ulivo velletri


aprile 30 2004

Sondaggio fra Iracheni: le truppe USA vadano via di Rico Guillermo Solo un terzo del popolo iracheno oggi crede che l'occupazione a guida americana del suo Paese stia facendo piu' bene che male, ed una solida maggioranza sostiene un immediata evacuazione dei militari stranieri. Lo rileva un nuovo sondaggio Usa Today-CNN-Gallup che ha preso a campione circa 3500 Iracheni di ogni gruppo etnico e religioso. Si tratta del sondaggio piu' vasto effettuato in Iraq dalla caduta di Saddam. Il sondaggio mostra che la meta' del campione e' convinto di star meglio dopo la caduta di Saddam e la maggioranza afferma che oggi c'e' maggior liberta' di parola e di lavoro. Ma, mentre parlano dei benefici ottenuti dopo la caduta di Saddam un anno fa, gli Iracheni non vogliono vedere piu' a lungo la presenza militare a guida USA nel Paese. Richiesti se considerassero la coalizione come "liberatori" o "occupanti" , il 71% si e' espresso per la seconda scelta. Questo dato cresce all'81% se non si include la minoranza separatista Curda pro-USA (il 13% del campione). La caratterizzazione negativa del dato e' piu' alta fra i Musulmani sciiti che furono oppressi per decenni da Saddam che fra i Sunniti, che non subirono persecuzioni dal dittatore. Il 53% degli intervistati afferma che potrebbero sentirsi meno sicuri senza la coalizione, ma il 57% dice che le truppe straniere devono andarsene, anche se la maggioranza condanna gli atti di terrorismo indiscriminato contro gli edifici della coalizione. Queste risposte sono state date mentre imperversa la battaglia a Falluja e Najaf fra forze USA e guerriglieri. L'amministrazione Bush afferma che la crescente resistenza, che ha ucciso 115 Americani questo mese, e' opera di cellule isolate del passato regime o guidate da religiosi fanatici, ma il sondaggio dimostra che i cittadini iracheni condividono la volonta' di cacciare gli USA dall'Iraq. Le persone intervistate a Baghdad hanno detto che gli Iracheni non hanno piu' pazienza con le pretese degli Stati Uniti che vogliono distruggere la resistenza irachena e ricostruire l'Iraq e lamentano una graduale riduzione dei diritti. Un manager iracheno intervistato questa settimana a Baghdad ha detto: "Sono grato che essi abbiano mandato via Saddam Hussein, ma il lavoro e' fatto. Molte grazie, ci vediamo poi". Cio' che gli Iracheni non sopportano sono le truppe USA, il simbolo piu' vistoso di una occupazione che essi vedono come forzata, pericolosa e non rispettosa per il popolo, la religione e le tradizioni. Due terzi degli intervistati ritiene che la coalizione a guida USA non faccia attenzione per evitare di uccidere civili indifesi durante gli scontri a fuoco ed il 58% dice che i soldati si comportano male o molto male, mentre il 60% pensa che essi mostrino disprezzo per il popolo iracheno quando perquisicono le case. Infine un 42% nota mancanza di rispetto verso le moschee, mentre il 46% verso le donne irachene. Solo l'11% dice che le forze di coalizione hanno ripristinato alcuni servizi come acqua potabile ed elettricita'. Il dipartimento della difesa, richiesto dai promotori del sondaggio, ha detto di non volerlo commentare. In una nota ha affermato pero' che il sondaggio mostra che gli Iracheni dicono che la loro vita e' migliorata e che vi e' maggiore liberta' in Iraq. La percentuale di coloro che hanno acconsentito a farsi intervistare e' stata del 98%, segno che volevano far sentire il proprio parere. Di questi solo il 7% ha avuto esperienza diretta con i luoghi della battaglia, dato che gli Iracheni sono 25 milioni sparsi su un territorio molto vasto. Tuttavia vi e' stato un sensibile calo di consensi per le forze della coalizione rispetto ad un sondaggio precedente, di piu' modeste proporzioni ma condotto con criteri analoghi. by www.osservatoriosullalegalita.org

VENTICINQUE NOMI DA BRUCIARE da L’Unita’ di Antonio Padellaro La gogna di “Libero”: 25 foto di personaggi dell’opposizione, come Bersani, Scalfaro, Veltroni, Angius, Diliberto, Bertinotti, Di Pietro, Gino Strada, padre Zanotelli. Venticinque uomini della politica e del volontariato, deputati, medici e preti sbattuti come mostri in prima pagina. Sotto il titolo: «Quelli che obbediscono ai terroristi ». Venticinque facce da disprezzare e odiare, perché sono quelli che «cedono al ricatto». Venticinque facce da tenere a mente, perché sono quelli che «mettono cappello sul corteo chiesto dai rapitori»; quelli che «piegano la testa, alzano i colori dell’Arcobaleno e muovono i passi al ritmo degli aguzzini». Ovvero: come fomentare la guerra civile nel paese dei pagliacci. Facciamo un passo indietro. Siamo la patria del burlesco divertito e bieco, delle maschere balorde e sanguinarie, dei pulcinella capaci di minacciare stragi e sventramenti per poi placarsi davanti a un piatto fumante di maccheroni. Tipi simili frequentano quella cattiva commedia dell’arte che è la Lega. Prendiamo Calderoli, numero due, dicono, di Bossi (ma Bossi non può confermare). È il vicepresidente del Senato, un’autorità. Persona dai modi gentili e dimite aspetto. Sembra di vederlo in qualche natìo borgo lombardo che trastulla i nipotini e vernicia il cancello del giardino. Poi comincia l’intervista televisiva e Calderoli si affaccia sull’abisso. Cittadini con la pistola sotto il cuscino per sparare ai tagliagole che premono alla porta. Immigrati appostati nel buio per stuprare le nostre donne. Terroristi ovunque, da schiacciare anche a costo di radere al suolo tutto l’Iraq. A ogni pacata obiezione il numero due trasfigurato sbarra gli occhi e si aggrappa sgomento ai braccioli della sedia. Ma come si fa a non capire, mormora, che l’orrore è intorno a noi? E poi, basta con il buonismo criminale di certa sinistra. Fine della trasmissione e Calderoli torna quello di partenza. Chiede come è andata. Sorride. Augura un buon fine settimana. Speriamo che ci sia il sole. Eh, speriamo... Conosciamo già la favola del leghismo furbo e bertoldesco, degli sparafucile dal cuore d’oro, dei pittoreschi abitatori delle valli solo chiacchiere da bar e camicia verde. Se non fosse che poi le chiacchiere da bar, soprattutto le più deliranti e oscene hanno prodotto un convincimento. Che poi quel convincimento si è fatto politica. Che poi quella politica è andata al governo. Che poi quel governo, sottomesso a quella politica e a quel convincimento procede alla distruzione dell’unità nazionale. Basti pensare alla Padania, che non è neppure un’espressione geografica: da invenzione etilica dalle trattorie bergamasche, sta per farsi stato. Ricordate? «Fuori i neri», sembrava soltanto un insulto razzista. È diventato il programma del sindaco di Treviso Gentilini, la sua ossessiva cura quotidiana. I movimenti creano una politica. La stampa favorisce un clima. La gogna di «Libero» è, a suo modo, un genere giornalistico con un certo seguito. Si fa un elenco di personaggi invisi alla destra. Si mette loro un collare di ferro: nel caso in questione l’accusa di codardia e diserzione davanti al nemico. Si espongono alla berlina mediatica. Un gioco che punta all’annientamento morale dell’avversario. Gli autori un po’ ne sono divertiti, un po’ mettono le mani avanti. Spiegano che le venticinque foto in bacheca non sono, ci mancherebbe altro, «l’illustrazione di una colpa o un invito alla pubblica riprovazione». Tanto che «chi vuole può perfino baciarle». Strano che nella triste esposizione manchino le foto del Papa e della signora Franca Ciampi, in prima fila nel chiedere ai sequestratori la libertà per gli ostaggi. Mentre Giovanni Paolo II rivolge la sua supplica alla Falange Verde di Maometto, quelli di «Libero» mostrano la gogna e ci sghignazzano su. Si rendono conto di quello che fanno? È dal ‘45 che gli italiani hanno smesso di spararsi addosso. Malgrado le contrapposizioni ideologiche anche durissime, la nazione ha saputo superare le prove più difficili, dall’attentato a Togliatti all’assassinio di Moro, in un sostanziale clima di civiltà. Neppure la situazione in Iraq è stata mai fonte di particolari spaccature. Non è mai accaduto che ai giganteschi cortei a favore della pace si siano contrapposti giganteschi, o meno giganteschi, cortei a favore della guerra. Anzi, di manifestazioni a sostegno di Bush non se ne ricordano proprio. Certo, è successo che nei cortei si infiltrassero frange di violenti, ma poche decine o centinaia di intolleranti hanno rappresentato una goccia nel popolo della pace. Ma se imotivi di spaccatura e di odio politico non ci sono, allora bisogna crearli. Si sceglie la variabile impazzita della guerra: il terrorismo. Si fa un’operazione linguistica. Sono terroristi tutti quelli che in Iraq sparano contro le truppe d’occupazione. Guai a chiamarli resistenti, ribelli o guerriglieri. Chi si azzarda a farlo, come Lilli Gruber durante un famoso «Porta a Porta», viene duramente ripresa dal ministro di turno. Poi una banda di sequestratori (resistenti, terroristi o tutte e due le cose) sequestra quattro italiani, in Iraq non si sa ancora a fare cosa. Ne uccide uno. Quindi, subordina la liberazione degli altri tre allo svolgimento di manifestazioni contro la guerra. C’è chi considera la cosa un ricatto, e chi no. Ognuno fa quello che ritiene più giusto. Nessuna contrapposizione. Nessuna guerra di religione. Eppure si vuole lo stesso scavare un fossato nel paese. A tutti i costi. Bisogna dimostrare che in Italia, nell’opposizione, nella sinistra esistono i complici degli assassini di Quattrocchi, dei terroristi. Gli avvelenatori si mettono all’opera, ma non c’è verso: perfino le presunte informative dei servizi non combaciano con le facce dei leader della sinistra, dei preti della pace, dei medici senza frontiere. Esiste un pista: sembra che i rapitori vogliono consegnare i tre nelle mani di militanti di un gruppo chiamato Campo Antimperialista. Anche se fosse, difficile collegarli a Bersani, Scalfaro e Di Pietro. Vorrà dire che la lista si fa a tavolino. Ci pensa «Libero», giornale esperto del ramo. Ed ecco i venticinque nomi con le venticinque foto di quelli che «obbediscono ai terroristi». A futura memoria. Semmai qui da noi dovesse accadere qualcosa di spiacevole, gli italiani sapranno chi andare a cercare.

Darwin, emozionante addio del pubblico nell’ultima amichevole Ormai invischiata nella battaglia per evitare la retrocessione, la scuola italiana si concede una amichevole di lusso per salutare l’attempato campione. Colui che scoprì che tutti avevamo il codino prensile, commosso, si è esibito in campo nelle sue celebri evoluzioni. GENOVA – Charles Darwin, classe 1809, saluta la maglia azzurra al 41’ del secondo tempo di una partita grigia come il futuro della scuola italiana. Ormai all’ultimo stadio, infatti, il CT Letizia Moratti ha organizzato una amichevole per stabilire la rosa degli autori con i quali affrontare la sfida con gli agguerriti under 15. La sfida con una selezione della nazionale maghi e cartomanti si è però trasformata in una passerella per il grande vecchio, Charles Darwin, che ha dato l’addio ai banchi di scuola osannato dal pubblico festante. La partita in sé è stata grigia e noiosa, soltanto il vecchio Charlie continuava ad illuminare razionalmente il gioco, mentre il resto della squadra, ormai vetusta e attempata, non reggeva allo scontro con le giovani forze avversarie. Fra i peggiori in campo l’anziano attaccante Albert "Bobo" Einstein: ormai si muove relativamente più lentamente della luce, e si distrae continuamente dal gioco per fare le linguacce alla telecamera. Assente Alessandro "Pinturicchio" Volta, che dovrebbe dare energia alla manovra, ma ha ormai le pile scariche, ma non incanta nemmeno la stella di Leonardo Da Vinci: le sue classiche invenzioni a centrocampo ormai sono state superate dale nuove tecnologie. Sulla tre quarti, il vecchio Pitagora non riesce più a chiudere le triangolazioni, mentre Isaac Newton continua a far melina cincischiando. La scuola italiana è risultata scoperta anche sulle fasce: Galileo Galilei dovrebbe oscillare regolarmente, ma si incanta spesso ad osservare le stelle, mentre Guglielmo Marconi non riesce più a tenere in contatto la difesa col centrocampo. Insomma, una squadra da rifondare, anche secondo il CT, che ha invece individuato nella compagine avversaria dei giovani interessanti. “Quel Nostradamus, ad esempio, potrebbe benissimo coprire da solo tutta la difesa, mentre il dottor Bach, coi suoi celeberrimi fiori, sarebbe il fantasista che ci manca. Purtoppo, però”, ha aggiunto con rammarico, “non abbiamo fondi a sufficienza neanche per comprare un computer per scrivania: per questo la nostra riforma rimarrà sulla carta”. giuda.it

cittadini di un paese PARTLY FREE in italia c’è uno dei più grandi conflitti di interessi del mondo. berlusconi controlla le tre principali televisioni private, un giornale e una porzione rilevante del mercato pubblicitario. e intanto crescono le pressioni politiche sui mezzi d’informazione... così l'unità racconta il rapporto più recente di freedom house, organizzazione americana fondata da eleanor roosvelt che si incarica di monitorare lo stato di salute della libertà d'informazione nel mondo. così, dalle pagine di the world news veniamo a sapere che nell'ultimo anno i paesi in cui la libertà d'informazione ha subito gravi danni sono la bolivia, la russia e l'italia. secondo la classifica compilata da freedom house, i paesi nel mondo sono catalogati come: FREE (dove la stampa è libera), PARTLY FREE (dove la stampa è libera solo in parte, quindi in pericolo), NOT FREE (dove la libertà di stampa non c'è). grazie all'insuperabile cavaliere silvio b., nostro governatore supremo, l'italia da quest'anno precipita nella categoria PARTLY FREE (il file .pdf con la classifica totale è qui). siamo PARTLY FREE, parzialmente liberi, come la croazia, come la serbia, come la bosnia, la macedonia, ma anche come l'albania, la romania, la turchia, e come il pakistan, per capirci meglio. siamo PARTLY FREE, un paese con la libertà dimezzata, mezzi schiavi, mezzi zitti. e ci converrà aver cura di questa libertà parziale e mutilata, ché un giorno potremmo dover raccontare ai nostri nipotini di quant'era dura quando c'era lui.tomatorepublic.antville.org

Bush passa il test più duro, ma i sondaggi sono allarmanti Tre ore. Tanto è durato l'incontro tra i dieci membri della Commissione 11 settembre e la coppia presidenziale, George Bush e Dick Cheney. Tutti nello studio ovale, Bush e Cheney vicino al caminetto e i commissari di fronte, a dividersi i posti sui divani. Niente testimoni (a eccezione dei consiglieri legali della Casa Bianca e di un funzionario incaricato dalla Commissione di prendere appunti non stenografici), niente registratori né telecamere né, appunto, stenografi. E niente giuramento prima che la discussione avesse inizio. Perché quella di ieri non è stata una deposizione, ma - per usare la definizione della Casa Bianca - un colloquio. Colloquio a cui Bush, al termine, ha detto di essere stato molto felice di partecipare. Il Presidente aveva posto la presenza di Dick Cheney come conditio sine qua non prima di acconsentire al colloquio. Una decisione definita «ridicola» dall'editoriale del New York Times di ieri, e criticata da molti come la dimostrazione della scarsa autonomia del Presidente. La Casa Bianca tuttavia non ha voluto recedere: forse per timore che Bush cadesse in contraddizione, forse per evidenziare l'eccezionalità dell'evento... difficile dirlo con certezza. Bush però si è presentato da solo al cospetto dei giornalisti alla fine delle tre ore: una breve conferenza stampa il cui unico scopo era quello di mostrare in televisione il volto di un Presidente sereno, fiero di aver risposto «a tutte le domande che mi sono state poste». Sul merito del colloquio, infatti, non ha detto assolutamente nulla, a eccezione di un dettaglio - anch'esso a esclusivo uso e consumo della macchina pubblicitaria - relativo al fatto che «abbiamo parlato molto di quel che dobbiamo fare di qui in avanti per proteggere il nostro paese»: un tentativo abbastanza esplicito di cancellare dalle menti l'idea che la Commissione volesse indagare su quel che Bush fatto o non ha fatto prima dell'11 settembre. E nulla, almeno per ora, hanno detto i dieci che lo hanno interrogato, dai quali è uscito solo uno stringatissimo comunicato in cui si riconosce che Bush e Cheney sono stati «di grande aiuto». Se non ci saranno improvvise (ma sempre possibili) fughe di notizie, qualcosa di più si saprà solo a fine luglio, quando la Commissione emetterà il suo rapporto finale. Al termine di un appuntamento temutissimo, e che lo staff del Presidente aveva preparato con la massima cura, Bush è apparso sollevato. Ma quella che volge al termine non è certo stata un settimana semplice: dall'economia, che va solo benino, all'Iraq, che va malissimo. E Bush ora deve stare attento alle indicazioni che arrivano dai sondaggi. L'ultima rivelazione condotta da New York Times e Cbs segnala infatti come l'approvazione della guerra in Iraq - uno dei pochi temi su cui il barometro dell'opinione pubblica ha sempre segnalato bel tempo - stia rapidamente precipitando: ormai, solo il 47% degli americani ritiene che gli Stati Uniti abbiano fatto la scelta giusta attaccando il regime di Saddam Hussein, mentre appena un mese fa l'opinione era condivisa dal 58 per cento degli intervistati e a dicembre (subito dopo la cattura del raiss) addirittura dal 63 per cento. Il dato contiene tuttavia almeno due paradossi. Il primo è che mentre crolla il consenso verso la guerra in Iraq resta abbastanza alto quello sul modo in cui il Presidente sta conducendo la guerra al terrorismo (il 60 per cento mantiene un giudizio complessivamente positivo). Il secondo è che il declino di Bush (l'indice generale di approvazione è sceso al 46%) non sembra premiare più di tanto il suo principale avversario in vista delle elezioni di novembre, John Kerry. Secondo il sondaggio, infatti, i due sono ancora testa a testa, sia nell'ipotesi che siano solo loro a contendersi i voti sia in quella che prevede la partecipazione di Ralph Nader. Più che il numero totale delle preferenze, dunque, a determinare il nome del prossimo Presidente sembra sarà ancora una volta il risultato di alcuni stati decisivi (Florida, Ohio, Pennsylvania, New Mexico...). ilriformista.it

GIURO DI DIRE LA FALSITÀ da L’Unita’ di Marco Travaglio Clemente Mastella e, sul Giornale, Francesco Damato, hanno trovato da eccepire sulla presenza di Stefania Ariosto alla convention della lista Di Pietro-Occhetto. Quest’ultimo ha detto che è stupefacente la polemica sulla «strana coppia» Tonino-Achille: «Fa scandalo che io stia col giudice, non che Mastella stia col ladro ». Allusione neppure tanto velata all’ingresso nell’Udeur del condannato Cirino Pomicino, in procinto di essere esportato a Bruxelles come numero due della lista mastelliana al Sud. Replica di Mastella: «Fra l’intelligenza fantasiosa di Pomicino e le virtù nascoste della signora Ariosto, preferiamo Pomicino». Risposta demenziale. Sia perché la Ariosto non è candidato, Pomicino sì; sia perché la Ariosto è incensurata, Pomicino no. Confondere una testimone che non ha mai negato l’appartenenza a un certo mondo romano, ma che ha pagato prezzi altissimi per averlo abbandonato, aiutando i giudici e gli italiani a liberarsi di una banda criminale dedicata alla compravendita della giustizia, con un signore che sgraffignava allegramente fondi neri, pubblici e privati, per ingrassare il suo potere, è tipico del manicomio organizzato in cui viviamo. E non c’è solo Mastella. Il suo ex gemello, Pierferdinando Casini, già presidente della Camera, nel settembre scorso si avventurò su un terreno analogo, mettendo sullo stesso piano Ariosto e IgorMarini, cioè un teste che dice la verità e un truffatore che racconta balle a comando e che per questo era appena finito in carcere. Casomai Mastella e Casini avessero perduto lamemoria, va ricordato che Stefania Ariosto è la donna che nel dicembre del ’95, mentre testimoniava in segreto dinanzi a Ilda Boccassini (ma Berlusconi &Co. lo avevano miracolosamente saputo), ricevette come regalo di Natale un pacco anonimo con un biglietto affettuoso («Tanti auguri, Stefania») e una strenna davvero delicata: una testa mozzata di coniglio che galleggiava nel sangue. Quando poi la notizia della sua collaborazione divenne ufficiale, nelmarzo 1996, permesi emesi la signora fu bersaglio di linciaggi pubblici e minacce private. Il forzista Piero Di Muccio la chiamava elegantemente «Pompadour »; Berlusconi «mitomane»; Biondi «esaltata »; Pisanu «boccuccia di rosa»; il Foglio e Ombretta Colli «informatrice della polizia»; Luciano De Crescenzo «donna squinternata, malata di protagonismo e del complesso di Erostrato»; Silvana Previti «serial killer e avventuriera ». La moglie di Cesare giurava che «la Ariosto non hamai messo piede al Circolo Canottieri Lazio, dunque non può aver visto nulla, e comunque è molto miope» (la Ariosto, denunciata dalla signora Previti, fu poi assolta: frequentava il circolo e ci vedeva benissimo, con gli occhiali). Il meglio lo diede Domenico Contestabile, addirittura vicepresidente del Senato: «È una mitomane - assicurò - dice di avere avuto tre figli morti ma non è vero niente». Invece era vero: Stefania Ariosto ha perduto tutti e tre i suoi figli (Alfonso, Fabio e Domizia) per una grave malattia congenita. Contestabile non ha mai chiesto scusa: è stato condannato a risarcire i danni morali alla signora, che fu costretta a portare le fotografie dei bimbi perduti al Corriere della Sera. Sgarbi e Liguori la insultavano quotidianamente. Ferrara e Jannuzzi (intimi del giudice Squillante) facevano altrettanto sul Foglio e Panorama. Ferrara allestì un montaggio «taglia e cuci» del suo interrogatorio davanti al Gip, per diffonderlo in migliaia di copie con Panorama nonostante il divieto del tribunale, e farla apparire in stato confusionale.Quanto poi la signora fosse miope e visionaria lo dimostrarono non solo le foto-ricordo del suo album, non solo le lettere affettuose con cui Previti la ringraziava per i regali, ma soprattutto le rogatorie bancarie svizzere sui passaggi diretti di milioni fra i conti esteri della Fininvest, di Previti e di Squillante. Nel frattempo le minacce e le lusinghe per indurla a ritrattare proseguivano, sempre più frequenti a mano a mano che i processi avanzavano e le sentenze si avvicinavano. Tutto inutile: la teste Omega non ritrattò, anzi confermò tutto negli infiniti interrogatori che le difese organizzavano per farla cadere in trappola. Alla fine, mentre la sua casa di Como venivano continuamente visitata damisteriosi «ladri» che devastavano tutto senza rubare nulla, ebbe una sola soddisfazione: le parole dei giudici dei processi Imi-Sir/Mondadori e Sme che la definiscono «pienamente attendibile», «del tutto sincera», «ampiamente riscontrata», ricordando gli altissimi prezzi da lei pagati. Naturalmente, nel manicomio Italia, chi deve vergognarsi non è chi ha mentito e chi ha rubato. Ma chi ha detto la verità e ha perso tutto.Quelli che hanno offeso, calunniato, vilipeso Stefania Ariosto siedono al governo e in Parlamento, dirigono giornali e pontificano ogni sera in televisione. Anche sul dovere civico di testimoniare contro il crimine. Anche sui diritti delle donne e sulle pari opportunità. In Parlamento ci sono persino condannati per falsa testimonianza che vanno fieri del loro bel pedigree e lo esibiscono in tv con il giusto orgoglio. La Ariosto, avendo compiuto semplicemente il proprio dovere, è ormai priva dei diritti più elementari. Non può nemmeno uscire di casa per partecipare a un girotondo, a un convegno, a una manifestazione, nemmeno in silenzio, senza che salti su il solito Mastella, il solito Ferrara, il solito Giornale a sputare veleno. E non sono neppure i peggiori. Peggiori sono quelli che tacciono.

MAFIA 100 milioni per un seggio Trapani Solo da un paio di settimane era diventato il segretario del Nuovo Psi di Trapani. Ora l'ex senatore Pietro Pizzo è in carcere, accusato con 35 persone di aver dato vita ad una associazione mafiosa. Contro di lui ci sono le accuse più pesanti dell'inchiesta coordinata dai pm della Dda, Massimo Russo, Gaetano Paci e Roberto Piscitello. Secondo il collaboratore di giustizia, Mariano Concetto, infatti, Pizzo versò cento milioni di vecchie lire «per fare eleggere il figlio Francesco Pizzo». L'obiettivo fallì per una manciata di voti, ma qualche tempo dopo l'attuale assessore regionale alla presidenza, Davide Costa, avrebbe usato lo stesso metodo. Cento milioni per «far vedere ai vertici del Ccd» che poteva «aspirare ad un posto da assessore». L'assessore è indagato, e alcune voci lo danno per dimissionario nelle prossime ore. L'indagine della dda di Palermo riguarda la compravendita di voti in occasione delle elezioni regionali del 2001 e per quelle comunali di Marsala. Ma punta anche alle collusioni fra boss e politici, alle estorsioni e intimidazioni effettuate nella zona del trapanese e ad un sequestro di persona. L'indagine avrebbe portato alla luce un sistema tanto articolato da costringere il sessanta per cento degli imprenditori locali a pagare il pizzo per anni, Ventidue dei trenta indagati avrebbe ammesso le oblazioni. Secondo gli inquirenti, il racket era gestito dai boss mafiosi Andrea Manciaracina e Natale Bonafede, entrambi raggiunti dai provvedimenti cautelari. Dall'operazione emerge, inoltre, come in ogni comprensorio della provincia di Trapani «vigano pretese estorsive - spiegano gli investigatori - delle varie cosche mafiose, al punto che un solo imprenditore può essere sottoposto contemporaneamente a diverse richieste di tangente da parte di più mandamenti mafiosi», solo perché ha un' attività che confina con territori sotto il controllo di famiglie diverse. «E' un fatto davvero eccezionale - ha commentato il dirigente della Mobile Giuseppe Linares - in una terra come la provincia di Trapani dove Cosa nostra impone il pizzo e nessuno denuncia». ilmanifesto.it

Crimini di guerra di Orit Shohat* 30 Apr 2004 Durante le prime due settimane del mese, l’esercito statunitense ha commesso a Falluja crimini di guerra su una scala che non ha avuto precedenti in questa guerra. Le corrispondenze sugli avvenimenti di Falluja pubblicate da relativamente pochi media riferiscono che circa 600 iracheni sono stati uccisi durante queste due settimane, fra loro circa 450 persone anziane, donne, bambini. Le immagini di bambini decapitati, le file di cadaveri di donne e le immagini scioccanti dello stadio di calcio trasformato in un cimitero provvisorio per centinaia di uccisi - tutto è stata diffuso al mondo soltanto tramite la rete tv al-Jazeera. Durante le operazioni a Falluja, secondo l’organizzazione Medici senza Frontiere, i marines degli Stati Uniti hanno occupato persino gli ospedali e hanno impedito a centinaia di feriti il trattamento medico. Cecchini tiravano dai tetti a chiunque provasse ad avvicinarsi. È stata un’operazione di rappresaglia — effettuata dai marines appoggiati dagli aerei da combattimento F-16 e dagli elicotteri d’assalto — con il nome in codice "Risoluzione vigilante". Era vendetta per l'uccisione di quattro statunitensi addetti alla sicurezza avvenuta il 31 marzo. Ma mentre l'uccisione delle guardie, di cui i corpi sono stati trascinati per le vie della città e appesi a un ponte, ha avuto larghissima copertura sui media e ha preparato i cuori e le menti alla vendetta militare, le centinaia di vittime della rappresaglia statunitense erano praticamente un segreto militare. L'unica conclusione che è emersa finora dal massacro indiscriminato di Falluja è l'espulsione di al-Jazeera dalla città. Sin dall'inizio della guerra gli statunitensi hanno perseguitato i giornalisti della rete televisiva - non perché le loro corrispondenze siano false ma perché sono virtualmente gli unici che s’impegnano nel dire la verità. L’Amministrazione Bush, in collaborazione con i media statunitensi, sta cercando di sottrarre la vista della guerra al mondo e specialmente agli elettori statunitensi. Questa settimana, per la prima volta, gli statunitensi hanno consentito la pubblicazione delle bare dei soldati morti che erano rimandati in patria. Fino a questa settimana, tali immagini erano proibite. Di conseguenza, non c’è da stupirsi se i sondaggi su Bush danno i risultati migliori che mai, sebbene il numero di statunitensi uccisi in Irak in aprile abbia raggiunto quota 115. L’occupazione dell'Irak ostacola o non piuttosto infiamma il terrorismo? Il numero di soldati morti - contrariamente al numero di vittime irachene - imporrà una riconsiderazione? È chiaro che i crimini di guerra americani non raggiungeranno la Corte internazionale di giustizia dell’Aia. Oggi, gli Stati Uniti fissano gli standard etici internazionali. Gli Usa da soli decidono chi sarà giudicato, chi è un terrorista, che cosa è resistenza legittima all'occupazione, chi è un fanatico religioso e chi è un obiettivo legittimo per l’assassinio. Così è stato stabilito che quattro bambini iracheni, che hanno riso della vista di un caduto statunitense, hanno meritato l'esecuzione sul posto. Il governo di Ariel Sharon può richiamarsi così a un'autorità più grande per spiegare le sue azioni e non ci sono limiti apparenti al suo programma di creare un nuovo ordine di sicurezza nella striscia di Gaza e in generale nei Territori. Al Governo israeliano, non attraversare la linea rossa fissata dagli Usa per i suoi amici è più importante della soluzione del conflitto con i Palestinesi. I dilemmi etici in Israele sulle uccisioni mirate devono far sorridere il Governo Usa. Dopo Falluja, i comandanti delle forze armate israeliane possono sentire più leggera la loro coscienza - e in particolare con la coscienza di chi rifiuta simili operazioni. La bomba da una tonnellata lanciata su un edificio di Gaza per assassinare Salah Shehadeh, che ha ucciso anche 14 civili, è un’inezia confrontata al numero di bombe che gli Usa hanno lanciato sulle case degli abitanti di un’affollata Falluja. E tuttavia, incidentalmente, il comandante dei marines ha specificato l’impegno massimo per evitare di danneggiare i civili. "Noi in questa azione portiamo la nostra esperienza maturata nella Seconda guerra mondiale, in Corea, in Vietnam... L’operazione di Fallugia sarà ricordata e studiata per molti anni a venire", ha detto. Che cosa può l'israeliano perplesso imparare da questo confronto cinico? Ariel Sharon può ritenersi accusato del solo "affaire" di Chatila e Sabra. Gli israeliani che amano dire "tutto il mondo è contro di noi" preferiranno parlare del diverso trattamento riservato agli Usa e a Israele riguardo, per esempio, alla distruzione dell'accampamento di profughi di Jenin compiuta da Israele. Ma chiunque abbia codici morali assoluti, piuttosto che relativi, può concludere che non dovremmo imparare dagli statunitensi - non sul consumo di cibi-spazzatura, non sul tema dei diritti dell'uomo, né in fatto di democrazia e libertà d'espressione. La differenza pratica deve essere evidente. Gli Usa sono la superpotenza che può evidentemente fare ciò che vuole e può ritirarsi dalla guerra nell'Iraq ogni volta che desidera. Israele non ha dove ritirarsi. Deve rimanere qui, a fianco dei suoi vicini, con i quali deve condividere la terra, il clima e il destino dei figli. Di conseguenza, ogni rappresaglia, ogni operazione di vendetta e omicidio che effettuiamo ha conseguenze storiche che vanno più lontane dell'assalto crudele su Falluja. L’operazione "Risoluzione Vigilante", al contrario, diverrà nient'altro che una nota a piè di pagina nella storia militare degli Usa, e forse pochi marines ne faranno argomento per un libro. Orit Shohat (* giornalista israeliano di "Hareetz") Traduzione di Gustavo Flobert per Reporter Associati Il testo originale si può eggere quì: http://www.haaretz.com/hasen/spages/421014.html redazione@reporterassociati.org

Le primarie le fa il Rotary Solimano Il Corriere della Sera ha un vizio storico: tutti quelli che ci scrivono degli editoriali prima o poi se la tirano come se vivessero al di fuori delle miserie di questo mondaccio. Perciò, dall'alto della loro personale nuvola (cirro, cumulo o strato?), discettano a trecensessanta gradi, e ce n'è per tutti. Ieri il discettatore è stato Sabino Cassese, che si è detto deluso per le candidature appena annunciate per il Parlamento Europeo. Deluso in generale, ma, come tutti quelli che stanno sulle generali, ha un suo particulare che lo fa soffrire: le candidature di Lilli Gruber e di Michele Santoro, di cui non fa neanche il nome. Il Cassese è troppo superiore alle miserie umane per fare i nomi… Vorrebbe che le candidature fossero ad un livello di competenza e di preparazione che i personaggi di fama mediatica non assicurano. Ho l'impressione che sotto sotto auspicherebbe un suo particolare tipo di primarie: le candidature le sceglie il Rotary per tutti i partiti, magari per quelli piccoli può provvedere il Lyons. Siccome c'è pure la menata delle quote rosa, mettiamo in ballo pure il Soroptimist! Io sono molto contento delle candidature Gruber e Santoro, soprattutto perché l'esperienza che hanno maturato in diversi anni è utilissima. Ad esempio, la Gruber sulla guerra ne sa certamente di più di Rutelli, e Santoro sul sociale è certamente più credibile di Petruccioli. Si dice che la Gruber conosca quattro lingue: il raffronto è con candidati che spesso hanno problemi anche con l'italiano. Il distinguere fra le professionalità secondo il sistema Cassese porterebbe a favorire i soliti noti, che vediamo il sabato sera all'Infedele: imprenditori, economisti, esperti di finanza e di banche. Generalmente fanno finta di litigare mentre nei fatti è tutto uno scambiarsi di assist: il grasso cola per tutti! Ma soprattutto, tutti questi professionisti alla Cassese, questi superesperti, per anni ed anni hanno lasciato scorrere la faccenda Parmalat (oltre a tante altre faccende) come fosse acqua fra le dita. Distrazione? Incompetenza? Qualcosa di peggio? Meglio Gruber e Santoro, allora, e con un ragionamento un po' diverso, ma che approda alla stessa conclusione di vera professionalità, meglio Marta Vincenzi e Mercedes Bresso, anche se Vattimo non è contento. ulivoselvatico.org

Parla Jacques Delors, presidente della Commissione che fece partire il processo di allargamento "La Grande Unione è nata ora la sfida è farla funzionare" un traguardo storico Ma quello che stiamo raggiungendo è comunque un risultato enorme, reso possibile dalla caduta del muro di Berlino che riaprì a quei paesi il cammino per la libertà economia e politica Abbiamo dato la priorità all´economia, discutendo punto per punto i criteri di accesso. Forse se avessimo cominciato dalla politica, ragionando insieme, oggi saremmo più uniti DAL NOSTRO CORRISPONDENTE FRANCO PAPITTO da Repubblica - 30 aprile 2004 bruxelles - «Finisce la divisione dell´Europa e parte l´Europa unificata», dice Jacques Delors. Il leader che per dieci anni fu alla testa della Commissione europea, l´uomo che rilanciò la cooperazione comunitaria, rivendica il merito di aver proposto già dal 1989 un massiccio piano di aiuti per i paesi che uscivano stremati dall´esperienza comunista. «Quel piano fu accolto», ricorda Delors, «e alla Commissione europea fu affidato il compito di coordinare i vari interventi. Si completa adesso con l´ampliamento dell´Ue il processo avviato allora. Un risultato enorme, reso possibile dalla caduta del muro di Berlino che riaprì per quei paesi il cammino della libertà». Presidente Delors, l´ampliamento sic et simpliciter dell´Ue attuale era la maniera migliore di rispondere alle attese dei Paesi dell´Est? Lei immaginò una costruzione a "cerchi concentrici", e il presidente Mitterrand un legame confederale. Nessun rammarico che le cose siano andate diversamente? «Il rammarico principale è che avremmo dovuto fare prima un´offerta politica e poi quella economica. L´idea di Confederazione proposta da Francois Mitterrand alla fine del 1989 avrebbe permesso a questi paesi di sentirsi membri dell´Europa prima ancora di aver soddisfatto le condizioni per aderire al mercato comune - utilizziamo per semplicità questa definizione - cioè un´economia di mercato aperta e il rispetto delle regole comunitarie. Credo che avremmo potuto dire a questi paesi: vi apriamo le porte dell´Unione, siete nell´Unione, vi consultiamo come membri potenziali dell´Unione. Penso che psicologicamente e politicamente sarebbe stato meglio. Avremmo preso l´abitudine di ragionare insieme di temi politici e avremmo forse costruito un comune sentire politico. Peccato, non è stato così. Ma oggi quei paesi sono fra noi, con noi e non è più tempo di rammarico. Abbiamo scelto la via di un negoziato tecnico, meticoloso, punto per punto; abbiamo talvolta suscitato incomprensioni e qualche malumore ma oggi possiamo dirci complessivamente piuttosto soddisfatti. Abbiamo fatto il contrario di quello che avremmo dovuto fare: occorreva partire dalla politica per arrivare all´economia. E invece abbiamo cominciato dall´economia e la politica un giorno verrà... forse». Sinceramente, presidente, la Ue ampliata in questo modo potrà funzionare? «Si, ma a due condizioni. La prima è che ci sia un accordo chiaro e senza riserve mentali sugli obiettivi che deve perseguire la Grande Europa. Chiamo così l´Europa dei 25 che nasce ora, e quella dei 27 e forse più che ci sarà più avanti. La seconda condizione è che si abbiano metodi di governance efficaci». Cominciamo dagli obiettivi. Quali? «E´ semplice e chiaro: bisogna fissare alla Grande Europa obiettivi che possa ragionevolmente raggiungere. Cioè uno spazio di pace e di comprensione reciproca, un quadro unitario per uno sviluppo durevole e solidale - a questo aspetto tengo molto e l´ho sempre messo al centro della mia azione politica - e la salvaguardia della diversità culturale che è una nostra caratteristica fondamentale nonchè una maniera di resistere alla banalizzazione mondiale. I paesi già impegnati in una cooperazione più stretta devono migliorare il funzionamento dell´Unione economica e monetaria, condurre azioni comuni di politica estera. Infine, coloro che hanno la volontà e la capacità di farlo devono creare uno strumento comune di difesa». Lei ripropone il "nucleo duro" che va avanti staccandosi dagli altri. Non crede che ci saranno le stesse perplessità manifestatesi in passato? «Lo si può chiamare in tanti modi. Il termine avanguardia è superato. Se nucleo duro non va, allora possiamo usare "cooperazioni rafforzate" che è già nel trattato di Nizza e nei testi della Convenzione che ha preparato la bozza di trattato costituzionale. Dov´è lo scandalo se questa possibilità è già prevista nelle regole esistenti della nostra cooperazione? I nostri Stati membri hanno già accettato il principio secondo il quale, per funzionare, il meccanismo deve avere sufficienti elementi di flessibilità altrimenti si blocca». La seconda condizione perché l´allargamento funzioni qual è? E può funzionare senza la Costituzione che ancora non si è riusciti ad approvare? «Ci vogliono istituzioni e uomini che permettano all´insieme di funzionare. Si chiami Costituzione o Trattato costituzionale, l´importante e che si prevedano istituzioni in grado di permettere tre cose semplici: preparare la decisione, adottarla, applicarla. Per far questo, in un´Europa a venticinque occorre tornare alla purezza e alla tradizione del metodo comunitario. Cioè permettere alle istituzioni comunitarie di funzionare correttamente. La Commissione sorveglia il funzionamento dell´insieme, sotto il controllo del Parlamento e della Corte di giustizia. La Commissione ha il monopolio della proposta, il Consiglio dei ministri decide nel quadro degli orientamenti generali fissati dal Consiglio europeo, cioè il vertice dei capi di Stato e di governo. Il Consiglio europeo non deve discutere di tutto ma deve indicare la direzione da seguire, come ha fatto molto bene per alcuni anni. Sulle indicazioni dei capi di Stato lavorano le istituzioni del triangolo classico - Parlamento-Consiglio dei ministri-Commissione - ognuna con il proprio ruolo. Se il Consiglio europeo si occupa di tutto, come ha tendenza a fare attualmente, se lancia proclami non seguiti da fatti, allora provoca solo grandi delusioni in tutti gli europei». Dopo l´allargamento attuale quali saranno le tappe successive? L´adesione della Turchia e dei paesi balcanici? «L´esperienza dimostra che ci vuole tempo per digerire l´ingresso di nuovi Stati membri. L´adesione di Spagna e Portogallo fu un gran successo, ma il passaggio da 12 paesi a 15 fu molto più difficile. Immaginiamo il salto da 15 a 25! Ci vuole esperienza e memoria per far funzionare quest´Europa. Non bisogna mettere mai il carro davanti ai buoi». -------------------------------------------------------------------------------- Ds Milano - Rassegna stampa

Iraq : ancora battaglia su Falluja , situazione critica di red Il presidente Usa George Bush ha affermato che in Iraq ci sono sacche di resistenza, ma Falluja sta tornando alla normalita'. Prosegue intanto da martedi' sera l'azione militare degli americani nella citta' irachena a maggioranza sunnita. Non si conosce ancora il numero delle vittime. Aerei americani Ac-130 ed elicotteri hanno fatto fuoco nella notte sulla citta' nelle zone dove si erano verificati in precedenza scontri armati fra truppe USA ed insorti. Una cortina di fumo nero si e' levata quindi sopra la citta' proprio il giorno prima che si avviassero i colloqui per provare a risolvere il conflitto. Il portavoce Karl Penhaul ha detto che anche i Marines a terra sono stati coinvolti negli scontri a fuoco, mentre gli altoparlanti dalle moschee invitavano gli insorti a partecipare alla battaglia. Si tratta del terzo giorno di combattimenti su Falluja. I comandanti degli Stati Uniti avevano concordato una tregua, che pero' non ha funzionato, ed e' stata continuamente interrotta da scaramucce e combattimenti sempre piu' decisi. Bush ha detto "i nostri comandanti militari intraprenderanno qualsiasi azione sia necessaria per rendere sicura Falluja". Ma i comandanti in loco hanno espresso preoccupazione sulla situazione al comandante in Capo degli USA in Iraq, il generale John Abizaid, il quale a sua volta ha detto di temere che gli Iracheni piu' moderati possano non condannare le violenze antiamericane, ed ha espresso il timore che quindi esse si allarghino. Kimmitt ha detto di sperare che nel lungo termine Falluja possa diventare una comunita' vitale in Iraq da cui tutta la ricostruzione possa avere avvio. I militari hanno valutato che il numero di insorti sia di circa 1500. Mentre alcune famiglie stanno rientrando lentamente in citta', vi sono stati traslochi di molte persone. L'omicidio e l'intimidazione sono stati usati per impedire a molti Iracheni di cooperare con la coalizione, ma ci sono stati anche spontanei rifiuti a combattere fianco a fianco con le truppe USA da parte di squadre della polizia locale. Gli insorti stanno distribuendo manifesti in arabo e in inglese che offrono 15 milioni di dollari di ricompensa a chiunque uccida Rumsfeld, il generale Ricardo Sanchez o il portavoce Mark Kimmitt. La mezzaluna rossa irachena sta funzionando in un accampamento a Bagdad del Nord, in cui almeno 70 famiglie hanno trovato rifugio. Intorno a Najaf, l'altro punto di infiammabilita' iracheno, soldati degli Stati Uniti stanno inserendosi nelle posizioni sgomberate dalle truppe spagnole ed hanno eliminato un punto di controllo che era stato istituito dalla milizia del leader sciita Mouqtada Al Sadr. Un portavoce di Al Sadr, nel frattempo, ha comunicato che le sue forze sono preparate per effettuare attacchi suicidi contro le truppe degli USA, se necessario. "Il numero di persone pronte ad effettuare gli attacchi suicidi sta aumentando giorno dopo giorno", ha detto lo sceicco Qais AlKhazali. Il segretario generale dell'ONU Kofi Annan ha messo in guardia da un eventuale attacco alla città santa sciita di Najaf, dove si nasconde il leader radicale Moqtada al Sadr, attacco che avrebbe - ha detto Annan - "conseguenze davvero inimmaginabili". Annan ha avvertito anche che le operazioni belliche contro Falluja potrebbero incitare la resistenza, rendendo piu' difficile mettere fine all'occupazione. L'appello di Annan alla ripresa dei negoziati e' stato lanciato nel giorno in cui il Comando centrale delle forze americane faceva sapere di aver ottenuto dal Pentagono, come rinforzi, carri armati e veicoli blindati. I morti tra i soldati USA dall'inizio del conflitto sono ormai oltre 700. L'ultimo di cui si abbia notizia ha perso la vita mercoledi', in un agguato su una strada a 180 chilometri a sud-est di Baghdad, nel quale sono rimasti uccisi anche due soldati ucraini, facendo cosi' salire a 3 le perdite del contingente di Kiev. by www.osservatoriosullalegalita.org

SCUOTONO L'AMERICA TORTURE A IRACHENI, MENTRE AL FRONTE SI CONTINUA A MORIRE La giornata irachena, che si conclude con un nuovo sanguinoso bollettino di guerra dal fronte, sarà ricordata forse di più per i suoi sviluppi statunitensi che non per gli esiti della campagna bellica. Ha provocato scalpore, in molti orrore, la trasmissione in diretta televisiva delle fotografie – scattate alla fine del 2003 nel carcere di Abu Ghraib, nei dintorni di Baghdad - che ritraggono le sevizie inferte da alcuni militari statunitensi a prigionieri iracheni. È stato il seguito programma televisivo ’60 minuti II’, una delle più importanti trasmissioni del panorama giornalistico televisivo degli Stati Uniti, a mandare in onda delle fotografie di cui la rete televisiva ‘Cbs’ è entrata in possesso e che ritraggono prigionieri iracheni maltrattati, umiliati e brutalizzati, spesso nudi e trattati come trofei accanto ai quali si sono fatti ritrarre soldati e soldatesse Usa forse per un souvenir non certo di buon gusto. Sebbene ‘60 minuti’ abbia trasmesso le fotografie ‘trattate’ con dei filtri per coprire le parti più scabrose o le fasi più violente, il senso della violazione dei diritti dei prigionieri iracheni è risaltato drammaticamente, messo a confronto con una propaganda statunitense che continua a martellare sulla liceità e sulla giustezza di una missione che al momento non sembra abbia portato molta democrazia e pace in Iraq. Le foto di prigionieri brutalizzati - come quelli costretti, nudi, a comporre una sorta di piramide umana dopo che mani anonime avevano scritto sulla loro pelle parole offensive - hanno destato polemiche e potrebbero portare con sé uno strascico piuttosto pesante, anche a livello politico, in una giornata che ha visto la commissione d'inchiesta sull'11 settembre 2001 ascoltare alla Casa Bianca il presidente George W. Bush e il vicepresidente Dick Cheney. Il primo, immediato effetto delle fotografie di ‘60 minuti’ è stato di far rimuovere il generale Janis Karpinski, una donna, responsabile dei centri di detenzione in Iraq; è una recidiva, la generale, visto che era già stata sospesa lo scorso gennaio, dopo che dei soldati americani erano stati formalmente accusati di maltrattare prigionieri. Con lei, sono formalmente sotto inchiesta amministrativa altri sei ufficiali, tutti impiegati nella gestione delle carceri in Iraq. Anche in questo caso non si tratta di una novità, visto che il mese scorso ben 17 soldati erano stati rimossi dai loro incarichi, sempre per maltrattamenti nei confronti di prigionieri iracheni. In tempi di campagna elettorale, uno scandalo come quello messo in onda da ‘60 minuti’ potrebbe mettere un’importante arma nelle mani del partito democratico e dello sfidante di Bush, il democratico John F. Kerry. Il senatore Ted Kennedy, figura politica di primo piano nell'opposizione, si è presentato al senato con un cartello con su scritto "Mission not Accomplished" (Missione non riuscita) in chiaro contrasto con lo striscione "Mission Accomplished" sventolato su una nave militare americana un anno fa. La stessa espressione negativa veniva intanto usata nell'importante Stato industriale dell'Ohio da Kerry per descrivere l'insuccesso del governo nella creazione di posti di lavoro. Economia e guerra in Iraq sono gli elementi chiave della campagna elettorale americana e tutto quello che accade a Baghdad e dintorni è sembrato assumere in queste ultime settimane un rilievo paragonabile a quello che accade a Detroit o a Kansas City. I sondaggi, per la prima volta, fanno intravedere una maggioranza per niente convinta della presenza in Iraq: il 48 per cento è critico per come il governo sta gestendo la questione irachena, il 46 per cento resta favorevole, il rimanente sei per cento non prende posizione. Un altro fattore atto forse a dimostrare che la missione in Iraq sia appunto “not accomplished” è dato dallo strano ‘balletto’ sul presunto accordo che sarebbe stato concluso a Falluja, la città epicentro nel cosiddetto ‘triangolo sunnita’ della resistenza irachena, per il ritiro dei marines e l'ingresso di una forza d'iracheni guidata da un ex-generale del regime dell’ex-rais Saddam Hussein. Un accordo che sul terreno è dato pressoché per concluso e che invece il Pentagono smentisce o comunque non vuole confermare. Sul campo, laddove le parole della politica non riescono a bagnare le polveri della guerra, sono almeno 10 i militari statunitensi che hanno perduto la vita, otto dei quali a Mahmudiya, a sud di Baghdad, a causa dell’esplosione di un’autobomba. Questa è, almeno, la versione ufficiale fornita dal comando Usa, che va riportata in assenza di altre fonti sul campo, in un conflitto nel quale le vittime più tragiche sono i civili iracheni a migliaia, spesso dimenticati da un'altra vittima minore, spesso incapace di dimostrare solidarietà: l’informazione verificata, completa, obiettiva. Per quello che è possibile dire in base a dati ufficiali, ammonta comunque ad almeno 135 il numero delle vittime statunitensi in questo mese di aprile, che ancora deve finire, e sono più di 725 dall’inizio della guerra irachena: un tributo di sangue pesante ma per lo meno ufficialmente monitorabile, mentre forse nessuno potrà mai sapere quale prezzo hanno fin qui pagato, e quale pagheranno, gli iracheni. Sempre in quest’ottica, dunque, vanno segnalati tre nuovi bombardamenti(le cui motivazioni e i cui esiti non sono trapelati), ancora su Falluja, che hanno colpito i quartieri di Golan, an Nawwab al Dhubbat e Nazzal. A dimostrazione che non è proprio detto che l’accordo di cui sopra sia stato effettivamente raggiunto. O che potrà mai essere attuato. (a cura di Luca Leone e Pietro Mariano Benni)[LL] misna.it

Le elezioni in vendita I manifesti per le europee puntano tutto sul corpo mediale dei leader politici. Il volto è il messaggio e i candidati offrono la loro riconoscibilità catodica. Da «Io c'entro» di Follini al tandem Di Pietro-Occhetto GIANNI CANOVA Facce. Nient'altro che facce. Sembra non aver null'altro da vendere, di questi tempi, il marketing della politica. Ingigantiti nel formato panoramico 6x3, i volti dei leader vendono se stessi. Si mettono in mostra. Si offrono. Punto e basta. Delle imminenti elezioni europee nessuno dice nulla: incerti se trasformarsi definitivamente in un brand merceologico o se accettare di essere percepiti come ornamenti teratologici dell'arredo urbano, i vari leader - quelli di centro-destra, ma non solo - espongono il proprio volto con la stessa supponenza con cui i sovrani del passato ostentavano di fronte ai sudditi il proprio ritratto. Puntano sulla potenza di fuoco del loro corpo mediale. E sanno di non aver altro da offrire (e da vendere) che la riconoscibilità catodica di questo loro corpo ostentato. Prendiamoli sul serio, una volta tanto. Se è vero che il corpo (il volto, in questo caso) è il messaggio, proviamo a vedere che messaggio esce da questo défilé di volti esposti e esibiti con chiassosa sfacciataggine a ogni angolo di strada. Follini ci guarda Il più scoperto è Follini. Nascosto dietro il suo solito paio di occhiali, il segretario dell'Udc guarda direttamente l'obiettivo della macchina fotografica. Detto in altri termini: ci guarda, secondo quella strategia comunicativa che i mass-mediologi chiamano interpellazione. «Io c'entro», tuona lo slogan stampato accanto al volto. Ma sembra di sentirgli dire: «Io c'ero», o «io ci sono». C'è qualcosa di sottilmente disperato nel modo con cui Follini ci interpella: come se quello sguardo ci chiedesse di non essere dimenticato, come se dietro quell'«io ci sono» albergasse la segreta paura di non-esserci, o di non-entrarci (nel prossimo governo? Nell'urna elettorale?), o di non contare nulla se non per le virtù dissimulate in un apostrofo: «Io c'entro» si legge e si pronuncia infatti come «io centro». Cioè: io sono il centro, io sto nel centro, io c'entro con il centro. Io esisto - forse - solo per questo: per la tenacia con cui mi ostino a tenere la posizione, o a proclamare la mia intenzione di farlo. La punteggiatura di Fini Alla fisiognomica da fondamentalista del centrismo di Marco Follini, Gianfranco Fini risponde con uno sguardo marziale. Non ci guarda, il leader di An (che conserva tuttora ben saldo il simbolo dell'Msi nel proprio marchio: non si butta mai nulla, e le elezioni sono un'occasione d'oro per fare di ogni erba un fascio). Fini guarda fisso davanti a sé. Penetra virile l'orizzonte. Cerca di trasmettere sicurezza e affidabilità. Accanto al suo volto, un messaggio scritto in cui i segni di interpunzione contano più delle singole parole. «Un solo interesse». Punto. «Gli italiani». Punto. Due punti turgidi come fasci, massicci e squadrati come blocchi di granito. Da uomo che vuol far intendere che non deve chiedere mai: forse per far dimenticare quante volte ha dovuto chiedere (verifiche, smentite, rettifiche) al governo che lo vede vice-presidente. O per cancellare tutti i punti che in due anni di governo non è mai riuscito a mettere, accontentandosi di disseminare parentesi, virgole, virgolette e puntini di sospensione. Il lapsus Berlusconi A confronto con il ritratto dei due vassalli, il 6x3 del premier è un piccolo capolavoro di retorica ma esprime anche - a suo modo - un lapsus rivelatore. Travolti dalla cabala dei numeri magici che il Cavaliere sputacchia qua e là con la nonchalance di un giocoliere di provincia (1.353.000 nuovi posti di lavoro regolari, 7.646 miliardi di lire in più per la scuola, ecc: roba da giocarli subito al lotto), pochi hanno notato la singolare postura del primo piano del Cavaliere. Dove guarda Silvio Berlusconi nel cinemascope che lo immortala sui muri delle nostre città? Non ci guarda, il premier. Non ne ha bisogno, forse non ne è neppure capace. Non guarda neanche nel fuoricampo, come faceva Fini: lascerebbe troppo spazio al non-visibile, e questo non è tollerabile per un leader sinceramente convinto che non esista altro visibile all'infuori di sé (e dei suoi interessi). Col suo lifting da Big Jim che sembra sempre sul punto di promettere «Più Barbie per tutti», Silvio Berlusconi non guarda noi (come Follini) e non guarda il mondo (come Gianfranco Fini). Piuttosto, si guarda. Come perso nei suoi pensieri, con le pupille leggermente abbassate, sembra immerso in un sogno, o in un miraggio tutto suo. Come se stesse contemplando una sua fantasticheria. Il lapsus rivelatore del volto sta tutto in questo dettaglio: Berlusconi spaccia per verità pubbliche le sue allucinazioni, finge di credere ai suoi effetti speciali. C'è qualcosa di incredulo nel suo sorriso: come se lui stesso non credesse a quel che sta raccontando, come se sorridesse del fatto che glielo lasciano raccontare comunque, e ci credono pure. Ma dietro il sorriso, il volto di Berlusconi nei manifesti elettorali svela d'un colpo i limiti dell'uomo e gli orrori del politico: l'incapacità di occuparsi di qualcosa che non sia se stesso, il solipsismo fondamentalista, il narcisismo infantile, la smargiasseria del provinciale arricchito, la clownesca capacità di spacciare i suoi sogni per realtà. Perso nel suo mondo, con il vezzo supremo di collocare le stelle della bandiera europea a mo' di aureola (o di corona?) proprio in prossimità del suo capo di «unto dal Signore», Berlusconi appare in questo manifesto come l'ultima incarnazione di quel difetto squisitamente autoctono che Alessandro Manzoni stigmatizzava nel personaggio di Donna Prassede: quello che consiste nel credere che il mondo coincida con il proprio cervello (e con i suoi interessi). La rassegnazione del Triciclo Non che il centrosinistra faccia di meglio, almeno a livello di marketing elettorale. Il Triciclo, ad esempio, sceglie di differenziarsi dalla destra evitando - bisogna dargliene atto - l'effetto speciale delle facce gigantografate. Ma il risultato è sconfortante e, di nuovo, a suo modo rivelatore. Perché il messaggio che passa è che il centrosinistra brancola nel vuoto. Niente facce, insomma (anche se il tandem Di Pietro-Occhetto mima pericolosamente il marketing del centrodestra), ma anche niente idee. Prendete il 6x3 color arancio slavato tendente al marroncino quasi itterico: più spento, smorto e abulico di così non si potrebbe. Esprime rassegnazione. Vocazione alla sconfitta. E lo slogan che campeggia cubitale su questo campo cromatico votato al masochismo colpisce - come nel caso di Fini - più per i segni di interpunzione che per i concetti espressi. «Scuole, pensioni, ospedali». Punto. «Non bugie». Di nuovo punto. A sorpresa, i due punti sono quadrati, granitici e asseverativi come quelli del manifesto di An, in un'analogia di stile e di tono che emana echi preoccupanti. Così come la conclusione: «Servono persone vere». L'allusione è esplicita: a fronte della finzionalità ostentata del centrodestra, il centrosinistra invoca un ritorno alla realtà. Ma questa realtà è, appunto, un campo vuoto, un fantasma non-visibile. Quando il triciclo cerca di visualizzarla, questa realtà, non va oltre la silhouette della casalinga anni `50 (così finzionale già nel taglio di capelli e nella foggia del tailleur) che trascina due pesanti borse della spesa nel manifesto (autolesionista e finanche un poco iettatorio) che si rivolge al potenziale elettore per chiedergli sfacciatamente se «arriva a fine mese». Tra una destra che colonizza il visibile con l'ostentazione impudica delle proprie facce e un centrosinistra che invoca la realtà ma non sa come darle forma né come elaborare un progetto per cambiarla (come cambiare ciò che non si riesce neppure a visualizzare?), si estende un immenso territorio vuoto: quello della politica. Ma tra giochi di prestigio, numerologie taumaturgiche e balbettii di rassegnazione, proprio la politica - paradossalmente - sembra essere la grande assente di questa campagna elettorale. ilmanifesto.it

L'America boccia Bush e la guerra. Un sondaggio CBS/NYTimes di Fabio Malagnini La popolarita' di George W. Bush piu' che in calo appare decisamente a picco tra gli elettori americani che tra cinque mesi dovranno decidere se rinnovargli la fiducia. A erodere i consensi espressi per l'attuale presidente degli Stati Uniti negli ultimi mesi e' soprattutto la conduzione della guerra in Iraq, il tema che con ogni probabilita' ne decidera' la sorte. E' quanto emerge dal sondaggio commissionato da CBS e New York Times e pubblicato oggi sul sito del quotidiano. La linea di condotta dell'amministrazione americana registra una sonora bocciatura su tutta la linea: non solo la guerra in Iraq ma tutta la politica estera e, con una nettezza persino inattesa, l'economia. Raggiunge la sufficienza, pur con un calo di quasi 20 punti percentuali dai massimi della presidenza Bush, soltanto la cosiddetta "guerra al terrorismo". Quello che impressiona maggiormente nella frana dei consensi e' la sensibile accelerazione registrata in questo ultimo mese: oggi, con il senno di poi, "soltanto" il 47% degli americani sembra ancora approvare l'invasione dell'Iraq. Il mese scorso erano il 58% contro addirittura il 63% di dicembre, dopo l'annuncio della cattura di Saddam. Il 46% degli americani ritiene che l'esercito dovrebbe lasciare subito l'Iraq e tornare a casa, un' opinione condivisa soltanto dal 37% del campione appena un mese fa (il 31% a dicembre). In generale, il gradimento di Bush tocca il minimo storico del 46%, secondo il campione The Times/CBS, accreditato - occorre ricordare - di un margine di errore fino al 3% : all'inizio della guerra, lo scorso anno, l'appoggio a Bush "presidente di guerra" raggiungeva il 71% (l'89% dopo l'attacco alle due torri del 11 settembre 2001). Il calo e' in parte fisiologico, nella dinamica tipica della reggenza presidenziale, ma in parte assume un profilo del tutto eccezionale alla luce dell'emergenza anti-terrorismo calata sul paese all'indomani del 11 settembre. Sembra sgretolarsi, infatti, il clima di militarizzazione dei consensi e, forse per la prima volta, viene meno la strategia dell' amministrazione, dispiegata attraverso il Patriot Act, la legislazione emergenziale sulla sicurezza interna, il controllo dell'immigrazione, la limitazione dei diritti civili, fino alla censura militare delle immagini e l'informazione di guerra. Per questa ragione, regge fino a un certo punto il paragone con Bush I o con Bill Clinton che nel 1996, a cinque mesi dalla rielezione, era accreditato di una popolarita' tra gli elettori di poco superiore (48%.) a quella dell'attuale presidente. Se la credibilita' di Bush ne esce a pezzi e le tesi di fondo del movimento per la pace escono rafforzate nel paese, d'altro canto la popolarita' di John Kerry sembra trarne relativo beneficio. Nei fatti resta anzi al palo di un sostanziale equilibrio con il suo rivale e, nell'ultimo mese, sembra persino in difficolta' a intercettare il consenso "a sinistra". Quanto piu' preoccupa gli osservatori democratici, e' il fatto che, nel procedere della campagna, Kerry appare sempre meno sinceramente motivato e sempre piu' politicamente opportunista nell'opinione dei suoi sostenitori, a differenza del "fondamentalista" Bush , ancora credibilmente sincero, almeno per i supporter repubblicani. Sullo sfondo elettorale, traspare in ogni caso dal nuovo sondaggio l'eccezionalita' del voto che caratterizzera' la prossima tornata presidenziale: l'88% degli interpellati, stando alle intenzioni dichiarate, intende infatti recarsi alle urne a novembre - una percentuale elevatissima per la media della societa' americana - e sembra esprimere un livello di attenzione che si puo ben definire "informata" su contenuti e programmi dei rispettivi candidati. www.socialpress.it

Delors: tanti stati, un solo diritto Anna Luna Galia C’ è un triangolo attraverso il quale passano le sorti dell’Unione. Un triangolo che ha per vertici il Parlamento europeo, il Consiglio europeo e la Commissione, le istituzioni che per Jacques Delors devono agire come un vero e proprio “collante del diritto” che faccia avanzare il processo d’integrazione tra le diverse realtà europee. Pioniere dell’Unione e già Presidente della Commissione, Delors ha recentemente pubblicato in Francia un libro di memorie che è stato al centro di un incontro nella sala della Lupa di Montecitorio al quale sono intervenuti lo scorso 29 marzo Mario Monti, membro della Commissione europea, Tommaso Padoa Schioppa del Consiglio della Banca Centrale Europea, il Presidente della Fondazione della Camera dei deputati Giorgio Napolitano e il presidente della Camera Pier Ferdinando casini La concezione di Europa politica che è alla base delle idee di Delors richiama la federazione di Stati-nazione, sottolineando come nel mondo globalizzato di oggi sia fondamentale il senso di appartenenza allo Stato ma anche all’Europa: “Andare avanti verso una maggiore competizione tra Stati-nazione - sostiene il politico francese – vuol dire demolire quello che abbiamo creato in 50 anni”. È importante continuare a credere e vedere l’Europa come un ideale e approfondire la ricerca di un autentico spirito europeo senza mai dimenticare l’esigenza che alla base di questa ricerca ci sia pragmatismo politico anche nelle questioni amministrative. La realizzazione di un incompiuto governo economico e la necessità di dotarsi di mezzi politici e finanziari, soprattutto in vista della revisione della strategia di Lisbona, sono, secondo Mario Monti, le riflessioni che scaturiscono dalle Memorie di Delors. Scettico nei confronti dell’ipotesi di direttorio franco-tedesco, Monti ha sottolineato la mancanza di quella capacità propulsiva che Francia e Germania avevano in passato e sottolinea l’importanza del ruolo svolto dai parlamenti nazionali nella redazione della bozza di Costituzione europea. Per Tommaso Padoa Schioppa il libro di Delors, al pari delle opere di Jean Monnet e di Spinelli, rappresenta un “momento di completa immersione, uno di quei libri che diventano una scuola per il resto della propria vita”, un’opera ricca di funzione educativa. “Ha saputo guardare oltre l’amministrazione politica e trasformare il sistema dei trattati in qualcosa di diverso”, ha sostenuto Padoa Schioppa riferendosi a Delors, definendolo poi un politico “nominato” e non eletto, un uomo “le cui memorie possono essere e saranno il manuale di chi vorrà capire come far progredire l’Europa dalle condizioni in cui ci troviamo oggi”. www.caffeeuropa.it

La polemica sulla candidatura di Nader. Michael Albert Ogni volta che una persona di sinistra concorre a una carica elettiva ci sono diversi possibili scopi. Per esempio: (1) Ottenere la carica e usarne i poteri per essere utili ai cittadini, che ne hanno bisogno, favorendo nel frattempo anche conquiste più ampie del movimento. (2) Spingere a sinistra l’andamento della campagna e alterare l’agenda di qualche altro candidato in maniera tale, che –una volta che l’altro candidato vince- sia utile ai cittadini che ne hanno bisogno. (3) Educare direttamente e organizzare parti del pubblico per un ulteriore attivismo, senza preoccuparsi di vincere le lezioni, allargando contemporaneamente la coscienza, facendo crescere le aspirazioni, sviluppando un’efficiente infrastruttura per il movimento, aumentando il sostegno popolare, sviluppando i canali di finanziamento, ecc. Nel caso di Nader la ragione n.° 1 non è operativa. Non vincerà. La ragione n.° 2 è scarsamente operativa. John Kerry o qualsiasi altro candidato democratico potrebbe cambiare poche espressioni nel corso della campagna per evitare qualsiasi discussione, collegata a Nader, con i suoi possibili sostenitori. Sicuramente, comunque, anche se capitasse, avrebbe poi un piccolo impatto sugli effettivi punti di vista di Kerry, e molto meno su quello che farebbe una volta che fosse in carica. I candidati mentono, abbondantemente e continuamente. E in ogni caso, quello che effettivamente credono ha una rilevanza marginale. Una volta che sono eletti, i candidati rispondono a sostenitori diversi, per lo più ai loro ufficiali pagatori, non al rullio del loro tamburino. Pertanto per le campagne, passata e presente, di Nader la ragione n.° 3 non è l’unico fattore, ma è certamente il punto centrale della faccenda. E a proposito di Nader e della costruzione del movimento, mi pare, emergono due grosse questioni. In primo luogo, perché a sinistra si dovrebbe pensare che sia solo vagamente corretto che qualcuno –per sua propria decisione- concorra alla carica di presidente in rappresentanza della sinistra? Una cosa era che Nader concorresse, come verde, col sostegno esplicito di organizzazioni progressiste d’ogni genere, me compreso. Quello –messo in moto allora- era un processo abbastanza democratico. Che Nader si candidi da solo alla candidatura presidenziale è un’altra cosa. A noi sta a cuore la democrazia, la partecipazione e la rappresentatività. Come può avere senso per un candidato della sinistra presentarsi da solo? Come può aver senso per un candidato di sinistra fare questo, tanto meno quando quasi tutta la base organizzativa potenziale, che nel passato ha elogiato come saggia e responsabile, gli dice di non concorrere? Anche se –per ipotesi astratta- Nader avesse ragione a sostenere che la sua candidatura è una cosa buona, lo sarebbe solamente, se il processo, dal quale derivasse, fosse democratico ed inclusivo. Invece è stato autocratico. In secondo luogo la campagna di Nader per il 2004 sarà in grado di educare e organizzare in modo tale da accrescere nel suo insieme la capacità delle persone di sinistra di alzare i costi per chiunque e qualunque sia il nuovo presidente e la nuova amministrazione? Il primo indicatore dell’efficacia di costruire dei movimenti è che nel 2000 Nader condusse una campagna,che fece molta impressione, e, che produsse un grosso sostegno, … ma scomparve in gran parte di vista, dissipando lo slancio e le risorse portate alla luce, invece di contribuire a un’opposizione continuativa. La mia ipotesi è che, nel 2004, le cose andranno ancor peggio. Nader provocherà meno sostegno, meno energia, meno slancio ed è probabile che, dopo le elezioni, uscirà di scena ancor più rapidamente. Un secondo indicatore relativo alla costruzione di un movimento ha a che fare con il messaggio, che Nader trasmette. Mentre le sue posizioni sono abbastanza buone per quanto riguarda l’economia, l’ecologia e le relazioni internazionali, molto più deboli sono le sue posizioni per quanto riguarda il genere, la sessualità e la questione razziale. Il terzo indicatore, infine, è che mentre nel 2000 Nader concorse nel quadro di una campagna dei Verdi, questa volta nessuna istituzione esistente –salvo, suppongo, la sua- otterrà vantaggio e influenzerà il processo. Questo non significa costruire un movimento. Così, secondo la mia opinione, anche se in questo anno elettorale la sconfitta di Bush fosse così assolutamente certa che tutti sono d’accordo che il 2004 è il momento giusto per una forte campagna di sinistra, non vorrei ancora Nader come candidato di sinistra, perché senza alcun radicamento e rappresentatività. Nader è troppo distante da una rappresentanza popolare e forse anche troppo limitato politicamente per condurre una campagna nazionale ottimale. Detto questo, capisco che molte persone su questi problemi abbiano valutazioni diverse dalle mie. Per esempio, alcuni pensano: “OK, Nader è proprio un cowboy troppo solitario per essere l’ideale, vero, e il percorso [della sua candidatura] avrebbe potuto essere migliore. Sì, tuttavia, a fronte delle alternative possibili la sua campagna sarà educativa e provocherà entusiasmo e noi dovremmo lavorare perché abbia il maggior successo possibile”. Potrebbe risultare corretta questa valutazione, o risultare corretto il mio punto di vista secondo cui sarebbe più saggio non occuparsi di Nader, o qualche altra previsione potrebbe dimostrarsi più azzeccata di queste due. Supponiamo tutti che improvvisamente Nader galvanizzi una risposta di massa, portando nuova gente a votare, stimolando discussioni nella sinistra, facendo crescere la coscienza, ecc. Mi aspetto questo? No. Se accadesse, manterrei ancora le mie critiche al percorso seguito? Sì. Ma questo potrebbe giustificare la scelta di alcune persone impegnarsi duramente nella campagna, nonostante i difetti evidenti? Certo che potrebbe. Questa è la cosa più importante che intendo dire. Non c’è motivo che tutti tirino fuori i loro coltelli e si accapiglino sulle elezioni, come se ci fosse una certezza assoluta su quello, che è giusto, e quello, che è sbagliato. Le persone ragionevoli possono essere drammaticamente in disaccordo, anche se tutti condividono largamente i medesimi valori di progresso. Le persone dovrebbero seguire il percorso, che sembra loro migliore, alla luce delle loro aspettative, lasciare che gli altri facciano altrettanto (tutti comunque lo faranno, caso mai qualcuno avesse dei dubbi) e lasciare che la pratica dimostri chi ha ragione. Io penso che abbia senso fare pressione su Nader perché non si candidi. E penso anche che se non mi ascolta viola quelli che per me sono i principi della sinistra. Se compromettesse ancor di più, contenuto o alleanze, questo sarebbe la base per una critica ulteriore. Ma Nader è candidato e qualcuno lo sostiene, mentre molti altri non saranno d’accordo e non daranno alcun sostegno. Non c’è nulla da guadagnare per entrambi questi schieramenti, che vogliono entrambi che Bush perda e che vogliono entrambi che i movimenti crescano il più possibile, se ci attaccano l’un l’altro senza tregua sulla tattica. Le questioni fondamentali sono abbastanza chiare (democrazia, responsabilità, posizioni oneste e precise). Le questioni tattiche non sono così chiare. Quanto pesa il costo relativo di un cattivo metodo sulle conquiste relative di una campagna con metodi politici migliori possibili in altre circostanze? E come la relativa sconfitta, dovuta alla confusione elettorale, o il relativo successo nell’indurre gente a votare, si bilancerebbero? Il tempo dirà di chi siano le previsioni più vicine alla verità. Tuttavia, non diamoci vicendevolmente fastidio più del dovuto a noi e al processo stesso, con un ingiurioso dibattito senza fine, che non farà crescere la coscienza, non costruirà l’organizzazione per il movimento, non conquisterà alcuna carica, né determinerà un migliore risultato elettorale. Presentiamo i nostri punti di vista in maniera convincente ed anche appassionata, naturalmente, specialmente quando contengono grossi insegnamenti, ma non mettiamo in discussione l’integrità o le motivazioni di quanti vedono le questioni tattiche in maniera diversa. Documento originale The Nader Controversy Traduzione di Giancarlo Giovine www.zmag.org

Zapatero e...la Vespa di Paolo Galletti Ponderoso articolo di fondo su “la Nazione“ del 20 aprile a firma Bruno Vespa. L’argomento è naturalmente la decisione del nuovo primo ministro spagnolo di ritirare le truppe dall’Iraq, la conclusione è categorica: “..questa è la più grande vittoria di Bin Laden dopo l’11 settembre….” Commentare non è facile; intanto Bruno Vespa si erge a giudice di una decisione presa, credo in tutta legittimità, da un governo democraticamente eletto che nel dare il via all’operazione di rientro dal deserto asiatico ha tenuto conto più del sentimento nazionale da sempre fieramente contrario all’intervento, che della paura . Ricorda l’addetto stampa del Presidente del Consiglio ( incarico non ufficiale ma di fatto assolto con puntale rigore ) la grande mobilitazione della gente, nelle strade e nelle piazze della Spagna governata da Aznar ? Ricorda che anche la Chiesa spagnola si era pronunciata prima contro la guerra e poi contro l’intervento ? Tutto questo era stato ignorato dall’allora capo del governo spagnolo in nome di una fedeltà atlantica che sapeva sempre di più di sottomissione . Zapatero già da allora aveva preso posizione e con lui tutta la sinistra spagnola. Una volta arrivato al governo ha tratto le conseguenze evitando per una volta ( e fosse da lezione a qualche politico di casa e di parte nostra ) di giocare coi sentimenti della gente e rispettando il mandato degli elettori. Inutile aggiungere che tra le righe dell’articolo si attacca anche la posizione della sinistra italiana ( come al solito divisa scrive Vespa e qui dobbiamo tragicamente dargli ragione ) che sulla scia dell’iniziativa spagnola chiede chiarimenti e torna ad invocare almeno l’intervento e la presa in carico della questione irachena da parte dell’Onu. Questo, per il conduttore di Porta a Porta . è un atteggiamento da 8 settembre dell’Europa, una fuga dalle responsabilità, una mancanza di rispetto per gli ostaggi italiani nelle mani degli estremisti islamici. Ma scherziamo! Proprio ora che, come dice il capo, possiamo diventare i più importanti alleati dell’America? Proprio ora che il suo studio potrebbe ospitare, chissà, il prossimo vertice delle “tre B” ( Bush-Blair e Berlusconi ) ? L’8 settembre evoca ricordi tristi ma la parola d’ordine di allora, “ tutti a casa”, viene tanta voglia di dedicarla oggi, a certi signori e padroni, aspettando le elezioni. www.inmovimento.it

I Quindici lettori amici dei Wu Ming Attorno al famoso collettivo di scrittura Wu Ming è nato un gruppo di critici volontari per incoraggiare e sostenere chi scrive. [ZEUS News - www.zeusnews.it - L'occhio di Zeus] I Wu Ming sono uno dei fenomeni di successo della letteratura italiana degli ultimi anni, soprattutto perché appatengono ad un filone critico ed alternativo ai circuiti della cultura dominante. L'esordio di questo collettivo di scrittura (5 misteriosi scrittori) inizia, quando ancora si facevano chiamare Luther Blisset, con il romanzo storico Q, un grande successo di critica e di pubblico, a cui seguono 54, Asce di Guerra e l'antologia Giap su temi come il movimento No Global e l'Open Source, pubblicati da Einaudi. I Wu Ming sono stati subito oggetto dell'interesse di tanti scrittori ed aspiranti tali, che vorrebbero ripercorrerne le orme, dall'anonimato alla ribalta di un grande successo, ma non riuscivano più a gestire la montagna di manoscritti che, quotidianamente, ricevevano. Per questo alcuni lettori della loro newsletter Giap si sono offerti di dare loro una mano che i Wu Ming hanno accettato. Sono nati così i Quindici: una Community di Lettori Residenti che ha il compito di leggere quello che i lettori non professionisti inviano all'indirizzo e-mail: manoscritti_ai_15@wumingfoundation.com. I Quindici si impegnano a dare sempre e comunque un parere, anche negativo ma spassionato e, ove si scopra qualcosa che vale la pena, cercare di promuoverlo. Ad esempio, nei primi mesi del 2004, presso Einaudi nella collana Stile Libero dovrebbe essere pubblicato un romanzo, letto e segnalato dai quindici dal titolo "Tre uomini paradossali" di Girolamo Di Michele. Mentre un altro romanzo, sempre letto dai Quindici, è stato pubblicato dall'Accademia degli Inconti ed è "Alienazioni Padane" di Saverio Fattori. Sempre I Quindici hanno recentemente lanciato Inciquid, rivista periodica telematica, in cui pubblicano racconti scelti tra quelli inviati ed un romanzo a puntate. Pier Luigi Tolardo

Informazione, anche gli Usa condannano l'anomalia italiana di Giovanni Visone «In Italia c’è uno dei più grandi conflitti di interessi del mondo. Berlusconi controlla le tre principali televisioni private, un giornale e una porzione rilevante del mercato pubblicitario. E intanto crescono le pressioni politiche sui mezzi d’informazione». Con questa spiegazione l’organizzazione americana Freedom House, che ieri ha pubblicato il rapporto annuale sulla libertà d’informazione, cambia il suo giudizio sull’Italia. E la declassa da «paese libero» a «parzialmente libero». Al settantaquattresimo posto nel mondo, ultimo fra i paesi europei assieme alla Turchia. Un giudizio pesante. Perché proviene da un’organizzazione autorevole, fondata sessant’anni fa da Eleanor Roosevelt, che pubblica questo rapporto in vista dela Giornata mondiale della libertà di stampa che si terrà il prossimo 3 maggio. E ancor più pesante perché viene dal paese di cui Berlusconi pochi giorni fa si è proclamato «più fedele alleato». Il che sarà pure vero, ma è altrettanto vero che sicuramente negli Stati Uniti la democrazia e la libertà di stampa sono molto più certe e tutelate che in Italia. Del resto l’allarme per il deterioramento della libertà d’informazione e per l’abnorme presenza di un irrisolto conflitto di interessi nel nostro paese suscita da molti mesi commenti preoccupati su molti giornali europei e americani. Non solo. Il rapporto di Freedom House viene pubblicato una settimana dopo una durissima relazione sullo stato dell’informazione in Italia approvata dal Parlamento Europeo. E nel giorno in cui il Parlamento italiano approva, fra le proteste dell’opposizione, la legge Gasparri. Una coincidenza, certamente, ma forse qualcuno nella maggioranza si soffermerà almeno per un istante ad osservare come Freedom House ponga proprio la riforma del sistema dell’informazione al centro del suo allarmato rapporto. «Una legge - si legge - tagliata su misura per aggirare una una decisione della Corte Costituzionale sfavorevole all’impero mediatico del primo ministro Silvio Berlusconi», e per questo respinta dal veto del presidente Ciampi a dicembre. «In risposta - aggiunge il rapporto - Berlusconi ha varato un decreto che permette a Rete 4 di proseguire le trasmissioni terrestri». E cosa diranno ora che la legge è stata riapprovata eludendo le richieste del Capo dello Stato? Ma il rapporto sottolinea anche altri aspetti e circostanze particolari, che hanno provocato «crescenti richiami sulle interferenze governative nell’informazione italiana». Per esempio, «alcuni giornalisti hanno rilevato come la copertura delle controverse dichiarazioni di Berlusconi al Parlamento europeo a luglio sia stata deliberatamente “ammorbidita e tagliata”». E poi: «Il direttore del Corriere della Sera, il più grande quotidiano, si è dimesso a Maggio spiegando che era stato spointo a ritirarsi a causa delle sue relazioni tese con il governo». Insomma, conclude Freedom House, il principale problema dell’informazione italiana è l’influenza della politica. «I mezzi di informazione indipendenti sono minacciati da interferenze e pressioni governative e la concentrazione dei media è la più alta in Europa». Una minaccia che incombe in primo luogo sulla Rai: «Come primo ministro, Berlusconi è in grado di esercitare un’influenza sulla televisione pubblica». Secondo Karin Deutch Karlekar, che ha coordinato il rapporto dell'organizzazione, «il primo ministro Silvio Berlusconi è stato in grado di esercitare indebita influenza sulla Rai, un fatto che ha ulteriormente esacerbato un già preoccupante clima mediatico caratterizzato da un coverage squilibrato nell'enorme impero dei media di Berlusconi». Le stesse accuse fatte una settimana fa dal Parlamento europeo unita.it

Massacri e torture. Finito il lavoro sporco a Falluja, gli americani lasciano l'assedio Non si è ancora spento l’eco dei violenti attacchi che da tre giorni i 2000 marines attorno a Falluja portano nel cuore della città santa per stanare i miliziani sunniti lì asserragliati da tre settimane, che il Comando americano, a sorpresa, ha annunciato il ritiro delle truppe Usa, che verranno sostituite da forze irachene. Prima la zona sud, poi la nord, saranno lentamente evacuate, perché, come ha detto il colonnello Brenan Byrne, che ha fornito la notizia alla CNN, “Falluja è un problema iracheno”. Evidentemente gli americani considerano raggiunto l’obiettivo di queste tre settimane di assedio, e degli ultimi giorni di inferno: l’eliminazione dei focolai di resistenza - ex baathisti, soldati sbandati dell’esercito di Saddam, e gli infiltrati da altre nazioni, i cosiddetti “Arab fighters” – che hanno sistematicamente ignorato i diktat per la consegna delle armi pesanti. Una consegna che non è mai avvenuta: sarà il compito più difficile della nuova truppa irachena, chiamata pomposamente “Falluja Protective Army”, guidata da un ex generale del deposto regime, che dispone di 1.100 soldati. Sempre che chi queste armi imbracciava non sia morto sotto le macerie dei palazzi sventrati, insieme alle centinaia di vittime civili, molti dei quali, secondo testimoni, donne e bambini. Come i quattro uccisi per errore dagli americani vicino ad un posto di blocco, su un minibus che è passato nel punto sbagliato, proprio mentre infuocavano gli scontri tra marines e guerriglieri. I bombardieri americani che ancora stanotte hanno infuriato su Falluja, gettando nel panico la popolazione che in massa tenta di sciamare fuori dalla città, dovrebbero per ora aver piegato le principali sacche di resistenza, malgrado ancora ieri pomeriggio siano ripresi i bombardamenti delle tre aree dove si ritiene siano asserragliati i miliziani. Lo scandalo di un’azione militare così cruenta, che ha portato, secondo fonti autorevoli come Kubaisi, alla morte di almeno 660 iracheni, non è passato inosservato nella comunità internazionale. La Fidh (Federazione Internazionale per i diritti dell’uomo) ha chiesto ieri un’inchiesta indipendente sui “crimini di guerra” commessi a Falluja. Nel mirino sono soprattutto l’uso sproporzionato della forza contro i civili e la distruzione di case e di infrastrutture mediche, in palese violazione della IV Convenzione di Ginevra. E a proposito di violazioni, scoppia lo scandalo delle violenze sui detenuti iracheni del carcere di Abu Ghraib da parte dei soldati Usa. La Cbs ha mandato in onda delle foto-shock, in cui sei marines torturano alcuni prigionieri legati e inermi. I sei soldati saranno giudicati dalla corte marziale. Che la Convenzione di Ginevra non sia proprio la Bibbia per molti militari americani non è un mistero, malgrado le parole di circostanza del generale Kimmitt: “sono meno di una dozzina di soldati sui 150.000 che abbiamo in Iraq. Già a fine marzo un durissimo rapporto di Amnesty International (Aprileonline ne ha parlato nel numero del 24/03) denunciava gli abusi commessi, in maniera arbitraria e incensurata, da molti soldati angloamericani. Un’altra grana per Bush, che intanto vede scendere il suo consenso interno, crollato dal 59% di dicembre all’attuale 41%: si fa concreto, e la Casa Bianca lo sa bene, il rischio di una mancata rielezione a novembre. Proprio ieri Bush e il suo vice Cheney sono stati interrogati dalla Commissione che indaga sui fatti dell’11 settembre, a cui hanno elencato i provvedimenti presi per arginare il pericolo di Al Qaeda, segnalato da tempo dalla Cia, e cercato di spiegare perché fu ignorato il rapporto del 6 agosto 2001, che segnalava l’imminente attacco. Il documento finale della Commissione, compreso il verbale della seduta di ieri che per ora è secretato, verrà pubblicato a fine giugno, appena tre mesi prima delle presidenziali, e potrebbe rivelarsi un elemento decisivo per spostare la bilancia a favore di Kerry. Lo conferma alla AP il politologo James Thurber, direttore dell’ “American University's Center for Congressional and Presidential Studies”, secondo cui “Bush è molto forte nei sondaggi sul tema della sicurezza nazionale, e un rapporto negativo potrebbe minarne ogni possibilità di rielezione”. Thurber ha poi riservato un’ultima stoccata a Bush e Cheney: i due hanno chiesto e ottenuto di essere interrogati insieme, malgrado la Commissione da mesi chiedesse un’udienza separata, perché “devono raccontare una storia sola, ed è più facile avere una storia sola quando si è nella stessa stanza”. [Paolo Giorgi] www.aprileonline.info


aprile 29 2004

Iraq : corte marziale per soldati USA ad Abu Ghraib di red Alcune settimane fa - come riportato dal nostro Bollettino - l'esercito USA annuncio' che in Iraq 17 soldati, incluso un brigadiere generale, erano stati rimossi dall'incarico con l'accusa di abusi sui prigionieri iracheni in una prigione vicino Baghad. I dettagli erano stati tenuti segreti, anche se si sapeva che vi erano delle fotografie ad accusare sei di questi soldati di partecipazione attiva ai maltrattamenti ed alle violenze sessuali, ed altri soldati erano indagati per favoreggiamento. Ora un generale d'armata e alcuni comandanti dovranno forse dire addio alle proprie prospettive di carriera e sei soldati affronteranno la corte marziale in Iraq e probabilmente la successiva detenzione. Secondo l'esercito USA un prigioniero iracheno avrebbe raccontato di essere stato messo in una scatola con cavi elettrici ai polsi e di non poterne uscire pena scosse elettriche. E' stata la fotografia che documentava questo episodio, e dozzine di altre, che hanno dato l'avvio all'inchiesta delle forze armate. Le fotografie - fra cui alcune che ritraevano soldati USA, uomini e donne, in uniforme accanto a prigionieri denudati - erano state scattate da soldati americani distaccati presso la prigione di Abu Ghraib ed un soldato le aveva date ad un amico, che le ha fatte arrivare nelle mani del suo comandante. Richiesto di cosa ne pensasse, il portavoce militare USA Mark Kimmit ha risposto che sicuramente tutti sono disgustati dall'azione del gruppo di soldati: " Ogni giorno ammiriamo i nostri soldati, ma qualche volta non ne siamo orgogliosi". Per decenni, sotto Saddam, molti prigionieri che erano internati nella prigione di Abu Ghraib non ne uscivano piu'. Quel carcere era infatti il centro del terrore della dittatura di Saddam, e i prigionieri che ne sono usciti hanno potuto raccontare storie di torture al di la' di ogni immaginazione e di esecuzioni senza motivo. Racconti di ufficiali americani che avevano visitato la prigione un paio di giorni dopo la presa dell'Iraq da parte delle truppe USA, parlano di corpi sbranati dai cani, segni di torture, elettrodi attaccati alle pareti. Un ufficiale americano, Cowan, che aveva avuto modo di vedere il centro di torture di Saddam ad Abu Ghraib poco dopo l'occupazione dell'Iraq, ha detto: "siamo venuti in Iraq per fermare cose come queste ed invece esse sono accadute sotto la nostra tutela". by www.osservatoriosullalegalita.org

. IL LIBRO DI RAJAN E ZINGALES Le élite contro il sistema Un establishment che si autotutela a scapito dell’efficienza E' arrivato in libreria, in questi giorni, un testo “sovversivo” scritto da due liberali. Vi si dice che il capitalismo è il migliore dei sistemi economici finora inventato dall'uomo. La capacità che l'economia di mercato ha di generare ricchezza e innovazione non avrebbe riscontri in nessun altro modello economico-sociale attuale o del passato. La finanza concorrenziale è la grande invenzione del capitalismo: mercati finanziari, istituzioni, strumenti sempre più sofisticati consentono in un'economia di mercato a chi ha le idee di poterle realizzare. Chi ha il talento imprenditoriale non sempre ha le risorse per trasformarlo in impresa, i mercati finanziari servono appunto per raccogliere e trasferire i denari nelle “mani adatte” per fare prodotti, per generare progresso tecnologico, per aprire nuovi mercati, per accrescere il benessere. Di cosa parliamo? Del volume di Rajan e Zingales, Salvare il capitalismo dai capitalisti, da poco uscito anche in Italia presso Einaudi. La parte più interessante del libro è quella da cui poi è tratto il titolo. Un capitalismo efficiente è quello nel quale si finanziano le idee migliori, mentre poco peso hanno le relazioni familiari, i patrimoni ereditati e i legami politici. Il punto è - spiegano i due economisti di Chicago - che i capitalisti una volta raggiunto il successo tendono a costruire barriere all'entrata di nuovi concorrenti, creano ragnatele, chiedono aiuto allo Stato per stabilire ostacoli all'ingresso di possibili outsider. L'Italia sarebbe un esempio tipico - recitano i due economisti - di un capitalismo inefficiente. L'intero sistema sarebbe fondato su élite che si puntellano a vicenda e che rendono assai difficile per chi non ne è parte emergere e poi svilupparsi. In un'economia capitalistica la concorrenza sul mercato dei prodotti dovrebbe selezionare le imprese, facendo fallire quelle inefficienti mentre il ricambio del controllo dovrebbe evitare che le imprese raggiungano livelli tali di inefficienza da dover fallire. Nei capitalismi inefficienti invece le imprese appartenenti all'élite anche se in difficoltà, anche se non più innovative vengono salvate dall'establishment (pubblico e privato). Nel nostro Paese, ma anche in altri paesi europei, il capitalismo va salvato non da un'improbabile assalto socialista ma dal velo soffocante creato dai capitalisti stessi. Tesi argomentata con ricchezza di riferimenti alla teoria economica recente, nella sostanza non poi così nuova, ma quanto mai attuale. Tanto per avere una conferma, basta leggere il parere che la Confindustria ha elaborato sul Testo unificato del ddl sul risparmio. Gli strumenti di tutela delle minoranze nelle società quotate e in quelle a capitale diffuso previsti dal ddl sul risparmio sarebbero eccessivi e quindi da ridurre. Gli amministratori eletti a rappresentanza degli azionisti di minoranza sarebbero “portatori di interessi specifici riferibili a quella minoranza e non alla genericità degli azionisti”, questo è il succo della posizione dei “capitalisti italiani”. Dimenticano forse, i nostri capitalisti, di ricordare che gli azionisti di “maggioranza” in Italia controllano con un investimento a dir poco esiguo interi imperi. La leva, cioè la quantità di capitale che si controlla detenendo un'azione del pacchetto di controllo, è elevatissima. Gli Agnelli, ad esempio, detengono un pacchetto pari a circa 615 milioni in azioni ordinarie Ifi e con questo controllano capitali di terzi (azionisti di minoranza appunto) in Fiat, Ifi etc. pari a 5,5 miliardi di euro; Tronchetti Provera e i suoi amici con un investimento di 212 milioni di euro controllano una piramide che dal vertice Camfin arriva al gruppo Telecom, cioè comandano su 57 miliardi di euro di capitale altrui. La quasi totalità delle grandi imprese italiane, quotate e no, sono controllate mediante gruppi piramidali. Gruppi di fatto sottratti al vaglio del mercato, non scalabili, impenetrabili. In molti di questi gruppi sono presenti come azionisti anche altri grandi capitalisti e vari banchieri, membri dell'establishment. Capito qual è l'élite di cui parlano i due economisti di Chicago? Capito perché il loro volume è un testo sovversivo? ilriformista.it

