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Bossi: «Basta dare soldi alla Chiesa». Protestano tutti. Fini: Berlusconi intervenga
di red
Si sapeva che non sarebbe andato per il sottile, come è suo solito del resto, Umberto Bossi, nel comizio che ha tenuto a Padova. Sabato sera, complice anche il freddo e qualche bicchierino di troppo. Questa volta però nella foga del consueto ululato contro “Roma ladrona” se l’è presa anche con l’Oltretevere, con la Chiesa cattolica. Un attacco a testa bassa. «Bisognerebbe togliere l'8 per mille alla Chiesa, rimetterli a piedi nudi e dar loro la possibilità di fare i francescani. Finalmente si salverà la religione». Ipse dixit, sottolineando poi che è «scandaloso e inaccettabile che ci siano cardinali che parlano in nome del dio denaro».
Il ministro per le Riforme ha cercato di spiegare che c'è «una parte della curia che sta con la sinistra, sicuramente per “resistere, resistere, resistere” anche loro come qualcun altro. Per loro i resistenti sono tali nel segno del dio denaro». Bossi ha poi spiegato che l'8 per mille alla Chiesa cattolica l'ha dato il ministro Tremonti, aggiungendo non si sa con quale collegamento: «gli intelligenti sempre pochi nel mondo». Per Bossi il problema di dare «troppi soldi alla Chiesa è un grosso problema. I risultati che abbiamo non mi sembrano quelli auspicati almeno dai cristiani tradizionalisti. Io sono tra questi. Non mi riconosco nella chiesa ricca, nella chiesa dei “sciur'” Nella curia che sta a sinistra, non mi riconosco». «Ci sono quelli - ha concluso - che in curia parlano nel nome dei popoli e quelli che invece parlando nel nome della mondializzazione».
Le reazioni si sprecano nel mondo politico, mentre la vittima dell’attacco – la Santa Sede – preferisce non commentare. Ci sono le reazioni dei politici laici come il verde Pecoraro Scanio secondo cui «invece di governare Berlusconi e Bossi sembrano fare a gara a chi la spara più grossa». E molto più numerose le reazioni dei politici cattolici. Mentre il vicepresidente della Margherita Arturo Parisi disquisisce volendo sapere se ci troviamo di fronte al Bossi lefebriano anticonciliare, a quello inventore di pozioni magiche dedicate al dio Po o al mentore delle tradizioni celtiche. Infine, sempre nel centrosinistra, Rutelli e Parisi tornano al detto “scherzi coi fanti” con quello che segue.
Nel centrodestra il pacato Follini argomenta: «L'invettiva di Bossi è antistorica, anticlericale e antiitaliana. La posizione dell'Udc, ma credo di tutto il centrodestra, è agli antipodi delle cose che ha detto il capo del Carroccio questa notte. Il problema -conclude Follini –non è sottrarre risorse alla Chiesa, il problema è restituire il senno a Bossi».
Secondo segretario di Alleanza Popolare-Udeur, Clemente Mastella un commento troppo compassato, quello dell’Udc. «Le prese di distanza non bastano, occorrono i fatti, concreti».
In effetti molto più adirato è il capogruppo alla Camera del partito di Follini, Luca Volonté, secondo cui bisognerebbe ricordare a Bossi che «il carnevale ambrosiano è finito ieri, spero che Bossi lo sappia. Tutto ha un limite e ieri Bossi lo ha superato. Si ripassi il catechismo e la Costituzione italiana prima di parlare», suggerisce.
Ma ci sono anche politici di destra il cui sdegno arriva alla preoccupazione. Perchè, come ricorda Castagnetti della Margherita, a questo punto il problema si scarica sull’elettorato cattolico, soprattutto in Forza Italia e An.
Così Michele Bonatesta, membro della direzione nazionale di An.chiede l’intervento di Fini.
E Fini interviene, ammette che Bossi «ha superato il limite della decenza». Ma poi? Dice parlando di Bossi: «I suoi sproloqui contro il Papa, la Chiesa e la città di Roma, sono offensivi per la stragrande maggioranza degli italiani e per la totalità degli elettori di An. La nostra lealtà verso Berlusconi e verso la coalizione di governo non può essere scambiata - dice il vicepremierin una dichiarazione - per compiacenza o indifferenza con le provocazioni leghiste. La nostra coscienza di italiani e di cattolici ci impedisce di barattare i valori in cui crediamo con un presunto interesse politico. È giusto che il presidente del Consiglio lo sappia e ne tragga le necessarie conseguenze prima che sia troppo tardi». Parole dure, quasi una minaccia. Ma poi?
Giuseppe Fioroni, membro dell'esecutivo della Margherita, sostiene che gli attacchi di Bossi alla Chiesa non sono sfoghi da avvinazzato ma « una vera e propria campagna di odio messa in piedi dalla Lega contro la Chiesa», dalle colonne della “Padania” ai comizi, e che perciò Fini e la Casa delle Libertà dovrebbe togliere i finanziamenti pubblici alla Lega..
unita.it
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Una strana e ambigua voglia di Stato
ILVO DIAMANTI
IL CALO della fiducia nell´impresa e nel privato. Prosegue, senza rallentamenti. Anche perché non c´è pausa, nell´incedere degli attori e degli istituti, che ne costituiscono i riferimenti visibili. I grandi imprenditori, le banche, la borsa. Fino alle società di calcio. Aziende anomale. E non c´è motivo valido, perché il clima d´opinione cambi. La lunga, estenuante campagna elettorale, in pieno corso, semmai, contribuisce a inquinare ulteriormente l´aria. Lo ha ribadito il presidente, Ciampi. Tra l´indignato e il rassegnato. Perché la sfiducia non delegittima solo una parte politica, ma le stesse fondamenta del sistema economico e finanziario. E delle istituzioni.
L´altra faccia del declino del mito imprenditore e privato è la voglia di Stato e di pubblico, che si respira in questa fase. Imprevedibile, fino a pochi anni fa. Incredibile, per molti versi, visto l´indirizzo assunto dal dibattito in ambito politico e sociale, a partire dagli anni Ottanta. Quando, molto rapidamente, lo Stato, il pubblico, anche nel senso comune, divennero dis-valori. Sistemi di regolazione da cui rifuggire, perché onerosi, inefficaci; ma al contempo incapaci di produrre risposte adeguate alle esigenze degli individui. Il pubblico. Occorreva ridurne il peso, dovunque. A favore del privato. Ma anche del "terzo settore". Il volontariato, l´associazionismo e, soprattutto, le "imprese sociali". Lo Stato, il pubblico. Il loro peso induceva molti osservatori a considerare l´Italia degli anni Novanta come l´ultimo residuo di "socialismo reale", sopravvissuto alla caduta dei regimi comunisti dell´Est. Da ciò i progetti e i processi di "privatizzazione" delle aziende pubbliche.
Quella strana e ambigua voglia di Stato
La destrutturazione delle partecipazioni statali. L´introduzione di regole e di figure privatistiche negli enti locali. L´imprenditorializzazione dei principali servizi sociali. La sanità, l´assistenza, la scuola, la formazione. Fino alla decisione, assunta per referendum e ribadita, programmaticamente, da tutte le principali forze politiche di privatizzare il centro della vita politica e della vita quotidiana del nostro tempo: il sistema radiotelevisivo.
Il trionfo del privato. Una tendenza tanto rapida quanto profonda e radicale. Affermatasi in poco più di un decennio. Come in altri paesi occidentali. Il pendolo dei processi sociali, per usare il noto modello ciclico di Hirschman, dopo vent´anni di "felicità pubblica", già verso la fine degli anni Settanta, si era orientato diversamente. Verso il privato. Per delusione, verso lo "stato sociale", verso il centralismo delle decisioni, verso luoghi e forme di partecipazione di tipo collettivo. Ma anche perché la diffusione del benessere e della cultura aveva alimentato domande di affermazione soggettiva, di autorealizzazione personale. Oggi, in modo sorprendente e repentino, il pendolo pare avere di nuovo invertito la direzione. Verso il "pubblico". Anzitutto negli orientamenti sociali. Il VI Rapporto su "gli italiani e lo Stato", condotto da Demos per Repubblica, nel passato mese di dicembre, ne fornisce indizi molto chiari. Il peso della popolazione che ritiene necessario ridurre la presenza dello Stato nel settore della sanità a favore dei privati, dal 2000 al 2003, cala dal 37% al 20%. Un sondaggio ancor più recente, condotto dall´Ipsos nello scorso gennaio per il Forum della pubblica amministrazione, conferma e precisa questa tendenza. Otto italiani su dieci, secondo questa indagine, ritengono maggiormente opportuno che il servizio scolastico venga gestito dal pubblico. Pensano lo stesso sette persone su dieci per quel che riguarda la sanità, i servizi socio-assistenziali e la previdenza (le pensioni..). Sei su dieci per i trasporti. E la maggioranza dei cittadini (54%) anche per le televisioni (mentre il 35% preferisce il "privato" e l´11% non ha un´opinione). Si tratta, peraltro, di orientamenti diffusi, che non interessano solo le zone tradizionalmente protette assistite, come il Mezzogiorno. Tanto che un´indagine condotta in Veneto e nel Friuli Venezia Giulia nelle scorse settimane (Osservatorio sul Nord Est per il Gazzettino) rileva, per quel che riguarda la gestione della sanità e dell´istruzione, un consenso ancor più largo a favore del pubblico.
I riflessi di questo orientamento si rintracciano, sempre più evidenti e numerosi, anche nelle decisioni politiche e di governo. Come, a maggior ragione, nelle rivendicazioni della società. Si pensi, per restare alle vicende più recenti, alla deriva del processo di privatizzazione dell´Alitalia. Alle proteste suscitate dalla riforma Moratti, accusata di schiodare l´impalcatura del sistema pubblico dell´istruzione. Ma anche all´ostilità espressa dai lavoratori verso la riduzione del regime pubblico delle pensioni a favore dei fondi integrativi gestiti da privati. D´altronde, sono numerosi i giudizi positivi sull´andamento di aziende a partecipazione pubblica (come l´Enel). Mentre, nei confronti del settore radiotelevisivo, il clima di sfiducia che sale dalla società, oltre che da ampi settori del sistema politico, chiama in causa, soprattutto, la sovrapposizione degli interessi privati a quelli pubblici, riassunta nella persona del premier. Imprenditore mediatico che, per ruolo istituzionale, esercita grande influenza sulle reti pubbliche.
Insomma, c´è un ritorno dello Stato, nelle preferenze dei cittadini. E, di conseguenza, nelle strategie politiche. Non solo della sinistra. Anche del governo, vista l´attenzione che il premier dedica agli umori della società. Tuttavia, più che desiderio di pubblico, questa tendenza trasuda sfiducia nei confronti del privato. E paura. Non a caso, le componenti sociali che aderiscono maggiormente a questa prospettiva sono anche le più deboli, sul mercato del lavoro. E le più vulnerabili, dal punto di vista della condizione sociale. I pensionati, le casalinghe, i disoccupati, le persone che risiedono nelle periferie metropolitane. Inoltre, la domanda di pubblico cresce parallelamente alla sfiducia nel futuro dell´economia. Sintomi di una unica sindrome. Che riproduce l´insicurezza del nostro tempo. Ma rivela e svela, al tempo stesso, i vizi e gli insuccessi delle privatizzazioni all´italiana. Sconta, oltre agli incerti orizzonti dell´economia globale, anche i dissesti e gli scandali dell´economia nazionale e locale. Dietro a questo irruente ritorno del pubblico, per usare le parole di un osservatore senza pregiudizi come Innocenzo Cipolletta, c´è il fatto che «l´azione delle imprese sia stata vista non come contributo ai problemi del Paese, ma come ricerca esacerbata dei propri interessi». Lo stesso esito della consultazione in vista dell´elezione del prossimo presidente di Confindustria, in fondo, riflette questo passaggio. La sconfitta di Tognana, alleato con il presidente uscente, D´Amato, segna il declino di una stagione dal conflitto nelle relazioni industriali e dal collateralismo con il governo. In nome della centralità dell´impresa. Meglio: della piccola impresa. Aggressiva e molecolare. Mentre l´investitura di Montezemolo sottende la richiesta, simmetrica, di "mediazione", fra diversi settori di imprese, fra impresa e sindacato. Fra imprese e Stato. Fra i diversi attori politici.
La domanda di pubblico. Segnala la crisi del "pensiero unico". Il fallimento del privato come valore e regolatore: dell´economia, della vita sociale e individuale. Non ancora la fiducia in un riferimento, lo Stato, che gli italiani, in effetti, non hanno mai stimato ne tanto meno amato troppo. Verso il quale continuano a esprimere disincanto. E che, nel corso degli ultimi anni, nonostante le buone intenzioni, non è stato riformato. Ma, piuttosto, manipolato, revisionato, rivisitato. Usato. Senza, un progetto.
Da ciò il rischio: che dopo vent´anni di infatuazione verso il privato, gli italiani tornino ad apprezzare il pubblico. Solo per disperazione. Può crescere, durare, se non la passione, almeno la fiducia, quando nasce dalla disperazione?
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Ds Milano - Rassegna stampa
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Investire per chi?
L'economia che non crede al futuro
di SILVANO CALZINI
Golem – Tempo ed economia
Anche il tempo dell'economia non è più quello di una volta. Sembra una frase nostalgica e adatta per una di quelle raccolte di banalità e luoghi comuni che hanno tanto successo oggi, ma è la verità. Non è necessario essere un esperto o un addetto ai lavori per capire cha da un po' di anni a questa parte l'economia ha subito una sorte di mutazione genetica e sono comparsi sulla scena nuovi attori che hanno portato altre abitudini, nuovi stili e anche una diversa concezione del tempo.
Vi ricordate? Lo sviluppo di un'impresa si misurava in termini di decenni, il passo era lento e scandito dal susseguirsi delle generazioni, i padri lavoravano, si indebitavano e investivano per poi lasciare il timone del comando ai figli e poi ai nipoti, che piano piano entravano in azienda e apprendevano le regole di una "sana" economia. Era un capitalismo duro, con le sue regole anche spietate, ma che aveva come un senso naturale dello scorrere del tempo. Lavorava per i soldi ma anche per il futuro.
Oggi la vecchia industria che produceva beni materiali e investiva sui tempi medio-lunghi è stata sostituita dalla finanza che investe per guadagnare subito, a breve termine. Basta guardare agli ultimi grandi scandali che si sono susseguiti in Italia: la Cirio e la Parmalat non erano più delle industrie ma erano diventate delle società finanziarie, più che dai pelati o dal latte il fatturato dipendeva dalla "creatività" degli strateghi finanziari, con i risultati che abbiamo sotto gli occhi. Un gioco frenetico a spostare interi pacchetti azionari da una società fantasma a un'altra, da un paradiso fiscale a un altro in un giro vorticoso di bilanci falsi, una grande corsa truccata in cui si continua a correre perché non ci si può più fermare, ma sapendo che non si arriverà mai al traguardo. Tutte le energie sono impegnate a cercare di puntellare questo enorme castello di carte, per lo più false, che può crollare da un momento all'altro e che comunque si sa già che non potrà essere lasciato in eredità. L'ottica è quella del sopravvivere giorno per giorno tamponando le varie falle che si aprono nel sistema. Una prospettiva senza nessuna idea di futuro.
Il denaro non è più negli impianti e nei prodotti che la fabbrica produce, ma è diventato invisibile, virtuale: appare e scompare in pochi secondi sui monitor dei computer. Questo tipo di finanza vive per il presente, sa che la buona riuscita di un investimento si gioca sul filo dei minuti. Con una speculazione azzeccata si può ottenere in un tempo brevissimo quello che una volta richiedeva il lavoro di una vita e ci si può sistemare per sempre. Se si entra in questa logica cambia tutto l'orizzonte temporale e anche la giornata finisce per essere scandita dagli orari delle principali piazze finanziarie: come si fa a dedicare del tempo ai figli, alla moglie o all'amante se sta per aprire la Borsa di Tokyo?
Certo, il susseguirsi di scandali, crack finanziari, fallimenti e bolle speculative che scoppiano qualche dubbio ha cominciato a farlo venire. Il senso di responsabilità, l'etica del lavoro, una certa idea del futuro sono concetti banditi per sempre dall'economia? Non si tratta di avere nostalgia del capitalismo scarpe grosse e cervello fino, un po' paternalistico, del fondatore della Ignis Giovanni Borghi o magari della versione più nobile, aristocratico-utopistica, di Adriano Olivetti. Più che voltarsi indietro verso il passato forse bisogna alzare la testa e dedicare maggiore attenzione a tutto quello che ai nostri giorni c'è intorno al mondo chiuso dell'economia e della finanza.
Per esempio si è incominciato a parlare di "finanza etica". Sarà old o new economy? Non sprecherei molto tempo per cercare una risposta, meglio investire le proprie energie (e magari un giorno anche i soldi) nella teorie di Amartya Sen, premio Nobel per l'economia, che sostiene come al valore della ricchezza, che rimane sempre un elemento base del mercato, debba essere aggiunta anche la felicità, concetto diverso dal benessere. Una persona è più ricca di un'altra quando è più felice. La qualità della vita diviene quindi una variabile algebrica nei calcoli economici. Il mercato è vero mercato quando non produce solo ricchezza ma soddisfa anche attese e valori etici.
golemindispensabile.it
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FESTIVAL DELLA MUSICA DI MANTOVA
"Sarà una manifestazione idealista e non ideologica"
di articolo21
di Redazione
"E' una sfida che accettiamo volentieri. Abbiamo avuto tanti no, ma a Mantova abbiamo conquistato uno spazio di libertà. Ma il nostro non è il controfestival di Sanremo". E' questo il commento di Nando Dalla Chiesa a margine della conferenza stampa di presentazione della prima edizione del Mantova Musica Festival che si terrà dal 1 al 7 marzo. Presenti i rappresentanti delle amministrazioni di centro sinistra di Comune e Provincia che hanno offerto un contributo alla manifestazione, e Lidia Ravera, a cui sarà affidato una sorta di Dopofestival. Gli organizzatori, però, non hanno voluto sentir parlare di 'controfestival', di manifestazione che si contrappone al festival di Sanremo.
www.festivaldellamusicadimantova.it
"E' un momento di cultura e di amicizia che non ha eguali in altre città - ha sottolineato Dalla Chiesa -. Siamo certi che avrà un grande successo nonostante abbiamo delle difficoltà a trovare gli sponsor". "Sarà un grande evento popolare che metterà a confronto ogni sera esponenti della musica di varie generazioni, sarà una manifestazione idealista e non ideologica" ha spiegato dal canto suo Lidia Ravera, riferendosi al suo dopofestival che terrà ogni sera al Palazzo della Ragione, dopo l'esibizione di nove cantanti al teatro Ariston. Mantova Musica Festival prenderà il via lunedì alle 18 con un concerto d'archi al teatro Bibiena; per sette giorni, concerti, cabaret e dibattiti sulla musica si alterneranno nei vari teatri della città e nei palazzi storici, sul modello del collaudato Festivaletteratura. Martedì sera partirà l' esibizione all'Ariston dei cantanti, tra cui Gino Paoli, i Nomadi, Ricky Gianco, Antonella Ruggeri e tanti giovani ancora sconosciuti. Tra i concerti, è in programma al Bibiena mercoledì 3 marzo quello di Enzo Jannacci. Secondo gli organizzatori, i giornalisti accreditati sono 400; a seguire in diretta le varie manifestazioni sarà Odeon Tv. Soddisfatti sia il sindaco di Mantova Gianfranco Burchiellaro che il presidente della Provincia Maurizio Fontanili per aver ospitato la manifestazione. "La cultura è una risorsa importante per il Paese - ha detto Burchiellaro - e noi vi investiamo". E Fontanili: "Siamo qui a combattere la tv che non fa pensare"
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Euro per tutti, inflazione solo per noi
In Italia a febbraio i prezzi corrono verso il 2,4%, mentre Eurolandia mette a segno una decelerazione all’1,6%. Il presidente del consiglio Siilvio Berlusconi non vede l’evidente e afferma: «L’impatto dell’euro è chiaro». Ma le ragioni della febbre italiana vanno cercate altrove. L’economista Marcello Messori: «Il carovita dipende soprattutto dall’assenza di competizione che caratterizza alcuni settori dell’economia ». Intanto il raffreddamento dell’inflazione europea apre uno scenario favorevole a un taglio dei tassi da parte della Bce
di ALESSANDRA BARBERIS
L’inflazione italiana ha ripreso a scaldarsi: dopo il 2,2% di gennaio, secondo i calcoli preliminari dell’Istat diffusi ieri il termometro è tornato a segnare 2,4%. «C’è stato un impatto dell’euro», è sbottato il presidente del consiglio Silvio Berlusconi. Ma questa volta prudentemente ha aggiunto: «Però prima fatemi guardare i dati». Prudenza molto opportuna, perché proprio ieri anche Eurostat ha comunicato la stima sull’inflazione per l’intera aerea dell’euro. I prezzi di Eurolandia si muovono in senso contrario a quelli italiani: per febbraio è stimata una frenata all’1,6%, dopo una discesa all’1,9% a gennaio dal 2% di dicembre.
«Per il Cavaliere è tutta colpa dell’euro, ma non si può evitare il confronto internazionale », commenta l’economista Paolo Sylos Labini. E il confronto internazionale dice chiaramente che dodici paesi hanno adottato l’euro, ma che l’Italia è rimasta sola a muoversi contro corrente con una dinamica dei prezzi in salita. Le ragioni dell’anomalia italiana di un’inflazione in aumento devono perciò trovarsi da qualche altra parte.
Gennaio ci aveva illuso che la forbice tra Europa e Italia potesse richiudersi, con un aumento dei prezzi dell’1,9% nell’intera Eurolandia e del 2,2% in Italia. Ma a febbraio la forbice ha ricominciato ad aprirsi, con uno scarto che rischia di essere pari quasi a un punto percentuale, se le prime stime dei prezzi saranno confermate.
L’anomalia italiana
«Siamo in presenza di un’inflazione legata a problemi strutturali del nostro paese - spiega Marcello Messori, docente di economia all’università di Roma Tor Vergata - cioè al fatto che molti comparti produttivi hanno posizioni di rendita perché non sono esposti alla concorrenza e possono quindi permettersi di mantenere più alti i prezzi». Questo ombrello che protegge dal mercato per gran parte dei gruppi industriali, ma anche per i servizi, in particolare per il commercio.
L’anomalia italiana rispetto al resto di Eurolandia è ancora più evidente se si vuole andare oltre l’inflazione rilevata dall’Istat e prendere sul serio l’inflazione “percepita” direttamente dai consumatori nei portafogli.
Ieri l’Intesa dei consumatori, rappresentata da Rosario Trefiletti, ha sostenuto che l’ultimo dato Istat rappresenta «un avvicinamento alla reale situazione inflattiva del nostro paese», ma che ancora non ci siamo.
«Una spiegazione è possibile - dice ancora Messori - ipotizzando un effetto paniere.
Le rilevazioni dell’Istat sono certamente le più accurate che abbiamo a disposizione, ma probabilmente all’interno del paniere sono cresciuti di più i prezzi dei beni acquistati di più dai ceti medio-bassi. Su questo occorrerebbe indagare di più: se questa ipotesi fosse vera vorrebbe dire c’è stata una distorsione nella dinamica dei prezzi che ha avuto un effetto redistributivo a favore dei più ricchi».
Se la Bce abbassa i tassi?
Con l’inflazione che diminuisce all’1,6% nell’area dell’euro, si apre uno scenario favorevole a un taglio dei tassi da parte della Banca centrale europea. Il target di inflazione indicato dalla Bce è infatti del 2% e ora sembra davvero che i prezzi stiano scendendo sotto questo tetto. Questa settimana sono fioccati altri dati economici che potrebbero pesare nella direzione di un abbassamento del costo del denaro. Sono arrivati nuovi segnali che la ripresa non decolla, ma questo argomento, si sa, non produce alcuna emozione a Francoforte. Ma soprattutto la massa monetaria in circolazione – un parametro che alla Bce sta invece molto a cuore – ha rallentato la sua crescita. L’istituto di Francoforte, che giovedì prossimo terrà la riunione mensile sui tassi, potrebbe dunque lasciarsi convincere, tanto più che la riduzione dei tassi potrebbe moderare il supereuro.
Giocano a sfavore solo le pressanti richieste dei politici – prima il cancelliere tedesco Schroeder ha chiesto un taglio, poi il primo ministro francese Raffarin – che di solito inducono la banca centrale a irrigidirsi.
Se i tassi europei dovessero scendere, cosa ne sarebbe dell’inflazione italiana? Un abbassamento dei tassi di solito fa crescere i prezzi perché aumenta la liquidità. Ma questa volta l’anomalia italiana potrebbe in qualche modo evitare ripercussioni sui prezzi.
«Se l’inflazione italiana è dovuta alla mancanza di concorrenza – fa notare Messori – dunque non ha niente a che fare con un’in- flazione da domanda o da liquidità. Tant’è vero che l’inflazione è alta, ma i consumi sono asfittici. Se i tassi scenderanno possiamo perciò prevedere un piccolo giovamento per la nostra economia, soprattutto per i riflessi sulle esportazioni italiane. Ma non si avranno sostanziali conseguenze sui prezzi».
europaquotidiano.it
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LA PARTITA DI BUSH LADEN - di Giulio Gargia
Dunque, non è vero. Almeno per il momento, Bin Laden non è stato catturato. Hanno smentito tutti : gli USA, la Gran Bretagna , il Pakistan. Le grandi manovre ai confini tra Pakistan e Afghanistan e la visita sul campo di Rumsfeld qualche giorno fa, che sembravano avvalorare la notizia che dava il “ re del terrore ” circondato insieme al Mullah Omar, difeso solo da 50 uomini, non hanno prodotto quello che si aspettava.
La notizia della cattura del capo di Al Quaeda, lanciata da una radio pashtun , legata ai conservatori di Teheran, non è stata confermata. Ma non è detto che non sia vera o almeno verosimile. Perché quello che è sicuro è che la tempistica di un’eventuale cattura o uccisione di Bin Laden sarebbe decisiva ai fini della rielezione di un Bush che oggi non appare così certo della sua riconferma.
E allora l’idea di gettare Bin Laden , vivo o morto, nel grande show del Great Old Party ( come negli USA si chiama il partito repubblicano ) potrebbe essere l’asso nella manica di Karl Rove, lo stratega elettorale di Bush.
Rove è uno che ha pianificato( leggere il libro di Michael Moore per credere ) i brogli della Florida, privando preventivamente – con trucchi amministrativi - del diritto di voto migliaia di cittadini di colore, perchè si pensava potessero votare per Gore.
La variabile di questa strategia è Bin Laden stesso, se è ancora in grado di disporre di se stesso e dei suoi movimenti. Che farà ? E’ consapevole di essere una chance di rielezione per Bush ?
Si capisce come la sua politica e quella di Bush siano complementari. Il terrore wahabita trae forza dalla “ guerra preventiva” così come Bush dagli attentati di Al Quaeda.
Perciò, è probabile che l’ arresto o la fine di Bin Laden sancirebbe proprio il fallimento della politica estera di Bush che – privatodella foglia di fico della lotta al Male Assoluto – rimarrebbe nudo, nella sua improponibile veste di neoimperialismo.
Sono ipotesi complesse , perché probabilmente i diversi scenari si prestano tutti a manipolazioni differenti, sia che Bin Laden sia trovato o ucciso, sia che rimanga ad aleggiare nell’aria come un fantasma.
Certamente, la fine di Bin Laden riporterebbe la questione della guerra al terrorismo in termini più politici e meno emotivi: l’America avrebbe avuto la sua vendetta, e potrebbe finalmente cominciare a ragionare senza il ricatto dei morti delle Twin Towers. Sarà per questo che le smentite del Pentagono risuonano così sonoramente. Non è ancora il momento per sgombrare il campo dal Grande Avversario. Se proprio bisogna farlo, meglio a settembre.
Anche perché, come si vede negli spettacoli di un geniale burattinaio partenopeo, Bush Laden è una sola entità con due teste. Se ne tagliamo una, anche l’altra si troverà spiazzata.
megachip.info
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In arrivo il Supermartedì, ma Kerry già pensa a Bush
I sondaggi della California sono una meraviglia, ma la notizia migliore per John Kerry ieri è arrivata dal Michigan - dove si è votato 3 settimane fa: l'indice della fiducia dei consumatori, che mensilmente viene calcolato dalla locale Università, è crollato infatti di quasi 10 punti rispetto al mese scorso (94,4 contro il precedente 103,8). Il senatore del Massachusetts non potrà mai rallegrarsene pubblicamente, ma nel bel mezzo di una campagna elettorale che per i Democratici consiste sostanzialmente nell'accusa a Bush di aver affossato l'economia, la logica del tanto peggio-tanto meglio è destinata a prevalere. Il Pil sale ma non tanto quanto era parso tre mesi fa? Bene. L'occupazione va a singhiozzo? Benissimo. I consumatori non si fidano (e dunque sono meno inclini a spendere)? Magnifico. Vuol dire che il disco è quello giusto. Dj, alza il volume: «Jobs! Jobs!! Jobs!!!». Peccato dover aspettare fino al 2 novembre...
Anziché incrociare i guantoni col presidente, come smania di fare, Kerry deve invece vedersela ancora con John Edwards, l'ultimo avversario vero rimasto a sbarrargli la strada alla nomination democratica. Ma benché quest'ultimo sia più giovane, più bello e parli molto meglio di lui, tempo tre giorni Kerry potrebbe sbarazzarsene in modo quasi definitivo (salvo sorprese, of course). Martedì prossimo, infatti, non sarà un martedì qualsiasi. Martedì prossimo è il Supermartedì, il giorno della verità in cui si celebrano le primarie in dieci stati contemporaneamente. E che stati: California, 35 milioni di abitanti; Connecticut, 3,4 milioni; Georgia, 8,6 milioni; Maryland, 5,4 milioni; Massachusetts, 6,4 milioni; Minnesota, 5 milioni; New York, 19,1 milioni; Ohio, 11,4 milioni; Rhode Island, 1 milione; e Vermont, 620 mila. Totale 95 milioni, un terzo dell'intera popolazione degli Stati Uniti. Parallelamente, è altissima anche la posta in palio: 1.152 delegati congressuali.
Kerry, sondaggi alla mano, potrebbe vincere ovunque. In California le previsioni lo danno al 60 per cento contro il 25 di Edwards; in Ohio al 53, a New York al 54 e in Georgia al 45. Se davvero andrà così - Edwards per contro spera di tirargli un brutto scherzo in Ohio e in Georgia, per poi giocarsi il tutto per tutto nei quattro stati del sud che votano martedì 9 - la partita sarà chiusa. Sostanzialmente, anche se non matematicamente.
Kerry ora come ora ha 660 delegati, contro i 195 di Edwards, i 15 di Sharpton e i 10 di Kucinich. Quand'anche vincesse tutti i delegati in palio martedì (cosa che comunque non avverrà mai, visto che vengono assegnati su base proporzionale), non arriverebbe ancora alla soglia richiesta per ottenere la nomination, che è di 2.162. A quel punto, però, sarebbe solo una questione di tempo. E fiutata l'aria, molti elettori democratici del Texas, della Louisiana, della Florida e del Mississippi - gli stati meridionali dove si vota il martedì immediatamente successivo, 9 marzo - potrebbero voltare le spalle al rampollo del profondo sud e incoronare definitivamente lo yankee del lontano (e poco amato) Massachusetts.
Martedì, insomma, potrebbe essere il giorno della svolta definitiva: della fine sostanziale della competizione interna al Partito Democratico e dell'inizio della campagna elettorale vera e propria. A quel punto cambierebbe tutto. Libero dall'onere di duettare con i suoi consimili (persone del cui appoggio, a primarie concluse, Kerry avrà un enorme bisogno), JFK comincerà il lungo e faticoso lavorio per riunificare i Democratici, per poi gettarsi a testa bassa contro la Casa Bianca. E potrà - anzi, dovrà - cominciare a sfogliare la margherita, per individuare colui (o colei) che vorrà al suo fianco come vice.
Questo è un altro capitolo doloroso, perché la scelta non è per niente facile, e perché i pretendenti sono tanti, cosa che non aiuta certo a ridurre il tasso di animosità interna. Il solo a dire apertamente che sarebbe onoratissimo di servire al fianco di Kerry è Bob Graham, senatore di lungo corso della Florida che promette di portare in dote lo stato che costò la casa Bianca a Gore. Ma dietro a lui, più silenziosi, altri gli contendono il posto: Dick Gephardt (che offre in dote il Missouri e fors'anche l'Ohio), Wesley Clark (che ci metterebbe le sue stellette e forse l'Arkansas), magari lo stesso Edwards (che ambirebbe a redimere le due Carolinas), oppure la senatrice dell'Arkansas Blanche Lincoln.
ilriformista.it
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Stati Uniti, soffia un vento protezionista...
di Alfonso Tuor
Negli Stati Uniti l’emigrazione dei posti di lavoro verso i paesi a bassi salari è diventato un tema centrale della campagna elettorale in vista delle elezioni presidenziali del prossimo mese di novembre. Nelle primarie democratiche si è infatti creata una specie di competizione tra i candidati su chi presenta le più credibili proposte per frenare la fuga dei posti di lavoro. Il mettersi in sintonia con le preoccupazioni degli americani per la crescente insicurezza dell’impiego appare a tal punto pagante elettoralmente che leaders del partito repubblicano hanno chiesto le dimissioni di Gregory Mankiw, presidente dei consiglieri economici di Bush, per avere affermato che «se un servizio può essere fornito meglio e a un prezzo inferiore all’estero, l’economia americana ne trarrà beneficio».
C’è dunque da domandarsi come mai queste tematiche sono oggi centrali nel dibattito politico statunitense e quali potrebbero essere le conseguenze per il processo di globalizzazione. La sensibilità dei cittadini americani è dovuta innanzitutto al fatto che l’attuale forte espansione economica non si sta traducendo in un significativo aumento di nuovi posti di lavoro.
Infatti, da quando George Bush è entrato alla Casa Bianca il numero degli occupati è diminuito di 2,3 milioni di unità. Ma c’è di più. Secondo i calcoli di Steven Roach di Morgan Stanley, durante i primi 26 mesi questa ripresa ha evidenziato un’incapacità senza precedenti di creare nuova occupazione, a tal punto che, secondo l’economista della banca americana, se si paragona con i precedenti cicli, all’appello mancano ben 8 milioni di posti di lavoro. Questi dati non sono controversi. Controverse sono le cause di questo fenomeno. Le correnti di pensiero principali sono sostanzialmente due.
La prima è che la scarsa prolificità di posti di lavoro di questa ripresa è dovuta al forte aumento della produttività registrato negli ultimi anni dall’economia statunitense. Dunque, la debolezza della ripresa fa sì che le società americane sono in grado di soddisfare l’aumento della domanda di prodotti e di servizi senza ricorrere a nuove assunzioni. Quindi, c’è solo da avere pazienza, poiché tra poco tempo l’economia statunitense si rimetterà a creare centinaia di migliaia di nuovi posti di lavoro, ed è dunque sbagliato addebitare all’emigrazione dei posti di lavoro la responsabilità delle attuali difficoltà. Anzi, l’economia americana è destinata a trarre grande beneficio dalla sua apertura, poiché sul lungo termine la competizione internazionale riduce i costi e i prezzi e, quindi, aumenta il potere d’acquisto e il tenore di vita dei consumatori statunitensi.
La seconda corrente di pensiero parte da un presupposto completamente diverso. Il raddoppio delle dimensioni del mercato del lavoro internazionale dovuto all’entrata in campo di milioni e milioni di cinesi ed indiani ha un effetto deflazionistico sui prezzi e sui salari dei lavoratori americani. Questo effetto non è più limitato unicamente ai dipendenti del settore industriale, ma si è esteso anche ai cosiddetti «colletti bianchi», ossia al settore dei servizi che dà lavoro all’80% degli americani. Infatti, il fenomeno dell’outsourcing ha fatto sì che il lavoro dei programmatori informatici, degli analisti finanziari e così via, viene trasferito soprattutto in India, dove viene svolto a costi nettamente inferiori a quelli americani. Il risultato finale è una forte pressione deflazionistica, che fa sì impennare la produttività, ma che deprime livelli salariali e occupazionali negli Stati Uniti.
Sui vantaggi a lungo termine di questi fenomeni si invoca la famosa frase di Keynes, secondo cui «nel lungo termine saremo tutti morti». A questo punto il conflitto diventa tra economia e politica. Il ciclo politico delle elezioni americane non può aspettare di attendere i risultati di lungo termine dell’aggiustamento economico provocato dalla globalizzazione. Inoltre, la scarsa creazione di nuovi posti di lavoro e le paure dei «colletti bianchi» americani diventano un elemento centrale nel dibattito politico, a tal punto che il Congresso ha già votato una legge che vieta l’assegnazione di appalti pubblici a società che ricorrono all’outsourcing in paesi a bassi salari, a tal punto che provvedimenti analoghi sono stati già adottati da numerosi Stati americani e a tal punto che i due candidati oggi in testa nelle primarie democratiche hanno già promesso di voler rivedere gli accordi commerciali finora sottoscritti dagli Stati Uniti e a non firmarne nuovi se non saranno inserite clausole a protezione dell’ambiente e dei diritti dei lavoratori.
Tutto ciò spinge molti analisti a ritenere che il clima politico negli Stati Uniti nei confronti della globalizzazione stia rapidamente mutando e che il movimento protezionista ha il vento in poppa. In questo contesto politico si aprono due pericolosi conflitti commerciali tra Stati Uniti ed Unione Europea. Infatti il prossimo primo marzo dovrebbero cominciare a scattare le ritorsioni europee, avvallate dall’Organizzazione Mondiale del Commercio, sulle agevolazioni fiscali alle esportazioni americane. Gli Stati Uniti si erano impegnati a rivedere queste norme, ma il Congresso non è riuscito a varare una riforma.
Nei piani di Bruxelles le sanzioni commerciali dovrebbero cominciare quest’anno da circa 200 milioni di dollari per poi aumentare gradualmente per arrivare a 4 miliardi di dollari. Il rappresentante commerciale dell’amministrazione Bush, Robert Zoellick, si è affrettato a dichiarare che le sanzioni equivalgono a una «bomba atomica» sull’interscambio commerciale. A questo contenzioso se ne aggiunge un secondo, dovuto alla recente decisione dell’OMC di dichiarare illegali le leggi antidumping americane. Questo confronto con l’Europa si sovrappone dunque al dibattito negli Stati Uniti sulla perdita dei posti di lavoro. Non è quindi azzardato ipotizzare che il vento protezionistico sia destinato a gonfiarsi ulteriormente, poiché alla ripresa che non crea nuova occupazione e all’emigrazione dei posti di lavoro verso i paesi a bassi salari si aggiungono il crescente deficit della bilancia commerciale statunitense, la debolezza del dollaro e la crescente dipendenza degli Stati Uniti dai finanziamenti di Giappone e Cina.
E' quindi probabile che il confronto tra le ragioni della politica e quelle dell’economia si concluda con il prevalere delle prime.
Alfonso Tuor
(giornalista, Corriere del Ticino)
redazione@reporterassociati.org
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«Così abbiamo creato 10mila posti»
ROMA Investimenti e sviluppo, incentivi all’occupazione e sostegno al reddito «la nostra è una strategia che poggia su più gambe», spiega il presidente della Campania Antonio Bassolino nel descrivere quanto sta accadendo nella sua regione. «Per il terzo anno consecutivo il nostro Pil cresce più della media nazionale e, cosa per nulla scontata, diminuisce la disoccupazione». Proprio alla creazione dei posti di lavoro è finalizzato Aifa, (Accordo di inserimento formativo per l’assunzione a tempo indeterminato) che alla sua terza esperienza ha prodotto la creazione di 10mila nuovi posti. Il nuovo bando scade lunedì, a fronte della mole di richieste di adesione da parte delle aziende, soprattutto piccole e medie, la giunta regionale ha stanziato altri 15 milioni di euro che si sono aggiunti ai 37 milioni già approvati.
Incentivi per le assunzioni a tempo indeterminato in tempi in cui sembrerebbe che l’occupazione non può che essere precaria. Una bella sfida...
«Diciamo che dopo il reddito di cittadinanza è un’altra scelta di sinistra, o meglio di centrosinistra. Naturalmente il tempo indeterminato non è l’unica forma in cui oggi si esprime il lavoro, ma noi riteniamo che a fianco delle altre debba esserci, il nostro sforzo è questo. Così ci siamo inventati questi incentivi che vengono dati direttamente alle imprese perché formino il lavoratore e poi lo assumano. Con il terzo bando che scade in queste ore andremo a 10mila occupati in più a tempo indeterminato».
Quale risposta è venuta dalle imprese?
«Molto buona, in quest’ultimo bando partecipano per la prima volta imprese esterne alla Campania disponibili a localizzarsi qui da noi anche grazie ad Aifa che viene visto come strumento aggiuntivo ad altri che esistono già. Questo per noi è molto importante».
In Campania la disoccupazione è una sorta di emergenza storica, però gli ultimi dati dicono che si sta muovendo qualcosa. A parte l’Aifa cos’altro c’è di nuovo?
«Dal 2001 per il terzo anno consecutivo il Pil della Campania è cresciuto più della media nazionale e la stessa tendenza si ha nell’occupazione. Questo è dovuto soprattutto al migliore uso, rispetto al passato, dei fondi europei: un terzo del nostro Pil è dovuto a questo migliore utilizzo, del resto una cosa analoga si era giù avuta in Spagna, in Portogallo che nel recente passato avevano gestito quelle risorse certamente meglio delle regioni meridionali italiane. Alla crescita del Pil si accompagna un calo della disoccupazione: e questa è una novità perché in passato anche quando cresceva il Pil cresceva la disoccupazione per il numero sempre consistente di giovani e donne che si affacciano sul mercato del lavoro».
Fondi europei per forti investimenti, in quali campi?
«Soprattutto nei trasporti su ferro, la metropolitana di Napoli, la metropolitana regionale, infrastrutture, logistica: le risorse programmate al 2003 ammontano a 635 milioni di euro; altri 625 milioni sono investiti nei bene culturali e nel turismo; e 310 milioni vanno alla ricerca scientifica e all’innovazione tecnologica, un settore in cui la Campania investe il doppio della media nazionale. Abbiamo la originale esperienza di otto centri di competenza regionale, misti tra università, impresa e Regione finalizzati al trasferimento al mondo dell’impresa dei passi in avanti che si fanno sul piano della conoscenza e dell’innovazione. Infine, gli incentivi all’occupazione per 122 milioni di euro (complessivamente per i tre bandi Aifa) e il reddito di cittadinanza. Una strategia che punti molto sulla crescita trainata dagli investimenti pubblici in sinergia con i privati, e molto sulla valorizzazione delle nostre risorse, ambientali, turistiche, oltre che umane. Ovviamente c’è bisogno di crescere di più e per più anni, solo così si può ridurre il divario con il Nord. E si avverte il bisogno di maggiori investimenti nazionali in tutto il Paese, non solo in Campania. Noi spingiamo per poter crescere in un Paese che cresce di più».unita.it
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Pierro fa propaganda politica»
Protestano i parlamentari della Casa delle libertà
Per l'editoriale pro Ulivo pubblicato sul settimanale della Curia ''Agire''
di Gianni Giannattasio
Insorgono i parlamentari salernitani della Casa delle Libertà contro l'editoriale apparso sul settimanale cattolico ''Agire''. L'articolo, dal titolo ''Dove va l'Ulivo'', è firmato con tre asterischi. I giornalisti solitamente attribuiscono gli editoriali all'arcivescovo Gerardo Pierro. Non è detto che sia così, ma è indubbio che ''Agire''sia il settimanale della Curia. L'estensore analizza il discorso di Prodi alla convention della lista ''Uniti per l'Ulivo'' che Ds, Margherita, Sdi e Repubblicani europei, accogliendo l'invito del presidente della Commissione Ue, presenteranno alle elezioni europee di giugno. Nell'articolo si plaude alla semplificazione del quadro politico nel centrosinistra e si pone l'accento sulla necessità di «un programma di largo respiro che possa rispondere alle attese anche di quelli che non sono oggi nella lista unitaria e non nascondono una certa diffidenza verso di essa». Già riprendere le frasi pronunciate da Prodi contro il governo Berlusconi, sicuramente non ha fatto piacere ai parlamentari della Casa delle Libertà a. Ma ciò che ha fatto scattare la protesta ufficiale di Borea, Demasi, Fasolino Salzano, Cardiello, Fasano e Milanese, è stata soprattutto la conclusione dell'articolo. L'ultimo capoverso, infatti, recita testualmente: «La capacità di unire gli scontenti dell'attuale governo su un progetto credibile potrebbe aprire una nuova stagione all'insegna dell'Ulivo per il bene del Paese''. Insomma, una vera e proprio dichiarazione di voto che in città è stata attribuita all'arcivescovo.«Apprendiamo con stupore dal quotidiano ''Il Mattino'' che monsignor Pierro si sarebbe avventurato in giudizi e previsioni politiche non compatibili con il suo ruolo pastorale. Ci auguriamo - sostengono i parlamentari della Cdl in un comunicato stampa - che si tratti di un colossale equivoco che l'interessato vorrà smentire immediatamente. In caso contrario, dovremo ritenere che l'arcivescovo ha simbolicamente gettato la tonaca per indossare i panni del propagandista politico». In verità, i deputati e i senatori del centrodestra avevano già avuto dubbi in tal senso «in occasioni precedenti da noi non commentate per rispetto della funzione pastorale. Adesso, però, occorre una parola chiara nei confronti della pubblica opinione onde evitare equivoci e disorientamento dei fedeli». Il comunicato si conclude con una sorta di ammonimento: «Solleciteremo, pertanto, alle più alte gerarchie ecclesiastiche un'audizione per richiamare l'attenzione su quanto si sta verificando nell'Arcidiocesi salernitana e recuperare il clima di serenità che deve separare l'attività della Chiesa da quella della politica». Che monsignor Pierro propenda per il centrosinistra non è affatto una novità, già alcuni mesi fa, in un altro editoriale di agire si plaudiva all'Ulivo contro il Centrodestra. Anche in quel caso in calce all'articolo comparivano i tre asterischi. In una conferenza stampa gli fu esplicitamente chiesto se fosse lui l'estensore materiale. Monsignor Pierro non scoprì l'identità dell'autore, ma rispose che certamente l'aveva ispirato. Probabilmente anche in questo caso è successa la stessa cosa. «Sicuramente - spiega il direttore responsabile di ''Agire'' Vito Pinto- l'articolo non è a firma del vescovo. Abbiamo fatto un'analisi del discorso di Prodi e sollecitato un programma per i cittadini. E' una prerogativa di ogni opinionista ed un compito di un giornale cattolico. Si può discuterne, ma nessuno può criticare la linea editoriale di un giornale». lacittadisalerno.quotidianiespresso.it
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I sogni si possono realizzare
ZURIGO - "Tu sogni qualcosa, attento, quei sogni puoi realizzarli..." parafrasando un vecchio proverbio cinese a conclusione del suo accorato intervento a sostegno delle ragioni e dell'impegno progettuale de l'Ulivo in Svizzera nelle elezioni per il rinnovo dei Comites, l'europarlamentare Gianni Pittella, responsabile dei Democratici di Sinistra per gli italiani all'estero, domenica scorsa ha galvanizzato i numerosi dirigenti e i candidati convenuti a Zurigo alla convention nazionale per l'apertura della campagna elettorale per il rinnovo dei Comites. E' questo il messaggio d'augurio che Gianni Pittella ha espresso ai militanti e al popolo dell'Ulivo riunitosi a Zurigo nella Casa l'Italia gremita per l'apertura della campagna elettorale, ricevendo molti consensi, che gli sono stati tributati alcune ore più tardi anche in quello di San Gallo, dove ha dibattuto con gli italiani della Svizzera orientale.
Forte di una convinzione europeista e fautore dell'affermazione dei diritti civili e giuridici dei cittadini migranti che vivono il mondo, Gianni Pittella tracciando dei paralleli, ha ricordato l'attualità del ruolo visionario svolto oltre sessant'anni fa da Altiero Spinelli ed Enrico Rossi, e più tardi Alcide De Gasperi, Konrad Adenauer in funzione di una dimensione geopolitica sovranazionale che oggi, nonostante la battuta d'arresto dell'ultimo semestre europeo a guida italiana, incomincia a prendere forme e fisionomia più nitide. La costruzione della nuova Europa come il riconoscimento a pieno titolo dei futuri rappresentanti italiani all'estero nei due rami del Parlamento italiano. I diritti di cittadinanza ancorati nella costituzione quale condizione inalienabile per il riconoscimento della libertà dei cittadini di muoversi senza vincoli, senza limiti e senza frontiere.
Parlando ad una platea molto attenta ed entusiasta, e dialogando con i candidati dell'Ulivo ai prossimi Comites, Pittella ha ribadito come anche nei nuovi paesi d'insediamento la sfida del nostro tempo consiste nella capacità di aprirsi al nuovo, di incoraggiare, di stimolare e di promuovere processi che favoriscano l'integrazione nelle società di accoglienza il cui fine ultimo é l'emancipazione dell'uomo e il loro sviluppo sociale, economico e culturale. Nelle società moderne le condizioni di interdipendenza finanziaria, economica e culturale fanno si che i cittadini non si spostano più per necessità, come é successo a molti italiani emigrati nel secolo scorso, bensì le loro scelte sono determinate da differenti esigenze, motivazioni e da nuove opportunità di vita. Queste novità devono essere regolate e gestite con strumenti adeguati. In quest'ottica i Comites, che costituiscono gli organismi di rappresentanza di base delle comunità italiane in tutto il mondo, rappresentano una scommessa su cui potrà essere eretto il futuro delle comunità stesse. Perciò, ha sottolineato Pittella, al di là delle irrilevanti modifiche della legge 23 ottobre 2003 all'istituto dei Comites, é indispensabile che le condizioni di partenza, incominciando dalla veridicità delle anagrafi elettorali, garantiscano la rappresentanza e la partecipazione più ampia possibile di elettori. Solo a queste condizioni si potrà parlare di un nuovo inizio e di una speranza che i nostri connazionali all'estero possano realizzare le proprie aspettative ad occhi aperti. Possiamo ritenerci fortunati che è finito il tempo in cui agli italiani all'estero era sufficiente fare dei proclami per accattivarsene le simpatie; oggi che finalmente hanno il diritto di eleggere i propri rappresentanti nel Parlamento italiano, nei Comites e nel CGIE, sono in grado di distinguere e di compiere delle scelte diventando protagonisti del proprio destino e di quello del nostro Paese. Per questo motivo è opportuno che, nei prossimi giorni, il ministero per gli italiani nel mondo si inventi il modo per recuperare il grave ritardo sull'informazione e promuova in giro per il mondo una campagna pubblicitaria capace di coinvolgere al voto le nostre collettività all'estero. (Michele Schiavone-New Letter dei Ds in Svizzera/Inform)
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Moratti bocciata». Centomila a Roma, verso lo sciopero generale
di Wanda Marra
Un grande scroscio di grandine e la strada si colora improvvisamente di bianco. Sono le 14 e 30 e Piazza della Repubblica a Roma è gremita di insegnanti, bambini, genitori, rappresentanti sindacali arrivati da tutta Italia per protestare contro la riforma Moratti della scuola. Le condizioni atmosferiche non esattamente favorevoli creano un momento di perplessità tra la folla. Ma è solo un attimo. Poi, la testa del corteo parte. I fischietti assordanti e la musica di De Andrè accompagnano lo striscione d'apertura: «Di nuovo in piazza. Perché una scuola diversa è possibile», firmato Cgil, Cisl e Uil.
La grandine si fa sempre più fitta. Ma la reazione della gente è immediata. «Ci dà ancora più forza», dicono in molti. I palloncini colorati siglati Cgil si stagliano sullo sfondo scurissimo del cielo. E sotto gli ombrelli spuntano i visetti di tanti bambini, che nonostante il tempo, il divieto del centrodestra ad accompagnare i genitori in corteo e le parole tonanti del capocorsita azzurro Sandro Bondi, non sono stati lasciati a casa. «Sono qui perché ci vogliono togliere il tempo pieno», un grandissimo sorriso, è Gaia, 8 anni, a parlare. E la grandine? Che mi dici della grandine?. «È ancora più divertente». Sembra l’allegria la cifra dominante della mobilitazione. Un’allegria invincibile che viene opposta a una riforma cupa come il cielo, che cancella la scuola pubblica e abolisce il tempo pieno. «Questo significa che dobbiamo uscire da scuola all’una - dice Nicola, occhi azzurrissimi e lentiggini – e noi il pomeriggio giochiamo e lavoriamo».
Mentre la testa del corteo arriva quasi a Trinità de’ Monti, con la Storia siamo noi di De’ Gregori come sottofondo, la coda non è ancora partita. Sono tantissimi, almeno 100mila. Venezia, Trieste, Firenze, Napoli, Potenza, sono solo alcune delle città rappresentante. Moltissime le bandiere dei sindacati e nello spezzone finale dell corteo i Coordinamenti di Lotta. «Moratti bocciata», recitano tantissimi cartelli. Mentre i megafoni scandiscono: «Tremonti, Moratti. Poi faremo i conti». Enormi pacchetti di sigarette esibiscono la scritta ormai celebre: «Moratti. Nuoce gravemente alla salute». E non manca lo striscione, divenuto ormai un classico, in quella che è la terza manifestazione in due mesi: «Vogliamo andare a scuola con gioia. Ma senza Letizia».
Giuseppe ha 54 anni, viene dal Trentino, e fa il professore di scuola media dal ’71: «Il nostro è uno dei sistemi scolastici migliori d’Europa. E questa riforma vuole smantellarlo, privatizzandolo», dice. «No a una scuola senza volto», è il cartello che in molti portano appeso al collo. «È quella che vuole la Moratti», spiega Patrizia. «Una scuola per confessione, per classi, per reddito. Una scuola per ignoranti, per deficienti». La definizione è di Jacopo, dell’Unione degli Studenti. Ha 18 anni, fa il V scientifico. Per adesso, ancora non c’è nulla di ufficiale sulla riforma delle superiori, vero?. «Ancora no. Ma è chiaramente questo che ne vogliono fare», dice, battagliero, al ritmo di Manu Chao.
A raccogliere e rilanciare una mobilitazione che è partita spontanea nelle città, nei paesi, nei quartieri, nelle scuole, e che da novembre va avanti battagliera, sono i sindacati. «Annunciamo per il mese di marzo - dichiara il segretario generale della Cgil Scuola, Enrico Panini - uno sciopero generale della categoria. Vogliamo una riforma vera. O saremo ascoltati o andremo avanti».
«Come confederazioni - dichiarato il segretario generale della Cisl, Daniela Colturani - portiamo avanti una proposta unitaria condivisa. Andremo avanti finchè non avremo risposte che riterremo soddisfacenti». Mentre il leader della Uil-scuola, Massimo Di Menna, sottolinea alcuni dei guasti che la riforma Moratti produrrebbe: «La verità è che cambia il lavoro degli insegnanti della scuola dell' infanzia, si riducono le ore di insegnamento di italiano, inglese, tecnica, con il sistema delle opzioni si trasforma la scuola in un supermarket dell'offerta formativa. Per di più non c'è certezza sugli organici. Ci sembrano ragioni sufficienti per protestare». Ed Epifani rilancia: «È assai probabile che il movimento di protesta crescerà fino a coinvolgere l'intera categoria. Bisogna ricordare che oltre alla questione del tempo pieno, c'è anche un'assenza di investimenti e la questione dei percorsi dei bambini, precocemente divisi».
Solidarietà a «tutti coloro che hanno scelto di impegnarsi per una scuola pubblica di qualità» è arrivata anche dal Sindaco di Roma, Walter Veltroni. Mentre il segretario dei Ds, Piero Fassino ha ribadito: «Quella del ministro Moratti non è una riforma, ma una "de-forma" che smantella la scuola pubblica e getta nell'inquietudine le famiglie italiane preoccupate di fronte a una scuola che non è più in grado di garantire ai ragazzi quel futuro sereno che tutti vogliamo».
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C'era una volta la radio (ovvero, come fregare Mediaset...)
Nokia forse ne ha fatta una giusta....
La radio, la cenerentola dei media. Poco invasiva, musicale, a volte piena di telefonate degli ascoltatori e che ti segue sempre, anche fuori di casa.
Una emittente radiofonica di oggi non è molto diversa, tecnicamente, dalle sue prime nonne degli anni 30. Un sistema di emissione Fm o Am e poco di più. Ma oggi il media radiofonico potrebbe conoscere una nuova giovinezza, grazie all’integrazione (convergenza) con il cellulare digitale.
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IL GIOCO POPULISTA DEL CAVALIERE
MASSIMO GIANNINI
da Repubblica - 28 febbraio 2004
Sono passati appena una decina di giorni dall´inizio della campagna "presidenziale" di Berlusconi, in vista delle europee e delle amministrative di giugno, e l´impetuosa marcia del premier ha già lasciato sul campo una cospicua quantità di macerie. La forza devastante della sua comunicazione politica cresce in misura inversamente proporzionale alla debolezza deprimente della sua azione di governo. Per recuperare consensi, non può rivolgersi alla testa degli elettori delusi, che non ci cascherebbero: gli aveva promesso meno tasse e più ricchezza, gli ha portato l´aumento dei tributi locali e la recessione.
Il gioco populista del premier in difficoltà
Così, Berlusconi riprova a parlare direttamente alla pancia della gente arrabbiata, che potrebbe ricascarci: da leader di un «partito materiale» non può offrirgli una visione identitaria comune che in questi anni non è mai stata elaborata, ma può tornare a promettergli l´unico e originario riferimento condiviso: lui stesso. L´uomo solo al comando, in lotta contro il resto del mondo. Al decennale di Forza Italia il Cavaliere aveva lasciato capire quali sarebbero stati i nemici da colpire: i soliti comunisti, gli «appositi» magistrati. La settimana scorsa ha allargato il tiro ai «politici di professione», per i quali ha ideato un «sillogismo» degno di Aristotele: hanno la casa al mare, alcuni hanno pure la barca, quindi sicuramente rubano.
Per giustificare l´ingiustificabile (il voto di fiducia sul decreto salva-Rete4) già che c´era ha menato un fendente anche al Parlamento, e alle sue «eccessive lungaggini».
Ma ieri ha fatto un passo ancora più avanti, nella sua personalissima rivisitazione pseudo-maccartista della storia italiana: «Non immaginavo che la Prima Repubblica mantenesse una presenza così forte e radicata in tutte le istituzioni, e questo rende tutto più difficile». A scanso di equivoci, ha ripetuto due volte quel «tutte». Casomai qualcuno pensasse che fuori dall´esecrabile «lista di proscrizione» dei sopravvissuti del Vecchio Regime ancora annidati nelle istituzioni potessero restare magari la presidenza della Repubblica o la Consulta, l´Istat o la Corte dei conti. È solo una variante del «non mi lasciano lavorare», che lo rese celebre nel ?94, al primo fallimento da capo del governo. Ma oggi rischia di essere, allo stesso tempo, più grottesca e più pericolosa. Grottesca, perché la Casa delle Libertà ha la maggioranza numericamente più forte che sia mai uscita dalle urne dal 1948 ad oggi. Pericolosa, perché con questo alibi, e tra conflitti sempre più laceranti al tessuto connettivo della politica e della società italiana, il Cavaliere continuerà a "regnare" sulla nazione fino alla fine della legislatura, ma senza più governarla.
Il "gioco" di Berlusconi è fin troppo smaccato. Come gli ha ricordato proprio il Capo dello Stato nel suo discorso a Sassari del mese scorso, lo aspettano tre anni di consultazioni elettorali, prima del voto politico del 2006. Uno stillicidio. Non avendo risultati concreti da smerciare sul mercato dei consensi, il Cavaliere aggiorna e rilancia il marketing politico della famosa «discesa in campo». Prova a reinventarsi e a riproporsi, un´altra volta, come l´Uomo Nuovo. L´Uomo dell´antipolitica. L´Uomo del Fare che, mentre i praticoni dell´Ancien Regime bivaccavano flaccidi e inefficienti sui banchi del Parlamento, lavorava venti ore al giorno per costruire un impero e per far divertire e far «progredire» gli italiani. Con il telecomando e con le polizze assicurative. Con gli appartamenti residenziali di Milano due e con le vittorie internazionali del Milan. È perfino stucchevole dover ripetere, per la milionesima volta, quale gigantesca manipolazione storica si nasconda dietro questa leggenda. È quasi noioso, ormai, dover ricordare quanto proprio il Cavaliere, per i suoi legami con Craxi e per i salvacondotti televisivi che il Psi e la Dc gli assicurarono a colpi di decreto legge agli inizi degli anni ´80, sia una figura «consustanziale» alle vicende della Prima Repubblica, compresa quella non proprio edificante della loggia P2. È quasi inquietante dover rammentare che, oltre a lui stesso, dei 210 parlamentari eletti nelle liste di Forza Italia nel 2001 ben 80 provengano dai partiti "tradizionali", e che su quasi 10 mila amministratori locali del partito azzurro oltre la metà arrivi dalle file della Dc e del Psi. È addirittura imbarazzante dover rimarcare che, nei posti chiave del governo, del partito e della Pubblica Amministrazione, proprio il Cavaliere abbia scelto esponenti della "vecchia politica". Autorevoli ministri come Scajola e Pisanu (ex democristiani).
Tenaci uomini di apparato come Fabrizio Cicchitto (ex socialista). Stimati civil servant come Lamberto Cardia (magistrato contabile, controllore di enti delle ex PpSs, capo di gabinetto di svariati ministeri, ora alla Consob).
Tutto questo, per il premier, non conta. È un "tra parentesi", che non compare nel carro allegorico berlusconiano lanciato verso la riconquista degli italiani. "Tra parentesi" (perché contrasterebbe con l´iconografia artificiosamente "nuovista" del personaggio) è la Vecchia Repubblica, dalla quale invece Berlusconi nasce come Minerva dalla testa di Giove. "Tra parentesi" (perché negherebbe la mistica del leader invincibile) è la sconfitta subita da Prodi nel 1996, che la storiografia azzurra ha completamente rimosso come se non fosse mai esistita. "Tra parentesi" (perché «per colpa dei comunisti senza il comunismo c´è sempre un futuro illiberale e autoritario da sventare», come ha detto ieri) sono gli stessi cinque anni di governo ulivista, non certo esaltanti, costellati da errori e indecisioni, ma durante i quali comunque non si sono viste leggi per la scioglimento coatto dei partiti o la chiusura dei giornali, né sono stati segnalati cosacchi ad abbeverare i cavalli a San Pietro.
In questa campagna elettorale, per il premier, conta solo ritrovare una sintonia con il popolo. A costo di qualunque forzatura della verità. Al prezzo di qualsiasi indebolimento delle istituzioni repubblicane. Lui è il presidente del Consiglio. Grazie alle televisioni che controlla (Rai) e a quelle che possiede (Mediaset), può tentare un´operazione di clamorosa rimonta. Nel suo caso (visti i pessimi risultati raggiunti) «l´incumbency», l´essere governante in carica al momento delle elezioni, sarebbe uno svantaggio. Con la potenza di fuoco delle sue reti può cercare di trasformarlo in un vantaggio. Dal ?94 il collante mediatico supplisce alla carenza di condivisione sociale e ideologica del berlusconismo. Secondo l´Eurisko il 36% degli elettori di Forza Italia segue la tv per più di 4 ore al giorno. Se ha funzionato nel 2001, perché non dovrebbe funzionare anche nel prossimo giugno, e poi magari nel 2006? E che importa se, per raggiungere il risultato, l´invincibile armata del premier calpesta Carlo Ciampi e Gustavo Zagrebelsky, Antonio Fazio e Virginio Rognoni, la Commissione Europea e l´Anm? E che importa se, per vellicare il popolo che spende, un presidente del Consiglio insiste a dire che l´inflazione al 2,4% a febbraio «è colpa dell´euro», per nascondere le inefficienze che il suo governo ha palesato nei controlli? E che importa se, per compiacere il popolo che tifa, un presidente del Consiglio evoca «lo stato di polizia» per attaccare una procura che indaga sul buco nero del calcio? Per il padrone del Milan, che si illude di governare l´Italia come una grande Milanello, che detta la formazione a due punte ad Ancelotti e pretende scudetto e Champions League per alimentare il mito del leader trionfatore, non esiste il problema del conflitto di interessi. Esistono solo gli interessi personali da tutelare. Per l´inventore del partito azzurro, che come scrive Ilvo Diamanti evoca non «la nazione», ma «la nazionale», non esiste il problema dei bilanci-colabrodo delle società di serie A, indebitate per 1 miliardo 941 euro nel 2003. Esistono solo i dividendi politici da trarne.
Magari attraverso scandalosi decreti spalma-debiti per le grandi squadre, votati alla faccia del «dio mercato» caro ai liberisti della domenica. Il «tempio» del calcio era sacro, e i «mercanti» in toga l´hanno violato. Tanto basta per gridare allo scandalo, come si farebbe al Bar Sport. Il Cavaliere applica al pallone la stessa mistica populista che sovrintende al suo tribolato rapporto con il potere giudiziario. Se va in tribunale dice: il popolo mi ha eletto capo del governo. Che diritto hanno i magistrati di impedirmelo? Qual è la fonte di legittimazione che li autorizza a tanto? Se va allo stadio dice: il popolo vuole godersi le partite. Che diritto hanno i magistrati di impedirglielo? Quale potere hanno per sottrarre l´oppio calcistico al popolo che vota?
Si aspetta la prossima esternazione. Ma sarà dura arrivare alle elezioni di giugno, in mezzo a tanta macelleria istituzionale.
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Al bar Sport del Cavaliere
CLAUDIO RINALDI
Lui è fiero di sé. Da quando ha accusato di pavidità l´allenatore del suo Milan, il 21 febbraio davanti alle telecamere di Sky, Silvio Berlusconi è convinto di aver ritrovato la strada che lo porta alla vittoria: non tanto sui campi erbosi quanto nelle urne.
I motivi della sua sicumera sono tre.
1) Atteggiandosi a intenditore di calcio, egli ha sottolineato di non essere uno squallido politico di professione simile a quelli che addita al disprezzo collettivo.
2) Come proprietario di un grosso club, cioè come «spenditore», si e collocato fra coloro che non soltanto non rubano ma al contrario sono prodighi del loro denaro per deliziare le masse.
3) Dando dell´incompetente a Carlo Ancelotti, benché il disgraziato coach gli faccia pregustare uno scudetto dopo avergli regalato una Champions League e una Coppa Italia, ha dimostrato una volta di più la forza della sua personalità, la capacità di parlare chiaro e di porsi per ciò stesso al di sopra dei comuni mortali. Il suo non è stato un discorso tecnico, dunque, bensì un megaspot sulla presunta grandezza di un leader. L´attacco ad Ancelotti, demenziale nella sera di una rimonta miracolosa (da 0-2 a 3-2 contro l´Inter), ha avuto un barlume di senso unicamente perché per Berlusconi era la continuazione della campagna elettorale con altri mezzi.
Così si spiega come mai l´Ulivo abbia replicato in termini strettamente politici. Esso ha deplorato l´abuso berlusconiano della tv di Stato, e la denuncia era sacrosanta: soltanto un furbetto tipo Flavio Cattaneo poteva affermare senza arrossire che l´exploit del premier a La domenica sportiva era lo sfogo di un tifoso eccellente e non un comiziaccio. Tuttavia c´è da chiedersi se una risposta del genere serioso-indignato sia in simili circostanze la più efficace, e se le peggiori berlusconate non meritino invece una reazione diversa: da un lato più breve e disinvolta, ma dall´altro più brutale.
Il punto fermo è che Berlusconi sta trasformando l´intero dibattito pubblico in un battibecco infinito da bar sport. Se questo è vero, però, ne consegue che anche lì, anzi: proprio lì i suoi avversari devono contrastarlo con armi adeguate. Altrimenti gli lasciano uno spazio enorme, avallando la falsa credenza che sia un esperto, e intanto si iscrivono senza saperlo al Partito della Noia; in tal caso si candidano alla sconfitta. Non c´è telespettatore che domenica 22 febbraio non abbia seguito le esternazioni di Berlusconi, pur dissentendone, con più interesse di quello riservato alle doverose proteste di Lucia Annunziata. Non c´è giornalista che mai si sia rifiutato di registrare le chiacchiere calcistiche di un politico eminente, per balorde che fossero.
Se l´argomento sul tappeto è la tattica del Milan, i Fassino e i Rutelli hanno il diritto di ignorarlo. Se lo trattano, però, devono scegliere poche parole che lascino il segno. Per esempio: «Berlusconi è uno sprovveduto», «non capisce niente nemmeno di calcio», «dice un sacco di fesserie», «è ridicolo quando si dà arie da vincente nato»... Sbugiardarlo a proposito di football non è difficile, giacché la sua teoria dei due attaccanti obbligatori fa a pugni con la realtà.
L´attuale primo posto del Milan in campionato si deve in buona parte al frequente uso di una sola punta, mentre con la formula a due cara a Berlusconi i rossoneri prima hanno perso una Coppa Intercontinentale già virtualmente nelle loro mani e poi si sono fatti eliminare dalla Coppa Italia causa un umiliante 0-4 con la Lazio. Anche la direttiva «attaccare sempre come il Real Madrid» è da ignorantello: i madridisti guidano la Liga spagnola con cinque punti di vantaggio sul Valencia, giusto quanti da noi ne vanta il Milan rispetto alla Roma, eppure anche loro giocano con un solo attaccante puro, Ronaldo, spalleggiato da rifinitori e trequartisti. E l´interminabile valzer degli allenatori a Milanello, ben quattro in quattro anni con l´ultimo già caduto in disgrazia malgrado i suoi successi, indica che il presidentissimo ha le idee estremamente confuse.
Oltre che per rivangare il conflitto di interessi, tema nobile ma non popolare, l´opposizione farebbe bene a usare i pochi secondi attribuitile dai tg per annunciare urbi et orbi che Berlusconi sta parlando a vanvera. Senza paura di esagerare. «L´oratore che voglia sedurre», ammoniva nel 1985 Gustave Le Bon in Psychologie des foules, «deve abusare di dichiarazioni violente».
La lezione non si addice soltanto alla vicenda Ancelotti. Come scriveva lunedì 23 Curzio Maltese, per battere Berlusconi l´Ulivo non deve inseguirlo sul terreno delle concioni demagogiche: meglio tentare di inchiodarlo alle cose fatte o non fatte. Ma di fronte a un uomo che grida sguaiatamente di tutto pur di apparire, pur di requisire la generale attenzione, anche fingere di non aver sentito e tacere sarebbe sbagliato. Urge ripagare il capo della destra della sua stessa moneta: non si vince chiudendosi in un aristocratico distacco. Perciò animo, ragazzi, battute folgoranti cercansi.
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Ds Milano - Rassegna stampa
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Piero Fassino è tornato oggi ad accusare di stalinismo chiunque contesti la linea politica sua, dei Ds e della lista unitaria sulla missione in Iraq. Ci sentiamo quindi tirati in ballo. Lo ha fatto in un'intervista sulle pagine del Manifesto, colpito dalla stessa accusa. La storia a volte è ironica : il segretario del partito nato dal Pci addita come stalinisti coloro che furono espulsi da quel partito.
Qualche particolare storico che forse ci può servire a capire la situazione odierna. Primo : Stalin non era il direttore di un giornale a sinistra del Pcus. Non era l'esponente di una minoranza radical-massimalista di quel partito. Non era il presidente di una associazione o il leader di un movimento. Non era neppure il segretario di una forza politica alleata. No, Stalin era il Pcus. Lo stalinismo - con le sue campagne denigratorie e le sue picconate - era un tutt'uno con la posizione di comando di Stalin.
Non è dato, nella storia, uno stalinismo di minoranza, uno stalinismo contestatore, uno stalinismo dissenziente. Lo stalinismo è, per definizione, maggioritario (o, per dirla alla russa, bolscevico). Secondo : Stalin non ha mai chiesto il ritiro delle forze sovietiche da un teatro di guerra. Di solito Stalin e i suoi successori l'esercito all'estero ce lo mandavano.
Tanto basti per la storia. La più fredda cronaca, invece, conferma purtroppo le nostre impressioni. E' singolare accusare qualcuno di condurre campagne mistificatorie e poi, nella medesima intervista, confermare le posizioni attaccate da tali presunte campagne.
Dice Fassino che i Ds si asterranno (meglio, non voteranno) perché il decreto contiene anche diverse missioni su cui il partito è d'accordo. Quindi la logica porterebbe a dire che in caso di « spacchettamento » i Ds voterebbero contro la missione in Iraq. E sempre la logica porterebbe a concludere che i Ds chiedono il ritiro delle truppe italiane (a meno di non volerle lasciare lì senza stipendio e senza viveri, e allora saremmo noi a chiedere l'invio di nuove truppe a sostegno di quelle lasciate al loro destino !).
Invece no. Fassino riesce a dire che il ritiro sarebbe « sbagliato e insufficiente » e che le associazioni umanitarie, pur chiedendo di votare no al rifinanziamento della missione, non sono per il ritiro della stessa. Al che i maligni insinuerebbero che qualcuna di queste associazioni vorrebbe speculare sulla fame dei nostri militari abbandonati senza cibo e vestiario in zona di guerra.
Ma, al di là delle battute, il fatto è serio. Fassino conferma quel che dicono gli "stalinisti" che lo criticano, e cioè che i Ds non vogliono ritirare le truppe italiane dall'Iraq, cosa che, oltre ogni buona intenzione, significa appoggiare l'occupazione militare anglo-americana. E' questo il punto.
E a poco vale, ci sia consentito, tirare in ballo Fischer per dimostrare le proprie tesi. Perché il ministro degli esteri tedesco dice una cosa giusta e banale (bisogna costruire la pace) ma aggiunge l'esatto contrario di quel che dice Fassino : e cioè che gli americani e gli inglesi non devono contare sull'appoggio neppure indiretto di truppe tedesche in Iraq perché la Germania non manderà neppure un uomo finché il paese sarà occupato.
Del resto Fassino riesce a dimostrarsi più moderato del leader socialista spagnolo Zapatero che in campagna elettorale promette il ritiro dei soldati spagnoli entro il 30 giugno. Per Fassino, invece, « quel che possiamo (quindi : non dobbiamo, ndr) chiedere al governo è di riconsiderare (quindi : non ritirare, ndr) la presenza italiana ». Come dire : ci penseremo, eventualmente, il 29 giugno. Adesso abbiamo cose più urgenti per la testa.
Allora, caro segretario, forse il Riformista ha ragione : votate per il rinnovo della missione. Votate a favore, perché o si è per il ritiro o si è per la permanenza. O forse ha torto : perché, pare, che la maggioranza dei deputati DS sia per votare no, differentemente dal segretario e dal presidente del partito. Noi speriamo che queste compagne e compagni, questa maggioranza dissenziente, dimostri il proprio dissenso e si comporti di conseguenza. Così, una volta per tutte, ogni residuo di stalinismo sarà espulso dalla sinistra. Dasvidania.
www. aprileperlasinistra. it
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Michele Serra
La boutique di don Totò
Tre boss latitanti sono stati arrestati, colpisce l'ingegnosità dei loro nascondigli. Ora l'intero 'settore' è in fibrillazione. Ecco che fine hanno fatto i capi ancora a piede libero
Nella crisi dell'economia italiana, spicca la decadenza della malavita organizzata. Nei giorni scorsi ben tre boss latitanti (Morabito, Di Stefano e Cucurachi, quest'ultimo detto 'o' Refuso') sono stati arrestati, abbandonando nella più totale incertezza i loro dipendenti. Colpisce l'ingegnosità dei loro nascondigli: due erano a casa loro, il terzo (Cucurachi) era all'aeroporto di Bari e cercava di imbarcarsi senza biglietto e con documenti falsi, perché all'anagrafe, da anni, gli impiegati rifiutano di trascrivere il suo cognome, ritenendolo uno scherzo. Ora l'intero settore è in fibrillazione. Si teme per i capi latitanti ancora a piede libero.
Bernardo Provenzano. Latitante da 52 anni, Provenzano ha ormai completamente dimenticato di essere il boss dei boss e fa il primario di otorinolaringoiatria a Palermo, convinto di essere solo omonimo del ricercato. Ha anche partecipato attivamente al suo tentativo di cattura, segnalando alla Questura diversi pazienti che gli assomigliavano molto.
Bachisio Puddu. Capo riconosciuto del Nuovo Banditismo Sardo, un movimento che si propone la modernizzazione del settore introducendo il franchising nei rapimenti ed emettendo bond sul pecorino. I carabinieri lo cercano attivamente nelle montagne intorno a Orgosolo, chiamandolo giorno e notte ad alta voce. Ma lui non risponde, anche perché abita in un condominio a Milano. Si è laureato per corrispondenza alla Bocconi e sta riscrivendo il codice barbaricino in inglese.
Totò Riina. E' evaso tre anni fa dal carcere di massima sicurezza, lasciando al suo posto un pupazzo parlante che riceve i parlamentari radicali, lamentando il pessimo trattamento. Pare che viva a Riccione dove, per non dare nell'occhio, ha aperto in viale Ceccarini una boutique di scacciapensieri, coppole e lupare. Governa saldamente le cosche via Internet, scrivendo lunghe mail che gli esperti della polizia non riescono a decifrare. Secondo alcuni i messaggi sono criptati, secondo altri Riina usa la tastiera del computer per appoggiarci la tazzine del caffé, senza accorgersi che è acceso.
Rosario Schifaci. Detto 'L'imprevedibile', Schifaci è capo del clan Schifaci e vive a Schifaci, un cocuzzolo in Aspromonte inaccessibile alle forze dell'ordine perché l'unica strada di accesso è in senso vietato. Le forze speciali, addestrate a schivare i massi che gli abitanti fanno rotolare lungo la rupe, sperano di espugnare Schifaci con una risoluzione dell'Onu e una catapulta. Rosario Schifaci controlla un fiorente traffico di cocaina, e negli ultimi anni, non potendo uscire dal villaggio, ha costretto gli 80 compaesani a diventare suoi clienti e consumare le scorte, circa 40 chili al mese. I pastori di Schifaci si distinguono perché portano al pascolo gli armenti tenendoli in braccio, di corsa e in Umbria, rientrando la sera stessa e organizzando un ballo in piazza fino all'alba.
Carlo Perego. Capo riconosciuto della cosca di Lissone, il temutissimo boss brianzolo si è arricchito con le discariche abusive di trucioli e con il commercio clandestino dei mobili-bar con decori in finta madreperla, ormai vietati in tutti i paesi civili. Incoraggiato a perseverare nel crimine dopo il fortunato lancio della cucina Naomi, Perego controlla il mercato degli sgabelli pieghevoli, imposti con la violenza al filare di prostitute (una ogni metro) che incornicia le superstrade a nord di Milano fino alle Prealpi.
Pupetta Scuogno. Detta la Grande Madre (pesa 130 chili e ha 16 figli, solo 12 dei quali riconosciuti da Maradona), governa i Quartieri Spagnoli con pugno implacabile. Durante le riunioni di camorra, al minimo contrasto cade in deliquio, si straccia le vesti e maledice, nuda e scarmigliata, i suoi oppositori. Pur di evitare l'orribile spettacolo, tutti le danno ragione. Fa passare le partite di droga lungo i fili della biancheria, scacciando i piccioni con la scopa. Abita in un basso di dimensioni minuscole, dal quale le forze speciali non sono mai riuscite a estrarla, neanche usando il forcipe.espressonline.it
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Piccoli comuni grandi realtà
La legge 1942, votata all’unanimità dalla camera esattamente un anno fa, è tuttora ferma al senato. Eppure il suo varo è considerato indispensabile dai sindaci dei piccoli centri alle prese con i tagli dei trasferimenti operati dal governo. Essi rappresentano circa 10 milioni di abitanti e il 72% di tutti i municipi del paese. Quattrocento di loro hanno aderito all’iniziativa di Legambiente, che ha indetto una giornata dedicata per il 28 marzo.
di ETTORE MARIA COLOMBO
Di solito li chiamano “minori”, come a dire che sono buoni solo a produrre folklore.
E invece è dai piccoli centri italiani che passa il futuro del paese. Ecco perché le attese che i quasi 6000 piccoli comuni italiani hanno sviluppato nei confronti non solo di una legge ma anche di una nuova e migliore attenzione della politica italiana verso il cuore (e lo sviluppo) del nostro paese sono forti, esigenti. “Farsi un giro” (ideale, s’intende) tra alcuni dei sindaci e dei sostenitori di una campagna che, il 28 marzo, si trasformerà anche in una grande festa, quella organizzata da Legambiente (sotto l’alto patronato del presidente della repubblica Ciampi) dal titolo inequivocabile, Voler bene all’Italia, permette dunque di scoprire, più che “l’altra Italia”, la vera Italia. Quella che rappresenta circa 10 milioni di abitanti e il 72% di tutti i municipi del nostro paese. L’Italia dei campanili, certo, che non vuol dire, però, soltanto orgoglio da strapaese ma anche presidio di civiltà, coscienza ambientale, memoria storica, riscoperta delle radici, capacità di mixare antichi sapori e nuove conoscenze. Un’opportunità, dunque, di sviluppo moderno, pulito e di qualità. I sindaci che hanno aderito all’iniziativa del 28 marzo e che chiedono a gran voce l’approvazione rapida della legge 1942 sui “piccoli comuni” (votata all’unanimità dalla camera il 21 gennaio 2003 grazie alla confluenza dei testi proposti da Realacci, Dl, e Bocchino, An, ma da allora ferma al senato), sono più di 400. Ad ascoltarli e andarli a conoscere si scopre che il paese che rappresentano è davvero un “Bel Paese”.
L’orgoglio di Ravello
Secondo Amalfitano, ad esempio, sindaco di Ravello, provincia di Amalfi, potrebbe fare con tutta tranquillità anche il tour operator: è bravissimo a decantare le attrazioni del paese (2500 abitanti), che sono davvero tante, dal superbo Duomo medioevale alle ville del centro storico, dal limoncello famoso in tutto il mondo alla pasta fatta in casa, dal provolone del Monaco ai liquori. E se parla di politica e piccoli comuni, Amalfitano inquadra il problema con cognizione di causa: «Il sistema Italia si fonda soprattutto su paesi come i nostri, ruolo e funzione vanno tutelate. Serviamo a difendere il territorio dal punto di vista fisico e idrogeologico, a tutelare identità e tipicità delle nostre terre ma anche la qualità generale dello sviluppo, per non parlare della conservazione del patrimonio culturale, artistico e architettonico ». Guida una giunta dove la Margherita governa da sola, Amalfitano, oggi al suo secondo mandato, non nasconde il suo fiero orgoglio da campanile («I comuni hanno mille anni di storia, la nazione Italia meno di un secolo, le regioni cinquant’anni»), ma da vero “intellettuale del Golfo” parla di necessità di tutelare «l’immateriale più che il materiale, che vuol dire lingua, prodotti tipici, tradizioni, beni non remunerativi. Lo stato preferisce soluzioni semplici, drastiche, come chiudere l’unico ufficio postale: forse non rende ma presidia il territorio». E racconta di un emendamento da lui presentato alla legge (e approvato) che prevede la possibilità di scrivere, sulla carta d’identità, “nato a Ravello” e non in una fredda clinica di Napoli solo perché lì c’è l’ospedale.
«Non sorrida: sono i miei figli che me lo chiedono, altrimenti qui non nasce più nessuno.
E qui gli emigrati, quando tornano, mostrano orgogliosi ai loro nipoti la carta d’identità dove c’è ancora scritto “nato a Ravello”».
Sgravi fiscali e deroghe agli standard di sicurezza sono le misure che il sindaco si aspetta sotto forma di benefici previsti per legge per i piccoli comuni, ma insiste su aspetti, pur importanti, che non sono né legislativi né economici ma rispondono a un progetto complessivo, a un’idea di società: «La nostra fortuna sta nella tenuta del territorio, quello che vendiamo ai turisti, ma anche in quello che il territorio produce: provolone, limoni, viti, pasta.
Se non ho buoni agricoltori non ho neppure buoni prodotti, di qualità, costosi ma concorrenziali.
Ogni comune ha il suo brand, ne sono sicuro, ma ogni comune si deve inventare piccoli miracoli ogni giorno. Legambiente ha una visione dinamica del territorio, altri ambientalisti molto meno».
Nel profondo centro
Salutiamo Ravello e andiamo al centro, a Poggiomoiano, vicino Rieti, regno dell’Infiorata, curiosa gara nazionale di quadri fatti con i fiori che occupano quasi mezzo chilometro di strada grazie a composizioni floreali suggestive di valore. Il sindaco, Fabio Melilli, che è anche vicepresidente nazionale dell’Anci, rivendica il primato di un’Italia che «vuole contare» e che «non si sente affatto minore», protesta contro trasferimenti erariali onerosi e ingiusti, chiede sostegno per l’imprenditoria privata e si rinfranca solo perché trova collaborazione tra comuni grandi e piccoli e tra questi e le regioni.
Anche il sindaco di Farindoli, che scoviamo nel bel mezzo del parco nazionale del Gran Sasso, Antonello De Vico, innanzitutto ci tiene a sottolineare di aver aderito alla campagna dall’inizio (il suo comune e quello di Peccioli, Toscana, gestiscono il sito Internet www.piccolagrandeitalia.it), poi attacca il governo e non perché esponente della Margherita: «La Finanziaria ci ha ridotto i fondi in modo drastico: per il mio comune, 1800 abitanti, vuol dire 23 mila euro in meno a testa. Al parlamento chiediamo un atto di coerenza, dopo il voto della camera, invece è tutto fermo. La voglia di fare festa, il 28 marzo, c’è ma rischiamo l’aria da funerale: i tagli ci rendono la vita dura, l’Ici in comuni come i nostri fa ridere, il bonus ai nuovi nati l’abbiamo dato noi prima del governo, ma ora abbiamo bisogno di sostegno. Abbiamo il parco, è vero, una risorsa che abbiamo coltivato con cura, negli ultimi dieci anni, lanciando iniziative di successo come l’operazione Camoscio, che ha portato turismo scolastico e non, oppure riqualificando il pecorino di Farindoli con un consorzio. Qualità della vita, bellezze ambientali e prodotti tipici li abbiamo ma non basta. Serve quella legge».
La ricchezza dei parchi
Giovanni Andrini, sindaco ulivista di Valverde, in provincia di Pavia, un nome che è una garanzia, è anche lui al secondo mandato e si chiede perché ci voglia così tanto per far capire alla classe politica che «governiamo i nostri territori in un quadro di grande e continua incertezza » e che «l’accetta di Tremonti va a colpire un tessuto locale già provato dalla spesa sanitaria e assistenziale mentre il fondo d’investimento nazionale non esiste più da anni e gli aiuti della Ue sono inarrivabili.
Una classe politica che ragiona solo in termini aziendali non sa investire sul suo territorio.
Noi, nel nostro piccolo, ci proviamo: abbiamo 1500 abitanti ma divisi in 14 frazioni, in mezzo il castello di Valverde e molte colline. Pensionati e bambini li portiamo noi in bus a scuola come a prender la pensione. Per loro è una gita, una festa, per noi un modo per creare socialità ».
Da un altro parco, quello del Gargano, è appena rientrato Mario Trombetta, sindaco giovanissimo (e cattolico-moderato, ieri dell’Udc, oggi indipendente) che governa sui 5 mila abitanti di Carpino, provincia di Foggia: «Questa legge l’aspettiamo come una manna dal cielo e spero davvero di vederla prima che finisca il mio secondo mandato. Ero al Quirinale, quando Ciampi ci ha ricevuto, e sono felice che il presidente stia dalla nostra parte, ma quando sono tornato in comune il ragioniere mi ha comunicato i tagli ai trasferimenti dello Stato: 70 mila euro in meno rispetto al 2003. Non abbiamo scelto: o tagliamo i servizi o aumentiamo le tasse. Pensi che qui non arriva neanche l’Adsl e un’azienda che si convince a imbottigliare il nostro olio, un olio di gran qualità, come le fave, non può nemmeno farsi pubblicità su Internet, fare e-commerce. Abbiamo bisogno di aiuti e di sproni, non di assistenzialismo, altrimenti le eccellenze si perdono come i presidi slow food appena aperti. I nostri piccoli giacimenti di ricchezza sono il territorio e i prodotti. Aiutateci a tenerli vivi e vegeti. Legambiente, i mass media, Ciampi sono con noi. Ora serve questa legge. Ma bisogna far presto».
Eccome, se ce l’hanno, i sindaci dei piccoli comuni, un’idea dell’Italia e del futuro. E della politica.
europaquotidiano.it
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Lettera di Giulietto Chiesa all'Associazione e ai firmatari del manifesto
Lettera agl’iscritti di Megachip, ai firmatari del Manifesto programmatico, a tutti coloro che ci hanno seguito, aiutato, accompagnato in questi due anni.
Care amiche e amici e, per quelli che si sentono tali, compagne e compagni, quasi tutti credo sappiate già che ho deciso di candidarmi alle prossime elezioni politiche europee nella lista di Occhetto- Di Pietro.
Candidato "indipendente", che si batte per i temi della Pace e della democrazia nell’informazione.
Discuteremo di questo aspetto e di tutti gli altri connessi nella riunione della Giunta Nazionale allargata che si terrà sabato 6 marzo a Roma. Ma in questi giorni mi sono arrivate numerose richieste di singoli che in forma privata mi chiedono di aprire un dibattito in Megachip e di chiarire le ragioni della scelta.
Domande che sono pertinenti e alle quali bisogna rispondere con chiarezza.
In primo luogo si tratta di una scelta personale che non può evidentemente essere sottoposta a referendum. Intendo dire che, in nessun modo, essa impegna e può impegnare l’Associazione Megachip in quanto tale. Megachip è associazione culturale, specifica fin che si vuole, ma culturale, e non prevede, né esclude, affiliazioni partitiche o elettorali. Al nostro interno hanno convissuto fin dall’inizio opzioni politiche molto diverse tra di loro, seppure prevalentemente collocate nell’area della sinistra democratica laica e cattolica. Questa caratteristica è stata una ricchezza che non intendo disperdere.
Un secondo punto concerne il destino di Megachip. Dico subito che, se avessi pensato di metterlo a repentaglio, non mi sarei candidato non solo in questa ma in nessuna lista elettorale. Io non credo che il fatto di avere un presidente membro del Parlamento Europeo possa nuocere all’Associazione. Al contrario collocherà Megachip in un ambito internazionale più vasto con tutta una serie di ricadute assai vantaggiose sia sul piano della visibilità che dell’approfondimento dei contenuti.
Né vedo il rischio che ciò possa ridurre l’afflusso di iscritti e di firmatari. Nulla cambia, nei contenuti e nelle metodologie, rispetto al "prima" e io continuerò a dedicare a Megachip la stessa, identica intensità di lavoro.
Ma la decisione non è soltanto – come ho detto all’inizio – personale. Essa deriva da una serie di riflessioni sullo stato dei movimenti, delle forze democratiche in Italia, del rapporto tra istituzioni e movimento. In sintesi io sono arrivato alla conclusione che qualcosa si doveva fare subito, per tentare di evitare una sconfitta della sinistra e del centro sinistra alle prossime politiche del 2006.
Nelle condizioni presenti, infatti, il centro sinistra che conosciamo non potrà vincere. Non potrà perché troppo diviso su questioni essenziali, come ad esempio le due che ci hanno fortemente caratterizzato: pace e democrazia nella comunicazione. Con la politica del triciclo sarà impossibile, assolutamente impossibile, portare al voto quei tre o quattro milioni di elettori che furono decisivi, con il loro astensionismo, per la sconfitta precedente.
Qualcuno ha chiesto: perché non Rifondazione, oppure i Comunisti Italiani? Su pace e democrazia nella comunicazione c’è larga convergenza, prova ne sia la quantità d’inviti che ho ricevuto in questi anni dalle loro organizzazioni di base. Ma ho ritenuto che l’uno e l’altro, in quanto partiti strutturati, avrebbero caratterizzato la mia candidatura in modo troppo marcato. E poichè il mio obiettivo è quello di contribuire a portare al voto la maggior parte di quel largo movimento cui anche Megachip fa riferimento, e che spesso non ha connotazioni ideologiche precise, in molti casi non ha votato e non voterebbe per partiti di sinistra, ho ritenuto che la lista Occhetto Di Pietro fosse la soluzione che meglio favoriva l’obiettivo.
Naturalmente dopo essermi assicurato che le intenzioni programmatiche della lista non fossero in nessun punto in contrasto con le mie.
Io sono convinto che bisogna costituire un nuovo centro di riferimento (attualmente inesistente) che obblighi tutti a fare i conti con la prospettiva di una probabile sconfitta. Come tutti capirete io non condivido affatto l’ottimismo serpeggiante a sinistra, che vede Berlusconi già "cotto". Chi pensa così scambia la evidente crisi della destra per un collasso. Trascura che i mezzi a disposizione dell’avversario sono enormi. Sottovaluta la gravità della crisi nazionale e internazionale. Non riesce a capire che le regole sono saltate da tempo e che coloro che hanno il potere faranno ricorso a durissime innovazioni, alle quali il movimento nel suo complesso, non solo i partiti del centro sinistra, non è preparato.
In sintesi è per questo che ho deciso. C’è chi pensa che non ci si deve "sporcare le mani" con le istituzioni. Io non sono mai stato d’accordo con questa idea. Al contrario ritengo che le istituzioni, la nostra Costituzione, siano un bene da difendere e al quale occorre dare il nostro contributo di cittadini, anche partecipando alle elezioni.
C’è chi pensa che non sia ancora il momento. Ma io non vedo quando, se non ora. E il tempo è poco e diverrà presto molto burrascoso. Meglio mettersi in mare adesso, finchè c’è ancora un buon vento.
C’è chi pensa che, così facendo, ci si assume una enorme responsabilità. Concordo. Anche non facendolo. E quando, dopo, dovessimo scoprire, tutti insieme, nostro malgrado, che abbiamo perso il treno, non avremo più tempo per riparare.
Un caro saluto a tutti e un grande ringraziamento per tutti coloro che hanno prodigato le loro energie, ciascuno a suo modo, per farci giungere a questo momento, che io vedo di crescita. Tanto che mai avrei pensato, quando cominciammo, che avrebbe potuto produrre tante idee, tanta intelligenza. Vuol dire che avevamo centrato il più grande dei problemi, per primi, da soli. Di questo dobbiamo essere orgogliosi.
Giulietto Chiesa
megachip.info
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Perché denunciamo l’assalto alla Costituzione
Perché odiano la Costituzione? E perché noi la amiamo?
Dal confronto con queste semplici, essenziali, domande è partita la mobilitazione di Libertà e Giustizia contro il disegno di legge di riforma dell’ordinamento repubblicano proposto dalla Casa delle libertà.
E a questi interrogativi hanno cercato di dare una risposta, a Firenze – nel primo di tanti incontri ai quali Libertà e Giustizia si propone di dar vita nei prossimi mesi nelle città italiane – Franco Bassanini, relatore di minoranza al Senato, Stefano Grassi, ordinario di diritto costituzionale formatosi alla scuola di Paolo Barile, e il senatore Stefano Passigli in un dibattito coordinato da Sandra Bonsanti, presidente di LeG.
L’incontro è stato introdotto dall’ascolto di un documento storico toccante: la registrazione del «Discorso sulla Costituzione tenuto ai giovani di Milano» del gennaio 1955 da Piero Calamandrei, il docente fiorentino di diritto civile, tra i fondatori del Partito d´Azione e che, dopo aver combattuto nella Resistenza, fece parte della Costituente.
“Libertà e Giustizia parte dalle parole di Calamandrei – ha detto Bonsanti - perchè vogliamo aiutare i cittadini italiani a capire quello che sta succedendo nelle Aule del Parlamento, e vogliamo anche essere di pungolo e di sostegno alle forze di opposizione che stanno combattendo contro la riforma che il Cavaliere Berlusconi vuole imporre al Paese. Noi pensiamo che questo sia un pericolo reale, e vogliamo mobilitarci fin da ora per aiutare i cittadini a capire il rischio di questa che è la peggiore delle riforme volute dalla Destra”.
Franco Bassanini: “Bisogna iniziare la campagna elettorale per il referendum”
“Sono molto preoccupato nel vedere che anche a Sinistra si sottovaluta quello che è il più serio tentativo di smantellare la Costituzione, in particolare per quella parte che difende l’unità dello Stato, quella unità che proprio non piace a Bossi.
Questa riforma non ha niente a che vedere con il federalismo. I grandi Stati federali, come Usa e Germania, sono Stati in cui l’identità nazionale è molto forte.
Bossi, al contrario, vuole una semplice confederazione di Stati che abbiano esclusiva competenza in materia di scuola, sanità e sicurezza locale, e che prepari il campo a una futura secessione.
La premessa, insomma, per la separazione del Nord dal resto del Paese.
E non bisogna credere che Bossi si accontenterà di una vittoria di principio al Senato, come fanno anche alcuni esponenti dell’Opposizione. Bossi vorrà andare fino alla fine.
Ma in questa riforma ci sono anche altri propositi non meno eversivi.
Le Costituzioni democratiche si basano sul principio che chi vince le elezioni ha il diritto di governare, in nome della sovranità popolare: ma le Costituzioni pongono dei limiti a questo diritto. E pongono i diritti dei singoli e le libertà delle persone aldilà della portata di chi governa.
Ma se noi diamo, come questa riforma fa, nelle mani di un uomo solo, sia pur eletto, tutto il potere, siamo sicuri che alla fine del mandato saranno ancora possibili elezioni libere e democratiche, con un’informazione pluralista ed equa?
Il ddl di riforma crea un sistema in cui si dà al Capo del governo il potere di sciogliere le Camere, un potere assoluto sul Parlamento, cioè sull’organo che fa le regole.
Questo non è il premierato all’inglese, perchè se il parlamento inglese sfiducia Blair il partito laburista può investire un altro al suo posto. Con la riforma della Destra, invece, nell’ipotesi in cui il Parlamento sfiducia il Capo del Governo le Camere si sciolgono.
Negli Stati Uniti, per fare un altro esempio, il presidente non può sciogliere il Congresso, non può farsi dare deleghe legislative, nè porre la fiducia su una legge. E spesso il Congresso, nonostante ci sia una maggioranza repubblicana, vota contro le leggi proposte da Bush.
