| ulivo velletri |
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Haider ringrazia i socialisti
Da oggi di nuovo al governo della Carinzia. Per merito di un accordo shock con la Spö
Chi voterà I socialdemocratici usciranno dall'aula. Unici a votare contro saranno i verdi
ANGELA MAYER
Buste per vomitare Speibsackerln offerte a Klagenfurt dal gruppo di artisti Unikum che ha aperto in rete il «Primo negozio carinziano di corto circuito». Ce ne sarà bisogno di queste buste, perché oggi Jörg Haider sarà rieletto governatore della regione Carinzia per altri cinque anni grazie ad un accordo con il partito socialdemocratico (Spö). Sì, con il partito socialdemocratico, lo stesso che in campagna elettorale aveva annunciato di voler liberare la regione dall'onta insostenibile rappresentata dal capo della Fpö (il partito razzista dei liberalnazionalisti). L'accordo shock è stato trovato nel tempo record di un unico incontro due giorni dopo il voto, e, come se non bastasse, festeggiato per una notte intera con brindisi di Chianti tra Joerg Haider e il capo socialdemocratico della Carinzia, Peter Ambrozy. Dei contenuti della «coalizione del Chianti», come l'hanno battezzata i giornali, per ora non si sa nulla, nota è solo la spartizione delle poltrone tra socialdemocratici e Fpö che insieme totalizzano l'80 per cento dei seggi. «Così almeno si impedisce che per altri cinque anni Jörg Haider governi da solo e che la Carinzia venga lasciata nelle sue mani», si è giustificato Peter Ambrozy che ha ceduto alle pressioni dei sindaci Spö dei piccoli comuni, smaniosi di uscire dagli anni di magra per mancata collaborazione politica. E allora dalla Carinzia, dove non avrà quasi più opposizione, per Jörg Haider comincia una seconda primavera. Il partito popolare Oevp, che in Carinzia si è ridotto a un magro 10 per cento, è rimasto a secco, ma probabilmente oggi voterà per Haider. I socialdemocratici pudicamente non voteranno attivamente per l'ex nemico, ma renderanno possibile la sua elezione uscendo dall'aula. Probabilmente il solo voto contrario sarà quello dei due neoconsiglieri verdi.
«E'incredibile che Ambrozy si permetta una tale violazione della fiducia dell'elettorato e della maggioranza del partito», è insorto il presidente dei giovani socialisti della Carinzia, Rene Scharl, che insieme alle associazioni studentesche ha occupato la sede Spö di Klagenfurt con un grande striscione contro il patto rosso-azzurro. «Così tutta la nostra campagna elettorale ha perso credibilità e questo gli elettori non lo perdoneranno, comincerà un'erosione di voti simile a quella subita dal partito popolare». In Carinzia contro l'innaturale patto Spö- Fpö - che la direzione del partito ha votato a cose fatte con due terzi dei consensi - si è schierato anche il sindaco di Villach Helmut Manzenreiter, il capo della Spö di Klagenfurt e la responsabile femminile Sieglinde Tennacher. Tentazioni di collaborazioni con l' Fpö serpeggiavano già nella Spö della Carinzia - diversa da quella del resto del paese - già nel passato, ma finora sono state sempre bloccate dal partito centrale. Stavolta il capo socialdemocratico nazionale Alfred Gusenbauer ha dato di fatto via libera, dissociandosi solo a metà e con ritardo dal patto carinziano.
Jörg Haider giubilante per la fine della politica di messa a bando della Fpö praticata sinora ha svelato ai quattro venti di aver avuto colloqui preliminari con Gusenbauer. E nella Spoe ora è subbuglio, con la direzione Gusenbauer sotto tiro. «Non si deve collaborare con la Fpö, fatti salvi i punti per cui lo statuto regionale prevede una cooperazione», critica la Coalizione di lavoro di Klagenfurt Michael Haeupl, sindaco di Vienna, che parla di «un grave errore». Un appello di artisti, intellettuali ed ex ministri della Spö condanna l'alleanza con la Fpö ricordandone sette motivi, tra cui: il rapporto con il passato nazista, le barzellette e giochi di parole razziste e antisemite, la politica populista, e l'atmosfera xenofoba che la Fpö e Haider propagano soprattutto nella campagna elettorale. Firmatari dell'appello sono Elfriede Jelinek, André Heller, l'ex ministro delle finanze Ferdinand Lacina e l'ex ministro della cultura. Il patto per la Carinzia è stato anche oggetto di discussione tra gli europarlamentari socialisti. «Se si arrivasse a una coalizione con la Spö a livello nazionale sarebbe una chiara violazione della Carta etica dell'Internazinale socialista» ha dichiarato Pierre Moscovici, portavoce per l'Europa dei socialisti francesi. Progetti di coalizione nazionale tra i dirigenti socialdemocratici vengono fermamente respinti ma il disgelo è comunque cominciato.
ilmanifesto.it
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Mai visto prima, la Lega espulsa occupa l'aula di Montecitorio
di red
Doveva essere un passaggio parlamentare come tanti altri quello sulle cartolarizzazioni degli immobili, ma la seduta si è trasformata in una vera e propria rissa all’interno della maggioranza. La Lega parla di «Roma ladrona» e il presidente di turno, Publio Fiori di An, espelle il capogruppo Alessandro Cè e il deputato Dario Galli.
Al momento delle dichiarazioni di voto, i deputati della Lega hanno parlato del decreto legge sugli immobili come di «un regalo ai partiti di Roma ladrona e sprecona». A quel punto il vice presidente ha invitato Cè a moderare i toni. Ma il deputato del Carroccio ha risposto: «Lei la deve smettere, mi deve lasciar parlare». Il Presidente ha dunque richiamato all’ordine Cè che ha risposto urlando: «Sei un fascista».
Fiori ha deciso allora di espellere dall'aula i due deputati leghisti che non hanno però voluto abbandonare l’aula. La seduta è stata a quel punto sospesa per l’impossibilità di continuare seneramente i lavori.
Di fronte alle proteste della Lega, il presidente Pierferdinando Casini ha convocato la riunione dei capigruppo, durante la quale ha confermato che i due deputati debbono essere espulsi dall'aula.
Non si sono fatte attendere le prime reazioni alla bagarre di Montecitorio. «La Lega è asserragliata in aula? Ciò non mi impedisce di andare a fare quello che sono venuto a fare ossia andare a tagliarmi i capelli», il commento di Gianfranco Fini che ostenta una certa indifferenza rispetto a quanto accaduto.
Secondo il capogruppo dei DS Luciano Violante, «quella della Lega potrebbe essere solo una messa in scena per non votare il provvedimento». Per Violante «è forse una malignità dettata dall'esperienza, ma è chiaro che la Lega è in imbarazzo per un provvedimento sul quale non vorrebbe partecipare al voto».
Sulla stessa linea Franco Giordano, di Rifondazione: «Non capisco cosa c'entri Roma ladrona con la questione della vendita degli immobili e non capisco neppure perché inveiscano, visto che il decreto è stato sottoscritto anche dal ministro Maroni».
unita.it
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La radioattività in Iraq... l'equivalente di circa 250.000 bombe nucleari
di Bob Nichols
Mettere 1,8 milioni di Kg di polvere d'uranio radioattiva sul terreno in Iraq è stata una cosa chiaramente deliberata. Non è stato un incidente. Noi, cittadini americani, attraverso i nostri ragazzi nell'esercito, lo abbiamo fatto di proposito.
Come scrittore non riesco a trovare molte parole per descrivere cosa siano 61° C all'ombra. So cosa sono 48,8° nel Phoenix e i 42° nella sauna che uso. Ma sessantuno gradi all'ombra mi lasciano senza parole. Proviamo ad immaginarci quella temperatura mentre indossiamo un elmetto, una camicia a maniche lunghe, pantaloni lunghi, un giubbotto a prova di proiettile e uno zaino di 32 chili.
All'opposto gli eschimesi dell'Alaska e del Canada hanno 37 parole per parlare precisamente delle diverse forme della neve.
Dal momento che la temperatura in Iraq sta salendo sembrava giunta l'occasione di raccontare una storia. Nel 2003 c'era un soldato inglese di 19 anni il cui compito era quello di lavorare in un carro inglese. In Iraq. In estate. Da Londra si seppe che si dimenticò di bere sufficiente acqua e finì letteralmente cucinato nel suo carro. Ma quest'articolo non si occupa della temperatura in Iraq.
Anche se possiamo scommettere che il tempo sarà veramente importante per gli americani abbastanza sfortunati da ritrovarsi ancora in Iraq quest'estate.
In questo articolo si parla delle armi americane costruite con componenti di uranio.
Tutto quello che abbiamo impiegato nella nostra guerra contro di loro contiene uranio (molto uranio): pallottole, struttura protettiva dei carri di 120 mm, bombe di tutti i tipi, comprese quelle intelligenti, bombe da 225 a 900 Kg, missili cruise, ecc. Nel caso di un missile cruise, si è inviato ben 360 Kg di materiale. Quest'articolo tratterà di quanto uranio radioattivo i nostri ragazzi, che rappresentano noi, noi cittadini americani, hanno lasciato cadere in Iraq. Senza fare molti discorsi, essi hanno lasciato cadere sull'Iraq circa 1.800.000 chili di materiale.
Ora, la maggior parte di noi non ha la più pallida idea di cosa rappresentino 1,8 MILIONI DI CHILI di qualcosa, molto meno della polvere di uranio, che questo materiale produce quando viene sparato e esplode. Come paragone si può dire che questa cifra è uguale a 1.333 auto che pesano circa 1350 Kg l'una. Sono molte auto; possiamo immaginarci quanto esteso sia un parcheggio che contiene mille e trecento trentatrè auto. Il punto è: questa è stata ed è un'operazione di grandezza industriale. E sta ancora andando avanti.
Mettere 1,8 milioni di Kg di polvere d'uranio radioattiva sul terreno in Iraq è stata una cosa chiaramente deliberata. Non è stato un incidente. Noi, cittadini americani, attraverso i nostri ragazzi nell'esercito, lo abbiamo fatto di proposito.
Quando le pallottole, le bombe o i missili all'uranio colpiscono qualcosa o esplodono la maggior parte dell'uranio immediatamente si trasforma in particelle di polvere molto, molto piccole, troppo fini da poter essere viste. Quando i soldati americani o gli iracheni ne respirano solo una piccola quantità nei loro polmoni, piccola quanto un grammo, è come se fossero sottoposti ad una radiografia ogni ora per il resto della loro breve vita.
L'uranio non può essere rimosso, non c'è alcuna terapia, non ci sono cure. L'uranio sopravviverà più a lungo dei corpi dei Veterani e degli iracheni; perché esso dura praticamente per sempre.
Ma c'è di peggio. Sembra che un Ammiraglio, ex capo di stato maggiore della marina indiana, si sia domandato quanta radiazione esso rappresenti. Egli inoltre voleva tradurre quella cifra in una immagine che il mondo, ma specialmente il mondo non americano, poteva facilmente capire.
L'Ammiraglio decise di calcolare quante Bombe Atomiche di Nagasaki si devono far esplodere per ottenere la quantità totale di radioattività dispiegata in Iraq nel 2003 (1,8 milioni di Kg di uranio).
L'Ammiraglio inoltre voleva calcolare quanta radioattività le forze militari americane avevano impiegato nelle ultime 5 guerre americane, le cosiddette 5 guerre nucleari.
Questo è un obiettivo abbastanza semplice per una persona come un capo di stato maggiore della marina di un paese che è membro del Club Nucleare. Usare la bomba di Nagasaki come unità di misura è una svolta particolarmente raccapricciante. Per coloro che negli Stati Uniti non la conoscono, si ricorda che le Forze Militari Americane gettarono due bombe nucleari sul Giappone alla fine della II Guerra Mondiale. Tutto il mondo lo ricorda.
Una bomba atomica venne gettata sulla città di Hiroshima, l'altra sulla città di Nagasaki tre giorni dopo. Circa 170.000 persone furono immediatamente incenerite. Fu veramente un grosso regalo.
E' un'unità di misura che può essere compresa nel resto del mondo; ma non molto bene da Fox News (c) o dal resto dei media americani Fox-simili. Il Dipartimento dell'Energia infatti parla ancora delle esplosioni di Hiroshima e Nagasaki adoperando il termine "test". L'Ammiraglio ha rilasciato i suoi dati mesi fa ad una conferenza scientifica in India. Questo articolo è il primo resoconto fornito negli Stati Uniti. Ed è stato dapprima rilasciato su Internet.
L'ammiraglio ha calcolato il numero di atomi radioattivi nella bomba di Nagasaki e lo ha comparato con il numero di atomi presenti nei 1,8 milioni di Kg di uranio lanciato sull' Iraq dalla guerra del 2003. Ora, credetemi, è molto più complesso di come lo sto dicendo; ma, essenzialmente, è ciò che gli esperti in India hanno fatto.
Quante bombe nucleari tipo Nagasaki occorrono per raggiungere la radioattività dispersa nella Guerra irachena del 2003? Risposta: a circa 250.000 bombe nucleari.
Quante bombe nucleari tipo Nagasaki occorrono per raggiungere la radioattività dispersa nelle ultime 5 guerre nucleari americane? Risposta: Circa 400.000 bombe nucleari.
Chi avrebbe mai fatto una cosa come questa?
Noi. Il solo popolo nella storia del mondo che si è impegnato in guerre nucleari sono gli americani, i cittadini degli Stati Uniti. Si può supporre che anche i tedeschi e i giapponesi nella II Guerra Mondiale volevano confrontarsi in una Guerra nucleare e che forse i militari americani li hanno battuto sul tempo.
Numerosi studiosi accademici potrebbero dibattere a lungo se, oppure no, Herr Hitler, Fuhrer della Germania, avrebbe impiegato munizioni di uranio nei Sudeti se ne avesse avuto la disponibilità. Certamente i tedeschi ne sapevano molto, almeno quanto ne sapevamo noi. Ed è molto dubbio che Hitler avesse mai avuto l'intenzione di usarle anche perchè i Sudeti erano molto vicini alla madrepatria, la Germania nazista.
Un generale americano chiamato Leslie Groves era responsabile del progetto di fabbricazione della bomba chiamato Progetto Manhattan. Nel 1943 il Dipartimento della Guerra sapeva esattamente per cosa potevano servire le bombe e i proiettili all'uranio.
Se le bombe nucleari non fossero detonate in Giappone, l'uso dei proiettili e delle bombe all'uranio avrebbe fatto un passo indietro. E nel 1980 Ronald Reagan fece sì che il rinominato Dipartimento della Difesa facesse risorgere il materiale mortalmente radioattivo nei proiettili, bombe e missili. Nessun problema allora che il suo soprannome popolare fosse Ronnie RayGuns (pistole radioattive).
I militari americani nel 1943 conoscevano inoltre i sintomi dell'avvelenamento da radioattività; sintomi che iniziano con la sensazione di gola irritata per arrivare ad una morte agonizzante paragonabile ad un processo di cottura dall'interno.
Il Presidente Bush ha promesso di invadere 12 paesi nel suo discorso all'Unione degli Stati nel 2003. Io credo a quell'uomo. Per qualche ragione alcuni miscredenti americani non gli prestano fede o pensano che stia esagerando. Comunque il resto del mondo ha tutte le ragioni per credergli.
Non c'è da preoccuparsi perché il Presidente ha tanto di quel materiale grezzo per costruire munizioni all'uranio radioattivo. Ci sono più di 77.000 tonnellate depositate nei 103 impianti di smaltimento nucleare e nei molti laboratori per la fabbricazione di armi nucleari negli USA. Ciascuno è capace di produrre 113 Kg di materiale radioattivo al giorno per missili, bombe e proiettili all'uranio. Per dirla schietta, ciò è sufficiente per 40,5 campagne di glorioso successo come quella contro l'Iraq nel 2003.
Ogni anno in questo periodo i venti del Sud lasciano una fine sabbia del deserto sulle auto parcheggiate all'esterno nell'Europa continentale e in Gran Bretagna. Presto questa polvere di sabbia porterà una sorpresa. Grazie agli americani. Grazie a noi. Noi abbiamo fatto questo al mondo. E, ci domandiamo perché ci odiano e ci disprezzano.
Questo risultato di uccisioni indiscriminate prodotte dalle armi all'uranio dà un significato nuovo ad un vecchio termine: carne da cannone. In Iraq, ciò che è andato, ritorna. Se non le stesse munizioni di uranio, la polvere d'uranio sarà dentro i corpi dei nostri soldati di ritorno, bombe a orologeria che lentamente portano via la vita degli ingenui e degli ignoranti con la loro propria fonte interna di radioattività, la carne da cannone delle guerre nucleari americane del 21° secolo.
Metti il tuo finale a questo articolo
Molte persone hanno fatto tutto ciò che è pensabile per fermare queste guerre nucleari. E più specificatamente per fermare l'uso dell'uranio come munizione e per cancellare gli impianti nucleari. Abbiamo tentato e fallito per anni. Perché non ci proviamo ancora? Scrivi quali passi vorresti adottare per cambiare questa situazione.
Contattami a: bobnichols@cox.net.
Bob Nichols scrive a Oklahoma City ed è un editorialista per DemoOkie.com. Bob Nichols scrive anche contributi per LiberalSlant, Democratic Underground, OnlineJournal, AmericaHeldHostage, ed altre pubblicazioni online. Contribuisce anche a The Oklahoma Observer ed altre pubblicazioni a stampa. Vive e lavora a Oklahoma. E' un membro del CASE (Azione dei cittadini per l'energia sicura) e presidente della Carrie Dickerson Foundation. CASE ha fatto fallire due importanti tentativi di costruire nuovi impianti nucleari nell'Oklahoma.
Copyright 2004, Bob Nichols. All rights reserved. Permission for reposting is allowed provided the complete text and attribution are kept intact.
Fonte: www.dissidentvoice.org
Traduzione: comedonchisciotte.net
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L'Italia è anomala 28 voti a favore e 19 contrari. Si stabilisce così che la situazione italiana è a rischio e diventa un caso pericoloso per l'Europa
La commissione per la Libertà e i diritti dei Cittadini si è espressa sul rischio di violazione della libertà di espressione e informazione
Con 28 voti a favore, 19 contrari e nessun astenuto, la commissione per le libertà e i diritti dei cittadini del Parlamento europeo ha oggi approvato la relazione messa a punto sul "rischio di violazione nell' Ue e particolarmente in Italia della libertà di espressione e informazione". Il testo è stato approvato con i voti dei parlamentari del Pse, Verdi, Sinistra, Liberali e Radicali. Contrari Ppe, Uen e Lega.
Grande soddisfazione da parte di Articolo 21 che, in Europa, aveva posto insieme ai parlamentari italiani di centro sinistra questi temi.
La stessa maggioranza che ha approvato il testo definitivo ha dato il suo via libera a numerosi emendamenti del leader della Margherita Francesco Rutelli, due dei quali sollecitano la riforma del settore audiovisivo "conformemente alle raccomandazioni della Corte costituzionale italiana e del presidente della Repubblica" e una "soluzione reale e appropriata al problema del conflitto d'interessi del presidente del Consiglio dei Ministri italiano, il quale controlla direttamente il principale operatore radiotelevisivo privato e indirettamente quello pubblico". La risoluzione dovrebbe essere esaminata in plenaria dall'Europarlamento nella sessione di aprile. La relazione della liberale olandese Johanna Boogerd-Quaak prende in esame la situazione di Francia, Irlanda, Germania, Polonia, Paesi Bassi, Svezia e Regno Unito, oltre alla situazione italiana.
Ma quello che si rileva nella relazione è che "il sistema italiano presenta una anomalia dovuta ad una combinazione unica di poteri economico, politico e mediatico nelle mani di un solo uomo, l'attuale presidente del Consiglio dei ministri italiano Silvio Berlusconi e al fatto che il governo italiano è direttamente o indirettamente in controllo di tutti i canali televisivi nazionali. Tra gli emendamenti di Rutelli approvati oggi in Commissione si rileva che Berlusconi "non ha risolto il suo conflitto di interessi" e che "uno dei settori nel quale è più evidente il conflitto di interessi è quello della pubblicita". La Commissione ha anche approvato due emendamenti della Cdl uno di Guido Podestà (Fi) sul pluralismo anche nel mondo della cultura e delle arti e uno di Roberta Angelilli (An) con la quale si prevede che l'azione della Commissione Ue debba basarsi sul principio della proporzionalità, in base alla quale l'azione dell'Unione non va al di la del necessario per il raggiungimenti degli obiettivi del trattato.
Il controllo sui mezzi di informazione e il conflitto di interessi che "coinvolgono il presidente del Consiglio italiano sono stati severamente censurati oggi dalla commissione libertà pubbliche del Parlamento europeo", facendo "esplodere il caso Italia". E' quanto sostengono, in una dichiarazione le eurodeputate dei Ds Pasqualina Napoletano e Elena Paciotti. La commissione ha denunciato, aggiungono, "l'anomalia del sistema italiano dovuta ad una combinazione unica di poteri economico, politico e mediatico nelle mani di un solo uomo, Silvio Berlusconi, e sul fatto che il governo italiano è direttamente o indirettamente in controllo di tutti i canali televisivi nazionali". Per le due rappresentanti dei Ds un significato particolare hanno rivestito gli emendamenti approvati, "che denunciano le ingerenze o le pressioni governative che hanno portato all'allontanamento alla tv pubblica di Biagi, Santoro e Luttazzi, la non risoluzione per la legge del conflitto di interessi e i pilotati investimenti pubblicitari a beneficio delle società del gruppo Mediaset e a scapito della Rai e della carta stampata". articolo21liberidi.org
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L´autogol del Comunicatore
CLAUDIO RINALDI
da Repubblica - 31 marzo 2004
Nel 2001 i grandi manifesti affissi in tutte le città furono per Silvio Berlusconi un´arma stravincente. Trasmettevano la forza contagiosa del suo ottimismo. L´immagine, risalente a 10-15 anni prima, mostrava un leader giovanile, energico, sicuro di sé: truffaldina ma efficace. Le scritte erano brevi e lapidarie, da «Meno tasse per tutti» a «Pensioni più dignitose», da «Città più sicure» a «Adozioni più facili», e secondo i suoi insegnamenti si piantavano «come chiodi nelle teste degli elettori». Quanto ai contenuti, il comune denominatore era la promessa: promessa di un´Italia più ricca, più giusta, più serena. E la propaganda era così ben confezionata da diventare realtà. Lo slogan «Berlusconi presidente» non sembrava un auspicio, ma l´annuncio di un destino ineluttabile.
Adesso il premier ci riprova. Dal 20 marzo, con una serie di poster formato 6x3, ha cominciato a invadere centinaia di cartelloni in tutto il Paese, nella speranza di invertire la tendenza che lo spinge verso una netta sconfitta alle europee di giugno. A giudicare dalle prime affissioni, però, non pare sulla buona strada. Stavolta il passo del Grande Comunicatore è appesantito da un´esperienza di governo del tutto priva di successi, con la conseguenza che anche la sua autopubblicità appare imprevedibilmente goffa. Già a prima vista colpisce, per esempio, la mancanza del simbolo di Forza Italia, benché il partito presenti una propria autonoma lista di candidati al Parlamento di Strasburgo. Ma a dare un´idea del momentaccio di Berlusconi è soprattutto il suo ritratto, che campeggia nella parte sinistra dei manifesti. Di qualità scadente.
Anzitutto l´uomo non è ripreso frontalmente, bensì di profilo; e non fissa chi sosta davanti ai poster, sbircia di lato. Ha uno sguardo obliquo. Ciò gli conferisce un´aria elusiva, equivoca, anche perché gli occhi un tempo vispi risultano ora malamente rimpiccioliti dal recente lifting. La sommità del cranio, poi, appare tagliata via di netto: non si voleva documentare la calvizie, è evidente, ma nemmeno si poteva ricorrere a chiome posticce; il risultato è un buffo scotennamento. Tuttavia la foto è inequivocabilmente truccata. Il colorito della faccia ha un´innaturale uniformità. Gli zigomi sono asimmetrici: pronunciato il destro, assente il sinistro come se fosse stato piallato. Il colletto della camicia è troppo stirato e privo di ombre per essere vero, e in effetti ingrandendo l´immagine al computer si può constatare che c´è stato un fotomontaggio. Insomma il Berlusconi 2003 è ancora meno genuino del Berlusconi 2001, eppure il giochetto di creare un´icona suggestiva fallisce.
Anche i testi danno un´impressione di sciatteria. Il premier stavolta punta sulla presunta eloquenza delle cifre: «Immigrati clandestini -40%, «-21% di incidenti stradali con la patente a punti» (con una variante, «-21. 573 incidenti stradali»). Ma questo dare i numeri dà un senso di aridità, di ragionieristica freddezza. «Ridotta al 33% per cento l´imposta sulle imprese» non è un messaggio che accenda i cuori, mentre «Grandi opere attivate per 93. 000 miliardi di lire» può rivelarsi un autogol. Perché mai un capo di governo si mette a far di conto in una moneta che per i suoi concittadini non esiste più? Scandire quella cifra è più pomposo che dire 48 miliardi di euro, certo; però il tentativo di gettare fumo negli altrui occhi è troppo scoperto, così come plateale è lo sforzo di vellicare i nostalgici dell´Italietta che fu. Il ricorso a simili espedienti non è all´altezza di un leader che si vuole moderno.
Ma dietro le cadute di stile c´è un errore di sostanza. Con la nuova campagna Berlusconi volge lo sguardo al passato, non al futuro; rinuncia alla propria dimensione profetico-salvifica. Forse si rendeva conto dell´inopportunità di lanciarsi in ulteriori promesse, avendo in larga misura tradito quelle di tre anni fa. Però ha scelto una soluzione ancora più rischiosa, l´esaltazione di imprese mirabolanti che asserisce di aver già realizzate. E´ rimasto fermo al copione dell´11 febbraio scorso, quando a Porta a Porta improvvidamente parlò di un «generale arricchimento del paese» grazie al suo governo. Quella sortita cadde nel vuoto, giacché non trovava alcun riscontro nella percezione quotidiana degli italiani. Adesso i poster sembrano destinati a fare la stessa fine, anche per la fastidiosa pedanteria che ne trapela. Berlusconi in essi non si atteggia a condottiero invincibile, bensì a grigio burocrate che tiene una sua astrusa contabilità.
Qui si palesa tutta la presunzione del personaggio, che manovrando le parole è convinto di poter dimostrare qualsiasi tesi. Ma è difficile che gli elettori, alle prese con l´economia che ristagna, gli diano atto di aver governato bene. è più probabile che scoprano, invece, i limiti gravi del suo ottimismo. Il quale non è di stampo churchilliano, teso cioè a perseguire inflessibilmente un grande obiettivo anche a prezzo di duri sacrifici; è piuttosto una prova di frivolezza, è l´abitudine a manipolare i fatti, a edulcorarli, a presentarli in una luce tanto calda quanto irreale. Ma prima o poi arriva il momento in cui la gente non ci crede più.
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Le favole dell´alieno
CURZIO MALTESE
L´ultimo Berlusconi si spiega soltanto con la furia autodistruttiva che prende alla fine tutti i grandi narcisi. Il governo è sull´orlo di una crisi, almeno di nervi, e il premier ha fatto tutto da solo. In pochi giorni ha presentato un piano di rinascita economica già seppellito dalle risate dei suoi alleati, prima che dalle critiche dell´opposizione. Non contento, il premier è andato ieri sera dal suo Marzullo, Mario Giordano, a raccontare ancora una volta la favola delle tasse che stanno per diminuire, anzi sono già diminuite ma presto quasi spariranno.
Sullo slancio il Cavaliere è salito su una teorica palla di cannone, come il barone di Munchausen, e ha cominciato a fantasticare di un´Italia felix in pieno miracolo economico. Un milione e quattrocento mila posti di lavoro creati (dove?), il venti per cento in meno dei reati (quando?), pensioni di lusso, tasse ridotte. Ha perfino aggiunto che lui in televisione non c´è andato mai. Mai come nella circostanza è parso azzeccato il titolo della trasmissione: "l´Alieno".
In questi casi la pratica medica consiglia di non contraddire. La reazione potrebbe essere violenta. Ma c´è da chiedersi perché un grande comunicatore come Berlusconi insista tanto con una strategia così clamorosamente sbagliata.
Da tre mesi, rientrato dal rimpasto facciale, il Cavaliere porge a un´Italia depressa e impoverita uno specchio delle meraviglie dove dovrebbe vedersi opulenta e gioiosa. Che senso ha? È possibile che i cittadini credano più allo specchio magico della tv che non alle proprie tasche? Raccontare agli italiani che si stanno arricchendo mentre stanno malissimo è sciocco, controproducente e fuori luogo. Un po´ come la terrificante battuta sui carabinieri che vanno a Nassiriya per i soldi. La barzelletta dopo il massacro che ha permesso a Berlusconi di battere il record di oscenità governativa stabilito da Scajola con la battuta sul professor Biagi «avido e rompicoglioni».
La follia apparente di Berlusconi, ammiratore di Erasmo e forse addirittura lettore, ha sempre avuto in passato una logica nascosta. Qui o è molto ben nascosta o non esiste. La reazione corale degli alleati, di scherno o scandalo, è significativa. Per la prima volta Fini e Follini, Buttiglione e la Lega condividono lo stesso atteggiamento fra lo scettico e l´infastidito di fronte alle mirabolanti e continue sortite del capo. È finito il gioco a premi per cui se un alleato criticava il premier, l´altro correva a difenderlo. Dall´ultimo Berlusconi prendono le distanze tutti. Il più duro è Gianfranco Fini che ha lanciato in tv un gelido «invito a riflettere». Nei giorni scorsi il vice premier aveva impallinato al volo il piano economico berlusconiano e ironizzato sulla trovata dell´abolizione dei ponti (ma non doveva costruirli?). Ieri ha disertato il consiglio dei ministri e s´è messo a spiegare a Berlusconi via etere, come si fa con i bambini, che prima di parlare di tagli fiscali bisogna stabilire quali tasse (Irap o Irpef?), quali redditi (alti o bassi?), con quali risorse. La Lega per non sbagliare seguita a minacciare crisi di governo, anche in assenza di Bossi. Il ministro Buttiglione sbugiarda Berlusconi che in televisione aveva parlato di misure già pronte «per la prossima settimana», mentre a lui ha confessato che si tratta soltanto di buoni propositi, generica «volontà politica», insomma balle elettorali. Delle due l´una. O prende in giro Buttiglione, e pazienza, oppure prende in giro milioni di spettatori. Alla lunga, come insegna l´amico Aznar, il gioco è rischioso.
La terza possibilità è che Berlusconi stia prendendo in giro sé stesso, nella tragica nemesi di chi finisce per credere davvero alle proprie bugie. In una strana altalena fra fantasia e realtà, esaltazione e resa. Un minuto dopo aver annunciato radioso l´ennesima soluzione magica alla crisi, Berlusconi infatti si rabbuia e ammette che «i governi nazionali possono fare pochissimo per stimolare l´economia», «tutto è nelle mani dell´Europa». Andata e ritorno, un passaggio da Jekyll a Mister Hyde nei tempi di una comica, nello spazio di uno spot.
È evidente che Berlusconi ha perso il dono del comunicare. È un attore che non sente più gli umori del pubblico e cerca un nuovo successo con un vecchio numero replicato all´infinito. Finora la mole gigantesca di trovate, volta a compensare la qualità, non ha ottenuto il risultato di schiodare i sondaggi di Forza Italia da un misero 21 per cento. È mancato il salto da genio populista a grande statista, nonostante gli elogi della vasta corte e l´occasione del semestre europeo. Gli alleati l´hanno capito e tentano di sottrarsi, ciascuno a suo modo, dal prevedibile crollo. Perso il talento, a Berlusconi rimangono due potenti armi, la televisione e i soldi. Le userà senza scrupoli, lo sta facendo. Può spendere per una campagna elettorale più di Bush e Kerry messi assieme e apparire in televisione più del segnale orario. Basterà a vendere un´altra favola?
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I due giorni che cambiarono il mondo
ridurre le festività e tagliare qualche ponte?
Il sabato interamente festivo nasce negli anni ´50
Dalle "bank holidays" alle ferie, la storia di una conquista
LUCIANO GALLINO
Quaranta giorni feriali in cui non si lavora al fine di commemorare santi e ricorrenze varie paiono davvero un eccesso, oltre che un primato inavvicinabile anche per i più festaioli dei paesi contemporanei, tra i quali ? ci è stato appena detto ? si colloca l´Italia. Ma il timore di compromettere il Pil con troppe festività non ebbe a toccare né la Banca d´Inghilterra né il governo del Regno Unito per un lungo periodo anteriore al 1830, periodo in cui detta banca chiudeva gli sportelli, lasciando liberi i suoi dipendenti, appunto per quaranta giorni l´anno, domeniche a parte. Quell´anno, e poi nei decenni successivi, il numero delle "vacanze bancarie" (bank holidays) venne drasticamente ridotto. In compenso esse furono estese, con due apposite leggi del 1871 e del 1903, a tutte le banche, e ? con qualche variazione nella collocazione delle festività - a tutte le parti del paese: Inghilterra, Galles, Scozia, e Irlanda del Nord. Inoltre il titolo onorifico di "vacanza bancaria" venne esteso, e così vale ancor oggi, ad altri tipi di festività che non avevano nulla a che fare con le banche.
Le altre categorie di lavoratori dipendenti, nel Regno Unito come altrove, dovettero aspettare parecchio tempo prima di veder riconosciuto il diritto ad apprezzabili periodi di riposo, non limitati a giorni staccati di feste patronali o di anniversari politico-militari. In Francia, nei primi anni del secolo, il riposo consentito era di un solo giorno alla settimana, sebbene già esistessero aziende che offrivano otto giorni di ferie retribuite agli operai con oltre 25 anni di anzianità. Le ferie, intese come un periodo di più giorni di riposo, ininterrotto e retribuito, si diffondono verso la fine degli anni ´20. In Italia la Carta del Lavoro emanata dal governo Mussolini il 21 aprile 1927 stabiliva, all´art. XVI, che «Dopo un anno di ininterrotto servizio il prestatore d´opera, nelle imprese a lavoro continuo, ha diritto ad un periodo annuo di riposo feriale retribuito». Poiché non precisava la durata di tale periodo, tale clausola, in assenza della possibilità di stipulare liberi contratti collettivi, fu fonte di notevoli disuguaglianze nelle ferie godute da lavoratori di differenti settori produttivi.
Un punto di svolta nel consolidamento istituzionale delle ferie retribuite si ebbe nel 1936, quando il governo francese sortito dal Fronte popolare introdusse a favore di tutti i lavoratori dipendenti l´obbligo di due settimane di ferie. Il ministro Leo Lagrange, che fu forse il primo al mondo a dirigere un ministero del Tempo libero (Loisir), istituito da quel governo, decretò nientemeno che il 1936 doveva essere celebrato come l´Anno Primo della Felicità. Gli anni ´50 videro le ferie estendersi per legge o per contratto a tre settimane in quasi tutti i paesi europei. Esse diventarono quattro negli anni ´60, per salire a cinque in alcuni paesi ? ancora la Francia ? nei primi anni ´80. Il prolungamento delle ferie fu un aspetto complementare della riduzione generalizzata degli orari annui di lavoro, che in tutti i paesi europei diminuirono di circa 200 ore in un solo decennio, tra il 1970 e il 1980. Un risultato ottenuto a mezzo sia di aspre lotte sindacali, sia di interventi da parte di governi ? non tutti certo di sinistra ? i quali si rendevano conto, in questo d´accordo con i sindacati, che dinanzi al prorompere dell´automazione nell´industria e nei servizi il mezzo più efficace per combattere la disoccupazione consisteva precisamente nella riduzione degli orari di lavoro.
Allo stesso senso comune economico e imprenditoriale rispose, già negli anni ´50, l´introduzione del sabato interamente festivo. Fin dagli anni ´30 esisteva il "sabato inglese", il sabato con il pomeriggio festivo, istituito in vari settori produttivi del Regno Unito, poi importato in Italia come "sabato fascista". Con una differenza: che nel loro pomeriggio libero gli inglesi andavano al pub o curavano il giardino, mentre gli italiani, in specie i giovani, dovevano partecipare a marce, adunate e lezioni di dottrina politica. Il sabato tutto festivo fu adottato tra le prime imprese italiane dalla Olivetti, nel 1957, e rapidamente da molte altre. L´orario di lavoro effettivo, già sceso da 48 ore a 44, scendeva così a 40. Nasceva il fine settimana tutto libero, e con esso, per molti che sapevano cosa voleva dire lavorare sei giorni la settimana, la sensazione euforica di spazi più ampi, di un´aria più leggera, di un senso mai provato di libertà. E´ una parola grossa, libertà. Ma per coloro che sperimentarono di persona il passaggio prima al mezzo sabato libero, poi al sabato intero, l´idea che uscendo dall´officina o dall´ufficio alle 18 del venerdì, si poteva fare qualsiasi cosa uno o una avesse voglia di fare fino alle 8 del lunedì successivo, compatibilmente con i propri mezzi, parve davvero che un pezzo in più di libertà si potesse finalmente toccare, godere, dividere con altri. Si era ottenuto il pane, lavorando; ora si sentiva che si potevano cogliere anche le rose, come avevano chiesto nel 1912 i 10.000 operai immigrati del Massachussets. Che in concreto chiedevano giusto un po´ meno di fatica, un po´ più di riposo.
Poi è arrivata la globalizzazione, con le sue esigenze in parte reali in parte pretestuose, l´ideologia che ne legittima la inesorabilità, la convinzione che alle crisi economiche non c´è via d´uscita se non quella di subordinare alle esigenze dei mercati ogni aspetto dell´esistenza. Disturbano la produzione le festività, tanto quelle dedicate ai santi che agli eventi bellici, e ancor più lo fanno le ferie, i fine settimana di due giorni, i ponti che permettono di allungarli a quattro o cinque. Non tanto per il numero dei giorni improduttivi che insieme formano, ma soprattutto per il fatto di essere giorni e periodi malamente collocati a date fisse, simili ad altrettanti cunei nocivi conficcati nel flusso continuo della produzione. La lotta contro i giorni di festa ha già dato, in Italia, come in altri paesi, i suoi frutti. Mai un numero così grande di persone ha lavorato alla domenica, o in blocchi di giornate che a rotazione includono la domenica come giorno lavorativo, o ha dovuto spezzare le ferie in periodi più brevi e discontinui su richiesta dell´azienda, o non gode affatto di ferie perché svolge un lavoro precario. Per molti le rose rischiano di appassire, proprio mentre anche il pane sta diventando incerto. Che invidia fanno, gli impiegati della Banca d´Inghilterra ante 1830.
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DIARIO
I weekend che cambiarono l´Italia
EDMONDO BERSELLI
Prima di mandare giù il "meno weekend per tutti" come sintesi di un programma di governo dell´economia, vale la pena di ricordare che nella memoria dell´Italia novecentesca la scansione settimanale del tempo libero è stata segnata da due istituzioni: il "sabato fascista", sotto il Duce, e la messa domenicale. Finito il Ventennio, eliminati fasci e corporazioni, è rimasta l´assemblea festiva dei fedeli. Ma il primo veicolo della secolarizzazione, prendendo alla lettera la parola veicolo, sono state le utilitarie di massa, la Seicento e Cinquecento.
Vespa e Lambretta avevano dischiuso qualche opportunità. Ma lo scooter era il vettore della scampagnata, della gita fuori porta, di qualche ora di sole ai castelli. Le utilitarie del professor Valletta hanno spalancato un territorio inesplorato. L´Autostrada del Sole ha fornito la via per l´evasione settimanale collettiva, e un paradigma della mobilità automobilistica e sociale. Il centrosinistra "storico", quello di Moro, Nenni e Fanfani, un´idea di economia fondata sul neocapitalismo, ossia lo schema modernista secondo cui i lavoratori dovevano entrare in un circuito di benessere redistribuito e quindi di consumi in evoluzione.
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DAL SABATO FASCISTA ALLA MESSA DOMENICALE, ALLA GITA FUORI PORTA
QUANDO L´ITALIA IN FILA SCOPRÌ IL MORDI E FUGGI
Il weekend, in quanto istituzione sociale, da noi si è costruito lentamente, erodendo comportamenti sedimentati della tradizione
(SEGUE DALLA PRIMA PAGINA)
EDMONDO BERSELLI
L´Italia ha cominciato a secolarizzarsi non appena le quarantott´ore di tempo libero hanno invaso il tempo e lo spazio della comunità di fede. Santificare il fine settimana, ecco il comandamento alternativo. Durante i giorni feriali c´era il bianco e nero della televisione, prima vissuta insieme, nei salotti, nelle canoniche, nei bar e nei cinema, e poi consumata nei tinelli atomizzati dal primo boom.
Il weekend si è costruito lentamente, in quanto istituzione sociale, erodendo comportamenti sedimentati dalla tradizione. In quegli anni Sessanta si è assistito a una fuga che era contemporaneamente di massa e individualistica. La folla solitaria si è messa in macchina e ogni Cinquecento si è ritrovata isolata nel flusso ancora sostenibile dell´andata e del ritorno. I nuovi "fratelli d´Italia" non erano solo i miracolati sulle Triumph, le Mg e le Alfa Romeo decapottabili, all´inseguimento di mostre, film, regie teatrali ed eventi mondan-letterari; erano anche i padri di famiglia neopatentati che sfidavano il traffico con la famiglia, staccato il cordone ombelicale con la comunità, pionieri di una nuova frontiera ludica e laicizzata.
Dopo di che, è stato necessario superare d´un balzo lo shock petrolifero con le domeniche a piedi del 1973, inoltrarsi avventurosamente negli anni Ottanta dei ceti rampanti, per consolidare l´esperienza del weekend come parentesi protetta, luogo del non lavoro, approfittare della ricchezza estemporanea portata agli yuppie dal boom di borsa prima del "bloody tuesday" a Wall Street, o della disponibilità garantita dagli interessi sui Bot all´epoca dell´inflazione al 20 per cento: e l´adozione del weekend è diventata definitiva. Per i grandi programmatori, le mostre con code chilometriche, dai vecchi Bronzi di Riace ai Futuristi a Palazzo Grassi: ovvero cultura consumata dal popolo di non lettori che vuole invece la partecipazione diretta, anche senza l´acquisto pro memoria del catalogo nel bookstore. Per i neo-edonisti, una competenza inedita su alberghi, alberghetti, agriturismi, ristoranti, cantine, santuari dello slow food. Trekking nostrani sulle Dolomiti. Una puntata sulla costiera amalfitana, nell´Oltrepò, nel Delta, nelle Langhe, alla sagra del tartufo, o un buen retiro nel Monferrato, alle Cinque Terre?
Per i condannati alla città, sono apparse le cattedrali consumiste, gli ipermercati coop e non coop: "non luoghi", secondo la celebre definizione di Marc Augé, con aperture domenicali sempre meno saltuarie, dove comunque si danno appuntamenti, incontri, flirt, eventi spettacolari con un sosia tatuato del Grande Fratello. In alternativa, una proiezione in un outlet sotto Mantova, all´Ikea di Bologna, in uno spaccio di scarpe delle Marche, una fermata al MacDonald´s.
Tutti a loro modo surrogati della grande vacanza famigliare, delle tre settimane in Riviera: meglio un anno punteggiato da evasioni continue. Tanto, per i più giovani, ci sono sempre, estate e inverno, «certe notti», quando secondo Luciano Ligabue «la macchina è calda e dove ti porta lo decide lei». Deciderà di portarti in una Rimini non troppo diversa da quella catastrofica di Pier Vittorio Tondelli, in un discoteca dal suono furibondo, disc jockey e cubiste, pasticche e mojitos per tirare le sei di mattina. Infilati dentro una Golf nera, simbolo del male giovanile secondo Michele Serra, con l´impianto a palla che pompa nell´abitacolo un qualche «siamo solo noi», noi sballati, noi pronti al prossimo fluviale concerto di Vasco.
D´altronde, anche se l´economista Fiorella Kostoris suggerisce di rinunciare a una settimana di ferie, e Silvio Berlusconi di tagliare le festività, è impossibile riplasmare la domenica secondo gli auspici del cardinale Ruini, santificando modestamente le feste. Al massimo si può sacrificare una giornata a una colossale manifestazione del sindacato, a un Primo Maggio romano in san Giovanni. Perché i consumi che continuano a evolversi, televisione satellitare, fotografie digitali, connessione adsl, downloading del porno, hanno bisogno di una sola risorsa. Il tempo. E per chi insiste nell´unire tradizione e innovazione, tipo un fine settimana a Parigi, o a Londra, anche in periodi di bassa congiuntura economica e di ceti medi impoveriti, c´è sempre l´ultima chance, l´ultima dea, l´ultima fede: il salvataggio della santità del weekend con un "last minute".
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• Gallino - I due giorni che cambiarono il mondo
• Berselli - I weekend che cambiarono l´Italia
Ds Milano - Rassegna stampa
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Nel mondo globale
Preservare le differenze, collettivamente
di GIULIETTO CHIESA
Si potrebbe formulare una specie di legge qualitativa di questo genere: quanto più elevato è il tasso di globalizzazione, tanto più alta sarà la valenza di una serie di "principi di appartenenza", quali l'attaccamento alla propria lingua, alla propria religione, alla propria etnia, alla propria tribù, alla propria famiglia.
C'è una specie di ecologia dell'individuo (e del suo tempo) che rifiuta di essere violata, esattamente come la Natura respinge le violazioni dei suoi ritmi, dei suoi ricambi, della sua logica intrinseca. A ben pensarci una componente essenziale di questi tempi di guerra, e di fughe (più o meno apparenti) nel passato, nella persistenza, è il prodotto di una fuga dalla globalizzazione selvaggia che stiamo conoscendo.
Il termine "selvaggia" è indispensabile perché caratterizza bene una virulenza inedita, per dimensioni e rapidità, che fa impallidire la potenza di altri e precedenti processi di globalizzazione. La rivoluzione industriale fu uno di questi, ma la sua area di applicazione fu al tempo stesso più limitata, cioè meno globale, e più diluita nel tempo.
Al contrario ciò che sta avvenendo - e che fino ad ora si racchiude sostanzialmente nell'arco di un quarto di secolo - ha una vastità davvero planetaria e coinvolge quindi, simultaneamente, una miriade di popoli e di culture diversissimi tra di loro e tutti straordinariamente dissimili dai paesi industrializzati che questa globalizzazione stanno promuovendo. La capacità di queste culture e popoli di "adattarsi" è molto variegata, disomogenea, multiforme.
Perfino contraddittoria perché vi sono aspetti di culture che meglio si adattano ai cambiamenti in corso, li incorporano, e altri aspetti che invece sono assolutamente refrattari ad ogni adattamento. Tutto ciò avviene all'interno di singole culture, che così, subendo processi esterni ad esse, si dilacerano e si frantumano.
Semplificando all'estremo: ci si può assuefare facilmente alla Coca Cola, si può desiderare un paio di jeans e ascoltare la musica rock americano-occidentale, ma essere contemporaneamente e profondamente anti americani e anti occidentali. Lo si può osservare ogni giorno in Russia, in Medio Oriente, in India, in Africa.
In ogni caso l'esperienza empirica ci sta dimostrando ad abundantiam che, nel complesso, la globalizzazione "selvaggia" produce reazioni di rigetto sempre più violente, una serie di choc tellurici che stanno sconvolgendo intere aree del pianeta, dal punto di vista sociale e culturale. In realtà molte tra le crisi in atto in diverse aree del mondo sono forme mascherate di disadattamento psicologico. Esse appaiono volta a volta in forme diverse, per esempio come conflitti interetnici, o politici, o economici, ma sono in realtà l'effetto di fughe di massa, disordinate, caotiche, nei confronti di mutamenti troppo rapidi nei costumi, nelle mode, nelle abitudini. Molti dei quali vengono percepiti come talmente estranei da essere equiparati a forme nemiche, inconciliabili con le tradizioni di appartenenza. In alcuni casi queste reazioni rimangono per qualche tempo invisibili, malattie in incubazione, senza sintomi apparenti o addirittura con sintomi contrari, per poi erompere in forme travolgenti, violente, apparentemente inspiegabili.
Ma il principio di appartenenza si applica egualmente ai promotori della globalizzazione selvaggia. Essi non hanno ancora metabolizzato le conseguenze delle loro decisioni. Promuovere il free capital flow significa - lo si voglia o no - promuovere la messa in movimento di grandi masse umane. La differenza consiste nel dettaglio che, mentre il denaro si muove virtualmente in un attimo, le persone fisiche, composte di atomi, richiedono un po' di tempo per entrare in movimento e per viaggiare. Ma, quando arrivano, provocano anch'esse mutamenti profondi nei nuovi ambienti in cui approdano, nelle abitudini consolidate che sconvolgono, nelle forme stesse della geografia politica, culturale, religiosa che invadono.
Gli ospitanti si trovano dunque, a loro volta, nella necessità (in quella che viene percepita come necessità, come forma di difesa) di rafforzare i propri criteri di appartenenza, di identità. Il che può avvenire, teoricamente, in forme tranquille, tolleranti, ospitali, oppure - ed è la regola generale - in forme parossistiche, inquiete, intolleranti e ostili alla diversità e al mutamento.
E' quanto avviene quotidianamente sotto i nostri occhi.
Si può immaginare un'uscita non (o meno) traumatica da questa contraddizione, o serie di contraddizioni? Io credo che si debba cercare di eliminare o di attenuare il carattere "selvaggio" di questa globalizzazione, essendo evidente che la globalizzazione non è eliminabile in alcun modo.
Eliminare il carattere "selvaggio" è possibile solo attraverso una vasta opera di mutamento culturale graduale, tanto dei sopravvenienti, quanto dei loro ospitanti. Essa si compendia, in fondo, in un solo concetto basilare, che dovrebbe diventare uno dei punti centrali della formazione dei nuovi individui: il rispetto della "diversità", la sua valorizzazione come ricchezza comune, la sua difesa collettiva, non lasciata cioè nelle mani delle singole diversità, ciascuna a difendere se stessa.
golemindispensabile.it
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Che tempo fa a Strasburgo
di FILIPPO SENSI
Sembra quasi Enrico Ghezzi. Scarmigliato, spiritato. Vagamente profetico. Non va in onda a notte fonda, però, Daniel Cohn Bendit, il leader ambientalista che ha inaugurato in questi giorni sul suo sito internet (www.cohn-bendit.de) una nuova, originale forma di comunicazione elettorale: le previsioni del tempo.
Un po’ come il programma di Fabio Fazio, che prende a pretesto la meteorologia per parlare della attualità politica, economica e sociale italiana, la striscia settimanale di Dany il rosso è l’occasione per fare il punto sull’aria che tira in Europa.
Maglione a collo alto e giacca nera, Cohn Bendit vola leggero sulla cartina, di capitale in capitale, da Madrid a Vilnius, per raccontare ai suoi elettori i cambiamenti che attraversano rapidi la mappa europea. Sole, dunque, sulla Spagna di Zapatero che dice «no alla manipolazione » del governo e della maggioranza di destra.
Tempo incerto su Strasburgo, alle prese con una difficile quadratura tra lotta al terrorismo e crescita economica. Nuvole anche su Parigi, ma le previsioni dell’europarlamentare verde sono state girate prima dello straordinario cappotto della gauche alle amministrative.
Sulla riva del Meno, nella sua Francoforte, Cohn Bendit si scalda, difendendo le ragioni dello stato di diritto che va rafforzato di pari passo al contrasto della minaccia terroristica su scala globale. Pare di sentire il suo alter-ego, Joschka Fischer, se non fosse per il francese con cui questo tedesco a metà, il leader del maggio parigino, si accalora, si appassiona, si arrabbia.
«Guantanamo è la fine dello Stato di diritto», grida il presidente del gruppo europeo dei Verdi.
La telecamerina lo segue, allarga quando Cohn Bendit alza gli occhi al cielo, quasi a temere un piovasco. Poi stringe sul dito che collega le capitali della Ue, come un sismografo che terremota confini e appartenenze, identità e frontiere.
Le previsioni del tempo sono l’ultima trovata on-line di una campagna innovativa, composta certo da una fitta agenda di appuntamenti televisivi e radiofonici, ma anche di fili diretti su temi scelti e suggeriti direttamente dagli elettori.
Il sito internet diventa così non più un semplice contenitore di appuntamenti e comunicati, links e interventi, ma una vera e propria finestra da cui guardare, assieme al “fazioso” – da Fabio Fazio – Cohn Bendit, un paesaggio europeo che si trasforma velocemente giorno dopo giorno, rendendo rapidamente inutilizzabili bussole e atlanti convenzionali.europaquotidiano.it
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Berlusconi vuole ridurre le tasse con l’oro di Bankitalia
di Bianca Di Giovanni
Utilizzare le riserve di Bankitalia per finanziare il «taglio» fiscale annunciato a più riprese dal premier. L’ipotesi, rimbalzata sabato scorso a Cernobbio, poi smentita da Silvio Berlusconi, sarebbe in relatà sulla scivania di Giulio Tremonti. Sull’operazione c’è il massimo riserbo perché il ministro vorrebbe parlarne al vertice informale dell’Ecofin di venerdì, per fare in modo che la proposta assuma un carattere europeo.
Per arrivare all’obiettivo, infatti, occorre convincere la Bce (che dispone delle riserve a tutela della stabilità della moneta unica) e superare le ritrosie di Via Nazionale, con cui i rapporti sono tutt’altro che rosei. Per questo, meglio smentire per il momento.
Così, nel giorno della proroga di quattro mesi del termine per aderire al condono edilizio (un flop vertiginoso per le casse pubbliche che si aggiunge a quello del concordato preventivo), in consiglio dei ministri il premier dà mandato al titolare dell’Economia di verificare, simulazioni alla mano, le condizioni per l’alleggerimento fiscale. In Tv poi Tremonti aggiunge: «Agiremo sui trasferimenti». Tradotto: meno soldi a ministeri e amministrazioni locali (già sull’orlo del collasso). Difficile stringere ulteriormente la cinghia. Più facile «pescare» nei forzieri di Bankitalia. Anche se sarà assai complicato convincere i banchieri di Francoforte che quelle riserve vengono utilizzate per ridurre le tasse e non per ridurre il debito gigantesco del Paese. Per di più con il rischio declassamento degli analisti internazionali, visti i «buchi» di bilancio che stanno emergendo (le ultime indiscrezioni parlavano di 4 miliardi di euro).
Ma sul reperimento delle risorse necessarie per realizzare il capitolo fondamentale del programma di governo circolano anche altre ipotesi. Una riguarda gli immobili. Si potrebbe estendere il lease back (vendita e riaffitto) dei ministeri, già varato con il «decretone» (gettito previsto: 1,5 miliardi quest’anno, un miliardo per il 2005 e il 2006). Ma quello immobiliare è un altro capitolo rischioso, viste le «secche» in cui si sono ritrovate anche le cartolarizzazioni. Ieri il governo ha dovuto porre la fiducia alla Camera sul decreto che riconosce agli inquilini degli enti un prezzo inferiore a quello previsto dalla Scip2. Un’operazione gigantesca 8sulla carta) quella lanciata dal Tesoro su un patrimonio valutato in 7,7 miliardi di euro. Ebbene, i ricavi al 31 dicembre non superavano i 693 milioni, tanto che ad una delle ultime aste ha dovuto intervenire Fintecna (sempre il Tesoro) per acquistare l’invenduto, e che si è dovuto assicurare un prestito ponte alla Scip in risarcimento degli «sconti» voluti dal Parlamento. Insomma, la matassa degli immobili sta diventando sempre più intricata. Se ci si mette anche il fisco a reclamare incassi dalle case si trasformerà in un nodo insolubile. Terza strada: una tassa per la salute. Meno Irpef, ma un «obolo» per la sanità. Magari da addossare alle Regioni, «colpevoli» secondo Tremonti di essere troppo spendaccione. L’ipotesi si affiancherebbe bene con quel «taglio ai trasferimenti» ipotizzato in Tv dal ministro.
A parte le «fonti» di finanziamento, c’è anche da scoprire chi beneficerà della riduzione fiscale e in che forma. I malumori del vicepremier Gianfranco Fini la dicono lunga sul duello interno alla Casa delle Libertà. Perché partire dall’Irpef e non dall’Irap per le piccole e medie imprese, si chiede Fini. E soprattutto, da quale aliquota Irpef si dovrebbe cominciare? A quanto pare Berlusconi penserebbe a quella dei più ricchi. Per un semplice motivo: costerebbe meno «coprire» il «taglio». I più abbienti sono sicuramente di meno del ceto medio-basso. Ma in termini di voti sarebbe il collasso. E An lo sa bene. Per questo batte le mani sul tavolo e chiede maggiore collegialità. Quanto all’Irap, non sembra che il vicepremier abbia speranza di spuntarla: Berlusconi parla di una misura per le famiglie. E basta.
La proroga (annunciata) della sanatoria ambientale sposta al 31 luglio il termine dell’adesione e al 30 settembre e 30 novembre quello per il versamento della seconda e terza rata dell’oblazione e degli oneri concessori. La «mossa» viene definita tecnica da ambienti vicini all’esecutivo, visto che solo l’11 maggio la Consulta deciderà sulla costituzionalità del provvedimento. Difficile dunque che si denuncino gli abusi sena avere la certezza del condono. Tant’è che le adesioni finora non avevano superato le poche migliaia (in testa Roma con quasi 7mila domande). Resta comunque difficile che si raggiunga l’obiettivo dei 3,7 miliardi di euro iscritti a bilancio. E non solo perché su tutta l’operazione pesa l’incognita Consulta. A molti osservatori sembra assai difficile che si possa raggiungere quella cifra. A parte gli aspetti tecnici, comunque, la decisione avrà pesanti «code» politiche, vista la latitanza del ministro dell’Ambiente al consiglio di ieri.
«Oltre che un indecente invito all’illegalità sul territorio - dichiara Fausto Giovanelli, capogruppo ds al Senato - quel condono si è dimostrato un errore di valutazione politica e finanziaria». .«La proroga del condono edilizio equivale all' ammissione di una disfatta per il governo - aggiunge Fabrizio Vigni dalla camera - Dei soldi previsti per le casse dello Stato non c'è neppure l' ombra. In compenso c'è un danno grave per l' Italia, esposta ad una nuova ondata di abusivismo». Fuoco ad alzo zero dagli ambientalisti. «Si proroga l'impunità, lo scempio, l'irresponsabilità del governo», dichiara Legambiente.
unita.it
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Opportunity: su Marte anche un CD con Windows 95
Il guru di Linux sarcastico: "E' evidente che sul pianeta rosso non c'é alcuna forma di vita intelligente". Bill Gates accusato di monopolio in tutto il sistema solare. Ma una pozzanghera di Cuba Libre non convince gli scienziati.
MARTE - Non finisce di stupire il robot Opportunity: secondo le sue ultime rilevazioni il computer scovato ieri sulla superficie dela Pianeta rosso aveva preinstallato nientemeno che una copia OEM di Windows 95.
Una scoperta che ha fatto sorridere il guru di Linux, Linus Torvalds, che nella sua mailing list ha sarcasticamente commentato: "Ho sempre pensato che su Marte non ci fossero forme di vita intelligente; questa ne è la conferma".
Ma non mancano le prese di posizione che mettono in dubbio l'attendibilità di Opportunity: voci di corridoio - che trovano sempre più consenso fra gli addetti ai lavori - sostengono che il robot possa aver subito seri danni dopo aver prelevato una inquietante mistura di zucchero di canna, Coca e Rhum direttamente da una miseriosa roccia vetrificata cava a pochi metri dal punto di atterraggio della Sonda spaziale Americana.
Secca la smentita dal quartier generale di Pasadena: "Ci fidiamo ciecamente del nostro gioiellino - ha ribadito in una affollata conferenza stampa lo scienziato della NASA Brad Nerds - in due mesi, ha già percorso più di 50 metri facendo un centinaio di rilevazioni molto attendibili - molto di più di quanto faccia l'ISTAT da 10 anni a questa parte".
Ciò non toglie che le continue scoperte di Opportunity non risolvono ancora il quesito che tiene sulle spine l'umanità: esiste su Marte qualche forma di vita?
L'acquedotto, i tre asili nido, il già citato computer e un profilattico scovati dentro una reggia di alabastro a base ottagonale fotografati ieri dalla NASA ancora non convincono gli esperti sulla presenza o meno di 'cugini' marziani.
Ma forse è meglio così: che figura farebbe l'umanità se i marziani scoprissero che il fiore all'ochiello della nostra civiltà - il frutto di migliaia di anni di evoluzione - è un enorme cellulare telecomandato con fotocamera e quattro ruote?
giuda.it
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Potere ai consumatori di Mariangela Paone
Della carriera di Cragnotti avevano già scritto nel ’96, sulla Parmalat avevano già messo il bollino rosso per la presenza di filiali in paradisi fiscali e da anni mettevano in guardia i consumatori dalle insidie dell’alta finanza: considerazioni che non provengono né da palle di cristallo né da formule magiche di strateghi dell’economia ma da anni di lavoro dei volontari del Centro Nuovo Modello di Sviluppo. E’ di pochi mesi fa l’uscita della nuova edizione della loro "Guida al consumo critico" (edita dalla EMI, l’Editrice missionaria italiana), quando in tempi ancora non sospetti, il profilo della Parmalat era segnato da svariate critiche, non ultime quelle sulla gestione delle filiali nelle varie Cayman. Da anni, precisamente dal 1985, il Centro Nuovo modello di Sviluppo, nella quiete della provincia pisana, svolge un accurato lavoro di screening del nostro modello di sviluppo, cogliendone limiti e carenze strutturali. Non una critica fine a sé stessa, né un’analisi per suggerire aumenti di profitti, ma una riflessione per proporre l’idea di una nuova economia basata su una doppia responsabilità: quella delle imprese e, strano a dirsi, quella dei consumatori. Perché se è vero che "l’economia gira grazie a te", allora vuol dire che l’ultimo anello della catena della produzione, quello del consumo, può essere in grado di decidere sul come farla girare.
Un cambiamento di prospettiva di non poco conto, basato però sulla certezza che, per le implicazioni sempre crescenti sulla salute e le libertà democratiche dei cittadini, l’economia non debba essere solo l’argomento di tavole rotonde di esperti. La Guida al consumo critico ne è la dimostrazione: un anno di lavoro in cui una persona a tempo pieno coordina l’attività di varie altre "a tempo parziale" (e a titolo di volontariato) per attività di ricerca, di consultazione e di interviste, non solo in sede ma sparse su tutto il territorio nazionale per contatti con sindacati e gruppi specifici. Ne abbiamo parlato con Francesco Gesualdi, coordinatore del centro, che nella vita non dirige la banca d’Italia ma fa l’infermiere e, forse le disamine delle economie non le legge nei dati statistici ma sulle facce della gente.
Da dove è nata l’ idea di una Guida al consumo critico e di una Guida al risparmio responsabile, e quali sono le difficoltà maggiori che avete incontrato nella realizzazione?
L'idea della Guida al consumo critico risale al 1993 quando ne vedemmo circolare di analoghe negli Stati Uniti e in Inghilterra. L'idea della Guida al risparmio responsabile è sorta alla fine degli anni '90, quando ci rendemmo conto dell'importanza assunta dalle banche.Le difficoltà sono legate al reperimento delle informazioni sui comportamenti. Chi le ha non sempre è disposto a condividerle. Ad esempio da parte del sindacato non abbiamo sempre trovato la disponibilità auspicata.
Avete mai avuto ricevuto pressioni, o avete mai avuto implicazioni giudiziarie o querele per le cose che avete scritto nelle vostre guide?
Tutto sommato non abbiamo mai ricevuto pressioni, né siamo mai stati querelati. Segno evidente che diciamo cose vere.
Dieci anni fa era solo un auspicio. Oggi il consumo critico pare un opzione più realizzabile. Che cosa crede abbia contribuito all’ affermarsi di un attenzione, ancora timida ma comunque consistente?
Hanno contribuito due fattori fondamentali: 1) la pubblicazione della Guida perché ha dimostrato che scegliere è possibile; 2) l'affermarsi del commercio equo e solidale come forma alternativa di consumo. Recentemente si è aggiunta anche l'esperienza dei Gruppi di acquisto solidale.
Da chi avete ricevuto i riscontri maggiori e soprattutto, secondo la vostra esperienza, quali sono i settori e le fasce della popolazione più ricettive verso un cambiamento delle abitudini di consumo?
Inizialmente le fasce più recettive erano quelle dei cattolici impegnati perché la coerenza fa parte della loro impostazione culturale. Più tardi si sono aggiunti anche i movimenti della sinistra laica perché hanno capito che la politica si fa anche attraverso i gesti quotidiani.Potenzialmente il consumo critico può essere attuato da tutti. Le fasce più povere affermano di avere meno possibilità di scelta perché sono costrette a virare verso ciò che costa meno.
Come rispondere davanti all’ obiezione di chi magari è costretto per praticità a veloci
puntatine al supermarket, e reclama la necessità di molto più tempo?
La guida può essere studiata a casa. Ognuno può farsi la propria lista delle imprese preferite per fare la spesa a colpo sicuro.
Crack miliardari, risparmiatori frodati, contromisure tardive che effetto vi hanno fatto in generale i crack Cirio e Parmalat? Proprio la Parmalat, fra le società censite dalla vostra guida, nell’ ultima edizione, riportava una critica severa per la presenza di filiali in paradisi fiscali?
Non ci siamo stupiti più di tanto. Già dalla prima edizione abbiamo denunciato i passati criminosi di Cragnotti. E' stato più stupefacente per Parmalat, ma la sua pagella è sempre stata pessima. Tutto sommato i crack hanno confermato la nostra affermazione che in nome del profitto le imprese sono disposte a fare di tutto. Oggi molte imprese parlano di etica, ma non fa parte del loro naturale. Le aziende possono assumere comportamenti più responsabili, ma solo se sono spinte a farlo dalla pressione dei consumatori.
Quante altre aziende in Italia hanno ricevuto una critica in tal senso?
Tutte le più grandi aziende hanno filiali nei paradisi fiscali, pertanto sono potenziali casi Parmalat e Cirio. Non parliamo poi delle banche. Solo Dio conosce i malaffari in cui possono essere coinvolte e che sono veicolati tramite i paradisi fiscali. I paradisi fiscali servono per i malaffari e chi si dota di una società domiciliate in uno di questi territori e come se dichiarasse pubblicamente di avere deciso di dedicarsi ad attività illecite.
Consumare criticamente vuol dire compiere una scelta e votare ogni volta che si fa un acquisto o si consuma un prodotto. Ma quando la scelta deve essere necessariamente delegata a figure professionali, come nel caso dell’ acquisto dei bonds, come conviene muoversi?
Il consiglio è di mantenere meno rapporti possibile col mondo della finanza. Più lucro cerchi, più rischi corri, più sostieni un sistema iniquo e insostenibile. A chi ha due risparmi consiglierei di depositarli presso Banca Etica. Non mi fiderei neanche dei così detti fondi etici. Spesso di
etico hanno solo il nome.
Ecco i criteri in base ai quali le 168 aziende censite dalla guida sono state giudicate.
Trasparenza: Si riferisce alla disponibilità della società a dare informazioni su di sé e a fornirle veritiere
Abuso di potere: Riguarda le iniziative assunte dalle imprese, in virtù del loro potere economico, per condizionare l’opinione pubblica e il potere politico rispetto alle scelte politiche, sociali, economiche e tecnologiche.
Terzo Mondo: Il riferimento è al modo di gestire le attività produttive e commerciali nel sud del mondo.
Ambiente: si riferisce al comportamento assunto rispetto all’ambiente.
Sicurezza e diritti dei lavoratori: L’attenzione è puntata sulle misure assunte a salvaguardia della sicurezza dei lavoratori e al rispetto dei loro diritti previsti dai contratti e dalla legge.
Consumatori e legalità: la voce fa riferimento ai comportamenti riguardo del rispetto dei consumatori e della legge, come ad esempio la vendita di prodotti che sono pericolosi o che lo diventano in particolari condizioni socioeconomiche.
Armi ed esercito: Produzione di armi e vendita all’esercito di qualsiasi prodotto, compresi cibo e vestiario.
Regimi oppressivi: Si registra il possesso di attività economiche in paesi amministrati da governi oppressivi.
Paradisi fiscali: Si fa riferimento alla registrazione della capogruppo o delle sue filiali in paesi che garantiscono alle imprese la più completa segretezza e un regime fiscale molto conveniente.
Animali: Si riferisce alle condizioni in cui vengono allevati gli animali e alla sperimentazione sugli animali.
Infine viene segnalata la presenza di campagne di boicottaggio o altri tipi di campagne di pressione verso le imprese.
megachip.info
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Diamo i numeri. BASSO IL MORALE, ALTO IL TASSO DI SUICIDI
Preoccupante sondaggio tra i soldati Usa in Iraq
Il 72% dei soldati americani in Iraq e in Kuwait definisce basso il morale all’interno della propria unità. E il 52% dei soldati intervistati ha definito lo stato d’animo del personale “a terra” o “molto a terra”.
E’ questo quanto rivela un sondaggio condotto nel mese di settembre 2003 da una squadra di consulenza psicologica dell’Esercito Usa e diretta dal generale James B. Peake.
Lo studio, su un campione di 756 soldati, è il primo di questo tipo ad essere realizzato in zona di guerra.
Un dato della ricerca è quello relativo ai suicidi nelle forze armate: il tasso di suicidio tra i militari Usa in Iraq e in Kuwait è il più alto registrato in tutto l’esercito.
Sono stati 23 i casi di suicidio registrati tra le truppe Usa, quasi tutti realizzati con un colpo di pistola e perlopiù compiuti dai soldati più giovani, con problemi finanziari, affettivi o legali. Una cifra che corrisponde al 17,3 per ogni 100.000 soldati, superiore al dato del 12,8 registrato lo scorso anno in tutto l’esercito.
Lo studio ha messo in luce grosse carenze dei vertici militari nel prevenire e fronteggiare le emergenze psicologiche tra i soldati: pochi gli esperti inviati in Iraq, pochi i medicinali di cui dispongono per trattare i disagi, scarsi i contatti tra gli esperti e i loro superiori.
Mentre giungono queste cattive notizie il Presidente Usa G.W. Bush non trova di meglio che – magari imitando il suo amico e barzellettiere di Arcore - sfoggiare grottesche ed inopportune battute di spirito, come è avvenuto qualche giorno fa ad una cena, sulle Armi di Distruzione di Massa che non si sono trovate in Iraq.
Facendo peraltro indignare tantissimi suoi concittadini perché non si può scherzare – hanno affermato, inondando di email e di telefonate i giornali e le Tv statunitensi - sul pretesto (rivelatosi falso) di una guerra già costata la vita a quasi 600 soldati statunitensi.
(fonte: ApCom, Adn Kronos)
[pieffe]
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9/11 REVISITED. A VACILLARE È L’INTERA CAMPAGNA PER LA RIELEZIONE DEL PRESIDENTE
Condi Rice è caduta nella trappola Se tace sbaglia, se parla ancor di più
La consigliera di Bush tornerà a deporre sugli attentati, ma non sotto giuramento
Vuol tornare a deporre, Condoleezza Rice, ma - lo ha ribadito ieri - sempre alle stesse condizioni: a porte chiuse, e non sotto giuramento. Anche se non ha «nulla da nascondere». Siccome al consigliere per la sicurezza nazionale non si dice mai di no, la Commissione sull'11 settembre fa sapere che è sempre disponibile ad eventuali approfondimenti, ma entrambi i co-presidenti, uno democratico e l'altro repubblicano, sottolineano: una testimonianza pubblica sarebbe cosa assai più gradita. Perché sarà anche vero che i consiglieri personali del presidente, che rispondono a lui e solamente a lui, non sono soliti giurare nelle mani di un organismo che come la Commissione trae la sua legittimità dal Congresso, ma qui ci sono di mezzo 3.000 morti. E l'America ha il diritto di sapere.
Ormai è un incastro senza via d'uscita. La Casa Bianca ha chiesto alla Rice di non prestare testimonianze giurate, e lei si è adeguata. Ma quando uno dei suoi più stretti ex collaboratori, il coordinatore dell'antiterrorismo Richard Clarke, ha scaricato un mare di accuse contro di lei e contro Bush, non ha più potuto tacere e si è presentata su tutte le reti televisive nazionali per fornire la sua versione dei fatti: versione che aveva dato solo in un'audizione a porte chiuse. Di colpo, man mano che emergeva la differenza tra le diverse ricostruzioni degli eventi, il bisogno di segretezza si è trasformato in bisogno di pubblicità. Ma perché alla Cbs sì, e davanti alla Commissione (i cui lavori sono anch'essi teletrasmessi) no? Forse è solo una questione di tempistica, e Rice non vuole essere costretta a compiere un dietrofront che saprebbe di ritirata strategica. O forse è per via di quel giuramento...
Più passano i giorni e più il commento di Thomas Kean, il co-presidente repubblicano della Commissione, suona profetico: «Non lasciando testimoniare la Rice, l'amministrazione si è sparata su un piede». Anche perché ora, dopo le accuse e le smentite, le deposizioni giurate e quelle che no, la consigliera di Bush ha un enorme gap di credibilità da recuperare. E ogni sua affermazione viene vivisezionata, come se ogni parola potesse nascondere una menzogna. La copertina di Time, che questa settimana si domanda se sia lei il problema della Casa Bianca, più che l'annuncio di un'inchiesta giornalistica sembra una lapide.
Il clima è tale che Condi non sa quasi più che dire. Appena può ribadisce che le accuse di Clarke sono volgari menzogne, e controbatte che la Casa Bianca non solo aveva preso terribilmente sul serio la minaccia terroristica, ma si stava preparando a combattere al Qaeda a viso aperto. Ma quando domenica Ed Bradley, a 60 minutes, le ha domandato se c'è qualcosa in quel che ha fatto tra l'insediamento di Bush e l'11 settembre che - col senno di poi - farebbe diversamente, ha balbettato: «Non posso rispondere. Eravamo dove eravamo. Abbiamo fatto quel che abbiamo fatto...». Domanda difficile, certo. Rispondere che no, non cambierebbe nulla, è impossibile, vista la carneficina. Ma rispondere affermativamente equivarrebbe dar ragione a Clarke, vorrebbe dire assumersi una parte della responsabilità. Ecco perché Condi non può rispondere.
E lo stesso vale per la richiesta di perdono fatta da Clarke. Bradley le ha chiesto anche questo, tre volte, e per tre volte Rice ci ha girato attorno: «Le famiglie (delle vittime, ndr) devono sapere che tutti comprendono la loro perdita... Credo che le famiglie abbiano sentito da questo presidente - e anche da me personalmente, in alcuni casi - quanto tutti siano profondamente dispiaciuti per le perdite che hanno sopportato. Non è umano non provare l'orrore di quel giorno». Solidarietà, dunque. Ma scuse no. Perché scusarsi vuol dire ammettere un errore. E ammettere un errore vuol dire mandare a carte quarantotto tutta la campagna per la rielezione del presidente, che con l'economia che tentenna, i costi della sanità che vanno alle stelle e l'occupazione che va a rotoli, si fonda tutta sull'11 settembre, sul presidente guerriero che ha portato la guerra in casa al nemico, sul leader che ha rimesso in piedi una nazione ferita.
Tutto questo grava ora sulle spalle di Condi Rice, una donna che - come chiosa il settimanale Us New and World Report - «è sotto attacco come mai prima d'ora»; e che - a dirlo è il Baltimore Sun - «vede la sua credibilità e la sua competenza messe sotto tiro». Ma se Rice è nel mirino chi rischia di cadere è Bush, che in un sondaggio di Newsweek ha visto crollare dal 70 al 57 per cento il suo tasso d'approvazione sul punto fondamentale della sua campagna elettorale: la guerra al terrorismo. ilriformista.it
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VOGLIO FARE IL PRESIDENTE. MENTRE RICE RIFIUTA DI TESTIMONIARE - MARCO CONTINI
Leadership è saper dire «mi dispiace»
Lode a Clarke, che ha chiesto ufficialmente scusa per i fallimenti dell’11 settembre
Tre anni sei mesi e tredici giorni. Tanto ci è voluto perché qualcuno chiedesse scusa. Era passato talmente tanto tempo da quel maledetto 11 settembre del 2001 che nessuno ci pensava più. Poi, il 24 marzo del 2004, è successo. E mentre succedeva, tutti di colpo si sono accorti che era una prima assoluta, che nessuno prima di allora aveva mai chinato il capo davanti a chi ha perso figli, mogli e mariti per dire «scusateci, non siamo riusciti a evitarlo». Ci è voluta una Commissione speciale d'inchiesta, c'è voluta la diretta televisiva, c'è voluta la presenza di qualche parente delle vittime nell'aula delle audizioni. E c'è voluta la sobrietà dell'ex coordinatore dell'antiterrorismo, uno che pensa davvero di aver fallito: «Sono felice di queste audizioni perché danno l'opportunità al popolo americano di capire meglio perché è avvenuta la tragedia dell'11 settembre, e di capire cosa dobbiamo fare per evitare che si ripeta. Inoltre, sono felice di queste audizioni perché rappresentano un forum dove finalmente posso porgere le mie scuse ai cari delle vittime dell'11 settembre. A quelli che sono in questa stanza, a quelli che stanno guardando in televisione, il vostro governo ha fallito, chi aveva il compito di proteggervi ha fallito, io ho fallito. Ci abbiamo provato, ma questo non importa perché abbiamo fallito. E per questo fallimento vorrei chiedere - una volta che i fatti saranno stati chiariti - la vostra comprensione e il vostro perdono».
Questo ha detto Richard Clarke. Anzi, se possibile è stato ancora più netto, perché nella sua lingua ha detto «I failed you», una formula che in italiano non esiste ma che indica qualcosa di più di un semplice insuccesso: «I failed you» significa «sono venuto meno alla fiducia che mi avevate dato». La sola differenza è che non c'è dolo, altrimenti bisognerebbe tradurre «vi ho tradito».
Naturalmente non posso esserne certo, ma credo che Clarke lo pensi davvero. Allo stesso modo, credo che Bush, Cheney, Rice, Tenet e tutto il resto della compagnia non lo pensino affatto. Altrimenti qualcuno avrebbe parlato. Che non chiedano scusa ora lo si può anche capire, tra pochi mesi ci sono le elezioni. Ma nel 2001, nel 2002, o nel 2003… allora lo si poteva dire. Lo si doveva dire: «Dovevamo proteggervi e non ne siamo stati capaci. Perdonateci». Ma se un'idea del genere non ti sfiora nemmeno, perché pensi di essere dove sei per grazia ricevuta e non perché 300 milioni di persone hanno deciso di darti fiducia, allora non lo dirai mai. E quando qualcuno lo dice al posto tuo, pensi che sia colpevole di lesa maestà.
Più che col suo libro-denuncia - Against All Enemies, ormai diventato un best seller - e più che con la minuziosa ricostruzione di fronte alla Commissione di tutti gli errori e le sottovalutazioni precedenti l'11 settembre, è con quella richiesta di perdono che Clarke ha fatto più male all'amministrazione Bush. Perché quella confessione solitaria, per contrasto, svela la natura più profonda dell'attuale governo. Un governo protervo, ipocrita e capace di incredibile cinismo. Un governo che non sa chiedere scusa, ma che non esita un secondo a inondare la nazione di spot televisivi con le immagini dell'11 settembre che inneggiano alla straordinaria capacità di leadership del presidente. Non è affatto un caso se Clarke, dopo quell'introduzione, è stato applaudito dal pubblico che assisteva all'audizione: perché di colpo, facendo ammenda, si è guadagnato quella credibilità che i suoi capi hanno sperperato.
Tra un coordinatore dell'antiterrorismo che va e chiede scusa, e una consigliera per la sicurezza nazionale - Condi Rice, che di Clarke era il referente diretto - che si rifiuta financo di testimoniare pubblicamente e sotto giuramento, limitandosi a un colloquio privato con i membri della Commissione, c'è un abisso. Non discuto il cavillare della Casa Bianca sulla prassi, che sconsiglia a un consigliere di Bush (cioè a un esponente di sua personale fiducia, che contrariamente ai ministri non è soggetto al benestare del Senato) di testimoniare su temi che riguardano direttamente il rapporto confidenziale con il presidente. Può anche darsi che sia un'obiezione fondata, anche se Sandy Berger - che era il consigliere per la sicurezza nazionale di Bill Clinton - ha ritenuto fosse suo dovere presentarsi. L'immagine che quel rifiuto trasmette, tuttavia, è tremenda: è l'immagine di una leadership talmente chiusa in sé stessa da ritenersi minacciata da un organismo come la Commissione sull'11 settembre.
Non fosse che per questo, meritano di essere travolti. Passino i fallimenti dell'opera di prevenzione. Ma un'amministrazione che fa di tutto per evitare che una Commissione d'indagine bipartisan venga istituita; che quando è costretta a cedere si assicura che i lavori della Commissione non collidano con le elezioni; che quando la Commissione chiede più tempo per svolgere bene il proprio lavoro dice di no perché teme che il rapporto finale esca a ridosso della data del voto; e che a quei lavori decide di collaborare il meno possibile; bene, una siffatta amministrazione merita solo di essere spazzata via. (29/Continua)
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Elezioni algerine:
per chi votano le donne?
L’Intelligent (Francia)
Traduzione dal francese a cura di A-sud.org
Come ad ogni scadenza elettorale, l' 8 aprile ci sarà lo scrutinio presidenziale, e' al dibattito la revisione del codice di famiglia. Tuttavia sono rare le militanti femministe che ancora credono alle promesse dei partiti.
"Viva l' Algeria! Viva Louisa!”. Ferma, in tailleur grigio scuro e chignon impeccabile, Louisa Hanoun affronta i suoi militanti.Dalla sua tribuna drappeggiata della bandiera algerina, la portavoce del PT, il partito dei lavoratori, fissa una data: il 20 febbraio 2004 diventa, dopo la mauritana Aicha Mint Jidan nel novembre del 2003, la prima donna del mondo arabo a presentarsi ad una elezione presidenziale – la sua candidatura sarà confermata il primo marzo dal consiglio costituzionale. E se il suo discorso tende oggi verso un certo populismo di estrema sinistra, nessuno dimentica che nel 1984 lei e’ stata tra coloro che crearono la prima associazione femminile “per l’uguaglianza tra uomini e donne davanti alla legge”.
All’epoca lo status personale della donna veniva modificato dall’Assemblea Popolare Nazionale, all’unanimità e senza discussione alcuna. Si erano appena persi a parlare della giusta lunghezza della canna che avrebbe dovuto colpire la sposa disobbediente. Il codice della famiglia era nato proprio il 9 giugno di quell’anno, 1984, firmato dal presidente Chedli Benjedid. Da allora sulla carta non e’ cambiato niente riguardo ai diritti delle donne. Ragazze, mogli, madri sono sempre sottomesse al primato maschile. Che si tratti di matrimonio, divorzio, diritti di successione, il codice di famiglia sanziona giuridicamente la loro inferiorità.
Paradossalmente in venti anni le donne algerine hanno conquistato un certo numero di libertà individuali nello spazio pubblico, dapprima e soprattutto attraverso l’istruzione: dal 1992 la maggioranza dei laureati sono donne, malgrado una percentuale di riuscita globalmente molto debole, il 10%.Più numerose al liceo e all’università, le donne restano tuttavia largamente in minoranza nel mondo del lavoro.
“Le donne sono poco inserite nella vita professionale”, rileva Imane Hayef, economista, “Su 6,7 milioni di persone occupate nell’ultimo trimestre 2003, solo 930.000 sono donne”.
Limitato in passato al mondo rurale, il lavoro delle donne, oggi, si e’ urbanizzato, vedi il settore amministrativo. Benché la loro attività professionale sia meglio accettata perché istruite, nel contesto economico gli uomini conservano un certo risentimento nei loro riguardi. Accusate di concorrere se non di usurpare il lavoro degli uomini, argomento ripreso dagli islamisti negli anni ’90, le donne hanno visto moltiplicarsi gli ostacoli.
I problemi di discriminazione e di vessazioni sul posto di lavoro costituiscono dei freni importanti alla loro ascesa professionale. Poche occupano postazioni di comando.
“Tutto ciò sta cambiando, osserva Nafissa Lahreche, presidente dell’associazione Femmes en communication e direttrice del mensile “femminile e femminista” OUNOUTHA, molte società private impiegano donne perché sono sempre più qualificate”.
Questa evoluzione comporta nuovi problemi sociali. La colpa alla tradizione? “C’e’ sicuramente una dimensione culturale, dice la collaboratrice Mina Zerrouk. Quando le donne occupano posti di responsabilità, la virilità di alcuni subisce un colpo”. Da ciò, come reazione, un rigurgito della brutalità maschile.
Quasi un terzo delle algerine subiscono violenze domestiche , vittime del fratello, padre o marito. “Esiste inoltre un reale squilibrio socio-economico, aggiunge Mina Zerrouk. Poiché i ragazzi preferiscono lavorare piuttosto che proseguire gli studi, le donne diplomate sposano talvolta degli analfabeti”.
Anche se oramai ministri, presidente del Consiglio di Stato, wali (prefetti), artisti, avvocati, commissari di polizia e persino capostazioni, le donne devono ancora lottare per migliorare la loro condizione in seno al loro stesso nucleo familiare.
Ma bisogna arrivare ad abrogare o riformare il codice di famiglia? Tale e’ la questione che oggi divide il movimento femminile.
Per le sostenitrici delle riforme, e’ meglio non precipitare le cose e far evolvere il diritto musulmano. Di contro, per le partigiane dell’abrogazione, lo stato personale della donna e’ una questione di diritto civile che non ha niente a che vedere con la religione.
Divise tra queste due posizioni, le associazioni femminili, fortemente politicizzate hanno avuto meno impatto sui governanti di quello che avrebbero avuto se organizzate in una sola lobby. Fin dagli inizi degli anni ’90, la potente Unione Nazionale delle Donne Algerine non e’ stata che l’emanazione femminile di un partito unico. Le fazioni opposte non hanno voluto unirsi, nonostante perseguissero la stessa lotta cristallizzata intorno alla revisione del codice della famiglia. Più tardi le stesse cause hanno finito per produrre gli stessi effetti: le rivendicazioni femministe non dovevano in alcun modo contraddire la linea politica del partito, tanto che, fino al 1991, i mariti potevano in tutta legalità votare al posto delle loro mogli.
Da questa data le statistiche mostrano che se le donne partecipano molto poco alla vita politica di un partito – per circa il 3%- tengono però molto al loro diritto elettorale. “Si è visto un certo cambiamento di comportamento allorché il voto per procura e’ stato soppresso, spiega Imane Hayef, autrice di uno studio sulla percezione del diritto di voto tra le donne.
Dopo il 1991, contro ogni aspettativa, il tasso di astensione non e’ cambiato moltissimo in seno alla popolazione femminile”. Quindi, al di là di ogni ulteriore consultazione, le donne si sono spesso mostrate più astensioniste.
“La classe politica ha sempre paura dell’astensionismo, che significa che i cittadini non si interessano allo scrutinio. Ciò è a mio avviso la sola vera posta in gioco poiché nessun candidato alle presidenziali si pone la minima questione di una società sensibile”. Questo non impedisce che certi argomenti tornino, come un leitmotiv, a ogni scadenza elettorale. Tra questi appunto la revisione del codice di famiglia, per credere a Ourida Chouaki. In realtà, sono rare le militanti che ancora credono alle promesse, soprattutto a breve termine.
“E’ di moda in questo momento parlare del codice familiare, ironizza Mina Zerrouk. Quando sento le ragazze del FLN dire che la questione e’ importante, ma non all’ordine del giorno, come volete che le si prenda sul serio? Non faccio più confidenza su Benflis che su Djaballah (candidati rispettivamente dello FNL e del El- Islah, islamista). Sono veramente per la causa femminile? Non credo che i cambiamenti verranno dai partiti”.
Una opinione questa che potrebbe dividere una buona parte dei sette milioni circa di elettrici algerine. Secondo uno studio condotto sulle scelte politiche delle donne, esse avrebbero piuttosto la tendenza a dirigersi verso i candidati più rappresentativi, cioè verso i candidati del potere.
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La vera novita' della protesta globale
Rita Guma intervista Paola Cesarini
Qualche giorno fa l'Osservatorio sulla legalita' Onlus ha segnalato l'uscita del libro Authoritarian Legacies and Democracy in Latin America and Southern Europe curato da Paola Cesarini, membro del nostro comitato scientifico.
Paola, che e' specialista di politica europea, latinoamericana ed internazionale, vive negli Stati Uniti, ma ha viaggiato in quest'ultimo anno in diverse realta' socioculturali, fra cui la nostra, per una ricerca sulla politica della memoria.
Si e' trovata immersa nelle realta' dei girotondi, dei movimenti, delle marce pacifiste, e le abbiamo chiesto di raccontarcele dal suo punto di vista privilegiato di studiosa e di "Italiana nel mondo".
Paola, il nostro mondo sta vivendo una straordinaria vitalitá in termini di partecipazione civile, movimentismo e manifestazioni di piazza. Quali differenze e analogie hai riscontrato nel modo di vivere questa situazione tra i Paesi che hai visitato per le tue ricerche negli ultimi anni?
In Argentina, ho presenziato ai cacelorazos contro la crisi economica e la corruzione governativa, alle marce contro la violenza delle forze dell'ordine, e alla commemorazione dell'attentato (tuttora impunito) all'associazione ebraica AMIA con sede a Buenos Aires.
In Italia, ho partecipato alla fiaccolata romana di solidarietá con le vittime dell'11 Settembre, alla grande manifestazione dell'Ulivo, ed a vari girotondi contro la politica del governo Berlusconi.
In America, ho assistito alle marce pacifiste contro la guerra in Iraq, alle proteste di alcuni gruppi di disoccupati, ed ai rallies di un paio di candidati democratici alla presidenza. Piú delle ovvie differenze tra questi episodi di partecipazione civile, mi hanno colpito le similitudini.
In particolare, ho riscontrato tre fili conduttori comuni. Primo: la gran voglia di partecipazione popolare e di cambiamento. Dopo anni in cui le democrazie (soprattutto occidentali) hanno registrato una progressiva astensione politica, la gente sembra di nuovo interessarsi alla politica. Tuttavia, non si riconosce piú nei modi tradizionali di partecipazione, e cerca forme alternative, e spesso creative, di protesta.
Secondo: la frustrazione nei confronti di governi arroganti, incapaci e menzogneri, che si illudono di poter impunemente ignorare l'opinione pubblica. La Spagna, per fortuna, ha dimostrato di recente come ció porti a conseguenze spiacevoli. Rimane ora da vedere se il messaggio spagnolo é stato ricevuto da chi di dovere anche altrove.
Terzo: la protesta odierna é multi-classe, inter-religiosa, inter-generazionale, pacifica, dignitosa e persino gioiosa. Negli episodi cui ho assistito, operai marciavano accanto ad intellettuali, cristiani insieme a musulmani ed ebrei, giovani a fianco di anziani, e figli a braccetto con i loro genitori.
L'anno di ricerche che hai condotto in Italia per il tuo libro in preparazione, ha coinciso con il particolare fermento conseguente al Palavobis. Quali sensazioni hai provato, immersa in questi fermenti, da studiosa di scienza politica, ma anche da persona attenta ai temi civili ed al futuro della societá? E quali eventi e atteggiamenti ti hanno colpita di piú?
La prima sensazione che ho provato é stata di orgoglio. La societá civile italiana si era svegliata, spontaneamente ed in grande stile. La sensazione immediatamente seguente é stata, peró, di grande frustrazione, sia nei confronti dei partiti della sinistra ufficiale, che dei movimenti. Ed é una sensazione che permane.
La frustrazione nei confronti dei partiti deriva dalla loro incapacitá di dialogare con la societá civile - senza arroganza o strumentalizzazione.
La frustrazione nei confronti dei movimenti deriva invece dalla loro mancata evoluzione da protesta di piazza, in progetto politico concreto e costruttivo.
In altre parole, in Italia siamo di fronte ad una situazione paradossale, in cui i politici si illudono di poter vincere le elezioni senza la collaborazione della societá civile. E la societá civile si illude di poter cambiare il paese senza preoccuparsi di come vincere in concreto le elezioni.
Secondo me, invece, la sinistra - per riconquistare il potere - ha bisogno di unitá a tutti i livelli, ed in special modo tra partiti e societá civile.
Proprio l'altra sera negli Stati Uniti, c'é stata la cena di "unitá" del partito democratico. Da Carter a Clinton, da Gore a Lieberman, da Dean a Sharpton c'erano tutti - ma proprio tutti. Nonostante il partito democratico non sia proprio un modello di compattezza interna, nemici vecchi e nuovi si sono - per l'occasione - riappacificati.
Perché in America sia tra i politici democratici, che tra la societá civile progressista, si comprende bene che la posta in gioco é alta, e il nemico da battere formidabile.
In Italia, purtroppo, questa comprensione sembra esserer ancora lontana anni luce.
Paola, a differenza dell'Europa, che ha conosciuto le manifestazioni di piazza solo in particolari momenti storici della sua vita, gli USA - e in particolare alcune cittá - sono state spesso teatro di cortei per la difesa dei diritti civili. Ti sembra che sia cambiato qualcosa, con la globalizzazione della protesta?
Diciamo pure che mentre in America tutti - dall'anti-abortista al pacifista, dagli afro-americani ai latinos, dagli omosessuali ai cacciatori - marciano in piazza per difendere la propria causa, con orgoglio democratico e generale rispetto reciproco, in Italia chi protesta pubblicamente é ancora visto un po' come un sovversivo - soprattutto da chi simpatizza a destra.
La globalizzazione della protesta, quindi, aiuta ad erodere lo stigma che chi marcia in Italia si porta ancora appresso.
Quando in tutto il mondo si tengono proteste (pacifiche) in contemporanea - dagli USA alla Gran Bretagna, dall'Australia al Brasile, dal Sudafrica alla Norvegia - diventa piú difficile per gli aficionados dell'ordine pubblico sostenere che i manifestanti nostrani sono comunisti rivoluzionari. Perché se sono comunisti rivoluzionari i nostri, allora lo sono anche i manifestanti degli altri paesi (compresi gli USA).
Per quanto riguarda i contenuti, invece, la globalizzazione della protesta puó, a volte, contribuire alla confusione delle idee.
Prendiamo, per esempio, le marce pacifiste della settimana scorsa. Ebbene, a me non sembra che le manifestazioni nei diversi paesi avessero un messaggio effettivamente comune.
In Italia si marciava in nome di un pacifismo generale, senza se e senza ma.
In America, invece, si marciava specificamente contro la guerra in Iraq. Sono certa, infatti, che i manifestanti americani di Sabato scorso non hanno nulla in contrario all'uso della forza contro i terroristi -- a patto che siano terroristi veri, e non fabbricati dal governo per i propri fini politici.
