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Stati Uniti dalle icone
I rituali mediatici che aggregano gli americani
di MARCO SIOLI
In questo paese, l'opinione pubblica è tutto.
Abramo Lincoln (1859)
1. L'opinione pubblica
Walter Lippman, nel suo lavoro pubblicato negli Stati Uniti nel 1922 e intitolato appunto Public Opinion, riassume con efficacia il processo attraverso il quale le opinioni della gente diventano l'opinione pubblica (1). Ed era proprio nel suo ruolo di sottosegretario aggiunto alla Guerra ricoperto nel 1917 che Lippman ebbe l'occasione di osservare il crescente intreccio di interessi tra l'apparato militare e il mondo economico americano. Erano gli anni in cui il grande esercito centralizzato, voluto da Elihu Root - ministro della Guerra dal 1899 al 1904 e intimo amico di Theodore Roosevelt -, sostituiva la National Guard e diventava un referente privilegiato per il grande capitalismo industriale (2).
Nel suo volume Lippman descriveva come l'opinione pubblica abbia costruito i propri miti, i propri eroi, i propri nemici strappandoli alla storia per catapultarli - secondo una terminologia più contemporanea – dal "deserto del reale" al "mondo dell'effimero". In un'epoca ancora dominata dai giornali, l'analisi di Lippman ricostruiva come i messaggi provenienti dall'esterno siano stati ampiamente influenzati dagli scenari mentali di ogni persona, con i propri preconcetti e pregiudizi. La sua preoccupazione per un giornalismo esaustivo, in grado di documentare in modo completo l'attività dei ceti dirigenti, come fondamento di una società democratica, si scontrava con la necessità da parte delle élite al potere di fornire un'immagine stereotipata della realtà, costruita attraverso colloqui confidenziali e telefonate segrete, da trasmettere al grande pubblico (3).
Nel 1920 da Pittsburgh iniziavano le prime trasmissioni radiofoniche e il peso dei giornali nei confronti dell'opinione pubblica era destinato a diminuire. Che il pubblico americano fosse fortemente influenzabile dai media lo aveva già platealmente dimostrato Orson Welles quando il 30 ottobre 1938, il giorno prima di Halloween, convinse milioni di ascoltatori radiofonici che i marziani avevano invaso la terra. L'adattamento radiofonico del romanzo The War of the World era inteso a esagerare volutamente l'effetto drammatico, con interruzioni dei programmi musicali per dare spazio a nuovi bollettini giornalistici sui "grandi oggetti infuocati" che atterravano vicino a una fattoria del New Jersey. All'inizio della trasmissione era stato spiegato esplicitamente che si trattava di una commedia, tuttavia quando un attore descrisse con enfasi uno degli alieni che con dei tentacoli lo stava aggredendo, la gente scese nelle strade armata con gli asciugamani bagnati sulla faccia per proteggersi dai gas velenosi dei marziani. (4)
Le esplosioni nucleari a cielo aperto degli anni Cinquanta avevano ribadito la capacità dei media di trasformare dei pericolosi esperimenti in spettacoli per turisti. Dal 1951 al 1957 al personale militare dell'area interessata alle esplosioni fu impartito l'ordine di osservare i test nucleari a varie distanze dal punto dell'esplosione per poi intraprendere delle esercitazioni di guerra atomica, mentre alcuni spettatori civili furono portati a osservare gli scoppi nucleari con la sola protezione di occhiali da sole. Nonostante la campagna di propaganda a favore di questi esperimenti, i danni causati dalla ricaduta di sostanze nocive furono devastanti per la salute dei soldati e degli abitanti delle zone vicine: molti reduci che avevano assistito ai test morirono negli anni successivi a causa di tumori letali, così come gli abitanti "sottovento" dei poligoni militari nucleari situati in Nevada, a un centinaio di chilometri da Las Vegas, senza tuttavia che si mettesse in dubbio la credibilità del governo o dell'esercito. (5)
Gli anni Cinquanta avevano segnato il punto di non ritorno nella manipolazione dell'opinione pubblica: l'invenzione della minaccia rossa - red scare - funzionò come deterrente per un giornalismo libero che si dovette conformare diventando un megafono delle classi dirigenti, e una pedina dell'organizzazione del consenso. I giornalisti dell'epoca, compreso Walter Lippman - che da socialista si era arroccato su posizioni conservatrici e repubblicane -, scrivevano ciò che il governo voleva far stampare. Nonostante l'avvento della televisione, i giornalisti ritennero di poter sfidare il potere politico in occasioni così rare da passare alla storia (6). Il giornalismo del consenso finì bruscamente con la guerra del Vietnam. E fu proprio con Nixon e lo scandalo Watergate che si pose l'accento su quanto i politici fossero impegnati molto di più all'esterno dell'arena elettorale che non all'interno. Piuttosto che utilizzare le armi dei contenuti per mobilitare gli elettori, gli attori politici preferivano mettere a punto metodi alternativi di lotta: in primo luogo il ricorso sistematico ad attacchi personali nei confronti dei candidati alle cariche pubbliche, in secondo luogo l'utilizzo delle lobby, in grado di mobilitare risorse finanziarie e ideologiche, come appunto l'uso guidato dei media e, soprattutto da parte repubblicana, l'ausilio dei finanziamenti all'apparato militare-industriale il cui fine principale era quello di creare un ambiente favorevole ad uno stato permanente di conflitto.
2. Il sigaro di Clinton
Il caso Clinton-Lewinsky, che ha tenuto la curiosità dell'opinione pubblica incollata alle vicende umane dello studio ovale della Casa Bianca, nasce da una querela per molestie sessuali. Già nel 1994 Clinton aveva dovuto difendersi da un'azione legale di Paula Jones per sexual harassment, accusa che - recuperando le leggi sui diritti civili del 1964 - poteva colpire ogni superiore che faceva delle avance sessuali sul posto di lavoro in quanto responsabile di discriminazioni, in questo caso sessuali. La Jones aveva querelato Clinton perché nel 1991 l'aveva invitata in una camera d'albergo e le aveva proposto di praticargli una fellatio. All'epoca Clinton era ancora governatore dell'Arkansas e la Jones una dipendente dell'amministrazione statale (7). L'episodio divenne pubblico solo nel 1993, quando Clinton era già presidente, grazie a un articolo pubblicato da un mensile conservatore, l'American Spectator. Nell'articolo si accusava Clinton di usare le sue guardie del corpo per organizzare incontri con molte donne tra cui una certa Paula. Poche settimane dopo la pubblicazione dell'articolo Paula Jones tenne una conferenza stampa in cui raccontava la vicenda e chiedeva le scuse di Clinton. Nel maggio del 1994, pochi giorni prima della scadenza dei termini della prescrizione, la Jones querelò in sede civile Clinton chiedendo i danni. Cosa essenziale da notare è che i suoi avvocati non erano stati assunti e pagati da lei ma da una fondazione conservatrice, il Ruthford Institute, che, come l'American Spectator, era finanziata da Richard Mellon Scaife, un eccentrico miliardario che aveva investito parecchi milioni di dollari per distruggere politicamente Clinton (8).
Di più, Paula Jones si presentava come una ragazza di campagna che aveva osato ribellarsi alle prepotenze del suo capo, ma in realtà non solo le sue spese legali, ma il suo guardaroba, il suo parrucchiere e i suoi portavoce erano finanziatati da un gruppo ultraconservatore, in cui giocava un ruolo di primo piano la Federalist Society, un'associazione di avvocati di cui faceva parte Kenneth Starr. Questo gruppo di avvocati nell'ambito dell'indagine contro Clinton ebbe l'autorizzazione di identificare tutte le donne che potevano avere avuto una relazione sessuale con il presidente. Nell'ambito di questa inchiesta diverse donne furono contattate da Linda Tripp, una sostenitrice di George Bush Sr. e da lui assunta come segretaria alla Casa Bianca, che dopo l'insediamento di Clinton era stata trasferita al Pentagono. Qui aveva fatto amicizia con una ragazza californiana che aveva lavorato come volontaria alla Casa Bianca nel 1995, prima di essere trasferita anch'ella al Pentagono l'anno successivo. (9)
Il caso della Jones si intrecciò così con quello di Monica Lewinsky, e mentre il primo caso veniva chiuso nel 1998 - in quanto il giudice aveva stabilito che non c'erano le basi per aprire il processo e aveva messo fine al procedimento -, il secondo avrebbe portato il presidente all'impeachment, complice l'ostinazione di Kenneth Starr, membro della Federalist Society ora nel ruolo di procuratore speciale incaricato dal Congresso di indagare sulle violazioni di legge da parte di Clinton. Dopo aver precisato che nell'ambito del processo Jones sia la Lewinsky sia Clinton erano stati chiamati a testimoniare e sotto giuramento avevano entrambi negato di aver avuto una relazione sessuale, l'epilogo della vicenda è presto delineato.
La stampa e il procuratore Starr costruivano una narrazione dell'evento, mescolando elementi veri e falsi, per creare un Clinton bugiardo e libertino, e distruggere la sua immagine pubblica. Sotto questa pressione e con il rischio di finire a sua volta sotto processo Monica Lewinsky ottenne l'immunità e iniziò a collaborare con Starr, confermando l'esistenza di un vestito con una macchia di liquido seminale riconducibile al presidente. Dopo il confronto con il Dna di Clinton, che risultò identico, anche quest'ultimo fu costretto a confessare che una relazione c'era stata. Ma il rapporto Starr, nella sua ricostruzione meticolosa della relazione tra Clinton e Lewinsky segnò un autogol. Le descrizioni al limite del romanzo pornografico del tipo "nel corridoio vicino allo studio, il presidente e Monica Lewinsky si baciarono... lui le dedicò tutte le attenzioni, baciandole il seno nudo e accarezzandole i genitali. A un certo punto il presidente introdusse il sigaro nella vagina di Monica Lewinsky, poi prese il sigaro in bocca e disse 'ha un buon sapore'", resero ridicoli sia Starr sia la maggioranza repubblicana della Camera. (10) Argomenti che avrebbero dovuto indignare fecero soltanto sorridere e la diffusa percezione che il procedimento fosse una manovra politica per danneggiare Clinton portò, il 12 febbraio 1999, alla finale assoluzione del presidente dalla procedura di impeachment.
3. Il tacchino di Bush
Il 27 novembre 2003, il presidente George W. Bush si è presentato a sorpresa all'aeroporto di Baghdad e ha festeggiato con i soldati il Thanksgiving Day, il giorno del Ringraziamento. L'avvenimento è stato ripreso e fotografato dai media scelti accuratamente che hanno ritratto un presidente sorridente mentre impugnava un vassoio su cui era posto un enorme tacchino pronto per essere servito alla truppa. Il tacchino, in apparenza splendidamente cucinato, due giorni dopo si è rivelato essere di plastica. Come hanno ricordato alcuni commentatori, il viaggio di Bush è stato un blitz, un'operazione hollywoodiana, uno spot da riciclare durante la campagna elettorale alle porte. Ma più che altro il lungo viaggio di Bush dal Texas all'Iraq, per trattenersi alcune ore in un hangar trasformato in mensa militare, è un modo per entrare nelle case degli americani e accattivarsi l'opinione pubblica del suo paese che faticava a seguirlo in questa avventura oltre oceano. Bucare lo schermo televisivo di milioni di famiglie americane riunite per il Thanksgiving Day che tagliando il loro tacchino, questa volta vero, avranno pensato con commozione e orgoglio patriottico al loro presidente e ai loro soldati.
Con questo blitz, Bush e i suoi strateghi mediatici si sono appropriati di una celebrazione di preghiera e di pace - il ringraziamento a Dio per la prosperità, la tranquillità e l'armonia che era riuscito a trasfondere nella comunità -, trasformandola in un messaggio di guerra. Il Thanksgiving Day è stato trasformato da un giorno di preghiera e di riposo da passare in famiglia, in un giorno di conflitto, come tanti altri. Bush continua così la sua battaglia personale, spesso definita "crociata contro il male", contro i cosiddetti "stati canaglia" colpevoli di condurre politiche aggressive nei confronti dell'egemonia americana sul pianeta.
Una delle armi mediatiche utilizzate in questa battaglia è una certa strumentalizzazione in senso militare di queste celebrazioni. Da un lato appropriandosi del Thanksgiving Day, come abbiamo visto, dall'altro enfatizzando le celebrazioni più legate alla guerra, con uno spirito puritano. Osservate l'ora: alle 8 del mattino dell'11 novembre 2002, in occasione del Veterans Day - giorno in cui si celebrano tutti i soldati americani morti in guerra - Bush si era recato a visitare il Vietnam Veterans Memorial di Washington, il suggestivo monumento di granito nero su cui sono incisi i nomi di oltre 58.000 sodati americani morti in Vietnam, per deporre una piccola bandiera a stelle e strisce ai piedi del monumento, mentre la sua visita è stata immortalata in fotografie che sono poi comparse sui giornali americani (11).
Il peso dedicato dai media alla visita di Bush al Vietnam Veterans Memorial e quella ancor più originale nel giorno del Ringraziamento a Baghdad sono tutti mezzi per allargare la partecipazione popolare alla generica definizione di nazione americana e allo stesso tempo fanno intuire il ruolo che le celebrazioni ricoprono in questa politica di aggregazione. Una nazione, secondo Benedict Anderson, è più di un'entità politica, è "una comunità politica immaginata" i cui confini attengono agli stati d'animo quanto alla geografia. "È immaginata" continua Anderson "in quanto gli abitanti della più piccola nazione non conosceranno mai la maggior parte dei loro compatrioti, né li incontreranno, né ne sentiranno mai parlare" (12).
Le celebrazioni, reali o mediatiche, rompono questa barriera di incomunicabilità creando delle linee di inclusione che definiscono la nazione americana con la sua storia, ma soprattutto con le sue tradizioni che come ci ricorda Eric J. Hobsbawm sono spesso inventate. (13).
Da un lato la nazione america virtuosa e puritana, dall'altro il nemico politico e militare numero uno, Saddam Hussein che - attraverso una creazione sublimata, e poi desublimata nell'atto dell'arresto - è stato trasformato da un personaggio di statura locale a una figura mostruosa, interprete del male. Da artefice di un regime autoritario responsabile di molti crimini contro il suo stesso popolo, a minaccia della pace mondiale in grado di utilizzare gas velenosi nelle guerre future (gas della Dow Chemical che erano stati venduti dagli americani agli iracheni durante il conflitto con l'Iran) e armi di distruzione di massa (risultati poi completamente assenti dagli arsenali iracheni).
Un'invenzione in grado di manipolare il punto di vista della gente: i gas velenosi dei marziani di Orson Welles come quelli di Saddam Hussein, utilizzati per trasformare agli occhi dell'opinione pubblica il diverso in un mostro.
4. L'ambiente invisibile
È chiaro a questo punto il legame tra istituzioni politiche, mass media e opinione pubblica. Il potere del campo politico di determinare il tono degli articoli dei media si riflette sull'opinione pubblica. Come abbiamo visto, in America c'è sempre stata una estrema attenzione del potere politico per l'opinione pubblica, sin dall'epoca di Benjamin Franklin. Thomas Jefferson auspicava una stampa libera da censure preventive, ma responsabile per ogni abuso, conscio dell'importanza del ruolo dei giornali nella creazione di una pubblica opinione. Un ruolo poi ribadito da Abramo Lincoln, che nel 1859 aveva affermato in un discorso pubblico a Cincinnati, Ohio: "In questo paese l'opinione pubblica è tutto".
Nella trasformazione dei media avvenuta nella seconda metà del Novecento predomina invece un giornalismo ripetitivo e superficiale, l'equivalente informativo - come afferma Fabrizio Tonello nel suo volume La macchina dell'informazione - di un hamburger in un McDonald's (14). Ma non si tratta solo di una accelerazione dei tempi e di una ripetizione dei temi, ma della costruzione a tavolino della notizia. Il ruolo dei giornalisti viene così superato dagli analisti di simboli che dettano le direzioni dei media e che "cucinano" le notizie. Una massa anonima di tecnici che sostituiscono i giornalisti, o, come afferma Richard Reeves: "Il giornalismo sta diventando una parte sempre più piccola di qualcosa sempre più grande" (15). Alle spalle della creazione delle immagini si collocano le stesse corporations americane che mischiano messaggi pubblicitari alla realtà, la guerra reale alla società dello spettacolo.
Per riconsiderare le vicende di Clinton e il tacchino di Bush seguendo questi canoni, o meglio ricostruendo quello che Walter Lippman ha chiamato "l'ambiente invisibile" in cui vengono costruite le immagini, abbiamo da un lato il viso rotondo di una stagista con la bocca, autrice della fellatio incriminata, segnata da un lucido e vivido rossetto rosso; da un altro lato un grosso tacchino, troppo lucido e vivido per essere vero e che, infatti, si è rivelato poi di plastica. Da una parte un presidente democratico fedifrago e voluttuoso, dall'altro un presidente repubblicano virtuoso che si appropria del Giorno del ringraziamento, per sostenere la sua guerra e motivare i soldati americani in Iraq che si sentono distanti da casa e abbandonati.
Come abbiamo visto proprio nel caso del tacchino di Bush, i media hanno costruito un presidente virtuoso che si è appropriato di una celebrazione di preghiera e di pace trasferita in un contesto di guerra. Una menzogna ribadita dal fatto che il tacchino era di plastica e finalizzato esclusivamente a comparire come immagine nelle case delle famiglie americane, con i tavoli imbanditi per il giorno di festa, per andare fieri del loro presidente e del loro esercito.
Per quanto riguarda lo scandalo Clinton, i media si sono mossi per costruire l'immagine di un presidente spergiuro utilizzando un filmato girato casualmente che mostrava Clinton e la Lewinsky insieme. Si trattava di alcune immagini di un party di festeggiamento per la seconda vittoria di Clinton nel novembre 1996 in cui il presidente si sofferma per 10 secondi ad abbracciare la Lewinsky. Il filmato, mostrato centinaia di volte e spesso al rallentatore in tutto il mondo, è servito a creare l'immagine di due amanti clandestini e la prova della colpevolezza di Clinton che, per aver cercato di evitare l'onta d'una eccessiva invasione nella sfera privata da parte dei media, si è ritrovato sotto impeachment e costretto a rivelare le parti più intime della relazione, come ad esempio quella del sigaro usato nei loro incontri sessuali.
Siamo dunque ancora distanti da quell'informazione corretta, alla quale si richiamava Thomas Jefferson, in grado di formare un'opinione pubblica autonoma nelle proprie considerazioni che non si lasci manipolare da castelli di notizie costruiti ad arte per influenzarla.
Marco Sioli è ricercatore presso il Dipartimento di Storia della Società e delle Istituzioni della Facoltà di Scienze politiche dell'Università degli Studi di Milano dove insegna Storia dell'America del Nord.
Note
1. Il testo di Lippman è stato tradotto in Italia solo nel 1963. Per il salto temporale si veda l'introduzione di Nicola Tranfaglia alla recente ristampa: Walter Lippman, Opinione pubblica, Donzelli Editore, Roma, 1999.
2. Per questa trasformazione si veda Oliviero Bergamini, Un esercito per la nazione. Elihu Root e la nascita del moderno sistema militare negli Stati Uniti, Marcos y Marcos, Milano, 1996.
3. Walter Lippman, Opinione pubblica, cit.
4. Per un racconto completo della trasmissione di Orson Welles si veda il sito transparencynow.com
5. Le foto di questi esperimenti sono state recentemente pubblicate da Michael Light, 100 soli, Contrasto, Roma, 2003.
6. Cfr. Edward Hermann e Noam Chomsky, Manifacturing Consent, Pantheon Books, New York, 1980.
7. Il rapporto Starr. Indagine su un presidente, "I libri dell'Altritalia", Roma, 2000, p. 6.
8. Fabrizio Tonello, La nuova macchina dell'informazione. Culture, tecnologie e uomini nell'industria americana dei media, Feltrinelli, Milano, 1999, p. 105.
9. Ibid., p. 106.
10. Il rapporto Starr, cit., p. 51.
11. Si veda ad esempio "Usa Today", 12 novembre 2002, p. 4.
12. Benedict Anderson, Comunità immaginate. Origini e diffusione dei nazionalismi, Manifestolibri, Roma, 1996, p. 25.
13. Eric J. Hobsbawm, Come si inventa una tradizione, in Eric J. Hobsbawm e Terence Ranger, L'invenzione della tradizione, Einaudi, Torino, 1994, pp. 3-18.
14. Fabrizio Tonello, La nuova macchina dell'informazione, cit.
15. Richard Reeves, What the People Know, Harvard University Press, Cambridge, Mass., 1998.
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Il circolo vizioso dei condoni
Massimo Bordignon
Anche quest’anno, sotto l’albero di Natale, i contribuenti italiani hanno trovato un bel condono.
Più esattamente, l’estensione del condono fiscale concesso l’anno scorso ai redditi relativi all’anno 2002, cioè a quei redditi per cui milioni di italiani hanno pagato il saldo a giugno 2003. O almeno avrebbero dovuto farlo.
Il condizionale è d’obbligo, perché gli effetti economici delle amnistie dipendono molto dal gioco delle aspettative. Poiché infatti il condono comporta una sostanziale riduzione del debito d’imposta rispetto al normale onere tributario, un contribuente che si fosse aspettato l’estensione, almeno sulla semplice base di un calcolo di costi e benefici attesi, avrebbe dovuto posticipare il pagamento delle imposte per il 2002, così da incassare il premio indotto dalla differenza nel carico fiscale.
In altri termini, i condoni, se anticipati, dovrebbero ridurre il gettito fiscale, mentre se non anticipati, dovrebbero aumentarlo. (vedi Bordignon) (1)
Molti commentatori, anche su lavoce.info, hanno utilizzato proprio l’argomento dell’anticipo per criticare l’uso disinvolto e ripetuto delle amnistie fiscali da parte del Governo.
Ma è proprio vero? I condoni italiani sono stati veramente anticipati dai contribuenti? E se anticipati, hanno davvero condotto ad una riduzione dei pagamenti correnti? Quale evidenza esiste a questo proposito?
I numeri e il loro uso
Rispondere a queste domande, apparentemente banali, è molto complesso. Si potrebbe pensare che basti analizzare l’evoluzione dei gettiti tributari, ma non è così.
Per esempio, un recente documento del ministero del Tesoro, largamente ripreso dalla stampa, riporta che le entrate tributarie nel periodo gennaio-novembre 2003 rispetto allo stesso periodo dello anno 2002, sono cresciute del 7 per cento, e di ben il 4,4 per cento al netto delle entrate da condoni, una cifra comunque superiore alla crescita del reddito nominale.
Almeno a prima vista, questo sembrerebbe confutare l’ipotesi di una sostituzione gettito da condono – pagamenti normali delle imposte, dato che l’elasticità del prelievo "normale" rispetto al reddito è in genere pressoché unitaria.
Sennonché, guardando meglio i dati, si osserva che buona parte dell’incremento è dovuto al dato di novembre, che mostra rispetto allo stesso mese dell’anno scorso una crescita delle entrate complessive al netto dei condoni del tutto eccezionale, più 18 per cento.
Che è successo? È l’effetto del decreto legge che impone alla banche di anticipare parte del gettito che incasseranno nel 2004 al 2003? E cosa garantisce che l’ottimo risultato di novembre non venga poi vanificato da una riduzione dei gettiti a dicembre o in qualche mese successivo dell’anno prossimo?
Come questo esempio insegna, è assai difficile ricavare dai dati tributari evidenze conclusive in una direzione o nell’altra, soprattutto su archi temporali limitati. In generale, a parte il problema della qualità, disponibilità e tempestività dei dati, la difficoltà principale consiste nel fatto che i gettiti delle varie imposte dipendono da molti fattori concomitanti (il ciclo economico, la continua evoluzione normativa, le modifiche nella composizione del valore aggiunto ecc.) e isolare la parte dovuta ai provvedimenti di condono è estremamente complesso. (vedi Fedeli-Zangari e Marchese per tentativi in questo senso).
Il sondaggio
Esiste tuttavia una possibile alternativa. Poiché i comportamenti fiscali dipendono dalle percezioni, le domande si possono porre direttamente agli stessi contribuenti. Naturalmente, con qualche accorgimento nella formulazione: non si può chiedere a qualcuno se quest’anno ha evaso di più in attesa del prossimo condono, convinti che risponda onestamente, magari auto-denunciandosi nel contempo. Tuttavia, si possono fare domande di carattere più generale e cercare di inferire dalle risposte qualcosa sui comportamenti dei contribuenti, soprattutto di quelli più a rischio di evasione.
Qui presentiamo appunto i risultati di un simile tentativo.
Si tratta di un sondaggio telefonico svolto (gratuitamente!) da Demoskopea. A un campione di circa mille soggetti rappresentativo della popolazione, sono state rivolte una serie di domande. Tra queste figuravano anche tre domande sui condoni elaborate dalla redazione fiscale de lavoce.info.
Le specifiche esatte del sondaggio, del campione, i risultati complessivi e alcune elaborazioni preliminari dei dati sono riportati per intero nell’articolo a fianco. ( vedi Bordignon e Tabasso) Ci limitiamo qui a commentare i principali risultati.
Il sondaggio tendeva soprattutto a gettare luce sui seguenti tre interrogativi: i condoni offerti nel 2002 erano stati anticipati dai contribuenti? E se sì, da chi ? In particolare, la questione interessante è se le categorie con più capacità di evasione (i percettori di redditi diversi da quelli da lavoro dipendente) erano state in grado di anticipare i condoni, perché è da queste che ci aspetteremmo possibili comportamenti strategici.
Il secondo interrogativo era altrettanto importante: i condoni erano stati percepiti come una tantum o come un elemento permanente e dunque ripetibile della strategia fiscale del Governo? È un punto fondamentale per capire gli effetti dei condoni sulle aspettative.
Se infatti i contribuenti avessero considerato i condoni del 2002 solo come il risultato di qualche evento irripetibile, non ci sarebbe stato il rischio di una auto-alimentazione dei condoni, con l’offerta di oggi che aumenta le aspettative di condoni futuri, inducendo i contribuenti a ridurre i pagamenti correnti e dunque potenzialmente creando le necessità di ulteriori condoni da parte dello Stato.
Infine, un terzo interrogativo riguardava esplicitamente l’attitudine dei contribuenti verso l’evasione fiscale.
Le decisioni fiscali sono complesse: anche in presenza della percezione dell’esistenza di vantaggi dall’evasione presente, indotti dalle aspettative di condoni futuri, non necessariamente i contribuenti, o almeno la maggioranza, sfruttano queste possibilità.
Molto dipende dalle percezioni relative alla "giustezza" dell’evasione. In altre parole, da un giudizio etico sulla moralità degli atti evasivi
I risultati
I risultati del sondaggio vanno presi con cautela, come è sempre il caso con questi esercizi. Tuttavia, con i dovuti distinguo, suggeriscono risposte precise alle domande che ci siamo posti all’inizio. In primo luogo, i condoni varati nel 2002 erano attesi dalla stragrande maggioranza dei contribuenti. In particolare, erano attesi soprattutto dai percettori di redditi diversi da quelli del lavoro dipendente.
In secondo luogo, queste stesse categorie legano anche più di altre le aspettative di condoni alle condizioni generali di bilancio pubblico: in presenza di peggioramenti, si aspettano l’offerta di ulteriori condoni.
In terzo luogo, questi stessi contribuenti sono anche quelli che appaiono giustificare di più l’evasione fiscale, imputandola maggiormente a una necessità di difesa del contribuente contro un fisco percepito come troppo esoso.
Messi tutti e tre assieme, questi risultati suggeriscono che è tutt’altro che remota la possibilità che le categorie con più capacità di evadere abbiano ridotto i pagamenti correnti in attesa di condoni futuri.
Suggeriscono anche che è molto concreto il rischio dell’instaurarsi di un circolo vizioso, con (le aspettative di) condoni che creano riduzioni nei pagamenti correnti che, a loro volta, generano la necessità di varare ulteriori condoni.
Lasciamo a chi può e deve di trarre le proprie conclusioni.
(1) Questo non esclude il caso del contribuente onesto che pur avendo assolto correttamente i propri obblighi fiscali si convince (o viene convinto dal proprio commercialista) a pagare comunque il condono, "per evitare ulteriori guai". Un rapido sguardo alla rubrica delle lettere de lavoce.info, o di qualunque altro giornale, suscita immediatamente l’impressione che questi contribuenti siano nel caso italiano una fattispecie tutt’altro che marginale. Si tratta di una differenza istituzionale di non poco conto rispetto a paesi più civili, di cui conviene ricordarsi nei rituali esercizi del "cui prodest". Un contribuente britannico o danese non si sognerebbe mai di aderire a un condono se fosse stato onesto in passato, convinto, a ragione, che nel caso di controlli ex post la sua buona fede verrebbe prontamente riconosciuta. Il contribuente italico onesto sconta razionalmente il fatto che far valere la propria buona fede, ammesso che ci si riesca, costa tempo e denaro. Dunque, in molti casi si adegua, pagando alla fine più di quanto dovuto. Questi casi non modificano tuttavia la sostanza dell’argomento nel testo, anzi lo rafforzano. Dopo essere stati scottati una volta, c’è da chiedersi quanti contribuenti indignati per aver dovuto pagare due volte, siano ancora disposti a pagare volontariamente le imposte.
lavoce.info
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LA SCUOLA È IL NOSTRO FUTURO
Parla Edgar Morin che sabato riceve il premio nonino
La conoscenza non può essere esclusivamente specialistica: a Cartesio
preferisco Blaise Pascal
È necessaria una riforma radicale dell´insegnamento che tenga conto del
mondo complesso di oggi
Oltre al sociologo francese verranno premiati il fisico Marcello Cini e il
poeta Tomas Tranströmer
FABIO GAMBARO
«Come in passato l´umanità è uscita dalla preistoria attraverso una serie di
metamorfosi sociali, così oggi l´epoca di crisi che stiamo attraversando ci
spinge verso nuove trasformazioni, il cui risultato sarà forse una
metamorfosi di portata planetaria». Edgar Morin, ottantadue anni e una vita
spesa a studiare le trasformazioni della società, guarda con preoccupazione,
ma non senza qualche motivo di speranza, il mondo in cui viviamo. Ce lo
spiega nella sua casa parigina, a due passi dalla Bastiglia, mentre si
prepara a partire per l´Italia, dove sabato riceverà il prestigioso Premio
Nonino. Per il sociologo francese, considerato uno dei più autorevoli
intellettuali d´oltralpe, si tratta di una meritata ricompensa che
sottolinea il valore e la qualità delle sue ricerche. Da molti anni,
infatti, opere come La conoscenza della conoscenza, Il metodo o L´identità
umana vengono lette e apprezzate in tutto il mondo per la loro capacità di
analisi che non esita a rimettere in discussione le proprie certezze,
rifiuta i compartimenti stagni dello specialismo e fa dell´autocritica uno
strumento essenziale per arginare le false illusioni e gli errori della
conoscenza.
Tale atteggiamento intellettuale è per Morin irrinunciabile, specie di
fronte a un mondo che ha un urgente bisogno di trasformazioni radicali, pena
la propria autodistruzione: «Quando un sistema non è più in grado di
affrontare e risolvere i problemi vitali della collettività, le alternative
sono solo due: o crolla o si trasforma. Oggi siamo in questa situazione,
visto che gli arsenali nucleari, il degrado progressivo dell´ecosistema, lo
sperpero delle risorse naturali, gli squilibri, le intolleranze e le
crescenti disuguaglianze tra le diverse parti del pianeta creano una
situazione drammatica, dove la possibilità dell´autodistruzione diventa
molto concreta». Tuttavia l´autore dei Miei demoni non vuole lasciarsi
andare al pessimismo. Anche perché è convinto che i periodi di crisi non
siano solo gravidi di pericoli, ma anche di nuove possibilità: «La crisi può
favorire la metamorfosi del sistema, in direzione di una società-mondo più
ricca e complessa, una società più umana e giusta, capace di far fronte alla
sfide del futuro». A condizione però che la civiltà occidentale rinunci a
rincorrere ostinatamente un´idea di progresso «basata esclusivamente sulla
fiducia cieca nel potere della tecnica e dell´economia». D´altronde,
ricorda, la nostra idea di sviluppo non può essere applicata
indifferentemente a tutte le aree del pianeta, senza tenere conto delle loro
diverse specificità. Al contrario, solo cercando di valorizzare i caratteri
originali di ogni società sarà possibile far emergere un nuovo equilibrio
planetario, «capace di risolvere i problemi più urgenti dell´umanità e
favorire il diffondersi della democrazia».
A questo proposito, lo studioso ricorda che diversi elementi della futura
società-mondo sono già davanti ai nostri occhi, sebbene non siano ancora
connessi tra di loro. La globalizzazione ad esempio ha creato una rete
mondiale di comunicazioni che non ha precedenti nel passato, contribuendo a
integrare l´economia di quasi tutte le zone del pianeta. Questa evoluzione,
che finora è stata quasi del tutto incontrollata, ha fatto emergere il
bisogno di nuove regole a livello mondiale e ha favorito il diffondersi di
una coscienza collettiva che riconosce l´appartenenza a un destino comune.
Ma per favorire una società maggiormente a misura d´uomo, egli immagina
l´avvento di una nuova generazione della tecnica: «Finora le macchine hanno
obbedito esclusivamente a una logica meccanica, determinista e
specializzata. È la logica della realtà artificiale e del calcolo economico,
una logica che è incapace di cogliere le qualità della vita, occupandosi
solo del dominio quantitativo e del calcolo cieco. Dal mondo scientifico ed
economico, questa logica si è progressivamente estesa a tutti i settori
della vita, che così risulta sempre più meccanizzata e cronometrata».
Oggi però il bisogno di privilegiare la qualità sulla quantità si manifesta
di frequente, anche se quasi sempre in maniera inconscia e disordinata. Se
il primato degli aspetti qualitativi riuscirà a imporsi, forse un giorno
avremo delle macchine «dotate di alcune qualità della vita». Un risultato
che però sarà possibile solo se riusciremo a promuovere una trasformazione
profonda della conoscenza e della scienza, in nome di un sapere che non sia
più rigido e parcellizzato, ma duttile e capace di confrontarsi con la
complessità, facendo dialogare discipline diverse». È per questo che Morin
non si stanca d´invocare una riforma radicale dell´insegnamento, come ha
fatto anche di recente in un libretto molto discusso intitolato I sette
saperi necessari all´educazione del futuro: «Di fronte alla complessità del
mondo in cui viviamo e alle sue contraddizioni, la conoscenza non può essere
esclusivamente specialistica e frammentaria. Purtroppo, nella tradizione
occidentale ha sempre prevalso il Discorso sul metodo di Descartes, per il
quale conoscere significa separare, in nome di un metodo analitico il cui
risultato finale nasce dalla somma di tanti frammenti».
A Descartes, il sociologo preferisce Pascal: «Questi, ricordando che non si
può separare la parte dal tutto, il particolare dal globale, propone un
andirivieni continuo tra i due poli, integrando la conoscenza di tipo
analitico in una sintesi più vasta». Citando l´autore dei Pensieri, Morin
ricorda che «il cuore ha le sue ragioni che la ragione non conosce», motivo
per cui occorre utilizzare la razionalità, ma tenendone sempre presenti i
limiti e cercando di non essere succubi della logica quantitativa dominante.
Solo così, sostiene, sarà possibile «una vera comprensione del mondo in cui
viviamo, che è altra cosa dalla semplice spiegazione, di solito limitata ai
semplici dati oggettivi».
Accanto alla battaglia per una nuova educazione, lo studioso francese
sottolinea anche l´importanza dell´etica, a cui non a caso ha deciso di
dedicare il sesto e conclusivo volume del suo Metodo, che dovrebbe giungere
nelle librerie l´anno prossimo: «Una società-mondo più equilibrata e giusta
sarà possibile solo se l´etica tornerà al centro delle nostre
preoccupazioni, tanto sul piano personale quanto su quello collettivo.
L´etica, infatti, fonda e alimenta i concetti di responsabilità e di
solidarietà». E oggi, conclude, «abbiamo più che mai bisogno di solidarietà».
_______________________________________________
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PRIMARIE. RIUSCIRÀ IL PATRIZIO KERRY A CONQUISTARE IL SUD?
Democratici alla prova degli afro-americani
John Kerry vince e Howard Dean no. Questo il verdetto delle prime selezioni dei candidati democratici in Iowa e New Hampshire. Ma c'è di più. Dick Gephardt è uscito di scena, e Joe Lieberman sembra a un passo dalla stessa fine. Wesley Clark non è riuscito ad articolare un messaggio politico convincente al di là del suo curriculum di generale, utile ma non ancora sufficiente a dargli la necessaria credibilità. Ha invece fatto ben meglio del previsto John Edwards, che più di altri riesce a comunicare un senso ottimistico di speranza sul futuro del paese.
Kerry ha avuto i voti di chi apprezza la sua denuncia della «economia del privilegio» e cerca un candidato con le carte in regola per contendere la presidenza a Bush. Dean non ha sfondato tra gli elettori con bassi titoli di studio ed ha scontato una denuncia della guerra che è parsa troppo rabbiosa e ideologica per un aspirante presidente. Come diceva un emblema visto in Iowa: «sono uscita con Dean, ma poi ho sposato Kerry». Questi adesso ha il vento in poppa e vede affluire alla sua campagna adesioni e finanziamenti preziosi, ma sarà anche il bersaglio primario dello scrutinio impietoso dei media e degli attacchi concentrici dei concorrenti. Dean ha speso inefficacemente molti dei suoi soldi, deve ripensare la sua campagna (infatti ne ha subito sostituito il direttore) e, soprattutto, deve assolutamente vincere in almeno uno stato per rimanere a galla. Questo vale anche per Clark e Edwards, ovviamente, ma Dean è caduto dall'alto delle previsioni che lo davano in testa al gruppo, e rischia quindi una più profonda demoralizzazione e vanificazione della sua campagna.
La corsa, tuttavia, è appena agli inizi, e si snocciolerà fino al 3 marzo, quando le primarie di New York e della California dovrebbero risultare decisive. Ma già il 3 febbraio si vota in sette stati piuttosto diversi e rappresentativi (i più importanti sono South Carolina, Missouri e Arizona) dando alle primarie un'ampiezza finalmente nazionale.
In Iowa e in New Hampshire si è vista una partecipazione storicamente molto alta, segno della grande attenzione di un elettorato democratico che non è affatto scoraggiato, ma semmai galvanizzato dal desiderio di battere Bush. Questa è una premessa indispensabile per il partito e per il candidato che emergerà, visto che solo una grande mobilitazione ed affluenza elettorale potrebbe consentirgli di vedersela da pari a pari con Bush. Questi, tuttavia, erano due stati piccoli e peculiari, pressoché interamente bianchi. Ora entrano in gioco gli elettori afro-americani (in South Carolina sono quasi il 50%) e latini; quelli fortemente religiosi del Sud e dell'Ovest; quelli del Missouri, uno stato che ben rappresenta la complessità dell'elettorato nazionale, e del Michigan industriale (dove si vota il 7).
Kerry e gli altri dovranno quindi vedersela con un elettorato assai più composito, che metterà alla prova la loro capacità di attrarre segmenti diversi, e talora contrastanti, della popolazione. Dovranno risultare convincenti, e vincenti, ma anche riuscire a velare quelle specificità che potrebbero risultare indigeste a una parte dei votanti. In particolare, resta da vedere quanto Kerry - eroe di guerra ma anche professionista della politica e liberal del Nord-Est di origini patrizie - risulti popolare nel Sud.
Non solo, ciascun candidato dovrà anche scegliere strategie appropriate per concentrare le proprie risorse - di tempo e denaro - sugli stati per lui più favorevoli o necessari, e affinare di conseguenza il proprio messaggio. In questa definizione delle priorità, e dei concomitanti sacrifici, qualcuno inevitabilmente sbaglierà, o si ritroverà spiazzato dal rovesciarsi dei pronostici, com'è accaduto a Clark che, in New Hampshire, aveva condotto una campagna mirata contro Dean. E siccome da qui in avanti non basta fare bene in questo o quello stato ma bisogna vincere (per risultare credibili e per accumulare delegati) il gioco diventa bruscamente e brutalmente selettivo.
Forse alla fine della prossima settimana non ci sarà già un'informale incoronazione, ma certo il campo dovrebbe essersi ristretto. In caso contrario, se i concorrenti attuali si saranno cioè divisi le vittorie più o meno equamente, la frammentazione inizierebbe a divenire una preoccupante manifestazione della debolezza e incompletezza di ciascun candidato, con ovvi riflessi negativi sui votanti ed il partito democratico.
Per ora, comunque, la complessità della competizione testimonia della vivacità politica degli elettori democratici, della appassionata ricerca di un candidato robusto e vincente, della richiesta di un discorso politico che non si limiti ad attaccare Bush ma offra risposte convincenti sia alle questioni di sicurezza che ai problemi del bilancio, dell'occupazione, della sanità.
ilriformista.it
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alla Rai ci fossero persone serie non ci avrebbero chiuso
Intervista a SABINA GUZZANTI
di articolo21
di Stefano Corradino
La Procura di Milano ti ha dato ragione chiedendo l’archiviazione della denuncia presentata da Mediaset. Sei soddisfatta?
Sono molto contenta anche se è una prima vittoria perché dal punto di vista giuridico non è finita qui. Ma le motivazioni che ha dato il procuratore sono molto convincenti e dimostrano che la querela di Mediaset era pretestuosa ed aveva l’unico scopo di far chiudere il programma. E le accuse che ci rivolgono sono assolutamente infondate. E la Rai è stata complice nel chiudere il programma con l’unica motivazione che esponeva l’azienda al rischio di ripercussioni legali senza preoccuparsi minimamente di verificare se questa querela conteneva elementi seri. E non li contiene.
Quindi la sentenza non riconosce solo il diritto di satira ma anche la fondatezza della tue dichiarazioni…
A parte la satira (che poi secondo loro è solo quella che fanno al Bagaglino e non la nostra), quello che sostiene il magistrato è che anche a volerla vedere solo sotto l ‘aspetto dei contenuti si tratta di cose vere, risapute, e radicate nell’opinione pubblica. La diffamazione quindi non sussiste.
Pensi che RaiOt possa tornare in onda?
Se alla Rai ci fossero persone serie non ci avrebbero mai chiuso. Tutti i programmi ricevono querele e non si chiudono per questo. Semmai viene fatto in seguito ad una condanna, quando una trasmissione ha procurato concretamente dei danni, non quando si riceve una querela.
Berlusconi ieri ha affermato che i giornalisti di Rai3 sono reporter dei "Soviet"; poi ha sottolineato che “per fortuna in Italia non c’è una mediacrazia”, intendendo che la stampa è tutta in mano alla sinistra. Un premier in formissima…
Io vorrei dire che Berlusconi è un ignorante, un disgraziato, un uomo privo di gusto, un bugiardo, un… mi fermo qui ma potrei continuare..
In un Paese normale affermano in molto un Presidente che ha preso sonore batoste come la bocciatura del Ddl Gasparri o del Lodo Schifani dovrebbe dimettersi. Che ne pensi?
Intanto penso che non fosse eleggibile, che occupa un posto che non avrebbe dovuto occupare. Tutto il resto è consequenziale.
Ma se Berlusconi si dimettesse non soffriresti? Perderesti un elemento importante del tuo repertorio…
No non soffrirei affatto! Sono nauseata dall’eccesso di materiale…
Troveresti altri soggetti su cui lavorare?
Figuriamoci. Berlusconi è espressione di un Paese che gli somiglia, purtroppo.
Ieri agli Stati generali dell’Informazione è stata riformulata la proposta indirizzata a Ciampi affinchè Enzo Biagi, uno dei primi grandi censurati, sia eletto senatore a vita. La condividi?
Al cento per cento.
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Caso BBC, una per una le ''Bugie Italiane''.
Vediamo le notizie che ci hanno nascosto
di Hari Seldon
Provati dalle vicende italiane, i lettori di questo sito si porranno sicuramente una domanda: stiamo perdendo anche la BBC? E d’altronde in Italia sulla vicenda si sono lanciati come squali tutti i nemici giurati dell’autonomia dei giornalisti. “ Siete pagati dagli editori e dalla politica” dicono “ fatela finita col protagonismo, imparate a obbedire”. Come se di obbedienti da noi non ne avessimo già abbastanza. In realtà della sentenza Hutton si vuole approfittare per tagliare le gambe e il morale alle “ultime sacche di resistenza”. Ma la faccenda BBC è proprio come ce l’ hanno raccontata? Possiamo sinteticamente dimostrarvi che no, ci sono molti lati da chiarire e il servizio pubblico lì non è ancora spacciato ( segue)
Andiamo con ordine. La prima barzelletta è che la BBC al momento dell’attacco all’ Iraq si sia schierata contro la Guerra. Chi li ha seguiti sa che i report televisivi dell’emittente erano ovviamente attentissimi al punto di vista delle “Forze della Coalizione”. Semplicemente non parlavano dei “Nostri” quando si riferivano agli angloamericani. Seconda balla: anche dopo la caduta di Saddam la BBC ( se non sbagliamo 8 canali TV e 10 radio) ha sempre dato conto di ogni presa di posizione del Governo Blair. Il servizio incriminato di Gilligan è andati in onda alla radio alle 6 di mattina. E’ stato il capo della comunicazione del Primo ministro, Campbell, a sfruttarlo abilmente, come vedremo fra un attimo. Prima va però chiarito un terzo punto: Lord Hutton non è un Santo. In Italia c’è chi blatera sulla politicizzazione della Corte costituzionale. Lord Hutton, l’autore della sentenza che ha decapitato la BBC, è uno di quei giudici che votarono per la liberazione di Pinochet. Che le sue decisioni siano inappellabili, è una faccenda che a poco a che fare con la “serena amministrazione della giustizia”. Torniamo allora alla sostanza. Perché Campbell ha subito capito che poteva sfruttare il servizio trasmesso all’alba da Gilligan? Perché il Governo era sotto attacco sulla vicenda del mancato ritrovamento delle armi di distruzione di massa in Iraq. E Gilligan, accusando proprio l’esecutivo di aver manipolato direttamente le fonti, consentiva di sviare l’attenzione dalla sostanza del problema a un particolare tutto sommato non centrale. Per questo è scattata tutta l’operazione. Chiamati in causa i vertici della BBC ( Presidente e Direttore generale, entrambi laburisti) hanno difeso l’autonomia del giornalista, iniziando così il braccio di ferro che ha portato alla loro sconfitta. Maturata sul fatto che la manipolazione diretta del Rapporto ( “Saddam ha armi chimico-biologiche che possono essere usate in soli 45 minuti dall’ordine di attacco”), letto da Blair in Parlamento nell’autunno 2002, non era stata dimostrata. L’errore di Gilligan? Aver voluto fare uno scoop e aver sottovalutato Campbell. “ Il giornalismo investigativo non può basarsi su un’unica fonte” è stato detto oggi in un interessantissimo approfondimento della CNN. Nel quale però non sono mancati colleghi che hanno rilevato come il verdetto Hutton sia troppo sbilanciato, omissivo. “ Colpisce che chi ha sbagliato di più ora non paghi” hanno affermato in molti, rilevando come questa faccenda delle Armi di distruzione di massa sia ancora tutta aperta. Perché è stata questa la motivazione del conflitto e le armi non si trovano. Ma perché la BBC non ha ancora perso? Per tre motivi. In tutti i sondaggi gli Inglesi si dichiarano tuttora molto critici verso il Governo. La seconda ragione sta nella straordinaria reazione dei Giornalisti e degli altri lavoratori della BBC. Oggi in 400 hanno firmato un appello sul Daily Telegraph. Si sono comprati una pagina per esprimere solidarietà al Direttore dimissionario e l’impegno a difendere l’autonomia dell’emittente. La terza ragione è che, davanti a questa opinione pubblica, Blair ( che comunque lo si veda come leader vale cento volte più di quelli nostrani) non può affondare i colpi. Lo scontro è rinviato al 2006 quando si rinnoverà la Carta di servizio della BBC. Ma oggi in Gran Bretagna sono molte più le voci che difendono il servizio pubblico che quelle che approfittano per infierire. Una bella differenza col nostro clima italiano
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Gli stati generali dell´informazione: "Oscurate voci e notizie scomode"
Dario Fo: abbiamo conosciuto la censura democristiana, ma questa è più brutale
Santoro: l´Annunziata è una figurante. E lei replica: non è vero, ho vinto alcune battaglie
ALDO FONTANAROSA
da Repubblica - 31 gennaio 2004
ROMA - La voce è praticamente uguale a quella del ministro Gasparri, che annuncia: «Questo Auditorium sarà chiuso. Al suo posto sorgerà un bel supermercato: lo scambio delle merci è più interessante dello scambio d´idee». Così l´attore Neri Marcoré, imitando il ministro delle Comunicazioni, congeda le centinaia di persone che si sono ritrovate, in nome del pluralismo dell´inormazione, all´Auditorium di Roma. L´evento - voluto da 60 associazioni tra cui il sindacato dei giornalisti, la Cgil, l´Arci - ha alcuni bersagli obbligati: la legge Gasparri sulla tv; la Rai del Polo; la mannaia di una censura che, assicura Dario Fo, «neanche la peggiore Dc».
Ma la sinistra - la cui presenza è largamente dominante in sala - si scopre percorsa da tensioni interne, anche dolorose. Succede quando Michele Santoro, allontanato dagli schermi Rai dopo il veto di Berlusconi, prende di mira l´attuale presidente Lucia Annunziata, colpevole di non essere riuscita a recuperarlo. Siamo tutti «figuranti», teorizza il presentatore, e tu sei la «figurante» di un presidente di garanzia. Annunziata contesta «questo bel comizio» e ricorda di aver "frenato" la legge Gasparri e vigilato sull´acquisto delle frequenze tv. Battaglie condotte e vinte in Rai. Certo, c´è dolore per l´allontanamento di Biagi e Santoro, ma Annunziata soffre anche per l´ultimo no, opposto dalla Rai al "moderato" Ferruccio de Bortoli, ex direttore del Corriere.
Proprio Biagi si materializza in sala con un collegamento via telefono. A nome dell´associazione "Articolo 21", Federico Orlando propone lui (ed Eugenio Scalfari) come senatori a vita (favorevoli Pecoraro Scanio, Vita, Giulietti, il docente Morcellini). Biagi si commuove e cita Flaiano: «Ci sono giornalisti che hanno il loro dittatore preferito». Anche Giorgio Bocca è deluso per la rapidità «con cui i colleghi si sono calati le braghe davanti al nuovo padrone».
Parla, in sala, Guglielmo Epifani, capo della Cgil: «L´informazione - dice - ha 39 di febbre. E la Rai, ancora più malata, racconta un´Italia gioiosa che non c´è». Rutelli chiede che il diritto sacro al pluralismo entri nella Costituzione europea; il segretario dei Ds Fassino accusa la legge Gasparri di «confiscare le risorse» a vantaggio della tv, tagliando fuori un´intera generazione di editori alternativi, anche nella carta stampata. Il comunista Diliberto non ama Vespa, ma ancora meno il "Grande Fratello" o "L´Isola dei Famosi", emblema di una televisione che diffonde finti valori, modelli fuorvianti. Bertinotti (Rifondazione) suggerisce allora di evadere il canone come forma di disobbedienza civile.
Assente il governo, la sala non ospita solo la sinistra. Si fa vivo Mario Segni, con un messaggio. E Don Ciotti (Gruppo Abele) che invita a una mobilitazione senza steccati. Dal Tg1 arriva Paolo Giuntella, membro della rappresentanza sindacale interna. Cita alcune parole sulla buona informazione «scritte da Giovanni Paolo II e non da Bertinotti». Quindi intona una canzone, che «non è "Bella Ciao", ma uno spiritual, "Freedom"», libertà.
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«Noi siamo una forza autenticamente ulivista»
ROMA Spiega Achille Occhetto che ha deciso di dar vita a una lista insieme ad Antonio Di Pietro perché Ds, Margherita e Sdi «non sono rimasti sulla linea pattuita all’incontro della scorsa settimana».
Perché dice così?
«C’è stato uno scarto tra le posizioni che sono state fissate nel documento finale della riunione e i comportamenti successivi. Nel documento si diceva che la lista era il primo passo verso la formazione di una ampia coalizione ulivista, intesa come soggetto politico al quale i partiti, facendo un passo indietro, affidano parte delle loro competenze. Poi Fassino, poco prima che noi prendessimo la decisione, ha detto che la lista era invece il primo passo verso il partito riformista».
Per questo ha deciso di unirsi a Di Pietro?
«Anche. E anche per riempire uno spazio che si apre tra la lista unitaria e Rifondazione comunista. Noi nasciamo come una forza autenticamente ulivista, che si aggiungerà nella campagna elettorale alla battaglia condotta da tutte le forze dell’Ulivo per battere Berlusconi».
Lei parla di uno spazio da riempire tra la lista unitaria e Rifondazione. C’è chi fa notare che quello spazio è già coperto da Verdi e Comunisti italiani.
«Intanto, noi non siamo concorrenti di Verdi e Pdci. Vogliamo aggiungerci, perché non credo che siano sufficienti per coprire questo spazio. Avranno posizioni programmatiche di tutto rispetto, ma c’è una parte di elettorato che non viene sollecitato da un partito che si chiama “comunista”. Per riempire il vuoto noi faremo la nostra battaglia sui programmi. Programmi che saranno coerenti con l’obiettivo fondamentale per cui stiamo nascendo, e cioè quello di creare un’area di riformatori moderni, spinti dalla volontà di riscoprire e reimpostare il riformismo alla luce dei problemi nuovi e delle grandi tematiche che si presentano a livello planetario».
Che succederà dopo le europee?
«Se noi riusciamo ad avere un risultato apprezzabile, saremo la più forte lista autenticamente ulivista che può permettere a Prodi, senza rimanere ingabbiato nella lista unitaria, di riaprire una costituente più ampia dell’Ulivo, aperta ad associazioni e movimenti».
C’è chi non apprezza che vi presentiate come la lista “dei” movimenti.
«Associazioni e movimenti sono autonomi e daranno indicazione di voto molto generiche. Sta però di fatto che di fronte ad alcune istanze poste dai Girotondi e dalla società civile ci sono state risposte diverse. Le nostre sono state più in sintonia. Per rendersene conto basta andare a vedere il dibattito del teatro Vittoria, sulla questione riguardante la formazione della lista unitaria, ma anche su questioni programmatiche. Certo, questo non nega che esponenti della società civile, e questo lo auspico, siano presenti anche nelle lista unitaria».
Fassino ha detto che le liste non sono in competizione tra loro e che concorreranno tutte insieme per battere la destra. Che ne pensa?
«Mi è sembrato un commento molto saggio e credo che tutti dobbiamo tenere presente che ciascuno di noi, con le proprie intenzionalità programmatiche e politiche, concorre a una vittoria del centrosinistra».
Presa la sua decisione, lei ha sentito Prodi. Cosa gli ha detto?
«Gli ho spiegato che la nostra intenzione è di essere una forza ulivista che dopo le elezioni vuole riaprire il processo unitario e che il nostro obiettivo è quello di accrescere i voti complessivi del centrosinistra».
Vi incontrerete?
«Quando avremo formato il comitato della nuova lista, un soggetto ben definito che si dichiara ulivista, è chiaro che noi chiederemo un incontro a Prodi».
«Nessuno ha l’esclusiva su associazioni e movimenti»
ROMA «Invece della lista Di Pietro, ci sarà la lista Di Pietro-Occhetto». Il coordinatore della segreteria Ds Vannino Chiti non si dice sorpreso dall’operazione avviata dal fondatore del Pds e dall’ex pm, ma lancia un messaggio: «Nessuno presenti la propria lista come l’unica a rappresentare associazioni e movimenti, che sono invece un patrimonio di partecipazione e di confronto per l’intera alleanza».
Onorevole Chiti, ci sarà dunque una nuova lista nel centrosinistra. Che ne pensa?
«Occhetto si è unito a Di Pietro, una scelta personale e legittima. Ma le liste non sono aumentate. E comunque, ora l’aspetto prioritario non è quello di attardarsi sul numero delle liste che ci sono nel centrosinistra, anche perché andiamo ad elezioni di tipo proporzionale».
E qual è allora la priorità?
«Intanto, valorizzare il fatto che tutte le liste dell’Ulivo si presentano con un riferimento comune, il manifesto di Prodi, e con un richiamo anche nel simbolo che sottolinea questa comune appartenenza. E poi, ovviamente, che tutte le liste che si muovono nell’ambito del centrosinistra, Rifondazione comunista compresa, lavorino non per creare polemiche, ma per sconfiggere in Europa e in Italia la destra».
C’è il rischio che polemiche si inneschino per un impegno di Prodi nella lista unitaria? Dopo l’incontro a Bruxelles tra il presidente della Commissione Ue e i leader di Ds, Margherita e Sdi, gli alleati che andranno alle elezioni con liste proprie si sono sentiti un po’ come dei “figli di serie B”.
«È bene non perdersi in equivoci. Ci sono diverse liste di partiti dell’Ulivo e poi c’è una lista unitaria promossa da Prodi: quella il cui comitato promotore è presieduto da Prodi, quella la cui convenzione si tiene a metà febbraio e sarà conclusa da Prodi».
Verdi, Pdci e Di Pietro dicono che così Prodi rischia di non apparire come il leader di tutta la coalizione.
«Schroeder mi risulta che sia socialdemocratico. È leader o no della coalizione rosso-verde in Germania? È evidente che Prodi è il leader dell’Ulivo».
Occhetto dice che ha deciso di dar vita alla lista con Di Pietro perché si crea un vuoto tra la lista unitaria e Rifondazione, che ne pensa?
«È una lettura che non condivido. Per due motivi. Il primo: dove li mettiamo Verdi e Comunisti italiani? Il secondo, ancora più forte: la lista unitaria non è un partito unico, né lo sarà. I Ds sono e resteranno la forza più grande del centrosinistra e una forza che fa parte della sinistra europea. Quello del vuoto è un ragionamento fatto a tavolino. Non c’è bisogno di tirare in ballo queste questioni per fare una scelta, che io giudico comunque legittima».
Che succederà dopo le europee?
«Ci possono essere due prospettive: una è quella che l’Ulivo diventi una alleanza riformista con un patto federativo, come ha detto lo stesso Prodi. L’altra ipotesi, se non ci saranno le condizioni per far questo, è che le forze che hanno dato vita alla lista unitaria stabiliscano tra loro un patto federativo che le porterebbe ad essere il timone dell’alleanza di centrosinistra. Nell’un caso e nell’altro non è e non sarà all’ordine del giorno uno scioglimento dei Ds o degli altri partiti. Per questo rivolgo un appello a tutti i Ds, anche alle minoranze interne, per un impegno affinché ci sia il successo della lista unitaria e perché alle amministrative i Ds ottengano uno straordinario successo. Perché per il futuro c’è da costruire un’alleanza o un soggetto federativo riformista, che non è un partito unico, e la forza dei Ds sarà decisiva per essere protagonisti in questo processo e per individuare i contenuti che assumerà».unita.it
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LISTA UNITARIA APERTA/UNA LUCE PIU’ FORTE BRILLA NELLA NOTTE FONDA [di Wallace]
[wallace] Sabato, 31 gennaio @ 03:13:20 CET
Giovedì 29 gennaio. Posto delle fragole. Oltre la mezzanotte. Gli ultimi piatti scivolano in cucina, i bicchieri sono vuoti. Le discussioni tante a non finire, ormai anche loro sono agli sgoccioli. Da un pezzo Occhetto è andato via, Di Pietro pure. Stefano, anche lui, è già a casa.. Con Daniele parliamo delle vicende della serata, poi si avvicina una ragazza, Daniela, si presenta e si discute ancora di organizzazione, primarie, programmi, Versi Persi ecc..Siamo tutti stanchi... alcuni, soprattutto i ragazzi della Retedeimovimenti, che ci hanno ospitato con cortesia ed efficienza sono stravolti (previste 80 persone, dentro la saletta ne erano stipate quasi 170, più del doppio..). Iniziano i saluti, i cappotti addosso, fuori Roma è gelida…il cappello in testa.
A metà della sala in quattro sono seduti, quattro chiacchere stanche.
Ci avviciniamo per salutare. Noi si va via…
Mentre ci scambiamo gli ultimi convenevoli, non so come, ma uno improvvisamente accenna alle primarie “Tanto è impossibile farle” dice..
No, rispondo, le primarie si possono fare…non sono una chimera..Un altro interviene, un altro ancora…La discussione si accende.
Strana la vita. Eravamo tutti pronti ad uscire. Eppure tutti improvvisamente si fermano, nessuno si muove più di un millimetro. Inizia così una discussione densa, intensa, appassionata.
Da una parte alcuni facevano osservare le difficoltà organizzative, dall’altra, altri ancora, quelle politiche. Io continuavo ad insistere, le primarie sono possibili, le primarie si possono fare, dobbiamo solo volerlo.
Da questa prima fase della discussione, diciamo… di valutazioni nettamente diverse siamo passati poi ad esaminare i diversi aspetti delle primarie, discutendo passo-passo vantaggi e svantaggi sia dal punto di vista di una realizzazione ottimale (“le primarie ideali alla Pasquino” come io le ho definite e sempre presentate) e dall’altra abbiamo cominciato a valutare, sempre discutendo in termini estremamente concreti (mi sforzavo di fare esempi pratici e di proporre soluzioni organizzative di vario tipo), una possibile soluzione per le europee “in itinere”.
Ormai faceva di nuovo caldo, ci eravamo levati di nuovo i cappotti e si toccava con mano una bellissima tensione partecipativa nell’aria. Tutti volevamo raggiungere lo stesso obiettivo: farle. Era evidente, però, che per estrazione, cultura ed esperienza politiche eravamo molto diversi. Eppure in quel momento proprio questa diversità ci ha permesso di mettere tutti, in questa sorta di crogiuolo che si era aperto improvvisamente davanti a noi, un pezzetto del metallo nobile della partecipazione, ognuno a modo suo secondo propria sensibilità e intelletto.
Ebbene, dopo tanto tempo di discussioni chiuse e sterili come avvenuto nei giorni precedenti, ho avuto la netta sensazione che, per la prima volta, una luce si aprisse ad illuminare la strada, ancora poco limpida, dei rapporti tra partiti e movimenti.
Nonostante l’annuncio della “lista aperta” di quella sera, molti aspetti, infatti, non risultavano chiari nonostante le sedie fossero ancora calde per l’incontro di pochi minuti prima con Occhetto e Di Pietro. Il racconto di Stefano ("Partiti e mai tornati..") è assolutamente esaustivo di quali fossero le sensazioni di molti di noi a fine serata.
Nella fornace viva della nostra discussione fuori programma nella notte ormai fonda, però, qualcosa si stava muovendo.L’ipotesi, che faticosamente veniva in superficie nella coscienza di tutti, si stava trasformando in tesi: è arrivato il momento di mettere un punto fermo nella vicenda nelle primarie.
E la tesi costruita insieme è la seguente.
Questo punto fermo, fermissimo, che può anche essere posato come primo capitolo della Charta dei Movimenti, può essere tracciato su cotanta pergamena solo e soltanto a determinate condizioni.
1) Si può anche assumere che per le europee non si possano mettere in cantiere delle primarie vere e proprie perché i tempi sono effettivamente troppo ristretti. Dunque per voler essere duttili e realisti si può anche prendere in considerazione un “percorso di avvicinamento”, come richiesto da più parti, durante il nostro piccolo, ma sincero e senza filtri vero e proprio “brain storming”. Ma ad una condizione.
2) Qualsiasi azione che si chiami “consultazione popolare” o “primarie in itinere” o come si vorrà chiamare questa iniziativa di confronto tra eligendi ed elettori, deve, assolutamente deve, essere preceduto e garantito con un impegno d’acciaio della stessa qualità di quello che ha cominciato a brillare tra di noi nel crogiolo di ieri sera (giovedì, ndr), forgiato ad inaugurare una nuova stagione inossidabile nel modo di fare politica, piuttosto che ad individuare solo e solamente “dei nuovi candidati”. In quest' ultimo caso, con candidati comunque cooptati dall’alto e senza confronto con i cittadini-elettori, la colata sarebbe di acciaio tarato, pieno di micro cricche, riducendosi dunque nella latta di una sorta di falsa moneta .
Ciò significa, detto explictis verbis, che i partiti e le associazioni tutte che sosterranno il progetto “lista unitaria aperta” si impegnano (si dovranno impegnare) per iscritto, con un documento chiaro ed inequivocabile, a delineare un processo di costituzione di regole lungo l'asse temporale delle tre consultazioni (europee, amministrative e politiche) che ci attendono.
Questo percorso dovrà obbligatoriamente sfociare possibilmente per le amministrative, sicuramente per le politiche del 2006, nella convocazione di elezioni primarie vere e proprie (alla Pasquino, per intendersi).
3) A questo punto e solo a questo punto, sulla base di questo patto politico gli uomini e le donne della società civile, liberamente convenuti per convinzione dei valori e dei principi della democrazia in questa battaglia di resistenza civile, potranno prendere in considerazione con fiducia una collaborazione fattiva e la possibilità di un impegno in prima persona a fianco dei partiti della “lista unitaria aperta”.
Per questo ci siamo accordati, dopo quasi due ore di serrata discussione, di incontrarci in tempi brevissimi per un appuntamento esclusivamente dedicato alle primarie.
L’unità è possibile, ma su un programma non disgiunto dalle regole.
Solo così la luce di una nuova alleanza alla pari tra cittadini e partiti potrà scacciare le ombre di una collateralità ambigua e subordinata.
Quid quid agis, prudenter agas et respice finem
Wallace
liblab.it
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Massimo Riva
Quei bilanci presi a calci
I crac di Cirio e di Parmalat hanno evidenziato la minaccia di un dissesto incontrollabile di bilancio della Lazio e del Parma, le due squadre collegate al gruppo di Cragnotti e Tanzi
Prima che altri buoi scappino dalla stalla, lasciandosi alle spalle nuovi buchi miliardari, sarebbe doveroso che le varie autorità competenti comincino a darsi da fare seriamente attorno al prossimo, prevedibile e ormai previsto, disastro finanziario: quello delle società del calcio. I crac di Cirio e di Parmalat hanno posto in particolare evidenza i guai di bilancio che pesano sulla sorte delle due squadre collegate al gruppo di Sergio Cragnotti (la Lazio) e di Calisto Tanzi (il Parma). Ma, in realtà, la minaccia di un dissesto incontrollabile incombe da tempo sul sistema societario del calcio.
La conferma che la situazione sia grave viene, del resto, dagli stessi protagonisti della vicenda. Nella scorsa primavera la Lega Calcio ha fatto fuoco e fiamme per ottenere dal governo un decreto che consentisse alle aziende del pallone di spalmare i propri debiti su dieci anni di bilanci in modo da evitare, con poche eccezioni, la consegna dei libri al tribunale fallimentare. Ora il presidente della Lega, quell'Adriano Galliani che è anche l'alter ego di Berlusconi al vertice del Milan, sta tornando alla carica con la richiesta di un altro favore speciale: l'abolizione dell'Irap a vantaggio delle sole società calcistiche.
Già è stato uno spettacolo indecoroso quello di un presidente del Consiglio che firma un decreto spalma-debiti di cui fra le prime ad approfittare è stata la società calcistica dal medesimo presieduta. Perciò, un ulteriore regalo, come l'esenzione dall'Irap chiesta dal suo amico Galliani, incoronerebbe Silvio Berlusconi come capo di una Repubblica del pallone anziché delle banane. Ma il guaio è che, al di là di questi sfondoni istituzionali, i provvedimenti assunti finora dal governo sono comunque dei palliativi, imbelli dinanzi alla gravità dei problemi finanziari e, per giunta, esposti al rischio di dover essere revocati per violazione delle regole comunitarie. Al riguardo, infatti, il commissario europeo Mario Monti ha già fatto chiaramente intendere che il famigerato decreto spalmadebiti non uscirà indenne dall'esame in corso a Bruxelles.
In ogni caso il punto più preoccupante è che, anche a causa delle scandalose indulgenze governative, la situazione finanziaria del calcio appare in progressivo peggioramento. Al 30 giugno 2003 le sole società della serie A denunciavano debiti per quasi due miliardi di euro. Che forse non sarebbero un dramma se a fronte ci fossero gestioni correnti in largo attivo, ma così non è: il rapporto fra ricavi e costi nel medesimo 2003 segna viceversa uno scarto negativo di ben 560 milioni, di fatto seppellendo ogni speranza di ripianamento dei debiti. Su questo, però, le pubbliche autorità tacciono. Anzi, la cronaca della tragedia annunciata deve registrare che neppure il ministro Tremonti, così sollecito a bacchettare tutti su Cirio e Parmalat, fa sentire la sua voce: forse perché ha la coda di paglia di un condono tombale che, per esempio, nel caso del Parma ha consentito ad alcuni amministratori disinvolti sia di far fesso l'Erario sia di farsi beffe del codice penale. Non resta che da chiedersi, a futura memoria, se sia più corretto parlare di silenzio o di complicità.
espressonline.it
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Satira preventiva di Michele Serra
Rimpasto totale, non solo facciale
Come sarà il nuovo Berlusconi? Per la fedelissima Miti Simonetto l'immagine del leader è solo una modesta cornice per un contenuto che parla da solo
Gli esperti concordano: il rimpasto facciale non è stata che la prima mossa elettorale di Silvio Berlusconi, rivolta soprattutto a rafforzare il consenso in due categorie di consumatori già fidelizzate: il pubblico femminile e quello miope. Il 2004 sarà uno scoppiettante susseguirsi di nuove trovate, perché il prodotto-Berlusconi sia sempre più appetibile sul mercato.
PACKAGING
Il vecchio packaging di Berlusconi ha fatto il suo tempo. È un doppiopetto Caraceni di lana metallizzata, molto protocollare, che ha il pregio di rimanere sempre in piega (quando il premier si siede, il suo vestito resta in piedi) ma è rigido e rumoroso nei movimenti: ogni volta che Berlusconi alza le mani per benedire il pubblico, le maniche cigolano e si fessurano sui gomiti. Caraceni sta studiando nuovi tessuti, più pratici e informali, come il cachemire steccato con listelli di tek. Sempre blu scuro, ma ingentilito da fiori di stagione all’occhiello: la fedelissima Miti Simonetto ha pensato a un fico beniamino per le occasioni importanti e una composizione di gardenie, orchidee e banane per quelle più soft. Nuovo taglio molto morbido per la giacca, arrotolata sui fianchi e fissata con due spille da balia per evitare che Silvio inciampi nei risvolti mentre cammina.
ETICHETTA
Nel rigoroso rispetto delle normative europee, gli ingredienti di Berlusconi dovranno essere indicati per esteso in una parte perfettamente visibile della confezione, accanto al codice a barre. C'è dibattito, in Forza Italia, sulla soluzione migliore: Baget Bozzo ha proposto di applicare l'etichetta sull'aureola, che però rischia di ciancicarsi tra le ruvide dita delle cassiere, Schifani è per un più combattivo tatuaggio sul seno (appena rifatto, ricalcato sulla morfologia di Laetitia Casta: prima del lifting Berlusconi aveva un seno molto simile a quello di Ozzy Osbourne), Bondi preferirebbe il ginocchio, più comodamente leggibile da vicino. Deciderà, come sempre, la fedelissima Miti Simonetto, che propone di stampigliare l'etichetta sull'ampia fronte del premier, illuminata da un pratico spot alogeno fissato su un simpatico e informalissimo cappello piumato a larghe tese, con orlo di ermellino e allegra sirena bitonale sulla cima.
POSIZIONAMENTO DI MERCATO
Giudicato già soddisfacente, può essere migliorato. Per una migliore penetrazione tra i giovanissimi, Berlusconi a Palazzo Chigi indosserà pantaloni da rapper, con il cavallo all'altezza delle rotule e la cintura all'altezza delle balle, e per lo struscio a Portofino userà lo skate-board. La fedelissima Miti Simonetto propone anche le pratiche felpone di Caraceni, con i bozzi sui gomiti già inamidati all'origine e un grosso Popeye stampigliato sul petto, e un leggerissimo maquillage tipo Harlem, ottenibile con il nerofumo di Fabergé o addormentandosi due o tre ore sotto la lampada Uva. Per conquistare gli anziani, il premier sta studiando una nuova camminata artritica, piegato a sessanta gradi, trascinandosi un carrello della spesa semivuoto per simboleggiare la sua solidarietà con i pensionati vittime del caro-prezzi.
RIASSUMENDO
Come sarà il nuovo Berlusconi? È la fedelissima Miti Simonetto, venendo meno al suo proverbiale riserbo, a descrivercelo: "Dovete immaginare un leader con la giacca di cachemire arrotolata sui fianchi e i pantaloni da rapper che avanza in skate-board con un cappello piumato a larghe tese e una sirena bitonale in testa, un riflettore portatile che gli illumina la fronte annerita, un fico beniamino all'occhiello, che trascina un carrello della spesa camminando curvo anche per non ostentare troppo il suo magnifico seno. E tutto questo, comunque, non dovrà dare nell'occhio: il prodotto Berlusconi ha carisma in sé, l'immagine è appena una modesta cornice per un contenuto che parla da solo".
espressonline.it
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ENZO BIAGI: SIAMO LIBERI PER COSCIENZA E NON PER DECRETO
I giornalisti devono essere liberi per coscienza e non per decreto: è questo il senso del messaggio che Enzo Biagi ha lanciato, intervenendo al telefono, agli Stati Generali dell' informazione. "Credo che nessuno possa essere libero per decreto: dobbiamo essere liberi per coscienza", ha detto Biagi, dialogando al telefono con il dirigente Rai Loris Mazzetti. "Flaiano diceva che i giornalisti a volte hanno il loro dittatore preferito.
Evidentemente - ha detto Biagi - ce n' è ancora qualcuno in giro. Ma alla fine chi giudica è il lettore: il riconoscimento più importante è la credibilità". Nel corso della manifestazione, Federico Orlando, presidente dell' associazione Articolo 21, aveva lanciato l' idea di chiedere al presidente della Repubblica di nominare il giornalista senatore a vita: "Vi ringrazio molto", ha commentato Biagi. "Non ci avevo mai pensato, siete molto generosi".
megachip.info
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La giornalista del Tg3 diventa «la signora del soviet»
di ma. ci.
Scortesia da esportazione. Con un pizzico di arroganza mitigata dal sorriso tirato per colpa del lifting. Il presidente del Consiglio, nella sua prima trasferta all'estero dopo la conclusione del catastrofico semestre europeo e dopo le lunghe vacanze-tagliando, non si è fatta sfuggire l'occasione per mostrare ai suoi allibiti colleghi come può essere maleducato un capo di governo.
Alla richiesta di fare una domanda da parte della giornalista del Tg3, Mariella Venditti, durante la conferenza stampa conclusiva del vertice Quadrilaterale al castello di Brdo, in Slovenia, Silvio Berlusconi ha dato vita ad una dimostrazione di quello che può diventare il potere se esercitato senza alcuna mediazione di cultura politica. Da padrone senza stile. Lo ha fatto puntando il dito, in termini generali, contro chi ogni giorno non manca di rilevare come lui nei fatti sia il padrone di tutte le reti televisive italiane. Ed in particolare, visto che se la trovava di fronte, contro la giornalista del telegiornale della terza rete Rai, quella dei comunisti.
Ha così prima spiegato ai premier di Slovenia, Croazia e Ungheria che "a me viene attribuita la proprietà di sette televisioni in Italia" mentre invece "sappiamo bene che sono dei veri soviet", tutte, nessuna esclusa. Mettendo nel mucchio, per comodità del momento, Rai, Mediaset compreso Emilio Fede ed anche La7. Si è tratteggiato come vittima di un sistema dei media radiotelevisivi che gli si sta rivoltando contro. Ed anche dei giornali che si permettono, come nel caso del viaggio mancato a Nassiriya, di indicargli la strada da seguire senza tenere in conto che lui decide sempre da solo senza seguire "gli ordini di nessuno" perché la "mediacrazia in Italia non c'è".
Parola alla Venditti, dunque, definita "signora dei soviet", dato il Tg in cui lavora. Ed alla replica "ne è sicuro, è sicuro di quello che dice?" lui risponde "sicurissimo, lo sa anche lei". "Io non ne sono molto sicura" ha insistito la Venditti. "Le ne è sicurissima ma non lo appalesa" ha controreplicato il premier non mancando di sottolineare il look della giornalista a suo parere poco in linea con l'esaltazione del design italiano da lui appena fatto ed a cui si è vieppiù appassionato da quando ha ricevuto gli stilisti dell'Alta moda a Palazzo Chigi, ma evidentemente condizionato dal freddo polare che attanaglia l'Europa e, quindi, anche la Slovenia innevata. "Mi scusi, quando viene all'estero, si vesta un po' meglio", dice il premier, sempre con quel suo sorriso stirato ed un po' innaturale, spiegando ai presenti che quella che aspetta in piedi di poter parlare "è una famosa giornalista con cui ho un vecchio problema".
Il copione è poi andato avanti come al solito. La domanda, proprio su Nassiriya. La risposta sdegnata. In sostanza: faccio quello che mi pare. Decido io quando dare la solidarietà al contingente italiano e se posso lo faccio in Sardegna, a casa mia, che è più comodo. E poi, nel pomeriggio, le consuete scuse, quasi in privato, poco prima di ripartire, come ogni altra volta che gli è capitato di attaccare un giornalista che ritiene parte avversa. Cercando con una battuta di far dimenticare l'arroganza. Un tentativo inutile.
unita.it
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STATI UNITI
L’ombra dei Clinton pesa sui democratici
«Finalmente delle primarie più complesse del solito», scrive Francis Clines sul New York Times, sottolineando come la prima fase della campagna elettorale dei democratici sia caratterizzata da un significativo e insolito peso politico. Considerando che il Partito democratico è in crisi, la scelta del candidato presidenziale rappresenta molto più che la semplice individuazione del rivale di Bush: da questa decisione, infatti, dipende anche la direzione che intraprenderà tutto il partito. Ancora sul New York Times, Robert Reich scrive che la lotta che si sta consumando all’interno dei democratici «è tra coloro che vogliono solo riconquistare la Casa Bianca e chi, invece, vuole giustamente porre le basi per un nuovo corso politico». Secondo l’autore, lo smarrimento del partito è la conseguenza della presidenza Clinton. Benché sia un ottimo statista – «non a caso è l’unico democratico che è riuscito a farsi rieleggere dai tempi di Franklyn Delano Roosevelt» – l’ex presidente ha avuto successo grazie al suo riposizionamento centrista, che alla lunga però ha finito con il diluire, più che affermare, i principi su cui si basa l’ideologia democratica. Sul Wall Street Journal Emmett Tyrrell si interessa proprio ai rapporti tra i candidati presidenziali e i coniugi Clinton, che ormai sempre più spesso sono visti come i leader dell’establishment democratico: «Per capire fi- no in fondo la campagna presidenziale del 2004 dobbiamo tenere in mente che in effetti ne sono in atto due distinte». Prima ancora della rivalità elettorale tra i democratici e Bush, infatti, «sembra che si stia conducendo una campagna tra i membri del partito per decidere chi lo condurrà negli anni a venire». Tyrrell racconta che, alla luce degli sviluppi dell’Iowa e del New Hampshire, Bill e Hillary Clinton, rassicurati dalla debole prestazione dell’«outsider» Howard Dean, stanno per incontrare il «front runner» John Kerry per progettare con lui la riconquista democratica della Casa Bianca. In particolare si discuterà il ruolo dominante che Hillary dovrà avere nella campagna, ed eventualmente nella presidenza, di John Kerry. «In caso di vittoria – ipotizza l’autore – è probabile che Hillary acconsentirà a essere nominata la numero due del partito.
Ma in caso contrario, lei e suo marito rimarrebbero comunque gli attori principali della politica democratica ». Ellen Goodman passa in rassegna le mogli degli aspiranti candidati presidenziali, in un articolo pubblicato dal Boston Globe e dal Baltimore Sun. Il dato più interessante, secondo la columnist, è che le potenziali first lady sono diverse tra loro almeno quanto i loro mariti. Segno che il ruolo della moglie del presidente sta diventando più elastico. Dall’Europa il Times ricorda che «nonostante questa prima fase della campagna per la nomination democratica si stia rivelando intensa e cruciale, essa rimane comunque una competizione, e non un’incoronazione. I sondaggi – aggiunge – indicano che gli elettori democratici non hanno ancora una chiara immagine del contendente perfetto. Sanno quali sono le caratteristiche che non apprezzano, ma non sono affatto certi che qualcuno dei candidati abbia le qualità giuste ». Il Guardian , infine, sottolinea come poche settimane di primarie democratiche siano già riuscite a scal- fire la popolarità del presidente Bush.europaquotidiano.it
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Berlusconi: «I prezzi impazzano? Colpa delle massaie»
di Marcella Ciarnelli
E venne il giorno della marcia indietro. L'euro, è vero, qualche problema l'ha creato ma, parola di Silvio Berlusconi, «anche il mio governo avrebbe adottato la moneta unica». Non si sogna di uscire dall'euro, anche se negli ultimi tempi, aiutato da Tremonti, non ha fatto altro che mostrare fastidio per dover gestire gli immancabili problemi legati ad un cambio epocale. Glissando sul fatto che non sarebbero stati tanto rilevanti se il controllo da parte dell'esecutivo fosse stato attento e competente.
Silvio Berlusconi è in trasferta in Slovenia per incontrare i capi di governo del paese che lo ospita assieme ai premier croato e ungherese. La prima uscita all'estero dopo il lifting di Natale i cui risultati non manca di magnificare ai colleghi, indicando i punti dove è intervenuto il suo chirurgo. Ed a cui riferisce, soddisfatto, di essere ormai ad un passo dal battere il record di governo più lungo della Repubblica italiana. C'è solo quello di Craxi da battere. Fa un po' di confusione, citando De Gasperi e dimenticando Moro, ma è visibilmente soddisfatto. Tanto da ingenerare il dubbio che stia tirando in lungo sulla verifica proprio per non rinunciare al gusto di salire sul podio più alto. Se tutto va come deve andare e nessuno si stufa o fa le valigie.
Nega di averci ripensato, sull'euro. «Mai, mai il presidente del Consiglio italiano ha pronunciato frasi che potessero far pensare il contrario» dice a chi gli ricorda il suo fastidio mai nascosto verso la moneta unica cui pure è costretto a riconoscere che ha limitato i danni in una vicenda come la Parmalat. Anche se «i problemi ci sono», c'è stato «un arrotondamento, anzi un incremento dei prezzi, a cui il governo ha potuto opporre soltanto la preghiera nei confronti delle catene della grande distribuzione di usare l'euro computer per fare l'operazione di cambio». Ma con i piccoli commercianti non c'è stato niente da fare. Sono loro nel mirino del premier, il settanta per cento degli esercizi commerciali. Loro hanno arrotondato senza controllo. Contando sulla scarsa dimestichezza con i centesimi. Ma «i governi non possono intervenire» spiega il premier mostrando tutta la sua impotenza. «Non può intervenire un governo liberale e neanche un governo totalitario» e cita un libro «interessantissimo» che spiega «come in quattromila anni non sia stato possibile neanche per un governo dittatoriale» riuscire a controllare i prezzi. Non dice di che opera si tratti. Lui non legge un libro da vent'anni. Il titolo non se lo ricorda.
Come uscire allora dalla questione euro che, dice lui «ha portato alla percezione dell'aumento dei prezzi» visto che il suo governo non è intenzionato a intervenire? Ve la dovete vedere voi. Questo il messaggio alle famiglie italiane che hanno difficoltà ad arrivare alla fine del mese. Anzi, con il ben noto maschilismo, a farlo «devono essere soprattutto le singole donne, le massaie responsabili della spesa di casa». Le signore, che secondo lui non hanno niente altro da fare, dovrebbero attrezzarsi ad una spesa quotidiana per punti vendicata. Lì il prosciutto è più conveniente, nel negozio affianco la caciotta, più avanti il pane e nel negozio di fronte i detersivi. Una spesa a tappe per risparmiare e per imporre ai commercianti quello che lui e i suoi ministri non sono riusciti a fare. E non vogliono fare. «Affidiamo alla capacità di dire no degli acquirenti la possibilità di calmierare i prezzi». Ecco la pilatesca soluzione al carovita.
Nessuna colpa, dunque, addossata a chi lo ha preceduto? Non esageriamo. Ce n'è per l'allora ministro del Tesoro, Ciampi, che ha «attuato il cambio lira-euro senza trattative adeguate e senza studi all'altezza della situazione» che si andava creando. Ed anche per chi, Prodi in testa, ha sempre ritenuto che non fosse il caso di proporre la banconota da un euro, cosa di cui lui, sempre con Tremonti, resta invece un acceso sostenitore. Ma i conti bisogna farli con l'Europa. Quella che lo sta escludendo. Come nel caso del summit Francia-Germania-Gran Bretagna del 18 febbraio a Berlino cui Berlusconi non è stato invitato e che lui esorcizza «mettendo in guardia dagli egoismi nazionali».
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Caro Michele, che c’entra il «primo emendamento»?
RISPONDE FEDERICO ORLANDO
Cara Europa, il titolo che i giornalisti, i sindacati, i partiti e le associazioni di centrosinistra hanno dato all’incontro di ieri all’Auditorium, “Stati generali dell’informazione”, richiama a un evento rivoluzionario: la convocazione degli Stati Generali, cioè del “parlamento” francese quando il regime assolutista stava agonizzando; e da quella convocazione ricevette la spallata finale. Non so se i confronti siano leciti, ma a me sembra, anche a giudicare dal titolo di Europa di venerdì, “Risparmio, tv, riforme: la destra non governa più”, che anche l’ancien régime di Berlusconi sia giunto al capolinea. Ma si può dire che l’opposizione sia pronta a prenderne l’eredità? Sono stato anch’io all’Auditorium e ho sentito Michele Santoro che ricordava il “primo emendamento” della Costituzione americana: esso fa divieto al potere legislativo di approvare leggi che restringano l’informazione. In Italia non c’è, diceva Santoro, mentre se avessimo una norma costituzionale del genere un caso come il suo (l’estromissione) non sarebbe stato possibile, né il parlamento e il governo potrebbero attentare alla libertà della comunicazione (Gasparri).
Dove si vede che, se l’ancien régime che ci governa è morente, l’opposizione che dovrebbe sostituirlo non ha i mezzi per cambiare le cose.
BRUNO BEVILACQUA, ROMA
Caro Bevilacqua, che l’attuale maggioranza di centrodestra non riesca più a governare, come ha scritto Europa, sembra chiaro a tutti. L’agonia di uno schieramento che voleva spandere le sue ali su più legislature, sta imbarbarendo la nostra vita civile, come non capitava più dagli anni Venti. Nel giro di pochi giorni, la barbarie culturale si è manifestata a ripetizione. Qualche esempio :
1) forzisti e leghisti, confondendo la Corte costituzionale, che è un tribunale, con un’assemblea politica di quindici componenti, dicono che il lodo Schifani è stato bocciato perché la maggioranza di quei giudici (10 su 15) è scalfariana: dal che si desume che gli altri 5 sono berlusconiani. E vorremmo sapere se quei cinque sono contenti di essere definiti berlusconiani anziché magistrati.
2) il portavoce di Forza Italia aggredisce il nuovo presidente della Corte costituzionale, eletto l’altroieri all’unanimità (quindi anche dai cinque “berlusconiani”) accusandolo di provenire da una cultura giuridico-politica che lo rende ostile al presidente del Consiglio. Donde l’enunciazione implicita della teoria che ai giudici va fatta l’analisi del sangue, per vedere se sono o meno affini al potere esecutivo e al suo capo.
3) Il governo fa sapere che alla Rai – “servizio pubblico” per definizione, e non servizio governativo – non vuole giornalisti indipendenti come De Bortoli o Anselmi nella trasmissione che fu di Enzo Biagi (Il Fatto), nemmeno alternandoli a giornalisti con gli stivali come Ferrara.
4) La Corte dei Conti, che nella relazione tecnica del procuratore generale Apicella critica le linee fondamentali della politica di bilancio, viene accusata anch’essa (come la Corte costituzionale e ogni altra magistratura non rintanata nel porto delle nebbie) di “remare contro”: e dunque per- fino l’autonomia tecnica delle istituzioni viene contestata, in nome del principio fascista che il capo plebiscitato è legittimato dal plebiscito a fare quel che vuole, anche in violazione delle regole.
Quando un regime si riduce a questo, cioè a sbattere la testa ogni giorno contro le sbarre delle istituzioni; e quando il presidente del Consiglio, di fronte alle migliaia di truffati dal crack Parmalat, dice che controlli più severi non sono necessari, significa che chi governa non regge più il peso delle proprie contraddizioni.
Ciò detto, francamente non capisco cosa c’entri il riferimento di Santoro alla Costituzione americana (l’aveva ricordato già il Corriere della sera, ne avevamo accennato ieri anche noi), che fa divieto al potere esecutivo e legislativo di emanare norme limitative dell’ informazione. Se quella di Santoro è una constatazione, dobbiamo limitarci a dire: l’abbiamo fatta anche noi. Se è una critica al centrosinistra, vista la sede nella quale Santoro è intervenuto, dobbiamo ricordare che non è il centrosinistra a poter riformare la Costituzione italiana con norme come quella del “primo emendamento”. Se invece Santoro vuol dire che avrebbe dovuto pensarci quando aveva la maggioranza, dobbiamo a nostra volta ripetere che le polemiche sul passato non aiutano più. Oggi serve tradurre le nuove convinzioni in proposte di legge, e votarle nel prossimo parlamento, se il centrosinistra sarà maggioranza, insieme all’opposizione (che allora troverà conveniente vivere in un paese normale). Quanto a ieri, ci risulta che la normalità è stata rifiutata ancora una volta dai Bonaiuti, Urbani, Gasparri, e segretari dei partiti di maggioranza: che, invitati all’Auditorium, si sono ben guardati dal presentarsi. A proposito: a chi si rivolgono quelli di sinistra che chiedono sempre di poter vivere in un paese normale?europaquotidiano.it
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Cronache dal futuro
Mizar Alcor
PROLOGO
Anno 1000 dalla Fondazione dell'Impero
Il famoso archeologo si staccò dalla scaletta di corda con cui aveva raggiunto il fondo delle grotte. Localizzare il sito e identificare l'antico ingresso aveva richiesto anni e anni di studi e di ricerche. Tremando dall'emozione, si addentrò nei cunicoli bui, dandosi veloci occhiate attorno; ci sarebbe stato tempo per studiarne i minimi particolari e raccogliere i reperti anche più minuti. Ma ora doveva verificare la sua ipotesi, contestata da molte autorità accademiche: che quelle grotte fossero state l'ultimo rifugio di un'antica setta perseguitata, di cui si erano da molti secoli perse le tracce. Con un tuffo al cuore il famoso archeologo si accorse di essere in una sala più larga e più alta delle altre. Lì, accartocciati e aggrediti dal tempo stavano gli antichi documenti. Emozionato si inginocchiò e cominciò a decifrare....
INTERMEZZO
Riportiamo qui la traduzione di alcuni documenti rinvenuti dal nostro compianto collega. La sua prematura scomparsa ci ha privato della possibilità di un ulteriore approfondimento, soprattutto riguardo al linguaggio di quell'antico popolo, che pone non poche difficoltà di interpretazione. Di alcuni vocaboli si è data una traduzione letterale, benchè priva di significato, in attesa di ulteriori ricerche.
Anno IV dalla Fondazione dell'Impero (2010 secondo il vecchio Calendario)
(illeggibile).... il paese era governato da uno strano personaggio (illeggibile).... era riuscito a farsi eleggere come capo assoluto grazie alle continue liti di cui erano vittime i capi delle numerose tribù che abitavano il paese più bello del mondo .(1)
Questi capi tribù erano convinti di essere gli esseri più intelligenti mai comparsi sulla faccia della terra e grazie alle loro capacità si illudevano di poter sconfiggere questo oscuro omuncolo venuto dal nulla e di poter guidare il popolo secondo le loro volontà. Alcuni di questi erano alteri e fieri, certi di possedere conoscenze infinite. La somma cultura da loro posseduta gli consentiva di sapere sempre cosa fare e come giocare i propri avversari. Uno di questi era ..... (illeggibile) un capo dal fisico asciutto, con un volto affilato e segnato da sottili baffetti. Il suo sguardo era rivelatore della sua supremazia e dell'attitudine al comando.....era il migliore !(2) (illeggibile).... le sue diaboliche strategie in cui gli avversari sarebbero caduti.(3) (illeggibile)..... documenti che parlano (illeggibile) ..... ripetuti insuccessi, ma come la sprikitanga, la materia indistruttibile inventata dal grande Voschirani(4) , anche questo capo tribù usciva sempre indenne dalle sc..... (illeggibile)(5) pronto ad insegnare a tutti dove gli avversari vincitori avevano sbagliato e a disegnare nuove e mirabolanti strategie.
(illeggibile)..... fu in quegli anni che tra le genti dei popoli della man stanca(6) iniziò una rivolta. Tutto cominciò con una richiesta di combattere più efficacemente contro l'omunculo, ma, via via, la protesta crebbe fino al grido che ancora oggi è inciso sulla pietra di Navona:(7) con questi capi tribù non sconfiggeremo mai lo strano omuncolo! Da quel fermento, dalle parole che passavano di bocca in bocca improvvisamente prese forma una idea molto semplice: i capi tribù li scelgono i cittadini! (illeggibile)... ..iziò a diffondersi questa richiesta ci fu chi, tra i capi, venne colto da un tremore irrefrenabile e c'era chi diceva che nelle notti di luna piena si sentissero, provenienti dai loro palazzi, ululati di paura (illeggibile)..... rimanere senza potere. Ma il fermento era forte e sempre più spesso in tutte le contrade echeggiava una parola sola: primarie.(8)
L'idea sembrava incontenibile (illeggibile)... ci fu anche chi fece un lungo viaggio nel grande paese dell'ovest dove in grandi praterie le tribù da secoli eleggevano i propri capi. Nelle strade ci si scambiavano gli scritti e fu così che nacque la setta degli "Adoratori delle Primarie". Sorsero luoghi di culto - il più bello fra tutti si chiamava Ulivoselvatico(9) - e crebbero profeti che guidavano il popolo lungo la retta via: P.squ...., Bar...era, .C...canti, Sart..ri .(10)
In questo fermento tutti si proclamavano sostenitori di questa nuova idea. Anche i capi tribù non mancavano di affermare pubblicamente che quando le condizioni lo avessero consentito era necessario dotarsi di forme più trasparenti e democratiche(11) per la scelta dei capi, ma c'erano voci che di notte si ritrovassero in riunioni segrete dove giuravano e spergiuravano che non avrebbero mai consentito l'affermarsi di questa vera e propria iattura. (illeggibile)... si sosteneva che il Migliore(12) avesse assoldato un cinese(13) che nelle strade aveva un grande seguito. Ma non si avevano notizie dirette che un cinese abitasse in quelle contrade (illeggibile) infatti forte del suo prestigio guidò il popolo in grandi battaglie per la difesa dei diritti(14) (illeggibile) ... sembrava fatta! Nelle strade la forza delle genti era invincibile, le "primarie" avrebbero consentito di eleggere nuovi capi tribù... giovani e forti, ma soprattutto non compromessi con il passato.