IRAQ: FERMIAMO IL MASSACRO DI FALLUJA Siamo ormai al ventitreesimo giorno dell'assedio di Falluja, iniziato il 6 aprile quando le truppe statunitensi hanno circondato la città chiudendo con muri di sabbia tutte le vie di accesso e lanciando un attacco militare dalla terra e dal cielo. Centinaia i civili già morti, comprese donne e bambini; decine di migliaia di persone hanno dovuto lasciare la città ed ora si trovano ospitati in ricoveri di fortuna a Baghdad e in tutta l'area circostante. E' in corso una "punizione collettiva" della popolazione della città, come è stata definita da esponenti dello stesso Consiglio di Governo iracheno, per aver resistito alla occupazione militare statunitense. A Falluja sono state violate tutte le convenzioni internazionali A Falluja è stato negata la istituzione di zone di sicurezza e di corridoi umanitari per soccorrere i feriti ed inviare aiuti A Falluja è stato impedito ai feriti di raggiungere l'ospedale cittadino A Falluja cecchini statunitensi hanno sparato sulle ambulanze, su persone che entravano ed uscivano dagli ospedali, su persone con le mani alzate o che brandivano bandiere bianche. A Falluja è stato impedito alla popolazione in fuga di uscire dalla città A Falluja sono state utilizzate bombe a grappolo e negli ultimi giorni sono stati effettuati più bombardamenti aerei su zone civili. Tutto ciò è stato fatto dai "nostri migliori amici", senza che nemmeno una protesta si sia levata da parte del nostro governo. Chiediamo che il Governo e le forze politiche italiane condannino con forza il massacro di Falluja e si attivino per evitare che accada la stessa cosa nella città santa di Najaf. Chiediamo che il Governo e le forze politiche italiane sostengano la richiesta del Consiglio Cittadino della città di Falluja per un intervento urgente del Segretario Generale dell'Onu. Invitiamo la società civile italiana e il movimento per la pace a mobilitarsi con urgenza Un Ponte per… Associazione di Volontariato Internazionale – ONG -"Un ponte per… " Piazza Vittorio Emanuele II, n.132 - 00185 Roma Tel. 06-44702906 - Fax 06-44703172 Mail to: uff-stampa@unponteper.it; www.unponteper.it

Bush: Falluja a ogni costo Il presidente americano ordina di stroncare la resistenza della città irachena. Interi isolati rasi al suolo dai bombardamenti. Kofi Annan: «Così si peggiorano le cose». Si combatte a Najaf, uccisi tre marine S. CH. INVIATO A BAGHDAD «Sapevamo che gli americani non erano interessati ad altro che a schiacciare ogni forma di resistenza a Falluja, ma non pensavamo che potessero arrivare a tanto. Vedi quella zona attorno alla moschea - ci dice Ahmed, un giovane sui sedici anni uscito dalla città assediata due giorni fa, puntando il dito verso il televisore in un internet point di Saadoun street, nel centro di Baghdad - quella dove si vedono solo rovine? Bene lì stava la mia casa, adesso non c'è più. Non so che fine abbiano fatto molti dei miei amici rimasti a difendere Falluja e sono molto preoccupato. I miei hanno voluto portarmi via ma se continua così mi sa che io qui non ci resto». La ripresa dei massicci bombardamenti su Falluja, ieri pomeriggio, per il quarto giorno consecutivo ha diffuso a Baghdad sentimenti contraddittori. Da una parte una grande disperazione, dall'altra l'orgoglio perché, dalla fine di marzo, la città assediata ancora non si arrende. Tutti sanno però che la fine potrebbe essere vicina. Il presidente Bush ieri ha dato il via libera alla distruzione della città dichiarando: «I nostri comandanti prenderanno ogni misura necessaria per avere il controllo della città». Il segretario generale delle Nazioni unite, Kofi Annan, invece ha alzato la voce contro quelle che ha definito «azioni militari violente intraprese da una potenza occupante contro gli abitanti di una paese occupato, che possono solo peggiorare le cose». In realtà gli americani, dopo essersi dovuti ritirare due giorni fa nel quartiere di al Jolan hanno deciso, prima di avanzare di nuovo, di spianare completamente la strada davanti a loro. La resistenza, secondo quanto dichiarato alla stampa locale dal capitano Douglas Zembiec comandante della compagnia Echo sul fronte di Falluja è assai più dura del previsto: «Hanno combattuto come leoni. Hanno mantenuto una grande freddezza e portato via i loro feriti. Mi vengono le lacrime agli occhi quando ci ripenso». Ciò ovviamente non ha impedito ai marines di ritirarsi per dare la possibilità all'aviazione di radere al suolo la zona dove i combattenti iracheni si erano fortificati. Ieri mattina dopo la battaglia della notte precedente dalla mappa del quartiere di al Jolan erano scomparsi altri quattro isolati. Nel pomeriggio si è sentito il crepitio delle mitragliatrici e il rumore sordo dei mortati e poi sono entrati in azione aerei F16, elicotteri, aerei Ac-130 in grado di sparare una quantità di colpi tale da uccidere qualsiasi essere vivente nell'area di un campo di calcio che hanno martellato ancora il quartiere di Al Jolan, uno di quelli dove i partigiani iracheni si erano meglio barricati insieme a Hayal Askeri e Shuhada, pari a circa la metà della superficie della città. Si tratta delle zone più periferiche e popolari, centro della contestazione delle trattative portate avanti dal Partito islamico iracheno, islamista moderato, e dal sindaco Mahmoud Ibrahim, nominato da Bremer, con i comandanti dei marines e che avevano chiesto, per consegnare le armi, un impegno americano a non entrare in città. Colonne di profughi sarebbero state segnalate in fuga dai quartieri bombardati diretti attraverso i campi verso la capitale. «In realtà - ci dice Ahmed - non si combatte solo a Falluja ma anche nelle zone circostanti. A Khalidya per esempio ha avuto luogo una furiosa battaglia con decine di vittime mentre in tutti gli altri centri sunniti attorno a Baghdad i marines stanno facendo di tutto per schiacciare ogni forma di resistenza». Ma se nelle città assediate la superiorità aerea e militare Usa ha il sopravvento, lungo le strade che uniscono la capitale con le varie provincie la situazione è ribaltata. Un militare statunitense è rimasto ucciso durante l'attacco ad un convoglio diretto a Falluja appena fuori Baghdad, vicino ad Abu Graib. Altri due soldati Usa sarebbero stati uccisi in una imboscata ad al Suwaira, a sud di Baghdad, sul Tigri, e due soldati ucraino vicino alla città meridionale di Kut. Cinque poliziotti iracheni sono stati ammazzati invece a Mosul. Intanto a Najaf le truppe Usa, dopo aver ucciso due giorni fa circa 150 militanti delle milizie di al Sadr, approfittando del terreno aperto dove gli elicotteri e gli aerei possono colpire senza problemi - e della scarsa preparazione militare dei miliziani dell'esercito del Mahdi - hanno allargato la loro zona di azione uscendo dalla base una volta occupata dagli spagnoli e cominciando a pattugliare le strade tra Kufa e Najaf dove sono asserragliati i fedelissimi di Muqtada. I marines sono ormai a circa 6 chilometri dalla moschea dell'Imam Ali dove è sepolto il fondatore di questa corrente dell'Islam e dove ogni sciita desidera di essere sepolto. ilmanifesto.it

Falluja, continua l’attacco Usa. «Centinaia di morti» dal Corriere - 29 aprile 2004 Non si ferma l’attacco americano a Falluja. Contro la roccaforte sunnita vengono impiegati elicotteri e cannoniere volanti e i mezzi corazzati sono pronti all’assalto finale. I morti tra gli iracheni sarebbero centinaia. I generali americani: «Se ci muoviamo, vinciamo in poche ore. Ma il problema non è solo militare». Nella foto, donne irachene a Falluja (AP Photo/Muhammed Muheisen). A pagina 11 Caretto, L. Cremonesi, Olimpio -------------------------------------------------------------------------------- «Renderemo sicura Falluja. Con ogni mezzo» Bush promette che le milizie saranno sconfitte. Ma i generali avvertono: «Non è solo una questione militare» DAL NOSTRO INVIATO BAGDAD - Potrebbero prenderla in poche ore. Prima il bombardamento dell'aria. Poi l'attacco frontale delle brigate corazzate. E Falluja cadrebbe subito. Cosa possono fare 2.000 guerriglieri con Rpg e kalashnikov contro il meglio dei marines? «Ma Falluja è molto più che un problema militare», ha spiegato ieri il generale Mark Kimmitt, portavoce delle truppe Usa in Iraq. In effetti il problema è di immagine, un dilemma politico. Gli americani con i loro alleati della coalizione si presentano come truppe di liberazione. Ma come potrebbero giustificare i morti civili, le fotografie delle case sventrate, le moschee colpite, una città devastata? Un dilemma a cui non sembrano aver dato ancora risposta. Non a Falluja, cuore delle zone sunnite più fedeli all'ex regime e comunque decise a combattere le truppe della coalizione. Ma neppure nelle città sante sciite di Najaf e di Kut, dove le milizie armate fedeli al leader fondamentalista Moqtada Al Sadr oppongono una forte resistenza e ieri sono tornate a minacciare «attacchi kamikaze di massa». Dopo i combattimenti violentissimi, che martedì prima dell'alba avevano causato quasi 70 morti a Najaf e in serata avevano fatto credere che i marines stessero lanciando l'attacco finale contro Falluja, ieri la situazione è tornata a essere di stallo. A Najaf ha prevalso una calma carica di tensione. A Falluja, invece, di sera si è tornato a sparare. E nel nord, a Mosul, migliaia di persone sono scese in piazza, per festeggiare il 67° compleanno di Saddam Hussein, bloccando i quartieri del centro. Per spiegare la situazione si è mosso lo stesso George Bush. «Credo che alcuni quartieri di Falluja siano tornati alla normalità. In altri restano gruppi di terroristi isolati. Comunque non ci saranno ritardi nella data del 30 giugno. «I nostri comandanti militari intraprenderanno tutte le azioni necessarie per mettere in sicurezza Falluja», ha spiegato il presidente Usa, indicando che le operazioni militari delle ultime settimane e il tentativo di smantellare le milizie armate hanno l’obiettivo di garantire che il passaggio dei poteri al nuovo governo iracheno si svolga nei tempi e modi previsti. Gli ha fatto eco, da Berlino, il segretario di Stato, Colin Powell: «Stiamo molto attenti a non colpire i civili. Purtroppo le milizie si nascondono nelle moschee e negli ospedali, e usano i luoghi santi a Najaf e Karbala per occultare le armi». Ma il tempo non sta con la coalizione. I comandi americani sanno che il protrarsi dello stallo alimenta le fila degli scontenti. A Falluja nelle ultime 48 ore si usa la tattica del bastone e della carota. Dopo una notte di combattimenti, ieri mattina i marines sono tornati a offrire il cessate il fuoco. «Siamo ancora determinati a cercare le trattative», ha spiegato Kimmitt. Ma si è anche mostrato molto scettico. «Il fatto è che i notabili locali con cui trattiamo poi non sono in grado di far rispettare gli accordi dalla loro gente. Ci avevano promesso la consegna delle armi pesanti, e non lo hanno fatto; la resa dei guerriglieri stranieri, e non si è visto nessuno; l'avvio di pattuglie miste tra i nostri soldati e la polizia irachena, ma non hanno funzionato». Quindi Kimmitt è tornato a spiegare ciò che aveva detto all'inizio dell’assedio: «I terroristi di Falluja e Najaf non si facciano illusioni. Un anno fa abbiamo sconfitto l'esercito iracheno in tre settimane. Potremmo batterli in poche ore, l'opzione militare è semplice, veloce, diretta. Ma, se possibile, preferiremmo una risoluzione pacifica della crisi». Ieri sera sembrava però che anche i tempi supplementari fossero al termine. Alcuni elicotteri avevano ripreso a bombardare le zone della periferia e numerosi civili stavano cercando di evacuare le aree più pericolose. Lorenzo Cremonesi -------------------------------------------------------------------------------- «Usa in trappola» La situazione in Iraq preoccupa i maggiori quotidiani Usa che si interrogano sulla bontà della strategia adottata dalla Casa Bianca. «L’assedio di Falluja - scrive il New York Times - è un esempio da manuale di supposizioni sbagliate, speranze disilluse, rivalità tra l’Esercito e la Marina. Una tragedia che diventa una trappola». Anche Usa Today è critico: «Dopo quasi 14 mesi di una guerra che, secondo le previsioni del Pentagono, sarebbe dovuta finire presto, le truppe Usa devono affrontare quella che potrebbe essere la più importante delle battaglie dal Vietnam» -------------------------------------------------------------------------------- Ds Milano - Rassegna stampa

Il massacro di Falluja, l'assedio e la fine della tregua ''Uccidono tutto ciò che si muove'' “Uccidono tutto ciò che si muove. Sparano anche agli animali… Facciamo appello alle persone di buona volontà perché si fermi questo massacro”. Nelle parole dell’imam Abd al-Ani sta il grido di dolore di Falluja, la città santa roccaforte delle milizie sunnite, da martedì sotto il pesante attacco delle truppe americane che la cingono d’assedio da tre settimane. La fragile tregua stabilita sette giorni fa, già parzialmente violata più volte, è fragorosamente crollata sotto le bombe sganciate sulla zona nord occidentale dai caccia americani AC 130, mentre elicotteri e carri armati sferravano due successivi attacchi, devastanti, nella notte tra martedì e mercoledì. E ieri pomeriggio altri bombardamenti, nel quartiere Golan, mentre la principale base Usa, Camp Falluja, veniva attaccata dai miliziani a colpi di mortaio. Un inferno, insomma, dove quando si abbasserà la polvere degli spari partirà la triste conta delle centinaia di vittime civili, dei palazzi distrutti (“ma ricostruiremo tutto entro due mesi”, ha avuto il coraggio di dire Bremer), dei bambini senza più genitori. Non basterà più il campo da calcio cittadino, trasformato in cimitero per accogliere le settecento vittime della spietata vendetta americana contro l’uccisione, venti giorni fa, di quattro agenti privati Usa ad opera dei miliziani sunniti. È guerra aperta tra 2000 marines e gli almeno 300 guerriglieri iracheni asserragliati in città, quasi tutti ex baathisti, sostenuti da un centinaio di combattenti stranieri, soprattutto siriani e iraniani. Proprio l’arresto dei miliziani non iracheni, i cosiddetti “arab fighters”, era una delle condizioni poste dal Comando militare americano per evitare l’attacco. L’altra era la consegna di tutte le armi pesanti. Un diktat che sembra fatto apposta per essere ignorato, e così è stato. L’ultimo tentativo di evitare l’inferno è stata l’idea di istituire ronde di polizia miste, parte marines e parte poliziotti iracheni, per pattugliare la città, con il placet degli ulema locali, e disarmare pacificamente gli “insurgens”. Anche questa ipotesi si è rivelata ben presto impraticabile, e ha ceduto alle spinte belliciste di Rumsfeld e soprattutto del generale di brigata Mark Kimmit. A nulla sono valsi gli inviti alla prudenza che persino Bush aveva fatto nei giorni scorsi, anche sull’onda della pressione italiana per la questione ostaggi. Gli americani hanno deciso di mettere le mani nel vespaio, per sedare il principale focolaio di resistenza del paese, il primo, da quando i marines avevano aperto il fuoco, giusto un anno fa, su una folla di manifestanti che festeggiava il compleanno di Saddam, uccidendone quindici. Ma Falluja è anche una delle città sante dell’Iraq (per gli sciiti è importante quanto Gerusalemme), e ospita oltre 200 moschee. Proprio dalle moschee arriva, per bocca degli imam, la prevedibile, durissima condanna dell’attacco americano. Probabilmente sarà mobilitazione generale, senza più distinzione tra sunniti e sciiti, tra miliziani e civili. Anche Abdul al-Kubaisi, il leader dell’Alleanza Nazionale Patriottica che sta mediando per conto dei nostri servizi segreti per ottenere la liberazione dei tre italiani, ha espresso al sito Peacereporter.net tutte le sue preoccupazioni: “Non sappiamo di preciso cosa stia succedendo. Non si sa nulla sul numero delle vittime, perché le forze Usa impediscono l’accesso alla città. Quello che è certo è che la situazione è gravissima.” Basta leggere il diario del blogger iracheno Rahul Mahajan, che scrive proprio da Falluja, per rendersene conto: l’ospedale straripa di feriti, moribondi, ustionati, dilaniati dalle bombe. “Una situazione pazzesca – scrive Mahajan – in mezzo ai parenti che piangono, alle grida di ‘Allah è grande’ e alle grida di rabbia contro gli americani”. Gli aerei americani hanno lanciato ieri mattina in tutta la città dei volantini, il cui allucinante testo recita testualmente: “Arrenditi, sei circondato. Se sei un terrorista, stai attento, perché il tuo ultimo giorno era ieri. Se vuoi salvarti la vita arrenditi adesso alle forze della coalizione. Stiamo venendo ad arrestarti.” Lo sceriffo americano, in sostanza, colpisce ancora, incapace di isolare politicamente poche centinaia di insorti, in una città di oltre 200.000 abitanti. Incapace di venire a patti con gli ulema sunniti, che avevano ammonito sulle reazioni che la semidistruzione di una città santa poteva scatenare, e incurante delle minacce di Moqtada Sadr e del più moderato Sistani. “L’attacco americano provocherà ripercussioni molto gravi”, teme l’inviato dell’Onu Lakhdar Brahimi. Ma Bush va avanti per la sua strada: “A Falluja faremo ciò che è necessario”, ha detto in serata. Necessario per chi? [Paolo Giorgi] www.aprileonline.info

Islamico, sospetto, innocente di (s. me.) A ovest c’è Guantanamo. Ma c’è anche una corte d’assise che nel pieno dell’allarme rosso sul terrore islamico si trova davanti dodici arabi caricati di pesanti accuse. Valuta le prove a loro carico. Ascolta le loro difese. E alla fine li manda a casa con la più totale delle assoluzioni. È successo a Roma, ieri, e ora aspettiamo il commento dell’idiota che si lamenterà per il lassismo della giustizia italiana, se non anche per il messaggio ai sequestratori di Fallujah. Il fatto. Nel 2002 due gruppi di maghrebini e pachistani trapiantati a Roma erano stati trovato in possesso di piantine del centro città, una sostanza chimica potenzialmente pericolosa, cassette di propaganda della Jihad. Sacrosanti gli arresti, complessa l’ipotesi di attentato (volevano avvelenare l’acquedotto o minare l’ambasciata americana), dura l’imputazione ai sensi della legge post-11 settembre che consente di punire l’intenzione di commettere atti di terrorismo. Da allora, diciotto mesi di carcere. Diciotto mesi. Una lunga detenzione preventiva giusti ficata con la pericolosità. Diciotto mesi, sembra, per niente. La stessa procura di Roma nel tempo si distacca un po’ dal processo (non sa neanche se farà appello), fino all’assoluzione piena: accolta dagli imputati con soddisfazione, nessuno spirito di rivalsa, l’ovvia richiesta di risarcimento danni per l’arresto. Altre indagini per terrorismo internazionale – in Italia, in Spagna, perfino negli Usa – fi- niscono così, o con condanne minori per fatti specifici. Perché è difficile trovare le prove di un’intenzione di reato. Perché spesso queste sono più azioni di polizia preventiva che veri processi. E perché fortunatamente da queste parti abbiamo leggi, avvocati, diritto alla difesa. Qui sta, casomai, la superiorità di una civiltà. Magari un po’ lenta e preoccupata. Giusto diciotto mesi. www.europaquotidiano.it

Falluja: né cibo né armi, soluzione guerra totale di Gustavo Flobert 29 Apr 2004 La preoccupazione al Pindagono* è forte. Le strade sono insicure, le vie di comunicazione sono scarsamente controllabili e i convogli arrivano senza la continuità voluta, e per un tecnoesercito la mancanza di materiali significa la crisi. Ora scarseggiano anche le munizioni. Certi reparti sono a corto di pindottole perché la piega assunta dalla guerra è imprevedibile, nonostante che fosse prevedibile da più di un anno. La guernizzazione di Falluja — la città messa al sacco in questi giorni — sta bruciando le munizioni e usurando i mezzi, mentre le battaglie urbane erodono le scorte sempre più esigue. Guernizzazione di Falluja La prima divisione marines per giorni è rimasta senza rifornimenti alimentari ed è scattato il contingentamento delle razioni di riserva. L’autostrada per Bagdad — un tempo controllata dalle pindoforze — è un tirassegno e i camion che evitano le mine stentano ad arrivare per tempo. Tanto più che il servizio di trasporto è privatizzato: l’appalto è della Kellogs e di altri sub-appaltatori dell’Halliburton. E i civili che guidano gli autoarticolati per 4mila dollari al mese hanno poca voglia di finire bruciati appesi al ponte di Falluja, o di fare il gioco del bersaglio per i kalashnikov. I soldati, idem: piuttosto che andare in giro a caccia di generi di conforto, preferiscono rimanere affamati insieme ai loro distaccamenti. Ogni trasporto diventa un convoglio accompagnato da carri e blindati, scortato da elicotteri armati. Diventa un’operazione di compattimento. Stoccaggio in aeroporto. Così i rifornimenti per le pindotruppe s’accumulano nell’aeroporto di Bagdad e non trovano autisti disposti a portare alimenti, munizioni e pezzi di ricambio in giro per il Paese, mentre i borsaneristi iracheni si lamentano che gli affari languono. Gli operai iracheni non vanno al lavoro, le fabbriche e i cantieri sono semivuoti. Quel che era cominciata come una protesta contro la chiusura di un giornale sciita si è trasformato in un grande incendio che ha messo a soqquadro l’intero sistema delle comunicazioni terrestri. I rifornimenti logistici arrivano a stento anche dalla Turchia, dal Kuwait e dalla Giordania: tutti gli assi stradali in quelle direzioni sono stati interrotti, i ponti sono distrutti. al-Stalingraq. La soluzione prospettata per sgomberare le vie di comunicazione far arrivare i mezzi è quello che sta accadendo a Falluja: bombardare i partigiani da lontano, a colpi di B52, di granate a frammentazione, di mortaio, di elicottero — paralizzandone la capacità offensiva grazie alla superiorità tecnologica — però con il problema (o la tragedia) di provocare un gran numero di vittime fra la popolazione civile, con effetti deleteri sul già scarso consenso fra gli iracheni. L’altra soluzione è fare un maggiore ricorso ai carri e ai blindati, che riducono il rischio per i pindocombattenti e anche, con il loro tiro diretto, di colpire troppi civili. C’è una terza via: e cioè entrare pian-pianino con la fanteria appiedata e mettendo in contro subito una grave ricaduta di caduti. Razzi spalleggiabili. Il problema è che i pindocarri scarseggiano. Le scorte di pezzi di ricambio sono state costituite sulla previsione di una guerra lampo che dopo un anno non è ancora finita, e per mezzi ad alta tecnologia la mancanza di un ricambio cretino significa la paralisi del mezzo. I cambi di guarnigione aggravano i problemi, perché chi arriva spera di trovare i mezzi in efficienza dopo aver abbandonato quelli fuori uso, mentre chi parte si porta via i mezzi in efficienza e abbandona sul posto i mezzi fuori uso. Come ricostituire un parco sufficiente di mezzi blindati? Bisogna farsi spedire al più presto dal Pindostan una buona quota di carri armati e di blindati. Solamente quando le navi avranno scaricato in Irak gli Abrams e i Btr si potrà entrare a Falluja com poche perdite fra i pindosi e fra la popolazione locale. La lezione sanguinosa dei russi a Grozny sembra dimenticata, l’esperienza dolorosa del Viet-Nam sembra remota. Gli iracheni hanno ancora larghe scorte di razzi spalleggiabili Rpg, quelli che a dispetto delle decantate virtù sforacchiano le corazze degl'indistruttibili Abrams. E' prevedibile che quando i mezzi entreranno nelle città, sarà strage di blinde e (purtroppo) di persone che vi si proteggono dentro. L’amarezza delle perdite spingerà ai bombardamenti a tappeto. Gl’uomini cadranno come mosche; con effetti sul consenso interno al Pindostan, sulle elezioni, sulla stabilità valutaria del pindollaro. Così il Pidagono pensa di coinvolgere Paesi o mercenari africani: costano meno e sentono meno — ahiloro — i morsi della fame. Ironia malvagia della povertà. Le cavallette. L’unica uscita è non la soppressione ma l’escalation del conflitto, con il ricorso alla mobilitazione dopo un anno di guerra fatta solamente da volontari e mercenari, e con il tentativo di condividere con altri il conflitto: saliranno le pressioni sull’Italia ma anche sulla Germania neutrale e sulla Francia neghittosa. I Paesi islamici risponderanno con l’aumento della tensione internazionale. Esploderà il Vicino Oriente. Atti terroristici spaventosi in Europa e nel Pindostan. Conflitto fra le cività. Scoppierà la terza guerra mondiale. Le cavallette, le cavallette! (*) Sul termine "pindosi" come soprannome degli statunitensi si veda l'etimologia e il lessico in www.reporterassociati.org/index.php?option=news&task=viewarticle&sid=155 Gustavo Flobert g.flobert@reporterassociati.org

Europarlamento + Eurodibattito? Eurogeneration! Per invertire la spirale dell’astensionismo, la ricetta è una: più dibattito europeo. Grazie alle giovani generazioni. Che non aspettano l’inizio ufficiale della campagna elettorale. L’Eurobarometro avverte: il prossimo giugno, solo un elettore su tre prevede di recarsi alle urne. Il fattore più scoraggiante per il cittadino è probabilmente il sentimento di conferire un mandato a qualcuno di chi poi non sentirà più parlare. Per la maggior parte dei cittadini, l’Europarlamento manca, infatti, di visibilità e il suo funzionamento di chiarezza. E’ per questo che, se il 63% degli Europei aveva partecipato alle prime elezioni dirette dell’assemblea di Strasburgo nel 1979, questa cifra non ha smesso di diminuire fino ad arrivare sotto il 50% nel 1999. E forse il peggio deve ancora venire... Partiti politici “europei”? Paradossalmente, i candidati alla deputazione europea si presentano sotto etichette di partiti nazionali, per poi raggiungere, una volta eletti, uno degli otto gruppi parlamentari transnazionali. Questa situazione, istituita nel 1953, è una fortuna per l’Europa, ma è anche fonte di incoerenze. Infatti, nel Partito dei Socialisti Europei (PSE), seconda formazione politica del PE (173 deputati), coesistono i partiti socialisti spagnolo, francese o belga ma anche il Labour inglese. Il gruppo Partito Popolare Europeo – Democratici Europei (PPE-DE), fondato nel 1976 e prima formazione al PE con 231 deputati, comporta più di 30 partiti nazionali diversi, fra i quali certi vengono addirittura da un solo e stesso paese e non vanno sempre d’accordo sulla scena politica nazionale. Il paesaggio politico europeo è sempre stato caratterizzato dalla convivenza di due grandi gruppi politici: popolari e socialisti. Una convivenza divenuta “ménage” nel 1989 con un “patto d’onore” fra le due formazioni dominanti per alternarsi alla presidenza dell’emiciclo. E alla separazione durante l’ultima legislatura – che ha visto la creazione di una maggioranza PPE-liberali che ha escluso i socialisti – potrebbe seguire una riedizione, nel nuovo Europarlamento che uscirà dalle urne il 13 giugno, della “grosse Koalition” tra popolari e socialisti. Nella vecchia fattoria del potere europeo... Gli altri gruppi raggruppano da 52 seggi, per i Liberal-Democratici e Riformatori Europei (ELDR), a 18 deputati, per il più piccolo, quello dei “sovranisti” del gruppo Europa delle democrazie e delle differenze (EDD). Ci sono anche la Sinistra Unitaria Europea / Sinistra Verde Nordica (GUE/NGL) e i Verdi/Alleanza libera europea (vedi link 1). L’ambizione dichiarata del Parlamento è di riflettere la volontà dei popoli d’Europa. Gli spetta anche di far vivere la democrazia politica europea di cui è il quasi-santuario: è l’unico organo dell’Unione i cui membri siano eletti a suffragio universale diretto. Nel momento dell’allargamento ad Est, si tratta ora di assicurare la migliore rappresentazione dei 450 milioni di europei provenienti dai 25 Stati Membri. L’Europarlamento dovrà essere pronto ad adattarsi, magari modificando il numero e l’identità dei gruppi politici al fine di renderli più rappresentativi e transnazionali nel loro approccio ai problemi pubblici. Da luglio 2004 in poi, sedici deputati provenienti da almeno un quinto degli Stati-membri potranno costituirsi in gruppo. Gli equilibri politici potrebbero essere modificati: le urne parleranno! 10-13 giugno: è il momento del dibattito! Il progetto di Costituzione europea prevede poteri incrementati per il Parlamento che, sull’insieme delle competenze comunitarie, verrebbe riconosciuto come co-legislatore con il Consiglio. E pressoché il 70% della legislazione nazionale degli Stati membri si decide prima a Bruxelles. Il Parlamento Europeo è in effetti un’oasi di democrazia in mezzo a un magma istituzionale nel quale il cittadino ha poche probabilità di far sentire la propria voce. Da qui l’importanza dell’appuntamento elettorale. La natura della stessa campagna possiede un forte significato. Se il Parlamento è il luogo della democrazia europea, bisogna notare che non c’è una campagna elettorale europea, ma bensì diverse campagne che restano per giunta focalizzate su temi nazionali. La colpa? Dei mass media, delle modalità di scrutinio e dei partiti. Da qui l’idea di accogliere un vero dibattito transnazionale dove gli argomenti e i partiti “europei”, transnazionali, giocherebbero in punta. Ha detto “organizzazioni politiche giovanili europee”? Come negli Stati-membri, certi gruppi politici europei possiedono una struttura per i giovani: YEPP per i Popolari, ECOSY per i Socialisti, LYMEC per i Liberali e FYEG per i Verdi. Molto occupati, sopratutto in periodo pre-elettorale, i loro deputati hanno ciononostante risposto all’invito di cafe babel per esprimere la loro visione su temi europei “scottanti” : la Costituzione, l’economia, la politica estera, l’immigrazione o la questione turca. I partiti europei giovanili hanno un’esistenza discreta ma molto attiva e permettono ai loro dirigenti di assaporare un assaggio della vita di eurodeputato. I loro eletti, designati in assemblea plenaria, riempiono, infatti, molto bene questo ruolo. Questo dossier fornisce degli strumenti per comprendere un paesaggio politico europeo spesso illeggibile. Arnt Kennis, Vicepresidente dei Giovani Popolari, Ief Janssesn, Vicepresidente dei Giovani Socialisti, Aloys Rigaut, Tesoriere dei Giovani Liberali e Jacopo Moccia, candidato dell’organizzazione belga Ecolo-J, vicina alla FYEG dei Giovani Verdi, ci aiutano a capire le posizioni di quattro delle principali organizzazioni politiche europee. In questo dossier tentano di convincerci di una sola cosa: che il dibattito può e deve essere europeo. Basta volerlo. E questa è già una buona ragione di andare a votare. La Costituzione nasce morta I giovani esponenti politici analizzano le carenze di un testo costituzionale che non convince nessuno. Quando Tucidide si rivolta nella tomba… La Costituzione europea sarà la chiave delle prossime elezioni europee del 13 giugno. Un documento attorno al quale si concentrano le principali divergenze dei differenti partiti politici. Un progetto di Costituzione con tante sfaccettature che se fosse ben utilizzato nella campagna, farebbe salire la partecipazione dei cittadini alle elezioni fino a far raggiungere le percentuali delle elezioni nazionali. Ma per avere una vera campagna europea si renderebbero necessari veri partiti politici europei. I punti critici della Costituzione Se la Costituzione fosse un paese europeo sarebbe la Finlandia, per la sua quantità di lagune. È possibile ravvisarne difetti per tutti i gusti. Nella Costituzione troviamo l'esclusione delle identità nazionali rintracciabili dentro gli arcaici stati attuali. Ed un militarismo in stile statunitense: “gli stati membri si impegnano a migliorare progressivamente le loro capacità militari”, (articolo I.40.3). È una Costituzione accentratrice, né federale né confederale, che concede tanto potere agli stati, degna dell'Europa del XVI secolo. Una Costituzione sprovvista di una vera Carta dei Diritti Sociali nonostante la battaglia di tutti i sindacati europei. Ricordiamo che la Carta dei Diritti Fondamentali fu approvata a Nizza e poi usata come il bastone e la carota in modo da sedurre il cittadino distratto. Tuttavia, la sostituzione del “diritto” al lavoro di molte costituzioni nazionali col “diritto a lavorare” europeo e l'assenza del diritto all'aborto non son passate inosservate, e sono difficilmente accettabili da un’importante parte della cittadinanza. Che resta attonita. Una Costituzione che insulta l'intelligenza proclamando “un’economia sociale di mercato altamente competitiva’, mischiando insieme queste antinomie con una fallimentare semplicità, frutto di quel mercato di polli in cui ebbe a consistere l'assemblea nella quale 105 membri dovevano approvare all'unanimità il tutto. Una Costituzione con un deficit democratico che farebbe piangere proprio quel Tucidide citato nel preambolo da Giscard e compagnia bella: la nostra Costituzione... si chiama democrazia perché il potere non sta nelle mani di pochi, ma nella maggioranza. La Costituzione come arma elettorale La Costituzione nasce fredda, senza un popolo. L'atteggiamento dei partiti politici è fedelmente riflesso da questa realtà: la magna carta non convince nessuno. I giovani socialisti dell’ECOSY, per bocca del loro vicepresidente, Ief Janssens, ci vanno giù duro: “vogliamo una costituzione, non un altro trattato internazionale”. Il giovane socialista è sicuro che se il testo discusso in CIG deve essere la futura Costituzione dell’Unione Europea e non solamente un altro trattato internazionale, allora non andrebbe chiamato “Trattato per l’istituzione di una Costituzione”, bensì “Costituzione”. ECOSY esige l'introduzione di miglioramenti nel progetto di Costituzione. Per i socialisti, crescita e lavoro dovrebbero essere compresi negli obiettivi della Banca Centrale Europea. Allo stesso tempo, Ief Janssens chiede l'introduzione dei principi con i quali andrebbero diretti i servizi pubblici nell’Unione Europea: “Universalità, uguaglianza di accesso, qualità, giusto prezzo, controllo pubblico”. Quanto al Movimento dei Giovani Liberali e Radicali dell'Unione Europea (LYMEC), invece, la soddisfazione per il lavoro della Convenzione è grande. Per il tesoriere Aloys Rigaut si tratta di “una base sana per un trattato costituzionale”. I Liberali invitano tutti i paesi ad adottare il progetto di Costituzione. Tuttavia nota: “i cittadini non devono esser ingannati, il progetto che c'è sul tavolo è solamente un trattato costituzionale, non è ancora una autentica costituzione ”. I giovani liberali appoggiano la costruzione di una federazione europea ed una chiara separazione di poteri nell'ambito europeo. Per i Verdi europei della FYEG, “la parte del progetto che definisce le politiche dell'Unione, è inaccettabile”. Secondo la loro opinione, questi testi contraddicono gli obiettivi dell’Unione descritti dalla Convenzione e limitano le possibilità di effettuare politiche di sviluppo sostenibile e solidale. Jacopo Moccia, di Ecolo-J, cita tre elementi del progetto costituzionale che i Verdi hanno appoggiato: l’estensione della codecisione, per esempio nel settore dell'agricoltura; l'introduzione del concetto di Corpo Civile Europeo della Pace per lavorare nelle missioni di prevenzione dei conflitti; il diritto di ritiro degli stati membri dal Trattato Euratom (Comunità Europea dell'Energia Atomica), senza che quest’abbandono abbia conseguenze sulla loro adesione all'UE. Da parte sua, la gioventù del Partito Popolare Europeo (YEPP), crede che la Conferenza Intergovernativa debba adottare quanto prima la Costituzione europea. Arnt Kennis, vicepresidente dello YEPP, conferma che il suo gruppo desidera una Costituzione per “un’Europa federale, basata sul principio della sussidiarietà”. I risultati più importanti di questa costituzione sono, secondo le loro opinioni, il maggior potere del Parlamento grazie al procedimento di codecisione, l’estensione del sistema di voto a maggioranza qualificata, l’inclusione della Carta dei Diritti Fondamentali, la creazione di un presidente del Consiglio e di un Ministro degli Affari Esteri e la possibilità di cooperazione rafforzata per un gruppo di paesi desiderosi di andare avanti da soli. I fogli della Costituzione son taglienti. La magna carta è pronta per esser utilizzata come arma elettorale. I cittadini europei non vogliono una costituzione che resti indietro rispetto alle loro costituzioni nazionali. L’Europa terrà parecchio in conto le proposte dei suoi politici al momento di andare al voto. Se ci andrà. cafebabel.com

Le iene Antenore Una trasmissione della quale avevo dimenticato l'esistenza: un "imputato" seduto su un ring da pugilato, e quattro signori, grintosi e vestiti di nero, fuori dalle corde a incalzarlo con domande che lo metteranno in difficoltà. E' domenica 18 aprile, siamo su Raidue e tocca a Giancarlo Caselli: lo vedo, lo riconosco e mi fermo ad ascoltare. Caselli è stato un personaggio chiave nella cronaca degli anni passati: era a Palermo negli anni caldi degli attentati mafiosi, è l'uomo che rinviò a giudizio Giulio Andreotti per mafia, e che per questo è stato oggetto di violente critiche nei mesi scorsi. Caselli spiega con chiarezza: che dalla sentenza del processo risulta chiaro che Andreotti fu riconosciuto colpevole di collusione con la mafia, fino al 1980; ma che i fatti precedenti il 1980 sono ormai caduti in prescrizione, e che solo per questo Andreotti fu assolto. E ancora: che nei processi per mafia di Palermo, nati per indagini di Caselli e del suo staff, ci furono più di 500 condanne; i soli che furono assolti furono gli imputati legati alla politica. Possibile, chiede Caselli, che gli agenti e i carabinieri così bravi ad incastrare picciotti e capicosca diventassero poi degli incapaci quando si trattava di incastrare un sindaco o un presidente di provincia, o magari un onorevole? Ma la telecamera inquadra i quattro grintosi giornalisti, fuori dal ring, che fanno sorrisi sarcastici. Gliela facciamo vedere noi, a questo qua, paiono dire. Ed ecco la domanda terribile: "Lei scrive sull'Unità e partecipa a dibattiti organizzati da quel giornale. Non crede che i cittadini che non sono di sinistra possano trovarci qualcosa da ridire?" Ormai è inutile che Caselli spieghi che scrive dove gli chiedono di scrivere, e che partecipi volentieri ai dibattiti e agli incontri nelle scuole, se si tratta di diffondere princìpi positivi; inutile che faccia l'elenco delle altre sue collaborazioni, da "Famiglia Cristiana" a "L'Avvenire" alla "Stampa"... Il ghigno dei quattro killer parla chiaro: è un comunista, non se ne parla nemmeno, lo abbiamo inchiodato per bene! La mia impressione è questa: che il giudice Caselli, pur con tutti gli errori che può aver commesso e con tutti i suoi difetti umani, è una brava persona con dei solidi princìpi, e gli altri sono quattro iene prezzolate. Ma ormai, di questi tempi, dire iena a qualcuno è fargli un complimento: "Le iene" è il titolo di un film di successo, e anche di un programma tv "molto irriverente" e "di successo", ovviamente su Mediaset. ulivoselvatico.org

Peppe Sini : Una lettera ad alcune persone amiche Nello Margiotta Fonte: Centro di ricerca per la pace 28 aprile 2004 Carissime e carissimi, se un nostro umile e limpido gesto puo' contribuire a salvare delle vite umane, quel gesto dobbiamo farlo. E' un gesto non solo onorevole, ma giusto, ma buono. Cosi' di tutto cuore, senza esitazioni, senza distinguo e senza sofismi, anch'io rispondo di si' all'appello dei familiari dei tre giovani italiani rapiti e minacciati di morte. E manifestero' con loro la speranza e l'impegno contro tutte le uccisioni. Quando diciamo di essere contro la guerra e contro il terrorismo cosa altro diciamo se non che siamo contro tutte le uccisioni? Ci tireremo forse indietro proprio quando un nostro gesto, onorevole, giusto e buono, puo' contribuire a salvare delle vite umane e indicare una via nonviolenta di intervento nel conflitto, di questo presente orribile conflitto che tutti ci lacera e coinvolge? Se della necessita' morale e intellettuale della nostra opposizione alla guerra e al terrorismo, alle stragi e alle uccisioni, eravamo convinti gia' prima, oggi dobbiamo esserlo ancor piu'. Senza ipocrisie, senza abulie, senza ambiguita'. Del ripudio della menzogna Capisco i dubbi e le esitazioni di tanti. Ma non accetto le menzogne e il cinismo. Con parole che sento insufficienti e non di rado insincere sento parlare in questi giorni di ricatti e di terrorismo. Ma la guerra è il primo e il principe degli atti di terrorismo, che tutti gli altri incuba ed alleva; l'occupazione militare dell'Iraq che si prolunga da oltre un anno con il suo corteggio di stragi e devastazioni e' con tutta evidenza un crimine immane e spregevole un ricatto; i carri e i mitra americani (e degli stati loro tributari, e dei governi mercenari, tra cui quello italiano) tengono ostaggio l'intero popolo iracheno, ed incessanti seminano morte. I terroristi rapitori dei giovani nostri concittadini, gli assassini di uno di loro, riproducono e proseguono nella misura dei loro mezzi un crimine e un orrore piu' vasto, un crimine e un orrore di cui anche il nostro stato, il nostro paese, ed infine - e suo malgrado - il nostro stesso popolo e' complice. Della nostra vergogna Non esser riusciti lungo un anno a far quasi nulla contro la guerra (e le poche cose fatte, sovente purtroppo vacue e confuse, reticenti e ambigue, talora persino inquinate) ha reso il movimento pacifista del nostro paese avversario inetto ed in certi momenti ed atteggiamenti talora quasi paradossale complice del governo, del parlamento e del presidente della Repubblica fedifraghi e felloni, cioe' delle istituzioni che sciaguratamente l'Italia in guerra hanno precipitato, tradendo il proprio mandato e il giuramento fatto sulla Costituzione della Repubblica Italiana, violando per sempre la legge su cui la civile convivenza del nostro paese si fonda, facendo morire anche degli italiani, ed altri italiani rendendo assassini; tutti inabissandoci nell'illegalita' e nel crimine, nel terrore e nella barbarie. Un'orgia di sangue. Di cui non si vede la fine. E non se ne vede la fine per responsabilita' anche nostra. Non solo dei sanguinari che governano il mondo e il nostro stesso paese, sciagurati fuorilegge che fanno quel che pensano e che loro conviene. Nostra di noi che avremmo dovuto fermarli e non lo abbiamo fatto. Nostra di noi che dovevamo difendere la legalita' costituzionale e il diritto internazionale e non lo abbiamo fatto. Nostra di noi che dovevamo difendere la democrazia, il civile condursi e convivere, il diritto alla vita che inerisce ad ogni essere umano, e non lo abbiamo fatto. Abbiamo tentato, ma non siamo riusciti. E' anche la nostra incertezza interiore ed effettuale inadeguatezza, che fa crescere il duplice crimine della guerra e del terrorismo che la guerra imita e riproduce ed espande vieppiu'. Dovevamo fermarli e non lo abbiamo fatto. Abbiamo tentato, ma non siamo riusciti. Perche' non lo abbiamo fatto? Perche' non siamo riusciti? Per la piu' semplice ed essenziale delle ragioni: perche' neppure noi, nel nostro agire comune e condiviso come ampio e plurale movimento per la pace, abbiamo saputo fare in pienezza e in profondita' la scelta della nonviolenza, la scelta teorica e pratica della nonviolenza, la scelta esistenziale e politica della nonviolenza, la scelta assiologica e giuriscostituente della nonviolenza. Non siamo ancora un persuaso movimento per la pace, e non essendo un persuaso movimento per la pace non siamo neppure un persuasivo movimento contro la guerra. Perche' c'e' un solo modo per essere un movimento per la pace che possa la guerra sconfiggere: e questo solo modo e' la scelta della nonviolenza. La nonviolenza dei forti, la nonviolenza che nitida e intransigente si oppone a tutte le guerre, a tutti gli eserciti, a tutti gli armati, a tutti i terrorismi, a tutte le uccisioni. Anche le nostre mani sono sporche di sangue. Solo la nonviolenza puo' salvare l'umanita'. Dal silenzio al digiuno Per quanto riguarda la mia personale, di responsabilita', per piccola cosa che essa possa essere, ho deciso di uscire dal silenzio che mi sono imposto da mesi per prender le distanze dal rumore di fondo che non mi persuade, dalle troppe stoltezze e scelleraggini dette e fatte anche nel campo pacifista da chi pretende di rappresentarci e ci sfigura; e per cercare una piu' essenziale misura, una piu' esatta disciplina. Da quel silenzio esco ora per dire una parola, per esprimere un voto, dichiararmi a favore di un gesto per salvare tutte le vite umane che salvate possono essere, a cominciare da quei tre giovani nostri concittadini in Iraq. Un gesto che e' di pace e per la pace, coerente nella forma e nel contenuto, nei mezzi e nei fini, un gesto nonviolento che a partire da noi testimoni la necessita' e la possibilita' che cessi la guerra,che cessi l'occupazione militare, che cessi il terrorismo, a cominciare dall'Iraq. E per veder piu' chiaro in me al digiuno della parola, al silenzio, sostituisco a cominciare da ora un altro e piu' alto, piu' severo digiuno, dell'alimentazione. Un digiuno gandhiano, misero segno di condivisione di un dolore e di assunzione di una penosa e ineludibile responsabilita', e ancora nitido gesto di pace e di reciproco riconoscimento di umanita'; un digiuno gandhiano, non per ricattare, non per adire i mass-media, ma per condividere una sofferenza che altre vite afferra e strozza, per illimpidire il mio sentire e il mio fare, per vedere piu' chiaro, per cercare una via all'agire che occorre, per rispondere al compito dell'ora. Vi abbraccio forte, Peppe Viterbo, 27 aprile 2004 Note: Mittente: Peppe Sini responsabile del Centro di ricerca per la pace di Viterbo str. S. Barbara 9/E, 01100 Viterbo, tel. 0761353532 e-mail: nbawac@tin.it

Il negoziatore Abdul Jabbar al-Kubaysi, uno dei protagonisti della ascesa al potere del partito Ba'ath in Iraq, dopo essere stato ministro della giunta rivoluzionaria, venne allontanato dal governo quando Saddam ne fece una dittatura. Divenuto successivamente suo oppositore e quindi fuggito in Siria, è oggi a capo dell’Alleanza Nazionale Patriottica, formazione politica della resistenza irachena che raggruppa bahatisti, comunisti e islamici moderati. Delle tre ‘anime’ della resistenza irachena contro le forze d’occupazione statunitensi, sunnita, sciita e laica, Kubaysi è sostanzialmente il rappresentante di quest’ultima. Inoltre è originario di una delle più importanti famiglie di Falluja, dove ha importanti contatti personali e dove il suo partito ha anche una sede. Nella vicenda dei tre ostaggi italiani detenuti a Falluja, Kubaysi svolge un fondamentale ruolo di intermediazione tra i servizi segreti italiani e le formazioni armate dei sequestratori, con le quali ha dei contatti indiretti, resi molto difficoltosi in queste ultime ore a causa della violenta offensiva Usa contro Falluja. Lo abbiamo raggiunto telefonicamente a Baghdad Signor Kubaysi, innanzitutto, che notizie ha dalla sua città natale, Falluja? Da ieri sera, quando è iniziato l’attacco americano, le linee telefoniche non funzionano più. Stiamo cercando di contattare la nostra sede a Falluja, ma non ci siamo ancora riusciti. Le frammentarie notizie giunte fino ad ora parlano di due pesantissimi attacchi condotti con aerei, elicotteri e artiglieria contro due quartieri della città. Il primo è scattato alle 21:30, ed è proseguito fino alle 23. Nel frattempo, alle 22:30, le bombe sono iniziate a cadere su un'altra zona, martellata fino a mezzanotte e mezza. Questa mattina i caccia Usa stanno sorvolando il centro abitato, ma non sappiamo cosa stia succedendo. Non si sa nulla sul numero di vittime, perché le forze Usa impediscono l’accesso alla città. Quello che è certo è che la situazione è gravissima. Come stanno procedendo le trattative per la liberazione dei tre ostaggi italiani detenuti a Falluja? Siamo sulla buona strada. Ieri sera abbiamo appreso che le famiglie dei tre italiani arrestati hanno indetto una manifestazione per giovedì cui stanno aderendo in molti. Questo è molto positivo perché ci aiuta nel nostro sforzo di convincere coloro che li detengono a lasciarli liberi. Dato che non possiamo comunicare con i nostri amici a Falluja, uno di noi sta cercando in queste ore di raggiungere la città allo scopo preciso di parlare con i nostri contatti, persone molto, molto vicine ai sequestratori, che noi personalmente non conosciamo. Vogliamo far sapere loro che il popolo italiano si sta muovendo per dimostrare in piazza. E questo sarà certamente di grande aiuto per una rapida soluzione positiva della faccenda. Siamo molto fiduciosi: ci aspettiamo qualche risultato nel giro di due o tre giorni Avete avuto comunicazioni con i familiari degli ostaggi? Le avremo oggi. Appena le ‘democratiche’ forze d’occupazione americane ci ridaranno l’elettricità invieremo loro via e-mail un messaggio a nome del mio partito, l’Alleanza Nazionale Patriottica. Vogliamo dire loro che siamo felici che il popolo italiano stia dimostrando di essere diverso dal governo italiano, di sostenere la causa della pace, la causa di un Iraq libero e indipendente. Vogliamo che i familiari sappiano che stiamo facendo del nostro meglio perché ai loro ragazzi non venga fatto del male, anche perché sappiamo bene che altrimenti perderemmo la solidarietà del popolo italiano. Vogliamo che i parenti degli ostaggi sappiano che in Iraq hanno degli amici che stanno lavorando per farli tornare a casa al più presto, sani e salvi. Quindi la manifestazione prevista per domani potrebbe produrre una svolta nella vicenda? Certo, certo. Assolutamente sì. E’ una cosa molto, molto importante. Enrico Piovesana www.peacereporter.net

Le peggiori multinazionali del 2003 (lungo) di Russell Mokhiber e Robert Weissman, Multinational Monitor Nonostante tutti i crimini finanziari commessi dalle multinazionali americane negli ultimi due anni per un ammontare di miliardi di dollari, solo due dirigenti di alto livello sono attualmente in carcere. Proprio così, due. È la legge del più forte. E forse è questo il motivo per cui anche noi dovremmo prendere in considerazione l’idea di fare a meno delle multinazionali. Detestiamo sembrare i vostri genitori, ma dovete assumervi la responsabilità delle vostre azioni. Se rubate in un supermercato, andate in prigione. Se parcheggiate in doppia fila, pagate la multa. Ma come mai, questo semplice principio non è valido per le multinazionali e per i loro dirigenti? Secondo questo articolo nonostante tutti i crimini finanziari commessi dalle multinazionali americane negli ultimi due anni per un ammontare di miliardi di dollari, solo due dirigenti di alto livello sono attualmente in carcere. Proprio così, due. Provate a chiedervi, per quanto possa essere inconcepibile, se persone appartenenti alla classe operaia commettessero un reato per centinaia di miliardi di dollari quanti di essi sarebbero in carcere? Tutti. Allora, com’è possibile che le multinazionali e i relativi dirigenti riescono a farla franca? È la legge del più forte. E forse è questo il motivo per cui anche noi dovremmo prendere in considerazione l’idea di fare a meno delle multinazionali. Supponiamo che una multinazionale venga incriminata per falso in bilancio, commettendo una frode effettiva di 2,7 miliardi di dollari. Si tratterebbe di un caso simile a quello della HealthSouth. Secondo la legge degli Stati Uniti, se una multinazionale farmaceutica viene accusata di un reato grave, non più fare affari con lo stato, nel caso specifico dei programmi Medicare e Medicaid, per la HealthSouth, si tratterebbe di vita o di morte. Di conseguenza, l’azienda assolda uno dei migliori legali del Paese, esperto in difesa di crimini finanziari aziendali, Bob Bennett e gli dice: "Salvaci dalla condanna a morte della multinazionale. "Bob si presenta dal Procuratore degli Stati Uniti che segue il caso e gli dice, "Ehi, questo è il mio numero di telefono, ti daremo tutto ciò che vuoi, ma non incriminarci. Per favore, non incriminarci. "E il procuratore degli Stati Uniti mette sotto accusa 16 dirigenti di alto livello, ma l’azienda riesce a non farsi incriminare. Questo è uno dei modi in cui una multinazionale si maschera, per non assumersi la responsabilità dei propri reati: accusa gli esseri umani. Ma a volte, i dirigenti della società dicono “Perché assumerci le nostre responsabilità? Cerchiamo una consociata defunta da dichiarare colpevole, così il governo può proibire a questa consociata di fare affari con Medicare. Cosa importa, questa consociata non ha mai comunque fatto affari con Medicare. "Così c’è una dichiarazione di colpevolezza, una sanzione alla multinazionale e un po’ di pubblicità negativa ma nessuno viene punito. Delitto senza castigo. Oppure supponiamo che la multinazionale voglia dichiararsi colpevole di un crimine minore senza pubblicizzare il reato. Succede anche questo. L’avvocato della multinazionale può andare al Dipartimento di Giustizia e stipulare un accordo in cui il Dipartimento si impegna a non diffondere comunicati stampa sul caso. Molti difensori delle multinazionali hanno raccontato al quotidiano Monitor di averlo fatto. Il Dipartimento di Giustizia all’inizio dell’anno ha pubblicato un memorandum intitolato "Indagine federale sulle organizzazioni commerciali. "Nel comunicato, redatto dal Vice Procuratore Generale Larry Thompson, si riserva ai procuratori la facoltà di garantire l’immunità dall’accusa alla multinazionale in cambio della cooperazione. Gli accordi sull’immunità, denominati accordi extragiudiziali, o patteggiamento extragiudiziale, erano inizialmente riservati ai reati minori e non sono stati mai stati considerati applicabili ai reati più gravi. Infatti, il codice penale degli Stati Uniti afferma esplicitamente che l’obiettivo principale del patteggiamento extragiudiziale è quello di “risparmiare le risorse giudiziarie e accusatorie perché si concentrino su crimini più gravi. "Da quando fu pubblicato il memorandum di Thompson, c’è stata una fioritura di accordi extragiudiziali in casi in cui erano coinvolte grandi multinazionali, ad esempio l’accordo con una banca portoricana accusata di riciclaggio di denaro sporco e quello con una banca di Pittsburgh per accuse di violazione delle leggi sulla sicurezza.Inoltre alcuni difensori delle multinazionali credono sia possibile presentare questi accordi al Dipartimento di Giustizia in modo da evitare qualunque pubblicità. "Questo è uno scambio favorevole per le aziende," afferma Alan Vinegrad, un socio della Covington & Burling di New York. "Il memorandun afferma esplicitamente che il patteggiamento extragiudiziale, inizialmente riservato a reati individuali minori, adesso è applicabile anche alle multinazionali. "Vinegrad sostiene che benché ci sia stato un numero di casi di patteggiamenti extragiudiziali pubblicizzati dalle stesse multinazionali, è ora possibile che il Dipartimento di Giustizia possa concludere questo tipo di transazioni con le aziende senza redigere alcun documento pubblico e quindi senza alcuna pubblicità al caso. Harry Glasbeek è un professore di diritto penale alla York University di Toronto. Ha studiato i diritto commerciale penale e ha scritto un libro intitolato ‘Wealth By Stealth: Corporate Crime, Corporate Law, and the Perversion of Democracy’.Glasbeek sostiene che la creazione della multinazionale ha permesso questa "fungibilità di responsabilità." "A volta i dirigenti accusano la multinazionale per non assumersi le proprie responsabilità," afferma Glasbeek. "Altre volte la multinazionale costringe i dirigenti a dichiararsi colpevoli e un paio teste cadono. È veramente molto difficile. Abbiamo creato un’entità separata con una proprietà separata. C’è l’idea di base secondo cui siano persone esterne all’entità separata, ovvero la multinazionale, a beneficiare degli utili e delle rendite della proprietà. E ci sono attori intermedi che appartengono a entrambe le classi, la multinazionale e gli esterni. Di conseguenza ci sono personalità multiple, con doveri e diritti legali diversi che gli attori possono assumere in qualsiasi momento. Ciò consente uno scambio di personalità che non siamo in grado di controllare. "Chiamiamolo Disturbo di personalità multipla delle grandi multinazionali (Multiple Corporate Personality Disorder, MCPD). Glasbeek sostiene che questo disturbo mina il nostro concetto di responsabilità, che "ipoteticamente dipende dall’assunzione da parte dell’individuo delle responsabilità delle proprie azioni." "Abbiamo progettato un’entità che consente di spostare la responsabilità secondo i capricci di quelle stesse persone che sono attualmente a capo di questo sistema," afferma Glasbeek "Si tratta di un difetto endemico al progetto." Glasbeek non si illude che i procedimenti penali possano assicurare alla giustizia i criminali delle multinazionali. "Il mio suggerimento, di avviare più spesso procedimenti giudiziari ha lo scopo di portare l’attenzione su questa difficoltà intrinseca e non perché creda che questo cambi concretamente la situazione in sè e da se stessa," afferma. E noi abbiamo scritto “Le 10 peggiori multinazionali dell’anno”, non perché crediamo che concentrando l’attenzione su questi furfanti e criminali potremo cambiare effettivamente la situazione, ma sperando di poter concentrare l’attenzione su questa difficoltà e di poter creare una società in cui noi, esseri umani in carne e ossa, saremo finalmente ritenuti responsabili dei nostri crimini e dei nostri misfatti. Ecco le 10 peggiori multinazionali del 2003 del Multinational Monitor in ordine alfabetico: BAYER - Tutti devono obbedire alla legge La Bayer ha mal di testa e un’aspirina non basterà. All’inizio di quest’anno, la società si è dichiarata colpevole nei confronti del governo federale per aver commesso una frode di centinaia di milioni di dollari in pagamenti dovuti alla Medicare. Come è venuto alla luce questo crimine? Il 9 febbraio 1999, George Couto, un dirigente commerciale della Bayer, partecipò a un corso obbligatorio di etica tenutosi in un ufficio della Bayer nel Connecticut. Il corso cominciò con un saluto registrato in video da parte di Helge Wehmeier, a capo di tutte le operazioni della Bayer negli Stati Uniti.Wehmeier disse inoltre ai dirigenti pervenuti: "Tutti devono rispettare lo spirito delle leggi, non solo la lettera ma anche lo spirito. Non vi lasceremo mai soli nel compito di rispettare gli alti standard legislativi e se vi saranno fatte pressioni, parlate con un nostro legale o chiamatemi. Parlo seriamente."I dirigenti lì riuniti scoppiarono a ridere.Ma Couto aveva qualcosa in mente. Sapeva che la Bayer aveva elaborato un piano per frodare 100 milioni di dollari dal programma governativo di sovvenzioni di medicinali chiamato Medicaid. L’11 febbraio 1999, due giorni dopo il corso di etica, scrisse al suo capo un memorandum di un solo paragrafo chiedendo come la Bayer conciliasse il suo piano su Medicaid con l’impegno a rispettare lo spirito e la lettera delle legge. Non ottenne nessuna risposta.Allora decise di perseguire il caso altrove. Cercò assistenza legale rivolgendosi agli avvocati Neil Getnick, Lesley Skillen e Scott Tucker e presentò una denuncia contro la Bayer. La denuncia fu registrata all’inizio del 2000. Poco dopo si licenziò. Il caso fu archiviato e sigillato. Nell’aprile del 2002, Couto, allora 39enne, scoprì di avere un cancro al pancreas. Sapeva di dover morire, ma volle assicurarsi che la denuncia non morisse con lui. I suoi avvocati, malgrado la strenua opposizione degli avvocati della Bayer, chiesero che la sua deposizione fosse registrata su video. Nell’agosto 2002, fu registrata la sua deposizione e anche il duro controinterrogatorio che sostenne. "Secondo me il controinterrogatorio sottolineò e rafforzò la denuncia e dimostrò che persona straordinaria fosse George", afferma Getnick. "Come parte in causa giunsi alla conclusione (e credo che chiunque fosse presente nell’aula in cui fu resa la deposizione sia giunto alla mia stessa conclusione) che nessuna compagnia sotto accusa avrebbe mai voluto che quel video fosse mostrato a una giuria in un processo." Couto morì nel novembre del 2002. Ma nell’aprile del 2003 i suoi desideri si sono avverati quando la Bayer ha ammesso la propria colpevolezza per un reato federale, accettando di pagare 5,5 milioni di dollari di multa e 251 milioni di dollari come risarcimento della causa civile intentata da Couto.Il fondo di Couto riceverà una somma di 34 milioni di dollari. La GlaxoSmithKline, colpevole di una frode analoga ai danni di Medicaid, pagherà 87 milioni di dollari come compensazione per la causa. La Bayer è stata accusata di aver intenzionalmente fornito alla Medicaid dati sbagliati sui prezzi delle medicine, impedendo a Medicaid di godere degli sconti a cui avrebbe avuto diritto. Ma la Bayer non è colpevole solo di furto. Sentite un po’: all’inizio dell’anno il Times di Londra ha riportato che il gigante farmaceutico si serviva di studenti per eseguire dei test su un pesticida "altamente rischioso" associato a gravi disturbi. Secondo l’articolo di Lois Rogers, il corrispondente medico del Times, La Bayer CropScience, di Mannheim, Germania pagava a ogni studente, la maggior parte dei quali dell’università Heriot Watt di Edinburgo, 450 dollari ciascuno per ingerire il pesticida. Gli esperti sono preoccupati che gli studenti a corto di denaro rappresentino un target vulnerabili per i ricercatori. Secondo l’articolo, la Bayer sta utilizzando i risultati dei test condotti tra il 1998 e il 2000, per tentare di diminuire le restrizioni relative all’utilizzo del pesticida, in quanto non è stato riscontrato nessun effetto collaterale immediato.In aprile, la società ha affermato di voler risarcire altre 500 persone che hanno intentato causa civile contro il Baycol, il farmaco anti-colesterolo da lei prodotto. La società ha già risarcito 400 di queste persone. L’annuncio è arrivato dopo che il New York Times ha pubblicato un articolo in prima pagina su alcuni documenti della società recentemente scoperti che provano che già da molto prima che la Bayer lo ritirasse dal mercato alcuni alti dirigenti della società erano a conoscenza dei seri problemi causati dal farmaco anti colesterolo. Secondo il Times, i documenti includono messaggi e-mail, memorandum e deposizioni giurate di dirigenti che dimostrano che la Bayer ha promosso il Baycol anche quando un’analisi effettuata dalla società ha dimostrato che i pazienti che lo assumevano si ammalavano o morivano per un raro disturbo muscolare molto più spesso rispetto a pazienti che utilizzavano farmaci simili. La Bayer, che ha distribuito il Baycol, sostiene che il farmaco è stato commercializzato correttamente ed è sicuro se utilizzato in modo appropriato. Eppure, secondo gli archivi di regolamentazione interni, circa 100 decessi e 1.600 malattie in tutto il mondo sono state associate a un disturbo muscolare causato dal farmaco.Il farmaco, che studi hanno dimostrato essere meno potente di quanto inizialmente affermato rispetto a medicine di concorrenti, causava più problemi se assunto a dosi elevate. Il Times ha riportato che gli alti dirigenti della Bayer e della GlaxoSmithKline ne erano a conoscenza prima del 1997.Più di 10.000 pazienti che hanno assunto il Baycol o le famiglie di coloro che sono morti hanno presentato denunce contro la Bayer e la GlaxoSmithKline. La Bayer e la GlaxoSmithKline hanno risarcito più di 400 cause ciascuna con somme che vanno da un minimo di 200.000 a un massimo di 1, 2 milioni di dollari, secondo gli avvocati dei pazienti. La società nega di essere stata a conoscenza dei possibili pericoli associati al Baycol già molto prima di decidere di ritirarlo dal mercato. "La Bayer ha costantemente tenuto sotto controllo i dati relativi al Baycol durante la fase di commercializzazione per assicurarsi che il farmaco venisse utilizzato in modo sicuro e corretto e secondo le indicazioni del foglietto illustrativo" sostiene la società in una dichiarazione. Afferma inoltre di aver ritirato il farmaco non appena accortasi che era impossibile evitarne i pericolosi effetti collaterali. Quello del Baycol non fu l’unico caso in cui la Bayer fu accusata di ritardo fatale nel ritiro di prodotti pericolosi dal mercato.Nel giugno del 2003, il New York Times ha riportato che un’unità della Bayer ha venduto milioni di dollari di farmaci coagulanti per gli emofiliaci (medicine con un alto rischio di contagio all’AIDS) in Asia e in America Latina nella metà degli anni ‘80, vendendo invece all’Occidente una nuovo prodotto più sicuro. La divisione della Bayer, la Cutter Biological, introdusse il nuovo medicinale alla fine del febbraio del 1984 adducendo come prova che la versione precedente del farmaco aveva infettato gli emofiliaci con il virus dell HIV. Eppure, sostiene il Times, per più di un anno la società ha continuato a vendere la vecchia medicina oltreoceano, sollecitando un organo di controllo americano ad accusare la Cutter di non aver mantenuto le sue promesse di bloccare la vendita del prodotto. La società afferma di "negare energicamente qualsiasi cattiva condotta nella commercializzazione di questi prodotti nella metà degli anni 80". BOEING - Volare in mezzo alla turbolenza Non si può dire che la Boeing non meriti la cattiva pubblicità che sta ottenendo quest’anno.Prima l’affare dei tanker. Il pentagono conclude un affare con la Boeing. La Boeing concede in leasing 767 aerei cisterna per il rifornimento in volo degli aerei da combattimento.Non sarebbe stato più conveniente per i contribuenti semplicemente acquistare gli aerei? Certo, ma non siate ingenui. Questo è il complesso militarindustriale.Così il funzionario del Pentagono a capo di questo fiasco, Darleen Druyun, favorisce la Boeing. Agevola l’affare e poi va a lavorare per la Boeing.Così vanno le cose a Washington. In conseguenza delle pressioni politiche del senatore John McCain, R-Arizona e del Progetto per la supervisione del governo (POGO, Project on Government Oversight), la Boeing assume una società legale esterna immaginaria per effettuare un’indagine interna. Quand’ecco che… La Druyun a novembre viene licenziata dal suo nuovo impiego e così anche il dirigente finanziario a capo della Boeing, Michael Sears. "Nel corso delle ultime due settimane sono emerse prove convincenti sulla cattiva condotta del Signor Sears e della Signora Druyun," ha affermato il CEO della Boeing, Phil Condit. "In seguito a un riesame dei fatti, il nostro gruppo di direttori ha ritebuto che il licenziamento per giusta causa di entrambi gli individui rappresentasse il provvedimento più appropriato." "La Boeing deve vivere e vivrà nel rispetto dei più alti standard di condotta etica in ogni aspetto dei propri affari" ha affermato Condit. "Ogni qualvolta verrà determinata la presenza di violazioni ai nostri standard, provvederemo rapidamente a risolverle, proprio come abbiamo fatto oggi."Speriamo che questo lanci il messaggio all’industria militare che si deve porre fine ai conflitti di interessi," ha affermato il direttore esecutivo del POGO, Danielle Brian. "L’affare delle aerocisterne è chiaramente svantaggioso per tutti tranne che per la Boeing." Poi, una settimana più tardi, Condit ha rifirmato.La Boeing ha sostenuto che non ci fosse "assolutamente nulla" che collegasse Condit a problemi di natura etica. "Forse, la cosa migliore da fare è cambiare la dirigenza, lasciamo che la società vada avanti ed elimini eventuali macchie lungo il cammino," ha affermato Condit durante un intervista su CNBC. "ho deciso di prendere la decisione migliore per la società." Secondo il POGO la Boeing avrebbe potuto perdere 27,6 miliardi di dollari a causa dello scandalo Druyan-Sears. La società avrebbe anche potuto perdere le commesse militari per i contratti sui missili perché è stata trovata in possesso di documenti presumibilmente rubati alla Lockheed Martin, un concorrente.In luglio, gli ufficiali federali di Los Angeles hanno accusato due ex manager della Boeing di aver cospirato per rubare segreti commerciali alla Lockheed Martin relativi a un programma multimiliardario per la fornitura di missili all’aviazione americana.In seguito l’aviazione ha sospeso la Boeing da due progetti missilistici del valore di 1 miliardo."Comprendiamo la posizione dell’aviazione americana che non tollera comportamenti non etici" affermò Condit allora. "Ci scusiamo per le nostre azioni."Più tardi nello stesso anno, il Wall Street Journal ha riportato che il rapporto tra Druyan e Sears non rappresentava l’unico esempio di connivenza tra la Boeing e funzionari del Pentagono. Il Journal afferma inoltre che negli ultimi anni la Boeing si è impegnata a investire circa 250 milioni di dollari in fondi finanziari a rischio, alcuni dei quali gestiti o raccomandati da funzionari di Washington. Ad esempio, la compagnia ha investito circa 20 milioni di dollari nella Trireme Partners, che investe in tecnologie per la sicurezza nazionale. Il capo della Trireme è Richard Perle, che fino a marzo era presidente del Defense Policy Board (DPB), un gruppo che assiste il segretario alla difesa nelle scelte politiche.Proprio prima di essere licenziato, Sears fece spedire dall’editore le bozze del suo nuovo libro ai critici.Il libro si intitola: “Soaring Through Turbulence: A New Model for Managers Who Want to Succeed in a Changing Business World” (“Volare in mezzo alla turbolenza: un nuovo modello per i manager che vogliono aver successo nel mondo degli affari in continuo cambiamento”NdT).Secondo gli articoli dei giornali, la prima parte del libro si concentra sull’etica aziendale.Nella prima sezione, intitolata "Vola con credibilità," Sears affronta gli scandali Enron, Adelphia e di altre multinazionali che hanno ‘confuso’ i manager rispetto a quali siano i nuovi standard di etica aziendale e le qualità professionale". Ah, sì? BRIGHTHOUSE - Il mondo nuovo Joey Reiman vuole realizzare un mondo nuovo e per questo ha creato la BrightHouse (www.thoughtsciences.com) per aiutarci a raggiungerlo. BrightHouse è una giovane società di pubblicità e di consulenza strategica (tipicamente incomprensibile: "BrightHouse non solo scopre e articola l’Idea per i nostri clienti, ma crea un progetto perseguibile per trasformare l’azienda. Fornisce rivelazioni senza precedenti associate all’ethos e alla cultura della vostra azienda, in grado di influire drasticamente sugli utili finanziari, emozionali e intellettuali"). I suoi clienti includono Coca-Cola, Georgia-Pacific, Home Depot, Met Life, Southern Company e K-Mart. Ma non è questo ciò che la rende degna di nota.Ciò che la rende degna di nota è il BrightHouse Neurostrategies Institute, l’istituto di strategie neurologiche. L’istituto effettua ricerche per studiare le reazioni del cervello umano alle campagne pubblicitarie e per utilizzare queste informazioni al fine di ideare strategie di mercato più efficaci. Ecco come la società descrive il proprio lavoro: "Siamo una nuova forma di consulenza al consumatore, che fa leva sulla conoscenza scientifica del modo in cui il cervello umano reagisce al comportamento consumistico, per fornire rivelazioni strategiche intese a migliorare il rapporto tra il consumatore e il prodotto, tra il marchio e l’azienda. Il nostro scopo è quello di definire la base neurologica dei comportamenti che sono di interesse specifico del campo decisionale strategico aziendale, come anche della neuroscienza. Non ci interessa spiegare alle aziende che cosa pensa la gente dei loro prodotti, ma piuttosto come lo pensa. Il nostro interesse si concentra decisamente sulla prospettiva del consumatore con l’intento evidente di influenzare il comportamento delle aziende, piuttosto che quello del consumatore." Oppure, come ha affermato l’azienda in modo un po’ più diretto in un comunicato stampa del 2002: "il team di Thought Sciences utilizza il ‘Magnetic Resonance Imaging’ (MRI) funzionale, una tecnica sicura e non invasiva, per identificare alcuni schemi dell’attività cerebrale che rivelano il modo in cui un consumatore valuta effettivamente un prodotto, un oggetto o una pubblicità. Gli analisti di marketing del Thought Sciences utilizzano queste informazioni per misurare in modo più accurato le preferenze del consumatore e usano queste conoscenze per aiutare le aziende a creare prodotti e servizi migliori e a progettare campagne di marketing più efficaci." Gli approcci pubblicitari vincenti stimolano l’attività nella corteccia prefrontale media che dimostra un identificazione istintiva con un marchio o con un prodotto. Se l’attività viene suscitata in qualche altra parte del cervello, potrebbe esserci interesse e desiderio per un prodotto, ma non lo stesso livello di identificazione. Perlomeno, questa è la teoria.Gary Ruskin dell’associazione Commercial Alert con sede a Portland, nell’Oregon afferma: "Sembra qualcosa che sarebbe potuto accadere nell’ex Unione Sovietica, con scopi di controllo del comportamento. Eppure sta accadendo proprio qui, in America." La sede della BrightHouse di Atlanta, mantiene stretti rapporti con la vicina Emory University e ne sponsorizza le attività di ricerca.Commercial Alert ha colto al volo il rapporto di collaborazione tra la BrightHouse e la Emory per richiedere al governo degli Stati Uniti di indagare sulle attività di ricerca della Emory e, nel caso in cui fossero state individuate prove in grado di dimostrare che venissero violate le linee guide della ricerca etica, di vietare all’università di disporre di fondi federali. "La base etica di questa ricerca non sono per niente chiare", scrive Ruskin in una lettera di dicembre indirizzata all’Office for Human Research Protections (OHRP) statunitense. "Secondo i resoconti dei giornali, viene effettuata alla Emory da un istituto che effettua le ricerche di mercato per le multinazionali. Qualunque siano gli usi teorici e ipotetici (e questi sono di per sé agghiaccianti) nella realtà dei fatti queste ricerche verranno molto probabilmente utilizzate direttamente dalle multinazionali per promuovere prodotti che causano malattie e sofferenza umana e che impongono costi elevati agli individui, alle famiglie e alla società in generale." CLEAR CHANNEL - Cattiva reputazione Che tu ci creda o no, possiedi le onde radio.I funzionari della Federal Communications Commission (FCC) statunitense concedono licenze alla maggiori multinazionali for-profit.Gratis. È come una licenza per stampare denaro. In cambio, tutto ciò che chiediamo e sicuramente dovremmo chiederlo di più, è che la multinazionale abbia una buona reputazione.Una cosa è certa: Clear Channel, il gigante dell’etere, è tutto tranne che una multinazionale con una buona reputazione, qualunque significato vogliate dare a questa espressione.Così, all’inizio dell’anno, in un azione disperata ma pubblicamente incoraggiata, Jim Donahue di Essential Information, l’editore di Multinational Monitor, ha presentato una petizione alla FCC perché rifiutasse il rinnovo delle licenze radiofoniche alle 63 stazioni radio possedute dalla Clear Channel Communications."La FCC è obbligata secondo lo statuto a rifiutare le richieste per il rinnovo delle licenze se un detentore di licenza ha una cattiva reputazione," afferma Donahue. "Negli ultimi tre anni, duranti i quali la Clear Channel è diventata il maggiore detentore di licenze radiofoniche della nazione, ha dimostrato di non possedere le qualità richieste per detenere queste licenze".Donahue afferma che la Clear Channel ha raggiunto un record di "ripetute infrazioni della legge"."La Clear Channel e le sue consociate hanno violato la legge in 36 occasioni diverse negli ultimi tre anni, dimostrando la loro cattiva reputazione," ribadisce Donahue. "Clear Channel non è qualificata per detenere una licenza radiofonica secondo le leggi sulla qualità della FCC." Donahue ha pubblicato un resoconto in cui ha documentato le attività illegali della Clear Channel, che includono: • Frode nei confronti del pubblico sulle regole di concorso radiofonici, incluso il concorso "So You Want to Win 10,000", un concorso che offriva un premio di ‘10.000’ agli ascoltatori che avrebbero risposto correttamente a 10 domande, senza informare il pubblico che il premio era di 10.000 lire italiane (o 53 dollari) e non di 10.000 dollari. • Pubblicità ingannevole. • Radiodiffusione di conversazioni senza l’autorizzazione della parte intervistata. • Radiodiffusione di materiale osceno e indecente durante le ore del giorno in cui potevano essere ascoltato dai bambini. • Acquisizione illegale del controllo operativo di una stazione radio. • Ripetuta infrazione delle regole relative al testing del sistema d’allarme di emergenza, della manutenzione delle cabine radio e della costruzione delle antenne. • Condanna per crudeltà verso gli animali per aver violato la legge statale allo scopo di favorire un personaggio radiofonico. • Accusa di reato penale per aver violato la legge statale allo scopo di favorire un personaggio radiofonico. • Disturbo della quiete nell’aver violato la legge statale allo scopo di favorire un personaggio radiofonico. • Deturpamento della proprietà pubblica allo scopo di favorire un personaggio radiofonico. • Aver causato falsamente un emergenza pubblica da radiodiffondere allo scopo di favorire un personaggio radiofonico. Il 3 settembre 2003, il direttore della FCC Michael Powell ha affermato alla C-SPAN che la Clear Channel "può aver concentrato troppo" in seguito all’approvazione nel 1996 da parte del Congresso della legge sulla deregolamentazione e che "potrebbero sorgere problemi legati a questa società" che la FCC dovrebbe prendere in esame.Ma Powell non fece nulla e nemmeno la FCC.Solo parole e niente fatti. DIEBOLD - Sfruttamento delle proprie leve politiche Se doveste coinvolgere una società privata in qualsiasi modo nel processo elettorale, quali qualità insistereste che dimostri la società?Neutralità politica? Capacità dimostrata di mantenere la sicurezza? Rispetto per il processo democratico?Rivolgetevi alla Diebold, una multinazionale del distretto settentrionale, situata in Ohio che è uno dei maggiori produttori americani di macchinari elettronici per il voto e un venditore agguerrito. Nel 2003 la Diebold è riuscita a dimostrare di non possedere nessuno dei requisiti necessari per venire coinvolta nel processo elettorale. Il suo CEO è stato uno dei maggiori finanziatori del presidente George Bush. Gli esperti informatici hanno rilevato la presenza di gravi difetti nella sua tecnologia elettorale e gli attivisti hanno dimostrato quando siano state poco rispettate le informazioni personali. E la società ha minacciato di denunciare gli attivisti che hanno pubblicato su Internet alcuni documenti interni che dimostravano quando fosse imprecisa tale tecnologia.Secondo la Diebold, in tutti gli Stati Uniti sono in uso 33.000 dei suoi macchinari per il voto.Gli scienziati informatici hanno fatto suonare l’allarme su queste tecnologie, sottolineando che sono passibili di abuso. La semplice conservazione di una copia stampata di ciascun voto diminuirebbe di molto il potenziale pericolo, sostengono, ma la Diebold si rifiuta di rispondere a questo appello.In luglio, la Diebold ha annunciato che il Maryland ha pagato 55,6 milioni di dollari alla società per acquistare 11.000 macchinari per il voto elettronico, diventando il primo stato degli Stati Uniti che ha adottato sistemi per il voto digitale a livello nazionale.Poco dopo, alcuni ricercatori della Johns Hopkins e della Rice University hanno pubblicato uno studio che dimostrava che i sistemi per il voto della Diebold erano "molto al di sotto dei minimi standard di sicurezza applicabili in altri contesti". Gli elettori, sostenevano, "senza avere privilegi da dipendenti interni, si possono cancellare un numero illimitato di voti senza che alcun meccanismo interno del terminale possa rilevarli". Hanno dimostrato che persone esterne sono in grado di falsificare i risultati elettorali una volta che questi vengano caricati su Internet o anche con altri mezzi.Questo articolo ha stimolato i funzionari dello stato del Maryland ad assumere alcuni consulenti della SAIC (Science Applications International Corporation) per riesaminare il problema. Un resoconto SAIC conseguente, ha fatto notare che lo studio effettuato dalla Hopkins prendeva esplicitamente in considerazione solo i codici sorgenti dei computer trascurando altri strumenti di protezione integrati nei sistemi Diebold. Ciò nonostante la SAIC concordava con le conclusioni essenziali dello studio della Hopkins, sostenendo che "diverse vulnerabilità ad alto rischio" intrinseche ai sistemi della Diebold potessero essere sfruttate per indebolire "la precisione, l’integrità e l’affidabilità dei risultati elettorali."Mentre nel Maryland era in corso il riesame, l’Ohio aveva avviato una gara d’appalto altamente competitiva per decidere quali società avrebbero avuto il diritto di vendere i macchinari per il voto alle contee dell’ Ohio.Poi, in agosto, il Cleveland Plain Dealer ha riportato che il CEO della Diebold, Walden O'Dell era attivamente coinvolto nella ricerca dei finanziamenti per la rielezione di George Bush. O'Dell ha partecipato a un meeting dei Bush Rangers and Pioneers (coloro che hanno raccolto almeno 100.000 dollari per la campagna di Bush) e ha inviato lettere a potenziali contribuenti invitandoli a un pranzo per la raccolta di fondi per Bush da 1.000 dollari a portata presso la sua tenuta in un sobborgo di Culumbus.Rispetto a questa rivelazione, il segretario di stato dell’Ohio, Ken Blackwell, un Repubblicano, ha raccontato eccezionalmente al Plain Dealer: "Ve lo spiego in questo modo: se ci fosse unicamente una persona coinvolta nel processo elettorale, questo potrebbe essere preoccupante. Ma non c’è nessuno che non abbia utilizzato tutte le strade legittime e un po’ della propria influenza per promuovere il proprio prodotto. Credetemi, tutti hanno sfruttato le proprie leve politiche, quando ne hanno avuto la possibilità."In settembre, Blackwell ha dichiarato che la Diebold è una delle aziende dotate dei requisiti necessari per vendere i macchinari all’Ohio, tuttavia lo stato successivamente ha sollevato discussioni sull’affidabilità della società.Nel frattempo, l’attivista residente a Seattle, Bev Smith ha dedicato giorni e giorni a indagini sulla Diebold e i macchinari per il voto elettronico (ha pubblicato un libro sulla sporca faccenda, disponibile su Internet all’indirizzo www.blackboxvoting.org). All’inizio del 2003, scoprì un sito FTP su Internet che conteneva 40.000 documenti della Diebold. La compagnia che vantava elevati livelli di sicurezza aveva lasciato migliaia e migliaia di documenti su Internet disponibili a chiunque volesse guardarli, incluse e-mail interne che provano la presenza di difetti nei sistemi per il voto. I documenti contenevano anche informazioni personali su centinaia di migliaia di texani, dichiara la Smith.Bev Smith ha reso pubblici i documenti sul suo sito Internet, da cui sono stati rapidamente copiati da altri attivisti e poi diffusi sul Web.Questo ha dato molto fastidio alla Diebold.La società ha inviato lettere di “cease-and-desist” (smetti e non rifarlo) a più di una dozzina di Provider di servizi Internet e di università, in cui chiedeva di cancellare le pagine con i documenti e anche di disattivare i collegamenti ipertestuali. La distribuzione del materiale, sosteneva la Diebold, violava i suoi diritti di copyright.In novembre, il deputato Dennis Kucinich, Democratico, Ohio, ha reso disponibili alcuni documenti sul suo sito Internet ufficiale.Sulla scia dell’azione di Kucinich e della vertenza condotta dalla EFF (Electronic Frontier Foundation ), la Diebold ritirò le sue lettere di “cease-and-desist”."Invece di pagare gli avvocati per minacciare i suoi critici, la Diebold dovrebbe investire nella creazione di macchinari per il voto che includano schede cartacee di verifica dei voti e altri strumenti di protezione della sicurezza," afferma il direttore legale della EFF, Cindy Cohn.La strategia della società di rivendicare in modo energico la protezione del copyright è chiaramente fallito, attirando molta più attenzione sul problema sottostante della sicurezza dei macchinari della società.Quando il Monitor stava per andare in stampa, la Diebold ha annunciato "una ristrutturazione completa del modo in cui la società avrebbe gestito le procedure di qualità e di certificazione dei propri software, hardware e firmware.""Siamo impegnati nel miglioramento dell’efficacia e dell’efficienza delle procedure utilizzate per risolvere i problemi di certificazione e per comunicare con le rispettive autorità governative, di certificazione e con i nostri clienti", afferma Bob Urosevich, presidente della Diebold Election Systems. HALLIBURTON - Il complesso Cheney-industriale A volte le pratiche delle multinazionali sono talmente immorali che sembrano uscire dalle pagine di un romanzo di Gabriel Garcia Marquez. Pensate a Dennis Kowzlowski della Tyco, che ha speso milioni di dollari del denaro degli azionisti per organizzare un party stravagante per sua moglie, con una copia di ghiaccio del David di Michaelangelo dal cui pene sgorgava la vodka.O pensate alla Halliburton.Dopo la prima guerra del Golfo, l’allora Segretario alla Difesa Dick Cheney ha assunto la Brown & Root per condurre uno studio cruciale sull’outsourcing delle operazioni militari.La Brown & Root viene infine incorporata dalla Halliburton.E così anche Dick Cheney.Nel 1995, Cheney subentrò come CEO della Halliburton. Nei cinque anni in cui fu a capo della società i contratti militari sono duplicati. Rapporti del General Accounting Office (GAO), il Congressional research arm avrebbero infine accusato la società di aver applicato un sovrapprezzo.Ma questo non fu nulla rispetto a quello che successe dopo che Cheney ritornò al governo, come uno dei più potenti vicepresidenti della storia americana. Cheney riceve ancora un pagamento posticipato dalla Halliburton di più di 150.000 dollari all’anno.Nel 2001, la Kellogg Brown & Root, una sussidiaria della Halliburton, ha vinto il terzo contratto LOGCAP (Logistic Civil Augmentation Programm) dell’esercito americano. I contratti LOGCAP stabiliscono una relazione duratura tra l’esercito e il contraente, il quale si impegna di fornire una serie di supporti logistici per le operazioni in campo (incluso il supporto per il combattimento), quando l’esercito lo richiede. Il contratto è remunerato su base"cost-plus", il contraente viene remunerato con una percentuale sulle spese per ogni "task order". Secondo il Center for Public Integrity, la Halliburton ha guadagnato più di 2 miliardi di dollari dal lavoro contrattuale con i contratti LOGCAP da settembre 2003.Nel marzo del 2003, l’esercito ha commissionato cinque “task order” per un valore di 7 miliardi con la Halliburton con i contratti LOGCAP. Dato che queste commesse sono state commissionate nell’ambito del contratto LOGCAP, sono state assegnate senza gare d’appalto, cioè nessun’altra società ha potuto fare un’offerta per concorrere all’assegnazione delle commesse e di conseguenza l’esercito sta attualmente collaborando con un’unica società.Questa commessa, pubblicata in circostanze a dir poco oscure (la sua esistenza non fu resa pubblica per due settimane e ci volle più di un mese perché l’esercito rivelasse l’effettiva durata del contratto) ha suscitato scalpore perfino a Washington, D.C.I deputati Henry Waxman, Democratico della California e Dingell, Democratico del Michigan, i membri più insigni rispettivamente della House of Representatives Committee on Government Reform and Commerce Committee, cominciarono una corrispondenza con gli ufficiali del Pentagono e della Casa Bianca sulla questione.In aprile, il genio militare USA (Army Corps of Engineers) presentò una primo tentativo di difesa per giustificare l’assegnazione senza gara del contratto."Una gara per l’assegnazione iniziale di porzioni della pianificazione per il supporto della contingenza segreta del Comando Centrale (CENTCOM, Central Command) non fu possibile a causa dei requisiti della missione CENTCOM", ha scritto il luogotenente generale Robert Flowers. "Invitare altri contraenti a competere per eseguire un compito altamente segreto che la [Halliburton] stava già eseguendo, con un contratto competitivamente assegnato, sarebbe stato un’inutile raddoppio degli sforzi. Avrebbe inoltre ritardato i piani di guerra della CENTCOM".Uno dei compiti affidati alla Halliburton fu quello di importare petrolio in Iraq, finché non venissero ripristinati i pozzi petroliferi nazionali.La Halliburton ha applicato prezzi estremamente alti, tanto che alcuni analisti hanno affermato si trattasse di una "rapina a mano armata."La Halliburton nega fermamente ogni infrazione. "Le accuse dichiarate contro la nostra missione di distribuzione del carburante in Iraq sono imprecise, offensive e infondate," sostiene il CEO della società, Dave Lesar.Per il petrolio importato dal Kuwait, la società ha richiesto 2,64 dollari a gallone. Secondo alcune prove presentate dalla Waxman and Dingell, questo prezzo include una tassa di 1,17 dollari per l’acquisto del petrolio in Kuwait (in un periodo in cui il prezzo medio in Medio Oriente era di 0, 71 dollari a gallone. La società spende 1,21 dollari per trasportare il carburante dal Kuwait all’Iraq, anche se gli esperti hanno comunicato alla Waxman and Dingell che il costo dovrebbe ammontare a circa un quinto di tale somma. Mentre la Halliburton sta applicando un sovrapprezzo di 0, 26 dollari di margine di profitto e di “altri” costi (anche se i suoi guadagni vengono pagati al netto).In contrasto con il prezzo della Halliburtondi, 2,64 dollari, la compagnia di petrolio statale irachena, SOMO, sta importando il petrolio dal Kuwait (utilizzando gli stessi meccanismi di trasporto e di distribuzione) a 0,96 dollari a gallone. La Halliburton sostiene che i suoi prezzi sono più alti perché a differenza della SOMO non può impegnarsi in appalti a lungo termine. La "KBR (Kellogg Brown & Roots) è vincolata dalle linee guide del suo contratto a negoziare i prezzi del carburante unicamente su basi a breve termine," ha affermato la società in una dichiarazione, "da fornitori reputati accettabili dal Genio militare USA (US Army Corps of Engineers). Per contratto, alla KBR è stato impedito di ottenere contratti per il rifornimento di carburante per un periodo superiore ai 30 giorni. Inoltre, tutti i servizi e i costi associati per eseguire la missione sono soggetti allo stesso limite di appalto di 30 giorni, inclusi strade, rimorchi, depositi e manodopera. È semplicemente un’imposizione economica. Le società che non sono vincolate a queste linee guida e che sono in grado di negoziare contratti a lungo termine possono anche negoziare prezzi più bassi."La Halliburton sta importando centinaia di milioni di galloni di carburante, quindi "sono in gioco letteralmente centinaia di milioni di dollari dei contribuenti," fa notare la Waxman and Dingell in una lettera di dicembre al Consigliere per la sicurezza nazionale, Condoleeza Rice. A dicembre, un’agenzia di revisione contabile del Pentagono ha scoperto che la Halliburton aveva applicato un sovrapprezzo per il petrolio al Pentagono di 61 milioni di dollari, ma che i guadagni erano stati accreditati a un subcontraente del Kuwait, non alla Halliburton. La Halliburton continua ad affermare di non aver applicato sovrapprezzi. Una dichiarazione della società dice, "la DCAA (The Defense Contracting Audit Agency) sta eseguendo la contabilità di routine e ha richiesto informazioni aggiuntive alla KBR [sussidiaria della Halliburton]. Non sono arrivati a nessuna conclusione. ... non sarebbe appropriato discutere sulle specifiche della domanda finché le nostre conversazioni con la DCAA non saranno completate." HEALTHSOUTH - Farla franca Non è un miracolo? Il procuratore degli Stati Uniti in Alabama ha spinto 15 ex dirigenti di alto livello della HealthSouth a dichiararsi colpevoli e a cooperare alla causa penale indetta dal Governo contro il fondatore ed ex CEO della società, Richard Scrushy.Si tratta di una frode di 2,7 miliardi di dollari.Il governo sostiene che è stato accusato Scrushy. Quindici dei suoi subalterni si sono dichiarati colpevoli, ma la società non verrà ritenuta penalmente responsabile.Come è potuto succedere? Beh, una risposta potrebbe essere questa: Bob Bennett, l’avvocato della HealthSouth, è andato dal Procuratore degli Stati Uniti, Alice Martin e ha rigirato i fatti. "Al nostro primo incontro, il sig. Bennett entrò e disse che la HealthSouth voleva rinunciare ai propri privilegi", ci ha raccontato la Martin. "Disse, ‘Vogliamo cooperare e vogliamo fare tutto il possibile per determinare chi, cosa, quando e perché si è verificata questa frode. Questi sono i miei numeri di telefono, incluso il mio numero di casa e mi chiami direttamente perché voglio assicurarmi di fare qualsiasi cosa sia necessaria.'" Da parte sua, Bennet sostiene di provare a salvare la società. "Se si vuole salvare la società per il bene degli azionisti e dei dipendenti, non resta altra scelta che cooperare", afferma Bennett "non abbiamo puntato i piedi, ma abbiamo cooperato totalmente con loro e addotto tutte le argomentazioni possibili per dimostrare che non si sarebbe potuto trovare nessun capo d’accusa legittimo per accusare la società. La società non è stata obbligata alla bancarotta.""La nostra cooperazione totale ci ha dato la possibilità di dimostrare al Governo che abbiamo rispettato le linee guide di Thompson e che la società non dovrebbe essere accusata", afferma Bennett. "Non servirà a niente far restare senza lavoro 4.000 persone a Birmingham e 40.000 persone nel paese e distruggere quella che tutti considerano una società farmaceutica di primo livello."Fino ad ora, 15 dirigenti si sono dichiarati colpevoli. Eccetto Scrushy. Ha creato un sito Internet per dichiarare la sua innocenza. Non ha avuto problemi a rispondere alle domande di Wallace in "60 Minutes". Ma Scrushy si è rifiutato di rispondere a qualsiasi domanda sotto giuramento davanti al Congresso. Gli investigatori del congresso sono in possesso di alcune informazioni riguardo alla distruzione di documenti. Nessuno vuole per le mani questa patata bollente, né Scrushy, né Martin, né Bennett. Questo affonderebbe la società.Al processo di Scrushy, non ci sarà alcun video simile a quello della Tyco di una scultura di ghiaccio del David di Michelangelo. Ma la HealthSouth ha eretto un monumento in onore di Scrushy. Nel marzo di quest’anno, un vandalo ha usato un colore spray per scarabocchiare la parola "ladro" sulla statua di bronzo di Scrushy davanti all’edificio della HealthSouth nel centro di Birmingham. La statua è stata pulita velocemente.Scrushy sostiene di volere assumere la propria difesa quando il caso sarà portato a giudizio.Il governo deve riuscire ad ottenere una dichiarazione di colpevolezza.Ma una domanda per gli accusatori federali: come è possibile che 16 dirigenti di alto livello della HealthSouth vengono condannati penalmente, ma la multinazionale riesce a farla franca? INAMED - Domande fondamentali senza risposta Undici anni fa, la Food and Drug Administration (FDA) aveva annunciato che avrebbe ritirato gli impianti mammari al silicone dal mercato, consentendone l’utilizzo solo per donne sopravvissute al cancro al seno che ne avevano bisogno per la ricostruzione o per un numero limitato di donne che si sottoponevano a studi clinici. La ragione di questa azione, ha annunciato in seguito David Kessler, Commissario della FDA, era che secondo la legge, "i produttori di questo tipo di prodotti devono dimostrare che i prodotti siano sicuri ed efficaci prima di poter essere distribuiti sul mercato e utilizzati... L’onere della prova deve essere affermativo ed è a caricato del produttore. In questo caso, i produttori non hanno dimostrato che questi dispositivi siano sicuri."Nonostante gli impianti mammari al silicone siano rimasti sul mercato per tre decenni, Kessler afferma, "l’elenco delle domande senza risposta è lunga." "Non sappiamo quanto tempo dureranno questi impianti", ha affermato "sappiamo che alcuni di questi impianti si romperanno, ma non sappiamo quanti", ha sottolineato.E ha anche affermato, "Non sappiamo se ci sia un legame tra gli impianti e i disturbi legati al sistema immunitario e ad altre malattie sistemiche… Finché queste domande non avranno una risposta soddisfacente, non possiamo approvare questi dispositivi".Un veloce salto nel presente.Dow Corning, il produttore leader di impianti di silicone già più di un decennio fa, è in bancarotta.La Inamed, una società con sede in California, sta attualmente cercando di ottenere dalla FDA l’autorizzazione per commercializzare impianti mammari.È passato più di un decennio da quando la FDA ha vietato la vendita di impianti di silicone, ma la Inamed ha consegnato alla FDA dati relativi a solo a tre anni di uno studio che inizialmente si era impegnata di effettuare per 10 anni.È l’unica società che vende impianti di silicone in Europa e in più di 60 Paesi in tutto il mondo ma non ha raccolto nessuna informazione dalle donne di questi Paesi da poter sottoporre alla FDA sufficiente a dimostrarne la sicurezza,.Di conseguenza, molte delle domande identificate da Kessler restano senza risposta e la maggior parte delle informazioni conosciute sono spaventose. • Doloroso indurimento del seno che può causare deformità, morte dei tessuti, perdita di sensibilità del capezzolo, infezioni e infiammazioni cutanee costituiscono complicazioni comuni causate dagli impianti di silicone. • Le percentuali di rottura che causano la diffusione del silicone all’interno del corpo sono estremamente alte a lungo termine e, secondi due studi effettuati, si verificano in più della metà o dei due terzi delle donne dopo dieci anni. • Rimane incerto se vi sia un legame tra gli impianti di silicone e i disturbi legati al sistema immunitario o ad altre malattie sistemiche, benché esista una prova preoccupante che ci sia una connessione.Interrogato su questi problemi, il portavoce della Inamed, Peter Nicholson, ha risposto che i dati sottoposti alla FDA sono disponibili su Internet e la società non commenterà oltre. E i dati della Inamed sono veramente sconvolgenti.Anche se la società ha redatto un rapporto basato sui risultati di test effettuati per soli tre anni, le cifre dimostrano significativi problemi a breve termine. Dopo tre anni, una paziente su cinque e quasi la metà delle pazienti che hanno aumentato del seno e quasi la metà di coloro che hanno subito una ricostruzione si sono dovute sottoporre a ulteriori interventi.I dati della Inamed non dimostrano percentuali di rottura particolarmente alti durante il periodo di studi di tre anni (ma la società ha sopposto a MRI - Sistema di immagine e risonanza magnetica - a circa solo un terzo delle donne dello studio e la rottura del silicone può venire rilevata solo con gli MRI).I dati della Inamed erano pieni anche di altri errori. Ad esempio, ha ingannevolmente affermato una bassa incidenza di problemi legati all’allattamento, confrontando l’incidenza di tali problemi su tutte le donne che hanno subito un aumento del seno, non sulle donne che hanno provato ad allattare.Questi e altri problemi sono stati fatti notare dagli avvocati all’udienza del comitato consultivo della FDA convenuto in ottobre perché pronunciasse il proprio parere in merito all’omologazione o meno della richiesta della Inamed di commercializzare gli impianti.Il comitato consultivo ha ascoltato la testimonianza di due dozzine di donne con impianti di silicone che soffrivano di forti dolori al cuore. Queste hanno descritto l’estrema sofferenza, e i numerosi problemi causati dagli impianti di silicone che le hanno costrette a cambiare stile di vita, in termini così drammatici che avrebbero potuto lasciare insensibili solo persone senza cuore. Molte di loro hanno sottolineato anche l’esistenza di un rilevante fattore economico, ossia che i piani di assistenza sanitaria non coprono le spese degli interventi chirurgici per le pazienti che abbiano subito un aumento del seno, ponendo un grosso fardello finanziario sulle spalle delle donne malate.Ciò nonostante il comitato consultivo, un quarto del quale era composto da chirurghi plastici e di cui almeno uno era stato influenzato da false promesse da parte della Inamed di condurre ulteriori ricerche, ha votato 9 a 6 per raccomandare alla FDA di approvare la richiesta della Inamed.La mancanza di un’approvazione unanime della richiesta rende comunque imprudente per la FDA raccomandare l’omologazione.Le possibilità della Inamed di ottenere l’omologazione peggiorarono poco dopo, quando il dott. Thomas Whalen, l’unico della commissione che si astenne dal voto, con un’azione alquanto insolita, spedì una lettera al commissario della FDA, Mark McClellan. Whalen definì "fuorviante" la decisione del comitato sottolineando la mancanza di dati relativi alla sicurezza a lungo termine. Raccontò ai giornalisti di sentirsi "moralmente obbligato" a sollecitare la FDA a negare l’omologazione,.Adesso la decisione è nelle mani del Commissario della FDA, Mark McClellan.La legge non è stata modificata da quando la FDA ordinò di ritirare gli impianti di silicone dal mercato. L’agenzia si trova di fronte alla stessa scelta che ha dovuto affrontare nel 1992 ma con qualche informazione in più e con molte delle informazioni recenti che dimostrano i rischi degli impianti.Se la FDA sostiene di fronte alla legge di approvare solo prodotti che offrono “livelli ragionevoli di sicurezza", allora non ha altra scelta che quella di negare l’omologazione.Date le inclinazioni dell’agenzia a favorire le multinazionali, resta tuttavia ancora incerto il modo in cui deciderà di regolamentare la richiesta della Inamed.Ciò che è certo è che la Inamed non avrebbe mai dovuto chiedere l’omologazione per un dispositivo medico i cui dati relativi alla sicurezza siano così scarsi. MERRILL LYNCH - Non fidatevi Vi ricordate degli analisti della Merrill Lynch che dicevano ai propri clienti , "Fidatevi, acquistate queste azioni, queste azioni sono le più quotate?"E dopo se ne andavano e scrivevano una e-mail ai loro colleghi, "Ehi, queste azioni non valgono nulla, perché le raccomandi ai nostri clienti?"Il procuratore Generale di New York, Eliot Spitzer ha sequestrato le e-mail, ha avviato un procedimento giudiziario e si è presentato di fronte alle telecamere dicendo che il caso era stato risolto imponendo alla Merril Lynch una multa di 100 milioni di dollari.Ma Spitzer non è riuscito a far ammettere alla Merrill la sua colpevolezza.Così ha firmato un accordo extra giudiziale con la compagnia.In seguito ammise che se avesse obbligato la Merrill ad ammettere la propria colpevolezza, l’azienda sarebbe fallita.Proprio come la Arthur Andersen.Beh, Spitzer avrebbe dovuto dare il colpo di grazia ai consulenti della società, perché continuano a frodare gli investitori. E le autorità giudiziarie continuano a lasciarli fuori dai guai.Caso in questione: all’inizio di quest’anno, la Merrill Lynch ha offerto in sacrificio tre ex dirigenti alle autorità federali e in cambio ha salvato la società dallo furore della legge penale.Dopo essere stati investiti dalle critiche dell’ordine degli avvocati della difesa per aver perseguito la pena di morte di Arthur Andersen, le autorità federali hanno dimostrato una notevole flessibilità nel trattare con il consiglio di difesa della società che insiste sull’elaborazione di accordi globali offrendo singoli dirigenti in cambio della clemenza per la multinazionale.Questi accordi generalmente si presentano sotto forma di accordi extragiudiziali.Ma con la Merrill Lynch, gli ufficiali del Dipartimento di Giustizia hanno trovato un altro espediente, niente procedimenti giudiziari in cambio di un’omissione. Le vittime sacrificali della Merrill sono: • Daniel Bayly, 56 anni, di Darien, Connecticut, l’ex capo della divisione Global Investment Banking della società; • James A. Brown, 51 anni, di Darien, Connecticut, il capo del gruppo Strategic Asset Lease and Finance della Merill Lynch; e • Robert S. Furst, 42 anni, di Dallas, Texas, il responsabile dei rapporti con la Enron della Merrill Lynch nella divisione che si occupa di ‘investment banking’. La condanna di questi dirigente dimostra che la Enron e la Merrill Lynch hanno partecipato nel 1999 a una falsificazione dei report di fine anno, che implicava il "piazzamento" di azioni della Enron con la Merrill Lynch. L’accordo ha consentito alla Enron di gonfiare la sua posizione finanziaria di fine anno del 1999 presentata al pubblico e utilizzata per pagare i bonus ai suoi dirigenti. La condanna dimostra che Bayly, Brown e Furst hanno intenzionalmente partecipato a questo progetto illegale, insieme ai cospiratori Andrew S. Fastow, allora funzionario finanziario della Enron e Daniel Boyle, l’allora vicepresidente della Global Finance alla Enron. Fastow e Boyle sono stati entrambi processati nel maggio del 2003 mentre il processo di Fastow è programmato per aprile 2004. Le autorità federali hanno affermato che "la Merrill Lynch ha accettato le proprie responsabilità per la condotta dei suoi dipendenti" e che "la Merrill Lynch ha anche accettato di cooperare completamente con le indagini in corso sulla Enron e di voler attuare una serie di riforme generali per garantire l’integrità delle transazioni con i clienti e con terze parti. "Gli ufficiali federali hanno affermato che un osservatore indipendente, insieme a una società esterna di revisione dei conti, controllerà l’adesione della Merrill Lynch a queste nuove riforme. Da parte sua la Merrill ha felicemente affermato in una dichiarazione che, "in questa questione, come sempre, la Merrill Lynch ha cooperato pienamente con i regolatori è ha richiesto anche a tutti i dipendenti di cooperare. Coloro che non lo hanno fatto, sono stati licenziati. Per dimostrare il proprio impegno a cooperare, la Merrill Lynch ha informato la SEC di una delle transazioni in un momento in cui la società pensava che la commissione non fosse al corrente della transazione". SAFEWAY - Richieste insane Sta arrivando Wal-Mart! Sta arrivando Wal-Mart! Questa è l’emergenza di settore che la Safeway, una delle più grandi catene di distribuzione americana, sta usando per giustificare la propria ondata anti-operaia in California. Safeway sta conducendo una causa per ottenere rimborsi dai dipendenti dei supermercati che hanno scioperato e che sono stati mandati a casa nella California del sud. Insieme alla Albertsons e alla Ralphs (Kroger's), i supermercati della Vons and Pavilion, di proprietà della Safeway stanno cominciando a chiedere ai lavoratori di pagare di tasca propria una quota sempre maggiore delle spese per l’assistenza sanitaria. Con la proposta della società, i lavoratori perderanno dai 4.000 ai 6.000 dollari l’anno in spese per l’assistenza sanitaria.Il fine ultimo della società, afferma Jill Cashen della UFCW (United Food and Commercial Workers), che rappresenta i dipendenti dei supermercati, è "l’eliminazione dell’assistenza sanitaria nelle proprie catene di supermercati e in definitiva in tutto il settore."Rifiutando di accettare le richieste di concessione della società, in ottobre i dipendenti della Safeway sono entrati in sciopero. In uno show di solidarietà tra multinazionali, la Albertsons e la Ralph hanno mandato a casa i propri dipendenti. La Safeway, la Kroger e la Albertsons controllano il 60 per cento del mercato della grande distribuzione della California meridionale. Al terzo mese della controversia, i dipendenti che hanno partecipato allo sciopero e quelli che sono stati mandati a casa hanno visto i primi tagli di stipendio dovuti allo sciopero, un ribasso di 100 dollari a settimana e l’eliminazione dell’indennità sanitaria. Ma i dipendenti "non verranno costretti a rinunciare all’assicurazione sanitaria," afferma Cashen. Le giustificazioni della Safeway e delle altre catene di distribuzione per le proprie richieste di concessioni è la minaccia posta dai rivenditori della grande distribuzione non sindacalizzati, prima fra tutti la Wal-Mart. "Questa negoziazione è pervasa da un clima di forte incertezza a causa dei drastici cambiamenti a cui abbiamo assistito e che abbiamo sperimentato nel nostro settore", secondo il presidente della Vons, Tom Keller. "Stiamo assistendo un aumento di supermercati a basso costo non sindacalizzati e di gestori che non dipendono dai sindacati con contratti di associazione che forniscono retribuzioni più basse e molti meno indennizzi per l’assistenza sanitaria di quelli che forniamo noi. Queste strutture hanno spese di manodopera molto inferiori delle nostre. Ciò fornisce loro un ingiusto vantaggio rispetto ai gestori sindacalizzati. "Ma mentre la Wal-Mart rappresenta certamente una seria minaccia alla giustizia economica e al benessere dei lavoratori (cfr. "Corporations Behaving Badly: The Ten Worst Corporations of 2001," Multinational Monitor, Dicembre 2001), la minaccia della Wal-Mart non è la vera ragione delle richieste della Safeway. La vera ragione è semplicemente l’avidità della società e il suo desiderio di compensare una serie di azioni commerciali fallimentari.La Wal-Mart non è ancora di fatto presente nel mercato della California meridionale. La società ha annunciato che aprirà 40 nuovi supermercati in tutta la California e gli analisti stimano che questi procurerebbero alla Wal-Mart appena l’1 percento del mercato regionale. Non è esattamente una minaccia abbastanza grande per spiegare perché la Safeway e le altre catene abbiano resistito allo sciopero e abbiano mandato a casa i lavoratori, un’azione che gli è costata centinaia di milioni di dollari per la perdita dei guadagni. I profitti della Safeway restano comunque molto alti sebbene negli ultini anni abbiano subito un leggero calo. Ma questi sono dovuti a scelte commerciali sbagliate e non agli alti costi dell’assistenza sanitaria o alla concorrenza di gestori non sindacalizzati, che coprono le spese per l’assicurazione sanitaria solo parzialmente o addirittura che non la coprono. Come fa notare Hope Crifo, un consulente dell’ AFL-CIO (Office of Investment), la Safeway è in concorrenza con meno di un quinto dei punti vendita della Wal-Mart, la Kroger è in concorrenza con più della metà dei punti vendita della Safeway. Eppure la Kroger ha più successo della Safeway. Per tutte le catene di supermercati in generale, i profitti netti hanno raggiunto livelli storicamente altissimi. Crifo pone l’attenzione su una serie di scelte commerciali sbagliate della Safeway in grado di spiegare le difficoltà in cui versa la società: • Una serie di acquisti a sovrapprezzo e mal progettati; • Ritardi nel riacquisto di scorte; • Sottoinvestimento nella riprogettazione e nella manutenzione dei punti vendita; • Una generale cattiva gestione e incapacità di raggiungere gli obiettivi finanziari e commerciali prefissati. La posto in gioco nella lotta alla Safeway è molto alta. Se le società sindacalizzate che insieme dominano il mercato locale possono permettersi di rinunciare alla responsabilità di pagare le spese dell’assistenza medica, allora la prospettiva di un’economia dei servizi negli Stati Uniti in grado di offrire lavori ben retribuiti che consentono il sostentamento delle famiglie operaie appare piuttosto tetra. Traduzione di Tania Tion, Nuovi Mondi Media Fonte: http://www.multinationalmonitor.org/mm2003/03december/dec03corp1.html

