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maggio 31 2004
Dell'Utri non fu diffamato. Nel libro "L'onore di Dell'Utri" c'è solo verità
REDAZIONE
Il libro inchiesta "L'onore di Dell'Utri" non contiene alcun passaggio diffamatorio nei confronti del senatore Marcello Dell'Utri.
Lo ha stabilito il Tribunale civile di Milano, che ha peraltro condannato il forzista al pagamento delle spese legali, consistenti in oltre 26 mila euro.
Dell'Utri aveva presentato una denuncia querela ai danni degli autori e degli editori, pretendendo 40 miliardi di lire di risarcimento danni.
Il giudice Claudio Marangoni ha invece ritenuto insussistenti gli elementi della diffamazione ed ha così ritenuto idoneo non procedere contro le Edizioni Kaos e contro i giornalisti Lorenzo Ruggero, Peter Gomez e Leonardo Sisti.
Il libro racconta i "rapporti e i contatti del berlusconiano Marcello Dell’Utri con Cosa nostra dagli anni Sessanta agli anni Novanta, ricostruiti dalla Procura di Palermo".
"Indagini, riscontri, testimonianze, intercettazioni telefoniche - si legge in copertina - l’impressionante documentazione che ha portato Dell’Utri a processo con l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa".
www.centomovimenti.com
Le schizofrenie della Farnesina
di Domenico Ciardulli
Di fronte all'ultimo evento che ha visto rapito e ucciso un altro ostaggio italiano in Arabia Saudita abbiamo per l'ennesima volta assistito alle giravolte della Farnesina che, in un primo momento, ha negato che tra ci fossero ostaggi italiani.
Dopo pochissime ore ha dovuto rettificare le dichiarazioni giustificandosi con la mancata registrazione di Antonio Amato presso l'ambasciata italiana di Riad.
Basta guardarsi indietro e notiamo numerosi fatti contraddittori dei titolari del Dicastero degli Esteri. Ne elenchiamo alcuni:
10 aprile voci sul rapimento di 4 ostaggi italiani: La Farnesina, a proposito delle notizie su quattro italiani rapiti in Iraq, nega decisamente che mancassero cittadini italiani all'appello. Successivamente il video diffuso dalla televisione araba costringe il nostro Ministero degli esteri ad ammettere l'errore.
Torture in Iraq 13 maggio 2004 «La Farnesina non ha mai ricevuto notizie specifiche di questo genere», assicurano al ministero degli esteri. Il colonnello Burgio poco dopo dichiara: «Ci siamo trovati a volte davanti a detenuti mezzo morti, con bruciature di ferro da stiro sul corpo e lividi terrificanti a causa delle bastonate.."
13 marzo 2002 ucciso a Ramallah dal fuoco di un tank israeliano il fotoreporter italiano Raffaele Ciriello. 19 marzo 2003 Nessuno dalla Farnesina ha mai replicato alle dichiarazioni dell'ambasciatore israeliano Ehud Gold, secondo cui il caso Ciriello «ormai è chiuso».
Né mai è stata sollecitata una maggiore collaborazione da parte del governo di Tel Aviv, così come ad esempio viene sollecitata, costantemente e vigorosamente, la collaborazione delle autorità afghane nell'inchiesta sulla morte di Maria Grazia Cutuli.
Insomma, viene il sospetto che Israele goda di una speciale «impunità» e che le eventuali sbavature del suo esercito, l'uso cioè eccessivo oppure illegittimo della forza, non possano essere né criticate né tantomeno perseguite penalmente.
by www.osservatoriosullalegalita.org
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Il nome non fa il reddito
Maria Cecilia Guerra
Stefano Toso
L’esperienza del reddito minimo d’inserimento (Rmi) si è formalmente esaurita nell’aprile 2003, con la destinazione degli ultimi 36 milioni di euro a diciannove comuni inclusi nella sperimentazione.
Il superamento del Rmi a vantaggio di un nuovo istituto, il reddito di ultima istanza (Rui), era stato annunciato ufficialmente nel Libro bianco sul welfare, presentato dal ministro Roberto Maroni nel febbraio 2003, con queste motivazioni: "Il Rmi ha consentito di verificare l’impraticabilità di individuare attraverso la legge dello Stato soggetti aventi diritto ad entrare in questa rete di sicurezza sociale. Per questo motivo si è stabilito di individuare un nuovo sistema – il reddito di ultima istanza – da realizzare e co-finanziare in modo coordinato con il sistema regionale e locale, attraverso programmi che distinguano in modo finalizzato le carenze reddituali derivanti esclusivamente da mancanza di opportunità lavorativa (da affrontare attraverso politiche attive del lavoro che evitino l’instaurarsi di percorsi di cronicità e dipendenza assistenziale) e carenze tipiche delle fragilità e marginalità sociali che necessitino di misure di integrazione sociali e reddituali". (1)
Il rischio di un passo indietro
La formale istituzione del Rui è avvenuta con la Finanziaria per il 2004 (legge n. 350/2003, articolo 3, comma 101).
Le caratteristiche che assumerà non sono però ancora definite.
La Finanziaria rimanda infatti a uno o più decreti ministeriali le modalità di attuazione. In particolare, resta oscuro come il Rui si rapporterà ai dettami della legge quadro sull’assistenza (legge 328/2000), che prevede la generalizzazione della misura, e la cui validità come legge dello Stato non sembra indebolita dalle recenti modifiche in senso federalista della Carta costituzionale.
Ciò lascia aperto il rischio che la bocciatura del Rmi a favore del reddito di ultima istanza faccia retrocedere il fronte delle politiche di lotta della povertà. E induca a tornare a misure, se non occasionali certamente discrezionali, finanziate in massima parte a livello locale e che per loro stessa natura equivarrebbero alla negoziazione di un diritto sociale di cittadinanza, garantito in pressoché tutti i paesi dell’ Unione europea.
Per meglio comprendere questa affermazione, è utile fare riferimento agli esiti della sperimentazione del Rmi che hanno dimostrato che un’attuazione corretta della legge 328/2000 (articolo 22, comma 2), che pone il contrasto della povertà tra i livelli essenziali di intervento, richiede forti investimenti, sia finanziari sia di definizione di standard, sul piano nazionale.
Peccato che sia proprio su questi aspetti che il Rui prende le distanze dal Rmi.
Finanziamento e definizione degli standard
Per quanto riguarda le modalità di finanziamento del nuovo istituto, la Finanziaria per il 2004 si limita ad affermare che "lo Stato concorre al finanziamento delle Regioni che istituiscono il Rui", nei limiti delle risorse preordinate nell’ambito del Fondo nazionale per le politiche sociali, detratte alcune quote da destinare nel triennio 2004-2006 a favore delle famiglie che sostengono oneri per l’attività educativa dei figli presso scuole paritarie (100 milioni di euro) e a favore del potenziamento dell’attività di ricerca scientifica e tecnologica (45 milioni di euro).
Non è quindi chiaro se tutte le Regioni siano tenute a istituire la nuova misura, né l’entità del cofinanziamento. Certo è, invece, che le Regioni che la introdurranno potranno contare su un contributo statale decurtato. E dunque, le scarne informazioni finora disponibili fanno ritenere che lo sforzo finanziario non si configurerà sicuramente come un incentivo alla implementazione del Rui. (2)
Vari argomenti, poi, spingerebbero verso una piena assunzione di responsabilità da parte del Governo centrale nella definizione di standard nazionali del nuovo istituto. Su questo punto la Finanziaria resta invece silente.
La definizione dei criteri di eleggibilità e di determinazione dell’importo di base del Rui potrebbe avvenire a livello centrale. Senza per questo impedire di riconoscere al livello locale la possibilità di prevedere una serie di "supplementi", in funzione di caratteristiche non monetarie influenti nel determinare lo stato di bisogno (spese di riscaldamento, spese per il pagamento del canone di affitto, eccetera) o di fattori aggiuntivi e indiretti di privazione economica (elevati carichi di famiglia, gravi forme di handicap psicofisico). Così come di delegare a livello decentrato le procedure amministrative di definizione dei progetti di inserimento e di accertamento della veridicità delle dichiarazioni rese.
L’assenza di una cultura amministrativa consolidata e territorialmente omogenea non consente invece di guardare con tranquillità a una delega pura e semplice di iniziativa agli enti locali. Le carenze culturali e professionali a livello locale nell’affrontare le situazioni di povertà e di recupero sociale di famiglie in condizioni di privazione economica sono emerse con chiarezza nella sperimentazione del Rmi. Razionalità vorrebbe che delle luci e delle ombre dell’esperienza passata si facesse tesoro.
Non va inoltre sottovalutata la disomogeneità di interventi che caratterizza storicamente il welfare locale in Italia e gli squilibri regionali tra aree ricche e aree povere.
In sintesi, l’istituzione del Rui e il parallelo affossamento del Rmi sembra riflettere più la volontà di segnare una discontinuità con le politiche avviate nella precedente legislatura che il rigetto del disegno teorico sotteso a misure di questo tipo. Ciononostante, il sostanziale disimpegno a investire risorse nella creazione di una rete di sicurezza sociale di base, fa dubitare sulle reali intenzioni dell’esecutivo di impegnarsi in modo non effimero nell’azione di contrasto della povertà economica.
Anche consideratol’impegno di procedere con l’abbattimento del carico fiscale sulle famiglie, iniziato nel 2003 con la mini-riforma dell’Irpef, il reperimento durevole dei fondi necessari all’attuazione del Rui non potrà quindi che provenire da risparmi di spesa nel comparto pensionistico o dalla sottrazione di risorse da settori (assistenza agli anziani non autosufficienti, politiche abitative, ammortizzatori sociali) che necessitano di interventi altrettanto urgenti. Se ciò non dovesse avvenire, anche l’attuazione del Rui sarebbe inevitabilmente ritardata.
Reddito di ultima istanza? Non basta la parola.
(1) Ministero del Lavoro e delle politiche sociali 2003, 37
(2) Per farsi un’idea del costo di tale strumento, si può ricordare che il costo complessivo del Rmi nel primo biennio di sperimentazione (1999-2000) era ammontato a 220 milioni di euro. Stime successive con modelli di microsimulazione indicavano in quasi 2 miliardi di euro il costo della sua ipotetica estensione a livello nazionale, con una platea di beneficiari pari a circa 2 milioni e mezzo di famiglie.
lavoce.info
Berlusconi sconfigge la morte: si - può - Fare!
Silvio Berlusconi è riuscito nell'impresa che da millenni l'umanità tentava: eliminare la
morte. Per adesso ci riesce soltanto facendo scomparire dai mezzi di informazione le informazioni sulla morte dei nostri connazionali in Irak e nei paesi coinvolti nel conflitto occidentale contro gli Arabi, ma siamo certi che il suo procedimento avrà successo e potrà essere applicato a tutti noi.
Il primo grande esperimento, riuscito alla perfezione, c'è stato qualche settimana fa,
all'indomani della cattura dei quattro mercenari italiani da parte delle Brigate Verdi
irachene. Il nostro potente Silvio Frankenstein si affaccia al balcone di via del Plebiscito, all'angolo di Piazza Venezia - purtroppo il balcone ufficiale ora è occupato da un museo e Silvio ha dovuto accontentarsi del palazzo di fronte - e proclama il suo "Me ne frego!". Lo dice davanti ai microfoni e le telecamere di tutto il mondo: il giorno dopo, gli iracheni giustiziano il primo italiano, in risposta alle dichiarazioni deliranti e guerrafondaie del Berlusconi.
E' proprio grazie a questo "piccolo" incidente che il nostro Silvio Frankenstein trova la maniera di sconfiggere la morte: aziona le sue leve di potere e fa scattare la censura. Impone a tutti i mezzi di informazione un presunto "silenzio stampa" per salvare gli altri tre mercenari. In realtà, secondo i focus group - dopo l'uscita di scena del suo amico Crespi e dei suoi sondaggi ora Silvio si affida solo a piccoli gruppi di elettori che sparano risposte in continuazione sui quesiti più variegati, dalla guerra in Irak alla formazione del Milan - ogni morto italiano fa perdere X punti percentuale di voti a Forza Italia ed alla sua coalizione. Quindi il diktat è: non si parla più della morte. La morte non esiste, sotto il governo Berlusconi.
Poche ore fa un nuovo esperimento, anche questo un po' maldestro ma riuscito, con il cuoco italiano trucidato in Arabia Saudita. I terroristi assaltano il centro residenziale e sgozzano il cuoco italiano, quindi fanno sapere alla stampa che si tratta di un regalo al ducetto Berlusconi per le sue dichiarazioni farneticanti. Anche in questo caso, il prodigio funziona: il ministero degli Interni tenta di nascondere e negare la notizia fino all'ultimo, quindi i mezzi di informazione reagiscono come gli è stato detto di reagire: del povero cuoco se ne parla molto poco e molto male. Neppure Enrico Mentana con il suo TG5, il tg che ha lanciato in Italia l'autoerotismo necrofilo, nasconde come può. Nessun dramma, nessuna pietà. Non è morto nessuno. Chi se ne frega. Così vuole il regime.
zonasedna.net
È iniziata la corsa a Bruxelles. E per l’immunità parlamentare
Ieri una condanna, oggi un comizio, domani un interrogatorio: ecco gli impresentabili
di Marcantonio Lucidi
C’è un po’ di gente in giro che ha frequentato o tuttora frequenta con encomiabile assiduità le aule giudiziarie, riceve con cristiana pazienza avvisi di garanzia e si sottopone, con più o meno lodevole accondiscendenza, agli interrogatori dei magistrati. E trova anche tempo per comizi e pranzi e cene elettorali. Sì, perché malgrado le pendenze giudiziarie (o, peggio, le condanne), corre per un seggio al parlamento europeo. Un rapido tour nelle liste elettorali di destra e sinistra - da prendersi come un giro al luna park nella casa degli orrori - offrirà materia di riflessioni e magari di spavento nella solitudine dell’urna. E dunque, nell’Italia della memoria corta, ecco il pluri-indagato Totò Cuffaro capeggiare la lista Udc nelle Isole o - audite audite - tornare in pista ex ministri come Gianni De Michelis e Paolo Cirino Pomicino, o ex sottosegretari come Nuccio Cusumano e Vito Bonsignore. E altri ancora.