(illeggibile)... circolava anche l'idea di sciogliere le singole tribù per confluire in una unica grande nazione, dove gli eredi delle antiche tribù si sarebbero mescolati dando vita ad una nuova famiglia. Qualche audace sognatore parlava di un P... t...Dem....c.(15) (illeggibile)........... nelle fredde notti invernali gli ululati dei capi tribù si facevano sempre più frequenti, il panico sembrava averli paralizzati, quando il cinese che nel frattempo era diventato il grande condottiero dei popoli liberi, fu inviato senza alcuna spiegazione all'interno di una città a quei tempi molto nota per l'ombelico di Venere.(16) In quella città il cinese venne mandato a comandare la tribù della mano stanca e non si fece più vedere tra la gente che rivendicava le primarie. Per un po' di tempo anche se delusi per questo inspiegabile abbandono continuarono ad ascoltarlo (illeggibile) ....iasse parole di verità a favore delle primarie, ma inutilmente (illeggibile).... sempre più parlò di ombelichi di tagliatelle e mortadelle(17) (illeggibile)
Il popolo, che prima inneggiava alle primarie, iniziò a sbandare, sempre più cercava un modo per ottenere qualcosa dai capi tribù che nel frattempo avevano smesso di ululare. Anzi, ripresero la antica alterigia, il Migliore(18) continuò con rinnovata sapienza a spiegare al mondo che le sue sconfitte erano dovute agli altri. Lo sbandamento aumentava, coloro che avevano guidato immense folle al grido di primarie unità e nuova famiglia, iniziarono a ritrovarsi in posti sempre più piccoli. Fu una lenta agonia, l'antico vigore delle genti si andava spegnendo. Solo il piccolo gruppo degli "Adoratori delle primarie" continuava a chiamare il popolo alla resistenza. Scrivevano ovunque intervenivano ovunque, era sufficiente che due amici s'incontrassero per strada che dal nulla compariva un membro della piccola associazione pronto a spiegare che solo con le primarie ci si poteva salvare (illeggibile) ... uno di loro era noto per il portamento regale e la testa ornata da una folta chioma di color argento (illeggibile) ..... non perdeva occasione per intrufolarsi in tutti i consessi e al grido di "primarie o morte" richiamava l'attenzione (illeggibile)... in quel tempo ci furono gli ultimi tentativi di costringere i capi tribù a subire le primarie, ma era evidente (illeggibile)... coloro che un tempo si mostravano intransigenti ora cercavano una mediazione: potremmo trovare forme democratiche, potremmo nominare a consiglieri dei Capi i nostri rappresentanti, potremmo essere noi che vi aiutiamo a studiare le strategie, insomma l'importante che partiamo dai program.... (19)(illeggibile)
(illeggibile) .....fu a quel tempo che i capitribù si misero d'accordo con l'omuncolo e fondarono l'Impero basato sulla la spartizione delle poltrone: (20) e i riti delle nomine(21) celebrati nelle stanze segrete, da costume divennero legge.
Ma a mano a mano che l'Impero si consolidava i convertiti erano sempre meno, e vacillavano le convinzioni di molti. In troppi si assiepavano alle porte del palazzo questuando di poter entrare, a spartire anche solo una briciola del potere: cittadini dalla schiena curva a furia di prostrarsi, e altri furiosi per il troppo gridare.
Gli Adoratori delle Primarie, saldi nelle loro convinzioni, restavano sempre più soli (illeggibile)...
e venne il giorno in cui l'Impero, decise di cacciarli. Il primo giorno di autunno gli Adoratori delle Primarie raccolsero le poche cose che il potere aveva loro concesso, avvolsero i libri sacri in custodie impermeabili per preservarli dalle intemperie e si avviarono. Per quaranta giorni cercarono un posto dove ripararsi. Poi arrivarono in queste grotte, dove ancora risiede il nostro popolo... (illeggibile)
(1)Significato incerto. In altri testi si parla di un "paese delle banane". Mentre il significato di "paese" è ormai universalmente accettato dagli studiosi, "bello" e "banane" necessitano di ulteriori approfondimenti
(2)L'aggettivo ha nello stesso documento grafie diverse, in cui cambia soprattutto l'iniziale (maiuscola o minuscola). Si è scelta una traduzione letterale, nell'impossibilità di cogliere le sfumature del testo, e in attesa di ulteriori approfondimenti
(3) Nelle grotte esplorate dal nostro compianto socio sono stati in effetti trovati resti di macchine dall'incerto utilizzo, che sembrano avere qualche rapporto con le strategie di cui parla il documento
(4) Citato anche da altri documenti, pare essere un inventore, forse in qualche rapporto con le macchine di cui alla nota precedente
(5)La parola pare essere volutamente cancellata in tutti i documenti dove si parla di questo capotribù. Forse perchè divenuta in seguito oggetto di tabù
(6)Traduzione letterale. Il contesto in cui si colloca dovrà essere più attentamente studiato
(7)Toponimo di incerta provenienza. Alcuni studiosi ritengono che la rivolta di cui parla il testo possa essersi in realtà trattata di un ammutinamento
(8)Sembra un termine legato alle forme di distribuzione: forse di ricchezza, di terra, o di bottino bellico. Pare escluso che possa essere legato al termine "poltrone" (teoria sostenuta solo dallo Schmidt) per palese incongruità
(9)Fa sicuramente riferimento a qualche rito animistico legato all'adorazione degli alberi, in particolare di quelli che crescono senza intervento umano
(10)Dei nomi citati restano nel documento solo poche lettere, che rendono impossibile la loro ricostruzione. La cancellazione non appare dovuta alle ingiurie del tempo, ma ad un atto volontario (forse vandalico?)
(11)Traduzione letterale di una frase di oscuro significato. Forse il termine "condizione" fa riferimento allo stato di salute di qualcuno fra i capi più in vista
(12)Vedi nota 2
(13)Probabilmente il testo è stato interpolato immettendovi riferimenti a leggende di epoca più tarda. Gli studiosi sono unanimi nell'escludere che fra i capi potessero esservi immigrati dall'estremo oriente, che fonti attendibili ritengono impiegati a quell'epoca solo nei lavori più umili
(14)La parola "diritto" sembra che avesse nel linguaggio dell'epoca una molteplicità di significati. Purtroppo il cattivo stato di conservazione del documento ci impedisce di dare al vocabolo una più precisa connotazione
(15)Anche in questo caso la cancellazione, che pare volontaria, di quasi tutte le lettere impedisce una interpretazione attendibile
(16)Alcuni studiosi ritengono che il documento faccia qui riferimento ad un rituale sessuale di cui si hanno scarse notizie (forse accompagnato da suoni che imitavano il verso di alcuni animali); come anche al paragrafo successivo.
(17)Probabilmente legato al rituale sessuale di cui alla nota precedente, poichè i termini con la desinenza in "elle" sembra avessero a che fare con le labbra e la lingua
(18)Vedi nota 2
(19)Vedi nota 11. Anche in questo caso la frase non ha un significato esplicito. Alla luce di queste parole, alcuni studiosi ritengono trattarsi di antichi riti collegati al possesso di un qualche tipo di poltrona. Resta però da spiegare il significato antropologico di "poltrona", di cui si esclude l'uso letterale. Vedi anche nota 8
(20)Vedi nota 19
(21)Si ritiene che "nomina" abbia lo stesso significato recondito di "poltrona". Vedi nota 19
Qui hanno termine i documenti decifrati dal nostro compianto collega. A voi, nuove leve della Imperiale Società di Archeologia, continuare le ricerche su questo oscuro periodo della nostra storia remota.
EPILOGO
Anno 1010 dalla Fondazione dell'Impero Il Generale Supremo, Il Migliore VII si tirò i baffetti neri e sottili, e spazientito apostrofò il figlio. Quel ragazzo era strano, timido e taciturno, sempre chiuso nella sua stanza in compagnia dei libri di storia. Non gli assomigliava per nulla. Non aveva preso niente da lui; eppure gli sarebbe piaciuto vederlo, un giorno, esibire un carattere tutto d'un pezzo, e il piglio simile a quello con cui lui teneva tutti sottomessi, forte della certezza assoluta di essere nel giusto. "Vieni avanti dunque" latrò " e falla finita di leggere quei libri, che non ti servono a nulla. Studia i miei scritti, piuttosto, e forse prima o poi mi assomiglierai" ulivoselvatico.org
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Il giardino degli Ulivi
Da noi la coalizione non ha avuto problemi a trovare subito un accordo sul mio nome
Mentre la creazione dell’Ulivo sembra vacillare in molti comuni della Provincia, Brescello, isola felice, ha già pronto l’accordo politico in vista delle prossime amministrative e non solo. Ha già anche un candidato nuovo di zecca, ma sul filone della continuità rispetto ai quasi vent’anni di amministrazione targata Ermes Coffrini. Si tratta di Giuseppe Vezzani, assessore uscente dell’attuale Giunta, ma in passato anche segretario della locale sezione dei Ds e capogruppo consiliare.
Vezzani, tecnico del Comune di Castelnovo Sotto, ha 36 anni e dietro le spalle una discreta esperienza amministrativa. Oggi si trova però a raccogliere un’eredità importante, quella dell’avvocato Ermes Coffrini, sindaco di Brescello dall’85, ma in Comune da una vita. Preoccupato del passaggio?
“Certo che il lavoro fatto da Ermes in questi anni è importante ed è innegabile sentire la responsabilità di questa eredità. Ma il lavoro che vogliamo fare con la prossima amministrazione è nel segno della continuità. Sono tanti i progetti che intendiamo portare avanti, progetti che hanno le radici negli anni trascorsi, ma che si arricchiranno anche del contributo delle forze politiche che dalla prossima legislatura entreranno a far parte della giunta”
La giunta uscente vedeva nel suo interno Ds e Sdi, un’alleanza forte che è cresciuta. C’è infatti già l’accordo con la Margherita.
“Si, abbiamo già iniziato a lavorare insieme e adesso ci aspetta la costruzione del programma, costruzione che vogliamo però condividere con i nostri cittadini. L’intenzione è quella di attivare un percorso importante, per allargare il più possibile la condivisione del lavoro che ci accingiamo a fare”.
E Rifondazione?
“Con Rifondazione l’accordo non c’è, ma sono in programma degli incontri proprio per verificare la possibilità di lavorare insieme. Intanto abbiamo scelto di partire con l’Ulivo, un traguardo importante per noi, ma siamo assolutamente aperti anche ad accordi che possano coinvolgere Rifondazione”.
Quali sono le linee programmatiche che intendete sviluppare?
“Il programma avrà come linee guida il mantenimento di un alto livello qualitativo dei servizi, in primo luogo quelli rivolti alle fasce più deboli della popolazione, bambini ed anziani. Importante sarà anche l’impegno per la tutela dell’ambiente e del territorio, la sicurezza ed il benessere dei cittadini, la valorizzazione del paese attraverso l’aumento dell’offerta turistica e delle manifestazioni culturali”.
Torniamo alla situazione politica. All’inizio vi abbiamo definito un’isola felice rispetto ad altre situazioni della Provincia. Reggio, Cavriago, adesso anche San Polo, Bagnolo. Gli accordi in questi comuni sono ancora lontani. Lei, a fine gennaio, è già il candidato dell’Ulivo. Cosa pensa della situazione provinciale?
“Penso che molto spesso la conflittualità sia legata ad aspetti personali, ad un eccessivo individualismo di qualcuno, più che a reali difficoltà politiche.
Dovremmo tutti essere animati da un maggior senso di responsabilità che consenta, così come in passato, di superare le divergenze, avendo come unico obiettivo la vittoria sulle destre e non quella sugli alleati dell’Ulivo e tanto meno sui propri compagni di partito”.
Un’ultima battuta sulle Primarie. Cavriago le ha fatte, a Reggio non se ne parla. Come giudica questo strumento?
“L’onorevole Antonio Soda, presidente dei garanti nazionali dei Ds, le giudica uno strumento democratico solo se regolato da norme certe e precise. Aggiungo che tali norme dovrebbero essere introdotte per legge. Senza regole certe, si corre il rischio che vengano interpretate solo come mezzo per delegittimare qualcuno, anziché importante strumento di democrazia partecipativa.
Ad oggi l’accordo politico rimane l’unica strada percorribile, anch’essa di alto valore democratico purché espressione di gruppi dirigenti eletti democraticamente e non, così come accade in Forza Italia, frutto di selezioni da parte di esperti aziendali in risorse umane
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La BBC va alla guerra
di Greg Palast
Lord Hutton benedice l’attacco di Blair sull’inchiesta della BBC riguardante la guerra all’Iraq. Ora la seconda invasione della guerra in Iraq procede: la conquista della British Broadcasting Corporation. Ora l’indipendenza di uno dei maggiori network indipendenti su questo pianeta è sotto attacco. Il governo Blair risulta “ripulito” e arrogante mostra il suo trofeo, le dimissioni dell’amministratore della BBC Gavyn Davies.
Non ha detto “salve” e neppure il suo nome. Ha semplicemente lasciato un messaggio di una parola: “imbiancato”.
E questo da parte di un gionalista accerchiato che bisbigliava dall’interno delle viscere di una televisione e stazione radio sotto assedio, su una piccola isola vicina alle coste irlandesi: la BBC di Londra.
E da parte di un suo collega, del Guardian: “il futuro del gionalismo britannico è molto deprimente”.
Invece il futuro per la propaganda di guerra, falsa e farsesca, è piuttosto luminoso. Oggi Lord Hutton ha emesso il suo rapporto che faceva seguito a un’inchiesta dimostrante le manipolazioni dell’intelligence da parte del governo Blair al fine di dichiarare che Saddam Hussein possedeva armi di distruzione di massa e minacciava un attacco imminente su Londra.
E sulla base delle dichiarazioni del governo Blair i titoli hanno pompato sull’isteria di guerra: SADDAM POTREBBE AVERE LA BOMBA ATOMICA IN UN ANNO, strillava il London Times. I BRITANNICI A 45 MINUTI DALLA CATASTROFE gridava il Sun.
Considerati questi fatti solo un codardo femminuccia di pacifista, un estremista o un seguace di Saddam non avrebbe considerato che il Primo Ministro “Winston” Blair non avesse altra scelta se non riconquistare la sua ex colonia in Mesopotamia.
Ma questi titoli erano, nei fatti, falsi, e si sono rivelati anche letali. Diversamente dai fantocci della stampa americana, i reporter della BBC pensavano fosse loro dovere verificare queste dichiarazioni riguardanti la vita e la morte. Così i giornalisti Andrew Gilligan
e Susan Watts hanno contattato una fonte cruciale: il più importante ispettore ONU inglese. E lui ha detto alla giornalista Watts che le dichiarazioni di Blair e del nostro Bush sulle Armi di Distruzione di Massa erano tutte prese in giro.
Gilligan è andato oltre, riportando che queste prese in giro, queste versioni gonfiate delle intelligence, erano il risultato degli interventi dello scagnozzo responsabile delle PR di Blair, Alistair Campbell.
Qualunque fosse la lettura delle dichiarazioni fatte dalla fonte, era chiaro che gli esperti di intelligence avevano profondi dubbi sull’evidenza delle prove che dovevano condurre alla guerra.
La fonte? Il dottor David Kelly.
Per salvarsi dopo l’inchiesta di Gilligan e Watts il governo, incluso lo stesso Primo Ministro, hanno iniziato una crociata per screditare la propria stessa intelligence così da poter, di conseguenza, screditare le notizie.
Pubblicare il nome di qualcuno che si occupa di intelligence è una questione seria. Negli USA un procuratore sta ora indagando sulla Casa Bianca per scoprire chi ha pubblicamente fatto il nome di un agente CIA. Se lo troveranno, l’informatore si troverà davanti la galera.
Il governo Blair non è stato così duro quando si è trattato di fare il nome del Dott. Kelly. Piuttosto, hanno utilizzato il sotterfugio che la questione fosse cruciale permettendo ai giornalisti di fare “20 domande”. se il nome di Kelly fosse sfuggito avrebbero confermato. Solo i giornalisti più tonti (non ne nominerò nessuno) non capirono dopo un solo paio di prove.
Il Dott. Kelly, che era candidato a diventare cavaliere, venne arringato e la sua carriera fu distrutta. Allora si tolse la vita.
Ma oggi non è un giorno di dolore al numero 10 di downing street, piuttosto un giorno di auto-congratulazioni.
Non c’erano armi di distruzione di massa, nessuna testata nucleare quasi pronta, nessun “45 minuti dalla catastrofe” che richiedessero il nuovo blitz di Londra. Il gruppo di esiliati iracheni, che avvallò questa dichiarazione, ora chiama la storia dei 45 minuti “un sacco di merda”.
Ciò nonostante i lacché di Blair stanno proclamando le loro rivendicazioni.
Questa non è una storia solo di quanto sta succedendo “là”, in Inghilterra. Questo dobbiamo ricordare: David Kelly non era solo in servizio per la Gran Bretagna ma anche per l’ONU e, per estensione, per George Bush. Il nostro comandante in capo
ha fatto i salti mortali per adottare la storia sulle armi di distruzioni di massa del governo Blair, quando la CIA era reticente.
Così Lord Hutton ha ucciso il messaggero: la BBC. Il giornalista Gilligan avrebbe dovuto usare termini più prudenti? Una certa dose di critica può essere giusta. Ma la straordinaria conclusione della storia della Watts è stata dimenticata: i nostri due governi hanno prima manipolato le informazioni poi dato la caccia a chi faceva domande.
E ora la seconda invasione della guerra in Iraq procede: la conquista della British Broadcasting Corporation.
A partire da oggi, l’indipendenza di uno dei maggiori network indipendenti su questo pianeta è sotto attacco. Il governo Blair risulta “ripulito” e arrogante mostra il suo trofeo, la testa di Gavyn Davies, l’amministratore della BBC che si è dimesso oggi.
“Il deprimente futuro del giornalismo britannico” fa presagire il periodo nero che attende i giornalisti ovunque, con la minaccia all’ultima baluardo del giornalismo investigativo. E, francamente, questa è una giornata inquietante per me. Non sono un passante disinteressato. Tutte le mie inchieste, tutte censurate dalla messa in onda in Usa, sono state trasmesse da Newsnight della BBC, il programma della giornalista Watts.
Una cappa d’acciaio scenderà sulle notizie? Prime dell’alba, oggi, stavo leggendo le parole che Churchill disse al comandante francese nelle ore precedenti all’ingresso dei Panzer a Parigi. Churchill disse a coloro che si preparavano ad arrendersi: “Qualunque cosa possiate fare, noi combatteremo ancora, e ancora e per sempre”. Questa può ancora essere l’Ora Decisiva del giornalismo.
Tradotto da Nuovi Mondi Media
Fonte: http://www.gregpalast.com/detail.cfm?artid=311&row=0
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Resistere non basta più. L'informazione riscopre la voglia di critica
di gi.vi.
Giornalisti che parlano di giornalisti che, a loro volta, parlano di giornalisti: la sensazione è questa. Ma non è una cosa negativa. Semmai è il segno che la categoria rialza la testa, discute, si unisce. Il fronte dell’informazione si allarga, e la parola d’ordine non è più soltanto resistere, ma anche muoversi. Giorgio Bocca, intervenendo al telefono, è amaro, all’inizio: «La capacità con cui i giornalisti hanno calato le brache e si sono adattati al nuovo padrone è terribile». Poi però si ricrede, mostra più ottimismo: «La vostra presenza qui è, finalmente, un segnale positivo».
Gli Stati generali dell’informazione si tengono all'auditorium di Roma. Attesi decine e decine di interventi: esponenti del mondo dell’informazione e della cultura, politici, artisti, sindacalisti. Non vuole essere una manifestazione di sinistra, ma un’iniziativa aperta. Certo, l’unico politico non dell’opposizione che ha inviato un messaggio è stato Mario Segni. Ed è già un segno, ma troppo piccolo. Il comitato organizzatore informa in una nota «di avere invitato formalmente, con lettere, i Segretari e gli esponenti politici di tutti i partiti, della maggioranza e dell'opposizione, oltre ai Ministri Gasparri e Urbani ed al Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Bonaiuti». E aggiunge: «L'assenza dall'assemblea degli esponenti del governo e della maggioranza suscita rammarico».
La mattinata si illumina a sprazzi. Come quando telefona Enzo Biagi. Dall’assemblea è partita una proposta: sostenere la sua nomina come senatore a vita. «Non ci avevo mai pensato - risponde Biagi - Siete molto generosi». Poi dice poche parole, ma molto chiare su cosa voglia dire essere giornalisti: «La maggiore aspirazione che possiamo avere è che la gente ci giudichi credibili. Nessuno può essere libero per decreto. Ognuno deve essere libero per coscienza». L’ex conduttore de Il Fatto raccoglie l’applauso più lungo e convinto della platea.
Il dibattito torna ad accendersi, poco dopo, con gli interventi di Michele Santoro e Lucia Annunziata, coinvolti da una polemica molto civile e interessante. La tesi di Santoro è provocatoria: «Noi che facciamo i martiri della libertà corriamo il rischio di diventare figuranti di noi stessi». Tutti, anche la Masgistratura «che recita il ruolo dei giudici» e pronuncia sentenze che non vengono applicate. Anche la Annunziata, che a Santoro appare «figurante di un presidente di garanzia. In realtà è un consigliere di opposizione». Come uscire da questo teatro? Santoro fa una proposta altrettanto provocatoria: «Non è solo una questione di difendere la Costituzione. In Italia dobbiamo ancora scrivere il primo emendamento: La libertà di espressione non si può limitare in nessun modo».
Prendendo la parola subito dopo, Lucia Annunziata si affida un ostinato pragmatismo e afferma: «Io non credo di essere un figurante. Capisco che Santoro fa molto bene i comizi. Ma anche capendo la funzione retorica di quello che dice, io non mi sento una figurante». E spiega: «Mi hanno detto che l'Inter perdeva sempre, e mi sono sentita come l'Inter perché in Cda perdo sempre 4 a 1. Ma se loro mi mettono 4-1, è su qualcosa di molto chiaro che darà un 4 a 1 a mio favore fuori, agli occhi della gente». Per questo spiega la Annunziata, ho minacciato le dimissioni di fronte alla legge Gasparri ed oggi sono ancora al mio posto: «Io ho offerto la testa sul tavolo a un ministro e sto qua perché ho vinto: un giudice terzo, un arbitro, il capo dello stato, mi ha dato ragione e non sono io a dovermi dimettere». L’idea di tirarsi fuori dalla mischia alla presidente Rai non piace proprio: «Andarsene significa solo lasciare occupare un'altra casella».
Come accade al Tg1, dopo le dimissione della vicedirettrice: «Stare fuori è politicamente inutile, perché il tg1 sta dentro. Mon è un mistero che io penso che non ci si debba dimettere, e l'ho detto esprimendo tutta la mia solidarietà alla Tagliafico». Ma come restare dentro far apparire la propria presenza inutile? «La maggioranza è arrogante, brutale. Noi non dobbiamo stare al loro gioco. Non dobbiamo diventare figli del conflitto d’interessi. Dobbiamo stare dalla parte di un’etica alta». Conclusione: «Stare dentro vuol dire essere prigionieri, ma mai figuranti».
Agli Stati generali partecipano anche molti politici. In seconda fila, uno accanto all’altro siedono Bertinotti, Epifani Fassino. E vicino a loro Salvi, Rizzo, Pecoraro Scanio, Petruccioli. Il segretario Ds attacca duramente la destra: «Siamo di fronte a una concezione proprietaria del sistema dell’informazione», il cui risultato è evidente: «Un disprezzo per ogni forma di professionalità e di competenza. Io credo che il disagio dei giornalisti del Tg1 deriva da questo e non da una appartenenza politica all' uno o all' altro schieramento». L’opposizione, secondo Fassino, deve essere «in grado di rompere e scardinare un sistema soffocante e asfittico, che consenta l'esistenza in Italia di più emittenti, di più operatori della pubblicità, di più produttori televisivi e cinematografici, di più editori. Dobbiamo spiegare che, in questo, siamo noi i liberali e loro, gli artefici di questo stato di emergenza e di conflitto di interessi permanente ed in progressiva espansione, coloro che difendono solo gli interessi personali e politici di una stessa persona e di una stessa parte».
Non basta più resistere, bisogna anche muoversi. Lo pensa anche Fausto Bertinotti, che dice: «Abbiamo fatto bene a praticare la resistenza e dobbiamo continuare a farlo ma è necessario che al contempo si cominci la costruzione di una alternativa». Un’idea condivisa anche dal segretario Cgil Guglielmo Epifani: «Se siamo qui oggi – afferma - è perché ciascuno di noi e tutti insieme ci siamo assunti l'onore di una grande battaglia a difesa della libertà di informazione e dei diritti di tutti. Io non credo che il nostro sia un movimento occasionale». Al contrario: «Questo nostro impegno deve essere continuato insieme fino ad arrivare ai risultati».unita.it
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Ecco quello che è successo alla riunione del Comitato per la costituente dell'Ulivo di ieri.
La constatazione principale, quella che ha mosso alla costituzione del comitato per "l'altra lista" dell'ulivo, è che sono state disattese alcune delle promesse fatte dai vertici di Ds e Margherita alla riunione di giovedì scorso.
Questo è emerso chiaramente quando Romano Prodi si è reso inspiegabilmente disponibile a coordinare il comitato della cosiddetta "lista unitaria".
Ho qui sottomano le notizie ANSA di Giovedì scorso, e rimango completamente sconvolto dal cambiamento si programma che è stato fatto:
"Arturo Parisi commenta favorevolmente il confronto di stamane....abbiamo convenuto circa la necessità di aprire una nuova stagione dell'Ulivo allargata alla società e ai cittadini. Alle europee si ANDRA' CON LISTE DISTINTE E CON UN ULIVO PIU' ALLARGATO E COORDINATO.."
Capite? Quello che è considerato il braccio destro di Prodi, parla di "Ulivo coordinato", ma come è possibile se colui che dovrebbe coordinarlo è già coordinatore di una unica lista?
Altro punto: si sta lavorando al grande Ulivo o al Partito riformista?
Il comunicato di Giovedì diceva chiaramente che "Abbiamo inoltre convenuto di dare vita ad un comitato promotore di una costituente dell nuovo Ulivo, del quale facciano parte personalità di spicco dei partiti di centrosinistra ed esponenti significativi della società civile", ed ecco la risposta di Fassino sul Messaggero del 29:
Eppure sembrava svaporata l’idea del partito riformista
«No, affatto. All’orizzonte c'è la costruzione di un grande soggetto riformista-progressista che sarà la forza principale di un centrosinistra largo. La lista unitaria è il primo passo in questa direzione».
E poi c'è tutto il problema della costruzione della convention del 13 e 14 febbraio: chiaramente non c'era nessuna voglia di costruire qualcosa ascoltando le proposte della società civile.
Nel comitato promotore per "l'altra lista" c'è invece spazio per inserire in maniera chiara i temi che ci sono stati più cari in questi anni (ed emersi nelle nostre domande al Teatro Vittoria): Guerra (no astensionismo, ma rifiuto all'appoggio del contingente in Irak), centri di accoglienza, finanza etica, diritti dei lavoratori (pensioni), abolizione leggi vergogna, democrazia nella comunicazione, sviluppo sostenibile, trasparenza nella scelta dei candidati e Albo degli elettori, difesa della costituzione e ultimo ma non ultimo OPPOSIZIONE DIFFERENTE, PIU' FERMA E DECISA, A BERLUSCONI.
Il tutto per tentare di conquistare quella fetta di elettorato che si sente "ulivista" ma non approva il metodo ed i temi affrontati dalla lista cosiddetta "unitaria".
Ripeto nuovamente che la mia scelta è strettamente personale, perchè non si può coinvolgere il movimento in un percorso per la creazione di una nuova lista.
Io ieri ho ripetuto una cosa in maniera chiara: se la lista sarà limitata a coloro che sono presenti qui (Veltri, Sylos Labini, Occhetto, Minicuci, Pancho, Vattimo, Tranfaglia, Falomi..e l'adesione di Giulietto Chiesa.) il progetto è destinato a fallire, dobbiamo sforzarci di coinvolgere più personalità possibili del mondo della cultura, del giornalismo, della società civile e dei movimenti (anche con adesioni individuali), solo così ci sarà la possibilità di creare "l'altra gamba" del grande ulivo al quale stiamo tutti pensando.
Proprio per questo il mio invito è rivolto a tutti coloro che sono interessati a partecipare, magari anche solo come osservatori, al percorso costituente della lista. Mercoledì, sempre a Roma, ci sarà la prima riunione del comitato. Io comunque rimango a disposizione per raccogliere le idee ed i temi da proporre nel programma della nuova lista.
Credo anche che di questo, e di tanto altro, ci sia la reale necessità di parlarne per un confronto franco e leale (sollecitato da più voci), propongo quindi una ASSEMBLEA NAZIONALE DEI GIROTONDI E DEI MOVIMENTI PER SABATO 7 FEBBRAIO (MAGARI A FIRENZE???), CON UNA EVENTUALE RIUNIONE DEL COORDINAMENTO IL GIORNO SUCCESSIVO.
Cari saluti
Gianfranco Mascia
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Appello Chiesa, Ciotti, Strada, Zanotelli
Testo dell'appello letto in mattinata agli Stati Generali dell'Informazione a Roma
Roma, 30 Gennaio 2004
INFORMAZIONE E DEMOCRAZIA
Dal dopoguerra, l'Italia non ha mai vissuto una situazione così grave come questa: è la sua stessa democrazia ad esserne minacciata. Una sola persona è oggi in grado di influenzare direttamente il 95% delle televisioni italiane e tramite esse una grande massa di cittadini.
È una situazione talmente preoccupante da essere regolarmente denunciata da autorevoli istituzioni europee come l'OSCE. Non altrettanto da istituzioni italiane. L'attuale governo, tramite la legge Gasparri, vuole imporre nuove disposizioni in materia di televisione, radio ed editoria. Questo aggrava ulteriormente il quadro con la minaccia di un monopolio su tutti i mezzi di comunicazione di massa.
Tutto ciò avviene senza una seria e incalzante opposizione parlamentare. Mai come oggi l' informazione è stata così censurata, faziosa, unilaterale. Una colossale mistificazione impedisce a milioni di persone ogni seria reazione critica. In queste condizioni un vero dibattito politico e culturale è reso impossibile.
In queste condizioni i cittadini sono vittime di una martellante propaganda mediatica e non possono affrontare e dibattere problemi vitali della società italiana: la guerra, l’immigrazione, i problemi della mafia, delle dipendenze, del carcere, dell'emarginazione, delle povertà, della scuola, della sanità e del lavoro. Ciò significa che il confronto democratico tra i cittadini, prima ancora che tra i partiti, non può avvenire.
Dobbiamo reagire insieme e positivamente.
Una società civile organizzata esiste e può affermare i propri diritti. L'emergenza impone che essa si faccia sentire attraverso tutti i mezzi democratici disponibili, purché siano condivisi, trasparenti, partecipati, plurali, capaci di informare la popolazione in modo tempestivo e professionale. Gli operatori dell’informazione possono rivendicare la propria libertà e la propria dignità personale e professionale, se agiscono in maniera coordinata e costante.
Dobbiamo tutti lavorare insieme per costruire un'alternativa concreta al monopolio informativo e ridare forza alla democrazia del nostro paese.
Giulietto Chiesa, Luigi Ciotti, Gino Strada, Alex Zanotelli
__________________________
Per informazioni:
Roberto Alessandrini
Segreteria Nazionale Megachip
Megachip
c/o Fondazione Lelio Basso
Via della Dogana Vecchia,5 - Roma
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IL TRISUNTO DEL SIGNORE
da L’Unità di Marco Travaglio
Forse ispirato dal luogo particolarmente consono, la Sala delle Galere, il Cavalier Bisunto ha colto l'occasione di una serata di gala a Palazzo Chigi per abbandonarsi a un lungo outing sul lifting. È il suo modo di fare la verifica di governo, ripetutamente sollecitata dagli alleati: spara quattro tavanate, si fa i complimenti da solo, e la verifica è chiusa. Il lifting invece, quello, è ancora in corso. I restauri, si sa, sono operazioni delicate, richiedono tempi lunghi e manca ancora il via libera della Soprintendenza ai beni archeologici. Prima di Natale, Berlusconi sembrava Mister Magoo: non riusciva più ad aprire gli occhi. I chirurghi glieli hanno riaperti giusto in tempo per vedere la sentenza della Corte costituzionale che lo riconsegnava al tribunale di Milano e don Gianni Baget Bozzo che perdeva i pantaloni al suo cospetto. Ma i chirurghi blefaroplastici sono solo a metà dell'opera: «Non sono ancora a posto, come vedete. Ho fatto soltanto le palpebre sotto». Ora tocca a quelle sopra. Ci vorrà un altro mese di latitanza, almeno. Sarà il primo «impedimento istituzionale » accampato dagli avvocati non appena il Tribunale riaprirà il processo Sme. Poi, per le udienze successive, si rifarà il naso, le orecchie, l'ombelico, e giù giù fino ai piedi, alle unghie incarnite. Già che c'è, potrebbe addirittura decidere di incorporare nei talloni i tacchi col rialzo interno. Intanto si spera che venga approvata la legge costituzionale sull'impunità, per inserire nella Costituzione il Lodo incostituzionale. Sennò finisce che gli tocca rifarsi per la terza volta e si trasforma in Sandra Milo. Voce del verbo. «Io il lifting non lo volevo fare. Sono stato tirato dentro a farlo ». Ecco: «tirato» è l'espressione giusta. Colpa degli altri. «È stata Veronica a spingermi a fare il lifting». Molti credevano che l'uomo più potente d'Italia, il politico più ricco del mondo potesse fare più o meno quel che gli pare. Invece siamo di fronte a un ostaggio, a un prigioniero circondato da gente malvagia che gli impone qualunque sacrificio. Previti lo costringe a soffiare a un'orfana per 400 milioni una villa con annessi e connessi da 40 miliardi. Dell'Utri lo costringe a prendersi come stalliere un mafioso. Anonime entità con forte accento siciliano gli impongono di ricevere qualche centinaio di miliardi di provenienza ignota. Craxi lo costringe a prendersi tutte le televisioni e a subire due umilianti decreti per salvarle dai pretori. Gervaso lo costringe a iscriversi alla P2. Poi nel '93 ci si mette pure lo Spirito Santo, che d'intesa con padre Budget Bozzo lo costringe a bere l'amaro calice e a scendere in campo: e quelle dello Spirito Santo, come può testimoniare anche Maria di Nazaret, sono proposte che non si possono rifiutare. Più recentemente, i comunisti bulgari lo costringono a chiedere da Sofia la cacciata di Biagi, Santoro e Luttazzi. Ciampi, per dispetto, gli impone addirittura l'umiliazione del Lodo Maccanico: lui è contrario ma alla fine deve accettarlo obtorto collo; ma curiosamente, quando la Consulta lo boccia, non si arrabbia Ciampi, si arrabbia lui. Ora qualcuno vorrebbe addirittura farlo Presidente della Repubblica o premier con poteri imperiali. Ma stavolta lui conta di resistere. La baby sitter. «Rispetto la scelta di mia moglie che vuole fare la madre dei miei figli». L'idea che i figli siano anche della moglie non lo sfiora neppure. La gavetta. «Mia figlia Barbara si è innamorata dell'editoria. Spera di poter entrare in Mondadori dove ha fatto uno stage al marketing periodici, mi pare, cominciando dai livelli più bassi». Ora la ragazza è in trepida attesa. Spera in un contratto da Co.co.co.,ma la concorrenza alla Mondadori è spietata, e non si sa se la spunterà. Ne sa qualcosa anche il padre. Anche lui, nel 1989, sognava di entrare nella prestigiosa casa editrice. Ma fu escluso dagli stage. Così chiamò Previti, che gli presentò il giudice Metta, che gli consegnò tutta la Mondadori. Entrare, a quel punto, fu piuttosto facile. Pret à porter. «Alla mia età dai sarti non ci vado più. Sono i sarti che vengono da me». Gli fanno anche le leggi su misura. Crac a sorpresa. «Il crac Parmalat è un caso assolutamente isolato.Nessuno lo poteva prevedere». Strano: Tremonti continua a dire che lui aveva previsto tutto, che è tutta colpa del governatore di Bankitalia e dei banchieri comunisti. Bondi e la Lega chiedono le dimissioni di Antonio Fazio un giorno sì e l'altro pure. E ora Berlusconi se ne viene fuori a dire che nessuno poteva prevedere nulla. Che hanno scherzato. Devono averlo costretto anche stavolta. Geni del male. «(Nel caso Parmalat) c'è una genialità del male, una genialità maligna che vince su tutto». In effetti un imprenditore che apre società off-shore nei paradisi fiscali, le intesta a vari prestanomi, trucca i bilanci, accumula fondi neri, froda il fisco, forse corrompe politici, giudici e Guardia di Finanza, infine chiede che il processo venga spostato lontano da Milano, dev'essere proprio un genio del male. In galera.
Il presidente del nuovo collegio: in calendario già tanti procedimenti, 3 mesi per studiare gli atti. Il capo del governo è accusato di corruzione di magistrati
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Occhetto-Di Pietro, una lista aperta ai movimenti
di Antonella Rampino Stampa questo articolo
La Stampa
Cauto quanto una presa d’atto, ma il via libera di Prodi è arrivato, via telefono da Bruxelles. E così, assicurato al Professore che si sarebbe trattato di «una lista amica», Achille Occhetto ieri ha ufficializzato la lista comune con Antonio Di Pietro, aperta ai movimenti. Chi ci sta e si candida (Gianni Vattimo, Pino Arlacchi, Giangiacomo Migone, Giulietto Chiesa) si vedrà nel corso del processo formale di aggregazione della nuova lista, avviatosi appena ieri pomeriggio. Ma intanto, si registra subito anche la presa d’atto di Piero Fassino, «si sapeva che Di Pietro si sarebbe presentato da solo». Il che è come dire: dove sta la novità? Ma dai diesse, arriva anche qualcosa in più. Solo un accenno polemico da parte (non a caso) del coordinatore di via Nazionale Vannino Chiti, «va tutto benissimo, purché non facciano polemiche». Per il resto, dal segretario politico la considerazione è che «a noi interessa un Ulivo unito e coeso in un centrosinistra largo, la competizione non è tra noi, ma col centrodestra». Con la precisazione necessaria che la nuova lista Occhetto-Di Pietro sta nell’«Ulivo unito», mentre la definizione «centrosinistra largo» si attaglia al caso di Rifondazione.
Come andranno i rapporti tra le varie liste del centrosinistra, questa nuova più il cosiddetto «triciclo», e con Verdi, l’Alleanza di Mastella-Martinazzoli e Comunisti italiani che corrono invece da soli, si capirà quando verrà deciso se tutti, come quasi ogni giorno chiedono Pecoraro Scanio e cossuttiani potranno presentarsi nel nome di Prodi (cosa che toglierebbe al «triciclo» l’esclusiva del marchio doc) e soprattutto se la parola “Ulivo” verrà concessa per il simbolo anche ad Occhetto e Di Pietro (come pare probabile). Ma per ora, va registrato che Occhetto ci tiene a sottolineare che una formidabile accelerazione al varo dell’iniziativa «me l’ha data la lettura dell’intervista clamorosa che Fassino ha dato alla Stampa: lì lui diceva con nettezza che la lista unitaria è il primo passo verso il partito riformista. Mentre l’accordo, siglato al teatro Vittoria nell’incontro con noi e i movimenti, era invece che la lista fosse il primo passo verso un nuovo Ulivo soggetto politico». Una cosa, fanno sapere i bene informati, che caso mai ad Achille Occhetto fosse sfuggita, gli è stata ad ogni buon conto ricordata da Paolo Flores d’Arcais, in un’apposita telefonata.
Da allora, dall’incontro tra lo stato maggiore dell’Ulivo e i movimenti, insiste Occhetto, «non si è in realtà aperto alcun cantiere». Ed è andata avanti, invece, la frequentazione tra Achille e l’ex pm di Mani Pulite, che l’aveva voluto accanto a sé in una recente publica uscita a Napoli. Impressa l’accelerazione, adesso si avvia il processo di aggregazione. «Abbiamo anche valutato che in vista di voti sulla missione in Iraq si possono creare fratture tra un partito riformista che appare sostanzialmente moderato e posizioni come quelle di Rifondazione Comunista». Un solco, in vista di un voto parlamentare in previsione della conferma della missione italiana in Iraq che in realtà s’è già aperto, e al quale i diesse hanno cercato di opporre rimedio proponendo l’astensione, e ricevendo per tutta risposta da Verdi e Comunisti italiani, nonché da Rifondazione, un bel niet.
Comunque, anche questo elemento ha spinto Occhetto a considerare che «si apre uno spazio tra riformisti moderati e noi, che vogliamo reinventare il riformismo alla luce delle nuove contraddizioni, e dei temi internazionali». Uno spazio che Italia dei Valori non coprirebbe da sola, e cosa che invece «possiamo fare noi prodiani della prima ora, attraendo anche voti di molti giovani che diversamente forse alle europee non voterebbero». E dunque la nuova lista parte da un cinque per cento per puntare a 12-13 vertiginosi punti percentuali. Il perché è presto detto: anche se le candidature verranno stabilite con delle «primarie» da effettuarsi pure via Internet, l’elettorato cui si punta, oltre a quello dei movimenti, è la vecchia base del correntone.
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GOVERNO-MATTINA
«In due giorni due ministri del governo senza contraddittorio in una trasmissione di intrattenimento Rai». Accade a Unomattina, come denuncia Giuseppe Scalera, Margherita, che segnala come «dopo lo spot gratuito al ministro Moratti», ieri sia stata la volta del ministro Frattini. «Prendiamo atto - dice Scalera - che la direzione di Unomattina e di Raiuno continuano ad ignorare la delibera votata all'unanimità dalla commissione di vigilanza sulla partecipazione dei politici nelle trasmissioni di intrattenimento. Solleciteremo la commissione a occuparsi prima possibile di questa ennesima violazione».
L'APPELLO DI SANTORO
«La Rai non è di Berlusconi, di Cattaneo o dell' Annunziata e credo sia giunto il momento che la sinistra lanci il problema della dignità sui luoghi di lavoro». Così Michele Santoro, ieri sera a Reggio Calabria, a un convegno organizzato dal gruppo del Pdci in consiglio regionale. Per il giornalista la tv «rappresenta il prolungamento naturale del cervello, uno strumento indispensabile per aiutarci a capire quel che ci sta intorno e dal cui uso molto dipende l'opinione pubblica».
Il telegiornale lo fa chi governa
Il ministro Giovanardi: «La maggioranza ha diritto all'ultima parola, sono le regole della democrazia». I giornalisti insorgono. L'opposizione chiede l'intervento dell'Authority contro il controllo politico sull'informazione. Annunziata: «No all'esame del Dna politico dei professionisti»
MICAELA BONGI
ROMA
Non vogliono mandare giù il «panino» del governo, quei servizi confezionati in modo tale che la Casa berlusconiana abbia sempre l'ultima parola. Ma non sanno, i giornalisti del Tg1, che queste sono le regole della democrazia. E non lo sanno perché prima di essere giornalisti sono «militanti». Parola del ministro dei rapporti con il parlamento, l'Udc Carlo Giovanardi. All'indomani dell'assemblea a Saxa Rubra sul caso del vicedirettore Daniela Tagliafico, che ha chiesto al direttore Clemente J. Mimun di essere sollevata dal suo incarico, l'offensiva della destra sull'informazione Rai ha assunto una portata inedita. Ecco infatti che ci pensa Giovanardi a dare una lezione di libera informazione ai giornalisti del servizio pubblico. «Mi spiace molto - premette - che il Tg1 di Mimun, il tg più amato e più seguito dagli italiani, non piaccia ai militanti di quella redazione». Ma in democrazia funziona così: «Le motivazioni del vicedirettore Tagliafico denunciano una totale ignoranza delle regole parlamentari, culla della democrazia - spiega il ministro, dall'alto delle sue competenze - dove il governo può intervenire quando ritiene opportuno e l'ultima parola spetta sempre al gruppo parlamentare più forte. Forse la Tagliafico si confonde con i processi, dove l'ultima parola spetta sempre agli imputati, ma in democrazia sono gli elettori a indicare chi ha diritto di parlare per ultimo».
Gli attacchi scomposti con cui, dopo la reazione preoccupata del margheritato Renzo Lusetti, la destra sommerge i «militanti» del Tg1 la cui «offensiva è destinata a finire su un binario morto» (parola del forzista Lainati) non riescono a attutire il clamore delle affermazioni di Giovanardi, ma anzi lo evidenziano. L'idea del ministro «è vera quanto incredibile - trasecola il segretario del Prc Fausto Bertinotti - E' l'idea del Minculpop, secondo cui l'autonomia dell'informazione non esiste e in realtà c'è un solo sovrano: il governo». Il responsabile informazione della Quercia, Fabrizio Morri, parla di un «salto di qualità nel rapporto tra governo e mezzi d'informazione», dimostrato dalle reazioni dello stesso Mimun, oltre che da quelle «dei suoi sponsor politici». Per tutta risposta, il direttore del Tg1 liquida così la vicenda che da giorni scalda la sua redazione: «Apprendo dal responsabile dell'informazione Ds di mie reazioni sprezzanti a non so cosa. Visto che a differenza di altri conosco anche il valore del silenzio oggi l'ho volentieri praticato».
Epperò le affermazioni di Giovanardi provocano un coro di indignazione anche nel mondo della stampa. L'Usigrai, il sindacato dei giornalisti Rai, denuncia la «totale incomprensione delle più elementari norme del giornalismo e delle ragioni dell'autonomia professionale»; la Fnsi parla di democrazia confusa «con la dittatura, dove le regole dell'informazione vengono dettate dai potenti»; il segretario nazionale dell'Ordine dei giornalisti, Vittorio Roidi, non vuole credere né accettare che «in una nazione retta da una Costituzione liberale che ha il suo pilastro nell'articolo 21, un ministro dica che spetta alla maggioranza di governo decidere. E questa la libertà di stampa?», domanda. E sulla sortita di Giovanardi interviene anche l'Associazione stampa parlamentare, ricordando che «un conto sono le regole democratiche di funzionamento delle assemblee parlamentari e un altro la libertà d'informazione e i doveri del giornalista a essa collegati».
Il caso del Tg1 si somma a molti altri, più o meno recenti. Alla vigilia degli Stati generali dell'informazione (oggi all'Auditorium di Roma), il segretario della Quercia Piero Fassino si augura che da quella sede arrivi una risposta «all'emergenza critica». Mentre i capigruppo dell'opposizione alla camera e al senato si rivolgono con una lettera al presidente dell'Authority delle comunicazioni, Enzo Cheli. Al garante chiedono di verificare «le cause dei sempre più evidenti e numerosi comportamenti discriminatori della Rai» e di garantire «il rispetto dei principi di pluralismo e della professionalità da parte del servizio pubblico», segnalando come nell'imminenza di importanti scadenze elettorali si moltiplichino le «iniziative volte a irrigidire il controllo politico indebito sull'informazione Rai». Ultime, le vicende del Tg1 e della striscia informativa dalla quale sono stati esclusi i giornalisti sgraditi al governo. E, prima ancora, le ispezioni al Tg3, il caso Raiot, quello dell'Elmo di Scipio... Sulla striscia prevista da febbraio su Raiuno è tornata ieri la presidente Rai Lucia Annunziata per «chiarire definitivamente che avendo io avanzato una proposta che ritenevo equilibrata, mi sono rifiutata di prendere in esame ulteriori candidati per non dare luogo a uno shopping di professionisti che non meritano di essere sottoposti all'esame del loro Dna politico». ilmanifesto.it
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Processo a Saddam Hussein
di Nimrod Raphaeli*
Il processo che si sta per celebrare all'ex-presidente dell'Iraq Saddam Hussein ha destato molto interesse e controversie tra gli iracheni e la comunità araba in generale. Ciò era prevedibile, date le emozioni che evoca Saddam sia tra i suoi sostenitori, che i suoi detrattori. La sua recente cattura da parte delle forze della coalizione ha soltanto intensificato il dibattito a proposito del suo processo e ha sollevato molte domande su come il processo si dovrebbe svolgere. Gli Stati Uniti, che hanno recentemente dichiarato Saddam prigioniero di guerra, non hanno rilasciato dichiarazioni pubbliche sui modi e il luogo del processo.
Senza tenere conto delle precauzioni che saranno prese per garantire un processo giusto, il processo è destinato a avere un'ampia copertura dei media. L'evento è stato giustamente etichettato da un giornalista del Kuwait Khalid Al-Mutairi come "la madre di tutti i crimini nella madre di tutti i tribunali." [1]
Vi è una serie di questioni legali e pratiche che dovranno essere risolte prima che il processo possa avere luogo. Bisognerà decidere il tipo di corte davanti alla quale Saddam sarà portato in giudizio, come anche la giurisdizione e pure come il processo si svolgerà – pubblicamente o a porte chiuse, ed anche il modo migliore per garantire l'incolumità di Saddam durante il processo.
Vi è una quantità enorme di prove a carico che deve essere raccolta. Solo i kuwaitiani, vittime dell'aggressione di Saddam, hanno preparato 200 capi di imputazione. Per usare le parole di un preminente avvocato iracheno, uno qualunque dei delitti più importanti di cui Saddam è accusato è sufficiente per mandarlo alla forca o al meno all'ergastolo. Questi crimini comprendono le armi chimiche contro i civili curdi, il taglio delle orecchie per i disertori e il genocidio contro la Shi'a.
Le alternative della corte
Il Consiglio Governativo ha insediato una speciale corte di giustizia composta da cinque giuristi iracheni per giudicare Saddam e quei membri del suo governo accusati di delitti capitali e crimini gravi. Wa'il Abd Al-Latif, un membro del Consiglio Governativo e candidato alla presidenza della corte, ha detto in un'intervista al quotidiano londinese Al-Sharq Al-Awsat, che a Saddam sarà garantito un giudizio pubblico e giusto. In merito all'applicazione della pena capitale, Abd Al-Latif, è stato attento a non formulare giudizi. Come dato di fatto, l'amministratore civile dell'Iraq, l'Ambasciatore L. Paul Bremer , ha sospeso la pena di morte nel paese. Comunque Al-Latif ha detto che l'Iraq è un paese mussulmano dove la pena di morte è ammessa in base alla Shari'a (legge islamica). [2] Egli fa notare che mentre la pena di morte è stata sospesa da Bremer, non è stata abolita. [3] Altre ragioni per portare in giudizio Saddam sono state suggerite, ma tutte non sembrano accettabili agli iracheni. Un'alternativa è un giudizio alla Corte Internazionale dell'Aia.
Tuttavia, questa corte non prende in considerazione crimini di Guerra commessi prima della sua costituzione nel luglio 2002. Inoltre può trattare solo casi presentati da cittadini appartenenti a nazioni firmatarie dell' Accordo di Roma, che ha creato la corte. Poiché né gli Stati Uniti, né l'Iraq hanno ratificato l'accordo, l'alternativa di andare in giudizio davanti alla corte dell'Aia non è sostenibile.
Una seconda alternativa è insediare una speciale corte composta da giuristi internazionali simile a quella riunita dalle Nazioni Unite per giudicare i crimini di guerra in Yugoslavia e Rwanda. Il problema maggiore con questi tribunali è che sono costosi, distanti dalla scena del supposto crimine ed i loro dibattiti sono lenti e spesso compresi solo da pochi. Inoltre, queste corti non possono comminare la pena di morte.
Una terza alternativa è la costituzione di una corte speciale composta da giuristi internazionali ed iracheni, sostenuta anche dalle Nazioni Unite. Tali corti furono insediate per giudicare crimini di guerra in Cambogia e Sierra Leone. Queste potrebbero rappresentare un utile precedente per i giudizi degli ufficiali iracheni, incluso Saddam, accusati di crimini di guerra. [4] Per la maggioranza degli iracheni, come è stato messo in luce dagli editoriali nella maggior parte dei quotidiani iracheni, il processo a Saddam deve svolgersi in Iraq e davanti a giudici iracheni.
Un sondaggio svolto dal Centro Iracheno per gli Studi Strategici mostra che il sessanta per cento degli iracheni vuole che Saddam sia giudicato da giudici iracheni. [5]
Gli avvocati difensori di Saddam
Mentre domande sul metodo, i tempi e la sede per giudicare Saddam sono ancora dibattuti, molti avvocati, in particolare da fuori dell'Iraq e con ragioni che hanno più a che fare con il nazionalismo che con la ricerca della giustizia, hanno offerto gratuitamente i loro servigi per difendere Saddam. L'Associazione Araba dell'Ordine degli Avvocati , ha organizzato un simposio di avvocati arabi provenienti da Egitto, Giordania, Siria e Marocco nel tentativo di trovare un consenso su come giudicare Saddam. I punti di vista erano divisi tra quanti consideravano Saddam "un eroenazionalista e prigioniero nelle mani del colonialismo" e quanti lo considerano un criminale di guerra che aveva commesso crimini contro l'umanità che merita la pena di morte. [6] Alla guida del gruppo degli avvocati difensori di Saddam è il presidente dell'Associazione Giordana dell'Ordine degli Avvocati, Hussein Al-Majali che afferma che 600 avvocati giordani si sono fin'ora registrati per difendere Saddam. Sta cercando di riunire il più grande comitato di difesa mai costituito per difendere una sola persona. Ma Al-Majali non è soddisfatto di difendere Saddam soltanto; lui crede che i suoi avvocati dovrebbero prendere in considerazione la messa in stato di accusa del Presidente George W. Bush e del Primo Ministro Tony Blair come criminali di guerra. [7]
Commenti sull'entusiasta difesa di Saddam
Nel suo articolo su Al-Sharq Al-Awsat, Loui Abd Al-Ilah invita gli avvocati giordani a guardare il film che mostra Saddam, subito dopo la sua ascesa alla presidenza dell'Irak, mentre incontra i dirigenti del partito Ba'ath e chiama per nome chi doveva essere portato via per l'esecuzione. Il giornalista li invita anche ad andare a vedere le fosse comuni o a parlare con le famiglie delle vittime. La posizione di questi avvocati, scrive Abd Al-Ilah, riflette "la totale indifferenza per il dolore e i disastri patiti da una popolazione che vuole essere ascoltata dopo 25 anni di un silenzio assoluto e tombale". E conclude comparando gli iracheni al cocchiere di Chekhov che ha perso il figlio e, non potendo trovare qualcuno che voglia ascoltare la sua storia, finisce col raccontarla al suo cavallo. [8] Un giornalista del quotidiano londinese Al-Hayat, Abdallah Iskandar, considera l'entusiasmo degli avvocati nel difendere Saddam fondato sul nazionalismo arabo.
Per loro Saddam non è stato il capo di un regime che ha commesso crimini, ma il principale nemico di Stati Uniti e Israele. E' questa avversione che spiega perché lo trattino come un "innocente". Cosi, se a Saddam durante il suo processo verrà chiesto il perché dell'uso di armi chimiche contro i curdi a Halabja, gli avvocati della difesaargomenteranno che Saddam era un combattente contro il Sionismo, tanto che ha minacciato di distruggere Israele, e questo lo assolve dal crimine di aver massacro la propria gente. E se gli verrà chiesto delle fosse comuni, i suoi legali diranno che Saddam ha affrontato da eroe i brutali attacchi americani contro arabi e musulmani e le fosse non riducono la sua valorosa azione. [9] Sempre su Al-Hayat, Nabil Yassin propone che Saddam sia processato per tradimento verso i popoli arabi per non aver mantenuto la promessa di non arrendersi, di combattere anche da solo, se fosse stato necessario, e che avrebbe sparato l'ultima pallottola contro se stesso.
Contro gli avvocati che vogliono difendere in massa Saddam, altri minacciano di rispondere con azioni legali. I seguaci dell'ecclesiastico sciita, Muqtada Al-Sadr, hanno avvisato che chi difende Saddam potrebbe essere arrestato. " Un avvocato che provi a difenderlo – ha predicato nel suo sermone del venerdì Ra'd Al-Sa'di – rovinerebbe la sua carriera e si esporrebbe alla punizione di Dio". [10] L'associazione degli avvocati curdi ha sfidato i colleghi giordani, chiedendo dov'erano quando Saddam spargeva il sangue della sua gente. [11] Saddam, prigioniero di guerra In quel che appare una mossa improvvisa non coordinata con il governo transitorio iracheno, il Dipartimento della Difesa americano ha dichiarato Saddam Hussein prigioniero di guerra, protetto dalla Convenzione di Ginevra. La Croce Rossa internazionale ha dichiarato la decisione "accettabile da un punto di vista legale". Come prigioniero di guerra, Saddam sarà protetto dall'articolo 18 della Convenzione di Ginevra contro "la tortura fisica o mentale" nel caso si rifiutasse di rispondere alle domande. [12] Ha inoltre il diritto di ricevere visite regolari della Croce Rossa; ironicamente gli uffici a Baghdad dell'organizzazione sono stati fatti saltare dai seguaci di Saddam.
I membri del Consiglio governativo hanno espresso sorpresa e costernazione, convinti che Saddam è un criminale di guerra da processare in Irak per delitti contro il popolo iracheno. [13] La maggior parte della stampa irachena ha reagito con irritazione temendo, come scrive un giornale, che egli possa cosi sfuggire al patibolo. Come accade in circostanze del genere, teorie di cospirazioni abbondano. Chi dice che Saddam non è stato catturato ma si sarebbe arreso, dopo accordi segreti tra i suoi emissari e le forze della coalizione, per non dover affrontare la furia degli iracheni. [14] Il quotidiano Al-Mu'tamar , vicino al partito del Congresso Iracheno, il cui leader è Ahmad Chalabi, riferisce di un "accordo segreto" tra Stati Uniti e Gran Bretagna per processare segretamente Saddam e condannarlo a pochi anni di prigione, per evitare che riveli in pubblico dettagli riguardanti il ruolo americano nella guerra tra Irak e Iran negli anni '80. [15] Il quotidiano Al-Watan afferma che il fatto stesso di aver dichiarato Saddam prigioniero di guerra conferma l'esistenza di un accordo. E chiama i movimenti nazionalisti a sfidare questa attribuzione e a evitare che venga applicata. [16] Un altro giornale, legato al CPA, Coalition Provisional Authority, ha riferito dello sgomento del Consiglio governativo.
Il presidente dell'Associazione degli avvocati iracheni, Malek Duhan Al-Hassan, ha detto che Saddam non andrebbe trattato come prigioniero di guerra o come criminale di guerra, visto che non ha commesso i crimini durante la guerra contro gli americani, e andrebbe processato in un tribunale iracheno. [17]
(*"Middle East Media Research Institute" - Washington, DC - Usa )
Note:
[1] Al-Siyassah (Kuwait), 20 dicembre 2003.
[2] Al-Zaman (Irak), 21 dicembre 2003.
[3] Al-Sharq Al-Awsat (Londra), 4 gennaio 2004.
[4] Al-Sharq Al-Awsat (Londra), 11 gennaio 2004.
[5] Al-Zaman (Irak), 27 gennaio 2003.
[6] Al-Sharq Al-Awsat (Londra), 3 gennaio 2004.
[7] Al-Sharq (Qatar), December 30, 2003.
[8] Al-Sharq Al-Awsat (Londra), 9 gennaio 2004.
[9] Al-Hayat (Londra), 30 dicembre 2003.
[10] Al-Mashriq (Baghdad), 20 dicembre 2003.
[11] Al-Sharq Al-Awsat (Londra), 31 dicembre 2003.
[12] Al-Sharq Al-Awsat (Londra), 11 gennaio 2004.
[13] Al-Adala (Baghdad), 12 gennaio 2004.
[14] Al-Mashriq (Baghdad), 11 gennaio 2004.
[15] Al-Mu'tamar (Baghdad), 12 gennaio 2004.
[16] Al-Watan (Baghdad), 13 gennaio 2004.
[17] Al-Sabah (Baghdad), 11 gennaio 2004.
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La crisi di Rainews 24: intervista a Roberto Morrione
di Pamela Foti
In contemporanea con il lancio del digitale terrestre, la redazione di Rainews 24, punta di diamante del progetto, nonché canale satellitare più visto in Italia, sta subendo gravi tagli dalla direzione del personale. Lo scorso 31 dicembre l’azienda Rai ha deciso di non rinnovare il contratto a cinque giornalisti, assunti a tempo determinato, e la stessa sorte si prospetta per altrettanti redattori il cui contratto scadrà a metà febbraio. In segno di solidarietà verso i colleghi meno tutelati l’intera redazione di Rainews 24 il giorno 13 gennaio ha scioperato per ventiquattr’ore. Durante la giornata di sciopero è andato in onda un palinsesto con inchieste editoriali incentrate sul precariato, flessibilità e mercato del lavoro. Vediamo cosa ne pensa Roberto Morrione, direttore di Rainews 24.
Direttore, come si è arrivati alla decisione di indire uno sciopero di 24 ore?
In seguito alla decisione dell’azienda di non rinnovare il contratto a cinque collaboratori, ho iniziato personalmente una trattativa con la direzione, ma non si è arrivati a un’intesa. E’ poi intervenuto il sindacato, ma anche in questo caso la mediazione non ha sortito effetti positivi. La Ra i ha chiesto di applicare per i cinque contratti le nuove forme del lavoro a progetto previste dalla riforma Biagi, anche se ci sono tutte le condizioni per l’assunzione.
Che tipo di contratto avevano i cinque giornalisti lasciati a casa?
Loro, così come gli altri cinque collaboratori cui scade il contratto a metà febbraio, erano lavoratori a tempo determinato con contratto di sperimentazione della durata di 18 mesi. Erano precari organici, attivi nel canale da circa quattro anni, sin dal suo avvio dunque; indispensabili per la gestione del sito e dei progetti multimediali.
Chi sono i collaboratori che dal 31 dicembre non lavorano più in redazione? E perché non sono stati rinnovati questi contratti.
Sono ottimi giornalisti che con il passare del tempo hanno acquisito diritti e professionalità per essere assunti . Sono giovani di età compresa tra i 28 e 35 anni che hanno dato molto per la sperimentazione di nuove tecnologie. I contratti sono scaduti alla fine dell’anno e l’azienda non ha ritenuto opportuno il loro rinnovo, forse per evitare che potessero acquisire il diritto al lavoro a tempo indeterminato. Anche se, a mio parere, questi giornalisti potrebbero fare ricorso e “rischiare” di vincere.
Si tratta allora di una grave perdita per la redazione. In che modo questi tagli del personale influiscono sul lavoro di Rainews 24?
Questi dieci colleghi sono la spina dorsale della produzione multimediale. Purtroppo abbiamo dovuto ridurre l’aggiornamento al sito e mandiamo in onda solo tre notiziari, alle ore 8.00, 14.00 e 20.00. Abbiamo anche rinunciato alla rassegna internazionale e alla rubrica “Orizzonti della scienza e della tecnica” che, tra le altre cose, era molto seguita. Il mio editore di riferimento è il pubblico . Per questo motivo ho ritenuto necessario metterlo al corrente dei cambiamenti.
Da quante persone è composta la redazione?
Compreso l’arco della produzione, la Tv, il Web e i progetti multimediali, siamo 100 persone , di cui 20 precari, tutti al di sotto dei quarant’anni. Rainews 24 gestisce, infatti, progetti integrativi con la Pubblica amministrazione; prodotti per piattaforme multimediali; è centrale nel portale di Rai.it e rappresenta il palinsesto di Rai 3 nella fascia oraria che va dalle 2 alle 8.05. Rainews 24 è anche impegnata nel progetto Fifth che porterà i servizi multimediali di televisione digitale, Web Tv e Internet, sui treni ad alta velocità. Inoltre sto pianificando una nuova organizzazione del lavoro basata sulla news gathering (raccolta di notizie).
Un notevole impegno a servizio dell’informazione.
Sì, uno sforzo notevole premiato dal nostro pubblico; siamo , infatti, in testa agli ascolti. Una recente indagine dell’Eurisco sull’informazione via satellite rivela che Rainews 24 è al primo posto, seguita, con un forte distacco da Cnn ed Euronews. Al quarto posto troviamo Sky. Inoltre, nel mese di ottobre Rainews 24 ha vinto il premio “News Tv Award 2003” organizzato da Eutelsat, battendo la Bbc; un riconoscimento al lavoro della news gathering fornito durante la guerra in Iraq .
Direttore cosa si augura per il futuro della redazione?
Non ci resta che aspettare che l’azienda apra nuovamente le trattative e incrociare le dita. I giornalisti che sono stati lasciati a casa hanno contribuito attivamente e con alta professionalità a rendere Rainews 24 forte e competitiva e mi auguro che vengano assunti. Il nostro modello è una strada diversa e migliore della qualità media che offrono i Tg tradizionali. Siamo uno dei canali del digitale terrestre ed è interesse della Rai risolvere la questione. Ridurre le forze di Rainews 24 vorrebbe dire rinunciare a costruire un laboratorio sui processi tecnologici ed espressivi.
* Pagina in collaborazione con bread e roses
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Eurispes: un'Italia sempre più sfiduciata. «Ceto medio a rischio di proletarizzazione»
di red.
L'aumento dei prezzi ha eroso in questi ultimi due anni il potere d'acquisto di una larga fascia di cittadini, tanto che i ceti medi, «spina dorsale del Paese», sono oggi a forte rischio di proletarizzazione. È l'allarme lanciato dall'Eurispes, che nel suo Rapporto Italia 2004, denuncia per gli impiegati una perdita di potere d'acquisto di quasi il 20%.
Gli italiani hanno insomma dovuto fare i conti con un'inflazione galoppante la cui colpa però, secondo Fara, non ricade sull'euro, ma sul «mancato intervento per gestire l'introduzione della moneta unica». Il governo, accusa il presidente dell'Eurispes, è stato latitante e, nascondendosi dietro la logica del laissez faire, «ha pagato la sua cambiale ai commercianti», dando via libera alle speculazioni. «Dal primo allarme prezzi - afferma Fara - sono passati 14 mesi. Si tratta di 14 mesi persi, in cui si sarebbe potuto intervenire ma non lo si è fatto».
L'Istituto di studi denuncia nel 2003 un «allargamento» della forbice tra stipendi e prezzi che ha penalizzato soprattutto le fasce più povere. «La società - spiega il presidente dell'Eurispes, Gian Maria Fara - è divisa in tre terzi: un terzo di supergarantiti che si possono permettere di comprare prodotti di lusso, un terzo di poveri, costretti a ripensare le proprie abitudini di consumo, e un terzo identificabile con il ceto medio che fa ormai i conti con la calcolatrice».
In questa situazione, sostiene il rapporto, gli italiani sono sempre più pessimisti riguardo alle prospettive economiche del Paese e la maggior parte di loro non riesce a mettere da parte quasi nulla per il futuro perché «non ci sono più le risorse da destinare al risparmio»: un italiano su due percepisce un netto peggioramento della situazione economica.
Secondo il sondaggio condotto dall'istituto di studi, se nel 2003 la maggior parte degli intervistati avvertiva un lieve peggioramento dell'economia italiana, nel 2004 la percentuale sale al 48,2%. Diminuisce di conseguenza il numero di chi intravede un miglioramento: in tutto poco più del 7%. La percentuale di chi considera la situazione stabile passa invece dal 27,8% del 2003 al 14,4% di quest'anno.
L'aumento dei prezzi ha eroso in questi ultimi due anni il potere d'acquisto di una larga fascia di cittadini, tanto che i ceti medi, «spina dorsale del Paese», sono oggi a forte rischio di proletarizzazione. È l'allarme lanciato dall'Eurispes, che nel suo Rapporto Italia 2004, denuncia per gli impiegati una perdita di potere d'acquisto di quasi il 20%.
unita.it
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Integrazione e scambio: la vera sfida dell’Unione Europea
Un gemellaggio tra Legambiente e l’associazione ungherese NSC nato durante il viaggio che l’Osservatorio ha organizzato lungo il Danubio, dove Legambiente ha promosso la tappa di Budapest.
di Flora Contoli - Legambiente
Nei prossimi mesi, dieci membri della più grande associazione ambientalista ungherese National Society of Conservationists (NSC) saranno ospiti in Italia per condividere buone pratiche di lavoro tra ONG della “vecchia“ e “nuova” Europa. La visita sarà organizzata da Legambiente, considerata come esempio di associazione ambientalista di successo, durerà una settimana e permetterà uno scambio di esperienze in ambito associazionistico tra realtà molto diverse fra loro.
A finanziare questa iniziativa il “Phare”, programma di assistenza tecnico-finanziaria ai paesi dell’Europa centrale e orientale, che rappresenta il principale strumento di sostegno al processo di adesione all’Ue messo a disposizione dei dieci PECO (Paesi dell’Europa centrale ed orientale) e si configura come strumento precursore dei Fondi Strutturali nei confronti degli stessi paesi.
L’obiettivo principale del progetto è di incrementare le capacità della NSC fino a renderla soggetto guida nel processo di fondazione della politica ambientale in Ungheria. I dieci ospiti ungheresi avranno modo di fare proprie tutte le conoscenze che Legambiente ha maturato negli anni rispetto a problemi come il reclutamento di soci e volontari, l’organizzazione delle campagne, la raccolta fondi sia da privati che da istituzioni, il rapporto con i mass-media, le relazioni con le autorità locali e nazionali e, non ultima, la capacità di coordinamento dei diversi livelli dell’associazione: gruppi locali, circoli regionali, direzione nazionale. Tutto questo anche per rispondere ad una serie di difficoltà che si prospettano con l’allargamento dell’Ue. Non solo per l’Ungheria.
Dal 1° maggio 2004 l’Unione europea comprenderà 25 Paesi con l’ entrata nella Comunità di dieci nuovi membri, otto dei quali appartenenti all’ Europa centro-orientale: Estonia, Lettonia, Lituania, Polonia, Repubblica Ceca, Repubblica Slovacca, Slovenia e, per l’appunto, Ungheria (gli altri due: Cipro e Malta). “Questo futuro allargamento vuole essere anche un ampliamento delle misure di protezione dell’ambiente”, si afferma nel dossier della Commissione Europea : “Verso la sostenibilità”. I paesi che entreranno a far parte dell’Ue ne devono, infatti, adottare anche la legislazione in materia ambientale. Ciò significa l’avere a che fare con leggi e standard più rigidi per la salvaguardia delle risorse naturali come acqua e aria, per la gestione dei rifiuti e delle aree protette. Ora che il capitolo negoziati per l’ingresso nella Comunità è concluso, entra, così, nel vivo il lavoro per mettersi al passo con i parametri europei, per il quale la Commissione Europea ha concordato delle misure e scadenze specifiche con ogni paese aderente.
Ma la vera sfida è duplice: non solo valorizzare i processi e le politiche di sostenibilità nate in seno all’Europa dei 15 con l’”adeguamento” di cui sopra ma, anche, sottolineare e mantenere le buone pratiche dei paesi PECO, come una mobilità ancora improntata prevalentemente al pubblico e basata sull’uso delle rotaie e un’agricoltura poco intensiva.Questo l’obiettivo della visita dei dieci ungheresi in Italia la cui importanza va ben al di là, dunque, del trasferimento di conoscenze tecnico-organizzative dalla trentennale esperienza italiana all’associazionismo ambientale ungherese che ha iniziato a svilupparsi solo da una decina di anni. Oltre ad essere un’opera di “gemellaggio, guida e scambi di informazioni”, come indicato esplicitamente nel bando Phare, essa costituirà una delle prime azioni di reciproca conoscenza e condivisione di esperienze.
Più in particolare il progetto sarà articolato in tre diverse fasi: la visita in Italia dei dieci ungheresi membri dell’ONG ambientale ungherese NSC (che coinvolgerà il livello locale e regionale), la visita di due esperti italiani in Ungheria e uno stage per due membri dell’ONG ungherese per approfondire il lavoro dell’ufficio stampa e l’organizzazione delle campagne (a livello di coordinamento nazionale). A conclusione dell’iniziativa è in programma la pubblicazione di un libro nelle due lingue, italiano e ungherese, come strumento di condivisione e divulgazione dell’esperienza, per promuovere una vera integrazione tra le società civili della nuova Europa.
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Parisi racconta ad 'Europa' l'incontro di Bruxelles
I tre punti dell'accordo di casa Prodi - Partiti e società civile insieme per l'Ulivo
PARISI RACCONTA A "EUROPA" L’INCONTRO DI BRUXELLES
I tre punti dell’accordo di casa Prodi
Partiti e società civile insieme per l’Ulivo
Prodi verrà il 13 e 14 febbraio alla Convenzione della lista unitaria Ds-Margherita-Sdi-Repubblicani europei, perché la riconosce come quella che «più compiutamente» realizza il suo progetto. Ma la strada che porta partiti e movimenti alla Convenzione, proseguirà con le altre forze uliviste fino alla vera e propria Costituente dell’Ulivo. D’ora in avanti, i quattro partiti della lista unitaria adotteranno decisioni a maggioranza, almeno in politica estera ed europea, per liberarsi dal capestro dei "veti".
di FEDERICO ORLANDO
L’aggettivo è grande, "storico". Ma il professor Parisi lo pronuncia senza l’enfasi della sorpresa e della gioia, anzi con ovvietà, a conclusione di un cammino rettilineo.
«Sì, quello di ieri pomeriggio – dice scendendo dall’aereo che lo riporta da Bruxelles – si può considerare un momento decisivo, per alcuni versi storico, perché è la prima manifestazione dell’Ulivo possibile». È l’incontro di martedì a casa di Romano Prodi nella capitale belga, con i leader dei quattro partiti che hanno aderito alla lista unitaria, Fassino, Rutelli, Boselli e Luciana Sbarbati, e con lo stesso Parisi.
L’"Ulivo possibile", cioè la cooperazione rafforzata di quattro fra i partiti che condividono il progetto europeo proposto da Prodi. E che sono decisi anche a proiettare l’iniziativa oltre l’appuntamento elettorale.
«La mappa di questa condivisione – dice Parisi – è fatta di tre momenti. Il primo è la convenzione del 13-14 febbraio. Prodi aveva già dato appuntamento per quella occasione a tutte le forze dell’Ulivo che avevano accolto il suo appello, alle associazioni, ai movimenti, ai cittadini che rappresentano la società civile e condividono il nostro sogno e le nostre scelte per l’Europa. Lo stesso sogno e le stesse scelte che Romano Prodi ha affidato al manifesto dello scorso novembre».
Il «senso dell’incontro» sta qui, secondo Parisi: «Abbiamo rafforzato e rilanciato la nostra determinazione a costruire un Ulivo che non sia la semplice sommatoria delle forze partitiche».
Questo è il punto. Due anni di polemiche fra la "piazza" e i dirigenti dei partiti, fra i "girotondi" e le rappresentanze elettive, hanno portato a questo traguardo: una vera prova di corsa ad ostacoli, con accelerazioni, frenate e anche qualche incomprensione, delusione, irritazione reciproca, e perfino qualche incompatibilità più conclamata che vera. Difatti, superata. «Ci facciamo carico – spiega Parisi – dell’impegno preso con Occhetto e coi movimenti, per un cammino comune che passerà certo dalla convention del 13-14 febbraio, ma non si fermerà lì. La stessa convention, nella sua composizione e configurazione, esprime l’intenzione di riprendere il cammino per l’Ulivo».
Era l’impegno e la promessa che fecero a se stessi, ai movimenti e all’opinione pubblica i congressi di Roma, Bologna e Napoli che Ds, Margherita e Sdi tennero il 14 e 15 novembre per ratificare l’invito di Prodi all’unità. «Decisero di rispondere unitariamente di sì – ricorda il professore –. Ma dichiararono anche di non volersi riconoscere soltanto nelle proprie appartenenze, ma anche e soprattutto nelle donne e negli uomini che vivono questa vicenda come il rilancio tanto atteso dell’Ulivo».
Quelle donne e quegli uomini potranno dirsi soddisfatti dal varo di una cooperazione rafforzata, cioè dalla lista unitaria, promossa dalle forze più rappresentative dell’Ulivo, ma non da tutti i partiti e da tutto l’elettorato ulivista? I promotori della lista unitaria si dicono consapevoli del peso di questo interrogativo. «Tanto consapevoli – sottolinea Parisi – che intendiamo svolgere anche la nostra iniziativa in un orizzonte che va oltre le elezioni europee del 13 giugno». E quindi? «E quindi diamo appuntamento per dopo le elezioni ai partiti che non hanno ritenuto finora di aderire alla lista unitaria».
C’è aria di Costituente dell’Ulivo: quella Costituente che, richiesta in modo martellante da associazioni e movimenti della società civile, a qualche frangia è parsa svanire per le intese di questi giorni tra movimenti e partiti; e ha scosso i vertici di qualche movimento della società civile, diviso fra l’adesione alla lista unitaria, l’adesione a una seconda lista ulivista e infine il rimanere nel ruolo di forza critica dell’opposizione: critica anche verso i partiti dell’opposizione, per continuare a stimolarne la volontà unitaria e la capacità di lotta.
Parisi conferma: c’è aria di Costituente. «Abbiamo condiviso con i movimenti il progetto di rilanciare la Costituente dell’Ulivo, che abbracci tutta l’area ulivista. E cioè la lista unitaria e le forze che non ne fanno parte. La nostra ambizione, come lista unitaria, è rappresentare il motore di quest’impresa collettiva».
È proprio l’impegno ad andar oltre la lista unitaria ad aver spinto Prodi a riconoscersi in essa e a decidere di chiudere con un suo discorso la convenzione del 13-14 febbraio.
Vi ha riconosciuto – detto in politichese – «la proposta di procedere a una cooperazione rafforzata, finalizzata a un’ulteriore espansione». Perché questa fase ulteriore sia "visibile", i quattro partiti hanno deciso di costituire il Comitato promotore della lista Ds-Margherita-Sdi-Repubblicani europei. Nella sua composizione, il Comitato renderà evidenti sia il fatto che le forze si riconoscono nell’iniziativa unitaria di Prodi, sia il fatto che Prodi riconosce nella lista unitaria quella che "con più compiutezza" attua, al momento, il suo progetto.
È dunque la lista Prodi? «È assolutamente comprensibile – risponde Parisi – che questa denominazione si sia ormai affermata nella comunicazione corrente». Ma, denominazione a parte, parlerà con la voce di Prodi, o con una voce non diciamo sola, ma comune? Il professore va oltre.
E spiega che a Bruxelles il terzo punto su cui s’è convenuto è che «tutto l’Ulivo riesca finalmente a parlare con una voce sola nelle questioni più rilevanti, almeno nella politica europea e internazionale». Come? «I segretari dei quattro partiti si sono impegnati a interpellare le altre forze dell’Ulivo perché tutte condividano questa regola. Quanto ai quattro partiti, che già hanno ceduto quote di sovranità all’Ulivo, si adopereranno perché le segreterie e i gruppi parlamentari condividano questa decisione. Le procedure andranno de- finite, ma l’obbiettivo è determinato: liberare la lista unitaria dal capestro delle decisioni ad unanimità, smetterla insomma col diritto di veto, che finora ha reso impossibile all’Ulivo di rappresentarsi come un soggetto unitario, capace di decisioni comuni».
Riepilogando, dice il professore come a scuola, i tre punti dell’accordo di Bruxelles sono:
1) la convenzione è l’approdo del processo unitario fin qui realizzato ed è l’impegno a continuarlo per arrivare alla Costituente dell’Ulivo. È per questo che Prodi viene alla convenzione.
2) Prodi riconosce nel lavoro fin qui compiuto la realizzazione di parte del suo progetto, e ciò rende plausibile che quella unitaria venga sempre più spesso chiamata "lista Prodi".
3) Le decisioni nella lista unitaria, d’ora in avanti, saranno prese a maggioranza, qualificata quanto si vuole, ma non più all’unanimità.
Si potrebbe aggiungere un quarto punto: la volontà di unificare prima o dopo tutto l’Ulivo, guardando, al di là del "motore unitario", ai partiti di più antica tradizione rimasti fuori della lista, ai partiti che più recentemente hanno manifestato l’intenzione di aderirvi, infine a partiti regionali che ancora non fanno parte dell’Ulivo. «E che però – aggiunge come un post scriptumParisi – con esso mantengono un rapporto che va consolidandosi negli anni».
da www.europaquiotidiano.it
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Il «partito Prodi» si allarga in Europa
Gli uomini del Professore a caccia di alleati nei Paesi della futura Ue per il gruppo a Strasburgo
dal Corriere - 30 gennaio 2004
ROMA - Non ha ancora un nome, né un simbolo. Ma a quattro mesi dal voto la «nuova e grande famiglia politica» immaginata da Romano Prodi nel manifesto per l’Europa comincia a prendere corpo. Non solo quel «gruppo unico» che divide i partiti della lista unitaria, ma un partito di europeisti e riformatori che, almeno per qualità, possa competere con le corazzate di Ppe e Pse. In fondo Massimo D’Alema lo aveva detto, «la lista unitaria è il partito di Prodi...». La campagna acquisti è partita a ottobre. Nazione per nazione, partito per partito, deputato per deputato. E ora le coordinate geografiche della futura casa dei prodiani sono delineate: Polonia, Lettonia, Estonia, Cipro, Slovenia, passando per Francia e Gran Bretagna. Forze di una quindicina di Paesi hanno mostrato «grande interesse» e sarebbero pronte a ufficializzare l’adesione. Una lenta emorragia che spiega l’irritazione con cui i Popolari di Hans-Gert Pöttering hanno accolto la lista Prodi, embrione del partito in gestazione.
«Stiamo passando in rassegna l’area popolare e cattolico-democratica, i laici non allineati, le minoranze linguistiche» svela la strategia Lapo Pistelli, responsabile del dipartimento Esteri della Margherita, che da quattro mesi vive con la valigia al seguito. «Dopo le Europee tireremo su la rete e vedremo cosa abbiamo pescato». Due emissari di Francesco Rutelli erano ieri a Parigi per rivedere il presidente dell’Udf Francois Bayrou, membro del Ppe. Altrettanto produttivo l’approccio con i liberaldemocratici inglesi, il cui sì vale 17 deputati.
Ai cacciatori di teste del Professore non è sfuggito quanto mutevole sia lo scenario politico nei Paesi dell’allargamento, che il primo maggio varcheranno i vecchi confini dell’Unione. La carta più contesa del Risiko di Prodi è la Polonia, che manderà a Strasburgo 54 deputati. «Dialogo aperto» con Piattaforma civica (Platforma Obywatelska) di Andrzej Olechowski, 20 per cento dei consensi. «Ottime prospettive» in Lettonia ed Estonia. «Fortemente attratti» i liberali del partito democratico Diko, terza forza di Cipro. Deluso dal Pse, dove è entrato come osservatore, il leader della slovacca Smer, Robert Fico (13,5 per cento), ha mostrato «altissimo interesse». Grazie anche ai colloqui tra le rispettive ambasciate e al manifesto Europa: il sogno, le scelte , che nella versione inglese precede ogni incontro preliminare.
Conquistare un grande partito in un piccolo Paese è già un successo, ma per vincere bisogna piantare le bandierine al suolo delle grandi nazioni: basta un partito del 5 per cento per arruolare sette, otto deputati: per fare un gruppo ne servono 16, ma di cinque Paesi almeno.
«La Margherita, divisa tra Ppe e Eldr, è spinta dall’emergenza - spiega Pistelli -. Con la lista unitaria Prodi ci spronato a realizzare un’operazione in grande stile. Obiettivi, un nuovo gruppo e un nuovo partito che diano un nucleo al suo progetto europeista». Un percorso che «implicherà evoluzioni non superficiali dei soggetti politici esistenti e forse l’emergere di soggetti nuovi», ha scritto Prodi nel suo manifesto. Cos’è infatti la lista unitaria se non «un passaggio per strade più coraggiose»? Così la vede Enrico Gasbarra, che il «fascino della proposta» ha convinto a correre per Strasburgo. Si parte uniti per arrivare divisi: troppo lacerante la prospettiva del gruppo unico per affrontarla prima del voto, con i Ds disposti ad «allargare» agli alleati la dimora del Pse ma non a cercare riparo sotto il tetto di Prodi.
Monica Guerzoni
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Ds Milano - Rassegna stampa
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Condanna definitiva per Sodano, ex sindaco di Agrigento
29/01/2004 11:34 - Il senatore Udc favorì l'abusivismo per trarne vantaggi elettorali.
Nella tarda serata di ieri la VIª Sezione Penale della Corte di Cassazione ha emesso una sentenza che costituisce una “pietra miliare” per la tutela del territorio dall’abusivismo edilizio: è stata confermata la condanna a 18 mesi di reclusione per l’ex sindaco di Agrigento Calogero Sodano, accusato di avere favorito l’abusivismo edilizio nella Valle dei Templi a fini di scambio elettorale. “E’ una sentenza meritoria per la tutela del territorio – è il commento soddisfatto del Presidente di Legambiente Roberto Della Seta - perché sancisce definitivamente la responsabilità penale dei sindaci che omettono i controlli e la repressione (ed anzi favoriscono) dell’abusivismo edilizio. Ed è il segno che all’illegalità non si fanno sconti. Questa sentenza è un utilissimo precedente nelle mani di chi vuol tutelare il Bel Paese”.
Gli fa eco Domenico Fontana, Presidente di Legambiente Sicilia: “Il Presidente della Regione Cuffaro dovrebbe ora comprendere che è veramente finito il tempo del voto di scambio con gli abusivi e dovrebbe finalmente attivare i controlli regionali sui sindaci che versano nella stessa situazione di Sodano. Occorre ripristinare la cultura della legalità, a partire proprio dalla tutela del nostro territorio: peraltro, gli abusivi ormai non pagano più neanche le sanatorie”.
Sodano era stato condannato prima dal Tribunale di Agrigento e poi dalla Corte d’Appello di Palermo: quest’ultima aveva anche disposto da parte di Sodano il risarcimento in favore di Legambiente e WWF pari a 150.000,00 Euro. Anche questa parte della sentenza è stata confermata dalla Cassazione. Il processo nasceva da una denunzia presentata dalle associazioni ambientaliste nell’anno ’93, al momento della elezione di Sodano a sindaco: in quella tornata elettorale Sodano per beneficiare dei voti degli abusivi non aveva esitato a promettere pubblicamente l’impunità ai cementificatori. Nel corso dell’intera sindacatura Sodano aveva poi sempre espresso posizioni pubbliche a favore ed in difesa dell’abusivismo edilizio (ed è in atto imputato innanzi al Tribunale di Agrigento con l’accusa di avere realizzato una villa abusiva nella Valle dei Templi). La condanna confermata in Cassazione si aggiunge ad altre due condanne conseguite da Sodano da parte del Tribunale di Agrigento nell’anno 2003, quella a 2 anni e 6 mesi per l’appalto truccato delle opere di urbanizzazione di Favara Ovest e quella a 10 mesi per l’appalto truccato del depuratore del Villaggio Peruzzo.
Sodano oggi è senatore eletto nelle liste del Centro Destra, in quota UDC: in interrogazioni parlamentari ha sostenuto che i magistrati di Agrigento lo hanno perseguitato perché asserviti all’associazione Legambiente. In questi processi aveva anche sollevato vanamente il “legittimo sospetto”.
Giuseppe Arnone, l’avvocato agrigentino che ha difeso Legambiente nel processo sin dalle sue prime battute, ha dichiarato: “E’ assai importante che l’operato dei giudici di Agrigento, a lungo vilipesi per essersi impegnati contro i potenti ed in favore della legalità, trovi il pieno conforto della Suprema Corte di Cassazione. Questa è la prima sentenza a carico di Sodano che passa in giudicato, è prevedibile che anche le altre che lo vedono condannato complessivamente a ben 5 anni di reclusione vedranno la stessa sorte”.
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I grandi cambiamenti
nascono dai piccoli gesti
di tante persone
Vuoi difendere il pianeta?
Vuoi aria più pulita?
Vuoi risparmiare denaro?
Cambia da subito il tuo modo di consumare energia!
Ecco alcuni interventi semplici, economici, che si ripagano in pochi mesi e che ti fanno risparmiare per anni! Puoi ridurre sensibilmente la tua quota di inquinamento del mondo. Non è difficile, è gradevole e ti dà un profondo senso di pulito.
Casa - Auto - Condomini -
Aziende e Amministrazioni pubbliche- Negozi
STRATEGIA GLOBALE - Incentivare comportamenti ecologici
Emergenza idrica - Assessore, ti prego...
PER LA CASA
Acqua
• Riduci del 50% il consumo di acqua calda e fredda dei rubinetti e della doccia. 24,60 euro di costo per rubinetti cucina, bagno, bidet e doccia. http://www.commercioetico.it/ridutflusso/index.html
• Riduci del 20% il costo dell'acqua calda per la lavatrice collegandola direttamente alla caldaia centrale. Costo dell'intervento: 100-200 euro (dipende). Rivolgiti al tuo idraulico. Per approfondire clicca qui.
Caloriferi
• Riduci del 10% la perdita di calore dei caloriferi posti lungo una parete che dà sull'esterno della tua casa. Costo dell'intervento 45 euro per ogni metro quadrato di calorifero. (mercidolci@alcatraz.it)
• Riduci del 20-40% il costo del riscaldamento isolando maggiormente la tua casa. Costo dell'intervento: qualche migliaio di euro (dipende). (La casa di terra.it)
• Riduci la dispersione di calore attraverso doppi vetri termici.
Costo molto variabile: dai 75 euro al metro quadrato. Siamo in contatto con una ditta che può intervenire in Lombardia, Veneto, Campania e Sicilia. In tutto il resto d'Italia può intervenire per installazioni superiori a 100 metri quadri. Realizza anche gli infissi. (info: mercidolci@alcatraz.it)
• Riduci del 40% il tuo consumo per il riscaldamento montando pannelli solari e una caldaia a gas ad alto rendimento (che riduce del 20% le emissioni inquinanti). Costo di 2 pannelli solari per acqua calda: 3500 euro circa; installazione: 500-1000 euro (dipende).
Puoi utilizzare finanziamenti regionali, mutuo quinquennale al tasso del 6,5 variabile, detrazione del 36% della spesa dall'Irpef, finanziamenti regionali in alcune regioni (Val d'Aosta, Lombardia, Trentino Alto Adige, Liguria, Sardegna).
Illuminazione
• Riduci dell' 80% il consumo di energia elettrica per l'illuminazione montando lampadine a basso consumo. Durano dieci volte di più di quelle tradizionali. Costo di una lampadina ad alto rendimento: intorno ai 10 euro, a seconda del voltaggio e delle dimensioni.
Detersivi
• Riduci drasticamente l'uso di detersivi per pavimenti, superfici di legno e piastrelle utilizzando panni in microfibra. Il costo è di pochi euro in qualunque supermercato. Ce ne sono ormai di molti tipi in commercio. Evitate invece i panni elettrostatici usa e getta che sono uno spreco.
Ambiente
• Metti in casa piante meravigliose che puliscono l'aria: Schefflera, Ficus longifolia, Ficus beniamina, Dracena, Syngonium, Agiaonema, Aglaonema, Philodendron, Epipremnum.
AUTO
Carburante
• Risparmia dal 5 al 25% di carburante cambiando il tuo stile di guida (far lavorare il motore a bassi giri, dandogli più sprint) e facendo attenzione a tanti piccoli particolari (evitare portapacchi, ruote mezze sgonfie, compiere regolarmente le manutenzioni essenziali dell'auto, ecc.). Se vuoi saperne di più clicca qui.
Rendi più sicura la tua auto
• Monta sulla tua auto i limitatori di rimbalzo degli ammortizzatori come quelli usati in Formula 1. Costo dell'intervento, installazione compresa, dai 25 ai 150 euro a seconda del modello.
• Se hai un'auto a benzina a iniezione verifica che monti un meccanismo automatico di blocco dell'uscita della benzina dal serbatoio in caso di urto. Molte auto di serie non ce l'hanno e questo crea un grande pericolo di incendio in caso di incidenti. Evita che la tua auto si trasformi in una bomba molotov! Costo dell'intervento 30-40 euro. Rivolgiti al tuo meccanico.
CONDOMINI
Info mercidolci@alcatraz.it
Adottare caldaie collettive per tutto il condominio.
Sono molto più convenienti di quelle unifamiliari e sono potenzialmente meno inquinanti perché possono adottare sistemi di combustione e filtraggio dell'aria in uscita più efficienti.
I moderni contatori di consumo di acqua calda permettono di suddividere le spese dei condomini secondo il loro reale consumo e ottenere così tutti i vantaggi degli impianti individuali (ognuno paga quel che consuma) a consumi inferiori anche del 20% con una conseguente forte riduzione dell'inquinamento. Anche perché le caldaie grosse lavorano per tempi lunghi. Al contrario quelle piccole si accendono e si spengono continuamente. In questo modo il combustibile brucia male perché la combustione in accensione e in spegnimento è meno efficiente e rilascia più residui inquinanti.
Il risparmio aumenta ulteriormente laddove è possibile dotarsi di impianti di cogenerazione di elettricità e calore (vedi, a questo proposito, aziende ed amministrazioni pubbliche).
Dotarsi di servizi collettivi di lavanderia.
Nei paesi scandinavi tutti i palazzi hanno una lavanderia collettiva. Si risparmia perché invece di comperare 50 lavatrici piccole se ne comprano 5 grandi che sono più efficienti e hanno costi di gestione più bassi. Si ottimizzano gli spazi e ci si può dotare di macchine asciugatrici e per stirare molto efficienti. Inoltre si crea un centro di socializzazione.
Oggi è anche possibile acquistare macchine pagando solo il consumo e lasciando alle aziende tutto l'onere della manutenzione e della sostituzione delle macchine.
Costo dell'investimento estremamente variabile. Al momento non disponiamo di informazioni precise su questo settore. Conosci un'azienda con la quale si possa trattare?
AZIENDE E
AMMINISTRAZIONI PUBBLICHE
Adottare sacchetti in plastica biodegradabile derivati dalla cellulosa di mais. mercidolci@alcatraz.it
• Riduci fino al 40% i costi di energia elettrica e riscaldamento adottando la cogenerazione.
Infatti, il gas che viene utilizzato per produrre energia elettrica è esentato dalla tassazione; quello utilizzato per il riscaldamento, invece, paga le tasse. Puoi risparmiare producendo elettricità con il gas. E quando si produce elettricità si produce anche calore...
• Produci acqua calda con pannelli solari e caldaie ad alto rendimento.
• Isolare gli immobili con materiali ecologici.
• Installare doppi vetri.
• Produci energia elettrica dal sole, dal vento e dall'acqua (sfruttando la corrente dei fiumi, l'alta marea, le onde che si infrangono contro le murate dei porti o il moto ondoso al largo, attraverso zattere).
Oggi si possono costruire grandi impianti per la produzione di energia elettrica dal sole. I costi variano enormemente da situazione a situazione ma si ottengono realizzazioni in scala ottimale con investimenti inferiori ai cinque milioni di euro e tempi di ammortamento notevolmente accorciati rispetto al passato. Risultati analoghi si ottengono ormai con le altre fonti rinnovabili.
• Usa cellule a combustibile alimentate da idrogeno e metano per produrre elettricità e calore. Pare stiano per essere messe sul mercato a costi inferiori ai 10 milioni. Ci stiamo informando.
• Servizi di nettezza urbana
Adottare sacchi dell'immondizia in cellulosa di mais. Sono biodegradabili.
• Installare sistemi di compostaggio per smaltire i rifiuti organici. Info: mercidolci@alcatraz.it
NEGOZI
Adottare sacchi in plastica biodegradabile derivati dalla cellulosa di mais. Info: mercidolci@alcatraz.it
AZIENDE ALIMENTARI
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Secondo un ricercatore tedesco che lavora negli Stati Uniti, le nanoparticelle sono in grado di penetrare all'interno del cervello dopo essere state inalate.
Günter Oberdörster ed alcuni suoi colleghi dell'Università di Rochester di New York hanno monitorato il percorso compiuto da particelle di carbonio del diametro di 35 nanometri precedentemente fatte inalare a dei ratti.