Le nuove tecnologie e la rivoluzione mediatica hanno fatto la differenza nelle modalita' di azione della societá civile? E per la studiosa Paola Cesarini, la societá odierna presenta aspetti inediti o ripercorre solo vecchi schemi con nuovi strumenti?
Internet sta letteralmente rivoluzionando il modo di contestare. É infatti principalmente grazie ad essa che possiamo parlare di una societá civile globalizzata. Internet é uno strumento incredibile per accrescere il coordinamento e l'efficacia della protesta. E favorisce, senza dubbio, lo scambio di idee ed opinioni in modo immediato, democratico e veramente globale.
Internet, tuttavia, rimane solo uno strumento. E senza idee costruttive lo strumento é una scatola vuota.
Ora, di idee in giro ce ne sono tante. Ma di nuove ne vedo poche.
In fondo, la protesta civile - anche in USA - é ancora per lo piú formulata in termini di classe. Anche i no-global riecheggiano slogan legati alla teoria della dipendenza economica - una corrente di pensiero di stampo marxista. E i pacifisti radicali, poi, sono decisamente rimasti ad argomenti risalenti agli anni '60, che - a mio parere - sono assolutamente inadeguati al XXI secolo.
Solo il movimento per i diritti umani, negli ultimi anni, é riuscito a portare novitá rilevanti nel modo di teorizzare e praticare la protesta civile - penso qui soprattutto a quelle organizzazioni che lottano su scala mondiale per la liberazione dei detenuti politici, per la condanna dei responsabili di genocidio, o per il boicottaggio di prodotti fabbricati con il lavoro minorile.
Entrambi i tuoi libri, quello appena pubblicato e quello in elaborazione, parlano dell'ereditá storico-politica e dei suoi effetti sulla societá odierna in alcuni paesi. Quali sono le differenze sostanziali nell'impostazione e nei contenuti dei due volumi?
Il volume appena pubblicato é frutto di un progetto pluriennale ed interdisciplinare sul problema delle ereditá autoritarie in America Latina ed Europa del Sud, che raccoglie saggi di accademici di vari paesi. Qui, oltre che ad aver curato la pubblicazione, sono autrice (o co-autrice) di tre capitoli.
Il libro su cui sto lavorando attualmente, invece, é una monografia personale in cui elaboro una teoria comparata degli effetti dei processi di giustizia post-autoritaria sulla qualitá delle democrazie contemporanee che hanno esperienze dittatoriali alle spalle - quindi paesi come l'Italia, il Portogallo, l'Argentina, etc.
La mia tesi, in breve, é che la qualitá della gran parte delle democrazia post-autoritarie odierne dipende principalmente dalle scelte compiute, durante la transizione democratica, in materia di giustizia verso il proprio difficile passato.
Queste, infatti, costituiscono decisioni fondamentali che inseriscono un paese in un percorso storico da cui é difficile uscire. E che finiscono per plasmare irreversibilmente la natura della competizione democratica, delle relazioni tra societá e stato, e del prevalente discorso politico - ovvero il livello di qualitá che contraddistingue una democrazia.
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Alleanza Nazionale Postale Siamo tornati indietro di vent’anni, in modo spudorato
45 dirigenti sostituiti con uomini di provata fede An
di Giorgio Panattoni
45 dirigenti della linea operativa vengono sostituiti, tutti insieme, con persone di provata fede di Alleanza Nazionale, molte delle quali tra l’altro neppure in possesso dei requisiti necessari. E i dirigenti sostituiti non hanno neanche una ricollocazione di lavoro: hanno appreso della loro sostituzione dagli ordini di servizio, senza un commento o una qualunque indicazione. Ci pare davvero un golpe senza precedenti. Le elezioni si avvicinano e questa operazione, insieme alle innumerevoli altre portate a termine in questi anni di nuova gestione della azienda, assicurano un più stretto controllo del territorio, dei favori, degli spostamenti, delle promozioni da parte di un partito politico, che ha rifatto di Poste Italiane il suo feudo personale.
Siamo tornati indietro di vent’anni, in modo spudorato e senza neppure quel minimo di attenzione alla efficienza dell’impresa, pubblica e perciò di tutti i cittadini.
Si sta distruggendo un patrimonio del paese, che con fatica si era ricostruito e rilanciato negli anni del centro sinistra.
Non si può tacere di fronte ad operazioni di questo tipo, occorre reagire con fermezza e determinazione, cosa che faremo nel paese, in parlamento, nell’azienda stessa.
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Elezioni in Francia/ "E' il vento dell’alternanza"
ROMA Per Giovanni Sartori, se c’è un vento nuovo che spira in Europa è «il vento dell’alternanza». Il politologo e professore emerito alla Columbia University si mostra invece scettico sull’esistenza di «un’onda lunga» rosso-verde che sta attraversando il continente. È vero, dice, che c’è stato il successo della sinistra in Francia e la vittoria a sorpresa di Zapatero in Spagna. Ma, aggiunge, bisogna tener conto anche delle ultime elezioni regionali in Germania, delle politiche in Grecia, delle difficoltà che sta attraversando Tony Blair in Gran Bretagna. «Il dato che emerge è che chi sta al governo perde». Un dato che però potrebbe non riguardare l’Italia. «Perché c’è l’anomalia Berlusconi e perché la sinistra italiana non sembra aver imparato la lezione che ha consentito alla sinistra francese di vincere: con i sistemi maggioritari bisogna essere uniti».
Professor Sartori, prima la Spagna, poi la Francia: sta spirando in Europa un vento di sinistra?
«No, non lo credo. Semmai spira il vento dell’alternanza. Perché anche per i governi di sinistra le cose non stanno andando bene. In Germania, Gerard Schroeder sta perdendo un’elezione regionale dopo l’altra, in Grecia ha vinto la destra, in Gran Bretagna Tony Blair è in difficoltà. Non si può quindi parlare di un’onda lunga di sinistra. Può essere una speranza, questo sì. Ma, stando ai fatti, si può soltanto dire che i governi in carica perdono».
C’è chi sostiene che a far perdere consensi al governo Aznar e al governo Raffarin sia stato l’aver perseguito politiche neoliberiste. Lei che ne pensa?
«Penso che nei due casi abbiano giocato ragioni diverse. Aznar è caduto perché c’è stato il tentativo di strumentalizzare una tragedia. Non dobbiamo dimenticare che prima dell’11 marzo i sondaggi lo davano vincente. Poi, si è mobilitato un elettorato che non ha accettato questo tentativo di sfruttamento per fini elettorali di duecento morti».
Può aver pesato anche il fatto che Aznar si sia affiancato agli Stati Uniti nella vicenda irachena?
«Di certo, non è stato il pacifismo a far cadere Aznar. Anche Blair, che è esposto alla stessa critica, nonostante le difficoltà in cui si trova viene comunque dato in testa nei sondaggi. Quindi, il pacifismo da solo non stravolge gli esiti elettorali. Per esempio, il pacifismo non tiene in sella Schroeder, che sta perdendo un’elezione dopo l’altra».
Quello che lei chiama il vento dell’alternanza potrà investire anche l’Italia alle elezioni di giugno?
«Se si tolgono le televisioni a Berlusconi potrebbe darsi».
Sta dicendo che siamo un paese che fa caso a sé?
«Siamo un paese in cui fra un po’ si scatenerà un bombardamento di menzogne che non potranno essere contraddette sui media di massa».
Ci sono sondaggi che dicono che meno del 20 per cento degli italiani crede ai manifesti della campagna elettorale avviata dalla Casa delle libertà.
«Sì, ma Berlusconi ancora non ha sparato con le sue artiglierie. E c’è da pensare che non si farà scrupolo. Quando vuole, controlla quasi il cento per cento della televisione e parecchia stampa. L’Italia ha questa anomalia. Per cui, l’alternanza con un Berlusconi, che ha questo enorme vantaggio mediatico, è più difficile. Io lo spero. Ma se mi si chiede una previsione, dico che non so rispondere».
Nella sinistra italiana c’è chi, come i diessini Salvi e Folena, sostiene che la sinistra francese ha vinto perché ha valorizzato l’identità socialista e non ha tentato la corsa al centro. Condivide?
«Nient’affatto. Questo fa comodo a loro dirlo. Sulla corsa al centro c’è una legge stabilita all’inizio degli anni 50 e che da allora è stata sempre confermata. Il motivo è semplice: le elezioni si combattono e si vincono al centro perché l’elettorato indeciso è al centro. E poi in Francia hanno vinto perché hanno capito la lezione di due anni fa, quando si sono spappolati e non sono riusciti neanche a far superare il primo turno a Jospin. La sinistra francese, nel 2002, si è suicidata frantumandosi. Ora però ha capito che per vincere le elezioni con sistemi maggioritari bisogna andare uniti. In Italia, invece, temo che la sinistra si voglia suicidare ancora. E questo è un altro dei motivi per i quali sono molto incerto sull’esito delle elezioni di giugno».
In Italia c’è la novità della lista unitaria.
«Sì, ma che deve fare i conti ogni giorno con i dissensi interni della sinistra. A contare è la credibilità unitaria della coalizione».
unita.it
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VOGLIO FARE IL PRESIDENTE. GAZA ESPLODE, BUSH GUARDA ALTROVE DI MARCO CONTINI
Chi ha chiuso il dipartimento di Stato?
Foggy Bottom non conta più nulla, e i risultati si vedono: soprattutto in Medio Oriente
Ci sono cose che non si possono ammettere apertamente, ma che si lasciano intendere. Nemmeno due mesi fa, a margine di una serie di incontri al dipartimento di Stato, chi bazzica da quelle parti me ne ha lasciate intendere un paio. La prima è che lì a Foggy Bottom sono costretti loro malgrado a girarsi i pollici. La seconda è che l'amministrazione, a partire dal suo capintesta, del conflitto israelo-palestinese non vuole nemmeno sentir parlare.
So bene che non si tratta di scoperte sensazionali: in fondo, entrambe le si vedono a occhio nudo. Ma un conto è se le pensi tu, un altro è se - pur col metodo del "ti dico e non ti dico" - te le confermano loro.
Se mi si passa il diritto a tradurre liberamente, la sostanza è la seguente: «il dipartimento di Stato non conta nulla, le linee generali di politica estera vengono decise altrove, tra la Casa Bianca e il Pentagono. Il dipartimento serve solamente a garantire una normalità di facciata. Lo stesso Powell conta pochissimo. Sostanzialmente, gli hanno lasciato il cerimoniale: lui va in giro a dire cose decise altrove, che a volte nemmeno condivide, perché ha una credibilità e una storia personale riconosciute. Infatti è incazzato nero. I funzionari di rango minore sono stati completamente esautorati. Al più scrivono memorandum indirizzati a nessuno o comunicati di scarsissima utilità. E il Medio oriente non esiste. Le missioni sono ridotte al minimo, e generalmente affidate a personaggi di seconda fila. Bush ha fatto un tentativo un anno fa con Abu Mazen perché era costretto a farlo, ma non ci ha mai creduto. E adesso se ne tiene alla larga perché tra pochi mesi si vota. Pensa che non facendo nulla può sottrarre ai Democratici una fetta di elettorato ebraico senza alienarsi i favori di quello arabo. La pratica è semplicemente rinviata al 2005».
Ammesso che ve ne fosse bisogno, l'uccisione dello sceicco Yassin, fondatore di Hamas, ne è la dimostrazione definitiva. Più che ripetere il consueto ritornello - «autocontrollo» - per mesi Washington non ha fatto niente. L'autocontrollo per un po' c'è stato, poi due palestinesi sono riusciti a compiere una strage al porto di Ashdod partendo da Gaza, da quel territorio cioè che Israele pensava di essere riuscito a blindare, e il governo Sharon è andato in tilt. Fine dell'autocontrollo. Ripartono i raid mirati e Yassin viene fato fuori. Adesso nessuno sa cosa potrà succedere. Ma la sensazione generale è che sia stato scoperchiato un vaso di Pandora.
Non è per scaricare sulla Casa Bianca colpe non sue. Non è colpa di Bush se quelli di Hamas sono dei criminali, come non è colpa sua se Sharon è un folle. Ma l'assenza degli Stati Uniti dalla scena mediorientale si sente, eccome. Un esempio: del piano israeliano di evacuare Gaza si parla da mesi: ma la prima discussione di merito su obiettivi, tempi e modi del ritiro, americani e israeliani l'hanno avuta solo qualche giorno fa. Tra l'altro, pare che la riunione sia andata a schifio: gli inviati di Washington hanno lamentato il fatto di non essere stati interpellati in anticipo, e al dunque hanno mosso una lunga serie di obiezioni al piano. Ma se loro se ne occupano il meno possibile, e in buona sostanza continuano a dire a Sharon di agire come meglio crede, perché mai Sharon dovrebbe coinvolgerli?
Qui non si tratta di venir fuori con l'ennesimo piano globale per una pace rapida e indolore, che al momento è impossibile. Ma di tenere i piedi nel piatto, per evitare una degenerazione senza fine, sì. L'Autorità nazionale palestinese si è dissolta, e Washington non se ne occupa. A Gaza da almeno due mesi è in corso una guerra civile strisciante tra Hamas, Fatah e i gruppi che rispondono agli ordini di Mohammed Dahlan, e Washington se ne tiene alla larga. Israele procede con la costruzione della "barriera di separazione" con la Cisgiordania e Washington balbetta che la barriera va anche bene ma il percorso prescelto (che taglia fette di territorio palestinese) no. Abu Ala conta come il due di picche a briscola e Washington tace. Arafat non si sa che combina (un giorno si dice che comanda le Brigate Al Aqsa, l'altro si dice che ha perso il controllo delle Brigate Al Aqsa), e Washington si volta dall'altra parte. Eccetera.
Con i se non si fa la storia, ma resto convinto del fatto che se alla Casa Bianca ci fosse qualcun altro l'America non avrebbe abdicato a quel ruolo di mediazione che solo lei può esercitare. Non so chi sarebbe stato il segretario di Stato di Gore se avesse vinto le elezioni. So che quel qualcuno non sarebbe stato usato come uno straccio, mandato all'Onu con una fialetta in mano a fare la pagliacciata delle armi di distruzione di massa e poi messo in naftalina. So che Kerry, in caso di vittoria, sta pensando di mandare a Foggy Bottom un mediatore infaticabile come Richard Holbrooke, e che mai e poi mai gli direbbe di abbandonare il Medio Oriente al suo destino, alla sua logica autodistruttiva. Nemmeno alla vigilia delle elezioni. So che i Democratici non concepiscono la loro fedeltà alle ragioni di Israele come una cambiale in bianco. E so che la cultura del multilateralismo non si fonda solo sul rifiuto di partire in quarta per la guerra senza alcun riguardo per l'Onu e per gli alleati, ma anche su un'idea più complessa - e realistica - del mondo: quella per cui la guerra al terrorismo la si combatte in tanti modi, anche cercando di disinnescare un conflitto che continua a fare da collante ideologico per tutti i fondamentalismi islamici del pianeta. (28/Continua)
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Gauche", un sogno a sinistra
di Filippo Ceccarelli
La Stampa
C'era una volta il vecchio e caro provincialismo italiano. Il presidente del Consiglio Scelba, per esempio, incontrava il suo omologo francese. Quello si presentava, con un’accenno d’inchino: «Georges Mendès-France». E Scelba, porgendogli la mano: «Piacere, Mario Scelba, Italia».
Era un provincialismo a suo modo grandioso, tipico di una classe dirigente raccolta entro il proprio limitato orizzonte, e tuttavia assai spesso mutevole e sorprendente. C’era il povero Goria, per dire, che durante un viaggio a Bombay qualificò orgogliosamente certi imprenditori «cani da tartufo»: e bisognava vedere la faccia dell’interprete e poi dei dignitari indiani cui si era rivolto. E c’era il presidente Leone che arrivato in Persia, e condotto davanti alla tomba di Ciro il Grande, non seppe resistere e: «Anche noi, a Napoli, abbiamo il nostro Ciro a Mergellina». Ristorante certo rinomato, anche se con un ruolo di minor rilievo nella storia.
Dunque era quello un provincialismo ameno e ruspante, da commedia. Il 14 marzo si è votato in Spagna, l’altroieri in Francia. Ecco. Le due elezioni e ancora di più i commenti sui rispettivi risultati hanno messo a nudo una nuova forma di tardo provincialismo all’italiana: molto meno divertente, purtroppo, ma anche più sciatto, più petulante, più scontato e soprattutto più egoista nel suo spirito di tifoseria.
Criticare, si sa, è facile. Prendersela con la classe politica del proprio paese è in democrazia uno sport sin troppo leggero. Criticare l’intera classe politica, senza distinzioni e senza nemmeno (troppo) timore di fare la figura del qualunquista. Tutto vero. Però è anche vero che stando a Madrid nei giorni della bomba, delle manipolazioni del governo Aznar e della «sorpresa» Zapatero faceva davvero impressione anche solo sfogliare i giornali italiani. Lì c’era una tragedia in atto, e qui più o meno per le stesse ragioni i leghisti e l’onorevole Carra si accapigliavano a Montecitorio. Lì c’era un lutto misurato, un popolo composto, una televisione sobria, un leader vincente che appena eletto manifestava pubblicamente il proprio rispetto per gli avversari, e qui a Roma ci si lacerava all’ultimo sangue sull’ultima dichiarazione di Gustavo Selva.
Quindi è partito l’accaparramento a distanza della vittoria: come se avessero vinto i politici italiani: ma non su Aznar, su Berlusconi. E si capisce anche, forse sono riflessi inevitabili. Ma il guaio è che la politica italiana vive ormai solo di riflessi. Di emozioni, più che di spiegazioni. Di indizi, più che di analisi. E infatti a quel punto, con foga ancora maggiore, da parte dei «vincitori» italiani è partita pure la requisizione del leader premiato, lo sconosciuto Zapatero. Tutti Zapateri sono diventati, per quanto divisi tra loro; tutti avevano finalmente scovato la ricetta giusta, la via del successo, la pietra filosofale. Come non averci pensato prima? Boh, todos Zapateros, comunque. E insomma: automatismi, transfert, proiezioni, pappagalleggiamenti, moda.
Ora, nessuno nega che la vittoria del psoe sia stata importante. Lì è accaduto qualcosa. I paesi dell’Europa cominciano a diventare davvero interdipendenti. E forse anche le loro opinioni pubbliche si vanno omologando, secondo logiche di eccezionale mutevolezza, e perciò ancora tutte da decifrare. E’ anche un buon segno. Ma questo non significa affatto che ogni cosa che avviene all’estero, ogni successo, ogni sconfitta, ogni nuovo leader, ogni reazione di quel paese, insomma tutto debba essere vissuto e rigiocato con lo stesso asfittico manicheismo che affligge la politica italiana. E con lo stesso cicaleccio che la rende ormai irrilevante rumore di fondo.
Ebbene: anche le reazioni al voto francese dicono che aspettarsi un diverso atteggiamento è già chiedere troppo. La griglia interpretativa era già rovente. I risultati ne hanno semplicemente assecondato la funzionalità. Così dopo «el triciclo» (che è un’opera di Fernando Arrabal) e «la casa de las libertades», le amministrative d’oltralpe vedono «le tricycle» trionfare su «la maison de liberté». Punto.
E di qui, da questo schema di tipo calcistico non si esce, perché la griglia diventa gabbia, anche lessicale. Aria, acqua e rumore. La sconcertante prevedibilità dei commenti s’incardina infatti su tre immagini giornalistiche che i politici, convinti così di essere più immediati e comprensibili (più «facili»), infliggono al mondo vasto e terribile di chi sta ancora a sentirli. Le tre immagini sono il vento («il voto francese è un nuovo vento che spira» eccetera), l’onda («il voto francese è un’onda lunga che» eccetera) e il campanello («il voto francese è un campanello d’allarme»: questo per i governativi).
A parte il fatto che dopo il successo del centrodestra in Grecia lo stesso Berlusconi aveva evocato il vento, va da sé che tutte e tre le immagini, più che il voto francese, hanno come smanioso riferimento l’imminente voto italiano. E a volte anche qualcosa di più velato che lo prepara, qualcosa di più esoterico, di più iniziatico. Certi preziosi accenni di Folena al neo-centrismo, certe pizzicatine di Salvi a Fassino, certo fraseggio di Bertinotti, certi occhiolini di Pecoraro Scanio. Per non dire la titanomachia fra Bobo Craxi e De Michelis, cui è parso ovvio di collegare risultati francesi alle pur legittime beghe della diaspora post-socialista (compreso l’atteggiamento sulla deriva giustizialista).
Ed ecco dunque trionfare l’italo-provincialismo del XXI secolo. Asettico e strumentale. Come non era ai tempi di Goria, Leone e Scelba. C’è poco da far capire. Quanto è realmente accaduto a Madrid e ora a Parigi è nella sostanza del tutto secondario. Basta farselo tornare, dato che loro sono, si considerano primari. Per cui, comprensibilmente spaventato, Maroni adatta il risultato alle pensioni. Buttiglione a un suo possibile ruolo europeo. E Selva lo nega proprio. Mentre Biondi, che di solito è chiaro, produce una dichiarazione che per capire dove butta - forse - occorre rileggersela tre-quattro volte.
Intanto i francesi e gli spagnoli si sono espressi. Qui i politici parlano e parlano, ma non è mica un obbligo.
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L'arma dei sondaggi
Solimano 30 marzo 2004
Accudire ad una rassegna stampa può essere una seccatura, ma certe volte ti trovi in medias res.
Il 26 marzo trovo che su Il Messaggero c'è un articolo titolato: Un sondaggio dopo il corteo agita il Listone. Nell'articolo si spiega che un sondaggio riservato fatto il giorno dopo la contestazione a Fassino dà la Lista Prodi sotto il 30% (contro il 35% precedente). Me lo porto in Arengario.
Il 27 marzo trovo un articolo su Repubblica titolato: Il Giornale manipola i sondaggi e sottotitolato: I DS attaccano Belpietro. Me lo porto in Arengario pure questo.
Sempre il 27 a pagina 8 dell'Unità cartacea c'è un titolo pimpante: “Vola al 34,9 la Lista unitaria”, e fornisce i dati di un sondaggio Swg.
Ma non finisce qui: Il Giornale di ieri insiste: pubblica una bella foto di Diliberto e gli fa dire che quei numeri sotto il 30% li aveva sentiti pure lui…
Pagnoncelli, che era della Abacus ed adesso è della Ipsos giura (spergiura?) che lui numeri così non li ha visti (li avevano attribuiti alla Ipsos).
Bah? Credo che dietro ci sia la BPA (Bruno Poggi Associati), che ha preso il posto di Datamedia (sic transit gloria mundi) nel cuore del centro-destra . Il Poggi ha esordito anni fa con la sinistra e con la CGIL, adesso, è il sondaggista (?) di fiducia di Guazzaloca. Ho visto uno dei suoi in azione l'altra sera da Ferrara: sulla informazione aveva fatto un sondaggio in cui le varianti erano solo due: trasmissione obiettiva / trasmissione vicina al centro-destra: un ottimo sistema per far parere obiettivi Porta a Porta, Batti e Ribatti e 8 e mezzo, facendo fare la figura dei non obiettivi solo ad Excalibur ed a Fede. Nei sondaggi, il veleno non è nella coda, ma nella struttura della domanda.
Siamo appena agli inizi, ne vedremo delle belle.
ulivoselvatico.org
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Boeri: "Un´idea sbagliata tagliare festività e ferie"
Gli Stati Uniti volano perché la produttività è cresciuta del 4,5% contro il nostro 0,9%
Gli albergatori: "Senza ponti-vacanza perderemo sei miliardi"
ROBERTO MANIA
da Repubblica - 30 marzo 2004
ROMA - A sedurre Berlusconi è stato probabilmente anche qualche economista che ha lanciato l´idea, con una buona dose di provocazione intellettuale, di rinunciare ad una settimana di ferie per dare un impulso alla crescita del Pil, cioè alla ricchezza nazionale. Fatto sta che sul piano economico la ricetta «meno ferie+prodotto» appare poco convincente. Più che la produzione, nel nostro paese, bisognerebbe aumentare la produttività. «D´altra parte - osserva Tito Boeri, professore di Economia del lavoro alla Bocconi di Milano e animatore del sito di economisti liberal www. lavoce. info - è solo così che si spiega l´ultimo miracolo americano». Un raffronto tra gli Stati Uniti e i paesi del Vecchio continente è stato fatto dalla Banca d´Italia. E questo è uno di quei casi in cui anche chi non mastica di economia riesce ad interpretare di numeri: tra il 1995 e il 2000 l´aumento annuo della produttività oraria del lavoro nell´industria è stato del 4, 5%. In Francia del 4, 6% in Germania del 2, 4%. Da noi è stata inferiore all´1%, esattamente lo 0, 9%. Le straordinarie performance americane sono state ottenute combinando la flessibilità del lavoro con forti investimenti nella ricerca e nell´innovazione tecnologica. Insomma se si volesse seguire l´esempio degli Stati Uniti, che continuano a marciare a tassi superiori al 3%, non si tratta di tagliare le festività. «Il fatto ancora più preoccupante - dice ancora Boeri - è che, negli ultimi anni, in Italia l´occupazione, per effetto delle politiche di moderazione salariale e della flessibilità, è cresciuta ma questo non ha comportato un incremento anche del prodotto. A conferma che il problema non è quello di aumentare lo sforzo di chi lavora bensì la qualità di prodotto che si può creare con il lavoro. Quella di Berlusconi è davvero un´idea sbagliata. Certo - continua - se per un anno rinunciassimo ad una settimana di ferie, presumibilmente il Pil aumenterebbe rispetto all´anno precedente. Ma l´anno successivo dovremmo rinunciare a qualche giorno in più e così di seguito. Per questa via, però, le risorse si esauriscono».
C´è anche un altro aspetto da considerare. «La rinuncia alle festività o alle ferie - spiega Boeri - non può non avere contraccolpi sulle retribuzioni. Certo non si può ottenere a costo zero». Quindi più costi per le imprese, le cui associazioni, infatti, non sembrano aver gradito l´ultima uscita di Berlusconi sul terreno della politica economica e sociale. La Federalberghi ha fatto i conti: se si tagliassero sei festività la perdita per l´attività turistica sarebbe di 6, 25 miliardi di euro (pari allo 0, 55% del Pil); se poi tra le vacanze cassate venisse inserito anche il Ferragosto la cifra salirebbe a 10, 65 miliardi di euro, pari quasi all´1% del Pil. Insomma un effetto boomerang per una parte rilevante dell´economia nazionale. Ma il contraccolpo potrebbe esserci anche sulla spesa pubblica perché anche i dipendenti delle amministrazioni dovranno essere pagati di più.
Comunque se l´obiettivo è quello di aumentare la quantità di ore lavorate, c´è anche un´altra strada. «In tutto il nord - sostiene Boeri - la domanda di lavoratori immigrati è almeno quattro volte superiore agli ingressi garantiti dal decreto flussi (che riguarda solo lavoratori stagionali). In alcune città, come Bologna, ci sono addirittura dieci domande per ogni ingresso. Alla fine i lavoratori arriveranno lo stesso, ma saranno illegali e spesso senza lavoro».
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IL BOOMERANG DEL CAVALIERE
MASSIMO RIVA
da Repubblica - 30 marzo 2004
La Costituzione affida la vita del governo al rapporto di fiducia con il Parlamento. Non è prevista (né sarebbe prevedibile) altra procedura specifica di rimozione del presidente del Consiglio per il caso che questi perda il contatto con la realtà e si metta a parlare a vanvera. Ma quel che ha detto ieri il vicepresidente Gianfranco Fini nei confronti di Silvio Berlusconi appare, nella sostanza, una vera e propria iniziativa di destituzione di un comandante in preda al vaniloquio da parte del suo più immediato sottoposto, come si fa sulle navi in pericolo.
Per rendersene conto basta mettere in ordine quanto accaduto nelle ultime quarantott´ore. Tutto comincia con un annuncio del ministro Tremonti il quale, ammettendo che l´economia del paese sta pericolosamente degradando, fa sapere che il governo ha pronto un piano-shock di rilancio, i cui dettagli saranno resi noti dal presidente del Consiglio.
Il boomerang del Cavaliere
L´indomani l´intero paese pende dalle labbra di Silvio Berlusconi e questi se ne esce con due annunci davvero scioccanti, ma soltanto per la loro intrinseca banalità. Il primo ripropone, dopo quasi tre anni di governo, la finora vana promessa elettorale di un drastico taglio alle aliquote più alte dell´imposta sui redditi. Il secondo è, invece, una novità grottesca: a un paese nel quale le merci non si vendono perché i consumi ristagnano, il presidente del Consiglio propone impavido di aumentare la produzione cancellando dal calendario un paio di festività infrasettimanali. Così, chiosa, avremo anche un rialzo statistico positivo del Pil, il prodotto interno lordo.
Passano poche ore da questa sconcertante sortita e lo scontato sarcasmo delle opposizioni è superato, in quantità e in qualità, dalle reazioni dei principali soci della maggioranza. Il ministro Maroni è lapidario: gli italiani lavorano già a sufficienza. Un altro ministro, Buttiglione, si chiede «a quale governo» appartengano le misure annunciate da Berlusconi. Il segretario dell´Udc, Follini, dice che al suo partito interessa la tutela dei redditi più bassi e che la riduzione delle tasse per i benestanti come i due giorni di lavoro in più sono argomenti che vengono dopo e precisa: «Molto dopo». Il leghista Ce´ si spinge a raccomandare che «prima di dire certe cose bisognerebbe riflettere di più».
Ma chi, per tono e per durezza, sopravanza tutti è proprio il numero due del governo: Fini è drastico e ultimativo. Le festività? Una questione minimale. Meno tasse? La priorità va data alla tutela del potere d´acquisto di salari e pensioni. Non pago di aver così azzerato il fantomatico "piano" di Berlusconi, il vicepresidente del Consiglio fa partire altri due siluri politici contro il Cavaliere e il suo ministro dell´Economia. Al primo, che sembra voler ereditare il ruolo frenante di Aznar sulla firma della Costituzione europea, replica con forza: «Prima ci diamo una costituzione Ue e meglio è per tutti». Al secondo (Tremonti) manda a dire che lui è arcistufo di assistere a un ping-pong quasi quotidiano con il governatore della Banca d´Italia.
Non è la prima volta che dentro la coalizione di centrodestra affiorano contrasti anche duri sulla linea da seguire: sulla riforma delle pensioni, per esempio, è successo di tutto e forse ancora di tutto succederà. Ma mai come stavolta una proposta del presidente del Consiglio era stata così seccamente impallinata ancor prima di toccare terra, né lo stesso Berlusconi era stato apertamente trattato come uno sprovveduto che parla da dilettante allo sbaraglio. Insomma, mai s´erano visti soci della maggioranza usare un linguaggio che pare mutuato da quelli che il Cavaliere bolla come gli "insulti" dell´opposizione. Naturalmente, sarebbe da sciocchi pensare che questo pesante interdetto di Fini e C. possa preludere a una scomunica con conseguente crisi di governo: quello che muove i ribelli della Casa delle libertà è un istinto di conservazione più che di suicidio collettivo, anche perché il voto europeo e amministrativo incombe.
Il fatto è che dentro le menti politicamente più avvertite del centrodestra sono ormai maturate tre precise consapevolezze. Prima, la situazione economica del paese è davvero seria con riflessi sociali pesanti, come confermano i dati Istat su una crescita delle retribuzioni di fatto 2003 di oltre mezzo punto inferiore a un indice d´inflazione già poco rappresentativo della effettiva perdita di potere d´acquisto. Seconda: condoni e invenzioni finanziarie del ministro Tremonti hanno rinviato la resa dei conti con le difficoltà del bilancio pubblico, ma le hanno anche aggravate e certo ora non c´è spazio per ridurre le tasse a meno che non si vogliano chiudere scuole e ospedali ovvero sciogliere l´arma dei carabinieri. Terza e politicamente più complessa: di fronte a tutti questi problemi, Silvio Berlusconi non fa il capo del governo ma continua ad agire come fosse in perenne campagna elettorale, sforna slogan tanto appariscenti quanto infondati, lancia promesse che restano sempre appese nell´aria, parla di un´Italia opulenta che esiste solo nella sua fantasia (o forse nel suo portafoglio), posa prime pietre alle quali quasi mai segue la seconda, insiste nel presentarsi agli italiani come l´unto del Signore che, con trovate come l´abolizione di un paio di festività, vorrebbe ripetere il miracolo delle nozze di Cana trasformando in abbondante vino la scarsa acqua di un Pil in crescita stentata.
Quando Fini, l´estate scorsa, sollecitò (invano) la guida di una cabina di regia sulla politica economica, la sua mossa sembrava diretta solo contro lo strapotere di Tremonti. Oggi la sua dura reazione per essere stato aggirato nel ruolo di capo del Consiglio di Gabinetto per l´economia, fa ritenere che questa nuova iniziativa abbia come obiettivo di sostanza il commissariamento di un presidente del Consiglio, incapace di esercitare l´incarico e perciò regredito al suo vecchio mestiere di venditore di spot pubblicitari. Una mossa disperata, forse l´ultima a disposizione di quelle forze del centrodestra che non vogliono finire imbelli sotto le macerie del fallimento berlusconiano.
Peccato che il paese non possa attendere serenamente di vedere come andrà a finire: l´economia ristagna, i prezzi crescono più dei salari e aumenta il numero delle famiglie che fanno fatica a tirare la fatidica fine del mese...
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Prodi parla alla nuova Europa
di ENRICO MICHELI
L’articolo-manifesto inviato da Romano Prodi al Corriere della sera ha il pregio di rappresentare, con grande dignità e precisione, l’opinione prevalente in Europa riguardo all’argomento del giorno: cioè in quale modo uscire dalla situazione di impasse che ormai si è creata in Iraq. Opinione prevalente come dimostrano le recenti consultazioni elettorali che hanno dato nuovo alito al vento del centrosinistra. Così accadde subito dopo la vittoria dell’Ulivo nel 1996. Credo che Prodi abbia voluto parlare all’Italia, ma non soltanto e in fondo ha ribadito quella linea di politica estera che animò la sua azione durante gli anni del primo governo dell’Ulivo.
Il rifiuto della guerra come “proseguimento con altri mezzi” dell’azione diplomatica, l’accettazione dello stato di necessità che comporta l’intervento militare quando siano in ballo questioni essenziali come la sopravvivenza al genocidio di migliaia di persone, la valorizzazione del “multilateralismo” per risolvere i conflitti in corso attraverso la piena ammissione di responsabilità dell’Onu, della Nato e dell’Unione europea, la strategia del contatto diretto che rilanciò, in ogni parte del mondo, il ruolo dell’Italia e che, non a caso, fece di Prodi il candidato indiscutibile per la carica di presidente della Commissione europea.
Nei due anni e mezzo del suo mandato, fu calcolato che il capo del governo di allora fece due volte il giro del mondo e riavviò i contatti con paesi come l’Iran in qualche modo estranei al raggio di azione più pregnante della nostra diplomazia.
Credo dunque che il messaggio di Prodi sia stato proficuamente rivolto non solo, è ovvio, al dibattito interno, ma anche alla nuova Europa che va delineandosi dopo la crisi delle più importanti coalizioni di centrodestra.
Non si può trascurare tale verità che balza agli occhi dell’osservatore obiettivo.
È per questo che non possiamo non giudicare risibili e un po’ meschini i commenti di taluni “statisti” della Casa delle libertà, i quali continuano ad immaginare che il presente ed il futuro debbano restare ancorati alla loro “passione” manichea, secondo la quale Prodi non è il presidente della Commissione europea, stimato in ogni angolo d’Europa, ma semplicemente un “competitor”, anzi il “competitor”, probabilmente destinato a sconfiggere l’esperienza di centrodestra in Italia.europaquotidiano.it
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Giorgio Bocca
La falsa propaganda della democrazia globale
Questa destra al governo rifiuta ogni confronto sui problemi del nostro tempo perché non sa risolverli e anzi li rende più gravi con i suoi errori
C'è un modo di far politica, che consiste nel negarla, nel rifiutare ogni confronto. Ministri, deputati, intellettuali della Casa delle libertà rifiutano ogni critica, ogni contraddittorio con una sola parola: bugie.
Il ministro della Pubblica istruzione, Letizia Moratti, ha trasferito in politica il genovesismo di Gilberto Govi, taccagno, sospettoso, presuntuoso, qualsiasi cosa dicano gli altri, lei si chiude a riccio e sibila: bugie, bugie.
Il ministro della Difesa, Antonio Martino, quasi esplode quando cerca di far passare per bugie delle verità evidenti. "Noi non facciamo la guerra nell'Iraq", grida con voce strozzata e viso paonazzo, "siamo in Iraq, per la pace, per la ricostruzione". E in Iraq, come tutti sanno, ci stiamo chiusi in un campo blindato, fra gente che ci odia e ci chiede di andarcene, che ci spara addosso.
Al seguito del capo del governo c'è una schiera di cortigiani alla Bondi che hanno mutuato dal loro leader l'arte della menzogna totale, continua, sistematica e la rovesciano sui loro avversari in modo che tutto si confonda, che ogni di-scorso serio risulti impossibile.
Perché questa destra al governo rifiuta ogni confronto sui problemi del nostro tempo? Perché non sa risolverli, perché li rende sempre più gravi con i suoi errori e con la pervicacia nel difenderli. Dopo la strage di Madrid un socialista spagnolo, Zapatero, ha ripetuto ciò che tutte le persone di normale intelligenza ripetono da mesi: la guerra nell'Iraq è una guerra sbagliata. Invece di combattere e cancellare il terrorismo lo ha fatto esplodere, lo ha diffuso in Africa in Asia e ora in Europa.
Chi può seriamente credere che l'occupazione militare e le false propagande della democrazia universale e della ricostruzione abbiano una sia pur minima possibilità di riuscita? E allora che significano i motti oltranzisti, le sparate alla 'armiamoci e partite' dei nostri miles gloriosi, indignati, furenti se qualcuno parla di ritirata dal conflitto insostenibile e inutile? Sembra di riascoltare i discorsi del militarismo americano ai tempi del Vietnam o dei colonialisti francesi nei giorni dell'Algeria o di Diem Bien Phu: resistere alle barbarie, difendere la civiltà occidentale e cristiana, salvare il mondo dal fanatismo. Poi accadde ciò che doveva accadere. Via dall'Indocina, via dalla Algeria, via dal Libano e dalla Somalia. L'errore capitale questa volta è stato quello, americano e occidentale, di volere troppo, di non trarre lezione dagli errori: non solo con il globalismo economico riedizione del colonialismo, ma anche con il ritorno alla politica delle cannoniere, alle guerre coloniali gabellate per guerre di civiltà.
"Guai a chi si ritira", gridano gli uomini della guerra: "Guai ai pavidi e ai pacifisti che non ricordano la lezione di Monaco". E allora che facciamo? Allarghiamo la guerra come nel Vietnam, bombardando Hanoi e la Cambogia? Partiamo in armi contro l'Iran o il Pakistan? Anche noi con i nostri elicotteri senza protezioni, la nostra Marina senza portaerei, e con quei pochi soldati di mestiere che spostiamo da un continente all'altro per far credere che abbiamo un temibile esercito?
Per chi ha vissuto gli anni del fascismo e della sua politica estera avventuristica e megalomane è un ben triste ritorno alle retoriche false, alle speculazioni patriottarde, al governo bugiardo, allo spettacolo avvilente dell'Italia dei tira a campare che, a parole, sono pronti alla guerra contro nemici forti e inafferrabili, in territori sconosciuti, fra popolazioni ostili. Unica difesa da una universale follia essendo, al contrario, la cautela, le alleanze con gli uomini di buona volontà, le verità sempre preferibili alle insidiose menzogne, l'adattamento ai tempi. E mai il ritorno alle millanterie, alle avventure disperate, al rodomontismo fatto di vane parole. www.espressonline.it/
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NOI SPETTATORI DEL MALE di ZYGMUNT BAUMAN
Responsabilità e informazione: un´analisi dei nostri comportamenti
La mole crescente di notizie sulla violenza commessa nel mondo ci mette davanti a una nuova sfida etica. Sapremo raccoglierla?
La tecnica difensiva del "non sapevo" è stata sostituita con un´altra strategia: "Se soffrono è per colpa loro" Una lezione a Milano del grande sociologo
Saremo capaci di sopportare con integrità la conoscenza della miseria umana?
Invece di aiutare la comunicazione il flusso informativo la rende più difficile .
di ZYGMUNT BAUMAN
Circa mezzo secolo fa, assistendo alla nascita di una rete planetaria di emittenti radio, Alfred Weber (fratello minore di Max Weber, anch´egli brillante sociologo benché meno celebre) osservò che il mondo si era molto rimpicciolito, e perciò era quasi impossibile in tutta onestà fingere di ignorare quello che succedeva. Non ho sentito parlare Alfred Weber; posso solo ritrovare le sue affermazioni in testi a stampa. Eppure, leggendolo, colgo nella sua voce una mescolanza di due emozioni: ansia e speranza.
Ansia: fragili come sono, gli esseri umani saranno all´altezza della nuova sfida? Saranno capaci di sopportare con pazienza, integrità e dignità l´enorme peso dell´informazione - di conoscere tutta la miseria umana, il male commesso quotidianamente e le sofferenze delle vittime? O non cercheranno - in modo vile, meschino e deprecabile - di sottrarsi a quel peso con calunnie reciproche, insulti, inutili polemiche e aperte rivalità, scorgendo colpevoli e malfattori ovunque tranne che in casa propria?
E speranza: non potrebbe darsi che, finalmente, ora che tutti conosciamo le sofferenze altrui, e non possiamo più addurre l´ignoranza a nostra discolpa, ci assumeremo le nostre responsabilità e correremo a portare aiuto a chi soffre quando e dove ce n´è bisogno, e a chiunque ne abbia bisogno? Che ci mostreremo all´altezza della sfida etica che il nostro nuovo sapere comporta? (?)
Non è solo che il volume dell´informazione prodotta, trasmessa e distribuita è cresciuto in modo esponenziale negli ultimi decenni. La quantità di informazione «disponibile» ha raggiunto un livello davvero senza precedenti; ma ancora più gravido di conseguenze è il cambiamento della qualità dell´informazione che oggi in tutto il mondo raggiunge le nostre case.
La radio, come i giornali e le riviste, raccontava: e i suoi racconti potevano essere considerati molto o poco credibili, importanti o irrilevanti, emozionanti o noiosi. La televisione trasmette immagini - vivaci, luminose, nitide, esplicite, drammatiche, spettacolari; immagini «più vere del vero», in certi casi tecnicamente «più perfette» di quanto la realtà potrà mai sognare di essere. Oggi sono le immagini televisive a fissare i parametri in base ai quali misurare la qualità di ciò che «è reale». I prodotti in bella mostra sugli scaffali dei negozi portano a volte etichette promozionali con la scritta as seen on Tv, «come l´avete visto in Tv» (e questa diventa la garanzia ultima e più autorevole che l´oggetto che avete di fronte è proprio quello che cercavate). Ciò che sancisce il valore delle merci in un negozio funziona altrettanto bene come criterio di autoaffermazione umana. Cartesio potrebbe forse modificare il suo cogito... in: «sono apparso in Tv, quindi sono...». (?)
Così oggi siamo tutti - consciamente o no, volontariamente o no - spettatori globali; testimoni oculari del male inflitto agli esseri umani ovunque nel mondo. Non ne sentiamo soltanto parlare - vediamo il male nel momento in cui viene compiuto, anche se facciamo poco, o niente del tutto, per rimediare alle sue conseguenze, e meno ancora per prevenirne i danni. Nella replica quotidiana del dramma mondiale dell´umana sofferenza siamo scaraventati nel ruolo di spettatori. Il male ci è mostrato in azione, assistiamo alle sue conseguenze terrificanti e non possiamo più farci scudo dell´ignoranza: il non sapere sarebbe solo una dimostrazione di cattiva volontà, visto che potremmo sapere, e sapremmo, se solo volessimo.
Essere spettatori significa esporsi a una gigantesca sfida etica. Vedere il male in azione pungola la coscienza, la percuote. Posso fare qualcosa per fermarlo? Quanto contano le mie azioni (o la mia inerzia)? Hanno forse contribuito, per quanto indirettamente, al compimento del male? (?)
Ci sono anche altri sintomi: per esempio, lo spettacolare successo del titolo di un articolo pubblicato su un oscuro periodico da Edward Lorenz, un paio di decenni or sono: Il battito di ali di una farfalla in Brasile può causare un tornado in Texas? L´ «effetto farfalla» è diventato da allora un modo di dire comune e oggi è familiare a chiunque. Per assurgere a tanta celebrità, l´espressione deve aver toccato un tasto sensibile facendo affiorare qualcosa che era stato sepolto nelle buie profondità del subconscio. Non siamo un po´ tutti come la farfalla brasiliana? Allegri e spensierati agitiamo le ali; dopo qualche giorno apprendiamo del tornado in Texas, ma il dubbio che le due cose siano collegate non ci sfiora nemmeno. Con un simile sospetto è difficile vivere in pace; perciò, chi non cercherà, ostinatamente e perfino disperatamente, di allontanarlo e ricacciarlo indietro? E quale modo migliore, volendolo bandire dalla vista e dal pensiero, del negarne la verità, malgrado tutte le prove del contrario? O, in alternativa, negare di sospettare, e tanto meno di conoscere, tale verità?
Ma la tecnica del «non lo sapevo», un tempo tra le più diffuse forme di negazione della colpa, è diventata oggi del tutto inutilizzabile a causa dell´esplosione delle comunicazioni. Perciò la sua funzione è stata rimpiazzata dall´espulsione dei sofferenti dal campo dell´obbligo morale: soffrono, questo è vero, ma sono essi stessi la causa dei propri mali - per passività, debolezza, pigrizia o disonestà. Non sono davvero umani, non «in pieno», non nel modo in cui noi lo siamo - perciò non hanno diritto al trattamento dovuto agli esseri umani. Di conseguenza, non fare nulla per alleviare il loro dolore non è una colpa, un difetto morale, quod erat demonstrandum.
Il fascino di questa giustificazione è grande, e cresce col numero delle vittime della cui sorte, grazie a immagini onnipresenti ed esplicite, siamo consapevoli. La tentazione sembra irresistibile; ma è una tentazione odiosa che dobbiamo respingere, se non vogliamo che l´esplosione dell´informazione aggiunga la beffa al danno, producendo ancora più inumanità e insensibilità nello stile del «sono-solo-uno-spettatore». In quanto induce ad accampare simili scuse, la tanto decantata «esplosione dell´informazione» è un pericolo per l´umanità, e non fa presagire niente di buono per la comunità umana. Invece di facilitare la comprensione, l´aumento dell´informazione rischia di renderla ancora più difficile.
materialiresistenti.clarence.com
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I timori di Billè e l’inerzia del governo
GIUSEPPE TURANI
Sergio Billè, presidente della Confcommercio, non è certo un uomo di sinistra. E anche il suo aspetto fisico ricorda quello del tradizionale salumaio con la matita infilata sopra l'orecchio, che affetta coppe e pancette chiacchierando amabilmente con le signore clienti. Il suo, insomma, è il ritratto dell'italiano prudente, assennato, magari fin troppo cauto, e di sicuro lontanissimo dall'idea non solo di fare delle rivoluzioni, ma anche solo dei cambiamenti troppo bruschi.
Qualche giorno fa, però, ha perso la pazienza e ha detto quello che è evidente a tutti, ma che nessuno dice. Ha sostenuto che qui si rischia "una deriva Argentina". Il paese, cioè, rischia di incartarsi, o di imballarsi. Di fatto è già arenato. Nell'ultimo trimestre del 2003 la crescita è stata uguale a zero. E nel primo trimestre del 2004 possiamo considerarci fortunati se la crescita sarà ancora zero e non qualcosa meno. Sei mesi, quindi, a crescita zero, piatta, sei mesi buttati via.
Ma, anche, sei mesi dai quali sarà difficile poi risollevarsi. E infatti giustamente Billè prevede che, avanti di questo passo, l'Italia finirà per chiudere il 2004 con una crescita ridicola, intorno allo 0,8 per cento.
Naturalmente, Billè propone anche misure per uscire dalla crisi. E, visto che è il capo dei bottegai, propone cose vicine al suo mondo. Propone, in buona sostanza, di ricostituire la capacità di spesa delle famiglie (con sgravi fiscali importanti), al fine di rimettere in moto i consumi e quindi l'economia.
E' un'idea, quella di Billè, che non va scartata e che, anzi, è molto interessante. Peccato che non ci siano soldi e peccato, soprattutto, che non sia sufficiente mettere i soldi in tasca alla gente perché vada a spenderli. Come dimostrato da molti casi, anche recenti (vedi il Giappone per una decina d'anni).
In sostanza, a monte di quello che dice Billè c'è un problema ancora più grosso. La gente non crede a quello che dice il governo (tutto va bene) e non ha fiducia nel futuro di questo paese. E quindi è prudente, misurata, acquista poco, cerca i prezzi più bassi. La gente, per essere più chiari, ha visto esattamente le stesse cose che vede Billè (il pericolo della deriva argentina), ma ha visto anche un governo che ostinatamente, testardamente, si occupa d'altro (tipo istituire una ventina di polizie regionali, come se le sei o sette che già abbiamo non fossero sufficienti).
Insomma, Billè ha ragione. Siamo tutti convinti che quello che dice è giusto. Tutti meno il governo, e questo, purtroppo, è il particolare decisivo.
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Affari & Finanza
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Tasse e feste: Berlusconi resta solo, anche Fini lo smentisce
di Natalia Lombardo
Silvio Berlusconi è stato messo sotto un «ponte» dalle reazioni degli alleati furiosi, in ordine An, Udc e Lega, tanto da costringere il portavoce Bonaiuti a una raffica di arzigogolate smentite: il premier parlava solo di «razionalizzare le festività» quando ha detto a Cernobbio che «un ponte in meno fa bene agli italiani», pensava solo di «riunificare le festività su scala europea» (spostando di domenica la Befana, Ognissanti o il 25 aprile?). La clamorosa marcia indietro arriva da Palazzo Chigi nel pomeriggio: «Il valore della collegialità non è stato affatto violato», si affanna a riassicurare Bonaiuti confermando però proprio quel lavoro in proprio Berlusconi-Tremonti sulle scelte economiche: «La riduzione delle aliquote, alla quale sta lavorando il ministero dell’Economia su direttiva del presidente Berlusconi, riguarda naturalmente tutte le categorie di contribuenti e non soltanto, è ovvio e evidente, i più abbienti». Tanto ovvio non era, a giudicare dalle reazioni nella Casa. Meno tasse per tutti, assicura Bonaiuti, esclusa quella «non tax area» più povera, già esentata. Anche questo è un parametro variabile a seconda dell’inflazione, in ogni caso. Tanto forte è stato l’allarme che il portavoce indica i luoghi in cui trovare la copertura finanziaria alla riduzione delle aliquote Irpef al 33 per cento: dal tavolo delle forze politiche al redivivo (e mai riunito) Consiglio di Gabinetto, prima ancora che nel Consiglio dei ministri. Per altro questo è stato anticipato da venerdì ad oggi, «solo per prolungare il condono edilizio» (rimpiazzando così il decreto «salva-calcio», che si sarebbe dovuto discutere oggi).
Frenata d’un colpo la «fantasia» del premier, così felice di sbandierare le ricette per salvare l’economia in crisi (insieme ai sondaggi negativi). Una rapida successione di stoccate: il vicepremier Gianfranco Fini ieri mattina ha spostato l’ordine delle priorità: la prima, per An è «tutelare il potere d’acquisto di salari e pensioni ed evitare l’impoverimento del ceto medio», semmai abolire l’Irap, (promessa finora mancata). Tagliare ponti e festività? «Un aspetto minimale rispetto al resto». Simili le priorità anche per il segretario Udc, Marco Follini: «Tutelare le famiglie, i redditi più bassi e accelerare le riforme strutturali». Solo così «si rilanciano i consumi e l'economia; tutto il resto, meno tasse per i benestanti e due giorni di lavoro in più, sono argomenti che vengono dopo, molto dopo». A rafforzare lo sdegno di An arriva un battuta secca del portavoce, Mario Landolfi: «Fin quando ci sarà Alleanza Nazionale al governo non accadrà mai che i ricchi paghino meno tasse e che i poveri lavorino di più». Cancellata di botto l’immagine di Robin Hood al contrario che sembra piacere tanto a Berlusconi. Dentro An solo Gasparri prima minimizza sul «gioco di ponti», poi, evidentemente richiamato, si allinea a Fini.
Per tutta la mattinata è un fuoco di fila: per il ministro Udc, Rocco Buttiglione «gli italiani non lavorano poco, semmai lavorano pochi italiani», e «tagliare le feste non è un salvagente», né si possono fare ancora tagli alla pubblica amministrazione. Preoccupato anche dalla disinvoltura del premier nell’ipotizzare uno sfondamento del Patto di stabilità europeo, Buttiglione va al cuore del problema: «Se esistesse già un piano non discusso con gli alleati e presentato alla pubblica opinione ci sarebbe una violazione dei corretti principi dell'alleanza». Attacca anche la Lega, con Alessandro Cè che invita «Berlsconi a riflettere prima di parlare» e il ministro Roberto Maroni che spera sia solo «una battuta infelice» quella sulle feste di troppo, e lamenta di non essere stato consultato. Insomma, «gli italiani già lavorano abbastanza», semmai da ridurre sono «le spese folli e le false pensioni di invalidità».
Per dirla con il presidente Ds, Massimo D’Alema, «dopo tre anni che sta lì, ridursi a dire che per rilanciare l'economia bisogna tagliare la Befana mi pare sinceramente triste». Berlusconi non solo ha rotto la tregua (elettorale) nella sua maggioranza, ma ha incrinato anche il rapporto con la Chiesa: «Il riconoscimento delle festività religiose è regolato dal Concordato», ricorda al premier Monsignor Betori, segretario generale della Cei. I vescovi invitano a «tenere conto della sensibilità del nostro popolo» e a «non ferire troppo la coerenza dell'anno liturgico». Nessun religioso crede al miracolo economico con l’abolizione delle festività, ma mons. Betori è preoccupato anche dalle riforme: «Occorre trovare forme che nel valorizzare il locale non mettano in pericolo l'unità del Paese».
Replicano piccati anche i dipendenti di Palazzo Chigi, considerati troppi e fannulloni dal premier (che invidia Tony Blair): «È falso. Caro presidente, prima di parlare della presidenza si informi su come è fatta e ricordi cosa firma, oppure ci permettiamo di suggerirgli di tacere», commenta il coordinatore delle rappresentati sindacali di base, Stramaccioni. Ecco i numeri dei lavoratori «peggio pagati d’Europa»: «circa 2000 dipendenti a Palazzo Chigi, compresa la Protezione Civile», più 600 comandati da altre amministrazioni e 450 dirigenti». E quanti sono gli «amichetti», i consulenti esterni pagati «fuori busta»? chiede il sindacato.
Berlusconi sarà pure fantasioso, ma l’equazione: meno feste, più lavoro e più Pil, l’ha copiata dalla proposta francee dell’economista Fiorella Kostoris Padoa-Schioppa: rinunciare a una settimana di ferie non abolendole, ma lavorando «8 minuti in più al giorno» il che farebbe aumentare il Pil di 1,2 punti percentuali. «Ci vuole coraggio ad invitare gli italiani a farsi meno ferie quando Berlusconi, unico premier al mondo, se ne è fatti 41 giorni in cinque mesi, tra agosto e gennaio scorso», fa i conti Beppe Fioroni, della Margherita.
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Sicilio, arrestato per mafia un deputato regionale dell'Udc
di Sandra Amurri
Una operazione antimafia di dimensioni devastanti e non solo per il numero e il peso degli arrestati - 43 ordinanze di custodia cautelare firmate dal Gip Giacomo Montalbano, su richiesta del procuratore aggiunto di Palermo Annamaria Palma, dei pm Siragusa, Terzo e Fasanelli, indagine nata dal lavoro del Pm Giovanni Di Leo, ora alla Corte dei Conti - ma anche perché offre uno spaccato emblematico del rapporto mafia-politica. Un’indagine, ancora, che evidenzia l’alta professionalità e lo spirito di sacrificio degli agenti della Squadra Mobile di Agrigento e del loro dirigente, Attilio Brucato.
Uomini d’onore
Tra i mafiosi, di cui molti sconosciuti, ma non per questo meno pericolosi, uomini d’onore della famiglia di Canicattì e di Castronovo di Sicilia e di Niscemi, vi sono anche imprenditori, tecnici, amministratori pubblici e politici come l’onorevole Vincenzo Lo Giudice dell’UDC, il sindaco di Canicattì Antonio Scrimali, il consigliere provinciale Salvatore Iacono, il Presidente dell’IACP di Agrigento, Salvatore Failla. Per tutti un solo denominatore comune: le mani sugli appalti e sui beni confiscati, l’agire in nome, per conto e nell’interesse di Cosa Nostra.
Le indagini condotte con metodi tradizionali - intercettazioni, pedinamenti, acquisizioni di documentazione, interrogatori, corroborate dalle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia - frutto di un lavoro iniziato oltre tre anni fa dopo l’omicidio del boss di Canicattì, Diego Guarneri avvenuto ad ottobre del 2000. Canicattì, ricca cittadina della Sicilia orientale che vanta una lunga storia di mafia oggi vede finire in manette il suo sindaco per la scandalosa gestione dei beni confiscati alla famiglia Guarneri che continuava a gestirli, grazie a prestanome e alla sua complicità.
Ma il risultato più eclatante dell’operazione è l’arresto di Vincenzo Lo Giudice, deputato regionale dell’UDC, attuale presidente della Commissione parlamentare regionale alla sanità ed ai servizi sociali. Operazione che crea un serio problema di legittimità dell’amministrazione provinciale il cui Consiglio è presieduto da Rino Lo Giudice, indagato, figlio del deputato, da Salvatore Iacono, arrestato, e di cui faceva parte anche Giuseppe Nobile di Forza Italia arrestato nel 2002.
Dalle intercettazioni effettuate nella sua segreteria politica, Lo Giudice risulta a capo di un «un gruppo di potere composto da funzionari pubblici, da tecnici e da esponenti mafiosi - che ha come obiettivo quello di condizionare la vita politico -amministrativa ed economica, in generale, dell’intera provincia di Agrigento e, in particolare, del comprensorio di Canicattì cosa che è riuscito a fare per oltre 20 anni. Nemmeno l’omicidio del suo compaesano, il giudice Rosario Livatino e le stragi del 92 hanno minimamente turbato la sua coscienza, ancor prima che di politico di uomo. Lo Giudice conversava come se nulla fosse con il capo mafia di Canicattì Calogero Di Caro, nipote di quel Giuseppe Di Caro ucciso nel febbraio del ‘91. Con Salvatore Di Gioia, uomo d’onore della famiglia mafiosa di Canicattì, arrestato il 14 luglio 2002 mentre stava prendendo parte a Santa Margherita Belice ad una riunione della commissione provinciale di Cosa Nostra in cui si doveva eleggere il rappresentante per la provincia di Agrigento.
Ben due gli incontri con Di Gioia in cui parlano della scarcerazione del Di Caro, da entrambi considerato la loro «punta di diamante». Con Vincenzo Ficara, anziano «uomo d’onore» della famiglia di Canicattì vicino al latitante corleonese Provenzano tanto da averne curato, in anni passati, la latitanza presso l’azienda agricola da lui gestita a Niscemi. Con Giovanni Gentile, «uomo d’onore» della famiglia di Castronovo di Sicilia, funzionario di banca, nipote del barbiere dell’allora latitante Giuffrè e di Provenzano.
L’entourage
Il suo entourage era fatto anche da molti imprenditori e professionisti al soldo della mafia come l’architetto Angelo Parla direttore tecnico delle imprese dei fratelli Giovanni e Carmelo Milioti che svolgeva la funzione di organizzatore e di gestore dei lavori pubblici e privati, oltre che di organizzatore della campagna elettorale di Lo Giudice. E come Marino Calogero, imprenditore nel settore dei Calcestruzzi, prestanome della famiglia Guarneri al quale Lo Giudice si rivolge per farsi convertire in euro 500 milioni di lire in banconote, che tenute nascoste sotto terra erano ammuffite e maleodoranti ricevendone massima disponibilità.
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Francia. Intervista ad Harlem Desir (Psf)
Elezioni regionali: torna la gauche plurielle
Dopo quello di Aznar sconfitto il governo Raffarin. Il vento in Europa sta cambiando
Anche al secondo turno è giunta la vittoria della sinistra francese alle elezioni regionali in Francia. Elezioni che hanno mostrato un aumento della partecipazione al voto, una severa sconfitta del governo Raffarin (di cui oggi il 54% dei francesi chiede le dimissioni) e, purtroppo anche la conferma dell’estrema destra. Abbiamo chiesto di aiutarci ad analizzare il voto ad Harlem Desir, europarlamentare francese, tra gli organizzatori del Forum Sociale dello scorso anno a Parigi, ed una delle voci più originali del Parti Socialiste.
Francois Hollande, segretario del PS ha detto che questo voto è stato “una sanzione” contro Raffarin e la politica liberista del suo governo. Quali sono le scelte del Governo che hanno causato questa “sanzione”?
«In questi 2 anni il Governo ha realizzato una politica fortemente antisociale sul piano fiscale ed economico: tagli alle tasse concentrati sui più ricchi, al numero degli insegnanti pubblici, ai finanziamenti per la ricerca, al sostegno alla casa, parziale rimessa in discussione della legge sulle 35 ore, diminuzione dell’indennità di disoccupazione, aumento degli anni di contribuzione per la pensione, diminuzione delle prestazioni e cosi via. Se a tutto questo aggiungiamo gli attacchi contro l’indipendenza della giustizia ed una politica della sicurezza esclusivamente di tipo repressivo.
Questa politica di «riforme strutturali » liberali e di conservatorismo era volta a sostenere la crescita e l’occupazione ma il bilancio economico e sociale del governo Raffarin è disastroso su tutti i piani: la disoccupazione torna a crescere, la precarietà aumenta, i deficit si allargano e mettono la Francia in difficoltà in Europa. L’insicurezza rimane malgrado la politica spettacolare del Ministro dell’Interno Sarkozy.
Il Governo di Chirac prevedeva addirittura di accentuare questo tipo di politiche dopo le elezioni regionali: riforma del diritto del lavoro, diminuzione del numero dei funzionari, riforma dall’assistenza sociale e degli ospedali. Da alcuni mesi molte categorie sociali avevano cominciato a manifestare ed a scioperare: insegnanti, personale ospedaliero, ricercatori. Noi abbiamo invitato gli elettori a sanzionare il governo e allo stesso tempo abbiamo proposto piani di sviluppo per le Regioni.
E quali scelte deve fare invece la sinistra per tornare a vincere alle prossime elezioni politiche in Francia?
Possiamo trarre già molte lezioni. I francesi ci tengono al loro modello sociale, ai servizi pubblici, al diritto al lavoro, all’istruzione, alla salute. Non vogliono un potere autoritario e bugiardo che manipola l’opinione pubblica. Vogliono una democrazia trasparente. Sono pronti alle riforme a condizione di prendere parte alla loro definizione, e le vogliono giuste ed eque. Evidentemente per la sinistra c’è ancora molto lavoro da fare per proporre un progetto alternativo e trasformare questo rifiuto in adesione ad un progetto nuovo e diverso.
Rimane alto il consenso della destra di Le Pen
Questo mostra che il risentimento sociale è ancorato in una parte dei ceti popolari ma anche nell’elettorato classico della destra, soprattutto nelle campagne. Dobbiamo saper rispondere all’insicurezza sociale, alla precarietà, dobbiamo essere capaci di dire come ridistribuiremo le ricchezze, come creeremo nuovi lavori di qualità, come orienteremo l’economia verso l’innovazione, come proteggeremo l’ambiente. Credo che in Francia vi sia una forte attesa per una sinistra che sia fedele ai suoi valori ma rinnovata nelle sue proposte e nella sua classe dirigente.
L’Iraq, la guerra, la lotta al terrorismo hanno giocato un ruolo nella campagna elettorale francese ed in particolare nella campagna del PS?
Non direttamente perché la posizione di Chirac non era criticabile su questo aspetto, diversamente da quella di Aznar o Berlusconi. Ma c’è stato un effetto della mobilitazione civile spagnola e della vittoria dei socialisti che ha senza dubbio rinvigorito la partecipazione elettorale anche da noi, la sensazione che fosse importante votare e che votare poteva permettere di punire la destra. Una vittoria della sinistra in un paese ha spesso un effetto in altri paesi.
Il socialismo in Europa, non sembra dunque più essere solo « la terza via » di Tony Blair. Dopo la vittoria di Zapatero in Spagna è dalla Francia che arriva un segno di vitalità e di ripresa dei partiti socialisti europei. E’ solo un caso, sono due casi differenti o possiamo cominciare a dire che c’è un vento che torna aspirare in Europa?
La Spagna ha aperto una breccia, la Francia l’ha ingrandita e dei nuovi successi sono attesi, soprattutto dall’Italia, sebbene il contesto politico sia differente in ciascun Paese. Ad esempio la situazione di questi tre Paesi è diversa da quella tedesca o da quella inglese, e non cancellano la disfatta in Grecia. Ma che cambiamento se pensiamo a quelle che erano le premesse! Ci era stato annunciato che i socialisti erano una forza in via di marginalizzazione in Europa.
Forse è un pò presto per parlare di una nuova ondata ma c’è come un profumo di primavera spagnola nell’aria. Il rifiuto delle politiche antisociali ed ultraliberali è forte come quello della demagogia guerriera e degli atteggiamenti antieuropei. In un primo tempo la contestazione di è espressa attraverso i movimenti sociali, mentre adesso cerca un suo sbocco nelle consultazioni elettorali: Ed è quando vogliono cambiare la politica che le persone si rivolgono verso i socialisti. A condizione però che questi siano rinnovati, non siano arroganti, siano aperti (l’atteggiamento di Zapatero nei confronti delle autonomia superava l’autoritarismo di Aznar) e che incarnino un progetto per il futuro, un futuro che secondo me è evidentemente europeo. Perché c’è una forte attesa di risposte alle inquietudini che suscita la globalizzazione e allo stesso tempo si afferma la coscienza che bisogna costruirsi il proprio futuro da soli. Ecco perché i socialisti devono proporre un progetto che renda l’Europa una forza in grado di aprire nuove prospettive di progresso assicurando allo stesso tempo solidarietà e sicurezza nel pieno senso della parola ed in tutti i settori (monetario, sociale, alimentare, ambientale, nella lotta contro il terrorismo, per la stabilità). Una Europa che investa nei settori del futuro, nell’innovazione, nei grandi progetti come Galileo, nelle energie rinnovabili, nella creazione di uno spazio europeo dell’educazione e della ricerca e così via. Un’Europa, cioé, che crei le condizioni della crescita e del lavoro del domani. Un Europa che sia un contrappeso all’unilateralismo, che sia motore di pace e strumento per fare prevalere altri principi nella governance mondiale: i diritti sociali, l’accesso all’acqua ed ai medicinali, il commercio equo e solidale, lo sviluppo durevole ...
[Lucia Urciuoli]
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COSTITUZIONE DEL COMITATO NAZIONALE PER LE PRIMARIE/ Verbale
A] VERBALE DELLA RIUNIONE GENERALE PROPEDEUTICA ALLA COSTITUZIONE DEL COMITATO NAZIONALE PER LE PRIMARIE
Si costituisce con l’accordo di tutti come presidente della riunione GIOVANNI MILITERNO
Introduzione di Giovanni Militerno
Vengono presentati i saluti ai convenuti da parte del Comitato di Bologna. Il presidente descrive le ragioni dell’incontro: prima di tutto le primarie per tutti.
Presenta le modalità con cui si svilupperà l’incontro.
A tutti i partecipanti chiede di esprimersi su quattro punti chiave:
1. Primarie aperte
2. Trasversalità
3. Percorso comune
4. Organizzazione del Comitato Promotore Nazionale per le Primarie
Il nostro obiettivo : ottenere le primarie aperte per legge.
Come ottenerle? Attraverso un percorso comune da scegliere insieme .
Dove impegnarci? Nel territorio: città, associazioni, movimenti, partiti, comitati e luoghi di lavoro.
Quando farle? Subito quelle volontarie, quindi quelle normate nel 2006 per proporre un candidato premier alternativo.
Perché le vogliamo? Perché il vino nuovo non può stare in otri vecchi. In tutti i Paesi democratici e civili nel mondo quando si perde una elezione elettorale va a casa tutta la squadra di punta. Badate bene…questo succedeva anche con la vecchia e vituperata DC!
Perché non succede ora nell’era del maggioritario e del bipolarismo? Viviamo forse in una democrazia bloccata? La risposta è ovvia e la soluzione non può essere che le primarie.
La parola a Matteo Viscardi per la presentazione del programma dei lavori.
MATTEO VISCARDI: presenta il programma di lavoro del pomeriggio.
Segnala subito che il Forum delle liste civiche calabresi ha un progetto di legge regionale . Non sono presenti, ma hanno fatto avere un intervento, che leggeremo dopo.
- Indica la necessità di individuare pochi punti comuni attorno ai quali cominciare a organizzare le molteplici esperienze:
1. creazione di un comitato promotore nazionale per le primarie che sia trasversale e apartitico
2. oggi dovranno essere esaminate le proposte tecnico politiche per le primarie disponibili
3. occorre una definizione di un nuovo appuntamento per la presentazione della proposta di legge; in quel giorno, sarebbe importante avere esponenti della cultura e della politica che prendano una posizione su questo importante tema.
4. la prima parte del pomeriggio sarà dedicata alla discussione generale; la seconda parte sarà dedicata a tratteggiare un regolamento per il comitato e la divisione dei compiti operativi.
La parola viene data al prof. Gianfranco Pasquino
PASQUINO Gianfranco (Bologna)
Occorre fare attenzione al falso problema di regole e tecnica : la battaglia delle primarie è assolutamente una battaglia politica.
Si tratta infatti di cambiare la politica. Si toglie potere ad alcune poche persone che avrebbero il potere di scegliere i candidati…Ma chi sceglie i candidati sbagliati dovrebbe andare a casa!
Siamo di fronte ad una vera e propria crisi della politica: sempre meno persone partecipano alla vita pubblica perché non hanno rapporto personale col candidato. Se la partecipazione è un valore, allora le primarie aggiungono un valore alla politica perché le primarie sono un modo di partecipare e consentono al cittadino di avere un’ incidenza fattiva nella politica.
Sono anche uno strumento di comunicazione politica; un modo di dire ai candidati quello che si vuole. Il candidato può comunicare agli elettori, gli elettori ai candidati e inoltre c’è una comunicazione a cascata fra gli elettori. Infatti uno dei valori particolari delle primarie è quello di consentire la diffusione dell’informazione politica non solo agli elettori delle primarie, ma anche a quelli al di fuori delle primarie.
Infine è da rilevare che le primarie non distruggono i partiti, ma li migliorano perché li rivitalizzano.
Nei primi giorni delle elezioni americane si parlava con disprezzo a proposito dei candidati democratici come dei sette nani e Biancaneve, riferendosi alla possibile candidata Hillary, da parte di osservatori che non conoscevano le primarie. Potremmo fare i nomi di Kerry, Edwards, Clark e degli altri ancora , ma già dall’espletamento delle prime tornate nei primi stati, nessuno più li prendeva in giro e sono diventati candidati credibili. Quei candidati democratici, proprio grazie alle primarie, erano di fatto cresciuti.
Le primarie infatti hanno questo grande pregio di autoregolamentarsi, in un certo qual modo, eliminando i candidati “estremisti”, dove per estremisti si intende “candidati con scarse possibilità di vittoria”. Un altro vantaggio intrinseco delle primarie infatti è che l’elettorato riesce a capire qual è il candidato che può vincere per mandarlo avanti.
Infatti il candidato “eleggibile” è quello che “può vincere”. Dunque se si deve dare un voto, lo si darà al candidato in grado di raggiungere veramente la vittoria.
L’utilità delle primarie è dunque trasversale. La società diviene più frizzante e vivace.
Ma non è sempre obbligatorio fare le primarie. Se c’è un candidato eccellente dovrà ottenere un riconoscimento. Si noti bene, un riconoscimento, non un’acclamazione che rivestirebbe aspetti molto discutibili.
Il sistema delle primarie può dunque avere un’eccezione. Quando ci sono dei candidati che non hanno sfidanti, non bisogna per forza imporgli le primarie.
Pasquino richiede che questo punto particolare sia incluso nel regolamento.
E’ da notare che il sistema delle primarie va coordinato con le Riforme Istituzionali.
Pasquino denuncia infatti quello che sta avvenendo in queste ore con la riforma istituzionale approvata dal centro destra. Se venisse approvata nella configurazione attuale, al nuovo Senato federale andrebbero soltanto coloro che occupano già le attuali cariche regionali. Si capisce bene che questo è assolutamente inaccettabile perché impedisce di fatto la partecipazione ad altri cittadini che avrebbero potuto occupare quei ruoli e ora, si dovrebbe dire, che sarebbe meglio se li occupassero.
- Un partecipante chiede al professore se darà la sua disponibilità a lavorare con il comitato. Il professor Pasquino dichiara la sua disponibilità e continua con la presentazione dei compiti del comitato.
Per il prof. Pasquino il Comitato dovrebbe sviluppare azioni di critica nelle diverse situazioni territoriali come nella scelta anche di un presidente della Provincia. Ad esempio a volte si ha difficoltà a trovare un candidato per una posizione perdente a fronte di un candidato avversario molto forte. In questi casi le primarie possono aiutare a trovare risorse inaspettate nella società civile.
Occorre prestare attenzione alle scadenze elettorali che ci attendono. Sono una occasione formidabile per diffondere l’idea delle primarie. Inoltre può essere utile osservare la sperimentazione delle primarie dove in qualche modo siano già state provate o in corso di utilizzazione.
Inoltre occorre prendere qualche rappresentante del centro destra a livello locale che sia disposto a fare una battaglia culturale prima che politica per le primarie.
A livello nazionale bisogna chieder conto delle loro affermazioni a chi ha fatto dichiarazioni positive sulle primarie (es,. Parisi, D’Alema ecc.)
Infine anche i giornalisti devono essere coinvolti in questa grande battaglia culturale a partire dalle realtà dell’informazione locale.
INIZIA IL DIBATTITO
MASSARI LELLA (Cittadini per l’Ulivo, Siena)
I cittadini per l’ulivo sono nati per tenere insieme realtà dell’ulivo e partecipazione democratica dei cittadini. Subito vollero le primarie.
Hanno provato in varie parti d’Italia, ma non si può essere soli. Attualmente ci blocca l’idea delle primarie. Pertanto abbiamo pensato di costruire in alternativa l’Albo degli Elettori in Toscana mantenendo un trait-d’union con i partiti
L’Albo ha la funzione di sapere chi sono i Cittadini per l’ulivo. E’ stato creato a Siena e vogliono espanderlo in Italia. L’Albo è un luogo di incontro.
In questa esperienza si è cercato di mettere a punto un Regolamento Attuativo Toscano.
L’albo non è solo per i cittadini, ma è anche per i partiti dell’Ulivo e anche per i partiti al di fuori dell’Ulivo. Non è uno strumento: è un luogo.
La riposta è vera: la gente risponde per partecipare.
Ci sono dei limiti nell’attuazione pratica, difficili da superare.
C’è un’ idea di Parisi: far nascere con l’albo degli elettori il “Popolo dei cittadini dell’ulivo”. Non importa che siano iscritti. I cittadini iscritti ai partiti sanno già dove andare a parare, invece i cittadini non iscritti non hanno bene le idee chiare. Quindi dobbiamo pensare a queste problematiche.
In ogni caso se dovessero partecipare all’iniziativa di questo Comitato, i Cittadini per l’Ulivo sostengono fermamente che non vogliono perdere la loro identità di ideatori dell’Albo degli elettori. Massari dice di voler entrare nel Comitato per le primarie, ma senza lasciare l’altro progetto.
- INTERVIENE Pasquino: chi tiene l’Albo?
Risponde MASSARI: L’Albo è tenuto dal Coordinamento provinciale dell’Ulivo e delle associazioni di Siena. Loro lo distribuiscono poi ai Comuni. Si tratta di un’autoregolamentazione volontaria.
Le liste dell’Albo degli elettori sono forme di supplenza.
DE SIMONE Guido (Roma)
Si presenta specificando che lavora sul progetto delle primarie da 11 anni. Non avendo punti di riferimento è partito dal chiedere alla gente cosa ne pensasse.
L’attuale organizzazione politica è caratterizzata da un sistema piramidale che non cambia. Oggi la struttura partitica verticale non è più valida.
Mostra un plico di leggi, a partire dalla proposta Mortati per le primarie, passando per diversi progetti di controllo dei partiti da parte dei cittadini, che sono rimaste lettera morta.
Tutte queste leggi sono rimaste lì…perché non si può chiedere a chi è al vertice di fare harakiri.
Il progetto delle primarie ha la finalità di cambiamento:
1. Il problema non è il vertice dei partiti, ma i 49 milioni di elettori che sono alla base della piramide.
2. Che cosa si può fare? Aiutare chi crede nella politica e vuole fare qualcosa per gli italiani. Chi non è aiutato dai partiti lotterà contro un muro di gomma. Come chi è entrato nei partiti e , volendo cambiare qualcosa, è poi uscito.
Esistono vari tipi di primarie. Negli stessi USA ci sono svariati tipi di primarie. Generalmente si distinguono diversi profili:
- chiuse (all’interno del partito)
- di coalizione (coinvolgendo più partiti)
- semi-aperte (aperte ai cittadini…ma con svariati limiti)
- aperte
E’ interessante notare che il progetto più avanzato di primarie è stato realizzato da AN con la sua consulenza a Roma per le passate elezioni. E’ un caso interessante.
A Roma il serbatoio minimo di AN è stimabile in 600.000 voti. Ha fatto un progetto di primarie, semi aperto. Fanno le primarie e votano 18.000 persone, di cui 15.000 sono considerati militanti e solo 3000 cittadini simpatizzanti.
Vinte le elezioni sono andati da lui diversi esponenti del partito di AN per congratularsi. Ma lui ha osservato. Siete contenti, come potete esserlo? Avete avuto alle primarie 18.000 votanti, bene. Bene, certo, è avere 3000 elettori in più schedati. Ma tutti gli altri 582.000?
Dunque. Sostiene De Simone…. Va bene osservare le varie sperimentazioni, ma andiamo cauti con gli esperimenti perché potremmo bruciarle per incoerenza.
E gli esseri umani hanno bisogno di coerenza.
Bisogna rendersi conto che se fino ad ora i progetti di primarie non sono mai passati è perché non hanno mai avuto l’appoggio dei cittadini.
Occorre allora un processo di iniziativa popolare, ma non per raccogliere le 50.000 firme, bensì molti milioni. Un progetto che arrivi al cuore dei cittadini e che da loro parta.
Problema: come dovranno essere le primarie?
Primarie aperte realizzate su scheda elettorale e realizzate nei seggi elettorali con aspiranti candidati. Aperte a tutti i cittadini. Senza dover pagare perché il voto è un diritto politico e quindi va tutelato, vedi i primi tre articoli della Costituzione..
De Simone ha uno schema della legge già pronto, fa osservare che qualsiasi progetto, anche il più illuminato, potrebbe però non accordarsi con le esigenze e le aspettative del cittadino. Inoltre bisogna evitare di cadere in conflitti tra esperti all’interno del Comitato che renderebbero impossibile ogni accordo.
Per risolvere ogni problema di conflittualità sul tipo di legge da configurare, De Simone suggerisce che il problema vada risolto alla radice. Devono essere i cittadini a scegliere “quale tipo di legge” loro si attagli.
Sarebbe infatti possibile fare scegliere con questionari mirati ai cittadini “quale tipo di legge” preferiscano tra:...
- una versione hard
- una versione molto soft
- una versione intermedia, equilibrata fra le due precedenti
I cittadini , partecipando alla scelta, attuerebbero la prima legge popolare nella materia.
Raccogliendo milioni di firme e sensibilizzando i parlamentari la legge potrebbe anche passare.
ZICCARO Gianfranco (Roma)
Vuole sconvolgere la logica seguita fino ad ora nella discussione.
Le primarie sono un bene, cioè se ci fossero sarebbe cosa buona. Ma per chi? Ziccaro non crede che i 49 milioni di elettori sappiano cosa siano le primarie.
Inoltre bisogna ricordare che secondo la logica politica, da sempre una la legge nasce quando il cambiamento nel sociale è già avvenuto.
In ogni caso nessun dirigente mette in moto un meccanismo per modificare sè stesso.
Cosa occorre fare per far conoscere alla gente il problema? Non possiamo aspettarci lo spontaneismo: occorre immaginare una griglia entro la quale la gente partecipi. E che la gente diventi soggetto sociale e politico delle primarie. Soggetto significa con la gente (segno di vero protagonismo politico del cittadino) e non per la gente (segno di concessione pietistica).
I cittadini, tutti i cittadini devono diventare i soggetti sociali e politici. Dunque le primarie non possono essere di parte.
Occorre un percorso verso il 24 aprile perché esaminare la legge nei minimi aspetti è impossibile. Propone un percorso fondato su tre principi sui quali essere d’accordo:
1. Primarie aperte per tutti i partiti e per tutti i tipi di elezioni
2. Su alcune questioni all’interno del Comitato ci saranno ovviamente divergenze. Nel Comitato non ci deve essere per forza unanimità. Su quelle opzioni interne diverse potremo trovare un accordo solo se se le faremo diventare esterne. Vanno portate all’attenzione dei cittadini e loro dovranno decidere. Se vi sarà il consenso dei cittadini quelle divergenze potranno allora essere superate: i giudici saranno i cittadini.
3. Occorre sfruttare questa campagna elettorale. Quindi la consultazione, la partecipazione della gente deve iniziare subito.
PICENA (Genova)
Nel centrosinistra ligure si sono posti degli obiettivi in relazione alle primarie: deve trattarsi di una proposta praticabile, qualcosa insomma da inserire a pieno titolo nella procedura elettorale. Deve essere una proposta assolutamente concreta, non un dibattito.
Hanno pensato di sfruttare l’opportunità offerta dalla legge elettorale regionale: occorrono 5000 firme per una proposta di legge, che deve poi essere portata dinanzi al consiglio regionale.
Questa proposta presenta le seguenti caratteristiche:
1) Devono essere elezioni pubbliche pagate dallo Stato
2) Hanno diritto di votare tutti gli elettori
3) Tutti gli elettori sono potenzialmente candidati.
4) Hanno deciso di iniziare puntando sulle primarie per decidere il presidente della regione.
5) L’obiettivo deve essere circoscritto. Il comitato delle primarie deve essere trasversale ed deve essere a tempo, perché non esiste né a destra, né a sinistra da sola una maggioranza sulle primarie.
Picena propone dunque che al Convegno di Bologna intervengano anche rappresentanti del centro destra, perché il comitato nazionale deve essere veramente trasversale.
Definisce le caratteristiche del comitato nazionale: bisogna essere d’accordo su alcuni punti, lasciando alle organizzazioni la libertà di strutturarsi liberamente sul territorio. Condividere il perché le primarie, alcune caratteristiche di base e poi partire da obbiettivi assolutamente concreti come i sindaci, i presidenti di provincia e i presidenti delle regioni.
BUSELLI
Pone due problemi.
1) Come imporre le primarie ai partiti?
2) Come riuscire a creare un movimento consistente intorno alle primarie?
Ritiene che i due problemi siano correlati.
Ma come realizzare ciò?
Se l’elettore percepisce le primarie come un problema tecnico, allora il cittadino si allontana. Invece se si punta sul cambiamento della natura della politica allora l’elettore si sente coinvolto. Bisogna collegare le primarie alla gestione della cosa pubblica.
Propone di abbinare il tema delle primarie al sistema economico del parlamentare, al cambiamento della natura del fare politica.
IMPEGNO (Napoli)
Propone di partecipare al comitato promotore come persone. Coinvolgere altre personalità come Pasquino.
Suggerisce di delimitare i fini del comitato decidendo come dovrà articolare la sua azione e verso quale tipo di primarie:
a) primarie per legge a carattere nazionale
b) primarie di coalizione, articolate ad ogni livello di competizione elettorale, sia amministrativo che politico, promuovendo con comitati locali, regionali tutte le iniziative per introdurre sistemi di elezioni primarie.
Si dice d’accordo ad utilizzare queste elezioni europee per presentare una bozza di legge come proposta nazionale. Ma devono essere previsti dei limiti di tempo.
Tempi da rispettare: europee, amministrative in molti comuni e province in molte province d’Italia per presentare una prima bozza nazionale e in scadenza degli statuti regionali d Italia proposte legge per le primarie regionali.
Limite temporale: entro la fine del 2004 avere la proposta di legge, investire il Parlamento assolutamente entro il 2006. Ottenere che sempre entro il 2006 se ne sia discusso in parlamento e le diverse forze politiche siano state obbligate ad esprimersi in merito.
Segnala inoltre che è indispensabile equilibrare le presenze del centro destra. Nelle realtà locali non è difficile individuare le persone di centro destra, a livello nazionale chiede aiuto a personalità come Pasquino.
Se non viene ultimata la riforma del sistema maggioritario con le primarie, allora si rimane con questo maggioritario, pericoloso se non vengono scelti i candidati dai cittadini.
Da garantire quote per le donne.
BORRA (Torino).
Hanno elaborato un documento per chiedere le primarie per l’elezione del presidente della provincia di Torino.
Sostiene che le primarie aperte si prestano bene per le elezioni dei collegi uninominali ma non si prestano bene per i collegi plurinominali.
Lui è per le primarie aperte. Rispetta l’idea dell’albo degli elettori anche se tecnicamente è difficile tenere l’albo degli elettori.
Dichiara di essere favorevole a moltiplicare le esperienze, studiandole con un comitato scientifico, per vedere quali siano i metodi più adatti. Teme infatti che presentare subito una proposta unica possa fallire.Voler fare subito la legge rischia di allontanare troppo la soluzione del problema.
Borra inoltre consiglia che prima di normare le elezioni primarie c’è un modo per favorirle. Si tratta di chiedere che le primarie già realizzate o in corso di realizzazione possano essere riconosciute allo steso modo di come si riconosce validità ad una legge di iniziativa popolare. Anche attualmente, infatti, la presentazione di candidature richiedono un certo numero di firme di elettori.
CALISSO (Treviso)
Il motivo di realizzare le primarie si riassume in un concetto: migliorare il rapporto fra cittadini e politica. La partecipazione non è solo andare in piazza. Il momento elettorale è il momento più forte per la partecipazione e del rapporto diretto fra cittadini e politica.
Occorre costruire un percorso culturale per considerare la partecipazione alle primarie come il risultato elettorale che segni una diversificazione. Bisogna arrivare a ottenere che il rapporto del partito si costituisca con i suoi elettori piuttosto che con i suoi iscritti.
Formulazione proposta: come circoscriverla? Solo per uninominale? Ma in questo modo si sottrae alle primarie le candidature di partito. Perché nelle altre elezioni ci sono i candidati di coalizione.
Si alla trasversalità.
Rendiamo pubblica la nascita di questo comitato per far aderire anche altre forze.
Valerio dice: il 24 aprile per sancire l’inizio del comitato nazionale per le primarie.
La partecipazione al comitato delle primarie deve essere della società civile.
NOTA: finisce qui il primo giro di interventi formulati su richiesta dei partecipanti. Ora viene iniziato un giro in cui tutti i partecipanti dovranno esprimersi sui punti segnalati dalla Presidenza all’inizio della riunione.
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PECENZANO (Calabria)
Il 24 aprile sarà un’ulteriore tappa per l’incontro di tutte le forze trasversali interessate alle primarie, per portare avanti il discorso culturale. E’ soprattutto la componente culturale quella che conta. In Calabria parecchie Associazioni sono attive a tal proposito.
Legge il documento delle Associazioni Calabresi
Come la Liguria queste associazioni hanno fatto una proposta di legge regionale per le elezioni primarie.
L’iniziativa non può prescindere dal contesto politico, non si tratta di una aspetto tecnico, ma rappresenta la volontà di cambiamento della politica. Il linguaggio deve essere quello della chiarezza per ottenere partecipazione e responsabilizzazione.
VALASSINA Antonio ( LIBLAB, Roma)
NOTA: qui viene riportato per esteso l’intervento, presentato a Bologna solo per punti principali per ragioni di tempo.
Da sempre abbiamo lavorato per le primarie come singoli prima ancora di nascere come Liblab.
Eravamo con Ulivo.it quando abbiamo raccolto centinaia di firme insieme agli amici di SUEZ qui presenti, firme dedicate ad una petizione ai dirigenti dell’Ulivo per inaugurare la stagione delle primarie, ma il risultato interno all’Ulivo è stato assolutamente negativo.
Poi siamo usciti da Ulivo.it ed è nato il sito www.liblab.it da dove abbiamo continuato la nostra battaglia per le primarie.
Quali primarie, ci viene chiesto. Per noi la risposta è una sola: aperte.
L’Italia ha bisogno di primarie aperte, ha bisogno che venga restituito ai cittadini il diritto a contare davvero. Il diritto a tornare protagonisti delle vicende politiche che li riguardano da vicino. Votare non basta assolutamente più, occorre partecipare a tutte le fasi che concorrono alla selezione e alla scelta di coloro che troveremo nelle liste elettorali. Le nostre liste, non dei partiti, …partiti che sono organizzazioni importanti, ma che devono tornare ad essere solo uno strumento al servizio dei cittadini. Questa è la loro professione: un servizio, non un sistema di controllo della società civile.
Come imporle? Guardate che esistono movimenti sotterranei che tendono già ora ad imporle confusamente organizzando forme più o meno larvate di primarie.
Le Liste civiche poco più di un mese fa a Roma si sono consorziate in Rete e al primo punto del loro programma ci sono le primarie. Le Liste Civiche rappresentano una realtà in costante espansione al di fuori dei partiti: vogliono le primarie per le prossime regionali e si stanno attrezzando per organizzarle comunque al loro interno per imporle come uno dei grandi temi della prossima battaglia elettorale delle regionali.
I problemi poi esistono in tutto lo schieramento politico e sono enormi anche nel centrosinistra. Molte volte sono state promesse da Fassino, D’Alema e Rutelli, mai sono state veramente prese in considerazione.
In questa cornice osserviamo inoltre con attenzione e grande interesse scelte come quella del Labdem di Firenze, che, dopo una estenuante trattativa con i partiti del centrosinistra, ha deciso di costituirsi alle prossime elezioni in Lista Civica autonoma dai partiti.
Come deve essere concepito il Comitato? Noi lo vogliamo immaginare assolutamente trasversale, aperto, laico e ovviamente apartitico.
Da presentare il 24 aprile a Bologna, certo. Ma da presentare soprattutto all’Italia intera. Da pubblicizzare in vari modi utilizzando i già citati questionari e le scadenze elettorali. Ma io penso anche a tutti gli altri momenti della vita quotidiana dove il debito della politica nei confronti dei cittadini è stato più pesantemente sentito. Per non fare esempi penso agli scandali finanziari e industriali che hanno penalizzato duramente migliaia di famiglie indifese davanti ad assicurazioni, banche e grandi industrie contando sull’appoggio di intere schiere di politici. Politici che, se scelti direttamente da liste confezionate dagli elettori, si sarebbero preoccupati di difendere gli interessi dei cittadini piuttosto che quelli delle lobbies.
Come immaginiamo la legge? Pensiamo in via prioritaria ad una Legge che sia nazionale, perché sia una legge pensata e dedicata in primis alle elezioni politiche. L’applicazione alle altre scadenze amministrative diventerà di conseguenza più facile se la legge guida sarà ben concepita nei principi ed altrettanto intelligentemente articolata nelle regole. Una legge che per capacità di apertura ai valori civili della partecipazione e della collaborazione rappresenti il cardine della ricostruzione di quel bene ormai poco comune e preziosissimo costituito dalla rappresentatività. Rappresentatività…Quella capacità del candidato prima e dell’eletto poi di costituirsi come tetto di protezione dei bisogni dei cittadini da cui ha ricevuto il mandato. Quella capacità di ergersi a difensore degli elettori proprio e soprattutto nelle occasioni e nelle circostanze in cui essi sono più deboli, più esposti, più indifesi davanti ai poteri forti costituiti. Quella capacità inoltre di interpretare e magari anticipare i sogni di chi nelle mani del candidato, futuro eletto, ha affidato le proprie speranze di riscatto e di miglioramento per sé e per i propri cari.
In una parola, riscoprire la politica come servizio per chi è sovrano nella Costituzione: il popolo, la comunità dei cives.
Si tratta dunque di creare una Alleanza fra cittadini. Pasquino scrive che le primarie sono un passaggio importante, decisivo per poter arrivare ad una maturazione civile di tutto il Paese. E’ vero. Assolutamente vero.
E io mi permetto di aggiungere che dare voce ai singoli significa darlo anche alle classi socialmente più deboli come le donne. Garantire la parità di posti nelle liste dei potenziali candidati alle primarie significa infatti automaticamente dare finalmente una parità vera all’altra metà del cielo. Non una parità surrettizia suscettibile dell’accusa di parità conquistata per via “sindacale”, ma una opportunità vera di diritto civile che pone uomini e donne sullo stesso piano dei diritti nelle candidature di partenza alle primarie. Sarà poi il giudizio degli elettori a decidere chi dovrà occupare alla fine i posti disponibili nelle liste che saranno appese nei seggi elettorali il giorno delle elezioni.
Segnalo inoltre che dare voce ai singoli cittadini sulla costituzione delle liste significa restituire voce alle comunità ed alle aree geo-politiche del paese storicamente sottovalutate e sottorappresentate.
Avere finalmente la possibilità di esprimere i candidati naturali da parte di una comunità migliora immediatamente la partecipazione di quella comunità alla discussione collettiva. Ne deriverà quindi da una parte un rafforzamento della partecipazione di quell’area di cittadini alle vicende istituzionali e dall’altro darà spessore al grado di autorevolezza e rappresentatività dell’eletto che quei bisogni incarna.
E’ dunque una iniezione di democrazia allo stanco e sfiduciato corpo elettorale, la cui malattia elettorale è una anemia perniciosa: si chiama malattia delle schede bianche, complicata costantemente da un altro grave quadro sintomatico, quello dell’astensione.