Ci vollero tre avvisi di garanzia perché Bonsignore si convincesse a togliere il disturbo e a dimettersi da sottosegretario al Bilancio nel governo Amato. Era il 13 aprile 1993, radiosa giornata di primavera romana, e l’allora leader degli andreottiani piemontesi affondava nel fango tangentopolitano il suo cursus honorum scudocrociato. Adesso nel suo passato spicca un’orrenda condanna definitiva (senza iscrizione del reato): due anni per corruzione nello scandalo dell’ospedale di Asti. Lui sostiene che «era solo tentata corruzione», un disdicevole episodio per il caparbio uomo politico, tornato a galla sulla barca dell’Udc - non aveva in effetti mai smesso di tenersi aggrappato ai bordi delle zattere post democristiane. Si presenta alle europee al quinto posto sotto al capolista Follini per la circoscrizione Nord Ovest.
Torinese d’adozione, ma siciliano d’origine, di Bronte, per l’esattezza, paesone etneo noto per una storica strage e per il prelibato pistacchio, Bonsignore è imparentato con Pino Firrarello, brontese doc e senatore forzista. Firrarello, anche lui ex andreottiano, è l’indiscusso padrone di Forza Italia a Catania. I rapporti familiari sono sempre stati importanti, per lui, talmente importanti che da anni traina il genero, Giuseppe Castiglione, attuale vicepresidente della Regione Sicilia. Pensate che nel ’96, malgrado il veto di Buttiglione, lo impose nella lista del Cdu per le regionali siciliane. Una candidatura che provocò la defenestrazione del segretario catanese e portò al commissariamento del partito. Ma Castiglione approdò alla Regione con oltre 50mila preferenze. La sua carriera ha avuto una battuta d’arresto nel ’99, quando finì in carcere insieme all’allora compagno di partito Stefano Cusumano, sottosegretario al Tesoro nel governo D’Alema, e a un drappello di imprenditori e boss mafiosi. Firrarello si salvò grazie all’immunità parlamentare. Secondo la procura di Catania avevano contribuito a truccare alcuni mega appalti. Castiglione ha scelto il rito abbreviato ed è stato condannato a dieci mesi di carcere (in primo grado) per turbativa d’asta, mentre il processo a Cusumano, Firrarello e compagnia è tutt’ora in corso. Devono rispondere di concorso in associazione mafiosa (Castiglione è stato assolto da quest’accusa) e turbativa d’asta. Siccome però tutti sono innocenti prima della sentenza definitiva, lo scorso 26 gennaio Cusumano è diventato vicepresidente del gruppo misto alla Camera in rappresentanza della componente politica dell’Udeur-Ap e poi naturalmente è parso non fuori luogo proporlo alle europee come capolista del suo partito nelle Isole. Castiglione, invece, è nella lista di Forza Italia e si parla di lui come possibile avversario di Enzo Bianco a sindaco di Catania.
Restiamo in Sicilia. Dove la lista Udc è capeggiata da Totò “Vasa Vasa” Cuffaro. Il presidente della Regione merita una piccola cronologia: luglio 2003, primo avviso di garanzia, l’accusa è di collusione con gli ambienti mafiosi del quartiere palermitano di Brancaccio; febbraio 2004, secondo avviso perché sospettato di fare da talpa in una rete d’informatori all’interno della procura di Palermo al fine di «tenere aggiornato» l’imprenditore Michele Aiello sull’indagine in corso a suo carico per corruzione; 18 aprile 2004, terzo avviso (stavolta da Messina) per divulgazione di segreto d’ufficio e favoreggiamento nei confronti di una società di raccolta rifiuti accusata di aver gonfiato i costi delle sue operazioni e di non aver rispettato le leggi sulla salvaguardia dell’ambiente. Uomo avvisato mezzo salvato. Come presidente della Regione Cuffaro non ha diritto all’immunità parlamentare, come deputato europeo sì, e bisogna essere previdenti nella vita, e anche imparare dall’esperienza altrui. Dall’ex ministro e compagno di partito Calogero Mannino per esempio, suo padrino politico. Il tribunale l’aveva assolto due anni fa, dopo tutta la galera che il poveretto s’era fatto. Un martire delle toghe rosse, perbacco. Senonché l’altro giorno in appello lo hanno condannato a cinque anni di carcere, per concorso esterno in associazione mafiosa.
«Bisogna difendere la politica dall’affarismo. È un’insidia per tutti, destra e sinistra. Non bisogna abbassare la guardia. Bisogna difendere la politica dai rischi di infiltrazione di gente che con la politica non ha niente a che fare perché la tensione ideale e morale non sa dove sta di casa». Montaigne? No. De Gasperi? No, Pieferdinando Casini che commemora De Gasperi nell’ottobre scorso. Ma nel suo partito, forse, non la pensano come lui. Basta continuare a scorrere le liste Udc: Giampiero Catone, segretario di Buttiglione, direttore dell’organo Udc la Discussione, dirigente del dipartimento politiche comunitarie, candidato a Sud, fu arrestato a Roma nel 2001 con l’accusa di associazione a delinquere finalizzata alla truffa, al falso in bilancio e alla bancarotta fraudolenta pluriaggravata, rinviato a giudizio a Chieti per la bancarotta di due delle sue varie società italiane ed estere e per una serie di reati fiscali. I giudici romani lo accusano anche di truffa ai danni del ministero dell’Industria: si tratterebbe di 12 miliardi di finanziamenti pubblici per impianti tessili inesistenti nell’Aquilano. A Buttiglione farebbe piacere che gli italiani della circoscrizione Sud mandassero in Europa anche il vicepresidente della Lega Calcio, Antonio Matarrese; dal pallone gli vengono onori e oneri: la mancanza dei requisiti economici nell’iscrizione del Torino al campionato di serie A del ’93-’94 gli costa, nel 2000, una condanna ad otto mesi di reclusione per abuso d’ufficio, inoltre è indagato insieme a Franco Carraro per gli scandali del pallone.
Diverso è il caso di Luigi Cocilovo, ex sindacalista e braccio destro di D’Antoni alla Cisl di Palermo. Fa il capolista dell’Ulivo nelle Isole, in quota Margherita. Di lui non si può dire che ambisca all’immunità parlamentare perché è già stato assolto grazie alla legge sul “giusto processo”. Questa legge, così misericordiosamente garantista, contiene una norma per la quale hanno valore provante solo le dichiarazioni rilasciate in sede dibattimentale. Verbali e dichiarazioni precedenti rilasciate davanti a un magistrato, non al club del golf o alla canasta del giovedì, hanno valore zero. Il 6 febbraio e il 13 giugno 1995 l’imprenditore messinese Domenico Mollica, ras delle opere idrauliche nella sua provincia, racconta alla procura di Messina di avere consegnato nel 1989 a Cocilovo 350 milioni di lire in biglietti da centomila stipati in un’elegante borsa Cartier. Il desiderio dell’imprenditore era di ottenere dalla Cisl siciliana un po’ di tranquillità sociale nei suoi cantieri funestati dagli scioperi. Tuttavia Mollica si rifiutò di ripetere le sue accuse in dibattimento, quindi le sue dichiarazioni al pm rimasero valide solo per la parte autoaccusatoria. Risultato in primo grado: al corruttore Mollica tre anni, Cocilovo assolto e dichiarato nella sentenza «collettore di una tangente, disposto anche a concedere favori sindacali, fu pure il percettore di un contributo elettorale». E la borsa Cartier, valore quattro milioni e mezzo, che fine ha fatto? Mollica disse agli inquirenti che se la stava portando via dopo avere rovesciato i soldi sul tavolo davanti a Cocilovo, però il sindacalista lo richiamò e pretese anche quella. O la borsa o la pace.
Tornando a destra, e uscendo dalla Sicilia, ci si imbatte in un vecchio colonnello del craxismo tangentaro, Gianni De Michelis. Dopo avere rimesso insieme un po’ di socialisti che non stanno nel Polo o nell’Ulivo e neanche in carcere, si presenta come capolista al Sud. Il pregiudicato ex ministro degli Esteri si beccò il 7 luglio del ’95 una condanna a quattro anni di galera per corruzione propria aggravata continuata a causa di quella storia di tangenti legate agli appalti pubblici in Veneto. Alla fine il 2 luglio ’97, la corte d’appello di Venezia accolse la richiesta di patteggiamento e assegnò all’imputato De Michelis un anno e sei mesi di reclusione. Cose che capitano nella vita, non bisogna fare i moralisti, soprattutto con un signore che adesso va in giro per gli studi televisivi a dire come l’Italia deve comportarsi in Iraq.
Alla danza elettorale per le Europee, quest’anno c’è anche Paolo Cirino Pomicino, detto ‘o ministro. Altra vecchia conoscenza, in lista Udeur al secondo posto dietro Clemente Mastella per il Sud. Coinvolto nello scandalo della megatangente Enimont, il 29 gennaio 2001 ‘o ministro ha patteggiato una pena complessiva di un anno e dieci mesi (violazione della legge sul finanziamento dei partiti) e s’è tolto il pensiero. L’Enimont ha macchiato la fedina penale anche a Umberto Bossi che può fregiarsi di una condanna con sentenza definitiva confermata dalla Cassazione: otto mesi a causa d’un “contributo” di duecento milioni di lire gentilmente regalati da Carlo Sama e incassati dal cassiere della Lega nord Patelli. Tutto qua? In effetti ci sarebbe anche Milena Bertani, altra Udc, arrestata nel dicembre 2000 con l’accusa di avere truccato - quando era assessore al Bilancio di Formigoni alla Regione Lombardia - gli appalti per le opere post alluvione. Adesso aspetta il processo e l’elezione a Strasburgo come candidata per la circoscrizione Nord Ovest. Poi c’è Berlusconi, con le sue numerosissime vicende giudiziarie. Ma per raccontarle tutte ci vorrebbe lo spazio di vari libri. Con lui in effetti si scivola dal campo della giustizia e si entra nell’antropologia (culturale).
articolo21.com
intervista a GIULIETTA CHIESA
di m. d'andrea.
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www.namir.it/goccia/ igrandi.htm
Per quale motivo Giulietto Chiesa, come altri giornalisti, scende in campo, presentandosi per le elezioni Europee ?
Intanto dico immediatamente che non intendo rinunciare in nessun caso alla professione di giornalista, quindi posso affermare al massimo che sono un giornalista e in piu’ un politico.
Comunque, seriamente, la ragione di fondo e’ legata al fatto che la questione nazionale e internazionale si e’ gravemente deteriorata e sta precipitando verso una crisi drammatica, soprattutto per causa della guerra.
In questi anni mi sono occupato delle problematiche della globalizzazione e dell’informazione, ritengo che la sinistra nel suo complesso abbia poco capito di queste realta’, il centro sinistra in particolare quasi niente, quindi potrei dare un contributo per l’elaborazione di un programma che sia di alternativa reale all’attuale clima.
In questi anni ho girato in lungo e largo l’Italia e sono diventato parte dei cosi’ detti : “ movimenti “ e da qui’ al 2006, noi dobbiamo cercare di mettere in campo una parte importante di quei due milioni e mezzo di persone, che non hanno votato alle ultime elezioni. Io so che c’e’ un’enorme potenziale democratico nell’Italia, che non si esprime ancora attraverso il voto e che fa parte dei movimenti, i quali hanno dato vita e scosso positivamente la politica di questi ultimi anni.
Vorrei cercare di vedere, se si puo’,portare al voto, alla politica democratica, una parte importante di questo paese.
La risoluzione dell’onu presentata ultimamente con enfasi dagli Stati Uniti, e acclamata anche da Silvio Berlusconi, il quale afferma di esserne stato lui l’ideatore e di averla suggerita a Bush e Blair, risulta ridicola o dobbiamo prenderla seriamente ?
Diro' di peggio, perche’ questa risoluzione non e’ solo ridicola, e’ grave e pericolosa, il rischio che venga approvata e’ molto alto e in merito ho scritto ed inviato a tutte le agenzie un comunicato stampa, in cui dico sostanzialmente tre cose :
Primo – questa risoluzione lascia il comando agli americani e ne legittima la presenza militare occupante nel territorio iracheno.
Secondo – di fatto lascia in mano agli americani anche la gestione del petrolio, perche’ questa fantomatica agenzia che dovra’ controllarlo, e' a sua volta sotto controllo degli Stati Uniti d’America e queste sono gia’ due ragioni sufficienti.
Terzo – rappresenta un colpo drammatico alle Nazioni Uniti, perche’ nel momento stesso in cui gli Stati Uniti, fingono di voler rivalutare il ruolo delle Nazioni unite, di fatto costringono quest’ultime a violare la loro stessa carta costitutiva e quindi colpiscono gravemente anche il loro prestigio nel futuro.
Per queste ragioni bisogna lottare, e se le Nazioni Unite, approveranno questa risoluzione, andranno contro il loro stesso e nostro interesse.
In parte questa guerra si attua per la conquista del petrolio, ma Afghanistan e Iraq, sono posizionate geograficamente contro la Cina, c’e’ dell’altro che motiva la guerra ?
No, non e’ soltanto il petrolio, questa e’ una delle guerre, una delle guerre ripeto, che serve per costruire il dominio degli Stati uniti sul mondo intero, il petrolio e’ un piccolo elemento secondario, il vero scopo e’ quello di piegare il mondo intero alla volonta’ imperiale degli Usa.