Il giorno successivo l'inalazione, le particelle sono state rintracciate nel bulbo olfattivo, l'area cerebrale deputata all'olfatto, e la loro concentrazione è aumentata progressivamente sino a conclusione dell'esperimento, sette giorni dopo. Se da un lato, tale ricerca potrebbe far crescere i timori relativi agli effetti della nanotecnologia sulla salute, dall'altro, essa potrebbe condurre anche ad una migliore comprensione dell'impatto delle nanoparticelle emesse dai motori diesel.
Alcuni scienziati ritengono, infatti, che inalare gas di scarico prodotti da motori diesel determini l'insorgenza di difficoltà cardiache e respiratorie, forse determinate da una reazione a livello polmonare.
Dalla ricerca del prof. Oberdörster emerge che alcune nanoparticelle possono stimolare una reazione infiammatoria di tipo simile nel cervello dei ratti, come si legge sulla rivista 'Nature'. Il prof. Oberdörster ritiene che le nanoparticelle di carbonio utilizzate nel suo esperimento siano penetrate all'interno del cervello dei ratti scendendo lungo le cellule cerebrali adibite al riconoscimento degli odori ed alla trasmissione di segnali al bulbo olfattivo. Tale teoria è supportata dai risultati di ulteriori esperimenti, che prevedevano l'ostruzione di una delle narici di un certo numero di ratti al fine di individuare verso quale area cerebrale si sarebbero dirette le nanoparticelle.
Fonte ufficiale: Press sources (Nature)
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C'e' contaminazione nelle bellissime acque della Maddalena?
Questo e' un articolo pubblicato da Indymedia, che riporta una ricerca indipendente francese.
La Maddalena: contaminazione da "Torio234"
di redazione
18 Jan 2004
Una ricerca indipendente francese denuncia: nelle acque tra Sardegna e Corsica quantità enormi di torio 234. Potrebbero essere una conseguenza dell'incidente al sommergibile nucleare Usa Hartford, avvenuto lo scorso ottobre e passato sotto silenzio dalle autorità militari.
18 gennaio 2004 -- C'era radioattività, tanta, nelle acque della Maddalena subito dopo l'incidente al sommergibile statunitense Hartford, nel novembre scorso. Nel silenzio delle autorità americane, ma anche italiane, sull'accaduto, nei pressi di uno dei dodici porti italiani che possono ospitare navi e sommergibili a propulsione nucleare, un'associazione corsa e il Wwf della Gallura hanno infatti avuto la prontezza di far analizzare le acque davanti alle bocche di Bonifacio dall'istituto di ricerca indipendente Criirad (Commission de recherce et d'information independantes sur la radioactivitè), diretta dall'ingegnere e fisico nucleare Bruno Chareyon.
E i risultati sono allarmanti: nelle alghe prelevate nella zona dell'incidente in due riprese, subito dopo l'incidente, il 17 e il 18 novembre, e il 9 dicembre, è stata trovata una forte concentrazione di torio 234. Addirittura tra i 3.900 e i 4.700 becquerels nelle alghe rosse prelevate, un po' meno in quelle verdi, ma in quantità comunque da quattro a sette volte superiori al normale.
Il torio 234 è il primo discendente dell'uranio 238 e anche un componente del combustibile nucleare che alimenta i sommergibili, e questo farebbe propendere per la tesi dell'inquinamento dovuto all'incidente.
Anche se «si tratta di valori enormemente alti che non è possibile commisurare con quelli antecedenti all'incidente perché le autorità italiane e americane non hanno mai reso noto il risultato delle rilevazioni periodicamente effettuate nelle acque della Sardegna», spiega il deputato verde Mauro Bulgarelli, che ieri ha presentato un'interrogazione urgente ai ministri dell'ambiente, della difesa, della salute e alla presidenza del consiglio. «L'abnorme presenza di uranio 238 e suoi derivati potrebbe infatti anche essere conseguenza dell'attività dei poligoni militari disseminati nell'isola, nei quali vengono utilizzati proiettili all'uranio impoverito nelle esercitazioni o nelle dimostrazioni organizzate dai vari fabbricanti di armi», continua.
Tutta la vicenda dell'incidente è poco chiara. Il 20 ottobre scorso, infatti, in tutto l'arcipelago viene udito un fortissimo boato che fa precipitare fuori dalle case gli abitanti dell'isola. Solo qualche giorno dopo verrà classificato come un terremoto. E' in quei giorni che probabilmente il sommergibile Hartford, seimila tonnellate di stazza e armato di missili Tomahawk, si incaglia su alcuni scogli denominati «gli sperduti», al largo dell'isola di Caprera, gli stessi che l'11 settembre scorso avevano bloccato la corsa del traghetto Moby magic e delle 160 persone che erano a bordo. Ma sulla data dell'incidente rimane il mistero, così come sul misterioso botto.
Le autorità militari nasconderanno tutto fino al 12 novembre, quando si apprende del licenziamento in tronco del commodoro Greg Parker, numero uno della base americana, e del capitano della Hartford Christopher R. Van Metre. Altri otto componenti dell'equipaggio verranno sottoposti a misure disciplinari. Sulla doppia base della Maddalena, Nato e Usa, sono in corso da tempo polemiche.
Il 30 settembre scorso il ministero della difesa, incurante di tutto, ha dato il via libera a un contestato ampliamento della base americana. Ma ora per Bulgarelli «è necessario che le autorità militari rendano note tutte le misurazioni della radioattività effettuate nel corso degli anni. Lo Stato italiano e quello francese, inoltre, devono avviare un monitoraggio comune, affidando ad autorevoli studi di ricerca indipendenti il rilevamento del reale inquinamento radioattivo delle acque sarde».
obi-wan.kenobi.it
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Ma l'onestà, conviene?
Vorrei che questo intervento non apparisse come lo sfogo di un imprenditore
esasperato dal ripetersi di episodi di malcostume o cattiva amministrazione,
ma come un contributo al dibattito suscitato dalla conclamata corruzione che
affligge da tempo il nostro paese..
Chi opera costantemente nel mondo degli appalti pubblici sa che è insito in
questo ambiente il rischio di comportamenti che si collocano ai confini, ed
oltre, della legalità.
Sembra tuttavia che ormai prevalga l'adesione alla constatazione - o
suggerimento? - esternato dal neo ministro Lunardi sull'ineluttabilità
della convivenza con la malavita organizzata.
Certo, mafiosi e camorristi uccidono, e la scelta di non "convivere"
equivale alla morte dell'impresa e talvolta anche del titolare.
Questa debolezza, però, se trova umana giustificazione - non
legittimazione -quando in pericolo è la vita stessa dell'imprenditore o del
funzionario onesto, diventa alibi quando per il vil danaro, si calpestano
regole, dribblano concorrenti, beffano clienti.
L'Italia aveva una buona legge sui lavori pubblici. Bastava non violarla.
Siamo alla Merloni-ter e grandi benefici non se ne sono visti, anzi.
Qualcuno sostiene siano solo aumentati i prezzi della corruzione ma non è
poi così vero; si può affermare piuttosto che la tangente si è nebulizzata,
visti i margini sempre più ridotti.
Ma chi sta ogni giorno nella cosiddetta "alea del rischio d'impresa" quando
la perdita di una commessa, per motivi illegittimi, può significare anche
la chiusura, vede il mondo della politica sempre più lontano dalla vicende
della vita reale e questo, purtroppo, non è affatto un luogo comune, ma una
tragica constatazione.
Troppe aziende, grandi e piccole, sono ormai indotte alla corruzione più o
meno mascherata, all'evasione, alla violazione di norme sulla sicurezza,
sulla salute del consumatore con pronto l'alibi del bene dell'impresa o
della salvaguardia degli occupati. Ha impressionato tutti il clamore di
vicende come Parmalat, Cirio, Finmatica ecc. ma la vera preoccupazione sta
nel timore che una parte significativa del sistema produttivo italiano,
vedendo che i grandi giocano sporco, si adegui.
Fatture inesistenti, alterazioni nel protocolli, certificati lavori falsi,
documenti di trasporto inventati, con i controllori che si voltano dall'
altra parte. Chi ha provato, come chi scrive, a denunciare irregolarità
passa per maniaco ossessivo e ottiene come risultato l'inimicizia dei altri
committenti che se possono, evitano di invitarti alle gare.
Non ne vale la pena. Ecco il punto: denunciare i corrotti e rifiutare
tangenti è diventata una pena!
Artigiani disonesti, maghi e guaritori, cosmetici e filtri per auto
tarocchi, sembra una gara a chi ne sa inventare una nuova, arricchirsi e
poi sparire. Cosa si rischia in fondo? Qualche settimana al fresco? Che sarà
mai. Anzi un motivo in più per farsi intervistare da un solerte giornalista
in cerca di scoop.
Forse sta qui il motivo della esagerata simpatia riscossa da chi ha saputo
destreggiarsi tra società off shore, contributi a partiti per decreti salva
reti, benefici fiscali, condoni, presidenze di società di calcio strapiene
di debiti e contabilità in nero. Cose di cui ci si dovrebbe vergognare ma si
tramutano in vanto imprenditoriale.
Banche ed assicurazioni di prestigio che accordano per alzare tassi e
tariffe senza reali motivi. Conoscono le voragini finanziarie in cui versano
colossi dell'industria coi nomi scritti sulle magliette dei calciatori ma
tacciono; anzi, per coprire le sofferenze si mettono a venderne le cambiali
di certa insolvenza per poi vestire i panni dei truffati mentre da tutto il
mondo politico, tranne rare eccezioni, giungono i soliti commenti di
repertorio, conditi di malcelato imbarazzo.
Mio padre, buonanima, mi ha insegnato che essere disonesti è un disonore!
Ora ai nostri figli mostrano in Tv passerelle di ex delinquenti, più o meno
pentiti, che si raccontano come se fossero degli eroi. Infatti solo un eroe
può diventare ministro mentre evade tasse per miliardi e lo può raccontare
in conferenza stampa.
Per diversi anni sono stato amministratore nel mio paese e ricordo che, pure
tra opposte fazioni, un sentimento comune ci faceva riconoscere, e
rispettare, ed era la sacralità dell'interesse pubblico.
Nel 1992, abbiamo avuto le prove che questo valore era stato violentato da
chi usava il potere per fare soldi ed ottenere altro potere. Da ex
socialista (ed in fondo lo sono ancora) comprendo il risentimento dei vari
De Michelis per le posizioni un po' crude di Antonio Di Pietro; ma De
Michelis sta con la classe politica che si è precipitata a depenalizzare il
falso in bilancio. Non capisco invece la posizione di Boselli e dei suoi.
Non sa che delude tutti quei socialisti che attendono un riscatto dall'onta
lasciata dai troppi, troppi corrotti hanno portato alla dissoluzione di quel
partito. Altro che giustizialismo! Diciamolo una volta per tutte: non sono
stati certo i giudici a cancellare la prima repubblica, ma imprenditori e
politici disonesti che, ospitati davanti alle telecamere, ci vorrebbero
spiegare che bisogna rinnovare lo Stato e renderlo più moderno, ovviamente
con meno leggi e meno controlli! Chi lavora onestamente invece vorrebbe
leggi certe e durature, controlli che eliminano la concorrenza sleale e
sanzioni realmente comminate. Ma non più dai magistrati che si devono
occupare di delitti penali, come dice il giurista Cacciavillani: "Meno
penale e più disciplinare e più Corte dei conti! Occorre che l'illecito
amministrativo, anche il più lieve, sia sanzionato in sede disciplinare e
sterilizzato dei suoi proventi illeciti. Questa è la strada da battere:
sterilizzare l'illecito amministrativo anche più lieve, anche se non integra
delitto. Un passo indietro dei PM, la cui invadenza, spesso così
sapientemente selettiva, non solo non ha sanato, ma nemmeno è idonea a
sanare il sistema; non certo impunità, per nessuno!"
Molti chiedono un cambio di rotta nella morale politica, in entrambi gli
schieramenti. A destra con la stessa priorità data ai provvedimenti di
soccorso alle vicende personali dell'imprenditore Berlusconi. A sinistra,
perché dia segno di tenere davvero all'interesse del paese presentando non
solo un programma, ma anche uomini nuovi, più freschi, che riportino vera
fiducia ai cittadini ed agli imprenditori onesti che sono una risorsa,
purtroppo non rinnovabile, una volta lasciato il campo libero ai malfattori.
Giuliano Bastianello
giuliano.bastianello@email.it
per saperne di più basta vedi i capitoli:
La sentenza del TAR sul blog :
http://bastiano.clarence.com
oppure l'articolo di Renzo Mazzaro
http://bastiano.clarence.com/archive/056783.html
_______________________________________________
Gargonza mailing list
Gargonza@perlulivo.it
http://www.perlulivo.it/mailman/listinfo/gargonza
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E la commissione Ue smaschera i trucchi di Tremonti
«Previsioni troppo ottimistiche, finanze italiane a rischio». Critiche anche a Olanda, Irlanda, Grecia, Francia e GB
R. T.
L'ottimismo di Tremonti è sbarcato a Bruxelles, ma la Commissione Ue l'ha messo in quarantena. Ovvero ha deciso che i conti dell'Italia saranno monitorati con grande attenzione, perché le previsioni e gli obiettivi del Patto di stabilità presentato dal governo italiano appaiono eccessivamente ottimistici. In sintesi, la Comissione presieduta da Prodi ha approvato l'opinione sui conti dell'Italia presentata da Pedro Solbes sottolineando che, sulla base delle politiche attuali, ci sono «rischi sulla sostenibilità di lungo termine delle finanze pubbliche». Alla base del giudizio della Commissione (che dovrà passare al vaglio di Ecofin) c'è la constatazione che le previsioni macroeconomiche del governo sono eccessivamente ottimistiche. D'altra parte la tecnica del governo Berlusconi dal 2001 è sempre la stessa: prevedere tassi di crescita del prodotto lordo molto alti, anche contro l'opinione di tutti i centri di previsione internazionali. E questo per poter dimostrare che il rapporto deficit/pil è sotto controllo (cioè al di sotto del tetto del 3 per cento) e che il debito dell'Italia (ancora al 105 per cento del prodotto) si riduce progressivamente. Tutto falso ovviamente, come dimostrano i consuntivi che alla fine di ogni anno evidenziano le divergenze con le fantasiose previsioni.
Consuntivi che, oltretutto, risentono di manovre una-tantum che negli anni si sono moltiplicate e che a Bruxelles non piacciono assolutamente, perché rinvia nel tempo i tagli strutturali. In particolare la relazione di Sobes sottolinea come «dato l'obiettivo del governo di ridurre le imposte e il carico della sicurezza sociale l'aggiustamento richiederebbe una sostanziale riduzione della spesa primari in rapporto al pil». E questo dovrebbe essere raggiunto «con un progressivo rimpiazzo delle misure una tantum che hanno sostenuto i risultati di bilancio degli anni precedenti».
Invece di misure di rimpiazzo non si vede ombra. Tanto che la Commissione accusa di opacità i conti italiani per quanto riguarda gli anni successivi al 2004. Certo, anche altri paesi dicono poco o nulla sulle misure che intendono prendere per il futuro, ma ad aggravante dell'Italia c'è un eccessivo ottimismo per quanto il tasso di crescita del pil nei prossimi anni. In questo contesto secondo Bruxelles anche gli investimenti appaiono sovrastimati «a livello storicamente alti». Oltretutto accoppiati con un ottimismo sfrenato sulla crescita delle esportazioni, incompatibile «con un euro forte e una specializzazione commerciale dell'Italia sfavorevole» Le conclusioni della Commissioni sono improntate a un moderato pessimismo: il tetto del 3 per cento nel rapporto debito/pil nel 2004 rischia di essere superato, mentre per quanto riguarda il rapporto debito/pil solo alla fine del 2007 potrebbe abbattere in discesa il 100 per cento.
Per quanto riguarda l'annunciata riforma delle pensioni, il giudizio di Bruxelles è relativamente positivo: «Pur attenuando parzialmente il previsto aumento del rapporto spesa pensionistica-pil nei prossimi venti anni, la riforma delle pensioni è soggetta a rischi non trascurabili dato che, tra l'altro, gli interventi sul contenimento della spesa sono rimandati al 2008».
C'è da dire che la Commissione non è stata tenera neppure con altri paesi: critiche, a volta pesanti, alla gestione dei conti pubblici sono state rivolte anche a Olanda, Irlanda, Grecia e Lussemburgo. Inoltre anche la Gran bretagna rischia di superare il tetto del 3 per cento nel rapporto deficit/pil, mentre la Francia neppure nel 2005 riuscirà a rispettare il trattato di Maastricht.
ilmanifesto.it
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Notizia da Londra: lo scienziato David Kelly si è suicidato. Resta solo da scoprire chi lo ha ucciso. (jena)
ilmanifesto.it
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Dinastie: i Bush
di Bianca Cerri
Un saggio di prossima pubblicazione negli Stati Uniti, dimostra che insediare una famiglia reale alla Casa Bianca è una manovra pericolosa. Basta pensare (e ricordare) quello che è accaduto al clan dei Kennedy. Sarà bene che gli americani aprano bene gli occhi prima del 2 novembre 2004, giorno delle elezioni presidenziali perché, ogni volta che alla Casa Bianca si è seduto un rampollo rappresentante di una dinastia, i guai, per l'America e per il mondo non sono mancati. Il clan dei Bush, tanto per citare un nome, ha portato nella sala ovale un passato quanto meno complicato, pieno di cattive frequentazioni e relazioni pericolose. Soprattutto in Medio Oriente.
Già dai lontani tempi del trisnonno di George, la famiglia ha avuto noie per implicazioni nella ricostruzione di paesi lontani: quando si rese necessario, ad esempio, di rimettere in piedi i pozzi di petrolio di Baku, una località non troppo distante dall’Iraq i guai cero non mancarono neppure allora.
L’era moderna, invece, è stata aperta da George Bush Senior. Sin dal 1964, l'ex presidente e attuale patriarca della famiglia. aveva stretto rapporti d’affari con molti sceicchi, ancor prima di essere eletto senatore. Forte di una lunga carriera come intrallazzatore numero uno di alcune delle più importanti compagnie americane con sede in Medio Oriente, non appena mise piede alla Casa Bianca, papà George, prima come vice-presidente con Ronald Reagan e poi dipendente in proprio, venne immediatamente coinvolto in due scandali sempre e comunque riguardanti paesi medio orientali.
Nel frattempo, i giovani delfini della dinastia Bush iniziavano a farsi le ossa e un nome nello stesso settore. Il maggiore, George, ha iniziato nel 1970, assieme a un socio che rappresentava due ricchi uomini d’affari sauditi (nonché stretti parenti di Osama bin-Laden). Intorno al 1990, i guadagni di George W. erano davvero magri e i debiti con le banche iniziavano a pesare. L’onore dei Bush rischiava di essere essere travolto da un ennesimo scandalo, ma, fortunatamente, in quel momento il papà era presidente e riuscì rapidamente ad aprire un paracadute per attutire il capitombolo finanziario dell’amato primogenito dal grande avvenire.
Malignamente, la rivista Time scrisse, all’epoca, che nessuno avrebbe affidato neppure una vanga al giovane Bush se non fosse stato per il potente nome del genitore.
Il più giovane dei rampolli della Casa, Jeb, che da grande avrebbe fatto il governatore della Florida, passava il tempo giocando beatamente a guardia e ladri con i Contras del Nicaragua. Tra i suoi compagni di gioco preferiti c’erano Guillermo Hernandez e Camino Padreda, già con il pallino della finanza associata al traffico d’armi. Ma quei giochi pericolosi avevano irritato alcuni procuratori federali. Anche in questo caso le indagini così come sbocciavano nei fascicoli venivano messe a tacere dal potente papà George Senior.
In quei tempi, la prima preoccupazione della famiglia erano le avventure professionali del terzo erede, Neil, già coinvolto in uno scandalo con la Silverado, una finanziaria arrivata presto ad una fragorosa bancarotta, non senza essersi riuscita ad aggiudicarsi importanti e prestigiosi terreni edificabili in Arabia Saudita e in altri Emirati del Golfo Persico.
Solo un figlio d’oro come Marvin è riuscito a dare qualche soddisfazione a papà George: a capo di alcune holdings di solida reputazione, da sempre sviluppa lucrosi affari e contratti vantaggiosi con il Dipartimento di Stato e con le forniture per la UsNavy. Con un papà ex presidente, un fratello alla Casa Bianca e l'altro governatore della Florida (stato chiave per le elezioni, come è ben noto), chi può dirgli di no?
Bianca Cerri
b.cerri@reporterassociati.org
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Le imprese della ChevronTexaco in Ecuador
di C. P. Pandya
Si tratta di un disastro di dimensioni maggiori di quello di Chernobyl e due volte più devastante del naufragio della Exxon-Valdez.
Tra il 1964 e il 1992, una filiale della compagnia petrolifera americana Texaco ha devastato la città di confine di Lago Agrio e le aree circostanti nei pressi dell'Amazzonia ecuadoriana.
La multinazionale, secondo gli indigeni dell'area, ha riversato oltre 18,5 miliardi di galloni [circa 85 miliardi di litri - NdT] di rifiuti altamente tossici in 600 pozzi aperti e privi di rivestimento protettivo su un'area di oltre 2.000 miglia quadrate, abitate da una comunità indigena di 30.000 persone, pompando oltre un miliardo e mezzo di barili di petrolio fuori dall'Ecuador.
Questa l'eredità di "sviluppo" che si è lasciata alle spalle: una comunità malata e sull'orlo dell'estinzione, un delicato ecosistema devastato. E le conseguenze persistono. Acque limpide ribolliscono di un liquido marrone, la terra non si può più lavorare e la vita è diventata molto complessa. In quest'area, nel corso degli anni successivi all'inizio del rilascio di sostanze tossiche, l'incidenza dei tumori è stata del 40% più alta della norma fra gli uomini e del 60% fra le donne, e sono nati bambini con malformazioni congenite(1). Nel 1987, un terremoto che distrusse venticinque miglia dell'oleodotto Trans- ecuadoriano che attraversa le terre delle comunità indigene dell'Amazzonia contribuì a peggiorare il disastro ecologico dell'Ecuador. Quell'oleodotto si è rotto 27 volte dal 1989, riversando 16,8 milioni di galloni di greggio - da paragonare ai 10,8 milioni fuoriusciti dalla Exxon-Valdez(2).
Nel decennio successivo all'uscita della Texaco, le popolazioni indigene della regione si sono battute nei tribunali americani ed ecuadoriani affinché il gigante petrolifero risarcisse i danni alla salute e all'ambiente causati dalle sue illecite modalità di trivellazione. La causa intentata contro ChevronTexaco, la società nata dalla fusione di Texaco con la società madre Chevron nel 2001, da 88 persone a nome della comunità di trentamila individui è senza precedenti.
Steven Dozinger, l'avvocato che assiste i querelanti, ha detto al Financial Times del 29 ottobre: "Questo processo è uno dei più straordinari nella storia dei movimenti indigeni dell'Ecuador e dell'America Latina. È il primo processo importante relativo a danni ambientali nel quale una multinazionale americana citata in giudizio compare per difendersi dalle accuse con una decisione di una corte americana che pende sopra la sua testa". Dopo aver evitato di prendere una decisione nell'agosto 2002, una corte americana ha deciso che il processo, che è stato ostacolato e rinviato per quasi un decennio, dovrà tenersi in Ecuador. La corte ha deciso che un eventuale sentenza contro ChevronTexaco sarà applicabile negli Stati Uniti.
I più diffusi media occidentali hanno descritto la mossa come un colpo per la ChevronTexaco e la grande industria petrolifera. Ma in effetti, nei dieci anni nei quali il processo ha rimbalzato fra una corte americana e l'altra, la compagnia petrolifera ha esercitato pressioni molto forti affinché il processo si spostasse in Ecuador, quando non richiedeva un completo rigetto dell'accusa. Perché? La ChevronTexaco stava semplicemente seguendo il vecchio trucco delle corporations di cercare di spostare la sede del processo nei paesi in via di sviluppo, che non hanno le risorse e l'esperienza per gestire il caso. I tribunali dell'Ecuador non hanno nessuna esperienza di cause per danno ambientale che coinvolgano una compagnia petrolifera. Spostando il processo in questo paese in via di sviluppo, inesperto, dipendente dalle entrate petrolifere, le possibilità di vittoria sono maggiori e le potenziali perdite patrimoniali inferiori. Il processo, ora in Ecuador, è più di un esempio simbolico degli atroci effetti dello "sviluppo" e della "globalizzazione". Il mondo sta scoprendo, con ogni anno di ulteriore ritardo di questo processo, in quale enorme misura ChevronTexaco abbia strategicamente sfuggito le proprie responsabilità di riparare i danni che ha causato.
La causa intentata contro la multinazionale nel 1993 stimava che sarebbero occorsi circa 1 miliardo di dollari e almeno dieci anni per riparare ai danni pluridecennali. In realtà, una cifra del genere sarebbe totalmente inadeguata a ripagare e risarcire questa comunità e questa terra che è stata portata ad un passo dalla distruzione. *Dopo molti studi condotti sul territorio e sulla popolazione, i legali degli indigeni ora stimano i reali costi di bonifica fra i 5 e i 6 miliardi di dollari(3). ChevronTexaco, che "investe" ogni anno 4 miliardi di dollari nell'intera America Latina, sta usando tutti i suoi stratagemmi per liberarsi dalla colpa ed evitare le responsabilità e i pagamenti.
La corporation ha ripetutamente sostenuto che Petroecuador, la compagnia petrolifera di stato partner nel progetto, dovrebbe essere ritenuta responsabile della tragedia. Un'affermazione del genere è totalmente ridicola, considerato che ChevronTexaco è stata una delle prime compagnie che crearono la nascente industria ecuadoriana del petrolio e ne costruirono le infrastrutture. Essa ha usato la propria esperienza e le proprie tecnologie, e ha riempio le proprie casse durante lo "sviluppo" e ora sostiene che non dovrebbe pagare per l' "eredità tossica" che si è lasciata alle spalle. Un'inchiesta sulla condiscendenza di Petroecuador nei confronti di Texaco è appropriata, ma ciò non toglie che Texaco fosse obbligata a rispettare gli standard dell'industria petrolifera in vigore a quel tempo. *Lo standard fino dal 1950 richiedeva che i rifiuti tossici prodotti dalle trivellazioni fossero reimmessi nel terreno, non scaricati in pozzi aperti.(4)
ChevronTexaco ripete inoltre di aver agito in accordo con le leggi dell'Ecuador. Il gigante petrolifero usa un argomento discutibile, visto che non poteva rispettare delle normative ambientali che non erano ancora compiutamente elaborate e in vigore. ChevronTexaco sta violando i suoi obblighi in tema di diritti umani e di diritto internazionale, e ha cercato di evitare il processo con tattiche ostruzionistiche e nascondendosi dietro artifici legali. Uno studio del 1993 ha stabilito che gli scarti petroliferi e i contaminanti, nelle acque intorno ai luoghi nei quali Texaco effettuava le trivellazioni, eccedevano in modo significativo i limiti di sicurezza internazionalmente stabiliti, talvolta di oltre 1000 volte. Un anno dopo il coinvolgimento di Texaco nella nuova industria petrolifera ecuadoriana, 100 paesi fra cui gli Stati Uniti e l'Ecuador sancirono nella Dichiarazione di Stoccolma che il diritto ad un ambiente pulito e sicuro era un diritto umano fondamentale e inalienabile.
Texaco ha utilizzato intenzionalmente delle procedure scadenti di estrazione e di eliminazione dei rifiuti per risparmiare denaro e quando ebbe la possibilità di rivestire i pozzi, la compagnia decise di non farlo, sostenendo che l'utilizzo di quelle misure di sicurezza avrebbe vanificato i suoi profitti di milioni di dollari. Lo scarico dei rifiuti tossici ha portato alla diffusione di otto diversi tipi di tumore tra i gruppi indigeni di quella parte dell'Amazzonia. Ecco cosa si legge in una comunicazione interna scritta da un manager della Texaco nel 1980:
"Gli attuali pozzi non rivestiti sono necessari per una gestione efficiente ed economica delle nostre operazioni di trivellazione. Il costo totale dell'eliminazione dei vecchi pozzi e del rivestimento di nuovi pozzi sarebbe di 4.197.958 dollari. [....] Si raccomanda che i pozzi non siano né rivestiti né colmati".
Un altro trucco della multinazionale è stato quello di presentare in modo enigmatico la struttura della società. Il gigante petrolifero ritiene di non poter essere considerato responsabile per ciò che fece l'altra metà del suo nome, poiché la fusione avvenne solo nel 2001 mentre la causa fu intentata nel 1993. Pur avendo felicemente acquisito tutte le attività della Texaco (denaro liquido, pacchetti azionari ecc.) a seguito della fusione, ChevronTEXACO rifiuta di assumersi le responsabilità della Texaco. L'uso di questa logica assurda si ritrova anche nella dichiarazione della società secondo cui non vi è una "prova scientifica" del danno causato alle cinque comunità indigene che vivono nell'area estrattiva della compagnia. Dopo aver cercato per tutti i primi anni 90 di far rigettare la causa, ChevronTexaco raggiunse con il governo ecuadoriano l'accordo di pagare 40 milioni di dollari per il disinquinamento - nonostante gli ambientalisti sostenessero (già allora) che sarebbero occorsi miliardi di dollari per riparare il danno causato alle zone umide amazzoniche. L'opera di bonifica è stata del tutto inadeguata, considerato che oltre il 60% dei pozzi continua a rilasciare rifiuti tossici.
"Se Texaco avesse fatto una cosa del genere negli Stati Uniti, sarebbero tutti in galera", dice Rene Vargas, ex ministro dell'energia. Questo è esattamente il punto. Il processo non si tiene negli Stati Uniti, dove i legali delle popolazioni indigene hanno cercato senza speranza di mantenerlo. Esso si tiene in un paese che conta sulle esportazioni petrolifere per il 40% delle sue entrate annue, un paese con una pesante situazione debitoria e con un'industria petrolifera che è stata di recente parzialmente privatizzata. Il governo dell'Ecuador ha fame di investimenti privati, ha fame della rata di 42 milioni di dollari del prestito del FMI, che è solo una parte dell'accordo complessivo di sostegno di 205 milioni dei dollari ora in bilico, e ha fame di investimenti diretti stranieri per sostenere il suo "sviluppo".
Il 29 ottobre ha segnato la conclusione della fase probatoria della causa civile. Il processo è ora nelle mani di una corte stretta fra il governo ecuadoriano desideroso di richiamare ulteriori investimenti internazionali e le comunità indigene che - ironicamente, visto l'inversione della politica del governo del presidente Lucio Gutierrez - lo hanno aiutato a salire al potere.
Gutierrez vinse le elezioni presidenziali nel novembre 2002, battendo il miliardario magnate delle banane Alvaro Noboa con promesse di giustizia sociale e fine della corruzione. Gutierrez aveva guidato la rivolta indigena contro il presidente Jamil Mahuad, notoriamente corrotto, nel 2000. Tuttavia, dai tempi della sua elezione così popolare e dalla nomina iniziale di alcuni leaders indigeni nel suo governo, Gutierrez ha cambiato rotta con il suo "programma di austerità economica" per blandire il FMI e le sue schiere di Washington.
Il governo Gutierrez ha firmato una lettera di intenti con il FMI che propone prestiti in cambio di politiche che "alzano il prezzo del gas, privatizzano alcuni settori economici, indeboliscono le protezioni per i lavoratori, peggiorano la situazione del debito, rendono marginali i bisogni primari di educazione e salute e trasformano il territorio dell'Ecuador in una parte del sistema statunitense di basi militari" dice Blanca Chancoso, rappresentante della Federazione delle Nazionalità Indigene dell'Ecuador (CONAIE).(5)
La crescente tensione politica fra gli indigeni e Gutierrez, insieme con normative ambientali lassiste, un sistema giudiziario corrotto e un paese in crisi economica, potrebbero giocare a favore di ChevronTexaco. Il successo della multinazionale dipende non tanto dalle prove, che dimostrano ampiamente i danni che essa ha causato alla comunità nel corso dei decenni, quanto dai ritardi del processo, dai tecnicismi legali e dalla distorsione che i media faranno del termine "successo". Una vittoria indigena significherebbe poco se i risarcimenti non potessero essere pretesi o fossero inadeguati rispetto al danno subito. Ma le implicazioni di questo caso non dovrebbero essere sottovalutate. Se gli indigeni vinceranno la causa, altre comunità nel mondo, depredate dalle multinazionali affamate di profitti e sradicate dalle loro terre e dalle loro vite, avranno la possibilità di intentare azioni e cause legali contro di esse.
Sulla carta, anche i gruppi ambientalisti ritengono che gli indigeni abbiano buone possibilità di ottenere un processo equo. Il giudice che presiede il caso, Alberto Guerra, ha un buon curriculum e il processo ha il supporto delle corti americane. Ma nel contesto della sofferente economia ecuadoriana, la prospettiva di una vittoria indigena è meno sicura.
Il governo dell'Ecuador spera che gli investimenti nell'industria petrolifera del paese possano raggiungere il miliardo di dollari nel 2004 "nello scenario meno ottimistico" grazie agli appalti recentemente indetti relativi a trivellazioni da parte di società petrolifere straniere in cinque nuovi tratti amazzonici. Queste società hanno già fatto sapere al governo del presidente Lucio Gutierrez che "problemi ambientali irrisolti" complicano le loro "possibilità di business". *Alcuni funzionari governativi hanno riferito che il paese ha bisogno di destinare dal 40 al 45% del suo bilancio al servizio del debito per poter stare a galla e non rischiare una nuova situazione di insolvenza come avvenne nei primi anni novanta. Le implicazioni di una sentenza contro un investitore estero nel settore petrolifero sono quindi ovvie.(6)
Gli indigeni dell'Amazzonia ecuadoriana aspettano un verdetto, che secondo gli attivisti potrebbe non arrivare per un altro decennio. Fino ad allora, essi aspetteranno, continuando a vivere tra le acque inquinate che usano per pescare e bere e il suolo inquinato che utilizzano per il loro sostentamento.
(1) Amazon Watch study: "ChevronToxico: Clean Up Your Toxic Legaci In The Ecuadorian Amazon"
(2) Allen Gerlach, "Indians, Oil and Politics: A Recent History of Ecuador", SR Books, 2003, pag. 57
(3) Wall Street Journal, 29 ottobre 2003: "ChevronTexaco Faces Big Tab For Cleanup"
(4) Amazon Watch Report,: "ChevronTexaco's Deadly Deceptions About Ecuador"
(5) Narco News, 8 settembre 2003: "Ecuador's President Is a Puppet of the World Bank: Interview With Blanca Chancoso"
(6) Dow Jones Newswires, 30 ottobre 2003: "Foreign Cos Plan to Skip Ecuador's Oil Field Auctions"
Fonte: http://www.zmag.org/Italy/pandya-chevrontexacoecuador.htm
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il declino di una professione
di Francesco Mollo
Grazie alla tecnologia siamo in grado, oggi, di fare a Catania un giornale completo come il Corriere della Sera, ma a causa della tecnologia se facciamo un quotidiano nazionale a Catania siamo anche indotti a replicare il Corriere. In altri termini: i cosiddetti new media, Internet in testa, costituiscono un’opportunità per il giornalismo tradizionale o la fragilità di quest’ultimo soggiace miseramente alla forza del primo? La domanda, su cui ruota il volume di Alessandro Barbano, “L’Italia dei giornali fotocopia. Viaggio nella crisi di una professione” (Franco Angeli), non intende fare luce sulle relazioni tra i due emisferi dell’informazione, ma porre in evidenza alcune dinamiche in cui la tecnologia mette in crisi la cultura professionale che anima le redazioni dei quotidiani italiani (ma il discorso vale, con in dovuti aggiustamenti, per molti altri paesi) e ne rende incerto il destino.
Per spiegare come un uso “stupido” della tecnologia ha fatto sì che questa da amplificatore delle possibilità (da “mezzo operativo, cioè come canale attraverso cui si snoda la dialettica professionale” per dirla con Barbano) si è trasformata in fine ultimo a cui tutto soggiace e “finisce per imporre i suoi scopi al progetto culturale di cui i giornalisti sono i protagonisti”. La connettività, concetto-emblema della Rete, è certo una delle risorse più potenti a disposizione del genere umano, come la definisce il sociologo canadese Derrick de Kerckhove, che “allarga i confini mettendo l’intero pianeta alla portata della mente umana, consentendole di recuperare una prospettiva universale rispetto alla complessità del mondo”.
Ma all’interno della cultura professionale del giornalismo, la connettività sembra aver determinato solo miglioramenti di tipo “quantitativo”, sulla base di un ragionamento che, secondo Barbano (che le redazioni le conosce bene: docente di teoria e tecnica del linguaggio giornalistico presso l’Università del Molise, e caporedattore del Messaggero) è questo: “se possiamo collegarci in tempo reale con qualunque punto del globo, dobbiamo essere in grado di avere nello stesso tempo tutte le notizie che sono potenzialmente pubblicabili. Ovvero, non è possibile, come si dice nel gergo giornalistico, “bucare” che con tutta la tecnologia di cui si dispone è facilissimo avere! Un meccanismo, questo, che rende giornalisti e redazioni, semplici conduttori di un impulso elettrico (la notizia) che in tempo reale si sposta da un capo all’altro del mondo senza che intervenga il minimo filtro editoriale-culturale dei giornali in cui alla fine appare pubblicata.
In questo processo di omologazione dai parte dei giornali, rispetto ai diretti concorrenti e ai telegiornali, determinato dall’imperativo dominante “vietato bucare”, la tecnologia fa la sua parte (nel senso che rende il divieto totalizzante perché facile da rispettare); ma un altro processo degenerativo del rapporto fiduciario giornale-lettore si è instaurato: la perdita di “realtà” dei fatti oggetto di notizia. Il processo mediatico finisce per astrarre (ed estrarre) gli accadimenti, per dargli vita autonoma nel mondo dei media.
“Nell’immaginario dei lettori (Barbano riferisce solo di quelli italiani, ma sembra possibile anche una generalizzazione) si è strutturata l’idea che le forme comunicate dai quotidiani siano in qualche modo virtuali, cioè abbiamo poco a che fare con la realtà di tutti i giorni. Ma trovino più addentellati con una dimensione della fiction che avvicina le cronache ai talk-show e alle soap-opera televisive”. Anni di inseguimento della notizia sensazionale, anche se assolutamente priva di fondamento reale, da parte dei giornali, ha abituato i lettori a elaborare l’informazione attraverso un filtro di scetticismo direttamente proporzionale all’entità giornalistica della notizia; in una breve: a considerarla virtuale.
Questa dinamica, letta attraverso la categoria concettuale della “cultura professione” mostra come il rapporto tra realtà e virtualità sia lo specchio, sul terreno degli effetti mediatici, del rapporto esistente tra cultura e tecnica sul terreno dei processi di comunicazione. “La tecnica è storicamente figlia della cultura, la quale se ne serve per realizzare i suoi scopi. Sennonché, prima o poi la tecnica, da mero strumento, si trasforma in autonoma produttrice di scopi che impone alla cultura. I giornali fotocopia sono figli della tecnica che ha vinto la sua partita con la cultura, condannando questa a un processo di omologazione”.
Il deficit di realtà accumulato negli anni da quelli che Barbano chiama “i giornali fotocopia” è, secondo l’autore, la causa dell’aggressione subita dai quotidiani italiani ad opera dei cosiddetti new-media e dai giornali free-press. E in quest’ottica, il futuro dei rapporti di forza tra carta stampata e media digitali va riletta in modo in termini opposti a quanto si è fatto finora: “la prima non è debole a causa di questi, ma, in quanto già debole e indifferenziata, ne subisce la concorrenza in maniera più pesante”.
Le conclusioni di Alessandro Barbano hanno il raro dono della semplicità: “la dialettica è l’unica manifestazione culturale che non è riproducibile per via tecnologica, perciò un simile tentativo smaschera spesso crudelmente la scarsa qualità critica e il prosciugato serbatoio intellettuale di un giornale. Ma è anche l’unica strada che può consentire, in tempi di globalità, la sopravvivenza di una voce nel mare magno della comunicazione mondiale”. E sul concetto di notizia: esiste solo in rapporto ai bisogni di una comunità colti nella loro attualità.
Il volume contiene quattro interviste sul tema ad altrettanti testimoni privilegiati, che non accettano di buon grado le severe tesi di Barbano: Giuliano Ferrara (il Foglio); Paolo Gambescia (il Messaggero); Ezio Mauro (la Repubblica); Paolo Mieli (Rcs MediaGroup).
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Il Signore dei picchiatelli
Massimo Marnetto "Già nel '56, durante un film western, il Signore mi ha detto di battermi contro il centrosinistra..."
Sembra una frase raccolta in qualche Centro d'Igiene Mentale e invece è la dichiarazione di Don Gianni (Le Iene di ieri), il più stimato ideologo dell'Arcifanfano; quello, per intenderci, che ha scritto l'articolo che ha infiammato il capo, nell'apertura della cerimonia collettiva della propria autosantificazione, "voluta direttamente dallo Spirito Santo", ha aggiunto sempre il piromane spirituale del capo.
I picchiatelli m'ispirano simpatia; molto meno quelli che praticano la circonvenzione di incapaci ulivoselvatico.org
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Dopo la Georgia altre “rivoluzioni delle rose” in Ucraina, Bielorussia e Moldavia? Mosca si sente assediata, vede la mano di Washington. E Powell non è rassicurante
di FRANCESCO MARIA CANNATÀ
«Non è più possibile trascurare le differenze di vedute tra Usa e Russia, ma i rapporti di amicizia tra i due paesi permettono di affrontare con chiarezza questi problemi», ha detto Colin Powell in visita a Mosca. Difficile che le franche critiche del segretario di stato americano, espresse anche in un articolo pubblicato sull’Izvestija lunedì, aiutino a superare questo momento di tensione tra Mosca e Washington.
Se è vero quello che ha affermato all’inizio dell’anno Dimitri Trenin sulla Nezavisimaja Gazeta, il 2004 sarà l’anno del nuovo isolazionismo russo. Secondo l’analista è stata principalmente la «rivoluzione delle rose» in Georgia, oltre al fallimento del piano di pace russo in Moldavia, a chiudere la fase iniziata con l’attacco alle torri gemelle. In realtà quello che è avvenuto nelle scorse settimane a Tiblisi, fa vedere sotto nuova luce anche la presunta collaborazione del biennio scorso tra Mosca e Washington. Questo lasso di tempo è stato caratterizzato, soprattutto nelle ex repubbliche sovietiche del sud, più dalla rinuncia a un indebolimento reciproco che da una cooperazione veramente produttiva. È ovvio che le possibilità russe di infastidire la superpotenza americana si limitano solo alla lotta al terrorismo. In questo contesto però è indispensabile che l’intervento russo in Cecenia venga internazionalmente riconosciuto come parte della battaglia comune. Nel corso della crisi irachena e della guerra che ne è seguita, la mancanza di una visione strategica ha determinato il fallimento della partnership, che ha segnato un’altra battuta d’arresto con l’affare Yukos.
Gli esponenti delle sfere di potere statunitensi ritengono che l’arresto di Michail Xondorkij abbia decretato la fine de- finitiva dell’esperimento di libero mercato in Russia; è loro opinione, inoltre, che la Russia di Putin «più va avanti più torna indietro», ritornando una potenza non solo autoritaria, ma anche espansionista.
A sostegno di questa tesi si portano diversi fatti: la creazione di basi dell’aviazione russa in Kirghizistan; lo scandalo sui rapporti tra il presidente lituano Paksas e la mafia russa; la costruzione di dighe nel Mar d’Azov; il tentativo unilaterale di Mosca (compiuto aggirando l’Osce) di pacificare la Moldavia; nonché la manovra per portare al governo della Georgia leader che agissero sotto il controllo di Mosca e non di Tbilisi.
A Mosca l’umore anti-americano all’interno dell’elite russa, per quanto celato, resta piuttosto forte. In questo contesto l’evoluzione dei rapporti nel triangolo Mosca-Washington-Tblisi potrebbe essere determinante.
Perciò lo stesso giorno dell’arrivo di Colin Powell a Mosca, il presidente della Georgia, Saakaschvili, dichiarava in un’intervista che la sua forza nel paese deve essere vista con fiducia da Mosca.
«Shevardnadze era politicamente debole in Georgia – ha detto a un giornale europeo – il suo atteggiamento antirusso era dunque strumentale per raccogliere attorno alla sua leadership la popolazione georgiana. Nell’ultima fase del suo governo a volte ha provocato la Russia solo per guadagnare punti in politica interna». Per Saakaschvili la Georgia appartiene alla cultura europea e, nonostante la Russia su alcune questioni abbia danneggiato gli interessi georgiani, sono molte le cose in comune tra i due paesi.
Powell è stato invece più schietto scrivendo che il sistema democratico russo non ha ancora trovato i necessari contrappesi tra il potere esecutivo, quello legislativo ed il giudiziario e affermando che il potere politico si sta svincolando da ogni riferimento normativo. Reazioni ufficiali a queste accuse di mancanza di liberta politiche non ce ne sono. In molti tendono a vedere le critiche di Washington al Cremlino come parte della campagna elettorale Usa. Putin imputerebbe questa nuova strategia americana ai collaboratori neoconservatori di Bush, non al presidente in persona.
Contemporaneamente però la Russia crede che l’impegno Usa nel Caucaso e in Asia Centrale danneggi i suoi interessi e teme il ripetersi del virus georgiano anche in altri paesi limitrofi. Sarebbe impossibile non reagire ad altre «rivoluzioni delle rose» in Ucraina, Bielorussia, Moldavia.
La visita di Powell dovrebbe servire a svelenire l’atmosfera tra i due paesi, ma ciò che il segretario di stato ha detto riguardo gli obblighi delle truppe russe a ritirarsi dalla Georgia sicuramente non aiuterà.
I pretesti per inaugurare una nuova politica sono già alle porte. L’imminente cambio di governo in Ucraina e l’ingresso degli stati baltici in Europa (dopo l’allargamento ogni critica a loro indirizzata sarà accolta come una critica rivolta all’intera comunità europea); l’aumento dell’instabilità in Georgia ed il possibile scoppio di disordini in Azerbaigian ed infine l’evoluzione della situazione in Bielorussia e in Moldavia che potrebbero avere affetti cumulativi. Il basso pro- filo tenuto dal Cremlino nelle grandi questioni di politica internazionale (in particolare nel rovesciamento dei regimi di Milosevic e di Saddam Hussein, a fronte del ruolo di primo piano raggiunto dalla Cina per la questione coreana o dalla comunità europea nella crisi irachena), rivela l’importanza dei territori post-sovietici per la Russia, come ultimo baluardo della sua influenza sul mondo.
Dal punto di vista dell’America e dell’Europa, l’attività di Mosca in questa regione è una pietra di paragone della politica estera russa. europaquotidiano.it
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"Prodi nelle liste di tutti"
Pdci e Verdi vogliono usare il suo nome alle europee
da Repubblica - 29 gennaio 2004
ROMA - Prodi in campo come presidente del comitato promotore della lista unitaria, ma sempre più convinto a non candidarsi alle Europee. Ormai lo ha detto in tutti i modi e ci è tornato sopra anche ieri, all´indomani del vertice di Bruxelles con Fassino, Rutelli, Boselli e Parisi: «Posso assicurare - insiste il Professore - che io sono e resto qui, lavoro a tempo pieno per la Commissione e ho la ferma intenzione di compiere fino in fondo il mio dovere». Cioè, fino al termine del mandato, ottobre 2004. Il suo coinvolgimento nella campagna elettorale però è fuori discussione: «Il comitato per la lista unica è il risultato di un processo avviato da questa estate, anche se rimango fedele ai miei impegni». La lista unitaria sarà la «lista Prodi», l´unica che avrà il suo nome nel simbolo nel caso l´ex premier decida di renderlo disponibile. E se è vero che Prodi continua a guardare all´insieme del centrosinistra, all´Ulivo e considera il progetto riformista «solo l´avanguardia di un processo che deve interessare tutti», la convenzione di metà febbraio l´«approdo del processo unitario per poi arrivare alla Costituente dell´Ulivo», il suo «partito», per le prossime elezioni, sarà solo la lista unitaria.
L´uso del nome di Prodi può aprire già un nuovo caso. Oliviero Diliberto, leader del Pdci, avverte: «Il nome di Prodi deve apparire su tutte le liste dell´Ulivo». Intervengono anche Pecoraro Scanio e Paolo Cento dei Verdi: «Prodi è patrimonio di tutti». E Achille Occhetto è ancora più esplicito: «Consiglio a Romano di non associare il proprio nome a una sola lista. Se seguirà questo suggerimento alla prossime elezioni politiche sarà il candidato di tutti». E Antonio Di Pietro lancia una provocazione: «Propongo al Professore di diventare presidente del comitato promotore anche dell´Italia dei Valori». Corre ai ripari Pierluigi Castagnetti, capogruppo della Margherita alla Camera: «Sull´uso del nome decide solo Prodi. L´importante è che Prodi guidi il progetto ispirato da lui». Per Clemente Mastella la questione del simbolo è il meno. «La cosa che conta - spiega il segretario dell´Udeu - è che il Professore parli con tutti, nessuno escluso». Critico Fausto Bertinotti sui rapporti tra Rifondazione e l´Ulivo: «Siamo solo ai preliminari, e in ogni caso io guardo molto di più al presente e vedo una totale inadeguatezza delle opposizioni a realizzare una alternativa al governo. Mi sembrano molto lontane le discussioni di Bruxelles, e mi sembra molto vicina una Italia in cui ci sarebbero tutte le condizioni per dare un colpo a questo governo ormai così in crisi».
Intanto Paolo Flores d´Arcais, con un articolo sull´Unità, riapre la discussione tra lista unitaria e movimenti. Il direttore di Micromega spiega che il «miracolo non c´è stato. La lista non è unitaria». Insomma non è quella cosa nuova a cui aspiravano i girotondi.
(g.d.m.)
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LA POLEMICA
A Bruxelles si è discusso del voto sulla missione italiana. Ma il centrosinistra è diviso
"E ora si decide a maggioranza"
l´Iraq prima prova dell´alleanza
GOFFREDO DE MARCHIS
ROMA - «L´Iraq è la prima prova. E le decisioni nella lista unitaria d´ora in poi saranno prese a maggioranza. Qualificata quanto si vuole, ma non più all´unanimità». Romano Prodi, nel vertice di Bruxelles con i leader di Ds, Margherita e Sdi, è stato chiarissimo. L´orientamento emerso nella riunione a casa Prodi è per l´astensione sul decreto unico di rifinanziamento delle missioni militari che dev´essere votato prima della fine di febbraio. Ma è il criterio che va fissato una volta per tutte. I parlamentari possono prendere una decisione diversa da quella dei leader, ma la lista non può replicare i precedenti dell´Ulivo sulla guerra: tante mozioni diverse e altrettanti voti.
Lo aveva già preannunciato il coordinatore della Margherita Dario Franceschini, poi in Belgio è stato Arturo Parisi a riproporre il tema sul tavolo dei leader. E Prodi ha spiegato ai segretari che la linea di condotta può essere solo una. Non è e non sarà una linea indolore. Francesco Rutelli sta lavorando con Piero Fassino a un´assemblea di tutti i parlamentari dell´Ulivo. Assemblea però piuttosto scivolosa visto che la posizione di Verdi e Comunisti italiani è scontata: il loro no è a prova di bomba e i parlamentari non hanno alcuna voglia di accettare una decisione diversa, anche se presa dal grosso dei colleghi ulivisti. Prodi preferirebbe una scelta comune di tutto il centrosinistra, ma la soluzione più semplice, si fa per dire, è una riunione dei parlamentari della lista unica. Lì è il «banco di prova». «Abbiamo la possibilità di avere una discussione libera come non mai. Infatti il «partito» del no è trasversale, io stesso sono contro il rifinanziamento. È una posizione che può essere motivata e può vincere. Non voglio far digerire a nessuno una scelta preordinata. Ma l´importante è che chi è in minoranza si adegui alla volontà della maggioranza, altrimenti perché abbiamo fatto la lista?».
Il correntone ds però è sul piede di guerra. E non solo. I pacifisti della Margherita, dei quali fa parte lo stesso Franceschini, non riescono a fugare i sospetti sul criterio individuato da Prodi e dai segretari. Beppe Fioroni attraversa il Transatlantico con il documento firmato da 50 deputati della Margherita su 80, tutti contrari al rifinanziamento. «Io voto no comunque, non accetto decisioni diverse della maggioranza della lista», dice. Il coordinatore della minoranza diessina Fabio Mussi tormenta il sigaro e sorride: «Nemmeno Blair ha imposto la sua linea a maggioranza. Si è trovato contro un terzo del partito laburista e ha incassato le dimissioni di tre ministri sulla guerra senza fare una piega. Eppoi l´assemblea della lista unica è un organismo che non esiste. Conoscevo l´assemblea degli eletti dell´Ulivo ma è da un anno che viene convocata...». Gloria Buffo del correntone attacca: «Io sono stata eletta dall´Ulivo e non dalla lista unica. E quella di Bruxelles non è una bolla papale».
In queste fratture trasversali possono inserirsi Di Pietro e la sua lista, con Occhetto e i girotondi, può infilarsi Rifondazione comunista molto scontenta di come si sta impostando il rapporto con l´Ulivo. Dice Franco Giordano, capogruppo di Prc: «Ormai siamo noi a invocare l´unità del centrosinistra, noi a chiedere alla lista unitaria di non spaccare un fronte maggioritario per il "no". Si è rovesciata lo schema perché questa battaglia vogliamo farla all´interno di tutta l´opposizione». Il presidente dei deputati ds Luciano Violante confida nei tempi lunghi. Infatti il decreto, molto probabilmente unico, sarà votato in Senato il 20 febbraio e poi passare alla Camera. «Dobbiamo vedere gli sviluppi della situazione in Iraq, possono cambiare alcune cose. Io comunque penso che prima debba essere convocate un´assemblea dell´Ulivo e solo dopo quella della lista».
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L´INTERVISTA
Mastella replica anche a Rutelli: non cerco posti ma pari dignità
"Berlusconi non può candidarsi in Europa"
Fassino e Rutelli lavorano a un´assemblea di tutti i parlamentari dell´Ulivo
GIOVANNA CASADIO
ROMA - Onorevole Mastella, quanta fibrillazione già in tutti i partiti in vista delle europee di giugno...
«Stiamo andando alle europee come se fossero le politiche, eppure sono come la Coppa Italia rispetto al campionato. Stiamo anticipando e precorrendo i tempi, senza poi affrontare le questioni più serie».
Quali, ad esempio?
«In una democrazia seria, fatta da leadership serie, il premier ad esempio non è candidabile. Così come non candidabili devono essere i sindaci, i presidenti di Provincia e di Regione. La loro candidatura sarebbe una mancanza di rispetto nei confronti degli alleati; non può, chi è ai vertici di un´istituzione, in virtù di un rispetto e di un consenso di tutto il proprio schieramento, diventare partigiano. Berlusconi insomma non è candidabile».
Il premier sembra di tutt´altro avviso.
«Non si è mai visto nella storia della Dc che Moro o Andreotti, investiti del ruolo di presidente del Consiglio, pensassero a candidarsi. Per senso dello Stato. Vedo che Berlusconi, in questa eccitazione per il decennale di Forza Italia, non solo attacca gli avversari, ma dà schiaffi altrettanto vigorosi agli alleati. E tutto questo ha fatto scuola nel centrosinistra: Rutelli, "Berlusconi" in sedicesimo, fa altrettanto».
Lei, che con Mino Marinazzoli è leader di Alleanza Popolare-Udeur, nel centrosinistra ci sta male? Quanto è tentato di passare alla Cdl?
«In primo luogo, non ho capito finora se l´atteggiamento di Rutelli è fatto per "rompere le scatole" a Prodi o per avallare la lista unitaria. Seconda risposta: chi può pensare che, davanti al crepuscolo del centrodestra, sarei così imbecille da passare con chi sta per perdere? Dico piuttosto che nei confronti del mio partito c´è invidia».
Dal "listone-Prodi" lei resta fuori senza rimpianti?
«Per me è indifferente. Intanto credo che mettere o no il marchio Prodi sulla lista per le europee è un dato estetico, non di rilevanza politica. Il banco di prova politico sarà non dividersi sulla missione irachena. Noi siamo per l´astensione. Altro fatto rilevante è che Prodi imponga il rispetto per tutte le forze politiche del centrosinistra, non sia patrigno di alcuno. Con lui ho parlato a più riprese, non c´è bisogno di incontri quotidiani, quando l´amore c´è...».
Con Rutelli, che l´ha additata come leader di un partito in cerca di posti, è sempre polemica?
«Abbiamo deciso di vederci domani (oggi-ndr). Ma quanto sostengo è che c´è in questo momento una modestia politica che non determina la vittoria».
E comunque, torna o no alle riunioni con l´Ulivo?
«Voglio chiarire che non ho mai avanzato una questione di posti, ma di rispetto. Ho rivendicato il nostro peso soprattutto in quelle aree dove siamo una realtà politica vera, dove siamo un partito da primato. Alle europee ci presentiamo da soli perché penso che possa essere aritmeticamente appagante. Mi auguro che non ci sia nessuna riforme elettorale prima di giugno. Abolire le preferenze poi, come propone Fi, significherebbe ingessare ulteriormente la situazione».
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Ulivo, nuove divisioni su Iraq e ruolo di Prodi
Pdci e Verdi: Romano non guidi solo i riformisti Europee, candidati leader e sindaci di grandi città
dal Corriere - 29 gennaio 2004
ROMA - Nel suo nome si sono uniti, nel suo nome tornano a dividersi. Perché Romano Prodi è «patrimonio» di tutta la coalizione. Perché non è facile assumere «posizioni comuni» su questioni delicate come l’Iraq. E perché, rilanciato il progetto di una lista unitaria per le Europee, ora bisogna farla: scegliere cioè i 78 candidati in grado di rappresentare al meglio Ds, Margherita, Sdi e Repubblicani. E che sia, come piacerebbe a Prodi, un mix tra «le forze migliori dei partiti e le migliori energie della società». In Europa il leader vuole una squadra vera, non un plotone di «big» costretti a lasciare uno scranno vuoto o, in caso di incompatibilità, a dimettersi in blocco. Questa è la linea, eccezion fatta per i segretari di partito e qualche sindaco: Sergio Chiamparino, Paolo Costa, Leonardo Domenici, Rosa Russo Jervolino, Walter Veltroni. Arturo Parisi, co-ideatore del listone, ha deciso di non candidarsi e Francesco Rutelli potrebbe migrare al Nord perché il voto nel Centro non diventi una «battaglia del Campidoglio», il primo cittadino contro il suo predecessore. E perché, se Veltroni dovesse rinunciare, in cima alla lista c’è anche Enrico Gasbarra (Margherita), presidente di Provincia da un milione di voti.
Un’altra cosa il leader ha chiesto ai suoi, l’Ulivo deve parlare con una voce sola. Deve cominciare a «decidere a maggioranza» perché in Parlamento non si arrivi in ordine sparso. Come avverrà sulla missione italiana in Iraq, sempre che un vertice dei segretari non riesca a disinnescare la mina. Ma a Verdi, Pdci e minoranza Ds, contrari alla missione, l’idea di un «plenum» ulivista non piace affatto. La Margherita, spaccata dalle firme di 60 deputati contrari al rifinanziamento, è pronta a incontrare la Quercia sulla via dell’astensione proposta da Massimo D’Alema e benedetta da Prodi, ma prima Ulivo e lista unitaria devono riunire i parlamentari. Prima però i segretari del «triciclo» incontreranno i presidenti dei gruppi parlamentari.
E un’assemblea plenaria delle opposizioni chiedono i senatori di Samarcanda, «pacifisti» di Rifondazione, Pdci, Verdi, Ds e Margherita: bene il coordinamento, ma per votare «no» al decreto legge del governo che prolunga al 30 giugno la permanenza dei nostri soldati in Iraq. L’Udeur ha scelto l’astensione, mentre lo Sdi si metterà in linea con la maggioranza.
Nervosismo e polemiche anche sul nome di Prodi. Non correrà per Strasburgo, «rimango fedele ai miei impegni», ma sosterrà la sua lista come presidente del comitato promotore che conta già 7.000 adesioni. L’annuncio agita gli «orfani» del Professore. Il Pdci vuole che il suo nome compaia sulle liste di tutti i partiti dell’Ulivo. I Verdi ritengono «incomprensibile e sbagliato» confinare Prodi a leader della sola lista riformista. E i deputati del Correntone Ds lo accusano di aver fatto un passo indietro rispetto al progetto unitario, «se per fare la lista sfasciamo l’Ulivo perdiamo Europee e Politiche...».
Fassino, Rutelli e Boselli hanno anche un’altra preoccupazione: Antonio Di Pietro. Escluso dal vertice di Bruxelles, l’ex pm è tornato a far coppia con Achille Occhetto. Nel pomeriggio il fondatore del Pds riunirà il comitato per la Costituente del nuovo Ulivo. Ci sarà Di Pietro, ci saranno i girotondi e non è escluso che si torni a parlare di lista alternativa. Una «seconda lista, aperta e composita come auspicato da Paolo Flores d’Arcais» riflette Di Pietro, una lista a cui «Occhetto potrebbe dare il suo contributo». Quanto a Prodi, «presieda anche il nostro comitato elettorale».
Monica Guerzoni
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Ds Milano - Rassegna stampa
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«Basta opposizione omeopatica, ci vuole la terapia d’urto»
«All’estremismo del governo si replica in difensiva o con smottamenti moderati che lo favoriscono»
dal Corriere - 29 gennaio 2004
ROMA - Usa il «noi» e parla delle «opposizioni», al plurale. Fausto Bertinotti dice che c’è una «forte inadeguatezza ad affrontare il tornante politico estremamente impegnativo che potrebbe dare una grande opportunità all’alternativa di governo». Le accuse, si capisce, sono indirizzate al centrosinistra; però non c'è strappo. Piuttosto un appello a sterzare, a fare opposizione «abbandonando il metodo omeopatico per passare a una terapia d’urto»: «Ci sono tutti gli elementi per farlo - spiega il leader di Rifondazione comunista - Da una parte, il governo sta affrontando una grave crisi interna e di consenso; con i casi Parmalat e Finmatica è esplosa la crisi del capitalismo italiano; c’è una distribuzione iniqua del reddito, dannosa per il Paese, che penalizza il potere d’acquisto persino del ceto medio. I corpi intermedi, l’ultimo cronologicamente è la Corte dei conti, criticano il governo ogni giorno; così come fanno la scuola, la magistratura... E Berlusconi risponde con una grande operazione politica estremistica, spostando tutte le tensioni verso un permanente referendum su di sé. Dall’altra parte intanto la società civile si anima sempre più di mille movimenti. E in tutto questo, l’opposizione dov’è?» Latita?
«Sì. O replica in difensiva, oppure - ancora peggio - produce smottamenti moderati che favoriscono il governo: basta citare l’idea dei Ds di astenersi sulla proroga della missione in Iraq, invece che votare no; e l’uscita di Rutelli sulle pensioni».
La vostra proposta concretamente qual è?
«Proponiamo una svolta di qualità del programma e di mobilitazione. Le opposizioni stanno rischiando l’abbaglio, come se il governo Berlusconi fosse un capitolo chiuso e il problema fosse ereditare la guida del Paese. Così si rischia di farla vivere più a lungo, questa maggioranza».
Però su temi come lavoro, redditi, riforme istituzionali, state lavorando tutti insieme, Ulivo e Rifondazione.
«È vero, ma lo scarto è troppo grande rispetto al bisogno. Non basta denunciare la perdita del potere d’acquisto: è necessario mobilitarsi, come per la richiesta di aumenti generalizzati di salari e pensioni. Nelle opposizioni ci sono posizioni sbagliate, ma anche alcune giuste. Eppure, anche quelle sono poste con tono inefficace. Il centrosinistra non rifiuta nettamente il terreno scelto dal governo; anzi, presenta proposte su quella stessa lunghezza d’onda. Basta, lanciamo un’offensiva vera sui problemi reali».
Nessuna ricaduta sull’alleanza di governo?
«Questo è un altro discorso. Parlo di quello che si fa oggi».
Le amministrative sono quasi oggi, politicamente parlando.
«Cosa c’entra? Se critico l’Ulivo dovrei, per esempio, andare contro Cofferati a Bologna?»
Ieri Rifondazione ha avuto una lunga e travagliata riunione di Direzione.
«Sul centrosinistra, appunto, e sulla fondazione del nuovo Partito della sinistra europea».
Sul vostro ingresso nella nuova formazione lei ha ottenuto 21 sì e 17 no, più uno che polemicamente non ha voluto votare. Ha ricevuto contestazioni durissime anche da due componenti della maggioranza del suo partito.
«Dissensi rilevanti significano che la scelta è veramente innovativa».
L’hanno accusata di deficit di democrazia per aver aderito a quel partito senza prima aver consultato gli organismi dirigenti.
«La decisione definitiva spetterà al Comitato politico nazionale del 6 e 7 marzo».
Non ci sarà un referendum?
«No. C’è una maggioranza autosufficiente».
Daria Gorodisky
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Ds Milano - Rassegna stampa
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La carica dei "bond-people"
di Lanfranco Caminiti
La sequela di crac finanziari (Cirio, bond argentini, Parmalat), e la tempesta su Finmatica, che hanno colpito i risparmiatori italiani ha fatto uscire allo scoperto un vero e proprio 'ceto sociale'. Quando le prime stime parlano di circa 800 mila risparmiatori, e si può tranquillamente supporre che il numero di investitori coinvolti salga ancora, senza contare quelli che da questa serie di eventi sono rimasti immuni, si ha immediatamente la dimensione sociale del fenomeno.
A questa percezione non è estraneo il carattere 'pubblico' che i risparmiatori hanno dato fin da subito alle loro ansie rispetto i soldi investiti: assemblee cittadine, manifestazioni con cartelli, volantini, simboli di una protesta che è 'scesa in piazza'. Quanto di meno trasparente, quanto di più privato esiste nella teoria e nella pratica del mercato di denaro (il rapporto assolutamente fiduciario, personale tra l'operatore finanziario e il cittadino) - e si potrebbe dire 'per principio' è segreto - è diventato di dominio pubblico.
Le persone, intervistate, dichiarano esattamente l'ammontare del proprio investimento, entrano nei dettagli della propria vita: era una piccola eredità da far fruttare, avevo il desiderio di acquistare una casa, era la liquidazione con la pensione, volevo garantirmi un arrotondamento a un lavoro che rende poco. Una classica rappresentazione del valore speciale della merce-denaro: essendo l'equivalente generale non si esaurisce nella configurazione di un prodotto ma nella facoltà di acquistare un qualunque prodotto, quindi nella 'facoltà di vita' che da esso ci viene. In termini di quantità e in termini di qualità.
D'altronde, il dettaglio di vita vissuta diventa il presupposto, la prova provata, la stimmata esibita, della 'appartenenza' a questo movimento. Quanto più prima si era silenti, clandestini, vaghi, se non nel privato della propria famiglia (quando talvolta neanche lì), e il box en plein air del consigliere bancario era il deposito di speranze di vita e calcoli di rendimento, quasi come un confessionale appartato è il deposito di confessioni di vita e calcoli di indulgenze, tanto più si è adesso ciarlieri. Ce ne deriva uno spaccato straordinario sul 'ventre' di questo paese - o almeno di una sua consistente fetta.
Ma anche uno straordinario spaccato sui 'sentimenti' di questo paese - o almeno di una sua consistente fetta.
Le autobiografie finanziarie dei risparmiatori raccontano 'quello che passa per la testa' degli italiani più di qualunque inchiesta sociologica. Forse ci aggiungono un po' di 'colore' ma la ciccia resta tutta. Proprio perché è stato messo allo scoperto - e non ci si può sottrarre alla necessità dell'evidenza - quanto era recondito, quanto mai verrebbe detto, se non al proprio medico di fiducia, al prete, all'amante occasionale, quanto cioè sfugge al 'campionamento', al sondaggio.
Le teorie economiche degli anni novanta ci hanno conculcato l'idea che il capitalismo si andava trasformando verso l'azionariato sociale diffuso. Saremmo diventati tutti capitalisti, possessori di azioni di questa o quella società. In misura graduata, certo, ma dentro un principio comune, un 'idem sentire'. Al rendimento parassitario dei Buoni dello stato - e alla lunga inflattivo del valore stesso del nostro denaro -, bisognava sostituire l'investimento nel 'mercato', dove la crescita è progressiva e produttiva. Non solo i rendimenti sarebbero stati elevati, e assicurati da un processo generale, ma avremmo partecipato di quello 'spirito' che anima l'imprenditore capitalista e, in definiva, tutto il sistema.
C'era quindi un calcolo di interesse, sostituire a titoli che calavano paurosamente qualcosa che mantenesse l'elevato standard di rendimento - insomma, il parassitismo della propria accumulazione, che era stato così ben incentivato -, ma anche una 'opzione culturale', la fiducia nella indiscussa primazia del sistema capitalistico. Un passaggio teorico, una scelta di schieramento: dallo stato - garante, dalla culla alla tomba - al capitale - garante lo sportello bancario. Adesso ne avremmo fatto parte sul serio, in soldoni.
Questa doppia polarità - una avidità immediata ma anche la 'lunga marcia dentro il sistema' - caratterizzava poi i comportamenti speculativi. Come può capire chiunque abbia un po' di buon senso, i migliori investimenti sono quelli 'average', cioè in un bouquet di azioni che rappresentano solidissime società ma anche piccole società a rischio, però interessanti. Se si perde da una parte, mediamente, si guadagna da un'altra: i rendimenti sono limitati, a volte richiedono anche qualche anno, ma le perdite sono sicuramente contenute. Ma questo non garantisce di 'svoltare', e per vedere dei soldini in questo modo devi effettivamente non solo avere pazienza, che non regge quando tutt'intorno vedi una crescita spropositata di consumi a alto livello, che tutti capiscono non vengano dal 'lavoro', ma anche muoverti su investimenti significativi, e non tutti possono permetterselo.
L'idea del 'rischio' - una cosa assolutamente lontana dal capitalismo, e non solo quello italiano, in realtà vigente soprattutto nelle affabulazioni teoriche dei suo mentori - tradotto in 'forte rendimento' era quella che affascinava di più, anche se temperata da una certa apprensione 'ma è sicuro?'. Poi, però i primi rendimenti arrivavano - è questo il meccanismo delle piramidi finanziarie, come quelle albanesi, vero 'study case' della finanziarizzazione globale - e uno si chetava. Avidità speculativa e progettualità sistemica avevano trovato il loro punto di convergenza: siamo tutti capitalisti. E qui davvero l'inganno c'entra poco, e la menzogna del mercato e dei suoi addetti. Perché era assolutamente palese a entrambi i contraenti - l'investitore-risparmiatore e il suo operatore finanziario di consulenza - che senza 'trucco' non potevano esserci rendimenti alti: anche chi non mastica molto di teoria finanziaria per sapere esattamente cos'è un junk-bond (un titolo spazzatura) capisce che se promette - e dà per un certo tempo - un forte rendimento, da qualche parte il 'trucco' c'è.
È il lato 'selvaggio' del capitalismo, ma senza questa selvatichezza, senza questa spregiudicatezza non ci sarebbe sistema. E guadagno. Ammichiamo. Nessuno, ovviamente, si sognava di destinare a opere caritatevoli quel 'denaro sporco' che arrivava i primi semestri e anni, quel 'denaro che produceva denaro' come per miracolo, senza fare assolutamente nulla. Anzi, era denaro 'legittimo'. Probabilmente, c'era chi ne guadagnava molto più di me - è legittimo, ha 'rischiato' di più - e probabilmente c'era qualcuno che ne restava fregato. O era forse solo un 'giochetto' dell'equivalente generale, se compro fiorini ungheresi poi li cambio in valuta thailandese, mentre sta bassa, e poi ricompro yen giapponesi che ora stanno in crisi, poi li ricambio in dollari al momento opportuno e mi ritrovo con un mucchio di denaro semplicemente spostando di qua e di là. Siamo tutti Soros. Forse non paga nessuno.
Se c'ho un broker buon 'figlio di puttana' viaggiamo alla grande. E questo mi pare proprio un buon ' figlio di puttana'. Quale altra bestialità di ragionamento potrebbe convincermi a investire sull'Argentina - sull'Argentina - se non che fotto qualcuno? E se me lo garantisce una banca - che è, come gli studi legali, il luogo dove si concentrano i "figli di puttana "- sto proprio tranquillo.
Seguendo la naturale gerarchia, ci si appunta contro il governatore della Banca dItalia: lui, che è il capintesta dei banchieri, ovvero il capintesta dei "figli di puttana". Come poteva non sapere il più "figlio di puttana dei figli di puttana"? Si potrebbe dire che non è per l'inganno o la menzogna che i risparmiatori sono incazzati - oltre che, naturalmente, per aver perduto i propri soldi - ma perché quei "figli di puttana" non sono stati all'altezza del patto, del loro mestiere, fottere qualcuno, invece di restarci fottuti. Perché, allora, c'è stato qualcuno più furbo di loro. Non va in crisi, neanche adesso, quello spirito selvaggio: il sistema funziona. Solo che io ho preso la carrozza sbagliata.
Sarei curioso di conoscere i comportamenti elettorali dei nostri risparmiatori 'truffati', ma questo, è evidente, resterà molto sullo sfondo: anche quando tutto viene sviscerato, non può mostrarsi - nella sua forma segreta-pubblica, l'urna elettorale - il convincimento 'politico' del risparmiatore-investitore. Ora, questo ceto sociale si mostra tutt'intero solo nella sua veste 'economica' o 'produttiva'. Eppure, questi ottocentomila risparmiatori-investitori hanno svolto in questi anni un ruolo sostanzialmente 'politico', pubblico - molto più che economico - sulla società: di orientamento, di sostegno, di 'spirito'. Il convincimento immediato è invece chiaro: gli operatori finanziari si sono comportati come chi pratica l'usura - un comportamento 'illegale'. Adesso li denuncio e lo stato - le banche - devono sanzionare il comportamento illegale e risarcire i miei investimenti. Fine delle meraviglie del capitale e ritorno allo stato protettivo? Chissà. In un certo senso, la Banca di Roma che ha istituito un 'fondo speciale' proprio per questi eventi conferma il convincimento dei risparmiatori: laddove altre banche hanno scelto la via del 'colloquio privato', della verifica incrociata, del caso per caso, la scelta di Geronzi va invece 'all'ingrosso', siamo cioè di fronte a un fenomeno, l'usura o la perdita degli investimenti.
Ci vuole una 'legge speciale', come per le inondazioni, i cataclismi, i terremoti, il Piemonte alluvionato, l'Irpinia scatasciata, l'Umbria frantumata, non è che ci mettiamo ora a guardare il peluzzo: ricostruiamo. La scelta di Geronzi è tutt'intera 'politica'. E a meno che non ci faccia pagare tutti con un aumento delle spese delle operazioni correnti o un prelievo scalare sui propri depositi - cose che richiederebbero una immediata rivolta, ma già sono accadute nella tranquillità generale, il richiamo alle 'finanziarie' lascia presagire il peggio - potrebbe funzionare. Come chi la sa lunga, pensa che ci sarà pure qualche furbo, ma non è questo il punto.
A me questa sembra una cosa straordinaria. Perché è come se in una partita a Monòpoli all'improvviso un giocatore che ha perduto tutti i suoi soldini finti - è stato sfigato nel lanciare i dadi - chieda una nuova 'puglia' , una nuova posta. E da quel banco collettivo, da quell'entità oscura eppure che regola tutti i comportamenti dei giocatori, venga un assenso, sì, ridiamogli la posta. Che torni a giocare. Che sovverte tutte le regole, che sono semplici: hai una posta, giochi, rischi, ti compri i tuoi cazzi di via accademia o via giulio cesare, vendi, cambi, acquisti, se perdi vai fuori. È questo lo 'spirito selvaggio' del gioco. Circoscritto nel tempo e nelle forme. Poi, ognuno se ne va a casa, e abbiamo passato una serata, a volte simpatica a volte noiosa. E invece no, perché se questa 'occasione', del rinnovo della posta, si moltiplica, il gioco non finisce mai, e nello stesso tempo il gioco salta. Salta il 'valore' pattuito, in finzione e in funzione, della carta-moneta simbolica.
Eppure, è proprio questo che sta accadendo, o che fior fiori di giuristi, politici, amministratori delegati, banchieri stanno discutendo che accada. E che io mi auguro che accada: alla fine della fiera, i 'nostri' risparmiatori non si saranno scottati troppo. Ma si potrebbe moltiplicare il gioco: se siamo in ottocentomila potremmo azzerare i nostri debiti in rosso che continuano a produrre interessi per le banche: okay, ricominciamo da capo, questa partita l'avete vinta voi, datemi un'altra posta. Oppure, togliere le ottocentomila ipoteche su qualunque cosa siano state emesse: okay, azzeriamole, sto giro m'è andata proprio male, ricominciamo, quanto mi date per la casa? Ecco, se lo moltiplicassimo, se questi ottocentomila continueranno e amplificheranno la loro battaglia, se altri se ne aggiungeranno, se il 'valore-denaro' si mostrasse per quello che effettivamente è, un processo totalmente sganciato da qualunque valore-merce, una ipoteca terribile sul 'futuro' della nostra capacità di produrre e immaginare, un potere eccessivo sulle nostre vite, il 'simbolo potente' della nostra alienazione collettiva, forse torneremmo a 'giocare' col denaro. Con un altro 'spirito'.
Lanfranco Caminiti (www.lanfranco.org )
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"Alfa e Beta" e i silenzi della stampa
di Marco Agosta
Venerdi 23 gennaio alla Libreria “Archivi del 900” di Milano è stato presentato il libro "Alfa e Beta" di Simone Falanca. "Alfa e Beta" è la storia dell’ inchiesta aperta nel 1998 dalla procura di Caltanissetta a carico di Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri, accusati di “reato di concorso in strage per finalità terroristica e di eversione dell’ordine democratico”, in pratica di essere i “mandanti esterni” delle stragi di mafia di Capaci e via D’Amelio del 1992.
L’ inchiesta, è bene precisarlo prima di incorrere in querele, che di questi tempi paiono essere molto di moda, è stata archiviata nel 2002, anche se in circostanze poco chiare e con motivazioni discutibili. Ma qualcuno ne hai mai sentito parlare di quest’inchiesta? La risposta è retorica: pochissimi. A maggior ragione quindi un libro su un argomento così scottante dovrebbe suscitare ancor più curiosità, e invece alla presentazione era presenti non più di una dozzina di persone. Come mai così scarso interesse? Quella che sarebbe dovuta essere una serata dedicata alla mafia e alla misteriosa stagione delle bombe del 92-93, si è trasformata in un dibattito sulla censura.
Ospite illustre della serata è stato il giornalista, ex parlamentare , ora esponente di “Opposizione civile”, Elio Veltri, il quale ha introdotto il dibattito paragonando l’ attuale situazione a quella della Resistenza, neanche allora, secondo Veltri, si era ridotti a una situazione di clandestinità come quella odierna. Il fatto che non si sappia nulla di una simile inchiesta e che la presentazione di un libro come quello di Simone Falanca venga ignorata da tutti gli organi di stampa, rappresenterebbe un’ anomalia in uno stato democratico. L’ irrespirabile clima di censura è diventato il leitmotiv degli interventi, così Veltri ha raccontato la sua esperienza e quella di suoi collaboratori come Travaglio, tra querele, minacce e il rischio di dover sborsare cifre esorbitanti e quindi interrompere la propria attività di giornalista ,anche nel caso di perdere una sola delle cause in cui viene coinvolto quotidianamente chi al giorno d’ oggi esprime critiche a Berlusconi e Dell’ Utri.
Il dibattito sulla censura si è poi allargato ad altri esempi inquietanti come quello sull’ ultima intervista a Paolo Borsellino prima della sua morte, intervista che giunse nelle mani dei giornalisti di RAINEWS tramite la vedova Borsellino, i quali la proposero ai telegiornali di RAIUNO e RAIDUE: la risposta degli allora direttori Gad Lerner e Mimum fu “Non fa notizia”. Sotto pressioni e minacce di querele,l’intervista fu poi trasmessa solo a notte fonda sul satellite. Borsellino parlava di riciclaggio del denaro sporco di Cosa Nostra nel Nord Italia e citava espressamente Vittorio Mangano, e i suoi rapporti con Berlusconi e Dell’ Utri. Ancora una volta viene ribadita l’ anomalia italiana: un’ intervista di questa rilevanza, in qualsiasi Paese del mondo sarebbe uno scandalo, da noi sono in pochi a conoscerla. Non a caso fu fatta da due giornalisti francesi e oggi l’ abisso tra la censura interna e gli attacchi ormai sistematici della stampa straniera sembra essere sempre più grande.
Altro ospite della serata è stato Carlo Gubitosa, giornalista freelance, pioniere della controinformazione online e fra i fondatori dell’ associazione Peacelink. Ricordando la spaventosa concentrazione dei mass media italiani, tra il duopolio televisivo che egli ha polemicamente definito “SIPRA/PUBLITALIA” e il tripolio della stampa (RCS/Gruppo l’Espresso/Mondadori) è passato anch’ egli all’ elenco di alcuni esempi di censura, fra cui un episodio di cronaca che avrebbe sicuramente fatto scalpore, quanto meno a livello locale, ma che è stato invece incredibilmente ignorato da tutti i giornali, tranne “Il Giorno”. Il fatto risale allo scorso Ottobre quando alle 6 di una Domenica mattina, una donna di 34 anni è vittima di un incidente stradale. Le sue condizioni sono molto gravi. Nell’ altra vettura coinvolta siede un ragazzo di 23 anni che rifiuta il ricovero in ospedale. Nella sua macchina sono stati trovati della cocaina, una siringa e un cucchiaino. L’ auto viene ispezionata dai vigili urbani, la sostanza viene sequestrata, ma sorprendentemente il fascicolo non viene inviato in Procura per la convalida della perquisizione sul veicolo, giunge al magistrato di turno solo 4 giorni dopo l’incidente e in una versione a dir poco laconica: una ventina di righe che non indicano né la via dell’ incidente, né le modalità e neppure se la donna fosse a bordo di un’ auto o a piedi. Il ragazzo che era al volante si chiamava infatti Marco Dell’ Utri ed è il maggiore dei figli di Marcello Dell’ Utri.
Prendendo la parola per ultimo, l’ autore di Alfa e Beta, che non è un libro di fantapolitica, ma una fedele ricostruzione delle indagini, ha spiegato come la famosa versione ufficiale della trattativa fra Stato e mafia voluta da Riina sia assai poco credibile, molto più attendibile sarebbe invece l’ipotesi di una trattativa fra la mafia e esponenti dei servizi segreti deviati ed esponenti Fininvest. Le dichiarazioni dei vari pentiti illustri, da Cancemi a Brusca, parlano tutte di presunti contatti fra Cosa Nostra e Berlusconi e Dell’ Utri tramite l’ onnipresente Mangano durante la stagione calda del 92-93, alla vigilia della famosa “scesa in campo”. La debolezza di queste accuse è dovuta al fatto che quasi tutte le notizie rivelate sono “de relato”, cioè apprese da altri e hanno quindi una minor importanza a livello processuale. Secondo i pm di Caltanissetta che gestivano l’ indagine comunque le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia erano coerenti e convergenti su molti punti. In proposito l’ autore di Alfa e Beta Simone Falanca ha spiegato che Luca Tescaroli, uno dei 3 pm propendeva per il rinvio a giudizio di Berlusconi e Dell’ Utri , ma poi Giovanni Tinebra, ai tempi procuratore capo di Caltanissetta, smentì i suoi tre pm ed a sorpresa nella sua richiesta d’ archiviazione credette alla versione secondo cui Forza Italia sarebbe diventata operativa solo agli inizi del 94. Il caso vuole che Giovanni Tinebra pochi mesi dopo venga promosso dal governo Berlusconi a direttore del DAP (dipartimento dell’ amministrazione penitenziaria). Ma questa è un ‘altra storia.
Al termine della presentazione resta un quesito posto da Gubitosa e cioè se al giorno d’oggi tra bestseller esposti all’ autogrill in mezzo alla frutta e alla verdura, scrivere un libro per pochi sia motivo di vergogna oppure di vanto.
Marco Agosta per Nuovi Mondi Media
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ALFA E BETA di Simone Falanca
FRATELLI FRILLI EDITORI
Collana IN MOVIMENTO
230 pagine – 13 €
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Due poliziotti ammettono i pestaggi a Bolzaneto
A quasi tre anni dal G8 di Genova, cominciano a venir fuori le verità sui pestaggi e le torture subite dai manifestanti nella caserma di Bolzaneto. Il 21 gennaio è stato reso noto dal quotidiano genovese Il Secolo XIX, che un agente ed un sottufficiale della polizia penitenziaria avrebbero raccontato al Procuratore Francesco Lalla [che stava per archiviare l¹inchiesta], abusi e violenze generalizzate operate sui manifestanti arrestati. Le dichiarazioni tirano in ballo le alte sfere della polizia penitenziaria, come il generale Oronzo Doria [già coinvolto nell'inchiesta sulla scuola Diaz] e Alfonso Sabella, il magistrato che dirigeva la «spedizione» genovese del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria (Dap). L¹inchiesta quindi continua, nonostante le insinuazioni della destra di governo e del sindacato autonomo della polizia Sappe, che mirano a togliere fondamento alle dichiarazioni dei testimoni.
indymedia.org
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La Corte dei Conti attacca lo strapotere di Tremonti, «unico nelle democrazie occidentali»
di red
È un duro attacco al ministro Tremonti quello che si legge nelle osservazioni contenute nella relazione del procuratore generale della Corte dei Conti Vincenzo Apicella all’apertura dell’anno giudiziario. Un attacco che investe forma e contenuti dell’attività del ministro dell’Economia, criticandone lo strapotere e le scelte.
Tremonti, nota Apicella, si è attribuito una «discrezionalità che non ha riscontro nel panorama comparatistico delle democrazie dell'occidente». E lo ha fatto cercando di esautorare il Parlamento e la funzione di controllo da esso esercitato. Alla fine del 2002, si legge negli allegati alla relazione, il decreto legge “taglia-spese” «ha spostato l'asse decisionale dal parlamento al governo e alla Ragioneria, indebolendo la resistenza della decisione parlamentare del bilancio e delle leggi di spese e di entrata».
Quest’anno, poi, il duro colpo alla legge finanziaria, la cui procedura è stata stravolta: «La sessione di bilancio per il 2004 ha travolto la procedura parlamentare condivisa, seguita dall'inizio degli anni '90, affidando la manovra, fuori dalla disciplina della sessione di bilancio, a un decreto legge». Quanto ai contenuti il giudizio non è certo più tenero: «Si è proseguito sulla strada delle misure temporanee, dell'estensione delle voci escluse dai conti pubblici, della provvista mediante cartolarizzazioni e condoni».
Altro elemento di critica, è la mancanza di copertura finanziaria che condiziona l’iter delle riforme del fisco e dello Stato sociale: «Nel 2003 – afferma Apicella - l'approdo di per sé positivo, dell'iter parlamentare di grandi leggi di riforma del fisco e del welfare si è caratterizzato per formule di copertura nuove e inconsistenti, fondate su quantificazioni-manifesto degli oneri e sul mero rinvio alle successive sessioni di bilancio».
Un altro fallimento del governo è quello della lotta al lavoro nero. La Corte dei Conti sottolinea che il fenomeno del sommerso continua ad avere in Italia «dimensioni molto maggiori di quelle riscontrate negli altri paese dell'Ue e, più in generale, dell'Occidente. Secondo studi comparativi svolti in sede internazionale, la quota sul Pil dell'economia sommersa sarebbe in Italia del 26,2%, inferiore a quella della sola Grecia (28,3%)».
Infine, l’ultimo attacco alla finanza creativa di Tremonti è contenuto nel monito sulla necessità di «restaurare una generale cultura del controllo e della responsabilità». Apicella dice infatti di concordare con chi, ora più che mai, invoca «nuove procedure di controllo». E polemicamente aggiunge: «Questa parola ieri invisa sino ad essere rigettata, sembra essere stata finalmente rivalutata».
unita.it
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Via alla «Lista Prodi», in corsa i leader
Il Professore guiderà da Bruxelles il comitato promotore. La decisione presa con Fassino, Rutelli, Boselli e Sbarbati
DAL NOSTRO CORRISPONDENTE
dal Corriere - 28 gennaio 2004
BRUXELLES - Romano Prodi non si candida, ma sarà «il presidente del Comitato promotore della lista unica». È sera, Arturo Parisi scende nell’atrio di casa Prodi, a Bruxelles, e legge «le conclusioni concordate di sopra», con gli altri quattro «invitati». Ripete: «Sarà costituito un comitato promotore composto da esponenti dei partiti e rappresentanti della società civile, presieduto da Romano Prodi. I partiti promotori della lista, cioè Ds, Margherita, Sdi e Repubblicani europei, proporranno a tutte le forze dell’Ulivo di assumere posizioni comuni sui principali temi politici, a cominciare dalle questioni europee e internazionali. In ogni caso, i segretari dei partiti della lista proporranno ai rispettivi organi direttivi e parlamentari di adottare come regola l’assunzione di posizioni comuni». Parisi ripiega il foglietto. Nel frattempo passano gli altri «invitati». Piero Fassino, segretario dei Ds, annuncia: «Decolla la lista Prodi. E’ andata molto bene, abbiamo definito il percorso della lista unitaria». Esce Francesco Rutelli, leader della Margherita («tutto bene, parte la lista Prodi»). E poi Enrico Boselli, dello Sdi («Oggi è il giorno del battesimo della Lista Prodi») e la repubblicana europea Luciana Sbarbati. L’appuntamento per il lancio della lista e della campagna elettorale resta fissato per il 13 e 14 febbraio a Roma. Ci sarà Prodi, che interverrà, «significativamente» commenta Fassino, «e chiuderà i lavori».
Il centrosinistra riparte dunque dallo «schema di Bruxelles». «Il lavoro cominciato lo scorso luglio dà finalmente frutti definitivi - commenta lo stesso Prodi - sono molto contento, La conclusione dell’incontro è pienamente coerente con il percorso immaginato a luglio, quando ho proposto la nascita di una lista comune per l'Ulivo alle europee». «In questo percorso - ha aggiunto il presidente della Commissione - c'è una lista unitaria con chi ci vuole stare e c’è una larga convergenza con gli altri che preferiscono percorrere lo stesso cammino, ma in modo autonomo».
Intanto si metterà a punto la pattuglia dei cinque capilista. All’incontro di ieri non se n’è parlato. Ma lo schema su cui si ragiona è praticamente definito: Fassino nella circoscrizione Nord-Ovest; Giuliano Amato nel Nord-Est; Rutelli nel Centro; Massimo D’Alema nel Sud; Boselli (con Parisi) in Sicilia e Sardegna. Prodi, dunque, salvo sorprese, dell’ultima ora, completerà il mandato di presidente della Commissione fino a ottobre. Nello stesso tempo, però, si prepara a entrare ufficialmente e direttamente (non più via proposte scritte o interviste) nella campagna elettorale. La scelta, non c’è dubbio, rilancerà le polemiche, sia a Bruxelles che a Roma, sul doppio ruolo o doppio cappello (numero uno della Commissione, leader dell’«Ulivo-bis»). La risposta di Prodi, secondo le indiscrezioni, anche ieri è stata più o meno questa: non ci sono problemi di incompatibilità e poi diversi commissari mi hanno detto che si candideranno; Loyola de Palacio, per esempio, che è vicepresidente della Commissione, si metterà in lizza per le politiche spagnole a marzo, e correrà con i Popolari di Aznar nei Paesi Baschi.
Ma in questi giorni di rullaggio e di lancio della campagna elettorale, i dettagli sono importantissimi, forse fondamentali. Che cosa rispondere ad Antonio Di Pietro, per esempio? Ieri il leader dell’Italia dei valori, ha scritto una «lettera aperta» al «caro Prodi», lamentando di non essere stato invitato. «Ti prego, quindi - dice Di Pietro - di non cadere nell’errore e/o nella tentazione di considerare figli di serie A quelli di una lista, e figli di serie B quelli delle altre quattro liste. Altrimenti mi spieghi come faremmo a riconoscerti come stesso padre?»
In realtà Prodi ha già incontrato Di Pietro nelle scorse settimane e anche ieri ha spiegato ai «leader unitari» che il «ruolo di Tonino» è fondamentale. Del resto in diverse colloqui riservati Prodi si è espresso più o meno in questi termini: Di Pietro ha fiuto, «è un vero animale politico», ha colto i tre-quattro punti decisivi per il Paese; il primo, e ha ragione, è il problema del potere d’acquisto, degli stipendi. Prodi vuole «allargare il più possibile», tirare dentro anche gli altri. Nei prossimi giorni si verificherà se esistono le condizioni per inserire il suo nome accanto ai simboli delle quattro formazioni apparentate, cioè Verdi, Pdci, Italia dei Valori e Alleanza Popolare-Udeur di Mastella e Martinazzoli.
Giuseppe Sarcina
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Prodi presidente della Lista unitaria
di Sergio Sergi
La “Lista Unitaria” di Ds, Margherita, Sdi e Repubblicani europei è nata ufficialmente martedì sera a Bruxelles, a casa di Romano Prodi, all’ottavo piano di un edificio che s’affaccia sul grande parco del Cinquantenario.
da l'Unità - 28 gennaio 2004
Più esattamente, nel “living” del presidente della Commissione europea dove si sono ritrovati Piero Fassino, Francesco Rutelli, Arturo Parisi, Enrico Boselli e Luciana Sbarbati. L’annuncio è stato dato per primo da Parisi che è apparso nell’androne del palazzo, un normale condominio a due passi dalla sede della Commissione europea, con un foglietto battuto al computer in quindici righe.
Dopo tre ore e mezza di incontro - comprese quattro amabili chiacchiere cui hanno partecipato anche la moglie del presidente, la signora Flavia e il consigliere Ricardo Levi, e la visione del tg delle 20 – è arrivata la sostanza politica dell’evento. «La Lista Unitaria è decollata. È una buona giornata», ha detto Fassino. «La Lista Unitaria è partita», ha ripetuto Rutelli. È la lista che avrà un comitato che sarà presieduto da Prodi. E Prodi è apparso molto soddisfatto: «Il lavoro cominciato lo scorso luglio (con l’appello che inviò ai partiti del cento sinistra, ndr.) dà finalmente dei frutti definitivi». Per Prodi, quanto stabilito con Fassino, Rutelli, Boselli e Sbarbati «è pienamente coerente con il percorso di luglio quando ho proposto una lista comune per l’Ulivo alle europee». Prodi ha aggiunto che si fa una lista unitaria «con chi ci vuole stare» ma esiste anche «una larga convergenza con gli altri che preferiscono percorrere lo stesso cammino, ma in maniera autonoma».
È toccato all’on. Parisi leggere la dichiarazione. Punto 1: la lista unitaria sarà varata il 13-14 febbraio alla Convenzione nazionale già indetta e i cui lavori, è stato confermato, saranno conclusi da Prodi. Punto 2: sarà costituito un Comitato promotore e sarà composto da esponenti dei partiti e da rappresentanti della società civile. Il Comitato sarà presieduto da Prodi. Punto 3: i partiti che promuovono la lista unitaria proporranno a tutte le forze dell’Ulivo di assumere «posizioni comuni» sui principali temi politici, a cominciare dalle questioni europee e internazionali.