IRAK/ BUSH DA' CARTA BIANCA AI GENERALI: STRAGE A FALLUJA, 600 MORTI A Falluja è una strage: si contano più di seicento morti. Bush dà carta bianca ai generali di Toni Fontana Aerei, cannoni ed elicotteri. Un ufficiale americano, privo evidentemente del senso del ridicolo, si è azzardato a dire che il comando non ha del tutto abbandonato la tregua, ma quella in corso a Falluja appare ormai una delle battaglie più cruente da un anno a questa parte. Si combatte di notte e di giorno con un imprecisato numero di vittime, certamente molte anche se i miliziani sparano e non diffondono comunicati e gli americani non contano i morti che restano sul terreno. Jabbar al Kubaisi, capo dell’Alleanza nazionale irachena, sostiene che i morti sono «oltre 600» solo nelle ultime 24 ore. Anche mercoledì, come accade da un paio di giorni, l’attacco è stato sferrato dal cielo e sono entrate nella battaglia le terribili «cannoniere volanti», i C-130 spectre che, a detta di un reporter dell Bbc, hanno sganciato almeno 25 bombe e migliaia di proiettili. Ancora una volta nel mirino degli americani c’era il quartiere di Golan, ritenuto dai comandi il bastione della guerriglia. L’ennesimo ultimatum rivolto ai ribelli affinché depongano le armi pesanti è caduto come i precedenti nel vuoto ed anzi, nel corso della notte, i miliziani sono riusciti a colpire l’accampamento dei marines alla porte di Falluja. Secondo i comandi nessun soldato è rimasto ferito, ma l’attacco è stato subito preso a pretesto per scatenare un diluvio di fuoco. Da terra sono entrate in azione le batterie dell’artiglieria e, alle prime ore del giorno, sono arrivati i cacciabombardieri e i C-130 spectre. Le testimonianze, frammentarie e incomplete, che filtrano dalla città assediata concordano però sul fatto che i bombardamenti aerei e dell’artiglieria americana si sono concentrati contro alcuni quartieri e alcune abitazioni dove, evidentemente, si erano asserragliati gruppi di ribelli. I guerriglieri iracheni si sarebbero dunque concentrati in alcuni isolati di Falluja, ma, certamente la ribellione non è stata affatto domata. Secondo le testimonianze la fase più violenta dell’attacco sarebbe durata mezz’ora e, alla fine, almeno una decina di abitazioni sarebbero state disintegrate dalle bombe. In tal caso le vittime potrebbero essere davvero molte, ma sui fatti di Falluja non vi sono fonti in grado di fornire ricostruzioni attendibili. Pur tentando come sempre di cantare vittoria («la maggior parte della città sta tornando alla normalità») anche il presidente Bush ha dovuto ammettere che a Falluja vi sono ancora «sacche di resistenza». In quanto alle prospettive future, è ormai chiaro che i generali americani intendono completare l’attacco e affidare poi il controllo della città alla polizia irachena. Su questo il presidente americano è stato ieri esplicito: «I nostri comandanti - ha detto Bush - intraprenderanno qualunque azione che si renderà necessaria per rendere Falluja sicura». Bush ha poi aggiunto che tutto ciò viene fatto «in nome del popolo iracheno» che il presidente Usa ritiene evidentemente di rappresentare. Da Londra gli ha fatto comunque eco Blair «profondamente addolorato per le vittime civili» e convinto che «è necessario ripristinare l’ordine cone stanno facendo gli americani». Il premier britannico non ha insomma alcun dubbio sull’attacco in forze scatenato dai marines che ha definito «giusto» e marcia con Bush con l’obiettivo di risolvere militarmente la questione di Falluja. Ma, a giudicare da quel che accade nel resto dell’Iraq, l’ottimismo di Bush potrebbe fare ben presto i conti con una rivolta più estesa. Vari episodi indicano infatti che anche l’altro fronte, quello aperto con gli sciiti di Moqtada al Sadr, non è affatto chiuso. Un convoglio ucraino è stato attaccato nei pressi della città di Kut, importante centro sciita posto lungo la strada che sale da Bassora e costeggia il confine con l’Iran. Un soldato ucraino è morto e altri due sono rimasti feriti. Il fatto nuovo e preoccupante per la Coalizione è che i miliziani, certamente sciiti, hanno teso l’agguato utilizzando lanciagranate e mitragliatrici pesanti. Gli ucraini, vista la malaparata, hanno dovuto chiamare in soccorso i marines che, alcune settimane fa, hanno cacciato le milizie di Al Sadr da al Kut che tuttavia non appare affatto «pacificata». A Najaf la situazione resta tesissima, anche se ieri non vi sono stati combattimenti di rilievo. Un collaboratore di Al Sadr si è fatto vivo per ribadire che, se gli americani attaccheranno i luoghi santi dell’Islam sciita, riceveranno una «risposta violenta». L’attacco contro Najaf potrebbe accendere la miccia della guerra totale ed anche Bush, che ieri ha usato toni durissimi quando ha parlato del fronte sunnita di Falluja, non ha fatto intendere i suoi propositi per quando riguarda le città sciite. Anche il grande ayatollah Al Sistani ha da tempo messo in guardia gli americani avvertendo che l’attacco contro Najaf e Karbala verrebbe considerato un’offesa incancellabile per tutti gli sciiti. Mai come ora il complesso mosaico iracheno appare confuso e vicino alla distruzione ed i gruppi armati soffiano sul fuoco nella speranza di scatenare la guerra tra le etnie. Mosul, grande centro del nord ai confini con la regione popolata dai curdi, è stata teatro di un nuovo agguato ai danni della polizia. Un commando ha reso una trappola ad una pattuglia e cinque agenti sono stati falciati a raffiche di mitra. unita.it

Iraq: Usa, Cbs diffonde foto prigioniari maltrattati WASHINGTON - La rete televisiva americana Cbs si appresta a mettere in onda alcune foto che mostrano il maltrattamento di detenuti iracheni nella prigione di Abu Ghraib per mano dei soldati americani. Le foto della famigerata prigione dove Saddam Hussein aveva torturato e ucciso i suoi nemici sono state ottenute dal programma di approfondimento delle notizie '60 Minutes II', che va in onda questa sera. La notizia della decisione della Cbs di diffondere le immagini è emersa oggi nel corso di un'intervista condotta via satellite dall'anchor della Cbs, Dan Rather, con il generale Mark Kimmitt, portavoce militare della coalizione in Iraq. La scoperta delle foto a gennaio aveva fatto scattare un'indagine dell'esercito, durante la quale è stato concluso che "ci sono problemi nella prigione, che vanno dal generale in comando, alla polizia militare di guardia", secondo la Cbs. In una delle foto si vede un prigioniero iracheno costretto a salire su una cassa con la testa coperta e con il filo elettrico applicato alle mani. Al prigioniero è stato detto che, se dovesse cadere, sarà immediatamente folgorato. Un'altra immagine mostra i corpi di un gruppo di detenuti ammucchiati in una specie di piramide. Sul corpo di uno di questi c'era scritto un insulto in inglese. Nell'intervista con Rather, Kimmitt si è detto "atterrito" dalla vicenda. "Questi sono i nostri compagni d'armi, sono persone con cui lavoriamo ogni giorno, che ci rappresentano, che portano la stessa divisa", ha detto il portavoce. "Noi ci aspettiamo che i nostri soldati vengano trattati bene dall'avversario, dal nemico. Se non siamo in grado di dare un esempio di come trattare con dignità e rispetto i prigionieri - ha proseguito il generale - non possiamo pretendere che altri Paesi lo facciano". Al termine dell'indagine sono stati messi in stato d'accusa sei soldati mentre un'inchiesta più generalizzata è stata avviata per scoprire i metodi usati durante gli interrogatori dei prigionieri, ha riferito infine Kimmitt.www.tio.ch


aprile 28 2004

Ai terroristi non si risponde di ROBERTO DELLA SETA * Sono d’accordo con Fausto Bertinotti. Il movimento pacifista può rispondere in un solo modo al ricatto- ultimatum dei sequestratori di Agliana, Cupertino e Stefio, e questo modo è non rispondere. Ciò non significa, com’è ovvio, disinteressarsi della sorte dei tre italiani in mano ai banditi delle “Falange Verdi”, o lasciare sole nella loro dolorosa attesa le famiglie: anzi è necessario che chi ne ha la possibilità compia ogni sforzo per riportare a casa sani e salvi i nostri connazionali, per convincere coloro che li tengono prigionieri dell’insensatezza, anche rispetto ai propri obiettivi, di aggiungere altri delitti all’omicidio di Fabrizio Quattrocchi. Ogni sforzo, ma tenendo fermo un confine che non va valicato di un millimetro: chi, come Legambiente e come la totalità del pacifismo italiano, si batte da mesi per fermare la guerra di Bush e di Blair, per ottenere il ritiro immediato dall’Iraq degli eserciti di occupazione e in particolare dei nostri soldati, perché venga affermato il ruolo dell’Onu come unico garante del processo di pacificazione e democratizzazione in Iraq, non può riconoscere a dei criminali la dignità di interlocutori politici, non può legittimarne una sorta di potere di convocazione verso il popolo della pace. Di più, io credo che organizzare questa o quella iniziativa politica con l’intenzione, più o meno dichiarata, di soddisfare le richieste delle “Falangi Verdi”, sarebbe ancora più grave che intavolare con esse una trattativa per scambiare i tre italiani con qualcuno detenuto in Italia per reati di terrorismo: lì si tratterebbe di un “negoziato” tra nemici, qui si darebbe l’idea che noi pacifisti e i terroristi abbiamo obiettivi comuni, che divergiamo sui metodi ma conveniamo sugli scopi. E invece è vero il contrario: Al Qaeda e quanti ad essa si ispirano sono i nostri primi nemici, perché esprimono valori e vagheggiano un mondo agli antipodi di quelli per cui siamo impegnati noi, e tra le ragioni che ci fanno rifiutare la teoria e la pratica della “guerra preventiva”, che ci fanno contestare la politica del governo italiano di “vassallaggio” alle scelte del ticket anglo-americano, vi è anche la consapevolezza che questa guerra, lo spirito unilaterale e neo-imperiale di cui si nutre, il terrorismo lo alimentano, al terrorismo forniscono insperate occasioni di reclutamento e di consenso. Il terrorismo fondamentalista non è un’invenzione dei “neo-con” americani, ma è grazie all’avventura irachena se il più laico dei paesi arabi, certamente dominato da una dittatura sanguinaria ma da sempre allergico all’integralismo, è divenuto oggi un immenso “self-service” per gruppi fondamentalisti di ogni tipo. Più di un anno fa ho appeso la bandiera arcobaleno al mio balcone, da allora non l’ho mai tolta e certo non la toglierò proprio adesso che i fatti dimostrano con tanta più evidenza le buone ragioni del no alla guerra. Con altrettanta convinzione penso che qualsiasi cedimento, sia pure implicito, al ricatto dei terroristi sarebbe una macchia nera, indelebile, su quella bandiera. *presidente di Legambiente www.europaquotidiano.it

FALLIMENTI. DA NOVEMBRE A BRESCIA IL PROCESSO AL CRACK ITALCASE: SESSANTA IMPUTATI Torna il maxiprocesso. Va alla sbarra l'alta finanza Un vero proprio maxi processo con 60 imputati in cui sfileranno nomi di primissimo piano della finanza italiana: Cesare Geronzi, Roberto Colaninno e Steno Marcegaglia i più noti. E' l'ultima tegola che colpisce il sistema bancario e in particolare i gruppi Capitalia, Antonveneta e Monte dei Paschi di Siena. Il procedimento si svolgerà a Brescia dal prossimo 22 novembre è riguarda il crack della Italcase di Mario Bertelli. Un fallimento che nel 2000 coinvolse oltre 19 società che operavano in vari settori (la più famosa era azienda turistica “Bagaglino”, costruttore di una serie di villaggi turistici in Sardegna). La catena di fallimenti lasciò un buco superiore ai 500 milioni di euro e il solito strascico di dubbi e recriminazioni sul reale stato dei conti e la qualità della gestione. Pur non paragonabile alle cifre di Cirio e Parmalat, rimane uno scandalo di portata notevole non privo di punti in comune con la più famosa vicenda del crack di Sergio Cragnotti. La corrispondenza più evidente è il coinvolgimento in entrambi i casi del presidente dell'allora Banca di Roma, Cesare Geronzi. E una reazione durissima è arrivata ieri attraverso un comunicato della stessa Capitalia in cui si contestano nel merito le conclusioni sia le conclusioni della procura che quelle del Gup. L'istituto di Via Minghetti sottolinea come «non può non sorprendere il carattere indiscriminato del provvedimento, che accomuna circa sessanta persone nell'accusa di aver finanziato indebitamente un imprenditore, che peraltro è sconosciuto agli esponenti di Capitalia coinvolti». La stessa nota della banca si conclude riaffermando con sicurezza «l'estraneità dei propri esponenti ai fatti ipotizzati dal pubblico ministero, che peraltro si basano - pressoché completamente - su elementi all'evidenza erronei e contrastanti con precisi dati documentali». Le considerazioni sul carattere “indiscriminato” del provvedimento valgono anche per Marcegaglia e Colaninno. Finiti sotto processo perché presenti nei cda delle banche coinvolte (Banca Agricola Mantovana, Banca Nazionale dell'Agricoltura e Banca di Roma) nel periodo tra il 98 e il 2000. Più importante è l'altro punto in comune con il caso Cirio: il reato di «bancarotta preferenziale» contestato ai manager bancari. La tesi del procuratore di Brescia Silvia Bonardi è che Banca di Roma, Bam e Bna abbiano continuato finanziare il gruppo fondato da Mario Bertelli con 125 milioni di euro dal '98 al 2000, sapendo che il dissesto era inevitabile. Lo scopo della manovra era di ottenere per i nuovi finanziamenti garanzie immobiliari e presentarsi come creditore privilegiato al momento del fallimento. Uno «schema» che non è lontano dalla tesi accusatoria dei magistrati su Cirio: anche in quel caso le banche coinvolte avrebbero mantenuto in vita la società pur sapendo dell'inevitabile dissesto. Lo scopo in questo caso sarebbe stata permettere l'emissione di bond, poi collocati tra i piccoli risparmiatori, il cui ricavato sarebbe poi tornato alle banche per pagare debiti precedenti. Obbligazioni che poi hanno portato al famoso default del 2002. Le indagini effettuate finora servono anche a verificare questa ricostruzione e ieri sono stati acquisiti nuovi documenti dalla Guardia di Finanza nella sede di altri quattro istituti bancari indagati per Cirio: SanPaolo Imi, Popolare di Lodi, Caboto (Banca Intesa) e Capitalia. Le tre banche coinvolte nel crack Italcase sono nel frattempo confluite in gruppi più grandi (Bam in Mps, Bna in Antonveneta e Banca di Roma in Capitalia), ma erano sempre rimaste compatte nel rigettare le accuse della procura di Brescia, fino ad opporsi alle procedure fallimentari nel frattempo disposte del tribunale, soprattutto la vendita all'asta degli immobili che finora ha portato incassi per 80 milioni di euro. Solo negli ultimi mesi qualcosa era cambiato: Bam aveva trovato un accordo con i curatori fallimentari per risarcire 16 milioni e aveva accettato anche di veder mutare il proprio ruolo nella procedura: da creditore privilegiato a chirografario, Antoveneta aveva versato circa la metà e si vocifera di trattative in corso anche con Capitalia, per un risarcimento di altri 25 milioni di euro. Naturalmente curatori fallimentari e banche non potranno mai raggiungere un'intesa che possa in qualche modo influenzare il processo penale. E nel corso del dibattimento sarà importante come il pubblico ministero cercherà di dimostrare la reale conoscenza dei conti del gruppo Bertelli e se riuscirà a ricostruire chi e a che livello decise di continuare a sostenere l'imprenditore bresciano. Meccanismi che potrebbero essersi riproposti in grande per il caso Cirio. ilriformista.it

Bolzoni: "Ci si aspetta un brutto botto da un momento all’altro" Il maresciallo mi ha notificato un avviso di indagine nei miei confronti, invitandomi a nominare un avvocato di fiducia, per l’ipotesi di reato di “procacciamento di atti riservati”. In due occasioni, tra il 15 e il 17 aprile, davanti ad altri colleghi della RAI ho chiesto prima all’addetto stampa della Pubblica Informazione della brigata Ariete, colonnello Giuseppe Perrone, e poi al comandante del reggimento bersaglieri, Luigi Scollo, documenti, rapporti non classificati sugli avvenimenti della battaglia dei ponti a Nassiriya, scontri avvenuti all’inizio di aprile. Ho insistito coi due, sostenendo che attraverso quella documentazione si sarebbe avvalorata ancora di più la loro versione dei fatti. Poi, non me ne sono più occupato, ma ho fatto resoconti non proprio lusinghieri, stando al loro giudizio, su questa brigata e sul loro lavoro di controllo del territorio, che in effetti è inesistente". “Per esempio – ha sottolineato il giornalista - fanno dei posti di blocco volanti e poi fuggono appena sentono odore di pericolo, contrariamente ai carabinieri e alle altre brigate che svolgono con esperienza la loro missione. Queste corrispondenze probabilmente non gli sono piaciute! Qui, in effetti, il clima esterno è davvero cambiato. La popolazione irachena adesso è ostile. La gente con cui prima passeggiavo ora fa finta addirittura di non riconoscermi, Spesso i ragazzi tirano pietre agli incroci, appena vedono macchine di soldati o degli occidentali. Nella settimana scorsa ci sono stati sei attentati in sei giorni e l’Ufficio della Pubblica Informazione che non ce li ha mai comunicati. Noi spesso sapevamo le notizie attraverso le agenzie di Roma, mentre qui cadevano dalle nuvole! Sapevamo a volte qualcosa solo dai carabinieri oggetti di colpi di mortaio. Nel gennaio scorso c’era stato un attentato alla CPA ( il comando civile provvisorio) e il comandante della brigata Sassari, Bruno Stano, aveva chiesto ufficialmente al governatore Bourne di trasferire la CPA in un posto più sicuro,perché erano stati annunciati altri attentati e si preoccupava dei suoi soldati. Attentati che sono poi avvenuti ( il 4 gennaio, sbato notte e martedì scorso). L’atteggiamento di questa brigata Ariete è invece insensibile, tanto che sono esposti ai quattro venti, aspettando i colpi di mortaio. E’ inutile insomma che siano lì con la CPA, sono obiettivamente un bersaglio facile. “La situazione – conclude Bolzoni - qui è davvero molto delicata, scivolosa, e ci si aspetta un brutto botto da un momento all’altro,mentre i nostri affrontano in maniera burocratica la situazione, non c’è più la flessibilità e l’operatività come invece le precedenti brigate Sassari e Garibaldi avevano mostrato".articolo21.com

Iraq: ostaggi e sovranità , storie sospese di Mara Muscetta * Patria non est ubi nasco, sed ubi pasco! Non é bella questa storia dei tre ostaggi, che in Iraq sono andati a cercare lavoro ed ora rischiano di morire. E' spaventosa. La nazione Italia ha fatto ben poco per dar loro una vita dignitosa. Per salvare gli ostaggi, dunque, si' alla manifestazione pacifista di domani (a Roma, ore 17 a Castel Santangelo) promossa dai comuni di residenza in solidarietà con le famiglie degli ostaggi. Ricordiamoci che la guerra preventiva per il petrolio era stata programmata ben prima dell'11 settembre, con una richiesta all'amministrazione Clinton da parte delle lobby petrolifere ora al potere. Saddam e Bin Laden erano uomini dei servizi americani, prima di essere dei nemici. Berlusconi dice che la nostra presenza in Iraq sarà da ora in poi volta solo ad assicurare l'ordine e la sicurezza. Bremer ha proposto di reintegrare i membri del parto Baath in funzione anti -sciita, per spezzare il fronte interno di unione e di resistenza nazionale anti occupazione. Il punto cruciale della sicurezza allo stato attuale delle cose resta "estremamente inquietante". Il bombardamento americano di Falluja e di Najaf rischia di azzerare le proposte avanzate da l'emissario speciale dell'ONU in Irak, Lakhdar Brahimi, il quale aveva richiesto ieri , martedi' 27 aprile, che il governo provvisorio irakeno venisse scelto entro il mese di maggio - prima del trasferimento effettivo dei poteri del 30 giugno - per assumere la piena sovranità del paese e gestire le elezioni a fine gennaio 2005. I rapporti con le forze di occupazione che resteranno nel paese oltre il 30 giugno, avrebbero dovuto essere trasparenti "come il cristallo". Finora in fatti non era stato stato messo a punto il piano per questo trasferimento graduale dei poteri. Sarà ancora possibile la conferenza nazionale irakena, auspicata per il mese di luglio da Brahimi? Questa era la sua proposta, per riunire gli irakeni di tutte le regioni, e dibattere intorno alle sfide che il paese deve affrontare. Era previsto un comitato organizzatore costituito da un nucleo di giudici irakeni, ritenuti onesti, che non brigassero per un mandato politico, e le Nazioni Unite prevedevano la partecipazione di un numero fra i 1000 e i 1500 Iracheni. Dopo l'attacco americano a Falluja questa possibilità é stata gravemente compromessa. * gia' direttrice dell'Istituto italiano di cultura di Marsiglia by www.osservatoriosullalegalita.org

Mozione unitaria di tutte le opposizioni: «I soldati italiani rientrino dall'Iraq» di red «Concordiamo tutti che entro maggio ci debba essere una discussione parlamentare con il presidente del consiglio. Esaurita la possibilità di una svolta, dobbiamo avere un dibattito che si concluda con un voto su un documento unitario». Documento che chiederà il ritiro delle truppe italiane dall’Iraq. Le virgolette riportano le parole di Luciano Violante, capogruppo dei diesse al termine di una riunione alla quale ha partecipato l’opposizione, tutta l’opposizione: Castagnetti, Intini, il capogruppo di Rifondazione Comunista, Franco Giordano, Paolo Cento dei Verdi, Maura Cossutta del Pdci, Pietro Folena e Famiano Crucianelli del correntone Ds e Alfiero Grandi della sinistra Ds. «E mercoledì ci rivedremo – ha spiegato Violante - perchè la situazione richiede un monitoraggio costante». Tutto a posto, allora? Divisioni ricomposte? «La novità - commenta Paolo Cento del Sole che ride - è che, partendo da presupposti diversi, stanno maturando le condizioni per arrivare ad una posizione comune. Ora si tratta di approfondire il testo della mozione». «Partendo da posizioni differenti - aggiunge Castagnetti - stiamo costruendo una posizione unitaria. Se non interviene la svolta, come abbiamo detto e confermato, diventa ineludibile la richiesta di ritiro delle truppe». chi gli domandava se fossero emersi elementi di dissenso su qualche punto, Intini ha spiegato che oggi si è preferito insistere sulla posizione unitaria raggiunta e - rispondendo ad una domanda - il capogruppo dello Sdi ha detto che non si è in alcun modo parlato della questione della manifestazione di domani organizzata dai parenti degli ostaggi. I capigruppo avanzeranno la loro richiesta di dibattito parlamentare al presidente della Camera, Pier Ferdinando Casini, alla conferenza dei capigruppo di oggi pomeriggio. unita.it

PERCHE' NON ANDRO' ALLA MARCIA DI GIOVEDI' - di Giulietto Chiesa ( in edicola domani su Il Manifesto ) - Se pensassi che può servire ci andrei, ma non lo penso. Ho marciato decine di volte contro la guerra, contro le guerre ultime, contro tutte. Ho messo le bandiere di pace alle mie finestre. Pensavo che fosse utile. E’ stato utile. Se non lo avessi fatto, le cose, oggi, sarebbero peggio di quanto sono. Le guerre ci sono state ugualmente, perché dire che si è contro, a mani nude, non è spesso sufficiente a fermare i signori della guerra, i prepotenti, gli egoisti, i violenti. Ma il solo fatto di dirlo è stato importante, ha cambiato le situazioni, ha creato le premesse perché in alcuni casi le guerre fossero rese più difficili, ha costretto i violenti a fare i conti con le opinioni pubbliche d’Italia e del mondo intero. Ma in questo caso non serve. Capisco le famiglie. Dobbiamo essere loro vicini nel momento più tragico. Capisco che abbiano sostituito la bandiera tricolore con quella arcobaleno. La prima non è servita per salvare i loro cari. Ma non posso fidarmi del ricatto di coloro che li hanno in ostaggio. Quell’ultimatum è “sporco” in troppi sensi perché noi tutti possiamo fidarci. In primo luogo perché rovescia sul movimento contro la guerra la responsabilità del sangue degli ostaggi. Siamo di fronte a un vile tentativo di cambiare le carte in tavola. La responsabilità di ciò che sta accadendo è interamente su questo governo, che ha mandato l’Italia in guerra a fianco degli aggressori. Coloro che hanno in mano gli ostaggi (e che – non dimentichiamolo - ne hanno già ucciso uno) sanno perfettamente come stanno le cose. E ci stanno ferocemente prendendo in giro. Con questa ambigua proposta manifestano un’ostilità totale nei confronti di tutte le forze che si sono battute contro la guerra. Si rivolgono a noi come a dei nemici. Ed è logico che sia così, perché sono nostri nemici. Vogliono coinvolgerci in un gioco politico dai contorni oscuri. Non esiste la minima garanzia che un qualsiasi gesto da parte nostra potrà cambiare la situazione. In secondo luogo parlo per esperienza. Ho visto troppe volte situazioni come questa. Ho visto bande, in Cecenia, che si vendevano gli ostaggi, scambiandoseli come merci. Ho visto gruppi di incerta collocazione politica, senza scrupoli e senza idee, che agivano per conto terzi, per denaro o per stupidità e fanatismo. In qualche caso – come nel teatro Dubrovka di Mosca – abbiamo assistito alla loro liquidazione fisica, quando non servivano più. Qui anch’io intravvedo – come altri hanno già scritto e detto – l’esistenza di uno o più suggeritori che conoscono troppo da vicino la politica italiana e che stanno giocando le loro carte attraverso uomini armati di cui non conosciamo nulla, salvo una sigla anch’essa fin troppo simile ad altre, italiane, di diverso colore ma di analoga qualità. Non andrò alla manifestazione, dunque. Non per motivi ideologici. Non perché difendo la sacralità dello Stato (non è lo Stato italiano responsabile di ciò che accade, ma un governo impopolare che calpesta la volontà della maggioranza). Non andrò perché andarci significa obbedire a un ordine che viene non si sa da chi; impartito non si sa per quali scopi; e che non possiamo sapere dove conduce e da chi sarà gestito. Un ordine di assassini, forse manipolati anch’essi, non può essere ottemperato. Se c’è un modo per scoprire queste carte, esso consiste nel fissare una data per il ritiro delle truppe italiane. Questo lo può fare e lo deve fare il governo italiano. Non è affatto certo che salverebbe i tre ostaggi, ma è certo che toglierebbe loro ogni alibi. Del resto fare ciò che questi oscuri manovratori ci chiedono non ci fornisce alcuna garanzia di un risultato utile, di salvezza degli ostaggi. Ci trasforma anzi tutti in ostaggi.

D’Antoni, l’ultimo arrivato. Manca solo Pippo Baudo Dire che la Casa delle libertà perde pezzi è ormai una ripetizione. Dopo Bisteccone Galeazzi, ci ripensa anche Sergio D’Antoni, fondatore di Democrazia europea (3 per cento alle politiche del 2001), poi confluita nell’Udc di Follini e Casini. “Considero fallita la mia esperienza con il centrodestra e l’Udc. La Lista unitaria invece ha dei valori in cui mi riconosco”, dichiara solennemente l’ex segretario della Cisl. Interrogato sul perché di questo passaggio di campo, D’Antoni mette le mani avanti: “Non chiedo niente”. Lo smottamento siciliano dal centrodestra verso il centrosinistra è merito – raccontano le cronache – di Luigi Cocilovo, capolista alle europee della Lista unitaria nelle isole, ex braccio destro di D’Antoni ai tempi della sua segreteria nella Cisl (per fargli posto, Leoluca Orlando, ex sindaco di Palermo, ha rinunciato alla conferma a Bruxelles). Ma del “caso D’Antoni”, raccontano le stesse cronache, si sono occupati direttamente Prodi, Rutelli e Parisi. La cosa interessante è che tutto ciò avvenga in Sicilia, dove il centrodestra fece “cappotto” nelle elezioni politiche del 2001: 61 parlamentari eletti su 61 a disposizione. Prima di D’Antoni, era emigrato nella Lista unitaria (gettando nel panico il centrodestra) anche Ferdinando Latteri, rettore dell’Università di Catania, ex grande elettore del centrodestra. Qualcuno ricorderà che nel 2001 nelle liste di Democrazia europea entrò anche Giulio Andreotti e che Pippo Baudo era tra i sostenitori più accaniti della lista che non sceglieva né il centrodestra né il centrosinistra. Proprio quel Pippo nazionale che ormai difende quasi da solo la Rai e il Festival di Sanremo. A D’Antoni ora non resta che ritoccare l’autobiografia che compare sul sito internet dell’Assemblea regionale siciliana. Ancora ieri si poteva leggere: “Sono nato a Caltanissetta, il 10 dicembre del 1946. Negli anni 70, dopo la laurea in legge, sono stato ricercatore all’Università di Palermo. Ma ho scelto subito di occuparmi dei problemi della gente, entrando nel sindacato… Nel novembre del 2000, dopo aver lasciato la Cisl, ho lanciato Democrazia europea, un movimento politico del quale sono diventato segretario. Dopo le elezioni del 2001, Democrazia europea ha dato vita, assieme a Ccd e Cdu, all’Udc, una nuova forza politica di “centro”, con una chiara identità riformista e sociale, all’interno della Casa della Libertà… Sono un grande appassionato di sport. Nel passato, sono stato anche chiamato a dirigere la Lega basket, la Virtus Roma e il Palermo calcio, che raggiunse la promozione in serie B nel 2001 sotto la mia presidenza”. D’Antoni, che ha portato il Palermo in serie B, entra nel centrosinistra mentre lo stesso Palermo potrebbe entrare in serie A. Dopo D’Antoni, nel centrosinistra si aspetta solo Pippo Baudo. [***] /www.aprileonline.info

Il Comitato Fermiamo la Guerra ha organizzato in Italia le manifestazioni internazionali del 15 febbraio 2003 e del 20 marzo 2004 contro la guerra permanente e preventiva, contro la strategia del terrore, contro l’attacco all’Iraq e la sua occupazione, per la pace e la dignità di tutte le vite. Abbiamo sempre manifestato la vasta contrarietà del nostro Paese alle scelte di guerra anticostituzionali del governo e della maggioranza del Parlamento. Questi obiettivi sono sempre stati perseguiti dai nostri movimenti in totale autonomia e indipendentemente da ogni condizionamento; altrettanto faremo in futuro. Diffidiamo chiunque a sostenere il contrario. Noi continueremo a mobilitarci contro la guerra, per il ritiro delle truppe italiane dall’Iraq, per la fine dell’assedio delle sue città, per l’autodeterminazione del suo popolo e per il rispetto del ripudio della guerra scritto nella Costituzione della nostra Repubblica: lo faremo semplicemente perché è giusto farlo e perché queste sono le sole possibilità per la pace. Continueremo perciò a marciare contro la guerra, come abbiamo fatto il 25 aprile e come faremo ancora. Continueremo ad invitare ogni cittadina e cittadino a prendere parola per sostenere questi obbiettivi, in ogni occasione utile. Alle famiglie degli italiani trattenuti in ostaggio in Iraq diciamo che siamo solidali e che vogliamo la salvezza delle vite e la liberazione dei loro cari. Comprendiamo il senso delle iniziative da loro promosse in questi giorni e siamo disponibili ad incontri ed impegni umanitari. Sempre ribadiremo con limpidezza, da parte nostra, l’obiettivo di fermare la guerra. Sosteniamo l’aspirazione alla pace e all’autodeterminazione delle popolazioni invase, represse e assediate, specie nella martoriata Fallujia. Continuiamo a lottare pacificamente perché lo stato di occupazione finisca e la comunità internazionale assuma responsabilità. Ricordiamo al governo italiano le sue responsabilità, innanzitutto quelle legata alla sciagurata scelta di guerra. Sosteniamo le iniziative parlamentari che intendono far esprimere rapidamente le Camere per il ritiro della truppe italiane e la fine dello Stato di occupazione dell’Iraq. Il popolo della pace non si ferma. Il Comitato Fermiamo la Guerra

L'Ambulanza. Avremmo immaginato da una amministrazione comunale preveggente ed interessata al bene dei cittadini una maggiore attenzione per i rischi a cui tutti noi possiamo essere sottoposti .Immaginiamo infatti un'autombulanza ,chiamata per un'intervento urgente ,un ferito, un 'infartuato, in una delle viuzze del nostro centro storico e costretta a perdere minuti forse preziosi per districarsi nel traffico provocati dai lavori che ,incautamente,vengono effettuati nel centro storico in questi giorni .Ognuno di noi ,purtroppo, potrebbe essere su quell'ambulanza in attesa che si districhi nelle tortuose file provocate dalle macchine in fila ,con i pedoni costretti a procedere rasenti ai muri per non correre a loro volta il rischio di dover occupare l'ambulanza. I lavori certo ,si sarebbero potuti fare in un 'altro periodo ,ad esempio d'estate, e con altre modalità ,ma la fretta con la quale vengono effettuati ci suggerisce che l'amministrazione comunale non voglia privarsi dell'opportunità di utilizzarli per una facile campagna elettorale.Se consideriamo ,poi, il rischio che quei lavori vengano assegnati da qualcun altro comprendiamo bene la "fretta" e l'"urgenza"che la giunta avverte ,costringendola a posporre ogni altra considerazione.La polizia ,i carabinieri, i vigili del fuoco ,insieme a tutti noi cittadini possono aspettare la campagna elettorale ha la precedenza. Il rischio che qualche pedone venga "asfaltato" da qualche macchina o che i bambini in carrozzina respirino veleno passa in secondo piano rispetto alle esigenze elettorali.Velletri ,come indicano del resto tutti i dati, ha un problema considerevole con l'inquinamento in particolare con il Pm10 ,il rischio per i nostri polmoni e le malattie che ne possono derivare è estremamente consistente ,ma anche qui ,come ormai in molti altri ambiti l'amministrazione pecca quantomeno di superficialità.I parcheggi ,ad esempio, sempre promessi e mai realizzati, e ,del resto ,fateci caso la viabilità ,la segnaletica ,i sensi unici sono gli stessi ,retaggio delle amministrazioni precedenti ,quasi che la giunta attuale non sia in grado di progettare non diciamo una rotonda ,ma nemmeno un senso unico.Crediamo ,perciò, che fare campagna elettorale scaricando i problemi su noi cittadini non sia commendevole e che chi lo faccia vada punito elettoralmente,crediamo infatti di meritarci un altro modo di amministrare. Comitato Cittadini per l'ulivo"Velletri fuori dalla palude" circolo Volontè Blog www.ulivovelletri.splinder.it

Primo maggio senza diretta Rai L'opposizione: "Un'arroganza inaudita" BATTISTINI e CASADIO ALLE PAGINE 4, 18 e 19 da Repubblica - 28 aprile 2004 LA POLEMICA Protesta dei sindacati, oggi incontro a Viale Mazzini. Bisio: così ho meno responsabilità Ma la Rai taglia la diretta del concerto "In differita per tutelare gli ostaggi" Il timore di interventi imprevisti e la par condicio. L´Usigrai: questa è censura LEANDRO PALESTINI ROMA - Bufera sulla decisione della Rai di trasmettere in differita il concerto del Primo maggio organizzato dai sindacati. Per la prima volta il "Concertone" di Piazza San Giovanni, su RaiTre, sarà trasmesso venti minuti o un´ora dopo che gli artisti si sono esibiti sul palco: un espediente per evitare polemiche in diretta di cantanti, ospiti, e della stessa piazza fatta soprattutto di giovani. Per la Rai di Flavio Cattaneo anche sulla manifestazione organizzata dai sindacati pesa il ricatto dei terroristi iracheni. L´ultimatum scade il 30 aprile, ma il CdA della Rai ha chiesto al direttore la diretta-differita «in modo da cautelarsi contro l´eventualità di fatti che possano mettere a repentaglio la vita dei tre ostaggi italiani, e anche per permettere il rispetto delle normative vigenti per la campagna elettorale. Su eventuali interventi decideranno di comune accordo i dirigenti della Rai e rappresentanti dei sindacati. La diretta-differita servirà ad avere un tempo minimo per eventuali correzioni tecniche». Ma i sindacati non ci stanno. Guglielmo Epifani (Cgil) ha già fatto sapere di non condividere la decisione dei vertici Rai; questa mattina i rappresentanti di Cisl e Uil (che in un primo tempo la Rai dava per consenzienti) esprimeranno i loro dubbi a viale Mazzini. Per gli organizzatori del "Concertone" sarebbe proprio la mancata diretta su RaiTre a creare seri problemi di ordine pubblico in piazza San Giovanni. Intanto il leader dei Ds, Piero Fassino, che aveva proposto di lanciare un appello per il rilascio degli ostaggi durante il concerto, parla di «inaudita manifestazione di arroganza e irresponsabilità». A Giampaolo D´Andrea (Margherita) vicepresidente della Vigilanza Rai, «viene il sospetto che sia una rozza operazione di boicottaggio mediatico di questo grande appuntamento nazionale italiano». Per Giuseppe Giulietti portavoce di Art. 21 «il CdA della Rai ha gettato la maschera e ha deciso di abolire persino la diretta del primo maggio, manifestando una profonda sfiducia verso i conduttori, gli autori e soprattutto verso milioni di lavoratori». Il conduttore del "Concertone", Claudio Bisio, apprende la notizia durante la registrazione di "Zelig" e commenta: «Sembrerò politically scorrect, ma sono contentissimo della differita. Perché mi deresponsabilizza. Tra la par condicio e la questione degli ostaggi avrei tremato per tutto il tempo: per me e per gli altri. Con la differita, se uno dice cose sbagliate ti fa un regalo: se è una cavolata tagliano, se è censura potremmo gridarlo forte. I soloni della Rai decideranno se diciamo stupidaggini o no». Mentre in un secco comunicato i discografici della Fimi parlano di «un precedente molto grave: la Rai impone una inaccettabile misura restrittiva della libertà di espressione che punisce la musica italiana». E Roberto Natale, dell´Usigrai, vede «una smania su uno dei pochi appuntamenti in diretta rimasti nel palinsesto Rai. È ridicola la motivazione che ci si voglia "cautelare contro l´eventualità" di fatti che possano mettere a repentaglio la vita dei tre ostaggi italiani. Dicano piuttosto che la loro idea di Rai è quella di una tv dalla quale sparisca ogni realtà scomoda e non allineata». Dalla Rai minimizzano, dicono che tecnicamente sarà solo una «diretta-differita», che ci sarà una ripresa integrale di quello che accade a San Giovanni. Il direttore generale Cattaneo ha proposto che la ripresa del concerto sia seguita in tempo reale dal direttore di RaiTre, Paolo Ruffini, dal direttore di divisione e da un rappresentante per ogni sigla sindacale. Quindi, il Concertone "filtrato" e predigerito sarà pronto per la messa in onda. -------------------------------------------------------------------------------- Ds Milano - Rassegna stampa

Lo scenario più nero: un sequestro lungo giuseppe d´avanzo da Repubblica - 28 aprile 2004 DAVVERO c´è spazio per una trattativa? Davvero c´è un "qualcosa" che possa essere concesso senza piegare le scelte di politica estera del governo e soddisfare i sequestratori degli italiani favorendo la liberazione degli ostaggi? Sono le due domande che il video consegnato dai terroristi ad Al Arabiya fa scivolare sul tavolo del governo e della maggioranza. -------------------------------------------------------------------------------- IL RETROSCENA Il governo diviso sulla trattativa. C´è chi la ritiene ancora possibile, e chi teme un nuovo "caso Moro" Lo scenario più nero: in ostaggio fino a quando Bush arriverà in Italia Se l´obiettivo è politico, sostiene una parte del governo, la trattativa sarà solo uno strumento e non è detto che possa avere esito positivo Anche a Palazzo Chigi alcuni immaginano nuove sortite mediatiche dei rapitori e altre richieste, anche non congruenti GIUSEPPE D´AVANZO (SEGUE DALLA PRIMA PAGINA) Sono due domande che provocano, nel governo e nella maggioranza, risposte (e analisi) che ipotizzano due scenari politici opposti, due linee di condotta diverse, due gestioni della crisi contrapposte. Da due settimane i "tecnici" (intelligence, diplomatici) di Palazzo Chigi - una ristrettissima unità di crisi - ritengono che ci sia spazio per una trattativa. Considerano il sequestro degli italiani alla pari del sequestro delle decine di occidentali, registrato in aprile nei dintorni di Bagdad o lungo l´autostrada che collega la capitale irachena a Falluja. Con questa premessa ambasciatori e agenti segreti sono al lavoro per individuare il "canale giusto" per giungere allo sconosciuto gruppo che si definisce "Brigate verdi di Maometto". Il «bandolo», come lo definiscono a Palazzo Chigi, passa dal Consiglio degli Ulema e dai teologi fin dentro la città di Falluja assediata. Il luogo della trattativa è nelle moschee. Qui, nei luoghi di preghiera, gli Ulema difendono la necessità di non punire un Paese straniero disponibile a offrire alla gente della «città martire» aiuti umanitari e magari risorse per la ricostruzione. Senza escludere che, a quella ricostruzione, possano accedere con un ruolo primario anche imprese irachene. È la proposta che nei primi giorni del sequestro, e comunque nelle ore successive all´assassinio di Fabrizio Quattrocchi, incontra molto consenso tra i mediatori iracheni. Il discorso appare convincente. La buona accoglienza delle offerte rappresentate dalla nostra diplomazia lascia fiorire il precipitoso ottimismo che travolge pubblicamente il presidente del Consiglio, il ministro degli Esteri, il ministro della Difesa, e che addirittura conquista il quartier generale del Sismi a Forte Braschi. Si mostra di attendere la notizia della liberazione dei tre ostaggi. È una strategia che dà per scontate un paio di cose. La prima è che il sequestro degli italiani abbia la stessa natura - più "operativa" che politica - dei rapimenti di russi, cinesi, giapponesi, francesi, cechi, svizzeri. Dunque, azioni che vogliono soprattutto allentare la pressione dei marines americani nelle strade di Falluja. È una rappresentazione della crisi che non soddisfa tutti coloro che sono seduti al tavolo della crisi. C´è a Palazzo Chigi, e tra i partiti che sostengono la maggioranza, chi invita a valutare con più attenzione che l´obiettivo politico delle "Brigate verdi di Maometto", quale che sia la loro formazione (sunniti; sunniti e wahabiti; sunniti e baathisti). Chiamiamolo il "partito dei democristiani". Vi fanno parte, a cominciare naturalmente dal ministro degli Interni Giuseppe Pisanu, coloro che guardano al sequestro di Bagdad con l´esperienza del rapimento del presidente della Democrazia cristiana Aldo Moro. Ragionano: se l´obiettivo è politico - il ritiro delle truppe italiane dall´Iraq, uno strappo tra Roma e Washington - non ci sarà una trattativa che possa concludersi con un esito positivo. La trattativa è, per i sequestratori, soltanto lo strumento che utilizzeranno per vedere riconosciuto il loro ruolo politico, per tenere sotto pressione l´opinione pubblica italiana, per dividerla, per isolare il governo e le sue scelte dall´opinione pubblica. La rappresentazione del "partito democristiano" già immaginava qualche giorno fa (ma senza grande seguito e attenzione) un nuovo "colpo di teatro" delle "Brigate verdi". Senza dubbio vede oggi nel video di Al Arabiya, che segue al clamoroso afflosciarsi della speranza di liberare gli ostaggi «nelle prossime ore», una conferma alle proprie analisi. «Una triste conferma di quell´analisi», ripete una fonte del governo. Chi sostiene a Palazzo Chigi la prevalenza del valore politico del sequestro sulla «necessità operativa» è molto inquieto. Immagina nuove sortite mediatiche delle "Brigate", nuovi "colpi di teatro", nuove richieste. Non importa quanto congruenti. Comunque capaci di tener alta la pressione, di alzare - quale che sia lo stato della trattativa in corso sul terreno iracheno - sempre più alto, ancora più in alto. In un crescendo che renda impossibile al governo non fare quel passo che isoli sul teatro di guerra Stati Uniti e Inghilterra, e nel consesso internazionale Bush e Blair. In questa pessimistica previsione dei giorni che verranno, nessuno ancora azzarda (se non sottovoce, per il momento) lo scenario più nero: uno stillicidio di richieste e minacce videotrasmesse che "frolli" il nostro Paese per quattro settimane (nessuno sembra credere all´ultimatum del Primo maggio) per raggiungere il suo acme nei primi giorni di giugno quando George W. Bush sarà in Italia, e le elezioni alla vigilia. È l´incubo di questa ipotesi che naturalmente costringe i "mediatori" a fare in fretta, a stringere i nodi dei loro rapporti sul terreno iracheno, a valutare tutte le possibilità offerte dalle autorità religiose, dai capi tribù, dai capi partito. Senza escludere un´»ipotesi aggressiva» come l´individuazione del "covo" e il suo accerchiamento. -------------------------------------------------------------------------------- Ds Milano - Rassegna stampa

Legittima difesa e riforma : magistrati preoccupati di red Tutto e' stato detto sulla della legittima difesa, ma un punto di vista diverso e' giunto ieri da Fabio Roia, segretario nazionale di Unita' per la Costituzione, un'associazione della magistratura. Roia lamenta che "le ultime drammatiche vicende di cronaca, che hanno inserito nel dibattito politico il tema dell’esercizio della legittima difesa, sono state in qualche modo ricondotte all’operato della magistratura la quale o scarcera imputati pericolosi quando non dovrebbe (sotto accusa i magistrati di sorveglianza ed i giudici della custodia cautelare) oppure interpreta norme (legittima difesa anche putativa) sempre a favore dell’aggressore, non assicurando peraltro, a causa della eccessiva durata dei processi, la certezza della pena." Il magistrato rileva che durante la trasmissione televisiva “Porta a Porta” della scorsa settimana dedicata al tema delle rapine degenerate in omicidi (fatti di Milano e di Roma), e' stato fatto, "anche attraverso l’intervento del Ministro della Giustizia, questo ulteriore addebito di stampo propagandistico ma preoccupante, perché ispirato da una voglia di giustizia privata (che costituirebbe la resa delle istituzioni), per qualsiasi giurista che voglia armonizzare i principi della tutela dei diritti della vittima con quelli dell’imputato e del suo percorso rieducativo." Roia sottolinea che l'ulteriore recente notizia "che 4.000 agenti di polizia risultano indagati per “difendere la collettività” appare un tentativo -da censurare perché totalemente privo di senso istituzionale- di contrapporre magistratura a forze di polizia laddove entrambi i soggetti deputati al controllo di legalità devono assicurare, ciascuno nel proprio ambito e con le proprie funzioni, l’attuazione dei principi dello stato di diritto che altro non sono che principi di civile convivenza democratica e che, in quanto tali, non consentono l’accettazione di abusi da parte di nessun soggetto." Ancora, Roia afferma che "il Ministro della Giustizia è intervenuto, in modo strumentale impedendo di fatto l’insediamento del nuovo Dirigente, sulla vicenda della Procura di Napoli assumendo un atteggiamento di evidente contrapposizione con le decisioni assunte dal Consiglio Superiore della Magistratura relative prima al trasferimento per incompatibilità ambientale del dr. Cordova e quindi alla nomina del suo successore dr. Lepore." Roia dice che "Questa vicenda, che non può essere considerata come un fatto locale e isolato, evidenzia una chiara volontà di paralizzare le decisioni dell’organismo di governo della Magistratura e ciò, addirittura, dopo la pronuncia della Corte Costituzionale – sfavorevole alla tesi del Ministro - in tema di conflitto di attribuzioni per il mancato concerto alla nomina del Procuratore della Repubblica di Bergamo." Su quest'ultima vicenda si era anche espresso ieri Antonello Ardituro, il magistrato presidente dell'associazione Articolo 3, sostenendo che "la questione travalica l'ambito locale ed assurge a vero e proprio caso nazionale, che coinvolge i rapporti fra CSM e Ministro, il principio di leale collaborazione fra poteri, l'interesse dei magistrati ma soprattutto dei cittadini ad un ordinato svolgimento della giurisdizione." Ardituro ritiene che sia "il momento che la magistratura associata nazionale affronti il CASO NAPOLI, aggravato dalla situazione di stallo organizzativo del Tribunale di Napoli, dai gravissimi problemi di edilizia giudiziaria, da una situazione sociale esplosiva a fronte della quale il ruolo che la magistratura è in grado di svolgere in concreto appare a dir poco insufficiente." Infatti i rappresentanti di ARTICOLO 3 hanno chiesto all'ANM la convocazione di un Comitato direttivo Centrale che abbia ad oggetto questa grave situazione, per l'adozione delle opportune forme di agitazione, fra cui, non ultima, quella della astensione, decisione che non puo' essere assunta dalla Giunta locale." Ma il dott. Roia amplia il discorso, riferendosi al fatto che "la Commissione Giustizia della Camera non ha ancora formalmente terminato i lavori sul testo riguardante la riforma dell’ordinamento giudiziario ma gli emendamenti presentati dalle forze di maggioranza parlamentare, che saranno armonizzati in accordo prima della discussione in aula, lasciano intravedere un impianto di riforma complessivamente non accettabile perché ispirato ad una concezione di diversità di funzioni basata non sulla specificità ma sul grado (la solita piramide) e all’introduzione della separazione delle carriere costruita attraverso la irreversibilità di una scelta di funzioni operata dopo un breve periodo di servizio." Un'analisi del testo con le modifiche e le preoccupazioni dei magistrati era stata fatta anche dal segretario di Magistratura democratica Claudio Castelli. "In questo quadro – aggravato dalle solite inefficienze della macchina giudiziaria che rendono il lavoro quotidiano particolarmente impegnativo e frustrante - occorre che qualcuno si risvegli." Conclude Roia, chiedendosi:" Ce la faremo ad essere magistrati secondo il nostro modello costituzionale o siamo già cambiati?". by www.osservatoriosullalegalita.org

L'anti-web nasce in Iraq di Gilberto Mondi È curioso come le autorità americane che cercano di governare l'Iraq abbiano prima deciso di scagliare sul web un sasso di informazioni essenziali e abbiano poi scelto di nascondere la mano Roma Mi trovo ancora una volta a non capire e non sto parlando della guerra in Iraq, dell'intervento militare occidentale in quel paese sul quale non voglio ora commentare, ma sul modo in cui viene gestita l'informazione web da parte delle uniche autorità irachene, ossia dagli americani. Lo sconcerto nasce da qui: è la pagina dei bollettini settimanali che fino a qualche giorno fa venivano offerti su internet dalle autorità in relazione all'argomento più caldo del momento: la sicurezza. Ora, con una trovata lessicale da mezz'euro, viene pubblicata bene in evidenza in quella pagina una sola frase: Per ragioni di sicurezza non ci sono informazioni sulla sicurezza Chi si trova oggi in Iraq fa affidamento su internet per molti motivi. E non sto parlando degli iracheni, la maggioranza dei quali ha senz'altro cose più urgenti a cui pensare, ma di tutti coloro che in Iraq a qualsiasi titolo ci lavorano. Internet è, per questi ultimi, un mezzo di informazione più accessibile di altri, l'email consente di mantenere attivi canali di comunicazione non solo con l'Occidente ma anche con il resto del mondo e il sito ufficiale dell'autorità americana è un nodo obbligato, perché offre parecchie informazioni su quello che accade in Iraq, in particolare sui progetti in corso, sui vari regolamenti imposti nei diversi territori, sul personale occidentale (quello di cui si può parlare) e molto altro. Ma ora quella scritta nera come un lutto è tutto ciò che si vuole fare sapere in materia di sicurezza. Una novità che arriva nei giorni più difficili dell'occupazione per la coalizione guidata dagli Stati Uniti e probabilmente non è un caso. Pure in una contingenza come questa, però, quella laconica frase non può che alimentare le illazioni che emergono inevitabili in assenza di informazione. Il punto, però, è che qui non solo c'è un mancato aggiornamento ma c'è qualcuno che palesa il fatto di non voler dare informazioni. La trasparenza della non-trasparenza, in pratica la negazione del web via web. Non so sul piano strategico cosa questo significhi ma temo proprio che un tale modo di utilizzare il web, dando vita ad una sorta di zombie-web o anti-web, negando la natura informativa della rete, non possa che ritorcersi contro i suoi, a mio parere poco accorti, ispiratori. Gilberto Mondi

VOGLIO FARE IL PRESIDENTE.RACCOGLIERE LE FIRME, CHE FATICA  Semel in anno licet gridare: «Forza Nader» Il mostro verde su una cosa ha ragione: le leggi elettorali discriminano i candidati indipendenti Fin qui è stato tutto facile, è adesso che cominciano i guai. Fin qui è stato tutto facile perché non ho dovuto fare un accidenti di niente: correndo come indipendente non ho avuto primarie a cui sottopormi, né moduli da riempire, né firme da raccogliere, né spese di registrazione da sostenere… Non avendo un partito alle spalle, né vero né fittizio, mi sono risparmiato anche l'onere di organizzare una convention. La mia candidatura era tale perché avevo avuto l'ardire di annunciarla. Bastava quello: bello, e soprattutto comodo. Ma ora, ahimé, la pacchia è finita. E non solo per me. Ora comincia la stagione degli adempimenti, che sono tanti e terribilmente complicati. Anzi, diciamolo: alcuni sono assolutamente fuori portata. Ne sa qualcosa Ralph Nader, uno che visti i precedenti farebbe un favore a tutti se si ritirasse. Contrariamente al sottoscritto, lui non punta allo spazio bianco dei write-in candidates (dove uno deve scrivere di proprio pugno Ralph Nader, o Marco Contini). No, lui punta a prender voti attraverso la porta principale: una crocetta accanto al suo nome, prestampato sulla scheda assieme a quelli di George Bush e John Kerry. Ma ora che non ha più i Verdi a sostenerlo - ché si presenta come indipendente pure lui - si sta accorgendo di quanto sia complicato. Tre settimane fa, infatti, Nader ha fatto il primo buco nell'acqua: in Oregon, secondo la locale legge elettorale, uno ha diritto ad avere il nome sulla scheda se riesce a raccogliere mille firme in un'unica manifestazione elettorale - una bella scorciatoia rispetto all'obbligo di andare a raccattarne 15 mila casa per casa. Conscio del fatto che lassù nell'estremo nordovest gode di una discreta popolarità (77 mila voti al giro scorso, pari al 5,04%) Nader ha organizzato un bel comizione per liberarsi dell'incombenza, dando appuntamento a tutti i suoi fan a Portland per il 5 aprile. L'idiota, o chi per lui, si è però dimenticato di controllare il Tv guide, dove c'era scritto a chiare lettere che quella sera c'erano le finali del campionato universitario di basket. Morale, di firme il buon Nader ne ha raccolte solo 741. E ora gli tocca pagare un sacco di gente perché vada a recuperare i 14.259 autografi mancanti. Per sua fortuna, ci sono tre mesi di tempo. Di tempo, invece, gliene rimane pochissimo in Texas, la patria del presidente che Nader dice di detestare tanto e al quale invece continua a far favori. Da quelle parti infatti la legge elettorale è draconiana, e per apparire sulla scheda il nostro ha tempo fino al 10 maggio per raccogliere 64.077 firme (non chiedetemi perché proprio 64.077: non ne ho la più pallida idea). Ora, si sa per certo che sul campo c'è un gruppo di galoppini a tempo pieno che sta battendo quattro città - Dallas, Austin, San Antonio e Houston - per raggiungere l'obiettivo, ma si sa anche che stanno facendo una fatica tremenda: Nader non dice quante firme sia riuscito a raccogliere fin qui, ma riconosce che i suoi stanno lavorando in modo «frenetico». Il rischio che non ce la facciano, e che Nader debba accontentarsi dello spazietto bianco, è elevato. Ma qui devo spezzare una lancia in suo favore. In caso di fallimento Nader ha infatti annunciato che farà causa allo stato per impugnare la legge elettorale, che, a ragione, sostiene sia del tutto ingiusta. Si dà il caso infatti, che Nader (o io, che in Texas ho solo un'amica, per di più cittadina messicana, e quindi ci ho rinunciato in partenza) per finire sulla scheda debba raccogliere 64.077 firme entro 15 giorni; mentre un candidato di partito (qualsiasi partito, anche quelli fai-da-te) ne deve raccogliere solo 45 mila e ha più tempo a disposizione per farlo. Non stupisce che una legge così della lippa sia stata partorita dallo stato che ha avuto Bush come governatore, ma resta il fatto che è un'indecenza. Solo per questa volta, dunque: Go Ralph! Ma torniamo a me. Come i lettori di questo diario sanno, mi sarebbe piaciuto - pardon, mi piacerebbe - riuscire a stare sulla scheda in almeno uno stato: magari nella mia amata Georgia. Però lo devo ammettere, più passa il tempo e meno è probabile che ci riesca. Perché i problemi che sta incontrando Nader, moltiplicati per mille, ce li ho io. Raccogliere migliaia di firme in poche settimane è un'impresa, e senza un partito alle spalle diventa praticamente impossibile. Lui almeno è miliardario, e alla bisogna può sempre pagare qualcuno che lo aiuti. Io no. Quindi, per quel che riguarda le chance di avere una scheda con su scritto George Bush, John Kerry e Marco Contini la vedo malissimo. Peccato, perché qualche citrullo che va al seggio, prende la scheda e in cuor suo si dice «Who the fuck is Marco Contini? Ok, I'll vote for him», lo trovi sempre. Dunque i casi sono due: o mi accontento dello spazietto bianco (e comunque c'è da lavorare anche lì, perché bisogna riempire un bel po' di moduli) e dei pochi fedelissimi che ci scriveranno il mio nome, oppure mi trasferisco in America e comincio a raccogliere le firme da solo. Polito, damme le ferie… (33/Continua) www.continiforamerica.org

IRAQ, FAR WEST AMERICANO L’attacco americano a Najaf è iniziato nella notte tra lunedì e martedì. Un’offensiva in grande stile che si è protratta per ore e che visto anche l’impiego di elicotteri da combattimento e di un aereo-cannoniera AC-130. Una battaglia durissima, forse la più feroce dall’inizio della rivolta, che ha lasciato sul terreno della città santa sciita almeno 64 miliziani di Mehdi, i fedelissimi del leader radicale sciita Moqtada al Sadr asserragliato nella città, stando a quanto riferito ieri in una conferenza stampa a Baghdad dal generale americano Mark Kimmitt. Violenti scontri tra marines e ribelli sono nuovamente esplosi anche a Falluja, la città sunnita dove da alcuni giorni reggeva una fragile tregua (più volte violata) e dove probabilmente sono tenuti nascosti i tre ostaggi italiani. Il bombardamento, con caccia e carri armati, è scattato poche ore dopo lo scadere dell’ultimatum posto dagli americani ai ribelli per la consegna delle armi. La tragica sequenza dei morti dunque continua, in un Paese dove la sicurezza è ormai diventata un’utopia. Lo scontro alla periferia di Najaf è coinciso con la partenza dalla città di un centinaio di militari spagnoli, sostituiti da militari Usa. L’offensiva è scattata poche ore dopo l’ultimatum a Sadr a lasciare le moschee in cui si è rifugiato. Stando a fonti locali, i soldati Usa hanno distrutto un posto di blocco di Mehdi fuori Kufa, 10 chilometri da Najaf, dopo uno scontro a fuoco. Secondo Kimmitt, il raid è servito a distruggere «una batteria antiaerea e posizioni anti-coalizione». Le vittime nel solo bombardamento sono state 57. Secondo fonti locali riportate da Al Jazira non sarebbero tutti guerriglieri, ma ci sarebbero anche dei civili. Smentisce Kimmitt, che parla invece di 57 miliziani morti, e altri sette uccisi dopo aver cercato di attaccare un carro armato americano. «Gli scontri sono una provocazione» ha detto alla tv qatariata un portavoce della milizia Mehdi, Qais al Khazaali. «Entrare a Najaf significa farsi beffe dei luoghi santi dell’Islam, siano essi sciiti o sunniti. Ma noi siamo pronti, organizzati e coordinati», ha ammonito. Il proconsole Usa Bremer ammette che a Najaf la situazione «è esplosiva», gli americani si tengono per ora alla larga dalla città, ben sapendo che la tensione è altissima. Ieri ai funerali di cinque morti nell’attacco la folla ha più volte inneggiato «lunga vita a Sadr» e gridato slogan antiamericani. Notte di fuoco anche nella sunnita Falluja, da giorni sotto assedio e circondata da circa 2mila marines pronti a intervenire, dove la situazione sembra sull’orlo di precipitare nel baratro di una nuova battaglia. Martedì sera la Cnn ha riferito la notizia di nuovi violenti scontri tra ribelli e marines. Stando a testimoni, caccia americani e carri armati hanno bombardato il quartiere di Golan. La tv di Atlanta ha trasmesso in diretta la corrispondenza del reporter Karl Penhaul, stando al quale ci sarebbe anche una vittima tra le forze Usa. «Si odono oltre dieci esplosioni al minuto. Le fiamme stanno illuminando la notte. Sento la terra tremare sotto i piedi», ha raccontato un testimone. Nelle immagini trasmesse in diretta tv si vedevano il bagliore delle esplosioni e si sentiva l’eco di esplosioni. Dagli altoparlanti dei minareti delle moschee, secondo vari testimoni, sono partiti appelli alla popolazione, invitata ad unirsi nella difesa della città. Nella città sunnita proprio ieri è scaduto l’ultimatum dato dagli Usa ai guerriglieri perché consegnassero le armi. I marines avevano fatto sapere di unirsi da ieri alla polizia locale nei pattugliamenti nel centro cittadino, ma in giro per Falluja, i soldati Usa non si sono fatti vedere. Oltre ai pattugliamenti iracheno-americani, l’intesa prevedeva un’amnistia per i guerriglieri iracheni che avessero consegnato le armi pesanti in loro possesso e disposizioni per la sepoltura delle centinaia di morti provocati dai combattimenti cominciati il 5 aprile, quando le truppe Usa erano penetrate a Falluja in risposta all’uccisione di 5 civili americani e allo scempio dei loro cadaveri. L’accordo di tregua era stato preceduto da una sospensione dei combattimenti di 12 ore concordata il 10 aprile e poi prorogata l’indomani, ma gli scontri tra guerriglieri sunniti iracheni e soldati Usa non sono in realtà mai cessati del tutto. In questo clima incandescente, le uniche parentesi di distensione sono stati i convogli umanitari organizzati dalla Croce rossa italiana, che per ben tre volte, l’ultima il 26 aprile, hanno raggiunto la città sotto assedio per assicurare la distribuzione di acqua, aiuti alimentari e medicinali. Intanto, mentre gli scontri continuano, il Comitato internazionale della Croce rossa internazionale ha fatto, per la seconda volta, visita all’ex raìs Saddam Hussein. La conferma è arrivata sia da Ginevra, dove ha sede la Cri, che dal generale Usa Kimmitt. La visita all’ex presidente iracheno è stata condotta da un delegato del Cicr accompagnato da un interprete e da un medico, ha fatto sapere da Ginevra il portavoce Ian Piper, aggiungendo di non disporre di tutti i dettagli. Un rapporto confidenziale sarà ora consegnato alla coalizione guidata dagli Usa. La prima visita della Croce rossa si era svolta il 21 febbraio scorso. Saddam è stato catturato il 13 dicembre scorso in un villaggio nei pressi di Tikrit ed è detenuto in un luogo segreto. Secondo alcune fonti, si troverebbe ancora in Iraq, secondo altre sarebbe stato invece trasferito in una base Usa in Qatar. Si aggiorna, intanto, anche il bilancio dei caduti Usa: a Sadr City, il sobborgo sciita di Baghdad, un soldato americano è stato ucciso mentre un altro è stato ferito. megachip.info

Condominio delle Libertà. Mancano i fondi e i musei tengono le loro opere negli scatoloni Ministro Urbani...almeno la carta igienica! Il Museo Nazionale San Matteo di Pisa è uno dei più importanti della Toscana, conserva soprattutto collezioni di scultura, pittura e ceramica di scuola toscana comprese tra il 12° e il 15° secolo. Eppure nel leggere le pagine pisane del quotidiano “Il Tirreno” nei giorni scorsi si scopre che nel museo manca la carta igienica nei gabinetti. Non ci sono i fogli per le fotocopiatrici. Se il fax si rompe non si comunica più con l’esterno. In 30 anni è diminuito del 40% il numero dei custodi. “I contributi che arrivano dal ministero - dice il direttore del Museo, Maria Giulia Burrosi – non solo non ci consentono di allestire mostre su Masaccio, Ghirlandaio, Donatello, Benozzo Gozzoli, Gentile da Fabriano. Pittori di cui conserviamo importanti opere nel museo, oppure allestimenti sulla pittura medievale, di cui abbiamo le testimonianze più importanti. Non ci consentono neanche di realizzare i depliant per i visitatori. E’ fortemente a rischio l’apertura del museo nelle festività.” E così il Museo nazionale di San Matteo è uno di quelli meno visitati in Italia, secondo la classifica stilata dal Touring Club nel 2003, il museo sarebbe all’ultimo posto in quanto a numero di visitatori. Ma il mago di Arcore non aveva promesso che grazie all’azione del suo governo avremmo avuto un “nuovo rinascimento” della cultura italiana? Ci rivolgiamo sommessamente al ministro dei Beni culturali, Urbani: ministro, gli italiani ormai hanno capito che non mantenete le promesse, che non sapete governare. Ma almeno i soldi per la carta igienica per il Museo di San Matteo, li trovi... Grazie [Stave] www.aprileonline.info

da Vermicino al reality show bifo Nel 1981 un bambino di sei anni scivolò in un pozzo a Vermicino. Milioni di persone rimasero incollate al video per seguire la sua agonia.Non potevano intervenire in nessuna maniera e la loro partecipazione fu soltanto emotiva. Il bambino morì.Ma la televisione si evolve, come la società. Siamo diventati interattivi, possiamo tutti partecipare al gioco... Barbara D’Urso mostra le facce dei partecipanti al grande fratello. Ciascuno di noi può contribuire ad eliminare qualcuno. Voglio questo voglio quello. Sono Cesare sul palco più alto. Alzo il mio pollice e il gladiatore nell’arena vive. Abbasso il pollice e muore. Quale enorme potere ci ha dato la media-interattività. Sostituite la faccia di Barbara D’Urso con quella di Bruno Vespa. Guardate le quattro foto che appaiono sul teleschermo. Ci sono i parenti seduti sulle poltroncine. Andresti in tivu se sapessi che tuo fratello è minacciato di morte in questo momento? Ci andrei se pensassi che può servire a salvarlo. Sopporterei la ripugnanza che suscita in me la faccia di Burno Vespa, se pensassi che può salvare una vita. Ma da Bruno Vespa si va soltanto per partecipare al gioco. Non è più Vermicino, questo è Reality show. Gli opinionisti chi sono ? Non mi sembrano Platinette o La ripa di Meana. Un momento c’e’ un ministro si chiama Frattini , c’e’ Rutelli , i volti sono paonazzi, sentono l’importanza del momento, tutti presi dalla tensione della Nomination. Si saranno depilati prima di intervenire? Insieme ai parenti vogliono partecipare pure loro alla roulette russa .”Non cederemo al ricatto. Siamo in Iraq per contribuire alla pace. Fermezza fermezza fermezza.” Chi scegliete, chi scegliamo, chi avranno scelto di eliminare questa sera fra questi quattro? Vorrei anch'io alzare il pollice, ma non trovo il numero a cui mandare l’Sms, forse in Irak non hanno ancora il televoto, però Frattini assicura che il numero verde è già stato attivato.Fermezza fermezza fermezza ..cosa ne dice Platinette ?E’ abominevole quello che stiamo dicendo?E’ abominevole quello che state facendo. Un giovane iraqeno è stato ammazzato a bastonate da un gruppo di marines perché portava il ritratto di un barbuto capopolo sul parabrezza della sua auto. Di prima mattina una donna iraqena e la figlia che teneva tra le braccia sono state ammazzate da un missile che è entrato nella camera da letto. Alzo il mio pollice oppure lo abbasso? Viva la media-interattività www.radioalice.org/nuovatelestreet/

Autobombe contro le ambasciate di Damasco, a fuoco la sede Onu. Attacco alla Siria con la tecnica al Qaeda Diverse esplosioni e, subito dopo, colpi d’arma da fuoco, sono state udite nel tardo pomeriggio di ieri a Damasco, in una zona in cui sorgono ambasciate occidentali. Lo hanno riferito testimoni contattati telefonicamente dall’agenzia France Presse, secondo i quali dalle tre alle cinque deflagrazioni si sarebbero registrate nella parte ovest della capitale in cui si trovano la rappresentanza in Siria delle Nazioni Unite e le ambasciate di Canada e Iran. Secondo la televisione araba Al Arabiya, che si basa sui racconti di diversi testimoni, le esplosioni sarebbero state addirittura quindici. Una portavoce del ministero degli esteri di Londra ha confermato che gli scoppi si sono verificati in una strada vicina alla residenza dell’ambasciatore iraniano, non lontano dalla sede diplomatica britannica che comunque non ha subito alcun danno. Alcuni residenti hanno raccontato che una delle esplosioni si è verificata nella zona in cui sorge un centro commerciale. Le forze di sicurezza hanno circondato l’area e impediscono l’accesso. In serata, stando a quanto riferito da un giornalista di France Presse, un incendio è divampato in un edificio della capitale che ospita uffici delle Nazioni Unite. Secondo alcune fonti della Bbc a causare le le esplosioni sarebbe stato un numero imprecisato di autobombe: la tecnica di al Qaeda. La televisione di stato siriana sostiene che un non meglio specificato «gruppo terrorista» è responsabile delle esplosioni e ha riferito che Damasco è stata teatro di un durissimo scontro tra terroristi e forze di sicurezza, ma che ora la situazione nelle strade è «sotto controllo ». Secondo la tv israeliana ci sarebbero numerosi feriti, mentre al Jazeera riporta che uno degli attentatori sarebbe stato arrestato.www.europaquotidiano.it

Sì alla piazza, ma contro il governo» Disobbedienti e Pax Christi pronti a mobilitarsi. I pacifisti: le manifestazioni le abbiamo già fatte. E continueremo ANGELO MASTRANDREA «Se manifestare può servire a fermare la strage dobbiamo continuare a farlo anche nei prossimi cinque giorni. E soprattutto chiedere scusa al popolo iracheno per le orribili sciagure a cui lo stanno costringendo anche i soldati italiani». Il primo a raccogliere l'appello a scendere in piazza dei familiari di Umberto Cupertino è il disobbediente Nunzio D'Erme. «Senza tentennamenti» e senza arrovellarsi più di tanto sul discorso se cedere o meno al ricatto dei sequestratori come invece accade in altri settori del movimento pacifista. Ma che sia chiaro: la responsabilità di quanto sta avvenendo va addossata al governo che «non solo non vuole ritirare le truppe ma ci tiene ostaggio di una guerra che non abbiamo voluto». «Il movimento ha detto il suo no alla guerra già prima che fosse dichiarata. Devono essere ora i complici diretti di queste migliaia di morti a dover dare un segnale concreto, ritirando le truppe dall'Iraq come ha fatto Zapatero», aggiunge Luca Casarini. Secondo fondate indiscrezioni le famiglie dei sequestrati, constatato il fallimento delle promesse del governo di una facile liberazione, avrebbero cercato un contatto con alcuni settori del movimento pacifista per valutare la fattibilità di una manifestazione che a questo punto però, secondo il disobbediente Guido Lutrario, deve sottolineare «le gravissime responsabilità del governo», la necessità del ritiro delle truppe e la richiesta di cessare l'assedio alle città irachene. Dunque, sì alla piazza, ancora da vedere se giovedì 29 come propongono i familiari dei rapiti o il primo maggio, ultimo giorno utile stando alle richieste dei sequestratori e data in cui già diverse manifestazioni sono in cantiere. Disponibile ad andare in piazza «per esprimere dissenso sulla guerra e sull'occupazione straniera dell'Iraq se questo può essere sufficiente a salvare la vita dei nostri connazionali» anche Tonio dell'Olio di Pax Christi, che come Armando Cossutta del Pdci segnala la giornata del primo maggio come «data ideale in cui i lavoratori che già manifestano per i propri diritti in questa repubblica fondata sul lavoro possano allargare la piattaforma e inserire la contrarietà alla guerra, all'occupazione dell'Iraq e a ogni forma di governo». Il video trasmesso da Al Arabyia nel pomeriggio di ieri ha colto di sorpresa il movimento pacifista che appena un giorno prima era sceso in piazza a Milano e in altre piazze italiane nel giorno della Liberazione. Con un tale disorientamento, soprattutto riguardo alla richiesta dei rapitori di una manifestazione entro cinque giorni, che il comitato Fermiamo la guerra si è convocato in fretta e furia nella serata di ieri per decidere che fare, evitando di rilasciare commenti. Unica eccezione Piero Bernocchi dei Cobas, per il quale la richiesta dei rapitori è «paradossale e inquietante», perché «il movimento italiano è di gran lunga quello che più si è mobilitato contro la guerra in Iraq e continua a farlo». Tanto che «possiamo facilmente prevedere che il 4 giugno, quando Bush verrà in Italia, il popolo italiano lo accoglierà come quel criminale di guerra che è». Sì, perché prima che arrivasse la notizia del video nel movimento pacifista l'agitazione era tutta per l'accoglienza da riservare al presidente Usa in visita nella capitale nell'anniversario dello sbarco delle forze angloamericane ad Anzio, nel `43. Anche per Flavio Lotti della Tavola della pace, che oggi proprio sulla questione irachena incontrerà i leader della Lista unitaria, la società civile ha il dovere di verificare se ci sono spazi per fare qualcosa. L'appello agli italiani, secondo Lotti, «corrisponde allo sforzo in atto da parte degli iracheni di spiegare ai rapitori che il popolo italiano si è espresso contro la guerra». Per cui «non possiamo dire facciamo ogni sforzo per salvare le tre vite e poi non fare nulla. Bisogna far capire a questa gente come la pensa il popolo italiano». Ovviamente, tutti stanno bene attenti a non cadere nella trappola del ricatto e a rivendicare l'autonomia del movimento per la pace. Un gioco tutto sommato facile, visto che appena l'altro ieri i pacifisti erano in piazza per il ritiro delle truppe e poco più di un mese fa, il 20 marzo a Roma, si era svolta la più grande delle manifestazioni mondiali contro la guerra, con un milione di persone in piazza. «Continueremo, come stiamo facendo da ben prima dell'inizio della guerra, nella nostra scelta autonoma di richiedere il ritiro immediato delle truppe per spezzare la spirale guerra-terrorismo e per evitare altre morti italiane e irachene. Come già annunciato e come già avvenuto in occasione del 25 aprile il tema della pace sarà al centro di tutte le mobilitazioni già previste», spiega Vittorio Agnoletto. La data più vicina è proprio il primo maggio, quando al corteo dell'EuroMayday di Milano sono già previste centomila presenze e altre manifestazioni si svolgeranno nel resto d'Italia. ilmanifesto.it