L’America si sta preparando ad una guerra molto piu’ importante ed e’ quella contro la Cina, questo lo avevo scritto, e sono molto orgoglioso di averlo detto, sui miei due libri : “ Afghanistan anno zero “ e : “ la guerra infinita “, perche’ e’ evidente che queste due guerre sono state programmate e la prossima con tutta probabilita’ sara’ contro l’Iran.
Tutto cio’ , serve a ridisegnare il pianeta in funzione del dominio americano, e sono guerre anche contro l’Europa, contro di noi, perche’ nel futuro immediato i tre giganti che si contenderanno o comunque avranno un’influenza sulla tesi strategica di cui parlo, sono Stati Uniti; la Cina che si sta armando a tutto spiano, perche’ i cinesi hanno compreso perfettamente quello che sta accadendo, e i terzi siamo noi anche se l’europa non ha ancora deciso cosa fare.
L’allargamento dell’Europa verso i paesi dell’est, come puo' essere giudicata e cosa significa politicamente ?
Significa tantissime cose che non posso elencarle in breve tempo, provero’ a dire che lo considero positivo dal punto di vista strategico a lunga portata, perche’ costruisce un’Europa piu’ grande, e siccome l’Europa e’ disarmata, penso che a questo ampliamento, con la sua tecnologia, la sua capacita’ commerciale , storica e culturale, potra’ dargli una mano per i prossimi anni.
Tuttavia nella fase immediata, questo allargamento verso l’est sara’ un problema per l’Europa, perche’ questi dieci paesi che entrano nell’unione, sono di fatto paesi a sovranita’ limitata, dominati dagli Stati uniti d’America, e quindi porteranno in europa una certa quota di americanismo o filo americanismo, cosa della quale non abbiamo assolutamente bisogno, perche’ a mio avviso gli interessi in Europa sono fino a questo momento antagonisti a quelli degli Usa.
La politica dell’attuale maggioranza del governo italiano, imposta da Silvio Berlusconi, spesso si accosta a quella americana, e’ un problema di incapacita’ nel comunicare con l’Europa, oppure e’ una vera e propria scelta politica ?
C’e’ molto altro, non e’ una questione di ingenuita’, c’e’ un patto tra l’imperatore e il suo vassallo.
L’imperatore ha ottenuto dal suo vassallo la divisione dell’Europa, e ci e’ riuscito perfettamente, Bush ha spaccato in due l’Europa, fino ad ora, dopo le scelte della Spagna la questione gli si e’ complicata, ma fino ad ora e’ riuscito a condurre l’Europa in guerra insieme alla Gran Bretagna.
Questo e’ cio’ che il vassallo ha dato all’imperatore,ora resta da chiedersi;
che cosa l’imperatore ha promesso al vassallo in cambio di questi suoi servizi ?
io temo molto che se il vassallo si prendera’ l’Italia, l’imperatore applaudira’ e dira’ che e’ d’accordo, quindi dobbiamo attenderci qualche brutta sorpresa da questo vassallo amico dell’imperatore che vuol fare la guerra.
Entrambi la fanno perche’ sono solidali ad un dominio strategico che deve portare il nostro paese succube degli americani.
Ma i soldati italiani in Iraq e precisamente a Nassiriya, stanno difendendo dei pozzi di petrolio legati all’Eni ?
Sissignore,questo e’ vero, c’era un’accordo tra l’Eni e Saddam Hussein, prima della guerra. Saddam Hussein aveva concesso proprio i giacimenti di Nassiriya all’Eni, abbiamo le prove e c’e’ un’interrogazione parlamentare alla quale il governo non ha ancora risposto e bush ha semplicemente contrattato questo bottino con Silvio Berlusconi;
la nostra presenza in cambio dei pozzi.
E lo aveva detto chiaramente il presidente americano, quelli che vengono in Iraq al nostro fianco a spendere un po delle loro vite umane e di sangue, per l’impresa degli Stati Uniti, verranno premiati con interessi economici.
Questo stiamo facendo, crudamente e semplicemente.
L’unico dettaglio importante da sottolineare e’ che noi abbiamo un capo del governo che e’ un bugiardo e che queste cose non le dice.
Non lo dicono neanche i giornali e le tv perche’ sono subalterni al bugiardo ed e’ questa un’altra menzogna da accumulare a tante altre che questo signore va dicendo in tutta Italia.
Come mai la Russia e’ fuori da queste politiche attuali ?
La Russia e’ stata brutalmente colonizzata dagli Stati Uniti d’America, con il silenzio complice dell’Europa.
La Russia e’ stata colonizzata, comprata, venduta e in merito posso dire solo due cose. Che i russi dopo dieci dodici anni di questa natura, a cavallo del capitalismo selvaggio, sono stufi dell’occidente,ci odiano, ci disprezzano e ci considerano degli bugiardi.
Gli avevamo promesso dopo il Comunismo, benessere ricchezza e democrazia, e non gli abbiamo dato nulla di tutto cio’, e quindi non ci sono sicuramente grati.
Il signo Putin e’ un uomo cinico, spregiudicato e pronto a qualunque compromesso, cosa che ha fatto fino ad ora, ma dagli Stati Uniti, a sua volta, ha subito soltanto schiaffi in faccia e adesso si sta armando anche lui silenziosamente e attende il momento della rivincita. Personalmente Putin non mi piace, non lo stimo, ma nello stesso tempo capisco benissimo il suo unico e principale scopo, che e’ quello di rimanere per ora ,fuori dal mirino degli Stati Uniti, per poi trovare il momento, mi faccia passare il termine, di fare vendetta.
Noi occidentali non abbiamo fatto amici, noi stiamo creando solo nemici, avversari, odio, stiamo seminando solo odio in tutto il mondo e se continuiamo cosi’, raccoglieremo odio e soltanto odio.
Per questo affermo continuamente che dobbiamo dire agli Stati Uniti che la loro linea politica economica militare, non e’ la nostra e che l’Europa li abbandona al loro destino.
Come pensa risolvera’ Putin la crisi politica con la Cecenia ?
Temo che non abbia nessuna soluzione se non quella di continuare a massacrare i ceceni e per il momento e’ quello che sta facendo e non prevedo nient’altro di meglio, ma non prevedo neanche una vittoria dei russi, e’ impossibile vincere in Cecenia, Puntin non li vincera’, avra’ solo molti altri cadaveri, tanto altro terrorismo, altro sangue, le politiche repressive hanno queste conseguenze.
Non le sembra strano che la Croce Rossa abbia avvertito, denunciado le torture agli iracheni solo gli americani e gli inglesi, e all’Italia non e’ stata fatta alcuna segnalazione ?
Puo’ accadere che non sapessimo niente delle torture, ma non penso che noi siamo molto meglio degli altri.
Come occupanti e come aggressori non siamo molto meglio degli americani, in Somalia abbiamo torturato anche noi.
Gli italiani hanno torturato e non vedo per quale ragione dobbiamo pensare di essere meglio degli Stati Uniti, purtroppo il problema di base ci accomuna, questo occidente aggressore barbaro e selvaggio che vuole esportare la democrazia, tortura e dimostra di essere quello che e’.
Non c’e’ differenza tra noi e gli americani, entrambi facciamo parte di una civilta’ che sta dando il peggio di se stessa e che sta morendo insieme alla sua democrazia.
namir.it
Tra bugie e refusi
ovvero
l'ultima bordata elettorale del cavaliere
Nando
Forse anche tu hai già avuto il sommo onore e la grande soddisfazione di ricevere una lettera personalissima del grande cavaliere di Arcore di accompagnamento e presentazione di un allegato opuscolo con la copertina in rigoroso blu forza italia e l'effige post-lifting del "presidente".
Un brivido di piacere mi è passato lungo le vertebre quando aprendo la busta ho visto che la missiva iniziava con Egregio Ing. .... . Pensa un po'. Una lettera personalizzata. A me. Proprio a me. E non da un qualsiasi nobilastro imbottigliatore di anonimi vini o di olio dalla dubbia verginità. No. Da LUI, personalmente di persona. L'uomo che il fato ci ha voluto regalare per sottrarci a quella noiosa democrazia, venata da pericolose idee comuniste, che ormai da quasi sessant'anni ci aveva abituato a una vita incolore e priva di ogni stimolo vitale.
E la conclusione, poi. Scritta di SUO pugno. In cui conferma l'intenzione di continuare su questa strada (quella tracciata dal SUO governo e da LUI con molta modestia descritta nella lettera).
E la disarmante sincerità con la quale mi comunica che la SUA
è una "candidatura di bandiera" perché come Presidente del Consiglio dei Ministri non potrò far parte del Parlamento Europeo, ma le preferenze che gli elettori mi attribuiranno scrivendo il mio nome sulla scheda elettorale varranno da riconoscimento per quello che sono riuscito a realizzare sino ad ora come principale protagonista della nostra politica estera, alla quale ho dedicato una parte rilevantissima della mia attività di Presidente del Consiglio
mentre gli altri si candidano prosaicamente per una poltroncina a Strasbugo (magari come scusa per andare a trovare l'amichetta francese).
Che uomo coraggioso e generoso. Mette in gioco la SUA persona e si assume la responsabilità della politica estera, solo nominalmente condotta dal fedele Frattini.
Questa lettera, da sola, vale l'intera campagna elettorale. E avrebbe potuto fargli risparmiare la spesa di 15 milioni di opuscoli. Ma no. LUI è generoso e non bada a spese pur di allietarci e farci godere della SUA presenza, seppur su carta patinata. Infatti, nelle 24 pagine dell'opuscolo il SUO sorriso rassicurante (e un po' ironico, colpa del fotografo) ci colpisce ben 17 volte. Senza contare la piccola foto (timidezza? pudore?) a pagina 2 in cui, come moschettiere (tutti per uno, uno per tutti), è stretto tra gli amici del cuore Vladimiro e George Dabliu.
E poi la modestia di elencare solo 12 tra le numerosissime azioni del SUO governo, con le quali EGLI sta cambiando l'Italia. Nonostante le avversità: dal buco di bilancio alla sleale concorrenza degli occhi a mandorla, passando per le torri di New York, una campagna contro i talebani e la guerra di liberazione in Iraq. Veramente: l'UOMO DELLA PROVVIDENZA.
Mi ha commosso in modo particolare questa SUA sensibilità verso i miei problemi di pensionato. Una sola cosa non riesco a capire. Cosa significa "cumulo tra persone e redditi" (v. immagine ripresa dall'opuscolo a pagina 8)?
Mi viene il sospetto che voglia dire "cumulo tra pensione e redditi". Certo che un tale refuso da uno così preciso e efficiente non me lo sarei aspettato. Che ci sia sotto lo zampino di qualche ex-agente del KGB prezzolato da quel comunista di Prodi per rovinargli l'opuscolo e fargli fare una brutta figura? Non sarà mica stato Vladimiro?
www.romanordperlulivo.net
L'allarme di Fazio: in crisi l'azienda Italia
red. LeG 31/05/2004
Vanno male i conti dell'azienda Italia, con un deficit che corre più del necessario, un pil che ristagna e che potrebbe dunque rendere inevitabile una manovra correttiva nella seconda metà dell'anno. Il governo ci starebbe già pensando. Il Governatore della Banca d'Italia Antonio Fazio parla all'assemblea dell'Istituto per le "Considerazione finali", le dodicesime del suo mandato. E ripete quanto va dicendo da tempo. "In assenza di correzioni nel 2004 il rapporto fra deficit e pil, spiega Fazio, "eccederà il 3%" e "potrebbe portarsi fino al 3,5% del prodotto". Non solo. "Per il venir meno dei provvedimenti a carattere temporaneo - continua Fazio - nel 2005 l' indebitamento si situerebbe intorno al 4% del prodotto". Per questo motivo, aggiunge il Governatore, "il governo non esclude la possibilità di provvedimenti di contenimento degli squilibri di bilancio nella seconda metà dell'anno".
Quindi il Governatore affronta il tema della riduzione delle tasse, cavallo di battaglia di Silvio Berlusconi. "Un abbassamento della pressione fiscale - afferma Fazio - deve trovare fondamento in una riduzione delle spese correnti in rapporto il prodotto; si richiedono una razionalizzazione dell''attività della pubblica amministrazione e un aumento dell''efficienza dei servizi pubblici".
''L'impulso impresso dal commercio estero, insieme con la ripresa degli investimenti delle imprese e dell' attività nel settore delle opere pubbliche, dovrebbe condurre a un incremento della domanda globale e a un aumento del prodotto valutabile, per l' anno 2004, nell'ordine dell' 1 per cento'', spiega . E' questa la stima fatta dal governatore, secondo cui ''la crescita del prodotto resterebbe al di sotto di quella potenziale''. ''In un contesto internazionale favorevole - ha detto inoltre Fazio - l'aumento del prodotto nazionale può risalire al 2 per cento dal 2005''. ''E' necessario per le parti sociali, per le imprese e per le banche un quadro di riferimento definitivo e condiviso. Il prossimo Documento di programmazione economico-finanziaria deve poter dare indicazioni al riguardo''. Lo rileva il governatore, aggiungendo che l' Italia deve avere la possibilità di inserirsi nella ripresa economica mondiale. Nelle considerazioni finali, Fazio ribadisce per ben tre volte in una sola pagina e mezzo che serve una politica economica ''chiara'', ''sicura'', ''con orientamenti stabili'' e ''basata su dati concreti''.