C’è l’impegno ulteriore: in «ogni caso», i segretari dei partiti che fanno parte della lista unitaria proporranno ai rispettivi organismi interni e alle strutture parlamentari di «adottare come regole l’assunzione di posizioni comuni». Sin qui il testo dell’intesa. Che, come ha detto Parisi, affronta tre «nodi fondamentali»: uno di carattere organizzativo in vista della manifestazione di metà febbraio con Prodi, l’altro di natura più strutturata e che riguarda la costituzione del comitato promotore e, infine, la decisione di tutti i partiti di presentarsi, come si dice, e per quanto possibile, con una voce sola sulle tematiche più importanti.
Dall’incontro di casa Prodi non sarebbe scaturita alcuna decisione sul nome che sarà dato alla lista unitaria. Si chiamerà “Lista Prodi”? Parisi non ha risolto l’interrogativo: Ha precisato: «Si tratta di una lista per l’Europa e le denominazioni ulteriori le affronteremo successivamente una volta costituiti gli organismi dirigenti». E quale sarà il ruolo o il coinvolgimento di Romano Prodi? Risposta: «Prodi è il presidente del Comitato promotore della lista, garante dello svolgimento dell’iniziativa e di altri sviluppi».
Ma sarà o no Prodi il capolista? Insomma, sarà candidato alle elezioni del 13 giugno? Parisi ha ulteriormente precisato: «Sono temi già affrontati pubblicamente e a cui Prodi ha già risposto ampiamente». In ogni caso si tratta di problemi di «sua stretta competenza». Il presidente della Commissione, ha fatto dire di recente ad un portavoce che la sua «intenzione» è di restare sino alla fine del mandato, che scade il 31 ottobre di quest’anno.
Il segretario dei Ds ha espresso la sua piena soddisfazione: «È decollata la Lista Prodi. È stato definito il percorso della lista unitaria che è stata decisa di promuovere raccogliendo l’appello di Romano Prodi. Una lista che sarà non solo rappresentativa dei partiti promotori ma anche di forze della società civile. Da oggi la lista Prodi parte».
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Ds Milano - Rassegna stampa
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Milano senza fondi
Massimo Bordignon
I giornali milanesi sono pieni d’angoscia per i "fondi di Milano", i famosi 192 milioni di euro promessi "personalmente" da Silvio Berlusconi al sindaco nonché collega di partito, Gabriele Albertini, già nel lontano 2001 (promessa reiterata a ogni visita milanese del presidente del Consiglio dei ministri) e di cui non si è mai trovata traccia nelle varie leggi finanziarie, leggi obbiettivo o quant’altro, susseguitisi da allora.
Si parla di "afasia" di Milano, si denuncia la lobby capitolina molto più capace di "mungere la vacca", ci si interroga su a che serva votare in massa per il centro-destra (oltre la città, anche la Regione e la Provincia di Milano sono saldamente in mano al Polo delle Libertà) se poi i soldi vanno a un Comune del centro-sinistra come quello di Roma, e così via.
Una logica distorta
La prima reazione a questi lamenti è di puro sgomento intellettuale.
Non per il merito della questione in sé, ma per gli argomenti che vengono usati. Leggendo i giornali e le interviste ai politici locali è evidente che il problema posto non è se davvero Milano sia penalizzata rispetto a Roma o a qualunque altra città in termini di trasferimenti statali.
Il problema è se le capacità di pressione della Madonnina sul Governo centrale siano sufficienti. Non si trova apparentemente nulla di strano nel fatto che i trasferimenti erariali ai governi locali seguano logiche politiche, e che appunto il presidente del Consiglio dei ministri prometta "personalmente" soldi al sindaco di una grande città, non per il riconoscimento di una qualche "prioritaria" esigenza nazionale rappresentata da quella città, ma in tanto e in quanto presidente del Consiglio e sindaco appartengono alla stessa forza politica. Si trova solo strano e preoccupante che questo processo di intermediazione politica non funzioni come dovrebbe.
Personalmente, vedo in questo un ulteriore e preoccupante segnale di imbarbarimento del paese.
Ciò che susciterebbe sdegnate interrogazioni parlamentari e feroci inchieste stampa in altre nazioni (vedi per esempio il dibattito sui sospetti stanziamenti per la Nasa, cioè Cape Canaveral, Florida, decisi da Bush nell'anno delle elezioni), da noi viene considerato del tutto normale. A nessuno sembra passare minimamente per la testa che, in una logica di corretti rapporti istituzionali tra diversi livelli di governo, i trasferimenti erariali ai governi locali dovrebbero seguire regole condivise e precise, basate su indicatori oggettivi di bisogno, e non su decisioni discrezionali della classe politica.
È ben vero che in passato, e soprattutto negli anni Settanta e Ottanta , i trasferimenti erariali ai governi locali sono stati soggetti a una grande discrezionalità politica. Ma è anche vero che abbiamo pagato un prezzo assai elevato per questo, in termini di efficienza e di equità.
A enti territoriali ricchi e prosperosi sono state assegnate ulteriori risorse di cui non necessitavano, negando ad altri l’essenziale. L’incapacità di imporre regole precise da parte del centro ha condotto a forme diffuse di irresponsabilità finanziaria negli enti locali; e abbiamo prodotto una classe politica locale molto più brava nel batter cassa a Roma che nell’amministrare i propri territori.
È solo negli anni Novanta che uno sforzo considerevole è stato fatto per ricondurre a razionalità tutto il sistema dei poteri locali e dei trasferimenti erariali. Sforzo che queste vicende (e altre ad esse collegate, come per esempio il triste destino del decreto 56/2000 che avrebbe dovuto gestire la redistribuzione alle Regioni della compartecipazione all’Iva e che rischia di essere sostituito da un sistema di pura contrattazione politica) rischiano di rimettere in discussione.
Ritorno al passato
Ma forse questo è ciò che esattamente si vuole. C’è nel paese una gran voglia di ritorno al passato, al mondo privo di regole degli anni Ottanta, che l’attuale maggioranza sembra rappresentare bene e di cui la rinnovata discrezionalità politica nei trasferimenti agli enti locali rappresenta solo un aspetto, nemmeno il più importante. Lo si ritrova nelle critiche all’euro, che in realtà riflettono in modo neppure troppo nascosto un rifiuto o un’incapacità da parte del mondo delle imprese a confrontarsi con la pressione competitiva indotta dalla moneta unica. Lo si vede nel ritorno in grande stile dei condoni, come negazione delle regole nel mondo fiscale. Si rinnova nei provvedimenti sulla giustizia fiscale e in particolare sulle regole di bilancio delle imprese. Se è così, è bene ricordarsi a cosa ci ha portato quel mondo e i sacrifici che il paese ha dovuto sopportare per allontanarsi dal baratro.
Un voto troppo sicuro
Ma i pianti milanesi suscitano anche una seconda considerazione, di pura analisi tecnico-politica.
La discrezionalità politica nei trasferimenti, una volta introdotta, conduce a risultati non ovvi, e certo non a quelli sperati da qualcuno dei commentatori milanesi.
Per esempio, a nessuno di questi è mai venuto in mente di ragionare sugli incentivi che i politici nazionali e in particolare il Polo della Libertà hanno nei confronti della città meneghina.
Per ragioni che sarebbe troppo lungo discutere qui, la città di Milano è saldamente nelle mani del centro-destra e lo sarà anche per il prevedibile futuro. Qualunque cosa facciano gli amministratori locali o il Governo, e chiunque sia il candidato, le prossime elezioni comunali a Milano, così come quelle politiche, saranno con grande probabilità vinte dal centro-destra.
Ma questo significa che dal punto di vista dell’attuale maggioranza trasferire risorse aggiuntive a Milano è del tutto improduttivo sul piano politico. Al di là delle promesse fatte, se ci sono risorse in più che possono essere distribuite gratuitamente, è molto meglio farlo laddove la competizione politica è aperta, e dove un po’ di soldi in più possono effettivamente fare la differenza nel risultato elettorale, soprattutto con sistemi elettorali maggioritari.
Questa per l’appunto è la situazione di Roma, dove dalla Regione, alla Provincia, al Comune, ai collegi elettorali delle elezioni nazionali, lo scontro elettorale tra i due poli è incerto.
E questa è appunto la ragione per cui i soldi arrivano a Roma, ma non a Milano.
Auguri ai milanesi.lavoce.info
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Banca romana e dintorni
Tutti si stanno chiedendo, oggi nelle redazioni, che cosa stia raccontando
Tanzi ai giudici. Siamo al secondo giorno di interrogatori fiume. E' molto
probabile che qualche alto papavero della finanza e della politica italiana
sia in queste ore un po' nervosetto...è comprensibile, data la dimensione
della voragine Parmalat, in cui è finito di tutto. E data la possibile
reazione a catena che potrebbe mettersi in moto, che Borrelli ha previsto
come "peggiore di quella che fu Mani Pulite".
I fatti, quelli accertati, ci dicono: Mediobanca, Berlusconi e soci sapevano
già in marzo 2003 che Parmalat era da tenere fuori, come un appestato.
L'azienda di Tanzi era nel mirino.....preda facile.
Poi in novembre sono partiti i missili e la corazzata Parmalat è saltata in
aria come una bomba termonucleare, peggio della Enron...
Ora siamo in campagna elettorale e il Cavaliere, in difficoltà per consenso
e coesione della sua coalizione, potrebbe giocare senza esclusione di colpi.
Attaccando il ventre molle dell'avversario....quel centro finanziario che ha
rinegoziato i debiti dei partiti del centrosinistra...e che viene definito
da La Malfa con un nome evocativo, Michele Sindona...
Si balla, dentro queste crisi politico-finanziarie tipiche di recessioni
prolungate, in cui i margini si assottigliano e gli animi sono sempre più
esacerbati....
Ma noi cerchiamo di ballare un ballo diverso, davvero democratico e nuovo.
Molliamo il passato inquinato. Cerchiamo di essere gli unici a parlare di
un futuro credibile e possibile...un futuro di democrazia e di sviluppo
aperto a tutti, in un'Italia seria.....
Facciamo le primarie online, facciamo qualsiasi cosa utile ma ripuliamo il
più possibile lo schieramento democratico italiano, e il più rapidamente
possibile....
Ciampi, Padoa-Schioppa, Prodi, Di Pietro, Veltri, Scalfaro, Dalla Chiesa,
Flores, Travaglio, il vecchio e caro Occhetto, i cittadini attivi dei
girotondi. Io mi fido di questi e scommetto su questi. Li conosco. Li ho
visti e seguiti con i miei occhi..... Degli altri non so....non li conosco
abbastanza....
Facciamo presto che sento un filo iniziale di puzza di bruciato anche in
casa.....
ciao
Beppe
_______________________________________________
Gargonza mailing list
Gargonza@perlulivo.it
http://www.perlulivo.it/mailman/listinfo/gargonza
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L'associazionismo all'Ulivo: così non va
di Ettore Colombo (redazione@vita.it)
I principali rappresentanti della società civile organizzata a Fiesole hanno discusso della “Lista che verrà”. "Non ci interessano le liste, ma i programmi" hanno ribadito
I principali rappresentanti della società civile organizzata (quella della “proposta”, come li valorizza nella sua relazione introduttiva il filosofo Massimo Cacciari, non quelli della sola e pura “protesta”) sono andati fino a Fiesole, in Toscana per discutere con la Margherita la “Lista che verrà”, ma non hanno affatto mandato giù il metodo con il quale i leader dell'Ulivo, da Fassino a Rutelli e Boselli, hanno gestito la loro convocazione nell'incontro organizzato la settimana prima a Roma dai partiti della costituenda “lista unitaria”. I leaders del triciclo, infatti, dopo aver incontrato i girotondi e i movimenti hanno voluto vedere anche loro, rappresentanti del Terzo settore e dell'associazionismo. Ma “telefonandoci all'ultimo minuto e costringendoci a cambiare l'agenda dalla sera alla mattina”, protestano Acli, ong e Legambiente. “Non ci stiamo – dicono a Fiesole e ribadiscono ai giornalisti - ad essere usati solo per ‘uscire' sulla stampa e far vedere a tutti quanto è aperto il ‘nuovo Ulivo'…”.
E se Edoardo Patriarca, portavoce del Forum del Terzo settore, critica “un governo che all'interno della società civile vede e convoca solo ‘gli amici' mentre il punto è sostenerla nel suo complesso”, chiede anche alla società civile faccia fronte e sappia parlare “la vera buona politica”. Ma – racconta - i congressi di partito che ho visto e frequentato, compresi quelli della Margherita, c'entrano ben poco con un'idea alta di politica e con le ‘buone pratiche' tipiche della società civile”.
Sergio Marelli, direttore di Focsiv, che raggruppa le ong cattoliche e presidente delle ong italiane, ci va giù ancora più duro: “Se il metodo dell'Ulivo è quello del governo, cioè l'idea di interloquire solo con ‘gli amici', non ci siamo proprio. O meglio, si può anche fare, ma che senso ha? Noi qui rappresentiamo associazioni grandi e complesse che dialogano con tutti, governo e opposizione, per scelta di fondo e sulle questioni concrete. Ci piace, ad esempio, Alemanno sugli Ogm. E allora? E poi – continua Marelli – Rutelli, Fassino e Boselli ci hanno convocato dalla sera alla mattina. Non può davvero essere questo il metodo vincente per ‘interloquire' con la società civile organizzata”.
Luigi Bobba, presidente nazionale delle Acli fa sapere che non intende nemmeno metterci piede, al prossimo incontro tra Ulivo e movimenti: “La convocazione a mezzo stampa e all'ultima ora non funziona ma il problema è di fondo: associazioni come le nostre non sono interessate a entrare nella costruzione della lista, come fanno legittimamente altre associazioni che operano in campo politico. A noi interessa il confronto programmatico tra il nostro mondo, una lista come quella di Prodi che sta per nascere e tutto l'Ulivo per mettere a fuoco temi e questioni cruciali per il futuro del Paese, ma non entreremo mai nella costruzione della nuova lista e tantomeno delle sue future candidature”.
Conclude la rassegna dei malumori presenti in sala a Fiesole, Maurizio Gubbiotti di Legambiente: “Purtroppo questi incidenti sono l'esemplificazione dell'idea che i partiti hanno del rapporto con le associazioni e i cittadini, anche all'interno del centrosinistra. Si ritengono portatori di realtà forti, maggiori o comunque prevalenti su quelle della società civile, ma sbagliano: dovrebbero invece finalmente mettersi in discussione e dotarsi di luoghi adatti non con convocazioni estemporanee e intempestive. Altrimenti, il sospetto di essere usati solo per fare da ‘foglia di fico' è reale”.
Dal palco, sarà proprio Ermete Realacci – e, nelle conclusioni finali, in parte, lo stesso Rutelli – a fare ammenda: “Mai più avnati con questi metodi”, dice. “Il nostro fine non deve essere candidare i rappresentanti di questi mondi alle elezioni, pensando a questa come a una panacea per la scarsa rappresentatività della società politica, ma dialogare con loro e convincerli dei nostri programmi come banco di prova di un rapporto dove alla società serve la politica, altrimenti si rattrappisce, ma alla politica serve la società e in particolare quella organizzata a non cadere nelll'autoreferenzialità. Anche lo statuto della Margherita – conclude – va cambiato: non ha senso dire che al partito possono aderire le associazioni in quanto tali. Esse sono e devono restare indipendenti. Dobbiamo invece invogliare all'adesione e alla partecipazione i loro singoli rappresentanti ed esponenti. Altrimenti non si fa vera innovazione politica, come ci proponiamo di fare, ma solo collateralismo”.
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WATCH-USA 2004-EXIT POLL PRIMARIE NEW HAMPSHIRE: "VINCE KERRY, DEAN SECONDO. SCONFITTO CLARK" (FLASH /01/ continua..)
WASHINGTON - Il senatore del Massachusetts John Kerry ha allargato il suo vantaggio sull'ex governatore Howard Dean nelle preferenze degli elettori democratici del New Hampshire, secondo un sondaggio diffuso mentre le operazioni di voto delle primarie sono in corso. Dean è solidamente secondo, almeno stando al sondaggio dell'istituto di rilevamento Zogby, mentre c'è bagarre a tre per il terzo posto.
I dati di Zogby danno Kerry al 37%, mentre Dean è al 24% .
Dietro di loro, il senatore John Edwards è al 12%, l'ex generale Wesley Clark è al 9% , il senatore Joe Lieberman al 9% . Queste posizioni sono statisticamente equivalenti, perchè il margine d'errore del sondaggio è del 4%. Restano marginali i consensi per il deputato Dennis Kucinich e il reverendo nero Al Sharpton.
RISULTATI:
Kerry 37%
Dean 24%
Clark 9%
Edwards 12%
Lieberman 9%
Kucinich 3%
Sharpton 0.1%
(di redazione)
postato da R.DiNunzio | 19:20 | commenti
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WATCH-USA 2004-PRIMARIE NEW HAMPSHIRE (BREVE /01/ fine)
"JOHN KERRY, AD URNE APERTE, IN TESTA NEGLI EXIT POLL"
"Aperte le urne nel New Hampshire, spalla a spalla lo scontro con gli altri rivali democratici"
Riuscirà l'eroe della guerra del Vietnam ad avere la meglio della tormenta di neve che sta per abbattersi sul nordest degli Usa? La bufera sarà all'apice d'intensità sul New Hampshire proprio ora ad urne aperte. Ma la gente dello Stato di Granito sa come domare la neve. E i leader democratici locali scommettono su affluenze record: la gara è incerta e la sensazione che il partito possa riconquistare la Casa Bianca il 2 novembre sta lievitando.
Per John Kerry, il senatore del Massachusetts che spera di barattare con voti i consensi dei sondaggi, la tormenta è un nemico condiviso con i suoi sei rivali democratici. Ma Kerry si batte da solo contro Bush e contro gli altri in lizza, primo fra tutti l'ex governatore del Vermont Howard Dean, che - almeno in alcuni rilevamenti- sembra avere superato la crisi di credibilità innescata dai deludenti risultati delle assemblee di partito nello Iowa, lunedì 19 gennaio. Tanti nemici, per Kerry; ma anche tanti alleati che contano. Nel New Hampshire, con il senatore del Massachusetts si schiera il clan dei Kennedy al gran completo: Massachusetts - Kerry ci scherza su, domenica - «è un nome indiano che significa "la terra dei molti Kennedy"».
Lo scontro con Bush è a di-stanza. Kerry attacca il presidente sulla gestione del conflitto all'Iraq e sulle politiche interne (occupazione, previdenza, soprattutto assistenza sanitaria). E Bush replica: segno che avverte la pressione, mentre i suoi indici di popolarità calano su livelli di guardia intorno al 50%. L'assicurazione medica, che 43 milioni di americani, uno ogni sette, non hanno, sta divenendo un nodo della campagna: il presidente vola nell'Arkansas, per vendere la sua ricetta che prevede di proteggere medici e ospedali dalle denunce di pazienti per errori di diagnosi o di terapia. Così, sostiene, il costo dell'assistenza diminuirà.
Ma Kerry e tutta l'opposizione democratica replicano che Bush aiuta più le assicurazioni che i pazienti. E puntano il dito contro il deficit pubblico degli Stati Uniti: nel 2004, dicono studi pubblicati ieri, toccherà la cifra record di 477 miliardi di dollari. Ma potrebbe sfondare quota 500, se l'Amministrazione chiedesse più soldi per la guerra e tagliasse ulteriormente le tasse. (di redazione)
reporterassociati.org
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NELL’ITALIA DEL 2004 IL CAVALIERE RIPROPONE STILI E CONTENUTI DEL ’94
IL MONDO STA CAMBIANDO. BERLUSCONI INVECE NO
da Famiglia Cristiana di Beppe Del Colle
Mentre il capitalismo e il libero mercato mostrano i loro limiti, il leader di Forza Italia insiste a considerarli l’unica ricetta per il futuro del Paese. Il che, in termini elettorali, potrebbe non pagare più.Il giudizio quasi unanime sul discorso di Silvio Berlusconi per il decennale di Forza Italia è stato questo: il Cavaliere è ineguagliabile nel proporre sé stesso sempre nei medesimi termini, finora vincenti; lo ha dimostrato come imprenditore, continua a confermarlo come leader politico.
È dunque comprensibile che anche nella manifestazione dell’Eur, sabato 24 gennaio, abbia ancora una volta usato la propria eloquenza e il proprio appeal mediatico ripetendo esattamente le cose che ha detto in tante occasioni da quando è sceso in politica, in polemica con gli avversari di sempre: "la sinistra", i magistrati del pool Mani pulite di Milano, il "teatrino" della politica. È probabile che nessun capo di Governo di un Paese democratico, a metà di una legislatura, momento propizio per proporre un bilancio di quello che si è fatto e prendere impegni per quello che si intende fare, si comporterebbe come lui, che ritorna ossessivamente agli argomenti che lo hanno premiato dieci anni fa: strapazza i "comunisti", passati, presenti e futuri; dipinge i magistrati che lo stanno giudicando come «figure da ricordare con orrore», peggio del fascismo; tratta gli alleati come fastidiosi creatori di problemi per un’alleanza che comunque si fonda su una sola realtà, lui e il suo partito, che sono a loro volta un’unica cosa.Inutile anche domandarsi se, così facendo, Berlusconi non finisca per mettere in ombra cose che il suo Governo ha fatto, come la riforma del diritto del lavoro, che era e resta necessaria per ridare competitività al nostro sistema produttivo, o la strategia proposta per le "grandi opere" di cui l’Italia ha bisogno; e per aggiungere alla schiera dei suoi avversari – del resto più che mai divisi fra loro, e dunque facili bersagli dei suoi attacchi – anche qualcuno dei suoi sempre più confusi alleati. Tranne uno, l’intemperante Bossi, che si diverte addirittura ad attenuare i toni apocalittici del Cavaliere contro i giudici. Berlusconi, descritto spesso come "l’antipolitico", non può che comportarsi come tale. Tutto ciò che concede all’antica tradizione partitica, fondata sulle ideologie, è l’affermazione: «Noi siamo cattolici, liberali, socialisti, popolari»: con il che tutti gli elettori di Forza Italia, di qualunque provenienza, dovrebbero dirsi soddisfatti. Ma chiunque cerchi di interpretare il berlusconismo rischia di suscitare delicati casi di coscienza, intellettuali o etici. Quando si sostiene, come ha fatto Angelo Panebianco sul Corriere della Sera, che Berlusconi si impose nel 1994 perché per la prima volta propose la legittimazione del capitalismo a un Paese che, anche per colpa dei cattolici «diffidenti verso l’impresa privata», aveva sempre trattato quel sistema da «sorvegliato speciale», si dice cosa magari storicamente plausibile. Ma, in un Paese che non è cambiato, si riapre una discussione imbarazzante per tutti, a destra come a sinistra, proprio sul capitalismo, grazie allo spettacolo che il "libero mercato" globalizzato e selvaggio offre di sé al mondo, dall’America alla Francia e all’Italia dei casi Cirio, Parmalat e Finmatica. Farsene paladini oggi potrebbe essere meno elettoralmente pagante che nel 1994. C’è poi don Gianni Baget Bozzo, che attribuisce direttamente allo Spirito Santo l’ispirazione di Berlusconi a scendere in politica. Don Gianni è un sacerdote, non ha bisogno che qualcuno gli spieghi a chi dovrà un giorno rendere conto delle sue parole, opere e omissioni. Ma se, come suggerisce un suo amico su La Stampa, afferma quella cosa "celiando", vale anche per lui il detto: «Scherza coi fanti, lascia stare i santi».
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“MoveOn.org”, fare surf con la politica
di MARILISA PALUMBO
Forse Bill e Monica non lo sanno, ma tra le molteplici conseguenze della loro “relazione impropria”, c’è la nascita di uno dei più importanti attori politici delle presidenziali di quest’anno. Perché MoveOn, il gruppo online che per primo ha incoronato Howard Dean protagonista della corsa alle primarie, è nato nel settembre 1998 proprio in risposta al tormentone del Monica-gate. Interpretando l’who cares?, (a chi importa?), ossia lo stato d’animo di molti americani di fronte al continuo parlare dello scandalo sessuale che aveva travolto la Casa bianca, Wes Boyd e Joan Blades, due imprenditori della Silicon Valley, lanciarono una campagna anti-impeachment via internet che si rilevò un successo enorme e inaspettato. L’e-mail che chiedeva al Congresso to censure and move on (censurare Clinton e andare avanti a occuparsi di temi di interesse nazionale, di qui il nome del sito), raggiunse in poco tempo 450 mila persone che a loro volta girarono l’invito a Washington. Incoraggiati dalla risposta di pubblico, Boyd e Blades capirono che la loro iniziativa, e lo strumento scelto per portarla avanti, aveva un futuro a prescindere dall’occasione per cui era nata.
Politica e finanziamenti dal basso
Oggi MoveOn ha oltre due milioni di iscritti e con solo quattro dipendenti pagati, oltre ai due fondatori e a migliaia di volontari, è in grado di entrare nell’agenda politica del paese con una velocità e una capacità di colpire il bersaglio davvero sorprendenti. Le sue flash campaigns, organizzate tempestando di e-mail, telefonate e fax gli obiettivi di volta in volta scelti, sono diventate una chimera a Washington e dintorni. Nel febbraio scorso, alla vigilia dell’attacco all’Iraq, MoveOn è stato uno dei principali promotori della “marcia virtuale” contro la guerra organizzata dalla coalizione Win without war, che ha sommerso gli uffici del congresso e della Casa bianca di fax e telefonate –oltre un milione a detta degli organizzatori – che chiedevano di dare più tempo agli ispettori e di battere Saddam con le armi della diplomazia.
L’opposizione alla guerra e, più in generale, all’amministrazione Bush sono state una linfa vitale per il gruppo che nell’anno delle presidenziali sta attirando un’attenzione forse mai vista nei confronti di un movimento d’opinione basato sul web. È infatti facendo leva sulle frustrazioni politiche della classe media e dei baby boomers e affidandosi alle meraviglie di internet che MoveOn è entrata di prepotenza tra gli attori politici in campo. «Si tratta di prendere le passioni che le persone hanno e renderle incisive», per dirla con le parole di Joan Blades, e infatti il modo di procedere di MoveOn garantisce la partecipazione dal basso: ogni membro può proporre priorità e strategie alle quali altri possono rispondere e le idee più “gettonate” diventano oggetto delle flash campaigns di cui sopra. Tra i temi più affrontati, l’energia, l’ambiente, la politica internazionale e fiscale.
Per intendere l’importanza di questo gruppo d’opinione, basta ricordare che è principalmente loro il merito di aver lanciato Howard Dean come favorito per la sfida finale a Bush, con le cosidette “primarie online” svoltesi nel giugno scorso.
Nel sondaggio, che molti hanno definito un cambiamento repentino nel modo di fare politica sul web, il governatore del Vermont è arrivato primo con il 44 per cento dei voti. Non si è guadagnato l’appoggio ufficiale del gruppo, per cui era richiesto il 50 per cento delle preferenze, ma è stato chiaro chi sostenevano, almeno in quel momento, gli elettori nauseati dal presidente e dai democratici ancora restii a reagire per timore di essere considerati antipatriottici.
Ma MoveOn ha sorpreso tutti anche con la straordinaria capacità di reperire fondi per le proprie campagne. Un metodo, quello della raccolta via internet, che è stato poi ampiamente usato da Dean per finanziare la sua campagna elettorale “dal basso”. A novembre, il gruppo ha raccolto, tramite piccole donazioni online, 175 mila dollari per una martellante campagna pubblicitaria mirata a colpire Bush rinfacciandogli i due milioni di posti di lavoro volatilizzati durante tre anni di presidenza. Per la campagna “difendere la democrazia”, organizzata ad agosto in Texas, il sito ha raccolto in due giorni 790 mila dollari. Una cifra straordinaria, anche se irrisoria se paragonata alle spese elettorali bushiane. E comunque potenti aiuti non mancano, il miliardario filantropo George Soros e il suo partner in affari Peter Lewis hanno donato al gruppo ben 5 milioni di dollari.
Negli ultimi mesi MoveOn è stata impegnata nel lancio del concorso Bush in 30 seconds, per scegliere uno spot che «aiutasse la gente a scoprire la verità su Bush». Perché, ha accusato Boyd, i democratici mancano spesso di creatività: «La maggior parte delle campagne sono realizzate dallo stesso gruppo di una dozzina di professionisti. Vanno di campagna in campagna, e sanno che potrebbero perdere solo facendo qualcosa che sembri stupido, così non provano mai niente di nuovo».
A provare qualcosa di nuovo sono stati invece i 1500 simpatizzanti di MoveOn che si sono cimentati nella gara.
Charlie Fischer, il vincitore, è stato premiato in una serata di gala cui hanno partecipato anche molte star della musica e del cinema, dal regista Michael Moore al cantante Moby. Lo spot, in cui si vedono alcuni bambini impegnati in lavori da adulto per ripagare l’enorme deficit americano, è stato trasmesso in tutti gli Stati Uniti nella settimana in cui Bush ha fatto il suo discorso sullo Stato dell’Unione.
E ora MoveOn annuncia un’azione legale contro la Cbs, che si è rifiutata di trasmettere lo spot il 30 gennaio prossimo in occasione del SuperBowl, evento nazional-popolare che incolla allo schermo almento trenta milioni di americani. La Cbs contrattacca dicendo che è sua politica rifiutare di trasmettere spot di parte e accusando il gruppo di aver alzato un polverone solo per farsi pubblicità.
Un esperimento elitario?
A ben guardare, è proprio così che funziona MoveOn. Per quanto sorprendente sia la sua capacità di raccogliere fondi e suscitare l’interesse dei web surfers, è facendo parlare di sé che può sperare di influenzare un pubblico più ampio.
E infatti molto del suo successo è dovuto all’ottimo lavoro del team cui ha affidato i rapporti con la stampa. La Fenton communication è una grandissima agenzia di pubbliche relazioni e il direttore delle campagne di MoveOn un talentuoso ventiduenne, Eli Pariser, che spiega così il suo lavoro: «La nostra strategia è sempre stata quella di prendere temi che pensiamo dovrebbero essere più trattati, innalzare il loro profilo e crearvi attorno una storia che sia abbastanza interessante da coprire per i media». Niente è lasciato al caso e lo spontaneismo dei partecipanti è ben bilanciato da una attenta cura dell’aspetto mediatico di ogni operazione. Ron Faucheaux, giornalista del Campaign & Elections magazine, commenta così la strategia del gruppo: «Hanno messo insieme quello che probabilmente sarà un modello per gli advocacy group del futuro, per la sinistra, per la destra e per il centro. È la combinazione di Internet, televisione, giornali e della base. Non si tratta di un sito web che sta lì da solo».
Un esperimento interessante, che però non sembra ancora in grado di determinare una variazione degli umori dell’elettorato, almeno non a livello nazionale. Come ha scritto New Republic in un profilo del consulente elettorale di Dean, Joe Trippi, «a differenza che nelle primarie, dove l’obiettivo è vincere uno o due milioni di voti di parte, vincere le elezioni generali richiede qualcosa come 50 milioni di voti – provenienti principalmente dal vasto elettorato di centro. Prendi la più fortunata operazione internet della storia, innalzala alla potenza, e ancora non sarai vicino al numero di voti che ti servono». E infatti uno dei rischi di operazioni come quella di MoveOn, nonché l’accusa che gli rivolgono i repubblicani, è di essere elitari. Blades non ci sta e rilancia: «Noi stessi ci descriviamo come progressisti, ma siamo molto tradizionali. Il nostro non è un messaggio radicale, si tratta solo di coinvolgere la gente nella politica». Una vecchia storia, che con internet potrebbe rappresentare una svolta in un paese in cui poco più d’un terzo degli elettori sceglie di esprimere la propria preferenza alle urne. europaquotidiano.it
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ORA BASTA RICOMINCIAMO DA TRE
“Ora Basta” è un progetto bellissimo. L’idea di combattere la censura televisiva facendo una manifestazione di protesta in televisione è ottima ed importante. Può essere un “cavallo di Troia” che irrompe nel sistema mediatico con forza dirompente.
di Riccardo Toniolo
Ma non neghiamolo: è andato in calando, ed è diventata addirittura noiosa. Ho visto la diretta da Napoli, come la precedente da Milano, in un circolino Arci della mia città. Non eravamo in tanti, e stavolta alla fine eravamo rimasti solo noi organizzatori della serata. Erano andati via tutti. Non per ragioni politiche (anzi), solo perché annoiati. Ed anche noi….abbiamo finito per scollegarci poco prima di mezzanotte, col programma ancora in corso. Mi sono chiesto il perché.
Secondo me dipende dal fatto che è una manifestazione ripresa dalla TV, ma non è pensata per la televisione. Ed alla lunga, stando davanti al video, questo annoia. Eppure può funzionare: “Non censureRai” è stato molto bello e divertente. Certo, quella domencia eravamo ancora più arrabbiati, ma anche la trasmissione in se stessa era più bella. Aveva più ritmo, penso ad esempio ai brevissimi interventi dell’Annunziata/Guzzanti.
Credo sia opportuno decidere se “Ora Basta” dovrà essere principalmente un incontro di protesta in una città, oppure una trasmissione televisiva alternativa. Propendo per la seconda ipotesi. E’ in quello che consiste la geniale novità di “ora basta”.
E proporrei, in questo senso, dei cambiamenti: Tanto per iniziare non serve che duri oltre 3 ore. Sono semplicemente troppe. E poi perché iniziare alle 20.30? Non è in concorrenza “Auditel” con i canali Rai e Mediaset. La gente esce di casa per andare a vedere la trasmissione. Può iniziare più tardi. Anzi, diventa più comoda da raggiungere per chi la guarda dalle altre città. (Da noi, i più, sono arrivati verso le 21.00…).
Una trasmissione Tv ricca di contenuti, che invita a riflettere; è capace di stimolare la nascita di discussioni anche nei vari posti in cui viene trasmessa, ma a mezzanotte è tardi per farle. Se “ora basta” andasse in onda dalle 21.00 alle 23.00, secondo me sarebbe seguita da tante discussioni a livello locale quanti sono i luoghi di proiezione. Questo sarebbe davvero bello. Darebbe senso alla partecipazione delle persone dai numerosi posti collegati. Magari stimolerebbe anche a parlare di cosa succede nelle TV locali…..e temo che anche lì se ne scoprirebbero delle belle. Insomma, mi auguro che la prossima volta (da Firenze) “ora basta” sia più breve (2 ore), abbia una cadenza più televisiva, grazie anche a supporti video già pronti e ad una scaletta più severa nei tempi. Da spettatore, poi, mi auguro che i Guzzanti tornino ad avere largo spazio nella trasmissione, magari affiancati da Enrico Deaglio e Massimo Fini.
E poi, ammettiamolo, serve anche rinnovarsi. Un esempio? Lo schetch, pur bellissimo, di Rosalia Porcaro era praticamente lo stesso della volta precedente. Abbiamo di fronte il colosso “Raiset”, ed abbiamo la possibilità di batterlo, ma serve uno sforzo ulteriore. Possiamo fare di più. Ci spero proprio.
megachip.info
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Prodi presidente della Lista unitaria
di Sergio Sergi
La “Lista Unitaria” di Ds, Margherita, Sdi e Repubblicani europei è nata ufficialmente martedì sera a Bruxelles, a casa di Romano Prodi, all’ottavo piano di un edificio che s’affaccia sul grande parco del Cinquantenario.
Più esattamente, nel “living” del presidente della Commissione europea dove si sono ritrovati Piero Fassino, Francesco Rutelli, Arturo Parisi, Enrico Boselli e Luciana Sbarbati. L’annuncio è stato dato per primo da Parisi che è apparso nell’androne del palazzo, un normale condominio a due passi dalla sede della Commissione europea, con un foglietto battuto al computer in quindici righe.
Dopo tre ore e mezza di incontro - comprese quattro amabili chiacchiere cui hanno partecipato anche la moglie del presidente, la signora Flavia e il consigliere Ricardo Levi, e la visione del tg delle 20 – è arrivata la sostanza politica dell’evento. «La Lista Unitaria è decollata. È una buona giornata», ha detto Fassino. «La Lista Unitaria è partita», ha ripetuto Rutelli. È la lista che avrà un comitato che sarà presieduto da Prodi. E Prodi è apparso molto soddisfatto: «Il lavoro cominciato lo scorso luglio (con l’appello che inviò ai partiti del cento sinistra, ndr.) dà finalmente dei frutti definitivi». Per Prodi, quanto stabilito con Fassino, Rutelli, Boselli e Sbarbati «è pienamente coerente con il percorso di luglio quando ho proposto una lista comune per l’Ulivo alle europee». Prodi ha aggiunto che si fa una lista unitaria «con chi ci vuole stare» ma esiste anche «una larga convergenza con gli altri che preferiscono percorrere lo stesso cammino, ma in maniera autonoma».
È toccato all’on. Parisi leggere la dichiarazione. Punto 1: la lista unitaria sarà varata il 13-14 febbraio alla Convenzione nazionale già indetta e i cui lavori, è stato confermato, saranno conclusi da Prodi. Punto 2: sarà costituito un Comitato promotore e sarà composto da esponenti dei partiti e da rappresentanti della società civile. Il Comitato sarà presieduto da Prodi. Punto 3: i partiti che promuovono la lista unitaria proporranno a tutte le forze dell’Ulivo di assumere «posizioni comuni» sui principali temi politici, a cominciare dalle questioni europee e internazionali.
C’è l’impegno ulteriore: in «ogni caso», i segretari dei partiti che fanno parte della lista unitaria proporranno ai rispettivi organismi interni e alle strutture parlamentari di «adottare come regole l’assunzione di posizioni comuni». Sin qui il testo dell’intesa. Che, come ha detto Parisi, affronta tre «nodi fondamentali»: uno di carattere organizzativo in vista della manifestazione di metà febbraio con Prodi, l’altro di natura più strutturata e che riguarda la costituzione del comitato promotore e, infine, la decisione di tutti i partiti di presentarsi, come si dice, e per quanto possibile, con una voce sola sulle tematiche più importanti.
Dall’incontro di casa Prodi non sarebbe scaturita alcuna decisione sul nome che sarà dato alla lista unitaria. Si chiamerà “Lista Prodi”? Parisi non ha risolto l’interrogativo: Ha precisato: «Si tratta di una lista per l’Europa e le denominazioni ulteriori le affronteremo successivamente una volta costituiti gli organismi dirigenti». E quale sarà il ruolo o il coinvolgimento di Romano Prodi? Risposta: «Prodi è il presidente del Comitato promotore della lista, garante dello svolgimento dell’iniziativa e di altri sviluppi».
Ma sarà o no Prodi il capolista? Insomma, sarà candidato alle elezioni del 13 giugno? Parisi ha ulteriormente precisato: «Sono temi già affrontati pubblicamente e a cui Prodi ha già risposto ampiamente». In ogni caso si tratta di problemi di «sua stretta competenza». Il presidente della Commissione, ha fatto dire di recente ad un portavoce che la sua «intenzione» è di restare sino alla fine del mandato, che scade il 31 ottobre di quest’anno.
Il segretario dei Ds ha espresso la sua piena soddisfazione: «È decollata la Lista Prodi. È stato definito il percorso della lista unitaria che è stata decisa di promuovere raccogliendo l’appello di Romano Prodi. Una lista che sarà non solo rappresentativa dei partiti promotori ma anche di forze della società civile. Da oggi la lista Prodi parte».unita.it
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Leogrande. Destra e sinistra, e Grande Centro
di Alessandro Leogrande
[Autore del bellissimo reportage/inchiesta/supernoir Le male vite, A.L. è una delle menti pensanti de Lo straniero, il periodico diretto da Goffredo Fofi, sul quale questo intervento è stato pubblicato]
Il berlusconismo sopravviverà al governo Berlusconi. Il culto della personalità come pratica della politica, il corporativismo indecente, il disprezzo delle regole e la sfrenata voglia di condonare ogni possibile infrazione, lo sventramento del paese in onore del suo popolo bottegaio e vacanziero, il convivere (beatamente, senza alcuna predisposizione alla tragedia) con la mafia, la massoneria e gli zombie della P2, l’americanismo come vademecum delle relazioni internazionali…
Potremmo continuare, elencare i vizi e i mali del costume pubblico italiano non è mai stata cosa difficile, almeno, diciamo, da sei secoli a questa parte. Non è difficile farlo neanche dopo le doppie o triple mutazioni genetiche e antropologiche che hanno segnato la società negli ultimi trent’anni. Basta guardare il paese reale, le cento provincie, i nuovi padroni e i nuovi servi, un po’ di televisione e di cronache locali. La domanda è un’altra: è davvero possibile pensare che una spallata di Palazzo, peraltro tutta interna alla nuova destra, possa – oplà – coincidere con la fine del berlusconismo, variante aggiornata del continuismo italiano? Con la fine del berlusconismo quale concezione eversiva e largamente condivisa dell’assalto alla Costituzione?
Oggi non c’è più alcuna differenza tra il Palazzo e la società reale: i rappresentanti più retrivi e rapaci della seconda hanno occupato le stanze del primo. Non c’è più mediazione politica nelle forme in cui veniva offerta dai boss democristiani o dal craxismo. Gli spiriti animali sono direttamente lì, negli organi dello Stato, nei cento enti e nelle tante amministrazioni locali. Hanno portato la loro cultura e il loro costume e hanno prodotto per osmosi una nuova cultura e un nuovo costume della gestione privata della cosa pubblica. Non che prima si stesse meglio, non che prima l’Italia fosse un paese senza vizi, stragi, corruzioni, non che prima non ci fosse un potere clerico-fascista con i suoi rappresentanti, atti a muoversi come “atroci, ridicoli, pupazzeschi, idoli mortuari”. Ma la differenza è proprio qui: con il berlusconismo, i nuovi modi di produzione, i meccanismi pubblicitari, l’accaparramento finanziario dei neoricchi, le pretese della lobby dei loro avvocati sono diventati di per sé la Pubblica Amministrazione.
Al di là dei dissidi quotidiani, il tentativo sostanziale (perdente? vincente?) dei Fini & Follini, spalleggiati dai D’Alema & Fassino, è quello di ritornare alla politica, di reintrodurre l’“autonomia del politico” contro l’“autonomia del premier” e della sua corte. Ma il blocco sociale che ha sostenuto la Casa delle Libertà da che parte sta? Quali regole vuole, in quali modi si riconosce? Purtroppo, bisogna dar ragione all’ex-pupillo di Amendola, Giuliano Ferrara: Berlusconi ha introdotto un nuovo modo di far politica che ha messo radici e con cui tutti devono fare i conti. Non è un marziano, e oggi è ancora il miglior rappresentate di una parte consistente della società che in lui si riconosce. Che un pessimo comunicatore sia ritenuto il Grande Comunicatore ne è la conferma: trova orecchie ben sintonizzate per i propri sproloqui. Quando queste orecchie se ne disinnamorano, è perché Berlusconi non è all’altezza del berlusconismo. Da questo dato, oggi in Italia, deve prendere le mosse ogni critica della politica.
Il berlusconismo ha selezionato una nuova classe dirigente che non ha occupato solo Montecitorio e buona parte dei ministeri, ma una miriade di amministrazioni comunali e regionali. Regioni nevralgiche (Lombardia, Veneto, Puglia, Sicilia…) e sei delle dieci città più popolose della penisola sono oggi governate dal Polo. In particolare, sono le giunte guidate da Forza Italia e dalla Lega, al Nord come al Sud, ad aver inaugurato un nuovo modo di gestire e amministrare tale da far impallidire i modus operandi tangentisti degli anni ottanta. Chi è troppo ossessionato dalle dichiarazioni del premier, dalle sue vicende giudiziarie e dal conflitto d’interesse, difficilmente riesce a cogliere che il presente dell’Italia e l’assetto dei suoi poteri è tutto nei rapporti che si stanno instaurando tra centro e periferie, tra Stato e Regioni. Il governo può forse perdere consensi nei sondaggi, ma il suo costume ha solide basi in tutte le istituzioni “periferiche”, nelle quali spesso in settori determinanti (ambiente, sanità, scuola eccetera) le mire più estremiste del governo sono state superate da un pezzo. E chi, soprattutto a sinistra, passa le giornate a fissare le contraddizioni tra le quattro forze politiche del Polo, dimentica quel minimo comun denominatore che tutte le accomuna e che diventa tanto più evidente quanto più ci si allontana dalle dinamiche parlamentari. Piccoli Silvio crescono…
Il guaio è che in tutto questo manca la sinistra, cioè l’elaborazione di una proposta alternativa ai modi del berlusconismo. Se si escludono l’eterna polemica sui processi di Milano, gli attacchi continui alla Cgil, e la bufala Telekom-Serbia, ciò che ci consegna il panorama politico non è la tanto decantata dialettica dei poli, ma i frutti di un pericoloso trasversalismo, la cui massima espressione è il salotto televisivo. Colui che definì “Porta a porta” “il terzo ramo del Parlamento” (chi ben frequenta ben conosce), colse nel segno. Il copione politico nazional-popolare è sempre lo stesso: tra una stretta di mano, un vaffanculo e un abbraccio finale.
Perché il nodo del discorso è esattamente questo: chi oggi trama contro Berlusconi, tenendosi ben lontano dal criticare il berlusconismo, prefigura la costituzione di un Grande Centro, senza la Lega e con un premier un po’ più debole. Un Grande Centro che prenda tutto: dalla Confindustria al Vaticano, da Bankitalia alla Rai, dal “Corriere” alla “Repubblica”, da Alleanza nazionale all’Ulivo… Il compromesso, l’eterno ritorno della politica italiana, è sempre dietro l’angolo, minacciato o praticato in silenzio è oggi ciò che lo stesso Berlusconi teme più d’ogni cosa. Ma questo dettaglio è una quisquilia politica. Anche qualora il governo dovesse cadere, per l’effetto delle trame o lo smozzicarsi del consenso, quell’italico berlusconismo sociale e culturale non sarebbe messo in discussione né perderebbe le proprie roccaforti sparse in giro per l’Italia. Lo stesso compromesso non potrebbe farne a meno.
Il guaio è che manca la sinistra, e che il Grande Centro è già una realtà. Ci sono molte prove che lo confermano. Citiamone una: la proposta del voto amministrativo agli immigrati (o meglio, a un ristretto numero iper-regolarizzato e iper-integrato di questi). L’ha avanzata quello stesso vicepremier che aveva firmato insieme a Bossi una delle leggi più estremiste in chiave anti-immigrati e l’ha sostenuta all’unisono buona parte della maggioranza e dell’opposizione, con un occhio al dopo-Berlusconi e senza mai mettere in discussione l’impianto di quella famigerata legge, la 189 del 2002. Che tutto questo sia stato fatto non in favore dei migranti, ma solo per motivi di equilibri politici, negli stessi giorni in cui decine di corpi galleggiavano nel Canale di Sicilia, è semplicemente indecente. Che il presidente dei Ds, poi, abbia avanzato – scherzando, ma poi mica tanto – l’idea di una legge d’unità nazionale sull’immigrazione Turco-Fini è il segno della consacrazione della strategia del Salotto.
Di recente, una commedia riuscita ha inquadrato questa Italia. È il film di Virzì Caterina va in città. La protagonista, un’adolescente di terza media trasferitasi dalla provincia a Roma con la propria famiglia piccoloborghese, è schiacciata tra le cricche delle compagne di classe, figlie ora della borghesia di sinistra ora di quella di destra, e delle loro famiglie. Con un pizzico di sarcasmo populista e di amarezza, il ritratto delle conventicole girotondine e delle tribù post-fasciste è convincente. Mostra costumi romani in realtà poco raccontati, e al di là degli stereotipi e dei clichés, i punti di contatto tra le due grandi famiglie sono molti e spesso inaspettati. Una scena per tutte: quando le amiche di Caterina, Daniela (figlia di un viceministro di An) e Margherita (figlia di intellettuali di sinistra) si menano in classe, il preside chiama i rispettivi genitori. E qui, dopo che per tutto il film destra e sinistra sono stati dei mondi a parte, c’è il colpo di teatro. Uscendo nel corridoio, il viceministro (alias Alemanno) e l’intellettuale (alias Maselli?) scherzano sottobraccio, chiacchierano dei rispettivi articoli e scelte di governo, “Vuoi un passaggio?”
È solo un film, si dirà, la realtà è un’altra cosa. Può darsi… Ma chi scrive ha potuto vedere la puntata di “Porta a porta” dedicata al film. Sulle poltrone bianche di Vespa c’erano il regista e gli attori, e poi c’erano, nell’ordine, per discutere di destra e sinistra: Alemanno, Belpietro, Curzi Sandro, Diaco Pierluigi, La Russa figlio, Mussolini Alessandra, Salvi Cesare, più una psicologa che studia le preferenze politiche fra gli adolescenti. Tra una stretta di mano, un sorriso senza vaffanculo e un abbraccio, gli ospiti hanno detto la loro (maschere di se stessi, tutti concilianti davanti a un Vespa in piena forma, pronto a teorizzare che contro le Brigate Rosse il “volemose bene” è l’unica soluzione), e sarebbe troppo lungo elencare in questa sede le perle di trash politico-televisivo.
camillaonline.com
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Un partito di fedeli. Al Cavaliere
Forza Italia è l'unica organizzazione politica davvero nazionale. Il cui collante è Silvio Berlusconi
Da nord a sud Nell'ultimo libro di Diamanti la radiografia degli «azzurri»: elettorato stabile, diffuso in tutte le regioni, catalizzato dall'immagine vincente del capo
GIOVANNA PAJETTA
Dirigenti locali, consiglieri regionali, deputati e ministri sbarcati di peso dalla Dc e dal Psi, una marea di giovani meridionali in cerca di lavoro e un'altrettanta folta schiera di maturi signori del Nord sull'orlo della pensione. Per non parlare ovviamente delle casalinghe. L'Italia azzurra che oggi festeggia i suoi primi dieci anni è a prima vista un indecifrabile e precario guazzabuglio. Ma se la si guarda più da vicino, come fa Ilvo Diamanti, si può scoprire, amaramente, che non sarà affatto facile disfare i fili che la tengono insieme. Perché se è vero che il cuore di tutti batte sempre e solo per il leader, il magmatico elettorato di Silvio Berlusconi è molto più stabile di quel che appare. E soprattutto più fedele, visto che nelle elezioni politiche del maggio del 2001, ha votato per Forza Italia ben l'84 per cento di chi lo aveva già fatto nel 1996. Una scelta di coerenza rara, in anni in cui tutti paiono sbandare, Rifondazione comunista mantiene solo il 59 per cento dei suoi elettori, i Ds il 63, Alleanza nazionale il 76 e la Lega, con il suo 39, si riduce al lumicino. Una delle carte vincenti degli azzurri in realtà, come spiegano per l'appunto le mappe elettorali di Diamanti nel suo ultimo libro («Bianco, rosso, verde e azzurro», edito dal Mulino), è proprio la loro strana configurazione. Negli anni in cui la politica si allontana sempre più dal territorio da cui per cinquantanni aveva tratto la sua linfa, Forza Italia si presenta infatti come il primo partito pienamente «nazionale». Lascia che la sinistra si rinserri nelle sue zone rosse, abbandona nelle braccia della Lega il cuore di quella che una volta era la zona bianca, e va a caccia di elettori altrove. Nella ricca Lombardia, nel nord ovest, come nella eternamente isolata Sicilia. E' qui che, fin dal 1994, Silvio Berlusconi conquista la gran parte dei suoi voti. E li mantiene, persino quando viene cacciato all'opposizone. In totale sono ben 34 le provincie italiane dove gli azzurri fanno il pieno di voti, e in cui tra il 1994 e il 2001 diventano almeno una volta primo partito, piazzandosi poi al secondo posto in una delle tornate elettorali successive. Tradotto in cifre, nell'Italia azzurra vivono ben 23 milioni di persone, ovvero il 40 per cento della popolazione. Ma più che configurare l'emergere di un nuovo paese, come sottolinea Diamanti, siamo di fronte a un arcipelago. O addirittura una «catena di arcipelaghi», di luoghi spesso molto diversi, distanti tra loro non solo geograficamente.
La contraddizione più stridente è sicuramente quella tra gli elettori azzurri del Sud e quelli del Nord. Tra i primi infatti, decisamente più giovani, prevalgono il ceto medio dipendente (soprattutto del pubblico impiego), le casalinghe e gli studenti. Tutto il contrario di quel che avviene al Nord, dove l'elettorato di Silvio Berlusconi, più anziano, è pieno di commercianti, artigiani, imprenditori e pensionati. Alle distanze demografiche, corrispondono però anche differenze più difficili da gestire politicamente. Perché giovani e meno giovani del meridione chiedono politiche per l'occupazione (il 59,6 lo ritiene il problema più importante), mentre i loro fratelli settentrionali sono angosciati soprattutto dalla criminalità (al primo posto per il 25,4). Per dirla con Diamanti, ciò che emerge è «insicurezza personale e domanda di efficienza economica al Nord, richiesta di tutela e protezione sociale al Sud». Perché allora, al momento del voto, scegliere lo stesso partito?
Più che a un programma politico, in realtà gli azzurri paiono rispondere a un sentimento. Innanzitutto la passione per il loro leader, che durerà finche lui saprà coltivare il suo interpretare il mito dell'uomo di successo. Ma forse c'è anche il sentirsi uguali nella propria, questa volta la definizione è di Pierluigi Corbetta, «perifericità». Geografica, generazionale, sociale, culturale, ma anche o soprattutto politica. E' un popolo di teledipendenti (il 36 per cento guarda la tv per più di 4 ore al giorno, contro una media del 20), proprio perché è composto da chi meno è inserito nella struttura relazionale e sociale italiana. La probabilità di diventare un elettore azzurro, ad esempio, diminuisce del 40 per cento tra chi discute quotidianamente di politica, del 30 tra chi partecipa a riunioni o manifestazioni, del 20 tra chi aderisce a una delle mille associazioni del nostro paese. Se a questo comune sentire si associa la potenza mediatica di Silvio Berlusconi, la forza di un partito fatto di network locali consolidati e un corpo politico costituito da piccoli leader che si sono fatti le ossa nella prima repubblica, è evidente quanto sia difficile smontare l'arcipelago azzurro. A meno che, come conclude con un po' di necessario ottimismo Diamanti, a vendicare tutti noi non sia proprio il «territorio». Quel legame tra realtà locale e politica che tanto aveva fatto forti i partiti di un tempo, e che ancora oggi pare capace di prendersi le sue rivincite con chi lo snobba, come dimostrano i pessimi risultati di Forza Italia ogni volta che le elezioni sono amministrative. Ma certo è una strada lunga, e la meta è lontana, visto che il ridente lifting di Silvio Berlusconi è solo la prima mossa della lunga campagna per le europee di giugno. Un voto in cui il «territorio» conta poco e niente.
ilmanifesto.it
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Il liberismo intemperante
Groucho Marx
Nella puntata di "Otto e mezzo" del 19 gennaio, Giuliano Ferrara, conduttore della trasmissione, si è esibito in una delle sue veementi invettive. Questa volta l’oggetto dei suoi strali è stata la domanda che Barbara Palombelli, l’altra conduttrice, aveva posto all’ospite della trasmissione, Fedele Confalonieri.
Una domanda "pettegola"?
Prendendo spunto da alcuni articoli polemici, Palombelli ha chiesto a Confalonieri chiarimenti su alcune operazioni di compravendita di titoli Mediaset ( di cui abbiamo già avuto modo di parlare su questo sito) da lui effettuate nei giorni precedenti.
Ferrara ha definito "pettegola" la domanda, sostenendo che era il frutto di una cultura che reputa illegittimo l’arricchimento e che vorrebbe, citando le parole usate dal conduttore, che tutti girassero "con le toppe al culo".
La passione con cui si sostengono le proprie idee dovrebbe trovare, almeno in chi per professione fa informazione, un contemperamento nell’esigenza di rappresentare correttamente i fatti. In questo caso, le affermazioni e i toni erano tali da far pensare a una violazione della privacy, che coprirebbe le informazioni sull’attività di trading esercitata da un manager sui titoli della società che dirige.
Le operazioni effettuate da Fedele Confalonieri, vale la pena di ricordarlo, riguardavano titoli di una società quotata che, come tale, deve sottostare a un particolare regime di disclosure (pubblicità) imposto a tutela degli azionisti e, quindi, degli investitori.
Chiariamo: non si sta parlando di insider trading, ovvero dell’uso di informazioni privilegiate che nel nostro ordinamento, così come in quello di tutti i paesi comunitari, è un reato, in forza di un impianto normativo mutuato dagli Stati Uniti e imposto da una direttiva comunitaria.
Si sta parlando di altra cosa, e non si tratta a priori di un reato. Stiamo parlando di operazioni che alcuni soggetti (tipicamente coloro che ricoprono cariche sociali e i manager di grado più elevato) compiono sui titoli delle società in cui prestano la loro opera. Questa seconda fattispecie è denominata "insider dealing" o "internal dealing".
Gli Usa si regolano così
Ma anche questo fenomeno negli Usa è da tempo sottoposto a regolamentazione.
Infatti, la Section 16(b) del Securities Exchange Act del 1934 impone ai "(...) beneficial owner of more than 10 per cent of any class of equity security (...) or who is a director or an officer" che abbiano compiuto transazioni di breve periodo (inferiore a sei mesi) di versare alla società i profitti conseguiti, prescindendo da qualsiasi eventuale utilizzazione di informazione privilegiata. La Section 16(c), infine, introduce il divieto di vendite allo scoperto.
In questo come in altri campi (ad esempio, il falso in bilancio), le norme americane sono più restrittive di quelle vigenti nel nostro paese, con buona pace di coloro che si spacciano per "liberisti". Inoltre, in attuazione di queste norme, nel 1988 la Sec (l’Autorità che controlla i mercati finanziari americani) ha imposto stringenti regole di disclosure.
In particolare, sono stati individuati alcuni soggetti (le cosiddette persone rilevanti, tra le quali rientrano coloro che nelle società quotate ricoprono cariche sociali) che, superati certi limiti quantitativi, devono comunicare la loro attività di trading sui titoli delle società in cui ricoprono cariche.
Queste operazioni sono rese pubbliche perché si ritiene che abbiano un valore segnaletico sulla qualità dell’impresa: se i manager investono o disinvestono sui titoli della loro società è perché credono che siano sottovalutati o sopravvalutati sulla base di una conoscenza della società che, per l’incarico che svolgono, è superiore a quella di altri investitori.
Scopo della norma, quindi, è quello di ripristinare una parità informativa tra i diversi partecipanti al mercato. Inoltre, stante i problemi derivanti dai conflitti d’interessi e dai problemi di agenzia, questa disclosure serve per garantire, ex-post, la possibilità che i risparmiatori abbiano strumenti conoscitivi idonei a valutare la correttezza dell’operato dei manager.
In Italia vige l’autoregolamentazione
Si tratta di un principio che in Italia ancora non è norma di legge (né, quindi, di regolamentazione da parte della Consob), ma lo sarà presto quando sarà recepita la nuova direttiva sul "Market Abuse", del gennaio 2003 ( Direttiva 2003/6/EC).
Tuttavia, attualmente in Italia l’internal dealing è disciplinato dal Regolamento della Borsa Italiana Spa. Si tratta di una norma di autoregolamentazione che le società quotate, e i soggetti che in esse rivestono cariche, si sono spontaneamente dati, in quanto la migliore prassi internazionale e gli investitori stranieri così chiedevano.
Ecco quindi che Confalonieri, e le altre centinaia di soggetti che come lui rendono queste comunicazioni, non è stato oggetto di alcun complotto né di alcuna prevaricazione.
Semplicemente, fare ricorso al mercato, momento importante di una società capitalista, impone il rispetto di alcune regole, tra cui quelle di disclosure.
Cultura finanziaria insufficiente
La vicenda appare interessante perché sottolinea la rilevanza di una questione troppo spesso dimenticata. Se nel nostro paese avvengono scandali come quelli che hanno interessato Cirio, Giacomelli, Parmalat e Finmatica, se l’operare degli intermediari è condizionata dai conflitti d’interesse in cui versano, non è solo perché deve essere affinato l’impianto normativo-istituzionale. Ma anche perché scarsa è la cultura finanziaria, poco diffusa è la capacità di percepire il rischio di un investimento o la consapevolezza dell’opportunità di operare adeguate forme di diversificazione.
In questo contesto, tutt’altro che confortante, chi per mestiere è chiamato a informare il pubblico dovrebbe offrire il proprio contributo ad accrescere la cultura finanziaria, operando con adeguata competenza, evitando, fosse anche solo per propria ignoranza, di compiere atti di disinformazione e, soprattutto, rifiutando la cultura del non rispetto delle norme, giacché l’effettività del diritto non può che seguire la censura morale.lavoce.info
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RETE DEI CITTADINI PER L'ULIVO
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>
> "Ci vuole cultura politica, ci vuole un forte impegno etico, siamo a una
rifondazione della democrazia italiana.
> Costruire l'Ulivo è anche questo; è un lavoro che va ben al di là di una
scadenza elettorale"
> (P.Scoppola)
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>
> ASSEMBLEA NAZIONALE
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>
> DOMENICA 1 FEBBRAIO DALLE ORE 9,30 ALLE 18
> Centro congressi Cavour - in Via Cavour 50/a a Roma
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>
> UNITI IN EUROPA, UNITI NELL'ULIVO
> I 'Cittadini per l'Ulivo' verso la Convenzione del 13-14 Febbraio
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>
> I N V I T O
>
>
> PROGRAMMA DEI LAVORI
> Ore 9,30 Relazione Deo Fogliazza - Coordinatore del Comitato Esecutivo
nazionale
>
> Ore 9,45 - Interventi tematici
>
> Francesco Gui Docente universitario
> Dalla Conferenza Intergovernativa alle elezioni europee, il ruolo dei
movimenti
>
> Nicola Lipari Docente universitario
> Partiti e società civile: un rapporto da organizzare
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Berlusconi: quando il corpo è il messaggio
di Vincenzo Susca *
Roma, Sabato 24 gennaio 2004, Palazzo dei Congressi, Convention di Forza Italia. Il movimento politico fondato da Silvio Berlusconi ha compiuto i suoi primi dieci anni, un'eternità nella società dell'informazione. La festa, puntigliosamente organizzata dagli scenografi di partito, si poneva come obiettivo la celebrazione - poco laica e molto religiosa - delle gesta compiute dal Presidente, ma soprattutto si concentrava con decisione sulla prossima delicata scadenza: le elezioni per il Parlamento Europeo di giugno. La campagna elettorale è iniziata. La strategia comunicativa applicata nella convention presenta e riutilizza tutte le formule già sperimentate nel passato: il colore celeste del cielo, a richiamare la fantasmagoria del nuovo miracolo italiano, presente dolcemente e ossessivamente in ogni dove; la musica aulica, ripetitiva e ipnotica dell'inno di Forza Italia, cantata dalle compite, eleganti ed educate coriste.
Le signore eleganti, sexy, impellicciate e un po' kitsch delle prime file; i ministri, i deputati e gli uomini del Presidente adoranti e sempre più persuasi della straordinarietà del loro leader; il palco tutto dedicato a Lui, privo di appeal se non cavalcato dal Re, ansioso di essere invaso dall'Eroe; il maxi-schermo che riproduce l'immagine mediale del leader innescando un meccanismo di rimandi a spirale, ove a volte non s'intende più quale sia il Berlusconi-Reale - quello dello schermo? quello sul palco? quello riflesso sui balconi di vetro? quello riprodotto dalle fotografie delle bandiere? o forse nella sala, in fondo, sono tutti Berlusconi? La sapienza della regia cinematografica: nei momenti di maggiore enfasi retorica lo schermo dissolve l'immagine del Cavaliere e la riempie con quella della sua gente, a riconfermare e cristallizzare l'osmosi tra il leader e i suoi adepti.
La cerimonia inizia con varie ripetizioni del discorso della "discesa in campo"; ogni racconto epico non può che iniziare con l'elogio delle origini e l'ostentazione feticistica degli archetipi. Berlusconi appare sicuro e rassicurante, promette di salvare il paese da un futuro illiberale e scioglie la magia del "miracolo italiano". Il volto candido, bello e pulito della ministra Prestigiacomo presenta quindi sei giovani chierichetti azzurri tanto a modo, dalle facce sorridenti dei bravi ragazzi, che recitano il "credo laico" - senz'altro più "credo" che "laico", così come il senso ultimo della leadership berlusconiana. I baldi giovani scandiscono in maniera perfettamente riverente e austera i passi del vangelo del Presidente, operando una sintesi efficace del linguaggio di Hollywood con quello di Fatima.
Il confine tra religione e spettacolo diviene impalpabile, o meglio la parole politica diviene l'occasione per contaminare le due drammaturgie in stile postmoderno. I giovani azzurri "recitano" il Presidente, lo evocano e lo citano, pronunciano le sue frasi con ossequio e rispetto: è "la parola del Presidente, rendiamo grazie a Dio", il messaggio subliminale suggerito dai giovani azzurri. La clonazione - il sogno ora salvifico ora distruttivo dei grandi scienziati contemporanei - è realizzata nel Centro Congressi dell'Eur. La voce del Presidente - presente dietro le quinte ed eternizzata e smaterializzata - risuona dolcemente e affabilmente nella Sala. Perché? Berlusconi non solo è vivo, ma sta per tenere un lungo discorso. Quale motivo spinge gli organizzatori a mettere in piedi questa sceneggiata? Il Cavaliere intende replicare se stesso in tutti noi, o meglio, nei volti più belli di tutti noi, negli sguardi che incarnano il futuro del Paese - i bravi, educati e bei ragazzi. La convention conferma d'essere una manifestazione religiosa-spettacolare a fini politici. Come ogni messa che si rispetti, vengono letti i versetti più significativi delle "sacre scritture", e come ogni spettacolo politico viene proposta narcisisticamente la figura del capo seduttore.
A un certo punto Berlusconi entra in scena, proprio dopo che sono state percorse le tappe epiche del suo cammino, proprio dopo aver visto il suo volto mediale che lanciava serenamente la sfida ai nemici del Paese. Miracolo della tecnica: il volto del leader è sempre lo stesso, immutabile ed eterno. Sono passati dieci anni ma il Cavaliere è rimasto lo stesso. Scriverebbe Benjamin: "la comunicazione politica nell'epoca della sua manipolazione chirurgica". Dopo qualche sorriso rassicurante inizia l'omelia, non a caso con la lettura di un articolo-ritratto di Don Baget Bozzo, che sottolinea l'aspetto spirituale e in fondo miracoloso della discesa in campo berlusconiana. Applausi ed abbracci, il prete sale sul palco e manifesta al Cavaliere il suo legame e la sua "fedeltà". E' un gesto fortemente simbolico, il prete, che solitamente si affida ciecamente a Dio, in questo caso celebra un altro "signore": il Cavaliere dei miracoli. E' profondo il messaggio subitaneo lanciato con questo gesto. Subito dopo va prepotentemente in scena il nulla. Non il solito "nulla" politico, arricchito di un surplus comunicativo e immaginifico, peggio. Berlusconi incanta la platea con il già-detto e il già-provato; gli avversari sono sempre gli stessi - i comunisti e i magistrati. Vengono sciorinati i miracoli compiuti, ma senza toni altrettanto persuasori e con un trionfalismo palesemente edulcorato e palpabile.
Gli sguardi della platea non restano ammaliati, né persuasi: il leader non convince, le sue doti seduttive sembrano irreversibilmente appannate - non c'è stato in questi 10 anni nessun vero miracolo, se non il cammino e la presenza spettacolare, invadente e continua del Presidente. La gente lo sa, si vede, tanto è vero che quando Berlusconi volta pagina, annunciando "passiamo ora alla politica estera", la platea si produce in un lungo applauso. Il Cavaliere condisce alcune dissertazioni, o meglio interpretazioni storiche, con qualche battuta e alcune considerazioni affettuose e celebrative del popolo di Forza Italia: in effetti grazie a queste ultime si legittimano e si rendono credibili le prime, questo è il cuore dell'eloquio berlusconiano. Fino a qualche anno fa, quando Berlusconi era ancora "puro" e distante - nella manifestazione scenica e non nei contenuti - dal "teatrino politico", ogni sua performance sulla scena mediatico-politica era contraddistinta dall'esibizione totale della sua anima spettacolare e mistica. Con il passare del tempo il "sistema" lo ha totalmente assorbito e integrato non solo nelle sue logiche - era così in fondo dal principio - ma anche nel suo linguaggio.
Chi avrebbe mai detto, 10 anni fa, che Berlusconi in una convention avrebbe intrattenuto la platea parlando anche di Euro e di politica estera? Il Cavaliere è riuscito a trarre a sé l'ampia sfera degli esclusi, le culture asincrone rispetto ai tempi dello stato, emarginate dalle sue ideologie e dai suoi linguaggi astrusi, legate piuttosto all'immaginario spettacolare e alla cultura del consumo, felicemente rappresentate e rispecchiate nel territorio fantasmatico ma fortemente societale dello schermo televisivo. Si percepisce chiaramente, in sala, che l'abbraccio con le folle riesce solo nel momento in cui Berlusconi lascia i panni del politico per riprendere quelli della star. A un certo punto, infatti, il discorso noioso e privo di appeal riesce a riacquistare una punta attrattiva ed emotiva. "L'unica chance di questo paese siamo noi. E allora vi chiedo: abbiamo fatto bene finora?". "Sììì…". "Proseguiamo?". "Sììì". "E io mi chiedo: lo rifaresti?". Lui e la folla, insieme: "Sììì". "Vi abbraccio uno per uno, vi voglio bene". Il Cavaliere recupera un'altra volta, in questa occasione, lo stile retorico appellativo di stampo mussoliniano, e ciò funziona a col-legare nella stessa persona collettiva - realissima in quanto fantastica - il leader e la sua folla.
Berlusconi è riuscito prima di tutti (in Italia) a sostenere e a capire che la comunicazione politica è una merce come tutte le altre, che chi vuole sbaragliare la concorrenza deve riuscire a dotare di un'anima l'inanimato, la merce, appunto. Il Cavaliere ha saputo sempre ben sfruttare le regole del linguaggio pubblicitario e spettacolare, ha dato una speranza e proiettato verso un futuro migliore il pubblico, benché tali promesse fossero chiaramente improbabili, spesso vaghe e in molti casi persino assurde. Non importa: la pubblicità vende sogni e non realtà, vende merci simboliche che sono consumate nel momento stesso dell'acquisto, e che per ciò stesso devono affidarsi e rimandare ad altre merci, ad altri acquisti. Questa è la spirale del consumo. La depressione e l'insoddisfazione che tutti provano un secondo dopo l'acquisto di un oggetto deve essere reinvestita nel rimando che l'oggetto stesso fa ad un'altra merce. La morte di ogni oggetto simbolico porta con sé l'annuncio salvifico di un altro. Nel 1994 Berlusconi ha promesso un milione di posti di lavoro, ha fondato la sua comunicazione politica sul rinnovamento e sulla legittimazione dell'immaginario spettacolare tardo-televisivo censurato dalle culture egemoni cattoliche e comuniste.
Nel 2001, mantenendo ferma la sua aderenza al medium televisivo, ha aggiunto sul piatto le issue della sicurezza e dell'abbassamento delle tasse. Si tratta di proiezioni sul futuro, di accomodamenti nei territori dell'utopia e dell'immaginario, indispensabili a rendersi credibile come degno rappresentante. Il Cavaliere facendo tutto ciò ha sempre agito in nome della gente, mostrandosi come primo tra pari ovvero il primo tra gli ultimi. Il 2004 si preannuncia, dal punto di vista delle strategie comunicative, come ancora più vuoto e senz'altro meno ricco, mitologicamente e programmaticamente, di riferimenti, citazioni e sorprese. Il leader sembra in crisi di idee, e forse di sogni. Forse il potere ha bruciato la sua "lucida follia", il suo fiuto da venditore. Non si può pronunciare un discorso di 2 ore circa senza comunicare nessuna speranza, nessun "progetto" - seppur finto e/o propagandistico. Nessun imprenditore si sognerebbe di rivendere la propria merce in nome di ciò che è stato. Il consumatore, così come l'elettore postmoderno, vuole sempre qualcosa di più. Gli servono gli avversari sui quali fondare la propria identità, è vero, ma necessita anche di qualcosa in cui credere, o meglio, ha bisogno di credere in qualcuno che si produca in altre magie ed altri artifici straordinari.
Il bacino semantico della mitologia berlusconiana sembra dissolversi sempre più, non solo a causa dell'esaurimento della parabola culturale da egli impersonata, quella dell'immaginario televisivo tardomoderno, non solo a causa dell'incipiente passaggio postmoderno, che porta con sé la trasfigurazione del politico e il reinvestimento nel sociale e nella persona attraverso le reti e i new media interattivi, ma ancor di più in relazione alla completa, e avvenuta, vampirizzazione che la Cultura e la Politica moderna, le sue miserie e le sue debolezze culturali, hanno saputo operare ai danni del Cavaliere. Il Cavaliere è un altro avatar della più retriva e impaludata politica moderna, è il travestimento attraverso il quale la Prima repubblica tenta di perpetuarsi.
Ogni convention di Forza Italia, a parte gli elementi già indicati (religiosità e spettacolarità), ha sempre manifestato una caratteristica unica: la totale personalizzazione. E' indubbio che in tali circostanze Berlusconi sia al tempo stesso il mezzo, il messaggio e l'obiettivo, così come ben sappiamo che non esisterebbe - e che non esisterà - Forza Italia se non ci fosse il suo leader a cementare le differenze, a tenere insieme gli opposti, a delineare un percorso. Forza Italia è Berlusconi, le convention di Forza Italia sono l'elogio di Berlusconi. Nell'ultima occasione ogni pretesto contenutistico, programmatico e politico è venuto meno. Ci siamo accorti che ci si dirigeva verso questo punto già nel 2001, allorché, per esempio, nella rivista Una storia italiana, consegnata a tutti gli italiani, non si presentava nessun riferimento politico che non fosse la vita, le emozioni e le vicende personali del Cavaliere. Nonostante ciò, le ultime campagne elettorali del Cavaliere si sono sempre appoggiate, oltre che al riferimento religioso e spettacolare alla figura mitica del Capo, ad alcune issue politiche - al limite tra la speranza utopistica e la propaganda sfacciata. Oggi no, ogni riferimento contenutistico è svanito, oggi più che mai il corpo del leader è il messaggio. Non è un caso che l'inizio - non ufficiale ma reale - della campagna elettorale sia segnato dal lifting di Berlusconi. Il Cavaliere ha collegato le radici del suo successo all'aura immaginaria che ha saputo cucirsi addosso. Oggi Berlusconi è in crisi di idee come non mai, oltre che aggredito da nodi problematici che il suo governo non riesce ad affrontare.
Il lifting del Cavaliere può essere interpretato, dal punto di vista mediatico, come il tentativo disperato di comunicare ancora qualcosa di splendente ed innovativo, dal punto di vista politico e strategico come la modalità attraverso la quale non solo continuare ad essere al centro del dibattito, ma in maniera più astuta il modo grazie al quale spostare l'attenzione dell'opinione pubblica dalle questioni veramente oscure ed inquietanti (il conflitto di interessi, la legge Gasparri rinviata alle Camere, il lodo Schifani, ecc.) ad argomenti da stampa femminile popolare. Il Cavaliere punta a far circolare, ad alimentare attorno alla sua figura i dispositivi sociali della "chiacchiera" e del "pettegolezzo", ed attraverso questi ultimi rinforzare e rinsaldare la propria posizione all'interno della ricca sfera dell'immaginario collettivo. In maniera più sottile, psicologicamente ficcante, il Cavaliere intende attraverso questo gesto sedare i sensi di colpa di tutte le persone che sono ricorse alla stessa operazione e di chi intende farlo. Lo svuotamento del peso delle coscienze si riproduce direttamente nel consenso verso il leader. Oramai tutti coloro i quali avvertono il peso estetico della propria vecchiaia sono legittimati psicologicamente a seguire le orme del Presidente-rifatto.
Il processo di personalizzazione, anzi di carnificazione della politica che Berlusconi ha portato avanti giunge così al suo compimento maturo. Ogni ornamento contenutistico - effimero per ciò che concerne la sua politica - viene dismesso: il proprio corpo rifatto è l'unico messaggio che il leader è in grado di lanciare, il simbolo del suo splendore e della sua luminescenza. La blefaroplastica lo strumento attraverso il quale strizzare l'occhio ed ammaliare la platea. La sua figura, divina e spettacolare insieme - un po' Michael Jackson e un po' Padre Pio - si presenta come unica merce politica disponibile sul mercato. Un pacco luminoso privo di un contenuto, un quadro vuoto da riempire con i volti dei suoi elettori. Apriamo una parentesi: elettori sempre meno giovani, sempre meno istruiti e sempre meno metropolitani. La figura del Cavaliere, da sempre espressione del massimo dell'innovazione (comunicativa) e del massimo dell'arcaismo (culturale) insieme, tende sempre più a rappresentare le fasce più tradizionaliste e conservatrici del Paese. Chiusa la parentesi.
Il successo del Cavaliere è spesso stato sostenuto dagli improvvidi errori, culturali e comunicativi - fino al punto in cui non possiamo sostenere se siano comunicativi perché culturali o culturali perché comunicativi - dei suoi avversari, i quali hanno sempre "abboccato" alle trappole da lui preparate. Berlusconi, come confermano i dati delle ricerche scientifiche, è sempre riuscito ad essere la issue più discussa di ogni campagna elettorale. Anche in questo caso ha sapientemente sfruttato una banale regola del linguaggio pubblicitario, quella secondo la quale non conta se si parli bene o male di una merce, perché l'importante è che se ne parli. Berlusconi è sempre stato l'oggetto e il soggetto intorno al quale sono state costruite le campagne elettorale dell'ultimo decennio, a scapito di ogni altro argomento. Il Cavaliere è lo spartiacque delle coalizioni e forse, tristemente, l'unico motivo per il quale esse sono separate.
La stampa e i personaggi politici avversari di Berlusconi hanno ancora una volta dimostrato di non aver imparato nulla dalle lezioni comunicative - e culturali? - impartite involontariamente e inconsciamente dal Cavaliere. Ascoltiamo le invettive dei leader del centro-sinistra, leggiamo La Repubblica e persino il moderato, più pacato e più "razionale" Corriere della Sera: ci rendiamo conto amaramente che non si parla altro che del lifting e della blefaroplastica del Cavaliere (6 pagine ne La Repubblica del 17 gennaio, 8 pagine ne L'Espresso del 29 gennaio). Che succede nel momento in cui al "nulla" comunicativo e culturale del Presidente del Consiglio si oppone un più desolante "nulla" dell'opposizione? Davvero dobbiamo consolarci a passare i prossimi mesi a discutere e dissertare - senz'altro interpellando pareri illustri come quello di Galimberti - di chirurgia estetica e cliniche svizzere? Siamo certi che qualora le cose continuassero a muoversi in questa direzione, non solo assisteremmo ad uno spettacolo politico ridicolo e sulla scia contenutistica del Grande Fratello, ma che un'altra volta Berlusconi avrà la meglio e, paradossalmente, proprio nel suo momento di maggiore crisi di idee, debolezza politica e vulnerabilità. Non è arrivato per l'opposizione, forse, il momento giusto per proporre idee, culture e comunicazioni alternative piuttosto che incartarsi in un'opposizione sterile e vuota al nulla? Non sono, forse, la politica e la stampa italiana ad aver bisogno di un lifting profondo, culturale e comunicativo?
* Dottorando di ricerca in Sciences Sociales all'Università di Parigi 5 La Sorbonne e in Scienze della Comunicazione all'Università La Sapienza di Roma, sotto la direzione di Michel Maffesoli e Alberto Abruzzese.
E' in corso di pubblicazione, presso Lupetti Editore, "Berlusconi e l'immaginario collettivo. Radici, metafore e destinazione del tempo nuovo", curato con A. Abruzzese.
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"Telecom, Fiat e Benetton continuano ad emettere bond, ma hanno un debito nove volte superiore a quello di Collecchio". Grillo alla stampa estera: il prossimo sarà...
da L'Unità di Bianca Di Giovanni
ROMA Due ore e mezza di ironia sferzante, di comicità critica, di battute taglienti. I giornalisti stranieri accreditati in Italia non dimenticheranno tanto facilmente la conferenza/spettacolo di Beppe Grillo, invitato ieri nella sede della stampa estera. Pare che i circa 70 corrispondenti presenti si siano divertiti parecchio, non dimenticando di trascrivere sui taccuini le battute più divertenti su Berlusconi (soprannominato "il liftato") e la "sua" Mediolanum, su Andreotti e i suoi misteri (racchiusi nella "scatola nera" da recuperare per Grillo nella sua gobba) e naturalmente su Parmalat e dintorni. Cioè sulmondo dei piccoli risparmiatori, semplici impiegati, tranquille casalinghe o vecchi pensionati alle prese con bond e futures. "Dopo la Parmalat le prossime aziende che salteranno saranno la Telecom, la Fiat e la Benetton che continuano ad emettere bond e azioni ma hanno un debito almeno 9 volte maggiore di quello della azienda di Collecchio ". Così all'inizio dell'intervento il comico genovese ha lanciato la sua ultima inquietante "premonizione" sul sistema-Italia. Lo show fa a pezzi il gruppo guidato da Marco Tronchetti Provera ("Sta male Telecom, sta male Olivetti, sta male Pirelli"), ma non è tenero neanche con quello di Ponzano Veneto: "Si sono comprati anche Autogrill, poi finalmente qualcuni gli ha detto di concentrarsi sulle magliette". Tanto per fornire un'istantanea della Penisola, Grillo distribuisce all'entrata un fogliettino con alcune interessanti graduatorie: l'Italia è al ventesimo posto nel mondo per sviluppo umano, al trentunesimo per l'indice di corruzione, preceduta dalla Namibia e seguita dalla Malesia. Ma è chiaro che il chiodo fisso dell'attore è ormai quel mondo della finanza che sta pericolosamente minacciando la vita quotidiana dei cittadini. "Mediolanum è una banca virtuale - declama - che grazie a un accordo con le Poste riesce a vendere i futures ai pensionati. Pare che una vecchietta di 90 anni abbia risposto a un impiegato: futures? Ma io che futuro ho?". E ancora: "L'Italia è il Paese più vecchio d'Europa. Quando arriveremo all'assicurazione privata per la pensione sarà la fine". Altro tema ricorrente è l'informazione. "In Italia non c'è parità di informazione tra venditori e compratori - ha detto ancora il comico - i venditori sanno tutto mentre i compratori non sanno nulla. Il nostro sistema economico è una vetrina: entri ma il negozio non c'è". Nella sua requisitoria Grillo ha riproposto molte battute del suo spettacolo teatrale attualmente in scena al Sistina, ma ha aggiunto anche altre nuove "esternazioni/provocazioni". "Il problema dell'informazione scritta è che tutti i giornali sono in mano agli inserzionisti -ha detto- Io non sono per una libertà senza limiti e senza regole, la censura può essere perfino uno stimolo alla creatività, solo che ormai non c'è possibilità di parlare della verita. Purtroppo oggi tutti hanno adottato il motto di Vespa: Chi striscia non inciampa...". Berlusconi? "All'epoca dei socialisti io sapevo che "Mastro Lindo" era più pericoloso di Craxi, difatti ci siamo ritrovati con Mastro Lindo come premier di governo". Andreotti? "Vorrei che mio figlio non sapesse neanche della sua esistenza". Sulla recente querelle tra Bonolis e Ricci, Grillo si schiera palesemente dalla parte di Mediaset: "Per quanto riguarda Bonolis - ha detto il comico- è un omettino messo lì per fare numero facendo il gioco delle scatole. Ricci, invece, ha un potere di libertà datogli dall'auditel. Certo anche lui ha dei limiti, non può arrivare a più di tanto, ma io tifo comunque per ilmeno peggio. Preferisco dunque un Canale 5 con Striscia ad un canale senza".
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PRIMARIE. COME BATTERE LA FILOSOFIA DEI NOSTRI MEMICI, SECONDO I QUALI LA RAGIONE È DEI POTENTI
DI WESLEY CLARK
Nella guerra al terrore le alleanze non sono un ostacolo Senza l'Europa stiamo combattendo con una mano legata
Il generale-candidato spiega il modello Kossovo: costruire il consenso nella Nato comporta fatica, ma fa più forte l’America
Pochi giorni dopo l'11 settembre, mi trovavo al Pentagono e m'imbattei in una vecchia conoscenza, oggi funzionario d'alto rango. Scambiammo quattro chiacchiere sulle notizie riportate dalla televisione a proposito della crisi e dell'imminente operazione in Afghanistan. Cominciai a parlare di come avevamo condotto il conflitto in Kossovo, collaborando con la Nato, ma lui tagliò corto. «Abbiamo letto il tuo libro», disse sprezzante, «nessuno può venirci a dire dove possiamo o non possiamo bombardare». E gli Stati Uniti agirono precisamente in quel modo. La campagna in Afghanistan non fu un'operazione tutta americana. Gli Stati Uniti chiesero e ottennero l'aiuto di numerosi paesi. Ma a differenza della campagna in Kossovo, per cui la Nato aveva promosso un processo di formazione del consenso, il sostegno alleato in questa guerra prese la forma di coalizioni «flessibili». Gli alleati sostennero gli Stati Uniti nella forma e nella misura in cui potevano farlo, ma senza la pretesa di partecipare alle decisioni. I leader europei cercarono di essere più coinvolti. Sollecitata dall'Europa, la Nato dichiarò persino che l'aggressione agli Stati Uniti rappresentava un'aggressione contro tutti i suoi membri. Nonostante questo, Washington marginalizzò l'alleanza. Anche le Nazioni Unite furono tenute in disparte allo stesso modo.
Le prime settimane della campagna contro i talebani andarono bene. I primi successi rafforzarono la convinzione di alcuni funzionari di governo statunitensi, che una guerra contro il terrorismo potesse essere meglio condotta al di fuori delle strutture delle istituzioni internazionali - che la leadership statunitense dovesse essere «libera da vincoli». Un fondamentale errore di valutazione. Più questa guerra continua, più il nostro successo dipende dalla convinta e attiva partecipazione dei nostri alleati nello sradicare le cellule terroristiche in Europa e in Asia, e nel tagliare fondi e sostegno ai terroristi e nel fronteggiare le minacce. Abbiamo maggiori probabilità di ottenere il supporto necessario lavorando tramite le istituzioni internazionali. Ma dato che l'amministrazione Bush ha rifiutato di impegnare i nostri alleati attraverso la Nato, stiamo combattendo con una mano legata dietro la schiena.
Il funzionario che incontrai al Pentagono aveva male interpretato le lezioni apprese in Kossovo. La Nato non era stata un ostacolo alla vittoria in Kossovo; era stata la ragione di quella vittoria. Per 78 giorni nella primavera del 1999, l'alleanza aveva combattuto per mettere fine alla pulizia etnica degli albanesi kossovari da parte delle truppe prevalentemente serbe del governo di Slobodan Milosevic. Era la prima guerra contro uno stato sovrano combattuta dalla Nato in cinquant'anni della sua storia. Come la guerra in Afghanistan, si trattava principalmente di una campagna aerea (anche se la minaccia di un attacco di terra si dimostrò decisiva). L'America fornì la leadership, l'individuazione dei bersagli e la quasi totalità degli attacchi di precisione. Ciononostante, si trattò soprattutto di un conflitto condotto dalla Nato. I paesi alleati effettuarono il 60% delle missioni aeree. Dato che si trattava di una campagna Nato, ogni bomba sganciata rappresentava un bersaglio che era stato approvato, almeno in teoria, da ciascuno dei 19 governi alleati. Come comandante delle forze alleate della Nato, ho passato molto tempo con funzionari europei, spiegando loro gli obiettivi previsti e le ragioni per colpirli. A volte c'erano dei disaccordi e qualche volta abbiamo dovuto modificare le liste di obiettivi per tenere conto delle preoccupazioni politiche e dei giudizi militari dei diversi paesi. Per tutti noi - il presidente, i segretari di stato e della difesa, il presidente dei capi di Stato Maggiore ed io - fu un percorso lungo e a volte frustrante. Ma alla fine, fu un percorso decisivo per il nostro successo, perché ciò che perdemmo in efficacia militare lo guadagnammo in impatto strategico.
La Nato opera attraverso il consenso, quindi ogni decisione dà ai membri l'opportunità di dissentire - ma ogni decisione genera anche l'impulso a condividerla. La Grecia, ad esempio, non ha mai bloccato un'azione Nato, anche se la sua popolazione si opponeva fortemente alla guerra e il governo greco mantenne una certa distanza dalle azioni Nato. Questo processo porta gli stati più forti ad assumere la leadership e gli altri ad accodarsi. Ovviamente non fu un'esperienza piacevole per nessuno dei partecipanti. Per i leader statunitensi comportò dei duri scambi con gli alleati per ottenerne l'adesione. Per alcuni leader europei significò l'inverso: subire continue pressioni da parte degli Stati Uniti per approvare azioni che avrebbero generato critiche interne.
Alle fine di aprile, a Washington, nei giorni più bui prima del summit per il cinquantesimo anniversario della Nato, Tony Blair arrivò al nostro quartier generale in Belgio con pochissimo preavviso. Non era nemmeno chiaro perché stesse venendo. Ma l'interrogativo fu presto chiarito nel momento in cui ci sedemmo da soli nel mio ufficio. «Vinceremo?», mi chiese. «Basterà solamente una campagna aerea per vincere? Riuscirete ad ottenere forze di terra se ce ne fosse bisogno?». Blair rese ben chiaro che il futuro di tutti i governi dell'Europa occidentale, compreso il suo, dipendeva dalla riuscita della guerra. Quindi era pronto a fare qualsiasi cosa per ottenere una vittoria. Fu questa la vera lezione in Kossovo: la Nato funzionò. Fece in modo che i leader politici dovessero rispondere al proprio elettorato. Rese quello che era un impegno dominato dagli Stati Uniti, un loro impegno. E rese un successo guidato dagli Stati Uniti, un loro successo. E, dato che una sconfitta guidata dagli Stati Uniti sarebbe stata una loro sconfitta, quei leader s'impegnarono per vincere.
Milosevic sperava che l'alleanza s'incrinasse e che i bombardamenti cessassero. Invece la determinazione della Nato crebbe col passare del tempo. Lui sperava che i paesi confinanti, come Bulgaria e Romania, non collaborassero con l'occidente e infatti, inizialmente la stragrande maggioranza dei loro cittadini si oppose alla guerra. Ma il potere della Nato si estese anche a questi paesi, che non ne erano membri. Dicemmo chiaramente ai loro leader che se volevano essere presi in considerazione per l'ingresso alla Nato - cosa che volevano - avrebbero dovuto aiutarci contro Milosevic, e lo fecero. Altre istituzioni internazionali ci aiutarono nella stretta finale. Le azioni degli Stati Uniti erano legittimate dalla risoluzione 1199 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, approvata nell'autunno del 1998, che stabiliva di passare all'azione nella crisi in Kossovo - in un linguaggio che aiutava a conferire autorità legale e morale al nostro intervento militare. Influì notevolmente anche la minaccia di incriminare Milosevic per crimini di guerra. Quando il Tribunale Penale Internazionale lo mise sotto accusa, la determinazione dei nostri alleati europei si fece notevolmente più ferma.
Alla fine, la Nato raggiunse tutti i suoi obiettivi. Milosevic si ritirò dal Kossovo. Quasi un milione di kossovari ritornarono alle loro case. Anche se Serbia e Kossovo stanno ancora affrontando le conseguenze del conflitto etnico e di un regime totalitario, sono ora governati da leader eletti democraticamente, ansiosi di avere buoni rapporti con l'occidente. Tutto questo è stato ottenuto con il minimo di danni al territorio, nessuna vittima Nato e un numero relativamente basso di vittime civili, nonostante l'impiego di 23.000 tra bombe e missili.
Questo risultato non dipende solamente dall'impiego di strumenti di guerra. La lezione che il Kossovo insegna è che le istituzioni internazionali e le alleanze sono un'altra forma di potere. Hanno i loro limiti e richiedono lunghi tempi di gestione. Ma se usate efficacemente, possono essere decisive a livello strategico. Il Kossovo indica inoltre un modo migliore per vincere la guerra contro il terrorismo: fare più affidamento sulla diplomazia e la legalità e relativamente meno sulla sola forza militare. Subito dopo l'11 settembre, senza rinunciare al nostro diritto all'autodifesa, avremmo dovuto aiutare l'Onu a creare un Tribunale Penale Internazionale per il Terrorismo Internazionale. Avremmo potuto sfruttare il dilagare di choc e solidarietà per forgiare una definizione legale del terrorismo e ottenere l'incriminazione di Osama bin Laden e dei talebani come criminali di guerra. Se l'avessimo fatto, avremmo avuto maggiore legittimazione e maggior sostegno da parte del mondo islamico.
Avremmo potuto utilizzare questa maggior legittimità per aumentare le pressioni sull'Arabia Saudita e su altri stati arabi perché cessassero completamente il loro sostegno morale, religioso, intellettuale e finanziario al terrorismo. Al livello pratico, avremmo potuto evitare le discussioni durante l'accerchiamento di Kandahar nel dicembre 2001, quando il leader afghano voleva offrire un'amnistia al leader talebano, chiedendo quale legge avesse infranto, mentre gli Stati Uniti insistevano perché non gli venisse accordata. Avremmo potuto evitare le continue difficoltà dovute al mantenimento di centinaia di prigionieri in una legale terra di nessuno a Guantanamo, cosa che ha minato la legittimità degli Stati Uniti agli occhi di molti. Avremmo dovuto proseguire la campagna afghana con la Nato. Ovviamente sarebbe stato difficile coinvolgere i nostri alleati sin dall'inizio, quando non sapevamo cosa volevamo fare né come farlo. Ma alla fine, saremmo riusciti a mantenere il coinvolgimento della Nato senza rinunciare allo schema della campagna.
Le difficoltà più serie che abbiamo avuto nell'ottenere il sostegno dell'Europa per la campagna aerea in Kossovo riguardava il bombardamento di obiettivi «a doppio uso»: ponti, centrali elettriche, ripetitori televisivi e gli edifici governativi a Belgrado. Gli Stati Uniti ritenevano che tali attacchi fossero cruciali nello spezzare la capacità bellica di Milosevic. Gli europei, preoccupati per le vittime civili, preferivano colpire obiettivi militari in Kossovo. Alla fine bombardammo entrambi. Ma un simile disaccordo tra Stati Uniti ed Europa in Afghanistan sarebbe stato molto improbabile, per la semplice ragione che le operazioni di bombardamento statunitensi si concentravano esclusivamente su obiettivi militari.
Come ha detto Bush, la lotta contro il terrorismo richiede molto più che forza militare. Infatti, il rispetto della legge e gli strumenti giudiziari rappresentano forse l'aspetto più importante di questa guerra. Gran parte della rete terroristica trae sostegno e risorse dall'interno di paesi nostri alleati. L'attacco dell'11 settembre è stato pianificato da terroristi che vivevano in Europa, e la più alta concentrazione di «cellule dormienti» al di fuori del Medio Oriente è probabilmente in Europa. Ma questa è una minaccia che l'apparato militare statunitense può far poco per combattere. Serve una maggiore omogeneità con i nostri alleati nelle attività giudiziarie e di polizia: maggior cooperazione nelle indagini, condivisione delle prove, più uniformità nelle procedure e nel definire ciò che costituisce una prova e definizioni comuni dei crimini associati al terrorismo.