Migliorare la partecipazione alla vita politica ed istituzionale ha poi un altro risvolto. Consente un più stretto senso di appartenenza dei cittadini al loro Paese in un momento in cui discutendo di riforme istituzionali l’incremento di autonomia delle periferie rischia di incrinare la compattezza della Nazione. L’avvento delle primarie rendendo più stretto su tutto il territorio nazionale il rapporto dei cittadini con le istituzioni regala un passo in avanti unitario dei cittadini dal sud al nord e dall‘est all’ovest sul piano di un bene irrinunciabile: l’unità dell’Italia.
E’ in questo modo che le primarie producono l’ultimo dei loro benefici possibili. Migliorando il tessuto connettivo del Paese, garantendone una crescita in termini di civiltà della partecipazione e dunque della democrazia usuale negli altri Paesi, ottengono un altro grande risultato: ci avvicinano al resto dell’Europa.
DANIELE BRUNETTI (LIBLAB, libero cittadino europeo con tessera ANPI, Roma)
Sostiene le primarie aperte dove sia previsto uno schieramento trasversale, ma mantenendo gli equilibri. Per le persone da invitare il 24 approva la scelta di Fisichella, ma propone anche di invitare Giovanni Sartori e Stefano Rodotà.
Sottolinea che il Comitato Nazionale dovrà essere autonomo dai partiti.
Brunetti si domanda come presentarle ai cittadini. Pensa che sarebbe suggestivo proporle come un Contratto specularmente a come fece a suo tempo Berlusconi. Ma in questa occasione siano i Cittadini i protagonisti che propongano, in prima persona, il loro Contratto di civiltà a tutta la società, ai partiti e alle istituzioni.
Al contempo consiglia di prestare attenzione ai falsi amici, che in realtà remano contro il progetto Primarie. In particolare occorre avere molta attenzione alle personalità da introdurre nel comitato scientifico.
DE SIMONE Guido (Roma)
Interviene per prospettare un suo progetto di marketing per le primarie.
Ribadisce che il Comitato nazionale non è al di sopra dei cittadini, ma deve avere una struttura a rete fatta a piramide capovolta, quindi i comitati locali sono il cuore e l’elemento sovrano del comitato.
Propone inoltre un rapporto tra Comitato Nazionale e Comitati locali che definisce come “franchising politico”. Il comitato concede uso del logo, dei materiali e delle procedure organizzative ai Comitati locali e ne controlla i comportamenti etici rispetto allo spirito originario.
Per rispettare lo spirito della corrispondenza del corpo sociale alla sua geografia elettorale, individua come aree di riferimento locale i collegi. Dunque dovrebbero sorgere 475 comitati, uno per ogni collegio elettorale della camera dei deputati.
E’ prevista l’adesione al Comitato nazionale, ma solo dei singoli cittadini. Le associazioni invece aderiranno al comitato promotore locale di appartenenza.
Sono aspetti molto importanti perchè anche la struttura etica di un movimento dà un messaggio politico.
Occorre disporre, inoltre, di un sito che spieghi nell’area pubblica cosa sono le primarie, cosa è il Comitato nazionale, quelli locali , il programma, come aderire al comitato, l’agenda delle scadenze e delle iniziative, il forum per discuterne ecc… …..
Propone un logo: un ombrello multicolore, simbolo dello scettro del popolo sovrano, pronto ad aprirsi per proteggerlo dalle candidature che piovono dall’alto.
STEFANO CONSALVI (Roma)
E’ evidente che l’interesse sull’argomento primarie è vivo; in poco tempo velocemente il discorso si è sviluppato notevolmente. Si percepisce un’ansia, una fretta di realizzarle.
Concorda con l’ipotesi delle primarie aperte e sottolinea la necessità di arrivare ad una legge.
Dovremo essere fra i cittadini, a parlare di primarie nella campagna per le europee. Dobbiamo arrivare alla popolazione semplificando il messaggio.
Occorre arrivare alle politiche del 2006 con le primarie già incardinate in legge.
ENZO LODESANI (S.U.E.Z., Modena)
La struttura del comitato deve rimanere semplice.
Riferisce di un esperimento di primarie avvenuto a Modena, che pero è fallito.
Come S.U.E.Z. offre la disponibilità a lavorare con il Comitato in termini di collaborazione culturale.
Per quanto riguarda la realizzazione delle primarie, sottolinea l’importanza di fare esperimenti a livello locale.
Stefano FACCHI (Ulivo, Milano)
A Milano, la questione primarie si è posta per l’elezione del presidente della Provincia; questa opzione è rimasta per 5 - 6 mesi al centro del dibattito politico, ma poi non è passata.
I movimenti che si interessano per le primarie evidentemente non dialogavano tra di loro e tanto meno con le istituzioni. Ora bisogna collegare il progetto delle primarie alle realtà locali.
Dà la sua totale disponibilità per lavorare nell’area di Milano.
ZUCCHINO (Libertà Uguale/DS Romagna)
Occorre arrivare al progetto di legge. Dovrà essere a disposizione di chi decide di usarlo e non dovrà essere obbligatorio. Sottolinea che nelle circoscrizioni dove si disponga di un candidato sicuro, le primarie rischiano di divenire l’occasione per un plebiscito.
L’ obiettivo proposto è una innovazione che non è necessariamente eversione, ma che fa emergere i migliori.
FASCETTI ROMANO (ex sindaco di Maiano, Bologna )
Manifesta entusiasmo per l’odierna riunione.
Esprime la sua critica alle candidature imposte dai partiti.
Per la riuscita delle primarie il movimento deve essere molto grande e coinvolgere il maggior numero possibile di cittadini.
ANGELA (DS Napoli)
Per le europee occorre avere già costituito il comitato e avere un’immagine ben definita.
Nell’ambito di questo dibattito non ritiene utile entrare nel merito tecnico delle primarie, che è da riservare a un comitato scientifico.
Concorda con la proposta di Pasquino che prevede l’eccezione alle primarie nelle circoscrizioni in cui sia presente un candidato naturale molto forte.
Ribadisce l’importanza della trasversalità del comitato.
VALERIO SERRA (Comitato di Bologna per le primarie)
Riguardo al comitato, sostiene che debba avere una struttura leggera, che metta a frutto di tutti l’esperienza di ciascuno.E’ inoltre importante mettere in rete l’esperienza.
Suggerisce di lasciare flessibilità per l’operazione culturale legata alle primarie, in modo da godere del più ampio patrimonio possibile utile per analizzare gli insuccessi delle primarie avvenute fino ad oggi nelle varie realtà italiane.
C’è bisogno di una grande mobilitazione per coinvolgere i cittadini, al fine di arrivare a una forza costituita che le chieda e ad una cultura diffusa che le sostenga.
Per questo è importante lavorare molto sul piano locale.
ZICCARO GIANFRANCO chiede di nuovo la parola.
Non capisco, sembra cha siamo all’ora zero. Ma non è vero, non è così perché molte esperienze sono già state vissute e accumulate.
Inoltre non ci si può soffermare a discutere sulle pagliuzze: occorre stabilire il percorso, il che fare e che cosa fare. Propone di costituire il comitato e lavorare su:
1 organizzare i movimenti che possano aderire
2 scrivere la proposta di legge
3 ricercare il consenso dai cittadini
PARIETTI GUIDO (DS Roma)
1) A chi vengono applicate le primarie? Se si fanno le primarie di coalizione si riproduce lo scontro tra i partiti. In questo senso funzionano solo se la coalizione diventa qualcosa di più. Funzionano solo se il soggetto politico è molto unito.
2) Qual è il tipo di adesione al comitato? Vedo con favore l’adesione personale e trasversale, però su una piattaforma chiara.
Entro il 24 aprile occorre delineare una linea chiara: chiarezza prima e su questo chiedere il consenso.
GIOVANNI MILITERNO (Presidente della riunione)
Considerazioni finali.
1 Coordinamento di tutti va preso in considerazione
2 Sperimentare le primarie
3 Inserire le primarie negli statuti regionali
4 Proposta di legge di iniziativa popolare nazionale e di una legge quadro per le regionali e provinciali
GIANFRANCO PASQUINO
Conclusioni.
1) L’albo degli elettori è utile: rappresenta uno strumento di riconoscimento delle persone, consente l’ appartenenza e permette di risolvere alcuni problemi, infatti serve come riscontro sulla collocazione politica del singolo cittadino elettore.
2) Le cose che vogliamo fare sono rilevanti
A. controllore e gli statuti e i regolamenti comunali e provinciali per verificare se c’è spazio per le primarie in questi contesti
B. questa legge va costruita con gli elettori come diceva De Simone
C. se possibile , occorre verificare se negli statuti comunali e provinciali ci sia la possibilità di sfruttare un referendum popolare
D. dobbiamo raggiungere l’accordo su alcuni punti irrinunciabili
E. è utile mantenere esperienze diverse, secondo la regola che prima sboccino cento fiori, poi capiremo che tipo di innesto fare. Vediamo come sono state fatte le primarie sino ad oggi, i loro vantaggi e svantaggi.
F. è chiarito che le primarie non si faranno dovunque. Dove il candidato naturale è quello dove c’è consenso vero di fondo, lì non si faranno. Lo strumento dunque deve restare flessibile.
MATTEO VISCARDI
Conclude ribadendo che :
1. entro questa sera deve uscire un resoconto della riunione
2. entro 15 gg deve essere definito un regolamento in modo che per il 24 aprile sarà delineato lo schema organizzativo.
Termina la riunione generale e si apre quella organizzativa.
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su verità e menzogna in senso extra morale
Il dibattito nato dalla presa di posizione di Flores non affronta, a mio parere, il problema di fondo rispetto alla manifestazione del 20 marzo. Se i giornali hanno preferito parlare, come si è lamentato “di uno piuttosto che degli altri 999.999” non è stato un caso, né una perfidia della stampa. In quel punto dolente si è invece evidenziato il problema di un movimento che pretende di essere insieme di massa ed escludente. Di massa perché la necessità di costruire un nuovo ordine mondiale fondato essenzialmente su politiche di dialogo e di pace, è condiviso, credo, dalla grande maggioranza degli italiani. Escludente perché, fin dai giorni precedenti la manifestazione, il movimento si è connotato per l’emergere di posizioni integraliste e tendenti a procedere per progressive esclusioni, in un processo soteriologico in cui alla fine chi “si salva” è solo chi aderisce acriticamente al dogma. Non stupiamoci, allora, se qualcuno (certo, pochi; certo, esuberanti) ha portato fino alle estreme conseguenze il dogma, ritenendo di poter decidere “chi” appartiene al popolo degli eletti e chi no, ed ha agito di conseguenza. Un movimento di massa e pur tuttavia escludente ricorda i contorni più che di un moderno movimento interclassista ed interculturale, delle masse oceaniche di qualche decennio fa, tutti – per amore o per forza - d’accordo sulla stessa posizione. Gli organizzatori della manifestazione non hanno preso atto di questa contraddizione, e gli Strada e gli Zanotelli ribadiscono il loro dogma mentre si dissociano, a parer mio ipocritamente, dagli atti di violenza: senza tener conto che i dogmi, in sé, sono portatori di violenza, e che solo l’apertura, la tolleranza, il dialogo, la democrazia, sono l’antitesi della violenza. “Violenza” è l’atto in sé, non i mezzi – più o meno adeguati – con cui la si esercita. Con questo il movimento deve fare i conti, e prima li farà meglio sarà; il rischio è di ritrovarsi, come altri movimenti, nati di massa e poi a mano a mano ideologicizzati, ridotto ad impotente testimonianza.
L’altra questione, che salta fuori di tanto in tanto, è il difficile rapporto fra partiti e movimenti. C’era un grande compito da assolvere da entrambe le parti: i movimenti nel richiedere ai partiti scelte radicali di rinnovamento e di democrazia, i partiti nell’accogliere quella spinta e ricondurla a scelta politica. Credo, purtroppo, che entrambi abbiano fallito il tiro. I partiti nell’incapacità di leggere i fenomeni della società civile e nel dar loro risposte convincenti. I movimenti nell’appiattirsi su posizioni pseudo-partitiche, nell’illusione che candidare questo o quel nome, o nel fare liste concorrenti a quelle dei partiti tradizionali possa rappresentare davvero il rinnovamento della politica. Lo si evince dalla discussione nata dall’appello elettorale (chè non lo si può definire altrimenti) di Flores; come se il problema fosse premiare o castigare questa o quella forza politica (e nella spirale di sospetti che seguono: ma tu che parli, non sarai elettore della lista unica…? ). Non si parla dei veri strumenti che potrebbero favorire sia il rinnovamento del personale politico sia l’emergere di nuove eccellenze: le primarie, per esempio. Oppure di un concetto di partecipazione che non sia vuota chiacchiera, ma messa in atto di strumenti per prendere decisioni. E’ stato un errore ad esempio, a parer mio, accettare la designazione di Cofferati come futuro sindaco di Bologna, senza stigmatizzare il modo con cui è avvenuta; la fiducia nell’uomo ha fatto premio sul rigore degli strumenti, che invece è irrinunciabile se si vuole incominciare ad inchiodare i partiti alle loro responsabilità. Non lamentiamoci, quindi, se i partiti dimostrano di non voler cambiare, quando ne condividiamo una parte di responsabilità. La rinuncia al rigore degli strumenti potrà portare, se non ripresa in tempo, i movimenti ad appiattirsi su posizioni partitiche o, peggio, a diventare schegge di partiti pure loro. Ne è sintomo sconfortante, ed uno spreco di talento, che un maitre à penser si riduca a dare indicazioni di voto, mentre di ben altre riflessioni potrebbe arricchire il movimento.
Manuela Faccani - Ravenna
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Ci ho pensato a lungo sul ruolo dei movimenti.... e sono arrivata alla convinzione che non ci sia una sola ed unica soluzione, valida per tutti. ma che ogni territorio, ogni realtà politica locale debba trovare una sua strada e un suo ruolo. Sarebbe bellissimo, però, che - qualunque scelta si faccia - si rimanga legati ugualmente e solidali fra noi: ci darebbe una forza straordinaria: morale, ma anche politica. Noi in Sardegna ci impegneremo a sostenere Soru e forse qualcuno di noi verrà anche eletto al consiglio regionale, nelle sue liste. Ma nel nostro coordinamento regionale abbiamo già stabilito che chiunque venga eletto debba finanziare il movimento, che resterà allertato e vigile sempre, a controllare che si mettano in atto i programmi e le promesse concordati con gli elettori. E il nostro lavoro proseguirà anche per le politiche... il nostro ruolo sarà quello di controllori, ma anche in parte di protagonisti ( come fai a controllare da vicino, se no?). Qui in Sardegna la situazione lo consente, altrove no. Dove lo consente e i gruppi sono più forti si può partecipare anche direttamente, con liste civiche, alle elezioni; dove invece la situazione non lo consente si troveranno altre forme di sollecitazione e di controllo dei partiti. Ma anche le situazioni locali più disagiate potranno essere aiutate dall'essere collegate ad altre realtà nazionali più forti, perchè la pressione sui partiti sarà più credibile. Insomma: la sinergia di tante realtà diverse io credo che ci farà considerare con maggiore attenzione dai partiti e non potranno mettere in non cale la nostra opinione. Saremo un interlocutore politico credibile, come volevamo essere, in realtà. E sono d'accordo: non abbiamo bisogno di altri partiti, ma solo di un'altra classe dirigente e dobbiamo lottare e vegliare perchè questo ricambio avvenga, poi possiamo limitarci a partecipare alla vita politica come cittadini consapevoli. Ma fino a quel momento, ognuno di noi si deve allertare e lottare con la maggior generosità e partecipazione possibile: la posta è troppo alta, per mollare. dalla mailing list dei girotondi
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SI ADDENSANO NUBI OSCURE SULL'ECONOMIA MONDIALE [di Jeremy Rifkin]
Il prezzo medio della benzina in America ha raggiunto questo mese il picco record di $1,77 al gallone.
Gli analisti si sono domandati se questo stabile aumento dei prezzi non lasci presagire aumenti ancora più drammatici per gli automobilisti nei prossimi mesi primaverili ed estivi. Preparatevi, perché si sta profilando, per la prossima estate, la possibilità di una tempesta perfetta in versione economica. La crisi potrebbe estendersi rapidamente alla Gran Bretagna e al resto del mondo, con conseguenze disastrose sull'economia globale.
Il primo segnale di ciò che ci attende si è fatto sentire il mese scorso, quando l'Opec ha annunciato la decisione di ridurre la vendita giornaliera di greggio di un milione di barili. L'Opec è preoccupata della svalutazione del dollaro che, in poco meno di due anni, ha perso un terzo del suo valore. Poiché l'Opec indicizza il prezzo del petrolio in dollari, i paesi produttori risentono di gravi perdite di profitto a causa della continua erosione del valore del biglietto verde; e dal momento che i paesi produttori a loro volta comprano gran parte dei beni e servizi dall'Unione Europea e devono pagare in Euro, la loro perdita di potere d'acquisto continua ad aggravarsi (attualmente l'Euro è quotato a $1,23).
Che effetti avrà la debolezza del dollaro sul prezzo del petrolio? Philip K. Verleger, decano degli analisti statunitensi del mercato del petrolio e visiting fellow all'Institute for International Economics, ritiene che "i paesi esportatori di petrolio potrebbero decidere di ritoccare i prezzi in modo da compensare la perdita di valore del dollaro". Se la scivolata del dollaro non si arresta, avverte Verleger, potremmo assistere a un incremento del prezzo del petrolio dagli attuali $38,18 al barile fino alla cifra record di $40 entro la metà dell'estate.
Altre nubi oscure si addensano all'orizzonte. Le riserve di greggio si trovano al minimo storico dalla metà degli anni Settanta a oggi, e il mercato del carburante al dettaglio sta operando con stretti margini di riserva in vista dei mesi estivi, quando il maggior traffico incrementerà la domanda. Le già precarie riserve petrolifere sono state ulteriormente inficiate dalla decisione della Casa Bianca di reintegrare la riserva petrolifera strategica, riducendo quindi la disponibilità di carburante.
Verleger sostiene che il prezzo della benzina potrebbe sfondare il picco dei $3,50 al gallone prima di assestarsi sui $2 in autunno. L'aumento dei prezzi può dipendere anche da altri fattori, tra cui eventuali crisi petrolifere in Venezuela e in Medio Oriente. Esiste anche la prospettiva che una o due grandi raffinerie possano incorrere in blocchi di produzione proprio al culmine della domanda estiva: questo fatto non sarebbe sorprendente qualora le raffinerie fossero costrette a produrre a pieno regime per far fronte al picco della domanda da parte dei consumatori, senza prendersi il tempo necessario per la manutenzione.
Ecco come gli eventi possono iniziare a concatenarsi creando le condizioni per una tempesta perfetta dell'economia. Se il prezzo del petrolio salirà fino a $40 al barile, accompagnato da un incremento nel prezzo del carburante, la ripresa dell'economia, di per sé già debole, potrebbe entrare in una fase di stagnazione.
Come riuscire allora a calmierare il prezzo del petrolio al barile? Si dovrebbe rafforzare il valore del dollaro in modo da non costringere l'Opec ad innalzare i prezzi per compensare il deterioramento della valuta. Ma il valore del dollaro è in caduta a causa del crescente debito pubblico americano. Il Fondo Monetario Internazionale è talmente preoccupato dal debito americano - causato da prelievi di bilancio e dallo squilibrio della bilancia commerciale - al punto da redigere un rapporto allarmato secondo cui, nel caso non si assistesse a una inversione del trend, la stabilità economica mondiale ne sarebbe minacciata.
Un dollaro perennemente debole disincentiverebbe gli investitori stranieri dal finanziare il crescente debito statunitense. Gli Usa potrebbero elevare i tassi di interesse, per renderli più appetibili agli investitori esteri, ma ciò significherebbe tassi maggiori per le imprese americane e per i consumatori, tali da compromettere la ripresa economica, peraltro già debole, e da far sprofondare l'economia americana e mondiale nella recessione.
Abbiamo messo assieme quindi tutte le condizioni per creare una tempesta perfetta dell'economia: l'aumento record del prezzo del petrolio provoca un restrizione nella crescita economica statunitense e l'incremento del deficit nel bilancio federale; l'aggravarsi del deficit e la svalutazione del dollaro implicano maggiori tassi di interesse allo scopo di convincere gli investitori stranieri a maggiori trasferimenti di capitali negli Usa; a causa dell'innalzamento dei tassi, si provoca un'ulteriore contrazione dell'economia americana a seguito del calo degli investimenti interni e dei consumi. L'effetto-cascata dovuto al susseguirsi di questi eventi si riversa come uno tsunami che si abbatte sul resto dell'economia globale, travolgendo il mondo nella recessione
Fino a quando l'economia statunitense e globale sarà indissolubilmente dipendente da un'offerta di petrolio mediorientale sempre più incerta, le condizioni per la tempesta perfetta dell'economia continueranno a perseguitarci. La soluzione, nel lungo periodo, consiste nello "svezzare" il mondo dalla dipendenza petrolifera. Ciò richiederebbe standard di efficienza energetica più severi, maggiori misure a sostegno del risparmio energetico, introduzione di veicoli ad alimentazione ibrida e riconversione alle fonti energetiche rinnovabili. In mancanza di ciò, attendiamoci pure che la tempesta cresca di intensità.
Jeremy Rifkin
(traduzione di Igor Giussani)
Nota: Da Liberazione ripreso dal quotidiano inglese The Guardian
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Salvate il soldato "Silvio"
Credo che dopo la visita del Festival di San Remo, di Fini e di Casini a Nassiriya, i nostri soldati non avvertano affatto la necessità di vedersi irrompere tra le tende anche il Presidente del Consiglio con i suoi fervorini curialeschi circa i destini
dell’Italia nel cantiere allestito per erigere la pace in Iraq.
Meglio che se ne stia tra Palazzo Grazioli e le ville in Sardegna.
Il Cavaliere ha detto, e siamo d’accordo con lui, “è inutile che io vada a Nassiriya”.
Gli ricordiamo, a sostegno della sua decisione, che il cuoco del distaccamento militare è sicuramente in grado di preparare ottime paste e succulenti arrosti, ma non ha certo nel suo repertorio le delicatezze gastronomiche e dietetiche che il cuoco personale del Cavaliere è uso preparare per il boss e i suoi amici.
E poi, come è solito fare, ha aggiunto una frase che si poteva risparmiare: “I soldati italiani stanno bene e guadagnano bei soldini”, come se la vita di un uomo possa dirsi compensata da una paga di 2-3 mila euro al mese.
Noi pensiamo però che nella decisione del Cavaliere abbia influito un lieve sentore di fifa. C’è sempre l’eventualità che un fanatico islamico lasci partire un colpo di bazooka contro il campo italiano mentre è in corso la visita presidenziale o dall’aeroporto di Bagdad a Nassiriya lo infilino in uno di quegli elicotteri la cui sicurezza è stata contestata, a ragione, da tre ufficiali italiani.
Esperti militari britannici hanno affibbiato a questi elicotteri lo stesso soprannome dato, durante la seconda guerra mondiale, alle navi italiane prive di radar: haystach, cioè covone di fieno.
E’ vero, lo stipendio del Presidente del Consiglio è buonino, ma perché rischiare ?
Molto meglio starsene in villa in Sardegna a parlare di calcio e a strimpellare tutta la notte con il sicuro Apicella che imbraccia una chitarra e non un rpg, micidiale lancia granate, fabbricato dal suo amico Putin.
Abbiamo il Presidente imprenditore, contadino, operaio e giardiniere, per il Presidente soldato bisogna aspettare un altro mandato.
Se mai ci sarà.
articolo21liberidi.org
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OLTRE IL GIARDINO
di ALBERTO STATERA
Solo un anno è passato e la migliore promessa del sottogoverno di destra, quel quarantenne che doveva garantire Berlusconi e Berluschino, Tremonti e la Lega, La Russa e Buttiglione, Confalonieri e Comunione e Liberazione nel ruolo managerialpolitico più delicato della Repubblica, è già stracotto come un manzo. Per il momento a Flavio Cattaneo, direttore generale della Rai, hanno messo come badante Giuliana Del Bufalo, un mastino femmina, ex craxiana che conosce ogni angolino del palazzo e che di tipi come lui se ne mangia tre a colazione. Poi, passate le elezioni europee e amministrative di giugno, Cat, come ama farsi chiamare, andrà probabilmente in pellicceria, come diceva la buonanima di Craxi.
La lottizzazione del sottogoverno è una faccenda seria. Se si fa alla leggera, se si da retta soltanto agli amici, agli amici degli amici, ai parenti, si commettono errori. E gli errori si pagano. Come potevano pensare Berlusconi, Fini, Bossi e Tremonti, tutti quelli che più o meno avallarono la sua nomina, che un giovanotto di Rho, nord est milanese, potesse governare il più bizantino dei centri di potere del paese, inventato quarant’anni fa da uno come Ettore Bernabei?
Cattaneo aveva esordito come assessorino dc in un comune della cintura milanese, dove era appoggiato dalla Compagnia delle Opere, l’ala affaristica di Cl. Quando Romano La Russa, fratello di Ignazio, della nota famiglia milanesizzata di cui fu capostipite Antonino, gli racconta che An ha ormai a disposizione più poltrone che culi per coprirle, fa la sua scelta, consigliato anche dall’amico Paolo Berlusconi. Così, in una tipica carriera di sottogoverno da prima Repubblica, Cattaneo fa il presidente dell’azienda dell’edilizia popolare di Lecco, il vicepresidente della municipalizzata Aem, fino a scalare la presidenza della Fiera di Milano. Ma ve lo immaginate uno che dirigeva la Fiera che arriva a Viale Mazzini, dove intere generazioni di campioni del sottogoverno distillano da lustri alta politica, bassa politica e veleni?
Carlo Rossella, gli dedica subito su Panorama una paginata intitolata "Metti uno Stakanov nella Roma piaciona", raccontando di uno che – figurarsi "vuole milanesizzare viale Mazzini". Ma è un disastro. Non c’è trappola nella quale Cattaneo non cada, fino a quella di Tony Renis direttore artistico di Sanremo. Sembra quasi la storia di Filiberto Guala, raccontata da Ettore Bernabei, mitico e rimpianto direttore generale della Rai. Prima di Bernabei, Guala era l’uomo forte che dava fastidio a molti. Così un giorno gli preparano un’imboscata: convincono i nipoti di Pacelli a far vedere al papa il varietà del sabato sera, per fargli capire di che orribile strumento di perdizione si trattasse. La sera che al papa fu portato un televisore, si presentò in via Teulada un ometto che ordinò alle ballerine di scoprirsi le gambe. Apriti cielo. Il lunedì sull’ "Osservatore Romano" uscì un corsivo contro il governo nel quale si sosteneva che le coreografie del varietà violavano i Patti Lateranensi. Guala raccomandò che nelle puntate successive le ballerine si rimettessero le sottane. Ma il sabato dopo un altro ometto arrivò a via Teulada e diede disposizione che le ballerine indossassero mutandoni chiusi fino alle caviglie. L’indomani tutta la stampa laica sparò contro la Rai che prendeva ordini dal Vaticano. Guala fu scaricato da Segni e da Gronchi e si dimise. Qualche mese dopo si fece frate trappista.
Dubitiamo che Cat finirà frate trappista e la cosa ci crea francamente qualche ansia perché, se dovranno risarcirlo, magari lo metteranno alle Ferrovie al posto di Cimoli. Ma in Tv si rischia la sanità mentale, in treno quella fisica. E poi intorno al suo posto alla Rai si affolla un plotone di candidati che rischia addirittura di farcelo rimpiangere.
Per il resto, facendo ammenda, confessiamo una crescente nostalgia per i grand commis e i boiardi della prima Repubblica e solo un ultimo sussulto di dignità ci trattiene dal dire: aridateci Bernabei.
statera@ilpiccolo.it
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Affari & Finanza
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E la chiamano crisi
Guido Ascari
È in discussione la proposta di permettere la rateizzazione dei debiti delle società di calcio verso l’erario: il Governo e la Lega calcio sembrano spaccarsi, mentre i tifosi sembrano minacciare di spaccare tutto.
Spagna, 1990
Il 15 di ottobre del 1990 in Spagna fu promulgata una legge, divenuta in seguito nota come Ley del Deporte. L’intenzione del legislatore era di mettere ordine nel mondo del calcio che allora versava in uno stato di "crisi".
Fu data quindi una nuova speciale personalità giuridica alle società calcistiche, fu istituita la Liga National de Fútbol Profesional (Lfp), ma, soprattutto, fu varato il secondo "plan de saneamiento". Stabiliva che i debiti delle società di calcio verso l’erario e la sicurezza sociale fossero sanati e passati alla Lfp, la quale ne garantiva il pagamento attraverso il versamento del 7,5 per cento degli introiti della "quiniela" (ossia, il Totocalcio spagnolo).
Ca va sans dire, quattordici anni dopo il calcio spagnolo versa in uno stato di "crisi" peggiore rispetto al 1990 e i club, come in Italia, non esitano a chiedere senza ritegno un ulteriore aiuto allo Stato (nonostante l’attenta vigilanza Ue in questa materia).
I numeri del calcio
L’esempio spagnolo insegna ancora una volta che un aiuto statale oggi non può risolvere la "crisi" nel medio periodo. Sono il buon senso ed elementari ragionamenti economici a suggerirlo: se esiste sempre un prestatore di ultima istanza, in assenza di controlli e penalità, non esiste alcun incentivo a comportamenti virtuosi.
In sostanza, la rateizzazione del debito verso l’erario serve solo garantire che i furbi si iscrivano al campionato.
Ma non risolve la "crisi". Crisi? Ma siamo sicuri dell’esistenza di questa crisi?
I ricavi del calcio italiano negli ultimi dieci anni sono cresciuti del 216 per cento.
In particolare, i ricavi dalla Tv passano da 93 milioni di euro nel 1993-94 a 550 milioni di euro nel 2000-01. L’attenzione per il calcio sui media non è mai stata così alta. Praticamente ogni giorno in TV si parla di calcio in prima o seconda serata. I venticinque programmi televisivi con la maggior audience sono partite di calcio.
È stato stimato (Nomisma 2003) che i ricavi aggregati del calcio in Italia ammontino a circa 4.200 milioni di euro.
Questi numeri e altri ancora ci dicono che il calcio è uno dei settori più fiorenti, a più rapida crescita negli ultimi anni. Altro che crisi.
La tempesta pay-per-view
La crescita è dovuta sostanzialmente all’evoluzione tecnologica: la pay-per-view, che ha generato un’accelerazione improvvisa dei ricavi delle squadre di calcio. Una vera e propria tempesta.
Ed è difficile pensare che una tale rivoluzione (perché di questo si tratta, almeno in Italia) nel modo di vedere e vendere il calcio non comportasse problemi e squilibri (si pensi, ad esempio, al settore dell’It solo pochi anni fa).
A maggior ragione se questa tempesta avviene in un mare dove i capitani delle navi non usano le bussole. Nell’ultimo decennio infatti i salari dei giocatori sono cresciuti del 453 per cento. Ma questo non sorprenda più di tanto: è sempre stato così.
Il calcio non si è mai caratterizzato per sane finanze e buon management, durante tutta la sua storia. Che è una storia di debiti e perdite sempre appianate dalla proprietà di turno, di decreti "salvacalcio" (il decreto "spalmaperdite" n. 485 del 1996 consentiva alle società di diluire le minusvalenze nei tre esercizi successivi), di plusvalenze misteriose (pratica in atto già dagli anni Ottanta), e così via.
Nessuno si è arricchito col calcio. La domanda sorge spontanea: perché entrare in questo business "malato"? Non è questa la sede per rispondere, ma nessuno è fesso, e i vantaggi, state sicuri, ci saranno.
Sembra abbastanza naturale che alcune aziende appartenenti a un settore così gestito, di fronte a uno stato di turbolenza dell’industria, versino in condizioni di difficoltà.
Tanto più che le televisioni non le hanno aiutate. Anche loro hanno sbagliato i conti sul valore del calcio in Tv. Oggi negoziano al ribasso, mentre i club hanno firmato contratti pluriennali con i giocatori sulla base di aspettative d’entrata diverse. E infatti è già in atto una deflazione salariale, che riaggiusti un po’ lo squilibrio.
La crisi è però singola, e non so quanto sistemica, nel senso che le società hanno sempre avuto debiti che storicamente sono stati appianati con ricapitalizzazioni della proprietà. E così sarà ancora.
Altrimenti, ancora come sempre, si vende: a mio avviso, il valore del marchio Roma è superiore ai suoi debiti; se Franco Sensi abbassasse le proprie richieste, forse troverebbe facilmente un acquirente. Una possibile difficoltà può derivare dal fatto che adesso i numeri sono indubbiamente più rilevanti (in linea con l’aumento dei ricavi).
Non sorprendentemente la crisi coinvolge soprattutto quei club i cui dirigenti hanno dimostrato cattivo management anche nel loro core business (si vedano gli esempi di Lazio e Parma): perché avrebbe dovuto essere diverso quando si occupano di calcio?
In un settore in trasformazione, alcune aziende sopravvivono e si rafforzano, altre invece falliscono e scompaiono. Si chiama legge del mercato. Ma pare che al calcio non si possa applicare.
La rottura tecnologica introdotta dalla pay-per-view pone un problema serio che non è tanto riscontrabile nella crisi finanziaria del calcio, ma nello squilibrio competitivo fra team di grosso richiamo e piccole squadre. Questo è dimostrato in modo lampante dalle vicende estive sui diritti Tv in Italia e Spagna: la gara, già impari, è diventata farsesca. Si tratta dell’avvento dell’economia delle superstar, grazie alla nuova piattaforma tecnologica (vedi Ascari del 27/08/02).
Il campionato italiano sta cambiando e forse diventa meno interessante. Pochi club dominano. Altro che la palla è rotonda: non esiste più un Partenio tomba delle grandi squadre. Quanto potrà andare avanti? La Superlega bussa alle porte, e, con essa, la scomparsa del campionato di calcio italiano.
lavoce.info
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Emergenza rifiuti: esce di casa la sera per gettare la spazzatura e va a finire in Germania
Un abitante di Aversa aveva detto alla moglie che sarebbe andato a gettare la spazzatura ma per compiere il semplice gesto sì è visto obbligato a prendere un treno diretto per la Germania: il cassonetto più vicino si trovava a Dusseldorf.
Aversa - Una volta le donne si preoccupavano quando il marito annunciava loro di andare a comprare le sigarette. Maria Filomena Acampora, invece, ha visto il marito scomparire per diverse settimane dopo averle detto: “Vado a gettare la spazzatura”.
Signora Acampora, ha notizie recenti di suo marito?
L'ultima volta che l'ho sentito mi chiamava da Dusseldorf: pare che per noi di Aversa i cassonetti della spazzatura più vicini siano lì.
Com'era di umore suo marito?
Che vuole che le dica, l'ha presa con filosofia. “Marì” - mi ha detto - “già che songo accà vedo se truovo 'nu lavoro”. Sa mio marito è disoccupato, un viaggio in Germania prima o poi doveva farlo...
Insomma, non tutto il male vien per nuocere
Infatti: l'amministrazione comunale ha trovato l'idea geniale. E adesso ha organizzato addirittura dei treni speciali. Si vantano di avere risolto in un colpo solo i due problemi più gravi di Aversa: l'emergenza rifiuti e la disoccupazione.
I soliti avvoltoi
Mah... veramente a me più che avvoltoi sembrano i gabbiani delle discariche: 'sti politici sembrano tutti belli e lindi ma poi se ci vai vicino senti che gracchiano e puzzano di monnezza
Filosofia Aversana?
No veramente io so' Filomena Acampora, piacere.
Il piacere è tutto nostro signora...
giuda.it
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Francia, ondata socialista
Conquistate 21 regioni su 22, in bilico il governo Raffarin
da Repubblica - 29 marzo 2004
LA SCOMMESSA DEL FUTURO. LA SCONFITTA PIÙ PESANTE
Francia, terremoto per Chirac
Il trionfo della sinistra: 21 regioni su 22 all´opposizione
È dal 1981, l´anno dell´avvento di Mitterrand, che la destra non era battuta così pesantemente
La sinistra ha superato le divisioni del 2002. Ma la vera sfida saranno le presidenziali del 2007
DAL NOSTRO CORRISPONDENTE GIAMPIERO MARTINOTTI
parigi - La sinistra dilaga, la destra incassa la più pesante sconfitta dal 1981, l´anno che vide l´avvento al potere di François Mitterrand. I risultati del secondo turno delle regionali sono una condanna senza appello per Jean-Pierre Raffarin e il suo governo, ma anche per Jacques Chirac. Ieri sera, con il passare dei minuti, la Francia si è tinta di rosa. Uno dopo l´altro, tutti i bastioni moderati sono caduti come birilli. Secondo i dati disponibili in tarda serata, la gauche ha ottenuto il 49, 8 per cento dei suffragi, la destra il 37 per cento, il Fronte nazionale il 13, 2 (ma il 16 per cento nei diciassette territori in cui era presente al secondo turno). Ancor più impressionante il conteggio delle regioni: la sinistra ne conquista 21 su 22 nella Francia metropolitana, cui si aggiungono le quattro regioni d´Oltremare. Poco dopo le venti, il sorriso radioso di Ségolène Royal, la socialista che ha conquistato il feudo elettorale di Raffarin, si è trasformato nel simbolo di una vittoria dalle proporzioni insperate.
Un terremoto politico, insomma, come quello di due anni fa. Allora, il 21 aprile 2002, Lionel Jospin fu eliminato al primo turno delle presidenziali, la sinistra non ebbe altra scelta che votare Chirac per sbarrare il passo a Jean-Marie Le Pen. Ieri, la situazione si è capovolta. Anche se in gioco non c´era il governo nazionale, gli elettori hanno condannato senza appello la politica del centro-destra. Il primo a trarne le conseguenze, con grande onestà, è stato il ministro del Lavoro, François Fillon: «E´ una disfatta gravissima per il governo e la maggioranza. Due anni fa, la sinistra ha subìto una sanzione storica, oggi siamo noi ad essere colpiti allo stesso modo».
La carta politica del paese è in effetti radicalmente cambiata. Solo l´Alsazia resta un´imprendibile cittadella del centro-destra. Altrove, il voto socialista assomiglia a un maremoto: cade l´Auvergne, dove Valéry Giscard d´Estaing è battuto nella regione che guidava dal 1986. L´ex presidente, a 78 anni, chiude la sua carriera politica con una sconfitta bruciante. Ma cadono anche il Languedoc-Roussillon, la Borgogna, la Bretagna, il Rodano-Alpi, la Corsica (dove il risultato è più aperto, perché si è votato con il sistema proporzionale), mentre resta rosa l´Ile-de-France, la regione-simbolo che i moderati speravano di riconquistare. E questa volta la sinistra vince da sola, senza la complicità del Fronte Nazionale: se in molte altre occasioni l´estrema destra aveva fatto oggettivamente il gioco dei socialisti e dei loro alleati, questa volta non è stato il caso, visto che la sinistra sfiora la maggioranza assoluta dei suffragi. Un successo reso possibile anche dai voti dell´estrema sinistra, che al primo turno era rimasta sotto il 5 per cento: se i dirigenti trotzkisti hanno rifiutato di dare indicazioni di voto, i loro elettori sembrano aver votato in massa la sinistra riformista. Un dato che sembra confermato anche dalla partecipazione al voto, aumentata di poco più di due punti rispetto al 21 marzo.
Se si comparano i due turni, ieri francesi hanno rafforzato il loro messaggio di sfiducia nei confronti del governo: la destra non ha recuperato voti, la sinistra ne ha guadagnati. La volontà di penalizzare Raffarin e la sua politica è stata talmente lampante da lasciare i dirigenti dell´Ump, il partito di Chirac, quasi balbettanti di fronte alle telecamere. La politica di Raffarin è apparsa al paese troppo a destra, troppo liberale, troppo ispirata dalle esigenze confindustriali. Paese conservatore, la Francia vive con disagio l´idea riformare le pensioni, le indennità di disoccupazione o l´assistenza sanitaria senza un vero consenso sociale. Non a caso, tutti i leader della destra hanno implicitamente riconosciuto la necessità di una politica più morbida, spostata al centro. In una parola: più consensuale.
Il risultato di ieri, tuttavia, non è un assegno in bianco per la sinistra. I socialisti sono riusciti finora ad ottenere un primo risultato: mettere fine alle divisioni che avevano portato al tracollo del 2002. La sinistra si è di nuovo unita e qualcuno spera addirittura di arrivare a un candidato unico alle presidenziali del 2007. Ma al tempo stesso la gauche dovrà definire i contorni di un progetto e di una politica alternativa, indicare com´è possibile ridurre i deficit senza ridimensionare il welfare state. Ha ancora tre anni di tempo per presentare ai francesi le sue soluzioni.
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LO SCENARIO
Il premier potrebbe dimettersi già oggi, strada spianata per il popolare ministro dell´Interno
L´Eliseo prepara il cambio e Sarkozy insidia Raffarin
I dirigenti del centro-destra unanimi dopo la sconfitta: "Ci vuole un nuovo slancio"
Il capo dello Stato pronto ad accettare, pur se a malincuore, il cambio al vertice
DAL NOSTRO CORRISPONDENTE
PARIGI - E adesso cosa farà Jacques Chirac? Vecchia volpe della politica, abituato a tutte le manovre, sempre pronto a riprendere slancio dopo le sconfitte più brucianti, ieri sera il presidente della Repubblica ha masticato amaro. Ancora una volta, il paese gli ha voltato le spalle. Eletto trionfalmente due anni fa con l´82 per cento dei suffragi, Chirac è oggi un presidente affannato, che deve trovare una nuova politica e nuovi uomini per riconquistare il consenso del paese. Difficile immaginare che in questo contesto possa lasciare al suo posto Jean-Pierre Raffarin, nel quale sembrava avere una fiducia quasi illimitata. Il primo ministro ha subito una disfatta politica e personale di tali proporzioni da metterlo fuori gioco: l´idea di un ampio rimpasto di governo, circolata per tutta la settimana scorsa, sembra difficile da praticare alla luce del risultato elettorale. E naturalmente non si può fare a meno di pensare alla nomina di Nicolas Sarkozy, il popolarissimo ministro dell´Interno, alla guida del governo. Un gesto cui probabilmente Chirac non si è ancora rassegnato, tanto forti sono il suo rancore e la sua inimicizia per il beniamino dei sondaggi.
Raffarin aveva insistito sul carattere locale delle elezioni regionali. Aveva martellato questa idea fino alla noia, ma si era anche impegnato a fondo nella campagna. E il risultato elettorale non può che essere considerato come una sconfessione del primo ministro e della sua politica. Mogio mogio, il capo del governo si è presentato di fronte alle telecamere per leggere una breve dichiarazione: «L´azione dev´essere più efficace, l´azione dev´essere più giusta. Dei cambiamenti s´impongono, senza dubbio». Parole di circostanza di un uomo che sembra pagare per un altro, il presidente. Sono le promesse elettorali di Chirac, disattese, a far crollare la destra. Eletto da tutto il paese, in un clima di ritrovata unità democratica, il capo dello Stato ha lasciato le briglie sciolte al suo governo e ai suoi uomini più liberali. E così metà e più dei suoi elettori si è sentita tradita. La crisi economica ha fatto il resto: la disoccupazione è aumentata, la crescita segna il passo da quattro anni, la pressione fiscale tende a risalire.
«Ci vuole un nuovo slancio», hanno ripetuto in coro tutti i dirigenti del centro-destra, visibilmente scossi da una sconfitta inattesa in queste proporzioni. Dall´Eliseo non sono venute indicazioni, ma Raffarin potrebbe dimettersi già oggi. Tutto dipenderà dai contatti della notte fra il presidente e i leader della maggioranza: in Francia non si perde tempo e se un primo ministro si dimette, il nuovo governo dev´essere formato in ventiquattr´ore. E´ possibile, quindi che i tempi si allunghino, che si adeguino alle scelte di Chirac, che dovrà tener conto dei dissensi politici e delle rivalità personali che agitano l´Ump, il partito della destra.
Se il capo dello Stato sacrificherà Raffarin, non avrà molte alternative. La base elettorale conservatrice reclama la nomina di Sarkozy, considerato l´unico uomo in grado di ridare speranza alla destra. Chirac dovrebbe superare così le sue forti reticenze, accettare di lavorare con un uomo cui non ha mai perdonato il tradimento del 1995 (Sarkozy si schierò con Edouard Balladur nella corsa all´Eliseo). La scelta del ministro dell´Interno è nella logica delle cose, ma presenta anche un rischio: Sarkozy è un uomo della destra pura e così è percepito dal paese. La sua scelta, insomma, potrebbe sembrare contraddittoria con la necessità di una politica più attenta al sociale. Lui stesso ne è cosciente e nei suoi numerosi comizi fra i due turni non ha mai dimenticato di sottolineare la sua volontà di appoggiare una politica che tenga conto dei ceti più fragili della società francese. Sarkozy, insomma, è pronto.
(g.mar.)
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L´ITALIA
Il segretario dei Ds, Piero Fassino
"In Europa fiducia nel centrosinistra
ROMA - «Un vento nuovo spira in Europa e cresce in ogni Paese del continente la quantità di cittadini che torna a guardare con fiducia alle forze di centrosinistra». Così ha commentato il segretario dei Ds, Piero Fassino, i risultati elettorali del secondo turno delle elezioni regionali francesi. «La vittoria in Spagna e il successo in Francia», ha aggiunto, «indicano una strada in vista delle prossime elezioni europee e rafforzano anche in Italia le prospettive di successo del centrosinistra». Per il leader dei Verdi, Alfonso Pecoraro Scanio la vittoria sciacciante della coalizione di centrosinistra è un risultato che dimostra che «la sinistra plurale e lo spirito di coalizione possono sconfiggere la destra in tutta Europa». È un risultato che, ha continuato, rende più vicino un obiettivo importante: «vincere in tutta Europa il 13 giugno per avere un Parlamento europeo di centrosinistra».
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Fassino: "In Europa fiducia nel centrosinistra
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Robin Hood dei ricchi
di Nicola Cacace
da l'Unità - 29 marzo 2004
Gli strateghi del disastro colpiscono ancora con i panni di Robin Hood indossati alla rovescia. Robin Hood toglieva ai ricchi per dare ai poveri mentre Silvio Berlusconi continua a togliere ai più, lavoratori, pensionati e classe media, per dare ai pochi, ai peggiori tra i pochi, quelli già privilegiati da abolizione delle tasse di successione, condoni fiscali, leggi per il rientro e riciclaggio di capitali, depenalizzazione del falso in bilancio. Questa ricetta che ha già fatto danni, rendendo da un lato il mercato interno sempre più asfittico e la crescita economica sempre più depressa, dall’altro rendendo milioni di cittadini sempre più incerti sul loro futuro, quindi impoveriti e sfiduciati nel portafoglio e nell’anima, viene riproposta con arroganza e pervicacia.
L’ultimo “menù creativo” proposto da Cernobbio, ai governati del Bel paese si compone essenzialmente di tre portate, la prima rivolta ai lavoratori, lavorate di più rinunciando gratis a qualche festività, la seconda rivolta ai pensionati di ieri oggi e domani, contentatevi di pensioni sempre più misere e incerte, la terza rivolta ai “compagni di merenda”, arricchitevi sempre di più che pagherete meno tasse, soprattutto quelli tra voi inclini all'evasione ed all’elusione fiscale e alla finanza creativa più che alla produzione di beni e servizi reali.
Che dire? Dalla rivoluzione industriale c’è voluto poco più di un secolo di lotte politiche e sindacali per ridurre le ore di lavoro, portando la settimana lavorativa da 60 a 40 ore, a 35 in Germania, Francia e Scandinavia, portando le settimane di ferie da una a quattro, cinque in Scandinavia, introducendo tre mesi di maternità retribuita per le lavoratrici in tutti i Paesi civili, ad eccezione dell’America; così dimezzando in cento anni, in tutto il mondo industriale, le ore annue lavorate da 3200 a 1600. Oggi, nel secolo del più accelerato progresso tecnico, ci si viene a proporre di risolvere i problemi del Paese rimandando indietro le lancette della storia, avvicinandosi all’Africa ed allontanandosi dall’Europa. Le giornate di festività, dieci od undici, sono oggi il minimo di festività vigenti in tutti i Paesi industrializzati, America inclusa, e sono già state ridotte una quindicina di anni fa. Ridurle ancora significherebbe una ulteriore peggioramento della qualità della vita soprattutto per le categorie più umili. Oggi è sempre più difficile che una famiglia operaia possa trovare il tempo per passare qualche festività con figli ed amici essendo il tempo disponibile sempre più prerogativa delle classi agiate. Duemila anni fa Seneca , in una famosa lettera a Lucilio, scriveva «Caro Lucilio, fa ciò che mi scrivi, fa tesoro di tutto il tempo che hai. Sarai meno schiavo del domani se ti sarai reso padrone del tempo. Per me non è povero del tutto colui che difende gelosamente il tempo che possiede, perché, ci ammoniscono i nostri vecchi, è troppo tardi per risparmiare il vino quando si è giunti alla feccia». Oggi la differenza tra veri ricchi e veri poveri è tra chi ha tempo disponibile per il lavoro ma anche per se, per la famiglia, per la cultura, per l’amore, per la politica, per lo sport e tra chi ha tempo solo per il lavoro.
[/CAP3X2][CAP3]Berlusconi propone di ampliare un divario nei tempi-vita tra ricchi e meno ricchi che è già nei fatti. Quanto alle tasse pagate con metodo sempre meno progressivo, secondo il programma e le proposte del governo di centro-destra, con metodo cioè che finisce per alleggerire sempre più il carico fiscale delle categorie più ricche (questo significa portare le aliquore dell’Irpef a due dalle attuali quattro abbassando la massima dal 46% al 33%), basterebbe leggersi le cronache della grande crisi del 1929-30, che dall’America si diffuse in tutti i paesi più ricchi di allora, Italia compresa, per comprendere i danni anche economici di tali politiche. Quella crisi fu determinata proprio da un decennio di politiche fiscali dei governi di destra a favore dei ricchi, che spostò reddito dalle classi operaie e medie a favore del 20% della popolazione con l’inevitabile risultato finale che fece deflagare la grande depressione: l’80% della popolazione impoverita da quelle politiche fiscali regressive, aveva sempre meno soldi per consumare determinando una grave crisi da domanda, mentre la minoranza arricchitasi oltre ogni limite fece ogni tipo di speculazione finanziaria determinando prima la Bolla di Borsa e poi la crisi della Borsa. Qualcosa di molto simile è successo in America ed in Europa con l'esplosione della Bolla di Borsa, del 2001, dopo un decennio di politiche inique di distribuzione del reddito. Questo per non parlare che degli effetti negativi sull’economia di una politica di iniqua distribuzione dei redditi. E poi c’è da ragionare sullo Stato sociale. Le politiche della destra in tutto il mondo tendono a ridurre le entrate dello Stato per privatizzare i Servizi, cioè distruggere lo Stato sociale. Basta guardare ai bilanci sempre più tagliati di Sanità ed Istruzione pubblica in Italia. Senza parlare della distruzione dello Stato sociale operata in America dall'epoca di Reagan in poi, col risultato che riducendo a senso unico le tasse, cioè solo per i ricchi, oggi 50 milioni di cittadini americani sono senza alcuna copertura sanitaria e 100 milioni di lavoratori americani non potendosi pagare una pensione integrativa sono costretti a lavorare sino a settant’anni ed oltre. Se sono questi gli obiettivi del sig. Berlusconi è bene che tutti in piedi gli diciamo che non è questo il mondo che vogliamo per noi ed i nostri figli, che per guadagnare un centesimo di punto di Pil - ammesso che ci si riesca con tali metodi medioevali - non siamo disposti a ridurre ulteriormente il nostro già scarso tempo-vita.
L’attuale declino del Paese non è dovuto alle dieci festività comandate o alle 3-4 settimane di ferie di cui i lavoratori, non tutti purtroppo, godono. Esso è anche dovuto al fatto che l’economia di carta è stata favorita rispetto all’economia reale con un forte impoverimento dei redditi dei fattori produttivi, capitale e lavoro, a vantaggio delle rendite finanziarie ed immobiliari e con indebolimento della capacità di innovazione del paese. Su questi problemi bisogna agire non abolendo la festa del patrono e Pasquetta.
Ci sarebbe da ridere se non ci fosse da piangere. Ancora una volta gli strateghi del disastro tentano di uscirne con ricette ridicole e sbagliate. Non deve essere difficile far capire agli italiani che il «meno tasse e meno festività per tutti» di Berlusconi in realtà nasconde un più sgradevole «meno tasse per i ricchi e meno servizi per tutti» e che il declino del Paese è anche legato ad una filosofia pauperistica sbagliata, che punta solo a ridurre salari, pensioni e tempi di vita invece di favorire le conoscenze, il lavoro creativo, le innovazione, l’istruzione e la ricerca.
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Dean ci riprova con “Democracy for America”
di Bernardo Parrella
Come promesso Howard Dean torna in pista. E lo fa capitalizzando sull’esperienza dell’attivimo online accumulata nell’esperimento delle primarie. Nella speranza di tenere calde quelle legioni di simpatizzanti e/o semplici cittadini che lo avevano calorosamente appoggiato (per lo più via blog e siti vari) in tale esperimento. Democracy for America è la nuova entità politica appena lanciata con l’obiettivo di muoversi a livello di base, creando partecipazione e comunità.
Tratto da
A giudicare dal documento iniziale, meta immediata rimane comunque il cambiamento di leadership a novembre: “Per sconfiggere George Bush il Partito Democratico e il suo candidato devono far valere con forza i nostri principi, non venire a patti sulle differenze con la Casa Bianca più radicale degli ultimi tempi. Dobbiamo spiegare direttamente i modi in cui le politiche di George Bush favoriscono i privilegiati e le ideologie di destra.”
Da qui si dipana una sorta di carta programmatica suddivisa punto per punto, una sorta di “agenda radicata nella speranza e nei veri valori americani.” Nei prossimi mesi, Democracy for America si propone tra l’altro di raccogliere fondi per i candidati al Congresso e sviluppare partnership strategiche con altre organizzazioni progressiste. Il documento chiude con l’invito a coinvolgersi per “rendere Democracy for America un potente strumento capace di continuare la battaglia per il futuro dell’America”.
In contemporanea con l’annuncio, si sono poi svolte brevi manifestazioni a Seattle, San Francisco e New York, a conferma del carisma che segue ancora Dean e delle potenzialità dell’organizzazione nel futuro sostegno a Kerry. In tal senso si stanno valutando le opzioni per sfruttare il supporto online ricevuto da Dean, ovvero le oltre 600.000 persone che avevano ‘signed up’ online e la cospicua mole di indirizzi e-mail raccolti. Sembra che il passaggio alla campagna Kerry di simili database vada verificato sulla base delle attuali norme federali.
Comunque sia, è chiaro che l’iniziativa merita attenzione, anche per l’ampia portata del progetto che sembra comunque voler rimanere ‘grassroots’, ovvero militante e auto-regolatensi nel bel mezzo del pianeta digitale. Pur se resta tutto da vedere se e quali influssi concreti potrà avere sulle presidenziali di novembre
quintostato.it
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Indietro, miei Prodi
Il presidente della commissione UE dice che se l'Ulivo fosse al governo ritirerebbe le truppe dall'Iraq. Molto di più di quanto sostenuto finora dai "riformisti". Un buon viatico per la mozione zapaterista.
Romano Prodi ha fatto discutere, e molto, lo schieramento di centrosinistra in questo fine settimana. Il presidente della Commissione Europea ha detto quello che diversi leader del centrosinistra non sono riusciti a dire in queste settimane e mesi, o che hanno detto nascondendo e diluendo il concetto in dosi omeopatiche.
Primo: la guerra in Iraq è stata sbagliata e illegittima. Secondo: l’occupazione dell’Iraq, che ne è conseguenza diretta, è altrettanto sbagliata e illegittima. Terzo: l’unico soggetto che può riportare la legalità in Iraq è l’Onu. Quarto: se il centrosinistra fosse al governo ritirerebbe le truppe da quel paese.
L’uscita di Prodi non è casuale. E’ il frutto di un movimento, di uno smottamento del fronte dei willings, dopo le elezioni spagnole, che si sta trasformando in valanga. I governi che hanno appoggiato la guerra sono in grandi difficoltà e presto potrebbero essere sostituiti. Nella testa di diversi esponenti della sinistra europea e mondiale, si sta facendo largo l’idea che dire “ritiriamo le truppe” fa acquistare consensi, e non ridurli.
Anche in Italia la vittoria di Zapatero ha fatto riflette. C’era chi – nelle file dei Ds e del centrosinistra – sosteneva solo poche settimane fa che il leader del Psoe si avviava a sicura sconfitta anche per le sue posizioni sull’Iraq. E sulla scorta di questo, nessun dirigente delle forze riformiste si è azzardato a pronunciare la parola ritiro, se non per criticare tale eventualità (“sarebbe irresponsabile” diceva Fassino solo qualche giorno prima del voto sul decreto di proroga della missione).
Oggi dire “ritiro” è quasi di moda. Questo giornale – nel pieno della sciagurata guerra intestina dentro l’Ulivo – ha lanciato l’idea di una posizione unitaria del centrosinistra su questo punto. Abbiamo detto: facciamo una “mozione zapaterista”, diciamo insieme che il 30 giugno è il limite massimo, oltre il quale o c’è l’Onu o i soldati italiani tornino a casa. Su questa mozione abbiamo raccolto il consenso di importanti forze del centrosinistra. Continueremo, in questa settimana, a battere su questo tasto, aprendo un confronto anche con i movimenti, perché si arrivi in tempi rapidi alla definizione di un testo e si passi dalle parole ai fatti, vale a dire alla battaglia politica. Dopo la pronuncia di Prodi, davvero sarebbe impensabile perdere altro tempo. E quindi, come si diceva una volta, al lavoro e alla lotta.
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Una ricetta per vivere peggio (da Repubblica)
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di LUCIANO GALLINO Con la proposta di sopprimere alcune festività al fine di rilanciare la produzione il presidente del Consiglio dimostra di essere un fine economista; ovvero di essere, in tema di economia, ben consigliato. Un ponte in meno, ha detto, produce un incremento sensibile sul prodotto nazionale. Non c'è dubbio che le cifre gli diano ragione. Il Pil viene prodotto con poco più di 200 giornate lavorative, corrispondenti a 1620 ore effettivamente lavorate in media per occupato.
Una media che combina gli orari più lunghi dell'industria e quelli un po' più brevi del pubblico impiego, gli impieghi a tempo pieno e quelli a tempo parziale. In una giornata di lavoro si produce dunque un mezzo punto percentuale di Pil. Basterebbe allora sopprimere, per dire, sei giornate festive l'anno per incrementare di colpo la crescita del Pil del 3 per cento annuo.
Ci avessimo soltanto pensato prima, l'economia del paese non si troverebbe nella situazione critica che molti lamentano. O forse no. Perché nel ragionamento che suggerisce di lavorare di più per arricchirsi tutti c'è una piccola crepa. Esso implica infatti che l'intera produzione addizionale di beni e servizi eventualmente ottenuta con alcune giornate lavorative in più sia interamente venduta. Il che non sembra davvero realistico.
Moltissime imprese faticano oggi a vendere le quantità di beni che producono con le giornate di lavoro attualmente effettuate. È la radice della crisi che le minaccia. In molti settori industriali esiste un eccesso di capacità produttiva: le aziende potrebbero produrre cento, ma dato che riescono sì e no a vendere settanta, quello producono. È proprio per questo motivo che hanno chiesto, e prontamente ottenuto dal governo con la legge 30 e il relativo decreto attuativo dell'ottobre scorso, nuovi tipi di contratto che permettono di occupare forza lavoro in maniera discontinua, come il lavoro in affitto (detto anche, pudicamente, "in somministrazione") e il lavoro intermittente. In modo da adattare l'occupazione in azienda all'andamento del proprio mercato.
A fronte di queste situazioni, l'aggiunta di alcuni giorni lavorativi al calendario annuo genererebbe presumibilmente più disoccupazione, e più precarietà. D'altra parte la discussione sulla necessità di provare ad accrescere l'occupazione non già aumentando, bensì diminuendo gli orari di lavoro, va avanti da decenni in tutti i Paesi europei, dal Portogallo alla Finlandia, dall'Irlanda alla Grecia.
Da essa sono scaturiti contratti collettivi e interventi legislativi che hanno portato a ridurre le ore annue effettivamente lavorate pro capite dalle 1800-2000 del 1970 alle 1330-1700 di inizio del XXI secolo, con un parallelo e sostanziale incremento di produttività. Il limite inferiore, nel cennato rango delle ore lavorate pro capite nel 2001, è segnato dall'Olanda, a causa della grande diffusione in tale paese del tempo parziale; mentre quello superiore tocca al Regno Unito. Con le sue 1620 ore l'anno l'Italia supera di circa 50 ore la Francia - nonostante le riduzioni d'orario realizzate in essa con la legge sulle 35 ore, che ha avuto indubbi effetti positivi sull'occupazione - di 100 ore il Belgio, di 170 ore la Germania. Non siamo insomma i più pigri tra gli europei.
Ancora, è la riduzione degli orari di lavoro, non già il loro aumento, che ha permesso di superare crisi aziendali gravissime, come quella della Volkswagen alcuni anni fa. Per tacere di altri dati che possono lasciare indifferenti i fini economisti, ma ai quali i milioni di persone che svolgono altri ordinari mestieri attribuiscono una certa importanza.
Nel 1970, quando in Italia si lavorava 1900 ore l'anno, si viveva quasi 10 anni di meno. Più precisamente, la età mediana dei morti era inferiore a quella odierna di circa 10 anni. Altri fattori hanno sicuramente contribuito a questo straordinario risultato, in primo luogo il sistema sanitario nazionale.
Ma un fattore determinante sono stati l'aumento delle giornate di vacanza, degli svaghi, del riposo, delle cure per la persona, delle attività culturali, delle relazioni sociali, del tempo dedicato ai figli, reso possibile dalla riduzione di oltre 250 ore dell'orario annuo di lavoro.
Proporre oggi di ricominciare a lavorare di più, significa quindi prospettare la possibilità - quali che siano le buone intenzioni del proponente - di ricominciare a vivere peggio, e forse anche meno a lungo. È possibile che il presidente del Consiglio, buttando lì l'idea di lavorare qualche giorno in più l'anno, avesse in mente il caso di qualche altro paese.
Ad esempio il caso della Corea del Sud, dove si lavora tuttora 2.500 ore l'anno. Ma non sembra questo un Paese adatto da prendere a modello per l'Italia, quando si pensi alle condizioni di lavoro, di ambiente, di tutele legislative, di rappresentanza sindacale in esso predominanti.
Oppure quello degli Stati Uniti, dove in effetti le ore annue realmente lavorate superano le 1800, con un considerevole aumento rispetto a un decennio fa. Ma gli americani non lavorano di più per amore del Pil. Lo fanno perché vi sono costretti dai bassi salari. In Usa il salario medio dei lavoratori dipendenti, al di sotto del livello di quadro o capo intermedio (foreman), è infatti tuttora inferiore, in termini reali, a quello del 1973, dopo una forte discesa durata quasi vent'anni, e un parziale ricupero da metà degli Anni '90.
Il salario basso obbliga a fare gli straordinari, a cercarsi due lavori, a lavorare in due in famiglia anche se l'onere per la famiglia è grave. Spinge anche, ovviamente, a fare meno giorni di vacanza e di riposo. Anche questo modello di lavoro e di vita non sembra, in verità, particolarmente attraente.
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LA GAUCHE : MUSICA NUOVA IN EUROPA
Dopo Aznar anche Chirac comincia a vacillare, per effetto della poderosa risalita della sinistra in terra francese in occasione delle recenti elezioni regionali. Una risalita per di più collegata alla nascita di un federalismo regionale vero e solidale (non l'inquacchio della nostra devolution) rispetto al quale la sinistra francese ha saputo e voluto liberarsi dalle spinte centriste che sopravvivevano ancora nel governo Jospin. C’è dunque musica diversa in Europa che sommata alle straordinarie manifestazioni di pace della scorsa settimana fa legittimamente presagire una generale inversione di tendenza nelle politiche locali europee.
Tutto ciò rende ancora più imbarazzante l’isolamento del governo italiano, rimasto ormai da solo fra i grandi paesi europei a difendere l’alleanza dei willings, i volenterosi e subalterni alleati di George Bush in terra irakena. Stavolta il cerino rischia davvero di scottare le dita a Berlusconi, che non ha a proprio a chi porgerlo dopo un semestre europeo interamente dedicato al sabotaggio dell’unità nel vecchio continente. In più questa alleanza incondizionata con gli Usa è diventata un punto fermo del governo Berlusconi e dunque è un macigno che pesa anche nella politica interna del paese. Dalle piazze della pace al Quirinale lo scontro sull’Irak è ormai totale e non sarebbe male se l’opposizione parlamentare smettesse di litigare e pensasse invece a riscuotere questa ghiotta cambiale. Lo stesso Ciampi ha indicato la strada, quella di chiedere all’ONU una nuova risoluzione, per uscire dal pantano della 1511 e restituire credibilità alla legalità internazionale. Ma Berlusconi da questo orecchio non ci sente, come non ascolta gli inviti a collaborare per il rapido cammino della costituzione europea : lo fa non solo per Bush, questa volta, ma anche per gli interessi personali, per un mandato di cattura europeo - bloccato solo dall’Italia - che gli rovina il lifting di notte, tormentando il suo sonno. E per ciò che riguarda l’impegno dei nostri soldati in Irak, dopo aver celebrato come martiri della patria i morti di Nassirya scopriamo dalle parole del premier che in realtà la situazione è ben diversa, che laggiù ci vanno tutti volentieri e sono anche ben pagati, quasi fossero truppe mercenarie. Di che cosa dunque i lamentano i pacifisti che fanno gazzarra in giro per l’Italia ? Che vadano a lavorare piuttosto, sembra dire il premier.
E mentre in Italia Berlusconi galleggia anche grazie a certe ambiguità del centrosinistra, in Francia esplode la vittoria dei socialisti. Anzi, più precisamente, della “gauche”, della sinistra e basta. Tanto è stata chiara la vittoria, senza ambiguità nè compromessi. Dopo la sveglia di Le pen alle ultime politiche, che videro la sinistra divisa e perdente nei ballottaggi rispetto al vento di destra, in Francia anche l’ala più radicale si è ora compattata a un fronte plurale ma unito di tutte le sinistre : dai verdi ai comunisti, dagli ecologisti radicali ai socialisti, hanno conquistato 20 regioni su 22 e si apprestano a lanciare la sfida per le politiche del 2007. Ma Chirac ha il fiato già corto ed è probabile un rimpasto di governo, subito e nei ministeri a rischio.
In Italia stiamo alle favolette della tv, ma anche qui il governo è in affanno e Tremonti ha esaurito i suoi giochi di prestigio. Per salvare la faccia probabilmente accetterà un provvido incarico internazionale, ma l’economia italiana ha bisogno comunque di cure urgenti, che sia Tremonti o altri a somministrarle. Berlusconi non rinuncia (in mancanza d'altro) alla politica degli annunci e ieri a Cernobbio ha nuovamente indicato la luna, riproponendo la mai mantenuta promessa della riduzione fiscale, ma questa volta tutti hanno guardato il dito. Non è più tempo di chiacchiere signor presidente, torni a casa e prepari le sue valigie. Ha fatto un brutto investimento con il suo lifting, perchè dopo le prossime elezioni europee avrà del tutto perduto la sua faccia. Anche in Italia, non solo in Francia, c’è una sinistra forte che farà pesare i suoi voti.
liblab.it
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In migliaia alla convention del candidato alla Regione. "Il cuore dell´isola batte più forte"
Sardegna, la sfida di Soru
Ulivo e Prc con mister Tiscali: "Unità per un cambiamento vero"
"Ora vinceremo di sicuro. A meno che la Destra non metta contro di noi la sua arma più terribile: la Sinistra"
PIER GIORGIO PINNA
da Repubblica - 28 marzo 2004
CAGLIARI - «Non nasciamo contro la politica». «Unità dei partiti per un cambiamento vero». «Difendere l´identità dell´isola nella globalizzazione». E´ all´insegna di queste parole d´ordine che a Cagliari, nella sala congressi della Fiera gremita da migliaia di sostenitori, è partita la battaglia di Renato Soru per la conquista della presidenza della Regione Sardegna, oggi governata dal Centrodestra. Da un punto di vista formale, quella di ieri mattina è stata una convention promossa da Mister Tiscali e dal suo Progetto Sardegna per presentare nei dettagli il programma. Nei fatti, però, ha coinciso con l´apertura della campagna elettorale da parte del candidato del centrosinistra. C´è infatti ancora qualche difficoltà da superare nella coalizione. Ma in sostanza l´intesa è siglata, come sottolineava la presenza in prima fila di tanti politici dell´alleanza.
La manifestazione ha visto coinvolti i rappresentanti di partiti, associazioni, simpatizzanti ed esponenti dei movimenti che sostengono Soru. In sala «tutto esaurito» sin dalle 9,30. Più di duemila persone nel Palazzo dei congressi. Molte altre centinaia, costrette a rimanere fuori, hanno seguito tutto su un maxischermo all´esterno. L´ultima pagina di pubblicità dei due quotidiani regionali («La Nuova Sardegna» e «L´Unione Sarda») recava ieri una scritta a caratteri cubitali: «Da oggi il cuore dell´isola batte più forte». Firmato «la gente, i movimenti e i partiti del centrosinistra con Renato Soru». Lo stesso slogan che campeggiava sui manifesti in sala.
«C´era una gran voglia di fare pace e finalmente ci siamo riusciti - ha detto in esordio il padrone di Tiscali, riferendosi alle febbrili, e a volte estenuanti, trattative degli ultimi mesi - Oggi è una bella giornata di sole e possiamo partire». In sala è stato quindi proposto il videomessaggio d´augurio del grande archeologo e accademico dei Lincei Giovanni Lilliu, e, poco dopo, letto un brano dello scrittore nuorese Marcello Fois. E´ intervenuto anche il farmacologo cagliaritano di fama internazionale Gianluigi Gessa che, strappando gli applausi, ha commentato: «Ora vinceremo di sicuro. A meno che la Destra non metta contro di noi la sua arma più terribile: la sinistra». Mobilitato Diego Cugia-Jack Folla, autore e scrittore sassarese: «Torno nell´isola per dare una mano a Soru - ha dichiarato - Da volontario non arruolato, visto che non percepisco compensi».
Così, a 48 ore dal via libera alla candidatura, Renato Soru è entrato nel vivo dei programmi. E si è soffermato su una serie di temi (dall´ecologia al lavoro) già toccati nel corso delle decine d´incontri promossi un po´ in tutta la regione nell´ultimo periodo.
All´incontro di ieri, esponenti della Margherita, dei Ds, dello Sdi-Su, dell´Ap-Udeur, del Pdci, del Prc, e dell´Idv. Come preannunciato, alla convention non hanno invece partecipato i segretari regionali di Ds e Margherita. Nei prossimi giorni dovrebbero essere fugati anche i dubbi e le incertezze che ancora creano qualche motivo di divisione.
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IL PERSONAGGIO
La scommessa dell´imprenditore: "Gestire la globalizzazione"
E il cupo Renato sorrise
"Ora cambierò carattere"
GIOVANNI MARIA BELLU
ROMA - Renato Soru ieri mattina, alla fine della lunga marcia verso la candidatura, ha assicurato che farà il possibile per essere un po´ meno brusco. In un certo senso, un po´ meno sardo. Lo è, infatti, in modo quasi sfrontato: silenzioso, cupo, seriu. Durante uno dei settanta incontri che, da settembre, ha avuto in altrettanti paesi dell´isola, un giovane ammiratore è giunto a dirgli: «Su, Renato, sorridi, sei tra amici». E lui, un po´ a fatica, ha sorriso. Un avvenimento.
Anche ieri è stato visto sorridere. Buon segno. Anche se, a dire il vero, ne aveva tutti i motivi: non farlo nel giorno del trionfo sarebbe stato davvero troppo. Ma è andato anche oltre: nel breve e scarno discorso d´investitura a candidato del centrosinistra per la presidenza della Regione, ha fatto del mutamento caratteriale un punto programmatico: "Noi non siamo nani, e gli altri non sono giganti. Dobbiamo cambiare il nostro carattere, e io per primo lo farò".
Una metafora del suo programma politico: conciliare gli opposti, scardinare gli ossimori. Essere fino in fondo sardo ma "non esserlo", stare saldamente nella tradizione ma governare la modernità, fare dell´insularità un punto di forza per entrare in relazione col mondo. Di più: negare l´insularità riducendola a un dato geografico superato dalla globalizzazione. E non avere più paura del mare. Non usare i porti solo per accogliere i visitatori (la celebre ?ospitalità´ sarda) ma anche per partire. Altri avrebbero introdotto un simile ambiziosissimo disegno con un "I have a dream". Soru l´ha chiamato: "Progetto Sardegna". Non una parola più, non una parola meno.
Tanta sobrietà ai sardi è piaciuta. Da settembre non ha speso una lira per annunci sui giornali o sulle tv. Ha viaggiato in lungo e in largo per l´isola (quasi sempre da solo, alla guida della sua auto privata), ha incontrato personalmente circa ventimila persone. Strano metodo per un uomo che ha fatto fortuna con le più moderne tecnologie della comunicazione. Ma anche questo - il fatto che il fondatore di "Tiscali" non abbia usato le e-mail ma la voce - non solo ha funzionato ma ha anche avuto il potere di eliminare alla radice l´argomento più forte a disposizione dei suoi (tanti) avversari del centrosinistra: l´analogia con Berlusconi.
Anzi "Tiscali" (è il nome del luogo dove i sardi opposero l´ultima disperata resistenza agli invasori romani) è diventata una conferma dell´autenticità delle intenzioni. Nel 1999 - quando all´ingresso in politica non ci pensava proprio - spiegò d´aver scelto quel nome perché voleva ricordare che, dopo duemila anni, "noi siamo ancora lì". Il che fa intendere che Soru, in realtà, sogna molto più di quanto tenti di far credere. Sogna, per esempio, un´isola senza scempi edilizi lungo le coste, capace di difendere e di valorizzare le proprie risorse naturali. Intanto pianta antiche essenze autoctone nella sua spartana casa di Villasimius.
La "sardità" di Soru non ha limiti. Secondo alcuni deriva dal fatto d´essere nato a Sanluri, un paese a una quarantina di chilometri da Cagliari dove nel 1409 gli aragonesi massacrarono i seguaci d´Eleonora d´Arborea. Fu la Caporetto dell´isola, e il ricordo un po´ ancora brucia. Anche la frase che ha detto ieri sui nani e sui giganti è un richiamo all´orgoglio ferito. L´ha ripresa da "Dura madre", romanzo dello scrittore nuorese Marcello Fois, dove, a margine di un intrigo giallo, si racconta una vicenda incresciosa accaduta nel 1829: al principe ereditario Carlo Alberto di Savoia i sardi regalarono un nano. Che poi non era proprio un nano, era solo molto basso, e si chiamava Gaspare Cubeddu. Fois prende spunto dalla vicenda per scrivere: "Questo è il morbo: vederci da nani quando siamo giganti".
Soru, "sardo calvo ma alto", secondo un´istantanea di Geminello Alvi, è solito raccontare d´aver deciso di iscriversi alla "Bocconi" dopo che, giovane autostoppista, ebbe un passaggio da un "continentale" tracimante d´orgoglio per il suo figliolo che studiava economia a Milano. Quel tronfio genitore era diretto verso la Costa Smeralda che, per Soru, non è Sardegna. E´ "Sardegneria" (Soru non sopporta Briatore).
Ma la capacità di risvegliare antichi sentimenti identitari (nati quando la Padania non era altro che un refuso nel nome d´una vasta pianura) non basterebbe a spiegare il fenomeno Soru se esso non avesse incrociato una doppia crisi: economica e politica. Appena sfiorata da Tangentopoli, troppo poco popolata per contare davvero nel gioco nazionale, la Sardegna vive da anni una torpida agonia. La discesa in campo dell´inventore di Tiscali, l´immediata percezione della sua possibilità di vincere, ha risvegliato la base dei partiti del centrosinistra: i vertici hanno alla fine dovuto prenderne atto. Soru, durante le trattative, non ha fatto nulla per rassicurare i leader locali. A volte è stato sgarbato. Come si credesse un gigante tra nani. Ieri ha voluto chiarire che non era così. A quanto pare, gli hanno creduto.
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Ds Milano - Rassegna stampa
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Lo sfasciacarrozze della Costituzione
di EUGENIO SCALFARI
da "Repubblica"
I SONDAGGISTI più seri avvertono che in tutto il mondo democratico e in Italia in particolare le elezioni vengono decise non già da passaggi di voti da uno schieramento all´altro, bensì dai flussi tra astensionismo e partecipazione. Così è avvenuto (tanto per citare casi recenti) nelle ultime elezioni politiche in Germania quando Schröder si aggiudicò la vittoria sul filo di lana per la scelta del pacifismo e del non intervento nella guerra in Iraq e così è avvenuto due settimane fa in Spagna dove la vittoria di Zapatero è stata assicurata dal rientro in gioco del 7 per cento di astenuti, in gran parte di orientamento socialista e pacifista.
Decisioni di questo genere sono prese di solito nelle ultime settimane o addirittura negli ultimi giorni che precedono il voto e possono essere quindi influenzate da avvenimenti dell´ultim´ora; tuttavia quella che comunemente si chiama "onda lunga" e cioè la tendenza di fondo in quella fase della società, gioca un ruolo rilevante, costituisce una predisposizione favorevole ad uno schieramento e contraria a quello avverso.
Da questo punto di vista il caso Zapatero è esemplare. Le bugie di Aznar sugli attentati dell´11 marzo furono la motivazione immediata che spinse centinaia di migliaia di elettori dall´astensione al voto per i socialisti mentre altrettanti elettori di Aznar decidevano di restarsene a casa; ma l´onda lunga del pacifismo delineatosi un anno prima in occasione della guerra irachena di Bush aveva predisposto il corpo elettorale in favore di quella scelta che fu poi realmente presa il 13 marzo.
Dimenticare questa verità di esperienza significa puntare soltanto sull´improvvisazione. In realtà significa sottovalutare la saggezza degli elettori, un errore grave per chi, partecipando, punta ovviamente alla vittoria della propria parte.
* * *
Per una serie di ragioni che sono state ampiamente illustrate nei giorni scorsi e che quindi è ora inutile ripetere, Zapatero rappresenta in questa fase il braccio di leva decisivo per realizzare al tempo stesso tre risultati della massima importanza.
1. Porre gli Stati Uniti nella condizione di dover accettare e addirittura di promuovere una nuova risoluzione dell´Onu sull´Iraq che attribuisca alle Nazioni Unite un ruolo primario nella costruzione del nuovo Stato iracheno e nella gestione della sicurezza e dello sviluppo economico di quel paese.
2. Recuperare l´unità europea, frantumata dalla guerra irachena e di conseguenza avviare un confronto positivo tra Europa e Usa per la soluzione della crisi.
3. Render possibile a breve o meglio ancora a brevissima scadenza l´approvazione della Costituzione europea, bloccata tre mesi fa dalla Spagna di Aznar con la palese connivenza di Blair e di Berlusconi e l´altrettanto palese incoraggiamento della Casa Bianca.
Il peso che il nuovo governo socialista spagnolo sta già esercitando prima ancora di insediarsi al palazzo della Moncloa non dipende ovviamente dalle qualità del "cerbiatto" Zapatero (così lo chiamano amichevolmente i suoi amici e fan) che sono certamente notevoli ma non necessariamente eccelse, né dal peso della Spagna nel contesto dell´Unione europea, rilevante ma non determinante.
Con Aznar l´America di Bush era riuscita a dividere l´Europa, a paralizzarne le istituzioni e a promuovere la "coalizione dei volenterosi" accorsi per sostenere la guerra di Bush a dispetto delle violazioni della legalità internazionale e delle molte menzogne che l´avevano motivata. La sconfitta di Aznar sconvolge questo equilibrio e ne crea un altro per il semplice fatto di essere avvenuta. Quando due piatti della bilancia si equivalgono è sufficiente spostare un peso anche piccolo dall´uno all´altro per determinare il mutamento di tutte le condizioni preesistenti, ed è esattamente quanto è avvenuto a Madrid.
Del resto Colin Powell che ha fatto l´anticamera di quarantacinque minuti prima d´essere ricevuto da Zapatero impegnato nel suo studio a colloquio con Chirac, ha addirittura offerto al premier spagnolo di sottoporgli preventivamente il testo della risoluzione sull´Iraq che gli Usa si apprestano a presentare al Consiglio di sicurezza dell´Onu, nella speranza che sulla base di quel documento la Spagna non ritiri il suo corpo di spedizione.
Quanto all´Europa, il premier irlandese, presidente di turno dell´Unione, ha ottenuto un voto unanime dal vertice europeo sulla volontà dei Venticinque di arrivare all´approvazione della Costituzione entro il prossimo 30 giugno.
Il solo a borbottare il suo disagio è rimasto Berlusconi insieme al suo fedele scudiero degli Esteri, ma non pare che gli altri ventiquattro - Blair compreso - se ne diano gran pena.
* * *
Approvare rapidamente la Costituzione europea è della massima importanza e non perché si tratti di un testo mirabile, tutt´altro, ma per due ragioni essenziali: è una Costituzione «aperta», esplicitamente dichiarata perfettibile; consente, nel quadro di regole valide per tutta l´Unione, di sperimentare collaborazioni rafforzate da parte di gruppi promotori in materie di comune interesse, anch´essi aperti a chi successivamente vorrà e potrà aderirvi, sull´esempio di quanto è avvenuto per la moneta comune senza che nel frattempo gli altri membri dell´Unione restino a galleggiare senza regola alcuna cui riferirsi.
Si profila dunque non più un´Europa paralizzata come è avvenuto nel 2003 e fino ad oggi, e neppure un´Europa a due velocità cristallizzate in una avanguardia e in una retroguardia esiziali; bensì un´Unione a varie velocità e con vari gruppi intrecciati che possono formarsi sulla base di interessi più avvertiti da alcuni e meno da altri, ma comunque vincolati tutti insieme dalle regole costituzionali e dai comuni valori resi espliciti nella Carta fondamentale.
Questo è dunque il pregio dell´operazione e questo il motivo per il quale la sua realizzazione è necessaria e urgente. In un´Europa spaccata tra filoamericani e antiamericani tutto ciò sarebbe stato impossibile; ma in un´Unione che recuperi la propria unità e il colloquio con gli Usa in condizioni di pari dignità, tutto ciò diventa fattibile, a cominciare dalla lotta contro il terrorismo e dal ripristino della legalità internazionale in Iraq e in tutto il Medio Oriente, road map israeliana-palestinese compresa.
È auspicabile che anche il governo italiano comprenda queste ragioni e partecipi con slancio alla ripresa europea come il presidente Ciampi va da mesi auspicando e insistendo. Ormai la divaricazione tra il Quirinale e Palazzo Chigi sul tema europeo è arrivata al suo culmine e l´incomunicabilità tra i due presidenti ha raggiunto un´intensità quale mai prima d´ora si era vista nei cinquant´anni di storia repubblicana.
* * *
Forse è proprio per questo che, mentre l´Europa sembra finalmente unita nell´obiettivo di darsi la sua Costituzione, il governo italiano cerca di frenarne i tempi e, dal canto suo, sta cercando di smantellare pezzo per pezzo la nostra Costituzione. Siamo dunque nelle mani d´un governo anticostituzionale sia in Europa che in Italia? Un governo strutturalmente refrattario a valori comuni e a regole generali proprio perché è nato nello spirito di chi privilegia la propria legge sulle norme comuni, il proprio interesse su quello della collettività e la giustizia propria su quella del codice?
La simultaneità tra il boicottaggio nei confronti della approvanda Costituzione europea e lo smantellamento di quella italiana lo farebbe supporre. Andrea Manzella su Repubblica e Giovanni Sartori sul Corriere della Sera hanno spiegato venerdì scorso le ragioni per le quali lo spezzatino della riforma costituzionale voluta dal Capo e votata compattamente dalla sua maggioranza parlamentare è indigeribile. Sarà inevitabile fonte di contrasti istituzionali, di paralisi operativa, di interpretazioni difformi poiché è privo di qualunque disegno coerente. In realtà si tratta di un mantello d´Arlecchino in cui ciascuno dei quattro partiti che compongono il Polo delle Libertà ha appiccicato una pezza del proprio colore senza minimamente curarsi dell´armonia d´insieme. Da un tessuto così inguardabile e sbrindellato emergono tuttavia alcuni picchi che, come ha scritto Sartori, sono grandi soltanto nell´errore o meglio - come mi permetto di dire io - nell´orrore costituzionale, conforme soltanto alla ossessiva volontà del Capo di giganteggiare su tutti e tutto, a cominciare dai suoi propri alleati.
Questi picchi sono:
1. La figura del "premier" titolare di tutti i poteri sostanziali, eletto direttamente perché collegato all´elezione dei deputati nei singoli collegi, con il che le elezioni diventano plebiscito e il Parlamento perde ogni ultimo brandello di autonomia rispetto al Capo del potere esecutivo.
2. Il suo potere di sciogliere le Camere, sottratto ad ogni mediazione del presidente della Repubblica.
3. La riduzione di quest´ultimo ad una figura puramente decorativa che deve limitarsi ad esercitare solo alcuni marginalissimi poteri espressamente attribuitigli e con l´esclusione di ogni altro non menzionato e cioè: il diritto di grazia, la nomina dei senatori a vita che non possono in ogni caso essere più di tre, la designazione del vicepresidente del Consiglio superiore della magistratura, la nomina di quattro membri su quindici della Corte costituzionale. La firma del presidente della Repubblica su tutti gli atti di governo è "dovuta" e non consente rifiuti né rinvii. Permane la dizione che il titolare del Quirinale è il garante della Costituzione, ma non disponendo più d´alcuno strumento per far valere questa sua qualifica, essa diventa sovranamente derisoria.
4. Il Parlamento, se votasse la sfiducia al Capo dell´esecutivo, risulterebbe automaticamente sciolto. Quanto al suo scioglimento eventualmente anticipato, esso è nelle mani del «premier» salvo che la maggioranza parlamentare ed essa soltanto non sia in grado di indicare entro dieci giorni un nuovo premier tratto dalle sue stesse file.
In queste condizioni e se questo testo resisterà agli ulteriori passaggi parlamentari e al referendum confermativo, sarà difficile negare che non si sia in presenza di un regime il quale dispone di tutti i mezzi per perpetuare se stesso, ivi compreso il monopolio dei mezzi di comunicazione di massa.
Voglio dire che se passeranno queste norme senza sostanziali mutamenti e non a caso precedute di poche ore dall´approvazione della legge Gasparri, noi avremo un regime blindato, perpetuabile con il solo metodo della cooptazione al posto di quello dell´alternanza democratica. Perché quest´ultima possa comunque verificarsi sarà necessario un tale e così vasto e profondo mutamento delle coscienze individuali da potersi equiparare a quelli che avvengono come preludio ad una rivoluzione: eventi rari quanto traumatici.
* * *
Il solo antidoto, il solo anticorpo può in queste condizioni provenire da un´Europa democratica e unitaria. Siamo purtroppo ancora molto lontani da quell´unità, ma il solo sospetto che prima o poi ci si possa arrivare e che comunque anche così come la nuova Costituzione la prevede l´Europa possa rendere più difficile l´instaurarsi di un regime autoritario in uno dei paesi membri dell´Unione, spinge il nostro governo al tentativo di boicottare il rilancio europeo affidandosi comunque alla protezione dell´amico americano.
L´articolo di Andrea Manzella che ho già ricordato iniziava citando la solenne seduta della nostra Assemblea costituente del 1947 durante la quale Benedetto Croce invocò con alte parole il «Veni Creator Spiritus, mentes tuorum visita».
Dal canto suo il vicepresidente del Senato, Domenico Fisichella, di Alleanza Nazionale, in una durissima dichiarazione di voto ha accusato l´attuale maggioranza, e il suo stesso partito che si accingeva compattamente a votare un testo che scempia la Costituzione repubblicana, di essere «eversiva» e incurante degli interessi della nazione e dei valori della democrazia.
Sono passate appena poche settimane da quando il ministro Tremonti invocava un non meglio definito «spirito repubblicano» chiedendo all´opposizione il consenso per far passare la riforma delle pensioni; da quando l´Udc di Follini-Casini sosteneva di voler fermare la deriva berlusconiana; da quando Fini, ancora con la cuffia ebraica in testa in segno di espiazione, si proponeva come il moderatore del tandem Bossi-Tremonti e della muscolarità berlusconiana. È bastato il richiamo all´ordine del Capo per segare alla radice queste velleità o per rivelare l´essenza di queste furbate.
Tutto ciò mi porta a ritenere che non avesse poi molta ragione Indro Montanelli quando preconizzava che cinque anni di governo di Berlusconi ci avrebbero liberato una volta per tutte da quell´incubo. Ne siamo sicuri? Personalmente me lo auguro ma vedo con timore i prossimi due anni e in particolare gli ultimi mesi di questa legislatura perché in questo governo esistono personaggi capaci di tutto pur di non restituire al popolo ciò che il popolo gli ha incautamente affidato.
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"L'Italia censura Citizen Berlusconi"
fonte: Virgilio
Dalla Norvegia un'accusa di censura contro l'ambasciata italiana a Oslo: i nostri diplomatici avrebbero fatto pressioni sugli organizzatori dell'European Documentary Festival per far ritirare il documentario Citizen Berlusconi dalla programmazione della manifestazione cinefila, chiedendo che la motivazione ufficiale parlasse di "problemi tecnici".
La notizia, ripresa dalla tv norvegese NRK, è confermata anche dai produttori italiani della pellicola. Stefano Tealdi della Stefilm di Torino ha così ricostruito la vicenda: "Siamo stati informati da Jan Langlo del Norwegian Film Insitute che dopo la conferenza stampa di presentazione del festival gli organizzatori sono stati invitati dalla nostra ambasciata a escludere Citizen Berlusconi dalla scaletta. Inoltre agli esterrefatti norvegesi è stato anche chiesto di non rendere pubblica questa richiesta ma di addurre motivazioni tecniche per l'improvviso cambio di programma. L'Nfi ha cambiato la scaletta ma ha deciso di rendere nota la pressione italiana".
Il documentario, diretto da Susan Gray e trasmesso anche dalla tv pubblica americana Pbs, affronta la spinosa questione del rapporto tra il presidente del Consiglio italiano e i media e avrebbe dovuto essere proiettato lunedì 29 marzo.
Stefano Eco, co-produttore dell'edizione italiana di Citizen Berlusconi, ha dichiarato che "le ambasciate e gli istituti di cultura stranieri figurano tra gli sponsor del festival ma non hanno voce in capitolo sulla selezione delle opere. Normalmente gli organizzatori contraccambiano scegliendo un documentario per ogni Paese". Nel caso di Citizen Berlusconi invece la nostra rappresentanza diplomatica avrebbe avanzato una richiesta di senso contrario, escludendo così dalla manifestazione l'unico concorrente italiano.
Al momento né l'ambasciata italiana di Oslo né la Farnesina, ripetutamente contattati, hanno rilasciato dichiarazioni sull'argomento. (leonardo merlini)/notizie.virgilio.it/
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REAZIONI POSITIVE ALLA LETTERA DI PRODI, CHE RIUNIFICA L'ULIVO SULL'IRAQ
Dopo le divisioni, nell'Ulivo oggi sembra il momento dell'unità. La lettera di Prodi ha sancito la posizione delll'Ulivo : " Non avremmo mai mandato i soldati in Iraq". Le reazioni non si sono fatte attendere e, dal centrosinistra, sono tutte positive. Il leader di Italia dei Valori, Antonio Di Pietro, a Napoli per una manifestazione politica, chiede il ritiro delle truppe italiane dall'Iraq prima della scadenza del 30 giugno e l'organizzazione di una nuova missione di pace sotto l'egida dell'Onu e che raccolga il più vasto consenso possibile nella comunità internazionale compreso quello del mondo arabo moderato. Riferendosi all'intervista di Romano Prodi, apparsa sul Corriere della Sera, Di Pietro si è detto d'accordo con Prodi.
"L'intervento in Iraq a differenza degli altri interventi, viola l'articolo 11 della Costituzione e i trattati internazionali. Si è trattato di un'azione che non doveva essere iniziata e che deve concludersi con il ritiro al più presto delle truppe italiane dall'Iraq.
Altra cosa - ha aggiunto Di Pietro - è un mandato dell'Onu per una forza di pace e non di occupazione che coinvolga non l'Italia né soltanto l'America, ma la più ampia comunità internazionale sotto la guida dell'Onu e che veda primi attori il mondo arabo moderato e tutto il mondo internazionale e occidentale per la ricostruzione, specificando la data ultima in cui l'Iraq sarà riconsegnato agli iracheni.
Questa impostazione di Prodi - ha aggiunto l'ex pm di Mani pulite - troverà l'appoggio di Italia dei Valori e della lista Occhetto-Di Pietro perché l'Europa possa imporre la pace all'alleato America". Riferendosi alla politica interna Di Pietro ha osservato: "Noi non diciamo che nell'uno o nell'altro schieramento si voglia favorire il terrorismo o la guerra, sappiamo bene che in entrambi gli schieramenti c'é una voglia di pace nel mondo. Sappiamo però - è l'analisi di Di Pietro - che in questo momento nello schieramento di centrodestra i metodi utilizzati per raggiungere la pace sono inopportuni, dannosi e illegittimi sul piano internazionale, mentre sul fronte del centrosinistra non sempre ci sono stati comportamenti coerenti con le affermazioni fatte".
"Le affermazioni del presidente della Commissione Ue, Romano Prodi, a proposito della guerra in Iraq sono molto importanti" - fa eco Achille Occhetto all'Ansa. "Condivido in particolare - prosegue Occhetto - l' affermazione secondo la quale se il centrosinistra fosse stato al governo non solo non avrebbe mandato i soldati, e quindi non avrebbe partecipato alla guerra, ma qualora ciò fosse avvenuto li avrebbe immediatamente ritirati. Accolgo con favore tale presa di posizione e anche con una punta di tristezza perché se fosse avvenuta prima si sarebbero evitate tante divisioni nel centrosinistra e i senatori della lista Di Pietro-Occhetto e cioé Occhetto, Falomi e De Zulueta non sarebbero rimasti per tanto tempo isolati nel votare in conformità ai principi sostenuti dal presidente Prodi".