In Parlamento noi potremo rallentare l’iter legislativo della riforma, anche se questa maggioranza ha già dimostrato di essere poco rispettosa delle regole democratiche.
Stiamo anche cercando di fare appello alle coscienze democratiche che ci sono nella maggioranza. Alcuni di loro ci suggeriscono di chiedere il voto segreto per fare emergere eventuali spaccature nella Casa delle libertà. Ma con il governo Craxi fu abolito il voto segreto sulle questioni costituzionali.
Comunque sia non possiamo essere sicuri che questa riforma non vada in porto. Dobbiamo perciò prepararci al referendum previsto dall’articolo 138 della Costituzione quando una legge di riforma costituzionale non ottiene i due terzi dei voti.
Per questo l’iniziativa di LeG è importante. Bisogna iniziare la campagna elettorale per il referendum. Non c’è nelle persone, e anche tra alcuni leader del Centrosinistra, la consapevolezza piena che sono a rischio le libertà, la giustizia, la democrazia e l’unità della Repubblica.
In Italia si punta a costruire un sistema con un premier onnipotente palesemente incompatibile con ogni Costituzione democratica, come ci è stato insegnato dai tempi di Montesquieu.
Noi saremmo contro il premier onnipotente anche se fosse Romano Prodi. Il potere assoluto corrompe assolutamente”.
Stefano Passigli: “No alla Costituzione leghista”
“Siamo sul crinale tra democrazia e non democrazia. La proposta della maggioranza mira a una Costituzione non federalista ma “leghista”. Una proposta che non nasce dal dialogo tra tutte le forze politiche ma da un accordo partitico all’interno della maggioranza. Non un solo emendamento dell’opposizione è stato accolto.
Io temo che si arriverà ad approvarla, purtroppo. La maggioranza non potendo fare politiche di spesa perchè le casse dello Stato sono vuote, può solo cercare di recuperare il consenso perduto, con una “grande” riforma costituzionale. Per presentarsi così al Paese come una forza con nuove prospettive, senza più quei “lacci e lacciuoli” burocratici e istituzionali che finora le avrebbero impedito di governare.
Ecco perchè si attacca la separazione dei poteri ed ecco perchè si attacca la pluralità dei poteri e di livelli di rappresentanza. Lo stesso prossimo election day, oltre che ad evitare una doppia sconfitta elettorale ravvicinata, ha l’obiettivo di rendere più probabile l’affermasi di una stessa maggioranza a tutti i livelli istituzionali. Nelle democrazie liberali, invece, il potere si rinnova gradualmente. Non è un caso che il Congresso Usa si rinnovi di un terzo ogni due anni.
Ma alla stessa logica risponde il tentativo di “politicizzare” la Corte costituzionale aumentando il numero dei giudici di nomina parlamentare, e di indebolire il Presidente della Repubblica richiedendo una maggioranza semplice per la sua nomina e quindi rendendolo debitore di una sola parte politica.
Inoltre, stabilendo la regola del “simul stabunt, simul cadent” tra il Parlamento e il Capo del Governo, per cui se cade l’uno cade l’altro, si unisce il peggio di due mondi: l’assolutismo e il trasformismo.
Infatti, non solo si rende il Parlamento schiavo del Premier che può scioglierlo, sottraendo questo potere al Presidente della Repubblica, ma si rende anche il Premier ostaggio di un gruppo ristretto di parlamentari ben organizzato che, minacciando di passare con l’opposizione, può tenere in scacco il Capo del governo con la possibilità sfiduciarlo”.
Stefano Grassi: “L’attacco ai giudici è un attacco alla Costituzione”
“Il fatto che ci siano dei costituzionalisti, anche di sinistra, che non sono allarmati da quanto succede, è grave.
Quello che ho imparato da Paolo Barile che era allievo di Calamandrei è che i giuristi devono essere anche cittadini.
Dobbiamo chiederci perché noi amiamo la Costituzione, perché la nostra Costituzione non è soltanto il testamento dei martiri della Resistenza ma è anche la prima Carta fondamentale votata dal popolo.
Nella nostra Costituzione ci sono garanzie e sistemi di regole che richiedono, tuttavia, modifiche, cambiamenti per garantire stabilità e governabilità. Ma non si può usare questa scusa per rivoltare la Costituzione, anche perchè ci sono delle regole, dei punti, quelle legati alla libertà della persone ,su cui non si può incidere.
Ci sono, perciò, una serie di motivi per cui non può essere accettato il progetto della maggioranza. Innanzitutto per il metodo. In quanto è la prima volta che una riforma di questo tipo è proposta dal Governo per rafforzare il proprio dominio. Inoltre, perchè c’è in atto il tentativo di delegittimare la Costituzione. Quando Berlusconi dice di non pagare le tasse, quando sostiene che l’articolo 41 della Costituzione il qaule sottolinea la funzione sociale della proprietà privata rappresenta un freno per l’impresa, punta solo a delegittimare la Costituzione.
Infine, con il riconoscimento del potere del premier di sciogliere il Parlamento, si uccide il consesso parlamentare, e si dà vita a un premier assoluto. Io sostengo, infatti, che la vera nascita del regime fascista si ebbe nel ’25 quando si diede al Capo del Governo il potere di fissare l’ordine del giorno del Parlamento.
In un contesto di attacco frontale a tutte le garanzie, a partire dai giudici e dalla Consulta, non ci può essere dialogo e confronto. Quando si attacca i giudici, ad esempio, che traggono la loro legittimità dal diritto e dalla legge, e che tutelano le libertà di tutti noi, si nega in radice il carattere fondante dalla Carta costituzionale”.
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Gli toccano il Milan e Berlusconi vede rosso: siamo in uno stato di polizia
di Marcella Ciarnelli
L’attacco a testa bassa a «tutte le istituzioni» ma «tutte, proprio tutte», dal Quirinale in giù, in cui c’è «ovunque la presenza della prima repubblica, cosa che non credevo»; l’Italia che si avvia «allegramente ad uno stato di polizia» dopo l’operazione della Guardia di Finanza che ha sequestrato tutti i bilanci delle squadre di calcio di serie A e B; il desiderio di togliere dal tavolo il fastidio delle elezioni andando a ragguppare, per ora, tutte le scadenze in una sola giornata, poi si vedrà; l’euro di nuovo sul banco degli imputati per la situazione economica disastrosa del Paese nonostante persino il suo ministro preferito, Giulio Tremonti, si è reso conto che qualche controllo andava pure fatto; l’identificazione con il Papa attaccato da un corsivo ignobile della «Padania» da parte di uno che «viene insolentito tutti i giorni non solo dall’Unità ma anche da altri giornali».
Lo show di fine settimana del presidente del Consiglio ha spaziato a 360 gradi. Si attacca a tutto, è il caso di dire, Berlusconi per portare avanti la più lunga campagna elettorale della Repubblica. Alza un gran polverone, sperando che questo impedisca alla gente di vedere i limiti sempre più evidenti del suo governo.
Uscendo da palazzo Chigi prima, entrando a Palazzo Grazioli poi, il premier che non sa che pesci prendere ha mandato in onda uno psicodramma in due atti. Arranca e, allora, se la prende con tutti gli altri. I politici di professione, qualche giorno fa. Gli esponenti della prima Repubblica che non vogliono farsi da parte davanti al nuovo che avanza (e cioè lui) e continuano ad occupare poltrone e poltroncine nei Palazzi. Ed osano anche, è il caso del presidente Ciampi, interrompere il cammino spedito di leggi che lo riguardano molto da vicino, come nel caso della Gasparri. Meno male che a rassicurarlo ci pensano i suoi colleghi di governo. Meno male che il rabbonito Gianfranco Fini, ospite di Emilio Fede, ha dato immediata risposta al premier che ha annunciato l’intenzione di voler porre la fiducia sulla normativa. «Sarà sollecitamente approvata dal Parlamento» ha detto il vicepremier, mostrandosi disponibile a scavalcare d’un colpo l’ostacolo (e il pericolo) del voto segreto.
Il premier fa la vittima. «Sulla mia testa cadono tutti i problemi lasciati aperti dall’incapacità di governare di chi mi ha preceduto, ed a cui dobbiamo dare una soluzione». Si mostra ancora sorpreso, nonostante la discesa in campo risalga a più di dieci anni fa, e ormai non possa più vendersi come un politico naif. Ormai attempato racconta ancora, sperando di trarne vantaggio, la storiella che «mi sono presentato perché temevo per il mio paese un futuro illiberale, ma non immaginavo che ci fossero così tante difficoltà ad operare, perché in tutte le istituzioni ci sono presenze della Prima repubblica». Che giocano allo sfascio. Che remano contro come fanno i giornali che in un’operazione «suicida e masochista» non condividono la sua visione ottimista di un paese che non c’è. E non fanno tesoro della sua ricetta: «Se tu diffondi ottimismo, raggiungi dei risultati, se dici che tutto va male e che tutto è allo sfascio, poi tutto andrà male davvero...». Ma la politica dell’illusione ottica ha il fiato corto se si perde nelle tasche sempre più vuote degli italiani. E non per colpa dell’euro, come vorrebbe far credere il premier, visto che in tutti i paesi dell’Unione europea l’inflazione è scesa e solo in Italia sta risalendo.
Più da presidente del Milan che da presidente del Consiglio parla dell’operazione della Guardia di Finanza. «Io non ho preoccupazioni - spiega - ma ho trovato davvero strana un’operazione allargata a tutte le società mentre occorrerebbe avere indizi su ogni singolo club. Ci si avvia allegramente verso uno stato di polizia ma farò di tutto per contrastare questa cosa». Ed il Procuratore generale, Salvatore Vecchione, che ha ordinato l’operazione gli risponde: «Le perquisizioni ci sono state per fondati motivi».
Certo, «con i limitati poteri che ha un presidente del Consiglio, ovvero la moral suasion...» si lamenta il premier. Rieccola l’idea di una riforma che gli dia più poteri. Riecco l’idea di intervenire «sulle varie leggi elettorali per dare al cittadino la possibilità di esprimere il proprio parere senza essere costretto a bere la minestra che gli viene servita dalle segreterie dei partiti». Elezioni contestuali, dunque. E con lo stesso modello. Per avere «una maggioranza consolidata alla Camera, al Senato e alle Regioni» in modo da evitate che il cittadino «sia indotto in confusione». Ed in prospettiva possa togliersi il pensiero una volta per tutte
unita.it
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Il centrodestra affossa la legge sui disabili
«Manca la copertura finanziaria», e il progetto del centrosinistra viene rispedito in commissione
MARINA DALLA CROCE
ROMA
Era a un passo dall'approvazione alla Camera, ma la casa delle libertà ha pensato bene di affossarlo rimandandolo in commissione Affari sociali. Ufficialmente perché manca la copertura finanziaria, ma con tutta l'opposizione e Cgil, Cisl e Uil compatti ad accusare il centrodestra. Così la proposta di legge sul fondo di sostegno per i disabili e gli anziani non autosufficienti, un'idea del centrosinistra che in commissione era riuscita a trovare un compromesso bipartisan con il solo no di Rifondazione comunista, è invece saltata all'ultimo giro di boa, ieri mattina a Montecitorio. Il testo presentato all'esame dell'assemblea con il parere negativo delle commissioni finanze e bilancio istituisce un fondo di sostegno per le persone non autosufficienti attraverso la fiscalità generale, con un'addizionale «media» dello 0,75 per cento su tutti i redditi delle persone fisiche e giuridiche, graduata in base ai diversi scaglioni di reddito. In buona sostanza una piccola tassa di solidarietà, con l'esenzione delle fasce più basse. Il fondo viene istituito presso il ministero del Welfare e ha l'obiettivo di potenziare il sistema delle protezioni e dei servizi per le persone non autosufficienti. Le prestazioni socio-assistenziali non sostituirebbero, comunque, quelle garantite dal Servizio sanitario nazionale. Ieri mattina, in apertura di discussione, è arrivata però la sorpresa. Il presidente della commissione affari sociali Giuseppe Palumbo (Forza Italia) ha chiesto infatti il rinvio in commissione per la mancanza di copertura finanziaria. Così l'aula vota, tra le proteste dell'Ulivo. La relatrice, la diessina Katia Zanotti, attacca il governo: «Un atteggiamento totalmente irresponsabile, che dimostra la mancanza di attenzione per il problema. I sindacati dei pensionati, le associazioni dei disabili e delle famiglie si aspettavano un risultato diverso». L'opposizione sospetta che dietro il rinvio ci sia lo zampino del ministro dell'economia Tremonti, che si sarebbe opposto per non avallare l'addizionale Irpef. Rosi Bindi accusa invece l'assenza in aula del governo, che «avrebbe dovuto sentire imbarazzo di fronte all'assemblea». «Il governo non ha dato il parere favorevole alla copertura del fondo che fa ricorso alla fiscalità generale proprio perché risponde al principio dell'universalismo e consolida un welfare solidaristico tra le generazioni e perché la Cdl preferisce tagliare le pensioni e le prestazioni sociali», attacca l'ex ministro della sanità dell'Ulivo.
Dure critiche anche dai sindacati. «I cittadini hanno bisogno di capire se lo Stato è in grado di garantire loro i diritti in campi sociale nei confronti di chi è povero, non autosufficiente, malato, con famiglia numerosa», commenta Stefano Daneri, responsabile per le politiche assistenziali della Cgil, «il governo non è capace di definire i livelli essenziali della prestazioni sociali e destina al fondo nazionale risorse del tutto insufficienti a garantire i diritti di cittadinanza». «Anche oggi abbiamo avuto l'ennesima dimostrazione della mancanza di un progetto politico sulle questioni dello stato sociale», dice il segretario confederale della Cisl Gigi Bonfanti. Mentre per la Uil pensionati «il rinvio è l'ennesima beffa» e per il segretario nazionale dello Spi-Cgil si tratta di un «atto arrogante che la dice lunga sulle sensibilità del governo». Perfino l'Ugl, sindacato vicino al centrodestra, polemizza e chiede di superare le logiche ragionieristiche: «La contabilità del sociale è quanto di peggio ci possa essere».
ilmanifesto.it
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Che affare quei voucher di Saddam!
di Nimrod Raphaeli
Torniamo sulla lista dei 270, la lista di quegli uomini politici, imprenditori e faccendieri di mezzo mondo che negli anni (gli anni dell’embargo contro l’Iraq di tutti i mali..) hanno ricevuto da Saddam Hussein in persona vaucher petroliferi che, una volta commercializzati, hanno prodotto lautissimi guadagni in dollari sonanti. L’Italia, nell’inchiesta che pubblichiamo, non sfigura certamente grazie alla presenza di Roberto Formigoni, governatore della Lombardia. I vaucher, generosamente concessi da Saddam (e per motivi che solo i beneficiari possono rivelare) sono stati confermati dalla documentazione trovata nel Ministero del Petrolio e dalle parole e dalle indicazioni fornite dall’ex sottosegretario al Petrolio. Al di là delle smentite di rito fornite dai personaggi iscritti nell’elenco, sarà ben difficile ora smentire il contenuto dell’inchiesta di Nimrod Raphaeli redata per MEMRI* e che pubblichiamo integralmente.
Il 25 gennaio 2004, il quotidiano indipendente iracheno Al-Mada ha pubblicato una lista di circa 270 privati e enti, beneficiari dei voucher petroliferi di Saddam Hussein. Il rapporto ha provocato le reazioni di molti di quelli inclusi nella lista così come dei media arabi, fra cui apologeti del regime di Saddam. Un ex sottosegretario del Ministero iracheno del petrolio, Abd Al-Saheb Salman Qutb, ha dichiarato che il ministero possiede documenti comprovanti l'autenticità della lista pubblicata da Al-Mada.
La lista era in origine di proprietà dell'Organizzazione Statale di Vendita del Petrolio (SOMO - State Oil Marketing Organization), responsabile della vendita del petrolio dell'Iracheno. Il signor Qutb ha detto inoltre che il ministero stava raccogliendo le informazioni da presentare all'Interpol, che avrebbe così potuto essere in grado di perseguire i beneficiari del buono.
Il Consiglio di Governo Iracheno ha individuato - inclusi nelle liste - 46 privati ed organizzazioni stranieri, soprattutto di paesi limitrofi, per decidere le azioni appropriate. Il membro del Consiglio Muwwafaq Al-Rabi'i ha dichiarato, durante una visita a Beirut, che il consiglio aveva "tonnellate di documenti", ma ha sottolineato che la pubblicazione di questi documenti sarà trattata in modo costruttivo e non "per rivalsa e vendetta."
Nel descrivere ciò che ha chiamato "la maledizione dei buoni iracheni," il quotidiano londinese di lingua araba Al-Hayat ha dichiarato di aspettarsi più nomi e particolari da rendere pubblici nel prossimo futuro e ha anticipato la rivelazione di uno scandalo di vaste dimensioni che supera paesi e continenti, implicando molte importanti persone singole e organizzazioni.
Come ha funzionato: il metodo delle transazioni dei voucher
In un successivo articolo, Al-Mada fornisce i particolari sull'assegnazione e sulla vendita dei voucher petroliferi. In generale, i voucher sono stati dati come regali o come pagamento per le merci importate in Iraq in violazione delle sanzioni dell'ONU. Il possessore del buono presenta di regola il voucher a una qualunque delle aziende specializzate operanti negli Emirati Arabi Uniti per una commissione che inizialmente variava da $0,25 a $0,30 per barile, anche se negli anni successivi è diminuita fino al minimo di $0,10 o persino $0,05 per barile a causa dell'eccedenza di petrolio sul mercato. 7 In altre parole, un voucher per 1 milione barili si sarebbe tradotto in un profitto immediato di $250.000-300.000 come massimo e di $50.000-100.000 come minimo, il tutto pagato in contanti.
Secondo Al-Mada, la Giordania cercherà di tassare i profitti illeciti dei cittadini che hanno tratto beneficio dalla vendita dei buoni. Uno degli argomenti comuni dei destinatari dei buoni era che i buoni pagavano merci fornite nel quadro del programma 'Oil for Food', gestito dall'ONU. Tuttavia, con il Memorandum d'Intesa che regola il programma, le assegnazioni del petrolio erano intese per "utenti finali," intendendo quelli con raffinerie. La maggior parte dei destinatari dei buoni non sarebbero considerati "utenti finali." Inoltre, se i voucher fossero stati usati per pagare merci, ciò suggerirebbe che queste non erano stati autorizzati dal programma e dovrebbero essere considerati illeciti poiché tutti i contratti approvati dal'ONU sono stati rimborsati, su insistenza dell'Iraq, dal conto fiduciario in una banca francese, sul quale venivano versati i ricavi del petrolio.
Secondo le Nazioni Unite: "Il compratore del petrolio doveva pagare il prezzo approvato dal Comitato per le Sanzioni del Consiglio di Sicurezza su un conto ONU presso terzi [escrow account] e l'ONU doveva verificare che le merci comprate dall'Iraq fossero effettivamente quelle permesse nel quadro del programma. Ma l'ONU non aveva modo di sapere quali altre transazioni potessero avvenire direttamente fra il governo iracheno e i compratori e i venditori."
Questo rapporto esamina l'affare dei buoni di Saddam, in due parti:
Parte I : (A) la lista dei destinatari dei voucher petroliferi; e (B) le reazioni dei privati e delle organizzazioni implicati. Parte II : Reazioni dei media arabi. L'Affare dei voucher petroliferi di Saddam
Parte I:
A. La lista completa dei destinatari dei voucher petroliferi (in ordine alfabetico per paese) (Tutti i numeri [esprimono] i barili di petrolio salvo indicazione contraria) Tutti i nomi sulla lista sono stati traslitterati dall'arabo. Anche se ogni sforzo è stato fatto per essere precisi, una certa inesattezza è inevitabile.
B. Reazioni delle persone singole e delle organizzazioni implicati È quasi sorprendente che la maggior parte degli intervistati o di coloro che hanno reagito diversamente hanno negato di avere ricevere tali buoni o hanno sostenuto che i buoni sono stati ricevuti nel quadro del programma 'Oil for Food'. Quest'ultima discussione è in qualche modo disonesta perché i fornitori legittimi di merci e servizi nel quadro del programma erano pagati da un conto fiduciario amministrato dalle Nazioni Unite e con buoni da Saddam. Alcuni possono avere rilasciato dichiarazione ai giornali non prontamente disponibili a MEMRI* ed altri possono avere scelto di rimanere in silenzio.
Algeria
Abd Al-Majid Al-Attar , un ex direttore generale della compagnia petrolifera nazionale algerina SONATRAC (6 milione di barili) ha scritto una lunga confutazione nel quotidiano londinese Al-Hayat, dichiarando che i 6 milioni di barili sono stati commercializzati da aziende algerine. Secondo lui, i profitti sono stati usati per l'assistenza umanitaria alla gente irachena. Al-Attar ama ricordare al lettore "che ogni aeroplano [che portava assistenza] atterrato a Bagdad costa centinaia di migliaia di dollari senza addentrarsi nei dettagli" [aggiunta l'enfasi]. Radio Algeri ha annunciato che lo stato avrebbe indagato sulle accuse di corruzione.
Bahrain
Ali Al-Muslim (3 milioni di barili) ha detto di avere visitato l'Iraq 22 volte prima della guerra, ma i suoi viaggi erano soprattutto "umanitari," e di avere inviato cibo e prodotti per la pulizia nel quadro del programma 'Oil for Food'. Come segno di apprezzamento, il regime ha offerto a Al-Muslim l'opportunità di vendere, come mediatore, 3 milioni di barili. Al-Muslim ha avuto difficoltà nel vendere i buoni e quindi si è ritirato dall'affare. Hassan Al-Darazi , il figlio dell'uomo d'affari Kadhem Al-Darazi (2 milioni di barili), ha dichiarato che suo padre aveva fatto un pellegrinaggio alla Mecca, ma che tutte le sue attività erano "puramente commerciali."
Bulgaria Il Partito Socialista della Bulgaria (12 milioni). Il presidente Georgi Parvanov, capo del partito socialista, ha definito l'accusa come un "imprudente umor nero," ma ha ordinato un'inchiesta riguardo all'accusa. Il presidente Parvanov, inoltre, ha incontrato l'ambasciatore degli Stati Uniti a Sofia ed ha cercato il suo aiuto per chiarire i fatti relativi alla lista.
Canada
Arthur Millholland , direttore generale della Oilexco con base a Calgary (9.6 milioni di barili), ha negato di avere ricevuto dei buoni e ha criticato MEMRI*, che - ha asserito - "era critica sulla recente guerra guidata dagli USA contro l'Iraq e partecipava al programma ONU ' Oil for Food' per aiutare i bambini iracheni (sic)." "Ovviamente," ha suggerito, MEMRI "ha alcuni motivi."
Egitto
Abd Al-Adhim Manaf (6 milioni di barili), proprietario e editore de La voce degli arabi (Sawt Al-Arab) e parlamentare, ha detto di poter provare di aver rifiutato i voucher di petrolio che gli erano stati offerti. Muhammad Shatta (14 milioni di barili) sostiene di aver fatto da agente per conto di due compagnie petrolifere internazionali e che tutte le transazioni da lui effettuate rientravano nel programma "Oil for Food" (petrolio in cambio di cibo). Shatta ha dichiarato che si era verificato contrabbando su scala ridotta (3000 barili alla volta) ad opera di piccoli commercianti, ma non ha spiegato in che modo il contrabbando fosse collegato ai voucher da lui ricevuti. Il settimanale egiziano Roz Al-Youssef non è riuscito a contattare Khaled Abd Al-Nasser, figlio dell'ex presidente egiziano Gamal Abd Al-Nasser, (16,5 milioni di barili), perché tutti i suoi telefoni erano "fuori servizio", ma ne cita il coinvolgimento in attività di solidarietà con l'Iraq in diverse occasioni. Il membro del parlamento egiziano Imad Al-Gilda (14 milioni di barili) nega di aver mai ricevuto voucher, ma secondo Roz Al-Youssef prima della guerra erano circolate voci secondo cui Al-Gilda era "parte della macchina propagandistica irachena". Mahmoud Mahdi Al-Ma'sarawi (7 milioni di barili) attribuisce l'inserimento del suo e di altri nomi nella lista alla presa di posizione contro le azioni americane in Iraq. Muhammad Hilmi (4,5 milioni di barili), che ha chiamato il figlio Saddam, ha affermato che sarebbe orgoglioso se suo figlio diventasse un altro Saddam Hussein, 16 ma ha comunque negato il proprio coinvolgimento nella faccenda. Va ricordato che, nel maggio 2003, l'attivista egiziano Mamdouh El-Sheikh aveva querelato diversi politici e giornalisti egiziani, accusandoli di aver ricevuto bustarelle da Saddam, in violazione della legge egiziana.
Francia
L'ex ministro degli interni Charles Pasqua (12 milioni di barili) ha negato ogni coinvolgimento e ha indicato un altro, anonimo ex ministro degli interni francese quale possibile beneficiario. 18 Secondo il New York Post, il Sig. Pasqua, "caro amico ed ex collega di Chirac … si era battuto per consentire la visita di alti funzionari iracheni in Francia nel 1993". Patrick Maugein, Direttore Generale della compagnia petrolifera SOCO International (25 milioni di barili), ha ammesso di aver fatto molti affari in Iraq nell'ambito del programma "Oil for Food", "ma nulla di illegale." Si è anche accennato al fatto che il cinquantacinquenne uomo d'affari "sembra esercitare una notevole influenza sul Presidente Jacques Chirac". Bernard Merimee (3 milioni e quindi altri 8 milioni di barili) era l'ambasciatore francese presso le Nazioni Unite e rappresentante della Francia nel Consiglio di Sicurezza. Michael Grimard (17 milioni di barili) è il fondatore dell'Export Club Franco-Iracheno. Gilles Munier, segretario generale dell'Associazione Amici Franco-Iracheni, ha dichiarato che la sua organizzazione aveva introdotto in Iraq numerose aziende, petrolifere o di altro genere, per la stipula di contratti, ma che era tutto perfettamente legale. Per ogni introduzione andata a buon fine, Munire afferma di aver "ricevuto una commissione".
Ungheria (quantità di vaucher di barili di petrolio no specificata) Partito per l'Interesse Ungherese (MEP). Secondo quanto riportato dal quotidiano ungherese Nepszabadsag, il MEP fu fondato da Izabella Kiraly B. nell'autunno del 1993, dopo la sua espulsione dal Partito Democratico Ungherese. La sig.na Kiraly si è rifiutata di rilasciare dichiarazioni al quotidiano ungherese ma il suo sito contiene slogan come "Giù le mani dall'Iraq!", "Pace invece di guerra" e "America, lascia il mondo il pace!". Sempre nel suo sito, il Presidente Bush in uniforme nazista con la bandiera USA in mano ripete la famosa frase di Hitler "Un popolo, un impero, un condottiero" (ein Volk, ein Reich, ein Fuehrer).
Indonesia
Il Presidente Megawati Sukarnoputri (2 milioni come "figlia del Presidente Sukarno" più altri 8 milioni di barili a proprio nome). Un portavoce ha dichiarato alla Australian Broadcasting Corporation che il Presidente Megawati era "a conoscenza delle accuse". Il portavoce dell'Assemblea Consultiva Popolare Muhammad Amin Rayyis (4 milioni di barili) si è rifiutato di rispondere alle domande della Australian Broadcasting Corporation.
Italia
Roberto Formigoni (24,5 milioni) è il presidente della Regione Lombardia. Padre Benjamin (4,5 milioni di barili) è un prete cattolico francese che aveva organizzato un incontro tra il Papa e Tareq Aziz, ex vice primo ministro iracheno. Salvatore Nicotra (20 milioni) è un ex pilota NATO divenuto borooker petrolifero.
Giordania
Leith Shbeilat ( 15,5 milioni di barili), islamista con un passato pro-Saddam, ha sottolineato che il sistema delle Nazioni Unite era così rigido da non consentire a nessuno di fare giochetti con i contratti petroliferi e che la pubblicazione della lista aveva lo scopo di "diffamare coloro che difendevano il popolo iracheno". Per colmo d'ironia, Shbeilat è stato presidente del comitato anti-corruzione del parlamento giordano. Fawwaz Zureiqat (6 milioni di barili), il cui nome è stato fatto in relazione al parlamentare britannico George Galloway (vedi Regno Unito), ha dichiarato che le accuse erano stupide e di aver guadagnato una commissione di cinque centesimi a barile, mai pagati dal governo iracheno. La parlamentare Tojan Faisal, (3 milioni di barili), ha affermato di aver agito per aiutare un amico in difficoltà, da lei identificato come Abd Al-Rahman Al-Qatarna. Fakhri Qi'war (6 milloni di barili), ex parlamentare e giornalista, ha affermato che la lista "non ha alcun fondamento di verità e non ne conosciamo le motivazioni". Ha inoltre aggiunto che l'accusa "è un tentativo di diffamare coloro che prendono posizione contro l'occupazione americana dell'Iraq e a favore della resistenza e dei fratelli iracheni, cooperando con loro e sostenendoli". Wamidh Hussein (Majali) (1 milione di barili) ha negato di aver ricevuto petrolio e ha dichiarato: "Ero membro del Comitato Popolare Giordano di Solidarietà con l'Iraq e procuravo medicinali, che pagavamo di tasca nostra". Rispondendo a un'interrogazione parlamentare, il Vice Primo Ministro Muhammad Al-Halaiqa ha detto: "La questione è sotto esame e stiamo cercando di accertare se qualcuno abbia ricevuto bustarelle [dall'Iraq]".
Libano
Emil Emil Lahoud (4,5 milioni di barili), parlamentare e figlio del Presidente libanese Emil Lahoud, in un'intervista rilasciata al quotidiano londinese Al-Sharq Al-Awsat ha dichiarato che il suo inserimento nella lista mirava a indebolire le prese di posizione del padre, che "appoggia la resistenza [palestinese], sta al fianco della Siria, si oppone all'occupazione dell'Iraq ed esige la liberazione di tutte le terre palestinesi". Osama Ma'rouf (3 milioni di barili), un altro parlamentare e capo dell'Organizzazione Popolare Nasserita, ha ammesso di aver ricevuto un voucher per la vendita di petrolio in cambio di una commissione. Ha però aggiunto che il voucher non era costato nulla all'Iraq e in ogni caso di non aver esercitato l'opzione. Najah Wakim (3 milioni di barili), ex parlamentare, ha negato l'accusa sostenendo che il direttore di Al-Mada, Fakhri Kareem, aveva dichiarato in televisione, senza specificare quando e in che occasione, di aver ricevuto la lista dalla CIA senza alcuna prova a conferma. Al quotidiano libanese Al-Nahar Kareem ha detto di non aver mai parlato con Wakim.
Libia
Shukri Ghanem (6 milioni di barili) è il primo ministro libico.
Marocco
Muhammad Al-Basri (4,5 milioni di barili) che è morto, è stato un dirigente socialista in Marocco.
Panama
E' stata una sorpresa trovare sulla lista Benon Sevan (11,5 milioni di barili) che è il Direttore Esecutivo del programma Petrolio per Cibo. Un portavoce dell'ONU ha smentito le accuse e ha detto che il segretario generale dell'ONU è pienamente soddisfatto dell'integrità di Sevan. Sevan ha smentito le accuse e ha affermato che "è doveroso da parte di chi pubblica queste affermazioni di fornire la documentazione necessaria."
Qatar
Abd Al-Aziz Mubarak Al-Duleimi (4 milioni di barili) ha detto di avere contratti per la vendita di 10 milioni di barili come mediatore sotto la supervisione dell'O.N.U. e non ha niente a che fare con l'appoggio o le bustarelle di Saddam.
Romania
Nella lista compaiono due entità relative alla Romania: Delf Aderlink (1 milione di barili) e il Paritito Laburista Rumeno (5,5 milioni di barili). Qui di seguito una riassunto di una e-mail inviata a MEMRI da un giornalista rumeno: "Il proprietario delle Bulf Drilling, Corner Bulf, è un uomo d'affari rumeno molto conosciuto, ben inserito nel commercio del petrolio. Gode di molteplici privilegi nell'ambito degli affari con l'azienda di proprietà dello stato Petrom. Egli afferma che tutto il petrolio iracheno che lui ha venduto è stato con il permesso dell'O.N.U. – e mi ha mostrato alcune autorizzazioni a questo riguardo. Tuttavia, considero il fatto che egli possa aver commerciato il petrolio iracheno con e senza autorizzazione, e che le autorizzazioni dell'O.N.U. avevano lo scopo di coprire questo commercio illecito." "Il figlio del presidente del Partito Laburista, Ioan Cristian Nicolae, in collaborazione con alcuni politici, ha appena acquistato un enorme palazzo a Bucarest per $ 1,5 milioni."
Russia
La Russia, che ha ricevuto il maggior numero di buoni di petrolio, non ha detto niente. Nikolay Ryzhkov (13 milioni di barili) era un primo ministro dell'URSS. Sud Africa La Tokyo Saxwele Mvelaphanda Holdings (MVL) ha reagito con rabbia vedendo il proprio nome incluso nella lista, ma non ha negato di aver comprato petrolio sotto il programma Petrolio per Cibo.
Spagna
Ali Balutt o Balout (8,8 milioni di barili) è un giornalista libanese.
Svizzera
Glencore (1,2 milioni di barili) è il maggior commerciante di prodotti in Svizzera. Petragos (5 milioni di barili) in Svizzera compare sotto tre filiali - Petrogas Services, Petrogas Distribution, e Petrogas Resources – ed è collegata alla società russa Rosneftegazetroy (35,5 milioni di barili). Siria Hamida Na'na (oltre 9 milioni di barili) è la proprietaria di Al-Wifaq Al-Arabi e l'autrice di una biografia dell'ex primo ministro iracheno Tariq Aziz. Attualmente sta scrivendo una biografia del generale iracheno Ali Hassan al-Majid, conosciuto come Ali il Chimico. Farras Mustafa Tlass (6 milioni di barili) è il figlio di Mustafa Tlass, Ministro della Difesa siriano e uno dei pilastri del partito Ba'ath siriano. Ha detto che la sua società ha comprato petrolio dall'Iraq sotto il programma Petrolio per Cibo e ha negato di aver ricevuto petrolio al di fuori da questo accordo.
Regno Unito
C'è un riferimento a margine della lista ad un "Mr Buhan Al-Chelebi", e a "Fortrum and Gas-Oy", una società di acquisto finlandese, in un accordo del 29 dicembre 1999. C'è un altro riferimento all'ex MP George Galloway, in quanto beneficiario di 3 milioni di barili. C'è un altro riferimento a George Galloway che ha ricevuto 4 milioni di barili, attraverso il giordano Fawwaz Zureigat, della Predio Petroleum, in un accordo del 10 luglio 2001. Analogamente, la Middle East Advance Semi-Conductor, una società giordana, fa riferimento a Galloway come destinatario di 3 milioni di barili in un accordo dell' 8 giugno 2001, sempre attraverso Fawwaz Zureigat. Ancora, 5 marzo 2001 – 2 milioni di barili Ancora, 12 dicembre 2002 – 3 milioni di barili Ancora, 3 giugno 2002 – 3 milioni di barili Quindi, "George Galloway in quanto beneficiario viene citato sei volte, due nel nome di società finlandesi e francesi e il resto giordane sotto il nome di Fawwaz Zureiqat. Tutte queste richieste sono state autorizzate dal ministro del petrolio, con la sua firma." Quando la ABC News gli ha chiesto sulla sua presenza nella lista, Galloway ha risposto: "Non ho mai visto, posseduto, comprato neanche un barile di petrolio." La Mujahideen Khalq (36,5) è un'organizzazione che si oppone al regime iraniano e ha operato dall'Iraq durante il regime di Saddam. Gli Stati Uniti l'hanno classificata come organizzazione terroristica e recentemente ha ricevuto l'ordine di andare via dall'Iraq.
Stati Uniti
Shaker Al-Khaffaji (7 milioni di barili) ha anticipato $ 400.000 a Scott Ritter, ex ispettore per le armi dell'O.N.U. in Iraq. Ritter ha prodotto una significativa documentazione per raccontare la vera storia delle ispezioni sulle armi, che secondo il suo racconto sono state corrotte da minacciose manipolazioni degli Stati Uniti. Samir Vincent (10,5 milioni di barili): nel 2000, Vincent, un americano nato in Iraq che vive negli Stati Uniti dal 1958, ha organizzato una visita di una delegazione di dirigenti religiosi iracheni negli Stati Uniti che hanno incontrato l'allora presidente Jimmy Carter.
L'affare dei voucher petroliferi di Saddam
Parte II
: Reazioni dei media arabi I media arabi ignorano la lista In un commento dal titolo "Belle maschere su brutte facce", sul quotidiano londinese Al-Hayat, Salama Na'mat critica la televisione araba e altri media perché hanno mostrato poco interesse nell'affare dello scandalo dei voucher del petrolio. Poiché la pubblicazione della lista ha messo in luce la corruzione da parte di Saddam Hussein di centinaia di politici e giornalisti provenienti da 50 paesi arabi e stranieri, i media arabi non si sono interessati al problema né indagato sull'argomento. Na'mat dice che la pubblicazione della lista ha suscitato ancor meno interesse nei circoli ufficiali che non nei media. E prosegue: "La realtà è che alcuni governi arabi non hanno niente in contrario a che politici e mezzi di informazione traggano beneficio dalle tangenti di Saddam sia perché sono essi stessi coinvolti sia perché non vedono alcun male nella corruzione dato che è una pratica normale presso i regimi arabi a vari livelli. Forse il programma politico del deposto regime iracheno non era diverso da quello di tali governi.
A quelli che venivano corrotti e a quelli che chiudevano gli occhi, non importava che il denaro che prendevano dal deposto regime per cantarne le lodi fosse sottratto al popolo iracheno che veniva distrutto dalle guerre di Saddam e dalla sua stupida politica." Ahmad Al-Rab'i , editorialista del londinese Al-Sharq Al-Awsat sottolinea che molta della stampa araba, con l'eccezione di quella irachena, giordana e libanese, non ha osato pubblicare la lista perché comprendeva potenti figure politiche. La stampa irachena e kuwaitiana in particolare, hanno motivo di fare così perché continuano a sottolineare che i sostenitori di Saddam non erano spinti da ideali nazionalistici o islamici, bensì erano pagati." Un commento di Mazen Hammad sul quotidiano del Qatar Al-Watan col titolo: "Fate i nomi, possa Allah aver pietà di voi!" dice: "Lo scandalo sta montando, e tutti i fili, ora dopo ora, si stanno avvolgendo attorno al collo di molti che millantano pan-arabismo e nazionalismo così come a quei commercianti di opportunità.
Mentre è troppo presto per puntare un dito accusatore contro qualcuno in particolare, quelli che sono stati 'beneficiati' dal regime di Saddam, in paesi arabi e non arabi, per ingrandirlo e difenderlo, ammontano a centinaia se non di più." "Lo scandalo sta montando, perché fra i nomi figurano i capi di partiti politici, parlamentari e figli di capi di stato e di governo." "Lo scandalo sta montando perché non è un segreto che vennero distribuiti dagli assistenti di Saddam centinaia di appartamenti, Mercedes, denaro liquido e sovvenzioni a ministri, sottosegretari, giornalisti, scrittori e artisti." " … E' anche importante che nessuno venga escluso dalla punizione se il suo nome figurava nella lista, indipendentemente dall' importanza della sua influenza e dal livello della sua posizione …". "[Lo scandalo] è un esempio lampante del dualismo della vita del politico arabo: lui predica il nazionalismo di giorno e di notte succhia petrolio." 'Una volta di più è il cittadino a pagare' Sul quotidiano kuwaitiano Al-Siyassa, l'editorialista Shaker Al-Nabulsi scrive: "Al principio, sembra che la lista … sia valida e la prova è che alcuni i cui nomi vi figuravano non hanno smentito".
L'articolo di Al-Nabulsi richiama l'attenzione sull'islamista giordano Leith Shbeilat, uno dei maggiori beneficiari dei voucher petroliferi di Saddam e uno dei più ascoltati supporter del regime di Saddam del periodo d'oro. Al-Nabulsi esprime il suo stupore per la correlazione fra un islamista che sostiene uno stato islamico retto secondo la legge Shari'a e il regime secolare di Saddam che disprezzava gli ecclesiastici e ne aveva uccisi e torturati molti.
Jubran Tweini , direttore del quotidiano libanese Al-Nahar, scrive: "Ancora una volta, il paese (Libano) e i cittadini pagano per il coinvolgimento di alcuni funzionari in scandali finanziari e riciclaggio del denaro e voucher petroliferi, il pagamento delle tangenti … senza che le autorità cerchino di porvi fine. "Tocca allo stato rispondere chiaramente ed energicamente alle fonti di informazione e provare l'innocenza di tutti quelli che furono accusati di aver ricevuto denaro da Saddam o che contrabbandarono denaro dal passato regime iracheno su commissione."
Il quotidiano kuwaitiano Al-Siyassa ospita un articolo di Daoud Al-Basri dal titolo 'I barili del Baath'. Egli scrive che lo scandalo dei voucher non era tanto per i milioni di barili di petrolio dati ai "militanti e ai loro partner internazionali" quanto "uno scandalo per la coscienza araba e internazionale e l'atmosfera di silenzio e di frode che accompagnò tutti gli stadi della corruzione …" E prosegue: "Non dimenticheremo la corruzione di coloro che hanno falsificato la storia contemporanea dell'Iraq e coloro che hanno reso Saddam il previsto messia del Baath."
Samir Attallah di Al-Sharq Al-Awsat scrive in 'La madre di tutti i voucher': "[Ciò che è veramente disgustoso] è il linguaggio di totale acquisto [di sostenitori] o totale odio … [il regime] aveva bisogno che popolo odiasse quello che lui odiava e offendesse quello che lui offendeva … Ciò che mi colpisce a proposito dei voucher e del programma 'Oil for Food' … sono i pianti dell'ex presidente che mostra foto di bambini che muoiono di fame e di malattie … e le mille e una storia sulla povertà e l'indigenza che hanno trasformato l'Iraq da paese ricco a paese che celebra il compleanno di un presidente che si crogiola nei suoi palazzi presidenziali, in mezzo a povertà, silenzio, oppressione e la processione dei morti."
Al-Quds Al-Arabi giornale favorevole a Saddam: La lista è solo presunta; uccidete il messaggero Sul quotidiano londinese pro-Saddam il corrispondente da Bagdad scrive della 'presunta lista del petrolio': "La pubblicazione della lista da parte del giornale Al-Mada … non ha suscitato molto interesse in Iraq perché gli iracheni già conoscevano questo fatto. Molti iracheni e in particolare quelli coinvolti nell'affare del commercio del petrolio … erano al corrente che il regime stava vendendo quantità del suo petrolio a compagnie petrolifere o a persone singole con cui esso era associato o aveva buoni rapporti, per eludere le sanzioni dell'ONU che da 13 anni tenevano sotto controllo l'Iraq. La politica del passato regime consisteva nel sostenere chiunque la appoggiava o cercava di esportare beni in Iraq al di fuori delle sanzioni".
In un altro servizio dal suo corrispondente da Amman, in Giordania, Al-Quds Al-Arabi cerca si spostare l'attenzione sulla presunta fonte della lista (stando a quello che dice il giornalista, questa fonte era Ahmad Chalabi, membro del Consiglio Governativo iracheno e capo del Congresso Nazionale iracheno) e di diffamarlo: "Il recente accanirsi da parte di figure centrali del Congresso Nazionale iracheno contro intellettuali e giornalisti giordani non è una novità per il governo giordano, o per gli intellettuali stessi che i nuovi governanti dell'Iraq stanno cercando di colpire."
Al-Jazeera: il secondo fine pro-Saddam di Faisal Al-Qassim Faisal Al-Qassim , ospite di Opposite Direction, popolare programma della televisione satellitare Al-Jazeera, sceglie di attaccare, nel programma dedicato all'affare dei voucher, non i beneficiari bensì i loro critici. Dice: "Questi truffatori e trafficanti di patrie pagati hanno il diritto di parlare di onestà? I dossier di molti di essi non sono macchiati di corruttela, truffa, frode? Quanti milioni ha ricevuto dalla CIA quella che era l'opposizione irachena?" "Quelli che hanno venduto all'ingrosso l'Iraq all'occupante possono aprire i fascicoli di corruzione e l'acquisto delle coscienze …? E' vero che il deposto regime ha sprecato milioni per comprarsi amici e sostenitori, ma non è altrettanto vero che i nuovi venuti hanno passato in blocco il petrolio iracheno all'occupante americano?"
Il 17 febbraio 2004, il quotidiano londinese in lingua araba Al-Hayat ha pubblicato documenti dell'intelligence irachena passati dal quotidiano iracheno Al-Mu'tamar, organo del Congresso Nazionale iracheno, che stabilivano un legame fra Faisal Al-Qassim e l'intelligence irachena.
'Li si deve punire moralmente' Il dottor Abd Al-Ghani Mahmoud , direttore del dipartimento di diritto internazionale dell'università egiziana Al-Azhar, ha fornito un calzante epilogo a questo 'affaire'. Ha dichiarato al settimanale egiziano Roz Al-Youssef: "Quelli che hanno gli strumenti per influenzare i loro popoli – intellettuali, politici, partiti politici o istituzioni –sono diventati in alcuni di questi paesi organi di propaganda di un regime dittatoriale corrotto che ha trascinato l'intera regione nell'oblio. Questo problema richiede un atteggiamento fermo. Quelli che hanno accumulato denaro da questo regime, che ha distrutto il suo popolo con armi chimiche, mentre loro si godevano una vita di lussi nei palazzi durante l'epoca delle sanzioni, costoro si rendono complici nell'offendere il popolo iracheno attraverso il loro silenzio sulla corruzione … Devono essere puniti con un castigo morale rendendo pubblici i loro nomi e quanto hanno ricevuto, in modo che ciò serva da esempio per altri".
Nimrod Raphaeli
(*MEMRI - "Middle East Media Research Institute"
P.O. Box 27837
Washington, DC 20038-7837)
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Le ricette di Mizar Alcor
Timballo di Ulivo vittorioso al forno
Dose per circa 50.000.000 di persone
Tempo di preparazione: 5 anni
Tempo di cottura: 1 giorno
In una terrina mettete solidarietà, giustizia, equità, lungimiranza, capacità di ascolto, ed impastateli finché ne risulti un composto liscio ed omogeneo. Aggiungete poi il lievito della partecipazione, e lasciate riposare in una stanza fresca dove circola aria nuova, per il tempo sufficiente ad armonizzare il tutto.
A questo punto, per l'ottima riuscita della ricetta, occorrerebbe aggiungere un ingrediente di assai difficile reperimento: il sogno. Se riuscirete a procurarvene, anche in dose minima, il risultato sarà superiore ad ogni più rosea aspettativa. Incorporatelo nel composto mescolando molto molto delicatamente, affinché non abbia a smontare perdendo tutte le sue qualità.
Prendete poi una manciata di ottimi candidati, da cui avrete preventivamente scartato personaggi compromessi con l'avversario o con pratiche politiche e personali di dubbia onestà, e che avrete passato, con cura minuziosa, al setaccio delle elezioni primarie, in modo da conservarne solo il fiore, e incorporateli alla pasta, mescolando energicamente.
In un tegame a parte fate poi sciogliere a fuoco lento una leadership autorevole e riconosciuta; aggiungete spirito di coalizione e senso del dovere. Quando il tutto incomincerà a sobbollire, unite un trito di diverse culture e identità, e mischiate bene. A fine cottura, aggiungete olio di Ulivo come se piovesse.
Unitelo alla pasta, e lavorate il tutto fino a che otterrete un composto omogeneo e molto sostenuto. Immergetelo poi in un bagno di folla da effettuarsi in tutte le città italiane. Al termine infornate il tutto a 180°.
Mentre la pasta è in forno preparate la farcitura. Tritate finemente sobrietà, senso delle istituzioni, rispetto dell'elettorato, preventivamente mondati con cura da ogni demonizzazione dell'avversario e dai toni sopra le righe. Aggiungete serietà grattugiata e senso del ridicolo montato a neve. Tiratelo in un tegame, a fuoco piuttosto vivace, facendolo sciogliere in un'abbondante dose di capacità di comunicare.
Togliete la pasta dal forno e farcitela con il composto appena preparato. Decorate con un'abbondante spruzzata di senso dell'umorismo e tocchetti di simpatia.
Servite caldo. Accompagnate questo piatto con una buona dose di fortuna d'annata.
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Disputa per l'oro azzurro in America Latina
della Prof. Elsa M. Bruzzone, Selvas
La presunta attività di gruppi terroristici nel territorio della Triple Frontera, che unisce l’Argentina, il Brasile e il Paraguay, è stato il pretesto degli Stati Uniti per intensificare la propria presenza militare nella regione ed ottenere il loro reale obiettivo: impadronirsi del sistema acquifero Guaraní, la riserva d’acqua più importante del mondo, condivisa tra le tre nazioni.
Se sfruttato ad un ritmo ecologicamente sostenibile, il Guaraní potrebbe produrre 40 chilometri cubici di acqua all’anno, sufficienti ad approvvigionare, individualmente, le 360 milioni di persone insediate nella regione del bacino acquifero e soddisfare il consumo della popolazione statunitense.
Negli ultimi mesi si è insistito sul fatto che la zona della Triple Frontera (Brasile, Argentina e Paraguay) sia la base di organizzazioni quali Hamas, Hezbollah e Al Qaeda.
Secondo dati ufficiali, la zona presenta una popolazione di 470 mila abitanti, distribuiti nel seguente modo: 30 mila risiedenti a Puerto Iguazú (Argentina), 270 mila a Foz do Iguazú (Brasile) e 170 a Ciudad Del Este (Paraguay).
Sebbene in totale si tratti di una quantità rispettabile, considerate singolarmente, le suddette popolazioni costituiscono percentuali ridotte del totale dei rispettivi paesi e sono quasi irrilevanti in relazione al totale della popolazione dei tre paesi.
A Ciudad Del Este e a Foz do Iguazú è presente un’importante comunità sirio-libanese che si occupa di commercio. L’attività più importante a Foz do Iguazú e Puerto Iguazú è il turismo; a Ciudad del Este il contrabbando organizzato e controllato dal potere politico-militare.
In questo spazio geografico, caratterizzato da un grande movimento turistico nazionale ed internazionale, i paesi interessati hanno spiegato i propri mezzi di sicurezza per evitare che eventuali azioni criminali possano minacciare questa industria vitale.
I mezzi sono abbondanti ed operano in modo coordinato e con modalità particolari: forze di polizia nazionali e regionali, di gendarmeria e prefettura, filiali di organi di intelligenza, polizia doganale, agenzie di vigilanza privata per hotel e altri organici turistici, guarnigioni militari.
Perché allora la zona ha acquisito all’improvviso tanta importanza per gli Stati Uniti?
La paranoia statunitense
Per gli Stati Uniti, la risorsa strategica più importante in questo momento è il petrolio con i suoi derivati. Abbiamo osservato come, per assicurarsene l’approvvigionamento a prezzi convenienti, con il pretesto del controllo del terrorismo internazionale e del narcotraffico, siano riusciti ad ottenere il controllo politico e militare di importanti giacimenti, soprattutto in Asia Minore e in America Latina e non abbiano dubitato neanche un attimo a dichiarare la guerra più iniqua contro l’Afghanistan e l’Iraq.
In America hanno agito sul Messico, utilizzando il Trattato del Libero Commercio dell’America del Nord come strumento di sottomissione e dipendenza e sul Venezuela, organizzando un colpo di stato fallito e altre minacce pur di non vedere pregiudicato il proprio controllo sul petrolio.
Altri elementi, tuttavia, hanno acquistato valore strategico per il prossimo futuro. Molto significativa è stata l’importanza data, negli ultimi tempi, all’acqua potabile, in quanto risorsa scarsa per gli anni futuri, che diventerà fondamentale per l’umanità. Chi la controllerà, controllerà anche l’economia mondiale e la vita del futuro non lontano.
Il primo paese ad aver percepito il pericolo di nuove azioni negli anni passati è stato il Brasile. Tramite il Plan Amazonia, importanti interessi statunitensi minacciarono di stabilirsi nella regione per controllare le riserve d’acqua. Nel nord, incoraggiarono il movimento indipendentista degli indigeni yanomami, i quali miravano a segregare importanti settori del territorio brasiliano. In seguito gli Stati Uniti riuscirono a stabilire una base militare ad Alcántara.
Nonostante tutto, il Brasile reagì immediatamente per impedire la segregazione: stabilì una linea di basi militari lungo quella frontiera, costruì strade all’interno della foresta e trasferì la propria capitale nel cuore dell’Amazzonia. Questa strategia di affermazione della propria sovranità fu completata dalla creazione del Sistema di Vigilanza dell’Amazzonia (Sivam), del Sistema di Protezione dell’Amazzonia (Sipam) ed infine dall’annuncio, da parte del’attuale governo, della chiusura di Alcántara.
Ma l’impero non si arrese facilmente: cambiò fronte e tentò invano di affermarsi in Venezuela con un colpo di stato e, col pretesto della lotta contro il narcotraffico, elaborò il cosiddetto Plan Colombia che, in fin dei conti, consiste nel mantenere una presenza militare attiva nella regione. Allo stesso modo, con la cosidetta Iniziativa Regionale Andina, riuscì a stabilire una base militare a Manta, in Ecuador, che gli ha permesso di chiudere il cerchio intorno all’Amazzonia, controllare militarmente la sua periferia ed essere nella condizione di giocare un ruolo preponderante nel momento di sfruttare le sue risorse naturali.
Tutto ciò è completato dal suo piano per imporre nei prossimi anni l’Area di Libero Commercio delle Americhe (ALCA), una pseudoallenaza economica che sottometterà le deboli economie latinoamericane al potere colossale delle sue multinazionali e senza altre alternative se non la cessione delle proprie risorse.
Il controllo militare
Per questa ragione abbiamo cercato di chiarire quale sia l’interesse militare statunitense riguardo la Triple Frontera; queste ricerche hanno rivelato l’esistenza di un colossale giacimento di acqua potabile, forse la riserva più importante del mondo: il bacino acquifero Guaraní.
Chiamato anche “Acuífero Gigante del Mercosur” o “Sistema Acuífero Mercosur”, è situato tra i paralleli 16 e 32 di latitudine sud e i meridiani 47 e 56 di longitudine ovest. Si estende lungo i bacini dei fiumi Paraná, Paraguay e Uruguay.
Secondo i dati disponibili finora, la sua superficie è di un milione 194 chilometri quadrati, dei quali 839mila rientrano nel territorio del Brasile, 226mila in quello dell’Argentina, 71mila 700 in Paraguay e 59mila in Uruguay.
Al nord, si collega col Pantanal, che a sua volta si collega con l’Amazzonia. Ancora non si conosce quale sia il confine ovest del bacino acquifero in Paraguay e in Argentina, sebbene si calcoli che in questo paese si prolunga verso il bacino del Bermejo. Anche il suo confine sud in Argentina è sconosciuto, non viene scartata però l’ipotesi che possa continuare fino alla regione pampeana ( allagata ) e quella patagonica, arrivando anche a collegarsi con la zona dei grandi laghi preandini.
E’ una delle maggiori riserve di acqua sotterranea del pianeta, calcolata in 55mila chilometri cubici. Ogni chilometro cubico equivale ad un miliardo di litri d’acqua. La ricarica sarebbe di 160 o 250 chilometri cubici all’anno, pertanto con lo sfruttamento di 40 chilometri cubici annuali si potrebbero approvvigionare 360 milioni di persone, le quali riceverebbero un rifornimento di 300 litri al giorno.
In ampie regioni presenta una turgescenza naturale. La portata normale del bacino è di 200 metri, tuttavia lungo il fiume Uruguay arriva a 800 e a mille o mille 200 nelle zone del Brasile e dell’Argentina. Le acque situate tra i 500 e i mille metri di profondità presentano portate maggiori di 500mila litri l’ora e, in alcuni casi, si avvicinano al milione. La temperatura dell’acqua varia a seconda della profondità. Nella regione racchiusa dal bacino sono stanziati 15 milioni di abitanti. Il Guaraní rappresenta la principale fonte di acqua potabile per l’approvviggionamento urbano, industriale ed agricolo.
In Brasile, più di 300 città con popolazioni che vanno da 3mila a 500mila abitanti si approvvigionano totalmente o parzialmente da esso; in Paraguay si registrano circa 200 pozzi che riforniscono le popolazioni della regione orientale del paese e in Uruguay ne esistono 135, utilizzati per il rifornimento pubblico e per i bagni termali. In Argentina si sfruttano solo sei pozzi termali di acqua dolce nel settore orientale della provincia di Entre Ríos.
Le aree di ricarica e di scarico del Guaraní e quelle che registrano un’altra concentrazione di utenti sono considerate zone critiche (hots spots): Concordia-Salto (Argentina-Uruguay), Rivera- Santana do Livramento (Uruguay-Brasil) e Ribeirao Preto (Brasil). Tuttavia l’area più importante di ricarica e di scarico è il corridoio transfrontaliero, ubicato tra i territori del Paraguay, del Brasile e dell’Argentina e, oh che sorpresa!, proprio nella zona della Triple Frontera.
Si conosce un altro bacino acquifero nel continente americano.
Sebbene si ignorino i suoi confini effettivi, si dovrebbe estendere dalla zona dello Yucatán, in Messico, fino a Panamá. Ciò spiega perfettamente la proliferazione di basi statunitensi nella regione e la pressione esercitata sui governi locali affinchè accettino il Plan Puebla Panamá. Entrambi questi strumenti garantiscono agli USA il controllo militare ed economico della regione, della quale possiedono già quello politico.
Gli Stati Uniti hanno creato un sistema per determinare la grandezza del bacino acquifero Guaraní, per assicurare il suo uso in maniera sostenibile ed evitare ogni tipo di contaminazione. A questo scopo hanno messo a capo dell’indagine la Banca Mondiale, L’Organizzazione degli Stati Americani (OEA), organi tedeschi ed olandesi da loro controllati ed alcuni elementi universitari dei paesi coinvolti.
Hanno stabilito un presupposto di 26 milioni 760mila dollari e suggerito il modo in cui le comunità indigene e la società civile avrebbero dovuto partecipare per raggiungere gli obiettivi: stabilire la grandezza del serbatoio, evitare la sua contaminazione, regolare il suo uso “sostenibile” e mantenere il controllo permanente fin quando lo considerino conveniente.
Nuovo altruismo yankee
Tocca domandarci: perché i governi della regione hanno rinunciato all’autonomia del progetto? Qual è il significato di “sviluppo sostenibile” per i paesi del Primo Mondo e per coloro che non fanno parte di questo gruppo selettivo? Basta guardarli per rendersene conto: il Primo Mondo ha dilapidato tutte le sue risorse e riserve ed ora viene a prendere le nostre. A chi obbediscono e rispondono gli organismi internazionali che intervengono nel progetto? Da quanto hanno dei sentimenti realmente altruisti, solidali e umanitari? Cosa significa preservare? Forse costruire una catena di spa? Il non uso dell’acqua del bacino? Da quando le popolazioni indigene vengono consultate affinché esprimano la loro opinione su progetti che li riguardano da vicino e che nella maggior parte dei casi sono a loro danno? E se qualche volta sono state consultate, cosa molto dubbia, sono state anche ascoltate? Quando i governi della regione hanno raccontato la verità ai loro cittadini e li hanno consultati riguardo temi di vitale importanza, che hanno a che vedere con il mantenimento della sovranità e dell’indipendenza dei loro paesi? Perché la comunità accademica rimane in silenzio senza avvertire dei pericoli contenuti in questo progetto che non corrisponde ad interessi nazionali ma a quelli degli Stati Uniti?
L’inefficienza e l’atteggiamento dei governi locali, attenti esclusivamente ai propri interessi e non a quelli nazionali, hanno favorito l’incessante avanzamento degli Stati Uniti ed hanno messo in pericolo la sovranità dei paesi del bacino acquifero Guaraní e dell’intera regione.
Si ignora se in Argentina esistano progetti di utilizzo del bacino. Si sa che le acque sono di qualità eccellente per il consumo umano, industriale, idrotermale e per l’irrigazione e che il rapporto costo-beneficio è nettamente favorevole se paragonato con quello richiesto dal trattamento di acque di superficie.
Con la costruzione di acquedotti, come fecero in passato le civiltà di questo continente, si potrebbero approvvigionare di acqua pura piccole e grandi città e le popolazioni delle provincie del nordest e del nordovest, Córdoba, capitale federale, Buenos Aires sia per il consumo umano che per l’irrigazione.
E in collegamento con la Cuenca del Bermejo potrebbero svilupparsi le province del nordest e perfino quelle del nordovest. La popolazione di questo paese avrebbe accesso all’acqua potabile, un bene scarso per la maggioranza, ad un costo bassissimo ed in quantità illimitate.
E se si confermasse il collegamento del Guaraní con i bacini patagonici, saremmo vicini – se avessimo la fortuna di poter contare su dirigenti politici impegnati nell’interesse di questa nazione – ad ottenere lo sfruttamento delle risorse che potrebbe finanziare l’intero sviluppo di questo paese.
Davanti a queste cifre non c’è altro che sorpresa e adesso tutto comincia ad avere una spiegazione: l’insolita presenza di operativi militari statunitensi nella regione; la proliferazione di rapporti – sempre falsi – di azioni di terrorismo internazionale nella zona della Triple Frontera; le accuse infondate contro la comunità araba; le continue esercitazioni delle forze militari dell’Impero con quelle regionali con pretesti tanto infantili come quello di insegnare ai marinai argentini a combattere la dengue (malattia virale trasmessa tramite alcune specie di zanzare e molto diffusa nel centro e sud America, oltre che in varie zone asiatiche) a Misiones.
Si parla continuamente della necessità e della possibilità di installare una base militare statunitense nella provincia di Misiones, col fine di controllare i tanto temuti terroristi. Ed i preparativi avanzano con il nullaosta del Ministero della Difesa dell’Argentina e con l’appoggio di alcuni settori militari che facilitano le loro installazioni durante le prime fasi. Sono questi stessi settori a vagheggiare sul fatto che la presenza yankee farà in modo che possano ripetere la loro “epopea della guerra contro la sovversione”, solo che questa volta i nemici sarebbero i commercianti sirio-libanesi.
Traduzione di Loredana Stefanelli e revisone di Daniela Cabrera - di Traduttori per la Pace
Fonte: http://www.selvas.org/dossenerg17.html
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Grillo dixit
PRATO - Beppe Grillo ha tenuto a Prato il suo primo show dopo la sua
deposizione sul crac Parmalat, quando i pm che hanno chiesto al comico
come fosse riuscito a prevederne il dissesto. E Grillo nel suo spettacolo
ha come sempre chiamato in causa potenti, politici e affaristi, con un
ovvio posto d'onore per Tanzi, ma non è mancata l'ironia su Berlusconi e
il suo recente lifting.
Afef, la compagna di Tronchetti Provera, il presidente di Telecom: «Non
c'è solo la Parmalat tra le grandi aziende indebitate. Prendete la
Telecom. E' così indebitata che Afef con la borsa sta sempre vicino
all'ascensore. Quando il titolo va giù, lei è pronta a scendere, quando
risale invece riapre la porta di casa Tronchetti Provera».
Giulio Andreotti: «Abbiamo rivalutato anche Andreotti.Io non voglio sapere
se è innocente o colpevole. Semplicemente non lo voglio più vedere.
Potremo sapere tutti i suoi segreti solo quando gli toglieranno dalla sua
gobba la scatola nera».
Silvio Berlusconi: «E' sparito per 15 giorni e uno ha pensato che si fosse
andato a curarsi la prostata, che insomma stava molto male e invece no, è
andato a liftarsi gli occhi. Ma vada a quel paese! La verità è che gente
come lui si rifà gli occhi e la faccia perché non si piacciono come
persone».
Bondi & Schifani: «I più stretti collaboratori di Berlusconi sono
devastanti. Quelli di Forza Italia in parlamento li riconosci perché hanno
tutti i capelli tinti. C'è Schifani con il riporto gli parte dalle
ascelle. Anziché il lodo perché non si è fatto una pettinatura normale?».
Umberto Bossi: «Entriamo nell'era digitale e Bossi pensa che sia l'era
delle impronte degli immigrati...».
Sergio Cragnotti, ex patron della Cirio: «E' da cinque anni che denuncio i
debiti della Cirio ma solo sei mesi fa il presidente della Consob se ne
accorge: "C'è qualcosa di anomalo", ha sentenziato. Duemila miliardi di
debiti, capito? Bastava leggere chi era Cragnotti, guardare la sua fedina
penale, per capire che si tratta di una persona che non poteva neanche
firmare il conto di un ristorante in Canada».
Bettino Craxi: «Il presidente del Senato Marcello Pera è andato sulla
tomba di Craxi ad Hammamet per rivalutare l'ex leader del Psi. L'unico che
può rivalutare Craxi sono io perché mi ha fatto diventare ricco e di
successo».
Gianni De Michelis: «A Genova c'è una campagna politica con cartelloni
grandi con la faccia di De Michelis. Lo slogan è: "Non servono politici
nuovi ma idee nuove". E io di notte ho aggiunto: "Ruba con me come ai bei
tempi" . De Michelis è uno che ha patteggiato due anni di galera per
corruzione».
Antonio Fazio: «Come Tanzi anche Fazio è molto religioso. Ha presentato
un libro su economia e cristianesimo citando S. Agostino con l'intento di
collegare il cristianesimo al tasso di sconto. E intanto da quando è
governatore alla Banca d'Italia l'usura è triplicata».
Piero Fassino: «E' andato in Argentina per aiutare i bimbi affamati. Ma
quando l' hanno visto così lungo e magro lo hanno rincuorato: "Allora non
siamo mica ridotti così male" ».
Gianfranco Fini: «Ma c'era bisogno che andasse in Israele per dire che
l'olocausto non è stata una bella cosa. Si è persino circonciso da solo
quattro volte che gli è venuto un prepuzio grosso così... Tutta gente che
si ripiega nel passato perché non ha un'idea del futuro».
Pietro Lunardi, ministro delle Infrastrutture: «Grande ministro. Ha detto
che bisogna convivere con la mafia. Deve essere una bella esperienza: lo
chieda a Falcone e Borsellino... E poi è anche un ministro-ginecologo:
vede buchi da tutte le parti».
Antonio Martino, ministro della Difesa: «Quando è andato a Nassirya ha
annunciato: "Qui tutto tranquillo". Lo ha detto con il giubbotto
antiproiettile. Per essere convincente avrebbe dovuto dirlo in mutande.
Martino è in realtà un'economista andato a male.
Letizia Moratti, ministro della Pubblica Istruzione: «Ha sostenuto
l'obbligo del crocifisso in classe. Gesù, di fronte alla sua riforma, se
ne sarebbe andato da solo dalla classe... Poi la Moratti ha tolto anche i
cicli scolastici perché ha detto: "Il ciclo non ce l'ho più io e allora
perché ce lo devono avere gli studenti?".
Giuseppe Morchio, amministratore delegato della Fiat: «E' sull'orlo di
mandare a casa 10mila lavoratori però intanto lui si è fatto mettere due
Ferrari nel box per le spesucce».
Cesare Previti: «Strana Italia. Prendete Previti. Si è messo in testa di
voler essere processato da un giudice che la pensa come lui. In tutto si è
beccato 16 anni ma l'ultima volta è uscito dal tribunale felice. Ma quanti
anni pensava che gli dessero? L'ergastolo forse?».
Romano Prodi: «I pacchi bomba di solito vengono intercettati dalle Poste.
A lui invece, chissà perché, arrivano a casa. Tanto che sotto l'abitazione
ha aperto un'armeria».
Camillo Ruini, presidente della Cei: «Un cardinale che parla come un
petroliere».
Paolo Scaroni, amministratore delegato Enel: «L'Enel va per la sua strada
perché ha un uomo che punta sul futuro, cioé l'amministratore Paolo
Scaroni, che 8 anni fa ha patteggiato un anno e 4 mesi per corruzione.
Quando ha presentato al governo le sue referenze, gli hanno detto: "Beh,
come inizio non c'è male». Il secondo dopo il suo insediamento ha
sostenuto che il futuro dell'energia nel nostro Paese sarà il
carbone..."».
Angelo Ugolotti,impiegato Parmalat: «Nel caso Parmalat oltre alla
delinquenza siamo in campo psichiatrico. Prendete il caso del dipendente
Ugolotti che figurava come amministratore di 35 aziende. Prendeva un
milione e mezzo al mese, faceva risparmi per sbarcare il salario ma poi
quando andava al supermarket le commesse gli dicevano: "Signor Ugolotti,
ma cosa paga, non lo sa che è il padrone?"».
Callisto Tanzi 1: «La cosa che più mi ha colpito è quando è uscito dalla
Procura di Milano. Ha fatto un saluto e un sorrisetto con l'aria di dire:
"Maramao, vi ho fregato..." Sapete quale è stato il suo più grande errore?
Quello di non aver fondato anche lui un partito, Forzalat. Avrebbe potuto
fare una Gasparri sulla caseina e avrebbe risolto molti suoi problemi»
Callisto Tanzi 2: «Un altro aspetto da psichiatria? Eccolo. Cosa c'è di
più buono e naturale del latte fresco? E invece Tanzi con i soldi dello
Stato si inventa il latte a lunga conservazione. Prima a 8 giorni, poi a
15 e infine a un mese e mezzo. Ve lo immaginate che esaurimento nervoso le
povere mucche... E poi l'idea di aggiungere olio di pesce e chiamarlo
Omega 3. Tanzi voleva fare la coca cola del latte».
Giulio Tremonti: «Paladino dei risparmiatori? Ma va là. Tremonti era un
commercialista che insegnava i clienti ad aggirare le leggi e aveva il suo
ufficio nel Lichetenstein».
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Il pallone nella rete della Finanza
Bilanci truccati, perquisite tutte le società di A e di B e la Lega Calcio
da L'unità di Vittorio Emiliani
Una giornata nera per lo sport più popolare - quello della pedata - coi finanzieri spediti dalla Procura di Roma in tutte le società di A e di B, in Lega e in altri uffici a raccogliere documenti sul "doping amministrativo ", cioè sulle tante compravendite con plusvalenze di fantasia atte a drogare i bilanci. Una giornata per altro verso epocale (non si sa bene in quale direzione). Una giornata nella quale si dà per certo il subentro di misteriosi neo-paperoni russi direttamente in una delle big del campionato, l'A.S. Roma. Che passa dalle mani bonarie, "de noantri", del vecchio Franco Sensi, petroliere, immobiliarista, area Dc, a quelle dei titolari della Nafta Moskva. Disposti a sborsare 400 milioni di euro per aggiudicarsi Totti e compagni sanando debiti, pagando stipendi arretrati, promettendo nuovi mirabolanti arrivi (Davids, Vieri, chissà). Ma il calcio dei paperoni non stava morendo sotto la montagna di quasi 1.800 milioni di euro di indebitamento lordo? Sotto le due inchieste promosse dall'Unione Europea, sul decreto spalma-debiti (di cui tutti hanno usufruito, Milan incluso, salvo la Juve) e sulla contabilità societaria? Sotto operazioni alla Parmalat o alla Cirio volte a usare un football sempre più milionario e mercenario come schermo per tutt'altri giri? Le dimissioni dalla presidenza dell'Inter di Massimo Moratti (azionista al 62,75 per cento della società milanese) dopo aver sopportato, coi soci, in otto stagioni, costi ed esborsi per ben 345 milioni di euro - cioè quasi 670 miliardi di lire - senza vincere nulla, sembravano un altro segnale inequivocabile di fine corsa per un certo calcio. Dal versante di Sky Italia, cioè dei sempre più essenziali diritti tv, si faceva intendere che il quasi-monopolio di Murdoch avrebbe l'anno prossimo scremato, e quindi premiato, i pochi club che muovono abbonamenti e singoli acquisti lasciando gli altri a galleggiare come possono. Comunque i diritti televisivi non sono "grassi" come quelli britannici: formano per le grandi il 25-30 per cento degli introiti (dal 40 al 57 per cento invece per club medi come Udinese, Bologna o Samp). Poi ci sono naturalmente gli sponsor sulle magliette da 7 a 9 milioni di euro per le star della serie A. Mentre poco rende, anche a causa dei tanti "falsi", il merchandising, né gli stadi promettono di divenire, a breve, la macchina da soldi degli impianti britannici, quasi tutti nuovi e superattrezzati. Come pensare a un enorme Luna- Park all'Olimpico, in spazi tanto ristretti e con altri utilizzatori? Pure la Juventus, nel primo semestre dell' esercizio in corso, ha registrato un passivo di 22,5 milioni di euro, essendosi vista offrire di meno - daMediaset in questo caso, quindi dal concorrente Berlusconi- Milan - per le riprese tv delle partite di Champions League. L'anno scorso turò le falle vendendo la controllata Campi di Vinovo (dove ci sono gli ippodromi torinesi). Ma quest'anno? Il disagio dei vecchi patron del calcio - al di là delle chiacchiere da Bar Sport di Berlusconi sulle due punte - è stato determinato soprattutto dal costo-giocatori più alto d'Europa, pari al 75 per cento dei ricavi. Addirittura superati col possesso giocatori e con l'ammortamento degli acquisti. Il caro-calciatori vede in testa proprio il Milan con 157 milioni di euro (il dato è del giugno scorso), seguito da Juve (132), Inter (124) , Lazio (106) e Roma (94). Lontane le altre. Ebbene, in questo turbinare di milioni di euro - più in uscita che in entrata - in questa tempesta giudiziaria imminente, dal cielo della capitale scende la Nafta Moskva della quale pochissimo si sa, un po' come di tutto il capitalismo recente della Russia di Putin. Vicina, si dice, al trentenne finanziere Abramovich che si è preso lo storico Chelsea dei Blues, ma che dànno in pericolo per indagini giudiziarie al suo Paese. In freddo, questa Nafta Moskva, con lo stesso presidente Putin, il quale non può amare chi investe all'estero cifre colossali. Un cavaliere bianco, o meglio nero visto che di nafta e petrolio si tratta, per salvare la seconda squadra del campionato in corso e per non farle disertare l'Europa? Nel momento in cui tutto il calcio nostrano è sotto inchiesta per un deficit di trasparenza (oltre che per un surplus di megalomania), il salvatore viene dall'economia meno trasparente, dal capitalismo più primordiale d'Europa: è un bel paradosso. L'euforia ha sempre fragili basi. Poi, a volte, ne restano al suolo macerie.
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Il grande orecchio
GIULIETTO CHIESA
Taci. L'amico ti ascolta! Il governo di quel tale che avrebbe dovuto guidare il centro-sinistra mondiale, è di nuovo nei guai per l'Iraq. Il suo ex ministro Claire Short gli ha messo tra le gambe la notizia che i servizi segreti britannici e americani avevano riempito di «pulci» nientemeno che il segretario generale dell'Onu, Kofi Annan. Tony non smentisce e non conferma, perché - dice - non può. Ma non può nemmeno chiamare in giudizio la signora Short. Troppo rischioso, mica è la Bbc. E poi il suo governo poche ore prima aveva lasciato cadere l'accusa contro miss Khatarine Gun. La quale aveva rivelato, via fax al The London Observer, che i servizi segreti statunitensi ordinarono a quelli britannici di spiare, per conto loro, un certo numero di diplomatici stranieri delle Nazioni unite. Perché? Per Kofi Annan come per la storia rivelata da miss Gun, si trattava semplicemente di raccogliere quello che i russi chiamano «kompromat», materiali compromettenti. Si voleva sapere, probabilmente tutto della loro vita, anche privata, in modo tale da poter influenzare i loro comportamenti nel consiglio di sicurezza sulla faccenda della guerra irachena.
Per la precisione, oltre al segretario generale, gli oggetti di tante cure erano i diplomatici dei «paesi di mezzo» del consiglio di sicurezza - Angola, Bulgaria, Camerun, Cile, Guinea, Pakistan - quelli che sarebbero stati decisivi per raggiungere la maggioranza dei voti, e così costringere la Francia e la Russia a cedere, o a usare il diritto di veto, o a rimanere isolati.
Scopriamo così che Blair e Bush stavano compromettendo l'intero processo democratico delle Nazioni unite, torcevano il braccio a paesi sovrani, agivano al di fuori delle leggi internazionali per preparare un atto a sua volta illegale. E forse è solo un piccolo spaccato di un agire gangsteristico che pare essere diventato la norma.
Che quella guerra fosse, sotto ogni profilo, illegale. Che si trattasse di aggressione premeditata senza motivi, o per futili motivi, come la pretesa di esportare laggiù la democrazia americana lo sappiamo da tempo. Adesso sappiamo di più: che quei lestofanti non solo hanno massacrato migliaia di civili e qualche decina di migliaia di militari (che sono persone anche loro) iracheni, ma hanno attentato e stanno attentando alle nostre libertà democratiche. Perché sarebbe da ingenui pensare che i vari Echelon in funzione da tempo si occupino soltanto di diplomatici del Camerun, una tantum. Se sono andati così in alto da toccare Kofi Annan, chi altri potrebbero risparmiare?
Si occupano, evidentemente, di tutti i politici che possono prendere decisioni che riguardano, direttamente o indirettamente, «gli interessi nazionali degli Stati uniti d'America».
Quindi è d'obbligo un avvertimento a tutti. Usate poco le comunicazioni elettroniche e fate come si faceva a Mosca ai bei tempi del socialismo reale sovietico. Cioè, se dovete dire qualche cosa a qualcuno/a, invitatela/o a fare una passeggiata nella via più rumorosa della città.
Così vorrei chiedere a quelli che non hanno votato per il ritiro dei nostri da Nassiriya, ma come si fa a stare laggiù in quella compagnia? Non vi accorgete che in questo modo, dimostrate - tra l'altro - un solenne disprezzo per l'intelligenza degli iracheni? Non vi passa per l'anticamera del cervello che loro ci percepiscono laggiù esattamente per quello che Berlusconi e Bush hanno voluto che fossimo? Cioè degli aggressori?
Non vi viene voglia, una volta ogni tanto, di fare qualche cosa neanche «di sinistra» (perché quelli che vi chiedono di votare no sono molti di più di quelli «di sinistra»), ma semplicemente qualche cosa che indichi che siete attenti ai sentimenti di una parte preponderante del vostro stesso elettorato?
ilmanifesto.it
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QUANDO IL CAVALIERE APRÌ A MILOSEVIC
GUIDO RAMPOLDI
da Repubblica - 27 febbraio 2004
NON nutriamo alcun pregiudizio verso l´onorevole Silvio Berlusconi, cui anzi talvolta accordiamo l´istintiva simpatia che merita chiunque svolga compiti enormemente superiori alle proprie possibilità. Tuttavia ci pare che nella sua frenetica poliedricità egli finisca per confondere i molteplici ruoli che impersona, come un Fregoli che entri in scena sempre con l´abito sbagliato. Nelle ambasciate straniere hanno smesso di chiedersi se alcune sue sorprendenti dichiarazioni siano riconducibili al premier o al battutista, al cantante o all´uomo di Stato.
Quando il Cavaliere aprì a Milosevic
Noi invece restiamo ancora un po´ allibiti. Ieri il premier ha detto che nell´affaire Telekom-Serbia «un governo e una classe politica» sovvenzionarono una dittatura, quella di Milosevic: giudizio in sostanza ineccepibile, se non fosse per il fatto che Berlusconi non è affatto estraneo a quella classe politica. Escluderemmo che la sua sia stata un´autocritica, esercizio in cui non riusciamo a figurarlo: piuttosto un vuoto di memoria, che con tutti quegli impegni capita. Allora proviamo a ricordargli come stavano le cose.
Nel 1994 il suo primo governo non lasciò tracce memorabili, ma riuscì a ribaltare la politica estera dell´Italia nei Balcani. Quanto quella era prima pericolosamente sbilanciata verso Zagabria, da quel momento si sbilanciò altrettanto pericolosamente verso Belgrado. Fu, diciamo così, una scelta spregiudicata. Infatti in quegli anni le truppe di Milosevic, regolari e irregolari, massacravano migliaia di musulmani. Si era in flagranza di reato. Nondimeno le relazioni italo-jugoslave erano amichevoli: malgrado l´embargo una delegazione serba andò a Torino e il ministro degli Esteri Martino era benvenuto a Belgrado, dove la stampa del regime gli attribuiva frasi impegnative come «il commercio cancellerà le tracce della guerra». Insomma c´era del feeling. Tutto questo era nella tradizione della diplomazia italiana, tenace nel ritenere che una Serbia stabile sia l´architrave dei Balcani. Il governo Berlusconi, al pari di altri europei, vi aggiunse la convinzione che Milosevic non fosse il problema ma la soluzione. Si trattava di aiutarlo «ad uscire dall´isolamento», disse Martino nel settembre di quell´anno, mentre si tentava di far accettare al presidente serbo un armistizio in Bosnia. «Corre rischi ad opera dei falchi del suo Paese: senza la cooperazione internazionale sarebbe in pericolo». Nel clima così collaborativo del 1994 la Telecom italiana mandò i suoi esploratori in Serbia per sondare il terreno. Da lì parte la vicenda che si concluse tre anni dopo con l´acquisto della Telekom-Srbija. All´epoca Milosevic non era più il tanghero che incontrava Martino: avendo firmato la pace di Dayton figurava per le diplomazie europee come un pacificatore. Era un po´ come scambiare Nerone per il capo di pompieri, ma con poche eccezioni, innanzitutto un settore della diplomazia americana, quella era la linea degli occidentali. Inoltre l´opposizione serba pareva un aggregato di gaglioffi e inetti, percezione non del tutto fuoriluogo. E nella logica d´una strategia regionale entrare in Serbia per la Telecom italiana aveva una sua razionalità. Mentre a Belgrado il negoziato stava per chiudersi questo giornale scrisse un pezzo assai critico sull´inopinato flusso di denaro che, complice il centrosinistra, un Milosevic assai malmesso stava per ricevere proprio alla vigilia delle elezioni. Disse qualcosa l´onorevole Berlusconi? Tacque. La stampa connessa? Silenzio. Le tv Mediaset? Nulla. I parlamentari di Forza Italia, An, Lega? Non uno. Tornammo a scriverne tre anni dopo in un articolo pubblicato con grande evidenza l´indomani della caduta di Milosevic. Reazioni? Zero assoluto. Del resto, perché la destra avrebbe dovuto condannare una politica di cui bene o male era stata l´iniziatrice?
Tornata al governo e scoperto da un´inchiesta di Repubblica che il passaggio di denaro era stato rocambolesco, la Casa delle libertà volle un´inchiesta parlamentare. Tanto impegno aveva senso se l´occasione fosse stata utilizzata per guardare dentro la politica italiana nei Balcani, di cui il finanziamento a Milosevic era stato un episodio tra i più gravi. Ma la commissione avrebbe trovato uno scandalo ben più grande: dal ?92 al ?95 Roma intrattenne rapporti amichevoli ora con Tudjman ora con Milosevic mentre i due compari pilotavano il massacro bosniaco; e quasi nessuno in Italia eccepì. Invece questo parve un dettaglio, perfino ingombrante. Come scoprì Diario, l´articolo 7 dello statuto preclude alla commissione il diritto di indagare su «scelte di politica estera del governo». Dove per "governo" si intende l´istituzione, cioè tutti i governi: incluso il primo Berlusconi. Chissà perché.
Almeno fino a ieri Berlusconi, s´aggirava intorno ai nostri rapporti con Belgrado con comprensibile prudenza. Non risulta che si sia adoperato per proteggere gli interessi in Serbia dell´italiana Telecom, che nel frattempo subiva le rudezze del governo presieduto da Zoran Djindjic. Quest´ultimo incontrò Berlusconi a Palazzo Chigi, e ne fu sbalordito. Per carità di patria non ripeteremo ciò che l´italiano disse dell´Europa ad un Djindjic che nell´Europa aspirava ad entrare. Però fu amichevole. Promise: in giugno verrò a Belgrado; anzi, per prima cosa le manderò i giornalisti, aggiunse come se ne avesse sempre una dozzina a disposizione in anticamera. Secondo un testimone nella prima fase del colloquio neppure si sfiorò l´argomento Telecom. A quel tempo la commissione parlamentare pestava l´acqua nel mortaio. Poi apparvero gli accusatori di Dini, Prodi e Fassino, con racconti improbabili di tangenti. Gran chiasso mediatico, finché uno dopo l´altro gli accusatori sono stati incriminati per calunnia. Allora entra in scena Berlusconi, ieri, e difende l´operato della commissione: «lineare e corretto». Ma per correttezza e linearità la commissione adesso dovrebbe spiegarci che ci sta a fare. Non vuole indagare su chi abbia istruito i falsi testi. Non può indagare sulla politica estera. Per dignità personale, per decoro delle istituzioni, perché non lascia il passo alla magistratura e toglie il disturbo, magari chiedendo scusa?
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Ds Milano - Rassegna stampa
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LA MACEDONIA PERDE IL PRESIDENTE CHE RIUSCÌ A EVITARE LA GUERRA CIVILE
Trajkovski, il nazionalista che sapeva mediare
Uno dei suoi ultimi atti era stato, come spesso negli anni della sua presidenza alla testa della piccola repubblica di Macedonia, un gesto di mediazione. Prima di morire ieri mattina tra le montagne bosniache assieme ai suoi più stretti collaboratori, Boris Trajkovski aveva firmato il decreto che istituiva l'università pubblica di Tetovo, quell'ateneo non riconosciuto per così tanti anni e diventato il simbolo del nazionalismo e dell'identità culturale albanese. Trajkovski aveva ratificato, in quel modo, la decisione presa dal parlamento macedone. Contro i membri del suo stesso partito - il Vrmo - espressione del nazionalismo conservatore macedone, e con il favore di alcuni dei più importanti partiti albanesi. Ancora una volta, il moderato Trajkovski aveva cercato di spegnere i focolai di tensione, senza tema di essere impopolare o inviso alla sua stessa gente.
D'altro canto, la stessa storia di Trajkovski - morto ad appena 47 anni su di un piccolo aereo che il governo macedone aveva intenzione di cambiare perché ormai vecchio - era, in parte, una storia di minoranza. Lui, slavo-macedone, non apparteneva alla maggioranza cristiano-ortodossa ma a un piccolo segmento protestante della popolazione. Per questioni anagrafiche non apparteneva neanche alla nomenklatura politica titina. Quella nomenklatura alla quale, invece, apparteneva Kiro Gligorov, colui che all'inizio degli anni Novanta aveva traghettato la Macedonia verso l'indipendenza senza farle percorrere - come le altre repubbliche ex jugoslave - la tragedia della guerra.
Di Gligorov, vecchio politico jugoslavo e primo presidente della Macedonia indipendente, Trajkovski aveva raccolto la pesantissima eredità: sostituire un personaggio carismatico che era riuscito a tenere il paese unito nonostante la convivenza, difficile e tesa, tra gli slavo-macedoni e la componente albanese della popolazione. Sempre a rischio, quest'ultima, di essere attirata dalle spinte panalbanesi provenienti soprattutto dal confine poroso del Kosovo. Eppure, il giovane Trajkovski aveva superato tutte le aspettative, anche di chi l'aveva ritenuto - subito dopo la sua elezione nel dicembre 1999 - un presidente debole in mano agli albanesi che l'avevano votato e ne avevano, in questo modo, decretato la salita al potere.
Trajkovski è stato, invece, l'ago della bilancia, nonostante il suo ruolo istituzionale poco più che onorifico. E a confermarlo è stato, ieri, il presidente croato Stipe Mesic, uno della vecchia guardia come Gligorov, che nel commentare la sua scomparsa ha riconosciuto a Trajkovski tutti i meriti che aveva avuto nell'evitare al suo paese, nei caldi mesi dell'estate 2001, una guerra civile generalizzata, e nel riuscire poi a condurre al tavolo delle trattative i sia pur riluttanti protagonisti della tensione, slavo-macedoni e albanesi, e a far raggiungere loro il sospirato accordo di Ohrid.
Su quell'intesa, seppure a fatica, la Macedonia si regge ancora. Tutti ora - soprattutto a Bruxelles - rimpiangono Trajkovski come l'uomo che aveva evitato all'Unione Europea e alla Nato di dover intervenire per l'apertura di un nuovo, drammatico capitolo balcanico.
Il governo di Branko Crvenkovski non gode di ottima salute, anche se ieri, mentre il velivolo di Trajkovski scompariva dai radar a poche decine di chilometri di distanza da Mostar, il premier si trovava a Dublino per consegnare la domanda di adesione della Macedonia all'Unione europea nelle mani del presidente di turno, l'irlandese Berthie Ahern. Senza l'appoggio di Trajkovski, sarà ancor più difficile per il primo ministro macedone - rimasto l'uomo più forte ora a Skopje - riuscire a sopportare le pressioni che arrivano da più parti. Non solo dalla comunità albanese. L'ultimo rimpasto di governo (ben quattro ministri cambiati) è avvenuto lo scorso novembre, e le critiche più ricorrenti sono di non avere realizzato del tutto quanto era previsto dall'accordo di Ohrid, e di non aver avuto partita vinta della criminalità in ascesa e della corruzione.
La questione aperta, comunque, rimane quella delle spinte centrifughe, e dell'attrazione fatale del nazionalismo albanese in un paese sempre a rischio di instabilità, come prefigurato da alcuni centri d'osservazione di cose balcaniche che smentiscono l'ottimismo dei politici europei: gli Stati Uniti e la Nato, che si sono succeduti con con forze militari a Skopje sin dal 1992 e soprattutto all'indomani della guerra nel Kosovo, hanno sempre pensato alla Macedonia come un pericolo scampato, come l'eccezione (assieme alla Slovenia) nel panorama di sangue balcanico. La Macedonia, però, non ha smesso di essere un paziente - soprattutto per l'Unione Europea - da tenere sotto stretto controllo. Tanto più ora. Senza Trajkovski.
ilriformista.it
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E Crespi annunciò: vince Prodi
di (s. me.)
Se è vero che i sondaggi sono così importanti per definire le strategie elettorali (e, secondo qualcuno, anche per influenzare l’opinione che dovrebbero sondare), attenzione a questa primavera 2004. Ne vedremo delle belle, non tutte immacolate. Anzi, ne stiamo già vedendo delle belle e piuttosto bizzarre.
Prendete Luigi Crespi, l’entusiasta pollster, sostenitore e consulente del Berlusconi capo dell’opposizione. Un uomo rovinato economicamente dai propri stessi eccessi dopo la vittoria elettorale, caduto sotto le rovine del gruppo Hdc, allontanato dalla sua Datamedia e quindi in teoria – ma anche secondo le sue stesse parole – ormai fuori dal ricco giro delle commesse del presidente del consiglio.
Ebbene Crespi è tornato sulla scena, distribuendo da ieri all’interno dei Palazzi il suo Crespino, una newsletter di quattro paginette priva di informazioni trascendentali ma arricchita, guarda un po’, dai sondaggi. C’era una certa attesa e curiosità e invece ieri alcuni dei destinatari non nascondevano la delusione: Crespi non è più lui. Non abbiamo più Forza Italia al 30 per cento, la fiducia a Berlusconi sopra al 70, l’Ulivo che arranca e quelle altre amenità che il Cavaliere ammanniva ai suoi perplessi alleati. È vero che tra i sondaggi recenti questo è quello che dà più respiro ai forzisti (24 per cento), ma la ciccia è tutta in quel 34 della Lista Prodi e nel sorpasso del centrosinistra sul centrodestra: niente di sorprendente, sono più o meno i risultati di tutte le ricerche. E questa appunto è la sorpresa.
C’è da fidarsi di un Crespi normalizzato? Vedremo, non manca nell’ambiente chi si dice convinto che in realtà i legami con Berlusconi non siano mai venuti meno. E che gli intervistatori telefonici del call center di Matera (Datacontact, società di Angelo Tosto, fedelissimo di Crespi) continuino in realtà a lavorare sempre per lo stesso cliente: può darsi, ma molto indebolito Crespi, Berlusconi sta sicuramente appoggiandosi su altri. E a palazzo Chigi non sanno cosa fare di un appalto per sondaggi affidato a una società (Datamedia appunto) che s’avvia alla liquidazione.
Questo peraltro è il destino (in stagione elettorale!) anche di altre società fin qui attive nel marketing politico. Ieri l’assemblea dei soci ha decretato la liquidazione della Cirm (una volta legata al nome di Nicola Piepoli, oggi affogata da tre milioni di euro di passivo), altrettanto presto accadrà anche a Directa. E sono tre. Una catena di fallimenti che ha condotto – ecco l’altra stranezza della giornata – alla decisione della Rai di farsi più o meno “in casa” i delicati exit poll del 14 giugno.
Torniamo sempre a Crespi, al consorzio Nexus da lui creato per aggiudicarsi nel 2001 anche questo appalto, collassato insieme alle fallimentari società di cui si diceva prima.
Quando sembrava inevitabile per la Rai trovare qualche altra società cui affidarsi, Cattaneo e i suoi uomini hanno concordato un’altra soluzione.
Nexus (marchio non registrato) diventerà una creatura Rai, che in sostanza percorrerà a ritroso la via della esternalizzazione.
Le società in quanto tali, tutte peraltro in liquidazione, saranno fuori dal gioco. Per l’elaborazione dei dati, la Rai si avvarrà degli stessi singoli professionisti (Piepoli, Cimenti di Aqua, il professor Fabbris di Padova) che figuravano a garanzia dell’offerta Nexus: «Faremo questo lavoro anche a titolo gratuito», garantisce Piepoli a Europa. Quel che rimane da trovare è la società che curerà il cosiddetto field, cioè che farà materialmente le interviste.
europaquotidiano.it
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Il sistema industriale italiano è sempre più in difficoltà. Ma
di fronte al disastro dell'Alitalia, riemergono
soprattutto le tentazioni colbertiste del Governo, che non parla più di
privatizzazioni (che fine hanno fatto le promesse del primo Dpef?) e che
dimentica le liberalizzazioni (dei servizi aeroportuali, ad esempio).
In risposta alla crisi della siderurgia a Terni,
l?esecutivo è più pronto a criticare l'investitore estero (peraltro non
privo di colpe) che a riflettere sul fatto che le mancate
liberalizzazioni continuano a scoraggiare le imprese estere
dall'investire in Italia. Sarebbe poi indispensabile aiutare il sistema di
medie e piccole imprese a affrontare le sfide dell'internazionalizzazione.
Ma nelle norme della Finanziaria manca un progetto complessivo.
Romania, provincia veneta
Giuseppe Tattara
La delocalizzazione della produzione è ormai una caratteristica della industria italiana dell’abbigliamento e delle calzatura. Il Veneto, in particolare, è una Regione con una elevata specializzazione produttiva in questi settori e ha delocalizzato in modo massiccio in questi ultimi anni.
Chi si sposta. E perché
Nell’abbigliamento, le funzioni che sono state delocalizzate sono quelle legate alla confezione: il cucito, la piegatura, l’imballaggio e il taglio. Pochi invece gli esempi in produzioni come la tintura, la stampa dei tessuti, la tessitura, la filatura. Queste produzioni necessitano infatti di notevoli quantità di capitale fisso, quindi una eventuale delocalizzazione richiede investimenti diretti e di ammontare molto superiore rispetto alla confezione.
Per le lavanderie, abbiamo alcuni esempi di delocalizzazione perché la loro collocazione in prossimità dei produttori consente di terminare il ciclo produttivo all’estero e reinviare in patria il capo imbustato.
Viceversa, con la produzione partendo dal filato di maglie senza cuciture, in impianti altamente sofisticati, assistiamo alla ri-localizzazione in Italia di almeno una parte della maglieria, una attività tradizionalmente ad alta intensità di lavoro.
La delocalizzazione è il risultato di una aumentata competizione a livello internazionale seguita alla liberalizzazione dei flussi commerciali della Ue con i paesi dell’Europa orientale. Il motivo principale che spinge le imprese a delocalizzare è la differenza del costo del lavoro tra il Veneto (più in generale, tra i paesi della vecchia Europa) e i paesi europei orientali e meridionali, il Far East e il Nord Africa.
In questi settori, il costo del lavoro medio pro capite in Romania è circa un settimo del costo del lavoro in Veneto.
In Ungheria, Polonia, Turchia è di circa un terzo. Le differenze salariali quindi sono molto significative e quelle nella produttività non sono certo tali da compensarle: resta un divario superiore al 50 per cento.
Tra i paesi dove l’Italia delocalizza, emerge per importanza la Romania.
È oggi la base produttiva più importante per i produttori veneti di abbigliamento e di calzature non solo per i suoi bassi salari, ma anche per la presenza di un elevato numero di lavoratori e tecnici qualificati, e per la vicinanza con il Veneto.
L’Italia è il maggior partner commerciale della Romania e il Veneto importa da questo paese un valore annuo superiore ai 1.100 milioni di dollari (nel 2002), cifra decuplicata a prezzi costanti nel giro di sei anni.
Le importazioni del Veneto dalla Romania sono per circa il 50 per cento di prodotti di abbigliamento e per l’altro 50 per cento di calzature. Si tratta di una cifra ingente, più della metà di tutte le importazioni italiane e sono prodotti fatti da imprese italiane o da esse commissionati.
Le esportazioni di prodotti tessili e di pellami italiani hanno seguito un trend molto simile. Le imprese, quando hanno delocalizzato, hanno continuato a servirsi dei loro vecchi fornitori di tessuti e di pellami. Sfruttando un regime doganale molto favorevole a questo tipo di procedure, esercitano così un efficace controllo sulla base qualitativa dei capi prodotti all’estero e si garantiscono una maggiore sicurezza in termini di consegna,.
L’Est europeo agisce come laboratorio dove le imprese italiane delocalizzano fasi della produzione in misura massiccia. Pensiamo alla recente costruzione della piattaforma organizzativa Benetton in Ungheria, che movimenta ventisei milioni di capi all’anno. Benetton, che ha anche una piattaforma croata, movimenta in Europa orientale quasi il 50 per cento della sua produzione complessiva: in una decina d’anni, la società di Ponzano Veneto, che aveva il 90 per cento dei suoi fornitori nella Regione, ha portato all’estero i due terzi della produzione.
I paesi del Far East e la Turchia sono anch’essi sede di imprese che producono su commissione di imprese italiane, ma forniscono prodotti manufatti con materie prime comperate nel luogo.
Un nuovo tipo di impresa
La delocalizzazione spinge i nostri produttori verso un tipo nuovo di impresa dove fanno premio la capacità organizzativa o il design accanto al know-how nel processo produttivo.