Lo strano congresso di Assago
Giovanni Sartori
Corriere della Sera
Forza Italia nasce nel 1994. Da allora sono passati dieci anni; dieci anni, e soltanto due congressi. Aggiungi che il congresso di Assago è stato improvvisato con il solo fine di «lanciare» Berlusconi alle prossime elezioni europee. Un congresso di partito è tenuto a discutere di se stesso, è tenuto a votare per qualcuno o per qualcosa. In Forza Italia non è mai successo. Forza Italia si riunisce ad ogni morte di papa (come si diceva una volta) soltanto per acclamare un leader che non è mai stato insediato da un voto del suo partito. Un partito cosiffatto non esiste in nessuna democrazia occidentale. Il che legittima la domanda: Forza Italia che razza di partito è mai Giuliano Urbani sfugge al quesito dichiarando che FI è soltanto un partito elettorale, e quindi soltanto uno strumento acchiappa-voti. Quella di Urbani è la migliore risposta possibile; ma non tiene. Come Urbani sa benissimo, i partiti «soltanto elettorali» sono i partiti americani. Ma i partiti americani non acclamano un leader precostituito, unto (o quasi) dal Signore. La posta, negli Stati Uniti, è di vincere la presidenza. E la contesa per vincere la presidenza è vigorosamente e democraticamente combattuta, Stato per Stato, con le elezioni primarie. Dopodiché le convention quadriennali dei Repubblicani e dei Democratici non sono in alcun modo concepite come congressi di partito ma soltanto come piattaforme di lancio pubblicitario dei rispettivi candidati alla presidenza.
Dal che consegue che le convention americane non definiscono la natura dei partiti americani, e che non sono paragonabili in nessun modo al congresso di Assago. E quindi dire che FI è soltanto un partito elettorale non ci può impedire di chiedere se il partito di Berlusconi sia democratico o no.
Confesso che io non ho mai creduto molto alla democrazia interna dei partiti. Sin dai tempi di Michels (circa il 1910) si è sostenuto che le forme e le procedure democratiche che regolano la vita interna dei partiti sono largamente aggirate. Ma FI non fa nemmeno finta di procedere con regole democratiche: non le ha e basta. Il che - dicevo - non mi sconvolgerebbe più di tanto se poi Berlusconi non ci lezionasse ogni giorno su cosa sia la democrazia e sul deficit democratico dei suoi oppositori. Anche ad Assago il Cavaliere ha puntato il suo implacabile dito di accusatore sul fatto che il governo di centrosinistra ha cambiato premier e alleanze. «Con un metodo opposto a quello della democrazia». Ora, questa accusa è manifestamente infondata. Finché il nostro sistema resta un sistema parlamentare, cambiare premier e anche cambiare maggioranza non costituisce un reato di lesa democrazia; è, invece, una normale regola di qualsiasi normale parlamentarismo. E fa specie che il Cavaliere ci lezioni sulla democrazia proprio al cospetto di un partito che sicuramente non ha nulla, proprio nulla, di democratico. Ad Assago Berlusconi ha concluso il suo intervento così: «La storia d’Italia l’abbiamo già cambiata, siamo già nella storia... e vi resteremo da protagonisti». Ma in questa prospettiva stupisce (ancora una stranezza) che il Nostro chieda esplicitamente all’elettorato di centrodestra di votare per lui a danno dei suoi alleati. È vero che in passato anche la Dc invitava a non sprecare il voto sui partitini e a concentrarlo su di sé. Però la Dc poteva invocare la necessità di «fare diga» contro il comunismo; una necessità che non esiste più. L’altra differenza è che allora non avevamo ancora inventato il «polo fisso», cementato e immodificabile. Allora ciascun partito faceva campagna elettorale per sé, e la composizione delle coalizioni di governo poteva variare. Con il «polo fisso» non è più così. Pertanto Berlusconi ha toccato, ad Assago e nella sua lettera a 15 milioni di elettori, un tasto sbagliato, «scollante» di una coalizione che è già scollata. Il Cavaliere vuole restare nella storia ma fa del suo meglio, si direbbe, per uscirne.
LETTERA DALLA SILICON VALLEY
di FEDERICO RAMPINI
Proprio mentre la Silicon Valley spera che il collocamento in Borsa di Google eserciti un effetto di traino sui titoli di altre dot.com, il Senato della California approva una legge a tutela della privacy delle email che è un altolà a Google. La celebre società fondata da Sergey Brin e Larry Page è all'origine di questa iniziativa nata in fretta e furia tra i legislatori di Sacramento, per le gravi preoccupazioni create dal suo nuovo servizio di posta elettronica. La messaggeria gestita da Google si chiama Gmail e presenta due novità. Agli utenti offre gratis una memoria molto elevata: un gigabyte. In cambio di questo vantaggio, però, chi usa Gmail accetta di ricevere annunci pubblicitari mirati attraverso una tecnologia penetrante e inquietante che setaccia le loro email e ne estrae indicazioni sui loro interessi, i loro gusti personali, il loro profilo di consumatori.
Da quando il servizio Gmail è stato presentato, il 31 marzo scorso, l'allarme sui pericoli per la privacy non ha smesso di crescere. La potenza del motore di ricerca di Google scatenato a spiare i contenuti delle nostre comunicazioni private, più la capacità di memoria dei suoi computer centrali, più l'invadenza della pubblicità commerciale e magari, perché no, della Cia o dell'Fbi: c'è di che alimentare i peggiori incubi sul Grande Fratello di George Orwell, o sugli scenari di fantascienza di Philip Dick (chi ha visto la trasposizione cinematografica fatta da Steven Spielberg del suo racconto "The Minority Report", ricorderà la "lettura del pensiero" di Tom Cruise, i cartelloni pubblicitari che cambiano al suo passaggio e gli si rivolgono personalmente). L'autodifesa di Google obietta che questo servizio è volontario: sono gli utenti ad accettarne il prezzo, e sanno a cosa vanno incontro. Ma gli esperti di privacy non sono convinti. Sospettano che l'invadenza di Gmail finirà per estendersi anche agli utenti passivi, cioè coloro che ricevono messaggi attraverso questo canale, o che mandano la loro posta a destinatari con indirizzo Gmail. Il rischio, una volta dispiegata la nuova tecnologia, è che anche chi ha un indirizzo di email presso Aol, Yahoo, Msn e quant'altri, venga sottoposto a spionaggio e bombardamento pubblicitario non appena entra in contatto col sistema Gmail.
La prima versione del disegno di legge californiano, redatta dalla senatrice democratica Liz Figueroa, adottava una soluzione drastica: il divieto di "scandagliare" le email senza l'esplicito consenso delle due parti, mittente e destinatario. La Figueroa aveva anche reperito un'azienda di software, la DirectPop, in grado di fornire a Google un sistema automatico per chiedere il consenso agli utenti esterni (cioè non abbonati a Gmail) prima che essi mandino messaggi verso destinatari Gmail. Ma i due fondatori del motore di ricerca Brin e Page si sono battuti per impedire che passasse quella versione. Hanno pagato una delle più note società di lobbying di Sacramento, hanno mobilitato il partito repubblicano, hanno accusato la Figueroa di voler frenare le innovazioni e affossare la loro società. Il fuoco di sbarramento ha ottenuto dei risultati. Per scongiurare il rischio di una bocciatura la Figueroa ha accettato un compromesso. La nuova versione della legge è meno severa. Non contiene più l'obbligo di chiedere il consenso bilaterale su ogni email scambiata da utenti esterni con Gmail. C'è invece il divieto di trattare le informazioni sulla posta privata immagazzinandole in database o cedendole a società terze. Inoltre quando il consumatore cancella le email dal suo file di memoria personale, la Google non è autorizzata a custodirne una copia. I tutori della privacy restano in allarme. Li preoccupa la tendenza di Google a incoraggiare gli utenti a conservare in memoria una quantità crescente di informazioni personali: sappiamo a quali pericoli ci esponiamo?
Affari & Finanza
guerra che Al Qaeda voleva
di Siegmund Ginzberg
da l'Unità - 31 maggio 2004
Lo spettro di Al Qaeda ha battuto un altro colpo. In Arabia saudita. Ma già ci si chiede quale sarà il prossimo. E, soprattutto, ci si chiede perché, dopo due guerre, un “marchio” terroristico ancora sconosciuto fino alla metà degli anni ‘90 sia non solo vivo e vegeto, ma appaia - a giudizio di tutti gli “addetti ai lavori” - essersi rinvigorito, allargato le operazioni e le maestranze (si ritiene che i “laureati” nei campi del terrore siano ancora oltre 18.000, con un ritmo ora accelerato di reclutamento), insomma aver allargato il proprio mercato e la propria ragione sociale.
Quale maledizione ha permesso di nutrire il mostro, anziché tagliargli la testa, o le teste, o almeno indebolirlo?
Non c’è più bisogno nemmeno che siano loro a minacciare o attuare le minacce. Ad amplificarne l’eco ci pensano le vittime designate e i possibili obiettivi. Mercoledì scorso, il ministro della Giustizia di George W. Bush, John Ashcroft, aveva avvertito pubblicamente che starebbero preparando un nuovo «spettacolare» attentato negli Stati uniti nei prossimi mesi. Questo weekend l’Fbi aveva emesso un avvertimento urgente sulla prospettiva di un attacco a due o tre città americane, non pubblicamente identificate, «nelle 24 ore», poi ritirato. Gli obiettivi allettanti e simbolici non mancano, anche senza contare le scadenze della “transizione” in Iraq: Bush in Europa e in Turchia, il summit del G-8, le Olimpiadi ad Atene, il 4 luglio in America, le due Convention, le presidenziali. Le minacce non si limitano agli strumenti tradizionali: l’eccidio, le bombe, l’auto, la nave imbottita d’esplosivo, gli aerei. Londra fa sapere di aver sventato un attentato chimico. Le autorità greche hanno fatto sapere che impiegano detettori di radiazioni, nel timore di un’atomica “sporca”. I ricercatori della Kennedy School of Government di Harvard hanno appena diffuso uno studio da cui risulta che negli ultimi due anni, quelli successivi alle guerre in Afghanistan e in Iraq, si è fatto molto meno che nei due anni precedenti per garantire la sicurezza del materiale nucleare, sparso in 130 centri di ricerca di 40 Paesi da cui si potrebbe agevolmente ricavare una bomba “sporca”. La «spiegazione più plausibile»: «l’amministrazione Bush era così intensamente concentrata sull’Iraq, che non rappresentava una minaccia nucleare, da non potersi occupare dei pericoli reali».
L’attacco all’Oasis Residential Resort di Khobar, prontamente rivendicato da un tale Abdul Aziz al-Mokrin, che dice di essere il «responsabile di al Qaeda per la penisola arabica», è stato di atrocità, se così si può dire, “convenzionale”. I dispacci delle agenzie dicono che gli armati travestiti con uniformi militari saudite hanno assalito il compound di 250 villini riservato a tecnici petroliferi stranieri poco prima dell’alba, sono andati di casa in casa a fare una cernita tra “musulmani e non”, avrebbero rilasciato una donna libanese spiegandole che ce l’avevano solo con «infedeli» e «occidentali». Ma questo non gli ha impedito di aprire il fuoco contro un autobus scolastico, uccidendo una ragazzino egiziano di 10 anni. Hanno legato il corpo di uno degli uccisi ad un’auto e l’hanno trascinato per le strade. Dal grattacielo in cui si erano asserragliati hanno gettato i cadaveri di altri uccisi. Di “ordinaria” atrocità anche l’intervento dei commandos e l’uccisione degli ostaggi. Il comunicato di al Qaeda vanta esplicitamente il «massacro» di diversi «occidentali», tra cui uno svedese (che in Iraq non c’entrano niente), un giapponese «macellato per rimandarlo ai figli della sua tribù, che l’America ha coinvolto nella guerra contro i musulmani», e di un italiano, ammazzato «per fare un regalo al suo governo e al suo leader». La rivendicazione cita la «determinazione a ripulire l’Arabia dagli infedeli». L’attentato era previsto e preannunciato. Nel solo ultimo anno in Arabia saudita c'erano stati altri 90 morti. Non è un mistero la fragilità del dispotismo medievale saudita, uno degli “anelli deboli” del mondo islamico, quello da cui proviene Osama bin Laden, da sempre uno degli obiettivi del suo “cambio di regime” e di dinastia. Semmai colpisce la distinzione, la cernita nel macello, l’attenzione nuova a non farsi più nemici del necessario tra coloro che potrebbero essere la loro “base”, per concentrare la ferocia sugli “stranieri”. Non sono “pazzi” e sprovveduti, la loro ferocia ha un metodo, una logica. Solo nella provincia orientale, quella in cui si trova il porto petrolifero di Khobar, lavorano 15.000 americani e 10.000 britannici. Spaventarli è un modo per minare la dinastia che si regge sul petrolio. Si può solo immaginare le conseguenze per l’economia mondiale, già in affanno col petrolio a 40 dollari al barile, se cominciassero a prendere di mira anche le infrastrutture petrolifere.
Quel che si fa molto più fatica a comprendere è invece la logica per cui l’attuale amministrazione americana ha finito per trasformare una rete terroristica che avrebbe avuto molti motivi per essere rigettata con orrore dalla stragrande maggioranza del mondo islamico in un movimento ideologico diffuso, capace di fornire ispirazione, “marchio” e “franchising” ai gruppi più disparati, farsi punto di riferimento, raccogliere addirittura consensi. L’11 settembre, si dirà, i 3000 morti nelle due torri. Ma questo non spiega come dopo l’11 settembre attentati e vittime siano cresciuti a ritmo esponenziale rispetto a prima. Ci avevano dato ad intendere di avere “decapitato” al Qaeda, di avergli distrutto le basi in Afghanistan e il possibile retroterra in Iraq, di avergli seccato le fonti di finanziamento. Ma tutti gli “esperti” dicono che è successo esattamente il contrario. Mark Sageman, uno dei massimi esperti nel campo, consulente del governo Usa, e autore di «Undesrtanding Terror Networks», spiega ad esempio come la vantata decimazione dell’«alta dirigenza» abbia finito per dare più spazio alle cellule diffuse. Un recente rapporto del prestigioso International Institute fo Strategic Studies londinese (IISS) avverte che non solo gli restano 18.000 “operativi”, ma il reclutamento si è accelerato e sta andando a gonfie vele «come risultato dell’invasione dell’Iraq». «Il rapporto dell’IISS presenta al Qaeda come un modello da libro di testo di scuola di business: un’impresa multinazionale che si ristruttura per fronteggiare una sfida competitiva», ha commentato l’Economist. L’attacco all’Afghanistan li avrebbe solo «aiutati, eliminando gli alti costi associati al mantenimento del loro head office». Senza contare che, ai colpi sferrati alle loro fonti di finanziamento possono ora rimediare altrimenti: solo il boom della coltivazione dell’oppio in Afghanistan gli renderebbe più di quanto gli hanno sequestrato. Molto di più gli ha reso, in tutti i sensi, la guerra in Irak, peraltro senza costargli nulla. L’11 settembre avrebbe potuto essere l’inizio della fine del mostro al Qaeda. Il mondo disse: «Siamo tutti americani». Quale maledizione ha fatto sì che ora molti dicano: «Non siamo americani», mentre se la ridono i mostri? In qualsiasi impresa i responsabili di un disastro del genere li avrebbero licenziati.