Silvio Berlusconi dovrebbe andare in Iraq. Questa l'opinione di Piero Fassino, che ha detto di condividere quanto sostenuto oggi da Romano Prodi, e ha invitato il presidente del Consiglio ad andare a Nassiriya. "E' necessaria una svolta radicale nella conduzione del dopoguerra iracheno - ha detto Fassino - riconoscendo all'Onu un ruolo centrale nella guida della transizione, garantendo così stabilità al Paese". Berlusconi dovrebbe andare a Nassirya? gli hanno chiesto i giornalisti. "Così come sono andato in Bosnia, in Macedonia e in Albania, non avrei nessuna difficoltà ad andare in Iraq. Credo sarebbe una buona cosa se il presidente del Consiglio facesse altrettanto". Allora Berlusconi secondo lei sbaglia a non andarci? "Questo lo lascio alla sua valutazione".
"La posizione di Prodi sulla politica internazionale è assolutamente condivisibile, come quella sulla guerra in Iraq" fa sapere, in una nota, Ermete Realacci, dell'esecutivo della Margherita, a proposito dell' intervento di Romano Prodi sul Corriere della Sera. "E' questa sostiene Realacci - la politica che serve per ridare speranza e ruolo all' Italia e all' Europa. Perciò sono convinto che l'Ulivo debba rilanciare subito l'iniziativa per l' inserimento dell' art. 11 della nostra Costituzione, che ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali, nella costituzione europea".
megachip.info
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Anche Napoleone come Silvio subì la «nemesi della creatività»
RISPONDE FEDERICO ORLANDO
Cara Europa, sono tornati i manifesti elettorali, del Polo e dell’Ulivo, questi con un segnale di novità (“Uniti per l’Europa”), quelli del Polo o Casa delle libertà ridotti invece a tabelle dei numeri.
Finora ne ho contati quattro: uno dice “con la patente a punti –21.573 incidenti stradali”, un altro “–40 per cento di immigrati clandestini”, un terzo “ridotta al 33 per cento l’imposta sulle imprese”, il quarto dice: “Grandi opere attivate per 93.000 miliardi di lire”. Tutti e quattro hanno la faccia di Berlusconi a nuovo, ma con un sorriso ambiguo, non trionfalistico, non depresso, che tuttavia trascina gli occhi all’ingiù, risparmiando al premier di incontrare lo sguardo dei concittadini ai quali aveva promesso monti e mari, sogni e concretezza. A questo livello di comunicazione s’è ridotto il Politico del fare? A comunicare l’importo in lire (da oltre due anni c’è l’euro) di grandi opere iniziate dal centrosinistra? Vedremo nuovi manifesti con la squadra del Milan vincitrice dello scudetto, oppure il premier allenatore e padrone ne sarà trattenuto dalla rivolta di milioni di giovani e di pensionati, di lavoratori privati e pubblici, per mancanza di lavoro, o pensioni a bassi livelli, o contratti fermi sia pure a causa della crisi economica? È vero che siamo appena agli inizi della campagna elettorale, ma non credo che, nella seconda ondata di manifesti, il Superpremier, come l’ha incoronato il Senato, vorrà parlarci delle riforme del falso in bilancio, delle rogatorie, del sistema televisivo, di “lodo” Schifani e di simile “fare” della prima metà della legislatura.
ALDO CAMPATELLI, BOLOGNA
Caro Campatelli, la sua non è la prima lettera sul sorriso dimesso di Berlusconi e sui numeri che riempiono i manifesti e vi prendono il posto dei sogni. Vero è che nella cabala dei sogni i numeri c’entrano, ma il popolo dei devoti alla cabala si è molto ridotto, e lo dicono anche i sondaggi di Palazzo Chigi. Ciò nonostante, il maggior studioso di psicologia della comunicazione berlusconiana, il professor Alessandro Amadori, ci ha invitato nello scorso autunno, quando uscì un suo secondo libro sul tema, a considerare Berlusconi per quel che è, un osso duro, col sostegno di illimitate risorse finanziarie. Per ora, dunque, accontentiamoci di due cose, l’una relativa alla veridicità, l’altra alla qualità della sua comunicazione. La prima, già risaputa, è quella a cui lei accenna quando ricorda che le grandi opere attivate erano state decise e appaltate dal centrosinistra, perciò il loro importo è ancora indicato in lire; mentre nessuna delle opere della Legge Obbiettivo votata dal centrodestra è stata realizzata (ponte di Messina, autostrada Salerno- Reggio Calabria, variante di valico sulla Firenze-Bologna, passante di Mestre, “Mose” per l’acqua alta di Venezia, ecc.). Quanto alla patente a punti che ha ridotto gli incidenti, essa era stata introdotta dal centrosinistra nel marzo 2001 con legge delega al governo di otto mesi: il governo Berlusconi, succeduto nel giugno, fece decorrere gli otto mesi senza far nulla, e dovette quindi ricominciare da capo, varando la legge Lunardi e facendo perdere agli italiani un buon anno.
È questo il buongoverno della destra? Dopo la (non) veridicità, la seconda cosa che i manifesti ci insegnano riguarda il cambio di qualità della comunicazione: dal trionfalismo delle elezioni politiche del 2001 alla remissività (per ora) in queste elezioni europee del 2004. La risposta è nel secondo libro, cui accennavo, del professor Amadori, Mi consenta, episodio II (Libri Scheiwiller). L’autore e l’istituto da lui fondato, il Coesis Research, ribaltano la tesi corrente, e cioè che l’inadeguatezza politica sbiadisca la comunicazione del premier; e sostengono invece che l’inadeguatezza della comunicazione sbiadisce l’immagine del premier.
Com’è possibile, per uno che è stato considerato fino all’altro ieri il mago della comunicazione? È vero ch’egli è passato dal ruolo di grande seduttore a quello di grande pessimista? Dice Amadori che, dopo aver retto un intero anno nel ruolo di grande seduttore (nonostante le devastanti leggi ad personam anteposte alle promesse elettorali), Berlusconi si è calato nel ruolo di grande guerriero, impegnato a difendersi dai nemici e a distruggerli. Con ciò ha rotto, almeno momentaneamente, «il legame seduttivo con l’immaginario collettivo». A incattivire il premier e a fargli preferire un iroso Giulio Cesare allo sdolcinato Rodolfo Valentino sono state le vicende interne ed esterne, il processo Sme, la guerra in Iraq, la crisi economica. Ma, cambiando il ruolo, anche «la parabola del grande leader si inverte e inizia un periodo autolesionistico ». È la cosiddetta “nemesi della creatività”.
Naturalmente io non so se le cose stiano esattamente così, anche se lo penso (ognuno comunica il positivo o il negativo che ha in sé). Però, se le cose stanno come le descrive questo libro, che è già di sei mesi fa, vuol dire o che Berlusconi ha deciso di non tener conto della sua diagnosi o che non può sottrarvisi. Pare che altrettanto accadesse a Napoleone, quando passò dalle trionfali conquiste in Europa alle disfatte in Russia e sul mare. E si sa che di Napoleone il nostro si sente affine.europaquotidiano.it
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Quando è la Nuova Europa ad esportare cervelli
Il caso di Slavoj Zizek. Come un marxista sloveno ha conquistato le tribune intellettuali degli States. Provocando sistematicamente gli uditori. Alla Berlusconi.
Citando il Viagra per sostenere la teoria lacaniana, ha scritto un articolo su "Matrix" e collegato Hegel a "Sex Games" e alla Thatcher. Zizek è un teorico biricchino con una popolarità immensa Oltreatlantico. Ma perché, qui in Europa, non ne abbiamo sentito parlare?
I gollisti scossero la testa con una cosapevole disperazione verso i paesi candidati dell'UE quando in febbraio sei di essi si iscrissero al programma bellico dello Zio Tony (1). Poi Chirac alzò la voce come un austero pater familias, e sgridò i bambini errabondi per aver giocato con quel giocattolo proibito chiamato potere. Senza dubbio in qualche posto sperduto tra il Michigan e Ljubljana, Slavoj Zizek a quel tempo, stava dando la sua propria valutazione sull'Europa divisa ad un pubblico fortemente marcato USA. Questo articolo è il tentativo di offrire un’idea di ciò che Zizek avrebbe detto o almeno un senso dei posti della politica e dei simboli occupato da un’esportazione europea "nuova" in un’era di rivalità transatlantica e di egemonia culturale degli Stati Uniti.
Grazie ad un intelligente, iperproduttivo e feroce intelletto Zizek ha realizzato l’impossibile. Lui è realmente un ambasciatore del pensiero europeo, avendo portato un gruppo di strizzacervelli estremamente complessi (incluso Lacan, Hegel e Kant) all’attenzione dell’inconscio collettivo americano. Come? Il suo segreto è l’accessibilità e l’apertura verso la cultura popolare come un prezioso (ed osceno) punto di riferimento per i suoi lavori più astratti. Cavando fuori da una rete complessa di filosofia hegeliana, dialettica marxista e teoria psicoanalitica lacaniana, spezia la sua interpretazione di alta teoria con aneddoti da film popolari e scherzi sbarazzini. Il risultato è così appetitoso per gli studenti universitari che ormai è diventato oggetto di culto seguito dai ragazzi dei college degli Stati Uniti così come nell’Europa orientale. Così grande è la sua presa sulla cultura popolare USA che rinomati teorici delle identità postmoderne il cui lavoro egli ha aspramente criticato, fanno la coda per cantare le sue lodi. Il vecchio filosofo cinquantaquattrenne sloveno, che fu piuttosto disoccupato durante l’era comunista (a causa delle sue tesi ‘insufficientemente marxiste’) ora ha un solido lavoro presso l’università di Ljubljana ed una fama internazionale. Passa un semestre all’anno negli Stati Uniti e detesta lo "pseudo-intellettualismo". Nel frattempo, nella sua natia Slovenia, è un’istituzione nazionale, a volte criticato da intellettuali di sinistra per esser troppo vicino al partito dominante che egli contribuì a fondare...
Da una critica al socialismo – ad una sul capitalismo dei consumi
È probabile che la storia di Zizek debba esser letta come quella di un intellettuale sedotto dalle accademie americane e dalle decorazioni della cultura popolare. In ogni caso, come lo stesso Zizek ha detto della sua propria vita: "tutto è l’opposto di quel che sembra". In verità Zizek rappresenta meno ‘la nuova Europa’ di quanto si ritenga. Discepolo avido del pensiero moderno francese e tedesco, il pensiero di Zizek appartiene molto più agli strutturalisti d’Oltralpe che ai tipi alla Georg Lukács, o ad altri simili devoti del marxismo ortodosso. Avendo vissuto nel bel mezzo di un socialismo versione Tito nella cornice dell’allora Yugoslavia, Zizek appartiene ad una particolare razza di persone che hanno vissuto tra due sistemi che hanno cercato di plasmare la politica mondiale. Politicamente e filosoficamente parlando perciò, non rappresenta certo una sorpresa ch’egli abbracci una sorta di "terza via" tra lo scetticismo postmoderno francese verso gli ideali illuministi di ‘verità’, ‘ragione’, ‘universalità’ e ‘progresso (incarnato da Foucault e Derrida) ed la revisione di quegli stessi ideali realizzata da Habermas. E’ così che si pone al tempo stesso come acerrimo nemico del capitalismo consumistico ‘made in USA’, e come critico di quello che definisce come "volgare anti-americanismo". Per altri versi, Zizek ha anche criticato la globalizzazione ed il mantra del libero mercato come parte della "violenza sistematica e anonima" del capitalismo, usando dispettosamente il 150esimo Anniversario del Manifesto Comunista per dibattere (contro la prevalente visione postmoderna) sull’attinenza di quel testo al sistema economico e culturale globale dell’oggi.
Un pensatore di sinistra, tagliente allo stesso modo nei riguardi del socialismo e del capitalismo consumistico. Il suo obiettivo è l’ideologia – che lui individua tanto nel remissivo, passivo e semplicione "Forrest Gump" ricompensato della sua obbedienza con ricchezza e fama (nel film che ne porta il nome), quanto nella socio-psicologia della vittima citata dai delinquenti minorili, da quelli del film West-Side Story (verso l’ufficiale Krupke) a quei giovani neonazisti della Germania orientale come scusa per i loro crimini. Zizek è anche profondamente diffidente verso il concetto ideologico di nazione (così adorato dall’amministrazione di Bush) e le sui ingannevoli isterie ricorrenti "lasciamo da parte i nostri piccoli conflitti politici ed ideologici, è il destino della nostra stessa nazione ad esser adesso in pericolo" (4).
Per Zizek, molto di quel che è sbagliato nel mondo è dovuto alla depoliticizzazione della gente. Il socialismo e il capitalismo sono colpevoli di questo nel senso che i due sistemi incoraggiano un cinico e perciò apolitico cittadino: un tipo profondamente diffidente verso il sistema, incapace o non disposto più a credere ch’egli possa fare qualcosa per cambiarlo. Allo stesso modo la sua visione che nell’odierna era dell’ideologia cinica può permettersi di rivelarsi senza perdere la sua efficienza. Come è stato notato altrove, è piuttosto come i clienti bendisposti che, portando i loghi dei loro marchi preferiti, camminano di proposito con annunci pubblicitari dei vestiti fissati sulle loro schiene (2).
Il progetto politico di Zizek è perciò la dimostrazione dell’onnipervasività dell’ideologia (per cui “anche quando pensiamo di non fare ideologia, in realtà la stiamo facendo”) ed una ricerca per quello ch’egli chiama "politicamente appropriato" (“political proper” nel testo in orginale – ndt) – un momento di dialettica politica che è fugace, come il punto di svolta in una rivoluzione, prima di tutto, ed ancora una volta, iscritto in un ordine ideologico. Ammiratore del Terzo Stato, egli è più un Danton che un Robespierre nel momento in cui vede la dialettica politica nei comitati civici, come il Foro Civico ceco ed il Comitato sloveno per la Protezione dei Diritti umani, che si sono formati nei paesi del blocco orientale come opposizione de facto alla Nomenklatura di partito prima della caduta del muro di Berlino.
Una filosofia dell’anti-intellettualismo
Nel contesto del "politicamente appropriato" si potrebbe cominciare a considerare Zizek un organizzatore di opposizione della società civile, un sessantottino dei nostri giorni sullo stampo di un Roland Barthes, capace di parlare a braccio a studenti-seguaci e manifestanti anti-G8. Ancora una volta non si potrebbe esser più in torto. All’inizio egli attacca l’assunto che la società civile sia una forza benevola, citando invece l’Oklahoma che bombarda come esempio potente di come gli Stati Uniti scoprirono "centinaio di migliaia di sussulti". Afferma inoltre in modo controverso che quello che ci piaceva dei dissidenti europei dell’est era possibile solamente all’interno di un sistema socialista (3).
Per un pensatore della sua grandezza e della complessità Zizek è anche assolutamente un anti-intellettuale. Si mostra sdegnoso verso l’élite intellettuale di sinistra nel suo proprio paese ed ci si immaginerebbe che, nonostante la sua adesione fedele ai pensatori ‘sexy’, rimanga piuttosto diffidente sulla tendenza che noi europei abbiamo di elevare i nostri intellettuali allo statuto di cosiddetti ambasciatori culturali (si pensi al Goethe Institut, agli incontri di Sartre con Castro a Cuba ecc.). Ha reso ben chiaro che questa tradizione non dovrebbe essere replicata nel vecchio blocco orientale, affermando riguardo alla Slovenia che "un complesso messianico di intellettuali in Europa orientale, se combinato col volgare anti-americanismo, può divenire estremamente pericoloso" (3). Per Zizek, questo atteggiamento è "di destra" e fondamentalmente conduce ad un’altra cosa che vede come il fumo negli occhi: il nazionalismo intellettualizzato, la causa e la conseguenza del conflitto nei Balcani.
Per molti profili, si trova a suo agio con l’idea di intellettuali vicini alla politica istituzionale, credendo nel compromesso aperto, fatto essenzialmente di riunioni, di intrigo e di impegni. In altre parole sa bene che bisogna sporcarsi le mani, e lui stesso, d’altronde, lo fa. Sostiene il partito dominante in Slovenia e si mostra critico nei confronti dei potenti intellettuali che pescano nel passato della dissidenza di sinistra e portano avanti un’ideologia da lui ritenuta marginale. La sua visione è che l’intellettuale debba affrontare una scelta professionale che spesso può significare accettare le regole del gioco politico.
”Pop-psicologia per un’Europa allargata”?
E’ difficile per caratteristiche stringere Zizek quando si passa all’Unione europea. Per uno che ha scritto un libro (ironicamente?) intitolato "Un discorso sinistrorso in favore dell’Eurocentrismo" si è mostrato critico di Bruxelles come un sogno di una "neutrale, puramente tecnocratica burocrazia" (3) (in particolare in relazione al conflitto balcanico). E’ difficile sondare quel che Zizek farebbe dell’Unione europea allargata, anche se sembra già da ora improbabile sovrapporne la sua immagine di "politicamente appropriato". Uno dei suoi ora famosi esempi chiama in causa le bandiere usate nelle dimostrazioni dai tedeschi dell’est nel corso delle ultime impetuose settimane e negli ultimi giorni dello stato Socialista. "Wir sind das Volk" (siamo noi il popolo) ebbero a proclamare, dove l’articolo determinato serviva a marcare il diritto del tedeschi dell’Est a esser ascoltati come il soggetto di storia. Eppure il momento fugace era ben presto già finito. Le bandiere cambiarono in "Wir sind ein Volk" (siamo un popolo) il che si è tradotto per Zizek nella sussunzione dei tedeschi dell’Est nel sistema capitalista liberale ed occidentale.
Chiaramente, Zizek non è amico della standardizzazione, di abiti e servitori civili che fanno discorsi in cui proclamano l’armonia, o in cui mettono insieme costituzioni ed insulsaggini che rappezzano sulle vecchie debolezze e sulle antiche ferite. E’ molto più probabile che sia stato deliziato dalla "gaffe" di Silvio e che stia lì per progettare una sua propria versione di una ‘beffa’ con cui entusiasmare folle di studenti-seguaci. Come europei dovremmo essere orgogliosi di questa esportazione – un figlio ribelle della disillusione comunista che ha impiantato la propria casa in mezzo alle teorie dell’Europa occidentale e la cultura popolare USA e che non sarà messo a tacere. Destre Eurocentriche, state in guardia!
(1) Polonia, Ungheria e Repubblica ceca firmarono la lettera, mentre almeno tre altri paesi che entreranno nell’UE manifestarono il loro appoggio, inclusa la Slovenia.
(2) Naomi Klein, No Logo.
(3) Zizek, "Il Giappone attraverso uno specchietto sloveno. Riflessioni su media, politica e cinema." InterCommunication no. 14. 1995.
(4) Zizek, Dal sintomo Joyce al Sintomo del Potere
cafebabel.com
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Finlandia da imitare
Francesco Daveri
In Italia, ora che la crescita del Pil si è davvero fermata, si confrontano due strategie principali nella discussione su come rilanciare la crescita.
Due ricette
Ci sono i liberisti che dicono: basta con il gradualismo, è ora di far dimagrire lo Stato di cinque-dieci punti percentuali del Pil, tagliando davvero tasse e spesa pubblica, e di completare la liberalizzazione dei mercati del lavoro e dei prodotti. Un complemento di queste idee è la proposta di Fiorella Kostoris (Sole 24 Ore, 19 marzo 2004) di allungare l’anno lavorativo di una settimana per dare un’altra spinta (temporanea) all’economia dal lato dell’offerta.
Altri esperti sottolineano l’importanza di aumentare gli investimenti per ricerca e istruzione.
Le imprese italiane sono però piccole e quindi non fanno ricerca e l’istruzione privata è poca cosa: questa ricetta si traduce quindi in una proposta di aumentare la spesa pubblica in ricerca e istruzione, beni pubblici di cui la nostra economia manca e la cui assenza riduce la produttività dell’investimento privato.
Spesso gli assertori dell’aumento della spesa pubblica produttiva presentano le loro proposte come complementari con le idee dei liberisti. L’idea che sia possibile aumentare la spesa pubblica "buona" riducendo la spesa improduttiva (riducendo gli "sprechi") è, in realtà, un artificio retorico. Nella situazione attuale, se si vogliono aumentare le spese per i beni pubblici, non ci sono scorciatoie: bisogna rassegnarsi ad aumentare, non a diminuire, le tasse (a meno che non sia davvero messo da parte il Patto di Stabilità).
E due modelli
Se questa semplificazione non è troppo grossolana, ciò lascia una scelta tra due possibili esempi a cui ispirarsi: quello spagnolo e quello finlandese.
La via spagnola, elogiata da Michele Salvati sul Corriere della Sera e criticata da Luca Paolazzi sul Sole 24Ore, consiste nel perseguire la strada della modernizzazione del paese in un contesto di stabilità politica, liberalizzando i mercati, a cominciare da quello del lavoro. Uno sguardo attento ai dati di contabilità nazionale suggerisce però che l’esempio spagnolo è stato forse incensato un po’ troppo.
È vero che negli ultimi anni il Pil spagnolo è cresciuto a tassi doppi rispetto a quelli dell’Italia (3,4 per cento l’anno, contro l’1,7 per cento dell’Italia; vedi Tabella 1). Tuttavia, la crescita del Pil spagnolo è interamente spiegata dall’aumento delle ore complessivamente lavorate, aumentate del 3,7 per cento l’anno dopo il 1995.
Questa è la via spagnola: una forte crescita dell’occupazione associata a una crescita contenuta della produttività oraria (e quindi dei salari).
L’ampia disponibilità di nuovi entranti poco qualificati sul mercato del lavoro ha, infatti, favorito la creazione di tanti posti di lavoro, soprattutto a bassa produttività. L’esempio spagnolo insegna che una strategia basata su poco Stato e un’accelerata liberalizzazione del mercato del lavoro riesce sì a generare occupazione, ma non crescita duratura della produttività, il vero motore della crescita.
Se si va un bel po’ più a Nord, ci si accorge che la via spagnola non è l’unica opzione di successo: c’è anche quella finlandese. La Finlandia sta, infatti, resistendo bene nell’attuale congiuntura sfavorevole. Ha visto crescere il proprio Pil a tassi "spagnoli" dal 1970 in poi. Soprattutto, negli ultimi anni è riuscita a conseguire un mix bilanciato in termini di crescita della produttività (+2,8 per cento l’anno) e dell’occupazione (+1 per cento).
Come discusso in un recente lavoro con Olmo Silva su Economic Policy (1), certamente anche la Finlandia ha di fronte problemi di ancora insufficiente e lenta diffusione dell’innovazione. Ma è un’economia che ha saputo trasformare un’impresa decotta, che aveva dieci differenti linee di produzione alla fine degli anni Ottanta, nel leader mondiale della produzione di cellulari. In altri comparti del terziario avanzato finlandese, hanno poi prosperato imprese che offrono servizi informatici e di telecomunicazione in Finlandia e all’estero, e che non sono strettamente classificabili come l’indotto di Nokia.
Come mai la Finlandia è riuscita a produrre innovazione? Purtroppo, abbiamo solo degli indizi. In Finlandia, non c’è corruzione, c’è un "business environment" molto competitivo, si investe tanto in ricerca e sviluppo, sia pubblica che privata. C’è anche uno Stato sociale e un sistema di istruzione capace di produrre lavoratori qualificati e in grado di cambiare lavoro se necessario. Ecco gli ingredienti per aumentare insieme produttività e occupazione.
Suggestioni italiane
C’è un’implicazione pratica e immediata del modello finlandese: sarebbe bene lasciare da parte l’idea, un po’ stantia, che lo sviluppo possa essere rilanciato con le Grandi Opere, come il ponte sullo Stretto di Messina. Le Grandi Opere sono ossigeno per la corruzione: meglio non farle, se non strettamente necessarie.
Una politica "finlandese" per la crescita vuol dire usare i soldi pubblici per finanziare le riforme che cambiano gli incentivi a investire e a fare ricerca.
Occorre cioè: (1) dare più soldi al mondo scolastico se accetta di essere al servizio degli studenti; (2) dare più soldi al mondo accademico se si pone l’obiettivo di premiare i migliori; (3) investire risorse pubbliche e dare sgravi fiscali alla ricerca e sviluppo, con contratti e gare d’appalto pan-europei.
La persistente stagnazione dell’economia italiana dice che i pochi passi intrapresi in tale direzione sono insufficienti. Il confronto con Spagna e Finlandia suggerisce che, per rilanciare la crescita non basta liberalizzare i mercati, né il quick start in progetti infrastrutturali (che di "quick" hanno poco per definizione).
Ci vuole semmai un big kick di investimento in conoscenza. Altri paesi europei lo hanno fatto, perché l’Italia no?
lavoce.info
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L'Europa tra Usa e terrore
Marco Clementi con Andrea Borghesi
"L'Europa è un obiettivo intermedio per i terroristi, mentre gli Stati Uniti sono quello finale, contro il quale essi si pongono in contrapposizione frontale". Così il professore Marco Clementi, docente di Relazioni internazionali all'Università di Pavia e autore recentemente per il Mulino di L'Europa e il mondo, giudica la strategia militare del terrorismo internazionale dopo l'attacco di Madrid. Il colloquio con Clementi parte dalle elezioni spagnole.
La vittoria socialista in Spagna sembra segnare un'inversione di tendenza nella politica estera di quel paese. Oltre a un nuovo atteggiamento verso l'occupazione in Iraq, sembrano profilarsi cambiamenti anche per quanto riguarda la Costituzione europea. Che cosa succederà a suo parere?
Vorrei innanzitutto dire che non è improbabile che anche un nuovo governo popolare avrebbe potuto ammorbidire la propria posizione sulla Costituzione. Certo è che la vittoria del Psoe coincide con l'annuncio molto solenne della ripresa della politica europeista della Spagna. Questo senza ombra di dubbio si tradurrà in una posizione molto più morbida e disponibile verso la firma della Costituzione. È un po' prematuro forse capire se questo coinciderà con una totale ritirata dalla negoziazione sulle procedure decisionali dell'Ue (lo scontro si è giocato intorno al meccanismo di calcolo della doppia maggioranza che il governo Aznar considerava sfavorevole per il suo paese, ndr) oppure con un ammorbidimento delle richieste. In ogni caso mi sembra che alla luce delle posizioni spagnole annunciate, si può essere molto più ottimisti sulla prospettiva di varo della Costituzione.
In questa prospettiva, sembra che l'attentato di Madrid e il risultato elettorale stiano portando effetti a catena. Il fronte, costituito in particolare da Spagna e Polonia, che sembrava sovrapporre sostegno all'intervento in Iraq e posizione "euroscettiche", sembra sfaldarsi. Il premier polacco Kwasniewski dice che "sulle armi di sterminio di massa gli Stati Uniti ci hanno ingannati". Rotta questa sovrapposizione si potrebbe arrivare a una accelerazione del processo di integrazione europeo?
Questo effetto è pensabile. Un conto era per i polacchi assumere una posizione dura insieme con un paese importante come la Spagna, un conto è assumerla oggi, ancora di fatto all'esterno dell'Ue, e in isolamento. La svolta spagnola toglie moltissima forza negoziale alla posizione della Polonia. Un nuovo orientamento è possibile anche a livello più generale. È possibile, quindi, che il clima pro-integrazione sia molto più sereno di qualche mese fa. Questo però non senza qualche elemento di complessità. Non è detto, infatti, che il nuovo posizionamento della Spagna non produrrà conseguenze su coloro che si erano un po' defilati dal gruppo degli oppositori. Per esempio, la Gran Bretagna è stata sempre perplessa sulle soluzioni integrative e sulla stessa costituzione; in questo nuovo contesto un riposizionamento di Spagna e Polonia, potrebbe spingerla ad alzare la voce. Questo ancor di più se la Londra si dovesse ritrovare in una situazione di isolamento con la costituzione di un nuovo gruppo che comprenda Francia, Germania e Spagna. Una spinta, insomma, ci sarà ma non senza elementi di complessità.
Passiamo alla sperata conseguenza di una approvazione della Costituzione, quella cioè di una maggiore cooperazione in tema di difesa nell'Unione.
A me sembra che questo sarebbe un passo molto importante. Indirettamente, i fatti di Madrid possono essere considerati produttori di conseguenze rilevanti in tema di politica estera e di difesa. Basti considerare che se la Costituzione fosse stata in vigore prima dell'11 marzo, tutti i paesi europei avrebbero dovuto soccorrere la Spagna "con tutti gli strumenti a disposizione inclusi quelli militari", la cosiddetta clausola di solidarietà, che oggi non è in vigore. Questa è una sola delle conseguenze che il varo della Costituzione potrebbe realizzare. Ci sono molte altre questioni che potrebbero essere traguardate. Gli attentati di Madrid hanno dimostrato come anche il territorio europeo sia un fronte aperto nella guerra al terrorismo e questo potrebbe far cambiare idea a coloro che ritengono la cosiddetta homeland security, la difesa del territorio interno intesa in senso non tradizionale, fosse solo una preoccupazione americana. Ci si può aspettare che con la Costituzione altre misure possano essere decise, come la collaborazione sull'intelligence, nuove norme in materia di controllo alle frontiere esterne all'Ue. Anche se la cosiddetta "Cia europea" sembra essere una proposta tramontata, progressi in questa direzione sono stati fatti.
Si parla anche di creare un "Mister antiterrorismo", un coordinatore unico europeo per la sicurezza che farebbe riferimento all'Alto rappresentante per la politica estera, una figura non prevista in Costituzione.
Sì, l'idea è di costituire figure che svolgano funzioni in grado di formulare e implementare politiche di sicurezza interna con evidenti conseguenze esterne. Allo stesso tempo, però, mi ha sorpreso l'annuncio portoghese di rinunciare a Shengen (alla libera circolazione dei cittadini dell'Unione, ndr) in occasione dei prossimi Europei di calcio. Questo mi sembra sbagliato. Accredita l'idea che si controlla meglio la sicurezza a livello nazionale senza consentire la libera circolazione nel proprio territorio. Eppure tutti sanno che i gruppi terroristici si insediano e prendono contatti nei luoghi prescelti per gli attentati in grande anticipo: quella scelta, quindi, è assolutamente inutile.
Non rischia tra l'altro di deresponsabilizzare gli altri?
Certo. Tanto che, in questo senso, la posizione della Grecia (in vista delle Olimpiadi, ndr) è quella di chiedere il mantenimento dei patti siglati in sede europea, attivando tutti gli strumenti disponibili per aumentare la sicurezza. In questo caso, la risposta responsabilizza e compatta i paesi dell'Unione per una lotta comune.
Passiamo ai rapporti Europa-Stati Uniti. Non le sembra che, dopo una lunga fase nella quale gli Usa hanno spinto per una maggiore integrazione dei paesi europei, oggi questa spinta sia esaurita, anche a seguito della contrarietà di alcune potenze europee alla missione in Iraq?
Senza ombra di dubbio la funzione statunitense è stata importante negli ultimi sessant'anni ma sempre e comunque nell'ottica che l'integrazione non andasse a detrimento della collaborazione militare atlantica. Non mi sembra che questa prospettiva si sia modificata negli ultimi tempi. Molti più problemi ci sono stati, invece, su scelte concrete di politica estera, come per l'Iraq. Conflitti effettivi sulla lotta al terrorismo non ci sono tra Europa e Stati Uniti; quello che ha diviso buon parte delle cancellerie europee da Washington è stata la guerra. Personalmente, è una scelta che non ho condiviso in quanto prima del conflitto l'Iraq non poneva problemi di terrorismo internazionale, mentre oggi sì. Le divergenze di cui parlo però, teoricamente, dovrebbero essere oggi sanate e quindi si dovrebbe essere tornati nella situazione pre-irachena nella quale il conflitto Europa-Stati Uniti non c'era. È immaginabile un maggiore incentivo per sanare una situazione che adesso è diventato un problema di tutti. È ovvio, in questa visione, che sia l'Onu a dover ricoprire un ruolo per ricomporre l'unità proprio dove questa unità si è persa.
In quali termini può avvenire questo ricompattamento e questo nuovo ruolo Onu?
Ho letto l'intervento di Emma Bonino nel quale si lanciava l'idea di andare tutti in Iraq ora. Immagino una prospettiva di questo tipo nella quale gli europei dovrebbero andare in quel paese per dare un sostegno militare ed economico molto significativo e partecipando alla gestione multilaterale del dopoguerra in Iraq con l'Onu in un ruolo di primo piano. Si potrebbe pensare a mettere a disposizione del prossimo governo iracheno una vasta forza militare e di polizia con il marchio Onu e la partecipazione dei paesi arabi moderati. Soluzioni come questa permetterebbero alla comunità internazionale di rispondere a questa sfida, mentre Stati Uniti e Europa ritroverebbero l'unità.
Passiamo al terrorismo. Come va interpretato l'attacco a Madrid? Esiste una strategia in grado di influire anche sui meccanismi più importanti delle democrazie occidentali (vedi il voto in Spagna) oppure i terroristi scelgono gli obiettivi in base a criteri non strategici?
Credo che, purtroppo, una visione strategica ci sia e si concretizzi in atti che si realizzano in posti diversi del globo e anche a distanza di tempo l'uno dall'atro. Non è un'idea tranquillizzante. Vorrei anche precisare, comunque, che, a mio parere, il governo Aznar è stato sconfitto per come ha gestito le informazioni. Se consideriamo questo fatto, il nesso tra vittoria della strategia dei terroristi e vittoria socialista in Spagna risulta più attenuato.
Allo stesso tempo, va detto che il terrorismo ha sempre inquinato il normale funzionamento dei meccanismi democratici e, in questo senso, non vedo grosse differenze tra terrorismo nazionale passato e terrorismo internazionale di oggi.
Ma una soluzione per essere meno sottoposti al ricatto terroristico c'è: se l'Unione Europea, infatti, avesse avuto prima dell'11 marzo una politica estera comune e coerente sui mezzi e non solo sui fini, la pressione esercitabile dai terroristi su ciascuno dei paesi sarebbe stata molto minore. Vorrei aggiungere, inoltre, che 11 marzo e 11 settembre sono eventi assimilabili ma diversi: quello alle Torri Gemelle fu un attacco privo di scopi negoziali fatto per colpire il nemico mortale, gli Usa, mentre l'11 marzo è l'impiego della violenza con obiettivi negoziali, per ottenere un decisione diversa di politica estera da parte della Spagna. Anche le minacce alla Francia, in seguito alla legge sul divieto del velo a scuola, avevano questo carattere. In questa visione gli europei sarebbe nella strategia del terrore un obiettivo intermedio, mentre gli Stati uniti obiettivo finale. Lo scopo sembra quello di creare cunei di separazione tra i paesi europei e tra essi e gli Stati Uniti.
Non le sembra che, da un certo punto di vista, questo carattere negoziale, questa esplicazione di obiettivi da parte del terrorismo internazionale, permetta di combatterlo più facilmente? Un nemico che si conosce è sempre meglio di uno che agisce irrazionalmente.
Certo, mi pare, però, che la contrapposizione frontale contro quello che ho chiamato l'obiettivo finale, gli Usa, è senza scampo. Siccome è impensabile un arretramento totale dell'unica potenza egemone in campo economico, politico e militare nel mondo, temo che l'offensiva verso gli Stati Uniti sia senza ritorno e non razionalizzabile in termini negoziali.
In questi giorni un'altra questione sembra destabilizzare il quadro europeo: gli scontri tra serbi e albanesi in Kosovo. Si riapre la questione balcanica?
Forse sì, ma non nei termini degli anni '90. Più che altro questo episodio dimostra come sia lungo il periodo di gestione di aree in cui non vi sono strutture politiche funzionanti con conflitti etnici e religiosi non sanati. Ciò dimostra ancora una volta come la comunità internazionale, primi fra tutti Usa e Ue, devono trovare strumenti condivisi per risolvere problemi che durano decenni. Non so se gli scontri scoppiati in questi giorni sono il risultato di problemi sedimentati che ad un certo punto esplodono o sono stati organizzati ad hoc, ma sicuramente mostrano come sia delicata una situazione che pure avevamo dato per risolta. www.caffeeuropa.it/
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EU: Banche Europee poco trasparenti e sorvolano sui diritti umani
La BEI come le tre scimmie? - da bankwatch
Le principali istituzioni bancarie europee sotto accusa. Da un rapporto al Parlamento Europeo redatto dall'eurodeputata spagnola Monica Ridruejo, la Banca Europea per gli Investimenti (BEI) non rispetta le regole basilari di trasparenza e corporate governance (codice amministrativo). "La BEI non aderisce alle regole di corporate governance, che dovrebbe osservare in quanto banca pubblica sovranazionale e istituzione di prestito più grande al mondo" - afferma nelle prime righe il rapporto della Ridruejo.
"I paesi membri dell'UE sono proprietari congiunti della BEI, ma le informazioni pubbliche che la banca fornisce sui potenziali conflitti di interesse dei direttori sono superficiali e spesso sbagliate. Il consiglio di amministrazione comprende persone che hanno ruoli dirigenziali in 11 banche commerciali o altre compagnie, ma il rapporto annuale della BEI e il sito web ne menzionano solo due. La banca afferma pubblicamente che due dei suoi direttori, l'italiano Rainer Masera e il francese Pierre Richard, sono presidenti o direttori esecutivi di banche commerciali. Ma queste banche, la francese Dexia e l'italiana Sanpaolo IMI, sono anche le banche intermediarie della BEI, gestendo circa 4 miliardi di euro prestati in Francia e 5.9 miliardi in Italia lo scorso anno. Sanpaolo IMI è anche la maggiore azionista di altre due banche intermediarie della BEI. Non c'è alcun riferimento pubblico da parte della BEI all'appartenenza di Richard nei consigli di Air France, Le Monde, Generali France Holding e l'Americana Financial Security Assurance. Nè c'è riferimento alle 29mila azioni della Dexia che Richard possiede, o alle 177 mila azioni possedute da Masera e sua moglie nella Sanpaolo IMI" - si legge nel rapporto. Secondo la Ridruejo, la BEI dovrebbe avere standard migliori delle banche private in quanto è finanziata da tutti i contribuenti dell'UE.
La Ridruejo è stata oggetto di pressioni affinchè ritirasse il rapporto che è però stato mantenuto dal Comitato per gli Affari Economici e monetari del Parlamento Europeo. Una coalizione di Ong internazionali ha accolto con favore la decisione, ma rimangono preoccupazioni che la discussione che si terrà nei prossimi giorni finisca con l'affossare il rapporto. "La BEI non riesce ad applicare gli standard che tutti si aspettano da un'istituzione finanziaria pubblica europea e per questo c'è bisogno di cambiamenti radicali" - ha affermato Magda Stoczkiewicz, responsabile della "Campagna europea per la riforma della BEI" per il Network CEE Bankwatch e per Friends of the Earth International. "Crediamo che l'Unione Europea abbia un importante ruolo nello stimolare la riforma della BEI e per questo chiediamo una discussione approfondita in merito ai temi sollevati dal rapporto della Ridreujo".
Sotto i riflettori anche la Banca Europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo (EBRD).
In una lettera inviata congiuntamente, Human Rights Watch (HRW) e CEE Bankwatch Network chiedono che la Banca Europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo (EBRD) sospenda tutti i prestiti al settore pubblico dell'Uzbekistan finchè il governo uzbeko non mostrerà reali progressi nel rispetto dei diritti umani come richiesto dai principi della EBRD stessa.
Nei prossimi giorni, il consiglio dei direttori della EBRD deciderà sul livello di impegno finanziario con l'Uzbekistan. Questo mese, infatti, segna la scadenza del periodo di un anno che l'ERBD aveva concesso al governo Uzbeko per permettergli di fare progressi sostanziali e misurabili in una serie di questioni che la banca ha deciso nella sua strategia nel Marzo 2003. Tre delle questioni riguardano specificatamente i diritti umani: maggiore apertura politica e libertà di stampa, libero funzionamento e registrazione di gruppi indipendenti della società civile e attuazione delle raccomandazioni del relatore speciale dell'ONU sulla tortura.
Human Rights Watch documenta la persistente incapacità del governo uzbeko ad adottare le necessarie riforme in queste tre aree. Secondo HRW si possono fare delle eccezioni per i progetti che riguardano la salute, l'educazione e il benessere della popolazione: tuttavia questi progetti dovrebbero essere strettamente monitorati per assicurare che raggiungano gli obiettivi stabiliti.
Il governo non ha permesso la registrazione di un solo partito politico e non riconosce i gruppi per la difesa dei diritti umani. La censura informale dei media persiste. Torture e maltrattamenti nelle prigioni rimangono diffusi e avvengono in quasi totale impunità. Dal Maggio 2003, almeno 4 persone sono morte in custodia della polizia, apparentemente a causa di torture. A più di un anno dopo la pubblicazione del rapporto del relatore speciale dell'ONU sulla tortura, il governo non ha pubblicato una versione finale del Piano di Azione Nazionale per implementare le raccomandazioni, nonostante avesse promesso di farlo entro la fine del 2003. [GB] www.unimondo.org/
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Intervista a Frei Betto, teologo e militante sociale
" Ogni giorno molte torri gemelle cadono in silenzio...
Amico personale e stretto consigliere del presidente Lula, all'inizio dell'anno scorso non ha avuto dubbi nel lasciare la sua comunità dominicana di San Paolo per trasferirsi a Brasilia. Non come funzionario né come ministro,ma come semplice militante, come dice schiettamente. Nella capitale, CarlosAlberto Libânio Christo, più conosciuto come Frei Betto, è il responsabiledella Mobilitazione Sociale del programma Fame Zero, mirato a ridurre questoflagello che colpisce 45 milioni di brasiliani.
Dialogo aperto con un uomo di sinistra, ex prigioniero politico,giornalista, autore di circa 50 libri, religioso e, in più, uno dei padridella Teologia della Liberazione in America Latina.
Di Sergio Ferrari - In collaborazione con E-CHANGER
Con il consenso dell'autore per Selvas.org
Traduzione di Prisca Destro e revisione di Daniela Cabrera - di Traduttori per la Pace
Quale concetto c'è alla base della campagna Fame Zero che il governo brasiliano sta realizzando a livello nazionale?
Molti pensano che le cause principali di morte nel mondo siano tre: laguerra, il terrorismo e l'AIDS. Non è assolutamente vero! Quello che uccide di più è la fame: 842 milioni di esseri umani vivono in condizioni di denutrizione cronica. Le statistiche parlano di 100 mila morti ogni giorno a causa della denutrizione, delle quali 30 mila sono bambini di età compresa tra gli 0 e i 5 anni. Molte torri gemelle ogni giorno! Ma sono morti anonimi, nessuno li piange, pochi si indignano, non ci sono monumenti con il loro nome. Ci sono 45 milioni di persone affette da AIDS nel mondo. Ed è importante fare campagne. Ma la fame uccide 20 volte di più dell'AIDS. Perché non ci sono, in proporzione, altrettante campagne contro la fame?
Ha una risposta?
Ne ho solo una, un po' cinica. La fame fa distinzioni di classe. Non tocca i ricchi, perciò non se ne preoccupano. E per questo Lula sostiene il programma Fame Zero e sul piano internazionale promuove la creazione di un Fondo, basato sull'applicazione di una specie di Tobin Tax sulle relazioni commerciali nei paradisi fiscali [o sulla compravendita di armi, NdR].
L'ASSISTENZIALISMO DEL NORD
Paradossalmente questa proposta è stata ben accolta da alcuni governanti,tra i quali qualche europeo, che non sono molto "attenti al sociale" né progressisti.
Non abbiamo pregiudizi. Accettiamo tutti quelli che vogliono unirsi a noi per affrontare la povertà e la fame. Mi preoccupa invece una cosa, la concezione assistenzialista che si continua ad avere in Europa. Combattere la fame non significa donare cibo ai "poveri". Questo è il modo peggiore di combatterla perché non stimola la produzione locale; incentiva la corruzione di molti politici che barattano alimenti con appoggio elettorale e giustifica i sussidi nel Nord.
Come evitare allora, per esempio, che Fame Zero non cada in questo stesso errore?
Fame Zero non è assistenzialismo, ma un programma di inclusione sociale. Cerca di creare condizioni di sostenibilità. Non è una proposta di distribuzione di alimenti, ma di inserimento sociale attraverso una redistribuzione delle entrate. A partire dall'incentivare, in parallelo, ilcooperativismo, il microcredito, l'educazione cittadina, la riforma agraria.
Uno sforzo per aumentare la consapevolezza e l'organizzazione dei beneficiari del programma?
Infatti. Abbiamo organizzato una rete in tutti gli stati brasiliani chiamata “Talher”, parola che in portoghese fa riferimento contemporaneamente ai mezzi per mangiare e al “conferimento di responsabilità”. Abbiamo già 540 educatori formati e 10 funzionari del Governo Federale che lavorano nel mio ufficio, con lo scopo di implementare la pedagogia di Paulo Freire.
Come si implementa questa pedagogia in un programma come quello da lei coordinato?
Quando raggiungiamo una famiglia e le diamo una carta magnetica - che si chiama carta cittadina - per prendere ogni mese il denaro dalla Banca Federale, richiediamo che non ci siano analfabeti (e qualora ce ne fossero,pretendiamo che inizino immediatamente l'alfabetizzazione); che i bambini vadano a scuola; che partecipino a un programma sanitario, a lezioni di cooperativismo e microcredito. Qui si inserisce il discorso dell'educazione popolare e cittadina. Uno sforzo perché la gente acquisisca una coscienza sui diritti della famiglia, la pianificazione familiare - che non vuol dire controllo delle nascite! Una strategia integrale. Questa pratica la chiamiamo condizionalità. Un concetto creato dai politici per complicare le cose [fa notare scherzosamente], ma che nel nostro caso parla di diritti e doveri.
Ci sono state critiche sulla lentezza con la quale è stato applicato il programma Fame Zero. Perché lei dice che tutto prosegue bene?
L'anno scorso è stato un grande successo. Pensavamo di aiutare un milione di famiglie in mille comuni. Siamo arrivati a 3 milioni e 615 mila famiglie in 2340 comuni, più della metà di quelle che esistono in Brasile. Si è datala priorità alle regioni quasi desertiche del Nord-est; i villaggi indigeni;i gruppi dei senza terra; gli abitanti delle discariche e le comunità"kilombolas", discendenti dagli schiavi. Siamo riusciti a unificare tutte le politiche statali legate alla lotta contro la fame. E, inoltre, quando si dà un aiuto a un gruppo, arrivano gli agenti del nostro programma per promuovere la salute pubblica, l'educazione, gli orti comuni e domestici, l'educazione nutrizionale ecc. Ora promuoviamo anche la costruzione di una cisterna in ogni casa beneficiata. Un metodo molto semplice inventato da un contadino che permette di raccogliere, anche nelle zone più secche, fino a 16.000 litri di acqua piovana dal tetto dell'abitazione. Ogni cisterna costa 450 dollari, ha una durata media di 40 anni ed è costruita dal gruppo familiare stesso, il che contiene fin dall'inizio una connotazione fortemente educativa.
LA RESISTENZA AI CAMBIAMENTI
In Brasile ci sono resistenze al programma Fame Zero?
Non al programma, ma alle riforme strutturali da realizzare e senza le quali Fame Zero non può avere successo. Mi riferisco soprattutto alla riforma agraria.
La cui applicazione continua a essere molto lenta, come fanno notare alcune voci critiche dei lavoratori senza terra.
C'è un piano pronto per sistemare 530 mila famiglie in 4 anni. La richiesta del movimento dei lavoratori rurali senza terra (MST) era di unmilione. Nell'immediato il governo assicura poco più della metà di questa richiesta. Quest'anno saranno 115 mila famiglie. Non vogliamo peccare di demagogia con promesse che non si possono mantenere.
Chi sono i veri oppositori di questa riforma?
Nel paese ci sono circa 600 milioni di ettari coltivabili. Di questo totale, un terzo può essere compreso nella riforma agraria perché sono terre occupate da proprietari illegali, grandi latifondisti.
Quando si parla del tema della terra viene automaticamente una domanda: i rapporti del governo con i movimenti sociali. Continua il "matrimonio"iniziato quando Lula salì al governo nel gennaio 2003?
Continua un rapporto critico tra controparti. In tutto questo tempo nessun movimento sociale ha rotto con il governo di Lula. Ci sono critiche che consideriamo positive. Ma è innegabile che Lula viene da questi movimenti e ha conosciuto la miseria sulla sua pelle. Ed è molto deciso nell'intenzione di evitare due errori madornali. Uno, quello "capitalista", cioè criminalizzare il movimento sociale. L'altro, quello "socialista", cioè considerare i movimenti sociali come veicoli di trasmissione della politica di Stato, cosa che attenterebbe alla loro necessaria autonomia.
La pazienza di questi movimenti dura nonostante i cambiamenti siano più lenti di quanto ci si aspettasse? Ci sono settori che hanno rotto con il Partito dei Lavoratori nel governo.
Le aspettative restano. Le prime inchieste indicavano che la gente dava al governo una fiducia di due anni. Finora solo due o tre settori, senza contare l'estrema destra o l'opposizione, hanno preso le distanze. Pochi parlamentari di estrema sinistra e alcuni intellettuali.
FAME ZERO, VERSIONE POLITICA DEL MIRACOLO BIBLICO
"In termini evangelici il pane e la fede sono intimamente legati. Credo nel Dio che disse di essere il pane e la vita" sottolinea Frei Betto nello spiegare il suo nuovo compromesso con le sfere del potere. Nonostante questa vicinanza, "non è cambiato nulla nelle mie convinzioni e nella pratica. Continuo a lavorare con la gente più povera e lo considero un lavoro pastorale."
Fame Zero mette al primo posto i più umili ed emarginati. "Per me è la versione politica della moltiplicazione dei pani e dei pesci fatta da Gesù."Non si può dimenticare, segnala Betto, che "la preghiera che ci ha insegnato Gesù ha due parole chiave: Padre nostro e pane nostro. Posso chiamare Dio padre se lotto perché il cibo non sia solo mio ma di tutti."
TENSIONI INTERNE E CORRUZIONE
Nel novembre 2003, quattro parlamentari nazionali - tre deputati e una senatrice - sono stati espulsi dal Partito dei Lavoratori (PT). All'origine di questa misura, le loro voci critiche contro la legge sulle pensioni dei funzionari pubblici e i loro voti negativi al Parlamento sui provvedimenti considerati "antipopolari". È stato il primo segno della tensione interna da quando Lula è arrivato al governo nel gennaio 2003. Sul tema, Frei Betto si mostra cauto e un po' distante: "io non sono militante del PT e mi pesa dare giudizi su un'istituzione alla quale non appartengo," sottolinea. Per aggiungere subito: "penso che in qualsiasi struttura se uno non accetta la decisione democratica della maggioranza deve andarsene. Non potrei, per esempio, continuare a stare nella chiesa se non fossi d'accordo con le sue decisioni." Anche se nel Direttorio Nazionale del PT c'era una maggioranza qualificata per esigere la disciplina del gruppo parlamentare, la posizione del partito ha dimostrato un cambiamento di fondo, come ha sottolineato la senatrice dissidente Héloisa Helena.
Durante il precedente governo di Fernando Henrique Cardoso, il PT si era opposto radicalmente a iniziative come quelle che poi ha votato l'anno scorso, causando la tensione interna. Rispetto al recente caso di corruzione, molto discusso sui media, che coinvolge Waldomiro Diniz, la posizione del teologo-militante è radicale. "È un caso isolato. In base alle informazioni che ho si tratta di un uomo corrotto. È stato immediatamente sanzionato. È già stato esonerato dalle sue responsabilità da Lula e ora sarà sanzionato dalla giustizia. Non possiamo sopportare questo genere di cose. L'etica non è solo un principio di base ma un segno distintivo del governo di Lula. Qualsiasi caso di corruzione deve essere punito in maniera esemplare. Penso che la stampa ha fatto molto bene il suo lavoro, denunciando e provando i fatti."
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La guerra degli standard
di Carlo Formenti
L'economista giapponese Kenichi Ohmae ha il merito di essere stato fra i primi a sottolineare il ruolo strategico che le piattaforme tecnologiche svolgono nel promuovere e accelerare i processi di globalizzazione economici, politici e culturali. Controllare uno o più standard tecnologici significa concentrare nelle proprie mani un potere formidabile, avendo a disposizione strumenti più efficaci di quelli dei "vecchi" stati-nazione per condizionare il modo di vivere e lavorare di centinaia di milioni di esseri umani. Il dominio che gli Stati Uniti esercitano sul resto del pianeta, sostiene Ohmae, si fonda sull'aver precocemente intuito tale verità, non meno che sulla loro soverchiante potenza finanziaria e militare. E basta analizzare il modo in cui i media, l'amministrazione e i politici americani hanno reagito alla recente sentenza della Commissione Europea contro Microsoft, per rendersi conto di quanto sia vera questa tesi.
A parte rare eccezioni, (i concorrenti che hanno promosso la vertenza davanti alla Commissione, i quali hanno ovviamente espresso soddisfazione per la sentenza, e alcuni esperti di diritto, secondo cui la decisione europea rappresenta un'inedita opportunità per restaurare le regole della concorrenza), la maggior parte dei commenti d'Oltreoceano sono stati negativi. "Così le multinazionali non potranno più operare in modo omogeneo sul mercato mondiale", ha detto un noto economista; "per chi opera in un mercato sempre più globalizzato, la difformità di regole rappresenta un vero e proprio incubo", incalza un articolo del Washington Post; "gli europei non hanno tenuto alcun conto della decisione che l'Antitrust americano avevano già assunto in materia", lamentano decine di voci in coro, adombrando il rischio di una guerra commerciale fra le due sponte dell'Atlantico.
Cogliere il punto che si cela dietro queste proteste "patriottiche" non è difficile: Windows è uno standard tecnologico che consente a una multinazionale americana di controllare il modo in cui vengono utilizzati più del 90% dei PC che operano attualmente in tutto il mondo, grazie a Windows - e alla Microsoft che lo distribuisce - gli Stati Uniti godono di un mostruoso vantaggio competitivo in tutti i settori del mercato ICT. Particolarmente significative, da questo punto di vista, le critiche alla sentenza europea da parte del viceprocuratore generale degli Stati Uniti, Hewitt Pate, il quale ha detto: "Politiche antitrust efficaci devono evitare di freddare l'innovazione e la competizione anche se rivolte su società dominanti. Un approccio contrario rischia di proteggere i rivali, e non la competizione, in un modo che può danneggiare l'innovazione e i consumatori che ne beneficiano", per poi aggiungere: "l'esperienza americana ci dice che i migliori rimedi antitrust eliminano gli ostacoli al sano funzionamento dei mercati competitivi senza danneggiare aziende di successo o imporre oneri su terze parti, cose che invece possono emergere dai rimedi decisi dalla Commissione europea".
Tutti sanno (come gli stessi media americani avevano sottolineato ai tempi della sentenza) che i "rimedi" adottati dal giudicie Usa non hanno la minima efficacia in termini di tutela degli interessi della concorrenza, né tantomeno di quelli dei consumatori, per cui le parole di Pate vanno intese in tutt'altro senso: per essere davvero "libera", la concorrenza deve essere messa in grado di produrre i suoi effetti paradossali, che consistono nella "libera" formazione di monopoli. Evitando di danneggiare le "imprese di successo", soprattutto se americane, e soprattutto se le loro posizioni monopoliste garantiscono il primato americano sul mercato mondiale. Un ragionamento in cui l'innovazione non svolge il minimo ruolo, se non quello di foglia di fico per coprire gli interessi in campo. Il caso Microsoft è solo l'ennesima dimostrazione del liberismo a senso unico che ispira la politica americana: liberista quando si tratta di garantire la penetrazione delle multinazionali Usa sui mercati mondiali, protezionista quando si tratta di proteggere il proprio mercato (agricoltura, acciaio, ecc) dalla concorrenza degli altri Paesi.
Ciò detto, non è il caso di alimentare soverchie illusioni sull'impatto concreto che la sentenza europea potrà avere a breve-medio termine: ricorsi e guerriglie legali varie consentiranno al colosso di Redmond di sottrarsi alle sanzioni decise da Bruxelles per diversi anni. L'impatto della sentenza è soprattutto psicologico, ma anche questo è un passo avanti da sfruttare, per cui Quinto Stato esprime la sua simpatia nei confronti dell'inziativa del sito New Global, il quale ha deciso di sfruttare il momento per rivolgere ai consumatori l'annuncio che riproduciamo qui di seguito.
Alla luce della oramai scontata condanna di Microsoft per concorrenza sleale, l'associazione NewGlobal.it ha deciso di mettere gratuitamente a disposizione degli associati ma anche di tutti gli utenti e navigatori della Rete Internet, un modulo per richiedere a Microsoft Italia ed alle aziende produttrici di personal computer, il rimborso dei costi sostenuti per l'acquisto, assieme all'elaboratore elettronico (hardware), del software per l'installazione del sistema operativo "Microsoft Windows". Secondo l'associazione, Microsoft e le principali aziende mondiali che producono personal computer, hanno sottoscritto accordi distorsivi della concorrenza che obbligano i consumatori, al momento dell'acquisto finale di un personal computer, ad acquistare anche il software per l'installazione del sistema operativo "Microsoft Windows", quando invece il mercato offre altri sistemi operativi, altrettanto validi se non migliori. In particolare vi sono sistemi operativi interamente gratuiti, come quelli della famiglia "Linux", che offrono prestazioni superiori a quelle di "Windows". L'atteggiamento di Microsoft e delle case produttrici di hardware danneggia dunque i consumatori e la concorrenza. Il modulo di raccomandata da inviare a Microsoft Italia ed alla casa produttrice di personal computer è gratuitamente disponibile a un indirizzo accessibile anche dalla home page del sito dell'associazione. NewGlobal.it organizzerà le segnalazioni degli utenti all'Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato perchè emetta un provvedimento di condanna contro Microsoft e le aziende colluse.
Inviato da Carlo Formenti quintostato.it
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Kennedy, storia di un volume svanito nel nulla
Stefania Limiti
Esiste un libro che spiega meglio di tutti, con una infinità di dettagli, prove, riferimenti, anche inediti, da chi, come e perché Kennedy fu assassinato. Questo libro non lo troverete più (se mai c'è stato) nelle librerie. Si intitola L'America brucia (in inglese Farewell America)". Sono parole scritte nel febbraio del 1974 (sulla rivista Linus) da Saverio Tutino, giornalista, testimone di grandi eventi, ripubblicate nel suo libro Da Kennedy a Moro, la vera storia degli ultimi vent'anni (Studio Tesi, 1979).
Tutino si mise sulle tracce di Farewell America, edito da una sconosciuta casa editrice di Torino, l'Albra, che curava testi scolastici. La curiosità, ci ha spiegato durante un recente incontro nella sua casa romana, fu mossa dalla straordinaria documentazione, dalla densità di materiale evidentemente tratto da archivi di Stato e dalla lucida analisi della tragica morte del presidente americano riferita dal quel testo che gli pervenne per puro caso.
L'imboscata di Dallas
Secondo il suo autore James Hapburn (vedremo di chi si tratta), John Fitzgerald Kennedy fu ucciso da un "Comitato" costituito da esponenti di quei grandi monopoli industriali, essenzialmente i miliardari petroliferi texani che controllavano polizie, quadri militari, servizi segreti. Fin qui niente di speciale. Il punto è che Hepburn nel 1968, alla vigilia dell'assassinio di Robert Kennedy, fa nomi e cognomi. Indica in Haroldson Lafayette Hunt ed Edwin Walker (secondo Tutino, “il petroliere più ricco del mondo e il generale più fascista degli Stati Uniti") i massimi dirigenti del "Comitato" che ha pensato e portato a termine l'operazione e rivela pure che Edgar Hoover, capo dell'Fbi, era al corrente del complotto, così come lo stesso futuro presidente Lyndon Johnson. Quasi tutti i membri attivi del "Comitato" provenivano dal Texas o dalla Luisiana: le principali compagnie che figuravano nei libri paga del Pentagono (la General Dynamics, la Lockheed, la Boeing, la General Electric e la Nord Aviation) non gradivano il controllo civile sulla Difesa inaugurato da Kennedy insieme al ministro Robert Mac Namara.
Inoltre le tre principali organizzazioni paramilitari, la John Birch Society, la Minutemen e il Ku Klux Klan, di cui Walker allevava i capi, e che vedevano in Kenney un “braccio sovietico” che s'impossessava degli Usa, non gradivano il suo tentativo di scongelare la "guerra fredda" con la diplomazia. I particolari forniti dall'autore sono impressionanti per la coerenza del quadro politico e gli interessi in gioco. L'inchiesta più misteriosa sull'omicidio di Kennedy mette anche il naso nel mondo dei petrolieri, spiegando che l'era Kennedy avrebbe dato un taglio allo scandaloso sistema di detrazioni fiscali per il petrolio: infatti nel 1962 il Kennedy Act eliminò per le società americane che operavano all'estero la distinzione tra profitti rimpatriati e quelli reinvestiti fuori dal territorio nazionale. Un altro provvedimento, annunciato al Congresso il 24 gennaio del 1963, colpiva tutte le società che si erano arricchite su assurdi benefici. SecondoHepburn, Kennedy iniziò allora il suo ultimo anno di vita. Haroldson Lafayette Hunt, l'uomo del Texas, il più grande propagandista americano d'estrema destra, definì un "delitto" quella politica: finanziò la campagna estremista e militarista organizzata in combutta con Walker.
Coloro che organizzarono l'imboscata di Dallas, esperti di guerriglia, si stupirono "di scoprire che il Servizio segreto di Kennedy lavorava come un gruppo di boy-scout" - il suo capo, Jerry Behn, era così poco preoccupato della visita in Texas, che stava pranzando in un ristorante di Washington al momento dell'assassinio. Il suo vice, Roy Kellerman, si dimostrò così incompetente che al Parkaland Hospital i suoi uomini cominciarono a prendere ordini dall'agente Emory Roberts. L'autista della Lincoln presidenziale, Bill Green (54 anni e 35 di servizio), sarebbe stato in gran parte responsabile della riuscita dell'attentato, visto che non mutò affatto la velocità dell'auto dopo il primo sparo.
In Farewell America si possono leggere una quantità enorme di notizie di straordinario interesse. Il libro contiene anche un'appendice che indica le fonti documentali usate, ma non solo: l'editore dell'opera (Frontiers) scrive che l'autore è venuto in possesso di due copie del filmato di Zapruder che, unico al mondo, riprende la scena dell'omicidio. Si tratta però delle copie integrali e inedite dalle quali emerge che senza i tagli e le contraffazioni operate alla pellicola messa in circolazione da Time-Life, è possibile ricostruire l'urto dei proiettili, compreso quello sparato a distanza ravvicinata da qualcuno che si trovava di fronte all'automobile, e l'esatta posizione di ogni sparatore.
L'agente Oswald
Tutto ciò, non dimentichiamo, veniva scritto nel 1968 e che quelle immagini furono rese pubbliche al mondo per la prima volta solo l'anno successivo, come prova determinante nel solo processo intentato sull'assassinio del presidente Kennedy dal procuratore distrettuale Jim Garrison (anche nella copia poi fornita alla Commissione Warren dall'Fbi due fotogrammi decisivi erano stati misteriosamente invertiti per suscitare la falsa impressione che il colpo arrivato alla testa del presidente fosse stato sparato da dietro).
Per quanto riguarda l'uomo accusato di aver sparato, Lee Harvey Oswald, non fu che una comparsa: non sfuggono al nostro Hepburn tutti i particolari della vita di questo "buon soldato" al servizio della Cia. Il generale Walker e Clay Show (direttore dell'International Trade Mart, Itm, di New Orleans) avevano scelto Oswald facendogli credere di partecipare a una nuova azione anticomunista: il piano consisteva nell'influenzare l'opinione pubblica simulando un attentato al presidente. Oswald non sapeva che Kennedy deve morire e che altri prenderanno la mira giusta.
Saverio Tutino indaga
Saverio Tutino pensò che valesse la pena di spendere un po' di tempo per rintracciare l'autore di L’America brucia: andò all'ambasciata degli Stati Uniti a Roma, dove non avevano mai sentito quel nome, mentre l'archivio Usis, il Servizio di informazione, dopo accurate ricerche rintracciò un signore di nome James Hepburn che, tuttavia, si occupava di floricoltura. Tutino si recò allora alla Camera di commercio di Torino: qui un impiegato della sconosciuta Casa Editrice, gli spiegò che L'America brucia era l'unico libro fuori collana pubblicato da Albra. Ma chi era James Hepburn? Il signore sorrise, narra Tutino: "Non esiste. E il libro non è mai apparso negli Stati Uniti". Dietro quel nome c'è forse un gruppo legato ai Kennedy?, chiese il giornalista. "Fece un gesto come per dire: chissà", ricorda Tutino.
Nel suo libro Tutino va oltre e si chiede se l'Albra era legata, come quasi tutto a Torino, alla Fiat e se i guai che portarono Gianni Agnelli ad accettare il compromesso con Eugenio Cefis furono legati a una politica della sua azienda che per un certo periodo di tempo "prima che se ne occupasse Umberto, aveva imprudentemente indotto Gianni a nutrire qualche avversione nei confronti degli autori del colpo di Stato di Dallas. Si tratta di una guerra dei grandi imperi e non osiamo cercare di penetrare tutti i misteri, ma qualcosa può trapelare magari attraverso un libro che appare in Italia senza neppure la data di pubblicazione, stampato da una tipografia dei salesiani, che malgrado la sua importanza non è già più in circolazione e che in America non è mai stato pubblicato. Solo in Inghilterra, da Frontiers".
Farewell America fu una sorta di controinchiesta sull'assassinio di Kennedy, una vera e propria contro-commissione Warren. Per quanto riguarda il nome dell'autore, James Hepburn, era naturalmente uno pseudonimotato da "Michel" il quale amava perdutamente e naturalmente senza speranza l'attrice Audry Hepburn: James sta per J'aime, il cognome è quello della diva del cinema.
E' una storia che sembra un romanzo, ma non lo è.
www.tornareavincere.it
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CASTELLI QUERELA ZELIG
Parte la querela a 'Zelig' dall''uomo'' e ''ministro'' della Giustizia, Roberto Castelli. Nel mirino lo sketch di Ficarra & Picone, andato in onda ieri sera, in cui i due comici ironizzavano sulla performance del ministro, al grido di 'chi non salta italiano e''', nel corso di una manifestazione dei Giovani padani a piazza Montecitorio.A darne l'annuncio e' lo stesso Guardasigilli. ''Agli attacchi ora ho intenzione di rispondere, a partire da quelli di Zelig. Ancora una volta -denuncia- sono stato insultato e se finora sono stato zitto, da oggi non intendo subire oltre. Durante la trasmissione di Zelig di ieri sera sono stato nuovamente fatto oggetto di menzogne e insulti per la mia partecipazione a una manifestazione dei Giovani Padani. Una manifestazione pacifica e democratica, lo ripeto ancora, durante la quale i ragazzi mi hanno invitato a saltare con loro, un invito che ho accettato senza che fosse scandito alcuno slogan''.
''Se poi, prima o dopo la mia partecipazione -prosegue Castelli- sono state gridate frasi poco gradite a qualcuno, cio' non ha nulla a che vedere con il mio intervento''.
La verita', dice il ministro della Giustizia, e' che ''la sinistra e i principali quotidiani del Paese non mi hanno ancora perdonato il mio 'no' alla grazia a Sofri e per questo stanno costruendo campagne inaudite come questa, che purtroppo ha visto partecipare anche alcuni esponenti della Cdl acritici e poco accorti''.
Il ministro lamenta ancora: ''Nella mia carriera politica non ho mai offeso nessuno ma, nonostante questo, sono oggetto di continui attacchi. Sappiano la sinistra e gli amici di Sofri che non mi faro' intimidire, portando avanti con sempre maggiore determinazione le mie battaglie basate sul contratto con gli italiani''.
( da www.articolo21.com )
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Berlusconi a Palermo elenca i suoi nemici
di Saverio Lodato
Dell'Utri canta, La Loggia canta, Schifani piange, la Prestigiacomo non canta, Pisanu non canta non piange e non ride, Miccichè si mette le mani in tasca e mastica gomma americana, Cuffaro batte le mani… Forza Italia, che questi siamo noi. Karaoke per l'Inno di Mameli.
Silvio e Gianfranco (Miccichè) cantano rivolti alla platea. Qualcuno vuole dare al Presidente del consiglio il testo, ma Silvio lo ferma divertito: conosce a memoria l'Inno di Mameli, ci mancherebbe. Eccoli i bravi ragazzi di Forza Italia. Con qualche ruga in più, qualche capello bianco, qualche preoccupazione perché - anche in Sicilia - le lune di miele non sono eterne, e loro lo sanno benissimo.
Ci voleva il catino pieno: il padiglione 20 della Fiera del Mediterraneo che non sarà il Maracanà, ma conta i suoi 8 mila posti a sedere (in tutto i forzisti saranno stati 12 mila). C'era un bisogno vitale di bagno di folla, ci volevano migliaia di strette di mano, ci voleva la parata e il collettivo autoattestato di esistenza. Quando il futuro si fa incerto, non è male fortificare il morale delle truppe: 192 pullman da tutta la Sicilia. Si torna alle radici, a 10 anni fa. E si torna - naturalmente, geneticamente, inevitabilmente - alla Sicilia, cornucopia di consensi per Forza Italia. Per Berlusconi è una scelta obbligata.
Sentiamolo: «Quasi non credo ai miei occhi. Siamo uno splendido fiume che scorre verso la libertà, e dico alla sinistra: attenti, perché se no, questo fiume - ministro Pisanu permettendo - lo facciamo scorrere sino a Roma». Ai fotografi: «Domando di fare spazio, il ministro dell'interno mi dice che non risponde della vostra integrità fisica…». E scende dal palco, si mette a sedere fra Pisanu e la Prestigiacomo, per costringere fotografi e cameraman ad allontanarsi. Dura mezz'ora il teatrino coi fotografi. Il fatto è che si deve arrivare alle 18.30 per il primo tg Mediaset, quello di Italia1.
Berlusconi: «Ma siamo una cifra così esagerata che staremo insieme poco, sarò costretto a parlare poco. Dieci anni per la libertà, e siamo ancora qui. Avevamo tanti progetti per la nostra vita, io avevo un mestiere in cui mi sentivo realizzato pienamente, ma gli avvenimenti incalzavano… E dopo ciò che era successo con i partiti della prima repubblica, la sinistra, con il 30% dei voti si preparava ad avere l’80% dei seggi in Parlamento. E allora ci demmo di fare, con la Lega e Alleanza nazionale che marciava verso la libertà, e ciò che restava di quei partiti… Ma l'accordo non fu possibile, e dissi: se proprio non si potrà mettere in campo un esercito contro la sinistra, beh allora lo farò io… e una sera di dicembre, avevo per festeggiare il Natale la mia famiglia e i dirigenti più importanti del mio gruppo: trovai un muro di no, tutti mi dissero no, compresa mia madre che era fra le più accese sostenitrici che io continuassi a fare il mio lavoro…
Ma io le dissi: mamma, sento il dovere di farlo. Mia madre di notte tornò a Arcore: se senti il dovere di farlo devi trovare il coraggio di farlo. In poco tempo dovemmo montare una forza politica. E c'era con me il capo dell'organizzazione, Marcello Dell'Utri, e individuammo un uomo per ogni regione che suscitasse le adesioni, deciso a presentarsi di lì a qualche mese. Scegliemmo i nostri migliori uomini, per la Sicilia c'era Gianfranco Miccichè. Quando gli dissi: Gianfranco è fatta, lui stette zitto, e pensavo che pensava a tutti i soldi che avrebbe perduto perché era una scelta che imponeva un sacrificio economico rilevante, e poi mi disse: sono qui, agli ordini, pronto a lavorare. Andammo alle elezioni, per trasformare il Paese, quello Stato che avevamo ricevuto in eredità e che ci parve molto lontano da quello che avrebbe dovuto essere. Poi ci fu un colpo di mala giustizia e di Palazzo che privò la sovranità popolare del governo che si era dato.
E so quanto tempo abbiamo perso per quanto accadde allora. Se non ci fosse stato quell'incidente antidemocratico, oggi saremmo qui a festeggiare dieci anni di governo, e l'Italia sarebbe in grado reggere la competizione con gli altri paesi del mondo. Fummo costretti alla traversata nel deserto e difendemmo la democrazia e la libertà contro il comunismo….
Costruendo questo progetto, abbiamo affrontato tutte le sfide elettorali che si sono presentate: e vittorie nel '99, nel 2000, 2001, 2002… Ma c'è una piramide di uomini vecchi nelle istituzioni, funzionari nell’amministrazione pubblica rimasti lì a sfruttare, e siamo riusciti a diminuirne il numero, a trasferirli ma non a metterli fuori. Abbiamo bel chiaro ciò che dobbiamo fare: ho firmato un contratto coi cittadini in modo solenne: diminuire la pressione fiscale, impegno vivo, vitale assoluto, meno tasse per tutti... Ci siamo scontrati con crisi mondiale che nessuno poteva prevedere, l'11 settembre, Iraq, Afghanistan, crisi delle borse, impatto duro dell'euro, e infine i disastri, le truffe di cui ha sofferto la nostra economia, Cirio e Parmalat. Ma l'Italia va meglio di Francia e Germania, è riuscita a tenere in ordine i conti pubblici. E senza aumentare di una lira le imposte, senza mettere le mani nelle tasche dei cittadini, abbiamo aumentato le pensioni più basse…».
«Abbiamo abolito molte tasse e adempimenti burocratici, introducendo la riforma della scuola, del lavoro, della previdenza, che stanno cambiando il nostro modello di sviluppo. Abbiamo adempiuto al nostro contratto. Per l'occupazione avevamo promesso un milione e mezzo posti di lavoro, ne abbiamo creati un milione e 338 mila. Avevamo promesso sicurezza per i cittadini: stiamo creando un esercito del Bene da contrapporre all'esercito del Male, siamo il paese più sicuro d’Europa. Infine Grandi Opere: ecco oltre 93 miliardi di vecchie lire, già appaltate, prevalentemente al Sud. E c'è il Ponte sullo Stretto di cui si parla da decenni e che consentirà a questa terra meravigliosa e a voi di sentirvi italiani al 100%. Sentirete una italianità nuova, più profonda. La realizzazione del ponte questa volta si farà,entro pochi mesi sarà bandita la ricerca per il General Contractor. Lo sappiamo: bisognerà intervenire sulle ferrovie dell'isola. E verrà l'amaro in bocca alla sinistra che in Europa ha fatto fare un pronunciamento contro il Ponte sullo Stretto, ma lo abbiamo aggirato. Moralità è non rubare, ci mancherebbe altro, ma anche mantenere gli impegni che si assumono con gli elettori. Insomma: la forza di un sogno, cambiare l'Italia. Cambiare l'Italia: meno costi per lo Stato, meno tasse per tutti. La sinistra non vincerà, anche se Bertinotti è persona limpida e intellettualmente onesta, ma con Bertinotti non riuscirebbe a governare. Rifondazione propone che lo Stato, dopo due anni di disoccupazione, dovrebbe assumere chiunque, ma così fallirebbe».
E finisce così: «meravigliatevi di ciò che siamo riusciti a fare. Chi crede vince. Riusciremo battere il triciclo?». «Siii». «Riusciremo a oltrepassare il 50%, e governare per altri cinque anni?». «Siii». «Le tre I della Sinistra? Insultare, insultare, insultare Berlusconi. Ci faremo intimidire dalle tre I della sinistra?». «Noooo». Inenarrabile: al di là del bene e del male.
Forse non si saranno uniti ai cori i lavoratori della Keller, della Lts, dell'Imesi, dell'Infotel e della Tecnosistemi, aziende del palermitano in crisi, che hanno portato i loro striscioni davanti alla Fiera del Mediterraneo. Da mesi in attesa di Cassa integrazione, quelli della Lts hanno scritto: «Presidente ci consenta, ma stiamo morendo di fame».
Lungo la strada del ritorno verso l’aeroporto Berlusconi potrà vedere i suoi manifesti elettorali: sul suo ritratto gigantesco mani ignote hanno disegnato il lungo naso di Pinocchio.
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Lettera di Romano Prodi, Presidente della Commissione europea
La guerra e la pace, la situazione in Iraq, la lotta al terrorismo, l'unità dell'Ulivo
Le ultime settimane sono state cariche di avvenimenti e di tensione: i terribili attentati di Madrid, le elezioni spagnole con il successo del Partito socialista, le manifestazioni in Italia per la pace e contro il terrorismo con la contestazione al segretario dei Democratici di Sinistra, Piero Fassino. Il tutto sullo sfondo di un Iraq e di un Medio Oriente segnati, giorno dopo giorno, dalla violenza e dalla morte.
Su questi argomenti in questi giorni si sta discutendo molto. Sono tre gli interrogativi che vengono essenzialmente posti all'Ulivo che vuole proporsi come novità politica: che ne è, di fronte al tema della guerra e della pace, della vostra unità? Quali garanzie darebbe di una politica internazionale all'altezza delle sfide del mondo contemporaneo un futuro governo dell'Ulivo? Come reagite ai violenti che vi potete trovare come compagni di strada nel vostro cammino politico?
Troppe volte, in questi giorni, nel fuoco delle polemiche, da una parte e dall'altra, si sono date risposte appiattite sulla questione della presenza delle nostre truppe in Iraq. Come se su questa vicenda si potessero seriamente esprimere giudizi e, quando e se necessario, assumere decisioni, senza avere prima elaborato una visione generale della pace e della guerra nel mondo di oggi.
E' da qui, dunque, dalla necessità di una «dottrina» alla quale ancorare le nostre scelte, che voglio partire. Muovendo il passo da quello che mi pare sia il punto di riferimento più solido che si offre a noi italiani, la nostra Costituzione. All'articolo 11 - vorrei citarlo per intero -, essa stabilisce che «l'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo».
Sono parole che, in oltre cinquant'anni, non hanno perduto nulla del loro valore ma, anzi, sono andate assumendo, col tempo, un'attualità sempre più forte. Il riferimento alla libertà dei popoli è coerente con una visione delle relazioni internazionali e, più in generale, della politica, che riconosce la persona come valore supremo da tutelare. Il richiamo alle organizzazioni internazionali si adatta mirabilmente tanto ad un'Unione Europea ormai prossima a darsi una Costituzione e ad un'Italia che solo nell'Europa può costruire il proprio futuro, quanto ad un mondo il cui governo sfugge alla capacità di controllo di qualsiasi singola nazione e, per ciò stesso, richiede lo sforzo e il coinvolgimento dell'intera comunità internazionale, a partire da Europa e Stati Uniti, senza la cui alleanza non esiste pace sulla terra.
Quali sono, dunque, i principi che possiamo trarre dalla Costituzione? Credo che possano essere i seguenti: primo, che la guerra, ogni guerra portata contro un altro popolo o un altro Stato è bandita e respinta come illegittima e immorale; secondo, che le controversie internazionali devono essere risolte ricorrendo agli strumenti della politica; terzo, che l'uso della forza è consentito quando e soltanto se esso è indispensabile per portare pace e giustizia ed è approvato dalla comunità internazionale.
Si tratta di principi tutt'altro che neutri o generici. Essi richiedono, tuttavia, di essere ulteriormente precisati per definire quali siano i tipi di intervento armato che siamo pronti a considerare come giustificati dalla necessità di assicurare pace e giustizia fra le nazioni e quale approvazione da parte della comunità internazionale giudichiamo sufficiente per considerare legittimi quegli eventuali interventi.
Quanto alla sostanza, l'uso della forza potrebbe e dovrebbe essere ammesso solo in quei casi in cui essa servisse a proteggere delle popolazioni: uomini, donne, famiglie, bambini, anziani. Stiamo, dunque, parlando dei casi, e solo dei casi nei quali si tratti di offrire protezione da atti di genocidio, da una guerra civile, dall'aggressione ad uno Stato sovrano, da atti di terrorismo. In nessun modo si dovrebbe accettare come giustificato l'uso della forza qualora esso dovesse servire a risolvere una controversia internazionale o a determinare un cambio di regime in un altro Stato.
Affinché il termine protezione conservi un significato autentico, si dovrebbe, peraltro, ammettere che questo tipo di interventi possano essere attuati, quando indispensabile, anche in forma preventiva. Contrasterebbe, infatti, con ogni elementare regola di coscienza una regola che imponesse di attendere che il genocidio fosse in atto per muoversi a protezione delle popolazioni interessate.
Quanto al metodo per definire la legittimità internazionale, il criterio più ovvio è quello che la fa dipendere dall'approvazione delle Nazioni Unite. Le regole che governano il funzionamento del Consiglio di Sicurezza e che danno a ciascuno dei suoi membri un effettivo diritto di veto su ogni risoluzione espongono, tuttavia, al rischio che un'azione, per quanto pienamente giustificata e giustificabile, sia bloccata per motivi che nulla hanno a che fare con la protezione delle popolazioni in pericolo. Un più elastico riferimento ad un'approvazione della comunità internazionale che tenga in conto le dimensioni regionali dell'eventuale intervento può, dunque, a volte essere indispensabile.
Se proviamo ad applicare questi principi ai casi che abbiamo vissuto negli anni più recenti, possiamo vedere come essi forniscano un metro di giudizio abbastanza preciso per giudicare le scelte assunte nelle diverse occasioni.
La necessità di proteggere contro un genocidio in atto è stata la ragione che ha condotto all'intervento per la protezione delle popolazioni del Kosovo dalle violenze dei serbi. Il caso di una guerra civile legata al disfacimento di uno Stato è quello che ha giustificato gli interventi a Timor Est, in Albania con la missione Alba guidata dagli italiani e, prima ancora, quello, purtroppo non altrettanto fortunato, in Somalia. Il caso dell'aggressione ad uno Stato sovrano è quello che ha spinto la comunità internazionale a difendere il Kuwait dall'invasione dell'Iraq. L'urgenza di offrire una protezione dagli atti di terrorismo è stato l'elemento che ha portato un'ampia coalizione internazionale all'intervento armato in Afghanistan dopo gli attentati dell'11 settembre. Il caso di un intervento preventivo è, infine, quello della Macedonia, dove l'invio tempestivo di truppe ha consentito, di fronte ad un sostanziale collasso dell'organizzazione statuale, di evitare l'esplosione di una guerra civile altrimenti quasi certa.
In ognuno di questi casi salvo uno, l'approvazione della comunità internazionale aveva assunto la forma di una formale autorizzazione da parte dell'Onu, alla quale si erano aggiunte, per l'Albania e Timor Est, le richieste di intervento avanzate dai due governi nazionali. In un caso, quello del Kosovo, di fronte al veto opposto al Consiglio di sicurezza dell'Onu dalla Russia, amica tradizionale della Serbia, e in considerazione dell'area geografica delle operazioni, l'intervento fu approvato dalla Nato con il particolare sostegno di un'Unione Europea impegnata a far prevalere in tutto il continente il rispetto dei diritti umani.
Per tanti interventi che si debbono considerare giustificati e legittimi e che la comunità internazionale può ascrivere a proprio merito come esempi di un positivo e coraggioso impegno a favore di popoli esposti a gravi pericoli, ce ne sono almeno due, nella storia recente, nei quali, invece, ci siamo tutti macchiati della colpa della passività, mancando di intervenire là e quando avremmo avuto il dovere di farlo. Mi riferisco alla Bosnia, dove la comunità internazionale si risolse ad intervenire con le forze della Nato per fermare le violenze dei serbi soltanto dopo il massacro di Srebrenica. E, a pochi giorni dal 6 aprile che segnerà il decimo anniversario di quella tragedia, mi riferisco al Ruanda, un genocidio che il pronto invio di poche migliaia di soldati avrebbe quasi certamente permesso di evitare e che, con il suo orrore, toccò talmente in profondità le coscienze di tutti da spingere, poi, alla costituzione del Tribunale penale internazionale.
I medesimi principi che ci portano ad approvare l'uso della forza deciso per l'Afghanistan ci inducono, invece, a considerare tanto ingiustificata quanto illegittima la recentissima guerra in Iraq, quella che, sotto forma di occupazione, vediamo ancora in corso in questi giorni. Mentre né la necessità di distruggere armi di distruzione di massa, peraltro mai trovate, né la volontà di abbattere il regime di Saddam Hussein potevano essere considerate come valide giustificazioni, la mancata approvazione dell'Onu o di qualsiasi altro organismo internazionale toglieva legittimità all'intervento.
A chi chiede, alla luce delle vicende irachene, quali sarebbero o sarebbero state in circostanze analoghe le scelte di un eventuale governo dell'Ulivo, quali le garanzie di una sua tenuta nel campo della politica internazionale, mi sento, dunque e in tutta coscienza, di dire che un governo dell'Ulivo non avrebbe né dato la propria approvazione né assicurato la propria partecipazione alla guerra in Iraq.
Perché di guerra, e non di operazione di pace, si è trattato e si tratta. Una guerra che - come sappiamo bene noi italiani che non dimentichiamo i nostri morti di Nassiriya - ha lasciato e continua a lasciare una lunga scia di morte e di dolore. Una guerra che non avrebbe dovuto essere iniziata e contro la quale si sono espressi tutti i popoli europei, quali che fossero gli orientamenti dei loro governi.
E se, per un Ulivo che si trovasse oggi, da un giorno all'altro, a dover assumere la responsabilità del governo, il problema fosse quello di decidere se continuare o interrompere la partecipazione a questa guerra, non ho esitazione a dire che la scelta sarebbe quella di porre fine all’intervento. Perché, nelle sue forme attuali, l'occupazione è la continuazione di una guerra ingiustificata e illegittima e non è visibilmente capace di riportare pace e sicurezza in Iraq.
Ma non è in questi termini che va posto il problema. Nelle condizioni di anarchia e di disordine determinate dal collasso dello Stato iracheno, le popolazioni di quelle terre sono esposte alla realtà di una violenza di massa, di una guerra civile nella quale si inseriscono e si possono inserire terrorismi di ogni tipo.
Ci troviamo, pertanto, di fronte ad una di quelle ipotesi nelle quali è pienamente giustificato e, anzi, indispensabile l'intervento della comunità internazionale. Un intervento che dovrebbe essere innanzitutto umanitario, volto alla protezione delle popolazioni e alla ricostruzione materiale e istituzionale del Paese ma che, nella situazione attuale, per essere attuato, dovrebbe necessariamente essere armato e prevedere l'uso della forza.
Condizione essenziale perché quest'intervento fosse considerato legittimo sarebbe, ovviamente, che esso fosse approvato e, poi, messo in atto sotto l'autorità dell'Onu. Mentre, per essere realmente efficace, esso richiederebbe una collaborazione la più ampia possibile, con la partecipazione di tutti i Paesi pronti all'intervento: europei ed extraeuropei, atlantici ed extratlantici. Uno sforzo particolare dovrebbe essere messo in atto per coinvolgere e mobilitare i Paesi islamici, tanto al fine di dare un volto più familiare all'opera di ricostruzione, quanto al fine di isolare i gruppi di terroristi all'interno dei loro stessi territori.
Questa è la strada stretta di fronte alla quale ci troviamo. Una strada che, com'è ovvio, prevede l'utilizzo di tutti gli strumenti politici utili a forzare il passaggio alla nuova e finalmente legittima fase dell'intervento umanitario, compresa la fissazione di date limite per il trasferimento all'Onu, come proposto dall'Unione Europea, e anche per il ritiro delle truppe.
Lungo questo cammino - e con questo vengo al tema dell'unità dell'Ulivo -, sono certo che si troverebbero tutti coloro, partiti, associazioni, movimenti, cittadini, che hanno raccolto l'idea e, poi, lanciato il progetto della Lista unica. E penso che, in questa prospettiva, al loro fianco si potrebbero con naturalezza ritrovare anche coloro che, con una scelta di non violenza, chiedono la fine immediata della guerra e il ritorno dei soldati, e coloro che, guardando con generosità all'enorme bisogno di protezione e assistenza della popolazione, chiedono, al contrario, che si vada tutti a Nassiriya.
Nessuno è autorizzato a leggere in queste posizioni un atteggiamento di debolezza nei confronti del terrorismo. Il terrorismo è una minaccia per tutto il mondo libero. Il nostro obiettivo non può che essere quello della completa eradicazione del terrorismo, né più né meno.
Per concludere, vorrei venire all'ultimo interrogativo relativo all'atteggiamento dell'Ulivo nei confronti dei violenti e della violenza. C'è bisogno di ripetere che nei loro confronti non c'è alcuna tolleranza, alcuna disponibilità, alcuna possibilità di dialogo? No, non credo davvero che ce ne sia bisogno.
Romano Prodi
Presidente della Commissione europea www.cittadiniperlulivo.com
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Michele Serra
Il derby è mio e lo sospendo io
Dopo la sospensione del derby Lazio-Roma, sarà aperto un Tavolo Permanente composto dal ministro degli Interni, dal comandante dei carabinieri, dal sindaco...
Con la sospensione del derby Lazio-Roma, decretata da due capi ultras, uno romanista e uno laziale (detti 'er Grattachecca' e 'Mengele'), le tifoserie di calcio assumono finalmente l'importante ruolo istituzionale che loro compete. Decisivo, in questo senso, l'atteggiamento di lungimirante apertura del presidente della Lega, Adriano Galliani (detto 'er Senza Palle'), che ha deciso di non far disputare la partita parlando dal telefono a gettoni di una pizzeria milanese con l'arbitro Rosetti, che aveva saputo da un guardialinee che il massaggiatore della Roma era stato avvertito che un tifoso della Curva Sud era molto nervoso già dal pomeriggio dopo avere accoltellato il suo dietologo, e non si sentiva nello stato d'animo giusto per assistere alla partita.
Altro retroscena: Radio Boccea International, una delle 26 emittenti romane che si occupano 24 ore al giorno di calcio, aveva diffuso poche ore prima del derby la telefonata di un tifoso, Eros Meconi detto 'Tupamaro', che minacciava di disselciare personalmente il marciapiede di destra di via Tuscolana (16 chilometri) nel caso che Francesco Totti non avesse indossato una maglietta con la scritta 'Te vojo tanto bbene, Milena!'.
Su richiesta degli ultras romanisti e laziali, avanguardia politica dei colleghi di tutta Italia, verrà aperto un Tavolo Permanente composto dal ministro degli Interni, dal comandante dei carabinieri, dal sindaco di Roma, dal prefetto, dal questore, dal primario del Pronto Soccorso, dalle mogli in minigonna di tutte le autorità predette, e da due tifosi: il sedicenne laziale Thomas Pelosi, detto 'er Tortura', e il pregiudicato romanista Manlio Terenzio Mortacci, inspiegabilmente senza soprannome. I due ultras prenderanno posto su sedie ignifughe e saranno sedati prima delle riunioni. Esprimeranno il loro voto lanciando fumogeni contro i convenuti di parere contrario. Si prepara, intanto, una piattaforma nazionale del tifo ultras, che prevede:
1. Il riconoscimento di Hamas e la distribuzione gratuita dei biglietti dello stadio, recapitati a casa dal prefetto in persona, a tutti gli ultras con precedenti penali.
2. Il ritiro immediato dall'Iraq e lo spostamento delle bandierine del corner che impediscono una buona visibilità.
3. L'introduzione di una 'giornata della memoria' per le vittime naziste della Seconda guerra mondiale, il gemellaggio con l'Eta, la liberazione dei brigatisti rossi, l'occupazione del Campidoglio, l'adozione della svastica come logo ufficiale degli Europei, lo spostamento della comunità ebraica romana a Ponza, la rivalutazione delle foibe, panini gratis per tutti.
4. L'esposizione in ogni curva, a spese del Comune, dello striscione 'Siete degli infami, onore ai caduti, boia chi molla, vi meritate i gulag, torna Auschwitz, forza Vesuvio, siete delle merde, grazie forni, viva Pol Pot, hasta siempre, Giggi sei sempre nei nostri cuori. La curva non dimentica!'.
5. La modifica della Costituzione, introducendo un articolo che riconosca agli ultras lo status di orango, non punibile e per giunta specie protetta. Il presidente della Lega Calcio, Galliani, ha fatto sapere da una pizzeria milanese, telefonando alla friggitoria romana dove mangiano abitualmente 'er Grattachecca' e 'Mengele', di considerare ragionevole l'intera piattaforma. A patto che i gruppi ultras accettino di assumere, d'ora in poi, il nome dello sponsor Tim. Immediata adesione dei 'Facinorosi Tim', dei 'Tim commandos' e di 'Tim Olocausto'. Ancora incerte le Brigate Landru e gli Skonvolts: devono concordare con il commercialista quanto chiedere a Galliani.espressonline.it
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ULTRAS. COSÌ LA LUNGA MARCIA PER FASCISTIZZARE LA CAPITALE È ARRIVATA FINO IN CURVA SUD
Foro 753, il centro sociale si veste di nero
Le chiamano Onc, «occupazioni non conformi», per distinguerle dai Csoa, i centri sociali occupati autogestiti della sinistra, ormai «istituzionalizzati all'epoca delle delibere di Rutelli». Sono i centri sociali neri di Roma, l'altra faccia della fascistizzazione della capitale, oltre quella delle curve dell'Olimpico. Il primo tentativo di emulare le occupazioni della sinistra lo fece all'inizio dei Novanta Movimento politico, organizzazione nazional-socialista poi sciolta sulla base della legge Mancino, occupando una vecchia scuola dismessa dalle parti di San Giovanni. Oggi il centro sociale è chiuso, in compenso Mp è risorto sotto le vesti di Base Autonoma, organizzazione a destra della destra il cui leader è sempre Maurizio Boccacci e che ha parecchi suoi militanti in Tradizione Distinzione, il gruppo ultras di cui fa parte Stefano Carriero, uno dei quattro tifosi romanisti arrestati per i fatti del derby e ieri scarcerati. Dopo questa prima marginale esperienza, da un paio d'anni a questa parte i centri sociali neri hanno avuto altra fortuna. Nell'estate del 2002 è stato occupato uno stabile abbandonato lungo la via Tiberina, alle porte di Roma, ribattezzato CasaMontag, dal nome del protagonista dello science novel di Ray Bradbury Fahreneith 451. Quindi, dopo la prova generale in periferia, sei mesi fa la destra radicale romana si è insediata nell'ex Casa del popolo del Celio, a due passi dal Colosseo e di fronte alla piazza Kurdistan dei giorni di Ocalan, dando vita al Foro 753 (dall'anno di fondazione dell'Urbe). Lo stabile, ex opera nazionale Lavoro, poi centro sfollati, abbandonato dalla metà degli Ottanta, è di proprietà della Regione e Storace ha offerto il proprio padrinato agli occupanti (anche perché Veltroni ha idee diverse sulla destinazione d'uso dell'edificio e vorrebbe farne sede del museo della Shoah), sebbene inizialmente, fedele alla sua identità law&order, il governatore del Lazio avesse contestato il principio dell'occupazione. A convincerlo, probabilmente, anche uno striscione inalberato dalla curva nord laziale: «Storace, il Foro non si tocca». Dimostrazione, secondo alcune fonti, di come il 753 sia diventato punto di riferimento anche per gli Irriducibili, il gruppo leader del tifo biancoceleste, la cui sede dell'Ostiense è stata chiusa dopo che da lì, circa un anno e mezzo fa, era partito il gruppo autore del pestaggio di un immigrato marocchino. La cultura politica del Foro 753 è così sintetizzata dal portavoce dell'associazione: «Noi apparteniamo a quel filone della destra storica che ha occupato Fiume e ha combattuto nella seconda guerra mondiale contro il capitalismo anglo-americano e il bolscevismo sovietico». Ma a prevalere non è la vecchia logica del ghetto estremista. Quelli del 753 citano a modello anche la visione comunitarista e identitaria del consigliere d'amministrazione Rai Marcello Veneziani e del giornalista Massimo Fini. Nonostante l'iniziativa sia nata in casa di An, con la benedizione del federale di Roma Piso nonché del ministro Alemanno, non mancano all'interno del 753 frange che fanno riferimento alla destra più oltranzista, e ai nazionalsocialisti di Forza Nuova in particolare.