Consente di mantenere in Italia, e in Veneto in particolare, le attività più moderne, quelle che usano più capitale. Difende l’occupazione in alcuni comparti, come la tessitura (che è implicitamente protetta dal regime doganale di temporanea esportazione sui tessuti), la progettazione delle serie, lo studio stilistico dei modelli, le attività legate al controllo delle materie prime e dei capi finiti, e quelle connesse alla distribuzione. Si deve sviluppare il processo creativo, la preparazione dei prototipi, le specialità, le serie corte (il pronto moda). Tutto questo ci fa pensare che in Veneto si possa mantenere una certa capacità operativa nella produzione. D’altra parte, sarebbe allarmante perdere il sapere che vi è connesso.
Lo sviluppo di mercati di esportazione aumenta la richiesta di expertise nella conoscenza e nella penetrazione dei mercati. Il maggiore peso degli elementi di stile e design e il rapido aumento di importanza delle collezioni, domandano una occupazione dotata di maggiore capitale umano.
Sono richiesti maggiori investimenti in tutte le aree, specialmente nella tecnologia informatica, ma anche nell’istruzione.
Nei prossimi anni la produzione sarà sempre più dispersa. I paesi dell’Europa orientale continueranno ad attirare sempre maggiori produzioni in conto lavorazione, mentre la Turchia, l’Africa del Nord e il Far East saranno le basi per la delocalizzazione di linee complete di prodotti.
I paesi dell’Europa centrale e orientale tuttavia diventeranno anche importanti mercati di sbocco. Le spese per abbigliamento aumentano più rapidamente del reddito e studi di settore a livello europeo prevedono un significativo aumento delle vendite in questi mercati da parte delle imprese localizzate nella vecchia Europa. Slovenia, Polonia, Ungheria, i paesi più ricchi, ne sono già da ora l’esempio.
lavoce.info
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Di Pietro: il nostro obiettivo è sconfiggere le destre e costruire un grande Ulivo
«La vera novità politica è la nostra Lista aperta»
Intervista a trecentosessanta gradi al presidente dell’Italia dei valori
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All'inizio c'era l'appello unitario di Prodi, il progetto di Lista unica, la presa di distanze di Verdi, Comunisti italiani e Udeur e i veti dello Sdi nei confronti di Italia dei valori. Dopo un lungo dibattito la scelta di correre "soli", aprendo il proprio partito ai movimenti e alla società civile. Una scelta, quella di Antonio di Pietro, maturata senza rotture e senza polemiche nei confronti degli altri partiti del centrosinistra, sempre tenendo ben presente l'obiettivo ultimo: la ricostruzione di un grande Ulivo e di un progetto alternativo e vincente che permetta al centrosinistra di battere Silvio Berlusconi nel 2006, e magari anche un po' prima. L'arrivo di Achille Occhetto ha stupito qualcuno, altri se lo aspettavano. Era da tempo che l'ultimo segretario del Pci guardava con simpatia a Di Pietro e al suo partito. E così la lista dell'ex magistrato e del senatore si avvia verso le elezioni europee con la ferma intenzione di rivitalizzare la politica italiana e di aprire, per davvero, la politica istituzionale ai movimenti e alle loro proposte. Se questo e su altri temi abbiamo posto alcune domande al presidente di Italia dei valori, Antonio di Pietro.
Presidente Di Pietro, credo sia d’obbligo cominciare con una domanda sulla lista formatasi con Achille Occhetto per le prossime elezioni europee. E’ soddisfatto del risultato raggiunto?
«È un risultato molto soddisfacente: questa Lista aperta, promossa da Italia dei valori e Occhetto, è la vera, grande novità nel panorama politico italiano. Con questa operazione, di cui in questi giorni stiamo delineando i contorni, daremo infatti finalmente voce a quella grande parte della cosiddetta società civile - girotondi, associazioni, movimenti - che in questi anni, insieme ad Italia dei valori, si é mobilitata seriamente per fare opposizione al governo Berlusconi. Ora bisogna lavorare insieme per costruire il comune progetto di un grande Ulivo».
Sempre a questo proposito: Pino Arlacchi, in un recente commento su l’Unità, ha definito la lista Di Pietro-Occhetto «uno strumento per arrestare il logoramento di un certo modo di fare politica», per arrestare «quel tatticismo esasperato, quella subalternità verso l’avversario che ha fatto perdere al centrosinistra voti, elezioni e governo». E’ d’accordo con questa analisi?
«L’analisi che Arlacchi propone è lucida e sentita, sono convinto che la nostra Lista aperta sia la vera alternativa per la politica del Paese. Lo dice il nome stesso: siamo per definizione contro qualsiasi logica dell’esclusione. Intorno ad un nucleo di “valori” di base abbiamo raccolto tutti coloro i quali, pur provenendo da culture ed esperienze diverse, in questi valori si riconoscono. Una lista costruita sfruttando la grande risorsa delle personalità della società civile che in questi anni, insieme a Italia dei valori, sono state il vero fermento della politica italiana».
Arlacchi, nello stesso articolo, affermava che questa lista sarà utile per acquisire consensi presso «un certo elettorato in fuga dal centrodestra. Cittadini che tengono alle regole, alla decenza della vita pubblica e al prestigio internazionale dell’Italia». Cosa ne pensa?
«Il programma di Italia dei valori, che tutti possono consultare sul nostro sito www.italiadeivalori.it, è chiaro. Inoltre noi proponiamo almeno dieci azioni di base, cioè dieci proposte concrete su come intervenire per risolvere quei problemi che riteniamo essere tra i più sentiti della nostra società, dalla moralità della vita pubblica, alla riforma dell’Inps, ad una seria politica di tutela dei risparmiatori e molto altro ancora. Un programma fatto di proposte concrete, come quella, per citare un altro esempio, di abolire il doppio mandato. Sono certo che la chiarezza e la realizzabilità dei nostri impegni sarà apprezzata da una vasta area di elettorato, stufa ormai di anni di promesse truffaldine».
I recenti sondaggi attribuiscono a Italia dei valori percentuali che vedrebbero il suo partito quarto nel centrosinistra, e che potrebbe consegnare la maggioranza nel paese al centrosinistra anche senza l’appoggio di Rifondazione. Italia dei valori come elemento-chiave per la stabilità del centrosinistra. Quindi?
«Quindi lavoriamo e lavoreremo con i partiti del centrosinistra per costruire una solida e valida alternativa a questo Governo di centrodestra e per creare una maggioranza, stabile, compatta e realmente propositiva per il bene del nostro Paese».
In Francia la destra di Chirac ha attaccato pesantemente i magistrati che hanno condannato l’ex Primo ministro Alain Juppé, e già partono le prime commissioni d’inchiesta sull’operato dei giudici. Il virus berlusconiano dell’attacco politico alla giustizia ha varcato i confini italiani?
«È vero, Chirac é intervenuto pesantemente, perché Juppé é stato da sempre considerato il Suo successore naturale, e se i giudici non possono arrivare al Presidente é solo grazie alla legge sull’immunità per le alte cariche dello Stato che vige in Francia, ma votata in tempi non sospetti. Comunque mi permetto di sottolineare che c’è una fondamentale differenza di stile tra Chirac e Berlusconi, nel senso del profondo rispetto verso i poteri dello Stato. La posizione di Italia dei valori é nota: rispetto per qualsiasi sentenza, di condanna o di assoluzione, e rispetto per la magistratura che compie il proprio dovere nello svolgere indagini e emanare sentenze nei diversi ordini di giudizio. Di questo non si può fare giudizio politico».
Negli Stati uniti le primarie del Partito democratico sono in pieno svolgimento. Alcuni candidati hanno risvegliato l’interesse per la politica in un paese in cui l’astensionismo elettorale è alle stelle. Crede abbia più possibilità di battere Bush un moderato come Kerry o un radicale come Dean? E cosa sarebbe meglio per gli Usa?
«Per gli Usa tutto sarebbe meglio di Bush! Comunque, secondo le notizie di oggi, appare chiaro che a novembre sarà Kerry il candidato per il partito democratico. Sarà sicuramente una battaglia accesissima».
Quello delle primarie è un sistema che incontra molto interesse anche qui in Italia, tanto che i movimenti lo hanno sperimentato utilizzando internet. Lei sarebbe favorevole a introdurre questa pratica nel centrosinistra, a far si che fosse la base dei partiti o delle coalizioni a scegliere i candidati?
«Noi di Idv accettiamo pienamente lo spirito bipolare delle moderne democrazie parlamentari rappresentate su base maggioritaria, spirito che impone delle scelte nette: o stai da un parte o stai dall’altra. Siamo inoltre favorevolissimi al sistema delle primarie: é un’importante strumento di democrazia che fa si che i candidati delle liste siano scelti in modo trasparente dagli stessi cittadini e non dalle segreterie di partito. A riprova di tutto ciò segnalo che per promuove al massimo queste primarie online, nella home page del nostro Sito abbiamo messo il link diretto con il sito dei Movimenti».
Italia dei valori-Lista Di Pietro: lei ha spesso fatto riferimento alla necessità di attuare un passaggio da movimento a partito-struttura. Crede che questo processo sia a buon punto?
«Il nostro partito sta crescendo ogni giorno di più. L’attuazione di questo passaggio si é resa indispensabile. Ma tengo a precisare che anche la più efficiente delle organizzazioni non sarebbe niente senza la grande professionalità, la capacità organizzativa, e soprattutto il cuore dei vari responsabili dell’Italia dei valori, che ogni giorno lavorano alacremente per sostenere ed ampliare il partito, con ottimi risultati».
Il problema dell’informazione. Se è vero che “democrazia” significa poter esprimere liberamente il proprio parere, è anche vero che questo parere dovrebbe potersi basare su dati oggettivi e attendibili. Oggi, in Italia e nel mondo, esiste la democrazia dell’informazione? Le scelte che i cittadini esprimono sono davvero «libere» o sono veicolate ad arte anche nelle democrazie occidentali?
«Purtroppo il caso italiano è emblematico di quanto ogni giorno il diritto-dovere all’informazione sia calpestato da chi detiene abusivamente il potere mediatico attraverso il monopolio delle strutture. Il caso di Raiot, e tanti altri sono l’apice di quella che è un oscurantismo di regime applicato dal Governo e dal presidente del Consiglio che in pieno conflitto d’interesse calpesta quelle che sono le più elementari norme del diritto all’informazione e del pluralismo informativo. È difficile contrastare questa situazione di predominio assoluto sui media, che naturalmente si riflette sulla manipolazione delle opinioni dei cittadini».
Marco Travaglio, durante la convention del dieci gennaio al Teatro Vittoria, chiese ai presenti un parere sul governo Berlusconi: «è solo un brutto governo di destra, oppure sta agendo in maniera eversiva e pericolosa per la democrazia?». Lei che risposta da?
«Quella di Travaglio era una domanda retorica che presuppone sicuramente al secondo quesito. Concordo pienamente con lui, lo dimostrano i fatti: un buon governo non fa precipitare il Paese in un baratro economico ignorando un crack finanziario dopo l’altro: da Cirio a Parmalat da Merkel alle acciaierie ternane di Terry Krupp e così via. Vanno fermati al più presto».
Presidente Di Pietro, Italia dei valori è impegnata in maniera attiva anche sul fronte estero, in Europa e oltre, come dimostra l’impegno speso per appoggiare gli accordi di Ginevra volti a trovare una soluzione al conflitto mediorientale. Proprio su questo tema: quali sono i prossimi passi che dovrete compiere?
«Ci sono in atto delle iniziative volte a supportare anche a livello locale il tavolo della Pace creato in sostegno degli Accordi di Ginevra. L’impegno concreto di personalità politiche e il coinvolgimento di una più larga base sociale saranno il sostegno degli Accordi. Inoltre si sta pensando di organizzare una manifestazione per il primo maggio in favore della Pace israelo-palestinese. Speriamo che questo serva per poter raggiungere un accordo duraturo fra i due popoli».
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"Bar Mandara, nessun complotto gli ispettori hanno detto la verità"
di Marco Travaglio
la Repubblica
L´intercettazione del colloquio fra i giudici Squillante e Misiani al bar Mandara, il 2 marzo 1996, fu "regolare". E gli ispettori dello Sco (Polizia) che la effettuarono non manipolarono la bobina. Insomma, all´origine dell´inchiesta "toghe sporche", nata nel 1995 dalle dichiarazioni di Stefania Ariosto, non ci fu alcun complotto. L´ha stabilito la Procura di Perugia, che ieri, dopo tre anni di indagini, ha chiesto l´archiviazione delle denunce di Previti, Berlusconi e Squillante contro gli ispettori Dario Vardeu e Stefano Ragone per falso ideologico e materiale. Il procuratore aggiunto Silvia Della Monica ha depositato al Gip un documento di 60 pagine che smentisce platealmente le tesi del premier e dei suoi coimputati, rilanciate per anni in denunce, esposti, interviste, istanze di ricusazione, astensione, rimessione. E conferma la regolarità e la correttezza del lavoro del Pool di Milano. "Quella bobina ? aveva detto Berlusconi nelle dichiarazioni spontanee del 17 giugno 2003 ? è una copia manipolata per sottrazione, cioè sono stati tolti dei passi non conformi alle tesi dell´accusa". Poi contestò anche gli appunti presi da Vardeu nel bar Mandara: Erano frutto di una dettatura successiva". Infine accusò il braccio destro di Ilda Boccassini, il maresciallo Daniele Spello, di aver rotto volontariamente un Cd rom con una copia della bobina: "un inquinamento delle prove" per cui un altro "sarebbe da tempo nelle patrie galere". Tutte accuse che ? scrive il pm Della Monica - si sono rivelate false e infondate. Primo. La "manipolazione" della cassetta di cui parlano i periti non fu "dolosa" e non comportò la "sottrazione" di nessuna parte del colloquio. I 5 minuti mancanti nell´incisione corrispondono ai tentativi di Ragone di captare con lo scanner, dall´automobile, il segnale della microspia piazzata nel bar da Vardeu. Gli sbalzi nel segnale sono frutto di un "filtraggio troppo approfondito" del consulente incaricato dal pm di "ripulire" il nastro dai rumori di fondo, identificare le voci e trascrivere le frasi. Al massimo si trattò di una "manovra inesatta di riversamento". Senza condotte dolose. Oltretutto le voci sono talmente incomprensibili che non dimostrano nulla a carico di nessuno. Le prove contro Squillante & C. - scrive il pm - sono quelle "ben più consistenti e gravi" emerse nei processi Imi-Sir, Mondadori e Sme. Cioè i miliardi ritrovati sui conti esteri di Squillante grazie alle rogatorie avviate proprio in base agli appunti presi da Vardeu su salviettine del bar, quando l´ispettore si accorse che il registratore e poi la cimice non funzionavano a dovere. Quel 2 marzo ´96 nessuno poteva sospettare che Squillante avesse miliardi in Svizzera: non essendo un indovino, l´ispettore annotò le sue frasi a proposito dei conti svizzeri intestati alla moglie e ai figli e gestiti con Pacifico, perché le aveva effettivamente sentite. Secondo. Nessun appiglio neppure per nuove denunce contro Colombo e Boccassini: la "manipolazione" avvenne fra il 7 e il 22 marzo, cioè dopo che lo Sco aveva trasmesso la bobina originale alla Procura e questa l´aveva girata al consulente Giovanni Pirinoli, assistito da altri due agenti dello Sco per ripulirla. Nessun apparecchio in Procura o allo Sco era in grado di realizzare interventi del genere.Terzo. Gli appunti di Vardeu riflettono fedelmente ciò che l´ispettore ha visto e sentito nel bar. Lo dimostrano una minuziosa ricostruzione, tabulati alla mano, di quella mattinata, da casa Squillante al Bar Mandara. Tutto combacia. Ed è confermato da quattro dirigenti dello Sco, da Alessandro Pansa in giù.Quarto. La rottura del Cd rom da parte di Spello, nel luglio 2003, fu del tutto "accidentale". Il maresciallo non aveva nulla da nascondere. E del dischetto esisteva almeno una copia identica. In mano a chi? Alla difesa di Berlusconi. Gli avvocati l´avevano sempre negato. Poi però il loro perito, Giovanni Judica Cordiglia, l´ha consegnata al pm. Che senso aveva distruggere un Cd rom di cui Berlusconi aveva una copia? Conclusione: gli ispettori hanno detto la verità. La Procura di Milano anche. Berlusconi e Previti, molto meno.
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IL SOVRANO E IL DISSIDENTE
ovvero
la democrazia presa sul serio
saggio di filosofia politica per cittadini esigenti
di Paolo Flores d'Arcais
Il libro di Paolo Flores d'Arcais sarà presentato da Fernando Savater
(in dialogo con l'autore), a Roma, sabato 28 febbraio alle ore 18, al roof garden del teatro Ambra Jovinelli, via Guglielo Pepe 43. L’interesse per la politica
è diventato una questione
di vita e di morte
per la filosofia stessa
Hannah Arendt
PROLOGO
1 - Come il re della fiaba, la democrazia è ormai nuda. Il comunismo è stato per cinquant’anni il suo alibi: con le sue miserie e la sua oppressione ha rivestito nell’opulenza delle libertà tutte le contraddizioni, le inadempienze, le menzogne che si sfrenavano da questa parte della cortina di ferro. Stalin e Breznev sono stati la parrucca che consentiva di occultare nelle nostre democrazie qualsiasi epidemia anoplurica (vulgo: pidocchi), qualsiasi cattivo odore. Gli orrori del socialismo reale assolvevano gli errori della democrazia claudicante, gli orrori all’ingrosso (gulag e processi farsa) il “dettaglio” di quelli d’Occidente, da Sacco e Vanzetti ai linciaggi del Ku Klux Klan. Era tale l’annientamento di ogni libertà, nel totalitarismo dei “domani che cantano”, che da noi una qualsiasi angustia di libertà (fino all’indigenza: dai morti di Reggio Emilia alla strage del metrò Charonne), sarebbe finita trascurata: in quanto trascurabile, per definizione.
Il totalitarismo riusciva a distruggere le libertà anche in questo: a falsarne la prospettiva, la possibilità di giudicarle secondo i loro intrinseci criteri. Il banco di prova su cui collaudare la caratura delle nostre istituzioni non era più quanto proclamato dalla democrazia stessa, ma l’universo di totale asservimento, con faro al Kremlino, della sua negazione. Ovvio che ne uscissero sempre bene, acriticamente. Criticarle era fare il gioco del nemico, tradire la nostra patria occidentale. L’orrore al di là del muro oscurava ogni illibertà du coté de chez nous, promuoveva davvero a mondo libero qualsiasi scarto tra gli eterni principi ricamati nelle costituzioni e il loro non occasionale maltrattamento di governi. Si poteva comunque viaggiare, non c’era da scegliere solo tra Pravda e Isvesztia, si svolgevano elezioni. Pretendere di più era utopia. Anche quando il “di più” fosse solennemente garantito nelle Costituzioni già dette. Il criterio “oggettivo” per giudicare la democrazia non era il suo stesso discorso, ma la prassi del Nemico. Paradossalmente, dunque: perché il Nemico era tale in quanto negatore di ogni libertà: come poteva esserne la misura, e non l’alibi?
Tutti si dicono democratici, oggi più che mai: molti lo sono a metà, non pochi non lo sono affatto. A parole, però, tutti spergiurano di esserlo. Perché la parola stessa, democrazia, è una parola valore, una parola talismano, una parola sortilegio, una parola legittimazione, una parola-sì: l’unica che abbia ormai corso. Mette con le spalle al muro chi non sa usarla. Possederla significa brandirla. Chi riesce ad impadronirsene occupa già la casamatta strategica che domina il territorio dello scontro polemico, della guerra per la legittimazione.
Tutti infatti la usano, almeno dal dopoguerra. Il totalitarismo sovietico pretendeva perfino di essere l’unica democrazia vera: non formale, non limitata, miserabile e monca come quella borghese. La costituzione di Stalin, nella sua versione carta e inchiostro, suonava la più democratica del mondo. E i paesi dell’est erano democratici due volte: democrazie popolari, tautologia di un “potere del popolo” (dêmos-kratía) a ridondanza verbale e soppressione di fatto.
Le parole sono libere, c’è dunque libertà di farne “parole in libertà”, purtroppo: anche contro la libertà. Tutti hanno diritto ad usarle, laddove non ci sia censura, ma l’appropriazione di una parola che rovesci la “cosa stessa” dovrebbe produrre automatismi d’insurrezione critica. Se avviene nel linguaggio ordinario, in effetti, non ci pieghiamo. In quello politico, invece, ci siamo mitridatizzati all’eufemismo di propaganda, introibo di menzogna. Non ci rendiamo conto del vulnus che commettiamo contro noi stessi. Perché autorizzando un uso improprio del flatus vocis democrazia, autorizziamo a violarla nel mondo reale, cioè a sottrarre potere a ciascuno di noi.
Le parole hanno vincoli descrittivi. Devono averli, checché possa dogmatizzare in contrario la sottigliezza metafisico-filosofica. Ma la descrizione di un’istituzione è, per definizione, la descrizione di un dover-essere. Che sembra arbitraria per costituzione. Su questa aporia gioca (e lucra) chi vuole santificare una cosa (un dominio) che eluda o contraddica o calpesti il significato (democrazia, libertà). Più assoluto il potere, tanto maggiore la pretesa di definire ad arbitrio le parole. Il totalitarismo è il regime che perfeziona il rovesciamento: res sunt consequentiae nominum. Ma è virus diffuso e ricorrente. Lo conosceva nella sua logica micidiale Humpty Dumpty, che voleva far assaggiare questa “mela avvelenata” ad un’Alice democraticamente riottosa.
I vincoli semantici vanno dunque presi sul serio, e custoditi contro la pre-potenza in agguato in ogni potere. Specialmente per le parole di dover-essere. I roghi degli eretici venivano chiamati “atti di fede”. La parola libertà, nella storia, ha percorso interi labirinti di sfruttamento efferato. La lotta per il rigore semantico è dunque anche una lotta etico-politica per la cosa stessa. Per resistere all’arroganza di potere, e non concedere al dominio l’appropriazione dello scrigno di una parola-valore,e l’impunità di svilirla e rovesciarla nella prassi.
Sotto le parvenze di un innocuo e giustificabile slittamento linguistico (cosa non riesce a fare la dialettica con le parole, visto la loro intrinseca polisemia e ambiguità!), si rafforzano troppo spesso le catene della sudditanza: il 1984 di Orwell conosce la neo-lingua come micidiale instrumentum regni, e di una scienza linguistica ortodossa volle occuparsi e scrivere di persona Josif Visarionovic Dzugasvili (detto “Stalin”).
In politica, come in morale, prendere le parole sul serio è dunque il primo dover-essere. Quando la parola democrazia può essere abusata quotidianamente vuol dire che il fatto democrazia è già in declino, che i suoi nemici stanno mettendo radici nel modo più silenzioso e pericoloso: distruggendo gli anticorpi per cui l’abuso spinge ancora all’indignazione. Tutto questo non riguarda solo i totalitarismi, sia chiaro. Anzi: proprio di noi e del nostro Occidente fabula narratur. Come si proverà a dimostrare.
Dal disincanto alla democrazia
2 - Andiamo alle origini. Quando la scimmia sì è fatta uomo (tra i centocinquanta e i duecentomila anni fa?), ha dovuto surrogare la sicura necessità degli istinti con l’artificiale “dover essere” della norma sociale. La coercizione della natura, infatti, non orienta più con implacabile precisione il comportamento della “scimmia nuda” che tutti noi siamo. Quell’uno/due per cento di Dna mal trascritto ha creato un animale presso il quale l’orizzonte dei comportamenti possibili si apre a dismisura. Questa plasticità della sua “natura” è cornucopia da cui nasceranno amigdala e cattedrali, stazione eretta e linguaggio, scienza e domanda di senso. Sul momento, però, senza più l’operatività degli istinti, ristretta ma implacabile, incombe la minaccia dell’estinzione. L’essere-uomo viene al mondo come essere-allo-sbando. Per sopravvivere ha bisogno di un miracolo che sostituisca gli istinti. Si chiamerà norma, verrà dettata dal cielo.
Mai la “scimmia nuda” avrebbe colonizzato il mondo senza la creazione di un nómos che divida i “comportamenti sì” dai “comportamenti no” dentro il caos dei comportamenti possibili. Di più. Homo sapiens sapiens, senza un “dover essere” che si imponga con la stessa imprescindibilità degli istinti, non avrebbe mai visto la luce. L’opulenza delle sue sfrenate potenzialità è azzardo di futuro solo se costretta dal “dover essere” in una “coerenza” sociale di comportamenti che gli consenta di agire. E di prevalere sui predatori rivali.
L’uomo è dunque animale per necessità normativo, che con le proprie leggi surroga lo scolorire degli istinti e crea costantemente la propria cangiante “natura”. Quale sarà il catalogo di divieti e doveri, non è stabilito in anticipo. Non è impresso nei cromosomi. Non è dato in natura. Il più diverso, purché garantisca sopravvivenza. La storia ne sarà il fondaco. Di quelli che non hanno funzionato non sapremo mai nulla.
La norma è creazione, dunque. Ma chi decide la norma? Chi istituisce lo spartiacque tra il sì e il no? Chi scrive le tavole? O Dio o gli uomini. E gli uomini, per millenni, decideranno che le abbia scritte Dio. Preferiranno tramandarsi il nómos come irricusabile dono del cielo. Come ordine che viene dall’Altro e dall’Alto. Come eteronomia. Solo così, nell’adorazione di una eguale obbedienza, sapranno unirsi in comunità più efficienti del branco.
Andiamo avanti. Il subentrare imprevedibile delle età, che avrebbe potuto non accadere, apre il dominio del sacro al mutamento: l’andirivieni della storia, contingente in ogni suo svolgersi, dapprima indebolisce coi monoteismi la mela rotonda dell’eteronomia, la maltratta poi con gli Stati assoluti, infine la tarla e disgrega con l’eresia: fino al tracollo[1]. Irrompe la modernità, che esilia Dio in cielo e annuncia la terra promessa dell’emancipazione umana, il regno mondano, futuro e prossimo, dell’autonomia.
Il nostro. Prendiamone coscienza, almeno: gettati dal caso nell’Occidente del disincanto, siamo venuti al mondo sotto la costellazione del privilegio: poiché solo in queste coordinate spazio-temporali, che abbiamo battezzato modernità, è stato fin qui dato di scegliere tra rischio della libertà e servitù volontaria.
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[1] Non sono paradossi. Si segua la vicenda nell’insostituibile “Il disincanto del mondo”, di Marcel Gauchet
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L’Afghanistan: i Talibani di nuovo sulla scena
Basta dare uno sguardo alle pagine "on line" di "Voice of America", nella versione in lingua "Dari" - che si parla nel nord dell’Afghanistan ( per esempio il 20-02-04) - per capire il senso e le dimensioni della ricomparsa dei talibani sulla scena politica afgana. Nelle province del sud e sud-est che confinano con il Pakistan , i talibani hanno radici molto profonde tra la popolazione Pashtun che vive sui due lati del confine, una linea per loro mai esistita. Dall’altra parte del confine, in Pakistan, ci sono le scuole teologiche dini madrasa- di stampo Deobandi che interpretano la religione in modo molto ortodosso e rigido stile Wahabbismo saudita . Queste scuole ogni anno sfornano più di 3000 talibani "capaci di emettere le fatwa o giudizi su ogni aspetto della vita quotidiana, per costruire una società conforme ai precetti della fede. Questi talibani, con il supporto dei proventi dell’oppio, le armi e la logistica dei servizi segreti pakistani, il massiccio supporto degli sceiccati e sultanati del golfo persico e in considerazione della struttura tribale dell’Afghanistan, riescono a dominare le menti, controllare la struttura socio-economica della zone dove sono ancora insediati e aspirare di nuovo al potere politico totale e totalizzante.
Il talibanismo perciò è un prodotto pakistano anche se il suo oscurantista progetto è stato e viene applicato in Afghanistan .E proprio in Pakistan che tuttora i talibani hanno i loro maggior sponsor altolocati e il sostegno popolare. Tra questi sponsors bisogna parlare soprattutto di Eejaz, il figlio del defunto dittatore del Pakistan Zia-ol-Hagh, di Nasrallah Babur ex ministro degli interni del Pakistan, del generalissimo Hamid Gul ex capo dell’ISI, i servizi segreti, e di vasti strati del feudal-militarismo pakistano. .La città pakistana di Kuwaita -dove secondo il presidente afgano Hamid Karzai si è visto ripetutamente il Mullah Omar- tuttora è il centro delle adunate e delle riunioni dei padrini talibani. Proprio a Kuwaita nel giugno scorso vari capo mandamenti talibani insieme al "signore della guerra" Hekmatyar hanno formato una specie di governo in esilio. Sempre nelle aree tribali di confine, nella zona di Rafia o Vazirestan sembra che siano nascosti o arrestati e custoditi ( secondo M.Albrigh, il presidente Bush.J. intenderebbe dare la notizia alla vigilia delle elezioni americane) Iman-az.-Zavaheri e Bin-Laden.
L’esercito pakistano negli ultimi tempi ha fatto ripetute incursioni nel territorio afgano e in vista delle elezioni del giugno prossimo -secondo quanto scrive il NewYork Times (23-02-04)- sta preparando la massiccia offensiva di primavera. Tutto ciò in apparenza per combattere il terrorismo, ma in realtà per sostenere i Pashtun e rafforzare i talibani a livello locale, sopprimendo la testa di al-Qaida e il talibanismo estremista, in quella misura che è indispensabile per poter conservare il corpo . L’ esercito pakistano che durante la campagna militare alleata , aveva evacuato dall’Afghanistan più di 30,000 mila combattenti talibani trasportandoli in Pakistan per non farli catturare dalle forze della coalizione , negli ultimi tempi li ha fatti tornare in Afghanistan per ricostruire la propria ragnatela d’ influenza.
Il Presidente afgano Hamid Karzai è di etnia Pashtun e sebbene sia considerato dai capi tribù e dai talibani come un traditore, nella sua volontà di privilegiare i Pashtun e garantire loro il dominio nell’amministrazione e nella società a scapito di altre etnie è sostenutoa spada tratta dagli stessi Talibani. Anche se Karzai presso la Casa Bianca e le cancellerie europee cerca di mostrarsi un liberale, sul piano interno, ha privilegiato in maniera audace e palese a tutti i livelli la propria etnia, sostenendo che i Pashtun, essendo il 60% del paese, hanno diritto a occupare i posti chiave. Karzai ha liberato anche il ministro degli esteri del regime dei talibani, Motavakel, per favorire un pieno rientro dei talibani e per rafforzare il fronte dei Pashtun contro altre etnie.
Le forze della coalizione presenti sul campo sotto l’egida delle Nazioni Unite (Isaf) e i paesi che contribuiscono alla ricostruzione non hanno fatto nulla contro questa vecchia e pericolosa politica di Karzai, basata sulla competizione etnica e l’esclusione fisica dell’avversario. Una politica che può far esplodere l’Afghanistan in qualsiasi momento. Cosi i Tadjiki e Hazarah insieme ad atre etnie vengono minacciati di essere emarginati ed esclusi dal nuovo potere politico . In questo quadro la cultura dell’ "Alleanza del Nord", basata sul principio dell’unione e della collaborazione tra le etnie per poter combattere il tribalismo integralista dei talibani si sta indebolendo e l’Afghanistan sta tornando pericolosamente indietro. Cosi nelle province occidentali e nella zona di Herat comanda Ismail khan che è sostenuto da Tehran. Nel Kunduz e nelle altre tre regioni nord orientai il controllo è nelle mani di Davood Khan. Gli Hazarah sciti hanno le proprie zone autonome, nel Mazar Sharif e dintorni comanda Ostad Atta. Mentre Fahim il ministro della difesa e il successore di Ahmad Shah Massud il Leone di Panchshir - assassinato dai sicari di Bin-Laden- controlla la vallata del suo predecessore. Queste forze sono sostenute dai loro tradizionali alleati cioè la Russia e l’Iran e in parte dall’India. Mentre la capitale Kabul è sotto controllo del governo provvisorio di Karzai -nominato dagli Usa e fatto eleggere dalla Loya Jerghah -e delle forze di coalizione. Tutto il resto dell’Afghanistan è tuttora sotto il controllo dei talibani e dei loro sostenitori in Pakistan e Arabia Saudita. Proprio in queste zone la produzione dell’oppio, secondo il ministro degli esteri russo Igor Ivanov è aumentata di 9 volte(Russianews). E proprio da questa produzione secondo il comunicato della UE (memo 04/33 13-02.04) proviene il 90% dell’eroina smerciata nelle strade europee.
Dopo l’abbattimento del regime dei taliban, la comunità internazionale, con la conferenza di Tokyo, ha deciso di contribuire alla ricostruzione afgana con la chiara e giusta intenzione di alleviare le sofferenze di una popolazione dilaniata da più di due decenni di invasioni di tutti tipi, dalla guerra civile e da spostamenti forzati.
Anche l’Unione Europea "per costruire una differenza" ha contribuito alla ricostruzione e a un "supporto umanitario" del paese con 850 milioni di euro nel 2002 e 835 milioni nel 2003 . Una somma che secondo la stessa UE deve arrivare a 1 miliardo nel giro di 5 anni. Ma l’Europa è unita soltanto come donatrice, mentre sul campo si presenta con la faccia di singoli stati sotto un altro comando effettivo che di fatto raccoglie soltanto le convenienze del momento.
Visto il quadro generale, la storia recente dell’Afghanistan e la politica di Karzai viene il legittimo dubbio sulla fine che potrebbero fare gli aiuti della comunità internazionale e se non fossero necessari controlli. Si spera -almeno da parte europea- che parte di queste donazioni servano a promuovere direttamente il dialogo interetnico e dare corpo e visibilità al dialogo e alla pace nell’ambito di un etica del rispetto e del diritto, cardini fondanti delle democrazie e della stessa Europa..
In Afghanistan il mostro dei talibani integralisti e spietati si sta risvegliando nel sud con il sostegno del Pakistan. Il Nord, da sempre arretrato, ma meno tribale, non integralista e a favore di un dialogo interetnico , si sta indebolendo. Qualsiasi iniziativa di qualunque natura deve tener presente questo quadro.
Mir Mad
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Dell’elmo di Scipio. La progressiva militarizzazione del territorio italiano
di Alberto Vitali, "Viator"
La questione spinosa dei progetti militari americani sul suolo italiano. Nuovi insediamenti, esercitazioni belliche, ‘cluster bomb’, uranio impoverito. Ed il colpevole assenso delle nostre autorità. Taranto, Camp Darby, La Maddalena, Brescia: quattro casi su cui occorre riflettere.
“Non fasciarti troppo la testa!”. Quante volta mia madre mi ha ripetuto questo monito quando, adolescente, mi lasciavo travolgere da qualche idea, inseguita con struggente passione, ma poco raziocinio. Esiste infatti una sottile relazione tra quanto desidera il cuore, perseguono le forze, orienta la vita ed il gesto di cingersene il capo o qualsiasi altra parte del corpo. Sarebbero molti, al riguardo, gli esempi nelle culture dei popoli. Anche la Bibbia usa sovente tali simbologie, soprattutto nei testi dei profeti e nei sapienziali, fino a rappresentare lo stesso nome di Dio come un sigillo da porre sugli israeliti, quale segno di riconoscimento tra i popoli: “tutti i popoli della terra vedranno che porti il nome del Signore e ti temeranno” (Dt 28,10). E Gesù “preso un asciugatoio, se lo cinse attorno alla vita” (Gv 13,4). Concetto o oggetto che sia, il simbolo serve perciò ad esprimere la natura stessa di una cosa, di una persona o di un gruppo sociale; la coscienza che ha di sé e l’atteggiamento con cui si relaziona agli altri. Ma allora perché l’Italia, moderna “repubblica democratica fondata sul lavoro”, anziché dell’elmetto dei suoi muratori, degli operai siderurgici o dei vigili del fuoco, si ostina a cingersi il capo dell’elmo di Scipio, antico generale di una Roma imperialista e spietata (delenda Carthago)? Fosse almeno una banale questione di retorica patriottica… ma purtroppo, “dall’Alpe a Sicilia”, l’Italia sta veramente ricingendosi dell’elmo di Scipio, mediante una progressiva quanto allarmante politica di militarizzazione del territorio.
Taranto
I primi a sussultare, all’inizio del nuovo anno, furono i tarantini, quando domenica 11 gennaio il Corriere del Mezzogiorno (allegato locale del Corriere della Sera), in un articolo di Nazareno Dinoi, dava notizia dell’intenzione di aprire una nuova base militare (Taranto è ricca, ne possiede già due: una navale e l’altra aeronautica), questa volta USA, per cui sarebbero già stati investiti 600 milioni di dollari. Notizia peraltro supportata dall’autorevole dichiarazione del vicepresidente della Commissione Difesa della Camera, on. Ostillio, che giudicando positivamente il progetto lo ha definito “una fortuna per l’economia tarantina”. In realtà, secondo A. Marescotti, presidente della rete telematica PeaceLink: “il superprogetto militare USA rischia di provocare a Taranto la fine di ogni prospettiva commerciale e turistica”, perché la mitilicoltura e la pesca, che sono parte considerevole dell’economia tarantina, avrebbero il futuro segnato da una spada di Damocle radioattiva; perché secondo il "Piano di emergenza per le navi a propulsione nucleare" ogni qualvolta ci siano esercitazioni militari la Capitaneria di Porto è tenuta a sospendere il transito mercantile; e perché l’area su cui verrà costruita la base (in località Chiapparo) è in realtà un sito archeologico, dove si trova un villaggio neolitico. Perciò – continua Marescotti – “a Taranto rimarrà in eredità un solo futuro certo: quella di città a rischio nucleare e di bersaglio per devastanti azioni terroristiche. Ricordiamo che tutti i sommergibili americani sono a propulsione nucleare… Gli americani andarono via da Taranto all'inizio degli anni Sessanta dopo aver installato intorno a Gioia del Colle trenta missili Jupiter a testata nucleare, ognuna della potenza pari a 100 volte quella di Hiroshima. Due di quei missili rischiarono di esplodere a causa di fulmini…”. Ma c’è di più. La denuncia di Marescotti continua: “La notizia conferma e arricchisce con nuovi elementi quanto già PeaceLink aveva scoperto il 20 settembre 2000 sul sito del Pentagono e cioè che Taranto era diventata il nodo telematico del sistema C4i americano, un sistema di coordinamento e spionaggio militare che collegherà la base navale direttamente alla Us Navy oltre Atlantico (precisamente il Navy Center for Tactical System Interoperability che ha base a San Diego in California), scavalcando la catena di comando Nato. La notizia - data in esclusiva nazionale da PeaceLink - aveva suscitato da una parte un'interrogazione parlamentare del senatore Semenzato (componente di una commissione difesa che era completamente all'oscuro della faccenda) e dall'altra le impacciate smentite dell'on. Minniti e della Marina Militare; smentite che rasentavano il grottesco essendo il comunicato di PeaceLink supportato da una pagina web ufficiale del Pentagono. Si è poi scoperto sulla stampa specializzata che il sistema C4i coinvolge anche la portaerei Garibaldi”. Nella peggiore delle ipotesi, ai tarantini non rimarrebbe nemmeno la consolazione di un possibile risarcimento, infatti,, in caso di incidente o disastro i trattati bilaterali USA-Italia non consentono alcuna azione penale italiana verso i militari USA, come ha dimostrato la tragedia del Cermis.
Camp Darby – Pisa
Risalendo le coste del Bel Paese, giungiamo dalle parti di Pisa, precisamente a Camp Darby… nome un po’ yankee per essere italiano e difatti, in un certo senso, lì non è più Italia. Si tratta di una base USA, che ricopre la bellezza di mille ettari di litorale tirrenico e custodisce il più grande arsenale statunitense all'estero. Per questo motivo gode di una sorta di extraterritorialità e lo stesso governo italiano non è legittimato a “metterci il naso”. Ancora una volta peschiamo dalle autorevoli colonne del Corriere della Sera, per essere al di sopra di ogni sospetto. Il 13 gennaio 2003, un articolo a firma di Gianluca Di Feo riportava il risultato delle ricerche svolte da una fondazione della Virginia (la GlobalSecurity.org) effettuate su “documenti che erano di libero accesso fino all'11 settembre 2001. Alcuni dei dossier da loro consultati sono stati secretati dopo l'attentato alle Torri Gemelle…”. Scorrendo il rapporto, Di Feo ha così spulciato qualche numero: “Ventimila tonnellate di munizioni per artiglieria, missili, razzi e bombe d'aereo con 8.100 tonnellate di alto esplosivo ospitate in 125 bunker. E, ancora, gli equipaggiamenti completi per armare una brigata meccanizzata: 2.600 tra tank, blindati, jeep e camion. Nella lista ci sono tutti i migliori sistemi dell'esercito statunitense, inclusi 35 carri armati M1 Abrams e 70 veicoli da combattimento Bradley… materiali bellici del valore di due miliardi di dollari, missili e ordigni esclusi”. Inoltre: “nei giorni del Natale 1998, alla vigilia del conflitto balcanico, sui moli tirrenici sono sbarcate 3.278 cluster bomb: i congegni a frammentazione, micidiali e delicati anche nei traslochi”. Le cluster bomb sono quegli ordigni a frammentazione che in caso di mancata esplosione a contatto col terreno diventano, di fatto, mine antipersona, bandite dalla legge italiana il 24 ottobre 1997, dopo che il nostro paese aveva sottoscritto la “Convenzione internazionale per la messa al bando dell’uso, lo stoccaggio, la produzione ed il trasferimento di mine antipersona e per la loro distruzione”. Con una rapidità che ci onora – dopo in verità esserne stati tra i principali costruttori a livello mondiale – nel 2002, con un anno d’anticipo sulla scadenza prevista, l’Italia aveva terminato di distruggere le mine stoccate nei suoi depositi e riconvertito le fabbriche che le producevano. A Camp Darby invece… ma lì, in piena Toscana, non è più Italia. Complessivamente “la capacità dei magazzini nel 1999 è stata certificata per contenere 32.000 tonnellate di ordigni. Una santabarbara impressionante, gestita da un reparto - il 31° Squadrone munizioni - che ha un simbolo abbastanza infelice: il profilo della penisola italiana disegnato su una vecchia bomba con la miccia accesa”. Ma ad impressionare di più è la rivelazione di un gravissimo pericolo, corso appena quattro anni fa e di cui non si era avuta notizia: “Nel maggio 2000 pezzi di cemento cominciano a cadere dal soffitto sulle armi e i genieri fanno scattare l'allarme. Con cautela estrema tra giugno e luglio vengono sgomberati dodici bunker, contenenti 100 mila ordigni con 23 tonnellate di esplosivo ad alto potenziale. L'operazione viene descritta come delicatissima dagli stessi esecutori che l'hanno realizzata utilizzando robot telecomandati: nella loro rivista la chiamano «un piccolo miracolo». Nessun pericolo, quindi. Ma anche nessuna informazione alle nostre autorità: in genere in Italia si fanno evacuare aree gigantesche solo per disinnescare un residuato bellico con una carica di pochi chili. Che precauzioni sarebbero state adottate per muovere migliaia di ordigni a ridosso delle spiagge più affollate?”.
Arcipelago della Maddalena
Altra spiaggia, stesso male. Era il 17-18 novembre 2003, nei giorni immediatamente successivi all’incidente occorso al sommergibile statunitense Hartford (25 ottobre), quando un istituto di ricerca francese, il CRIIRAD (Commission de Recherche et d’information Indépendantes sur la Radioactivité), effettuava dei rilevamenti nelle acque dell’arcipelago sardo della Maddalena. Dai dati, ora pubblicati, si rileva che in alcuni campioni di alghe, prelevati nella zona dell’incidente, la concentrazione di Torio 234 (un elemento della catena dell’uranio 238 nonché componente del combustibile nucleare che alimenta i sommergibili) si attesta tra i 3900 e i 4700 becquerels per kg, quando i valori normali non dovrebbero superare qualche decina di Bq/Kg. Si tratta dunque di valori esageratamente superiori al livello tollerabile, che tuttavia non è possibile confrontare con quelli precedenti all’incidente dell’Hartford perché le autorità italiane e statunitensi non hanno mai reso noto il risultato delle rilevazioni periodicamente effettuate nelle acque della Sardegna. L’on. Mauro Bulgarelli ha perciò deciso di presentare un’interrogazione parlamentare sulla vicenda, ritenendo che: “L’abnorme presenza di uranio 238 e suoi derivati potrebbe infatti anche essere conseguenza dell’attività dei poligoni militari disseminati nell’isola, nei quali vengono utilizzati proiettili all’uranio impoverito nelle esercitazioni o nelle dimostrazioni organizzate dai vari fabbricanti di armi”. Per tutta risposta, “il Governo ha autorizzato l’ampliamento della base di Santo Stefano, che da oltre trent’anni deturpa l’ambiente naturale dell’isola e presso la quale stazionano abitualmente sommergibili a propulsione nucleare come l’Hartford”. “E’ inaccettabile - conclude Bulgarelli - che la 2° flotta USA se ne vada a zonzo nel nostro mare e lo usi per compiere pericolose esercitazioni belliche”. “Come denunciato da Giacomo Sanna, presidente del Partito Sardo d’Azione, sull’isola esistono solo 5 centraline adibite al rilevamento della radioattività ma a causa della loro vetustà non sono in grado di riscontrare la presenza di Torio 234”. Ancora si discuteva su questo, quando il 20 gennaio è giunta la notizia di una gravissima fuoriuscita di olio combustibile che ha interessato lo specchio d’acqua tra il porto e il litorale est in direzione di Caprera. “Dalle prime notizie sembra che il combustibile sia fuoriuscito nella zona di Cala Chiesa, nei pressi delle Scuole CEMM (Corpo Equipaggi Marittimi Militari), ma ricordo – precisa Bulgarelli - che l’intera isola è letteralmente disseminata di depositi di combustibile, scavati nella roccia, come quelli gestiti dalla Nato, a poche centinaia di metri dalla Nave Uss Emory Land, ospitante ben 34 missili a testata nucleare Cruise Tomahawk e ormeggiata nel porto di Santo Stefano. Oltre al rischio di perdite o di scarichi clandestini, esiste la possibilità che l’esplosione di uno di questi depositi possa coinvolgere gli armamenti nucleari presenti nel porto, con conseguenze catastrofiche per la popolazione”.
Lombardia
E finalmente arriviamo in Lombardia. Almeno qui dovrei sentire aria di casa… invece, ancora una volta, sento puzza di guerra. Intanto perché le rivelazioni riportate dal Corriere del Mezzogiorno riguardano anche noi. I vertici militari USA punterebbero infatti a “realizzare due grossi poli logistici in Italia, uno per le truppe di terra a Solbiate, vicino Milano e uno navale in Puglia, a Taranto”. Da qualche giorno poi è in fermento la galassia pacifista nostrana (persone, associazioni e movimenti, laici e cattolici), per la notizia diffusasi secondo cui la giunta regionale vorrebbe cancellare la legge n°6 del 1994, relativa all’istituzione della “Agenzia per la riconversione dell’industria bellica”. Un colpo non da poco in una regione come la nostra che, grazie alle sue fabbriche bresciane, può vantare tristi primati in tutto il mondo. Se poi il provvedimento viene letto alla luce della modifica (che potremmo meglio definire “abrogazione”) apportata dal Parlamento nazionale, lo scorso 3 giugno, alla legge 185 (quella che impediva all’industria bellica italiana di vendere a paesi in guerra) e lo inseriamo nel piano planetario di guerre pluridecennali, promesso da Bush, non è chi non veda… Molte associazioni bresciane si sono inoltre mobilitate in vista dell’apertura di EXA, la “Mostra di armi sportive” che trova sede ogni anno nella “Leonessa d’Italia”, e lanciano un nuovo appello-denuncia: “EXA viene pubblicizzata come Mostra di armi sportive ed accessori. Tuttavia, visitandola, abbiamo potuto constatare di persona come - insieme a fucili da caccia, richiami, reti, riviste venatorie, abbigliamento sportivo, ecc. - siano esposti fucili che, pur non essendo classificati come ‘armi belliche’, sono però utilizzati nei conflitti che insanguinano mezzo pianeta, articoli antisommossa destinati alle polizie di tutto il mondo e (in grande quantità) pistole, principalmente per la difesa personale, insomma un campionario che certamente nulla ha a che fare con lo sport… Vi chiediamo allora - e ve lo chiediamo per tempo - di lavorare perché si possa modificare il Regolamento della prossima eventuale edizione di EXA, in direzione di una stretta coerenza con quanto dichiarato nel marchio promozionale: Mostra di armi sportive ed accessori. Se EXA diventerà effettivamente quella mostra che i suoi difensori dichiarano sia, la nostra critica - ferma e profondamente convinta - certo non cesserà ma per tutti la posta del confronto sarà ben diversa. E ben diversi i valori in gioco”.
Quale politica?
Gli esempi non sarebbero certo finiti, così come non sarebbe finita la nostra via crucis virtuale per le basi militari in Italia, ma questo è solamente un articolo, già troppo lungo. Ci resta appena lo spazio per sottolineare che quanto abbiamo segnalato (nulla di nuovo - per carità - nessuno scoop: solo un po’ di dati già pubblicati, ma forse non proprio a conoscenza di tutti) comporta dei costi – sociali - che si ripercuotono sotto forma di tagli anche sui bisogni relativi ai diritti fondamentali delle persone. Così, mentre vengono sempre più ridimensionati i bilanci della sanità e della scuola (pubblica), la Campagna “Sbilanciamoci” (promossa da una trentina di associazioni di diversa estrazione, per lo studio della legge finanziaria e per avanzare proposte alternative di spesa del denaro pubblico: www.sbilanciamoci.org) ci segnala che al 10 ottobre 2003 (passibile quindi di qualche variazione successiva, non tale però da snaturarne la portata) la previsione di spesa per la Difesa ammontava a 1 miliardo e duecento milioni di euro; con un incremento di 292,5 milioni di euro (+ 1,5%) rispetto al 2003; specificando inoltre che “com’è successo fino ad adesso, le missioni vengono poi finanziate con nuovi decreti ad hoc, e mai con i fondi del Bilancio della Difesa”. “Da ricordare tra l’altro che in Finanziaria si stabilisce il blocco delle assunzioni nella Pubblica Amministrazione per il 2004 «fatte salve quelle connesse con la professionalizzazione delle Forze armate»”.
Creativi per la pace
Di fronte a tale scenario, sorge ancora più impetuosa la domanda della responsabilità collettiva: “ma noi cosa possiamo fare?”. Da parte mia, risponderei semplicemente: scateniamo la creatività! A nessuno tocca formulare ricette universalmente valide: sarebbe un’imperdonabile sciupio di quella miriade di idee, iniziative, slanci che nascono quando ciascuno pensa con la propria testa e si confronta con gli altri. Ed è quello che avviene ogni giorno nella vita dei movimenti, delle associazioni, delle campagne… quello che speriamo avvenga al più presto in tutte le nostre case, comitati di quartiere, città.
Fonte: Viator - http://www.viator.it/
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«Blair spiava le mosse di Kofi Annan sull'Iraq»
di Alfio Bernabei
Tony Blair ordinò ai servizi segreti inglesi di mettere sotto controllo il telefono del segretario generale delle Nazioni Unite Kofi Annan nel periodo precedente la decisione di far guerra all’Iraq. Lo ha detto l’ex ministro laburista Clare Short che diede le dimissioni dal governo quando si rese conto che circolavano troppe menzogne sulle armi proibite ed esistevano troppi dubbi sulla legalità del conflitto.
Tempestato dalle domande dei giornalisti che volevano una conferma o una smentita alle rivelazioni della Short, il primo ministro, visibilmente scosso, ha detto che «i servizi segreti inglesi si sono sempre attenuti alle leggi nazionali ed internazionali per sostenere gli interessi del Paese» ed ha condannato «l’irresponsabilità» di dichiarazioni che ne attaccano l’integrità. Una risposta scontata che non ha convinto. Quando un giornalista gli ha fatto notare che le intercettazioni, se effettivamente avvenute, risulterebbero chiaramente illegali perché contrarie alla convenzione internazionale di Vienna, Blair non ha voluto o potuto offrire ulteriori delucidazioni. Un portavoce delle Nazioni Unite ha dichiarato: «Non sappiamo se quanto è stato detto sia vero o meno. Se fosse vero si tratterebbe di un’azione illegale».
La Short ha fatto le sue rivelazioni nel corso del programma Today della Bbc, lo stesso che lo scorso anno rese noto i dubbi dello scienziato David Kelly sulla veridicità delle informazioni del governo sulle armi di distruzione di massa. La Short era stata invitata in studio per commentare il caso della traduttrice Katharine Gun che un anno fa, mentre lavorava nel centro di spionaggio inglese del Gchq che si occupa di intercettazioni telefoniche, decise di rendere pubblico un memorandum nel quale gli Stati Uniti chiedevano all’Inghilterra di mettere sotto controllo i telefoni di alcune delegazioni alle Nazioni Unite. Volevano sapere come avrebbero votato nel caso si fosse arrivati ad una seconda risoluzione delle Nazioni Unite sul consenso o meno alla guerra. Su questo caso L’Unità ha pubblicato ieri un ampio articolo.
All’ex ministra l’intervistatore ha chiesto: è pensabile che i servizi inglesi possano aver spiato anche i telefoni di Annan? La Short ha risposto di sì: «Ho visto le trascrizioni delle conversazioni di Annan. Infatti posso dire che nel periodo precedente la guerra mi sono trovata a pensare: “Oddio, non posso farci niente. Questa nostra conversazione verrà trascritta e la gente vedrà che cosa ci siamo detti”». A questo punto il conduttore del programma le ha chiesto specificatamente: «Ma dunque, lei crede che i servizi inglesi abbiamo ricevuto l’ordine di introdursi dentro le Nazioni Unite e intercettare Annan?». «Sì, assolutamente». «Ma lei sapeva di tali operazioni mentre era ministro nel governo Blair?» «Sì, assolutamente. Ho appunto letto le trascrizioni dei resoconti delle sue conversazioni». «Lei crede che si sia trattato di un’operazione legale?». «Non lo so. Devo presumere di sì. Non sono in grado di valutare gli aspetti legali (di operazioni del genere)».
La Short si è poi soffermata sul caso della Gun che fa molto discutere. Contro di lei era stato mosso un processo sotto l’accusa di aver reso noto il memorandum sulle intercettazioni. Ma tutto è crollato alla prima udienza. È tornata in libertà. Questo perché il governo si è reso conto che gli avvocati della Gun avrebbero avuto il diritto di vedere documenti tuttora segreti sulla legalità o meno della guerra all’Iraq. La Short ha detto: «L’avvocato dello stato, Lord Goldsmith, incentrò il caso sulla legalità delle guerra sulle basi della risoluzione 1441. Più ci penso, più mi vengono dubbi sul come questa opinione legale di Goldsmith venne costruita. Goldsmith arrivò davanti al gabinetto il giorno in cui Robin Cook diede le dimissioni (questo avvenne pochi giorni prima dell’inizio della guerra, Cook non era rimasto convinto sulla necessità di attaccare l’Iraq dopo aver parlato con i servizi segreti). Goldsmith si sedette al posto di Robin con due fogli in mano. Non venne permesso a nessuno di discutere. Adesso sappiamo che almeno uno dei consiglieri legali del Foreign Office aveva detto che il governo inglese non aveva alcuna autorità legale di far guerra». La Short ha poi tirato le somme: «Stiamo parlando di una cosa di cruciale importanza. Da dove veniva l’autorità legale di far guerra? Secondo me qualcuno all’ultimo momento intervenne per persuadere Goldsmith a dare il suo consenso contro il giudizio dell’avvocato del Foreign Office che poi diede le dimissioni».
I leader dei partiti all’opposizione scalpitano per saperne di più. Vogliono che i documenti concernenti le opinioni dei legali siano rese pubbliche. Forse le menzogne sulle armi non servivano solo a convincere l’opinione pubblica sulla necessità di far guerra, ma erano congegnate anche per sostenere la legalità di un attacco.
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La Gran Bretagna scossa dalla rivolta fiscale
Cresce ovunque il rifiuto della «council tax». Governo in allarme: così cadde Thatcher
Nonna ribelle Elizabeth Winkfield, l'83enne signora del Devon che per prima è comparsa in tribunale sfidando il carcere per non pagare la council tax
ORSOLA CASAGRANDE
LONDRA
Sorridente e tranquilla la signora Sylvia Hardy, 71 anni, pensionata, si è detta pronta per il carcere. La signora è l'ultima di una schiera di pensionati ribelli a comparire davanti ad un tribunale per non aver pagato la council tax, la tassa imposta dai consigli locali per pagare pulizia strade, raccolta rifiuti, polizia. La signora Hardy fa parte del Devon Pensioners Action Forum, un'associazione di più di 800 persone in lotta (come migliaia di altre in tutto il paese) contro gli aumenti di quella che già viene definita «la poll tax del new Labour», provocando sudori freddi nel partito laburista. Nel caso specifico l'agguerrita pensionata si è vista recapitare un conto salatissimo per la sua abitazione (un appartamentino di due stanze nella città di Exeter): 644 sterline l'anno, cioè 91 sterline al mese (il 18% in più rispetto all'anno scorso). Una cifra altissima per lei che vive con la sola pensione statale. «Ho pensato - ha detto lasciando il tribunale ieri mattina - che era arrivato il momento di far qualcosa perché così non si può andare avanti: ho venduto la macchina e ipotecato la casa. Vogliono mandarmi in prigione? Sono pronta».
Una settimana fa al tribunale di Barnstaple (Devon) si era presentata la prima dei ribelli, Elizabeth Winkfield, 83 anni. Anche lei come la signora Hardy rifiuta di pagare la council tax (98,80 sterline al mese per lei che vive in un bungalow). In precedenza, migliaia di pensionati avevano manifestato per le vie di Londra: gli slogan erano gli stessi scanditi nel 1990 contro la poll tax, la tassa introdotta dal governo conservatore. Allora diciotto milioni di inglesi rifiutarono di pagare la tassa pro capite uguale per tutti a prescindere dal reddito. Il governo Tory venne punito severamente nelle elezioni locali. E la signora Thatcher fu costretta ad annunciare le sue dimissioni nel novembre di quell'anno.
La storia rischia di ripetersi e non è un caso che il governo Blair stia pensando ad alternative alla council tax che attualmente viene fissata non tenendo conto del reddito ma della posizione (cioè della fascia) in cui si trova l'abitazione. La rivolta attraversa il paese: da nord a sud, dalla Scozia alla Cornovaglia si stanno organizzando assemblee locali e manifestazioni. In questi giorni a Londra si sono svolti meetings nei quartieri più colpiti dagli aumenti, cioè quelli delle zone 2 e 3 che sono sì centrali ma ancora per lo più popolate da quella che nel `90 si sarebbe definita working class. Basta percorrere le strade del quartiere multietnico di Hackney (zona 2) per rendersi conto che gli edifici sono per la maggior parte popolari. Abitazioni del comune, affittate (o acquistate) da gente non certo ricca. Eppure sono nella zona 2 quindi rientrano nella fascia alta della città.
Qui la council tax supera spesso le 100 sterline mensili: una mazzata per chi, come John, fa lavoretti saltuari e vive con la madre ed un altro ragazzotto (al quale affitta una stanza per pagare, nei fatti, proprio la council tax). John partecipa all'incontro di fondazione di Respect, la coalizione formata tra gli altri dall'ex deputato laburista George Galloway e dal regista Ken Loach. Che di council tax (e poll tax) se ne intende: i protagonisti dei suoi film (da «Riff Raff» a «Piovono pietre», a «Ladybird Ladybird») lottano per sopravvivere. Loach è durissimo nella sua denuncia del new Labour: «Un governo - dice all'affollata platea - che è una vergogna per questo paese, per le bugie e per le politiche di destra che sta imponendo sulla nostra testa». John, assieme ad altri cittadini di uno degli isolati popolari del quartiere di Haringey, ha organizzato un comitato di lotta. «Quest'anno - spiega - il council (consiglio di quartiere) vuole aumentare la tassa sulla casa del 5-6%. Il che vuol dire che ci ritroveremo a pagare più di 100 sterline al mese». Impossibile, per molti di quelli che sono intervenuti martedì al West Asian Centre. Spiega Liz: «Io vivo con mia madre in un monolocale. Lei dorme nella stanza da letto, io nel salottino. Abbiamo comprato questo appartamentino con i risparmi di una vita. Adesso, oltre ai soldi che paghiamo per il mutuo ci chiedono 100 sterline per la council tax».
Il comitato di lotta ha già organizzato manifestazioni davanti al council e alla «surgery» (l'ambulatorio, cioè l'ufficio dove il deputato locale riceve i membri del collegio elettorale) di Barbara Roche, parlamentare Labour di zona. Blair aveva lasciato intendere nei giorni scorsi che c'era spazio per una radicale riforma della council tax. Impresa ardua, si direbbe, vista la risposta del consiglio del West Oxfordshire (che pensa ad un aumento del 33% per quest'anno) che ha chiesto al governo «di starsene fuori dalla disputa perché non ha alcun diritto di intervenire nelle decisioni locali».
ilmanifesto.it
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3000 PERSONE IN CORTEO CONTRO DISCARICA NEL CASERTANO
Oltre tremila persone, rappresentanti di associazioni agricole, di associazione ambientaliste, parlamentari, rappresentanti di numerosi comuni dell'agro aversano e di Capua hanno partecipato alla manifestazione di protesta contro la discarica di Parco Saurino, a Santa Maria la Fossa, nel Casertano. La marcia per la salute, così come è stata chiamata l'iniziativa che ha avuto come promotrici numerose donne di Casal di Principe, ha interessato in prevalenza cittadini di alcuni comuni dell'agro aversano che si sono uniti, poi, a quelli di Santa Maria la Fossa e Grazzanise. Due cortei partiti da Casal di Principe e da San Cipriano d'Aversa, dopo avere attraversato i rispettivi centri storici si sono uniti per raggiungere la discarica di Parco Saurino, presidiata da domenica scorsa da centinaia di persone. La struttura è stata di nuovo sequestrata dalla Procura di Santa Maria Capua Vetere per motivi igienico sanitari e, dunque, per rischio ambientale. Secondo quanto si è appreso, il provvedimento della magistratura è da mettere in relazione con gli impegni assunti ma disattesi dal Commissariato di Governo sull'emergenza rifiuti e dai responsabili della struttura all'atto del dissequestro di Parco Saurino il 2 settembre scorso, una quindicina di giorni dopo il blocco delle attività deciso dalla stessa magistratura sammaritana.
Alla manifestazione hanno partecipato parlamentari eletti nella zona ,di maggioranza e di opposizione, il gruppo consiliare della Provincia "Oltre l'Ulivo", rappresentanti di Forze Politiche del centro sinistra di Casal di principe, rappresentanti di associazioni cattoliche di San Cipriano d'Aversa e di Casal di Principe. "E' una protesta di popolo, senza distinzioni di tessere o di appartenenza", hanno spiegato i sindaci di Santa Maria la Fossa, Bartolomeo Abbate e di Grazzanise, Enrico Parente, due comuni poco distanti da Parco Saurino. Abbiamo necessità che finalmente si bonifichi il territorio casertano, dai confini di Giugliano fino a Mondragone. "In provincia di Caserta - hanno confermato i due sindaci - c'é una concentrazione di rifiuti che non trova precedenti nel resto della Regione. Occorre fare molto di più per ridare serenità e soprattutto salvaguardare la salute di migliaia di cittadini". Sul problema rifiuti ed in particolare sulla critica situazione della zona compresa tra l'agro di Capua e l'agro aversano si è occupato,con una seduta monotematica, anche il consiglio provinciale. "E' facile in questi casi dire : l'avevo detto. Ma è così - ha dichiarato il presidente della Provincia Riccardo Ventre - Da sette anni mi batto per far comprendere alla regione al Commissariato di governo per l'emergenza rifiuti che Terra di lavoro non può diventare la pattumiera della Campania, o addirittura d'Italia. Paradossalmente - ha aggiunto Ventre - la nostra provincia sta pagando a caro prezzo la sua efficienza perché chi si era attrezzato, in tempi non sospetti, per smaltire e gestire l'intero ciclo di rifuuti oggi si trova a dovere supplire alla mancanza di coloro che, più o meno colpevolmente, si sono fatti cogliere impreparati".
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GIULIETTO CHIESA A suo tempo e luogo
Il nostro tempo compresso e il respiro degli altri
Negli ultimi tempi mi è capitato spesso di rispondere a domande sul "tempo". Non credo che sia un caso.
E' perché noi siamo presi in un vortice - possiamo chiamarlo magari globalizzazione americana - che sta cambiando i nostri connotati temporali.
Molti non se ne rendono conto ma noi siamo sotto choc. Un sociologo americano lo ha chiamato, appunto, "choc da globalizzazione". Tutto sta diventando troppo veloce, il tempo cioè si comprime. E noi ne soffriamo, come soffriamo quando l'aria è sporca e piena di gas, come quando mangiamo dei cibi o beviamo vivande di cui sospettiamo. La compressione del tempo è una violazione dell'ecologia umana.
Viene da chiedere: è indispensabile? E' un dato di natura da cui non possiamo prescindere? Io non credo. Io penso che sia una specie di diavolo ex machina dal quale dobbiamo difenderci.
Anche perché, se ne soffriamo noi, noi europei, noi occidentali, noi che Alexandr Zinoviev considera alla stregua di una mutazione specifica (e irripetibile) ad alta produttività, figuriamoci come possono sopportare questa compressione del tempo altri popoli e genti del pianeta che non sono stati creati ad alta produttività, e che non hanno la minima intenzione di diventarlo nel "tempo" delle prossime dieci generazioni.
C'è un bellissimo proverbio russo che, quando mi trovo a ragionare del "tempo" come quarta dimensione della teoria della relatività, mi capita sempre di citare. "Per noi, noi russi, cento chilometri non sono distanza e cento anni sono appena un sospiro".
E la Russia non è neanche troppo distante da noi. I Russi sono quasi uguali, a prima vista. Hanno lo stesso teatro, lo stesso cinema, una letteratura di cui noi europei abbiamo gioito e gioiamo da tre secoli. Ma sono anche parte dell'Asia, e questo solo fatto, questo essere un ponte tra due civiltà, li fa diversissimi rispetto al tempo.
Loro - si potrebbe dire usando ancora Zinoviev - sono un popolo a minore produttività rispetto a noi. Ed è quindi inutile pretendere da loro comportamenti "temporali" identici ai nostri, o anche soltanto analoghi. Dove cento chilometri sono una passeggiata da fare a piedi, non può esserci la stessa idea di produttività del lavoro di luoghi dove ogni centimetro quadrato di terra è già stato cablato, dove c'è internet senza fili, dove tra provincia e città non c'è più differenza.
E, per noi che metabolizziamo una novità nel corso di una giornata, e la dimentichiamo nel corso delle successive 24 ore, cento anni sono un'entità sconosciuta, mentre per loro sono un sospiro, il sospiro di due generazioni e mezzo (perché, non dimentichiamolo, loro vivono anche meno di noi).
Da qui uno degli errori più clamorosi della cultura americana, che è priva di questa profondità temporale, è tremendamente piatta, e per questo incapace di concepire l'idea che altri popoli di questo pianeta vivano in altri tempi, e percepiscano il tempo e la storia in altre forme.
Da qui la tremendamente stupida presunzione (stupida come tutte le presunzioni) che altri debbano percorrere la nostra strada.
Ma come potrebbero se il loro tempo è diverso? Perché un tempo diverso significa anche la possibilità di scegliere sentieri diversi; significa che quella che per noi è una scorciatoia, per loro è una sciocchezza inutile, che non è bene seguire perché piena di pericoli. Pericoli che noi non vediamo, e loro vedono, proprio perché il loro sguardo è più lungo del nostro, proprio perché il tempo che dedicano al pensiero è più vasto rispetto a quello che serve loro per l'azione.
Questo tempo più lungo li fa più deboli tecnologicamente, questo è vero. Ma l'essere tecnologicamente più deboli significa forse essere inferiori?
Vengo da Mumbai, dove ho visto il Forum Sociale Mondiale. Ho intenzionalmente usato la parola "visto", perché là era possibile "vedere" un tempo diverso. Noi viviamo delle nostre immagini, le esportiamo in tutto il mondo (perché, di nuovo, siamo tecnologicamente più forti). Ma è l'inganno di chi crede di guardare il mondo e, invece, si guarda nello specchio. A Mumbai c'era quel mondo che noi non vediamo quasi mai, che non conosciamo. Quei piccoli boscaioli vietnamiti, dalle gambe arquate e dalle mani nodose; quei vecchi contadini dei Gujarat, con gli occhi immmersi nella pazienza infinita di chi attende da generazioni lo scaturire dalla terra della piantina di grano, quei minatori del Nepal usciti come da libri antichi, quelle prostitute della Thailandia venute a Mumbai, chissà come e perché, a manifestare per i loro diritti, dicevano che sì, il mondo è globale, ma non come noi lo pensiamo. E' globale e plurale, e non potrà essere che così. E diventava chiaro quanto inani siano gli sforzi di coloro che pretendono di forzare le cose, e quanto pericolose, per noi e per loro, siano le pretese di farlo con la forza. Perché turbare la natura umana è la stessa cosa che turbare l'universo.
Dice un altro proverbio asiatico che il bambino nasce in nove mesi, e non si può farlo nascere in quattro, perché morirà. Il tempo è una parte di noi, e ogni popolo ha il proprio, non tanto come scelta, non solo come effetto di una civiltà, ma come parte del proprio organismo. Il tempo della luna e del sole, il tempo degli astri. Noi ne siamo parte integrante. La nostra tecnologia segue logiche diverse da quelle della Luna, ma non può accelerarne il corso interno, che la Luna ha impresso in ciascuno di noi.
Ecco perché anche noi, individui ad alta produttività, cominciamo a soffrire di questa accelerazione esogena, violenta. Perché anche il nostro tempo è violato.
golemindispensabile.it
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ORA BASTA, GIU' LA MASCHERA !
Mentre riflettevo sugli accadimenti degli ultimi giorni e sulle relative decisioni assunte da alcuni partiti del centrosinistra sardo, mi è ritornato in mente un fatto risalente al mio impegno politico giovanile. All’epoca, vent’anni orsono, il compagno che mi fu maestro di militanza ed arte politica ebbe ad accorgersi che gli avevo mentito al solo fine di conquistare una maggioranza durante un’assemblea. A quel punto, il caro amico mi portò a ripensare a lungo sulla mia menzogna e mi fece notare come il mentire avesse già in sé la propria punizione, che peraltro si alimenta da sola fino a far perdere ogni rispetto e credibilità a chi altera la verità. Mi resi allora conto di quanto fosse fondamentale non mentire nella pratica e nel confronto politico, di quanto fosse terribile perdere la propria autorevolezza e credibilità agli occhi di chi cerca con te un serio, leale e costruttivo confronto, da chi aspetta da te risposte ed impegni concreti. E nel ragionare intorno al tema della menzogna in politica – oramai divenuta pratica abbondantemente utilizzata – con il tempo e con il passare degli anni, mi resi però conto che la tragedia di chi abitualmente finge, inganna e asserisce il falso non si esaurisce certo nella semplice perdita di credibilità. Questo perché il vero dramma per un politico che propugna menzogne è che in verità, lui per primo, non potrà mai credere a nessuno! Pensateci un attimo, ragionateci sopra e vi convincerete infatti che se un uomo sa, nel profondo del suo cuore, di essere un bugiardo patentato, un mistificatore, un ipocrita, quando mai potrà attribuire sincerità, onestà o integrità morale a chiunque altro? Ecco spiegata la farsa di questi ultimi giorni, la pratica del passarsi il cerino acceso di mano in mano, quella del dimettersi e subito dopo rimettersi a strategici e falsi unanimismi assembleari, quella del prender tempo e per il culo il prossimo, pensando peraltro di essere l’ombelico del mondo, il centro dell’universo. Ancora una volta abbiamo avuto la prova provata che questi insulsi strateghi della politichetta condominiale non hanno capito che proprio in questo loro atteggiamento risiede lo svilimento della nobiltà della politica, il fatto che i cittadini non credano più ai partiti e che se ne allontanino come alla peste. La gente non comprende, non capisce queste manovre da saltimbanco, vede semmai solo nani e ballerine che si agitano in un indegno spettacolo, mentre non trovano più le forze per arrivare a fine mese con il loro stipendio, senza nutrire più speranze per i loro figli. Ma loro, quelli che continuano a sparlarsi addosso sotto l’egida dell’Ulivo, proprio non se ne curano; per loro tutto questo non fa differenza, non cambierà quello che hanno comunque in mente di fare fin dall’inizio, in questo caso rovinare la festa a Renato Soru e a tutti quelli che hanno creduto in lui. Loro vedono le cose in modo diverso dalla grande parte della gente, laddove noi vediamo bianco loro vedono nero e mai ammetterebbero di avere torto. Credono alle loro menzogne perché nella loro mente contorta ed offuscata queste gli paiono assolute verità, le uniche che contano. E credono anche che al mondo tutto sia stato creato a loro uso e consumo, senza alcun limite, neppure alla decenza. Noi, o chiunque altro si metta sulla loro strada - e non perderanno senz’altro il sonno per questo – rappresentiamo solo un ostacolo all’affermazione della loro parzialità, del loro più diretto e personale interesse. Ma veramente i Ds pensano che la loro ultima ed unanime decisione di vertice, buona sola per prendere tempo e per rinviare la resa dei conti, sarà compresa dalla loro base, dai loro iscritti che si attendevano un chiaro si o un chiaro no alla candidatura di Renato Soru ? Pensano veramente che questi ultimi tre mesi di latitanza politica e decisionale non porteranno ad una punizione dal proprio corpo elettorale? Avevano una sola possibilità per riscattarsi, quella di confrontarsi lealmente, magari anche di dividersi al loro interno, prendendo però finalmente una decisione, chiara, trasparente ed inequivocabile, che facesse i conti con le responsabilità di chi ha messo il partito in un angolo solo per meschini interessi di parte. Hanno preferito invece prendere tempo, rilanciando sostanzialmente un documento vecchio di tre mesi, hanno preferito difendere costi quel che costi una falsa unità e ragione di partito, piuttosto che quella delle genti di Sardegna, ed un minuto dopo hanno ricominciato a brigare tra di loro, l’un contro l’altro armati di menzogne. Hanno insomma perso la loro credibilità e non v’è speranza alcuna che qualcuno riesca a convincerli del contrario, saranno in verità loro – continuando così – a distruggere l’unità del centrosinistra, a consegnare a Pili la vittoria alle prossime elezioni regionali. Avremo potuto, per tempo debito e giocando d’anticipo sul centrodestra, superare tutti gli ostacoli con una facile, condivisa e comprensibile operazione, quella delle elezioni primarie. Questo avrebbero dovuto decidere i partiti: regole, procedure, protocolli per svolgere trasparenti e vincolanti elezioni primarie per la scelta del leader. Avrebbero dovuto scegliere al loro interno il migliore e spendibile candidato da contrapporre a Renato Soru, accettando il risultato finale. Questo non è accaduto e verosimilmente non accadrà mai perché hanno paura fin da adesso di essere delegittimati dai loro elettori, perché non hanno figure e personale politico che possa confrontarsi alla pari con Renato Soru, avendo spesso (non tutti in verità) allevato al loro interno una classe dirigente costruita sulle tessere, quelle fatte con l’elenco telefonico ed annientato invece coloro che potevano essere d’intralcio alle loro scalate, che hanno avuto il coraggio di mettersi in discussione. Esempio lampante lo abbiamo ancora oggi nel sito dei Ds di Cagliari, con il linciaggio, la gogna, il processo alle intenzioni e la solita travisazione delle parole che è stata fatta sull’intervento del segretario cittadino della sinistra giovanile di Quartu S. Elena, che “poverino” si è permesso di dissentire e di criticare la linea ufficiale del partito. L’episodio mi ha riportato ancora una volta indietro nel tempo, quando tutto era più genuino, quando non si aveva paura di scendere per le strade con il banchetto radicale per chiedere ai cittadini l’elemosina di un libero contributo, per finanziare le nostre attività e poter dare finalmente la voce a chi non aveva una patria politica ed una rappresentanza. All’epoca erano quelli della FIGC, erano i giovani socialisti e repubblicani, erano i demoproletari ed il fronte della gioventù, era il confronto e lo scontro, era la critica delle formazioni giovanili dei partiti ai loro fratelli maggiori, l’ironia e forse anche l’incoscienza, era lo scontro generazionale, era sudore, fatica e “sangue”. Solo i migliori e i più arrabbiati venivano fuori, reggendo il peso della loro radicale contestazione al sistema. Tutto questo è sparito, è scomparso il gusto e l’allegria di fare le cose, di stare insieme, anche di prendersi troppo sul serio; ahimè ci rimangono i girotondi a corrente alternata, i tricicli di comodo, le alchimie partitiche che non riusciamo più a comprendere. Ah, sì, dimenticavo: sono rimasti al loro posto coloro che tirano le file e decidono le fortune politiche, le candidature e le poltrone, che elargiscono incarichi e propalano aria fritta da vent’anni, che non si fanno da parte e che al massimo hanno passato la palla a qualche loro galoppino o sottopancia, quelli che all’epoca prendevamo a pappine tanto erano insulsi e che hanno fatto carriera esercitando la puntuale menzogna. Non ci interessa prendere il loro posto e acchiappare un cadreghino, non ci candidiamo ad essere nuovo sistema di potere e di prebenda. Abbiamo già avuto, ma soprattutto abbiamo dato e continueremo a dare. A dare anche in testa a chi cerca di cavarsela a buon mercato mimetizzando le proprie responsabilità, a quelli che cercano di annientare politicamente l’avversario, magari con armi improprie e vendette trasversali, con le menzogne che si costruiscono poi in verità sui giornali. Abbiano una volta tanto il coraggio di uscire allo scoperto, di accettare la sfida e lo scontro, ad armi ed urne pari. Noi siamo qui, alimentiamo la memoria e coltiviamo la speranza che si facciano da parte, una volta per tutte. soruforpresident.org
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MISTER X
Il declino del capitalismo italiano. Visto dall'interno
VALENTINO PARLATO
«Non fare il mio nome, ti prego. Sono troppo arrabbiato e sto dicendo cose esagerate. Se vuoi proprio chiamami mister X e basta». Accetto? Incontro mister X nella sua bella panoramicissima casa romana e ascolto. Lo conosco da poco più di vent'anni, una volta ci siamo anche duramente scontrati, ma poi ogni tanto ci vediamo in amicizia. Il capitalismo italiano lo conosce bene, c'è dentro e non da comprimario e poi ha un'attenzione straordinaria ai particolari, alle cose che uno con il suo ruolo dovrebbe considerare trascurabili. Per esempio, la capacità di un importante personaggio di avere un volto che non tradisce mai le emozioni. Oppure chiede di sapere che combina il precedente direttore de il manifesto, gli piacciano molto le sue jene.
Lo conosco da tanto, ma non lo ho mai visto così esasperato, parla solo lui ed è quasi impossibile fare domanda. «L'economia italiana è un disastro. Luciano Gallino ha lucidamente illustrato da quanti settori la nostra industria sia stata esclusa. Ora sta andando a Patrasso anche l'industria alimentare. Il crollo di Parmalat e Cirio, non dipende solo dagli imbrogli, in parte diventati obbligatori per sopravvivere, ma dalla scarsa competività. Caro Valentino, quando non ci sono profitti tutto va a rotoli. E poi, aggiunge, non è mica finita. Adesso sotto il fuoco ci sono le banche, i cui dirigenti rischiano anche processi. E che vuoi che facciano ora le banche? Non rischieranno più nulla: non faranno più credito alle industrie, soprattutto alle medie e piccole che sono il nostro sistema industiale, ma chiederanno i rientri. E tu lo immagini quel che accadrà? Quanti fallimenti a catena avremo con disoccupazione e tutto il resto. Adesso siamo alla liquidazione dell'acciaio, Terni, Cornigliano, Taranto etc. E' chiaro che in Italia la produzione dell'acciaio non è più conveniente: la Cina ci strabatte e tra un po' prevarrà anche nell'automobile, che già da noi, in Italia, non va tanto bene. Adesso - prosegue (impossibile interromperlo) - siamo alla liquidazione della compagnia di bandiera l'Alitalia. Stando le cose come stanno o fallisce o si dissolve nell'accordo con Air France e Kalm. L'Italia sarà fuori dal trasporto aereo, cioè fuori da tutto, non solo dal turismo, ma dagli affari, dai contratti, da tutto: pura periferia abbandonata. E poi anche Bankitalia che subisce: ci fosse Carli sarebbe tutta un'altra storia».
Alla fine è lui a farmi una domanda alla quale non so rispondere.
Mi dice: «Ma tu lo sai quanti voli con la Cina fanno la Lufthansa e l'Air France?». Taccio e lui dice «36 voli Lufthansa e 26 Air France». E prosegue «Lo sai quanti voli con la Cina fa l'Alitalia?» taccio ancora e lui mi dice «Nessuno».
E poi continua «non è solo l'industria che va male, va male anche la politica. Giulio Tremonti, che si autodefinisce colbertista, non ha il coraggio di statalizzare l'Alitalia e rimetterla in volo. Tremonti è intelligente ma non ha il coraggio di fare un'intervista deciso su quel nodo strategico che è l'Alitalia. Ma se Atene piange, Sparta non ride: che dire dell'opposizione? Si vota l'art. 1 della legge Gasparri, la cui bocciatura avrebbe comportato la liquidazione della legge, che già non piaceva al presidente della Repubblica e i parlamentari Ds mancano al voto. Incredibile o sintomatico di uno sfascio. Berlusconi a Porta a Porta ha raccontato cose che hanno irritato tutti gli italiani, anche quelli che hanno votato e forse voteranno per lui, ma quella che dovrebbe essere l'opposizione dov'è?». Il nostro mister X è un uomo del capitale, uno di quelli che dice che senza profitto non c'è progresso e che ha diretto e, purtroppo, vinto duri scontri di classe, ma anche lui non ne può più. «Mi raccomando, chiamami mister X e basta» così conclude.
ilmanifesto.it
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L’INTERVISTA
Penati (Ds): sono spaccati, ritroveranno l’unità solo se arriva l’ordine da Roma
dal Corriere - 26 febbraio 2004
«Se ritrovano unità, è soltanto per un’imposizione romana. Corrono da Berlusconi per ogni problema: quest’ultimo viaggio di Ombretta Colli sull’aereo del premier è l’ennesima prova delle debolezza della Casa delle Libertà». Filippo Penati parla dal cellulare, durante un trasferimento fra un comune e l’altro: la campagna elettorale del candidato sindaco del centrosinistra prosegue senza sosta, con nuovi entusiasmi dati dalla notizia che la Lega corre da sola. Un incoraggiamento?
«La prima considerazione è che aprire continuamente scontri a livello istituzionale e provocare strappi alla fine lascia strascichi nella coalizione. A questo punto, credo che la Lega abbia fatto bene a sciogliere gli indugi e decidere di giocare in proprio».
Facendovi un favore.
«A dire la verità, guardando i dati degli ultimi sondaggi, compreso quello sul gradimento di sindaci e presidenti che segnala il calo della Colli, emerge chiaramente che anche con la Lega, il Polo non supera il 50 per cento al primo turno. Anzi, non escluderei che proprio queste considerazioni abbiano contribuito a convincere la Lega a muoversi in proprio».
E se all’ultimo si ricompattano?
«È una possibilità molto plausibile. Ma, ripeto, se troveranno unità è soltanto per un’imposizione romana: dovrebbero rimettersi insieme con due rotoli di nastro adesivo, pensando alle convenienze politiche e non ad un programma realmente condiviso. La Colli sta pressando il premier, perché sa che altrimenti la battaglia è più difficile».
Lei non avrebbe fatto lo stesso?
«A dire la verità, il centrosinistra milanese e provinciale ha fatto tutto da solo. Noi abbiamo chiuso primi in Italia un accordo con un’unità vera per la sfida alle provinciali: Roma non è intervenuta e direi anzi che abbiamo dato noi un contributo alla coalizione nazionale. Noi non siamo debitori con nessuno».
Cosa intende dire?
«Che invece di chiedere la Consob e la Rai, bisognerebbe riportare a Milano l’autonomia di palazzo Marino e palazzo Isimbardi. Corrono dal premier per ogni questione, finiscono con il pietire 192 milioni di euro che erano il minimo promesso e dovuto. È chiaro che se chiami sempre in causa il capo, alla fine gli devi qualcosa...».
Un messaggio per Zanello?
«Dal momento che oggi è il solo candidato del centrodestra, visto che abbiamo scoperto che la Coli ha ancora delle riserve e invece noi eravamo convinti che avesse già detto sì davanti ai cancelli di Arcore, mi rivolgo a lui volentieri. E gli rilancio l’appello che la Colli ha lasciato cadere: organizziamo una serie di incontri pubblici per confrontarci, senza risse e senza ideologismi, sui temi programmatici che interessano agli elettori».
In cosa siete vicini alla Lega?
«Soprattutto nella battaglia sulla Provincia di Monza e Brianza, che la Colli non ha mai condiviso: su questo, riconosco alla Lega una grande coerenza e un impegno forte. Dobbiamo continuare a lavorare insieme, per portare a casa un risultato che ora sembra veramente a portata di mano».
E. So.
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LA BASE LUMBARD
Già pronti slogan e gazebo «Dobbiamo fermare l’ondata della vecchia Dc»
«Dobbiamo smarcarci rispetto ad una coalizione che non mantiene i patti»
I manifesti elettorali con i quali i leghisti di Bergamo pompano benzina nel serbatoio del loro candidato alla guida della Provincia recitano: «Stucchi presidente contro Roma ladrona». A Brescia, uno dei teoremi sui quali si regge la mobilitazione lumbard in vista del voto di giugno è il seguente: «Scegliendo Lega, scegliete la contrapposizione frontale alla palude romana, alla conservazione fine a se stessa». E basta immergersi in una delle valli alpine a nord di Lecco per scoprire quanto sia scarsamente percepito nella base leghista il senso d’appartenenza alla Casa delle Libertà, «spesso vissuta - conferma il segretario Giulio De Capitani - più come contenitore, come variante tattica, che come famiglia politica costruita attorno a tematiche e sensibilità davvero condivise». Sembra quasi di sentirlo quindi il sospiro di sollievo con il quale, dal Bergamasco al Bresciano, passando per Lecco e Sondrio, il popolo di Bossi ha accolto la decisione del consiglio federale di affrontare in totale solitudine e con il coltello tra i denti la prossima tornata elettorale. Che poi in palio ci siano poltrone da sindaco o presidenze di Provincia, poco importa. Perché, come afferma Matteo Salvini, segretario milanese e regista di Radio Padania Libera, «stavolta lo scontro non è tra Destra e Sinistra, ma tra Nord e sistema romano. E quindi poco conta se a Roma governa il Polo o l’Ulivo». Lega a tutto campo, con le mani libere. Lega che in Lombardia, dove spesso la Casa delle Libertà è vissuta come una camicia di forza, vuole capitalizzare consensi da rovesciare poi sul tavolo-palude delle riforme mai partite.
Qualche settimana fa, a Lecco, il ministro Roberto Castelli, introducendo una serata con il Senatur, disse: «Ringrazio di cuore i vertici del movimento per aver deciso di correre da soli: avrei provato un grande fastidio a fare campagna elettorale al fianco di partiti che vogliono dare il voto agli immigrati». Che sia la Valtellina o la Val Brembana, la Bassa Bresciana o i pioppeti del Po, l’insofferenza verso i Fini, i Follini e i Buttiglione sta ormai tracimando.
Andare soli alle urne a Bergamo e a Cremona (dove si voterà per Comune e Provincia), oltre che a Milano, Brescia, Lecco, Lodi e Sondrio (solo Provincia), così come in centinaia di piccoli centri lombardi, diventa quindi una valvola di sfogo. Dalla quale esce di tutto. «E’ da mesi che la base chiede di smarcarsi rispetto ad una coalizione che non mantiene i patti» tuona da Bergamo il segretario del Carroccio, Franco Colleoni.
«In trincea, in trincea» è il grido che si alza da Brescia, dove già un anno fa la Lega si presentò sola alle comunali. Stavolta però gli animi sono decisamente più accesi: «Abbiamo alleati che si preoccupano solo di governare per governare, adesso basta - afferma il segretario Massimo Gelmini -. La valenza politica di questo voto è altissima, vogliamo essere determinanti».
In Valtellina il segretario Giulio De Capitani non nasconde il sollievo di correre da soli («Un imbarazzo in meno»), ma puntualizza: «Non faremo campagna elettorale contro gli alleati della Casa delle Libertà: andremo per la nostra strada. A patto naturalmente che gli altri ci rispettino, altrimenti risponderemo come sappiamo...».
«Fermare l’ondata diccì» non è soltanto uno slogan da gazebo: è un’ossessione, un incubo alimentato dallo spettro della marginalità, dal possibile riaffiorare di istinti secessionisti, dalla fine del sogno federalista. Tutto in un voto. Vissuto come una sorta di Piave.
Francesco Alberti
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Ds Milano - Rassegna stampa
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Telekom Serbia: si dimettono dalla Commissione i parlamentari dell'opposizione
di red.
Si sono dimessi tutti i parlamentari dell’Ulkivo e di Rifondazione comunista della commissione Telekom Serbia. La decisione è stata annunciata con una lettera ai presidenti di Camera e Senato. A presentare le dimissioni sono stati i deputati Ivo Collè, Giuseppe Fanfani, Giovanni Kessler, Renzo Lusetti, Marco Minniti, Umberto Ranieri, Giovanni Russo Spena, Italo Tanoni e Katia Zanotti e i senatori Michele Lauria, Guido Calvi, Giampaolo Zancan, Franco Righetti, Pierluigi Petrini, Accursio Montalbano, Massimo Bonavita e Paolo Brutti.
«Rassegniamo nelle sue mani le nostre dimissioni, in coerenza con la finalità esposta e con quanto da noi sostenuto in reiterate occasioni». Si conclude così la lettera recapitata questa mattina dai deputati di opposizione al presidente della Camera Pier Ferdinando Casini. «Nella nostra lettera del 20 gennaio scorso - ricordano a Casini i deputati - abbiamo posto il problema della credibilità e della legittimazione della commissione di inchiesta sull'affare Telekom Serbia».
«Da quella data non partecipiamo ai lavori, in attesa di un intervento chiarificatore. Prendiamo atto dell'impossibilità dei presidenti delle Camere ad intervenire nelle determinazioni assunte dalle commissioni di inchiesta. Riteniamo tuttavia - prosegue la lettera di dimissioni- che la questione da noi prospettata vada oltre la censura di una particolare decisione e riguardi piuttosto l'uso che il presidente e alcuni commissari hanno fatto delle loro funzioni, in relazione alle manovre per inquinare i lavori provenienti dall'esterno e dall'interno della commissione».
«D'altra parte - si legge ancora - la risposta della commissione alle nostre istanze è stata ed è un burocratico continuare di riunioni a ranghi ridottissimi, con ulteriori comportamenti ai limiti del regolamento (come la decisione di sentire una persona come testimone, assunta da un numero di commissari largamente al di sotto della soglia minima prevista)».
«Nel frattempo - proseguono i commissari di opposizione - l'autorità giudiziaria, in una recente decisione, ha ribadito come l'azione criminosa di Marini si sia sviluppata in una rete di complicità sulle quali è più che mai necessario fare chiarezza. Come del resto confermato dall'arresto del faccendiere Volpe. Sarebbe stata, pertanto, necessaria un'iniziativa della commissione volta ad accertare l'esistenza e l'estensione di eventuali collegamenti e complicità interne con il disegno calunnioso di Marini e dei suoi complici».
«Abbiamo più volte segnalato le circostanze che imponevano questi accertamenti. Ciò soltanto avrebbe consentito alla commissione di proseguire con serenità e credibilità i propri lavori. Ma nessuna seria iniziativa è stata intrapresa», dicono ancora i parlamentari.
«Anzichè sgomberare il campo dai sospetti - denunciano a Casini- la commissione e il suo presidente hanno opposto ostinati silenzi e comportamenti omissivi che quei sospetti avvalorano. A questo punto – concludono - l'unica via per restituire dignità alla commissione e credibilità ai suoi lavori è favorirne lo scioglimento per una successiva immediata ricostituzione, senza quei componenti che ne hanno deviato le funzioni e screditato l'operato».
unita.it
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La riguerra di George
STEFANO BENNI
Popolo americano e popoli sudditi, ho una grande notizia per voi. Abbiamo vinto la guerra in Afghanistan e in Iraq con poche perdite. Abbiamo portato la pace in quei paesi e da allora ci muoiono decine di marines e civili ogni giorno. Questa è la prova che la guerra è meglio che la pace. Perciò ho una buona notizia: una nuova grande guerra sta per iniziare. Contro un nemico ancora più subdolo e pericoloso di Osama e di Saddam.
Questo nemico è il CLIMA.
Questa sigla significa in realtà Complotto Leninista Internazionale per Massacrare l'America. Ma il Pentagono li ha scoperti, e niente li salverà dalla nostra ira. Essi vogliono attaccare le nostre coste con iceberg e tornadi, invaderci con bufere di pioggia e neve, inaridire i nostri fiumi e destabilizzare il quadro internazionale: ma non cederemo alla loro basse pressioni e alle loro funebri isobare.
Non ci lasceremo intimidire!
In Africa il CLIMA ha un piano per desertificare il continente, di modo che i Bongo Bongo chiedano acqua al posto delle nostre armi, e magari si ribellino attaccando i nostri bananeti e pretendano di abbeverarsi al nostro glorioso Mississipi...
Ma ciò non accadrà: abbiamo già spedito sul posto un milione di distributori di Coca-Cola, ognuno guardato a vista da un marines anti-scasso. Così il problema della sete è risolto.
Inoltre abbiamo mandato latte in polvere tossico e medicinali da esperimento. I morti, generalmente, non bevono.
In quanto all'inquinamento e al buco dell'ozono, qualcuno ha osato incolpare le nostre aziende petrolifere, le nostre auto, i nostri utili disboscamenti. Accuse da comunisti obsoleti, pagati dalle lobby dei camini e delle biciclette.
Non ho firmato il protocollo di Kyoto perché dopo Pearl Harbour non mi fido dei giapponesi, e poi non so cosa vuol dire protocollo. Ma so benissimo cosa vogliono dire Effetto Serra e Buco dell'Ozono: sono subdole armi di sterminio di massa in possesso del CLIMA, specialmente del suo braccio armato chiamato Anidride Carbonica, nome in codice Co2, un gruppo terrorista che negli ultimi anni ha visto moltiplicare i suoi adepti nell'atmosfera.
Abbiamo già un piano per chiudere gli aeroporti americani a ogni volo che possa trasportare anidride carbonica. Ogni molecola in transito verso gli Usa dovrà fornire le impronte digitali. Sappiamo che tra gli iscritti alla Co2, ogni atomo di carbonio usa accoppiarsi in modo orgiastico e amorale con due atomi di ossigeno. Da ora in poi ogni reazione chimica di questo tipo verrà considerata associazione a delinquere. Non ci lasceremo certo intimidire da un biossido bisessuale.
Inoltre da oggi ogni iceberg che si staccherà dalla banchisa polare verrà bombardato. Anzi, bombarderemo la banchisa preventivamente.
Per evitare gli incendi nell'Amazzonia, la disboscheremo tutta. Questo l'ho già detto anni fa e lo ripeto.
Il governatore della California Schwarzenegger ha ordine di arrestare ogni onda anomala superiore ai quindici metri.
Ogni temperatura sopra i quaranta gradi verrà considerata propaganda antiamericana. Ogni campo da golf sarà dotato di irrigatori supplementari.
Non tollereremo parimenti che CLIMA attacchi le nostre città con piovaschi e grandinate. Tutte le nuvole di forma sospetta verranno bombardate.
In quanto alla desertificazione, abbiamo pronti dieci milioni di oasi gonfiabili.
Il progresso americano basato sul petrolio, sul golf e sul surf non teme nessuno.
Ma sappiamo che questo CLIMA ha un capo subdolo. Un signore che dopo avere creato il mondo non sa più gestirlo, un pessimo manager andato in crisi per qualche gas di scarico e qualche molecola sballata. Ebbene se questo signore, sostenuto da meteorologi terroristi e cirrocumuli bolscevichi , vuole dichiaraci guerra, troverà pane per i suoi denti.
Le chiese integraliste americane hanno un giro di introiti e proprietà che le ha fatte inserire tra le prime multinazionali del mondo. Se uniamo i soldi delle chiese e dei petrolieri possiamo non solo andare su Marte, ma molto più su, e bombardare molto molto in alto.
Non dite che sono un pazzo megalomane, so quello che dico.
Il CLIMA non ci spezzerà. Ed è inutile che Kerry mi attacchi. Lui è un veterano di guerra, io un imboscato, ma l'esercito è con me.
Marines, ognuno di voi da domani stia all'erta: ogni nuvola, ogni iceberg, ogni soffio di vento, può nascondere il complotto. Non respirate ossigeno, potrebbe essere una trappola del nemico! Saddam è nelle nostri mani, Osama sta per caderci e il CLIMA sta per conoscere la nostra vendetta.
God blast America.
Dio spazzi via l'America.
E noi spazzeremo via lui.
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Partecipazione e politica: una questione di comunicazione
Intervento di Sergio Cofferati all'incontro alla facoltà di sociologia dell’Università di Urbino, 24 febbraio 2004
Da almeno due anni la politica italiana è interessata da un fenomeno nuovo: la riproposizione di una voglia diffusa di partecipare alla vita politica in forma inedita, ma non per questo meno importante. Nel tempo recente sono comparsi movimenti identitari e l’associazionismo tradizionale ha trovato un impulso nuovo. Anche le vecchie organizzazioni di rappresentanza hanno incrementato i propri aderenti. C’è da chiedersi perché siano nati tanti movimenti e associazioni. Si tratta di un fenomeno nazionale che riguarda l’intero Paese. E’ un processo tumultuoso, fatto di tante cose diverse. La ragione principale è la voglia di essere coinvolti, di costruire il proprio futuro insieme alle forme di rappresentanza istituzionale e alla politica. Non basta votare e delegare qualcuno a rappresentarti sul piano della cittadinanza.