Anche con le limitate informazioni disponibili al pubblico, è chiaro che le misure giudiziarie e di polizia adottate per indagare, identificare, rintracciare, trattenere, interrogare, arrestare, incriminare, condannare e punire i terroristi e i loro complici in paesi amici sono risultate scarsamente efficaci. Dall'autunno scorso, i governi europei, hanno arrestato e poi rilasciato numerosi presunti terroristi che il governo degli Stati Uniti avrebbe preferito veder restare dietro le sbarre. In aprile, ad esempio, la polizia spagnola ha arrestato un uomo di origine siriana sospettato di appartenere ad al Qaeda, ma l'ha poi rilasciato, per mancanza di prove. Eppure, al momento del suo arresto, era in possesso di molte ore di riprese video che mostravano il World Trade Centre da ogni angolo possibile, e di immagini di sorveglianza del ponte Golden Gate. Fortunatamente, in luglio, la polizia spagnola ha nuovamente arrestato l'uomo. Ma in quello stesso mese la giustizia britannica ha rilasciato un egiziano ricercato negli Stati Uniti in quanto presunto finanziatore di un leader terrorista.
La totale collaborazione che cerchiamo è improbabile senza l'ausilio di un meccanismo allargato di costruzione del consenso come la Nato. È già abbastanza difficile convincere Cia e Fbi a condividere le informazioni, anche se entrambe rispondono al presidente ed al Congresso. Immaginate quanto possa essere difficile ottenere la collaborazione tra agenzie statunitensi e le loro controparti in venti diversi paesi europei. Più la guerra continua, più avremo bisogno del sostegno di altri paesi - e invece sembra che ne stiamo ottenendo sempre meno. Dopo l'11 settembre, gli Stati Uniti hanno fornito all'Onu una lista di gruppi ed individui sospettati di finanziare i terroristi. I governi europei congelarono i loro beni. In primavera, il governo statunitense ha consegnato una lista aggiornata - la maggior parte dei governi europei l'ha ignorata.
L'autunno scorso, tutta l'Europa sapeva che gli attacchi dell'11 settembre erano stati pianificati sul suolo europeo, che c'erano obiettivi europei nelle liste dei terroristi e che centinaia di europei erano morti al World Trade Centre. Gerhard Schröder rischiò un voto di sfiducia per far approvare al governo tedesco l'invio di truppe in Afghanistan. Anche i francesi espressero la loro solidarietà. Oggi, quel sostegno viene rimpiazzato da un crescente risentimento nei confronti degli Stati Uniti. Anziché concentrarsi sulla minaccia del terrorismo, gli europei si concentrano sui pericoli dell'egemonia statunitense. I loro leader sono liberi di manipolare queste paure perché, senza il coinvolgimento della Nato, vedono questa guerra come nostra e non loro. Non una singola campagna elettorale in Europa s'impernia sul successo nella guerra al terrorismo. I politici europei non hanno interessi in gioco rispetto al suo risultato.
Alcuni americani sembrano godere dell'indignazione europea. Ma questa indignazione sta minando la nostra capacità di portare a compimento le successive fasi della guerra. Sul finire della seconda guerra mondiale, riconoscemmo la necessità di avere alleati ed affermammo l'idea che si doveva bandire dal mondo quella che il presidente Truman, nel suo discorso per la fondazione delle Nazioni Unite, chiamò «filosofia fondamentale dei nostri nemici, e cioè che la ragione è dei potenti». Gli Stati Uniti hanno l'opportunità di utilizzare le istituzioni internazionali che hanno costituito per trionfare sui terroristi che minacciano non solo gli Stati Uniti, ma il mondo intero. Sarebbe una tragedia abbandonare i sessant'anni di esperienza acquisiti dopo la seconda guerra mondiale.
Articolo tratto dal Washington Monthly ©
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PRESIDENTE. TAYLOR VUOLE SPODESTARE BUSH
DI MARCO CONTINI
I Repubblicani e le primarie aumm aumm
In New Hampshire si vota anche per scegliere il candidato conservatore, ma nessuno lo sa
Manchester, New Hampshire. Non ho con me l'archivio delle precedenti epistole, ma sono certo che da qualche parte ho scritto una fesseria: ho sostenuto - e me ne scuso - che vista la ricandidatura di George W. Bush, il Partito Repubblicano non terrà le primarie. Errore. La frase va infatti riformulata come segue: vista la ricandidatura di George W. Bush, il Partito Repubblicano sta facendo di tutto per non far sapere che anche lui è tenuto a organizzare le primarie. La Casa Bianca ha altro a cui pensare, e non vuol perder tempo con persone di terza fila - sulla scheda qui in New Hampshire ce ne sono ben 13 - che si sono messe in testa di fare uno sgarro al Presidente: quindi le primarie si tengono in modo semiclandestino, aumm aumm, e Giorgino si fa confermare la nomination senza colpo ferire.
La stampa si è adeguata. Qui in New Hampshire, dove tutti sono impegnati a scrutare i destini dei Democratici, oggi votano anche i Repubblicani. Ma non lo sa nessuno, nemmeno i militanti di partito. Perfino la mitica National Public Radio - la cosa più bella che io abbia mai ascoltato in vita mia - si è fatta turlupinare: venerdì ha fatto un lungo servizio sulla gita in New Hampshire di alcuni potenti esponenti del partito, sostenendo che il loro viaggio è un tentativo di contrastare il monopolio democratico delle attenzioni. Il che in parte è vero. Ma solo in parte: i big dell'elefantino sono qui anche per organizzare le truppe e garantire che tutto fili via liscio.
Per fortuna c'è ancora qualcuno che si oppone a questo scippo della democrazia. Per esempio, Jim Taylor.
Jim è un signore sulla quarantina che si presenta come «The Real Republican»: contro la guerra, a favore dei diritti civili, contro il neoconfessionalismo che sta stritolando il suo partito. Quando non fa politica, produce video. L'ho conosciuto sabato, ci siamo stati simpatici. Lui ha anche accettato di farsi fotografare mentre indossava la maglietta Continiforamerica, niente male come prova di tolleranza. Poi ha costretto una sua collaboratrice - bellissima, by the way - a indossare una maschera di George Bush e l'ha inseguita brandendo un pollo arrosto: un pollo vero, non come il tacchino di plastica che il Presidente ha servito ai soldati in Iraq durante il blitz di Thanksgiving.
Jim Taylor negli Stati Uniti è una piccola celebrità. Nel 2000, quando aveva i capelli ricci e lunghi, ha condotto una campagna elettorale demenziale, un'autentica goliardata, e ne ha fatto un video che oggi vende per venti dollari dal significativo titolo «Run some idiot, one schmuck's presidential odyssey» (più o meno: «Corri idiota, l'odissea presidenziale di un cazzaro»). Per gli amanti del genere è un film da culto: chi lo volesse può ordinarlo all'indirizzo www.runsomeidiot.com.
Quest'anno, invece, Jim ha deciso di fare le cose sul serio: si è dato una ripulita, ha tagliato la criniera, e - pur senza rinnegare l'idiozia, sua eterna musa ispiratrice - si è messo in testa di provare a rompere qualche uova nel paniere del Comandante in capo. Come? Lui me l'ha raccontata così: «Ci sono le primarie repubblicane ma nessuno lo sa, perché quei maledetti vogliono far credere che la competizione è sospesa solo perché il presidente ha deciso di ricandidarsi. Eh no, cari: qui siamo in America! Comunque, di certo saranno pochissimi quelli che andranno a votare. E allora sai che c'è? Io faccio la mia campagna, dico al maggior numero di gente possibile di votare per me - a proposito, hai dieci amici? - e poi vediamo come va a finire. Loro sono dei maestri nel trovare il modo di aggirare le leggi, ma questa volta l'inganno lo uso io contro di loro».
Per assurdo, la congiura del silenzio potrebbe addirittura costare a Bush la nomination repubblicana: perché se il pecorone medio non va ai seggi, mentre i Taylor Corps sono tutti mobilitati, va a finire che l'Idiota prende più voti del Capoccione e i delegati alla Convention repubblicana sono suoi. Oggi in New Hampshire, domani nei restanti 49 stati. E a quel punto Bush si trova costretto a ricandidarsi come indipendente. Sarebbe un autentico spasso!
Naturalmente non succederà: se appena Jim dovesse riuscire a fare il colpo in una primaria, un minuto dopo il Presidente manderebbe la cartolina precetto alle sue truppe cammellate e si riprenderebbe il partito. Questo Jim lo sa. Però avverte: «Mi basta anche un solo delegato. Uno solo, e alla Convention nazionale facciamo un casino pazzesco». Per farcela gli basta raggiungere il 10 per cento dei voti in almeno uno stato: varcata la soglia di sbarramento, scatta il proporzionale. Forse non sarà in New Hampshire, dove a far finta di non fare campagna elettorale è arrivata gente del calibro di Rudy Giuliani. Ma da qualche altra parte - lui avverte: tieni d'occhio il South Dakota - il suo delegato potrebbe riuscire a strapparlo. Lo dico dal profondo del cuore: che Iddio lo assista. (20/Continua)
www.continiforamerica.org provvisoriamente gemellato a www.taylor2004.com
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L'università di Blair rischia la bocciatura
Si vota ai Comuni il più contestato progetto del new Labour, la triplicazione delle tasse universitarie. Deputati laburisti in rivolta, «stiamo tradendo le promesse elettorali». Il premier rischia la prima sconfitta della sua carriera. Sondaggio: 70 inglesi su 100 sono contro il progetto di legge
ORSOLA CASAGRANDE
LONDRA
Ormai anche Tony Blair sembra rassegnato ad accettare che le prossime ventiquattro ore siano le più drammatiche della sua carriera di primo ministro. Questa sera alle sette ci sarà a Westminster il voto cruciale sul progettato aumento delle tasse universitarie. Domani a mezzogiorno e mezzo Lord Hutton pronuncerà il suo verdetto sulle circostanze che hanno circondato la morte del professor Kelly e dirà chi sono - se ci sono - i colpevoli di questa drammatica vicenda conclusasi con l'apparente suicidio dell'ex ispettore Onu. Ieri sera Blair ha incontrato i suoi deputati nel tentativo di limitare i danni di una rivolta che potrebbe essere la più imponente registrata dal new Labour durante i suoi quasi sette anni di governo. I parlamentari che hanno firmato un documento contro la legge che «liberalizza», per così dire, le tasse universitarie sono 155. Un numero enorme, anche per un governo che può contare su una maggioranza di 161 deputati in parlamento. Ieri Downing street ha ammesso che «il voto sarà un testa a testa: non possiamo ancora cantare vittoria». Tanta è la paura di perdere che Blair ha chiesto a tutti i personaggi influenti del suo governo di pronunciarsi a favore del controverso disegno di legge. Ieri anche il ministro del tesoro Gordon Brown ha chiesto ai ribelli di tornare sui propri passi e votare in linea con le indicazioni del partito.
«La scelta del 27 gennaio per il voto non è stata casuale» - dice Alan Simpson, presidente del Socialist Campaign Group (il gruppo di deputati che cerca di mantenere il Labour ancorato ai valori socialisti). «Infatti molti ribelli erano impegnati all'estero, chi al Consiglio d'Europa chi altrove. Ma abbiamo cancellato tutti gli impegni. Domani sera (questa sera, ndr) ci saremo tutti».
In pratica, se l'opposizione voterà compatta contro la legge basteranno i voti contrari di 81 laburisti per bocciare il governo. Ed è questo che preoccupa Blair, che evidentemente già sente in bocca il sapore della sconfitta. Così per settimane ha mandato in giro i suoi fedelissimi a parlare con i ribelli ritenuti più «morbidi», cioè quelli che potevano ripensarci e votare con il governo. Alla stampa l'ufficio comunicazione di Downing street (pur senza Alastair Campbell) ha continuato a passare notizie di defezioni sempre più numerose: i ribelli tornano indietro, un altro gruppo decide di non fare male a Blair, e via di questo passo con informazioni rassicuranti. Questi sono poi stati i titoli dei giornali: totalmente fuorvianti. Perché invece i ribelli sono rimasti uniti. «E non per un sentimento di vendetta personale - sottolinea il deputato Ian Gibson - ma perché ci viene chiesto di ignorare gli impegni che abbiamo preso con l'elettorato (di non introdurre tasse differenziate, ndr) e di ripudiare la giustizia sociale che è il pilastro sui cui il Labour si basa». Una scelta che potrebbe anche avere pesanti conseguenze elettorali: un sondaggio pubblicato ieri dimostra che almeno sette inglesi su dieci sono decisamente contrari al progetto governativo e vorrebbero vederlo bocciato - senza contare le manifestazioni che da mesi si susseguono con furore sull'argomento. Nessun'altra legge del governo Blair è stata accolta tanto male.
Nei fatti la nuova legge propone di lasciare che siano le università a decidere quanto dovranno pagare gli studenti. Il governo si limita a fissare un tetto massimo: 3000 sterline l'anno (cioè circa 4500 euro). Tre quarti degli atenei inglesi, secondo quanto afferma lo stesso governo, sceglierà di far pagare proprio 3000 sterline ai futuri studenti. Che però (ed è questo che, dice il governo, fa la differenza) non dovranno pagare le tasse ogni anno, ma potranno farlo con calma una volta laureati. Lo studente dunque accumulerà debiti (anche molto alti, vedi la scheda) durante la sua carriera universitaria: una prospettiva, dicono i ribelli, che farà riflettere due volte prima di iscriversi all'università, soprattutto chi proviene da famiglie meno abbienti. «Perché è evidente - dice Jeremy Corbyn, un altro deputato che voterà no - che ai costi delle tasse uno deve aggiungere quelli della vita quotidiana da studente a tempo pieno». Corbyn ricorda che il 40% degli studenti iscritti ad università londinesi vive in casa con i genitori. Nell'anno accademico 1998-99 la percentuale era del 27%. Non è un caso poi che il 58% degli studenti debba lavorare per sopravvivere.
Ma è comunque il ripudio di colonne fondanti del Labour - istruzione per tutti, giustizia sociale, pari opportunità - che rende ancora più determinati i ribelli. Molti dei quali non rientrano nei «soliti sospetti». Non sono cioè gli uomini eletti dalla sinistra del partito. Si tratta di deputati che non se la sentono, lo spiega bene Ian Gibson, di «tradire l'elettorato che ci ha mandato in parlamento sulla base di un Manifesto che oggi ci viene chiesto di ripudiare». E' anche per questo che il voto contro la legge proposta dal ministro all'istruzione Charles Clarke è anche «una questione di principio. Il primo ministro ha detto che i deputati che voteranno contro questa legge renderanno al paese un grosso disservizio. Ma imporre questa legge senza considerare le implicazioni a lungo termine che essa avrà sulla vita di milioni di giovani mi sembra un tradimento assai più grave».ilmanifesto.it
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I CONTROPOTERI ANNICHILITI
di GIOVANNI SARTORI
dal Corriere - 27 gennaio 2004
Qualche giorno fa scrivevo della riforma costituzionale in corso e promettevo un seguito. In quell’articolo accettavo la dizione di Giuliano Amato di «dittatura della maggioranza», ma la raddoppiavo, per così dire, dicendo che la riforma prefigurava una dittatura del premier sulla dittatura della sua maggioranza. Esageravo? Mica tanto. La dittatura della maggioranza era già una preoccupazione dei costituenti di Filadelfia del 1787-1788. Ma allora non si diceva dittatura; allora si diceva dispotismo e tirannide. E quei costituenti usarono i due termini per distinguere tra due cose diverse. Il primo problema è di eliminare il «dispotismo» costruendo un sistema politico nel quale ogni potere è limitato da contropoteri: e quindi un sistema di checks and balances , di freni e contrappesi. La loro soluzione fu un sistema presidenziale fondato sulla netta separazione tra potere esecutivo e potere legislativo. Nei sistemi parlamentari la soluzione è diversa; ma è pur sempre fondata sul principio che il potere deve essere limitato e controllato da altri poteri.
Il secondo problema è di impedire una «tirannide della maggioranza» intesa come la tirannide della maggioranza parlamentare che vince le elezioni sulla minoranza che le perde. A questo effetto la teoria della democrazia stabilisce che il principio maggioritario deve essere applicato «nei limiti», e cioè rispettando i diritti della minoranza. E qui l’argomento è che un esercizio assoluto (illimitato) del potere maggioritario porta alla autodistruzione della democrazia. Così la teoria. Ma la protezione delle minoranze può anche essere assicurata da meccanismi costituzionali. Per esempio stabilendo che una serie di «decisioni decisive» non possono essere prese a maggioranza semplice, ma soltanto da maggioranze qualificate (per esempio di due terzi).
Dunque, la democrazia liberale - che fa tutt’uno con la democrazia costituzionale - è data da un sistema di poteri limitati da contropoteri e da regole di comando che limitano il diritto di maggioranza.
Invece il governo Berlusconi ci propone - con il disegno di legge 2544 - lo smantellamento dei contropoteri e regole di comando che schiacciano l’opposizione. L’esatto contrario, allora, di tutti i dettati del costituzionalismo.
Prendiamo il caso emblematico di come viene trasformata la figura del capo dello Stato. In primo luogo, l’elezione diretta del premier - dichiarata o camuffata che sia - priva il presidente della Repubblica del potere di designarlo (su indicazione, beninteso, della maggioranza parlamentare).
Inoltre Berlusconi chiede per il capo del governo il potere di sciogliere la Camera dei rappresentanti. E queste due amputazioni già bastano a configurare il capo dello Stato come un potere senza potere (che conti).
Aggiungi che il prossimo capo dello Stato sarà eletto, con ogni probabilità, a maggioranza semplice, e quindi che sarà scelto da Berlusconi. Anche la Costituzione del ’48 prevedeva che dopo il terzo scrutinio il Presidente della Repubblica venisse eletto a maggioranza semplice. Ma l’applicazione «moderata» del principio maggioritario ha sempre fatto cercare una più ampia maggioranza.
È chiaro che questa remora non esiste più. Il futuro capo dello Stato sarà un «signorsì». Il che capovolge il problema e rende stupido (al fine di frenare il premier) rafforzare il Capo dello Stato. Per esempio, se potrà nominare 4-5 giudici costituzionali aiuterà Berlusconi a catturare la Consulta. Sarebbe un altro contropotere che se ne va. E così via.
Alla fine restiamo con un «premier assoluto» caratterizzato da un potere soverchiante. Il Re Sole diceva «lo Stato sono io». Hitler diceva «la costituzione sono io». La differenza è che Berlusconi si sottomette a elezioni. Ma se le vincesse tutte?
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Ds Milano - Rassegna stampa
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Albertini manda l'avvocato dalla Colli
da Repubblica
Una lettera dai toni perentori, che suona come un ultimatum e anche qualcosa di più: «Invitiamo la presidente della Provincia ad astenersi, in futuro, dal dire non solo cose non vere ma anche di polemizzare in modo impudente con l´operato del Comune e di chi l´amministra». Così Gabriele Albertini, attraverso il suo legale, ad Ombretta Colli (in riferimento a un´intervista rilasciata a Repubblica). La guerra tra i due - alleati di partito ma nemici giurati - è arrivata alla resa dei conti.
La guerra Albertini-Colli è nelle mani degli avvocati
"Abbiamo solo pregato Palazzo Isimbardi a non schierarsi con i tassisti contro la città"
"Non ho mai invitato gli elettori a votare per il candidato dello schieramento opposto"
Dopo l´ultima intervista della presidente della Provincia il sindaco le fa intimare dal legale di "astenersi per il futuro dal dire cose non veritiere e di polemizzare" con lui
PAOLO BERIZZI
Tra Ombretta Colli e Gabriele Albertini adesso ci si mettono gli avvocati. La guerra fredda tra il sindaco e la presidente della Provincia, alleati politici ma nemici dichiarati, dopo un anno e mezzo di colpi bassi, vendette, mediazioni fallite e appuntamenti "lisciati" per non incontrarsi (vedi decennale di Forza Italia: lei a Roma non ci è andata apposta), ha imboccato le vie legali. Il primo passo lo ha fatto l´inquilino di palazzo Marino: dallo studio dell´avvocato Augusto Colucci, difensore di Albertini, ieri è partita una lettera di fuoco indirizzata al collega Gaetano Pecorella, che tutela la Colli. Una missiva dai toni perentori, con la quale si invita la Signora Provincia ad «astenersi, per il futuro, dal dire non solo cose inveritiere ma, anche, di polemizzare in modo impudente con l´operato del Comune e di chi l´amministra». Al centro di quella che si preannuncia come l´inizio della resa dei conti tra i due litiganti, c´è l´intervista rilasciata da Ombretta Colli a Repubblica giovedì 22 gennaio. Un colloquio nel quale, senza mezzi termini, Colli affermò: «Dopo il linciaggio e l´insulto gratuito adesso, in vista delle elezioni provinciali, Albertini invita esplicitamente a votare per il candidato dello schieramento opposto al nostro (Filippo Penati, ndr)». Apriti cielo. Quella frase Albertini non l´ha proprio digerita. Ed è passato al contrattacco. Questa volta per mano del suo legale di fiducia.
«Alla domanda del giornalista "Il sindaco considera quel voto (le elezioni provinciali di quest´anno, ndr) come una specie di redde rationem contro di lei, l´ha detto a proposito della vertenza taxi", la sua cliente - si legge nella lettera - invece di controbattere alla domanda, ha rilasciato espressioni menzognere e piene di livore nei confronti del mio assistito...». Anzi si precisa che: «Al contrario di quanto detto dalla Presidente Colli, Albertini non l´ha mai "linciata" né "insultata" (né gratuitamente né a ragione), né tanto meno ha mai rivolto "l´invito esplicito a votare per il candidato dello schieramento opposto al nostro"». Una sottolineatura che entra nel merito: «Invitiamo la Colli a leggere, o quanto meno ad informarsi delle dichiarazioni del sindaco prima di dire cose non rispondenti al vero...». «Se avesse letto quelle riguardanti la vicenda dei nuovi taxi - scrive l´avvocato Colucci - avrebbe certamente capito che le parole di Albertini, lungi dall´essere un invito a votare per l´opposizione, erano invece un consiglio a non prendere le parti di una lobby corporativa contro le esigenze non del Comune ma dei milanesi, perché tanto poteva essere controproducente in vista delle prossime elezioni di maggio. Voleva essere, insomma, un invito all´unità di intenti». Morale: «In futuro basta dichiarazioni non vere e polemiche impudenti con l´operato del Comune e chi lo amministra». La palla, adesso, passa alla Colli. E quale sarà la prossima puntata non è difficile immaginarlo.
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IL RETROSCENA
Sono già cominciate le grandi manovre in vista delle amministrative del 2006. In giunta anche Marra
Romani dà la scalata al Comune "Controllerà gli azzurri ribelli"
RODOLFO SALA
Reciproca convenienza. Il coordinatore regionale di Forza Italia nella giunta di Palazzo Marino per studiare da sindaco in vista delle elezioni del 2006. Albertini dice che si può fare, ma a precise condizioni: Romani dovrà esercitare un controllo ferreo sui 26 inquieti consiglieri di Forza Italia, prendersi la responsabilità di cacciare due assessori forzisti per fare posto a lui e a un altro aspirante, lavorare ventre a terra per recuperare almeno qualcosa degli ormai famosi 192 milioni di euro promessi 15 mesi fa da Berlusconi a Milano.
Ieri pomeriggio i due hanno cominciato a scrivere il loro personalissimo patto, con un incontro ufficiale nell´ufficio del sindaco. L´operazione dovrebbe andare in porto tra un mese, a conclusione del dibattito sull´Aem. E c´è già chi indica le vittime da immolare sull´altare del «rafforzamento politico» della giunta, sul cui operato pesa l´assenza di iniziativa da parte del partito di maggioranza. Via l´assessore all´Ambiente Domenico Zampaglione e quello all´Innovazione tecnologica Giancarlo Martella. Dentro Romani (magari come assessore all´Attuazione del programma) e l´attuale presidente del consiglio comunale Giovanni Marra, che potrebbe lasciare la vecchia poltrona a Enzo Giudice, ora capogruppo.
Romani s´impone un po´ di cautela: «Abbiamo solo cominciato a parlare di rimpasto, argomento che va affrontato insieme agli altri partiti della coalizione; comunque non posso negarlo: l´ipotesi che io diventi assessore c´è. Ed è condivisa da tutta Forza Italia, ai massimi livelli». Romani considera necessario mantenere l´incarico di coordinatore regionale. Lo ha detto giorni fa anche a Sandro Bondi, lo ripete dopo avere incontrato il sindaco: «Se dovessi dimettermi, si negherebbe il presupposto fondamentale di questa operazione». E il presupposto si chiama rilancio della giunta Albertini, arrivata al giro di boa del secondo mandato senza aver attuato granché (per mancanza di soldi, ma anche per le fibrillazioni interne alla maggioranza) del proprio programma elettorale.
Che poi Romani possa correre davvero per la poltrona di sindaco, dopo un apprendistato di due anni in giunta, è da dimostrare. Dipende da chi sarà il candidato del centrosinistra, si mormora in viale Monza, dove ieri mattina si è riunito l´esecutivo regionale, tutto dedicato al rimpasto. Se l´avversario dovesse una personalità di rilievo slegata dai partiti (come Ferruccio De Bortoli), i forzisti calerebbero una carta diversa: Fedele Confalonieri, per esempio. L´autocandidatura di Romani ha già provocato qualche mal di pancia in Forza Italia, soprattutto fra gli aspiranti assessori che ora devono mettersi sull´attenti. Sul chi va là anche la componente ciellina: «Se serve a contenere le tensioni con il sindaco, va bene Romani - avverte il vicecapogruppo Alberto Garocchio - ma devono decidere tutti i nostri consiglieri, non ci possono essere imposizioni dall´alto». Per i forzisti, inoltre, il rimpasto ha l´obiettivo di ridimensionare lo «strapotere» di An. E anche lì c´è chi scalpita: Emilio Santomauro vuole passare da consigliere ad assessore.
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Ds Milano - Rassegna stampa
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Csm vs Berlusconi
I 16 giudici e 2 laici del centro-sinistra hanno presentato la richiesta di "aprire la pratica a tutela" in risposta alle affermazioni del premier durante il decennale di Forza Italia
di Diario
Durante la kermesse di sabato per festeggiare i 10 anni di Forza Italia Berlusconi ha mosso un duro attacco contro i giudici di Mani pulite, a sottolineare come i rapporti tra giudici e Palazzo Chigi siano ancora "difficili".
Il premier ha voluto dedicare la prima parte del suo discorso alla magistratura e al ricordo dello scampato "pericolo comunista" e per rievocare il clima che c'era 10 anni fa ha dato lettura di un intero articolo di don Gianni Baget Bozzo in cui il fascismo viene paragonato alla magistatura, che usa la violenza in nome della legge, e i guidici Borrelli, Boccassini e Colombo definiti "giudici iniqui, figure da ricordare con orrore".
Alla fine della lettura grandi baci e abbracci tra Berlusconi e don Gianni subissati dagli applausi di un'orda di forzisti che gremivano il palazzo dei congressi.
Immediata la reazione dei 16 membri togati e 2 laici dell'Ulivo (Luigi Berlinguer e Gianfranco Schietroma) che oggi hanno chiesto al vicepresidente del Csm, Virginio Rognoni, di "aprire la pratica a tutela", un procedimento che il Consiglio superiore della magistratura utilizza per difendere l'autonomia, l'indipendenza e la professionalità dell'intera magistratura.
Ma l'iniziativa ha subito suscitato forti polemiche che hanno spostato lo scontro nei palazzi della politica.
Per Gasparri la decisione ''rientra in una normale dialettica fra varie realta' istituzionali in corso da anni', l'esponente del Csm Di Federico, (FI) lo ha definito un "atto politico illegittimo perchè fuori dalle stesse competenze del Csm".
Ma a dir la verità "le pratiche a tutela" rientrano legittimamente nei compiti del Csm da 15 anni e cioè, ha spiegato Giuseppè Salmè del Movimento per la Giustizia, da quando la Commissione Paladin, istituita nel 1990 da Cossiga, ha deciso di verificare gli atti compiti dal Csm.
Il documento verrà discusso direttamente dal plenum, che i membri del Polo minacciano di far mancare, di Palazzo dei Marescialli senza passare dalle varie Commissioni, e quindi per via d'urgenza
diario.it
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Tg1: per i vertici della Rai è l'ultima possibilità per imporre una svolta contro le faziosità
di Giuseppe Giulietti
Non una rissa interna della redazione, né una contrapposizione politica o sindacale. Quello che è accaduto ieri al Tg1, con la protesta di decine di giornalisti, é la diretta conseguenza di un perdurante clima di intolleranza e faziosità imposto dall'attuale gruppo dirigente Rai. Per il gruppo dirigente Rai e per il dg, questa é l'ultima possibilità per raccogliere l'allarme lanciato dai giornalisti e imporre una svolta capace di garantire autonomia al servizio pubblico.
Non a caso le faziosità e le discriminazioni di questi tempi non hanno riguardato solo il centrosinistra o il popolo della pace, o le organizzazioni sindacali e sociali ma anche quanti nello stesso centrodestra non si sono associati in modo entusiastico ai toni sguaiati ed estremistici usati più volte dal presidente del Consiglio. L' interruttore unico dell'informazione sarà usato come una vera e propria clava anche contro gli alleati. Il gruppo dirigente della Rai e la direzione generale ha l'ultima opportunita' per raccogliere il campanello d'allarme generosamente suonato dai giornalisti di un testata 'storica', e per imporre una svolta capace di garantire autonomia, liberta' rispetto anche per quella vasta parte dell'Italia che paga il canone e che non ha votato Berlusconi. Se non dovessero essere in grado di garantire una svolta farebbero meglio a passare la mano spontaneamente ad una autorita' di garanzia capace di assicurare le pari opportunita' nell' accesso almeno in occasione della prossima campagna elettorale. Siamo certi che le stesse autorità istituzionali non mancheranno di richiamare il servizio pubblico alle sue funzioni primari, e troppe volte osteggiate e umiliate.
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L'ULTIMA LETTERA DI JACOPO FO -
Santa Cristina-
Innanzi tutto ringraziamo le migliaia di persone che ci stanno scrivendo e telefonando e tutti coloro che in molti modi hanno deciso di sostenere la battaglia per la libertà di informazione e di satira in Italia.
Ci ha commosso ad esempio un ristoratore di Perugia che sul maxi schermo del suo locale ha mandato per tutte le due ore e mezza di durata “L’anomalo bicefalo” muto, spiegando ai clienti cosa accadeva…
O il professore che ha iniziato la sua lezione per un minuto “senza audio” e poi ha spiegato il perché ai suoi allievi.
Sicuramente vedere un premio Nobel costretto ad andare in onda senza voce ha colpito molti e ha portato a riflettere sull’assurdità della cosiddetta anomalia italiana.
Dopo 50 anni di lotte onorevoli e riconoscimenti enormi in tutto il mondo Dario Fo e Franca Rame avrebbero meritato che il loro ultimo spettacolo fosse trasmesso da una rete pubblica (ricordate, forse, che una rete pubblica, pagata da tutti noi, dovrebbe offrire un servizio pubblico?).
Invece non solo i due autori teatrali viventi più rappresentati del mondo hanno offerto senza alcun compenso personale il loro spettacolo a una rete satellitare pur di farlo andare in onda ma sono stati pure ammutoliti dalla censura. Molti giornali di tutta Europa si chiedono come una cosa simile sia potuta succedere.
Ora la nostra battaglia è quella di riuscire a far andare in onda “L’anomalo bicefalo” con tanto di pericolosissimo audio. Ed è proprio il sostegno crescente che accompagna questo nostro tentativo che ci fa sperare.
Al di là e oltre “L’anomalo bicefalo” comunque continueremo a utilizzare tutti gli spazi che ci verranno offerti per dire ciò che si vorrebbe tacere e dare voce a tutti gli artisti e i giornalisti che vengono ammutoliti dall’ afonia del potere. Continueremo a trasmettere quindi su Planet tutti i giorni alle 19 e in replica all’1, alle 4,30 e alle 14 del giorno successivo.
Vogliamo anche ribadire la nostra disponibilità a collaborare con tutte le altre emittenti (satellitari e terrestri, nazionali e locali) che vorranno trasmettere i nostri programmi o sviluppare assieme nuovi programmi. E anzi speriamo che Canale 5 e Rai 1, travolti da uno spasmo libertario, decidano di offrirci uno spazio in prima serata, sfatando così la leggenda che li vorrebbe “autocensurati”.
A tutte le emittenti che vogliano collaborare con noi proponiamo tre condizioni da condividere: -Sì alla libertà di informazione e di satira. -No a programmi massacrati dalle interruzioni pubblicitarie. -Sì ad iniziative economicamente sostenibili, capaci di durare nel tempo.
A tutti voi ed in particolare agli operatori del mondo dell’informazione chiediamo poi di far conoscere a sempre più persone che esistiamo, che continuiamo a trasmettere (dalla nostra ultima rilevazione conoscono l’ esistenza di Atlantide.tv circa 2.300.000 italiani, nonostante nessun giornale ad oggi pubblichi orari e contenuti delle nostre trasmissioni).
Ogni giorno i nostri reporter sono in giro per l’Italia per raccontare le storie dell’Altro Mondo e col vostro aiuto continueranno a farlo. Ancora un grazie a tutti.
Jacopo Fo
megachip.info
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MUMBAY/SF: UN PARLAMENTO MONDIALE PER DARE VOCE A TUTTI I CITTADINI DEL MONDO
Durante la 4a giornata del forum sociale mondiale e' stata lanciata la proposta di un Parlamento mondiale per dare voce a tutti i cittadini del mondo come alternativa democratica alla globalizzazione neoliberista.
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Lo scrittore e attivista inglese George Monbiot ha detto ai delegati che "senza democrazia globale non ci puo' essere democrazia nazionale". Monbiot ha fatto l'esempio di Luiz Inacio Lula da Silva, presidente del Brasile, che ha vinto le ultime elezioni presidenziali principalmente sulla promessa di fornire i servizi base delle sezioni piu' povere della societa' implementando politiche per colmare il gap tra ricchi e poveri.
Monbiot ha affermato che non e' sufficiente avere buone politiche ed intenzioni locali mentre l'attuale sistema globale e' orientato a favore di politiche che sono indirizzate ad arricchire i paesi sviluppati e i settori ricchi di molti paesi.
Monbiot ha sollecitato una azione globale organizzata che abilitera' l'istituzione di un 'nuovo ordine mondiale'. "Non e' sufficiente pensare globalmente e agire localmente. Noi dobbiamo anche agire globalmente," ha detto Monbiot, chiedendo anche lo smantellamento del FMI e della BM e la trasformazione delle Nazioni Unite.
Come affermato da Monbiot, nel suo ultimo libro intitolato The Age of Consent: nel Manifesto for New World Order, che e' circolato al forum, ci deve essere un parlamento mondiale i cui rappresentanti saranno eletti dai cittadini in tutti i paesi e saranno pubblicamente responsabili per le decisioni che prenderanno. Questo rimpiazzera' le Nazioni Unite. Parlando del FSM e alla domanda se il forum puo' essere un passo fondamentale verso un 'parlamento mondiale', Monbiot ha detto che il forum e' importante ma non e' sufficiente "perche' noi (i delegati) ci autoselezioniamo. Abbiamo i passaporti, il tempo e il denaro per partecipare a questo tipo di incontri."
Mentre il FSM resta un momento importante bisogna dar vita a una piattaforma parallela del 'parlamento mondiale' che avra' piu' "autorita' morale". "Il potere risiede laddove si trova l'autorita' morale" ha concluso Monbiot, con gli applausi dei delegati.
In contemporanea alla sessione su "La globalizzazione e le sue alternative" si e' tenuto il workshop "Verso il parlamento mondiale: creiamo una rete per la democrazia glocale dal basso" che ha trattato in modo specifico questo tema ed e' stato promosso e organizzato dal Movimento Federalista Europeo.
50 persone da 20 paesi hanno partecipato alla discussione. Nicola Vallinoto attivista del World Federalist Movement, Italia, ha coordinato i lavori mentre Leo Rebello, Co-Presidente della World Constitution and Parliament Association, India, ha presieduto la sessione.
Gli interventi sono stati di:
* James Arputharaj, Sri Lanka, World Federalist Movement. * Rasmus Tenberger, Germany, The Global Democracy Experiment. * Dick Burkhart & Mona Lee, USA, Bike for Global Democracy. * Dr. Sichendra Bista, Nepal, eParliament.org * Rob Wheeler, France, Forum for a World Parliament * Dr. Carmo D'Souza, India, Lecturer in Goa Law College. * Mikael Nordfors, Norway, Vivarto Co-operative. * Troy Davis, USA, World Citizens Foundation. * Werner Bulling, Germany, Citizens Initiative for For the Europe of the Citizens. * Prof. Andrew Strauss, USA, Widener University, School of Law. * Manuel Manonelles, Spain, Campaign for Indepth Reform of International Institutions. * Prof. Seshrao Chavan, India, Bharatiya Vidya Bhavan, Aurangabad Chapter. * Shishir Srivastava, India, World Unity and Peace Education Deptt. CMS, Lucknow.
Agli interventi e' seguito un dibattito molto partecipato e la sessione ha adottato i seguenti punti in modo unanime:
1.. Stabilire il parlamento mondiale entro il 2010 2.. La democrazia globale come tema principale al prossimo FSM. 3.. Creazione di un Sito Web sul Parlamento mondiale con links alle altre organizzazioni mondialiste 4.. Creazione di una rete di organizzazioni per la democrazia globale 5.. Creazione di un Forum sul web sul parlamento mondiale per redarre un Manifesto base del popolo mondo.
Durante i lavori del workshop e' stata presentata la rivista internazionale The Federalist Debate.
Fonte: Nicola Vallinoto WSF, Media Center
Un parlamento mondiale per dare voce a tutti i cittadini del mondo
Autore : Unimondo
Link : www.unimondo.org
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Primarie nel New Hampshire, Dean in rimonta
di Bruno Marolo
La rivolta non è finita. Gli elettori del partito democratico in cerca di uno sfidante da opporre a George Bush andranno oggi alle urne nel New Hampshire e secondo la maggior parte dei sondaggi sceglieranno il rassicurante senatore John Kerry, sostenuto dalla famiglia Kennedy. Ma non è detta l'ultima parola. Howard Dean, il ribelle che fa paura alle gerarchie del partito, non ha deposto le armi. I risultati dei sondaggi sono troppo diversi per essere attendibili. Il prestigioso istituto Zogby, che elabora i dati per l'agenzia Reuters e la rete televisiva Nbc, ha rilevato tra Kerry e Dean un distacco di soli tre punti: il primo ha il 31 per cento delle preferenze e il secondo il 28 per cento. «L'emorragia si è fermata - spiega John Zogby, il direttore dell'istituto - Howard Dean sta recuperando nelle primarie del New Hampshire una parte del consenso perduto nel caucus dello Iowa».
L'imprevista ascesa di John Kerry ha spiazzato il generale Wesley Clark, che ha cominciato la campagna elettorale nel New Hampshire prima degli altri candidati e ora non è nemmeno sicuro di ottenere il terzo posto. L'ex presidente Bill Clinton, che lo ha incoraggiato a mettersi in corsa, evita di aiutarlo apertamente. Per attirare l'attenzione il generale è disposto a tutto. Ieri è stato in tutte le dieci province dello stato e a mezzanotte è salito a Dixville Notch, un villaggio sulle montagne al confine con il Canada, per l'apertura del primo seggio. La tradizione notturna risale al tempo in cui gli scrutatori dovevano portare il risultato a valle con gli sci di buon mattino. Il generale sapeva che qualche televisione gli avrebbe dedicato un servizio di colore. Ormai è quasi solo a combattere la sua battaglia. L'apparato del partito si è schierato con Kerry e gli ha messo a disposizione tutte le risorse della politica tradizionale. I comizi del nuovo favorito sono bagni di folla, in cui decine di notabili prendono posto sul palco e gli attivisti al seguito applaudono instancabilmente gli stessi slogan.
Alla Casa Bianca, gli strateghi di George Bush aggiustano il tiro. Sparano a destra a sinistra senza preoccuparsi del generale che non riesce ad avanzare al centro. In un banchetto al club Alfalfa di Washington il presidente ha lanciato una girandola di battute: «Howard Dean è uscito così malconcio dal voto nello Iowa da fare pena perfino a Saddam Hussein, che gli ha offerto il suo buco sottoterra. Nel New Hampshire, John Kerry ha preso una posizione brillante sull'Iraq: ha dichiarato di avere votato per la guerra e ha aggiunto di essere assolutamente contrario».
La rivolta di Howard Dean è scoppiata quando i senatori e deputati democratici con ambizioni presidenziali - John Kerry, Joe Lieberman, Dick Gephardt - hanno concesso a Bush i voti per la guerra in Iraq. «Eravamo addormentati al timone - ammette un dirigente democratico - e Howard Dean è stato il primo a capire fino a che punto la base del partito fosse furibonda». Fino a quel momento, i democratici avevano votato con i repubblicani 80 volte su cento. Invece di mobilitarsi per impedire a Bush di tagliare le tasse dei ricchi si erano limitati a chiedere un taglio meno profondo. Avevano negoziato un compromesso sulla pubblica istruzione, soltanto per assistere impotenti allo sfacelo delle scuole pubbliche e al trasferimento delle risorse verso quelle private. Howard Dean accusa: «George Bush è stato eletto con 500 mila voti meno di Al Gore e i nostri ragazzi in parlamento si sono arresi come se avesse un mandato popolare. Hanno lasciato mano libera al presidente più estremista che l'America abbia mai avuto».
Qualcuno ha già pagato. Dick Gephardt è stato costretto al ritiro, Joe Lieberman lotta per rimanere a galla. Lo stesso John Kerry in un primo tempo era stato scartato come un abito fuori moda. Gli elettori reclamavano un volto nuovo, e l'unica alternativa ad Howard Dean sembrava il generale Clark, un ex repubblicano riciclato per salvare un partito sul punto di affondare.
È bastato un passo falso del ribelle per cambiare la situazione. Howard Dean ha giocato con mano troppo pesante nello Iowa. L'aggressività dei suoi partigiani ha spaventato i moderati, la malagrazia con cui ha ammesso la sconfitta è sembrata debolezza. L'elettorato democratico comincia a dubitare della possibilità di battere Bush senza i mezzi e l'esperienza dei dirigenti tradizionali del partito. John Kerry ha indossato un abito nuovo, il manto del candidato eleggibile. Ha ripreso il grido di battaglia incautamente lanciato da Bush in Iraq: «Bring them on, lasciate che si facciano avanti se osano». La sfida è rivolta al presidente e alla sua campagna elettorale da 170 milioni di dollari. Kerry promette che nei primi cento giorni alla Casa Bianca segnalerebbe un'inversione di marcia, farebbe piazza pulita dei gruppi di interesse, imposterebbe la riforma sanitaria, tutelerebbe l'ambiente. È la piattaforma del riformismo americano, trascurata da un'opposizione che seguiva rassegnata il carro da guerra di Bush. Provocato da Howard Dean, il direttivo democratico ha reagito come i cardinali della controriforma. Per assorbire la ribellione, recepisce una parte dei suoi metodi e promette di combattere fino alla vittoria.unita.it
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Influenza dei polli, è allarme in sette paesi asiatici. Hong Kong s’ingegna contro gli uccelli migratori
di (v.l.)
Per le autorità sanitarie di Hong Kong, alle prese da qualche settimana con l’allarmante epidemia di influenza aviaria, sorvegliare gli uccelli migratori potrebbe rivelarsi utile a capire cosa c’è dietro il misterioso virus che sta mietendo sempre più vittime. Da ieri, poi, la malattia si starebbe diffondendo in un numero sempre maggiore di paesi asiatici, spostando l’allarme sempre di più verso sud. Per questo si è deciso di istituire un sistema di sorveglianza su questi esemplari di uccelli che migrando transitano sul territorio, e arriva a seguito della scoperta della carcassa di un falcone forse arrivato da un altro paese e che sarebbe stato infettato proprio dal virus H5N1, isolato nel 1997 e attualmente unico ceppo riconducibile all’infezione (anche se il virus, dice l’Organizzazione mondiale della sanità, muta così in fretta che questo non può più essere utilizzato per risalire alla ricerca di un vaccino).
La decisione fa parte del piano messo a punto dal governo di Hong Kong per impedire al virus di ‘sbarcare’ nel paese e sarà accompagnata da altre misure, come l’intensificazione dei controlli nei mercati: d’ora in poi verranno chiusi due giorni al mese per consentire la disinfezione delle strutture e riuscire ad individuare i segni anche minimi della malattia. A questo, si aggiungerà anche la vaccinazione dei polli importati dalla Cina.
Con la segnalazione dei nuovi casi (dagli allevamenti nel sud del Pakistan ai quattro nuovi deceduti in Thailandia, che sembra abbiano contratto il virus dai polli) e con sei paesi già coinvolti (Vietnam, Cambogia, Indonesia, Taiwan, Giappone e Corea del sud), l’Asia è nel panico.
Per questo l’allarme dell’Oms di ieri era particolarmente importante: l’influenza dei polli, ha detto la portavoce Peter Cordingley a Manila, «si estende in maniera troppo rapida perché ora possa essere ignorata».
In ragione di questo, ieri l’Unione europea ha ribadito l’embargo sulle importazioni di pollame dalla Thailandia, sottolineando che non verrà tolto a breve anche se una revisione della decisione – presa la settimana scorsa dalla Commissione – è prevista per il 2 e 3 febbraio dal comitato permanente delle derrate alimentari, e «verrà rivista anche sulla base dei dati epidemiologici che ci invieranno le autorità thailandesi ». europaquotidiano.it
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Un giornalista indipendente
Solimano
Ho sempre sostenuto che Enrico Mentana è un giornalista indipendente: la controprova è che guadagna molto di più di un giornalista dipendente come Emilio Fede. I giornalisti indipendenti è giusto che abbiano un prezzo maggiore.
Sabato 24 se ne è avuta la controprova, della indipendenza di Mentana : alle 13 si annuncia che alla sera ci sarebbe stato Terra, il supplemento settimanale del Tg5, e che sarebbe stato dedicato ai Gulag. Alla sera Terra non c'è stato, al suo posto è andato in onda Parlamento In con Piero Vigorelli (avete presente?) in una puntata speciale tutta dedicata alla performance goebbelsiana di Berlusconi. Il Cdr del Tg5 (di cui ignoravo l'esistenza) ha fieramente protestato. La proprietà ha risposto a pesci in faccia.
Ma non c'è molto da preoccuparsi: prima di tutto, la frenesia di occupare tutto l'occupabile dimostra che Berlusconi è molto preoccupato, e spero proprio che ne abbia motivo. Poi, mi sono andato a veder i dati dell'audience di Rete 4 durante la diretta di tre ore e mezzo: desolanti, un milioncino di sempre fedeli. Bassi in numero assoluto e bassi come share. Infine c'è un altro aspetto: al livello di saturazione sono vicini, cioè quando si è troppo presenti l'effetto diventa negativo: non c'è lifting che tenga.
Solo una cosa mi preoccupa: il comportamento dei nostri beneamati, quelle riprese del tavolo dell'Ulivo con tanta gente attorno, quello spezzettamento in secondi, la faccia di Pecoraro peggio ancora di quella di Scanio peggio ancora di quella di Rizzo, a cui fa sempre seguito un …dei Comunisti Italiani, come se fosse un titolo nobiliare.
Che almeno la lista unica porti ad una normalizzazione, ad un chi fa che cosa, e sarebbe ora. Ma non ci conto molto. ulivoselvatico.org
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La svolta nell'Ulivo: una buona notizia
I Cittadini per l'Ulivo hanno molto apprezzato i risultati emersi dai due incontri che ieri DS e Margherita hanno avuto prima con Italia dei Valori ed Occhetto, poi con il mondo dei movimenti e dell'associazionismo.
I veti pregiudiziali sono definitivamente caduti, ha ripreso slancio il progetto avanzato da Prodi ed ha ripreso vigore - dopo una preoccupante fase di 'sonno' - il progetto della Costituente per l'Ulivo federato. Questo avevamo chiesto, a dicembre, ai partiti promotori della Lista Unitaria. Questo si é raggiunto. Bene, ogni tanto anche noi ulivisti meritiamo buone notizie! Non sarà per questo che a Roma, stamane, nevica?!Si apre in questo modo una fase politica nuova, che vede le forze dell'Ulivo schierarsi in una formazione diseguale sotto un ombrello unitario (marciare divisi per colpire uniti?).
Superate brillantemente le secche di una fase che rischiava lo stallo, si tratta ora di riappropriarsi dell'argomento Europa.
Europa come orizzonte nuovo e più avanzato, per il Paese, nel suo sforzo volto ad uscire dal declino nel quale è stato spinto da un governo incapace e, nel contempo, aggressivo e pericoloso.
Europa nel cui segno scoprire e (perché no?) riscoprire valori di fondo e percorsi culturali che ci attrezzino nell'affrontare questioni spesso inedite o, anche, vecchie tensioni che si presentano con nuovi volti.
Occorre lavorare alla cultura dell'Ulivo, riscoprire i valori che ci tengono insieme.
Recentemente il prof. Scoppola faceva riferimento 'ai valori della Costituzione' principalmente nei suoi primi undici articoli 'che vanno declinati al futuro rispetto ai nuovi problemi'. E ci parlava di 'un welfare da ridefinire nel quadro della globalizzazione, una democrazia che in una società ricca rischia di funzionare alla rovescia, il problema immenso del rapporto Nord/Sud del mondo che richiama in causa le responsabilità dell'Europa'.
Su queste tematiche dobbiamo andare al prossimo confronto elettorale con la destra. Una campagna elettorale che tutte le forze dell'Ulivo dovrebbero affrontare guardando all'Europa, sfidando la destra su questo terreno, che le é ostico e straniero.
La nostra Rete, i tanti Comitati per l'Ulivo disseminati sull'intero territorio nazionale si riuniranno in Assemblea nazionale il prossimo 1 febbraio a Roma. Lì decideremo di esserci, a sostenere, in autonomia, con sincerità ed entusiasmo, il progetto lanciato da Romano Prodi che, dagli incontri di ieri, ha ricevuto un nuovo, forte impulso.
Un impegno determinato, che non sarà disgiunto dall'altra prova fondamentale alla quale tutti siamo chiamati: affrontare uniti, per vincerle, le elezioni amministrative di primavera, forti di programmi che auspichiamo adeguati e condivisi, con candidati che auspichiamo il più possibile espressione dei cittadini e dei loro bisogni, per accelerare l'implosione della maggioranza di centro destra. Se le forze dell'Ulivo, i cittadini organizzati, i movimenti, il mondo dell'associazionismo sapranno far cogliere al Paese queste due importanti occasioni di liberazione, che sono a portata di mano, si aprirà una fase politica nuova, sicuramente più mossa e meno ingessata, per far fronte alla quale urge apprestare lo strumento dell'Ulivo federato, frutto della Costituente per il nuovo Ulivo.
Da anni perseguiamo questo obiettivo: imboccare la strada della Costituente per l'Ulivo. Sogniamo, e lavoriamo per, un Ulivo soggetto politico federato, governato da regole certe, che poggi sui tre grandi pilastri dei partiti, degli eletti e dei cittadini e che selezioni il proprio ceto politico dirigente attraverso modalità di partecipazione condivise (l'Albo degli elettori ed elezioni primarie). E' la nostra mission, alla quale crediamo perché siamo convinti che un Ulivo così e solo così - sia lo strumento che davvero può conquistare la fiducia e la simpatia della maggioranza degli italiani. Strumento, dunque, della cacciata di Berlusconi e dei berluscones dal governo del Paese.
Questa strada, dopo gli incontri di ieri, si é riaperta. Starà a tutti noi fare in modo che, lungi dal richiudersi, possa essere percorsa positivamente fino al raggiungimento del traguardo.
Deo Fogliazza - Coordinatore Rete dei Cittadini per l'Ulivo
da www.welfareitalia.it
http://www.welfareitalia.it/contents.php?cid=987
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ELEZIONI SARDEGNA/ SONDAGGIO/ SORU, DA SOLO, SENZA L'ULIVO VINCE CON L'80%
[wallace]
Se serviva l'ennesima risposta dalla società nei confronti dei partiti, ieri, dalle colonne de La Nuova Sardegna, più che una risposta è arrivato il sordo brontolio di un vero è proprio terremoto civile in nell' alba grigia dei partiti insulari.
Dal sondaggio pubblicati sarebbero ben l'80% i sardi disposti a votare per Soru da solo e senza i partiti del centrosinistra!
La mia pena e tristezza nel vedere l'assenza di una lista della Società Civile per le europee, sorta di amministrative su scala continentale e per di più in elezioni con meccanismo proporzionale, allagano sempre più il mio cuore di cives tradito.
Wallace
L'alba grigia dei partiti
di Livio Liuzzi
Renato Soru, se domani si votasse per eleggere presidente e giunta regionale, vincerebbe a mani basse anche presentadosi da solo con un suo partitino e una sua lista. Contro il centrodestra e contro il centrosinistra. Questo il risultato, per certi aspetti scioccante, per altri inatteso e devastante, di un sondaggio commissionato nei primi gorni di gennaio dalla Nuova Sardegna. Il sondaggio, elaborato dalla società Freni di Firenze, è stato condotto su un campione molto vasto, ottocento interviste, il massimo previsto dalle leggi statistiche per popolazioni al di sotto dei due milioni di abitanti.
Prima di commentare sono però opportune alcune considerazioni. Il responso statistico è fortemente condizionato da due fattori. Il primo: Soru è il solo candidato ufficialmente in campo. In questo momento si confronta a orizzonte sgombro. Centrodestra e centrosinistra non hanno ancora scoperto le loro carte anche se nel centrodestra sembra impercorribile una strada diversa da quella di Mauro Pili. Secondo: il 60% degli intervistati non ha ancora deciso chi votare e in quale schieramento collocarsi.
La scelta di un sondaggio, in un periodo come quello che stiamo vivendo, di imbarazzate caos e di grande fervore politico, con veti incrociati, giochi di potere e poca trasparenza, potrebbe apparire inopportuna o fuorviante. Ma era necessario tastare il polso ai sardi. In qualche modo un piccolo check-up dell’elettorato per misurarne lo stato di salute e il grado di tolleranza. Non tiriamo la volata a chicchesia. Svincolati da padrinati politici e fuori dalle logiche di potere vogliamo preservarci così. Attenti ai bilanci e ai bisogni del nostro unico padrone, il lettore. Due cardini ferrei, ma solo due.
Per il sondaggio abbiamo scelto una società di Firenze anche se in Sardegna ci sono, e anche molto quotati, soggetti che svolgono la stessa attività, per sgomberare il campo da sospetti di vicinanza a questo o a quello schieramento. Siamo andati perciò a cercare gente che con la Sardegna non ha rapporti. Attenti solo alla serietà e alla professionalità.
Il sondaggio, ne siamo certi, attirerà sul nostro capo critiche e maledizioni. Scontenta i partiti, tutti, nessuno escluso. Scontenta i candidati veri e presunti ovvero quelli che sperano di essere candidati. Scontenta Pili, perché gli sbatte sotto gli occhi una realtà amara (l’elettore non può essere abbandonato per mesi). Scontenta Soru che da oggi avrà vita senz’altro più dura e in salita. In contrapposizione le sue percentuali d’ora in avanti potranno solo scendere ma non salire. Da oggi ogni parola storta, mal detta o mal compresa, vorrà dire un punto in meno.
Ci ha spinti altresì anche un’altra convinzione. Condivisa nella società civile ormai sempre da meno persone. Non esiste democrazia compiuta o che almeno possa dirsi tale senza i partiti. Viviamo invece un’epoca in cui le organizzazioni politiche vengono vissute come il male, o comunque l’origine di tutti i guasti che la società riesce a produrre. Ma sono e dovrebbero essere il solo luogo dove si possa elaborare la politica con P maiuscola, l’unica sede dove si possano produrre in trasparenza progetti economici, sociali o squisitamente di indirizzo in una qualsiasi nazione. Presupporre un’organizzazione sociale avulsa o semplicemente svincolata dai partiti è puro qualunquismo, anticamera di regimi dittatoriali. Peronisti, nazisti o comunisti che siano. Certo i partiti devono cambiare. Questo è il nodo. Più vicini ai bisogni della gente, staccati dai giochi di potere, più attenti all’evolversi della società. Le risposte sono il segnale macroscopico, forse sin troppo evidente, del disagio con cui gli elettori avvertono la loro presenza. Indica una assoluta insofferenza per il modo con cui hanno gestito in questi anni potere e destini della Sardegna. E nel rifiuto accomunano tutti, senza distinzione, anche se la destra soffre di più, con percentuali molto accentuate, il malgoverno recente, quindi il più sentito sulla pelle. Ma anche il centrosinistra ha la sua bella dose di bastonate. In una corsa a tre, Soru da solo, centrodestra con Pili e centrosinistra con un proprio candidato, quest’ultimo riuscirebbe a malapena a varcare la soglia del 10%. Un tonfo clamoroso che equivarrebbe a un «tutti a casa». Campanello d’allarme angoscioso. Guai sottovalutarlo.
Il sondaggio dice anche molte altre cose importanti. La prima: l’elettore vede in Soru l’uomo nuovo, l’imprenditore di successo in grado di risolvere i problemi della Sardegna, ma soprattutto l’uomo che nell’immaginario collettivo è capace di svincolarsi dalle logiche dei partiti.
La seconda: gli errori pesano. E gli effetti devastanti si fanno sentire sul centrosinistra ma più sul centrodestra. Le divisioni, le liti, le lotte di potere, le diatribe personali, fanno scendere a picco il grado di affidabilità. In questo momento la gente nutre scarsa fiducia nei due blocchi anche se uno condito in salsa Soru. Il patron di Tiscali da solo prende più voti che col centrosinistra.
La terza: in tre anni Pili si è mangiato un patrimonio di 150mila preferenze. Anche se gli elettori gli riconoscono l’attenuante «che non gli è stato consentito di governare». L’isolamento in cui, per scelta, si è infilato lo sta danneggiando pesantemente.
Quarta: l’elettore penalizza in modo particolare tutti coloro che non hanno voluto le elezioni anticipate. Ogni intervistato risponde: dopo la caduta di Pili si sarebbe dovuti tornare alle urne.
Quinta: l’arlecchinata che si consuma giorno dopo giorno con disarmante monotonia, sia a destra che a sinistra, sulla scelta del candidato, sollecita e ingigantisce il fenomeno del qualunquismo, dell’estraneità, della non appartenza.
Ultima: le priorità sociali. Al primo posto i sardi pongono il problema dell’occupazione. A ruota vengono sanità e trasporti.
Segnali forti per chi dovrebbe avere orecchie per sentire.
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Nota: Da: La Nuova Sardegna http://www.quotidianiespresso.it/lanuovasardegna/speciali/elezioni
liblab.it
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MoveOn
Informazione e società in rete
di ANNAMARIA TESTA
Su "Repubblica" del 12 gennaio 2004 Vittorio Zucconi, spiegando la situazione dei candidati democratici alla Casa Bianca, ricorda che uno di loro, Howard Dean, "ha finora fatto il pieno della popolarità tra gli attivisti [...] coniugando il vecchio modo di fare campagna con la nuova economia. Il suo sito Internet ha raccolto già quasi 40 milioni di dollari a colpi di offerte da 50 e 20 dollari".
A prescindere dalle reali possibilità che Dean vinca le elezioni contro Bush e, prima ancora, dal fatto che possa realmente emergere come lo sfidante designato dai democratici all'interno dell'eclettica rosa degli attuali candidati, può essere interessante capire come ha fatto Dean ad affermarsi e quanti elementi di novità si individuano nella modalità di intervento prescelta. Per far questo bisogna andare a vedere che cos'è MoveOn, il sito e il movimento nato in internet che hanno fino a oggi supportato Dean.
Che cos'è MoveOn
Su "Repubblica" del 10 dicembre 2003 (Usa, la sfida di "MoveOn" con Internet all'assalto di Bush) Federico Rampini spiega che l'iniziativa è nata nel 2000 da una semplice e-mail inviata a cinquanta amici dai coniugi americani Wes Boyd e Joan Blades, due imprenditori informatici di Berkeley, in cui si suggeriva una petizione al Congresso: "Censor Clinton and move on" (Censurate Clinton - per lo scandalo Lewinsky - e andate avanti, a occuparvi di cose più importanti). Nel 2001, dopo l'11 settembre, la sigla riemerge per chiedere una reazione moderata e razionale al terrorismo. Nel 2002 è all'avanguardia del rinato pacifismo americano. Alla fine del 2003 ha due milioni di aderenti, supera gli iscritti a qualunque partito americano, è una straordinaria macchina di raccolta-fondi, guadagna l'appoggio del finanziere George Soros e di Al Gore al candidato presidenziale che ha individuato, superando l'affluenza alle primarie "fisiche" del New Hampshire, attraverso 320 mila voti raccolti in quarantotto ore tra il 26 e il 27 giugno. Rampini aggiunge che "Move On ha dei valori ma non ha un'ideologia, non ha un gruppo dirigente nel senso tradizionale, tantomeno un'organizzazione di funzionari (oltre ai fondatori c'è solo un direttore stipendiato a tempo pieno). La sua forza è nell'interattività. Come selezionate i temi su cui date battaglia? - ho chiesto a Joan Blades 'Fanno tutto gli iscritti, dalle lettere che mandano al nostro sito capiamo subito qual è il tema del momento, su cui sono pronti a mobilitarsi'."
Il sito
L'indirizzo del sito di MoveOn è MoveOn.org.
E' aggiornato, è professionale, è sobrio, funzionale, facile da percorrere e ricco di link. Soprattutto, è pieno di proposte operative: "diventa un volontario", "dà supporto economico", "partecipa al forum con le tue proposte", "dacci idee per rendere MoveOn più efficace e facile da usare", ma anche "regala le tue miglia-omaggio da frequent flyer ai soldati in Iraq per tornare a casa nelle vacanze di Natale", o "contatta il tuo senatore per protestare contro le spese di Bush". Nel sito, cliccando About MoveOn.org, si trova la cronistoria di una campagna "flash": l'aspetto sorprendente è la tempestività e il pragmatismo delle azioni.
Sempre grazie a MoveOn, cliccando su misleader.org/? è possibile leggere ogni mattina la rassegna delle menzogne dette da George Bush nelle ventiquattro ore precedenti. La rassegna è aggiornata, le menzogne sono contestate con dati di fatto.
I movimenti in Internet
Sul "Manifesto" del 4 novembre 2003 (Marco d'Eramo ricorda che già prima di MoveOn, "per mezzo d'Internet si è diffuso a macchia d'olio un movimento come Critical Mass (ciclisti contro il traffico automobilistico [...]). Ma la struttura Web è emersa con ancora maggiore chiarezza nelle manifestazioni contro la guerra del 15 febbraio scorso che hanno fatto scendere in piazza 10 milioni di manifestanti in tutto il mondo e 400.000 a New York (fu allora che il "New York Times" definì i partecipanti alla protesta come "l'altra superpotenza"). [...] L'organizzazione su scala nazionale e mondiale fu resa possibile da siti come quello di United for Peace and Justice (UFPJ) che ancora in dicembre non aveva nemmeno un permanente a tempo pieno e che in due mesi fu decisivo per mettere in piedi la manifestazione di New York [...]. La forza di MoveOn sta nel meeting tool e in un e-indirizzario, accortamente gestito, con 2,1 milioni di indirizzi. Il meeting tool è un software che permette a ciascuno di proporre un'ora e un luogo di appuntamento e consente agli altri di aderirvi: questo servizio è gratuito nel sito meeting.com, il cugino commerciale di MoveOn. In sostanza MoveOn ha introdotto la mobilitazione bocca a bocca a livello elettronico".
Move On ha anche finanziato la produzione di uno spot televisivo contro la guerra in Iraq, mandato in onda anche durante il Superbowl. Per vedere lo spot bisogna andare su: my-tv.it/programmi/video.jsp.
I fattori di successo
Dalle informazioni disponibili è possibile trarre qualche indicazione sui fattori che hanno favorito il successo di MoveOn: "poche idee chiare, espresse in modo semplice e sintetico. Azioni volte ad ottenere risultati concreti in tempi definiti. Ottima conoscenza dei linguaggi e delle potenzialità connesse con Internet. Orientamento più al servizio che alla leadership. Consapevolezza che con la dimensione economica bisogna fare i conti".
Sembra facile. Non lo è per niente.
1) Poche idee chiare. Rampini dice che MoveOn ha valori ma non ideologia. Quindi rinuncia a promuovere, ogni volta, la sua visione del mondo. Sulle visioni del mondo è facilissimo litigare. Sul fatto che sia opportuno darsi da fare per raggiungere un obiettivo preciso, per esempio fermare la guerra in Iraq, è più facile mettersi d'accordo: ci siamo riusciti perfino in Italia, quando su milioni di balconi sono apparse le bandiere della pace.
2) ... espresse in modo semplice e sintetico. Essere semplici non vuol dire essere generici o semplicistici. Significa riuscire ad acchiappare il cuore del problema e, prima ancora, riuscire a definire concretamente un problema, offrendo evidenze e soluzioni, magari parziali, ma possibili e realistiche. E' un lavoraccio, che va fatto con grande umiltà. Vuol dire non essere narcisi, rinunciare a illuminare le masse con la propria verità e scegliere di mettersi al servizio delle persone che vogliono dar peso alla propria opinione.
3) Azioni volte ad ottenere risultati concreti in tempi definiti. MoveOn offre la possibilità di esprimere un disagio "facendo qualcosa". L'indicazione del che cosa fare è precisa: "versa dei soldi (anche venti dollari vanno bene, e ti diciamo come versarli). Organizza un party a casa tua (e ti diciamo come fare). Manda una e-mail (e ti diciamo dove e a che ora) e così via. I risultati ottenuti vengono resi noti tempestivamente: a che cosa sono serviti i miei soldi? In quanti abbiamo mandato l'e-mail? Che cosa abbiamo ottenuto? E ora, che cos'altro possiamo fare?
La tempestività non è irrilevante: rende MoveOn credibile, gratifica chi si è dato da fare, lo motiva a continuare.
4) Conoscenza dei linguaggi e delle potenzialità connesse con Internet. MoveOn ha un indirizzo facile da ricordare, un sito semplice con testi brevi e ben leggibili, diverse possibilità di accesso interattivo. I testi non sono urlati. Tutto appare ordinato e concreto: bastano quindici secondi per capire come funziona, non ci sono barriere all'ingresso. Chi ci arriva si sente il benvenuto, senza per questo sentirsi arruolato, etichettato o tirato per la giacchetta. Non c'è bla-bla. Non c'è politichese. Le azioni proposte tengono conto della velocità di internet. I tempi sono stretti. Le scadenze sono specificate. Gli obiettivi sono dettagliati. E tutto è aggiornato e teso a coinvolgere, in modo gentile e amichevole, i visitatori.
5) un orientamento più al servizio che alla leadership. MoveOn non propone analisi. Non è un luogo dove "si parla di politica", ma dove ci si organizza per esercitare pressione, e si trovano dati e suggerimenti d'azione. Si dà per scontato che chi arriva lì abbia già maturato le proprie opinioni: non c'è bisogno di ribadirle.
5) la consapevolezza che con la dimensione economica bisogna fare i conti. MoveOn è una struttura a bassissimo costo, è piccola e flessibile. Questo le permette da una parte di recepire velocemente gli umori e le indicazioni che le arrivano dalla persone, dall'altra fa sì che possa mantenersi indipendente: non ha bisogno di promuovere consenso attorno a se stessa per ottenere risorse ingenti e necessarie alla propria sopravvivenza. Il fatto che MoveOn sia una piccolissima struttura ha un vantaggio ulteriore: la mette in grado di recepire opinioni ma non di provare a orientarle o a guidarle. Non la mette in concorrenza con i partiti politici, e nemmeno con i movimenti: MoveOn fa un altro mestiere. Non è uno strumento di elaborazione, ma uno strumento di espressione.
MoveOn raccoglie risorse grazie a internet per dare visibilità fuori da internet (come nel caso dello spot al Superbowl) ai temi segnalati dai propri aderenti. Anche questo è un segno di realismo: MoveOn è cresciuta in internet, ne ha sperimentato e dimostrato l'efficacia come strumento di comunicazione, ma sa bene che il mondo non finisce lì.
La domanda senza risposta è: si può fare anche in Italia? Di sicuro qualcuno ci sta pensando. Quel che è certo, è che il modello MoveOn può - forse - funzionare nel nostro paese se riusciamo a fare nostre la semplicità, il pragmatismo, la concretezza, lo spirito di servizio, la paradossale assenza di narcisismo e protagonismo che ne hanno favorito il successo.
golemindispensabile.it
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Massimo Riva
Chi si rivede: l'Iri
Tremonti sta trasformando la Cassa depositi e prestiti in un nuovo strumento di intervento dello Stato nell'economia
Tremate, tremate, le partecipazioni statali sono tornate. È passata quasi una dozzina di anni da quella storica estate del 1992 quando il governo di Giuliano Amato decise la trasformazione di tutti gli enti pubblici in società per azioni. Così dando il primo colpo d'accetta a quel blocco di potere politico-affaristico concentrato nella mano pubblica, che impediva all'economia italiana di misurarsi in campo aperto con le normali regole della competizione mercantile.
A quel passo fondamentale, negli anni successivi, ne sono seguiti molti altri in logica coerenza: lo Stato si è ritirato in pratica da tutto il sistema bancario, l'Iri è stato posto in liquidazione, consistenti quote di capitale di Eni (soprattutto) e di Enel sono state cedute a investitori privati. Mentre, seppure con molto minore slancio, è stata avviata una politica di liberalizzazione dei mercati nella speranza che il sano principio della concorrenza potesse dare buoni frutti, soprattutto nel decisivo settore dei pubblici servizi.
Nel 2001, con la vittoria elettorale della coalizione berlusconiana, diffusa era la convinzione che il proclamato impeto liberista dei nuovi governanti avrebbe portato a compimento il processo di privatizzazione delle residue imprese pubbliche. Non solo e non tanto per consentire al Tesoro di fare cassa al fine di ridurre l'enorme peso del debito pubblico quanto, più in generale, allo scopo di spingere ogni settore dell'economia nazionale ad un salutare bagno nel mercato. Invece oggi, a metà della legislatura, si deve purtroppo costatare che il governo dei sedicenti liberisti non solo non ha onorato le sue promesse, ma sta procedendo a ritroso nella ricostruzione degli strumenti tipici della presenza pubblica nell'economia.
In queste settimane, infatti, il ministro Giulio Tremonti ha perfezionato quella che può definirsi come la creazione del nuovo Iri del Ventunesimo secolo. Trasformata la Cassa depositi e prestiti (Cdp) in società per azioni, Tremonti ha subito ceduto alle Fondazioni di origine bancaria un 30 per cento del capitale di Cdp Spa, girando nel frattempo a quest'ultima due quote del 10 per cento sia di Eni sia di Enel, nonché il 35 per cento di Poste italiane. In questo modo il Tesoro ha incassato una dozzina di miliardi di euro da portare a riduzione del debito pubblico, senza minimamente perdere il suo potere di controllo tanto sulla Cdp Spa quanto sulle altre imprese pubbliche coinvolte. Anzi, creando una struttura che regge e reggerà proprio sulla stabilizzazione dell'intervento pubblico in economia data la natura delle Fondazioni e il progetto dichiarato di fare della nuova Cdp il volano di investimenti in infrastrutture.
È un mistero glorioso che cosa abbia indotto il patron delle Fondazioni, Giuseppe Guzzetti, a prestarsi a questa ambigua operazione dopo una lunga guerra (vittoriosa) contro Tremonti in difesa dell'autonomia delle medesime. Viceversa, non è più un mistero la ragione che ha spinto il ministro a buttare a mare promesse e principi conclamati: la chiara volontà di riportare il paese ai tempi nefasti nei quali il potere politico piegava al suo volere imprese e mercati.espressonline.it
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PrIran: drammatiche notizie di repressione
di redazione
26 Jan 2004
Riceviamo e immediatamente pubblichiamo:
Teheran - 26 gennaio 2004 -- Sono drammatice le prime notizie che filtrano dall'Iran intorno alle manifestazioni operaie di ieri a Khatunabad: le dichiarazioni ufficiali parlano di 7 vittime in seguito ai violenti scontri tra operai e polizia. Ma il numero dei morti si riferirebbe ai soli miliziani delle Guardie della Rivoluzione che affiancavano le forze di polizia contro gli operai.
Sarebbe molto alto (e almomento sconosciuto) il numero dei morti e dei feriti tra gli operai che manifestavano e i cittadini di Khatunabad scesi in strada per dar loro man forte. E c'è chi parla esplicitamente di un impiego di bombe chimiche contro i dimostranti.
Durante gli scontri sono state attaccate banche, la sede della regione, tutti gli istituti governativi e i distributori di benzina e qualunque cosa riportava i simboli della Repubblica Islamica. Il comandante della polizia di Kerman ha dichiarato che alcunoi cittadini sarebbero stati uccisi da "una forza armata" (probabilmente basij) e non dalle forze dell'ordine .
Gli scontri, da Khatunabad si sono allargati a Shar Babàk, dove sono rimaste uccise non meno di quattro persone. A Kashan gli operai di fabbrica tessile della città hanno manifestato spontaneamente contro la Repubblica Islamica. Un parlamentare vicino al presidente Khatami avrebbe affermato di avere le prove che le forze speciali averbbero colpito i manifestanti sparando con le mitragliatrice dagli elicotteri che sorvolavano i cortei di protesta.
(reporterassociati/redazione)
Primarie NH: Dean recupera 6 punti
di redazione
26 Jan 2004
Usa2004
WASHINGTON - 26 gennaio 2004 -- Il senatore del Massachusetts John Kerry resta in vantaggio sull'ex governatore del Vermont Howard Dean nelle preferenze degli elettori democratici, a 24 ore dalle primarie del New Hampshire.
Ma Dean ha dimezzato lo svantaggio, almeno stando al sondaggio di Zogby. Kerry è al 31%, stazionario, mentre Dean è risalito dal 22 al 28% nel fine settimana. Stazionarie le posizioni, ma non forti le tendenze di tutti gli altri: l'ex generale Wesley Clark è fermo al 13%, il senatore John Edwards è salito dal 9 al 12%, il senatore Joe Lieberman è salito dal 7 al 9%. Restano marginali i consensi per il deputato Dennis Kucinich e il reverendo nero Al Sharpton.
reporterassociati.org
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Bulgaria: Bush o non Bush, questo è il dilemma
La Bulgaria rimane ancora sospesa a mezz'aria tra USA e UE, con un governo sempre più traballante: le presidenziali americane non mancheranno di avere importanti conseguenze per il paese balcanico. Una traduzione di Notizie Est.
(26/01/2004)
di Georgi Gotev - ("Sega" [Sofia], 7 gennaio 2004)
traduziona a cura di Andrea Ferrario – Notizie Est
L'anno scorso, di questi tempi, nel prevedere che ci sarebbe stata una guerra in Iraq avevamo osservato che i governanti bulgari erano favorevoli a un tale scenario, perché avrebbe loro permesso di mascherare sotto le dimostrazioni di fedeltà gli scarsi risultati ottenuti nel soddisfare svariati criteri e nel fare progredire le riforme. Ci eravamo posti la domanda: se otterremmo l'invito ad aderire alla NATO e una data per l'entrata nell'UE in "maniera indiretta", giurando la nostra fedeltà e promettendo di chiudere le nostre centrali nucleari, riusciremo a percorrere ancora molta strada? E ci siamo risposti: molta no, ma forse per un anno riusciremo a tirare avanti. Ora quest'anno è passato. La Bulgaria ha compiuto un po' di strada e, senza registrare alcun effettivo progresso, è a un passo dalla NATO e ha più o meno una prospettiva chiara per quanto riguarda l'UE. Naturalmente, questa NATO non è la NATO a cui pensavamo, perché si è bloccata di fronte alla crisi in Iraq. E anche l'UE non sarà più l'UE magnanima che ha consentito all'Irlanda, alla Spagna e al Portogallo di svilupparsi rapidamente, perché non darà più i propri soldi ai paesi più poveri, come aveva fatto finora. D'altronde, una delle più recenti battute sulla NATO è quella secondo cui la sua sigla significa "Now Almost Totally Obsolete", cioè "Ora quasi completamente inutile".
Le cause delle trasformazioni all'interno della NATO e della UE, ovviamente, non sono da ricondursi al fatto che la Bulgaria è come un virus che colpisce i computer, bloccando tutti i sistemi appena si fa vedere online. Sono invece una conseguenza della politica dei "neo-cons", come in inglese vengono definitivi in neoconservatori all'interno dell'amministrazione americana. Questi falchi che leggono la Bibbia ogni giorno cercano, da una parte, di indebolire l'Europa e, dall'altra, di trovare una soluzione al problema del terrorismo nell'uso della forza, e non agendo sulle condizioni che lo generano. E sebbene riguardo al pantano iracheno vi siano segni di alcune correzioni e di un ammorbidimento delle strategie, i neoconservatori rimangono dei crociati, le cui ambizioni di cambiare il mondo fanno paura sia per la loro ingenuità che per la loro ignoranza.
Per questo il risultato delle elezioni presidenziali che si svolgeranno negli USA il prossimo novembre saranno l'avvenimento più importante sia per il mondo che per la Bulgaria. Un presidente democratico, il cui primo compito sarebbe quello di migliorare le relazioni con l'Europa, ci salverà dal nostro atteggiamento disinvolto e renderà l'Europa più disponibile a lavorare per il successo dell'allargamento. Si può sicuramente dire che per i bulgari è più importante chi sarà il futuro presidente degli Stati Uniti, piuttosto che chi vincerà le elezioni parlamentari da noi - indipendentemente dal fatto che siano anticipate od ordinarie. Gli USA sono uno stato così importante che alle elezioni per sceglierne il presidente dovrebbero potere votare tutti gli abitanti del pianeta... E' una battuta, naturalmente.
Il problema, tuttavia, è che l'attuale padrone della Casa Bianca dispone di potenti strumenti per ottenere la rielezione. Secondo osservatori seri, così come hanno catturato Saddam, gli USA potrebbero catturare Osama Bin Laden nel momento più adatto. Abbiamo già visto che il rating di Bush ha fatto un balzo di 6 punti con la notizia della cattura di Saddam. Questo scenario potrebbe essere utilizzato se il contendente di Bush sarà Howard Dean, l'unico candidato per la nomination democratica che ha mantenuto una dura posizione contro la guerra.
Se la partita si svolgerà in maniera onesta, l'ex governatore del Vermont, rappresentante dell'ala più di sinistra dei democratici, disporrà del potenziale per battere Bush. Ma dopo l'esperienza della conta manuale dei voti in Florida nessuno può più essere così ingenuo da attendersi un gioco onesto. "E' il nostro beniamino", hanno detto di Dean gli uomini del quartier generale di Bush, alludendo al fatto che si tratta del candidato più facile da battere.
Wesley Clark è un altro candidato democratico dal forte potenziale, che misurerà le proprie forze durante le primarie che cominceranno in questo mese di gennaio negli importanti stati dello Iowa e del New Hampshire. Anche se fino a oggi non è stato un democratico e in passato ha votato per Reagan e Nixon, il generale ha la stoffa del presidente - una cosa che non si può certo dire degli altri sette pretendendi, i cui nomi non passeremo qui in rassegna. E' evidente che il Partito Democratico è in forte crisi dopo la sconfitta subita da Al Gore tre anni fa.
Ci sembra meno rischioso dare per scontato che Bush verrà rieletto. Se ciò accadrà, per la Bulgaria l'adesione all'UE potrebbe non essere più una priorità così grande come fino ad ora, perché l'Unione si dividerà in gruppi d'interesse e gli stimoli finanziari che derivano dall'aderirvi o spariranno o verranno ridotti a un'entità simbolica. E' una cosa che non verrà compresa subito da tutti, gli slogan sull'eurointegrazione rimarranno, ma si faranno più pallidi, come quelli sull'"amicizia eterna" del recente passato comunista.
Affinché Bush venga rieletto è necessario che il numero delle vittime americane in Iraq rimanga il più limitato possibile. E di conseguenza sulla Bulgaria, così come sugli altri paesi della "coalizione dei volenterosi", verranno effettuate pressioni affinché inviino altri soldati. Nel nostro caso peserà la circostanza che dopo l'attentato del 27 dicembre [nel quale sono rimasti uccisi cinque soldati del contingente bulgaro in Iraq - N.d.T.] la situazione a Kerbala si è rivelata non essere così piacevole come ce la immaginavamo. Alla luce di tutto ciò, come dobbiamo interpretare le parole del premier Sakskoburggotski, secondo cui se a Kerbala ci fossero state alcune migliaia dei nostri soldati, non si sarebbe avuto un attacco così impudente?
Un altro campo nel quale su Sofia verranno esercitate pressioni da parte degli USA è quello della criminalità organizzata. Washington è preoccupata della possibilità che i canali dei nostri trafficanti possano essere utilizzati da Al Qaeda per il transito, tra le altre cose, di materiali nucleari rubati alla Russia. Si tratta per la Bulgaria di un'ottima opportunità per liberarsi di parte dei propri gangster. Speriamo che venga colta. Difficilmente la Bulgaria potrà essere oggetto di un'influenza altrettanto forte da parte di Bruxelles, che in passato è stata importante per le riforme e la progressiva e dolorosa trasformazione del paese in un normale stato europeo.
Senza la frusta di Bruxelles la carrozza bulgara potrebbe arenarsi in un pantano e assomigliare sempre più agli altri paesi che popolano il territorio chiamato "Balcani Occidentali" - il selvaggio west dell'Europa. Sarebbe uno sviluppo bene accolto dai potenti attori dietro le quinte, che fino a oggi hanno nascosto i propri umori antieuropei: mafiosi, "businessmen", "datori di lavoro" e tutti gli altri tipi di signori feudali che nei fatti stanno alla base dello stato e sono i maggiori nemici della nostra fragile democrazia.
Il problema della Bulgaria consiste nel fatto che ha i redditi più bassi della fascia temperata del pianeta, esclusa forse la sola Albania. Per questo il processo della nostra integrazione europea continuerà a portare sorprese, perché l'UE sta cambiando: non è più il circolo sociale del passato, che reindirizzava i mezzi finanziari dai più ricchi ai più poveri. In presenza delle nuove relazioni con gli USA, l'UE ha cominciato a cercare di assomigliare a questi ultimi (i cattivi esempi sono sempre contagiosi) e i flussi finanziari verranno indirizzati verso la ricerca scientifica in aree prioritarie, dove noi siamo assolutamente assenti.
Il problema dei nostri governanti è che non hanno alcuna idea di come aumentare i redditi della gente, nonostante proprio grazie a questa promessa Sakskoburggotski sia giunto al potere. Su un piano del tutto concreto diventerà chiaro che il governo non può più condurre trattative senza un mandato del parlamento. Una tale stramberia non la si è mai vista: il nostro team negozia e ogni volta il ministro degli esteri Solomon Pasi fa sapere che gli accordi conclusi sono i migliori possibili e addirittura più positivi delle più rosee previsioni. Migliori in cosa? Quando non c'è un mandato chiaro, anche i bambini dell'asilo possono dimostrarsi buoni negoziatori. [...]
In linea di principio, sarebbe positivo che un altro governo - con un altro premier e altri negoziatori - avesse la possibilità di portare a termine le trattative. I risultati sarebbero in tale modo molto più legittimi, perché la crisi di fiducia nell'esecutivo di Sakskoburggotski può essere paragonata solo a quella degli ultimi mesi del governo socialista di Zan Videnov. L'integrazione europea, che nel 2003 è stata una buona scusa per evitare di fare vacillare il governo, nel 2004 potrebbe rivelarsi un'ottima occasione per farlo cadere. E' poco probabile che il Partito Socialista (BSP) riesca a fare indire elezioni anticipate, a meno che il NDSV del premier non decida di fare cadere se stesso. Questa eventualità non sarebbe poi una grande sorpresa, se si tiene conto di quanto strana è la gente che ci governa.osservatoriobalcani.it
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Bufera Rai, per il decennale Berlusconi immagini in comune con Mediaset
di red.
Non accenna a calmarsi la bufera sulla Rai, dopo le dimissioni del vicedirettore, lo scandalo sulle immagini utilizzate in comune da Mediaset e Rai. Secondo la confessione pubblica del Direttore generale della Rai, Flavio Cattaneo si tratterebbe di "precisi accordi" tra i due gruppi.
Le immagini realizzate da un service esterno per la Rai alla festa per il decennale di Forza Italia "sono state usate da tutte le testate e non certo solo dal Tg1", ha precisato Cattaneo. Ma erano immagini in appalto? "Dobbiamo verificare - ha risposto il Dg della Rai - ma certo la colpa non è del Tg1". Le immagini, hanno chiesto ancora i giornalisti, erano di un server Mediaset? "Non lo so - ha risposto Cattaneo - forse c'era un accordo come è già avvenuto nel caso delle immagini di Nassirya», quando fu Mediaset a usare immagini della Rai.
«La protesta dei giornalisti del Tg1 indica un problema terribilmente serio», ha detto il segretario di Rifondazione Comunista, Fausto Bertinotti, che ha aggiunto: «Il disagio professionale di nomi importanti del giornalismo nel più seguito telegiornale del servizio pubblico è un fatto politico, indicativo di un malessere più grande che coinvolge tutta la Rai e tutta l'informazione radiotelevisiva. Le opposizioni devono farsi carico di questo disagio e di questa protesta, indicando la via per uscire dalla situazione di un servizio pubblico che appare sempre di più appiattito sulle scelte governative e sempre più lontano da un pluralismo sociale e politico in grado di garantire una corretta informazione".
Su questo tema è intervenuto lo stesso Paolo Serventi, segretario generale della Federazione nazionale della stampa (Fnsi), che ha detto che "La situazione del Tg1 e della Rai è devastante».
La verifica sulle immagini della festa di Forza Italia è ancora in corso ma, dai primi riscontri, risulterebbe che non siano state usate immagini Mediaset. Il Direttore Generale ha confessato un accordo di tipo generale per il quale Mediaset può acquisire immagini Rai.
Intanto, con una lettera al presidente Claudio Petruccioli, l'opposizione ha chiesto la convocazione immediata dei vertici Rai, per sapere se sia vero che le immagini siano state appaltate al service che lavora per la presidenza del Consiglio, essendo stata impedita la ripresa del premier a operatori e telecamere del servizio pubblico. La denuncia è dei capigruppo Ds e Margherita in commissione di Vigilanza Antonello Falomi e Paolo Gentiloni.
"Sabato 24 gennaio in seconda serata - ricordano Falomi e Gentiloni nella loro lettera - è andata in onda su Canale 5 , in sostituzione della trasmissione "Terra", una puntata di "Parlamento In" interamente dedicata alla replica del discorso tenuto da Berlusconi in occasione del decennale della nascita di Forza Italia». I due parlamentari sottolineano che «secondo i dati Auditel l'ascolto medio è stato di 1.246.000 spettatori. Nella stessa giornata, con uno speciale del Tg4, dalle ore 10.50 alle ore 13.42, Retequattro ha trasmesso in diretta la intera manifestazione di Forza Italia, con un ascolto medio di 980.000 spettatori».
«Bisogna notare - aggiungono Falomi e Gentiloni - che in nessuna delle due trasmissioni è stato garantito quel minimo di contraddittorio necessario a far sentire il punto di vista di quanti - istituzioni e forze politiche dell'opposizione - sono stati fatti oggetto di violenti attacchi verbali da parte del Presidente del Consiglio. Pertanto chiediamo - hanno scritto gli esponenti dei Ds e della Margherita - all'Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni di esaminare i casi citati, di accertare la violazione dell'articolo 1, comma 2, della legge 6 agosto 1990, n. 223 per non avere assicurato le condizioni di pluralismo, obbiettività, completezza ed imparzialità richieste dalla legislazione vigente».
Soltanto ieri, Daniela Tagliafico, vicedirettore del Tg1, aveva chiesto al direttore Clemente Mimun di ''essere esonerata dall'incarico''. In una lettera, consegnata anche al cdr e affissa in bacheca, Tagliafico ha espresso il suo ''disagio'' nel vedere la ''pagina politica trasformata in un 'panino' blindato in cui apparentemente si dà voce a tutti ma quella dell'opposizione, sistematicamente collocata in testa o in mezzo per poter chiudere con la maggioranza o il governo''.
unita.it
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Sostenitori di Dean, non mollate...
di Michael Moore
Benché io stia sostenendo Clark perché personalmente preferisco il suo atteggiamento e le sue opinioni su tutto: dall'imprigionare chi inquina, a tassare i ricchi, ciò che di peggiore potrebbe ora accadere è che la rivoluzione di Dean termini.
Questa mattina appena ho aperto il giornale ho letto questa frase, di una giovane volontaria alla campagna di Howard Dean nello Iowa:"in tutte le telefonate fatte ci rispondeva gente che diceva 'Sono un sostenitore di Dean, sono un sostenitore di Dean'. Ma quando è arrivata la notte del comizio, c'erano soltanto 11 persone per Dean. Par proprio che tutto il mio duro lavoro non sia servito a nulla", aveva detto Kelly Chambers.
Questa lettura mi ha fatto a pezzi. La sua disperazione, il suo senso di "a cosa serve?"sono gli stessi che, sono sicuro, molti sostenitori di Dean stanno sentendo oggi. Posso vedere, anche navigando in rete, la sensazione desolante che l'eclatante sconfitta nello Iowa ha dato a tanta gente che aveva riposto molte delle proprie speranze nell'uomo che ha creato una rivoluzione della gente comune, un uomo che si è dimostrato inesorabile negli attacchi a Bush e alla guerra. Se non si hanno abbastanza volontari, abbastanza soldi (quelli che ci sono derivano tutti da piccoli contributi di cittadini comuni) e non si riesce a inviare forte il messaggio, non si possono vincere le elezioni, pensano ora i sostenitori di Dean. Allora possiamo pure mollare.
Da parte di uno che non sostiene Dean, io vorrei dirvi questo: NON MOLLATE. Avete fatto qualcosa d'incredibile. Avete ispirato un'intera nazione a levarsi contro George W. Bush. Il vostro impatto su queste elezioni sarà sentito negli anni a venire. Ogni briciola di energia che avete messo nella candidatura del Dott. Dean ne valeva - e ne vale - la pena. Ha preso di petto Bush quando altri non l'avrebbero fatto. Ha messo l'America delle multinazionali sull'avviso che stiamo loro alle costole. E ha gridato ai democratici ciò che veramente sono: un branco di smidollati, insulsi conciliatori che hanno svenduto all'estero i lavoratori d'America. Tutti, in tutte le campagne elettorali, hanno ora con voi e col vostro candidato un debito enorme di ringraziamenti.
Benché io stia sostenendo Clark perché personalmente preferisco il suo atteggiamento e le sue opinioni su tutto: dall'imprigionare chi inquina, a tassare i ricchi, ciò che di peggiore potrebbe ora accadere è che la rivoluzione di Dean termini. Se avete sostenuto o lavorato per Dean, dovete capire ciò di notevole che avete fatto e che avete compiuto:
1. Il 55% di coloro che hanno votato nello Iowa lunedì hanno detto che questa è stata la PRIMA VOLTA che hanno votato in un comizio elettorale!!! Questa è una statistica SBALORDITIVA. Anche se la vasta maggioranza ha finito per appoggiare Kerry ed Edwards, io sono convinto che l'elettorato in quello Stato è stato modificato dalla campagna del Dean -- il cui intero messaggio era che voi POTETE fare la differenza. Il solo fatto che avete portato gente a pensarla in questo modo è un dono che avete fatto all'America, una nazione in cui la maggior parte, nel passato, ha mollato e rifiutato di votare. Credo che voi ed Howard Dean abbiate il merito di aver svegliato un pubblico elettoralmente mezzo morto. Grazie, grazie, grazie!
2. Con l'aggiunta di coloro che hanno votato per la prima volta, l'affluenza generale nello Iowa è stata DOPPIA rispetto a quattro anni fa. DOPPIA! Raddoppiare il numero di democratici che si sono presentati in Iowa questa settimana significa che molti Indipendenti, Verdi ed ex Repubblicani ne hanno abbastanza del casino fatto da George W. Bush. Ed è stato Dean nello Iowa che, fino a prima dell'inizio della campagna mediatica contro di lui, ha focalizzato tutta la sua campagna elettorale sull'istruire gli elettori su che cosa la presidenza del Bush ha veramente fatto in America. La principale ragione che ha portato la gente fuori la notte scorsa, con temperature sotto zero, nello Iowa, prima ancora della guerra, dell'economia e della sanità, è stata: "Bush deve andar via." Ciò può portare solo a ottime cose per l'affluenza alle urne di novembre.
3. Il numero di giovani votanti-- il gruppo d'età storicamente con la percentuale più bassa di elettori - è anch'esso raddoppiato nella notte di lunedì. Di nuovo, il merito di questo va ai sostenitori di Dean. Migliaia di giovani si sono riversati in Iowa bussando alla porta per prendere parte alla discussione politica. Anche se Kerry ed Edwards hanno ottenuto la maggioranza dei voti dei giovani, credo che siano stati i giovani di Dean che hanno riportato in voga la politica, e l'effetto del loro entusiasmo è stato contagioso.
4. Il 75% di coloro che votano nello Iowa ha dichiarato di essere "contro la guerra." E chi dobbiamo ringraziare per questo? Howard Dean e Dennis Kucinich. Hanno portato la guerra e la sua illegalità e immoralità nel proprio programma elettorale, nello Iowa. Hanno spinto Kerry e gli altri a prendere una forte posizione contro la guerra (anche se Kerry e altri inizialmente avevano votato per la guerra). Alcuni hanno cambiato le loro posizioni, cosa che abbiamo accolto favorevolmente (Edwards e Kerry hanno votato contro lo stanziamento di 87 miliardi di dollari, stanziamento che poi Bush ha ottenuto per continuare la guerra). Anche se Kerry ha ottenuto la maggioranza dei voti dei contrari alla guerra, e Dean ed Edwards si sono spartiti i restanti, Dean è stato l'uomo che ha convertito l'opinione pubblica. E coloro che sono scesi in strada, che sono andati nelle fattorie dello Iowa, chiedendo la pace, meritano tutta la nostra gratitudine.
Naturalmente, il problema qui, come ho precisato con tutto il dovuto rispetto nella mia ultima lettera [14 gennaio 2004, n.d.t.], è che per qualche ragione, Dean stesso non si propone di dare all'americano medio il livello di vita che chiedono a colui che vorranno mandare all'ufficio ovale. Dean, per quanto buono e giusto sia a livello personale, non è l'uomo che possa fare il Lavoro Numero Uno: Scacciare Bush. Ma va bene così. Mosé non riuscì mai a entrare nella terra promessa. Ma è comunque Mosé.
Così, ora abbiamo due candidati democratici in cima alla lista che hanno votato per la guerra. E ne abbiamo due in fondo alla lista che sono stati contro la guerra: Kucinich, che ha ottenuto l'1% di voti in Iowa ed Al Sharpton che ne ha ottenuti 0%. E poi abbiamo Howard Dean che, dopo un anno di campagna elettorale in ogni contea dello Iowa (dove è sembrato che praticamente tutti lo abbiano incontrato almeno una volta), potrebbe raschiare soltanto un totale del 18% dei delegati.
E poi c'è Wesley Clark, che è sostenuto da George McGovern, il candidato presidenziale contrario alla guerra del Vietnam, la coscienza di una generazione. Quest'ultimo ha dichiarato che Clark è il candidato il cui programma prevede la fine della guerra e il ritorno delle truppe. Clark può essere, ora, la migliore opportunità di voto contro la guerra. Io credo che lo sia.
Ma nel frattempo, tanto di cappello ai sostenitori di Dean, ovunque. Hanno dato loro il tempo e il modo perché il movimento potesse fare un salto in avanti per salvare tutto il nostro paese. Amici miei cari che sostenete Dean, per piacere, non mollate. Ora abbiamo bisogno di voi e ne avremo bisogno a novembre. E, a Kelly Chambers, tutto il vostro duro lavoro NON è stato inutile. Noi non possiamo vincere senza voi.