Quasi contemporaneamente, in un altro stabile centralissimo, all'Esquilino, è nata casa Pound (dal poeta Ezra, ovviamente), occupazione lanciata all'insegna della parola d'ordine «No al carovita - L'affitto è usura», rinforzata dallo slogan «la casa agli italiani» e dalla rivendicazione al «diritto alla proprietà della casa». A guidare l'azione sono i giovani del trifoglio di Gioventù europea, sociali, storaciani, presenti in blocco la sera dello strappo dell'Hilton con funzioni di servizio d'ordine, compiaciuti di definirsi «fascisti rossi», per la visione anticapitalista e antiglobalizzazione, schierati su posizione filoislamiche in chiave di antiamericanismo pieno e incondizionato. Quelli di Casa Pound hanno meno familiarità con l'Olimpico essendo peraltro l'area più intellettuale della galassia nera. Il punto di riferimento è la rivista “Orion”, animata da Maurizio Murelli, dove si teorizza l'utilità dell'integralismo islamico come baluardo contro l'affermarsi del mondialismo. Sono i nipotini di Terza posizione e infatti tra i leader dell'occupazione c'è Gabriele Adinolfi, già leader di Tp a cavallo tra i Settanta e gli Ottanta insieme a Roberto Fiore, oggi a sua volta a capo di Forza nuova e dunque impegnato a dar vita al “listone nero” per le europee insieme al Fronte nazionale di Tilgher, alla Fiamma Tricolore di Romagnoli e al nuovo movimento di Alessandra Mussolini, la più lesta a recarsi in visita a Regina Coeli dagli ultras romanisti, uno dei quali è tra i fondatori del gruppo Giovinezza, ultimo nato tra i fascistissimi marchi della sud giallorossa. ilriformista.it
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E corre, corre la locomotiva…
di Alfonso Tuor
27 Mar 2004
Cosa sta succedendo sui mercati finanziari? Lo scenario di una forte ripresa dell'economia mondiale, trainato da Stati Uniti ed Asia, è ancora realistico? Mettere in dubbio queste prospettive può apparire a prima vista fuori luogo, soprattutto alla vigilia del rialzo delle previsioni di crescita dell'economia mondiale che verranno presto annunciate dal Fondo Monetario Internazionale. Eppure tra previsioni e realtà si sta cominciando ad aprire una fessura, della quale i primi ad essersi accorti sono proprio i mercati finanziari. Paradossalmente, allo scenario di una forte locomotiva statunitense in grado di trainare il resto del mondo non sembrano credere gli operatori più attenti alle prospettive economiche a
medio e a lungo termine, ossia i mercati dei capitali.
Infatti i rendimenti dei titoli di Stato statunitensi a 10 anni non solo non si sono mossi al rialzo, come molti prevedevano, ma sono addirittura scesi negli scorsi giorni al di sotto del 3,8%. È incontestabile che questi tassi sono superiori al 3,1% toccato l'anno scorso alla vigilia della guerra in Iraq, quando i timori di un rischio di deflazione avevano raggiunto l'apice, ma è altrettanto difficilmente contestabile che se i mercati dei capitali condividessero lo scenario di una solida e forte crescita i rendimenti dovrebbero situarsi almeno al di sopra della soglia del 5% e ciò nonostante il fatto che il funzionamento del mercato obbligazionario americano è "distorto" dalla politica monetaria fortemente espansiva della Federal Reserve e dai massicci acquisti di dollari, che vengono subito usati per comprare obbligazioni da parte delle banche centrali asiatiche.
I tassi dovrebbero muoversi al rialzo anche perché i dati sull'inflazione negli Stati Uniti non sono più rassicuranti. Infatti l'indice dei prezzi al consumo è salito sia in gennaio sia in febbraio non solo a causa dell'aumento del prezzo del petrolio, ma anche perché il calo del valore del dollaro spinge al rialzo i beni dei prodotti importati e quindi ridà "pricing power" alle imprese statunitensi. Se ci si basa sulle indicazioni del mercato dei capitali non si può che giungere alla conclusione che la crescita dell'economia statunitense è destinata a rallentare nel prossimo futuro. Questa è la medesima preoccupazione che traspare dal comunicato della Federal Reserve diffuso dopo la riunione di martedì scorso, nel quale si parla di crescita solida (non più vivace) e in cui si esprimono preoccupazioni per la scarsa prolificità di nuovi posti di lavoro, per giungere alla conclusione che non vi è alcuna urgenza di alzare i tassi. I timori sulle prospettive dell'economia a stelle e strisce diventano certezze al di quà dell'Atlantico dove gli indicatori precursori si stanno muovendo da tempo al ribasso.
Le preoccupazioni dei mercati dei capitali sembrano non venir più ignorate dalle Borse. Infatti il movimento rialzista dei mercati azionari sembra aver perso molta della sua forza, anche se i listini continuano ad essere sostenuti dal basso costo del denaro e dalle aspettative di aumento degli utili societari. Tutto ciò fa sospettare che potremmo essere prossimi ad un punto di svolta dei mercati finanziari e ad una revisione delle stime di crescita. In altri termini è probabile che nelle prossime settimane le Borse facciano un lungo movimento laterale (un'ampia curva dal punto di vista grafico) per poi prendere di nuovo la strada del ribasso, anticipando il rallentamento della crescita statunitense e la mancata ripresa dell'economia europea.
Alfonso Tuor (giornalista de "Il Corriere del Ticino")
redazione@reportterassociati.org
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Italia-Usa, un'alleanza di ferro e fuoco
Vertici militar-industriali e politici italiani il 30 marzo a Washington per incontrare Wolfowitz
SERGIO FINARDI
La notizia sembra di routine. Un viaggio militare-commerciale di una delegazione italiana a Washington, per il 30 marzo, incontri vari con le controparti statunitensi, collaborazioni industriali da decidere, prodotti italiani da promuovere. Un po' più in dettaglio, ci avverte Tom Kington su DefenseNews del 22 marzo, si tratta però di un incontro - organizzato dal sottosegretario all'Industria Valducci e dal congressista statunitense e repubblicano Weldom - tra il capo delle forze Armate italiane, amm. Di Paola; il capo delle acquisizioni di armamenti, gen. Botondi; il sottosegretario alla Difesa, Berselli; il ministro dell'Industria, Marzano; e il sottosegretario agli Esteri, Baccini con il gen. Meyers, capo delle Forze Armate statunitensi; il sottosegretario alla Difesa, Wolfowitz; il capo delle acquisizioni di armamenti, Wynne. Ad accompagnare la delegazione italiana, Giorgio Zappa, alla testa di Alenia Aeronautica; Carlo Festucci, capo di Aiad, l'associazione delle società italiane che producono armamenti, e - forse - Pierfrancesco Guarguaglini, capo di Finmeccanica. Un po' troppo per un semplice colloquio su comuni programmi industriali per la Difesa e per qualche commessa statunitense a retribuzione del ruolo di spacca-Europa che gli italiani tengono ormai da tempo, incluse le questioni militari (si ricorderà, ad esempio, che nel 2001 l'Italia rinunciava alla partecipazione nel progetto di iniziativa franco-anglo-tedesca per la costruzione di 200 Airbus400M, aereo da trasporto militare di cui l'Italia avrebbe dovuto acquisire 15 esemplari, a favore invece di una nuova fornitura di 15 esemplari del C-130J, aereo da trasporto tattico e recente nuova versione del vecchio quadrimotore Hercules prodotto da Lockheed Martin). L'articolo di Kington elenca le patate bollenti in discussione e un po' di ulteriore ricerca permette di saperne di più. In ballo, dal punto di vista commerciale, ci sono varie questioni. Tra queste, la promozione per la nuova flotta presidenziale (in competizione con la Sikorsky) di una variante americana (US101) dell'elicottero italo-britannico EH101 già in servizio presso molti Paesi, variante prodotta da un team guidato dal 2002 dalla Lockheed Martin Systems Integration e comprendente la Bell Helicopter-Textron e la Agusta-Westland, a sua volta joint-venture formata nel 1999 tra l'italiana Agusta e la britannica GKN Westland Helicopters); indi la promozione del C-27J Spartan di Finmeccanica-Alenia, bimotore da trasporto tattico, con particolari «attitudini» per missioni su terreni ad alta difficoltà, da vendere alle Forze Speciali e alla Guardia Costiera statunitensi (Alenia Aerospazio, erede di Aeritalia Fiat, è dalla fine degli anni 90 in partnership con Lockheed Martin per la produzione e adattamento di tale velivolo, derivato dall'italiano C-27A già in servizio dai primi anni 90 nelle operazioni statunitensi in America Latina); proseguendo poi con la promozione della costituzione di una linea di montaggio in Italia per il JSF (Joint Strike Fighter), nuova supposta frontiera degli aerei da combattimento occidentali, nella cui fase di sviluppo tecnico l'Italia è entrata nel 2002 e su cui deve ora prendere una decisione quanto al numero di aerei da acquisire.
Altre importanti questioni oggetto di discussione saranno il trasferimento del know-how sulle tecnologie relative al JSF e al MEADS (Medium Extended Air Defense System, sistema di difesa contro missili di crociera, missili ballistici a corto raggio e aerei senza pilota, frutto di una cooperazione tra la Lockheed Martin, la tedesca Daimler-Crysler e Alenia Marconi Systems); la fetta di Alenia sia nella produzione (dal 2006) del futuribile aereo per trasporto passeggeri Boeing 7E7 «Dreamliner» (in partnership con la texana Vought Aircraft Industries, a sua volta joint-venture tra la Vought Aircraft e la Northrop-Grumman, nonché costruttrice delle parti di tutta la coda che consentono la stabilizzazione e la manovra dei già menzionati C-130J) sia dell'aereo per il rifornimento in volo di missioni a lungo raggio, il Boeing 767-200 Tanker/Transport. Di quest'ultimo aereo, infatti, l'Italia è stato il primo acquirente, con un contratto per la consegna (al 2005) di quattro esemplari firmato nel dicembre 2001, cui si è aggiunto il recente contratto tra Boeing Military e la veneziana Aeronavali (1.600 dipendenti negli stabilimenti di Venezia, Brindisi e Napoli Capodichino, parte di Alenia Aeronautica) per la licenza esclusiva della trasformazione del 767-200 da passeggeri a cargo, da effettuarsi a Capodichino, e per la sua commercializzazione a livello mondiale.Se queste sono le questioni commerciali, è evidente che esse non solo derivano dal ruolo di cavallo di Troia statunitense scelto dall'Italia in Europa, ma dall'appoggio dato alla strategia politico-militare dell'Amministrazione Bush. Il problema è che futuri governi italiani di orientamento diverso dall'attuale non potranno che tenere conto di queste acquisizioni e delle scelte di politica militare che sottendono, soprattuto in connessione e contraltare con la creazione di una forza d'intervento europeo autonoma dagli Stati Uniti. Ci sarebbe infine da chiedersi se i colloqui avverranno in greco, come si usava fare tra le persone colte alla corte imperiale romana, o direttamente in inglese, data la scarsa attitudine statunitense per linguaggi differenti dal proprio e la propensione dei «clientes» italiani a non mettere in imbarazzo chi ha i cordoni della borsa, in particolare Paul Wolfowitz, fanatico falco, vice di Rumsfeld alla Difesa.
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L'Italia del lavoro dice no al governo
di Felicia Masocco
Un milione di persone in più di cinquanta piazze e una partecipazione allo sciopero da grandi occasioni, «superiore alle aspettative». Alla fine della giornata Cgil, Cisl e Uil fanno i conti, il bilancio è positivo non tanto o non solo per la capacità di rappresentanza del sindacato italiano che in molti vorrebbero per spacciata, quanto per aver visto rinnovato un patto con una bella fetta di popolazione che non ci sta a guardare andare a rotoli l’economia italiana senza far nulla.
L’inerzia del governo basta e avanza, ed è quello che ieri è stato denunciato da un capo all’altro del paese. Dai sindacati l’impegno, finalmente unitario, di provare a costruire un futuro migliore stando in campo con la lotta se serve. Ha scioperato l’80% degli edili, il 70% degli sportelli bancari sono rimasti chiusi, alta l’adesione anche alle poste e tra i dipendenti pubblici la media è stata dell’80%. Percentuali simili di adesione tra i lavoratori del trasporto locale, e dei metalmeccanici il 75-80 % si è fermato.
Il prossimo appuntamento è per sabato prossimo, in piazza ci saranno i pensionati. «Incalzeremo il governo giorno dopo giorno perché ci convochi sulla nostra piattaforma e sui temi che sono al centro di questo sciopero, non si può attendere oltre, il governo non può continuare a nascondersi e a fuggire di fronte alle proprie responsabilità», ha accusato il leader della Cgil, Guglielmo Epifani. «Il paese non può arrendersi al declino industriale», ha ammonito Savino Pezzotta.
Non ci si vuole «rassegnare a diventare più poveri», ha spiegato Luigi Angeletti. Né resa, né rassegnazione, la partecipazione alle manifestazioni è stata «straordinaria» si legge in un comunicato unitario, è stato «pieno ed esplicito» il sostegno alle proposte dei sindacati», nel chiedere «una svolta» nella politica economica e contro l’attacco alle pensioni. «Un segnale che il governo dovrebbe tenere ben presente».
E invece è stata la solita ridda di voci. Il ministro Roberto Maroni dal suo osservatorio di via Veneto ha decretato che «l’Italia non si è fermata» e ha annunciato (per l’ennesima volta) la convocazione delle parti sociali; da Bruxelles il premier ha garantito che sulle pensioni il governo andrà avanti; il ministro Letizia Moratti senza tema di smentite ha sancito che la sua riforma piace, trascurando di aggiungere che ieri le scuole -la stragrande maggioranza- sono rimaste chiuse (del 70% la partecipazione allo sciopero degli insegnanti e del personale non docente). E perché fosse chiaro il futuro dell’istruzione pubblica, tra le proteste della Lav per le strade è stato fatto sfilare finanche un asino.
È accaduto a Catania. Ma ieri la Sicilia si è distinta per qualcosa di più: altissima la partecipazione allo sciopero, 120 mila le persone in piazza Politeama a Palermo ad ascoltare Guglielmo Epifani; poi le dimissioni di Cuffaro chieste a gran voce dai Ds. E dal comitato regionale della piccola industria e dai giovani imprenditori della Confindustria siciliana riuniti a Ragusa un invito alla «riflessione» sulle «gravissime condizioni» dell’economia dell’isola, invito fatto recapitare al governatore della regione dove più che altrove la vittoria della Casa delle Libertà fu netta alle ultime elezioni politiche, e che ora si lecca le profonde ferite.
«Serve una diversa politica economica - ha continuato Epifani - che rimetta al centro le politiche degli investimenti, soprattutto pubblici. E per il sud questo va moltiplicato per dieci».
Sicilia, Italia. Ma un altro esempio dello stato delle cose è venuto dalle vie di Roma, dalle donne che hanno sfilato dietro lo striscione delle lavoratrici «massaie improvvide», due aste e un filo con tanto di panni stesi. E poi grembiuli, spolverini, scolapasta per cappello e coperchi per far rumore: è quel pezzo d’Italia accusata da Silvio Berlusconi di colpevolezza per il caro-spesa e, indirettamente, di essere responsabile della caduta dei consumi, dei danni alla domanda interna. Il capo di un governo che non controlla prezzi e tariffe, che ha negato l’esistenza stessa dell’inflazione, che attacca i diritti dei lavoratori a cominciare dai salari e dalle pensioni, che ha inneggiato al lavoro nero e che poi se la prende con le «massaie».
Roma, Italia. Venerdì erano in 80mila in piazza del Popolo ad ascoltare il leader della Uil Luigi Angeletti che diceva di «smetterla di propagandare solo illusioni» e ha chiesto di «rovesciare la politica economica»: quella adottata finora «mirabolanti bugie e conti sballati, sta preparando per tutti un futuro di povertà».
A Milano Savino Pezzotta ha parlato davanti a 200mila persone, ha messo in guardia dai rischi di declino industriale, al Sud certo ma anche al Nord che sembrava al riparo da rischi. «Sosteniamo l’apertura di un confronto col governo sul nostro documento fatto di proposte chiare, precise, puntuali». Politica economica, quella dei redditi, le politiche sociali: «vogliamo che su questi temi gli impegni assunti siano rispettati, che ci sia, come ha chiesto il Capo dello Stato, uno scatto di tutto il paese».
Un milione di lavoratori, giovani e pensionati venerdì la loro parte l’hanno fatta.
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Non ci resta che il referendum
di Franco Bassanini
Su una cosa concordano, tutti coloro che fanno sondaggi e indagini sulla realtà italiana. O che, semplicemente, parlano con le italiane e gli italiani, ne conoscono i problemi.. L'insicurezza per il futuro, talora perfino l'angoscia, è il sentimento dominante. Guerra, terrorismo, precarietà del posto di lavoro, declino del Paese, perdita del potere d'acquisto di salari e pensioni, minacce allo Stato sociale, insicurezza dei risparmi di fronte ai crack finanziari: niente è più sicuro.
Il nostro, oggi, è un Paese che chiede a chi lo governa, che chiede alla politica, innanzitutto certezze e sicurezze.
Da ieri, viceversa, un nuovo motivo di incertezza e di angoscia sta davanti agli italiani. Col voto del Senato sul progetto di riforma della seconda parte della Costituzione, la maggioranza parlamentare dà infatti al Paese un ulteriore motivo di angoscia: rischiano di essere cancellate quelle regole che per cinquant'anni hanno garantito la convivenza democratica e la certezza dei diritti e delle libertà; e hanno rappresentato il quadro nel quale, non senza conflitti anche aspri e battaglie durissime, grandi conquiste sociali sono state realizzate e consolidate.
La riforma costituzionale approvata non chiude la transizione, non completa la costruzione dello Stato federale, non dà all'Italia le regole di una moderna democrazia dell'alternanza. Apre anzi una grande questione democratica, minaccia l'unità del Paese, mescola contradditoriamente derive secessioniste e rigurgiti centralisti. Col voto del Senato di ieri, la liquidazione della Costituzione repubblicana è nell'agenda politica. Le regole democratiche, le garanzie dei diritti e delle libertà che per anni hanno accompagnato il consolidamento della nostra convivenza civile sono a rischio.
Quelle regole avevano bisogno di essere aggiornate e rafforzate, non liquidate. Per questo le forze di opposizione, che con fatica e reciproca disponibilità hanno da alcuni mesi definito una posizione comune e unitaria che copre tutto l'arco dei problemi della riforma costituzionale, si erano dichiarati disponibili a un confronto serio per portare a conclusione la troppo lunga transizione costituzionale. E dunque per: completare la riforma federale con la istituzione del Senato federale e la fine del bicameralismo paritario; rivedere e correggere, dove necessario, la riforma del titolo V (nessuna riforma nasce perfetta); definire la cornice costituzionale della democrazia bipolare. Su quest'ultimo punto, le proposte dell'opposizione riguardavano e riguardano principalmente tre punti:
- Una riforma della forma di governo che concorra a rafforzare la stabilità dei governi e la coesione delle maggioranze e che dia a chi vince le elezioni gli strumenti necessari per governare.
- L'adeguamento delle garanzie costituzionali al sistema maggioritario, per definire con nettezza i limiti del potere del Governo e della maggioranza, le garanzie delle libertà e dei diritti dei cittadini e delle minoranze nei confronti della maggioranza. Democrazia maggioritaria non significa infatti soltanto dare a chi ha vinto le elezioni gli strumenti per attuare il programma di governo, ma anche stabilire limiti precisi ai poteri del governo e della maggioranza e argini invalicabili contro la dittatura della maggioranza e a tutela dei diritti e delle libertà dei singoli.
- Un adeguamento delle garanzie democratiche: più si danno poteri a chi vince le elezioni, più occorre che la competizione elettorale sia corretta e che i meccanismi democratici siano effettivi. Occorrono dunque regole e strumenti efficaci a garanzia del pluralismo dell'informazione, della parità d'accesso ai media, della trasparenza dei finanziamenti ai partiti, e serie norme sul conflitto di interessi.
Queste proposte erano state raccolte in una proposta organica e unitaria di tutte le forze di centrosinistra, da Rifondazione comunista all'Udeur, e tradotte in disegni di legge e in emendamenti. Sono state unitariamente sostenute, con una compattezza degna di nota (di questi tempi). Ma sono state, salvo eccezioni minime e marginali, tutte respinte da una maggioranza nel fondo profondamente divisa, ma alla fine dominata dagli ultimatum e dai diktat della Lega.
Del testo approvato ieri e risultante da cinque mesi di duro, faticoso e aspro confronto parlamentare può darsi così, in sintesi estrema, questo bilancio:
- Sul terreno delle garanzie costituzionali, invece che un rafforzamento e un adeguamento per compensare il rafforzamento dei poteri della maggioranza e del Governo, si registra un secco arretramento. La maggioranza ha rifiutato di alzare i quorum necessari per modificare la Costituzione e per eleggere il capo dello Stato e i presidenti delle Camere: la Costituzione potrà essere modificata a colpi di maggioranza (di una maggioranza che ben può rappresentare una minoranza degli elettori, grazie al sistema elettorale maggioritario); i presidenti della Repubblica e delle Camere saranno espressione della sola maggioranza; anche la Corte costituzionale sarà, di fatto, designata prevalentemente dalla maggioranza parlamentare. Leggi fondamentali in materia di libertà e diritti (come quelle sul divorzio o sull'aborto, sul diritto alla salute, sull'ordinamento giudiziario) saranno decise di fatto da una sola Camera eletta con sistema maggioritario e che il premier potrà condizionare con il voto bloccato e la minaccia di scioglimento (nella Costituzione del '47, le leggi richiedevano invece il consenso di due Camere elette entrambe con la proporzionale, non era previsto il voto bloccato, lo scioglimento era deciso dal capo dello Stato).
- Sul terreno delle garanzie democratiche, la maggioranza ha respinto tutte le proposte dell'opposizione sul pluralismo dell'informazione, sulla parità di accesso ai media, sui conflitti di interesse.
- Per la forma di governo, la maggioranza sostiene di essersi ispirata al premierato britannico. Ma in realtà propone un sistema che attribuisce al Primo ministro per cinque anni un potere assoluto e incontrollato. Esso rischia di innescare derive plebiscitarie o peroniste. Un solo esempio: se la Camera dei Comuni vota la sfiducia a Blair, Blair si dimette e il gruppo laburista designa il suo successore; ma se la Camera italiana voterà la sfiducia al premier, la Camera sarà automaticamente sciolta (e dunque non voterà mai la sfiducia).
In più, si prefigura un sistema elettorale che condurrà necessariamente a una forma di elezione diretta del premier, ignota al sistema inglese e a tutti i sistemi europei. L'elezione diretta del Capo del governo è propria infatti dei sistemi presidenziali; ma il Presidente americano non può sciogliere il Parlamento, non può mettere la fiducia sulle leggi, non può farsi dare deleghe legislative, non può neppure nominare ministri, ambasciatori, direttori di agenzie federali senza il consenso del Senato.
- Invece di perfezionare e completare la riforma federale dello Stato, si introducono innovazioni contraddittorie, e pericolose per l'unità d'Italia. La maggioranza ha rifiutato le proposte di correzioni e integrazioni al titolo V provenienti anche dalle sue fila. Le uniche modifiche del titolo V sono quelle, devastanti, pretese dalla Lega. E dunque: la devolution in materia di istruzione, sanità e polizia locale, che disarticola servizi essenziali come la scuola pubblica e il servizio sanitario nazionale, e mette a rischio l'universalità dei diritti all'istruzione, alla salute, alla sicurezza; malamente compensata dalla introduzione della potestà del Senato di proporre al presidente della Repubblica la bocciatura di qualunque legge regionale per violazione dell'interesse nazionale, anche in materie di squisito interesse locale. La devolution spacca l'Italia. La clausola dell'interesse nazionale, configurata in questo modo, rende il federalismo una farsa.
- Quanto al Senato federale, nella forma proposta esso non ha nulla di federale ed è giustamente contestato dalle Regioni. La contestualità fra elezioni del senato ed elezioni dei consigli regionali avrebbe dovuto, secondo la maggioranza, “regionalizzare” il senato. Ma rendendo le elezioni contestuali anche all'elezione della Camera dei deputati e del premier, sarà l'elezione del premier (Berlusconi o Prodi) l'elemento dominante. E così, partiti per regionalizzare il Senato, finiscono per nazionalizzare (o premierizzare) anche i Consigli regionali.
Così come è uscita dal Senato, la riforma è inemendabile. Alla Camera dei deputati passa ora il compito di fermarla. Alle forze politiche e alle organizzazioni democratiche della società civile (Cgil e Libertà & Giustizia hanno già cominciato a farlo) il dovere di lanciare l'allarme, e di informare i cittadini, che, alla fine, decideranno con l'arma del referendum. Ma gli elettori hanno la possibilità di dare un segnale forte, ben prima del referendum, con il voto di giugno. Da ieri, è chiaro che non sarà solo un voto per l'Europa democratica e per il buon governo delle nostre città. Sarà anche un voto per difendere la Costituzione repubblicana, le sue regole democratiche. E l'unità d'Italia, nell'Europa unita.
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Considerazioni minime sulla sinistra italiana
Stefano Minguzzi - 2004
Esistono a sinistra 2 posizioni e queste sono alternative tra di loro. Non parlo di due sinistre perche' i riformisti non mi paiono associabili alla storia della sinistra europea (ne' socialisti ne' comunisti): molto piu' simili ai Liberal dei democratici USA o del NewLabour. Dall'altra parte non esiste una ed una sola sinistra, ma un mix di partiti tra i quali quelli comunisti sono ancora la maggioranza.
Le elezioni europee di giugno 2004 sono il momento per definire chi vince e chi perde. Soprattutto perche' alle Europee si vota con il sistema proporzionale e sara' un test molto interessante per delineare il peso delle due posizioni nella societa' italiana.
Alle ultime elezioni amministrative gli osservatori italiani ed internazionali avevano rilevato che il successo della sinistra era in gran parte dovuto alla stagione dei girotondi e delle grandi manifestazioni di massa. Dopo la sconfitta elettorale ed il contraddittorio congresso dei DS a Pesaro si era rimessa in campo un'opposizione sociale e politica.
E' quindi corretto, oggi, contare quanto pesino le due parti politiche. Meno corretto sommare i voti DS, Margherita e SDI (34% circa) e dall'altra parte quelli di PdCI, PRC, Verdi (10% circa). Sara' anche vero che gran parte degli eletti dei partiti della sinistra vengono eletti solo se i DS gli garantiscono un collegio, ma per la verita' per lo meno 1 eletto su 10 dei DS e' del Correntone e non e' detto che gli elettori di questa parte, messi di fronte ad un out out, voterebbe automaticamente Riformista.
Ad ogni modo se in un collegio si presentassero due candidati a sinistra ed uno a destra e' probabile che vinca quello di destra togliendolo non solo al PdCI (per esempio), ma anche ai DS...
Ad oggi le due posizioni avrebbero il seguente peso (rilevazioni di Mannheimer del febbraio 2004): Partito Riformista poco sopra il 34% (in trend calante) e la galassia di sinistra PdCI, Verdi, DiPietro/Occhetto e PRC a lambire il 16% (trend positivi solo per DiPietro/Occhetto e Verdi).
Mi pare che al Febbraio 2004 si configurerebbe un risultato preoccupante per i Riformisti soprattutto se da qui alle politiche del 2006 i 4 partiti realizzassero una confederazione e vi aderisse magari pure parte del Correntone (Aprile + Socialismo2000). Quindi governi di coalizione. Percio' i dalemiani nella dirigenza DS hanno deciso di intervenire sui due partiti piu' simili a loro: PdCI e DiPietro/Occhetto.
La manifestazione del 20 marzo e' stata un successo: dopo 1 anno di guerra e praticamente nessun partito importante alle spalle piu' di 1 milione di persone e' sceso in piazza.
La richiesta di un'alternativa alla guerra come risolutrice dei conflitti e' maggioritaria per lo meno a sinistra. Non e' quindi ipotizzabile vincere a sinistra senza scendere ad un qualche compromesso con questa posizione.
Su quanto successo alla manifestazione pacifista del 20/03/04 immagino superfluo, ma lo scrivo lo stesso, condannare l'aggressione principalmente ai DS. Per prima cosa perche' e' un atto stupido. In secondo luogo perche' i disobbedienti cadono nella trappola di Fassino e Rutelli.
Fassino non puo' non aver considerato che dopo la discussione sul voto sulla missione in Iraq pretendere di cambiare la piattaforma (alla quale non si era partecipato) della manifestazione del 20 ed indirne un'altra due giorni prima e', diciamo, scorretto. Se poi si fa seguire a questi due fatti la decisione di sfilare insieme a chi sostiene una posizione diversa, si cerca probabilmente il caso. E, grazie ai disobbedienti, lo si e' trovato.
Pero' perche' cercare il caso? Forse per regolare qualche conto non tanto fuori dalla coalizione ulivista, quanto in casa. Fassino infatti accusa principalmente Occhetto, DiPietro e Diliberto. Ora, anche per chi non ha molta dimistichezza con i movimenti, e' evidente ai piu' che sono al massimo Rifondazione (e in parte minima i Verdi) i partiti contigui ai disobbedienti: perche' prendersela con DiPietro e soci?
La risposta e' altrettanto probabilmente il Partito Riformista. Se quanto scrivo e' vero vorrebbe dire che la dirigenza DS ha gia' deciso che il partito riformista si fara' e che quindi il prossimo congresso dovra' solo accettare o meno questo passaggio. Chi non ci sta esce fuori dal partito.
In questo contesto un partito riformista al 38% (e ora come ora sta al 34%) sarebbe sotto ricatto degli alleati e quindi avrebbe bisogno che qualche alleato decidesse di fondersi e lasciar libero il campo. Escludendo Verdi e Rifondazione, che hanno nel bene e nel male un elettorato ed una storia distinta rimangono la neolista DiPietro-Occhetto e i comunisti "lealisti" di Diliberto e Cossutta.
Se questa ricostruzione risultera' corretta nei prossimi mesi vedremo la definitiva regolazione dei conti all'interno del centrosinistra cosi' come sta avvenendo nel centrodestra. Si va percio' verso un sistema politico sempre meno pluralista che interpreta sia a destra che a sinistra il bipolarismo in chiave bipartitica. Il Partito Riformista e' probabilmente la miglior risposta per funzionare nel sistema disegnato dal Governo Berlusconi in materia di riforme costituzionali. www.newbrainframes.org
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La Cina spaventa gli Usa e Bush la cita in giudizio
di FEDERICO RAMPINI
E' la prima volta, da quando la Cina è diventata un membro del Wto nel 2001, che viene trascinata davanti al tribunale del commercio mondiale. A farlo sono gli Stati Uniti, nel clima teso di una campagna elettorale dominata dalle preoccupazioni economiche e in particolare dallo psicodramma nazionale per la delocalizzazione dei posti di lavoro. Il terreno di scontro è nel cuore della Silicon Valley: l'industria hitech, quella che oggi è al centro dei flussi di offshoring dell'occupazione verso la Cina. L'amministrazione Bush ha presentato ufficialmente il ricorso al Wto impugnando l'Iva che Pechino impone sulle importazioni di semiconduttori: formalmente l'aliquota del 17% colpisce tutti i semiconduttori, ma il 14% viene restituito dal fisco se sono fabbricati in Cina, quindi i prodotti locali in realtà pagano solo il 3%. Pechino sostiene che la tassazione non è discriminatoria poiché si applica a qualunque azienda di microchips che abbia stabilimenti in Cina, comprese le più grandi multinazionali americane del settore. Di fatto sembra proprio che alcuni colossi della Silicon Valley come la Intel ne siano i principali beneficiari. Ma in punta di diritto la posizione dell'Amministrazione Bush è piuttosto solida: il doppio regime di Iva è tipicamente una misura protezionistica che dovrebbe subire la condanna del Wto, e qualora la Cina dovesse mantenerlo in vigore gli Stati Uniti (dopo una sentenza in loro favore dal Wto) sarebbero autorizzati a imporre dei dazi per rappresaglia.
Quello che è interessante nella vicenda oltre alla "prima volta" di un processo contro la Cina al Wto, che potrebbe segnare un precedente per altri è il cambiamento di atteggiamento americano. Con un deficit commerciale di 125 miliardi di dollari verso la Cina, gli Stati Uniti hanno naturalmente molte occasioni di contenzioso: se si vuole litigare, c'è l'imbarazzo della scelta. In passato però Washington preferiva regolare i suoi problemi attraverso negoziati diretti e bilaterali con le autorità di Pechino. La decisione di andare davanti al tribunale del Wto i cui tempi non sono proprio rapidissimi perché una causa di questo tipo può trascinarsi per un anno e mezzo è insolitamente "multilateralista". Può servire all'Amministrazione Bush per risollevare la sua immagine protezionistica dopo le sconfitte subìte ad opera dell'Unione europea davanti al Wto. Questo approccio ha anche il vantaggio di dare la massima visibilità all'azione contro la Cina, in una fase in cui Bush subisce l'offensiva protezionistica di John Kerry che può sottrargli voti tra i lavoratori americani più colpiti dall'offshoring. La scelta del settore su cui lanciare la prima causa al Wto è anch'essa interessante. L'industria dei microchip "made in Usa" è un peso massimo: rappresenta un fatturato di 70 miliardi di dollari all'anno, occupa ancora 255.000 addetti sul territorio americano e controlla una quota del 50% sul mercato mondiale. Il mercato cinese dei semiconduttori vale quasi 20 miliardi di dollari è il terzo del mondo in ordine di grandezza e per l'80% viene rifornito dalle importazioni.
L'industria della Silicon Valley ha stabilito da molto tempo le sue "teste di ponte" sull'altra sponda del Pacifico, e producendo in Cina sa sfruttare a proprio vantaggio i differenziali di costo. Tuttavia essa comincia a temere che la politica fiscale protezionistica possa servire a fare emergere dei "campioni nazionali" cinesi che alla lunga potrebbero soppiantare la leadership americana. Inoltre i chief executive della Silicon Valley sono politicamente in difficoltà nei confronti della propria opinione pubblica: sono i primi imputati per la fuga di posti di lavoro qualificati verso l'Asia. Incoraggiando l'Amministrazione Bush ad aprire un contenzioso con la Cina al Wto proprio su un prodotto hitech, sperano di deviare le accuse verso un altro bersaglio.
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Affari & Finanza
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Inutile protestare è nata la nuova Ue
Il cancelliere tedesco Gerhard Schroeder ha annunciato un altro vertice a tre (Germania, Francia e Spagna), questa volta dedicato a giustizia e sicurezza. Non si sa ancora la data e il luogo, ma è certo che si farà. Ormai i Big Three sono una realtà che ha mutato gli equilibri della Ue. Il motore franco-tedesco si è trasformato in un direttorio a tre che comprende i britannici. E’ l’unico modo per imprimere un’accelerazione a un processo di unificazione europea che è entrato in fase di stallo? Le due prove fornite finora dicono di sì. La prima nell’autunno scorso sull’accordo per la difesa europea e la seconda, dopo il vertice di Berlino, sull’economia e sulla costituzione. L’impasse istituzionale è stato sbloccato dalla caduta di Aznar e dalla svolta di Zapatero. Gli spagnoli, poi, hanno trascinato anche i polacchi. Ma non c’è dubbio che al vertice di Bruxelles sia emersa la volontà politica di arrivare a un accordo, volontà che prima non c’era. Non è stata trovata ancora la formula magica, cioè in che modo, tecnicamente, potrà esprimersi la doppia maggioranza. Ma il principio è stato accettato da tutti, come ha sottolineato Romano Prodi.
Il ritorno del direttorio ha irritato di nuovo l’Italia. Silvio Berlusconi ha reagito bruscamente. «Non abbiamo complessi di inferiorità», ha detto ricordando che «l’Italia è il secondo contributore della Ue e al tavolo dell’Europa questo conta: siamo tra i quattro grandi paesi che decidono». Non ha torto, anche se l’affermazione non è diplomaticamente corretta. Rivela, infatti, qual è la vera sostanza del problema per il capo del governo italiano: non che esista in Europa un direttorio, ma che l’Italia ne sia esclusa. Se fosse a quattro, con Roma dentro, andrebbe bene. Possiamo comprendere lo scatto d’orgoglio. Essere esclusi, se non proprio rifiutati, è lo smacco peggiore che ogni uomo di carattere possa subire. Tuttavia, nelle relazioni internazionali il lato personale dovrebbe lasciare spazio alle più fredde considerazioni di geopolitica. Continuare a lamentarsi di restare fuori dalla porta non aiuta a dischiudere l’uscio. E non aiuta, nemmeno, a ottenere risultati concreti. Neanche sulla partita delle nomine che Berlusconi gioca con un altro dei suoi . Non risulta che, oltre alle proteste, l’Italia abbia fatto molto, dopo l’insuccesso del semestre di presidenza, per tornare un major player. Non vorremmo che a forza di scatti d’umore ci giocassimo anche la possibilità di piazzare un italiano di alto profilo in un posto importante come il Fondo monetario. Conta di più chi ottiene di più, non chi grida più forte.
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Aggressori e vittime
Una lunga risposta alle critiche
di Paolo Flores d'Arcais
Sarò lungo. Il mio articolo di commento sugli incidenti di sabato scorso ha scatenato un’ondata di critiche da parte di molti frequentatori del sito www.igirotondi.it e di altre mailing-list dei movimenti. Esse tutta via si riducono a due sole obiezioni: primo, con il mio testo avrei giustificato i facinorosi (così Luigi Nocera, e altri) magari invocando la non-pesantezza delle bottiglie (così Massimo Longo, e altri). Secondo, avrei comunque minimizzato l’aggressione a Fassino (così Sebastiano, Costanzo Firrao, e altri). Insomma, come scrive d.p girotondino e attivista Arci, avrei scantonato proprio rispetto alla coerenza, che impone: o si condanna o si giustifica.
Verissimo: e infatti avevo condannato. Avevo scritto, riferendomi al passaggio dalla contestazione verbale (fischi e ingiurie) a quella fisica del lancio di oggetti: “passaggio “ai fatti” assolutamente inammissibile, sia chiaro”. Avevo condannato, e in modo inequivocabile: senza se e senza ma, come si usa ormai dire. Testualmente, avevo scritto: “ condannare senza se e senza ma ogni contestazione fisica resta assolutamente ovvio e doveroso”.
Un primo punto è dunque assodato: tutti coloro che mi accusano di aver giustificato, o semplicemente non condannato, l’atto di violenza, mi muovono un’accusa falsa. Ma diventa allora doveroso domandarsi: come è possibile, e in base a quale pregiudizio, che chi ha condannato un episodio in modo più che esplicito venga accusato di non averlo condannato?
Non ho giustificato affatto i facinorosi, dunque. Chi lo sostiene mente. Ma avrei minimizzato le loro “gesta”, mi rimproverano altri. Per affermarlo bisognerebbe però dimostrare che i fatti sono stati più gravi di quelli che ho descritto in modo perfino certosino. Ora, un dato è acquisito: negli incidenti non c’è stato neppure un contuso (per fortuna). Non c’è una sola foto che mostri una bottiglia di vetro infranta contro qualcuno (di nuovo: per fortuna). La prima manifestazione di strada cui ho partecipato risale a 42 anni fa, e in tutto questo arco di tempo, anche in numerosi cortei giudicati – a ragione -assolutamente pacifici qualche scaramuccia interna con esiti fisici visibili si è prodotta, qualche graffio e qualche ecchimosi ci sono scappati. Non parliamo poi delle manifestazioni con incidenti, dove alla fine si dovevano contare i feriti (non i contusi). Questa volta nulla (per fortuna).
In che senso, dunque, avrei minimizzato? Se stiamo ai fatti, è vera una cosa assai diversa: che i servizi televisivi, i titoli dei quotidiani (e anche il comunicato della segreteria Ds, sul quale tornerò più avanti) hanno ingigantito l’accaduto. Tanto è vero che un giornalista come Curzio Maltese, che ha condannato con estrema durezza il gesto dei “disobbedienti dei disobbedienti”, ha dovuto osservare sarcasticamente che non si è però trattato di una replica delle Termopili. E una firma storica dell’Unità, Piero Sansonetti, ha ricordato quale sia lo standard europeo per considerare “notizia” un incidente dentro un corteo: a Parigi, essendoci stata una manifestazione di alcune centinaia di migliaia di persone, e al termine di essa uno scontro tra anarchici che aggredivano e servizio d’ordine del Partito Socialista che contrattaccava brutalmente (un paio di migliaia di persone coinvolte, parecchi i feriti), si parlò il giorno dopo sui massmedia esclusivamente della manifestazione, senza alcun cenno agli incidenti interni (considerati evidentemente, e in proporzione, irrilevanti).
Non ho minimizzato alcunché, dunque. Ho riportato i fatti alla loro dimensione effettiva, di contro alla gigantografia da Termopili con cui li avevano gonfiati a dismisura i massmedia. E il riferimento alle lattine vuote e leggere, che ha provocato tanta indignata ironia nei miei confronti, diventava necessario proprio perché si avesse il senso delle proporzioni: anche il lancio di lattine vuote e leggerissime, infatti, va condannato e deprecato, ma abbiamo dovuto leggere di paragoni con l’aggressione a Luciano Lama nel ’77, dove gli oggetti più “gentili” erano biglie d’acciaio (o addirittura bulloni) lanciate con la fionda (diventando così dei proiettili in senso proprio e niente affatto eufemistico), e parecchi manifestanti avevano la pistola in tasca. Non mi pare proprio, perciò, di essere stato io a minimizzare, bensì altri a ingigantire fino alla farneticazione. Ma diventa allora doveroso domandarsi: come è possibile, e in base a quale pregiudizio, che chi ha ricondotto un episodio alle sue dimensioni reali venga accusato di averlo minimizzato, e si prenda invece per realtà la dismisura con cui l’episodio è stato ingigantito?
E sia chiaro: l’unica aggressione che si è verificata non riguarda Fassino ma un gruppo di militanti Ds (dopo che Fassino si era già allontanato dal corteo). Fassino non ha subito alcuna aggressione, a meno che non vogliamo confondere l’aggressione in senso proprio con l’aggressione in senso figurato: alla voce “aggredire”, il Devoto-Oli dice: “affrontare proditoriamente e con violenza”, e solo come significato figurato fornisce “attaccare polemicamente con parole o scritti”. Sarò un inguaribile “materialista volgare”, ma distinguere tra contestazione sonora (fischi e insulti) e aggressione (cioè un atto di violenza fisica) mi sembra un dovere verso le verità di fatto. Tra le due cose (insulti e violenza fisica) mi sembra resti un abisso. Questo abisso, nei confronti di Fassino, non è stato per fortuna varcato.
Anche qui: non si tratta di minimizzare, ma di chiamare le cose con il loro nome. Il fatto è che se il comunicato Ds avesse stigmatizzato gli “insulti a Fassino”, nessun giornale avrebbe considerato la cosa degna di menzione come “notizia”. E allora si promuovono gli insulti ad aggressione, manipolando la verità di fatto. Che ha visto, ripetiamolo, un episodio “fisico” solo successivamente e non contro Fassino. Episodio assolutamente deprecabile, sia chiaro, ma che non ha riguardato il segretario dei Ds. Di più: è il servizio d’ordine di Fassino che ha risposto “fisicamente” a una contestazione “sonora” (fischi e insulti), gettando per terra anche una giovanissima ragazza. E questo non significa né minimizzare né tanto meno giustificare quanto avvenuto in seguito: significa rispettare le modeste verità di fatto, i fatti per quello che sono stati effettivamente, né più né meno, senza pregiudizi di appartenenze o paraocchi.
Detto questo, possiamo arrivare finalmente a un punto politicamente cruciale: l’inqualificabile menzogna contenuta nel comunicato della segreteria Ds contro alcuni parlamentari dell’Ulivo, accusati di essere responsabili dell’episodio di aggressione. Di questi deputati (dei Verdi e dei Comunisti italiani) sono stati poi forniti ai giornalisti anche nomi e cognomi. E infine, tra i responsabili, è stato aggiunto quello di Gino Strada. E poi anche la lista Di Pietro-Occhetto-società civile. E in una intervista a “la Repubblica” D’Alema ha addirittura accusato il Correntone di avere fatto “da sponda”, costringendo Folena ad una richiesta di smentita (mai arrivata). Eppure non solo nessuno degli accusati ha avuto nulla a che fare, ma proprio nulla, con l’episodio in questione, ma neppure “i disobbedienti” hanno partecipato. L’episodio ha avuto come protagonisti dei “disobbedienti dei disobbedienti”, disobbedienti insomma anche rispetto ai Casarini e Caruso.
Di più: proprio Strada, Agnoletto, Cento, Diliberto, Rizzo, eccetera, nei giorni precedenti avevano condannato perfino la semplice propensione ad ascoltare le sirene di una ipotesi di contestazione che prevedesse “ceffoni” anche solo metaforici.
Dunque: nessuna delle persone indicate nel comunicato Ds e nei colloqui con i giornalisti quali corresponsabili di squadrismo aveva nulla – ma proprio nulla - a che fare con lo squallido (ed esecrabile, lo ripeto: benché minimo) episodio di violenza. E a me sembra che attribuire un gesto di violenza a chi non lo ha commesso, e anzi ha sempre condannato con assoluta fermezza ogni tentazione al riguardo, costituisca una menzogna: punto e basta. Mi sembra che anche di questo sarebbe giusto indignarsi. Soprattutto quando l’accusa falsa viene mossa non contro degli avversari (sarebbe una falsità comunque, sia chiaro: e in democrazia, inammissibile) ma contro degli alleati.
“Chi è dunque il tuo nemico, Berlusconi o Fassino?” (così Rita Casti). Per me il primo nemico è la menzogna, sempre e comunque. Non mi importa se a pronunciarla sia un “amico” o un “nemico”. O meglio, se è un “amico” ci resto assai più male, e da allora lo considererò molto meno “amico”. Mi sono iscritto al Pci nel 1963 perché schifato delle menzogne dei democristiani e conquistato dalla frase di Antonio Gramsci: la verità è rivoluzionaria. La verità, non il patriottismo di partito. E neppure l’unità: che per la sinistra è certamente un valore, ma subordinato al dovere della verità.
E invece ho la netta impressione che il problema sia proprio questo: per tanti amici l’unità di tutte le opposizioni viene prima di ogni altra considerazione, prima anche delle verità di fatto (esattamente come un tempo, il Partito, con la maiuscola, veniva prima di ogni altro valore). Con questo bel paradosso: che in nome dell’unità si minimizza (questa volta davvero) l’accusa menzognera rivolta dai Ds ai loro alleati minori, menzogna che ovviamente mette a repentaglio l’unità: con una sola menzogna, insomma, hanno colpito due valori, la verità e l’unità (due piccioni con una fava, verrebbe da dire, se non si trattasse di vicende troppo tristi per sorriderne). Un bel capolavoro.
Se invece ci si fosse attenuti alle verità di fatto, le polemiche sarebbero rimaste quelle dei giorni precedenti. Inevitabili, visto lo sciagurato invito del “triciclo” alla manifestazione bipartisan con Berlusconi, e magari anche non condivisibili nei toni (e agli occhi di qualcuno perfino nella sostanza). Ma nulla di più. Mentre accusando falsamente i partiti minori di responsabilità nella violenza si è sfiorata la rottura, e comunque si è aggravato il clima di divisione. In nome dell’unità, naturalmente. Chi potrà più credere che questo valore non venga agitato strumentalmente?
Senza contare che in questo modo si è “distrutto”, almeno massmediaticamente, l’impatto di una straordinaria manifestazione contro la guerra di Bush e per il ritiro immediato del contingente italiano. Il che non sarebbe avvenuto se il comunicato dei Ds fosse stato rispettoso della verità. Se quel comunicato avesse condannato “un inqualificabile episodio di violenza contro il nostro partito, che ha fortunatamente coinvolto solo alcune decine di facinorosi”, ad esempio. Ma con un comunicato del genere, anche qualora si fosse parlato di squadrismo fascista, non ci sarebbe stato alcun titolo sui giornali: al massimo qualche rigo dentro le cronache.
Per i massmedia la notizia è nata, infatti, dal momento in cui il maggior partito del centro-sinistra ha accusato alcuni suoi alleati di responsabilità in un gesto squadrista, in un comportamento fascista. Questa era, per i massmedia, la notizia “ghiotta”. Non a torto: se davvero una parte dell’Ulivo fosse stato responsabile – anche minimamente, lontanamente, appena appena – di squadrismo e metodi fascisti verso la componente maggioritaria dell’Ulivo, l’Ulivo era bello e sepolto. Senza la parte menzognera del comunicato, insomma, avremmo potuto goderci l’incredibile successo di una straordinaria e giusta giornata di lotta (e solidarizzare, ovviamente, chi lo fosse venuto a sapere, con le vittime dell’ignobile benché irrilevante aggressione, che non avrebbe avuto alcun rilievo sui massmedia, perché in effetti irrilevante – lo 0,01%, senza un solo contuso - rispetto alla manifestazione).
E allora perché tanti nostri amici scambiano chi ha subito un torto (i partiti minori falsamente accusati) con chi lo ha commesso (la segreteria Ds che li ha accusati senza ragione alcuna)? Spero che nessuno, a questo punto, reagisca dicendo che sono io che faccio passare dalla parte del torto chi ha subito l’aggressione (cioè Fassino e i Ds): in questo modo vorrebbe dire che si prende per buona la bugia secondo cui i partiti minori sarebbero responsabili dell’episodio di violenza, dovuto invece ai “disobbedienti al quadrato” (perché disobbedienti anche dai disobbedienti). I Ds hanno subito un’aggressione dai disobbedienti dei disobbedienti (esecrabile e squallida, lo ripeto, benché minima e per fortuna senza neppure un contuso) ma si sono poi “rifatti” con una turpe menzogna contro i loro alleati minori. Che non c’entravano nulla.
Per dirla con precisione, dunque: qui c’è un soggetto che è stato solo aggressore (le poche decine di sciagurati “disobbedienti dei disobbedienti”), un soggetto che è stato sia vittima di aggressione che colpevole di menzogna (i Ds), e un soggetto che è stato unicamente vittima, i dirigenti dei partiti minori accusati falsamente. Tre soggetti che non possono venir messi sullo stesso piano, neppure due a due.
Da questa asimmetria sono nate le mie conclusioni: che questi partiti minori vanno sostenuti elettoralmente, soprattutto attraverso gli eventuali candidati di “movimento”. Naturalmente al momento del voto possono prevalere altre considerazioni, ma alcuni comportamenti rivelatori non dovrebbero mai essere dimenticati. Anche perché, altrimenti, saremmo noi a fornire un alibi a dirigenti che mentono, dimostrando che consideriamo insignificante, anziché rivoluzionaria, la verità. E non potremmo più lamentarci, allora, di questi dirigenti, perché lamentarcene, dopo averli ri-votati, non sarebbe più sacrosanta invettiva critica ma rituale geremiade da piagnonismo italico. Ma di questa conclusione, che a me sembra quasi un’inferenza logica, avremo modo di discutere ancora.
igirotondi.it
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La satira di Grillo tra Soru e Pili
Nel camerino del comico prima dello spettacolo al teatro «Verdi», il suo taccuino di appunti sui fatti sardi
I due candidati, le centrali a carbone, i bugiardi al governo
I limiti di un'informazione senza coraggio: "Le cose che dico sul palco dei signori del credito non le vedo scritte sui giornali"
Da La Nuova Sardegna, venerdì 26 marzo
SASSARI. Su un tavolino dietro le quinte il candelabro con i tre moccoli che a Beppe Grillo sono serviti per illuminare il buio del teatro Verdi. Tre piccoli lumi nella tenebra di un mondo che a Grillo non piace, un sistema che sta andando a puttane, un'umanità che non capisce più quale futuro l'attenda, tra guerre, terrorismo, epidemie planetarie e disastri naturali. Manca solo mezz'ora all'inizio dello spettacolo. La platea comincia a riempirsi. Anche per la replica sarà un pienone, tutti i posti venduti.
«Le ragazze terribili», che hanno organizzato le due date sassaresi del tour, hanno avuto il loro bel daffare: «Per i biglietti - dicono - è stato un assalto; li volevano tutti, e tra chi è rimasto senza c'è stato anche chi l'ha presa male. A noi dispiace davvero. Abbiamo fatto il possibile, comprese le sedie sul palcoscenico».
Grillo è in camerino. Ha appena finito di farsi raccontare un po' di fatti sardi. Punta sempre il fuoco sulle cose locali, quando apre lo spettacolo. Sul corto ripiano di legno davanti allo specchio per il trucco c'è un piccolo fascio di fogli a quadretti con gli appunti raccolti. Così Grillo costruisce i suoi monologhi: molta improvvisazione intorno ad un canovaccio che è fatto di dati, di notizie raccolte con un meticoloso lavoro d'indagine. Un lavoro che lui fa da maestro e che noi giornalisti non facciamo più. La gente la realtà se la deve far raccontare dai comici, o magari dagli autori di gialli e di noir.
Grillo sorride: «Sì, dietro i miei spettacoli c'è un lavoraccio. Con quest'ultimo provo, tra l'altro, a fare luce sul mondo delle imprese e su quello delle banche. Le cose che dico dei signori del credito non le vedo scritte sui giornali. Faccio, come avrà sentito, anche affermazioni pesanti, ma tutte documentate. E' come dice lei: nel giornalismo italiano lo spazio per l'approfondimento e le inchieste si è ridotto quasi a zero.
Troppi condizionamenti, troppa autocensura». E un eccesso di informazione - come Grillo denuncia dal palco - dove il dettaglio cancella la visione generale; si mostrano gli alberi, ogni singolo albero, migliaia di alberi, e non si riesce a vedere il bosco, cioè non si riescono a comprendere, attraverso l'informazione, i perché di ciò che accade. Grillo sfoglia il blocco di appunti con le informazioni sarde.
Durante la prima serata al «Verdi» nel mirino sono entrati il sindaco di Sassari, Nanni Campus, e Mauro Pili, candidato del centrodestra alle prossime elezioni regionali. Nello spettacolo che sta per cominciare toccherà a Renato Soru. Ma del presidente di Tiscali Grillo non parlerà male: «Mi sembra una brava persona. Certo viene dal mondo della new economy, dove a volte s'incontrano personaggi poco raccomandabili. Però lui dà l'impressione di essere uno serio. Piuttosto, non riesco a capire perché voglia impegnarsi direttamente, visto che con Tiscali lui politica ne fa già, e nel senso buono. Mettendosi insieme a chi la politica la fa per mestiere il rischio è che si venga tirati verso il basso». Che è come dire che innovare nel campo dell'economia è più facile che innovare in quello della politica. Per Grillo l'avversione di tanta parte del centrosinistra sardo verso Soru è un mistero: «Di che cosa hanno paura?». Una bella domanda.
Le centrali a carbone, altro tema che spunta dagli appunti. «Ne avete una a Porto Torres, che è stata fatta nonostante la gente non la volesse. Ma lo stesso è successo in tante altre parti d'Italia. E' una scelta del governo. Il mondo va verso frontiere tecnologiche avanzate e noi torniamo al carbone. Oppure ci mettiamo a fare centrali eoliche che non si capisce a cosa servano e che deturpano paesaggi a volta unici».
Non c'è l'incazzo di quando sta sul palco, nella parole di Grillo, ma l'indignazione è la stessa. «Io sparo a zero perché ho paura. La stessa paura che c'è nella gente. Il mondo gira male davvero. Uno che ha la mia età che cosa può avere da perdere? Se non le diciamo noi adesso certe cose, che razza di pianeta lasciamo ai nostri figli?». Durante lo spettacolo Grillo avverte il pubblico che non deve fidarsi neppure di lui. Più di una volta ha detto che non è dai monologhi di un comico che ci si può aspettare la salvezza. Lo ha ripetuto a Sassari: «In Spagna si sono tolti dai coglioni un capo del governo bugiardo in quarant'otto ore. Perché noi no?»
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Potrebbero cambiare la Costituzione entro la fine dell'anno"
intervista con Stefano Passigli di Marco Bellinazzo
A questo punto molto dipenderà da Casini. Ma non è escluso, in via teorica, che entro la fine dell’anno, l’iter legislativo della riforma costituzionale voluta dal centrodestra potrebbe essere concluso.
Per il presidente della Camera assumere la guida dei lavori parlamentari, significherà, in questo caso, non solo avere un ruolo di arbitro ma anche quello di parte in causa, quale terza carica di quelle istituzioni che il disegno di legge della “sedicente” Casa delle libertà intende ridisegnare. Sui tempi di approvazione del ddl a Montecitorio in seconda lettura (sulle quattro richieste dall’articolo 138 per le revisioni costituzionali), infatti, influiranno le scelte che Pierferdinando Casini, quasi certamente dalla prossima settimana, sarà chiamato a prendere.
Secondo il senatore diessino Stefano Passigli, il Polo presenterà già martedì alla Camera il testo licenziato dal Senato, chiedendo che venga assegnato subito alla commissione Affari costituzionali.
“Casini – osserva Passigli - potrebbe aspettare dieci giorni, ma è probabile che non lo faccia e proceda subito. Anche perché potrebbe essere questa la sua unica concessione alla maggioranza”.
Una volta assegnato il progetto di legge alla commissione cosa succede?
“Difficilmente la commissione temporeggerà per incardinare il provvedimento, per calendarizzarlo e nominare il relatore. Dopo questi atti decorreranno i sessanta giorni che possono essere dedicati all’esame del ddl”.
Cioè, la commissione sarà “obbligata” a lavorare per due mesi sulla riforma?
“I sessanta giorni non sono un termine obbligatorio. Sono il lasso di tempo massimo concesso alla commissione per esaminare un determinato progetto di legge. Sono sempre possibili, da parte della maggioranza, colpi di coda, stralci, richieste di portare in Aula il provvedimento prima del previsto perché si ritiene esaurita la discussione. Non sarebbe, d’altronde, una novità per la Casa delle libertà comportarsi in questo modo”.
E in questi frangenti che l’atteggiamento del presidente dell’Assemblea diventa importante?
“E’ chiaro. Casini potrebbe non consentire certe manovre o accelerazioni, pretendendo che la commissione svolga pienamente il suo lavoro. E, del resto, l’opposizione potrebbe facilitargli il compito presentando un cospicuo numero di emendamenti”.
Poniamo il caso che vada così. Ad Aprile e maggio il testo resta “parcheggiato” in commissione Affari costituzionali, ma nella prima settimana di giugno la Lega potrebbe legittimamente pretenderne il passaggio all’Aula di Montecitorio.
“Anche prima del week-end elettorale del 12 e 13 giugno. Ma si farebbe in tempo solo ad incardinare il provvedimento”.
Certo, ma prima della pausa estiva ci sarebbe un mese e mezzo per la seconda lettura...
“L’eventualità che alla fine di luglio si abbia anche il sì della Camera esiste. Inutile nasconderselo”.
Ma se la Camera modificasse qualche parte del testo uscito dal Senato cosa accadrebbe?
“Lo spazio per gli emendamenti in terza e quarta lettura, per correzioni in corso d’opera, voglio dire, è limitato. Il meccanismo è questo: se i deputati apporteranno qualche modifica al testo, i senatori a cui spetterà la terza lettura potranno a loro volta intervenire per ritoccare gli articoli o le parti di articoli emendati; ma non potranno rettificare quegli articoli o le parti di articoli che dopo il primo sì di Palazzo Madama del 25 marzo siano stati confermati a Montecitorio; per quanto riguarda questi ultimi potranno soltanto dire sì o no”.
Dunque, le parti invariate nelle successive letture possono essere accettate o bocciate in toto, ma non possono essere più corrette?
“E’ così. E’ un meccanismo pensato per rendere più spedito l’iter legislativo”.
Un meccanismo che era stato forse immaginato per revisioni di singoli articoli della Costituzione. Mentre il ddl del Polo cambia 35 articoli su 139 del dettato costituzionale. E per le parti emendate, invece, qual è la regola?
“Che facciano la spola tra un ramo e l’altro del Parlamento finché non siano approvate nella stessa versione”.
L’articolo 138 stabilisce, poi, che tra la prime due letture di Camera e Senato “condivise” e le due successive debbano trascorrere almeno tre mesi.
“Il che implica, a occhio e croce, che all’inizio dell’autunno potrebbe essere di nuovo il turno del Senato per la terza lettura e che entro la fine del 2004 ci potrebbe essere il via libera definitivo alla riforma”.
Nel qual caso quali frecce resterebbero all’arco del centrosinistra?
“Il referendum”.
Se la riforma targata Bossi-Berlusconi non sarà approvata nella seconda votazione a maggioranza di due terzi...
“E’ ovvio che non succederà. E, in base all’articolo 138, un quinto dei membri di ciascuna Camera o cinquecentomila elettori o cinque Consigli regionali potranno chiedere, entro tre mesi dalla pubblicazione della legge, che sia indetto un referendum confermativo. Al momento le prospettive sono di quest’ordine”.
libertaegiustizia.it
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Massimo Riva
Muscoli senza riforme
La proposta Berlusconi-Maroni sulle pensioni contiene una contraddizione logica che rende poco seria l'iniziativa del governo. Da un lato si grida all'urgenza, dall'altro la riforma entrerà in funzione solo dal 2008
Sono passati più di cento giorni da quell'indimenticabile serata nella quale Silvio Berlusconi rivolse agli italiani un messaggio televisivo a reti unificate sul tema della riforma delle pensioni. Con toni drammatici il presidente del Consiglio spiegò che era urgente e indispensabile fare qualcosa perché la casa della previdenza era ormai assediata da un incendio finanziario rovinoso. Ne seguì un polverone politico tanto alto quanto effimero. Sono passate le settimane e i mesi, infatti, e le parole berlusconiane si sono rivelate il classico fumo senza arrosto.
Di rinvio in rinvio, di emendamento in emendamento, il progetto elaborato dal ministro Maroni continua a deambulare per i corridoi del Parlamento senza mai arrivare a un qualunque approdo. Un paio di settimane fa si è poi toccato il colmo del ridicolo. La proposta è arrivata sì alla luce dell'aula del Senato, ma solo per dare un contentino di facciata al ministro del Welfare: subito dopo il testo è stato rispedito in commissione per un ulteriore esame. Nel frattempo, il fronte sindacale - compatto come non mai - continua a ribadire la sua ferma opposizione al progetto governativo contro il quale ha promosso addirittura lo sciopero generale del 26 marzo.
Giorno dopo giorno, la vicenda sta così scivolando nel grottesco, esattamente come accadde due anni fa con l'attacco berlusconiano all'art. 18 dello Statuto dei lavoratori (licenziamenti): una feroce guerra di proclami verbali conclusa in un totale nulla di fatto. Il punto è che l'attuale proposta Berlusconi-Maroni sulle pensioni contiene al suo interno una contraddizione logica così stridente da rendere in partenza poco seria l'iniziativa del governo. Da un lato, infatti, si grida all'urgenza dell'intervento ma, dall'altro lato, si avanza una sedicente riforma che entrerà in funzione soltanto dal 2008. Se la casa brucia, che senso ha aspettare quattro anni per chiamare i pompieri?
Un simile atteggiamento sembra fatto apposta per regalare ai sindacati un validissimo argomento per contrastare ogni ipotesi di modifica del sistema. Ed è proprio qui che la farsa rischia di diventare una tragedia. Per ragioni demografiche incomprimibili (grazie al cielo, la longevità media degli italiani è in aumento), le regole pensionistiche vigenti non possono reggere al trascorrere del tempo: una riforma è, quindi, necessaria. Ma per realizzarla occorrerebbe seguire la strada che era stata tracciata, con il consenso dei sindacati, dal governo Dini nove anni fa.
Quella riforma si basava su tre pilastri: passaggio dal sistema retributivo a quello contributivo, aumento graduale dell'età pensionabile e delle annualità minime di versamenti, previdenza integrativa coi fondi pensione. La cosa più responsabile sarebbe stata quella di ridiscutere (per accelerarli) modi e termini di questi tre interventi a partire dal bilancio decennale della Dini nel 2005, come si era allora concordato con i sindacati. Viceversa, il 'ghe pensi mi' di Palazzo Chigi e il ministro Maroni hanno voluto fare di testa loro. Morale: la riforma delle pensioni rischia di trasformarsi nell'ennesima esibizione di muscoli senza cervello.www.espressonline.it
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Documento approvato dal Gruppo di lavoro per la Costituente dell'Ulivo il 19 marzo 2004
Le proposte che vengono avanzate all'Ulivo dalla Commissione Scoppola
Documento approvato dal gruppo di lavoro nella riunione del 19 marzo 2004
Il Gruppo di lavoro, nato dalla riunione dei rappresentanti dei partiti e dei movimenti del 10 febbraio 2004, con il compito di studiare modalità e contenuti per la convocazione di una Assemblea costituente dell’ Ulivo, a seguito di una approfondita discussione svoltasi nelle riunioni del 23 febbraio e del 9 e 19 marzo, formula le seguenti proposte:
1) Dare vita ad un Comitato promotore della costituente dell’Ulivo formato da rappresentanti dei partiti, degli eletti, dei movimenti e delle realtà associative che aderiscono al progetto costituente dell’ Ulivo. I partiti che fanno parte del Comitato si impegnano a dotare il Comitato dei mezzi finanziari e delle strutture necessarie allo svolgimento dei suoi compiti. Il Comitato è garante del processo costituente sino alla convocazione della Assemblea prevista orientativamente per il 31 ottobre 2004.
2) Il Comitato promuove la nascita di comitati provinciali formati a loro volta da rappresentanti dei partiti, degli eletti, dei movimenti e delle realtà associative che, in sede locale, aderiscono al progetto di costituente dell’ Ulivo. Tali comitati danno avvio, alla formazione, su tutto il territorio nazionale, degli “albi degli elettori”, sulla base dei collegi elettorali per la Camera dei deputati. Gli iscritti agli albi degli elettori sono i “cittadini dell’Ulivo” (iscritti e non iscritti ai partiti) e rappresentano la base del nuovo soggetto politico.
3) I comitati provinciali daranno vita ad assemblee provinciali formate da rappresentanti dei partiti, dagli eletti a ruoli istituzionali in ambito locale e da esponenti espressi dagli albi degli elettori. Nelle assemblee provinciali i rappresentanti dei partiti, degli eletti e degli elettori saranno presenti in pari misura. Nel caso in cui, in singole realtà provinciali, non si siano formati in tempo utile gli albi degli elettori o non abbiano raggiunto, a giudizio dei comitati provinciali, adeguata consistenza, i comitati medesimi provvederanno alla designazione di esponenti di movimenti e realtà associative in sostituzione della quota dei rappresentanti degli elettori, in misura pari alla metà della quota spettante agli elettori.
4) Le assemblee provinciali eleggono i delegati alla Assemblea costituente, nella misura di un delegato per ogni 10.000 voti raccolti dall’Ulivo nel maggioritario, nelle elezioni politiche del 2001. Della Assemblea faranno parte di diritto i parlamentari nazionali ed europei dei partiti aderenti all’Ulivo, i presidenti di regione e di provincia e i sindaci di città capoluogo di regione; faranno parte altresì 100 rappresentanti dei partiti, designati a livello nazionale dalle rispettive direzioni, e i rappresentanti dei movimenti e delle realtà associative. Il Comitato promotore chiamerà a far parte della Assemblea 50 personalità di rilievo nazionale.
5) Prima della convocazione delle assemblee provinciali il Comitato promotore elabora una proposta di Statuto del soggetto politico “Ulivo”, che ne definirà gli organi e le procedure interne di funzionamento specialmente per quanto concerne le modalità di decisione e le garanzie per le minoranze che ne fanno parte, escludendo in ogni caso l’esercizio del diritto di veto. Lo Statuto dovrà prevedere le modalità di designazione delle candidature a tutte le cariche istituzionali in forme che garantiscano il coinvolgimento dei “cittadini dell’Ulivo”. Criterio di orientamento per la definizione dello Statuto sarà l’applicazione alla vita interna del soggetto politico “Ulivo” del principio del “metodo democratico”, previsto dall’articolo 49 della Costituzione,.
6) Congiuntamente allo Statuto il Comitato elabora lo schema di un Documento che definisce le regole comuni e la comune visione politica del soggetto politico “Ulivo”, concepito come unione di partiti, di eletti, di movimenti, di realtà associative e di cittadini.
7) Le proposte formulate dal Comitato per quanto concerne lo Statuto e il Documento di identità saranno oggetto di esame delle assemblee provinciali e, con le proposte da esse formulate, saranno dal Comitato stesso presentate all’ esame e alla deliberazione della Assemblea costituente.
cittadiniperlulivo.com
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Per salvare Mehmet la Norvegia si lascia fecondare
La vita di un bambino turco malato di talassemia vale più di ogni principio etico: e la legge verrà cambiata
C'è chi sostiene che ricorrere alla fecondazione in vitro e alla diagnosi preimpianto per far nascere un bambino che possa donare le cellule del suo cordone ombelicale o del suo midollo osseo al fratello malato sia un pericoloso passo verso un futuro postumano dominato dall'eugenica e dal children design. E c'è chi parla di una violazione inaccettabile dell'imperativo kantiano secondo cui ogni individuo deve essere considerato un fine e non un mezzo. Ma quello che sta accadendo in Norvegia dimostra che le considerazioni teoriche e le paure che circondano le tecniche più innovative di fecondazione assistita possono dissolversi in un batter di ciglia di fronte a un singolo caso concreto. Gli equilibri politici possono disfarsi in un attimo mettendo in difficoltà anche il governo più conservatore, quando di fronte agli occhi dell'opinione pubblica non c'è più un astratto dilemma bioetico ma il viso di un bambino di sei anni la cui vita è appesa al filo di una revisione normativa.
La legge norvegese sulla fecondazione assistita, approvata da un governo socialdemocratico nel 1987 e poi emendata dall'attuale coalizione di centrodestra, è decisamente restrittiva in confronto a quelle di altri paesi nordici. Vieta qualsiasi ricerca sugli embrioni e secondo l'interpretazione corrente esclude anche una tecnica generalmente accettata come la diagnosi preimpianto, che consente alle coppie ad alto rischio di malattie genetiche di selezionare gli embrioni sani prima di trasferirli in utero per evitare la lotteria genetica della procreazione naturale e l'interruzione di gravidanza qualora il feto risultasse malato. Non a caso l'esempio della Norvegia è stato utilizzato anche nel dibattito italiano sulla riproduzione assistita per sostenere le ragioni del fronte proibizionista. Davvero era difficile immaginare che Oslo potesse rimettere in discussione la sua legge proprio ora che i cristianodemocratici sono al governo, il primo ministro Kjell Magne Bondevik è un pastore luterano e il ministro della sanità Dagfinn Hoybraaten ha posizioni così intransigenti sulle questioni bioetiche da essersi meritato il soprannome di Mullah. Tanto meno si poteva prevedere che si pensasse a una revisione proprio allo scopo di consentire una procedura - in gergo si chiama «preimplantation genetic diagnosis for Hla matching» - che è considerata ancora controversa perché selezionando i geni per la compatibilità tra donatore e ricevente mira a garantire la salute di un individuo diverso dal concepito. Eppure la campagna lanciata per salvare il piccolo di origini turche Mehmet Yildiz, malato di talassemia e in disperata attesa di un trapianto di midollo, ha guadagnato il sostegno dei media e coalizzato l'opposizione. A esercitare le pressioni maggiori è l'estrema destra del Partito del progresso, ma a questa si sono uniti i socialdemocratici e - con qualche riluttanza - i socialisti di sinistra. All'orizzonte si profila quindi un accordo per mettere il governo in minoranza, consentendo ai genitori di Mehmet di concepire un fratellino donatore in deroga alla legge vigente e istituendo una commissione medica che in futuro possa decidere su casi simili.
La procedura del resto è già consentita in Gran Bretagna, Svezia, Spagna, Belgio e presto lo sarà anche in Francia. Il dibattito bioetico in materia è ancora vivace ma la soluzione normativa che si sta affermando è quella britannica che prevede un'autorizzazione caso per caso e soltanto a determinate condizioni. Innanzitutto la patologia in questione deve essere gravissima e tutte le strade terapeutiche alternative devono essere state prese in considerazione. Lo scorso aprile al di là della Manica è arrivato il via libera per Zain Hashmi, 4 anni, talassemico, ma nel 2002 i coniugi Whitaker si sono visti negare il permesso e per concepire un bambino che potesse fare da donatore per Charlie, 4 anni, affetto da anemia di Diamond Blackfan, sono dovuti volare negli Usa. La differenza? La prima malattia era ereditaria perciò la diagnosi preimpianto serviva anche per garantire la salute del concepito, mentre la seconda era sporadica perciò il nuovo nato non avrebbe tratto alcun vantaggio diretto dalla tecnica usata per concepirlo. Storie come queste si contano ancora sulla punta delle dita ma le malattie potenzialmente interessate sono molte e i piccoli pazienti sono destinati a crescere. In fondo il primo lavoro pubblicato in letteratura risale soltanto al 2001: Molly Nash, una bimba americana di 6 anni affetta da anemia di Fanconi, è tornata a vivere grazie al trapianto di cellule prelevate dal cordone ombelicale del fratello. Prima di allora i genitori di bambini colpiti da questa malattia potevano soltanto tentare il concepimento di un donatore attraverso la riproduzione naturale e sperare che non fosse malato anche lui. Tra il 1985 e il 1993 sono state rese note 32 gravidanze avviate con questo scopo ma il più delle volte il concepito non aveva le caratteristiche genetiche necessarie per la donazione e due coppie hanno abortito feti sani non compatibili. In paesi come l'Italia non basteranno considerazioni di questo tipo per spostare l'ago della bilancia e spingere il mondo politico verso un colpo d'ala e non servirà neppure invocare principi astratti come la libertà procreativa. Ma il nostro paese conta oltre tre milioni di portatori sani di talassemia e in provincia di Benevento c'è un cluster di anemia di Fanconi. Che accadrebbe se i Mehmet italiani avessero finalmente un volto e un nome?
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RIFORMA GRANDE SOLO NEI DIFETTI
di GIOVANNI SARTORI
dal Corriere - 26 marzo 2004
È stata una corsa frenetica contro il tempo. Vittoriosa (la corsa). Bossi aveva stabilito motu proprio che la riforma costituzionale che include la sua bramatissima devolution doveva essere approvata «incontaminata» al Senato entro e non oltre giovedì 25 marzo (sennò guai). E così ieri è stato. Tutti al galoppo, minuti contati, per accontentare la Lega. Ma, leghisti a parte, nessuna persona seria e sensata dovrebbe essere contenta. Sul federalismo bossiano una larghissima maggioranza di costituzionalisti ha sempre espresso montagne di perplessità e di riserve. Vedi, per esempio, l’indagine conoscitiva effettuata al Senato tra l’ottobre e il dicembre 2001; indagine della quale il Bossismo si è fatto un baffo. Di baffo in baffo, l’altro giorno, il 22, Sabino Cassese ha scritto sul Corriere che «la questione del federalismo si sta caricando di una gran quantità di contraddizioni», che poi elenca perché si deve sapere «in quale ginepraio ci stiamo andando a ficcare». È il minimo che si possa dire. E persino la ferrea disciplina di maggioranza imposta da Berlusconi in questa occasione non riesce a impedire che il vice-presidente del Senato Fisichella, di An, continui a esprimere il suo dissenso (di studioso), e che il ministro della Difesa Martino (che nasce economista) scriva che le proposte federaliste «produrranno con ogni probabilità l’aumento della fiscalità, della spesa pubblica e della complessità burocratica, amministrativa e istituzionale». Paolo Mieli commenta: «Stiamo freschi». Sì, freschissimi. Stiamo sfasciando un Paese che di sfascio costituzionale non ha certo bisogno.
Ma è ancora peggio di così. Perché la riforma della Costituzione approvata ieri dal Senato non verte soltanto sulla forma di Stato (il federalismo), ma investe anche la forma di governo, e cioè la trasformazione di un sistema parlamentare in un diversissimo sistema di premierato elettivo, e pertanto di premierato di tipo israeliano (già defunto in Israele ma che a Berlusconi piace lo stesso). Il relatore D’Onofrio (Udc) si affanna a smentire che il disegno di legge affidato alle sue cure sia di tipo israeliano. Se lo era - argomenta - nel testo di iniziativa governativa, ora non lo è più nel testo da lui riproposto.
Davvero? Anche a costo di tediare il lettore, questo è un punto che deve essere chiarito perché ne dipende tutta la interpretazione del nuovo sistema di governo. Il testo di partenza, articolo 26, conteneva questo disposto: che la candidatura alla carica di primo ministro è assicurata dalla «pubblicazione del nome del candidato primo ministro sulla scheda elettorale». Il che ammetteva senza infingimenti che eravamo al cospetto di una elezione diretta; ma perciò stesso esponeva il progetto a un diluvio di critiche. D’Onofrio, che è un ex dc di lunga navigazione, capisce che se cancella queste due righe tutto si annebbia; e quindi tutto va a posto. Abracadabra.
Ma no. Rileggiamo assieme tutto il testo residuo dell’articolo 26: «La candidatura alla carica di primo ministro avviene mediante il collegamento con i candidati alla elezione della Camera dei deputati secondo modalità stabilite dalla legge. La legge disciplina l’elezione dei deputati in modo da favorire la formazione di una maggioranza collegata al candidato alla carica di primo ministro. Il presidente della Repubblica, sulla base dei risultati delle elezioni alla Camera dei deputati, nomina il primo ministro». Il trucco è di rinviare e far dire alla legge ordinaria quel che non si dice più nella legge costituzionale. Ma la sostanza (annebbiata) resta che ci viene propinato un premierato diretto di tipo israeliano ingigantito nei suoi difetti. Chi lo vota deve capire che cosa sta votando.
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Voci di Speranza
di Guglielmo Epifani
da l'Unità - 26 marzo 2004
Al centro dello sciopero generale c’è la condanna della politica fallimentare seguita dal governo e la richiesta di una svolta radicale nella politica industriale, fiscale e sociale del Paese. Il fallimento è sotto gli occhi di tutti.
Attraversiamo la più lunga fase di stagnazione della storia di questo dopoguerra: da trentasei mesi la produzione industriale è ferma e anche gli ultimissimi dati confermano (gennaio 2004 su gennaio 2003) un calo del fatturato industriale del 6%. Circa 1500 sono le aziende attraversate e interessate da processi in crisi e quasi 200mila i lavoratori coinvolti. Le nostre esportazioni non vanno sia nel resto del mondo, sia all’interno dell’Europa. E il mezzogiorno si è fermato dopo anni che avevano visto ripartire una prospettiva di sviluppo.
La cosa più inaccettabile di questa situazione è la distanza che aumenta fra l’acuirsi e l’aggravarsi della crisi nella condizione sociale delle persone, delle famiglie, dei lavoratori, giovani e anziani e l’assenza di risposte da parte del governo. Un governo pronto ad inventarsi in quarantotto ore una soluzione per provare a salvare le squadre di calcio e che da oltre un anno non ha avuto neanche un minuto di tempo da dedicare all’accordo firmato da Cgil, Cisl e Uil e Confindustria per quanto attiene alle politiche di sviluppo. La piattaforma, assunta con la grande manifestazione dei delegati dell’Eur, offre - insieme alla condanna dell’azione di governo - anche le proposte, le uniche secondo noi in grado di far uscire il paese da questa situazione in cui si trova. Politiche industriali che puntino ad incentivare gli investimenti in formazione, ricerca e innovazione; un nuovo patto fiscale che consenta di reperire risorse per un diverso ruolo dell’agire pubblico nel governo dell’economia, basato sul principio di far pagare di più coloro che in questi anni si sono avvantaggiati e arricchiti dalle scelte del governo. E infine una politica di welfare in grado di rappresentare di per sé un fattore di sviluppo ed un grande legame di coesione sociale. La scuola, la formazione, la sanità, l’assistenza, la casa rappresentano per milioni di cittadini di questo paese un costo sempre più alto e un servizio sempre più a rischio, come si conferma nella politica di tagli indiscriminati seguita dal governo in direzione degli enti locali e dalla scelta di aumentare ticket su beni e prestazioni che riguardano la condizione di vita di tante persone.
Le assemblee che abbiamo tenuto e che si stanno svolgendo in questi giorni, anche in preparazione dello sciopero, confermano che su questa impostazione c’è una adesione molto forte e molto convinta delle lavoratrici e dei lavoratori italiani. A partire da quei settori e da quei lavoratori che allo sciopero generale di quattro ore uniscono motivi più propri di iniziative di lotta. Penso a tutta l’area dei lavoratori del Pubblico Impiego, verso i quali il governo non intende - fino ad oggi- rispettare le regole contrattuali e stanziare le risorse necessarie per il nuovo biennio contrattuale, per arrivare al settore - dove ci sono altri problemi contrattuali -del commercio, per finire con la situazione della scuola dove, tra le ragioni di una lotta che valorizzasse la specificità e l’esigenza di stare nel movimento generale, ha prevalso correttamente la seconda strada, anche perché il tema della scuola, della sua riforma, del no alla riforma Moratti, della formazione e dei saperi è pezzo essenziale e centrale della piattaforma unitaria. Scioperano otto ore, infine, due Regioni in cui, alle ragioni generali dello sciopero generale nazionale, si uniscono il bisogno di riposta e di protesta nei confronti delle politiche dei relativi governi regionali: il Lazio e la Sicilia.
Dopo questa giornata, tanto più se essa - come pensiamo - avrà il successo che stiamo raccogliendo e che sta maturando, le iniziative del sindacato non si fermeranno. Il 3 aprile, mezzo milione di anziani e pensionati sarà a Roma per protestare contro le condizioni di vita e di reddito di milioni di persone. Proseguiremo con una grande iniziativa dedicata al tema della povertà e dell’Africa, il 17 aprile sempre a Roma.
Infine con il 25 aprile e la celebrazione del 1 maggio ricorderemo ancora una volta che la lotta per la libertà e le ragioni del lavoro fanno parte di un comune valore e di un comune fondamento di cittadinanza.
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Ds Milano - Rassegna stampa
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Ferocissimo pitbull aggredì un passante, ora vive per strada
Qualche mese fa, come molti altri pitbull, quasi uccise una persona. Ma ora è dimenticato da tutti e fatica per non morire di fame. Ma non si rassegna: la sua strada, dice, è quella dello spettacolo.
E’ una storia tragica e piena di dolore, quella del pitbull che qualche mese fa, nel periodo in cui i pitbull erano alla ribalta, quasi uccise un passante, e che ora è dimenticato da tutti.. “La mia sorte è peggiore di quella dei concorrenti del Grande Fratello”, spiega. “Qualche mese fa tutti parlavano di me, sui giornali, in televisione, ora invece nessuno si ricorda chi sono. Quella delle aggressioni dei pitbull è stata una moda passeggera”.
Il povero pitbull ora vive per strada e ogni giorno deve faticosamente trovare qualcosa da mangiare. “Ho provato ad aggredire qualcuno… Ma è inutile. Non se n’è parlato in televisione, perché ormai non interesso più a nessuno. Sono un cane da buttare”. Confessa che negli ultimi tempi ha pensato più volte di togliersi la vita. “Vedi? Mi son tagliato le vene…” dice mostrandoci alcuni profondi tagli sulla zampa. “Ma ora sto meglio. Ho deciso di fare cinema, televisione. Sto anche studiando recitazione.”
E la dizione, azzardiamo noi, non è un problema? Il povero pitbull ci pensa un attimo e poi risponde: “No, non hai visto quel cane che fa la pubblicità dei telefoni?” Dice quello che canta “felicitààà”? “No!” risponde. “Quello è Al Bano. Io dico quello che parla in napoletano. Ettore! Ecco, anche lui ha un passato di aggressioni alle spalle. Ora però ha successo in tv.” E se ti andasse male con la pubblicità? “Mah, a quel punto forse andrei a Uomini e donne di Maria De Filippi.” Come ospite? chiediamo noi. Il pitbull aggrotta il muso. “Come conduttore!” risponde.
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Bel caos, Europa progressista
di STEFANO MENICHINI
Se le vicende uliviste italiane vi deludono e cercate conforto nella più ampia a ariosa prospettiva del progressismo europeo, allora fareste meglio a dedicarvi a qualcosa che in questo momento sia più gratificante. Magari il calcio, o i guadagni di Borsa, è tutto dire. Sì, perché è successo raramente che una spinta al cambiamento – quale quella che indubbiamente spira in alcuni dei più grandi paesi europei – si sia indirizzata verso contenitori politici tanto confusi, disorientati e afoni come quelli che si riuniscono o si costruiscono nelle stanze di Bruxelles.
Che siano nobili famiglie ottocentesche, giovani e ancor verdi virgulti oppure esperimenti in vitro di laboratorio progressista, non c’è nulla di pronto, in Europa, per interpretare la domanda di protagonismo dei popoli del continente.
Nulla che appaia all’altezza del compito – già difficile di per sé – di guidare l’Unione in una nuova era di centralità e di iniziativa nel grande gioco globale. Né il corpaccione socialdemocratico, né i verdi precocemente scoloriti, né il progetto euroulivista, tanto ambizioso quanto, fin qui, esile e dall’incerta collocazione continentale.
Intanto, i socialisti. La riunione di ieri sera a Bruxelles per il vertice che tradizionalmente anticipa i Consigli europei è stata la fotogra fia del loro stato attuale. Un solo governante presente, il romeno Nastase, e l’imbarazzo che si tagliava col coltello per l’impossibilità di affrontare il vero tema all’ordine del giorno, la designazione del candidato a succedere a Robin Cook alla presidenza del Pes.
Al congresso manca un mese e tutti sanno che Giuliano Amato (ieri presente con Fassino) è l’uomo giusto, per di più spinto da tedeschi, inglesi e spagnoli in una rara occasione di accordo. Impossibile parlarne, però, perché contro ogni previsione il danese Poul Nyrup Rasmussen non ha affatto annunciato di ritirarsi dalla corsa.
Non è il premier danese che secondo Berlusconi piacerebbe tanto alla signora Lario, bensì il suo omonimo scalzato nel 2001 dal governo.
Forse perché poco occupato, ha lavorato per un bel po’ alla redazione di un poderoso rapporto sull’Europa nell’era della globalizzazione che è diventato la piattaforma politica del Pes, soprattutto per i rapporti transatlantici. Su questa base, e grazie all’appoggio dei socialisti scandinavi, Rasmussen non molla la presa: vedremo chi l’avrà vinta tra lui e Amato.
L’ex vicepresidente della Convenzione è un candidato molto forte, nonostante una autentica anomalia personale, così tipica dell’uomo. Amato infatti è l’unico su piazza che in patria non sia iscritto ad alcun partito socialista, mentre naturalmente risulta iscritto al Pes. Sullo stato di salute di questo partito sovranazionale, è il primo a non farsi illusioni: l’ha detto e ridetto pubblicamente, anche in queste ore conferma che c’è molto da fare perché la socialdemocrazia europea possa adempiere al ruolo che le spetta.
Esattamente due anni fa rivolse «ai compagni del Pes» un appello scritto a quattro mani con D’Alema: li invitava a prendere atto che il ciclo vincente degli anni ’90 s’era esaurito e che non ci sarebbe stata speranza di rivalsa se si fosse rimasti all’interno «dei nostri tradizionali confini ideali», prigionieri «di un grande passato». Dunque, ampia apertura «ai riformisti non socialisti», senza precipitazioni partitiche ma anche senza precludersi alcun esito.
Risultato? Il favore scontato del New Labour di Tony Blair, Peter Mandelson e Tony Giddens, il sostegno pieno e convinto di Arturo Parisi in Italia, il silenzio di tutti gli altri destinatari dell’appello.
Né a livello parlamentare né a livello politico, quell’invito ha prodotto risultati. La linea di Amato gli garantisce oggi simpatia e sostegno per la battaglia congressuale eurosocialista, per esempio da parte del responsabile esteri della Margherita Lapo Pistelli. Ma è lo stesso Pistelli a far capire quanto ampio sia ancora il gap da colmare: speriamo, dice, che Amato riesca a portarci dopo le Europee «a un approdo unitario degli eletti della lista unitaria, fermo restando che non si tratta di cambiare etichette o aggiungere aggettivi».
Ecco, siamo sempre lì. Da un problema di interesse europeo (la leadership del Pes) siamo passati a un tema di peculiare ed esclusivo interesse italiano, cioè la collocazione degli ulivisti nel parlamento di Strasburgo. Se D’Alema ancora spera di poter convincere la Margherita “conquistando” per il gruppo eurosocialista una dizione più allargata (del tipo «… dei socialisti e dei democratici europei»), ora sa che non si tratta di «aggiungere aggettivi». Non se ne farà niente, la Margherita punta al gruppo unico e in subordine (non così in subordine, poi…) a una separazione amichevole dai diessini dando vita a un gruppo nuovo. Magari, chissà, cambiando “etichetta e aggettivo” all’esistente gruppo liberaldemocratico, oppure federandosi a esso.
Francesco Rutelli avrebbe voluto occuparsi di questo, oggi e domani, se una bronchite non gli avesse impedito di partire per la Warren House, la villa nella campagna del Surrey dove Mandelson e Policy Network convocano ogni primavera politici e teste d’uovo del progressisimo europeo (fuori Rutelli, niente Fassino, D’Alema e Veltroni, alla fine ci sarà solo Amato, ed è chiaro il suo specifico interesse a farsi vedere…).
Si capisce che la Margherita abbia una necessità particolare a trovare una collocazione europea consona alla sua originalità. Il lavorìo di questi mesi, però, non è stato privo di senso a livello internazionale: ci sono forze europee interessate a sottrarsi a un bipolarismo che potrebbe anche tradursi (soprattutto ora che la stella del duro Aznar è tramontata) in un patto della staffetta tra popolari e socialisti nella legislatura che si apre. Ci sono i liberaldemocratici, si sa, e poi ci sono – ora molto vicini alla Margherita – i francesi dell’Udf di Bayrou, i belgi, gli autonomisti moderati baschi e catalani.
Il tratto comune tra di loro, che interessa molto a Prodi, è che sono fortemente europeisti, in maniera più omogenea di quanto non accada nel Ppe o nel Pes.
Come riconosce lo stesso Rutelli, però, non c’è affatto una analoga omogeneità “di centrosinistra”.
Per dirne una, tra Bayrou e il Psf, nell’Assemblea francese, si sfiora lo scontro fi- sico. A Londra, libdem e laburisti sono alla derisione reciproca. Insomma, costruendo questa alleanza si lavora al potenziamento di una terza forza, che per adesso è cosa diversa dalla nascita dell’auspicato centrosinistra europeo (anche se in teoria potrebbe esserne la premessa, secondo lo schema italiano che ha dovuto veder nascere la Margherita perché si desse vita poi a un forte nucleo riformista).
È chiaro, è una partita lunga. Nella quale potrebbero entrare i soggetti nuovi dell’allargamento all’Est europeo, ma anche anche una più che possibile crisi dei Verdi (che libererebbe personaggi di spicco come il tedesco Joschka Fischer) e un riequilibrio nel Pes. All’interno del quale, però, più che la possibile elezione di Amato conteranno altre vicende personali.
Nel suo saluto ai cento invitati nel Surrey, Mandelson (in predicato di diventare commissario inglese nella Ue) si riferisce ai segnali di rinascita del centrosinistra europeo, dalla Spagna alla Francia, e auspica che una sinistra “modernizzatrice” possa offrire all’Europa un proprio “piano per il futuro”, non populista ma coraggioso sui temi scottanti della sicurezza dal terrorismo e dalla crisi economica.
Già. Intanto, però, per esempio, il vincente Zapatero perdonerà mai a Blair (vincente anche lui, fino a prova contraria) tutto quell’affetto per Aznar? Per ora tra i due c’è il gelo, s’è visto a Madrid. Sicché l’Europa progressista, al momento, si colloca tra il frigorifero socialista e il piccolo chimico ulivista. Speriamo bene.europaquotidiano.it
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SCONTRO NEI DS PER L'UNITA' -
La polemica che ha visto coinvolti i cespugli dell’Ulivo considerati corresponsabili dell’aggressione a Fassino al corteo pacifista alla fine ha coinvolto anche l’Unità. Colombo e il condirettore Padellaro sono stati considerati troppo morbidi nella valutazione dell’affronto subito dal segretario della Quercia e di aver dato uno spazio eccessivo ai critici della linea dura inaugurata dalla segreteria del partito dopo le contestazioni di sabato.
I nostalgici delle “direzioni politiche” non hanno perso l’occasione di attaccare Furio Colombo col proposito evidente di farlo rientrare nei ranghi e sondarne la capacità di resistenza, esasperando il significato del comunicato della proprietà del giornale che dava a Fassino “piena e incondizionata solidarietà”.
Il problema però non è nella direzione. E’ la stessa polemica politica che si riflette dentro la redazione del giornale dove è possibile identificare due correnti di pensiero, una che tende a minimizzare la portata dell’aggressione e a limitare i danni delle polemiche sviluppatesi a sinistra, l’altra che la considera l’occasione buona per allentare i buoni rapporti che il giornale ha finora avuto con cespugli e movimenti e blindare il giornale in vista delle elezioni.
Il Riformista di ieri auspicava, ancora una volta, l’allontanamento del direttore Furio Colombo dal giornale. Un’ipotesi curiosa se si considera che il quotidiano va bene - è quello che vende più copie fra i giornali di area - e che la sua direzione riesce a tenere insieme una redazione agguerrita nonostante un acceso dibattito interno. I nostalgici dei “direttori partito” farebbero bene a considerare questi fatti se non vogliono rischiare di trovarsi in mano una scatola vuota e inservibile per il futuro.