In ogni caso non vanno sottovalutate le forme tradizionali dei partiti, che però non riescono a coprire tutti gli spazi di una società moderna. Il partito ha il compito della sintesi e della mediazione. I movimenti hanno invece un carattere diverso e radicale, per la limitazione dell’agire e per i loro obiettivi, più ristretti. Non rappresentano aree vaste ma non per questo sono meno importanti. Le associazioni chiedono attenzione alla politica su problemi concreti, alcune di loro hanno obiettivi unici, per questo coprono spazi che la politica non riesce a coprire. Hanno una funzione di stimolo. Dicono ai partiti: ‘Noi avvertiamo i problemi così, voi cercate di risolverli’. La politica non deve avere paura delle forme associative, le deve vivere come agire comune. Chi ha il compito di mettere insieme la complessità e di mediarla, trova vantaggio nel fatto che c’è qualcuno che conosce tutto di un dato problema. Chi deve tener conto del bosco non deve preoccuparsi se qualcuno conosce tutto di un certo tipo di albero. Il rapporto delle forme associative con la politica è dialettico, sistematico, teso alla ricerca dell’obiettivo da risolvere insieme. La diffusa presenza di movimenti e associazioni rappresenta una forma nuova, inedita, perché non agisce più nei canali istituzionali e politici. La politica deve essere in grado di cogliere gli elementi positivi che vengono da queste associazioni e movimenti.
La dimensione collettiva è molto importante per una ragione: la voglia di partecipare è l’alternativa più completa ed efficace all’idea di plebiscitarismo che è in campo. La forma plebiscitaria è stata utilizzata anche nella disputa sul numero delle punte di una squadra di calcio... La mancanza di interlocuzione si può anche accettare per una squadra di calcio, ma non in politica. Si tratta di una strumentalizzazione delle regole disponibili: si comunica a reti unificate, si distorce il tema della previdenza, ma non si accetta il dibattito. L’interlocuzione è sempre più ridimensionata: è la forma prevalente utilizzata dal Presidente del Consiglio, alla quale gli altri si adeguano. Questa forma impoverisce progressivamente il tessuto della nostra democrazia perché riduce la dialettica. Non dà vantaggio ai cittadini e produce a lungo danni consistenti. Non basta percepirla ed esorcizzarla. Occorre avere un’alternativa concreta che esca dalla forma di rapporto diretto tra il leader e il cittadino. Se la forma plebiscitaria dovesse restare la forma di comunicazione prevalente, si rischia il deterioramento della democrazia. Dunque bisogna concretamente porsi il problema di agire dentro forme comunicative diverse da queste. E’ necessario partire dalla quotidianità ed evitare le forme tradizionali della comunicazione se sono condizionate da un monopolio più o meno esplicito. Guai a rinunciare all’idea che ci debba essere democrazia e pluralismo. Questa è una battaglia di civiltà che va fatta, non si può arretrare. Ma di fronte alle difficoltà che vanno messe in conto occorre accompagnare la propria idea di rapporto con i cittadini con iniziative concrete. Il plebiscitarismo ha bisogno di concentrare i mezzi di comunicazione e riduce a slogan tutto ciò che è complesso. Produce illusioni, non sogni, che possono, in virtù di illusioni non realizzate, avere una ricaduta negativa. La partecipazione, al contrario, ha bisogno di relazioni dirette e sempre bilaterali. E’ un modello completamente diverso e anche molto faticoso. La partecipazione, la voglia di esserci e di contare, porta le persone a stare insieme e a interloquire con la politica e le istituzioni. Deve essere una comunicazione diretta, molto fitta e continua. Questa forma di comunicazione diversa non può che cominciare dal territorio: occorre costruire piccoli reticoli che poi sommati insieme formano la maglia più larga. Occorre con pazienza rimettere in valore forme tradizionali non utilizzate nei canali tradizionali. La comunicazione radiotelevisiva, che ha un’età ancora relativamente giovane, nella prassi è considerata come strumento che esiste da sempre. Ma la forma di comunicazione più antica è la parola e nella comunicazione diretta è importante riscoprire la parola. La politica, le istituzioni, hanno bisogno di parlare con i cittadini. A me capita una cosa abbastanza singolare: per il mio lavoro precedente ho vissuto molta esposizione mediatica. Questo mi ha portato spesso a essere percepito in una dimensione irreale. C’è un’incredulità relativa a come sei, a come agisci, a come svolgi il tuo lavoro, perché sei conosciuto per il rimando mediatico, che passa dalla tv e dalla carta stampata. Le persone che ti conoscono perché ti hanno visto in video sono le prime ad aver bisogno di conoscerti attraverso il rapporto diretto. Nelle forme mediatiche dove non si può interloquire, cala l’idea di sé.
Poi c’è l’uso della parola scritta, non semplicemente attraverso i canali di comunicazione nazionali. Il nostro Paese consuma poca carta stampata, se il numero viene calcolato sui giornali nazionali e locali. Ma se pensate al numero assai rilevante di giornali, riviste, che nascono dal mondo associativo e hanno un canale limitato di comunicazione ma non per questo meno consistente, lo scenario è diverso. Anche questi canali possono essere utilizzati come forma di comunicazione diretta. Il gioco però deve essere esplicito e trasparente, non strumentale. Le emittenti locali, per esempio, hanno una funzione importante, sono vicine alla persona e al cittadino e sono più difficili da ricondurre nello schema plebiscitario.
E’ importante che ogni soggetto si ponga il tema della comunicazione. So che è una scelta difficile, soprattutto per le organizzazioni di rappresentanza politica, ma non è efficace agire negli spazi precostituiti che il sistema della comunicazione nazionale lascia. La presenza nel modello radiotelevisivo, negli spazi esplicitamente orientati a condizionare tutto ciò che non è corrispondente ai loro obiettivi, la presenza non è positiva e utile, anzi qualche volta diventa legittimazione della riduzione della dialettica. La scelta di non partecipare, talvolta, può essere più efficace di una partecipazione che ti coinvolge in una melassa indistinta e che produce l’effetto contrario a quello che desideri.
Nella comunicazione poi conviene tenere conto anche di categorie estetiche. La forma della comunicazione non è irrilevante. Penso al bello, all’atteggiamento rispettoso, a ciò che è gradevole e gentile, in antitesi a forme di comunicazione diventate sistematicamente violente, urlate, poco inclini a mostrare rispetto reciproco tra persone che hanno compiti di rappresentanza. Non c’è niente di peggio del pessimo spettacolo di chi litiga in pubblico. E’ difficile quantificare gli effetti di un danno di questa natura. Si rischia di limitare la propria identità, di accettare il modo di comportarsi degli altri. In alcuni casi la forma, il metodo, è anche sostanza. Le categorie estetiche non vanno dimenticate.
C’è poi il rapporto tra gli elementi di contrasto: la parola e il silenzio. La parola segna una delle forme più alte di rispetto, ma credo che sia importante ridare valore al silenzio.
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NECESSARIA (SEBBENE NON SUFFICIENTE) PER RISOLVERE I PROBLEMI DELLA POVERTÀ: PURCHÉ SIA GOVERNATA
Un'altra globalizzazione è possibile
da La Stampa di Joseph S. Nye
Sta diventando difficile per le organizzazioni economiche internazionali incontrarsi senza attrarre folle che protestano contro la globalizzazione. Alcuni capi dei no global, come Lori Wallach, attribuiscono metà del proprio successo al concetto espresso al Wto del novembre 1999 a Seattle per cui «filosoficamente non è né necessario né accettabile che la democrazia scarseggi nell’economia globale». Quando le venne fatto notare che il Wto era composto da governi eletti democraticamente, la Wallach replicò: «Tra qualcuno che è stato eletto effettivamente e il direttore generale del Wto c’è così tanta distanza che di fatto lui e il suo staff non rispondono a nessuno».Alcuni sottolineano al contrario che il Wto è un’organizzazione debole, con un piccolo budget e un piccolo staff, altro che governo mondiale. In più, le istituzioni internazionali tendono a essere molto condizionate dai governi nazionali, che sono la vera fonte della legittimazione democratica. Altri dicono che la questione della democrazia è irrilevante, perché le organizzazioni internazionali sono solo strumenti per facilitare la cooperazione tra Stati. Sospetto che questi argomenti non siano abbastanza in un mondo di politica internazionale in cui la democrazia è diventata l’unica fonte di legittimazione. Anche se queste organizzazioni sono deboli, le loro risorse possono avere effetti potenti. E i no global hanno ragione nel dire che mancanza di trasparenza e rappresentatività spesso indeboliscono la legittimità. Bisogna davvero pensare a norme e procedure per governare la globalizzazione.La globalizzazione è guidata da due forze: una è la tecnologia e l’altra le decisioni politiche. Quindi è reversibile? La risposta è «sì» in un senso, «no» nell’altro. La tecnologia è irreversibile, le decisioni politiche no. Ci sono stati periodi in cui la globalizzazione ha fatto marcia indietro: il livello di integrazione economica del 1914 non fu più raggiunto fino al 1970. La prima guerra mondiale fermò la globalizzazione del XIX secolo, e a ciò contribuì anche la crisi degli anni 20 e 30. Karl Polanyi, nel libro La grande trasformazione, sostiene che quello che è davvero successo con la globalizzazione del XIX secolo è che l’economia ha surclassato la politica. Nel senso che il «laissez faire» economico aveva creato disparità sociali talmente grandi da dare origine ai grandi disagi sociali del XX secolo e a fascismo e comunismo, che entrambi contribuirono grandemente allo smantellamento della globalizzazione economica. Non che io mi aspetti oggi la stessa reazione, certo però il precedente è inquietante. Io credo che la globalizzazione non sia sufficiente per risolvere i problemi della povertà, ma sia necessaria. Se non mi credete, pensate a una nazione che abbia prosperato chiudendo le frontiere. Non ce ne sono. L’altra cosa importante è che anche se si ferma la globalizzazione economica, non si fermano le altre forme di globalizzazione. Dopo il 1914 per esempio la globalizzazione militare ha accelerato. Lo stesso si può dire per la globalizzazione ambientale: basti pensare al riscaldamento terrestre o al virus dell’Aids. Insomma, c’è il rischio che una cattiva politica fermi i tipi buoni di globalizzazione e lasci prosperare quelli cattivi. Ecco perché la gente chiede un governo della globalizzazione: certo non può esserci un governo mondiale nel vero senso della parola, ma qualche forma di governabilità a livello sovranazionale esiste: un po’ come il Borghese gentiluomo di Molière che parla in prosa senza saperlo. Non mi riferisco solo alle Nazioni Unite, ma a centinaia di organizzazioni sovranazionali nel campo del commercio, del traffico aereo, della metereologia, del sistema postale. Il problema è la legittimazione di queste organizzazioni, problema collegato alla democrazia. I no global sostengono che in questo campo c’è un «deficit di democrazia»: il termine è nato con riferimento al Parlamento europeo e non si trasferisce bene in un contesto mondiale. È già abbastanza difficile parlare di controllo parlamentare nell’Ue, è quasi impossibile pensare a un parlamento mondiale. Il parlamento degli uomini di Tennyson era una grande poesia vittoriana ma una pessima analisi politica. Bisogna essere realisti: la democrazia esiste nelle nazioni, dove esiste un senso di comunità politica. Solo così la minoranza accetta il volere della maggioranza. A livello globale, pensate davvero che la gente accetterebbe di essere messa in minoranza in continuazione dal voto di due miliardi e mezzo di cinesi e indiani? Credo proprio di no e penso che bisognerebbe guardare il problema da un’altra prospettiva. La democrazia esiste negli Stati nazionali e le istituzioni internazionali sono strumenti dei governi nazionali. Qual è dunque il problema? Intanto che non tutte le nazioni sono democratiche. Poi che esiste una lunga catena di deleghe fra i rappresentanti democraticamente eletti e i capi di queste organizzazioni. Infine, e soprattutto, queste istituzioni sovranazionali non sono collegate agli Stati, ma solo a parte degli Stati. Per esempio il Wto è un club di ministri del commercio. Il Fmi è un club di ministri delle Finanze. Sono persone che rappresentano gli stessi interessi in diversi paesi ma spesso non hanno sensibilità per i problemi a essi collegati. Sono molto efficienti nel commercio, ma non per quel che riguarda i temi del commercio e del lavoro, o del commercio e dell’ambiente.Insomma alcune perplessità sono più che giustificate. Io non ho le risposte ai molti problemi che oggi pone la globalizzazione. Non credo che le abbia nessuno di noi. Ma c’è un metodo che userei nell’affrontare questi problemi.
1. Innanzitutto dovremmo cercare di costruire organizzazioni internazionali che minimizzino il conflitto con le democrazie nazionali. Dobbiamo proteggere la democrazia nazionale il meglio possibile perché è solo a questo livello che esiste veramente. A questo proposito mi pare che il Wto sia un buon esempio: se una maggioranza democratica in uno Stato membro del Wto vuole ritirarsi da un accordo internazionale può, deve solo pagare una penalità: questo significa che le necessità democratiche interne occasionalmente possono prevalere, senza distruggere il sistema di reciprocità del commercio internazionale.
2. Se la democrazia vive a livello nazionale, una parte della soluzione deve incominciare proprio lì, a livello degli Stati. Per esempio la Danimarca ha messo in atto procedure migliori di tutti gli altri Stati dell’Ue per informare il Parlamento di quel che succede a Bruxelles. Ricordando che nulla vieta che un governo decida di aggiungere alla sua delegazione commerciale un esperto di ambiente o di lavoro.
3. Bisogna fare più chiarezza su cosa intendiamo per rappresentanza democratica. Non significa che ognuno debba essere eletto direttamente, non c’è nulla nella teoria della democrazia che lo richieda.
4. Si possono anche usare strumenti non di rappresentanza democratica. Il mercato, per esempio. Non è democratico ma la sua insistenza sulla trasparenza e certezza legale può influenzare e aiutare a rafforzare la democrazia.
5. È molto importante aumentare la trasparenza. Un processo più aperto aiuta i legislatori e il pubblico a capire cosa succede.
6. Soprattutto dobbiamo sperimentare di più. Abbiamo tutta una serie di istituzioni che si sono sviluppate negli ultimi cinquant’anni. Adesso sono state messe in discussione. Non c’è nessuna ragione per cui non dobbiamo inventare altri modelli. Basta pensare all’Organizzazione internazionale del lavoro, che è molto antica, risale al 1918, è l’unica organizzazione intergovernativa tripartita. D’altra parte un esperimento molto interessante è l’International Corporation on Assigned Names and Numbers (Icann) che governa l’assegnazione degli indirizzi Internet. Alcuni degli organizzatori sono assunti, altri sono stati eletti direttamente dagli utenti di Internet. Questi sono solo suggerimenti. Non c’è mai un’unica risposta alle domande chiave. Ma il bisogno di sviluppare risposte è assolutamente essenziale. Negare il problema e non considerare le analogie di politica interna non è una buona strada. Abbiamo bisogno di cambiamenti nei processi che permettano più gioco alla politica e che traggano vantaggio dalle molte forme di rappresentatività che esistono nelle democrazie moderne. Se non sviluppiamo risposte, l’opinione pubblica cadrà in preda ai demagoghi. E sarà peggio per tutti. Le istituzioni internazionali sono troppo importanti per lasciarle in mano ai demagoghi.
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L’Europa e la cura del mondo
Poul Nyrup Rasmussen
L'autore è stato Primo ministro danese dal '93 al 2001, e per dieci anni ('92- 2002) ha guidato il partito socialdemocratico del suo paese. Quello che segue è l'intervento tenuto al convegno "L'Europa nel mondo che cambia" organizzato dai Democratici di sinistra a Firenze il 30 e il 31 gennaio 2004.
Oggi viviamo un momento cruciale in cui, mentre in Italia la sinistra si muove, si intravede la possibilità di creare un nuovo futuro per l’Ue. Io sento, infatti, che il pendolo dell’Europa sta cambiando di nuovo: dopo i tempi difficili che hanno visto le destre protagoniste, ora la sinistra ha la possibilità di tornare al potere. Ma ad una condizione senza la quale perderemo ancora: ricreare le connessioni tra il nostro lavoro e le speranze ed i sogni della gente comune.
Il nostro maggior nemico non è necessariamente rappresentato dalle destre, ma è, invece, l’apatia, la mancanza di speranza tra la gente comune, il non essere chiari nei confronti delle loro domande e dei loro sogni. Noi dobbiamo trovare, tra la politica e le persone comuni, una nuova connessione, un nuovo rapporto che sappia sostituire i vecchi modi di relazionarsi tra governanti ed elettori, che ormai non rispondono più alle mutate esigenze della realtà contemporanea.
C’è stato un tempo in cui in Italia noi socialisti sapevamo rispondere alle domande della gente, quando questa ci chiedeva di trovare la strada verso lavori migliori, verso una maggiore sicurezza, una migliore educazione, una più attenta cura degli anziani. Ma oggi le risposte non si possono più trovare soltanto all’interno dei confini nazionali, e noi dobbiamo sforzarci di trovare risposte e soluzioni che sappiano trascendere le dimensioni dello Stato-nazione portandolo verso la realtà di un nuovo mondo che apre le vie della politica estera allo scenario europeo e a quello globale, sulle strade di quella che tecnicamente chiamiamo multilevel governance.
L’Europa svolga all’interno di questo processo un ruolo da protagonista che la impegna non solo nella creazione di politiche nuove che sappiano essere vicine ai desideri e ai bisogni delle persone, ma anche nelle dinamiche di riforma della globalizzazione che vogliano condurci a governare in un modo migliore, per un pianeta più giusto, più equo, più democratico e più sostenibile. L’agenda politica che verrà definita dopo le prossime elezioni europee dovrebbe essere basata allora su un accordo molto chiaro tra le tre istituzioni dell’Unione europea, ovvero la Commissione, il Consiglio e il Parlamento, in modo da centrare le forze su un obiettivo chiaro come la definizione del ruolo globale dell’Europa in una realtà che non ammette distanze, ma esige alleanze, con mondi diversi da quelli della politica dei palazzi, come le Ong ed i World Social Forum.
I nostri recenti global progressive forum (nati dalla collaborazione tra l’Internazionale Socialista, il Pse e il gruppo parlamentare europeo socialista) potrebbero essere lo scenario di cui abbiamo bisogno per costruire ponti tra le Ong e il nostro partito politico. Qualunque sarà il contesto istituzionale dell’Europa, qualunque sarà il ritratto che verrà fuori dai lavori sulla Costituzione, non potremo affrontare questa responsabilità politica globale nascondendoci dietro una cornice istituzionale. Sono due gli errori che andranno evitati con cura particolare: non riformare i nostri metodi di lavoro e non realizzare il nostro ruolo globale. Ma non ci sono errori da evitare, ovviamente esistono anche punti sui quali concentrarsi per costruire una strategia di lavoro, e mi pare che se ne possano individuare, ntra i più importanti, tre.
Anzitutto dobbiamo assicurare nell’Europa sicurezza e stabilità. L’Ue dovrebbe equipaggiarsi con i mezzi politici, finanziari e militari adeguati per giocare un ruolo attivo nella prevenzione e nella risoluzione di conflitti. C’è chi sostiene che gli Stati Uniti dimostrino il loro desiderio di pace con le invesioni di paesi stranieri. Se noi vogliamo una nuova pace, possiamo inseguirla creando nuovi membri dell’Unione europea. Questo fa la differenza tra guerre preventive e politiche preventive. Ma oltre a questa che possiamo definire soft-policy per il mantenimento della pace abbiamo anche bisogno di una hard-policy. Nell’Enrivo IV di Shakespeare c’è un dialogo in cui Glendower, nemico del re, dice a Hotspur, un giovane che combatteva per i suoi ideali: “Sai, giovane uomo, io posso invocare gli spiriti dai più profondi abissi”; e il giovane guerriero risponde: “Certo che puoi. Posso chiamarli anch’io. Ma dimmi una cosa: quando li chiami, loro vengono?”. Ecco, se noi vogliamo che la nostra politica morbida, fatta di accordi per il mantenimento della pace funzioni, abbiamo anche bisogno di essere forti e concreti, abbiamo bisogno che gli spiriti degli abissi vengano a noi quando abbiamo la necessità di invocarli.
Un altro punto importante per la definizione concreta di un ruolo da protagonista nella politica estera riguarda il fatto che l’intera politica mediterranea europea meriterebbe un occhio particolare, che guardi nella direzione di rinforzare la partnership euro-mediterranea soprattutto attraverso un considerevole incremento delle risorse finanziarie. Fino ad ora, quando si parlava di politica estera, ci siamo chiesti semplicemente se si trattava di paesi che appartenevano o potevano appartendere all’Ue o meno. Ma ora dobbiamo sviluppare una nuova partnership più forte e attiva di quella che c’è stata finora con i paesi che ci sono vicini. Sappiamo che l’Ue ha una responsabilità sulle realtà e sul futuro non solo dei Paesi africani, soprattutto quelli che si affacciano sul Mediterraneo, ma anche verso il mondo arabo.
Diamo uno sguardo alle popolazioni nordafricane. Vivono in condizioni di sicurezza sociale molto bassa, allo stesso tempo il loro tasso di scolarizzazione è del 2% più alto della media africana, la percentuale di persone che posseggono un telefono cellulare è di cinque punti più alta della media continentale. Non è difficile immaginare allora quali siano i sogni e le aspirazioni di questi giovani, di queste donne, di questi uomini: ammirano in tv il nostro stile di vita, e alla fine della giornata hanno una sola scelta tra l’immigrazione o la scuola coranica. Io penso che sia un nostro obbligo dare loro la possibilità di una scelta migliore, nel loro e nel nostro interesse.
Il terzo e ultimo punto su cui vorrei fermare la mia attenzione è sul fatto che la Ue dovrebbe ora rinforzare il suo ruolo di partner privilegiato del mondo in via di sviluppo. Lula, la nostra nuova speranza in America Latina, ha chiesto all’Ue di aiutare il Brasile nella sua lotta contro la povertà, ma il suo richiamo è stato ignorato fino ad ora. Almeno tredici milioni di africani sono oggi colpiti dal virus dell’hiv, e tuttavia l’Europa copre solo il 20% del bisogno annuale dei fondi globali per la lotta all’Aids. Non possiamo continuare così, dobbiamo incrementare i nostri aiuti, dobbiamo lavorare nella direzione di sostenere i processi di integrazione di questi paesi all’interno dello scenario globale. Così dovremmo aiutare il sud-est asiatico ad integrarsi, sotto l’egida dell’Asean, e dovremmo aiutare l’America Latina ad integrarsi, sotto l’egida del Mercosur. E dovremmo ovviamente assistere l’Africa in una integrazione simile. Se avviciniamo la Cina, l’India e gli Stati Uniti all’Europa, allora potremo vedere la nascita di un nuovo ordine mondiale, basato su regioni che si integrino in modo sempre più forte, perché sappiamo per esperienza che l’integrazione è la migliore assicurazione a lungo termine contro il ritorno della guerra.
In conclusione la domanda che ci poniamo, alla vigilia delle elezioni che si svolgeranno a giugno, è: quale sarà il nostro spazio politico di manovra nel futuro immediato? Credo che la risposta a questa domanda stia soltanto e semplicemente nel tentativo che dovremmo fare di politicizzare l’Europa. Dovremmo portare gli elettori a fare una scelta politica chiara e univoca, che risponda all’esigenza di un’Europa aperta, responsabile e pronta ad imparare. Un’Europa che si prenda cura di sè e del mondo che le sta intorno e che lascerà alle generazioni future.caffeuropa.it
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LA RAI VA ALLA GUERRA DI B. - di Remo De Vincenzo
I “Rai-Berluscones” si preparano alla guerra elettorale. L’unico problema è che, quando ordinano gli attacchi, si girano e trovano dietro di loro un esercito di “soldati” stanchi, mal equipaggiati e demotivati. Fino alle Europee di maggio, il Cavaliere esige un servizio pubblico “militarizzato”, pronto e scattante come il suo Milan. Una “gioiosa macchina informativa”, in grado di assecondare il “restauro” d’immagine del Presidente. E siccome con la Legge Gasparri ancora in ballo è meglio che Mediaset non sia troppo sfacciatamente “militarizzata”.
Ed allora non gli resta che la Rai, azienda che Berlusconi sotto sotto disprezza istintivamente (“è romana, un po’ marchettara. Impossibile riformarla, morirà democristiana” avrebbe detto ad un ex consigliere Rai).
E siccome non si fida di Flavio Cattaneo, che gli ha fatto perdere molti soldini con il “Tirapacchi” di Bonolis, il Cav. lo “blinda” con un’ “assistente” di dichiarata fede forzista, la Giuliana Del Bufalo che tanto bene “knows her chickens”, cioè i giornalisti del Cavallo morente. E’ una tosta la Del Bufalo, una che non tergiversa; ti guarda dritto negli occhi quando ti parla e, senza moine, va dritta al sodo. E’ lei ora che comanda le danze al settimo piano.
Guido Paglia (direttore comunicazione) conta sempre meno. Oramai è ridotto ad organizzare le chiamate di solidarietà al suo amico di cordata Fabrizio Maffei. Il direttore Flavio Cattaneo ha perso completamente la verve del “ghe pensi mi’“, e dopo la nomina della Del Bufalo rimane nel suo cantuccio e “rimanda ogni problema al Cda” come racconta l’Annunziata. Si vocifera che Cattaneo, dopo l’incontro col Cavaliere, si sia già messo l’anima in pace, sapendo fin d’ora che ci sarebbe una poltrona in un’affiliata dell’Eni pronta per lui. E questo passaggio avverrebbe già ad aprile, con il “congelamento” dell’intero consiglio.
Chi sarebbe il prossimo Dg? Sono in molti a parlare di un Agostino Saccà berlusones scalpitante. Ma una parte importante di Forza Italia (la corrente “milanese”) continua a non fidarsi di lui, troppo vicino al “partito Mediaset”. Ed allora sembra proprio che sia ancora il turno di un “esterno”: Berlusconi vorrebbe il fido Mauro Masi (vicesegretario della presidenza del Consiglio) alla conduzione del Cavallo Morente.
Saxa Rubra depressa
L’unica certezza è che a Saxa Rubra regna oramai uno stato di rassegnazione, misto di rabbia e depressione. Le truppe quindi ci sarebbero, ma sono troppo anestetizzate da anni di “guerre intestine”. “Ma non lo capisci?” mi urla quasi un alto dirigente dei GR, frustrato dall'“isolamento”. “Certo che Berlusconi vuole “militarizzare” la Rai, ma cosa credi che abbiano fatto all’epoca di Zaccaria? Il Cavaliere sa benissimo che, per vincere, deve radicalizzare al massimo la campagna elettorale, per cosi’ spingere le elezioni ad un referendum del tipo “Berlusconi o non Berlusconi”. Ha già vinto così due volte, ci riuscirà anche la terza, anche perché il centrosinistra non riesce a produrre un’idea che sia una”.
E come stanno “le truppe”? “E’ il solito ventre molle” racconta un altro dirigente, “qui non ci sono i “professionisti dell’opposizione” come l’Annunziata. Gli argomenti preponderanti sono le “settimane bianche”, le promozioni, il full leasing per la macchina dei dirigenti. Non si scandalizza più nessuno in Rai.
Vogliono “militarizzare”? Ci provassero”.
Annunziata retromarsch Intanto, il Cda di ieri si è concluso con una tregua armata. Dopo aver ascoltato la relazioni di Cattaneo, il Cda della Rai ha giudicato, all'unanimità, ''ineccepibile'' il comportamento del direttore di Raisport, Fabrizio Maffei, che ha professionalmente deciso di chiamare Silvio Berlusconi come presidente del Milan per farlo intervenire alla Domenica sportiva. “Il mio intervento alla Domenica sportiva –spiega l’Annunziata- non era affatto di critica nei confronti dei giornalisti della Ds, ma era riferito a Silvio Berlusconi e al suo conflitto di interessi per il doppio ruolo di Presidente del Consiglio e presidente del Milan''.
megachip.info
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ULIVO, FUTURO IN COSTRUZIONE L’0rganizzazione e il programma della lista, la costituente della coalizione
L’indice di Amato e il centralino unitario
Lavori in corso sotto le fronde dell’Ulivo: la lista Prodi ha preso casa, il tavolo del programma è partito e la costituente muove i primi passi. E fra tante situazioni in movimento forse è bene mettere un po’ d’ordine. A due mesi dall’inizio della campagna elettorale “ufficiale” tutto l’Ulivo ritrova l’unità al tavolo presieduto da Scoppola e studia come dar vita a un nuovo soggetto «ampio e plurale». Gli “unitari” intanto mettono radici e scrivono l’agenda. Adesso serve solo un po’ di cuore in più.
di CHIARA GELONI
Non è sempre facilissimo di questi tempi, nemmeno per gli ulivologi più esperti, capire quale riunione si sta svolgendo, a quale progetto si sta lavorando, a quale livello ci si sta incontrando. Raccontano alcuni del giro ristretto che anche Rutelli e Fassino in alcuni momenti dell’immediata vigilia della Convenzione della lista Prodi, nel correre da un palazzo romano all’altro si sarebbero chiesti almeno una volta, sia chiaro solo per un attimo, a quale riunione stavano andando. È che molto si muove in questi giorni sotto le fronde dell’Ulivo. Molti cantieri sono aperti.
E forse non fa male mettere un po’ d’ordine.
Scoppola e il cantiere della costituente
Decidere di partire, alla vigilia della convenzione della lista Prodi e nel pieno della polemica sul simbolo tra “unitari” e non, era sembrata una mezza pazzia. E non tutti avevano preso sul serio la decisione di farlo. Probabilmente sbagliavano: Pietro Scoppola, al quale è stata affidata la presidenza del gruppo di lavoro preparatorio, due sere fa ha incontrato rappresentanti di tutta la coalizione, dalla Margherita (Parisi) ai Ds (Chiocchetti), allo Sdi (Villetti), a Luigi Marino del Pdci, ai Verdi. C’erano anche – superate le polemiche del primo momento, quando avevano rimarcato di non essere stati invitati alla riunione che ha investito Scoppola – Achille Occhetto e un dirigente dell’Italia dei valori. C’erano Giovanni Bachelet (per Libertà e giustizia), Paolo Sylos Labini, Massimo Scalia e altri rappresentanti di associazioni e movimenti. Il presidente ha avuto il mandato di mettere per iscritto una bozza in tre punti (percorso verso l’assemblea costituente, regole per il funzionamento del soggetto Ulivo, identità) entro il 9 marzo, data della prossima riunione. Obiettivo dichiarato: insediare formalmente il comitato promotore della costituente dell’Ulivo prima dell’inizio “ufficiale” della campagna elettorale (grosso modo all’inizio di maggio), anche per “ammortizzare” lo scatenarsi della concorrenza tra le diverse liste della coalizione, inevitabile col sistema proporzionale.
Idea di fondo: incardinare la nascita del nuovo soggetto scoppolianamente definito «ampio e plurale» sulla costituzione di elenchi provinciali (o più probabilmente di collegio) dei cittadini elettori dell’Ulivo, finalizzati non solo, sul modello americano, all’esercizio delle primarie ma anche alla partecipazione e all’elaborazione di idee. Avremo i «Cittadini dell’Ulivo», li ha già etichettati Scoppola, convinto che da questa scelta organizzativa di fondo discenderanno regole e identità.
Piazza Santi Apostoli e il cantiere della lista
Luci e ombre. Perché sì, in piazza Santi Apostoli la lista Prodi ha preso casa: è lì che s’è svolta, l’8 febbraio, la riunione di Fassino, Rutelli, Boselli e Sbarbati con Romano Prodi che ha preso la decisione definitiva sul simbolo, ed è lì che si incontrano di continuo i “soci fondatori”: i quattro segretari («molto più spesso di quanto si sappia», assicura un frequentatore), i tesorieri, gli uomini-comunicazione.
È lì che stanno arrivando i manifesti e il resto del materiale elettorale che sarà disponibile dalla prossima settimana (prenotazioni sul sito www.listaunitaria.it oppure www.unitinell’ulivo.it). È lì che arrivano le prime telefonate (di persone che stanno promuovendo comitati spontanei e vogliono organizzare manifestazioni, chiedono la presenza dell’uno o dell’altro dirigente nazionale e sembrano piuttosto indifferenti al partito di provenienza, racconta chi risponde). Ed è lì che s’è insediato un gruppetto di una decina di “organizzativi” distaccati dai partiti: la struttura è operativa, il centralino è collegato a una quarantina di interni, presto tutte le scrivanie saranno occupate. Però, come dire, ancora non c’è il cuore. Un comunicatore unico, qualche funzionario con licenza di decidere senza dover rappresentare una quota di provenienza forse segnerebbero il salto di qualità. E nelle stanze di piazza Santi Apostoli se n’è parlato, per ora senza decidere. C’è ancora qualche resistenza e un po’ di tempo per superarle. Non moltissimo, però.
Amato e il cantiere del programma
Si lavora già da qualche giorno, col “metodo Amato”: pochissime riunioni, molte e-mail, telefonate, messaggi.
Molti contatti sono ancora da prendere, e Giuliano Amato non ha gradito affatto che qualche nome sia filtrato e sia andato sui giornali. La prima mossa è stata mettere giù un indice delle questioni e delle priorità, che forse domani diventeranno i capitoli del programma della Lista Prodi.
L’idea è quella di chiedere idee e riflessioni a un ampio “giro” di tecnici e di politici, poi di farle sintetizzare e mettere per iscritto da un gruppo più ristretto, venti-trenta persone (forse non proprio tutti giovani come avrebbe voluto Amato: i partiti, si sa, hanno le loro esigenze...), in modo che sia pronto per l’inizio di aprile. Ma ci saranno anche consultazioni con esponenti dei partiti europei, associazioni, categorie economiche e società civile, perché, dicono quelli di piazza Santi Apostoli, il nostro è «il programma di tutti», fatto, come al Palalottomatica, ascoltando «l’Italia vera». Gran parte del lavoro sarà oscuro e «non molto sexy», come ha detto Amato qualche giorno fa. Ma se andrà in porto l’idea di poter fare una consultazione con un paio di personaggi “molto” mediatici («gente tipo Bill Gates», dicono quelli della lista, negando che questo sia il bersaglio vero) si penserà a un paio di seminari semipubblici.
Amato, coordinatore politico, lavorerà in stretto contatto con un vero e proprio coordinatore “tecnico”: l’ex pro-rettore della Bocconi ed editorialista del Corriere della sera Francesco Giavazzi.europaquotidiano.it
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Iraq: soldati Usa sparano su feriti, filmato tv
BERLINO 26 Febbraio 2004 -- Filmati che saranno mostrati questa sera nel programma Panorama della prima rete pubblica tedesca Ard, mostrano soldati americani in Iraq mentre sparano su iracheni feriti, un crimine esplicitamente interdetto dalla Convenzione di Ginevra sui prigionieri di guerra.
Secondo un comunicato diffuso stasera dalla trasmissione di approfondimento giornalistico, i filmati riguardano due episodi distinti. Il primo video è stato ripreso il 1. dicembre 2003 a nord di Baghdad da un elicottero Apache della 4a divisione Usa.
Le riprese aeree mostrano tre persone a terra che s'incontrano di notte vicino a due veicoli e depositano a terra vicino a una strada un oggetto, ritenuto dai soldati americani un'arma. L'equipaggio a bordo riceve via radio l'ordine di sparare sui tre uomini: dopo che due vengono uccisi e uno gravemente ferito si contorce al suolo, un soldato sull'elicottero domanda se deve sparare ancora sul ferito. La risposta via radio suona: «Hit him!», colpiscilo. Subito dopo viene sparata una raffica sul ferito: in tutto quasi 100 colpi.
Il secondo episodio documentato da Panorama è stato ripreso da una telecamera della Cnn l'8 aprile 2003. Una unità dei marine spara durante una perquisizione di una zona industriale vicino Baghdad su un iracheno che era già stato ferito gravemente. Dopo si sente nel sonoro del video il giubilo dei soldati americani.
Secondo il parere di esperti, anche in questo caso molti indizi rimandano a una violazione del diritto internazionale che richiederebbe l'apertura di un'inchiesta. La convenzione di Ginevra vieta infatti sia di sparare su feriti incapaci di combattere, sia in guerra, sia in una situazione di occupazione.
Il generale Usa Robert G. Gard, che lavora oggi per la fondazione americana di veterani del Vietnam, intervistato da Panorama ha definito gli episodi «omicidi imperdonabili». Anche per l'esperto di diritto internazionale di Amburgo, Prof. Stefan Oeter sparare sui feriti è un «crimine di guerra».
Il dipartimento alla difesa Usa si è rifiutato di dare a Panorama qualsiasi informazione sull'accaduto. In teoria, si legge in chiusura nel comunicato di Panorama, questi episodi potrebbero essere indagati dal Tribunale penale internazionale dell'Aja (Tpi), al quale però gli Usa non hanno aderito.
(reporterassociati/redazione)
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11 settembre 2001, la Cia sapeva dal `99
Il New York Times: «Nel marzo 1999 i Servizi tedeschi fornirono alla Cia il nome di Marwan al-Shehi, membro di al Qaeda xhe si addestrava al volo». Poi si schiantò con l'aereo 175 sulle Twin Towers. L'avvertimento fu ignorato. Tenet, eterno capo della Cia, al Senato: «Al Qaeda prepara un nuovo 11 settembre»
MANLIO DINUCCI
Nel marzo 1999, due anni e mezzo prima degli attacchi terroristici dell'11 settembre 2001 a New York e Washington, i servizi segreti tedeschi fornirono alla Cia il nome di uno dei membri di al Qaeda, il quale successivamente partecipò al dirottamento del volo 175 che colpì la torre sud del World Trade Center. Si chiamava Marwan al-Shehhi e faceva parte di una cellula di Al Qaeda ad Amburgo. I servizi tedeschi dettero alla Cia perfino il numero di telefono (non registrato sull'elenco) che al-Shehhi aveva negli Emirati Arabi Uniti, raccomandandole di seguirne attentamente i movimenti. Nel 2000, al-Shehhi andò in un campo di addestramento in Afghanistan e, tornato in Germania, cominciò subito a prendere contatti via e-mail con scuole di volo negli Stati uniti, dove si recò nello stesso anno per partecipare a un corso per piloti. Tutto questo sotto il naso della Cia, che aveva ignorato l'avvertimento dei servizi tedeschi. Questa storia, pubblicata ieri dal New York Times, «è divenuta un importante elemento della commissione indipendente che investiga sull'11 settembre». Un elemento importante quanto imbarazzante. Dopo aver ricevuto l'informazione dai servizi tedeschi, ha dichiarato un funzionario dell'amministrazione, «la Cia decise che "Marwan" era probabilmente un associato di Osama bin Laden, ma non seguirono mai le sue tracce». Marwan al-Shehhi poté così tranquillamente andare prima in Afghanistan, quindi negli Stati uniti. Si aggiunge così un altro capitolo alla sequenza di inspiegabili inneficienze che, secondo la versione ufficiale, hanno caratterizzato l'operato della Cia e del suo direttore George Tenet, a capo dell'Agenzia nel 1999 con Clinton e rimasto in sella anche con George W. Bush. Improbabili, ma da non escludere, le speculazioni elettorali sull'incredibile storia: la Cia stavolta è davvero bi-partisan.
Secondo la versione ufficiale, lo stesso presidente Bush era stato informato, oltre un mese prima dell'11 settembre, della probabilità di un attacco terroristico da parte di Al Qaeda. Nel briefing quotidiano del 6 agosto 2001, un relatore della Cia aveva informato il presidente che «seguaci di Osama bin Laden, appartenenti ad Al Qaeda, potrebbero dirottare jet commerciali negli Stati uniti». Ma «ciò che il relatore della Cia non conosceva era che prove cruciali delle intenzioni di Al Qaeda esistevano altrove, all'interno della Fbi» (The New York Times, 26 maggio 2002). In altre parole, l'Fbi nascondeva alla Cia «prove cruciali» e lo stesso faceva la Cia nei confronti dell'Fbi.
Per tamponare questa falla nella versione ufficiale, il portavoce della Casa bianca, Ari Fleischer, ha detto successivamente che, «dopo aver ricevuto l'avvertimento, le agenzie vennero silenziosamente poste in stato di allerta, ma l'informazione ricevuta dal presidente indicava un dirottamento nel senso tradizionale antecedente l'11 settembre, non un bombardamento suicida, non l'uso di un aeroplano come un missile» (The Washington Post, 15 maggio 2002). Così facendo, Fleicher ha finito con l'aprire altre falle. Non è credibile che l'intero apparato dei servizi segreti - composto dalla Cia e da altre 12 agenzie federali, con decine di migliaia di agenti e le più moderne tecnologie (grazie a un budget annuo di oltre 30 miliardi di dollari) - al momento in cui si è reso conto che si stava preparando il dirottamento di più aerei, abbia pensato a un «dirottamento nel senso tradizionale» e non abbia neppure preso in considerazione l'ipotesi di un diverso uso degli aerei. Né appare credibile che, pur sapendo che si stava preparando il dirottamento di più aerei, si sia lasciato il territorio Usa così sguarnito, da non riuscire, in quasi due ore, a intercettare neppure uno dei quattro aerei in mano ai terroristi. Non è neppure credibile che, sapendo che si stava preparando un'azione terroristica su larga scala, i servizi segreti non abbiano adottato particolari misure di protezione quando, l'11 settembre, il presidente Bush si recò alla scuola elementare Booker a Sarasota.
Tutto ciò rende ancora più inspiegabile come, di fronte alla catastrofica inefficienza della Cia, nessuno dei suoi responsabili sia stato messo sotto inchiesta né, tantomeno, rimosso. Al contrario, dopo l'11 settembre, essa è stata premiata dandole mandati ancora più ampi e ulteriori finanziamenti. Ieri, nel momento stesso in cui circolava la notizia di come la Cia abbia inspiegabilmente ignorato l'avvertimento dei servizi tedeschi, il suo direttore, George Tenet - lo stesso del 1999 - veniva ascoltato dalla commissione senatoriale sull'intelligence, di fronte alla quale ha dichiarato che «Al Qaeda prepara un nuovo 11 settembre» (che lo sappiano prima anche stavolta?), e che «il movimento globale è stato infettato dall'agenda radicale di Al Qaeda». Non si sa se qualche membro della commissione gli abbia chiesto se ad essere infettata non sia stata anche la Cia.ilmanifesto.it
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Velletri come Parmalat?
L’eco dello scandalo parmalat ha ormai varcato le frontiere con grave danno per
la credibilità del “sistema Italia”.Come sostiene l’economista Massimo Riva
presto l’impatto della caduta di credibilità complessiva del nostro paese,basti
pensare alla pessima prova fornita da Berlusconi durante il semestre
europeo,avrà ricadute anche sul piano economico.L’illusione,infatti,che
entrati nell’euro e che ,quindi, “passate le feste gabbato lo
santo”,si potesse ,al sicuro nella fortezza europa,ricominciare
con i comportamenti che hanno contraddistinto l’italia
pre-tangentopoli,con bilanci approssimativi e
“invenzioni”fiscali ha avuto vita breve.Se è vero
,come sostiene Riva,che i tassi di
interesse li fissa oramai la banca
centrale europea,è altrettanto
vero che la credibilità di
azioni ,obbligazioni e
quant’altro li fissa il
mercato ,con le varie
istituzioni
internazionali ,che
,dopo gli
ultimi 3
anni
,guardano
con occhio critico il nostro paese ,facendoci pagare in termine di interessi
maggiori la conduzione pressappochista delle nostre finanze .In particolare ,e
questo interessa principalmente la nostra città,amministrazioni che hanno
ormai accumulato un notevole debito nel bilancio comunale e che per poter
andare avanti sono costrette a farsi prestare i soldi dalle banche,si
espongono ,secondo Riva,all’aumento del servizio sulle somme prestate
stipulate con le banche.In altri termini i tassi di interesse
praticati dalle varie istituzioni,in questo caso dalle banche
creditrici,visto il rischio “paese”ormai rappresentato
dall’Italia tenderanno ad alzarsi.è del tutto ovvio
perciò che chi si trova in situazioni simili a
quelle di Velletri corre il forte rischio di
vedersi alzare i tassi praticati dalle
Banche e di dover pagare somme sempre
maggiori.la credibilità di una
simile politica fiscale post
–moderna è
,ovviamente,bassissima
,prima
o poi ,infatti,le somme versate andranno restituite e trincerarsi dietro crediti
da riscuotere ,probabilmente inesigibili,risalenti a molti anni fa non potrà
evitare che prima poi dovremo prendere atto della situazione precaria delle
nostre finanze comunali.Doverlo fare,perciò, con l’aggiunta di interessi
probabilmente crescenti non aiuterà certamente l’opera di
consolidamento economico che dovrà porre in essere chi nei prossimi
anni ,quando questa destra futurista prima o poi avrà
lasciato la mano,amministrerà il bilancio del nostro
comune
comitato per l'ulivo velletri fuori dalla palude circolo volontè.
PS in genere non mandiamo gli articoli locali sulla nostra estesa mailing list
,ma dopo le ripetute mancate pubblicazioni da parti di alcuni giornali locali
,li inviamo anche per posta .potranno così essere letti inoltre sempre su
www.paconline.it (il pensiero ha le ali nessuno lo può fermare Averroè)
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Venti minuti filati
Antenore
Non so voi, ma se a me capita di fermarmi a guardare la Domenica Sportiva è soltanto per poter vedere i filmati delle partite di calcio, e magari del basket, del ciclismo, dell'atletica... Invece scopro in questi giorni che c'è gente che considera normale che in un programma d'informazione, dedicato allo sport, si dedichino venti minuti filati alla telefonata di un tizio che parla da casa sua e soltanto del Milan; e, in più, che tutto questo venga considerato come un comportamento molto professionale da parte dei giornalisti sportivi che conducevano la trasmissione.
Di commenti da fare ne avrei parecchi, ma preferisco lasciar parlare una persona di quel mondo, che oltretutto è anche molto più giovane di me, visto che non ha ancora compiuto i trent'anni:
Ero arrivato a un punto di saturazione, e ci sono ancora. Su venti trasmissioni domenicali ce ne sarà una soltanto che manda in onda servizi completi ed esaurienti sulle partite, il resto è chiacchiera all'infinito, polemiche, risse. Non ne posso più. Io mi sono innamorato del calcio da bambino, aspettando i servizi sulle partite della domenica e vedendo quello che facevano i giocatori in campo. Non ho mai conosciuto nessuno che si sia appassionato al pallone guardando la moviola. O, peggio, discutendone.
(Alessandro Del Piero, attaccante della Juventus e della Nazionale di calcio, in un'intervista al Venerdì di Repubblica del 13 febbraio 2004)
ulivoselvatico.org
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Altroconsumo: Italia maglia nera del carovita in Europa
di red
Il nostro paese è diventato il meno conveniente per fare la spesa in Europa.. Il dato emerge da un'inchiesta dell’associazione Altroconsumo che rivela come alcuni paesi fra cui Gran Bretagna, Spagna e Germania, prima più cari dell'Italia, ora sono più competitivi per acquistare un paniere di 346 prodotti tra abbigliamento, cd e dvd, cura del corpo, video, foto, informatica e altri. In Germania, ad esempio, tre anni fa la spesa per acquistare tale paniere era uguale a quella italiana: ora, invece, si spende il 3,8% in meno che in Italia.
Tra le 11 capitali europee coinvolte nell'inchiesta, svetta Londra dove è possibile fare ottimi affari sugli articoli compresi nel paniere, grazie soprattutto al cambio euro-sterlina, che dal 2001 a oggi ha visto la moneta europea crescere del 17% su quella inglese. Tra le otto maggiori città italiane coinvolte nell'indagine, la palma dello shopping più conveniente va a Genova. A livello europeo, la regina del risparmio è Aquisgrana, la città tedesca che già nel 2001 aveva ottenuto il primo posto nella classifica delle città con i prezzi più competitivi rispetto ai paesi dell'area euro.
Per Altroconsumo, gli ultimi due anni trascorsi all'insegna dell'euro hanno tolto all'Italia il primato della convenienza in Europa emerso dall'inchiesta prezzi del 2001, sempre condotta da Altroconsumo. Per l'associazione indipendente di consumatori le cause non sono però da ricercarsi nell'introduzione della moneta unica, che, come ha mostrato l'indagine, non ha prodotto simili effetti in Germania, per esempio, dove oggi il tasso d'inflazione è circa un terzo di quello italiano. Gli imputati per l'impennata dei prezzi in Italia dal 2001 a oggi sono per Altroconsumo la «mancanza di trasparenza nel mercato, la debolezza dei controlli fiscali sugli aumenti dei prezzi, insomma la politica di controllo e monitoraggio dei prezzi, sia nella fase di passaggio alla nuova moneta, che successivamente».
unita.it
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Era una spia dei golpisti l’uomo chiave del caso al centro del film “Missing”
di ITALO MORETTI
Missing (Scomparso). Tratto dal libro-documento L’esecuzione di Charles Horman, il film realizzato nel 1982 dal regista Costa- Gavras raccontava una delle tante storie sporche del golpe di Pinochet, che scosse in particolare l’opinione pubblica degli Stati Uniti.
Era infatti la storia del giovane giornalista americano Charles Holman, sequestrato il 17 settembre 1973 a Santiago, sette giorni dopo il colpo di stato, rinchiuso nello stadio nazionale, torturato, ucciso e sepolto clandestinamente nel cimitero principale della capitale cilena.
Charles Holman fu eliminato perché stava indagando su quanto aveva fatto la Cia, dal 1970 al 1973, per impedire la vittoria e l’accesso alla presidenza di Salvador Allende e sabotarne successivamente l’attività di governo.
L’amministrazione Nixon-Kissinger non fece nulla per salvargli la vita: si rese semmai complice del delitto. La famiglia del giornalista, suo padre e sua moglie, interpretati nel film da Jack Lemmon e Sissy Spacek, denunciò l’ex segretario di stato Kissinger – in Cile il procedimento è ancora aperto – sostenendo che la Cia informò l’ambasciata statunitense a Santiago della morte di Charles Holman prima che questa fosse avvenuta. La ricostruzione storica della fine di Holman si è fondata per quasi trent’anni sulle circostanziate dichiarazioni di un agente dei servizi segreti cileni, Rafael Gonzàlez Verdugo. Rivelatosi adesso un autentico re del doppio gioco e accusato dalla magistratura di Santiago di concorso nell’omicidio del cittadino americano Charles Holman.
John Le Carrè, maestro delle spy story, ne trarrebbe materia per un best-seller.
Rafael Gonzàlez Verdugo nasce con la vocazione allo spionaggio. Nel 1954 lavora già per i servizi segreti del ministero della difesa e per quelli americani. All’inizio degli anni 60, si lega al movimento nazista fondato in Cile da Franz Pfeiffer Richter. Le pareti del suo salotto ostentano ritratti di Hitler. Dal 1969 al giugno del 1973, opera a New York per conto dei governi di Santiago, presieduti dal democristiano Frei e dal socialista Allende. Avanza il golpe e l’esercito lo fa rientrare in Cile, dove c’è bisogno di lui. La mattina dell’11 settembre, rovista nel palazzo della Moneda ancora in fiamme per recuperare documenti che interessano molto i generali golpisti. Su incarico della Fach, l’aeronautica militare, dà la caccia ai «sovversivi stranieri», tiene i contatti con la Cia e il 17 settembre 1973 interroga – ma lo ha confessato solo adesso – il giornalista americano Charles Holman, in una stanza del nono piano del ministero della difesa, dove Holman era stato condotto dopo il suo arresto. Nel marzo del ‘74 accompagna il vice console americano a Santiago James Anderson, uomo della Cia, al cimitero dove i resti di Holman vengono dissepolti.
Il 2 settembre 1975, Rafael Gonzalez Verdugo è esonerato dalla Fach, e si rifugia con la moglie e il figlioletto in quella residenza dell’ambasciata d’Italia che ospita centinaia di oppositori braccati dalla dittatura o presi dal legittimo timore di una loro cattura.
È un gesto che insospettisce i generali di Santiago, i quali negheranno a lungo la concessione del salvacondotto necessario a un suo espatrio. È la scelta di un uomo scaltro, partecipe dei crimini della dittatura, custode di verità tragiche e pericolose. Non è l’effetto di un pentimento. Dalla sede che gli ha dato generosamente asilo politico, la spia fa filtrare accuse e affermazioni tendenti a raffigurarlo come un avversario e una vittima della dittatura, piuttosto che un dissociato o un pentito. Sostiene di aver più volte denunciato ai vertici militari le torture inflitte dai servizi segreti di esercito e aeronautica ai loro prigionieri politici, ai “desaparecidos” in attesa di sterminio. Si rivolge alla Organizzazione degli stati americani svelando struttura e operazioni dei servizi segreti (la famigerata Dina) e dichiarando di essere stato più volte minacciato di morte. Riferisce che all’interrogatorio dello sfortunato Charles Horman assistette un americano, che lui vedeva però per la prima volta.
Nel 1976, inviato della Rai in Cile, lo vedo, senza potergli parlare, nella residenza della nostra ambasciata, di cui è ormai l’ultimo ospite, avendo tutti gli altri potuto lasciare il paese.
Nel 1977, la giunta presieduta da Pinochet cede alle insistenze dei governi di Roma e di Washington e concede il salvacondotto per la sua ex spia. Rafael Gonzalez Verdugo rientra a Santiago una ventina di anni dopo. Nulla però si sa di lui fino al dicembre dell’anno scorso, allorché con un colpo di genio, con la freddezza e il cinismo proprie del mestiere che ha sempre fatto, egli ottiene di essere ammesso in quella associazione di ex avieri democratici recentemente costituita nel ricordo dei 160 uf- ficiali e sottufficiali, incarcerati, torturati ed esiliati dopo il golpe. Riesce a volare in un aereo militare che trasporta il ministro della difesa Michelle Bachelet, figlia del generale Alberto Bachelet, che morì torturato avendo condannato il colpo di stato! Ma c’è tra i suoi ex compagni d’armi chi lo identifica: «Torturati ed esiliati da una parte, traditori e torturatori dall’altra! » La spia ha gettato la maschera. Otto giorni dopo è arrestato «como complice del omicidio del periodista estadounidense Charles Edmund Horman Lazar». Nel primo colloquio col giudice, Gonzalez Verdugo ha confessato che fu lui ad interrogare per due ore il giornalista americano, al nono piano del ministero della difesa, il 17 settembre 1973.
europaquotidiano.it
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Tanzi & Del Soldato a New York: quella riunione alla SEC del 9 dicembre 2003.......
di Roberto di Nunzio
25 Feb 2004
Il 9 dicembre del 2003 Stefano Tanzi, accompagnato dall'allora direttore finanziario di Parmalat Luciano Del Soldato, partecipa ad una riunione negli uffici della SEC a New York (la Consob americana, per intenderci). In quella occasione, Tanzi e Del Soldato rivelano alle autorità della Borsa americana e agli investitori dei Fondi Usa che l'Azienda di Parma versa in pessime acque (una vera e propria confessione la loro): 10 miliardi di euro di debiti ed una ridicola liquidità di cassa di appena 500 milioni. Tutto questo è rivelato dalla stessa SEC sul sito web dell’autorità della Borsa Usa. Un documento che pubblichiamo integralmente.
Un documento in 21 punti che copiamo integralmente di seguito (in lingua originale). Ancora in quella data (9 dicembre 2003…) e nei giorni successivi le banche italiane continuavano a suggerire ai propri clienti di investire in azioni, titoli e obbligazioni dell'Azienda di Collecchio. Un gioco al massacro.
Lo scandalo finanziario della Parmalat scoppierà solo il successivo 26 dicembre con l'arresto a Milano di Callisto Tanzi e degli amministratori Tonna e Bocchi.
Possibile, ci domandiamo, che nessuno, ma proprio nessuno, tra i banchieri italiani fosse informato di quella riunione nella Sec di New York che forse avrebbe potuto evitare di far finire sul lastrico le ultime migliaia di piccoli risparmiatori che ancora si fidavano dei funzionari delle loro banche?
Attenzione ai punti 8 e 9 del documento: i punti cruciali.
Il testo originale della SEC di quella riunione:
"UNITED STATES DISTRICT COURT FOR THE SOUTHERN DISTRICT OF NEW YORK"
"Securities and Exchange Commission"
Plaintiff, v. PARMALAT FINANZIARIA S.p.A., Defendant. : 03 CV 10266 (PKC) COMPLAINT The Securities and Exchange Commission ("the Commission") alleges:
SUMMARY
1. "From August through November 2003, defendant Parmalat Finanziaria S.p.A. and its subsidiaries ("Parmalat" or the "company"), acting through certain of its directors and top managers, including former Chairman and Chief Executive Officer Calisto Tanzi and his son Stefano Tanzi, offered debt securities in the United States while engaging in one of the largest and most brazen corporate financial frauds in history". "As Parmalat acknowledged in a press release dated December 19, 2003, the assets in its 2002 audited financial statements were overstated by at least 3.95 billion euros (approximately $4.9 billion at current exchange rates). Moreover, during 2003 Parmalat falsely stated to prospective U.S. bond and note investors to have used its "excess cash balances"-which actually did not exist-to repurchase corporate debt securities worth 2.9 billion euros (approximately $3.6 billion), when in fact it had not repurchased those debt obligations and they remained outstanding".
2. "During the previous five years, Parmalat had induced U.S. investors to purchase bonds and notes totaling approximately $1.5 billion. In addition, in August 1996 Parmalat sponsored an offering of American Depositary Receipts ("ADRs") in the United States, with Citibank, N.A., headquartered in New York City, as depositary"."Parmalat actively participated in the establishment of the ADR program".
3. "By engaging in the foregoing conduct, Parmalat, directly, or indirectly through its officers, violated the anti-fraud provisions of the Securities Act of 1933. The Commission requests, among other relief, that this Court enjoin Parmalat from committing further violations of the federal securities laws and order Parmalat to pay a substantial civil monetary penalty".
JURISDICTION
4. "The Commission brings this action pursuant to Section 20(b) of the Securities Act of 1933 ("Securities Act") [15 U.S.C. §§ 77t(b)]".
5. "This Court has jurisdiction over this action pursuant to Section 22(a) of the Securities Act [15 U.S.C. § 77v]".
6. "The defendant, directly and indirectly, has engaged in, and unless restrained and enjoined by this Court will continue to engage in, transactions, acts, practices, and courses of business that violate Section 17(a) of the Securities Act [15 U.S.C. § 77q(a)]. THE FRAUDULENT SCHEME A. The Defendant".
7. "Parmalat Finanziaria S.p.A. is a Parma, Italy-based company, whose main operating subsidiary, Parmalat S.p.A. sells dairy products around the world, employs 36,000 people, and has world-wide operations in thirty countries, including the United States. On December 24, 2003, Parmalat S.p.A. filed for bankruptcy protection with a court in Parma, Italy, and on December 27, 2003, the court declared Parmalat S.p.A. insolvent. Since 1990, Parmalat's stock has traded on the Milan Stock Exchange. Parmalat-sponsored ADRs were offered and sold in the United States in 1996 and currently trade in the United States in the over-the-counter market. B. Admissions by Former Management of Parmalat".
8. "On December 9, 2003, Calisto Tanzi, then Parmalat's Chairman and Chief Executive Officer, and his son Stefano Tanzi, a senior Parmalat executive, met with representatives from a New York City-based private equity and financial advisory firm regarding a possible leveraged buyout of Parmalat. During that meeting, in response to a comment by one of the Tanzis about liquidity problems at Parmalat, one of the New York firm's representatives noted that Parmalat's financial statements showed that the company had a large amount of cash. In response, Stefano Tanzi stated that the cash was not there, and that Parmalat really had only 500 million euros in cash".
9. "Later, Luciano Del Soldato, then Parmalat's Chief Financial Officer, joined the meeting. During a discussion of Parmalat's outstanding debt, Mr. Del Soldato stated that Parmalat's debt was actually 10 billion euros, much higher than the balance sheet showed. Mr. Del Soldato indicated that the balance sheet was incorrect because the company had not repurchased 2.9 billion euros of Parmalat bonds. The balance sheet falsely reflected that the bonds had been repurchased".
10. "Based on these revelations, the New York firm's representatives offered to send members of the firm's restructuring group to meet with the Tanzis. The following day, representatives of the firm's restructuring group met with the Tanzis, and informed them that Parmalat needed to publicly disclose the facts disclosed to the New York firm if that firm were to continue to have any involvement. When it became clear that the Tanzis were unwilling to do so, the New York firm's representatives terminated their discussions with Parmalat. C. The 2003 Note Offering and Previous Sales of Notes in the United States".
11. "From 1998 through 2002, Parmalat and certain of its top managers and directors, including Calisto Tanzi and its then Chief Financial Officer Fausto Tonna, actively marketed and sold nearly $1.5 billion in notes and bonds to U.S. investors. To offer and sell these debt securities, Parmalat participated in numerous road shows in the United States, and on numerous occasions held due diligence meetings for U.S. buyers of the bonds at its headquarters near Parma, Italy".
12. "In August 2003 and continuing through November 2003, Parmalat fraudulently offered $100 million of unsecured Senior Guaranteed Notes to U.S. investors by materially overstating the company's assets and materially understating its liabilities. As Parmalat acknowledged in a press release dated December 19, 2003, the assets in its 2002 audited financial statements were overstated by at least 3.95 billion euros (approximately $4.9 billion at current exchange rates). In addition, during late 2003 Parmalat falsely stated to prospective U.S. bond and note investors that it used its "excess cash balances"-which actually did not exist-to repurchase corporate debt securities worth 2.9 billion euros (approximately $3.6 billion), when in fact it had not repurchased those debt obligations and they remained outstanding. The attempted $100 million note offering failed after Parmalat's auditors raised questions about certain Parmalat accounts. D. Equity Securities Sold in the United States".
13. "An ADR is a receipt issued by a depositary bank and represents a specified amount of a foreign security that has been deposited with a foreign branch or agent of the depositary, known as the custodian. The holder of an ADR is not the title owner of the underlying shares; the title owner of the underlying shares is either the depositary, the custodian, or their agent. The depositary provides stock transfer services such as issuing and canceling ADRs, maintaining a register of holders, and distributing dividends in U.S. dollars. It is the receipts of deposit, rather than the actual securities of the issuer, that are traded in the U.S. markets. ADRs are tradable in the same manner as any other registered American security, may be listed on any of the major exchanges in the United States or traded over the counter, and are subject to the U.S. federal securities laws".
14. "Parmalat sponsors its ADR program, meaning that Parmalat actively participated in the establishment of the ADR program and agreed to various terms concerning the ADRs, and to the rights and obligations of the parties involved (Parmalat, Citibank, and the owners of the ADRs). Citibank, N.A., the depositary for Parmalat's ADRs, provides transfer services".
15. "Parmalat's ADRs were originally privately placed in the U.S. on August 9, 1996. The ADRs are traded on the over-the-counter market in a 20:1 ratio (20 Parmalat shares per ADR) and quoted in the "Pink Sheets." On December 19, 2003, the price of Parmalat's ADRs closed at 40 cents, down 85 cents — or 68 percent — from the previous close, on volume of 16,070 ADRs traded. Their price had fluctuated between $3.4 and $1.10 over the past year. Before December 19, 2003, the price of Parmalat ADRs had been artificially inflated by the materially false and misleading statements described above".
16. "As of the end of 2002, Parmalat purportedly held 3.95 billion euros (approximately $4.9 billion) worth of cash and marketable securities in an account at Bank of America in New York City held by Parmalat's subsidiary Bonlat Financing Corporation ("Bonlat"). Bonlat is wholly owned by Parmalat and incorporated in the Cayman Islands. Bonlat's 2002 financial statements were certified by Bonlat's auditors based upon a false confirmation that Bonlat held these assets at Bank of America. The accounts and assets did not exist and the purported confirmation had been forged. These non-existent assets are reflected on Bonlat's 2002 books and records and, in turn, in Parmalat's 2002 consolidated financial statements, as well as in its consolidated financial statements as at June 30, 2003, which were provided to U.S. investors to whom Parmalat offered notes in August through November 2003".
17. "In addition to grossly overstating the amount of the liquid assets in its 2002 and June 30, 2003 financial statements provided to U.S. investors, Parmalat provided those investors in August 2003 with a private placement memorandum that contained numerous material misstatements about the company's financial condition. For example, the memorandum falsely states: "Liquidity is high with significant cash and marketable securities balances...." CLAIM FOR RELIEF Violation of Securities Act Section 17(a)"
18. "Paragraphs 1 through 17 above are incorporated herein by this reference".
19. "Defendant Parmalat, in the offer or sale of the securities described above, among others, by the use of means or instruments of transportation or communication in interstate commerce, or by the use of the mails, directly or indirectly: (a) employed devices, schemes or artifices to defraud; (b) obtained money or property by means of untrue statements of material facts or omissions to state material facts necessary in order to make the statements made, in the light of the circumstances under which they were made, not misleading; or (c) engaged in transactions, practices or courses of business which operated or would operate as a fraud or deceit upon purchasers of securities".
20. "In connection with the above described acts and omissions, defendant Parmalat, through its officers or members of its senior management, acted knowingly or recklessly. It knew, or was reckless in not knowing, that Parmalat's consolidated accounts for the fiscal year ending December 31, 2002, and for the periods commencing the first quarter 2003 through the third quarter 2003, inclusive, contained material misstatements and omissions".
21. "By reason of the foregoing, Parmalat violated Section 17(a) of the Securities Act. PRAYER FOR RELIEF WHEREFORE, the Commission respectfully requests that this Court enter judgment: A. Permanently restraining and enjoining Parmalat from violating Section 17(a) of the Securities Act; B. Imposing civil monetary penalties on Parmalat pursuant to Section 20(d) of the Securities Act; and C. Granting such other relief as this Court may deem just and proper. Respectfully submitted, Robert B. Blackburn (RB 1545) Local Counsel for Plaintiff Securities and Exchange Commission Woolworth Building, 13th Floor 233 Broadway New York, New York 10279 (646) 428-1610 (646) 428-1980 (fax) Joaquin M. Sena Lawrence A. West Charles J. Clark (CC 4720) Douglas B. Paul Allison C. Rosenstock Counsel for the Plaintiff Securities and Exchange Commission 450 Fifth Street, NW Washington, D.C. 20549-0911 (202) 942-4786 (Sena) (202) 942-9569 (Fax)".
Roberto di Nunzio
r.dinunzio@reporterassociati.org
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Dove abita l’antipolitica
di Paolo Flores d’Arcais
Quando parla di «politici ladri», Silvio Berlusconi pensa evidentemente al suo compare, e più stretto compagno d'armi, Bettino Craxi, pluricondannato. Del cui «tesoro», sottratto agli italiani, si sono perse le tracce, tra frequentatori di faccendieri alla Raggio e contesse alla Vacca Agusta.
E quando parla di gente che con la politica si è arricchita smisuratamente, Silvio Berlusconi si riferisce evidentemente a Silvio Berlusconi. Non solo Berlusconi è, infatti, un politico di professione ormai da oltre dieci anni. Berlusconi nei mesi più recenti, grazie alla (sua) politica, ha messo nelle sue tasche fantastilioni di euro.
L’ultimo voto di fiducia ha fatto salire il valore delle azioni del suo monopolio televisivo del 3% in poche ore! Ma anche il Berlusconi «imprenditore» deve tutto alla politica: non sarebbe mai diventato l'uomo più ricco d'Italia senza le leggi su misura imposte dal suo compare, e più stretto compagno d'armi, Bettino Craxi: che gli hanno regalato un monopolio sull'etere, trasformando l'illegalità in norma dello Stato.
E non basta. Senza la politica, l'impero di Berlusconi avrebbe da tempo conosciuto un crac tale da far impallidire il caso Tanzi e il caso Cragnotti messi insieme: si vadano a leggere i giornali del non lontano 1996.
Quando parla di «politici ladri», Silvio Berlusconi finge di dimenticare che Mani Pulite ha bensì dimostrato quanti ce ne fossero (soprattutto fra quei democristiani e socialisti che negli anni successivi sono poi approdati a frotte nei lidi ospitali di Forza Italia), ma ha svelato quanti, e perfino più dei politici, fossero gli «imprenditori ladri»: in combutta con i «politici ladri», naturalmente.
Se oggi, nella pole position della corruzione e del malaffare, vengano prima i politici o gli imprenditori, è arduo (e non qualunquistico) interrogativo. Di sicuro c'è solo che proprio le leggi volute da Silvio Berlusconi in questi ultimi tempi hanno regalato a politici e imprenditori impastati nell'illegalità una pletora di vantaggi: compresa la pratica depenalizzazione del falso in bilancio, che è sempre la chiave di volta per l'intreccio malavitoso affari/politica.
Perché, allora, Silvio Berlusconi parte lancia in resta contro i «politici ladri», visto che in tal modo mette sotto accusa se stesso e tutto il suo mondo di compari e di alleati subalterni? E che sa perfettamente come sarebbe assai facile trasformare le sue accuse in un micidiale boomerang per lui che le ha lanciate? In secondo luogo, per mandare un avvertimento in stile mafioso proprio agli alleati subalterni: piantatela con la «fronda, con i «distinguo», con i «franchi tiratori», perché so di voi a sufficienza per rovinarvi.
Ma in primo luogo, perché Berlusconi scommette su una reazione dell'opposizione tutta in difesa della dignità della politica in quanto tale, e poco propensa invece a rilanciare contro di lui, in dosi esponenziali, le accuse incaute e generiche freddamente programmate dal Cavaliere delle Impunità.
Berlusconi sa benissimo, infatti (come dovrebbero sapere tutti, viste le reiterate e convergenti indagini demoscopiche), che «i politici», se presi in blocco e senza aggettivi, costituiscono la corporazione più impopolare e meno apprezzata dai cittadini tra tutte le categorie professionali. E dunque Berlusconi, questo «politico politicoso» che più politicante non si può, giocherà tutta la sua campagna elettorale e il suo strapotere finanziario e massmediatico nel tentativo di contrapporre se stesso, uomo di azienda e di lavoro, al resto del mondo, cioè ai politici senza arte né parte (fannulloni e/o ladri).
Basterebbe rispondergli che il lavoro, quello vero (anche imprenditoriale) Berlusconi neppure sa cosa sia. Berlusconi conosce e pratica, da sempre, il «trafficare», che è cosa assai diversa dal lavorare. Il «trafficare» cioè l'intreccio e l'inciucio: una capacità manageriale che si riduce ad avere i migliori «santi in paradiso», nella politica come nelle banche e talvolta perfino nella malavita. Berlusconi non ha ancora spiegato come ha messo insieme il famoso «primo miliardo», chi abbia finanziato Milano 2, e chi ci sia dentro le 23 misteriose «scatole» cui appartiene la Finivest. Nessuno dei tanti oppositori che vanno a Porta a Porta, del resto, pone mai queste cruciali domande ai Bondi e Schifani di Berlusconi.
E così, Berlusconi proverà anche questa volta ad occupare il luogo strategico dal quale, da oltre dieci anni, si vincono o si perdono le elezioni in Italia. Questo luogo si chiama «antipolitica». Chi lo regala all'avversario ha già perso, perché l'antipolitica è il sentimento oggi più massicciamente diffuso tra gli italiani (il 65% dei quali non è soddisfatto della nostra democrazia - vedi l'Unità, 24 febbraio, pag.8).
Sentimento niente affatto qualunquista perché rigorosamente ambiguo. Può prendere i connotati del tradizionale qualunquismo, ovviamente, ma sempre più spesso assume invece i colori di una critica della politica esistente (dei partiti/macchina come dei partiti/azienda o dei partiti/spettacolo) in nome di una politica diversa, più democratica, più partecipata, aperta alla società civile: più politica, nel senso che Hannah Arendt dava a questo termine. Sono voti potenzialmente a disposizione delle opposizioni, dunque, i sentimenti di «antipolitica» che chiedono solo «più democrazia».
E del resto: anche se non fosse vero che la politica (compresa quella di opposizione) è sempre più autoreferenziale e lontana dai cittadini, è un dato di fatto che così viene larghissimamente percepita. E ciò che viene «percepito» conta, nella battaglia politica, almeno quanto ciò che è reale. E talvolta di più. Ecco perché le opposizioni farebbero a Berlusconi il regalo più grande (capace perfino di risollevarlo dal tracollo nei consensi in cui la sua malapolitica lo sta avvitando) se gli offrissero su un piatto d'argento anche il monopolio dell'antipolitica: come se di monopoli non ne avesse già abbastanza.
unita.it
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Umberto Eco :Come si ruba la comunicazione
da La Repubblica di MICHELE SMARGIASSI
Nel cartello davanti una frase sempre uguale, in quello dietro una diversa ma molto semplice. In Italia se non sei presente non sei. Forse si può stare in video meglio di come i nostri politici fanno adesso. L´elogio del silenzio, basta accontentarsi degli strapuntini che ci lascia Berlusconi È meglio tacere. La sinistra crede che per comunicare sia sufficiente dire una frasetta davanti alla telecamera. Dall´uomo-sandwich all´uomo immagine. Ieri sera a Bologna Eco, Cofferati, Pasquino e Volli hanno dibattuto sulle splendide opportunità mediatiche che la televisione offre anche come forma di propaganda indiretta. Contro lo strabordare televisivo di Berlusconi, l´Ulivo lancia «una grande operazione di comunicazione alternativa». Eccola: gli uomini-sandwich. Inventati dai pionieri dell´advertising americano, erano quei signori che passeggiavano sui marciapiedi con due cartelli pubblicitari appesi al collo: uno davanti, uno dietro. Circostanza tecnica che offre, spiega Umberto Eco, una splendida opportunità politica: «Puoi comunicare, e contemporaneamente denunciare il furto di comunicazione». Nella pratica funzionerebbe così: «Nel cartello davanti bisognerebbe scrivere una frase sempre uguale: ?Questo non me lo lasciano dire in tivù´. Nel cartello dietro, una frase sempre diversa ma molto semplice, minima, per esempio ?Sono più povero di un anno fa´, oppure ?I ricchi sono autorizzati a evadere le tasse´. L´insieme darebbe l´idea che ci sono argomenti che non sono ammessi in televisione, che sono censurati perché scomodi, insomma si darebbe l´idea che siamo in una situazione da samizdat. Se un bel giorno scendessero in strada diecimila uomini-sandwich in una città, sarebbe un´operazione impossibile da censurare. Non credo che si possa arrestare un uomo-sandwich, e anche le tivù di Berlusconi sarebbero costrette ad occuparsene?».
Amante del paradosso, Eco lo è per la sua antica militanza oulipiana; ma quello che espone in una cantina della città universitaria stracolma di ragazzi sembra un paradosso controllato e verosimile. Comunque è un paradosso eloquente, tanto che il suo interlocutore Sergio Cofferati, candidato sindaco di Bologna, lo segue volentieri: «Ho pensato anch´io a qualcosa del genere?». Alle Scuderie di piazza Verdi l´editore Giuseppe Laterza ha invitato un gruppetto di professori a presentare il libro di Francesco Tuccari L´opposizione al governo Berlusconi, ma che opposizione è mai possibile quando il presidente del Consiglio occupa tutto il campo da gioco (mediatico)? Cofferati, senza l´ombra di paradossi, lancia la sua proposta: «l´elogio del silenzio. Smettiamola di accontentarci degli interstizi che lui ci lascia. Ci si può ritrarre, ci si può sottrarre agli argomenti che lui impone. Non è necessario rispondere sempre alle provocazioni. Qualche volta l´assenza conta più della presenza. Si può disertare un salotto tivù: se lo fai spesso, la gente si chiederà perché non ci sei. Tacere può avere un effetto dirompente». L´invito agli amici dirigenti dell´Ulivo: via dagli strapuntini Rai e Mediaset dove «tu riesci a dire meno di una frase, e loro riescono a deformarla».Via, ma dove? L´Aventino televisivo paga davvero? Ugo Volli, filosofo del linguaggio, ne sembra convinto: «I girotondi hanno fatto comunicazione senza la tivù. I pubblicitari hanno scoperto la comunicazione interpersonale, la chiamano marketing virale e la studiano; la sinistra invece l´ha abbandonata e crede che comunicare sia dire una frasetta davanti alla telecamera». «Il silenzio va bene in una società decente», il politologo Gianfranco Pasquino invece è perplesso, «in Italia se non sei presente non sei, punto e basta. Forse si può stare in tivù meglio di come i nostri politici fanno adesso».Forse, concede Eco ricordando quando, nel ?68, Elia Valori gli chiese di curare la regia di un programma elettorale televisivo autogestito dal Psiup, e «io lo feci passeggiare su un palco circondato da ragazzi: ma non era a suo agio?». I dolori però arrivano quando si restringono non solo gli spazi, ma anche gli argomenti concessi all´opposizione. «Ormai è chiaro a tutti», continua Eco, «che Berlusconi fa delle uscite clamorose perché la stampa, tutta la stampa, gli faccia da megafono. Ora, ho sempre raccomandato ai politici di osservare una regola semplice: il canale della smentita non può essere più grande del canale della calunnia. Mai esagerare nella risposta. Prendiamo il caso Domenica Sportiva: Berlusconi fa un raid in diretta per rendersi simpatico ai tifosi. Che si fa? Bene l´Annunziata che gli replica nella stessa trasmissione, davanti allo stesso pubblico. Ma gli altri, con le repliche del giorno dopo, hanno fatto sapere quello che ha detto Berlusconi anche a chi non lo sapeva». Certo, il silenzio è un esercizio difficile, a volte impossibile: «Perché un giornale critico rispetto a Berlusconi dedica quattro pagine ai suoi commenti sul Milan? Perché ha paura che il giornale concorrente gliene dedichi altrettante». Il sistema dei media, ahimè, subisce la furbizia della divetta di Cannes «che si mette a seno nudo sulla Croisette e ottiene più foto della grande attrice. Berlusconi non mostrerà il seno, forse si volterà dall´altra parte, e i media ci cascheranno». E poi, va detto, «ci sono argomenti a cui è impossibile non replicare: quando Berlusconi giustifica moralmente l´evasione fiscale è il caso di far notare l´enormità». Ma, detto tutto questo, bisogna fare il possibile per non cadere nelle trappole: «Vi sarete resi tutti conto che Berlusconi adopera con molta abilità la gaffe apparente per sviare l´attenzione da argomenti scomodi: quando diede del kapò al capogruppo socialista del Parlamento europeo, nel Parlamento italiano si stava discutendo la legge Gasparri».Sapere quando accettare e quando rifiutare il terreno mediatico dell´avversario richiede grande attenzione e nervi saldi. Ma scegliere quale gioco giocare in alternativa, ancora di più. Cofferati racconta il suo esperimento: «Costruire un altro sistema di comunicazione, una fionda contro l´apparente Golia: un modo interpersonale, diretto, fatto di incontri con singoli piccoli gruppi, a anche di forum, di blog su Internet. Faticosissimo, ma in una città come Bologna non è un´utopia raggiungere così migliaia di cittadini». Eco annuisce, con qualche cautela: «La gente prova piacere a incontrarsi a cena o in un girotondo e trovare altra gente che la pensa allo stesso modo, ma se ci si ferma qui l´insieme ha un pericoloso effetto masturbatorio. I destinatari di qualsiasi comunicazione, anche alternativa, devono essere gli altri, quelli che hanno forte simpatia per certe posizioni berlusconiane sul fisco, sui politici ladri, sui giudici pericolosi, quelli che non sono turbati dal monopolio tivù purché ci sia la tivù, quelli che non gliene frega niente del conflitto d´interessi; ma che possono essere toccati da un messaggio ben confezionato sull´impoverimento e sul caro-vita. E che, sentendone parlare solo dall´opposizione, o solo fuori dalla tivù, forse cominciano a capire che in Italia c´è un problema di furto d´informazione, e prendono delle contromisure, come facevano le famiglie italiane sotto il fascismo, ascoltando Radio Londra». Vale la pena, insomma, che l´Ulivo rinunci a qualche Porta a porta e ritorni al porta-a-porta. O agli uomini-sandwich. Però, stuzzica Laterza, c´è il problema del secondo cartello. Su quello davanti, quello che denuncia il sequestro berlusconiano dei media, l´Ulivo è tutto d´accordo. Ma «nel cartello dietro deve andarci qualcosa di condiviso, e l´Ulivo?». Eco allarga le braccia: «Io ho lanciato qualche idea sul modo di colmare il gap comunicativo di cui soffre l´opposizione. Quanto ai modi per superare il suo gap programmatico, non sono l´oggetto dell´incontro di stasera, e ne ringrazio Iddio».
da articolo21
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IRAQ/ LA QUERCIA IN RIVOLTA: PIERO, COSI' SI UCCIDE UN PARTITO
[wallace]
QUERCIA IN RIVOLTA / Un segretario di sezione: i giovani non capiscono
La rabbia dei militanti diessini «Piero, così si uccide un partito»
ROMA - Militanti con la tessera in mano. Certi dicono: «Non ho mai tradito: prima nel Pci, poi nel Pds e, fino in fondo, anche con i Ds. Solo che questo è proprio il fondo».
Pomeriggi tristi, nelle sezioni storiche, dalla Garbatella all’Alberone, dal Trionfale al Tufello, dove si scende una rampa di scale, dove si entra nella penombra di sguardi cupi, di braccia che si allargano, di compagni che rileggono i titoli dei giornali e si ripetono che no, non va bene: sulla missione in Iraq «bisognava schierarsi». «Piero doveva avere coraggio». «Piero ci ha stufato». «Piero, in questo modo, uccide un partito». Del grande Partito comunista resta ormai solo questa vecchia confidenza, questa libertà di parlare del segretario, Fassino, chiamandolo per nome: «Non resta altro, e va bene. Però sulla guerra, e su certi valori come quello della pace, dovevamo restare antichi. Volevamo restare antichi», dice Fabrizio Picchetti, il segretario della sezione Tufello, che come molti altri segretari deve affrontare problemi pratici: «C’è il compagno che viene e che mi fa: io me ne vado. Lascio il partito. E poi c’è quello che s’arrabbia, quello con gli occhi rossi di lacrime e di rabbia».
E poi ancora, raccontano i segretari delle sezioni, ci sono i giovani. Andrea Fannini è il responsabile della storica sezione Garbatella. «Abbiamo faticato non si sa quanto, e non so se Piero e quelli della segreteria nazionale se ne rendano conto, a riportare dentro al partito un po’ di gente che il 30 di ogni mese non andasse a prendere la pensione. Abbiamo parlato ai giovani, cercando di fargli capire che questo poteva essere un partito con un orizzonte, che potevano venire a camminare, a fare politica con noi, invece che restare a farsi gli spinelli nei centri sociali...».
E, invece, adesso? «Adesso, quei giovani vengono da me e mi dicono: e io dovrei stare in un partito il cui segretario, al momento di votare sì o no su una missione di guerra, che fa? Ordina di uscire dall’Aula? Di astenersi?».
Fannini ha speso interi pomeriggi, e «pure qualche notte», per mettere qualche anno ’77, qualche ’80, tra i suoi iscritti: gli ha raccontato di cosa significhi questa sezione per la città di Roma. È stato lì, davanti a birre vuote, a raccontare di come nel 1944 questa palazzina fosse una sede del Fascio e di come i partigiani vi entrarono, conquistandola, occupandola, facendo sventolare una bandiera rossa alla finestra. E non solo: li ha anche dovuti convincere a non salire su, al primo piano, dove adesso ci sono gli uffici della sezione di Rifondazione. «Che poi, appunto: i miei iscritti hanno anche questa tentazione. Gli basta salire due scalini e...».
Ci sono verbi che fanno male: abbandonare, cambiare, passare. Ma è di questo che si parla fuori la sezione dell’Alberone. Sergio, Luca, Lucrezia. «Come si fa ad astenersi su un tema come la guerra? Come si fa ad essere così ambigui?». Lucrezia: «Così vigliacchi, vorrai dire...». E Sergio: «E pensare che gli abbiamo creduto fino all’ultimo bluff, fino alla sceneggiata del Palalottomatica». Luca: «Tutti uniti. Il centrosinistra compatto e deciso. Ma a uscire fuori dall’Aula. Che schifo. Che pena».
Il clima è questo. I discorsi sono questi. «Mi chiedo: perché altri partiti della sinistra, al Senato, hanno votato un chiaro "no" al finanziamento della missione militare italiana in Iraq, e noi... e dico noi diessini con un brivido, con un senso di fastidio, siamo invece usciti dall’Aula?», s’interroga Valentina Rinaldi della sezione Trionfale. «Ci sono volte in cui mi chiedo: ma davvero Fassino è incapace di assumersi una qualsiasi responsabilità?».
Non sono pochi i militanti che usano la medesima metafora: «Questa storia del voto per la missione italiana in Iraq è la goccia che ha fatto traboccare il vaso». Metafora stucchevole, ma che - stavolta - rende l’idea. Fabrizio Picchetti, della sezione Tufello, ha l’elenco delle delusioni in testa: «L’idea delle pensioni che ha Rutelli, poi la procreazione, poi...».
Compagni che ascoltano e che scuotono la testa. Poi uno s’alza e va verso la porta. C’è un quadro: hanno incorniciato la fotografia di Roberto Benigni che prende in braccio Enrico Berlinguer. «E lui, Enrico: che direbbe?».
liblab.it
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«Berlusconi come Zelig»
Dopo l'intervento del premier alla «Domenica sportiva» Annunziata torna all'attacco: «Lo sogno al festival di Sanremo come esperto». Alcuni direttori di testata solidarizzano con Maffei. La presidente: «L'assegno lo staccca Cattaneo». Oggi lo scontro in consiglio d'amministrazione
da Il Manifesto di MICAELA BONGI
«Non mi vorrei ritrovare in una Rai invasa da Zelig, con il presidente del consiglio che fa il gran cuoco in tv. E sto sognando di quando apparirà come esperto di canzoni a Sanremo». E' un fiume in piena, Lucia Annunziata. All'indomani del collegamento telefonico di oltre 20 minuti tra la Domenica sportiva e il premier rossonero con il pallino delle due punte, la «presidente di garanzia» - a sua volta intervenuta in diretta per fronteggiare il Cavaliere («lasci in pace la Rai, il suo parlare del Milan equivale a un grande spot elettorale») - torna all'attacco: «L'Italia è piena di Authority, se ho sbagliato accetto sanzioni. Mi portassero saggi e contro saggi, ma li avverto: la storia di sfiduciare l'Annunziata è una soap che ho già visto».
La sfida è al direttore generale Flavio Cattaneo, che «mi piacerebbe rispondesse su quanto avvenuto» ma «da tempo ha preso a nascondersi dietro i pantaloni del cda». Allo stesso Silvio Berlusconi: «Mi aspetto una risposta, la mia obiezione è stata al premier, non ai giornalisti». Ma Annunziata va giù duro anche con i direttori di testata accorsi a solidarizzare con Fabrizio Maffei, responsabile di Rai Sport: «C'è un fronte unanime dal quale emerge che l'assegno lo stacca Cattaneo».L'opposizione in coro denuncia l'invasione di campo elettorale del premier, che secondo il leader dei Ds Piero Fassino è in preda alla megalomania. La Casa berlusconiana schiera tutti i forzisti, e non solo, parlando di un autogol di Annunziata, perché è impensabile che un «tecnico», per di più presidente della squadra capolista, non possa dire la sua in tv. Anzi, si è trattato di un vero scoop. Che poi il tecnico sia anche presidente del consiglio (e proprietario di Mediaset) e abbia deciso di scatenare un'offensiva pre-elettorale al fulmicotone imperversando sui media, è un dettaglio anche per Cattaneo: «Berlusconi ha parlato da presidente del Milan, come tanti altri presidenti che la testata sportiva ha ritenuto di intervistare, dando loro lo stesso tempo». Come tanti altri... Poi Gianfranco Fini la butta sull'Auditel, mentre il ministro Gasparri si trasforma in paladino della libertà di esprimere opinioni. Del resto «io ho chiamato una sola volta la Rai».Al vertice di viale Mazzini si profila un nuovo, accesissimo scontro. Le premesse ci sono già tutte. Prima Maffei riferisce di una telefonata della presidente che, «molto irritata», diceva «che avrebbe chiesto sanzioni per me e Rai Sport e chiedeva di intervenire», nonostante l'intervento del premier, per carità, non avesse niente di politico ma fosse «squisitamente pertinente». Con Maffei si schierano il direttore del Tg1 Clemente Mimun, quello del Tg2 Mario Mazza, quello di Televideo Antonio Bagnardi. Il primo ironizza sugli stipendi della Ds dei quali Annunziata ha sostenuto di essere «garante» in qualità di presidente di garanzia (e parecchi esponenti della maggioranza si concentrano su questo passaggio): «Deve trattarsi di una novità che mi è sfuggita». Il secondo si dice indispettito «dal tono usato da Annunziata nei confronti dei conduttori della Domenica sportiva, Galeazzi e Lauro». Il terzo incalza: «Anche io prendevo uno stipendio prima dell'arrivo di Annunziata». Il comitato di redazione di Rai Sport, che ha chiesto un incontro urgente con Cattaneo, ritiene invece inaccettabile che la testata «venga coinvolta nei piani di comunicazione del presidente del consiglio». Quanto a Maffei che aveva detto «se telefona Giacinto Facchetti non sto certo con il microfono in mano», il cdr ribatte: «Il raffronto ha del ridicolo. Quel che è successo è gravissimo». L'Usigrai chiede poi se la validità delle circolari aziendali che limitano la libertà di espressione dei dipendenti Rai sia stata sospesa, viste le dichiarazioni dei direttori Rai solidali con Maffei, la «cui libertà di parola deve essere modello per tutti i giornalisti». Ribatte la direzione generale: quelle dichiarazioni erano state autorizzare.Inteviene anche la Fnsi, con una lettera del segretario Serventi Longhi al presidente della vigilanza Rai Claudio Petruccioli e a quello dell'Authority Enzo Cheli perché battano un colpo. E Petruccioli si schiera con Annunziata («ha fatto bene») e annuncia una lettera a Cattaneo e a Cheli sulla presenza dei politici nelle trasmissioni non informative, in contrasto con gli indirizzi della vigilanza.In cda, lo scontro si consumerà oggi: Cattaneo, che liquida le parole di Annunziata sui pantaloni dietro i quali si nasconderebbe con un «signorili», promette «un'ampia relazione». E i consiglieri cominciano a posizionarsi. Se per Giorgio Rumi è stato dato troppo spazio al Cavaliere, Marcello Veneziani prima dice all'Ansa di condividere l'osservazione di Fassino sulla megalomania di Berlusconi, poi rettifica.
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LA STRATEGIA DEL 5% - di Giuseppe Giulietti
il tentativo in atto di ridurre ad una rissa da ballatoio, o ad un eccesso di esuberanza del cavaliere, quanto e' accaduto alla “domenica sportiva” rappresenta una pericolosa sottovalutazione dell'episodio. In realtò lo staff della presidenza del consiglio ha da tempo pianificato una massiccia presenza del presidente in tutte le trasmissioni, con particolare riguardo ai grandi contenitori familiari e sportivi delle reti nazionali pubbliche e private. Questo piano mira a consentire un recupero elettorale pari al 5% rispetto alla disastrosa attuale situazione dei sondaggi.
Questo processo di recupero mediatico avverrà in particolare ai danni di An e dell'Udc. E’ sorprendente che gli esponenti di questi partiti siano così disponibili a farsi cannibalizzare dal cavaliere. In ogni caso stiamo assistendo ad una eccezionale alterazione di quel principio delle pari opportunità richiamato in modo solenne dal presidente della Repubblica Ciampi nel suo messaggio del luglio del 2003. Per queste ragioni spetta in primo luogo alle autorità di garanzia trovare i rimedi più opportuni per impedire che la prossima competizione elettorale risulti pesantemente inquinata dall'eccezionale divario di mezzi economici e mediatici a disposizione delle singole forze politiche, di maggioranza e di opposizione.
Se dovesse perdurare l'attuale situazione sarà invece opportuno ricorrere ad iniziative, anche clamorose, per segnalare in tutte le sedi la particolare delicatezza della situazione che si e' venuta a creare in italia.
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Il conflitto d’interessi finalmente andrà in aula. Giachetti ha vinto. Anche Ancelotti torna a sperare
Alla fine l’opposizione è riuscita a spuntarla: la legge sul conflitto d’interessi è stata calendarizzata.
Arriverà in aula al senato il 4 marzo e, se tutto andrà bene, si voterà il 10. Esprime soddisfazione il capogruppo della Margherita, Willer Bordon. Per una questione di principio, certo, perché, come sottolinea, si tratta pur sempre di una legge ben al di sotto di ciò che sarebbe necessario per risolvere il “conflitto”. Ma intanto – osserva Bordon – era importante che la questione riemergesse a livello parlamentare.
Anche Roberto Giachetti, dopo 21 giorni, annuncia di voler sospendere il suo sciopero della fame, «in segno di rispetto del presidente Pera e dei capigruppo che hanno assunto la decisione ». Ma Giachetti avverte anche di essere pronto a ricominciare qualora il calendario fissato dovesse saltare. E ora in aula, dunque. Per denunciare l’insufficienza e le clamorose lacune del testo Frattini. E per rilevare il clamoroso e colpevole ritardo con cui si rimette mano alla faccenda. Come si suol dire: si provvede a chiudere la stalla vuota. I buoi, infatti, sono scappati da tempo. Buoi che hanno tirato il carro della Gasparri fino alla scandaloso guado del decreto.
Persino quel facsimile di legge predisposto dal fidato ministro degli Esteri, infatti, avrebbe potuto impedire a Berlusconi di salvare la sua Rete4 per decreto. Per questa ragione la legge è rimasta tanto a lungo nel cassetto. Ora che il testo torna ad essere sostanzialmente innocuo si può procedere. Vale il principio, certo, oltre a quel minimo di sostanza che rimane attaccata all’osso. Sapete a quale carica Berlusconi dovrà rinunciare se sarà approvata la Frattini? Alla presidenza del Milan. Sì, il presidente del consiglio dovrà scegliere: o in poltrona, o in panchina. Di questi tempi è già qualcosa. Poco per gli italiani.
Moltissimo per Carlo Ancelotti.
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La lente della Commissione Ue sugli ordini professionali: per l’Italia sarebbe una rivoluzione
Il Rapporto dell’esecutivo europeo sui livelli di concorrenza nei servizi professionali mette l’accento sui punti essenziali dell’attuale sistema, evidenziandone le gravissime carenze sul piano dell’innovazione, ma anche della concorrenza. Troppe le regole, spesso bassa la qualità ed elevati i costi. La via delle riforme tracciata dall’Europa, se sarà seguita, porterà a una svolta davvero epocale.
di MARCO DE ALLEGRI
All’inizio di febbraio è stato presentato dalla Commissione europea il Il Rapporto sui livelli di concorrenza nei servizi professionali, testo di riferimento per i paesi e le associazioni di categoria (ordini) che devono affrontare la riforma di questi settori. In questo rapporto, riguardante per ora sei categorie (avvocati, notai, contabili, architetti, ingegneri e farmacisti), vengono focalizzate cinque questioni nodali: tariffe vincolanti e raccomandate, pubblicità, accesso alla professione e diritti di esclusiva e infine modalità di esercizio delle professioni. I presupposti del Rapporto sono contenuti nel paragrafo dal titolo Regolamentazione restrittiva nelle professioni liberali dove si afferma che restrizioni e obblighi riguardanti i cinque punti sopra citati come tariffe vincolanti o restrizioni all’accesso, o le modalità di esercizio della professione causano prezzi elevati, inibiscono la nascita di servizi innovativi e mantengono alti costi di gestione. L’eccesso di regole ha portato dunque, in alcuni casi, ad avere una bassa qualità ad un prezzo elevato mentre «la perdita di regole anticoncorrenziali ha portato ad avere costi più bassi e maggiore qualità». Certo, il Rapporto prevede per alcune professioni (quelle riconosciute di pubblica utilità) la necessità di avere regole di comportamento e standards qualitativi purché questi «non costituiscano restrizioni di tipo concorrenziale».
Vediamo ora nel dettaglio come l’Europa intende tracciare la via delle riforme analizzando brevemente i singoli cinque punti.
Tariffe obbligatorie
Le tariffe obbligatorie hanno l’effetto peggiore sulla concorrenza a maggior danno dei consumatori; le associazioni di categoria e gli ordini sostengono che le tariffe obbligatorie mantengono calmierati i prezzi e assicurano la qualità.
Il Rapporto oppone a queste argomentazioni tre considerazioni: primo, ormai nella maggior parte degli stati membri dell’Ue i prezzi sono liberi e concordati tra cliente e professionista; secondo, le teorie economiche concordano nell’affermare che la libera concorrenza dei prezzi ottiene un abbassamento superiore dei costi rispetto a tariffe prefissate; terzo, i prezzi predefiniti non mettono l’utente al riparo da professionisti senza scrupoli o che offrono servizi di bassa qualità.
Tariffe di riferimento
Come il caso precedente ha un impatto negativo sulla concorrenza e può condurre i professionisti a fare “cartello” sui prezzi di riferimento a danno della concorrenza stessa. Le associazioni di categoria e gli ordini sostengono principalmente che le tariffe di riferimento sono un utile strumento nelle mani dei consumatori al fine di verificare la congruità del costo. Il Rapporto tuttavia ci dice che vi sono altri meccanismi per tenere sotto controllo i costi delle prestazioni professionali, come osservatori sui prezzi gestiti da istituti indipendenti, o dalle associazioni di consumatori.
Restrizioni sulla pubblicità
Secondo le teorie economiche la pubblicità facilita l’acquisizione di informazioni sui diversi servizi presenti sul mercato consentendo perciò una scelta più consapevole da parte dell’utente. Le associazioni di categoria e gli ordini sostengono che la pubblicità sui servizi professionali a causa delle cosiddette “assimetrie informative” (mancanza di conoscenza della materia da parte degli utenti) confonderebbe le idee e esporrebbe il pubblico al pericolo di pubblicità ingannevole o al rischio di essere “manipolati”. Nei paesi dove vi è la possibilità di fare pubblicità, naturalmente con messaggi veritieri e corretti, si è verificato, che al contrario, gli utenti hanno potuto effettuare scelte più consapevoli superando proprio grazie alla comunicazione pubblicitaria le “asimmetrie informative”.
Accesso professioni ed esclusiva
Il Rapporto raccomanda – nelle professioni ove sono vigenti barriere all’accesso (esami di stato, corsi di formazione o periodi di tirocinio) combinati con esclusive di attività – di promuovere forme meno restrittive di controllo. È possibile, secondo la Commissione, garantire la qualità del servizio attraverso forme di accreditamento o controlli qualitativi indipendenti in modo che i consumatori possano scegliere professionisti che hanno o meno una data certificazione di qualità.