LE PRIMARIE: Cosa sono, perchè in Italia sono necessarie [di Guido de Simone] COSA SONO LE PRIMARIE E COME SI POSSONO SVOLGERE Introduzione ai vari tipi di Consultazioni Primarie ed alla loro adattabilità al Caso "Italia" A cura di Guido De Simone Le Consultazioni Primarie si svolgono subito prima delle Elezioni e servono a stabilire chi saranno i candidati ammessi nelle rispettive liste elettorali. Difatti, ipotizzando che per ciascuna lista vi siano più "aspiranti" ad essere candidati, tale consultazione stabilisce con metodo democratico chi ne avrà l'onore e l'onere. Dato che le Primarie, si svolgono "a monte", cioè subito prima (da cui l’aggettivo “primarie”), delle elezioni vere e proprie, esse non “riformano” affatto l’attuale sistema vigente, qualsivoglia sia la sua natura. Difatti, sono applicabili a qualsiasi sistema elettorale. Facciamo un esempio con i due sistemi, il "maggioritario" ed il “Proporzionale”: • Nel MAGGIORITARIO in ciascun Collegio elettorale uninominale ogni lista che si presenta ha bisogno di un solo candidato da presentare alle elezioni. Dato per scontato che sia più di un aspirante alla candidatura per quella lista, si effettuano le PRIMARIE subito prima dell'inizio della campagna elettorale vera e propria: gli “Aspiranti Candidati” (elettorato passivo) si presentano (campagna per le primarie) a coloro che dovranno votarli (elettorato attivo) i quali, decretano con il loro voto chi tra essi rappresenterà quella lista elettorale. Il candidato vincente e perciò ufficiale della Lista inizierà, subito dopo, la campagna elettorale di sempre e comparirà sulla scheda elettorale per la sua lista. • Nel caso di elezione con il metodo PROPORZIONALE le cose variano di poco. Essendo necessario per ogni Lista in competizione presentare e compilare una lista con più nomi che competeranno sul ben più ampio territorio della Circoscrizione Elettorale (corrispondente ad un’intera Regione o ad una consistente porzione della stessa) e poiché i "voti generici" di Lista (senza indicazione di nominativo) ed anche tutti i voti non sufficienti a far eleggere un nome in lista vanno come resti al primo della lista, partendo dall’alto, che non abbia ancora raggiunto il numero sufficiente alla propria elezione, è chiaro che i favoriti sono coloro che sono in “testa di lista”. Pertanto, le PRIMARIE servono a stabilire in quale ordine gli aspiranti candidati compariranno sulla lista, dal Capolista all'ultimo, e per l’esattezza nello stesso ordine con cui gli “aspiranti-candidati” si saranno classificati per numero di voti presi alle Primarie stesse. Perciò, non vi sarà più un mero ordine alfabetico che segue i primi nomi che tradizionalmente erano considerati i "capolista ufficiali" del partito (non a caso tassativamente decisi dal "vertice" dello stesso) in base alle percentuali di voti di solito presi da quel partito in quella Circoscrizione e che difficilmente variavano di molto. Invece l'ordine di lista sarà frutto di un processo democratico di selezione delle candidature, le PRIMARIE, appunto. Eventuali nominativi eccedenti il numero dei posti in lista e classificatisi per ultimi alle Primarie non saranno ovviamente presenti nella lista e perciò non parteciperanno alle elezioni. Qui di seguito sono esposte tre caratteristiche, quelle principali, comuni a qualsiasi dei due metodi elettorali sopra descritti, che permettono la scelta di varie opzioni. È ovvio che la differente combinazione di opzioni per ciascuna voce costituisce un ben diverso tipo di Primarie: ____________________________________________________________ 1) IN BASE ALL'ELETTORATO ATTIVO (CHI VOTA), LE PRIMARIE POSSONO ESSERE DI VARIO TIPO: a) CHIUSE: riservate ai soli iscritti/militanti (residenti ed elettori nel territorio interessato) del partito o dei partiti partecipanti in coalizione alla stessa lista elettorale. b) SEMI-CHIUSE: ai militanti si aggiungono gli iscritti di alcuni movimenti o associazioni di "area" (cioè notoriamente simpatizzanti per tale parte politica (residenti ed elettori nel territorio interessato). c) SEMI-APERTE: possono partecipare tutti i cittadini (residenti ed elettori nel territorio interessato) che si "iscrivano" anche solo temporaneamente e come simpatizzanti al/i partito/i della Lista o sottoscrivano un protocollo d'appoggio al programma della Lista. d) APERTE: partecipano tutti i cittadini residenti ed elettori nel territorio interessato, senza alcun necessità di dichiarazione o d'iscrizione o limite o vincolo od obbligo, salvo l'esibizione di un documento che comprovi la residenza nel territorio interessato (quest'ultimo obbligo vale di solito per tutte le altre ipotesi sopra elencate). ____________________________________________________________ 2) IN BASE ALL'ELETTORATO PASSIVO ("ORIGINE" DI CHI SI CANDIDA, CIOÈ DA CHI È CANDIDATO): a) DA PARTE DEL VERTICE NAZIONALE: i candidati sono espressi solo dal vertice centrale del partito. b) DA PARTE DEI VERTICI NAZIONALE/LOCALE: i candidati sono decisi di comune accordo tra il vertice nazionale e quello/i locale/i. c) DA PARTE DEI VERTICI/DIRIGENZA LOCALI: un gruppo ristretto della Direzione Locale decide i nominativi in lizza. d) DA PARTE DELLA ASSEMBLEA LOCALE ISCRITTI: tutti i militanti locali possono indicare candidati. e) DA PARTE DELLA ASSEMBLEA LOCALE + MOVIMENTI SIMPATIZZANTI: si possono aggiungere nominativi presentati da organismi esterni alla parte ufficiale ma invitati dal partito ad indicare dei nomi. NOTA: in questi primi casi, se applicati ad una "Lista di Coalizione" (più partiti che l'appoggino), gli aspiranti potrebbero essere candidati da ciascuno dei partiti partecipanti alla Coalizione e nel caso "2e" tale possibilità si estenderebbe anche dalle relative associazioni esterne ammesse. f) DA PARTE DI CHIUNQUE (“EX OMNIBUS"): chiunque può candidare o candidarsi per tale lista in competizione. In tutti i casi, le candidature andrebbero suffragate dalla raccolta di un determinato numero di firme dei cittadini del Collegio, corrispondenti almeno al quantitativo minimo necessario per l'ammissione alle elezioni secondo quanto previsto dalle norme vigenti per l’elezione a cui le Primarie si riferiscono. Ciò "dirada" di parecchio il numero delle candidature alle Primarie: indicativamente, ove la proposta “ufficiale” del partito non sia condivisa, sono prevedibili da 1 a 7 ulteriori candidature. Oltre sarebbe difficile poiché solo una percentuale minima di elettori (tra il 3 ed il 10%, percentuale che varia da partito a partito e secondo le contingenze) accetta di sottoscrivere una candidatura schierandosi apertamente per una parte politica. Una considerazione, prima di concludere con l'ultima caratteristica: La configurazione "1d+2f" (PRIMARIE "APERTE" e con CANDIDATURE "EX OMNIBUS", da parte di chiunque) risponderebbe a varie esigenze: 1) Darebbe una "seria" risposta alla sfiducia ed alla delusione dei cittadini nei confronti del sistema politico in genere, i cui comportamenti, la cui incertezza ed incoerenza ha creato una pericolosa distanza del popolo dai partiti e dalla politica, fino al punto di indurne un numero sempre più crescente di elettori a non partecipare al voto. Le uniche controtendenze si sono verificate quando appunto i cittadini hanno avuto la sensazione che il loro voto “contasse” veramente. E le Primarie del tipo suddetto lo consentono definitivamente. 2) Realizzerebbe gli articoli 1, 2, 3, 48, 49 e 51 della Costituzione Italiana (principi, e garanzia della loro tutela, di sovranità del popolo, eguaglianza e centralità di tutti i cittadini nella vita politica e nei partiti), principi fin qui disattesi poiché in Parlamento non sono state mai varate le Leggi Ordinarie che avrebbero dovuto dar loro concretezza. 3) Creerebbe una "naturale" concorrenza tra la cittadinanza ed il partito in termini di qualità delle candidature: se le candidature del partito non fossero sufficientemente valide dal punto di vista dei cittadini nulla più impedirebbe agli stessi di individuarne una o più, alternative alle stesse. Già solo questo creerebbe un cambiamento epocale nei partiti. Infatti... 4) Creerebbe i presupposti stessi della DEMOCRAZIA INTERNA dei partiti, perché: a) la "base" dei militanti acquisterebbe più importanza del "vertice", dato che i primi saranno i veri protagonisti dell'individuazione delle migliori candidature e della relativa "trattativa" con i concittadini, che conoscono e di cui sanno aspettative, esigenze e timori. La "piramide" gerarchica tradizionale ne risulterebbe capovolta: e' il presupposto primo della Democrazia. b) Eventuali "dissenzienti" dalla linea del "vertice" possono presentarsi alle elezioni anche per proprio conto ma per lo stesso partito, sia grazie ai militanti locali che lo conoscono e possono credere nella sua opinione, sia grazie ai suoi stessi concittadini che gli darebbero così forza nel partito. Solo in questo modo i partiti saranno il frutto naturale dell'indirizzo dei cittadini sovrani (l'art. 49 della Costituzione è molto chiaro in merito). c) Di conseguenza, verrebbe a cadere la vera motivazione (il finanziamento è solo un ulteriore "incentivo") che attualmente induce chi non può fronteggiare lo strapotere del "vertice" del partito (Segreteria ed alta dirigenza) e ne abbia le possibilità (seguito di "fedeli") ad "accomodarsi" fuori del partito stesso ed a formarne uno suo (da cui l'attuale numero incredibile di partiti di ogni dimensione). ____________________________________________________________ 3) IN BASE ALLA MODALITA' DI SVOLGIMENTO: a) PER SINGOLA LISTA: si svolgono e sono gestite direttamente dal Partito o dai partiti partecipanti alla Lista. Nel caso "1c", i cittadini partecipanti sono costretti a dichiararsi apertamente e per iscritto come simpatizzanti (se non "temporaneamente iscritti") del/i partito/i di cui vogliano decidere il candidato. Nel caso "1d", sarebbero comunque apertamente partecipanti ad una PRIMARIA "di parte". Queste due ipotesi inducono a pensare ad una partecipazione molto bassa rispetto all'elettorato complessivo, a causa della difficoltà concettuale e culturale degli italiani nello schierarsi apertamente e visti i non proprio ottimi rapporti con i partiti, almeno attualmente, degli elettori in genere. b) a SESSIONE PUBBLICA GENERALE: di fatto, con la convocazione delle elezioni, vengono convocate anche le CONSULTAZIONI PRIMARIE, per cui i cittadini ricevono un certificato elettorale che ha un apposito tagliando in più che permette loro di partecipare alle PRIMARIE. Tutti le Liste in competizione sono obbligate a partecipare alle PRIMARIE (eventuali deroghe sono da prevedere nella legge istitutiva; p.e.: le candidature indipendenti o di liste mai presentatesi prima o di liste prettamente locali in elezioni a carattere nazionale, ecc.). l'elettore che si reca a votare alle PRIMARIE andrà in un seggio che dovrebbe perciò coincidere con quello cui si recherà circa due mesi dopo per le elezioni vere e proprie. Lì riceve una scheda unica in cui compaiono tutte le liste in competizione con i relativi "aspiranti candidati". Ne potrà indicare uno solo di una sola lista. Quest'ultimo metodo ha le seguenti ripercussioni: A) Essendo a gestione pubblica, è controllabile e verificabile per legge da parte di chiunque ne faccia richiesta ed il costo è un costo sociale generale, il che evita che si debba autofinanziare con quote di partecipazione le quali si rivelerebbero un'ulteriore dissuasivo alla partecipazione generale dell'elettorato ed una "sperequazione" nei confronti di coloro che sono economicamente "deboli" (pensionati al minimo, disoccupati, poveri, ecc.). B) La scheda unica tutelerebbe il principio della SEGRETEZZA DEL VOTO. Nessuno può sapere per quale delle liste il singolo elettore ha deciso di scegliere il candidato. _____________________________________________________ Spero di essere riuscito nell’intento di darvi un primo quadro d'insieme e del perché il Comitato per le Primarie ha scelto di promuovere le PRIMARIE APERTE in senso pieno. NOTA BENE: vorreichiedere anche a voi, come l'ho chiesto a molti altri, una cortesia che ci risulterebbe molto utile: fatemi sapere il vostro parere circa la leggibilità e la comprensibilità di questa spiegazione. Stiamo cercando di rendere il più semplice possibile la comprensione da parte della gente comune. Se lo riterrete opportuno, provate a leggere questo testo anche ad altre persone, meglio se a persone molto giovani o anziane od a persone che non hanno molta dimestichezza con la politica o senza una grossa erudizione. Se riusciamo a farlo capire a loro, avremo raggiunto il nostro principale obiettivo: Rendere questo Paese veramente ed inevitabilmente DEMOCRATICO. Con 49 milioni di elettori coscienti del proprio potere di controllo democratico... non sarà facile per nessuno prenderli in giro. Perciò, grazie fin d'ora per i vostri suggerimenti. Segue il testo della Legge così come è stato studiato sulla base delle ricerche circa i modelli adottati in altri paesi ed a seguito dell'ascolto delle opinioni di migliaia di cittadini incontrati dall'anno 1993 ad oggi. Sono a disposizione per qualsivoglia chiarimento. Buona lettura. Guido De Simone MAI PIÙ CANDIDATI PIOVUTI DALL'ALTO! PRIMA LE PRIMARIE! PRIMARIE APERTE AL POPOLO SOVRANO! Progetto di Legge di Iniziativa Popolare INTRODUZIONE DELLE CONSULTAZIONI PRIMARIE APERTE NEL SISTEMA ELETTORALE ITALIANO ________________________________________________ Art. 1 – Principi 1. Qualsivoglia elezione popolare del Paese, sia essa di valenza amministrativa o politica, locale o nazionale, viene preceduta dalle Elezioni Primarie, forma di consultazione dell’elettorato per la proposta e la selezione delle candidature alle successive elezioni. 2. Pertanto, per meglio distinguere i due momenti delle Primarie e delle Elezioni cui si riferiscono, le Primarie ancor più che “elezioni primarie” sono definite “Consultazioni Primarie” o semplicemente “Primarie”. 3. La formula adottata per lo svolgimento delle elezioni primarie è quella aperta a tutti i cittadini italiani che godono dei propri diritti politici ed in quanto tali elettori, in ottemperanza ai principi costituzionali espressi negli artt. 1, 3, 48 e 49 della Costituzione Italiana, ed è espressa in dettaglio dagli articoli che seguono della presente Legge. ________________________________________________ Art. 2 – Applicazione delle primarie ai diversi sistemi elettorali 1. Le Primarie sono applicate sia alle elezioni di tipo “proporzionale” sia a quelle di tipo “maggioritario. 2. Nel caso di elezioni con formula “proporzionale” il numero dei voti conseguiti dagli “aspiranti candidati” nelle Consultazioni Primarie determina l’ordine con cui compariranno come candidati nella Lista per cui si sono presentati. Pertanto, il “capolista” sarà colei o colui che avrà conseguito il maggior numero di voti e così via. 3. Nel caso di elezioni con formula “maggioritaria” (collegio uninominale), la candidatura di ciascuna lista concorrente viene assegnata a colei, aspirante candidata, o colui, aspirante candidato, che per quella lista vince le Primarie conseguendo il maggior numero di voti. 4. In tutte le elezioni amministrative e politiche del Paese possono essere presentate liste esclusivamente da partiti o da gruppi politici che abbiano partecipato alle Elezioni Primarie. ________________________________________________ Art. 3 – Indizione delle primarie 1. Le Consultazioni Primarie sono indette con decreto della stessa autorità che, in base all’ordinamento vigente, indice le Elezioni cui le Primarie si riferiscono, in quanto questi due appuntamenti con il voto popolare sono parti complementari dello stesso processo elettorale e perciò indetti contemporaneamente. 2. Il decreto che indice le Primarie e le relative Elezioni deve essere pubblicato sugli organi ufficiali di informazione delle amministrazioni competenti (Gazzetta Ufficiale, Bollettino Ufficiale della Regione, ecc.) non prima del duecentesimo ed entro il centottantesimo giorno antecedente la scadenza della legislatura o della carica in corso e pubblicizzati con manifesti pubblici per tutto il successivo periodo di tempo fino allo svolgimento delle Primarie stesse. 3. Le Consultazioni Primarie si svolgono o la quindicesima o la sedicesima Domenica successiva al giorno di pubblicazione del decreto. ________________________________________________ Art. 4 – Uffici Elettorali 1. Entro i tre giorni successivi alla pubblicazione del decreto d’indizione delle Primarie si costituisce l’Ufficio Elettorale Centrale presso la Corte d’Appello della capitale per le elezioni nazionali, del capoluogo regionale per le elezioni regionali, del capoluogo di provincia per le elezioni provinciali e del Tribunale territorialmente competente per le elezioni comunali o per aree amministrativamente inferiori al territorio comunale. 2. Nelle elezioni che riguardano territori superiori a quello comunale, entro il quindicesimo giorno successivo alla pubblicazione del decreto d’indizione delle consultazioni primarie il sindaco d’ogni comune costituisce l’Ufficio Elettorale Comunale, al quale compete lo svolgimento delle operazioni di voto e lo spoglio delle schede. 3. Nei comuni con oltre 15.000 abitanti si costituiscono più Uffici Elettorali Locali, in ragione di uno ogni 10.000 abitanti o frazione superiore a 5.000. 4. All’Ufficio Elettorale Centrale compete l’esame e l’ammissione delle candidature dei partecipanti, la ricezione dei risultati dello spoglio delle schede effettuato degli uffici elettorali comunali e la proclamazione dei risultati delle votazioni. ________________________________________________ Art. 5 – Deposito dei contrassegni e dei programmi delle liste elettorali. 1. Entro il quindicesimo giorno successivo alla pubblicazione del decreto d’indizione delle primarie, i partiti o i gruppi politici che intendono presentare, anche congiuntamente, una lista elettorale devono dichiarare per iscritto tale volontà presso l’Ufficio Elettorale Centrale e depositare contestualmente il contrassegno che contraddistingue la propria lista [ed una copia del proprio programma elettorale entro il 30esimo giorno dalla pubblicazione del decreto.]. 2. Si applicano le norme sul deposito dei contrassegni, sulla loro accettazione e sulla designazione dei rappresentanti dei partiti o gruppi che hanno depositato il contrassegno previste dalle leggi elettorali vigenti. ________________________________________________ Art. 6 - Presentazione delle candidature 1. Può presentarsi alle Consultazioni Primarie qualunque cittadino, iscritto nelle liste elettorali, che ne faccia richiesta scritta all’Ufficio Elettorale Centrale entro il sessantesimo giorno successivo alla pubblicazione del decreto d’indizione delle primarie, indicando in quale fra le liste i cui contrassegni [e programmi] sono stati validamente depositati ai sensi dell’art. 5 intende candidarsi e così divenendo un “aspirante candidato” per tale lista. 2. Ogni “aspirante candidato” può presentarsi in una sola lista di un solo contesto territoriale (collegio, circoscrizione, ecc.) di una elezione. 3. [testo con diverse possibili varianti: Opzione 1: Non possono candidarsi coloro che sono già stati eletti due volte alla stessa carica (Variante A: … nello stesso contesto elettorale territoriale. Variante B: … in qualsivoglia contesto elettorale del territorio nazionale). Opzione 2: Non possono candidarsi coloro che siano stati eletti alla stessa carica le precedenti due volte. Opzione 3: Non possono candidarsi coloro che siano stati eletti alla stessa carica le precedenti due volte, salvo che la loro candidatura non sia sottoscritta da un numero di firme doppio rispetto a quanto richiesto dalla legge.)] 4. La candidatura deve essere sottoscritta da un numero minimo di elettori iscritti nelle liste elettorali del territorio che l’eventuale eletto rappresenterà. Tale numero minimo corrisponde ad 1/500 (un cinquecentesimo) [ipotesi 2: … per le cariche assembleari e ad 1/250 (un duecentocinquantesimo) per l’elezione di cariche monocratiche] degli elettori aventi diritto alla sua elezione e perciò iscritti nel territorio che l’eletto dovrà rappresentare. Qualora il territorio di cui si debbano eleggere i rappresentanti abbia un numero d’elettori inferiore a 15.000 unità, la percentuale applicata è di 1/100 (un centesimo) e se inferiore a 2.000 elettori è di 1/20 (un ventesimo). [Vedi nota in calce] 5. La candidatura deve essere accompagnata dal versamento in contanti di un importo di € ______________ (Euro ______________________________) a titolo di cauzione. Tale cauzione sarà restituita al termine delle Consultazioni Primarie (all’atto della dichiarazione ufficiale dei vincitori) per l’importo totale, salvo che si siano verificati i termini per il suo utilizzo parziale o totale come ammenda per eventuali scorrettezze da parte dell’aspirante candidato nel corso della campagna per le primarie. Le cauzioni dei vincitori delle primarie saranno trattenute fino al termine delle successive elezioni, quando saranno ufficialmente dichiarati gli eletti. 6. Entro sette giorni dal termine per la loro presentazione, le candidature saranno esaminate dall’Ufficio Elettorale Centrale che, avendone verificati i criteri d’ammissibilità secondo la legge, dichiarerà ufficialmente l’elenco degli aspiranti candidati ammessi per ciascuna lista. 7. Qualora una Lista rilevi che un aspirante candidato che si sia presentato per rappresentarla sia eticamente e/o politicamente incompatibile con lo spirito ed il programma espressi dalla Lista stessa, la Lista potrà ricorrere contro l’ammissione di tale candidatura presso l’Ufficio Elettorale competente per area ed eventualmente presso l’Ufficio Elettorale Centrale, onde ottenerne entro due giorni il giudizio inappellabile. [ipotesi 2: nessuna possibilità di ricusazione. In tal caso, il presente comma 7 di questo articolo non sussiste.]. 8. Per tutte le elezioni riguardanti un territorio inferiore a quello nazionale, vale il principio che l’aspirante candidato deve essere iscritto nelle liste elettorali di un comune della regione nella quale si svolgono le elezioni. [ipotesi 2: nessuna limitazione. In tal caso, il presente comma 8 di questo articolo non sussiste.]. ________________________________________________ Art. 7 – La campagna per le Primarie 1. La campagna per le Primarie si svolgerà dal 68esimo giorno dalla pubblicazione del decreto fino al venerdì precedente la domenica fissata per lo svolgimento delle Primarie. Il sabato precedente le Primarie è vietata ogni forma di propaganda politica. 2. L’Ufficio Elettorale metterà a disposizione di ogni aspirante candidato spazi ed appuntamenti incontri pubblici con l’elettorato nonché spazi pubblicitari per tutto il periodo della campagna per le Primarie. L’utilizzo di qualsivoglia altro mezzo di comunicazione sarà passibile di sanzione che, secondo la gravità, va dalla sanzione pecuniaria all’esclusione dell’aspirante candidato dalla competizione. [Nota: vanno fissati precisi criteri e sanzioni e la gradualità della loro somministrazione.] ________________________________________________ Art. 8 – Le schede per la votazione e l’espressione del voto 1. Le schede per la votazione recano, nell’ordine determinato dalla sorte, per ciascuna delle liste i cui contrassegni sono stati depositati ai sensi dell’articolo 5, il contrassegno affiancato sulla destra da una riga sulla quale l’elettore scrive il cognome, ovvero il nome e cognome, di uno degli aspiranti candidati della lista distinta da tale contrassegno. [Ipotesi 2: Le schede per la votazione recano, nell’ordine determinato dalla sorte, per ciascuna delle liste i cui contrassegni sono stati depositati ai sensi dell’articolo 5, il contrassegno affiancato sulla destra dall’elenco in ordine alfabetico per cognome degli aspiranti candidati. L’elettore indica la sua preferenza per una sola lista, marcando con una croce il nome del candidato che di tale lista intende selezionare.]. 2. È nullo il voto espresso contemporaneamente per due candidati o per un nominativo che non sia compreso tra i candidati della lista il cui contrassegno è riprodotto a fianco della riga sulla quale tale nominativo è stato scritto. ________________________________________________ Art. 9 – Elettorato attivo 1. Hanno diritto di voto nelle Consultazioni Primarie tutti i cittadini che alla data delle elezioni siano iscritti nelle liste elettorali del territorio in cui le elezioni si svolgono. 2. Per esercitare tale diritto gli elettori si presentano nel seggio elettorale loro assegnato muniti di un valido documento di riconoscimento [ipotesi 2: … e del proprio certificato/libretto elettorale]. ________________________________________________ Art. 10 – Svolgimento delle operazioni di voto e scrutinio 1. Le operazioni di voto delle Primarie si svolgono dalle ore 7 alle ore 22 del giorno della consultazione e sono immediatamente seguite dalle operazioni di scrutinio. 2. Si applicano in quanto compatibili le norme sulle operazioni di voto e di scrutinio recate dalle rispettive leggi elettorali vigenti. ________________________________________________ Art. 11 – Proclamazione dei risultati 1. Ricevuti gli estratti di tutti i verbali degli Uffici Elettorali periferici (Locali o Comunali), l’Ufficio Elettorale Centrale determina, per ciascuna lista, nell’ordine in cui sono riprodotte sulle schede, la somma dei voti di preferenza validi ottenuti da ciascun aspirante candidato nelle singole sezioni elettorali locali o comunali e la loro graduatoria. 2. A parità di voti, prevale l’aspirante candidato più anziano d’età. 3. [Questo comma può essere considerato una variante inseribile o non, secondo gli orientamenti dei cittadini proponenti: Qualora nessuno degli aspiranti candidati ottenga almeno il 40% dei voti validi, i due che tra essi si sono classificati primi per numero di voti conseguiti parteciperanno ad un secondo turno che si svolgerà due settimane dopo con le stesse modalità.] ________________________________________________ Art. 12 – Finanziamento dei candidati che hanno vinto le Primarie, ovvero “Finanziamento della Politica” 1. A titolo di finanziamento pubblico della Politica, ai candidati che hanno vinto le Primarie sarà assegnata una somma in denaro pari a dieci volte lo stipendio mensile lordo fissato per la carica per la quale si stanno candidando. Tale somma sarà loro consegnata al termine delle Elezioni, indipendentemente dal risultato in esse conseguito. 2. I candidati affideranno tale somma al Tesoriere della lista/partito per cui si sono presentati, affinché ne faccia uso per la gestione post-elettorale della lista stessa. In tal senso, il Tesoriere della lista/partito sarà tenuto a fornire ai candidati conferenti un periodico rapporto sull’utilizzo delle somme suddette intese nella loro interezza. ________________________________________________ Art. 13 – Conferenze programmatiche di lista con i candidati che hanno vinto le Primarie 1. Per tutte le elezioni riferite al rinnovo dei membri di un organismo assembleare, entro quindici giorni dalla proclamazione dei vincitori delle Primarie, ciascuna lista effettuerà una Conferenza Programmatica con tutti i propri candidati onde definire democraticamente il programma definitivo che sarà presentato alle elezioni in base a quanto rilevato dai singoli candidati durante la propria campagna per le Primarie. 2. Qualora da tale organismo assembleare dipenda l’appoggio ufficiale ad un organo esecutivo da eleggere contemporaneamente (capo del governo, nazionale o locale), la persona che avrà vinto le Primarie divenendo il candidato della lista a tale carica parteciperà alla conferenza programmatica onde contribuire con le sue idee alla definizione del programma elettorale e su di esso ottenere l’appoggio dei candidati di lista [ipotesi 2: Qualora da tale organismo assembleare dipenda l’appoggio ufficiale ad un organo esecutivo monocratico da eleggere contemporaneamente (capo del governo, nazionale o locale), gli aspiranti-candidati a tale carica parteciperanno alla Conferenza Programmatica onde presentare le proprie credenziali ed esprimere le proprie idee in merito al programma elettorale ed alla sua attuazione. A seguito di ciò ed in quella stessa sede, i candidati potranno decidere con votazione democratica chi tra gli aspiranti alla carica monocratica sarà il Candidato ufficiale di Lista. Pertanto la Conferenza Programmatica di ciascuna lista assumerà anche la funzione di Primaria per la definizione del Candidato Premier di quella lista elettorale.]. ________________________________________________ Segue nota all’art. 6 NOTA all’art. 6: [Indicativamente, le due ipotesi comportano le seguenti corrispondenze tra il numero degli elettori ed il quantitativo di firme di elettori necessarie: Senatore (attuale): 400; Deputato: 200 ; Presidente di una Regione con 3.000.000 di elettori: 6.000; Consigliere Regionale: ___; Presidente di una Provincia con 1.000.000 di elettori: 2.000; Consigliere della stessa Provincia: ___; Sindaco di un comune di 2.000.000 di elettori: 4.000; a Sindaco di un comune di 500.000 elettori: 1.000; Sindaco di un comune di 100.000 elettori: 200 ; Sindaco di un comune di 10.000 elettori: 100; di un comune di 1.000 elettori: 20; ecc.] ________________________________________________ Per informazioni e spiegazioni sui contenuti ci si può rivolgere a Guido De Simone: Tel. Mobile: 348.3318633 e-mails: guidesimone@interfree.it - guidodesimone@primarie.org siti web: www.primarie.org www.perleprimarie.org

Damasco: misterioso attacco contro la sede dell'Onu di Umberto De Giovannangeli Una serie di esplosioni a catena, accompagnate da prolungate raffiche di mitra. Una battaglia in piena regola, protrattasi per circa un’ora e combattuta con granate e colpi di artiglieria. Dense colonne di fumo si alzano dagli edifici colpiti, mentre il suono lancinante delle ambulanze squarcia il silenzio della notte. Il palazzo che ospita gli uffici delle Nazioni Unite distrutto dalle fiamme. Ore 20:00, Damasco scopre il terrore. A tremare è il quartiere residenziale di Mazzeh, nel quale si trovano molte ambasciate, tra cui quelle del Canada, della Gran Bretagna, dell’Iran e dell’Arabia Saudita. «Un gruppo terroristico» ha lanciato un attacco nel quartiere di Mazzeh, ammette l’agenzia ufficiale di stampa siriana Sana. Le notizie si accavallano, la paura cresce di ora in ora. Testimoni parlano di un edificio in cui hanno sede gli uffici dell’Onu in fiamme. «Un gruppo terrorista e di sabotatori ha aperto il fuoco indiscriminatamente nel quartiere di Mazzeh», ripete l’agenzia Sana, citando fonti del ministero della Difesa. «Le forze di sicurezza - aggiunge l’agenzia ufficiale - hanno reagito ed ora hanno il pieno controllo della situazione». La televisione israeliana riferisce di almeno quindici feriti. Per ore, le linee telefoniche a Damasco restano isolate, così come i cellulari. La via che conduce all’ambasciata degli Stati Uniti che si trova in un quartiere adiacente a quello di Mazzeh viene chiusa dalle forze speciali siriane. Le fonti ufficiali cercano di rassicurare la popolazione e la comunità internazionale, ma non possono negare l’evidenza. A dare conto della dimensione dell’attacco terroristico sono le testimonianze di abitanti del quartiere colpito, che hanno riferito di numerose ambulanze accorse sul luogo degli scontri a sirene spiegate e che hanno caricato «numerosi feriti». Col passare delle ore, i contorni dell’attacco terroristico si fanno più nitidi, e inquietanti, così come il bilancio degli scontri. L’agenzia Sana afferma che un «gruppo terrorista» composto da quattro persone ha aperto il fuoco sui passanti e le guardie all’ingresso dell’ambasciata del Canada, e la polizia siriana ha sua volta ucciso tre degli uomini armati e ferito il quarto. Secondo fonti diplomatiche occidentali nella capitale siriana, l’obiettivo dei terroristi era la sede delle Nazioni Unite; un «terrorista» sarebbe stato ucciso e un altro ferito. Le stesse fonti sostengono che tre automezzi sono stati distrutti e che l’edificio Onu continua a bruciare. E alla fine la stessa agenzia ufficiale siriana deve ammettere che è proprio il palazzo che ospitava gli uffici delle Nazioni Unite, situato in prossimità dell’ambasciata del Canada, il vero obiettivo del gruppo terrorista. Obiettivo centrato, perché l’edificio è stato totalmente distrutto dal fuoco. Racconta una fonte diplomatica: «C’erano almeno due terroristi. Uno è stato ucciso e l’altro ferito dopo che avevano fatto detonare un ordigno esplosivo che ha incendiato l’edificio dell’Onu e distrutto almeno tre veicoli». Stando a diversi testimoni, ad entrare in azione è stato un commando di sette uomini armati, giunti sul luogo a bordo di due automobili, che hanno attaccato la sede dell’Onu con lancia-razzi Rpg. Un terrorista è stato ucciso dalle forze dell’ordine e un altro catturato mentre tre altri membri del commando, sempre secondo le testimonianze raccolte sul posto da un giornalista dell’agenzia francese Afp, sarebbe riusciti a darsi alla fuga. Le notizie si rincorrono in una Damasco in preda al panico. Senza spiegazioni, alle 22:30 l’agenzia Sana annulla le informazioni date in precedenza. Il silenzio ufficiale cala sulla notte di fuoco. Scatta la censura che non annulla però le fiamme, le esplosioni, i morti. Un terrorista è stato catturato, riferisce alla Cnn l’ambasciatore siriano negli Usa Imad Moustapha. Da Damasco, l’agenzia egiziana Mena resoconta di «uno o più terroristi» morti a bordo di un’automobile incendiatasi perché colpita dalla polizia, mentre un numero imprecisato di terroristi è stato arrestato dopo una «battaglia con gli agenti durata 50 minuti». Secondo la Tv qatariota Al Jazira, dei terroristi che hanno compiuto l’attacco, quattro sono morti ed altri tre sono stati feriti. Buon ultima, sui fatti interviene anche al Tv di Stato siriana. Dopo aver oscurato per diverse ore i drammatici eventi, la televisione «informa» che dopo un’ora dai primi colpi d’arma da fuoco seguiti dalle esplosioni, le forze di sicurezza «hanno ripreso il pieno controllo della situazione ed eliminato i sovversivi». Ma a tarda notte nulla è dato ancora sapere sull’appartenenza dei terroristi uccisi o arrestati. Per Damasco è una notte di paura e di interrogativi che attendono ancora una risposta. unita.it


aprile 27 2004

sergio cofferati Vi presento il nostro telegiornale Cominciano con questa puntata le trasmissioni di Oppure Tg. E’ il nostro telegiornale. Lo facciamo per avere visibilità, per recuperare lo spazio che ci viene negato, non soltanto dalle televisioni private, ma anche dal servizio pubblico. Sono molti quelli che, per ostilità politica, vorrebbero impedirci di dire la nostra opinione, di fare vedere quello che facciamo. Di fronte a questa testardaggine nel volerci ignorare, abbiamo pensato che si poteva rimediare sperimentando una strada nuova: facciamo e faremo un nostro telegiornale. Lo faranno dei ragazzi e dimostreranno in concreto, non solo come si può comunicare attraverso strumenti nuovi, attraverso il nostro sito, lo faranno con la fantasia che normalmente hanno i ragazzi. Io sono convinto che questo telegiornale lascerà una traccia, non è semplicemente uno strumento della campagna elettorale, vuole avere una pretesa in più, una ambizione più alta, che è quella di poter comunicare, con le nuove tecnologie, fuori dagli schemi preordinati e dagli spazi negati a noi da parte dello stesso servizio pubblico. Chi ci guarda si affezionerà a questa forma di comunicazione, a questo strumento. Troverà dei volti familiari, dei volti noti, avrà notizia di quello che capita in città, potrà valutare così serenamente anche quali sono le ragioni per le scelte politiche che sarà chiamato a fare alle elezioni amministrative del prossimo giugno. Vogliamo vedere se esiste uno spazio per fare informazione, in forma diversa da quella tradizionale, stimolando anche tutti coloro che hanno fantasia, e a Bologna non mancano, e forse potranno connettersi con quello che facciamo noi: le televisioni di strada le televisioni di palazzo, che a Bologna ci sono, sono una bella e nuova esperienza. Non abbiamo risorse, non siamo in grado di fare quello che fanno altri, però a questa mancanza supplisce la generosità e supplisce la fantasia. Questo piccolo telegiornale lascerà una traccia durante questa campagna elettorale anche dopo. Io di questo sono certo e vi do il benvenuto al nostro telegiornale. Oppure Telegiornale. sergiocofferati.it

Corpi che tornano IDA DOMINIJANNI Itre ostaggi italiani sono vestiti di bianco, hanno un'aria rilassata, chiacchierano seduti attorno a un tavolino. Scena - truccata - da una normale vita quotidiana. Il testo del messaggio delle «falangi verdi» parla invece la lingua dello stato d'eccezione e smentisce il messaggio del video; ma quella scena di vita quotidiana passa lo stesso nel nostro immaginario. La guerra, e la sua percezione, si normalizza, come un caffé fra amici attorno a un tavolo? Ai tempi della guerra del Golfo di Bush padre, anno di grazia 1991, Jean Baudrillard prese la pratica dei sequestri a esempio dell'estinzione della forma tradizionale della guerra che «Desert Storm» a suo parere rappresentava, decretando per la prima volta il trionfo del virtuale delle immagini videotrasmesse sul reale della battaglia corpo-a-corpo sul campo. «La non-guerra si caratterizza attraverso questa forma degenerata della guerra che è la manipolazione e la negoziazione degli ostaggi. L'ostaggio ha preso il posto del guerriero. E' divenuto l'attore principale, il protagonista del simulacro, o meglio, nella sua pura inattività, il protagonissant della non-guerra. I guerrieri si seppelliscono nel deserto, solo gli ostaggi occupano la scena (ivi compresi noi tutti in quanto ostaggi dell'informazione nella scena mondiale dei media). L'ostaggio è l'attore fantasma, il figurante che occupa lo spazio impotente della guerra. ...L'ostaggio in quanto valore debole diviene il simbolo della guerra debole». Archeologia del discorso sulla guerra: oggi nessuno, a cominciare dallo stesso Baudrillard che dall'11 settembre in poi usa tutt'altri registri, potrebbe sottoscrivere questa diagnosi. L'ostaggio non sostituisce ma si somma alle altre figure della guerra, i guerrieri sono tornati in campo, i kamikaze hanno cambiato le regole dello scambio simbolico, e la guerra da virtuale è ritornata reale, o meglio si è fatta, sulla scia dell'attacco alle torri gemelle, iperreale, con l'immaginario che diventa una macchina produttrrice di realtà. E infatti il virtuale non nasconde più i corpi, come nella prima guerra del golfo quando sullo schermo televisivo vedevamo solo il deserto illuminato dalla luce delle bombe e i soldati senza scarpe dell'esercito sconfitto di Saddam Hussein comparvero solo alla fine, ma li rappresenta e li ri-presenta continuamente e ossessivamente; li mostra, li esibisce, li getta sul mercato dell'immaginario, talvolta li censura ma solo, come nel caso dell'esecuzione di Fabrizio Quattrocchi, per farne comunque intuire il massacro. Interessante parabola, questa dell'uso delle immagini e dell'immaginario sullo scenario iracheno, per misurare la regressione galoppante delle forme - tutte le forme, da quelle giuridiche a quelle della comunicazione - in cui la guerra globale ci sta trascinando. L'inizio della vicenda, l'11 settembre, si è già rovesciato nel suo contrario. Più niente resta, a Falluja e a Baghdad e a Nassirya, della metafisica spettacolarità hollywoodiana dell'attacco alle due torri; e più niente resta, nella strategia comunicativa dei media occidentali e mediorientali, della repentina cancellazione dei cadaveri che trasformò la tragedia umana di Ground Zero nell'icona totale del pericolo terrorista contro il «mondo libero». Adesso, e non da adesso - cominciò subito Al Jazeera, un anno fa, a restituire strategicamente corpo alla guerra e carne ai corpi mostrando i primi cadaveri sfigurati dalle bombe, come oggi strategicamente vela il video della morte di Quattrocchi - ogni immagine gronda lacrime e sangue, e ogni tentativo di cancellare le immagini, come le foto delle bare dei soldati americani, non basta a risparmiare né lacrime né sangue. Non serve infatti a tenere in piedi la strategia della divisione del mondo in due, di qua l'Occidente anoressico e smaterializzato, di là il pianeta «barbaro» dove l'orrore ancora accade e contrassegna, stupra, ferisce, sfigura i corpi individuali e il corpo sociale. Strategia dell'immaginario non secondaria nell'allestimento dello «scontro di civiltà». Peccato che anche in una bara coperta dalla bandiera a stella e strisce e sottratta allo sguardo della telecamera pur sempre un corpo ci sia, a riportare la coscienza occidentale alla sua imprescindibile materialità. idomini@ilmanifesto.it

Bilancia sì, Biagi no da La Repubblica di CURZIO MALTESE L'ORRENDA intervista di "Domenica in" all'assassino Bilancia, con la coda di polemiche interne, rappresenta uno dei punti più bassi nella storia Rai. Lo si dice ogni volta ma stavolta è vero. Tanto che se n'è accorto perfino il sonnacchioso pubblico di Bonolis, pur allenato al peggio. E ha girato canale, deludendo gli avvoltoi dell'audience. Cambiamo canale anche sull'ennesimo scontro fra l'Annunziata e i due guardiani d'Arcore a viale Mazzini, il direttore generale virtuale Cattaneo e quello reale Vespa, accusati di minacce in stile mafioso all'indirizzo della presidente di garanzia. C'è un limite oltre il quale indignarsi fa soltanto male alla salute.Vale però ancora la pena di saltare sulla sedia quando Bonolis, al quale forse sarà negata la seconda puntata dell'intervista (un killer seriale merita un intervistatore seriale), grida alla "censura". Quale censura? La censura nella televisione italiana è un'altra cosa e il bravo presentatore lo sa. E' stato lui stesso a raccontare a L'espresso che aveva invitato in trasmissione Enzo Biagi ma è stato fermato da un ordine dall'alto. Altri hanno raccontato le censure di "Domenica in" a Dario Fo, Paolo Rossi, Luttazzi e a tutti gli altri che figurano nel libro nero del governo. In questa televisione, specialmente nel servizio pubblico, non esiste censura per assassini, ladri e delinquenti in genere, ma soltanto per artisti o giornalisti troppo critici. Si è sviluppato anzi una specie di mercatino nero per accaparrarsi criminali da audience, magari con l'autogettone di presenza. Le associazioni dei genitori e i parenti delle vittime hanno protestato ma che cosa contano? Per i nostri bravi presentatori l'importante è non dare fastidio al padrone. Se si torturano i genitori di una ragazza uccisa a vent'anni, pazienza, è diritto all'informazione. Donato Bilancia può parlare per ore a "Domenica in", Enzo Biagi no. Perché l'uno ha massacrato diciassette persone ma l'altro ha criticato il governo, vero reato degno di espulsione dal regno. I parenti delle vittime hanno il diritto in televisione a una risposta. Una sola, possibilmente breve, all'unica domanda degli inviati nel dolore: "Lei perdona?". E' difficile combinare meglio il massimo di cinismo con il massimo di retorica. Naturalmente dietro non c'è nessuna riflessione sul dolore, sulla difficile nobiltà del perdono. E' una domanda di routine, l'inviato nel dolore la rivolge con il tono burocratico del vigile che chiede: "Concilia?". E' stato un bene, per inciso, che il filmato dell'assassinio di Fabrizio Quattrocchi sia rimasto nelle mani della civile Al Jazeera, che non l'ha trasmesso. Fra gli avvoltoi nostrani avrebbe scatenato chissà quale corsa allo scoop. Forse lo avrebbero mandato in onda dopo la pausa pubblicitaria, come ha fatto Vespa con la notizia della morte. E Bonolis con il racconto a puntate del mostro, uno spot ogni cinque omicidi.

Tentata estorsione, Dell'Utri condannato a due anni Olga Piscitelli Una sponsorizzazione che non era andata a buon fine, per l’accusa una tentata estorsione. Marcello Dell’Utri, parlamentare di Forza Italia è stato condannato a due anni di reclusione dalla quarta sezione del Tribunale penale di Milano. Due anni di reclusione dovrà scontare anche il coimputato Vincenzo Virga, 68 anni, mago dell''imprenditorialità di Cosa Nostra, e luogotenente di Provenzano. Virga, un miliardario con pensione Inps, è già in carcere. Finì in manette nel 2002, dopo 10 anni di latitanza. Quanto a Dell’Utri, era finito nei guai nel ’99, secondo l’accusa "Per aver posto in essere, nella qualità di presidente della società Publitalia 80, interponendosi tra l'Associazione sportiva Pallacanestro Trapani e la società Birra Messina del gruppo Dreher-Heineken, una serie di atti, tutti diretti in modo non equivoco a commettere il delitto di estorsione, non riuscendo a commetterlo per cause indipendenti dalla propria volontà". Il parlamentare di Forza Italia, cioè, avrebbe chiesto circa 800 milioni di lire, quasi il 50 per cento di un contratto di sponsorizzazione, al presidente della società di basket Vincenzo Garraffa. Dell'Utri avrebbe anche minacciato Garraffa, nel caso si fosse rifiutato di pagare: "Io le consiglio di ripensarci. Abbiamo uomini e mezzi che la possono convincere a cambiare opinione". E fu proprio la denuncia del presidente della Pallacanestro Trapani Vincenzo Garraffa, primario radiologo all'ospedale di Trapani ed ex senatore del Pri a far partire la vicenda giudiziaria che, apertasi a Palermo è stata poi trasferita a Milano, dove è arrivata a sentenza. Nella stagione 1990-91 la squadra balzò in serie A2 e Garraffa si diede da fare per cercare uno sponsor. Si rivolse all'ex assessore regionale siciliano Pietro Pizzo che lo mise in contatto con Publitalia. Ottenne una sponsorizzazione con la Birra Messina. Lo sponsor offrì un miliardo e mezzo di lire. Poco dopo, sempre secondo il racconto dell’ex senatore, arrivò il boss. Vincenzo Virga, contadino indigente negli Anni ‘70, nel giro di 15 anni diventò ricco sfondato, rispettato e insospettabile imprenditore, con interessi in vari settori, dall''edilizia allo smaltimento dei rifiuti. Sua moglie era titolare di una delle più eleganti gioiellerie di Trapani. Poi, nel 1994, fece il suo ingresso in latitanza: ad accusarlo per primo è stato il pentito Pietro Scavuzzo e le sue accuse, seguite da quelle di numerosi altri collaboratori, gli costeranno la prima condanna a 12 anni di carcere seguita da un'altra all'ergastolo, inflitta nel processo cosiddetto "Rino". Secondo Garraffa, il boss sarebbe intervenuto su sollecitazione di Dell''Utri per indurre l’allora senatore a versare una tangente di 700 milioni, il 50 per cento del prezzo della sponsorizzazione. E al rifiuto di Garraffa, sempre secondo quanto riferito dall''ex senatore, l''emissario rispose: "Abbiamo uomini per farti cambiare idea". La replica di Dell’Utri, ai tempi, non si fece attendere. "Lo sto querelando – disse - Anche lui è un pentito, un personaggio squallido screditato in tutta Trapani. Ha fatto lui opera di estorsione o, almeno, cose non corrette. Ma, grazie a sue rivelazioni, le sue malefatte sono state accantonate". Nel corso dell'istruttoria dibattimentale sono stati citati come testimoni anche Jerry Scotti e Maurizio Costanzo: il primo si è presentato in aula e ha deposto, il secondo non si è fatto vedere. Al termine della requisitoria il pubblico ministero Maurizio Romanelli aveva chiesto la condanna di entrambi gli imputati a due anni e sei mesi di reclusione. Poi è stata la volta delle repliche sia da parte della pubblica accusa che della parte civile. Alle voci d'accusa hanno replicato i difensori, ribadendo la richiesta di assoluzione. La sentenza è stata emessa dopo quattro ore di camera di consiglio. Al momento della lettura del dispositivo da parte del presidente del Tribunale, Edoardo D''Avossa, in aula non erano presenti i due imputati. Le difese ricorreranno in appello. I giudici della quarta sezione penale del Tribunale di Milano hanno anche condannato Dell''Utri a 340 euro di multa e a 15 mila euro di risarcimento dei danni alla parte lesa, l''ex parlamentare Vincenzo Garraffa, rappresentato dall'avvocato Giuseppe Culicchia. Dell'Utri dovrà anche risarcire le spese di costituzione di parte civile.www.libertaegiustizia.it

Manifestazione a San Pietro. Berlusconi tace ancora. I pacifisti ne discutono di Maurizio Debanne Cedere al ricatto del terrorismo o disperato tentativo di salvare tre vite umane? La manifestazione per la liberazione dei tre ostaggi italiani promossa dal sindaco di San Michele e dai familiari dei rapiti ha, come del resto era prevedibile, spaccato il mondo politico e il movimento per la pace. L’opposizione, con qualche distinguo, è compatta: «L’agenda politica non la detta il terrorismo». Dalla Lista unitaria a Rifondazione la motivazione è la stessa: « Il movimento per la pace e l'opposizione non possono muoversi sotto il ricatto dei ribelli». Come ripete anche il sindaco della capitale Walter Veltroni: «Persone che hanno rapito e ucciso non possono determinare lo svolgimento o meno di manifestazioni. Se così fosse, avremmo tutti quanti perduto la nostra identità e una battaglia democratica». Ma la drammaticità del video girato dalle Brigate verdi di Maometto, resta. I guerriglieri hanno minacciato che uccideranno i tre italiani se entro 5 giorni «non ci sarà una grande manifestazione di dissenso contro l’occupazione dell’Iraq nella capitale». Su come reagire a questa minaccia si sta interrogando in queste ore il mondo pacifista. E il Governo? Berlusconi, a Londra per "una colazione di lavoro" con l’amico Blair tace, si limita a riaffermare la bontà della missione in Iraq dei soldati italiani. Il silenzio - che lui chiama «riserbo» - è assordante. E’ dunque l’opposizione e la società civile in generale a farsi carico di questa tragedia. I Disobbedienti di Roma hanno fatto sapere che parteciperanno alla manifestazione indetta per giovedì 29 a Roma a San Pietro. Il leader del movimento Guido Lutrario, prendendo atto delle parole della sorella di Maurizio Agliana, ha detto che aderirà con convinzione alla manifestazione «contro la guerra, per il ritiro delle truppe, per la liberazione delle città irachene assediate e per la liberazione degli ostaggi». I Disobbedienti, inoltre, rivolgono un appello «a tutte le organizzazioni, le reti e le forze sinceramente pacifiste» affinché «convergano nella partecipazione a questa iniziativa». Francesco Caruso ribadisce oggi in una lettera ai familiari dei rapiti a nome dei Disobbedienti l'adesione alla manifestazione di giovedì, premettendo: «per non iscrivere anche noi alla lunga schiera degli ipocriti, ricordiamo - scrive Caruso - che non siamo tra quanti distinguono le vittime dalla nazionalità, nè abbiamo certo simpatia per il lavoro che i vostri cari svolgevano in Iraq». «Eppure - conclude - riteniamo strumentale e inumano il ricatto della cosiddetta "fermezza"». Ma le forze politiche di sinistra hanno un’altra linea. Massimo D'Alema è secco: «Le scelte di un grande partito politico come i Ds non possono essere condizionate dal ricatto dei rapitori e dei terroristi né in un senso né nell'altro». Identico il commento di Angius, capogruppo dei senatori Ds: «L'intimazione è assolutamente irricevibile: questo ricatto ignobile è un evidente tentativo di politicizzare il sequestro e di sfruttarlo come amplificatore mediatico». «Nessun autentico amante della pace -sottolinea Angius- può professarsi amico dei terroristi e manifestare per i sequestratori. Su questo dobbiamo essere netti, fermi e chiari». Sulla linea dei vertici diesse si schiera anche la Margherita e Rifondazione comunista. «Non vi è e non vi può essere alcuna iniziativa istituzionale e politica, ma osserviamo con rispetto le iniziative umanitarie prese dai familiari e dagli enti locali», ha detto Rutelli. E Bertinotti sostiene che «l’unico modo per sottrarsi al ricatto terroristico è ignorarlo del tutto, non rispondere né sì né no ma andare avanti per la propria strada». E’ categorico, il segretario del Prc, nel respingere le richieste dei sequestratori che in Iraq tengono in ostaggio tre italiani. Un distinguo viene da Paolo Cento. Il capogruppo dei Verdi è pronto a partecipare ad un’iniziativa umanitaria non strumentalizzata. «Non è un cedimento al ricatto dei terroristi», spiega «perché se ci possono essere gesti umanitari fatti dal basso, dalla diplomazia sociale, laddove hanno fallito le diplomazie ufficiali vanno fatti: per questo io ci sarò il 29 alla manifestazione indetta dal sindaco di Sammichele di Bari, così come quelli che hanno a cuore la salvezza della vite» degli ostaggi». Mentre una parte del movimento propone di manifestare il 1° Maggio -. quindi un giorno dopo la scadenza dell'ultimatum delle "Brigate Verdi di Maometto" - a Roma per il ritiro delle truppe, contro il terrorismo e per la liberazione degli ostaggi. In questo senso si esprimono Piero Bernocchi dei Cobas. Ma anche parte del mondo cattolico impegnato per la pace come, ad esempio, il padre gesuita Massimo Nevola, presidente della Lega missionaria studenti che dice: «Il problema principale rimane il ritiro delle truppe. Per solidarietà alle tre famiglie degli ostaggi possiamo chiedere la loro liberazione ma senza cadere nel ricatto dei terroristi». L' Osservatorio di Milano ha deciso di aderire all' iniziativa promossa per giovedì pomeriggio a Roma dalle famiglie degli ostaggi, annullando la manifestazione programmata per venerdì 30. «Il coraggio delle famiglie che in prima persona hanno messo in piedi questa iniziativa - ha detto direttore dell' Osservatorio di Milano Massimo Todisco - mette ancora più in evidenza l' ipocrisia e i tentennamenti di tutti coloro che di fronte alla necessità di promuovere la pace e salvare delle vite umane se ne sono lavate le mani e hanno lasciato sole le famiglie». unita.it

MOVIMENTO DELLA PACE : " NON PRENDIAMO ORDINI DAI TERRORISTI" Un 'no' netto a qualsiasi ricatto: la 'galassia' pacifista, quella che a più riprese è scesa in piazza per esprimere il suo dissenso all'intervento in Iraq, reagisce così, a caldo, alla notizia dell'ultimatum dei sequestratori che hanno minacciato di uccidere gli ostaggi italiani se entro 5 giorni il popolo italiano non manifesterà contro la guerra in Iraq. Dichiara Giulietto Chiesa: " La richiesta di chi detiene gli ostaggi e’ una ignobile provocazione contro il movimento per la pace. Il suo scopo consiste nell’addossare contro il movimento stesso responsabilita’ politiche che invece sono di un governo italiano fin qui dimostratosi del tutto inetto e incapace nell’affrontare la crisi degli ostaggi.Il movimento per la pace ha fatto fin qui tutto cio’ che riteneva politicamente e moralmente doveroso contro la politica di aggressione di Bush e dei suoi alleati, ma non puo’ essere disposto a farsi dettare condizioni da banditi e assassini che agiscono al soldo di qualcuno che andra’ individuato". La nostra posizione non puo’ in alcun modo sollevare il governo italiano dalle proprie responsabilita’ nella crisi degli ostaggi. Lo stallo dei giorni fin qui trascorsi, e la drammatica accellerazione di queste ore, dimostrano come fosse fondato sul nulla l’irresponsabile ottimismo del nostro presidente del consiglio. Il movimento della pace, per quanto lo riguarda, continuera’ a sostenere in tutte le sedi la sua posizione chiara, responsabile e assolutamente autonoma: “Fuori l’Italia dall’Iraq”. Non perche’ lo chiedano dei banditi, ma perche’ questo vuole la stragrande maggioranza degli italiani. "La nostra posizione non puo’ in alcun modo sollevare il governo italiano dalle proprie responsabilita’ nella crisi degli ostaggi.- continua Chiesa - Lo stallo dei giorni fin qui trascorsi, e la drammatica accellerazione di queste ore, dimostrano come fosse fondato sul nulla l’irresponsabile ottimismo del nostro presidente del consiglio.Il movimento della pace, per quanto lo riguarda, continuera’ a sostenere in tutte le sedi la sua posizione chiara, responsabile e assolutamente autonoma: “Fuori l’Italia dall’Iraq”. Non perche’ lo chiedano dei banditi, ma perche’ questo vuole la stragrande maggioranza degli italiani..." chiude Chiesa. Subito dopo aver sgombrato il campo da qualsiasi tentativo di cedimento all' "intimidazione dei terroristi", però, affiorano le differenze tra le varie anime. E mentre si susseguono contatti frenetici e si accavallano riunioni e incontri per decidere il da farsi e un'eventuale posizione comune, c' è chi chiede di agire comunque, in qualche modo, per aiutare la soluzione della crisi. "La società civile non può lavarsi le mani e cavarsela con un netto rifiuto, bisogna verificare se ci sono spazi per fare qualcosa" dice Flavio Lotti, coordinatore della Tavola della pace, il quale ritiene che lo stesso messaggio-ultimatum dei sequestratori, in qualche modo, costituisca "un riflesso" della pressione che gli stessi iracheni stanno facendo sulle cosiddette Falangi verdi per il rilascio. Quindi, secondo Lotti "se esiste un argomento che possa convincerli va usato, bisogna verificare se c' è la possibilità di dare una mano per risolvere positivamente questa crisi". "Non prendiamo ordini dai terroristi" commenta reciso il presidente delle Acli, Luigi Bobba, ribadendo la richiesta di una forza multinazionale sotto la bandiera dell'Onu che coinvolga anche i Paesi arabi moderati. Sergio Marelli, dell'Associazione delle ong, va anche oltre: "La responsabilità di liberare gli ostaggi non è del movimento pacifista bensì del governo italiano, che ha deciso di avventurarsi in questa strada senza ritorno". Dello stesso tenore l'Ics (Consorzio italiano di solidarietà): ognuno deve fare il suo mestiere - fanno sapere - e quello delle ong è di portare aiuti umanitari e non di fare diplomazia. Di "ricatto inaccettabile" parla anche Nino Sergi di Intersos, che non vede spazi per aperture alle richieste dei sequestratori ma chiede al governo italiano di "aiutare gli Stati Uniti a cambiare direzione". Compatto nella linea del no al ricatto è anche il Social Forum, che continua a chiedere il ritiro delle truppe dall'Iraq e accusa il governo di aver mentito sullo stato delle trattative per la liberazione degli ostaggi. "Il movimento per la pace non si fa dare la linea da nessuno, men che meno da terroristi e rapitori" afferma Vittorio Agnoletto. "Cosa pensa la grande maggioranza del popolo italiano sulla guerra - spiega il portavoce del Social Forum - è stato evidente nelle grandi manifestazioni del 15 febbraio 2003 e del 20 marzo 2004, quando milioni di persone hanno costruito i più grandi cortei mai visti in Occidente". "Continueremo a manifestare come abbiamo sempre fatto", fanno sapere i No Global e i Disobbedienti. "Non ci faremo dettare l' agenda politica dai sequestratori - afferma Francesco Caruso - ma è inconfutabile che saremo sempre e comunque in piazza, non solo per il ritiro dei militari italiani, ma anche per esprimere la nostra solidarietà alle popolazioni civili di Falluja e del resto dell'Iraq, che subiscono ogni giorno l'assedio militare e decine di morti innocenti". Gli fa eco Luca Casarini: "Continueremo a lottare tutti i giorni per il ritiro delle truppe dall'Iraq" rende noto il leader dei Disobbedienti, che sull'ipotesi di un' eventuale manifestazione preferisce non sbilanciarsi, in attesa, come tutti, delle decisioni che saranno prese nelle prossime ore.

L'IRAQ NON E' IL VIETNAM - di Giulietto Chiesa Ha ragione Pavel Felgenghauer quando scrive, su The Moscow Times, che l’Irak non è il Vietnam. Del resto bisogna dire che le analogie, in guerra e in politica, sono sempre ingannevoli. Che George Bush sia nei guai, insieme al suo amico bugiardo Tony Blair, è evidente, ma non dobbiamo già darlo per spacciato. Il disastro iracheno è, in termini di morti americane, decisamente molto più contenuto di quello vietnamita. Laggiù, nelle paludi del Mekong, gli americani persero 60 mila uomini e 8000 tra aerei e elicotteri. A Baghdad e dintorni, per ora, il bilancio dei morti americani e , durante e dopo la “vittoria”, si aggira sulle 700 unità. Se si aggiungono gli alleati, si rimane comunque attorno ai mille. A differenza di Felgenghauer io includo anche i morti americani non ufficiali, quelli che la statistica definisce “civili”, ma che in realtà sono bande di killer privati che vengono non solo usati come guardie del corpo, ma in molti casi fungono da guastatori e vengono inviati dietro le linee nemiche in funzioni di combattimento, diversione ecc. Ma una prima cosa che fa la differenza è la superiorità tecnologica statunitense, ora decine e decine di volte superiore a quella di quarant’anni orsono. I soldati a stelle e strisce sono dei professionisti altamente addestrati e dotati di apparecchiature di sorveglianza e preavviso, di puntamento automatico, di elaborazione dati, talmente sofisticate da rendere estremamente costoso in termini di vite umane ogni tentativo di minacciarli. Infatti i morti iracheni sono molti di più, diciamo cinquanta volte di più. Tutto questo è vero, eppure anche i morti americani aumentano. Il che significa che la resistenza della popolazione irachena è straordinariamente più forte di quanto si fosse pensato. Tanto più che le condizioni del terreno (niente alberi, niente montagne o colline nei cui anfratti nascondersi) sono decisamente più sfavorevoli per la guerriglia. Che, infatti, è possibile solo nelle città. In campo aperto la guerriglia non è possibile se non in termini di trappole esplosive lungo le strade di collegamento. Ma anche questo serve a rendere estremamente difficile il controllo del territorio da parte delle truppe occupanti. Le quali, per altro, sono totalmente immerse in un ambiente ostile, con il quale non possono dialogare, e da cui ad ogni istante può venire l’attacco. E’ una situazione di terrore permanente, dal quale le truppe occupanti non potranno liberarsi mai. E poi si affaccia un dato che Felgenghauer non sembra tenere nel dovuto conto: ai tempi vietnamiti l’opinione pubblica era forse meglio informata, milioni di americani vedevano i morti direttamente nelle loro case, per la prima volta. La Tv era alle sue prime armi e si era rivelata subito devastante per il Potere. Poi il Potere apprese la lezione e imparò a controllarla. E adesso la controlla quasi totalmente, quasi dovunque. Ma ai tempi nostri, nel frattempo, le opinioni pubbliche sono diventate più tenere e sensibili. Gli Stati Uniti possono vincere contro gl’iracheni, ma non si può bombardare un’intera città , perché i morti si vedrebbero a migliaia, anche se le tv sono controllate da chi bombarda. E raccontare questi spettacoli non sarebbe esaltante. Nelle foreste vietnamite si poteva fare: nessuno vedeva comunque il 98% di ciò che si faceva ai contadini vietnamiti. E poi ai tempi del Vietnam non c’era Al Jazeera, o le altre televisioni arabe che, per la prima volta nella storia, raccontano la guerra, mentre è in corso, dalla parte di coloro che la perdono. E, com’è evidente, è un’altra storia. E poiché, spesso, sono le loro telecamere a riprendere più immagini di tutte le altre (anche perché i corrispondenti occidentali vengono ormai colpiti e rapiti e uccisi dalla gente del luogo, per la quale perfino la parola “occidentale” equivale a una bestemmia), ecco che il pubblico dell’Occidente può vedere (non tutte) le immagini della tragedia che si dipana, delle guerre dei ricchi contro i poveri. Ecco perché non è escluso che gli Stati Uniti possano ri-vincere un’altra volta la guerra contro il popolo iracheno che avevano già vinto un anno fa. Ma costerà loro un sacco di morti e, soprattutto, un disastro d’immagine pari a quello di una sconfitta. George Bush e i suoi uomini sono andati al potere per realizzare “il secolo americano”; forse resteranno al potere anche dopo il novembre di quest’anno, ma il loro posto nella storia sarà quello dei creatori del “disastro americano”. Forse il senatore Edward Kennedy ha torto quando paragona Baghdad a Saigon, ma il risultato finale sarà lo stesso. Da Saigon gli americani furono costretti a fuggire, sconfitti dai vietnamiti. A Baghdad forse riusciranno a rimanere, ma asserragliati nei loro bunker, odiati, minacciati in permanenza. E sarà una vittoria peggiore di quella sconfitta di quarant’anni orsono. megachip.info

Villaggio Potemkin Solimano Ai tempi di Caterina di Russia c'era il suo ministro ed amante Potemkin che in occasione dei viaggi della sovrana attrezzava degli scenari lungo il percorso: villaggi di pura facciata (proprio come certi western-spaghetti di serie B), che la regina poteva ammirare viaggiando nella sua carrozza per le steppe russe. L'idea di Potemkin ha avuto un successo storico, ad esempio durante un viaggio di Fanfani in Calabria furono spostati interi greggi di pecore seguendo l'itinerario della visita; sembra anche che l'aretino se ne accorgesse, quando per la terza volta nello stesso giorno vide la stessa pecora che per qualche motivo era un po' diversa dalle altre. Più recentemente, cosa è stata Pratica di Mare se non un grande villaggio Potemkin? Anche gli alberi di limoni con i frutti finti a Genova, anche la scrivania di ciliegio a Porta Porta. Il viso del premier dopo il lifting è un villaggio Potemkin. Ma esiste anche un Potemkin di pensiero, ed in questo Ciampi è maestro, ahimè. Ieri, col dobbiamo avere fiducia e col dobbiamo essere entusiasti, oggi col serve informazione con modelli positivi. Prendersela con la televisione ansiogena non serve, quando l'ansia è nei fatti. Evidentemente, non ha letto “La pragmatica della comunicazione umana”, altrimenti saprebbe che il devi amarmi, il non essere timido, il sii spontaneo sono delle ingiunzioni paradossali: si prescrive ciò che non è prescrivibile, e chi riceve questa prescrizione si trova esattamente come era prima di riceverla, con in più un senso di colpa che non l'aiuta per niente. La boiata pazzesca non è la corazzata Potemkin, ma il villaggio Potemkin: ti fa star male senza aiutarti a star meglio. Non solo: attenua la presa diretta con la realtà, e questa è la cosa peggiore. Solo sbattendo il grugno sulla realtà la si può cambiare. ulivoselvatico.org

Scene da anni ´60 LUCIANO GALLINO da Repubblica - 27 aprile 2004 Ma non erano scomparse le tute sporche di grasso o vernice, le file di facce stanche alla fine del turno di notte, le due ore in autobus per andare e tornare dal lavoro, le fasi di lavorazione di due minuti per prendere un pezzo dal cestello, azionare un meccanismo e ricominciare, 240 volte al giorno? Quelle scene anni '60 nella protesta di Melfi Il lavoro non era diventato tutto camici bianchi e schermi di computer, macchine fruscianti che da sole costruiscono altre macchine, una passeggiata saltuaria lungo le linee per vedere che tutto funzioni bene? Le persone al lavoro non erano diventate per l´azienda preziose "risorse umane", da formare e trattare con ogni riguardo al fine di farle sentire partecipi, ovvero responsabili, dell´intero processo produttivo? A dedurre da quel che sta accadendo in questi giorni negli impianti Fiat di Melfi parrebbe proprio di no. Lo scenario di Melfi sembra uno spezzone di film sulle fabbriche e sui modi di lavorare degli anni ?60. Ci si ritrova quasi tutto, di quell´epoca, comprese le manganellate dei poliziotti sulle spalle degli operai. C´è il lavoro durissimo, i bassi salari, l´organizzazione del lavoro fondata su tempi e metodi imposti da uffici imperscrutabili (sostituiti oggi da computer parimenti imperscrutabili), il controllo opprimente dell´apparato aziendale su ogni istante della giornata lavorativa. Perfino le comunicazioni dei provvedimenti disciplinari - 2500 solo nell´ultimo anno - sono scritti nel linguaggio di allora, un ibrido di lessico dell´esercito piemontese e di pignoleria da burocrazia zarista. Continuando a proiettare quel vecchio film, la Fiat, con l´aiuto del governo, ha però ottenuto un risultato imprevisto: il ritorno della classe operaia, quanto meno di una delle sue frazioni storicamente più significative, quella dei metalmeccanici. Scriveva Max Weber che una classe sociale si definisce come una comunità di destino. È quello che hanno capito benissimo gli operai di Melfi. E quel destino che li accomuna non gli piace per niente. È un destino che promette soltanto fatica, lavoro usurante, difficoltà economiche, scarsa o nulla crescita professionale, rischio di emarginazione dal mercato del lavoro appena si superano i quaranta. Dieci anni fa i loro padri o fratelli o sorelle maggiori non avevano protestato più che tanto, di fronte alla fabbrica che portava posti di lavoro in aree ancora contrassegnate dal sottosviluppo. Le nuove leve non gradiscono, e lo fanno sapere, muovendosi insieme, solidalmente, cortocircuitando le rappresentanze sindacali: come se appartenessero - fatto inaudito secondo la modernità vista da destra - ad un´unica classe sociale. Se i futuri sviluppi confermassero che il ritorno dei metalmeccanici come classe sociale non è un fatto contingente, la Fiat ha un problema, ed i sindacati ne hanno un altro. Se vuole continuare a produrre mantenendo entro limiti tollerabili il livello di conflittualità in azienda - particolarmente rischioso a causa dell´eccessiva interdipendenza tra produzione reticolare dei componenti e produzione finale concentrata che ha realizzato - deve forse innovare radicalmente il modello di relazioni industriali che applica nei suoi stabilimenti da oltre mezzo secolo. Al precetto base «voi lavorate, noi pensiamo», dovrebbe sostituire l´idea che più sono quelli che pensano, meglio va la produzione in ogni suo segmento. Dovrebbe aprirsi all´idea che trattare con i sindacati può portare a forme di organizzazione del lavoro non solo più umane, ma più utili a tutta la filiera produttiva. Dovrebbe provare a retribuire meglio i lavoratori, dividendo con essi i benefici degli aumenti di produttività. Soprattutto dovrebbe rendersi conto che il modello militar-burocratico di organizzazione aziendale è oggi perdente perché cinesi e indiani, russi e brasiliani lo sanno ormai applicare con ancora maggiore durezza, pagando salari ancora inferiori. Per affrontare la loro concorrenza bisogna puntare a mobilitare l´intelligenza e le capacità professionali dei lavoratori, piuttosto che accentuare lo sfruttamento della loro forza lavoro. Per i sindacati, ovviamente, il problema è quello della rappresentanza. Si è discusso a non finire, e con ragione, del fatto che il frazionamento delle imprese, la conseguente dispersione sul territorio delle forze di lavoro, la proliferazione delle tipologie contrattuali rendono sempre più difficoltoso il compito di rappresentare sul piano sindacale gli interessi reali e ideali dei lavoratori. Il caso Melfi dimostra che vi sono tuttora larghi strati di lavoratori che non sono dispersi nello spazio, sono inquadrati da contratti simili e debbono far fronte a condizioni di lavoro analoghe. Hanno insomma un destino comune, e comuni speranze di migliorarle. Dinanzi a questo fatto l´unità sindacale, almeno su alcuni punti essenziali, diventa un dovere non meno che una necessità. Nell´ultimo anno le tre confederazioni hanno fatto passi importanti in tale direzione. Bisognerebbe trovare un percorso - accidentato quanto si vuole, costellato di compromessi e dispute aspre quanto occorre - affinché anche le federazioni dei meccanici procedano nello stesso senso. Con il maggior potere contrattuale che così otterrebbero potrebbero contribuire a farci finalmente vedere un film sull´industria moderno, in luogo di uno degli anni ?60, con un diverso modo di lavorare in fabbrica, e senza le scene della polizia che carica i dimostranti come ai tempi di Scelba.

LITE IN RAI TRA CATTANEO E ANNUNZIATA Claudio Magris dal Corriere - 27 aprile 2004 Un presentatore televisivo intervista, dedicandogli un’ora in una trasmissione di vasto ascolto, un serial killer, autore di diciassette omicidi - commessi sembra senza uno specifico motivo oltre all’impulso o al piacere di uccidere - per i quali sta scontando tredici ergastoli e ventotto anni di reclusione. Il colloquio fra il banditore, avvezzo a intrattenersi con comparse più innocue, e il pluriassassino e pluriergastolano provoca inevitabilmente proteste e accuse; intervengono duramente parenti delle vittime, varie associazioni, il presidente della Rai, il ministro delle Comunicazioni. Tra le sdegnate contestazioni e le caute difese dei responsabili, spicca una perla impagabile, una nota impersonale della direzione generale della Rai. Prendendo le distanze dall’incriminata trasmissione e dicendo di esserne stata messa al corrente in ritardo, l’occhiuta direzione generale assicura gli italiani di aver comunque accertato che, dall’intervista, il serial killer apparisse e venisse fatto apparire ai telespettatori - riferisce Alessandra Arachi sul «Corriere» del 26 aprile - «come un modello negativo». La direzione generale, prima di appurare il tono dell’intervista, aveva o poteva dunque avere il dubbio - secondo le sue stesse parole - che la trasmissione proponesse l’assassino di diciassette persone uccise senza motivo come un modello positivo, da additare quindi ad esempio ai giovani. Confesso che, se fossi direttore generale della Rai, sarei stato meno vigile e meno solerte e avrei riposato nella cieca fiducia che a nessun responsabile di un programma radiofonico o televisivo potesse venire in mente di scegliere un pluriomicida quale modello positivo di vita. Può darsi che questa mia fiducia sia ingenua; non a caso le grandi religioni, che di queste cose se ne intendono, esortano a vigilare ossia a diffidare senza tregua. Tuttavia continuo a credere che nessun conduttore o valletto o direttore generale televisivo abbia mai pensato o pensi che si possa intervistare Mengele come se fosse Madre Teresa di Calcutta. Eppure questo lapsus della direzione generale è involontariamente rivelatore, come ogni lapsus. A parte il caso specifico, esso indica che viviamo in un mondo in cui, come profetizzava inorridito Dostoevskij, «tutto è permesso» e tutto è possibile; perfino l’ipotetica immagine positiva di un assassino non è una follia, che non dovrebbe venire neppure in mente quale remota eventualità, bensì una sia pur improbabile possibilità. In quel bazar universale che è il nostro mondo tutto è interscambiabile, opinabile, negoziabile, possibile. Pure il rapporto col male e con chi lo compie - e dunque anche con noi stessi, quando lo compiamo - è pervertito da questa giuliva indifferenza. Non c’è nulla di sbagliato o riprovevole nel parlare, soli o davanti a una folla, con un uomo che si è macchiato di colpe anche atroci. Un uomo - ogni uomo, anche un assassino, anche l’omicida recentemente intervistato in una trasmissione che non ha lo spessore di «Delitto e castigo» - è e rimane sempre un uomo, nella sua dignità e nel suo mistero, nel suo diritto di parlare e di essere ascoltato. Se ha commesso dei delitti, deve - come in questo caso - pagarne le conseguenze in base alla legge, punito anche severamente ma tutelato nei suoi diritti e nell’inviolabile valore della sua persona. Nessuno, anche se ha commesso efferati delitti, si riduce ad essere solo l’autore di quei delitti, ma resta un uomo, con i suoi sentimenti desideri pensieri, e come tale deve essere considerato, anche se sta giustamente scontando tredici ergastoli. Ma, appunto, un uomo è interessante per la sua umanità; non per il male che ha commesso, bensì nonostante il male che ha commesso. Il male, di per sé, è assai poco interessante; il raptus, coatto o no, che spinge a uccidere senza motivo, come in questo caso, o la stereotipa e ripetitiva voluttà di torturare o la bestiale violenza di infierire su chi non può reagire sono non soltanto infami, ma anche banali, privi di ogni originalità creativa, enfaticamente esaltati o noiosamente meccanici, stupidi. In «Delitto e castigo», il capolavoro di Dostoevskij, Raskolnikov, lo studente assassino, è interessante e vivo nella sua sofferenza, nel suo miscuglio di bontà e colpa, nella sua espiazione; non nell’omicidio delle due vecchie, mirabilmente narrato nella sua patetica miseria, né nelle sue giustificazioni ideologiche del crimine, mirabilmente narrate nella loro pacchianeria superomistica, redenta dalla sofferenza ma in sé trita e ritrita. Il male è interessante solo quando si mescola e s’intreccia ambiguamente al bene, nelle demoniche contraddizioni dell’esistenza - come ad esempio in certe tragiche situazioni militari o politiche, in cui, a torto o a ragione, si crede, drammaticamente, di dover fare il male a fin di bene. Se esistesse un male puro, esso sarebbe certo anche idiota. Pure nell’intervista citata, le parole dell’ergastolano sui propri diritti sono - almeno secondo quanto riportano i giornali - di una piatta ovvietà. Del resto i suoi diritti devono interessare, di per sé, solo la giustizia penale. Le cose umane che anch’egli, assassino ma pur sempre uomo, ha certo da dire, sembra non siano venute fuori. Forse perché si è ingenuamente creduto che avesse cose interessanti da dire non benché, ma in quanto assassino. È questo il vizio d’origine: non rendersi conto di quella che Hannah Arendt - riferendosi a un assassino ancor più all’ingrosso, Eichmann - ha definito «La banalità del male». Trasgredire il quinto comandamento non è più originale che trasgredire il divieto di gettare immondizie dai finestrini del treno. Claudio Magris -------------------------------------------------------------------------------- Ds Milano - Rassegna stampa

Vicolo cieco di Furio Colombo da l'Unità - 27 aprile 2004 Ci piacerebbe dire che abbiamo esaminato con cura il video che mostra i tre ostaggi italiani e che è stato consegnato (appena consegnato? consegnato da giorni? in queste ore? registrazione non recente?) alla televisione Al Arabiya. Non possiamo dirlo perché Rai e Mediaset per tutto il pomeriggio di lunedì hanno ignorato l’evento, alla faccia del Paese unito che tiene testa alla sfida. E persino Televideo ha dato notizie frammentarie e sporadiche e solo di tanto in tanto. Unica fonte, che va segnalata ai lettori per dignità giornalistica e tempestività: Sky News. Dunque, come tutti gli italiani e come le famiglie degli ostaggi non sappiamo quasi niente, manchiamo di voci autorevoli, di persone credibili che ci aiutino a decifrare questa storia che viene dal vuoto e si affaccia sul vuoto. Ma ci sembra di poter dire: 1 - Dobbiamo constatare la futilità di tutto quello che ci è stato detto (e, cosa più grave, è stato detto alle famiglie) fino ad ora. Sulla sorte degli ostaggi Berlusconi e i pesi piuma che occupano i suoi ministeri non hanno lasciato alcuna traccia né trovato alcuna traccia. Essi esistono solo nei telegiornali. 2 - Abbiamo visto con sollievo che i tre italiani sono vivi e stanno bene. Ma il sollievo finisce qui. Perché il video che li riguarda contiene una promessa vaga e una minaccia terribile, collegate da una richiesta (una manifestazione di popolo contro la guerra) che non si sa se sia un ricatto, un messaggio a qualcuno, o un losco intrecciarsi di rapporti misteriosi fra interlocutori che hanno in mente altri disegni. 3 - Non tutti però sembrano all’oscuro come noi e come le famiglie degli ostaggi. Stranamente “Il Giornale” di lunedì mattina aveva in prima pagina questo titolo: “Potremmo restituire gli ostaggi, ma alla sinistra”. E a pag. 3: «Non daremo gli ostaggi a Berlusconi» qualcuno sembra avere deciso di gettare tutto il peso della salvezza degli ostaggi su coloro che manifestano per la pace, sono contrari alla guerra e lo hanno detto in modo drammatico e libero anche il 25 aprile. Qui sembra scattare non il ricatto ma la vendetta: «Siete in favore della pace? E allora gli ostaggi sono il vostro fardello, e il governo non c’entra». 4 - È tragico che tutto ciò avvenga nel vuoto. Vuoto di politica nazionale, di politica estera, di contatti internazionali, di credibilità e autorevolezza, persino di relazioni con i Paesi che dovrebbero essere alleati, ma con Berlusconi non si fidano a fiatare, per timore di essere usati per misere ragioni interne ed elettorali. 5 - E tuttavia l’avere accertato l’inesistenza persino fisica, di questo governo non ci consola, non ci aiuta e non serve a salvare gli ostaggi. Noi pensiamo, sul modello di quanto avviene in altri Paesi del mondo in situazioni così gravi, che l’Opposizione debba chiedere al presidente della Repubblica, in quanto capo del Consiglio Supremo di Difesa, di ricevere, attraverso di lui e i suoi uffici, tutte le notizie vere e utili di cui la Presidenza dispone. E chiedere al presidente della Camera la convocazione immediata di una seduta straordinaria con la piena libertà dei tempi di intervento, data la gravità della situazione. L’intrecciarsi della futile azione di governo, mirata solo sulla televisione, e di giochi immensamente pericolosi che, nel vuoto, si svolgono intorno alla vita degli ostaggi, chiede un intervento straordinario e immediato delle altre istituzioni repubblicane per limitare il danno di inesistenza di governo che il Paese sta subendo e che potrebbe costare vite umane. -------------------------------------------------------------------------------- Ds Milano - Rassegna stampa

L'America può uccidermi ma l'Iraq diventerà un inferno" intervista al leader sciita Moqtada Sadr di R. Caprile la Repubblica Vorremmo parlare con sayed Moqtada Sadr. «Non è qui», risponde uno sbigottito Raid al-Kadhimi al-Saadi, amico e consigliere del leader sciita ribelle. Siamo a nord ovest di Bagdad nel quartiere santo di Kadhimia dove c´è la tomba di Mussa al-Kadhom, il settimo imam, e la piccola moschea Husenyat al-Sadr. Sono le dieci del mattino. Ma forse lei può raggiungerlo via telefono, lo incalziamo - indicandogli il nostro satellitare - e chiedergli se accetta di rispondere a qualche domanda. Al Saadi ci pensa un po´ su, poi si fa dare il telefono e si allontana. Due minuti dopo ritorna: «D´accordo si può fare, cosa volete chiedergli». Inizia così la nostra intervista telefonica allo scomodo erede di una grande famiglia di ayatollah - ha solo 32 anni, è del '72 - che ha dichiarato guerra all´America e non solo e che Bush vorrebbe vivo o morto. Sayed, posso chiederle dove si trova in questo momento? «Non mi nascondo se è questo che pensa. Sono a Najaf, nella mia hawsa (scuola coranica, ndr). Faccio la vita di sempre tra qui e la moschea di al-Kufa. Le minacce degli americani non mi spaventano. La paura è un lusso che un comandante non può certo permettersi. E poi c´è l´ombra di mio padre (il grande ayatollah Mohammed al-Sadr, fatto uccidere da Saddam ndr) a guidarmi, lui che è morto lottando contro il più prepotente dei tiranni del mondo. Sono sereno, dunque. Mi sto battendo per un Iraq libero, sicuro e in grado di auto-determinarsi. Forse proveranno ancora ad uccidermi, lo hanno già fatto nelle ultime settimane, ma hanno avuto una dura lezione. Rimango qui con i miei "leoni" pronti a sbranare chiunque dovesse riprovarci. Sappiano comunque gli americani che se mi dovesse accadere qualcosa, il popolo scatenerà il fuoco dell´inferno contro di loro. Farebbero bene le opinioni pubbliche dei paesi della Coalizione a convincere i loro governanti a ritirare le truppe. Sono profondamente indignato che popoli che si dicono civili restino insensibili di fronte al fiume di sangue innocente che sta scorrendo in Iraq». Ha notizie degli ostaggi italiani? «Purtroppo non ne ho. Ho già rivolto un appello perché siano liberati. Io sono un uomo di pace. Sono assolutamente contrario a ogni forma di violenza contro i civili. La nostra morale e la nostra fede ce lo proibiscono tassativamente. Non posso quindi che invocare il castigo di Dio se la gente che li ha prigionieri osasse ammazzarli. Ma non staremmo a parlare di questo se ve ne foste rimasti a casa vostra. Per colpa dell´America vi siete infilati in una trappola. Potreste uscirne però. Certo è che il vostro Berlusconi pagherà per le frasi irriguardose che ha pronunciato contro l´islam». In che rapporti è con al-Sistani, il grande ayatollah guida spirituale di tutti gli sciiti iracheni? «Buoni». Non si direbbe, se è vero che le ha "consigliato" di andare a combattere la sua «guerra perduta» fuori da Najaf... «Se c´è uno che deve andarsene è proprio lui, Sistani. E´ un iraniano. Io sono figlio di questo paese. Io ero qui quando lui era al sicuro a Teheran. Io, la mia famiglia e la mia gente abbiamo pagato sotto Saddam un altissimo prezzo di sangue. Lui no. Viveva negli agi quando noi mangiavamo un pugno di riso. E poi un versetto del Corano dice: anche un solo fedele è più importante della Kaba (la pietra nera). Najaf è la mia città, da qui non me ne andrò mai». Lei di recente ha minacciato di usare i kamikaze. «E´ vero, ma l´idea non è mia. Sono venuti in tanti, uomini e donne, ad offrirmi la loro vita per sconfiggere gli americani e i loro alleati. Li ho ringraziati, ho detto loro che ci penserò, ma non ho ancora deciso se e quando utilizzarli. Se le cose dovessero mettersi al peggio, non esiterò un attimo. Ma se lei mi chiedesse quanti sono gli iracheni disposti a farsi saltare in aria, io le risponderei che tutti in questo paese siamo pronti a immolarci per a nostra religione, per la nostra libertà». Ne è proprio sicuro? «Certo. Perché sciiti, sunniti e tutte le altre etnie che vivono tra il Tigri e l´Eufrate hanno un solo desiderio: decidere da soli il proprio destino. Siamo come un corpo unico, eccezion fatta per i traditori. Mi riferisco ai collaboratori del nemico, ai membri del Consiglio di governo, a quei lacché che hanno svenduto la nostra patria e la nostra fede e che non sanno fare altro che prendere ordini dalla Casa Bianca». Saddam ha provato a sfidare l´America ed è finita com´è finita, lei su quale esercito può contare? «Su un esercito che li spaventa molto più della Guardia repubblicana del passato regime. Ecco perché vogliono che io lo sciolga. Ma io non ho questo potere. Solo Allah può farlo. Perché questo esercito si identifica con il popolo stesso. Quando due iracheni si stringono la mano pronunciano la formula di rito "che Dio ci accetti nell´esercito del Mahdi" (il tredicesimo imam, l´atteso redentore dell´islam, ndr). L´arruolamento non si è mai fermato. Anche intellettuali, professori, medici stanno entrando a farne parte. E´ un esercito di pace. Che ha pulito le strade, ha dato una mano alla gente nel momento del bisogno. Un esercito che aveva una sola arma: la fede. Poi siamo stati aggrediti e allora abbiamo dovuto imbracciare il fucile. Ci accusano di esserci rivoltati, ma non è stata la chiusura del nostro giornale, Al Hawsa, e nemmeno l´arresto di Mustafa al Yakubi (portavoce di Sadr, ndr) a farci sollevare, ma i colpi di mortaio sparati contro la moschea al Kufa nel corso di una pacifica manifestazione. Colpi di mortaio che hanno fatto altri morti e feriti. E´ stato allora che abbiamo a mani nude disarmato gli aggressori». L´attacco alla sunnita Falluja sembra imminente... «Lei pensa che ci sia differenza perché quella è una città sunnita Non c´è differenza invece anche se al nemico farebbe comodo che ce ne fossero. Ha provato a metterci gli uni contro gli altri. Ma non ci è riuscito. Ripeto, ogni aggressione a una qualunque delle nostre città è un´aggressione a tutte le altre. Se gli americani dovessero fare quest´ultimo errore, la pagheranno cara». Sia sincero, lei coltiva l´ambizione di guidare un giorno l´Iraq? «No, nella maniera più assoluta. Voglio soltanto contribuire alla lotta per conquistare libertà e indipendenza. Siamo noi iracheni, e soltanto noi, i padroni del nostro futuro». Ma se fosse il popolo a chiederglielo? «Beh, in quel caso potrei ripensarci».

