizzatore finale" parlando di ragazze. Non di automobili, non di case, non di vestiti: di donne. Quale rispetto della persona, quale idea di relazione uomo donna, quale modello di sessualità ne emerge? E si tratta, lo ripeto, di dati pubblici e ufficiali, non rubati al privato.
Da padre di 3 figli e da educatore cattolico mi ritrovo in quanto scritto alcuni giorni fa da Giancarla Codrignani: "Ci sono ragazze che si fanno vanto di ricevere farfalline d'oro per prestazioni anche solo di passività ad atti di concupiscenza visiva e tattile, che non si sentono prostituite o private di libertà e dignità: e noi senza un sussulto?"
Non mi ritrovo affatto invece nella linea intrapresa da Avvenire, che nell'editoriale del 23 giugno 2009, affidato alla penna di Carlo Cardia e intitolato "In merito al dibattito tra politica e morale: rispettare il voto dei cittadini", afferma: "C’è da chiedersi se sia possibile anche solo concepire il ribaltamento di un assetto politico largamente votato nel 2008 (e confermato di recente) per questioni che, comunque si vogliano valutare, non hanno attinenza con il patto di governo che unisce forze legittimate da elezioni democratiche. (...) Non si può dimenticare che la prima regola di moralità politica in una democrazia è che il voto popolare sia rispettato, e non stravolto da gruppi che non ne hanno legittimità".
Dunque: il voto come legittimazione insindacabile, la maggioranza elettorale come fonte di una moralità superiore, e chi oppone obiezioni etiche prima di parlare deve vincere le elezioni, altrimenti "non ha legittimità". Mi sembra una posizione molto avventata, per non dire spericolata, sul giornale della Conferenza Episcopale Italiana. Perché oggi può servire a proteggere un governo considerato "amico". Ma erode alla radice la concezione cristiana del rapporto tra morale e politica. E chi oggi nega legittimità morale a magistratura, libera stampa e opposizione, come farà domani a difendere il diritto della chiesa a intervenire sulla stessa materia morale? Dovrà anche la CEI vincere nelle urne per poter prendere la parola sulla politica?
Basta, sono stato lungo anche stavolta. Me ne scuso, e per un poì' vi lascio in pace. Parto infatti domani (anzi, è già oggi) per qualche giorno di vacanza. Ci sentiremo dalla metà di luglio.
Andrea De Pasquale
www.andreadepasquale.it
Nuova scossa di terremoto a L’Aquila: avevano davvero paura che il G8 venisse spostato a Viareggio.http://knutwicksell.wordpress.com/
Più spazio per i concetti (WRSA ostinatamente, SYDHT)
Una volta il sagrato della chiesa era rifugio per il viandante.Oggi è circondato da inferiate con filo spinato..Gesù pensaci tu !Ci vuole un altro dilivio universale
ci vorrebbe piu spazio per esprimere megli i concetti.
QUALCUNO SA COME SI FA A CREARE UN ALBO PROFESSIONALE TIPO NOTAIO AVVOCATI ECC.?GRAZIE X INFO MAX RN
sto leggendo vari saggi e romanzi i cui autori sono di SX.In quelle righe vi ho trovato perfino istigazione al suicidio.Cercate di conoscere sempre chi è l'autore di
stamane ho preso il metrò a Milano dopo molti anni.Non mi par vero.Non ci sono più rom suonatori di fisarmoniche varie mandati dai komunisti a rompere i passeggeri
orse bisogna rispostare il g8 in sardegna visto che a l'aquila continuano le scosse...sai mai succedesse qualcosa di brutto al nostro presidente! questi
Immoral suasion
La mosca tzé tzé
da L'Antefatto,
Qualche ingenuo starà brindando per l’iniziativa assunta dal presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, e annunciata oggi da Liana Milella su la Repubblica. Siccome nessuna smentita è giunta dal Quirinale, se ne deduce che è tutto vero. Il capo dello Stato ha convocato il Guardagingilli Angelino Jolie per fargli sapere che la legge sulle (anzi contro le) intercettazioni e il bavaglio alla stampa, così com’è uscita dalla Camera e sta per essere approvata anche dal Senato, lui non la firma. E’ preoccupato per le eccessive limitazioni alla libertà di stampa e per l’irragionevolezza di alcuni paletti alle intercettazioni che, a suo avviso, potrebbero indurre la Corte costituzionale a bocciare la legge. Dunque, dirà qualche ingenuo, dobbiamo essere felici. Nossignori. Anzitutto per una questione di procedure: come lo stesso Napolitano ha più volte detto in pubblico, “quando il Parlamento lavora, il capo dello Stato tace”. Attende cioè che una legge sia approvata per esaminarla e decidere se promulgarla con la sua firma, oppure rinviarla alle Camere per manifesta incostituzionalità (o per scopertura finanziaria, ma non è questo il caso). Lui invece s’è inventato questa prassi sconosciuta alla nostra Costituzione, che i soliti tromboni e pompieri al seguito chiamano elogiativamente “moral suasion”: far sapere riservatamente alla maggioranza che la legge non gli piace, affinchè sia modificata come vuole lui.