Bergamo, l´assalto dell´Ulivo al sindaco-manager del Polo
Veneziani il decisionista rischia di non venire riconfermato E il centrosinistra scommette su Bruni
L´incognita della Lega che, dopo cinque anni di opposizione, continua a correre da sola e schiera Frosio Roncalli
DAL NOSTRO INVIATO FABRIZIO RAVELLI
da Repubblica - 31 maggio 2004
BERGAMO - I bergamaschi, si sa, non sono gente che ci tiene ad essere popolare. In giro per l´Italia è opinione corrente che Bergamo non esista davvero, se non in quei volgari luoghi comuni che la vogliono città rozza, scorbutica, di lingua gutturale e incomprensibile. Ma alle prossime elezioni, forse, ai bergamaschi toccherà di mettere in scena uno spettacolo che potrebbe attirare non volute attenzioni: il tramonto del sindaco-manager, questa figura forgiata sul finire degli anni Novanta nel calderone dell´antipolitica. Cesare Veneziani (Forza Italia, An, Udc), che di questo filone è uno dei campioni riconosciuti, rischia di non essere riconfermato. A dispetto di quel quasi 58 per cento che, nel ?99, l´aveva spinto sulla poltrona più alta di Palazzo Frizzoni.
Veneziani - un settantenne scattante e grintoso - come manager batte anche i suoi modelli, che sarebbero Albertini e Guazzaloca, l´amministratore di condominio e il macellaio. Manager da una vita, anzi supermanager, sbrigativo e tritasindacati. Ha fatto la sua carriera nel gruppo Fiat, con Romiti e Mattioli: Magneti Marelli, Telettra, Gilardini, eccetera. Decisionista: «Credo che un po´ di decisionismo, nell´amministrare una città occorra. Il consenso si trova raramente». Più che trovarlo, bisogna intuirlo: «Quando si intuisce che c´è il consenso della maggioranza, bisogna andare avanti».
Cinque anni fa, i bergamaschi gli misero in mano la città, detronizzando dopo un solo mandato Vicentini del centrosinistra (senza Rifondazione). Dopo cinque anni, forse stanno cambiando un´altra volta idea. «E´ girato il vento», dice l´avvocato Roberto Bruni, che comincia a credere di poter riportare al centrosinistra Bergamo, città non poi così tradizionalista e di destra come molti credono. Eppure Veneziani rappresenta un blocco sociale che è maggioranza di governo nazionale, che a Bergamo alle ultime europee aveva oltre il 50 per cento, quasi il 58 alle comunali, quasi il 55 alle politiche del 2001. E ha guidato la città con una giunta che escludeva la Lega.
Ecco, la Lega. Quando gli equilibri del centrodestra traballano, è sempre alla Lega che i due schieramenti guardano con apprensione e desiderio. La Lega, per il Comune e per la Provincia, corre da sola anche qui. Candidato sindaco è Luciana Frosio Roncalli, una elegante signora che di mestiere fa il consulente aziendale e che per due mandati è stata parlamentare del Carroccio.
Alla rituale domanda su un eventuale appoggio a Veneziani, per il ballottaggio, lei oppone la risposta standard: «Al ballottaggio conto di andarci io, e per il momento non prendo in considerazione altre ipotesi».
Dopo cinque anni di opposizione («All´acqua di rose», secondo Bruni. «Non pregiudiziale», secondo Frosio Roncalli. «Dura per un anno e mezzo, morbida dopo l´alleanza di governo a Roma», secondo Veneziani), il giudizio leghista sulla giunta Veneziani non è entusiastico. «L´arroganza è la prerogativa di questo sindaco», dice la signora. E continua: «Veneziani ha rilanciato gli investimenti sulle infrastrutture, è vero. Ha cementificato parecchio. Ma ha guardato poco alle persone, alla tutela dei più deboli, al sociale. Un sindaco altero, che ha poca familiarità con la gente».
Il voto leghista al ballottaggio, e l´affluenza al voto, saranno probabilmente determinanti. Dello scarso feeling leghista con Veneziani s´è detto. E la partita è complicata dalla contemporanea corsa per l´amministrazione provinciale. Vale a dire: se la Lega sarà fuori dal ballottaggio per le provinciali, i suoi elettori forse non correranno gioiosi ai seggi; se sarà Lega contro centrodestra, difficile che contestualmente i leghisti voteranno in massa per Veneziani al Comune; se sarà Lega contro centrosinistra, ci sarà la tentazione di uno scambio.
Veneziani («Sono un non-esperto di politica») riassume: «Nel ?99 ci fu un mezzo tentativo di accordo con la Lega, ma io rifiutai. Questa volta è diverso. Se la Lega mi offrisse l´appoggio, chiaro che accettiamo. Ma se la Lega dovesse superare An, le cose si complicano». Da offrire, dice, ci sarebbero «assessorati pesanti». La carica di vicesindaco no, quella è di Franco Tentorio (An). Per inciso, anche Tentorio è dell´idea che «Veneziani a volte non è tanto simpatico, ma mica dobbiamo sposarlo». Il sindaco antipolitico al vaticinio dei sondaggi e ai progetti di scambio aggiunge altri pensieri: «Dipende anche da cosa succede a livello nazionale. E poi, magari liberano gli ostaggi, cresce Forza Italia, e c´è un riverbero sulle amministrative». Anche i mujaheddin avrebbero così un peso nelle comunali di Bergamo.
Sondaggi a parte (un elettore su tre deve ancora decidere), è fuor di dubbio che il blocco sociale di centrodestra anche a Bergamo comincia a vacillare. L´avvocato Bruni traccia questo quadro: «Questa è una zona, Bergamo città e la sua area metropolitana da 370 mila abitanti, di forte industrializzazione e grandi capacità, di piccole e medie imprese a scarso tasso di innovazione. Un sistema che rischia di non reggere più: si avverte qualche scricchiolìo preoccupante. Nell´economia delle valli c´è qualche segnale di crisi». Una società laboriosa e diffidente, che forse comincia a considerare quanto contino le garanzie del sociale: l´assistenza pubblica, il sostegno alla famiglia, la tutela degli anziani.
Batte su questo tasto, in sintonia con Bruni, anche la Frosio Roncalli: «Questa amministrazione ha fatto poco per il sociale. E lo scandalo della casa di riposo Gleno è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso: un buco di bilancio enorme, e si sono dovuti vendere dei beni per colmarlo». Bruni aggiunge: «Un´amministrazione arroccata, chiusa, di atteggiamento padronale, del «prendo tutto io». Un sindaco manager che ora ha dovuto sottoscrivere patti di ferro sulla spartizione degli assessorati».
Lo accusano - in coro - di aver fatto niente per il traffico, che è la vera jattura della peraltro godibile Bergamo. Cesare Veneziani, pur con una luce di incertezza negli occhi decisionistici, sbandiera il volumetto «Bergamo, la tua città», cento pagine patinate con cifre, diagrammi e foto dei risultati ottenuti. Lo presentò il 20 aprile, in un «Veneziani Day»: «L´abbiamo spedito a tutte le famiglie, così ciascuno può valutare». L´avvocato Bruni ancora non l´ha ricevuto, ma già prevede che non lo appassionerà: «Soprattutto se penso che l´hanno fatto a spese dei contribuenti, e che è costato circa 100 mila euro».
Il partito della guerra
da Avvenimenti
Una bandiera blu su una montagna di bugie. Si potrebbe riassumere così l’ultima mistificazione in atto per coprire il disastro della guerra in Iraq. Invocare l’Onu per dare una parvenza di legittimità all’occupazione oggi e a un trasferimento di poteri di pura facciata domani: questo sembra essere l’ultima pericolosa trovata dei sostenitori della guerra. Oggi il più entusiasta tra i convertiti alla causa dell’Onu è Silvio Berlusconi, il quale ha promesso un ruolo «da protagonista» per l’Onu nell’Iraq di domani. Una promessa che semplicemente non fa i conti con la realtà. Lo stesso Lakhdar Brahimi, l’inviato del Segretario generale dell’Onu Kofi Annan in Iraq, ha messo in guardia chi parla di un futuro ruolo «centrale» dell’Onu in Iraq: «Un ruolo sarebbe già tanto», ha detto.
Brahimi è l’uomo che dovrebbe nominare il futuro governo interinale dell’Iraq, questo, almeno, è quello che disse Bush nel roseto della Casa Bianca, affiancato da un impavido Tony Blair il mese scorso. Avevano tutti e due appena seppellito 50 anni di politica mediorientale, sottoscrivendo la soluzione finale per una Palestina smembrata presentato da Ariel Sharon.
Ma la guerra, si sa, è l’inferno. Lo stesso Clausewitz mise in guardia chi con disinvoltura la scatena: le guerre, disse, difficilmente hanno l’esito che si prefigurano quelli che le iniziano. E la guerra in Iraq, che doveva essere una passeggiata per gli occupanti anglo-americani, si sta trasformando in un terribile pantano per loro e per chi, come l’Italia, li ha seguiti. Anche la guerra privata scatenata da Sharon contro quel che resta del progetto di uno Stato palestinese sta sfuggendo ai suoi mandanti.
In questa situazione di assoluta incertezza il piano Brahimi per la costituzione di una rappresentanza nazionale irachena che possa legittimamente garantire il passaggio dei poteri e anche elezioni, sta subendo la stessa sorte di altri buoni propositi avanzati dai migliori uomini dell’Onu: seppellito in primo luogo dagli stessi responsabili dell’amministazione americana che dovrebbero garantirne l’attuazione.
Il piano di Brahimi ricalca in gran parte il progetto per il futuro dell’Iraq presentato dal primo inviato dell’Onu, Sergio Vieira de Melho, ucciso in un attentato contro la sede dell’Onu a Baghdad nell’agosto dell’anno scorso. Già a luglio, a soli due mesi della caduta di Baghdad, Vieira de Melho insisteva sull’urgenza di una road map irachena, con un calendario di uscita delle truppe di occupazione e il pieno coinvolgimento dei paesi confinanti. Gli iracheni, scrisse, «devono poter vedere la luce in fondo al tunnel».
Vieira de Melho morì un mese più tardi e le Nazioni Unite sono uscite dall’Iraq. La “luce” da lui invocata, la prospettiva di un’uscita in tempi certi delle forze di occupazione, non è all’ordine del giorno, così come lo stesso ruolo dell’Onu nell’annunciato passaggio delle consegne in Iraq non è stato ancora chiarito. Brahimi, un diplomatico accorto e prudente, ha chiarito che non sarà certo lui ad attuare quel poco che rimane del suo piano.
Sono già state nominate da Washington, invece, le commissioni tecniche che avranno potere effettivo sui settori cruciali del futuro Stato iracheno, quale quello delle telecomunicazioni, del petrolio e della sicurezza. Con mandato di cinque anni, in barba alla sovranità.
Per l’Onu, ieri bistrattata e giudicata «irrilevante», oggi invocata come una pezza giustificatrice, è un passaggio delicatissimo. Invece di avviare una riforma sempre più urgente, a cominciare dal Consiglio di sicurezza, le vecchie potenze, in primo luogo gli Stati Uniti, sono impegnate in un negoziato dall’esito incerto per stendere una risoluzione sull’Iraq. Una risoluzione che, come le due precedenti, rischia di rimanere sostanzialmente priva di effetti sul corso della guerra. È questa la conseguenza dei veti incrociati e della sostanziale indisponibilità di americani e inglesi a riconoscere i propri errori. Manca, per ora, una voce forte, come potrebbe essere quella di un’Europa unita, con una proposta di pace condivisa. I primi passi verso una proposta europea sono stati avviati, anche grazie alla Spagna di Zapatero. Dopo la mozione unica delle opposizioni per il ritiro delle truppe, oggi anche l’Italia è un po’ più vicina. Per l’ultimo passo speriamo in una netta sconfitta della politica di guerra di Berlusconi e dei suoi alleati alle elezioni europee.
tana de zulueta
An vuole un "Berlusconi bis". Nuova rissa con il Carroccio
REDAZIONE
Un'altra polemica travolge la Casa delle Libertà proprio alla vigilia delle elezioni europee.
Alleanza nazionale, che chiede già da alcuni giorni una verifica in seno alla compagine governativa, ha ieri avanzato l'ipotesi di un ricambio nel Consiglio dei ministri.
A nome del partito ha parlato Gianni Alemanno, secondo il quale non ci sarebbe "nulla di che scandalizzarsi se dopo le elezioni ci fosse una modifica governativa".
"Anzi - ha aggiunto il ministro per le politiche Agricole - penso che sarebbe opportuno un Berlusconi bis per rafforzare l'azione del governo di centrodestra".