Nel frattempo Colombo ha detto in redazione che andrà negli Usa a trovare figli e nipoti. Poi tornerà, però.
megachip.info
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PALLONE BUCATO 1. PERCHÉ IL PREMIER HA GIOCATO LA PARTITA DELLO SPALMATASSE DI RENZO ROSATI
Tutti gli alleati eccellenti che ispirano Berlusconi Dietro gli aiuti al calcio c'è il futuro di Murdoch
Le difficoltà di Sky, gli intrecci di Capitalia e gli interessi di sponsor amici come Telecom Italia
Davvero Silvio Berlusconi è politicamente impazzito, ha perso il contatto con l'opinione pubblica, ha lanciato con l'idea del decreto spalmadebiti un boomerang che gli tornerà addosso alle elezioni? Possibile che lui, così attento a ciò che si dice in tv, non tremi di fronte a quel 96 per cento di no agli aiuti pallonari di Stato del sondaggio del mitico Processo di Aldo Biscardi?
Certo, non mancano le dietrologie. C'è chi dice che il premier abbia fatto la mossa per guadagnarsi la riconoscenza del popolo del calcio, e scaricare sugli alleati e sull'Ulivo la bocciatura. Ma è una tesi che non convince. Perché quando parla di pallone Berlusconi non scherza mai. E perché - giuste o (più probabilmente) sbagliate che siano le sue teorie - esse sono il coronamento di un progetto che il Cavaliere porta avanti da anni, e che passa attraverso snodi di potere e alleanze troppo cruciali, nel mondo televisivo e finanziario, per essere buttate lì solo in nome dell'emergenza.
Bisogna fare un flashback tra gli anni Ottanta e Novanta, quando Berlusconi riorganizza radicalmente il Milan. Tra i tanti saggi sulle magagne del calcio, Il pallone nel burrone di Salvatore Napolitano e Marco Liguori (Editori Riuniti) non trasuda certo simpatia per il Cavaliere e i suoi alleati calcistici. Però è fedele nel riportare i ricordi di Adriano Galliani (presidente della Lega e amministratore delegato del Milan) di quei colloqui con Berlusconi. Il quale così come «voleva avere tre reti come la Rai perché l'unico modo di competere era di mettersi alla pari», mise in chiaro che nel calcio «per competere con gli altri devi crescere almeno fino alle loro dimensioni, conquistare il primato, quindi difenderlo».
Stiamo parlando di fatturati, non solo di scudetti. È la fine degli introiti dati da biglietti, abbonamenti e sponsor, e l'avvento dei maxieventi, dei diritti televisivi e della sinergia massima tra Milan, Mediaset, Publitalia, universo degli inserzionisti. La lezione di Berlusconi viene appresa velocemente dalla Juve, dove nel '94 gli Agnelli nominano al vertice Antonio Giraudo (tifoso del Torino) e l'anno dopo si stabilisce un patto con il Milan. Patto rappresentato simbolicamente dal Trofeo Luigi Berlusconi, che si gioca in precampionato e nel quale il Milan si era battuto contro i big stranieri, dal Real Madrid al Bayern Monaco. Dal '95 il trofeo diviene un affare a due tra Milan e Juve. Ma soprattutto l'asse si estende al governo della Federcalcio e della Lega, con Luciano Nizzola, Franco Carraro e lo stesso Galliani.
Da allora Milan e Juve si combattono senza farsi male sul campo e sui fatturati. Nel 2002-2003 sfondano il tetto dei 200 milioni di euro (in testa i bianconeri con 218). Di questi solo 15 milioni per il Milan e 11 per la Juventus vengono dagli spettatori, abbonati e non. Insomma dallo stadio. Ecco perché la vicenda dell'ultimo Lazio-Roma, gli ultras, il “disagio sociale” hanno sì la loro importanza, ma appartengono in fondo a un'altra storia.
Torniamo ai bilanci delle squadre e a ciò che ha in mente Berlusconi. Per un po' il Cavaliere tornato all'opposizione accarezza l'idea di un supercampionato europeo, con le tre grandi italiane (Massimo Moratti dell'Inter partecipa alle riunioni con Giraudo e Galliani), il Real Madrid e il Valencia, il Manchester United e il Chelsea, il Monaco e il Paris Saint Germain, il Bayern. Sarebbe un bis della Champions League, e l'Uefa non ci sta; e svuoterebbe i campionati nazionali, ai quali inglesi, spagnoli, tedeschi e francesi restano fedeli.
Anche perché all'estero sono messi meglio di noi: il calcio italiano deve mantenere 132 club professionistici, contro i 92 inglesi, i 42 spagnoli, i 41 francesi, i 36 tedeschi. Situazione che Walter Veltroni, allora vicepremier e ministro dei Beni culturali con delega allo sport, ha da par suo complicato firmando nel '96 la legge che trasforma i club in società per azioni con fini di lucro, con il capitale “garantito“ dal valore dei giocatori. Ne nascono le plusvalenze fittizie che alla fine esplodono. Provvede il centrodestra, nel 2003, con la legge spalmaperdite. Ma soprattutto salta la pay tv. Nel 2001-2002 Telepiù paga alla Juve 54 milioni di euro di diritti, ma gli abbonati bianconeri sono (dati ufficiosi) 90 mila, con un incasso di 27 milioni e altrettanti di perdite. Ancora peggio per il Milan: contratto da 49 milioni, 50 mila abbonati, 15 milioni d'incasso e 34 milioni di perdite.
Telepiù e Stream non possono che chiudere lasciando il campo alla Sky di Rupert Murdoch. E qui si apre per i grandi club e per Berlusconi un nuovo scenario. Il tycoon mette subito in chiaro che cosa gli interessa: «Full first division». Insomma la serie A. Certo, i contratti in corso verranno onorati fino al 2005. E c'è poi la serie B. Dove l'interesse per una squadra media, indipendentemente dai risultati sul campo, è per Sky pari quasi a zero: sempre ufficiosamente si stima che il club di una provincia ricca porti mille abbonamenti; a largheggiare, il contratto non può superare i 5-700 mila euro.
Però in serie B, e anche sotto, sono finiti Napoli, Firenze, Palermo, Torino. L'ultima indagine Doxa (2003) rivela che se Juve, Inter, Milan e Roma mantengono i primi posti come percentuale di tifosi (e potenziali abbonati a Sky), il Napoli è quinto, il Torino settimo, la Fiorentina ottava. Nel frattempo Murdoch e Tom Mockridge amministratore delegato di Sky Italia, tracciano il primo bilancio: le cose vanno bene ma non benissimo, e per raggiungere il breakeven non basteranno tre milioni di abbonati, ma cinque.
L'interesse di Sky è ovvio: se Fiorentina o Napoli anziché giocare con l'Albinoleffe o la Salernitana se la tornassero a vedere con Juve e Roma si avrebbe un moltiplicatore degli abbonamenti più che notevole. Insomma, una Premier League italiana, con tutte le grandi più qualche provinciale a salire e scendere tra A e B. Ma certo non si possono truccare i campionati. Per i viola si è già fatto uno sforzo ripescandoli in serie B; il Napoli si dibatte tra sconfitte sul campo e buchi di bilancio. È a questo punto che esplode la bomba dei debiti.
Altro che Premier League: con le nuove norme Uefa recepite da Federcalcio e Lega, già nel 2004-2005 Roma, Lazio e Parma rischiano di uscire dal massimo campionato; e Milan, Juve e Inter si troverebbero a cimentarsi per un bel po' con un battaglione di provinciali. Murdoch è allarmato: sono in ballo abbonamenti e pubblicità, nonché i 500 dipendenti di Roma, ereditati da Stream. E c'è quel momento della verità del 2005, quando Sky rinegozierà tutti i contratti.
Che fare? Tutte le leve finanziarie esterne sono state attivate, a cominciare da Capitalia. La banca è azionista diretta della Lazio ed è stata socia del suo ex patron Sergio Cragnotti; ha in pegno il 99 per cento del Perugia; ha finanziato la Parmalat ed il Parma fino al crac; ha garantito con un fidejussione di 30 milioni l'iscrizione della Roma al campionato; tramite il Mediocredito Centrale (presidente Carraro) ha prestato a Giorgio Corbelli i soldi per acquistare il Napoli, ora al centro di contenzioso con Salvatore Naldi. Infine, secondo quanto ha comunicato l'amministratore delegato Matteo Arpe, Capitalia ha prestato 47 milioni alla Lazio, 20 alla Roma, 14 al Milan, 12 all'Inter, 5 al Parma e due al Chievo. Anche per questo ogni volta che Giulio Tremonti parte lancia in resta contro la banca romana, Berlusconi suda freddo.
Il progetto Premier League da una parte, se ha ancora un senso. La scadenza immediata dell'Uefa e quella tra un anno di Sky. I denari di Capitalia. E sponsor amici come la Tim di Marco Tronchetti Provera. Tutte cose che al premier interessano da vicino. E con lui, naturalmente, al trasversale mondo interessato del pallone (esempio, l'appoggio giunto da Veltroni). Già, ma senza lo spalmadebiti come si fa?
ilriformista.it
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Contro il disastro l’Italia si ferma
di Giampiero Rossi
«Sarà lo sciopero più grande, più partecipato» da quando c'è il governo Berlusconi. Alla vigilia dello stop che oggi coinvolge tutto il mondo del lavoro, Cgil, Cisl e Uil hanno questa convinzione; perché mai negli ultimi anni le assemblee dei lavoratori sono state così affollate e dense di preoccupazione per un paese che, senza una drastica inversione di rotta - denunciano i sindacati - rischia di avviarsi verso un «inesorabile declino».
Ma un’altra, grande preoccupazione aleggia sulla protesta: quella del terrorismo. Prefetture e questure sono state allertate in tutta Italia dal dipartimento di pubblica sicurezza, che invita tutti gli uffici territoriali, con particolare attenzione a Roma, alla massima allerta. Ma l'allerta riguarda tutte le città in cui verranno organizzati cortei e comizi di esponenti sindacali. Sono infatti previste 55 manifestazioni in altrettante città, da Alessandria a Taranto, da Trieste a Cagliari. E anche i tre i leader sindacali hanno organizzato i loro comizi in tre diverse città: Guglielmo Epifani a Palermo, Savino Pezzotta a Milano e Luigi Angeletti a Roma. Per questo il telex è stato inviato a tutte le prefetture, le questure e i comandi provinciali dei carabinieri, con l'invito alle forze dell'ordine a porre «la massima attenzione», in una giornata nella quale si fermeranno, per quattro ore, banche, uffici postali e scuole, ma anche i trasporti, dai treni agli autobus (8 ore per scuola, pubblico impiego, commercio e in Lazio e Sicilia) . Una paralisi che potrebbe essere sfruttata per organizzare “gesti dimostrativi”.
Ma il mondo del lavoro si ferma comunque. Per chiedere una svolta radicale nella politica economica del g overno e per dire no a una riforma delle pensioni giudicata «iniqua e inaccettabile». A migliaia , oggi, i lavoratori, i pensionati, gli studenti scenderanno in piazza in tutte le principali città italiane. Solo a Roma, in piazza del Popolo sono attese almeno 80-100.000 persone. Altrettante se ne prevedono in piazza Duomo a Milano, dove parlerà il leader della Cisl Savino Pezzotta, mentre a Palermo, in piazza Politeama, ci sarà il numero uno della Cgil Guglielmo Epifani. «Puntiamo a confermare i numeri dell'ultimo sciopero generale, quello del 24 ottobre - spiega Mauro Guzzonato, a capo della macchina organizzativa della Cgil - m a credo proprio che andremo oltre». Anche per il segretario organizzativo della Cisl, Sergio Betti, i dati nelle mani dei sindacati «dicono che l'adesione allo sciopero e alle manifestazioni sarà massiccia». Del resto, ironizza il capo organizzativo della Uil, Carmelo Barbagallo, «Berlusconi riesce sempre a riempire le piazze. Quando si stancherà di fare politica lo potremmo assumere».
È uno sciopero non solo contro la politica del g overno, ma soprattutto - come hanno più volte ripetuto i leader di Cgil, Cisl e Uil - per sostenere la piattaforma messa a punto unitariamente. Proposta con cui si suggerisce la via per uscire dalla crisi e per rilanciare il p aese, lo sviluppo, la competitività, puntando innanzitutto su formazione, ricerca e innovazione. «Servono una vera politica industriale, un nuovo patto fiscale che faccia pagare le tasse a chi si è arricchito e avvantaggiato in questi anni, e un'estensione dei diritti ai lavoratori, soprattutto atipici e precari», spiega Epifani, per il quale, «in caso contrario, il paese andrà indietro».
Alla vigilia dello sciopero sono arriva ti, tra l’altro, i dati Istat sul calo del fatturato e degli ordinativi nell'industria italiana a gennaio: «Sono dati che motivano lo sciopero», commenta il numero due della Uil, Adriano Musi, per il quale «il governo deve cambiare agenda e non può pensare che l'unico problema sia tagliare. Il vero problema è come rilanciare sviluppo e occupazione». C'è poi la riforma previdenziale: «Alzare obbligatoriamente l'età pensionabile non è socialmente sostenibile», ribadisce il leader della Cgil, spiegando che «la proposta alternativa ce l'abbiamo, e si basa sul principio dell'innalzamento volontario e incentivato».
I l ministro del Welfare Roberto Maroni liquida così la proposta sindacale : « Accogliendola tutta ci sarebbe un aumento della spesa pari a 3 punti di Pil». Ma il vicepremier Gianfranco Fini, pur giudicando «sbagliato» lo sciopero, assicura che il governo convocherà i sindacati «in data da definire». Ma, spiega, «per avviare una discussione su competitività, sviluppo e salari». Sulle pensioni, invece, c'è poco da discutere.
Reazioni diverse dal centrosinistra: secondo il segretario dei Ds, Piero Fassino, «lo sciopero generale unitario rappresenta per gli italiani e per l'intero paese un'occasione essenziale per cambiare l'agenda politica, e per riscrivere le priorità sociali e di sviluppo a lungo disattese da questo g overno». E Renzo Innocenti, vicepresidente gruppo Ds alla Camera, aggiunge: «Il paese è allo stremo, la protesta farà cambiare strada al governo. I dati sul fatturato industriale dimostrano, se ancora ce ne fosse bisogno, che il governo ha sbagliato tutto nella gestione dell’economia del Paese».
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Rai 3, una potenziale miniera d’oro sprecata
GABRIELE DI MATTEO
Martedì scorso, 16 marzo. Sta per andare in onda Ballarò, il programma di approfondimento di Giovanni Floris. E’ tutto pronto, gli ospiti in studio: dal presidente della commissione esteri della Camera Gustavo Selva al leader Prc Fausto Bertinotti. Argomento, com’è ovvio: la Spagna, l’attentato di giovedì, le elezioni di domenica, i programmi del nuovo leader socialista. All’improvviso dal direttore generale Flavio Cattaneo arriva l’ordine: annullate tutto. La puntata salta, non sarà neanche registrata, non andrà mai in onda. Piuttosto mandiamo Enigma (in calendario per il giorno dopo) visto che è il 16 marzo ed è dedicato al rapimento di Aldo Moro. Scoppia il finimondo: lettere infuriate dal presidente Lucia Annunziata al direttore generale, controrepliche, accuse, controaccuse, la bagarre si sposta sul piano politico e diventa l’ennesimo scontro. Oggetto, ancora una volta Rai3: ora che il decreto salvaRete4 l’ha salvata anch’essa e accreditata a raccogliere pubblicità, è al centro di controversie, incertezze, casi roventi. Com'è possibile per i pubblicitari pianificarvi campagne serie? Eppure le caratteristiche sono pregiate, una rete omogenea, con programmi di tradizione, pubblico fedele e addirittura bipartisan. Basterebbe che venisse recuperato (invece è ingoiato dalla burocrazia o sigillato in un cassetto) il Sistema di monitoraggio della qualità dell'offerta televisiva, con dietro la Doxa e 200mila interviste. I risultati dell’ultima indagine disponibile apparivano netti: la rete pubblica più amata è Rai3. E ora? Il direttore Paolo Ruffini, si limita a dire: «La sto aspettando anch’io con curiosità».
La qualità di Raitre costa poco: 57 milioni di euro l’anno per riempire il palinsesto, cifra imparagonabile coi budget di Rai2 e Rai1. I risultati dell’indagine mancano, le polemiche no. Eppure, questa rete di servizio con programmi per il cittadino come Mi manda Raitre o Chi l’ha visto che ha una media Auditel di 3,1 milioni di "teste", non viene trascurata dagli inserzionisti. Isabella Rota della Omd, racconta:«Gillette, che abbiamo seguito per anni, pretende la presenza dei suoi spot su Rai3 poiché ha un profilo di ascolto maschile e moderno. La rete permette di raggiungere un pubblico di buona scolarizzazione e attento all’attualità, che sulle altre reti fai fatica ad agganciare. Unico punto debole, vorremmo un ringiovanimento del target». Replica Ruffini: «L’obiettivo è un pubblico intergenerazionale. Punteremo ad allargare la fascia giovanile: da aprile spostiamo Blu Notte di Carlo Lucarelli in prima serata, dopo l’estate partiremo con un nuovo progetto di Fazio, mentre Serena Dandini con Bra è appena tornata. Ci sarà un programma di culto per gli studenti come Ulisse di Alberto Angela, e poi Gaia che ha un target giovanile». Il direttore del Tg3 Antonio Di Bella per parlare ai giovani scommette su un taglio internazionale e su una rutilante quantità di immagini che coprono i servizi: «Analizzando il profilo dell’ascoltatore tipo, colpisce la percentuale di laureati, più consistente rispetto ai concorrenti». Altro obiettivo è l’informazione su Internet: «Il sito del Tg3 racconta il responsabile Roberto Reale mette a disposizione le principali news e una serie di rubriche seguite come Primo piano, Scenari, Prima pagina». Sono 70mila le pagine viste ogni mese, audience che triplica in occasione di notizie clamorose come l’arresto di Saddam o gli attentati di Madrid. Anche il sito di Chi l’ha visto è molto utilizzato, il che accresce il valore di servizio di una trasmissione ormai storica, «che riesce a passare attraverso gestioni aziendali diverse cercando di essere obiettiva e non ospitare mai posizioni faziose», dice Daniela Poggi, che la conduce da quattro anni con misura e lucidità anche quando si trova di fronte ai casi più drammatici. «Non ospitiamo solo casi di scomparsa ma vicende di cronaca quali omicidi misteriosi o problemi istituzionali come gli abusi nelle case di cura. Quest’anno poi è particolarmente attento, e collaborativo nella ricerca dei coetanei, il pubblico dei ragazzi». Chi l’ha visto alleggerisce sapientemente ogni tanto la tensione con reportage come la ricerca di una mondina fotografata nel 1953 a Vercelli che ha permesso un’originale ricostruzione storica. Ma il suo valore resta nei casi irrisolti: «Spesso la polizia e gli inquirenti ci chiedono di collaborare vista la penetrazione popolare e la fiducia nella trasmissione». Riportata nella collocazione naturale del lunedì, la trasmissione ha riguadagnato il 12% di share.
Il valore di media pubblicitario di Rai3 è confermato da Walter Hartsarich, presidente di Carat Italia: «L’affollamento è meno pesante delle altre reti, il che migliora la fruizione dei messaggi presso il pubblico, ma soprattutto è poco soggetta alle oscillazioni: i telespettatori del Tg3 sono tra i più fedeli sia nella versione nazionale che in quella locale». Hartsarich vorrebbe di più: «Dovremmo sviluppare anche in Italia un tipo di pubblicità meno generalista: riviste trendy come The Face o Rolling Stones chiedono agli inserzionisti campagne personalizzate solo per la testata. Raitre si presta a una pubblicità di servizio culturale ed editoriale, vista la crescente affluenza dei reading di poesie e delle mostre più importanti».
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Affari & Finanza
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TORNIAMO A PRESIDIARE IL PARLAMENTO
Il senato licenzierà il testo di riforma costituzionale cambiando ben 35 articoli della Costituzione a colpi di maggioranza e sotto ricatto della Lega che chiede con il cambiamento dell’art. 33 di assegnare alle Regioni (contro il loro pressocchè unanime parere) le competenze esclusive su sanità, istruzioni e polizia locale unicamente per interessi particolari di visibilità elettorale.
Mentre il governo Berlusconi con uno spregiudicato gioco politico mortifica drasticamente anche per il futuro lo spirito e la sostanza democratica dei diritti fondamentali della nostra convivenza democratica e della cittadinanza attiva e consapevole diventa sempre più urgente e necessario abbandonare da parte dei movimenti la scelta ‘de facto’ improvvida di farsi tirare dentro all’ossessione elettorale e alla miope logica degli schieramenti contrapposti sia a livello locale, nazionale o globale, abbandonando la funzione positiva di raccordo e stimolo unitario da noi coperto in questi ultimi tempi e di espressione originale e nuova del pensare e praticare la politica.
Oggi è non solo importante ma necessario riprendere e rivitalizzare la nostra opposizione nella società civile sui temi dei diritti politici costituzionali e della cittadinanza attiva e riflessiva nella democrazia italiana, riproponendo con forza alla stessa opposizione parlamentare ed ai partiti di riferimento non solo la necessità ma la imprenscindibile e costante utilità della nostra funzione di "democrazia d’accompagnamento".
Consapevoli assieme che il duro attacco antidemocratico ed autoritario del Governo Berlusconi punta assieme a limitare ed avvilire il confronto e l’opposizione parlamentare, a svuotare le garanzie istituzionali del Presidente della Repubblica e a mortificare o limitare i diritti soggettivi dei cittadini e la partecipazione responsabile e democratica alla vita politica.
Come opportunamente e giustamente scrive A. Manzella su Repubblica : " …non c’è nessuna ragione, almeno nell’Italia sotto stress democratico in cui ci tocca vivere, perché l’opposizione parlamentare sia divisa dall’altra opposizione: l’opposizione "civica" così legata alle comunità in cui nasce, così riflessiva sul mondo in cui vive. L’opposizione nelle Camere combatterà meglio la controriforma, che vuole il sistema parlamentare come un ordine separato e chiuso, se sarà capace di tradurre istituzionalmente impulsi ed idee che le vengono dal di fuori.
Le due opposizioni sono naturalmente complementari. La reciproca indifferenza o diffidenza le rendono ciascuna più debole. E più forti i loro comuni nemici".
mauro orlando
dei "girotondi per la democrazia" - Milano
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per le accuse sul prg di salerno
Lite nel centrosinistra
Sulla falsariga delle polemiche nazionali, divampa anche in provincia di Salerno la polemica tra il Partito dei comunisti italiani e il resto della coalizione di centrosinistra. I cossuttiani sono accusati di gettare fango sulla coalizione pur di acquisire consensi in vista delle elezioni di giugno e rischiano di essere estromessi dalla coalizione per la Provincia. Ds, Margherita, Sdi e Rifondazione non hanno affatto gradito l'iniziativa dei Comunisti italiani che hanno preannunciato un'interrogazione al ministro degli Interni sul Prg di Salerno. «Criticare le scelte urbanistiche effettuate dalla coalizione di Centrosinistra nel capoluogo è legittimo da parte di una forza politica, ed è segno di pluralismo - spiega il capogruppo dei Ds al Comune di Salerno Nicola Landolfi - . Altra cosa è, invece, la contestazione sul piano della moralità, ipotizzando presunti interessi e addirittura infiltrazioni, al punto da preannunciare un'interrogazione parlamentare. A questo punto siamo noi a porre una questione di moralità e di etica politica sull'inconciliabilità di queste posizioni con la permanenza nella coalizione. Se i Comunisti italiani ritengono che a Salerno, città amministrata dal centrosinistra con un sindaco diessino, bisogna porre una questione di legalità sono loro che di fatto si tirano fuori». I Comunisti italiani, in un comunicato stampa a firma della segreteria della fedarazione, replicano che questa minaccia di esclusione «suona come un campanello di allarme per la democrazia e la trasparenza in provincia di Salerno», e che «non solo respingono ogni forma di minaccia ma ribadiscono la loro volontaà di voler portare avanti le battaglie per la legalità e la trasparenza contro alcune scelte di carattere urbanistico che feriscono il territorio e danneggiano i cittadini di Salerno». Intanto, per lunedì prossimo è fissato un nuovo incontro per mettere a punto il programma del centrosinistra per le elezioni provinciali. La riunione per discutere del candidato alla presidenza e delle forze che comporranno la coalizione si farà, invece, agli inizi di aprile su richiesta della Margherita, che a fine settimana riunirà la direzione provinciale. Alle riunioni partecipano solo i partiti che hanno una presenza nazionale. Riformisti di Conte, Insieme per l'Ulivo di D'Acunzi e Democrazia federalista Campania, al momento, restano ancora fuori. www.lacittadisalerno.quotidianiespresso.it/
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A cosa serve un partito simile
La crisi diessina è la crisi di una politica malata, priva di senso della realtà e di solide basi ideali
di Nicola Fangareggi
(25 mar 2004, ore 14) - La vera domanda è: a cosa servono i Ds, questi Ds, alla politica di Reggio Emilia? Qualche tempo fa una domanda del genere sarebbe apparsa semplicemente provocatoria. Oggi, alla luce della certificazione dell'incapacità di quel partito di esprimere un minimo di compatezza di fronte a qualsiasi accordo stipulato al proprio interno e nei confronti degli alleati, non solo la domanda appare plausibile, ma diviene plausibile anche la risposta: non servono a niente, questi Ds alla deriva, avvelenati dai clan e dalla difesa delle poltrone, questa pletora di pseudodirigenti disancorati dalla realtà che si permettono di parlare a nome degli elettori reggiani, quasi che essi avessero bisogno proprio di loro per sentirsi rappresentati nella politica e nelle amministrazioni locali.
Quale credibilità può rivendicare oggi un partito che in almeno otto mesi di riunioni, assemblee, colloqui e conciliaboli svolti in ogni dove, con migliaia di ore perdute in inutili chiacchiere, riesce nell'impresa di liquidare alle tre di notte in una seduta insonne di un misterioso "comitato comunale" l'accordo faticosamente raggiunto che designa il segretario della Cgil, mica l'ultimo dei pirla, a futuro vicesindaco della città? E dove pensano di andare oggi, con quel voto notturno, i sopravvissuti di una stagione morta e sepolta, la stagione dello spaggiarismo, di cui patetiche vestali continuano a celebrare invisibili fasti, nelle pieghe di un dibattito privo di senso e distante anni luce dalla vita vera, dai problemi pratici di una città, dagli impegni quotidiani dei cittadini?
E' politica morta, quella delle Spaggiari e dei Corradini, politica a 24 ore, fine a se stessa perché priva del nutrimento fondativo della cultura, della ricerca e della conoscenza. E' politica alimentata da una visione asfittica dell'impegno civile, tutta interna alle burocrazie e ai sistemi di potere, ristretta nell'ambito dei clan quanto spregiudicata negli accordi e nelle alleanze. Presto verrà il tempo di aprire il libro su gli anni appena trascorsi a Reggio Emilia: gli anni dell'informazione libera messa alla berlina, delle relazioni pericolose tra municipio e società per azioni, tra amici e cordate di soggetti apparentemente distanti sul piano politico quanto affini nell'interesse comune per gli affari. E sarà un libro ampio e interessante.
Ma ora, nell'agonia di quel sistema decotto, dove è enorme la distanza tra la verità delle cose e le panzane raccontate agli elettori e ai cittadini, ci si aspetterebbe un sussulto di orgoglio da parte dei tanti che ancora non hanno venduto l'anima in cambio di un tratto di penna sul Prg.
Eppure quel sussulto non viene. Poiché la burocrazia dirigenziale dei Democratici di sinistra, tornando alla domanda iniziale, ha cessato da tempo di essere utile alla società reggiana. Essa è invece oggi, piuttosto, una zavorra all'Ulivo e all'intero centrosinistra, ma soprattutto lo è nella società reggiana, nelle sue istituzioni e nei suoi punti di forza nell'economia, nella cultura, nella ricerca e nella formazione.
I fatti parlano chiaro. Del Pci che era quindici anni fa, i Ds hanno perso un terzo dei voti e alle prossime amministrative, secondo quanto riferiscono tutti i sondaggi svolti sul locale, rischiano di prendere un'altra bastosta epocale, restando ben al di sotto del 30%. Hanno ceduto il sindaco alla Margherita, dimostrandosi talmente inetti da non riuscire nemmeno nell'intento di condizionarne la selezione del candidato: volevano Castagnetti, o in subordine Ruini, si sono cuccati Delrio. E se ne accorgeranno, perchè Delrio dopo il 13 giugno sarà il titolare della lista Prodi e dell'Ulivo reggiano e si porterà dietro una bella fetta di elettori ds. Terzo: siamo a fine marzo, si vota tra due mesi e mezzo, e non sono ancora riusciti a trovare l'accordo interno. Con il voto della notte scorsa, persino l'indicazione di Sonia Masini in Provincia è messa in discussione. Quarto: in Comune correranno due liste civiche, una di Baldi (che viene dall'area socialista) e quella di Monducci (che viene dall'area laica, ma che ha anche militato tra i Ds). Una forza politica matura non avrebbe faticato per riportare nell'ambito dell'Ulivo le istanze dei candidati civici. Invece no: Baldi e Monducci corrono alla grande e guadagnano consensi ogni giorno che passa. Quinto: i geniacci della Quercia stanno pure mandando all'aria il rapporto con il Pdci di Diliberto, ossia con la forza politica più leale che l'Ulivo possa vantare, unitaria fino al midollo e oggi reietta a tutto favore del rinnovato flirt con Rifondazione. Ma si rendono conto, le menti raffinatissime della federazione reggiana, che prima o poi i conti dei propri errori si pagano, e pure con gli interessi?
No, non servono a niente questi politicanti senza mestiere. Si avvinghiano ai posti che hanno perchè temono di venire restituiti al mondo del lavoro, il quale li costringerebbe a un impegno reale e non protetto dalle prebende pubbliche. Non hanno studiato, non hanno inventato imprese, non hanno costruito nulla se non una modesta carriera all'ombra della politica assistita. Per questo non mollano. Ma è un sistema agonizzante, perchè anche una città evoluta e ricca come Reggio Emilia non può più permettersi di mantenere una simile classe di burocrati.
Se albergasse un po' di buon senso, in quel simposio di premi Nobel, la questione del vicesindaco verrebbe risolta in pochi minuti. Si proponga una rosa di nomi, possibilmente qualificati, e si lasci scegliere a Delrio. Non è lui il sindaco designato, in fondo? E i Ds non reclamano lealtà verso i propri alleati? Comicino da sé, a dare prove di lealtà. E a fidarsi degli altri.
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Sara' una donna, magistrato ed esperta in diritti umani, il prossimo vicepremier della Spagna. Si chiama María Teresa Fernández de la Vega la prima promessa onorata da Zapatero di portare al governo una significativa presenza femminile.
54 anni, dottore in legge , specializzata a Strasburgo in Diritti Umani e Cooperazione internazionale, sembra un componente perfetto per il governo di un Paese che si avvia ad approvare la Costituzione europea proprio in un momento in cui i diritti umani sono messi a rischio e si chiede collaborazione internazionale per la lotta al terrorismo.
Mentre in Italia il Senato approva l'ineleggibilita' dei magistrati per 5 anni a cariche politiche, Fernandez, e' stata docente universitario, sottosegretaria alla Giustizia del governo Gonzales ed ha ricoperto altri incarichi politici, istituzionali e giudiziari, continuando ad occuparsi di diritti delle donne e dei lavoratori.
Chi la conosce rileva la sua grande capacita' di lavoro ed il gran senso di responsabilita', inattesi nella figura gragile e minuta. I suoi colleghi del Consiglio Generale del Potere giudiziario, di cui e' oggi portavoce, l'hanno definita una delle persone che meglio conosce l'amministrazione della giustizia.
by www.osservatoriosullalegalita.org
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Stefano Mensurati. L'orgoglio del raccomandato
di Pennina
Se volete, prima di leggere questo articolo, date una sbirciata all’intervista che trovate più in basso (apparsa sul Venerdì della scorsa settimana) di Antonello Caporale a Stefano Mensurati, conduttore della trasmissione radiofonica Radio Anch’io
Nella vispa chiacchierata con Caporale, Mensurati parla a ruota libera di raccomandazioni (“sono di destra e perciò conduco il programma di punta di Radiouno”), dei rapporti con i colleghi (“Non partecipo alle assemblee di redazione, non mi frega niente del sindacato. Io bado a me e della Rai sanno quel che penso: qui almeno un terzo non lavora, è un ministero di funzionari superpagati”), di stili di intervista non troppo aggressivi (“Io non devo indispettire l’ospite, né devo indispettire i radioascoltatori”).
Il tutto affermato con un candore spiazzante ed inimmaginabile in un posto come la Rai. Eppure è andata così. Lo stesso Caporale sostiene che in questo caso non è servita alcuna arte maieutica: “Ho verbalizzato come un bravo commissario di polizia. Più che un giornalista, sono stato un amanuense”.
Ciò nonostante l’intervista ha provocato un putiferio nella redazione di Mensurati, il quale si è sentito in dovere di precisare alcuni passaggi dell’intervista per placare l’ira dei colleghi. Dapprima affiggendo poche righe in bacheca (“Ho imparato a mie spese che le smentite lasciano il tempo che trovano. A scanso di equivoci voglio comunque precisare che quel che penso è a tutti voi noto avendolo io scritto abbondantemente su questi vetri. Il resto è frutto di libere interpretazioni e altrettanto libere forzature”), quindi inviando una lettera di rettifica al Venerdì.
Anche il direttore del Gr Bruno Soccillo ha scritto al settimanale di Repubblica per precisare che “qualunque scelta che attiene contenuti ed impostazione dei programmi, conduttori e quant’altro viene da me effettuata in totale autonomia e secondo esclusivi criteri di esperienza e professionalità e non da pressioni politiche”.
Caporale è sicuro delle sue orecchie e della sua sbobinatura: “Non ho estorto nulla e non ho avuto bisogno di una virgola in più. Anzi, ho eliminato, come promesso a Mensurati, i giudizi negativi che vertevano su colleghi con incarichi di responsabilità. Ho mantenuto la parola. Per il resto, mi sono seduto davanti a lui e ho preso appunti. Nell’intervista può mutare qualche aggettivo, non la sostanza”.
Scrive invece Mensurati nella lettera: “La cosa che più mi amareggia è che il giudizio sia stato generalizzato (“tutti raccomandati”) e questo è offensivo per tanti colleghi che lavorano con serietà e dedizione e che magari non faranno mai carriera, colleghi coi quali mi scuso (non mi scuso, invece, con quelli che hanno la coda di paglia). Nel complesso appaio poi come un semplice raccomandato, senza un briciolo di storia professionale alle spalle, e questo mi dispiace anche se capisco che la notizia non era che fossi bravo o che gli ascolti fossero in ripresa, ma che alla Rai ci sono i raccomandati”.
In realtà, la notizia non è tanto che alla Rai ci siano i raccomandati (cosa nota anche ai sassi), ma che qualcuno lo ammetta pubblicamente.
“Il problema è che la Rai è irredimibile – continua Caporale – ho fatto almeno duecento interviste e non ho mai avuto problemi con nessuno. Tranne in tre casi. Tutti giornalisti Rai. L'unico, e devo dargliene atto, è stato il direttore Di Bella a non utilizzare il sistema della precisazione. Dopo una mia intervista che gli procurò molti problemi mi disse: "Queste cose le ho dette. Ho sbagliato, ma me le tengo." Le persone possono rifiutare di essere intervistate. Se accettano, poi non precisino”.
Scrivi a
Pennina
Il Vespa della radio ringrazia Fini sognando la tv
di Antonello Caporale
ROMA – Del che è verbale. Letto, confermato e sottoscritto.
“Se solo mi facesse la cortesia di non riferire quei tre giudizi”.
Non li troverà sul giornale. “Ho parlato con il cuore in mano, ma la Rai è un’azienda complicata e merita rispetto”.
E’ l’ora di pranzo quando salutiamo a Saxa Rubra Stefano Mensurati, il Vespa della radio. Mensurati conduce Radio anch’io, fortunato programma mattutino, e agli ospiti spesso si porge con domande così soffici e meste da essere ritenuto un piccolo clone di Bruno Vespa, il cui rango oramai è equivalente a quello di vicecapo dello Stato. Con questo spirito siamo andati a conoscere di colui che si sente ma non si vede.
Ha quarantacinque anni, vive a Roma, ha i baffi. Veste come l’uomo Facis, solo è un po’ più tracagnotto. Ma i coraggiosi sempre tendono a nascondere sotto abiti di grigia convenienza insospettabili energie polemiche. Cosicchè la discussione - iniziata secondo le forme lente di un colloquio Rai - è andata facendosi sempre più tumultuosa, al punto che il verbale dell’intervista è stato chiuso, per un eccesso di parole e di giudizi, prima del previsto. Mensurati ha confessato tutto, proprio tutto.
“Chiaro, sono di destra e perciò mi trovo a Radio anch’io, il programma di punta di Radiorai”
In azienda si fa così?
“Si fa così ed è inutilo nasconderselo. La mia provenienza politica mi ha aiutato in questo frangente. Spero anche che sia stata apprezzata una qualche professionalità, l’impegno, la dedizione”
Mensurati, lei è sulla bocca di tutti
“Mamma mia! Da qualche giorno è tutto un andirivieni di telecamere, tutti a parlare di Radio Anch’io, tutti a intervistarmi”
E’ la forza degli scoop che firma
“Berlusconi, D’Alema, e prima Fassino, Fini. Passano da qui e spiegano, dicono. Io faccio parlare, ho un modo di pormi che accoglie le richieste dell’ospite”
Li fa sentire come a casa propria
“Ma che diritto ho di contestare quel che il politico dice”
Basta trasmettere il verbo
“Berlusconi è venuto e ha snocciolato cifre”
E lei ha preso nota
“E mi metto a contestargli le cifre? E cosa ne so? e come posso?”
Giusto
“Ma anche D’Alema si è trovato a suo agio”
Tutti qui si trovano a proprio agio
“E mi ringraziano moltissimo”
Il suo senso di civiltà, il rispetto
“Interrompo quando è proprio necessario. E non bado alle polemiche che può suscitare una mia presa di posizione. Esempio: un ascoltatore, con Berlusconi in diretta, lo accusa di essere un imbonitore. Io lo fermo e prima che il premier risponda chiedo scusa a nome di tutti per quel linguaggio francamente eccessivo. Io non devo indispettire l’ospite, né devo indispettire i radioascoltatori”
Però una parolina, una domanda un po’ inquieta
“E certo che la faccio, e ci mancherebbe”
Adesso è il suo momento
“Me ne sto accorgendo. Le ho già detto delle telecamere”
Nulla invece dell’invidia dei colleghi
“Sapesse quanta, io li vedo e dicono le solite cose: che sono fascista e perciò conduco Radio Anch’io. Che il direttore per far posto a me…”
…ha silurato la conduttrice precedente
“E’ stata promossa caporedattore centrale”
Promossa-rimossa
“Non posso negare che questo sia il posto di maggiore visibilità”
Crepi l’invidia
“Non partecipo alle assemblee di redazione, non mi frega niente del sindacato. Io bado a me e della Rai sanno quel che penso: qui almeno un terzo non lavora, è un ministero di funzionari superpagati. Ho scritto una lettera e l’ho affissa in bacheca: se almeno uno di voi facesse uno scoop all’anno, la radio ogni due giorni farebbe parlare di sé. Uno scoop all’anno, ho chiesto”
Le hanno risposto?
“Autostima ipertrofica. E vabbè”
Fa le lezioni ma lei un po’ raccomandato lo è
“Ma di sicuro che lo sono! Il fatto è che qui siamo tutti raccomandati. Io sono stato assunto dopo anni di precariato solo in virtù del mio colore politico”
Viene da dove?
“Secolo d’Italia: Fini, Urso, Gasparri, tutti amici miei. Una stagione al Roma con Domenico Mennitti e poi free lance: sempre in giro a far servizi”
Fronte della gioventù, botte con i rossi
“Ho militato da giovane e anche in piazza sono stato: ma più che darle le ho prese”
Però, vede, oggi c’è il giusto ristoro
“Ruffini mi ha assunto. Mi disse il giorno della sua firma: sei di destra e sei pure bravo”
Sincero.
“E che non lo so? Gliel’ho detto io per prima che qui le cose vanno così. E non c’è ragione per pensare che muti la situazione, non si vede come le regole possano cambiare”
Se vince l’Ulivo?
“Mi segano di sicuro. Il giorno dopo. Sapesse cos’ha scatenato l’Usigrai quando stato promosso a questa trasmissione. Sa, io dovevo fare solo una sostituzione ferie della titolare. Poi dalle ferie….”
E l’Usigrai ha sobillato
“Urla, richieste di ogni tipo, mercanteggiamenti vari. La mia promozione ha provocato compensazioni da quell’altra parte: hanno preteso altrettanti aggiustamenti. E ci siamo capiti”
Però Mensurati fa gli scoop mentre gli altri dormono
“Berlusconi qui alla radio, e chi l’avrebbe mai detto!”
E’ stato difficile acchiapparlo?
“Lo seguivamo da mesi, e da mesi avevamo inoltrato la nostra richiesta. Poi, qualche giorno fa”
Aspetti, continuo io: Bonaiuti la chiama
“Esatto: ci dice che il presidente del Consiglio è disponibile in un giorno della settimana da fissare”
Ed ecco lo scoop
“Le agenzie hanno battuto una pila di flash”
Finalmente anche la radio ha le sue soddisfazioni
“Come posso negare?”
Adesso per lei la strada è in discesa
“I miei predecessori hanno tutti trovato un’ottima collocazione in tv: Floris, Vianello”
Vedrà che verrà il suo turno
“Mi basta raccogliere il frutto del mio lavoro qui alla radio. La televisione è un obiettivo lontano, ancora non percepito del tutto come una necessità”
Ci sono però le elezioni in vista
“Ma sono le europee, non contano!”
Vero, se pure vince l’Ulivo questo è un giro dove non succede nulla per la classifica generale.
“Il governo certo non cade”
Se fossero politiche…
“Allora sarei segato”
Lei deve puntare ad essere il nuovo Vespa
“Non propriamente”
Mensurati, non esageri
“E’ un grande professionista e io mi accorgo di sbagliare ancora”
Le succede quando si trova il politico importante ospite della trasmissione
“E ti scappa l’attimo. A volte mi dico: cavolo, questa domanda sarebbe stata veramente necessaria. E però non l’ho fatta”
Capita a tutti di essere sbadati
“Eppure mi preparo accuratamente, ma tento sempre di conservare un certo stile”
Non si indispettisce l’ospite
“No”
Perché con l’ospite anche il radioascoltatore s’indispettisce.
Messaggi apparsi nella bacheca della redazione del giornale radio in seguito all’intervista:
Valentino Morante (redazione sportiva):
Sono stato assunto in Rai nel 1978, 26 anni fa, dopo lunghi anni di precariato in altre testate, come 4 anni di lavoro di notte gratis e senza contributi a Momento Sera. in 26 anni ho avuto due promozioni (oggi vicecaporedattore allo sport ndr), altra cosa da una carriera fulminante come la tua.in attesa delle tue scuse ti tolgo il saluto: un onore che tu meriti.
Federico Pietranera:
Caro Mensurati, lo sappiamo tutti che a certi livelli dirigenziali o di spicco professionale al Gr come altrove raramente ci si arriva per puro e semplice merito. Pensa che tanti anni fa le cose stavano in modo tale che Platone concluse che nella maggior parte dei casi gli uomini potenti sono malvagi. Quello che tu giunto in alto dimentichi e' che esistono molte persone che lavorano seriamente e professionalmente al Gr traendo soddisfazione dal far bene il loro dovere.
Laura Pepe (cronaca):
Sono entrata in Rai per concorso come molti altri colleghi che lavorano al Gr o in altre testate. La maggior parte dei nuovi assunti proviene dalle scuole di giornalismo come e' giusto che sia per n on parlare dei tanti colleghi precari ed ex precari non ancora assunti.Andrea Vianello e Giovanni Floris provengono rispettivamente da un concorso e dalla scuola di Perugia. ..L'invito a Mensurati e' parla per te e rispetta le storie professionali di altri colleghi.
Lella Marzoli (caporedattore centrale):
Non credi alle smentite ma questa volta la smentita servirebbe.
Marzia Leoni e Doriana Laraia:
Vogliamo sottolineare due cose, e' davvero squallido sparare nel mucchio parlando di colleghi raccomandati.la Rai e' piena di storie professionali per nulla frutto di raccomandazioni al contrario della tua.Il secondo punto e' questo, lo scoop giornalistico e' ben altra cosa da quello che tu descrivi.il presidente del Consiglio che dopo alcuni mesi si accorge che anche la rai puo' essere una utile cassa di risonanza , chiama la redazione e si dice disponibile a partecipare a radio anch'io.ti sembra questo uno scoop?
Nota del Cdr:
...il cdr considera (le dichiarazioni contenute nell'intervista, ndr) gravi e lesive della professionalità di quanti lavorano con impegno e passione al Gr , e visto che lo stesso Mensurati ritiene che l'intervistatore ha male interpretato e forzato alcune dichiarazioni invita il collega a chiarire meglio il suo pensiero.
www.ilbarbieredellasera.com
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Il caso Alcatel
Siamo ormai alla follia autodistruttiva allo stato puro. Esistevano due grandi fabbriche ad alta tecnologia italiane, la Face e la Telettra, che nel 1994 assommavano a 13mila dipendenti, tra ricercatori e operai. Oggi sono 3mila.
Confluirono nell'Alcatel francese. Benissimo. La Telettra fu svenduta per un piatto di lenticchie (una fabbrica inutile di accumulatori francese) dall'ineffabile e immarcescibile Cesarone Romiti. Era ai tempi la più brillante azienda europea di Hig-Tech, la prima al mondo ad aver sviluppato la trasmissione televisiva digitale (campionati mondiali di calcio del 90).
Arrivano i francesi e, quasi immediatamente, ammazzano questo gruppo di R&S. Motivo: non fa profitti. Oggi mezzo mondo trasmette film in digitale, sulle reti e per aria, anzi per stratosfera satellitare.
Tengono la trasmissione. E gli italiani (gruppo ex Telettra a Vimercate) sviluppa per loro una tecnologia rivoluzionaria, il Dwdm (digital wavelenght division multiplexing) che consente di trasportare su una singola fibra 100 e passa volte il volume di dati precedenti.
Vanno sul mercato, primi al mondo con quella qualità: e la divisione italiana letteralmente regge i destini e i bilanci di tutta la multinazionale per tre anni, dal 1999 al 2002. Poi, però, una tecnica tanto rivoluzionaria si scontra con le capacità di assorbimento di mercato. Il dwdm contribuisce alla sovraccapacità di trasporto nelle reti backbone tlc e nel 2003 i gestori fermano gli acquisti.
E allora l'Alcatel cosa decide? Benissimo, facciamo a pezzi l'Italia. Vendiamoci gli stabilimenti di Rieti (ex-Telettra) e Battipaglia (ex-Face)- ma a chi? stanno chiudendo tutti.....- , esportiamo e licenziamo i gruppi di R&S locali, portiamo tutto in Cina, nella Shanghai Bell dove il software lo facciamo a minor costo e gli apparati Dwdm e ottici costano meno.
Grazie Alcatel, Grazie Romiti.
Ma non è finita: il gruppo di ricerca di Vimercate ha un'altra eccellenza storica. I ponti radio. Questi oggi significano wi-fi di quarta generazione capaci di dare megabit su celle di tre chilometri di raggio (tipo Gsm). Ma questa innovazione è scandalosa. Potrebbe mettere in crisi i monopolisti o oligopolisti tlc e televisivi nostrani. Per cui nisba. A malapena sono tollerate le reti civiche wireless, come Vico Pisano, che da anni fanno questo.
Meglio chiudere l'High tech italiana piuttosto che fare innovazione "scandalosa". Alla faccia delle buffonate che ci racconta la Moratti e Berlusconi sulla ricerca, sui mattoni genovesi del supposto Mit italiano e su altre menzogne.
ciao
Beppe
P.s. I pochi soldi pubblici li mettiamo sui decoder della truffa tv digitale terrestre, sui debiti Parmalat e sulle squadre di calcio dei miliardari del pallone....
blogs.it/0100206/
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Verso l’UE: la Romania s’allontana dai suoi vicini
Così vicino ma così lontano. E’ questo lo slogan del nuovo rapporto tra la Romania ed i suoi vicini, precisamente con quelli che non sono in corsa verso l’Ue.
(25/03/2004)
Di Mihaela Iordache
La Romania confina a nord e ad est con l’Ucraina, ad est con la Moldavia, a sud con la Bulgaria, ad ovest con la Serbia-Montenegro e l’Ungheria e si affaccia a sud est sul Mar Nero. Per attraversare la maggior parte di questi confini occorrerà presto un visto.
La Romania sta infatti introducendo i visti per gli Stati vicini che non hanno avviato un cammino di integrazione con l’UE. E non solo per i paesi vicini, ma anche per la Russia e la Turchia con la quale, dopo quasi 50 anni di libera circolazione delle persone, si stanno sottoscrivendo nuovi accordi.
La decisione, annunciata da qualche tempo, viene presa nel contesto della futura integrazione della Romania nell’Unione Europea, prevista per il 2007. Si tratta di misure che consolidano la sicurezza delle frontiere per eliminare l’immagine della Romania come Paese di transito per l’immigrazione illegale verso l’Unione. Questi limiti alla circolazione dei cittadini degli stati confinanti arrivano dopo che, dal 1 gennaio 2002, i cittadini romeni possono circolare liberamente nello spazio Schengen.
L’introduzione di nuovi visti non è certo facile per Bucarest. Dopo un momenti di tensione con gli amici turchi, il governo romeno si trova ora momentaneamente bloccato nei negoziati con il governo di Belgrado. Malcontenti arrivano anche da Kiev.
Si tratta in ogni caso di rapporti dove emergerà probabilmente la reciprocità e di conseguenza avranno bisogno di visti non solo gli ucraini, i russi, i turchi o i serbi che vorranno recarsi in Romania ma anche i romeni che vorranno viaggiare nei Paesi vicini.
In un caso, la Russia, il visto è già necessario da qualche settimana. Con la caduta del regime comunista nell’89 i flussi di turisti tra i due Paesi sono calati considerevolmente. Ma, nonostante in seguito allo smantellamento dell’ex URSS la Romania non confini più con la Russia ma con l’Ucraina, vi sono ancora molti rapporti tra i due Paesi. L’introduzione del visto li ha resi senza dubbio più difficili.
Anche per i cittadini dell’Ucraina, dal prossimo primo gennaio, saranno introdotti i visti. Recatosi recentemente a Bucarest in visita ufficiale, Konstiantin Griscenko, Ministro degli esteri ucraino, non ha esitato a sottolineare il malcontento di Kiev, lasciando però intendere che l’Ucraina non rinuncerà a negoziare l’accordo che riguarda il regime dei visti reciproci.
I negoziati più difficoltosi sembrano però essere quelli con Belgrado, che si è rifiutata di affrontare l’argomento con le autorità romene. In un recente articolo pubblicato dal quotidiano serbo “Vecernje Novosti” si commenta come l’annuncio della Romania, risalente alla primavera scorsa, della probabile introduzione di un visto abbia improvvisamente reso difficili i rapporti tra i due Paesi.
Ed il 22 ottobre scorso è stata anche annullata una visita del premier romeno Adrian Nastase a Belgrado. Quest’ultima afferma di non comprendere che fretta abbia la Romania nell’introdurre i visti dato che si parla di una sua possibile, anche se non sicura, integrazione nell’UE solo nel 2007. Belgrado riporta l’esempio dell’Ungheria che ha introdotto i visti per la Serbia solo 6 mesi prima della sua adesione all’Unione Europea. Al di là delle tensioni politiche i primi a risentire delle decisioni prese dal governo romeno saranno i cittadini dei due Paesi. Nel solo mese di gennaio quasi 70.000 romeni e 50.000 stranieri hanno varcato la frontiera con la Serbia.
Diverso è invece il caso della Moldavia, paese con il quale la Romania ha legami strettissimi. Il visto verrà introdotto solo sei mesi prima dell’adesione.
Secondo Mircea Geoana, Ministro degli esteri romeno, i visti Schengen devono essere introdotti in conformità con i negoziati per l’adesione. Il ministro ha paerò aggiunto che è la stessa Commissione europea a mostrare disponibilità nei confronti di quelle soluzioni che non appesantiscano la libera circolazione in campo culturale e scientifico.
In tutti i casi Bucarest si consulterà con Bruxelles per assicurare maggior flessibilità possibile al regime dei visti. L’intenzione è di facilitare il più possibile attività culturali, sportive, viaggi di lavoro oppure permessi del tutto particolari per gli autisti di camion.
Secondo le autorità romene, la Romania è riuscita sino ad ora a soddisfare il 60% degli obblighi che derivano dai negoziati con l’Ue riguardo agli affari interni.
Una diversa gestione dei confini che la separano dagli Stati vicini sono un altro aspetto essenziale verso l’adesione all’Unione Europea. La modernità dell’infrastruttura e la lotta contro la criminalità transfrontaliera rappresentano le priorità in questo difficile processo.
Il piano di investimenti prevede circa 100 milioni di euro all’anno. La Romania, nonostante abbia adottato per prima uno dei più moderni sistemi di controllo della frontiera del Sud-Est Europa, non è mai riuscita a fermare il traffico di persone, il traffico di merci di contrabbando o macchine di lusso. Per quanto riguarda il traffico di esseri umani nel 2003 sono state indagate 1000 persone che trafficavano giovani avviate poi alla prostituzione o bambini costretti a rubare nei negozi o a mendicare nell’Europa Occidentale. Un traffico che coinvolge bande criminali non solo della Romania ma anche dei Paesi vicini.
La stessa cosa vale anche per il traffico di automobili di lusso rubate nei Paesi dell’Europa Occidentale e vendute poi nei Balcani e dintorni. A questo capitolo, al top dei trafficanti di macchine rubate in Romania ci sono gli italiani, romeni, bulgari e turchi.
Invece, il contrabbando di sigarette è florido soprattutto lungo il confine con la Moldavia e con la Serbia. EL stecche di sigarette vengono contrabbandate in auto o in treno.
La Romania continua inoltre ad essere un Paese a rischio per l’immigrazione clandestina. Nel 2002 è stata smantellata una banda di ucraini che con la complicità di cittadini romeni falsificavano passaporti. Con 1700 euro, un cittadino ucraino poteva entrare in possesso di un passaporto romeno falsificato con cui viaggiava in seguito liberamente nello spazio Schengen. E questo non è sicuramente un caso singolo. Per molto tempo la Romania è stata un dei Paesi preferito per la reti criminali che sceglievano il Paese come transito verso l’Europa Occidentale e gli Stati Uniti.
I romeni stessi attraversano sempre più la frontiera in uscita. Da due anni, da quando cioè possono circolare liberamente nello spazio Schenghen, più di 2 milioni di romeni hanno lasciato il Paese. Il visto Schengen permette di viaggiare ma non di lavorare. Rimanere clandestini dopo 3 mesi nei Paesi Schengen significa rischiare l’espulsione. Per limitare l’immigrazione clandestina il governo di Bucarest ha deciso di sospendere per una durata di 5 anni i passaporti di persone che sono state espulse per gravi motivi. L’integrazione nell’Unione Europea prevede regole ben precise. Per poter entrare all’UE la Romania deve ed é direttamente interessata a rispettarle.
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Excalibur: fanatica suora barbuta tiene in ostaggio 44 ospiti
Suor Maria Socci si impossessa del lunedì di Rai Due, e costringe 44 ospiti ad esprimere contemporaneamente opinioni su tutto lo scibile per ore ed ore. Intervento del Garante della Privacy: "fategli almeno fare pipì".
Non c'è più alcun argine al delirio di onnipotenza televisiva. Dopo operazioni di chirurgia estetica, arresti di pedofili, strizzatura di bollicine, cacche, scuregge, discorsi del Presidente del Consiglio, rutti e caccole, alla diretta tv mancava solo questo: il sequestro e il maltrattamento di ospite nel prime-time.
Protagonista dell'ennesimo episodio di tv-starnazzatura una orribile carmelitana scalza, Suor Maria Maddalena Socci (nella foto), che con l'uso maldestro di baffi e barba posticci si è introdotta clandestinamente all'interno del carrozzone Rai, arrivando alla conduzione del talk show del lunedì.
Appena preso possesso dello studio, e affisso un crocifisso su tutte le telecamere, ha fatto irruzione nella sala d'aspetto di Porta a Porta, dove 44 autorevoli opinionisti stavano aspettando di registrare le puntate dei prossimi 2 mesi del programma di Bruno Vespa. Estraendo dal saio una piccola icona dei Santi Smith & Wessons, li ha obbligati ad accomodarsi tutti in ginocchio sui ceci nel suo studio. Disposti lungo un tavolo chiaramente ispirato all'ultima cena di Leonardo, ha fatto sedere al centro un comunista, prendendo per sè il posto dell'apostolo Giuda.
Poi, per ore, ha imposto -gridando- i temi su cui, di volta in volta, tutti dovevano dire la propria contemporeanemente: l'Iraq, l'Onu, la verginità di Maria, il calcio, l'acqua su Marte, la verginità di Maria, il cancro alla prostata, la primavera, la verginità di Maria, la salvaguardia dei delfini, l'uso improprio del congiuntivo e la verginità di Maria.
Alla richiesta di un ex-PM di potersi assentare un attimo per un bisognino, la mefitica suora l'ha preso a scapaccioni, e, togliendo l'audio a tutti, ha sussurrato sorridendo "Allora, se posso esprimere una mia opinione…"
Ha quindi fatto abbassare le luci nello studio, e accendendosi un riflettore sotto il mento per apparire più mistica ha gridato "Ah, ah, ah! Siete in mio potere!", spiegando che è la legge del contrappasso dantesco a dettare la scaletta del programma: chi in vita ha sempre cercato una tribuna televisiva, è costretto a sbranarsi con altri 43 suoi simili per farsi sentire dai 3 telespettatori di Luned'Italia.
Mario Luigia e Carlotta, i tre telespettatori di Fucecchio sintonizzati su RaiDue per via di un fastidioso difetto al telecomando, hanno finalmente deciso, indignati, di alzarsi dal divano, e agendo direttamente sui comandi del televisore, si sono finalmente sintonizzati sul processo di Biscardi, come peraltro dovrebbero fare tutti gli italiani dabbene.
giuda.it
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Intervista a J.G. Ballard
a cura della redazione di www.feltrinelli.it © 2004
Salve! mi chiamo J. G. Ballard e sono uno scrittore inglese. Il mio ultimo libro, Millennium People, è stato appena pubblicato in Italia, spero davvero che lo leggiate, e che vi piaccia. E magari vi verrà voglia di leggere altri miei libri. Uno o due sono anche diventati dei film, come L'Impero del Sole di Steven Spielberg, o Crash, di David Croneneberg. Magari, se li avete visti, avete un'idea dei libri che scrivo.
Cerco di sorprendere un po' i miei lettori, mostrando loro un punto di vista non convenzionale sul mondo e tentando di raggiungere i luoghi più profondi delle loro menti.
Spero che quando avrete letto miei libri, troverete che ne sarà valsa la pena. Grazie!
Su Millenium People
In Millennium People ho descritto un gruppo di persone della media borghesia che vive nel quartiere di Chelsea Marina, a Londra, ai giorni nostri: medici, commercialisti, architetti, uniti dalla sensazione di essere stati sfruttati. Questi professionisti sono infatti convinti che la classe sociale a cui appartengono, la middle class, venga data per scontata e che la società se ne approfitti confidando sul loro senso di responsabilità. In effetti, questo senso di responsabilità è ciò che la media borghesia offre, da sempre. Sono i dottori, gli avvocati, i funzionari di polizia, i quadri, gli impiegati statali a guidare la società e a tenerla compatta. I ricchi passano il tempo trastullandosi, la classe lavoratrice lavora, ma è la classe media ad assumersi le responsabilità. In cambio, ha sempre ricevuto sicurezza, un certo status e la sensazione di essere importante. Ma ora in Inghilterra, così come probabilmente in America, in Francia, in Italia e in Europa occidentale, la situazione è cambiata: la classe media non ha più certezze.
Neanche di fronte alla preparazione professionale di architetti, avvocati, medici esiste la garanzia di un lavoro stabile. Al giorno d’oggi molti appartenenti a questa classe sociale hanno salari pessimi. In Inghilterra, i borghesi hanno sempre mandato i figli in scuole private, si sono sempre serviti di dottori privati, ora in molti non riescono ad affrontare queste spese, in molti hanno dovuto rinunciare ad avere domestici. Questo è il motivo della loro protesta e della loro rivoluzione descritta in Millennium People.
Penso che i borghesi, i medici, i commercialisti, gli architetti, gli impiegati statali che iniziano la rivoluzione in Millennium People non vedano se stessi come i nuovi proletari, la nuova classe lavoratrice, ma abbiano semplicemente realizzato di essere stati sfruttati esattamente come era accaduto cinquant’anni prima alla classe proletaria. Lavorano duramente per salari miseri e senza sicurezza. Così protestano per quelle che reputano le condizioni fondamentali di vita.
Penso che sia in atto una grande rivoluzione. La violenza è interamente giustificata. I protagonisti sono convinti che l’unico modo per attirare l’attenzione verso i loro problemi sia piazzare delle bombe. Quindi mettono bombe alla BBC, nelle gallerie d’arte, nei grandi magazzini.
La media borghesia di questo paese, ma sono convinto che il discorso sia lo stesso in Italia, Francia o Germania, non ha più l’impressione di essere tutelata. Millennium People si occupa proprio di questo fenomeno, dell’insicurezza della classe media. E una classe sociale insicura può diventare anche pericolosa. E ho quindi cercato di far capire come l’aumento della criminalità del 2003 continuerà a crescere nei prossimi anni.
Il mondo sommerso e lo "spazio interiore"...
Mi ricordo che nel 1959 stavo ascoltando la radio e che all’udire i segnali provenienti dallo Sputnik 1 …pip…pip…pip provenienti dallo spazio, pensai: "Mio Dio, questo è un messaggio proveniente da un mondo nuovo!".
Ma nel momento della stesura di alcuni racconti e, pochi anni dopo, del primo romanzo Il mondo sommerso, ho voltato le spalle allo spazio perché, per quanto impressionante sia stato il lancio del satellite, o l’astronauta americano Armstrong, che nel 1969 arrivò sulla Luna, tutto ciò non aveva niente a che fare con le nostre esistenze. La vita in questo mondo, nel nostro pianeta, sulla Terra, era molto più interessante di qualunque altra cosa potesse accadere nello spazio.
Ho pensato che fossero interessanti lo spazio psicologico, quel luogo interno della mente umana in perenne trasformazione, e le relazioni umane nel mondo postbellico. Questo era veramente interessante. In qualche modo tutti stavano diventando esploratori del proprio spazio interno. La gente iniziava a indagare. La sessualità, le droghe, lo svago, il tempo libero. Le persone stavano esplorando nuovi tipi di relazione, stavano guardando al matrimonio, si chiedevano se dovesse durare tutta la vita. C’erano nuove relazioni emergenti: i gay e le lesbiche iniziavano ad avere una grande influenza sulla cultura, sulla moda. Questo è quello a cui si dovevano rivolgere gli scrittori in tutti i modi possibili, non allo spazio, alle strani vesti di un alieno o alle difficile condizioni di vita su un altro pianeta.
Così, Il mondo sommerso, il mio primo romanzo, indagò la complessa storia della razza umana, che tutti noi ci portiamo nel nostro DNA. La memoria di milioni di anni passati. Ci sono geni che mantengono vivi ricordi remoti di foreste primordiali, radicati nel nostro cervello, che emergono quando dormiamo, di notte, nei sogni. Il mondo sommerso riguardava il grande passato biologico di cui tutti noi siamo il prodotto.
Quando è nato il mio primo figlio, vedendolo emergere dal ventre materno, rimasi colpito del fatto che una creatura di solo 1 o 2 secondi di vita avesse un viso, dei capelli che lo facevano assomigliare a una scultura egizia. "Mio Dio, questo è mio figlio! È vecchio milioni di anni, perché ha alle spalle tutta la razza umana, poi click…era solo un bambino appena nato.
Tutti noi siamo parte di un organismo: i nostri padri, le nostri madri, i nostri nonni, le nostre nonne e i nostri avi del passato. Il mondo sommerso descrive questo passato, e il viaggio per scoprirlo.
Crash e l'estetica della violenza
Ho scritto un libro in cui affermavo che gli incidenti stradali erano una cosa positiva e che avevano un risvolto sessuale. Poi ho atteso le reazioni... Crash è per molti versi il mio romanzo più provocatorio. È un romanzo che ha fatto imbestialire moltissima gente. Quando David Cronenberg fece il film nel 1996, non poté proiettarlo in Inghilterra per circa un anno. C’erano masse di persone furiose. La cosa strana è che, nello stesso tempo, non esisteva niente che la gente amasse di più che vedere film con scene di scontri di macchine. Nel periodo in cui scrissi Crash, nel 1971-72, qualunque film di Hollywood riportava scene con incidenti automobilistici.
Negli anni ’70 la gente si era un po’ stufata del sesso. Ed ecco quindi il nuovo sesso, la violenza. Le persone erano affascinate dalla violenza, non erano interessate a film pornografici, ma a film violenti. Ma cosa amavano le persone degli incidenti automobilistici? Mi chiesi allora: "E’ possibile che, invece di essere una cosa malsana, questo interesse per la violenza, abbia un risvolto positivo? Forse gli incidenti automobilistici in un certo senso sono liberatori, e gli uomini hanno bisogno di violenza, magari la loro immaginazione è accesa dalla brutalità, e tutto questo a causa del nostro passato di predatori. La razza umana è sempre stata, nella sua storia, incredibilmente sanguinaria. La storia dell’uomo è una storia di sangue. Forse la violenza, e in particolare quella creata dalla tecnologia (la tecnologia delle automobili) è in qualche modo liberatoria e contribuisce ad aprire i cancelli mentali verso un nuovo mondo".
L'impero del sole e la sopravvivenza umana
Penso che il tratto fondamentale de L’Impero del Sole, che si basa sulla mia infanzia in Cina durante la Seconda guerra mondiale, risieda nel fatto che le persone siano disposte a qualunque cosa pur di sopravvivere. La sopravvivenza non è solo questione di permanenza fisica in vita, di procurarsi il cibo o di stare al caldo.
La sopravvivenza è una condizione mentale, sta dentro la testa.
La gente è disposta a credere qualunque cosa per sopravvivere: il mio alter ego più giovane, il ragazzino de L’Impero del Sole all’inizio è spaventato dalla guerra e dai giapponesi. Ma poi impara ad amare la guerra, perché questo è il mezzo che gli permette di sopravvivere. È anzi il solo modo per sopravvivere. E così diventa un figlio della guerra.
JGB e il cinema
Mi ha colpito molto il fatto che i film più importanti tratti da miei romanzi, siano stati girati da Spielberg e Cronenberg, due registi che hanno iniziato la loro carriera, come me, con la fantascienza.
Spielberg ha esordito con Duel, Lo squalo, Incontri ravvicinati del terzo tipo, E.T.: sono tutti film di fantascienza. Cronenberg con un film come Shivers e nei primi film si è occupato di una specie di fantascienza biologica.
Pur ispirandosi alla fantascienza, i loro film non erano fantascienza pura, il che vale anche per i miei libri. In realtà io non ho mai scritto fantascienza, anche se ne sono stato ispirato, il che è leggermente diverso. Così come sono stato influenzato dal surrealismo, al pari di Cronenberg.
Tutti e tre, io, Spielberg e Cronenberg abbiamo descritto black-out psicologici, ci siamo occupati di insoliti stati mentali. È ovvio che mi ritengo molto fortunato per aver avuto questi due grandi registi che alla fine, pur nella loro diversità, finiscono per assomigliarsi.
JGB e l'arte
Sono sempre stato interessato all’arte, di tutti i tipi. Quando ero studente ero solito andare alla National Gallery di Londra per ammirare i dipinti rinascimentali, e tutte le volte che ho trascorso le mie vacanze in Italia e in Francia ho visitato musei per ammirare le opere degli antichi maestri. Tutti sono stati fonte di grande ispirazione. Del XX secolo ho amato in particolar modo il surrealismo e sono interessato ai numerosi movimenti artistici. Mi piace la pop art, Andy Warhol e gli altri artisti pop. Sono affascinato dall’idea di trasformare in arte questo mondo consumista, una lattina di minestra e una bottiglia di Coca Cola. Andy Warhol ha fatto opere d’arte servendosi di fotografie prese dai giornali. Mi incuriosiscono anche i giovani artisti britannici, gente come Damien Hirst e Tracey Emin, che reputo molto interessanti. Sono artisti che cercano di dire qualcosa sulla realtà.
Viviamo in un mondo totalmente dominato dalla pubblicità. Al giorno d’oggi tutto è preconfezionato, progettato, studiato, preparato. I pubblicitari sono convinti di sapere cosa la gente vuole comprare.
Poiché viviamo in un mondo in cui tutto è commercializzato: anche le relazioni interpersonali. La gente riarreda la propria casa per far colpo sugli propri amici, e lo fa imitando quello che vede nella pubblicità.
Damien Hirst ha scioccato con la sua pecora, la sua mucca tagliata a metà; e Emin ha fatto qualcosa di simile con il suo famoso letto. Entrambi provano a rigenerare la realtà. Hirst afferma: "questo è un corpo, e questa è la morte". Emin dice: "questo è un letto, è il casino che una ragazza ha nel proprio letto". Questi artisti cercano di riprendersi la realtà togliendola ai pubblicitari. È molto interessante.
Le icone pop dei nostri giorni
Mi dispiace affermare che non credo ci siano più icone pop. Oggi abbiamo celebrità. Che sono artefatte, irreali. L’icona pop non esiste più. Sono cresciuto in un’epoca in cui il sistema degli studios hollywoodiani era ancora dominante, negli anni ’40, ’50 e ’60. Per molti versi prima della televisione. Al tempo dei vecchi studios, e questo si applica anche ai film italiani, francesi e inglesi, avevamo grandi stelle, creature letteralmente paradisiache. Seduti sulle poltrone dei cinema vedevamo in lontananza i loro visi argentei sullo schermo ed eravamo pieni di ammirazione. Erano i nostri dei. Marilyn Monroe, Clark Gable, Gary Cooper, Gina Lollobrigida, Brigitte Bardot. Erano grandi stelle. Erano il mistero. Avevano fascino. E soprattutto erano lontane.
Oggi abbiamo celebrità che vediamo in televisione, in primo piano. Famosi per non si sa cosa.
Sono convinto che la nostra sia un’epoca di non eroi. Oggi non ci sono più eroi. Viviamo nell’era dell’uomo comune, dell’eroe comune. David Beckham, il calcio. Chi appare in un quiz alla televisione diventa un eroe per 5 minuti. Andy Warhol aveva detto che in futuro tutti avrebbero potuto essere famosi per quindici minuti. Sta già succedendo. Onestamente, non riesco a immaginarmi icone odierne. Mi piacerebbe, e ho anche scritto su quest’argomento, ma non credo che ce ne siano più. Sono convinto che l’ultima sia stata la principessa Diana, morta in un incidente di macchina in un sottopassaggio parigino. Ha avuto la classica morte di un’icona, in un incidente. Ed è stata l’ultima.
Media e politica: Reagan, Schwarzenegger e Berlusconi…
Penso che la gente voti per qualcuno come Schwarzenegger governatore della California come se fosse un gioco. La gente è convinta che sia un gioco. La politica non è più presa seriamente. È tutto un gioco, anche se serio. Non importa chi è il governatore, chi è il presidente. Qui abbiamo Tony Blair che ci ha condotto nella guerra irachena per le ragioni sbagliate. La gente si sente mal guidata da lui. Penso che la realtà, la realtà di tutti i giorni offerta dal panorama dei media venga vista come un enorme gioco. Noioso.
JGB: uno scrittore estremista?
Se sono uno scrittore estremista? Beh, lo spero proprio. Spero di essere uno di quelli che convince la gente a tornare a riflettere sulle cose quotidiane. Alcuni miei romanzi sono stati molto estremi. Crash è stato, per tanti versi, un romanzo terroristico. Come una bomba in un caffè. Credo che lo scrittore cerchi in qualche modo di cambiare il mondo. È un’idea senza speranza, ma vale la pena provarci.
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Anche dopo l’uscita di scena di Dean, internet è protagonista della campagna elettorale
La politica fai-da-te riparte dalla rete
di FILIPPO SENSI
Sbaglierebbe, e di grosso, chi pensasse che la fugace meteora di Howard Dean e della sua campagna elettorale a base di internet e volontariato si sia portata con sé la forza “virale” della rete.
Certo, la fulminante partenza a base di spot miliardari del duello tra George Bush e John Kerry è lo specchio di una politica che macina implacabile soldi e passaggi televisivi. Fatto un giretto con blog e forum on-line, il circo americano del consenso sembra aver rimesso a posto le priorità, puntando dritto sulla potenza di fuoco della tv piuttosto che sulla interattività grassroots predicata da siti come MoveOn o Meetup.
Eppure, l’influenza di internet sulla politica americana non si è esaurita con l’urlaccio di Dean o il licenziamento del suo guru, Joe Trippi. Tanto la campagna di Kerry, quanto quella del presidente Usa si sono prima misurate per poi fare tesoro della novità e-lettorale rappresentata dalla rete; nella raccolta dei fondi, nel passaparola delle iniziative, nel contatto diretto e personalizzato con i sostenitori, nel loro coinvolgimento in prima persona nel processo di “policy-making”, nel bombardamento informativo sempre più veloce e capillare.
Si moltiplicano in modo esponenziale i blog elettorali, raccontando ognuno con il suo taglio la corsa alla Casa Bianca: ai diari di opinionisti e commentatori, si aggiungono i siti sempre più ricchi ed aggiornati dei candidati, ma anche una rizomatica comunità composta di punk che vanno pazzi per Bush, come racconta il New York Times, di neocon pentiti che spasimano per Kerry, di indipendenti hitech che sperano nel terzo incomodo Ralph Nader.
Fioccano sulla rete lobbies e gruppi di pressione per mobilitare una base disorientata, frammentata, sempre più esigente; iniziative on-line sponsorizzate da colossi imprenditoriali, con l’obiettivo di portare alle urne l’elettorato più difficile da afferrare, quello dei ragazzi.
Ancora una volta, dunque, e non solo negli Stati Uniti, lo sforzo per combattere l’apatia elettorale, in particolare dei giovani, così come il crescente desiderio di partecipazione diretta, non mediata dai partiti, alla definizione delle scelte politiche passa per internet, per la sua rapidità, per la sua forza attrattiva, per la personalizzazione che la rete veicola. In Gran Bretagna, ad esempio, iniziative come quella di www.europecounts.org.uk, un sito nato per avvicinare il gelido elettorato inglese ai temi della Ue, o di www.downingstreetsays.com, dedicato a riportare nella forma più chiara possibile le decisioni e le posizioni ufficiali del governo britannico, si incrociano con la “Big Conversation”, lanciata dai laburisti, che ha toccato i 30 mila contributi on-line, con grande soddisfazione di Matthew Taylor, il consigliere politico di Tony Blair che ne è stato l’ideatore.
Fino ad arrivare alla provocatoria proposta di Your Party (www.yourparty.org), un partito fai-da-te che chiede direttamente agli internauti di candidarsi, dalle amministrative alle europee, scrivendo di proprio pugno il programma che viene così definito dai vari interventi di chi si collega al sito. Spiega il sondaggista Stephan Shakespeare: «I politici appaiono incapaci di una vera conversazione. Loro parlano, noi ascoltiamo. Ci chiedono domande brevi e ci danno lunghe risposte. Eppure siamo uguali, anche come potere: loro hanno quello politico, noi quello dei consumatori, che è una nuova forza rivoluzionaria».
Nella mente del suo creatore, l’imprenditore Dan Thompson, Your Party è una pagina bianca tutta da scrivere, grazie all’impegno di volontari e candidati che non vogliono delegare a nessun altro, se non a un sito internet, scelte e decisioni per il futuro del paese. Un mix tra i girotondi e la “macho-politica” di Arnold Schwarzenegger, tra la democrazia diretta svizzera e il libertarismo anarchico anni ‘60, tra il Grande Fratello e Guy Debord.
Di nuovo voglia di partecipazione, quindi, nell’era del disincanto e del disinteresse elettorale, del cinismo e della sfiducia nei confronti dei partiti, delle loro liturgie, gerghi, nomenklature? Sì, certo; ed anzi, questa esigenza di contare ed influire si individualizza sempre di più, grazie alle straordinarie possibilità offerte dall’information technology e diventate ormai una abitudine quotidiana. Come gli sms che hanno portato alla vittoria in Spagna Zapatero, dribblando il controllo mediatico dei popolari.
O come www.theworldvotes.org, il sito internet dell’olandese Wiebe de Jager che consente a chiunque si registri di votare idealmente per le elezioni presidenziali americane del prossimo novembre. Il vincitore della corsa a stelle e strisce, osserva de Jager, «influenzerà la vita dei cittadini di tutto il mondo». Una buona ragione per chiedere di partecipare in prima persona alla sfida tra Bush e Kerry. Come? Iscrivendosi via internet alle liste elettorali del sito, che provvederà a fare arrivare nelle caselle di posta elettronica la scheda per votare il prossimo presidente degli Stati Uniti del Mondo.
Theworldvotes, assicura il suo ideatore, non vuole in alcun modo essere una piattaforma antiamericana o anti-Bush; piuttosto un esperimento di e-democracy, un originale sondaggio su scala internazionale che la dice lunga sull’interdipendenza in cui viviamo e ci muoviamo.
Sarà un caso, ma tra gli iscritti gli europei sono finora il numero più nutrito, oltre 5 mila, mentre i vicini sudamericani che vogliono mettere la loro scheda nell’urna della Casa Bianca sono soltanto 32. Segno che la rete di qua e di là dell’Atlantico è più sottile di quella che si stende alle immediate frontiere del gigante americano. europaquotidiano.it
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debito degli italiani aumenta e mette un’ipoteca sulla ripresa
ADRIANO BONAFEDE
Davvero a volte le cose cambiano con una velocità impressionante. È ancora vivo il ricordo dell’italianoformichina che risparmia molto e si espone poco con i prestiti e con i mutui. I dati degli ultimi trequattro anni ci mostrano invece un italiano che risparmia meno, fa più prestiti anche con la carta di credito o utilizzando il credito al consumo, ovvero acquistando prodotti a rate. E che, soprattutto, non esita a rincorrere i prezzi crescenti delle abitazioni accendendo mutui sempre più alti.
L’ultimo Bollettino economico della Banca d’Italia del marzo 2004 fotografa ancora una volta questa accresciuta voglia di mutui. I nuovi prestiti per l’acquisto di abitazioni sono saliti da 35,3 miliardi di euro nel 2002 a 42,2 miliardi del 2003. Contemporaneamente, la consistenza, ovvero lo stock, dei mutui in essere è arrivata a 126 miliardi euro, praticamente raddoppiando rispetto a soli quattro anni prima.
Pur essendo cresciuti molto negli ultimi anni, passando dal 18 per cento sul Pil del 1996 al 25 per cento di oggi, i debiti finanziari delle famiglie non destano particolare preoccupazione. Nell’area euro, infatti, sono assai più elevati, visto che raggiungono in media il 52 per cento del Pil.
Eppure, a ben guardare, c’è anche qualche risvolto che potrebbe rivelarsi prima o poi negativo. Il principale riguarda il fatto che, contrariamente a quel che accade nel resto d’Europa, oltre tre quarti di tutti i mutui erogati riguarda un tasso variabile o uno rinegoziabile (ovvero un misto che permette di passare dall’uno all’altro tipo a scadenze prefissate). I normali mutui a tasso fisso sono ormai una minoranza.
Nell’area euro, invece, i mutui a tasso fisso che le famiglie contraggono sono la maggioranza, mentre quelli a tasso variabile rappresentano in media il 43 per cento.
Come si spiega queste notevole differenza? E che rischi possono venire per l’Italia da questa situazione? La differenza, secondo l’ufficio studi dell’Abi, l’Associazione bancaria italiana, ha due spiegazioni. Da una parte sono le banche che spingono i clienti verso il tasso variabile; dall’altra sono gli stessi clienti a preferirli. Le banche "spingono" il variabile perché il tasso fisso è troppo vicino alla soglia fissata per l’usura, oggi intorno al 6,26,3 per cento. Così, tanto per non correre rischi, cercano di spostare i clienti verso il variabile. Da notare che il tasso usurario, che si calcola facendo una media fra i tassi fissi e quelli variabili di mercato, esiste soltanto in Italia.
I clienti, dal canto loro, si trovano oggi di fronte a una differenza rilevante tra i tassi variabili e quelli fissi. I primi stanno intorno al 3,23,4 (con uno spread di 1,21,4 sull’Euribor); i secondi intorno al 6,06,2. Una differenza che cambia letteralmente la rata. Così, puntando anche sulla stabilità dei tassi euro per il futuro, gli italiani scelgono di indebitarsi per somme superiori a quelle possibili con i prestiti a tasso fisso.
Tutto questo, però, contiene qualche pericolo. Infatti oggi i tassi variabili sono al livello più basso della storia. Prima o poi le cose cambieranno, e i tassi cresceranno. Ma questo si tradurrà automaticamente in un aumento dell’impegno finanziario delle famiglie e in una conseguente riduzione del reddito disponibile per i consumi e gli investimenti.
Il grande boom del prezzo degli immobili negli ultimi quattrocinque anni, che ha evidenziato un forte aumento della ricchezza patrimoniale delle famiglie, potrebbe dunque avere un lascito poco gradito: una riduzione del reddito disponibile. E dunque, indirettamente, un freno alla ripresa dei consumi che dovrebbe accompagnare la fase di espansione economica che si spera arriverà presto.
Tuttavia, secondo l’ufficio studi dell’Abi, l’impatto negativo sull’economia potrebbe essere tutto sommato ridotto, se in futuro l’andamento dei tassi stabiliti dalla Banca centrale europea rimarrà all’interno della forbice che abbiamo già visto da quando esiste l’euro: dal 1999 a oggi, infatti, il tasso Bce ha oscillato fra il 2 di oggi, in cui c’è quasi stagnazione, e il 4,75 nel momento di massima espansione dell’economia (2000).
Un altro elemento di consolazione deriva dal fatto che ormai circola una gran quantità di mutui a tasso misto (in cui si può passare dal variabile al fisso e viceversa) o con la possibilità, in caso di rialzo dei tassi, di bloccare la rata allungando la scadenza.
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Affari & Finanza
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Guerra e Pace. Intervista a Mark Latham, leader dell'opposizione Laburista in Australia
Truppe in Iraq. E' ora di tornare a casa
Trascrizione dell'intervista a Radio 3AW del 24 Marzo 2004.
Signor Latham, la sua idea è quella di portare le nostre truppe a casa entro Natale. Cosa ha da dire riguardo i commenti di Downer e Howard sul fatto che lei sta giocando il gioco dei terroristi?
LATHAM: Mi lasci dire che questo non è vero e che in ogni modo il conflitto in Iraq é concluso. Nell'essere presenti sul territorio nel periodo post-bellico, l'Australia ha rispettato un obbligo internazionale. Ma questo impegno non poteva prolungarsi all'infinito e occorreva capire quando gli obblighi internazionali possono ritenersi conclusi. Inoltre c'é sempre la possibilitá che ovviamente si vada verso un nuovo governo iracheno. A questo punto l'Australia puó decidere che sia giunto il tempo di riportare le truppe a casa mettendo come prioritá la difesa Australiana. Questo é in sintesi il giudizio dei Laburisti.
Capisco. Continuate a pensare che la scelta di andare in Iraq era folle?
LATHAM: Lo scopo principale del nostro governo era quello di identificare ed eliminare le armi di distruzione di massa. Lo stesso Ministro della Difesa Robert Hill in un momento di onestà ieri ha ammesso che non esistevano armi di distruzione di massa in Iraq. Quindi l'obiettivo principale della guerra non è stato raggiunto e chiaramente sono stati commessi alcuni errori che hanno reso tutta l'impresa una follia. Inoltre, questo contesto ha impedito che le risorse venissero impiegate per il loro scopo principale, e cioè identificare i terroristi e distruggere i loro network. Si avrebbe avuto un esito migliore se tutto il tempo e le risorse impiegate per la ricerca delle armi di distruzione di massa, fossero stati impiegati per l'attacco dei network terroristici.
Ma la condizione attuale è questa: La coalizione ha preso Saddam Hussein, i suoi figli sono morti, 25 milioni di iracheni hanno la possibilitá di una vita migliore. Per lei non vuol dire nulla questo?
LATHAM: Dobbiamo tornare allo scopo principale della guerra contro il terrorismo. Il primo ministro stesso ha affermato che se Saddam avesse rinunciato alle sue armi, l'Australia non avrebbe mai combattuto solamente per un cambio di regime. Occorre interrogarsi a questo riguardo, sulla natura di queste parole e sull'obiettivo principale deciso prima del conflitto. Negli interessi dell'Australia, la priorità doveva essere la lotta contro il terrorismo, tentando di colpire i network terroristici, liberandosene. Il fatto che tutte queste risorse siano state messe a disposizione per un conflitto il cui scopo principale non è stato raggiunto, indica che questa, per l'Australia, non è la migliore linea di politica estera da seguire.
(C) 2004, Radio 3AW. Traduzione di Alessio Conforti
[Derryn Hinch]
www.aprileonline.info
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Lilliput: né coi DS, né coi Disubbidienti
di Redazione (redazione@vita.it)
Riflessioni lillipuziane dopo la manifestazione per la pace di sabato scorso
COMUNICATO - Il Gruppo di lavoro tematico sulla nonviolenza e conflitti della Rete di Lilliput prende una chiara distanza dai comportamenti violenti sia del servizio d'ordine del partito dei DS che della decina di attivisti appartenenti ai centri sociali che si sono svolti sabato 20 marzo 2004 durante la manifestazione di Roma. Questi atteggiamenti aggressivi hanno spostato l'attenzione mediatica su una "polemica partitica e teatrale" che allontana dalle serie motivazioni di una manifestazione mondiale contro la guerra che che esprimeva solidarietà con i movimenti pacifisti americani, che chiedeva con assertività il ritiro delle truppe armate dall'Iraq e il riconfermare il potere soprannazionale dell'ONU; manifestazione che a Roma ha visto quasi 2 milioni di persone scendere in strada pacificamente, gioiosamente e serenamente.
L'ampissima partecipazione alla manifestazione di Roma del 20 marzo, in contemporanea a manifestazioni in tutti i continenti tra cui gli americani, dimostra ancora una volta la chiara contrarietà della maggioranza della popolazione verso le scelte di guerra e di occupazione che si stanno perpetrando in Iraq, come in Afghanistan o in Cecenia o in Africa. La radicalità della scelta nonviolenta è il principio cardine del movimento che vuole mantenere una coerenza tra il fine di un mondo diverso e i mezzi con cui lo si vuole cambiare. Il GLT nonviolenza della Rete di Lilliput, premettendo la non condivisione con la linea tenuta da alcuni esponenti dei DS in parlamento sulla missione in Iraq ritiene l'aggressione alla delegazione dei DS un atto non condivisibile di metodo violento che fa il gioco di chi vuole apparire soltanto vittima dei facinorosi e intende togliere forza a un movimento per il cambiamento che dovrà rimanere sempre indipendente da tutti i partiti di ogni schieramento e posizione, sia strutturalmente che culturalmente.
La Rete di Lilliput sostiene con forza chi mettendo in gioco creatività e innovazione, con striscioni e cartelli, con bande musicali e bandiere arcobaleno, ha contestato le scelte di sostegno a guerre di occupazione e di sfruttamento ingiuste che sostengono i bilanci di multinazionali, banche e borse. Sulla presenza militare italiana in Iraq ribadiamo l'assoluta contrarietà e crediamo che tra i veri motivi del rifinanziamento ci siano gli interessi dell'Eni, il colosso petrolifero italiano, che proprio sull'area di Nassirya –sede dei militari italiani – con il regime dittatoriale di Saddam Hussein aveva stipulato contratti di sfruttamento che sarebbero divenuti esecutivi al cessare dell'embargo. A svelare gli interessi per il rinnovo del contratto dell'Eni non sono solo gli ex funzionari del colosso petrolifero italiano, ma quasi due milioni di italiani che rifiutano un politica estera basata sull' occuapazione miltiare per gli interessi di pochi gruppi industriali che condizionano tutte le scelte economiche.
Crediamo nella forza della verità e della trasparenza e per questo sul sito della Rete di Lilliput (www.retelilliput.net) abbiamo pubblicato gli elenchi di come hanno votato i parlamentari sul rifinanziamento delle varie missioni militari a cui l'Italia sta partecipandoe su cui non è una garanzia la sola presenza delle Nazioni Unite. I cruenti scontri che la scorsa settimana hanno riacceso il conflitto etnico in Kossovo sono la dimostrazione che proprio le "guerre umanitarie" e l'appoggio ai gruppi paramilitari di una delle parti, come l'Uck, sono controproducenti a una risoluzione pacifica del conflitto. Riteniamo come unica via da percorrere la coraggiosa scelta della nonviolenza sia nella risoluzione dei conflitti internazionali che nazionali, inoltre la strada del dialogo, dell'ascolto reciproco e della fiducia come presupposti di una politica seria ed al servizio dei cittadini. La nonviolenza non è inerzia e astensionismo, ma è forza positiva e intensa, che crea indipendenza dall'imitazione e riproduzione della violenza altrui, è testimonianza che un modo giusto di vivere i rapporti umani, nelle piccole e nelle grandi dimensioni, è possibile, anzi è necessario per sopravvivere.
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Ma i problemi restano
Gianfranco Viesti
Il rinnovato interesse dell’Ocse per le questioni dello sviluppo territoriale, e il dibattito europeo sulle nuove prospettive di bilancio con le connesse proposte per le politiche di coesione (1), hanno rilanciato gli interrogativi sul se e sul come i bilanci pubblici debbano destinare risorse alle politiche di sviluppo regionale.
È, per ovvi motivi, una discussione fondamentale per l’Italia.
Due visioni sulle politiche territoriali
Quanto al se, sono pochi gli economisti e i politici che ritengono che sia opportuno lasciare le questioni dello sviluppo territoriale alla sola azione dei mercati. Piuttosto, la divisione è un’altra.
Da un lato, quanti ritengono che le politiche territoriali siano altro rispetto a quelle per la crescita; abbiano motivazioni prettamente politiche e debbano quindi mirare principalmente a compensare le regioni deboli e i loro cittadini per le loro sventure.
Dall’altro, quanti pensano che le politiche territoriali altro non debbano essere che la declinazione e concentrazione spaziale di più generali politiche per la crescita, azioni strutturali per accrescere occupazione e produttività e quindi la "competitività".
La differenza ha implicazioni fondamentali sulle modalità di intervento.
Se le politiche sono compensative, non possono che prevedere trasferimenti ai cittadini e incentivi alle imprese per ridurne difficoltà e diseconomie; spese tendenzialmente permanenti, che rappresentano il costo politico della coesione.
Se le politiche sono "per la competitività" non possono che mirare ai contesti: costruire istituzioni, potenziare le dotazioni di infrastrutture materiali e immateriali, aumentare la qualità del capitale umano, diffondere tecnologie.
Le prime sono semplici, ed elettoralmente paganti. Le seconde sono assai difficili e di lungo periodo; a breve termine, portano pochi voti. All’atto pratico, ci possono naturalmente essere mix delle due tipologie.
Ma ciò che conta è che una prevalga sull’altra.
In Italia abbiamo una tradizione diversificata. Per semplificare: abbiamo avuto una lunga fase quasi del secondo tipo (fino ai primi anni Settanta); una ancor più lunga fase del primo tipo, con massicci interventi compensativi e redistributivi. La svolta del 1992 l’ha conclusa e ha aperto un periodo di sostanziale assenza di politiche (1992-95) e di grande incertezza.
Con la gestione Ciampi-Barca al Tesoro, c’è stata infine un’esplicita scelta per politiche per la crescita, che si è cominciata a tradurre in azioni concrete. Ma nell’ultimo biennio del centrosinistra quella scelta è stata rimessa in discussione.
Poi, con il cambio di Governo, il quadro è divenuto ancora più confuso: mancanza di qualsiasi scelta esplicita; subordinazione delle politiche territoriali alla "finanza creativa"; eppure, prosecuzione di molte delle azioni concrete progettate anni prima.
Il bilancio del Rapporto
Il bilancio di tutti questi anni è onestamente raccontato nelle molte pagine del Rapporto annuale 2003 del Dipartimento per le politiche di sviluppo del Mef, da poco pubblicato. (2)
Che cosa ne emerge? Risultati contrastati, sintetizzati con la considerazione che c’è crescita nelle aree più deboli del paese, ma questa crescita è "frenata". Alcune delle azioni di politica economica messe in atto funzionano, e cominciano a produrre i primi risultati (fra cui, importanti, i processi di modernizzazione delle amministrazioni regionali). Altre funzionano meno, e non danno risultati.
Il punto è che complessivamente le politiche non hanno ancora indotto quei cambiamenti tangibili nei contesti, nelle istituzioni, nella qualità della vita tali da determinare a loro volta un cambiamento nelle aspettative e nei comportamenti degli operatori (interni ed esterni a quelle aree), e tali dunque da innescare un circuito virtuoso di "crescita endogena".
Perché?
Tre sembrano i principali problemi, tutti di natura assai più politica che tecnica.
Il primo è che, ovviamente, politiche di sviluppo territoriali non possono avere alcun successo se non in un quadro di coerenti politiche per la crescita nazionali.
Da questo punto di vista, come molti interventi su www.lavoce.info hanno sottolineato, l’intero paese appare incapace di affrontare una crisi strutturale di competitività, attraverso incisive politiche di ridisegno dell’intervento pubblico, di rafforzamento delle reti infrastrutturali, di potenziamento del capitale umano e della ricerca. Come pensare che ciò che non accade in Lombardia possa accadere in Calabria?
Il secondo è che con la riforma costituzionale del 2001 l’Italia ha intrapreso un percorso oscuro e incerto verso nuovi assetti di governo. Lungi dal definire una visione condivisa di regole e responsabilità, di prelievo e di spesa in tutto il paese, il processo "federalista" in corso sta determinando una balcanizzazione e una frammentazione delle politiche.
Da un lato, ciò si traduce in comportamenti indipendenti di alcuni operatori pubblici (il Rapporto documenta bene come le Fs non abbiano effettuato negli ultimi anni alcun intervento rilevante sulle reti ferroviarie al Sud, esclusa l’alta velocità a Napoli).