L’aveva già fatto col decreto anti-Eluana, e giustamente il governo aveva protestato contro l’insolita prassi di dare un parere preventivo mentre il consiglio dei ministri era riunito per decidere. Ora la scena si ripete mentre il Senato sta esaminando il testo. Lo scopo dell’iniziativa quirinalesca è evidente: “migliorare” una legge-porcata assolutamente impossibile da migliorare (come pensare di profumare un ammasso di letame con una goccia di Chanel numero 5) e risparmiare al governo Al Tappone lo smacco plateale di un disegno di legge bocciato dal Quirinale dopo essere passato in entrambi i rami del Parlamento. Peccato che, fra i poteri che la Costituzione riserva esplicitamente al capo dello Stato, non sia contemplato quello di preoccuparsi delle figuracce del governo (come non è previsto che il capo dello Stato inviti le opposizioni e la stampa a una “tregua” per non disturbare il governo alla vigilia del G8).
Il risultato sarà che la legge-bavaglio verrà lievemente ritoccata, produrrà ugualmente danni indescrivibili, ma alla fine il Quirinale ne firmerà la nuova versione, riducendo le speranze che la Corte costituzionale la faccia a pezzi. Se c’è il rischio che la Consulta non bocci nemmeno il Lodo Alfano, capolavoro di incostituzionalità, figurarsi i tremori dei nostri ermellini (compresi i compagni di merende di Papi) quando dovranno esaminare la porcata “migliorata” dalla “moral suasion" quirinalizia. Insomma, le peggiori notizie, nella politica italiana, sono proprio quelle che, all’apparenza, sembrano le migliori. Nella celebre commedia "A che servono questi quattrini", il protagonista Eduardo De Filippo consiglia a un suo giovane discepolo il da farsi in caso di eventi apparentemente negativi: mettersi di fronte allo specchio e ripetere alternativamente due frasi: “Chi ti dice che sia una disgrazia?” e “Chi ti dice che non sia una fortuna?”, facendole precedere entrambe con un bell’”A me nun me passa manco pe’ ‘a capa”. Noi, ogni volta che entra in scena la moral suasion napolitana, dobbiamo fare esattamente il contrario. Cioè ripetere allo specchio: “Chi ti dice che non sia una disgrazia?” e “Chi ti dice che sia una fortuna?”, “”A me nun me passa manco pe’ ‘a capa”.http://www.voglioscendere.ilcannocchiale.it/
le falene e la luce
è paradossale che sia nel caso di Bersani come quello di Veltroni ,vedremo che farà Franceschini, che gli elettori siano attratti, come le falene dalla luce ,in maniera inverosimile da una situazione irrealizzabile.Veltroni si presenta con un programma del tutto diverso da quello del governo Prodi in una situazione in cui era palesemente impossibile realizzarlo ,con una maggioranza minima legata ad ottuagenari e palesemente instabile ,ed in cui l'alternativa alla maggioranza stessa era il ricorso alle elezioni come puntualmente si è verificato .Bersani si presenta oggi con un programma ,come se ci si trovasse domani di fronte alle elezioni e non si fosse invece ancora all'opposizione .Questo fuggire di fronte alla realtà non è una caratteristica perciò solo della classe politica ,ma anche degli elettori attratti da un non luogo e da una non realtà e sempre in cerca di un altrove. Eppure erano e sono possibili richieste di programma insieme innovative e realistiche ,sia per Bersani che per Veltroni , il centrosinistra governava e governa comunque in molte realtà e li era ed è possibile in tutta tranquillità e senza rischi di elezioni anticipate praticare la disconinuità tanto evocata a parole e tanto poco realizzata , ma il riformismo per non essere un concetto vuoto va riempito nei contenuti nelle realtà concrete e senza voli pindarici ,per un certo elettorato ,come per certi politici ,la realtà e troppo prosaica e c'è bisogno di sognare. http://giomannivedemarcorozzi.ilcannocchiale.it/2009/07/05/le_falene_e_la_luce.html
Mozione congressuale: smontare il PD
Quello che non siamo, quello che non vogliamo, lo ha scritto Giuliano Ferrara sul Foglio di oggi.