Ostaggi. I maldestri equilibrismi del premier “Silvio Berlusconi in queste ore è un’anima divisa in due. Da un lato, infatti, è mosso da una irrefrenabile voglia di scoop (una bella foto con gli ostaggi rilasciati magari da mettere su un bel manifesto 6 per 3). Dall’altro, però, non rinuncia ai proclami bellicosi sulla nostra permanenza in Iraq o sulla inutilità del passaggio del comando delle operazioni sotto l’egida ONU, consapevole o inconsapevole degli inciampi che essi possono comportare al rilascio. Nel frattempo Frattini fa l'equilibrista per sostenere che l’Italia sta realmente operando sullo scenario diplomatico internazionale affinché il 30 Giugno segni davvero un cambiamento reale della attuale situazione. Questo andamento schizofrenico sullo scenario internazionale e sulla vicenda degli ostaggi lascia attoniti (ma Berlusconi si rende conto?) e dall’altro, purtroppo, non aiuta la già difficile trattativa per il rilascio degli ostaggi. Trattativa in cui, come in un’altalena, si alternano momenti di speranza a momenti di sconforto. Si sa, una trattativa con ostaggi è un’operazione difficile da gestire, che fa entrare la politica e la diplomazia in un’area grigia. Bisogna aprire molti contatti ma focalizzare ad un certo punto quelli giusti. Le difficoltà oggettive peraltro ci sono e la ripresa degli scontri tra miliziani armati, terroristi e truppe della coalizione un pò ovunque nel Paese non facilita l’eventuale consegna dei rapiti. Grava come un macigno sulla vicenda, e più in generale sulla sorte dell’Iraq, la possibilità che il comando Usa decida di rompere la difficile tregua e di dare l’assedio alla città sunnita di Falluja. In quel caso tutto diventerebbe terribilmente complicato per gli ostaggi, tutto diventerebbe terribilmente complicato per le speranze di pace in Iraq. Ma parte della responsabilità per il ritardo in un rilascio che veniva annunciato con estrema baldanza quasi una settimana fa da Berlusconi a Mosca come “questione di ore” ricade proprio sull’incauta gestione della vicenda che sta tenendo il Presidente del Consiglio. A cui nessuno chiede di essere diverso da com’è (speranza vana quella di vederlo comportarsi come un Presidente del Consiglio serio ed affidabile) ma almeno di comprendere che i suoi vaniloqui sono ascoltati non solo dalle orecchie estasiate di Bondi ma anche da quelle un po’ meno avvezze ai suoi equilibrismi dei criminali che tengono in ostaggio Agliana, Cupertino e Stefio. Ed allora, insieme all’Ecclesiaste, ci verrebbe da dire al nostro Presidente del Consiglio: “c’è un tempo per stra-parlare ed un tempo per agire. Ora è il tempo di fare di salvare i tre ostaggi.” La speranza in queste ore è appesa un filo e siamo tutti qui a sperare che i tre italiani siano presto rilasciati. Ma il giudizio politico sul modo con il quale il Presidente del Consiglio italiano ha gestito questa vicenda si è arricchito di un numero già sufficiente di elementi per essere completamente negativo. Ancora una volta. Silvio Berlusconi si è mosso sullo scenario internazionale in maniera sconsiderata, privilegiando lo show alla serietà che gli sarebbe richiesta. E non basteranno le foto dei rapiti sorridenti con Silvio Berlusconi, che peraltro ci auguriamo di vedere quanto prima, a convincerci del contrario. www.aprileonline.info

LETTERA DEGLI EX-AMBASCIATORI INGLESI : " IN IRAQ CI VUOLE UNA SVOLTA " LONDRA, 26 APR - Per il premier britannico Tony Blair, e' arrivato il momento di incidere sull'attuale politica americana in Medio Oriente, destinata al fallimento, o di non sostenerla piu'. Con un'iniziativa senza precedenti, lo hanno sostenuto oggi 52 ex ambasciatori britannici. In una lettera al premier, gli hanno chiesto di condizionare la politica americana nella regione, come una questione "della massima urgenza". I diplomatici, tra i quali anche ex ambasciatori in Iraq e Israele, hanno scritto tra l'altro:" Abbiamo seguito con crescente preoccupazione le politiche seguite, in stretta collaborazione con gli Usa, in relazione all'Iraq e al problema arabo-israeliano". I firmatari, il vertice della diplomazia britannica in pensione, sottolineano che "e' arrivato il momento di rendere pubbliche le nostre preoccupazioni nella speranza che siano portate all'attenzione del Parlamento e possano portare a una revisione di fondo". La decisione di scrivere una lettera al primo ministro sulla guerra in Iraq e sulla situazione israelo-palestinese era stata presa dagli ex diplomatici dopo la conferenza stampa tenuta a Washington al termine dell'ultima visita di Blair al presidente George W. Bush nella quale erano state ribadite le linee politiche in Iraq e nel conflitto arabo-israeliano. Nella lettera vengono ricordate le speranze emerse con l'annuncio della road-map in Medio oriente che "le maggiori potenze volessero alla fine fare uno sforzo deciso e collegiale per risolvere il problema che, piu' di ogni altro, ha per decenni avvelenato i rapporti tra l'ovest ed il mondo islamico ed arabo". Le speranze pero' erano "mal fondate" perche' "niente e' stato fatto per far fare un passo avanti ai negoziati o per far diminuire la violenza. I britannici e gli altri sponsor della road-map hanno semplicemente aspettato la guida americana, ma hanno aspettato invano". Il peggio - aggiungono i diplomatici- "doveva ancora venire" perche' dopo mesi passati inutilmente "la comunita' internazionale si e' trovata di fronte l'annuncio di Ariel Sharon e del presidente Bush di nuove politiche che sono di parte ed illegali e che costeranno ancora nuovo sangue israeliano e palestinese". A questo punto i diplomatici hanno lanciato un duro attacco a Blair sostenendo che lo sgomento e' cresciuto in quanto lo stesso premier "sembra aver abbandonato i principi che per quasi 40 anni hanno guidato gli sforzi internazionali per restituire la pace alla Terra santa e che sono stati la base per i successi che questi sforzi hanno prodotto". E questo abbandono dei principi - hanno aggiunto - " avviene proprio quando giustamente o no siamo dipinti nel mondo arabo e musulmano come i partner di una illegale e brutale occupazione in Iraq". Sulla guerra i 52 ex diplomatici sostengono che "disegnare la resistenza in Iraq come guidata da terroristi, fanatici e stranieri non e' ne' conveniente ne' utile. La politica deve tener presente la natura e la storia del paese, il piu' complesso nella regione". Comunque, per quanto gli iracheni possano "agognare una societa' democratica" credere che "possa essere creata dalla coalizione e' ingenuo". I diplomatici sostengono che quanto avvenuto a Najaf e Falluja ha "costruito piu' che isolato l'opposizione" mentre gli iracheni uccisi dalle forze della coalizione sono tra i 10 ed i 15 mila . Concludendo, i firmatari della lettera sostengono di "condividere la valutazione che la Gran Bretagna ha interesse ad operare il piu' strettamente possibile con gli Stati Uniti in entrambi i problemi e nell'esercitare una reale influenza come alleato leale" e affermano che e' "della massima urgenza" che questa pressione venga esercitata. Ma se "non accettata o accettata male" non c'e' motivo "di sostenere politiche destinate al fallimento". megachip.info

TV: GIALAPPA'S, IN 18 ANNI MAI IMBAVAGLIATI COSI' ''Si sta tentando di imbavagliare la satira, in 18 anni mai c'e' stata questa situazione''. Carlo Taranto, Giorgio Gherarducci e Marco Santin rispondono cosi', all'ADNKRONOS, alle polemiche sull'applicazione della par condicio ai programmi Mediaset. ''La normativa di base -spiegano gli autori della Gialappa's- e' la stessa degli anni precedenti. Quest'anno pero' l'autorita' garante ha emanato un regolamento piu' restrittivo. Infatti negli anni passati l'unica indicazione che ci veniva data, durante i periodi in cui vigeva la par condicio, era quella di nominare esponenti politici di entrambi gli schieramenti (maggioranza e opposizione) all'interno di ogni puntata del programma. L'unica spiegazione che riusciamo a darci e' la piu' elementare: che si stia tentando di imbavagliare la satira. Oppure che, tra gli sketch da noi proposti, ci

la militarizzazione del mediascape bifo Un aspetto decisivo della devastazione a cui ¨¨ sottoposto ilo sistema sociale negli anni dell'ultraliberismo e della guerra ¨¦ la progressiva militarizzazione del Mediascape. A partire dall'11 settembre 2001 siamo entrati in una fase di trasformazione di ogni aspetto della vita sociale: un aspetto ¨¦ la progressiva militarizzazione del Mediascape. Proprio ieri abbiamo appreso che per un anno il Pentagono ha accuratamente nascosto ogni immagine della morte seminata dalla guerra di Bush. Gli americani non debbono essere turbati dalla vista delle bare che ritornano in patria, non debbono sapere nulla delle migliaia di feriti, mutilati, che la guerra di Bush ha seppellito in ospedali nei quali le telecamere non possono entrare e in cui le autorit¨¤ trionfanti non mettono piede, per evitare di essere associati alle immagini del dolore da loro stessi provocato. L'attivista Russ Kick ha pubbicato in un sito dal titolo Memoryhole le immagini delle bare dei soldati americani, ma il Pentagono l'ha denunciata ed ha oscurato il suo sito (www.memoryhole.org) che solo grazie all'intervento della magistratura ÐNtato riattivato. Negli ultimi giorni in Italia siamo stati bombardati da un'indegna campagna di menzogne basate sull'eroificazione obbligatoria di alcuni poveracci costretti a vendersi come mercenari. Le notizie sulla trattativa sono state completamente mistificate, con assoluto disprezzo per l'angoscia dei familiari dei sequestrati, per creare un clima di macabro ottimismo intorno alla gestione spettacolare della guerra italiana. L'occupazione dell'intero spettro della comunicazione televisiva in Italia sta acquistando sempre pi¨´ caratteristiche di occupazione militare: nulla deve filtrare che possa turbare la certezza del popolo nella vittoria finale. Perfino un programma sulla mafia di Lucarelli viene considerata disfattista. Parlare di mafia non ¨¨ patriottico mentre i nostri eroi sono al fronte. E in Spagna, come tutti ricordiamo, il regime di Aznar ha tentato di manipolare completamente la verit¨¤ sull'attentato di Atocha, per nascondere le sue responsabilit¨¤ nell'esporre la popolazione alla guerra del terrore. L'occupazione del mediascape italiano, che abbiamo sempre considerato un segno della progressiva cancellazione della democrazia in questo paese, sta oggi assumendo un carattere ancora pi¨´ inquietante, macabro. Finora si ¨¨ trattato del monopolio economico di Mediaset e della colonizzazione politica del mediascape nazionale, finalizzato alla conquista del consenso. Ma ora quel monopolio sta assumendo i caratteri della militarizzazione dello spazio comunicativo. Isolamento e criminalizzazione dei disfattisti, retorica militarista a reti unificate. E' per questo che le telestreet debbono compiere oggi un salto. Finora abbiamo lavorato a coordinare e mobilitare tutti i nuclei di mediattivismo. Ma ora dobbiamo investire la intera societ¨¤ con il processo di proliferazione delle antenne libere ed illegali, dobbiamo far uscire il processo di sovversione comunicativa dalle zone d'ombra televisive, e portarlo nelle strade, con azioni di sovversione della menzogna. E dobbiamo precostituire le condizioni per un rovesciamento della situazione di monopolio comunicativo per il momento in cui il regime che sta sempre pi¨´ vacillando sar¨¤ maturo per crollare. A quel punto occorrer¨¤ avere attivato le condizioni per distruggere il modello televisivo oggi predominante, occorrer¨¤ costruire uno spazio pubblico di comunicazione, occorrer¨¤ sottrarre le risorse economiche al sistema televisivo e distribuirle fra le migliaia di nuclei di comunicazione autonoma che la poliferazione avr¨¤ suscitato. Non possiamo limitarci a coltivare il nostro circuito indipendente, dobbiamo prepararci a rovesciare il sistema di comunicazione militarizzato. http://www.radioalice.org

"Belle de Jour", il suo diario on line PAOLA FONTANA Belle de Jour, così si fa chiamare la ventottenne inglese che prende a prestito il nome dal titolo di un famoso film degli anni Sessanta con Catherine Deneuve, è il mistero della cui identità è stato il tormentone della stampa gossip anglosassone nelle ultime settimane. Belle è balzata agli onori della cronaca per aver scritto un Weblog, un diario online, http://belledejouruk.blogspot.com, in cui narra le sue esperienze di prostituta londinese, racconti che sembrano aver attirato l’attenzione di lettori da tutto il mondo. Il successo è stato tale che un editore si è fatto avanti con l’idea di trasformare la narrazione Web in un vero e proprio libro. Ciò che rende intrigante tutta la faccenda è però il fatto che nessuno sa chi sia l’autrice. E se invece di una vera prostituta fosse una scrittrice di professione, il suo contratto potrebbe saltare. Per svelare l’arcano dell’identità di Belle è sceso in campo niente di meno che Don Foster, il detective letterario diventato famoso per aver smascherato Joe Klein come l’autore della satira su Bill Clinton (il cui titolo era Primary Colours). Il detective afferma di avere tutti gli elementi per credere che Belle de Jour sia in realtà Sarah Champion, giornalista pubblicista e scrittrice semisconosciuta. Don Foster ha infatti condotto un attento studio sullo stile di scrittura che caratterizza il diario e, aiutandosi con motori di ricerca Internet, è riuscito a scoprire altri testi accomunati dallo stesso stile. Tutti firmati per l’appunto da Sarah Champion. La diretta interessata nega e lo stesso fa l’agente letterario della fantomatica Belle. Insomma, una storia ancora tutta da capire. Vero è anche che le storie insolite o curiose in Internet abbondano. La vicenda di Bob Kunath, ad esempio, un 48enne americano, adottato in tenera età, che comprando una scatola per biscotti su eBay scopre che la persona che gliela sta vendendo è il fratello mai conosciuto. Bob sapeva fin dall'infanzia di avere un fratello e una sorella, ma non li aveva mai incontrati e ignorava dove abitassero. Conosceva solo il nome e il cognome dei suoi veri genitori che, guarda caso, coincide con quello dell’offerente di eBay. Una storia a lieto fine, dal momento che i due fratelli si sono scritti, telefonati e infine incontrati. Una storia quasi surreale invece quella di un 17enne californiano che, inserendo il proprio nome su Google (alzi la mano chi non lo ha mai fatto), trova una propria foto d’infanzia in un sito che contiene elenchi di ragazzi rapiti. La verità non tarda a venire a galla. In seguito al divorzio dei suoi genitori, il tribunale lo affida al padre e per sottrarsi all’istanza la madre lo rapisce dileguandosi nel nulla. Oggi la signora è agli arresti e il ragazzo è in attesa di essere riportato dal padre che vive in Canada. (da www.thisislondon.com, www.orlandosentinel.com, CNN.com) -------------------------------------------------------------------------------- Affari & Finanza

Lettera aperta alle "Brigate Verdi" di La Redazione di Reporter Associati 26 Apr 2004 "Siamo tra quelli che non abbiamo bisogno di nessun ultimatum per manifestare tutta la nostra opposizione all'occupazione militare dell'Iraq da parte delle forze armate americane, inglesi e italiane". "Siamo tra quelli che non abbiamo bisogno di nessun ultimatum per chiedere a gran voce il ritiro immediato delle truppe italiane dall’Iraq occupato". "Siamo decisamente, motivatemente e ragionevolmente contrari a questa occupazione così come lo siamo stati contro la guerra che ha preceduto l'invasione"."Una guerra che continuiamo a considerare illegale oltre che profondamente ingiusta". "E questo nostro sentimento umano e politico lo gridiamo, lo scriviamo, lo manifestiamo da molto tempo prima che della guerra soltanto si parlasse". "Non abbiamo bisogno di nessun ultimatum per continuare farlo in ogni occasione. Siamo tra quelli che corrono da un parte all'altra del nostro paese per partecipare a incontri con cittadini, dibattiti, presentazioni di libri, conferenze stampa e quanto altro è per noi necessario per far sentire la nostra voce contro la guerra in Iraq, contro l'occupazione. Contro ogni guerra e ogni occupazione". "Siamo tra quelli che a milioni, a centinaia di milioni in ogni paese del mondo sono legati tra loro in una rete visibile, solida e inscindibile che è arrivata a formare quella che qualcuno si è spinto a definire la "seconda potenza mondiale". La potenza e la forza della pace". "Il sequestro di persona è un atto ignobile, a maggior ragione per chi come noi considera la libertà personale, di espressione e di informazione uno dei presupposti della lotta per la pace. La nostra lotta". "E' possibile che non abbiamo nulla in comune con i quattro italiani che avete sequestrato e che tenete prigionieri in qualche località del vostro paese. Quattro ragazzi italiani che altro non sono che il prodotto di una sciagurata realtà sociale così come è andata formandosi sotto la guida politico/affaristica di una leadership di governo che non ci rappresenta e nella quale non ci riconosciamo. E che anzi combattiamo ogni gorno con le armi in nostro possesso: la parola, i colori dcell'arcobaleno della pace, la solidarietà internazionale. La forza dell'impegno". "Non ci uniamo al coro stonato di coloro che passano il tempo ad affermare che "con i terroristi non si tratta", pensiamo che per salvare una vita, una sola vita si possa trattare, eccome, fino all'ultima forza. Fino all'ultima parola". In questo anno di guerra e di occupazione che il vostro paese ha dovuto ingiustamente subire, dopo decenni di despotismo del rais Saddam Hussein, abbiamo sempre pensato e manifestato che dovessero essere gli iracheni, i cittadini di Baghdad, di Bassora, di Tikrit, di Falluja e di tutte le città e villaggi dell'Iraq ad autodeterminarsi, a scegliersi la forma di governo e "regole" costruite con pazienza, partecipazione e solidarietà. Anche "scontro" se necessario. Insomma partecipare alla democrazia e alla crescita libera e autodeterminata del proprio paese e dello spirito civile del proprio popolo. Lo continuiamo a pensare anche ora che gli eserciti dì occupazione continuano a bombardare le vostre case, colpire e uccidere i vostri amici e i vostri familiari. Anzi, lo pensiamo oggi più di prima, sotto il fuoco delle bombe". "Perchè noi siamo fatti così. Irriducibili in quello in cui crediamo". "E con stessa forza vi scriviamo che la morte di Fabrizio Quattrocchi non ci è piaciuta affatto. E' stata un'esecuzione, un omicidio a freddo. E francamente non riusciamo a immaginare neppure una giustificazione per un atto tanto rapido, crudele e immotivato. Tanto inutile. Il governo italiano non è rimasto neppure lontanamente impressionato dalla morte di Fabrizio Quattrocchi. Noi invece siamo rimasti inorriditi dall'azione che avete compiuta e poi ancora al solo sapere dell’esistenza del filmato dell'escuzione che avete fatto circolare per le tv. Noi siamo fatti così. Abbiamo ancora la forza di indignarci per quello che non ci piace". "Siamo da sempre vicini al popolo iracheno, così come al popolo palestinese che subisce da decenni la sanguinosa occupazione militare di un esercito straniero, così come agli studenti di Teheran e al popolo iraniano torturati e imprigionati dal regime teocratico degli Ayatollah. Siamo solidali con le forze della resistenza irachena che si oppongono all'occupazione, alle donne e agli uomini dell'Iraq che si trovano schiacciati e oppressi da eserciti stranieri che rispondono a governi che parlano alle proprie opinioni pubbliche di "guerra umanitaria", "soldati di pace", di "portare la democrazia". Come se la democrazia si potesse portare con i carriarmati, i missili, le bombe a frammentazione, le torture, gli "omicidi mirati...". "Siamo da sempre contro il terrorismo, tutti in terrorismi, anche contro chi, in Iraq, ha fatto saltare in aria con centinaia di chili esplosivo le sedi dell'Onu e della Croce Rossa. Altri atti crudeli, ingiustificabili. Tragicamente inutili. Non abbiamo mai avuto alcuna simpatia per Saddam Hussein e i suoi califfi, così come per bin-Laden e i suoi seguaci, o le autorità religiose iraniane . Non abbiamo mai avuto alcuna simpatia per nessun tipo di violenza e di dispotismo. Mai. Noi siamo fatti così. Anche quando vittime della violenza degli stati e dei governi siamo noi in Europa, i nostri compagni in America, in Asia, o in Africa. Come i nostri compagni nell'Iraq occupato". "E' per questo che crediamo di aver titolo e dignità sufficente (si, lo crediamo davvero di averne i titoli e la dignità) per chiedervi la liberazione immediata e incondizionata di Umberto Cupertino, Salvatore Stefio e Maurizio Agliana. Insieme al corpo di Fabrizio Quattrocchi. Una richiesa quest'ultima che rivolgiamo a voi in qualità di uomini e combattenti, e che siamo sicuri capirete fino in fondo per sua irrinunciabile importanza". "Abbiamo titolo per farvi questa richiesta non per risolvere un problema, considerato con fastidio e irritazione pre-elettorale dai rappresentanti politici e militari del nostro governo che ha contribuito in modo determinate alla guerra contro l'Iraq e che contribuisce ora all'occupazione del vostro paese, ma abbiamo titolo per rivolgerci a voi perché ci consideriamo in pari-dignità con i milioni di cittadini iracheni che rifiutavano la guerra, rifiutano con forza e orgoglio l'occupazione così come rifiutano il terrorismo. Tutti i terrorismi e tutte le forme di terrorismo". "Perchè noi siamo fatti così". La Redazione di Reporter Associati redazione@reporterassociati.org

Bocca Con le bugie riappare l'uomo nero Sul dramma dell'Iraq mentono tutti: da Bush a Berlusconi. Mentre ci si dovrebbe fermare di fronte alle prospettive atroci, da ultimi giorni dell'umanità Mentono tutti, in modo stentoreo, ufficioso o ufficiale, anche se sanno che nessuno li crede: capi di governo, cardinali, onorevoli, generali. Un generale dell'aviazione dice: "No, non siamo in guerra. Perché? Ma è chiaro, chiamasi guerra quella contro un nemico dichiarato, che nel caso nostro manca". I cronisti annotano senza eccepire. E ci hanno appena ferito 11 soldati a Nassiriya e noi ne abbiamo appena spediti al loro creatore non si sa quanti, forse 30, forse cento. Mente il grande imperatore dell'Occidente cristiano George Bush: "Se necessario manderemo altri soldati, 50 mila, 100 mila fino alla vittoria". Ma che ci propone, questo texano? Che rincorrendo il fantasma di Osama Bin Laden faremo la guerra all'Iran e poi al Pakistan, all'India, alla Cina? Fino all'apocalisse atomica? No, questo è meglio non dirlo, non piacerebbe ai sudditi. Mente il capo del governo in visita ai nostri soldati a Nassiriya e mentono o sono costretti a mentire anche i soldati: "Gli iracheni sono dalla nostra parte. Ci sono amici". Ma se vi hanno appena sparato da tutte le parti, dalle case, dalle moschee, dai bazar... "No, quelli che ci sparano sono delinquenti comuni, gente venuta da fuori". Proprio così, come si diceva un tempo dalle nostre parti dell'uomo nero, venuto da fuori. Si mente a raffica: capigruppo parlamentari, ministri, segretari di partito, da soli o in gruppo: "Siamo in Iraq e ci resteremo per portarvi la democrazia". Ma quale, ma come! Stiamo uccidendola, soffocandola in casa nostra, stiamo tornando dovunque a Stati di polizia, inquisitori, dominati dalle minoranze dei ricchi e dei sapienti e abbiamo la faccia tosta di raccontare che porteremo la democrazia fra milioni di poveracci, divisi fra sette religiose, tradizioni tribali, speculazioni petrolifere? Eppure bisogna vederle e rivederle ogni giorno in televisione le facce di questi sepolcri imbiancati, questi patrioti che chiamano disfattisti quanti si interrogano sulla follia del mondo. Ci sono i mentitori di professione, pronti a tutto che si credono intelligenti, passano per intelligenti, per aver rimesso assieme quattro o cinque volte le tesi insensate della guerra continua, dell'America provvidenziale, della infallibile Condy Rice dai tailleur di Armani. I realisti, i cinici, che trovano una ragione ineccepibile dei massacri che si sono succeduti nella storia precisamente nel fatto che sono inesplicabili. "La guerra è un'arte bella", diceva un nostro professore in prima ginnasio, un Pindaro spelacchiato. A noi adolescenti non pareva, ma se lo pagavano per ripeterlo, un'arcana ragione doveva pur esserci. Oggi tanto arcana questa ragione non è più: la guerra è bella e necessaria per quelli che ci guadagnano su e che mandano gli altri a farla. Il potere in America crede di aver appreso la lezione del Vietnam: non più soldati di leva, una leva eguale per tutti, poveri e ricchi, ma mercenari che, come dice il nostro Berlusconi che ha una sincerità disarmante, "guadagnano bene e possono fare carriera". E incidentalmente crepare. Ma i ricchi e potenti si sbagliano se pensano di conquistare il mondo con i mercenari: i mercenari gli imperi li mandano alla malora. Gli intelligenti e i cinici a pagamento le studiano tutte per giustificare le guerre: la violenza è sempre necessaria e fa sempre cassetta, come sanno i Mel Gibson, che mettono assieme la Passione di Cristo con quella degli incassi. La violenza è anche ragionevole come dice la nostra Oriana che fa una vita disperata pur di sparare best-seller. Ma questa volta i cultori della guerra, veri o per lucro, dovrebbero esitare, fermarsi, rifiutare le menzogne del potere di fronte alle prospettive atroci, autolesioniste, da ultimi giorni dell'umanità che si aprono con le guerre continue e con il terrorismo che generano. .espressonline.it

Bush in Italia il 4 Giugno (di Stefano Olivieri) Due piccioni con una fava. Con la sua visita in Italia, annunciata per il 4 di giugno, George Bush pensa certamente alle sue elezioni : farà visita al cimitero americano di Anzio, dove sono sepolti i soldati americani che hanno liberato l’Italia dal fascismo. In quell’occasione – ne siamo certi – il nostro premier non mancherà di accompagnare l’amico, dimenticando che se l’aiuto statunitense è stato certo importante, fondamentale è stato per la liberazione l’apporto della Resistenza italiana, quella dei partigiani. Anche loro hanno dato la vita per il nostro paese, eppure ieri il premier italiano ha scelto ancora una volta di non ricordarli. Grande statista davvero il nostro, a corrente alternata. Con la sua visita in Italia ad una settimana esatta dalla data delle elezioni europee Bush vorrà certo anche testimoniare il suo appoggio alla Casa delle libertà che detiene il governo di casa nostra. Uno sponsor politico forte e spregiudicato, che farà gonfiare il petto agli atlantisti genuflessi di casa nostra, da Berlusconi a Martino. Il presidente americano viene in Italia ma pensa all’Irak e vuole blindare con il suo sigillo l’alleanza italiana alla guerra preventiva, in un momento in cui l'atlantismo europeo vacilla. Ma in un mese può succedere di tutto, la situazione in Irak e in medio Oriente precipita di ora in ora e potrebbe darsi che lo scenario attuale non sia quello che avremo il 4 di giugno. Al peggio, si sa, non c’è mai limite. Di una cosa siamo certi, anzi certissimi : per la visita di Bush sarà predisposto un poderoso spontaneo comitato d’accoglienza nazionale che vorrà testimoniare l’opinione che ha la maggioranza degli italiani sulla guerra in Irak, sulla politica estera italiana e sulla linea neoimperialista perseguita dal governo neoconservatore americano. E non saranno solo cittadini italiani : c’è già un patto forte e solidale fra i pacifisti di tutto il mondo, e il 4 giugno verrà rinsaldato. Se Berlusconi spera di trasformare la visita del presidente Usa in Italia in un gigantesco spot elettorale per la destra al governo, dovrà ricredersi in fretta. E dovrà anche stare attento ai giochetti in tv, perchè dopo il voto di Strasburgo dell’altro ieri l’Europa tutta seguirà con la massima attenzione l’evento. Seppure quel giorno dovessero arrivare rigide veline a Rai e Mediaset, ci saranno gli altri network europei a testimoniare l’ostilità del popolo italiano a questa sporca guerra e a chi la vuole. Un popolo diverso, dai focolarini ai radicali di sinistra, dai comunisti ai cattolici, ma fortemente unito al suo interno dalla fede pacifista. Che il 4 giugno darà una mano decisiva alla campagna elettorale non di Bush, e tanto meno a quella di Berlusconi. Sarà il nuovo JFK americano a ringraziarci, vedrete. liblab.it

Silenzio totale dal governo, Berlusconi parte per Londra di Daniela Amenta «Fra qualche ora il Governo riferirà sul sequesto dei tre italiani in Iraq e su quanto accaduto allo stabilimento Fiat di Melfi». L’annuncio di Publio Fiori, presidente di turno dell’assemblea di Montecitorio, resta appeso tra i banchi della Camera. Il governo diserta l’aula, prende altro tempo ancora, nonostante il montare sempre più drammatico degli avvenimenti in Medioriente. Nessuno sembra in grado di fornire spiegazioni al Paese sul quale ora pende il pesantissimo ricatto delle Brigate Verdi di Maometto. Tace il primo ministro, chiamato personalmente in causa dall’ultimatum dei rapitori, tace il resto dell’esecutivo, nonostante le assicurazioni di Fiori. «Ritengo sia giustificata la presenza del governo in tempi brevissimi per dare chiarimenti - aveva detto nel pomeriggio - . Credo che una richiesta del genere sia stata già avanzata dal presidente e quindi...». E quindi niente. Il vuoto, il silenzio. Ribadito dal ministro Giovanardi: «Nelle consultazioni intercorse tra il presidente della Camera e la presidenza del Consiglio si è ritenuto di confermare la linea già espressa la scorsa settimana in ordine all’inopportunità di affrontare in un dibattito parlamentare la questione degli ostaggi, mentre sono in corso le connsultazioni diplomatiche finalizzate alla loro liberazione». Oggi Berlusconi, come previsto, volerà nel Regno Unito per incontrare Blair. Colazione a Downing Street per trattare il tema dell’Iraq. A Londra. A Roma, invece, il loquace premier sceglie la strategia del mutismo. Non partecipa neppure alla riunione convocata da Gianni Letta a Palazzo Chigi con i ministri Frattini, Pisanu e Martini, ed il sottosegretario Bonaiuti. Un vertice cui hanno partecipato i vertici dei tre servizi segreti. Berlusconi tace e sparisce, manca anche il summit interno. Il portavoce Paolo Bonaiuti dice, però, che quella del presidente «è una scelta di coerenza». «Ha deciso di non rilasciare altre dichiarazioni - spiega Bonaiuti - ma sta seguendo minuto dopo minuto la vicenda degli ostaggi italiani». L’incontro a Palazzo Chigi, per fare il punto sulla situazione, dura meno di un’ora. Al termine altre bocche cucite. Per tutti parla un laconico comunicato. «Il governo ha fatto e continua a fare tutto il possibile per la liberazione degli ostaggi in Iraq e per la restituzione della salma di Fabrizio Quattrocchi. Il governo confida che in un momento così delicato e difficile nessuno si presti a strumentalizzare politicamente questa drammatica vicenda». Richiesta perfettamente inutile, perché l’intero mondo politico, più che polemizzare, si stringe ai familiari degli ostaggi, sceglie di non cedere ai ricatti dei sequestratori e chiede notizie sull’evolversi della vicenda. Notizie azzerate. Un vuoto comunicativo grave dopo le immagini del video trasmesso da Al Arabya. Anche per questo il segretario dei Ds, Piero Fassino, ha chiamato il sottosegretario Letta. Per avere ulteriori informazioni. Ma è silenzio, appunto, interrotto da brevi comunicati. Come quello della Farnesina che raccomanda massima attenzione agli inviati italiani in Medioriente e li invita a mantenersi in stretto contatto con la delegazione diplomatica italiana a Baghdad. E questo è quanto. L’unico a rilasciare qualche dichiarazione è il vicepremier Fini, da New York. «Siamo lieti che i nostri lavoratori siano ancora vivi. Il governo continua a fare tutto quello che può per riportarli a casa. Senza parole di troppo. Non si parla ma si lavora». Fine della comunicazioni. unita.it


aprile 26 2004

Al-Qaeda e il "Messaggio all’Europa" di redazione Il Middle East Media Research Institute (MEMRI) ha ottenuto e tradotto una copia dell'ultimo messaggio di Osama Bin Laden, che offrirebbe un trattato di pace (sulh) ai paesi europei che ritirino le loro truppe dai paesi arabi, mentre gli Stati Uniti continuerebbero a essere il bersaglio di una lotta legittima. Presentiamo i brani più interessanti del messaggio. (1) "L'11 settembre e l'11 marzo sono il risultato che ricade su di voi'. Questo è un messaggio ai nostri vicini al nord del Mediterraneo, con la proposta di un trattato di pace, in risposta alle reazioni positive che vi sono emerse." "Quello che è successo l'11 settembre e l'11 marzo è il risultato di ciò che avete compiuto. Noi con questo messaggio vi avvertiamo … che la la definizione di terrorismo che date di noi e delle nostre azioni non è altro che la definizione di voi data da voi stessi, dato che la nostra reazione è dello stesso genere dei vostri atti. Le nostre azioni sono una reazione alle vostre, che sono la distruzione del nostro popolo come sta avvenendo in Afghanistan, in Iraq e in Palestina." "Basta vedere l'evento che ha scioccato il mondo – l'assassinio di Ahmed Yassin, anziano e paralizzato – sia la grazia di Allah su di lui – e noi facciamo la promessa davanti ad Allah di vendicare [questo assassinio] colpendo l'America, se Allah lo vuole." "Con quale criterio di benevolenza i vostri morti son giudicati innocenti mentre i nostri son considerati senza valore? Secondo quale scuola di pensiero il vostro sangue è considerato sangue mentre il nostro è acqua?" "Perciò è solo giusto rispondere per le rime, ed è maggiore la colpa di chi ha cominciato per primo …" Continueremo a combattere gli Stati Uniti e l'ONU "Quando guardiamo a quanto è successo e sta succedendo, i massacri nei nostri paesi e nei vostri, emerge un fatto importante, ossia che si esercita un'oppressione e su di noi e su di voi da parte dei vostri politici che mandano i vostri figli, contro la vostra volontà, nei nostri paesi per uccidere ed essere uccisi." "Pertanto entrambe le parti hanno l'interesse a opporsi a quelli che versano il sangue dei popoli per i loro meschini interessi, nel ruolo di lacchè della banda della Casa Bianca…" "Questa guerra rende milioni di dollari alle grandi compagnie, sia fabbricanti d'armi sia quelli che operano per la ricostruzione [dell'Iraq], come può essere la Halliburton e le sue consorelle …" "E' chiaro come il sole a chi ha giovato l'aver appiccato il fuoco di questa guerra e di questo bagno di sangue: Sono i mercanti di guerra, le sanguisughe che gestiscono la politica del mondo da dietro le quinte." "Il presidente Bush e quelli della sua specie, i giganti dei mass media e l'ONU … tutti sono un pericolo mortale per il mondo, e la lobby sionista è il loro membro più pericoloso. Col volere di Allah, noi continueremo a combatterli …" "Io con questo offro un trattato di pace all'Europa" "Perciò, per contrastare le occasioni per i fabbricanti d'armi, e come conseguenza dei positivi sviluppi che sono emersi nei fatti recenti e nei sondaggi presso l'opinione pubblica, che hanno accertato che la maggior parte dei popoli europei vuole la pace, io raccomando … la costituzione di una commissione permanente per sviluppare fra gli europei la consapevolezza della giustezza delle nostre cause, in particolare quella della Palestina, e che si faccia uso delle grandi risorse mediatiche a questo fine." "Io con questo offro loro un trattato di pace, la cui essenza è il nostro impegno a por fine ad azioni contro ogni paese che si impegni a sua volta ad astenersi dall'attaccare i musulmani o dall'intervenire nelle loro questioni, compresa la congiura americana contro il più vasto mondo islamico." "Questo trattato di pace si può rinnovare alla fine del mandato di un governo e la formazione di un altro, con il consenso delle due parti." "Il trattato di pace diventerà esecutivo con la partenza dell'ultimo soldato di ogni dato paese europeo dalla nostra terra." "Le porte della pace resteranno aperte per tre mesi dalla diffusione di questa dichiarazione. Chiunque respinge la pace e vuole la guerra sappia che noi siamo uomini di guerra, e chiunque vuole un trattato di pace e lo sottoscrive, noi con questo documento siamo pronti a concedere questo trattato di pace con lui." "Smettete di versare il nostro sangue per proteggere il vostro sangue. La soluzione di questa facile-difficile equazione sta nelle vostre mani. Sappiate che quanto più a lungo indugiate tanto più peggiorerà la situazione, e se ciò dovesse accadere non incolpate noi, ma voi stessi …" "Per quanto concerne quelli che mentono al popolo e sostengono che noi odiamo la libertà e uccidiamo per il gusto di uccidere – la realtà dimostra che noi diciamo la verità e loro mentono, perché l'uccisione dei russi avvenne solo dopo l'invasione da parte loro dell'Afghanistan e della Cecenia; l'uccisione di europei ebbe luogo solo dopo l'invasione dell'Iraq e dell'Afghanistan; l'uccisione di americani nella battaglia di New York avvenne solo dopo che essi diedero il loro sostegno agli ebrei in Palestina e dopo l'invasione della Penisola Arabica; e i loro morti in Somalia solo dopo l'operazione Restore Hope. Noi li abbiamo ristabiliti (ossia respinti) senza speranza, con la grazia di Allah." Note (1) Tv Al Jazira (Qatar) e Tv Al Arabiyya (Emirati Arabi Uniti) Grazie a Middle East Media Research Institute (MEMRI) MEMRI P.O. Box 27837 Washington DC 20038-7837

Commissione Ilaria Alpi : polemiche e progressi di red Agitazione nella Commissione parlamentare d'inchiesta sulla morte di Ilaria Alpi e del collega Miran. Il vicepresidente Raffaele De Brasi ha dichiarato che ''La commissione non è stata costituita per processare i magistrati che si sono occupati del caso, ma per ricercare la verità sull'omicidio, basandosi sui fatti''. Risponde iIl presidente Carlo Taormina: ''L'onorevole De Brasi non mostra il dovuto equilibrio nella valutazione di quanto accade in Commissione, né sembra informato sulle ipotesi investigative sulle quali la Commissione stessa sta operando. Nessuno ha il dente avvelenato contro nessuno, ma nemmeno addolcito''. Enzo Fragala' (AN) membro della Commissione, accusa: ''L'onorevole De Brasi, con l'abusata tecnica della menzogna togliattiana, ha attaccato l'onorevole Taormina, reo di condurre i lavori della Commissione Ilaria Alpi senza guardare in faccia nessuno". Per evitare ulteriori gaffe giornalistiche e' stata stabilita la preventiva censura per i comunicati stampa da parte della presidenza della commissione. Nel frattempo la TAC sui resti di Ilaria Alpi, di cui Taormina aveva chiesto di disporre la riesumazione, ha rivelato la presenza di schegge di proiettile. Esse sono state trasferite alla scientifica del ministero dxegli interni per gli eami balistici. Una delle cose che si mira a stabilire e' se l'omicidio sia avvenuto a distanza o da vicino, come una vera e propria esecuzione. by www.osservatoriosullalegalita.org

Chi ha paura del crollo del muro di Gorizia di ALBERTO STATERA Sabato primo maggio, cadrà l'ultimo "muretto" d'Europa, quello che separa Gorizia, Italia, da Nova Gorica, Slovenia. I pezzetti del muro diventeranno un gadget, come capitò a Berlino. E sul piazzale Transfrontaliero comune alle due città sarà inaugurato un mosaico di cubetti di porfido e acciaio inox di 160 metri quadrati. Ci saranno Romano Prodi, il premier sloveno Anton Rop, musiche, canti, balli e fuochi d'artificio. Ma pur se cade l'ultima "cortinuccia di ferro" nel giorno in cui, oltre alla Slovenia, entrano nell'Ue gli altri nuove nuovi partner, la cerimonia sarà un po' sottotono. Non è previsto che vi partecipi il presidente del Consiglio italiano, che vedrà invece il premier sloveno sul confine con l'Austria. A stare ai programmi, non ci sarà neanche il ministro degli Esteri Frattini, ma solo un sottosegretario usato sempre per episodi minori di rappresentanza. Tanto che il governatore del Friuli Venezia Giulia Riccardo Illy si è lamentato: "Se ci sarà Rop non vedo perché non debba esserci Berlusconi". A parte il fatto che Berlusconi gli incontri ravvicinati con Prodi non li gradisce affatto, in realtà, la ragione è ben chiara: al governo in carica la Slovenia non piace né poco né punto, tanto che il momento più critico nei rapporti tra i due paesi si raggiunse nel 1994, all'epoca del primo governo Berlusconi, che tentò di bloccare l'adesione del vicino all'Ue. Perché? Ma perché quelli sono ancora comunisti, divisavano i grandi politologi berlusconiani. Con qualche giustificazione dovuta al fatto che in effetti nel 1991 in Slovenia non c'è stata alcuna rivoluzione , ma solo una morbida transizione. D'Altra parte, per una nazione grande come la Puglia, nella quale fu Maria Teresa a portare la scuola e la burocrazia, costa di più costruire una nuova élite o trasformare la vecchia? Lì hanno trasformato la vecchia, realizzando una transizione di velluto che ha dato i suoi buoni frutti. La destra fatica a capire questo processo politico, tanto che il "Delo", principale quotidiano sloveno ironizza sulla curiosa sindrome italiana. Mentre Gorizia si appresta ad accogliere la Slovenia preparando una piazza comune con Nova Gorica, Trieste continua ad affermare la propria italianità: "le due città sono così distanti tanto da sembrare di non far parte della stessa Nazione". Quella élite ex comunista che tanto inquieta l'animo di Berlusconi e dei suoi ha comunque compiuto un miracolo, facendo della Slovenia il paese economicamente più stabile, con i migliori parametri tra quelli dei paesi che stanno per entrare nell'Unione europea. E questo suscita non dissimulata freddezza e persino qualche paura. Non sarà che i vicini, confinanti con noi lungo 232 chilometri, una volta in Europa, conquisteranno quote di mercato con imprenditori preparati, basso costo del lavoro, turismo alle stelle e porte aperte agli investimenti? Illy si è già dovuto confrontare con la questione degli addetti agli autotrasporti, che perderanno posti di lavoro per la concorrenza slovena. Ma ora è alle prese con una questione più complessa detta della "moratoria selettiva". Il governo italiano ha stabilito che gli abitanti dei paesi che entrano in Europa potranno muoversi nel territorio comune europeo, ma non per i prossimi due anni se cercano lavoro. Illy ha scritto una raffica di lettere ai ministri degli Esteri Frattini e del Lavoro Maroni per spiegare quanto questa scelta sia miope, nel momento in cui le imprese italiane sono a caccia di manodopera: "Ti chiedo scrive nell'ultima lettera a Maroni di trattare in maniera selettiva il libero flusso di manodopera dalla Slovenia per giungere quanto prima alla stipula di un accordo bilaterale con tale paese". Ma Maroni nicchia, sembra poco propenso ad abolire il periodo transitorio. Persino la Confindustria tace. Così la caduta dell'ultimo muretto d'Europa non avverrà con il massimo della solennità. Forse perché persino la Slovenia, che non è la Cina e che ha la metà degli abitanti di Roma, ormai ci fa un po' paura. statera@ilpiccolo.it

Attenti all’Europa a tre velocità" MARCO MAROZZI Adesso arriva addirittura l'Europa a tre velocità: la ripresa che sta investendo l'economia mondiale sta accentuando le differenze di marcia dei paesi europei. E Germania ed Italia sono al palo. Romano Prodi lo racconta dal suo osservatorio di Bruxelles. «La ripresa registrata negli ultimi mesi sostiene il presidente della Commissione europea è timida e vede un'Europa spaccata in tre categorie: un gruppo di paesi con un tasso di sviluppo al di sopra del 3 per cento, un secondo con una crescita compresa tra l'1,5 e il 2 per cento e una terza categoria costituita dalla Germania e dall'Italia, dove il livello della ripresa è inesistente per problemi infrastrutturali e congiunturali». «Siamo assistendo ad una divaricazione sempre più accentuata tra gli stati europei» lancia l'allarme Prodi. Dall'Italia Giuliano Amato rilancia: «Il livello della ripresa è inesistente in Italia a causa di problemi infrastrutturali e congiunturali. Assistiamo a una divaricazione tra i paesi europei e il momento di una grande sfida su questo terreno saranno le politiche per i prossimi cinque anni». Secondo le previsioni della Commissione il tasso medio di crescita nell'area euro dovrebbe salire all'1,7 per cento nel 2004 e al 2,3 per cento nel 2005, valori che salgono al 2,0 e 2,4 per cento considerando l'intera Ue e che sono quasi identici a quelli delle previsioni dell'autunno scorso. La crescita nelle aspettative dovrebbe arrivare dalla domanda interna, che a sua volta dovrebbe essere sostenuta dall'accelerazione degli investimenti fissi nel corso del 2004, seguita da un più graduale rilancio della spesa per i consumi privati. Un forte apprezzamento del tasso di cambio dell'euro potrebbe pregiudicare l'attività soprattutto nel settore manifatturiero dell'area euro, specie in quegli Stati in cui la crescita economica ha dovuto recentemente essere sospinta dalla domanda esterna. Gli indicatori delle inchieste Ue suggeriscono che i consumatori sono poi ancora riluttanti ad impegnarsi in acquisti di beni durevoli di grande entità. Poi rimane sempre l'incubo terrorismo. Per quel che riguarda l'occupazione, la protratta fase di rallentamento dovrebbe continuare a pesare sull'andamento del mercato del lavoro. La crescita dell'occupazione dovrebbe essere limitata allo 0,3 per cento nel 2004, per registrare un valore un poco migliore, lo 0,9 per cento, nel 2005. Prodi insiste: «Bisogna che l'Europa riprenda la cabina di regia che negli ultimi decenni ha progressivamente perduto». Il momento della grande sfida, secondo il presidente della Commissione, sono i prossimi cinque anni: «La nuova sfida che viene dall'Asia dice non è temporanea né fragile ma sistemica, a cui bisogna far fronte con progetti forti e iniziative radicali, la risposta europea è ancora da articolare e da definire». Gli elementi di preoccupazione, secondo Prodi, vengono dall’esiguità delle risorse a disposizione investite in formazione delle risorse umane, nell'innovazione e nello sviluppo. Un tema su cui lui batte da tempo. Il presidenteeconomista dubita che l'Unione europea possa diventare l'economia più competitiva al mondo entro il 2010, come si era prefissata al vertice di Lisbona nel 2000. «Credo che sarebbe più onesto ammettere commenta che non saremo in grado di raggiungere Stati uniti e Giappone entro la fine del decennio». «Rischiamo di non raggiungere il nostro obiettivo se le cose non cambiano» avverte facendo un punto sui sogni di inizio decennio quando siamo quasi a metà strada e il suo mandato europeo sta finendo. «La revisione a metà percorso non può essere una scusa per limitare le nostre ambizioni» sferza. «Già a partire da quest'anno, dobbiamo guardare in faccia la realtà, vedere quali sono i progressi realizzati e quali non sono stati realizzati. Non possiamo accontentarci di rimandare costantemente l'obiettivo. Non ha alcun senso fissare degli obiettivi se non c'è la volontà reale di realizzarli, la coerenza e gli impegni finanziari per attuare questi obiettivi». La ricetta? «La soluzione è obbligata. ripete Prodi Istruzione, risorse umane, ricerca, ricerca, ricerca, ricerca. Noi non possiamo mica fare la concorrenza con i bassi salari dell'India o della Cina. Noi dobbiamo posizionarci con gli Stati Uniti e invece spendiamo troppo poco nelle risorse umane. Occorrono non solo le riforme ma soprattutto occorre capire che dobbiamo essere i protagonisti dell'innovazione. Senza investire nei giovani e nell'innovazione noi diventiamo di serie B nel mondo». Prodi la cui Commissione mercoledì 28 formalizzerà la proposta di avviso di procedura di infrazione delle regole comunitarie nei confronti dell'Italia per un rischio di chiusura del rapporto deficit/pil nel 2004 del 3,25, se non vi saranno manovre aggiuntive si dice convinto che Francia e Germania rientreranno presto sotto la soglia del 3 per cento. «Hanno preso l'impegno di mettere in ordine i conti a medio termine e io credo che questo lo faranno» dice a proposito dei due paesi che hanno sfondato il tetto fissato dal Trattato di Maastricht ma contro cui non sono mai scattate sanzioni per il blocco deciso dai ministri dell'Economia dei 15, in uno scontro con la Commissione di cui sempre mercoledì si occuperà la Corte di giustizia europea di Lussemburgo. Affari & Finanza

Lite epistolare Annunziata/Cattaneo LETTERE AL VETRIOLO IN CASA RAI. Lei: "Lascio l'edificio: qualcuno mi spieghi perchè devo sopportare queste minacce". Lui: "Nessuna intimidazione, la mia una reazione alle continue critiche". L'intervista-scandalo di Bonolis. La Presidente: "Tv terrificante" Lucia Annunziata, presidente Rai Roma, 26 aprile 2004 - ''Caro Direttore, sono le ore 14,12 e prendo atto della tua telefonata, che è durata un minuto e nella quale, a proposito della mia lettera odierna sulla vicenda Bonolis-Bilancia mi hai detto 'tu non mi hai ancora visto incazzato', 'ti faccio vedere i sorci verdi' e 'ti caccio a calci in culo', prima di sbattermi il telefono in faccia''. ''Cara Presidente, non ti ho mai minacciato, ti ho solo telefonato arrabbiato, perche' ogni volta mi parli attraverso lettere pubbliche e sono scattato, al di la' delle mie intenzioni, perché dopo un anno di continue provocazioni mi hai nuovamente offeso, affermando che io 'non sono in grado di gestire questa azienda' e faccio finire sempre le cose a 'tarallucci e vino'''. E' così, attraverso una serie di infuocate lettere, che i due coabitanti dell'azienda pubblica Radiotelevisiva si sono scambiati reciproche accuse, rimproveri e autogiustificazioni, in un balletto di turpiloqui e toni infiammati che fa somigliare sempre più il dibattito in casa Rai ad una (brutta) soap opera. Ma la telefonata è solo l'ultimo episodio di questo rapporto tormentato. Un rapporto che però ormai sembra ormai giunto alla resa dei conti, se Lucia Annunziata ha concluso la sua missiva annunciando di stare andando via da viale Mazzini. Questa grave decisione sarebbe l'esito di una serie di "minacce" ricevute dalla stessa Annunziata dal conduttore Bruno Vespa. ''Ti ricordo - scrive infatti la presidente al direttore generale- che pochi giorni fa ho ricevuto da Vespa a seguito delle mie posizioni sul suo programma due missive con frasi minacciose, che ti ho girato. Credo che il mio lavoro di Presidente di Garanzia si fermi al di qua dall'essere minacciata. Per cui informo te e il Consiglio che lascio l'edificio e farò ritorno solo se e quando qualche Autorità di questo paese avrà la bontà di farmi capire per quali ragioni io devo sopportare tutto questo''. Invece il direttore della Rai Cattaneo non vuol sentire parlare di minacce, ma parla piuttosto di una "reazione" alle continue provocazioni ricevute. ''Sono pronto ad un chiarimento, alla presenza del CDA e del Collegio Sindacale, sui comportamenti che dobbiamo tenere, almeno pubblicamente - scrive ancora Cattaneo - discutendo anche fino a che grado devo sopportare critiche al di fuori delle sedi competenti che hanno il solo scopo di avere pagine di giornale che danno una brutta immagine della Rai, diversa dalla realta', come i dati economici confermano''. romaone.it

Il luogo del delitto. Il kommersant racconta l'assalto virile di Berluskatz ad una ritrosa operaia russa Berlusconi in Russia con amore A noi moralisti, parrucconi, il Berluskatz, come lo chiamava Bossi, fa un po’ senso. Siamo tutti ad arrovellarci sulla sorte dei tre ostaggi nelle mani di chi sa chi, rabbrividiamo ogni volta che si annunciano morti in Iraq, in Palestina, nel Ruanda, in centro altri paesi dove guerre, violenza, terrorismo, uccidono bambini, donne, anziani. Lui se ne va in Russia a scherzare con il suo amico Putin, ex potente capo comunista del Kgb, e, già che c’è, scherzo tira scherzo, adocchia una bell’operaia nel nuovo stabilimento della Merloni a Lipetsk, come ci raccontano i giornali russi. Il più gustoso è il Kommersant il cui inviato non si è perso una battuta della scenetta ripresa anche da alcune televisioni. Berlusconi si è avvicinato ad un gruppo di operaie, dopo aver detto a Putin che “ voleva scegliere e baciare la lavoratrice più brava e più bella”. Putin ha fatto finta di niente ma il nostro presidente-mandrillo, avvicinata l’operaia che aveva adocchiato, “una donna grande come la Sardegna”, “con tutto il corpo ha fatto il gesto tipico dei teppisti negli androni bui dei cortili, quando importunano una ragazza che rincasa”. La donna, che non ha gradito, si è spostata cercando riparo dietro le altre operaie. Sentite il giornalista russo: ”Il signor Berlusconi- scrive- in passato deve aver fatto esperienza con donne anche più rapide di questa e ha iniziato spudoratamente a baciarla in faccia”. Il racconto si diffonde in altri particolari poi alla fine Berluskatz, come lo chiamava Bossi, ha “scosso l’operaia ridendo: qualcuno ha temuto che volesse magari stenderla sul pavimento”. Operaia che ha rifiutato di dargli un bacio. Insomma si presenta un presidente del consiglio assatanato, in versione maschio latino e, perfino Putin che ha fatto spesso buon gioco a cattiva sorte, dice il giornalista del Kommersant non lo sopporterebbe più. Però moralismo a parte, il Berlusconi bisogna prenderlo cos’ì com'è altrimenti ci facciamo una mallatia e lui se la godrebbe. Ridiamoci sopra. Però una riflessione vogliamo farla. Se fosse stato Fassino ad allungare la mano, la notizia sarebbe stata nascosta come è avvenuto per Berlusconi? Ci figuriamo già cosa avrebbero scritto Belpietro, Feltri, Farina, cosa avrebbe detto Socci, i risolini ironici di Vespa con annesso psicologo a commentare. Si sarebbe scomodato anche il Galli Della Loggia che avrebbe subito trovato qualche collegamento fra gli ex comunisti e il terrorismo con la povera operaia russa come vittima sacrificale. Così va il mondo. Ma fino a quando? [Punk]www.aprileonline.info

MEDIASET CENSURA LA GIALAPPA'S La puntata di ieri sera di "Mai dire domenica" è andata in onda su Italia 1 in edizione ridotta: un'ora e un quarto circa di programma al posto delle consuete due ore. Tutti i pezzi che prevedevano battute sui politici sono stati tagliati perché, spiegano i tre della Gialappa's Band, "Mediaset ci ha comunicato venerdì che intendeva rispettare le regole della par condicio in vista delle elezioni". Visti i precedenti il pensiero corre subito alla parola censura. "Chiamatela come volete - risponde Marco Santin a nome del trio - ma certo non siamo stati noi a decidere di autoridurci. La nostra scaletta era pronta da martedì, ma solo venerdì il direttore di rete, Luca Tiraboschi, ci ha riferito la decisione dell'azienda. E da allora la trasmissione ha letteralmente perso i pezzi ora dopo ora". Sono saltate sette scene, tra cui il pezzo di Giobbe Covatta nei panni di Dante, che non risparmiava battute al vetriolo su Berlusconi. "Se accadrà anche la settimana prossima, forse ci rifiuteremo di andare in onda - dice Santin - In Rai ci risulta che ci sia una direttiva precisa di Cattaneo che un po' tutti gli artisti hanno rispettato nei giorni scorsi. Sabato Fiorello parlava di Berlusconi definendolo "il non-alto" e di Fassino chiamandolo Fax. Ma a Mediaset è andata diversamente. Si sono svegliati tutti d'un colpo, ma ad esempio a Zelig, venerdì, Cornacchione ha fatto il pezzo di satira su Berlusconi, come nelle puntate precedenti". Aleggia dunque il sospetto di un trattamento più severo. "Ci cominciano a venire dei dubbi - dice Santin - Siamo molto curiosi di vedere cosa succede nei prossimi giorni agli altri programmi Mediaset, a cominciare da Striscia la notizia. Quanto a Zelig, dico solo che ieri lo ha lodato pure Fede nel suo Tg4, annoverandolo tra i programmi di satira garbati e fatti bene. Forse questo la dice lunga...". megachip.info

Al Arabiya, ostaggi italiani catturati perché «sono spie» di red. Video degli ostaggi italiani La televisione araba Al Arabiya ha appena trasmesso un video nel quale appaiono immagini dei tre ostaggi italiani nelle mani dei ribelli. Nel video, consegnato alla sede di Baghdad anche se non si quando, i tre ostaggi vengono minacciati di morte se «il popolo italiano non condannerà la presenza militare italiana in Iraq». I tre ostaggi italiani tutti con il viso coperto da folte barbe e con il classico vestito arabo bianco, sono ripresi mentre mangiavano. I loro volti apparivano distanti e con lo sguardo assente. Salvatore Stefio, uno dei tre ostaggi, si rivolge alla videocamera e chiede di adempiere «ad ogni richiesta» dei rapitori». Nel comunicato dei guerriglieri si accusa i tre nostri connazionali di essere stati catturati perché accusati di spionaggio. La tv araba ha affermato che il video viene da «un gruppo che dice di chiamarsi la Brigata Verde che ha fatto sapere che li rilascerà se in Italia saranno organizzate manifestazioni di protesta contro la politica del governo in Iraq. Il gruppo ha dato cinque giorni agli italiani per tenere leproteste, altrimenti uccideranno gli ostaggi». Il video degli ostaggi verrà trasmesso dalla tv italiana intorno alle 17:30. Scontri a Falluja Scontri a fuoco sono ripresi a Falluja, dove stamani marines Usa e guerriglieri iracheni si sono scambiati colpi di artiglieria pesante in due diversi quartieri della città. Lo hanno riferito abitanti della città assediata secondo i quali gli scontri nei quartieri di Golan e Shuhada sono scoppiati alle 11:20 locali (le 09:20 italiane). I guerriglieri hanno sparato granate con lanciarazzi mentre i marines hanno usato mitra pesanti montati su veicoli. Dieci militari americani sono rimasti feriti. Ne ha dato notizia un reporter della Cnn aggregato alle forze statunitensi. Razzi sull'ospedale di Mosul Almeno sette civili iracheni sono rimasti uccisi e altri undici feriti in seguito a una serie di attacchi con razzi "katyusha" contro Mosul, nel nord del Paese. Lo ha riferito un portavoce della polizia cittadina, maggiore Hisham Ahmed, secondo cui i razzi sono stati lanciati nell'arco di meno di un'ora e hanno colpito tra l'altro un ospedale, una stazione radio-televisiva e il parcheggio dell'hotel "Ashoor", in pieno centro. Le vittime sono due dipendenti dell'albergo, un cui collega ha riportato gravi lesioni, e cinque medici del nosocomio, ove si sono registrati gli altri dieci feriti. Non è ancora chiaro se vi siano state vittime nel bombardamento dell'emittente. Fonti giornalistiche presenti in loco hanno aggiunto che violente esplosioni sono inoltre risuonate in tutta la città, situata 390 chilometri a nord di Baghdad. Mina colpisce convoglio a nord di Baghdad, 2 morti Due persone sono morte e almeno quattro altre sono rimaste ferite nella potente esplosione che ha colpito un convoglio di quattro veicoli militari Humvee a Baghdad. Secondo una fonte giornalistica, presente sul luogo del sanguinoso agguato, i militari americani hanno infilato due cadaveri nelle sacche. Tra i feriti, tutti civili, anche due bambini. Esplosione a Baghdad, attaccato convoglio Usa Una bomba è esplosa oggi a Baghdad al passaggio di un convoglio americano, nel quartiere di Waziriah (parte nord della città), secondo testimoni. «Ho visto un veicolo americano in fiamme», ha preciato la fonte. Le forze Usa hanno circondato il settore. Una spessa colonna di fumo si alza dal luogo dell'esplosione. Non c'è notizia al momento di vittime. Soldati Forze Usa a Najaf per sostituire gli spagnoli Militari americani sono entrati a Najaf per la prima volta dall’inzio del confronto con le milizie del leader estremista sciita Moqtada al Sadr. Non si tratta dell'inizio dell'offensiva per riprendere il controllo della città, ma di un riposizionamento necessario per sostituire le forze spagnole che si stanno ritirando. Anche se l'avvicendamento non può non avere come scopo anche quello di esercitare pressione sui rivoltosi. Circa 200 militari del secondo battaglione del 37esimo reggimento corazzato hanno quindi fatto il loro ingresso nella base occupata dagli spagnoli, che nella notte è stata colpita da 21 colpi di mortaio e che si trova a soli cinque chilometri dal centro della città, e dai luoghi di culto che vi si trovano. Un soldato salvadoregno è rimasto ferito nell'attacco. Per Sadr nessuna differenza tra soldati italiani e Usa Per Moqtada Sadr non c'è alcuna differenza tra i soldati italiani e quelli americani. In alcune interviste rilasciate dal portavoce del leader integralista sciita e dallo stesso capo religioso ribelle, si leggono parole di fuoco e minacce pesanti per il coinvolgimento italiano nell'occupazione dell'Iraq. Al-Arayi, arrestato e subito rilasciato dalle truppe americane poco dopo un'intervista con la Rai, ha smorzato l'ottimismo di chi vede nel negoziato di Nassiriya un esempio di buona diplomazia italiana. «Non c'è alcuna differenza tra soldati americani e italiani» ha detto, «sono la stessa cosa. Non credo che gli italiani siano riusciti a intavolare un dialogo positivo. Pochi giorni fa i soldati hanno fatto irruzione nella sede del nostro movimento, a Nassiriya: una provocazione inutile, segno che in realtà non si vuole il dialogo». Ancora più pesanti le dichiarazioni di Al Sadr. «Per colpa dell'America vi siete infilati in una trappola» ha detto il leader sciita, «farebbero bene le opinioni pubbliche dei Paesi della coalizione a convincere i loro governanti a ritirare le truppe. Sono profondamente indignato che popoli che si dicono civili restino insensibili di fronte al fiume di sangue che scorre in Iraq». L'Appello di Al Sadr «Gli ostaggi italiani vanno liberati subito e senza alcuna condizione»: l'appello proviene dagli uomini di Moqtada Al Sadr, il leader sciita estremista. A Baghdad, Azem al Araji, il rappresentante di Al Sadr, trasmette l'appello del suo leader. E dell'omicidio di Fabrizio Quattrocchi dice: «Un assassinio, un crimine imperdonabile. Anche Al Sadr l'ha condannato». Al Araji spiega che gli sciiti seguaci di al Sadr sono "contrari" alla cattura di ostaggi e alla loro uccisione, perché‚ «contraddice lo spirito dell'Islam». Ma aggiunge di non credere all'ipotesi di un dialogo positivo degli italiani con il rappresentante di al Sadr a Dhi Qar, al Kharfaji: «Non vedo alcun elemento in questo senso - dice - Perché‚ pochi giorni fa i vostri soldati hanno fatto irruzione nella nostra sede a Nasiriyah? È stata una provocazione inutile, segno che in realtà non si vuole il dialogo». Infine indica la strada per uscire dalla crisi: «Gli americani devono capire che il nostro movimento non può essere escluso dal processo politico. Se ci invitassero a sedere nel consiglio di governo, come chiediamo da mesi, la situazione si calmerebbe». Ferito un soldato britannico a Bassora Un soldato britannico è rimasto lievemente ferito da una bomba esplosa stamane non lontano dal luogo dove stava transitando il convoglio sul quale viaggiava. Nella notte la macchina del presidente bulgaro Georgi Parvanov è stata attaccata a colpi di armi da fuoco. Ieri, il presidente era a Karbala, in Iraq, per una visita lampo alle truppe. Non ci sono vittime. Spari a Karbala contro presidente bulgaro in visita Hanno sparato alcuni colpi di arma da fuoco verso la macchina del presidente bulgaro Georgi Parvanov mentre era a Karbala, per una visita lampo alle truppe. Non ci sono state vittime. Parvanov era accompagnato dal capo di stato maggiore esercito, il generale Nikola Kolev, e ha incontrato il governatore americano Paul Bremer e il comandante delle forze terrestri della coalizione in Iraq, il generale Ricardo Sanchez. Il generale bulgaro Kolev ha, dal canto suo, chiesto che una parte dell'equipaggiamento del contingente dell'Honduras che sta per lasciare il paese sia assegnato ai soldati bulgari. unita.it

Commissione della Vergogna di Ferdinando Targetti da l'Unità - 26 aprile 2004 Sei mesi fa l’Unità uscì con due articoli a mia firma sulla questione Telekom Serbia: “Telekom Serbia, i fatti” (5 settembre 2003) e “Le dieci bugie della destra”. (9 settembre 2003). Si sosteneva: 1) che la strategia di sviluppo verso l'Est Europa era da considerarsi razionale. Due. Che il prezzo d'acquisto di Telekom Serbia nel 1997 (893 milioni di marchi, circa 450 milioni di euro, per il 29% della Società) non fu particolarmente alto tenuto conto del boom della telefonia europea di quegli anni, dei processi di liberalizzazione nella UE e di privatizzazione nell'Europa Orientale che investivano anche il settore della telefonia; 3. che di conseguenza non poteva dedursi dai meri dati economici che il prezzo d'acquisto nascondesse tangenti o sostegno politico ad un dittatore; 4. che le scelte di investimento furono frutto di un'autonoma scelta manageriale e non condizionate dal governo di allora di centrosisnitra; 5. che la differenza tra il prezzo d'acquisto e di vendita non fu pagato dal contribuente italiano, ma dall'azionista Telekom. 6. che peraltro l'azionista Telekom aveva ottenuto notevoli benefici economici complessivi dalla gestione manageriale della società in quegli anni e che quindi un'azione di responsabilità contro gli amministratori di Telekom Italia non aveva senso. E si concludeva “che tutto l'affare Telekom Serbia è stato montato dal centrodestra per gettare fango sui leader dell'opposizione; le accuse hanno la consistenza di una bolla di sapone; la ratio dell'operazione è quella per cui una bugia se viene ripetuta mille volte si riesce a farla sembrare una verità”. La settimana scorsa il Presidente di Telekom, Marco Tronchetti Provera e il Presidente del Collegio Sindacale, Ferdinando Superti Furga, hanno inviato all'on Enzo Tarantino, Presidente della Commissione Parlamentare su Telekom Serbia, che aveva invitato il vertice Telekom ad indagare e a valutare eventuali azioni legali contro gli amministratori del 1997 e in particolare contro l'allora capo azienda, Tomaso Tommasi di Vignano, una lettera che anticipa le conclusioni cui sono giunti i membri di un comitato di tre saggi indipendenti (Aldo Cardarelli, Vittorio Coda e Aldo Corasaniti) sulle vicende di quegli anni, che sarà resa nota dal Collegio sindacale di Telekom agli azionisti della società il prossimo 6 maggio. Il verdetto, redatto sulla base dei documenti disponibili (altri sono nelle mani dei magistrati di Torino) si articola su due punti. Il primo dei quali riguarda la denuncia al Tribunale ex art. 2409 nei confronti di amministratori verso cui sussiste il fondato sospetto di gravi irregolarità nella gestione. Il comitato ha ritenuto questo tipo di denuncia proponibile soltanto verso amministratori in carica, mentre quelli che amministravano la società nel 1997 non sono più in carica da tempo. Il secondo punto è ancora più cruciale. “Il comitato ha ritenuto - infatti - non potersi qualificare l'operazione come avventata o irragionevole e conseguentemente che non sussistano i presupposti per esperire favorevolmente un'azione di responsabilità nei confronti degli amministratori allora in carica”. Quelle di Telekom Serbia sono tra le pagine di cui maggiormente dovrebbe provare vergogna il centrodestra italiano. Hanno istituito una Commissione parlamentare (un'alta istituzione dello Stato) per perseguire scopi propagandistici di denigrazione dell'avversario politico. Hanno inventato dei loschi personaggi, dei faccendieri dalla fedina penale sporca, come Igor Marini, che avrebbero dovuto prestare falsa testimonianza contro i leader dell'opposizione. Hanno sostenuto falsità grossolane (come gli enormi oneri che avrebbe sopportato il contribuente italiano). In subordine hanno sostenuto tesi (pagamenti esorbitanti) che inducevano ad avvalorare sospetti di illeciti. Ebbene i faccendieri sono stati smascherati, le falsità sono state svelate, le tesi dei pagamenti esorbitanti sono state dimostrate infondate. Rimane il verdetto finale del Tribunale di Torino. Finora abbiamo avuto sempre ragione noi. Bene hanno fatto quindi i membri della Commissione Telekom Serbia a decidere di non partecipare più alle riunioni di una commissione troppo poco trasparente. Bene hanno fatto Fassino, Prodi e gli altri soggetti politici chiamati a testimoniare a detta Commissione a non presentarsi e chiedere piuttosto le scuse per l'infondatezza di sospetti e di accuse. Bene farebbe quella Commissione parlamentare a chiudere i battenti con una relazione finale di autocritica sui motivi della sua stessa istituzione.

Gli errori di Bush nel pasticcio iracheno PAUL KRUGMAN da Repubblica - 26 aprile 2004 L´11 aprile dello scorso anno, subito dopo la presa di Bagdad da parte delle forze Usa, scrissi che l´Amministrazione Bush aveva un «modello di conquista seguita da un pernicioso disinteresse», e che la stessa cosa sarebbe probabilmente successa in Iraq. Devo purtroppo dire che quelle preoccupazioni erano giustificate. SEGUE A PAGINA 25 IL PASTICCIO IRACHENO E TUTTI GLI ERRORI DELLA CASA BIANCA È ormai opinione largamente condivisa che l´Amministrazione abbia «preparato in maniera fallimentare la missione del mantenimento della sicurezza e della costruzione dello Stato in Iraq», per citare Anthony Cordesman, del Center for Strategic and International Studies (finora non certo noto per essere ostile a Bush). Così come gli esperti di peacekeeping avevano previsto prima della guerra, le forze di invasione erano scandalosamente inadeguate al mantenimento della sicurezza nel dopoguerra. E questo problema è stato aggravato da una sequela di errori madornali: non essere intervenuti per fermare i saccheggi alla fine della guerra, lo scioglimento dell´esercito iracheno, l´annullamento delle elezioni locali, la nomina di un Consiglio governativo provvisorio dominato da exilés senza base politica e con l´esclusione di importanti gruppi locali. La lezione delle ultime settimane è che l´occupazione non si è mai ripresa da quegli errori iniziali. La resistenza, cominciata in quei primi mesi di caos, si è estesa. Gli uomini delle forze di sicurezza irachene hanno lasciato il loro posto o sono passati dall´altra parte. Gli attacchi ai convogli si sono moltiplicati, le strade più importanti sono state chiuse e la ricostruzione ha rallentato quando non si è proprio fermata. Il deterioramento della sicurezza impedisce di fare progressi, la mancanza di progressi alimenta la disillusione e la disillusione alimenta la resistenza. Perché era prevedibile che sarebbe andata così? La vittoria sprecata in Afghanistan era un precedente lampante. Ma i difetti dell´amministrazione Bush che hanno portato alla crisi attuale erano già visibilissimi nei mesi successivi all´11 settembre. Fu chiaro fin da subito che il presidente Bush era disposto a spendere cifre enormi per la difesa, ma non era disposto a spendere abbastanza per la sicurezza. E l´11 settembre non ha incrinato il fanatico impegno di questa Amministrazione a favore di privatizzazioni ed esternalizzazioni, con un viluppo inestricabile di ideologia liberista e smania di proteggere e ricompensare le aziende amiche. L´Amministrazione, poco ma sicuro, non era preparata ai prevedibili problemi di sicurezza in Iraq, ma si è mossa rapidamente ? in violazione del diritto internazionale ? per imporre la propria visione economica. Il mese scorso Jay Garner, il primo amministratore americano dell´Iraq, ha detto alla Bbc che uno dei motivi della sua rimozione era stata la sua volontà di far svolgere le elezioni in tempi brevi. I suoi superiori volevano prima privatizzare le industrie irachene, secondo un piano che, secondo Garner, era stato preparato alla fine del 2001. Nel frattempo, l´Amministrazione ha assegnato appalti senza gare d´offerta o una, anche minima, supervisione. Ha inoltre sistematicamente bloccato le proposte finalizzate a sottoporre le spese alla revisione del Congresso, o a imporre severe penali per truffa. Il clientelismo e la corruzione sono fattori importanti nel circolo vizioso iracheno. Questa settimana il programma della radio pubblica Marketplace trasmette una serie di servizi intitolata The Spoils of War (Il bottino di guerra), che documenta un livello di corruzione in Iraq peggiore di quello che perfino i critici più severi sospettavano. Lo spreco di denaro, si potrebbe obiettare, è l´aspetto meno grave, anche se ormai le spese militari ammontano a 4,7 miliardi di dollari al mese. L´Amministrazione, come era prevedibile, sta cercando di nascondere le necessità finanziarie fino a dopo le elezioni; Cordesman prevede che l´Iraq avrà bisogno «di più di 50-70 miliardi di dollari all´anno per almeno due anni fiscali». Ma la cosa più importante è che il reportage di Marketplace conferma ciò che è stato riportato da più parti, e cioè che l´opinione comune in Iraq è che i membri del Consiglio governativo, nominati dagli Usa, stanno usando la loro posizione per arricchirsi, e che le aziende americane stanno facendo lo stesso. Il linguaggio idealistico di Bush potrà persuadere gli americani, ma molti iracheni ritengono che le forze Usa siano lì per sostenere un regime corrotto, non la democrazia. E adesso cosa succederà? C´è un crescente pessimismo riguardo all´Iraq, panico perfino, tra i nostri esperti di sicurezza. «È una battaglia estremamente incerta», dice Cordesman, che, gli va riconosciuto, osa anche dire l´indicibile: potremmo non riuscire a «finire il lavoro». Ma giovedì scorso Condoleezza Rice ha presentato ai parlamentari repubblicani quella che il senatore Rick Santorum ha definito «una relazione molto ottimistica». Pessime notizie. Il pasticcio iracheno è stato creato da funzionari che credevano quello che volevano credere e ignoravano i fatti scomodi. Sembra che non abbiano imparato nulla. PAUL KRUGMAN (Traduzione di Fabio Galimberti) -------------------------------------------------------------------------------- Ds Milano - Rassegna stampa

Albertini s´infuria col Polo "Maggioranza suicida" L´ultimatum: o si chiude il bilancio o me ne vado ANDREA MONTANARI da Repubblica - 26 aprile 2004 «La mia pazienza sta finendo. Ciò che sta accadendo nella maggioranza è un caso di depressione presuicida». È un Gabriele Albertini furente quello che ieri , alla vigilia dell´ennesimo tentativo del consiglio comunale di eleggere come suo presidente l´ex capogruppo di Forza Italia Enzo Giudice ha attaccato senza mezzi termini il partito di maggioranza relativa. Reo di aver paralizzato con una serie di veti incrociati l´attività di palazzo Marino. Sullo sfondo anche il rischio del commissariamento del Comune, se il bilancio non sarà approvato entro il 31 maggio. Oggi ci sarà un nuovo tentativo di eleggere il presidente del consiglio. Forza Italia ha confermato la candidatura Giudice, ma la Lega ha ribadito: «Senza la convocazione di un vertice non lo voteremo nemmeno questa volta». Signor sindaco, cosa sta accadendo alla sua maggioranza? «È incomprensibile e inqualificabile come un consenso elettorale così cospicuo, il più consistente della storia repubblicana, sia disperso in lotte intestine, personalismi. E tutto solo per occupare un posto. La trovo una vicenda veramente umiliante per la nostra amministrazione». In questa situazione che fine farà il rimpasto? «È paradossale che ci sia chi pensi più ai posti in giunta o in altri ruoli piuttosto che a un dovere di legge come l´approvazione del bilancio. Il rimpasto all´inizio lo voleva la Lega, che ora sembra essere meno interessata di altri a farlo. È un eventualità che si può discutere e approvare se c´è il necessario consenso dell´intera maggioranza e non solo di un partito». A proposito di bilancio, teme il commissariamento? «L´approvazione del bilancio è un obbligo di legge. Anzi, è il primo atto di governo di un´amministrazione. Invece c´è chi disperde la fiducia di mezzo milione di persone in cose così poco nobili. Fossero dei troni da imperatore, re o da Papa, ma di tratta di normali cariche amministrative. Non più importanti certo del governo della città per cui siamo stati eletti». Una soluzione non potrebbe essere l´elezione di un presidente di garanzia come chiede l´opposizione? «Il presidente del consiglio è di per sé una carica di garanzia. Non è detto che eleggerlo nelle fila dell´opposizione darebbe maggiori garanzie rispetto a come si è proceduto in questi ultimi sette anni». Il centrosinistra chiede solo di decidere insieme il candidato. «Il presidente lo elegge la maggioranza del consiglio comunale. Il mio obiettivo non è quello di unificare maggioranza e opposizione, ma quello di eleggere il presidente. Detto questo, ben venga una convergenza anche da parte di altri, ma ribadisco: non è il mio obiettivo». Pensa che dovrà intervenire anche questa volta come mediatore Silvio Berlusconi? «Andare a disturbare il premier per cose di questa natura in un momento come questo con la guerra, i nostri ostaggi in Iraq mi sembrerebbe umiliante anche per lui. È una questione che dovrà risolvere chi l´ha provocata». E cioè? «I consiglieri della maggioranza e in particolare quelli di Forza Italia. Io posso mettere a disposizione solo la mia buona volontà, ma non più di tanto». Altrimenti? «Lo dico chiaro: non tengo né al mio posto attuale, né a quello di Strasburgo». Le sta scappando la pazienza? «Diciamo che siamo agli ultimi minuti. Ci sono ancora pochi giorni per risolvere la questione, poi se il consiglio comunale deciderà di essere inadempiente ai suoi ruoli istituzionali il primo a prenderne atto, e quindi a trarne tutte le conseguenze del caso sarò proprio io». -------------------------------------------------------------------------------- Ds Milano - Rassegna stampa

Argentina: stabilità politica e crescita economica moderata L’Argentina nel corso dell’ultimo anno ha fatto grandi passi avanti, incrementando in maniera considerevole il proprio PIL. L’amministrazione Kirchner sembra aver conquistato l’opinione pubblica, tuttavia grossi problemi ostacolano ancora la ripresa del paese. La crisi energetica ed i debiti rallentano la crescita economica dell’Argentina, rappresentando un grosso interrogativo per il futuro dell’attuale governo. (Cristina Pongiluppi) Equilibri.net “I motori” dell’economia Uno dei settori di maggior crescita dell’economia argentina è quello automobilistico. Dopo sette anni di recessione l’industria dell’automobile sembra guardare con interesse al mercato argentino. Grazie alla svalutazione della moneta locale (peso) dal 2002 le esportazioni sono notevolmente aumentate. La produzione ed il commercio, sia dei veicoli leggeri sia dei veicoli pesanti, ha subito un considerevole incremento dal gennaio-febbraio 2003. Mentre nella categoria dei veicoli leggeri l’aumento della produzione è stato del 39%, il mercato delle esportazioni dei veicoli pesanti ha visto un incremento del 42%. Le registrazioni delle automobili hanno subito una crescita del 147%, le vendite, rispetto all’anno passato, sono aumentate del 193%. L’ondata positiva che ha investito il mercato automobilistico dell’Argentina ha ovviamente interessato le grandi multinazionali del settore che si sono adoperate per rinnovare i loro accordi con i rivenditori ed i produttori locali. Fra le principali industrie spicca l’interesse di: · Volkswagen (Germania) che ha pianificato un investimento in Argentina di 200 milioni di dollari per i prossimi tre anni. · General motors (Usa) i cui investimenti saranno pari a 20,5 milioni di dollari. · Peugeot (Francia) che investirà 55 milioni di dollari per produrre in loco il modello 307, al momento importata dalla Francia. · Fiat (Italia) che utilizzerà 10,7 milioni per riavviare l’attività; i piani sono di produrre 70.000 unità entro il prossimo anno. · Daimler Chrysler (Germania) che spenderà 8 milioni di dollari per incrementare le vendite nel settore. · Renault (Francia) che investirà 10,7 milioni. Fino ad oggi, la svalutazione della moneta brasiliana aveva fatto sì che le grandi multinazionali si interessassero per lo più alle operazioni in territorio brasiliano. La moneta argentina, al contrario, rimasta ancorata al dollaro americano fino al gennaio 2002, solo nel corso degli ultimi anni ha subito una svalutazione che ha modificato le dinamiche del mercato globale. Crisi energetica all’orizzonte L’amministrazione Kirchner, in carica da soli dieci mesi si trova a fare i conti con un’importante crisi energetica. La ripresa economica dell’Argentina potrebbe subire una battuta d’arresto il prossimo giugno, a causa della mancanza di gas naturale ed all’ondata di siccità che ha colpito le fonti idroelettriche del paese. I gestori dell’energia hanno provveduto alla riduzione delle erogazioni per 30 grandi industrie, mentre il ministero dell’energia ha sospeso le esportazioni di energia elettrica al vicino Uruguay. Trattative sono in corso per riuscire ad importare gas naturale dalla Bolivia e dal Brasile. Nestor Kirchner solo di recente, e dopo aver subito pesanti pressioni da parte del FMI, ha autorizzato un aumento dei prezzi dell’energia elettrica, circoscrivendo tuttavia l’aumento delle tariffe alle grandi industrie consumatrici ed ai distributori. La manovra del governo sembra però tardiva, secondo un dirigente di una compagnia produttrice nel settore: “Anche con un’impennata nei prezzi, non potremmo estrarre gas e metterlo in produzione in meno di cinque mesi.” Secondo la compagnia leader nel settore energetico, per far fronte al mercato interno sarebbero necessari investimenti per un ammontare di 900 milioni di dollari. Ogni investimento è stato tuttavia sospeso quando il governo di Duhalde, nel 2002-2003, congelò le tariffe. Mentre gli imprenditori lamentano l’incapacità dell’attuale governo a fronteggiare la crisi, i funzionari in carica puntano il dito contro la precedente amministrazione. L’Argentina è ricca di gas naturale le cui estrazioni suppliscono al 50 % del fabbisogno nazionale. Negli ultimi dieci anni, inoltre, la produzione del settore si è praticamente raddoppiata, grazie alla privatizzazione della compagnia di stato YPF. I gruppi privati che si occupano della produzione di energia, affermano che il paese sta andando avanti grazie allo sfruttamento delle riserve a disposizione, riserve energetiche che stanno tuttavia lentamente scemando a causa di un incremento della produzione (aumentato dal 1992 al 2002 del 220%) non accompagnato da un incremento delle esplorazioni, alla ricerca di nuovi giacimenti. La crescita del PIL del paese, che nel 2003 ha subito un incremento del 8,7%, potrebbe subire un arresto proprio a causa dei frequenti black-outs, che potrebbero ostacolare la produzione industriale. Fra le industrie vittime dei tagli imposti dai gestori dell’energia ci sono firme note come l’Acindar, produttrice di acciaio, la Peugeot, produttrice di automobili e la Loma Negra, produttrice di cemento. Daniel Cameron, segretario per l’energia, rivolgendosi alle industrie, le rassicura, affermando che il governo utilizzerà le riserve del nord dell’Argentina per far fronte all’emergenza, inoltre importazioni dalla Bolivia sono già state prese in considerazione, mentre le esportazioni al Brasile ed all’Uruguay saranno momentaneamente sospese. Il Brasile potrebbe anche intervenire in aiuto dell’Argentina ricordando che, tra il 1999 e il 2001, l’amministrazione argentina aiutò il governo brasiliano ad uscire da una grave crisi energetica. Argentina FMI, raggiunto l’accordo Lo scorso marzo il governo argentino ha pubblicato una seconda impegnativa, assicurando alcuni punti fondamentali nelle relazioni del paese con il Fondo Monetario Internazionale. L’argentina si è impegnata ad adoperarsi per riuscire a far fronte agli 81 miliardi di euro di debito che ha contratto nel corso degli anni. La comunicazione giunge dopo la notizia di un’approvazione da parte del FMI della seconda revisione dell’accordo triennale siglato lo scorso settembre. Otto paesi si astennero nel corso della prima revisione avvenuta in gennaio, tra i quali: Gran Bretagna, Italia e Giappone. “L’argentina si impegnerà in trattative costruttive con tutti i rappresentati dei gruppi creditori, incluso il Comitato Globale Degli Azionisti Dell’argentina (GCAB).” Il presiedente Kirchner, che sulle prime si era rifiutato di utilizzare il termine “negoziazione” e che non aveva voluto riconoscere i rappresentati del GCAB quali aventi diritto ad essere rappresentati nella vicenda, si è visto costretto a riconsiderare le proprie posizioni. “Il governo tratterà in maniera costruttiva e trasparente con i creditori e darà la dovuta considerazione ad iniziative e proposte.” Inoltre nella lettera si legge: ”Il tentativo di evitare un approccio frammentario alla ristrutturazione del debito” sarà finalizzato allo sforzo di presentare un’offerta che consenta un’appropriata soglia minima di partecipazione, necessaria ad una ricostruzione ampiamente appoggiata.” Il Fondo Monetario Internazionale è stato al centro di numerose critiche dopo il flop dell’economia Argentina, considerata la punta di diamante nei suoi progetti ed accreditata quale esempio di modello riformistico. Anna Kruger, direttore amministrativo del FMI, in un discorso a New York, ha apostrofato la vicenda come un chiaro esempio della comune “riluttanza al cambiamento, al confronto con cambiamenti strutturali che sarebbero stati un elemento essenziale ai fini del successo della riforma macroeconomia.” Secondo Anne Krueger, i problemi incontrati in Argentina non sono altro che il frutto dell’indisciplina fiscale e delle insufficienti riforme strutturali. L’era di Kirchner Nestor Kirchner, del Partito Giustizialista, per incrementare la crescente popolarità che ha acquisito dal maggio 2003, quando è stato eletto, punta molto sull’allontanamento della politica di governo dalle precedenti teorie di libero mercato sostenute negli anni 90. L’intento dell’attuale amministrazione, secondo Kirchner, è quello di ripulire la politica. A quanto preannunciato dal presidente Kirchner, il ruolo dello stato nella politica Argentina aumenterà notevolmente sia in termini di regolamentazione sia in termini di nuovi stimoli. L’amministrazione deve, inoltre, far fronte alle pressanti richieste degli investitori stranieri. Se si vuole, infatti, portare avanti il trend positivo dell’economia sarà necessario incrementare e rafforzare ulteriormente la situazione economica interna. Le autorità cercheranno tuttavia di attirare nuovi inventori attraverso la creazione di regole precise e diritti di proprietà. Al contempo, un debole tasso di scambio influirà positivamente sulle esportazioni ed il passo moderato della richiesta interna contribuirà a mantenere l’inflazione sotto controllo. Conclusioni Alla luce di quanto considerato, è facile prevedere che, se l’Argentina riuscirà a superare i due pesanti ostacoli rappresentati dalla crisi energetica e dal debito estero, il futuro economico del paese sarà ricco di opportunità che il nuovo governo non sembra disposto a farsi sfuggire.