Come nei casi precedenti viene sottolineato il fatto che qualità e abbassamento dei costi sono più evidenti in quei marcati professionali e in quei paesi dove vi è un minor numero di restrizioni.
Esercizio delle professioni
Le restrizioni in questo ambito ostacolano la nascita di nuove strutture o forme di esercizio professionale come partnership con altre professioni, l’apertura filiali, o catene di franchising. Le associazioni di categoria e gli ordini sostengono che le limitazioni all’esercizio in forma societaria sono necessarie per tutelare l’indipendenza dei professionisti e la loro correttezza di comportamento verso gli utenti. La Commissione europea non ritiene necessari tali limitazioni in specie per quanto riguarda società composte da persone che esercitano la stessa professione e non le ritiene valide, in ogni caso, nemmeno in alcuni settori come quelli dei servizi di ingegneria e architettura. In generale, queste limitazioni non sembrano funzionali allo scopo di proteggere gli utenti e al pari di altre restrizioni hanno come conseguenza poca efficienza e costi più elevati.
Possiamo affermare, grazie al lavoro svolto a livello europeo, che la riforma delle professioni ha ora un riferimento certo: più concorrenza all’interno delle categorie, meno regole ma più efficaci, coinvolgimento delle associazioni di consumatori, più libertà per i professionisti nell’organizzazione e nella gestione della propria attività. Se in Italia si desse davvero corso a una riforma seriamente incentrata su questi obbiettivi, non come con le proposte avanzate fino ad ora, potremmo affermare di avere effettuato una svolta epocale non solo per le professioni ma per l’intero paese.
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Cofferati, Tex Willer e i "cococo"
Incontro con i lavoratori atipici di Bologna
“Se Tex Willer venisse a Bologna cosa gli piacerebbe e cosa lo spingerebbe a tornarsene nella sua riserva?” Comincia con una domanda atipica l’incontro di Sergio Cofferati con un centinaio di lavoratori atipici. Il candidato veste i panni di uno dei suoi eroi del fumetto immaginando che non venga a cavallo, ma in bicicletta: “Noterà subito che mancano le piste ciclabili e che i livelli di inquinamento sono altissimi, che uno dei centri storici più belli d’Italia è soffocato dal traffico caotico”. “Limiti da fare rispettare, traffico privato ridotto, aree pedonali, Sirio acceso renderebbero sicuramente più gradevole accedere al centro storico e - scherza il candidato - Tex potrebbe anche decidere di fermarsi a vivere qui”.
Poi torna nei panni di candidato a sindaco e cerca di dare delle risposte alle domande degli atipici che vogliono “vedere se davvero il candidato lavora anche per noi”.
Ad ascoltarlo sono circa un centinaio di giovani “cococo”, molti dell’Ervet, che ha organizzato e voluto l’incontro alla sala Passe-Partout di via Galliera. Quelli che devono affrontare sono “problemi materiali – sottolinea il candidato - prima di tutto quello della casa. Nel nostro programma ci sarà la proposta per un piano di edilizia popolare, che renda disponibili appartamenti in vendita o in affitto a un prezzo adeguato per le giovani coppie, gli studenti e gli immigrati”. Bisogna anche “rendere disponibile ciò che oggi è sfitto, ad esempio gli alloggi vuoti dell’Acer, che restano fuori mercato per troppo tempo per colpa di una burocrazia estenuante”. Il candidato si dichiara comunque ottimista “perché a Bologna ci sono le condizioni, le risorse e le intelligenze per attuare un programma che riporti la città nella posizione nazionale e internazionale che merita”. C’è anche chi sottolinea che il problema dell’atipicità è anche un problema sociale, perché il sistema non accoglie chi ha un contratto di lavoro “diverso. È una atipicità che estrania, che emargina”. Per questo, afferma Cofferati, è fondamentale che si giunga a dei contratti collettivi anche per chi ha un lavoro temporaneo, “perché il contratto collettivo non risolve solo condizioni materiali, ma garantisce anche all’esterno l’immagine di persone che hanno dei diritti riconosciuti. Quello che può fare una buona amministrazione è non partecipare al coro di chi svilisce il lavoro, quale che sia la sua modalità, ma riconoscere al lavoro il rispetto che è necessario e dovuto”.
C’è poi chi racconta che la Regione non sa come fare a detrarre dai compensi degli atipici il costo degli abbonamenti dei bus che viale Aldo Moro garantisce a prezzi scontati anche ai suoi “cococo”. Per risolvere anche questo tipo di problemi Cofferati ribadisce che l’amministrazione deve “favorire intese collettive anche con gli atipici e superare gare di appalto al massimo ribasso”.
C’è infine chi sottolinea come nelle delibere comunali sia difficile capire chi è “cococo” perché non ci sono meccanismi trasparenti e non vengono riconosciute le professionalità. “In alcuni uffici dell’amministrazione – sottolinea una ‘cococo’ che si occupa di formazione professionale - solo adesso, dopo anni, si sta cercando personale interno per svolgere alcune mansioni”. Anche rispetto a queste problematiche Cofferati conferma la sua intenzione di non ricorrere dove è possibile al lavoro precario e alle consulenze: “L’amministrazione ha diritto di usare tutta la strumentazione disponibile, quando è giustificata dai progetti e dai bisogni. A Bologna oggi c’è un numero di consulenze difficile da giustificare. Le consulenze sono uno degli strumenti disponibili, ma vanno usate solo quando all’interno manca una professionalità. Quando invece sono attivate in sostituzione o in sovrapposizione con il normale lavoro dell’amministrazione è una pratica sbagliata”. Ai giovani che gli chiedono quale posizione prenderà rispetto agli attuali contratti di collaborazione Cofferati risponde che “è buona norma evitare di fare della demagogia. Oggi non so valutare se tutte le collaborazioni sono giustificate, né i ‘cococo’ né le consulenze. Se diventerò sindaco vorrei prima farmi un’idea con i miei occhi e poi sulla base di quello decidere cosa fare. In ogni caso dovrà essere chiara la ragione della conferma o del mutamento. Ritengo che sia un errore usare impropriamente degli strumenti”. Ad Andrea Arcelli, un “cococo” impropriamente nominato da alcuni giornali come consulente, Cofferati risponde che “a volte capita che la stampa semplifichi e che in questo modo una persona si ritrovi su un giornale descritta in modo difforme dalla realtà. Però ribadisco che anche i ‘cococo’ rimarranno se la loro presenza è motivata.
Quello che mi preoccupa di più è che questa polemica ha una ragione d’essere, perché contratti stipulati senza criterio creano tensioni e coinvolgono anche voi, che non avete responsabilità”.
sergiocofferati.it
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Rumori fuori scena
Solimano L'intervista dell'Unità a Marco Minniti ha un titolo involontariamente (?) straniante: “Non votare, una scelta radicale”. Mi viene in mente un mio collega di lavoro che a metà degli anni '80 mi disse: “Stavolta faccio una scelta diversa: voto DC”. Serio, lo disse. Così, passando al mondo degli affetti, di fronte ad una donna che non ci apprezza come meriteremmo, dovremmo dire: “Prendo il coraggio a due mani: le chiedo scusa!”.
Poi c'è il grandioso lapsus della home page di Repubblica: il titolo “Effetto boomerang” dell'articolo di Michele Serra è divenuto “Effetto boomergang”. Va bene così, proporrei un sottotitolo: “Due punte? Due palle!” adeguato al concetto mirabilmente sviluppato da Serra nel suo articolo.
Infine, Massimo Solani, sempre su l'Unità, racconta cosa è successo dietro le quinte, l'altra sera alla Domenica sportiva. Non so se è tutto vero, credo che lo sia non al 100%, ma al 110% e lode (+ bacio accademico). Dopo averlo letto, proporrei di modificare così una frase assai famosa: “Non dite a mia madre che faccio il giornalista alla RAI: crede che io sia un politico di professione”.
ulivoselvatico.org
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VOGLIO FARE IL PRESIDENTE. A WASHINGTON TROPPI SEGRETI DI STATO
DI MARCO CONTINI
Un po' di Sunshine per disinnescare Cheney
Paese che vai, toghe che trovi. In Italia l'uomo più potente del paese lamenta di esser vittima di accanimento giudiziario; in America l'uomo più potente del paese - uno che oltretutto lo è de facto senza esserlo de jure - si fa scudo dei giudici per continuare ad agire come gli pare.
La storia: primi mesi del 2001, primi mesi di vita dell'amministrazione Bush. Dick Cheney, il vicepresidente imposto da Papà perché faccia da precettore al giovane e inesperto figlio presidente, mette insieme una task force sulla politica energetica e ne assume la guida (lui di queste cose se ne intende: da una vita bazzica i petrolieri, e prima di rientrare nel grande giro della politica era stato presidente di un colosso del settore, la Halliburton). La materia è delicata: in agenda c'è l'avvio delle trivellazioni nella riserva naturale dell'Alaska, cosa che fa imbestialire gli ambientalisti e anche molti che ambientalisti non sono ma pensano che lassù sullo stretto di Bering debbano continuare a dedicarsi alla pesca dei salmoni. E forse c'è pure qualcos'altro, tipo l'atteggiamento da mantenere nei confronti dei paesi del Golfo Persico (guarda tu il caso, Cheney è il principale sostenitore della linea di regime change in Iraq). Come che sia, Cheney si mette al lavoro, invita tecnici e la crema dei manager del ramo, ascolta un sacco di buoni consigli e poi riferisce al capo - o presunto tale. Domanda: da chi si è fatto consigliare Cheney, e cos'ha a sua volta consigliato a Bush? Top secret. O, per usare il burocratese di cui si è fatto schermo il vicepresidente, «prerogativa dell'esecutivo». Il capo del General Accounting Office, il potente ufficio contabile del Congresso, non ci sta e nel 2002 si rivolge a un magistrato per costringere Cheney a rendere pubbliche le minute delle riunioni, ivi compresa la lista degli invitati (tra i quali si sospetta ci fosse anche Ken Lay, il capintesta della Enron). Il giudice gli dà torto. Il capo del General Accounting Office s'incavola, ma sul più bello rinuncia ad appellarsi a una corte di grado superiore. I maligni dicono che alcuni deputati repubblicani - i Repubblicani hanno la maggioranza in entrambi i rami del Congresso - lo hanno minacciato di tagliargli i fondi per il suo ufficio. Il capo del General Accounting Office nega, ma riconosce che molti parlamentari, anche qualche democratico, gli hanno consigliato di desistere. In appello ci vanno al posto suo alcune associazioni, come gli ambientalisti del Sierra Club, e il caso finisce alla Corte Suprema. Fine della prima parte.
Seconda parte: gennaio 2004. Mentre si attende che la Corte esamini il caso, uno dei giudici che dovrà prendere la decisione - Antonin Scalia - non trova di meglio che andare per il fine settimana in Louisiana, a bordo di un motoscafo di proprietà del governo, a sparare alle anatre assieme al suo vecchio amico Dick Cheney. Conflitto d'interessi? Il magistrato ritiene opportuno ricusarsi, come la legge prescriverebbe e come tante altre volte in passato ha ritenuto opportuno fare? Giammai. Sentite Scalia: «Questa non è una causa contro l'individuo Dick Cheney. E' una questione che riguarda il governo. Socializzare con esponenti dell'esecutivo quando non ci sono sul tavolo questioni che li riguardano personalmente è una pratica accettata. Non ho altro da aggiungere. Quack Quack». Lasciamo stare la dubbia scelta sportiva di Antonin e Dick, e il dubbio gusto di una dichiarazione pubblica conclusa facendo il verso alle anatre. Il punto è che nessuno può imporre a Scalia di farsi da parte, per il banal motivo che la Corte Suprema, come il Vaticano, è un tribunale inappellabile. Avrebbe potuto chiederglielo il capo della Corte, William Rehnquist, ma a chi lo ha interpellato lui ha risposto che non ci pensa nemmeno. Morale, Scalia lavorerà alacremente al caso, e se tanto mi dà tanto - spero sinceramente d'essere smentito - Cheney si porterà i suoi segreti nella tomba.
Perché racconto questa storia? Perché il mio futuro vice - Wright Bryan III, un uomo che ha un'idea del pubblico servizio assai più alta rispetto al vice di Bush - ha partorito uno dei punti più qualificanti del mio programma elettorale, un grande piano per la trasparenza dal titolo un po' populista ma d'indubbio fascino: «Sunshine for eveyone». Il sole, va da sé, non c'entra niente. C'entrano invece le cosiddette Sunshine Laws, un insieme di leggi - adottate progressivamente da tutti i 50 stati dell'Unione - che impone di rendere pubblici gli atti della pubblica amministrazione. Naturalmente, spesso l'applicazione è deficitaria: molti stati per esempio consentono al governatore di secretare i documenti che lo riguardano per un tot di anni (ne sa qualcosa Howard Dean, che ha messo sotto chiave i registri delle riunioni che tenne quando governava il Vermont). Intanto però la legge c'è. E diciamolo, uno po' di Sunshine ci vorrebbe anche a livello federale, per impedire che gente come Cheney continui a governare in gran segreto, al riparo dagli occhi di chi l'ha eletta.
Un grande repubblicano, Abraham Lincoln, pronunciò un giorno un meraviglioso discorso noto come il Gettysburgh Address: era il 19 novembre del 1863, e sul campo di battaglia dove il generale Lee aveva inutilmente tentato di sfondare le linee unioniste il presidente rese omaggio ai caduti in guerra sostenendo che il loro sacrificio avrebbe posto le fondamenta di una rinascita della libertà. «Government of the people, by the people, for the people, shall not perish from the earth», concluse. Lui non lo sapeva, ma quella formula - il governo del popolo, attraverso il popolo e per il popolo - sarebbe diventata una definizione universale della democrazia moderna.
Oggi un bel weblog della Casa Bianca, in cui il presidente renda conto del suo lavoro, potrebbe essere un modo per restituire un senso a quelle parole. (24/Continua)
www.continiforamerica.org
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Il dramma dell'Iraq, tra guerra e debito
Dossier a cura del Tavolo Campagne
L'Iraq è il paese più indebitato al mondo. Si sta preparando un ulteriore flagello che infliggerà un colpo terribile alle speranze di democrazia, libertà e giustizia della popolazione irachena: la trasformazione in debito estero del futuro governo iracheno dei vecchi debiti accumulati tramite l’acquisto di armi, il pagamento dei danni di guerra, nonché il finanziamento della ricostruzione post-bellica.
"Quando Saddam giustiziava qualcuno aveva l’abitudine di farsi ripagare dai familiari della vittima il costo dei proiettili usati. E’ esattamente quello che stanno chiedendo oggi all’Iraq i paesi creditori che hanno finanziato Saddam".
Mohammed Kamil, giovane iracheno interpellato da Jubilee Iraq
L’Iraq soffre un debito finanziario “odioso” enorme accumulato da Saddam a danno del popolo iracheno ed a vantaggio dei produttori di armi e delle grandi imprese occidentali, che sarà utilizzato dalle potenze occidentali per condizionare il nuovo Iraq. Allo stesso tempo nessuno parla del parimenti enorme credito ecologico e sociale del popolo iracheno dovuto ai governi e alle popolazioni dei paesi occidentali verso cui per decenni il petrolio iracheno è stato esportato a danno delle condizioni sociali e ambientali in cui sono vissuti gli iracheni, spesso privi anche dell’accesso a risorse energetiche essenziali.
Subito dopo la capitolazione del regime di Saddam, si è aperto un ampio dibattito internazionale sulle stime del debito estero iracheno prodotto da quasi 25 anni di dittatura, dal momento che questo paese non ha riportato al Club di Parigi dei principali creditori occidentali ed al Fondo monetario internazionale regolarmente le cifre del proprio debito consolidato, come sono tenuti a fare tutti i paesi in via di sviluppo. Inoltre, non sono stati ancora nemmeno trovati i documenti dei crediti arrivati in Iraq archiviati nel Ministero delle Finanze a Baghdad, che potrebbero anche essere andati perduti nel caos del dopoguerra.
Jubilee Iraq è giunta ad una valutazione dei debiti complessivi dell’Iraq tra i 95 e i 153 miliardi di dollari. Queste cifre escludono gli indennizzi per danni prodotti dalla prima guerra del Golfo, che dovrebbero raggiungere la cifra di circa 50 miliardi di dollari. Il Fondo Monetario Internazionale dichiara che i debiti dell’Iraq ad oggi ammontano a 120-130 miliardi di dollari, ai quali dovrebbero aggiungersi circa 55 miliardi di dollari di compensazioni dei danni di guerra. La stima più precisa sembra essere quella del Center for Strategic and International Studies che nell’aprile 2003 stimava il debito iracheno in 127 miliardi di dollari, di cui 47 di soli interessi. L’esposizione verso i paesi del Golfo ammonterebbe a 55 miliardi di dollari (con i quali l’Iraq aveva rinegoziato debiti per circa 30 miliardi nel 2002), la Francia vanta crediti tra i 4 e gli 8 miliardi, gli altri paesi del Club di Parigi esclusa la Russia, crediti per circa 15 miliardi. Altri 4,8 miliardi sono richiesti da banche commerciali e 26,1 miliardi da una galassia di creditori minori, tra cui paesi dell’Europa centro-orientale, di cui circa 10 miliardi di competenza del governo russo. Altre pendenze, che potrebbero riguardare alcune decine di miliardi di dollari, sarebbero collegate a contratti non rispettati con imprese internazionali, molte delle quali russe, soprattutto nel campo dell’energia e delle telecomunicazioni.
Per quanto riguarda l’Italia, l’esposizione verso l’Iraq è pari come minimo a 1,346 miliardi di Euro, controllati dalla SACE, l’assicuratore pubblico che ha indennizzato con i soldi degli ignari contribuenti italiani operazioni di imprese e banche italiane che hanno operato in Iraq dopo aver stipulato una polizza assicurativa contro i rischi politici e commerciali con il governo italiano. Il quale governo, ad indennizzo effettuato come prevedibile a causa del mancato pagamento dei contratti da parte della controparte irachena, ha prelevato il credito privato delle imprese verso il governo iracheno, trasformandolo in un credito pubblico di tutti i cittadini italiani verso Saddam. Allo stesso tempo, imprese e governo italiano hanno presentato richieste di indennizzo per danni di guerra nel 1991 pari a 3,44 miliardi di Euro. Tra le principali imprese e banche che hanno operato in Iraq negli anni ’80 e ’90 spiccano la Banca Nazionale del Lavoro, invischiata nello scandalo Atlanta e del super-cannone per Saddam, la cui produzione era iniziata nei cantieri di Genova, la Fincantieri, l’ENI e l’Ansaldo.
Per la Exotix, società di brokeraggio esperta di debiti, il 60% del debito in essere è probabilmente dovuto a finanziamenti connessi con l’acquisto di armamenti e comprendono prestiti, spesso a tasso quasi di mercati, concessi dai governi occidentali membri del Club di Parigi, tra cui l’Italia. Il resto comprende in gran parte prestiti per l’acquisto di prodotti commerciali.
Se si sommano tutte le stime dei debiti in essere (incluse le riparazioni per i danni di guerra) secondo Jubilee si perviene a una cifra intorno ai 200 miliardi di dollari. Il reddito nazionale dell’Iraq nel 2000 (quindi prima dell’ultima guerra) era di circa 32 miliardi di dollari ed il valore delle sue esportazioni pari a 15 miliardi di dollari nel 2002, di cui 10 da risorse petrolifere. Secondo la Banca mondiale il reddito nazionale dell’Iraq nel 2003 è stato invece soltanto di circa 12-16 miliardi di dollari, a fronte di un’entrata petrolifera di soli 2 miliardi di dollari. E’ evidente che l’Iraq è di gran lunga il paese più indebitato del mondo con un debito pari a circa 13-17 volte il suo prodotto interno lordo! Inoltre, è sempre un paese che ha urgente necessità di aiuti di emergenza e di interventi di ricostruzione, per i quali le stime variano tra i 100 ed i 600 miliardi di dollari.
La storia del debito iracheno: i danni inflitti dall’embargo e dalle compensazioni di guerra
Quando Saddam Hussein finì di consolidare il suo controllo sull’Iraq nel luglio del 1979, il paese disponeva di riserve per 36 milioni di dollari e non aveva debiti esteri a lungo termine. Nel settembre del 1980 iniziò la guerra contro l’Iran, durata 8 anni e costata un milione di morti.
A causa della rivoluzione islamica sviluppatasi in Iran, sia i paesi occidentali che quelli socialisti, come pure alcuni paesi arabi, sostennero l’Iraq perché non potevano accettare l’emergere di uno stato non allineato con i loro interessi nell’area. L’acquisizione di prestiti dall’estero rese possibile una rilevante spesa militare, mai prima verificatasi, producendo un permanente squilibrio nella bilancia commerciale del paese, acuito dall’importazione diretta di numerose merci ed in particolare di sistemi di arma direttamente dall’occidente. Tra il 1981 ed il 1985, ad esempio, i redditi derivanti dalle vendite di petrolio ammontavano a 48,4 miliardi di dollari, mentre la spesa militare era due volte e mezza più grande, in quanto superava i 120 miliardi di dollari. Alla fine della guerra nel 1988, quindi, la Export-Import Bank degli Stati Uniti calcolò che l’Iraq era debitore di circa 27 miliardi di dollari verso i paesi occidentali e di 50 miliardi verso i paesi del Golfo.
Quando l’Iraq riemerse dalla guerra con l’Iran e cercò di ricostruire la sua economia, dovette fronteggiare una grave crisi finanziaria, dovuta al basso prezzo internazionale del petrolio e agli oneri complessivi di restituzione dei crediti che ammontavano a 3 miliardi di dollari l’anno. Ciò portò alla richiesta di nuovi prestiti e ad un ulteriore aumento del debito nei confronti dei paesi occidentali oltre i 50 miliardi di dollari. Il ruolo oscuro giocato dal Kuwait in sostegno alla politica americana di controllo al ribasso del prezzo del petrolio ed il rifiuto del piccolo paese confinante di ridurre il debito iracheno concedendo nuove risorse fresche, portò Saddam alla scelta sciagurata di invadere il paese nell’agosto del 1990. L’embargo commerciale e finanziario imposto dall’ONU sull’Iraq fintantoché non avrebbe lasciato il Kuwait e poi la prima guerra del golfo nel 1991 che ne seguì non soltanto devastarono l’Iraq ambientalmente e socialmente mettendo a rischio la capacità di sopravvivenza del popolo iracheno, ma aumentarono ulteriormente il peso del debito estero.
Liberato il Kuwait, il Consiglio di Sicurezza avrebbe dovuto revocare o trasformare le sanzioni, ma al contrario le rinnovò ponendo altre due condizioni, assai più politiche e più difficili da verificare: il pagamento dei danni di guerra ed il disarmo non convenzionale del paese (nucleare, chimico, balistico e biologico). Inoltre, furono istituite tre Commissioni: la ben nota UNSCOM per l’attuazione e la verifica del disarmo non convenzionale; quella sulle sanzioni, incaricata dell’attuazione di queste e di eventuali eccezioni all’embargo, quali ad esempio il programma “Oil for Food” istituito nel 1996 per l’importazione di merci essenziali per la popolazione pagate con una parte delle limitate vendite di petrolio iracheno autorizzate; e la UNCC, la Commissione delle Nazioni Unite per le compensazioni, cioè i risarcimenti per i danni di guerra, che non ha precedenti dai tempi del Trattato di Versailles. In sostanza l’Iraq è stato considerato responsabile per tutte le perdite e i danni economici derivanti dalla sua invasione del Kuwait dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU.
Ovviamente durante i 13 anni di embargo l’intero servizio sul debito estero (quote di capitale da restituire, interessi e spese finanziarie) non venne onorato e quindi gli interessi arretrati si accumularono iniziando a costituire una parte significativa dell’intero debito.
Inoltre, vanno ricordati gli ampi margini di discrezionalità nella definizione di merci “essenziali” per la popolazione irachena all’interno del programma “Oil for Food”: in sostanza medicine e alimenti per la popolazione ridotta alla fame erano in concorrenza con l’uso dei fondi destinati invece al pagamento dei danni di guerra (in un primo momento il 30%, poi ridotto al 25% nel 2000, del totale delle entrate dalle vendite petrolifere permesse), all’affitto dell’oleodotto che collega Kirkuk nel nord dell’Iraq con il terminale turco di Ceyhan sul Mar Mediterraneo per le esportazioni del greggio (di cui ha benificiato anche l’ENI e l’Italia), nonché al funzionamento dello stesso ONU in Iraq.
A partire dal 1996 l’Iraq ha venduto petrolio per 64 miliardi di dollari, ma la popolazione ha ricevuto prodotti essenziali per la sopravvivenza solo per 27 miliardi di dollari. In effetti, a partire dall’8 aprile del 2003, cioè da quando Kofi Annan ha ricevuto l’incarico di utilizzare parte dei fondi delle vendite del petrolio per interventi di emergenza, con la creazione del Fondo di Sviluppo per l’Iraq che ha sostituito il programma “Oil for Food”, e come ONU ha lanciato appelli per contribuzioni speciali per gli aiuti umanitari, ben 870 milioni di dollari sono stati pagati al Kuwait, all’Inghilterra e ad altri paesi per le compensazioni dei danni di guerra. Successivamente, il 23 giugno 2003, l’ONU ha richiesto 259 milioni di dollari per sopperire alle esigenze umanitarie mentre negli stessi giorni la UNCC annunciava la sua intenzione di prelevare altri 600 milioni di dollari dal programma “Oil for Food” per pagare le compensazioni di guerra. La contraddizione appare evidente, si toglie con una mano ciò che si da con l’altra, in palese violazione della Risoluzione del Consiglio di Sicurezza n.687 dell’aprile del 1991 che affermava che il livello dei pagamenti dell’Iraq doveva “prendere in considerazione le esigenze della popolazione irachena, la capacità di pagamento del paese e i fabbisogni dell’economia dell’Iraq”.
Proprio negli ultimi mesi sta prendendo forma l’immenso conto per le compensazioni per i danni associati alla prima guerra del Golfo presentato da tutti coloro che sono stati danneggiati dalle iniziative militari di Saddam Hussein, imprese private, governi ed individui, eccetto gli iracheni che non hanno alcun diritto a richiedere compensazioni per i danni subiti! L’ammontare complessivo non è stato ancora determinato perché la Commissione UNCC ha ricevuto ad oggi ben 2,6 milioni di richieste di indennizzi per i danni della prima guerra del 1991 per ben 349 miliardi di dollari, di cui 180 miliardi solo dal Kuwait (80 per danni ambientali), ed ha completato la verifica soltanto delle richieste presentate da singoli individui, ma non quelle di governi ed imprese private. Circa il 70 per cento dei risarcimenti richiesti sono stati ridotti a 46,25 miliardi di dollari di indennizzi autorizzati, e di questi 18,5 sono già stati pagati dal programma “Oil for Food”, mentre ancora 27,5 miliardi devono essere sborsati (pari a ben il 250 per cento dell’intero PIL attuale del paese!). Se si applica lo stesso tasso medio di risarcimento applicato fino ad oggi ulteriori 23 miliardi di dollari di indennizzi potrebbero essere accordati, portando quindi i rimborsi ancora da effettuare a circa 50 miliardi di dollari (pari a circa il 400 per cento del PIL attuale iracheno!).
Inoltre, se la Commissione continua a procedere con le stesse controversie e lentezze che la hanno caratterizzato fino ad oggi, si stima che l’Iraq continuerà a pagare compensazioni per la prima guerra del Golfo per almeno altri venti anni. Comunque, l’UNCC parla di un prelievo di circa 600 milioni di dollari per i pagamenti del 2003, circa il doppio del pagamento medio effettuato fino ad oggi, e pari a circa il 5 per cento del PIL iracheno odierno ed al doppio della cifra richiesta dall’ONU nell’ultimo appello umanitario a favore delle popolazioni irachene.
Tutto ciò senza considerare le nuove possibili riparazioni di guerra da calcolare per la guerra del 2003, su cui i paesi occupanti ancora non si pronunciano. Concordiamo con Khaldun al Naqeeb, professore di scienze politiche all’Università del Kuwait, secondo cui gli accordi attualmente in vigore garantiscono che “il futuro economico dell’Iraq è stato ipotecato per gran parte di questo secolo a causa delle centinaia di miliardi di dollari richiesti per danni di guerra”.
La Risoluzione n.1483 del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, approvata il 22 maggio 2003, si è espressa in favore della continuazione dei pagamenti, utilizzando il 5% delle entrate per il petrolio iracheno destinate ad alimentare il Fondo per lo Sviluppo dell’Iraq, dal momento che è stata decretata la fine del programma “Oil for Food” a decorrere dal novembre 2003.
Bisogna notare che l’Iraq non ha avuto alcun diritto di appellarsi contro le decisioni dell’UNCC (il cui consiglio direttivo ha la stessa composizione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU!), ed a maggior ragione non lo ha oggi che non ha un governo ed istituzioni democratiche. Soltanto se il Consiglio di Sicurezza dell’ONU con una sua risoluzione eliminasse l’obbligo delle riparazioni , l’Iraq sarebbe liberato dalla necessità di pagare questa cifra enorme, pari a circa un quarto del suo debito estero. Ironia della sorte, oggi l’Iraq deve anche pagare le stesse attività svolte dall’UNCC, calcolate in 278 milioni di dollari alla fine del 2002; decisamente un onorario parecchio salato per i legali della Commissione.
L’ipocrisia dei creditori e del Club di Parigi
Nell’incertezza delle stime esatte del debito estero dell’Iraq, i paesi creditori, pur richiedendo almeno parzialmente i relativi pagamenti, si sono presi del tempo per documentare le loro richieste. Ciò può in parte dipendere dalla segretezza che copre alcuni dei prestiti concessi a Saddam, ma anche dal fatto che dopo 13 anni di mancato servizio sul debito, possono in molti casi aver di fatto cancellato l’aspettativa di un pagamento di questo.
Il Club di Parigi, che comprende i 19 più grandi paesi creditori al mondo, inclusi tutti quelli del G8, ha finalmente reso note le sue richieste il 10 luglio 2003, tre mesi dopo la caduta di Baghdad. Tuttavia non è stato in grado di precisare l’ammontare degli interessi e degli arretrati, ma soltanto le richieste relative al valore del capitale prestato all’inizio, cioè 21 miliardi di dollari. Si riteneva che il Fondo Monetario Internazionale avrebbe fornito un rapporto sulle richieste dei paesi creditori non appartenenti al Club, ma ciò non si è ancora verificato. Il Presidente del Club di Parigi, Jean Pierre Jouyet, ha dichiarato che “Il Club di Parigi definirà un accordo con l’Iraq non appena nel paese saranno in funzione delle autorità locali, quando queste saranno riconosciute a livello internazionale e quando il Fondo monetario avrà valutato a quale livello sarà necessario alleggerire il debito. Più presto le autorità locali saranno in attività, più presto noi potremo fare tutto ciò” ed ha aggiunto che spera che ciò avvenga entro il 2004. Un compito alquanto arduo per lo stesso Fondo monetario, dal momento che l’Iraq risulta essere il paese più indebitato al mondo.
In realtà gli Stati Uniti erano riusciti già a fine maggio al vertice del G8 di Evian a definire a sorpresa una nuova politica per il Club di Parigi, al fine di preparare la strada ad una cancellazione del debito ad hoc nel caso dell’Iraq per permettere subito alle imprese ed agli investitori americani di operare nella ricostruzione del paese sulla base di nuovi prestiti e potenzialmente nuovi debiti. In sostanza il pragmatismo Usa ha portato alla definizione di nuove regole per il Club di Parigi, i cosiddetti Evian Terms, dopo venti anni di rigidissima applicazione neoliberista dei precetti di semplice ristrutturazione del debito estero dei paesi in via di sviluppo.
Con il caso Iraq il Club di Parigi si vede la possibilità di effettuare cancellazioni dei crediti bilaterali dei paesi più ricchi, di operare queste per qualsiasi tipo di credito e non solo quelli che risalgono a prima dell’inizio dei processi di ristrutturazione del debito di un paese presso il Club, ma soprattutto prevedono un trattamento ad hoc caso per caso, senza regole precise su come effettuare le cancellazioni del debito. Sarebbe da chiedersi se un tale trattamento sarà riservato anche ad altri paesi a basso reddito pesantemente indebitati, oppure soltanto ai governi amici degli Stati Uniti o sconfitti con guerre preventive unilaterali.
Secondo una fonte molto vicina al Club di Parigi, il gruppo di paesi membri non ha ancora deciso la misura della cancellazione del debito dell’Iraq, anche se è improbabile che raggiunga il livello del 90% di cancellazione concesso sulla carta ai paesi più poveri del pianeta, come quelli dell’Africa sub-sahariana. Lo scenario più probabile contemplerebbe una cancellazione pari al 70% del valore dei debiti in essere.
La società finanziaria Exotix prevede una riduzione compresa tra 51,5 e 57,3 miliardi di dollari, quindi pari ad un quarto del debito complessivo incluse le riparazioni di guerra, con il risultato finale che invece di non pagare nulla, l’Iraq dovrà pagare fino a 5 miliardi di dollari di servizio sul debito ogni anno. L’Iraq, infatti, potrebbe probabilmente pagare solo gli interessi dei primi 4 o 5 anni, quindi con pagamenti dell’ordine di 2,25 miliardi di dollari all’anno, ma dopo cinque anni, potrebbero essere aggiunti alle restituzioni dei capitali, altri pagamenti per interessi per circa 2,75 miliardi di dollari all’anno, portando i versamenti annui complessivi dell’Iraq a poco più di 5 miliardi in totale. Una cifra che gli analisti finanziari, e potenzialmente anche il Fondo monetario internazionale, troverebbe sostenibile: praticamente poco meno della metà del PIL iracheno di oggi!
Allo stesso tempo, una riduzione del debito verso i governi porterebbe paradossalmente con sé un aumento del “prezzo” del debito dell’Iraq: secondo l’agenzia Reuters “la cattura di Saddam ha costituito una nuova spinta per i paesi creditori verso la cancellazioni di alcuni dei miliardi di dollari che l’Iraq deve restituire e questo processo potrebbe aumentare il valore di alcuni crediti di privati anche in misura superiore al 50%.” Può sembrare una stranezza che il valore del debito possa aumentare quando viene annunciata una cancellazione, ma la ragione è che i creditori finora avevano poche speranze di ottenere dei pagamenti, mentre ora sembra che il Club di Parigi abbia raggiunto una posizione comune che obbligherà l’Iraq a pagare, anche se in misura ridotta, il suo debito probabilmente per alcuni decenni.
Nel suo tour europeo lo scorso dicembre, l’inviato americano James Baker è riuscito a strappare l’impegno di Blair, Schroeder e Chirac ad una sostanziale riduzione del debito dell’Iraq nell’ambito del Club di Parigi, con un accordo sul fatto che avere il nuovo governo in funzione non rappresenta una condizione preliminare per muoversi verso una ristrutturazione del debito. Dopo la visita di Baker il 17 dicembre 2003, anche l’Italia si è dichiarata d’accordo con gli Stati Uniti sulla necessità di una sostanziale riduzione del debito dell’Iraq attraverso il Club di Parigi ed il comunicato emesso dall’ufficio della Presidenza del Consiglio per l’occasione ha sottolineato che “Berlusconi e Baker sono d’accordo sull’esigenza di approvare un accordo insieme agli altri Stati creditori per ridurre i debiti causati da un regime dittatoriale che ha ridotto l’Iraq alla povertà”.
Successivamente anche Putin ha dato la sua disponibilità a Baker a pervenire ad una qualche riduzione del debito russo verso l’Iraq, nonostante questo possa ammontare ad una cifra importante per le casse della Russia. Ed infine anche il Giappone, ha confermato il suo impegno ad una sostanziale cancellazione, nonché lo stesso Kuwait lo scorso gennaio si è impegnato ad una riduzione di ben 16 miliardi di dollari.
Ma dietro il presunto altruismo dei paesi creditori nel loro impegno ad una significativa cancellazione del debito iracheno, concordiamo con Jubilee Iraq nel credere che la verità sia ben diversa: i paesi creditori rastrelleranno in ogni caso pagamenti non dovuti dalla popolazione irachena per dei prestiti che la hanno pesantemente danneggiata in passato. Molti degli iracheni credono che sono i creditori che dovrebbero cercare di far dimenticare al popolo iracheno il sostegno finanziario che essi hanno dato a Saddam. Sarebbe, invece, necessario avere un giusto processo di tipo arbitrale che esamini le causali dei prestiti che hanno beneficiato Saddam e non la popolazione dell’Iraq, visto che i creditori oggi possono perseguire lo stesso Saddam per questi debiti.
Il business della ricostruzione: privatizzazioni e nuovo debito imposti agli iracheni
In molti hanno tentato di fare i conti sui costi reali e complessivi della seconda guerra contro l’Iraq, ma le stime variano moltissimo, andando dai 100 miliardi di dollari per un conflitto di breve durata agli oltre 1400 per una guerra prolungata. Gli Stati Uniti hanno finanziato la guerra in Iraq prima con 75 miliardi di dollari (addizionali rispetto al bilancio normale per la difesa) e poi con 87 miliardi, di cui 20 per la ricostruzione in forma di donazioni. Il Regno Unito ha investito nella guerra già due miliardi di sterline con possibili ulteriori quattro miliardi da stanziare a breve.
Allo stesso tempo già dalla fine del 2003, con una guerra di fatto ancora in corso in Iraq, si è iniziato a discutere di come finanziarie il grande business della ricostruzione. In occasione della prima Conferenza dei paesi donatori del 23 ottobre scorso a Madrid, la Banca Mondiale ha presentato una prima stima del fabbisogno di risorse per la ricostruzione dell’Iraq. Nei prossimi quattro anni saranno necessari almeno 55 miliardi di dollari, di cui 17,4 nel 2004. 36 miliardi sarebbero destinati alla ricostruzione in settori prioritari come sanità, scuola, infrastrutture, risorse idriche, agricoltura, mentre l’Autorità provvisoria irachena, cioè le forze della coalizione guidate dagli Stati Uniti, dovrebbe disporre di 19 miliardi di dollari per garantire la sicurezza e la produzione di petrolio.
Intanto è importante ricordare che persino in Afghanistan, dove la guerra è stata da tempo dichiarata “terminata”, secondo una recente denuncia dell’ONU la ricostruzione dopo due anni non è di fatto ancora iniziata. Mancano in particolare i fondi previsti per il processo di democratizzazione e quindi non è stato ancora possibile attuare il processo di registrazione degli elettori, elemento essenziale per far svolgere la consultazione elettorale nel giugno 2004. I paesi donatori hanno erogato in complesso solo 23,5 miliardi di dollari rispetto ai 78,2 previsti dal piano di interventi.
Ritornando alla ricostruzione in Iraq, a fronte di un impegno americano di 20 milioni di dollari già approvati dal Congresso, dell’impegno della Banca mondiale di versare fino a 5 miliardi di dollari nei prossimi cinque anni e del Fondo monetario di fornire fino a 4,25 miliardi, ben pochi sono stati gli impegni degli altri alleati della coalizione: Giappone 1,5 miliardi a breve, più altri 3,5 in prestiti nel periodo 2005-2007; Regno Unito 470 milioni di dollari già spesi, altri 438 entro due anni; Spagna 300 milioni fino al 2007; Canada 220 milioni, ed Unione europea con soli 235 milioni per il 2004. L’aiuto italiano dovrebbe essere di 236 milioni di dollari, la Polonia ha annunciato che non potrà largheggiare, Francia, Germania e Russia (non rappresentate a Madrid, con l’ultima, di contro, disposta a sostenere le sue imprese direttamente con quattro miliardi) si limiteranno a quanto dato in sede europea ed a qualche aiuto umanitario e di emergenza non collegato agli altri interventi per la ricostruzione. Il totale di 33 miliardi di dollari di impegni dovrebbe confluire in un Fondo Multilaterale a cui parteciperanno 58 paesi e 19 organizzazioni internazionali, che probabilmente sarà gestito dalla Banca mondiale e dall’ONU.
Attualmente però risulta ancora poco chiaro quanti di questi soldi saranno dati a prestito e quanti a dono, nonostante si parli di una quota di circa il 50 per cento di prestiti che rischiano di generare subito nuovo debito. Inoltre, non è chiaro se una parte dei fondi confluiranno anche nel Fondo per lo Sviluppo dell’Iraq dell’autorità Provvisoria della Coalizione, gestito da un comitato di 21 membri, con 11 con diritto di voto, di cui sette americani, un inglese ed un australiano. Al riguardo va segnalato che l’avanzo di cassa del programma “Oil for Food”, sotto il controllo delle Nazioni Unite fino alla sua dismissione lo scorso novembre, è stato devoluto al Fondo per lo Sviluppo. Secondo Christian Aid, si tratta di ben 3,5 miliardi di dollari ricavati dalla vendita di petrolio prima della guerra, di 3 miliardi relativi alle vendite dopo la fine della guerra, più 2,5 miliardi provenienti dalla confisca di fondi iracheni all’estero: in totale quindi ben 9 miliardi di dollari passati dall’ONU sotto il controllo anglo-americano!
In sostanza, un’appropriazione indebita di fondi multilaterali, che riteniamo inaccettabile e lesiva dello stesso mandato delle istituzioni internazionali.
Nel frattempo la guerra in Iraq ha scatenato l’appetito di numerose imprese occidentali per quanto riguarda l’acquisizione di commesse per forniture agli eserciti, gli appalti per i lavori di ricostruzione e l’acquisizione del controllo su materie prime e servizi del paese nel lungo periodo.
Alcuni esperti indipendenti calcolano che di quattro miliardi di dollari al mese necessari per mantenere le truppe di occupazione nel paese, almeno un terzo viene appaltato a soggetti privati. Inoltre, dei 2,6 miliardi di dollari accordati dall’amministrazione Bush nell’immediata caduta del regime di Saddam solo 800 milioni sono stati destinati all’emergenza umanitaria e il resto è andato alle prime opere di ricostruzione di infrastrutture, di cui un terzo della cifra alla Kellog, Brown & Root, filiale inglese della famosa Hulliburton vicina al vice-presidente americano Cheney e coinvolta in numerosi scandali di corruzione in Iraq e nel mondo.
Infatti, molte imprese americane ed inglesi, specialmente nel settore dell’energia, mirano ad utilizzare proprio il processo di ricostruzione in questi mesi per occupare il futuro mercato iracheno che sarà ampio e cruciale. BP, Shell e Exxon Mobil, tre delle quattro imprese straniere (la quarta era la francese Total-Elf-Fina, oggi marginalizzata) che partecipavano al capitale della Iraq Petroleum Company prima della sua nazionalizzazione nel 1973, vorrebbero avere il monopolio del petrolio iracheno e sottrarlo alle decisioni dell’OPEC, acquisendo così il controllo di una fonte dove il barile costa 5 dollari rispetto ai 15 nel Texas. Si è valutato un fabbisogno di almeno 5 miliardi di dollari di investimento per riportare il settore petrolifero almeno alle condizioni di funzionamento analoghe a quelle precedenti la prima guerra del Golfo, quando il paese riusciva a produrre 3,5 milioni di barili al giorno – oggi ne produce al massimo 2 milioni di barili. Molti sono quindi gli interventi da effettuare, tra cui la manutenzione straordinaria degli impianti di pompaggio, l’ammodernamento di raffinerie e terminali, e la riparazione di oleodotti, etc. Se invece si guarda ad una prospettiva più a lungo termine, cioè se si considera l’obiettivo di aumentare di 4-4,5 milioni di barili al giorno l’estrazione complessiva del paese, servirebbero da 30 a 50 miliardi di dollari all’anno. In altre parole, non solo le spese sarebbero ingenti, ma per far ritornare l’Iraq uno dei quattro paesi maggiori produttori di petrolio al mondo ben pochi introiti potrebbero essere destinati ad altri interventi, tipo la ricostruzione e le spese di natura sociale.
Tutto questo, mentre oggi la popolazione irachena vede l’accesso ai prodotti petroliferi razionalizzato dalle forze di occupazione, che sono molto più interessate all’export che a soddisfare il fabbisogno locale di chi avrebbe il diritto di disporre delle risorse energetiche del paese a proprio piacimento.
Inoltre, nel dicembre 2003 sono stati definiti dall’amministrazione Bush i criteri che saranno seguiti nell’assegnazione degli appalti in Iraq: “E’ necessario, per la protezione degli essenziali interessi di sicurezza degli Stati Uniti, limitare la competizione per i contratti primari a imprese degli Stati Uniti, dell’Iraq, dei partner della coalizione e di paesi che contribuiscono alla forza schierata in Iraq”. Per i 18,6 miliardi di dollari disponibili, la direttiva elenca 63 paesi eleggibili per partecipare alle gare per i 26 contratti inerenti la ricostruzione delle infrastrutture, il ripristino dei servizi petroliferi e l’equipaggiamento del nuovo esercito. Subito la decisione ha provocato le reazioni dei nove paesi dell’UE esclusi, tra cui Francia e Germania, nonché del Canada, che poi, poiché aveva contribuito all’intervento in Afghanistan, è stato reinsenrito in seconda battuta.
L’Italia, ammessa nel club ristretto degli investitori in Iraq dall’amministrazione Bush, cerca anch’essa di ritagliare uno spazio significativo per le proprie imprese nella spartizione dei 18, 6 miliardi di dollari che si prevede saranno spesi in Iraq a breve. In corsa nelle gare per i maggiori contratti sarebbero la Magrini Elettronica, la Nuovo Pignone, la FATA, nonché progetti specifici sono già stati presentati alla Amministrazione Provvisoria della Coalizione da tre società del gruppo Finmeccanica: Ansaldo Energia, per ristrutturare la centrale di Bajii, la Elsag per creare una smart card per controllare la diffusione delle derrate alimentari, e la Alenia Marconi per rifare il sistema radar dell’aereoporto di Bagdad.
Allo stesso tempo, tutti questi investimenti avverranno in un contesto che l’Economist ha definito come “il sogno di un capitalista”. Il 19 settembre 2003 il reggente protempore Bremer ha emanato il decreto 39 con il quale ha stabilito che duecento imprese pubbliche irachene sarebbero state privatizzate, che le società straniere possono detenere il 100% di banche, miniere e fabbriche irachene ed infine che queste aziende possono trasferire tutti i loro utili fuori dall’Iraq senza alcun vincolo. Secondo diversi osservatori il decreto sarebbe in violazione dei Regolamenti dell’Aja, in particolare dove dicono che una potenza occupante “sarà considerata solo amministratrice e usufruttuaria degli edifici pubblici, del patrimonio immobiliare, delle foreste e dei fondi agricoli, situati nel paese occupato.” L’usufrutto è un contratto che garantisce ad una parte il diritto di trarre beneficio da un bene altrui “senza alterarne la sostanza”. Quindi, lo stesso controllo seguente ad una conquista provvisoria di guerra non darebbe diritto alla vendita per sempre dei beni del paese occupato. Già in una nota interna del 26 marzo, infatti, il procuratore generale britannico Lord Peter Goldsmith avvertiva il suo premier Tony Blair che “l’imposizione di importanti riforme economiche strutturali non sarebbe autorizzato dal diritto internazionale”.
Crediamo che le regole “neocoloniali” emanate da Bremer violino la convenzione internazionale che regola il comportamento delle forze occupanti, i Regolamenti dell’Aja del 1907 (che come le Convenzioni di Ginevra del 1949 sono stati ratificati dagli Stati Uniti) ed il codice di guerra dello stesso esercito americano. Una privatizzazione degli enti pubblici iracheni senza il consenso democratico della popolazione pregiudicherà gravemente le possibilità di sviluppo del popolo iracheno quando un giorno avrà nuovamente un governo democratico e rappresentativo.
Ancora più vergognoso risulta l’accordo siglato proprio a Roma lo scorso 5 dicembre, alla presenza della Trade Bank of Iraq e dell’Autorità Provvisoria della Coalizione, tra le agenzie di credito all’esportazione di 16 paesi, tra cui l’italiana SACE, che autorizza la copertura assicurativa pubblica per più di 2 miliardi di dollari agli investimenti occidentali in Iraq nei primi sei mesi del 2004. Ben 500 milioni di dollari la copertura proposta dalla Eximbank, mentre 250 milioni di € è l’impegno della SACE nell’ambito di un plafond di un miliardo già autorizzato dal CIPE nel settembre 2003. Di fronte ad un’assenza di prospettiva credibile per l’instaurazione di un governo democratico in Iraq ed il trasferimento dei pieni poteri a questo, la decisione è stata soltanto politica visto che in passato in analoghe circostanze di conflitti militari le agenzie di credito all’esportazione hanno sospeso tutti i loro interventi. Ancora più sorprendente che l’Italia abbia ospitato un tale incontro in qualità di presidente della UE, a fronte di un assenza politica di importanti paesi membri dell’Unione quali la Francia.
Sanpaolo IMI risulta l’unica banca italiana partecipante al consorzio internazionale guidato dalla JP Morgan ed avrà il ruolo di banca agente per lo svolgimento delle attività connesse alla gestione degli strumenti commerciali che la Trade Bank of Iraq emetterà a favore degli esportatori italiani e per cui verrà chiesta un’assicurazione pubblica alla SACE contro i rischi politici e commerciali associati alle operazioni. Comunque, i governi delle compagnie assicurate nei propri investimenti in Iraq saranno sicuri di recuperare eventuali indennizzi da pagare a queste, in quanto l’accordo prevederebbe che il Fondo di Sviluppo per l’Iraq, alimentato con i proventi del petrolio esportato e originariamente pensato per lo sviluppo della popolazione irachena, servirà per ripagare appunto i governi occidentali, Italia inclusa. In sostanza, un’impresa petrolifera italiana che investe oggi in Iraq non solo sarà assicurata dallo stato ed i suoi profitti saranno da questo garantiti, ma lo stesso stato, non volendo rimetterci con eventuali indennizzi alle imprese, si arroga il diritto di farsi ripagare con i proventi dell’export petrolifero, realizzato magari dalla stessa compagnia, che almeno in parte dovrebbero rimanere in Iraq.
Crediamo che questo ennesimo accordo capestro dimostri in maniera lampante che saranno le multinazionali di alcuni paesi occidentali a beneficiare del Fondo per lo sviluppo iracheno e non gli iracheni. In questo modo si creano meccanismi per generare nuovo debito che dovrà essere ripagato in ogni caso direttamente dalla popolazione irachena, anche se non ha ancora un governo democratico e non ha autorizzato democraticamente tali accordi. Una vera e propria ciliegina sulla torta a stelle e strisce, nonché tricolore, dell’occupazione militare.
Conclusioni: tutto il debito è odioso e va cancellato
Le esperienze del passato mostrano che è improbabile che si possa risolvere la crisi debitoria dell’Iraq sulla base dell’altruismo dei paesi creditori. I paesi del G8 hanno finora cancellato solo un terzo dei 100 miliardi di dollari di alleviamento del debito che, in risposta alla campagna di Jubilee, avevano promesso al vertice di Colonia del 1999 per i 41 paesi più poveri e più fortemente indebitati. Pur essendo un impegno limitato, era sottoposto alla condizione che sarebbe stato concesso solo ai paesi disposti a sottomettersi ai devastanti programmi di aggiustamento strutturale imposti dal Fondo monetario internazionale.
Il caso dell’Iraq, di contro, ha riportato il dibatito internazionale al concetto di debito “odioso”, ossia quello contratto da un dittatore o da un governo militare che hanno utilizzato i fondi per scopi militari o di repressione interna, e che caduti tali regimi, dovrebbe essere pagato da popolazioni che non hanno tratto alcun beneficio dai prestiti e che anzi hanno subito tutte le conseguenze di un regime antidemocratico e repressivo. La stragrande maggioranza dei debiti di Saddam ricadono in questa categoria di prestiti poiché egli deteneva il potere nel periodo in cui il popolo iracheno era decimato e impoverito mentre cifre rilevanti venivano dissipate dal regime Baath e spese per l’oppressione esercitata dai militari e dallo Stato. Allo stesso tempo tutti i creditori erano perfettamente a conoscenza dell’uso che veniva fatto delle cifre da essi stessi concesse. Al riguardo si pensi soltanto al fatto che da quando gli Usa hanno intensificato la caccia ai fondi depositati all’estero dal dittatore negli ultimi mesi, è emerso che 1,7 miliardi di dollari erano depositati in 17 filiali di banche con sede negli Stati Uniti stessi e rappresentano profitti illeciti degli ultimi anni derivanti da vendite illegali di petrolio esportato, nonostante l’embargo, verso i paesi limitrofi ed i mercati occidentali.
Come ammesso dal finanziere George Soros, la cancellazione del debito odioso “potrebbe costituire un segnale per il mercato finanziario che è pericoloso entrare in contatto e fare accordi con i regimi oppressivi”, andando così oltre la specificità del caso Iraq. Per rendere questo possibile è necessaria l’applicazione dell’intera dottrina dell’arbitrato internazionale che prevede il ricorso ad un
“tribunale di arbitrato internazionale”. Vi sono molti precedenti internazionali che possono guidare la costituzione di un tale tribunale, che sarebbe composto in parti uguali, da giuristi iracheni, rappresentanti dei creditori e membri indipendenti agenti da arbitri. Ogni creditore che intende ottenere dalla popolazione irachena i pagamenti relativi ad un prestito in essere ottenuto da Saddam, dovrebbe sottoporre una documentazione che dimostri al tribunale che il prestito è stato utile per la popolazione. Il Tribunale discuterebbe e giungerebbe ad una conclusione con sedute pubbliche e dovrebbe autorizzare i pagamenti solo in presenza di crediti “legittimi”. Una procedura di questo tipo ridurrebbe in misura molto rilevante il debito iracheno, stabilirebbe un chiaro precedente anche per altri paesi che si trovano in condizioni analoghe e scoraggerebbe i creditori dal finanziare i Saddam del futuro.
Per quel che concerne le riparazioni per i danni della prima guerra del Golfo, ed eventualmente per l’ultima guerra, andrebbe applicato lo stesso principio, ossia che quindi anche questi debiti “odiosi” dovrebbero essere cancellati in quanto il popolo iracheno non può essere considerato responsabile. Al riguardo si ricordi l’importante precedente della cancellazione dei danni di guerra che la Germania avrebbe dovuto pagare a numerosi paesi dopo la seconda guerra mondiale.
Altri organismi da tempo impegnati nel sostegno della popolazione irachena hanno avanzato delle richieste rivolte ed al governo italiano ed alla comunità internazionale, in particolare “Un Ponte Per…”; oltre a impegnarci a sostenerle in tutte le sedi riteniamo opportuno ampliare e precisare alcune di tali richieste in quanto il caso dell’Iraq ci sembra purtroppo fortemente rappresentativo dei meccanismi economici e finanziari in atto oggi a livello internazionale.
Chiediamo, quindi, in solidarietà con la popolazione dell’Iraq e ribadendo la richiesta di ritiro delle forze di occupazione della coalizione dal territorio iracheno, che:
- i cittadini iracheni non siano considerati titolari di alcuno dei debiti prodotti dal regime di Saddam senza il loro consenso e dai quali non hanno affatto beneficiato, in quanto anch’essi vittime delle guerre contro l’Iran ed il Kuwait, nonché dei ripetuti bombardamenti occidentali;
- tutti gli individui, compagnie e governi creditori non chiedano il pagamento del debito alla popolazione irachena. Qualora non vogliano procedere a questa cancellazione o siano in grado di provare che i loro prestiti abbiano direttamente beneficiato gli iracheni non essendo quindi “odiosi”, allora dovranno presentare un caso con tutti i giustificativi ad un collegio arbitrale indipendente e pubblico, soltanto quando il popolo iracheno avrà eletto il proprio governo rappresentativo;
- l’utilizzazione immediata di tutte le risorse del Fondo per lo Sviluppo dell’Iraq, incluso l’avanzo di cassa del programma “Oil for Food”, in maniera trasparente a vantaggio diretto della popolazione irachena per far fronte all’emergenza umanitaria nel paese;
- il Club di Parigi e tutte le altre istituzioni internazionali rispettino il riconoscimento del debito odioso iracheno e l’eventuale processo arbitrale, procedendo ad un riscadenzamento del pagamento dell’eventuale debito iracheno residuo soltanto alla fine del processo di cancellazione;
- tutti gli aiuti pubblici governativi ed internazionali per la ricostruzione in Iraq avvengano sotto forma di doni e di prestiti a fondo perduto, i prestiti privati siano a tassi facilitati ed inoltre le operazioni assicurate dai governi occidentali non siano controassicurate dal Fondo per lo Sviluppo dell’Iraq o dal futuro governo sovrano dell’Iraq;
- l’Ordine 39 emesso dall’Autorità Provvisoria della Coalizione per la privatizzazione di quasi tutti gli enti pubblici iracheni e la facilitazione degli investimenti esteri, in particolare nel settore dell’energia, sia immediatamente revocato, così come tutte le altre ordinanze che rischiano di intaccare il patrimonio pubblico degli iracheni;
- la popolazione irachena abbia immediatamente la possibilità di eleggere un organo democratico responsabile della vendita del petrolio e della gestione del Fondo per lo Sviluppo dell’Iraq;
- l’istituzione di una Commissione indipendente in ambito ONU nominata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, e quindi sottratta al controllo diretto del Consiglio di Sicurezza, che abbia il mandato di valutare le richieste irachene di compensazioni per danni di guerra subiti dal 1980 in poi; un fondo ad hoc per le compensazioni dovrà essere costituito con le risorse finanziarie sottratte illegalmente dal passato regime e da contributi della comunità internazionale, a partire dai paesi della Coalizione che ha occupato l’Iraq in violazione del diritto internazionale.
A cura del Tavolo Campagne
Il Tavolo Campagne è costituito da: Sdebitarsi | CTM-Altromercato | Nigrizia | Campagna per la Riforma della Banca Mondiale | Manitese | AIFO | Pax Christi | Beati i costruttori di pace | Rete Radié Resch | WWF-Italia | Associazione Botteghe del Mondo | Bilanci di Giustizia | Innovazioni e Reti per lo Sviluppo/Ired Nord
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Il Pentagono ora dice a Bush: i cambiamenti climatici ci distruggeranno
di Mark Townsend e Paul Harris, The Observer
Un rapporto segreto censurato dai responsabili della Difesa in Usa e ottenuto dall’Observer mette in guardia: i cambiamenti climatici dei prossimi 20 anni potrebbero portare a una catastrofe mondiale, con milioni di vittime, guerre e disastri. Ci saranno sollevamenti popolari e guerre nucleari; la Gran Bretagna avrà un clima “siberiano” in meno di 20 anni; la minaccia per il mondo è maggiore rispetto al terrorismo.
Un rapporto segreto, censurato dai responsabili della Difesa, negli Stati Uniti, e ottenuto dall’Observer, mette in guardia le città europee avvertendole che presto affonderanno nei mari mentre la Gran Bretagna piomberà in un clima “siberiano” entro il 2020. Conflitti nucleari, siccità di dimensioni spaventose, carestie e sollevamenti popolari si avranno in tutto il mondo.
Il documento prevede che il brusco cambiamento climatico potrebbe portare il pianeta sull’orlo dell’anarchia, mentre i paesi ricorreranno alla minaccia nucleare per difendere e garantirsi i rifornimenti di cibo, acqua, energia. Il pericolo per la stabilità mondiale eclisserà il terrorismo, hanno dichiarato i pochi esperti informati sul contenuto del documento.
“Conflitti e distruzioni diventeranno caratteristiche endemiche della vita” concludono gli analisti del Pentagono. “Ancora una volta il warfare contraddistinguerà l’esistenza degli esseri umani”.
I fatti umilieranno la politica dell’Amministrazione Bush, che ha ripetutamente negato che anche solo esista un cambiamento climatico. Gli esperti affermano che in questo contesto è sconvolgente che vi sia un Presidente che mette la difesa nazionale come priorità.
Il rapporto è stato commissionato dall’influente consigliere per la Difesa Usa, Andrew Marshall, che ha sempre mantenuto un’enorme influenza sulle scelte militari Usa, per tutte le tre decadi passate. E’ stato l’uomo che ha diretto il totale cambiamento mirato a trasformare completamente, sotto la direzione del Segretario della Difesa Donald Rumsfeld, l’esercito statunitense.
Il cambiamento climatico “dovrebbe andare oltre il dibattito scientifico interno alle preoccupazioni relative alla sicurezza nazionale Usa”, hanno dichiarato gli autori, tra i quali Peter Schwartz, consulente Cia ed ex responsabile delle pianificazioni al Royal Dutch/Shell Group, e Doug Randall, di Global Business Network con sede in California.
Uno scenario catastrofico imminente, collegato al cambiamento climatico “è plausibile e modificherebbe gli obbiettivi della sicurezza nazionale statunitense in modi che dovrebbero essere considerati immediatamente”. Fin dall’anno prossimo inondazioni diffuse causate dall’innalzamento del livello dei mari produrranno cambiamenti radicali per milioni di persone.
La scorsa settimana l’Amministrazione Bush è stata messa sotto attacco da un gran numero di rispettati scienziati e ricercatori, che hanno dichiarato che la scienza addomesticata deve seguire l’agenda politica e che l’Amministrazione Bush ha censurato tutti gli studi non allineati. Jeremy Symons, un ex funzionario dell’EPA (Agenzia per la Protezione Ambientale) ha affermato che censurare il documento per 4 mesi è stato un ulteriore esempio del tentativo, da parte della Casa Bianca, di seppellire agli occhi dell’opinione pubblica la minaccia proveniente dal cambiamento climatico.
I principali climatologi, comunque, ritengono che il loro verdetto potrebbe dimostrarsi un catalizzatore che potrebbe indurre Bush ad accettare il fatto che il cambiamento climatico sia un fenomeno reale e in corso. Sperano anche che convincerà gli Stati Uniti a firmare trattati per ridurre la mutazione del clima.
Un gruppo di eminenti scienziati britannici si è recentemente recato alla Casa Bianca per esprimere il proprio timore sul riscaldamento globale. Questa visita è parte di un tentativo che si sta intensificando di condurre gli Usa a considerare la minaccia più seriamente. Alcune fonti hanno dichiarato all’Observer che i funzionari americani sono apparsi estremamente sensibili sul tema quando hanno riscontrato che la protesta del popolo statunitense sta uscendo sempre più dal controllo.
Uno di loro ha persino dichiarato che la Casa Bianca aveva scritto una lettera di protesta riguardo ai commenti attribuiti al Professor Sir David King, il preminente consigliere scientifico del governo Blair, dopo che aveva definito la posizione del Presidente Bush sull’argomento come indifendibile.
Tra gli scienziati presenti ai colloqui alla Casa Bianca vi era: il Professor John Schellnhuber, l'ex principale consigliere per l’ambiente per il governo tedesco e dirigente del principale gruppo di ricercatori britannici sul clima, appartenenti al Tyndall Centre per la Ricerca sui Cambiamenti Climatici. Egli ha affermato che i timori interni al Pentagono dimostrerebbero il “capovolgimento” della linea di condotta del Pentagono, con la persuasione di dover convincere Bush ad accettare la realtà del cambiamento climatico.
Sir John Houghton, ex direttore esecutivo dell'ufficio meteorologico - e la principale figura che ha paragonato il rischio climatico alla minaccia terroristica, ha dichiarato: “se il Pentagono sta inviando questo tipo di messaggio, è perché questo documento è effettivamente d’importanza cruciale”.
Bob Watson, dirigente del gruppo di ricercatori della Banca Mondiale ed ex responsabile di “Intergovernmental Panel on Climate Change”, ha aggiunto che l’avvertimento proveniente dalla ricerca del Pentagono non può essere più ignorato.
“Bush può ignorare il Pentagono? E’ difficile far sparire un documento come questo. L’imbarazzo sarebbe enorme. Dopotutto Bush ha una singola priorità ed è la difesa nazionale. Il Pentagono non è wacko, un gruppo di liberali, generalmente è conservatore. Se il cambiamento climatico viene percepito come minaccia alla sicurezza nazionale e all’economia, Bush dovrà agire. Ci sono due gruppi che l’Amministrazione Bush tende ad ascoltare: la lobby del petrolio e il Pentagono”, ha aggiunto Watson.
“Abbiamo un Presidente che ritiene che il riscaldamento globale sia una menzogna, e al di là del fiume Potomac abbiamo il Penagono che si sta preparando alle guerre causate dalla modifica del clima. E’ piuttosto spaventoso che l’Amministrazione Bush inizi ad ignorare il suo stesso governo, riguardo a questo argomento”, ha affermato Rob Gueterbock, di Greenpeace.
Già ora, secondo Randall e Schwartz, il pianeta ha una popolazione più alta di quanta potrebbe sostenerne. Entro il 2020 la scarsità di acqua e di energia sarà “catastrofica” e quasi impossibile da rimediare. Il risultato sarà di far piombare il mondo nella guerra. Avvertono che 8.200 anni fa le condizioni climatiche portarono alla distruzione dei raccolti, alla carestia, a tragedie per i popoli e migrazioni di massa. Avvenimenti che si ripeteranno molto presto.
Randall ha riportato all’Observer che le conseguenze a valanga di un rapido cambiamento climatico potrebbero creare un caos planetario. “E’ un argomento deprimente” ha detto. “E’ una minaccia unica alla sicurezza nazionale perché non ci sono nemici che puntino le armi contro di noi e non abbiamo alcun controllo sul pericolo”.
Randall ha aggiunto che potrebbe già essere troppo tardi per evitare il disastro. “Non sappiamo esattamente a che punto del processo ci troviamo. Potrebbe iniziare domani e non lo sapremo per i prossimi 5 anni”.
“Per alcune nazioni le conseguenze delle modifiche climatiche sono già inevitabili. E’ ovvio che interrompere immediatamente l’utilizzo di combustibili di origine fossile sarebbe utile”.
Gli scenari riportati nel documento sono così drammatici, ha dichiarato Watson, che potrebbero dimostrarsi vitali per gli esiti delle elezioni. Il democratico John Kerry ritiene che il cambiamento climatico sia un problema reale. Gli scienziati, disillusi dalla posizione tenuta da Bush, stanno minacciando di mettere a disposizione di Kerry il documento del Pentagono, per la sua campagna.
Il fatto che Marshall sia così caustico e critico aiuterà la causa di Kerry. Marshall, 82 anni, è una leggenda all’interno del Penagono, che guida una think-tank che si occupa di soppesare i rischi per la sicurezza nazionale, denominato Office of Net Assessment. Chiamato 'Yoda' dai membri del Pentagono, che rispettano la sua vasta esperienza, è ritenuto essere il fautore della linea tenuta dal Dipartimento della Difesa sui missili balistici.
Symons, che ha lasciato l’EPA in segno di protesta per le continue interferenze politiche, ha sostenuto che il censurare il documento è un ulteriore esempio dei tentativi della Casa Bianca di insabbiare la questione climatica: “E’ l’ennesimo esempio del perché questo governo dovrebbe finirla di nascondere la testa sotto alla sabbia relativamente a questo argomento”.
Symons ritiene che gli stretti collegamenti dell’Amministrazione Bush con le più potenti compagnie petrolifere siano di vitale importanza nel comprendere perché le questioni relative al cambiamento climatico siano state accolte sempre con scetticismo dall’Ufficio Ovale. “Questa Amministrazione sta ignorando l’evidenza solo per favorire un pugno di grandi aziende nel settore dell’energia e del petrolio”, ha aggiunto.
Tradotto da Nuovi Mondi Media
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L'era Aznar si chiude con il rischio zero
Gli spagnoli vogliono cambiare, Rajoy sta sbagliando, ma Zapatero resta un’incognita
Gli spagnoli, dicono i sondaggi, vorrebbero cambiare governo. Ma quando li si interroga sul partito al quale vanno le loro preferenze, optano in prevalenza per il PP; e quanto alle previsioni sull'esito elettorale, le risposte di una maggioranza sorprendente di elettori, non solo del PP ma dello stesso PSOE, pronostica la vittoria di Rajoy su Zapatero. In altri termini, pur desiderando un'alternanza al governo, continuano a scommettere sul partito popolare attualmente al potere, a scapito dei socialisti. Come si spiega questo paradosso? Zapatero è giunto alla segreteria generale del PSOE circa quattro anni fa, quando il partito socialista si dibatteva nella peggiore delle crisi politiche subite dall'epoca dell'avvento della democrazia, dopo gli errori commessi da Felipe Gonzáles che ha finito per spaccare il partito. L'elezione di Zapatero a nuovo segretario generale del PSOE ha rappresentato una svolta, innanzitutto per il modo in cui è stato scelto: una procedura democratica, non una designazione d'autorità. Il secondo motivo, non meno importante, è che nel partito Zapatero impersonava il ricambio generazionale. Questo leader relativamente giovane e non molto noto nella società spagnola, ha dato più credibilità all'idea che il partito socialista avesse definitivamente voltato pagina.
A partire da quel momento, il PSOE incomincia ad accorciare le distanze dal PP. I primi dibattiti parlamentari con Zapatero e Aznar a confronto, assegnano al primo una netta supremazia; e per di più, il PP incomincia a commettere errori. Esplodono nelle sue fila alcuni scandali economici; a ciò si aggiunge il disastro del Prestige e la pessima figura del governo, sia per i precedenti che nella gestione di quell'evento catastrofico; e, infine, l'intervento spagnolo nella guerra in Iraq, sulla base di un argomento fragile quale la possibile, ma non accertata esistenza di armi di distruzione di massa, e in contrasto con l'opposizione pressoché unanime della società spagnola. Per tamponare le falle, Aznar e i suoi principali collaboratori, tra cui lo stesso Rajoy, hanno fatto ricorso a uno stile di governo sempre più prepotente e acrimonioso. Alle elezioni amministrative (municipi e comunità autonome) del maggio 2003, il PSOE ha conseguito un vantaggio di un po' più di 100.000 voti sul PP: non il risultato sperato dai socialisti, ma il segnale di un deciso cambiamento di tendenza in loro favore.
C'è allora da chiedersi perché si sia registrata, dal maggio dell'anno scorso a oggi, una nuova inversione di tendenza. Sono accadute due cose: la crisi della Comunità autonoma di Madrid, e all'inizio di quest'anno, l'incontro di Carod Rovira con i terroristi dell'ETA.
Nel maggio 2003 il Partito popolare ha vinto le elezioni della Comunità autonoma di Madrid, ma con un margine molto ristretto di seggi. In quella situazione c'era la possibilità di una coalizione tra il PSOE e Izquierda Unida (a sua volta un amalgama di partiti che ruotano intorno al Partito comunista spagnolo) per formare un governo. Tuttavia, al momento di eleggere il presidente del Parlamento di Madrid, due deputati del PSOE non si sono presentati in aula; e di conseguenza è stata eletta presidente dell'assemblea una deputata del PP. I due assenteisti hanno spiegato il loro comportamento dichiarandosi «contrari a una coalizione di governo tra il PSOE e Izquierda Unida». Ma benché i transfughi siano stati fulmineamente espulsi dal loro partito, l'opinione pubblica ha ritenuto che le responsabilità politiche fossero da ricercare più in alto, anche nella persona che dall'esecutivo aveva contributo in modo singolare all'elaborazione delle liste elettorali: José Blanco, il segretario organizzativo del PSOE.
Il partito socialista ha reagito male, rifiutando quest'assunzione di responsabilità; e per di più ha lanciato contro i due deputati assenteisti una campagna di accuse di connivenza con il Partito popolare e alcuni imprenditori edili, che però non è mai stato in grado di provare. In definitiva, si era diffusa l'impressione che in fondo il PSOE non fosse poi tanto cambiato rispetto all'ultima fase del «felipismo».
Quando il ricordo del «caso Madrid» incomincia a impallidire, anche grazie a un'efficace campagna del PSOE per focalizzare il dibattito sulle sue proposte in vista delle elezioni del marzo 2004, esplode il secondo scandalo: il «caso Carod». Nel dicembre 2003, Carod, Segretario generale di Esquerra Republicana – il partito indipendentista catalano al governo di quella Comunità Autonoma, in coalizione con il Partito socialista e Iniciativa por Cataluña – era stato nominato Conseller en Cap (primo ministro del governo catalano) dal Presidente della Generalitat Pasqual Maragall. Pochi giorni dopo la sua designazione, Carod incontra, nel Sud della Francia, i terroristi dell'ETA, senza averne previamente informato Maragall o altri membri del governo catalano. Pochi giorni dopo, una soffiata a un giornale vicino al Partito popolare fa esplodere lo scandalo. Carod conferma di aver avuto quell'incontro con l'ETA, e la mattina dello stesso giorno, dalla sede del PSOE, Zapatero rilascia una dichiarazione in cui afferma che la soluzione della crisi spetta a Maragall; il quale risponde declassando Carod a «Conseller sin cartera» (consigliere senza portafoglio), senza però estrometterlo dal governo catalano. Passano le ore, e sul filo della mezzanotte Ferraz rilascia un comunicato stampa firmato da Zapatero, in cui si ingiunge a Maragall di far dimettere Carod: cosa che avviene effettivamente alcune ore dopo. Benché rispetto al caso di Madrid, stavolta la reazione del PSOE sia stata più tempestiva, e soprattutto orientata nella direzione giusta, probabilmente le ore trascorse dal primo intervento di Zapatero al suo comunicato notturno sono state decisive perché il panico tornasse a dilagare nell'opinione pubblica spagnola. Oltre tutto, sembra che la faccenda non sia ancora definitivamente chiusa. Mercoledì 18 febbraio, l'ETA ha reso pubblico un comunicato in cui annuncia una tregua, ma «solo per la Catalogna». Zapatero ha reagito immediatamente, sollecitando il governo della Generalitat ad assumersi le sue responsabilità politiche. E Maragall ha risposto postulando la firma di un nuovo patto contro il terrorismo da parte di tutte le forze politiche democratiche del paese, senza eccezione alcuna. Solo il tempo potrà dire se la mossa di Zapatero abbia avuto successo. Ma anche se non lo avesse, indubbiamente i cittadini valuteranno positivamente la tempestività e l'incisività con cui stavolta il leader socialista ha saputo reagire.
La rimonta, a questo punto, dipenderà dall'impostazione che il Partito socialista darà alla sua campagna elettorale. Finora ha tenuto un orientamento corretto, formulando le sue proposte in maniera più o meno ordinata e chiara; il leader si è circondato di un gruppo di personalità per lo più conosciute e molto rispettate dalla società spagnola; e infine, l'immagine del PSOE è ormai centrata su quello che è senza dubbio il miglior elemento al suo attivo: Zapatero. D'altro lato, a sorpresa, stavolta il PSOE può contare sull'aiuto del PP, la cui campagna elettorale sembra ispirata alla parola d'ordine « rischio zero». Innanzitutto, il PP ha praticamente eliminato qualunque possibilità di un dibattito televisivo tra Rajoy e Zapatero. Ora si è arrivati ad evitare persino che il leader del PP si presenti per rispondere alle domande della stampa. La tattica del «rischio zero» potrebbe rivelarsi di fatto come il maggior pericolo che il PP abbia corso negli ultimi otto anni del suo governo.
(Traduzione di Elisabetta Horvat) ilriformista.it
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"Billionaires for Bush"
di Bianca Cerri
24 Febbraio 2004 -- Karl Rove, consigliere politico del presidente Bush, ha passato una lieta serata in un night club di Manahattan. Intendiamoci: è stata una visita breve, mirata soprattutto alla raccolta dei fondi a favore di Bush. Peccato che la festa sia stata rovinata da almeno 100 contestatori che hanno fischiato rumorosamente Rove. Sorpreso e a disagio, Rove si è subito consolato con la presenza di un gruppo altrettanto rumoroso, i “Billionaires For Bush”.
Per esprimere il proprio apprezzamento (ma anche per rifarsi dallo smacco subito a causa dei fischi), Rove ha accantonato il cerimoniale per dirigersi spedito verso i “Billionaires”, stringendo calorosamente la mano ad alcuni ed assestando robuste pacche sulla spalla di altri. Il consigliere ignorava che “Billionaires For Bush” è un gruppo che ha scelto la satira e per denigrare l’attuale presidente americano ma è forse più ansioso di liberarsi di Bush di molti altri gruppi più politici.
Karl Rove si è accorto di aver fatto comunella con un gruppo di oppositori di Bush soltanto dopo l’arrivo di un auto che ha scaricato sul marciapiede un suo sosia, ingaggiato dai buontemponi che si augurano una sconfitta di Bush alle prossime elezione. Alla vista di un doppione di se stesso, Rove ha fatto un rapido dietro front verso l’auto di servizio, partita subito a gran velocità, sconvolto da tanto orrore...
Bianca Cerri
b.cerri@reporterassociati.org
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I VOLTAGABBANA di Marco Travaglio
"Quando Gasparri dichiarava "Di Pietro è meglio di Mussolini".
Ovvero: Tangentopoli è bella fin quando non bussano a casa tua... Molto interessante.
da http://www.antoniodipietro.it/edicola/comunicati.php?comid=738
Gianfranco Fini: “L’avviso di garanzia a Craxi non è solo la fine di un leader, ma anche la fine ingloriosa di un regime in cui i segretari dei partiti di governo hanno accumulato negli anni più potere di qualsiasi dittatore. La scelta dei pm di Milano di emettere l’avviso di garanzia all’indomani delle elezioni amministrative dimostra che la magistratura milanese non fa politica, contrariamente a quanto sostenuto proprio dal segretario socialista” (Ansa, 15-12-92). continua
“L’avviso di garanzia ad Andreotti per concorso esterno in associazione mafiosa è la fine del regime: lo dimostra l'autentico boato che ha salutato la notizia da me data alle migliaia di veronesi che affollavano il mio comizio… Pare proprio che il sistema si reggesse sulle tangenti e sulle organizzazioni criminali” (27-3-93). “Ormai mi sento a disagio nel frequentare questo Parlamento: chiederò ai gruppi parlamentari missini di valutare l'opportunità di non partecipare più ai lavori della Camera e del Senato” (Ansa, 28-3-93). “La gente i tangentisti li vuole in galera” (5-6-94). “Sono lieto che Di Pietro abbia detto di aver indagato in tutte le direzioni, io non ne avevo mai dubitato” (La Repubblica, 30-10-94).
Umberto Bossi: “Sulle tangenti auguriamo al giudice Di Pietro di andare avanti a tutta manetta. Senza la Lega, ora Di Pietro sarebbe in un pilastro di cemento armato” (Ansa, 20-12-92). “Berlusconi sbaglia ad accusare i giudici di averlo colpito in base al principio della responsabilità oggettiva. Se così fosse, avrebbero dovuto avvisarlo già molti mesi fa, quando sono stati inquisiti i primi uomini Fininvest” (il Giornale, 23-11-94).
Rocco Buttiglione: “La classe dirigente del partito (la Dc, nda) è da tempo sotto accusa a causa della corruzione dell’intero sistema politico. In un altro paese un politico onesto lancerebbe il suo guanto di sfida ai dirigenti e farebbe appello alla base democristiana, conducendo una battaglia interna al partito. In Italia, però, questo non è possibile perché i capi, saggiamente, hanno usato il denaro delle tangenti per comprarsi la base. Buona parte delle tessere sono fasulle” (Ansa, 25-10-92).
“Se dietro le inchieste sulla corruzione c’è una manovra politica, non solo non è un’attenuante, ma un’aggravante per la politica. Se fosse giusta la convinzione che in Italia è del tutto impossibile che uno dei potenti sia chiamato a rispondere dei suoi misfatti da un giudice che fa semplicemente il suo mestiere, allora vorrebbe dire che la corruzione del sistema è giunta al limite estremo” (La Stampa, 27-8-92).
Roberto Castelli: “A Craxi avrei voluto gridare: ‘Bettino, dov’è finita la fontana sparita a Milano?’” (Corriere della Sera, 4-8-93). “Non posso credere alla malattia di Craxi. Piuttosto condivido l’opinione di chi propone che Craxi sia posto sotto tutela coatta” (Ansa, 22-10-’97).
Maurizio Gasparri: “Per noi Di Pietro è un mito” (23-7-94). “Di Pietro è meglio di Mussolini” (7-5-94).
Ignazio La Russa. “Calcoli politici di Di Pietro? Mai. Chi lo pensa è in malafede. Starei per dire che è un farabutto”(6-12-94).
Carlo Giovanardi: “Caro Di Pietro, sento il dovere di ringraziarLa per la professionalità ed il senso della misura con il quale conduce la difficile inchiesta a Lei affidata. Voglio esprimerLe la piena solidarietà per la coraggiosa azione Sua e dei Suoi colleghi, perché sappia che all’interno del cosiddetto Palazzo, ai piani alti come ai piani bassi, c’è chi fa il tifo per Lei. Perché, come giustamente Lei ha affermato in una intervista, il problema non è quello di criminalizzare entità astratte come i partiti: qui si tratta di aiutare gli onesti e le persone per bene, che sono in tutti i partiti, a difendersi dall’aggressione dei disonesti che con il malaffare lucrano ingenti risorse, parti delle quali vengono investite per comprare consenso politico e via così in una spirale perversa. E… la moneta cattiva scaccia quella buona. Finchè qualcuno, provvidenzialmente, non toglie dalla circolazione i falsari. Grazie dunque per il Suo impegno da un deputato Dc che … crede sia ancora possibile dimostrare che non è da ingenui avere fiducia nelle istituzioni” (lettera aperta diffusa in migliaia di copie tramite l’agenzia “Centralità – Area Forlani”, 20-5-1992).
* * *
C’era un bel pezzo dell’attuale governo Berlusconi, tra il 1992 e il 1995, ai piedi di Antonio Di Pietro e del pool Mani Pulite. Nessuno si era ancora accorto che in Italia, dal 17 febbraio ’92, si combatteva una guerra civile, si consumava un colpo di Stato, si perpetrava una persecuzione ai danni dei partiti e dei leader anticomunisti da parte di un pool di marionette del Comintern. Ma soprattutto non se n’era accorto l’agnello sacrificale di quell’operazione sanguinaria: il cavalier Silvio Berlusconi. In quegli anni, nessuno osava attaccare Mani Pulite. Francesco Cossiga faceva un tifo sfegatato: “Ringrazio Dio tutte le mattine perché a Milano c’è una magistratura seria. Penso a cosa sarebbe successo se l’inchiesta su Tangentopoli non fosse finita in mano a un giudice come Di Pietro” (13-5-92).
E il cardinale Camillo Ruini quasi: “Tangentopoli è anche frutto della radice del peccato. E come tale va condannata” (12-7-93).
Elogi persino da Giuliano Ferrara: “Di Pietro non l’ho mai attaccato. Anzi, riconosco che la sua azione è stata provvidenziale per il passaggio a un altro sistema… Io ero più ‘dipietrista’ di quei malandrini che dicevano: ‘Lo scandalo riguarda solo Craxi’, perché in realtà riguardava tutti” (La Stampa, 8-2-95). E financo da alcuni inquisiti, figli di inquisiti e avvocati di inquisiti, magnificavano il pool e il suo leader.
Bobo Craxi: “Di Pietro è una persona gentile” (19-12-93).
Giulio Di Donato: “Di Pietro è un uomo equilibrato, serio e incisivo” (28-6-92).
Paolo Pillitteri: “Di Pietro è una persona positiva, buona, cordiale, per quanto può esserlo uno che fa arrestare le persone” (L’Espresso, 28-6-92). “I pm sono l’accusa e devono battersi per la verità. Se Arnaldo (Forlani) nega l’evidenza, il pm si arrabbia. Il processo Cusani è diventato il processo al sistema, l’ho visto tutto in tv, è stato un grande momento di cinema verità” (La Stampa, 19-12-93).
Cesare Previti: “Di Pietro dimostra ancora una volta d’essere un grande personaggio, la cui coerenza merita rispetto e ammirazione” (7-12-94). Gaetano Pecorella: “Le amicizie di un giudice (Di Pietro, nda), la sua vita privata, non possono essere usate per invocare irregolarità processuali. Gli unici rilievi che si possono legittimamente sollevare riguardano il rispetto delle regole alle quali gli inquirenti si devono attenere. E su questo fronte, finora, non mi sembra sia emerso nulla di rilevante” (11-9-92).
Carlo Taormina: “Squillante manovrava la giustizia a favore dei potenti. In quanto a Previti, la sua posizione è indifendibile sul piano politico: non c’è avvocato al mondo che ha visto mai nella sua vita una parcella di quelle dimensioni (i 21 miliardi per la causa Imi-Sir, nda). Dovrebbe dimettersi da parlamentare per affrontare come qualsiasi altro cittadino la vicenda che lo riguarda. Quella che sta venendo alla luce è solo una minima parte del marcio che si è sedimentato oltre ogni limite a Roma” (La Stampa, 7-6-96); “Berlusconi deve fare non uno, ma dieci passi indietro, perché il suo conflitto permanente di interessi tra politica e magistratura da una parte, e la ricerca di una personale libertà dai processi dall’altra, impedisce la soluzione della questione giustizia… Il comportamento di Berlusconi è concussivo: strumentalizza milioni di voti, condizionando lo sblocco dei lavori della Bicamerale all’assoluzione in uno sterminato numero di processi o pretendendo spedizioni punitive contro i magistrati che si azzardano a intraprendere azioni penali per gravissime corruzioni giudiziarie…Ora la misura è colma” (Ansa, 11-5-98).
Forza Italia, Forza Di Pietro. Nessuna traccia, nelle esternazioni berlusconiane di allora, del mefistofelico complotto ordito da Mani Pulite e Botteghe Oscure per “eliminare i partiti liberaldemocratici e portare al potere i comunisti”. Anche perché di comunisti in circolazione, a Milano, il pool ne aveva lasciati pochini. “Sono molto orgoglioso - confessava il Cavaliere il 5 febbraio ’93 - di essere uscito dal settore delle opere pubbliche da vent’anni. Se avevo fiutato le tangenti? Me le hanno chieste! Ne sono uscito perchè era un sistema che giudicavo inaccettabile”. Replay ancora più esplicito nel discorso della “discesa in campo”, con calza di nylon e finta libreria: “La vecchia classe politica italiana è stata travolta dai fatti e superata dai tempi. L’autoaffondamento dei vecchi governanti, schiacciati dal peso del debito pubblico e al sistema del finanziamento illegale dei partiti, lascia il Paese impreparato e incerto nel momento difficile del rinnovamento e del passaggio a una nuova Repubblica” (26-1-94). Niente golpe: autoaffondamento e finanziamento illegale.
Vinte le elezioni, Berlusconi tenta di ingaggiare Di Pietro “nella mia squadra”, come ministro dell’Interno. Il pm rifiuta, ma lui gli promette, per il futuro, il posto di capo della Polizia o dei servizi segreti. Cariche, queste, che difficilmente si offrono a un golpista. “Questo governo - annuncia presentando la “squadra” al Senato - è schierato dalla parte dell’opera di moralizzazione della vita pubblica intrapresa da valenti magistrati. No ai colpi di spugna. Da questo governo non verrà mai messa in discussione l’indipendenza dei magistrati” (16-5-94). Poi lo scandalo della Guardia di Finanza, il decreto Biondi, l’arresto del fratello Paolo e il famoso invito a comparire. Primo firmatario: Di Pietro.
La prova decisiva del complotto e dell’accanimento persecutorio? Nemmeno per sogno, anche perché il primo che si dimette non è Berlusconi: è Di Pietro. “Un magistrato – lo piange il Cavaliere - che si è conquistato con il suo lavoro il rispetto degli italiani… Le sue inchieste esprimevano una grande ansia di verità. Le sue dimissioni lasciano l’amaro in bocca” (6-12-94). “Di Pietro in politica potrebbe essere un’ottima cosa... La sua spinta alla moralizzazione sarebbe un patrimonio prezioso per il Paese… Ho sempre riconosciuto il ruolo svolto dai magistrati nella lotta al sistema perverso della Prima Repubblica. E le tv e i giornali della Fininvest sono sempre stati in prima linea nel difendere i magistrati e in particolare Antonio Di Pietro. Dal Tg5 al Tg4 a Panorama a Epoca al Giornale.
Anche quando le inchieste si sono indirizzate contro dirigenti del gruppo, le ho criticate… ma sempre ricordando il merito complessivo della magistratura, e di Di Pietro soprattutto… Le intemperanze di Sgarbi non possono far dimenticare tutto l’appoggio dato dalle reti e dai giornali Fininvest ai magistrati”(la Repubblica e Il Messaggero, 8-12-94).
Lo stesso Sgarbi fu sorpreso un anno dopo da chi scrive in atteggiamenti inequivoci, sottobraccio a Borrelli, alla buvette del palazzo di giustizia: era il 16 gennaio ’96, giorno della prima udienza del processo Berlusconi-Guardia di Finanza. “Borrelli – strisciò Sgarbi - lo ammiro, è caustico, con l’occhio fine, non è certo un Di Pietro”. Fu allora che il Cavaliere scoprì che i processi erano una cosa seria: allora, dolorosamente, rivide il suo giudizio sul pool e si avvide dell’orrendo golpe che per anni gli era passato sotto il naso.
In simultanea, anche i giornali e le tv Fininvest scoprirono di aver sbagliato tutto. E si emendarono.
Il tradimento dei chierici. Anche gli intellettuali, nella migliore tradizione italiana, iniziarono la guerra da una parte e la finirono dall’altra. All’inizio, nel 1992, erano quasi tutti con Mani pulite. E non prudentemente, con i piedi di piombo: sfrenatamente. Poi, appena il potere riprese un po’ di fiato, annusarono l’aria che cambiava e si misero “a vento”. Oggi sono quasi tutti contro Mani pulite. Senza neppure aver chiesto scusa per l’errore. Anche perché non è la prima volta che cambiano cavallo. Hanno passato una vita a praticare il più antico mestiere d’Italia.
Il reverendo Gianni Baget Bozzo, già cappellano di Tambroni e poi di Craxi, nel ’92 si smarca subito dal Garofano che l’ha persino mandato a Strasburgo: “Se Craxi fosse andato a Milano e avesse chiesto perdono, sarebbe stato fischiato ma anche assolto. Via del Corso adesso è il luogo del silenzio. La discussione va fatta fuori, per riprendere il rapporto con la gente. C’è un problema morale, prima che politico. Nel centenario del Psi, un atto collettivo di presenza per chiedere scusa per le tangenti incassate sarebbe stato un atto comprensibile, che la gente avrebbe capito… Persino il Pci, che era il partito-verità, ha dovuto dire ‘ho sbagliato’…” (La Stampa, 12-9-92). E quando il pool presenta la sua soluzione per Tangentopoli, eccolo pronto con l’aspersorio a benedire le truppe in partenza per il fronte: “I parlamentari debbono accettare la mano aperta del pool. Nemmeno questo Parlamento ha mostrato di avere l’autorità di regolare con legge i reati di concussione, di corruzione, di violazione del finanziamento pubblico… Borrelli, Di Pietro, gli altri giudici hanno inteso che solo loro potevano spegnere il mito del capro espiatorio e garantire la laicità della giustizia occidentale, che ha coscienza del proprio limite… Di Pietro ha impressionato per la sua dignità, il suo riserbo, la sua schietta popolarità. E’ una persona in cui gli italiani credono, ma in lui come pubblico ministero, come uomo del dovere quotidiano, di cui il Paese vive” (Panorama, 16-9-94).
Un altro esemplare tipico di intellettuale all’italiana è Ferdinando Adornato, ex Pci, ex Pds, già direttore della sfortunata rivista Liberal, poi editorialista del Giornale e infine deputato di Forza Italia. Indovinate con chi stava negli anni ruggenti di Mani Pulite: “La parola d’ordine – scriveva sarcastico - è: abbasso il protagonismo dei giudici. Se la si sussurra, o meglio, se la scandisci con tono ostile nei confronti del pool Mani Pulite la porta si apre. E, di colpo, entri in uno dei nuovi, più selezionati club della nazione: il comitato nazionale per il superamento di Montesquieu. Del club, nato dopo Tangentopoli, fanno parte politici, giornalisti, intellettuali. Ex di Lotta continua, ex Psi, socialisti, dirigenti miglioristi del Pds e antimiglioristi del manifesto. Tutti stufi della tripartizione dei poteri sancita nel pensiero giuridico da oltre due secoli. Legislativo, giuridico ed esecutivo sono poteri ‘normali’. Gli aderenti al club ne hanno a cuore un quarto, superiore a tutti: il potere partitico. E, in suo nome, sono pronti a etichettare ogni mossa, giusta o sbagliata, del pool Mani pulite come prova di un tentativo di golpe. Tutto fa brodo. I giudici non possono processare i politici. Non perché essi non abbiano rubato, ma perché … i politici ladri sono ‘compagni che sbagliano’. E chi li attacca è un nemico della democrazia. Perciò nel club non ci sono solo socialisti, ma anche tanti altri che da tanto tempo sostengono il primato della ‘politica’.
Paolo Liguori, Napoleone Colajanni, Emanuele Macaluso, Giuliano Ferrara. Il cerchio si chiude...” (L’Espresso, 14-2-93). Un’altra volta paragonava Craxi ai brigatisti rossi: “La colpa di questo ‘crollo’ della politica e della morale non è affatto, come Craxi ieri ha coattamente ripetuto, della magistratura. Al contrario. Ragioniamo: da noi un uomo pubblico si dimette solo (e neanche sempre) se gli arriva un avviso di garanzia. Né una sconfitta politica, né un evidente naufragio etico lo indurranno mai a lasciare la sua carica come avviene in Germania o negli Usa (per motivi infinitamente meno gravi). Né gli uomini intorno a lui avranno mai il coraggio di rimuoverlo… Che senso ha prendersela con la magistratura quando, ad un uomo pubblico, mediamente, dei cittadini, della morale, delle regole non gliene importa un fico secco e si vede che solo l'intervento del giudice ha la forza di ottenere ciò per il quale la politica e la morale risultano impotenti? Da questo punto di vista, dal punto di vista morale terroristi e tangentisti hanno dimostrato una straordinaria contiguità. Avete … mai visto, in questi ultimi quindici anni, qualche imprenditore o qualche politico che abbia avuto il coraggio di denunciare l'enorme marcio che era sotto i suoi occhi? Possibile che neanche uno, eroe o pazzo che lo si voglia giudicare, abbia sentito l'impulso etico di farla finita con il crimine?…
La toccante lettera suicida di Gabriele Cagliari conteneva sì un grande atto d'accusa contro carceri e giudici ma poco o nulla che parlasse, da membro della classe dirigente, ad un paese attonito, reso schiavo della corruzione. Forse solo la lettera di Sergio Moroni conteneva qualche nota di verità in più. … Craxi, unico, gli va riconosciuto, si assume la responsabilità dei crimini di tutti. Ma, piccolo particolare, insiste a negare che fossero crimini… Ma che uomini ci hanno diretto? Possibile che non siano capaci, neanche in chiusura, di uno scatto d'orgoglio. Stanno lì solo a contare, stravolti, gli avvisi di garanzia, a cercare il modo migliore per riciclarsi, a dire, anche i segretari di partito, io non c'entro. Già, e dov'eri? Il papa e il cardinal Ruini si preoccupano dell'unità dei cattolici. Dovrebbero preoccuparsi del fatto che questo paese, dove il senso morale è così oltraggiato, non è già più un paese cattolico. E i laici, anche i laici, misurano, tutto intero, il peso del fallimento della cultura liberal-democratica” (Repubblica, 5-8-93).
“Il Parlamento è sempre di più un bazar orientale dove, accanto a onesti negozianti, si muovono affaristi e manigoldi pronti a tutto. Il governo fatica a domarlo… Eppure parte della vecchia classe dirigente cerca di ritardare la sua uscita di scena… Quanta irresponsabile miopia: basta girare un po' per le strade di questa nostra nazione ferita per capire che l'opinione pubblica ha già deciso. I vecchi partiti e le vecchie facce non li vuole più vedere neanche dipinti. E come dar torto a questo sentimento quando si scopre che ministri della Repubblica lucravano anche sulle medicine, sulle malattie, sul dolore? Che addirittura, moderni Mabuse, alteravano le posologie dei farmaci per guadagnare di più? E costoro, responsabili di ogni sfascio, si permettono persino il lusso di lamentarsi. Il problema non è sapere se questo regime finirà. Ma sapere come finirà” (Repubblica, 25-7-93). “L’ultimo lampo di lucidità colse Adornato nel luglio ’94, alla vista del decreto Salvaladri: “Presidente Berlusconi, raccolga subito l’autocritica del ministro Maroni: bisogna correggere eccessi contro i cittadini, e non tutelare il clan delle tangenti” (16-7-94). Poi la folgorazione sulla via di Arcore, piuttosto affollata in verità di ex-devoti di San Tonino Vergine e Martire.
Come Franco Zeffirelli, che allora invocava “una ghigliottina in piazza del Popolo per i corrotti di Tangentopoli” (19-3-93), ricordava che “uno come Craxi, in altri tempi, sarebbe stato impiccato” e si rammaricava che non fosse più in vigore “la pena di morte” (25-7-93).
O come l’antropologa Ida Magli, letteralmente rapita dall’eroe di Mani Pulite. Eccola, affranta, per le inchieste di Brescia contro di lui: “Ho pianto davanti alla tv quando ho visto Di Pietro in tribunale, nelle vesti di imputato. Ho pianto perché in questo nostro Paese la speranza è morta. Piango perché gli italiani sono sempre gli stessi, vigliacchi e pecoroni. Se Di Pietro avesse fatto un solo gesto per mettersi alla testa di una rivoluzione, molti italiani lo avrebbero seguito. Invece questo gesto non c’è stato e il momento per una vera rivoluzione è finito. Ora ne stiamo pagando le conseguenze” (23-2-96).
Emblematica, strepitosa, ineguagliabile la conversione “a U” del professor Ernesto Galli della Loggia. Al punto da far sospettare l’esistenza di un sosia omonimo che, dal ’94, si è sostituito all’originale e si diverte a scrivere sul Corriere della Sera tutto il contrario di quel che scriveva lui. Per comodità chiameremo il primo Galli e il secondo Della Loggia. Tanto Galli era accigliato e severo, assetato di sangue & manette, quanto Della Loggia è mansueto e comprensivo, sempre pronto a giustificare le malefatte dei potenti con gli “eccessi” della “magistratura politicizzata”.