Scusate la gaffe serracchiana, ma non voterei mai Franceschini perché è molto antipatico. Il suo supporter è Veltroni, dimostratosi politicamente un incapace. Ma vorrei ricordare che il manifesto per il partito democratico di Michele Salvati, da noi pubblicato, conteneva una clausola: tutti dentro il progetto, salvo D’Alema e Marini che lo boicotterebbero. Ecco. D’Alema ha spiegato ieri, appoggiando Bersani, che il progetto gli ha sempre fatto schifo. Lo stesso fa Marini, dall’altra parte. Il post PCI e la post DC lodano gli apparati, fanno gli scongiuri contro la vocazione maggioritaria e le primarie, non vedono l’ora di rifare vecchi centrosinistra. Auguri
http://www.wittgenstein.it/
Canale Honduras, a questo link tutti gli aggiornamenti sul golpe in Centroamerica!
Mentre viene annunciato un ulteriore slittamento a domani domenica del ritorno di Manuel Zelaya, una presa di posizione influentissima rende ancora più improbabile il ritorno del presidente legittimo e fa segnare un punto alla giunta golpista: il Cardinale di Tegucigalpa Óscar Rodríguez Maradiaga ha chiesto “all’amico Zelaya” di non tornare in patria affermando apertamente che il ritorno di questo causerebbe un bagno di sangue.
Ma secondo il quotidiano filogolpista La Tribuna però Rodríguez Maradiaga sarebbe andato ben oltre la semplice considerazione di inopportunità del ritorno del presidente legittimo.
Infatti, vi sarebbe un comunicato della Conferenza Episcopale (che chi scrive non è riuscito al momento a reperire e che per i dettagli che seguono viene citato solo da “La Tribuna”) che affermerebbe che Zelaya ha violato l’art. 239 della Costituzione e quindi giustamente sarebbe stato deposto e che tutti gli atti commessi dalla giunta golpista sarebbero legittimi.
Infine Rodríguez Maradiaga avrebbe considerato unilaterale la posizione dell’Organizzazione degli Stati Americani condannando la sospensione in queste ore dell’Honduras da parte di questa organizzazione che ha invece considerato un golpe la deposizione di Zelaya.http://www.gennarocarotenuto.it/9075-gol-per-i-golpisti-il-cardinale-scar-rodrguez-maradiaga-chiede-a-zelaya-di-non-tornare/#more-9075
IMMIGRAZIONE ‘IRREGOLARE’: GOVERNO LULA CONTRO “INTOLLERANZA” PAESI RICCHI
“L’immigrazione irregolare è una questione umanitaria che non può mai essere confusa con la criminalità. Nessuno lascia la propria terra perché lo vuole, ma perché ne ha bisogno o crede di potersi costruire una vita più dignitosa altrove”: pur senza riferimenti diretti alla politica italiana, ma rivolgendo un richiamo “ai cuori e alle coscienze dei dirigenti del mondo”, il presidente Luiz Ignácio Lula da Silva lo ha detto firmando a Brasilia una nuova legge che regolarizzerà decine di migliaia di immigrati (almeno 50.000, secondo fonti ufficiali, fino a 200.000 secondo altre fonti); la nuova normativa prevede che gli stranieri arrivati in Brasile prima del 1° Febbraio 2009 possano ottenere un permesso di residenza provvisorio che dopo due anni potrà diventare permanente. “Consideriamo ingiuste le politiche migratorie adottate recentemente da alcuni paesi ricchi che includono il rimpatrio degli immigrati. Per noi, la repressione, la discriminazione e l’intolleranza non vanno alle radici del problema e non risolveranno la crisi economica mondiale. Lavoro e dignità sono la risposta che il Brasile offre agli immigrati di fronte all’intolleranza dei paesi ricchi” ha detto ancora Lula, ricordando la povertà che costrinse la madre, quando il presidente era ancora bambino, ad abbandonare l’arido Nord-Est intraprendendo un viaggio di 3000 chilometri in cerca di un futuro migliore a San Paolo. Anche il ministro della Giustizia Tarso Genro è stato esplicito: “In alcuni paesi europei siamo alla preistoria della democrazia: criminalizzano la semplice presenza degli immigrati sul loro territorio mentre i capitali possono circolare senza alcun tipo di frontiera”. Indossando una giacca con stampati motivi tradizionali degli indigeni delle Ande (“in loro omaggio”) e rivolgendosi a una folla di immigrati che sventolavano bandiere del Paraguay, della Bolivia e del Cile, il presidente ha aggiunto: “Le misure che adottiamo oggi daranno agli immigrati gli stessi doveri e diritti previsti dalla Costituzione per i nostri concittadini…Garantiscono libertà di circolazione, pieno accesso al lavoro remunerato, all’istruzione, alla sanità pubblica e alla giustizia…La lotta alla criminalità non impedisce al Brasile di essere generoso con gli esseri umani di qualsiasi parte del mondo che vogliono costruirsi un futuro”. Lula ha annunciato che in occasione del G8 dell’Aquila illustrerà ai ‘grandi’ del pianeta “come il Brasile tratta gli immigrati”. Per il deputato William Woo del Partito della socialdemocrazia brasiliana (Psdb, principale schieramento dell’opposizione), “il Brasile sta dando un esempio all’umanità. Non possiamo accettare – ha detto il legislatore nato a San Paolo da madre giapponese e padre cinese, sposato con una coreana naturalizzata brasiliana - che in questo mondo esistano barriere imposte alle persone e non ai beni, ai macchinari, alle commodities…. L’essere umano è il pezzo più importante del pianeta Terra”.