Il palinsesto di Berlusconiland La vita virtuale nel segno del consumo. La politica del sogno. Il presidente senza passato. La docile misura del vero e del falso -------------------------------------------------------------------------------- Carlo Freccero -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- Le più apocalittiche previsioni della fantascienza prevedono un sistema assoluto di controllo. La presa di potere di Silvio Berlusconi ha una componente di maggiore creatività. Più che nell’ambito della repressione, la sua attività si iscrive nel segno della produttività: produzione di desiderio, produzione di consumo, produzione di una realtà virtuale e parallela. La storia della progressiva smaterializzazione della società e dell’economia, ha nella biografia di Berlusconi il suo specchio fedele. Berlusconi esordisce come impresario edile. Il mattone è il simbolo della materialità del bene-rifugio. Ma tutte le tappe successive della sua carriera vanno nella direzione del consumo immateriale. La città Milano 2 deve essere dotata di una tv via cavo. Il dettaglio, l’accessorio, la televisione di quartiere, diventano ben presto l’obbiettivo, il centro intorno a cui ruotano le attività economiche del neonato Gruppo Fininvest. Berlusconi ha firmato un’introduzione all’Utopia di Tommaso Moro. Con questo scritto ha voluto sottolineare la sua vocazione di utopista. Molti utopisti sono stati urbanisti e viceversa. L’Utopia è la realizzazione della città ideale: Milano 2, con i suoi prati, i suo laghetti artificiali e i suoi edifici di mattoni rossi. Costruendo Milano 2 forse Berlusconi pensava di realizzare la sua personale utopia. Ma l’utopia è prima di tutto un non luogo, sogno, spazio virtuale. E come tale è, quindi, per definizione irrealizzabile almeno nella materialità dello spazio reale. Ma Berlusconi è il primo utopista a cui sia riuscito il compito impossibile di realizzare veramente l’utopia, conservandone la collocazione immateriale del non luogo. L’utopia di Berlusconi è un regno costruito sull’immateriale. La sua dimensione è il consumo. Ma nella sua immaterialità è assolutamente reale e si costruisce come sistema con una serie di tappe successive assolutamente coerenti: la televisione, la pubblicità, i supermercati (la Standa), il risparmio gestito, previdenza e assicurazioni, il calcio, la politica, la società dei sondaggi. Come nelle parti di un puzzle, ogni dettaglio si inserisce accanto agli altri per colmare un vuoto e delineare un disegno coerente. La televisione è finanziata dalla pubblicità. Ma la pubblicità è finalizzata al consumo. Così, dopo Canale 5 e Publitalia, Berlusconi acquisisce la Standa, il luogo dove il consumo si realizza. Ma il consumo è piuttosto un fenomeno immateriale, e la Standa – nella sua materialità – verrà espulsa dal sistema. Con questa prima fase del processo si è compiuta la fase della smaterializzzazione della vita privata degli italiani. È una vita virtuale letta nella prospettiva del consumo. La Standa è diventata la Casa degli italiani. Per usare una definizione di Nilsen, “la famiglia è l’insieme delle persone che consumano in comune”. Un mondo parallelo che esalta con la pubblicità la dimensione sacra della tradizione e degli affetti, ma il cui collante e il cui fine è il consumo. La seconda fase della presa di potere berlusconiano è costituita dalla creazione del partito politico ed il suo avvento al governo. Questa fase ha uno stretto legame con la prima e, ancora una volta, è il consumo a fare da unione tra le due dimensioni. Alle spalle della discesa in politica di Berlusconi c’è il crollo del muro di Berlino. Ufficialmente, il muro di Berlino viene abbattuto per il desiderio di libertà delle popolazioni dell’Est, ma tutti sanno che questo simbolo della segregazione e della guerra non poteva sopravvivere alla privazione dei consumi a cui erano sottoposte le popolazioni comuniste. Da tempo le tv commerciali diffondevano all’Est immagini di consumo e di abbondanza, irresistibili per le vittime di un economia della privazione e della mera sussistenza. La pressione dell’emigrazione dell’Est sull’Ovest era inevitabile. Il crollo del muro di Berlino concretizza il mito capitalista del trionfo del bene sul male, del consumo sulla mera sussistenza. Berlusconi fa proprio questo mito. L’Italia non ha mai avuto un governo comunista e un passato di privazioni. Da questo momento viene creato. Berlusconi demonizza governi comunisti che non ci sono mai stati: nel ’94 manda in onda spot che ritraggono paesaggi desolati, abbandonati dal dio dei consumi. Da questo deserto lui ci ha salvato con la televisione e ci salverà con il suo partito. Bisogna lasciarsi alle spalle un passato oscuro. Se questo passato non esiste, lo si può sempre creare. La cosa paradossale di questa operazione è la debolezza dell’opposizione a questa propaganda da parte dell’opinione pubblica, ma anche da parte della Sinistra. La storia deve essere riscritta. La storia è scritta nella memoria. Ma la memoria è labile. Mentre l’immagine televisiva, per quanto effimera, è martellante e continua. Anche la Sinistra sente di doversi scusare per una dominazione comunista che non c’è e non c’è mai stata. Miracoli del virtuale. La strada per la politica è spianata perché la politica è sogno, e nello scenario attuale l’unico sogno possibile. Per dirla con Baudrillard, è il sogno delle merci. Ma Berlusconi va più in là. La politica è sogno. Ma è anche spettacolo e agonismo. Da qui l’intuizione dell’equazione calcio = politica. Come gli Orazi e i Curiazi risolsero la guerra con un duello ristretto, così il calcio, nel suo rituale agonistico, mima lo scontro politico. E se in Italia nessuno è in grado di appassionarsi alla vita politica, tutti i cittadini maschi impazziscono per il gioco del calcio. Berlusconi esordisce prima come proprietario e presidente di una squadra di calcio, ma, dopo la sua discesa in politica, annette alla politica tutto l’armamentario di retorica patriottica che il calcio trascina con sé. Da sempre, in Italia l’amor di patria è represso da una sorta di pudore. L’inno nazionale e la bandiera sono reperti archeologici. I mondiali di calcio sono lo spazio simbolico in cui il tricolore e l’inno di Mameli ritrovano vita e generano commozione nella platea. Berlusconi fa proprio il tricolore, il colore azzurro della maglia nazionale, il grido di incitazione “Forza Italia”. Un nuovo patriottismo si radica negli italiani, un patriottismo che non ha radici nel nostro Risorgimento, ma nel tifo calcistico prestato alla politica. Prima di essere Presidente del Consiglio Berlusconi è stato presidente del Milan. Il termine “presidente” per la massa dei tifosi è indelebilmente e naturalmente connesso alla sua persona. Il passaggio dal calcio alla politica è “naturale”. L’ultima fase della realizzazione di una realtà completamente virtuale viene realizzata contestualmente alla presa del potere politico. L’identità di Berlusconi come leader di partito annulla tutte le sue identità precedenti. In particolare, i suoi trascorsi di imprenditore sotto processo per corruzione di giudici e Guardia di Finanza. Tutte le pendenze esistenti a livello giudiziario possono oggi essere lette sotto una nuova luce: la persecuzione sistematica dell’avversario politico. Nasce così il teorema della “magistratura al servizio dei comunisti”. Non importa se la cronologia è contraddittoria: Berlusconi è stato indagato prima di assumere un ruolo politico. Come potevano i giudici ipotizzare il suo futuro impegno? La successione dei fatti viene rovesciata come un guanto. La politica riscatta e conferisce un nuovo significato a “falso in bilancio” e corruzione. L’impegno politico esige altresì uno scontro frontale con i poteri dello Stato per ristabilire la democrazia. I primi atti del nuovo governo sono la depenalizzazione del falso in bilancio e la lotta tuttora in corso per il legittimo sospetto. Ma la riscrittura della realtà si identifica sempre più con un palinsesto continuamente cancellato e riscritto, smentito e riaffermato senza che l’opinione pubblica, ostaggio della labilità della propria memoria, sia in grado di cogliere le contraddizioni, le smentite, le nuove affermazioni. In definitiva, le bugie del governo del Paese. Berlusconi mostra di padroneggiare perfettamente l’universo mediatico contemporaneo. La notizia di oggi cancella la notizia di ieri. Le accuse dell’opposizione, prima ancora di essere formulate, possono essere ritorte contro di essa. Il modo migliore per aggirare e confutare le critiche è prevenirle scaricandole per primi sull’avversario. Nell’universo televisivo, nella società contemporanea vero e falso si equivalgono perché manca un elemento di paragone. Nel flusso ininterrotto di notizie manca un punto fermo, valori solidi, manca un concetto di verità. Nulla può venire verificato e tanto meno falsificato. Manca un’unità di misura inattaccabile. In realtà, nella società contemporanea questa unità di misura esiste ed è il sondaggio. È la maggioranza che di volta in volta stabilisce ciò che è vero e falso. Ed il sondaggio è lo strumento che codifica la maggioranza. In questo senso il sondaggio è l’unico parametro per stabilire la verità. Ma il sondaggio è per la sua intrinseca misura mutevole. Non avrebbe senso sondare la maggioranza se questa non fosse variabile e sfuggente. Il sondaggio è un’unità di misura continuamente soggetta a variazione. Pensiamo ad un metro che si accorcia e si allunga, un peso che si alleggerisce o incrementa. Sarebbe la Babele! Ma pensiamo di intervenire in maniera più pesante barando sul peso, alterando l’unità di misura a nostro piacimento. Se il sondaggio consacra la verità, la massa dei cittadini benpensanti tende ad allinearsi al volere dei più. È il trionfo della democrazia plebiscitaria. Anche l’opposizione che persiste nelle sue opinioni viene svuotata di ogni iniziativa e di ogni volontà. Se la maggioranza ha deciso è utile ed impopolare opporsi al suo volere. Si innesta così un circolo vizioso. La maggioranza crea maggioranza.. ma ipotizziamo per un attimo di barare sui sondaggi: avremo in mano lo strumento più efficace per la vittoria. Sostenendo le proprie ragioni, anche mentendo, possiamo conquistare l’opinione pubblica. Ma sostenendo che l’opinione pubblica è con noi, anche a dispetto della verità avremo uno strumento infallibile di successo. Non ultima l’operazione con cui Berlusconi, tramite un socio, sta rastrellando società di sondaggio. L’universo mediatico berlusconiano sta raggiungendo la perfezione. Il cerchio si chiude e diventa inattaccabile. Berlusconi possiede tutta la TV e direttamente o indirettamente gran parte della stampa. Ma TV e giornali si basano sui sondaggi. Controllare il sondaggio è più importante che controllare i media tradizionali. --------------------------------------------------------------------------------www.globalmagazine.org

Michele Serra Il miracolo del Grande Quqbar La diceria dell'origine saudita di Bush, smentita dalla fisiognomica, trova conferma in una profezia che recita: "Verrà il Grande Quqbar, e con un solo gesto saprà riunire l'Islam in un solo grande popolo" È stato recentemente calcolato che le componenti culturali e religiose in cui è diviso l'Islam sono 174 (si sale a 175 considerando anche Franco Cardini). In totale disaccordo l'uno con l'altro, i diversi Islam si combattono da secoli sanguinosamente, e ciascuno ha come attività prediletta il tentativo di sterminare il nemico interno (da qui i numerosi studi che sostengono l'origine islamica della sinistra italiana). Ma un'antica profezia araba dell'ottavo secolo così recita: "Verrà il Grande Quqbar, e con un solo gesto saprà riunire l'Islam in un solo grande popolo". L'etimologia di Quqbar è controversa: secondo alcuni significa Presidente, secondo altri Imbecille, e comunque entrambe le interpretazioni convergono sulla figura di George W. Bush. Il Grande Quqbar non può che essere lui, che è riuscito in pochi mesi a mettere d'accordo sunniti e sciiti, Baghdad e Teheran, palestinesi e giordani, indonesiani e marocchini, Hamas e Afef. L'ira furibonda per l'invasione dell'Iraq è così massiccia e concorde che le inimicizie interne sono scomparse come per incanto. Dal punto di vista islamico, un capolavoro politico che neanche il più sagace e prestigioso dei leader arabi avrebbe mai lontanamente concepito. Secondo alcuni ulema (che nessuno ha capito bene cosa sono, ma in un articolo sull'Islam vanno comunque citati), il contributo di Bush alla causa del mondo arabo è stato superiore perfino a quello di Lawrence d'Arabia. Al punto che in alcune scuole coraniche circola una leggenda: Bush sarebbe in realtà uno sceicco wahabita, espulso in gioventù dall'Università di Riad perché durante le esercitazioni di scimitarra aveva evirato per sbaglio il rettore. Per riscattarsi, e per volontà di Allah, si sarebbe candidato alla Casa Bianca con la missione recondita di distruggere gli Stati Uniti e islamizzare la Terra. Questa lettura, pur se ampiamente suffragata dai fatti storici in corso (recentemente, maneggiando un coltello da roast-beef, Bush ha evirato per errore il suo labrador), comincia a preoccupare molti intellettuali arabi: tra gli studenti delle scuole coraniche pare si stia diffondendo un vero e proprio culto di Bush. "Uno che fa delle stronzate così grandiose ai danni dell'Occidente - dicono i laureandi in Digiuno e Supplizio del ridente campus coranico di Quammallah, nel deserto di Baktir - non può che essere uno dei nostri". La diceria dell'origine saudita di Bush, smentita dalla fisiognomica (il presidente, come molti anglosassoni e a differenza dei semiti, è sprovvisto di naso), trova però una singolare conferma nella seconda parte della profezia: "Al fianco del Grande Quqbar comparirà una Dama Nera, che gli dirà le parole giuste da dire, e soprattutto gli spiegherà che è inutile dirle quando il microfono è spento". Scartata l'ipotesi che la Dama Nera sia Michael Jackson (infatti non è nero), è ormai opinione diffusa che si tratti di Condoleezza Rice. Di origine libica (il vero cognome è Raiss), la Rice si finge nera (con il metodo Pece Keeping) su scaltro suggerimento degli analisti elettorali, che dopo un elaborato studio le hanno spiegato che mentre i neri, in America, sono venti milioni, i libici sono trentadue individui in tutto. È lei il vero falco dell'amministrazione Bush: mentre le colombe propendevano per una semplice distruzione dell'Iraq, la Rice propone di ritagliare l'Iraq e trasportarlo al largo dell'Alaska per cambiarne il clima, ostile agli interessi economici americani che in questa fase puntano tutto sugli sport invernali. Alla luce dei fatti, l'imam della moschea di Quorum (dove ha sede la scuola coranica che studia i flussi elettorali) ha lanciato una durissima fatwa contro il candidato democratico Kerry: "Allah ci preservi in eterno l'amministrazione Bush". E in tutte le moschee della Terra si prega perché il Grande Quqbar continui a lavorare per la ritrovata unità dell'Islam. www.espressonline.it

Iraq : kamikaze attaccano terminale di Bassora di red UOltre ad un numero imprecisato di kamikaze, due marine sono morti e altri 5 uomini della coalizione sono rimasti feriti in un attacco suicida alle piattaforme petrolifere nel sud dell'Iraq. Si tratta della prima aggressione per mare compiuta dai militanti islamici iracheni. Le piattaforme 'offshore' di Bassora e Jor Al Amaya, da cui deriva la maggior parte dell'esportazione di greggio del Paese, sono state attaccate da tre imbarcazioni. Il primo attacco e' stato perpetrato contro il terminale di Bassora, prima conosciuta come Al Bakr, ed ha causato l'interruzione del caricamento di greggio. L'imbarcazione e' esplosa accanto ad una barca attaccata al molo, secondo la spiegazione del portavoce britannico, il maggiore Ian Clooney. Non vi sono stati danni apprezzabili, ma gli impiegati del terminale sono stati evacuati in previsione di ulteriori attentati. Una seconda lancia ha attaccato il terminale di Jor Al Amaya. Secondo i metodi abituali della sorveglianza marittima, occorreva avvicinarsi all'imbarcazione per ispezionarla, come indicato da un comunicato USA, ma all'avvicinarsi della motovedetta, con 8 uomini a bordo, si e' avvicinata, la barca e' esplosa facendo affondare l'imbarcazione della coalizione e gettando in acqua la pattuglia che era a bordo. Le autorita' - che ritengono coordinati i due attentati - hanno chiuso il terminale di Bassora e il porto di Qasr. I due morti e i cinque feriti sono cittadini americani. Insorti iracheni hanno attentato piu' volte, negli ultimi mesi, contro oleodotti e dtrutture petrolifere in varie aree dell'Iraq, ma questo attacco e' il primo di questo tipo nell'ultimo anno. L'attacco ricorda per le sue caratteristiche quello perpetrato il 12 ottobre 2000 contro la nave statunitense 'USS Cole' che era ancorato nel porto yemenita Adén. In quella azione morirono 17 marines e 36 restarono feriti. by www.osservatoriosullalegalita.org

ODE A BURIANA FALLACI (di Mim al Lombez ) Tremate o talebani ! e piangete Infedeli La penna di Buriana taglierà barbe e peli ! Strisciate voi serpenti ! Turchi Beduini e Traci I tomi intelligenti, firmati da Fallaci colpiranno i turbanti di imam e sicofanti ! Voi con i caffettani uguali siete tutti : piu' o meno talebani ma sempre farabutti ! La penna-con-le-palle non farà distinzione : v'aspetta a Roncisvalle brandendo lo spadone. Scacciati come cani verrete rispediti nei deserti africani che vi hanno partoriti ! E' il gioco che ora accende Tv e cinecittà . Lo vince chi più offende. "Scontro di civiltà"…. megachip.info

Serial killer a merenda, e la Rai nella bufera di Daniela Amenta «Buon pomeriggio, fra breve entreremo nel bosco tenebroso». Paolo Bonolis tiene alta la suspense, rilancia il pathos. Prima i balletti, poi - come lo definisce il conduttore di Domenica In - «un viaggio nelle radici del male». Lo share si gonfia, come la perplessità e lo sconcerto di molti. Alle 19.15 nel rassicurante salotto di Rai Uno va in onda l’annunciatissima intervista a Donato Bilancia, detenuto nel carcere di Padova dove sta scontando 13 ergastoli e 28 anni di reclusione per l’omicidio di 17 persone. Un’intervista realizzata dallo stesso Bonolis, lo scorso lunedì, grazie alle autorizzazioni concesse dal ministero di Giustizia. «Un punto di non ritorno per le linee culturali dell’attuale Rai - commenta il presidente Annunziata - La scelta di Raiuno dimostra una forte indifferenza culturale, in cui è permesso il sensazionalismo ma si temono i luoghi del confronto di idee». A nulla valgono le proteste del movimento dei genitori, dell’Osservatorio per i diritti dei minori, dell’associazione dei telespettatori Aiart, vicina alla Cei. Il dilatatissimo colloquio tra Bonolis e Bilancia, intervellato da riflessioni in studio, spot e avvertimenti del conduttore («adesso vedremo insieme una scena particolarmente drammatica»), viene trasmesso ugualmente. In fascia protetta, e all’interno di un programma dal registro «familiare». Una scelta messa a segno nonostante tutto, e tutti, con buona pace di Maurizio Gasparri. Il ministro delle Comunicazioni, dopo le segnalazioni delle associazioni, si dice «perplesso», giudica «opportune» le osservazioni mosse, sostiene che «forse alle 19, in un contenitore così popolare, sarebbe stato preferibile proporre altri modelli. Magari un missionario del Ruanda, o un volontario della Croce Rossa, piuttosto che un serial killer». Autodafè di Gasparri e della Rai, oramai votata al reality show in ogni salsa e al sensazionalismo senza frontiere. Il ministro critica, ma le telecamere della prima rete si soffermano sullo sguardo di Bilancia. Inascoltato anche il senatore di An Michele Bonatesta, membro della commissione vigilanza Rai, che invoca l’intervento del direttore generale Cattaneo. «Oltre a essere stato violato il codice di autoregolamentazione tv a tutela dei minori che è una legge dello Stato, si offendono i familiari delle vittime di questo pluriomicida», sbotta Bonatesta. Cattaneo non muove un dito, però. E Bonolis va avanti. Si giustifica in diretta il conduttore: «Vedremo cosa questa benedetta televisione può dire o non dire. Si può sempre ballare o cantare, ma poi non ci chiedete di fare altro e di tentare di capire i perché di ciò che ci circonda». L’intento, dunque, è quello di spiegare al Paese le ragioni di Bilancia e delle «radici del male» in generale. Impresa improba, soprattutto nel pomeriggio festivo, tra la Domenica Sportiva e uno trailer pubblicitario interpretato dallo stesso Bonolis. «Blu Notte di Lucarelli sulla mafia non può andare in onda perchè violerebbe la par condicio. Però può essere trasmessa l'intervista al killer Donato Bilancia - osserva il segretario nazionale dell'Usigrai, Roberto Natale - La Rai, ossessionata com'è dai problemi di controllo politico, si distrae sul resto e si espone a contraddizioni che suonano ridicole. Fra le regole che minuziosamente dice di voler applicare, l’azienda perde di vista la regola prima: quella del buon senso». Natale pone, inoltre, un altro problema. Non proprio da sottovalutare: «ancora una volta il contenitore della domenica pomeriggio presenta uno spazio informativo confezionato senza giornalisti. Anche da questo punto di vista, il rapporto fra le testate giornalistiche e le reti richiede la definizione di nuove norme di convivenza. Troppi sono ormai i casi di sconfinamenti e sottrazioni di ruolo a danno delle redazioni». La performance si tira dietro un fiume di critiche: dal Moige che parla di «episodio televisivo inaccettabile in una società democratica che paga il canone televisivo», al Codacons che bolla Bonolis come «modesto presentatore che si approfitta del pluriassassino per rincorrere audience e soldi degli sponsor», fino all’Ordine dei giornalisti che definisce quella di ieri «una domenica bestiale, senza il supporto di uno straccio di giornalista» né nella stesura nell’intervista, né dopo a commento. In un comunicato congiunto i parlamentari Bielli (Ds), Scalera (Margherita) e De Petris (Verdi)scrivono che «La Rai ricade nel solito errore di una spettacolarizzazione inopportuna che finisce per penalizzare spettatori e professionalità interne». E intanto Bonolis intervista Bilancia. Domande su Dio, sul rapporto col gioco, sui motivi che lo spinsero a uccidere. Siamo davanti la tv per domandarci perché, d’altraparte. Lo ha detto l’anchorman. Che, quindi, incalza: «Guardava negli occhi le sue vittime?». In studio il criminologo Francesco Bruno aggiunge: «E’ un pover uomo di fronte all’orrore di sé stesso». Interviene anche il difensore del pluriomicida, Giovanni Gentilini. Spiega: «Bilancia non è più la stessa persona che venne arrestata. Il problema è che non riesce a comunicare con gli inquirenti la propria revisione critica». Il salotto domenicale si trasforma per qualche minuto nell’aula di un tribunale. Parte un applauso teso. Se non bastasse va in onda anche una scheda sui crimini di Bilancia letta con dizione perfetta e voce profonda sulle note di un tango. Quando arriva il tg delle 20 sembra quasi una liberazione. unita.it

Mezzo milione di donne sfilano a Washington in difesa dell'aborto di Bruno Marolo «La scelta è nostra, non vostra». Con questo striscione sbandierato in faccia a politici e magistrati, almeno 500 mila donne hanno marciato ieri a Washington per difendere il diritto all’aborto. Hanno fatto sentire la loro protesta sotto i palazzi del potere, la Casa Bianca, il Congresso, la Corte Suprema dove i conservatori manovrano per dichiarare superata la storica decisione nella causa «Roe contro Wade», che nel 1973 rese legittima l’interruzione di gravidanza. Sono venute da tutti gli Stati americani, dalla California alla Carolina del Sud, dal Texas al Vermont, e da 60 Paesi stranieri. Un movimento globale si è sviluppato contro la cosiddetta «regola del bavaglio» rimessa in vigore dal presidente George Bush appena si è insediato alla Casa Bianca nel 2001. Di fatto, la regola vieta ai consultori sanitari nei paesi poveri di dare informazioni e consigli per la pianificazione familiare. Le organizzazioni pubbliche o private che trasgrediscono vengono automaticamente escluse dagli aiuti americani. Per denunciare gli effetti devastanti del divieto sono giunte a Washington delegazioni di donne da nazioni africane e asiatiche, dal Kenya alla Thailandia, ma anche da paesi ricchi come la Germania e la Danimarca. «La regola del bavaglio ha un impatto negativo sulla pianificazione familiare in tutto il mondo, e questa è anche la nostra causa», ha spiegato Catherina Hinz della Fondazione Tedesca per il Controllo della Popolazione Mondiale, che ha sede ad Hanover. Le donne americane intanto combattono un’altra battaglia, che sta assumendo un’urgenza drammatica. Il presidente Bush non fa più mistero della sua intenzione di mettere l’aborto fuori legge. La maggioranza repubblicana al Congresso ha approvato negli ultimi tre anni una serie di restrizioni alle quali il presidente Clinton aveva posto il veto. Non soltanto Bush le ha firmate, ma ha annunciato che intende andare oltre. L’ultima parola tuttavia non spetta né al presidente né al Congresso, ma alla Corte Suprema. Cinque dei nove giudici della Corte sono favorevoli all’aborto e quattro contrari. La giudice Sandra O’Connor, che ha compiuto 74 anni il 26 marzo, rifiuta di andare in pensione perché è sicura che Bush nominerebbe al suo posto un giurista contrario all’aborto. Se il presidente sarà confermato per altri quattro anni il diritto all’aborto avrà i giorni contati. Prima di partecipare alla manifestazione, la senatrice Hillary Clinton ieri ha invitato a colazione le organizzatrici della marcia invitando a votare Kerry. «L’amministrazione Bush – ha accusato – è piena di gente che non tollera le leggi contro le molestie sessuali, che è contraria alle pari opportunità, e che considera la legalizzazione dell’aborto una violazione della costituzione». In testa al corteo marciavano Kim Gandy, la presidente di Now – National Organization for Women, e Gloria Feldt, presidente della federazione americana per la pianificazione familiare. Confusa tra la folla ha sfilato Vanessa Kerry, figlia del candidato democratico per la Casa Bianca. Migliaia di dimostranti erano accompagnate dai mariti o dai fidanzati. «Questa – ha ammonito Gloria Feldt – è la marcia per la vita delle donne. È importante sviluppare un movimento che non sia limitato alle sole femministe, ma abbia una base ampia e diversificata, perché il momento è grave per tutti». Lungo il percorso erano appostate 1500 attiviste del «Movimento per la Vita», contrarie all’aborto. «Io ho abortito due volte – ha detto Tabitha Warnica, di 36 anni, di Phoenix in Arizona – ma ora sono pentita. La scelta non spetta a noi donne. Dio decide se dobbiamo essere madri». Due gruppi di donne si sono accampati in Massachusetts Avenue, dove dai lati opposti della strada si trovano la nunziatura apostolica e la residenza del vicepresidente Dick Cheney. Le une manifestavano a favore, e le altre contro il Vaticano per il divieto di fare la comunione imposto ai politici che sostengono attivamente la legittimità dell’aborto. La presa di posizione è stata interpretata come un avvertimento al candidato democratico John Kerry. Sabato Kerry ha fatto la comunione lo stesso, nella chiesa cattolica di San Paolo a Boston. Padre Joe Ciccone, che gli ha porto l’ostia consacrata, ha spiegato: «Ho seguito le direttive della nostra arcidiocesi, che mi ha autorizzato esplicitamente». Padre Christopher Coyne, portavoce dell’arcivescovo, ha aggiunto: «L’arcidiocesi di Boston ha come principio di non rifiutare pubblicamente la comunione ad alcuno. Chiediamo ai fedeli di decidere essi stessi se in coscienza si sentono pronti a riceverla». unita.it

TORTURA di Alessandro Robecchi (per il manifesto) Come italiano sono davvero sollevato: mi potranno torturare, ma una volta soltanto. Spero di non essere sollevato per le palle, perché temo faccia parecchio male anche la prima volta. Dopo l'emendamento leghista passato alla Camera (forse vergato da Bossi direttamente sulla lavagnetta con la quale comunica con i suoi bravi) siamo finalmente un paese più civile, allineandoci in questo al vecchio Iraq di Saddam, alla Corea del Nord e agli amici yankee Guantanamo style, senza dimenticare gli antichi aztechi. Che sollievo. Politicamente, si vocifera di uno scambio: tu mi voti la tortura e io ti voto la Gasparri. Secondo voi, cosa sceglierebbe Silvio se fosse posto al tragico bivio tra il legalizzare la tortura e salvare Rete4? Indovinato. Eccoci qui con la tortura monouso. Niente paura, la legge non passerà con l'emendamento celtico: persino qualche colonnello fascista ha detto (dopo aver votato a favore) di non gradire. Quanto ai centristi - anche loro dopo aver votato - paiono contriti, e il capogruppo Volonté ha detto che farà scudo col suo corpo (testuale) per bloccare la legge. E' la prima volta a memoria d'uomo che il corpo di Volonté serve a qualcosa. Dal punto di vista pratico, la legge cambierà abitudini e procedure, anche la cartellonistica sarà aggiornata, con grandi avvisi tipo: attenzione - vietato torturare per la seconda volta. Ora aspettiamo la circolare esplicativa. Mi spiego: se torturandomi mi strappano le unghie, per dire, la reiterazione scatta alla seconda unghia? Oppure possono strapparmele tutte e dieci (orrore! magari tutte e venti) in una sola seduta, e conta per una tortura sola? Ammetterete che è un punto da chiarire. Del resto per un pubblico ufficiale, l'eccesso di zelo è sempre gradito: se invece di darti una sberla può dartene due, certo non si lascerà scappare l'occasione. Quel che resta sono dubbi di natura più profonda, quasi filosofica. Uno: non avevamo una legge sulla tortura, il che a due secoli e mezzo dal Beccaria suona bizzarro. Due: si è deciso di fare una legge ad hoc, evidentemente perché il problema esiste. Nessuno si mette nel 2004 a fare leggi contro le ordalie, i sacrifici umani o il cannibalismo, semplicemente perché si suppone che quelle cose non esistano più. Ne deduco che non è così per la tortura. Avrei altre curiosità un po' morbose, tipo: potendo torturare la gente almeno una volta, si attrezzeranno speciali salette alla bisogna, tipo Bolzaneto, per intenderci? Oppure ci si affiderà all'improvvisazione, grande qualità nazionale, e ognuno ti potrà torturare dove più gli aggrada o gli fa comodo? Non è un dettaglio, perché con questa norma è evidente che si può torturare soltanto a colpo sicuro, buona la prima. Nessun pubblico ufficiale con la testa sulle spalle e rispettoso della legge correrà l'assurdo rischio di torturarti per due volte (reato!) e si preoccuperà molto di ottimizzare la prima seduta. Servono dunque strumenti adatti, grande professionalità e utensili appositamente studiati e monouso, visto che il secondo è vietato dalla legge. Quindi c'è da chiedersi: esiste la copertura finanziaria per acquistare tubi di gomma, frese, seghe circolari, taglierini per le orecchie, spilloni, fiamme ossidriche e stivaletti malesi? Se non c'è questa copertura finanziaria si potrebbe, che so, tagliare un po' di fondi dagli ospedali, dalla scuole, dalle pensioni, e dedicarli sapientemente al riordino del settore tortura. Porca miseria, per una volta consiglierei di fare le cose per benino! Certo, ogni legge è perfettibile. Questa sulla tortura ha per esempio un grosso difetto: lascia aperta ed irrisolta tutta la problematica relativa alla pervicace resistenza del torturato. Per intenderci: se il torturato non cede alla prima tortura che facciamo, la fa franca? Anche con tutta l'ampiezza di vedute di cui siamo capaci, non è ammissibile che uno stato di diritto dia questa opportunità a un torturato, uno che forse in seguito sarà persino processato! Per fortuna la Lega viene in soccorso anche in questo caso, riempiendo il vuoto legislativo: se dopo la prima seduta di tortura il torturato non ha parlato (è raro, ma capita), si potrà sparargli in testa invocando la legittima difesa. Non sarà necessario nemmeno dimostrare che si è stati aggrediti, basterà sostenere che ha cercato di fregarci qualcosa. Ehi, non ci credete? E' la mia parola contro la sua, e lui è morto! Poi, col cadavere ancora caldo si potrà guardare negli occhi il giudice e allargare le braccia: vostro onore, cerchi di capire, la vittima cercava di sottrarmi gli elettrodi con i genitali!

"Stelle e Strisce" (Storia di una bandiera) di Arnaldo Testi La bandiera a stelle e strisce funziona, negli Stati Uniti, come un potente simbolo religioso. E' il totem della nazione, l'emblema centrale di quella fede nazionale che costituisce la religione civile o meglio l'unica vera religione del paese. La bandiera è onnipresente: sventola nei luoghi istituzionali e pubblici, nei luoghi privati e domestici, sulle merci e sui prodotti del mercato, nei mezzi di informazione e in quelli di intrattenimento. La bandiera è circondata da tabù: dev'essere trattata secondo regole protocollari precise, e chi non le rispetta suscita orrore e scandalo. La bandiera desta emozioni intense: emozioni e sentimenti di coesione, di appartenenza, di orgoglio, di identità individuale e di reazione collettiva, talvolta di vergogna. La bandiera è oggetto riverito di culto in rituali periodici anche quotidiani, e di vere e proprie preghiere come il giuramento di fedeltà. In momenti eccezionali, la sacralità della bandiera e l'emozionalità a essa connessa possono esplodere in manifestazioni clamorose. È successo di recente durante e dopo la guerra del Golfo e naturalmente dopo l'II settembre... Attraverso la storia ricca di aneddoti e non priva di sorprese della bandiera a strisce rosse e bianche che dalle 13 stelle delle origini passa alle attuali 50 è tutta la storia degli Stati Uniti che sfila sotto gli occhi del lettore in una insolita prospettiva. L'autore Arnaldo Testi è professore di Storia degli Stati Uniti d'America presso il Dipartimento di Storia moderna e contemporanea della Università di Pisa. Specialista della storia politica e sociale statunitense tra la fine dell'Ottocento e l'inizio del Novecento, ha pubblicato tra l'altro "L'età progressista negli Stati Uniti" (1984), "La politica dell'esclusione" (1994), "Trionfo e declino dei partiti politici negli Stati Uniti" (2000) e "La formazione degli Stati Uniti" (2003). "Stelle e Strisce" (Storia di una bandiera) Edizioni Bollati Boringhieri Collana «Variantine» Prezzo €9,50

PROFILO BASSO (di Stefano Olivieri) Decisione saggia anche se tardiva, questa di tacere sugli ostaggi italiani. Da quando a Berlusconi il Sismi ha suggerito l’eventualità che anche i “cammellieri da strapazzo” possono essere dotati di sensibilità politica, Palazzo Chigi ha avocato a se il diritto di cronaca su tutta la vicenda. Speriamo soltanto di non aver chiuso la stalla troppo tardi, e che soprattutto i buoi non siano finiti in un dirupo. Ogni paese e ogni governo hanno la stampa che si meritano. L’Italia è ad alto tasso di infiltrazione mediatica e ormai tutto, ma proprio tutto, viene spalmato sui palinsesti televisivi, ignorando target di ascolto, genere di programma e orari. Dalla cronaca alla politica, dal dramma al gossip, ogni notizia viene offerta al pubblico già impacchettata, e non nel modo migliore per favorirne l’interpretazione autentica, piuttosto badando a catturare l’attenzione del telespettatore medio. Ne esce fuori alla fine un’immagine grottesca e purtroppo verosimile del nostro paese : per fermare lo zapping impazzito si fa di tutto, alternando il sangue di Cogne2 a Nassirija, le delusioni amorose di Vieri alle lacrime dei familiari degli ostaggi italiani. Una sorta di sordido interminabile reality show, non sai più dove finisca la realtà e dove inizi la finzione, alla fine l’unica scelta decente sul telecomando è quella di spegnere il televisore. La pagnotta sarà pure importante, eppure la spudoratezza del giornalismo asservito e compiacente è cosa di cui non ci si potrebbe mai vergognare abbastanza. Chissà poi, a proposito di basso (e in questo caso intempestivo) profilo, come verrà commentata da questi eccellenti professionisti della informazione l’assenza del premier (l’ennesima) dalle celebrazioni per il 25 aprile : pare sia andato a Macherio a comporre canzonette con l’amico Apicella, magari una rivisitazione di “O surdate ‘nnamurate” da spedire alla truppe in Irak. Per gli ostaggi era già pronto un’aereo inzeppato di giornalisti, fotoreporter e cameramen. I giornali amici avevano già pronti i titoloni di testa ( e per troppo nervosismo c’è stata anche qualche falsa partenza : vedasi il cinquecolonne “Berlusconi ferma la guerra” di Libero, davvero uno straordinario esempio di mistificazione), furgoni tv armati di satellite stazionavano in permanenza presso le abitazioni dei familiari dei prigionieri. Chissà, forse erano stati pattuiti anche gli spazi pubblicitari, ma alla fine qualcosa deve essere andato storto, i cammellieri comunisti non sono stati al gioco. E il presidente si sarà certo innervosito di questo ritardo, forse è per questo che ha preferito rilassarsi il 25 aprile, invece di dare una mano a Ciampi. C’è da sperare soltanto che, ritemprato dallo stress, non si ripresenti da Vespa, in splendida solitudine, per spiegarci a modo la dolorosa scelta del silenzio stampa. Amen. liblab.it


aprile 25 2004

Quel 25 aprile Il mio 25 aprile di Sergio Lepri Ricordo bene quel giorno; anzi, quei giorni. Nella redazione della “Nazione del popolo”, organo a Firenze del Comitato di liberazione nazionale, eravamo tutti giovani, pieni di idee e di speranze. Che fossimo di estrazione diversa – chi comunista, chi liberale, chi socialista, chi democristiano – non aveva importanza. La Resistenza ci aveva unito e la Resistenza ci spronava a cercare di fare dell’Italia, insieme, un paese più libero e più giusto. In redazione - fra voci, notizie vere e notizie false – l’agitazione era cominciata il 16 aprile. Il marconista (le poche notizie arrivavano per telegrafo, in morse) era uscito dalla cabina telefonica e di corsa aveva porto il foglio al redattore capo: “L’offensiva è scattata”. Sarebbe stato il titolo a tutta pagina del giornale della mattina dopo. Il 17 Mussolini, lasciato il Quartier generale a Gragnano sul lago di Garda, era – si seppe - a Milano, in Prefettura. Il 18 Torino si bloccò per uno sciopero generale che era un’insurrezione e che in un momento si diffuse in tutto il Piemonte. Il 21 le truppe alleate entravano in Bologna, dove già da due giorni combattevano i partigiani (con gli americani c’era anche un reparto del Corpo italiano di liberazione, il “Legnano”). Il 23 gli alleati attraversavano il Po e i partigiani cacciavano i tedeschi da Genova. Il 25; ecco il 25. Per noi, a Firenze, il 25 aprile l’avevamo avuto otto mesi prima, l’11 agosto del 1944, quando i partigiani avevano liberato la città dietro i tedeschi in fuga, mentre gli angloamericani stavano ad aspettare a sud dell’Arno. Per noi quel 25 aprile voleva dire però la liberazione dell’Italia del nord, voleva dire la morte definitiva del fascismo, voleva dire la fine della guerra. Le notizie che arrivavano erano poche e confuse. Le comunicazioni radio erano tutte disturbate. Alla fine si sentì una voce; era una radio che diceva di chiamarsi “Radio Milano Libera”; e si capì che cosa diceva: il Comitato di liberazione dell’Alta Italia aveva dato l’ordine di insurrezione generale e aveva assunto i pieni poteri civili e militari. Da Roma l’Ansa trasmise un “flash” dell’inviato di guerra dell’Associated Press: i tedeschi erano in rotta in tutta la Val Padana e le truppe inglesi e americane stavano avanzando in ogni direzione. “Radio Milano libera” ora si sentiva bene: in tutta l’Italia del nord il popolo era in piena rivolta; l’insurrezione si estendeva a macchia d’olio; Torino era in mano agli insorti e anche Verona e anche Novara; ora anche Parma e Reggio e Brescia. Da tutte le valli i partigiani scendevano nella città. Lo stenografo del giornale riprese (e il giornale pubblicò) il grido della radio: “Avanti, patrioti del nord, perché il prossimo primo maggio possa essere celebrato come il giorno della vittoria”. Il 27 una notizia dell’Ansa: l’Agenzia telegrafica svizzera scrive che Mussolini è stato catturato dai partigiani in una località del lago di Como. Il 29, alle 9 del mattino, “Radio Milano Libera” dette in poche parole la notizia che Mussolini era stato giustiziato e il 30 lesse ripetutamente un comunicato del Comitato di liberazione: l’esecuzione della condanna a morte di Mussolini era la necessaria conclusione di una fase storica e la premessa della rinascita dell’Italia. In quello stesso 29 la Germania chiedeva la resa. Il 30 si diffondeva la notizia che Hitler era morto e il 1° maggio gli stessi tedeschi ne confermavano il suicidio. Il 2 le armate tedesche nell’Italia del nord si arrendevano senza condizioni. Il 3 il primo ministro inglese Winston Churchill inviò un messaggio al presidente del consiglio italiano Ivanoe Bonomi per ringraziarlo del contributo che alla liberazione dell’Italia avevano dato le forze italiane regolari e i patrioti (i partigiani Churchill li chiamava – perché no? - patrioti). Il 7 gli alleati annunziavano la resa incondizionata della Germania. L’8, intorno alle 2 del pomeriggio, nella redazione del giornale entrò di corsa il marconista con in mano il solito foglio di carta velina. Il redattore capo lo lesse ad alta voce: “La guerra in Europa è finita”. Per l’edizione straordinaria fui io incaricato di scrivere un commento. Era il primo articolo di fondo della mia vita e cominciava con una citazione di Charles Péguy. Io ho sempre detto, poi, e insegnato che i giornalisti devono evitare il vezzo delle citazioni letterarie; ma forse mi si può perdonare per quella volta; era la fine della seconda guerra mondiale; e che guerra. Le parole di Péguy dicevano “Da questa festa mondiale di sangue e di morte nascerà un giorno l’amore?”. -------------------------------------------------------------------------------- Io c'ero quel 25 aprile di Giuliano Montaldo Io c’ero quel 25 aprile del 1945. Giovanissimo, ma orgoglioso di essere accanto ai combattenti per la libertà, felice di essere uno di loro. Quando gli americani entrarono a Genova nel tardo pomeriggio di quel giorno, trovarono una calorosa accoglienza poiché con la discesa dei partigiani dalle montagne e con le azioni dei Gruppi che operavano nell’area urbana, Genova era già libera. Rimanevano delle piccole sacche di tedeschi ancora in armi, ma per tutta la giornata colonne di soldati del disciolto Terzo Reich si erano arresi e disarmati. E così avevano attraversato le strade del centro, le stesse piazze e le stesse vie che loro – i tedeschi e i fascisti – avevano tenuto in pugno con arresti, torture nella famigerata Casa dello studente, e deportazioni. Molti episodi sono avvolti nella nebbia di un ricordo lontano e per me, allora quindicenne, anche nell’incoscienza di quell’età. Ma ancora oggi rivedo molto nitido nella memoria un evento. La mattina del 25 aprile venne stampato non più clandestinamente il giornale “l’Unità”, una sola pagina, con un grande titolo: “Genova liberata”. Bisognava portare quel foglio dalla tipografia situata nel centro della città, a Sestri, tra gli operai dei cantieri navali. Come ho già ricordato, qualche sacca di tedeschi in armi era ancora pronta a colpire. E per questo era necessario salire su per le stradine impervie delle colline sovrastanti, aggirare tutta la zona abitata e poi ridiscendere su Sanpierdarena. All’alba era pronto il camioncino scoperto, e senza le corde per legare il carico di giornali rischiavamo di perdere nel vento quelle pagine preziose. Allora, io e altri due ragazzi ci distendemmo sui giornali e mettendo le braccia a croce riuscimmo a trattenere tutta la “merce”. Pur intirizziti dal freddo non perdemmo una sola copia e quando il camioncino arrivò tra gli operai, mi è difficile dimenticare la moltitudine di mani protese ad afferrare quel foglio, e quei volti emozionati che aspettavano di leggere finalmente un giornale che parlava loro di libertà. Quando Carlo Lizzani, pochi anni dopo nel 1950, mi chiamò per il suo film d’esordio “Achtung banditi” – che racconta la guerra partigiana sull’Appenino ligure – per affidarmi il ruolo di Lorenzo commissario partigiano, io accettai quel ruolo sapendo molto bene come l’avrei interpretato. -------------------------------------------------------------------------------- 25 aprile: festa di liberazione di Vittorio Emiliani Una cosa va ribadita in modo inequivocabile : il 25 Aprile è e rimane la festa della liberazione dell’Italia dal nazifascismo nell’abbraccio fraterno fra partigiani, truppe alleate, popolo. Essa segna la fine di una odiosa dittatura che si era imposta con la violenza nel 1922, si era consolidata eliminando ogni forma di dissenso e aveva portato il Paese alle rovine e agli orrori della guerra mondiale, alla deportazione di milioni di ebrei, zingari, omosessuali, oppositori, alla morte di altri milioni di civili inermi nelle città e nelle campagne. Per queste ed altre ragioni non va confusa né scambiata con altri eventi storici. Il 25 Aprile apre una nuova e più compiuta fase di democrazia fondata su di un Parlamento integralmente elettivo (prima il Senato era di nomina regia), sul suffragio universale (prima le donne non avevano diritti elettorali di sorta), su di una forte rete di autonomie locali e poi regionali, su istituti di garanzia di cui l’Italia prefascista non disponeva. Si chiede di trasformare il 25 Aprile in una festa della riconciliazione nazionale fra oppositori e sostenitori del regime fascista. Per noi tale riconciliazione è avvenuta e avviene riconoscendo i valori di democrazia e di libertà riconquistati nell’antifascismo e nella Resistenza e posti a fondamento di una Costituzione democratica e repubblicana che rimane nei suoi princìpi una delle più avanzate e garantiste del mondo. La Resistenza, si sottolinea, fu minoritaria, ed è vero nel senso che, su alcune decine di milioni di italiani adulti, coinvolse circa 200 mila combattenti e altre decine di migliaia di staffette, di fiancheggiatori, di gente comune che nascondeva partigiani, ebrei ed ex prigionieri alleati, inglesi e americani soprattutto. Alle loro scelte va tuttavia assimilata quella di quei militari italiani i quali decisero di combattere con la V e l’VIII Armata, per esempio nella Divisione “Cremona”. Ma in questa data vanno ricordati (perché troppo poco se ne parla) pure quei 600 mila fra soldati e ufficiali italiani i quali dopo l’8 settembre 1943 vennero internati in Germania e passarono venti mesi nei campi di concentramento rifiutando nella stragrande maggioranza l’offerta di uscirne aderendo alla Repubblica mussoliniana di Salò. Molti di essi ne uscirono fiaccati. Tanti non vi sopravvissero. La Resistenza fu pluralista e non “rossa” soltanto (anche se la sinistra vi ebbe grande spicco), vide coinvolti cattolici e laici, socialisti, comunisti, azionisti, repubblicani, liberali, senza partito, sacerdoti e anticlericali. Essa conobbe conflitti e contrasti, ma non mancò di trovare le convergenze unitarie fondamentali durante e dopo la guerra partigiana, attorno al progetto politico democratico e costituzionale. Né ebbe, se non limitatamente, la violenza sanguinaria che, con operazioni di marketing editoriale che si qualificano da sé, vorrebbero ora dipingere i vari Pansa, Petacco, ecc. Dopo i morti e i feriti dello squadrismo fascista, dopo vent’anni di dittatura che avevano mandato in carcere, al confino o in esilio migliaia e migliaia di persone irrogando 28.000 anni di carcere, che avevano costretto all’espatrio oltre 6.000 ebrei e altrettanti ne avevano consegnati per sempre ai lager nazisti, si poteva pensare che tutto si dissolvesse in un attimo come un brutto sogno passeggero dopo la Liberazione? Ci diceva sempre Italo Pietra, il comandante “Edoardo”che con le brigate dell’Oltrepò liberò Milano prima degli Alleati e che diresse poi valorosamente “Il Giorno” e “Il Messaggero”, avendo per due volte l’”onore” del licenziamento politico:”Dopo vent’anni di buio e di conformismo, ricominciammo a discutere di politica, a confrontarci, anche a scontrarci. Sulle idee, sui programmi, Le azioni di guerriglia, sì, sono importanti, ma la Resistenza volle dire soprattutto questo : ritorno alla politica”. Dall’antifascismo e dalla Resistenza nasce la Repubblica, nasce la Costituzione la quale, non a caso, nei primi articoli richiama quella della Repubblica Romana del 1849, collocandosi in pieno dunque nel solco del nostro primo Risorgimento. Che fu certamente nazionale e però animato, come la Resistenza, da uomini i quali con coraggio e preveggenza avevano guardato all’Europa migliore e lottato con essa e per essa. E nella Costituzione del 1948 spiccano, non a caso, quegli articoli 3 e 21 che oggi, avviati con non pochi problemi ad una società multietnica e multireligiosa, ci stanno a cuore perché garantiscono a tutti i cittadini (il primo) pari dignità sociale ed eguaglianza di fronte alla legge e a tutti (il secondo) la fondamentale libertà di espressione tanto minacciata dalla concentrazione di quasi tutta l’informazione radiotelevisiva nelle mani dello stesso capo del Governo. La prima stesura dell’articolo 21 prevedeva che il diritto alla libertà di espressione con ogni mezzo possibile fosse riservata ai cittadini italiani. Fu un deputato di Parma, Gustavo Ghidini, un socialista un po’ appartato, a chiedere, e ad ottenere, che quel basilare diritto (“che a me”, disse,”sembra far parte della personalità umana stessa”) venisse esteso “a tutti”. Una visione di grande lungimiranza e antiveggenza, quanto mai attuale, che dobbiamo, anch’essa, all’antifascismo e alla Resistenza. articolo21.com

La parabola dei movimenti (e di certi professionisti del movimentismo) di Mauro Vespa Appare ormai chiaro che movimenti e girotondi, a distanza di oltre due anni dal Palavobis, non sono stati in grado di trasformarsi in un soggetto politico capace di interloquire e interagire con altri soggetti dotati di una politicità differenziata (i partiti in primo luogo, ma anche i sindacati, i cobas, le associazioni dei consumatori), salvaguardando così nella realtà la propria piattaforma di opinione, "rivendicata" simbolicamente nelle piazze, attraverso una pur minima struttura organizzativa. E così l'opinione è rimasta, appunto, opinione - doxa la chiamavano gli antichi greci, termine che significa però anche parvenza, congettura infondata. L'opinione è rimasta parvenza, mentre la spinta propulsiva dei movimenti si è esaurita o, nel migliore dei casi, disseminata. Per essere molto chiari: girotondi e movimenti non sono riusciti a incidere sul tessuto dei partiti del centro-sinistra, e dei DS in particolare, le proprie istanze e motivazioni (domanda di legalità, etica pubblica, trasparenza nell'amministrazione, negli appalti e nei concorsi pubblici, regolamentazione delle anarchie di mercato e del lavoro atipico, pluralismo dell'informazione, miseria della scuola pubblica e della ricerca universitaria), col risultato che il grande "capitale" tesaurizzato a Piazza San Giovanni il 14 settembre 2002, è stato del tutto dilapidato. Anche fenomeni a mio avviso interessanti - come quelli dei movimenti sardi (che hanno una magnifica rappresentante nell'amica Barbara Fois) o come la scelta di Paul Ginsborg e del Laboratorio per la democrazia di dar vita a Firenze, assieme a Rifondazione comunista, ad una lista contrapposta a quella della maggioranza dell’Ulivo - sono tentativi che si declinano in forma concorrenziale rispetto ai “futuri” riformisti del Listone. Essi nascono perciò proprio dalla presa d'atto dell'impossibilità di trovare o persino di intravedere un Ulivo che non sia una semplice alleanza elettorale ma un progetto di trasformazione capace di parlare alle esistenze delle persone individuandone le priorità socio-economiche reali, i loro bisogni e i loro desideri (in quanto interpretazione di quei bisogni). Un progetto cioè (vi risparmio il “condiviso”) in grado di operare una radicale inversione di tendenza rispetto a quella logica politica e economica, ma anche societaria e individuale, che ha prodotto il fenomeno Berlusconi (in quanto risultato strutturale dunque e non in quanto causa) nell'intreccio tra affari e politica, interesse economico e decisione politica. Ancor prima di invocare personalismi e protagonismi, che pure hanno giocato un ruolo certamente nefasto, è innegabile che un fattore determinante del declino anzitutto culturale dei movimenti sia stato rappresentato dalla singolare dinamica che accompagnò il “dopo” Piazza San Giovanni, vera e propria contraddizione pragmatica che ha scandito due anni di storia “movimentista”: da un lato il rifiuto di qualsiasi forma di organizzazione dei movimenti che potesse avere una qualche aria di famiglia con le strutture partitiche; dall’altro la pretesa che la semplice determinazione negativa (“i movimenti non sono un partito politico”) fosse in grado di far apparire in positivo i tratti distintivi di questo nuovo fenomeno societario che pur si voleva protagonista di una dialettica politica innovativa. E difatti il soggetto "i movimenti" non si è manifestato anche perché la sua soggettività politica - tutta da inventare rispetto a quella dei partiti - non è stata neppure interrogata. Tanto per fare un esempio concreto: il 15 novembre dello scorso anno al teatro Il Vascello a Roma nel corso di un’assemblea generale vennero nominati dei coordinatori nazionali e dei "facilitatori" regionali dei movimenti. Ancor prima di riflettere su cosa hanno concluso coordinatori e facilitatori, conviene domandarsi: che fine hanno fatto? Vale qui, giustamente, la massima aristotelica secondo la quale è buona norma conoscitiva, ancor prima di interrogare che cosa un ente sia, chiedersi se esso sia, se esista. Certo i movimenti, in particolare quelli con finalità sociali e con un forte ancoraggio territoriale, esistono, operano e agiscono in modo a volte esemplare. Ma il discorso riguarda qui i movimenti in quanto soggetto politico, la cui inesistenza è inferibile anche dal fatto che i temi degli incontri movimentisti sembrano essere sempre gli stessi di due anni orsono: rapporti con i partiti del centrosinistra, crisi della rappresentanza, democrazia partecipata, legalità ecc., temi e problemi resi ancora più gravi dai misfatti dell'attuale governo, dalla guerra in corso e dai fini, per nulla chiarificati, abitualmente ascritti a quel futuro macrosoggetto politico chiamato Europa - oltre che, naturalmente, dalle prossime elezioni europee che vedranno parte dei movimenti augurare ai partiti minori del (cosiddetto) Ulivo una netta affermazione elettorale, mentre parte di loro auspicherà una vittoria altrettanto netta del Listone. Che fare allora? Le primarie certo (importante in questo senso l’incontro del 24 aprile a Bologna per la costituzione di un Comitato Promotore Nazionale per le Primarie), ma come primo passo di un cammino in cui dovrà essere ben chiara la necessità di sciogliere il dilemma se vi siano le condizioni per una possibile azione incisiva e correttiva dei movimenti sui partiti (cosa che io non credo, vista la dimostrata impermeabilità di questi ultimi) o se invece non si dovrà cambiare completamente tattica, strategia e persino partita. Ma è chiaro che a questo punto tutto è rinviato al dopo elezioni europee. www.inmovimento.it

Guerra e pace a Babele di Furio Colombo da l'Unità - 25 aprile 2004 Che cosa c’entra la pace col 25 aprile? C’entra perché il 25 aprile è la Liberazione dalla cultura della guerra. C’entra perché chi l’ha combattuta non pensava alla potenza, al dominio, al territorio. Pensava alla libertà. La libertà esiste solo nella pace. La guerra esige silenzio, obbedienza, censura. C’entra perché dal 25 aprile è nata la Costituzione. All’articolo 11 afferma il ripudio della guerra. Lo spiega, con parole bellissime, Nuto Revelli, ufficiale pieno di medaglie al valore e celebrato per imprese eroiche che torna dalla disastrosa campagna di Russia, in cui i soldati italiani erano stati mandati inutilmente a morire, e diventa comandante partigiano. Lo dice nel libro “Memoria di vita e di Resistenza” che trovate oggi con “l’Unità”. Ecco le sue parole: «Resistenza vuol dire fare la guerra ai tedeschi e ai fascisti per un mondo nuovo, il mondo di questa gente, contadini, operai, montanari. È l’ultima guerra: via i fascisti e i tedeschi non potranno esserci più guerre». Ecco perché oggi, 25 aprile, è necessario, parlare, come allora, di libertà e di pace. Lo facciamo oggi, su questo giornale, parlando della guerra in Iraq. Un grande disordine logico e mentale circonda la questione “guerra in Iraq”. Essa tende a trasformarsi, nella mente di molti, in una immensa disgrazia della natura, come il terremoto di Agadir, qualcosa a cui è dovuta solidarietà che si esprime con la presenza. Chi lascerebbe soli i sopravvissuti di un terremoto, fra cadaveri, feriti e macerie? Ma l'Iraq non è un terremoto, è una guerra. “C'è una grande differenza fra una guerra che si deve fare e una guerra che si vuole fare” ha detto il senatore Ted Kennedy, una frase limpida che è diventata il filo conduttore della campagna elettorale del candidato Kerry contro George Bush. La guerra, persino quando appare tragicamente necessaria è sempre una decisione politica. E dunque è inevitabile che quella decisione sia sempre discussa con le ragioni e le contro-ragioni della politica. Ciò che sta accadendo con la guerra in Iraq è di trasformarla in un fatto ineluttabile. Non si può più dare un giudizio sulla guerra. Lo sdegno cade subito, con vistosi accenni al tradimento, su chi da quella guerra si vuole allontanare. Per esempio, il primo ministro spagnolo Zapatero viene visto e indicato come ignobile, o almeno infido, e certo un codardo, per avere ordinato ai suoi soldati di lasciare l'inferno iracheno e di tornare a casa. Il nome stesso di quel politico spagnolo sta diventando sinonimo di qualcosa di brutto. Si dice: “Zapatero” con l'aria di dire “Giuda”. Lo si dice a destra ma non solo a destra. “Alla larga da Zapatero” sembra essere il sottotesto di molte, anche prudenti, dichiarazioni politiche. Il suggerimento forse è: “Un politico che si rispetta non si fa trovare nelle vicinanze di Zapatero”. Forse è la normalità psichica di Zapatero che disorienta. Prende una decisione, la realizza sùbito, e la spiega: primo, questa non è una guerra al terrorismo; secondo, la guerra al terrorismo non si fa con gli eserciti; terzo, inutile fingere: l’Onu non c’è e, per ora, non ci sarà. Stiamo per un momento fuori dalla disputa morale sulla guerra, anche perché danno un giudizio negativo sulla guerra degli Stati Uniti contro l'Iraq molti che non sono pacifisti, che hanno approvato o approveranno altri interventi militari. Teniamoci sul versante poco frequentato del senso logico di ciò che si dice. Da un lato dobbiamo ricordare le modalità dell'entrata in guerra. Dall'altra non è possibile evitare la domanda che è allo stesso tempo, umana, angosciata e logica: come se ne esce? A giudicare da molte cose che si ascoltano nei nostri tristi talk show, si direbbe che lo stato di cose dell'Iraq viene considerato un dato di natura, non una serie di atti politici che molti giudicano una catena di errori. Ora, è vero che lo stato di guerra non può essere dissolto da un giudizio negativo. Ma resta essenziale ricordare di che cosa parliamo, per non perdere il filo e il senso di ciò che accade. La memoria del come si è entrati in guerra è vivissima nella pubblicistica americana. In questo periodo molti best seller, tutti di voci autorevoli o di protagonisti della vita pubblica americana, tutti solidamente documentati, sono al centro dell'attenzione e dei dibattiti. Il più celebre di questi libri è “Piano di attacco” di Bob Woodward, il celebre giornalista investigativo del “Washington Post”. Esplora la mente e il comportamento del presidente americano, prima, molto prima del tragico 11 settembre. Il più importante, per capire la frase di Ted Kennedy e la campagna elettorale di John Kerry (”Una guerra voluta, non una guerra necessaria”) è “Contro tutti i nemici” di Richard Clarke. Clarke ha diretto l'Agenzia americana della lotta al terrorismo e ha lasciato la Casa Bianca meno di un anno fa. Questi due testi, e gli altri che stanno dominando l'attenzione dell'opinione pubblica americana, si pongono domande che non sono un inutile rinvangare su una guerra che è comunque in atto. Dicono che sapere come e perché si è entrati nella guerra fa luce sul come uscirne. Bob Woodward dimostra - anche con lunghe interviste con il presidente degli Stati Uniti, che l'ossessione Iraq è stato il punto di riferimento di questa Casa Bianca da subito, da prima dell'11 settembre, al punto da escludere regolarmente dalla agenda del presidente, e dalle riunioni dei suoi esperti, le questioni che riguardano il terrorismo e bin Laden. Clarke dimostra, con documenti che l'apposita Commissione di inchiesta istituita da Bush non ha potuto smentire, che solo dopo l'11 settembre si compie un fitto lavoro di persuasione sul Congresso e sull'opinione pubblica, per congiungere due cause separate, il terrorismo e l'Iraq, bin Laden e Saddam Hussein, e farle diventare un'unica causa attraverso l'espediente delle armi di distruzione di massa. Ad esse dedica un altro libro di immenso successo Hans Blix, l'ex capo degli ispettori dell'Onu. Pagina dopo pagina, documento dopo documento, Blix dimostra l'infondatezza radicale di quella accusa. Le armi di distruzione di massa in Iraq non c'erano. Si noti bene. Nessuno degli autori citati e i molti altri che stanno giudicando tragica e inutile la guerra di Bush, intende difendere Saddam Hussein. Nessuno di essi è pacifista. Blix, messo molte volte alla porta dagli iracheni, quando era ispettore dell’Onu, non nasconde il suo giudizio di profondo antagonismo verso l'ex capo di stato iracheno. Ma offre al dibattito sulla guerra la prova incontrovertibile. Guerra inutile. La gravità di ciascuna delle due parole rende più pesante l'altra. Politicamente la frase chiave è quella di John Kerry: “George Bush ha portato il terrorismo in un Paese in cui il terrorismo non c'era”. Blix sembra parafrasare la famosa e inascoltata raccomandazione di Marco Pannella ai deputati italiano ed europei. “Se il problema è Saddam Hussein, congiungiamo gli sforzi per rimuoverlo, e avremo un Paese intatto e libero”. Era una proposta realistica. Molto più realistica di ciò che è accaduto. Aggiunge Bob Woodward: se il problema è Bin Laden (e il problema è certamente bin Laden) questo nemico terribile a cui non si deve dare tregua, non si raggiunge con gli eserciti. La prova è che non si presenta con gli eserciti, non risiede negli Stati e non si identifica con territori. Dunque, come accade per la vecchia medicina contro malattie nuove, la guerra non serve. La guerra è un grave errore. Sentite che cosa risponde il vescovo caldeo Philip Najim, che rappresenta la sua chiesa presso il Papa, mentre a Porta a Porta (21 aprile) vogliono fargli dire, con ripetute domande, che adesso, finalmente l'Iraq è in pace: “Oggi gli iracheni hanno paura di uscire di casa a causa degli attentati. Il popolo iracheno è cascato nella trappola. Questa forza oscura che si trova in Iraq (il terrorismo, ndr) è una forza sconosciuta, per noi, entrata grazie a chi ha occupato il Paese. Gli americani dicono di stare lì per proteggerci. Non è vero. Oggi tutti passano per terroristi, con il rischio di commettere l'errore di condannare tutto l'Islam. Il mio è un popolo che vive senza speranza, che non accetta la violenza che sta avvenendo. C'è una forza occupante, nel mio Paese e mi chiedo quale sarà il mio futuro. A un anno dall'occupazione vogliamo sapere qual'è il piano per portare la democrazia”. Ecco il ritratto attendibile (e del resto coincidente con le corrispondenze di quasi tutti i giornalisti del mondo) di una guerra (all'Iraq) che è stata combattuta la posto di un'altra guerra (al terrorismo), provocando non solo il problema di immensa distruzione e di una lunga occupazione militare (Herry Kissinger, lucidamente, parla di anni), ma anche lo stordimento, la perdita di orientamento di un Paese scoperchiato. Non ha più, è vero, un feroce dittatore. Ma è precipitato indietro di secoli. C'è un dato interessante, nel terribile ritratto dell'Iraq offerto dal vescovo. Si vede bene come l'errore grave che porta alla guerra è destinato a diventare un errore più grave strada facendo. Possono non riflettere su questo aspetto coloro che considerano Zapatero una compagnia sgradevole e contagiosa da non frequentare per avere osato di vedere quell'errore? Un vescovo, direte, parla sul versante della carità con chi soffre. Ascoltiamo allora il politologo. Il più celebre, fra i politologi americani, Samuel Hungtington, a cui si imputa di essere all'origine di tutto, con il celebre testo “Scontro di civiltà” pubblicato sulla rivista “Foreign Affairs” nel 1993. Oggi dice: “Ci sono due guerre: una, contro Saddam Hussein e i suoi ufficiali, è stata vinta in un mese e mezzo. L'altra, contro il popolo iracheno, è cominciata subito dopo la caduta della dittatura, è esplosa con la rivolta di Falluja . E questa guerra gli americani non la vinceranno mai. Con l'occupazione dell'Afghanistan e dell'Iraq, gli americani hanno creato un centro di propagazione globale dello scontro fra Islam e Occidente, e saranno i primi a subire le conseguenze”. (Ansa, 22 aprile). Si vede limpidamente in queste parole, il rapporto fra causa ed effetto, fra la guerra sbagliata e le conseguenze gravissime che discendono da quella guerra. Per riflettere sul rapporto italiano con questa tragedia, dobbiamo evitare di intrattenerci con coloro che amano sinceramente la guerra, la considerano ancora l'attività nobile del maschio-guerriero, e considerano piagnistei le richieste e anche le suppliche (sono parole del Papa) per cercare di interrompere la lunga catena di errori e di morte. “I nostri soldati a Nassirya sono costretti ad andare in giro a distribuire acqua minerale” ha detto con sdegno Paolo Guzzanti a Radio Anch’io il 23 aprile. Ci interessa chi dice che “si lascia il campo libero al terrorismo”, se i soldati smettono di combattere, chi sostiene che “non si possono lasciare gli iracheni al proprio destino” e che “non si può smontare tutto e andare a casa”. A loro domando: in che senso si può essere di aiuto allungando il percorso di un grave errore, ormai riconosciuto come tale dalla più autorevole cultura politica americana? Può essere peggiore di adesso il destino dei cittadini di Falluja? C'è un pacchetto di cose inutili, accanto a noi. E' inutile la data del 30 giugno, che viene ripetuta come una magica e impossibile scadenza. Non significa nulla e può solo provocare più violenza in Iraq perché appare non come una promessa ma come un ultimatum, prima del quale è necessario fare in fretta qualcosa. Ricordate il vescovo caledeo? Dice: “Senza speranza”. La mancanza di speranza è cattiva consigliera. E' inutile invocare improvvisamente le Nazioni Unite, dopo avere indicato ogni possibile ragione di disprezzo per quella organizzazione, debole, priva di finanziamenti e fatalmente lenta a intervenire. E' triste e falso continuare a ripetere che la risoluzione 1511 del Consiglio di sicurezza mette sotto l’egida delle Nazioni Unite le stragi, i combattimenti, le rivolte, gli attentati. E gli italiani sono stati, comunque, mandati in Iraq molto prima che ci fosse la tenue e inutile risoluzione 1511 che, dello stato di guerra in Iraq, non cambia nulla. Ed è terribile sostare e discutere in termini di responsabilità politica sull'orlo di un cratere di cui non sappiamo nulla, non siamo ammessi (l'Italia, il Paese, il governo, il Parlamento, l'opinione pubblica) né ad essere informati né a interloquire. La risoluzione 1511 indica ciò che potrebbe accadere in Iraq se ci fosse l'Onu, senza dire come potrebbe accadere. Auspica una guida che per ora non c'è. Per esistere, questa o ogni altra risoluzione, richiede che gli Stati Uniti accettino di discutere insieme gli eventi, gli errori e la strada difficile del venirne fuori. Richiede che gli Stati Uniti accettino di condividere responsabilità e comando. Ma la visione del mondo di Bush e dei neo-conservatori esclude questa possibilità, la chiude con sdegno, invocando il privilegio della potenza. La speranza, certo, è il cambio alla Casa Bianca. Ma poiché la vita - e la morte - non si fermano in attesa di scadenze elettorali, qualcosa resta da fare, per coloro che temono la mossa del distacco perché si lasciano intimidire da coloro che gridano “tradimento”. Resta da pretendere la partecipazione alla decisione politica e, prima ancora, al formarsi di quella decisione, che è diritto irrinunciabile di un alleato, se di alleato non di subordinato si tratta. Resta l'accesso pieno e completo alle notizie, che adesso, come ormai tutti sanno, sono soggette ad una censura rigorosissima. Né la nostra opinione pubblica né quella americana sanno esattamente che cosa accade, non conoscono i numeri. I numeri dei morti, per esempio. Quanti sono stati a Nassirya? Apprendiamo che dopo la “battaglia dei ponti”, tremenda sequenza che ha coinvolto donne e bambini (e secondo molte fonti, per esempio il corrispondente de “Il Giornale”, avrebbe causato fra i civili 200 morti) il generale italiano Chiarini si è opposto ad un rastrellamento americano per arrestare un notabile della zona. Forse è lui l'eroe del momento, il militare italiano che in nome del buon senso rifiuta gli ordini. Tenete presente che i nostri militari ricevono ordini (come quello di sgomberare i ponti occupati da civili) da generali inglesi lontani e sconosciuti che non hanno niente a che fare con la nostra democrazia. Infatti a noi, in Italia, non devono rispondere di niente perché non ci sono né regole né trattati. Loro ordinano, i nostri obbediscono senza sapere e senza vedere, perché gli italiani non partecipano alle decisioni dei comandi inglesi e americani. Sono sottoposti. Sono offerti come omaggio a un potente. A coloro che esitano nel distacco, come se fosse una buona cosa prestare soldati e bandiera nazionale per azioni militari che non conosciamo, e di cui non riceviamo notizie, ricordiamo che la vita democratica non consente di fingere la pace, fare la guerra e censurare quello che accade. Non lo tollereranno i cittadini americani nelle loro prossime elezioni. Perché dovremmo tollerarlo noi? -------------------------------------------------------------------------------- Ds Milano - Rassegna stampa

L´EUROPA ZAPATERA E LA TRAPPOLA DI BAGDAD EUGENIO SCALFARI da Repubblica - 25 aprile 2004 «L´UN dopo l´altro i messi di sventura / piovon come dal ciel» scriveva il poeta del Ça Ira e così avviene da un anno per i fronti iracheno e mediorientale. Nel mese di aprile i messi di sventura si sono moltiplicati. In Iraq lo stillicidio degli ammazzamenti è diventato guerriglia con aspetti di vera e propria insorgenza popolare; la radicalità sunnita si è congiunta con la radicalità sciita, le bare avvolte nella bandiera a stelle e strisce sono state centinaia, migliaia le vittime cadute sotto i cannoni e le bombe americane; è cominciata la presa di ostaggi occidentali e tra questi quattro italiani, uno dei quali barbaramente assassinato, gli altri ancora nelle mani dei sequestratori dei quali non si conosce l´identità ma si crede di sapere che chiedano per rilasciarli uno scambio di prigionieri e un riconoscimento politico; lo sceicco Sadr dalla città santa di Najaf minaccia di scatenare centinaia di kamikaze se le truppe d´occupazione lo attaccheranno; l´ayatollah Sistani, massima autorità religiosa degli sciiti iracheni, minaccia a sua volta l´insorgenza generale se le città sante saranno prese d´assalto dagli angloamericani. Nel frattempo la Spagna, l´Honduras e Santo Domingo hanno deciso il ritiro delle loro truppe dal teatro iracheno dove sarebbero state disposte a rimanere solo sotto bandiera e comando dell´Onu. Essendo ormai manifestamente impossibile il verificarsi di questa condizione, hanno deciso di andarsene. Dal fronte palestinese le notizie sono altrettanto cupe. Dopo lo sceicco Yassin, guida religiosa e politica di Hamas, i soldati di Israele hanno ucciso con missili mirati anche il suo successore Abdul Rantisi; Sharon minaccia Arafat della stessa fine o dell´espatrio forzoso; la road map è ormai non più che un ricordo; i morti da una parte e dall´altra continuano ad ammucchiarsi; ogni speranza di pace sembra caduta. In questa paurosa situazione il terrorismo di marca Al Qaeda prospera come il pesce nell´acqua. Dopo aver insanguinato Madrid l´11 marzo, si concentra ora sull´Arabia Saudita. Le linee di frattura non passano soltanto tra crociati musulmani e crociati cristiani ma anche, secondo la strategia di Osama bin Laden, tra sunniti, sciiti moderati e wahabiti. Dopo la sconsiderata guerra irachena che ha scoperchiato il vaso di Pandora, l´epicentro terroristico opera indisturbato dalle sue basi pachistane, irachene, marocchine, saudite e con le sue propaggini logistiche in Europa e in Usa. -------------------------------------------------------------------------------- L´Europa zapatera e la trappola irachena Berlusconi dovrebbe chiedere a Bush il passaggio del potere all´Onu e al governo provvisorio purché riformato Ma la sua corta vista politica glielo impedisce La guerra infuria ormai in tutto l´Iraq. Ogni giorno si contano vittime innocenti A questo punto il ritiro delle truppe americane non aggraverebbe la situazione Questo è lo stato dei fatti. Irrisolvibile in Palestina. Con due ipotesi di soluzione in Iraq: un coinvolgimento di pura facciata dell´Onu lasciando di fatto tutti i poteri alle truppe d´occupazione, oppure il trasferimento dei poteri effettivi all´Onu, in conformità a quanto chiesto da Francia, Germania e Russia e dal nuovo premier spagnolo Fernando Zapatero. Ma l´Onu che cos´è? Che cosa può e sa fare? È in grado di farlo oppure è soltanto un alibi per mascherare il disimpegno europeo dalla crisi irachena? * * * Europa zapatera è una definizione lessicalmente cantabile che suona bene all´orecchio con una sonorità quasi zingaresca. Ci vedi un´Europa gaucha o gitana, col sombrero di traverso e magari un coltello nello stivale e il gambo d´una rosa tra i denti. Invece no. Nei titoli di alcuni giornali e nel lessico di alcuni politici nostrani quella definizione è usata per descrivere un´Europa traditora, vile, fuggitiva; un cuneo che rischia di disgregare l´unità politica del continente riducendolo ad un corpaccione ripiegato su se stesso, senza una missione da compiere, vassallo dei propri egoismi nazionali. L´alternativa a tale sfacelo è di stringersi attorno all´America coadiuvandone gli emeriti sforzi di assicurare la stabilità e la democrazia alla società irachena finalmente liberata dalla cupa tirannide di Saddam. In questa così delineata alternativa è da qualche giorno entrato anche un auspicato ruolo «centrale» dell´Onu, caldeggiato ora perfino dalla Casa Bianca e naturalmente dal ministro degli Esteri italiano, ben lieto di poter annunciare la buona novella che sarebbe maturata anche per le pressioni del nostro governo su Bush. Risum teneatis. Zapatero avrebbe dunque sbagliato tutto? C´era ancora tempo e spazio per ottenere dagli Usa un´inversione di rotta dopo un anno di dissennatezze costate migliaia di vittime innocenti e il dilagare di un sentimento antiamericano tra l´Eufrate, il Caspio, il Golfo arabico e il Mediterraneo? La risposta a queste sciocchezze è venuta da una dichiarazione fatta il 23 aprile dal sottosegretario di Stato, Marc Grossman di fronte al Congresso degli Stati Uniti. «Fino al 31 gennaio 2005 - ha detto Grossman - in Iraq rimarranno in vigore le norme stabilite da Paul Bremer, il governo provvisorio iracheno che sarà insediato il 30 giugno prossimo non potrà emettere leggi né decreti senza l´accordo del comando americano né avere il controllo della sicurezza. Non pensiamo che il periodo dal primo luglio fino al gennaio 2005 sia il migliore per cambiare radicalmente le cose». Naturalmente, ha aggiunto Grossman rispondendo alle preoccupate osservazioni dei rappresentanti democratici «l´Onu avrà un ruolo importante sebbene limitato, il passaggio dei poteri agli iracheni sarà tangibile». E questo al momento è tutto. Ho definito la scorsa settimana questo ruolo previsto dagli Usa per le Nazioni Unite una soluzione «vivandiera» nel senso che, come le vivandiere negli eserciti ottocenteschi, le Nazioni Unite avrebbero compiti ausiliari di consulenza e di copertura legittimante, cioè sarebbero portatrici d´acqua al servizio dei veri detentori del potere. È facile prevedere che in queste condizioni il Consiglio di sicurezza non darà il disco verde ad una nuova risoluzione né ci potrà essere la disponibilità della Nato all´invio di contingenti militari. Zapatero ovviamente era già al corrente della linea americana visto che la Spagna fa parte in questi mesi del Consiglio di sicurezza dell´Onu. Perciò se n´è andato prima del 30 giugno avendo la certezza che quel giorno non cambierà nulla se non l´eventuale inasprimento della guerriglia irachena, già fin troppo accesa in tutto il paese. * * * Si domanda da chi si oppone al ritiro delle truppe: possiamo noi abbandonare l´Iraq alla guerra civile? Risposta: la guerra infuria già in tutto l´Iraq; è guerra contro gli americani, contro i loro alleati e contro gli iracheni «collaborazionisti». Nella sola giornata di ieri sono morti un´altra decina di soldati Usa e un numero imprecisato di iracheni. A Falluja negli ultimi venti giorni i morti sono centinaia tra i quali la percentuale di donne e bambini è di circa il 20 per cento; a Bassora in un solo giorno le vittime innocenti sono state almeno cinquanta. Può andare peggio di così? Sì. Se il piano Usa è quello di attaccare Najaf e Kerbala per uccidere o catturare Sadr può andare molto peggio di così. Dunque lo spauracchio d´una guerra civile tra sunniti e sciiti nel caso di un ritiro delle truppe d´occupazione non è una motivazione valida. In realtà il ritiro delle truppe americane, se non dall´Iraq almeno nelle basi trincerate già predisposte, non aggraverebbe una situazione già gravissima; semmai la migliorerebbe. L´arrivo dell´Onu senza gli americani raffredderebbe il clima e fornirebbe al governo provvisorio una sponda preziosa di consulenza e di legalità internazionale. Si dice ancora: ritirarsi sarebbe una vittoria del terrorismo. Sbagliato. Il terrorismo, quello di Al Qaeda, centra poco o niente con l´attuale guerriglia irachena. E quest´ultima c´entra nulla affatto con i morti di Madrid e con quelli di Riad. Certo se la guerriglia antiamericana si cronicizzasse il terrorismo di Al Qaeda avrebbe ampio spazio per tessere un´alleanza con il radicalismo iracheno ed ecco un´altra valida ragione per disinnescare questo latente ma gravissimo pericolo. Il solo vero motivo che spinge l´amministrazione Usa e il governo britannico a rimanere immobili sulla loro linea è di tutt´altra natura. E´ in gioco la rielezione di Bush e quella di Blair, questa è la sola ragione che impedisce ai pragmatisti per eccellenza di mettere in opera la loro flessibilità e di scoprirsi invece dogmatici. Dobbiamo seguirli fino in fondo? Dobbiamo accompagnarli tra le fiamme dell´inferno iracheno senza porre una sola condizione, una data di scadenza, un piano alternativo? L´Europa zapatera è in realtà la sola alternativa possibile: disinnescare la miccia irachena ed intraprendere con serietà e intelligenza la guerra contro il vero terrorismo e nel contempo imporre a israeliani e palestinesi un percorso di pace che da soli non sono mai stati in grado di costruire. * * * Il centrosinistra italiano non è al governo; il suo voto contro la permanenza della nostra missione militare a Nassiriya non avrà dunque effetti concreti se Berlusconi continuerà a preferire la condizione di vassallo di Bush a quella di membro dell´Unione europea. Tuttavia un voto compatto del centrosinistra sulla questione irachena avrà un valore politico tutt´altro che trascurabile, soprattutto se servirà a potenziare la presenza di veri operatori di pace in quel tormentato paese. È curioso che i religiosi sunniti che cercano un contatto con i sequestratori dei nostri ostaggi usino tra gli altri argomenti di persuasione quello di sottolineare l´esistenza in Italia d´un forte movimento popolare contrario alla presenza di truppe d´occupazione. Il pacifismo italiano così vilipeso in patria è diventato uno dei pochi strumenti per riportare a casa quei tre ragazzi minacciati di morte. Non c´è da riflettere su questa evidente contraddizione? Ancora una volta essa dipende da un errore lessicale che maschera un interesse politico. L´errore lessicale è quello di confondere e chiamare con lo stesso nome il terrorismo di Bin Laden e la guerriglia irachena. L´interesse politico è quello di far vincere a Berlusconi le elezioni europee o almeno salvarlo da una cocente disfatta. Viene in mente l´entrata in guerra di Mussolini contro una Francia già sconfitta, il 10 giugno del 1940, per potersi sedere al tavolo della pace con poco rischio e poche perdite umane. Finì come sappiamo. I paragoni non sono mai possibili, ma le analogie possono essere talvolta istruttive e questa lo è. Berlusconi, l´ho già scritto ma lo ripeto, avrebbe oggi una grande chance: quella di utilizzare lo sganciamento dall´avventura irachena come leva per ottenere da Bush un radicale mutamento di strategia. Non la soluzione dell´Onu «vivandiera» e portatrice d´acqua, ma il passaggio integrale dei poteri all´Onu e al governo provvisorio purché riformato da cima a fondo e l´acquartieramento delle truppe d´occupazione. Se fosse politicamente intelligente e capace di valutare gli interessi dell´Italia, dell´Europa, dell´Occidente e dello stesso popolo iracheno lo farebbe e forse passerebbe alla storia. Ma purtroppo non lo farà. La sua natura glielo impedisce. La sua corta vista politica lo impedisce. Il dogma dell´alleanza con la destra americana lo impedisce. Tanto più il centrosinistra dev´essere chiaro e netto. Il tempo è scaduto, ogni giorno che passa è perduto. Perciò muovetevi prima che sia tardi. -------------------------------------------------------------------------------- Ds Milano - Rassegna stampa

BRACCIO DI FERRO SULL´AUTO IN CRISI MASSIMO RIVA da Repubblica - 25 aprile 2004 PROPRIO quando una fioca luce sembrava comparire in fondo al lungo tunnel della crisi Fiat, ecco esplodere la vertenza di Melfi. Questo può spiegare le concitate e rabbiose parole di alcuni esponenti del governo dinanzi all´incancrenirsi di una vertenza che i metalmeccanici della Cgil (la Fiom) non accettano di sospendere, accontentandosi ? come, invece, hanno fatto gli altri sindacati ? di un accordo che, in realtà, è soltanto un calendario di trattative. Braccio di ferro sull´auto in crisi Il punto è che Silvio Berlusconi e i suoi ministri avevano coltivato l´illusione che i tanti guai della nostra maggiore industria fossero in via di seppur lenta risoluzione e, quindi, che una simile patata bollente non sarebbe più tornata nelle loro mani. Di qui l´indispettita reazione per la durezza dell´atteggiamento assunto da una parte del sindacato. Ma fa un po´ troppo presto il ministro Maroni a liquidare la partita, dichiarando che il governo non ha poteri e neppure competenze per intervenire nella vicenda. E peggio ancora fa il suo sottosegretario Sacconi quando afferma che da questa vertenza si può uscire soltanto con la "sconfitta politica" della Fiom. Con simili sortite non si fa altro che gettare benzina sul fuoco, spingere i presunti estremisti del sindacato a diventarlo sul serio, alzando ulteriormente le loro barricate. Con l´ovvia, ma drammatica, conseguenza di ingigantire intanto il danno che il blocco di Melfi sta producendo a cascata sull´intero sistema produttivo della Fiat. Da parte di uomini cui è affidata la gestione del paese sarebbe lecito attendersi parole e comportamenti dettati da maggiore senso di responsabilità e non dichiarazioni ispirate a finalità di bassa convenienza politica di parte. Dalle quali traspare, oltre tutto, il vecchio sogno di spaccare il fronte dell´unità sindacale che il governo Berlusconi - in nemmeno celata alleanza con la Confindustria di Antonio D´Amato - ha perseguito tanto tenacemente quanto inutilmente in questi anni. Certo, con il loro irrigidimento, anche i dirigenti della Fiom si stanno assumendo per parte loro responsabilità gravi. Il blocco di Melfi, come si sa, nasce da una vertenza di fabbrica: a quanto pare, tutt´altro che infondata giacché mette in luce condizioni di lavoro e di retribuzione dei lavoratori di quello stabilimento fortemente discriminatorie rispetto a quelli degli altri impianti Fiat. Ma, data l´attuale struttura organizzativa delle produzioni aziendali, la paralisi di Melfi ha creato un corto circuito produttivo che già ha fatto perdere lavoro agli operai di Mirafiori e di altri stabilimenti e, nel tempo, potrebbe creare un danno non facilmente recuperabile per il fatturato Fiat in alcune fasce del mercato automobilistico. Insomma, il vero pericolo è che dal granello di Melfi possa nascere una valanga in grado di travolgere tutto e tutti. Quando si trovano a maneggiare una vertenza con queste caratteristiche, i dirigenti sindacali possono far fatica a resistere contro la tentazione di trasformare una lotta di fabbrica in una sorta di arma totale. Tuttavia, è proprio in queste occasioni che emerge la differenza fra il rappresentante dei lavoratori capace di guardare con lungimiranza agli interessi dei medesimi e quello che procede a testa bassa senza alzare gli occhi oltre la punta del proprio naso. È possibile, forse probabile, che gli esponenti degli altri sindacati abbiano ottenuto troppo poco accettando un´intesa che è solo il calendario di un negoziato. Dunque, è insieme possibile e probabile che i vertici della Fiom abbiano fatto bene a respingere questo simulacro di accordo. Quello che non è chiaro, però, è l´obiettivo che i metalmeccanici della Cgil intendono perseguire ora con la prosecuzione del blocco dell´impianto. Fino a quando pensano di poter reggere una simile posizione? Davvero ritengono di poter avere a lungo il solidale appoggio anche delle maestranze degli altri impianti passivamente coinvolti nella vicenda? Il tentativo di replicare a Melfi un´altra marcia dei 40mila si è risolto in una replica patetica. Ma la storia delle lotte sindacali alla Fiat insegna che esiste un limite oltre il quale la vittoria si tramuta in sconfitta, magari proprio quando sembra a portata di mano. I capi della Fiom stanno facendo bene i conti loro e, soprattutto, quelli dei lavoratori, di tutti i lavoratori del gruppo Fiat? A che serve, per esempio, che si appellino al governo, questo governo? Forse sarebbe utile che il vertice della Cgil li aiutasse a chiarirsi le idee. Anche perché la vicenda di Melfi ha fatto venire in piena luce alcuni aspetti particolarmente allarmanti della crisi Fiat. Primo: quello di un´organizzazione produttiva così rigida da essere esposta al rischio di infarto generale per la fermata di un singolo impianto. Secondo: quello di una competitività tuttora strettamente dipendente dai bassi salari pagati a una parte delle maestranze. Terzo: l´incapacità del management a sciogliere entrambi questi due nodi, al punto di dover ingaggiare un braccio di ferro dall´esito incertissimo e, comunque, già devastante. Finora si pensava che i guai della Fiat dipendessero soprattutto dagli scarsi investimenti fatti per innovare e migliorare i modelli di auto offerti al mercato. Ora Melfi fa capire che i mali sono molto più profondi e, per giunta, non curabili con magari brillanti operazioni finanziarie. -------------------------------------------------------------------------------- Ds Milano - Rassegna stampa

25 aprile : liberta' e democrazia di Carlo Dore jr. Il cinquantanovesimo anniversario della Liberazione dalla tirannide nazifascista coincide con un momento particolarmente drammatico della storia d'Italia, a causa del diretto coinvolgimento del nostro Paese nel sanguinoso conflitto iracheno. Proprio in questi ultimi giorni, caratterizzati dall'angoscia per la sorte dei nostri connazionali sequestrati dalla guerriglia sciita, gli esponenti delle forze politiche schieratesi a favore dell'intervento italiano in tale conflitto hanno più volte, nei loro elevati discorsi, fatto riferimento alla necessità di riaffermare in maniera forte i valori della democrazia in cui "tutti gli occidentali si riconoscono". Tuttavia, ricordando alcune delle posizioni espresse nel recente passato dagli stessi leaders del centro-destra in relazione agli eventi che precedettero quel 25 aprile del 1945, è lecito domandarsi quale significato essi riconnettano ai valori di libertà e democrazia, valori che proprio nella giornata di oggi trovano la loro massima celebrazione. Nello scorso novembre infatti, Gianfranco Fini, rendendosi autore di un'iniziativa di indubbio rilievo, specie perché realizzata dal segretario di un partito che fino al 1994 riconosceva in Benito Mussolini l'unico statista della storia italiana, definì dinanzi al popolo di Israele il fascismo come un "male assoluto", negando così quel riferimento storico alla luce del quale si era svolta buona parte del suo cursus honorum. Ma tale lodevole iniziativa, chiaramente diretta a legittimare del tutto AN come il punto di riferimento dell'elettorato riconducibile alla borghesia conservatrice, contrasta apertamente con quello che è l'atteggiamento generale con cui la destra italiana tuttora si rapporta ai vari fatti che contraddistinsero il ventennio fascista. In applicazione della assurdo teorema diretto ad offrire indistintamente commemorazione a"tutti i morti della guerra civile" (teorema che induce ad equiparare quanti persero la vita per la causa della libertà a coloro che, volenti o nolenti, militarono a fianco dei nazisti), simpatizzanti e parlamentari dell'attuale coalizione di Governo prendono attivamente parte ad iniziative in onore dei cosiddetti "martiri della Repubblica di Salò". E mentre alcuni intellettuali alle prese con improvvise crisi di coscienza si applicano nel tentativo di ricostruire le varie fasi della Resistenza rendendo giustizia al "sangue dei vinti", un ex imprenditore nonché (per sua stessa ammissione) politico dilettante, provvisoriamente insediatosi a Palazzo Chigi, è riuscito a qualificare il fascismo come una dittatura benigna durante la quale gli oppositori venivano al massimo confinati in località di vacanza. Dinanzi a questa ondata di revisionismo tanto irrefrenabile da condurre ad una grossolana deformazione di quello che è stato il reale corso della storia, emerge chiaramente come questi stessi paladini delle libertà occidentali non riescono a riconoscere né la carica di ferocia propria della dittatura fascista né la rilevanza del contributo che i principi dell'antifascismo e della Resistenza hanno fornito nella prospettiva della creazione dell'attuale Stato democratico. Asceso al potere grazie ad un golpe tutto sommato fittizio ed alla sostanziale ignavia di un monarca di cui ora le colpe vengono erroneamente ridimensionate, Mussolini impose un autentico regime del terrore, nell'ambito del quale le torture a base di olio di ricino, le agghiaccianti pronunce dei tribunali speciali, l'imperversare delle squadre in camicia nera costituirono i principali mezzi per ridurre al silenzio gli oppositori. Oppressa da una dittatura tanto rigida, l'Italia trovò negli ideali dell'antifascismo e nell'azione dei partigiani un soffio di liberazione dal giogo che la vincolava. Per questo, solo per questo la Resistenza, pur con gli eccessi e le eventuali degenerazioni che la medesima ha potuto implicare, costituisce una delle più belle pagine del nostro passato. Ed il pensiero, nel rievocare gli accadimenti di cui tale pagina si compone, non può che andare ad Antonio Gramsci, morto di stenti nelle segrete del carcere di Turi, a Giacomo Matteotti, barbaramente assassinato per avere denunziato alcune dei soprusi del regime, a Mario Fioretti, magistrato romano ucciso a sangue freddo per esseri rifiutato di rendere omaggio alla camicia nera, ed tutti quanti finirono col pagare con la vita il solo fatto di essere portatori di un senso di libertà talmente elevato da impedirgli di piegarsi dinanzi al Fascio. Costoro rappresentano infatti la migliore rappresentazione di quei valori di democrazia che attualmente si cerca con tanta forza di riaffermare: proprio per questo, ancor più forte è oggi l'esigenza di impedire che il contributo fornito dall'antifascismo alla difesa di quei valori venga ad essere in qualche modo svilito. by www.osservatoriosullalegalita.org

Giuseppe Lumia* A chi fa paura che si parli della lotta alla mafia in Tv? A chi fa paura che si parli della lotta alla mafia in Tv? E’ questa la prima domanda che mi viene in mente di fronte a questa scelta incredibile da parte della RAI. Da tempo è sempre più difficile vedere su tutte le televisioni, nei TG come nelle trasmissioni di approfondimento, servizi e dibattiti sulla mafia; quando qualche trasmissione sfugge al rigido controllo allora scatta la censura, il blocco con giustificazioni pretestuose. C'è sempre meno spazio per la mafia e l'altra criminalità organizzata nei TG, resta spesso da solo il TG3 a parlarne, e non è un caso che sia stata l'unica TV nazionale a mandare un inviata a seguire la missione della Commissione Parlamentare Antimafia a Palermo. Per assistere a qualche trasmissione di approfondimento sul tema della mafia bisogna attendere Primo Piano del TG3 o avere l'abbonamento a SKY per seguire i loro programmi. Ora che c'era l'occasione di far tornare qualche telespettatore a riflettere sulla natura e sulla storia della mafia arriva un provvedimento censorio che, forzando l'interpretazione delle regole per la campagna elettorale, toglie anche questa possibilità. Non si vuole che i cittadini italiani si rendano conto che la mafia è ancora forte, non si vuole che i cittadini italiani si rendano conto che su una stagione molto buia della nostra storia, il periodo delle stragi del ’92, non si è fatta e non si vuole fare chiarezza. In quei giorni tremendi non furono uccisi solo Falcone e Borsellino ed i loro uomini di scorta, ci fu un tentativo di uccidere Maurizio Costanzo, ci furono diverse bombe piazzate in luoghi storici che fecero altre vittime innocenti, ci fu una tentata strage ai danni dei carabinieri all’Olimpico di Roma. Di questo si sarebbe occupato Blu Notte, grazie all’impegno di Lucarelli e del suo team di autori, ma tutto questo agli italiani non va ricordato, non devono pensare alle difficoltà di chi fa la lotta alla mafia, non devono pensare che di quelle stragi non sappiamo ancora tutta la verità. Devono solo sapere dai manifesti sparsi per le strade che gli scippi sono diminuiti (ma la fonte dei dati è lo stesso Governo), se poi questo piccolo risultato è oscurato dall'aumento degli omicidi, dal coinvolgimento continuo di politici ed amministratori in inchieste di mafia, questo non devono saperlo. In questi anni abbiamo provato più volte, anche attraverso una richiesta d'indagine della Commissione Antimafia, a far luce sul periodo delle stragi, ma non ci è stato permesso. Ora non se ne può più neanche parlare. Torno a chiedermi: a chi fa paura che se ne parli?.” *Capogruppo DS in Commissione Antimafia

«Darò lavoro alla Sardegna» CAGLIARI “Sardegna insieme”. È lo slogan di un’inedita, importante operazione politica in costruzione nell’isola. Il candidato alle elezioni regionali di giugno è Renato Soru, l’imprenditore di Tiscali, una specie di Bill Gates italiano. Attorno a lui ­ e questo è il “miracolo” ­ si sono coaugulate forze diverse che vanno dai Ds, alla Margherita, a Rifondazione Comunista, ai Verdi, ai comunisti italiani. Manca all’appello ­ ma il segretario generale dei Ds Renato Cugini non dispera in un mutamento in extremis - l’adesione del Partito Sardo d’Azione. Tutto questo di fronte ad un centrodestra in sfacelo che lascerà una pesante eredità fatta di una colossale voragine nel debito pubblico. Abbiamo avuto occasione d’incontrare Renato Soru, il candidato del centrosinistra, in una pausa di convulse ore fatte di incontri e colloqui. Avrà luogo proprio oggi sabato a Nuraghe Losa, nel cuore dell’isola,una festa di politica e spettacolo come apertura della campagna elettorale. Come è nata la sua candidatura? È nata nella testa degli altri prima che nella mia. Mi hanno spinto persone di cultura, qualche esponente politico, leader morali dell’isola, persone verso le quali io, come tutti i sardi, avevo una grande stima. Tutto ciò è accaduto negli ultimi due anni. Io ho sempre pensato che il mio ruolo fosse quello di continuare a fare politica conducendo la mia impresa. Sono convinto che nell’impresa si fa politica, si fa testimonianza, si ha una responsabilità civile. Io penso di avere un ruolo non tanto per le quattro cose che ho fatto ma per le speranze che esse hanno suscitato in tanti giovani. Le speranze di poter rischiare, di mettersi in gioco, di avere maggior coraggio. Sapevo bene di andare incontro ad impegno più forte e che c’erano maggiori candidati a fare il presidente della Regione che a sostituirmi in quel che stavo facendo. E sapevo che non è sempre detto che un buon imprenditore possa fare il buon politico. E quindi ha finito con l’accettare... Nella primavera di quest’anno l’insistenza si è fatta più ampia. Ho capito che un rifiuto poteva essere interpretato solo come un’esigenza mia, personale, un modo per non mettermi al servizio della comunità. Ha pesato la complessità dei problemi. La Sardegna vive un momento di grande cambiamento. Saremo chiamati nei prossimi anni a vivere non di assistenzialismo ma saremo chiamati a consumare la ricchezza che saremo capaci di produrre. Andiamo incontro all’allargamento dell’Unione Europea, alla globalizzazione dei mercati e delle culture, al continuo rinnovamento tecnologico. Sono tappe che possono rappresentare per la Sardegna un rischio grosso di perdita di possibilità di lavoro, ma anche una grande opportunità. Abbiamo bisogno di un progetto di governo chiaro, di una visione per l’oggi e per i prossimi decenni. E mi sembrava che la politica attuale, invece, fosse legata più alla contingenza, al giorno per giorno. Ho dato così la mia disponibilità in una lettera che ho mandato ai giornali ai primi d’agosto. Ho detto anche, subito, che ero disponibile a farlo assieme ai partiti del centrosinistra perché questa è la coalizione nella quale mi riconosco. Doveva esserci però una consapevolezza diffusa della particolarità della situazione, della svolta epocale che anche la Sardegna sta vivendo, della necessità di tornare al senso vero della politica, non basata sulla semplice gestione del potere, ma nella capacità di assumere gli interessi dei cittadini, trasformandoli in leggi e atti di governo. Mirando all’esclusivo interesse generale. Come è “cresciuta” la candidatura? In maniera strana. Ha vissuto dubbi e perplessità nei partiti, anche del centrosinistra. È stata però rapidamente riconosciuta da parte dell’opinione pubblica, da parte degli elettori, come un’opportunità, come una disponibilità sincera. Non teme di venir accusato nello scontro elettorale di apparentarsi con partiti giudicati assai lontani dalla sua cultura? La democrazia contemporanea si sta orientando verso due poli, uno dei conservatori e l’altro dei riformatori. C’è la necessità di costruire alleanze. Ti puoi alleare dopo le elezioni o prima. Credo che sia meglio prevenire. La mia naturale predisposizione è a stare con chi vuole le riforme, con chi vuole migliorare. Ho poi i temi che mi sono più cari: quelli del pacifismo, dell’ambiente, dell’eguaglianza, della solidarietà, delle pari opportunità. Ecco perché non considero strano il sistema di alleanze che si è formato. Sono convinto che i diversi partiti hanno smesso di rappresentare una specie di guerra di classi, semmai alcuni esprimono maggiore sensibilità verso temi che anche io condivido come quelli della pace, dell’ambiente, del lavoro. Il sistema elettorale attuale poi distingue le diverse responsabilità: quelle del governo e quelle del consiglio regionale. È richiesta agli elettori l’indicazioni per il consiglio e l’indicazione per il presidente a cui affidare la responsabilità del governo. È un sistema che da ampi margini di autonomia al presidente eletto. Esiste dunque la possibilità di fare bene. Le cose che ci accomunano, del resto, sono più delle cose che ci separano. È stata stesa una prima bozza programmatica. Che cosa può anticipare? Quel che più mi sta a cuore è un richiamo ai valori etici, morali che in particolare modo in questi ultimi anni erano stati dispersi completamente. Il secondo aspetto prioritario riguarda la nostra emergenza: la disoccupazione. Un fattore che rischia di peggiorare. Bisogna saper dare lavoro alla gente, ai giovani soprattutto e creare sviluppo. C’è stato il modello di grande industrializzazione, il modello dei contributi a fondo perduto dati a imprenditori del continente che non sono stati capaci di innescare un processo d’industrializzazione, c’è stato un tentativo di monocultura del turismo limitato alle zone costiere. Tutti esperimenti falliti. C’è bisogno di un progetto nuovo, partendo dallo constatazione che la Sardegna che vogliamo sarà quella che noi saremo capaci di costruire. Nessuno risolverà i problemi per noi. Dobbiamo confidare innanzitutto nel capitale umano che rappresentiamo. E che è una risorsa non un limite, come molti invece lo hanno considerato nel mondo globale. È la filosofia, mi sembra, di “Sardegna insieme”. È possibile ipotizzare, pensando all’Italia, a qualcosa di simile per i futuri appuntamenti elettorali? Sono solo un signore che fino a qualche mese fa faceva un altro mestiere. Mi sono messo a disposizione per un bisogno della mia regione. Non ho un disegno politico nazionale. Non so se quello sardo sia un modello esportabile. Certo io spero che capiti anche in Italia e spero che magari quando capiterà in altre regioni, i diversi partiti lo accolgano subito, con i consensi necessari. unita.it