Dall’altro, comporta tagli alla spesa ordinaria, specie per investimento, degli enti locali. L’obiettivo, enunciato dai Governi di centrosinistra e centrodestra, di destinare il 45 per cento della spesa in conto capitale al Mezzogiorno (inclusa tutta quella "aggiuntiva") è stato clamorosamente mancato (siamo al 38 per cento). Le risorse "aggiuntive" sostituiscono le ordinarie. Abbiamo imparato dalla storia degli anni Ottanta che le risorse pubbliche possono essere controproducenti. Ma una politica di rafforzamento dei contesti senza risorse, semplicemente non si fa.
Il terzo è che non c’è forte consenso politico dietro questa strategia; nel considerare cioè le politiche per lo sviluppo territoriale un tassello essenziale delle politiche di crescita dell’Italia. Al contrario, vi sono tentazioni a tornare verso trasferimenti a imprese ed elettori (per quanto assai più limitati che in passato). Questo accade, è sotto gli occhi di tutti, nella maggioranza, influenzata anche dalle pulsioni leghiste. Ma accade altrettanto nelle forze di opposizione, tatticamente pronte a contestare singoli interventi, attente a rivendicare incentivi e sgravi, crediti di imposta tanto costosi e pericolosi quanto elettoralmente paganti (3), ma non pronte a includere moderne politiche territoriali fra le possibili priorità di Governo.
Se non si commette l’errore di chiamare tutto ciò "politiche per il Mezzogiorno", ci si accorge che si tratta di un tassello essenziale nelle difficili politiche di rilancio dell’intero sistema-paese, su cui vale la pena di discutere a fondo.
(1) Si veda Unione europea, DG Regio, Third Report on Economic and Social Cohesion, http://europa.eu.int/comm/regional_policy/sources/docoffic/official/reports/cohesion3/cohesion3_en.htm
(2) Si veda www.tesoro.it/dps.
(3) A riguardo condivido in toto l’analisi di Carlo Triglia contenuta nel volume collettaneo "L’opposizione al governo Berlusconi" (a cura di F. Tuccari, Laterza, gennaio 2004)lavoce.info
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Zapatero, facci sognare!
di Rico Guillermo
La scorsa settimana aveva detto no a Bush. Ieri ci ha riprovato Powell a convincere il premier spagnolo in pectore, Zapatero, a non ritirare le truppe dall'Iraq.
Quello che gli USA temono e' un effetto emulativo, e politicamente una sostanziale sconfessione di tutta la missione.
Consapevole pero' della ferma posizione di Zapatero, Powell ha usato un'altra strategia, quella di proporre al prossimo governo spagnolo di lavorare insieme ad una nuova importante risoluzione ONU in campo politico e in campo militare che soddisfi le richieste della Spagna in modo che questa cambi idea sul ritiro delle truppe.
Il segretario per la politica internazionale del partito di Zapatero, Marìn, ha assicurato che il PSOE sta gia' preparando una nuova risoluzione da sottoporre al Consiglio di Sicurezza dell'ONU. Nel documento si mira ad incidere sulla situazione politica irachena in modo che la Spagna possa lasciare le sue truppe in Iraq ma questa volta sotto il coordinamento dell'ONU.
Marìn ha spiegato che i punti affrontati nell'incontro con Powell aprono una prospettiva diversa non solo a riguardo della situazione irachena, ma anche per l'approccio alla lotta internazionale al terrorismo.
Nei colloqui con Powell - prodigo di complimenti ed aperture ad avvalersi della consulenza spagnola - Zapatero ha mostrato disponibilita' alla collaborazione, riconfermando pero' con fermezza la sua posizione sul ritiro delle truppe. Powell ha anche assicurato di comprendere che l'annuncio di Zapatero di ritirare le truppe e' una risposta al mandato conferitogli dagli elettori.
In definitiva, gli USA hanno una paura matta che Zapatero possa legargli le mani, e ci provano con le lusinghe, ma il nuovo leader spagnolo sembra proprio non cascarci.
In realta' la situazione va vista su piu' piani differenti, e Powell difende interessi differenti. Un primo interesse e' quello economico, le possibilita' di sfruttamento petrolifero offerte agli USA ed alle compagnie petrolifere amiche. Ma se il potere di "supervisore" dell'Iraq passasse all'ONU, anche la gestione dei pozzi e delle conseguenti entrate, verrebbe sottratta agli USA e ai loro alleati.
C'e poi l'aspetto elettorale. Una sconfessione della politica estera adottata dall'attuale amministrazione a pochi mesi dal voto sarebbe un gran brutto segnale per l'elettorato americano, e comprometterebbe l'esito di una competizione che vede Bush gia' in difficolta'. E questo secondo punto e' legato al primo dal fatto che le compagnie petrolifere finanziatrici di Bush potrebbero tirarsi indietro di fronte alla prospettiva ONU.
Il terzo ed ultimo punto, e davvero oramai ultimo, e' proseguire la politica estera dell'attuale amministrazione per concretizzare i "valori" dell'elettorato conservatore americano.
In questo dibattersi del gigante Stati Uniti e del governo Bush si staglia la figura del Davide-Zapatero. Zapatero puo' dire il suo no senza timore di essere aggredito in una guerra, ma potrebbe comunque avere delle ritorsioni, ad es. economiche.
Ma Zapatero, nella stessa posizione in cui altri non hanno saputo dire altro che "signorsi'" dice no, e lo ribadisce anche davanti alle lusinghe. E prepara un suo documento da sottoporre al Consiglio di Sicurezza dell'ONU, dato che in realta' non c'e' affatto bisogno della gran concertazione che propone Powell, per scrivere nero su bianco che sara' l'ONU a prendersi in carico l'Iraq, politico e quindi anche economico.
Non c'e' bisogno di attendere la concretizzazione di quelle promesse che gli USA hanno gia' mostrato di non saper mantenere, ad esempio su Guantanamo, per la cui incresciosa situazione lo stesso Powell aveva promesso all'Unione Europea di impegnarsi e che invece continua a permanere inalterata.
Certo gli USA sono grandi e grossi, e la Spagna e' piccola. Una ragione in piu' per schierarci con Davide, che tiene duro conro Golia.
by www.osservatoriosullalegalita.org
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All’Europa non piace: slitta il salvacalcio
Il governo, ancora diviso, non vara il decreto sui debiti. Un fax da Bruxelles
dal Corriere - 25 marzo 2004
Il decreto salvacalcio slitta dopo il parere negativo delle istituzioni di Bruxelles (arrivato via fax): nelle consultazioni avute in questi giorni dal governo, è stato segnalato che il commissario alla Concorrenza Monti avrebbe con ogni probabilità impugnato il provvedimento giudicandolo come un «aiuto di Stato». E l’esecutivo è comunque ancora diviso al suo interno sull’opportunità di rateizzare i debiti delle società calcistiche. La Lega Nord e l’Udc sono contrari, come il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, An è perplessa. Nell’inchiesta sul derby Lazio-Roma sospeso domenica, emerge che i poliziotti avrebbero sentito cinque colpi di pistola sul luogo degli scontri con i tifosi.
Alle pagine 8 e 9 Caccia, Cavalli, Frignani Haver, Sensini Verderami, Volpe
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Il governo frena e rinvia il decreto salva-calcio
L’annuncio di Palazzo Chigi: non ci sono le condizioni. Un fax da Bruxelles anticipa la bocciatura
ROMA - Che non tirasse l’aria giusta si era capito, ma da ieri sul nuovo decreto salva calcio è sceso il gelo. «Dispiace dirlo, ma pare proprio che non ci siano le condizioni politiche per un intervento del governo questa settimana» ha detto il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Paolo Bonaiuti. La Lega Nord e l’Udc sono contrari, come il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, An è perplessa. Ma non è solo un problema politico. La rateizzazione, che consentirebbe alle squadre indebitate col fisco di iscriversi a Coppe europee e campionato, si sta rivelando difficilissima dal punto di vista tecnico. Limitata al calcio sarebbe bocciata dalla Ue, estesa a tutte le società costerebbe troppo in termini di minori entrate.
I DUBBI - «Non c’è una soluzione a portata di mano» ha confermato il vice presidente del Consiglio, Gianfranco Fini. «Qualcosa per salvare il calcio dobbiamo farla, ma è tremendamente difficile» ha aggiunto. Oggi il Consiglio dei ministri avvierà la discussione, ma ogni decisione slitterà alla prossima settimana. A ridosso della scadenza del 31 marzo per le iscrizioni ai tornei Uefa. Per il governo, con le elezioni alle porte, è una grana enorme. «Se l’idea è quella di favorire chi guadagna milioni al minuto, è improponibile» ha detto il ministro della Giustizia della Lega, Roberto Castelli. E Maroni ha risposto al calciatore del Milan Gattuso che aveva sottolineato come anche i politici non guadagnino poco: «Con un mese del suo stipendio farei il ministro gratis per 5 anni, dubito che ci sarà una maggioranza in Parlamento per approvare il salvacalcio».
Ma senza decreto molte squadre, a cominciare da Roma e Lazio, rischiano di fallire e lo Stato di non recuperare un euro dei suoi crediti, senza contare i riflessi sull’ordine pubblico. Il decreto resta l’unica soluzione. Tutte le società di calcio inadempienti hanno ricevuto a febbraio le cartelle esecutive, frutto degli accertamenti a tappeto disposti a settembre 2003 dal ministro Tremonti, atti che bloccano la possibilità di rateizzazione. Per superare l’impasse serve il decreto. Ma potrebbe non bastare.
«Nell’eventualità di un decreto», ha detto il ministro dei Rapporti con il Parlamento Carlo Giovanardi, «occorreranno comunque delle garanzie, anche fidejussorie» a fronte della rateizzazione. Garanzie che le squadre di calcio oggi non sono in grado di ottenere. Né garanzie, né soldi, altrimenti avrebbero aderito al condono: la sanatoria, per alcune di queste società, sarebbe ancora possibile: entro il 16 aprile bastano 6 mila euro per aderire, pagando il saldo a giugno. Sempre avendo i soldi.
NUOVE REGOLE - Se lo spalma Irpef alla fine arriverà, il calcio dovrà comunque darsi nuove regole. Andrea Ronchi ha presentato insieme ad altri quaranta deputati di An una proposta di legge che ritrasforma le società di calcio in enti senza fini di lucro, escludendo anche la quotazione in Borsa. «Bisogna che le società subiscano un elettro-choc» ha detto Ronchi. Tutti, a cominciare da Marco Follini, segretario Udc, chiedono un tetto agli stipendi dei calciatori. Anche questo, però, è un problema. I calciatori sono lavoratori dipendenti e i contratti vanno onorati, per cui gli stipendi, senza un accordo tra le parti, non possono essere tagliati. Né i calciatori possono essere licenziati. Anzi. Hanno anche il diritto di rifiutare il trasferimento alle squadre non gradite. Così, chi deve tagliare, non ha forbici.
M. Sen.
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I CONTI
Se non c’è la legge Roma e Lazio fuori dal campionato
Soltanto nove squadre hanno i requisiti per essere ammesse Il 31 scadono i termini per l’iscrizione alle coppe europee
ROMA - E se il decreto non arrivasse? Qualcuno oggi comincia a prefigurare scenari apocalittici, anche se Antonio Matarrese, vecchia volpe del calcio italico, aveva già capito tutto. A Salvatore Naldi, presidente di un Napoli orfano delle glorie passate e impelagato a metà classifica della serie B, nonostante i loro rapporti non siano mai stati idilliaci, Matarrese si è sentito di dare un paio di settimane fa un consiglio prezioso. «Naldi, che ha investito tantissimo, dovrebbe fare un ultimo sforzo, perché quest’estate le classifiche e i campionati si faranno in base ai bilanci. Se riuscirà a mettere a posto i suoi conti, il Napoli potrebbe essere ammesso di diritto in serie A...» disse Matarrese. Aggiungendo, senza troppa enfasi: «E’ un’occasione storica».
Non si sa se Naldi abbia recepito il messaggio. Fatto sta che oggi solo nove squadre dell’attuale serie A avrebbero tutti i nuovi requisiti previsti dalla Federazione per iscriversi al prossimo campionato: Milan, Inter, Juventus, Udinese, Sampdoria, Siena, Bologna, Modena ed Empoli. Per le altre, a meno di non trovare nuovi capitali, l’iscrizione che va fatta entro il 30 giugno è seriamente a rischio. Tra serie A e B, solo 25 squadre su 42, se i nuovi criteri venissero applicati alla lettera come promette la Figc, sarebbero a posto. I soli debiti Irpef, se non rateizzati grazie al decreto tanto atteso, taglierebbero fuori Roma, Lazio, Perugia, Ancona e Chievo in serie A, ma anche la Salernitana, il Como, il Genoa e lo stesso Napoli in B.
I requisiti per partecipare al campionato sono più stringenti di quelli chiesti per l’iscrizione alle coppe europee, i cui termini scadono tra pochissimi giorni, il 31 marzo. Sull’assenza di debiti fiscali l’Uefa è disposta a transigere, purché vi sia almeno un ricorso, come quello proposto dalla Lazio contro la cartella esattoriale da 85 milioni notificata a gennaio e scaduta il 22 marzo. Se fosse ritenuto infondato o peggio ancora «temerario», per la Lazio sarebbero guai. Come per la Roma, che se anche risolvesse il problema dei 113 milioni di arretrato con il fisco, non ha ancora la certificazione del bilancio 2003, rifiutata da Grant Thornton.
Di fronte alle difficoltà tecniche e politiche che incontra il decreto salva calcio, ci si chiede se il governo avrà il coraggio di lasciare che tutto questo accada. Un’idea i tifosi del Cosenza, che oggi saranno in 1500 a manifestare davanti al Tar del Lazio chiamato a decidere sul ricorso contro la mancata iscrizione alla B del 2003, ma anche quelli della Fiorentina, del Bologna e di altre 59 squadre cancellate dai campionati degli ultimi settant’anni, ce l’hanno. E non è difficile capire quale.
Mario Sensini
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Prodi ottimista su una rapida conclusione della Conferenza intergovernativa. Oggi vertice a Bruxelles
«I lavori sulla Costituzione ora possono ripartire»
DAL NOSTRO CORRISPONDENTE
dal Corriere - 25 marzo 2004
BRUXELLES - Agenda e calcolatrice. Stasera i 25 capi di Stato e di governo della Ue sottoscriveranno una dichiarazione comune contro il terrorismo, ma soprattutto tenteranno di rilanciare il negoziato sulla Costituzione europea. Il compito non è facile, ma a Bruxelles c’è grande ottimismo. Romano Prodi ritiene che ci siano le condizioni «per arrivare in tempi brevissimi, entro giugno, a un accordo». La presidenza di turno irlandese concorda con il presidente della Commissione sul fatto che «vi sono molti argomenti a favore di una rapida conclusione della Conferenza governativa». Le diplomazie degli altri Paesi, compresi Spagna e Polonia (cioè il «blocco di resistenza»), lanciano segnali incoraggianti. Si riparte, allora, dopo il fallimento dello scorso dicembre.
Oggi, prima giornata del Consiglio europeo, il premier dell’Irlanda, Bertie Ahern, spiegherà agli altri leader che cosa è cambiato rispetto a pochi mesi fa. Prima e dopo la cena gli esperti delle cancellerie si passeranno di mano in mano le proposte che si sono consolidate nella serie dei recenti «bilaterali». L’ultimo, l’altro giorno a Varsavia, tra il cancelliere tedesco Gerhard Schröder e il premier polacco Leszek Miller. Il problema chiave è sempre quello del sistema di voto da adottare nei Consigli dei ministri. La base di discussione resta lo schema elaborato dalla Convenzione guidata da Valéry Giscard d’Estaing. Quel testo prevede il passaggio, a partire dal 2009, dal metodo dei «punteggi» (vertice di Nizza 2000), a un meccanismo di doppia maggioranza, vale a dire: viene approvata una decisione che ottiene il consenso del 50% degli Stati membri, purché rappresentino il 60% della popolazione. Ma il passaggio Nizza-Giscard non sta bene alla Polonia e alla Spagna guidata da Josè Maria Aznar, poiché i due Paesi perderebbero peso politico. Ora, però, l’«effetto Z», come dicono a Bruxelles, cioè la vittoria alle elezioni spagnole del socialista Josè Luis Rodriguez Zapatero, cambia tutto. Certo, al Consiglio europeo di oggi e domani, Madrid sarà ancora rappresentata da Aznar.
Ma, all’improvviso, tutti scommettono sulla possibilità di un accordo. Si ragiona su un’ipotesi centrale: sì al meccanismo della doppia maggioranza, ma con alcune sostanziali correzioni. Innanzitutto vengono aumentate le due soglie: il Consiglio potrebbe deliberare con il consenso del 55% degli Stati e il 65% della popolazione. Inoltre sarebbero previste una serie di «clausole di salvaguardia». La più importante: il «no» dei Paesi più grandi, cioè Germania, Francia e Gran Bretagna non potrà bloccare una decisione adottata dagli altri 22 Paesi, nonostante i «tre» insieme superino il 36% della popolazione. Come dire: nell’Europa a 25 il «nuovo direttorio» non dovrà avere potere di veto.
Il confronto sul «merito», però, è condizionato da un paio di variabili politiche. Come dice Prodi, è probabile che oggi gli irlandesi chiederanno ancora «qualche settimana di istruttoria»: il tempo di accompagnare all’uscita Aznar e consentire a Zapatero di fare i primi chilometri alla guida del governo. Nello stesso tempo bisognerà scegliere con cura la data per il nuovo vertice, quello dell’eventuale «sì» alla Costituzione. Gli irlandesi prevedono due possibilità: consiglio europeo straordinario ad aprile, oppure il primo o il 2 maggio (cerimonia dell’allargamento a Dublino). Gli inglesi, però, preferirebbero aspettare il Consiglio di fine giugno. Per un motivo molto semplice: un eventuale accordo richiederà qualche rinuncia per tutti. Ma il premier Tony Blair non vuole affrontare la campagna elettorale di giugno stretto in una morsa: attaccato da sinistra per la guerra in Iraq e dalla destra euroscettica per il compromesso sulla Costituzione.
Giuseppe Sarcina
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Dove bisogna guardare
GIUSEPPE TURANI
da Repubblica - 25 marzo 2004
Grande rumore sui giornali per l´incontro Milano-Roma e per lo studio di relative sinergie. E ovvie proteste di Torino e di Genova (alle quali si sono aggiunte altre città) che si sentono tagliate fuori. E che sentono profumo di super-lobby per spartirsi i sempre più magri finanziamenti centrali. Proteste giuste? Direi proprio di sì. Un incontro Milano-Roma è abbastanza innaturale e non si sa bene che cosa le due città possano fare insieme.
DOVE BISOGNA GUARDARE
Hanno due storie diverse, problemi diversi e, quasi certamente, anche vocazioni diverse. Per essere ancora più chiari, al di là dei primi abbracci e di qualche eventuale scambio di un paio di spettacoli all´anno, non si capisce bene che cosa possano fare queste due città insieme. Il ruolo di Roma, infatti, è chiaro, ben definito e non ha bisogno di nessuna alleanza per andare avanti.
Roma è la capitale, è sede di tutto quello che serve a far funzionare il resto e, di recente, ha persino messo su un po´ di attività industriali moderne.
Ha un grandissimo aeroporto e collegamenti di ogni tipo (autostradali e ferroviarie) con il resto d´Italia e del mondo. Ben diverso è il caso di Milano, che è una ex capitale industriale. E che è diventata, in gran parte, una capitale del terziario e dei servizi. Ma che non riesce a darsi un focus su cui concentrare le proprie energie.
In sostanza, Roma è una città dal destino fin troppo definito, Milano è invece una città alla ricerca di un suo destino un po´ più preciso di quello attuale, che va avanti alla giornata e in modo spontaneo, disordinato.
E´ del tutto evidente che, se Milano vuole avanzare e essere sicura di avere un futuro non marginale, deve investire molto su se stessa. Sui servizi al suo interno (oggi a Milano si spostano male cose, persone e idee), sul sistema delle alte scuole e, probabilmente, anche sulla sanità. In più deve riuscire a identificare alcuni percorsi di crescita, visto che il made in Italy (oggi in crisi) non è certo sufficiente a sorreggere i destini della città.
In una situazione analoga a Milano, anche se con caratteristiche molto diverse, si trovano Torino e Genova. Torino è una ex-company town, è cioè un ex città Fiat. Nel senso che è evidente a tutti che negli anni futuri la Fiat non potrà avere in città lo stesso peso che ha avuto nei decenni passati. Quindi anche Torino, in un certo senso, è alla ricerca di un futuro.
Gli stessi ragionamenti si possono fare per Genova, il terzo polo del triangolo industriale. Era la grande capitale dell´industria pubblica e oggi gran parte di quelle aziende o sono state cancellate o sono in crisi. Fatta questa piccola descrizione, si arriva subito alla inevitabile conclusione.
Se oggi in Italia ci sono tre città che hanno, con qualche differenza, gli stessi problemi, queste sono proprio Milano, Torino e Genova, che non a caso sono appunto le ex capitali dell´Italia industriale.
Roma, in questo discorso, non c´entra assolutamente niente. E non per fare della polemica Nord-Sud. E quindi l´incontro Milano-Roma ha il sapore di un´operazione di relazione pubbliche o, al massimo, di costruzione di una super-lobby alla ricerca di soldi per qualche chilometro di metropolitana o per qualche nuova sede teatrale. Milano, Torino e Genova, invece, hanno moltissime cose da discutere in comune. Ad esempio, potrebbero cominciare con il fare una revisione delle loro alte scuole per vedere se non ci siano duplicati inutili o se non convenga, comunque, passare alla realizzazione, nell´area, di un super-Politecnico o addirittura di un Mit tipo Boston. Di un qualcosa, cioè, che sia veramente in grado di fornire al Nord Italia un centro di studio e di ricerca aperto al resto del mondo e che possa collocarsi fra i primi posti in Europa.
La stessa cosa si può dire per quanto riguarda la sanità. Le tre città insieme (con dietro le relative regioni) sarebbero certamente in grado di fare molto di più di quello che oggi separatamente. E questa sarebbe anche l´occasione (come per le scuole) di usare finalmente un po´ di tecnologia moderna. Infine, le tre città potrebbero studiare che cosa serve a tutto il sistema delle comunicazioni (fisiche e virtuali) per fare sempre di più delle tre città una sorta di città unica, con collegamenti facili e economici. Se tutto questo venisse fatto (e si potrebbe andare avanti a elencare altre cose), allora nel cuore dell´Europa nascerebbe un complesso industrial-finanziario-urbanistico potentissimo e forse unico, che di sicuro avrebbe molte carte da giocare e che potrebbe rivelarsi interessante anche per tanti gruppi stranieri. Sarebbe comunque un polo di attrazione straordinario. E questo è un disegno, dotato di un suo senso, che in Europa avrebbe un suo posto e una sua ragione.
Infine, se dialogo deve esserci con Roma, c´è allora un argomento enorme e molto spinoso da affrontare: e cioè quello della capitale reticolare. Che cosa si vuole dire con questa espressione è molto semplice: perché mai tutto, ma proprio tutto, deve stare a Roma? L´elenco delle funzioni, e delle istituzioni (a partire dalla Rai) che Roma ha «rubato» alle altre città (e in particolare a Torino) è semplicemente enorme e, se venisse pubblicato al completo, risulterebbe incredibile. Bene, siamo sicuri che tutta questa roba debba stare a Roma? Siamo sicuri che un po´ non potrebbe essere trasferita a Milano, a Torino, a Genova, a Firenze? Se cominciassimo a ragionare su questa ipotesi, alla fine ci troveremmo con una Roma meno congestionata e con tante altre città arricchite di funzioni pubbliche e quindi rivitalizzate.
giuseppe turani
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La scuola licenzia Darwin
di Pietro Greco
Addio, Charles Darwin. Nelle scuole medie italiane - come, per una breve stagione, in quelle del Kansas - non si insegnerà più la teoria dell’evoluzione biologica. Nei libri di testo dei nostri ragazzi non è più previsto alcun accenno alla cespugliosa storia evolutiva della vita sulla Terra, alla modificazione incessante delle specie per quel gioco di «caso e necessità» di cui parlava Jacques Monod, a quell’ipotesi di discendenza dell’uomo dalla scimmia che tanto faceva soffrire l’iracondo vescovo Wilberforce. Via, tutto. Cancellato. I ragazzi non devono sapere.
Non conosciamo se a decretare il veto contro l’insegnamento di quella teoria darwiniana, che la comunità scientifica in tutto il mondo considera la base fondamentale del nostro sapere intorno ai fatti della vita, sia stata una qualche commissione distratta o una qualche autorità retrograda.
Non sappiamo se a provocare la virtuale cancellazione di Darwin dai libri di scienze dei nostri ragazzi sia stato l’atto malaccorto di un burocrate sciatto o la decisione cosciente di un’autorità reazionaria. Fatto è che con la riforma Moratti la teoria dell’evoluzione delle specie per selezione naturale del più adatto esce dalla scuola italiana. I ragazzi non devono sapere. E neppure gli adulti.
La notizia è, di certo, fragorosa: l’Italia opera una censura culturale che non ha riscontro in alcuna parte del mondo, Kansas incluso. Una mordacchia che neppure ai tempi di Galileo.
La teoria dell’evoluzione biologica di Charles Darwin non è solo una delle più grandi conquiste del pensiero scientifico, è anche una delle più grandi acquisizioni della cultura di ogni tempo. La sua teoria dell’evoluzione biologica ha contribuito a ridisegnare la visione che noi tutti abbiamo del mondo che ci circonda e di noi stessi. Darwin, per intenderci, siede al tavolo dei grandi del pensiero insieme ad Aristotele e a Kant, a Euclide e Gödel, a Galileo e Newton, a Platone ed Einstein. Cancellarlo dai libri di testo significa, né più né meno, cancellare un pezzo decisivo della cultura occidentale e della cultura tout court.
Per questo più assordante ancora dell’operazione di cassazione a opera del ministero dell’Istruzione è il silenzio che si è creato intorno alla vicenda. Nessuno ne parla. Né per condannare e neppure per applaudire. Come se cancellare un pezzo fondante della nostra cultura dai libri di testo fosse un’operazione normale. Come se cacciare Charles Darwin dalla scuola a un secolo e mezzo dalla pubblicazione di “Sull'origine delle specie”, fosse un'operazione non degna di alcun interesse. Come se cancellare il pensiero su cui si fonda la scienza emergente del XXI secolo, la biologia, potesse essere culturalmente sostenibile per un paese che si autodefinisce libero e avanzato.
Ora noi capiamo (ma non giustifichiamo, sia chiaro) il governo e gli ambienti culturali che lo sostengono. Da qualche tempo - intorno a quel governo, in quegli ambienti - spira un vago vento antievoluzionista. Che è come dire un vago eppure concreto vento antistorico e antiscientifico. Da qualche tempo a questo improbabile zefiro viene dato un certo spazio. Ricordate il convegno contro Charles Darwin organizzato nei mesi scorsi a Milano da frange di Alleanza Nazionale e ospitato dalla Provincia? E ricordate, che nei mesi scorsi, tra i massimi dirigenti del nostro massimo Ente pubblico di ricerca il governo Berlusconi ha nominato, per l’appunto, un antievoluzionista? Nessuna di queste (e altre) operazioni ha riscontro nei paesi occidentali. E neppure nei paesi islamici. O buddisti. O induisti. O animisti. Neppure nelle roccaforti dei creazionisti (il Kansas, il Texas e gli altri stati del Sud degli Usa) le istituzioni promuovono convegni contro l’evoluzionismo e pongono ai vertici della ricerca pubblica degli antidarwinisti. Non succede perché il pensiero di Darwin è, ormai, scienza consolidata e il creazionismo è un atto di fede. Un atto legittimo, sul piano religioso. Ma in nessun posto al mondo, ormai, neppure nelle teocrazie più fondamentaliste un centro di ricerca scientifica si regge su un puro atto fede.
Per intenderci, anche la Chiesa cattolica considera quella darwiniana un’ipotesi solida (anche se non completa). E, comunque, l’unica ipotesi scientifica in campo capace di spiegare i fatti noti della biologia. Per essere ancora più chiari: il cattolico Ludovico Galleni nel Dizionario interdisciplinare di Scienza e Fede pubblicato di recente dalla Urbania University Press e da Città Nuova a cura di Giuseppe Tanzella-Nitti e Alberto Strumia sostiene «l’accettazione ormai definitiva della prospettiva scientifica evolutiva» da parte del pensiero teologico. Cosicché il pensiero antievolutivo è l’epigone di un pensiero cristiano (cattolico e protestante) reazionario del tutto minoritario in ogni parte del mondo, Kansas compreso.
Cosicché anche il governo Berlusconi non ostenta le sue ormai sistematiche gesta antidarwiniane. Non ha il coraggio delle proprie azioni. Le minimizza. Le fa passare in sordina. Quasi a farci intendere che dietro non c'è una precisa scelta culturale. Che si tratta solo di piccoli e innocui pegni da pagare ad ambienti di destra con idee più o meno bizzarre. Ed è così, in sordina, che il governo fa passare le nuove gesta didattico-pedagogiche che buttano fuori Darwin dalle scuole medie italiane.
Ma può la società italiana accettare che un atto politico - non si sa se (più) sciatto o (più) reazionario - metta la scolorina al grande quadro della teoria fondamentale della scienza emergente, la biologia, proprio come in Unione Sovietica i burocrati zelanti cancellavano con la scolorina dalle foto ufficiali i politici caduti in disgrazia agli occhi di Stalin? Può accettare che i suoi ragazzi si formino senza aver mai sentito parlare di Charles Darwin e della sua teoria evoluzionista in un’epoca in cui la scienza biologica disegna gran parte della frontiera sociale ove si incontrano cultura, etica e persino economia?
La domande sono certamente retoriche: no che l’Italia non può accettarlo. Non senza combattere, almeno. Le risposte, invece, sono avvilenti. La cancellazione con la scolorina della figura di Charles Darwin dalla grande foto della storia surrettiziamente proposta ai ragazzi della scuola media non ha suscitato una grande reazione di ripulsa nell’opinione pubblica e nei media. È come se un po' tutti fossero rassegnati a questo improbabile revisionismo. A questo revisionismo vigliacco che preferisce non parlare di Darwin piuttosto che sfidarlo in campo aperto. E così molti - troppi - tacciono, facendo finta, proprio come accadeva in Urss, di non vedere. Di non vedere che qualcuno - non si sa se più per sciatteria o più per spirito reazionario - sta manipolando la scienza e la storia. Che qualcuno sta minando alla base la cultura - e il futuro - dei nostri figli. È davvero assordante questo silenzio.unita.it
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L’EX CAPO DELL’ANTITERRORISMO COSTRINGE LA CASA BIANCA SULLA DIFENSIVA: «GUERRA CONDOTTA IN MODO PESSIMO»
Il libro che Bush non avrebbe mai voluto leggere
Altro che buchi dell'intelligence. Quelli ci sono sicuramente stati, ormai è acclarato, ma qui si parla di buchi peggiori, di gravi errori di valutazione politica compiuti prima che la furia terrorista si abbattesse sull'America. Qui si parla di George Bush, che a dispetto delle informazioni ricevute non seppe capire la minaccia di al Qaeda fino al fatidico 11 settembre del 2001. Si parla di un presidente che fin dalle prime ore successive all'attentato si era messo in testa che il mandante fosse Saddam Hussein, al punto da chiedere ripetutamente ai suoi più stretti collaboratori di indagare su quella pista. E ancora, si parla di un'amministrazione che pochi mesi dopo aver lanciato l'attacco all'Afghanistan dei Talebani cominciò a ridislocare risorse verso l'Iraq, che ormai era chiaro non aveva avuto alcun ruolo nell'attacco al World Trade Center. In sintesi estrema, si parla di un uomo che «ha fatto un pessimo lavoro nella guerra al terrorismo».
Sono accuse pesanti. Che non escono dalla penna di Noam Chomsky, né dal quartier generale di John Kerry, ma dalla bocca di Richard Clarke, l'uomo che nel settembre del 2001 guidava la task force antiterrorismo della Casa Bianca. E che proprio in virtù dell'autorevolezza della fonte, stanno mettendo la Casa Bianca - che sull'11 settembre sta costruendo l'intera campagna per la rielezione del presidente - in forte imbarazzo.
Con studiata scelta di tempo - la voglia di intervenire nel dibattito politico è lampante - Clarke ha dato alle stampe un libro, Against All Enemies, che ripercorre tutte le fasi della guerra al terrorismo lanciata da Bush: dai mesi precedenti l'11 settembre fino all'invasione dell'Iraq, «una guerra costosa e inutile che ha rafforzato il terrorismo islamico nel mondo». Il dramma della Casa Bianca è che Clarke non è un pacifista. Anzi, non è nemmeno un democratico. Ufficialmente indipendente, registratosi prima delle presidenziali del 2000 come repubblicano, Clarke è al contrario noto come un uomo dal carattere molto duro e con inclinazioni da falco. Ma, anche, come uno dei massimi esperti di terrorismo, tanto da aver persuaso ben tre presidenti - assai diversi tra loro - ad avvalersi dei suoi consigli: Bush senior prima, Clinton poi, e infine Bush junior. Per quanti sforzi faccia ora la Casa Bianca di dimostrare che le accuse di Clarke sono motivate politicamente, il suo curriculum parla da solo. E ad appena due settimane dal lancio della prima offensiva contro Kerry, sta costringendo nuovamente Bush sulla difensiva.
Clarke, come faceva notare prima dell'uscita del libro il columnist di Time Joe Klein, è l'uomo che ai primi di gennaio del 2001 - nel corso della transizione di Washington, tre mesi dopo l'affondamento del cacciatorpediniere Cole nel porto di Aden - andò assieme a Sandy Berger, il consigliere per la sicurezza nazionale di Clinton, a illustrare a Condoleezza Rice i piani per una guerra a tutto campo contro al Qaeda. Ma la nuova consigliera per la sicurezza nazionale aveva altre priorità, lei era ancora convinta che il problema principale dell'America fosse la Cina. Così decise di rivedere la politica antiterrorismo, ma la prese con calma e terminò il lavoro solo il 4 settembre successivo. Una settimana prima delle Torri Gemelle.
Questa della sottovalutazione della minaccia islamista è una storia ancora tutta da scrivere. E - come comincia ad emergere dalle audizioni dell'apposita commissione d'inchiesta del Congresso - è una vicenda che non risparmierà nessuno. Non l'amministrazione Bush, ma nemmeno quella precedente di Bill Clinton, che cominciò ad avere una percezione del fenomeno solo negli ultimi mesi del 2000, benché il primo attentato al World Trade Center risalisse al febbraio del 1993, e forse perse molto tempo utile cercando di dialogare con i paesi all'interno dei quali la rete di bin Laden si stava manifestando. La speranza dell'attuale amministrazione è proprio che dall'indagine emergano responsabilità talmente diffuse da smorzare le accuse di personaggi come Clarke, secondo il classico tutti colpevoli, nessun colpevole.
Non è escluso che le cose vadano a finire in questo modo. Ma per dirlo è davvero troppo presto. I lavori della commissione hanno appena cominciato a entrare nel vivo: ieri sono stati ascoltati gli ultimi due segretari di Stato, Madeleine Albright e Colin Powell, che hanno ambedue difeso le rispettive amministrazioni. Condoleezza Rice ha rifiutato di testimoniare pubblicamente, ed è stata ascoltata a porte chiuse per quattro ore. E i parlamentari devono ancora ascoltare molti dei protagonisti principali: da Clinton a Rumsfeld, fino a George Bush. ilriformista.it
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L'Italia è anche mia
24/03/2004
Siamo ormai a poche ore dal sì del Senato alla riforma costituzionale voluta dalla Destra. Libertà e Giustizia sente il dovere di proseguire con ancora maggiore decisione la campagna in difesa della Carta Fondamentale contro modifiche che, oggi, in un’intervista a “Repubblica”, l’ex presidente della Consulta, Riccardo Chieppa, ha definito come puramente “estetiche e di facciata, talvolta contrarie al principio di uguaglianza”. “L’Italia è anche mia”, l’appello che abbiamo lanciato acquistando pagine su “Repubblica”, “Corriere della Sera” e “Unità”, ha già raccolto oltre seimila firme tra sottoscrizioni on line e fax. In tutte le città in cui sono presenti circoli di Libertà e Giustizia, inoltre, si stanno svolgendo e si svolgeranno incontri e dibattiti sul tema delle riforme costituzionali per sensibilizzare l’opinione pubblica su quella che consideriamo la “più pericolosa” delle riforme proposte dalla cosiddetta Casa delle libertà. Pensiamo sia utile riproporre il testo dell’appello, ricordando che può essere sottoscritto direttamente sul nostro sito oppure inviando un fax al n. 0245491067 con scritto “L’Italia è anche mia”.
Si può cambiare la Carta Costituzionale ma non si possono cambiare le carte in tavola
Tra il 1946 e il 1947 un'Assemblea costituente di 556 deputati lavorò per un anno e mezzo per scrivere e approvare la Costituzione italiana. Oggi, dopo una riunione di quattro “saggi” della Casa delle libertà durata tre giorni e una seduta del Consiglio dei ministri, si cerca di far passare a maggioranza una riforma che stravolge la Costituzione e apre la via a soluzioni illiberali e pericolose.
Il capo del governo e della Repubblica
Alcune di queste norme sviliscono i poteri attribuiti al Presidente della Repubblica facendo venir meno il suo ruolo di garante della Costituzione e dei cittadini. Alcuni suoi poteri fondamentali, come quello dello scioglimento delle Camere, passerebbero nelle mani del capo del governo rendendo di fatto il Parlamento uno strumento alla mercé del governo stesso. Una norma che “squilibrerebbe pericolosamente gli equilibri costituzionali” (Giovanni Sartori).
Una Corte poco costituzionale
La riforma prevede un aumento dei giudici di estrazione politica e dunque una garanzia di democrazia in meno per i cittadini e una garanzia di potere in più per chi è al governo. Si tratta di un’aggressione a uno degli organi istituzionali più importanti, che rischia inoltre di rendere permanente il regime personale di chi ha il controllo assoluto dei mezzi di informazione.
"Regionalizza et impera"
Con il Senato federale e la devolution si trasferiscono alle Regioni tutti i poteri in materia di sanità e scuola. Avremo insomma venti sistemi scolastici e sanitari diversi, lo Stato italiano sarebbe frammentato e controllato da un solo potere, quello del capo del governo, a dominare la scena, o forse è meglio dire il palcoscenico.
L'Italia non è di una persona sola ma di 57 milioni
Libertà e Giustizia si impegna a sensibilizzare e informare i cittadini sulle attività di opposizione alla legge di riforma costituzionale svolte in Parlamento e oscurate dai media controllati dalla maggioranza. Libertà e Giustizia inoltre intende trasferire in Europa la preoccupazione dei cittadini per un tentativo di smantellare la struttura democratica del nostro Stato. Perché la Costituzione si può ammodernare, ma non si deve ammazzare.www.libertaegiustizia.it/
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Il calcio sull'orlo del baratro, decreto spalma-Irpef a rischio
di Roberto Petrini
la Repubblica
Governo spaccato, maggioranza divisa, opposizione in tumulto. Il decreto legge che dovrebbe «salvare» i più importanti club del campionato italiano di calcio, sommersi dai debiti, è in bilico. La drammatica notte dell´Olimpico, le incessanti pressioni delle società calcistiche e le assicurazioni di Berlusconi hanno fatto pensare ad un imminente provvedimento per la rateizzazione per 5-10 anni dei debiti Irpef, ma ieri il custode della cassa, il ministro dell´Economia Giulio Tremonti ha detto no. L´argomentazione di Via Venti Settembre suona più o meno così: un decreto rivolto unicamente al mondo del calcio sarebbe asimmetrico e destinato ad infrangersi contro il veto di Bruxelles che lo classificherebbe nella lista nera degli aiuti di Stato.
A dar man forte al ministro in Parlamento sono stati soprattutto i leghisti: «Non c´è bisogno di nessun decreto, il governo non può cedere alla violenza di piazza», ha dichiarato il ministro del Welfare Maroni, che è tornato ad ipotizzare una gestione pilotata dei disordini dell´Olimpico. Gli ha fatto eco il sottosegretario all´Economia Daniele Molgora: «Berlusconi ci ripensi, il varo è difficoltoso anche a causa dell´indignazione popolare». Punto centrale delle argomentazioni leghiste è il seguente: esiste già una procedura che consente alle società in crisi di chiedere la rateizzazione dei pagamenti al fisco per cinque anni, ma a fronte della richiesta le società debbono presentare delle fidejussioni. Se dunque si chiede di modificare questa norma - concludono i leghisti - vuol dire che le società non sono in grado di presentare garanzie a fronte della dilazione dei pagamenti.
Un tam tam continuo di voci si è rincorso per l´intera giornata. La bozza del decreto è stata sommariamente esaminata ieri mattina, ma il testo è ancora aperto sul tavolo del sottosegretario alla presidenza del Consiglio Gianni Letta e, fino a tarda notte, i tecnici del governo hanno cercato una soluzione che permettesse di superare il veto di Bruxelles e consentisse il varo al consiglio dei ministri di domani; ma già si parla di un rinvio a lunedì.
La mediazione consisterebbe nell´ampliare la possibilità di rateizzazione dell´Irpef a tutte le società calcistiche (non solo a quelle in crisi) e nell´indirizzare l´aiuto anche alle aziende del «made in Italy», colpite dalla concorrenza internazionale. Un allargamento che strizzerebbe l´occhio alla Lega interessata a difendere le imprese del Nord Est e che, secondo alcuni, sarebbe stata addirittura proposta dal Carroccio. Ma sull´ipotesi, in tarda serata, è giunta la doccia fredda dello stesso Maroni: «Non ci sono margini di trattativa, né trattative in corso».
Spingono ad un sì ma condizionato da misure «moralizzatrici» l´Udc e An. «Sì ad un decreto, ma con risanamento», ha detto il ministro delle Comunicazioni Gasparri (An). Mentre il ministro per le Politiche Comunitarie Buttiglione (Udc) ha elencato le condizioni: impegno a ridurre gli stipendi, riduzione delle rose dei giocatori ad un numero «equo», dai 22 ai 25 (con deroghe per chi partecipa alle coppe europee), tetto del 60 per cento degli incassi al monte-stipendi, pagamento degli interessi a fronte della rateizzazione.
Non viene trascurato il costo della misura: le esigenze ammontano ad un miliardo di euro e la rateizzazione costerebbe, in termini di cassa circa 200 milioni di euro già da quest´anno. Violenta la protesta delle opposizioni: «Un insulto alla decenza», per il disessino Bersani. Indignati i pensionati Uil e la Cgil, ed anche Radio vaticana ieri ha pronunciato il suo «no».
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CENSURA AUDITEL PER "PRONTO CHIAMBRETTI"
Ieri sera, l’Auditel ha impedito a Chiambretti di intervistare una famiglia/ campione, con un vero e proprio intervento censorio sulla sua trasmissione, “ Pronto Chiambretti”. La prevista messa in onda della diretta dalla casa di una famiglia/campione, per svelare il meccanismo con cui funziona il meter, è stata impedita con pesanti pressioni su La 7.
La famiglia in questione aveva aderito alla campagna “ Basta Auditel “ promossa da Megachip, per svelare le anomalie di un sistema che condiziona conduttori, autori e programmi.
Lo stesso Chiambretti ha denunciato in diretta “ di aver subito un veto ” e che i telespettatori non avrebbero visto un collegamento già pronto con la famiglia/campione, che avrebbe mostrato come funziona il meter, lo strumento con cui lavora l’Auditel. Era previsto che i componenti della famiglia rispondessero in diretta ad alcune domande senza filtri. Proprio come quelle della controinchiesta che sta conducendo Megachip, l’associazione per la democrazia nella comunicazione presieduta da Giulietto Chiesa, che individua i campioni Auditel, ponendogli poi le domande che l’Auditel non fa.
Per evitare che venisse clamorosamente mostrato in diretta un esempio del quadro di pesanti anomalie in cui funziona il meter , l’Auditel ha approfittato della coincidenza dell’accordo appena siglato con La 7 per l’ingresso di quest’ultima nel Cda dello stesso Auditel, chiedendo ai vertici della TV di non mandare in onda il collegamento già preparato. Una richiesta a cui i vertici della TV hanno aderito. Solo l’opposizione di autori e conduttori di “ Pronto Chiambretti” ha permesso che fosse salvato l’intervento di Giulio Gargia, il giornalista autore del libro “ L’arbitro è il venduto ”, l’inchiesta che mette sotto accusa le modalità delle rilevazioni degli ascolti TV. Ma le immagini che avrebbero dimostrato quanto fosse inattendibile l’attuale sistema con cui lavora l’Auditel sono state bloccate. L’intervento intimidatorio del direttore dell’Auditel, Walter Pancini, nel finale della trasmissione, completava un quadro in cui si minacciavano querele e azioni legali verso chi fa un lavoro d’inchiesta , non accontentandosi delle verità ufficiali.
Megachip conferma che continuerà la sua campagna “ Basta Auditel “, tesa a ottenere le testimonianze delle famiglie /campione, contro ogni censura e ogni intervento intimidatorio, da qualsiasi parte venga.
megachip.info
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L'Euro oggi, l'Europa domani?
Dopo due anni dal suo arrivo, quanto ha contribuito l’euro alla creazione di un’identità europea comune?
E' molto semplice: l'Euro è cruciale per l'Europa perchè promuove l'idea e la realtà di un'identità europea. Quale strada migliore per mostrare quanto una società europea possa essere costruita grazie ad una moneta unica che non conosca confini nazionali ed abbia lo stesso valore ovunque all'interno della zona euro! Ma non riusciremo mai a mettere in piedi l'Europa che vogliamo se i cittadini europei non si identificheranno nell'Euro in tutto il continente.
«L'Europa sarà fatta dalla moneta o non sarà»
La creazione della moneta unica è un progetto ambizioso ed i criteri utilizzati dalle élite e dalla pubblica opinione per giudicarne il successo sono molto diversi. Il primo spesso fa riferimento all'ideale europeo dell'assicurare che la guerra non potrà mai più sfiorare il continente. L'esistenza dell'euro è dovuta più a chi è rimasto ferito dall'esperienza della Seconda Guerra Mondiale che ad un semplice calcolo economico che rendeva possibile la creazione di una moneta unica europea.
Tuttavia, nonostante queste grandi divisioni siano necessarie per l'idea di Europa, il successo dell'euro nell'aiutare la creazione di una società europea dipende anche dalle opinioni delle centinaia di milioni di persone che lo utilizzano quotidianamente nella propria vita. Considerando l'opinione pubblica, sembra che la prima battaglia sia stata vinta: secondo i sondaggi dell'Eurobarometro, c'è stata un' accettazione generale dell'euro e, nonostante la maggioranza dei cittadini europei creda che la propria identità non sia cambiata dal gennaio 2002, un numero crescente di loro si sente un pò più europeo di quanto non fosse prima (Flash Eurobarometro, Novembre 2002).
100 «teuro» e 20 «redondos»: quando l’inflazione unisce...
Non basta. Sebbene i cittadini europei rappresentino una parte necessaria di ogni inchiesta concernente ciò che la società pensa, le cifre dell'opinione pubblica non sono sufficienti in se stesse. La conversazione, formale o informale, può aiutare a fornire una migliore comprensione del perché le persone abbiano certi convincimenti, identità e così via.
La salita dei prezzi dopo l'introduzione dell'Euro è, spesso, motivo di ansia ed inquietudine. Tedeschi e spagnoli parlano dell'Euro come il «teuro» e il «redondo» (entrambi i termini, in un gioco di parole, significano carissimo e arrotondamento verso l'alto); Caroline, un'insegnante trentasettenne di Amsterdam si lamenta della crescita spropositata del comparto alimentari; Michael, uno studente ventriquattrenne di Vienna ha notato che in caso di riduzione dei prezzi (soprattutto nel campo dell'elettronica), i beneficiari di queste riduzioni sono stati i ricchi. La più grande associazione francese di consumatori ha rilevato che la spesa settimanale costa, ad Agosto 2002, il 10% in più rispetto a gennaio 2002 così come il governo greco ha rilevato che il prezzo di frutta e verdura è aumentato in modo sproporzionato subito dopo l'arrivo dell'Euro. E' normale che la maggior parte della popolazione creda che l'introduzione dell'Euro abbia creato danni ai consumatori (Flash Eurobarometer, Novembre 2002)!
Ma l'Euro può comunque giocare un ruolo positivo nel processo di creazione di una identità europea. La gente che vive fuori dalla zona euro non può partecipare al dibattito sull'aumento dei prezzi perchè non fa parte del gruppo. Una delle prime leggi per creare un'identità è costruire il sé (“insider”) e l'altro (“outsider”). Prendiamo Mauro, un ventottenne di Napoli che lavora per una multinazionale. Dice di non sentirsi tanto diverso da coloro che utilizzano l'Euro quando si parla di inflazione. Stranamente, ciò lo fa sentire meglio. Sfogando la propria rabbia dovuta all'introduzione dell'Euro, i cittadini europei si identificano gli uno con gli altri, rispetto agli outsider. In termini monetari, i cittadini europei parlano la stessa lingua!
Una lezione per la BCE: “l'economia, stupido!”
Ma attenzione: reazioni ai sondaggi del Flash Barometer del Novembre 2002 hanno rivelato che la differenza tra i contenti e gli scontenti dell'Euro si è ridotta durante il 2002. Ci sono sicuramente molte ragioni per questi sviluppi ma la povera performance dell'Euro è sicuramente da tenere in considerazione. Non dimentichiamo che l'accettazione dei cambiamenti economici, simboleggiati dal Deutsche Mark, non avvenne immediatamente dopo la riforma della monetaria del 1948. Fu solo durante gli anni cinquanta con il Wirtschaftwunder che il sentimento versi tali mutamenti divenne positivo. Un'economia europea più forte che generi più benessere nella vita dei cittadini è richiesta con urgenza! Se ciò accadesse potremmo cominciare il viaggio dell'identificiazione reale con l'Euro e, di qui, con l'Europa. Ma se l'economia non si rivelerà capace di materializzare il sogno della società europea il progetto europeo apparterrà solo alle elite e non alle masse. Non possiamo chiudere gli occhi e sperare che la società europea arrivi da sola: deve essere creata ed accettata.
cafebabel.com
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LUCI E OMBRE SUL CASO PARMALAT
Cari amici,
c'e' qualcosa di strano nella piega che stanno prendendo gli "avvenimenti mediatici e giudiziari" attorno alla vicenda Parmalat. Non mi riferisco, ovviamente, alla pubblicazione dei verbali di Tanzi su "Libero" ove tutto - piaccia o non piaccia - sta avvenendo alla luce del sole. Mi riferisco invece a due altri specifici avvenimenti, che suonano quasi come preoccupanti "campanelli d'allarme" per l'accertamento della verita' (a prescindere dalla volonta' dei protagonisti) e cioe':
1. l'innaturale "assenza" di provvedimenti giudiziari "urgenti e conseguenti" (come si dice in gergo) in merito alle tante "chiamate in correita'" effettuate da Tanzi (e dai suoi complici) nei confronti di alcuni qualificati politici e giornalisti accusati di aver ricevuto denaro e favori dal patron della Parmalat;
2. il tentativo, da parte di alcuni qualificati organi di informazione, di "spostare l'attenzione" dei lettori verso complesse e rocambolesche ricostruzioni diverse da quelle risultanti in atti;
Queste due circostanze, miscellate insieme fra loro, potrebbero - se non corrette in tempo -instillare nell'opinione pubblica una visione dei fatti distorta, edulcorata, minimalista rispetto alle gravi corresponsabilta' che pure gravitano attorno alla vicenda. E' ovvio che, se cio' dovesse accadere, si allontanerebbe sempre piu' il "tempo della verita" in quanto - nel frattempo - se ne sara' creata un'altra, piu' di comodo per la "nomenclatura politica e giornalistica" coinvolta. L'ultimo segnale di allarme in tal senso e' la ricostruzione adombrata domenica scorsa dal quotidiano "La Repubblica" circa le ragioni che avrebbero portato Tanzi ad una immeritata ascesa imprenditoriale e sociale: i suoi rapporti ambigui con la Massoneria e l'Opus Dei, il tutto condito da capitali affluiti nelle casse aziendali in modo "oscuro e non chiarissimo" (di fatto adombrando un'ipotesi di riciclaggio di denaro sporco). Le argomentazioni avanzate dai bravi giornalisti di Repubblica hanno indubbiamente un fondo di verita' ed e' plausibile (ed anche probabile) che attorno all'ascesa di Tanzi si siano mossi personaggi poco raccomandabili, poteri occulti e massonerie varie. Non si capisce, pero', perche' quel quotidiano insista ad amplificare (con titoloni da prima pagina) connivenze datate nel tempo (fine anni '80) e rapporti personali con personaggi opachi di cui si e' oramai scritto tutto e il contrario di tutto (ad esempio Florio Fiorini) e persista nell'ignorare l'attualita' dei rapporti economici intervenuti nel frattempo fra lo stesso Tanzi e primari politici e giornalisti italiani tutt'ora saldamente in sella.
Insomma c'e' il sospetto che si stia facendo strada una "seconda verita" che, piano piano, potrebbe andare a sovrapporsi alla prima, appannandola, affumicandola, relegandola nel dimenticatoio ed alla fine spegnendola (sia come notizia giornalistica che come "concausa scatenante" dell'ascesa e del declino del gruppo Parmalat). Eppure la "prima verita'" e' "la pista" piu' lineare dal punto di vista processuale e documentale. Per comprendere le ragioni del successo di Tanzi, non c'e' bisogno di ricorrere a sigle di potentati come la massoneria e l'Opus Dei (che di per se' vogliono dire "tutto e nulla" giacche' in quelle organizzazioni ci possono essere e ci sono pure tante brave persone). Egli ed i suoi sodali hanno potuto "fare e disfare" la contabilita' delle casse aziendali a proprio piacimento perche' avevano "comprato" con contributi e finanziamenti vari sia l'accesso privilegiato al credito (grazie a banche e banchieri conniventi) che la "sponsorizzazione politica e mediatica". Insomma era la politica a governare il credito e non viceversa, tanto e' vero che a quei tempi il sistema bancario nominava i suoi manager con il "bilancino" della lottizzazione politica. Cosi', ad esempio il Monte dei Paschi di Siena - che nel 1989 aveva finanziato la Parmalat con un prestito di 120 miliardi di lire - aveva il proprio board composto da otto membri (tre della DC, due del PCI, due del PSI ed uno alternativamente del PSDI e del PRI) mentre il Provveditore era nominato dal Ministro del Tesoro. E' piu' verosimile quindi che Tanzi, per invogliare gli istituti di credito a concedergli prestiti vantasse la benevolenza dei politici che aveva foraggiato piuttosto che avere bisogno di ricorrere ad oscure mediazioni massoniche.
I finanziamenti e le elargizioni ai politici ed ai giornalisti, pero', di converso - proprio perche' numerosi, spesso spropositati e sparsi a pioggia fra esponenti di quasi tutti i partiti - hanno a loro volta contribuito ad aumentare il dissesto economico della Parmalat (oltre che illudere i piccoli risparmiatori sulla solvibilita' dell'azienda). Da qui scaturisce (o meglio dovrebbe scaturire come normalmente avviene in un paese normale) la conseguenza che a risarcire le parti offese ed i danneggiati (creditori, risparmiatori e dipendenti) siano non solo i legali rappresentanti della Parmalat ed i loro complici ma anche coloro che hanno usufruito nel tempo di indebite elargizioni e finanziamenti. Quindi c'e' necessita' e dovere di svolgere le indagini conseguenti alle dichiarazioni rese da Tanzi anche laddove queste coinvolgano i signori della politica. Non basta dire "non c'e' reato", come finora troppo sbrigativamente si e' sentito dire. Per accertare come stanno in realtà le cose bisogna prima svolgere le indagini e poi arrivare alle conclusioni e non viceversa. Non dimentichiamoci peraltro che - essendo stata dichiarata l'insolvenza di Tanzi - potrebbe scaturire per coloro che hanno ricevuto il denaro anche l'ipotesi di concorso in bancarotta fraudolenta (sulla falsariga di quanto accaduto per il crack del Banco Ambrosiano e i contributi di Calvi a Craxi sul famoso Conto Protezione).
Queste indagini, pero', per definizione devono essere fatte in fretta e mi auguro che gia' siano state effettuate altrimenti si rischia di arrivare troppo tardi quando oramai i vari protagonisti si saranno ben addestrati a predisporre e riferire "versioni di comodo" al fine di annacquare le prove a loro carico.
Ed allora cosa fare prima che anche questa vicenda (come quella di Mani Pulite) cada nell'oblio delle ricostruzioni giornalistiche fantasiose e minimaliste? C'e' bisogno di fissare alcuni punti fermi (all'insegna del motto "carta canta!") che, pero', solo un'accurata e doviziosa inchiesta giudiziaria puo' stabilire. Ecco perche', a mio avviso, non si puo' piu' stare solo ad aspettare che qualcosa si muova sul fronte delle indagini. Tra i compiti di un giornale di inchiesta (e purtroppo finora solo "Libero" si sta comportando in tal modo) c'e' anche quello di "ricercare" la notizia e di accertare se, come e dove i fatti si siano verificati (il caso Watergate insegna). Tra i compiti di un cittadino impegnato (ed io mi sento di esserlo, come milioni di altri peraltro) c'e' quello di investire la "magistratura competente" delle notizie di reato emerse o emergenti dagli accertamenti giornalistici in questione.
Insomma credo sia giunto il momento di "spezzettare" le tante "notizie di reato" emerse o emergenti dalle ricostruzioni giornalistiche e tramutarle in altrettante denuncie ed esposti alle varie magistrature territorialmente competenti. Tanzi, per definizione (e per sue affermazioni), non ha pagato sempre allo stesso posto e, come si sa, l'Autorita' Giudiziaria competente a svolgere le indagini e' quella dove il reato si e' consumato (ovvero dove i soldi sono stati promessi o consegnati).
Ogni cittadino, quindi - ed e' questo il senso della mia proposta - ritagli gli articoli di giornale che descrivono versamenti di denaro a questo o quel personaggio pubblico e invii una segnalazione di notizia di reato alla magistratura competente per territorio (di volta in volta Parma, Milano ma soprattutto Roma). Io lo faro'. Anzi lo sto gia' facendo. La ragione di tutto cio' e' evidente: smuovere "lo stallo" in cui si stanno arenando le indagini e togliere la "cappa del silenzio e della disinformazione" attorno al "caso del secolo". Non per morbosa curiosita' ma per il dovere civico di evitare che un domani possa ancora accadere.
ANTONIO DI PIETRO
Presidente Italia dei Valori
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Metti un Montezemolo nel motore
Il Duca d’Acros
L’elezione di Luca Cordero di Montezemolo alla presidenza della Confindustria rimedierà all’eccessiva vicinanza dell’organizzazione al governo Berlusconi. Difficilmente, però, potrà porre un freno al suo progressivo disfacimento.
Le colpe della gestione D’Amato
Una delle principali colpe dei quattro anni di gestione di Antonio D’Amato è stata quella di aver modificato la tradizionale posizione di almeno dichiarata autonomia della Confindustria dai vari esecutivi, schierandola apertamente con il Governo di centro-destra.
Il ragionamento, rozzo, ma non privo di una sua efficacia presso la base imprenditoriale, dell’ormai sconfitto gruppo dirigente confindustriale era: se il sindacato funge da cinghia di trasmissione per i partiti del centro-sinistra, perché la Confindustria non può fare altrettanto con il centro-destra? Il collateralismo di D’Amato si è manifestato in un costante, e acritico, sostegno (di dati, di analisi, di comunicazione mediatica, persino di preparazione delle "slides") alle tesi governative, anche quando altri "poteri forti" (il pensiero va ovviamente alla Chiesa e alla Banca d’Italia) hanno cominciato a marcare il loro distacco dal Cavaliere.
Naturalmente, l’appiattirsi sulle posizioni del Governo è sciocco da un punto di vista negoziale. Infatti, i risultati concreti della gestione di D’Amato sono stati insignificanti. E questo è stato alla fin fine il vero motivo della sua sconfitta.
La spaccatura del sindacato sulla questione dell’articolo 18, peraltro favorita dal massimalismo della Cgil, ha portato a ben poco, a parte alcuni ritocchi marginali (anche se abbondantemente strombazzati) alla legislazione del mercato del lavoro.
Nulla è stato ottenuto sulle pensioni, sull’imposizione fiscale e contributiva, sui servizi di pubblica utilità, sui fondi per l’innovazione: tutte le cose che dovrebbero stare a cuore a chi si preoccupa della competitività del Paese.
Vi è da chiedersi perché la Confidustria abbia mostrato questa scarsa sagacia tattica, non prendendo per tempo le distanze dal Governo e così rafforzando la propria posizione negoziale. Probabilmente la risposta va cercata nelle agende e negli obiettivi personali della maggior parte del gruppo dirigente, non solo degli imprenditori, ma anche buona parte dei direttori di viale dell’Astronomia. Speravano forse di barattare i favori accordati al Governo con qualche sinecura nel ricco orto della politica: nei prossimi mesi scopriremo se hanno avuto ragione.
Data l’insoddisfazione della base imprenditoriale per la passata gestione, Montezemolo avrà gioco facile a riportare la Confindustria (e il suo giornale) su posizioni di maggior indipendenza dall’esecutivo, non necessariamente di opposizione.
Troppo grande per essere efficace
Ben più difficile sarà ricostruire le ragioni che giustificano l’esistenza stessa dell’organizzazione. Qui il problema viene da lontano.
Nel corso dell’ultimo decennio, la Confindustria ha adottato un modello "imperiale", abbandonando l’originaria vocazione industrialista e inglobando pezzi crescenti delle ex-imprese di Stato. Sono così entrate nell’organizzazione l’Eni, la Rai, la Telecom e le altre aziende ex-Iri, le Autostrade, le Ferrovie di Stato. Da ultimo, la porta si è spalancata anche per l’Enel e le aziende municipalizzate. In pratica, escludendo artigiani e commercianti, mancano solo le banche.
L’ampliamento senza tregua dei confini della Confindustria porta solo apparentemente a un maggior potere lobbystico. In realtà, alla lunga, ne rende del tutto inefficace l’azione. Mantenere sotto lo stesso tetto la Fiat e le Ferrovie, i produttori e gli utilizzatori di energia, alimentari e grande distribuzione significa svuotare l’azione confindustriale di ogni capacità di pressione.
Gli unici due punti su cui tutti sono d’accordo rimangono l’opposizione a un sindacato sempre più debole e la richiesta di abbassare le tasse, che peraltro la dura realtà dei conti pubblici rende poco più di una pia illusione.
Al di là di questo minimo comune denominatore (a cui si potrebbe aggiungere la critica al sistema bancario, se questa non fosse resa poco opportuna dal fatto che le banche hanno in mano buona parte delle grandi imprese del paese), resta poco che giustifichi l’appartenenza a un club costoso e neanche più tanto prestigioso.
Quale sarà la fine della Confindustria? Probabilmente quella di tutti gli imperi troppo ingordi: l’organizzazione rimarrà in vita come un simulacro, con una propria vuota liturgia, mentre gli interessi imprenditoriali si riorganizzeranno secondo gruppi piccoli e coesi, per linee territoriali o, più facilmente, di categoria. Più o meno come succede in tutti i paesi avanzati (a parte la Germania), dove non esiste una forte organizzazione imprenditoriale generale, ma la lobby è affidata alle associazioni settoriali o alle singole imprese.
A meno che Montezemolo non riesca a inventare un nuovo motore per una vecchia carrozzeria.
lavoce.info
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Vorrei aggiungere anch’io alcune considerazioni (non brevi) in merito alle contestazioni fatte a Fassino nella manifestazione per la Pace di Roma.
Le scrivo qui, proprio perché non brevi, continuando il dibattito aperto da Paolo Galloni, con il quale mi trovo d’accordo, pur non essendo - neppure io - né un dalemiano, né un diessino sfegatato. Anche se, da quello che scriverò, potrà sembrare il contrario.
La posizione dei DS in Parlamento ha fatto discutere molto. In piazza, gli hanno gridato e dato, non solo dei “venduti”, ma anche degl’assassini! Vabbè, la folla è come allo stadio, la domenica, al derby: uno mette in giro ‘na voce (falsa) e quella diventa sùbito realtà, tragedia vera… insulso slogan… Totti-Cassano-Fassino, diessini-assassini, suona bene gridato, no?
Ma, tornando con i piedi per terra, mi chiedo che cosa accadrebbe ora, in Iraq, se si lasciasse quel Paese in balia dei ribelli? Immaginate che fine farebbero tutti quelli che hanno sostenuto, in questo periodo (dalla caduta di Saddam in poi), l’intervento? Verrebbero trucidati. Scoppierebbe una sanguinosa ed infinita guerra civile. Si correrebbe il rischio di lasciare in Medio Oriente un altro (ennesimo) focolaio di guerra acceso per sempre.
Lo so anch’io che quella che abbiamo fatto e stiamo facendo – al fianco di Bush - è una sporca e maledetta ingerenza, in barba a tutte le leggi internazionali (oltre che nazionali, nostre) che dovremmo (e dovremo) lasciare, al più presto, il popolo iracheno decidere autonomamente per il proprio futuro. Ma non lasciarlo ad un destino ancor più sanguinoso. Non si può. Non più. Non così. Non ora, almeno.
L’opposizione parlamentare, sin dall’inizio, non ha sostenuto l’intervento militare italiano del Governo Berlusconi al fianco degli USA, ma, realisticamente, ora, con un processo di pacificazione in corso già avviato, non credo se la senta di dire: “E ora tutti a casa e chi si è visto si è visto! Sono cazzi vostri…”. Cosa diversa è sostenere, invece, un intervento dell’ONU e non una ritirata alla Badoglio, che riporterebbe alla memoria il nostro sempre stupido, contraddittorio e codardo modo di fare politica all’estero.
È una visione prospettata da Ingrao in un suo vecchio libro del ’72, che si fa carico in forme quanto mai attuali dell’attuazione di uno dei princìpi fondanti del sistema parlamentare liberale: “No democracy without control”.
Se, invece, quelle contestazioni rappresentavano una denuncia contro un certo modo sporco di far politica, per puro interesse di bottega, contro vergognosi trasformismi dell'ultim'ora allora, ahimè, mi trovo perfettamente solidale con la critica.
Ma è difficile riportare il piano del discorso sulla moralità della politica, sulla coerenza delle scelte, sull'onestà intellettuale dei partiti, sulla genuinità dei programmi, e pretendere di farlo con il lancio di bottigliette, sputazzate, ceffoni, parolacce e fischi da stadio.
Specie perché, così, con battaglie di retrovia, si perde di vista un'altra “guerra” ed un altro “nemico” reale.
Anch’io detesto la retorica dei partiti della sinistra che giocano anch’essi spesso ad un gioco al quale sono soliti giocare: lo spostamento di pedine come in una partita a scacchi, dall'alto, senza alcun collegamento con la propria base, senza tenere in alcuna considerazione l'umore di quello che dovrebbe essere il loro elettorato.
Credo che sia stato anche questo che ha mosso quei milioni di persone a scendere in piazza, a Roma, quel fervore, quella voglia di partecipazione, oltre a quella forza che ha animato tutto il movimento dei girotondi, delle associazioni, dei laboratori per la democrazia, per la giustizia, per la pace, alla ricerca di un modo nuovo di fare politica e di partecipare.
Lo so (e lo sappiamo tutti) che il popolo della sinistra è un popolo fortemente variegato, dalle mille anime e che spesso si scontra con quello che sono i partiti politici in Italia, come sono organizzati e come sono abituati a gestire il potere.
D'altra parte, dal momento che i movimenti non hanno mai voluto, saggiamente, costituirsi in partito (l'ennesimo partito della sinistra, come se non ne avessimo già abbastanza!), è ovvio che ciascuno di noi, secondo la propria coscienza, ora che verranno le elezioni, sceglierà quale tra questi meglio lo rappresenti, a meno che non decida di astenersi, che penso sia, sinceramente, con questo pericolosissimo governo di destra, l'unica scelta da non fare.
Ma non mi trovo per niente in accordo con quello sfogo, che ritengo eccessivo, nei modi e nei termini, pur se parte da considerazioni e critiche che molti di noi condividono: a cominciare dalla scelta della bicamerale di D'Alema, e giù a continuare con il non fare la legge sul conflitto di interessi, con il modo di fare opposizione, così soft e non visibile, a volte incomprensibile, e ancora in ultimo il non voto per il rifinanziamento per la missione in Iraq.
Per questo credo che sia bene che tutto ciò che è a sinistra dei DS (lista Di Pietro-Occhetto / Pdci / Verdi / RC) cresca, per diventare la gamba di sinistra di questo futuro centro-sinistra che dovrà (perché DOVRA', ASSOLUTAMENTE) battere Berlusconi.
Non voglio pretendere che gli altri la pensino come me, mi sento fazioso a dire e a scrivere queste cose, perchè sembra quasi che stia facendo pre-campagna elettorale fuori luogo e fuori posto, qui, in un blog contro la guerra, mentre stiamo parlando di pace.
Ma la “pace” non è solo uno slogan da mettere su uno striscione o una bandiera da far sventolare al balcone di casa, è un’idea e una speranza reale che va sostenuta concretamente, attraverso scelte di politica di Governo e noi non potremo mai farlo fino a quando chi comanda in Italia è Berlusconi o Fini o Bossi.
Non metto in dubbio il fatto che sicuramente ci sono un sacco di teste di cazzo nella sinistra, così come ci sono un sacco di teste di cazzo, purtroppo, anche all’interno dei movimenti c.d. “pacifisti”, "noglobal", "dissidenti", "non obbedienti", e compagnìa bella, ma, se permettete, nei partiti di destra sono TUTTE TESTE DI CAZZO! E la pace non si farà mai se a decidere continueranno ad essere queste ultime.
Indipendentemente dalla scelta politica che ciascuno di noi farà in questa prossima tornata elettorale, che io rispetto ed approvo, perché ogni voto che non andrà alla destra sarà un voto contro Berlusconi, io sono fortemente convinto che il grande popolo dei movimenti debba fare da collante per tutte le anime della sinistra di cui è composto.
Finchè si è "movimento", siamo tutti compagni, solidali, uniti, siamo una grande forza; quando poi si esternano le proprie simpatie o appartenenze a questo o quel partito della sinistra, giù accuse, insulti e veleni, gli uni contro gli altri, a rivangare i soliti errori fatti (da tutte le parti!) e a mettere dei paletti insormontabili per un futuro condivisibile.
Quando lanciamo una bottiglietta sulla testa di Fassino dovremmo ricordarci che ci troviamo a discutere di Pace, oggi, perché, abbiamo consentito, ieri, ad un Governo di destra di vincere le elezioni e prendere in mano le leve del potere. Quel voto, quella crocetta barrata in quella scheda buttata nell’urna ha consentito al nostro Paese (a chi lo governa) di schierarsi – con le braghe abbassate – al fianco di uno sceriffo americano in jeans stretti che pensa, oltre alle proprie prossime elezioni e ad arraffare pozzi di petrolio, a combattere il terrorismo dei fondamentalisti islamici con le guerre in Medio Oriente. Nicchiando con Israele che lancia razzi sulle teste dei bambini palestinesi.
Questo sistema e questo governo sono il nemico da battere, senza se e senza ma, per qualsiasi persona onesta e intelligente. Anche se non è di sinistra.
Non si tratta di annullare le opinioni minoritarie in quelle maggioritarie. No! Ma con tutto il rispetto delle mille opinioni esistenti, il nemico da vincere non sono alcuni partiti del centro sinistra ma il governo Berlusconi. L'unico modo che ci potrà portare a sperare di vincere Berlusconi e a conquistare una pace giusta è quello di non fare la guerra a sinistra.
bloggerscontroguerra.splinder.it/
scritto da BaroneAgamennone
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La politica criminale dell'amministrazione Bush.
Da quando George Bush è al potere gli Stati Uniti hanno violato una serie indicibile di accordi internazionali precedentemente stipulati.
Spesso non hanno firmato accordi di importanza cruciale, seguiti, in questa seconda eventualità, dai governi più incivili e discutibili del pianeta.
di Danilo Moi
Nota: L'elenco che segue è solo una piccola parte di quello offerto su motherearth.org alla pagina Bush's Crimes (Con tutta probabilità a sua volta incompleta)
* Antiballistic Missile Treaty Trattato sui missili antibalistici (1972).
Nel 2001 l'amministrazione Bush ha ufficialmente rifiutato l'accordo.
* Biological and Toxin Weapons Convention Convenzione sulle armi biologiche e tossiche (1972)
Nel Novembre 2001 il segretario di stato John Bolton ha sentenziato: "Tale protocollo è morto", nel contempo ha accusato diverse nazioni, tra le quali Iraq, Iran, e Libia di non rispettarlo.
Sorvolando sull'impossibilità del non rispettare un patto non più esistente: fa davvero pensare il fatto che le nazioni tirate in causa siano proprio quelle con le quali gli states hanno tentato di portare avanti una una guerra (Libia), la abbiano portata avanti (Iraq) e si apprestino a lanciarne un'altra (Iran).
La guerra all'Iran potrebbe davvero essere la prossima e imminente guerra "democratica".
* International Criminal Court (ICC) Treaty Il trattato della Corte per i crimini internazionali (Roma, 1998)
Gli Stati Uniti non lo hanno mai firmato: non a caso Saddam Hussein è nelle loro mani e nessuno sa di preciso che fine abbia fatto.
* Land Mine Treaty Il trattato sulle mine antiuomo (1997)
Firmato da 122 nazioni escluse: Stati Uniti, Cina; India, Pakistan, Russia e guardacaso l'Iran e l'Iraq.
* Kyoto Protocol Il protocollo di Kyoto (1997)
* International Plan for Cleaner Energy Il piano internazionale per l'energia pulita (G8 Genova 2001)
Gli Stati Uniti si sono distinti per essere stati gli unici, tra gli otto, a non firmare questo protocollo.
* Enforcing an illegal boycott of Cuba Embargo illegale di Cuba.
L'assemblea generale della Nazioni Unite nell'Ottobre del 2001 ha decretato illegale l'embargo e il boicottaggio statunitense di Cuba.
Votarono in questo senso 167 nazioni, votarono contro solo 3: Stati Uniti, Israele e le Isole Marshall.
Il tutto dovrebbe essere abbastanza eloquente, e costituisce una prova ulteriore, del peso e dell'autorità dell'ONU.
Peso che si è rivelato nullo anche nell'opposizione alla guerra all'Iraq. La creazione e la nascita di un polo politico e militare antagonista agli Stati Uniti (L'Europa) è ormai un'esigenza improcrastinabile: o gli states continueranno a farsi beffe del pianeta.
* Comprehensive [Nuclear] Test Ban Treaty Trattato sui test nucleari.(1996)
Il presidente Clinton, nell 1996, firmò l'accordo. Nel 1999 il senato americano, ovviamente sotto l'amministrazione Bush, riuscì a spezzare l'accordo cavando fuori gli Stati Uniti dallo stesso. www.attivista.com
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Nasce la Rete italiana per il disarmo
disarmo.org
Dopo l’esperienza della Campagna in difesa della legge 185/90 sul commercio delle armi, numerosi organismi hanno deciso di lavorare per costituire un soggetto attivo in maniera stabile sui temi del disarmo e del controllo degli armamenti. La Rete intende diventare un luogo di elaborazione e mobilitazione su uno dei temi centrali per la costruzione della Pace e non per il tempo di una campagna, ma per un’azione duratura di lavoro su due binari principali: la ricerca e la mobilitazione.
Protocollo di intesa fra gli organismi aderenti
Le organizzazioni firmatarie di questo protocollo operano con priorità e mandati diversi e complementari nello sviluppo di forme di partecipazione della società civile alla promozione della pace, dei diritti umani, di aspettative di giustizia sociale, di sviluppo e per la prevenzione e gestione dei conflitti.
Per le organizzazioni firmatarie è indispensabile promuovere un’articolata collaborazione tra le rispettive strutture nazionali e locali per la particolare tipologia di azioni che si intendono sviluppare attraverso un approccio ai problemi di varia natura (culturale, sociale, economica e politica) e
attraverso un’azione comune che integri la specificità della proposta, di risorse ed esperienze, di metodologie di lavoro nell’impegno della società civile. La forte connotazione sociale dei temi delle politiche militari e di sicurezza, con implicazioni nel campo dello sviluppo, dei diritti umani e della giustizia internazionale richiede un approccio integrato ed una radicata diffusione territoriale.
1. Le organizzazioni firmatarie hanno in passato collaborato alle seguenti campagne, di cui condividono ispirazione e contenuti: approvazione di una legge per la regolamentazione delle esportazioni di armi “Contro i mercanti di morte”, campagna “Per la messa al bando delle mine”, campagna “Venti di Pace 2000”, campagna “Contro le banche armate”, “Campagna Italiana Sulle Armi Leggere” e campagna “Fermiamo i mercanti di Armi” in opposizione alle modifiche legislative introdotte nella legge n.185/90
2. Su tale base, al fine porre un freno alla proliferazione incontrollata ed all’uso indiscriminato di armamenti e di sostenere l’affermazione di reali politiche di disarmo su scala mondiale, hanno deciso di unire le loro forze in una Rete Italiana per il Disarmo (RID) e dichiarano di:
• Concordare sulla preoccupazione che il sistema politico internazionale sia orientato ad utilizzare la guerra, gli interventi militari e il riarmo come normali strumenti di politica e come metodo per soluzione di controversie e tensioni
• Prestare particolare attenzione alle politiche sul commercio e sulla produzione di armi di livello europeo
• Concordare che il riarmo, quando favorito da politiche economiche e dal sistema finanziario e creditizio, provoca in molte regioni l’aumento della povertà, del debito estero e frena lo sviluppo
• Condividere le analisi che vedono nella crescente produzione e nella proliferazione e nel commercio di armamenti uno dei fattori fondamentali di insicurezza, instabilità, e della moltiplicazione di guerre e conflitti interni e di violazioni dei diritti umani
• Ritenere che la proliferazione e l’uso indiscriminato di armi leggere mettano a repentaglio la sicurezza degli individui e la democrazia, e contribuiscano alle violazioni dei diritti umani
• Considerare importante il ruolo della società civile per la promozione di trattati, di convenzioni e di accordi di ogni natura che promuovano: la limitazione del commercio; la messa al bando di armi indiscriminate (convenzionali, non convenzionali e di nuova generazione); maggiori controlli e divieti sull’esportazione e l’importazione di armamenti; la riconversione al civile delle industrie militari, la riduzione ed il riutilizzo dei fondi militari
• Concordare sulla necessità di elaborare e proporre percorsi alternativi non armati e nonviolenti per la risoluzione delle controversie
• Concordare sull’urgenza di promuovere la giustizia e la pace a livello locale, nazionale ed internazionale attraverso misure di prevenzione e trasformazione dei conflitti violenti
• Promuovere a livello nazionale ed internazionale meccanismi di controllo vincolanti che impongano agli Stati esportatori la definizione e l’attuazione di regole complete ed efficaci per prevenire la vendita di armi verso destinazioni dove possano essere utilizzate per scopi contrari alla Pace o per commettere violazioni dei diritti umani. Noi vogliamo impedire che la diffusione delle armi contribuisca a: violare degli standard internazionali in tema di diritti
umani, del diritto internazionale, incluso il diritto umanitario internazionale applicabile ai conflitti internazionali ed interni; aumentare le aggressioni internazionali, rafforzare i corpi paramilitari, acuire l’instabilità regionale; impedire un’adeguata spesa sociale o ostacolare programmi per uno sviluppo sostenibile.
Per questo motivo crediamo che si possa: obbligare tutti i governi a rispettare
rigorosamente gli embarghi di armi imposti dalle Nazioni Unite o da altri organismi
internazionali; ridurre l’aspettativa economica degli Stati nella produzione e nella vendita di armi; stabilire rigidi controlli sulle licenze di produzione e sugli accordi di coproduzione; stabilire un sistema uniforme ed efficace di certificazione per controllare e monitorare la destinazione e l’utilizzo finali delle armi esportate
3. Le organizzazioni firmatarie si impegnano pertanto a promuovere e a sostenere le attività e le iniziative della Rete Italiana per il Disarmo e in particolare a:
• Inserire gli impegni assunti nel contesto della RID tra le proprie priorità, condivise a tutti i livelli operativi e territoriali
• Contribuire con proprie strutture e risorse, umane ed economiche, definite annualmente, alle iniziative adottate nel quadro della RID
• Diffondere tra i propri aderenti le tematiche affrontate dalla RID, curando particolarmente l’aggiornamento continuativo e facendo circolare al proprio interno le notizie e le informazioni relative alle attività della RID
• Intrattenere relazioni con analoghe realtà che, a livello nazionale ed internazionale, sostengono attività simili nel campo delle politiche di sicurezza, difesa e disarmo, contribuendo alle attività di interesse comune
• Inserire i temi delle guerre, del disarmo, della riconversione, del controllo sull’import-export di armi, della prevenzione e gestione dei conflitti nelle attività di informazione, formazione e coinvolgimento della società civile organizzate dalle rispettive organizzazioni
• Attribuire priorità alla ricerca in questo campo e concordare l’azione da condurre nelle analisi dei fenomeni inerenti ai temi della RID
• Stabilire strategie e modalità di formazione capaci di adeguare continuamente le competenze e di curare l’aggiornamento sui temi della RID
• Partecipare attivamente con i propri aderenti alle iniziative pubbliche della RID,
coinvolgendo le popolazioni delle zone dove sono presenti propri gruppi e strutture
• Assumere quando necessario ruoli di promozione, di gestione e di responsabilità di campagne e iniziative specifiche della Rete, alle quali partecipano più organizzazioni aderenti
• Rinnovare continuamente l’impegno ad alimentare con contributi di contenuto e di idee il sito web della RID e altri eventuali centri di diffusione mediatici ed incoraggiare la racconta di dati e la loro diffusione attraverso gruppi di lavoro
• Adottare durante gli incontri della rete e dei gruppi di lavoro le metodologie del consenso e quelle della facilitazione
• Utilizzare una modalità nonviolenta come base delle proprie strategie d’azione
• Perseguire una strategia inclusiva di altre associazioni o gruppi, in particolare utilizzando tutte le forme di collaborazione e mobilitazione comune sui temi condivisi
• Promuovere i temi della Rete attraverso azioni di diffusione e scambio di informazioni, di formazione e per esercitare decise e continuative pressioni sui centri decisionali nazionali e internazionali e sul settore privato
*Organismi promotori di Controllarmi:
Amnesty International - Archivio Disarmo - Associazione Obiettori Nonviolenti - Associazione Papa Giovanni XXIII - Associazione per la Pace - ATTAC - Beati i costruttori di Pace - Campagna Italiana Contro le Mine - Campagna di Obiezione alle Spese Militari - Centro Studi Difesa Civile - Coordinamento Comasco per la Pace - FIM-Cisl - FIOM-Cgil - Fondazione Culturale Responsabilità Etica - Gruppo Abele - ICS - Libera - Movimento Internazionale della Riconciliazione - Movimento Nonviolento - OSCAR - Pax Christi - PeaceLink - Rete di Lilliput - Rete Radiè Resch - Un ponte per...
Segreteria Controllarmi: Francesco Vignarca 328/3399267 - segreteria@disarmo.org
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Chi teme la riduzione della popolazione? Solo i politici, ossessionati dal potere e dal prestigio. Gli altri, particolarmente i lavoratori, sarebbero più ricchi. Fa parte dell'avanzamento e del riflusso della società umana fin da quando abbiamo conquistato la posizione eretta. Ma ora, dopo una assenza quasi totale dalla rivoluzione industriale, minaccia di ritornare vendicativa nell'intero mondo occidentale. E non ci piace per nulla.
Dopo 200 anni di continua rapida crescita della popolazione, c'è poco che provochi tanto panico tra i dirigenti politici, i grandi affaristi e i populisti di destra, quanto la prospettiva di una riduzione della popolazione - che è imminente, secondo le Nazioni Unite, in oltre 60 Paesi.
Alcuni Paesi, quali il Giappone, la Russia e gli Stati del Baltico, sono già caduti nell'abisso. La popolazione dell'Italia e della Germania sono puntellate solo dall'immigrazione. Il recente censimento inglese ha evidenziato un calo della popolazione in Scozia e in parti dell'Inghilterra settentrionale. Nel Regno Unito nel suo complesso, il calo inizierà verso il 2020. In Scozia, come altrove, la riduzione della popolazione ha procurato due reazioni prevedibili. Da una parte, Alex Neil del Partito Nazionale Scozzese ha sollecitato sgravi fiscali per incoraggiare le coppie a "concepire per la Scozia". Dall'altra, il governo scozzese ha detto alla gente di prepararsi a una maggiore immigrazione. Il Primo Ministro, Jack McConnell, ha detto all'Institute of Directors [penso che si tratti del Consiglio dei Ministri locale - N.d.T.]: "Per un'economia in crescita, abbiamo bisogno di una popolazione in crescita, e sono determinato a indirizzare la politica scozzese verso il raggiungimento di quell'obbiettivo".
Eppure, la risposta razionale è quella che non avete mai udito pubblicamente: "Non fatevi prendere dal panico, lasciate che i numeri calino. Per noi sarà un bene".
Il calo della popolazione richiama visioni di mercati al collasso, di recessione permanente, di comunità devastate, di fondi pensionistici in bancarotta e di anziani decrepiti senza giovani per sostituirli e sostenerli. Tutto ciò potrebbe essere vero se il calo della popolazione fosse rapido. Un declino graduale della popolazione sarebbe una questione ben diversa. I benefici ambientali sono ovvi - meno automobili, meno case, più aree
allo stato naturale. Ma il calo della popolazione potrebbe anche rafforzare i lavoratori, migliorare la condizione degli emarginati, ridurre le disuguaglianze e sradicare la povertà. Non renderebbe la Gran Bretagna più povera, come temono i politici, ma più ricca. Dalle università inglesi ai gruppi di esperti giapponesi, i benefici di un lento decremento della popolazione vengono sempre più studiati e promossi. Ma questo nuovo modo di
pensare deve ancora raggiungere gli scaglioni dei politici.
Il decremento della popolazione è solitamente associato col declino economico, con i disordini politici, con la fame e la malattia - ma ciò non accade perché esso li provochi, quanto piuttosto perché essi ne sono la causa. Le economie in declino inducono la gente a partire per cercare opportunità altrove - un quarto della popolazione del paese Europeo più povero, la Moldavia, è emigrato dal momento del collasso del comunismo. L'HIV in alcuni Paesi africani, può invertire la precedente prodigiosa crescita della popolazione, così come la Morte Nera [la peste - N.d.T.] spazzò via un terzo della popolazione inglese. Un cambiamento climatico devastante eliminò le colonie medievali in Groenlandia. La carestia della patata ridusse la popolazione irlandese da otto a quattro milioni per mezzo della fame e dell'emigrazione.
Per millenni, quando l'umanità non era autrice del suo proprio destino, la popolazione saliva e scendeva insieme all'umana fortuna. Le situazioni favorevoli portavano ad una crescita della popolazione, quelle sfavorevoli a un suo declino. Oggi, per la prima volta nella storia, ci troviamo di fronte a un declino causato non da una situazione sfavorevole, ma da una favorevole. Oggi infatti è la ricchezza materiale, non la povertà, che porta a un calo della popolazione.
Ma se le cause sono benigne, che dire delle conseguenze? Se il calo della popolazione è più lento della crescita naturale della produttività (o della produzione individuale), allora l'economia continuerà a crescere. Per esempio, un modesto calo della popolazione dello 0,25% all'anno, ridurrebbe la crescita economica annuale della Gran Bretagna dal 2,25% al 2%. Difficilmente si può parlare di recessione. La quantità dei consumatori può ridursi, ma la crescita del reddito - e il mercato dell'esportazione - assicureranno che la domanda resti elevata. Nè ci sarà una crisi demografica, con enormi quantità di anziani a sovraccaricare le persone in età lavorativa. Il declino della popolazione comporta anche meno bambini da mantenere, istruire ed educare per i primi venti anni economicamente improduttivi della loro vita. La percentuale di dipendenza tra lavoratori e non-lavoratori resta virtualmente inalterata tanto che la popolazione cresca dello 0,25% all'anno, quanto che cali dello 0,25% all'anno. Gli adattamenti verso una società che invecchia - scoraggiare i pensionamenti precoci, passare a sistemi pensionistici a capitalizzazione- saranno necessari in ogni caso.
Però, una popolazione in calo - e questa è la ragione per la quale il mondo degli affari la teme - comporterà una graduale ma significativa ridistribuzione del potere da chi detiene il capitale verso chi detiene il lavoro. Una forza lavoro in via di riduzione mette coloro che lavorano in una posizione più forte - e per i lavoratori marginalizzati, può avere un effetto alquanto importante. Le aziende saranno obbligate a formare i lavoratori
non specializzati, a mettere in atto politiche a favore della famiglia per non perdere le donne e per allettare i più anziani a restare al lavoro piuttosto che costringerli ad andarsene. La gente che possiede proprietà dovrà affittarle a prezzi minori, mentre coloro che affittano potranno scegliere posti più grandi nei quali vivere.
Gli effetti evidenti e benefici di questo trasferimento di potere da coloro che possiedono le strutture produttive a coloro che possiedono il lavoro - dai datori di lavoro ai lavoratori - si verificarono dopo la Morte Nera, che ridusse di un terzo la popolazione, portò al collasso del feudalesimo e annunciò "l'età d'oro dei contadini". I proprietari terrieri non poterono più costringere i senza terra a lavorare gratis per loro secondo i legami feudali - la carenza di forza lavoro era tale che i contadini potevano andarsene altrove e pretendere vere retribuzioni. Le morti dovute alla malattia possono essere state devastanti, ma la vita di coloro che sopravvissero migliorò notevolmente.
Così, come sarebbe la vita in una Gran Bretagna con meno abitanti? Immaginate la M25 [una strada di grande comunicazione] senza ingorghi del traffico, immaginate treni sui quali potreste sempre trovare un posto per sedervi. Immaginate tutti gli anonomi palazzoni costruiti nel dopoguerra abbattuti e sostituiti da alberi. Immaginate le case grandi, ora divise in appartamenti, che ridivengono case come si deve. Immaginate la gente a basso reddito che scopre le gioie di disporre di stanze da letto, stanze per i giochi e studi.
I Verdi hanno per molto tempo promosso una minore popolazione in Gran Bretagna, una delle isole più affollate del mondo. L'Optimum Population Trust, capeggiato da John Guillebaud, docente di pianificazione familiare all'University College di Londra, sostiene appassionatamente che si lasci calare naturalmente la popolazione britannica per i prossimi 150 anni fino al livello di 100 anni fa - 30 milioni di abitanti. Guillebaud ha detto: "La necessità di una popolazione minore tanto a livello globale quanto nel Regno Unito è ora indiscutibile - l'ambiente sta soffrendo al punto tale da non consentire un futuro. La prospettiva di un decremento della popolazione è una novità che preoccupa la gente, ma non dovrebbe".
Sempre più economisti e demografi sono d'accordo. Bob Rowthorn, docente di economia alla Cambridge University, ha detto: "Non ci sono argomenti credibili contro un calo della popolazione graduale". Il Centro Giapponese per la Ricerca Economica, dopo uno studio approfondito, ha concluso: "Le conseguenze negative del calo della popolazione possono essere evitate. Una crescente scarsità di forza lavoro incentiverebbe un impiego più efficiente delle risorse, deviando la crescita economica da uno schema basato sull'immissione di elementi provenienti dall'esterno a uno basato su un incremento dell'efficienza".
In altre parole, invece di spingere in modo pasticciato ed ottuso l'economia incrementando la popolazione, si prepara ciascuno e si meccanizza di più - meno gente che lavora più intelligentemente. I problemi della Scozia non sono costituiti dalla popolazione che cala, ma dal fatto che la gente di valore se ne va altrove perché i lavori buoni non sono là. Portarvi semplicemente più gente, non fa nulla per affrontare i problemi di base. Tutti gli argomenti contro il calo graduale della popolazione sono basati su falsi presupposti o su modi di pensare ottocenteschi - quando non addirittura totalitari. Le argomentazioni che parlano di mercati al collasso presumono che noi si viva in una economia chiusa, laddove l'economia dipende sempre più sul commercio internazionale.
Studi condotti dall'OCSE mostrano che non esiste correlazione tra le dimensioni della popolazione ed il PIL pro-capite. Se popolazioni numerose creano ricchezza, allora i Paesi più popolosi del mondo, la Cina e l'India, sarebbero i più ricchi, non sarebbero tra i più poveri. Molti Paesi con popolazione ridotta, quali la Norvegia e la Svizzera, sono molto ricche. L'Irlanda, con soli quattro milioni di abitanti, ha superato i 60 milioni di persone della Gran Bretagna per quanto riguarda PIL pro-capite. Il membro di gran lunga più piccolo dell'Unione Europea, il Lussemburgo, è anche di gran lunga il più ricco.
Un tempo, gli Stati avevano necessità di popolazioni numerose per disporre di forza militare in un mondo ostile: grandi quantità di persone significavano grandi eserciti. Le donne, nella Gran Bretagna vittoriana, venivano incitate a giacere pensando all'Inghilterra, così da poter aiutare a sostenere un impero esageratamente esteso. Le donne nell'Unione Sovietica e nella Germania nazista venivano incitate a figliare per promuovere la potenza della propria Nazione. Ma con le armi satellitari, gli eserciti di grandi dimensioni non hanno peso; con i trattati di pace internazionali, essere piccoli non significa più essere vulnerabili.
Ai dirigenti politici piacciono ancora le popolazioni numerose perché rafforzano il loro prestigio e la loro forza negoziale. Ciò non si può notare così bene come a livello locale - per esempio, il Quebec sta promuovendo la crescita della popolazione come forma di guerra demografica contro il Canada anglofono. I dirigenti degli Stati Uniti medioccidentali, con le loro popolazioni in calo, vogliono invertire la tendenza in modo da poter divenire più importanti nel contesto nazionale.
La stessa cosa vale a livello internazionale. Il Canada ha un programma esplicito di rapida crescita demografica per potere contrastare il suo prepotente vicino. I dirigenti australiani vogliono più cittadini in modo da potere contrastare le vaste popolazioni dell'India, della Cina, dell'Indonesia e della Malesia.
Una Gran Bretagna con trenta milioni di persone sarà in grado di mantenere il suo posto nel Consiglio di Sicurezza dell'ONU, o la sua influenza nell'Unione Europea? I politici britannici possono preoccuparsene, ma i loro elettori probabilmente preferirebbero case più ampie, strade libere e più ambienti naturali.
Da Hitler a Stalin a Jack McConnell, non dovreste mai fidarvi di un politico che tenta di applicare l'ingegneria demografica alla propria gente. Invece di giacere pensando al proprio Paese, le donne dovrebbero pensare al proprio Paese prendendo la pillola.