[FB]
http://www.misna.org/news.asp?a=1&IDLingua=2&id=250033
Quelli che emigrano: la diaspora lituana
Chi sono i lituani di domani? Vilnius, maggio 2009 ©Jordi Cohen/ http://www.jordicohen.com/
Mentre Vilnius, capitale europea della cultura 2009, accoglie visitatori da tutto il mondo, migliaia di lituani lasciano il paese, per sfuggire a una disoccupazione in rialzo (15,5% in marzo 2009) e a salari nettamente inferiori alla media europea.
ANALISI
Le stime riportano che oggi più di 250mila lituani hanno approfittato della libertà di circolazione e di insediamento offerte dall’adesione all’Unione europea nel 2004. Ovvero una proporzione significativa della popolazione nazionale, che conta oggi un po’ meno di 3,4 milioni di abitanti. La crisi economica e finanziaria che attraversa la nazione baltica porta a una recrudescenza delle partenze e a una sospensione dei ritorni che sono aumentati in questi ultimi anni. I lituani tentano dunque la fortuna altrove, soprattutto nel Regno Unito e in Irlanda, dove sarebbero rispettivamente più di 100mila e quasi 75mila. Una fuga di cervelli e di giovani attivi sempre più penalizzante per la Lituania.
Fuga di cervelli? | ©Jordi Cohen/ http://www.jordicohen.com/
Una diaspora di oltre un milione di cittadini che non vota
Tanto più che questi emigranti sono solo una parte della diaspora lituana, stimata a più di un milione d’individui sparsi per il mondo. Le origini di questa vasta comunità sono da ricercare innanzitutto nella tormentata storia del Paese – a lungo oppresso dai regimi zarista e sovietico – e nella concezione lituana di nazione, basata principalmente su criteri etnici e culturali. Per questo la diaspora è considerata parte fondamentale della comunità nazionale. La questione che è stata posta, dopo l’indipendenza, verteva sui mezzi da adoperare per conservare l’unità nazionale malgrado la distanza. Per gli emigranti partiti di recente, lasciando nel paese le famiglie, ciò avviene in maniera più o meno naturale. Nel 2007, la Lituania ha infatti ricevuto 870 milioni di euro in termini di trasferimenti di fondi provenienti dagli emigrati, ovvero circa il 2% del suo Pil. L’utilizzo effettivo di questo denaro è visibile: case rinnovate, auto nuove o, ancora, supporto alla formazione dei bambini. Ma, se può sembrare naturale mantenere il contatto con i propri cari, preservare il legame con la società civile e la vita politica nazionale appare più difficile da realizzare. L’esempio della recente elezione presidenziale del 17 maggio scorso parla da sé. In Irlanda, il movimento “As Esu” (Io Sono) si era dunque impegnato lo scorso aprile a incitare gli emigrati lituani ad iscriversi alle liste elettorali dell’ambasciata. I militanti non hanno trascurato nessun mezzo per raggiungere la popolazione: conferenze, interventi agli eventi culturali, manifesti, depliant, o ancora Internet e Facebook. Il risultato? Mentre soltanto 1.511 elettori residenti in Irlanda si erano espressi alle elezioni legislative del 2008, l’iscrizione per le elezioni presidenziali è stata moltiplicata per sette, ovvero un po’ più di 10mila persone. Una soddisfazione un po’ amara. Questa mancanza di interesse dei lituani all’estero per ciò che succede nel loro paese d’origine è il motivo cruciale del debole tasso di partecipazione del 17 maggio scorso, che arriva al 57,71%. È dunque la vita politica in sé che è che perde vitalità in questa situazione.