Parole che non sono state apprezzate dal Carroccio, che ha fatto sapere che "per la Lega non esiste alcun Berlusconi bis".
"Questo governo deve andare avanti fino a fine legislatura - ha minacciato Roberto Maroni - altrimenti si va tutti a casa".
La camicia verde Giancarlo Giorgetti ha invece scelto la strada dell'ironia: "Un Berlusconi bis? Ma con o senza Alemanno?".
Intanto nella coalizione di centrodestra si è aperta una nuova frattura. Giulio Tremonti ha oggi replicato a coloro che avevano attribuito al Governo l'intenzione di aumentare le tasse sulla seconda casa.
Il ministro ha escluso "nella maniera più totale che al ministero si stia pensando ad una stangata sulla seconda casa: ipotesi di questo tipo sono destituite di ogni fondamento".
Ma il primo a parlare di questa ipotesi era stato proprio il leghista Roberto Maroni, che a margine del Congresso di Forza Italia aveva affermato: "Berlusconi avrebbe abbassato le tasse ai ricchi e avrebbe innalzato, perchè questa era una delle proposte, l'Irpef sulle seconde case. Questo noi lo abbiamo contrastato".
www.centomovimenti.com
BRAHIMI, LA PISTOLA DI SADDAM E LA LAMPADA DI ALADINO
Politics/Economy, Standard
“Sto dicendo agli iracheni: se vi aspettate che il 30 giugno, 135.000 soldati americani evaporino dall’Iraq come il genio dalla lampada di Aladino, potete star certi che non accadrà”: la frase - colorita, non proprio sorprendente eppure significativa - fa parte di un’intervista che il rappresentante speciale dell’Onu in Iraq, Lakhdar Brahimi, ha dato al settimanale statunitense ‘Time’ che la pubblica sul suo numero in edicola oggi, caratterizzato da una copertina dedicata al problema dell’….obesità e con un ervizio dedicato alla pistola di Saddam Hussein ora custodita nello studio piccolo accanto alla sala ovale della Casa Bianca e orgogliosamente mostrata dal presidente George W.Bush agli ospiti più importanti. Nell’intervista del settimanale, Brahimi, sempre rivolgendosi agli iracheni, ha aggiunto: “E’ adesso che dovete agire da governo sovrano per decidere quello che le truppe americane faranno, che cosa avranno l’autorizzazione a fare, quello che non saranno autorizzate a fare e in che modo lasceranno a tappe il vostro Paese”. La pistola di Saddam , scarica, è oramai in una vetrinetta, custodita dai busti di “giganti” del passato come Winston Churcill e Dwight D, Eisenhower ma altre e ben cariche e più potenti armi continuano a mietere vite, soprattutto di inermi civili, sul terreno di quella guerra senza nome che tra aprile e maggio ha fatto più di 200 vittime soltanto tra i militari statunitensi, gli unici di cui il Pentagono tiene e rende noto il conto. Nell’intervista a ‘Time’, il diplomatico delle Nazioni Unite, che è impegnato dall’inizio di maggio a forgiare un governo iracheno ad interim destinato a durare fino a presunte elezioni da tenersi entro il gennaio prossimo, ha aggiunto considerazioni sulle difficoltà creategli dalle pressioni americane e dalla lentezza decisionale irachena ma ha soprattutto sottolineato che la “situazione della sicurezza è semplicemente impossibile” e che la costituzione del governo temporaneo è “questione molto complicata”. Nei giorni scorsi, non pochi organi di stampa avevano scritto o lasciato intendere che il governo ad interim era in pratica cosa fatta ed erano circolati i nomi di Iyad Allawi per il ruolo chiave di primo ministro e quello di Adnan Pachachi per l’altro meno potente ma pur sempre rappresentativo di presidente; erano poi seguite liste più o meno improbabili di ministri. In questa ridda a volte sconclusionata di annunci errati, di nomi e di incarichi, quello che era sembrato evaporare come il genio della lampada era il ruolo di Brahimi che, pur insistendo da sempre non sulle persone ma sull’efficacia delle nascende istituzioni e del processo politico in corso, era sembrato favorire comunque nomi più cristallini, meno esplicitamente legati agli Stati Uniti e comunque meno invischiati in vicende irachene passate o recenti, a partire dallo scienziato nucleare Hussain al-Shahrestani che ha declinato comunque la proposta.
Pachachi, in esilio negli anni di Saddam Hussein, è considerato un nazionalista arabo con forti legami filo-americani; Allawi è un altro ex-esiliato ma, come scrive anche la stampa d’oltreoceano, esplicitamente molto legato ai servizi segreti britannici (M16) e soprattutto a quelli americani della Central Intelligence Agency (Cia) con cui, dopo essere caduto in disgrazia con Saddam, tentò un goffo ‘golpe’ in Iraq. Entrambi i nomi girano come candidati americani a possibili ruoli di governo(il primo del Dipartimento di Stato, a quanto pare, e l’altro della Cia) sin dall’inizio del 2003, molto prima che cominciasse la guerra “preventiva” in Iraq. Non sembra proprio credibile che possano coincidere con le scelte che Brahimi stava tentando di mettere a punto per oggi. Il 28 maggio, un portavoce dell’Onu a New York – e non Brahimi o il suo portavoce in Iraq – si erano limitati a dire ai giornalisti che l’inviato dell’Onu , a proposito di Allawi, ‘rispetta’ la scelta dell’attuale consiglio di governo nominato dagli americani e con a capo Paul Bremer. Su Pachachi nessun commento, neanche di portavoce lontani, anche perché e noto che nello stesso organismo guidato da Bremer -come è risultato evidente ieri in una riunione di cinque ore – sembra esistere una maggioranza dei 22 membri che a Pachachi preferisce Ghazi Mashal Ajil al Jawer, succeduto appena il 17 maggio scorso all’assassinato Ezz-el-Din Salam alla presidenza del consiglio di governo temporaneo. Al Jawer si dichiara contro “la violenza che porta altra violenza” ma ritiene responsabili gli americani del continuo deteriorarsi della situazione irachena e li vuole fuori appena possibile. Non è un caso che ieri, mentre si coagulava una maggioranza a suo favore, Bremer e Robert Blackwill, (inviato speciale di George W. Bush in Iraq ) abbiano fatto il possibile perché quella lunga riunione non si concludesse con un voto. Intanto, in Arabia Saudita, con il secondo attacco al petrolio saudita in pochi giorni, l’estremismo arabo, pur dagli arabi stessi condannato, lanciava un ennesimo e disumano urlo che riguarda certamente l’Iraq, il conflitto tra israeliani e palestinesi e quindi quel progetto di nuovo ‘Grande Medio Oriente’ riformato a misura americana e di potenti gruppi di pressione ( non solo petroliferi e affaristici) da sempre molto attivi a Washington. Oggi, 31 maggio, con il Palazzo di Vetro ufficialmente chiuso per la festività americana del ‘Memorial Day’, verrà comunque presentata da Brahimi a Baghdad la lista di un possibile governo iracheno ad interim? E, in caso affermativo, chi ne farà parte? Gli interrogativi sembrano importanti ma la sensazione è che - tra pistole scariche in vetrina e ben cariche al fronte, forme sempre più rampanti di sanguinario terrorismo dalle motivazioni oscure, risoluzioni 'migliorabili' pendenti davanti al Consiglio di Sicurezza e uomini di buona volontà schiacciati in situazioni impossibili– nemmeno se l’intero Palazzo di Vetro fosse un’unica gigantesca lampada d’Aladino sarebbe possibile estrarne a breve il Genio della Pace. (di Pietro Mariano Benni)
[MB]
misna.it
Enzo Biagi
La Rai e la pubblicità in diretta
Il male sono i comunisti, dice Berlusconi. Poi abbraccia Putin che ha studiato al Kgb, una scuola che non ha nulla a che vedere con i Salesiani
Quelle aule in bianco e nero
17 maggio, s. Pasquale Baylon
17 maggio 1954, cinquant'anni fa la Corte Suprema degli Stati Uniti si pronuncia nella causa tra Linda Brown, bambina nera, figlia del reverendo Oliver, e il Board of Education di Topeka (Kansas) e dichiara incostituzionale la segregazione razziale nelle scuole. Le aule per soli bianchi resistono ancora e Bush e Kerry si scontrano in campagna elettorale perché hanno visioni diametralmente opposte sulla soluzione del problema. Mi diceva James Baldwin, un nero di successo, autore del romanzo 'Un altro mondo', che ha venduto più di un milione di copie: "La prima volta che ti trattano da sporco negro, sei ancora un bambino, forse cinque, forse sette anni. Non capisci che cosa vuol dire, ma senti che non ti vogliono bene, che sei disprezzato. Vorresti sapere perché, e scopri che la ragione è soltanto una: non sei bianco, ti guardi attorno e ti accorgi che anche tuo padre, tua madre, i tuoi fratelli sono degli sporchi negri. Poi i maestri con te sono diversi. Allora cerchi di essere come gli altri, come i bianchi, voglio dire, e stiri i tuoi capelli cercando di farli diventare lisci, ti lavi di continuo. Non gridi, non ti agiti, sei proprio per benino. Ma non c'è niente da fare, resti uno sporco negro. Non puoi farci nulla".
Auguri Santità
18 maggio, s. Venanzio Martire
Auguri, Santità, da un coetaneo, da un cristiano, un peccatore che ama Lei che ha convissuto col dolore, e ripensando a certe pagine di Bernanos che raccontano la solitudine di un prete, io penso alla sua. Lei ha anche il senso dell'umorismo: noi abbiamo un detto popolare, per dire che un fatto è insolito: 'A ogni morte di papa'. Salute, Santo Padre, siamo coetanei, classe 1920. Quando la vedo affacciarsi su piazza San Pietro per benedire la folla, il mio sguardo si fissa sul tremito della mia mano e vedo nei suoi occhi azzurri la pena per i mali del mondo. Santità, io amo la Polonia, quella che custodisce il cuore di Chopin, quella dei campi di segala e dei malinconici canneti, i suoi inconfondibili cieli, la polvere delle cantorie, i volti severi dei santi, il profumo della cera che brucia e dell'incenso che svanisce. La rivedo e la ripenso nei momenti drammatici. Quando il male e la cattiveria umana l'hanno colpita, prima di cadere ha mormorato: "Perché lo hanno fatto?", come per chiedersi dove ho sbagliato, quale gesto o parola ha suggerito questo atto disperato e folle? E quando il Santo Padre ha dovuto affidarsi ai chirurghi congedandosi dai fedeli in attesa delle benedizione, in piazza San Pietro, si è raccomandato: "Pregate per me". Il vecchio sacerdote Wojtyla potrebbe ripetere le parole che confidò una volta Stefan Wyszynski, il primate di Varsavia, il quale pianse e pregò quando vide la fumata che annunziava il nuovo pontefice, e aveva vissuto l'ideologia e la persecuzione del regime comunista: "Quello che ho passato in questi anni lo sa Iddio, gli uomini è bene che lo ignorino". Karol Wojtyla, ottantaquattro anni.
La partita di Silvio
19 maggio, s. Celestino V papa
In prima pagina su 'l'Unità', c'è una fotografia di Berlusconi ridente, in compagnia di Galliani e di Confalonieri, mentre a Nassiriya dilaga la guerra agli italiani, e c'è un nostro militare in fin di vita. Il presidente del Consiglio ha irrevocabili impegni, deve festeggiare lo scudetto del Milan, ma spiega che i suoi collaboratori lo tengono continuamente informato su quel che succede in Iraq. Chi sa se gli hanno detto che col lifting si può rifare una faccia, non una testa. Adesso il premier ha l'aria di un papone soddisfatto e dice: "I soldati sono pagati per fare i soldati". È vero, ma da acuto statista ha calcolato il valore di una vita? Ed è vero che né lui né lo squisito Martino si preoccupano di tenere "costantemente informato" il presidente della Repubblica Ciampi perché il ministero non ha tempo da perdere, e figuriamoci Berlusconi che di sicuro con le sue trovate strategiche ha conquistato lo scudetto? Povera Italia, se non ci fosse una persona come Ciampi; spero tenga un diario e annoti le iniziative dell'allegra compagnia che decide del destino di 60 milioni di italiani.
Prima il voto e poi le tasse
20 maggio, s. Bernardino da Siena
Forse Berlusconi ha capito che un conto è entrare in ditta, magari con una spintarella di Craxi, un altro a Palazzo Chigi. E i suoi cittadini, forse, capiscono che chi ha fatto tanti soldi per sé non è proprio sicuro che ne faccia anche per gli altri. Silvio Berlusconi aveva promesso: "Stop alle tasse. Provvederò a un taglio". "Contrordine, compagni", diceva il mio amico Giovannino Guareschi. Adesso il Cavaliere precisa: "Lo farò dopo le elezioni, e solo per i ceti medi". Tanto la destra, come i centristi e come la Lega, bocciano i progetti del premier il quale dice che il male sono i comunisti, e abbraccia Putin che ha completato gli studi al Kgb, una scuola che non ha nulla a che vedere coi salesiani. Il presidente del Consiglio ha rinviato le decisioni a dopo le elezioni (che con molte probabilità non dovrebbero essere un trionfo) ed è andato a far visita 'all'amico Bush', ma il vecchio George non è né Roosevelt né Kennedy, e neppure un benefattore. L'economia non è allegra, gli americani neppure. E oltretutto, l'alleato Bossi in questo momento è fuori gioco: auguri. Senza il Carroccio il Cavaliere non fa tanta strada.