Fremeva di sdegno, il Galli, nel ’92 quando denunciava “la società complice dei partiti”, che poi altro non erano se non “combriccole di corrotti”. Qualunquista della più bell’acqua, sosteneva che “tutti hanno rubato” e si domandava “da dove viene questa propensione all’illegalità finanziaria del sistema politico italiano” e di “settori importanti della imprenditoria privata” (La Stampa, 9-5-92). Un tantino insensibile ai sacri principi della responsabilità personale e della presunzione di innocenza, sposava l’orrendo teorema del ”non poteva non sapere” e scriveva: “Appare ogni giorno verosimile le segreterie romane (dei partiti) non sapessero nulla e non ricevessero parte del prelievo tangentizio. Anche il non voler sapere è un modo di sapere… I partiti dell’arco costituzionale sono equiparabili a combriccole di malandrini”. Ergo, due mesi e mezzo dopo le elezioni politiche, già invocava “lo scioglimento delle Camere” per mettere i partiti “con le spalle al muro della volontà popolare” (17-6-92).
Con scarso garantismo, aggiungeva che “le risultanze finora note delle inchieste delineano una situazione sostanzialmente vera”, su cui “è possibile esprimere giudizi”, senza il fastidio di attendere le sentenze: altrimenti ci si dovrebbe astenere “da qualsiasi giudizio su chicchessia e perfino sull’esistenza delle tangenti in generale”. Insomma, basta col sottilizzare sul “principio giuridico della presunzione di innocenza”: “francamente lo definirei un caso classico di due pesi e due misure”.
All’indomani della strage di Capaci, il forcaiolo Galli deplorava che “contro questa macchina da guerra che carbura sangue” lo Stato italiano si muovesse “con regole opposte: in cui tutto è contrattabile, dove regna l’accomodamento, le cui decisioni sono sempre soggette a mille appelli, mille rinvii. Da un lato Corrado Carnevale, da un lato la Cupola, dall’altro il Csm, da un lato il tritolo, dall’altro a carta bollata”. Insomma, lo Stato dovrebbe “vendicare” i suoi morti (25-5-92). Ad esempio, con la pena di morte: dopo la strage di via D’Amelio, Galli strapazzava il premier Amato perché, ai funerali di Borsellino, non aveva preso la parola dalla cattedrale di Palermo per “parlare a tutto il Paese e promettere la vendetta e lo sterminio ai delinquenti assassini nemici d’Italia” (23-7-92).
Nel ’93 Galli passò dalla Stampa al Corriere, ma senza mutare registro. “E’ già molto – lamentava, a proposito di Tangentopoli - se, dopo gli estenuanti e annosi riti giudiziari che sono in Italia la regola, dopo gli indulti, le amnistie, i patteggiamenti, e gli arresti domiciliari, alla fine si riesce a mandare in galera qualcuno per un lasso di tempo non proprio ridicolo” (19-6-93). Si ammazzava Gardini? Lui ammoniva impietoso: “E’ tempo che il capitalismo italiano torni sotto l’imperio della legge” (13-8-93). Poi sparì nel nulla. Vane le ricerche, anche con i cani sanbernardo. Così, dopo il certificato di morte presunta, il Corriere lo rimpiazzò con il suo opposto: Della Loggia.
Camere con svista. Pochi lo ricordano, ma anche Pierferdinando Casini, nel ’92, quando portava la voce e la borsa a Forlani, difendeva Mani Pulite: “Noi siamo in uno Stato di diritto e quindi rispettiamo l’autonomia della magistratura e aspettiamo la fine di questi processi. Un partito serio più che pensare a complotti pensa a cambiare le strutture, a fare autocritica ed esami di coscienza (Il Giornale, 24-1-1992). Poi s’innamorò perdutamente di Di Pietro. E dopo le sue dimissioni dal pool, gli scrisse una straziante lettera aperta: “Caro Di Pietro, i tuoi articoli… rivelano passione civile e senso dell’opinione pubblica e mi inducono a darti un caloroso e rispettoso ‘benvenuto’… Ho trovato nelle tue parole qualche assonanza con lo sforzo che anche noi stiamo facendo… L’insieme delle tue considerazioni vale a segnalare quanto sia indispensabile un lavoro comune per riportare lo scontro politico su binari meno estremizzati rissosi. Spero sia l’inizio di un percorso…” (La Stampa, 24-3-95). Lo voleva a tutti i costi nel Polo, al posto di Berlusconi. Ma non osava dirlo. Così gli mandava messaggi furtivi, in codice: “Per Di Pietro ci vuole un ruolo di primo piano nell’alleanza di centro-destra, dovrebbe essere uno dei leader della coalizione” (14-4-95). Ora ha distrutto l’intera corrispondenza.
Un altro, increscioso caso di omonimia, simile a quello di Galli Della Loggia, riguarda il presidente del Senato Marcello Pera, protagonista di diverse reincarnazioni: oscuro docente di epistemologia a Firenze, oscuro commentatore di area craxiana sul Messaggero, editorialista della Stampa e poi di nuovo del Messaggero, infine senatore del Polo. Nel ’92, grazie agli arresti di Chiesa & C., Pera cominciò a cantare nel coro di Mani Pulite. E non sommessamente: a squarciagola. Facendosi notare per i toni decisamente borrelliani. Esempio: "Come alla caduta di altri regimi, occorre una nuova Resistenza, un nuovo riscatto e poi una vera, radicale, impietosa epurazione...
Il processo è già cominciato e per buona parte dell'opinione pubblica già chiuso con una condanna" (19-7-92). Non gli avevano ancora parlato della presunzione di innocenza. Craxi, intanto, attribuiva i suoi guai giudiziari alla “lobby dei giornali-partito", cioè al gruppo Repubblica-Espresso, portatore insano della cultura "azionista” che a Pera stava particolarmente a cuore: “Uomini che vogliono un'Italia più decente e pulita sono iscritti ad una 'lobby finanziaria'?... Galante Garrone è un uomo che ha sempre avuto altissimo il senso dello Stato, specchiata la coscienza, profondo il rigore della vita morale, e che perciò ha testimoniato e pagato con coerenza...
Se avessero prevalso i valori degli azionisti abbiamo la riprova che sarebbe andata meglio. Perché i rimedi che ora ci troviamo a dibattere per uscire dal pantano sono proprio quelli che Galante Garrone e gli altri della sua terribile risma hanno sempre proposto: l'idea della nazione, uno Stato governato da regole trasparenti, delle istituzioni non lottizzate, un'amministrazione non corrotta o inetta, un'economia non inquinata, e tanta tanta passione civile, coscienza morale, senso del dovere" (5-5-92). Qualcuno cominciava a provarci con l’amnistia, ma Pera inflessibile insorgeva: "Un'amnistia dei politici ai politici non è solo impensabile perché provoca indignazione e disgusto nella gente: essa è anche impraticabile. Perché un'amnistia si dà a categorie specifiche di malfattori, mentre qui si tratta di un intero sistema... il condono avrebbe solo un effetto sanatorio del passato e moltiplicatore del malaffare futuro: i condoni in Italia sono come le ciliegie, uno ne tira l'altro, e creano aspettative di impunità" (19-7-92).
Un’altra cosa che Pera non sopportava erano gli attacchi alle procure. Quando Bossi insultò il giudice di Varese che indagava sulla Lega, lui lo zittì immantinente: "No e poi no, on. Bossi. Lei deve chiedere scusa...
I giudici fanno il loro dovere... Molti magistrati sono già stati assassinati per aver fatto rispettare la legge... Lei mette in discussione i fondamenti stessi dello Stato di diritto" (24-9-93). Niente sconti nemmeno a Psi e Dc: "Quei politici che, come Craxi, attaccano i magistrati di Milano, mostrano di non capire la sostanza grave, epocale, del fenomeno" (19-7-92). Craxi e De Michelis urlavano al "golpe dei giudici". E lui: "Siamo qui che preghiamo ogni mattina per salvare la democrazia inquinata dalla degenerazione dei partiti e quelli ti dicono che, se disinquini i partiti, si perde la democrazia..." (2-12-92). "Craxi sbaglia... ciò che i cittadini vedono è solo una lunghissima serie di indagini, avvisi di garanzia, incarcerazioni, confessioni, processi che riguardano persone specifiche... Il malaffare partitocratico era ramificato ovunque, ma non è in atto un attacco alla democrazia" (1-2-93).
La ricetta del Pera modello '93 era talebana: "I partiti devono retrocedere e alzare le mani... subito e senza le furbizie che accompagnano i rantoli della loro agonia. Questo sì sarebbe un golpe contro la democrazia: cercare di resistere contro la volontà popolare" (1-2-93). E i giudici, ultimo “baluardo” della democrazia, dovevano "fare fino in fondo e senza riguardi per nessuno il loro dovere, così come gli è imposto dalle leggi vigenti... Nessuno chiede che gli inquisiti eccellenti abbiano un trattamento diverso dagli altri inquisiti" (5-3-93).
Non potendo prevedere che di lì a qualche anno avrebbe calcato le scene della Casa delle Libertà, il Pera modello base si scagliava contro la “religione della libertà”, contrapponendole la cultura che “mette al centro le regole... il governo e il controllo, i due capisaldi della democrazia" (28-3-93). E metteva in guardia contro gli eccessi del "garantismo, che come ogni ideologia preconcetta è pernicioso" (29-3-93).
Qualcuno insinuava che il pool proteggesse il Pds. Ma lui no di certo: "Quanti sono i socialisti incarcerati? E quanti quelli del Pds? Allo stato attuale, sembra tanti e tanti" (8-5-92). Pensassero piuttosto, i detrattori di Mani Pulite, all’eterna "Italia di Andreotti, Pomicino e Formica, la trimurti paradigmatica dei nostri guai" (23-9-92), ai "loschi borghesi come De Lorenzo" e agli altri politici "tanto abituati a fare i propri comodi che neppure pensano che anch'essi debbono rendere conto delle proprie azioni": gente che "non aveva ancora sentito parlare del codice penale e si comportava come se non ci fosse" (8-7-93). Gente da spazzare via con una "rivoluzione democratica" (4-2--93), da amputare con il bisturi del "chirurgo" (5-5-92).
Che cos’era, d’altronde, la nomenklatura del Psi se non un "un personale vecchio e trasformista, un ceto di individui mai visti, spesso simili ai bravi, certo con scarsi o nessun ideale politico che non fosse la conquista o la gestione del potere"? (5-5-92).
Dovevano andarsene tutti, anche se non erano personalmente inquisiti: “L'opinione pubblica, frastornata, delusa, inviperita, ha bisogno di un esempio di coerenza e coraggio. Un ministro che, pur essendo in grado di provare la propria innocenza, si dimette per essere stato sospettato e accusato, darebbe oggi agli italiani la più efficace dose di fiducia, di cui hanno disperato bisogno" (3-7-92). "Negli Usa ci si gioca la presidenza non per aver passato una notte in un motel con una bella bionda, ma per aver detto una bugia e spezzato un rapporto fiduciario... Meglio confessare le scappatella con una bionda che perdere tutta la posta in gioco. La rivoluzione ha regole ferree e tempi stretti" (26-9-93).
Fece ancora in tempo, il Pera-1, di magnificare Di Pietro come “un angelo del Bene” (7-4-95). Poi scomparve nel nulla, forse rapito e segregato in una torre di Arcore, con tanto di maschera di ferro. Un caso tipico da “Chi l’ha visto?”. Chiunque avesse notizie utili, è pregato di comunicarle alla presidenza del Senato. Dove, da cinque anni, siede il sosia usurpatore. Che si diverte a esaltare "i molti meriti della Prima Repubblica”, a rivalutare Andreotti ("imputato perché vittima dei comunisti") e a celebrare degnamente persino il latitante Craxi (“l'intuizione socialista degli anni '80 fu giusta").
Stampa serva. Speculare alla classe politica e intellettuale (per non parlare degli imprenditori, che nel ‘92-’94 si contendevano i pm del Pool nei loro convegni, salvo poi farli killerare dai loro giornali), c’è la cosiddetta informazione. Anche questa, con le dovute quanto rare eccezioni, sempre dalla parte del vincitore: prima con i ladri, poi con le guardie, poi di nuovo con i ladri. Qualche caso umano, fra i più avvincenti.
Giorgio Forattini, in adorazione davanti a Tonino: “Penso che Di Pietro aspetti la vera grande occasione: l’elezione diretta alla presidenza della Repubblica, come avviene in Francia, che gli porterebbe certamente l’80 % dei voti. Uno di questi sarebbe sicuramente il mio” (L’Espresso, 7-4-95).
Paolo Guzzanti, la penna intinta nella saliva: “Antonio Di Pietro è come un poliziotto alla Robocop: la figura sanguigna di un uomo della legge innestata su un computer ad altissima tecnologia, una macchina imbattibile contenuta in un corpo di forte contadino italico che è anche un archetipo, un semidio capace di raccogliere e dare volto all’identità di un popolo intero, chiamato a celebrare finalmente la sua grande saga. Se i Teutoni ebbero Nibelunghi e Odino, noi abbiamo la saga di Tangentopoli e del pool: Mani pulite come il Risorgimento, con un solo Gobetti. O come la Resistenza, ma con un solo Garibaldi. Lui, il procuratore di ferro…” (Panorama, 16-9-94). “Milano ore 16.43: si toglie la toga per l’ultima volta. Stiamo dunque assistendo alla svestizione del giudice Antonio Di Pietro, quello che per tanti italiani era il giudice che vestiva la giustizia…” (La Stampa, 7-12-94).
Vittorio Feltri, annate 1992-’93 (l’Indipendente) e ’94 (sul Giornale): “Mai provvedimento giudiziario fu più popolare, più atteso, quasi liberatorio di questo firmato contro Craxi (il primo avviso di garanzia, nda) … Di Pietro non si è lasciato intimidire dalle critiche, dalle minacce di mezzo mondo politico (diciamo pure del regime putrido di cui l’appesantito Bettino è campione suonato) e ha colpito in basso e in alto, perfino lassù dove non osano nemmeno le aquile. Ha colpito senza fretta, nessuna impazienza di finire sui giornali per raccogliere altra gloria. Craxi ha commesso l’errore… di spacciare i compagni suicidi (per la vergogna di essere stati colti con le mani nel sacco) come vittime di complotti antisocialisti… E’ una menzogna, onorevole: che cosa vuole che importi a Di Pietro delle finalità politiche… I giudici lavorano tranquilli, in assoluta serenità: sanno che i cittadini, ritrovata dignità e capacità critica, sono dalla loro parte. Come noi dell’Indipendente, sempre” (16-12-92).
“Quegli onorevoli che oggi si stracciano il doppiopetto (pagato verosimilmente con le mazzette) perché molti politici finiscono in galera sino a che non dicono la verità, sbagliano di grosso a prendersela con Borrelli e compagnia bellissima. I magistrati fanno solo il loro dovere. E noi siamo con loro” (10-7-93). “Ammesso e non concesso che un magistrato abbia sbagliato, ecceduto, ciò non deve autorizzare i ladri e i tifosi dei ladri... gli avvoltoi del garantismo... a gettare anche la più piccola ombra sulla lodevole e mai sufficientemente applaudita attività dei Borrelli e dei Di Pietro” (21-7-93). “La cella è il luogo migliore per servire la giustizia, per riflettere e ricordare” (9-3-93). “Ma questa è una pacchia, un godimento fisico, erotico. Quando mai siamo stati tanto vicini al sollievo? Che Dio salvi Di Pietro” (15-6-92). “Sui 70 e passa finiti in galera, e su altrettanti che sono sul punto di finirci, soltanto tre si sono ammazzati, gli altri si godono il bottino” (30-7-92).
“Non si può pretendere di guidare un partito... avendo in tasca un avviso di garanzia. L’avviso di garanzia è un modo gentile per dire ‘caro mio, sei dentro fino al collo nell’inchiesta sulle tangenti’” (20-7-92). “Il governo non può permettersi di schierare un personaggio chiacchierato” (4-7-92).
“Decine di politici sono stati trovati dai giudici con le mani nelle tasche piene di tangenti. Ma invece di prendersela con i ladri loro amici, se la prendono con il giudice che li ha smascherati” (29-6-92). “Non ho mai scritto che Di Pietro e colleghi hanno graziato il Pds; che prove avrei per affermare una cosa simile?” (25-11-94). “La realtà è che il marcio è venuto fuori per primo a Milano grazie a una Procura con i nervi saldi e un profondo senso di giustizia: giudici che non si sono fermati dinanzi alla prima intimidazione socialista... Ecco l’Italia che non ci piace. E che Mani Pulite, speriamo, demolisca sino all’ultimo mattone” (8-9-92). Forse voleva dire il penultimo.
Carlo Taormina: “Squillante manovrava la giustizia a favore dei potenti. In quanto a Previti, la sua posizione è indifendibile sul piano politico: non c’è avvocato al mondo che ha visto mai nella sua vita una parcella di quelle dimensioni (i 21 miliardi per la causa Imi-Sir, nda). Dovrebbe dimettersi da parlamentare per affrontare come qualsiasi altro cittadino la vicenda che lo riguarda. Quella che sta venendo alla luce è solo una minima parte del marcio che si è sedimentato oltre ogni limite a Roma”
(La Stampa, 7-6-96);»
“Berlusconi deve fare non uno, ma dieci passi indietro, perché il suo conflitto permanente di interessi tra politica e magistratura da una parte, e la ricerca di una personale libertà dai processi dall’altra, impedisce la soluzione della questione giustizia… Il comportamento di Berlusconi è concussivo: strumentalizza milioni di voti, condizionando lo sblocco dei lavori della Bicamerale all’assoluzione in uno sterminato numero di processi o pretendendo spedizioni punitive contro i magistrati che si azzardano a intraprendere azioni penali per gravissime corruzioni giudiziarie…Ora la misura è colma” (Ansa, 11-5-98).
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La maschera pop dell´antipolitico
EDMONDO BERSELLI
Talvolta estemporaneo, talvolta programmatico, il pensiero antipolitico di Silvio Berlusconi sembrerebbe una "cosa" a due facce. C´è il volto ultrapopolare e spontaneo, quello del leader psicologicamente tellurico che si esprime nelle gaffe gestuali come le corna all´italiana nella foto europea di gruppo. E c´è la volontà deliberata, in cui prende forma l´intenzione di mettersi in totale sintonia con l´entità più amata ed evocata, la "gente".
Dal doppiopetto ai tacchi "elettrici": il culto dei tratti esteriori rivela l´essenza antropologica del Cavaliere
Calcio, lifting e barzellette anatomia dell´Antipolitico
Così Berlusconi cerca di sedurre il popolo della tv
Nessuna soluzione di continuità tra le convention di partito e le serate in Sardegna
Fin dal debutto di Casalecchio, nel 1993, tutti gli atti del Cavaliere rispondono a un colossale ideologismo
Molti messaggi sono la versione "pop" delle idee di Tremonti: vedi il legame tra apologia degli evasori e i condoni
EDMONDO BERSELLI
Si sa che l´antipolitica comincia dal tratto esteriore. Marcare le differenze dalle grisaglie, dagli abiti prêt-à-porter, dagli spezzati "color cane" dei peones. Ed ecco allora la collezione dei Caraceni a doppiopetto, maneggiati con infinita e maschile sapienza. Il maglioncino di cachemire, il fard sul viso, i "tacchetti elettrici" su cui ironizzava Umberto Bossi (e su cui ora autoironizza anche lui). E infine il lifting, suprema operazione dissimulativa e rivelatrice insieme, con il politico nascosto per un mese e il corpo esposto come un´epifania, un "ecce homo" trionfante nel decennale del suo non-partito.
Ma poi c´è una radice profonda, non soltanto uno spirito virtuale, in cui Berlusconi esprime la sua essenza antropologica, la sua identità, la sua vocazione primaria. Certo, l´exploit è sempre in agguato. Può essere un´invenzione tatticamente esemplare, come "il Milan deve giocare sempre con due punte": che sembra una trovata pazzesca, una dadaista invasione di ruoli, se non fosse che il presidente del consiglio e dei rossoneri la espone in pubblico con serietà superiore, affiancato dal suo vicepresidente geometra Adriano Galliani; e che viene affidata a una futura lettera alla società milanista, come una serissima comunicazione aziendale. Nessun dubbio che si tratti di un´alzata d´ingegno formidabile: perché mostra un uomo pronto a inserirsi in ogni spazio professionale, e a presidiarlo dall´alto delle sue capacità totali (preveggente, a suo tempo, Enzo Biagi: "Avesse una puntina di tette, farebbe l´annunciatrice"): ma lanciando anche il messaggio, tutt´altro che subliminale, che, se fosse per lui, se potesse dare le direttive sbrigativamente per via epistolare, il "teatrino della politica" tirerebbe giù il sipario per sempre. Due schemi tracciati su un foglietto come per Ancelotti, e tanto Fini quanto Follini rientrerebbero obbligatoriamente nel modulo.
L´ha scritto Ilvo Diamanti che anche la sua creatura, Forza Italia, "evoca non la nazione ma la nazionale". È un partito senza territorio, che proietta su sfondi azzurri le capacità miracolose del Capo. Nel mondo fatato di Berlusconi, in una realtà senza contraddittorio, senza il fastidio della mediazione, il leader è atteso a qualsiasi performance. Non si limita infatti a scrivere le parole dell´ultimo disco di Mariano Apicella, a versare lacrime napoletane, ma sotto le telecamere, con la camicia fuori dai pantaloni, esegue un brano, Meglio ?na canzone, con l´ex posteggiatore partenopeo, del tutto incurante (a quanto pare) che l´esibizione finisca su Striscia la notizia.
I problemi eventualmente deflagrano allorché l´esibizione improvvisata tocca tematiche per lui misteriose: come quando per compiacere Vladimir Putin riduce la tragedia cecena alla stregua di "leggende", e viene rimpallato aspramente dall´Unione europea. Funziona male il suo umorismo casereccio quando oltrepassa limiti insidiosi del politicamente opportuno, come con l´eurodeputato tedesco Schultz, ridotto a figurante cinematografico nel ruolo del kapò. Oppure quando si inventa una cattedra in storia delle religioni e tratta la storia dell´Islam come il prodotto di un profeta minore.
Servono a poco i riferimenti al passato. Il mago dell´Uomo qualunque, Guglielmo Giannini, capopopolo di una borghesia atomizzata dal fascismo e spaventata dall´antifascismo, non si sarebbe mai rivolto ai commensali dicendo "e ora parliamo di calcio e di donne". Quando Berlusconi lo fa, a una delle cene che concludono il semestre europeo dell´Italia, e mentre sta fallendo la conferenza intergovernativa sulla Costituzione dell´Unione, il conservatore Chirac, talvolta non esente dal populismo, e il tardo-socialdemocratico Schröder restano allibiti. Nel primo dopoguerra, Palmiro Togliatti si concedeva toni populistici, fino a minacciare De Gasperi di una cacciata a calci nel sedere, ma la particolare doppiezza togliattiana risolveva poi la linea autentica dentro il partito, all´interno del centralismo democratico, nel rigore concettuale dell´ortodossia anche comportamentale.
Anche il Craxi più esplosivo, quello degli insulti agli "intellettuali dei miei stivali", o del colpo antiamericano di Sigonella, riconduceva la propria aggressività dentro una formula politica, per colpire contemporaneamente Dc e Pci. Per Berlusconi invece non c´è soluzione di continuità fra il privato e il pubblico, fra la convention azzurra e le serate nella villa in Sardegna. L´antipolitica nasce con l´autodefinizione dell´uomo di governo come il "buon padre di famiglia". Talmente comprensivo che non ha esitazioni nell´incenerire il rapporto fra lo Stato e il contribuente promettendo indulgenza fiscale, e comunque una paternalistica comprensione per l´evasione fiscale di fronte ad aliquote troppo elevate.
Non si tratta solo di figure retoriche, di strizzate d´occhio, di messaggi propagandistici. Le esemplificazioni berlusconiane costituiscono il lato pop delle teorizzazioni di Giulio Tremonti sul fisco "criminogeno". E la continuità fra idee e "policies" è sancita dalla linearità della relazione fra la moralità implicita nell´evasione e l´attuazione di misure come i condoni fiscali.
Si capisce facilmente che l´antipolitica programmatica è un ideologismo colossale, in cui ogni elemento è congruente con la visione di fondo. Va ricordato che il vero esordio pubblico di Berlusconi avviene nel 1993, quando con una dichiarazione nel supermercato di Casalecchio sdogana Gianfranco Fini, e in un colpo solo fa a pezzi l´arco costituzionale, elimina la seconda conventio ad excludendum, quella rivolta all´Msi, e ripristina la barriera contro i comunisti. In questo falò dei feticci della Repubblica dei partiti, la guerra permanente contro il comunismo e i rossi è uno dei capolavori strategici del Cavaliere, in quanto straccia la politica "consociativa", reinventa un nemico, gli consente la continua evocazione di una minaccia.
Uno studioso dell´Istituto Carlo Cattaneo, Piergiorgio Corbetta, ha spiegato efficacemente che per Berlusconi l´etichetta "comunista" designa una serie amplissima di figure sociali: il politico di professione, i magistrati, la burocrazia, i sindacalisti. È per questo che la polemica apparentemente distruttiva contro i politici "ladri" e la frase epocale "sono soldi rubati" risultano perfettamente comprensibii e decodificabili dal suo pubblico. Dalle reti televisive il capo di Forza Italia si protende nei tinelli, nella luce azzurrina della televisione, e si identifica con l´insofferenza antipolitica di chi è a tavola.
Dopo di che, nel grande ideologismo di Berlusconi rientra un intero catalogo di idiosincrasie. L´insofferenza per l´euro "di Prodi", che impedisce le svalutazioni competitive; i giornalisti per l´80 per cento di sinistra; i giornali che nessuna massaia legge; un senso comune che si riflette in espressioni neotelevisive come "i nostri ragazzi" per dire le forze dell´ordine o le vittime di Nassiriya; "il nostro tesoro nascosto" che sarebbe "come io chiamo il Mezzogiorno". E così via.
Alla fine resta un dubbio, nel reality show berlusconiano. E cioè se l´antipolitica possa essere usata come arma politica. Da questo ossimoro dipende il futuro della destra, del bipolarismo, di Berlusconi. Un grande studioso della democrazia, William Riker, scrisse che il populismo non ha storia perché non è tecnicamente possibile trasformare in decisioni di legge quella cosa incerta e volatile che viene definita "volontà popolare". A rigor di termini, trasformare l´antipolitica in una politica è peggio che un crimine pubblico, potrebbe essere un errore logico. A rigor di logica, Berlusconi ha perso, perde e perderà. Nel mondo delle cose, battere l´antipolitica sarà un lavoro durissimo.
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L´INTERVISTA
Sartori: tracotanza smisurata, la Vigilanza deve fare qualcosa. Petruccioli impari da Storace
"Il Cavaliere ha senso dello show e ora invade la televisione di Stato"
boomerang L´offensiva è iniziata con le accuse ai politici ladri, ma il premier stia attento ai boomerang
invadenza Sudditanza terribile e totale dei dirigenti Rai che lo hanno fatto parlare a dismisura
SILVIO BUZZANCA
ROMA - Professore Sartori, quale progetto si cela secondo lei dietro questa offensiva mediatica di Berlusconi?
«La strategia è quella di moltiplicare la presenza e il protagonismo televisivo. Berlusconi viene dallo spettacolo, ha creato un impero mediatico e dunque il protagonismo televisivo c´è l´ha nel Dna. Ma rispetto a questo percorso naturale ci sono due novità. La prima è la dichiarazione, molto grave per il capo di un governo e di un partito, che tutti i politici professionisti sono dei ladri».
Non sembra avere riscosso molto successo fra i suoi alleati...
«Infatti. Berlusconi dice molte cose a vanvera. Con quale logica può dire questa cosa, spiegando che si riferiva solo alla sinistra, quando metà dei suoi alleati che siedono in Parlamento sono politici professionisti? È un´affermazione insensata e proporla dimostra molta arroganza perché è indifendibile. Se i politici professionali sono quelli che non hanno un´occupazione alternativa, e sono ladri, questo vale sia per la destra che per la sinistra. Usare questo tipo di ragionamenti può essere un boomerang per il presidente del Consiglio».
E allora perché il Cavaliere usa questo argomento? Non solo non demorde: insiste.
«Perché ormai l´uomo è sicuro di sé, lo dice, se ne frega delle obiezioni. E intanto colpisce una fascia elettorale ben precisa a cui piace la frase "i politici professionali sono dei ladri. E Berlusconi non lo è"».
Questa è la prima novità. E l´altra novità nel comportamento di Berlusconi qual è?
«L´altra novità rilevante è che Berlusconi sente di avere titolo di fare un uso anche della televisione pubblica come vuole e quando vuole. Telefona ad un programma e parla. I responsabili dovrebbero dirgli: abbia pazienza, al massimo possiamo darle tre minuti. E invece il fatto che lo lascino parlare per diciassette minuti dimostra la sudditanza terribile e totale della televisione di stato all´invadenza di Berlusconi».
La Margherita avanza il sospetto che la telefonata alla Domenica sportiva fosse concordata e autorizzata dal dg Cattaneo.
«L´ipotesi che la cosa sia stata concordata è ancora più grave. Un direttore generale che voleva salvare le apparenze e la faccia, anche se tutti sanno che prende ordini da Berlusconi, avrebbe dovuto chiedere al Cavaliere almeno di autolimitarsi».
Cattaneo si difende dicendo che Berlusconi è intervenuto come presidente del Milan.
«Vuol dire che tutti i presidenti di calcio di serie A possono telefonare per sedici minuti a qualsiasi trasmissione televisiva? Hanno o non hanno questo diritto? E se non lo hanno, Cattaneo ci può spiegare dove sta la differenza tra loro e Berlusconi? Non basta la qualifica con la quale lui giustifica l´intervento di Berlusconi, cioè quella di essere presidente di una squadra di calcio?
L´Annunziata ha fatto bene a intervenire?
«Ha fatto benissimo. Per fortuna che c´è lei alla presidenza del cda della Rai. Ma mentre lei cerca di fermare Berlusconi l´altro, Cattaneo, dice che va tutto bene».
Alcuni direttori Rai si complimentano con Fabrizio Maffei per lo scoop di avere avuto Berlusconi in diretta...
«E chi sono?».
Clemente Mimun, Anna La Rosa, Mauro Mazza, Antonio Bagnardi, Bruno Soccillo...
«Ah i berlusconoidi della Rai! Ma che razza di scoop è questo di cui parlano? Berlusconi in tv ci va già abbondantemente, ma questa volta è andato in un una sede extra. Ma i berlusconoidi della Rai devono sempre dimostrare la loro fedeltà al capo e usano l´argomento del grande scoop della Domenica Sportiva. Il problema è che abbiamo un servizio pubblico di stato appiattito su un presidente del Consiglio in corsa per le elezioni».
Ma chi può fermare questa deriva?
«Tanto per cominciare la commissione di Vigilanza Rai deve fare qualcosa. Altrimenti su che cosa vigila? Stiamo assistendo all´invasione di spazi impropri in misura totalmente inaccettabile e la Vigilanza non ha nulla da dire? Allora aboliamola o cambiamo il presidente. Claudio Petruccioli impari il mestiere di dirigere la Vigilanza dal suo predecessore Storace: quello urlava come un´aquila tutti i giorni e riusciva davvero a intimidire la Rai».
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Ds Milano - Rassegna stampa
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Lista Occhetto-Di Pietro: nel simbolo un gabbiano e l'ulivo
di red
«Società civile Occhetto-Di Pietro». Questa scritta campeggia nel nuovo simbolo della lista presentata da Achille Occhetto e da Antonio Di Pietro per le elezioni europee di giugno. Nel simbolo è presente il richiamo all'Ulivo e la scritta «Per il nuovo Ulivo». Oltre al ramoscello dell'ulivo, ci sono anche un gabbiano color arcobaleno la scritta «Italia dei Valori».
La lista è stata presentata alla sala delle Bandiere presso la sede dell'Europarlamento a Roma. Achille Occhetto ha spiegato che la lista non ha la pretesa di rappresentare la società civile, ma «quando presenteremo le nostre liste, vedrete che ci sono molti nomi importanti della società civile».
Già, questa mattina, alla presentazione del simbolo, c'erano parecchi nomi noti. Dal portavoce dei Girotondi Gianfranco Mascia, al professore fiorentino Pancho Pardi, al giornalista Giulietto Chiesa, a Giuliano Giuliani, padre di Carlo, il ragazzo ucciso durante il G8 di Genova.
Con loro, alla sala delle Bandiere ci sono anche personalità politiche quali Pino Arlacchi ed Elio Veltri e Tana De Zulueta, senatrice Ds uscita con Antonello Falomi dal gruppo in segno di protesta per l'astensionismo deciso dalla Quercia sul voto per la missione italiana in Iraq. Tra i promotori della lista, anche il maresciallo dei Carabinieri Ernesto Pallotta, noto per sue battaglie a difesa dei diritti dei colleghi.
«Sappiamo che la maggioranza degli italiani è contro la guerra – ha detto nel suo intervento Giulietto Chiesa - questa maggioranza, oggi non è rappresentata. Se riusciremo a dare una voce a questo grande movimento, daremo un grande contributo al centrosinistra».
Giuliano Giuliani, da parte sua, ha spiegato che sta portare avanti dai tragici fatti di Genova, «una battaglia di verità». «Questa battaglia - spiega Giuliani - mi ha portare in giro per l'Italia. Purtroppo, ho visto molta stanchezza da parte di tanti militanti del centrosinistra. Noi dobbiamo ridare voce a queste persone che non si sentono più rappresentate ed evitare così l'astensionismo».
unita.it
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Giulietto Chiesa
l’intero sistema dell’informazione mente.
Teatro Astra affollato ieri pomeriggio per sentire le parole dell’ex corrispondente da Mosca di varie testate. «Ma ora l’intero sistema dell’informazione mente. È del tutto falso» La sinistra trova la pace in Chiesa giornalista che diffida dei giornali
di Marino Smiderle
«L’intero sistema dell’informazione mente. È totalmente falso». Con queste drastiche e convinte premesse formulate da un giornalista di rango come Giulietto Chiesa, per tanti anni corrispondente da Mosca per varie testate (L’Unità, La Stampa, Canale 5), e ora presidente di Megachip , un osservatorio assai critico e severo nei confronti del mondo dell’informazione, decida il lettore se andare avanti o meno nella lettura. Sappia comunque che, secondo Chiesa, non ci si deve fidare. Detto questo, teatro Astra bello pieno, ieri pomeriggio, per ascoltare «l’informazione che non appare sui giornali e in tv». È stata l’occasione per presentare il progetto di Megachip , attivo a Vicenza grazie a Monica Schirato, che ha organizzato l’incontro insieme ad un nutrito gruppo di associazioni vicentine le stesse che hanno fatto venire in città Marco Travaglio e Sabina Guzzanti: Gruppo Bilancio partecipativo, Rete Lilliput, Missioni Consolata, AlterVox, Aprirsi, Cgil, Emergency, Tuttinbici, Gruppo Giovani, Associazione Chiara, Greenpeace, ASoC e ArciRagazzi. È il popolo della sinistra, quella però che sta fuori dal palazzo, quella che non sopporta di essere rappresentata da parlamentari che non dicono un chiaro no alla guerra e, nell’ultimo caso, un no senza se e senza ma alla permanenza delle truppe italiane in Iraq. A scaldare l’ambiente provvedono la musica e le canzoni del cantautore Luca Bassanese, cantore di un Nordest dipinto a tinte fosche, tutto soldi e niente valori. Applausi per il gruppo, che suona bene e incornicia come meglio non si può il disagio messo in versi. Ma è Giulietto Chiesa a spiegare perché non ci si deve fidare di questa informazione. E comincia con un esempio chiaro. «Lo sapete chi è il presidente degli Stati Uniti?», chiede al pubblico. Oddio, sì, lo sappiamo, è George DoubleU Bush, quello che qui al teatro Astra ricordano come un guerrafondaio. «No - gela tutti Chiesa -, quello è un falso presidente, è un impostore, un truffatore. Alle ultime elezioni non ha vinto lui, ha vinto Gore, ma un anno prima hanno organizzato un colossale inganno per dichiarare Bush presidente. Proprio qui, in quella che D’Alema considera la democrazia più salda. Queste cose non ve le dice nessuno e bastano per accorgersi che l’informazione non funziona». Applausi convinti in sala. Poi il giornalista spiega perché la televisione debba essere considerata il mezzo più subdolo per condizionare le menti e le coscienze degli italiani, visto che quelle degli americani ce le siamo giocate già da una vita. «Al di là dei telegiornali - dice Chiesa riferendosi a quelli italiani - che sappiamo quanta poca informazione diano, quel che deve preoccupare è il restante 95 per cento di programmazione. Noi non affideremmo mai i nostri figli al primo che incontriamo per la strada, eppure li abbandoniamo davanti alla televisione. E la televisione è la peggior farabutta che ci sia, si insinua nelle teste dei piccoli, e dopo decenni di martellamento fa credere che i valori siano quelli del comprare, del consumo, dell’apparire. Valori che si rispecchiano nel fatto che il presidente del Consiglio si sottoponga al lifting. Vince il più forte ed è giusto che vinca il più forte. È una società che sta affondando». E allora? Che si può fare? «Intanto dobbiamo imparare il linguaggio dell’immagine - osserva Chiesa - e impedire qualsiasi politica di privatizzazione del servizio televisivo pubblico, della Rai. Dobbiamo usare anche noi le armi della comunicazione». E le guerre? Qualche colpa la diamo all’11 settembre e al terrorismo islamico? «No - dice categorico Chiesa - il terrorismo islamico è lo straccetto verde che ci hanno agitato davanti al naso. La verità, come ha detto Reagan, è che il tenore di vita degli americani non è negoziabile. È per questo che hanno dichiarato guerra al resto del mondo».
***
Dal Gazzettino
Sabato 21 febbraio 2004
VICENZA Incontro all’Astra
Guerra e informazione secondo Giulietto Chiesa Dibattito con il giornalista
Vicenza (D. G.)
«Siamo entrati in una nuova era e non ce ne siamo ancora accorti. L'era dell'homo videns e della comunicazione visiva, l'era del cittadino non più produttore di beni, ma consumatore di comunicazione». Giulietto Chiesa, il giornalista ed editorialista de La Stampa è intervenuto ieri all'incontro Informazione e democrazia svoltosi ai Chiostri di S.Corona su iniziativa di Megachip e Cigl. «Rispetto a un tempo, il superfluo e il necessario si sono scambiati i ruoli. A Bombay cinque milioni di persone non hanno elettricità, né fogne, né casa. Eppure, in quei quartieri la gente dove può attacca la spina per guardare la televisione», ha raccontato durante l'incontro Chiesa, che nel 2002 vinse il Premio Cultura della Pace di San Sepolcro. «Avere in mano le fonti di comunicazione è decisivo per la conquista del potere politico ed economico, oggi più che mai». E comunicazione vuol dire televisione. «La televisione può funzionare come controllo sociale, comunica i valori, le emozioni, le idee che formano l'individuo, specie se giovane. E per affrontare questo mezzo bisogna essere preparati». E in che modo? «Innanzitutto prevedere l'insegnamento del linguaggio televisivo come materia di studio obbligatoria sin dalle elementari. Dare in mano le telecamere ai bambini e far capire loro che realtà e finzione non sono la stessa cosa e che la TV non è la verità», è il parere del giornalista. «Un esperimento già avviato ad Aviano in Friuli con successo, che coltiva lo spirito critico fin dalla tenera età. Quando partì il nostro contingente per l'Iraq, l'80\% della popolazione italiana era contro il conflitto e contro la nostra spedizione. Dopo la strage di Nassyria sono bastati tre giorni e i sondaggi dicevano che quella percentuale era scesa al 50\%. Che è successo? In mezzo c'è stata la propaganda e la retorica di guerra, sui giornali ma soprattutto in televisione". Giulietto Chiesa sarà il protagonista di un secondo incontro a Vicenza, oggi al teatro Astra alle 16.30. "Guerra e informazione" è una iniziativa promossa da Megachip Vicenza e da altre associazioni come Gruppo Bilancio Partecipativo, Rete Lilliput, Emergency, Tuttinbici. Chiesa parlerà dell'informazione nei tempi di guerra, cui seguirà un dibattito tra tutti i presenti che avranno un microfono a disposizione per le domande al giornalista. L'incontro sarà preceduto da una videoproiezione con materiali e video sui temi trattati. L'ingresso è libero ma sono gradite offerte per l'autofinanziamento.
LA EDERLE E L'IRAQ/2
Vicenza - «Il fatto che tanti soldati tornino alla base Ederle non può che farci piacere. La brutta notizia è che altri ne partiranno». Monica Schirato è la responsabile vicentina di Megachip, l'associazione presieduta a livello nazionale dal giornalista scrittore Giulietto Chiesa e che si batte per promuovere "la democrazia nella comunicazione". «La pace e il dialogo sono tra i fondamenti costitutivi dell'associazione, che comunque non ha certo un approccio passivo ai problemi» spiega Schirato, esperta di comunicazione audiovisiva e digitale. «Megachip vuole esercitare una critica permanente e puntuale del sistema dei mass media. Oggi più che mai la notizia non è l'informazione da trasmettere, quanto un prodotto di consumo per i telespettatori. Una merce come tante, da cui ricavare profitto in termini economici o politici. E il nostro sogno è che i cittadini abbiano accesso a una informazione quanto più libera e pluralista, soprattutto in momenti particolari come quello che stiamo vivendo, vedi la guerra in Iraq». Ufficialmente Megachip Vicenza è nata il 18 gennaio 2003 in occasione della festa della pace e attualmente conta cinquanta soci in provincia. I semplici simpatizzanti si contano per adesso a migliaia in tutta Italia: basta aderire al manifesto dell'associazione via Internet (www.megachip.info). Tra le iniziative più importanti dell'associazione, l'osservatorio indipendente sulla comunicazione. «È la necessità di conoscere e capire le strategie che regolano il mondo della comunicazione e poter denunciare i casi di violazione del diritto dei cittadini ad avere una corretta informazione». E l'accoglienza di Megachip Vicenza da parte dei media vicentini come è stata ? «A parte voi, totale disinteresse. Per l'incontro di ieri con Giulietto Chiesa abbiamo mandato i canonici inviti agli organi di informazione locale, ma la risposta è stata desolante. Il perché? Si dovrebbe chiederlo a loro. Ma questo rafforza ancora di più le nostre convinzioni. L'informazione sta attraversando una grossa crisi di identità e di credibilità. Lo ha mostrato di recente anche un sondaggio dell'Istituto Rezzara sulla percezione da parte del pubblico dei mass media. Ed è allora fondamentale riuscire a rivolgerci direttamente ai cittadini, come faremo anche oggi pomeriggio con il secondo incontro con Giulietto Chiesa al Teatro Astra: il tema è l'informazione in tempo di guerra»
Davide Golin
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CDR RAI SPORT, UN EPISODIO GRAVISSIMO
di Redazione
Un episodio ''gravissimo'', che ''trascina anche l'informazione sportiva nel fuoco della polemica sportiva'': l cdr di Rai Sport giudica cosi' l'intervento di ieri sera alla Domenica Sportiva del premier Berlusconi. E sottolinea: ''non e' accettabile che la testata venga coinvolta, in maniera piu' o meno consapevole, nei piani di comunicazione del presidente del Consiglio''.
Mentre annuncia di aver chiesto, d'intesa con l'Usigrai, un incontro urgente con il dg Cattaneo. In un'intervista di questa mattina ad una agenzia, ricorda il cdr in una nota, ''il Direttore di RaiSport afferma che 'Silvio Berlusconi e', prima di tutto, il Presidente del Milan' e aggiunge che 'se telefona Giacinto Facchetti non sto certo con il cronometro in mano'. Spiace che Fabrizio Maffei non se ne sia accorto - sottolinea il cdr - ma da qualche tempo Silvio Berlusconi e' prima di tutto qualcos'altro, e il raffronto con Facchetti ha del ridicolo''. Quel che e' successo ieri sera ''in una delle trasmissioni piu` importanti della nostra testata - prosegue la nota - e' gravissimo perche' trascina anche l'informazione sportiva nel fuoco della polemica politica. Non e' di questo che abbiamo bisogno. Adesso e' indispensabile sapere quali siano le regole aziendali in materia e come dovremo comportarci nel prosieguo della campagna elettorale. Per questo il Comitato di Redazione di RaiSport, d'intesa con l'Esecutivo Usigrai, chiede un incontro urgente con il Direttore Generale''.
Lucia Annunziata: ''aspetto risposte ai miei appunti dal Premier''. Ci piace la versione ''picconatrice'' di Lucia
di Redazione
"Non mi vorrei ritrovare in una Rai invasa da Zelig con il presidente del Consiglio che fa il gran cuoco in tv. E sto sognando di quando apparirà come esperto di canzoni al Festival di Sanremo": il presidente della Rai, Lucia Annunziata, il giorno dopo la censura in diretta alla Domenica Sportiva di Berlusconi tecnico sportivo, rincara la dose. E aggiunge: "L' Italia è piena di authority, se ho sbagliato accetto sanzioni. Mi portassero da saggi e contro-saggi. Ma li avverto: la storia di sfiduciare l' Annunziata è una soap che ho già visto, non vorrei facessero flop al secondo giro".
L' Annunziata, intervenuta alla presentazione alla Rai di un ciclo di Rai Educational sulla grande guerra, ha detto: "Non sta a me discutere i ruoli delle persone. Lo faccio quando queste si incrociano con la Rai. Io - ha proseguito il presidente - ho un solo ruolo, quello del presidente di garanzia di questa azienda. Non è colpa mia se molti in Italia ne hanno tanti". Assente non previsto il direttore generale, Flavio Cattaneo, l' Annunziata ha sottolineato: "Piacerebbe anche a me che in seconda battuta rispondesse su quanto avvenuto ieri sera anche il direttore generale, che da molto tempo ha preso a nascondersi dietro i pantaloni del Consiglio di amministrazione. E mi piacerebbe intervenisse anche sui programmi di storia", ha detto il presidente Rai, che da tempo chiede altri spazi per Rai Educational.
L' esordio della presentazione stampa della grande guerra era stato piuttosto una battuta: "Va di moda presentarsi in molti ruoli. Oggi volevo presentarmi come storico, ma siccome sono solo il presidente della Rai non posso farlo". L' Annunziata ha detto di aspettare dal presidente del Consiglio "una risposta alla mia osservazione di ieri. La mia obiezione è stata al premier Silvio Berlusconi, non ai giornalisti. Del resto nei giorni scorsi ho mandato un lunghissimo memo su cosa è la prassi di gestione delle presenze politiche prima e durante le elezioni e nessuno me l' ha contestato. Poi i giornalisti decidano quello che vogliono, mandino in onda quello che vogliono, ma dovranno lasciare anche un' opinione al loro presidente di dire quello che pensa. Nessuno può dire che ho approfittato del mio ruolo, sono intervenuta una volta in un anno e comunque ognuno si prende le proprie responsabilità.
Mi sono - ha proseguito l' Annunziata - impegnata anche a restaurare la messa cantata dei dati mensili Rai e Mediaset". Infine una battuta su alcune dichiarazioni del direttori dei tg Rai sulla vicenda di ieri sera. "C' è un fronte unanime dei direttori, dal quale emerge che l'assegno lo stacca Cattaneo, non so cosa dire, sono liberi di pensare quello che vogliono".
In Rai tutti caporali
di Tobia
Immaginiamoci la scena, come l’ha descritta Guido Paglia, direttore della comunicazione e delle relazioni esterne della Rai: “Tutte le dichiarazioni dei direttori Rai sono state regolarmente autorizzate”. E cioè, a prima mattina, i Maffei, i Mimun, i Mazza, i Soccillo finanche la Anna La Rosa (che quasi certamente sarà radiata dall’Ordine dei Giornalisti per le sue note vicende giudiziarie) fanno la gara a chi chiama per primo il direttore generale Flavio Cattaneo per poter essere autorizzati ad esternare.
“Ma mi faccia il piacere” direbbe la buon’anima di Toto’ che aggiungerebbe “siamo uomini o caporali”. In Rai tutti caporali. Come mai mancano all’appello i direttori di Rai Tre e del Tg3? Non e’ che via del Plebiscito, di concerto con il direttore generale di viale Mazzini, abbiano avuto la brillante idea di far esternare l’armata a disposizione? Bene ha fatto il segretario del sindacato dei giornalisti Rai ad annunciare il liberi tutti. Esternano loro, può esternare anche chi non la pensa come loro. C’e’ l’articolo 21 della Costituzione che lo garantisce.
In Rai ci sono figli e figliastri. E ci sono direttori autorizzati a dichiarare a seconda di quel che dichiarano. Il testo ''vero'' della circolare
di Redazione
Se avevamo qualche dubbio l'ex uomo Mediaset ed ex potente capo delle relazioni esterne di Cragnotti alla Cirio fino a poco più di un anno fa Guido Paglia, oggi direttore della comunicazione e delle relazioni esterne della Rai, ci ha tolto ogni dubbio. La circolare è sbagliata perchè non parla di evitare dichiarazioni bensi evitare un certo tipo di dichiarazioni. Di fronte a questa circolare, quindi, ''tutte le dichiarazioni dei direttori Rai sono state regolarmente autorizzate, come prevede la normativa interna, dalla Direzione generale''.
''Dopo le minacce non smentite di sanzioni disciplinari rivolte al direttore di RaiSport, Fabrizio Maffei, dalla presidente Lucia Annunziata - prosegue Paglia - numerosi direttori di testata hanno richiesto ed ottenuto dal Dg di poter solidarizzare con il collega, tutte le procedure aziendali sono state quindi pienamente rispettate''.
Ma se avessero chiesto di poter intervenire in solidarietà con Michele Santoro allontanato o con Enzo Biagi che non c'è più l'autorizzazione sarebbe stata concessa? Perchè, a dir la verità, qualcuno via via è intervenuto a difesa dei colleghi o per difendere qualcuno da attacchi politici. Ma queste posizioni sono state immediatamente stigmatizzate dai vertici Rai come "interventi inopportuni". Dunque è giusto mostrare il testo originale della Circolare inviata a tutti i direttori e a tutti i giornalisti.
CIRCOLARE N. 444
A tutte le redazioni e a tutti i direttori
Oggetto: Comunicazione a mezzo stampa
Tutti i dipendenti della Rai possono inoltrare specifica domanda di intervento a mezzo stampa per poter esprimere il loro parere rispetto ad una serie (esclusiva) di argomenti che, qui sotto, vi proponiamo. Ognuno, quindi, potrà esprimere il proprio parere a mezzo stampa se lo stesso:
1) Attacca la presidente di garanzia Lucia Annunziata;
2) Difende il resto del Consiglio d'Amministrazione ad eccezione di Rumi che ogni tanto prova a solidarizzare con Lucia Annunziata;
3) Difende il governo e le sparate dei ministri e del presidente del consiglio anche se palesemente e oggettivamente inopportune quanto invadenti;
4) Attacca le opposizioni tutte e, in occasioni partitcolari, anche gli alleati del partito del Premier (che del resto contano poco).
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ERA ALTO COSÌ...di Ida Sconzo
“Il Signor B.” non è una canzone di Giorgio Gaber (purtroppo!) è solo uno dei tanti nomi, nomignoli o soprannomi, che i navigatori del web attribuiscono al “Nostro”. Imperterriti, sulla via della risata, lo definiscono di volta in volta: “Il Cavalier rampante”, ma anche “il fanfarone di Arcore”, “BlakRider”, “Il Cavalier Banana”, “il nostro caro B.”. I più fantasiosi coniano nuovi termini come “Il Reo Silviolo”, altri lo chiamano: “lo squallido”o “Il Leader Massimo”.
E c’è da ridere comunque, finché concesso, un riso amaro forse, ma coinvolgente. Al “nostro beneamato”, nei forum di tanti siti, si alterna ad esempio “il pover’uomo”, quello più spiritoso l’avrà coniato un medico che definisce il “Nostro” facendo una diagnosi: “prostata malata”. Qualcuno che ha votato per lui, tragicamente pentito, lo definisce “l’Ingrato”. Non manca, of course: “L’Augusto Imperatore”, anche se sembra più calzante “Il piccolo Cesare” di papà Bocca, ma anche “il Presidente-Giudice-Supremo” non è male. Per qualche cittadino classicista è un “Vindice” per altri un po’ più teneri è “il Berluschino”, forse per i diabetici, è “il cioccolataio”, quelli proprio cattivi lo chiamano: “l’Imprenditorello”, “l’Untore”, “l’ometto qualunque”, alquanto scontato “Il Duce”, poca cosa, se pensiamo che un tempo lo chiamavan “Bombolo...”. Spulciando tra le pagine web, si trova qualche definizione anche dei “suoi” discorsi: ovvie le “castronerie”, sofisticati gli “arieggiamenti del cavo faringeo” o le “Esternazioni della sottocultura padronale e arrogante dello chansonnier”. La “sua” epopea viene definita “berlusconeide”, probabilmente con qualche riferimento, non casuale, a Romolo e Remolo. Secondo un navigatore il suo parlare è, in realtà, un “concionare”, “fregnacce” e “bischerate” sono molto più comuni, come le “affermazioni spudorate”. Qualcuno, infine, invia notizie all’etere, non più dall’Italia ma da “Berlusconia”, e chissà che non venga fuori una proposta di legge per cambiare il nome del paese, come Zio Paperone insegna: Paperopoli potrrebbe diventare “Berluscopoli”. Potremmo suggerire all’amico Nando Dalla Chiesa, intento a organizzare il “Festival di Mantova” in alternativa al padrino di San Remo, l’idea per un prossimo concorso nazionale, che premi il miglior nomignolo affibbiato al “Nostro signor B, un cavalier rampante, sqaullido e pover’uomo che fa arieggiamenti del cavo faringeo e lascia governare la sua prostata malata...” Tanto non c’è regime, non c’è censura, e al massimo il Cavalier Banana, (della Repubblica delle Banane) si farà una risata... chi non ride in compagnia... P.S. Se cercate su Google.com la parola “Buffone” troverete una pagina personale dedicata a... Andate a vedere!!!
megachip.info
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Intervista a Sergio Cofferati su "Pianeta Uisp", di Marco Tarozzi
Che ne pensa Sergio Cofferati, in corsa per diventare primo cittadino di Bologna, di certe indicazioni uscite dal manifesto programmatico della Uisp? In particolare, concorda sull’idea che impegnare risorse per lo sport di base e l’attività motoria sia, alla lunga, un risparmio in termini di benessere e prevenzione?
“E’ senz’altro una valutazione condivisibile. Non ci sono dubbi sull’effetto positivo della pratica sportiva, e in generale dell’attività motoria. L’una e l’altra sono parte integrante di un nuovo e moderno welfare. E questo vale per ogni età: un’attività motoria fatta con equilibrio fin dalla primissima infanzia aiuta i bambini a sviluppare il proprio corpo e ad avere una crescita corretta. Parliamo, naturalmente, di un’attività eseguita col contributo e l’insegnamento di persone capaci. Anche la pratica sportiva ha effetti positivi, senza che debba per forza diventare agonismo esasperato. Perché spesso aiuta la persona a fare i conti col rigore necessario nel comportarsi e nel rapportarsi. Nel caso dei bambini esistono forme di socializzazione dolce: nell’attività sportiva e negli sport di squadra si lavora con gli altri, giocando, e si impara a stare insieme”.
Poi i ragazzi crescono, diventano adulti, per cui certi bisogni non scompaiono mai.
“E’ provato che per il resto della vita di una persona lo sport e il movimento sono fondamentali. Anche in età più avanzata, in quella parte della vita in cui le condizioni portano a diventare sedentari, continuare o addirittura intraprendere un’attività sportiva dà un aiuto consistente: serve a stare bene e a stare insieme. Per gli anziani si ripropone, in forma diversa, l’approccio all’attività motoria che abbiamo individuato per i bambini”.
Il rischio è che certi valori passino in secondo piano, o peggio ancora vengano ritenuti superflui.
“E’ importante che la collettività abbia chiaro il valore di queste attività, che sostenga le associazioni che le rendono possibili. A Bologna c’è tantissimo associazionismo, che si basa sul volontariato e che oggi soffre la distrazione di un’amministrazione portata a considerare solo ciò che rappresenta consenso politico per se stessa”.
Come dire: dietro le grandi ribalte ci sono impalcature da mantenere efficienti.
“In genere si tende a scoraggiare l’attività associazionistica. Dove ciò non riesce a sufficienza, si introduce la pratica della gestione mirata al consenso, o di un ipotetico concetto di mercato. Io non ho nulla contro il mercato, ma è un fatto assodato che se viene introdotto in alcune attività, è il caso di quelle sportive, tende a escludere. Sarebbe molto più utile mantenere attivo l’associazionismo in uno spazio di fruizione più allargato”.
In che modo, secondo lei?
“Il volontariato deve essere sostenuto, aiutato a riorganizzarsi, a entrare in segmenti in cui finora non era presente. E deve riuscire a organizzarsi in massa critica laddove esisteva frammentazione. Certe associazioni vanno indirizzate a crescere collettivamente, per esempio quando le spese sono più elevate a causa di una strumentazione costosa e le singole forze non basterebbero a tirare avanti”.
Cosa dovrebbe fare una amministrazione sensibile ai problemi dello sport di base e dell’attività motoria?
“Avere verso l’associazionismo un atteggiamento positivo, per scegliere insieme la strada migliore da percorrere. Deve esserci un confronto sistematico: un’amministrazione ha l’obbligo di individuare le politiche adatte ai suoi cittadini, e poi deve trovare le persone in grado di portarle avanti, sfruttando al meglio le risorse esistenti. Ricchezze come l’associazionismo sportivo e il volontariato, appunto”.
sergiocofferati.it
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Comunicato del Professor Scoppola, presidente del gruppo di lavoro per la costituente dell'Ulivo
Oggi si è riunito il Gruppo di lavoro per la costituente dell’Ulivo presieduto da Pietro Scoppola. Erano presenti i rappresentanti dei partiti politici e numerosi esponenti di movimenti e associazioni. Dopo ampia discussione il Gruppo di lavoro ha convenuto sui temi da affrontare: definire anzitutto i soggetti, le procedure e le regole per la formazione dell’Assemblea costituente; proporre la struttura e lo statuto del soggetto politico “Ulivo”; elaborare una proposta di documento di identità del soggetto stesso. Ha deciso altresì di iniziare il lavoro a partire dal percorso costituente e a tal fine ha dato mandato al presidente, avvalendosi di eventuali esperti, di predisporre un documento da presentare al prossimo incontro fissato per il 9 marzo prossimo.
Roma, 23 febbraio 2004
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L’inutile bis del Bertinotti americano
di (g. m.)
Non ha padroni, Ralf Nader, l’uomo che ha dedicato una vita alla lotta contro lo strapotere della grandi corporation. Anzi, ne ha uno solo: «Il suo enorme ego», come dice Scott Maddox. Maddox è il leader del Partito democratico in Florida, lo stato che per qualche centinaio di voti, contestatissimi, consegnò la vittoria presidenziale, nel 2000, a George W.
Bush. E adesso c’è il rischio di un bis, dopo l’annuncio della candidatura alla presindenziali del campione dei diritti dei consumatori.
Nader, il guastafeste. Con il 2,7 per cento dei voti raccolti nel 2000, fu decisivo per la sconfitta di Al Gore. E adesso ci riprova. Avendo tutti contro. Anche un deputato che, specie più unica che rara in America, non ha paura di definirsi “socialista”. Bernie Sanders considera «controproducente» la discesa in campo di Nader e prevede che «praticamente l’intero movimento progressista non sosterrà la sua candidatura». Già, perché Nader si presenta come “indipendente”, senza avere neppure il via libera del suo movimento, i verdi, che decideranno il da farsi a giugno.
Come Maddox e Sanders sono in tanti a strepitare in campo democratico e liberal contro la decisione di Nader. In campo repubblicano no, non c’è il minimo fair play. Sono sguaiatamente felici. «Siamo contenti che Nader entri nella mischia, bene, anzi che ne porti altri», esulta il governatore repubblicano dell’Arkansas Mike Huckbane.
Tanto scandalo, tanto clamore per una legittima aspirazione presidenziale? Colpisce, nel settantenne leader del movimento dei consumatori, non tanto la reiterazione di un evidente errore politico, che ha avuto tante conseguenze, guerra in Iraq in primo luogo. Colpisce che, questa volta, il “Bertinotti americano” non abbia colto la diversità del clima in cui si svolgono le primarie democratiche. Il fenomeno Dean, al di là delle fortune di Dean stesso, ha introdotto nello scontro democratico per la nomination un fattore politico che tutti i protagonisti della corsa hanno colto. Non basta questa volta mobilitare gli elettori democratici solo sulla base del minore dei mali. Dean sarà un candidato poco credibile per battere Bush, ma Kerry non potrà essere l’alternativa solo per questo. Dovrà il prima possibile assumere un profilo forte, deciso. John Edwards, che in buona misura raccoglie l’eredità di Dean, l’ha già capito. E si dice giustamente poco preoccupato dalla sfida di Nader. «È importante – ha detto ieri – per i democratici avere qualcuno che sia in grado di attrarre un po’ degli elettori che Nader potrebbe attrarre, e io penso di essere il candidato adatto».
europaquotidiano.it
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Dietro le quinte di uno spot annunciato (e preparato)
di Massino Solani
Non un intervento nato all’improvviso, ma una mossa studiata nei minimi dettagli alcune ore prima e messa a punto alla perfezione. L’intervento telefonico di Silvio Berlusconi alla “Domenica Sportiva”, infatti, era stato preparato nel tardo pomeriggio negli studi milanesi di Rai 2 ed era meticolosamente inserito nella scaletta del programma. Lo conferma la ricostruzione di quelle ore fatta all’Unità da uno degli addetti ai lavori che, comprensibilmente, preferisce restare anonimo visto che è stato lo stesso direttore generale Cattaneo, dopo la chiamata in diretta della presidente Annunziata, ad ordinare a tutta la redazione della “Ds” il silenzio assoluto sulla vicenda.
Domenica, sono da poco passate le 18. Nello studio della Domenica Sportiva si lavora alla preparazione della trasmissione. Al termine delle partite del pomeriggio gli allenatori, sentiti ai microfoni di Stadio Sprint su Rai2, hanno quasi all’unanimità preso le difese di Carlo Ancelotti raggiunto soltanto poche ore prima dal “diktat” berlusconiano delle due punte. In redazione nasce l’idea di sentire il presidente del Consiglio per dargli modo di ribattere alle accuse e spiegare il senso delle affermazioni fatte a caldo la sera prima al termine del derby di San Siro. I curatori della trasmissione, quindi, si mettono in contatto col presidente del Consiglio e prendono accordi precisi per l’intervento telefonico; talmente precisi che Berlusconi preferisce non lasciare un recapito dove essere rintracciato e promette che richiamerà lui in trasmissione al momento opportuno.
In regia, intanto, si lavora alla scaletta della serata ed in previsione della partecipazione del presidente e dei suoi “appunti tattici” vengono montate le clip video utili a dimostrare la tesi delle due punte. La scelta delle immagini è dettagliatissima, tanto che durante l’intervento il presidente stesso indica più volte le azioni del Milan che stanno passando in video sottolineando come l’innesto dell’attaccante danese Tomasson abbia, a suo dire, cambiato la partita. In regia ed in redazione tutti sanno che il presidente del Consiglio interverrà in trasmissione, ma la lavorazione della scaletta è un’operazione quasi carbonara. «Sapevamo con sicurezza quando il presidente Berlusconi avrebbe chiamato - racconta uno degli addetti ai lavori - ma si è fatto in modo che nulla trapelasse all’esterno».
Passate da pochi minuti le 23, Silvio Berlusconi come da accordi chiama lo studio milanese della Domenica Sportiva per il suo sermone. Quando gli rispondono è talmente sicuro di essere già in onda che fa una gaffe esilarante con il tecnico audio. «Io sono quello che stacca gli assegni» dice ironico il presidente del Milan. «Presidè, io sono il tecnico audio», gli rispondono dall’altro capo del telefono. Il monologo berlusconiano va avanti per circa 20 minuti senza quasi alcuna interruzione né ad opera dei conduttori Franco Lauro e Giampiero Galeazzi, né da parte degli ospiti. Ad eccezione di qualche timido appunto mosso da Vittorio Zucconi. «Lauro e Galeazzi hanno un “teller” - spiega la nostra fonte - e quasi tutte le domande da fare arrivano direttamente dalla regia e dai curatori della trasmissione. Evidentemente in quei 20 minuti non ne sono arrivate». Verso la fine dell’intervento di Berlusconi arriva in regia la chiamata del presidente Rai Lucia Annunziata che viene però lasciata in attesa mentre Berlusconi finisce la sua lezione tattica supportato dalle immagini. La Annunziata, addirittura, va in onda soltanto dopo la pubblicità. «Del resto - ironizzano da Milano - lei non era in scaletta».
La reprimenda del presidente Rai è dura e l’accusa di “spot elettorale” colpisce nel segno. In studio serpeggia il nervosismo e gli sguardi dei conduttori sono piuttosto imbarazzati. «E ci credo - spiega uno degli addetti ai lavori - Lauro e Galeazzi hanno capito benissimo... loro, secondo i piani, lì dentro non ci dovevano neppure essere. La realtà è che la testata di Rai Sport è stata occupata militarmente da Alleanza Nazionale che ha messo i suoi uomini alle leve di comando. Anche il direttore Fabrizio Maffei è un fedelissimo di Gianfranco Fini, che l’ha voluto alla guida della testata sportiva al posto di Paolo Francia. A dire il vero - prosegue - avrebbero voluto far fuori anche i conduttori, ma a salvarli è arrivata una telefonata dall’alto... pare dello stesso presidente della Camera Casini».
Ma torniamo in studio, anzi in regia. Finita la “reprimenda” della Annunziata il telefono squilla di nuovo. Dall’altro capo del telefono questa volta c’è il direttore generale della Rai Flavio Cattaneo. Fiutato il pericolo, il dg lascia ai curatori della trasmissione un ordine preciso. Nessuno parli con la stampa su quanto accaduto. Né i giornalisti, né i curatori, né nessun altro...
In studio però c’è Antonello Venditti, a cui quanto accaduto non piace proprio. Il cantante chiede la parola per intervenire specificando di non voler parlare di calcio ma di voler commentare il mega spot di Berlusconi. La parole di Venditti, però, suonano come un campanello d’allarme in regia, dove si teme che il siparietto orchestrato alla perfezione possa in qualche modo essere rovinato. «In regia - spiega la nostra fonte - non appena ha preso la parola Venditti il curatore della trasmissione ha cominciato a gridare “tagliatelo, tagliatelo; sfumatelo, toglietegli la parola».
unita.it
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Enzo Biagi
Usciti fuori di seno
Signore, Signore così hanno ucciso George Jackson. Lo hanno abbattuto sulla terra
Il camice bianco come una tonaca
9 febbraio, s. Apollonia
Ho rispetto del camice bianco dei dottori come della tonaca del prete. È una divisa che indica che chi lo indossa è a servizio dell’uomo, l’aiuta a vivere. Ho il ricordo del vecchio medico del mio paese, il dottor Francesco Burchi, bravissimo, conosceva la storia di tutte le famiglie; una volta, da bambino, rammento di averlo visto togliere un dente sull’aia. Arrivava a cavallo, con qualunque tempo, e più tardi mi ricordò una storia, quella di Renato Fucini, che da studente aveva perduto dei soldi al gioco.
Era una mattina fredda e nevosa, e il giovane fu costretto a confessare al genitore che stava uscendo per le visite, la giovanile dissipatezza. Fu finanziato, poi il babbo salì in sella e gli disse: «Ricorda come tuo padre li guadagna». La storia finiva con una frase indimenticabile: «Uno sfaglio e via».
Quello sfaglio mi è rimasto a lungo nella testa, indecifrabile: che cosa vuol dire? Poi finalmente ho controllato: uno scarto imprevedibile, poi via.
Una volta, durante un temporale, mi rifugiai in una stalla di Fiammineta, un sobborgo del mio villaggio e su una trave lessi: «Qui, durante una tempesta, trovò riparo il dottor Francesco Burchi e Stella, la sua cavalla».
È morto che era molto vecchio, ma la sua vita era in credito con tante vite, senza che presentasse il conto.
Ore di Ventura
10 febbraio, s. Scolastica vergine
Siamo in pieno dramma. A Sanremo, una delle ricorrenze nazionali, rischiano di mancare le canzoni: in tutto 11, e ce ne sarebbe tanto bisogno in questi giorni da “canta che ti passa”. I discografici hanno detto di no, per il resto ci saranno due ore di Simona Ventura, un tempo che mi sarebbe parso lunghetto anche per la Greta Garbo o per Frank Sinatra: cinque serate con Gene Gnocchi, Maurizio Crozza e Paola Cortellessi.
Simona Ventura lo ha definito “un reality show”. Ahimè.
Scandalosa Janet Jackson
11 febbraio, Nostra Signora di Lourdes
Pare che la sola cosa che divide inglesi e americani sia il seno. Negli Stati Uniti ci sono state 200 mila telefonate di protesta quando la cantante Janet Jackson, durante il Super Bowl, ha mostrato le tette in tv, una donna l’ha denunciata «perché davanti allo schermo ci sono anche i bambini».
«L’America», è stato un commento, «è da sempre più puritana dell’Europa».
Lo scrittore Alfredo Panzini, del resto, diceva che il pudore delle donne lo hanno inventato gli uomini. Risulta peraltro da una inchiesta che il 33 per cento degli interpellati non dava importanza alla illibatezza. Che anche nella tradizione letteraria gode di scarse citazioni: Ariosto: «La verginella è simile alla rosa», Dante: «Vergine madre, figlia del tuo figlio» e siamo già nell’eccesso e nel paradossale.
Una volta, raccontano, le donne quando si concedevano allo sposo recitavano una giaculatoria: «Non lo fo per piacer mio/ma per dare un figlio a Dio».
Era, in qualche modo, una giustificazione. La moglie del principe di Salina nel “Gattopardo” dopo ogni obbedienza ai doveri coniugali, mormorava una orazione; e Giuseppe Tomasi di Lampedusa racconta che una notte pregò più volte.
Il buon cattolico, si sa, spesso cade in tentazione, ma è sempre pronto a dolersi. Confida nelle memorie Nicolò Tommaseo: «Mi pento, prego. Ieri ho peccato due volte. Con due».
Mio zio è un mostro
12 febbraio, s. Damiano martire
Notizia straordinaria. Una donna gallese, moglie del figlio omosessuale di Richard Wagner, Siegfried - secondo un documentario della Bbc - stava per sposare Adolf Hitler. Ma Adolf di nozze non voleva saperne. Si chiamava Winifred William (si era anche iscritta al partito nazista pur rimanendo amica di ebrei) e rimase fedele ai suoi sentimenti e nel 1980, poco prima di morire, disse: «Se Adolf varcasse questa soglia, oggi, sarei contenta come sempre di vederlo».
Al Führer le donne non dispiacciono, e ama circondarsi di belle signore: si fanno chiacchiere su qualche rapida relazione con due attrici, Olga Tschechowa e Renata Müller, che finisce suicida, o con la regista Leni Riefensthal che con i suoi documentari esalta la forza del nazismo, ma lui dichiara: «Ho sposato la Germania».
La battuta fa ridere anche Mussolini. Ha un’amante fissa, ma non incombente, una certa Eva Braun, impiegata del fotografo ufficiale del partito, Hoffmann. «Molto simpatica», assicura Heinz Linge, il cameriere personale, «non inventava complotti, affabile, neanche eccessivamente intelligente, ma tanto carina». E il giudizio di Hans Bur, il suo pilota, conferma: «Eva Braun? Una bella donna. Il Führer aveva davvero buon gusto».
Forse l’unico profondo amore è stata Geli Raubal, una nipote che finisce, anche lei, per ammazzarsi; zio Adolf l’ha disegnata, nuda, in primi piani arditi, nei particolari più erotici.
Geli, figlia della sorellastra Angela, tratteggiava invece un quadretto più aspro: «Mio zio è un mostro. Nessuno può immaginare che cosa si aspetta che io faccia per lui». Lo zio poi, magari, si lasciava andare alle massime dei cioccolatini: «La donna sa amare molto più profondamente dell’uomo»; «Raramente due esseri che si appartengono per natura riescono a incontrarsi: questa è la grande felicità»; «Provo una gioia vivissima quando posso pranzare con una signora».
Non era ostile al fatto che in sua presenza le signore si truccassero anche se in realtà ciò era il contrario alla regola. Invece, coi suoi ministri e coi generali, aveva un comportamento rigido; da loro non accettava obiezioni e dimostrava tutta la sua autorità.
Menestrello del rock
13 febbraio, ss. Maura e Fosca
La Paramount farà un film su Bob Dylan, il grande cantautore americano: non ci sarà lui, ma la sua musica di “menestrello del rock”. Di Dylan ricordo la ballata che compose quando uccisero George Jackson, l’amico di Angela Davis: «I guardiani della prigione lo hanno maledetto/ Puntandogli addosso gli occhi dall’alto/ ma erano spaventati dalla potenza del suo sguardo/ Avevano una paura matta del suo amore».
Chi era George Jackson, il personaggio-simbolo delle Pantere Nere accoppato, secondo il rapporto delle autorità carcerarie, alle tre del pomeriggio del 21 agosto 1971, nel cortile del penitenziario di San Quintino, «dalla fucilata di una guardia, mentre cercava di evadere, dopo essersi lasciato alle spalle cinque cadaveri, brandendo una pistola calibro 9»? Per l’America ufficiale era un rapinatore, un assassino destinato alla camera a gas; per quella liberale la vittima di un sistema che divideva i bianchi dai “colored”, i poveri dai ricchi. Per i ragazzi dei ghetti, un rivoluzionario, un eroe. Anche la sua era una vicenda come tante altre, compiuta e conclusa quasi interamente in una cella.
Così George scriveva ad Angela Davis, una ragazza che riempiva le sue fantasie e il suo cuore: «Hanno fatto di me un negro arrabbiato, carico di risentimenti. Il rancore cresce: fino a quale esplosione?». Angela Davis («Una bellezza altera da regina di Saba in esilio», «L’aria di una dea»), condivideva quella rabbia, quello sdeg o; Marx la aiuta a capire lo spirito di rivolta che spazza la strada dei ghetti delle grandi città, dove il negro vive, fra topi e scarafaggi.
Incontra George in un’aula di tribunale; lui la conquista con il suo carattere, lei col suo fascino. «Nessuno», le scrive George, «e ciò che più importa ancora, nessun negro, qualunque sia il luogo del mondo dove l’uragano ha spazzato il suo corpo affranto, nessuno ti può amare come me».
George Jackson viene ucciso durante una sommossa razziale. Disse Georgia, la madre: «Vi posso dire esattamente cos’è successo. Lo hanno assassinato, hanno ricostruito la scena in cortile, gli hanno messo la pistola in mano, poi hanno detto che cercava di scappare. Erano dieci anni che lo volevano ammazzare. Ora ce l’hanno fatta». «Signore, Signore», cantava Bob Dylan, «così hanno ucciso George Jackson/Signore, Signore, lo hanno abbattuto sulla terra».
Balla, uomo, balla
14 febbraio, s. Valentino martire
Il mitico balletto di David Persons, che di solito si esibisce nella 42esima Strada di New York, è arrivato in Italia: Milano, Bari, Bergamo, Novara, Bologna. Un evento.
Gli uomini hanno sempre ballato: per invocare buoni raccolti, prima della caccia o della guerra, durante le cerimonie funebri. C’è la prova anche nei graffiti e nella Bibbia: indimenticabile e celebrata è l’esibizione piuttosto ardita di Salomè. Gli indù dispongono addirittura di un “dio ballerino” che si chiama Sciva; i pellerosse si scatenano nella danza “del serpente” per invocare dalle supreme potenze la pioggia sui raccolti. Quella del “ventre” era già in uso nel periodo neolitico, e nei secoli bui, come risulta da un bassorilievo, si praticava l’acrobatica, non è il caso, dunque, di darci delle arie: la prima commedia musicale, “Le bourgeois gentilhomme”, ha una bella coppia di autori: Molière e Giovan Battista Lulli. La parola ballet è di origine italiana e anche colei che può essere considerata il primo impresario del genere: Caterina de’ Medici, la quale fa allestire al Louvre uno spettacolo che anticipa le trovate del Lido: pedana galleggiante, sirene e tritoni, e zampilli in scena.
Il balletto “nasce” in Italia, si afferma in Francia, ma è in Russia che trionfa. È una storia intessuta di figure leggendarie e di drammatici protagonisti: di geni come Marius Petipa, che a Pietroburgo fonda una grande scuola, o come Michel Fokine, che lancia la forma e l’estetica moderna, o come Sergej Pavlovic Diaghilev, che porta sul palcoscenico talenti, invenzioni e rigore: «Dobbiamo sbigottire l’Europa», diceva ai suoi compagni, mettendosi in viaggio per P rigi e Montecarlo. Il viaggio continua.espressonline.it
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Aspettiamo la prossima
Antenore
Lo hanno fatto ancora: tutte le volte che si discute seriamente dei problemi del paese, o almeno che ci si prova, ecco che salta fuori uno dei boss del governo a dire un'enormità; e ormai delle enormità si è perso il conto. Una volta è Berlusconi a dire che Mussolini era buono, poi è la volta di Fini che dice che Mussolini era cattivo, poi tocca a Bossi che - essendo parte attiva del "partito dell'amore", contrapposto al partito dell'odio che è ovviamente la sporca sinistra - dice che bisogna prendere a cannonate i clandestini e poi spedirli tutti a casa.
Adesso, naturalmente, tutti a parlare dei politici con la seconda casa, se possono permettersela o no; ovvio, la sparata del premier è dell'altro ieri e questo è l'argomento del giorno. Peccato che prima si stessero mettendo giù un po' di numeri sulla situazione attuale dell'Italia, e che si fosse perso tempo per ribattere seriamente alle precedenti stupidaggini di Berlusconi e Tremonti, secondo le quali la colpa di tutto (ma proprio di tutto) era dell'euro e dell'11 settembre 2001.
Portiamo pazienza e aspettiamo la prossima, che arriverà di sicuro. Magari stavolta Berlusconi si soffierà rumorosamente il naso, oppure si esibirà pubblicamente in un rutto, o qualcosa di peggio; e ovviamente solo di quello si potrà parlare, se sia giusto oppure no, e se con quel gesto il premier avrà voluto sottolineare qualcosa. (Chiedo scusa per la volgarità, ma non è che ci manchi molto, ormai; e di sicuro l'esordio di Berlusconi al Parlamento Europeo, a luglio con le battute su Auschwitz, era molto peggio di quello che ho appena immaginato io...)
ulivoselvatico.org
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Verdi. Nasce al Campidoglio il Partito verde europeo - 23/02/2004
E' nato a Roma il Partito Verde Europeo. Dopo tre giorni di congresso all'Auditorium di Roma, 32 leader ecologisti dell'Unione hanno sottoscritto il Trattato che sancisce ufficialmente la nascita del nuovo soggetto politico che i Verdi lanciano come sfida per le prossime europee. La firma è avvenuta nella Sala delle Bandiere in Campidoglio, la stessa dove nel 1957 venne siglato il Trattato di Roma che portava alla nascita dell'Unione Europea. Seduti attorno a un tavolo i rappresentanti 'ecologisti' dell'Unione hanno firmato uno ad uno il documento che contiene obiettivi e programma del nuovo "European Greens". E subito dopo, mano nella mano si sono concessi la tradizionale foto di gruppo e hanno intonato tutti in coro "L'Inno alla gioia" di Beethoven. La cerimonia allegra, ma anche solenne, ha chiuso la tre giorni di congresso durante la quale i Verdi d'Europa, ma non solo, si sono conosciuti e riconosciuti in un unico programma. Il Partito Verde Europeo ha infatti già un suo documento programmatico che si sostanzia in cinque punti cardine: 1) la salvaguardia dell'ambiente, 2) l'impegno per una dimensione sociale verde, 3) sviluppo della democrazia, 4) rafforzamento delle politiche della pace, 5) impegno per una 'globalizzazione dal basso'. E hanno anche messo a punto una campagna d'informazione per la "rivoluzione alimentare" diretta in gran parte "a dire no alla truffa degli Ogm". "Quella di oggi - dichiara trionfante ai cronisti Alfonso Pecoraro Scanio, pesidente del Sole che Ride - è una giornata storica. Siamo la prima forza politica europea che decide di unirsi in un unico partito". "Abbiamo dato un segnale di Europa - prosegue - in un Paese soffocato dal provincialismo. E il segnale più forte è venuto proprio dal nostro congresso. Abbiamo fatto una cosa storica e siamo sicuri che tutte le altre forze politiche saranno costrette nei prossimi anni o nei prossimi mesi ad imitare il nostro esempio". In onore del nuovo partito la Federazione italiana dei Verdi ha lanciato un'iniziativa: "Dalla prossima settimana sarà possibile aderire ai Verdi Europei attraverso una tessera, che potranno ricevere anche coloro che voteranno per altri partiti. In questo modo diventeranno sostenitori del nuovo soggetto politico senza passare dall' iscrizione locale". "Insomma - conclude Pecoraro Scanio - sarà possibile un'adesione diretta, per la prima volta, a un organismo politico europeo". Il ministro degli Esteri tedesco Joschka Fischer ha sottolineato il ruolo di 'motore' che i Verdi devono avere in Europa e l'importanza per loro di riuscire a entrare nei vari governi ("è bello stare all'opposizione, ma dobbiamo entrare nei governi. E' bello avere belle idee e programmi ed essere dalla parte giusta della storia, ma se la storia va dalla parte sbagliata è davvero un bel guaio..."). "Oggi - ha affermato il co-presidente del gruppo eruropeo Verdi/Ale Daniel Cohn-Bendit - e lo dico senza vergogna stiamo scrivendo la storia. Siamo l'unica forza europea ad aver avuto il coraggio di unirsi in un unico partito per presentarci alle prossime elezioni europee". Cohn-Bendit ha quindi puntato il dito contro il premier Berlusconi che si è candidato pur non potendolo fare ("è davvero una buffonata!") e contro la lista unitaria di Prodi "che subito dopo le elezioni vedrà i vari partiti andare ognuno in un gruppo europeo diverso". L'iniziativa dei Verdi dell'Unione è stata salutata con entusiasmo anche dal presidente della Commissione Romano Prodi che ha inviato alla platea dell'Auditorium il suo video-messaggio augurale. Un messaggio nel quale ha sottolineato l'importanza degli obiettivi che si sono prefissati gli ecologisti europei; "Voi e noi gli stessi programmi". Due le novità della nuova forza politica: ogni candidato potrà andare a fare campagna elettorale anche in altri paesi, oltre al suo, e dalla prossima settimana partirà il tesseramento dei sostenitori dei Verdi europei. Oltre al programma il nuovo partito ha già il suo simbolo: un girasole con 32 petali, uno per ogni rappresentante. Nei tre giorni di congresso che si sono appena conclusi c'è stato poco colore e molto contenuto, gran parte del congresso è stata dedicata infatti a riunioni di gruppo per mettere a punto i diversi temi del programma. Per quanto riguarda le candidature, molte non sono state ufficializzate. L'unica cosa che si sa con certezza è che i capolista saranno Alfonso Pecoraro Scanio e Monica Frassoni, già eurodeputata al Parlamento europeo e copresidente insieme a Daniel Cohn-Bendit del gruppo Verde europeo. I portavoce degli European Green sono Grazia Francescato e Pekka Haavisto.
ecquologia.it
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L'esperienza Dean per una nuova cultura politica (online)
di Bernardo Parrella
"..Non sento che abbiamo perso. Si perde quando si molla tutto. C'è una forza enorme nei numeri, e possiamo ancora cambiare questo paese (ed è proprio quel che andremo a fare!)" Così Howard Dean apre il Blog for America il giorno dopo l'annuncio del ritiro dalle primarie democratiche. Confermando che, pur se sconfitta nel primo round, la campagna per il cambiamento prosegue, anzi in fondo è appena iniziata, e ne farà vedere delle belle. Grazie ad un variegato movimento di base che continua ad affidarsi agli strumenti digitali per stimolare la partecipazione. Insieme ad altre esperienze analoghe, si vanno così creando ambiti e strumenti nuovi per l'affermazione di una cultura politica di base a livello globale.
Comunque si voglia leggere il fenomeno Dean per quanto ha prodotto finora nel bene e nel male, punto centrale rimane l'approccio inedito che ha introdotto nel processo democratico per come lo conosciamo. Semi importanti sono stati piantati su internet, con il rafforzamento dell'attivismo di base e l'entusiastico sostegno, contributi inclusi, di molta gente qualunque. Tutti passaggi obbligati per "rivitalizzare la nostra democrazia e ridare potere agli americani comuni," ribadisce ancora l'ex candidato democratico. Tanto è vero che, giusto per fare un esempio, parecchi sostenitori di Dean hanno confermato che continueranno a votare per lui in ogni caso, a partire dagli importanti appuntamenti dell'imminente Super Tuesday. Mentre il tutto continua a ricevere molta attenzione nel diversificato mondo dei blog e su qualificate testate elettroniche (tipo http://www.salon.com Salon.com). A riprova del fatto che il magma digitale va legittimato in quanto strumento di nuova partecipazione politica.
Analoghe le posizioni di Joe Trippi, factotum della campagna online di Howard Dean fino alle recenti dimissioni. Aprendo il Digital Democracy Teach-In, tenutosi una decina di giorni fa a latere dell'annuale O'Reilly Emerging Technology Conference di San Diego, California, Trippi ha innanzitutto sottolineato l'oramai tipica sordina imposta al dibattito pubblico dai grandi media tradizionali: "La politica broadcast ha fornito un miserabile disservizio al paese. Non c'è stato alcun dibattito sulla decisione di andare in guerra, nessun dibattito sul Patriot Act. Tali dibattiti sono avvenuti soltanto su internet." Allo stesso modo, le testate mainstream hanno attaccato Dean come nessun altro, una volta conquistato il ruolo d'inedito front-runner, esaltando in particolare gli 'errori' della campagna online. Ma perché, si è chiesto retoricamente Trippi, "i media vogliono il fallimento di internet? Perché fa cosi paura il fatto che la gente assuma controllo del processo politico? Perché vogliono che il movimento fallisca?"
Va invece esaltata la maturità sia degli odierni strumenti collaborativi, da situazioni tipo Meetup.com all'esperienza di Moveon.org, sia dei molti che hanno dato concretezza sul campo a quest'attivismo lanciato via internet.E pur con tutti gli errori e i malfunzionamenti, a livello strategico, comunicativo, operativo, fin troppo semplicistico sarebbe ridurre quanto accaduto finora ad una replica dello sfascio del dot-com. Si tratta piuttosto di una piattaforma iniziale per "riprendere il mano il paese," di una sorta di "beta-test per una nuova rivoluzione online nella politica americana." Perciò, ha concluso Joe Trippi, "questo non è il fallimento di quanto voi avete costruito... Ciò deve sopravvivere a prescindere da cosa ne sarà di Howard Dean. Internet è lo strumento più potente nelle mani del pubblico americano."
Al di là delle (scontate) ovazioni che un simile intervento ha suscitato nella platea di addetti ai lavori, non sono mancati i rilanci critici, sia in loco che nella blogosfera. Consigliato, tra gli altri, il comprensivo report del Teach-In curato dal network organizzativo. Mentre secondo Howard Rheingold sarebbe stato utile focalizzarsi di più e meglio sulle magagne campagna online onde farne tesoro per il futuro. In tal senso, l'importanza dell'esperienza Dean online va anzi vista in un quadro più ampio e complesso. da tempo Internet viene impiegata come strumento di partecipazione e cambiamento (cyber-activism, petizioni online, forum e blog vari), in combinazione con altre tecnologie ormai d'uso comune, dai telefonini alle camere digitali. Un fenomeno diffuso e trasversale che, insieme alla difesa della "libertà di cultura" contro i modelli proprietari, non può non scardinare le vecchie stanze del potere.
Quel che emerge è dunque una voglia (e necessità) irrefrenabile di democrazia diretta, partecipativa, che spazia da paesi come Iran e Cina al mondo industrializzato. Sono quindi più che benvenuti scenari come quello avviato da Dean in Usa oppure, in Inghilterra, la notizia che perfino Tony Blair avrà un proprio weblog in vista delle prossime elezioni generali per "aprire il dialogo con i cittadini britannici." Purché, appunto, si torni a un processo democratico che muova veramente dal basso, in cui i singoli possano riappropriarsi del discorso culturale politico, dentro e fuori internet. Senza fretta, magari, ma con sacrosanta convinzione.
quintostato.it
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Uganda: "Che vergogna la stampa!"
di redazione
23 Feb 2004
MASSACRO DI BARLONYO: GIORNALISTI VERGOGNA!
di Giulio Albanese*
23 Febbraio 2004 -- Hanno ammazzato 200 persone nel Nord Uganda. La notizia c’era tutta per essere sbattuta in prima pagina, ma la stragrande maggioranza dei direttori di testata, soprattutto in Italia, ha relegato l’ennesimo massacro dei ribelli di Joseph Kony in qualche trafiletto nei meandri dei loro giornali.
Per carità, è giusto scrivere degli attenta ti a Gerusalemme e dintorni, è obbligatorio condannarli e dare spazio laddove è versato sangue innocente. Lo stesso vale però per chi ha la pelle nera e vive nelle remote periferie del nostro ‘presunto’ villaggio globale nel quale le informazioni sono macchiate di razzismo misto a becera ignoranza. Ma quando è troppo è troppo!
S’intervistano attricette di serie ‘Z’, si parla di fantapolitica casereccia, beauty-farm e Maldive, riducendo i notiziari radiofonici e televisivi a banali rotocalchi infarciti di calcio, spettacolo, salute e turismo. Non solo: si riempiono i palinsesti di quiz e telenovele fatte apposta per azzerare il cervello della gente. Mai come oggi s’impone la questione etica per chi fa questo mestiere: direttore, redattore o praticante che sia. Gli operatori dell’informazione, per noi della MISNA, hanno l’obbligo morale di dare voce al mondo e il loro silenzio è un grave peccato d’omissione e una flagrante violazione del diritto d’informazione.
“Non temo la violenza dei malvagi quanto il silenzio degli onesti” diceva Martin Luther King.
(*direttore Agenzia Misna)
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Partono le "carovane arcobaleno"
il no alla missione fa il giro d´Italia
CLAUDIA FUSANI
da Repubblica - 23 febbraio 2004
ROMA - «Questo è l´effetto del voto al Senato, siamo raddoppiati in 24 ore». Si fregano le mani alla sede del "Comitato Fermiamo la guerra". Il raddoppio riguarda il numero delle adesioni alla marcia della pace del 20 marzo a Roma. Il 18 febbraio erano 88 le associazioni che avevano accettato di tornare in strada con le bandiere arcobaleno. Due giorni dopo erano già 158. In mezzo c´è stato il via libera del Senato al finanziamento delle missioni di pace, compresa quella in Iraq, e le lacerazioni a sinistra tra il listone di Prodi (Margherita, Ds, Sdi) che ha optato per il non-voto e i pacifisti radicali (correntone ds, Verdi, Rifondazione, Comunisti italiani, lista Occhetto-Di Pietro e sinistra sindacale).
Ai primi di marzo toccherà alla Camera votare per le missioni militari. E prima di quella data, ma anche dopo fino alla marcia del 20 marzo e dopo ancora visto che le missioni dovranno essere votate di nuovo a giugno, il popolo della pace intende far pesare il suo nome e i suoi numeri. Ci saranno incontri, dibattiti, campagne via internet e, soprattutto, le carovane della pace: partono sabato prossimo da Trieste, Genova, Sigonella (Sicilia) e Cagliari, attraverseranno l´Italia con appuntamento finale a Roma il 20 marzo. «Il nostro - assicurano i promotori del Comitato - è un piano dettagliato per essere un soggetto della campagna elettorale». La data per cominciare a contarsi è già fissata: domani pomeriggio al teatro Capranica, senatori e parlamentari che hanno detto no alla missione in Iraq hanno invitato le associazioni del "Comitato Fermiamo la guerra" fra cui Arci, Lilliput e Tavola della Pace. Nascerà una nuova lista? Il fatto è che "Fermiamo la guerra" raccoglie mille anime diverse fra la società civile, cattolici, centri sociali, partiti e sindacati e le tiene insieme con l´unico collante del ritiro immediato delle truppe italiane dall´Iraq e l´invio di reparti Onu di paesi che non hanno fatto parte della coalizione della guerra. Un po´ poco, sembra, per dare vita ad un nuovo partito.
Sabato prossimo da Trieste, Genova, Sigonella e Cagliari partiranno quattro carovane della pace, un pullmino arcobaleno che farà tappa in piccole città e paesi. Ogni volta ci saranno eventi in nome della pace e una specie di referendum per capire e contare cosa vuole la società civile a proposito dell´Iraq e dell´impiego dei nostri militari. Le schede firmate e contate arriveranno a Roma, insieme alla carovane, il 20 marzo. Altre carovane della pace attraverseranno il Medio oriente (info sul sito www.fermiamolaguerra.it).
Don Ciotti, Gino Strada e padre Alex Zanotelli hanno già scritto e continueranno a farlo ai parlamentari di sinistra per chiedere un voto netto e contrario alla missione militare in Iraq. Insieme con i pacifisti della Rete Lilliput hanno anche promesso di togliere la fiducia, e il voto, a quella sinistra che ha scelto la via del compromesso. Tom Benetollo, presidente dell´Arci, ha a sua volta scritto e spiegato perché occorre un voto netto. Sono ottomila le mail inviate finora ai parlamentari. E´ solo l´inizio.
Ds Milano - Rassegna stampa
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La macchina da guerra del Cavaliere
CURZIO MALTESE
da Repubblica - 23 febbraio 2004
RIUSCIREMO a sopravvivere da paese civile alla prossima campagna elettorale? Esiste un sistema per smontare la rabbiosa macchina da guerra messa in moto da Berlusconi per le Europee? È questa, più della vittoria dell´uno o dell´altro schieramento, la vera posta in gioco da qui a giugno. Una democrazia può ben resistere a un cambio di maggioranza ma non all´imbarbarimento progressivo della lotta politica oltre un punto di non ritorno. Ed è più o meno questo l´obiettivo di Berlusconi.
La macchina da guerra del Cavaliere
Convinto che con una campagna elettorale "normale" il suo partito andrebbe incontro a una disfatta storica, il premier fa leva sull´immenso potere mediatico per imporre una campagna folle, estrema, in un certo senso "finale". Il suo è un estremismo calcolato, una pazzia lucida e meticolosa. Si tratta di vedere se gli avversari sapranno riconoscerla come tale.
La reazione più naturale di fronte alle provocazioni del premier è, triste a dirsi, anche la più inutile. Scandalizzarsi non serve a niente. La maggioranza degli italiani in ogni caso non si scandalizza, non più, non per Berlusconi. La società è mitridatizzata, l´informazione scarsa e controllata.
Chi ha provato a contare i vantaggi enormi che l´attuale campione dell´antipolitica ha ricevuto dagli odiati politicanti della prima Repubblica è stato già censurato ed espulso da tutte le televisioni del regno. Si potrebbe anche provare a fare il calcolo di quante tangenti occorrono per arrivare in cima alla montagna di miliardi che si è messo in tasca lui da quando è premier, fra condoni, decreti tivù, defiscalizzazioni, abolizione della tassa di successione e perfino spalma-debiti per il calcio. Facciamo duemila seconde case di onorevoli? Un migliaio di barche con annesso skipper? Ma anche questo argomento non servirebbe a molto. Guai, oggi, a demonizzare chi lo merita.
Assai più utile è cercare di capire la meccanica della "follia" di Berlusconi e magari smontarla. La strategia del premier parte dalla lettura dei sondaggi che da mesi indicano un crollo di Forza Italia dal 30 al 20 per cento e una costante crescita di consensi della Lista Prodi fino al 35-37 per cento. Notizia che di per sé giustificava almeno un lifting. Berlusconi ha riunito i suoi esperti di comunicazione e ha deciso di sperimentare sul terreno la ricerca del messaggio in grado di rovesciare la situazione. Da quando è tornato sulla scena ne ha sperimentati tre. Il primo, l´Ottimismo. In tinta con il rimpasto facciale, il premier ha cominciare a dire che l´Italia è più ricca e prospera, felice e fiduciosa, insomma "più bella che pria". Non ha funzionato. Al contrario, l´ottimismo fuori luogo ha prodotto nell´opinione pubblica una reazione infastidita e di distacco dal capo, del genere: "Andrà meglio a lui, ma a noi?". Mancato il primo colpo si è passati al secondo, un classico: l´anticomunismo. Comunisti dappertutto, dalla Corte Costituzionale fino all´ultima aula scolastica. Comunisti feroci, sabotatori incalliti.
"Comunisti senza comunismo". E qui ha sbagliato slogan. Perché un conto è richiamare alle armi lo storico anticomunismo nazionale, vero collante ideologico dei ceti medi dal dopoguerra. Altro è ammettere che il comunismo non c´è più. Quel "senza" è stato fatale. Perché se il comunismo non esiste (in effetti sono passati quindici anni dal crollo del muro e tredici dalla dissoluzione del blocco sovietico) perché scaldarsi tanto contro i poveri superstiti?
Bruciati in pochi giorni i due messaggi fondanti del berlusconismo, il grande comunicatore non si è perso d´animo e con la riconosciuta mancanza di scrupoli è passato a quella che un dottor Stranamore chiamerebbe "l´arma fine di mondo", il qualunquismo. «È giusto evadere le tasse alte», «i politici sono tutti ladri». Pare di ascoltare il Bossi prima maniera. Ma intanto il messaggio è efficace, doppiamente efficace. Da un lato parla agli istinti animali dell´elettorato, dà voce a un rifiuto della politica forte e radicato nella società italiana tanto fra i giovani che fra i vecchi, fra i ricchi e gli impoveriti, gli operai e gli imprenditori, i professionisti e gli impiegati. Dall´altro costringe la politica a una difesa che suona di nomenklatura, rivelando un qualunquismo speculare. Da sempre in Italia all´antipolitica della società corrisponde lo spirito antisociale della politica. In questo modo Berlusconi recupera la sua centralità, la pretesa di essere diverso e migliore, l´unico capace di mediare fra il Palazzo e la Gente, tramite divino dal paese reale a quello (sempre meno) legale.