Verso una ridefinizione della cittadinanza
Se i poteri pubblici vogliono credere in un ritorno, a breve, di una gran parte di emigrati, alcuni, meno ottimisti, devono porsi la questione dell’immobilità della situazione demografica, ricordando che la popolazione continua a diminuire dal 1991. Questo succede sia a causa di una bassa natalità, sia per un drammatico tasso di suicidi. Le discussioni si concentrano adesso sulla riforma dell’articolo 12 della legge sulla cittadinanza, che vieta la doppia cittadinanza ai lituani emigrati dopo l’indipendenza, tranne rare eccezioni. Di conseguenza, i numerosi cittadini emigrati sono “spariti” dai registri nazionali adottando la cittadinanza del paese che li ha accolti. Ma il progetto non ha incontrato l’unanimità: il punto è su quale base selezionare gli emigrati eleggibili alla doppia cittadinanza. Gabrielius Žemkalnis, un rappresentante della diaspora Lituania, auspica di continuare a valorizzare le ragioni politiche dell’emigrazione, cioè quelle ante 1991. Al contrario di Regina Narusiene, presidente dell’organizzazione che rappresenta la diaspora, predica un’unità nazionale senza imperfezioni: «Se qualcuno ci divide o scava una fossa tra la Lituania e la sua diaspora, questo avviene proprio per mano del governo lituano, che sarà ritenuto responsabile davanti al popolo e alle generazioni future. Noi amiamo la nostra patria e siamo una cosa sola».
Utilizzare la doppia cittadinanza come palliativo al declino demografico potrebbe rivelarsi rischioso considerando la composizione multietnica del paese. Non è infatti fuori questione offrire questa possibilità alle comunità polacche o russofone, che costituiscono il 15,4% della popolazione totale. Come sottolineato da Narusiene, «la Costituzione deve mantenere restrizioni sulla doppia cittadinanza per la salvezza della Lituania come, ad esempio, limitare la doppia cittadinanza ai soli individui di discendenza lituana». Introdurre una tale differenza di trattamento nella società lituana potrebbe risvegliare vecchi fantasmi, finora risparmiati al paese. Nel suo discorso di giuramento per l’anno 2009, l’anziano Presidente Valdas Adamkus ha dichiarato: «La Lituania è sempre stata e sarà sempre, quali che siano le difficoltà che ci aspettano e gli ostacoli che dovremo superare.» La Lituania potrà andare avanti sempre, in effetti, ma resta oggi da definire dove e chi saranno i lituani di domani.
http://www.cafebabel.com/ita/article/30577/quelli-che-emigrano-diaspora-lituana.html
Si prepara lo scipero contro Ahmadinejad
Enzo Mangini
Mentre il governo iraniano annuncia che alcuni impiegati dell'ambasciata britannica saranno processati per aver preso parte nelle proteste, i movimenti di opposizione preparano lo sciopero generale dal 6 all'8 luglio. Ahmadinejad costretto a cancellare diversi viaggi
Il braccio di ferro politico nella Repubblica islamica sembra entrare in una nuova fase. Il governo continua a giocare la carta del complotto esterno per distogliere l’attenzione dalle proteste. Lo fa ribadendo le accuse contro la Gran Bretagna, diventata dopo il discorso della Guida suprema Ali Khamenei all’università di Teheran il 19 giugno scorso, il nemico numero, perfino più degli Stati uniti. Londra ha chiesto conferma della notizia secondo cui due membri dello staff dell’ambasciata britannica saranno processati a Teheran. La notizia è stata data dall’ayatollah Ahmad Jannati, capo del Consiglio dei guardiani. Secondo diverse agenzie di stampa internazionali, Jannati, una delle figure chiave del regime, avrebbe detto che «l’ambasciata ha avuto un ruolo nelle proteste, ci sono stati degli arresti e ovviamente ci sarà un processo». I funzionari britannici ancora agli arresti sono due, dopo che nei giorni scorsi la polizia iraniana aveva arrestato nove persone dell’ambasciata britannica a Teheran. La Gran Bretagna ha protestato duramente contro gli arresti e un eventuale processo potrebbe portare alla rottura delle relazioni diplomatiche tra i due paesi.
Le manovre del governo, però, non riescono a nascondere del tutto la forza del movimento di protesta. Dal suo sito Mir Hossein Mussavi, principale leader della protesta, ha rilanciato una serie di documenti che proverebbero i brogli elettorali, che secondo il Consiglio dei guardiani presieduto da Jannati, non avrebbero influenzato l’esito delle elezioni presidenziali dello scorso 12 giugno. Mussavi ha anche rilanciato l’appello allo sciopero generale, secondo le modalità dello «sciopero islamico», per tre giorni a partire dal 6 luglio. Lo sciopero prevede che i manifestanti si radunino nelle moschee, digiunando dall’alba al tramonto come durante il mese di Ramadan. E’ una forma di protesta che rispetta tanto la costituzione della Repubblica islamica quanto la legge coranica, rendendo molto difficile alle autorità iraniane di intervenire per stroncare le manifestazioni come successo con i cortei delle scorse settimane. Per avere successo, però, lo sciopero deve estendersi a tutto il paese e possibilmente coinvolgere anche la potente classe commerciale dei bazari’, legata al regime.