Uomini al guinzaglio
21 maggio, s. Vittorio martire
Si sapeva di Auschwitz, di Bergen-Belsen, ma Lyndie England ci mancava. Si sapeva delle torture, dei forni, ma la soldatessa americana Lyndie England ha lanciato la moda del guinzaglio per l'uomo. Si tratta, ovviamente, di esperimenti psicologici da aggiungere al catalogo delle umiliazioni, dopo il digiuno, il filo spinato, i forni e via dicendo. Preciso che amo l'America, la sua cultura, l'aiuto che nel 1915 diede a mio padre e nel 1940 a me e non dimentico che il generale Marshall fece un piano per sfamare gli ex nemici. Sono grato per Hemingway e per Dos Passos, per Hollywood e per la lezione di democrazia che spesso gli Stati Uniti ci hanno dato; per favore non ci deludano con le soldatesse che umiliano i prigionieri.
La denuncia di Antonio Ricci
22 maggio, s. Rita da Cascia
Il mio caro amico Antonio Ricci dovrebbe essere proclamato benemerito della patria. Fa una televisione intelligente e satirica, ma soprattutto vera. Denuncia il malessere e il malaffare, scopre le situazioni scandalose, è un giornalista libero e credibile, ma soprattutto racconta quello che probabilmente in tanti sapevano, però non hanno mai avuto il coraggio di dire. In viale Mazzini alcune trasmissioni avevano anche un reparto di raccolta di 'pubblicità in diretta' che era invece direttissima verso le tasche di alcuni colleghi di mestiere. Anche il direttore generale della Rai che, visto l'andazzo, dovrebbe guardare più all'interno che all'esterno, si è complimentato in una telefonata con Antonio Ricci: in quella conversazione ha fatto sapere che nel frattempo ha scoperto cose ben più gravi. Potremmo conoscere quali sono, e da chi sono state esercitate? Avanti dunque con un bell'elenco (per favore, completo) di coloro che reclamizzavano prodotti di ogni genere, preservativi esclusi perché l'Italia è un paese cattolico, però ci vorrebbe l'invenzione del profilattico contro il furto. Del resto, se i nostri gloriosi antenati romani non avessero fregato le donne ai sabini, il rischio sarebbe stata l'estinzione per mancanza di materia prima. Leggo che la pubblicità occulta entra dappertutto: teleromanzi, manifestazioni sportive, concorsi di bellezza. Ma chi pagherà in senso giudiziario? Nella stagione passata, racconta Paolo Conti sul 'Corriere', si è valutato un danno di decine di milioni di euro. "Allegria!" commenterebbe l'innocente Mike. Visto che in tanti sapevano, perché non si è ancora fatta una vera inchiesta sul fenomeno? C'era addirittura un'azienda che organizzava i pellegrinaggi alle trasmissioni: viaggio, soggiorno, pranzo, e Bonolis visto da vicino. Per fortuna che lui è almeno bravo. Il mio concittadino Paolo Francia, ex direttore di Rai Sport, ha parlato davanti alla Commissione di vigilanza di "marchette e situazioni poco chiare" e ha spiegato che per quanto riguarda la moralità dobbiamo fare grande attenzione. Ricordo che la pubblicità a un libro dedicato alla politica di un noto ex direttore del telegiornale fu fatta anche durante una trasmissione domenicale sulla pastorizia. In dieci mesi, questi spot occulti chiamiamoli così, se regolarmente pagati, sarebbero costati alle aziende 81 milioni di euro, ma per una svista nessuno se ne è accorto. Adesso, come al solito, cito Cattaneo, si apre un'inchiesta. Gli italiani che pagano il canone vogliono sapere chi pagherà. Saranno sempre i soliti esecutori o forse qualche responsabilità ce l'ha anche quel responsabile che non ha vigilato e che quindi non ha fatto il suo dovere? espressonline.it
Marwan Barghouti: il leader, la condanna e l’intrigo
di Stefano Minutillo Turtur
La corte distrettuale di giustizia di Tel Aviv ha recentemente giudicato colpevole dell'omicidio di cinque civili israeliani il leader politico palestinese Marwan Barghouti, attualmente detenuto nelle carceri israeliane. Al politico palestinese la giustizia israeliana ha notificato 37 accuse di omicidio nei confronti di civili israeliani, morti per attacchi suicidi e dinamitardi, attribuendo a Barghouti la responsabilità e la paternità delle morti. La maggior parte delle accuse sono però cadute durante le udienze del processo, tuttavia per cinque di questi omicidi, tutti accaduti nel 2002, è stato indicato e condannato come il mandante, e per questo condannato.
Marwan Barghouti è stato ritenuto colpevole in quanto, pur sapendo gli obiettivi civili ai quali erano mirati gli attentati, non fece nulla per impedirli, ma anzi, secondo le testimonianze e le prove riportate dall'accusa, diede la sua approvazione al compimento delle azioni.
Nel difendersi, fin dall'inizio del processo a suo carico, Barghouti si è sempre definito come leader politico del popolo palestinese e non come capo di una fazione di guerriglieri, la sua attività politica è sempre stata centrata sulla rivendicazioni dei diritti inviolabili del popolo palestinese e sulla denuncia dell'occupazione militare israeliana nei territori occupati.
Il collegio di difesa di Barghouti ha cercato durante le udienze di ribatterre alle accuse rivolte di terrorismo e di strage denunciando la condizione politica e sociale in cui la popolazione palestinese è costretta a sopravvivere. Se gli attentati continuano a mietere vittime nelle città e nei territori israeliani – hanno affermato i difensori del leader palestinese - è per colpa della inaccettabile repressione militare di Israele: "Se noi non possiamo vivere in pace a Ramallah, perché a Tel Aviv sì ? Se i palestinesi continueranno a non avere un proprio stato, non ci sarà pace per Israele".
Barghouti ha accusato la corte che lo stava giudicando di essere manovrata ed "istruita" nel processo a suo carico dai servizi segreti dello Shin Beit, dichiarandosi, per questo, prigioniero politico. La sentenza finale è attesa per il prossimo 6 giugno e le voci che circolano negli ambienti politici e forensi israeliani indicano il massimo della pena per il politico palestinese: l’ergastolo.
Chi è Marwan Barghouti ? Marwan Barghouti è il dirigente politico più importante di Ramallah e del suo territorio, leader indiscusso della Seconda Intifada, insieme ai "veterani" Yassin e Arafat. Considerato, forse con un po' di approssimazione, tanto come capo dei Tanzim (il braccio militare di Hamas), quanto come dirigente di Al- Fatah (l'esercito dell'ex OLP). In più viene accusato di essere il fondatore delle Brigate di Al-Aqsa, movimento armato nato dopo il settembre del 2000, e responsabile di molti attentati contro civili israeliani. Barghouti venne arrestato circa due anni fa, prelevato di peso dal suo ufficio di Ramallah.
Il suo arresto, oltre a scatenare la rabbia della popolazione palestinese, lasciò incredula la comunità internazionale convinta che il leader di Ramallah potesse essere l'uomo giusto per far ripartire il dialogo con gli israeliani fino ad arrivare a una sorta di investitura come delfino del presidente Yasser Arafat. Barghouti, come leader politico, si è sempre dimostrato risoluto nel rivendicare i diritti del proprio popolo e nel condannare la politica israeliana, pur mantenendo sempre una certa disponibilità per la ricerca di un compromesso che portasse alla pace.
Un leader radicale ma allostesso tempo moderato, dunque, che poteva contare sul consenso ptessoché totale del suo popolo. Anche per questo il suo arresto provocò un piccolo terremoto nelle cancellerie dei paesi di mezzo mondo. Da considerare è anche il fatto che, a differenza di altri leader palestinesi di uguale prestigio e ruolo, Barghouti venne solamente arrestato e non ucciso attraverso le tristemente famose eliminazioni mirate dell'esercito israeliano.
Alcuni osservatori internazionali pensarono all’inizio del caso Barghouti che Israele lo "custodisse per fini diplomatici" anche se non molto comprensibili: un leader palestinese di quel prestrigio sarebbe potuto servire per qualche operazione di scambio diplomatico e politico durante i lavori di un futuro tavolo di pace, per esempio. E questa impressione emerse anche sulla stampa quando, circa un anno fa, le autorità carcerarie israeliane trovarono un telefono portatile nella sua cella con il quale Barghouti era in grado di poter comunicare con l'esterno. In quell’occasione si disse che il telefono fosse stato dato volutamente a Barghouti con l'autorizzazione ed il controllo del governo israeliano per negoziare con i guerriglieri palestinesi un cessate il fuoco o un’eventuale una tregua.
Ma oggi, alla vigilia del pronunciamento del verdetto di condanna da parte del tribunale che lo ha giudicato, Marwan Barghouti non sembra più rivestire per gli israeliani quel ruolo così importante che gli avevavno cucito addosso, suo malgrado, i servidi di intelligence di Tel Aviv.
Con il governo di Ariel Sharon, legittimato ad intraprendere qualsiasi iniziativa politica e militare contro il popolo palestinese dalla massiccia presenza d’occupazione americana in Iraq, la figura di Barghouti. Rischia solo di rivelarsi una patata bollente della quale liberarsi al più presto e con ogni mezzo.
Stefano Minutillo Turtur
s.mturtur@reporterassociati.org
I consumi di una guerra
La Società Meteorologica Italiana è un’organizzazione apolitica e apartitica. Tuttavia, l’articolo 5 del suo statuto sancisce come essa persegua «la finalità di solidarietà sociale attraverso la tutela e la valorizzazione della natura e dell'ambiente, in particolare promuovendo una sensibilizzazione riguardo i cambiamenti climatici in atto», in accordo con gli artt. 5 e 6 dell'UNFCC (United Nations Framework Convention on Climate Change), 1992.
Ecco perché abbiamo deciso di fornire alcuni dati generalmente difficili da reperire e lontani dal nostro pensiero quotidiano. Sono spunti per una riflessione, meri ordini di grandezza di un processo perverso dell’uso delle risorse planetarie magistralmente descritto dal fisico torinese Luigi Sertorio (che tra l’altro è stato anche membro della divisione affari scientifici della NATO dal 1990-93) in Storia dell’Abbondanza (Bollati Boringhieri, 2002), splendido libretto di 179 pagine che, a nostro modesto parere, dovrebbe essere adottato dalle scuole come illuminante analisi del paradigma della crescita infinita e dei suoi inevitabili contrasti con le leggi della fisica.
Veniamo al dunque: quanto petrolio ci costa la guerra per il petrolio? E quante emissioni di CO2 dannose all’atmosfera? Tentiamo di stimarle.
Servono dei dati di partenza, ed eccoli:
La combustione di 1 litro di benzina produce 2,35 kg di anidride carbonica (CO2), quella di 1 litro di gasolio produce 2,66 kg di CO2, la media, che useremo per i nostri calcoli sarà perciò di 2,5 kg di CO2 per ogni litro di carburante.
Un carro armato Abrams M1, pesa 65 tonnellate e fa 1 km con circa 4.5 litri di carburante, quindi 450 litri per 100 km (il suo motore turbo è soprannominato “gas guzzler”, l’ingozzatore di benzina). Altri tank consumano in media 200-300 litri per 100 km.
Un aereo da caccia tipo F-15E Strike Eagle o F16 Falcon consuma circa 16200 litri/ora.
Un bombardiere B52 consuma circa 12000 litri/ora.
Un elicottero da combattimento tipo AH64 Apache consuma circa 500 litri/ora.
Mezzi di appoggio, logistica varia: si può stimare in media un consumo di 1 litro/km.
Ora bisogna stimare le forze in gioco. I vari dati reperibili sull’attuale conflitto sono molto variabili secondo le fonti, incerti e non convincono. Del resto durante le operazioni, si tratta di informazioni classificate.
Per avere un ordine di grandezza ci si può basare sui dati diffusi a seguito del precedente conflitto “Desert Storm” del febbraio-marzo 1991.
Per esempio, in Desert Storm gli F117 erano 42 e volarono per 6900 ore in 38 giorni, quindi con una media di circa 4 h/giorno. Gli altri aerei complessivamente impiegati nell’operazione furono 2400. I carri armati Abrams furono 1848, i veicoli d’appoggio oltre 50000.
Un caccia F15 vola ad oltre 2000 km/h e consuma tra 16000 e 20000 litri di cherosene all'ora.
Furono effettuati rifornimenti di carburante in volo per un impressionante volume di 675 milioni di litri (ci si potrebbe fare il pieno a circa 17 milioni di autovetture normali), tanto che un pilota di F-15 commentò: "There was more gas in the sky over Saudi than in the ground below" (Fonte: White Paper - Air Force Performance in Desert Storm, Department of the Air Force, April 1991). Ovviamente si tratta del solo carburante erogato in volo dai tankers, e non tiene conto di tutto quello erogato direttamente a terra.
A questo punto, assegnando un parco mezzi più o meno di questa consistenza, e applicando un coefficiente di utilizzo molto prudente di 1 h al giorno per mezzo, si ottiene un consumo giornaliero di 45 milioni di litri di carburanti (solo per la coalizione USA-UK), a cui va aggiunto il consumo dell’esercito iracheno e i pozzi di petrolio in fiamme. Le unità navali non sono state considerate, in quanto almeno le grandi portaerei sono a propulsione nucleare.
In sostanza ogni giorno di guerra si consuma tanto carburante che basterebbe a fare il pieno a 1.125.000 autovetture.
Veniamo ora alle emissioni in atmosfera: moltiplicando i 45 milioni di litri giornalieri per 2,5 kg di CO2 si hanno 112,4 milioni di kg di CO2 (cioè 112.400 tonnellate).
Poiché ogni italiano ha un carico pro-capite di emissioni pari a 9800 kg di CO2 all'anno derivante dal proprio consumo energetico, ciò significa che ogni giorno di guerra equivale all’emissione annua di circa 11.500 persone ovvero un paese come Rivarolo Canavese in provincia di Torino.
Si tratta quasi certamente di una valutazione per difetto, infatti bisogna conteggiare anche tutto il carburante consumato nei mesi precedenti per trasportare truppe e mezzi nel teatro delle operazioni e quello che inevitabilmente viene sprecato in incidenti, azioni belliche e così via, ma serve a dare un ordine di grandezza.