A un anno da oggi, alle 12:01 di notte, Bush lascerà l'ufficio. Ma soltanto se la rivoluzione che avete acceso continuerà, oltre e nonostante questa settimana.
Il vostro,
Michael Moore nuovimondimedia.it
Fonte: http://www.michaelmoore.com
Vi racconto la vera storia dell’economia secondo Bush"
EUGENIO OCCORSIO
La mattina del 20 novembre 2002 il ministro del Tesoro americano, Paul O’Neill, è nell’ufficio del vicepresidente Dick Cheney alla Casa Bianca, seduto di fronte alla scrivania, e di fianco a lui c’è il capo dei consiglieri economici, Lawrence Lindsey. L’atmosfera è tesa perché O’Neill ha sentito che l’amministrazione vuole riproporre un pacchetto di clamorosi tagli alle tasse per rilanciare l’economia. E lui, il ministro del Tesoro, aveva già detto in settembre che si opponeva con tutte le sue forze, che sarebbe stata una misura suicida perché avrebbe provocato un deficit federale mostruoso, che non era così che andava rilanciata l’economia. Malgrado questo fuoco di sbarramento, Bush e Cheney avevano continuato a promettere il taglio ai cittadini, e a forza di prometterlo avevano vinto le elezioni di midterm all’inizio di novembre. «Avete visto? Abbiamo vinto», gongola Cheney quella mattina. E consegna ad O’Neill un vero e proprio progetto di legge già diviso nell’articolato con il dettaglio dei tagli alle persone fisiche, alle imprese, ai dividendi azionari. O’Neill pazientemente spiega di nuovo perché un taglio di queste proporzioni minerebbe nel profondo la credibilità finanziaria dell’amministrazione e a lungo andare sarebbe deleterio per la stessa economia. «Andremmo diritti verso una crisi di bilancio pubblico spaventosa», conclude. Ma Cheney è irremovibile: «Scusate, ma vi ricordate Reagan? Ha tagliato le tasse, e dopo quattro anni è stato rieletto trionfalmente. E’ la prova che del deficit non gliene importa niente a nessuno». A quel punto sulla riunione cala il silenzio. O’Neill guarda Lindsey ma lui abbassa lo sguardo. Dopo qualche minuto è Cheney a riparlare: «Vinceremo di nuovo le presidenziali. E’ questo che dobbiamo fare». O’Neill si alza ed esce. Nel corridoio straccia i fogli che Cheney gli aveva passato. Nei pochi metri che separano la Casa Bianca dal palazzone bianco che ospita il ministero del Tesoro, di fronte all’International Press Center, rimugina: «Che idiozia, questa di Reagan. Ma se ci sono voluti vent’anni per rimettere a posto i danni che ha fatto al bilancio federale…» Il 5 dicembre, O’Neill riceve una telefonata da Cheney che senza troppi complimenti lo informa che lui e Bush hanno deciso di licenziarlo con effetto immediato. Nel gennaio 2003 Bush presenta al Congresso il suo pacchetto di tagli fiscali. E’ incredibile: le tasse vengono abbattute del 3040% in media. Quelle sui dividendi vengono abolite tout court. Durante la discussione parlamentare la portata della manovra risulta alla fine un po’ attenuata, il prelievo sui dividendi per esempio viene tagliato "solo" dal 38,5 al 15%, ma il taglio si fa sentire comunque e gli effetti sul disavanzo federale sono ugualmente spaventosi: nel 2003 sfonda i 500 miliardi di dollari, nel 2005 supererà il 6% del pil.
Un anno dopo, nel gennaio 2004, O’Neill consuma la sua piccola vendetta. In un libro appena uscito, The Price of Loyalty, scritto insieme a Ron Suskind (un exinviato del Wall Street Journal), ripercorre i due difficilissimi anni trascorsi nell’amministrazione Bush. Enumera uno per uno i motivi che hanno portato a questo disastro economico, i cui effetti saranno sicuramente avvertiti nel prossimo futuro. Quel che è peggio per il presidente è che O’Neill rivela i veri rapporti di forza all’interno dell’amministrazione, con Bush sopraffatto da Cheney sull’economia, appunto, e da Donald Rumsfeld, segretario alla Difesa, in politica estera. L’invasione dell’Iraq, è la rivelazione più scottante sotto quest’ultimo profilo, era già nelle carte «dieci giorni dopo l’insediamento dell’amministrazione» (gennaio 2001) e quindi ben prima dell’11 settembre. Motivi di potere territoriale, ma soprattutto motivi economici, ed ecco la saldatura fra le linee di Cheney, che tra l’altro quale ex patron della Halliburton passava da esperto e guidava una taskforce dell’amministrazione sull’energia, e di Rumsfeld. L’America voleva ridisegnare la mappa delle forniture petrolifere mettendo saldamente la mano su quelle irachene, le seconde del pianeta dopo quelle saudite. Al punto che O’Neill racconta che già nei primi mesi del 2001 aveva visto i memorandum sui criteri di aggiudicazione alle imprese occidentali dei giacimenti iracheni da parte dei "nuovi padroni" americani, e che sentiva sempre di più parlare, ogni volta che entrava alla Casa Bianca, dei «piani per trasformare l’Iraq in un nuovo paese», scrive O’Neill. Il 12 settembre 2001, poche ore dopo l’attacco alle Torri, fu convocata una riunione del National Security Council (di cui O’Neill faceva parte in quanto uno dei ministri più importanti) e il piano antiSaddam venne enunciato nel dettagli, «con una dovizia di particolare tale che non poteva essere stato redatto in quelle poche convulse ore». Ma Bush, in tutto questo? «Era come un sordo in una riunione di ciechi», commenta O’Neill.
Il presidente era insomma, sia in economia che nei progetti geopolitici, totalmente in balìa «di una banda di centurioni dell’ultradestra», come sprovveduto, incapace di esprimere una propria precisa opinione e di argomentarla. «L’Iraq? Fate quello che volete, basta che troviate un modo per risolvere il problema», lo avrebbe sentito dire una volta. Nel luglio 2001, a Condoleezza Rice sfuggì un’inquietante frase: «Saddam è nel nostro schermo radar». E, tornando alle questioni economiche, «era sorprendente insiste O’Neill quanto potere fosse lasciato a Cheney». Lo stesso Greenspan era attonito, e ha cercato fino all’ultimo, racconta sempre l’exministro, «di inserire nella riforma fiscale qualche correttivo automatico (trigger, come per le azioni, ndr) in forza del quale si potevano interromperne i benefici se il deficit avesse sfondato i limiti». Invece, niente da fare, la restituzione delle tasse ha raggiunto l’iperbolica cifra preventivata di 1,35 trilioni, migliaia di miliardi di dollari. E il danno per il bilancio è stato irreparabile. «Nel prevederlo, Greenspan aveva la più tetra faccia da funerale che io abbia mai visto». Fra le tante conseguenze negative, «ora diventa impossibile varare le previste riforme del Social Security (il sistema delle pensioni minime per i meno abbienti, ndr) nonché qualsiasi estensione dell’assistenza sanitaria, provvedimenti quelli sì necessari. Legare il suo nome a quelle misure avrebbe garantito a Bush una sicura fama positiva per le generazioni a venire». Invece il presidente vedeva solo il taglio delle tasse, e dichiarò con faccia risoluta che quella misura avrebbe comportato «la creazione di 300.000 posti di lavoro al mese». Nulla di tutto questo si è visto, osserva velenoso l’exministro.
Insomma, un disastro per l’immagine del presidente, che arriva proprio mentre entra nella fase decisiva la campagna per le elezioni del 2004. Rabbiosa è stata la reazione degli interessati. La Casa Bianca, tramite i suoi portavoce, ha accusato duramente l’ex ministro di aver usato impropriamente documenti riservati, preannunciando azioni giudiziarie contro di lui. Per tutta risposta O’Neill, che ha intrapreso una vorticosa serie di interviste televisive per lanciare il libro, ha ammesso che la base del lavoro sono ben 19.000 files di lavoro, «oltre alla mia agenda privata con 7.630 nomi», ma ha precisato che al momento di utilizzarli ha chiesto un parere allo stesso ufficio legale del ministero. E ha aggiunto con sussiego: «Ho 68 anni, e sono ricco. Non c’è niente che possa farmi paura». Una sola concessione: in una delle interviste, ha detto che «magari se tornassi indietro la frase sul "cieco fra i sordi" non la direi». Ma intanto l’ha detta. Il giorno dell’uscita del libro, il 13 gennaio, Bush era a colloquio con il presidente messicano Vicente Fox, ed era una visita cruciale per riannodare i rapporti diventati tesissimi proprio dopo la guerra in Iraq, alla quale Fox si opponeva. Bene, alla conferenza stampa le domande dei giornalisti sono state tutte su questa storia del "cieco" e dei "sordi".
La controvendetta di Bush va oltre. Con una capillare operazione massmediologica, l’amministrazione fa filtrare in questi giorni una serie di maliziose notizie per screditare l’immagine di O’Neill. Una volta l’allora ministro avrebbe definito i capi della Enron «dei geni del capitalismo». Parlando degli analisti di Wall Street, li avrebbe chiamati «una massa di ebeti che passa la giornata guardando lo schermo di un computer e crede di aver capito così l’economia». Quando il mercato crollò nel luglio 2002 e il Nasdaq raggiunse i minimi a 1.200, lui era nel pieno di un viaggio nell’Asia Centrale: si sarebbe rifiutato di tornare perché tanto «non c’era niente da fare». Peggio ancora: offese i governanti brasiliani, innescando un crollo della valuta, dicendo che qualsiasi aiuto finanziario che gli Stati Uniti potevano dare sarebbe probabilmente finito in «qualche conto bancario svizzero». Non è finita: un’altra gaffe il ministro l’avrebbe commessa a proposito del dollaro, quando spiegò in un’intervista che «l’America non persegue, com spesso si dice, la politica del dollaro forte». Un’indicazione, quest’ultima, che per la verità sembra essere la linea<\->guida costante anche del successore di O’Neill, John Snow, a giudicare dall’andamento dei mercati valutari negli ultimi due anni, agevolato proprio da una raffica di dichiarazioni in tal senso. Altrettanto, O’Neill sembra aver avuto ragione sulle tariffe per l’acciaio, imposte da Bush nel marzo 2002 a carico dell’Europa in ritorsione a presunte misure protezionistiche intraprese da Bruxelles. Il ministro disse allora che «queste misure oltre che anacronistiche si risolvono alla lunga nella distruzione di posti di lavoro».
La tempesta insomma è scatenata e infuria, in quella che sembra proprio una notte dei lunghi coltelli all’interno dell’amministrazione. Ci è andata di mezzo perfino la Cbs, gloriosissima rete televisiva, che ha ospitato O’Neill in una delle sue interviste<\->lancio per il libro. E’ successo che il ministro si è presentato con una cartellina che recava ben in vista la scritta secret e, parlando dei preparativi per la guerra in Iraq, sembrava che attingesse direttamente da quella fonte. La telecamera della Cbs inquadrava con insistenza quella cartellina, e su questo si è basata la dichiarazione ufficiale della Casa Bianca in cui chiedeva la messa di O’Neill in stato d’accusa. Messa alle strette dalla necessità di sdrammatizzare la situazione, la Cbs è stata costretta ad ammettere con grande imbarazzo che quella cartellina l’avevano messa in mano al ministro i suoi stessi tecnici prima delle trasmissione, così, per drammatizzare la situazione. Arrivata a pochi giorni di distanza dalla confessione (stavolta da parte della stessa Casa Bianca) che il tacchino servito da Bush ai soldati iracheni il giorno del Thanksgiving era in realtà di plastica, perché era troppo rischioso mettersi ad arrostire un tacchino vero nell’hangar dell’aeroporto di Bagdad mentre c’era il presidente, questa dichiarazione non ha fatto altro che intorbidare le acque. Bush, O’Neill, la Cbs: a chi si può credere oggi in America?
Affari & Finanza
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L’Imperatore Bush Junior: "War Emperor" e "Compassionate Conservative"
di Mir Mad
Quando Bush Junior, con l’aiuto del fratello governatore della California, con il sostegno della Corte Suprema conservatrice e la compassionevole testimonianza della madre Barbara, rubò il risultato delle elezioni ad Al Gore, vista la statura del vincitore e degli uomini che lo circondavano, il mondo comprese che quello era l’inizio di eventi apocalittici e che tutto, proprio tutto, doveva subire un cambiamento radicale per essere adeguato al modello texano. Un modello e una forma mentis che ignorando o non conoscendo la "modernitè" confonde la fisica con la metafisica.. Da quel momento concetti come unilateralismo , guerra preventiva, guerra infinita, occupazione militare e soprattutto arroganza ... sono diventati dominanti.
Il Medio Oriente - cioè, per dirla franca, le fonti energetiche - era scappato di mano con la rivoluzione popolare del ‘79 in Iran; l’URSS era crollata; l’Europa era alla sua genesi e fonte di grandi speranze per l’umanità; la Cina era chiusa in sé ma pericolosamente vicina a certi traguardi; l’India era divenuta potenza nucleare; le tigri asiatiche irrompevano sulla scena; ma soprattutto c’era un’economia americana in crisi, e perciò il tenore di vita americano -intoccabile secondo R. Reagan - veniva minacciato.Tutto ciò ha suggerito ai potentati economici di sostenere Bush Junior, il presidente predicatore dai toni messianici, in una crociata contro i fantasmi e contro un pericolo terroristico ingigantito per poter deviare l’opinione pubblica dalla crisi dell’economia americana (a partire dallo scoppio della bolla speculativa della new economy) e per poter far pagare all’intera umanità i costi dei propri egoismi di sempre e gli errori del momento.
Ci fu, poi, l’ 11 settembre e l’inizio di quella demagogia e di quell’egoismo infarinati di patriottismo, tanto che il ministro americano della giustizia Aschcroft, limitando sempre di più i margini della libertà civili, ebbe a dire che "le libertà USA non sono la concessione di un governo o un documento ma....il dono naturale fattoci da Dio". Fu l’inizio della guerra afgana contro i Talibani cioè i "ragni" partoriti e allevati dagli stessi USA e dai loro strettissimi alleati, l’Arabia Sudita ed il Pakistan con il sostegno del Regno unito. Dopo la campagna afgana e l’occupazione di fatto dell’ Asia centrale ex-sovietica, con le risorse energetiche del Caspio, fu fatta da Bush Junior la famosa lista degli "stati canaglia". Così veniva da lui dichiarata una "guerra infinta" contro il terrorismo che prendeva di mira ancora una volta un ex alleato (e allevato) cioè Saddam Hussein .
Di nuovo furono architettate colossali menzogne come "l’esistenza di armi di distruzione di massa" e le minacce per il "mondo libero". Mentre l’Irak del sanguinario ma meschino dittatore ed ex alleato veniva occupato militarmente , il segretario alla difesa Donald Rumsfeld non potè negare quel che sosteneva il Washington Post basando sui documenti del Congresso e cioè che fu Rumsfeld stesso a fornire al regime di Saddam, negli anni Ottanta, le armi chimiche per combattere la rivoluzione iraniana.
Nell’amministrazione c’e un altro personaggio emblematico, ex amministratore della famosa Hallibortun, cioè il vicepresidente D.Cheney, che vince gli appalti nell’Irak occupato per lo spegnimento dei pozzi petroliferi e per i rifornimenti logistici all’esercito americano gonfiando le fatture (vedi Il Sole 24 ore del 13 dic.2003 e di sabato 24 gennaio 2004). Negli stessi giorni della guerra irakena l’Imperatore vittorioso nelle guerre infinite, riferendosi alle proprie due figlie, sosteneva: "E’ più facile fare una guerra che allevare due figlie". Così il mondo aveva una ulteriore occasione per capire meglio la statura dell’Imperatore e dei suoi collaboratori.
Nella stessa amministrazione, e cioè esattamente nel dicastero della difesa, c’è un personaggio di nome Paul Wolfwitz che nel documento sulla ricostruzione irakena ha scritto nel paragrafo 4, di proprio pugno: "Per la protezione degli interessi essenziali di sicurezza degli stati uniti è necessario limitare la partecipazione, ai principali appalti, ad aziende degli Stati Unit , dell’Irak e dei partner nella coalizione che contribuiscono con forze in Irak...".E tutto ciò perché certi paesi (Francia,Germania,Russia, Iran...) si sono opposti alla guerra contro l’Irak ed alla politica dei new conservative sul piano globale. Per non parlare di M. Ledine, l’ascoltatissimo direttore dell’American Enterprise Institute che in un dibattito televisivo - Ballarò con W.Veltroni e G.Chiesa presenti - trova la forza e l’arroganza di definire, con poca educazione, "non seri" paesi come la Francia e la Germania.
C’è ancora un altro personaggio molto noto, cioè Richard Perle che è amico di David Frum, il teorico dell’"Asse del male" . Perle, durante la campagna irakena, in una intervista alla tv canadese di Ontario sosteneva che gli USA sono pronti ad attaccare oltre l’Irak, il Libano, la Siria e l’Iran. Questi due teorici dell’amministrazione Bush sono autori di un libro che esprime la nuova dottrina dell’amministrazione, intitolato An End to Evil:How to Win the War on Terror.
In esso, il vice segretario alla difesa degli USA sostiene la necessità di affrontare la Corea del Nord come Cuba nel ’62, circondandola. Per l’Iran invece, dice Perle, vista l’impossibilità di un’occupazione militare, bisogna sostenere l’opposizione interna , come si fece con la Polonia negli anni 80. E visto che la Siria non ha la forza dell’Iran, egli afferma, deve essere trattata con la forza. L’Arabia Saudita è considerata un gran pericolo, perciò deve essere isolata e tenuta sotto controllo alimentando la minoranza sciita contro la dinastia Wahabita.
Ma la cosa estremamente impressionante è che un stato democratico come la Francia, ed il suo presidente Chirac, vengono mostrati da Perle come un nemico da isolare, perché ha trascinato gli europei contro la politica dell’amministrazione. Quindi, per isolarlo, è necessario chieder la sottomissione ad ogni stato europeo separatamente. Sul piano interno, secondo teorici di questa dottrina, bisogna togliere l’ FBI al ministero di Aschcroft (giustizia) per metterlo sotto il controllo del ministero della sicurezza interna.Bisogna anche essere più attenti sulle nomine in particolar modo riguardo il dipartimento di Stato dove secondo gli autori le colombe prevalgono.
Nonostante quanto detto finora, la cosa più sorprendente arriva con l’ultimo discorso presidenziale sullo stato dell’unione in cui Bush Junior, basandosi sulla solita retorica della "guerra al terrorismo " e sullo stato di guerra in Afganistan e in Irak (e concetti collaterali), si presenta come war emperor and compassionate conservative e chiede di nuovo il voto all’elettore americano. L’imperatore dopo aver minacciato di distruggere le conquiste di 200 anni della democrazia americana - come sostiene Al Gore - trascinando l’intera umanità in una situazione pericolosa, apre la sua personale campagna elettorale con promesse che secondo gli analisti dell’UBM pesano soltanto sui conti pubblici. Bush, nel suo discorso, parla di importanti risultati conseguiti dall’economia americana. Egli si sofferma sui vari shock,11settembe ,crisi della corporate e lo stato della guerra, sostenendo che l’economia americana ha assorbito tutto ciò in maniera egregia . Ha poi parlato della produttività alta e di una crescita rilevante (più dell’ 8%) che nell’ultimo trimestre ha superato le aspettative. Bush non ha fatto cenno né al debito pubblico di 500 miliardi di dollari, né alla disoccupazione che è quasi al 6% (era al 4,2% appena tre anni fa).
Però non ha spiegato che soltanto un’economia drogata con cifre truccate - per far sembrare tutto a posto da qui al novembre 2004 - non riesce a creare nuovi posti di lavoro, nonostante l’alta spesa e produttività, e i tagli fiscali. Infatti tempo fa l’economista Paul Krugman, riferendosi alla politica economica dell’amministrazione, aveva parlato del "bottino", affermando: "Stanno razziando il benessere delle generazioni future". Mentre il capo economista della Morgan Stanley Stephan Roch era stato ancora più originale parlando della "crescita cannibale". Roch in un convegno organizzato da Council on Foreign Relations aveva sostenuto: "A cosa vogliamo puntare? A una crescita sostenibile o a una crescita cannibale? Perché, da quel che vedo, la crescita di oggi si sta mangiando quella di domani".
Senza voler entrare nel merito di vari singoli provvedimenti - come il Jobs for 21 century la cui ingente spesa secondo Bush serve a sostenere una maggior preparazione in vari campi per garantire il primato americano nel settore delle scienze e della matematica . Nel recente passato l’amministrazione Bush ha approvato una riforma del sistema "Medicare" senza alcuna reale fonte di copertura. La sua proposta di parziale privatizzazione del social security ha un aggravio di spesa senza avere una adeguata copertura finanziaria. Nel suo discorso sullo stato dell’unione, l’imperatore ha offerto al Congresso una serie di proposte di corto respiro destinate soltanto a guadagnare il consenso elettorale attraverso un’immagine di compassionate conservative su cui aveva centrato la campagna del 2000. Un imperatore che con atteggiamenti caritatevoli intende evitare le rivolte sociali.Si pensi alla sua richiesta di favorire la possibilità per gli immigrati di poter accedere ai lavori temporanei in quei settori dove l’offerta da parte dei cittadini statunitensi è ai minimi.Il compassionevole imperatore, nella sua campagna del 2000 aveva chiesto 300 milioni di dollari per un programma di 4 anni volto a potenziare i controlli anti-droga nelle scuole e per il reintegro nel mondo del lavoro degli ex detenuti.
L’intenzione di ricandidarsi alle prossime elezioni del novembre del 2004 appare evidente dal discorso e dai provvedimenti presentati al Congresso. Però non solo la "vecchia Europa" e il Medio Oriente o i disoccupati USA e gli economisti più illustri, ma vasti strati della popolazione americana non sembrano volere più credere minimamente a chi promette benessere e sicurezza ma nei fatti sa offrire soltanto angosce di vario tipo e guerre interminabili. Non sembra neppure che la programmata cattura di Mulla Omar e di Bin Laden, prevista nell’imminenza delle elezioni presidenziali (intervista di M.Albright con Fox News) possa essere d’aiuto a cambiare le sorti di un "war emperor" che ha fatto passare l’egoismo per patriottismo e l’interesse personale e di gruppo come interesse pubblico, arrogandosi il diritto di poter minacciare tutti calpestando la legalità come conquista suprema dell’umanità.
Mir Mad
megachip.info
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NAPOLI , UNA CITTA' CONTRO LA CENSURA - di Lucrezia Scotellaro
( www.articolo21.com) - 10.000 napoletani ieri sera al Palapartenope hanno gridato il loro no alla censura e alle “leggi vergogna”.
Una grande manifestazione, estesa a tutt’Italia e all’estero tramite i collegamenti in diretta con le principali piazze e i più importanti teatri di tante, tantissime città che da nord a sud hanno aderito all’iniziativa.
Ha aperto la serata una spumeggiante Rosalia Porcaro. La sua “suocera berlusconiana” ha mandato in visibilio l’intero teatro. Il monologo di ieri riprendeva quasi completamente quello censurato dalla Rai.
Tema dominante della serata i riferimenti a Berlusconi, alle leggi ad personam, ai tentativi di censura spesso velati dietro una scorretta informazione, spesso nascosti da una organizzazione della notizia che discredita la minoranza parlamentare e la sinistra in generale.
Poi le luci si sono spente e Gianfranco Mascia, del coordinamento nazionale dei girotondi, ha annunciato una sorpresa.
E allora su un grande schermo alla sinistra del palcoscenico, sono apparsi Dario Fo e Franca Rame.
E’ stato mandato in onda uno spezzone dello spettacolo “Anomalo Bicefalo” censurato a poche ore dalla trasmissione prevista per venerdì 23 su Atlantide Tv, ospite del canale satellitare Planet.
La multinazionale francese Multitemathiques, proprietaria di Planet, ha deciso la censura. La motivazione?
La querela annunciata da Dell’Utri, citato nel dialogo di Fo e Rame, nel caso in cui lo spettacolo fosse andato in onda. Satira vietata quindi, e controllo dell’informazione non soltanto su tutte le reti televisive, ma anche su una rete satellitare.
Michele Gambino, Marco Travaglio, da giornalisti hanno espresso il proprio sconcerto di fronte ad una situazione che sta diventando insostenibile soprattutto per quelli che non sono schierati dalla parte di chi decide cosa mandare in onda, cosa si può dire e cosa invece deve essere taciuto.
Momento clou della serata il monologo di Sabina Guzzanti, sferzante tanto nei confronti di Berlusconi quanto verso la sinistra. Sabina ha invitato i leader della sinistra a riflettere prima di tutto, “pensare - ha detto – non deve essere un hobby da periodo di vacanza”.
Sabina Guzzanti, Davide Riondino, Rosalia Porcaro, Rosaria De Cicco, Lino D’Angiò, Francesco Paolantoni, Peppe Barra, Marco Travaglio, Pappi Corsicato, Giulio Gargia, Michele Gambino, Nando Dalla Chiesa, Francesco Bicciato, Jacopo Fo, Gianfranco Mascia, Giuliana Quattromini, Tom Benetollo, Daniele Sepe, insieme ai numerosissimi napoletani che hanno sfidato il freddo e una lunga attesa prima di poter entrare al Palapartenope, hanno fatto sentire la propria voce.
La censura non ferma la libera manifestazione del pensiero. “E che non finisca quiiii!” ha urlato la Guzzanti alla fine della manifestazione annunciando già un altro appuntamento, un nuovo spettacolo, previsto a febbraio questa volta a Firenze.
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Lettera aperta a Francesco Rutelli
di Furio Colombo
Caro Presidente,
questa lettera segue la tua dichiarazione del Tg1, ore 13.30 del 25 gennaio. In quel Tg, dopo un caldo riassunto dedicato dalla redazione al decennale, appena celebrato, di Forza Italia, tu hai giustamente giudicato l’evento come merita. Hai detto, come è vero, che finora non si sono occupati di governare. Ma hai concluso con una frase che, nel montaggio di quel Tg, è apparso il pensiero finale della tua riflessione. Hai detto: «Dobbiamo incalzare il governo affinché ponga mano a quelle riforme di cui gli italiani hanno bisogno». In condizioni politiche normali, questo sarebbe un normale messaggio.
Ma questa non è una situazione politica normale. Basta soffermarsi sul discorso appena pronunciato dall’attuale primo ministro. Con quella cerimonia di stampo sovietico si è ricandidato da solo, tramite ovazioni, a restare primo ministro per sempre.
Ora la domanda inevitabile è: incalzare questo governo? con la sequenza di riforme che propone? Incalzare vuol dire spingere a fare. Lo incalzeremo sulla riforma Castelli che vuole chiudere la bocca definitivamente alla Magistratura? Sulla riforma Gasparri, che abolisce del tutto la libertà di informazione? Sul progetto di esautorare il capo dello Stato per attribuire al primo ministro e primo proprietario d’Italia poteri incompatibili con la democrazia? So che tu hai in mente ben altre riforme. Ma in questa legislatura non c’è traccia di un solo istante in cui un solo emendamento dell’opposizione abbia potuto cambiare una sola di quelle pessime leggi a cui anche tu, con tutta l’opposizione, ti sei fermamente opposto. Dunque la lista delle loro riforme non si può cambiare. E le riforme che loro propongono non si possono fare insieme. Il segnale, per gli elettori, sarebbe devastante. Possiamo chiederti, in spirito di amicizia, di chiarire quella dichiarazione disorientante, ora che stiamo iniziando uniti una difficilissima campagna elettorale? Tu hai detto ieri che «l’antiberlusconismo non basta». Di certo è il sentimento che mobilita - in numero sempre crescente - gli italiani che vogliono restituire dignità, legalità e rispetto a questo Paese. Il danno di Berlusconi all’Italia è immenso, a momenti appare irreparabile. Come punto di riferimento per la nostra campagna elettorale è certamente fortissimo. Svalutarlo sembra a molti di noi (credo proprio tanti, Francesco) un gravissimo errore.
Cordiali saluti
unita.it
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La Cgil vince a casa di Pezzotta
A Dalmine i "colletti bianchi" votano Fiom, battuta la Cisl
I rappresentanti Fim: "Nella provincia bergamasca siamo sempre i più forti"
ENRICO BONERANDI
da Repubblica - 26 gennaio 2004
MILANO - La «fabbrica della Cisl» è passata alla Cgil. I «rossi» hanno battuto i «bianchi» a Dalmine, provincia bergamasca, terra natale del segretario Savino Pezzotta, con un sorpasso di misura (46 a 44), ma altamente simbolico. La roccaforte storica del sindacato cattolico, laboratorio di molte politiche, punto di partenza di quasi tutti i leader sindacali Cisl e fucina di tanti deputati e senatori della sinistra dc, è stata espugnata nei giorni scorsi dalla Fiom con un aumento secco dell´11,20 alle elezioni per le rappresentanze di fabbrica, mentre la Fim è rimasta al passo e la Uilm si è dimezzata. Recupero dell´inflazione, democrazia sindacale, no ai licenziamenti per ristrutturazione: la linea dura Fiom ha vinto quella più morbida, partecipativa, della Fim. Con una sorpresa: a spingere il trionfo della Cgil non sono stati gli operai. I più arrabbiati, quelli che non vogliono compromessi, alla Dalmine Tenaris sono gli impiegati.
E una ragione ce l´hanno, gli 850 impiegati della Dalmine. Per Natale, l´amministratore delegato del gruppo Tenaris, Paolo Rocca, ha riunito in assemblea tutti quanti i 2.293 dipendenti ? una consuetudine che si ripete due volte l´anno da quando, nel ?96, l´azienda leader nella produzione di tubi è passata in mani private ? annunciando una ristrutturazione che potrebbe anche tagliare un quarto del personale impiegatizio. La reazione, com´è ovvio, è stata di sgomento, e quando si è trattato di votare i propri delegati, i colletti bianchi hanno risposto in numero quasi doppio rispetto alle tornate precedenti. La Fiom, tra gli impiegati, è più che triplicata. I sindacati minori non si sono presentati, i Cobas sono ridotti al lumicino: a Dalmine non sono tempi di fughe in avanti o di puntare sulla «padanità». Anche chi stravede per Umberto Bossi, in fabbrica punta al concreto. E il concreto, solido e agguerrito quanto basta, lo identifica nella Fiom.
La Cisl bergamasca è rimasta di sasso. Riunioni concitate, telefoni bollenti, il segretario generale Pezzotta imbufalito: «Non è possibile». Il responsabile Fim per la fabbrica di Dalmine, Gianluigi Pezzini, parla di scorrettezze, di volantini diffamatori della Fiom, di «strumentalizzazioni» del tema generale delle pensioni. Quando si scopre che a far la differenza sono stati soprattutto gli impiegati, alla Cisl tirano un mezzo sospiro di sollievo, ma la sconfitta brucia. Il segretario provinciale della Fim, Angelo Faccoli, la gira in positivo: «Nella bergamasca siamo sempre i più forti e a Dalmine sostanzialmente abbiamo tenuto. Non sono affatto dispiaciuto per come stanno andando le cose». Dice sul serio? «Ragioniamo serenamente. La quasi totalità dei voti si è riversata comunque sulle tre sigle metalmeccaniche di Cgil, Cisl e Uil. È vero che ci sono sostanzialmente due blocchi di consensi che rispecchiano due modi diversi di fare sindacato, ma la prospettiva è sempre quella di cercare una sintesi unitaria».
Quelli della Fim-Cgil sono d´accordo sull´unità dei lavoratori, con una differenza: che, a Dalmine, loro hanno vinto. Gira nella stanza dei delegati un proverbio in dialetto bergamasco, che più o meno suona così: «Una volta te e una me sul carretto degli asini». Una delegata degli impiegati, Maria Luisa Zanardi, racconta: «Nel nostro settore, una volta si entrava con la raccomandazione del parroco e ti ritrovavi in tasca la tessera della Cisl. Ora è tutto diverso, incombe la ristrutturazione e la gente vuole essere rappresentata da un sindacato meno accomodante». «Andiamo avanti con gli altri sindacati, ma se non siamo d´accordo nel merito dei contratti, si consulta la base», ribadisce Martino Signori, segretario della Fiom provinciale. Massima attenzione, poi, alle categorie impoverite dall´aumento del costo della vita. Le parole dei delegati Fiom ricordano spesso quelle dei Cobas dei trasporti. A farglielo notare, a Dalmine non se la prendono proprio: «I lavoratori dei trasporti e i metalmeccanici, la storia è quella».
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genitori a scuola contro la Moratti
Tempo pieno, oggi le prime occupazioni. A rischio gli scrutini
da Repubblica
Contro la riforma Moratti partono oggi le occupazioni simboliche delle scuole. I primi a scendere in piazza a difesa del tempo pieno saranno gli alunni, i genitori e gli insegnanti delle elementari di viale Mugello e di via Mezzofanti. Striscioni contro il ministro in via Bergognone e piazzale Bacone. Giovedì assemblea alle elementari di via Muzio per decidere le nuove forme di mobilitazione: previsto il blocco degli scrutini da parte dei maestri e la sospensione del pagamento delle rette per la refezione da parte dei genitori. In consiglio comunale oggi ai voti la mozione di Lucini a favore della riforma Moratti. Presidio delle famiglie in aula.
I NUMERI
La riforma Moratti anche oggi in consiglio comunale mentre partono le prime occupazioni simboliche
Il girotondo per il tempo pieno
Bambini e genitori per mano davanti alle elementari
Gli insegnanti pronti a bloccare gli scrutini mentre per protesta mamme e papà potrebbero rinunciare a pagare la refezione
ZITA DAZZI
Partono le prime occupazioni simboliche contro la riforma della scuola pensata dal ministro Moratti, recentemente approvata dal consiglio dei ministri. Oggi gli alunni delle elementari di via Mugello e quelle di via Mezzofanti, in zona Vittoria, faranno una manifestazione davanti alle loro scuole. In fila, per mano ai loro genitori, attenderanno a lungo prima di entrare in classe. La loro azione di disturbo, concordata col direttore e con gli insegnanti, consisterà in una lenta passeggiata sul marciapiede e sulle strisce pedonali. Sarà la prima fra le molte proteste pacifiche previste per i prossimi giorni in tanti istituti milanesi. Delusi e scornati dopo l´approvazione del contestato decreto che porterà le ore obbligatorie di lezione da 40 a 27 già dal prossimo anno scolastico, genitori e insegnanti sono più che mai convinti che la lotta debba andare avanti. E su più fronti.
Il coordinamento per la difesa del tempo pieno ha in programma per giovedì sera un´assemblea alle elementari Muzio proprio per decidere le nuove forme di mobilitazione. Ma la maestra Elena Miglietta, una delle portavoce del coordinamento spontaneo che fa capo al sito www.retescuole.net, elenca già le azioni di protesta che potrebbero cominciare nei prossimi giorni in tutta la città: «A parte lo sciopero nazionale della scuola di cui discutono la Cgil e i Cobas di Bernocchi, noi che non ci rifacciamo a sigle sindacali abbiamo in mente azioni locali per richiamare l´attenzione. Gli insegnanti sono intenzionati a bloccare gli scrutini e i genitori sono pronti a sospendere fino a giugno il pagamento della refezione». Misura quest´ultima che andrebbe a ripercuotersi sulle casse comunali. Genitori e insegnanti milanesi sono infatti irritati anche con Palazzo Marino, dopo che giovedì scorso in consiglio comunale non è stata approvata la mozione della diessina Marilena Adamo critica sull´impianto di scuola che entrerà in vigore già dall´anno prossimo: maestro unico, inglese e informatica, e soprattutto, 13 ore di attività opzionali alla settimana, ore di scuola che diventano facoltative. Oggi in aula verrà messa ai voti un´altra mozione, presentata da Gianfranco Lucini di Forza Italia, che invece loda la riforma e le novità che cominceranno da settembre. La settimana scorsa era mancato il numero legale perché l´opposizione era uscita dall´aula, ma oggi l´approvazione dovrebbe essere scontata.
I genitori si stanno organizzando per essere a Palazzo Marino e manifestare il proprio disaccordo. «Noi già quest´anno paghiamo circa 100 euro per varie attività scolastiche - dice Isabella, madre di tre bambini dai 4 ai 9 anni -. Dall´anno prossimo quanto dovremo sborsare per i famosi laboratori facoltativi previsti dalla riforma? Ci hanno detto che ancora per un anno le scuole riusciranno a temporeggiare tenendo in piedi la struttura del tempo pieno, ma dal 2005 sarà un disastro. È scandaloso quello che sta succedendo».
Intanto sulle facciate di diverse scuole sono comparsi nuovi striscioni contro la riforma. I più vistosi sono fuori dalle elementari di via Bergognone e da quelle di piazzale Bacone. Oggi scendono in piazza anche i professori delle scuole civiche preoccupati delle ripercussioni del decreto nel loro settore. Il sindacato di base ha indetto per le 16.30 un presidio davanti alla sede del Comune in via Bergognone, dove si tiene un vertice fra i dirigenti del settore Educazione e i sindacati.
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performance goebbelsiana
Solimano
Traggo il brano che segue dall'editoriale di Antonio Padellaro pubblicato ieri su l'Unità:
“In un classico sulle tecniche di dominio ("Le 48 leggi del Potere"), Robert Greene e Joost Elffers illustrano i fondamenti di un sistema fideistico applicato alla politica.
Primo, promettere qualcosa di grande e di innovativo ma con parole vaghe e concetti di assoluta semplicità. Secondo, preferire il visivo e il sensoriale al razionale; circondarsi di lusso, abbagliare i seguaci con mirabolanti splendori, riempire i loro occhi di spettacolo. Terzo, ispirarsi alle religioni ufficiali per strutturare il gruppo; creare riti per i seguaci e organizzarli gerarchicamente. Quarto, mascherare le fonti di reddito e convincere gli adepti che dall'aver fede nel leader non può venire loro che bene. Quinto, porre le basi della dinamica "noi-contro-tutti"; costruire la nozione di un nemico infido che trama per la rovina del gruppo: un esercito di non-credenti disposto a fare qualsiasi cosa per fermare le forze del bene. Spiegano gli autori: qualsiasi individuo esterno al gruppo che tenti di rivelare la natura ciarlatanesca del sistema fideistico potrà da quel momento in poi, essere identificato come appartenente a questa forza nemica”.
Direi che tutti questi aspetti sono sotto ai nostri occhi. Non sottovalutiamoli, non ironizziamoci, ma soprattutto non crediamo che si smontino ragionandoci su. Sono aspetti che riguardano pulsioni profonde dell'essere umano.
Joseph Goebbels è stato un genio della comunicazione. E Leni Riefenstahl è stata un genio del cinema. A forza di focalizzarci sul male assoluto rischiamo di dimenticarlo, e non è bene, perché occorre capire e ricordare come certe cose sono accadute. Il come è importante più del perché. La manifestazione di ieri, come tutte le convention, non sarebbe stata possibile senza Goebbels e Riefenstahl. Rifletto anche su due film notevoli, "Kapò" di Pontecorvo ed "Il portiere di notte" della Cavani, che esplorano il rapporto tra vittima e carnefice.
E' possibile una comunicazione efficace che sia diversa? Sì: la festa di protesta, la Woodstock della democrazia in Piazza San Giovanni. Cinque ore e mezzo è durata, senza nessun bisogno di lifting: all'aperto, poche telecamere (vero, Mimun?), bella musica ed un milione di persone. Persone, non gente. Questa è la strada, alla faccia dei succedanei, delle fondazioni e dei grilli parlanti che predicano il bromuro. ulivoselvatico.org
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Amministrative, Forza Italia sta per presentare un progetto di legge truffa?
Vince al primo turno il candidato che prende il 40%
articolo21
di Redazione
La notizia circola già da alcuni giorni ma oggi ha avuto una definitiva
conferma: Osvaldo Napoli, esponente di Forza Italia e vicepresidente dell' Anci,
l'associazione dei comuni d'Italia, ha annunciato che la prossima
settimana presenterà una proposta di legge che prevede il turno unico
già dalle prossime elezioni amministrative, previste per la
primavera. E hià c'è chi parla di legge truffa a beneficio del
centro-destra.
Secondo la proposta di Napoli, nei Comuni e nelle Province gli elettori
dovrebbero scegliere sindaco e presidente già in un solo turno: secondo la
proposta, verrebbe eletto il candidato sindaco o presidente di
Provincia che raggiunge il 40% dei voti; in caso contrario si
dovrebbe ricorrere, 15 giorni dopo, al ballottaggio tra
i due candidati più votati.
"Si tratta - ha spiegato Napoli - di rispondere alle giuste lamentele della
sinistra che da sempre paventa la scarsa rappresentatività istituzionale di
sindaci e presidenti di Provincia, quando vengono eletti al secondo turno,
vale a dire da una percentuale di elettori che è da sempre
fisiologicamente molto più bassa rispetto a quella del primo turno.
In questo modo, sindaco o presidente di Provincia
riceverebbero un'investitura molto forte, poiché
tradizionalmente al primo turno va a votare una
percentuale di elettori che oscilla
sempre tra il 65% e l'80%.
Oltretutto - ha aggiunto Napoli - il turno unico avrebbe come effetto di
concentrare l'attenzione degli elettori su quello che si ritiene il migliore dei
candidati. Nel doppio turno, invece, l'elettore è portato a scegliere,
in seconda battuta, quello dei candidati che gli appare meno peggio".
Subito però sono arrivate osservazioni e sono state manifestate
perplessità da amministratori locali ed esponenti del mondo
politico.
I sistemi elettorali, ha detto Lorenzo Ria, presidente dell'Upi, l'Unione delle
province d'Italia, "non possono essere piegati ad esigenze politiche o di
costruzione del sistema delle alleanze", "non si possono cambiare ogni dieci
anni", insomma, con i sistemi elettorali "non si può giocare". "Il
doppio turno - ha proseguito Ria - ha dato buona prova, il sistema ha
dato complessivamente stabilità agli esecutivi e per questo non
vedo ragione del cambiamento.
Oltretutto, andando verso un sistema bipolare, non ci sarà più necessità del
doppio turno ma in questa fase di completamento della transizione politica non
vedo proprio la necessità del cambiamento".
Per il presidente della consulta dei piccoli comuni dell'Anci, Giuseppe Torchio,
"il doppio turno è un elemento di democrazia: all'elettorato va dato lo
strumento per scegliere". Torchio ha anche criticato Osvaldo Napoli per la
proposta avanzata. "La proposta - ha detto - è incompatibile con la sua
posizione: del turno unico all'Anci non si è mai parlato né in
forma collegiale né in termini ufficiali.
Non se ne è nemmeno mai parlato all'interno dell'Anci Lombardia, la più grande
delle Anci provinciali. Sarebbe bene che, prima di avanzare proposte e
presentare proposte di legge, se ne parlasse all'interno degli organi
dell'associazione". Secondo il presidente uscente della Provincia di
Bologna, Vittorio Prodi, la preoccupazione di Osvaldo
Napoli è "un pò ricercata. Servirebbe più tempo di quello
che abbiamo, più agio per pensare se e come cambiare
il doppio turno. Il rischio é di fare scelte
affrettate". Un giudizio positivo arriva invece
dal presidente del coordinamento nazionale
piccoli comuni d'Italia, Virgilio
Caivano. "Condividiamo questa
impostazione - ha detto Caivano
- perché è una formula
che garantisce
chiarezza. Del resto
nei piccoli
comuni
inferiori
ai
15
mila
abitanti il turno unico è già una realtà". L'elezione diretta dei sindaci dei
comuni con più di 15 mila abitanti e dei presidenti delle Province è stata
sancita con la legge del 25 marzo del '93 n.81, che stabilisce anche che
qualora nessun candidato ottenga la maggioranza assoluta dei voti
validi si procede ad un secondo turno elettorale.
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Bush e l'arte della menzogna
La dottrina dell'esportazione della democrazia (con le armi) e il problema della
sanità Usa vengono affrontati nello stesso modo: si afferma un principio,
pazienza se la realtà non corrisponde. Così mentire diventa una pratica di
governo
Nel discorso sullo stato dell’Unione, il presidente Bush non ha fatto nemmeno un
cenno all’asse del male (Iran, Iraq e Corea del nord) che l’anno scorso servì a
mobilitare l’America e pochi stati amici o “lacchè” nell’avventura irachena.
Il pericolo imminente delle armi nucleari, chimiche e biologiche è stato
declassato al rischio costituito dai “programmi di costruzione di armi di
distruzioni di massa”. Ora siamo avvertiti che la guerra in corso e
quelle future hanno una motivazione semplificata ed estensibile a
discrezione: portare la democrazia dove non c’è,
naturalmente anche con la forza, e occupando militarmente i
paesi che si vogliono liberare. A questo punto
non c’è più bisogno di giustificazioni che
possono diventare imbarazzati e rivelarsi
pure menzogne l’anno dopo. Basta
assumere un principio e dedurne la
legittimazione di qualsiasi
iniziativa sia giudicata
politicamente
conveniente.
Questo schema lo ritroviamo nella parte del discorso che riguarda la politica
sociale e quindi direttamente la campagna elettorale. Il principio in questo
caso non è la democrazia a ogni costo, ma la superiorità dell’iniziativa
privata, che – afferma il presidente nel suo discorso alla nazione – è,
per definizione, più efficiente di qualsiasi gestione pubblica.
Applicando questo principio al sistema sanitario, la cui gestione è privata, ne
deriva, per la proprietà transitiva, che la sanità americana è la più efficiente
possibile, e che lo Stato – ribadisce Bush - deve astenersi dall’assumere
impegni diretti.
Proviamo a capire se il sillogismo funziona.
1) Il modello americano è basato su un sistema assicurativo privato, ma il
governo federale assume la spesa per l’assistenza ai poveri (medicaid) e agli
anziani con più di 65 anni (medicare), e per quest’ultima i lavoratori
pagano un contributo del tre per cento, diviso con l’impresa.
2) Complessivamente, fra spesa a carico del bilancio federale, contributi dei
lavoratori e costo delle assicurazioni private, la spesa totale oscilla fra il
13 e il 14 per cento del PIL.
3) Questo livello è il più alto al mondo. Nell’Unione europea, dove l’assistenza
ha carattere universale ed è generalmente gratuita, la spesa media è intorno
all’8 per cento del PIL, con alcune differenze fra i diversi paesi. L’Italia è
perfettamente in linea con la media europea; la Francia e la Germania sono
uno o due punti sopra la media, altri sotto.
4) Oltre quarantatré milioni di cittadini che non hanno la fortuna (sfortuna?)
di essere iscritti nelle liste di povertà e di non essere nemmeno vecchi sono
privi di assistenza sanitaria. Sono in generale i lavoratori che non lavorano
per le grandi imprese o che hanno lavori discontinui o a tempo parziale.
Strati crescenti di ceto medio, in passato garantiti, cadono sempre più
frequentemente in questa condizione, non disponendo di risorse per
un’assicurazione privata.
Allora dov’è la decantata efficienza del sistema? E’ il più caro del pianeta e
lascia decine di milioni di cittadini americani privi di assistenza, fra i quali
undici milioni di bambini, come nei paesi più derelitti del terzo mondo.
Ma, oltre a essere il discorso sullo stato dell’Unione, il discorso di Bush era
anche il manifesto elettorale per la rielezione fra otto mesi, e la sanità
minaccia di essere uno dei principali cavalli di battaglia dei democratici.
Bush anticipa tutti e propone un credito d’imposta oscillante fra 1000 e
3000 dollari per tutti coloro che, essendo privi di assistenza,
acquisteranno un’assicurazione privata.
Secondo gli esperti, la stragrande maggioranza delle persone e delle famiglie
che non è assicurata continuerà a non poter sopportare i costi di
un’assicurazione privata, intorno a 10.000 dollari l’anno, e continuerà a
essere privo di assistenza. In compenso, il gigantesco
disavanzo della spesa pubblica federale, accumulato in tre
anni di amministrazione repubblicana, aumenterà
ulteriormente a beneficio delle compagnie
assicuratrici e delle case farmaceutiche. Com'è
già successo con la legge che prevede
la concessione delle medicine agli
anziani che, in principio, godono
solo dell’assistenza ospedaliera.
Che cosa ha a che fare il problema della sanità con quello della guerra? In
effetti, nulla. Ma c’è qualcosa che accomuna il modo di ragionare. La guerra
irachena deve essere considerata legittima non perché si siano trovate
prove di un pericolo imminente, ma sulla base di un principio: è giusto
esportare la democrazia anche con la forza per rendere il mondo
più sicuro. La realtà, se ce ne fosse stato bisogno, dimostra
tragicamente il contrario, ma non vale.
Alla stessa stregua, la sanità va bene così com’è, in base al principio che il
sistema assicurativo privato è il migliore. Il fatto che costi mediamente sei
punti di prodotto nazionale in più rispetto alla media europea, lasciando
decine di milioni di cittadini senza assistenza, nel paese più ricco del
pianeta, non conta. O forse conta per chi di questo sistema paga le
conseguenze.
Ma affermare, come se fossero vere cose che non lo sono, può diventare una
pratica ordinaria di governo. Quando l’apatia e l’assuefazione finiscono col
prevalere, la menzogna può, anzi, diventare un’arte di governo.
Antonio Lettieri
eguaglianzaeliberta.it
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Vorrei sottoporvi anch’io qualche riflessione, stimolata dal dibattito che si è
sviluppato in questa mailing list dopo il 10 e l’11 gennaio, seguendo la traccia
di Giusti e partendo dall’inizio. Scusate, se sarò un po’ lunga.
Credo che dal Palavobis al 14 settembre, la società civile si sia mossa spinta
da due impulsi:
- una reazione anche morale agli attacchi del governo Berlusconi
all’impianto democratico nel suo complesso (al di là di ogni singola legge)
- una forte richiesta di unità.
I partiti del centrosinistra hanno perso dopo il 14 settembre l’occasione di
dare una svolta decisa alla loro azione. Non hanno saputo tradurre questa spinta
nell’avvio di un processo unitario che portasse alla cessione di potere dai
partiti ad un soggetto sovrapartitico, non hanno saputo immaginare regole e
modalità di decisione su cui si sarebbe dovuto fondare questo soggetto, ecc.
Per “unità” si è inteso la mera giustapposizione di partiti ognuno dei
quali ben radicato alla propria identità; mentre credo che l’unità, se non
è contaminazione di culture e di idee, non si possa definire tale.
Poi si è incoronato Cofferati. Da lì (febbraio di un anno fa) è incominciata la
crisi dei movimenti (perchè crisi c’è stata, non nascondiamocelo!). Sposare
Cofferati ha significato in qualche modo sposare l’ipotesi che “bisogna partire
dai programmi”, e la richiesta di coinvolgere i movimenti nella
costruzione di questi programmi.
Ma il problema di fondo – che si è riproposto pari pari anche dopo l’assemblea
del 10 e 11 – è:
chi siede al tavolo dei programmi? riproponendo per intero la questione della
rappresentanza. Ma la rappresentanza presuppone soggetti strutturati ed
organizzati, quali i movimenti non possono essere (al contrario dei partiti;
salvo che non pensino di tramutarsi essi stessi in partiti, e non
sarebbe la prima volta nella storia). E allora si è dovuto
scambiare la rappresentanza con la visibilità, mandando a
parlare a nome di “tutta” la società civile le persone
più in vista, le più mediatiche, se mi
permettete.
Sedersi al tavolo dei programmi significa anche prendere posizione su una
varietà di argomenti, e quindi, in definitiva, dividere più che unire – ciò che
è successo puntualmente con il referendum sull’art.18. Significa
appiattirsi, rinunciando a rappresentare tutta la ricchezza e le
diversità che sono il lievito della società civile.
Credo allora che sarebbe importante riappropriarsi del ruolo della società nei
confronti della politica, ruolo che deve essere di stimolo e di vigilanza
insieme. Ben lontano dal sostituirsi ai partiti stessi. E, a titolo di
esempio, vorrei mettere in discussione qui tre temi che considero
fondamentali.
L’unità.
Intesa non come una giustapposizione di sigle, ma come contaminazione di
culture, nonchè esperimento di democrazia interna. Un soggetto unitario –
composto da un qualsiasvoglia numero di altri soggetti – non può
esistere senza una reale cessione di sovranità dalle parti al
tutto; nè senza adesione diretta dei cittadini, a
prescindere se sono o meno iscritti ai partiti; nè
senza modalità democratiche di assunzione
delle decisioni. Si è parlato molto di
Ulivo largo, e stretto, tricicli,
ecc., e a volte in modo davvero
bizantino, ma su questi temi
non c’è stata (e, peggio,
non è stata chiesta)
nessuna assunzione di
responsabilità da
parte dei
partiti.
La selezione della classe dirigente.
Nanni Moretti lo strillò a Piazza Navona, che con questa classe dirigente non si
vince, e aveva ragione! Ma come si fa a cambiarla? Basta davvero cooptare nelle
liste elettorali qualche “bel nome” (o anche tutti quelli elencati da Flores)
per garantire il ricambio? E soprattutto, a chi tocca individuare questi nomi?
E’ davvero cosa diversa che siano indicati da 3 o 4 rappresentanti della
società civile nel loro studio, o da 3 o 4 segretari di partiti nei loro
uffici?
Credo che per cambiare veramente occorra pretendere che siano i cittadini a
scegliere direttamente per chi vogliono votare: le primarie, dunque, veicolo
fondamentale di rinnovamento della classe politica. Imporre ai partiti di
darsi regolamenti in questo senso, e vigilare sulla loro correttezza, è
squisitamente compito della società civile.
L'etica politica.
Che va bene al di là della querelle Di Pietro si/Di Pietro no. Chiedere alla
politica di agire con dirittura morale significa ancora una volta vigilare e
stigmatizzare tutti qui comportamenti che identificano la politica come mero
esercizio di potere piuttosto che come servizio ai cittadini. Chiedere
di non assumere una pluralità di incarichi, per esempio, anche se la
legge lo permette; pretendere da chi perde un passo indietro.... sono
comportamenti che ci metterebbero, semplicemente, al passo con
l’Europa e non ancora e sempre nel paese delle banane.
Si potrebbe aggiungere molto altro a questi tre punti. Ma credo che
esemplifichino il ruolo della società civile nei confronti dei partiti: di
stimolo e vigilanza, appunto (e scusate se mi ripeto).
Il Comitato di cui faccio parte, SUEZ, è impegnato a sottoporre questi tre punti
sia ai Comitati per l'Ulivo sparsi in tutta Italia, sia ai movimenti, per
arrivare alla Costituente di metà febbraio con una posizione forte. Cerchiamo
sinergie, convinti che se questi tre punti fossero messi al centro della
discussione alla Costituente faremmo un buon servizio a noi stessi e
alla politica in generale.
Manuela Faccani - SUEZ
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IL REPLAY DEL CAVALIERE
CURZIO MALTESE
da Repubblica - 24 gennaio 2004
IL LIFTING gli è riuscito, il discorso no. Al decennale della scesa in campo, Silvio Berlusconi ha presentato il suo personale concetto di rimpasto: collo spianato, zigomi slavi, profilo appuntito. Ma la faccia nuova e costosa, bella o brutta, giusta o sbagliata, è rimasta l´unica novità. E non basta. Se non avesse fatto il lifting, non avremmo saputo cosa dire di un Berlusconi che ha riproposto nel dettaglio maniacale le identiche ossessioni di dieci anni prima, dai comunisti ai magistrati, quasi la storia di un decennio italiano si potesse spianare come una ruga con un sapiente colpo di bisturi. Un Moretti di destra ieri lo avrebbe implorato: «Silvio dì qualcosa di nuovo!».
Dieci anni dopo l´eterno replay del Cavaliere
I seimila berluscones col botto confluiti con le migliori intenzioni all´Eur sono rimasti in speranzosa attesa, per oltre due ore, che il capo trovasse il guizzo geniale d´una volta, la trovata dirompente, come una nuova scesa in campo, un rinnovato contratto con gli italiani. Niente. E allora tutti, come noi, hanno finito per concentrarsi fino all´ipnosi su quella faccia nuova, a discuterne la fattura, la riuscita, il confronto fra prima e dopo la cura. Senza volere, Berlusconi col suo discorso scontato s´è messo nella condizioni in cui ha ridotto l´altra sera Dario Fo: era come se tutti avessero spento l´audio.
Che cosa vuoi dire di uno che per la milionesima volta attacca la magistratura «politicizzata» e il defunto comunismo? L´odio per i magistrati milanesi ha superato l´iperbole e ora il pool di Milano è diventato peggio del fascismo, che non era poi così cattivo (ipse dixit), quindi Borrelli peggio di Mussolini buonanima e Berlusconi più eroico di Matteotti.
Che vogliamo aggiungere all´intrepida battaglia contro il comunismo mondiale, oggi impersonato anche nel direttore dell´Economist? C´è qualcosa di freudiano nelle frasi che usa: «Il peggior modo d´essere comunisti è senza il comunismo. È il metodo di rinnegare pilatescamente il proprio stesso passato comunista ma di mantenere i metodi di lotta politica: di ribaltare la realtà, di volere l´eliminazione degli avversari, di mantenere l´obiettivo dell´egemonia del proprio partito qualunque sia il suo nuovo nome». Viene il dubbio che inconsciamente stia parlando dei suoi più stretti consiglieri, Adornato, Bondi, Ferrara. Basta ruotare lo sguardo intorno, alla messinscena da socialismo reale, sia pure in versione extralusso, con tanto di altare da comizio, lo sfrenato culto della personalità, le gigantografie e la sfilata agghiacciante di "giovani" che leggevano i pensierini di Adornato e mandano baci al leader.
Il punto è che il tempo passa, dieci anni son tanti, le promesse e gli slogan invecchiano e Berlusconi ripete parole chiave ormai senza alcuna magia, «il sogno», «il miracolo». La replica della scesa in campo è troppo perfetta, non farebbe ascolti neppure in televisione. Figurarsi nella realtà di un paese impoverito e sfiduciato. Quando Berlusconi prova a fare l´elogio del governo ed elenca come fossero imprese epiche la piccola lista della spesa di Tremonti e associati, sulla sala della celebrazione l´entusiasmo si smorza. Tanto che quando cambia argomento («E adesso passiamo alla politica estera...») esplode un applauso liberatorio.
Alla fine tre quarti del discorso che doveva celebrare l´era berlusconiana sono dedicati a insultare la sinistra e i governi dell´Ulivo. Non male per uno che sente la missione di «porre fine a una guerra civile strisciante» e sostituire l´amore all´odio. L´opinione pubblica sarà ormai mitridizzata contro l´ossimoro permanente e questo modo di far politica "contro". E però se Bush avesse dedicato l´ultimo discorso sullo stato dell´Unione ai democratici e agli errori di Clinton, qualcuno si farebbe serie domande sulla sua salute mentale.
Si parla tanto, anzi si spettegola, sulla salute di Berlusconi. In compenso nessuno vede la malattia politica che avanza, l´improvvisa incapacità di comunicare del Grande Comunicatore. Dal ´94 in poi ha azzeccato ogni mossa, pochi lo capivano e tutti si stupivano dei sondaggi in crescita. Oggi sbaglia quasi sempre, tutti lo elogiano e i sondaggi franano. Ma non occorre essere esperti di marketing per capire che è un errore colossale usare dal governo gli stessi argomenti efficaci quando si era opposizione. È il limite del moderno populismo ed è stata la rovina di Haider e degli eredi di Fortuyn.
L´immagine è molto nella società dello spettacolo ma non è tutto. Senza contare che l´immagine a volte comunica ben oltre le intenzioni. L´espressione stralunata del nuovo Berlusconi, di una malinconia senza tempo, a guardarla da vicino diventa il simbolo plastico di un progressivo distacco dalla realtà.
Nell´impossibile miracolo di riprodurre in laboratorio la magia del 1994, perfino con il proprio corpo, Silvio Berlusconi ieri ci ha fatto percepire come mai prima il peso di questi dieci anni di occasioni e speranze perdute.
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Ds Milano - Rassegna stampa
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La costruzione mediatica del consenso
di GIULIETTO CHIESA
Nell'ultima guerra cui ho partecipato come inviato, quella afgana degli Stati Uniti d'America, mi è capitato di sentirmi chiedere, via satellitare, dall'Italia, da un collega di cui non faccio il nome per carità di patria, se potevo scrivere un pezzo, quel giorno, dalla valle del Panshir, raccontando "lo stato dell'opinione pubblica afgana".
Non è uno scherzo feroce. La domanda, indimenticabile per me, fu proprio quella. Si dava il caso che io fossi appena sbarcato da un elicottero tagiko, e fossi attorniato da una folla di afgani che stavano guardando, con gli occhi sgranati, la prima e unica immagine delle Twin Towers in fiamme che avessero visto fino a quel momento.
Ed era un mese e qualche giorno dopo l'11 settembre, quando tutti noi, nel mondo "civilizzato", avevamo già visto migliaia di volte, da tutti gli schermi televisivi, quelle scene terrificanti, e il mondo era cambiato radicalmente, e un'altra guerra stava per cominciare, a casa loro. E loro ancora non avevano saputo quasi niente, e capito ancor meno.
Cioè non esisteva, non poteva esistere nessuna opinione pubblica. Per lo meno non nel senso che noi siamo abituati a conoscere da quando esiste la "cronaca del giorno".
Loro non hanno mai avuto una "cronaca del giorno". Non l'ha avuta l'enorme maggioranza di quelle popolazioni. Al massimo l'ha avuta solo quella piccola parte che ne costituisce l'élite.
In altri termini l'opinione pubblica è un concetto assolutamente relativo.
Infatti io penso che, se il termine opinione pubblica ha un senso, questo ha a che fare con la somma di informazioni che una cittadina o un cittadino di un determinato paese ricevono sistematicamente, e sulle quali esercitano una funzione di selezione automatica (espellendo consapevolmente ciò che loro non interessa, dimenticando una parte del resto, conservando la parte restante e inquadrandola nella somma di concetti e idee già preesistenti nella loro memoria).
I residui finali di questo processo sono ciò che uno pensa di una data cosa. Sempre che se lo ricordi, e sempre che, interrogato, abbia voglia di dirlo.
Da questa sommaria e crudamente sintetica descrizione si ricava subito che le persone colte hanno una opinione assai più ricca di quelle meno colte (oltre a saperla descrivere assai meglio, in quanto hanno un maggior numero di parole a disposizione).
Si ricava anche che coloro che sono più e meglio informati hanno un'opinione meglio fondata di coloro che hanno poca o nulla informazione. E ciò vale anche tra popoli diversi: ve ne sono di meglio informati e di peggio. C'è una graduatoria. Che mai è stata fatta, ma che sarebbe possibile formulare con discreta approssimazione.
Si potrebbe addirittura formulare una legge di corrispondenza biunivoca al riguardo: quanto più alta è l'informazione che un determinato popolo riceve, tanto più strutturata è la sua opinione pubblica. E viceversa.
Dal che si deduce anche che se un popolo (o una categoria di persone) riceve una cattiva informazione (indipendentemente dalla quantità di informazioni che riceve; cioè cattiva perché non corrispondente alla realtà), avrà un'opinione pubblica corrispondentemente deformata. Meno verità, meno oggettività, meno serietà, significheranno un sacco di effetti negativi per quella specifica opinione pubblica. La quale, interrogata dai sondaggi, rifletterà inesorabilmente non solo lo stato dell'informazione del paese in questione, ma anche lo stato intellettuale, psicologico e morale di coloro che la formano, cioè dei detentori del possesso dell'informazione scritta e soprattutto televisiva.
Può accadere, naturalmente, anche che si crei un distacco più o meno grande tra coloro che fanno l'opinione pubblica e coloro che subiscono la loro azione. In tal caso vuol dire che la gente ha capito che coloro che fanno l'opinione pubblica sono dei bugiardi e ha smesso di credere loro. Ciò non significa, automaticamente, che costoro non fanno più l'opinione pubblica. Significa che esercitano il loro potere su una parte soltanto della popolazione, mentre la parte restante mantiene un atteggiamento variamente critico nei loro confronti.
È il caso italiano di questi anni, in cui una parte grande, probabilmente maggioritaria, degli italiani, pur essendo stata sottoposta a martellanti e quasi generali campagne bugiarde per giustificare le guerre imperiali degli Stati Uniti, ha mantenuto un atteggiamento negativo, critico, avverso alla guerra.
Direi quindi che una forte e strutturata società civile è in grado di produrre una propria opinione pubblica, anche contrastante rispetto a quella macinata dal sistema mediatico. Il caso americano - sempre per fare un esempio - dimostra invece il contrario. Una società civile fragile o inesistente spalanca spazi enormi alla manipolazione. Il livello critico è minore, le capacità di resistenza sono inferiori, l'opinione pubblica risulta in larga percentuale quella che è costruita dai sistemi mediatici.
Da ciò si può concludere anche che i sondaggi d'opinione, lungi dal tratteggiare una opinione "oggettiva" della gente circa un particolare evento, riflettono invece una cosa del tutto diversa: il livello di soggezione della gente rispetto agli organizzatori del sistema della comunicazione e informazione.
Le elezioni sono anch'esse un sistema per misurare lo stato dell'opinione pubblica di un determinato paese e popolo. Consegue da quanto detto sopra che le modalità di formazione dell'opinione pubblica possono influenzare in modo decisivo (ed è così che avviene dovunque) l'esito di una consultazione elettorale. Si può dunque concludere che il livello di democrazia di un sistema mediatico misura anche in larga misura (anche se non in misura totale), comunque determinante, l'esito di ogni consultazione democratica. Né il rispetto delle norme di voto, né la struttura istituzionale, né le regole, né i sistemi di computo dei seggi garantiscono l'esito. Esso è determinato con largo anticipo rispetto al momento del voto. Esso è una funzione delle forme di controllo del sistema mediatico sull'opinione pubblica. E poiché - in Italia nel caso specifico - il sistema mediatico è allo stato attuale controllato quasi totalmente (quello televisivo lo è al 95% come minimo) da una sola parte, ne consegue che esso perde gran parte dei suoi connotati democratici. Cosa che solo la faziosità assoluta dei padroni del sistema informativo può negare. Mentre gli osservatori dell'Osce hanno recentemente definito "unfair" le elezioni parlamentari russe con l'argomento che esse si sono svolte in condizioni di monopolio dei sistemi di comunicazione da parte del governo.
golemindispensabile.it
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METAFISICA DEL GOOGLE BOMBING
di Dust
Il recente Google Bombing ai danni di Berlusconi (v. miserabile fallimento) si presta a riflessioni sulla ricerca di informazione online. Mettetevi comodi: nonno Dust vi racconta qualche esperienza di vita al riguardo. A parte il solito gusto del cazzeggio c'è la curiosità di sapere come diavolo ve la cavate voi giornalisti
Negli anni '80 periodicamente qualche rivista trendy stilava un elenco delle professioni del futuro (vizio duro a morire).
Invariabilmente nella lista figurava l'information broker (IP, "information professional" nella versione politically correct), la professione di un futuro che non si è mai tradotto in presente.
L'IP era sostanzialmente un ricercatore su commessa (interna all'azienda o esterna) di info elettronica stivata in banche dati (bd) create da editori tradizionali o specializzati e distribuite da servizi, denominati host computers, sparsi per il mondo.
I produttori ci mettevano i contenuti, gli host la strumentazione, il software, il linguaggio di interrogazione e servizi vari.
Molte bd erano del tipo "reference", cioé contenevano solo sintesi e riferimenti bibliografici ai documenti originali, che andavano ordinati a fornitori specializzati (ad es. il servizio di document delivery della British Library).
In compenso nelle migliori bd ogni record era arricchito con parole chiave, classificato in base a sistemi proprietari o pubblici (ad es. la codifica US SIC delle attività economiche) e a thesauri.
Le ricerche potevano focalizzarsi su singoli campi (ad es. il titolo, l'autore, la data, le parole chiave) o su gruppi di campi (es. "pezzi scritti da Dust sul BDS nel nov.2003"). Formalizzazioni ad hoc erano state create ad es. per rappresentare formule chimiche (v. Chemical Abstracts) o per classificare gli elementi presenti in un marchio figurativo (la grafica era ancora un sogno).
Funzioni speciali consentivano di effettuare ricerche perticolarmente adeguate a determinati contesti (ad es. per individuare tutti i marchi registrati contenenti una permutazione di un certo insieme di lettere, o che terminano con una certa stringa).
L'IP allignava in rare società specializzate, nelle grandi aziende chimico-farmaceutiche, nelle biblioteche + sveglie e in alcuni enti pubblici e faceva una vita d'inferno: la stessa bd poteva essere distribuita, in forme e con caratteristiche di aggiornamento diverse, da vari host, ognuno dei quali dotato di un proprio linguaggio di interrogazione, a volte proprietario (v. Dialog, il gigante del settore), a volte sviluppato da terzi e magari malignamente personalizzato.
Un servizio di brokeraggio di livello base doveva abbonarsi minimo a 4-5 host (i.e. centinaia di bd), ognuno dei quali inviava ponderose guide al linguaggio e fogli descrittivi delle singole bd, con aggiornamenti continui.
La ricerca standard richiedeva varie conversazioni con il committente, che di solito esordiva con "Non credo esista in giro niente sull'argomento X, così mi rivolgo a voi".
Sviscerato il problema, lo si traduceva in strategia di ricerca, si sceglievano le bd + promettenti, si eseguivano varie sessioni di ricerca (questa sequenza poteva essere reiterata per fertilizzare la ricerca con il feedback del committente), poi si passava a editing-commento dei risultati e magari si ordinavano alcuni originali.
Una ricerca di complessità anche solo media coinvolgeva bd eterogenee, era splittata su vari host, poteva impantanarsi in banali problemi di sinonimia o stiticheggiare distillando solo infimi abstracts di oscure riviste neozelandesi.
Richiedeva di volta in volta l'impiego di svariati sistemi di classificazione e thesauri, la conoscenza delle peculiarità del sistema brevettuale giapponese, del registro imprese britannico e comunque, sempre, della struttura delle bd utilizzate, dei comandi e delle special features dei diversi linguaggi.
Il sistema di tariffazione (in valuta, quindi esposto a rischi di cambio) rendeva il tutto + spicy, il costo di una sessione essendo funzione di tempo globale di collegamento, tempo speso in ogni bd consultata (ciascuna a prezzi diversi), formato delle informazioni estratte (ad es.: solo titolo=x, tutto il doc=10x).
Oltre alle competenze specifiche (da aggiornare costantemente) su bd, host e linguaggi, erano quindi necessari una certa velocità di esecuzione, colpo d'occhio per identificare al volo gli items giusti ed una dose nostradamica di capacità previsiva per stimare il probabile costo della ricerca.
Un comando sbagliato poteva addebitarti istantaneamente centinaia di dollari e costringerti a spiegare balbettando in un inglese stentato ad una superiore entità californiana che non avevi voluto DAVVERO ordinare 100 brevetti giapponesi via fax.
A volte i danni li provocava un semplice disturbo di linea, scramblando le righe di un bilancio in una bestemmia da fumetto elettronica - e provocando un corrispondente flusso di bestemmie vocali, queste in chiaro.
Ah, stiamo parlando di velocità nominali - nei primi tempi - di 300bps (oggi come minimo lavorate a circa 56400bps): le parole e le linee si formavano lentamente sul monitor in b/n e lentamente scrollavano.
Un mondo di testi strutturati e lineari (niente "iper" di sorta), in cui l'autorevolezza della fonte era definita "a priori" (Chemical Abstracts:alta, Piccolo Chimico:bassa) e in parte orientava la strategia di ricerca.
In via teorica la competenza dell'IP era trasversale, non legata al contesto, e quella specifica ce la metteva il committente: ho cercato nuove applicazioni dell'atmosfera modificata, produttori di traversine ferroviarie in Francia, bilanci di aziende belghe, articoli di quotidiani giapponesi su database Nikkei (menu come piatti di vermicelli), tabelle sull'import-export argentino, novità brevettuali e di mercato nel settore delle verdure surgelate e anche negozi di costumi teatrali a New York.
Il settore aveva una sua vivace evoluzione di mercato e subiva quella tecnologica (v. la distribuzione di bd su cdrom), ma insomma senza eccessivi scossoni per l'utente finale.
Poi è arrivata Internet, è esploso il Web e questo piccolo mondo è diventato di colpo preistoria. Molti produttori di bd hanno deciso di pubblicarle in proprio su Web spiazzando gli host.
Una gran quantità di info, ad es. di fonte pubblica, è diventata gratuita. Vari host sono saltati o si sono ridimensionati e hanno dovuto in ogni caso riformulare modello di business (bizantini sistemi di tariffazione inclusi), linguaggi di interrogazione e interfacce.
Per vari motivi la storia di questo mondo si è separata dalla mia. Mi accorgo di parlare al passato per un puro fatto biografico, ma molte caratteristiche strutturali delle bd online sono ovviamente rimaste immutate.
Il Web: un enorme ammasso di contenuti ipermediali in gran parte non strutturati, prodotti e aggiornati in maniera anarchica da fonti di cui spesso non è facile stabilire la qualità, utilizzati da persone normalmente non skillate per quanto riguarda la ricerca di info. Strumenti e tecniche di ricerca si sono di conseguenza modificati radicalmente: l'interfaccia tipica è la maschera di ricerca, che in molti casi si riduce ad un'unica casella da riempire con qualche insieme di parole.
Confesso che i vecchi sistemi di interrogazione mi mancano assai. Ci potevi costruire una ricerca del tipo: trovami gli articoli del 1975 del giornale X che contengono nel titolo o nel leading paragraph due parole inizianti una per la stringa A e l'altra per la stringa B, ma non + distanti tra loro di 5 parole. 10 articoli ? Bene, elencami le aziende citate. Ah, eccone una interessante. Stampo l'articolo e cerco tutte le info sull'azienda contenute nelle bd economico-finanziarie di questo host.
Tutto ciò - per vari motivi - il motore di ricerca non può offrirlo. Esistono d'altra parte interfacce eccellenti a bd, che combinano elevate capacità di ricerca e ipermedialità (un buon esempio è l'US Patent Office, che permette di scaricare testi completi e disegni di brevetti US), ma in generale le bd sono oggi largamente invisibili all'utente medio dei motori di ricerca (sono finite nel c.d. "deep web" o "invisible web").
Nel mondo delle bd l'ottimizzazione delle due misure di qualità di una ricerca - recall=% di documenti reperiti sul totale dei teoricamente rilevanti, e precision=% di documenti rilevanti sul totale di quelli reperiti, due misure strutturalmente in irritante relazione inversa - veniva ricercata specificando accuratamente la strategia, selezionando le fonti più promettenti e autorevoli e utilizzando al meglio le caratteristiche del linguaggio di interrogazione.
Un buon motore di ricerca è forte in termini di recall, ma spesso ci seppellisce di documenti inutili (bassa precision), introducendo nei risultati molto "rumore" causato da ricerca rozza + impossibilità di specificare parametri critici (ad es. tipo di fonte o aggiornamento del materiale reperito).
Per questo motivo - l'ho tirata in lungo ma veniamo al Google Bombing - vari motori hanno introdotto nei loro algoritmi di ricerca una qualche capacità di ordinamento dei risultati (ranking): nei primi hits devono comparire i documenti più rilevanti.
Nel caso di Google il page ranking è (anche) funzione della quantità di citazioni che una pagina riceve da altre pagine rilevanti individuate dal motore - criterio imparentato con l'impact factor che si usa nella valutazione delle pubblicazioni scientifiche.
"Miserabile fallimento" evidenza una pagina che - ovviamente - non contiene affatto quelle parole: a mandarla in testa alla classifica sono le altre pagine, quelle che la linkano "sotto" al testo "miserabile fallimento", create da una grande quantità di bloggers (quasi 700, ha calcolato qualcuno) che si sono accordati a questo scopo.
[ Suicida la contromossa del cav.: ha inserito nella pagina un metatag che impedisce a Google di indicizzarla.
Paradossalmente la pagina non è più rintracciabile tramite Google ]
L'autorevolezza ("locale" alla singola ricerca) emerge quindi come prodotto collettivo della rete, come misura della "forza" dei links. Il concetto viene declinato diversamente, ad es., dal neonato Eurekster, in cui il ranking si modifica nel tempo in funzione delle preferenze di una comunità di utenti che condividono un qualche interesse e fanno progressivamente "emergere" i siti più interessanti per loro stessi e per la comunità di appartenenza scegliendoli esplicitamente dalla lista proposta dal motore.
La finisco qui augurandomi che l'argomento susciti qualche interesse e lanciando l'idea di un approfondimento continuo sul BDS [ma non saprei in che forma ] delle tematiche relative a fonti e modalità di fruizione dell'info elettronica, magari con qualche segnalazione delle novità interessanti. Prometto (o minaccio) di contribuire.
Dust
ilbarbieredellasera.Com
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Se non ci pensa lo Stato, ci penso io
Giovanni Moro con Mauro Buonocore
"Esiste l'abitudine a rivendicare i propri diritti e aspettare che sia poi lo Stato a mettere le cose a posto e realizzare tutto quanto c'è da fare. Quello che facciamo noi va nella direzione opposta: invece che aspettare lo Stato, crediamo che i cittadini possano sollecitare il processo politico della discussione dei problemi e partecipare attivamente alla fase di realizzazione". Con queste parole Giovanni Moro spiega che cosa sia l'attivismo civico, sull'esempio di Cittadinanzattiva la realtà che ha contribuito a fondare oltre vent'anni fa. L'idea è quella che i cittadini partecipino attivamente al miglioramento della vita pubblica, e di conseguenza della propria vita, impegnandosi nella promozone e nella tutela dei diritti dei cittadini. A Moro, che ha recentemente firmato insieme ad Alessandro Profumo il libro Plus valori. La responsabilità sociale dell'impresa (Baldini&Castoldi) abbiamo chiesto di aiutarci a capire un po' meglio che cosa sia l'attivismo civico.
Cittadini attivi, attenti alle dimensioni pubbliche della vita quotidiana, partecipi delle decisioni della politica. I punti essenziali delle attività di Cittadinanzattiva sembrano avere molto in comune con i principi della democrazia deliberativa. E' così?
Sono cose che hanno qualcosa in comune, ma in realtà c'è una differenza molto importante. Quello che abbiamo cercato di sperimentare e che in parte abbiamo realizzato, è un impegno dei cittadini non solo nel processo di deliberazione ma anche nelle dinamiche di concreto governo dei processi sociali. Non ci riferiamo tanto al processo politico che sfocia negli istituti della democrazia rappresentativa, e che può essere di integrato dalla società civile come nella tradizione della democrazia deliberativa, ma, nel pensare e realizzare le nostre iniziative, guardiamo piuttosto a quello che viene generalmente chiamato public policy making. E così ci rivolgiamo all'area della formazione di agende di pubblici problemi, alla pianificazione e alla progettazione di soluzioni, al processo di soluzione sulle decisione e soprattutto alla fase della valutazione. La differenza tra quello che noi facciamo e lidea della democrazia deliberativa è che Cittadinanzattiva non riguarda la partecipazione dei cittadini al processo politico tradizionale, quanto la partecipazione dei cittadini al policy making mettendo in campo le loro energie, le loro risorse.
Questo vuol dire che siete mossi dall'idea di fare concretamente delle cose, non solo discutere e dibattere.
Direi che sperimentiamo il superamento dell'idea tradizionale per cui è lo Stato a fare le cose mentre i cittadini agiscono nella vita politica sempre in funzione di discorsi, di opinioni, di consultazioni. Per le organizzazioni civiche, essere presenti nella vita pubblica non vuol dire solo proporre i temi di cui poi il potere pubblico si occuperà, ma significa occuparsene direttamente, perché quello che ci troviamo di fronte è un problema di implementation gap, cioè di messa in opera, è lì che lo stato e il potere pubblico, secondo la nostra esperienza, incontrano i loro problemi principali. Non sono le leggi o le istituzioni che mancano, ma la forza per mettere in opera le decisioni, per difendere i diritti; oppure manca l'attitudine a prendere sul serio la situazione dei cittadini. E allora potremmo definire la nostra attività come una lotta politica nata per affermare la priorità della condizione del cittadino rispetto ad altre esigenze.
E in quali atti concreti si traduce questa lotta politica?
I campi dell'attivismo civico sono molti e diversi tra loro, vanno dall'ambientalismo alla salute pubblica, dai trasporti ai servizi finanziari, ma quello che hanno in comune è che cercano di intervenire direttamente nel farsi della politica, non solo di chiedere semplicemente che qualcuno si occupi delle necessità dei cittadini, aspettando poi che ci sia sempre qualcun altro che venga a risolvere le questioni. Se vuole esempi concreti posso dire che le nostre iniziative mirano a garantire, ad esempio, la sicurezza negli ospedali, oppure che i prezzi dei generi di prima necessità non salgano oltre determinate condizioni, oppure cercano di incidere sulle regole del mercato, sulle sue dinamiche, come è il caso ad esempio della nostra attenzione verso la responsabilità sociale dell'impresa. Cerchiamo di applicarci, insomma, in tutte quelle cose per cui alla fine non si rischi di avere un sistema sociale che si riveli bellissimo nella teoria ma molto imperfetto e deficitario nella pratica.
In sostanza, mi sembra di capire, il fulcro delle sue parole sta nel fatto che i cittadini devono saper agire e farsi carico di una loro funzione pubblica e non demandarla sempre allo Stato.
Le esperienze di attivismo civico di tutto il mondo, non solo la nostra, testimoniano che c'è un significato e un'implicazione pubblica nel fronteggiare i problemi pubblici dei cittadini, o di altri soggetti non pubblici, come ad esempio le imprese, problemi e argomenti che non possono più essere considerati terreno di competenza esclusiva dei governi o della politica. Mentre però in molte culture straniere è quasi ovvia l'idea che ogni cittadino possa occuparsi dell'interesse pubblico, in Italia domina l'opinione che le cose di interesse pubblico siano monopolio statale.
Se l'attivismo civico esiste in tutto il mondo, ovviamente avrà anche una realtà europea.
Da tempo il movimento ha la possibilità di svolgere attività in Europa; due anni fa abbiamo creato un programma di politica europea che si chiama Active citizenship network, che ha lavorato alla dimensione europea soprattutto come attività di networking e che lavora con cittadini, istituzioni e associazioni che si incontrano e discuno su problemi che hanno scala continentale. Abbiamo capito che non c'è più nessuna speranza fuori dell'Unione e che l'Ue è l'ambiente ormai normale e ovvio in cui sviluppare le attività che prima nascevano solo o prevalentemente a livello nazionale.
Il libro Plus valori, scritto da lei insieme ad Alessandro Profumo, parla di quanto sia importante la responsabilità sociale delle imprese; sostenete che dimostrare di avere rispetto del mondo circostante, dei diritti umani, dei lavoratori e dei consumatori è una pratica e un modo di pensare che non è semplicemente eticamente giusto, ma che nel lungo periodo porterà le imprese che ne accettano le difficoltà a giocare ruoli da protagonisti nei mercati del futuro. I codici etici di cui molte grandi aziende si dotano, rientrano nella definizione di impresa socialmente responsabile?
Nel cammino della responsabilità sociale dell'impresa, c'è stata una fase legata ai cosici etici, ma è stata una fase primitiva, che per fortuna è stata superata. Si è capito, infatti, che responsabilità sociale dell'impresa vuol dire andare oltre l'idea che l'azienda possa cavarsela da sola nel definire gli obiettivi di responsabilità sociale e nel praticarli. E così dai codici etici si è avviata una nuova fase, un superamento della dimensione autoreferenziale. Quanto alla definizione delle parole che usiamo dobbiamo avere le idee molto chiare. Non credo che le imprese facciano responsabilità sociale perché sono diventate più buone, anzi, come consumatore e cittadino, non mi interessa affatto che le imprese siano più buone. Quello che mi interessa è che si comportino oggettivamente con azioni che siano coerenti con certi standard di rispetto dei diritti e che contribuiscano effettivamente al miglioramento della società. Etica e responsabilità sociale sono cose molto distinte che poco hanno in comune. Il processo di cui si parla nel libro guarda a situazioni che fino a qualche anno fa sembravano ovvie e adesso sono diventate insopportabili.
Ad esempio?
Ad esempio il fatto che alcune aziende producano beni venduti nei paesi occidentali sfruttando il lavoro minorile e non rispettando i diritti sindacali: prima era una cosa normale di cui nessuno si occupava, adesso è invece una pratica che mette in discussione la stessa reputazione dell'impresa e che quindi deve essere superata, evitata, eliminata, perché far finta che non esista vuol dire rischiare di diminuire e peggiorare la propria quota di partecipazione nel mercato. Oppure, se le banche o le assicurazioni sono solite mettere clausole vessatorie nei loro contratti, i consumatori ci fanno caso e scelgono una banca piuttosto che un'altra, una compagnia piuttosto che un'altra, anche facendo attenzione a questi dettagli. Le clausole vessatorie, infatti, inserite in contratti scritti con caratteri minuscoli non solo fanno parte di una pratica poco trasparente (e che quindi potrebbe essere considerata ingiusta), ma allontanano i clienti dall'azienda e riducono gli affari. La responsabilità sociale dell'impresa, quindi, non è tanto legata all'essere buoni, quanto al fatto che le condizioni per fare impresa oggi sono molto diverse dal passato, anche recente, perché alcune cose che si potevano fare prima senza problemi, adesso possono incidere negativamente sul mercato.
caffeeuropa.it
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Ulivo, adesso diventa ciò che sei
Un bilancio delle novità delle ultime ore e delle prospettive che si aprono per la lista unitaria e per la “costituente”: «Dobbiamo costruire una cultura dell’Ulivo. Quello che ci serve è un’idea di futuro che parli al cuore della gente e che si incarni in un soggetto unitario e organico. E costruire un modello alternativo. O noi puntiamo sulla partecipazione, o noi facciamo incontrare le persone, oppure l’Ulivo è una parola. O al limite, una lista…».
di CHIARA GELONI
Lo aveva detto con poche parole chiare giovedì sera, lasciando la riunione in cui i movimenti e le associazioni avevano incontrato a piazza Santi Apostoli i leader della lista unitaria: «Le polemiche sono alle spalle, ora è il momento di costruire l’Ulivo». In questa conversazione con Europa Pietro Scoppola, storico per professione e protagonista di questi quasi dieci anni del centrosinistra italiano per passione, fa un bilancio delle novità delle ultime ore e delle prospettive che si aprono.
Da studioso e da presidente della rete dei Cittadini per l’Ulivo, con molta fiducia.
Professore, quanto bene si è fatto l’Ulivo? Quanto è stata importante la giornata di giovedì?
Direi importantissima. Per la soluzione trovata in mattinata – l’ingresso di Di Pietro nell’Ulivo e la presentazione di una sua lista autonoma ma non conflittuale – che ha sancito positivamente il superamento di ogni veto, e per l’incontro del pomeriggio, che si è svolto in un clima straordinariamente costruttivo e disteso e si è concluso con la decisione che la Convenzione di metà febbraio non sarà preparata dai soli partiti ma insieme ai rappresentanti delle associazioni e dei movimenti.
Alcuni giornali ieri descrivevano almeno una parte dei movimenti molto contrariata per la scomparsa dalla scena della prospettiva di una lista autonoma “della società civile”
Non so di cosa si parli. Giovedì non ho sentito traccia di questo. E guardi che c’erano rappresentanti di ben venticinque associazioni, dell’area verde, dei Girotondi, del mondo cattolico, della sinistra.
Anzi, credo che il clima positivo dell’incontro derivasse proprio dall’esito della riunione della mattina.
Non solo perché si era sciolto il nodo Di Pietro, ma soprattutto per l’accoglimento dell’idea di Occhetto, la decisione di portare avanti in parallelo a quello della lista unitaria il processo della costituente del Nuovo Ulivo. E qui si apre il grande tema, da tutti troppo spesso eluso…
Quale?
Quello della costruzione di una cultura dell’Ulivo.
Una lista, l’ho detto tante volte, serve ma non basta.
Noi abbiamo il dovere di offrire all’Italia qualcosa di più di un’intesa elettorale. La proposta di Romano Prodi è un’idea giusta, ed è bene che ora si abbandoni l’ingiusta definizione di “triciclo” (perché quella lista rappresenta il 90% degli elettori dell’Ulivo), però i cittadini ci chiedono di poter vedere in noi un soggetto portatore di una speranza, che sia un’alternativa reale a Berlusconi. E non parlo di fare, come si dice spesso, un “programma”.
Non basta nemmeno questo: quello che ci serve è un’idea di futuro che parli al cuore della gente e che si incarni in un soggetto unitario e organico.
È un processo di costruzione che la Margherita ha in qualche modo anticipato, ma che ora va esteso a tutta la coalizione. Non per dar vita a un “partito”, ma a una federazione di soggetti, non solo partiti, che sia qualcosa di realmente nuovo.
Ma cos’è la cultura dell’Ulivo? Nel dibattito che si è aperto dopo l’intervista con cui Prodi il 18 luglio ha proposto la lista unitaria, spesso è stata indicata la via “riformista”, di un soggettoguida della coalizione che si muove su posizioni socialdemocratico-liberali…
Non credo sia questa la strada. L’Ulivo raccoglie già oggi e raccoglierà ancor più in futuro una vasta area di soggetti politici, persone, gruppi dirigenti che in Italia sono stati per decenni su fronti opposti e si sono anche aspramente combattuti.
Perché oggi stanno insieme? Quali sono le basi della loro sempre più stretta collaborazione? Quali sono le ragioni di una novità così grande? A queste domande dobbiamo rispondere.
E lei cosa risponde? Premesso che vale la risposta che troveremo insieme: direi prima di tutto la Costituzione. Certamente l’Europa, che poi significa un’idea del mondo, una vicinanza senza subalternità agli Stati Uniti, il superamento dell’unilateralismo. Serve anche una riflessione sul nuovo welfare. Ma ripeto che non basta elencare una serie di temi: il nostro compito è costruire un’identità un modo di essere che “parli” all’esterno. Quanto alla soluzione “riformista”, a me gli “ismi” in generale piacciono poco.
La parola “riformatore”, usata proprio da Prodi, è preferibile perché mi fa pensare a un incontro tra le grandi forze che hanno costruito e fatto crescere la democrazia nel nostro paese.
E questa identità si costruisce nella costituente dell’Ulivo?
Sì, ma solo se è l’espressione di un processo che è già in atto tra la gente che si riconosce nell’Ulivo.
Per questo dico che, oltre che di contenuti, c’è una grande questione di metodo. Non batteremo Berlusconi combattendo sul suo terreno. La televisione è importante, ma non è la politica. L’Ulivo è un’altra cosa. È fatto di persone che si incontrano, che stanno insieme. Deve costruire se stesso ritrovando la capacità di mobilitare i cittadini, di motivare alla politica, di far crescere una speranza.
Deve fare formazione politica, che nessuno fa più: una volta c’erano le scuole di partito, per un po’ c’è stato un ruolo della Chiesa su questo terreno, poi abbandonato e non so perché. Oggi c’è un vuoto di cui il quadro politico risente profondamente, che genera disincanto e disinteresse.
Dobbiamo costruire un modello alternativo a quello di Berlusconi, che è sempre più tutto mediatico, tutto “faccia”, ora tutto lifting… O noi puntiamo sulla partecipazione, o noi facciamo incontrare le persone, oppure l’Ulivo è una parola.
O al limite, una lista…
Che non basta. Ma la Costituente dell’Ulivo, professore, è fallita già diverse volte. Cosa c’è di diverso adesso che la induce all’ottimismo?
Intanto non ci sono più i veti che nella scorsa primavera hanno bloccato l’assemblea costituente e che sono figli di una logica che distrugge l’Ulivo.
Ora servono le regole. L’ha detto molto bene Prodi nel suo messaggio alla manifestazione dei movimenti di qualche giorno fa al teatro Vittoria. Una volta definito il progetto e stabilite le regole, si va avanti rispettandole e nessuno può più fermare il percorso. Anche perché, lo ripeto, quel percorso è già in atto nella società e dev’essere fatto crescere.
I cittadini hanno voglia di incontrarsi, di discutere.
Servono le sedi per fare di questa voglia un rapporto stabile. Erano questo, una volta, le sedi dei partiti: un posto dove la gente liberamente si incontrava. Passa di qui la costruzione di un’alternativa reale a Berlusconi: dai rapporti personali, dalla persuasione, dalla cultura. La gente si è illusa, votandolo, di poter diventare come lui, adesso lui prova pure a farsi bello… Ma è una finzione.
Il paragone con le sedi dei partiti di una volta significa che lei pensa a un modello alternativo a Berlusconi anche sul piano dell’organizzazione?
Assolutamente sì, la forma organizzativa è una conseguenza della premessa culturale. In fondo nell’Ulivo ci sono le radici delle grandi forze popolari che hanno fatto l’Italia; questo incontro deve dar vita a una forma organizzativa stabile che sia moderna ma anche autenticamente “popolare”.
Non c’è altra via per superare il “cartello elettorale”, col quale si può vincere una volta ma non si costruisce il futuro. E dobbiamo essere radicalmente alternativi a Berlusconi anche rispetto all’idea di leadership. Prodi svolge un ruolo essenziale e insostituibile, ma l’Ulivo non si può identificare in un leader. Deve vivere di vita sua, e la sua vitalità si misura anche se fa emergere una classe dirigente nuova, di cui c’è grandissima urgenza.
Si parla con tanto disprezzo dei politici della prima repubblica, ma lo lasci dire a me che li frequento per mestiere: in confronto a certe figure di oggi, quelli erano dei giganti…
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11 SETTEMBRE, POLEMICA INFINITA
"Domani è il giorno zero". "Domani comincia la partita". Frasi generiche e normali pronunciate all'indomani di un impegno di campionato? Magari. Si tratta invece di due passaggi contenuti in un'intercettazione telefonica che avrebbe potuto cambiare le sorti del mondo intero. Quelle stramaledette parole sono finite su un nastro dell'intelligence americana lunedì 10 settembre 2001. 24 ore prima del giorno che ha cambiato il millennio, la data paragonabile solo alla Caduta del Muro, alla fine della Seconda Guerra Mondiale e alla scoperta dell'America stessa. Oggi, a tre anni di distanza, l'America indaga su un senatore a cui furono segnalate quelle frasi e che non si preoccupò. Si tratta del repubblicano Richard C. Shelby
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L'America che non piace ai nostri liberisti
Negli Usa esiste un meccanismo per proteggere investitori e consumatori: basta che uno vinca una causa e i rimborsi si applicano a tutti. Da noi si litiga sulle Authority ma ci si guarda bene dal proporlo
Sempre pronti ad invitare a seguire l’esempio dell’America quando si tratta di ridurre la protezione sociale, i nostri liberisti d’assalto lo sono assai meno quando gli Stati Uniti andrebbero imitati per norme sulla protezione degli investitori e sulla repressione degli abusi nella finanza.
L’attuale dibattito sui casi Cirio e Parmalat si concentra infatti sulla riforma delle Authority di controllo, ottima occasione per un regolamento di conti politici e per un tentativo di aumentare il potere dell’esecutivo, ma a nessuno è ancora venuto in mente di proporre l’introduzione anche in Italia della class action, che è un forte strumento di cui i risparmiatori americani possono disporre per difendersi dagli abusi perpetrati ai loro danni.
Prevede che, quando un investitore vince una causa contro la società a cui ha affidato i propri soldi (ma la norma vale anche nel campo del consumo: per chi ha acquistato un’auto difettosa, per esempio), la decisione del giudice a lui favorevole si applichi anche a tutti gli altri investitori incorsi nello stesso inconveniente.