La situazione, comunque, è molto complicata. Secondo diversi blog, Mahmoud Ahmadinejad è stato costretto a cancellare diversi viaggi, sia all’estero sia nel paese. E’ stato annullato senza preavviso, per esempio, il viaggio in Libia, dove Ahmadinejad avrebbe dovuto parlare all’assemblea dell’Unione africana e firmare un trattato di cooperazione con il dittatore libico Muhammar Gheddafi. E’ stato cancellato anche un viaggio in uno dei luoghi santi dello sciismo iraniano, il mausoleo di Mashad, dov’è sepolto l’undicesimo Imam. Tradizionalmente, tutti i presidenti iraniani vanno in pellegrinaggio a Mashad dopo le elezioni. Lo ha fatto anche Ahmadinejad quattro anni fa. Stavolta però la visita è stata cancellata per «motivi di sicurezza», nonostante fossero stati mobilitati 15 mila uomini, tra basiji e soldati per proteggere Ahmadinejad dalle proteste dei cittadini di Mashad. Stessa sorte per il viaggio a Shiraz, capitale culturale del paese, dove a quanto pare Ahmadinejad sarebbe stato duramente contestato. Ed è stato cancellato anche il viaggio che avrebbe dovuto portare Ahmadinejad in cinque capitali latinoamericane. Era un viaggio preparato da tempo, grazie alle buone relazioni che l’Iran ha stabilito con il Venezuela di Hugo Chavez, ma le proteste di piazza e la disputa sui brogli elettorali hanno spinto ad evitare un lungo tour che avrebbe tenuto Ahmadinjead lontano dal paese per diversi giorni. Il tour doveva servire anche a sponsorizzare la candidatura di Teheran come sede del vertice dei paesi non allineati previsto nel 2012. Sarebbe stato il coronamento delle aspirazioni globali di Ahmadinejad.
http://www.carta.org/campagne/dal+mondo/17970
luglio 4 2009
Arrivan le ronde
di giorgio topa, 3...Come dice il nostro Palma, eia eia alalà!
Giunto a Torre Pellice, nel cuore delle valli valdesi, leggo sul Corriere la notizia dell'approvazione delle norme su ronde e reato di clandestinità per gli immigrati illegali.
Sul reato di clandestinità si può discutere, a occhio ci sono pro e contro.
Ma è la norma che istituisce le "associazioni volontarie al presidio del territorio" che mi fa rizzare i capelli in testa (e due). Lo spazio che si apre per soprusi, abusi e intimidazioni di ogni sorta è enorme. Non sono armate, ma in caso di "flagranza di reato" possono procedere al controllo e identificazione delle persone, financo all'arresto. E in teoria devono auto-finanziarsi, ma in pratica gli enti locali possono dar loro soldi, visto che si tratta di associazioni. Un altro sintomo del degrado e della progressiva peronizzazione del paese: come non rendersi conto che, al mutare del colore politico delle amministrazioni locali queste favoriranno questa o quella banda (oops, "associazione volontaria ...") questo o quel "capitano di ventura"? Come non rendersi conto che in un quattro e quattr'otto i gruppi violenti di tifosi organizzati si ricicleranno come "associazioni volontarie al presidio del territorio"?
Non bastavano mafia, camorra, 'ndragheta (che altro sono queste se non "associazioni volontarie che presidiano il territorio"?) al Sud? Ora le avremmo in tutto il paese, sponsorizzate da comuni, provincie e regioni!
È proprio nell'ambito della sicurezza e controllo del territorio che voglio lo Stato, non per l'IRI-2! Eia eia alalà!
http://www.noisefromamerika.org/index.php/articles/Arrivan_le_ronde#body
Anche quelle.
Berlusconi rassicura gli abruzzesi, da qui a settembre non staranno più nelle tende. Se continua così cadranno anche quelle.
http://poverobucharin.ilcannocchiale.it/
Ho partecipato a una riunione del Pd dove qualcuno ha detto che il partito è un bambino ancora nell'incubatrice. Non è così. Il Pd è stato bambino, per poco tempo, ma lo è stato.
Come un bambino era allegro, entusiasta. Giocava, da solo e in compagnia e aveva un gioco, su tutti, che gli piaceva moltissimo: una scatola di costruzioni, mattoncini con cui si costruiva una cosa a cui teneva, la chiamava - un pò ingenuo come sono i bambini - democrazia, era bella e indistruttibile ai suoi occhi.