Pentagono vieta la diffusione di qualsiasi immagine di bare di soldati Il divieto è stato introdotto nel 1991 dal presidente George Bush padre, ai tempi della prima Guerra del Golfo, ed è stato poi ribadito nel marzo 2003 da George W. Bush, all'inizio del secondo conflitto in Iraq. R. E. Fonte: Corriere della Sera 23 aprile 2004 23 aprile 2004 Una foto delle bare di 20 soldati americani morti in Iraq è costata il posto di lavoro a una donna impiegata in una società che gestisce per il Pentagono, in Kuwait, il trasporto in patria delle salme dei caduti. Tami Silicio, 50 anni, un'americana dello Stato di Washington, aveva fatto avere (senza chiedere compenso) al quotidiano Seattle Times una foto scattata agli inizi di aprile che mostrava le bare allineate nella stiva di un aereo cargo diretto negli Stati Uniti, ognuna coperta da una bandiera a stelle e strisce. L'immagine, scattata all’aeroporto di Kuwait City, è stata pubblicata domenica dal quotidiano di Seattle e ha subito cominciato a circolare sui siti Internet. Il Pentagono vieta la diffusione di qualsiasi immagine di bare di soldati condotte in patria: il divieto è stato introdotto nel 1991 dal presidente George Bush padre, ai tempi della prima Guerra del Golfo, ed è stato poi ribadito nel marzo 2003 da George W. Bush, all'inizio del secondo conflitto in Iraq. La Silicio lavorava per la Maytag Aircraft, una società che ha in appalto dal Pentagono servizi di trasporto dall’area di crisi nel Golfo. Su pressioni del ministero della Difesa, l'azienda ha licenziato la donna e suo marito. La pubblicazione della foto ha riaperto il dibattito sul divieto di diffusione di immagini di questo genere negli Usa, che è da anni al centro di polemiche da parte dei media. Il direttore del Times è apparso ieri allo show della tv Abc «Good Morning America» difendendo la sua decisione di mostrare l’immagine e affermando che il giornale ha ricevuto numerosi messaggi email e telefonate sul caso, in maggioranza favorevoli alla pubblicazione. «Quello che vogliamo - ha ribattuto una portavoce del Pentagono, Cynthia Colin - è essere sicuri che non ci sia alcuna copertura giornalistica sulle bare fino a quando non raggiungono la loro destinazione finale», per rispetto alle famiglie dei caduti. Ma c’è chi sostiene che nascondere il rientro dei caduti sia una mossa per ridurre l’opposizione all’intervento in Iraq. L'autrice della foto ha detto di aver voluto diffondere la foto proprio per mostrare alle famiglie con quanta cura e rispetto siano trasportate le salme dei loro cari. La donna ha lavorato in passato come decoratrice a Seattle e come guidatrice di camion in Kosovo. Le bare dei soldati morti in Iraq arrivano quasi tutte alla base dell’Air Force a Dover, nel Delaware, dove ha sede il più grande obitorio del Dipartimento della Difesa. Da ieri centinaia di simili foto «proibite» circolano online . Note: Approfondimento a cura di PeaceLink Vi è un precedente licenziamento che richiama alla mente i divieti del governo Usa quando si tratta di rivelare la dimensione del dolore. Infatti un'impiegata della Casa Bianca, Elisabeth Osborn, fu licenziata in tronco all'inizio del marzo 1992 per aver divulgato le "stime" ufficiali dell'Amministrazione americana relative alle perdite di civili iracheni durante "Desert Storm"; in base a tali dati, nel corso dei bombardamenti e a seguito delle epidemie e della carestia del dopo guerra avrebbero perduto la vita circa 158 mila civili, fra cui 39.612 donne e 32.195 bambini. Fonte: http://italy.peacelink.org/pace/articles/art_2237.html

Quell'11 marzo così “1984” L’ondata di misure anti-terrorismo che ha seguito gli attentati di Madrid rischia di sgretolare le libertà individuali. La realtà potrebbe superare la fantasia di Orwell. Nel romanzo di George Orwell “1984”, il mondo è diviso in tre grandi imperi in stato di guerra permanente. E questa guerra permanente giustifica l’oppressione della popolazione. L’immagine attentamente curata del Nemico viene utilizzata per controllare le popolazioni. Solo fantasia? Chissà... Ma simili tendenze si possono osservare anche nel mondo reale. Il Nemico, da noi, si chiama terrorismo globale. Nel ministero della verità, nel romanzo di Orwell, risuonano tre motti: “la Guerra è Pace”, “l’Ignoranza è Forza”, e “la Libertà è Schiavitù”. La Guerra è Pace Il terrore è qualcosa di fondamentalmente inaccettabile. E su questo non ci piove. Sono i modi di combatterlo che possono essere discussi. Nel momento in cui uno Stato incomincia a combattere la violenza con la violenza, si mette, almeno da un punto di vista di metodo, sullo stesso livello dei terroristi. E' quanto dimostrato da una parte del Vecchio Continente nella “coalizione dei volontari” all'opera in Iraq. La prova ne sono stati l’11 Marzo e i drammatici attentati di Madrid. Ricordate? La conclusione generale dell’attacco è stata: siamo in guerra. E il nemico? Semplice: il terrorismo internazionale. Dove lo troviamo? Fra di noi! Romano Prodi ha detto a questo proposito, durante il vertice di primavera dell’UE, che il terrorismo è la più grande minaccia al mondo libero dalla Seconda Guerra Mondiale ad oggi. E proprio per questo il 19 Marzo a Bruxelles si sono incontrati i ministri dell’Interno dell’UE: per discutere di misure antiterroristiche su scala continentale. Vogliono dichiarare guerra al terrorismo in Europa. C’è dunque una nuova figura di Nemico, tutta da analizzare. Non c’è dubbio: gli effetti collaterali della lotta al terrorismo porta alla creazione di strutture di preservazione del potere che, nel dubbio, possono essere usate indebitamente. E finché dura questa guerra, lo dobbiamo accettare. Purtroppo, lo smantellamento di queste strutture, anche in un futuro remoto, sembra poco verosimile. L’organizzazione britannica “Statewatch” ha notato in questo contesto che fra le 57 misure prese in nome della lotta anti-terrorismo, ben 27 usano questa lotta come semplice pretesto. L’Ignoranza è Forza Ultimamente, si parla di nuovo e sempre più frequentemente di “terrorismo globale”, che praticamente nessuno sa chiaramente cosa sia. Alla fin fine, sembra però anche di poca importanza sapere chi o cosa si intenda con questa espressione. Importante è solo il fatto che ci sia un pericolo. Il vantaggio di una simile minaccia indefinita è che il potere di definizione risiede in quelli che dicono di sapere – nella fattispecie i governi. Con questo è quindi possibile creare la legittimità e l’urgenza di gravissime restrizioni ai diritti fondamentali. Si può per esempio parlare adesso della raccolta e della conservazione di grandi quantità di dati personali, senza dover metter nel conto su resistenze troppo pressanti da parte della popolazione. Per di più, queste proposte vengono appositamente imballate insieme ad altre misure molto sensate, come la creazione di un Fondo europeo per le vittime del terrorismo, o il mandato di arresto europeo, affinché possano essere decise quasi senza essere notate e appaiano alla fine nella percezione pubblica come nulla di più di un dettaglio. Allo tempo stesso si evita possibilmente di dare inizio ad un dibattito pubblico di largo respiro sulle cause del terrorismo internazionale, perché questo metterebbe tra l’altro il dito nella della politica europea di aiuti allo sviluppo. La Libertà è Schiavitù “Terrore” è una parola d’origine latina e significa paura, paura che i terroristi sanno perfettamente diffondere. Purtroppo non sono i soli in questa funesta impresa e ricevono un sostegno energico dai nostri governi. Questa tesi è facilmente ripercorribile. Già da sola la costante tematizzazione ed esagerazione di questo problema (ci sono in Europa di gran lunga più morti per incidenti stradali che vittime del terrorismo), crea un clima di paura, nel quale la libertà viene percepita come qualcosa di minaccioso. Per quanto condannabile sia sempre qualsiasi forma di violenza, le contromisure vanno pesate con cautela. In Europa, sembra però che persista il pericolo di far economia di cautele. Questo è quanto dimostrato dalle riflessioni dei nostri ministri degli interni, che, ove messe in pratica, risulterebbero profondamente lesive dei nostri diritti fondamentali. Le vittime principali delle misure antiterroriste sono la libertà e la dignità di ogni singolo individuo. Questo contiene anche una specie di timore, solo più sottile, perché matura lentamente e tocca poi solo gruppi marginali, finché prima o poi finisce col riempire il quotidiano di tutti noi. Certo, risuona come un’utopia negativa, ma oggi ci siamo gia abituati al fatto di dover, a causa dell’uso dei mezzi di comunicazione moderni, rinunciare a buona parte del nostro anonimato e ad acconsentire ad un alto grado di sorveglianza. Naturalmente, meno sorveglianza porta più rischi, e i terroristi approfitteranno degli incrementi di libertà. Se tuttavia si vanno a cercare le reali cause del terrorismo, alfine di combatterlo efficentemente, le nostre libertà non potranno più spaventarci. Il concetto di “situazione orwelliana” esiste già. Speriamo che non valga mai per la nostra realtà quotidiana. cafebabel.com

Codice pericoloso Vittorio Emiliani Nell’acceso dibattito seguito alla pubblicazione del Codice dei beni culturali e del paesaggio elaborato da un gruppo di esperti per il ministro Giuliano Urbani e approvato con semplice decreto legislativo (entra in vigore 1° maggio 2004 per due anni di sperimentazione), la parte relativa alla tutela del paesaggio è stata ritenuta la più criticabile (anche da parte di consulenti del ministro, come Salvatore Settis). Assieme, s’intende, al meccanismo di alienazione di beni culturali e ambientali demaniali basato sul silenzio/assenso. Prima e dopo il Codice Parliamo di paesaggio. Un giurista non "schierato"come il professor Tommaso Alibrandi, ha pubblicamente criticato la necessità di un Codice a cinque anni appena dalla elaborazione del Testo unico 1999, che riuniva le leggi fondamentali sulla materia. Soprattutto le leggi Bottai n. 1089 e 1497 del 1939, in realtà riuscite rielaborazioni di normative prefasciste di ottima qualità, e la legge Galasso n. 431 del 1985 sui piani paesistici. Quest’ultima votata quasi alla unanimità allorquando si era constatata la totale inerzia delle Regioni, otto anni dopo la delega loro assegnata su paesaggio e urbanistica con il Dpr 616/77. Delega sulla quale la Consulta aveva espresso parere contrario. Ma vediamo quali le differenze più marcate introdotte dal Codice. Con la legislazione precedente le Regioni erano obbligate a redigere, entro un certo periodo e con certi criteri, piani paesistici ai quali dovevano uniformarsi i piani comunali, provinciali, eccetera. In caso di conclamata inadempienza regionale, il ministero aveva un preciso diritto di surroga. Esercitato infatti per la Campania, la Calabria, la Puglia, mentre per la Lombardia vi fu solo una minaccia di sostituzione. Col nuovo Codice si instaura invece un processo (senza obblighi, né scadenze precise) di pianificazione, al quale il ministero "può" essere chiamato a partecipare, ma nel quale il ruolo primario spetta alle Regioni. Conseguentemente è scomparso il diritto per il ministero dei Beni culturali di sostituirsi alle Regioni inadempienti nella redazione dei piani. Inoltre, quale fine faranno quei vincoli sul 47 per cento del territorio nazionale apposti dalle leggi n. 1497/39 e n. 431/85? Quanti di essi saranno accolti nei piani ora soltanto regionali? Ancora non si sa. Si sa solo che rimarranno in vita fino all’approvazione dei nuovi piani regionali. Soprintendenze senza potere Altro punto contestato: sin qui le soprintendenze, territoriali e regionali, hanno avuto il potere di bocciare progetti edilizi (lottizzazioni, villaggi, grandi fabbricati, eccetera) intervenendo quando gli stessi avevano avuto il benestare comunale e regionale. Ogni anno ne venivano così bocciati circa tremila (2 per cento delle istruttorie compiute in 42-44 giorni), con punte elevate in Campania. Il nuovo Codice prevede invece che le soprintendenze siano chiamate a fornire un loro parere consultivo, quindi non vincolante ancorché autorevole, all’inizio dell’iter dei progetti. Senza poter più intervenire in seguito, senza perciò il potere di bloccare qualcosa. Il sistema precedente aveva certamente alcuni inconvenienti: era "a valle" ; si esponeva a ricorsi al Tar (non in tutte le Regioni, in verità); creava un certo contenzioso, come del resto logico, dal momento che colpiva interessi molto corposi. Si sarebbe potuto istituire questo parere iniziale e mantenere però una verifica finale. Così i rischi appaiono gravi, anche perché le Regioni hanno per lo più sub-delegato questa materia ai comuni, che sono pertanto divenuti i certificatori di sé stessi, controllori/controllati. Un parere tecnico-scientifico soltanto preventivo e consultivo appare davvero troppo poco in un paese in cui la legalità edilizia e ambientale, anche grazie ai condoni, risulta decisamente precaria. Una sorta di "timbro" finale - tecnico, non politico - sarebbe stato molto più saggio. Altro punto-chiave. Quando i comuni adottavano un nuovo piano regolatore, lo sottoponevano alla soprintendenza che quasi sempre tagliava cubature, rivedeva insediamenti, usando anche un certo potere di deterrenza legato al diritto di "bocciatura" dei singoli progetti. Con le norme del Codice, i comuni sono di fatto liberi di decidere da sé in base ai piani paesistici regionali. I quali saranno su scala 1 a 25.000, cioè a maglie molto larghe. Infine, resta un interrogativo di fondo: è giuridicamente possibile rivedere e sostituire leggi di impianto vasto come la Galasso con un semplice decreto legislativo passato (in commissione) alle Camere soltanto per un veloce parere consultivo? Molto probabilmente, una discussione più ampia avrebbe permesso di eliminare alcuni dei punti critici del Codice. E di assicurare un futuro al paesaggio italiano. Per saperne di più "Un Paese spaesato", Libro bianco a cura di Vittorio Emiliani e di Filippo Ciccone, edito dal Tci nel 2001. Testo del Codice dei beni bulturali e del paesaggio, sul sito del ministero per i Beni e le attività culturali, 2004. Osservazioni al Codice stesso nel sito "Patrimonio Sos" e nell’ultimo Bollettino dell’associazione Italia Nostra. Ampio materiale di osservazioni critiche e di proposte prodotto dal Wwf Italia e dall’associazione Bianchi Bandinelli. Vedi pure "Patrimonio Sos", a cura di Maria Serena Palieri, con scritti di Giuseppe Chiarante e di Vittorio Emiliani, pp.170, edizioni "L’Unità", 3,5 euro. lavoce.info

NELLA «NOTION DE L'AUTORITÉ» KOJÈVE INDIVIDUA QUATTRO MODELLI PURI Il punto G della rivoluzione permanente Alla dittatura si arriva attraverso le teorie di Montesquieu e poi di Trockij che eliminano l'autorità del padre Come scriveva Marcel Schwob: «La scienza storica ci lascia nell'incertezza sugli individui. Ci rivela soltanto in quali punti essi furono in rapporto con le azioni generali. Ci dice che Napoleone era indisposto il giorno di Waterloo, che l'eccessiva attività intellettuale di Newton deve essere attribuita alla continenza assoluta del suo temperamento, che Alessandro era ubriaco quando uccise Clitio e che la fistola di Luigi XIV fu forse la causa di sue certe decisioni». Certo, ma non solo, diremmo noi. Perché se è vero che la scienza storica ci lascia nell'incertezza sugli individui, la fistola anale di Luigi XIV spiega invece benissimo una categoria filosofica fondamentale: l'autorità. Il bruciore purulento del suo deretano generò infatti tra i cortigiani di Versailles una moda incontenibile verso la fistola perianale: il Re soffriva e tutti i nobili non facevano altro che chiedere ai chirurghi di essere sottoposti alle sue stesse operazioni per condividere le medesime e regalissime sofferenze posteriori. Ora, per capire qualcosa sul significato dell'autorità è necessario rivolgersi all'ultimo libro, pubblicato in Francia venti giorni fa, di Alexandre Kojève: La notion de l'autorité (edizioni Gallimard, a cura di François Terré). È un volume preziosissimo e davvero sconvolgente: Kojève lo ha scritto a Marsiglia nell'estate del 1942, in pieno governo Pétain e, in poco più di centocinquanta pagine, senza sprecare una sola parola, Kojève ha composto un vero e proprio trattato di politica universale. Una via di mezzo tra l'arte combinatoria di Raimondo Lullo e un volume di chimica organica, qualcosa che ricorda da una parte un trattato alchemico e dall'altra il Catechismo del rivoluzionario. Kojève definisce innanzitutto il concetto di autorità come «la possibilità di un agente di agire sugli altri (o su un altro) senza che questi altri possano agire su di lui pur avendo la capacità di farlo» ed esclude quindi, dal concetto di autorità, quello di forza: un'autorità che utilizza la forza per farsi riconoscere è infatti priva, di per se stessa, di autorevolezza; poi trova, all'interno della storia mondiale, quattro modelli puri di autorità: quella del Padre sui figli, quella del Signore sul servo, quella del Capo sulla banda e quella del Giudice sugli imputati. Li chiama rispettivamente P, S, C e G e a ognuno fa seguire alcune caratteristiche. Subito quelle temporali: il Padre è caratterizzato dal passato (il Padre rappresenta l'autorità della tradizione, il suo modello è Dio come causa del creato), il Signore dal presente (il Signore è tale per aver sconfitto, rischiando la morte, il suo nemico; è l'autorità, vissuta nel presente, del vincitore sul vinto), il Capo dal futuro (il Capo è innanzitutto colui che, meglio di altri, è in grado di prevedere gli avvenimenti futuri, sa come affrontarli ed è in grado di guidare chi gli si sottomette) e il Giudice dall'eternità (il Giudice deriva la sua autorevolezza dalla capacità di essere sempre equo, in ogni luogo e in ogni tempo). Poi, a ciascuna categoria, Kojève affida una specie di padrino filosofico: P è rappresentata dalla filosofia scolastica medievale, S da Hegel, C da Aristotele e G da Platone. Da questa classificazione (che qui sembra arbitraria, ma che Kojève argomenta persuasivamente) conseguono alcune raffigurazioni storiche concrete: P è il vecchio sui giovani, la tradizione, il testamento di un morto; S è il nobile, il militare; C è il duce, il führer, il leader; G è l'arbitro, il controllore, il censore, il confessore. E come succedeva con gli elementi di Empedocle (acqua, aria, terra e fuoco), le cui diverse combinazioni componevano l'intero regno naturale, secondo Kojève tutte le vicende politiche dell'umanità si giocano a partire dalle dodici possibili permutazioni di questi modelli fondamentali. Per fare un esempio: la teoria costituzionale di Montesquieu che prevedeva la separazione tra il potere giudiziario (rappresentato dal Giudice), legislativo (rappresentato dal Capo) e esecutivo (rappresentato dal Signore) ha comportato l'eliminazione dell'autorità del Padre (P) con le conseguenze che Kojève, utilizzando la sua logica combinatoria, descrive in questo modo: «Il Presente privato del Passato non è umano, cioè storico o politico, se non include anche il Futuro ... ora, il Futuro è rappresentato dall'autorità del Capo . e l'autorità politica, amputata del suo membro "Padre", diviene necessariamente, nella misura in cui resta politica, innanzitutto un'Autorità del Capo (del tipo C? (S, G) o C? (G, S)). Ed è in questo modo che la teoria "costituzionale" . conduce necessariamente alla "Dittatura" di un Napoleone o di un Hitler. Ma poiché il Presente, privato del Passato, per essere umano, e quindi politico, deve implicare necessariamente il Futuro, al Capo-Dittatore deve sempre corrispondere un "progetto rivoluzionario" in via d'esecuzione. La conseguenza logica della teoria "costituzionale" di un Montesquieu è quindi la teoria della "rivoluzione permanente" di un Trockij». In poche mosse Kojève ha raggiunto uno dei punti centrali di tutto il suo lavoro filosofico: quello di mostrare come il risultato finale (e logico) di tutta la filosofia moderna (che parte da istanze liberatrici e illuministe) sia quello di condurre alla vittoria delle moderne tirannie (rappresentate, all'epoca, da Stalin, Hitler e Mussolini). È lo stesso modello che, qualche anno prima, aveva mostrato Karl Kraus ne Gli Ultimi giorni dell'umanità: l'idea che, una volta giunta alla pienezza dei suoi diritti, l'umanità non abbia aspettato altro che gettarsi via tra i materiali di scarto risultati, direbbe Kojève, dall'eterna lotta tra i suoi quattro elementi fondamentali: il Padre, il Giudice, il Signore e il Capo. ilriformista.it

Giulietto Chiesa - Candidato alle elezioni europee 2004 DAL MANIFESTO PROGRAMMATICO Vedi il manifesto completo … Io credo che l’opinione pubblica democratica, nel suo significato più largo, possa ritrovarsi agevolmente - se non sarà distolta da dispute inutili, fomentate da vertici che non vogliono perdere i loro poteri – attorno a una piattaforma possibile e concreta. I movimenti di questi anni hanno individuato da sé, spontaneamente, le coordinate essenziali, imprescindibili, su cui dobbiamo muoverci tutti insieme per vincere. Esse si riassumono in cinque punti, sui quali m’impegno a proseguire l’azione che ha rappresentato la mia scelta di vita in questi anni. 1) Una scelta precisa contro la guerra, il rifiuto dello scontro di civiltà, perché entrambi sono parte di una logica di dominio dettata dalla globalizzazione liberista in crisi. Una logica oscura e inquietante, del terrore contro terrore, che sta trascinando il mondo verso una spirale autoritaria. Una prospettiva che non può dare vittoria a nessuno, che ci farebbe perdere la libertà, che ci impedisce di sperare nella sopravvivenza dell’umanità. Fermare la guerra significa spezzare questa spirale, in nome dei nostri figli. 2) Una difesa intransigente della Costituzione, il cui spirito e la cui lettera sono stati e sono oggetto di un’opera di smantellamento da parte del governo di destra, coadiuvato dagli alfieri del “revisionismo storico”, grimaldello usato per scardinare i pilastri portanti della nostra democrazia repubblicana, in primo luogo l’antifascismo. 3) Una difesa a tutto campo dei diritti sociali e civili, in nome della solidarietà: verso i deboli delle società sviluppate, che sono milioni, e verso i deboli del mondo esterno, che sono miliardi. Non ci può essere pace senza giustizia, e solidarietà. Non può esistere un nuovo ordine mondiale senza umanità. 4) Una difesa senza compromessi dell’ambiente naturale. Solo ciò che è sostenibile dalla Natura può essere proposto come criterio produttivo e di consumo. Il resto dev’essere respinto come disumano e distruttivo. Solo uno sviluppo sostenibile è sviluppo. E devono essere promossi a tutti i livelli nuovi modi di produrre, consumare, vivere. 5) E un quinto punto, inedito ma assolutamente necessario per una qualunque ripresa democratica del paese: democrazia nella e della comunicazione e informazione. L’immagine del mondo che larghissime masse popolari ricevono dal sistema mediatico è sostanzialmente falsificata. In queste condizioni non è possibile parlare di democrazia sostanziale, perché non esiste democrazia senza informazione. E’ la grande sfida del futuro, non affrontarla significa essere battuti in partenza. Non è impossibile sbugiardare i signori dell’informazione. La forza del movimento democratico – come dimostra il recente esempio della Spagna – può rovesciare il dominio della menzogna. Ma non ci si può affidare a una risposta episodica, spontanea, emozionale. Bisogna creare gli organismi per una lotta di questo genere. Essi non ci sono ancora, ma sono indispensabili per farne una lotta di massa, uscendo dai ghetti della controinformazione “tra coloro che già sanno” per varcare il crinale oltre il quale stanno, inconsapevoli e indifesi, milioni di telespettatori che sono preda del controllo e della manipolazione. www.giuliettochiesa.it

Il cielo è dei violenti, la terra non è dei moderati di Lanfranco Caminiti L'opinione pubblica del mondo arabo si va radicalizzando. Nell'immediato, è questo l'effetto "combinato" dell'intervento americano e del terrorismo fondamentalista, dell'affrontamento senza esclusione di colpi e soluzione di continuità tra questi due soggetti che condizionano tutta l'agenda della politica internazionale. Certo, col tempo la durezza e l'ampiezza dell'intervento americano dovrebbe sgominare il terrorismo e costringere l'opinione pubblica a ritrarsi, a trovare compromessi, a accettare lo stato di fatto. Col tempo. Quanto tempo? E a quale prezzo, da una parte e dall'altra? Adesso, intanto no. Non si capisce chi dovrebbe essere l'ala "moderata" del mondo arabo e islamico, di cui si suppone, e quale forza di rappresentatività avrebbe. Chi ha oggi un minimo di seguito, per ragioni territoriali, economiche, religiose, tribali o che, non "può" che avere un atteggiamento poco moderato, non può che essere, e mostrarsi, indignato, infiammato. Perderebbe altrimenti il poco o tanto seguito che ha. La sua "base", i suoi seguaci, i suoi fedeli, sono fuori di testa. I "moderati" sono tutt'al più un'ipotesi. Magari "liberal", magari democratica, ma sempre ipotesi concettuale, categoriale. È una sciocchezza sovrapporre alla società iraqena le lente, a volte impercettibili, dinamiche della società politica e religiosa iraniana, il conflitto tra moderati ["riformisti"] e ortodossi ["reazionari, aggressivi"]. La contiguità della società civile iraqena, per dire, che era ricca e articolata, con le espressioni più radicali è un dato di fatto. Professionisti, produttori, quelli che hanno un ruolo di guida e tenuta nelle forme di vita associata non possono "abbracciare" la soluzione americana del conflitto: e non tanto per paura delle rappresaglie terroriste o guerrigliere che siano. Ma perché si spianterebbero letteralmente dal proprio territorio, dai propri ruoli, dall'esercizio del proprio lavoro, dai propri interessi. Questo, che sta accadendo in Iraq, accade un po' dappertutto nel mondo arabo. L'intervento americano ha contro non solo il terrorismo fondamentalista o la guerriglia baathista o quel che è: ha contro l'intera opinione pubblica e sociale dell'Iraq e del mondo arabo. Questo è un dato di fatto. Il passaggio dei poteri, al 30 giugno, se non accade qualcosa di sostanzialmente diverso, sarà solo l'instaurazione di un governo "debole". Nel caso migliore non cambierà nulla, nel peggiore le cose potrebbero incancrenirsi, ancora aggravarsi. L'Iraq non è l'Afghanistan, e comunque l'Afghanistan fa già "riscontro" e per molti versi non è un riscontro straordinariamente positivo. L'Iraq non è il Vietnam, e semmai, per coloro che proprio non possono fare a meno di paragoni storici, più congruo sarebbe rievocare la Corea. Difficile è pensare che possa finire allo stesso modo. Cambierebbe, cambierà qualcosa con il coinvolgimento dell'Onu, ammesso che esso si verifichi? Con un allargamento [e una sostituzione] dei paesi partecipanti al conflitto? A questo punto delle cose è lecito dubitarne fortemente. Perché il punto principale della questione rimane e non si modifica con la presenza di altri paesi, e non solo quelli europei che continuano a dir di no, ma fossero pure il Pakistan o la Giordania o il Marocco o l'Egitto, ammesso abbiano deciso di sfidare fino in fondo l'opinione pubblica dei propri cittadini e mettere a repentaglio i governi. Perché il punto della questione non è chi sta "di qua" ma chi sta "di là", cioè con quale soggetto politico, con quale forza o arco di forze interloquire, con quale "società". E non sembra che le premesse concettuali, ma anche pratiche, operative, dell'Europa, dell'Onu o di altri paesi a cercare interlocutori vadano molto oltre una vaga indicazione del "moderatismo". E i moderati, in questo momento, nel mondo arabo non ci sono o non contano nulla. Dagli Usa e dalle istituzioni sovranazionali europee e mondiali, quand'anche decidessero di modificare la quantità e la qualità dell'intervento di guerra, non potranno che venire soluzioni impraticabili concretamente. Proposte di "soggetti" impraticabili. L'estensione del conflitto - inteso magari non in termini di sua diffusione ma di sua durata e durezza - sembra inevitabile. La tentazione di abbandonare l'Iraq a se stesso e gli Usa a se stessi [magari aspettando le elezioni di novembre] sembra prevalere e non solo nelle cancellerie europee. Ora, con questa opinione pubblica radicale iraqena, araba bisogna fare i conti. A partire da una considerazione: per il radicalismo arabo non c'è nulla di più ostile del terrorismo fondamentalista. Lo schiacciamento sulla pratica, la mentalità, l'organizzazione del terrorismo è quanto disperatamente prova a evitare e quanto invece incombe continuamente, in cui viene ricacciato, convogliato. Dove non c'è ricerca di una soluzione politica al conflitto [una mediazione fra soggetti differenti] c'è solo il perpetuarsi delle armi. Ma il radicalismo islamico è politico, è un "soggetto politico". Chi ha scelto la strada della visibilità, della piazza, della mobilitazione evidente, quand'anche minacciosa, urlante, impazzita di rabbia, dolore e furore, sta facendo politica. Sta lottando. Nell'accezione persino più "occidentale" della lotta. Questa, della piazza, della moschea, della rabbia manifestamente espressa non è la pratica del terrorismo fondamentalista, del guerriero della jihad. Ora, è plausibile pure pensare che in questa contingenza di nebulosità, di impazzimento di schegge, di allentamento della capacità di egemonia delle naturali "gerarchie" del territorio, vi siano zone di contiguità anche fra il radicalismo islamico e il terrorismo fondamentalista. Zone di permeabilità e di flusso. L'uno [il radicalismo] si illude probabilmente di potere "controllare" e usare a proprio vantaggio i continui momenti di rottura della stabilità e le fibrillazioni che l'altro provoca con i suoi attacchi e le sue azioni. La "messa in ricatto", in cui magari offrirsi da ponte. Pur avendo uno straordinario vantaggio dal punto di vista della predicazione, della tradizione, appare assolutamente fragile sul piano dell'indicazione immediata del "che fare" e quindi poco sa dire di fronte al fervore religioso e patriottico dei più giovani, attratti dalla "semplificazione del mondo" che il terrorismo offre. L'altro [il terrorismo] continua a mantenere contatti perché dentro il radicalismo recluta i propri proseliti, le proprie forze, la possibilità della propria riproduzione. E' un rapporto reciprocamente strumentale, ma non nel senso della "messa in comune di strumenti e qualità diverse", ma in quello del reciproco parassitismo. Questo schema - almeno a seguire le notizie - è probabilmente quel che è accaduto anche in alcune moschee delle principali capitali europee e non solo. Pur rimanendo una completa differenza di pratiche, di proposizioni, di gesti. Se non prenderà corpo e visibilità una rottura palese, manifestamente espressa, concretamente indicata contro il terrorismo fondamentalista da parte del radicalismo islamico è davvero difficile immaginare una evoluzione positiva del conflitto. Di certo però, nulla è più pernicioso di chi dà per scontata una unicità di intenti in questo frastagliato, e persino confliggente all'interno, mondo arabo. Questa è la posizione americana. Che lo fa volontariamente. Ma questa è anche, involontariamente forse, la posizione di chi parla, ammassando, di "resistenza iraqena". Non c'è nulla che unisca, nella politica del momento, che è quel che conta, il terrorismo fondamentalista, il radicalismo islamico e l'insofferenza, l'inquietudine, la rabbia, lo sgomento religioso persino, di milioni di persone. Con questo soggetto, il radicalismo islamico, che chiede sostanzialmente autogoverno, il potere di decisione sulle proprie risorse, bisognerebbe trovare la capacità di interloquire. Chi dovrebbe trovarla, chi dovrebbe metterla in campo? Gli Usa, quand'anche a novembre avessimo Kelly invece che Bush? Quali filiere di relazioni diplomatiche, di contatti, di incontri ha attivato Kelly o l'arco che lo sostiene [in altri momenti è accaduto, Carter e Jackson a esempio l'hanno fatto e Clinton invece si guarda bene dal dire qualcosa], quali posizioni ha assunto sinora, che ci facciano presumere questo cambio di rotta? Kelly ha impostato tutta la sua campagna elettorale sul tema della guerra in termini di "riduzione del danno" e di attenzione piuttosto a quanto accade dentro i propri confini [la disoccupazione, il dislocamento delle industrie, le tasse, la sanità, la scuola, le pensioni]. Le Nazioni unite o, peggio, la Nato? L'Europa forse, lacerata com'è al suo interno da posizioni abbastanza definite e impermeabili l'una all'altra? E ve l'immaginate il Marocco o l'Egitto, che nei propri territori incarcerano, loro "moderati", i radicali, andare in Iraq a cercarvi interlocuzione? Il movimento per la pace d'adesso rischia di somigliare al movimento per la pace degli anni cinquanta, quelli della "guerra fredda". Anche quello era uno straordinario soggetto politico e sociale dove però a ragioni etiche, umane di gran valore si mescolavano ragioni e logiche di potenza [quella sovietica] fino a 'segnarlo', a condizionarlo. Ora, certo a nessuno verrebbe in mente di paragonare la medaglia di Stalin a Nenni [i "partigiani per la pace" nel 1951 raccolsero 600 milioni di firme] con un assenso positivo di bin Laden all'Europa che si fa gli affari suoi. Ma il punto è che se il movimento non conquista una autonomia politica di interlocuzione a tutto campo, se non lavora all'individuazione di un soggetto politico, se non aiuta l'emergere di questo soggetto, attraverso una comune presa di posizione contro il terrorismo fondamentalista, esso rimane "schiacciato". L'opposizione all'intervento americano è una straordinaria occasione per il mondo arabo di costruire una opinione pubblica che abbia a interlocuzione i movimenti sociali europei. E viceversa. Questa, al di là delle chiacchiere sulla "democrazia" importata o autoctona, è l'unica posta in gioco che interessi. Che passi attraverso la sconfitta dell'intervento americano è solo una contingenza, importante e focale, certo, ma una contingenza. Anche l'Afghanistan era una straordinaria occasione, in quel caso contro l'occupazione sovietica. Ma il risultato è sotto gli occhi di tutti: da lì è venuta Al Qaeda e la formazione di una "intellettualità armata di massa" che costituisce l'ossatura internazionale del reclutamento e della guerriglia. Ma contro l'intervento americano è più "naturalmente" possibile la crescita di un soggetto politico e di una battaglia a viso aperto, in piazza che dal mondo arabo al mondo occidentale metta in crisi la volontà di potenza [e gli interessi economici] della superpotenza: a partire dal fatto che, appunto, sono possibili e concretamente spendibili le battaglie di una "opinione pubblica". E, in più, rispetto l'Afghanistan sovietico ancora, la costituzione del terrorismo fondamentalista come "unica opzione" vincente, si è fatta densa, forte, estesa. Rompere questa "partita a due", in un continuo gioco di specchi che dall'11 settembre ha sequestrato l'opinione pubblica mondiale. Individuare, far consolidare un soggetto politico - che non può che essere radicale - capace di mettere sullo sfondo l'opzione terrorista, che probabilmente continuerà e si aggraverà, con il suo carico di orrore e morte, ma rimarrà isolata. Far emergere - e non potrà mai da sola -, nel mondo arabo, un'altra opzione politica, pubblica, aperta di lotta per l'autogoverno e la decisione sulle proprie risorse. Questa potrebbe essere una grande occasione. Perderla, può significare che invece - in quello che si suppone nel "migliore dei casi" di una sconfitta dell'intervento americano - si consolidi un ceto nazionalista, teologico-statalista, "arcaico" nel governo dei flussi di lavori, sentimenti, desideri, aspirazioni, bisogni di donne uomini e del mondo arabo e "moderno" nella gestione della mediatizzazione, del rapporto fra stati e nazioni, della propria potenza. Dico, che ci importa questo? Lanfranco Caminiti redazione@reporterassociati.org

Quattro gatti Solimano E così Fassino a Porta Porta ha avuto più audience di Berlusconi. 1.900.000 contro 1.700.00. Più che un successo di Fassino, questi dati sono una sconfitta di Berlusconi, che evidentemente ha stufato, con le sue messe cantate, i chierichetti e la campanella. Quattro gatti, a pensarci. D'accordo che Porta a Porta va in onda in seconda serata, ma gli spettatori sono pochi di più di quelli che guardano Excalibur di Socci, un flop pazzesco, a detta di tutti. Poi c'è un'altra cosa: non credo che quelli che guardano Porta Porta stiano lì a bocca aperta per decidere con chi schierarsi: sono in maggioranza già schierati da tempo, a volte da sempre. Mi sembrano invece eccezionali i numeri che stanno raccogliendo i due sondaggi nei siti della Repubblica e del Corriere. I due sondaggi, molto simili, sono fatti assai bene, con tre alternative ben chiare: ritirarsi subito, aspettare il 30 giugno, restare comunque. I risultati sono diversi, ma non troppo, anche perché molti partecipano ad entrambi i sondaggi. Ma il dato che fa il salto di qualità è il numero dei votanti: 90.000 per la Repubblica, 92.000 per il Corriere (alle 14.20 di oggi). E' un salto di quantità (e di qualità) di cui occorre tener conto. I sondaggi dell'Unità e della Stampa, fatti meno bene, quello della Stampa perché troppo secco, quello dell'Unità perché ha troppe alternative, raccolgono pochi spiccioli, rispetto ai risultati degli altri due giornali. E mi spiace soprattutto per l'Unità, che avrebbe tutte le possibilità per essere un sito assai più frequentato, ma non basta il target, bisogna saper fare bene le cose. ulivoselvatico.org


aprile 24 2004

Annunci frettolosi, scontro sul premier I Ds: «E’ precipitoso sulla sorte degli ostaggi». FI: «Basta con le bugie» di MARIO AJELLO ROMA Il premier è un Grande Comunicatore o un Comunicatore Frettoloso? Oppure - come suggerisce Ilvo Diamanti nel numero speciale di «Comunicazione politica» dedicato a questi dieci anni di avventura berlusconiana - egli usa il suo genio mediatico per lanciare profezie che si autoavverino? Insomma quando il Cavaliere dice che gli ostaggi italiani sono praticamente quasi liberi, forse sta dando una notizia molto fondata o forse sta offrendo un’interpretazione creativa e spericolata dei fatti. I Ds, che a lungo hanno sofferto le arti del Grande Comunicatore, ora provano a rovesciare il clichè nel suo opposto. «Berlusconi parla troppo e troppo presto» ed è «inadeguato - osserva Vannino Chiti, coordinatore della Quercia - rispetto a situazioni importanti e delicate». Ossia starebbe spargendo troppo ottimismo sulla sorte degli ostaggi (e del resto, come scrive Diamanti, «la realtà come costruzione mediale significa, per chi governa, promuovere ottimismo e contrastare la sfiducia»). E in più il premier ha esultato, dopo la defezione della Spagna, annunciando che ora è lui il migliore amico di Bush. E ieri ha dichiarato che l’Italia non lascerà l’Iraq, neanche dopo il 30 giugno. Anche Clemente Mastella censura quello che considera lo Spericolato Comunicatore. «Con tre ostaggi ancora nelle mani dei rapitori e con i tempi della loro liberazione che si allungano - accusa il leader dell’Udeur - ci saremmo attesi da Berlusconi un po’ più di cautela». E ancora: «La situazione in Iraq è ancora molto delicata, e basta un niente a farla diventare ancora più drammatica». E se intanto però, mentre fioccano le polemiche sull’uso berlusconiano delle parole in questa fase delicatissima, Berlusconi incassa il successo non solo mediatico del ritorno a casa dei tre? Tutto è possibile, ma nell’attesa ci si scanna così. E allo stesso tempo si cerca di ricostruire certi piccantissimi particolari politico-mediatici, come quello della famosa partecipazione di Frattini a «Porta a Porta». Il ministro Giovanardi ieri ha partecipato al «question time» in Parlamento e ha detto: «Frattini ha saputo dell’uccisione di Quattrocchi, durante la trasmissione di Vespa. E non si è potuto opporre alla diffusione di una notizia che era già in mano ai giornalisti». Comunicò male, anzi non comunicò proprio, il ministro degli esteri quella sera? Comunica male, in queste ore, il Grande Comunicatore? Forza Italia si schiera ovviamente in difesa del suo leader. Avverte che «il diessino Chiti ha perso la testa». Che le offese politico-mediatiche a Berlusconi sono «profondamente ingiuste e immotivate». Che - sono parole, per esempio, di Martusciello - «questo odio della sinistra contro il premier serve a mascherare le loro divisioni e a camuffare la Babele che regna nell’Ulivo». E via così. Resta il dubbio: Berlusconi è il solito campione mediatico, capace di profezie che si autoavverano, oppure il suo straordinario bagaglio comunicativo comincia a includere anche il boomerang? www.supergiornale.it

Grecia: la vittoria di Karamanlis Le elezioni hanno regalato ai conservatori una vittoria chiara, superiore alle previsioni. Il leader di Nea Demokratia, Costas Karamanlis, ha iniziato il lavoro insieme al suo governo. (Rudy Caparrini) Equilibri.net Non c’è stato neppure il tempo di godersi il successo poiché incombe l’appuntamento con le Olimpiadi. Il nuovo esecutivo deve impegnare ogni energia per recuperare alcuni ritardi. Sfida non facile ma i greci ce la possono fare. Un cambiamento “fisiologico” Il 7 marzo 2004 gli elettori greci hanno decretato la fine di un epoca. Il PASOK (Movimento Socialista Panellenico), che aveva guidato il paese per 20 degli ultimi 23 anni, è stato sconfitto dai conservatori di Nea Demokratia. Nonostante l’impegno profuso George Papandreou, l’ex ministro degli esteri del governo uscente di Costas Simitis che aveva assunto le redini del partito in gennaio, non è riuscito a ribaltare il pronostico. La vittoria del partito di centrodestra, guidato da Costas Karamanlis, è stata netta, superiore alle previsioni, che concedevano ai conservatori un vantaggio di tre punti percentuali. Il gruppo politico legato al Partito Popolare Europeo ha ottenuto il 45,38% dei voti e, in virtù del sistema elettorale che premia chi ottiene la maggioranza relativa, potrà disporre di 165 seggi in parlamento sui 300 complessivi. Un margine di assoluta tranquillità che consentirà al partito conservatore di governare senza timori di ribaltoni. Una vittoria davvero schiacciante nei confronti dei rivali del PASOK, che hanno conseguito il 40,57% dei voti e potranno contare su 117 deputati. Un divario netto sia in termini di voti sia quanto a rappresentanza parlamentare. I rimanenti seggi sono stati assegnati agli unici due partiti che, a parte i “big”, hanno superato la soglia di sbarramento del 3%. I comunisti (KKE) hanno visto crescere i loro consensi, raggiungendo un positivo 5,88% dei voti, cifra che garantirà loro 12 seggi. Ultimo dei partiti che saranno presenti nell’assemblea legislativa sarà la “Coalizione di Sinistra” (Synaspimos), che ha conquistato il 3,25% dell’elettorato, corrispondente a 6 seggi. Ancora una volta è stata confermata la tendenza tipica delle elezioni politiche in Grecia da molti anni a oggi. I due principali contendenti, appunto Nea Demokratia e PASOK, hanno monopolizzato la scena lasciando solo le briciole agli altri. Sommando i risultati dei partiti di Karamanlis e Papandreou si evince un dato inconfondibile: essi hanno conseguito l’86% dei voti e controlleranno il 94% dei seggi parlamentari. Una conferma di un bipolarismo che funziona in modo eccellente e che si è ormai consolidato come nota distintiva del sistema politico greco. L’esito del voto potrebbe far credere che l’elettorato abbia voluto punire i socialisti per errori commessi durante il loro lungo periodo di governo. Alcuni analisti sostengono che il popolo greco ha votato così perché stanco di un partito socialista troppo assuefatto al potere, come alcune vicende di corruzione parevano dimostrare. Analizzando con serenità e distacco la vicenda si può ben dire che le cose non stanno così. Il PASOK può essersi troppo adagiato al potere e senz’altro ha sbagliato qualche scelta ma, in un oltre venti anni di governo, il bilancio del partito di Simitis e Papandreou è saldamente in attivo. Questi due decenni di dominio socialista hanno trasformato il paese che oggi è divenuto, a tutti gli effetti, una bella realtà a livello europeo e mondiale. Il PASOK ha conseguito una serie notevole di successi. In economia la Grecia ha vissuto anni di grande crescita e il governo Simitis è riuscito a portare il paese nell’area euro, centrando i parametri richiesti da Maastricht. In politica estera si sono fatti passi avanti per la questione di Cipro, grazie a una distensione dei rapporti con l’ex nemica Turchia. Un segno tangibile del cresciuto rispetto che la penisola ellenica si è guadagnata lo si può dedurre dal fatto che due fra le più alte cariche a livello europeo sono occupate da grandi personalità greche: l’economista Lucas Papademos è vice presidente Banca Centrale Europea, il giurista Vassili Skouris è presidente della Corte Europea di Giustizia. Posizioni di prestigio che indicano un grosso credito nei confronti di un paese che, fino a un decennio fa, era considerato arretrato e inaffidabile. Perché, dunque, i socialisti, che hanno ben governato, non sono stati riconfermati al potere? Pensiamo che la vera vincitrice di queste elezioni sia stata la democrazia con le sue regole e la prima di queste è che un sistema democratico si basa sull’alternanza. Il successo di Nea Demokratia (o, se si preferisce dire, la sconfitta del PASOK) è da intendersi un fatto “fisiologico”, che non deve suggerire considerazioni di tipo critico o punitivo per i socialisti. Dopo oltre venti anni si è deciso che era giunto il momento di concedere a un’altra forza politica l’opportunità di governare. Il popolo greco valuterà ora l’operato dell’esecutivo conservatore e tra quattro anni, quando si tornerà a votare, esprimerà il suo giudizio. Se Karamanlis avrà lavorato bene si potrà meritare la riconferma. In caso contrario si deciderà di riportare in auge il PASOK. L’elettorato greco ha dimostrato in questa tornata di essere maturo sotto ogni punto di vista. Oltre alla scelta dell’alternanza è da registrare che l’intera campagna elettorale si è svolta in un contesto civile, nel quale il rispetto reciproco ha prevalso sulla logica dell’insulto e della demonizzazione dell’avversario. Un comportamento esemplare, appunto una vera lezione di civiltà politica cui certi stati europei farebbero bene a trarne buon esempio. Il governo Karamanlis Fra le molte lezioni impartite merita di essere citata anche la rapidità impiegata dal leader conservatore per presentare il suo esecutivo. Appena due giorni dopo il successo elettorale Costas Karamanlis ha ufficializzato la sua squadra di governo, che ha il giorno successivo ha prestato giuramento. Come promesso in campagna elettorale il neo premier ha scelto volti nuovi e in gran parte suoi coetanei. La compagine si compone di 19 ministri, un vice ministro e 26 sottosegretari. È una squadra all’insegna del rinnovamento, giacché presenta un’età media di 54 anni e solo 11 dei componenti del gabinetto hanno esperienza di governo, avendo prestato servizio durante l’ultimo esecutivo conservatore, guidato da Costas Mitsotakis. A dimostrazione di una notevole efficienza il premier ha comunicato tempestivamente anche che il nuovo rappresentante greco in seno alla Commissione Europea sarà Stavros Dimas, avvocato ed ex ministro per l’industria e il commercio con Mitsotakis. Assegnata subito anche la prestigiosa poltrona di speaker del parlamento, che sarà appannaggio di Anna Psaroudi-Benaki, prima donna nella storia della Grecia a ricoprire il suddetto incarico. Decisioni emblematiche di una grande rapidità decisionale. Il team del partito conservatore era stato selezionato già durante la campagna e adesso può iniziare a lavorare immediatamente, senza dovere ricorrere a lunghe ed estenuanti maratone negoziali come avviene in paesi che, all’indomani del voto, non sanno ancora quali soggetti proporre per cariche di grande rilievo. Tra i nomi di spicco dei ministri prescelti merita di essere citato il responsabile del dicastero dell’economia e delle finanze, George Alogoskoufis, il membro della squadra che più sarà osservato dal popolo ellenico. Docente universitario e coetaneo del premier, ha 49 anni, egli è da molti anni l’artefice dei programmi di politica economica di Nea Demokratia. Durante la campagna elettorale ha ribadito le linee guida del suo pensiero: taglio delle tasse, incentivi agli investimenti, deregulation e privatizzazioni. Gode di buon credito anche a livello internazionale ed è ritenuto l’uomo giusto per gestire le sfide che attendono l’economia greca nei prossimi anni. Alogoskoufis dovrà avere il coraggio di alcune scelte impopolari, quali la vendita di aziende statali, che i sindacati certo disapproveranno (hanno già annunciato uno sciopero generale per il 30 marzo). La riduzione del ruolo dello stato nell’economia è una necessità non rinviabile già avvertita dal governo Simitis che, non a caso, aveva avviato il processo di privatizzazione. Il nuovo responsabile delle finanze dovrà conseguire risultati importanti per mantenere un livello di crescita pari a quelli rilevati negli anni del PASOK, che ha viaggiato a ritmi superiori al 4% ogni anno. Certo non sarà facile per due ordini di motivi. In primo luogo perché la congiuntura economica non è molto favorevole, con la ripresa mondiale ed europea che stenta a decollare. Il secondo fattore che potrebbe frenare lo sviluppo del paese ellenico è l’incertezza sulla quota di fondi strutturali europei che sarà riservata ad Atene nel futuro prossimo. L’ingresso dei dieci nuovi membri in seno all’UE porterà a una redistribuzione di tali contributi, che tanto hanno aiutato la crescita della Grecia durante il governo Simitis. La mancanza di tali fondi strutturali creerebbe un vuoto da colmare al più presto, magari incentivando gli investimenti stranieri come promesso in campagna elettorale. Se Alogoskoufis sarà il ministro più osservato dai greci, gli occhi degli osservatori internazionali si concentreranno invece sul nuovo titolare degli esteri, il 76enne Petros Molyviatis. Karamanlis ha scelto come capo della diplomazia un veterano, addirittura stretto collaboratore di suo zio Costas senior a cavallo degli anni ’70 e ’80. Già ambasciatore ad Ankara e Mosca, Molyviatis avrà il compito di guidare i negoziati per la riunificazione di Cipro, priorità della politica estera dell’esecutivo conservatore. Il nuovo ministro degli esteri potrà beneficiare dei molti progressi compiuti dal suo predecessore, l’attuale leader socialista George Papandreou. In questi ultimi anni il clima fra Ankara e Atene è molto migliorato e gli attriti di un tempo paiono alle spalle. La riunificazione di Cipro sembra ora a portata di mano e anche le Nazioni Unite sono pronte a contribuire al processo negoziale. Molyviatis può essere l’uomo giusto per un obiettivo di breve termine, quale pare essere la questione di Cipro. Si pensa però che, data anche l’età, il veterano della diplomazia possa rappresentare una soluzione provvisoria. Compito di Molyviatis potrebbe essere di insegnare il mestiere a qualche giovane cui lasciare il posto entro la fine del 2004. Il compito del ministro degli esteri, pur se fosse davvero ad interim, si presenta comunque di cruciale importanza poiché dovrà essere presentare al mondo l’immagine del nuovo governo ellenico. Olimpiadi: impresa possibile ma non c’è tempo da perdere Il ministro dell’economia sarà l’osservato speciale dei greci, quello degli esteri avrà gli occhi del mondo addosso. Ci sarà, invece, un ministro che sia gli ellenici sia gli osservatori internazionali seguiranno con enfasi: il titolare del dicastero della cultura, responsabile per le Olimpiadi. Che tale ruolo sia il più importante in assoluto, in questa prima fase, è dimostrato dal fatto che Karamanlis ne ha assunto personalmente la carica. La scelta del premier di impegnare le sue energie nell’organizzazione dei giochi di agosto dimostra che, effettivamente, vi sono dei ritardi notevoli. Fino alle elezioni i maggiori partiti hanno preferito evitare polemiche, rinunciando a speculare sugli inconvenienti incontrati. Adesso che il nuovo parlamento si è formato gli organi d’informazione hanno portato alla luce i problemi ancora non risolti. Ad oggi sono stati completati 24 dei 39 impianti previsti per la grande kermesse di agosto. I vertici del Comitato Internazionale Olimpico (CIO), hanno manifestato i loro timori. Jacques Rogge, presidente dell’ente responsabile dei giochi, ha più volte sollecitato il comitato organizzatore locale, guidato da Gianna Angelopoulos Daskalaki, a concentrare gli sforzi sulle strutture essenziali, trascurando opere di non cruciale importanza ai fini dello svolgimento dei giochi. Il capo del CIO ha annunciato che un team di uomini di sua fiducia si recherà frequentemente ad Atene per tenere sotto stretto controllo i preparativi. Delegati del CIO forniranno al presidente una relazione dettagliata ogni settimana. Per rassicurare i greci e, soprattutto, l’opinione pubblica mondiale, Karamanlis ha rotto gli indugi. Il suo impegno in prima persona rappresenta una grossa assunzione di responsabilità e la certezza che la Grecia ce la metterà davvero tutta per essere pronta il 13 agosto. A conferma della priorità assoluta delle Olimpiadi rispetto a tutti gli altri impegni del governo, Karamanlis ha inaugurato il suo mandato incontrandosi col presidente del CIO. Il nuovo premier greco non ha scelto di iniziare ospitando qualche capo di stato o di governo, come si usa di solito fare ovunque. La prima mossa del nuovo esecutivo a livello diplomatico è stata avanzata alla NATO, al fine di chiedere cooperazione per la sicurezza de i giochi. Almeno fino ad agosto Karamanlis lavorerà di più come titolare del dicastero “per le Olimpiadi” (con l’aiuto di Fani Pali-Petralia, vice ministro con delega per i giochi) che in qualità di capo del governo. Il neo primo ministro affiancherà Gianna Angelopoulos, che tra l’altro è legata a Karamanlis da amicizia di vecchia data. Accanto a loro dovrà inevitabilmente ricoprire un ruolo chiave Dora Bakoyannis, sindaco di Atene e anch’essa esponente di punta di Nea Demokratia. Il ritardo accumulato potrà, infatti, essere colmato solo se lavoreranno di comune accordo le tre istituzioni cui compete la preparazione delle Olimpiadi: governo nazionale, comitato organizzatore e amministrazione municipale di Atene, che sono appunto rappresentati da Costas Karamanlis, Gianna Angelopoulos e Dora Bakoyannis. La circostanza che tutti e tre i ruoli chiave siano ricoperti da personalità dello stesso partito può determinare quella coesione tanto necessaria quando si è impegnati in una rincorsa. Ce la faranno i greci a recuperare il terreno perduto? Un’analisi obiettiva deve tenere conto di ogni aspetto in modo equo e imparziale. Non è perciò il caso di credere al fronte dei “disfattisti”, rappresentato soprattutto da alcuni media statunitensi, che non perdono occasione per scagliarsi contro il comitato organizzatore, chiamando in causa l’incapacità dei greci di organizzare un simile evento in maniera seria. Pensiamo che tale posizione sia faziosa, legata ad antichi pregiudizi che dai tempi della disputa per le Olimpiadi di Atlanta vedono contrapposti greci e americani. Non è quindi il caso di gridare alla disfatta fin da ora. Ugualmente, non sarebbe serio invocare un eccessivo ottimismo, pensando che gli organizzatori ce la faranno facilmente a centrare gli obiettivi preposti. Le cose da fare sono molte e ci sarà da lavorare parecchio. Si impone quindi di essere realisti e valutare la situazione ponderando pro e contro. Il popolo greco si sta impegnando a fondo per questa scadenza, attesa da 108 anni. L’entusiasmo popolare è tale che sono state presentate 150.000 candidature per prestare servizio di volontariato durante la manifestazione, oltre il doppio di quante ne furono avanzate per i giochi di Sidney 2000. C’è da giurare che lo spirito patriottico esorterà il popolo greco a compattarsi per compiere sforzi ulteriori. È già buona cosa che non si stiano facendo processi sulle responsabilità della lentezza nei preparativi. Si tratterebbe di azioni inutili, che sortirebbero il solo effetto di causare nuovi problemi. La partita non è persa in partenza. La Grecia è un paese mediterraneo e può rimediare con la fantasia ad alcuni ritardi di tipo organizzativo. I suoi cittadini amano ripetere: “Tutto sarà pronto al momento giusto, non un giorno prima né un giorno dopo”. Karamanlis e il suo esecutivo dovranno fornire prova di efficienza e coesione. La Grecia non criticherà il nuovo premier se, almeno all’inizio, non si occuperà abbastanza di politiche economiche e sociali. La comunità internazionale, da parte sua, non chiederà al leader conservatore di risolvere subito la questione di Cipro. Le Olimpiadi sono un evento che il mondo intero aspetta con ansia, tanto più perché si svolgeranno nella terra dove i giochi sono nati. Coscienti delle difficoltà che permangono, i governi di tutto il mondo devono per forza concedere massima fiducia a Karamanlis. D’altronde, chi ha costituito un governo in tre giorni ce la può fare a completare gli ultimi impianti per le Olimpiadi. Equilibri

Iraq: Norvegia, no a richiesta Usa proroga permanenza truppe OSLO - 24 Aprile 2004 -- La Norvegia ha respinto oggi l'appello degli Stati Uniti affinchè mantenga proprie truppe in Iraq anche dopo il programmato ritiro del suo contingente, nel giugno prossimo, sostenendo che intende concentrarsi piuttosto sulla stabilizzazione dell'Afghanistan. La Norvegia - Paese membro della Nato, che non ha appoggiato l'anno scorso la guerra in Iraq guidata dagli Usa - ha poi inviato una compagnia di circa 180 persone, per contribuire a stabilizzare il sud del Paese dopo il rovesciamento del regime di Saddam Hussein. «Dobbiamo seguire il nostro piano originario, di un impegno fino all'estate», ha detto alla televisione Nrk il ministro degli Esteri Jan Petersen, dopo che il segretario di stato americano Colin Powell aveva espresso la speranza di una riconsiderazione, da parte di Oslo, del suo piano per un ritiro delle truppe in giugno. «Dobbiamo contribuire perchè la Nato non fallisca in Afghanistan», ha sottolineato Petersen, aggiungendo che le truppe norvegesi sono divise insufficientemente tra missioni importanti e negando che Oslo sia spaventata dalla crescente violenza in Iraq. (reporterassociati/redazione)

Iraq : foto bare di soldati USA irritano il Pentagono di red Centinaia di bare avvolte nella bandiera degli Stati Uniti in 350 fotografie divulgate senza permesso. E' lo scandalo che ha irritato il Pentagono e messo in imbarazzo il ministero della difesa USA. Un codice non scritto emanato dal Pentagono ha sempre previsto il divieto assoluto di diffondere sui mezzi di informazione immagini di caduti in guerra, ma un'impiegata governativa americana - commossa da tanti morti - ha derogato, divulgando le fotografie con le bare di alcune delle vittime della guerra in Iraq, arrivate nel più grande obitorio militare, alla base aerea di Dover, nel Delaware. Per questo lei come il marito sono stati licenziati, anche se Michael Fancher, direttore del Seattle Times, la testata che ha pubblicato alcune delle fotografie due settimane fa, difende il gesto e le motivazioni. La pubblicazione ha scatenato pressioni pubbliche sul Pentagono, che e' stato costretto a divulgare altre fotografie. John Molino, un portavoce della difesa, ha spiegato che il governo non ha piacere che i resti di chi ha compiuto l'estremo sacrificio per il Paese vengano sottoposti all'attenzione indesiderata di persone non sempre rispettose. Ma il democratico Jim McDermott, di Washington, che fu in Marina durante le guerra del Vietnam, ha detto che le foto delle bare provenienti dal fronte ebbero un impatto tremendo sulla visione degli Americani riguardo alla guerra. L'attenzione dell'opinione pubblica americana e' stata anche catalizzata questa settimana dalla vicenda di tre giovani sorelle, tutte appartenenti ai contingenti dell'esercito inviati in Iraq, ed una delle quali, di soli 20 anni, e' stata uccisa in un'imboscata. Le altre due sorelle, di cui una gemella della defunta, hanno chiesto - secondo la politica del ministero della difesa USA - di essere rimpatriate e destinate ad altri compiti. Per ora hanno ottenuto solo una licenza di 15 giorni per i funerali della sorella, prorogata poi di altri 15. E' stata intanto nuovamente espressa da alti gradi dell'esercito USA, la richiesta di 10000 nuove unita' dell'esercito, almeno una divisione e "possibilmente di piu'", come sollecitato dal senatore repubblicano John McCain, dell'Arizona. Il generale John Abizaid , dall'Iraq, aveva chiesto piu' volte un contingente di 10000 unita', ma l'amministrazione Bush reiteratamente affermato che non vi sarebbero stati invii di nuove truppe, e infine ha deciso per l'invio del solo materiale bellico. La ferma ulteriore di tre mesi per 20000 dei 137 soldati oggi in Iraq, annunciata dal segretario alla difesa Rumsfeld, e' parsa insufficiente. Infatti vi sono ogni giorno perdite, la situazione non volge in modo deciso in favore delle truppe della coalizione, e molti marines vogliono tornare a casa o danno segno di cedimento psicologico. Dopo i soldati spagnoli, anche e truppe dell'Honduras e della Repubblica dominicana hanno preso la via di casa, mentre si annuncia l'arrivo di 3000 unita' dalla Corea. Per parte sua la Polonia, su cui circolavano voci di un possibile ritiro dall'Iraq, ha chiarito che parte delle sue truppe lascera' il Paese solo dopo le elezioni del 2005. by www.osservatoriosullalegalita.org

Il realismo dei pacifisti Iraq: il mediatore per la liberazione degli ostaggi amico di Pax Christi Tonio Dell'Olio Mai come in questi giorni comprendiamo quanto si rivelano assolutamente infondate le accuse e i pregiudizi nei confronti del variegato popolo della pace e della società civile organizzata. Quante volte i pacifisti in questo Paese sono stati dipinti come ingenui che non aggiungono proposte alla contestazione, come coloro che, non avendo una piattaforma politica e mancando di sano realismo, si fermano sulla soglia degli slogan inconsistenti e non sono in grado di muovere nei fatti la politica che conta, quella che può cambiare le sorti della storia. Persino da autorevoli rappresentanti dell’opposizione politica di questo Paese ci siamo sentiti ripetere che il senso di responsabilità nei confronti dello Stato obbliga tutti i rappresentati delle istituzioni a ragionare in termini molto concreti per cui è fuori luogo parlare di ritiro delle truppe italiane presenti sul territorio iracheno, che è inconsistente una proposta che dia forza al ruolo delle Nazioni Unite, che bisogna fare i conti con la storia e con le forze in campo. Al contrario noi abbiamo sempre sostenuto che le proposte e le azioni del variegato panorama pacifista sono sempre state improntate al realismo illuminato dai valori e incoraggiate dalla testimonianza di chi al contempo lavora anche sul terreno. Ci sono due fatti nuovi in queste ore che danno ragione di queste posizioni. Da una parte, la scelta di Zapatero di ritirare le truppe spagnole dall’Iraq e di rilanciare una politica di più ampio respiro per l’intera regione mediorientale. E dall’altra, la mediazione di uno dei capi degli Ulema, il dott. Abdel Salam Kubaisi. Per quanto riguarda Zapatero non abbiamo bisogno di dilungarci perché è sotto gli occhi di tutti che evidentemente le proposte che non si limitavano al semplice ritiro delle truppe, lungi dall’essere un atto irresponsabile, potevano divenire una scelta politica concreta, capace di dirigere gli eventi in una direzione che meglio li inquadra all’interno della giurisprudenza internazionale. Di fatto, la presenza delle forze armate italiane in quel luogo oggi avalla quell’idea di unilateralismo che getta bombe sulle Nazioni Unite e sul diritto internazionale, prima ancora che sulla inerme popolazione irachena. Se anche in Italia avessimo avuto una classe politica attenta a intercettare questi importanti passaggi della storia, se solo avessimo nelle istituzioni rappresentanti meno prigionieri della logica del potere e più attenti a imprimere agli eventi uno slancio maggiore verso la pace… non solo oggi avremmo l’Italia smarcata dalla fanghiglia della violenza ma avremmo dato un contributo serio e importante a un futuro di pace. È sul secondo esempio che vorrei fermarmi con maggiore attenzione perché purtroppo è passato pressoché inosservato presso gli organi di informazione. Negli anni duri dell’embargo in Iraq, Pax Christi, così come altre realtà, ha frequentato l’Iraq per comprendere da vicino la sofferenza della situazione e rappresentarne lo stesso dolore a livello internazionale. Ne è nata così una fitta rete di amicizie, relazioni, alleanze. Tra queste, non sono mancati i ponti lanciati verso la composita comunità islamica irachena. Abbiamo sempre sostenuto che piuttosto che con la guerra, la democrazia e la liberazione dalla dittatura sarebbero stati possibili grazie al dialogo, all’incontro, alla comprensione, alla cooperazione. In questi giorni, Abdel Salam Kubaisi, alto rappresentante della comunità Sunnita di Bagdad, viene festeggiato come un eroe perché ha offerto la propria mediazione per la liberazione di molto ostaggi stranieri nelle mani di gruppi islamici, tanto da essere riuscito fin ora a farne liberare 20 e, tra questi, i tre giornalisti giapponesi e un francese. A lui, in queste ore, molti rappresentanti italiani si sono rivolti per chiedere di convincere i rapitori degli italiani a rilasciarli. Ebbene, il dott. Kubaisi è sempre stato un punto di riferimento importante per l’azione di Pax Christi in Iraq. Un’amicizia che è culminata nel suo invito a partecipare nello scorso ottobre all’assemblea dell’Onu dei popoli accanto a un rappresentante della comunità sciita e a un altro dei cattolici caldei. Il 12 dello stesso mese, Kubaisi ha partecipato alla marcia Perugia Assisi dando sempre il suo contributo in termini di riflessione e di testimonianza. In questo senso i sentimenti che nutriamo in queste ore sono, da una parte, di orgoglio e felicitazione per il ruolo che un amico dei pacifisti italiano sta svolgendo in Iraq, ma, dall’altra, di rabbia perché, proprio questo, dimostra che c’era e c’è una parte attenta del mondo islamico iracheno in grado di comprendere e sostenere le ragioni della pace. Inoltre, ancora una vola constatiamo che l’utopia dei pacifisti precede il preteso realismo della politica e che se questi mondi si ponessero maggiormente in ascolto l’uno dell’altro, forse ci sarebbe meno violenza e più comprensione tra i popoli. Siamo in contatto con il dott. Abdel Salam Kubaisi e ne stiamo incoraggiando l’azione. Ma forse non basta. Avremmo bisogno di un governo e di istituzioni che, piuttosto che snobbare le ragioni del popolo arcobaleno, siano in grado di capirne le proposte e di scorgerne il lavoro che va molto oltre le manifestazioni di piazza. peacelink.org

La vera priorità è la democrazia. Anche dentro l’Onu di LUIGI PEDRAZZI In Iraq, l’Onu potrà ricevere il mandato di garantire guida politica, ordine pubblico, sicurezza e pacificazione? E assolverlo bene? Da due anni sono critico severo di strategia e condotta americane e, come tantissimi, penso che questa “guerra preventiva” sia stata un atto stolido e irresponsabile, gravido di conseguenze funeste per tutti (interessi americani compresi). Un bel passo indietro degli Stati Uniti mi piacerebbe molto. E tuttavia penso che le condizioni reali dell’Onu non permettano di nutrire grandi speranze su praticabilità e successo di una “svolta” che veda l’Organizzazione delle Nazioni Unite produrre la taumaturgica fuoriuscita dal cul di sacco in cui si è cacciata l’Amministrazione statunitense e riuscire nella composizione di una realtà politica irachena irta di conflitti vecchi e nuovi. Non credo che, dopo anni di trascuratezza circa le esigenze di crescita democratica delle relazioni internazionali (sono 58 anni che facciamo finta di avere dato all’Onu lo statuto di cui avrebbe avuto bisogno), siano possibili balzi in avanti così prodigiosi. Con dolore e vergogna penso più probabile che i guai scatenati continuino. Per ora vedo piuttosto crescere solo l’evidenza delle nostre cumulative impotenze. Impotenza politica americana, europea, islamica, certo; ma anche culturale, non escluse le nostre pur grandi tradizioni religiose, tutte “afone” quanto ad analisi serie dei problemi e comunicazione di proposte solutive degne di sacrificio e coerenza attiva. Come persona, in questa comune umiliazione, voglio sperare si formino consapevolezze nuove circa il dovere e la necessità di guardare con maggior realismo e più equità ai diritti di tutti i popoli. Senza intelligenza storica, infatti (premessa anche per ogni preziosa intelligence operativa), senza un rispetto spirituale dei fattori umani e delle parità di trattamento dovute a tutti, la politica e la diplomazia sembrano sempre più deboli della forza delle armi per comporre i conflitti e ottenere sicurezza o giustizia: il che non è vero affatto, come attraverso grandi dolori e colpevoli nefandezze si finisce per scoprire, raggiungendo o ritornando alla superiorità del diritto e all’uso della pace come mezzo abituale o garanzia di azioni un po’ più efficaci. Sono evidentemente i governi in carica a portare le responsabilità più pesanti nell’immediatezza degli eventi che si succedono. Ma tutte le forze politiche, anche quelle di opposizione, e quindi tutti cittadini che vogliano concorrere ai processi che elaborano soluzioni più decenti di quelle sbagliate e pericolose in corso, devono interrogarsi sulle priorità reali da riconoscere e ristabilire, sia pure dentro processi sovente tortuosi e segnati da parzialità e lacune. A me pare che un di più di Onu possa e debba essere invocato, ed eventualmente adottato, solo indicando, contestualmente, l’orizzonte in cui possa prendere forza il “cambio” di prospettiva che così verrebbe introdotto. È solo la “vision”, come si dice anche da chi non ne ha alcuna, che può dare senso a compromessi e piccoli passi, o reggere il peso di attese lunghe, o consentire recuperi dopo le sconfitte. La necessità di intervento dell’Onu comporta – mi sembra – un più forte riconoscimento della sua autorità, allontanandosi gli Stati Uniti dalle loro teorie di autosufficienza unilateralista, con un ritorno convinto a quanto prometteva la Carta Atlantica da cui le Nazioni Unite sono nate in un’ora tremenda della storia. La funzione originaria dell’Onu era promuovere un mondo di libertà e rispetto di tutti i popoli e della loro parità, quali ne fossero le ricchezze, le forze, gli stessi ordinamenti interni, fatto salvo il principio di non aggressione. A ciascun paese membro andava garantito il diritto di vivere tranquillo nei propri con- fini, indicandosi una via di rinuncia a ogni “guerra di attacco” come soluzione dei conflitti di interessi e valori. In pratica, si era proposta allora una diversa concezione della sovranità nazionale, da subordinare a un ordinamento internazionale condiviso, rafforzato da istituzioni nuove comuni. Il grande errore (politico e culturale) compiuto dagli Stati Uniti d’America nel fissare nella “dottrina strategica dell’unilateralismo” il dato contingente e ambiguo della loro superiorità militare, o fa finire l’Onu, o ne richiede la rifondazione. Come gli attuali piagnistei americani circa un ruolo vitale da riconoscersi all’Onu testimoniano (sia pure con evidenti ambiguità e pericolosissime reticenze), la rifondazione dell’Onu è molto più necessaria della sua liquidazione. Sarebbe bene allora occuparsene, almeno da chi non ha piedi e mani, gambe e braccia nel pantano iracheno. Naturalmente, la riforma dell’Onu non è cosa prodromica e propeudetica a qualunque passo sensato in Iraq, ma, al contrario, è l’orizzonte più ampio in cui collocare ogni iniziativa ragionevole che si possa accettare con un minimo di coerenza. Indicati con chiarezza gli obbiettivi finali, si può anche essere gradualisti in vista di avvicinare condizioni e strumenti di una legalità condivisa. Questo metterà in discussione l’attuale impostazione del Consiglio di Sicurezza, con il suo storico diritto di veto nelle mani di Usa, Russia, Cina, Inghilterra e Francia? Certamente, ma, nel rispetto dello statuto vigente, può avere forza e credibilità politica avanzare l’indicazione di obiettivi nuovi e di adeguamenti, anche graduali. Essi non sono affatto impossibili, se si compiono le analisi necessarie e si sfruttano le circostanze di fatto in arrivo. Per esempio, potrà l’Europa diventare quella realtà politica che sta nascendo nel nostro continente, senza porsi il problema di come “rappresentarsi” in sede Onu? Non sarebbe meglio organizzarsi, al più presto, con un solo veto europeo? E non sarebbe questa novità (necessaria, se l’Unione europea deve essere una realtà politica internazionale), di fatto, anche un “cambio” radicale degli assetti inadeguati e superatissimi dell’Onu 1945, dentro i quali stanno marcendo tutti i dilemmi e le insufficienze di oggi? Sì o no alla prospettiva di un solo seggio europeo all’Onu ha, mi pare, più forza dirimente e orientante dell’opzione, che purtroppo non è affatto nelle nostre mani, di un ritiro dei militari italiani, prima o dopo il mitico 30 giugno. I nostri soldati, certamente, non sono andati in Iraq per combattervi, armi in pugno, una resistenza popolare. Ma purtroppo il loro ritiro, che comporta una interpretazione seria della situazione attuale irachena, è nelle mani di Berlusconi figurarsi con quale “vision”! In verità, sulle nostre spalle non c’è solo il problema di concorrere a un minimo di convivenza democratica – pacifica in Iraq. C’è anche, più strettamente nostro ed europeo, quello di produrre regole e assumere comportamenti che rispettino e valorizzino la democrazia dentro l’Onu. Senza progressi nella democrazia mondiale, nessun esercito può contrastare con efficacia l’attuale terrorismo internazionale. Anche per questa urgenza tutti i membri dell’Organizzazione, in ogni continente, vanno incalzati su esigenze e convenienze di una seria riforma democratica dell’Onu e della sua autorità. A cominciare dai membri manifestamente più pericolosi e indisciplinati, che sono oggi gli Stati Uniti d’America. Perché la storia non è sempre eguale, e chiama ogni generazione alle sue scoperte e fatiche: per la libertà, la pace e l’uguaglianza di diritti e doveri. www.europaquotidiano.it

IL NUOVO ORDINE DEL MONDO E LA POTENZA USA: UN CONVEGNO A FIRENZE La fragilità dell’impero americano da La Stampa di Luigi La Spina Chiamatela come volete: abilità, o preveggenza e, magari, anche fortuna. Comunque ci vuole, quando si organizza un convegno con mesi di anticipo e, poi, il tema della discussione diviene, man mano che si arriva al giorno previsto per l’incontro, sempre più «caldo», sempre più d’attualità. E’ il caso di una «due giorni» fiorentina di dibattiti che si apre stamane a palazzo Vecchio, con la partecipazione di importanti studiosi europei e di colleghi americani, in gran parte anche consiglieri di Bush. Il titolo della riflessione proposta ai relatori delle varie tavole rotonde, tanto impegnativo quanto provocatorio, è già sufficiente per far prevedere scintille dialettiche, seppur temperate dalle abitudini accademiche: «Impero e ordine del mondo». La responsabilità di averlo suggerito e di aver promosso l’incontro è equamente suddivisa da una partnership italo-americana, quella formata dall’Istituto di Scienze umane di Firenze, diretto dal professor Aldo Schiavone e dalla Robbins Collection della School of Law dell’Università di California Berkeley, guidata da Laurent Mayali.Dopo un’introduzione di Umberto Eco, presidente dell’Istituto italiano di scienze umane, sarà Schiavone a illustrare le due idee-guida del convegno. La prima si riferisce al termine, immeditamente evocativo, di «impero», come ovvio riferito agli Stati Uniti. La parola, che forse meno ideologicamente si potrebbe sostituire con «supremazia imperiale», definisce comunque «una situazione estrema nel corso della storia, che ha una sola possibilità di comparazione, quella del dominio romano, quando forma del mondo e forma dell’impero finirono per identificarsi per oltre tre secoli». Con una importante differenza, aggiunge ancora Schiavone: «Allora, l’unificazione politica e giuridica del mondo fu una conseguenza diretta della supremazia militare. Oggi, l’unificazione è soprattutto economica, mentre l’unificazione politica e giuridica appare lontanissima».Il confronto, dopo due millenni, suggerisce il secondo tema, cioè il governo globale del pianeta. Questo «nuovo ordine» sarà possibile costruirlo intorno a un solo Stato, a un solo Paese, seppur potentissimo? Oppure, per riuscire in questa immane impresa, sarà necessario che gli Stati Uniti non mettano unicamente al centro della loro azione «l’interesse nazionale». Pongano, invece, la loro forza «al servizio di un’idea e di un progetto che vadano oltre la prospettiva della sua conservazione così come oggi è», conclude Schiavone. Corollario obbligato di questo interrogativo sarà l’esame del rapporto tra Europa e America, non tanto e non solo sotto l’aspetto politico, ma nelle sue caratteristiche culturali, sociali, giuridiche.Parlare di «impero», riferito alla supremazia dell’unica superpotenza rimasta dopo il crollo dell’Unione sovietica e discutere di «nuovo ordine mondiale», dopo quello assicurato dall’equilibrio del terrore nella seconda metà del secolo scorso, potrebbe sembrare persino scontato. Eppure, i due aspetti del confronto euro-americano di Firenze si potrebbero anche rovesciare. E’ stato proprio un americano, infatti, il professor Charles Kupchan, della Georgetown University di Washington a pubblicare recentemente un provocatorio saggio dal titolo controcorrente: La fine dell’era americana. Nel libro si sostiene la tesi che proprio la guerra in Iraq non segnali l’onnipotenza solitaria e imperiale degli Stati Uniti sulla scena del mondo, ma l’avvio di una strada che porterà all’indebolimento della sua forza, perché, agli occhi degli altri popoli del pianeta, si comprometterà la risorsa fondamentale che ha assicurato la sua supremazia: la legittimità internazionale. L’unilateralismo americano e le difficoltà sia in Iraq sia sul fronte israeliano-palestinese, a giudizio di Kupchan, dimostrerebbero la fragilità di quell’«impero» di cui a Firenze si teme invece la tracotante sicurezza. Senza arrivare all’azzardo dello studioso americano, che addirittura preconizza per l’Europa un futuro altamente competitivo nei confronti degli Stati Uniti, si potrebbe pensare, ad esempio, che lo sviluppo impetuoso della forza economica cinese non sia destinato a restare indipendente da una influenza pure politica sullo scacchiere mondiale. Anche perché al motore cinese si potrebbero affiancare quelli di un risorgente Giappone e quelli delle altre nazioni asiatiche, dall’India fino ai confini del Pacifico.Provocazione per provocazione, si può anche contestare il secondo assunto del convegno fiorentino: l’era della globalizzazione, fondata sull’apertura planetaria dei mercati, è davvero un futuro inevitabile oppure, già da tempo, se ne sentono scricchiolare le fondamenta teoriche e pratiche? Davvero il «nuovo ordine» sarà costruito intorno all’unificazione economica del mondo oppure ci dovremo rassegnare a un «nuovo disordine», con inaspettate chiusure dei mercati e una più ampia articolazione delle economie e delle competenze nel confronto internazionale? Siamo certi che questi dubbi non turberanno gli organizzatori dell’incontro che si apre oggi a palazzo Vecchio. Si può sempre cogliere l’occasione per riconvocarne un altro, l’anno prossimo. E poi, i titoli dei convegni, talvolta, sono come quelli degli articoli di un giornale: si possono rovesciare senza troppi danni.

Bulgaria: cercasi 1 milione di immigrati Secondo alcuni esperti la Bulgaria presto potrebbe divenire da Paese di emigrazione Paese di immigrazione. Vista la vera e propria crisi demografica l'economia bulgara necessita di nuova forza lavoro. Un reportage di Tanya Mangalakova. Da Sofia scrive Tanya Mangalakova Il quartiere con il suo nucleo in Via Pirotska, a Sofia, è quello più attivo dal punto di vista commerciale dell’intera città. Un quartiere cosmopolita dove culture occidentali ed orientali si mescolano. All’inizio di Via Pirotska la moschea Banya Bashi costruita nel 1566, sulla sua sinistra la sinagoga. Un po’ più giù, al fianco dell’Hotel Sheraton la chiesa ortodossa di Sveta Nedelya. Nel 1931 il giornalista francese Albert Londres descrisse come i comitadjis - membri di un’organizzazione rivoluzionaria che di batteva per l’indipendenza della Macedonia – proprio da Via Pirotska passavano per raccogliere una sorta di “pizzo rivoluzionario” presso i negozianti della zona, a favore della causa macedone. Ora lungo Via Pirotska vi sono negozi di lusso ma anche negozi più piccoli, con le iscrizioni in arabo. “Mi piace la Bulgaria. Vi sono alcuni elementi che si assomigliano tra la gente della Bulgaria e quella del Libano”, afferma Hasan, macellaio, nato a Beirut ma da circa 12 anni in Bulgaria dove ha aperto la macelleria “Al Maraai”. Ha sposato una donna bulgara ed ha un bambino. Nel suo negozio si può trovare esclusivamente carne d’agnello, pane arabo e pietanza arabe come l’hommos e lo shish tauk. Hasan non si interessa di politica, “sono piuttosto concentrato sui miei affari”. “La montagna dell’eterno bianco” è invece il nome suggestivo di un ristorante cinese con l’entrata proprio al fianco della macelleria di Hasan. Le lanterne rosse sembrano essere leggermente smosse dalla musica ad alto volume di un negozietto di cd di fronte. Una canzone zingara suonata dall’orchestra di Goran Bregovic. L’atmosfera è realmente cosmopolita. Anche il proprietario di un vicino Internet Café non è bulgaro ma palestinese, sposato con una ragazza bulgara. Negozi e ristoranti cinesi, macelleria arabe, negozi dove si vende tabacco profumato e narghilè – molto in votga nei club di Sofia - gestiti da siriani, negozi di spezie dove si può profumare l’Harissa dalla Tunisia, il grits, cardamon, saffron... Durante i 14 anni di transizione dal regime comunista alla democrazia Sofia ha cambiato aspetto, in centro città sono fiorite le attività commerciali gestite da nuove minoranze, in prevalenza provenienti dal Medioriente. Crisi demografica Contemporaneamente circa 1 milione di bulgari sono emigrati all’estero. Il Paese sta soffrendo una forte crisi demografica. I bambini rappresentavano, nel 2003, il 15,5% della popolazione a fronte del 21,6% dell’inizio della transizione e del 30% di inizi ‘900. A partire dal 1990 la crescita naturale dava segno negativo. E c’è qualcuno che inizia a preoccuparsi della mancanza della forza di lavoro. “Nel 2012 il numero di immigrati supererà quello di emigranti” afferma Jordan Kalchev, dell’Istituto Nazionale di Statistica. Nel 2010 secondo gli esperti la popolazione della Bulgaria si attesterà sui 7,3-7,4 milioni di abitanti. Attualmente vivono in Bulgaria circa 7,8 milioni di persone. “Abbiamo bisogno che si dibatta pubblicamente, a tutti i livelli, sulla crisi demografica e sulle sue conseguenze sociali ed economiche” ha scritto Ognyan Minchev, professore presso l’università Sv. Kliment Ohridskidi Sofia, per il quotidiano bulgaro Dnevnik. Crisi demografica che non è da attribuirsi esclusivamente alle minor nascite od all’alto tasso di emigrazione ma anche ad un deteriorarsi generale delle condizioni di vita e quindi ad un aumento del tasso di mortalità. Alla ricerca di una strategia sull’immigrazione Secondo Minchev l’unico modo per evitare un vero e proprio collasso è quello di accettare, nei prossimi 10 anni, almeno 1 milione di immigrati. Volenti o nolenti quindi i bulgari dovranno accettare nuovi vicini di casa. Il probabile e prossimo ingresso della Bulgaria nell’Unione europea inoltre la renderà un Paese di forte attrazione per persone originarie del terzo mondo e dalla Comunità degli Stati Indipendenti. Non si tratta più quindi di scegliere se accettare o meno immigrati ma di discutere le modalità della loro integrazione. E’ necessario promuovere infatti l’immigrazione con un’adeguata strategia. In molti in Bulgaria stanno iniziando a sottolineare come sia necessario accettare soprattutto immigrati provenienti da zone che sono culturalmente e dal punto di vista religioso simili alla cultura e fede professata dalla maggior parte dei bulgari. Preoccupa in particolare l’immigrazione di persone provenienti da Paesi musulmani. La Bulgaria non vuole essere il paese che si prende la responsabilità di conciliare, nell’UE, mondo arabo con quello europeo. Per questo in molti sperano che il prossimo autunno la Turchia avvii effettivamente i negoziati per l’integrazione nell’UE e si assumi il fardello di essere confine dell’Unione a sud est e di trovare un equilibrio tra islam e cristianesimo. Bulgari dall’ex URSS La strategia bulgara sembra comunque quella di attirare immigrati originari della Moldavia, dell’Ucraina e, in minor misura, dalla Macedonia. Lo sviluppo in questi Paesi si ritiene sarà più lento che in Bulgaria e per questo la Bulgaria cercherà di attirare giovani con un alto livello di scolarizzazione, in particolare appartenenti alle minoranze bulgare in quei Paesi. Ma il sistema educativo, dei media e delle istituzioni culturali deve al più presto collaborare a creare un humus in Bulgaria favorevole per la multiculturalità. “Ma l’elaborazione di una strategia efficace in merito all’immigrazione necessita dell’impegno di tutti I partiti” afferma Ognyan Minchev. “Vi sono numerose comunità bulgare in Ucraina, Moldavia, Russia, Kazhakistan, Uzbekistan ed altri Stati dell’ex Unione Sovietica” ricorda Plamen Pavlov, storico presso l’Università di Veliko Tarnovo ed in passato a capo dell’Agenzia statele per i bulgari all’estero “molti di loro, a partire dal 1991 stanno immigrando in Bulgaria. Sino ad ora questo si sarebbe verificato per circa 15.000 persone”. Pochi comunque rispetto alle cifre che gli esperti ritengono necessarie a limitare la crisi demografica. Attualmente per strada a Sofia si incontrano macedoni, albanesi, serbi, montenegrini, greci, turchi, arabi, russi … Tra vent’anni la situazione potrebbe essere ancora diversa e Sofia potrebbe essere la città più multiculturale dei Balcani. I bulgari devono prepararsi all’idea. www.osservatoriobalcani.it

Aveva lasciato lo sport per andare in guerra, morto in Afghanistan campione del football di red. “È come Forrest Gump. Vuole provare tutto”. Suona macabra ora questa frase di un compagno di Pat Tillman. Aveva lasciato la divisa sportiva per la quella da “berretto verde” ed era partito a combattere nella guerra al terrorismo: un eroe del football americano è stato ucciso in battaglia in Afghanistan. Come Forrest Gump cercava medaglie dopo gli ori sportivi. Considerato uno dei migliori difensori del football a stelle e strisce, Pat Tillman è rimasto ucciso in un’operazione delle forze speciali nelle montagne dell'Afghanistan Sud Orientale. Il campione aveva abbandonato a metà del 2002 una carriera da Defensive Back negli Arizona Cardinals per arruolarsi nell'Esercito. Del resto, cos’è un contratto triennale da 3,6 milioni di dollari quando lo Zio Sam di elargisce uno stipendio da 18mila dollari in un solo anno? La sua morte sul fronte della guerra al terrorismo ha un triste e sinistro parallelo in questi giorni sui giornali americani. Quando si era arruolato nelle Forze Armate, Tillman aveva seguito la parabola che il disegnatore progressista Doonesbury, un’istituzione nazionale per i lettori di quotidiani negli Usa, aveva fatto compiere a un personaggio della sua striscia, l'ex campione di football B.D. Nell'America del patriottismo post-11 settembre anche B.D., un ex allenatore, si era arruolato per combattere i nemici delgli Stati Uniti. Era finito in Iraq e proprio in questi giorni, rendendo omaggio a chi in queste guerre paga un prezzo in prima persona, il pacifista e democratico Doonesbury lo aveva fatto restare gravemente ferito. L'eroe del football di Doonesbury, trasportato in eliambulanza, si risveglia dal coma e scopre di aver perso una gamba. La vita ha imitato il fumetto, e ne ha tratto le più estreme conseguenze. Tilman tornerà in patria in una delle bare d'alluminio piene di ghiaccio e ricoperte dalla bandiera che, contro il parere e gli ordini del Pentagono, sono finite in prima pagina su tutti i giornali Usa. Una bara eccellente, di fronte a ormai centinaia di bare anonime sfilate fino ad oggi di nascosto nell'obitorio della base di Dover dove arrivano da mesi i cadaveri dei caduti. Un paradosso, estremo anche questo, per una star che aveva voluto combattere in assoluto anonimato. Pat Tilman aveva 27 anni, due anni fa aveva rinunciato a gloria, amore e soldi per imbracciare le armi, per essere in prima linea nella lotta al terrorismo. Sette settimane dopo essere tornato dalla luna di miele, aveva lasciato la moglie e una carriera da star. «Non se la sentiva più di giocare in difesa quando fuori dal campo c'era il suo paese da difendere da un nemico più forte e insidioso in agguato», aveva detto all’epoca un collega del campione. Finito l'addestramento a Fort Benning, dove aveva rifiutato rigorosamente qualsiasi intervista per restare anonimo, uguale a tutti gli altri, nel marzo 2003 Pat era stato inizialmente spedito in Iraq nelle avanguardie dell'invasione, poi era stato trasferito in Afghanistan. Qui ha trovato il suo destino ad attenderlo: l'ex campione è morto sotto il fuoco nemico nell'Afghanistan sud-orientale, nella guerra “dimenticata” dall'America contro le ultime frange dei Talebani e di al Qaeda. Un metro e ottanta di altezza per cento chili di peso, un misto - dicevano gli amici - di «muscoli e di umilta», Tilman era considerato un modello per i ragazzi americani: oltre alle doti di campione dello sport, si era distinto negli studi al college e finito l'università con una laurea con lode in tecniche del marketing. Il salto di carriera l'aveva fatto con il fratello minore Kevin a sua volta una promessa del baseball. Nei giorni dell'arruolamento era circolata la voce, mai confermata, che avessero perso una persona cara negli attentati dell'11 settembre: questo avrebbe provocato la decisione shock di partire per la guerra. L'anno scorso i due fratelli si erano guadagnati l'Arthur Ashe Courage Award destinato a individui il cui contributo trascende lo sport. unita.it