Facciamo un paio di esempi. Qualche tempo fa l’Antitrust e poi il Consiglio di Stato hanno stabilito che le compagnie di assicurazione, con indebiti accordi sottobanco, negli ultimi anni hanno fatto pagare la RC auto assai più del lecito. Si è così aperta per gli utenti la possibilità di chiedere un rimborso per una cifra non indifferente: il 20% dei premi pagati fra il 1995 e il 2000. Per ottenerlo, però, ogni singolo utente doveva chiamare in giudizio la sua compagnia davanti al giudice di pace: per chi non lo faceva, niente rimborso (poi il governo ci ha messo le mani, ma questa è un’altra cosa). Negli Usa sarebbe bastato che un solo utente ottenesse una sentenza favorevole per far scattare il rimborso per tutti, senza bisogno di altre cause.
Ancora. Circa tre anni fa, dopo lunghe battaglie legali, la Cassazione ha definitivamente condannato l’anatocismo, quel meccanismo per cui gli interessi su un debito con una banca producevano a loro volta altri interessi a debito, capitalizzati. I clienti delle banche hanno così avuto l’opportunità di farsi restituire i soldi, ma solo chi ha proceduto legalmente contro la sua banca ha potuto ottenerli. In America, invece, sarebbe scattato automaticamente l’obbligo per tutte le banche di rimborsare tutti i clienti.
Intendiamoci, non si tratta di una soluzione definitiva: truffe ed abusi continuano ad esserci anche negli Usa. Certo però è un forte deterrente contro i comportamenti più scandalosi, e in ogni caso un punto di forza per i clienti quando l’abuso è stato fatto. Come mai, in Italia, nessuno ne parla?
Carlo Clericetti
eguaglianzaeliberta.it
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Il vetro soffiato di Umberto Eco
Toccare i libri
Il bibliofilo non è uno che ama la 'Divina commedia', è uno che ama quella data edizione e quella data copia dell'opera
Nel corso delle ultime settimane mi è accaduto di parlare in due occasioni diverse della bibliofilia, e in entrambi i casi tra il pubblico c'erano molti giovani. Parlare della propria passione bibliofila è difficile. Intervistato da quella bella trasmissione del terzo programma che è 'Farenheit' (e che tanto fa per diffondere la passione della lettura), dicevo che è un poco come essere un perverso che fa all'amore con le capre.
Se tu racconti che hai passato una notte con Naomi Campbell o anche solo con la bellissima ragazza della porta accanto, ti seguono con interesse, invidia o maliziosa eccitazione. Ma, se racconti dei piaceri provati congiungendoti con una capra, la gente cerca imbarazzata di cambiare discorso. Se uno colleziona quadri del Rinascimento o porcellane cinesi, chi entra in casa sua rimane estasiato da queste meraviglie. Se invece mostra un libercolo secentesco in dodicesimo, dai fogli arrossati, e dice che coloro che ce l'hanno si contano sulle dita di una mano, il visitatore affretta annoiato il momento del congedo.
La bibliofilia è amore per i libri, ma non necessariamente per il loro contenuto. L'interesse per il contenuto si soddisfa anche andando in biblioteca, mentre il bibliofilo, anche se attento al contenuto, vuole l'oggetto, e che possibilmente sia il primo uscito dai torchi dello stampatore. A tal segno che ci sono bibliofili, che io non approvo ma capisco, i quali - avuto un libro intonso - non ne tagliano le pagine per non violarlo. Per costoro tagliare le pagine al libro raro sarebbe come, per un collezionista di orologi, spaccare la cassa per vedere il meccanismo.
Il bibliofilo non è uno che ama la 'Divina Commedia', è uno che ama quella data edizione e quella data copia della 'Divina Commedia'. Vuole poterla toccare, sfogliare, passare le mani sulla rilegatura. In tal senso 'parla' con il libro in quanto oggetto, per il racconto che il libro fa delle sue origini, della sua storia, delle innumerevoli mani per le quali è passato.
Talora il libro racconta una storia fatta di macchie di pollice, annotazioni a margine, sottolineature, firme sul frontespizio, persino buchi di tarlo, e una storia ancora più bella racconta quando, avendo anche cinquecento anni, le sue pagine fresche e bianche crocchiano ancora sotto le dita.
Ma un libro in quanto oggetto può raccontare una bella storia anche se di anni ne ha solo una cinquantina. Io possiedo una 'Philosophie au Moyen Age' di Gilson dei primi anni Cinquanta, che mi ha accompagnato dai giorni della tesi di laurea a oggi. La carta di quel periodo era infame, ormai il libro va in briciole appena tento di voltarne le pagine. Se esso fosse per me soltanto strumento di lavoro, non avrei che a cercarne una nuova edizione, che si trova a buon mercato. Ma io voglio quella copia, che con la sua fragile vetustà, con le sue sottolineature e note, in colori diversi secondo il periodo di rilettura, mi ricorda i miei anni di formazione, e i seguenti, e che è dunque parte dei miei ricordi.
Questo va raccontato ai giovani, perché di solito si pensa che la bibliofilia sia una passione accessibile soltanto a persone danarose. Ora è vero che vi sono libri antichi che costano centinaia di milioni (una prima edizione incunabolo della 'Divina Commedia' è stata battuta all'asta qualche anno fa per un miliardo e mezzo), ma l'amore per il libro non riguarda solo i libri antichi ma anche i libri vecchi, che possono essere la prima edizione di un libro di poesia moderna - e c'è chi va alla ricerca di tutti i volumetti della Biblioteca dei Miei Ragazzi di Salani. Io tre anni fa su una bancarella ho trovato la prima edizione del 'Gog' di Papini, rilegata ma conservando la copertina cartacea originale, per 20 mila lire. È vero che la prima edizione dei 'Canti orfici' di Campana l'ho vista dieci anni fa in catalogo per 13 milioni (si vede che il poveretto aveva potuto farne stampare poche copie) ma si possono mettere insieme belle raccolte di libri del Novecento rinunciando ogni tanto a una cena in pizzeria.
Andando per bancarelle un mio studente collezionava solo guide turistiche di epoche diverse, e all'inizio pensavo che fosse un'idea bizzarra, ma partendo da quei fascicoli con le fotografie sbiadite lo studente ha poi fatto una bellissima tesi in cui si vedeva come lo sguardo su una data città potesse mutare nel corso degli anni. D'altra parte anche un giovane con poche risorse può ancora imbattersi, tra la fiera di Porta Portese e quella di Sant'Ambrogio, in sedicesimi del Cinque o del Seicento che costano ancora come un paio di belle scarpe da ginnastica e che, senza essere rare, sono capaci di raccontare un'epoca.
Accade insomma con la raccolta di libri quello che accade con le raccolte di francobolli. Certamente il grande collezionista ha dei pezzi che valgono una fortuna; ma io da ragazzo compravo dal cartolaio delle bustine con dieci o 20 francobolli a sorpresa, e ho passato serate e serate a sognare sul Madagascar o sulle isole Figi, su rettangolini multicolori, sicuramente non rari, ma favolosi. Che nostalgia.espressonline.it
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Anarchia come anti-utopismo
di Luigi Corvaglia
(In questo testo) Si vuole quindi sottolineare come l’ anarchismo sia l’unico modello in grado di disinnescare in sé le cariche negativamente utopiche e porsi quale chiara griglia di lettura e realistica mappa del cammino umano se solo fosse disposto a ricercare le proprie basi epistemologiche lontano dai lidi della retorica naturalistica e teologizzante e cominciasse a sfogliare e riscoprire senza pregiudizi le intuizioni dai migliori esponenti del pensiero di quel gemello diviso e finito in rovina che è il liberalismo, l’unica concezione sociale nata come anti-utopia.
“Mentre nella comunità – scriveva Ferdinand Tonnies – gli individui sono legati malgrado ogni separazione, nella società sono di fatto separati, e restano separati, malgrado ogni legame”(1). .La contrapposizione fra Gemeinshft e Gesellshaft , cioè fra una comunità intesa come società “naturale”, caratterizzata dalla divisione spontanea del lavoro e basata su vincoli di sangue e di vicinato, che vedeva quindi una solidarietà organica fra individui, ed una società invece artificiale, basata sulla divisione coatta del lavoro e in cui i rapporti degradano in una collaborazione secondaria, meccanica, legata all’utile, pertanto disgregante ed alienante, è uno dei concetti più duri a morire ed uno dei luoghi comuni più pregni di suggestione dell’epoca che alcuni definiscono post-industriale. Non pochi sono gli animi contemporanei accesi da una crociata anti-moderna proprio nell’ottica di un recupero di un solidarismo “naturale” che sarebbe soffocato dalle logiche della società borghese e mercantilistica, a “destra” come a “sinistra”. Ciò non dovrebbe stupire perché, contrariamente ad un altro luogo comune che le vuole opposte, le matrici tanto della dottrina “comunista” quanto di quella “fascista” sono simili. Entrambe le dottrine infatti combattono il mondo borghese del mercato e del libero confronto fra soggetti, entrambe sposano la Gemeinshaft contro la Gesellshaft, entrambe quindi avversano l’individualismo che è il portato del disincanto del mondo, cioè della modernità, e sono fautrici dell’organicismo sociale. Entrambe ardiscono a presentare la totalità come antecedente alla parte, la città all’individuo, come espresso nella Politica da Aristotele. La totalità è organica, olisticamente intesa come un soggetto unico dotato di un sentire e di necessità unitarie che ne dirigono l’azione. A fondare queste totalità è quindi un monoteismo etico, allevatore, come tutti i monoteismi, di integralismi ed intolleranze. Le società “organiche” tanto care a molti romantici esponenti del conformismo dell’alternatività, rappresentavano infatti dei sistemi chiusi, delle totalità non riconoscenti alcuna “cittadinanza” a individui, idee e valori esterni al proprio “organismo” sociale. Verso l’esterno vigeva uno spirito predatorio mentre all’interno i decantati vincoli sussistenti “malgrado ogni separazione” erano basati sulla censura sociale resa possibile dalle condizioni di vita pre-moderne. I rapporti di fiducia non si basavano quindi su una opzione personale ma erano obbligatori, cementati da obblighi di riconoscenza, affiliazioni, ossequi, ecc. che avremmo poi rivisto come costituenti del nepotismo e del clientelismo che innervano tanto la più grande rappresentazione storica dell’organismicità, lo Stato, quanto della sua più fiera concorrente per il monopolio dei servizi di protezione, la mafia. E’ Hegel l’autore moderno che ha ripreso il modello organicistico e quello la cui influenza è stata maggiore. Infatti il suo fantasma aleggia sulle rovine dei vari incubi collettivistici di destra e di sinistra del XX secolo. In questa ottica il fine dell’agire politico è un qualche obiettivo sociale a cui sacrificare l’individuo, un bene comune, sempre considerato unico e non barattabile. Se lo Stato è una totalità organica anteriore e superiore alle parti non può riconoscere alcuna distinzione fra sfera pubblica e sfera privata (giustificando in tal modo il proprio culto panottico, di voyerismo poliziesco) né il diritto di perseguire l’interesse individuale a scapito di un interesse supposto “pubblico”. E’ attraverso questo tipo di anti-individualismo che sono passate praticamente tutte le ideologie e le pratiche totalitarie. L’esempio più vivo ed efficace ne è il comunismo sovietico. Questo ha comportato l’accentramento di tutti i mezzi di produzione e culturali nello Stato e la proibizione e abolizione forzata della proprietà e delle idee private. Stesso discorso vale anche per il fascismo ed il nazismo, dottrine assolutamente assimilabili nella pratica comportando la nazionalizzazione delle proprietà e il soffocamento del “dissenso”. I dissidenti sono quelli che non apprezzano il bene di cui sono fruitori in quanto elementi costitutivi del tutto (Stato, Chiesa, Comunità, Patria, Etnia, ecc.), l’unica cosa che realmente conta. Che sia la ragione, un mito o un sentimento (generalmente è la commistione di tutto ciò) a guidare un progetto di edificazione di una società basata sulla logica del bene comune ciò che conta è la totale mancanza di considerazione per il bene individuale, per le aspirazione ed i valori degli individui sacrificati sull’altare delle Verità ultime ed assolute che fungono da faro per la società tutta. La conseguenza logica di questa considerazione è che l’utopista, cioè l’architetto della società giusta che dovrebbe perseguire il bene che egli, l’architetto stesso, ha individuato, è un totalitario.
Robert Nozick in Anarchia, Stato, Utopia(2) si è divertito a stilare un lungo elenco di personalità in qualche modo eminenti, da Wittgenstein a Frank Sinatra, da Picasso a Buddha, passando per Angela Davis, dopo di che ha chiesto al lettore di immaginare che tutta questa gente vivesse in una qualunque delle società utopiche storicamente descritte, quindi governate da una ragione illuminata e il cui fine fosse un bene incontrovertibile. Potrebbe una sola di quelle utopie accontentare tutti? Ci sarebbe in questa società il matrimonio? Sarebbe monogamico? Ci sarebbero mode di abbigliamento? E la proprietà privata? I bambini verrebbero allevati dai genitori o da istituti deputati a trasmettere il culto utopico? Ecc. Nozick ha risposto : "l’dea che ci sia una risposta composita migliore di ogni altra a tutte queste domande, una società in cui tutti possono vivere nel mondo migliore, mi parrebbe incredibile”(3). Ne deriva che non esiste un bene “incontrovertibile”, un bene il cui valore sia parimenti riconosciuto da ogni individuo. In pratica non esiste la società “migliore” perché i valori e i progetti individuali sono estremamente diversi per cui ogni tentativo di imporre una unica visione del mondo è un arbitrario gioco a somma zero in cui un gruppo di individui decide di aggirare il libero mercato delle idee per imporre il proprio monopolio. Ne deriva che unica via percorribile sia quella di una “impalcatura per utopie”, cioè “un posto in cui la gente è libera di associarsi volontariamente per perseguire e tentare di attuare la propria visione di una vita bella in una comunità ideale, ma in cui nessuno può imporre agli altri la propria visione utopistica”(4).
Secondo il ben noto concetto di Amartya Sen lo sviluppo delle comunità non è misurabile dall’aumento del benessere, del PIL, dell’istruzione o della sicurezza, tutti obiettivi generali di un supposto organismo sociale dotato di una comune concupiscenza verso i fini detti, bensì dall’aumento delle opzioni a disposizione di ciascun individuo, cioè dall’aumento di capacità, di potere e di possibilità di cui i singoli dispongono di scegliere la vita che vogliono(5). E’ curioso invece notare a tal proposito come tutte le comunità “ideali” finora pensate, dai filansteri di Fourier, all’Utopia di More, alla città del sole di Campanella siano accompagnate da ossessive prescrizioni riguardo a infiniti aspetti della vita degli individui, come l’istruzione, l’accoppiamento, ecc. fino ad aspetti marginali ed infimi come l’abbigliamento. La tendenza all’interpretazione organicistica è infatti il giusto compimento della speculare idea della malleabilità e immobilità del consorzio sociale. La cosa è incongruente perché, come faceva notare Frederick Bastiat, alcuni pensatori dividono il mondo in due classi, quella che include tutti gli individui tranne loro stessi e l’altra costituita da loro, i pensatori. Tra queste due classi vi è il rapporto esistente fra l’argilla e il vasaio. Se ne deduce la improbabile conclusione che il vasaio sia costituito da altra materia. “Essi ci mostrino i loro titoli”, disse il francese. Se l’umanità è inerte cosa rende così (intellettualmente) dinamici i pensatori-vasai? Se le tendenze dell’umanità sono cattive al punto che si ritiene giusto organizzarle e controllarle come è possibile che siano così buone quelle degli organizzatori? Dunque, facendo riferimento ad alcune delle proposte utopiche sue coeve, Bastiat notava argutamente: “Come dunque la Legge interverrebbe per sottomettermi ai piani sociali di MM. Mimerel, di Melun, Thiers, Louis Blanc, piuttosto che sottomettere questi signori ai miei piani? Crede qualcuno che io non abbia ricevuto dalla natura abbastanza di immaginazione per inventare anch'io una utopia? È forse il compito della Legge operare una scelta tra tante chimere e mettere la forza pubblica al servizio di una di esse?”. Stante la diversità delle umane aspirazioni di cui nell’esempio di Nozick, è chiara la necessità della “forza pubblica” per imporre l’utopia ma a questo punto il paradiso sognato diviene l’inferno realizzato, la distopia delle cataste di cadaveri. La lotta fra libertà e costrizione si concretizza quindi in quella fra individuo e totalità.
§
Totalitario quindi ogni sogno di imposizione di un monoteismo etico che abolisca la ricerca e il libero confronto e scambio di idee e valori fra gli individui, non escluso quello apparentemente più lontano da teorie e prassi autoritarie, ossia l’anarchismo che, nella prevalente vulgata socialista e bakuniniana, si propone quale una sorta di miscela di etica cristiana laicizzata e lettura naturalistica. Lettura, peraltro, non di rado venata di correnti mal amalgamate che producono ora accessi positivistici, ora accenti anti-positivistici che si esprimono in un pericoloso relativismo radicale derivato dalla mal digerita lezione dell’epistemologia moderna letta in chiave post-modernista. L’intolleranza politica si nutre infatti, al di là dei monoteismi etici che sempre le fanno da fondazione, anche di altri elementi di giustificazione. Fra questi di fondamentale importanza sono le filosofie storicistiche. Dei buoni esempi ne sono il positivismo, l’hegelismo e il marxismo. Tali schemi di pensiero disegnano un chiaro destino per l’uomo, per la società e la scienza facendo ricorso a ineluttabili leggi di progresso e ferree leggi dialettiche. La scienza è destinata a svelarci la Verità, la storia ha un andamento razionale, il proletariato è destinato a schiacciare il capitalismo. Sembra quasi che queste dottrine ci svelino un disegno prestabilito che spetta solo alla ragione svelare. Si può quindi parlarne come di “teologie” e, in quanto tali, il vero problema è la loro l’impermeabilità alla confutazione o, come descritto da Karl Popper, la loro “infalsificabilità”. Se esiste un progetto ed un fine, se la ragione lo può cogliere, è la ragione stessa a ordinarci l’azione, a indicarci la strada obbligata per il Bene e la Verità; e non si discute. Si tratta cioè ancora una volta di teorie totalizzanti, onnicomprensive ed assolutistiche che pretendono di presentarsi come griglie di lettura di tutti gli aspetti della realtà e della sua dinamica in modo inconfutabile. Hayek ha definito “scientismo” il tentativo di applicare i metodi delle scienze naturali alla società intesa come organismo naturale(6). In quest’ottica compito delle scienze sociali, e quindi anche della “politica”, è scoprire la cosiddetta legge dell’evoluzione della società. E’ poi da dire che, pur assumendo l’applicabilità del metodo scientifico ai fatti sociali, la natura può solo essere “scoperta” dalla scienza ma la scienza – che non è l’etica - descrive, non prescrive. Invece quanto più la descrizione dei dati si presenta come “scientifica”, tanto più l’elemento prescrittivo è potente. La lettura del “socialismo scientifico”, ad esempio, è strettamente legata all’ imperativo di inverare l’ineluttabile processo storico del tracollo capitalistico tramite un “assalto al cielo”. In realtà questo salto logico dalla descrizione alla prescrizione è impossibile perché la conclusione di un sillogismo aristotelico può essere all’imperativo solo se lo sono anche le premesse. E’ la cosiddetta “Legge di Hume”. Il filosofo inglese ha infatti chiaramente espresso l’impossibilità logica di derivare asserti prescrittivi da proposizioni descrittive. L’informazione non produce imperativi. Eppure la storia del mondo non è che una continua successione di imposizioni basate su questo errore gnoseologico. La storia è storia del potere. Il potere è intolleranza per l’essere in nome di un dover essere la cui ricetta è custodita dai depositari della verità. Ciò che meravigliava quell’anarchico sui generis che fu l’epistemologo Paul Feyerabend era come questo tipo di preconcetti positivistici, prescrittivisti e storicisti avessero attecchito anche nell’anarchismo, addirittura ponendosi quali elementi fondanti di alcune visioni libertarie come quella collettivistica di Kropotkin il quale scriveva che “Anarchismo è un concetto del mondo fondato su una spiegazione meccanica di tutti i fenomeni. Il suo metodo di investigazione è quello delle scienze naturali esatte”(7). Il fatto è che, non solo l’idea della società come un tutto organico, dotato di autonoma coscienza e volontà, “seguibile” e prevedibile nelle sue mosse è un falso, ma anche e soprattutto che la “scientificità” delle scienze sociali è più presunta che reale, puramente ideologica e pertanto inconfutabile secondo il metodo scientifico. Questa inconfutabilità, dovuta alla mancanza di “falsificatori potenziali” che una volta invalidati metterebbero in crisi la struttura stessa dell’ideologia, diviene quindi la giustificazione lampante, di per sé evidente, degli eventi sociali e del potere di questo o quel ceto, individuo o classe. Ora, nonostante l’apparenza contraria data dall’organicità di queste filosofie e, anzi, proprio a causa di un eccessivo potere esplicativo dei fatti che queste pretendono di avere, queste giustificazioni sono incapaci di qualsivoglia previsione in mancanza di quello che Popper definisce un auto-predittore scientifico. Così Marx è il disvelatore “scientifico” delle leggi della storia che esorta i proletari di tutto il mondo a prendere coscienza di essere il popolo eletto destinato ad inverare la fine della storia, ossia il socialismo. Si ha così il paradosso per cui le teorie storicistiche e “razionali”, proprio per il fatto di spiegare troppo, finiscono per assomigliare spaventosamente alle visioni mistico-religiose ed irrazionali. Hitler fu il messia inviato per portare la storia alla sua giusta conclusione, il Reich millenario che avrebbe imposto la giusta gerarchia universale.
§
Tutte le forme di totalitarismo passano quindi per un acceso anti-individualismo e per una prescrittività che è spesso un esercizio romantico di rimpianto del bel tempo andato, o perlomeno di una perduta “naturalità” traviata dai volgari giorni nostri. Questo quando il sorgere della modernità coincide con l’emergere di quell’autonomia dell’individuo di cui il liberalismo classico si fece alfiere, un’ autonomia contrapposta al mondo dell’uomo medievale, il quale trovava ancora fuori da sé la misura delle cose e i valori: nella Scrittura, nella tradizione, nelle auctoritates. Max Weber fu molto chiaro. La modernità è secolarizzazione. E’ trasformazione laica, disincanto del mondo. L’uomo acquisisce la coscienza della propria autonomia – quindi della sua pressante libertà – nel lento processo che lo porta dall’ essere infima parte di una totalità organica, un cosmo etero-organizzato ed incomprensibile, magico, irriflessibile, a divenire un tutto individuale riflessivo, indagatore ed auto-organizzato. La modernità è smagia, emancipazione dalla visione magica ed incantata di cui erano custodi le religioni rivelate, in cui tutto era stato detto e nulla da scoprire, e quindi sganciamento della zavorra di quella certezza, di quella immutabilità per acquisire uno sguardo indagatore e personale. Questo è il disincanto (entzauberung) del mondo, essenzialmente quella possibilità di dire “io” che fonda poi il concetto di responsabilità individuale. Modernità è quindi nascita dell’individuo. Tale nascita si ha nel momento in cui ogni singolo si appropria del potere di sottrarsi alla pressione della totalità, qualunque forma essa assuma. Battesimo, comunione e cresima storiche del neonato individuo furono la Riforma protestante, l’ Illuminismo e le rivoluzioni francese, inglese ed americana. Il pensiero liberale di queste fratture storiche è stato ora figlio, ora genitore. E’ contro tale “obbrobriosa pratica” di esercizio del libero arbitrio, ostetrica della rivolta ad ogni autorità data e allevatrice del dubbio e del relativismo che l’orda della conservazione si è scagliata negli ultimi tre secoli. Agli occhi, ad esempio, di un De Maistre, che della conservazione e della reazione è il vero campione e prototipo, appare assurdo il concetto che individuo e comunità, natura e società appartengano a sfere diverse, che l’arrangiamento degli individui fra loro sia o possa essere frutto del libero arbitrio dei singoli e soggetto al libero scambio di idee e di pretese individuali. La società è qualcosa di dato. Il bersaglio preferito di de Maistre è pertanto “la pazza asserzione: l’uomo è nato libero”. Ai giorni nostri il suo erede italiano, Augusto Del Noce, ha potuto lanciare strali contro la società moderna tutta edonismo ed opulenza affermando l’esistenza di “razze morali irriducibili” la cui gestione non può essere affidata alla “falsa soluzione della tolleranza”, trovandosi la via di fuga invece in un reimpianto dell’organismo politico gerarchico e teocratico dei bei tempi andati. Questi i nemici della modernità, i compagni di tanti moderni utopisti “di sinistra”, reincantatori del mondo e apocalittici della società di mercato, pertanto, senza andare a cercare altri casi ovvi di volontà di reincanto nella melma della restaurazione teocratica più estrema (si pensi che l’incensato Agostino Gemelli si scioglieva alla sola parola “medievalismo”), è bene considerare che simili spinte verso il mondo pre-moderno possono assumere forme apparentemente opposte a queste in termini di principi espressi ma assolutamente assimilabili in quelli pratici. Si tratta di una sorta di ritorno all’utero, ad una totalità anteriore al suo disciogliersi negli individui che è il segno della modernità da parte di autori cosiddetti laici che non cessano di essere illiberali e anti-libertari per il solo fatto di ricercare tale reincanto, piuttosto che nel sacro, in un supposto solidarismo autentico che passa per comunismo originario perché comunque pone un bene comune come irrinunciabile, un totale sovra-individuale. Il livello di intolleranza di questi profeti del totale non cambia. Non sono poi rari i casi in cui il rimpianto assume realmente i connotati arcadici di un ritorno all’età dell’oro. Il romanticismo della Gemeinshaft che ancora ammalia certi primitivismi anarchici, ad esempio, è quanto di più vicino ad un desiderio di reincanto sia dato di vedere al giorno d’oggi. Murray Bookchin ne presenta una visione invero piuttosto raffinata ma alla fine gli elementi fondanti della sua società anarchica ed ecologista sono la comunità e la sua volontà generale espressa da una democrazia diretta su basa municipale che ha un acre retrogusto di plebiscitarismo. John Zerzan invece, messa da parte ogni finezza, ha deciso di insegnare ai poveri insipienti che costituiscono la maggioranza dell’umanità che la madre di ogni infelicità è stata l’invenzione dell’agricoltura che introduceva la divisione del lavoro, retrodatando quindi la società organica di parecchio rispetto all’idea corrente e proponendo un neo-luddismo incongruente, sua personale versione di bene comune incontrovertibile(8). Nell’ottica missionaria di chi detiene la ricetta per la società giusta non c’è spazio per idee e pratiche che se ne discostino, eppure certo socialismo “anarchico” non è mai riuscito a spiegare come intenda evitare la devianza costituita dagli appropriatori di risorse in una società collettivistica libertaria, meglio, come fare a gestirla senza intaccare la propria candida veste libertaria. Certe versioni un po’ naif dell’anarchismo non rappresentano altro se non una sorta di populismo alla russa che ha subito il processo di risciacquo nello spirito del ’68, quello marcusianamente apocalittico circa la società moderna e tutto teso all’instaurazione di una società naturale e ludica. E chi non vuole giocare? Il problema è tutto qui. Siamo di nuovo di fronte al by-passaggio della legge di Hume, alla pressante necessità di instaurare una condizione in base alla lettura di un dato ontologico, ad esempio il collettivismo in nome di una essenza naturaliter socialista dell’uomo. In realtà è impossibile immaginare una società comunista libertaria perché rappresenta un ossimoro logico. Società “naturale” non significa che esiste un ordine naturale e che questo sia quello collettivistico; la società naturale, cioè la società che non disponga di sovrastrutture imperative che ne alterino il corso, è un sistema in cui gli individui si confrontano e bilanciano le loro reciproche pretese in un gioco sempre attivo ed autopoietico che può arrivare ovunque e produrre di tutto. Questa condizione può rozzamente essere definita come “mercato”. In tale logica è assolutamente concepibile l’idea di una società collettivistica, comunista, ma solo se è il frutto di del desiderio di tutti gli individui componenti e sempre se questa società non obbliga i non contraenti il patto collettivistico (che altrimenti reinventerebbe la totalità indiscutibile) e se l’opzione di uscita rimane possibile anche per i contraenti che avessero riveduto la loro posizione. Diventa quindi evidente che questa società “comunista” che dipende dagli individui e non si impone sugli individui è in realtà, paradossalmente, una società “di mercato”.
§
Lo spirito della modernità è dunque spirito di emancipazione dell’individuo che mette in crisi l’assolutismo, la teocrazia, i privilegi di casta, le gerarchie e rivendica la propria autodeterminazione. E’ in tal senso che l’anarchismo autoctono americano, alla cui base non trova alloggio il populismo russo bensì il liberalismo dei padri fondatori, ha potuto rivendicare il ruolo di custode e continuatore dell’ethos libertario che fonda la modernità. Quando Paul goodman afferma che “dopo l’Ottocento, alcuni di noi liberali hanno scelto di definirsi anarchici”(9) lo fa nella consapevolezza di una esperienza culturale e pratica intimamente individualistica, radicata tanto nel protestantesimo radicale quanto in quel liberalismo americano di cui i vari Lysander Spooner, Josiah Warren e Benjamin Tucker hanno rappresentato la forma più estrema e più compiuta. Questi autori si impegnarono in uno sforzo di rigetto della totalità alla cui radice hanno posto la proprietà privata quale unica garanzia di salvaguardia individuale. Il mercato, in tal senso, non è esclusivamente un sistema economico basato sulla produzione e il capitale, ma assolve fondamentalmente alla funzione di unico sistema che possa garantire la protezione e la sovranità dell’individuo, ponendo al centro, non il capitalista, bensì il consumatore. Solo lo scambio, cioè, porta giustizia e libertà se ne manteniamo inalterati i connotati di libertà in mancanza dei quali il sistema capitalistico può trasformarsi in un sistema di dominio. Da ciò la lotta ai monopoli, alle corporazioni, alle patenti, ai copyrights (Tucker), ecc. e proposte come il free-banking (Spooner), cioè la creazione aperta a tutti di istituti di credito per limitare la disparità di condizioni fra grande capitale e individui comuni, del “costo come limite del prezzo” (Warren) e perfino delle confische dei latifondi (Tucker), tutte cose sulle quali un certo anarco-capitalismo filo-capitalista a senso unico, che della stessa etica si dice figlio e che agli stessi autori esprime esplicito debito di riconoscimento, sembra allegramente sorvolare. Ciò su cui non è possibile sorvolare è invece come in quest’ottica il mercato, al di là degli elementi giusnaturalistici o utilitaristici che ne fanno da fondazione, è innanzitutto l’alternativa al monoteismo etico che informa ogni forma di intolleranza quando, dato l’inconciliabile contrasto fra i diversi valori che presiedono all’ordinamento del modo, non può darsi che il politeismo dei valori. La società libera è quindi la società “plurale”. Il “mercato”, sganciando il termine dal suo esclusivo legame con le merci, è quindi quel sistema che permette ad ogni singolo individuo la sua personale scelta, opzione fra le tante, al di là di ogni scelta definitiva di un unico bene incontrovertibile. In quest’ottica, quindi, l’anarchismo è compimento del liberalismo e, in quanto tale, compimento della modernità. Compimento che non può porsi se non come negazione dello stato nella sua qualità di sottrattore delle libertà degli individui e alteratore dei processi sistemici autopoietici che abbiamo fin qui denominato di mercato; questo non solo nella sua accezione economica ma anche per ciò che riguarda il libero gioco di pretese ed aspettative che da luogo alle norme, e quindi al diritto, che in regime di monopolio statale pretende di imporsi su base territoriale agli individui che hanno la ventura di calpestarne il suolo. “Singolare giustizia, che ha come confine un fiume! – disse Pascal – Verità di qua dei Pirenei, errore di là”(10). Tralasciando le complesse questioni giuridiche, a livello elementare è possibile dire che gli individui che si confrontano creano naturalmente e in modo autopoietico un ordine che è frutto dell’arrangiamento delle pretese e delle aspettative di ognuno, che è quindi un “ordine giuridico”. In cibernetica questo concetto è espresso dal termine “sistema”, ossia “due o più elementi intenti a definire la natura e l’esito della loro relazione”. Un sistema ha delle qualità che sono più della somma delle qualità delle parti costituenti ma che si modificano al mutare anche di un solo elemento (basta la sottrazione di un atomo a trasformare il diamante in grafite) e ciò supera tanto l’individualismo metodologico caro a certo “liberalismo”, quanto l’organicismo caro a certo “socialismo”. Ma i sistemi possono essere chiusi (come nelle società tradizionali o nella mafia), o aperti (come nelle società moderne). Nel primo caso gli equilibri (stati stazionari, in cibernetica) si mantengono a forza di enormi sforzi imperativi di retroazione contro ogni infiltrazione dall’esterno (input, bit di informazione), nel secondo caso il libero accesso di informazione produce il continuo e fluido rigenerarsi e ingrandirsi del sistema. I sistemi sociali aperti sono coscienti della assoluta temporaneità del loro equilibrio. F. Von Hayek ha espresso qualcosa di simile quando ha notato che tutte le società che hanno perseguito una perpetuazione del libero confronto e si siano rette sul continuo afflusso di dati nel sistema si sono espanse, arricchite e articolate sempre più in modo spontaneo e non organizzato. La strutturazione di equilibri fra individui può essere definito, slabbrando le pareti concettuali originarie del termine, “mercato”. Ciò a causa del fatto che si tratta sempre di complessi giochi di domanda e di offerta.
In definitiva, la cultura della modernità rompe i confini attraverso i quali si esercitava nelle società tradizionali la possibilità di fidarsi degli altri, possibilità che si basava sui vincoli di sangue e gli obblighi tradizionali. In altri termini, laddove nelle culture pre-moderne la fiducia era basata sul contesto locale, sulla vicinanza, al punto che sul globale e sul lontano vigeva la sfiducia e l’ostilità, l’attività sociale moderna è invece caratterizzata, come dice Anthony Giddens, da “grandi spazi di interazione non ostile con gli sconosciuti”(11). Nelle società organiche la fiducia è legata a “impegni di legame” implicanti la compresenza o almeno la vicinanza psichica, mentre solo l’età moderna permette una cooperazione estesa basata su “impegni anonimi”. I primi sono sistemi egemonici, i secondi sono resi possibili dagli “emblemi simbolici” e dai “sistemi esperti”. Il principale emblema simbolico è il mezzo di scambio, il denaro. I sistemi esperti sono invece legati all’organizzazione e alla tecnica. Si può prendere un aereo a Roma e scendere a Los Angeles senza conoscere il pilota, senza sapere come funziona un aereo, senza neppure sapere realmente dove si trova Los Angeles. Saliamo su un aereo e abbiamo “fiducia” nel fatto che atterreremo dopo dieci ore a Los Angeles. Questo perché esistono una serie di sistemi esperti che costituiscono un sapere periferico di appoggio. Ciò che spetta al profano è esclusivamente un gruppo minimo di nozioni quali sapere cos’è un aeroporto, un biglietto aereo, ecc. Ma la sicurezza del viaggio non dipende affatto dal padroneggiare o meno l’apparato tecnico che lo rende possibile o dal conoscere gli individui coinvolti e le loro culture di riferimento. I sistemi di fiducia che presiedono alla modernità sono il prodotto di una rottura con le visioni provvidenzialistiche di tipo religioso come degli affidamenti di tipo sapientistico, oltre che della decostruzione e de-localizzazione (disembedding) dei sistemi sociali chiusi che colloca le interazioni a livello planetario. Tutto ciò è frutto del sistema di libero fluire ed armonizzarsi di bisogni, idee, proposte, aspettative, ecc. definito, in difetto di più adeguato termine, “mercato”. Il mercato stesso, inteso come organizzazione di tali pretese ed aspettative, è un sistema esperto. Non è necessario conoscere la chimica o il procedimento di fissazione dei prezzi per acquistare un detersivo. Il sistema-mercato rende possibile la cooperazione e la fiducia fra sconosciuti altrimenti impossibile al di fuori di sistemi chiusi egemonici.
§
La considerazione che è possibile trarre da quanto esposto può apparire paradossale. Forte infatti di un buon senso atavicamente pigro e di una consolidata tradizione di cultura marxista, il pensiero comune associa l’anarchismo all’utopia, intensa come un romantico vagheggiare l’isola che non c’è. E’ ben strano che questa connotazione allucinatoria sia riservata all’unica pulsione “politica” che non ha dimostrato “scientificamente” il proprio fallimento, come invece è avvenuto a teorizzazioni ben più “razionali”, se non addirittura sedicenti “scientifiche”. Questo per tacer delle dottrine irrazionaliste quali il fascismo ed il nazismo a cui la razionale umanità ha comunque concesso di fare un giro sulla giostra della storia. E’ bene quindi intenderci su un punto. Una spinta utopica, intesa come un orizzonte a cui tendere, un altrove da edificare differente dal quotidiano, è presente in ogni motivazione all’intervento sulla storia e sugli uomini, non fosse altro perché altrimenti non esisterebbe neppure la pulsione al cambiamento. Anche il socialismo ed il liberalismo presentano quindi in tal senso un nocciolo utopico. Sempre in tal senso ciò è vero anche per l’anarchismo. Quindi aveva ragione Oscar Wilde quando affermava che un atlante che non contemplasse il paese di Utopia non sarebbe degno di essere stampato. D’altro canto, commettere l’errore di concepire lo sfuggente orizzonte come un punto d’arrivo definito e sclerotizzare tappe e modi del cammino, dandogli quindi vesti “scientifiche”, vuol dire costruire una impalcatura utopica in senso deteriore, con ciò intendendo una visionarietà prescrittiva per cui si agogna un altrove prefabbricato nell’iperuranio del visionario e si realizza un catechismo in cui l’ethos si trasforma in episteme, l’intuizione in precetto e attraverso questo si pretende di modificare la realtà in un’ottica per cui se i fatti non si adattano alla teoria, tanto peggio per i fatti. Così inteso quello di Utopia è un paese di cui gli atlanti potrebbero tranquillamente fare a meno. A questa deriva non sfugge nessuna teorizzazione politica, neppure l’anarchismo. Fine di questo scritto è quindi quello di presentare una concezione libertaria che possa permettersi la stessa ironia che Proudhon palesava nei confronti degli utopisti che volevano fondare la società comunista sulla fratellanza quando la fratellanza è il fine, non il principio della comunione, e affermava che “essi cominciano, come dice il proverbio, la loro casa dagli abbaini”(12). Si vuole quindi sottolineare come l’ anarchismo sia l’unico modello in grado di disinnescare in sé le cariche negativamente utopiche e porsi quale chiara griglia di lettura e realistica mappa del cammino umano se solo fosse disposto a ricercare le proprie basi epistemologiche lontano dai lidi della retorica naturalistica e teologizzante e cominciasse a sfogliare e riscoprire senza pregiudizi le intuizioni dai migliori esponenti del pensiero di quel gemello diviso e finito in rovina che è il liberalismo, l’unica concezione sociale nata come anti-utopia.
note:
1) F. Ton nies, Comunità e Società, Tr. It., Milano, Comunità, 1963, pag. 4
2) R. Nozick, Anarchia, Stato, Utopia, Le Monnier, Firenze, 1981
3) ibidem, p. 329
4) ibidem, p. 330
5) A. Sen, Etica ed Economia, Laterza, Bari-roma, 1988
6) F. A. Von Hayek, L’Abuso della Ragione, Vallecchi, Firenze, 1967
7) In P. Feyerabend, Contro il Metodo, Feltrinelli, Milano, 1978, p. 19
8) Per certi aspetti la versione più compiuta e quindi pericolosa di questo voglia di reincanto del mondo e di imposizione di una totalità a discapito degli individui costituenti è la cosiddetta filosofia New Age che pregusta una Gemeinshaft globale guidata da saggi custodi.
9) Citato in P.Adamo, Mercato, Proprietà, Anarchia, “Rivista Anarchica Online” (www.anarca-bolo.ch/a-rivista/253/35.htm
10) B. Pascal, Pensieri, xxxx, xxx, p. 294
11) A. Giddens, Le conseguenze della modernità, trad. it., Il Mulino, Bologna, 1994, p. 120
12) P.J. Proudhon, Critica della proprietà e dello stato (A cura di. G.N. Berti), Milano, Eleuthera, 2001, p. 89.
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10 anni ma non li dimostra
[Stefano]
Forza Italia, il partito che non c’è mai nelle piazze, quello che se vai a chiedere in giro nei mercati non vota mai nessuno, come d’incanto esplode nel presepe azzurro della convention decennale. La luce dei riflettori esplora la folla da stadio, poi accarezza e quasi rimbalza sul premier lucidato a strapuntino dal bisturi, guardandolo ci viene il sospetto che Sabina Guzzanti l’abbia tramortito dietro il telone azzurro e sia salita sul palco al posto suo per riprendersi la diretta negata a Raiot.
Invece è proprio lui, il presidente rifatto nel corpo e nello spirito, l’unico taroccato di cui non possono parlare nemmeno Greggio e Iachetti. Lui invece parla e anche tanto, ma di novità nemmeno l’ombra. Due anni e mezzo di governo e un semestre europeo evidentemente non sono sufficienti a tranquillizzarlo o forse semplicemente continua a interpretare – siamo del resto già in campagna elettorale – quel ruolo di vittima sacrificale che gli ha fruttato il governo del paese. La recita a soggetto è scontata, Re Silvio contro tutti, da Ciampi ai bolscevichi che hanno insanguinato l’Italia, dalla magistratura alla stampa. Una saga monotematica questa di Forza Italia e del suo fondatore, che non si estingue e nemmeno si rigenera, replicando fino all’ossessione l’ansia di persecuzione di un uomo che ha spaccato in due un paese trasformandolo nel suo tribunale personale. Uno così o si venera come un papa o lo si odia, è lo stesso Berlusconi a non concedere alternative con le sue parole ad alzo zero : il premier di uno stato democratico nato dalla Resistenza parla di cinquant’anni di guerra civile e torna a rileggere così benevolmente il fascismo, sia pure citando un esaltato articolo di Baget Bozzo da mettere in imbarazzo lo stesso Gianfranco Fini, fresco di abiura fatta in terra d’Israele e di una scissione interna al suo stesso partito. Chissà, ad essere maligni potrebbe anche averlo fatto apposta, perché si sa che Silvio fra i suoi ragazzi che litigano ha sempre avuto un debole per il più scapestrato, quello fissato con le cravatte verdi.
Dico la verità, non me la sono sentita tutta l’omelia durata quasi due ore, anche di più considerando il ritardo di Silvio, con Fede che passeggiava nello studio di rete4 trepido come il marito una primipara. Ho visto però e sentito quel tanto che mi bastava per capire da subito che è proprio vero, il partito del premier - per rubargli una volta tanto la battuta - è come un bambino di dieci anni, e nemmeno troppo sveglio, se il suo capo continua a ripetere a cantilena le solite cose, a sbrodarsi da solo anche fuori dal bavaglino e con le mani tutte sporche di marmellata pronto a lanciare accuse a destra, pardon, solo a sinistra per le cose che non vanno. Ora che il cilindro di Tremonti è fuori uso per eccesso di condoni tocca a lui del resto fare il prestigiatore, ma non trova di meglio che prendersela con l’euro per i prezzi così alti in Italia che manco gli americani ci vengono più in vacanza. Quando finalmente tace la sala esplode in un applauso liberatore e gli si accalca attorno. Ci viene il dubbio di aver assistito ad una messa ma non ci sono acquasantiere in giro, eppure il suo modo di salutare con due dita unite ci lascia qualche dubbio. Sarà stato forse l’amico George a suggerirgli questo inedito sconfinamento nel liturgico da quando il Vaticano ha preso a criticare la guerra in Irak, fatto sta che il nostro nelle panni del predicatore ci sguazza da matti. Che stia per nascere Santa Italia ?
liblab.it
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Dean cambia i bersagli ma non i toni. Per i sondaggi Kerry è più “presidential”
di GUIDO MOLTEDO
Howard Dean sta perdendo slancio. “Momentum”, come dicono i politologi d’oltreoceano.
Dopo la brutta prestazione in Iowa, culminata nell’ormai famoso “discorso dell’urlo”, il candidato di gran lunga favorito alla vigilia dell’inizio delle primarie ora boccheggia dietro John Kerry. Secondo l’ultimo sondaggio Reuters/ Msnbc/Zogby, il senatore del Massachusetts guida il drappello degli aspiranti democratici alla Casa bianca con il 30 per cento delle preferenze, seguito dal governatore del Vermont con il 22 per cento. Un distacco considerevole.
Più distanti il generale Wesley Clark (!2 per cento), poi John Edwards (7) e Joe Lieberman (6). Howard Dean ha poche ore, e forse poche chance, per risalire la china e superare Kerry. Con i suoi consiglieri sta mettendo a punto la strategia del difficile sorpasso, di qui a martedì, quando si voterà per le primarie in New Hampshire. Si discute, nello staff di Dean, su come rimodellarne l’immagine senza però deludere quei simpatizzanti che proprio a quell’immagine sono legati. Quella di un personaggio diretto, emozionale, senza peli sulla lingua, per questo diverso dai politici di professione avvezzi ai bizantinismi di Washington, che la gente comune non capisce e sente distante. Quando si è arrotolato le maniche della camicia e ha urlato nel microfono «e noi andremo a Washington a riprenderci la Casa bianca», bene quelle parole avranno pure galvanizzato i 3.500 volontari che da tutt’America l’hanno seguito in Iowa, delusi ma non disarmati di fronte al misero 18 per cento preso da Dean, ma l’hanno reso poco credibile, perfino ridicolo nei giornali popolari, nei media e nei siti internet che ne hanno fatto uno zimbello.
E’ considerato, da molti politologi, un infortunio più grave della stessa sconfitta nell’Iowa.
Il politologo Andrew Smith, dell’università del New Hampshire, ricorda una serie di precedenti nella storia del primarie non proprio ben auguranti, dalla crisi di pianto di Edmund Muskie nel 1972 alla rovinosa caduta sul palco di Bob Dole nel 1988 fino ai consiglieri di Al Gore “intercettati” mentre gli suggeriscono di dare un bacio alla moglie di fronte ai fotografi per mettere un po’ di pepe nella sua «fiacca» campagna.
Sono tutti episodi di candidati messi a a nudo e ko dalla vulnerabilità o fragilità del loro “carattere” più che da errori politici in senso stretto.
Ed è quello che sembra stia capitando a Dean, salito alle stelle per aver saputo mobilitare con il cuore soprattutto i giovani e oggi vittima di quella sua stessa virtù. Che tale non è, o non basta da sola, nel confronto diretto con gli altri candidati, dove contano molte altre doti, altre capacità, e l’abilità a miscelarle tra loro dando vita a quel profilo “presidential” che rende credibile un candidato nella sfida al presidente in carica.
John Kerry proprio questa’abilità sembra avere, un’abilità che consiste anche nel fare proprie certe attitudini e opzioni dei rivali, elaborandole ulteriormente e conferendo loro una patina politica “alta”, da professionista della politica di lungo corso quale egli è (quattro volte senatore).
Così, Kerry ha alzato il tasso di antagonismo nei confronti di Bush, acquisendo da Dean quell’atteggiamento di opposizione senza sconti alla Casa bianca che gli ha consentito di uscire dall’anonimato, lo scorso febbraio, e di entrare prima nel novero dei candidati e poi di balzare in testa ai sondaggi.
Dean, d’altra parte, ha caratterizzato quasi esclusivamente la sua posizione sul tema della guerra e della sua diversità in rapporto agli altri candidati troppo washingtoniani, troppo omologati a Bush, per poi scoprire in Iowa che non bastava, che il terreno di battaglia più sentito dall’elettorato, anche il “suo” elettorato, è in realtà quello dell’economia. E così già ieri, l’ex- governatore del Vermont ha spostato il tiro, prendendo di mira Alan Greenspan, il potente capo della Federal Reserve. Ha chiesto la testa del banchiere centrale, troppo “politico” per rivestire ancora quella carica che dovrebbe essere super partes.
Un ruolo che invece, per Dean, Greenspan occupa favorendo la fallimentare politica di sgravi fiscali promosso dalla Casa bianca.
Come si vede, se cambia bersaglio, Dean non cambia i toni d’attacco. Evidentemente l’analisi dei suoi consiglieri è che non è stato tradito dal suo eccessivo candore di “impolitico” quanto dall’aver trascurato il campo, quello dell’economia, su cui l’amministrazione è più in difficoltà e su cui gli elettori sono più sensibili.
Le avversità di Dean e l’ascesa di John Kerry stanno suscitando un moto quasi liberatorio in quei settori democratici moderati che viveno oramai quasi come un incubo il successo dell’ex-governatore del Vermont. Si autodefiniscono “Blair Democrats”, cioè i democratici a cui piacerebbe essere guidati da un Blair americano, blandamente riformista ma intransigente nella guerra al terrorismo. Insomma, un Bush democratico.
Ma vorrà Kerry impersonare quel ruolo? O preferirà quello finora avuto da Dean – decisamente un anti-Bush – ma scremato dei suoi eccessi verbali?
europaquotidiano.it
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«L'analfabetismo è il vero dramma nascosto»
Tullio De Mauro e i mali dell'istruzione: «In Italia ci sono milioni di `senza scuola' ma nessuno se ne fa carico»
MATTEO BARTOCCI
Giovedì scorso Tullio De Mauro, professore di linguistica ed ex ministro della pubblica istruzione, ha presentato «Volar sanz'ali», una ricerca dell'Unione per la lotta all'analfabetismo e dell'Università di Castel S. Angelo che illumina di una luce davvero sinistra lo stato dell'istruzione di base nel nostro paese. E' naturale quindi chiedergli di mettere «i puntini sulle (tre) i» della nuova scuola targata Moratti.
La scuola non rischia di essere inutile proprio per le persone a cui serve davvero? Bambini e adulti che vivono in contesti sociali in cui gli strumenti culturali sono scarsi e inesistenti?
Le società postindustriali si definiscono da se stesse, con enfasi, «società della conoscenza». Produzione di redditi e sfruttamento delle risorse umane sono in genere accortamente organizzati per equilibrare alti livelli di conoscenze e livelli bassissimi. Gli analfabeti primari (i senza scuola) e gli analfabeti di ritorno sono lo strato più profondo dei livelli più bassi. Purtroppo è uno strato che se è ampio in tutti i paesi è addirittura enorme in Italia. In un mondo in cui dalle etichette degli alimentari ai cartelli stradali o elettorali tutto è filtrato attraverso testi scritti o, se orali, di grande complessità, come sopravvive chi è tagliato fuori dal leggere, scrivere, capire un grafico, una percentuale? Varrebbe la pena esplorare la situazione anche psicologica di chi si trova rinchiuso in questa condizione. Varrebbe la pena tentare una «ricerca ombra», come quelle che in Italia e Usa, proprio in materia di scuola, ha condotto Marianella Sclavi: seguire come un'ombra un analfabeta, ricostruirne la psicologia, il buio di informazioni e però anche le sovrane abilità compensative che sviluppa per vivere a New York, Francoforte o a Milano.
Nel romanzo La macchia umana di Philiph Roth c'è una donna che si finge analfabeta e si isola dal mondo, scegliendo di svolgere solo lavori umili. E' una storia che racconta bene la condizione di un analfabeta nel mondo postindustriale?
In mancanza di ricerche empiriche su individui, dobbiamo affidarci, almeno per ora, alla letteratura: La macchia umana di Roth, certamente; ma penso anche a quel bellissimo pseudogiallo, in cui fin dall'inizio si conosce l'assassino e perfino il movente, ma non il groviglio psicologico, che è Judgment in Stone, La morte non sa leggere di Ruth Rendell (Claude Chabrol ne ha poi tratto il film Il buio nella mente). In Germania, un magistrato, Bernhard Schlink, ha scritto un best-seller con lo stesso tema che sorregge un altro giallo-non giallo, A voce alta. La letteratura per ora ci dà il meglio. Per il resto si può solo osservare che è difficilissimo rendersi conto della enorme massa di analfabeti primari e di ritorno che vive in un paese come l'Italia: segno che queste persone elaborano strategie per mascherare la loro condizione. In più, chi di noi sta ai piani alti dell'istruzione dà un robusto contributo a favorire questo mascheramento.
In che senso un contributo?
Mi spiego. La ricerca «Volar sanz'ali» di Saverio Avveduto è una messa a punto preziosa, essenziale, che racconta la distanza che separa l'Italia dagli altri paesi europei. Ma appena un anno fa l'associazione TreElle, in uno dei suoi accurati rapporti sull'istruzione italiana, aveva segnalato (col solito stupore della stampa) che la condizione di deprivazione scolastica degli adulti è il vero «ventre molle» di tutto il nostro sistema sociale. Ancora un anno prima al ministero dell'istruzione, all'epoca ancora «pubblica», avevamo presentato una fondamentale indagine internazionale guidata per l'Italia da Benedetto Vertecchi e dal Cede: il 38% di adulte e adulti sono o totali analfabeti o, al massimo, in grado di compitare un breve testo, di scrivere qualche parola, ma non sanno andare oltre, verso quel leggere e scrivere «brevi testi relativi alla vita familiare o associata» che fin dal 1952 l'Unesco fissa come soglia minima dell'alfabetizzazione funzionale. E al 38% occorre aggiungere un altro 33% che si blocca su questa soglia.
Numeri che dovrebbero far riflettere, quando si riforma l'istruzione...
I dati sulla lettura (aggiornati ogni anno dall'Istat) dovevano metterci sull'avviso: soltanto un terzo della popolazione è fatto di lettori. Ma la classe dirigente (politica e intellettuale) rimuove costantemente questo dato di fatto. Ogni volta che vengono ricordati si abbandona allo stupore e a titoloni gridati. Poi, con un'eccezione, il silenzio.
Si riferisce al tema dell'educazione permanente, il grande assente del dibattito attuale?
Certo, la legge 30 del 2001 varata da Luigi Berlinguer ha inserito per la prima volta nella storia del nostro paese l'educazione degli adulti tra le attività ordinarie che le scuole, come sede dei centri territoriali per l'educazione degli adulti, devono svolgere in collaborazione con regioni, enti locali, sindacati, imprenditori, università della terza età. Durante il governo Amato si sono fatti passi importanti verso la realizzazione dei centri. Purtroppo questa legge è stata abrogata dalla «geniale» signora Moratti. Lo slancio iniziale è stato bloccato dal definanziamento, complice anche Tremonti. Nel caos in cui le scuole sono state gettate è per ora difficile, anche se qua e là lo si fa, percorrere questa strada. I migliaia di firmatari del «Patto per la scuola, l'università, la ricerca» hanno chiesto a tutta l'opposizione di incaricarsi fattivamente della questione. Per ora, dopo sette mesi, abbiamo solo qualche primo barlume di risposta.
ilmanifesto.it
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Silvio ce l'ha fatta. Ora è una Star. E la CNN dà lezione di libero giornalismo
di aricolo21
di Hari Seldon
Ci aveva provato in tutti i modi durante il semestre europeo. Ma per la consacrazione c’è voluta la faccenda del lifting. Blair, Schroeder e Chirac tagliano fuori l’Italia dalle decisioni importanti della UE? Poco male: Silvio li batte tutti sui media internazionali. Ormai è una star, adesso BBC, CNN, New York Times e company non lo mollano più. I riflettori sono puntati su di lui. Per la verità a nessuno frega niente di quello che decide il governo italiano. Gli occhi sono puntati sul personaggio e su quello che è capace di combinare, le sue uscite, le sue stranezze. Eppure anche dietro questa “attenzione morbosa” si nasconde una piccola lezione di giornalismo. ( segue)
Il perché è presto detto. I commenti sono liberi. Prendiamo la convention di oggi di Forza Italia. Se ne sono occupate tutte le principali catene televisive. Magistrale il pezzo di Alessio Vinci della CNN. Un po’ di colore, l’inno, le bandiere. Una sintesi del discorso del leader che si è rifatto il look. E poi una chiusa che ricorda che le cose per la coalizione di governo non vanno bene, ci sono contrasti nella maggioranza e difficoltà per l’economia. Un campo, conclude la CNN, che rischia di registrare il fallimento del governo Berlusconi visto che per un recente sondaggio due italiani su tre non sono soddisfatti della sua politica. Insomma semplice giornalismo. Per nulla preconcetto, ma libero. Chissà quali tracce di questo approccio vedremo nei tg della sera. Il pessimismo è d’obbligo, visto quello che ci stanno propinando in questi giorni del “Grande ritorno dell’ Invincibile e eternamente giovane condottiero”. Altro che Goebbels, è proprio il giornalismo ad essere l’opposto del servilismo e della propaganda. Anche in televisione. Non quella di Putin. Quella del mondo libero.
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Comunismo e magistrati, dieci anni dopo le stesse angosce
di red
«Come ci ha insegnato don Gianni». Dopo una breve introduzione Berlusconi affida l’inizio del suo discorso alla lettura di un articolo di Gianni Baget Bozzo. Pare un segno di debolezza, ma forse è un modo per poter rilasciare dichiarazioni imbarazzanti come se non fossero sue. È tutto un attacco ai giudici, oltre ogni limite: «Il fascismo – legge - era stato meno odioso di questa burocrazia togata che usava la violenza al posto della giustizia». Forza Italia – ci spiega il presidente del Consiglio per bocca del sacerdote - ha salvato l’Italia da giudici e comunisti (che poi erano la stessa cosa). Perché il Paese era allo sfascio: «Craxi costretto all’esilio, il solo che aveva cercato di resistere alla bufera» e «i democristiani corrosi dalla cultura di sinistra».
Alla fine della lettura messianica Baget Bozzo vuole abbracciare Berlusconi. Lui prima rifiuta, poi ci ripensa: «Venga su, don Gianni». E dopo averlo stretto lo saluta con la consueta simpatia, mentre si allontana: «Faccia attenzione a non perdere i pantaloni... sapete – chiosa – è tutto concentrato nella testa». Poi riprende a parlare. E riprende l’attacco ai comunisti.
Insomma, se doveva essere, come annunciato fra i fedelissimi, un discorso proiettato al futuro, non ci poteva essere smentita più grande. Berlusconi guarda solo al passato. Alla sua missione, al suo sogno, ai suoi antichi successi. Ma soprattutto celebra la sua rancorosa avversione per la sinistra. L’Italia, afferma, è stata «avvelenata e insanguinata da una guerra civile permanente e cinquantennale». E spiega: «Mi riferisco non solo al bagno di sangue consumatosi dopo la fine della seconda guerra mondiale, ma anche alla seminazione dell'odio ideologico e agli eventi successivi». Si riferisce in particolare al ventennio tra il '60 e l'80.
Il germe del male, il grande problema del dopoguerra italiano è stata «la presenza del più forte partito comunista dell’Occidente che provocò gravi anomalie». Ovvero, ci spiega Berlusconi, non solo orrori ed eccidi, ma anche tutti gli errori degli ultimi cinquant’anni, dal debito pubblico in su, sono colpa di un partito che stava all’opposizione. Perchè? Per colpa delle «infiltrazioni di uomini della sinistra in tutte le amministrazioni dello Stato, a partire dalla magistratura». Berlusconi dedica ampio spazio a questo tema e si sbilancia persino in una battuta che il clou del discorso: «Dieci anni fa i comunisti erano comunisti veri, comunisti di falce e di martello. Oggi si sono fatti un lifting ma non gli è riuscito».
«Vi sono due modi diversi di essere comunisti – spiega Berlusconi - ce n’è uno palese, quello di Rifondazione Comunista e dei Comunisti italiani, ma ve n’è uno meno palese e proprio per questo più, più, più pericoloso: essere comunisti senza dirlo. Rinnegare pilatescamente il proprio passato ma mantenere il metodo politico del partito comunista». Cioè ribaltare la realtà, mantenere l’egemonia, questo è l’obiettivo del partito comunista, «qualsiasi sia il suo nuovo nome». L’ideologia comunista, prosegue didatticamente, si basa «sull’idea di piegare il diritto alla politica, non di sottomettere la politica ai principi superiori della coscienza e del diritto. È l’idea dello Stato al servizio del partito». Mentre per Forza Italia «la libertà viene prima della società e dello Stato».
La parte del discorso di Berlusconi dedicata alla dottrina ideologica di Forza Italia è confusa. Ma forse proprio per questo piace alla platea. A un certo punto Berlusconi si confonde e cita «i nostri maestri, i maestri del pensiero.. socialdemocratico», ma si corregge subito «liberaldemocratico». Fa lo stesso, applausi scroscianti.
Su cosa si basa la religione della libertà di Forza Italia? Dopo aver ascoltato Berlusconi non è molto chiaro. Certo che quando dice che «la cosa più importante è tutelare il diritto della minoranza» non si può fare a meno di sorridere pensando a Schifani e alle contestatissime leggi approvate a colpi di maggioranza, addirittura blindandole, Finanziaria inclusa.
Lasciando stare per qualche minuto i comunisti, Berlusconi tratteggia poi un programma di governo e sembra di ascoltare i comizi di quattro anni fa, quando era all’opposizione. In economia «liberare il mercato è l’unica strada». Il discorso diventa sempre più debole, soprattutto quando Berlusconi parla del suo governo. «Abbiamo ereditato dalla sinistra un’Italia indebolita», dice. Ma l’argomento è vecchio, come quello della crisi internazionale. Sull’euro, dopo le critiche di Ciampi, fa una mezza marcia indietro: «Cercare di capire cosa è successo con l’introduzione dell’euro rispetto al carovita non significa essere euroscettici». Quello che conta è che abbiamo affrontato «la più grande crisi economica del dopoguerra senza mai mettere le mani nelle tasche degli italiani». Il vecchio argomento delle tasse. Seguito dall’elenco delle riforme fatte e da fare: del lavoro, della scuola, della Costituizione, delle pensioni, del welfare. C'è una breve difesa della legge 30 e della riforma Moratti. Poi, in assenza di idee si torna alla solita mania: «Ci criticano sulla giustizia. L’anomalia non sono le nostre riforme, ma sono loro e l’uso che loro fanno della loro giustizia».
Anche quando parla della verifica, il premier se la prende con la sinistra che «cerca di spezzare la nostra unità di governo nella Casa della libertà». E invece: «Loro sono divisi. Dalla loro parte, togliendo l’odio viscerale, maniacale, contro di me, non sono uniti su nulla». Noi invece sì, dice Berlusconi. E tuttavia lancia un messaggio chiaro agli alleati: «Non ne possiamo più del teatrino della politica. La mia porta, la porta del presidente del Consiglio, è sempre aperta. Perché dobbiamo parlarci per comunicati e agenzie che ci fanno sembrare divisi?». Un richiamo all’ordine, un invito a metter da parte le critiche: «I nostri elettori ci perdonerebbero tutto, ma non se non tenessimo insieme la casa della libertà».
Si va a finire con la politica estera e con Nassiriya. L’occasione per un applauso ai «nostri soldati» e per tornare all’attacco della sinistra «che mette sullo stesso piano le grandi democrazie occidentali e i regimi come quello di Saddam Hussein o di Fidel Castro».
Si avvicina il finale. «Pensando ad oggi mi sono venute fuori scritte a mano quasi trecento pagine», racconta Berlusconi. Ecco cosa faceva a Porto Rotondo. La chiusa è un crescendo, introdotto dall’interrogazione retorica della folla («Era indispensabile la nostra discesa in campo?» - Sì - rispondono i fedeli. «Era giusto seguire la mia lucida follia?» - Sì - ripetono convinti. «Vale la pena di proseguire nel nostro cammino?»...). Alla fine, lanciato dallo slogan del premier («Forza Italia, Forza di libertà») riparte il solito inno. Una messa televisiva. Fede celebra il suo decennale
di Giovanni Visone
Prima ancora delle 11, Rete 4 lancia la sua diretta no-stop, celebrata con accento cardinalizio dalla voce di Emilio Fede: «la grande intuizione di Silvio Berlusconi ha cambiato la storia d’Italia. E questo non può essere disconosciuto da alcuno», sentenzia l’anchor-man di Arcore. Poi elenca le «tante personalità e capi di governo» che inviano auguri da tutto il mondo.
Sugli schermi del palazzo di Congressi scorrono le immagini di questi dieci anni di storia. Nelle orecchie dei telespettatori si ripete, con l’ostinazione di un messaggio subliminale, l’inno del partito: «E Forza Italia è tempo di credere, Dai Forza Italia, noi siamo tantissimi, E Forza Italia per essere liberi». Nella sala del palazzo dei Congressi sventolano le bandiere. Quelle storiche, verdi e rosse attraversate da una scritta bianca, quelle del decennale, ideate dagli esperti di marketing del partito, e distribuite ai militanti: il simbolo della celebrazione che si perde nel bianco e nel celeste. La platea è ormai gremita. I manifestanti sono stati accolti dal dono di una bomboniera. Dieci anni: nozze di ottone?
La cerimonia non inizia con puntualità televisiva. Ma ci pensa Fede ad intrattenere il pubblico televisivo: «Mancano pochi minuti... dovrebbero mancare pochi minuti... certo Berlusconi è un pò in ritardo rispetto al programma». Si attende il leader, e lo attende anche Fede: «Per queste migliaia di persone, e non solo per loro, sarà una grande emozione». E infine arriva, fendendo la folla, con un sorriso contratto: «Eccolo qui – dice Fede – in ottimissima forma. Il presidente del consiglio affronta una platea difficile: il paese intero». Mica una riunione di partito: è una messa civile, un’espressione di religiosità laica come dice Ferdinando Adornato, una festa nazionale per Fede.
Berlusconi raggiunge il palco con studiata fatica, fra sorrisi e strette di mano. Parte l’inno di Mameli che Berlusconi canta guardando di tre quarti come i calciatori e infine con la chiusa da gol "evai!" e gesto relativo. Quindi s'intona il più quieto «Azzurra libertà», ma l’audio s'inceppa, non funziona, o forse i trenta cantori che da due anni seguono Berlusconi in tutte le manifestazioni fanno cilecca. E così, come un’ossessione, Fede ricomincia con quello storico, preregistrato. «Le parole – ci ricorda Fede – sono state scritte dal Presidente del Consiglio». Quanto basta per commuovere Berlusconi, che stringe le mani, aggrotta la fronte e increspa il labbro. E forse perde anche una lacrima.
Quindi sale sul palco Stefania Prestigiacomo, parla, chiama vicino a sé Sandro Bondi, «una persona di grande dolcezza». La telecamera la inquadrerà spesso, con il capello brillante e il foulard d'ordinanza al collo. La sostituisce alla tribuna - uno choc pilifero - il coordinatore di Forza Italia parla con il tono cantilenante di un parroco di quartiere. Ma le parole sono scelte con cura: sono parole alte. Tendono al misticismo. Perché Forza Italia è «un’idea che si fa corpo». Anche se emerge, fra le righe, il peso di dieci anni di lotta e di critiche: «Molti – afferma Bondi - pronosticano una fine che non c’è e non ci sarà». L’applauso del pubblico è quasi un esorcismo.
Il passo successivo della cerimonia è un’evocazione. Sullo schermo appare il discorso di dieci anni fa, l’annuncio della discesa in campo registrato nello studio di Arcore con l’aiuto di una calza di nylon sulla telecamera. Una forma meno invasiva di lifting. Già allora quella smania di essere sempre nuovo, sempre attuale, sempre proiettato nel futuro. Quando si torna al presente l'effetto è strano: ci si accorge che sono passati dieci anni lunghissimi.
Dopo l'entusiasmo azzurro, il gelo degli alleati e lo sconcerto dell'opposizione
di red
Più che le critiche dell’opposizione colpisce la freddezza degli alleati. Berlusconi ha finito di parlare da poco, e ha lasciato il palazzo dei congressi a Roma facendosi largo fra la folla osannante. I suoi ministri, per non sbagliare, rilasciano tutti la stessa dichiarazione. «Un discorso entusiasmante. Mi ci riconosco dalla prima all'ultima parola», sentenzia Frattini. «Un eccellente discorso, molto entusiasmante», aggiunge Martino. Un discorso «eccellente e molto entusiasmante», precisa Marzano. Il più originale è il presidente del Senato Marcello Pera: «un discorso bellissimo, è stato ancora più bello di quello del 1994».
Gli alleati però non sembrano travolti da un simile entusiasmo. «Non faccio dichiarazioni su affermazioni apprese de relato, preferisco attendere», è il gelido non-commento di Gianfranco Fini. Che aggiunge: «Lunedì o martedì, certamente, incontrerò il presidente del Consiglio» per parlare dei temi della verifica di governo. Questo è quello che interessa ad Alleanza Nazionale, non le celebrazioni azzurre.
Sulla stessa linea Rocco Buttiglione: «Berlusconi non ci ha dato alcuna indicazione sulla verifica e sul rilancio, ma questo probabilmente avverrà nei prossimi giorni o nelle prossime settimane». Il ministro dell’Udc ci tiene però a precisare una cosa: «Noi abbiamo puntato sull'alleanza con Forza Italia, rivendicando al tempo stesso che ci sono accenti diversi di valori comuni che ognuno legittimamente difende all'interno dell'alleanza».
Il più duro, come spesso capita, è Roberto Calderoli, il vicepresidente leghista del Senato: «Il discorso di Berlusconi non ci è piaciuto per quel che riguarda le riforme, noi diciamo basta frenate e Berlusconi sappia che questo è l' ultimo treno», dichiara. «È comodo – prosegue polemicamente - andare a dire in pubblico che gli alleati litigano. Noi già ieri abbiamo invitato Berlusconi a dire il peccato ma anche il peccatore. Dica che An e Udc si sono messe di mezzo per fermare la devoluzione». La conclusione è drastica: «O si cambia oppure l' inno di Forza Italia diventerà l' inno della sconfitta e sarà sostituito con Forza Padania o Forza Nord...».
Perfino Bobo Craxi, nonostante tutti gli attacchi ai giudici e l'inceso alla memoria del padre, è critico: «Un discorso scontato.. Berlusconi si è dimenticato di ringraziare i suoi alleati laico socialisti che eppure in questi 10 anni lo hanno sostenuto. Questo mi dispiace».
Il discorso del presidente del Consiglio non è piaciuto, ovviamente, all’opposizione.«Siamo al delirio. Quelli di Berlusconi sono giudizi deliranti», attacca Piero Fassino. «Berlusconi, ovvero: dietro il lifting, niente – ironizza il coordinatore della segreteria Ds Vannino Chiti - Il presidente del Consiglio parla di un mondo e di un Italia che non c'è. Nel migliore dei casi mi ricorda Indro Montanelli che lo dipingeva come un grande comunicatore non solo perché controlla i mezzi di comunicazione del nostro Paese ma perché è così bugiardo che convince prima di tutto se stesso che le bugie che dice sono invece verità».
«Il discorso di Berlusconi ci consegna l'immagine di un leader che produce odio e macerie e che non costruisce nulla di reale per il Paese – afferma l’ex ministro dell’Industria Pierluigi Bersani - l'unica concretezza sta nell'aggressività e nel rancore ideologico di una sua battaglia personale».
Insomma, solo vecchia propaganda. Cos’altro dire sul discorso del premier? «È cominciata la campagna elettorale», è la risposta stringata di Guglielmo Epifani. Dello stesso tenore il commento di Francesco Rutelli: «Io vedo ancora solo campagna elettorale, di nuovo promesse, di nuovo parole - afferma il presidente della Margherita - Tutto questo mentre Berlusconi ha oggi più potere di quanto ne abbia mai avuto chiunque in Italia».
unita.it
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Napoli - Palapartenope - Via Barbagallo, 115
Domenica 25 gennaio dalle ore 20.30 alle 23.30
INGRESSO LIBERO
(CONVIENE ARRIVARE ALMENO UN ORA PRIMA...)
Orabasta alle leggi vergogna
Orabasta alla censura
Manifestazione di protesta promossa dal Coordinamento Nazionale dei
Girotondi e dei Movimenti insieme ARCOIRIS TV e con la
collaborazione dell'ARCI, CGIL, di Art. 21 e di Megachip
sul satellite di Emi.li Tv (Hotbird - Eutelsat 13° est 12.673 Mhz - Pol:
verticale Sym. rate: 27.500 Ms/sec - can. Decoder Sky: 855),
sulle frequenze di Radio Popolare - Popolare network e
sui siti http://www.igirotondi.it e http://www.inmovimento.it,
http://www.arcoiris.tv in diretta internet/streaming.
Tante città hanno aderito (prestissimo in queste pagine l'elenco completo)
all'idea ORA BASTA, con megaschermi in teatri, cinema e case del popolo
che trasmetteranno la manifestazione di protesta riprendendo la nostra diretta
satellitare; ma tante altre si stanno prenotando al sito
http://www.igirotondi.it
Con Sabina Guzzanti, Davide Riondino, Giulietto Chiesa, Curzio Maltese,
Rosalia Porcaro, Carlo Lucarelli, Marco Travaglio, Mario Martone, Pappi
Corsicato, Francesco Paolantoni, Rosaria De Cicco, Tom Benettollo, Giuliana
Quattromini, Gianfranco Mascia, Michele Gambino, Peppe Barra, Nando Dalla
Chiesa e tanti altri, gli interventi musicali di: Daniele Sepe, Almamegretta,
Caparezza e i contributi video di Dario Fo e Franca Rame
Una grande manifestazione estesa a tutta l'Europa per denunciare e gridare
forte il nostro "ORA BASTA" allo sfascio dell'Italia.
Cliicca qui se vuoi inviare un contributo finanziario per coprire
le spese della manifestazione:
http://www.igirotondi.it/autofinanziamento.htm
Chiediamo a tutti coloro che in Italia ed all'Estero volessero allestire un
megaschermo, uno schermo o delle semplici visioni collettive in circoli,
cinema, teatri, locali pubblici ed ogni altro luogo possa essere
disponibile a contattarci scrivendo a gianfrancomascia@bobi2001.it
http://www.igirotondi.it/comecollegarsi.htm
Cosa serve per collegarsi e come organizzare una visione collettiva
Gianfranco Mascia
gianfrancomascia@bobi2001.it
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I peggiori dieci anni della nostra vita
da L'Unità di Antonio Padellaro
Oggi, a Roma, non si celebra, come annunciato, il decennale della fondazione del partito azienda ma si officia la divinizzazione di un potente miliardario. L'altro giorno, su queste colonne, avevamo scherzato sui prodigi del premier scomparso e sul rito della sbendatura post lifting. Quando, però, si apprende cosa succederà, dalle undici in poi, nel Palazzo dei Congressi all'Eur, passa la voglia di ridere. (continua)
Cori polifonici che intonano gli inni (di Berlusconi). Il Credo Laico in Berlusconi) declamato dalla meglio gioventù del partito. La Carta dei Valori (di Berlusconi) distribuita ai 1500 fedeli, scelti tra i più devoti. La liturgia è quella delle funzioni in cattedrale: pueri cantores e sbuffi d'incenso, nell'attesa che l'Operato del Signore simanifesti alle folle adoranti. Tuttavia, c'è del metodo in questa farsa. Sarà propaganda pura per le televisioni di tutto il mondo. Sarà il piatto avvelenato servito ai riottosi alleati. Esponenti della "vecchia politica " che il presidente-padrone sostiene, non a torto, di avere miracolato, ma che adesso considera alla stregua di nociva zavorra (la storia che nella Cdl un partito del 3 per cento non può contare come il 60 per cento di Forza Italia). Sarà, soprattutto, l'ascensione del premier verso il record di preferenze alle prossime Europee; perfino oltre i tre milioni di voti ottenuti cinque anni fa. Il plebiscito con cui egli intende surclassare qualsiasi potenziale concorrente (Fini). O qualsiasi attuale avversario Prodi) o futuro rivale (Ciampi). Entrambi, non a caso, pesantemente attaccati sulle presunte colpe dell'euro nel crescente costo della vita. In un classico sulle tecniche di dominio ("Le 48 leggi del Potere"), Robert Greene e Joost Elffers illustrano fondamenti di un sistema fideistico applicato alla politica. Primo, promettere qualcosa di grande e di innovativo ma con parole vaghe e concetti di assoluta semplicità. Secondo, preferire il visivo e il sensoriale al razionale; circondarsi di lusso, abbagliare i seguaci con mirabolanti splendori, riempire i loro occhi di spettacolo. Terzo, ispirarsi alle religioni ufficiali per strutturare il gruppo; creare riti per i seguaci e organizzarli gerarchicamente.Quarto, mascherare le fonti di reddito e convincere gli adepti che dall'aver fede nel leader non può venire loro che bene. Quinto, porre le basi della dinamica "noi-contro-tutti"; costruire la nozione di un nemico infido che trama per la rovina del gruppo: un esercito di non-credenti disposto a fare qualsisai cosa per fermare le forze del bene. Spiegano gli autori: qualsiasi individuo esterno al gruppo che tenti di rivelare la natura ciarlatanesca del sistema fideistico potrà da quelmomento in poi, essere identificato come appartenente a questa forza nemica. Non siamo sicuri che Berlusconi abbia letto Greene ed Elffers. Sappiamo, però, che oggi, all'Eur, tutto ciò sarà lì, tragicamente visibile. Ha scritto Pierluigi Battista ("La Stampa", 19 gennaio) che dal giorno della famosa discesa in campo Berlusconi "sembra avere invaso ogni angolo dell'immaginazione politica, del discorso pubblico, delle passioni diffuse". È certamente così anche se chi dovrebbe rappresentare l'opinione pubblica a questa invasività troppo spesso non sa dare che risposte indulgenti. Prendiamo il cosidetto mistero del lifting. Per quasi un mese del presidente del Consiglio, segnalato in quel di Porto Rotondo, non si ha notizia alcuna. La cosa diventa più strana e imbarazzante quando tutti, dicasi tutti i premier della coalizione pro Usa trovano il tempo e il cuore per fare visita, in Iraq, ai soldati dei loro contingenti. Berlusconi no. Per gravi ragioni di sicurezza, spiegano trepidanti le fonti ufficiali. Qualcuno (questo giornale) chiede se, per caso, una così prolungata assenza sia dovuta a cause di forza maggiore. La cortese risposta è: siete uccelli del malaugurio, il presidente sta come un fiore. Si apprende poi che il fiore si è sottoposto a un intervento blefaroplastico. I giornali (quasi tutti i giornali) prendono la cosa benone. La stampa internazionale ("Financial Times ", "El Pais", "Indipendent") si mostra sbalordita ma qui da noi nesssuno (quasi nessuno) batte ciglio. Anzi, si chiedono lumi ai più autorevoli bisturi che spiegano come il presidente avesse "un marcato rilassamento della pelle del collo"; ma che ora, fortunatamente, "il collo è fresco e la linea della mandibola ben definita" ("Corriere della sera"). C'è chi apprezza "la ricerca dello stupor mundi facendo teatro del proprio corpo". E chi si congratula per "l'esordio leggero e la cantatina non impegnativa " dell'altra sera a via dei Coronari ("La Repubblica"). Un giornalismo blefaroplastico, liftato, che sa stare al mondo, che non ha certo bisogno delle sgridate preventive dei guardiani della liposuzione: "Migliorarsi non è in sé censurabile: e il farlo con gli strumenti della tecnica, pure a dispetto deimoralisti polverosi, che in Italia abbondano, è solo un omaggio alla modernità" ("Panorama"). Purtroppo è vero. Siamo dei moralisti polverosi. E non saremo mai moderni. E neppure off shore. Per questo oggi festeggiamo, in meritata solitudine, i peggiori dieci anni della nostra vita.
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L´ira di Prodi: "Faccia di bronzo
è il governo a non fare i controlli"
moneta unica Il problema non è la moneta ma chi doveva garantire che i prezzi non aumentassero
DAL NOSTRO INVIATO MARCO MAROZZI
da Repubblica - 24 gennaio 2004
BRUXELLES - «Ha una bella faccia di bronzo». Romano Prodi ride durissimo quando gli giungono le accuse di Berlusconi. Ha appena visto le foto post-lifting del presidente del Consiglio. Non ha voluto commentare: «Ognuno si presenta come crede e con i messaggi che ritiene giusti». Ma quando arrivano gli attacchi di Berlusconi all´euro, il presidente della Commissione sbotta. La valuta comune contro la «faccia di bronzo». «Il 25 marzo del ?98, riferendosi all´ingresso dell´Italia nell´euro, Berlusconi disse: ?un bel po´ di merito ce lo abbiamo anche noi´» ricorda Prodi a sera, in un comunicato rimasticato a lungo. L´euro per lui è l´Europa, è l´Italia. «I popoli si uniscono con una bandiera e una moneta comuni». Nella sua vita di Bruxelles ci sono le foto della moglie, della nipotina, di Ciampi, di Andreatta e della prima notte dell´euro.
Il Professore aveva capito da tempo che il centrodestra avrebbe usato la clava prezzi-euro in una lunga campagna elettorale. Come le convocazioni per Telekom Serbia («mi devono chiedere scusa») e per il dossier Mitrokhin («voglio proprio vedere cosa mi dicono»). Ma quei casi diventano quasi «personali» rispetto alle preoccupazioni per la campagna anti-euro, per la visione che possono diffondere fra gli italiani dell´Europa e del futuro. Ad accuse risponde con accuse. «Il problema non è l´euro - detta - ma il comportamento di chi doveva controllare l´andamento dei prezzi nel passaggio e non l´ha fatto, di chi doveva garantire che al bar il bicchiere d´acqua non passasse da 500 lire a 50 centesimi e non l´ha fatto».
Il governo Berlusconi è come mai sinora preso di petto. «Fino ad un anno fa colpa delle difficoltà italiane era del buco di bilancio lasciato dai governi precedenti, - spara Prodi - adesso, appurato che quello né c´entrava né sussisteva, la colpa è dell´euro. Però in nessun Paese, Italia esclusa, l´aumento dei prezzi si è accompagnato ad una bassa crescita. L´altro Paese dove si è avuto aumento è stata la Grecia, ma almeno in un contesto di alta crescita. Negli altri dieci gli aumenti sono stati limitati e specifici». «Siamo seri. - bacchetta Berlusconi e Tremonti - Non dobbiamo forse proprio all´euro quel ribasso dei tassi di interesse che ha consentito mutui finalmente umani per acquistare casa? E come farebbe il Tesoro a pagare gli interessi se non ci fosse l´euro? Cosa sarebbe stato della lira, senza alcuna protezione, di fronte alle tempeste monetarie di questi anni, come avrebbe retto all´impatto della guerra in Iraq? Cosa sarebbe accaduto di fronte all´inferno scatenato dallo scandalo Parmalat, che fine avrebbe fatto il potere di acquisto degli italiani senza la stabilità e la protezione garantite dall´euro?».
Eurostat ha calcolato in dicembre un´inflazione italiana al 2,5%, quart´ultima in negativo, sopra Grecia (3,1), Irlanda (2,9), Spagna (2,7). Lontani dall´1,1 tedesco. «L´euro esiste da due anni e un mese e gli aumenti dei prezzi - dice Prodi - continuano ad essere superiori alla media europea. E´ ancora colpa dell´euro? E fino a quando?». La palla elettorale viene rispedita al Cavaliere. «Mi domando cosa abbia fatto cambiare idea al presidente Berlusconi rispetto a quando...». E giù citazioni. 26 novembre 2001, il premier disse: «Le premesse di una lunga stabilità ora ci sono, diamo il benvenuto alla nuova moneta, un´idea straordinaria che ora è divenuta realtà. Con l´euro è stato bandito il peccato monetario. La moneta unica innesca un circolo virtuoso che dovrà trovare concordi la politica e l´economia». 15 gennaio 2002, sul pericolo di arrotondamento dei prezzi: «Ne ho parlato con il ministro delle Attività produttive. Mi ha assicurato che l´euro avrà un impatto molto limitato sui prezzi che non metterà assolutamente in discussione il nostro obiettivo di riportare l´inflazione intorno al 2% a fine d´anno. Il ministro ha misurato nello 0,2% la ricaduta dell´euro sul tasso di inflazione».
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Ds Milano - Rassegna stampa
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LA RESA DEI CONTI
MASSIMO GIANNINI
da Repubblica - 24 gennaio 2004
CON un veemente attacco all´euro Silvio Berlusconi apre la campagna elettorale. Appena rientrato da un mese intero di inspiegabile vacanza (o di segreta convalescenza) il presidente del Consiglio impone la sua agenda agli alleati riottosi e insoddisfatti. E indica subito agli italiani il terreno dello scontro politico che culminerà nel voto europeo e amministrativo di giugno. L´ennesima anomalia provocata dal radicalismo berlusconiano è che il Cavaliere, sulla sua strada, trova non solo il futuro leader dell´opposizione, Romano Prodi. Ma anche, e soprattutto, l´attuale presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi. «L´euro ha fatto aumentare i prezzi», sentenzia il premier e sostiene che la sua è una «verità assoluta», anche se dal punto di vista economico è piuttosto una bugia tartufesca.
La resa dei conti sulla strada delle elezioni
Una freccia spuntata, che non centra il bersaglio dell´obiettività. Non dice che a dicembre del 2003 il tasso "ufficiale" d´inflazione è cresciuto in Italia al 2,5% (quello "reale", percepito dai consumatori, è molto più alto) mentre è sceso all´1,1% in Germania. Se gli italiani usano l´euro come i tedeschi, ma hanno prezzi che crescono a una velocità doppia, la colpa non deve essere della moneta unica ma di chi ci specula (produttori, grossisti, commercianti) e di chi non amministra (governi, organi di controllo, autorità di vigilanza). Non dice che, se non fossimo entrati nell´euro, oggi ci ritroveremmo con la vecchia, cara "liretta" svalutata del 20%, tra i dissesti della finanza pubblica (il debito in ascesa costante) e i crac della finanza privata (gli scandali Cirio e Parmalat). Non dice che, senza la moneta unica, oggi per un prestito in banca pagheremmo un interesse triplo, e un mutuo per comprare casa ci costerebbe almeno il 15%.
Ma dal punto di vista politico, la freccia spuntata di Berlusconi si trasforma in un´arma di propaganda verosimile (anche se non vera). È popolare per l´opinione pubblica, perché cavalca il disagio diffuso del reddito medio e dei ceti più deboli, fiaccati da un biennio di perdita del potere d´acquisto dei salari e di crescita incontrollata dei prezzi: anche se è sbagliata, l´equazione "euro=carovita" ha fatto breccia nel portafoglio della gente. È insidiosa per l´opposizione, perché chiama in causa le presunte "responsabilità" dei governi dell´Ulivo, "colpevoli" di aver accettato tra il ´96 e il ´99 i diktat dei tecnocrati del direttorio franco-tedesco: anche se è falsa, l´equazione "sinistra=meno ricchezza" può far breccia nella testa degli elettori. Che questo sarà il leit-motiv della campagna berlusconiana lo conferma la disinvolta aggressione istituzionale con la quale il Cavaliere ha lanciato l´offensiva sull´euro. Accusando apertamente Prodi, il prossimo avversario del centrodestra alle elezioni politiche di fine legislatura. Colpendo al cuore Ciampi, al quale (c´è da scommetterci) tenterà di estorcere le dimissioni anticipate nel gennaio 2006, per succedergli al Quirinale e farsi eleggere dall´attuale Parlamento. Il presidente della Commissione europea e il Capo dello Stato hanno fiutato il pericolo. L´immediatezza e la perentorietà delle repliche, oltre che esasperare la già precaria "coabitazione all´italiana" tra le istituzioni, testimoniano la ferma volontà di Prodi e Ciampi di "disarmare" subito il Cavaliere, sottraendo l´euro dalla contesa elettorale.
Non è affatto sicuro che il tentativo riesca. L´attacco all´euro è stato troppo smaccato per immaginare che Berlusconi ci ripensi. Oltre che intercettare all´esterno il malumore profondo di tanti cittadini-risparmiatori-consumatori, la mossa risponde a una precisa logica all´interno della Casa delle Libertà. Cade nella fase forse più delicata per gli equilibri della coalizione. Coincide con il decimo anniversario della nascita di Forza Italia, che l´"uomo nuovo" della Seconda Repubblica è costretto a celebrare all´insegna del più vecchio tra i riti della Prima Repubblica: una "verifica" di maggioranza ormai diventata permanente. Dura da 242 giorni, visto che Fini la chiese per primo il 27 maggio 2003, dopo la disfatta alle amministrative. Un braccio di ferro tra i partiti che paralizza l´azione di governo e logora l´alleanza che lo sostiene. Una resa dei conti che si consuma tra legittime istanze di valorizzazione delle rispettive radici storico-politiche e basse pretese di riallocazione delle poltrone ministeriali.
Lo schema della partita è sempre il solito: Fini e Follini contro Berlusconi e Bossi. Anche la posta in gioco non è mai cambiata: lo strapotere di Tremonti sulla politica economica. An e Udc pretendono di redistribuirsene una sostanziosa quota. A costo di sottrargli qualche delega ministeriale, o di affiancarlo con la creazione di un consiglio di gabinetto. La Lega s´oppone, e Forza Italia gli offre una sistematica sponda. In questo mese di assenza ingiustificata di Berlusconi, il vero presidente del Consiglio è stato il superministro del Tesoro. È lui che ha gestito il confronto con i sindacati sulla previdenza. È lui che ha ispirato le mosse delle aziende durante gli scioperi selvaggi dei ferrotranvieri. È lui che ha dichiarato guerra a Fazio e ai poteri forti del credito, tentando di riaffermare il controllo politico sulle banche in nome del «partito dei risparmiatori». Se è stato così, è perché il Cavaliere lo ha voluto. Tremonti non si tocca, perché in fondo, e nonostante tutto, del Senatur Berlusconi si fida, mentre di Fini e Follini no. Il leader dell´Udc lo ha capito, e per questo non ha mai forzato né si è mai aspettato granché dalla verifica. Al contrario, il leader di An ha alzato il tiro, sfidando Tremonti e pretendendo dalla verifica un cambiamento vero negli equilibri di governo. La sua sfida è nata da una scommessa vinta: il viaggio in Israele gli ha fruttato un cospicuo capitale politico. Fini ha deciso d´"investirlo" sulla verifica. È un investimento coraggioso, ma è ad altissimo rischio. Infatti, con il suo fragoroso affondo contro la moneta unica il Cavaliere cementa ancora di più l´asse con Bossi e Tremonti. Non è un caso se proprio ieri mattina, sulla prima pagina della Padania, il Senatur anticipava l´offensiva del premier con un´intervista dal titolo inequivoco: "L´euro di Prodi è la rapina del millennio". Con il suo richiamo alla «vera priorità» sul «cambiamento delle leggi elettorali», e con il suo sfogo contro i partitini che vogliono comandare «con il 3,2% dei voti», il Cavaliere conferma ai dirigenti di An e dell´Udc ciò che già sanno, ma che si ostinano a non ammettere. Senza le risorse politiche di Berlusconi, e senza le finanze pubbliche di Tremonti, Fini e Follini non hanno sbocchi alternativi all´infuori del Polo, almeno fino al voto del prossimo giugno. Per questo, comunque vada a finire, la verifica rischia di chiudersi con un rafforzamento della leadership politica del premier, e con una contropartita modesta per gli alleati scontenti. Il massimo che possono fare, è accettare il rimpasto alle sue condizioni, e rifiutare la sua offerta sulla lista unica. Per contarsi alle europee, e sperare in una rivincita attraverso il voto proporzionale. Quella diverrà la sola verifica possibile.
Nel frattempo, il Paese pagherà un caro prezzo. Ci sarà un cartello presidenziale occupato da uno spot elettorale lungo sei mesi, ma non ci sarà un´alleanza tra uguali impegnata ad elaborare un progetto comune. A meno di voler considerare una piattaforma identitaria condivisibile la "Carta dei valori" di Forza Italia, simbolo d´un sincretismo culturale che accoglie tutto e il contrario di tutto: da Lao Tse a Paolo VI, da De Gasperi a Craxi, da Sturzo a Turati. Ci sarà un leader, ossessionato dall´estetica molto più che dalla politica, ma non ci sarà un premier capace di cambiare davvero la società e le sue strutture. Come dimostra la parabola decennale del "partito personale", e come confermerà la cerimonia di questa mattina all´Eur, la vera essenza del berlusconismo è lui stesso: il capo è il "messaggio". E questo è tutto. Al contrario di quanto accaduto alle vere destre dell´Occidente, da Reagan ai tempi dello scontro con i controllori di volo alla Thatcher nella fase della battaglia con i minatori, l´Italia patirà ancora a lungo la paradossale "malattia" di questi ultimi due anni e mezzo: il conflitto, senza le riforme.
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Samuelson: l’euro vi ha aiutato, eravate schiacciati dal deficit
DAL NOSTRO CORRISPONDENTE
dal Corriere - 24 gennaio 2004
WASHINGTON - Paul Samuelson è categorico. «L’Italia - dichiara al telefono dalla villa in Florida dove trascorre l’inverno - è una dei beneficiari dell’euro, a differenza, ad esempio, della Germania. Quando c’era la lira, pagava interessi enormi su un deficit enorme. Ha compiuto un duro sforzo per entrare nella moneta unica, ma ha fatto bene: a lungo termine, l’euro è un fattore di crescita e stabilità assieme». Il primo premio Nobel Usa, che a 88 anni continua a insegnare, l’amico di Franco Modigliani, ritiene che il vero problema dell’Italia e dell’intera Ue sia l’eccessivo apprezzamento dell’euro: «Rende più cari i vostri prodotti all’esportazione, che adesso sono molto poco competitivi, e nuoce pertanto alla vostra attività economica. Ma non è colpa sua, è colpa della svalutazione del dollaro, che è stata voluta dall’amministrazione Bush».
Lei non è d’accordo con il nostro premier Berlusconi, secondo cui l’euro ha fatto salire i prezzi in Italia?
«Mi sembra che Berlusconi pecchi d’ingratitudine: quale Italia si sarebbe trovato a gestire, se aveste accumulato deficit sempre maggiori? Non mi risulta neppure che da voi l’inflazione minacci di esplodere: non siete un Paese dell’America latina. Con qualche eccezione, i prezzi salgono, ma lentamente, come salgono da noi».
Dà quindi ragione al presidente Ciampi?
«Non conosco il vostro premier, ma conosco Ciampi, che è stato un eccellente banchiere centrale e ha contribuito al vostro risanamento. La moneta unica è sempre portatrice di sviluppo economico, sia pure tra alti e bassi: espande i commerci all’interno della sua area, creando lavoro a poco a poco, e unifica le legislazioni e i regolamenti. Ci vuole buona volontà, ma produce risultati».
Eppure sempre più gente in Italia si lamenta del rincaro della vita.
«Non dubito che all’inizio molti commercianti, aziende e via di seguito abbiano approfittato dell’euro per rialzare i prezzi, non solo in Italia ma anche nella maggior parte delle nazioni europee. La confusione del pubblico, e forse anche la disattenzione delle autorità, l’ha facilitato. Ma si è trattato di un’una tantum».
Sta dicendo che l’euro non causa nessun problema?
«No, l’euro comporta problemi, ma sono di crescita, come nell’organismo umano all’inizio della vita. E’ come se tutti i Paesi europei indossassero una scarpa della stessa misura. Quella che va bene per l’Irlanda e per la Finlandia, la cui economia è oggi in corsa, non va bene per l’Italia e per la Germania, la cui economia è ferma. Ma che alternative ci sono? Certamente non quella di abbandonare l’euro».
In altre parole, i margini di manovra dei vari governi si sono ridotti.
«Sì: del vostro governo, come degli altri, a causa dei crescenti poteri di Bruxelles, e della Banca d’Italia a causa della Banca centrale europea. Presumo che da questo derivi la frustrazione di Berlusconi. Non possedete più il totale controllo degli strumenti fiscali e monetari, il peso dei vostri interventi è limitato, dovete seguire le direttive della Commissione, come tutti. Ma in compenso avete i vantaggi a cui ho accennato».