Il nome sulla scatola di quel gioco era: "Primarie". Poi il bambino, precocemente, ha cominciato a crescere, a farsi domande e ad essere critico, entusiasta ma critico. Ha cominciato a capire che il mondo era fatto anche da altre persone, altri paesi, altre idee. Da altri giochi - o gli stessi - ma usati meglio. Ha visto che altri bambini stavano giocando e che, proprio con lo stesso gioco - pensate - di là dal mare, un bambino nero e bravissimo stava costruendo, addirittura, un mondo diverso.
Lui, nel frattempo è diventato adolescente e, come tutti gli adolescenti, ha l'acne e ha cominciato a provare invidie, rancori, pulsioni. Non riesce più a giocare. Allora prova a cambiare le regole di quel gioco bellissimo che ora non gli basta più. Gli sembra inutile, una cosa di cui vergognarsi. Anche lui, guardandosi ossessivamente allo specchio, si sente un po' brutto, perdente, sfigato.
Così non fa più simpatia, ha perso l'entusiasmo. I suoi amici si sono allontanati. Vanno a cercare quelli che l'adolescenza la passano con le ragazze, i soldi ed a cantare e ballare sulle navi.
Lui è in piena crisi di identità. Sa che dovrebbe diventare adulto riuscendo a tornare ai suoi giochi da bambino.
E' il momento di dargli una mano.
Il rischio è che diventi vecchio senza accorgersene.http://ilprimocerchio.blogspot.com/
Io sono decisamente una che, al contrario di Debora, e’ cresciuta nelle sezioni. Mi sono iscritta ad un partito a 16 anni, ho fatto per 10 anni la funzionaria di partito. Vero, ho fatto anche altro nella vita – ma credo che anche il piu’ grigio e devoto dei burocrati coltivi una passione, un interesse, degli affetti, una vita. Quindi, credo di potermi definire una “donna di partito”. Ma proprio perche’ sono cresciuta dentro un partito, vedo che c’e’ una profonda differenza tra “militanza” ed “apparato”. Tra valorizzazione della vita dei circoli, del lavoro della “base” sui territori, dell’apertura e della partecipazione, ed invece quell’idea di “far politica” un po’ autoreferenziale che traccia una linea netta tra “addetti ai lavori” e “cittadini” – come se la politica fosse appannaggio di qualcuno, e non impegno libero di tanti, di tutti (magari in forme diverse, con tempi diversi). Da “donna di partito”, dico che il PD che ci serve e’ aperto e di tutti. E che, oggi, a lavorare per quel tipo di partito e’ Dario Franceschini.
Tanti, dei miei amici con i quali ho fatto politica in questi anni, hanno deciso di sostenere la candidatura di Bersani. E tanti hanno motivato questa scelta con una sorta di “orgoglio d’apparato”: la storia, la militanza, l’identita’. Tanti di loro, dopo le parole di Debora, si sono sentiti offesi. Alcuni, tra loro, hanno reagito offendendola a loro volta. Con una tale violenza da far riflettere - tanto nervosismo non si addice a chi ha alle spalle anni di esperienza politica: si possono condividere o meno i suoi pensieri e le parole che ha usato per esprimerli, ma la fretta con la quale ci si e’ sperticati a dire “l’avevo detto! E’ inconsistente! E’ solo una ragazzina stupida!” fa pensare che le dichiarazioni fossero gia’ pronte, in attesa solo del primo titolo di giornale discutibile.
Io probabilmente non avrei usato le stesse parole che Debora ha usato. Non credo che mi sarebbe venuto in mente di dire “sostengo Dario perche’ e’ piu’ simpatico” – ma quante volte ho pensato che i nostri leader avrebbero tratto solo beneficio (e noi con loro) a mostrarsi (ad essere?) piu’ “umani”, “normali”, “simpatici” anche? Chiaro, e’ una categoria pre-politica. Soggettiva. Ed ovviamente non dice niente di dove vuoi portare il partito e come intendi farlo. Ma dice una cosa banale, o meglio che dovrebbe essere banale (e purtroppo non lo e’): che la politica, anche la politica, e’ fatta da persone in carne ed ossa, con i loro caratteri e le loro personalita’, le loro alchimie e le loro storie. Che forse non c’e’ bisogno di iscriversi al “club del dirigente di partito” per avere credibilita’ e consenso – anzi, forse e’ sempre piu’ vero il contrario. Che ci si puo’ mostrare per quel che si e’, che il conformismo del secolo scorso forse e’ alle nostre spalle.
Non avrei detto “di qua c’e’ il PD, di la’ D’Alema”. Perche’ pur pensandola spesso in modo diverso da lui, sono convinta che il PD sia anche suo. Purche’ smetta di giocare a fare quello che passa di la’ per caso, e soprattutto purche’ non pensi che sia o debba essere solo suo.