Al di qua dei fiori. I Balcani rinnegati Viaggio sulle frontiere della Slovenia: quelle che stanno per sparire e quelle che l'Europa farà diventare più dure e chiuse - cioè quelle che lasciano fuori il resto dell'ex Jugoslavia ASTRIT DAKLI INVIATO A LUBJANA «L'Europa? comincia là, sotto il tavolo da biliardo del ristorante», dice la sonnacchiosa guardia di confine croata. E indica la gostilna «Kalin», la trattoria subito al di là del ponticello che attraversa il rio Kalin congiungendo le due metà del villaggio di Kalin: la metà croata, che si chiama Bregana, e la metà slovena, che si chiama Slovenska vas. Kalin è anche il cognome della signora Blaenka, proprietaria del ristorante da cinque generazioni e, par di capire, padrona del villaggio intero - di fatto se non di diritto. La frase della guardia non è una curiosa metafora. La signora Blaenka non lo ammette e sostiene che la sua gostilna (locanda) sta tutta in Slovenia: ma la linea di confine tra i due paesi, che dal primo maggio sarà il confine esterno dell'Europa unita, in realtà attraversa proprio il ristorante, lasciandone in teoria una fettina alla Croazia (anche se la cucina e soprattutto la cassa sono solidamente in Slovenia). Nessun croato naturalmente si sogna di rivendicare quei pochi metri quadri - tanto più che la signora Blaenka (lei stessa croata) dà lavoro a un bel po' di abitanti sui due lati di questo strano confine, visto che il suo ristorante è grande e piuttosto noto (pare fosse frequentato anche da Tito) e si riempie sempre di clienti che vengono dalla vicina Zagabria, meno di venti chilometri più in là. Però da queste parti è meglio non essere troppo sicuri su argomenti politici: non si sa mai. Lo dice anche la guardia croata, quando gli chiediamo perché una grande stella rossa metallica, tolta da qualche edificio dei dintorni, stia appoggiata lì in un praticello, come in attesa di essere rimessa al suo posto. «Non si sa mai. E poi, una stella non fa comunismo, no?» No davvero. Del resto a Kalin (o Bregana, o Slovenska vas che si voglia) di comunismo non c'è proprio traccia, se mai ce ne fosse stata una. La bionda e vigorosa Blaenka, bocca volitiva e sguardo d'acciaio, guida la sua impresa con mano ferma da 37 anni e mostra anche qualche nostalgia di Tito e della Jugoslavia che fu, ma certo con il comunismo non deve aver mai avuto molto a che fare: se la sua famiglia possiede il ristorante da quando CeccoBeppe era in fasce («fondato nel 1831», si legge sui piatti) possiamo immaginare che di compromessi sociali non deve averne fatti più dello stretto necessario. Il rimpianto per la Jugoslavia è puramente commerciale: «quando non c'era questa stupida frontiera qui fuori della porta, avevamo più clienti». E adesso, con l'Europa che arriva? «Ci adatteremo anche a questo. Già adesso si sente l'Europa, comunque: un sacco di carte senza senso in più da riempire ogni giorno - tutti i conti, va bene, e poi cosa c'è nei frigoriferi e come stanno i cuochi e le cameriere, e se hanno vomitato la notte prima e se hanno fatto la cacca regolarmente... - e controlli più stretti, che peggioreranno ancora fra due anni, quando la Slovenia sarà dentro Shengen e la Croazia terzo mondo. I clienti croati diminuiscono, sono intimiditi dai controlli, spesso sono rimandati indietro se qualcuno della comitiva domenicale, cessò, la nonna o il ragazzino, si è dimenticato i documenti a casa. Che grande stupidità sono le frontiere!». E però il suo marito buonanima fu il primo del villaggio a issare la bandiera slovena, il giorno dell'indipendenza... Paradossi europei Nel sonnolento e idillico paesino, dove la frontiera sembra più da operetta che reale, si concentrano molti paradossi della nuova Europa del 21mo secolo. E' vero: niente muri né sbarre né reticolati. La linea di confine arriva contro il muro del ristorante sotto forma di una fila di vasi da fiori e sul ponte lì accanto c'è solo una guardia, quella croata, con l'aria di un pacioso vigile urbano. Ma è un varco - come moltissimi altri su tutte le frontiere slovene - aperto solo in apparenza. E' aperto ai locali, conosciuti a vista e dotati di uno speciale lasciapassare che viene rilasciato a chi va da una parte all'altra non per trovare parenti o amici, o per far spese, ma esclusivamente per raggiungere il posto di lavoro o la scuola. Già, perché questa linea di confine, tracciata amministrativamente in epoca jugoslava senza mai passare dalle carte al terreno e diventata improvvisamente «vera» nel 1991, ha lasciato da entrambe le parti una popolazione mista: così ora gli sloveni che abitano in Croazia vanno a scuola in Slovenia e viceversa, mentre moltissimi sono coloro che semplicemente hanno mantenuto il loro posto di lavoro (o il proprio campo da coltivare) anche quando tra esso e la loro casa si è frapposto un confine di stato. Confine invisibile, dunque, ma ben reale: quando dopo due chiacchiere col poliziotto croato ripercorriamo i dieci metri per tornare in Slovenia, dal nulla ci si materializza davanti rombando un grosso fuoristrada da cui scende un tipo in abiti civili, armato, che con gentile fermezza ed esibendo un distintivo all'americana («Slovenska policija»), ci fa consegnare i documenti, se li esamina per bene chiuso in macchina e ce li restituisce solo dopo aver trascritto tutti i dati - non si sa mai. Dieci minuti fa non c'era nessuno, sul lato sloveno: chi ha chiamato questo agente di corsa? Come mai tanto sospetto? Da queste parti sono sospettosi tutti, a dire il vero: ma lo stato sloveno lo è particolarmente, quando si tratta di «stranieri». E adesso, con l'entrata nella Ue, sospetti e attenzioni si stanno concentrando su una delle quattro frontiere slovene, quella croata: che è l'unica «esterna» e paradossalmente anche l'unica che frontiera non è stata mai, né sotto gli Asburgo né con la Jugoslavia monarchica né con quella di Tito. E' da qui che viene il «pericolo» - gli altri ex jugoslavi, pericolosamente poveri, pericolosamente balcanici; e dietro di loro, gli immigrati che vengono da più lontano e puntano a nord e a ovest. Di programmi per la loro accoglienza e integrazione non si parla nemmeno; anzi, dice già tutto il termine ufficiale usato in un primo momento (e poi cambiato sotto le proteste generali) per definire i centri di detenzione per migranti, equivalenti ai nostri Cpt: «Centri di smaltimento stranieri». E questo senza toccare l'argomento dei «cancellati», migliaia di ex jugoslavi residenti in Slovenia e privati d'autorità di ogni diritto - orribile vicenda ancora irrisolta ormai dopo dodici anni, già nota ai lettori e di cui torneremo presto a parlare, anche perché verrà presentata con forza la prossima settimana al presidente della Commissione europea Romano Prodi quando verrà a Gorizia-Nova Gorica per festeggiare l'allargamento europeo. Su questa e altre vicende di serissima gravità etica la Ue è finora rimasta totalmente zitta, mostrando tutto il cinismo per cui va famosa. Stringere i freni, aumentare i controlli: in questo invece sì che la Ue aiuterà, alla faccia dei diritti umani. «Nuove misure straordinarie per ora non sono previste» - ci dice Franco Juri, che incontriamo a Koper (Capodistria) uno sputo da Trieste, su una frontiera un tempo rovente ma oggi molto meno difficile di quella croata. «Ma si sa che il governo spera di ottenere dalla Ue un aiuto finanziario per potenziare i controlli elettronici sul confine, nonché la sede e la guida della futura agenzia speciale per il controllo delle frontiere. Evidentemente ci sentiamo particolarmente portati per queste cose... E poi il governo ha già avviato il travaso di migliaia di doganieri, che non serviranno più lungo i confini con Italia Austria e Ungheria, nei ranghi della polizia di frontiera dislocata sul confine croato. Per far cosa, si può ben immaginare». Arma politica Juri, che dopo l'indipendenza slovena è stato ambasciatore e poi viceministro degli esteri, rappresenta una formazione politica, il Forum per la sinistra, molto critica verso il governo di centrosinistra di Lubjana, che accusa di inerzia. «Ma è chiaro - aggiunge - che se la destra vincerà le prossime elezioni di ottobre la situazione peggiorerà moltissimo anche prima dell'entrata in vigore di Shengen. Il regime di frontiera con la Croazia, in teoria molto morbido, uguale a quello con l'Italia, è applicato a discrezione e molti pensano di usarlo come arma di pressione nel contenzioso con Zagabria - bello grosso, tra confini marittimi e terrestri, diritti di pesca, tutta la storia della centrale nucleare di Krsko e di dove mettere le sue scorie, e ancora gli indennizzi per i correntisti croati della Lubljanska Banka - che non sta facendo nessun progresso. Già durante l'ultimo governo di centrodestra abbiamo rischiato lo scontro armato con i croati qui dietro, vicino a Pirano, per una sciocchezza - la casa del signor Josko Joras, che sta per qualche metro in Croazia ma lui dice di no e il nostro governo voleva mandare le guardie armate a presidiargli la porta. E la Ue lascia fare, non ha niente da dire». E' difficile spiegare perché il nazionalismo xenofobo abbia tanto spazio nella politica (e nell'opinione pubblica) di questo piccolo e tranquillo paese: secondo Juri, un buon 30 per cento dell'elettorato sloveno appoggia queste posizioni oltranziste. Sintomatica la vicenda della moschea di Lubjana, alla cui costruzione mezzo parlamento si oppone ferocemente (con la ridicola motivazione che essa «sarebbe troppo visibile dalla strada» e «diventerebbe un covo di terroristi»), negando di fatto i diritti costituzionali dei circa 50mila musulmani sloveni - che non sono neanche immigrati ma quasi tutti cittadini sloveni di origine bosniaca. Timori e incertezze, comunque, si trovano anche là dove il cambiamento del 1 maggio sulla carta dovrebbe portare solo vantaggi. Tra Nova Gorica e l'adiacente Gorizia, per esempio, scelte dal presidente della Commissione europea Romano Prodi per celebrare in pompa magna la «caduta del muro». A parte il fatto che «di muri da abbattere qui non ce ne sono proprio, essendo da parecchi anni una delle frontiere più aperte d'Europa», come spiega DuÜko Udovic, della redazione goriziana di Primorski (quotidiano triestino in lingua slovena), resta il fatto che «la vera frontiera da abbattere sta nella testa della gente, di qua e di là, e per questo ci vorrà ancora parecchio tempo». Entusiasmo in giro se ne vede poco a Nova Gorica, in effetti: né si capisce cosa si dovrebbe festeggiare. Non la riunificazione della città, visto che si tratta di due entità urbane nate separatamente, del tutto diverse da ogni punto di vista (architettonico, urbanistico, linguistico, economico) e anche fisicamente non molto unificabili; né la riunificazione di un popolo, ché anzi proprio su questo terreno esistono le maggiori diffidenze e i maggiori pregiudizi reciproci. Spiega Aldo Rupel, dell'Istituto sloveno di ricerche: «Dopo tanti anni di reale oppressione (dal `18 al `45) e poi di propaganda continua, molti sloveni di Nova Gorica hanno interiorizzato l'uguaglianza italiani=fascisti; e gli atteggiamenti tuttora irredentisti e razzisti, antislavi, di una parte non piccola del mondo politico e dell'opinione pubblica a Gorizia e a Trieste non hanno certo aiutato a vedere le cose in modo diverso. Poi c'è l'economia, molto più dinamica a Nova Gorica che a Gorizia, da sempre abituata alle sovvenzioni e agli aiuti statali. E infine, la questione dei transfrontalieri, che ogni giorno dalla Slovenia vanno in Italia a lavorare e che non solo restano dopo anni senza i diritti dei colleghi italiani, ma domani, se non si trova in fretta una via d'uscita, verranno bloccati e trasformati in migranti clandestini dalla doppia azione della legge Bossi-Fini e della moratoria italiana sulla libertà di movimento dei lavoratori... Tutto questo produce timore, l'idea che la fine della frontiera e la creazione di uno spazio unitario finiscano in realtà per `tagliare le ali' a Nova Gorica subordinandola a un ipotetico espansionismo italiano». Le vie principali della città, rutilanti di luci dei cento casinò e sale da gioco dove passano la sera migliaia di italiani, sono lì a testimoniare di un rapporto non troppo sano tra i due lati di questo confine. ilmanifesto.it

LA SANITÀ A PEZZI Non arrivano i fondi dello Stato promessi alle Regioni. A farne le spese sono i cittadini più bisognosi. Tagli alle prestazioni e farmaci più cari. La deriva dell’assistenza. Dopo lo sciopero di venerdì 16 aprile, i camici bianchi marciano su Roma sabato 24 aprile. La vertenza della salute ha ormai toccato il suo culmine con 200.000 medici rappresentati da 42 sigle sindacali che, per la prima volta dal 1992, promuovono uno sciopero nazionale. Protestano perché la convenzione che li lega al Servizio sanitario nazionale è scaduta da tre anni. Ma, al di là della clamorosa manifestazione dei medici, c’è il malessere della sanità pubblica, che rischia di sprofondare o perlomeno di sparire come Servizio sanitario nazionale. Secondo Achille Passoni, segretario confederale della Cgil per le politiche della salute, «se nei prossimi 2 o 3 anni non si arresta il processo in corso, il sistema salta in aria». Le Regioni, infatti, non hanno ancora ricevuto i fondi speciali (almeno 20 miliardi di euro) che il Governo ha sottoscritto al termine della Conferenza Stato-Regioni dell’8 agosto 2001. «Le risorse non arrivano proprio perché il sistema deve saltare», accusa ancora Passoni. Ma di quale sistema si sta parlando? L’accordo Stato-Regioni del 2001, la riforma costituzionale del Titolo V e la devolution che ne è seguita (nei settori della sanità, istruzione e polizia) hanno di fatto consegnato il servizio sanitario nelle mani delle Regioni. Il guaio della devolution è che le Regioni, grazie all’autonomia finanziaria, devono far quadrare i conti: chi può spende, chi non può taglia. A complicare le cose è arrivata la riduzione dei trasferimenti statali che, insieme con il mancato versamento dei fondi speciali, ha messo in crisi l’erogazione su tutto il territorio nazionale dei Lea (livelli essenziali di assistenza). A farne le spese sono i cittadini che, per accedere ai servizi sanitari, devono pagare di più, mentre i tagli hanno inciso pesantemente sulle categorie più disagiate: anziani non autosufficienti e persone che hanno bisogno di assistenza domiciliare. Il fronte più avanzato della crisi finanziaria della sanità finisce così per ritrovare in prima linea i medici di famiglia, le cui prestazioni possono essere gratuite, a pagamento, o addirittura non previste (come l’assistenza domiciliare), a seconda delle condizioni in cui versano le casse regionali. «Di fatto i cittadini italiani non sono più uguali quando hanno bisogno di essere curati», denuncia Mario Falconi, segretario della Fimmg, il sindacato dei medici di famiglia. Il sistema sanitario nazionale si sta frammentando in 21 "repubbliche" indipendenti. E il mancato rinnovo della convenzione con i medici di famiglia per mancanza di copertura finanziaria, secondo i rappresentanti sindacali, sarebbe la cartina al tornasole dello smembramento del Servizio sanitario nazionale. «Il messaggio che ci lanciano è: arrangiatevi», dice Luigi Trigiano, 50 anni, medico a Civitella in Val di Chiana (Arezzo). «Lavoro 50 ore a settimana, seguo 19 persone in assistenza programmata, anziani con gravi patologie. Giro tre ambulatori e, per far quadrare i conti, in sette abbiamo creato una cooperativa. Era l’unico modo per poter assumere un’infermiera e garantire sempre l’assistenza ai nostri pazienti». Giuseppe Altamore famigliacristiana.it

Caracciolo Ariel vuol fare da sé L'idea di Ariel Sharon di fare di Gaza una prigione vigilata dagli israeliani e di mantenere gli insediamenti in Cisgiordania, non può portare alla pace. Nonostante la benedizione di Geogre W. Bush La pace non si fa con se stessi. L'idea di Ariel Sharon di sgombrare l'inferno di Gaza, facendone una specie di prigione a cielo aperto vigilata dagli israeliani, e di mantenere gli insediamenti strategici in Cisgiordania, non può surrogare un'intesa con i palestinesi. Nemmeno la benedizione con riserva garantitagli da George W. Bush serve a riequilibrare i termini di un approccio unilaterale che significa, di fatto, rinunciare alla pace con il nemico arabo-palestinese. Ciò potrà forse servire a Sharon, nel breve termine, a restare a galla nelle agitate acque politiche israeliane. E a uscire più o meno indenne dalle accuse rivoltegli in sede giudiziaria, in nome del superiore interesse nazionale. Ma la soluzione del problema è solo rinviata, anzi resa più difficile e costosa da questa scelta senza precedenti. Colpisce non tanto la linea di Sharon quanto la copertura ad essa autorevolmente garantita da Bush. Mai un presidente americano aveva rinunciato al ruolo di honest broker per vestire i panni dell'alleato assoluto di Israele. In questa come in altre recenti decisioni della Casa Bianca pesa molto la campagna elettorale. E quindi la necessità di conquistare voti non tanto fra gli ebrei americani, quanto fra la grande massa dell'opinione pubblica, che si identifica con gli israeliani in nome della comune lotta al terrorismo. Al di là della scadenza di novembre, vi sono alcuni aspetti più strutturali che spiegano l'allineamento Israele-Usa. L'11 settembre è stato interpretato da Sharon come un'occasione unica per affermare la sua priorità: la questione palestinese deve essere risolta solo dagli israeliani, senza nessun tipo di interferenza esterna. La vera 'linea rossa' di Gerusalemme non è questo o quell'insediamento da annettere o da smantellare. Non è nemmeno solo la questione pur centrale dei profughi palestinesi, che non devono poter rientrare sul territorio israeliano. Prima di tutto - e come garanzia di confini accettabili e del carattere ebraico dello Stato - va impedito agli altri paesi mediorientali, ma anche agli europei, alle Nazioni Unite ed eventualmente alla stessa Nato di diventare protagonisti della vicenda. Per questo occorre un rapporto esclusivo con gli Stati Uniti. Il terrorismo palestinese, l'impresentabile leadership di Yasser Arafat e la debolezza e le ambiguità degli europei hanno favorito Sharon. Inoltre, l'inesperienza - meglio, l'ignoranza - di questa amministrazione americana negli affari mediorientali ha permesso ai leader israeliani di influenzarne e in parte determinarne i comportamenti, molto al di là dei rapporti di forza. La politica mediorientale americana in questi anni è diventata sempre più dipendente da quella israeliana. Iraq docet. Se dal punto di vista israeliano questa linea appare comprensibile, almeno nel breve termine (nel medio termine non porta da nessuna parte, se non al confronto permanente con i vicini arabi), molto meno si può capire l'interesse americano a schiacciare la propria politica estera nella regione a quella israeliana. Bush ha così drasticamente ridotto la sua influenza nella regione e ha reso immensamente più complicata l'operazione 'Democrazia in Iraq'. Certo non si può parlare di 'Grande Medio Oriente' la mattina salvo liquidare i palestinesi la sera. Chiunque sarà alla Casa Bianca dal gennaio prossimo, non potrà evitare di sciogliere questa ambiguità. Nell'interesse fondamentale del suo paese. E, in fondo, anche di Israele. www.espressonline.it

Immigrazione: tolleranza zero, diritti zero Oggi immigrato significa criminale, se non addirittura terrorista. A scapito dei diritti fondamentali della persona umana. Ma la tolleranza zero si rivelerà inefficace. Nel momento in cui i paesi dell’Unione Europea sperimentano la loro vulnerabilità di fronte alla minaccia terrorista, riemerge la questione della permeabilità delle frontiere in uno spazio di libera circolazione. Il risultato? La domanda di sicurezza aumenta vertiginosamente da parte di un’opinione pubblica sempre più diffidente nei confronti dello straniero. Ma cosa implica questa “svolta sicuritaria” dal punto di vista delle libertà individuali? Raggiunge i suoi obiettivi? O segna il ritorno ad una xenofobia istituzionalizzata? L’immigrato-criminale All’origine di questo inasprimento delle disposizioni legislative riguardanti gli immigrati, c’è un luogo comune duro a morire: quello dell’“immigrato criminale”. La costruzione di questo “nemico sociale” – legata all’indebolimento economico e sociale dei paesi occidentali nel corso degli anni ’90 – si è sviluppata sulla scorta dei discorsi di uomini politici e media che hanno cavalcato l’onda delle difficoltà economiche, del senso d’insicurezza e dello sfaldamento della coesione sociale. Lo straniero viene fatto rientrare sia nella categoria dei parassiti che approfittano del sistema di protezione sociale, che in quella dei trafficanti mafiosi. E oggi, nella categoria di coloro che piazzano le bombe, i peggior nemici dell’Occidente. Rafforzata dalla confusione generalizzata tra i diversi tipi di immigrati (legali, clandestini, di seconda generazione, rifugiati), questa concezione si affida a prove statistiche che stabiliscono senza discernimento un legame tra crimine ed immigrazione (1). Europeizzazione del controllo La legislazione riguardante gli stranieri porta i segni di questa confusione. L’europeizzazione delle politiche di lotta all’immigrazione clandestina non ha fatto che aumentare la visibilità di questo “pericolo”. I dirigenti europei, percependo l’immigrazione come un problema di sicurezza interna (2), hanno adottato degli strumenti che tendono di fatto a trasformare l’UE in una fortezza. La libera circolazione ha costretto i governi a rafforzare i controlli sulle persone alle frontiere esterne: irrigidimento delle politiche di rilascio dei visti, sanzioni nei confronti dei trasportatori, cooperazione con i paesi terzi, aumento dei controlli d’identità. Con l’allargamento, sono ormai i nuovi paesi entranti ad essere i guardiani del “muro”. Essi non entreranno nello spazio Schengen se non si mostreranno all’altezza. L’angoscia dei paesi membri vi si è dunque trasferita, spingendoli a costruire delle zone-tampone col compito di respingere verso le loro frontiere gli indesiderati venuti dall’Est. I centri di detenzione? Pullulano Conseguenza di questa messa a fuoco, le pratiche autoritarie, come l’allontanamento via charter o la detenzione in zone d’attesa o all’interno di centri chiusi, sembrano legittime. Il loro obiettivo? Assicurarsi che i clandestini siano allontanati, quanto prima, dal nostro territorio. È dietro questa volontà di chiusura che si ritrova la nozione d’immigrato criminale o di parassita. Centri o campi di detenzione fioriscono dunque in Europa (3) con lo scopo di raggruppare due tipi di immigrati: quanti restano in attesa dell’esame della loro richiesta d’ammissione e fanno oggetto del lavoro dei servizi di polizia che si adoperano per rintracciare il loro percorso allo scopo di rimandarli da dove sono venuti; e quanti invece sono già sul punto di essere allontanati, perché sottoposti ad ordinanza di riconduzione alla frontiera o ad ordinanza d’espulsione. In alcuni paesi (Germania, Inghilterra), sono gli stabilimenti penitenziari ordinari a svolgere questa funzione: la detenzione vi si effettua nelle medesime condizioni previste per l’imprigionamento. La durata di detenzione è definita dal diritto. Tuttavia la pratica e le condizioni di vita riflettono una realtà molto lontana dalle garanzie procedurali e dall’assistenza umanitaria che dovrebbero essere accordate agli stranieri (4). Espulsioni e detenzioni si svolgono in generale seguendo un’indeterminatezza giuridica che traduce l’incapacità degli Stati a condurre una politica di lotta contro l’immigrazione clandestina rispettosa dei diritti fondamentali. E i diritti fondamentali? Tolleranza zero per l’immigrazione clandestina, ma, al tempo stesso, misure più accoglienti e più favorevoli per gli immigrati legali: l’UE desidera aprire i canali dell’immigrazione a coloro che, provenienti dai paesi terzi, si trasferiscono per motivi di lavoro o di studio. Ma resta drammaticamente assente la protezione dei diritti fondamentali della persona. Ad essa viene fatto appena un richiamo da parte del Consiglio d’Europa: “All’arrivo alla frontiera (…) ognuno ha il diritto di non essere considerato subito come un delinquente o un truffatore. (…) Ogni persona il cui diritto d’ingresso viene messo in discussione, deve essere ascoltata, (…) Ogni espulsione per direttissima è inammissibile (…)”. Inoltre i dispositivi legislativi d’inquadramento della detenzione degli immigrati illegali sono piuttosto complessi, a fortori per gli stranieri, rendendo difficile l’esercizio dei loro diritti senza assistenza. L’approccio relativo alla pubblica sicurezza non sembra tuttavia turbarsi per il mancato rispetto dei diritti fondamentali, in nome dell’efficacia della lotta contro gli stranieri indesiderabili, sempre sospettati delle peggiori intenzioni criminali, se non addirittura terroriste. Numerosi studi e lavori di ricerca si adoperano ciononostante per sfaldare il legame ritenuto evidente tra immigrazione e crimine: non soltanto un tale presupposto attenterebbe al diritto della persona, ma allo stesso tempo scalzerebbe l’efficacia della vera lotta contro il crimine organizzato e il terrorismo. Ma poiché la paura dell’immigrato costituisce l’anima del commercio per i media e per un certo numero di correnti politiche, solo un evidente fallimento delle politiche di sicurezza ridarà voce in capitolo a coloro che la denunciano e che militano in favore di un maggiore rispetto per i progetti che si concentrano sul rispetto dei diritti umani www.cafebabel.com


aprile 23 2004

Il rendimento dei candidati al primo e secondo turno è stato migliore per l’Ulivo che per la Casa delle Libertà Gli studi dell’Istituto Cattaneo hanno mostrato che una delle ragioni del successo dell’Ulivo nelle elezioni comunali della primavera del 2003 è probabilmente consistito in una piuttosto generalizzata migliore “qualità” dei suoi candidati rispetto a quelli della Casa delle Libertà. L’equilibrio riscontrato negli ultimi anni nelle elezioni locali ha più volte suggerito l’ipotesi che, considerando l’insieme dei comuni superiori di 15.000 abitanti, non vi fossero differenze sistematiche fra Ulivo e Casa delle Libertà nella qualità delle candidature. Anche per le elezioni del 2003 l’Istituto Cattaneo ha analizzato alcuni indicatori volti a rilevare quanto forte sia stato – al di là della maggiore o della minore forza dei partiti delle coalizioni nei diversi comuni – il successo elettorale di questi candidati sindaci. In particolare, sia un indicatore relativo al primo turno (il voto personalizzato) sia un indicatore relativo al secondo turno (il consenso incrementale al ballottaggio) mostrano che gli elettori hanno preferito i candidati dell’Ulivo a quelli della Casa delle Libertà. L’analisi di Guido Legnante dell’Istituto Cattaneo è limitata ai 74 (su 93) comuni superiori nei quali la struttura della competizione ha portato a confrontarsi ai primi due posti un candidato dell’Ulivo e uno della Casa delle Libertà, tralasciando tutti i casi in cui a uno dei primi due posti si è classificato un candidato appartenente a liste civiche. L’analisi ha mostrato che, al primo turno, in termini di “voto personalizzato” (vale a dire il differenziale di voti ottenuti dal sindaco rispetto a quelli ottenuti dalle liste che lo appoggiano, messo in rapporto a questo secondo valore che in qualche modo costituisce la “base” del consenso, su cui il sindaco “innesta” il suo consenso personale), per ogni 100 voti ottenuti dalle liste che li appoggiano, i candidati sindaco dell’Ulivo riescono ad attrarne in media altri 13,7, mentre quelli della Casa delle Libertà solo 5,1. Inoltre, al secondo turno (sono andati al ballottaggio 29 comuni), in termini di “consenso incrementale” (vale a dire la quota di voti addizionali ottenuti al ballottaggio rispetto a quelli ottenuti al primo turno), per ogni 100 voti ottenuti al primo turno, al ballottaggio i candidati dell’Ulivo ne ottengono in media altri 33, mentre quelli della Casa delle Libertà solo 12. Non a caso, sui 29 ballottaggi verificatisi nei 74 comuni considerati da questa analisi, in 9 di essi il candidato della Casa delle Libertà mantiene la posizione di vantaggio con cui era uscito dal primo turno, in altri 14 è il candidato dell’Ulivo a mantenere il primo posto, e in tutti e 6 i casi in cui il secondo classificato del primo turno sorpassa l’avversario, ciò avviene a favore del candidato dell’Ulivo. Sulla base di questi dati si può ipotizzare che questa volta vi sia stata una migliore, e piuttosto omogenea (anche se concentrata soprattutto nei comuni del Sud) “qualità” elettorale dei candidati dell’Ulivo rispetto a quelli della Casa delle Libertà. E questo è avvenuto in un voto in cui la “bi-direzionalità” dei risultati (alcuni comuni sono passati dall’Ulivo alla Casa delle Libertà, altri hanno fatto il percorso inverso: vedi comunicato Cattaneo n. 3) mostra che gli elettori hanno votato tenendo soprattutto a mente fattori locali. Il fattore nazionale chiamato in causa riguarda semmai la capacità di trovare “buoni” o “cattivi” accordi fra i partiti componenti le coalizioni per la scelta di candidati graditi ai cittadini – un esercizio che questa volta è riuscito meglio ai partiti del centro-sinistra. cattaneo.org

La migliore arma per sconfiggere il terrorismo? Una Costituzione Dopo le bombe di Madrid, l'Unione Europea si è impegnata ad instaurare un'intensa cooperazione fra le forze di polizia e i servizi di intelligence. Ma non basta. Alla luce dei recenti attacchi terroristici in Spagna, la sicurezza è diventata una priorità per gli stati membri dell'Unione Europea. Con un improvviso risveglio della coscienza politica, il giorno dopo i micidiali attacchi di Madrid, una folla immensa si è riversata nelle strade unendosi contro il terrorismo: secondo alcune stime, addirittura un quarto dell'intera popolazione spagnola. Ma col crescere della domanda di sicurezza, aumenta anche la preoccupazione riguardo al “se” e al “come” le misure anti-terroristiche possano conciliarsi coi valori fondamentali di libertà e giustizia. Una risposta univoca Considerando questa manifestazione comune di condanna del terrorismo, si può affermare che gli europei approvino i principi democratici dell'Unione. Dietro questa facciata però, prevale un forte e chiaro scetticismo. Alcuni sondaggi mostrano infatti che la maggioranza dei cittadini europei non si identifica a pieno con l'Unione. Questo deficit di "europatriottismo" risulta molto problematico quando contrasta con la ricerca di una strategia di sicurezza comune. Una sicurezza efficace può essere garantita solo grazie ad accordi comuni fra i paesi membri che definiscano i bisogni e le azioni prioritarie. Oggi, i problemi che l'UE si trova a dover affrontare sono tanto diversi quanto diverse sono le politiche di sicurezza di ogni stato membro. Sebbene da più parti si sostenga ormai che il tradizionale stato-nazione non esiste più, questo risorge ogni volta che si parla di sicurezza o di questioni legate ai servizi segreti. Queste pratiche nazionali così profondamente radicate rappresentano grossi ostacoli per l'instaurarsi di una più larga cooperazione tra i vari servizi di intelligence. Nuova e vecchia Europa: una sola Politica Più le nazioni sono coinvolte però, più lento sarà il processo di policy-making. Non è nemmeno chiaro se le preferenze politiche dei nuovi stati membri andranno a coincidere con quelle della "vecchia Europa". Già adesso alcune nazioni stanno premendo per un'Europa "a più velocità". Resta ancora incerto, però, se un'Europa a sole "due velocità" possa effettivamente combattere il terrorismo e il crimine organizzato. Se poi gli stati post-comunisti si impegneranno effettivamente contro il terrorismo è una questione che resta ancora aperta. I loro interessi sono sempre stati quelli di mantenere buoni rapporti economici coi propri vicini. Ora tuttavia questo interesse può esser messo in serio pericolo. Da qui, la loro comprensibile riluttanza a imporre controlli più severi al confine coi loro tradizionali partner commerciali. Le preoccupazioni riguardo alle implicazioni di un'Europa allargata. sono dunque molteplici. L'Europol sapeva benisismo che l'allargamento avrebbe offerto anche l'opportunità per il transito di risorse, servizi e mezzi a strutture criminali. Sono previsti infatti numerosi nuovi investimenti di fondi illegali e molte organizzazioni criminali stanno spostando le loro attività proprio in quei paesi. Le discussioni fra gli stati dell'UE nascono laddove si devono definire le politiche comuni da intraprendere. Più che le questioni geopolitiche, una sfida maggiore per l'Europa sarà quella di raggiungere una visione condivisa delle minacce terroristiche da cui deve difendersi. Con lo spettro delle disastrose missioni umanitarie nella Yugoslavia degli anni novanta, la cooperazione europea ha ancora tanta strada da percorrere. Le azioni politiche internazionali, troppo spesso divise, non sono certo la base da cui far partire una nuova, forte partnership. Tuttavia, un lavoro di squadra contro una minaccia comune dovrebbe convincere i leader europei sul vantaggio di un'azione comune. Non è certo questo il momento di desistere. Sicurezza e Democrazia Solo recentemente i governi europei si sono accordati per una cooperazione fra le proprie strutture di intelligence. E visto come si è combattuto in passato il crimine internazionale, la diffidenza tra i servizi di sicurezza sarà dura a morire. L'UE sarà finalmente in grado di combattere efficacemente contro il terrorismo e di accrescere la sicurezza attivando misure basilari come il rafforzamento della polizia di frontiera nei nuovi stati europei? Alcuni studi dimostrano che con l'attuale forza di polizia la Polonia non sarebbe in grado di attuare il trattato di Shengen che regola la circolazione delle persone in Europa. Una cooperazione più forte sarà possibile solo con l'arretramento di alcuni valori democratici. Quindi, iscivere questi principi in una Costituzione Europea sarebbe un primo concreto passo per fondare una politica di sicurezza comune. Se le attuali politiche e le relazioni internazionali basteranno ad incoraggiare la nascita di una politica di sicurezza comune europea è ancora tutto da vedere. La definizione di valori comuni Sebbene una migliore cooperazione sia desiderabile, alcuni gruppi in difesa dei diritti umani hanno espresso la loro preoccupazione riguardo agli effetti che una più rigida politica di sicurezza potrebbe avere sulle libertà civili. Dopo tutto però, un'unione più stretta fra i popoli europei non dovrebbe sembrare un'idea così utopistica. Lo scorso anno, masse intere di cittadini a Londra e per tutta l'Europa hanno manifestato contro la guerra in Iraq. Prove di un così vivo attivismo politico sconfessano il detto che gli inglesi sono apolitici! Tuttavia gli europei devono smetterla di giocare di rimessa e partire, una volta per tutte, all’attacco. Certo, la stampa euroscettica non ha aiutato la causa. Provocare sentimenti patriottici sembra essere diventata una parola d'ordine per i tabloid britannici. La sfida è quella di riformare l'Europa e la cittadinanza europea costruttivamente. Solo in questo modo gli europei potranno sentirsi sicuri nella loro identità e combattere nuove insicurezze. Il sostegno all'integrazione europea degli stati membri è stato assai tiepido fino ad ora. L'Europa deve poter contrastare questo scetticismo costruendo una Unione basata su solidarietà e stabilità. Speriamo che il disegno di una futura Costituzione Europea possa rafforzare lo spirito di colaborazione europeo nella sua ricerca di un destino comune. cafebabel.com

CAOS IRAQ Cara Presidente Guma, noi tutti, credo, ci siamo fatti un'idea di quello che significa la guerra personale, oltre che illegale, di Bush jr. Le sottopongo le mie riflessioni. Le sarei grato se volesse darvi una scorsa e dirmi cosa ne pensa. L'assalto alla "diligenza Iraq" iniziata con motivi pretestuosi, sta rivelando via via quello che significherebbe perdere, per i partecipanti della coalizione, nel caso di ritiro dalle operazioni: 1)... per Bush, la possibilità di insediarvi una base permanente, e disporre delle risorse petrolifere, acquisendo di fatto, il controllo dell'economia mondiale; 2)... per Blair, un posto nella camera dei bottoni, per valersene in sede europea; 3)... per Berlusconi e gli altri rappresentanti, un posto al tavolo della spartizione degli appalti. I più cordiali saluti, Vincenzo Rocchino Caro Amico, gli antefatti della guerra e successiva occupazione, cosi' come dimostrano i tanti documenti sulnostro sito ed anche l'articolo odierno di Flavio Mobiglia, sono talmente complessi, ed in parte ancora da scoprire, che onestamente non penso sia facile farsi un'idea che non sia fondata essenzialmente su un'impressione complessiva. E purtroppo temo che per molti sia andata proprio cosi', cioe' hanno "preso partito" a priori, e nei dati e fatti emersi successivamente hanno trovato - da ambo le parti - solo conferme alle proprie idee. Ovviamente non generalizzo, e non sto parlando dei lettori di questo sito e di coloro che preferiscono informarsi e documentarsi, prima di arrivare a conclusioni affrettate. Alla fine, comunque, la realta' potrebbe arrivare a superare la fantasia. Passando allo specifico delle sue domande, solo la storia, col distacco della distanza temporale, e con il "senno di poi", e forse anche con la declassificazione dei tanti documenti oggi protetti da segreto di Stato, potra' dirci veramente come stavano le cose. Per una persona che ritiene finalizzati a meri interessi personali o di gruppo o di Stato gli avvenimenti odierni, infatti, ve n'e' un'altra che la vede all'opposto, ritenendo i disordini e le violenze che traviano l'Iraq la dimostrazione degli interventi fatti nella regione, che risultano quindi sacrosanti e in buona fede. Noi dell'Osservatorio cerchiamo di fornire i documenti e le informazioni che non sempre si rinvengono altrove, per potersi formare un'opinione autonoma. Tuttavia il punto essenziale della questione, a mio avviso, e' che e' stato violato il diritto internazionale, e questo e' un fatto, non un'opinione, un retroscena o un'ipotesi. Non e' quindi opinabile che Bush, Blair e in ultimo Berlusconi abbiano condiviso un'avventura grave e con gravi conseguenze come quella irachena, ottenendo solo a posteriori una risoluzione ONU che prende atto della presenza delle forze in Iraq. Un altro fatto e' che ministro della difesa USA Rumsfeld abbia confermato pubblicamente che si tratta di guerra, mentre invece gli Italiani e le altre truppe internazionali hanno ritenuto di andare a presidiare la pace. A me bastano questi due fatti, gravissimi, inoppugnabili e non imputabili a mere coincidenze, per criticare questi interventi in armi, e non ho bisogno di sapere quali motivazioni abbia avuto chi li ha messi in atto. Infatti qualsiasi fine, in una societa' civile - e regolamentata da leggi condivise - non puo' giustificare mezzi che eludano queste regole. /www.osservatoriosullalegalita.org

Ds attendisti, scoppia la polemica con Bertinotti e Correntone Fassino non si ritira prima del 30 giugno. Martedì la Quercia alla resa dei conti “Alcune settimane”. Questo il termine temporale esposto da Piero Fassino a Porta a Porta (come poteva essere altrimenti) per valutare o meno il ritiro del contingente italiano dall’Iraq. Una presa di posizione che in giornata fa montare su tutte le furie il correntone Ds, che aveva acconsentito a spostare l’assemblea del gruppo proprio per far maturare una posizione unanime sul ritiro. Invece sembra che martedì, quando prima il direttivo e poi i deputati diessini si riuniranno, la proposta sarà ancora sulla linea attendista. Linea, beninteso, che neppure nella maggioranza è ben vista. “Cosa diremo nei collegi?” è la domanda che i seguaci di D’Alema e Fassino si pongono l’un l’altro. Peraltro sul direttivo della Quercia c’è anche un altro dato che allarma il correntone: l’ordine del giorno recita infatti “iniziative, liste e candidati per le elezioni europee”. Di Iraq neppure a parlarne. Ma dalle parti di Mussi non ci sono dubbi: “Se non ci pensano i Ds, ci pensiamo noi”. La mozione per il ritiro, infatti è già pronta per essere depositata e dalla minoranza Ds fanno notare che solo il “senso di responsabilità” ha finora trattenuto il correntone dal presentare quello che Pietro Folena chiama “il nuovo lodo Zapatero: ritiro, ritiro, ritiro”. Insomma il correntone è stufo della “tattica dilatoria” della maggioranza Ds e intanto tesse la tela di più larghe alleanze parlamentari. Prima di tutto quelli che già s’erano espressi contro il ritiro (come Zani) ma anche nuovi arrivati all’approdo zapaterista, come l’iperdalemiano Peppino Caldarola che proprio ieri scriveva sull’Unità un impegnato articolo su ciò che “riformisti” e “radicali” hanno in comune. Il ritiro delle truppe, ad esempio. Ma in serata il commento più duro arriva da Rifondazione. Il leader dei neo-comunisti Fausto Bertinotti è chiaro: ogni spazio è chiuso dalla restromarcia di Fassino, Rifondazione lavorerà ad una mozione per il ritiro. La delusione è palpabile dalle parole di Bertinotti secondo il quale: "Dopo il discorso di Fassino a Porta a Porta, c'è una chiusura del confronto che avevamo voluto avviare". Conclusioni poi in parte corrette dopo la puntualizzazione di Fassino che s'è detto "sconcertato" per la reazione di Correntone e Prc. Ma la tensione rimane alta in casa Ds e all'interno delle opposizioni e orami sono in molti a non capire perché si tergiversa tanto dopo la scelta di Zapatero. Intanto, sul fronte candidature, si cercano i sostituti di Fassino e Rutelli per comporre lo scacchiere della lista unitaria. Per ora non c'è nessun nome di peso e persino Salvi, che pure aveva chiesto una candidatura per la sua corrente, ha declinato l'invito ad un impegno personale. I dirigenti della lista unitaria però ostentano fiducia "presenteremo fior fiore di candidature" dice il capo della Quarcia. Che si guarda bene però da fare i nomi aprileonline.info

Effetto happy end IDA DOMINIJANNI Premessa: speriamo di essere in errore. Di essere svegliati in piena notte dall'annuncio che sì, i tre ostaggi italiani in Iraq sono vivi, sono stati rilasciati, stanno tornando a casa. Speriamo che la trattativa del governo italiano abbia buon esito, che l'incubo, umano e politico, finisca e che finendo apra uno spiraglio di ulteriore speranza per lo scenario iracheno nel suo insieme. E però nulla, allo stato attuale dei fatti, sembra sostenere questa speranza. L'ottimismo sulla trattativa e sul rilascio degli ostaggi ostentato dal governo nei giorni scorsi si è rovesciato, nelle ultime quarantotto ore, in estrema cautela, nell'ambito della stessa maggioranza. Berlusconi parla di intoppi, ma i suoi chiedono - ora - prudenza e riserbo. Fonti accreditate dell'intelligence italiana giurano che la trattativa è definita in tutti i dettagli e che si tratta solo di aspettare, ma altre fonti altrettanto credibili segnalano al contrario un impantanarsi della situazione dovuto precisamente alla sconsiderata strategia trionfalista del governo. Il portavoce del consiglio degli ulema getta a sua volta molta acqua sul fuoco dell'ottimismo, segnalando che il sentiero che pure si è aperto può perdersi nell'intricato, e dal governo italiano sottovalutato, labirinto di problemi politici e militari che si addensano attorno all'assedio di Falluja. Tutto insomma milita contro il rapido happy end che il presidente del consiglio aveva fatto balugginare agli occhi dei familiari dei sequestrati e nostri. L'aereo del governo che attende in Kuwait il rilascio degli ostaggi non rientrerà a Ciampino in poche ore. E il presidente della Repubblica lancia un accorato appello affinché l'Italia ritrovi la sua storica vocazione al dialogo con il mondo arabo. Siamo chiari. Per nessun governo al mondo, buono o cattivo, di sinistra o di destra, risolvere il dramma di un sequestro è cosa facile; nessuno, se non forse lui stesso, si aspettava né si aspetta da Silvio Berlusconi la bacchetta magica. Però qualunque governo al mondo, di fronte a un sequestro, può scegliere fra due strategie di comunicazione politica: quella della riservatezza, o quella della trasparenza. Nel suo stile, e coadiuvato dai rinforzi alla Vespa, Berlusconi ne ha scelto una terza, quella del reality show a lieto fine, la meno adatta alla circostanza. E l'ha costellata di una serie di clamorosi errori politici, che contraddicono eclatantemente l'intenzionalità della trattativa. La frettolosa definizione dei sequestratori come delinquenti comuni, la dichiarata intenzione di restare in Iraq ben oltre il 30 giugno, l'orgogliosa rivendicazione dell'amicizia privilegiata con l'amministrazione americana non sono gaffes, sono segni inequivocabili di una strategia politica che non apre alcuna via d'uscita alla tragedia irachena e, insieme, di una pericolosa sottovalutazione della strategia politica dei sequestri. Ai tempi del caso Moro, la sciagurata linea della fermezza fu adottata sostanzialmente per non riconoscere alle Br lo statuto di nemico politico. Questa volta si è scelto doverosamente di trattare - pur affermando il contrario -, ma pretendendo ugualmente di non fare i conti con la natura politica del gruppo dei sequestratori. Molti soldi, il corridoio umanitario della Croce Rossa, una dichiarazione di lontana fratellanza con la civiltà islamica, e il gioco era fatto. Non lo era, e non a causa di una tara antropologica mediorientale nell'uso del tempo al suq. La posta dello scambio è politica, la vita di tre civili contro un segnale di presa di distanza dalla guerra di occupazione. Che non può evidentemente ridursi, a fronte dell'ultimatum americano di ieri alla popolazione di Falluja, ai vaghi intenti di Frattini di accreditarsi presso Bush come l'alternativa a Wolfowitz, e di convincerlo a formare in Iraq un governo «realmente sovrano». Né si capisce perché l'opposizione non alzi i toni del conflitto col governo, rendendosi a sua volta ostaggio della strategia degli ostaggi. Una più netta visibilità politica del sentimento pacifista di mezza Italia e più non porterebbe certo danno alla causa dei tre prigionieri. ilmanifesto.it

Per la maggioranza torturare è lecito, basta non insistere di Maria Zegarelli Giovedì alla Camera c’è stato un altro durissimo regolamento di conti nella Cdl. Ha vinto la Lega, facendo votare a sorpresa un - incivile - emendamento alla legge sull’introduzione del reato di tortura nel codice penale in base al quale le violenze o le minacce devono essere «reiterate». Ripetute più volte, altrimenti no, non è tortura. L’emendamento è passato con 201 sì, 176 no e due astensioni, Bobo Craxi del nuovo Psi e Giuseppe Naro dell’Udc. È successo tutto nel giro di pochi minuti, mandando all’aria un lavoro che andava avanti da due anni. Il testo - primi firmatari Piero Ruzzante, Anna Finocchiaro e Luciano Violante, oltre a 100 parlamentari di centro destra - in Commissione Giustizia era stato condiviso da tutti gli schieramenti politici, tranne la Lega. Il Parlamento stava, finalmente, per votare la legge che dava corpo agli impegni presi dall’Italia con la ratifica della Convenzione dell’Onu contro la tortura. Invece adesso si riparte da zero. Fuori c’è il sole. Dentro il parlamento, invece, il clima è plumbeo. La bagarre scoppia quando il relatore del provvedimento Nino Mormino alza il pollice verde dando indicazioni di voto a tutta la Cdl. L’opposizione insorge. Anna Finocchiaro, responsabile giustizia dei Ds urla verso i banchi della maggioranza «vergogna». Racconta la testimonianza «di una donna del Salvador che venne sottoposta per giorni e giorni a torture fisiche. Lei mi disse che la cosa più grave che le fecero fu una sola minaccia. Fatta una volta sola: le promisero che avrebbero fatto assistere alle torture il figlio di 3 anni e mezzo... Dovreste vergognarvi perché con il voto di oggi mancate di rispetto alle migliaia di persone che ogni giorno vengono torturate». Il presidente di turno, Alfredo Biondi sospende la seduta, mentre il responsabile Giustizia della Margherita, Giuseppe Fanfani, chiede di far tornare in commissione il testo di legge. Il verde Paolo Cento accusa: «Voi state dalla parte dei torturatori. Non potevamo aspettarci di meglio da questi leghisti che esprimono i ministro Castelli che era a Bolzaneto e ha coperto le torture del G8». Volano diversi «fascisti», gridati da Russo Spena, di Rifondazione. Antonio Di Pietro azzarda: «Dietro questo emendamento c’è la volontà di rendere non punibile il comportamento di mafiosi veri...». La maggioranza rumoreggia e poi esplode il leghista Guido Rossi: «Oggi è stata fatta una grave offesa all’aula che è sovrana». Detta così, proprio da un leghista, sembra quasi comica, la frase. La Lega ci mette in mezzo l’ex ministro Oliviero Diliberto, Cuba, i comunisti e altro ancora. Luciano Dussin butta lì: «La proposta di legge non ha nulla a che vedere con la tortura, è nata per contrastare l’attività investigativa delle forze dell’ordine». Anna Finocchiaro, che è uscita dall’aula, non ci pensa nemmeno a rientrare, perché «non c’è niente da discutere con questi». Dice: «Con questo emendamento prendere un ragazzo o un immigrato, portarlo in caserma e torturarlo per una volta soltanto non è reato». Un «sorpreso» presidente della commissione Gaetano Pecorella, invece, chiede il rinvio del testo al comitato dei nove. Richiesta accolta. La confusione è al massimo: sia il relatore che Pecorella avevano espresso parere negativo all’emendamento, ma poi in cinque minuti è tutto cambiato. L’esponente di Forza Italia, in affanno, butta giù una spiegazione e peggiora tutto. Fa insorgere anche l’Udc. Dice: «Devo dare atto che la scelta della commissione era esattamente nel senso opposto e cioè di un parere contrario all’emendamento della Lega. Poi c’è stata una decisione politica all’interno della Cdl, che purtroppo è intervenuta secondo me tardivamente, ma di cui non abbiamo potuto non prendere atto perché una coalizione di maggioranza deve avere, o dovrebbe avere, caratteristiche di compattezza...». Il capogruppo dell’Udc Luca Volontè ribatte: «Non c’è stato alcun accordo. Forza Italia non ha parlato di questo con noi, forse l’ha fatto con la Lega. Se questo è l’ennesimo prezzo che qualche luminare della Cdl vuole pagare alla Lega lo paghi, ma noi non cederemo. O si torna al testo originario, concordato sia all’interno della coalizione sia con l’opposizione oppure il nostro sarà un voto contrario». A nome suo e del gruppo che rappresenta promette battaglia. Di più: «Farò scudo con il mio corpo affinché o si tolga l’emendamento della Lega o la legge non trovi il voto favorevole dell’intero parlamento». In tarda serata arriva un’altra versione dei fatti: c’è stata confusione con un emendamento antecedente a quello in esame, presentato dalla Lega. Così Udc, An e Fi hanno votato a caso. La Lega gongola: «Il nostro emendamento non sconvolge lo spirito della legge, ma determina meglio che cosa si debba intendere per tortura. La minaccia è già sanzionata - sostiene Carolina Lussana - ma perché diventi tortura c’è bisogno di qualcosa di più». Fuori dall’Aula, intanto, cresce la protesta. unita.it

Gli scienziati: non cancellare Darwin dalla scuola Da Dulbecco a Cavalli Sforza, appello alla Moratti: limitazione culturale ELENA DUSI, MARIO REGGIO da Repubblica - 23 aprile 2004 Una bocciatura senza appelli, quella del gotha della scienza italiana. La mancanza di qualunque accenno alla teoria dell´evoluzione nei nuovi programmi scolastici delle medie - fissati nel decreto legislativo dello scorso febbraio - è, secondo genetisti, medici e ricercatori in genere, una lacuna gravissima: il ministero dell´Istruzione deve porvi senz´altro rimedio. Per questo alcuni fra gli scienziati più rappresentativi del nostro paese hanno firmato un appello per la modifica dei programmi di studio. Il testo completo, insieme all´elenco degli aderenti, è pubblicato in questa pagina. «Ho tenuto pochi giorni fa una conferenza in un liceo - racconta Bruno Dallapiccola - e ho trovato di fronte a me ragazzi estremamente interessati ai temi della biologia. Non si possono espungere con un tratto di penna argomenti così attuali». Massimo Pettoello-Mantovani, dagli Usa, ricorda: «Qui c´è stata una grande polemica un paio di anni fa a questo proposito. Alcuni stati hanno abolito la teoria dell´evoluzione dai programmi scolastici e gli insegnanti che hanno trasgredito le direttive sono stati addirittura licenziati. Spero che nel caso italiano si sia trattato di ignoranza: sempre meglio del fondamentalismo politico-religioso». Non si possono affiancare creazionismo e teoria dell´evoluzione nel cercare di spiegare l´origine della vita, secondo Luigi Luca Cavalli Sforza: «Il primo può ovviamente essere accettato per fede religiosa, ma non può essere considerato come ipotesi scientifica, perché nessuno ha finora saputo indicare una possibile via per poterlo falsificare. E questa è la condizione che distingue le verità scientifiche dalle altre». Drastico anche il giudizio di Jacopo Meldolesi, presidente della Federazione Italiana Scienze della Vita, e direttore del San Raffaele Scientific Institute. «Una scelta pazzesca. Darwin ha avuto un´intuizione eccezionale, ma la teoria dell´evoluzione è stata arricchita da nuovi apporti scientifici. Una teoria fondamentale nella cultura del nostro tempo». Non è di questo avviso il ministro dell´Istruzione Letizia Moratti, che rispondendo ad un´interrogazione presentata da sette senatori dell´opposizione ha risposto: «Le indicazioni nazionali privilegiano le narrazioni fantastiche, i cosiddetti miti delle origini, che favoriscono l´approccio del bambino al dato scientifico. Le precedenti generiche indicazioni, trattando dell´uomo e dell´ambiente, hanno portato gli autori dei testi scolastici a trattare diffusamente i contenuti di questo tema, sistematizzando i principi sull´evoluzione della specie umana, ricomprendendo anche la teoria di Darwin». -------------------------------------------------------------------------------- L´ACCUSA Il premio Nobel Dulbecco: uno dei pilastri della biologia moderna "Per i giovani è una lacuna si ritorna a mille anni fa" le aperture Chi sta crescendo dovrebbe conquistare l´apertura mentale la più ampia possibile ROMA - Non è solo un buco culturale. Per Renato Dulbecco, non insegnare la teoria dell´evoluzione ai ragazzi delle scuole medie vuol dire privarli di un tassello importante per la formazione delle loro coscienze. Il premio Nobel per la medicina del 1975 non si oppone all´idea di spiegare agli studenti i limiti della teoria nata con Charles Darwin. E trova ragionevole anche proporre concezioni alternative, come quelle di derivazione religiosa. Ma lasciare i ragazzi all´oscuro di uno dei pilastri della biologia moderna è, secondo lui, un grave errore. Professore, dai programmi di scienze della scuola media italiana è scomparso qualunque accenno a Darwin. «Incredibile, mi sembra un ritorno a mille anni fa. Non ho mai sentito cose simili negli altri paesi. Certo, in America ci sono scuole che improntano i loro insegnamenti alle idee religiose, ma si tratta per lo più di istituti confessionali, sono casi limitati». Si può sempre studiare Darwin al liceo o all´università. Perché secondo lei è grave eliminarlo dai programmi delle medie? «Perché i giovani che stanno crescendo dovrebbero conquistare l´apertura mentale più ampia possibile. E´ molto triste che una delle ipotesi sulla nascita della vita sulla Terra venga semplicemente eliminata dai programmi scolastici. La si può criticare, se non si è d´accordo: la teoria dell´evoluzione di Darwin e le idee che da essa sono scaturite formano un sistema tutt´altro che perfetto. Esistono dei punti oscuri, delle fasi di passaggio non facilmente decifrabili. Ma si tratta di limiti che supereremo probabilmente in futuro, man mano che amplieremo le nostre conoscenze. Non certo di contraddizioni in grado di inficiare la teoria dell´evoluzione nel suo complesso». E´ giusto presentare la teoria del Creazionismo ai ragazzi delle scuole? «Ma certo. Nessuna ipotesi va scartata a priori. Nemmeno quella Creazionista, che pure è completamente estranea ai criteri del pensiero scientifico. Per potersi creare una coscienza, i giovani hanno bisogno di prendere in esame tutte le opzioni. Sarà poi la vita a farli decidere, a portarli verso la razionalità della teoria evolutiva o verso altri ambiti, come quello dell´ipotesi religiosa sull´origine del mondo». Possono esserci oggi buoni biologi e buoni medici, senza lo studio della teoria dell´evoluzione? «Si può avere un´istantanea della situazione attuale. Di certo si possono apprendere tutti gli elementi per la conoscenza dell´uomo e degli altri esseri viventi anche senza studiare Darwin. Ma più problematico sarebbe spiegare quali sono le connessioni fra le varie specie. Tutto il settore della genomica, uno dei più significativi per il futuro della medicina, si basa su esperimenti condotti sugli esseri viventi. Si può partire da un semplice lievito, avanzando verso il topo, la scimmia, fino all´uomo. Per seguire questo approccio è fondamentale conoscere quali sono i rapporti fra le varie specie. Quali elementi ci dividono da un topo o da una scimmia, e quali invece ci rendono simili a loro? Tutto questo non può prescindere da Darwin e dai suoi epigoni». (elena dusi) -------------------------------------------------------------------------------- LA DIFESA Il professor Bertagna coordina il team che lavora alla riforma "Ma a quell´età serve spazio per il mito e la narrativa" l´estensione Conoscenze estese in 12 anni: li prepariamo per studi impegnativi in modo serio e critico ROMA - «Non sono un esperto di materie scientifiche, quindi non sono l´autore dei programmi di Scienze della scuola secondaria di primo grado. Ma condivido le scelte di fondo che hanno elaborato gli esperti». Il professor Giuseppe Bertagna, docente di Scienza della Formazione all´Università di Bergamo, coordinatore del team che lavora alla riforma della scuola, risponde alle critiche sulla cancellazione delle teorie sull´evoluzione umana dai programmi delle ex medie inferiori. Perché è d´accordo? «Per la prima volta nel nostro Paese possiamo distendere le conoscenze che servono a tutti i cittadini in dodici anni, anziché nei nove attuali, e questo sia nei licei che nelle scuole professionali. Questo ci permette di preparare i giovani ad affrontare le teorie evolutive in modo serio, critico, perché sono argomenti impegnativi». Quindi tutto rinviato alle superiori? «Il principio è che se io devo cimentarmi in complesse equazioni matematiche ho bisogno prima di sensate esperienze, perché la scienza ha come fondamento proprio l´esperienza. Così è più sensato che nel primo ciclo d´istruzione bisogna riflettere sulle esperienze che i ragazzi hanno del mondo biologico, geologico, per tirar fuori teorie e leggi empiriche. Per i primi otto anni è necessario riflettere sull´esperienza, perché la scienza non è immaginazione, ma verifica delle teorie. E solo dopo i primi otto anni è possibile affrontare in modo adeguato le teorie sull´evoluzione della specie umana, solo allora i giovani sono in grado di apprendere con una complessità e comparazione diverse». Come preparare i ragazzi? «Non bisogna trascurare gli aspetti narrativi. Fino al terzo anno della scuola primaria è importante dare spazio al mito, ai racconti delle origini, come un romanzo che contiene molta saggezza. Ad esempio, i bambini si appassionano ai cartoni animati che raffigurano gli uomini mentre combattono con i dinosauri. Nella realtà questo non è mai accaduto, perché i dinosauri sono scomparsi dalla faccia della Terra molto prima del primo uomo. Solo dal quarto anno in poi possono imparare che esiste la verifica empirica delle teorie. Una volta acquisiti patrimoni concettuali più ampi, quindi nel secondo ciclo d´istruzione, lo studente sarà in grado di apprendere e valutare le differenze tra le varie teorie evoluzioniste». Eppure nei nuovi programmi delle medie inferiori si parla di "malattie che si trasmettono per via sessuale" e di "effetti di psicofarmaci, sostanze stupefacenti ed eccitanti sul sistema nervoso". Non sarebbe meglio aspettare che lo studente abbia strumenti adeguati? «In questo caso c´è la competenza del docente. Non dovrà fare un discorso teorico sulle droghe, e se fossi io l´insegnante partirei dalle esperienze. Prenderei un giornale, ad esempio citando il caso dei quattro ragazzi morti nei giorni scorsi dopo essere stati in discoteca, e discuterei con i ragazzi di quello. Il compito del docente è di far riflettere lo studente, senza però creare bisogni o problemi». (ma.re.) -------------------------------------------------------------------------------- Ds Milano - Rassegna stampa

INTERVISTA A ZAPATERO «Ci ritiriamo perché Bush non cederà mai il comando» dal Corriere - 23 aprile 2004 «Un alto funzionario americano ha detto testualmente: "Lei si immagina che 130 mila soldati americani siano comandati da una persona che non sia un generale americano?". E’ evidente che non c’è possibilità che l’Onu prenda il controllo in Iraq. Per questo ho deciso il ritiro». Il premier spagnolo José Luis Rodriguez Zapatero spiega così la decisione di disimpegnare le truppe spagnole. In una lunga intervista, il capo del governo iberico aggiunge di credere che la Costituzione europea si farà sotto presidenza irlandese, quindi entro il 30 giugno. «Il mio obiettivo - dice - è firmarla a Madrid, un omaggio alle vittime dell’11 marzo». -------------------------------------------------------------------------------- «L’America terrà il comando Ecco perché ho deciso il ritiro» Il premier Zapatero: «Ci siamo riallineati a Francia e Germania Così Madrid potrà avere un posto nel motore dell’Unione Europea» Presidente José Luis Rodríguez Zapatero, che cosa ha pensato pronunciando il giuramento come nuovo capo del governo spagnolo? «In quel momento avevo due idee nella testa. Un sentimento di responsabilità. E poi una grande passione, voglia di cominciare a fare cose». Il giorno in cui lascerà questa casa in cui è appena arrivato, che epitaffio politico vorrebbe avere? «Mi piacerebbe che si dicesse di me che non sono cambiato come persona. Credo sia quello che la gente mi chiede di più». E che epitaffio politico scriverebbe per il suo predecessore, José Maria Aznar? «Che non ha avuto un buon carattere. Credo che se avesse avuto un altro carattere e un altro modo di fare non avrebbe preso molte delle decisioni che ha preso e alla fine il suo mandato sarebbe stato molto migliore». Nel suo discorso di investitura, però, Lei ha detto che durante gli anni di Aznar sono state attuate politiche positive per la Spagna. A che cosa si riferiva? «Soprattutto al periodo della crescita economica, della creazione di nuovi posti di lavoro». Non pensa di non aver rispettato la sua promessa sulle truppe in Iraq con la decisione di non aspettare fino al 30 giugno, di non cercare di promuovere una nuova risoluzione del Consiglio di Sicurezza per il trasferimento di potere all'Onu? «Un anno fa chiesi che le truppe non fossero inviate in Iraq. Dopo l’uccisione dei nostri nove agenti dei servizi segreti dissi a Aznar che ero disposto a che le truppe rimanessero se fosse intervenuta l’Onu. Da quel momento fino alla campagna elettorale non c'è stato nessun movimento. Dal giorno delle elezioni, il 14 marzo, ho avuto un'infinità di riunioni, contatti e conversazioni, anche con Colin Powell e Tony Blair... Abbiamo raccolto una frase di un alto funzionario americano che dice testualmente: "Lei si immagina che 130.000 soldati americani siano comandati da una persona che non sia un generale americano?"». A chi è stata detta? «Al ministro della Difesa José Bono. Era evidente che non c'era nessuna possibilità che l'Onu prendesse il controllo. In questo scenario non aveva assolutamente senso rimanere in una falsa attesa, creando incertezza lì tra le nostre truppe e qui tra i nostri alleati... Dopo aver ottenuto in qualità di presidente del governo tutti i ragguagli e le garanzie di sicurezza, ho preso la decisione che l'operazione di rientro si poteva annunciare. Per questo lunedì e non domenica, in questo stesso ufficio, ho dato l'ordine al ministro Bono di riportare le truppe a casa». Come dimostrerà agli alleati che il ritiro non implica un indebolimento dell’impegno della Spagna nella lotta al terrorismo? «I promotori della guerra in Iraq, partiti da un errore iniziale, adesso hanno deviato verso un discorso con poco fondamento. La guerra in Iraq è stata fatta per cercare le armi di distruzione di massa di Saddam Hussein. Perché adesso discutiamo di terrorismo? Le armi non sono comparse. Tutti i servizi di intelligence allora dissero con chiarezza che il regime orribile di Saddam non aveva nessun legame con il terrorismo... Adesso son dovuti andare verso il grande inganno del terrorismo. Non va bene. Credo che quello che ha fatto il governo spagnolo meriti un’attenzione che va oltre il rispetto degli impegni elettorali. In un doppio senso. Primo, non può esserci un ordine mondiale né un'azione bellica che non sia compresa dalla popolazione. Secondo, non si può combattere il terrorismo internazionale con i metodi della guerra convenzionale. Così si apre solo un’altra porta al radicalismo...». Che sensazione ha avuto dalla conversazione con il presidente Bush su questo tema? «Una doppia sensazione. La prima, che logicamente gli sarebbe piaciuto che non avessimo ritirato le truppe. E la seconda, che rispettava la decisione di un governo democratico. Cosa di cui non ho mai dubitato perché siamo nazioni libere, amiche ed alleate...». Non teme che il ritiro rovini le relazioni tra Spagna e Usa? «Gli Stati Uniti sono una grande democrazia. Credo che nelle relazioni internazionali bisogna essere leali, e il principio della lealtà è la sincerità. Siamo d'accordo con tutte le operazioni di pace e di sicurezza che portino la bandiera dell'Onu. Non con le guerre unilaterali e preventive». Che cosa pensa delle minacce alla Spagna registrate in un video dopo il suo annuncio di mantenere le truppe in Afghanistan? «Il governo che presiedo non accetterà mai il ricatto di un gruppo terrorista. L'unica cosa che faremo con il terrorismo sarà combatterlo con tutta la forza dello Stato e della legge. Ho dato ordine al ministro degli Interni di rafforzare la lotta contro il terrorismo». La Spagna non ha bisogno di un piano per impedire che si diffondano idee estremiste? «Naturalmente. Abbiamo bisogno innanzi tutto di essere coscienti del problema. E’ un problema serio di una portata che non abbiamo ancora calcolato. E’ una priorità assoluta del governo. Metterò tutti i mezzi possibili a disposizione». È disposto a rinunciare a una parte del potere ottenuto a Nizza per sbloccare l'approvazione della Costituzione europea? «Beh, il potere ottenuto a Nizza non è mai entrato in vigore. Pertanto credo che bisogna vederlo da un'altra prospettiva. I margini sul potere dei grandi Paesi, Francia, Germania e Italia sono piccoli. Secondo me, è più importante il peso della leadership che avere 0,5 voti in più nel momento del calcolo di fronte a una minoranza di veto. Logicamente difenderemo il diritto ad avere la massima rappresentanza. Arriveremo a un accordo, la Costituzione europea si farà sotto la presidenza irlandese. Il mio obiettivo è che questa Costituzione sia firmata a Madrid: un omaggio alle vittime dell'11 marzo». Che vantaggi concreti crede che possa avere la Spagna da questo riallineamento con Francia e Germania? «Stare nel motore d'Europa. Negli anni in cui siamo stati con la Francia e la Germania ci è andata bene perché si sono fatti progressi nella costruzione di un'Unione Europea con una coesione economica e sociale». Quali argomenti userà per cercare di convincere il lehendakari (leader del governo basco, ndr ) Ibarretxe a ritirare il suo piano indipendentista? «Sarà un colloquio lungo, spero di affrontarlo presto, in questo stesso ufficio. Userò due argomenti essenziali. Il primo: un partito democratico e un governante democratico non possono avventurarsi in un progetto che non rispetti i procedimenti di riforma dell'ordinamento giuridico. Il secondo: la mia volontà di avanzare nell'autonomia dei Paesi Baschi. Esiste uno spazio in cui si può stabilire un dialogo senza arrivare allo scontro radicale». Prima di essere eletto, lei ha detto che questa potrebbe essere la legislatura in cui l'Eta scomparirà. Crede che sia realmente possibile? «Lavorerò intensamente per questo scopo. Non voglio fare nessuna promessa che non possa rispettare, ma ci sono condizioni che indicano che ci avviciniamo alla fine». Ne l suo discorso di investitura ha promesso di aumentare del 30 per cento l'investimento nella ricerca. «Del 25 per cento». ...Costruire 180.000 case popolari l'anno, aumentare lo stipendio minimo a 600 euro al mese e destinare 4 miliardi di euro alle pensioni più basse. È verosimile che tutto questo possa farsi senza aumentare né le tasse né il deficit? E dovendo scegliere, quale aumenterebbe prima? «Dovendo scegliere, se c'è un ciclo economico di crescita o di previsione di crescita, aumentare un po’ il deficit è molto meno problematico che aumentare le tasse». Quindi, la pressione fiscale in questa legislatura non aumenterà... «Assolutamente no. È un impegno forte che ho preso. La pressione fiscale non aumenterà. C'è un unico limite: che la lotta contro il terrorismo e la sicurezza degli spagnoli esiga un forte investimento». Prima delle elezioni ha detto che se avesse vinto il suo partito, il Psoe, si sarebbe aspettato le dimissioni di tutti i dirigenti delle grandi imprese privatizzate nominati dai popolari. Poi invece il suo governo ha fatto intendere che non interverrà... «Non è successo quello che avevo pronosticato. Ma, al di là di questo, voglio un governo che non intervenga nella vita delle imprese». Ha concluso il suo discorso di investitura promettendo «il miglioramento sociale degli umili». .. «Questo si fonde con la mia idea di democrazia e di progresso sociale. L'ho detto in molte occasioni: i cittadini devono avere sempre più diritti e i potenti un po’ meno potere». Si impegna affinché in questa legislatura si raggiunga la piena uguaglianza della donna rispetto all'uomo in tutti i campi? «Ci sono ancora molte cose da fare. Naturalmente se ottenessimo in due legislature un’eguaglianza reale e totale sarebbe una conquista storica. Ci sono due obiettivi per cui lavoreremo. Primo, la partecipazione delle donne negli organi direttivi delle imprese. Inaugureremo un meccanismo di incentivi fiscali e di altro tipo. Il potere politico e quello economico sono i due grandi strumenti per il cambiamento sociale. Adesso nel governo abbiamo 8 ministre e 8 ministri, è una questione di pedagogia...». E il secondo obiettivo? «La vita lavorativa deve conciliarsi con la vita familiare. Dobbiamo sostenere una politica di aumento della natalità. La Spagna ha bisogno di bambini». Un’ultima domanda più personale. Che ruolo avrà sua moglie, Sonsoles Espinosa, nel nuovo contesto politic o? «Nessuno. Ciò che lei cerca è la discrezione e, nei limiti del possibile, il mantenimento di una vita familiare con un certo grado di privacy». El Mundo Traduzione di Valeria Saccone -------------------------------------------------------------------------------- Ds Milano - Rassegna stampa

La disfatta di Forza Italia "Qui rischiamo tutti il posto" emanuele Fiano Non c´è più una maggioranza a garantire il governo della città alberto mattioli L´ex capogruppo Giudice portato al massacro dalle faide interne a Fi basilio rizzo Siete stati sconfitti: usate le istituzioni come terreno di scambio RODOLFO SALA da Repubblica - 23 aprile 2004 «Ragazzi adesso basta, la ricreazione è finita; adesso giù a votare il presidente, altrimenti andate tutti a casa». L´ordine ai forzisti di Palazzo Marino era stato impartito in mattinata, durante la riunione del gruppo consiliare, dal neocoordinatore cittadino Maurizio Bernardo. Ma qualcuno fra le fila azzurre lo ha ignorato, dimostrando che il partito del 38 per cento è un´accozzaglia di tribù dove vige una sola legge: quella del tornaconto personale (o di corrente, quando va bene). Lo hanno ignorato per quattro volte - quattro fumate nere - l´ordine del povero Bernardo. E adesso, alle 21.30 di un giovedì terribile per la maggioranza di centrodestra che governa il Comune, l´aula del consiglio sembra il ponte del Titanic che affonda. Manca solo l´orchestra che suona, anche se c´è qualcuno che canta: l´opposizione. Gli altri non piangono. Sono lividi, più di tutti il sindaco che già si immagina una campagna elettorale da candidato europarlamentare funestata da un incubo: quello del commissariamento che potrebbe arrivare, se le tensioni registrate finora continuassero fino a impedire l´approvazione in tempo utile del bilancio. Sono lividi, ma possono prendersela solo con se stessi. Perché hanno fatto tutto da soli: la maggioranza e l´opposizione, i governativi e i guerriglieri. E quando per la quarta volta il presidente (provvisorio) dell´Assemblea ha detto che il candidato ufficiale di Forza Italia, An e Udc - non della Lega, che si è rifiutata di partecipare al voto - non ha i numeri per fare il presidente, a rappresentare i capi del partito di Berlusconi c´era solo il vicecoordinatore Roberto Caputo, incollato al telefonino a comunicare la disfatta e a parlare con i cronisti di «incredibile gioco allo sfascio». Paolo Romani, comandante in capo delle truppe forziste in Lombardia, aveva mollato il colpo dopo la seconda votazione, fiducioso (come tutti, del resto: lo pensava anche l´opposizione) che alla terza le cose si sarebbero sistemate. Non è andata così, neppure alla quarta: e per lui - aspirante assessore con l´incarico di tenere la disciplina fra i consiglieri azzurri - ora si mette davvero male. Ce l´aveva messa tutta, Romani. Piombando da Roma (è onorevole) in tarda mattinata, per partecipare alla seconda riunione del gruppo in una manciata di ore. Quella precedente, conclusasi nella notte di mercoledì, era stata un disastro: i suoi fedelissimi, almeno tre, l´avevano disertata al momento del voto, perché la soluzione concordata tra le «famiglie» forziste non li soddisfaceva. Non andavano bene Giudice presidente e Palmeri capogruppo, ma lui, il capo, alla fine ha detto che si poteva fare: un ragionevole compromesso, molto simile a quello raggiunto al congresso milanese di Forza Italia, in cambio del suo rapido ingresso in giunta, com´era tornato a proporre nel pomeriggio ad Albertini. Tutto inutile, l´accordo non ha retto: troppo forti le pulsioni bulimiche degli sgomitatori che hanno agito in segreto. Per la prima volta le due cabine telefoniche in fondo all´aula si sono trasformate in seggi elettorali, al riparo da sguardi indiscreti. Però qualcuno faceva vedere la scheda prima di entrare, come il romaniano Andrea Mascaretti. Dai banchi della sinistra hanno chiesto a Milko Pennisi, stessa corrente, di lasciare fuori dal seggio il telefonino ipertecnologico: potrebbe fotografare la scheda, insinuavano. E a Francesco Triscari il presidente ha chiesto di ripetere il voto: la sua scheda era aperta. Alla fine le opposizioni hanno facile gioco a lanciare accuse. Basilio Rizzo alla fine si accalora: «Questa è una nostra vittoria e una vostra sconfitta, perché avete voluto fare delle istituzioni un terreno di scambio fra i clan». E il diessino Emanuele Fiano: «In quest´aula non c´è più una maggioranza in grado di garantire il governo della città». Milly Moratti sembra triste, ma non per l´esito incredibile di queste quattro votazioni: qualcuno le ha detto che a Palazzo Marino la destra somiglia all´Inter. La consola Giovanni Testori, dell´Udc: «Non è vero, siamo messi molto peggio». Parole che sfuggono, non una battuta. E infatti nessuno ride. -------------------------------------------------------------------------------- Ds Milano - Rassegna stampa

Riad : Arabia Saudita in guerra contro il terrorismo di red L'ambasciatore saudita negli USA ha garantito agli Stati Uniti che l'Arabia Saudita ha lanciato una guerra totale al terrorismo dopo l'ettentato di ieri a Riad che ha causato quattro morti e 148 feriti ed in cui un palazzo e' stato demolito da un kamikaze che si e' fatto esplodere con un'autobomba a 30 metri dall'edificio. La zona dell'esplosione e' vicina al ministero saudita dell'informazione ed al quartier generale delle forze che si occupano della sicurezza della famiglia reale. La bomba ha ucciso - oltre all'attentatore - un impiegato civile due agenti ed una bambina siriana di 11 anni. I danni sono stati limitati perche' a quell'ora molti impiegati erano usciti dagli uffici, ma tre dei feriti sono in condizioni critiche. L'attentato di ieri e' il terzo che colpisce il Paese arabo nel giro di un anno, ed altri attentati con autobombe erano stati sventati di recente. Gli Stati Uniti avevano avuto avvisaglie di un imminente attacco, tanto che il segretario di Stato Colin Powell aveva dato disposizioni la settimana scorsa perche' tutto il personale diplomatico non essenziale lasciasse l'ambasciata USA a Riad e i due consolati. Cinque poliziotti sono stati uccisi la scorsa settimana in uno scontro a fuoco con i terroristi e domenica il ministero dell'interno saudita aveva annunciato l'arresto di otto sospetti. Un ufficiale superiore saudita ha detto che il governo crede che vi sia Al Qaeda dietro l'attentato di ieri, che ha danneggiato un palazzo del ministero degli Interni i cui uffici erano adibiti alla sicurezza nazionale. Osama Bin Laden e' nativo dell'Arabia Saudita, anche se si e' poi trasferito in Afghanistan. La paternita' del delitto e' stata rivendicata da un gruppo che gia' aveva rivendicato altri due attentati e che comunque e' vicino a Bin Laden. I terroristi islamici ritengono che l'Arabia Saudita sia di fatto un feudo degli Stati Uniti e mirano a rovesciarne il sovrano. Il proclama degli attentatori e' stato diffuso in Arabo via internet: "Questa operazione riuscita, a dio piacendo, era la continuazione della serie di attacchi delle Brigate per combattere i tiranni apostati". Il vicesegretario di Stato USA Richard Armitage, a Riad ieri, ha detto che gli Stati Uniti e l'Arabia Saudita stanno scambiandosi informazioni per cooperare attivamente nella lotta al terrorismo. by www.osservatoriosullalegalita.org

Iraq e ostaggi, l'informazione embedded di Riccardo Bonacina (r.bonacina@vita.it) La gestione delle infomazioni e delle bugie, del dolore e delle speranze, sul caso degli ostaggi italiani in Iraq, resterà un caso esemplare. Un caso davvero da studiare Quanti silenzi sotto le tante, troppe, parole. Quante informazioni negate nel profluvio di informazioni. Non solo, è osceno il connubbio televisione e guerra, spettacolo e guerra (come ha notato l'Osservatore Romano); peggio: è menzognero. La gestione delle infomazioni e delle bugie, del dolore e delle speranze, sul caso degli ostaggi italiani in Iraq, resterà un caso esemplare. Davvero da studiare. Quante domande senza risposta a 12 giorni dalla prima notizia di un sequestro di italiani in Iraq che risale al 9 aprile, fonte Reuters. Mettiamone qualcuna in fila. Il 9 aprile è stato sequestrato qualche cittadino italiano oppure no? Addirittura il collaboratore della Reuters (secondo il Tg5) ne avrebbe riconosciuto uno tra i quattro ostaggi mostrati poi nel video di Al Jazeera. È vero oppure no che il governo sarebbe intervenuto, in quelle stesse giornate, per la liberazione di due agenti dei servizi presi in ostaggio e quindi liberati? A oggi il governo non ha ancora risposto. E Fabrizio Quattrocchi, Agliana, Stefio e Cupertino sono stati davvero rapiti tutti insieme, e nello stesso luogo? Quando sono davvero partiti da Baghdad? Davvero si sono mossi insieme? C'è chi giura che siano partiti da Bagdad sabato 10 aprile, altri domenica 11, altri ancora, e sono i più, lunedì 12. Ma ciascun testimone si riferisce a uno o a un altro del gruppo, nessuno parla del gruppo. Da quanto erano in Iraq? Sembrava da pochi giorni, ma poi le tv ci hanno mostrato un video con Quattrocchi in Iraq, del 7 marzo scorso. E cosa esattamente facevano? Cosa effettivamente fa la Dts Llc Security, registrata dal reclutatore dei 4 italiani Paolo Simeone in Nevada, e il cui rappresentante locale in Usa è solo un prestanome per 160 società (nota Repubblica sabato 17 aprile)? Mille le domande anche sul tragico epilogo nella serata del 14 aprile con l'assassinio di Fabrizio Quattrocchi comunicato in diretta durante una pazzesca puntata di Porta a Porta dal vicedirettore di Libero alle ore 00.30, due ore e 24 minuti dopo che l'informazione è stata ricevuta dall'ambasciatore italiano a Doha, due ore e 20 minuti dopo che la notizia è giunta al Ministro Frattini. E perché lo stesso ministro durante la stessa trasmissione intorno alle 22,45 commenta l'annuncio di Al Jazeera sull'esecuzione di un ostaggio italiano con la frase: "Non abbiamo altri elementi"? Come mai in quello studio erano presenti il fratello di Umberto Cupertino, la sorella di Maurizio Agliana e il padre di Salvatore Stefio, collegato da Palermo, ostaggi nelle mani dei terroristi? È solo un caso, come sostiene Vespa, che mancassero proprio i familiari di Fabrizio Quattrocchi? Ancora, come mai la notizia dell'avvenuto riconoscimento del corpo di Quattrocchi fatta dall'ambasciatore italiano a Doha qualche ora prima, avveniva proprio nel mentre di un break pubblicitario? Quando invece, è ormai appurato, anche per la testimonianza di Imad el Atrache, vice capo esteri di Al Jazeera, la cassetta è stata ricevuta, in Qatar, due ore prima di dare la notizia, e l'hanno subito mostrato all'ambasciatore italiano in Qatar? Ovvero, la Farnesina sapeva ben prima delle 22… Come mai, infine, un ministro della Repubblica non si è sino a oggi sentito in dovere di rispondere al comunicato di Bruno Vespa del 16 aprile e all'editoriale del vicedirettore di Libero del 17 aprile, in cui lo sbugiardano sostenendo che: “Durante l'intervallo pubblicitario di mezzanotte e mezza della puntata del 14 aprile, Frattini ha sostenuto di conoscere la notizia. E alla domanda posta da Vespa: ma i famigliari sono stati avvertiti? Il ministro ha annuito?”. Ma allora il ministro degli Esteri italiano è davvero un bugiardo?

The passion. Perdona loro perché non sanno quello che fanno. Per risolvere una volta per tutte la faccenda della Passione di Mel Gibson (difficile da considerare solamente come un film, dopo che tante e tali sono state le opinioni, gli anatemi e le benedizioni che ha suscitato ovunque) non mi è bastato certo andarmelo a vedere (proprio di venerdì santo, quando sono uscito dal cinema e fuori c'era il remake in processione). Per capire tutto sono andato a vedermi anche il Vangelo secondo Matteo di Pasolini (anno 1968, versione restaurata in questi giorni nei cinema). E mi sono letto qualche paginetta dei Vangeli, quelli originali. Ora io non sono né un critico cinematografico né un grande esperto di cristianità. Ma si vede subito che qualcosa non torna. Nel film di Gibson il messaggio sconvolgente dei Vangeli e della figura di Gesù perde ogni emblematicità, ogni mistero, ogni profondità. Quel poco che rimane in mezzo agli ettolitri di sangue e ai tranci di carne umana è solo qualche mediocre e banale dialogo. Dove il Vangelo evidenziava la fragilità umana di Gesù spunta un diavolo efebico e tentatore. Dove il Vangelo tacciava la flagellazione di Gesù con la "sublime reticenza" di un paio di righe, Gibson ci mette mezzora di frustrate, scudisciate, pelli squartate degne del miglior repertorio splatter e sadomaso, e con tanto di moviole in stile Matrix. Dove il Vangelo ci pone il misterio grandioso e affascinante della figura di Gesù, da Gibson non ne rimane che l'aria da mistico esaltato e qualche riassuntino da catechismo mediocre. Gli errori storici citati da Leonardo sono significativi ma rimangono dei cavilli. La vera bestemmia del film è la sua atroce superficialità. Vedendo Gibson e rivendendo poi Pasolini (o anche andandosi a dare una lettura ai Vangeli) si coglie la differenza tra il Vedere e il Credere. Si coglie il vero grande peccato della modernità. Prima o poi dovremo liberarci anche da questa idea. Che vedere il sangue sullo schermo basti a farci sentire partecipi di un dolore. Che una lacrima sul grande o piccolo schermo sia sufficiente a farci piangere. È una cosa che amiamo raccontarci: in realtà non piangiamo e non soffriamo, stiamo seduti in poltrona e ci saziamo d’immagini. Gli aguzzini di Gibson infieriscono sul corpo di Cristo nel tentativo di far passare un po’ di dolore dall’altra parte dello schermo. Hanno un bel da frustare e frustare, non funziona più. A chi in questi giorni volesse sentirsi un po’ in comunione con Gesù martire consiglio di riempire uno zaino (non eccessivamente) e farsi una salita di montagna. Dopo qualche chilometro avrà capito più cose della passione di Cristo che uno spettatore di Lethal Weapon 5. Spendendo anche meno. (Leonardo) Insomma ha ragione Umberto Eco: alla fine del film "lo spettatore di buon senso (e, spero, il credente) avverte che a quel punto è con Mel Gibson che il Padre si è incazzato". Ma un'ottima recensione ce la fornisce anche il caro vecchio blogger Valido: "Devo dire la verità: subito mi ha esaltato tantissimo, c'è ritmo, azione, suspance, pathos, qualche riuscito momento horror e sangue a fiumi come piace a me. Questo Gesù è veramente un personaggio fico, saggio come Gandhi e bello come Braveheart. Il suo primo incontro con Caifa mi ha ricordato quello tra Luke Skywalker e Jabba the Hutt, tranne che qui il nostro protagonista sembra restio a fare sfoggio dei suoi poteri Jedi. Un simpatico flashback ci mostra inoltre un Gesù inedito, un Gesù genio del marketing che inventa le sedie alte come oggi noi le conosciamo, mentre all`epoca forse stavano tutti seduti per terra come i giapponesi. Insomma, stava davvero diventando il mio film preferito di tutti i tempi dopo Rocky IV". Ma se tutti sono a discutere di questo film la ragione è un'altra. Per l'appunto The Passion non è solo un film (peraltro brutto) ma un'opera che ci dice tanto (e non bene) dei tempi in cui viviamo. Allo stesso modo dei vecchi Gesù parlatori e rivoluzionari di Pasolini o hippy e rock di Jesus Christ Superstat o sfarzosi di Zeffirelli. Il film di Gibson (con unanime successo di pubblico sia in Usa e Europa che in molti paesi islamici-mediorientali), aldilà della critiche immediate sulla violenza o sull'antisemitismo, è un film che mira a risvegliare il fanatismo e la spiritualità occidentali sepolti da strati di secolarizzazione e colesterolo. Tutto ruota, come molta cultura visuale di questi tempi, attorno al corpo: corpo organico, martoriato, sanguinolento, pulsante. Corpo come punizione e come arma. Un film che ci ricorda l'undici settembre e l'Iraq, la crisi dell'ottimismo e del consumismo. Eppure quel film, in mezzo a tanto sangue e tanta visione di sofferenza, non riesce a darci il senso, il senso di quello splendido racconto del Cristo. E anche in questa mistica carenza di senso, The Passion è lo specchio fedele di questi tempi. Brutti tempi, in verità./ludik.blogspot.com/

Il compagno Bisteccone A destra sono messi proprio maluccio. Se anche mister Bisteccone (alias Giampiero Galeazzi) annuncia in pompa magna che non voterà più per Berlusconi, forse vuol dire che il futuro del centrosinistra è finalmente roseo. Il conduttore della “Domenica sportiva”, accanito tifoso della Lazio e del canottaggio, ha scelto un’intervista a “Sette” per dare l’annuncio al popolo sportivo: “Da ragazzo ero di destra. All’università sono finito a sinistra. Poi ho votato Berlusconi ma dopo la guerra in Iraq non so…”. Galeazzi, pur rivelando di avere a casa una bilancia che non va oltre i 150 chili, è un buontempone a tutto tondo. Nell’intervista ricostruisce un recente incidente in tv, durante la “Domenica sportiva”, quando Berlusconi ha parlato a lungo del Milan “a due punte” occupando il video fuori dagli spazi politici e facendo arrabbiare la presidente Rai, Lucia Annunziata. Galeazzi dice di aver chiamato il Cavaliere ad Arcore lasciandogli un messaggio sulla segreteria. Il Cavaliere ha prontamente risposto guadagnandosi gli onori della “Domenica sportiva”. Ha fatto bene la Annunziata – confessa Bisteccone – a protestare per l’invasione di campo, anche se “io lo avrei fatto con meno protervia e segno del potere”. Sono deliziosi i ritratti dei colleghi. Galeazzi ricorda che Enrico Mentana, di cui pure parla bene, “fu fatto vicedirettore dal Partito socialista”. C’è una stoccata pure per Francesco Giorgino, volto ingessato e naif che pretende di rappresentare il Tg1 come lo farebbe Bruno Vespa. Di Gigi Marzullo, quello dei tormentoni notturni fatti di domande e risposte, si limita a dire che “è amico di tutti i nuovi direttori”. La battuta più riuscita è per Giuliano Ferrara: “Partito da sinistra, approdato a destra. Ma è talmente intelligente che i vari periodi rosa e blu come Picasso glieli possiamo concedere. Anche se fa un po’ impressione vedere uno come Ferrara che difende i valori della destra”. Per finire, Bisteccone rivela che è stato sul punto di passare a Mediaset al seguito di Mara Venier, che lo aveva utilizzato come “giullare” nelle trasmissioni di “Domenica in”: “ Mi avrebbero dato un sacco di soldi… Ogni discussione aumentavano i soldi. Un miliardo, un miliardo e mezzo, due miliardi. Alla fine dissi no”. Bravo, ben fatto. Benvenuto, compagno Bisteccone. aprileonline.info

Terrore profondo GABRIELE POLO Le autobombe di Bassora che fanno strage di bambini sono solo l'atto più recente di un'esposizione universale del terrore. Non sarà l'ultimo. L'Iraq sembra diventato una mostra impazzita delle forme di conflitto del '900: autobombe e kamikaze, proteste di piazza, rivolte e loro repressione, attacchi militari e sequestri di ostaggi (assassinati o rilasciati dopo trattativa), si concentrano in uno stesso luogo in un andirivieni apparentemente privo di senso, soprattutto senza una logica politica. O, almeno, così ci appare, incapaci di capire fino in fondo che l'esercizio della forza - in chiave militare - è diventato la forma della politica del XXI secolo. E trarne le dovute conseguenze per costruire una nuova politica, perdendoci invece in paranoie tragiche («avanti fino alla vittoria» e all'eliminazione dell'avversario) o ridicole («con i terroristi non si tratta», salvo poi trattare). Persino chi ha denunciato fin dall'inizio il salto di paradigma rappresentato dall'11 settembre e la follia dell'avventura bellica di Bush fatica a comprendere pienamente il significato dell'espressione «guerra permanente». Cioè di guerre (ufficiali e «informali») che non tollerano alcun terreno di mediazione politica, che si alimentano di se stesse e dei loro integralismi ideologici - religiosi o mercantili - in un modernissimo remake dei conflitti europei del `600. La guerra irachena - ma dovremmo dire mediorientale - può anche essere letta, da una parte e dall'altra, attraverso i consueti canoni degli interessi economici (il petrolio), strategici (l'avamposto americano), identitari (la liberazione dei luoghi santi dell'Islam), nazionalistici (la cacciata dell'occupante). Ma è una lettura parziale, insufficiente. Più a fondo non c'è lo scontro di civiltà propagandato da destra, bensì una logica distruttiva: nessuno può uscirne vincitore assoluto, ma le parti (anche quelle che si combattono dentro i due schieramenti) si affrontano per esserci, più che per prevalere. Il risultato però non è «a saldo zero», sono i massacri. In questo stravolgimento generale anche le parole rischiano di perdere il loro senso. Resistenza da noi ha un significato preciso, si accompagna ai valori costitutivi di una democrazia rappresentativa che ha affondato le proprie radici nell'onda lunga dell'89 francese (ed è per noi naturale celebrarla il prossimo 25 aprile in chiave pacifista chiedendo il ritiro delle truppe). In Iraq ha solo un significato «tecnico», militare: sappiamo contro cosa si resiste ma non per cosa. E non basta la resistenza a un'occupazione militare illegittima per qualificare il senso di quel termine. Anche il «come» si resiste è conseguente alle sue finalità. E in Iraq dimostra l'assenza totale di autonomia dalle logiche di chi si combatte, diventa parte costituente della guerra preventiva. La distinzione è solo sul terreno della disparità tecnologica, nel divario militare che separa l'esercito più potente del mondo dai «barbari». Termine che suggeriremmo di evitare, se non altro per i precedenti storici che hanno sempre visto i barbari conquistare, alla fine, gli imperi. Anche a costo di seminare morte e terrore.il manifesto.it

IL MILIONE DI ZAPATERO di Bds Per meglio capire cosa ha indotto il nuovo premier spagnolo a ritirare le sue truppe dall'Iraq, riproponiamo un pezzetto recuperato sul web Quanto sareste disposti a spendere per comprare un milione? A prima vista la domanda può sembrare strana, anche se chiunque abbia dovuto stipulare un mutuo con una banca, o chiedere prestiti agli strozzini, ha dovuto farsela. Non vogliamo però rinnovare il dolore di quei poveri sfortunati, ma parlare di un gioco (speriamo) più divertente: noi poniamo un milione all'asta e siamo disposti a cederlo al miglior offerente, in cambio delle offerte dei due migliori offerenti. Ad esempio, se dieci persone offrono rispettivamente 10 mila, 9000, 1000 lire, noi daremo il nostro milione alla prima, in cambio delle 19.000 lire delle prime due. Da parte nostra, ci sembra di essere abbastanza generosi. Da parte vostra vi conviene certamente offrire una minima somma, sperando di guadagnare in cambio il milione. Il problema è: qual è il comportamento razionale in questo gioco? Limitiamoci per semplicità al caso in cui due sole persone decidono di partecipare all'asta. Uno dei due, che chiameremo Primo, offre ad esempio una lira: se l'altro, che chiameremo Secondo, non offre di più, Primo guadagna 999.999 lire (non preoccupatevi del fatto che le perdiamo noi). Ma Secondo sarebbe sciocco a non essere disposto a offrire ad esempio due lire: se egli lo fa, e Primo non rilancia, Secondo guadagna 999. 998 lire, e Primo ne perde una. Ma perché Primo dovrebbe perdere anche una piccola somma? Gli conviene certo rilanciare, ad esempio 3 lire, e così via. Il problema è: a che punto si dovrà fermare uno dei due? Certamente, direte voi, sotto il milione, perché altrimenti si comprerebbe il milione in perdita, e si tornerebbe all'incubo dei mutui che volevamo dimenticare. Ma supponete che, lira dopo lira, Secondo sia ormai arrivato a offrire 999.998 lire per il nostro milione, e che Primo abbia rilanciato con 999.999 lire. Se i due decidono di fermarsi proprio adesso, Primo guadagnerà una misera liretta, ma Secondo perderà quasi un milione, il che non gli conviene certo! Egli è dunque costretto a rilanciare, con un milione tondo: in questo modo non guadagnerà niente, ma almeno non perderà 999.998 lire, mentre sarà invece Primo a perderne 999.999. A questo punto Primo non sarà soddisfatto della piega che hanno preso le cose, ma non sarà comunque disposto a perdere quasi un milione, e preferirà rilanciare con 1.000.001 lire: in questo modo perderà solo una lira, e scaricherà la perdita su Secondo. Il quale però, ovviamente, non ne sarà lieto, e rilancerà 1.000.002 lire nella speranza che Primo si fermi, permettendogli di perdere solo due lire. Il problema è che non c'è nessun motivo di fermarsi nè ora nè mai, perché più si procede nel gioco e più si rischia di perdere fermandosi. Poiché un bel gioco dura poco, un gioco che non si possa fermare e debba durare in eterno deve essere pessimo. L'unica strategia razionale era dunque che Secondo non fosse entrato in campo dopo la prima offerta di Primo, e gli avesse concesso di guadagnare un milione: è stata la mancanza di collaborazione fra i due a creare il pasticcio, e i giocatori si sono accorti di essersi messi in un gioco maledetto soltanto quando stavano orma