Secondo lei la Banca centrale europea sta facendo bene o sta facendo male?
«Secondo me, male. Ha lasciato che Alan Greenspan, il presidente della nostra Federal reserve, ribassasse i tassi all’1%, ormai da un anno, senza quasi reagire o reagendo tardi e in maniera inadeguata. Dovrebbe fare altrettanto: l’euro e il dollaro tornerebbero pressoché in parità, come sarebbe giusto, e le esportazioni europee riprenderebbero a decollare».
Accusa Greenspan di fare volutamente il danno dell’Ue?
«No, l’obiettivo di Greenspan è stato di rilanciare la economia americana: ci è riuscito, nel terzo trimestre del 2003 il nostro Pil o prodotto interno lordo è salito dell’8,2%. Il danno l’ha fatto l’amministrazione Bush spingendo il dollaro a deprezzarsi. Il ministro del Tesoro, John Snow, continua a dire che vuole un dollaro forte ma le assicuro che prega di notte affinché non si rivaluti, e infatti non lo difende per nulla».
Non è un gioco pericoloso?
«E’ un gioco pericolosissimo quando si ha, come abbiamo noi, un deficit del bilancio dello Stato che è il 4% del Pil ed un deficit della bilancia commerciale che è il 5%. Gli altri Paesi potrebbero smettere di finanziarci. Snow può solo sperare che il riallineamento delle monete sia ordinato, non generi una crisi. Le dico una cosa: l’Ue si comporta responsabilmente verso le future generazioni, l’America no».
Ennio Caretto
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Ciampi: "Non fatevi ingannare
l'euro ha portato stabilità"
Carlo Azeglio Ciampi
ROMA - "L'unificazione monetaria è un esempio di successo della coesione europea. L'euro ha significato il superamento delle laceranti crisi monetarie e valutarie intereuropee. Ha portato stabilità. Ha conquistato fiducia". Carlo Azeglio Ciampi torna a difendere la moneta unica. E' il secondo intervento in meno di una settimana, segno della preoccupazione del presidente della Repubblica su questo fronte.
"Non traggano in inganno - aggiunge Ciampi - transitorie difficoltà nella fase di adeguamento al nuovo metro monetario. L'attesa ripresa dell'economia sarà, anche a questo fine, la cura più efficace".
Il capo dello Stato fa dell'euro uno dei pilastri comunitari fondamentali accanto alla Costituzione europea. Dice Ciampi: "La stabilità, la democrazia, la sicurezza, il benessere sono essenziali per il futuro degli europei: essi hanno bisogno di più Europa, non di meno Europa. Vi sono momenti in cui occorre afferrare a pieno la portata delle sfide che la storia ci presenta: la Costituzione europea è fra queste. Il suo momento è venuto: l'Europa allargata impone appropriate istituzioni e regole. Altrimenti non è più un passo avanti, ma un passo indietro, un danno per tutti, per vecchi e per nuovi membri".
Poi il presidente ribadisce che per giungere alla riforma delle istituzioni europee può essere utile anche "l'esempio dei Paesi fondatori, che sono i più convinti della necessità di fare questo passo, e fra questi Paesi c'è certamente l'Italia".
Dopo l'unificazione monetaria, realizzata con successo, la coesione europea, ha sottolineato Ciampi, deve fare altri passi. "Non solo l'identità economica dell'Europa attende di essere completata, anche la sua soggettività politica vuole affermarsi come protagonista di pieno diritto sulla scena mondiale".
- Pubblicità -
Con l'allargamento, l'Ue rappresenta un mercato interno di oltre 400 milioni di consumatori. Ma questo non basta a esercitare nel mondo una influenza proporzionata alle dimensioni. "Divisi gli europei sono impotenti. Uniti - spiega il capo dello Stato - possono intervenire con efficacia nella realtà internazionale.
Questo obiettivo può essere raggiunto solo attraverso una forte unione politica".
repubblica.it
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Rai, il Tg1 è il tg della zia Marina di Berlusconi
di articolo21
di Redazione
"L'ossessione per il panino e per la replica a qualsiasi tesi del centrosinistra e addirittura alle parole delle Istituzioni come la Presidenza della Repubblica è diventata ormai farsesca". E' quanto affermano in una nota congiunta Giorgio Merlo e Loredana De Petris, componenti Margherita e Verdi in Commissione Vigilanza Rai, sull'edizione di stasera del Tg1 delle 20 e in particolare sul servizio dedicato alle polemiche sull'Euro. "Il TG1 di questa sera - affermano è stata una spudorata espressione di partigianeria e disinformazione che non ha precedenti nel servizio pubblico, con repliche al Capo dello Stato, omissioni, citazione di fonti anonime". (segue)
"Il Tg1 - afferma Roberto Cuillo, portavoce del segretario dei Ds - è sempre di più il tg della zia Marina di Berlusconi". "Oggi - afferma - abbiamo assistito ad una esilarante edizione delle 20.00, dove non solo l' opposizione è stata, come sempre, schiacciata dalle dichiarazioni del Presidente del Consiglio e dai suoi ascari Schifani e Calderoli, ma in diretta e in anteprima è arrivata anche la filastrocca per bambini diramata dal ministero dell' Economia, come risposta al presidente della Commisione Europea, Romano Prodi. E' stata una serata storica per il Tg1, Mimun abbandona il 'panino', per l'ovetto kinder. Dispiace solo vedere la consolidata professionalità di collaudati conduttori messa a dura prova dalla faziosa cecità del direttore del Tg1".
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ITALIA: CATTIVO ESEMPIO NEL CAMPO DEI MEDIA
Il settore italiano dei media è in profonda crisi e il conflitto di interessi irrisolto del primo ministro Silvio Berlusconi rappresenta un cattivo esempio per l'Europa. A dirlo oggi è una associazione internazionale di giornalisti. "Quello che rende la situazione italiana così unica è il conflitto di interessi. Non abbiamo altre situazioni in cui il primo ministro controlla l'80% dei media privati", ha detto Renate Schroeder, direttore della Federazione europea dei giornalisti (EFJ) a Bruxelles.
Berlusconi, uno dei maggiori imprenditori nel campo dei media a livello europeo, ha il controllo su oltre il 95% delle tv italiane attraverso i suoi interessi privati e il suo incarico pubblico. La sua famiglia controlla tre canali televisivi Mediaset e uno in Spagna, è tra i principali editori, tra i produttori e distributori di film e tra le maggiori concessionarie di pubblicità italiani. Come primo ministro ha anche una influenza indiretta sulle tre reti della Rai. L'EFJ, che questo mese ha emesso un rapporto sui media in Italia, ha già rimproverato i governi italiani precedenti per non essere riusciti a risolvere il problema della concentrazione dei media e sostiene che la questione abbia bisogno di una soluzione da parte dell'Ue. "...questo succede in uno dei membri fondatori dell'Ue.
Quale esempio si dà ai paesi che stanno per entrare", si chiede Schroeder. L'Ue si allargherà ad altri 10 stati membri, oltre ai 15 attuali, il prossimo primo maggio. Schroeder sostiene che questi paesi siano poco regolati e che possano cadere vittima di una forte concentrazione di media. L'EFJ chiede alla Commissione europea e al parlamento europeo di rispondere con un legge Ue sulla concentrazione dei media. Il parlamento sta redigendo un rapporto sullo stato dei media nell'Ue.
Media in crisi profonda
Il rapporto di EFJ sostiene che l'ascendente politico e mediatico di Berlusconi gli abbia dato "un ampio spazio per godere di vantaggi ingiusti ed una eccessiva pressione politica sui media". Ha sottolineato come tre nomi importanti del giornalismo in Rai siano stati messi da parte come risultato dell'influenza del premier. Il rapporto critica anche il controverso disegno di legge sulle comunicazioni approvato dal parlamento e respinto dal presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi perché in contrasto con la Costituzione. "E' impossibile non concludere che la crisi dei media in Italia è profonda e seria", dice lo studio. Il rapporto sottolinea, comunque, che a dispetto della situazione critica, la libertà di stampa non è compromessa grazie all'editoria e al settore radiofonico molto diversificato. Berlusconi si è sempre difeso dalle accuse secondo cui limiterebbe la libertà di stampa in Italia.
(Reuters)
megachip.info
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E IL CAVALIERE SI REGALA LE POSTE
14mila sportelli di Poste Italiane spa farebbero gola a qualsiasi banca, ma, se si eccettua un tentativo fatto da Deutsche Bank nel 2001, finora nessun istituto di credito era stato capace di metterci le mani. L'impresa è ora riuscita alla Mediolanum.
Essendo una banca online, Mediolanum è sempre stata priva di sportelli mentre ora, grazie all'accordo con Bancoposta, i suoi clienti potranno domiciliare i loro bonifici nella capillare rete di Bancoposta e la banca di Silvio Berlusconi e del suo socio Ennio Doris si trasformerà, da banca virtuale, nell'azienda con maggiore copertura territoriale. Va considerato, fra l'altro, che il costo di un impiegato postale è circa la metà di quello di uno sportellista bancario con mansioni analoghe (e non li paga lui ...Ndr). L'unico dettaglio che stona è che Mediolanum è una banca di proprietà del premier e che il ministero delle comunicazioni è l'autorità regolatrice dell'attività di Poste spa, un'impresa a totale partecipazione pubblica.
L'intera operazione, secondo un'interrogazione del ds Giorgio Panattoni, è stata pilotata da Massimo Sarmi, vicino ad an, e dal ministro Maurizio Gasparri (vicino a? ... Ndr), e rientra in una strisciante privatizzazione di Poste spa che verrà quotata in Borsa.
da L'Espresso
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Claudio Rinaldi
Tremonti ha visto un mostro: l'euro
Il ministro non ha centrato nessuno degli obiettivi chiave. Ed è sempre alla ricerca di alibi ai propri flop
Cesare Previti, preclaro esperto di capitalismo, dà la linea: quella dell'euro, assicura, è un''emergenza spaventosa'. Giulio Tremonti, forse un po' meno brillante ma pur sempre ministro dell'Economia, si accoda: per lui la moneta unica è 'un disastro'. La consonanza fra i due pensatori è totale, e dà il tono all'intera stagione politica che si apre. Nella Casa delle libertà infatti tutti litigano con tutti su tutto, però la denigrazione spicciola dell'euro raccoglie consensi pressoché unanimi.
Per alcuni, da Umberto Bossi in giù, essa non è che un dare voce all'Italietta delle paure, disposta a barricarsi dietro qualsiasi pregiudizio pur di fuggire le sfide della modernità. Altri moltiplicano gli attacchi all'euro nella convinzione di effettuare così un'astuta manovra di Palazzo. Nel merito tuttavia le accuse della destra appaiono infondate, e non soltanto al capo dello Stato.
Il primo argomento è che l'eccessiva forza dell'euro ha soffocato le esportazioni italiane, sabotando la ripresa economica; ma c'era stagnazione anche durante la lunga fase dell'euro debole, né risulta che nel resto del Continente i paesi non aderenti all'euro abbiano messo a segno chissà quali performance. Il secondo argomento è che l'euro ha causato un'impennata dell'inflazione; in nessun altro angolo d'Europa, però, si è verificato un simile fenomeno, mentre è noto che una lira condannata a reiterate svalutazioni avrebbe, quella sì, provocato un generale aumento dei prezzi.
Il vero effetto della nuova moneta è stato al contrario il taglio dei tassi di interesse, a beneficio sia delle imprese sia delle famiglie. Se l'euro fosse una sciagura, del resto, i Previti e i Tremonti non esiterebbero a progettare il revival della 'cara vecchia lira'. Ma non lo fanno, essendosi limitati a gestire il passaggio all'euro in modo svogliato e dilettantistico: prima la stupidaggine del cosiddetto euroconvertitore, inutile per i cittadini e costoso per lo Stato, poi la folcloristica proposta di sostituire le monetine da un euro con banconote.
Perché, nonostante l'evidente fragilità, la destra insiste nella campagna anti-euro con tanta pervicacia? Anzitutto, un'avversione istintiva non è propria del solo Bossi: a un certo populismo casereccio dà fastidio tutto ciò che può unire l'Europa, tanto più se richiedendo un minimo di rigore finanziario impedisce di largheggiare in promesse mirabolanti. C'è poi un calcolo di bottega, ovvio ma non per questo meno squallido, secondo il quale dell'euro conviene dire peste e corna per il solo fatto che fu l'Ulivo a volere che l'Italia vi aderisse. Eppure la ragione di fondo è un'altra, e rimanda alla persistente incapacità del governo di propiziare un qualche miglioramento della situazione economica.
Conti alla mano, finora Tremonti non ha centrato nessuno dei suoi obiettivi chiave: non la crescita, non l'abbattimento della pressione fiscale, non il dimezzamento del tasso di disoccupazione incautamente garantito. Soprattutto ha fallito la missione più importante, ricreare fra gli operatori e i consumatori un clima di fiducia. Inchiodato a un bilancio così negativo, il ministro non ha saputo far altro che inventarsi una serie di capri espiatori ai quali attribuire la colpa dei propri flop.
Ecco già in avvio di legislatura la denuncia di un fantomatico buco aperto dai governi di centro-sinistra nei conti dello Stato; poi nell'ordine gli attentati dell'11 settembre 2001, la Cgil scesa in piazza, la concorrenza sleale della Cina... Fino all'estremo alibi, il presunto tradimento dei risparmiatori a opera della Banca d'Italia. Ma nella galleria artificiale dei mostri il posto d'onore viene riservato all'euro, perché è l'unica di quelle terribili realtà che ogni giorno venga sperimentata in concreto da tutti i cittadini. Quando non è bersaglio di calunnie esplicite, perciò, la moneta europea si perde nel silenzio più sprezzante: non si ricorda una sola volta in cui Silvio Berlusconi si sia espresso in termini di euro anziché di lire.
Coltivato con la massima cura, l'odio per l'euro non teme di apparire sciocco o oscurantistico. Si esibisce senza remore. È fiero di sé, della propria supposta efficacia demagogica. In questo cinico sfoggio di umori beceri si riconosce l'essenza stessa del berlusconismo, una politica e una cultura che di proposito trascurano ogni esigenza di credibilità o scrupolo tecnico-professionale pur di catturare simpatie a buon mercato nei settori più arretrati della società. Il trucco può anche avere successo, vista la pigrizia con cui l'Ulivo cerca di smascherarlo. Ma il risultato è, al solito, un'Italia abbacinata, che continua allegramente a impoverirsi senza nemmeno capire perché. espressonline.it
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Prodi: chi doveva controllare non l’ha fatto
di Sergio Sergi
DAL CORRISPONDENTE
BRUXELLES. S’è anche tolto, come si dice, uno sfizio, il presidente della Commissione, Romano Prodi. Ha letto i dispacci col nuovo attacco di Berlusconi alla moneta degli italiani, e dei cittadini di altri undici paesi europei, e ha fatto subito una corsa negli archivi elettronici. Ha digitato le parole Berlusconi ed euro e guardate cosa ne è venuto fuori: tutta la verità sull’euro secondo, nientemeno, il giudizio del presidente del Consiglio italiano. L’euro? Il 25 novembre del 1998 Berlusconi, che era all’opposizione, si vantò dell’avvenuto ingresso dell’Italia nell’Unione monetaria: «Un bel po’ di merito – disse – ce l’abbiamo anche noi». Poi, il 26 novembre 2001, tornato al governo, aggiunse: «Le premesse di una lunga stabilità adesso ci sono. Diamo il benvenuto alla nuova moneta, un’idea straordinaria che è diventata realtà. Con l’euro, è stato bandito il peccato monetario. La moneta unica innesca un circolo virtuoso che dovrà trovare concordi la politica e l’economia». Meno di due mesi dopo, il 14 gennaio 2002, quando l’euro era in circolazione da due settimane, si proclamò «euroentusiasta» prevedendo che la moneta unica sarebbe diventata una «divisa forte con grande avvenire». Infine, il giorno dopo, il 15 gennaio, si produsse in una lunga spiegazione sul rapporto tra euro e controllo dei prezzi. Si tratta della citazione forse più interessante.
Dunque, il 15 gennaio di due anni fa, il presidente del Consiglio italiano assicurò il Paese che il suo governo si sarebbe curato, si stava curando, di monitorare i prezzi per evitare sussulti a causa del “change over”, il passaggio dalla lira all’euro. Ecco cosa è andato a ripescare Prodi dai discorsi di Berlusconi. Il tema: controllo dei prezzi. «Ne ho parlato con il ministro per le Attività produttive (Antonio Marzano, ndr.) che sta tenendo sotto controllo questo aspetto – fece sapere il capo del governo di centro destra – il ministro mi ha assicurato che l’euro avrà un impatto molto limitato sui prezzi che non metterà assolutamente in discussione il nostro obiettivo di riportare l’inflazione intorno al 2% a fine anno (il tasso d’inflazione, a dicembre 2003, è stato dello 2,5%, ndr.)». Berlusconi riferì anche che Marzano aveva stimato nello 0,2% la ricaduta dell’euro sul tasso d’inflazione, insomma una piccola e fisiologica conseguenza del cambio di moneta, come da manuale. La promessa finale fu, in ogni caso, tassativa: «Il ministro (sempre Marzano, ndr.) tiene sotto controllo lo sviluppo di tutti i prezzi (tutti, ndr.) con un monitoraggio assiduo». Come è finita, se ne stanno accorgendo i cittadini italiani. Che, ha ricordato con la sua nota Prodi, sono praticamente gli unici della zona euro a trovarsi in questa condizione.
Il presidente della Commissione si è chiesto: cosa ha fatto cambiare idea al presidente Berlusconi? Il problema vero è che «chi doveva controllare l’aumento dei prezzi non lo ha fatto, chi doveva garantire che al bar un bicchiere d’acqua non passasse da 500 lire a 0,50 euro e non l’ha fatto». Prodi invita alla serietà. Ha ricordato che sino a qualche settimana fa, il governo italiano addebitava il cosiddetto “buco” nel bilancio dello Stato ai governi precedenti. Adesso «appurato che non sussisteva» se la stanno prendendo con l’euro. Prodi è tornato a ripetere ciò che ha già detto: «In nessun Paese, Italia esclusa, l’aumento dei prezzi si è accompagnato ad una bassa crescita. C’è la Grecia ma l’aumento dei prezzi è avvenuto in un contesto di crescita». Quanto ai rimanenti dieci paesi dell’Eurogruppo, gli aumenti registrati sono stati “limitati e specifici”. Dunque esiste un “caso italiano”. E sotto gli occhi di tutti.
Il presidente della Commissione ha domandato ancora: «Sono ormai passati due anni e un mese dall’introduzione dell’euro e gli aumenti dei prezzi in Italia continuano ad essere superiori alla media europea. Sino a quando sarà tutta colpa dell’euro?». L’interrogativo attende una risposta. Insieme ad altre riflessioni. Per esempio: perché non si dice cosa sarebbe stata l’Italia senza l’euro, tagliata fuori dall’unione economica e monetaria? Prodi ha fatto qualche esempio: l’abbassamento dei tassi d’interesse che (come ha detto ieri anche il presidente della Repubblica che, da ministro del Tesoro trattò abilmente l’ingresso della lira, prima nello Sme e poi nell’eurozona) ha permesso a svariati cittadini italiani di contrarre muti per l’acquisto della prima casa. Oppure: come potrebbe il Tesoro, se fossimo fuori dall’euro, pagare gli altissimi tassi d’interesse sul debito pubblico? Quale sarebbe stato sull’economia italiana l’impatto della guerra in Irak, esclusi dallo scudo di protezione dell’euro? Dove sarebbe andata a sbattere la lira nel pieno dello scandalo Parmalat, senza alcuna stabilità garantita, questa sì, dalla presenza della moneta europea? In serata è arrivata la risposta. L’ha fornita uno tra i più competenti, il ministro delle Politiche comunitarie, Rocco Buttiglione. Ha detto, in successione, che l’euro «ha portato stabilità, ha garantito tassi d’interesse che permettono ai cittadini di pagare la casa e allo Stato di pagare il debito pubblico». Senza l’euro, ha aggiunto il ministro, avremmo avuto «tassi più alti, maggiore inflazione, meno competitività delle imprese». Poi passa all’autocritica: «Non siamo riusciti a ottenere che il passaggio dai vecchi prezzi in lire ai nuovi in euro non portasse danni a scapito dei consumatori, visto che molti hanno tradotto un euro al valore di mille lire». Viva la faccia. Ora che farà l’on. Buttiglione? Si dimette lui o chiederà le dimissioni di Berlusconi?
Berlusconi contro l'euro e Prodi. Ma Ciampi lo smentisce
di Marcella Ciarnelli
All’attacco. La campagna elettorale è cominciata. Silvio Berlusconi, tornato a Palazzo Chigi dopo il «tagliando», fa capire fin dalle prime battute quale sarà il tormentone dei prossimi mesi. A testa bassa contro la sinistra e contro Prodi colpevole, a suo giudizio, della nuova povertà degli italiani perchè ha voluto con forza l’introduzione dell’euro il premier ha approfittato di una confrenza stampa sulla cosiddetta riforma scolastica per togliere la scena a Letizia Moratti e andare all’attacco dell’avversario che prima si comincia e meglio è.
Sbraita il presidente del Consiglio rinnovato. Parla di «colossali menzogne» della sinistra, di media che «fanno disinformazia» e non trattano il suo governo con i guanti bianchi, come fanno con il Quirinale e i presidenti di Senato e Camera sulle cui parole non vengono ricercati commenti ma anzi, assecondano le bugie dell’opposizione dando molto più spazio alle manifestazioni contro che a tutte le cose buone che lui sta facendo. Dando così la dimostrazione, se ce ne fosse bisogno, che non è vero che lui controlla tutta l’informazione in Italia «un’altra assoluta, totale, colossale menzogna».
Senza timore di vedersi crescere il naso, Berlusconi ha tessuto le lodi della pericolosa riforma Moratti «purtroppo silenziosa» dice il premier ma certamente dannosa. «La sinistra ha preso bambini di cinque, sei anni e gli ha messo in mano dei cartelli che evidentemente non erano stati scritti da loro e li ha portati in piazza. È una cosa di cui dovrebbero vergognarsi. Hanno ingannato non solo l’opinione pubblica ma anche i loro stessi figli». Continua, insomma, l’uso improprio dei bambini da parte dei comunisti. O li mangiano o li fanno marciare. E lui, cuore sensibile, questo non lo può proprio sopportare.
Cosa aspettarsi, d’altra parte, da chi usa metodi paragonabili solo a quelli di Goebbels, ministro di Hitler, per cui «una menzogna ripetuta milioni di volte diventa una verità» e che ha fondato sulle bugie l’attacco all’avversario?
Il premier dunque si dichiara vittima della cultura della menzogna di cui sono portatori i suoi avversari. Se si parla di scuola. Se si parla di informazione, se si parla di riforme, se si parla dei suoi rapporti con gli alleati di governo. Di qualunque cosa si parli lui dice la verità e gli altri mentono. In pieno delirio di potenza si è lamentato del trattamento diverso, «anomalo» che a lui i media riservano rispetto al presidente della repubblica, ovviamente glissando sul fatto che quando lui decide di dilagare con la conferenza stamap di fine anno non c’è palinsesto che tenga. Ma iniste. «Non è possibile che quando parla Ciampi, ma anche Pera e Casini, non si cerchino reazioni in tutti i settori della politica e ciò non accada con il presidente del Consiglio che ha il ruolo di governare l’Italia». Parlo io «e arriva una serie di interventi della sinistra che mi contraddicono senza argomentare». Non è giusto. Bisogna parlarsi tra pari grado. «La dialettica politica può esserci tra i rappresentanti dei partiti di maggioranza e di opposizione». Lui sta ad un piano più su e non vuole più essere criticato. «Non si può ancora andare avanti in questa direzione».
Così come non è possibile che ogni volta che lui parla di euro interviene Romano Prodi. «Io parlo, dico che possiamo farcela e chi replica? Prodi, poi Fassino che sostiene che l’Italia di cui parlo sta solo nella mia mente. Ma checché ne dica il presidente della commissione europea è l’euro, introdotto senza adeguati studi e trattative che fa lievitare i prezzi». Questa per il premier non è una menzogna, è sotto gli occhi di tutti. «L’euro è stato percepito come le vecchie mille lire», specialmente dai piccoli commercianti. Colpa di chi lo ha voluto. Sul mancato controllo del suo governo neanche una parola.
E visto che si trova ce n’è anche per i suoi alleati che continuano a pretendere la verifica e non gli consentono di arrivare questa mattina alla convention per i dieci anni di Forza Italia potendo sbandierare una reale coesione della coalizione. Parlano troppo. «Con le agenzie invece che con me che ho sempre la porta aperta» si lamenta il premier che non ha «i poteri di Blair e di Aznar» e che «per la debolezza del sistema» è già un miracolo se si «riesce ad arrivare alla fine della legislatura» con questi partiti con pochi voti che vogliono contare come il suo.«non è colpa mia se Forza Italia ha il 60 per cento dei voti della coalizione. È una realtà» ribadisce il premier. E se nessuno vanta i meriti del suo governo, Berlusconi provvede da solo «come faceva mia zia Marina guardandosi allo specchio».
L’altolà di Ciampi: euro decisivo
di Vincenzo Vasile
Botta e risposta. A distanza di quattro ore. Sul filo, ormai in quotidiana tensione, tra palazzo Chigi e il Quirinale. E la metafora del «gelo», attualizzata dall’inusuale spolverata di neve che ieri ha imbiancato Roma, non rende, invece, la temperatura – in verità caldissima - del conflitto tra Ciampi e Berlusconi. Il quale ha appena finito di accusare la moneta unica di essere all’origine dell’aumento dei prezzi e dei guai dell’economia italiana, che viene messo in riga con una replica senza sconti dal presidente della Repubblica. «L’euro – risponde Ciampi, uscendo in parte dai binari del testo preconfezionato di un discorso rivolto a un pubblico di studenti, al Quirinale, presenti Dini, Flick e la Moratti – è momento decisivo per la stabilità monetaria». Insomma, tutto l’opposto della «verità assoluta» che secondo Berlusconi accomunerebbe per effetto dell’euro, in un unico sussulto dei prezzi, i paesi dell’Europa. La stabilità monetaria, al contrario, secondo Ciampi «è condizione essenziale per una crescita duratura». E di essa - sì, di essa - «abbiamo bisogno, sicché il cittadino avverta il benessere, si renda conto di un reddito che aumenta. Nel ristagno tutto diventa più difficile».
Non una parola, invece, sulla battuta acidula con cui Berlusconi ha reclamato parità di trattamento mediatico con Ciampi: perché a quest’ultimo viene dato credito quando chiede fiducia, e a me no?, s’è spinto fino a chiedersi. Perché fiducia a Ciampi? La risposta quirinalizia viene elegantemente lasciata alle cose: alla distanza siderale tra le due personalità, all’assoluta mancanza di autorevolezza istituzionale del premier, e al ruolo di alta garanzia del presidente. Nel Salone dei corazzieri gremito di ragazzi non c’è bisogno di essere addetti ai lavori per capire che quelle parole di Ciampi rappresentano un’interlocuzione di tono netto e severo proprio al premier.
Ciampi aggiunge anche qualche frase esplicativa, in tono quasi didascalico, e fa capire quanto poco abbia gradito il tentativo di scaricare sul versante della costruzione europea le difficoltà e gli errori della politica economica del governo: il processo di integrazione dell’Europa, ricorda, «ha coinciso con un avanzamento dell’Italia». E , del resto, «dalla firma del trattato di Maastricht gli italiani non sono stati più penalizzati in termini di costo del denaro».
Qualche esempio? Con piglio professorale il presidente, solo apparentemente rivolto ai ragazzi, cerca di sciogliere qualche asperità del gergo tecnicistico, e sostiene che ciò vale sia per i grandi investitori, sia «per i piccoli prenditori di credito come gli artigiani, i commercianti, i prenditori di piccoli mutui per comprare la prima casa, per i quali prima si pagavano tra i quattro e i cinque punti percentuali in più rispetto agli altri paesi». Esempi facili, che i ragazzi, se vogliono, possono verificare, insomma, in famiglia. Il fatto è che «l’inflazione e il disavanzo della finanza pubblici sono stati riportati sotto controllo». Un ricordo, anche, tra il personale e l’istituzionale: «Quando divenni governatore della Banca d’Italia l’inflazione era superiore al 20 per cento, e per portarla a una cifra ci vollero otto anni».
Amareggiato per l’attacco propagandistico che Berlusconi ha inferto a un caposaldo della costruzione europea, Ciampi si diffonde sulle prospettive dell’integrazione. Per carità di patria non fa cenno al fallimento del semestre di presidenza italiano, guarda al futuro: gli egoismi nazionali, avverte, non devono frenare l’integrazione. Valorizza l’esperienza dei paesi fondatori, quelli che Berlusconi durante il suo “semestre” ha snobbato mentre Ciampi si dava da fare inondando di lettere e messaggi le altre presidenze europee. E fa capire ancora una volta che una ripresa di iniziativa di un gruppo ristretto potrebbe essere lo strumento per salvare l’Europa dalle secche in cui si è impantanata. Il presidente usa la metafora del treno, per farsi capire dagli studenti, e forse non solo da essi: «L'Europa è come un treno partito con la locomotiva e sei vagoni. Di vagoni, se ne sono via via aggiunti diversi altri, ma la locomotiva è stata solo revisionata. Ecco, se non vogliamo che il convoglio si fermi in aperta campagna, bisogna dare all’Unione europea una locomotiva in grado di trascinare l’intero convoglio». A patto di non azionare – è sottinteso – il freno d’emergenza come si sta facendo, a fini di propaganda, dal vagone italiano.
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Con GarageBand, diventa canzone un esagitato discorso di Howard Dean
di Massimo Cavallini
Nata in Internet, la candidatura presidenziale di Howard Dean – l’ex governatore del Vermont che, fino a pochi giorni fa, era giudicato il “front runner” delle primarie democratiche – potrebbe trovare in Internet la sua morte, seppellita sotto la classica risata. È accaduto infatti che, sorprendentemente battuto nella prima prova dei caucuses dello Iowa dal senatore del Massachusetts John Kerry, Howard Dean ha pronunciato o, più esattamente, gridato un discorso nel quale, con toni assai esagitati, è andato elencando le tappe della sua prossima “vendetta”. Vale a dire: la sua trionfale vittoria in tutti gli altri 49 Stati dell’Unione.
Giudicato da più o meno tutti gli osservatori come decisamente sopra le righe – nonché come una prova della scarsa “presidenzialità” del candidato – quel discorso è ora riapparso con evidenti intenti satirici in almeno un paio di siti Internet (http://barlowfarms.com/howarddean.mp3 e http://homepage.mac.com/lileks/.Public/Yeagh.mp3) in forma di canzone “hard” in format mp3. Prima della sconfitta in Iowa – e prima di quel discorso ormai diventato una burla cyberspaziale – Howard Dean era riuscito nella straordinaria impresa di raccogliere, utilizzando quasi esclusivamente Internet, un’inusitata quantità di consensi e di fondi partendo proprio dalla sua ferma opposizione alla guerra in Iraq. Sembrava imbattibile, ma – come in una comica finale – ha finito per scivolare, con effetti forse fatali, sulla prima vera buccia di banana. Ed ora, in un repentino cambio di fortuna, anche Internet lo sta abbandonando.
Inutile sottolinearlo: i brani musicali in mp3 sono stati realizzati con il soft GarageBand, della Apple.
unita.it
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GLI ITALIANI E LA POLITICA Nei sondaggi il giudizio sempre più negativo su Berlusconi e il governo
Qualcosa sta cambiando
Gli italiani hanno sempre meno fiducia nella politica e la delusione sull’operato del governo di centrodestra non accenna a diminuire. D’altro canto, la proposta della lista unitaria avanzata da Romano Prodi rappresenta un punto di svolta: trova un terreno fertile tra gli elettori di centrosinistra e può arrivare a mettere in discussione l’attuale sistema dei partiti. Sono questi gli elementi più importanti che spingono a prevedere il mutamento: il dato complessivo sugli orientamenti di voto vede un ribaltamento significativo rispetto alle elezioni del 2001.
di PAOLO NATALE*
Il clima politico-elettorale degli ultimi mesi è stato demarcato, tra gli altri, da due significativi elementi: il primo è legato alla proposta della lista unitaria avanzata da Prodi; il secondo al deciso incremento della sfiducia nella classe politica italiana in generale e in quella di governo in particolare.
Questi elementi si accompagnano ad un’ormai stabile tendenza, da parte degli elettori, a ritenere perdente la coalizione di centrodestra, in una ipotetica competizione elettorale.
Il trend di segno negativo che ha informato di sé il recente rapporto tra cittadini e rappresentanti di governo è stato così evidente da preoccupare esplicitamente anche le stesse forze di maggioranza. Le dichiarazioni conflittuali dei suoi leader, le perplessità sulla capacità del capo del governo di mantenere unita la coalizione, alcuni interventi legislativi di dubbia popolarità hanno costantemente eroso la fiducia degli italiani nei confronti dei suoi governanti.
Risulta evidente dai dati presentati come l’anno appena trascorso abbia rappresentato per l’esecutivo guidato da Berlusconi un periodo particolarmente infelice: i giudizi positivi sull’operato del governo, che già nel 2002 si erano visti superare da quelli negativi, sono scesi ormai stabilmente sotto la soglia del 45%, tra coloro che si pronunciano. E, quel che è forse peggio, una parte signi ficativa di queste critiche proviene proprio dagli elettori che nel 2001 avevano votato per la Casa delle libertà (il 27% di loro esprime infatti un giudizio negativo) e perfi- no da quelli che la voterebbero oggi (il 22%).
Accanto al comprensibile plebiscito antigovernativo degli elettori di centrosinistra e di Rifondazione (con quote intorno al 90%), deve destare infine ulteriore preoccupazione per il governo in carica l’atteggiamento dell’elettorato meno schierato politicamente, potenziale serbatoio di consensi futuri: l’area degli incerti e del non-voto registra un livello di apprezzamento molto basso (il 10% circa), contro una quota intorno ai due terzi che giudica negativamente l’operato del governo di centrodestra (i dati completi sono riportatisi sul sito www.polena.net).
Segnali importanti, che da anni (anche per i precedenti governi) dipingono uno scenario problematico nel rapporto tra gli elettori e i propri rappresentanti, come testimoniano i giudizi espressi in numerose ricerche approfondite sulla disaffezione nei confronti della politica.
Eppure, pur in presenza di valutazioni così negative, anche nei confronti della propria parte politica, gli elettori restano in maggioranza fedeli alle precedenti scelte di campo: è questo il fenomeno della cosiddetta “fedeltà leggera”, una fedeltà certamente più “blanda” rispetto alle appartenenze forti del passato ma che, ciononostante, provoca un costante effetto di impermeabilità tra i due elettorati di centrosinistra e di centrodestra. Sia nel comportamento che negli orientamenti di voto.
Ci aspetteremmo cioè che, a fronte di livelli di soddisfazione così bassi, gli intervistati manifestino una disaffezione anche elettorale molto più marcata nei confronti della propria coalizione di riferimento. Ora, è pur vero che assistiamo negli ultimi mesi ad alcune dichiarazioni di possibile defezione; ma si tratta di quote sicuramente minoritarie, rispetto all’elevata percentuale di chi manifesta invece giudizi di fondo negativi sull’operato della propria parte politica.
Tra i principali partiti delle due aree politiche, la quota di coloro che dichiarano di voler passare alla parte avversa (i “traditori”) è certamente minoritaria: si va da un minino del 2% tra i partiti più di sinistra a un massimo del 7% tra alcuni del centrodestra (gli elettori dell’Udc rappresentano forse, parzialmente, l’unica eccezione). E stiamo oltretutto analizzando soltanto dichiarazioni di voto potenziali, a metà legislatura, che potrebbero poi non tramutarsi in effettivi comportamenti di infedeltà nei confronti della propria coalizione.
Ci troviamo quindi in presenza di una realtà che si modi fica, se si modifica, molto lentamente: non basta essere coscienti che l’operato della propria parte politica sia largamente deficitario, per far maturare un’opzione defezionista nei loro confronti. Non è sufficiente che il comportamento del governo (o dell’opposizione) siano valutati negativamente, per cambiare orizzonte di riferimento. Resta comunque aperta una qualche disponibilità nei loro confronti, un margine di fiducia che può riattivare una possibile scelta di voto: se si “tiene” al centrodestra o al centrosinistra, anche se delusi dalle loro politiche, si rimane nella medesima orbita di riferimento. Al limite non si va a votare, come è accaduto nelle più recenti elezioni amministrative in numerose situazioni.
Le opzioni politiche passate sembrano restare in qualche modo inamovibili; chi ha scelto una delle due coalizioni difficilmente si muoverà dall’altra parte. Anche la fiducia nella propria coalizione, seppur leggera, rimane solida e costante, come la fedeltà di voto.
Certo, considerando tutti gli elettori (e non soltanto quelli vicini alle due principali coalizioni), si possono scorgere segnali di mutamento. Come già per l’indicatore chiamato winner (la prefigurazione cioè del futuro vincitore da parte degli elettori), anche il dato complessivo sugli orientamenti di voto nel maggioritario e nel proporzionale (come somma dei partiti) vede un ribaltamento significativo rispetto alle elezioni dei 2001.
Come appare evidente, nell’ultimo periodo analizzato si incrementa il distacco tra le due coalizioni: la percentuale di elettori che dichiara di voler votare centrosinistra supera ormai di oltre 10 punti (nel maggioritario) e di 5 punti (nel proporzionale) quella degli elettori di centrodestra. Ma anche in questo caso la vera differenza, il vero ago della bilancia risiede nelle mani di coloro che nel 2001 si erano astenuti o avevano votato una delle cosiddette terze forze in campo.
Spetta proprio a loro, probabilmente i cittadini meno interessati alla politica e più marginali, che nelle consultazioni nazionali valutano di volta in volta se recarsi alle urne o meno, decidere nel futuro le sorti elettorali del nostro paese.
Abbiamo detto che il secondo fatto saliente dell’ultimo periodo è stata la proposta del presidente della Commissione europea, formulata nei primi giorni di luglio: essa non soltanto ha accompagnato il dibattito politico degli ultimi mesi, ma ha rappresentato una sorta di punto di svolta nelle relazioni tra i partiti interni all’area di centrosinistra.
A livello politico, l’idea di una lista unitaria è stata finora fatta propria, da una parte, dal cosiddetto Triciclo (Ds, Margherita e Sdi), e dall’altra dal cosiddetto Trenino (Di Pietro con Occhetto e alcuni esponenti dei Girotondi). E già si è assistito, tra le varie forze partitiche che fanno riferimento al centrosinistra, ai prodromi di piccoli scontri, per ora soltanto verbali, legati unicamente a dichiarazioni di intenti.
Che di fatto potrebbero riattivare la litigiosità dei partiti del centrosinistra, ultimamente un po’ sopita dalla comune battaglia antiberlusconiana. Con la conseguenza di diminuire l’appeal di questa possibile scelta unitaria.
Perché, come hanno mostrato ampiamente anche alcune indagini pubblicate su quotidiani e periodici (in particolare quelle realizzate da Diamanti e da chi scrive), la proposta di Prodi sembra trovare un terreno molto fertile tra gli elettori di centrosinistra, che già pensano, in misura maggiore rispetto a quelli di centrodestra, in termini di coalizione e non di partiti. E sembra inoltre poter fare da catalizzatore per quei cittadini indecisi, o delusi, che aspettano segnali di proposte politiche alternative a quelle attuali.
Le preferenze per la lista unitaria, rispetto all’abituale scelta partitica, sono nettamente più elevate non solo all’interno dell’elettorato di centrosinistra (60 punti contro 16), ma almeno doppie anche tra gli altri raggruppamenti, in particolare tra coloro che sono indecisi su chi votare o se andare a votare.
Perché dunque la proposta avanzata da Prodi è un segnale importante per l’area di centrosinistra e, forse, può arrivare a mettere in discussione l’attuale sistema dei partiti in Italia? Fondamentalmente per tre ragioni. Prima di tutto perché sembra rispondere a un desiderio crescente dei cittadini di semplificazione della vita politica, dove i veti incrociati dei diversi partiti, sia nell’area di governo che in quella di opposizione, paralizzano di fatto qualsiasi ipotesi di rapida evoluzione e trasformazione sociale. In secondo luogo perché questa lista non viene vissuta come fittizia, ma appare congruente con un’idea “ulivista” sempre più radicata nell’elettorato di centrosinistra.
Infine, perché l’appeal di una lista unitaria non solo si estende agli elettorati già di parte, ma sembra far presa, nella sua speranza di rinnovamento, anche in quella fascia di elettori sempre meno interessata alle attuali modalità della competizione elettorale, la cui fiducia nella classe politica è in continuo calo, che non trova identificazioni soddisfacenti o plausibili in nessuna proposta politica.
La buona accoglienza della proposta di Prodi è forse il punto di partenza di un nuovo modo di intendere la politica, in cui si privilegia un progetto comune, anziché enfatizzare le differenze interne. Ma la rinnovata litigiosità tra i possibili partecipanti a questo progetto rischia di rovinare sul nascere la buona disposizione mostrata nei suoi confronti, tra gli elettori maggiormente scontenti di questo governo.
Un patrimonio “potenziale” che è opportuno cercare di non disperdere fin dal principio: qualcosa sta cambiando, forse, nella testa dei cittadini delusi dalle promesse, ma ben più arduo è trasformare questa delusione in una defi- nitiva conversione.
* università di Milano
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Dal casoKelly alle tasse universitarie, le ventiquattr’ore più lunghe di Blair
di LAZZARO PIETRAGNOLI da LONDRA
Tony Blair si prepara a sostenere le ventiquattrore più dure della sua carriera di primo ministro: martedì 27 gennaio affronterà infatti il voto del parlamento sulla contestata proposta di aumento delle tasse universitarie e mercoledì 28 dovrà confrontarsi, sempre in parlamento, con la pubblicazione del rapporto sul suicidio dello scienziato David Kelly, rilasciando una breve dichiarazione dopo che Hutton avrà esposto le sue conclusioni.
Poi, il 4 febbraio, i deputati discuteranno della questione e Blair sarà «impegnato a rispondere a tutte le domande rivoltegli», ha detto ieri Peter Hain, presidente della camera dei Comuni. Se la votazione di martedì rischia di essere la prima bocciatura in 7 anni per il governo laburista, il rapporto della commissione indipendente presieduta da Lord Hutton potrebbe essere l’epilogo de- finitivo dell’avventura politica di Blair.
Da mesi ormai la proposta del governo per la riforma del sistema di fi- nanziamento delle università è al centro dello scontro politico non tanto tra maggioranza e opposizione ma all’interno dello stesso partito laburista: più di 150 deputati della maggioranza infatti hanno sottoscritto una mozione critica nei confronti del piano governativo preannunciando la loro intenzione di votare contro la proposta. Il ministro dell’educazione ha incontrato più volte i firmatari di questa mozione per spiegare che si tratta di una proposta finalizzata a favorire l’accesso delle classi meno abbienti all’università, essendo previsto che le tasse siano pagate dallo stesso laureato solo quando avrà cominciato a percepire un proprio reddito.
Anche Blair ha voluto incontrare due giorni fa il gruppo parlamentare laburista, per provare in prima persona a convincere i ribelli, ma pare che la riunione sia servita soltanto ad alimentare le divisioni: prima ancora che nel merito, infatti, la contrarietà dei deputati è dettata dalla promessa del partito laburista di non introdurre nuove tasse. Un argomento rispetto al quale i margini di mediazione sono davvero molto pochi, soprattutto perché l’accusa di non aver rispettato gli impegni potrebbe essere utilizzata dal partito conservatore durante la prossima campagna elettorale. Proprio per questo si sono intensificate nei giorni scorsi le interviste del premier ai giornali e le sue partecipazioni agli show televisivi: Blair pensa che se riuscirà a convincere con il suo carisma e con la sua autorevolezza gli elettori inglesi, probabilmente anche l’opposizione interna comincerà a diminuire.
Purtroppo però in questo periodo sia la sua autorevolezza che il suo carisma sono notevolmente diminuiti: su Blair pesano infatti i sospetti per la morte dello scienziato David Kelly, a seguito delle rivelazioni diffuse dalla Bbc sulle presunte armi di distruzione di massa in possesso di Saddam Hussein. L’inchiesta della commissione Hutton deve fare chiarezza sul ruolo che hanno giocato il primo ministro, il ministro della difesa e i loro collaboratori nella diffusione pubblica del nome di Kelly come informatore della rete pubblica inglese.
Nei giorni precedenti l’inizio delle operazioni militari contro il regime di Saddam Hussein la principale rete televisiva inglese trasmise un servizio in cui si affermava che il governo aveva fatto pressioni sui servizi segreti affinché modi ficassero i rapporti delle loro ispezioni, inserendo la ormai famosa affermazione sulla possibilità dell’Iraq di utilizzare armi di distruzione di massa «in circa di 45 minuti».
Tony Blair ha sempre negato sia di aver fatto pressioni sui servizi segreti per modificare il rapporto, sia di aver rivelato pubblicamente il nome dell’informatore della Bbc. Ma le testimonianze in tal senso sono equivoche ed è più che probabile che vi siano state pressioni da parte del governo: l’inchiesta di Lord Hutton deve individuare le responsabilità dei funzionari e verificare se anche Blair e il ministro Hoon siano direttamente implicati in questa vicenda. Se dall’inchiesta condotta dal vecchio giudice dell’Alta Corte, sulla cui autonomia e indipendenza non vi sono dubbi, dovessero emergere responsabilità politiche, ovviamente il primo ministro sarebbe costretto a presentare le proprie dimissioni.
Blair sta affrontando la situazione con una calma e un distacco invidiabili, oltre che con la consueta grinta: come spesso accade nei periodi di difficoltà, egli esprime all’esterno tutta la sua convinzione, senza minimamente sembrare intimorito dai rischi che potrebbero derivare: «credo che sopravvivrò a queste sfi- de» ha detto qualche sera fa nel corso di una trasmissione televisiva. E ha aggiunto che l’affare Kelly è il tipico esempio di maldicenza: «Qualsiasi storia che voglia dimostrare un mio ruolo dietro le quinte è semplicemente falsa. Se qualcuno dice di avere le prove, ha anche il dovere di esibirle».
Questo atteggiamento sembra far parte di una strategia difensiva, che rischia però di rivelarsi controproducente: un recente sondaggio dimostra infatti che la metà degli elettori ritiene che Blair abbia mentito, una delle peggiori accuse per un politico nel mondo anglosassone.
Molto difficilmente gli inglesi sono disposti a cambiare idea prima delle prossime elezioni; ma il problema di Blair per ora è sopravvivere alla prossima settimana.
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L'Italia dei Valori pronta per la tornata elettorale
Cari amici,
si e' felicemente concluso ieri un lungo braccio di ferro
che contrapponeva noi dell'Italia dei Valori a coloro che ponevano assurdi
e irrazionali veti alla nostra partecipazione alle prossime elezioni europee
in uno spirito unitario con gli altri partiti del centrosinistra. La
"quadratura del cerchio" e' stata possibile anche grazie all'opera di
mediazione e di ricucitura portata avanti dai Girotondi e dei Movimenti che
hanno dato vita alla convention dello scorso 10 e 11 gennaio a Roma ed
all'opera di convincimento di Achille Occhetto.
Per meglio spiegare cosa e' successo bisogna partire da una
premessa di chiarezza e di schieramento: l'Italia dei Valori e' una forza
politica che - dopo attente riflessioni - ha deciso di stare e voler restare
all'interno del centro sinistra per le seguenti specifiche ragioni:
1. accettiamo pienamente lo spirito bipolare delle moderne democrazie
parlamentari rappresentate su base maggioritaria, spirito che impone delle
scelte nette: o stai da un parte o stai dall'altra;
2. preferiamo dialogare (e se necessario discutere animatamente) con il
centro sinistra sia perché dall'altra parte c'e' una larga fetta di classe
dirigente da cui e' meglio stare alla larga, sia - soprattutto - perché da
questa parte v'e' un'azione politica comunque più attenta alla tutela dei
diritti delle persone, alla difesa dei più deboli, alla realizzazione di uno
stato sociale più solidale e più avanzato;
3. vogliamo appoggiare il centro sinistra per le prossime elezioni
politiche nazionali "a prescindere": vale a dire che lo faremo prima ancora
di sederci sul tavolo delle trattative politiche elettorali. Ciò perché
riteniamo prioritario, per la democrazia, liberare al più presto il paese
dall' anomalia berlusconiana (che noi consideriamo l'anticamera di un regime
totalitario).
Ciò premesso, si tratta ora di vedere quale possa essere il nostro ruolo
all'interno della coalizione giacché, da più parti, siamo stati per troppo
tempo percepiti come un "problema", invece di quel che vorremmo essere: una
"risorsa". Ci hanno rimproverato in particolare di essere "giustizialisti",
populisti e massimalisti; viceversa di non essere riformisti. Ma e' vero
tutto ciò ? Certo, noi sulla questione morale e sulla difesa della legalità
non transigiamo (il nostro impegno concreto per far abrogare con un
referendum il famigerato lodo Schifani lo sta a dimostrare ). Sì, sui temi
della legalità siamo intransigenti e non vogliamo scendere a nessun
compromesso, neanche se a chiedercelo fossero gli amici del centrosinistra
(è per questa ragione che abbiamo espresso forti critiche alle mancate
riforme sulla giustizia nella scorsa legislatura). Ma questo, per una
coalizione progressista che s'ispira al rispetto delle regole e della
deontologia politica, e' un difetto o un pregio? Non deve essere questo un
impegno primario per una coalizione che vuole e deve differenziarsi dal
"centrodestra berlusconiano" proprio sui valori della legalità?
Ciononostante siamo stati spesso così bistrattati che addirittura non siamo
stati ammessi nemmeno a partecipare alla costituenda lista unitaria voluta
da Romano Prodi e rilanciata dai Girotondi lo scorso 11 gennaio. Il che -
come poi si e' visto - non e' di per sé un gran guaio (salvo l'umiliazione
personale che abbiamo dovuto subire) ed anzi potrebbe essere addirittura un
vantaggio per la coalizione (come auspicato da tutti i partecipanti all'
"incontro di pacificazione" fra l'Italia dei Valori e gli amici della "lista
unitaria" promosso dai Girotondi e andato a buon fine) atteso che - per le
elezioni europee - vige il sistema elettorale "proporzionale puro", sistema
che non mette assolutamente in discussione la forza e l'unita' della
coalizione). Questa "ulteriore lista" che ci accingiamo a varare, quindi,
avviene in accordo con gli altri partiti del centrosinistra (che ce lo hanno
addirittura espressamente richiesto) e non in contrapposizione ad essi.
Insomma finalmente noi dell'Italia dei Valori non veniamo piu' considerati
un problema ma una risorsa! Certo, avremmo preferito partecipare da subito
all'esperienza della Lista unitaria ma, atteso il veto persistente nei
nostri confronti, bisognava arrivare ad una soluzione di responsabilità per
evitare di spaccare la coalizione e renderci tutti meno credibili all'
elettorato in un momento di estremo bisogno di unitarietà per battere il
Governo di Berlusconi. Insomma vi e' stato da parte nostra un gesto di
maturità politica e spero che ciò venga compreso e ricompensato dagli
elettori.
Il nostro impegno, ora - in vista della prossima competizione elettorale
europea - e' di coinvolgere anche la società civile (e per essa tutto il
vasto e variegato mondo dei movimenti, girotondi, associazioni, portatori di
interessi diffusi, personalità illustri e cittadini comuni) per contribuire
a dar vita a quella che Achille Occhetto ha rilanciato come "Costituente per
un nuovo Ulivo", da cui scaturisca innanzi tutto un programma di Governo
(italiano ed europeo) comune e condiviso e poi - solo poi - l'individuazione
(collegiale e corale e non per grazia ricevuta) dei migliori candidati per
raggiungere gli obbiettivi prefissati.
Per questo abbiamo dato esplicito mandato a taluni rappresentanti dei
Girotondi e dei Movimenti di varare una sorta di "primarie online"
(www.italiadeivalori.it) per permettere, a chiunque ne abbia voglia, di
indicare il candidato preferito da inserire nelle liste. Noi da parte nostra
ci impegniamo ad inserire nella nostra Lista fino al 75% di coloro che
verranno segnalati in tal modo dai cittadini (sempre che gli interessati
siano disponibili e speriamo che fra essi ci siano molte donne). Facciamo
questa scelta di "apertura reale" perché c'e', sul versante della società
civile, un'altra Italia fatta di passione civile e di partecipazione
democratica le cui istanze di rinnovamento della politica e cambiamento
della società non devono spaventare le segreterie dei partiti ma essere
valorizzate in uno sforzo autenticamente unitario. Noi dell'Italia dei
Valori vogliamo dare vita e voce a quest'altra Italia con la consapevolezza
che la politica italiana, dopo aver conosciuto la deriva illiberale di
Berlusconi e dei suoi sodali, ha bisogno di un "nuovo inizio" e che questo
processo non può essere appannaggio di un gruppo ristretto di addetti ai
lavori, ma deve coinvolgere quanti, in questi mesi ed anni, hanno riempito
le strade e le piazze del Paese facendo rinascere la speranza.
Antonio Di Pietro
Presidente Italia dei valori
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Presidenziali USA: svanisce il sogno online di Dean?
di Bernardo Parrella
Decisamente serrato l'avvio della nomination democratica alle presidenziali USA. Sull'abbrivo dei risultati in Iowa, sorprendenti soltanto in parte, i poll per il New Hampshire prevedono una corsa testa a testa. Secondo gli ultimi dati di MSNBC/Reuters Zogby, Howard Dean viaggia sul 25 per cento, seguito a ruota da John Kerry con il 23 per cento. Praticamente annullato l'ampio margine di 42 contro 12 per cento, riportato a dicembre dalla stessa fonte, a favore del primo. Scenario analogo alle ultime ore precedenti il caucus in Iowa, con l'aggiunta di Wesley Clark (dato terzo con il 16 per cento) e il rapido aumento degli indecisi (ormai vicino al 20 per cento). Martedì prossimo assisteremo dunque alla nuova disfatta dell'ex front-runner democratico? E con essa, all'irrimediabile sconfitta di una campagna tutta centrata su internet e sulla blogosfera?
Se da una parte è sicuramente affrettato dichiarare il flop di tale campagna (con primarie o caucus in 50 stati), dall'altra s'impongono fin d'ora alcune riflessioni a margine. Come già evidenziato, l'esaltante ascesa della Dean Machine online non poteva né può riflettere un'analoga penetrazione nella 'vita reale.' L'attenzione ricevuta negli ultimi tempi da media e osservatori doveva, e dovrà, confrontarsi con la volontà elettorale sul campo. Più che mai in un ambito simile, ogni novità ha da fare i conti con le modalità tradizionali -- ben più radicate e robuste, nel bene e nel male, del rampante attivismo online, raccolta-fondi compresa. Per chi se ne fosse dimenticato, questa la prima lezione impartita dalla popolazione dello Iowa, per lo più anziana e rurale: l'organizzazione in loco è più importante dell'entusiasmo generato da qualsivoglia circuito elettronico. Non è bastato (né basterà in futuro, c'è da scommetterlo) l'entusiasmo dei net-citizen per far andare al seggio quel quasi cinquanta per cento di elettori che non vogliono saperne.
Va infatti ricordato come alle presidenziali del 2000 abbia votato appena il 53 per cento (105 milioni) degli aventi diritto, a fronte del 65 per cento registratosi nell'ormai lontano 1960. Per non parlare del basso livello di partecipazione per tornate minori, come sono in sostanza i caucus o le primarie di un solo partito: in alcuni stati si viaggia tranquillamente sul 10-20 per cento di votanti. E nessuno pare preoccuparsene, anzi. In tal senso, ha ribadito lo stesso Dean la settimana scorsa durante un comizio a Des Moines, capitale dello Iowa, "l'unico modo per poter battere George Bush consiste nell'attirare quanti hanno perso interesse nella politica." Una strategia -- punto importante -- ben diversa da quella cui punta normalmente ogni candidato, democratico o repubblicano che sia, ovvero la conquista di degli indecisi ('swing voters'). Da qui il convinto e inevitabile ricorso agli strumenti del digitale, sorta di ultima spiaggia per (forse) risvegliare coscienza e partecipazione. Con la prima limitazione, tuttavia, di allettare quasi soltanto giovani, piccoli imprenditori e navigatori online. E, fatto ancor più preoccupante, senza neppure riuscire a sfruttare il maggior ricorso a internet in quanto strumento d'informazione, qualcosa che ormai riguarda il cittadino medio.
Lo ricorda una recente indagine del Pew Research Center for the People and the Press, il 33 per cento dei cittadini USA preferisce seguire online le vicende dei vari candidati. Crescita consistente rispetto all'analoga ricerca condotta durante le scorse presidenziali del 2000, quando ciò riguardava appena il 9 per cento degli interpellati. In declino il tradizionale ricorso ai network TV (6 per cento in meno, pur con un totale pari al 42 per cento) e ancor più ai quotidiani cartacei. Ancora, un poll di NBC News all'entrata dei seggi in Iowa segnalava che il 40 per cento dei votanti aveva seguito l'informazione politica via internet. Ebbene, John Kerry si sarebbe aggiudicato il 33 per cento di questa fascia elettorale, contro il 24 per cento di Dean e il 22 per cento di Edwards. La macchina Dean pare essersi inceppata persino nel dichiarato punto di forza, la fascia giovanile. Lo stesso poll di NBC News riporta che tra gli elettori compresi tra 18 e 24 anni le preferenze per Kerry hanno superato di ben 10 punti percentuali quelle per l'ex governatore del Vermont. Ancora più ampio il divario tra chi andava a votare per la prima volta: 36 per cento a Kerry contro il 22 per cento a Dean, superato anche da Edwards (24 per cento). Confermando in sostanza il trend complessivo, l'elettorato locale ha optato cioè per un candidato con esperienza nei corridoi di Washington (Kerry è al Congresso dal 1984) oltre che dalle visioni moderate e poco antagoniste. Non è certo un mistero come il carattere irascibile, le pesanti battute e gli spot 'negativi' di Dean contro gli altri candidati gli siano valse numerosi volta faccia, soprattutto negli ultimi tempi.
Rimane la questione cruciale: riuscirà la Dean Machine a risollevarsi in tempi rapidi? E soprattutto, a trarre profitto dal variegato attivismo dal basso mobilitato finora via internet? Un attivismo la cui unica prospettiva rimane quella di stimolare la partecipazione nella speranza di attirare nuovi voti. (Cosa che comporta, tra l'altro, una struttura organizzativa sul campo non certo indifferente, e che occorre comunque valutare lungo l'arco dell'intera corsa alla nomination.) Un obiettivo sicuramente audace, scriveva un azzeccato editoriale del Wall Street Journal dei giorni scorsi, che ora "viene messo alla prova nelle famiglie suburbane di Des Moines." Prova, inutile negarlo, parzialmente fallita. E che in New Hampshire rischia di affossarsi in maniera del tutto prematura, trascinando con sé un'esperienza promettente per l'interazione socio-politica statunitense (e oltre).quintostato.it
Usa. Howard Dean, un candidato alla Casa Bianca per la ricerca
Faccione sorridente, in maniche di camicia e braccia conserte. E' La copertina del numero di gennaio della rivista Rolling Stone dedicata all'intervista con Howard Dean, ex governatore del Vermont e in corsa per la nomination democratica alle elezioni presidenziali.
Dean si racconta e tra le altre cose spiega le sue proposte politiche in materia di diritti civili come i matrimoni gay o della legalizzazione delle droghe, ma anche della ricerca scientifica con le cellule staminali, insomma agli antipodi di un'impostazione della destra religiosa, impersonificata politicamente da Bush Junior, l'attuale inquilino della Casa Bianca.
Cosa ne pensa della politica presidenziale di limitare la ricerca sulle cellule staminali? Pensa che Bush abbia fatto questa scelta per ammansire i suoi supporters sulle politiche religiose?
"Non so cosa abbia portato il presidente a portare avanti queste restrizioni sulla ricerca. Ma penso che questo presidente non dovrebbe mai prendere un voto in una famiglia dove c'e' un diabetico, in nessuna circostanza, a causa di cio' che ha fatto per distruggere la speranza di guarigione dei bambini. E non solo dei diabetici, ma di tutte le malattie che sono potenzialmente curabili. Penso che la sua vicinanza fondamentalista alle teorie anti-scientifiche sta costando la vita e la speranza a molta gente in tutto il Paese".
A questo indirizzo l'intervista: http://www.rollingstone.com/features/nationalaffairs/featuregen.asp?pid=2760
Sono moltissimi comunque, i quotidiani e le riviste che in questi giorni si occupano della corsa alla presidenza, di questo strano fenomeno mediatico e politico che per qualche mese occupa costantemente la vita dei cittadini statunitensi. Il Chronicle ad esempio, ha rivolto una serie di domande uguali ai candidati, che sembrano dimostrare nell'insieme una visione piu' razionale della ricerca, rispetto alla politica apocalittica che Bush ha fin'ora propinato.
Uno dei candidati, il generale democratico Wesley Clark, riguardo agli studi pre-clinici ha dichiarato: "La ricerca accademica e' fondamentale per lo sviluppo di nuove idee, tecnologie, cure mediche, e teorie che potrebbero rivelarsi cruciali per il nostro futuro. Io credo che, fin dove sia possibile, la liberta' di esplorazione debba essere protetta e conservata".
Quando il Chronicle ha chiesto loro se si trovavano d'accordo con il divieto di finanziare la ricerca sulle staminali embrionali, i candidati Dean, Clark, Kerry, Edwards e Ghepartd (questi ultimi Senatori) , hanno categoricamente dichiarato di essere lontani da quella visione della scienza. Tutti si sono dimostrati aperti, e hanno sostenuto l'importanza di un accordo politico che permetta lo sviluppo della cosiddetta "clonazione terapeutica". In particolare Clark e' sceso nei dettagli tecnici, spiegando fino a dove arriverebbe un eventuale contributo finanziario federale. Secondo il generale, il Governo federale finanzierebbe gli studi sulle cellule staminali embrionali, solo se queste sono state generate grazie a fondi privati. Niente soldi pubblici quindi, per l'estrazione di staminali da embrioni, in quanto il processo comprende la distruzione dell'embrione stesso.
Per Dean comunque, la questione e' molto piu' che di semplice carattere etico. "La politica di Bush ha danneggiato molte persone, indipendentemente dal fatto che sia troppo restrittiva o moralista. Di fronte a questioni come queste, le decisioni vanno prese in base a considerazioni scientifiche, non teologiche o teoretiche. Ma Bush ha agito solo in base alle sue convinzioni religiose, e questo non e' giusto".
E' difficile ipotizzare il candidato in grado di battere Bush. Gli Usa sono un Paese strano, a volte tendono a reclamare la loro liberta' in modo chiaro e lodevole, ma spesso sono attratti dai "pugni forti", come Bush, che riescono a mantenere inalterata la loro supremazia mondiale. C'e' da dire comunque, che Dean si e' mosso con estrema attenzione, ha utilizzato mai come prima, canali di comunicazione innovativi, come internet. Sembra infatti che grazie alla rete web, il candidato abbia potuto conoscere di persona centinaia di elettori, e questo, in una societa' come gli Usa dove 4 persone su 10 usano internet, non e' poco. Da parte nostra, ci auguriamo che il nuovo presidente sia scientificamente parlando piu' responsabile di quello uscente, e non lo diciamo solo per motivi politici, ma perche' quei motivi per molte persone significano salvezza o dolore.
Cinzia Colosimo cellule staminali
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Berlusconi: il lifting alla lingua è venuto proprio male
di articolo21
di Redazione
Insiste. dopo che ha ritrovato a pieno il gusto dei riflettori e la possibilità di dire la propria ai giornalisti, Silvio Berlusconi prosegue lo show cominciato ieri. Oggi spara a zero sulla scuola, sull'informazione (afferma che non è controllata da lui ed è stata una bellissima barzelletta che ha fatto sorridere tutti i presenti) e si è impegnato in uno studio economico legato all'aumento dei prezzi al consumo. Colpa dell'euro... (continua)
Nella scuola abbiamo introdotto solo flessibilità
"Il governo ha introdotto solo elementi di flessibilità, dando la possibilità alle famiglie di aggiungere alle ore obbligatorie alcuni altri insegnamenti a seconda delle proprie esigenze". Lo ha precisato il Presidente del Consiglio illustrando la riforma della scuola.
I prezzi in Italia sono aumentati? La colpa è dell'Euro
"Che l' euro sia la causa dell' aumento dei prezzi è un' assoluta verità. Del resto ciò succede anche in altri paesi dell' Europa". Lo ha detto il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, ribadendo il suo dissenso nei confronti di quanto sostiene il presidente della Commissione europea, Romano Prodi. "Non si può quindi dire - ha proseguito Berlusconi riferendosi alle affermazioni fatte dal presidente della commissione Ue Romano Prodi - che è una menzogna sostenere la responsabilità della nuova moneta per quanto riguarda l'aumento dei prezzi". "Che l'Euro abbia fatto aumentare i prezzi è una assoluta verità che vale per tanti altri Paesi. Perché la moneta unica - dice ancora Berlusconi - è stata adottata senza adeguati studi e trattative. Ma anche perché ci troviamo in mercati liberi e la grande distribuzione in Italia rappresenta una percentuale ridotta del sistema commerciale rispetto ad altri Paesi". "Il Governo ha interloquito con la grande distribuzione ed é riuscito ad ottenere, in quasi il 100% dei casi, che i prezzi in lire fossero tradotti in euro col computer. Invece, tutto il piccolo commercio ha ritenuto di semplificare il tutto prendendo un euro come unità di base. Questa situazione ha portato un euro ad essere considerato come le nostre vecchie mille lire".
Non è vero che controllo l'informazione
"Far credere agli altri che in Italia il premier controlli tutta l'informazione è una assoluta, totale, colossale menzogna...". Lo ha affermato il premier Silvio Berlusconi nel corso di una conferenza stampa a Palazzo Chigi. "Basta guardare le tv, anche quelle che dovrebbero avere un maggior riguardo per il presidente del Consiglio, per capire che la vera situazione è ben altra... Non ne posso più di queste menzogne e ho deciso di denunciarle tutte". "La verità - ha aggiunto - è che sono trattato in maniera anomala".
Con questo sistema sarà un miracolo se arriverò alla fine della legislatura
"Non ho certo i poteri di Aznar e Blair. E questa è una debolezza del sistema. E' un miracolo che con l'attuale situazione si possa arrivare alla fine della legislatura..". Questa considerazione è stata fatta da Silvio Berlusconi, nel corso di una conferenza stampa a Palazzo Chigi, nel sottolineare l'importanza delle riforme istituzionali.
E batte i piedi con la sinistra: "Danno retta a tutti tranne che a me"
"Sono stanco delle continue menzogne della sinistra su di me: quando io parlai della necessità di avere fiducia dissero che quella Italia esisteva solo nella mente del presidente del Consiglio. Salvo poi applaudire quando, giustamente, Ciampi a fine anno ha detto che bisogna avere fiducia". Lo ha detto il presidente del Consiglio criticando il trattamento "anomalo" che la stampa riserva al suo governo. "Non è possibile, infatti, - ha aggiunto - che la fiducia del presidente del Consiglio venga definita una fantasia lontana, staccata dalla realtà". Berlusconi ha quindi contestato vivacemente la tesi secondo cui l'informazione sarebbe condizionata dalla presidenza del Consiglio: "Non è possibile che quando parla Ciampi, il presidente della Camera, quello del Senato, si cerchino reazioni in tutti i settori della politica e ciò non accada con il presidente del Consiglio che ha il ruolo di governare l'Italia".
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Vuole arrivare pulito al semestre di Presidenza Ue
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Il premier straparla: «Sono il più bello, e me lo dico da solo»
di red
«Faccio come mia zia Maria, mi dico da solo che sono bello». Si sbrodola addosso, Berlusconi, dicendosi com’è bravo il governo e com’è ingrata l’informazione che non lo racconta. Il premier è proprio senza limiti durante la prima conferenza stampa-monologo del dopo-lifting. Attacca l’opposizione, si lamenta della congiura di stampa e televisione nei suoi confronti («Far credere che in Italia il premier controlli tutta l'informazione è una assoluta, totale, colossale menzogna...»), protesta perché quando parla il Quirinale nessuno reagisce, e invece quando parla lui gli risponde Prodi, bacchetta la sua maggioranza che non lo lascia lavorare come vorrebbe («non posso decidere come quando ero a capo della mia azienda, che pensavo la sera e la mattina del giorno dopo decidevo»).
Insomma, il solito, con in più la sensazione che Berlusconi sia tornato solo per aprire, da subito, la campagna elettorale per le europee e le amministrative.
E comincia con la litania delle lamentele. La stampa non lo ama, anzi: «Basta guardare le tv, anche quelle che dovrebbero avere un maggior riguardo per il presidente del Consiglio, per capire che la vera situazione è ben altra. Non ne posso più di queste menzogne e ho deciso di denunciarle tutte. La verità è che sono trattato in maniera anomala». Fa la conferenza stampa di fine anno, al termine del semestre di presidenza Ue, e che succede? Succede che la tv «non coglie il senso» complessivo, sostanzialmente emerge solo un «certo pettegolezzo» (quello del suo scontro con la giornalista de L’Unità Marcella Ciarnelli) e poi «Chi risponde?». «Risponde Romano Prodi, dicendo che è una vergogna sostenere che è l'euro che ha fatto aumentare i prezzi». «Io parlo, dico che possiamo farcela- continua Berlusconi- e chi replica? Replica Romano Prodi, poi Fassino che sostiene che l'Italia di cui parlo io sta solo nella mia mente».
E invece, dice il Berlusconi rifatto, tutti sanno che è l’euro a ad aver fatto aumentare i prezzi: «Non si può dire che questa sia una menzogna, perché è sotto gli occhi di tutti», così come è coscienza comune che l'euro venga percepito «come le vecchie mille lire».
Insomma, sbuffa il presidente del Consiglio, è una congiura. Anche dei suoi alleati, che hanno avuto le briciole del voto ma vogliono discutere in continuazione. «Nella coalizione c'è Forza Italia che ha avuto il 29,8%, e altri partiti che hanno preso molto meno, chi il 12, chi il 3,9, chi il 3,2%. ma il partito che ha avuto il 29,8% ha pari dignità con i partiti che hanno preso molto meno». La conseguenza? Bisogna star lì a discutere in continuazione: «Da fuori si percepisce quasi una non volontà del governo a procedere sulla strada delle riforme, anche se ne abbiamo fatte moltissime». Il problema, in realtà, è che c’è «bisogno di una mediazione : non si possono mandare avanti le riforme senza il pieno accordo tra i quattro partiti. serve una mediazione - ribadisce Berlusconi come se spiegasse un’enormità - e il presidente del consiglio se ne fa carico con molta pazienza».
Una pazienza che dovrà continuare ad avere, apparentemente, vista la reazione dei suoi alleati alle dichiarazioni fatte giovedì sera sulla porta di palazzo Grazioli a proposito delle riforme. La priorità, aveva detto, è per quella elettorale. Ma sia An che Udc gli hanno fatto sapere che non se ne parla
«Prima di arrivare alla riforma elettorale ci sono cose più importanti e più urgenti», gli ha replicato a distanza Marco Follini, segretario dell' Udc. « C'e da pensare a tanti italiani che arrivano con fatica al 27 del mese - dice - c'è da difendere i risparmiatori che sono stati turlupinati, c'è da mettere in campo le riforme strutturali dell'economia». Un discorso ripetuto quasi identico dal ministro Giovanni Alemanno, di An: «La nostra priorità è la situazione economico-sociale per dare una grande spinta allo sviluppo del Paese». Le elezioni? «Quello è un problema che viene assolutamente dopo».
unita.it
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t.dezulueta@senato.it
Comitato_per_la_Costituente_del_Nuovo_Ulivo.SENATO@SENATO.IT
COMUNICATO SEN. OCCHETTO PER CONVOCAZIONE COMITATO PER LA COSTITUENTE NUOVOULIVO
OCCHETTO: INCONTRO DEI FIRMATARI DELLA COSTITUENTE DEL NUOVO ULIVO PER
IMPEGNO PROGRAMMATICO CONCRETO
Ho apprezzato i ringraziamenti rivoltimi da Di Pietro per l’impegno
svolto in favore dell’apertura di una Costituente del Nuovo Ulivo. Il
fatto stesso che l’istituzione immediata di un comitato promotore della
Costituente sia diventato da ieri un impegno che coinvolge tutti i
partiti della lista unitaria è un fatto importante che va subito onorato
con iniziative concrete. Ricordo tuttavia che la costituente dovrÃ
coinvolgere anche gli altri partiti dell’ulivo che non hanno aderito a
quella lista. Accolgo pertanto l’appello rivoltomi da di Pietro a
riavviare l’iniziativa per il Nuovo Ulivo convocando tutti i firmatari
del documento che ha dato vita al comitato per la Costituente del Nuovo
Ulivo
giovedì 29 gennaio
presso la sala del Refettorio
in via del Seminario 76 a Roma
alle 15,30.
Compito dell’incontro sarà quello di prendere in esame le iniziative
politiche e programmatiche volte a preparare con tutti i partiti
dell’Ulivo la realizzazione degli impegni assunti.
Sen. Achille Occhetto
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RETE DEI CITTADINI PER L'ULIVO
PERCHE' DIAMO UNA VALUTAZIONE POSITIVA DELLE COSE DECISE IERI?
PERCHE' SONO STATE PRATICAMENTE ACCOLTE TUTTE LE RICHIESTE CHE AVEVAMO
AVANZATO NELL'INCONTRO CON I PARTITI DI DICEMBRE. CADUTI I VETI PREGIUDIZIALI, AVVIATA IN MANIERA UNITARIA E CON PARI DIGNITA' LA COSTRUZIONE DELLA CONVENZIONE DI FEBBRAIO, DALLA QUALE DOVRA' NASCERE IL COMITATOI PROMOTORE ED IL COMITATO DEI GARANTI DA NOI RICHIESTI.
.... E POI C'E' LA NOTEVOLE RI-APERTURA DEL PROCESSO VERSO LA COSTITUENTE DELL'ULIVO!
Incontro tra Lista Unitaria e Movimenti - Roma 22 gennaio 2004
Valutazioni della delegazione CpU
Parecchie presenze del mondo dei movimenti e dell'associazionismo.
La rete dei Cittadini per l'Ulivo é rappresentata da Deo Fogliazza, Marina Guglielmi, Lella Massari, Iginio
Ariemma e Pietro Scoppola.
Clima (finalmente) positivo, soprattutto dopo la presentazione del documento approvato in mattinata
a seguito dell'incontro del mattino tra Ds, Margherita, Italia dei Valori ed Occhetto.
Valutazioni della delegazione CpU.
Apprezzamento del documento, valutazione positiva per gli impegni assunti di carattere politico
generale (alleanze per le amministrative, opposizione al governo, elaborazione del programma di governo
del centro sinistra). Apprezzabili le motivazioni con le quali la Lista Unitaria viene presentata, nel documento,
da parte di DS e Margherita. Apprezzabile positivamente il metodo partecipato e condiviso auspicato
nella scelta delle candidature, e lo spirito 'unitario ed ulivista' con il quale si motiva la presentazione di
liste pur diverse - anche quella di IdV - ma che fanno tutte riferimento all'Ulivo. Bene l'ingresso di Italia
dei Valori nell'Ulivo.
Molto apprezzabile il rilancio della Costituente per l'Ulivo ( 'I partecipanti all’incontro hanno convenuto,
inoltre, sulla necessità di aprire una stagione costituente di un nuovo Ulivo, capace di tenere insieme partiti,
movimenti, associazionismo sociale e culturale, personalità della società civile, anche costituendo a tal fine
un comitato promotore'.). Si apre con ciò una nuova fase, nella quale sarà necessario riprendere la linea
del doppio binario (in qualche modo rieccheggiando le nostre posizioni assunte in aprile a Ripetta).
Se il progetto della Lista Unitaria si apre alla società ed al mondo dei movimenti e dell'associazionismo e se
tale progetto viene giustamente vissuto 'come il primo passo del rilancio dell'Ulivo e della formazione di un
soggetto politico ulivista, di impianto federativa, al quale i partiti siano disposti a conferire quote essenziali di
sovranità in alcune materie rilevanti, a partire dal programma di governo" noi, come CpU, non possiamo che
salutare con molta soddisfazione il rilancio di un percorso sul quale ci siamo molto spesi in questi anni.
L'Ulivo come soggetto politico federato, governato da regole certe, che poggi sui tre pilastri dei partiti, degli
eletti e dei cittadini e che selezioni il proprio ceto politico dirigente attraverso modalità di partecipazione condivise (l'Albo degli elettori) fanno parte della nostra mission, dunque non chiedevamo nulla di meglio per riprendere il strada che, per qualche tempo, é apparsa interrotta.
Il Comitato promotore della Costituente per il nuovo Ulivo va fatto partire oggi, non domani. I CpU sono pronti
a dare ogni contributo a che questo strumento politico si insedi al più presto ed al più presto inizi ad operare.
Superata l'impasse delle settimane scorse, occorre ora tornare anche a parlare di Europa, delle motivazioni forti
che ci fanno vivere l'occasione europea come orizzonte entro il quale l'Italia può sperare di risollevarsi dalla
china nella quale si trova. E riprendere - per l'Europa e per l'Ulivo - a parlare delle radici culturali, valoriali che
rendono non solo forte ma necessario l'obiettivo dell'Europa e dell'Ulivo. Va insomma compiuto uno sforzo grande
per toglierci dalle secche di un dibattito che, in queste settimane, si é mostrato un po' asfittico e per certi versi
esageratamente politicista.
In riferimento alla preparazione della Convenzione per la Lista Unitaria programmata per il 13 e 14 febbraio viene
costituito un Comitato organizzativo al quale viene dato mandato di definire le linee della Convenzione medesima,
predisponendo il materiale e le indicazioni organizzative preparatorie, anche assumendo le proposte già elaborate
in precedenza. Anche in questo caso i CpU non faranno mancare il proprio apporto, attraverso la presenza di un proprio rappresentante (é stato dato incarico a Marina Guglielmi, del Comitato Esecutivo). I CpU parteciperanno alla Convenzione di febbraio con una propria folta delegazione: modalità, linee di intervento, adesione alla Lista Unitaria che in quella occasione prenderà il via, verranno decise dalla Assemblea nazionale della rete dei Cittadini per l'Ulivo convocata a Roma per il 1 febbraio pv.
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Il Rifatto di Dorian Gray
da L’Unità di Marco Travaglio
Si fa presto a ironizzare sulle sofferenze di un pover'uomo costretto al lifting e alla latitanza da un'opposizione che si allea con tutti, dai magistrati ai sindacati, dalle rughe alla cellulite, dalla calvizie al nanismo, pur di fargli perdere la faccia. Si fa presto a trarre frettolose conseguenze dall' omonimia fra lo stalliere Mangano, che si prendeva cura del Cavaliere trent'anni fa, e il nutrizionista professor Mangano, che se ne prende cura oggi. In attesa che bisturi, mollette, stucchi, pongo, vernidas, tiranti, argani e carrucole facciano il loro corso, in attesa i rivedere il nostro amato ritratto di Dorian Gray debitamente restaurato, una riflessione s'impone. C'è chi, persa la faccia, se ne fa un'altra. E chi, per risparmiare, porta in giro sempre la stessa. È il caso di Smemorando Adornato: uno che, invece di cambiare connotati, si limita a cambiare padrone. Il noto pensatore multiuso è artefice della «Carta dei Valori» di Forza Italia che sarà consegnata ai fortunati partecipanti alla Convention del Decennale della Discesa in Campo, in programma domani a Roma alla presenza di Dorian Gray. Già il titolo - «Carta dei Valori » - è tutto un programma: per combinazione, è lo stesso che Bruno Tassan Din, padre-padrone della Rizzoli piduista, coniò per il codice etico (si fa per dire) della casa editrice in mano a Gelli e Ortolani: codice presentato in pompa magna nel 1980 a Venezia, davanti a una vasta platea di dirigenti, manager e giornalisti. Il Cavaliere, che di quella pia confraternita faceva parte coi gradi di «apprendista muratore» e con la tessera 1816, non potrà che gradire la dotta citazione. Gli ricorderà gli anni verdi della giovinezza. Ma non c'è solo il titolo. Scorrendo la Carta adornatiana, si apprende che Forza Italia si ispira a De Gasperi, Matteotti, Lao Tse, Tocqueville, don Sturzo, Amendola, Salvemini, Rosselli e Turati. Quanto a Rosselli e Turati, deve trattarsi di due evidenti refusi: i nomi giusti sono Carlo Rossella e, in omaggio a Mangano, Francis Turatello. Quanto agli altri, sarebbe interessante conoscere il loro parere. È comunque un esercizio appassionante immaginare De Gasperi che dà del kapò nazista a un deputato europeo e dei «turisti della democrazia » a tutti gli altri. Matteotti che, mentre i sicari del Duce lo massacrano, elogia Mussolini perché «non ha ammazzato nessuno». Amendola che, mentre gli squadristi lo bastonano o mentre va in esilio in Francia, si felicita col Duce perché mandava gli oppositori «in vacanza nelle isole». Lao Tse che spiega la via al taoismo ispirandosi a Flavio Carboni, Dell' Utri, Previti, Squillante, Gelli e Craxi. Alexis de Tocqueville che firma la legge Gasparri senza leggerla, a occhi chiusi, per evitare il conflitto d'interessi. Don Sturzo che si iscrive alla loggia P2 e poi, approfittando dell' esilio americano, apre 64 società off-shore. E Salvemini (quello che chiamava Giolitti «il ministro della malavita») che nomina Previti ministro e il suo avvocato presidente della commissione Giustizia. Peccato che questi incolpevoli padri di Forza Italia non possano più replicare. E non possano nemmeno conoscere Smemorando Adornato, che è sempre un bel conoscere. Si tratta, tanto per non dimenticare, dello stesso Adornato che negli anni 70 era comunista e ancora nel 1979 inneggiava al socialismo reale («Non possiamo catalogare lo stalinismo sotto il termine generico di "dispotismo" senza precluderci l'analisi delle sue reali forme politiche») e ammoniva l'occidente a non difendere i dissidenti sovietici («Si tratta di problemi che vanno risolti all'interno dei paesi dell' est»). Poi, per non farci mancare nulla, nel '93 fondò Alleanza democratica, detta anche Eleganza democratica per la sua spiccata vicinanza alle masse lavoratrici. Lanciò lo slogan «Ragiona Italia» contro la telecrazia berlusconiana. Nel '94, per completare l'opera, redarguì severamente Mario Segni («un guitto») e Giorgio La Malfa («una controfigura di Gei Ar»), rei di voler «consegnare l'Italia a Bossi e a Berlusconi con la loro neutralità fra destra e sinistra». Poi giurò solennemente: «Noi non faremo giri di valzer come loro… L'obiettivo principale è sconfiggere questa destra illiberale e illiberista che si profila. Ecco: ogni scelta va fatta cercando di non aiutare il gioco di Berlusconi » (5 febbraio 1994). Per evitare i giri di valzer, ma soprattutto per non fare il gioco di Berlusconi illiberale e illiberista e non consegnargli l'Italia, entrò direttamente nel suo partito. Per dargli la mazzata finale.
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Strasburgo si muove sul conflitto d'interesse
da Liberazione di Alessandro Cisilin
Bruxelles - Stavolta non basta la "parola magica": quella solitamente usata dai governi per scongiurare sanzioni europee, e dalla Commissione per evitare di entrare nel torbido, è la «sussidiarietà», ossia il principio secondo il quale non è competenza di Bruxelles ciò che gli Stati possono teoricamente fare da soli con altrettanta efficacia. Ma dopo anni di inascoltate denunce da parte della stampa e di organizzazioni internazionali, di privati cittadini, di associazioni come "Articolo 21" e "Reporters sans frontières", della Federazione europea dei giornalisti e di organismi comunitari come la Rete Ue di esperti indipendenti sui diritti e dello stesso europarlamento, l'Unione Europea ha compreso che l'Italia da sola non ce la fa e corre un grave rischio di tenuta democratica: la ragione è naturalmente la crescente concentrazione del potere mediatico nelle mani del presidente del consiglio, a scapito del diritto fondamentale europeo a poter dare e ricevere un'informazione pluralista e libera da ingerenze politiche. A confermare involontariamente la necessità dell'inchiesta è intervenuto, al primo scambio di vedute in sede di commissione europarlamentare, un deputato di Forza Italia, Giacomo Santini, che per inciso - e per eventuali riflessioni deontologiche sulla categoria - è un ex giornalista Rai: per Santini «affermare che il capo di governo possa in qualche modo condizionare l'informazione pubblica significa fare un processo alle intenzioni». La mobilitazione europarlamentare sarà straordinariamente massiccia, come ha spiegato la liberale Johanna Boogerd-Quaak, relatrice dell'apposito rapporto che andrà al voto in aprile: il dibattito in assemblea si avvarrà di nuove ricerche scientifiche e prevederà fra l'altro un gruppo di lavoro fra deputati di varie commissioni e gruppi politici, uno scambio di opinioni con il rappresentante per i diritti dell'uomo del Consiglio d'Europa, una o due tavole rotonde fra le Ong europee e le autorità nazionali responsabili per la concorrenza e per i media, nonché un'audizione con ben cinque Commissari Ue. «A scopo di comparazione con la situazione italiana - ha aggiunto la Boogerd - l'inchiesta sarà estesa alla totalità dell'Unione Europea, compresi i paesi di nuovo ingresso». Sardonica la conferma di Lucio Manisco, del gruppo parlamentared della Sinistra Unita (Gue), per il quale «il problema in effetti non è solo italiano, in quanto Berlusconi ha messo le mani anche nei media di altri paesi».
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Un’altra Telekom-Igor Marini?
di articolo21
di G.B. Perasso
Brutta storia, di quelle che puzzano, e siamo soltanto alle mosse di apertura. Assomiglia molto a quelle operazioni che nel linguaggio dei servizi segreti americani, si chiamano di “discrising”, letteralmente “sputtanamento”. Al KGB si chiamava “dinsinformazia”, ma la sostanza non cambiava. S’è aperta la caccia alle coperture interne agli ultimi vecchi brigatisti rossi latitanti. Presa l’Algranati e Falessi, toccherà presto a Casimirri, e il caso Moro è pronto a una nuova riesumazione. Le ultime verità ancora nascoste. Encomiabile. Salvo errori e omissioni. Cronistoria del nuovo “scandalo” nell’agenda elettorale del centro destra..
1. Il 16 gennaio l’onorevole avvocato Enzo Fragalà, Alleanza Nazionale, membro della commissione Mitrokin, interrompe la sua intensa attività difensiva di sospetti mafiosi e terroristi neri per dedicarsi al giornalismo. Il foglio su cui esercita la sua prosa è “L’Avanti!” che fu di Pietro Nenni, finito ora nelle mani di Fabrizio Cicchitto, co-coordinatore di FI. Terribile! (col punto esclamativo come l’Avanti). Fragalà chiama in causa un consulente DS della commissione Mitrokin, giornalista di “una nota testata nazionale”, come potenziale latore di segnali, “messaggi ai naviganti”, indirizzati ai brigatisti catturati. Tacete, sarebbe il messaggio mafioso, a coprire complicità inconfessabili. Fra Padrini, insegna la mia esperienza (e la sua, on. Fragalà?), i nomi non si fanno mai. Si ammicca e uno muore. Il nome taciuto dal trasparente Fragalà lo facciamo noi: Gianni Cipriani, uno dei nomi storici e di spicco dell’Unità, consulente della Mitrokin. Noto cacciatore di brigatisti, Cipriani aveva scritto sull’Unità della cattura della Algranati e del contributo di verità che questa avrebbe potuto portare alla disvelazione degli ultimi misteri del caso Moro.
2. Il solo ad accorgersene e a indignarsi è il capogruppo del Ds nella stessa commissione Mitrokin. Walter Bielli accusa l’On. Fragalà di “essere protagonista di una mascalzonata infame”. “A nessuno sfugge l’enormità di un atto simile -afferma Bielli - che avviene proprio quando, le BR e il terrorismo si ripresentano tragicamente nelle vicende del nostro paese e si insinua che dalla nostra Commissione verrebbero, “avvisi ai naviganti” per far tacere chi potrebbe sapere”.
3. Il Parlamentare di Alleanza nazionale, avvocato Fracalà, lanciato il sasso (Cipriani-Unità-vecchio PCI), cerca di nascondere la mano. L’Unità pubblica l’intervento di Bielli, la sua richiesta di intervento da parte dei Presidenti di camera e Senato, e lui scrive al direttore. La sua - sostiene - è stata soltanto “un’opinione, nulla di più, e di certo non merita le reazioni spropositate cui abbiamo assistito. Alle opinioni avremmo preferito si rispondesse con altre opinioni. Possibilmente nel merito della questione.”
4. L’Unità a sua volta replica. “Fragalà mena in can per l'aia: egli ha chiaramente insinuato che dalle colonne di questo giornale sia partito (…) un invito alla brigatista Rita Algranati a non parlare. Nulla di più falso e di più provocatorio. Ad ogni modo, poiché Fragalà nel suo articolo ha sottolineato che tale "avviso ai naviganti" è opera di un consulente della commissione Mitrokhin, la vicenda riguarda il Parlamento e, in particolare, il presidente della Commissione e i presidenti di Camera e Senato, ai quali - ci risulta - i Ds si stanno per rivolgere, convinti che le insinuazioni del parlamentare di An siano una "mascalzonata infame".
5. Lancio dell’agenzia Apcom del 22 gennaio. “L'Associazione Italiana Familiari Vittime del Terrorismo "Domus Civitas" Roma, tramite il suo legale, Luciano Randazzo, ha avviato un'indagine con un'esposto-denuncia per appurare "responsabilità oggettive di chi negli anni di piombo doveva assicurare alla giustizia noti pericolosi terroristi e per motivi, per noi ancora oscuri, non lo hanno fatto e pericolosi criminali hanno avuto la possibilità di riparare all'estero e godersi il frutto di noti fatti criminosi". Nell'esposto, l'associazione chiede: "Da chi sono stati aiutati? Come sono andati i processi, non solo il processo Moro, ma anche i processi di altre centinaia di persone che in quegli anni hanno perso la vita? Chi sono i veri mandanti? E come mai hanno avuto a disposizione somme che hanno reso possibile la loro latitanza. Chi li ha pagati?".
Colpisce la singolare sintonia fra il sasso lanciato dall’onorevole Fragalà e i cerchi nello stagno raccolti e rilanciati dall’avvocato Luciano Randazzo, legale della “Domus Civitas”. Sarà interessante (oltre che doveroso), capire le loro ragioni. Al momento, nella superficialità del nostro mestiere giornalistico di strada (non con gli editoriali sull’Avanti!), ci sovviene dell’avvocato Randazzo nel suo ruolo di legale del Superteste della commissione parlamentare su Telekom Serbia. Quel tale Igor Marini da cui oggi, sei mesi dopo una battente campagna di elettoral-diffamatoria contro i leader del centro sinistra, tutti prendono le distanze.
Per pura curiosità, ricordiamo ai lettori che l’avvocato Randazzo è anche legale della Consulta Combattenti della Repubblica Sociale Italiana. Quantomeno l’onorevole avvocato Enzo Fragalà si ritrova fra amici. A quando un nuovo Superteste alla Igormarini e una battente inchiesta del Giornale di Paolo Berlusconi?
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Dario Fo censurato in Tv: intervista esclusiva al Nobel. ''E’ un atto politico, di vessazione. Dietro c’é stata un’azione ricattatoria''
di articolo21
di Salamandra
"L'Anomalo bicefalo", lo spettacolo teatrale realizzato da Dario Fo e Franca Rame non andrà in onda. Marcello Dell'Utri, il senatore forzitaliota amico di Silvio Berlusconi, ha affermato che se la Tv Planete manderà in onda lo show potrebbe ritrovarsi citato per danni per un importo di almeno un milione di euro. Questo perchè si sente "diffamato" dallo spettacolo
Dario Fo, Cosa c’e’ dietro quest’ennesima censura nei tuoi confronti?
Intanto, la cosa grave è che quelli di “Planete” avevano già fatto la pubblicità del nostro spettacolo, investendo 250 milioni delle vecchie lire per le inserzioni. Quindi, ritengo tutto ciò un po’ strano, visto che la decisione di non mandare in onda “L’anomalo bicefalo” è venuta dopo dieci giorni dall'essere a conoscenza di una diffida da parte di Dell’Utri. Qualcosa deve essere subentrato, oltre al messaggio “attenti a voi che vi faccio querela e vi chiedo i danni!”.
Come lo giudichi allora?
E’ un atto politico, di vessazione. Dietro c’é stata un’azione ricattatoria, anche perché vorrei ricordare che per far vivere le televisioni ci vuole la pubblicità e, mi pare, che il maggiore gruppo di raccolta pubblicitaria televisiva sia Publitalia, di cui il maggiore azionista è Berlusconi. Non so se ci sono rapporti tra questa e la Sky di Murdoch, non ho ancora riscontri sicuri, mi sto informando, comunque.
Voi siete stati già chiamati in causa da Dell’Utri. Come andrà a finire?
Non credo affatto che noi si perda la causa per quello che io e Franca diciamo nello spettacolo. Va ricordato, poi, che Dell’Utri ha cinque processi in corso e uno di questi, per riciclaggio, dura da sei anni. Inoltre è stato già condannato per reati gravi sul piano morale.
Tra l’altro, nel mio spettacolo non vado oltre queste accuse. C’é una battuta sola che lo coinvolge. Visto che Dell’Utri fa collezione di libri, ironizzo sul fatto che quando questi sono sporchi lui li ricicla. Allora Franca, che è la mia coscienza, mi avverte e mi dice: “Attento a te, c’é un processo in corso e ancora non é stato chiuso”. Tutto qui!
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Resoconto stanco... di Gianfranco Mascia Data: Ven, 23 Gen 2004 8:52:03 Prima che i giornali diano la loro versione su quanto accaduto ieri, eccomi nel tentativo di farne un resoconto. Prima lasciatemi fare una precisazione: Opposizione Civile cita: "da L'Unità on line:"...Positiva anche la riunione pomeridiana con i rappresentanti dei movimenti. Fassino si è detto soddisfatto per «l'incontro con movimenti e società civile in cui tutti hanno dato piena disponibilità a preparare e partecipare alla convenzione di febbraio che farà decollare la lista unitaria promossa da Ds, Margherita, Sdi e repubblicani per raccogliere la proposta di Romano Prodi e aperta alla partecipazione più ampia di forze, movimenti, associazioni e componenti della societa»."" e poi constata: "allora, i presenti alla riunione di oggi erano Mascia, Pardi, Bonucci." ma sbaglia l'obiettivo, poichè l'articolo dell'Unita online si riferisce alla riunone del pomeriggio, promossa da i quattro partititi (Margherita, DS, SDI e Rep. Europ.) promotori della Lista Unitaria con molti movimenti ed associazioni; riunione alla quale hanno partecipato, ad esempio, La Sinistra Ecologista, I Cittadini per l'Ulivo, i Girotondi di Milano, la Rete dei Movimenti, etc.... E non c'era Silvia Bonucci, per impegni di lavoro... Quindi i giudizi della mail di Opposizione Civile devono essere rivolti a TUTTI I MOVIMENTI PRESENTI. Preciso che la riunione del mattino era stata voluta da Italia dei Valori e Occhetto per chiarire i punti in sospeso su il veto a Di Pietro e la ripresa del progetto dell'Ulivo. Noi pens |