Trovato il "messaggio", non c´è dubbio che Berlusconi userà tutto il potere di cui dispone per imporlo alla campagna elettorale, senza preoccuparsi del potenziale distruttivo ed eversivo che sprigiona. Sarà come se nel ?92 Bossi e Miglio avessero avuto a disposizione il 90 per cento dell´informazione. Ma con una differenza importante e forse decisiva: l´esperienza di questi dieci anni.
Smontare il messaggio di Berlusconi non è poi così difficile. Tutte le sue strategie mirano all´unico scopo di oscurare i fatti con le parole. Vuole costringere tutti a discutere di quel che ha detto oggi o ieri perché si dimentichi quanto ha fatto in due anni e mezzo di governo. un´intuizione esatta. Gli italiani non sono affatto delusi dalle sue parole, che anzi continuano a piacere moltissimo. Sono delusi dai fatti, dalla distanza fra promesse e risultati. Se l´opposizione saprà insistere su questo contromessaggio, se saprà ogni volta incalzare il presidente del Consiglio chiamandolo a rispondere delle concrete azioni di governo e non delle sparate da capopopolo, allora avremo una campagna elettorale normale, davvero europea.
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Il tattico (elettorale)
di FRANCESCO VERDERAMI
dal Corriere - 23 febbraio 2004
ROMA - «Ora voglio sapere chi si è permesso di schierare i rincalzi». Mercoledì, undici febbraio: la semifinale di coppa Italia è terminata da pochi minuti, il Milan ha appena subìto all’Olimpico un pesante quattro a zero dalla Lazio ed è stato eliminato dalla competizione. Spenta la tivvù, Berlusconi si attacca al telefono: «Cercatemi Galliani». Il cellulare del vicepresidente rossonero risulta «non raggiungibile». «Allora trovatemi Braida». Per sua sfortuna il direttore generale del Milan risponde alla chiamata.
Il tattico che pensa alle urne e pretende un Milan vincente
La sfuriata ai dirigenti rossoneri dopo il ko con la Lazio: «E’ stata lesa l’immagine della società»
La voce del premier è alterata. Molto alterata: «Mi dovete una spiegazione, pretendo una spiegazione per una simile figuraccia. Chi si è permesso di mandare in campo le riserve?». Il Cavaliere ringhia manco fosse Gattuso, Braida prova a reggere al pressing, spiega che i dirigenti non possono intromettersi nelle scelte tecniche, che sono competenze dell’allenatore. Berlusconi decide allora di affondare i tacchetti: «E’ intollerabile che davanti a milioni di italiani, in diretta televisiva, sia stata offerta un’immagine desolante del Milan».
Non è tanto l’eliminazione dalla Coppa Italia, è il modo in cui i rossoneri sono stati battuti a rendere Berlusconi furibondo: «È stata lesa l’immagine della società, capito? E quando è in ballo l’immagine della società, è un problema che riguarda i dirigenti, non l’allenatore». La conversazione con Braida si chiude bruscamente. Gli alleati di centrodestra raccontano che nemmeno l’affronto dei franchi tiratori alla Camera sulla legge Gasparri lo aveva così incupito. E si capisce che la passione per il calcio c’entra fino a un certo punto. Bastava ascoltare sabato sera il premier, subito dopo il successo nel derby sull’Inter: «Il Milan dev’essere più forte della sfortuna, dell’invidia e dell’ingiustizia. È il motto della squadra, ma potrebbe anche essere il mio motto». E ancora: «Il Milan deve pensare di essere vincente. Io sono un vincente, nonostante quello che dice la sinistra».
Non parlava solo di calcio, il Cavaliere. Le magie di Kakà e il gol di Seedorf valgono politicamente più di una convention di Forza Italia, più di due presenze a Porta a porta , più di tre conferenze stampa sui «risultati raggiunti dal governo in questi anni di crisi». Ormai è chiaro a tutti che Berlusconi sta sovrapponendo la carica di presidente del Milan a quella di presidente del Consiglio, e poco importa se davanti alle telecamere dimentica che la squadra guidata da Ancelotti aveva strapazzato un mese fa la Roma di Capello all’Olimpico, utilizzando un solo attaccante. L’ordine consegnato al tecnico, «schiera due punte o te ne vai», era un messaggio subliminale con cui offrire di sé un’immagine decisionista e da primato. Non era uno schema tattico, era uno spot.
C’era chi scommetteva sul fatto che ieri avrebbe proseguito, partecipando alle trasmissioni sportive in tv. E’ accaduto, ed è scoppiato un pandemonio. D’altronde il calcio è una vetrina che a vario titolo stuzzica sogni e desideri dei politici. All’indomani dello scudetto conquistato dalla Roma, D’Alema raccontò ad alcuni deputati ds la festa a cui aveva partecipato la sera prima, insieme alla squadra giallorossa: «A parte Totti, il più applaudito sono stato io, diciamo». Quanto a Berlusconi, il suo modo di accostarsi al pallone risale a un periodo remoto, quando nemmeno lui pensava di «scendere in campo» nel Palazz o, quando presiedeva, allenava e addirittura giocava in una società dilettantistica «che vinse, modestamente, tutti i campionati a cui partecipò». La passione lo trascina ancora oggi, e lo fa tracimare anche durante i vertici della Cdl. Dicono che tra una baruffa e l’altra con gli alleati esponga tesi tattiche ardite, «come se avesse frequentato il corso di allenatore a Coverciano».
Nei giorni scorsi, mentre si giocavano gli ultimi minuti della verifica, provocato da un alleato nerazzurro, ha ficcato il naso nei problemi dei «cugini». Anche loro erano stati eliminati in Coppa Italia, «ma non solo dalla Juventus, Silvio...». «Consentimi, non è giusto scaricare tutto sull’arbitro» ha commentato Berlusconi: «È che siete un po’ sfigati e poi in quella società manca lo spirito giusto. È inutile, per esempio, comprare dei grandissimi attaccanti, se non gli arrivano palloni per segnare». Sarà, ma persino nel suo partito quei pochi tifosi interisti che non hanno abiurato per compiacerlo, sussurrano che «quando Moratti diventerà premier vinceremo lo scudetto».
Ora bisognerà attendere giugno prima di sapere se i successi dei rossoneri avranno un’influenza sull’esito delle Europee. Anche perché Enrico Letta, che divide solo la fede calcistica con il Cavaliere, ricorda come finora «quando il Milan ha vinto lo scudetto, Berlusconi ha sempre perso le elezioni». Fosse costretto a scegliere, a cosa rinuncerebbe il Cavaliere?
di FRANCESCO VERDERAMI
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Ds Milano - Rassegna stampa
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Nassiriya, prodiani schierati con Violante
Parisi: i nostri soldati lasciati soli. Il Polo contro il Professore: ora non può tacere
dal Corriere - 23 febbraio 2004
Dopo il ds Luciano Violante, anche Arturo Parisi della Margherita sostiene che «i nostri soldati a Nassiriya sono stati lasciati soli. Il governo li ha mandati allo sbaraglio». La vicinanza di Parisi a Prodi (il quale insiste sul ruolo dell’Onu) innesca una nuova polemica: il centrodestra nota «il silenzio» del presidente della Commissione Ue e lo invita a chiarire la propria posizione. Prosegue il dibattito a sinistra, in vista del voto alla Camera sul rifinanziamento della missione. Diliberto, segretario del Pdci, invita le «forze del no» a dare vita a una «lista della pace» per le Europee. Bertinotti risponde a Rutelli che in un’intervista al Corriere aveva chiesto un impegno preciso ad approvare missioni sotto l’egida dell’Onu: «Quello di Rutelli è un modo di ragionare masochistico e autodistruttivo». Tra i pacifisti strappo dei cattolici. A pagina 9 Bruno e Guerzoni
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Nassiriya, anche Parisi accusa il governo
«Violante ha ragione». Il Polo: ora parli Prodi. Diliberto alla sinistra: alle Europee insieme in nome della paceDAL NOSTRO INVIATO
RIMINI - Non è solo l’«estremista» Violante a imputare al governo responsabilità per la strage di Nassiriya. Non è solo il comunista Oliviero Diliberto a chiedere, a Berlusconi e ai suoi, conto e ragione delle scelte sull’Iraq. Anche un moderato come Arturo Parisi, uno degli uomini più vicini a Prodi, non trova nessuno scandalo in quelle parole. Anzi: «I nostri soldati sono stati lasciati soli - dice -. Il governo ha precise responsabilità, li ha mandati allo sbaraglio in una missione qualificandola come umanitaria e di polizia. E invece era chiaramente di guerra. Addirittura quelle vittime non sono riconosciute come morti in guerra, ma in servizio di pace». Parisi tiene a precisare che prende «le distanze dalla condotta del governo, non certo dal sacrificio dei nostri soldati», ma aggiunge anche che si dimostra «vile» un esecutivo che «nasconde la propria responsabilità dietro il loro sacrificio».
L’uscita di due giorni fa sul Corriere del capogruppo ds alla Camera non è dunque né un incidente né un caso isolato nel centrosinistra. Vannino Chiti, coordinatore della segreteria ds, dà a Violante la copertura ufficiale del partito definendo «l’aggressione della destra ignobile e inaccettabile». Anche le parole di Parisi vanno lette come qualcosa di più che il sostegno di un autorevole esponente della Margherita. E il centrodestra coglie subito la circostanza e mira al bersaglio grosso. Marco Follini, leader udc, si dice «sorpreso del silenzio di Prodi dopo le parole di Violante». Linea che è di tutto il centrodestra. Il coordinatore azzurro Sandro Bondi: «Prodi c’è quando non ci deve essere e non c’è quando ci deve essere». E Mario Landolfi (An): «Deve fare sapere cosa pensa di quelle raccapriccianti parole».
In verità, il presidente Ue, anche se non interviene direttamente, nel messaggio di saluto inviato ieri al congresso del Pdci a Rimini, ha ribadito come la pensa su questi temi. Ha ricordato che «l’unica risposta in grado di darci una ragionevole speranza di pace sta nel primato della politica, nel multilateralismo, nella centralità delle Nazioni Unite». E poi, significativamente, ha aggiunto che oggi «l’Italia rischia di perdere la strada dell’Europa». Implicito, ma severo, riferimento al governo in carica.
L’Iraq dunque come nuovo fronte di scontro tra i Poli, ma anche come esame per pesare le diverse anime nel centrosinistra, soprattutto in vista del voto della Camera sul prolungamento della missione. Dai prodiani viene riconfermata l’intenzione di ripetere quanto fatto al Senato, non partecipando alle votazioni. Ma dentro la Margherita c’è anche chi, come Franceschini, fa sapere che personalmente voterebbe no. Cresce anche il pressing sulla sinistra. Ieri il pdci Oliviero Diliberto ha chiuso il congresso rivolgendosi a Fassino e ai Ds: «Fermatevi, è il popolo della pace che ve lo chiede. Non un uomo, non un mezzo, non una risorsa siano destinate alla sporca guerra coloniale in Iraq». Non solo, il segretario dei Comunisti italiani ha invitato tutte le «forze del no» (Prc, Verdi e il tandem Occhetto-Di Pietro) a presentarsi unite alle Europee in una «lista della Pace»: «Ci sono le condizioni per superare il 15%». Il nodo dell’Iraq si intreccia sempre di più con una campagna elettorale già in piena corsa. E Piero Fassino torna ad attaccare duramente Berlusconi: «Ormai è un uomo disperato. È come gli animali feriti, dà zampate all’aria».
Riccardo Bruno
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«Rutelli sbaglia, la lista unitaria succube degli Usa»
«Ci chiede un sì a inviare truppe con l’Onu come se la politica fosse un quiz e non un lavoro duro»
ROMA - «Invece di dire al governo "sull’Iraq avete commesso un drammatico errore e dovete pagarne politicamente il prezzo", Francesco Rutelli mi chiede se sarò mai d’accordo a impegnare uomini e risorse in eventuali missioni condivise dall’Onu? È un modo di ragionare masochistico e autodistruttivo». Se nel programma di centrosinistra sarà scritto che quando c’è il sì dell’Onu si devono inviare le truppe, Fausto Bertinotti non firmerà. «La politica non è un quiz, per costruire una convergenza programmatica ci vuole un lavoro che non è neppure cominciato». Il tavolo programmatico non ha combinato nulla?
«Nessuna delle cose fatte ha mai avuto un rilievo così forte. Pensare di costruire un programma con un negoziato verticistico tra riformisti di Prodi e irriducibili di Rifondazione è uno schema vecchio, un’idea artificiosa e inconcludente. Se Rutelli vuol parlare di pace non deve farlo con me, ma con tutte quelle forze, come i movimenti, che si candidano ad essere alternative al partito della guerra».
Primo punto del programma?
«L’Italia ripudia la guerra, articolo 11 della Costituzione. Trasformare la guerra in tabù, la discussione parta da lì».
Rutelli è contrario alla guerra. Ma se a Bagdad arrivasse l’Onu, vorrebbe un corpo militare più robusto.
«Quella in Iraq è una missione di guerra, quindi in contrasto con l’articolo 11. L’egida dell’Onu è necessaria, ma non sufficiente. Lo stesso vale per l’Afghanistan. Rutelli potenzierebbe il contingente italiano? Non sono d’accordo, anzi sono sorpreso che non si analizzi come tutte queste guerre abbiano portato a una recrudescenza della violenza».
Questo gran soffiare sulle bandiere arcobaleno sa di tattica elettorale...
«Il discrimine della guerra non si può usare per far campagna elettorale. Ma una coalizione riformatrice dovrebbe avere come linee guida la lotta contro la guerra, il tema del disarmo... Nel listone di Prodi invece stanno come paralizzati tra le sollecitazioni dei movimenti e l’attrazione dell’ establishment , degli Usa, delle imprese. Invece di ottimizzare il contrasto con le destre, scaricano l’impotenza nella conflittualità interna, tanto che il centrosinistra non si configura più come un soggetto unitario. Perché non dicono che la guerra preventiva di Bush alimenta il terrorismo e minaccia l’umanità?».
Davvero spera di compattare l’opposizione sul no ad Antica Babilonia?
«È pesantemente sbagliato non votare contro una delibera che contiene il mantenimento delle truppe in Iraq».
Nel decreto ci sono otto missioni di pace.
«Se mi costringi a prendere in un dolce il veleno, rifiuto il dolce. L’astensione è un grave errore, un messaggio di incertezza che apre una crisi nel centrosinistra, come dice l’uscita di Asor Rosa dai Ds. Io non lancio un appello alla sinistra della Quercia perché esca dal partito, quello che chiedo è di lavorare assieme, oggi sulla pace, domani su una piattaforma economica e sociale».
Dal fronte del «no» nascerà un listone pacifista?
«Sarò cauto, e preciso. Se dicessi che dall’assemblea di domani al Capranica nascerà qualcos’altro commetterei due errori. Il tema della pace non si può strumentalizzare e l’unità della sinistra radicale non va costruita con la metodologia della lista Prodi» .
Violante ha addossato al governo le responsabilità di Nassiriya, concorda?
«La pietas per la morte di questi uomini non può essere confusa con la cancellazione delle responsabilità, che è di tutti coloro che agiscono la guerra. E il governo è tra questi».
Chiederà a Fassino e Rutelli di non andare al corteo pacifista del 20 marzo?
«Sarebbe insensato, le manifestazioni sono aperte. Ma se Rutelli crede di mostrare i muscoli si espone a una ritorsione. Per poter concorrere alla costruzione di un’alternativa bisogna avere una politica estera diversa. O quantomeno, bisogna avere una politica estera».
Monica Guerzoni
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Ds Milano - Rassegna stampa
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Edmondo Berselli
La pubblicità è l'anima della politica
L'Ulivo deve assimilare l'idea che l'alternativa a Berlusconi non è la contrapposizione di un sogno a un altro sogno
Ieri l'euro era l'oggetto di una polemica populista; oggi è un'ancora. Appare schizofrenico il pensiero del centrodestra, dal momento che il presidente del Consiglio sostiene che il paese si è arricchito, mentre pochi giorni dopo il ministro Giulio Tremonti lancia una specie di piano fiscale per colpire gli aumenti dei prezzi. Tra la visione flou di Silvio Berlusconi e l'aumento dell'inflazione c'è un terreno accidentato, in cui avvengono fenomeni economici che coinvolgono pesantemente le famiglie, falcidiano i redditi, spostano ricchezza.
A chi è esposto al diluvio post-euro le parole del capo del Governo sembrano un'amara ironia alle spalle dei perdenti: è una visione paradossale quella di un paese che si arricchisce mentre i suoi abitanti si impoveriscono. Ed è strano anche l'atteggiamento di Forza Italia, che quando era all'opposizione contestava aspramente i dati dell'Istat, mentre ora li sbandiera come la prova provata della stabilità e della crescita italiana.
Naturalmente Berlusconi ha tutto il diritto di evocare un paese e una società dipinti con sfumature azzurre. La pubblicità è l'anima anche della politica, non solo del commercio, e il premier avverte il bisogno di contrastare la valutazione gravemente pessimistica che si sta diffondendo sul suo governo, e che rende perplessi anche numerosi elettori del centrodestra.
Per uscire dal dilemma di un'Italia sospesa fra arricchimento e impoverimento, occorre rilevare un fenomeno in sé elementare, ma che sfugge ai dati medi e alle rilevazioni generali. L'inflazione infatti è un tiro alla fune sul piano sociale. Qualcuno ci rimette, qualcun altro ci guadagna. Uno studioso e parlamentare riformista, Nicola Rossi, ha analizzato i dati ufficiali dell'Istat, mostrando che l'impatto della curva inflazionistica è significativamente maggiore su alcuni ceti, su alcuni tipi di famiglia, sul lavoro dipendente, sulle pensioni.
Non si tratta di una scoperta straordinaria: eppure mette in rilievo che in questo momento, anche sul piano economico, esistono due Italie. Non c'è soltanto la divaricazione fra l'Italia mediatica e l'Italia reale descritta da Ilvo Diamanti: c'è anche in atto un problema di redistribuzione fra una fascia di società che ha subito l'aumento dei prezzi e un'altra fascia che ne ha tratto vantaggio.
Detto in termini un po' fuori moda, oggi stiamo assistendo a una variante della lotta di classe. Risulta curioso che essa venga condotta dai ricchi contro i poveri: tuttavia questa semplificazione estrema descrive un processo politico importante. Se è vero infatti che il sogno berlusconiano aveva indotto al consenso per il centrodestra anche una platea di elettori marginali, non privilegiati, esposti alla pressione televisiva, componendo un interclassismo fondato sul miraggio di un benessere facile per tutti, l'inflazione a due velocità rappresenta la smentita politica di un'illusione.
Dovrebbe bastare questa modesta considerazione per caratterizzare l'azione politica del centrosinistra. Nei prossimi mesi, a partire dalle elezioni europee, non c'è in gioco soltanto il successo della lista unitaria: il confronto politico non riguarderà esclusivamente una battaglia di astrazioni bipolari. C'è in bilico anche una partita fra interessi. Partita pesante, da cui dipende il profilo della società italiana.
L'Ulivo deve assimilare l'idea che l'alternativa a Berlusconi non è la contrapposizione di un sogno a un sogno. Se è vero che gli arricchiti dall'inflazione appartengono tendenzialmente all'elettorato di centrodestra, occorrerà mettere a fuoco che gli impoveriti devono essere conquistati dal centrosinistra. Non con formule politiciste, ma con idee e progetti riferiti alla realtà effettiva, al disagio che serpeggia nel paese, alla precarietà e all'insicurezza determinate dalla flessibilizzazione dell'economia.
Per ora, Berlusconi offre come progetto politico la sua faccia; l'Ulivo promette l'unità riformista. Ci vuole una iniezione di realtà e di consapevolezza: altrimenti 'l'altra' Italia, il paese impoverito, sentirà solo parole. E quanto a parole non è facile battere l'Italia immaginaria del Cavaliere. espressonline.it
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GLI SFOGHI DI BERLUSCONI
Il mestiere dell'antipolitico
da La Stampa di Barbara Spinelli
FARE politica è un mestiere così duro che il presidente del Consiglio quasi ha l’impressione di non farcela, e per questo se la prende di nuovo, come agli esordi della sua avventura extra-aziendale, contro i politici che «chiacchierano molto ma intanto rubano, rubano soldi ai cittadini». Dicono i suoi fedeli che lo sfogo è stato provvidenziale, oltre che in perfetta sintonia con le sensazioni di milioni d’italiani. Dicono che finalmente c’è qualcuno che sfrontatamente dice una verità che tanti pensano, e che suscitare scandalo fa bene alla nostra decadente democrazia, così come fece bene al cristianesimo nascente la cacciata dei mercanti dal tempio ad opera di Gesù. Ma di questa politica Berlusconi deve sentirsi totalmente prigioniero, se a dieci anni di distanza dalla nascita di Forza Italia e a tre da una vittoria che gli diede una maggioranza assoluta in Parlamento si sente costretto a ripetere, immutato, il primordiale gesto che nel ‘94 e nel 2001 gli portò grande fortuna, e che caratterizzò prima il suo ingresso in politica, poi la vittoria sui partiti allora governanti. Quel gesto viene riesumato tale e quale, sospendendo tutto quel che nel frattempo la storia ha fatto accadere: viene abolito il tempo e quel che il tempo ineluttabilmente produce e trasforma, vengono aboliti tre anni di governo guidati da Berlusconi e la sconfitta dell’Ulivo nel 2001. È come se Berlusconi dicesse: non abbiamo ancora vinto, anzi non abbiamo mai vinto, perché la politica ha una forza tale che tutti ne siamo prigionieri e io stesso ne sono tutt’ora prigioniero. Siamo ricaduti al punto di partenza, anzi al punto che precede la partenza, quando ero all’opposizione, e io non sono riuscito a essere quel che volevo: non sono un uomo libero, non posso fare quel che mi propongo. Forse le parole del presidente del Consiglio sono ingegnosissime, di certo occupano le prime pagine dei quotidiani e dei telegiornali. Ma l’immagine che vien trasmessa non è forse così geniale come sembra: un uomo così prigioniero, nonostante quasi tutte le leve del comando politico gli appartengano, non può dire d’aver avuto successo.Un uomo costretto a manipolare i servizi televisivi nei modi denunciati da Giovanni Sartori sul Corriere del 19 febbraio (le platee dell’Onu che abbiamo visto applaudirlo all’epoca in cui era presidente dell’Unione europea erano un fotomontaggio: in realtà non applaudivano il nostro premier ma Kofi Annan) è un uomo che ricorre a espedienti non sapendo escogitare soluzioni, che riparte sempre da zero non essendo giunto da nessuna parte. È un uomo che sembra addirittura credere di non aver fatto nulla, se cerca le cause del proprio indebolimento non nelle politiche che non ha fatto, ma nel mestiere stesso della politica. Un uomo così è come avesse un tic nervoso, che lo spinge a dire sempre lo stesso slogan - politici, tutti ladri - ma su questo slogan non edifica alcunché.Naturalmente è difficile sapere quel che gli italiani pensano in cuor loro, e cosa penseranno nella solitudine imprevedibile delle urne. Forse sono ancora sensibili a quello che appare come tic, forse sono maggioritariamente in sintonia con il disprezzo che Berlusconi dice di nutrire per i politici, anche se nel frattempo si è corretto ed ha assicurato di aver accennato solo a precisi esponenti dell’opposizione. Forse gli italiani si identificano ancora con le sfrontatezze del premier, e con lo schema che potremmo così riassumere: chi vive per la politica, come succede all’imprenditore Berlusconi, non ne profitta perché le sue fonti di ricchezza sono ben altre. Mentre chi vive della politica e ne ha bisogno per guadagnarsi la vita è costitutivamente un chiacchierone e ladro. È una distinzione che faceva anche Max Weber, che dedicò un saggio alla Politica come Professione. Ma il filosofo tedesco aggiungeva: un mondo che esclude chi vive della politica è interamente fondato sul reclutamento plutocratico, visto che solo chi è straricco può permettersi il lusso di vivere per la politica. E concludeva che era un bene che esistesse una professione dedita tutta alla politica, anche se dalla politica traeva il suo sostentamento e forse proprio per questo. Far politica infatti non può esser qualcosa di sporadico, di occasionale. È un’arte che esige dedizione, proprio perché è dura e lenta a produrre risultati. Weber stesso dice: «La politica consiste in un trivellare lento e possente di duri assi di legno, da compiersi con passione e discernimento al tempo stesso».Oggi questa professione che consiste nel lento trivellare di duri assi di legno non è ancora riabilitata, e le ragioni non mancano. Gli anni che ci separano da Tangentopoli sono un passato che nessuno si sforza davvero di far passare, sono una storia di melma e corruzione del mestiere politico che Berlusconi stesso ha voluto che restasse melma, con il suo continuo attacco a giudici e processi, ma che non cessa di essere melma per il solo fatto che Berlusconi d’un tratto torna a servirsene con animo giustizialista, per sporcare questo o quell’avversario oltre che, più in segreto, questo o quell’alleato. Non c’è stata ancora una purificazione delle memorie, per quanto riguarda quel passato di corruzione e abuso del potere, né nell’ex Dc né nell’ex socialismo, né fra i repubblicani né fra gli ex Pci. E quando la memoria viene così occultata o schivata, quando manca ogni seria riflessione sul passato, tutti i colpi bassi diventano possibili, nulla viene chiarito, e ogni cosa e il suo contrario restano in fondo vere. È vero, c’è chi ha fatto illecitamente fortuna in politica, ma c’è anche chi l’ha fatta illecitamente fuori di essa e profittando di essa. Se non si rompe l’inconfessabile complicità fra il dentro e il fuori della politica, se il politico di professione non spiega all’elettore come son stati ottenuti certi averi, allora anche Berlusconi potrà continuare a schivare le domande sull’origine delle sue ricchezze e il risultato sarà che la melma resterà immutata, eterna, adoperabile da ciascuno nei modi più perversi. E alle urne potremmo avere il disastro: gli italiani potrebbero allontanarsi da qualsiasi politica, sia essa berlusconiana o dell’opposizione.Chi tuona contro i politici di professione ha trovato un espediente assai temerario. I tempi infatti sono radicalmente mutati, rispetto agli Anni 90: oggi, a seguito dei fatti Cirio e Parmalat, vediamo sui banchi degli imputati non più i corrotti ma i corruttori, non più i politici ma piuttosto i banchieri e gli imprenditori che fanno il mestiere con cui Berlusconi divenne ricco prima di entrare in politica. Una nuova epoca si apre, e il premier rischia molto, con il suo gesto ripetitivo e anacronistico. Inoltre gli italiani hanno altri miti, rispetto a quelli del ‘94 e 2001: resta la simpatia per Berlusconi, ma l’ammirazione dei più va oggi al presidente Ciampi, che alla politica ha restituito molta della nobiltà perduta. E poi ci sono altri segni della politica professionale che rinasce, meno visibili solo perché meno seguiti dai mezzi di comunicazione.Un esempio estremo dell’esistenza di una forte aspirazione a ridar credibilità al mestiere politico è il ricorso agli scioperi della fame, che i radicali hanno istituzionalizzato. È il tentativo di conferire alla politica una dignità di natura straordinaria, attraverso la messa in gioco di se stessi. Un parlamentare europeo, Olivier Dupuis, è al 34° giorno di digiuno, e ha attirato l’attenzione di alcuni dirigenti europei e del presidente della Commissione Prodi sul genocidio che Putin sta attuando in Cecenia. Un deputato della Margherita, Roberto Giachetti, digiuna contro la mancata discussione in Parlamento della legge sul conflitto di interessi. Lo sciopero della fame può essere un mezzo discutibile, ma nessuno può contestare la passione e la dedizione che esso incarna: una passione prossima al sacrificio personale, per la politica allo stato puro. Questo significa che dipende da ciascuno di noi, fare in modo che la politica appaia un nobile mestiere fatto di passione e anche discernimento. Dipende da noi giornalisti, che non dovremmo star zitti quando un applauso tributato a Kofi Annan viene proditoriamente regalato a Berlusconi. Dipende da chi fa politica di professione, rispondere alle provocazioni con una meditazione sul passato e con parole di verità. Berlusconi sta facendo una cosa strana: davanti agli elettori, non si presenta come uno statista riuscito che ha cominciato a riformare l’Italia (con le leggi sul lavoro, sulle pensioni). Si presenta come uno schiavo di Michelangelo che invano cerca di divincolarsi dalla pietra. Certo, è più facile far politica nelle dittature o negli stati di guerra, perché nelle dittature la politica intesa come scelta fra due o più alternative viene semplicemente abolita. Per questo c’è oggi chi volutamente oltrepassa i recinti del professionismo politico, pur di mantener vivo il carisma del capo, che in fondo non necessita di coalizioni. Bush si presenta come president of war, come Presidente in stato di permanente mobilitazione bellica. Berlusconi si presenta come professionista ormai rodato dell’antipolitica, che non negozia con gli alleati ma li tiene sotto comando, e che sembra considerare ogni critica dell’opposizione come un’aggressione cui è lecito rispondere abusando del potere - a cominciare dal potere sulla Tv pubblica. Siccome siamo ancora in democrazia, e la possibilità di scegliere esiste ancora, spetta all’opposizione dimostrare che esiste un’alternativa dignitosa e non sospettabile a questa fuga dalla politica.
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Le elezioni in Iran: la fine di un equivoco - di Mir Mad
In Iran , con le urne deserte, si è votato secondo il copione preparato dagli organi di potere non elettivi, con a capo il leader spirituale Ali Khamenei. Gli iraniani da più di due decenni votano otturandosi il naso; scegliendo tra i candidati approvati e imposti dal regime, ma dando però senza esitazione il proprio voto agli esponenti del riformismo islamico . Questa volta però lo strapotere di questi organi non elettivi e dei mullah tradizionalisti ha superato ogni limite.
Il "Consiglio dei Guardiani" composto da 12 giureconsulti e nominato da Khamenei, ha bocciato la candidatura di gran parte dei candidati riformisti, presentando all'elettorato una lista dei fedelissimi del regime. L'opposizione laica e democratica che invece è bandita violentemente dalla vita politica ha boicottato le elezioni. Il maggior partito del riformismo islamista, "il fronte della partecipazione", per la prima volta ha aderito al boicottaggio.
Vista la bocciatura delle candidature dei riformisti e la massiccia astensione si prevede un'ampia vittoria dei conservatori. Nelle ultime due elezioni presidenziali, la vastissima protesta femminile e giovanile, del mondo del lavoro e della cultura, affluendo massicciamente alle urne per dire no al regime dei conservatori ayatollah, ha dato una schiacciante vittoria al riformista Khatami. Una vittoria che si è completata nel 2000 con il massiccio successo dei riformisti alle elezioni parlamentari del sesto Majles (il parlamento) .Tutto ciò aveva fatto pensare a un probabile riformismo di matrice islamica nel paese chiave del medio oriente.
Un Khatami colto che citava spesso Tocqueville - la religione "vede nella libertà civili un nobile esercizio delle facoltà umane.."- era fonte di una grande speranza. Con queste elezioni però i Mullah conservatori insieme alle alte gerarchie di militarismo dei Pasdaran (=guardiani) della rivoluzione, non lasciano il minimo dubbio su chi comanda a Tehran e su quali potessero essere le prerogative effettive di Khatami.
Gli ayatollah si dimostrano ancora una volta i depositari nonché i custodi di una strana forma di democrazia definita "religiosa" dove i risultati delle elezioni si conoscono, non dopo, ma prima del voto. Il moderato e timidissimo Presidente Khatami e il parlamento a maggioranza riformista, per il boicottaggio dei poteri non elettivi e in parte per carenza di un serio impegno nell'effettuare le riforme, hanno deluso ogni aspettativa di miglioramento della vita politica ed economica del paese. Già nelle elezioni locali dell'anno trascorso la massiccia astensione dovuta alla mancate riforme e alle aspettative deluse ha visto la vittoria dei conservatori .
Khatami, e insieme a lui la punta più avanzata del riformismo islamista, hanno fatto più niente che poco nel sostenere il grande movimento studentesco del 99 e del 2003;lasciando gli studenti in balia dei poteri violenti dei centri occulti, che negli anni della sua presidenza hanno assassinato anche diversi esponenti del mondo politico e della cultura, senza mai essere trovati. Gli studenti che nel 99 coraggiosamente erano scesi in piazza per protestare contro la chiusura del giornale del riformismo islamico "Salam" ,si sono visti abbandonati dalla dirigenza riformista durante gli arresti e i processi.
Riguardo alla bocciatura delle candidature dei riformisti da parte dei conservatori un leader studentesco ha sostenuto: tra le nostre richieste minime e loro richieste massime c'è un divario molto ampio. Gia prima del voto due maggiori giornali riformisti Shargh e Yas-e No sono stati chiusi per ordine del potere giudiziario conservatore e arrivano da Tehran i primi mandati di comparizioni per gli esponenti riformisti di punta, mentre la sede del maggior partito riformista Mosharekat è stata sigillata.
Queste elezioni in ogni caso sono la testimonianza del tramonto di Khatami e la fine dell'equivoco del suo riformismo e della riformabilità di un regime dall'interno che strumentalizza la religione a fini di potere. La dirigenza conservatrice pragmatica -guarda caso pure qui si chiamano Neo Conservatori- opterà molto probabilmente per una "via cinese": libertà limitate all'interno e maggiori aperture economiche all'esterno per superare la crisi economica.
A livello regionale terrà gli occhi puntati sull' Irak, l'Afghanistan e il Libano e basandosi sempre di più sui Pasdaran, sui servizi segreti e sui nuovi deputati- buona parte provenienti dalle file dei Pasdaran stessi. Accordandosi con la Francia di Chirac - comprensibilmente ansiosa di rientrare in Irak- gli ayatollah aspetteranno le elezioni presidenziali americane, compatti e con remi tirati in barca.
MIR MAD
megachip.info
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Tutti i numeri di Telecom Serbia
Giovanni Canetta
Carlo Scarpa
Tutti i numeri su Telecom Serbia
Periodicamente torna d’attualità la questione Telecom Serbia ("TS").
Non vogliamo duplicare quanto è già stato detto, ma crediamo che uno dei vantaggi de lavoce.info sia di poter esaminare con calma i numeri per capire alcune questioni forse un po’ tecniche, ma essenziali nella valutazione se questo sia stato un buon affare o meno.
Non è facile sintetizzare i tanti numeri (v. Appendice) che abbiamo esaminato per comprendere cosa sia veramente successo allora. Lasceremo naturalmente al lettore di trarre le sue conclusioni, ma il nostro giudizio è facile da anticipare:
a) è stato un pessimo affare
b) in quel periodo, di pessimi affari nelle telecomunicazioni ne hanno fatto un po’ tutti
c) per fortuna, pare che il contribuente italiano non ci abbia perso praticamente nulla.
È evidente che questa analisi non pretende di rispondere ad altre questioni altrettanto importanti, sulle quali non diciamo nulla. In particolare, non abbiamo ovviamente alcuna idea se siano state pagate tangenti. E il fatto che si siano fatti affari con un dittatore non ci fa piacere, anche se pare essere un’abitudine consolidata su cui non abbiamo commenti da aggiungere.
La vicenda è complessa; procediamo con ordine.
La vendita di Telecom Serbia e le altre vicende societarie
Negli anni Novanta, la Stet si è impegnata in un numero elevato di acquisizioni internazionali, dalla Bolivia a Cuba, dall’India al Brasile.
Il 9 giugno 1997, Stet compra dalla società di poste e telecomunicazioni del Governo serbo il 29 per cento di Telecom Serbia. Tale quota viene acquistata attraverso una società di diritto olandese (Stet International Netherlands "Sin") controllata da Stet International, che a sua volta fa capo a Stet (la quale possiede, per farla breve, il 96,6 per cento del capitale di Sin).
Telecom Serbia detiene i seguenti asset: le infrastrutture di rete fissa, una concessione di venti anni per l’uso della rete fissa, di cui i primi otto in regime di monopolio, una concessione di rete mobile che le permette di diventare il secondo operatore sul mercato serbo.
Il contratto prevede anche che Telecom Italia (TI) apporti management e tecnologia e ottenga da Telecom Serbia una management fee pari al 2 per cento del suo fatturato lordo annuale, per una durata di otto anni.
Il prezzo pagato da Stet è di 893 milioni di marchi tedeschi, che equivale a un valore effettivo al momento della transazione di 882 milioni di marchi giacché pagato in più tranches. Poiché la management fee a favore di Telecom Italia era allora stimata pari a 127 milioni di marchi, il prezzo finale ufficialmente considerato era di 755 milioni di marchi.
Circa otto mesi prima dell’affare, nell’autunno 1996, era stata annunciata la fusione di Telecom Italia con Stet, la holding che la controllava. Dopo la fusione, finalizzata nel luglio 1997, il Tesoro possiede quindi il 44,71 per cento della nuova Telecom Italia, la quale ha acquistato il 29 per cento di Telecom Serbia attraverso sue controllate (possedute al 96,6 per cento).
L’acquisto di Telecom Serbia da parte di Stet avviene in mezzo all’operazione di fusione, e quindi né i valutatori di Stet né gli azionisti hanno potuto tenerne conto nelle loro analisi.
La privatizzazione di Telecom Italia: quanto ha pesato Telecom Serbia?
L’8 agosto 1997 il Governo italiano (guidato ancora da Romano Prodi) stabilisce di vendere la propria quota di Telecom Italia in parte tramite un’offerta pubblica di vendita (Opv).
La privatizzazione ha stimolato un importante lavoro di valutazione da parte degli analisti finanziari. Chi ha valutato Telecom Italia come somma delle sue parti, ha calcolato la partecipazione in Telecom Serbia al costo d’acquisizione. Ovvero, nessuno degli analisti all’epoca ha avuto alcunché da ridire sull’operazione.
Questo ha permesso al Tesoro di vendere dunque la massima parte della sua partecipazione in Telecom Italia, e quindi di Telecom Serbia, senza impatto per le tasche dei cittadini italiani.
A ulteriore conferma del fatto che il mercato, nel suo complesso, non ha ritenuto l’acquisto di Telecom Serbia un fattore negativo, è utile ricordare come il prezzo dei titoli Stet e Telecom Italia in diversi periodi significativi attorno alle date dell’operazione sia cresciuto. In ogni caso, il valore di mercato della nuova Telecom Italia dopo la fusione (il giorno 19/9/97) era oltre 72mila miliardi di lire, quasi cento volte il valore della partecipazione di Telecom Italia in Telecom Serbia. Difficilmente il valore di Telecom Serbia avrebbe potuto avere un impatto tangibile sul valore delle azioni di Telecom Italia.
Quando sono emersi i problemi sul fronte serbo (la guerra e i bombardamenti tra 1999 e 2000), Telecom Italia ha svalutato il valore a bilancio di Telecom Serbia dagli originali 893 miliardi di lire, vendendo poi a 378 miliardi di lire a fine 2002. Per effettuare una valutazione relativa, occorre notare come 893 miliardi di fine 1997 fossero (con un tasso di interesse del 5 per cento annuo) circa 1.140 miliardi di fine 2002.
La vendita comporta quindi una perdita in termini reali di circa il 67 per cento.
È tanto? È poco? In quel periodo le imprese di telecomunicazioni (anche in paesi non segnati dalla guerra) hanno fatto segnare una pessima performance di Borsa. A puro titolo di riferimento, un comune indice dei prezzi di borsa delle imprese operanti nella telefonia fissa (il World Fixed Line Index di Datastream), nello stesso arco temporale, ha segnato una performance negativa del 33 per cento in termini nominali (circa il 50 per cento in termini reali). Altri indici hanno avuto andamenti migliori, altri peggiori.
I cattivi affari in questo settore in questo periodo sono stati davvero tanti.
Se poi vogliamo calcolare quanto ci hanno perso i contribuenti italiani, dobbiamo considerare che il 31 dicembre 1997, poco dopo l’acquisto di Telecom Serbia e prima che insorgessero problemi in Serbia, il Tesoro scende al 5,1 per cento di Telecom Italia e entro la metà di gennaio 1998 è al 3,9 per cento. Il Tesoro mantiene questa quota residuale fino al dicembre 2002, quando anche questo residuo sarà ceduto al mercato (pochi giorni prima che Telecom Italia venda Telecom Serbia).
Da gennaio 1998 alla fine del 2002, l’esposizione del Tesoro verso Telecom Serbia era dell’1,09 per cento (ovvero, il 3,9 per cento posseduto dal Tesoro in Telecom Italia moltiplicato per il 29 per cento di Telecom Serbia, posseduto da Sin, per il 96,6 per cento posseduto da Telecom Italia). Pertanto, da gennaio 1998, una riduzione di 100 lire del valore di Telelcom Serbia significa una perdita di valore per i contribuenti di 1,09 lire.
La perdita complessiva per il contribuente italiano è quindi di circa 18 miliardi di lire (9,3 milioni di euro), un po’ meno di 20 centesimi di euro a testa.
Era "chiaramente" un cattivo affare?
A posteriori, l’acquisto di Telecom Serbia è stato un cattivo affare, e su questo non si discute. Ma la questione più interessante è se era possibile accorgersene prima.
Il prezzo di vendita nel 2002 non è molto significativo in questa ottica. Infatti, Telecom Italia ha venduto nel 2002 una società segnata pesantemente dai bombardamenti effettuati sulla Serbia nel 1999, che hanno colpito in modo particolare proprio le infrastrutture di telecomunicazione, il core business di Telecom Serbia. Inoltre, Telecom Italia comprò nel 1997 un monopolista, sicuro di rimanere tale per altri otto anni, mentre nel 2002 la nuova Telecom Italia ha venduto una società che aveva davanti a sé solo due anni di monopolio.
Nello stesso periodo in cui Stet acquistava il 29 per cento di Telecom Serbia, l’operatore telefonico greco Ote acquistava il 49per cento della stessa Telecom Serbia a condizioni del tutto analoghe.
Un comune criterio per valutare se il prezzo di acquisto è congruo è di calcolare il cosiddetto "multiplo" dell’impresa acquisita, ovvero il rapporto tra il prezzo di acquisto e un indice di redditività dell’impresa (il margine operativo lordo, Mol).
Nel caso dell’acquisto di Telecom Serbia, abbiamo un multiplo pari a 6,9, assumendo un debito netto di 64 milioni di marchi. I multipli degli operatori di rete fissa della metà del 1997 sono a un valore attorno a 5, mentre per gli operatori di rete mobile i valori sono attorno al 10,5.
Coerentemente con la sua natura di investimento "misto" con rete fissa e rete mobile (in un paese ancora da conquistare), il multiplo di Telecom Serbia si posiziona a metà dei due insiemi.
Conclusione
Con il senno di poi, tante cose si possono dire. L’acquisto di Telecom Serbia è stato un pessimo affare, ma ex-ante non sembrava per nulla sballato. Se non ci fosse stata la guerra, probabilmente oggi ne parleremmo come di un affare in linea con quelli conclusi da tanti altri in quel periodo.
Il fatto poi che il contribuente italiano non ne abbia risentito è una conseguenza del limitato impatto che una "briciola" come Telecom Serbia poteva avere sul valore di Telecom Italia e di una fortunata tempistica della privatizzazione.
Il risparmiatore che invece aveva investito in Telecom Italia prima della guerra in Kosovo e della svalutazione della partecipazione in Telecom Serbia, potrebbe pensarla in modo diverso, ma di nuovo l'impatto su un gigante come Telecom Italia è stato limitato. In ogni caso, siano i lettori a dare le loro valutazioni.lavoce.info
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Separati in banca
Nemo
Le proposte di riforma del quadro normativo del sistema finanziario che emergono a seguito delle recenti crisi societarie (Cirio, Parmalat) danno una particolare enfasi ai rapporti banca-impresa.
Viene riproposta la questione di definire nuove regole volte a garantire la loro "separatezza".
In questa direzione va la proposta di legge La Malfa – Tabacci, ma anche le anticipazioni sul disegno di legge del ministro dell’Economia "Provvedimenti per la tutela del risparmio".
Entrambi introducono il divieto per un’impresa indebitata in misura superiore a determinati limiti verso una banca, di partecipare alla vita societaria di tale banca. Prevedono perciò la sospensione degli eventuali diritti di voto detenuti dall’impresa nella banca e l’impossibilità per i soggetti che svolgono nell’impresa funzioni di amministrazione, direzione e controllo a svolgere analoghe funzioni nella banca creditrice.
La legge bancaria del 1936
Anche negli anni Trenta, si individuò nei rapporti banca-impresa una delle cause principali delle drammatiche crisi societarie di allora e si procedette alla costruzione di una regolamentazione basata sul principio di una rigida separazione.
Si era infatti creato un intreccio tra partecipazioni azionarie delle banche nelle imprese e l’attività di finanziamento di quelle banche verso quelle stesse imprese che determinava problemi di stabilità. Della singola banca e dell’intero settore: le banche infatti erano indotte a finanziare in maniera eccessiva le imprese di cui detenevano le azioni per evitare il rischio di fallimento. Il rischio era che le banche compromettessero il loro equilibrio patrimoniale. Da un lato attraverso l’accumulazione di crediti inesigibili per importi estremamente rilevanti; dall’altro, per la perdita di valore delle partecipazioni detenute nelle stesse imprese.
Nella efficace sintesi di Donato Menichella, le banche erano portate a "finanziare, finanziare e continuare a finanziare il dolo o il marcio solo perché non si possa diffondere il sospetto che le condizioni della banca siano meno floride". (1)
Ne poteva derivare la compromissione della "copertura" dei depositi bancari delle banche, con effetti di contagio al sistema bancario e all’intero sistema economico. Le regole di separatezza erano quindi volte principalmente a proteggere i depositanti, tramite la tutela della stabilità delle singole banche.
Il divieto per le banche di detenere partecipazioni in imprese non bancarie, insieme alla separazione dell’attività di credito a breve termine da quella di credito a medio lungo termine e alle attività di merchant banking, rispondeva allo scopo di interrompere il circolo vizioso che era alla base dell’instabilità.
La crisi attuale
Profondamente diversa è la situazione che si è andata determinando con la riforma degli anni Ottanta e Novanta , culminata nel Testo unico bancario del 1993. Ha abolito le vecchie regole di separatezza, ma ha lasciato alla Banca d’Italia il potere di autorizzare l’acquisizione di partecipazioni rilevanti nelle banche da parte di soggetti non bancari.
I problemi che l’intreccio tra banche e imprese, nella nuova versione, sta provocando riguardano essenzialmente la possibilità di un eccessivo trasferimento del rischio finanziario sugli investitori.
Le banche possono essere indotte a favorire un massiccio collocamento di titoli di debito presso il pubblico sia per ridurre la loro esposizione creditizia nei confronti di una impresa poco affidabile, sia per i maggiori vantaggi di percepire le commissioni sul collocamento (elevate, certe e immediate) rispetto agli interessi su un credito (contenuti da una maggiore concorrenza nel mercato del credito rispetto a quello dei collocamenti, incerti e differiti nel tempo). Parafrasando la frase di Menichella, in tale situazione si presenta il rischio che le banche siano portate a "Collocare, collocare e continuare a collocare...".
Tali problemi sono in parte "strutturali", in quanto dipendono dalla natura polifunzionale delle attività svolte dalle banche. In parte, possono però essere esasperati da particolari legami tra banche e imprese che possono spingere le prime a finanziare le seconde in misura maggiore di quanto sarebbe in linea con le fisiologiche politiche di credito.
Verso una nuova regolamentazione dei rapporti banca-impresa
Le proposte attualmente sul tappeto si basano sul presupposto che il finanziamento eccessivo possa essere indotto, o almeno mantenuto, dalla influenza che le imprese possono avere sulle decisioni delle banche attraverso la loro partecipazione al capitale o agli organi di governo delle banche stesse.
Di qui la previsione del divieto di esercitare tali forme di partecipazione per le imprese indebitate in misura rilevante con una banca.
Si possono però avanzare alcune osservazioni.
La prima è sulla logica interna delle proposte. Se il nesso causale che si intende interrompere è quello tra il potere dell’impresa nel governo della banca e la decisione di quest’ultima di finanziare eccessivamente l’impresa, i divieti proposti rischiano di essere strutturalmente in ritardo rispetto all’evento che si voleva evitare.
Sarebbe pertanto più coerente vietare alle banche di finanziare, in misura superiore a determinati limiti, le imprese che abbiano un ruolo rilevante nella governance della banca (le disposizioni attuali sono molto blande). (2)
Una seconda osservazione riguarda la dipendenza dei divieti dalla individuazione di una soglia di indebitamento "eccessivo": ciò comporta, da un lato, un effetto soglia, cioè una probabile concentrazione delle situazioni a livelli immediatamente inferiori al limite stabilito. Dall’altro, una spinta alla diversificazione delle fonti di finanziamento bancario, rafforzando la tendenza al pluriaffidamento. Con possibili conseguenze negative sulla funzione di monitoring svolta dalle banche.
Infine, il principale interesse pubblico che si dovrebbe tutelare è quello di evitare un improprio spostamento del rischio di credito dalle banche agli investitori. Questo appare solo in parte legato a possibili influenze dell’impresa sulle scelte della banca attraverso gli strumenti di governo societario che si intendono sterilizzare. Si tratta infatti di un fenomeno limitato: le banche quotate nelle quali imprese italiane detengono partecipazioni rilevanti (superiori al 2 per cento del capitale) sono undici su un totale di trentacinque e solo in cinque casi tali imprese partecipano anche a patti di sindacato.
In conclusione, la strada dei divieti ipotizzati dalle proposte di riforma non sembra cogliere appieno l’essenza del problema, introducendo d’altro canto distorsioni alle scelte del mercato.
È invece possibile pensare a un sistema di interventi con misure che:
- rafforzino la concorrenza nel settore del credito, evitando comportamenti collusivi tra le banche che consentano di tollerare fenomeni di overfinancing
- migliorino la trasparenza sulle situazioni di conflitto di interesse delle banche, prevedendo ad esempio una piena disclosure di tutte le attività di finanziamento a parti correlate (quindi a soggetti che partecipano al loro governo societario)
- aumentino la tutela degli investitori nella diffusione di obbligazioni, introducendo ad esempio il divieto di vendita al pubblico per un determinato periodo di tempo di titoli collocati a investitori professionali (la rule 144 dell’ordinamento statunitense).
(1) Donato Menichella "Il riordinamento del sistema bancario italiano del 1933-36" in "Scritti e discorsi scelti, 1933-1966", Banca d’Italia 1986.
(2) Le istruzioni di vigilanza della Banca d’Italia prevedono che le banche devono contenere ciascuna posizione di rischio riferite a soggetti collegati entro il limite del 25 per cento del patrimonio di vigilanza. Nella definizione di soggetti collegati rientrano i soggetti che detengono più del 15 per cento del capitale della banca.
lavoce.info
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Diliberto: «Con Prodi senza se e senza ma»
di Luana Benini
Si chiude con l'orgoglio comunista, falce e martello, sventolio di kefie, bandiere rosse con il Che, pugni alzati, abbracci e commozione, mentre davanti al palco ballano sulle note di "Bandiera rossa". E' una straripante esibizione di simbologia dopo che Oliviero Diliberto ha prospettato la ricostruzione di "un grande partito comunista" e corroborato il senso di appartenenza: "Dalla parte di Arafat e di Fidel Castro". Arturo Parisi in prima fila si trova improvvisamente accerchiato dal tripudio dei delegati che si lanciano verso il palco. Sorride incerto.
Dietro la liturgia del congresso, a Rimini è passata tuttavia una linea precisa: radicamento nel centrosinistra, Prodi candidato premier senza se e senza ma. "Io prodiano di prim'ordine" ha detto di sé Diliberto. E il messaggio inviato dal presidente della Commissione europea è stato ascoltato in silenzio religioso, poi applaudito calorosamente. "Prodi, amico, carissimo presidente", lo ha chiamato Cossutta. Al tempo stesso, nelle sue conclusioni, Diliberto ha messo alcuni paletti e ha fatto una avance precisa. Un estremo appello negli ultimi scampoli di tempo utile prima della campagna elettorale per le europee: tutti coloro che voteranno in Parlamento un no al decreto sull'Iraq si presentino uniti. L'idea è quella di una "lista di pace" unitaria per le europee. Una lista arcobaleno che comprenda Pdci, Verdi, Prc, Occhetto-Di Pietro e che "potrebbe raggiungere il 15%".
Al tempo stesso, resta ferma la sfida di una confederazione a sinistra e l'intenzione di tessere una rete fra coloro che sono animati dalle stesse sensibilità sui contenuti. E si dovrà aprire nel centrosinistra, futura coalizione di governo, un confronto per cercare di trovare un "compromesso" sui temi più controversi che ancora registrano posizioni distanti. Il Pdci detta alcune priorità: cancellazione della legge 30 e della legge Moratti, il tema della sicurezza sul lavoro, il tema delle tasse ("Ci batteremo per alzare le aliquote per i più ricchi").
I paletti riguardano invece l'architettura del centrosinistra. E Diliberto trova così anche il modo di rispondere a Rutelli che dal palco del Palacongressi ha plaudito all'ipotesi di aggregazione a sinistra, tendendo la mano con spirito di collaborazione alla sinistra radicale. "Io non mi sento sinistra radicale - ha tuonato Diliberto - . Noi siamo sinistra di governo". Basta, insomma con l'idea blairiana per cui la sinistra se vuole governare deve farsi centro: "Noi vogliamo governare e continuare ad essere sinistra". Piuttosto, ammonisce, c'è il rischio che il listone provochi una emorragia di voti a sinistra e non prenda i voti dei moderati. "Se nel Sud è capolista D'Alema come fanno a contendere i voti dei moderati?". Arturo Parisi è stato accolto bene dal congresso. Non ha preso la parola dal palco. E' arrivato in tempo per sentire l'intervento di Nicola Tranfaglia (presentato da Cossutta come "l'amico professore") che ha portato il saluto dell'associazione "Aprile" e che non è stato tenero con la lista unitaria. Ha ascoltato annuendo le critiche del segretario a Berlusconi ("vergogna mondiale") e non ha mosso ciglio quando, coperto dalle ovazioni, Di liberto ha lanciato l'ennesimo appello a Fassino sull'Iraq: "Fermatevi. E' il popolo della pace che ci chiede di votare no. Non fatevi scavalcare a sinistra da Cossiga, anzi da Kossiga, l'americano".
Ma non è venuto solo a fare atto di presenza Parisi. Qualche traccia l'ha lasciata in questo congresso parlando ai giornalisti nel corridoio laterale del Palacongressi. Innanzitutto ha piazzato una parziale correzione di rotta rispetto agli apprezzamenti entusiastici del presidente della Margherita sulla seconda gamba di sinistra dell'Ulivo. La seconda gamba, secondo Parisi non è affatto opportuna. Anzi, "credo che l'Ulivo debba ricostituire la sua unità" e "considero con diffidenza e perplessità ogni concezione doppiogambista, con l'antico o nuovo centro da una parte e l'antica o nuova sinistra dall'altra". Se Rutelli aveva plaudito a una riaggregazione a sinistra, lui rilancia testardamente l'Ulivo unito e guarda all'approdo finale adombrato da Prodi nel suo messaggio. La lista unitaria? "Una cooperazione rafforzata che anticipa l'unità di tutto l'Ulivo". In secondo luogo Parisi, in linea con molti prodiani in queste ore, si è messo senza esitazioni dalla parte di Violante: "Ne condivido le parole, il governo porta la responsabilità di aver guidato un intervento in Iraq che non è stato assistito adeguatamente". Sul voto alla Camera, invece, molta prudenza:"Noi dobbiamo portare avanti la stessa linea del Senato".
Alla fine della kermesse congressuale, un po' spiazzato dall'enfasi della "diversità comunista", con Diliberto che ormai sventola ogni pezzo di stoffa che gli portano i delegati, persino una bandiera dell'autonomismo sardo, Parisi mormora che c'è una qualche contraddizione nel considerarsi sinistra di governo e non solo radicale e poi proporre la lista arcobaleno. E la confederazione delle sinistre. Lui almeno, questa contraddizione ce la vede. Replicano nel Pdci: ma chi è stato per primo a dividere l'Ulivo? E il faticoso dipanarsi della riorganizzazione del centrosinistra continua.
unita.it
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Ralph Nader, una minaccia?
di Giampiero Gramaglia
John Kerry batterebbe il presidente in carica George Bush, se si votasse oggi, con il 48% dei suffragi contro il 45%. Lo indica un sondaggio di Newsweek, appena pubblicato, che conferma una tendenza già emersa in rilevamenti precedenti. Contro l'altro pretendente alla nomination democratica alla Casa Bianca, il senatore John Edwards, Bush è invece alla pari con il 46% dei suffragi ciascuno. L’eventuale coppia Kerry-Edwards contro l'attuale coppia Bush-Dick Cheney si imporrebbe con il 49% dei suffragi contro il 45%. Tutti questi dati confermano il difficile momento del presidente repubblicano, in calo di popolarità dall' inizio dell'anno.Ma per il campo democratico si manifesta ora una minaccia: la candidatura di Ralph Nader.
L’avvocato paladino dei consumatori, che nel 2000 fu il candidato dei verdi alla Casa Bianca, ha infatti deciso di candidarsi anche quest'anno, ma come indipendente. L'indiscrezione, ora confermata, è stata diffusa dalla Fox, la tv “all news” più vicina all'amministrazione Bush, e costituisce una buona notizia per il presidente.
Una candidatura indipendente "di sinistra" rischia infatti di suonare le campane a morto per il candidato democratico, John Kerry o John Edward, come fece nel 2000 per Al Gore.
Nader, ha ufficialmente scoperto le carte solo oggi, (ieri, per chi legge, ndr) nel talk show della Nbc “Meet the Press”, ma già in ottobre aveva formato un comitato per “esplorare” la sua candidatura. Voleva decidere entro la fine dell'anno, ma ha poi rinviato il momento della verità all'inizio del 2004. Come candidato verde, quattro anni or sono, Nader ottenne circa il 3% dei voti su scala nazionale. I democratici lo criticarono perché, in un voto così serrato come fu quello 2000, con molti Stati decisi da poche centinaia di suffragi, il suo nome in lista fu decisivo per la vittoria di Bush. I voti di Nader sarebbero, infatti, andati in genere a Gore. Il discorso potrebbe ripetersi quest'anno.
Per la Fox, che ha già fatto un sondaggio, se le elezioni si tenessero oggi Bush avrebbe il 43% dei voti, Kerry il 42% e Nader il 4%. Ma presentandosi da indipendente l'avvocato dei consumatori, i cui rapporti coi verdi si sono raffreddati, avrà un sacco di problemi di finanziamento e di organizzazione.
I due senatori che si battono per la nomination democratica alla Casa Bianca, Kerry il battistrada ed Edwards l'inseguitore, trascurano per ora l'incognita Nader. Edwards sta facendo una campagna frenetica tra lo Stato di New York, l'Ohio e la Georgia, i terreni di battaglia da lui scelti per il Super Martedì del 2 marzo, quando ci saranno primarie e assemblee di partito in dieci Stati. Ovunque il senatore populista della Nord Carolina insiste sulla creazione di posti di lavoro e denuncia gli accordi di libero scambio (a favore dei qualì votò Kerry) che secondo lui li fanno invece perdere.
Kerry invece si è preso ieri un giorno di riposo prima di ricominciare, oggi, dal Sud, dov'è più vulnerabile. E’ atteso ad Atlanta, capitale della Georgia nonché la città della Cnn e della Coca-Cola. Ha confermato il dibattito con Edward del 26 febbraio, organizzato a Los Angeles dalla CNN e dal Los Angeles Times, ma per quanto riguarda gli altri dibatiti che Edward aveva chiesto ha fatto sapere di avere l'agenda d'impegni strapiena, di qui al 2 marzo.
Edwards, che è un avvocato e che ha un'oratoria migliore di Kerry, aveva cercato di avere, di qui al Super Martedì, altri re dibattiti tv in Georgia, nell'Ohio e nello Stato di New York, i più grossi dove si vota il 2 marzo.
Il presidente Bush per il momento rosparmia le batterie della sua propaganda, caricate di spot pagati dai 104 milioni di dollari che si trova in cassa per fare campagna, mentre Kerry ed Edwards devono farsi bastare i pochi che hanno di qui al Super Martedi. Malgrado la corsa in testa, l'eroe della Guerra del Vietnam, al primo febbraio aveva più debiti (7,2 milioni di dollari) che soldi (2,1 milioni). E l'avvocato del Sud non sta meglio. Anche per questo i repubblicani sono "ansiosi di dare battaglia", dice il capo della campagna per la rielezione di Bush, Marc Racicot.
I sondaggi indicano che c'è bisogno di rinvigorire l'immagine del loro campione, appannata da errori e gaffe. Racicot teme "una campagna di cattiverie", anche se dice che Bush si concentrerà su "un'agenda positiva". Deficit di bilancio record e posti di lavoro in rosso (2.4 milioni in meno da quando lui è presidente) offrono spunti d'attacco ai democratici. Ma la Casa Bianca punzecchia gli avversari sulle nomine dei giudici.
Per due volte Bush ha già aggirato l'ostruzionismo dell'opposizione in Congresso, nominando d'imperio un giudice di una corte d'appello federale mentre il Senato, che deve avallare le designazioni, non era in sessione. Dopo avere insediato il controverso Charles Pickering, ieri ha nominato William Pryor. Sono due conservatori “doc” che l'opposizione, in base al regolamento, potrà scalzare solo fra un anno.
Giampiero Gramaglia
(New York, giornalista e scrittore)
redazione@reporterassociati.org
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Solido, liquido, gassoso
Solimano
La sciocchezza più grande che si può fare di fronte al politici ladri! di Berlusconi è quella di recitare la parte degli istituzionali. Prima di tutto perché, con una fiducia nel sistema dei partiti pari al 9%, sarebbe puro autolesionismo, come fare da palo ad un bidone vuoto.
Non è che questo 9% caschi dal cielo, o provenga da un destino cinico e baro.
Non do neppure grande peso al tradizionale qualunquismo ed alle terribili semplificazioni.
Il 9% significa che non hanno fiducia anche molte persone acculturate, persone che sanno le cose, che si rendono conto della indispensabilità di un sistema politico in cui ci siano alte professionalità.
E' tipico della nostra storia politica che negli addetti ai lavori ci sia una convinzione della centralità della politica sempre e comunque. Una specie di motore immobile, sono rimasti a Tolomeo, ma non perché sono dei bru bru presuntuosi, ma perché il partito gramsciano da una parte e l'impegno dei cattolici dall'altro hanno reso ovvio ciò che ovvio non è.
Quindi, la famosa autoreferenzialità non nasce da comunicazione asfittica e maldestra: danno semplicemente per scontato che la politica sia affare degli eletti e degli iscritti.
Si sono creati un linguaggio ad hoc non per tener lontani gli elettori, ma perché è il loro gergo professionale, come succede ai medici ed agli idraulici, che almeno hanno un sotto-gergo che consente loro di parlare con i comuni mortali. E sanno benissimo che il sotto-gergo è indispensabile, perché il cliente (che è un profano) li giudica sulla base del sotto-gergo.
Difatti, gli unici che del sotto-gergo fanno a meno sono i chirurghi, riguardo ai quali cambia il metro di giudizio dei profani, perché il gioco si fa duro e non servono gli squasi ma la certezza della professionalità.
Cosa servirebbe? Non un partito pesante (solido), che per ciò stesso dedica gran parte delle proprie risorse alla lubrificazione interna, necessaria perché le ruggini sorgono ogni giorno, non un partito leggero (gassoso), che per stare in piedi avrebbe bisogno di una grande potenza mediatica (e te pareva…), ma un partito diffuso (liquido) che assume rapidamente la forma del recipiente, che è la realtà in continuo mutamento. Siamo costituiti per il 90% di acqua, è meglio che ce ne ricordiamo, e la rete aiuterebbe. Parola curiosa, rete… nata per l'acqua!
ulivoselvatico.org
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Gli scenari della proliferazione nucleare
Nel 1991 il celebre orologio del “Bollettino degli scienziati atomici” venne regolato a 17 minuti dalla mezzanotte nucleare: mai si era raggiunta una valutazione così rassicurante; appena sette anni prima la lancetta era a meno tre minuti. A schiarire le nubi di guerra era giunto il nuovo corso sovietico culminato nella firma del trattato Start. Poco dopo, la fine dell’Urss accresceva l’ottimismo occidentale: la «fine della storia» di Fukuyama prometteva di essere anche la fine dell’incubo nucleare.
Oggi l’orologio è tornato a meno sette minuti e talune speranze del ’91 sembrano lontane: il dottor Stranamore è ancora tra noi. Cosa è accaduto durante il «decennio perduto» 1991-2001 (l’espressione è di Gorbaciov) e dopo l’11 settembre? India e Pakistan sono entrati nel club nucleare a suon di test missilistici. Paesi come l’Iran e la Corea del Nord hanno sviluppato programmi atomici militari, approfittando della sottile linea tra applicazioni pacifiche e belliche della tecnologia nucleare. Americani e russi conservano arsenali imponenti e contribuiscono a mantenere la spesa militare globale ai livelli della guerra fredda. I primi hanno ritirato la firma dal trattato Abm e rinunciato ad ulteriori trattative sul disarmo. I secondi fanno tremare il mondo per la scarsa sicurezza dei loro impianti nucleari, esposti al contrabbando di materiale fissile, se non di ordigni già assemblati. Washington ha soccorso Mosca finanziando l’ammodernamento dei depositi, ma il compito è titanico (la Russia indicò a suo tempo ben 132 siti a rischio). Sembra che tra il 1991 e il 1999 vi siano stati almeno 23 casi puniti di furto di materiale nucleare.
Chi sono i compratori interessati a questo pericoloso commercio? La carta nucleare esercita una grande attrattiva sui terroristi. Un membro di al Qa’eda ha dichiarato di aver cercato di comprare uranio da un ex ufficiale dell’esercito sudanese. Lo stesso bin Laden ha intrattenuto rapporti con scienziati atomici pakistani. Nell’estate del 2002 si diffuse la voce che al Qa’eda stesse preparando un attentato in una città americana con una “bomba sporca”. Alcuni esperti ritengono che simili attacchi avverranno quasi certamente nei prossimi anni.
Ecco dunque che la minaccia nucleare incombe come e più di prima, anche se in forme diverse rispetto a quelle “classiche” della guerra fredda: dall’apocalissi della Mad (mutua distruzione assicurata) siamo passati al rischio di guerre nucleari regionali e di attentati terroristici. Se nel primo caso le dimensioni stesse degli arsenali parevano allontanare lo spettro di una guerra atomica, oggi tale freno sembra venuto meno: alla razionalità dell’equilibrio del terrore è subentrato il nichilismo dei kamikaze. Si avverte a tratti la nostalgia per l’epoca in cui le due superpotenze reggevano le sorti mondiali: tale sentimento muove forse chi osserva come sia stato l’equilibrio del terrore – stavolta su scala regionale – a impedire un nuovo conflitto indo-pakistano. Di questo avviso è A.P.J. Kalam, padre del programma missilistico indiano, eletto presidente del suo paese. Un epilogo invece sfortunato potrebbe conoscere la carriera di Abdul Qader Khan, lo scienziato a capo del programma atomico pakistano, posto di recente sotto accusa per l’esportazione di tecnologia nucleare a favore di Iran e Libia. Il presidente Musharraf, desideroso di mostrare che il Pakistan è divenuto un paese affidabile, potrebbe decidere di usare lo studioso come capro espiatorio dei traffici passati.
A fronteggiare i nuovi scenari della minaccia nucleare sono rimasti vecchi strumenti nati nell’epoca della guerra fredda: il Trattato di non proliferazione (Npt) e l’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Iaea). Entrambi, pur avendo conosciuto negli ultimi anni alcuni successi (ad esempio la firma di accordi per la denuclearizzazione militare di vaste aree del mondo), sono oggetto di critiche e proposte di riforma. L’intelaiatura del Npt prese corpo intorno alle due superpotenze che con i loro arsenali scoraggiavano la proliferazione e garantivano la sicurezza degli alleati privi dell’arma nucleare. Oggi questo meccanismo non è più operante. Quanto alla Iaea, autorevoli esperti ritengono sia ormai indispensabile scinderla in due rami, uno che si occupi del nucleare di pace, l’altro delle applicazioni militari. Solo così l’Agenzia potrebbe agire con reale efficacia contro i paesi fuorilegge. È chiaro che imprese come la riforma di Npt e Iaea richiederebbero sforzi negoziali complessi e prolungati. Sarebbe necessario un pieno impegno degli Usa. Ma il governo americano dopo l’11 settembre ha scelto la strada delle alleanze “flessibili” e di una certa libertà rispetto agli organismi internazionali.
Vi è chi sostiene che i conflitti in Afghanistan e Iraq non hanno reso il mondo più sicuro ed anzi i rischi del terrorismo e della proliferazione nucleare sarebbero aumentati. Altri replicano che la linea della fermezza militare pagherà e a riprova della loro tesi citano la recente rinuncia di Libia e Iran ai programmi atomici, insieme al ritorno della Corea del Nord al tavolo delle trattative. Si può dire che dittatori e ayatollah siano stati indotti a più miti consigli dalla fine di Saddam? Può darsi, ma come sempre accade sono sbagliate le risposte univoche. Nel caso libico hanno pesato sforzi diplomatici di lunga durata, avviati da Clinton. In Iran è in atto una controffensiva dei conservatori, che vogliono minare le forze riformatrici e porsi come i veri interlocutori degli Usa, in vista di una intesa con Washington che comprenderà anche il fattore nucleare. Quanto a Pyongyang, è in corso l’ennesimo ricatto di un regime che usa la carta nucleare per ottenere aiuti senza aprirsi al mondo esterno (permangono seri dubbi sulla capacità nordcoreana di costruire quelle bombe al plutonio che vengono agitate come uno spauracchio). Gli scenari della proliferazione sono complessi ed oggi è davvero difficile prevedere in quale direzione si muoverà la prossima volta l’orologio atomico.
(g.f.)
lalettera.org
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Berlusconi: il 'padrone'. Un articolo pubblicato dal mensile "L'indice"
La personalità politica di Berlusconi, così come la natura dei suoi due
governi (quello breve del 1994 e quello lungo iniziato nel 2001), hanno
caratteristiche peculiari che, al di là del quasi totale monopolio
televisivo-mediatico e dello stesso strapotere economico, devono essere
approfondite e studiate. Il signor B. è una creatura in via di apparizione,
vale a dire una sorta di apripista che inaugura, nel sempre effervescente
laboratorio politico italiano, una stagione inedita della politica moderna?
O è invece una nuova epifania dell'interminabile autobiografia della nazione
italiana? È un absolute beginner o la "rivelazione" del ripresentarsi di ben
note persistenze? Sinora, con l'eccezione (peraltro parziale) del Governo
Berlusconi. Le parole, i fatti, i rischi, raccolta di saggi curata da
Francesco Tuccari (Laterza, 2002, cfr. "L'Indice", 2002, n. 4), l'analisi,
inevitabilmente, non è stata disgiunta dalla critica e dalla denuncia.
Queste ultime, anzi, hanno alimentato e fecondato l'analisi stessa, come
risulta ben evidente dagli interventi, formidabili sul terreno
etico-politico come su quello tecnico-dottrinale, di Franco Cordero e di
Paolo Sylos Labini (per entrambi cfr. "L'Indice", 2003, n. 6).
A questo tipo di pubblicistica critico-esplicativa, pur apparendo più quieto
e distaccato, non si sottrae il Berlusconi.Ambizioni patrimoniali in una
democrazia mediatica di Paul Ginsborg (pp. 91, e 9, Einaudi, Torino 2003),
che contiene una pacata ricostruzione dei fatti, una serie di osservazioni
(talvolta rapsodiche, ma sempre assai acute) sulla specificità del fenomeno
in questione, nonché alcune riflessioni sull'azione passata e sulle
prospettive future dell'opposizione, anzi delle opposizioni (la sociale, la
culturale-morale-movimentistica, la politica e parlamentare). Sono tuttavia
le osservazioni su Berlusconi, e sulle ragioni del suo successo, la parte
più importante del libro. Con al centro la forma di governo. La democrazia
italiana, oggi, parrebbe infatti per Ginsborg appartenere - il condizionale
è d'obbligo, data la fluidità del momento storico - alla famiglia delle
democrazie elettorali più che a quella delle democrazie liberali.
Indiscusso, senza dubbio, è il plebiscito personalizzato e il rispetto delle
regole elettorali. La legge, tuttavia, non è eguale per tutti, non solo per
la disparità dei mezzi mediatici ed economici in campo, ma perché la
maggioranza ha promosso e approvato (trascurando tutte le emergenze) quasi
esclusivamente misure che soddisfano gli interessi di pochi, anzi di
pochissimi. La magistratura è poi minacciata nella sua indipendenza e
quotidianamente vilipesa. Il sistema mediatico, infine, sempre secondo
Ginsborg, è semplicemente il meno libero d'Europa, così come la concorrenza
è sfigurata dai monopoli.
Il deficit, dunque, riguarda più il liberalismo che la democrazia. Ma senza
le garanzie liberali, la democrazia diventa mera applicazione delle regole
che periodicamente conducono alla formazione della rappresentanza ed
esercizio personalizzato del potere. Curioso paradosso, se si pensa che
qualcuno, nel 1994, aveva salutato la comparsa, in Italia, del primo
"partito liberale di massa". La libertà privilegiata, in realtà, è solo la
"libertà negativa", il "fare da sé", l'affrancarsi da ogni interferenza e
ostacolo (la burocrazia, le leggi, l'etica pubblica, i vincoli ambientali,
il senso dello stato, lo stato stesso). Alla libertà positiva, vale a dire
alla realizzazione degli individui nel contesto pubblico, non viene invece
dedicata, negli stessi discorsi di Berlusconi, una grande attenzione. Ciò
favorisce, come si è detto, la democrazia personalizzata. Ci vuole il
carisma, tuttavia, per tenersi in sella su tale democrazia.
E Ginsborg, pur essendo stato preceduto da altri, ha il merito di insistere
su tale categoria weberiana. Chi ha carisma? Oggi, moltiplicandosi e
degenerando l'uso della parola stessa, si assiste, grazie ai media, a una
supposta, e ciò nondimeno tangibile, carismaticità diffusa, cui non vengono
ritenuti estranei calciatori o conduttori televisivi. Ha insomma carisma,
così si dice sui rotocalchi e in tv, chi ha successo e/o faccia di bronzo.
Per lo stesso Weber, del resto, il potere carismatico, per sua natura
sovversivo nei confronti del potere tradizionale e di quello
legale-razionale, non esiste in quanto tale. È riconosciuto dai seguaci. Nel
nostro caso dagli elettori e "spettatori". Per questo chi ha la ventura di
possedere il carisma è condannato a vincere. Un politico come Rumor poteva
perdere, ammetterlo e risollevarsi. L'uomo di Arcore può solo vincere. Se
registra una sconfitta, o fa una gaffe, grida che non è vero. O addebita la
causa a un complotto. Il portatore di carisma deve poi, per Weber, essere
ritenuto, anche se ricchissimo, del tutto disinteressato quando è in gioco
il potere. Ciò spiega la disperata battaglia dell'esecutivo contro la
giustizia. Non è in gioco solo un caso personale. É in gioco quel che lo
stesso Weber, in Politik als Beruf (1919), definiva Führerdemokratie. Il
fatto è che Berlusconi non è un leader, vale a dire il prodotto di una
competizione-selezione politica, ma un boss, un capo, vale a dire il
prodotto politico, e nel contempo umoralmente "antipolitico", di una
improvvisa comparsa che si vuole soteriologica e appunto carismatica (la
"discesa in campo" di "un uomo solo al comando"). La direzione dei partiti e
dei governi da parte di capi plebiscitari determina del resto, sempre per
Weber, la rinuncia dei seguaci alla propria anima (Entseelung) o, anche, la
loro "proletarizzazione spirituale". Seguaci e alleati devono infatti
obbedire. Devono essere "macchina".
Da dove deriva il carisma berlusconiano? Torniamo a ciò che espone Ginsborg.
Per il quale tale carisma deriva da un amore totale verso se stesso, da un
mix di chic (io direi piuttosto kitsch) mediterraneo e di "stile Dallas",
dalla capacità di generare autoidentificazione e proiezione dei propri
desideri. Berlusconi non è solo un venditore, come aveva sostenuto in un bel
libro il compianto Giuseppe Fiori (Garzanti, 1995; cfr. "L'Indice", 1995, n.
8). È l'incarnazione di un esibito potere patrimoniale, necessario per
forgiare un carisma adatto all'età del consumismo indotto (ma i consumi sono
vertiginosamente calati e ciò preoccupa il "capo", evidentemente non per
ragioni solamente economiche). Berlusconi è insomma soprattutto un
compratore: "di beni e di imprese, di ville e di calciatori, di reti
televisive e di gente di spettacolo, di supermercati e di case editrici,
forse anche di giudici (benché sia necessario attendere gli esiti dei
processi)".
Il suo carisma, che si affianca al reincantarsi del mondo attraverso il
"virtuale", non è cioè contiguo all'etica protestante, e intramondana, di
Weber. Ma a quel lusso cattolico e a quella rapace mentalità acquisitiva che
furono per Sombart i veri presupposti, morali e materiali,
dell'accumulazione capitalistica originaria. Ed è anche contiguo, mi pare,
alla Scomparsa dell'Italia industriale, come recita il titolo di un recente,
illuminante e drammatico volumetto di Luciano Gallino (pp. 106, Ä 7,
Einaudi, Torino 2003). Un volumetto che andrebbe letto insieme a questo di
Ginsborg. E che ci consente di vedere in Berlusconi il sintomo del declino
di quella grande e produttiva classe borghese italiana che è stata
determinante al tempo della "rivoluzione industriale di massa" e del famoso
"miracolo". Nessuno, del resto, definisce Berlusconi un "borghese".
Piuttosto un parvenu. All'immaginazione dei sociologi lasciamo in ogni caso
il compito di definirlo in modo acconcio.
Il volumetto di Ginsborg è stato tuttavia licenziato prima delle non
eccellenti prove elettorali della tarda primavera. Prima del cosiddetto
"lodo Schifani". Prima dei dissapori nella maggioranza. Prima delle
sesquipedali goffaggini di Strasburgo. Cresce probabilmente la disaffezione.
Val la pena di chiedersi quanta disaffezione può sopportare il carisma
esibizionistico del compratore.
Bruno Bongiovanni
B. Bongiovanni, storia contemporanea, Università di Torino
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Michele Serra
L'America fu scoperta da una stagista
Breve storia degli scandali sessuali che hanno coinvolto politici e presidenti made in Usa. Dal reverendo Joshua Moses fino a John Kerry, passando per Lincoln e Jfk
John Kerry è solo l'ultimo dei politici americani coinvolto in uno scandalo sessuale. Il primo fu il reverendo Joshua Moses, gettato dal Mayflower e annegato a pochi metri dalle coste del New England perché aveva avuto una polluzione notturna sognando il profeta Ezechiele che lo frustava per i suoi peccati. Secondo una biografia non autorizzata, Moses fu giustiziato, in realtà, perché aveva scoperto nella stiva un carico di stagiste.
Era il Diciassettesimo secolo, e quei severi fondatori, tutti vestiti di nero, con la carnagione cerea, lo sguardo spiritato, una copia della Bibbia sempre in una mano e una torcia nell'altra (per questo ebbero molte difficoltà nelle manovre di attracco), impressero il loro indelebile marchio nello Spirito Americano. Gli indiani algonchini, che li accolsero festosamente scambiandoli per comparse di un film su Halloween, dovettero presto adeguarsi ai rigidi costumi sessuali della nuova classe dirigente. Il loro capo, Orso che Tromba, dovette cambiare nome (Orso Che Non Si Permetterebbe Mai) e convincere il suo popolo a rivestirsi per non turbare i coloni e le loro mogli, che fissavano con insistenza il caratteristico costume dei selvaggi, un minuscolo perizoma indossato attorno al collo per lasciare liberi gli enormi genitali.
Dopo il reverendo Moses, furono molti gli episodi di rovina politica causata da eccessi sessuali.
Abramo Lincoln venne assassinato da un attivista quacchero, che aveva avuto una relazione con una stagista di Baltimora e odiava il presidente perché non aveva fatto nulla per impedirglielo.
Il governatore democratico del Montana, Oliver 'Ollio' Smith, dovette dimettersi dopo avere confidato a un giornalista che da giovane si era masturbato almeno una volta, osservando la copertina di un 45 giri di Ella Fitzgerald. Andò anche peggio a Willy McWillies, candidato repubblicano dell'Alabama, esponente della lobby degli allevatori di polli, accusato da una stagista di averla costretta a deporre uova in una stia durante un perverso gioco sessuale: perdonato dalla moglie, non dalle galline coinvolte, McWillies si tolse la vita impiccandosi a una quercia secolare abitualmente usata dal Ku Klux Klan, nell'unico ramo rimasto libero.
Ormai appurato che J. F. Kennedy venne fulminato dalla carabina di Oswald mentre stava mormorando sconcezze alla moglie Jacqueline (voleva costringerla a travestirsi da stagista), per giunta su un'auto scoperta, è quasi sicuro che Bill Clinton, nella Sala Ovale, abbia costretto la Lewinsky non solo a fare sesso orale, ma anche a stirargli i pantaloni e riassettare la stanza cantando l'intera colonna sonora di Cenerentola: le registrazioni di 'Bibidibobidibù', in possesso della Corte Suprema, lo inchiodano.
Più oscure, invece, le vicende di Bob Kennedy e Ted Kennedy, sospettati di avere avuto una relazione con Marilyn Monroe nella stessa sera e alla stessa ora in cui la seducente star aveva una relazione con John Kennedy, con la sorella Miriam Kennedy, con il cugino Fred Kennedy e con altri parenti lontani del clan Kennedy. Un filmato della Cia mostra il torpedone dei Kennedy mentre si ferma sotto l'appartamento di Marilyn. Completamente vuoto: prova che dalla Monroe salì anche l'autista.
Per finire, trema anche il presidente Bush. Su un sito Internet di estrema sinistra una stagista lo accusa di essere "il più grosso pirla mai visto in America", considerazione che rischia di metterlo presto in stato d'accusa per esibizionismo sessuale, nonostante la moglie giuri sulle dimensioni più che ordinarie del pirla.
espressonline.it
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La sindrome dei penultimi nel Paese che si è fermato
ILVO DIAMANTI
da Repubblica - 22 febbraio 2004
LA SFIDUCIA nelle prospettive economiche. La convinzione che il reddito sia divenuto inadeguato a sostenere la vita e i suoi costi (crescenti); e il lavoro più incerto, rispetto a qualche anno addietro. È possibile si tratti di percezioni distorte, che non trovano conferma nella statistica. E nella realtà. È possibile. Ma riflettono, comunque, un sentimento diffuso e radicato. Come mostra l´indagine trimestrale sul "capitale sociale degli italiani", condotta da Demos, nei giorni scorsi. Disegna, l´indagine, uno scenario noto. Pervaso da un pessimismo cronico.
LA SINDROME DEI PENULTIMI
Chi stava in mezzo marciava verso una posizione migliore, ora si sente scivolare
Le categorie professionali sentono d´aver peggiorato la loro condizione sociale
ALIMENTATO ad arte, secondo alcuni, per calcolo di propaganda politica o mediatica. È possibile. In fondo, pochi anni fa l´immigrazione era percepita (e descritta) come un´invasione; la criminalità come una minaccia incombente sull´incolumità personale di tutti. Oggi l´allarme è stato ridimensionato. Anche se le statistiche giudiziarie denunciano un nuovo aumento dei reati, dopo anni di flessione. E i flussi migratori sono cresciuti allo stesso ritmo di un tempo. Le logiche mediatiche, il rumore della polemica politica, allora, possono aver contribuito anche oggi. Ma non riescono a spiegare, per intero, il collasso delle aspettative sociali. Che altri fattori, molto significativi, concorrono a precisare.
1. Il primo è il confronto con il passato. Un tempo agiva da meccanismo propulsivo. Ogni decennio una sfida. La ricostruzione, il boom, il welfare, il capitalismo di piccola impresa, il benessere diffuso. Infine, nell´ultimo decennio, il risanamento pubblico, l´ingresso nell´unione monetaria europea. Ogni decennio una prova. Puntualmente superata. Ora non più. Il passato causa frustrazione comparativa. L´indagine Demos ne offre un esempio chiaro. Secondo le persone intervistate, infatti, gran parte delle categorie professionali, negli ultimi anni, hanno peggiorato la loro condizione sociale e di vita. Non solo quelle più periferiche: i pensionati, gli operai. Anche i protagonisti della grande espansione degli ultimi vent´anni ? artigiani e piccoli imprenditori ? sono percepiti in declino. Come, d´altronde, le figure professionali ritenute, non troppo tempo fa, garantite e degne di considerazione sociale: gli impiegati, i tecnici del settore privato; gli insegnanti, i professori. I ceti medi, emergenti e tradizionali, pubblici e privati, agli occhi degli italiani hanno, quindi, perso ruolo e prestigio. È, peraltro, significativo osservare come il senso di frustrazione emerga soprattutto nei confronti dell´attività professionale svolta da ciascuno. Per cui gli artigiani, più degli altri, ritengono peggiorata la loro condizione. E così i professori, i piccoli imprenditori, e via proseguendo. E´ come se vedessero frustrate le aspettative maturate nel passato e temessero, al contempo, di misurarsi con il futuro.
2. Il secondo fattore di insoddisfazione sociale riguarda le attese di cambiamento intergenerazionale. Nel corso del dopoguerra ogni giovane generazione è stata mossa dalla convinzione che avrebbe realizzato un destino migliore rispetto a quello degli adulti. Oggi non è così. Un giovane su due pensa che ad attenderlo vi sia una prospettiva meno gratificante di quella raggiunta dai suoi genitori. E i suoi genitori, i suoi nonni, al proposito, appaiono ancor più pessimisti. D´altronde, le politiche sociali, del lavoro, dell´educazione, non danno molti motivi di speranza ai giovani.
3.Il terzo fattore riguarda la struttura e la mobilità sociale. Gli atteggiamenti degli italiani delineano una scala sociale caratterizzata da una grande concentrazione nelle posizioni "intermedie". Quasi sei persone su dieci, infatti, definiscono la loro famiglia di classe sociale "media". Una su dieci si definisce di classe sociale alta o medio-alta. Il terzo che rimane, infine, si colloca al di sotto dell´Italia media. Il 22% degli intervistati si sente di classe sociale "medio-bassa". Il 10%, bassa. Racchiude, quest´ultima posizione, gli "ultimi". Coloro, almeno, che si sentono tali. In maggioranza donne, di età matura e anziana, di basso livello di istruzione. Casalinghe (sole), pensionate (e pensionati). Oppure operai (e operaie), del privato. Hanno poche e deboli relazioni sociali. Guardano il futuro economico con sfiducia e pessimismo. Consumano poco, risparmiano ancora meno, non vanno praticamente in ferie, nè al ristorante. Magari esagerano i media, o le cassandre mosse da intenti propagandistici. Ma non sembra poi tanto azzardato pensare che gli "ultimi" ritengano faticoso il mestiere di vivere. E si accontentino di sopravvivere.
Se si sale un poco, sulla scala, e si valutano gli atteggiamenti e la condizione delle persone che si definiscono di ceto "medio-basso", lo scenario propone molte analogie. Cambia, sicuramente, il profilo generazionale e professionale. Uomini e donne si equilibrano. Prevalgono le persone di età centrale, ma non mancano i giovani. Mentre, accanto ai pensionati, è significativa la presenza di operai, ma anche di tecnici e impiegati, pubblici e privati. Ceti medi e classe operaia, a reddito fisso. Riescono a "consumare" più degli "ultimi". Ma con fatica. E al costo, negli ultimi anni, di non mettere da parte nulla. Sono, anch´essi, frustrati, pessimisti: sull´andamento dell´economia, circa la propria condizione familiare. E disorientati: più degli "ultimi". Si sentono, per questo, al più "penultimi".
Coloro che stanno "nel mezzo" della scala sociale, d´altronde, sembrano spaccati in due. Metà di essi (vi coesistono operai, impiegati ma anche lavoratori autonomi) manifestano incertezza nel futuro, insicurezza nelle prospettive economiche, insoddisfazione del reddito familiare. Non riesce a guardare il futuro con fiducia. È qui la principale differenza rispetto alle precedenti fasi del dopoguerra. Fino a qualche anno fa, la struttura sociale italiana era attraversata da aspettative di mutamento e mobilità. Tutti, individui e categorie, guardavano avanti. Si proiettavano oltre chi li precedeva, nella gerarchia sociale. Nell´Italia dei ceti medi, tutti erano determinati a migliorare le proprie condizioni e quelle dei figli. Gli operai a farsi artigiani, gli artigiani a farsi imprenditori, gli impiegati e i tecnici a sviluppare una carriera professionale, dentro le aziende o in proprio. E tutti, dediti a integrare professione e reddito con altre risorse, altri percorsi paralleli. L´Italia laboriosa e parsimoniosa; l´Italia imprenditiva, redditiera e giuliva. Fatta di produttori, risparmiatori, piccoli azionisti e consumatori. È finita. Questa età. O, almeno, staziona. Esclusi gli "ultimi", che alle spalle non hanno nessuno (solo i poveri che arrivano da altri paesi), tutti gli italiani guardano indietro, con trepidazione. Soprattutto coloro che stanno nel mezzo o appena sotto. Un tempo erano in marcia, verso una posizione migliore. Oggi temono di scivolare ancora. Di perdere ciò che hanno costruito, di generazione in generazione. L´Italia media. Oggi è troppo impegnata a vivere e a sopravvivere, per indulgere al "sogno italiano", coltivato e interpretato dal premier. E sono troppo impegnati, i giovani, a navigare nel mare del presente, per immaginare il futuro. Tutti, temono di scivolare indietro. Di toccare il fondo. E resistono. Insoddisfatti e incazzati.
Il male sottile che affligge la società italiana. È la sindrome dei "penultimi".
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Ds Milano - Rassegna stampa
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L'INCANTATORE DI SERPENTI INCANTA ANCHE LA SINISTRA
TheElf Scrivere "Tra Las Vegas e Reno ci si può sposare e separare nell'arco di una notte, In Italia ciò avviene tra il Palalottomatica (Eur) e il Senato della Repubblica. Dopo il voto sul rifinanziamento delle missioni militari italiane all'estero, che ha visto l'opposizione divisa tra contrari e astenuti, riemergono i distinguo e le differenze che il "matrimonio" stipulato all'EUR avrebbe dovuto eliminare o per lo meno sopire.
L'opposizione, per quache strano motivo, sembra incantata e sembra adeguarsi alle parole dell'incantatore di serpenti che abita a Palazzo Chigi.
L'incantatore di serpenti ha detto che i comunisti sono criminali, hanno rovinato il mondo, sono insediati in tutti i posti di "comando" del paese (forse si riferisce a Bondi) e, recentemente, li accusa di essere ladri e di essersi arricchiti sulle spalle degli italiani. Ci vuol poco a sostituire le parole "comunisti", e "opposizione" con il termine "ebrei" e rileggere i discorsi di un altro basso esponente della industria edile, un imbianchino austriaco del millennio passato.
L'incantatore ha anche citato una frase di uno dei ministri dell'imbianchino di cui sopra, un tale Goebbels:"una menzogna, ripetuta mille volte diventa una verità", additando l'opposizione (comunista naturalmente) di utilizzare questa tecnica nei suoi confronti per screditarlo.
Evidentemente deve essere risultato molto convincente e deve aver incantato anche l'opposizione se, come anche è stato fatto notare da alcuni loro esponenti (Folena per esempio), pare ci sia una certo pudore (se non vergona) da parte degli esponenti del maggiore partito a ricordare le proprie radici di appartenenza al PCI.
La lista unica dell'opposizione, che poi di unico non ha molto, ha subito la defezione di alcuni esponenti a causa del dissenso sulla astesione o il voto contrario sul rifinanziamento delle missioni militari italiane. Insomma il matrimonio celebrato pochi giorni prima sta già vedendo i primi sintomi di divorzio.
Esternamente pare che l'opposizione si muova al ritmo dell "musica" dell'incantatore. Chissà se riuscirà a convincerli a perdere le prossime elezioni ?
Opposizione, svegliati! Se continui con la linea attuale, rinnegando le radici di una parte consistente dell'elettorato, in favore della speranza di catturare i voti dei moderati, fai il gioco dell'incantatore e la sveglia la riceverai alle elezioni: te la darà la sconfitta.
Ma sopratutto proponi un programma con dei punti concreti, e proponilo subito e non scendere a troppi compromessi con la parte moderata, sopratutto sui temi fondanti di quello che dovrebbe essere uno schieramento progressista: il rispetto della dignità umana, la laicità dello stato, la libertà di scelta, lo stato sociale.