Qualche giorno fa, un settimanale riportava una frase, attribuita a Reichlin (in una presunta conversazione con D’Alema) che diceva: “Dovremmo lasciare il partito alle Serracchiani e alle Mogherini?”. Non so se l’abbia mai detta, ma non faccio fatica a immaginare che il senso di quella frase possa appartenergli: “Dovremmo lasciare il partito a chi non e’ come noi?”. Dove il “noi” rischia di essere una categoria dello spirito – perche’ nessuna di noi due e’ una velina (purtroppo?), nessuna di noi due e’ una ex democristiana (ma sono certa che la “provenienza” non sarebbe percepita come un problema – piuttosto, forse, la non “appartenenza”). Una valutazione “pre-politica”, antropologica. Ragazzine.
Ora, se un illustre ottantenne dice che non si puo’ lasciare il partito a due “ragazzine” (che viene da piangere, perche’ fra un po’ siamo in menopausa) va bene, e se una delle “ragazzine” dice che non si puo’ lasciare il partito agli ottantenni e’ un attentato alla democrazia? Mi sfugge la logica dei due pesi, delle due misure.
Io e Debora a quella frase non reagimmo. Sarebbe stato bello se chi si e’ sentito offeso dalle parole di Debora lo avesse fatto sapere con un po’ di discrezione. Perche’ siamo tutti nello stesso partito. Condividiamo dei valori, degli obiettivi, un cammino futuro. Io ho, e continuo ad avere, tantissime cose in comune con gli amici che stanno in questi giorni scegliendo di sostenere Bersani. Non e’ una guerra di religione, non c’e’ nessun nemico da abbattere e nessun clandestino da espellere. E’ un congresso – un confronto democratico tra idee. Alcune di queste idee sono diverse, altre no. Restiamo una comunita’ di persone, un partito. Restiamo, innanzitutto, amici, compagni di strada. Non c’e’ niente di apocalittico, niente di drammatico, e soprattutto niente di personale. C’e’, invece, un confronto tra progetti che inizia a farsi chiaro.
Il giorno che e’ uscita l’intervista di Debora ero alla Camera, in Aula. Le reazioni di chi mi circondava erano a dir poco critiche, le eccezioni si contavano sulle dita di mezza mano. La sera, ho parlato con amici che non fanno politica. Elettori del PD, o meglio persone che sono alla costante ricerca di validi motivi per votare PD – e non sempre ne trovano, cosa che li fa arrabbiare non poco. Mi dicevano che forse la frase sulla simpatia di Dario non era granche’, ma che si capiva che era una battuta. E che, per il resto, si ritrovavano pienamente in quelle parole. Che trovavano vergognoso il fuoco di fila che si e’ scatenato contro la poveretta. E mi hanno chiesto come si fa, a partecipare al congresso. Oggi vanno a fare la tessera.
Racconto questo per due motivi.
Innanzitutto, perche’ dice di quanto sia labile e teorica la distinzione – che invece alcuni vorrebbero netta – tra iscritti ed elettori. Il PD e’ partito aperto, con una “base” permeabile, o di proprieta’ esclusiva degli iscritti (poi, oggi significherebbe di Bassolino…)? I circoli servono a fare tessere o ad interagire con la vita delle persone (penso ad un circolo vicino casa mia, che organizza i gruppi di acquisto solidale ed ospita un Caf)? Chi sono gli “azionisti” del PD: i cittadini che lo votano (o vorrebbero votarlo, se ne trovassero ragioni), o gli eletti locali? Il PD e’ partito di eletti, o sono piuttosto gli eletti “del partito” - ovvero attraverso il partito chiamati a rendere conto ai cittadini che li hanno votati?
Poi, ho raccontato questa storia perche’ la distanza tra la reazione che ho visto “dentro” e quella che ho visto “fuori” mi ha impressionato. E temo dia il senso della distanza tra la nostra classe dirigente ed il nostro (a volte solo potenziale) elettorato. Tanto e’ ampia quella distanza, tanta e’ la strada da fare per colmarla. Ma si deve cominciare a camminare nella direzione giusta.
E secondo me la direzione giusta non e’ la retromarcia. Ho ascoltato con attenzione le parole di Bersani. Il partito che descrive, lo conosco gia’. Ci ho vissuto per diversi anni. Era un grande partito, con grandi limiti. Capisco che se ne possa avere nostalgia. E’ legittimo. E’ altrettanto legittimo provare a costruire quel partito diverso che abbiamo pensato e non abbiamo realizzato. Per me, piu’ che legittimo e’ doveroso – se non altro per tutti quegli italiani a cui l’abbiamo raccontato, che lo hanno voluto insieme a noi, che lo hanno votato.
Chi teme che la scelta sia tra due persone, e non tra due idee, sbaglia: c’e’ chi pensa che il progetto debba essere cambiato, e chi pensa che vada realizzato. http://blogmog.ilcannocchiale.it/
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