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Anthony Browne è editorialista ambientale del Times.
Questo articolo è apparso per la prima volta nel New Statesman
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Orgoglio o vergogna?
Solimano
Ho verificato i titoli dei giornali dei giorni precedenti la manifestazione di Roma: nessuno ipotizzava una partecipazione come quella che c'è stata. Se qualcuno avesse parlato dei 250.000 che ha poi dichiarato la questura, sarebbe sembrato un megalomane.
La partecipazione reale è poi stata superiore a tutte le previsioni, e questo è un fatto che ha la testa dura, e, come diceva Vittorio Feltri in tutt'altro contesto ieri sera: le bugie che diciamo ce le scordiamo, la verità (che le bugie cercano di nascondere) ce la ricordiamo. Guarda un po' chi mi tocca citare.
D'altra parte, i motivi per una partecipazione così vasta c'erano tutti. Soprattutto il fatto che un anno fa oltre l'80% degli italiani era contrario alla guerra. E non hanno cambiato idea, visto come poi sono andate le cose.
A questo punto, visto che siamo tutti d'accordo nelle critiche ai teppisti, alla campagna elettorale impropria condotta dalle listarelle contro la Lista Prodi ed anche alle parole fuori misura (ehm… eufemismo…) di Strada e di Zanotelli, possiamo concentrarci sul problema vero, la quasi universale impopolarità fra i tanti manifestanti delle posizioni espresse dagli esponenti della Lista Prodi, in primis da Fassino e da Rutelli. Comunque la si giri, questo è un problema vero, a maggior ragione se, come potrebbe essere possibile, la maggioranza dei partecipanti finirà per votare non le listarelle, ma la listona.
Hanno congiurato due fatti, uno episodico ed uno strutturale.
Il primo è il grave errore fatto nello sponsorizzare la manifestazione bipartisan, che è stato la ciliegia sulla torta dell'errore precedente, quello del non-voto in parlamento: deciso male, spiegato peggio.
Il secondo è la cronica difficoltà (dura da quasi tre anni) in particolare dei DS a partecipare positivamente a manifestazioni prepolitiche, come sono state tutte le grandi manifestazioni di questi anni, dal Social forum e dal Palavobis alla Woodstock di piazza San Giovanni a quella di sabato scorso. In ognuna di queste occasioni si è manifestato un disagio con una tipica coazione a ripetere: critiche alla manifestazione prima che si svolga, ricerca di alternative o di scuse, oscillazione vado/non vado, infine partecipazione a bocca storta e mal graditi
Le ragioni sono tante, e quella più invocata, cioè la mancata condivisione della piattaforma programmatica, non è la più importante: conta di più la voglia di istituzionalità, di piacere ad esempio al pacchetto di mischia degli editorialisti del Corriere della Sera (specie dopo l'attentato di Madrid e le elezioni immediatamente successive). E conta anche la difficoltà psicologica quasi insuperabile a partecipare senza essere chi ha il boccino in mano.
Voglia di istituzionalità e voglia di egemonismo: due eredità del Pci. Sarebbe bene che si meditasse sulla splendida frase che Macaluso dice all'inizio della bella intervista sull'Unità: “Sono e resto un socialista democratico, orgoglioso di aver speso gran parte della mia vita nel Pci, forza straordinaria di progresso”. Ne facciano un manifesto:
Siamo socialisti democratici
orgogliosi di aver trascorso
gran parte della nostra vita
nel Pci
forza straordinaria
di progresso
Il problema è che non sono orgogliosi: si vergognano.
Intonano su sé stessi il comunisticomunisticomunisti.
ulivoselvatico.org
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Due chiacchiere fra "vicini di casa"
Sergio Cofferati fra i cittadini dell'Arcoveggio
Il primo giorno di primavera ha fatto da cornice alla prima assemblea di “Incontriamoci con Sergio Cofferati”, una serie di iniziative che hanno per protagonisti gruppi di “vicini di casa” che vogliono dialogare con il candidato sindaco sui temi del programma elettorale. Di buon’ora, di domenica mattina, oltre duecento cittadini della Bolognina si sono così dati appuntamento nella sala del circolo Arci Ippodromo di via di Corticella, nel quartiere Navile.
La delicata situazione delle associazioni bolognesi, molte delle quali si sono viste aumentare il canone di affitto delle sedi da parte del Comune, ha offerto al presidente del Circolo Ippodromo lo spunto per sottolineare ancora una volta il problema, all’inizio dell’incontro. “Il nostro circolo – ha detto lasciando poi spazio alle domande dei cittadini al candidato – prima pagava 10 milioni di lire di canone, oggi ne paga ben 43!”.
E proprio le questioni economiche sono state al centro della prima domanda rivolta a Cofferati. “Considerati i tagli del Governo alle pubbliche amministrazioni – ha chiesto con preoccupazione una signora - come si potrà far fronte a tutte le necessità del Comune?”. Il candidato ha ricordato che “il problema esiste da ormai tre anni e le risorse disponibili l’anno prossimo saranno sicuramente inferiori a quelle di quest’anno”. Un problema reale che andrà affrontato, quindi, e a cui si aggiungerà anche lo stato delle finanze locali perché, come ha detto Cofferati, “l’attuale Giunta sta facendo spese pre-elettorali molto consistenti, a partire da quelle che riguardano la manutenzione delle strade. Credo invece che le buche vadano chiuse sempre, non solo nei sei mesi prima delle elezioni. Allo stesso modo, per portare consenso, sono aumentate le inaugurazioni, anche di quello che in realtà non è ancora stato finito, e i premi e le onorificenze”.
Ci sono poi a disposizione le risorse derivanti dalla privatizzazione di Hera ma “anche questi soldi possono essere spesi una sola volta e il Comune ha fatto sapere ai suoi amici romani del Governo che sarà in grado di fare fronte a molte spese con le risorse locali, cioè con le risorse derivate da Hera”.
La soluzione proposta da Cofferati per fare fronte alle incognite di budget che avrà l’amministrazione nel prossimo futuro è perciò quella di “avere ben presente un progetto per stabilire delle priorità e poi utilizzare i soldi disponibili, con gradualità. Se poi non ci saranno i soldi necessari ci prenderemo la responsabilità di avvertire i cittadini che ci sarà bisogno di più tempo per realizzare appieno il programma”.
Il problema della convivenza e dell’integrazione è stato sollevato da Gabriele Giovannini, responsabile di un progetto specifico del quartiere Navile. “In via Barbieri – ha detto – c’è una parte della strada abitata da immigrati stranieri, che non riesce a comunicare per niente con l’altra parte. Questa diffidenza reciproca va abbattuta soprattutto con interventi culturali”. Cofferati ha innanzitutto elogiato il lavoro che viene fatto dal quartiere per l’integrazione e ha ricordato come invece l’attuale amministrazione ignori il ruolo determinante dei quartieri e ne crei la frantumazione. “Proprio i quartieri dovranno essere il primo luogo della partecipazione”, ha poi auspicato. “A Bologna c’è un grande problema sul piano dell’accoglienza – ha sostenuto Cofferati –, chi viene da fuori deve essere messo in condizione di vivere e lavorare qui. La città si deve attrezzare e organizzare verso questo bisogno, che non è affatto un problema come invece si crede: per avere in futuro lo stesso numero di persone che lavorano e producono ricchezza si dovrà dare accesso in maniera costante e crescente ad abitanti che non sono nati a Bologna”. Altra questione messa in luce dal candidato sindaco è quella della casa: “Negli ultimi anni siamo calati di 120mila abitanti. In particolare le giovani coppie se ne sono andate ad abitare nella prima e seconda cintura. In questo modo la città ha meno produttività e allo stesso tempo è congestionata dal flusso di coloro che entrano ed escono per venire a lavorare. Quando la casa e i servizi non sono sufficienti spingono le persone ad andare ad abitare altrove: la politica della casa e quella per l’accoglienza degli stranieri sono delle priorità che vanno affrontate parallelamente”.
C’erano anche tanti giovani all’incontro con il candidato a sindaco al Circolo Arci Ippodromo. Luca Gamberini, volontario 18enne del comitato elettorale, ha chiesto a Cofferati cosa pensa di fare per avvicinare i giovani alle istituzioni e renderli partecipi della vita della città. “Bisogna fare cose utili per gli studenti, devono avere condizioni favorevoli per il loro futuro – ha sottolineato il candidato – sia alla scuola dell’obbligo che all’università, che va messa in più stretta relazione con la città. Bisogna dare prospettive di lavoro ai giovani e i migliori tra quelli che vengono da fuori per studiare qui, vanno messi in condizione di restare in città dopo l’università. Il Comune oggi invece non produce cultura, basti pensare che ora si spende un quarto di quello che spende il Comune di Modena e un decimo di quanto spende Ferrara per iniziative culturali. Ma non è solo una questione di cultura: servono spazi di socializzazione per i giovani, ad esempio più luoghi dove poter suonare spendendo meno, e più strutture sostenute dal Comune dove poter fare sport”.
L’incontro si è svolto in un clima molto informale. Momenti di ilarità ci sono stati quando uno dei cittadini intervenuti ha segnalato, tra i problemi della Bolognina, una certa difficoltà di convivenza con la comunità cinese. Sentitosi chiamato direttamente in causa, Cofferati ha sorriso assieme a tutti i presenti, per poi ritornare serio quando ha ricordato che “nelle grandi città non si dovrebbero stimolare le concentrazioni di comunità nelle stesse zone, perché è necessario un tessuto sociale diffuso. Poi certo ci deve essere un controllo sulle attività commerciali, ma su quelle di tutti i cittadini indifferentemente”.
Uno sguardo agli errori commessi dalle passate amministrazioni di centrosinistra e a ciò che si può fare per migliorare nel futuro è stato proposto in un altro intervento. “Le persone che hanno contribuito alla sconfitta nelle precedenti elezioni sono rimaste al loro posto – ha detto un pensionato che fa parte del Circolo Atc Dozza -. Dovrebbero aver imparato l’importanza dello stare in mezzo alla gente e di confrontarsi con i cittadini, mentre in passato hanno fatto scelte che andavano contro gli interessi dei cittadini”. Cofferati ha così avuto modo di ribadire il suo modo di rapportarsi agli elettori: “Non vengo ora nei circoli come questo per poi scomparire. Il modo più efficace per amministrare, infatti, è avere un rapporto sistematico con tutto ciò che c’è di organizzato in città. Mi vedete in campagna elettorale ma mi vedrete di sicuro anche dopo”. Ma sull’analisi della sconfitta delle precedenti amministrative non ha dubbi: “Non è stata questione di una scelta sbagliata del candidato, c’erano cambiamenti profondi che non sono stati capiti e su cui non ci si è confrontati coi bolognesi. Comunque questa discussione non va fatta adesso, ora tutti gli sforzi vanno fatti per vincere e farlo al meglio”.
A chi gli chiede di fare fin da adesso i nomi degli assessori che potrebbero accompagnarlo a palazzo d’Accursio, Cofferati risponde chiaramente: “Non intendo indicare la squadra prima delle elezioni perché ritengo sia più efficace tenere sulle mie spalle le difficoltà e le possibili critiche. L’impegno che però posso prendere ora è che ci sarà coerenza tra il progetto e la scelta delle persone dopo le elezioni”.
A chiudere la serie delle domande, quando era ormai l’ora di pranzo, è stato Nicola, rappresentante delle Rsu in un’azienda bolognese, che ha chiesto cosa potrebbe fare una eventuale nuova amministrazione per risolvere la carenza di servizi sociali. “Si dovrà intervenire sulla struttura scolastica, a partire dagli asili nido – ha risposto il candidato -. C’è bisogno di nuovi asili, perché sono il luogo in cui comincia il percorso formativo dei nuovi cittadini e perciò bisogna fare in modo che non siano solo un parcheggio per i bambini. Si dovrà intervenire quindi con interventi di edilizia scolastica e una cosa analoga va fatta coi servizi sociali per gli anziani, che devono essere messi in condizione di poter uscire di casa in maniera sicura. La città deve poi curare l’arredo urbano per favorire la mobilità degli anziani e dei diversamente abili”.
L’incontro è stato concluso da Cofferati con una spiegazione del concetto di libertà che vorrebbe applicare a Bologna: “Nella città del futuro la libertà avrà un significato diverso da quello che ha oggi per chi sta in Comune. La loro è la libertà dei forti contro i deboli, del poter fare tutti tutto quello che si vuole. Ma la libertà, come la intendiamo noi, è avere regole condivise da tutti, e da tutti accettate e rispettate”.
sergiocofferati.it
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Renato Soru: uniti per vincere
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Martedi 23 Marzo 2004 Care amiche, cari amici,
non c´è niente di veramente grande che non nasca da una grande tempesta. Quel che è accaduto nel centrosinistra in Sardegna è una tempesta che prelude a qualcosa di grande: il ritorno della passione politica e la nascita di una autentica speranza di vero rinnovamento per la nostra isola.
Un´alleanza nuova e vincente necessita di molta pazienza, si devono ricucire insieme le più variegate esperienze politiche e sociali, bisogna favorire il reciproco riconoscimento, promuovere una pari dignità fra i partiti, i movimenti e le associazioni che compongono la nostra coalizione.
La composizione della lista regionale non può essere la discriminante che ci separa, così come battere il centrodestra non può essere l´unico obiettivo della nostra alleanza. C´è qualcosa che va al di là di questa o quella candidatura, qualcosa che precede e travalica le prossime elezioni, qualcosa che ci unisce da sempre e ci indicherà incessantemente la via maestra: i nostri valori condivisi.
Ambiente, lotta alla disoccupazione giovanile, un lavoro più degno e più umano, lo sviluppo dell´industria e la valorizzazione delle aree interne, una sanità più efficiente e solidale, una scuola alla portata di tutti, il recupero della nostra arte più antica e il sostegno alla letteratura, al cinema, al teatro e alla cultura sarda, la lotta contro le scorie nucleari, contro la cementificazione selvaggia delle nostre coste, contro chi ha interesse a deturpare la natura e il paesaggio.
Ma soprattutto un nuovo modo di concepire il cittadino e il suo ruolo nella società globalizzata di oggi, liberandolo dalle nuove forme di feudalesimo che lo trasformano in debitore a vita, e restituendo vigore a una parola oggi passata di moda ma nella quale crediamo fermamente: la dignità. E la riaffermazione della responsabilità individuale, che quando viene delegata ai potenti, per un´illusoria scorciatoia, per un favore inestinguibile, non maturerà mai in democrazia, autonomia, fierezza, ma rinforzerà il vassallaggio, la dipendenza, lo smarrimento dei propri diritti e doveri individuali.
Sabato 27 Marzo, alle dieci e trenta, nella sala dei Congressi della Fiera Campionaria di Cagliari, daremo l´avvio alla campagna elettorale con una manifestazione corale che testimonierà, ancora una volta, la nostra passione civile, il nostro impegno politico, la nostra ostinata volontà di cambiare la Sardegna.
Ci saranno i partiti? Personalmente sono convinto di sì. Sono sinceramente convinto che interverranno tutte le persone animate da un grande senso di responsabilità, individuale e collettiva, ci saranno i partiti, i loro segretari, i loro aderenti, le nostre idee. Ma quel che desidero sia chiaro a tutti, è che noi ci saremo, e assumeremo una responsabilità non più rinviabile: quella di candidarci alla guida della Sardegna di domani.
Renato Soru
progetto sardegna.it
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Il caso Clarke si fa serio
CASA BIANCA REAGISCE FURIOSA A CLARKE A VIGILIA DI AUDIZIONI
(di Marco Bardazzi)
(ANSA) - NEW YORK, 22 MAR - Dopo un fine settimana trascorso a caricare le armi, la Casa Bianca ha alzato oggi un furioso fuoco di sbarramento contro le accuse dell'ex 'zar' della lotta al terrorismo, Richard Clarke, di aver sottovalutato il pericolo di Al Qaida prima dell'11 settembre, per la fissazione con l'Iraq.
Ma l'esperto non è retrocesso di un passo: «Mentre il World Trade Center ancora fumava e tiravano fuori i cadaveri - ha detto - alla Casa Bianca cercavano già un pretesto per attaccare l'Iraq».
Alla vigilia di una serie di delicate audizioni della commissione d'inchiesta sull'11 settembre, gli uomini del presidente George W.Bush hanno sparato tutti a zero su Clarke, segno che le accuse sono ritenute pericolose.
La Casa Bianca ha cominciato anche a dipingere le rivelazioni del funzionario in pensione come una manovra elettorale. Dal suo ritiro sulle montagne dell'Idaho, colui che potrebbe vestire i panni del mandante, il senatore democratico John Kerry, legge il libro di Clarke e si sfrega le mani: ogni pagina di 'Against All Enemies' (Contro tutti i nemici), da oggi in libreria negli Usa, non può che suonare come musica alle sue orecchie.
«Se Clarke era così tanto preoccupato - dice Scott McClellan, portavoce di Bush - perchè ha atteso l'inizio della campagna presidenziale per esprimere in un libro le inquietudini che dice di aver avuto?».
L'interrogativo sulla scelta dei tempi è destinato a restare al centro della controffensiva della Casa Bianca. Anche perchè il libro non cade solo nel pieno delle tensioni di una campagna elettorale che si è fatta aspra con largo anticipo sul voto di novembre, ma arriva in una settimana in cui l'operato dell'amministrazione Bush nella guerra al terrorismo sarà messo sotto esame dalla commissione d'inchiesta sull'11 settembre.
Domani gli investigatori federali ascolteranno il segretario di Stato Colin Powell, il capo del Pentagono Donald Rumsfeld e i loro predecessori del governo Clinton, Madeleine Albright e William Cohen. Mercoledì toccherà al direttore della Cia George Tenet e allo stesso Clarke, che è stato il responsabile per la lotta al terrorismo alla Casa Bianca sia sotto Clinton, sia sotto Bush.
Saranno audizioni aperte al pubblico e già definite storiche, nelle quali l'amministrazione Bush rischia di doversi difendere dall'accusa di aver sottovalutato il pericolo che Osama bin Laden rappresentava per l'America. È l'imputazione che Clarke ha già lanciato nel suo libro e in una serie di interviste televisive.
Dalle sue rivelazioni escono male Rumsfeld e il suo vice Paul Wolfowitz, accusati di essere fissati solo con l'Iraq ed esce malissimo Condoleezza Rice, consigliere per la sicurezza nazionale: secondo Clarke, nei primi mesi del 2001 dava l'impressione «di non aver mai sentito parlare di Al Qaida».
La Rice, come buona parte dello staff di Bush, è andata a difendersi in tv, definendo «ridicole» le affermazioni di Clarke: «Non sono nata ieri, sapevo che sospettavamo Al Qaida per le stragi del 1998 nelle ambasciate in Africa e per l'attacco del 2000 al cacciatorpediniere Cole. Il problema non era quello che sapevo io su Al Qaida, ma quello che volevamo fare».
La Rice ha ricordato che Clarke era lo 'zar' dell'antiterrorismo negli anni in cui Bill Clinton cercava di reagire ad Al Qaida, con modalità che ora sono al centro di riletture storiche molto critiche. «Clarke aveva una visione riduttiva su come combattere la guerra al terrorismo», ha detto la Rice, spiegando che le sue idee si limitavano a cercare di eliminare Osama bin Laden e affrontare il problema afghano, mentre il presidente voleva «un approccio più vasto e radicale» come quello che la Casa Bianca ha scelto dopo l'11 settembre.
Clarke, però, insiste sul fatto che gli uomini del presidente erano assai confusi di fronte al problema del terrorismo e accusa lo stesso Bush di avergli chiesto «in modo assolutamente intimidatorio», all'indomani dell'11 settembre, di trovargli un pretesto per bombardare l'Iraq.
«Questo presidente - ha detto Clarke - ha mandato soldati a morire per una sua agenda personale, facendo una guerra che ha reso molto più difficile la guerra al terrorismo».
Bush per ora fa reagire i suoi collaboratori e manda un messaggio a Kerry attraverso il portavoce McClellan: «Sappiamo che il miglior amico di Clarke è uno dei principali consiglieri di John Kerry in politica estera».
Il riferimento è a Rand Beers, uomo di punta sui temi internazionali nello staff del senatore democratico. «La scelta dei tempi dice tutto», afferma il direttore delle comunicazioni alla Casa Bianca, Dan Bartlett.
E l'11 settembre diventa un macigno elettorale.
blogs.it/0100206/2004/03/22.html#a2347
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Un estratto da "CENSURA"
Il piano di Rumsfeld per provocare i terroristi
Fonte: CounterPunch, www.counterpunch.org/floyd101.html. Titolo: "Into the Dark". Autore: Chris Floyd. Docenti valutatori: Catherine Nelson e Meri Storino. Studente ricercatore: Jennifer Scanlan. Copertura da parte dei grandi mezzi d'informazione: William Arkin, "The Secret War", Los Angeles Times, 27 ottobre 2002.
Secondo il documento riservato "Operazioni Speciali e Forze Congiunte nella lotta al terrorismo", preparato per il Segretario alla Difesa Donald Rumsfeld dal suo Ufficio di Scienza della Difesa, e' stata creata una nuova organizzazione per contrastare potenziali attacchi terroristici negli Stati Uniti.
Questo gruppo operativo antiterrorismo, il Gruppo per le Operazioni Preventive Attive (P2OG), richiedera' l'impiego di 100 persone e almeno 100 milioni di dollari l'anno. La squadra di agenti per il controspionaggio sara' responsabile delle missioni segrete che hanno come obiettivo i leader terroristi. Tali missioni segrete sono concepite per "stimolare reazioni" tra i gruppi terroristici, provocandoli a compiere atti violenti che poi li esporrebbero a "contrattacchi" da parte delle forze statunitensi. Cio' significa che il governo degli Usa sta pianificando l'utilizzo di operazioni militari segrete in modo da causare attacchi terroristici omicidi contro degli innocenti.
Per uno strano paradosso, sembra che il piano debba in qualche modo combattere il terrorismo, causandolo. Secondo il documento, altre strategie prevedono il furto di denaro a cellule terroristiche o il loro depistaggio attraverso comunicazioni false. Il Dipartimento della Difesa mantiene inoltre un gruppo operativo contro terroristico occulto noto come Delta Force, che viene chiamato se si verifica una crisi.
Le azioni precise a cui si ricorrerebbe per "stimolare reazioni" da parte dei gruppi terroristici non sono ancora state svelate. Alla domanda sul tipo di misure che sarebbero state prese, fonti del Pentagono hanno risposto che rivelarle avrebbe messo a rischio la supremazia del Pentagono stesso. L'attuale programma P2OG non e' una novita' per gli Stati Uniti; un programma simile fu l'Operazione Northwoods. Nel 1963 i massimi vertici militari presentarono al Presidente John Kennedy un piano che prevedeva una falsa campagna terroristica, con tanto di bombardamenti, dirottamenti, incidenti aerei e vittime americane, per fornire una "giustificazione" all'invasione di Cuba, un ex feudo della Mafia e delle grandi compagnie, perduto da poco tempo a causa di Castro. Kennedy respinse il piano e fu ucciso pochi mesi piu' tardi. Ora Rumsfeld ha resuscitato Northwoods ma in una scala molto piu' ampia, con risorse a sua disposizione neppure mai sognate dai suoi predecessori e senza il contrappeso di un rivale a livello internazionale in grado di frenarlo. Anche l'ex Presidente Richard Nixon voleva un gruppo del genere, ma il Congresso glielo nego'; il Presidente Reagan, invece, provo' a usare il Consiglio di Sicurezza Nazionale in tal senso ma fini' nei guai per la questione Iran-Contras. Ora il Presidente Bush potra' finalmente realizzare il sogno.
AGGIORNAMENTO DI CHRIS FLOYD
In modo abbastanza appropriato per una storia riguardante la piu' segreta delle operazioni - penetrare cioe' all'interno delle cellule terroristiche provocandole ad agire - la saga del Gruppo per le Operazioni Preventive Attive (P2OG), dopo la sua ora di popolarita', e' stata subito ricacciata nell'oscurita'. Non si sono piu' avute informazioni sul gruppo, da quando se ne e' parlato per la prima volta a livello nazionale sul Los Angeles Times all'interno di un servizio piu' ampio riguardante i piani del Pentagono sul nuovo "esercito segreto".
La notizia era fondata? Il gruppo era operativo? e' riuscito a "liquidare" qualche terrorista "spronandolo all'azione"? Qualcuna tra le atrocita' terroristiche che hanno caratterizzato il dopoguerra in Iraq e' collegata alle attivita' del P2OG? Non lo sappiamo. E con la predilezione apertamente dichiarata di Donald Rumsfeld per la "disinformazione strategica", come potremo mai saperlo? Di sicuro i grandi organi di stampa non hanno fatto nulla per illuminarci. Nonostante l'articolo del Counter Punch (che e' apparso contemporaneamente su The Moscow Times) abbia suscitato una reazione vivace da parte dei media "alternativi" (stampa, web e radio), non c'e' stato un solo accenno al gruppo sulla stampa statunitense nazionale. Nel Regno Unito, su The New Statesman e sul Daily Mirror, John Pilger ha lanciato l'allarme sul P2GO, e anche The Ecologist ha dato una versione dell'articolo del Counter Punch.
Il resto e' silenzio. A prima vista, questa decisa mancanza di interesse potrebbe apparire curiosa, vista l'insaziabile - e redditizia - ossessione dei media americani per il terrorismo. Ma la ripugnanza, altrettanto forte e redditizia, dei media per l'ambiguita' morale, specialmente quando si tratta del possibile coinvolgimento Usa nel caos e negli sterminii, rende quel silenzio piu' facile da comprendere.
PER APPROFONDIMENTI
William Arkin, "The Secret War", Los Angeles Times, 27 ottobre 2002 ; David Isenberg, "P2OG Allows Pentagon to Fight Dirty", Asia Times, 5 novembre 2002. Un estratto dell'incontro parzialmente declassificato dell'Ufficio della Scienza della Difesa ha proposto la creazione del P2OG su "Friendly Fire:Operation Nort h woods", ABCNews.com, 1 maggio 2001; John Pilger, The New Statesman, 12 dicembre 2002
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Onda spagnola sulla Francia
La sinistra può ricominciare a «pensare al futuro», essendo arrivata in testa col 40,31% al primo turno delle elezioni amministrative, grazie alla forte, inattesa, mobilitazione degli elettori. Perdono Chirac e Raffarin, l'estrema destra mantiene complessivamente le posizioni (ma Le Pen è in calo)
ANNA MARIA MERLO
PARIGI
La sinistra ha esorcizzato finalmente lo spettro del 21 aprile 2002 e della sconfitta di Jospin. Dopo il primo turno delle regionali e cantonali, dove è arrivata in testa con il 40,31% dei voti, può ricominciare a pensare al futuro. Ieri, il segretario del Ps François Hollande è rimasto modesto: «Non ne deduco che abbiamo riconquistato la fiducia: ci resta molto lavoro da fare». La sinistra non solo dovrebbe riuscire a conservare le otto regioni che già governava (con qualche incertezza sull'Ile de France, però), ma potrebbe portarne via alla destra altre sei. Per ora ha guadagnato 4 punti rispetto alle ultime regionali del `98, mentre la destra ha perso 9 punti rispetto alle legislative del giugno 2002 (e 3 punti rispetto alle regionali). C'è stata una mobilitazione degli elettori molto più forte del previsto (ha votato il 62,23%, mentre si temeva un'astensione fino al 50%) e la sfida al governo di destra - è questo l'insegnamento principale del voto - è stata intercettata dalla sinistra di governo, che non se l'aspettava in queste proporzioni. Probabilmente, è la lezione della Spagna. Difatti, mentre l'estrema destra mantiene le posizioni (16,24% complessivamente, 14,79% per il Fronte nazionale, anche se Le Pen cala rispetto al 16,8% conquistato al primo turno delle presidenziali), i partiti di protesta della sinistra hanno perso la scommessa dell'unione tra le due formazioni trotzkiste Lcr e Lo, che non superano da nessuna parte il 5%. Invece, la novità del voto è anche la ripresa inattesa del Pcf, soprattutto nelle regioni colpite dalla deindustrializzazione e da una forte disoccupazione. Mentre il Fronte nazionale, che potrà partecipare al secondo turno in 17 regioni, aumenta nelle regioni a più forte disperazione sociale, come la Piccardia o il Nord-Pas de Calais, diminuendo nelle zone dove prevalgono i «colletti bianchi», come Ile de France o Provenza.
Jean-Pierre Raffarin aveva messo le mani avanti affermando che lo scrutinio «locale» avrebbe avuto conseguenze solo «locali». Al contrario, il presidente Jacques Chirac - che è il grande perdente, accanto a Raffarin - sarà obbligato a trarre ben altre conseguenze: molto probabilmente, a cambiare primo ministro.
Ieri, a destra, tre elementi erano in primo piano: 1) Il ministro degli interni Nicolas Sarkozy si è presentato come l'unico baluardo contro la crisi della destra (il solo tra i 19 ministri candidati a essere rieletto al primo turno negli Hauts-de-Seine, afferma di aver contribuito al buon risultato in Ile de France, unica regione che la sinistra potrebbe perdere). 2) La maggioranza non intende rinunciare alle riforme in corso - «una maggioranza eletta per cinque anni non cambia opinione dopo ogni consultazione intermedia», ha ribadito il ministro del lavoro François Fillon - ma dovrà rivedere la strategia di Raffarin, sconfitto nell'idea di favorire le clientele tradizionali (i soldi ai tabacchini) negando gli investimenti per un futuro ambizioso (i finanziamenti alla ricerca). 3)La strategia del partito unico della destra è naufragata di fronte ai buoni risultati di quel che rimane dell'Udf, malgrado il fallimento personale di François Bayrou.
Se domenica 28 la destra avrà perso buona parte delle regioni che governava - e soprattutto se simbolicamente perderà il Poitou-Charentes, dove Raffarin era presidente prima di essere chiamato a Matignon - Chirac cambierà governo e primo ministro: la figura di Nicolas Sarkozy si staglia come l'unico politico che non abbia l'immagine del perdente, anche se la sua politica repressiva non è servita a tagliare l'erba sotto i piedi del Fronte nazionale. Se Sarkozy sarà nominato primo ministro, per la Francia si annunciano anni di grossi scontri: difatti, la fascia d'età dei 20-30enni è stata spinta proprio dalla politica repressiva di Sarkozy ad andare alle urne e a sconfiggere la deriva astensionista.
La destra continuerà ad avere una forte maggioranza all'Assemblea e al Senato. Intende usarla per proseguire nel programa di riforme, fortemente contestato da tutte le categorie colpite, anche se Raffarin ieri ha ripetuto che «terrà conto» del messaggio inviato dai francesi. Infine, il fallimento del partito unico. L'Ump, l'Unione della maggioranza presidenziale, era alla sua prima prova elettorale. Quello che è rimasto dell'Udf, dove ci sono stati molti transfughi verso l'Ump, ha ottenuto un risultato ragguardevole, e ormai conta per un terzo del voto a destra.
Il leader François Bayrou ha perso in Aquitaine, ma l'Udf ha dimostrato di avere uno spazio politico. L'unità, a scapito della diversità, dell'offerta politica è stata sconfitta e l'Udf potrà reclamare posti ministeriali di primo piano nel prossimo governo. Tanto più che, sottolineano dall'Udf, nelle 16 regioni su 22 dove c'era una lista autonoma da quella Ump, il voto del Fronte nazionale è stato contenuto «grazie alla pluralità dell'offerta a destra».
Entro stasera devono formarsi le liste per il secondo turno: il Pcf afferma che sceglierà l'unione a sinistra, anche nelle regioni dove ha superato il 10%. A destra, l'Udf chiede contropartite all'Ump, per accettare la fusione.
ilmanifesto.it
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Se lo sponsor ti compra anche la vita
da La Stampa di Giulia Zonca
Rosie Jones, golfista americana, famosa e vincente, a 44 anni ha deciso di confessare al mondo le sue preferenze sessuali spinta da uno sponsor. «Dalla prossima gara porterò un nuovo nome sulla maglietta: Olivia, è una compagnia che si inventa soggiorni pensati soprattutto per viaggiatori gay e non ha scelto me a caso». Semplice e improvvisa.
Prima gli sponsor sapevano soltanto arricchire, ora hanno imparato anche a stravolgere. Chi è pagato per esibirli se li porta addosso, stampati sui vestiti e una volta marchiato non puoi scappare: il logo pretende la faccia, la fedeltà e sa insinuarsi anche nelle scelte più personali.La campionessa di golf lo spiega con una lettera al «New York Times». Racconta come i proprietari l’hanno «corteggiata» e sedotta con «una selvaggia proposta». Anche comprata ovviamente, ma questo sembra assolutamente secondario. Rosie Jones non era una lesbica repressa: ha una compagna e la famiglia condivide le sue scelte. Fin qui però erano solo affari suoi, ora è un simbolo, i media le ronzeranno intorno e qualche gay indispettito la criticherà per l’outing stipendiato. Lei lo sa, ha scritto a un giornale per «non offendere nessuno. Non penso di essere un’attivista, sono un’atleta, era ora di dire che sono anche omosessuale». La racconta semplice e si fa credere perché usa parole leggere, toni troppo sbarazzini per suonare falsi, si capisce benissimo che non le hanno strappato una firma per denaro. Si è lasciata marchiare per entusiasmo e ora quella scritta, «Olivia», non verrà via insieme alla T-shirt sponsorizzata. Anche Muhammad e Laila Alì si sono lasciati prendere qualcosa, ricordi pagati milioni di euro. L’Adidas ha preso le immagini dello storico incontro di Kinshasa le ha scomposte ricostruite e sparate con lo slogan «L’impossibile è niente». Infatti ora padre e figlia ballano sul ring insieme. Li guardi e sai che lì al posto di quella ragazzona con le treccine c’era George Foreman, sai che quella era «La battaglia» però sorridi e ti lasci commuovere da quella danza computerizzata. Lo ha fatto anche Laila quando ha visto quei 2 minuti perfettamente finti, ha pianto stravolta da una trovata pubblicitaria.Non è più solo questione di assegni, i marchi hanno imparato a flirtare, sanno vezzeggiare e coccolare e sono amanti terribilmente esigenti.
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No, non cambierà i regolamenti ma continuerà a fare antipolitica
RISPONDE FEDERICO ORLANDO
Cara Europa, proprio non vi capisco. Ogni volta che Berlusconi apre bocca, gli date addosso come se dicesse cose inaudite, mentre a noi cittadini piacciono quasi sempre.
Passi se non ha potuto mantenere qualche promessa, ma è vero o no che, come lui dice, i politici di mestiere sono ladri? È vero o no che lui i soldi se li è fatti col suo lavoro, facendo fruttare ingegno e capitali e non rubando attraverso la politica? È vero o no che anche voi avete detto e scritto che il Parlamento italiano è vecchio e va cambiato? E perché, adesso che Berlusconi vuole cambiare i regolamenti, il vostro amico Casini dice che invece le cose stanno bene così, e voi vi mettete con Casini contro Berlusconi? Io credo che dovreste ficcarvi in testa una volta per tutte che chi vince le elezioni comanda. Se no, in che consiste la democrazia?
M. JOLANDA SANTACROCE, SIENA
In cosa consiste la democrazia? Esattamente nel rovescio di quel che pensa lei, gentile signora. Intanto, il sistema democratico funziona così: chi vince le elezioni governa (governa, signora, non comanda) e chi perde fa l’opposizione (opposizione, signora, non lo scendiletto di chi governa). In secondo luogo chi governa propone e spinge il Parlamento ad approvare leggi nell’interesse generale, non nel proprio: vedremo (proprio oggi torna alla Camera la legge Gasparri sulle tv), se il premier, dopo aver lasciato votare i suoi contro la legge Sofri dicendo «non sono un dittatore», li lascerà altrettanto liberi sulla legge che riguarda le sue televisioni: oppure se metterà la fiducia, vincolando la coscienza dei deputati. La fiducia su un suo affare personale. Eppure lei dice che Berlusconi non si è arricchito con la politica, mentre i politici di professione sì (proprio tutti? E perché quando mani Pulite ha cercato di ridare agli italiani almeno una parte del mal tolto, vi siete messi con Berlusconi contro i giudici?) Ma veniamo alla sua domanda centrale. Lei dice: se vi siete sempre lamentati dei regolamenti parlamentari, perché criticate Berlusconi che dice di volerli riformare? Perché la riforma che Berlusconi, ma solo a parole, vuol fare, è proposta allo scopo di piacere agli elettori che, come lei, se ne vanno in brodo di giuggiole quando si parla male della politica e del Parlamento, che ne è il cuore. Creda a me: Berlusconi non farà alcuna riforma dei regolamenti parlamentari perché non glie ne importa niente: ha una maggioranza tanto vasta che può far funzionare le Camere come vuole lui. Se una legge lo interessa, le Camere marciano alla velocità di un aereo, e non c’è filibustering che regga (filibustering, signora, è la parola che nel gergo parlamentare inglese indica l’ostruzionismo dell’opposizione. Vede bene che il più glorioso parlamento del mondo conosce da qualche secolo l’ostruzionismo, lo definisce con humour richiamando la filibusta dei pirati, ma non si è mai sognato di disconoscerlo come diritto dell’opposizione). Quando invece il premier non ha interesse a far passare una legge, metti la legge Frattini sul conflitto d’interesse, presentata quasi tre anni fa per dar fumo negli occhi agli elettori, la legge non va in votazione.
Se gli italiani avessero sensibilità per queste cose, anche il centrosinistra farebbe su di esse opposizione e rumore più di quanto non faccia. E poi il centrosinistra ha il peccatuccio storico d’aver approvato, nel parlamento precedente, la riforma Violante, concepita per rendere più agevole il passaggio di alcuni provvedimenti del governo, ma anche per rafforzare i poteri del presidente della Camera. Strumenti di cui oggi, naturalmente, si giova la nuova maggioranza.
Ciò nonostante, per la prima volta nella storia italiana (Mussolini a parte) il capo del governo interviene senza arrossire, mentre noi rabbrividiamo, sul modo in cui il Parlamento deve organizzare i propri lavori. Vorrebbe che a votare le leggi non fossero più i deputati e i senatori, ma solo i capigruppo, stracciando altri tre fondamentali principi costituzionali: rappresentanza della Nazione, niente vincoli di mandato, personalità del voto. Pur di non correre il rischio di inciampare, come tutti i governi democratici del mondo, in un no del Parlamento. Un intervento simile del governo sul Parlamento s’era verificato solo nel 1928, in piena dittatura fascista, quando Mussolini sciolse la Camera e annunciò ai deputati che la prossima sarebbe stata composta solo da camice nere: «Per discutere l’opera del governo, bene inteso non a scopo di rovesciamento, ma a scopo di critica e collaborazione». Se si tiene conto che Berlusconi vorrebbe per sé il “premierato assoluto” e ridurre il Parlamento a barzelletta, ha ragione il presidente Dini di dire: «Berlusconi ha la mentalità del dittatore ». Anzi, l’avrebbe. In realtà, certe sparate hanno lo scopo di continuare a circuire gli elettori: se non ha potuto mantenere le promesse, è perché i regolamenti parlamentari lo imbrigliano. Sapremo il 13 giugno quanti elettori ancora gli credono.europaquotidiano.it
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L'economia italiana e la tempesta perfetta
di Marcello de Cecco
la Repubblica Affari & Finanza
La fiducia è un bene che non si può avere su ordinazione. Così diceva Sir Robert Peel, grande uomo di stato del tempo della Regina Vittoria. Per quanto riguarda l’opinione che dell’Italia hanno all’estero, si ha l’impressione è che essa si avvii a toccare il nadir da almeno dodici anni. Non è azzardato ritenere che, in assenza delle inquietanti responsabilità della finanza internazionale rivelate dall’affare Parmalat, un declassamento dei titoli italiani non ce lo avrebbe tolto nessuno. E, come acutamente notava Enzo Cipolletta in una intervista sul numero di "Affari e Finanza" dell’8 marzo scorso, i governanti italiani stanno consumando nell’inazione gli ultimi mesi nei quali i tassi di interesse resteranno fermi al punto più basso del dopoguerra. Che accadrà quando la politica monetaria accomodante della Fed e della BCE si concluderà e i tassi ricominceranno a salire, sull’onda di una congiuntura mondiale in ripresa rapida? Il nostro ministero dell’Economia, dopo che i buoi erano abbondantemente scappati, ha richiuso le porte della stalla della finanza locale. Ma che accadrà se un comune, una provincia, una regione italiana mancherà una rata di rimborso dei propri debiti? Sono tutti enti pubblici, quindi soggetti alla clausola di "cross default" che si estenderà all’intero debito pubblico italiano. Se è lecito estrapolare da eventi passati, vale la pena ricordare che il primo governo Berlusconi fu costretto a uscire di scena proprio dai mercati internazionali, in occasione di una crisi finanziaria che non aveva origini in Italia ma che affondò il cambio della lira e fece saltare in alto il differenziale tra titoli di stato italiani e titoli tedeschi. Ora, grazie alla perseveranza del dottor Ciampi e di Romano Prodi, che insieme si batterono per l’ingresso immediato della lira nell’euro, il problema del cambio non esiste più. Ma quello del rendimento dei titoli italiani rispetto a quelli esteri è ancora pericolosamente attuale. Non si è manifestato apertamente finora, perché i tassi di interesse americani non sono ancora risaliti, ma non tarderà a palesarsi dopo la prevedibile inversione delle tendenze monetarie statunitensi, della quale ho appena detto.
La tempesta ci colpirà comunque, perché non è possibile pensare che il governo riesca a imbastire, nei prossimi sei mesi, una strategia di rientro deciso dal deficit. L’epoca delle grandi cartolarizzazioni di ogni tipo di cespite pubblico si è conclusa. In aggiunta, una risalita dei tassi farà scattare le clausole meno favorevoli che sono contenute nei contratti relativi a molte di quelle cartolarizzazioni, e anche in quelli delle cartolarizzazioni su cespiti privati attuate da istituzioni finanziarie italiane. In assenza di ulteriori possibilità di ricorrere alla finanza straordinaria, come si è fatto finora, il governo potrà al massimo soprassedere sulle proprie intenzioni di travasare fondi dalla nuova Cassa Depositi e Prestiti alla Infrastrutture Spa, per spenderli in discutibili progetti come il Ponte di Messina.
Ma non potrà fare molto altro, senza in qualche misura venire meno all’imperativo categorico che sembra essere stato finora la sua bandiera, la necessità di non toccare in nessun modo i privilegi dei ceti e delle categorie che costituiscono il nocciolo duro dei suoi elettori.
Nonostante quel che pensano autorevoli rappresentanti della opposizione, infatti, il governo ha fatto piovere, in questi tre anni, fior di favori e concessioni su imprenditori, lavoratori autonomi ad alto reddito, bottegai. Le ultime notizie che provengono dal tribunale di Firenze chiariscono a chi voleva tenere gli occhi chiusi il modo in cui lo scudo fiscale è stato usato per riciclare fondi neri all’estero. Sono reati per il codice, ma sono benemerenze che chi ha promosso lo scudo fiscale si è guadagnato nei confronti degli utilizzatori del veicolo a scopi di riciclaggio, tutti, insieme ai loro parenti, elettori che non mancheranno di mostrare la propria riconoscenza al momento in cui si troveranno nella "cabina" elettorale.
Nella battaglia redistributiva che, colla scusa dell’Euro, i protagonisti della lunga transizione italiana hanno ingaggiato tra loro negli ultimi tre anni, sotto l’occhio compiaciuto del primo ministro e del suo governo, ci sono milioni di sconfitti ma anche milioni di vincitori. Questi ultimi sono coloro i quali fissano i propri prezzi ai danni del resto della popolazione. Non sarà certo il programma elettorale che il prof. Amato e suoi collaboratori stanno preparando per l’Ulivo a convincerli a votare a sinistra. Tale programma, per moderato che sia, sarà sempre il prodotto di persone oneste che credono nella legge e desiderano che il nostro paese continui ad appartenere all’Europa. Esso non potrà quindi contenere proposte che possano essere considerate favorevoli da chi in questi anni si è abituato a prendere l’illecito come norma.
Ed è questa la vera tragedia italiana attuale. La fiducia di queste ampie categorie di cittadini, che forse non sono maggioritarie nel paese ma che certo sono disposte a scatenare qualsiasi battaglia pur di mantenere i propri privilegi, e a mobilitarsi in vista di scadenze elettorali importanti, può andare solo a chi ha visibilmente e indefessamente operato per confermarli in essi. Il governo in carica, dal suo insediamento a oggi, lo ha fatto, anche a discapito dell’interesse generale del paese, e i beneficiari ne sono pienamente consapevoli.
Non sarebbe giusto, tuttavia, addebitare al presente governo l’enorme trasformazione sociale che ha avuto luogo in Italia negli ultimi vent’anni, e che ha visto la crescita, oltre tutti i confini entro i quali si sono mossi fenomeni analoghi negli altri paesi sviluppati, di un gigantesco settore nel quale agiscono agenti economici che derivano dall’interpretazione deviata o dal disprezzo pieno delle leggi il proprio benessere e di un’altra altrettanto grande fetta di economia che vive al riparo della concorrenza internazionale e all’ombra di ogni sorta di privilegi e monopoli vecchi e nuovi. Né il governo attuale è responsabile della creazione dell’altrettanto grande settore di cittadini che di tali angherie sono le vittime dirette, come nel caso dei lavoratori precari o indirette, come nel caso dei consumatori dei servizi forniti in condizioni di assenza di concorrenza ma in regime privatistico.
A livello personale, il presidente del consiglio attuale è stato un importante beneficiario di leggi e decisioni prese dai governi del trascorso ventennio, ma non le ha politicamente attuate. Sono stati i protagonisti politici dei folli anni Ottanta a creare la gran parte degli attuali problemi, e quelli degli anni Novanta a cercare di risolverli spesso attuando rimedi che hanno peggiorato i mali invece di sanarli.
Quanto alla fiducia di coloro che i prezzi non li fissano ma li subiscono, è difficile che la recuperino in breve tempo coloro i quali oltre al torto della sconfitta in questo campo hanno subito anche la beffa della certezza, ad esempio, di andare in pensione oggi sapendo che, tra dieci anni, per l’abolizione delle clausole di aggancio alla dinamica dei prezzi alle pensioni superiori ai 1500 euro mensili, tale pensione varrà dal 30 al 50 per cento in meno (supponendo un tasso di inflazione moderato tra il 2 e il 3 per cento). Quanto agli imprenditori che, esposti alla concorrenza internazionale, non sono in grado di fissare i propri prezzi, non li avrà rallegrati la notizia che le banche hanno deciso di aumentare i debiti dichiarati "in sofferenza". Questa, infatti, è una decisione soggettiva delle banche e non una misura oggettiva, come è quella dei "non performing loans" negli USA. E’ il termometro del malessere dei responsabili del settore bancario e si ripercuote sulle categorie meno protette di debitori, come le imprese aperte alla concorrenza internazionale.
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Francia, vittoria e sconfitta di una brutta sinistra
di Tito Gandini
23 Mar 2004
Con una partecipazione più alta del previsto (62 % contro il 58% del 1998), la sinistra francese si afferma al primo turno delle elezioni regionali. Il Partito socialista e i suoi alleati ottengono il 40,31 % dei suffragi mentre la destra di governo si accontenta di un modesto 34,96 %. Terzo, localmente sempre forte, il Fronte Nazionale di Le Pen, che si attesta sul 15,11 %, mentre la sinistra trotzkista rimane su valori minimi (4,58 %), senza confermare l’avanzamento delle ultime presidenziali, dove aveva toccato il 10%.
Diverse le regioni che catalizzano l’attenzione. Per prima il Poitou-Charentes, che era stato presieduto dall’attuale primo ministro Jean-Pierre Raffarin dal 1986 al 2002, dove invece si afferma la lista di sinistra guidata da Ségolène Royal con il 48% dei voti. Si tratta di una sconfitta pesante per il premier, che sia pur non candidato, era rappresentato da Elisabeth Morin, presidente dal 2002, e capolista per il partito di Raffarin. Sconfitta che di certo avrà delle ripercussioni in politica nazionale.
In Aquitania François Bayrou (UDF) ha perso il confronto con Xavier Darcos (UMP). Mentre in Provence-Alpes-Cote d'Azur, la crescita del Fronte Nazionale è preoccupante. Con il 24,3% si trova gomito a gomito con l’UMP di Renaud Muselier. È la prima volta, da quando sono state istituite nel 1986, che le elezioni si svolgono in due tornate, gli elettori avranno quindi la possibilità di amplificare o correggere il messaggio politico, cosa che spera la destra, che per voce di Alain Juppè commenta: “Abbiamo già visto i risultati invertirsi, è cosa possibile, posto che il messaggio dei francesi, nel senso di un cambiameto drastico, della politica nazionale, sia ascoltato sia per l’oggi, che per il domani.”
Sentimenti opposti per la sinistra, l’ex primo ministro Laurent Fabius dichiara “ricordiamo tutti il triste mese d’aprile, quando alla presidenziali, abbiamo dimenticato che ci fosse anche un primo turno, ora non dobbiamo dimenticare che dopo il primo, ce n’è un secondo.” L’esperienza tuttavia mostra che è molto raro che gli elettori si contraddicano tra una tornata e l’altra, “alle cantonali del 1998, nota il direttore del Centro studi della politica francese, Pascal Perrinau, il secondo turno ha amplificato la vittoria della sinistra.”
Sempre secondo Perrinau, sul Le Figaro, molti elementi contribuiranno a “drammatizzare” la competizione, soprattutto l’avanzata del Fronte Nazionale: “la confrontazione bipolare, in certe regioni, è sostituita da quella a tre poli, questo mobiliterà gli astensionisti dell’uno e dell’altro campo". Consapevole di questa cosa il trionfante settantaquattrenne, Jean-Marie Le Pen ha affermato “I risultati del secondo turno saranno ancora migliori.”
L’astensione comunque resta un fenomeno preoccupante, anche se la partecipazione è cresciuta di circa 4 punti rispetto al 1998, quando si sono svolte le ultime regionali. Le elezioni in cui il candidato è ben identificabile attirano più votanti. Così le elezioni comunali, sia pure seguendo il movimento di crescita dell’astensionismo, sono più frequentate delle regionali, cosa che poi invece va in controtendenza sulle elezioni nazionali, parlamentari e presidenziali. Evidentemente la classe politica di mezzo, fatica ad avere una propria precisa identità, schiacciata dalle manovre dei partiti.
La destra di governo comunque è avvertita, se la politica internazionale ha il supporto di tutta la Francia, quella nazionale, di riforma del sistema pensionistico, di rimessa in discussione della più grande conquista della sinistra, le 35 ore lavorative, di smantellamento della ricerca, per citare solo gli elementi più lampanti, scontentano tutti e si rispecchiano su questi risultati. Il Partito Socialista ne guadagna, ma non perchè esprima un’alternativa funzionale e credibile all’attuale maggioranza, raccoglie semplicemente un voto di protesta.
Troppo divisa e abulica la sinistra di Francois Hollande, che in cerca di carisma da spendere in questa campagna elettorale, ha persino fatto risorgere dal proprio oblio, il grande sconfitto delle ultime presidenziali, Lionel Jospin, segno che ancora si fatica a trovarne un degno successore. Che non valga la pena spolverarlo, olearlo e rimetterlo dove stava? In due anni di sua assenza la sinistra ha fatto pochissimo.
Tito Gandini
t.gandini@reporterassociati.org
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Le bugie di Bush. Raccontate da uno che se ne intende
“Allora, Condi, di cosa parliamo oggi? Cosa c’è in agenda?” chiese il Presidente aprendo la riunione. “Di come l’Iraq sta destabilizzando il Medio Oriente” rispose Condoleeeza Rice. Il capo della Cia, Tenet, srotolò immediatamente una piantina sul tavolo.”
Il 30 gennaio del 2001, neanche dieci giorni dopo il suo debutto come 43° Presidente degli Stati Uniti, George W. Bush riuniva per a prima volta i membri del Consiglio Nazionale di Sicurezza. Veniva da una travagliata e contestata elezione che solo dopo molte polemiche e conteggi delle schede lo aveva visto vittorioso su Al Gore. Tra le priorità della sua agenda, almeno così pensava quella mattina il Sottosegretario al Tesoro Paul O’Neill, come realizzare l’annunciato taglio delle tasse a più riprese promesso in campagna elettorale. Proprio partendo da questo presupposto, nelle prime settimane di lavoro come responsabile dell’Economia O’Neill aveva lavorato con Alan Greenspan, gran capo della Fed e suo vecchio amico dai tempi in cui negli anni ’60 e ’70 entrambi lavoravano a Washington per il Governo, a mettere a punto delle proposte che coniugassero le spericolate promesse elettorali di Bush con il realismo ed il pragmatismo di chi, come lui, vedeva chiaramente i rischi di esplosione del debito pubblico legati ad una operazione così sconsiderata. O’Neill, da molti anni oramai lontano da Washington, era amministratore delegato di Alcoa, gigante dell’industria dell’alluminio ma erano state le forti pressioni di un altro uomo della “vecchia guardia repubblicana” di Washington, il Vicepresidente Cheney a convincerlo ad accettare la proposta di entrare nel Gabinetto di Bush per dare all’America quel “fresh start” quella nuova partenza promessa in campagna elettorale.
E, invece, già nel gennaio del 2001, parecchi mesi cioè prima dell’attentato alle Twin Towers, al primo posto nell’agenda dell’Amministrazione statunitense il Presidente metteva la preparazione dei piani per eliminare la presenza del regime di Saddam Hussein, considerata destabilizzante per gli interessi geostrategici statunitensi. Se si tiene bene a mente questo risulta più facile ricostruire la lunga sequenza di segreti e bugie che hanno portato il Governo Bush a dichiarare, 24 mesi dopo la riunione di quella mattina, guerra all’Iraq.
E’ notevole l’interesse suscitato in America dalla pubblicazione del libro “Il prezzo della lealtà”, nel quale Ron Suskind, giornalista del Wall Street Journal’s aiuta O’Neill a tratteggiare il profilo di una amministrazione chiaramente determinata fin dal primo momento a piegare ogni tipo di ragionevole argomentazione ed esatta informazione ai propri scopi. Non solo l’Iraq, infatti, ma anche la decisione di tagliare le tasse malgrado tutti gli indicatori economici consigliassero un approccio più prudente o quella di non ratificare più il Trattato di Kyoto ignorando le indicazioni fornite dagli scienziati, sono ricostruite da O’Neill per descrivere la storia di una Amministrazione decisa a perseguire i suoi obiettivi a dispetto di ogni evidenza. E di ogni verità.
Quello dell’oramai ex sottosegretario al Tesoro è il punto di vista di un insider sicuramente ben informato sui fatti di cui parla, avendo contribuito non poco a determinarne lo svolgimento. E’ particolarmente efficace è la descrizione delle modalità di lavoro all’interno della Casa Bianca – con Cheney, Rice e lo spin doctor Karl Rove a fare da potente filtro all’afflusso dei dossier diretti al Presidente –: “l’unico modo in cui posso descriverle è dire che il Presidente è come un cieco seduto in una stanza piena di sordi”. Non c’è molto da star tranquilli.
[Lucia Urciuoli] www.AprileOnLine.Info
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Honduras ha annunciato il ritiro delle sue truppe
Un invito a Bush perchè riveda la sua strategia di guerra contro il terrorismo
New York - Il quotidiano The New York Times ha invitato Bush a rivedere la sua strategia di guerra contro il terrorismo, dopo le elezioni spagnole nelle quali il governo di Aznar è stato duramente sconfitto.
Un editoriale del Times chiede alla Casa Bianca di cercare la cooperazione della ONU e sottolinea che i risultati delle elezioni in Spagna costituiscono un forte colpo alla strategia nordamericana di indurre le nazioni democratiche ad appoggiare le sue azioni militari.
L'editoriale commenta che la sconfitta è dovuta all'esperienza della guerra in Iraq contro la quale si era pronunciato il 90% degli spagnoli poichè Aznar preferì allearsi a Washington invece di ascoltare il popolo spagnolo.
La votazione è stata una chiara espressione di orgoglio e dolore nazionale. indica il Times, dopo gli attentati del giorno 11, dovuti a un gruppo terrorista islamico.
Gli Stati Uniti, dice il quotidiano, devono imparare da tutto questo e soprattutto Bush, che sta affrontando la campagna elettorale in un'atmosfera di paura e di mancanza di sicurezza nazionale.
Le elezioni non devono essere un referendum sul terrorismo sostiene l'editoriale che esprime il suo disaccordo con la messa a fuoco che il governo sta imponendo nella sua crociata contro il terrorismo.
Inoltre viene sottolineata l'intenzione del leader socialista Zapatero di ritirare le truppe spagnole, a meno che la ONu non acquisisca un ruolo più attivo nella ricostruzione di questo paese in un periodo di tempo sino al 30 giugno.
Zapatero ha ora l'opportunità durante la sua carica presidenziale e di fare pressioni su Washington, per far sì che questa cerchi un rapido aiuto e appoggio dalle Nazioni Unite.
Inoltre il Times contraddice coloro che sostengono che la vittoria del PSOE in Spagna è un trionfo dei gruppi terroristi come Al Qaeda.
The Wall Street Journal ha pubblicato un articolo nel quale sostiene che le elezioni spagnole hanno evidenziato la differenza tra terrore e democrazia ed ha avvisato sul rischio che la vittoria socialista possa fomentare le azioni delle organizzazioni di terroristi.
Il presidente Bush adesso deve preparare la gente al peggio, indica il Journal.
Il The Washington Post, in linea con il Journal, critica velatamente le intenzioni di Zapatero per il ritiro delle truppe in Iraq e allarma, sostenendo che l'attitudine del nuovo governo spagnolo si potrebbe estendere ad altri governi in Europa
Honduras ritirerà le sue truppe
Il ministro della difesa di Honduras, Federico Brevé, ha annunciato che il suo paese ritirerà i 370 soldati che sono in Iraq dal 2003, in appoggio alle forze di occupazione dirette dagli Stati Uniti, ha informato PL.
Le nostre truppe ritorneranno a casa i primi di giugno e questa decisione coincide con quella del nuovo presidente spagnolo José Luis Rodrígeuz Zapatero.
pubblicato da : New York bellaciao.org/it
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La nuova Europa ha bisogno di nuovi media
Esistono i media europei? Qual è il loro futuro? Inchiesta.
“La produzione odierna di giornalismo prettamente europeo resta secondaria”. Questo, secondo Alain Chanel, direttore della scuola di giornalismo all’Università Robert Schuman di Strasburgo. Ma immaginate come potrebbe essere un media veramente europeo: le sue pagine di arte e cultura potrebbero trattare dell’ultima opera parigina, o delle gallerie più trendy di Varsavia; sarebbe un po’ come Le Monde o El País ma non tratterebbe di Francia o Spagna, bensì d’Europa. Certo è una proposta che suona come una sfida, ma una sfida che dovrebbe essere raccolta.
Il giornalismo europeo esiste
Non può dirsi però che il Vecchio Continente non si dia da fare. In Francia, a Strasburgo, il network televisivo locale France 3, ha un team che si occupa esclusivamente di Europa. Le Monde ha rinfoltito i suoi uffici con sei reporters. La rete via cavo EuroNews trasmette programmi in sette lingue e, sebbene l’esperienza non sia redditizia, in certi settori batte regolarmente mostri sacri come BBC World e CNN. Quanto ad ARTE, il canale franco-tedesco per eccellenza, è anch’esso un network europeo. In programmi settimanali come “Forum degli Europei” discute di argomenti e tendenze che in Europa interessano 360 milioni di persone. “Questi due canali”, spiega Marco Schütz, web-editor del settimanale francese Courrier International [l’equivalente di Internazionale in Italia] “dimostrano quantomeno una volontà di andare oltre le considerazioni nazionali”.
Ma è la stampa economica che, precedendo i media generalisti, è stata la prima a capire come occuparsi dell’integrazione finanziaria (e culturale) dell’Europa. Oggi il Financial Times si occupa regolarmente, nelle due prime pagine, di questioni riguardanti l’Europa. “Riforme a rischio nei nuovi stati dell’Unione”, “Meno chiacchiere e più fatti sulla competitività europea” sono solo alcuni esempi di titoli recenti. Quanto allo statunitense Wall Street Journal Europe, pur con sede a Bruxelles, deve accontentarsi della seconda posizione rispetto al Financial Times. Le sue pagine sono alimentate dai contenuti del Washington Post e dalle agenzie del Dow Jones. Sono solo alcuni servizi recenti, uno sulla crisi della Parmalat ed sui rapporti sempre più tesi tra il comune di Roma e la crescente comunità cinese, hanno portato una ventata d’aria fresca in una pubblicazione complessivamente fredda ed euroscettica.
Vecchie abitudini e nuove tradizioni
Ma, al di là di questa panoramica, secondo Georges Gros, ex giornalista e attuale Segretario Generale dell’Unione Internazionale della Stampa Francofona a Parigi, “l’Europa soffre di un drammatico deficit di informazione”. Secondo Gross anche le ultime esperienze sono destinate ad un pubblico nazionale. Gli articoli si occupano prima di tutto di quale impatto l’Europa possa avere sul loro paese. Il che incoraggia un tono aggressivo che si concentra su temi ridondanti quali “battaglia per il deficit francese”, “agricoltori infuriati”e “sussidi che diminuiscono”. E’ questa molto spesso la cronaca, malgrado il formidabile sviluppo culturale e politico rappresentato dall’Unione Europea.
I media potrebbero aiutare a promuovere una coscienza europea. Per far ciò - argomenta Alain Chanel – “bisognerebbe attenersi alla vecchia regola giornalistica della prossimità”, dell’aderenza alla vita della gente. Quando il “Forum degli Europei” di ARTE dedica un intero programma alla vita dei single in Europa, fa la cronaca di una realtà condivisa, mettendo in luce sia le differenze che le somiglianze di differenti regioni e culture del Vecchio Continente. Anche questa è prossimità.
Quo vadis, Europa mediatica?
Ma, al di là di irresistibili storie e di intelligenti linee editoriali, la lingua resta il principale ostacolo per ogni tentativo di media a dimensione europea. Quale lingua – o lingue – dovrebbe usare un media europeo? L’inglese? O dovrebbe forse includere francese, spagnolo, tedesco e italiano? Potrebbe forse abbracciare e includere tutte le lingue dei 25 paesi dell’Unione Europea? “Se è di media europei che si parla, non si può prescindere dal multilinguismo” fa notare Marco Schutz. Che insiste: “è grazie al multilinguismo che network come ARTE ed Euronews hanno creato un’identità europea”. E aggiunge: “usando una sola lingua ci si autolimita ad un pubblico specifico”.
Con l’aspetto linguistico divenuto indispendabile, il media usato è la chiave di volta. La strada classica, un quotidiano, sarebbe possibile solo se fosse limitato ad una od al massimo due lingue. Una sola lingua allontanerebbe i lettori. “Internet e la televisione sono strade ovvie” secondo Chanel. Con spazi illimitati, la Rete potrebbe risolvere dare spazio a tutti: greco, spagnolo, ungherese e così via. Con le sue cinque edizioni in differenti lingue, cafè babel lo ha capito. In America riviste internet come Slate, che combina commenti scritti ed edizioni radiofoniche, offre un ventaglio di possibilità che potrebbero essere utilizzate altrettanto bene per la realtà europea.
Ma la vera sfida per i media su internet è la credibilità. Ancora oggi la Rete è alla ricerca, troppo lenta, del riconoscimento come mezzo comodo ed autorevole. Proprio come l’Europa, Internet è una novità. Quello che manca dal lato della affidabilità dovrà essere compensato seguendo le regole del giornalismo e tramite una ricerca costante di nuovi argomenti e, soprattutto, di nuove idee.
cafebabel.com
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L'UE e' stata finora il leader mondiale nella riduzione delle emissioni di gas serra. Ma adesso il Ministro Tedesco dell'economia minaccia di distruggere una direttiva UE, essenziale per affrontare i cambiamenti climatici. La Direttiva sullo scambio si quote di emissione mira ad aiutare tutti i paesi UE a ridurre le emissioni di CO2 dal prossimo Gennaio.
La Germania e gli altri paesi dell'Unione devono adottarla entro il 31 Marzo. E' prevista la creazione di un sistema di scambio di certificati al fine di ridurre le emissioni di gas serra secondo i limiti del protocollo di Kyoto. L'UE nel suo insieme deve ridurle dell'8% entro il 2012. Avendo l'economia piu' forte dell'UE, la Germania si e' assunta l'impegno maggiore cioe' deve ridurre le emissioni del 21%.
Dal Gennaio 2005 gli stati membri cominceranno ad emettere i certificati. Le aziende nel settore industriale ed energetico riceveranno un certo numero di certificati per le quote di CO2. Se producono piu' emissioni, potranno comprare certificati da altre compagnie che non hanno superato i loro limiti. Se emettono meno, potranno vendere certificati alle aziende che altrimenti supererebbero i limiti legali.
Ma il Ministro Tedesco dell'ambiente, Jurgen Trittin, dei Verdi, e il Ministro dell'economia Wolfgang Clement, dei Social Democratici, non concordano su diverse questioni. Rimane poco chiaro quanti certificati possono essere emessi e a chi concederli. Il Ministro dell'ambiente e' favorevole a distribuirne di piu' agli impianti energetici a gas e di meno all'industria del carbone. Mentre il Ministro dell'economia teme che l'industria del carbone subira' ulteriori perdite.
Trittin calcola che le aziende Tedesche saranno le maggiori beneficiarie nel commercio di certificati. Secondo le stime fornite dal Ministero dell'ambiente, molte compagnie Tedesche che rientrano nel programma UE potranno vendere certificati all'estero, generando un mercato di certificati del valore di 500 mln si Euro all'anno.
Secondo il WWF, il Ministro dell'economia sta chiedendo un aumento delle emissioni e non una riduzione per i maggiori inquinatori. Per questo l'organizzazione chiede di scrivere a Schroder tramite questo URL: http://www.passport.panda.org/campaigns/action_email.cfm?uNC=40325541&uCampaignId=561&uActionId=1221
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In crisi di identità
Tito Boeri
Una delle prime apparizioni pubbliche di Antonio D’Amato alla guida di Confindustria fu a un convegno sul futuro del sindacato, nel giugno del 2000. In quella occasione, il neo-presidente dell’organizzazione degli imprenditori ironizzò sul fatto che le associazioni dei lavoratori possono anche cessare di esistere, mentre l’impresa, da lui rappresentata, avrebbe avuto vita eterna. Oggi, D’Amato lascia al suo successore un’organizzazione che attraversa una crisi di identità profonda, al punto che è legittimo interrogarsi sul suo futuro. Mentre il sindacato sembra avere ritrovato un’insperata unità di intenti.
Un’associazione in difficoltà
Confindustria non rende noti i dati sugli iscritti nel corso degli anni. Una misura del valore di questa organizzazione per gli imprenditori è fornita dai contributi versati dalle associazioni territoriali. Questi sono rimasti stabili in termini reali negli ultimi sei anni, nonostante Confindustria abbia alzato fino al 50 per cento le quote associative e abbia allargato il suo raggio d’azione a nuovi comparti (terziario avanzato, trasporti, Eni, imprese ex-Iri, imprese pubbliche e municipalizzate). Si odono spesso lamentele presso gli imprenditori sul costo eccessivo della burocrazia. Segno che l’organizzazione per gli iscritti costa di più di quanto valga.
Per ovviare alle crescenti difficoltà nel raccogliere contributi al suo interno, l’organizzazione ha dovuto nelle ultime gestioni ricorrere a importanti trasferimenti dalla casa editrice Sole24Ore.
La "strategia estensiva" di questi anni ha lasciato un’eredità pesante: molto difficile conciliare gli interessi di industrie protette con quelli di imprese che si trovano esposte alla concorrenza. Bisogna prendere la parte dell'Enel che chiede di aumentare le tariffe elettriche oppure tenere conto degli interessi delle imprese grandi fruitrici di energia elettrica? Bisogna appoggiare le richieste di aiuti di stato dell'Alitalia oppure favorire una maggiore concorrenza, dunque prezzi più bassi per le imprese, nel trasporto aereo? L’ultima relazione dell’Antitrust (vedi Polo) documenta le contraddizioni stridenti che attraversano una rappresentanza di interessi così diversi: le imprese italiane che hanno perso quote di mercato a livello internazionale sono proprio quelle che sono costrette, per operare, ad acquistare beni e servizi dai settori protetti. Insomma, i nuovi iscritti sono spesso una palla al piede, più che un alleato.
Forse per questo la gestione D’Amato ha giocato sul rilancio di Confindustria come soggetto politico. Questo spiegherebbe anche l’orizzonte angusto (una legislatura al massimo) di talune battaglie, come quella sulla decontribuzione per i nuovi assunti, nel tentativo di trasferire ancor più sulle spalle del contribuente generico prelievi che dovrebbero gravare unicamente sui datori di lavoro. La politicizzazione di Confindustria ha finito inevitabilmente per spaccare l’organizzazione (come spaccato è stato il paese in questi anni) e renderla subalterna ad un Governo guidato da un imprenditore. E proprio questo collateralismo ( vedi Duca d'Acros) ha fortemente indebolito Confindustria nella contrattazione con il Governo, perché ha reso meno credibile la minaccia di opporsi alle scelte dell’esecutivo, e con gli stessi sindacati, offrendo una sponda alle componenti più ideologizzate delle organizzazioni dei lavoratori ( vedi Bordogna). In questo modo Confindustria ha perso al tempo stesso peso politico ed efficacia come gruppo di pressione, mentre aumentava la conflittualità nelle relazioni industriali.
Piccoli, ma per diventare grandi
Al contrario del suo predecessore, Luca di Montezemolo dovrebbe forse accettare l’idea di un convegno sul futuro di Confindustria. Non è affatto scontato che una struttura centrale così costosa debba continuare ad esistere e che non sia meglio devolvere la rappresentanza degli imprenditori alle associazioni territoriali e di categoria, impegnate sul fronte della contrattazione.
Se Confindustria vuole continuare a esistere dovrà cercare di valorizzare interessi generali degli imprenditori che hanno, giocoforza, orizzonti lunghi, come quelli degli investimenti.
Dovrà, ad esempio, impegnarsi nel sostenere politiche realistiche dell’immigrazione: paradossale il silenzio di viale dell’Astronomia prima sul decreto flussi, poi sulla decisione del Governo italiano di chiudere le porte in faccia ai nuovi cittadini dell’ Unione europea.
Dovrà anche cercare di superare il conflitto fra grandi e piccole imprese. Il promesso spostamento del baricentro dell’organizzazione verso quel 95 per cento degli iscritti raccolto nell’impresa minore non c’è stato nell’era D’Amato. Forse perché si sono volute esaltare le virtù del piccolo che rimane piccolo, "dell’imprenditore che ipoteca la propria casa anziché raccogliere capitale di rischio o emettere obbligazioni" nelle parole di Nicola Tognana. Mentre la rappresentanza dell’impresa minore non è esaltazione delle piccole dimensioni, bensì impegno nel garantire a queste imprese maggiori opportunità di crescere. Fra queste opportunità rientra anche un maggiore decentramento della contrattazione. Perché la centralizzazione difesa a spada tratta dalle associazioni di categoria è un freno oggettivo al decollo di una contrattazione più attenta alle esigenze di produttività e formazione delle piccole imprese. La contrattazione decentrata potrebbe anche ridare vigore a molte associazioni territoriali che, sopravvissute alle infinite riforme organizzative di questi anni (vedi Lanzalaco), rischiano comunque l’estinzione.
Un nuovo ruolo politico dell’organizzazione e al tempo stesso una migliore immagine di Confindustria presso i cittadini potrebbero essere trovati nella risoluzione dei conflitti di interessi e nella trasparenza nel governo delle imprese. Un bel segnale se Confindustria, in occasione del dibattito parlamentare sul disegno di legge governativo sul risparmio, prendesse nettamente posizione a favore di un rafforzamento dei poteri delle authority e chiedesse sanzioni più forti di fronte a infrazioni delle norme a tutela dei risparmiatori. Mostrerebbe molto più coraggio del nostro Presidente del Consiglio imprenditore (che ha chiesto di "evitare una caccia alle streghe contro gli imprenditori") e una capacità di risolvere i conflitti di interesse che non è proprio di tutti.
lavoce.info
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L'altra faccia della mezzaluna
Leggo titoli roboanti sui giornali: "Guerra al terrorismo a tolleranza
zero", "Minaccia epocale sull'Europa", "scovarli e distruggerli" ecc ecc.
Se non era per i segreti tecnici del Gsm queste erano tutte invocazioni
per aria, oggi. Tutte belle panzane della cultura dell'odio. Della guerra
infinita.
Io invece mi pongo una semplice domanda. Supponiamo che un quotidiano
europeo, magari tradotto anche in arabo, pubblichi a puntate una bella
inchiesta chiamata: "l'altra faccia della luna", magari affidandola a uno
come Giulietto Chiesa (oggi eretico e emarginato), oppure a John Pilger, o
a Greg Balast.
Questa inchiesta mette in ordine, e spiega per filo e per segno, un po'
tutto quello che abbiamo a poco a poco scoperto in questi anni. Chi è la
famiglia Bush e il suo entourage, chi sono i sauditi, la guerra
antisovietica in Afghanistan...poi il petrolio...poi Zarqawi...tutto. Con
fonti credibili, verificate, riscontri...
Alla fine l'inchiesta si chiude con un jaccuse: questi fondamentalisti
islamici sono il braccio occulto di una lobby petrolifera saudo-bushita, è
l'ipotesi fortemente propugnata e documentata. Che ha precisi obbiettivi
sul potere del mondo, quello che oggi sta portando il greggio a 40
dollari...
Il giovane arabo di media cultura legge questa inchiesta, magari su
Internet. E dice a sè stesso: se è questa la verità e mi metto con Al
Qaeda o chi per loro, altro che Corano, faccio in realtà il burattino
suicida occulto di Bush e dei signori feudali sauditi....
Quindi, a mio avviso, una delle armi migliori che potremmo avere, noi
europei, contro il terrorismo (contro quei 60mila simpatizzanti di Al
Qaeda stimati dal Mossad in Francia e Germania, per esempio) è proprio la
verità.
Ovvio, nè Bush e nemmeno Kerry useranno mai quest'arma, per ovvie ragioni.
Ma noi possiamo farlo. E dobbiamo avere il coraggio di farlo. Per
proteggere sia noi che i nostri fratelli arabi da un colossale inganno.
Questo è il vero motivo per cui sono tanto disgustato da un certo
giornalismo ufficiale...
Ciao
Beppe
www.caravita.biz
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fabbricanti di dossiers
L'aveva detto il CAPO, stratega e allenatore, che per fare un buon attacco
ci vogliono due punte. Detto e fatto.
Prima Il Giornale, con Telecom Serbia.
Adesso Libero, con l'attentato di Madrid. Sulla base delle certezze del
CAPO, adesso spuntano info riservate dei servizi, anche arabi, che spiegano
nel dettaglio la strategia e gli obbiettivi, fino ad ora raggiunti, degli
stragisti. Arabi si, ma in stretto contatto con i terrorismi locali: da ETA
alle brigate rosse, e d'accordo con certi "circoli" italiani.
Di fronte a tale messe di importanti "suggerimenti", perché il dottor Farina
non si reca dai PM di Milano, come il dottor Ambruoso da anni incaricato di
queste indagini, o direttamente dal dottor Vigna, previsto dallo stesso
ministro della giustizia come coordinatore nazionale?
Diversamente, gente come quella de Il Giornale e di Libero, proprio nel
milanese, viene bollata con un epiteto sintomatico: SPANTEGAMERDA. Che
profuma da lontano...
gianalberto
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DERBY ROMANO : LA NOTIZIA E' FALSA, L'EFFETTO E' REALE - di Riccardo Toniolo
Una falsa notizia ha portato all’interruzione del derby Roma-Lazio, ed ha scatenato episodi di violenza che, a detta di tutti, avrebbero potuto avere conseguenze molto più gravi. Il problema è che l’evento, da tutti definito animalo ed eccezionale, non lo è affatto. Eccezionale è stato solo il luogo che gli ha fatto da cornice: uno stadio pieno. E questo merita una riflessione.
Non eravamo abituati a vedere (in diretta) gli effetti di una falsa notizia sulla gente. Nel caso specifico la “bufala” era la morte di un bambino causata da una macchina della polizia.
La notizia era falsa ma, purtroppo, verosimile. Una volta diffusa ha preso vita propria, indipendentemente dal fatto che avrebbe dovuto originarla, ed autonomamente ha generato conseguenze. Questo accade, di regola, per tutte le notizie.
Altra “regola” della comunicazione confermata all’Olimpico è che le smentite contano molto meno delle notizie stesse. Infatti una notizia diffusa col passaparola, ha avuto ragione di varie smentite al microfono dello stadio. La partita è stata interrotta per ragioni di sicurezza,per una decisione presa da un responsabile (Galliani) che si trovava a Milano. Va anche aggiunta una preoccupante sfiducia nelle istituzioni, visto che la smentita era ufficiale, mentre della notizia non era nemmeno chiara la provenienza, ma tralasciamo questo aspetto ed andiamo al nocciolo del problema. Quale problema?
Mi chiedo da quanti anni stiamo vivendo dentro lo stadio olimpico di Roma. Quante delle notizie che ci vengano date siano in realtà false, e che conseguenze potrebbe avere tutto questo sul nostro presente e sul nostro avvenire…e mi spavento. Quante volte agiamo in un determinato modo solo perché riceviamo delle notizie false? Tantissime, credo.
Un esempio? La notizia falsa, ma verosimile, che Saddam Hussein avesse armi di distruzione di massa in grado di colpirci in 40 minuti era falsa. Lo hanno ammesso tutti, anche chi l’aveva diffusa; eppure, sulla scia dell’onda emotiva creata da quella notizia (ed altre simili) è stato aggredito un paese. Adesso ci occupiamo solo di come eventualmente gestire il ritiro delle nostre truppe, di come coinvolgere l’Onu, di che condizioni imporre e così via. Bisogna gestire la situazione attuale, e non “rimuginare” sul passato, sul fatto se sia stato giusto o meno attaccare Saddam (Saddam, non l’Iraq nelle notizie, l’Iraq non Saddam nei fatti).
Adesso la situazione è questa, che si fa “ora”?
Questo è l’argomento di cui si discute, per processare e condannare chi ha deliberatamente mentito ci sarà tempo, casomai (credo mai).
Allo stesso modo il prefetto ed il questore di Roma hanno (giustamente) dichiarato che una volta che era stata decisa la sospensione della gara si sono concentrati solo sul deflusso del pubblico, in modo da prevenire ulteriori incidenti. La ricerca di chi ha diffuso la falsa notizia (e perché) può essere rinviata. Le due situazioni si assomigliano, ed assomigliano a mille altre. Non dobbiamo ignorarlo. Dobbiamo invece prender atto di quanto siano diventate importanti le notizie e di occuparsi seriamente della loro gestione, di realizzare una democrazia nell’utilizzo dei mezzi di comunicazione di massa, per avere una democrazia di fatto nella nostra società.
megachip.info
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CONSIDERAZIONI CRITICHE SU ALCUNI FATTI
Disubbidienti e oppressori. Scusatemi se rompo l'idillio -o se rompo in generale. È necessario ricordare un’evidenza ai pacifisti disubbidenti che aggrediscono personalità della sinistra moderata e a tutti quelli che dicono che l’aggredito “paga l’ambiguità della sua politica sull’Iraq”: l’intolleranza verso i moderati della propria parte politica è storicamente –e immancabilmente- tipico dei seguaci di un pensiero totalitario. Lo facevano i fascisti, lo facevano gli stalinisti, in questo ambito c’è, morfologicamente, un’assoluta par conditio.
(Al di là della deprecabilità della politica estera di Bush, che mi sento costretto a ribadire per evitare equivoci) non è forse un caso che i Totalitari che si nascondono dietro le bandiere pacifiste manifestino un’aperta simpatia per i fanatici religiosi che in Iraq combattono gli occupanti mediante stragi di civili inermi; coloro che agiscono contro gli odiati occupanti sono facilmente scambiati combattenti per la libertà, ma in realtà essi sono ideologicamente oppressori, oppressori delle donne, oppressori delle minoranze linguistiche e religiose.
Guerra intestina contro l’avversario. Questo astruso concetto mi torna in mente spesso negli ultimi giorni. Mi chiedo se non stiamo vivendo una fase storica di guerre culturali intestine dislocate: l’Occidente che combatte in Iraq e “intorno” all’Iraq la parte migliore della cultura occidentale (vedi anche sopra per alcuni sviluppi trasversali) e i fanatici musulmani che, per mezzo del terrorismo, fanno lo stesso con l’Islam.
scritto da PaoloGalloni bloggerscontroguerra.splinder.it/
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la versione dei disobbedienti sulle contestazioni a
Fassino:
ROMA, 21 MAR - Nessuna responsabilita' nei tafferugli con la delegazione Ds
ma piuttosto rivendicazione delle contestazioni ''a viso aperto'' al
segretario della Quercia Piero Fassino. Cosi' i Disobbedienti respingono le
accuse di aver organizzato la 'cacciata' di Fassino dal corteo. ''Noi
abbiamo organizzato una cosa sola - ha detto il portavoce del movimento
Anubi D'Avossa Lussurgiu - la partecipazione al corteo secondo gli accordi
presi: per questo, quando si e' paventato l'ingresso di spezzoni non
previsti davanti al nostro, compreso quello dei Ds, abbiamo semplicemente
fatto scorrere il corteo secondo l'ordine previsto. E non vi e' stato alcun
incidente''. Rivendicano pero' le contestazioni: ''Che Fassino fosse
contestato, era ampiamente prevedibile e previsto: questo per le scelte
politiche del segretario Ds, in contrasto con la piattaforma della
manifestazione''. Nessuno pero', aggiungono i Disobbedienti, puo' attribuire
alle dichiarazioni dei giorni precedenti la 'cacciata' dei Ds. ''Noi siamo
abituati a contestare a viso aperto e non a cacciare qualcuno che non ci
abbia aggredito. Questo casomai lo fanno le forze dell' ordine''. I
Disobbedienti, conclude Lussurgiu, dunque, non hanno ''organizzato alcunche'
a piazza dell' Esquilino. Le contestazioni non sono state organizzate 'ad
arte' e si sbaglia Guglielmo Epifani. Noi non abbiamo nulla da chiarire, se
non che ci bastano le parole per contestare le posizioni assunte dalla
maggioranza Ds''.
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Nemici a sinistra
di Sandra Bonsanti
Nel fare la cronaca delle molte manifestazioni di sabato contro la guerra i grandi giornali internazionali non hanno dato notizia di episodi quali la violenta contestazione subita a Roma da Piero Fassino. In altre parole, non trovo traccia della presenza, nei cortei in giro per il mondo, di nuclei di “pacifisti” estremisti preoccupati di allontanare dai cortei altri individui nettamente contrari alla guerra e da sempre impegnati in una politica di pace. I casi sono due. Primo: altrove non esistono, all’interno dell’immenso universo degli oppositori alla guerra di Bush, toni diversi, ipotesi differenti riguardo al ritiro degli eserciti (subito o il 30 giugno). Insomma, sono tutti d’accordo su tutto, punto e basta. Secondo: altrove tali diversità sono sopportate in nome della più importante comune mobilitazione contro la guerra, sono comunque meno strumentalizzate a fini di politica interna, cioè, sostanzialmente, di concorrenza elettorale. Siccome il primo caso mi pare altamente improbabile (forse non tutti quelli che hanno sfilato a New York erano perfettamente convinti dell’accostamento fra Bush e Bin Laden fatto da alcuni), evidentemente è ancora la situazione italiana a creare scandalo, nel senso che da noi c’è sempre qualcosa di strumentale che viene a turbare le feste. Si dice: era previsto, Fassino era stato avvertito. Proprio per questo vien fatto di dire: quanti nemici a sinistra… se non fosse che forse gli squadristi di cui si parla sono pochissimo di sinistra, cioè di una sinistra seria e responsabile che domani potrebbe governare l’Italia. Già, ma il comunicato dei Ds va ben oltre le accuse ai nuclei che hanno attaccato, e coinvolge una parte notevole dello schieramento di opposizione: Verdi e comunisti italiani, tanto per cominciare, che in qualche modo avrebbero ispirato e tollerato l’attacco al segretario. E allora vien fatto di chiedersi: ma il vero problema di sabato scorso a Roma sono stati gli squadristi, oppure il confermarsi di questa immagine di una sinistra divisa e nemica, incapace di cogliere le difficoltà e le contraddizioni della destra al governo e di farne un patrimonio per il futuro. Confesso di non avere una risposta. Sono indignata per chi ha rovinato (o ha tentato di rovinare) una grande giornata con striscioni inneggianti alla resistenza irachena e parole poco non violente (“I morti occidentali. Chi la fa la aspetti”), per l’assenza di condanna di tali slogan, per l’odio insopportabile con il quale si è costretto Fassino a uscire dal corteo. Ma sono anche colpita dalla violenza esplosa tra forze della sinistra, dalla conferma dell’esistenza di rancori e insofferenze tanto pesanti. Questi rancori pongono una grave ipoteca sulle campagne elettorali previste nei prossimi tempi e sul loro esito, rischiando di regalare per chissà quanto il nostro Paese alla palude della destra anomala di Silvio Berlusconi.
libertaegiustizia.it
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E la Rai taglia la trasmissione sulla sanità
Come Santoro, Biagi, De Bortoli. Solo che stavolta non c’è nulla di politico, anzi: Unomattina weekend, in onda per più di tre ore sabato e domenica fino alle 10, è un concentrato di suggerimenti utili, di notizie dal mondo scientifico, di servizi completi su argomenti dall’infarto al tumore al seno con tutti i sistemi di prevenzione e diagnosi precoce. Niente da fare: fino a fine maggio si va avanti, ma nel palinsesto che sta prendendo forma per settembre della trasmissione sulla salute per eccellenza, di un contenitore quasi monotematico su un argomento cruciale come la medicina, non c’è traccia. Eppure i risultati in termini di pubblico sono ottimi: con punte del 30% di share ha la leadership nella sua fascia oraria, con una media di 1,3 milioni di spettatori che per un programma che comincia alle 6,45 il fine settimana non è male. Le interviste, i servizi e gli approfondimenti sulla salute sono condotti da Livia Azzariti, con una professionalità doppia visto che oltre che giornalista di provata esperienza è anche un medico attualmente in servizio. Non c’è solo medicina: il programma è inframmezzato dai dibattiti giornalistici di Franco di Mare, dallo sportello di difesa dei consumatori contro le frodi alimentari di Antonio Lubrano, dai consigli per il benessere e la casa di Sonia Grey. L’elemento caratterizzante resta il rigore scientifico: i medici che intervengono sono sempre professori del massimo livello nelle rispettive specializzazioni, i consigli sono elargiti sempre con tutte le attenzioni e la misura, il linguaggio è volutamente piano e pedagogico. Ma una Rai che insegna qualcosa evidentemente non serve più. (e.occ.)
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Affari & Finanza
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bush default italia germania mondo nano obama primarie prodi soru ulivo velletri veltroni zapateroclass="linkmenu">19:39 | commenti
Il piano del nuovo leader spagnolo sulla gestione del dopoguerra e il trasferimento dei poteri all´Onu
"Iraq, ecco cosa cambiare" le condizioni di Zapatero
onu e lega araba L´unico tipo di occupazione razionale è sotto la direzione politica dell´Onu con forze multinazionali a cui partecipino molti paesi guidati dalla Lega araba
l´intelligence Necessario un vertice europeo per la strategia contro il terrorismo Tra i servizi segreti deve esserci molta più collaborazione
l´informazione La democrazia si regge solo con un´informazione veritiera: propongo un cambiamento fondato sulla trasparenza
JESUS CEBERIO
MADRID - Alcuni giorni dopo il trionfo elettorale non è cambiato nulla nell´ufficio di José Luis Rodríguez Zapatero, nella sede del Psoe a Madrid. Nulla, se non le facce dei suoi collaboratori, che trasudano soddisfazione. Il leader socialista, 43 anni, mantiene lo stesso tono misurato di sempre e le stesse convinzioni. Le sue parole acquistano il sapore della responsabilità di chi, per i prossimi quattro anni, dovrà governare la Spagna.
Qualcuno ha lanciato la teoria che il risultato elettorale significa che questo paese si è messo in ginocchio di fronte al terrorismo di Al Qaeda. È così?
«La sorpresa per la sconfitta del Partito popolare ha spinto alcune persone a esprimere opinioni inesatte, che credo vadano superate immediatamente. Il risultato elettorale è stato una sorpresa per molte persone e alcuni ancora lo devono accettare. Ci vuole un periodo di digestione e di riflessione. Vorrei chiedere di non fare interpretazioni che non hanno niente a che vedere con la natura di un processo elettorale democratico, dove ogni cittadino sa benissimo per cosa vota. Nessun cittadino si lascia distorcere o manipolare, è questa la grandezza della democrazia. Chi perde deve compiere un´analisi serena delle cause del risultato e una riflessione autocritica, e spero che sia questo quello che avverrà».
In ogni caso, l´11 marzo e il 14 marzo hanno fatto di questo paese una notizia da prima pagina, una notizia di apertura dei telegiornali di tutto il mondo. Al tempo stesso, si è aperto un dibattito in Europa e negli Stati Uniti sui metodi per combattere il terrorismo globale che tanto crudelmente ci ha colpiti l´11 marzo.
«In primo luogo, vorrei mettere in chiaro che il fatto che la Spagna sia sulle prime pagine dei mezzi di comunicazione e che attiri l´attenzione dell´opinione pubblica mondiale si deve ai cittadini spagnoli, non a Zapatero né al Psoe. E questo è molto importante, perché presuppone una ripresa dell´idea centrale che bisogna governare rispettando i cittadini, ascoltando i cittadini. In secondo luogo, la lotta contro il terrorismo deve basarsi su principi molto chiari: grande cooperazione e unità politica, e utilizzo degli strumenti dello stato di diritto, della legalità internazionale, tanto nell´ambito dell´Unione Europea che delle Nazioni Unite. Credo che sarebbe utile tenere un apposito vertice europeo per la sicurezza e la strategia della lotta contro il terrorismo».
Quale deve essere la risposta operativa?
«La risposta migliore è una comunità mondiale dei servizi segreti. Deve esserci molta più cooperazione tra i servizi di intelligence. E, senza alcun dubbio, dobbiamo ridurre al massimo i focolai del fanatismo e della violenza. Questo significa che è politicamente imprescindibile, all´interno della strategia generale di sicurezza mondiale, risolvere il problema tra Israele e Palestina, e abbiamo già perso troppi anni senza giungere a risultati. Il terrorismo non si vince, non si sconfigge con le guerre. La guerra è l´ultima risorsa e, in ogni caso, è solo uno strumento di contesa fra paesi, ma non può mai essere un mezzo efficace per ridurre o combattere gruppi fanatici, gruppi radicali, gruppi criminali. È piuttosto un fattore che può provocare, come dissi a suo tempo in Parlamento quando mi opposi alla guerra in Iraq, più odio, più fanatismo, più rischi di violenza».
Cosa comporta per la lotta contro il terrorismo la sua promessa di ritirare le truppe spagnole dall´Iraq?
«La guerra in Iraq è stata un grande errore. Non vi erano ragioni, è stata fatta senza il consenso internazionale, e l´occupazione, la gestione dell´occupazione, è stata un disastro. Non si è voluto lasciare che fossero le Nazioni Unite a gestire il problema delle armi di distruzione di massa irachene. Non si è voluto lasciare alle Nazioni Unite la gestione dell´occupazione e l´unico tipo di occupazione razionale è un´occupazione sotto la direzione politica dell´Onu, con forze armate multinazionali che vedano la partecipazione di molti paesi arabi guidati dalla Lega Araba. Non si è fatto nulla di tutto ciò e il risultato è una grande insicurezza in Iraq. C´è stato quasi lo stesso numero di morti che durante la guerra, e la posizione del governo che presiederò una volta ricevuta l´investitura è molto chiara: o ci sarà un cambiamento radicale, di fondo, della strategia in Iraq, guidato dalle Nazioni Unite e con un cambiamento del comando delle forze occupanti in una prospettiva nuova, o le truppe torneranno a casa. È necessario, inoltre, aprire un grande dibattito internazionale su come si deve procedere, perché non torni mai a ripetersi un intervento militare come quello in Iraq».
C´è la possibilità che le Nazioni Unite prendano le redini della situazione in Iraq prima del 30 giugno?
«La mia impressione è che questa possibilità ci sia».
Come interpreta quel «non deluderci» che le è stato gridato dalla folla dopo la vittoria elettorale?
«La verità è che è uno degli slogan che in questi giorni, passate le elezioni, mi sono rimasti maggiormente impressi, insieme alla visita che ho fatto a due ospedali dove sono ancora ricoverati molti feriti degli attentati. Sono stati momenti emozionanti e i messaggi che mi hanno trasmesso i familiari di questi feriti erano di un´intensità enorme. Il "non deluderci" lo interpreto in questo modo: la gente vuole politici che dicano la verità, politici che abbiano un atteggiamento normale. È questo il messaggio. Per me, il più importante».
L´Europa ha cominciato a muoversi dopo la sua vittoria elettorale. La Spagna accetterà la formula della doppia maggioranza per sbloccare la Costituzione europea?
«La Spagna aprirà un processo di dialogo, perché c´è una circostanza nuova in Europa e voglio essere molto prudente e non anticipare quali saranno i nostri obbiettivi e la nostra strategia. Prima di tutto perché è in programma un consiglio europeo a cui parteciperà il governo attualmente in carica. Spero che verremo consultati al riguardo. Secondo, perché è evidente che prima di pronunciarmi pubblicamente voglio avere un colloquio con il presidente dell´Unione Europea - il primo ministro irlandese - e con Francia e Germania».
Pensa che il governo abbia gestito male l´informazione rispetto agli eventi dell´11 marzo?
«Diciamo che è evidente che l´informazione non è stata impeccabile. Ma piuttosto che criticare questa cosa penso che sia importante vederla come una lezione utile per tutti. Le società democratiche si reggono solamente con un´informazione veritiera. E il governo è il primo a dover dare un´informazione continua e trasparente. I mezzi di comunicazione privati possono avere il loro orientamento, ma un´istituzione pubblica no. Il cambiamento che propongo è fondato sul dialogo e la trasparenza. Questa sarà la norma di comportamento del governo. Quello che fino ad ora è stato fatto male mi servirà non per criticare, ma per evitare di commettere gli stessi errori».
(Copyright El Paìs - la Repubblica. Traduzione di Fabio Galimberti)
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