L'incantatore ha potere sui sogni e sulle illusioni, non sulla realtà, è li che lo devi affrontare. C'è in gioco il futuro di questo paese."
megachip.info
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L'UNITÀ LETTERA D'INTENTI
da L'Unità di Furio Colombo
Questo giornale, nello svolgere la sua attività di voce dell'opposizione a Silvio Berlusconi e al movimento finanziario e mediatico che Berlusconi ha mobilitato e sta mobilitando contro la Repubblica, la Costituzione e il sistema democratico fondato su poteri separati e sulla libertà di informazione del Paese, corre i suoi rischi. Un rischio è certo la nostra sopravvivenza, considerato il rigoroso blocco politico della pubblicità imposto a un giornale che in edicola va bene, che ha una media di settantamila lettori al giorno e un "contatto" (così viene definito dagli esperti il numero di persone che in un giorno prende in mano il giornale) di quasi mezzo milione di persone. Un rischio è l'isolamento altrettanto rigoroso imposto ai programmi della Rai, alle rassegne stampa, e a ogni programma in cui tutte le testate giornalistiche, tranne la nostra, sono normalmente incluse (vale la pena di ricordare che, in Italia, l'Unità esiste solo nella rassegna stampa di Radio Radicale). Un rischio è la continua denuncia non solo di "estremismo ", che è un giudizio politico, ma anche di terrorismo, che è una accusa criminale. I collaboratori di Berlusconi, e lo stesso presidente del Consiglio, la sollevano continuamente, vedi il libro di Vespa in cui Berlusconi annuncia 37 minacce di morte dovute ai titoli dell'Unità, vedi le frequenti occasioni di insulto e aggressione personale del presidente del Consiglio alla giornalista o al giornalista dell'Unità che si levano a fare domande nelle sue conferenze-stampa. Ci sono però altri rischi, come quelli di apparire a volte sgraditi a quei punti di riferimento che sono i partiti della opposizione in Parlamento, e in particolare ai Ds. Dov'è il problema, che è bene non nascondere o non pretendere di ignorare? È nel fatto che ci sono momenti di non coincidenza fra la visione di opposizione continua ad una aggressione continua, che guida questo giornale (Berlusconi non cambia di giorno in giorno, non inventa perché perde le staffe, piuttosto realizza un disegno ben congegnato, in fasi successive) e le diverse, legittime scelte che i gruppi parlamentari ritengono di fare di volta in volta, tenendo conto, evidentemente, anche di fatti o ragioni o ispirazioni che per noi, da lontano, non si vedono o non si afferrano. Come ho detto, a noi sembrano legittime quelle scelte. Non dubitiamo che siano fondate. Ma se non le condividiamo? * * * Faccio un esempio. Alcuni di noi, e certamente chi scrive, non riescono a condividere una sola parola di ciò che Umberto Ranieri, vice presidente Ds alla Commissione Esteri della Camera, ha detto all'Unità (e ad altri giornali) sulla questione delle truppe italiane in Iraq. A lui risulta che "la sostanza del pensiero degli italiani sull'Iraq è che il ritiro dei militari coinciderebbe con la linea del tanto peggio". Ranieri sembra non notare che quei soldati sono usati in modo indecoroso dal governo di Berlusconi, esibiti come uno scalpo. Lo ha dimostrato il senatore Schifani che - durante il dibattito sul Decreto per Nassiriya - ha osato leggere in aula il nome dei Caduti del tragico attentato terroristico come se fosse un volantino elettorale per Forza Italia. L'offesa è immensa. Ma Umberto Ranieri, deputato Ds, riassume così la situazione: "Gli italiani non avrebbero capito se avesse vinto la linea: basta, non ce ne frega niente, ci ritiriamo". All'offesa di Schifani si aggiunge in questo modo, sia pure a causa di un linguaggio mal maneggiato, un'altra offesa. Traduce con un "non me ne frega niente" l'angoscia di soldati stipati in un bunker senza la possibilità di svolgere alcuna missione, la assenza radicale di un ruolo umano, militare o politico, e anche l'umiliazione di essere sottoposti (al di fuori di ogni trattato) ai comandi inglesi e americani. Autorizza l'offerta senza condizioni di soldati italiani ad altri governi che hanno strategie e visioni che l'Italia non ha mai votato. Trova menefreghismo opporsi alla iniziativa personale, narcisistica, estranea al Parlamento ed estranea all'Europa, di Berlusconi, che dona soldati italiani per farsi bello, per ragioni di prestigio personale, soldati vivi e soldati morti, buttati in una missione di guerra mai votata per quello che è. Eppure il presidente emerito della Repubblica Scalfaro è stato chiaro nel dire: "Sono due momenti distinti. Uno è la gratitudine e l'affetto per i soldati. L'altro è la valutazione totalmente negativa della politica del governo sulla crisi irachena ". Eppure il politologo Giovanni Sartori aveva fermamente ammonito sull'imbroglio delle informazioni negate agli italiani: "La triste morale di questa storia è che a Berlusconi è consentito di mentire senza spazio di controprova". Eppure nelle stesse ore in cui si decideva che non si poteva votare "no" al truffaldino decreto Berlusconi, che saldava insieme le due storie distinte degli interventi militari umanitari (Bosnia, Kossovo) e della tragica guerra senza fine in Iraq che sta facendo rivoltare l'America, la rete americana Cnn ha mandato in onda la conferenza stampa settimanale della Casa Bianca. In essa, spinto da domande spietate dei giornalisti che Berlusconi avrebbe definito "mestatori" (come ha fatto con il nostro Solani l'anno scorso) il portavoce di Bush ha detto che "no, in queste condizioni le elezioni non sono possibili; che no, in queste condizioni non si prevede un passaggio delle consegne perché sarebbe difficile dire a chi; che, no non c'è alcuna prospettiva almomento di un possibile intervento delle Nazioni Unite ". Venivano smontate, insomma, una per una tutte le presunte ragioni che consigliavano di lasciare le cose come stanno. Le opinioni pubbliche di Stati Uniti e Inghilterra non hanno alcuna intenzione di lasciare le cose come stanno. Due drammatiche inchieste sulle false ragioni dell'entrata in guerra sono in corso in quei Paesi. E ormai sono in gioco i destini personali ed elettorali dei due leader che quelle guerre hanno voluto e che da quelle guerre non riescono a uscire. Perché dall'opposizione italiana - o da voci autorevoli tra le sue fila - si manda allora il messaggio che discutere quella guerra sarebbe "fregarsene" e che respingere la politica di un governo, sarebbe "abbandonare l'Iraq" come se il valore e la vita di quei soldati potessero lavare le colpe della politica invece che farle vedere in formato gigante? Per fortuna Luciano Violante ha detto con fermezza una frase che tanti, a sinistra e in tutta l'opposizione, si sentono di dire con lui: "Una politica scriteriata ha mandato i soldati a rischiare e a morire". Naturalmente nessuno mette in dubbio l'onestà o la rettitudine di tutti coloro che si sono astenuti senza votare restando sul posto. Ciò che si mette in dubbio - specialmente dopo le spiegazioni autorevoli e non contraddette di Ranieri - è che i cittadini (tra poco elettori) possano capire ciò che sta succedendo. Sarebbe bastato, a coloro che confondono in modo così strano i soldati con il governo che li ha mandati, leggere ciò che un importante collaboratore di Clinton alla Casa Bianca, il prof. Benjamin Barber, ha scritto nel suo libro "L'impero della paura" (Einaudi, 2004): "Le aquile di Bush sono unilateraliste per vocazione perché la loro ira farisaica è profondamente imbevuta di mitologia eccezionalista. Credere che gli Stati Uniti siano unici consente loro di invocare a propria discolpa le virtù dell'America, usare l'innocenza come giustificazione della guerra giusta e avvalersi della indipendenza sovrana per motivare l'unilateralismo strategico ". Nessuno ha pensato, negli Usa, che l'ex consigliere di Clinton, in questo suo atto netto e preciso di opposizione alla guerra di Bush, abbia voltato le spalle ai soldati americani o "se ne sia fregato " del loro destino. Nessuno ha pensato che l'ex consigliere della Casa Bianca abbia poca "cultura di governo". Di certo gli americani capiscono bene quali sono le profonde obiezioni alla guerra di Bush. Sanno che Bush, nell'intervista televisiva con Tim Russert si è definito "presidente di guerra", e prendono le distanze. * * * Ma tutto ciò - grave com'è - non è che un esempio. Ci aiuta a capire quanto sia grave e unico il rischio che la nostra Repubblica sta correndo e che le parole di Oscar Luigi Scalfaro e di Giovanni Sartori, due uomini non sospettabili di estremismo, ci raccontano ogni giorno con esemplare chiarezza. Niente è estemporaneo o dovuto a uno scatto di nervi o a una occasionale perdita di controllo, nel comportamento di Silvio Berlusconi. Il progetto di aggressione ai fondamenti della vita democratica e repubblicana è sistematico, coerente. Oggi si manifesta con un insulto, domani con una legge. La legge può essere per un diretto e sfacciato tornaconto personale (Berlusconi dispone di una maggioranza che vota compatta e senza vergogna la fiducia per salvare una azienda privata del primo ministro, negando una sentenza della Corte Costituzionale), oppure può servire per ferire a morte le istituzioni repubblicane con la cosiddetta "riforma della giustizia" del ministro Castelli, o con la devastante "devolution " di Bossi che vuole rendere ingovernabile un grande Paese. La guerra in Iraq - a cui l'Italia non partecipa e per la quale il Parlamento italiano non ha mai votato - fa parte di questo piano: inchiodare l'opposizione in nome del patriottismo a una impresa che appare clamorosamente sbagliata nei Paesi che l'hanno voluta, e dove però le intimidazioni e le confusioni, pur in presenza di eventi terribili non possono funzionare perché in quei Paesi vi è piena libertà di informazione. Questo è il punto: se l'azione - diciamo così - del governo di Berlusconi non è estemporanea, non è semplice malgoverno, ma attacco pianificato per scassare un Paese e fare largo a interessi personali e particolari, a un autoritarismo ottuso ma potente, a causa dei grandi mezzi mediatici e dell'immenso danaro a disposizione, altrettanto sistematica, punto per punto, momento per momento, bisogna che sia l'opposizione. Come ho detto all'inizio di questo articolo, con simili affermazioni si corre un rischio: che questa persuasione, certo ossessiva, quanto ossessiva è la tenacia distruttiva di Berlusconi, possa apparire ingrata e ingiusta verso chi le battaglie della opposizione le conduce ogni giorno (anche con duri ostruzionismi notturni) in Parlamento. La nostra appassionata intenzione è di sostenere quell'impegno. Ma anche di non cedere e di non distrarsi, quando, insieme ai cittadini, si perde il filo e il senso di ciò che accade sulla scena politica, almeno agli occhi di chi vede da lontano. Una opposizione non torna a vincere con l'espediente di fregiarsi del titolo di "cultura di governo", che suona bene ma non significa niente. Prima deve diventare cultura di opposizione, finché dura la minaccia e si dispiega il progetto distruttivo di un governante-padrone che agisce brutalmente con tutta la sua ricchezza. Berlusconi minaccia, ormai si capisce, di comprarsi, in un modo o nell'altro, pezzo per pezzo quel che gli manca per ottenere risultati elettorali che, sulla base di ciò che ha fatto, gli sarebbero negati. Berlusconi non è "la politica", è un evento grave e pericoloso. Ce lo dice la stampa del mondo. Ce lo dicono i governi europei che non vogliono condividere con lui un summit, a costo di tagliare fuori un Paese importante come l'Italia. Ce lo dice il cupo e ridicolo semestre europeo guidato dalla caricatura di un italiano che sa usare soltanto insulti e barzellette. Ce lo dice lui stesso, ogni giorno, in modo chiaro e sfrontato. Non vedere l'emergenza è impossibile, come è impossibile immaginare che, in Parlamento o fuori, a Nassiriya o in Italia, si stiano vivendo giorni normali. Tutto ciò noi ci sentiamo di dirlo non per polemica ma per necessità, non per la pretesa di avere ragione ma per un senso grave di allarme che non possiamo rinunciare a comunicare. Non vediamo né spazio né tempo per le riflessioni tranquille dei giorni normali.
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Rapporto segreto del Pentagono: «I cambiamenti climatici più pericolosi di al Qaida»
di red.
La prossima guerra? Quella del clima. Molto peggiore di al Qaida, forse già persa, sicuramente inevitabile se non si prenderanno presto misure radicali. Parola del Pentagono, che ha fatto arrivare sul tavolo del presidente Gorge W. Bush un documento segreto, preparato da due consulenti della Cia.
Lo rivela il settimanale britannico The Observer, in un http://observer.guardian.co.uk/international/story/0,6903,1153513,00.html target=new>articolo datato New York e firmato da Mark Towsend e Paul Harris. Secondo gli autori, i cambiamenti climatici dei prossimi 20 anni potrebbero portare a una catastrofe di proporzioni immani, che costerebbe milioni di morti in guerre e disastri naturali. Il documento, tenuto nascosto dai capi del Pentagono e finito nelle mani del giornale britannico, mette in guardia il governo statunitense dai mutamenti del clima che si stanno verificando. Le maggiori città europee, rivela lo sconvolgente rapporto, potrebbero essere sommerse dall'aumento del livello d'acqua dei mari, mentre in Gran Bretagna nel 2020 il clima potrebbe diventare siberiano.
«Disordini e conflitti saranno le caratteristiche endemiche della vita. Ancora una volta le guerre potrebbero determinare il destino dell'umanità», scrivono gli autori, Peter Schwartz, un consulente della Cia, già capo della pianificazione del gruppo petrolifero Royal Dutch/Shell, e Doug Randall, del think tank conservatore californiano Global Business Network. Lo studio è stato preparato su istruzioni di Andrew Marshall, potentissimo capo dell’Office of Net Assessment del Pentagono. L’ottaduenne Marshall è ritenuto essere la mente dietro tutte le più recenti scelte dell’amministrazione statunitense nel campo della difesa nazionale, a cominciare dal programma di difesa antimissili balistici, che tante polemiche ha suscitato nei mesi scorsi.
I cambiamenti climatici «dovrebbero divenire oggetto di un dibattito scientifico inerente la sicurezza degli Stati Uniti», sostengono gli autori della ricerca. Un imminente scenario di cambiamenti catastrofici del clima è «plausibile e potrebbe compromettere la sicurezza degli Stati Uniti in un modo che va considerato da subito», concludono Schwartz e Randall.
Doug Randall, citato da The Observer, spiega che gli effetti di un rapido cambio del clima potrebbero portare al caos globale. «È una cosa deprimente, ed è una minaccia alla sicurezza nazionale che è senza precedenti, perché non c’è nessun nemico contro cui puntare le armi e non abbiamo alcuna possibilità di controllo su questa minaccia» ha spiegato Randall, secondo il quale forse è già troppo tardi per impedire il disastro. «Non sappiamo esattamente a che punto siamo di questo processo. Potrebbe iniziare domani e potremmo non accorgercene prima di cinque anni» spiega. «Le conseguenze per alcune nazioni del cambio di clima sono inimmaginabili. Sembra ovvio che sarebbe necessario ridurre l’uso dei combustibili fossili».
Un discorso, quest’ultimo, che difficilmente può essere recepito dall’amministrazione Bush, condizionata com’è dalla potentissima lobby petrolifera statunitense. Ma questa volta l’allarme non viene da qualche scienziato qualsiasi o da qualche gruppo ambientalista. È il Pentagono a porsi, seriamente a quanto pare, il problema dei cambiamenti climatici, e difficilmente il presidente che ama presentarsi agli americani come il commander in chief, il comandante in capo dell’America impegnata nella guerra globale contro il terrorismo, potrà ignorarlo.
Nei giorni scorsi, l’amministrazione Bush era stata pesantemente criticata da un gruppo di eminenti scienziati della Union of Concerned Scientists che la accusavano di aver selezionato attentamente i risultati di studi scientifici per giustificare le proprie scelte politiche, nascondendo quelli che giungevano a conclusioni contrarie. Jeremy Simons, dell’Epa, l’agenzia statunitense per la protezione dell’ambiente, ha commentato come aver tenuto nascosto il documento per quattro mesi era un ulteriore esempio di come la Casa Bianca tenti di occultare la minaccia dei cambiamenti climatici per non cambiare politica.
Come è noto, gli Stati Uniti sono tra i più fermi oppositori al trattato di Kyoto sul contenimento delle emissioni inquinanti, Il governo statunitense ritiene che un’autoregolamentazione delle industrie sia sufficiente. Una posizione in parte sostenuta anche dal governo Berlusconi.
Bob Watson, responsabile scientifico della Banca Mondiale, già presidente del Comitato intergovernativo sui cambiamenti climatici, ha dichiarato a The Obeserver che i severi avvertimenti del Pentagono non possono essere ignorati: «Può Bush ignorare il Pentagono? È ora difficile ed imbarazzante far sparire questo documento. Dopo tutto, la priorità di Bush è la difesa nazionale. Il Pentagono non è un estremista, né un gruppo liberale, è piuttosto conservatore. Se il clima cambia diventa una minaccia per la sicurezza nazionale e per l'economia, quindi Bush deve agire. Ci sono due gruppi che l’amministrazione Bush tende ad ascoltare, la lobby petrolifera e il Pentagono».
Per Rob Gueterbock, di Greenpeace, «c’è un presidente che sostiene che la storia del riscaldamento globale è una stupidaggine, e dall’altra parte c’è il Pentagono che si prepara per la guerra del clima. È terribile che il presidente ignori il suo stesso governo su questo tema».
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Gli atenei e i bluff della riforma
CESARE DE SETA
da Repubblica - 22 febbraio 2004
Il disegno di legge delega sul "Riordino dello stato giuridico e del reclutamento dei professori universitari" approvato dal Consiglio dei ministri ha un titolo dimesso ma di fatto stravolge l´attuale assetto dell´università. Nel presentarlo al Comitato universitario nazionale e alla Conferenza nazionale dei Rettori italiani il ministro Moratti ha provato a smorzare i toni della polemica che si è fatta incandescente con studenti e docenti sul piede di guerra in tutta l´Italia. La signora Moratti si è mostrata sensibile alle richieste avanzate da Luigi Labruna e Piero Tosi che presiedono gli organismi già citati: i quali le hanno ricordato tra l´altro che non c´è riforma che si possa realizzare senza disporre di risorse adeguate. Si è dunque in una situazione magmatica che conviene analizzare solo quando le parti in causa avranno trovato un terreno comune d´incontro.
Pertanto mi soffermo solo su alcuni aspetti che più direttamente investono il futuro di questa istituzione. Anche il peggiore dei governi non può non fare i conti con la formazione della sua classe dirigente: al tempo dell´Ancien régime sovrani assoluti, la cui autorità si riteneva derivasse da investitura divina, ebbero nel massimo conto il tema: da Elisabetta I d´Inghilterra a Luigi XIV a Carlo V considerarono la politica per la formazione della classe dirigente un fiore all´occhiello dell´auctoritas che essi incarnavano. Eppure mille ragioni politiche e culturali separavano questi sovrani: dico questo per svelenire il clima di tensione che si avverte anche in un ambito nel quale non dovrebbe essere impossibile creare un clima di cooperazione tra persone di buona fede.
Non dimentichiamo che circa un terzo dei parlamentari sono docenti universitari a vario titolo. Ma da vent´anni senza interruzioni il rapporto tra Pil e finanziamenti per la ricerca è il più basso d´Europa. Provvedimenti e leggi, spesso infide o improvvide, si incalzano al di là delle ideologie.
Diciamo inoltre senza peli sulla lingua che almeno una parte dei guai che affliggono l´università italiana derivano dalla corporazione che è chiamata ad applicare le leggi e i provvedimenti che la riguardano. Il caso più clamoroso e più grave vulnus all´università è l´attuale meccanismo di reclutamento su base per così dire locale: ogni facoltà si promuove i suoi e per larghissima parte la promozione è interna, vale a dire da un gradino all´altro della scala accademica. I disastri naturalmente non investono tutte le discipline allo stesso grado, ma diciamo che nessuna disciplina sia rimasta immune dal virus della legge in vigore. Dunque una legge sbagliata è stata applicata nel peggiore dei modi dalla corporazione. Bisogna cambiare registro, ma dire - come dice il decreto delega già ricordato - che si torna al sistema nazionale non serve a niente o mette in moto un meccanismo assolutamente perverso di cui si fa fatica a capire i benefici. Guardiamoci intorno e cerchiamo di capire come ad esempio negli Stati Uniti sono reclutati i docenti nelle grandi università: in essa nessun docente viene subito assunto a vita, ma con contratti che possono arrivare fino a un massimo di dieci anni. Essere ammessi col titolo di Assistent Professor è già un bel successo, ma divenire professore senza limiti di tempo è molto più difficile. In Italia un ricercatore o un associato, vinto un concorso, può anche ritirarsi a vita privata, nessuno mai lo espellerà. Questo è male: il problema è ovviamente costituito dalle garanzie che offre il meccanismo di reclutamento. Se il mio allievo è bravo non debbo temere che sia giudicato da altri, anzi debbo garantirgli un sistema di selezione in cui la meritocrazia sia al primo posto. Chi fa ricerca sul serio, se fosse garantito dalla serietà della successiva cooptazione, non avrebbe alcun terrore di finire sulla strada alla fine del contratto a tempo di 5 o 8 anni. Oggi la cooptazione è scandalosamente operante, ma all´incontrario: gli asini cooptano dei quadrupedi simili, esercitano il loro potere a tempo pieno a danno di chi studia, insegna, pubblica, magari all´estero ha una sua reputazione. Un dato statistico la dice lunga al riguardo: dal 1998 alla fine del 2001, 1.716 ordinari promossi su 1.913 lavoravano già nello stesso ateneo, la percentuale è dell´89,7% e si abbassa di pochi punti per gli associati. Questo significa che il reclutamento è del tutto autoreferenziale. Dunque il problema ha due corni: il primo, è costituito dalle risorse che sono sempre meno; il secondo, il meccanismo da adottare per il reclutamento.
Eppure, classico uovo di Colombo, una soluzione almeno per questo secondo aspetto c´è ed è quella operante non solo negli Stati Uniti ma, con variazioni più o meno ingegnose, anche in altri Paesi europei. Maurizio Viroli ? che insegna negli States - l´ha efficacemente così riassunta: «Nessun professore può fare assumere dal suo dipartimento studenti che hanno conseguito il dottorato in quel dipartimento. I professori del dipartimento non eleggono i componenti delle commissioni che assumono e promuovono». Se sostituiamo al Dipartimento il termine Facoltà, la formula mi pare impeccabile. Ma far funzionare un sistema competitivo di reclutamento in base alla meritocrazia significa che ogni facoltà e ogni ateneo deve poter disporre di risorse che gli consentono una tale politica. Quando si dice che vi sono agevolazioni per chi sta all´estero per il rientro, si dice una scoperta e ignobile bugia. L´invecchiamento progressivo del corpo docente ha raggiunto livelli allarmanti: negli ultimi dieci anni l´età media del personale docente è salita da 41-50 anni, a 51-60; il diritto allo studio è una menzogna e le strutture di assistenza pressoché inesistenti; le condizioni delle sedi per larga parte sono penose, la capacità dei servizi didattici e scientifici (biblioteche, laboratori, strutture di sostegno) impari alla competizione internazionale. Una contesa che è importante e decisiva per il futuro di ogni paese moderno e che non a caso ci colloca nel gradini più bassi tra i paesi industrializzati. Ci auguriamo che il ministro Moratti trovi risorse sufficienti e coraggio politico per mettere mano all´allarmante stato dell´università italiana.
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LISTA PRODI
Parlare con una voce sola. Così si vince
Dopo la felice esperienza della convention di Roma i partiti della lista Prodi devono abituarsi a parlare con una voce sola. Per questo è necessario dotarsi di una cabina di regia, anche nella comunicazione, che possa efficacemente restituire un’immagine unitaria anche all’esterno, in una trasmissione tv come in un comizio locale. Questa l’idea di Gad Lerner e Michele Santoro, i due “padroni di casa” della manifestazione di Roma, che discutono del pro- filo della nuova lista unitaria. E anche del ruolo dei partiti che devono cambiare pelle e mettere l’elettore al centro.
(a cura di Giovanni Cocconi)
GAD LERNER. Vorrei partire dalla trasmissione di lunedì sera a Porta a porta. Questo giornale, Europa, ha fatto bene a criticare i quattro leader della lista Prodi per quella passerella televisiva.
Credo sia stato un errore, anche se non grave, che segnala una realizzazione ancora incompiuta del progetto unitario, un progetto che implica davvero la capacità di fare squadra. Io e te abbiamo vissuto felicemente questa capacità di fare squadra alla convention di Roma, pur avendo sensibilità e culture diverse. Ora la capacità di fare squadra deve diventare il pane quotidiano dei rapporti interni alla lista unitaria e tra la lista e l’elettorato.
MICHELE SANTORO. Sì, credo che sarebbe stato utile partecipare alla trasmissione di Vespa prima della convention, non dopo. La lezione fondamentale che viene fuori da Roma è la forza di un segno nuovo, una forza coerente perché a quel segno corrisponde un contenuto nuovo. A Roma c’era un impianto formale capace di trasferire quel contenuto alla gente, anche se molti non hanno capito questa piccola rivoluzione. Perché? Forse perché i giornalisti che raccontano la realtà molto spesso sono assai simili ai politici nel loro modo di leggere gli avvenimenti e considerano la comunicazione una specie di ornamento facoltativo. E spesso trasferiscono le divisioni tradizionali della politica nella lettura della realtà.
L. Siamo d’accordo quindi sulla comunicazione della lista Prodi e di quella che io spero diventi anche una nuova formazione politica, che forse non si chiamerà partito ma federazione, ma che speriamo nasca da questa esperienza. Io credo che l’insegnamento che possiamo trarre dalla convention di Roma (un’esperienza tanto positiva che, a gentile richiesta, ne verrà tratto un dvd che sarà poi distribuito con Europa e con l’Unità) sono alcune regole che da oggi in poi si dovranno osservare, in particolare in campagna elettorale. La prima è che nelle manifestazioni, anche quelle locali, ci dovrà essere sempre un pivot, un portavoce unitario: potrà essere Fassino o Rutelli, ma anche un dirigente locale, un sindaco, un governatore, uno che parli comunque a nome di tutta la lista. Questa è una regola fondamentale. E lo dico anche alla luce di un’altra esperienza alla quale ho partecipato. Qualche mese fa in piazza Castello, a Torino, il centrosinistra unito per la prima volta dopo tanto tempo ha portato in piazza i torinesi: sul palco c’era una sfilata di leader, tutti rispettabili, da Fassino a Di Pietro, da Rosy Bindi a Bertinotti. Ma anche in quel caso l’effetto è stato quello di una Babele, di una sorta di Armata Brancaleone, nonostante la sorpresa positiva dell’unità finalmente riconquistata. La convention di Roma, invece, è stata costruita a misura dell’arrivo di un leader: un modello che credo vada riprodotto. Anche in questi gesti, nell’iconografia così come nelle fotografie sui palchi, dobbiamo mostrare che parliamo con una voce sola. Questo richiede anche un’organizzazione unitaria, un comitato elettorale che lavori per restituire questa fisionomia.
S. Certamente occorre un ufficio che coordini la comunicazione della lista unitaria che sia anche in grado di valutare la comunicazione degli altri: la comunicazione è un campo nel quale i segni si rincorrono ed entrano in rapporto tra loro.
Purtroppo sto invece notando che allo straordinario successo della convention non segue una comunicazione coerente.
L. Anche perché in televisione ne hanno parlato pochissimo…
S. Certo, ma si ha l’impressione che dopo un evento così importante, dal punto di vista politico e mediatico, si stia tirando il fiato mentre sul terreno della comunicazione non esistono tregue.
Berlusconi sta già rispondendo e bisogna avere la forza di reagire, di contrastare i suoi messaggi.
L’altra questione che tu poni è qualcosa che dobbiamo sempre tenere a mente: il medium è il messaggio, il contenitore è il contenuto. Dev’essere assolutamente chiaro che attraverso la forma delle iniziative esterne (un comizio, un convegno, un passaggio televisivo) tu non stai semplicemente parlando ai “tuoi”, a quelli della tua parte, ma stai costruendo una specie di giornale che si rivolge all’esterno, che parla al mondo intorno. L’errore che spesso si compie è quello di pensare che un comizio è una questione che riguarda solo i “nostri” mentre è sempre rivolto alla città.
L. Vogliamo dirlo in un altro modo? Del comizio in piazza Castello i torinesi che non erano presenti hanno visto una grande fotografia sulla Stampa e sulla cronaca torinese di Repubblica: una fotografia in cui c’erano almeno quindici persone raccolte sullo stesso palco. Non era la fotografia giusta!
S. Sì, la foto appartiene a tutti, non arricchisce solo il nostro album di famiglia. L’altro elemento è il contenuto. Credo che, nonostante tutto, la convention abbia espresso una sincera spinta all’unità, una volontà collettiva che oggi viene scarsamente valorizzata. A Roma ho incontrato una sincerità di atteggiamenti che oltrepassava le frontiere della vecchia politica, delle vecchie organizzazioni: dobbiamo trovare il modo per fare esplodere questa voglia di unità. Anche Rifondazione comunista, che sappiamo essere orgogliosa della propria diversità, è oggi percorsa dal bisogno di unità: in una piazza di Venezia un leader come Fausto Bertinotti è arrivato a dire che «arriveremo a uno scontro finale con la Casa delle libertà nel quale nessuno si potrà permettere di fare errori per ridare un’altra volta il paese in mano a Berlusconi». Dunque anche Rifondazione vive questo bisogno di unità che va raccolto e trasformato in un messaggio forte.
L. Condivido alla virgola quello che hai detto. Questo è un terreno nel quale forma e contenuti hanno entrambi una forte valenza politica. Il timore è che qualcuno pensi che l’unità che abbiamo realizzato a Roma fosse tale semplicemente nel riferimento a Romano Prodi. Ma questo non basta: dev’essere un processo che cresce nel Paese.
L’unità è un’esigenza che si deve porre in ogni circoscrizione, in ogni città, in ogni contesto locale, anche attraverso formule di comunicazione che vi alludano esplicitamente. La decisione che abbiamo preso a Roma di non avere la nomenklatura di partito sul palco (e certamente senza nessun disprezzo per i leader dei partiti) aveva questo timbro. Vorrei rivelare un piccolo retroscena: a Roma a un certo punto si è posto il problema di quella che i giornali chiamano la “photo-opportunity”, se fosse o meno necessario che la fotografia finale fosse quella di Prodi con i quattro segretari intorno. Il problema è stato risolto con una mediazione: la foto festosa dei ragazzi che sventolavano le bandiere europee.
S. E comunque non c’è stata la fotografia di altre circostanze.
L. Io capisco l’esigenza legittima dei segretari di partito di mostrare ai dirigenti, alla base, ai propri iscritti che il partito incassa un vantaggio da questa scelta unitaria, non viene sacrificato o penalizzato.
Ma i partiti devono anche capire che sono destinati a cambiare pelle. Io, per esempio, sono convinto che questa convention abbia in qualche modo emancipato definitivamente i Ds dalla loro identità post-comunista, senza necessariamente spostarli più a destra. A Roma è risultata maggioritaria una posizione molto critica nei confronti della guerra: non c’è stato quindi meno radicalismo o meno opposizione, ma certamente vi è stata meno identità post-comunista.
Un elemento che potrà anche spaventare qualcuno e suscitare qualche rimpianto ma che segna complessivamente un passo in avanti enorme.
S. Il lavoro comune dei gruppi dirigenti è stato notevole e nessuno di noi vuole mettere in discussione lo sforzo che stanno facendo per tenere in piedi uno scontro che a volte è molto impari, soprattutto sul terreno dei mezzi di comunicazione.
Tuttavia i partiti guardano ancora un po’ troppo al proprio ombelico mentre dovrebbero rappresentare i bisogni, le idee, i sogni di quella parte della società che fa a essi riferimento con speranza.
L. Per questo mi auguro davvero che escano da questa esperienza unitaria profondamente trasformati.
S. Attorno ai Ds, secondo me, esiste un’area che è molto più vasta e più complessa di quello che ci racconta la composizione del loro gruppo dirigente: il loro elettorato ha oltrepassato il comunismo da molto tempo e non ha più il problema che segnalavi tu, non ha un marchio dal quale liberarsi. Il punto è di mettersi in sintonia fino in fondo con questo elettorato facendogli capire che può e deve contare. Questo è stato l’errore di comunicazione nel salotto di Vespa: in fondo noi da ognuno di questi leader che hanno prodotto un risultato così importante ci aspetteremmo che ragionino come i leader di una forza che sta nascendo, che ovviamente non deve contare soltanto su Romano Prodi, ma ha bisogno di tante facce. Però devono avere la forza di proporsi come l’espressione di questo processo nuovo che si è messo in cammino.
L. Devono avere il coraggio di dire: mi può rappresentare anche chi non è del mio partito!
S. Se compiono questo sforzo credo che saranno premiati perché il loro elettorato vuole andare in quella direzione, chiede che ci sia questa fusione di culture diverse, questo scambio di sensibilità.
I cittadini chiedono che nasca finalmente questa cosa nuova di cui avevamo cominciato a sentire la necessità già al tempo del “partito degli onesti” con Scalfari e La Malfa, che poi è andato in un’altra direzione…
L. Il paragone non mi sembra dei più felici: quella era un’operazione elitaria, mentre questa è la fusione di grandi culture popolari, di massa…
S. Sì, rappresentava un’operazione elitaria ma corrispondeva alla rottura del sistema maggioritario: finalmente l’elettore protagonista principale.
Il vero elemento di rottura nei confronti della politica del passato è stato quello. Ora abbiamo di fronte un’alternativa: mettere le lancette dell’orologio indietro e tornare alla centralità dei partiti, oppure ribadire fino in fondo la centralità dell’elettore. Il partito dev’essere uno strumento che si mette al servizio dell’elettorato.
Questo secondo me è il passo in avanti da fare: uscire con risolutezza e senza nostalgia dalle vecchie forme della politica. Molti amministratori eletti direttamente, personaggi come Riccardo Illy o Antonio Bassolino, o che aspirano a esserlo come Renato Soru, questo attraversamento l’hanno già fatto, questa rivoluzione copernicana l’hanno già compresa: al primo posto viene l’elettore. Perciò è giusto essere prudenti ma dell’operazione della lista unitaria non va data una visione riduttiva.
L. Sono d’accordo. L’operazione della lista Prodi è un’operazione di ampio respiro che ha aperto grandi speranze: guai se, dopo aver lanciato il cuore oltre l’ostacolo, facessimo marcia indietro. A questo proposito vorrei chiederti qualcosa che ti riguarda personalmente. Probabilmente se adesso io e te approfondissimo i nostri punti di vista sull’Iraq emergerebbe delle differenze, anche nette, differenze che tuttavia non ci impediscono di condividere questo processo. Io credo davvero che tu sia rappresentativo di un modo nuovo di interpretare la sinistra: uscendo dalla logica dei correntoni, delle schermaglie che coinvolgono parti di apparato, credo ci sia un grande bisogno di sinistra dentro a questa lista. La convention è stata un continuo rimando a questa dialettica interna: gli operai di Terni e insieme Letta e Bersani, il pacifismo cattolico di Massimo Toschi e il discorso sulla politica estera di Giuliano Amato. Si tratta di tenere insieme questi mondi in un progetto riformista. Ma la componente di sinistra non ne esce né penalizzata né sacrificata, forse cambiata perché si scoprirà che Michele Santoro è vicino a Rosy Bindi nonostante matrici politiche diverse. Vorrei provare a essere indiscreto. Con grande rispetto per le tua passione giornalistica, brutalmente interrotta da una censura intollerabile, ti dico che uno come te potrebbe avere anche un ruolo politico.
Io non ti vedo semplicemente come un testimonial della lista Prodi che può raccogliere molte preferenze, ma come espressione di una sinistra forte dentro un progetto unitario.
S. Senza scadere nei discorso sul regime, diciamo che in Italia la democrazia è profondamente ammalata: una malattia che non è generata da un unico virus ma ha varie cause, compresa le debolezze che la parte alla quale ci sentiamo più vicini ha avuto nel mettere al primo posto la libertà: la libertà della cultura, dell’informazione, della scuola, l’autonomia piena della burocrazia, sono nuove frontiere fino ad oggi patrimonio di una minoranza. Di fronte a questa situazione, a una democrazia malata, scattano meccanismi di legittima difesa. Quando mi dicono «ma tu sei un giornalista, non puoi fare politica» rispondo «sì, certo, sono un giornalista », e credo anche che sia Santoro che Lerner perdono qualcosa del loro profilo di indipendenza quando decidono di andare su un palco come quello di Roma. In passato sono sempre stato molto attento a non partecipare a manifestazioni di partito: la mia passione politica è sempre stata espressa senza riserve, ma mai schierandomi con un partito. Con questa scelta, credo, abbiamo voluto segnalare l’esigenza che ognuno deve fare qualcosa in più, altrimenti da questa situazione non ne usciamo. Detto questo, la mia disponibilità a fare una battaglia politico-culturale all’interno di questo progetto è senza riserve, “senza se e senza ma”, e sono pronto a dare il massimo con uno spirito di assoluta abnegazione. Ma la candidatura è un discorso più complesso: deve rispondere al problema di quale contributo io possa dare alla lista e in quale direzione.
L. Non m’illudo che tu mi dia una risposta in questo dialogo…
S. Al di là del profilo simbolico, ci devono essere dei contributi reali nei quali ti riconosci e che pensi siano utili sia per la tua formazione che per il progetto al quale aderisci. Le mie scelte non possono essere determinate solo da ragioni simboliche, ma devono essere fatte sulla base della convinzione che io potrò fare qualcosa che altri non possono fare al mio posto. Altrimenti avanti un altro...europaquotidiano.it
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Pace e risorse umane: ecco l’Europa di Prodi
«L’Europa deve investire in ricerca e formazione se non vuole perdere la sfida». A Milano Romano Prodi tace sugli attacchi della maggioranza. Ai giovani preferisce parlare del futuro. Insiste sul tema delle risorse umane e ironizza sul diktat dei paesi che non voglio aumentare il budget della Ue. «Non bisogna lamentarsi poi se i migliori ricercatori europei vanno negli Usa». E poi parla della pace «che non si esporta con le armi» e della «soft security» all’europea.
di GIOVANNI COCCONI da MILANO
C’è uno che straparla dai microfoni di una radio, sbraita contro tutto e tutti. E c’è un altro che parla quasi sottovoce, sorride, risponde alle domande. C’è uno che regala frasi ad effetto, buone per un titolo di giornale.
E c’è un altro che regala una lezione sulla pace e sul futuro. La differenza è tutta lì. Un altro stile, un’altra persona. È tornato in Italia, Romano Prodi, a una settimana dalla convention di Roma. È tornato da presidente della Commissione europea. Anzi, da Professore.
È tornato nel suo habitat naturale, un’aula universitaria della Statale di Milano. E nel giorno dell’attacco più delirante («Prodi è il nulla» copyright Bondi), lui alza le spalle e parla della Grande Europa. Risponde a tutte le domande.
Tutte tranne una. «No, sulla politica italiana non dico nulla». Lasciatelo lavorare, verrebbe da dire. Anche perché è un lavoro che sa fare bene. Basta vedere le facce delle centinaia di studenti accalcati nell’aula 208. Lì l’Europa è un sogno e un progetto. «Ho trovato un cambiamento consolante nelle nuove generazioni ». Meno male. «Non si può essere ricchi e stupidi per più di una generazione».
Quindi rimboccatevi le maniche, sembra dire Prodi, perché il futuro è vostro. «Quando si ha il sedere basso non si può fare la ballerina » replica poi, ricordando un antico adagio napoletano, per spiegare perché vuole che l’Unione europea investa di più in formazione e ricerca, in risorse umane. I tre paesi del direttorio chiedono che non si alzi il budget della Commissione. Un diktat, lo definisce lui scherzando. «Ma allora mi dicano dove tagliare.
Non bisogna poi lamentarsi se i migliori ricercatori europei vanno negli Stati Uniti perché da noi mancano i fondi per lo sviluppo e la ricerca». È questa la scommessa del Professore: un’Europa che compete nella globalizzazione con le armi del sapere e della conoscenza.
Sono 50mila i giovani europei che lo scorso anno hanno attraversato l’Atlantico.
«O li facciamo tornare oppure perderemo la sfida. Sì, perché ci saranno anche paesi che perderanno la gara con la Cina. La gara ci sarà e non voglio che l’Italia perda».
Il presidente della Commissione torna poi sul tema più caro: l’Europa come segno di pace. Ne aveva già parlato a Roma. Ma lo ripete qui e agli studenti piace così. «L’Unione europea come processo democratico è stata un’esperienza straordinaria. Qui ho imparato come si estende la democrazia che non si esporta certo con le armi!». Applausi. «Ci sono state idee contrastanti sulla guerra in Iraq, sulla politica estera. Però un anno fa si diceva che i paesi europei erano vecchi, ora che sono saggi». Ancora applausi. E la saggezza europea è quella di una «soft security», un «anello di paesi amici» che si estenda dal Marocco alla Russia. Senza dimenticare la partnership strategica con gli Stati Uniti «senza i quali l’Europa non ci sarebbe». La pace si garantisce anche così. Prodi lo ripeterà al pomeriggio, ospite dell’Ispi, l’Istituto per gli studi di politica internazionale, che festeggia i suoi primi 70 anni.
Dal primo maggio saremo in 25, entreranno altri 77 milioni di abitanti. L’allargamento a est è un «appuntamento con la storia », un treno che passa una volta sola. Per questo va approvata subito la Costituzione e va superata la regola delle decisioni all’unanimità.
«Meglio la doppia maggioranza».
Il reddito medio dei nuovi paesi è pari a poco più di un quarto di quello dell’Italia, ricorda il Professore. «Sono paesi poveri ma intelligenti, dinamici, con un costo del lavoro molto più basso di altri, che provocherà uno spostamento delle attività industriali. Il problema della concorrenza, quindi, sarà un problema nuovo per noi in un momento in cui aumenta il dinamismo asiatico».
Eh sì, perché il mondo che cresce si è spostato a est. Cina e India rappresentano una nuova sfida. «Ma proprio per questo l’Italia ha un’occasione storica: il Mediterraneo può tornare ad essere il centro del mondo».
Peccato. Quell’altro che urla e sbraita sembra non averlo capito. Anche a lui, forse, servirebbe una lezione.
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Diritti Umani: tutti i paesi sono uguali?
di redazione
''L'adesione di USA e Canada alla Convenzione interamericana rafforzerebbe il sistema regionale di protezione dei diritti dell'uomo''.
Intervista con Antônio Conçado Trindade, presidente della Corte interamericana dei Diritti dell'Uomo, dove evoca le proprie relazioni con la Corte di Strasburgo, i progressi in vista dell'abolizione della pena di morte in America e la sorte dei prigionieri di Guantanamo.
Antônio ConçadoTrindade, Lei ha appena visitato la Corte uropea dei Diritti dell'uomo di Strasburgo in occasione dell'apertura dell'anno giudiziario 2004. Può descriverci i legami e le relazioni tra le due Corti?
La Corte europea e la Corte interamericana hanno stabilito eccellenti relazioni e queste sono molto cresciute negli ultimi quattro anni. Ogni anno si svolge un incontro tra le due Corti, alternandosi tra Strasburgo e San José, Costa Rica, dove ha sede la Corteinteramericana dei Diritti dell'uomo. Così possiamo imparare da entrambi e, in particolare, si ha la possibilità di raggiungere convergenze su molti aspetti dell'interpretazione e applicazione delle Convenzioni europea e interamericana dei Diritti dell'uomo.
Aiuta anche a rafforzare il nostro sentimento di solidarietà, un sentimento che è centrale per il lavoro di protezione e promozione dei diritti umani. Ho personalmente costituito legami permanenti con il collega europeo, Luzius Wildhaber, Presidente della Corte Europea. Negli ultimi quattro anni ci siamo consultati l'un l'altro regolarmente in molti settori. La nostra relazione potrebbe essere un esempio per le altre corti internazionali.
Come Lei sa, l'abolizione della pena di morte è una questione molto delicata in Europa. Qual è la posizione assunta dalla Corte interamericana a questo proposito?
Abbiamo avuto occasione di farci un'idea chiara su questo argomento al tempo del caso Hilaire, Constantine, Benjamin e altri contro Trinidad e Tobago. La Corte interamericana dei diritti dell'uomo dichiarò in quella occasione che le restrizioni nell'applicazione della pena di morte decise dall'articolo 4 della Convenzione americana dei Diritti dell'uomo devono essere interpretate come a favore della graduale abolizione della pena capitale. Finora questo è l'unico caso concernente la pena di morte di cui si è occupata la Corte.
Ma questa decisione è stata molto importante. La pena capitale non è più stata praticata in America Latina. Venticinque dei 34 stati membri dell'Organizzazione degli Stati Americani hanno ratificato la Convenzione americana dei Diritti dell'uomo, e 21 riconoscono la giurisdizione della Corte. La pena capitale è ora una questione solo per gli stati caraibici anglofoni. L'effetto principale della decisione presa nel caso Hilaire, Constantine, Benjamin e altri fu che su 22 persone condannate a morte solo una fu giustiziata, e questo prima che la decisione venisse presa. Da quando è stata presa la decisione, Trinidad e Tobago hanno commutato tutte le restanti sentenze di morte e non hanno effettuato nessun'altra esecuzione. Il giudizio ha avuto quindi un effetto molto positivo nelle nostre regioni interessate dall'abolizione della pena di morte.
Qual è la posizione della Sua Corte sul destino delle persone detenute dall'esercito statunitense nella baia di Guantanamo, a Cuba?
Tale questione non è stata riferita alla Corte. Attualmente è stata considerata dalla Commissione interamericana, che non è solo un corpo istituito dalla Convenzione, ma anche un organo dell'Organizzazione degli Stati americani, mentre la Corte è puramente un organo della Convenzione. La Commissione ha ordinato ad interim misure precauzionali per determinare lo stato legale di tutti i detenuti della baia di Guantanamo. Ciò non è ancora stato fatto, aumentando la preoccupazione tra le organizzazioni come il Comitato Internazionale della Croce Rossa, che visita periodicamente la baia di Guantanamo.
Così questo caso è ancora pendente davanti alla Commissione dei Diritti dell'uomo della Corte interamericana. Gli Stati Uniti non sono tra i paesi che hanno ratificato la Convenzione o accettato la giurisdizione della Corte. I paesi che non si sono uniti alla Convenzione e al suo sistema di protezione dei Diritti dell'uomo hanno un debito storico con essi, un debito che dovrebbero esistenguere quanto prima.
È mia opinione che il miglior modo per dimostrare l'impegno di un paese nella protezione dei Diritti dell'uomo sia far parte dei trattati in materia diritti umani. Una volta che tutti i paesi della nostra regione, inclusi il Nord America, Stati Uniti e Canada, saranno diventati membri della Convenzione, il nostro sistema regionale sarà più forte. Spero fortemente che i paesi del Nord America riconsiderino la loro posizione e decidano di far parte della Convenzione, poiché sono convinto che gli stessi criteri, principi e standard dei diritti umani, debbano applicarsi a tutti i paesi, indipendentemente dalla loro influenza. Dal punto di vista legale tutti i paesi sono uguali.
redazione@reporterassociati.org
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Manlio Dinucci "IL POTERE NUCLEARE Storia di una follia da Hiroshima al 2015 " Fazio Editori euro 12,50
Manlio Dinucci e - Giulietto Chiesa nella prefazione - si pongono alcune domande, elaborano le risposte e giungono all'inevitabile conclusione che le armi nucleari andrebbero eliminate dalla faccia della terra. Ma per far questo occorre, prima di ogni altra cosa, capire cosa sono queste armi, che potere hanno e che potere danno a chi le possiede.
elisabetta caravati
21 febbraio 2004
Che cosa puo' significare, ad esempio, per gli Stati Uniti d'America possedere i piu' potenti armamenti nucleari e perche' questo potere a loro (agli USA) ancora non basta? Perche' mai un giocatore di scacchi che sta dominando una partita, improvvisamente, si alza e rovescia la scacchiera? I casi sono due - risponde Giulietto Chiesa - o il giocatore e' impazzito, oppure sa che quella partita che sembrava vinta e' in realta' perduta! Riusciranno mai gli Stati Uniti d'America a vincere la loro "guerra infinita" dichiarata, in un certo senso, al mondo intero? Riusciranno i detentori del potere nucleare a far si' che lo stesso intero mondo venga assoggettato dominato e costretto all'interno dei rigidi binari del "secolo americano"?
Esiste un "orologio" che indica quanto manca alla guerra nucleare. Le lancette di questo "orologio", dopo aver indietreggiato alla fine della guerra fredda, hanno ripreso ad avanzare. Mancano sette minuti a mezzanotte! Per quanto assurdo possa sembrare, la notizia che la lancetta dell'orologio dell'Apocalisse stia avanzando verso la mezzanotte nucleare, passa inosservata o, comunque senza suscitare particolari reazioni. Probabilmente anche perche' manca un'adeguata informazione sulla minaccia nucleare e ne deriva una carenza di attenzione su questo tema. Anche all'interno degli stessi movimenti che si muovano in nome della pace, non si avverte, fino in fondo, la gravita' e la minaccia, percio', di fronte a notizie che dovrebbero allarmare, la reazione piu' diffusa e' quella di ritenere che una guerra nucleare sia un'eventualita' lontanissima.
Dal 1945 (anno in cui ha inizio la corsa agli armamenti nucleari) al 1991 (anno in cui la disgregazione dell'Unione Sovietica segna la fine della guerra fredda) vengono fabbricate nel mondo oltre 128.000 testate nucleari: 70.000 dagli USA, 55.000 dall'Unione Sovietica e 3.000 da Francia, Gran Bretagna, Cina, Israele, India, Pakistan e Sudafrica. Dalle fabbriche statunitensi escono - nel periodo che va dal 1959 al 1961 - 6.500 armi nucleari all'anno, una media di 25 per giorno lavorativo; allo stesso ritmo lavorano le fabbriche nell'Unione Sovietica. Ciascuna delle due super potenze si dota di un arsenale in grado di distruggere l'altra.
Pochissimi, probabilmente, si soffermano a pensare che una guerra nucleare provocherebbe non solo cio' che e' successo a Hiroshima e Nagasaki moltiplicato per mille o un milione, ma qualcosa ancora piu' grave: lo sconvolgimento degli equilibri climatici ed economici. Ci sarebbero incendi in aree urbane e forestali e non essendoci mai stati incendi di cosi' vaste dimensioni e' quasi impossibile stabilire la quantita' di fumo che verrebbe emessa. La combustione del 25 - 30 per cento dei materiali infiammabili concentrati in aree urbane e industriali (petrolio, benzina, cherosene, gasolio, prodotti chimici, materie plastiche, fibre sintetiche ed altro) produrrebbe altri 50 - 150 milioni di tonnellate di fumo molto fuligginoso, costituito otre il 50% da carbonio elementare amorfo. Mentre una parte ricadrebbe, dopo qualche tempo, sul suolo sotto forma di precipitazioni atmosferiche, un'altra parte resterebbe a lungo nell'atmosfera esercitando una forte azione assorbente della radiazione solare. Nell'emisfero nord, ad esempio, la temperatura calerebbe, nel periodo che va dalla primavera all'inizio dell'autunno, di 20° - 40° C. Forti correnti di aria fredda potrebbero sconfinare verso sud, su regioni mai sottoposte a condizioni di gelo. La coltre di fumo potrebbe permanere nell'atmosfera per un anno o piu' e determinare un raffreddamento a lungo termine della durata anche di anni, con un calo di parecchi gradi delle temperature medie, in particolare dopo che gli oceani si fossero significativamente raffreddati. In tali condizioni potrebbe verificarsi una notevole riduzione delle precipitazioni e dell'intensita' dei monsoni estivi in Asia e in Africa. Le conseguenze sarebbero devastanti; l'agricoltura verrebbe gravemente colpita; la denutrizione, le malattie dilaganti e il caos che dominerebbe, provocherebbero il declino globale della specie umana. L'eruzione del Tambora in Indonesia nel 1815, proietto' fino nella stratosfera 150 chilometri cubici di materia polverizzata. L'anno seguente, il 1816, venne definito: "l'anno senza estate": in Nord America ed in Europa nevico' in giugno e si ebbero temperature bassissime in luglio e agosto; segui' una grande carestia la quale, probabilmente, favori' l'epidemia di colera che, scoppiata in Bengala, raggiunse prima il Caucaso e quindi l'Europa e l'America. Di gran lunga peggiore sarebbe la situazione se calasse sulla terra "l'inverno nucleare".
E dunque la lancetta del Doomsday Clock - l'orologio dell'autorevole rivista statunitense " Bulletin of the Atomic Scientists" - che altro non e' che l'orologio dell'Apocalisse - segna solo le ore di un mondo senza futuro...
peacelink.org
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TAREK BEN AMMAR ENTRA NELLA TELEVISIONE ITALIANA
Via, signor Ben Ammar, non ci deluda! Non ci dica che è venuto in Italia, ha speso un 300 miliardi di lire circa e altri ne spenderà per avere un canale che massimo farà un’audience dell’1%. È vero, lei ha detto: “Se non ci fossero sospetti per quello che voglio fare non mi divertirei. Amo l’Italia anche per queste discussioni continue”.
Eh, sì, se mio nonno avesse 32 gomme sarebbe un tir. Lei faccia caso alla seguente matassa arruffata e veda se può tirarci fuori un filo che ci guidi al di là dei sospetti. Cominciamo con Silvio Berlusconi, che è suo amico, e al quale evidentemente lei ha detto: tu sei sceso in politica e io scendo in Italia, se non ti dispiace. E lui le avrà risposto che, anzi… E le avrà suggerito che come concessionaria per la sua televisione sportiva poteva contattare Enzo Campione, proprietario di Radio e reti, che ha come socio al 10% Mediaset e che potrebbe subentrare a Urbano Cairo e a Publikompass nella gestione di Sky quando Cairo farà transazione con Murdoch e abbandonerà Sky, che è di quel signore che per l’appunto ha venduto a lei Si, Sportitalia cioè, che è anche amico di quel signore che sta al governo. Che, metta che Retequattro fosse costretta ad andare sul satellite magari preferirebbe venderla a uno come lei che dà affidamento perché sa dove trovare i quattrini e poi ha come socio un gigante come Tf1 che di televisione se ne intende, e che anche lui è sceso in Italia con l’aria di quei cacciatori che vanno in giro con la doppietta carica, casomai a qualche lepre scappasse la voglia di fare quattro zompi a tiro di schioppo. E così Campione, dopo essersi ricomprato quel 10% di Mediaset, potrebbe gestire la concessione di Retequattro. E magari interessarsi anche di qualche rete della Rai, casomai il nostro Tesoro decidesse di sbarazzarsene. Qualche interrogativo lo solleva anche la joint venture con Tf1 – la prima rete francese presieduta da Patrick Le Lay e controllata dal gruppo Bouygues – attraverso la quale ora arriva in Italia con due società televisive, Europa Tv e Prima Tv, titolari delle due emittenti che trasmettono sulle frequenze ex Tele+ bianco e Tele+ nero, che Rupert Murdoch ha dovuto cedere per avere il via libera della Ue all’operazione Sky Italia. Le frequenze sono state acquisite per 112 milioni di euro dalla Holland Coordinator & Service, holding di Tarak Ben Ammar che controlla al 51% Prima Tv ed Europa Tv. Il restante 49% è delle società del gruppo Bouygues (per Prima Tv è Tf1, mentre per Europa Tv è Eurosport, la società controllata dall’emittente francese e guidata da Angelo Codignoni, che tra l’altro edita l’omonimo canale sportivo paneuropeo trasmesso in 54 nazioni). Come richiesto dalle autorità europee il controllo operativo è congiunto. Europa Tv è editrice di Sportitalia (Si), il nuovo canale sportivo che dal 6 febbraio trasmette in chiaro con una copertura dell’81% del territorio nazionale, contando sull’esperienza e le strutture di Eurosport. Il modello di business di Prima Tv, invece, punta sul digitale terrestre. megachip.info
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Contro Violante la carica dei berluscones
di Ninni Andriolo
«I soldati in Iraq li ha mandati il governo, non noi. E senza sufficiente copertura, come dicono i morti di Nassiriya. C’è una responsabilità precisa». Luciano Violante affida al Corriere della sera parole che toccano un nervo scoperto, e la destra reagisce in modo scomposto e nervoso.
Parole «sconcertanti», «mostruose», «rivoltanti», «infamanti», «indecorosi», «indegne», «raccapriccianti». Questa volta manca Schifani, ma gli altri parlano tutti. E tutti, vocabolario alla mano, fanno a gara a chi scova l’aggettivo più gentile . La destra si scaglia in coro contro Violante. Giovanardi lo paragona a Casarini. Di più, alla parte più dura dei no global . L’ex presidente della Camera, nella sostanza, si sarebbe convertito alla logica dei black bloc. Nella Casa delle libertà, evidentemente, le critiche rompono come fossero spranghe e sassi.
Il tiro al bersaglio prende di mira il Capo gruppo diessino a Montecitorio, reo di aver dichiarato al Corriere che «i soldati in Iraq li ha mandati il governo, non noi. E senza sufficiente copertura, come dicono i morti di Nassiriya». Il contingente italiano, aggiunge Violante, non doveva «assolutamente» andare, «c’è una responsabilità precisa». Poi la domanda alla quale Bondi&C si guardano bene dal rispondere: «Che ruolo abbiamo nella privatizzazione delle imprese irachene avviata dall'amministrazione Bremer in favore di gruppi Usa? I nostri uomini rischiano la vita, mentre altri fanno affari?».
Apriti cielo! Il solito Bondi, appunto, fresco dall’aver lodato il «salutare elettrochoc» berlusconiano “tutti sono ladri tranne me” - spiega che «le rivoltanti dichiarazioni dell'onorevole Violante fanno capire che cosa ne sarebbe dell'Italia se governassero i Ds». Per il padano Calderoli, verde di bile e di cravatta, le frasi dell’ex presidente della Camera sono «mostruose e sconcertanti perché nessuno può utilizzare le tragedie per meschine battaglie politiche». E Giovanardi nota con acume che «il capogruppo dei Ds alla Camera, invece di condannare i terroristi assassini che hanno colpito i nostri militari a Nassiriya, getta la croce addosso al governo italiano con argomenti indegni. Purtroppo - aggiunge sconsolato - bisogna prendere atto che le posizioni dell'opposizione si vanno appiattendo su tesi che una volta erano appannaggio dei vari Agnoletto e Casarini».
Per Follini - che chiede a Prodi, Fassino e Rutelli di prendere le distanze dal presidente dei deputati Ds - «non si può trascinare la polemica politica su una tragedia che reclama semmai dai partiti unità e compostezza». Su tanti argomenti si possono fare «i girotondi», aggiunge il leader Udc, ma sui «morti di Nassiriya proprio no».
Parole appropriate? Torna in mente l’azzurro Schifani che, alla fine di un intervento farcito di polemiche, citò al Senato, uno per uno, i nomi delle vittime di Nassiryia: una tragedia utilizzata cinicamente per menare fendenti all’opposizione.
Per l’An Landolfi, invece, le «raccapriccianti» parole di Violante «dimostrano come certe pulsioni antinazionali siano dure a morire nella sinistra italiana». Per la destra, in sostanza, dire che il nostro contingente viene lasciato in Iraq «senza sufficiente copertura» dimostra mancanza di amor patrio, tradimento del tricolore, spirito antinazionale e chi più ne ha più ne metta. Per tutti, da Bondi a Landolfi, l’asino casca sempre e comunque nello stesso punto: la sinistra è immatura e non può governare.
Quelle della Casa delle libertà? « Dichiarazioni singolari », replica Violante. «Fingono di dimenticare che fu lo stesso presidente del Consiglio a riconoscere che: “per Nassirya sono preoccupato, se governavano gli altri non li avrebbero mandati e i soldati non sarebbero morti” . Comprendo le difficoltà del centrodestra - spiega il capogruppo Ds alla Camera - sono proprio loro ad utilizzare in modo strumentale la tragedia di Nassiriya. E questo è inaccettabile».
Quanto alla vicenda del decreto sul rifinanziamento della missione in Iraq, Violante ribadisce che l’opposizione insisterà « perché il governo italiano si impegni con fatti concreti per una svolta negli interventi, proprio come avevamo chiesto dopo la strage di Nassirya. È lo stesso Kofi Annan d'altronde che ha chiesto esplicitamente quale sarebbe lo scopo della presenza dell'Onu in Iraq nel disordine di questa fase. Ed è contro il governo e la sua inerzia che tutta l'opposizione ha già dato, al Senato, un voto contrario alla missione».
unita.it
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IN FONDO A DESTRA
In attesa di capire come finirà la squallida “querelle” tra i tre segretari del centrosinistra sardo Cugini, Sanna e Valentini, impegnati in una furibonda trattativa con Renato Soru per salvare il salvabile, e scoprire se finalmente sono riusciti ad ottenere almeno una poltrona per sé, è opportuno dare un’occhiata anche dall’altra parte della barricata dove qualcosa finalmente ha ripreso a muoversi. Il qualcosa, nella fattispecie, è Mauro Pili che, dopo cinque mesi di letargo, avuta garanzia da Forza Italia e Alleanza Nazionale di essere lui il candidato del centrodestra alle prossime elezioni regionali, ha cominciato la sua nuova campagna elettorale da dove l’aveva lasciata: inaugurando opere inesistenti! Dopo il collegamento tra il sistema idrico del Tirso e quello del Flumendosa, aspettiamo presto Pili all’inaugurazione dell’autostrada Cagliari-Sassari, del ponte sulle Bocche di Bonifacio, della metropolitana di Cagliari, del tunnel sotto Punta La Marmora e di altre similari e simpatiche baggianate. A discolpa, occorre dire che non è tutta colpa sua, ma dell’educazione ricevuta. Allevato fin da piccolo per fare il Presidente, dimostra di aver imparato assai bene la lezione del suo maestro Silvio Berlusconi, che gli ha insegnato che una bugia più è grossa e più è credibile! Il quale Berlusconi, dal canto suo, non finisce mai di stupirci. Dopo il lifting che gli ha piallato le rughe e la pancia, l’altro giorno ha fatto un’apparizione a “Porta a Porta”. Si, perché lui non viene mai intervistato come le persone comuni. Domanda e risposta, insomma… No, lui appare all’improvviso come la Madonna di Fatima a declamare il suo messaggio all’umanità, e Vespa e Costanzo come i pastorelli della vicenda stanno ad ascoltarlo in estatica contemplazione. Stavolta ci ha raccontato che le cose vanno proprio bene, che c’è stato un arricchimento generale del Paese, che l’inflazione è solo un’impressione, che i cittadini guadagnano di più e pagano meno tasse, che l’occupazione e i consumi sono cresciuti… “Starà parlando della Svizzera” abbiamo pensato vedendolo sorridere compiaciuto lanciarsi in gigionesche prodezze verbali degne di un boy scout al campeggio. E invece no, parlava proprio di noi! Come faccia Berlusconi a spararle così grosse senza il porto d’armi e senza che il suo fisico ne risenta ce lo ha spiegato qualche giorno fa il fedele dott. Scapagnini, medico personale del Presidente del Consiglio, che ha dichiarato ai giornali: “Berlusconi è tecnicamente quasi immortale!”. Facendo incazzare come una bestia il Cavaliere che quel “quasi” non se lo sarebbe proprio aspettato. Continua Scapagnini: “Ha un potenziale di vita di almeno 150 anni”. Affermazione che ha gettato nello sconforto Casini e Fini che puntavano velatamente alla successione. “Geneticamente è eccezionale (Highlander?). Un profilo neuroendocrino eccellente. Un cervello veramente straordinario (Einstein?). E' un tipo previsivo, dall'intelligenza fuori dalla norma, che gli consente di prevedere come andranno le cose (Nostradamus?). Ha una costanza, una capacità di concentrazione e di lavoro incredibili. Non molla mai (Superman?)”. E qui ha gettato nello sconforto tutto il resto degli italiani che non immaginavano certo di doverlo stanare da Palazzo Chigi solo a fucilate. Dobbiamo confessare di essere stati presi dallo sconforto pure noi. Poi una frase illuminante: “E sa controllare lo stress. Sa dormire. Gli basta mezz'ora strategica al pomeriggio, che gli consente di recuperare il 40% delle energie. E' sbalorditiva la sua capacità di dormire ovunque e in qualunque momento, in auto, in aereo (Pisolo?)”. E qui finalmente abbiamo capito, perché abbiamo avuto tutti in famiglia un nonno che al pomeriggio faceva una mezz’ora strategica di siesta, che noi chiamavamo pennichella. E anche il nonno aveva la capacità di dormire ovunque e in qualunque momento, solo che con molto meno rispetto di Scapagnini, pensavamo si fosse completamente rincoglionito, non che stesse ricaricando le batterie! Della entusiastica diagnosi di Scapagnini l’unico passaggio che ci lascia perplessi è la capacità di Berlusconi di prevedere in anticipo come andranno le cose. Qui proprio non ci siamo. Appena il Cavaliere è arrivato al Governo, infatti, dopo un periodo di boom economico clamoroso e contro le regole d'oro dell'economia, cioè in presenza di tassi d'interesse e d'inflazione bassissimi è cominciata una recessione come non si vedeva da almeno cinquant’anni. Si dichiara vicino agli alleati americani e tirano giù le Torri Gemelle. Si interessa personalmente dell'organizzazione del G8 e scoppiano violenti moti di piazza in cui ci scappa pure il morto. Non accadeva dai tempi di Kossiga…Vicino alla sua villa di Arcore si scatena un tornado devastante che gli abitanti non ricordano a memoria d'uomo. Varato il primo "pacchetto" dei 100 giorni del programma vengono licenziati 6000 addetti nel settore turismo. Durante il suo governo l'Italia è travolta da guai di ogni genere: alluvioni da Nord a Sud, frane, disastri ferroviari, follie omicide, terremoti, gelate, siccità, perdita di raccolti. Va a trovare Putin, lo abbraccia, si dichiara suo caro amico e scoppia l'attacco terrorista nel teatro di Mosca. Fa approvare il ritorno dei Savoia in Italia e Vittorio Emanuele si rompe la schiena. Dichiara di voler eliminare la disoccupazione al sud e si risveglia l'Etna seguito da un terremoto. Storna i soldi del Sud al Nord e la terra trema a Bergamo, Brescia e Verona. A distanza di un anno dal suo insediamento va in rovina la principale industria automobilistica italiana: la Fiat. Promette ad Agnelli di intervenire per risolvere una volta per tutte il problema... e Agnelli muore!!! Si schiera a fianco di Bush nella guerra contro l’Iraq e la nostra missione di pace viene funestata da un attacco di kamikaze che provoca diversi morti e feriti. Una dopo l’altra colano a picco le due principali industrie alimentari italiane, la Cirio e la Parmalat, e arrestati per truffa Tanzi e Cragnotti. In Italia, unico paese in Europa, l’avvento dell’Euro provoca di fatto il raddoppio di tutti i prezzi delle merci e dei servizi... Si dirà: è colpa del governo Berlusconi se in soli due anni è accaduto tutto questo? No, non è colpa del governo Berlusconi. Però, parliamoci chiaro: lì dentro qualcuno che porta sfiga c’è! Non passa giorno, inoltre, che qualcuno di questi signori se ne esca con qualche cretinata spaziale. La stampa estera ci prende per il culo da due anni e siamo diventati lo zimbello d’Europa. A causa di queste critiche, già in campagna elettorale, Agnelli difese Berlusconi. “Questi giornali stranieri devono smetterla di trattarci come fossimo una repubblica delle banane”, diceva. Non ha vissuto abbastanza per rendersi conto della certificazione ufficiale. Dopo due anni di governo Berlusconi adesso possiamo confermare: l’Italia è diventata una repubblica delle banane. Forse è morto il miliardario sbagliato…
soruforpresident.org
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CRONACHE DA DAMASCO di Marco Dominici
Approfitto della ricorrenza del Grande Aid, il periodo di quattro giorni festivi a due mesi e mezzo dalla fine del Ramadan, per trattare alcuni temi che reputo interessanti.
L'ospitalità araba - Non è una leggenda né un modo di dire, esiste e, almeno qui in Siria, è molto piacevole da sperimentare: a Damasco non c'è posto, infatti, in cui non sia pronto un tè o un caffè per il visitatore, sia esso il piccolo negozio stipato di tappeti del venditore che quasi sempre conosce qualche parola d'italiano, sia la gioielleria elegante in pieno centro. Ma anche gli uffici privati, gli studi dei professionisti, addirittura gli uffici governativi: quasi dappertutto è presente una figura di età variabile, dai 10 agli 80 anni, precipuamente addetta alla preparazione di tè o caffè, a scelta del visitatore, ed è quasi impossibile sfuggirgli. Rifiutare infatti sarebbe quasi un insulto, comunque un gesto non molto gentile, e del resto perché rifiutare un buon tè o un caffè al cardamomo preparato al momento? Gli inviti sono una costante di questi posti, e possono provenire da ogni persona con cui abbiate a che fare per più di due minuti. Può essere per esempio il vostro vicino durante un lungo viaggio in pullman o un breve tragitto in microbus; può essere l'uomo a cui avete chiesto un'informazione su un luogo e lui non solo vi ci accompagna, ma poi ci aggiunge l'invito, che va dal semplice tè in un locale al vero e proprio pranzo a casa sua, o il fruttivendolo che sta mangiando mentre voi entrate e vi invita senza problemi a sedervi insieme a lui per condividere qualche boccone insieme. C'è poi l'accoglienza a casa di persone con cui in qualche modo avete qualche rapporto: in questo caso si parte col tè, accompagnato da dolci tipici; segue un caffè, e poi di regola un piatto di frutta contenente un arancio o due, una banana, qualche mandarino e un paio di mele. Questa, tengo a precisare, è una porzione singola, ovvero ad ognuno spetta questa stessa quantità, che è consigliabile consumare interamente, se non si vuol fare la figura del guastafeste. Curiose sono le notizie che mi sono giunte sulle usanze di un paese confinante con la Siria, la Giordania: lì, mi garantisce chi ci ha vissuto, si inizia con il tè e si prosegue così, finché non vi viene offerto del caffè, che però rappresenta anche il segnale di commiato: consumata l'aromatica bevanda, infatti, siete tenuti gentilmente a ringraziare, riprendere le scarpe che avete lasciato all'ingresso e congedarvi. Tale usanza in Siria è però sconosciuta, tanto che fu proprio un mio collega italiano ad insegnarla a siriani in visita da un ospite giordano.
Esteriorità - Credevo che abbandonando l'opulento Occidente avrei lasciato anche alle spalle l'importanza ormai da noi ossessiva del cosiddetto look, l'asservimento all'apparenza, il regno del silicone e della chirurgia plastica. Con mia sorpresa invece ho scoperto lentamente che tutto ciò fa parte anche del mondo arabo. Non solo infatti la stragrande maggioranza delle dive (e divi, dicono) libanesi, egiziane e siriane ricorrono regolarmente alla chirurgia plastica, ma anche molte ragazze comuni, e nemmeno particolarmente benestanti. Un'operazione al naso può costare infatti da un minimo di 5.000 lire siriane (circa 100 dollari) ad un massimo di 20.000 (400 dollari) nelle cliniche private, e ora non mi stupisco più se vedo così spesso per le strade di Damasco ragazze con nasi bendati, mascherine protettive, cerotti di fine convalescenza. Inoltre, qui è di vitale importanza ciò che le persone pensano di te, la cosiddetta "reputazione", concetto in cui i vicini di casa assumono un ruolo determinante, con un potere assoluto, altro che Saddam: un vicino di casa detrattore può addirittura farti cacciare di casa dal proprietario del tuo appartamento, se sospetta della tua moralità. E per farli sospettare ci vuole davvero poco, almeno secondo i nostri canoni occidentali. Se dal punto di vista antropologico, questa potrebbe essere definita una "società della vergogna", in cui cioè non puoi esimerti dal fare ciò che gli altri si aspettano che tu faccia, dall'altra parte non si può dire che sia sopravvissuto il concetto di "onore", spazzato via da una ben più prosaica ipocrisia strisciante, per cui puoi in pratica fare ciò che vuoi, basta che i vicini non ti vedano, che poi Allah sia onnisciente sembra un dettaglio poco significativo anche da chi lo prega cinque volte al giorno e sgrana il suo nome ogni minuto sulle perline dei rosari musulmani.
Ma ciò che non puoi fare a insaputa delle persone è il matrimonio, cerimonia per la quale anche i più poveri in canna dilapidano vere e proprie fortune: non stupisce infatti che i figli maschi debbano ereditare il doppio delle sorelle, se poi al momento del matrimonio devono pensare a tutto loro, dal punto di vista organizzativo ma soprattutto finanziario: dai fiori in chiesa (o in casa, per i musulmani), alla parure d'oro per la sposa, al vestito sempre della sposa, dall'acquisto della casa e della mobilia al ricevimento di nozze, che per i musulmani viene replicato tre volte in tre diverse occasioni, visto che in qualche modo devono ovviare alla mancanza di cerimonia religiosa in cui invece i cristiani scatenano tutta la loro capacità di fuoco, per così dire. Gli invitati, manco a dirlo, sono sempre circa qualche centinaio, complice anche la proverbiale prolificità degli arabi, che porta al desco nuziale nuclei familiari di non meno di 6-7 persone ognuno, senza contare eventuali parenti acquisiti con relativa prole. Anche in questo caso, da tutto ciò è impossibile sfuggire, e la ragione è in pratica solo una: la reputazione. I vicini. Non puoi non fare un fidanzamento in tono minore, i vicini parlerebbero di te, tuo padre verrebbe immediatamente tacciato di tirchieria, e porterebbe con sé questo marchio infamante fino alla tomba. Al ricevimento di nozze, che qui segue di qualche ora la funzione religiosa, le persone non possono essere vestite come erano in chiesa, darebbero una pessima immagine di sé ai soliti vicini, evidentemente sempre presenti, o comunque informati. Insomma, ho scoperto che nemmeno in un paese non ricco come la Siria si può evitare la ricerca dell'effetto meramente estetico, la futilità dell'esteriorità fine a sé stessa, l'ossessione del "dover apparire", a discapito del "come essere in realtà". E' una constatazione amara, che solo a fatica riesco a fare con ironia.
Con i veli, o con le veline? - Poi ci sono le domande a cui non riesci a rispondere. Del tipo: "Ho visto la tv italiana: cosa significa velina?"; o: "Perché avete tante ragazze poco vestite che non fanno quasi nulla?" Quando azzardi una risposta per salvarti in corner, come "sapete, in Europa abbiamo un concetto della donna molto articolato, e non sempre edificante…", ti fermano subito: "non in tutta Europa: quando vediamo la televisione spagnola, o tedesca, o inglese, non è lo stesso". Ho controllato, è vero. E l'appunto, non a caso, mi è stato anche fatto da una studentessa svizzera, che impara l'italiano perché ha il fidanzato a Monza. Non che ai ragazzi arabi dispiaccia vedere la televisione italiana e le sue veline, naturalmente: ma le donne, giustamente, si chiedono perché pontifichiamo tanto sull'emancipazione femminile, sulla condizione della donna nei paesi islamici, per poi sbattere in faccia a tutto il mondo catodico (ormai digitale) il nostro concetto predominante della donna, letterina, velina, ragazza cubo, presente nei dibattiti televisivi a scopo prevalentemente esornativo. Insomma, sembrano dire le ragazze arabe, lasciateci il velo e tenetevi le vostre veline. A tale proposito, vale la pena menzionare la tanto discussa decisione del presidente francese Chirac di abolire il velo per le ragazze musulmane, il crocefisso come pendente per le cristiane, così come i segni esteriori di fede degli ebrei. Un provvedimento sicuramente discutibile, ma comunque salomonico: infatti scontenta tutti, i cristiani perché sono la maggioranza, i musulmani perché il velo ha una valenza diversa e meno facile da interpretare della semplice croce su una collanina. La reazione delle donne musulmane, si sa, è stata quella di manifestare pacificamente per le vie di Parigi. E qui qualche maligno ha detto che in fondo dovrebbero ringraziarlo, Chirac, se possono manifestare in piazza, cosa che sarebbe assolutamente impensabile in molti dei loro paesi d'origine; da parte mia evito ogni sarcasmo e dico solo che ben due paesi a maggioranza islamica, Tunisia e Turchia, hanno da tempo vietato il velo alle donne musulmane, senza per questo suscitare troppo scalpore, che sarebbe ancor più giustificato dal momento che il divieto viene da governi non certo accusabili di "anti-arabismo". Da parte sua, lo Sheikh del Cairo, ossia il capo spirituale islamico in Egitto, ha affermato che i musulmani in Francia vivono in un paese non loro, e di conseguenza devono adeguarsi alle leggi che lì vengono imposte, e del resto, ha sottolineato, il divieto comprende anche cristiani ed ebrei. Sarà interessante vedere lo sviluppo degli eventi, con le conseguenti reazioni. Quello che sembra però di vedere, è una costante necessità di individuare un nemico, questo sì: fino al genocidio hitleriano sono stati gli ebrei (del resto deportati e massacrati sotto una coltre di colpevole silenzio generale da parte di tutte le nazioni), poi è stata la volta dei comunisti mangia-bambini, ora a quanto pare tocca all'arabo "terrorista e integralista". E' ben triste constatare, all'inizio di questo nuovo millennio, che il tanto celebrato progresso tecnologico che fa funzionare ormai alla perfezione gli oggetti, funzioni molto meno con le coscienze.
ulivoselvatico.org
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Bombe sociali
Antenore
La situazione è molto confusa, ma fa piacere vedere che qualcuno dei nostri, ogni tanto, ha le idee chiare. Speriamo che siano questi gli argomenti di cui parlare nelle prossime campagne elettorali...
L'Italia è seduta su quattro autentiche bombe sociali. La prima si chiama lavoro parasubordinato: un terzo dei giovani tra i 25 e i 40 anni lavora con contratti flessibili e nel 2030 arriverà a stento ad avere una pensione sociale. La seconda si chiama invecchiamento: se davvero nel giro di vent'anni raddoppierà il numero degli anziani, che cosa vogliamo offrire loro nel 2025? Prestazioni dimezzate rispetto a quelle già insufficienti di oggi? La terza mina si chiama maternità: senza investimenti in asili nido e sostegni all'occupazione delle madri, le giovani famiglie continueranno ad avere un welfare fondato unicamente sui nonni. La quarta mina si chiama licenziamenti individuali: sono in aumento, sono invisibili e nessuno se ne cura perché qui non si può intervenire per decreto con la cassa integrazione. (...)
Enrico Letta, dell'Ulivo,da un'intervista all'Espresso del 15 gennaio 2004
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Quando si ruba l'acqua....
di Rosarita Catani
20 Feb 2004
dalla nostra corrispondente da Amman
Salfit è una regione della West Bank occupata che è stata tormentata per molti anni dalla confisca delle terre e dal furto dell'acqua. Il 65% dei coloni di tutta la West Bank vivono in 19 insediamenti di questa regione, la quale ha solo 20 villaggi palestinesi. Il 45% della terra storica di Salfit è stata confiscata durante gli anni per la costruzione degli insediamenti (da 170.000 a 270.000 ettari). Per dirne una, dopo gli accordi di Oslo, l'insediamento di Revava si è allargato del 300%.
Il periodo successivo agli accordi di Oslo è stato caratterizzato da una intensissima attività di confisca delle terre ai palestinesi, di demolizioni delle abitazioni, queste ultime soprattutto nei territori circostanti Gerusalemme, di costruzione di nuove strade (le cosiddette by-pass road) per collegare tra di loro e con Israele gli insediamenti dei coloni, anche quelli edificati nel cuore dei territori occupati.
E questo scenario è sempre stato poco descritto dai media in quanto lo scontro non si esprime tramite spargimenti di sangue, non produce notizie ad effetto. Si tratta piuttosto di una guerra fatta attraverso atti ufficiali di esproprio, confische per motivi di sicurezza oppure per il verde ambientale. In definitiva è uno scontro che si risolve attraverso ricorsi presso aule dei tribunali, con avvocati impegnati a produrre documentazioni probatorie delle proprietà palestinesi o a scoprire cavilli burocratici che hanno permesso un provvedimento di esproprio finanche, in molti casi vere e proprie falsificazioni di documenti per dimostrare la vendita di un terreno.
Il contesto legale che permette la confisca delle terre palestinesi si basa su diverse condizioni, supportate da specifiche ordinanze, applicate da Israele a seconda dei casi: - un’ordinanza risalente al 1943 emessa durante il mandato britannico permette l’esproprio fino al 40% di qualsiasi terra privata per “uso pubblico”. Questa condizione ha trovato grande applicazione nel distretto di Gerusalemme e nella realizzazione delle nuove strade di collegamento a favore degli insediamenti, in gran parte realizzate proprio dopo gli accordi di Oslo.
- Una legge israeliana consente l’esproprio anche di grandi superfici di terre private per motivi di sicurezza o per scopi militari. Gran parte degli insediamenti sorti prima del 1980 hanno beneficiato della confisca di terre ai palestinesi per motivi di sicurezza militare.
- Una ordinanza risalente addirittura al periodo di dominio ottomano (1853) prevede che ogni terreno non intensamente coltivato (almeno il 50% della superficie messa a coltura) per almeno 3 anni, può essere espropriato e divenire terra statale. Buona parte delle terre marginali, utilizzate a pascolo estensivo, hanno subito gli effetti di questa ordinanza ottomana. La lotta dei contadini palestinesi è rivolta alla intensificazione delle colture per prevenire questo tipo di provvedimento di confisca.
- Una ulteriore legge israeliana consente la confisca di terre da dichiarare “riserve naturali”.
In molti casi dopo alcuni anni queste zone espropriate vengono in effetti destinate alla costruzione di insediamenti. Tutto questo ha consentito in passato e consente ancora di più oggi la confisca di migliaia di ettari di terre palestinesi. La situazione economica dei villaggi di Salfit è disastrosa. Non vi è lavoro nei villaggi o nelle città di Salfit e solo il 2% della popolazione lavora in Israele. Gli alberi di olivo sono stati distrutti dai coloni anno dopo anno.
Quest'anno, il padre del Sindaco, come molti altri residenti, ha abbandonato un terzo dei suoi olivi (400 alberi) perchè i coloni ad Ariel non gli permettevano la raccolta. Questo, nonostante la decisione dell'Alta Corte Israele del 1982 che intimava ai coloni di non usare la terra vicino Ariel in quanto appartenente ai Palestinesi. Israele, ha anche derubato l'acqua di Salfit, la quale possiede i giacimenti d'acqua più importanti di tutta la West Bank. 16 pozzi artesiani sono stati confiscati durante gli anni - l'acqua fu deviata miglia lontano per servire Israele e rifornire i pozzi dei coloni a Salfit e nella Valle del Giordano. Gli Israeliani ed i coloni consumano l'acqua cinque volte di più dei palestinesi, ma i Palestinesi pagano il 300% in più.
Questo sistema razzista di deviazione dell'acqua, perfezionato dal Regime apartheid in Sud Africa, è controllato dalla compagnia privata dell'acqua Merkorot. I vicini villaggi di Kufr Dik e Bruqin sono costantemente senza un consistente approvviggionamento idrico perchè viene sovraconsumato dai coloni. Nove anni fa, Il Municipio di Salfit fu sul punto di costruire un ampio piano di approvviggionamento idrico per servire la città di Salfit. Il piano era stato inizialmente progettato su 13 Km di terra della città. Il municipio ricevette un finanziamento di 22 milioni di marchi dalla Germania per la costruzione della centrale idrica e delle relative condutture, ma le Forze d'Occupazione Israeliane fermarono la costruzione e sequestrarono tutti gli equipaggiamenti restituiti 18 mesi dopo. Il Municipio di Salfit dovette comprare un nuovo pezzo di terra fuori la città e spendere altri 2 milioni di marchi per rimuove le tubature e l'elettricità costruiti. Israele approvò il nuovo piano, ma il Muro dell'Aperthaid ora separa Salfit dal piano delle acque di scarico, e la terra fu usurpata e confiscata dai coloni.
Il Muro ha anche distrutto o isolato un antica tomba chiamata Jelal al Adeer, che doveva essere la tomba di un profeta. Il Sindaco di Salfit sospetta che un'altro 25% della terra verrà confiscato dal Muro dell'Apartheid. Questo incluso 1000 alberi di ulivo. Per quanto concerne gli insediamenti Sharon ieri, in un incontro con tre inviati statunitensi ha discusso il piano per rimuovere i 7,500 coloni da Gaza. Ma Ariel Sharon e' davvero intenzionato ad evacuare quasi tutti gli insediamenti di Gaza?
"Quasi", perché vuole conservare tre colonie site presso la Linea Verde del 1967. Questa mossa soddisfa la grande strategia di Sharon. E' pronto a restituire Gaza, con il suo milione di palestinesi indesiderati, ed anche qualche sperduto insediamento in Cisgiordania, pur di ottenere l'assenso americano ad annettere la gran parte della Cisgiordania.
Non e' una strategia nuova. Davide Ben Gurion "cedette" il 22% della Palestina per potersene accaparrare il 78% contro il 55% previsto dal piano delle Nazioni Unite. Menahem Begin "cedette" l'intero Sinai per eliminare l'Egitto dalla scena e concentrarsi sulla conquista della Cisgiordania. Sharon e' pronto a "cedere" tutta la striscia di Gaza ed il 45% della Cisgiordania per poterne annettere ad Israele il 55%. Questo e' ritenuto un "passo unilaterale" - senza l'accordo dei palestinesi, che saranno rinchiusi in enclavi circondate da muri e barriere elettroniche.
Rosarita Catani
r.catani@reporterassociati.org
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Furti e elezioni anticipate
di Antonio Padellaro
da l'Unità - 21 febbraio 2004
A un certo punto, non sapendo che pesci pigliare Gustavo Selva si è messo a leggere nell’Aula di Montecitorio tutto, ma proprio tutto, l’articolo del «Foglio» su Berlusconi e i politici ladri. C’era da trasecolare nel sentire il ligio (fino a quell’istante) deputato di Alleanza nazionale proferire all’indirizzo di Silvio Berlusconi epiteti come «demagogia e ciarlataneria forcaiola», «insinuazioni di bassa procura», «accuse manigolde». Quando è arrivato a «estremismo mattoide», lo spericolato Gustavo ha deglutito e quasi inciampava, ma ormai era tardi per scendere in corsa dall’articolo di Giuliano Ferrara, lanciato verso il diapason: «Cavaliere, lei ha bisogno con urgenza di una faccia politicamente più credibile». Se non fosse per le mille disgrazie che l’uomo di Arcore ha procurato a questo paese, adesso potremmo perfino ringraziarlo per lo sgomento che, ieri mattina, avvolgeva i banchi del centrodestra. Uno spettacolo strepitoso di puro contorsionismo ex e post scudocrociato.
L’ex dc Selva che prima sparge parole non sue e poi si affretta a nasconderle sotto il tappeto (con i mattoidi non si può mai sapere): «Comunque noi continuiamo a stare con Silvio Berlusconi che si è impegnato a garantire il bipolarismo italiano». Il post dc Follini, che evoca De Gasperi e Moro pur di esorcizzare l’iconografia blasfema, trionfalmente riesumata dal boss in quel di Atene: quella dei dc forchettoni e ben forniti di barche e seconde case. L’eterno dc Giovanardi, pover’uomo, dapprima dolente e smarrito come quei mariti traditi negli affetti più cari e che non sanno capacitarsi. Salvo poi fingersi rassicurato in forza di qualche misterioso indizio: «Tutto chiarito non ce l‘aveva con nessuno di noi».
Davvero imperdibile il rabbioso sbigottimento del direttore del «Foglio», oggi indignatissimo per le mattane del coniuge del suo editore. Quando, fino a ieri, perfino l’istigazione di costui a evadere il fisco, rivolta a tutti gli italiani di reddito superiore, suscitava gridolini di entusiasmo e ammirate dissertazioni sul nuovo campione dell’antipolitica, sulla provvidenziale follia del premier seguace di Erasmo e geniale sparigliatore di leggi e regolamenti (comprese le norme del codice penale sulla corruzione di magistrati). Cos’è, allora, che ha fatto trasalire adoratori e fans? Possibile che sia stata la semplice parola, ladri, certo inusuale su quelle labbra liftate? Ma come, avranno pensato. Dopo che è stata messa in piedi la più gigantesca campagna di disinformazione contro Mani Pulite. Dopo che l’illegalità è stata elevata a valore fondativo della futura costituzione. Ma come, dopo che si sta cercando di trasformare i giudici in imputati e gli imputati in giudici, e tutto per compiacerlo, lui ci viene di nuovo a parlare di politici disonesti?
L’essere un giornale di intransigente opposizione non significa non saper vedere, e non saper segnalare le differenze di comportamento tra un ministro e un altro ministro, tra un partito e un altro partito della maggioranza. Che l’Udc non è Forza Italia, che c’è una bella differenza tra gli attendenti del partito azzurro e un presidente della Camera di apprezzato equilibrio istituzionale, tra gli yesman a libro paga e un segretario geloso della propria autonomia politica come Follini, questo lo sappiamo e lo scriviamo. Fin dall’inizio si è capito perfettamente che erano proprio loro i veri bersagli delle gravissime esternazioni di Berlusconi sui politici arricchiti. Prima dello schiaffo di Atene c’era stato, infatti, un turbolento vertice della Casa delle Liberta durante il quale, come si era saputo poi, il premier aveva gridato insulti irripetibili contro gli alleati assenti (Follini, appunto, non c’era) definiti «affaristi», e minacciati di essere esposti al pubblico ludibrio. Adesso, i solerti portavoce affermano che quando accusa i politici di ruberie, Berlusconi ce l’ha soltanto con l’opposizione.
Naturalmente non è vero, e per una ragione elettorale precisa. A lui interessa esclusivamente recuperare tutti i voti del centrodestra che può. E lo ha detto. Spiegando che sottrarre voti al centrosinistra la considera un’impresa impossibile, almeno in questa situazione. È l’Udc che Berlusconi ha soprattutto nel mirino, perché quelli sono voti moderati del Polo che egli considera in libera uscita e che intende a tutti i costi incamerare dentro Forza Italia. Eppure, malgrado le intenzioni non amichevoli di Berlusconi il partito di Casini e Follini non smette di sottostare ai desideri di Berlusconi. Gli hanno sempre votato tutte le leggi ad personam. Perfino ieri, mentre il presidente del Consiglio continuava a insultarli, i deputati dell’Udc erano disciplinatamente in fila a dire sì al decreto Gasparri per salvare Rete4: indecente omaggio al più indecente conflitto d’interessi della storia.
Un comportamento piuttosto inspiegabile, anche alla luce di una ipotesi che si sta facendo strada in queste ore nei palazzi romani. Che, cioè, il presidente del Consiglio voglia, in realtà, le elezioni politiche anticipate, da abbinare alle europee del 12 e 13 giugno (il cosiddetto election day, a cui tanto tiene). Che le sue più recenti provocazioni siano finalizzate a una campagna elettorale del tipo: Berlusconi contro tutti. Avrebbe deciso di rovesciare il tavolo anzitempo, per due ragioni fondamentali. Perché si rende conto che il suo governo è alla frutta. Per cogliere di sorpresa il centrosinistra, che si troverebbe improvvisamente senza candidato premier, dopo che Prodi ha annunciato di voler restare a Bruxelles fino al prossimo 31 ottobre. È difficile dire, oggi, come finirà. Certo è che il premier sta creando un clima in cui nessuno può sentirsi sicuro. Neppure i suoi alleati più docili.
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Ds Lombardia - Rassegna stampa
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Umberto Eco
La Certosa di Parmalat
Ecco alcuni possibili remakes di romanzi e film da allegare ai quotidiani: da 'Ombre russe' a 'Il burino del Po'
La massima vendita di libri e videocassette è data ormai da romanzi e film offerti dai quotidiani, ma la concorrenza si sta facendo spietata. Dato fondo ai classici da Esiodo a Gino e Michele, ai capolavori del cinema dai fratelli Lumière a Panariello, non si sa più cosa proporre. Ecco alcuni possibili 'remakes'.
La Certosa di Parmalat - Ascesa e caduta di un giovane rampante pronto a ogni azzardo, Fabrizio del Bingo. Illustrazioni dalla Totentanzi di Holbein.
Tarocco e i suoi fratelli - Avvincente storia di inganni televisivi. Commento musicale di Ezio Taricone, autore di 'Stelle e Striscia'.
Su la testa - Storia natalizia d'avventure al plastico, con la consulenza, per l'ampliamento del sorriso, di Christian de Sirchia. Blefaroregia di Sergio Lenone. Un avventuriero, detto anche Funny Face o Plastic Man (il suo nemico è Scalface), si rifà il volto per continuare indisturbato i suoi attentati dinamitardi alle banche che raccolgono euro. Alla fine del trattamento il protagonista si ritrova la faccia di Massimo Bondi.
Ombre russe - Storia di una schizofrenia. Un presidente vede comunisti dappertutto ma va in vacanza col capo del Kgb.
El purtava i scarp del Tenno - Satira di Jannacci e Grillo sulla globalizzazione: l'invasione della manifattura giapponese.
Garsparr de la nuit - Personaggio tenebroso cerca di oscurare le reti televisive statali, ma incorre in divertenti disavventure. Regia di Blackout Edwards.
Abbassa la tua radio per favore - Cd cantato da Little Tony Blair.
Non si trattano così anche i cavilli - Maratona giudiziaria di Cesare Previti: come non pagare il tasso sull'Ariosto.
Il tumulto dei Ciampi - Appassionante storia di fantapolitica che vede alcuni personaggi agitarsi in vista di una prossima candidatura alla presidenza della repubblica.
Anche i Formigoni nel loro piccolo s'incazzano - Storia di conflitti regionali lombardi.
Dieci piccoli idonei - In un ateneo remoto vengono invitati dieci ricercatori idonei per concorso, ma con contratto CoCoCo. A uno ad uno, scaduto il contratto, i ricercatori vengono eliminati. Come in Agata Christie, il colpevole è un giudice.
Che, des brumes? - Un ministro dei trasporti si ostina a combattere la nebbia sulle autostrade imponendo alle macchine di tenere i fari accesi anche quando sono in garage.
La Corte si ritiri - Superba interpretazione del ministro Castelli.
Il Corsera Nero - Antologia dal Libro dei Sogni di Silvio Berlusconi.
I misteri di Parisi - Lunghissimo romanzo a puntate appena conclusosi, sulla possibile candidatura di Prodi.
Il prete bullo - Romanzo di Gianni Baget-Bozzo.
Uno, nessuno, cinquecentomila - In occasione di una manifestazione sindacale Clemente Mimum riceve tre dati, uno dalla questura, uno dal governo e uno dagli organizzatori, e opta per il secondo.
Nessuno torna indietro - Romanzo di Albania de Cespedes sui tentativi di rimpatrio degli immigrati clandestini.
Il barbone rampante - Bildungsroman sulla carriera del ministro Maroni.
Il cavaliere insistente - Cartone animato su un personaggio che a furia di plastiche facciali tenta di raggiungere l'immortalità e il governo perpetuo.
Limelift - Personaggio di statura chapliniana tenta l'ultimo trucco per restare alle luci della ribalta.
I promessi spasimi - Storia italiana del XXI secolo riscritta per pensionati. Appassionante il brano 'Addio tre monti sorgenti dal buco'.
Aspettando godo - La lenta scalata al potere, tra verifiche e ribaltoni, di un presidente della camera dei deputati.
I corsari del bermuda - Avventure del direttivo di Forza Italia alle Cayman Islands.
L'azzurro e il nero - Film con Berlusconi che dice al telefono "è la tv, bellezza, e non puoi farci nulla!".
Guerra e pece - Come fare una guerra e vedersi saltare in aria i pozzi di petrolio.
Per un pugno di euro - Storie di scioperi tranviari.
Uno stadio in rosso - Per i forsennati investimenti del proprietario una squadra di calcio va in bancarotta.
Quore - Un gruppo di ragazzi, non potendo frequentare le scuole private, impara l'ortografia in una scuola pubblica.
Frattaglie d'Itaglia - Documentario leghista, con accluso rotolo di carta igienica tricolore.
Il burino del Po - Grande romanzo di Umberto Bossi.
Alcune videocassette a luci rosse.
Il ritorno dei morti viventi - Musical di nani e ballerine.
La romena - Da un inedito di Alberto Moravia, sulla triste vicenda di un'extracomunitaria che cade preda della mafia della prostituzione.
Tre uomini in burka - Pruriginosa vicenda tra i transessuali di Kabul.
Diletto e castigo - Vicende di masochisti.
La mia, via - Storia di un'attricetta decisa a raggiungere il successo, che si offre per un film con Tinto Brass.
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Così cominciò il fascismo
da L'Unità di Bruno Gravagnuolo
Verrebbe voglia di liquidare l’ennesima esternazione del Premier - e il suo reiterato attacco al comune senso del pudore democratico - con le parole di Luca Volonté, capogruppo Udc e non sospetto di antiberlusconismo pregiudiziale: «Campagna da basso ventre». Definizione aurea, ammettiamolo. Quantomeno chiara e onesta, al confronto dei patetici distinguo del solito La Russa. Che rischia il trauma cranico scivolando dagli specchi, nell’inane tentativo di spiegare che il j’accuse di Berlusconi ai «politici ladri» non si riferiva a tutti i politici di professione, ma soltanto a «chi professa finta indigenza».E tuttavia le cose sono maledettamente più serie. Perché nel vergognoso attacco del Premier alla «politica come professione» - parassitaria e ladra per definizione - si compendiano non solo la barbarie dell’attacco intollerante contro il ruolo democratico dell’opposizione. Bensì i tratti di una concezione reazionaria a tutto tondo. La stessa che ha sempre connotato il populismo conservatore, il conservatorismo autoritario di destra, e più in generale la cultura politica dei totalitarismi. Riascoltiamole, le parole di Berlusconi ad Atene. Per fissarle bene a mente, e intendere a che soglia di regressione è ormai giunto il discorso pubblico in Italia. «I leader dell’opposizione - ha detto dinanzi a una platea sbigottita di giornalisti - hanno preso i soldi dai cittadini, e coloro che fanno politica di professione sono riusciti ad avere delle proprietà solo rubando».Intanto è agevole ribattere che i tre quarti di Forza Italia, nonché della Cdl, è composto da politici di professione: dai Pisanu, agli Scajola, agli Schifani, ai Cicchitto, ai Vito. Per non dire degli ideologi piccoli e grandi di complemento, da Baget Bozzo ad Adornato, due ex espertissimi in migrazioni trasversali. E tanto basti per Forza Italia, partito-azienda nato dal matrimonio di una finanziaria privata (ben protetta dal ceto politico di un tempo) con pezzi stagionati della classe politica democristiana e craxiana. Quanto al resto del centrodestra - rude razza padana a parte anch’essa ibridata di passato - sia l’Udc che An sono tutt’altro che associazioni rampanti della società civile. Sono invece la propaggine moderata e di destra della vecchia politica di professione del dopoguerra, passata armi e bagagli al Cavaliere «polarizzante» e «sdoganante» (e perciò un po’ si adontano). Né è inutile soggiungere che proprio il Cavaliere - spratichitosi in quanto lobby all’ombra di Bettino - è ormai diventato lui stesso il «politico di professione di nuovo conio» dell’ultimo decennio. Laddove il conio è quello populista e censitario di una ricchezza non estranea ai paradisi della vecchia politica nella «prima repubblica». E nemmeno estranea ai paradisi della «nuova repubblica». Se è vero che le aziende del premier - nonché non sfavorite dalla perfidia «comunista» al governo - sono oggi gratificate da plusvalenze e afflussi pubblicitari come mai in passato. In condizioni di oligopolio acclarato e ben protetto dalla legge. Senza antitrust. E con polizza di «riassicurazione Gasparri». Son cose ovvie, ma è giocoforza ricordarle, per contrastare il mobbing a cui Berlusconi e Forza Italia hanno deciso di sottoporre il paese nella lunga campagna elettorale ormai avviata. E che vede il premier in affanno, mobilitarsi e dare il peggio di sé. Ma c’è dell’altro, purtroppo. E va ben oltre l’aggressione contingente nata dall’affanno del Premier e dai pessimi risultati conseguiti dalla compagine di centrodestra, a cui si cerca di porre riparo con il mobbing e le «verifiche» pleonastiche. C’è infatti l’irrompere di una mentalità di lunga durata, tipica del capo dell’esecutivo. La stessa mentalità che ha tenuto a battesimo le sue fortune mediatiche e ideologiche, nel paese dell’«individualismo proprietario». Sicché, incalzato dallo stress, Berlusconi produce le sue tossine più genuine, e viene fuori al naturale. Con una favola antica e ancora d’effetto su un «certo» paese. E quella favola racconta e ammaestra: «la politica è una cosa sporca»; «la politica non è una professione»; «i galantuomini non fanno politica». E poi ancora: «solo chi ha conseguito fortuna o già possiede fortuna economica, può far politica senza rubare, mentre gli altri politici sono per forza fraudolenti». Già il liberale Croce, nel primo novecento, svelava che tutta questa cantilena null’altro era che la maschera di una «certa politica». E non già la verità di una nobile «antipolitica», sempre impossibile e bugiarda nell’agone pubblico e sempre destinata a contraddirsi platealmente, a beneficio dei politici spregiatori della politica. Eppure il ritornello torna ancora. Intatto, per non andar lontani, dai tempi in cui gli antisemiti nella Francia di Dreyfuss aggredivano il Parlamento dei «perdigiorno e dei parassiti», avulso dalla concretezza di «mestieri», «tradizioni» e «competenze». Mentre analogo motivetto suonavano i conservatori inglesi e tedeschi contro il suffragio allargato anche ai piccolo-borghesi, in quento privi di ricchezza propria e quindi destinati a malversare. Stessa musica contro il «ceto politico», si udì poco prima del fascismo e durante. Allorché la vulgata reazionaria divenne esaltazione della rappresentanza corporativa, disciplinata da uno stato ostile alla «politica politicante» e ai «ludi cartacei» dei partiti. Infine identico refrain si udì nell’immediato dopoguerra nelle filippiche di Guglielmo Giannini. Per il quale i politici erano solo dei «rompicoglioni» decisi a stritolare «l’uomo qualunque» nella morsa di tasse, ruberie e ideologie. Anche Giannini, in questo come Mussolini, invocava uno stato puramente «amministrativo» e al disopra dei partiti, in grado di fare a meno dei politici. Laddove il mito di uno stato neutro e senza politica - privo di politici di professione - fascinò anche Lenin che dapprincipio auspicava «la cuoca al potere». Con i noti risultati che sappiamo. Morale, col suo mobbing Berlusconi riassume tutto questo. Vale a dire, «l’autobiografia della nazione» forcaiola e antipolitica. E le peggiori pulsioni del Novecento. Vuole stressare il paese. Ridurlo al disgusto di se stesso e all’autodisprezzo qualunquista, che confida solo nei miracoli dei finti «non-politici» come lui.
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BUONGIORNO - L’eterno alieno da La Stampa di Massimo Gramellini Chi volesse raccogliere le dichiarazioni rilasciate da Berlusconi alla stampa nell’ultima settimana, si accorgerebbe che per la maggior parte si è trattato di slogan, battute, barzellette sui lager (di nuovo!) e qualunquismi assortiti. Dopo le tasse che dissanguano, sono arrivati i politici che rubano: per completare il quadro restano soltanto i calciatori che guadagnano troppo e gli idraulici che non si trovano mai. Appena un quarto delle sue uscite pubbliche è servito a comunicare progetti concreti, ma anch’essi esposti con superficiale disinvoltura: l’altro giorno a «Porta a Porta» aveva promesso di ridurre le imposte al 33% «entro un paio di anni» che ieri sono già diventati «un paio di legislature» e domani potrebbero tranquillamente slittare a un paio di secoli. Mentre in America anche gli oppositori del presidente in carica si sforzano di apparire autorevoli, e quindi «presidenziabili», Berlusconi ha avviato la sua prima vera campagna elettorale da capo del governo con lo stesso spirito da pia |