Tornando dunque alle valutazioni parziali del solo consumo di carburante da parte delle forze terrestri e aeree della coalizione, abbiamo che:
se la guerra dura 10 giorni: consumo 450 milioni di litri, emissioni 1,124 milioni di tonnellate di CO2 (equivalente a una città italiana di 115.000 abitanti per un anno).
se la guerra dura 30 giorni: consumo 1,35 miliardi di litri, emissioni 3,38 milioni di tonnellate di CO2 (equivalente a una città italiana di 344.000 abitanti per un anno).
Da ciò si constata come, oltre ai problemi di ordine etico che difficilmente giustificano un tale sperpero di risorse volto a danno di una nazione (quindi si preparano altri costi energetici per ricostruire quanto distrutto), un tale volume di emissioni gassose in atmosfera vanifica in pochi giorni gli sforzi di intere nazioni per ridurre i consumi e risparmiare energia, alla faccia del Protocollo di Kyoto.
Poiché l’Italia, per ottemperare agli accordi di Kyoto dovrebbe ridurre il suo carico di emissioni di circa 80 milioni di tonnellate di CO2 all’anno, pari a circa 220.000 tonnellate al giorno, l’emissione giornaliera derivante dal conflitto iracheno equivale almeno alla metà di questa massa.
[Luca Mercalli, Società Meteorologica Italiana]
Come possono gli Stati Uniti uscire dall'Iraq?
Lasciare che gli iracheni costruiscano il loro futuro
Jonathan Schell
Questo è il primo di una serie di articoli pubblicati su The Guardian tra il 12 e il 14 maggio, in cui 10 illustri esponenti del fronte anti-guerra statunitense delineano le loro proposte per una strategia di uscita degli Stati Uniti dal pantano iracheno.]
Nel dibattito sulla guerra irachena, sembra che nelle menti dei politici e degli opinionisti mainstream si sia fissato un nuovo frammento di senso comune: indipendentemente dal fatto che fosse giusto o sbagliato andare in guerra, sentiamo dire da ogni parte, gli Usa devono adesso portare a termine i propri obiettivi.
Nelle parole di John Kerry, "gli Americani hanno diverse opinioni sul se e come avremmo dovuto fare la guerra, ma ormai è impensabile battere in ritirata, lasciando un paese dilaniato da conflitti intestini e dominato da forze radicali".
O, come ha detto il senatore Richard Lugar, "Siamo in Iraq, quindi dobbiamo portare stabilità". O come ha detto il senatore Joseph Biden, come molti altri, quasi a voler porre fine a ogni discussione, "Fallire non è un'opzione".
Questa discussione è irritante per noi che ci siamo opposti alla guerra, poiché sembra suggerire che dovremmo appoggiare il progetto ("tenere duro"), perché è stato commesso proprio l'errore che avevamo detto non bisognava commettere.
Ma ci sono problemi ben più gravi dell'essere irritati. Naturalmente, nessuno vuole vedere l'anarchia o la repressione, né in Iraq, né in altri paesi. Ma che cosa significa dire che fallire non è un'opzione? La decisione di andare in guerra ha forse esaurito il nostra capacità di ragionare e la nostra forza di volontà? Dobbiamo arrenderci al destino?
"Fallire", in verità, non è mai "un'opzione". L'esercizio di un opzione è un atto volontario; ma il fallimento è imposto dagli eventi. é quello che succede quando non abbiamo più opzioni. Dominare o fallire non è una politica ma un desiderio - e, invero, un desiderio di onnipotenza.
Eppure nessuno, neppure l'unica superpotenza mondiale, è onnipotente. Credere altrimenti significa essere destinati a una caduta ancora maggiore del fallimento che si vuole evitare.
Quindi ci sono ancora delle decisioni da prendere. é vero che noi che ci opponiamo alla guerra non possiamo semplicemente dire (anche se ci piacerebbe), "per piacere tornate indietro a prima del marzo 2003 e impedite che si verifichi la vostra guerra disastrosa".
é anche vero che quando gli Stati Uniti hanno deposto il governo iracheno si sono assunti nuove responsabilità. L'argomento più forte per restare in Iraq è che gli Stati Uniti, avendo invaso il paese, devono al suo popolo un futuro migliore. Ma riconoscere questa responsabilità è solo l'inizio, e non la fine della discussione.
Per far fronte alle proprie responsabilità nei confronti di qualcuno, devi poter offrire qualcosa che questa persona possa volere. Sicuramente il popolo iracheno vuole elettricità, acqua corrente e altri aiuti materiali, e gli Usa devono fornirli.
Forse - è difficile capirlo - gli iracheni vogliono anche la democrazia. Ma la democrazia non può essere importata in Iraq su un carro armato. é qualcosa che si costruisce in casa, che nasce dalla volontà delle persone coinvolte. Anzi, la democrazia è proprio l'espressione di quella volontà.
Ma oggi gli Stati Uniti stanno cercando di imporre in Iraq un governo nonostante una sempre più accanita opposizione popolare. Il risultato di questa politica è tutto nei vergognosi attacchi aerei contro la città assediata di Falluja, che hanno causato centinaia di morti.
Quanto più gli Usa cercano di imporre in Iraq quella che insistono nel chiamare democrazia, tanto più il popolo iracheno odierà gli americani e, forse, il nome stesso della democrazia. Non c'è alcuna definizione che includa l'obbligo di attaccare le città dei presunti beneficiari con gli F-16 e gli AC-130.
Il presidente Bush ha detto recentemente degli iracheni: "Ci vorrà un po' perché capiscano cosa significhi la libertà". E' probabile Hachim Hassani, un rappresentante del Iraqi Islamic party, un importante gruppo sunnita nel cosiddetto consiglio provvisorio, stesse rispondendo Bush quando ha detto al Los Angeles Times, "Per gli iracheni la democrazia ormai equivale allo spargimento di sangue".
Date le circostanze, restare in Iraq non può apportare alcun beneficio agli iracheni. Al contrario, ogni giorno in cui le truppe americane continuano a combattere in Iraq non può che far aumentare il prezzo dell'errore commesso in origine. Verranno perse altre vite, americane e irachene; la società verrà disorganizzata e polverizzata; e le opportunità per un futuro migliore diminuiranno anziché aumentare.
Ci sono ancora molte cose che gli Stati Uniti possono fare per il popolo iracheno. Continuare ad assisterlo economicamente è una. Un'altra è aiutare le organizzazioni internazionali ad assistere (solo nella misura in cui la gente locale lo vuole) nella transizione verso un nuovo ordine politico.
Ma tutte le operazioni militari devono cessare immediatamente; quindi, seguendo un piano prefissato e pubblico, le forze americane devono ritirarsi dal paese. In breve, gli Stati Uniti, lavorando con gli altri, dovrebbero fornire agli iracheni tutte le opportunità di successo nel tentativo di costruire da soli il proprio futuro.
Secondo l'ultimo sondaggio di Times/CBS, il pubblico americano, con un margine compreso tra il 46 e il 48 per cento, ha deciso, senza alcun incoraggiamento da parte dei due principali candidati presidenziali o dalla maggior parte dei media, che la guerra è stata un errore.
Il 46 per cento ha deciso che le truppe americane devono ritirarsi. Hanno ragione. Gli Stati Uniti non avrebbero mai dovuto invadere l'Iraq. Adesso devono andarsene.
Documento originale How can the U.S. get out of Iraq
Traduzione di melippa
Jonathan Schell è un Harold Willens Peace Fellow del Nation Institute, e autore di "The Unconquerable World: Power, Nonviolence, and the Will of the People" (Metropolitan).
zmag.org
L'urbanistica del benessere
Intervista ad Alberto Magnaghi
Alberto Magnaghi, urbanista e esperto di sistemi locali, è il presidente della Rete del Nuovo Municipio. Gli abbiamo chiesto di illustrarci le possibilita che si aprono e di spiegarci i meccanismi che possono trasformare l’autogverno locale in un una nuova forma di democrazia. A partire dalle lezioni amministrative del 12 e 13 giugno prossimi.
I movimenti metropolitani e le tante Scanzano d'Italia confermano un'intuizione della Rete del Nuovo Municipio. Nel tuo saggio "Il progetto locale", sottolineavi la necessità di "fare società locale" per rispondere alla sfida della globalizzazione. E' quello che è avvenuto?
Dal rifiuto degli effetti perversi della globalizzazione nasce la reidentificazione con i patrimoni locali, che sono qualità ambientali, produzioni tipiche, paesaggi, culture, saperi, stili di vita. Ciò produce nuovo legame sociale, identità collettiva, comunità, nuovi futuri possibili. Dalle lotte della Val bormida in Piemonte contro l’Acna, fabbrica di morte, dei primi anni ‘90 alle recenti lotte di Scanzano in Lucania contro le scorie nucleari il filo conduttore è il medesimo: il rifiuto della distruzione della vita nel territorio e del territorio avviene attraverso l’affermazione di una visione di futuro che recupera uno sguardo “interno”. La difesa e la valorizzazione del patrimonio locale e dell’identità che si fondano sul loro riconoscimento collettivo, sono assunti come fondamentali per produrre ricchezza durevole, benessere e autogoverno insieme. È quello che chiamo, parafrasando l’economista Becattini, il passaggio dalla “coscienza di classe” alla “coscienza di luogo”, dove diversi soggetti e diversi interessi riescono a comporre i conflitti su un progetto di futuro condiviso: il legante, ciò che ricrea legame sociale è proprio l’autoriconoscimento collettivo delle peculiarità identitarie del luogo, della sua unicità nel mondo, sovente a partire dalla resistenza ad atti aggressivi di distruzione. Questa coscienza si va estendendo anche perché le catastrofi ambientali e sociali rendono consapevoli le comunità locali del valore di beni dimenticati nell’euforia industrialista: i saperi artigiani, i saperi di cura dell’ambiente, le acque, i fiumi, le colture e i prodotti tipici, le relazioni non mercantili, il dono, il mutuo appoggio, eccetera. D’altra parte se guardiamo la composizione sociale dei nuovi movimenti ne cogliamo immediatamente la complessità sociale e la potenzialità progettuale di mondi locali autogovernati. Si tratta di agricoltori che ricostruiscono un rapporto di cura con la terra, la qualità alimentare, l’ambiente, il paesaggio e attivano relazioni di scambio conviviale con la città; associazioni femminili che sperimentano simbolici e luoghi comunitari fondati sulla relazione di genere; sindacati che affrontano la ricerca di qualità dei processi produttivi e dei prodotti; associazioni ambientaliste e culturali che praticano forme capillari di difesa e cura dell’ambiente; aggregazioni giovanili che realizzano spazi pubblici e sociali autonomi; movimenti etnici che perseguono il riconoscimento delle identità linguistiche, culturali e territoriali, migranti che costruiscono nuovi spazi di cittadinanza e di scambio multiculturali; imprese produttive e finanziarie a finalità etica, ambientale e sociale; associazioni per l’autoconsumo, il consumo critico e l’acquisto solidale; reti del commercio equo e solidale; ampi settori del volontariato, del lavoro sociale, dei servizi e del lavoro autonomo, che creano reti di scambio non monetario e non mercantile, e cosi via. Questo multiverso di soggetti, se agisse tutto insieme su un luogo con un municipio che gli fornisse poteri di decisione, non potrebbe costruire un piccolo paradiso terrestre? E non potrebbe relazionarsi ad altri piccoli paradisi terrestri?
La Rete del Nuovo Municipio ha diffuso un appello ai candidati delle prossime elezioni amministrative. Quali sono i punti salienti del documento e le risposte che avete ricevuto, fino ad oggi?
Carta ha già pubblicato per intero l’appello, i cui punti salienti sono: l’inserimento negli statuti comunali di forme e istituti decisionali di democrazia partecipativa; l’attivazione di reti di federalismo municipale, solidali, non gerarchiche per una costruzione dal basso dell’Europa; la valorizzazione locale di attori socioeconomici, urbani e rurali, a valenza etica per l’attuazione di modelli di sviluppo locale, di vita e di consumo, autosostenibili; la promozione a livello municipale di nuovi diritti di cittadinanza e di gestione sociale dei servizi, di nuove garanzie contrattuali per il lavoro precario; la attivazione di spazi pubblici per dare cittadinanza attiva ad una società multietnica e multiculturale, a partire dal diritto al voto dei migranti. Su questi punti stiamo organizzando [con molte risposte, anzi molte richieste da parte di candidati sindaci] un calendario in diverse città italiane di incontri promossi dalla Rete [per esempio in Toscana a Firenze, Empoli, Arezzo, Prato, Pisa…] in cui i candidati si confronteranno con associazioni, movimenti, che già esprimono programmi sul territorio, per discutere impegni per la formazione di costituenti partecipative e laboratori sperimentali sui temi dell’appello.
Il "municipio" è il luogo d'azione dei movimenti sociali contro la guerra e per un'altra globalizzazione. Cosa a che vedere tutto ciò, che riguarda la crisi della democrazia delegata, con le elezioni?
Abbiamo promosso l’appello proprio per favorire un dibattito elettorale non rituale in un momento di crisi della sinistra, che nelle politiche municipali oscilla fra timidi desideri di dar voce a nuovi attori per uno sviluppo locale autosostenibile e la sudditanza culturale ed economica alle leggi del mercato, ai grandi potentati pubblici e privati, che fanno delle amministrazioni locali un agente immobiliare di ipermercati, svincoli autostradali, multisale, capannoni, campi da golf, centri direzionali e cosi via. È tempo per la sinistra, nelle concrete politiche in cui si decide l’uso del territorio, di sciogliere queste ambiguità. Non si può volere tutto: parchi e capannoni prefabbricati, agricoltura industriale e falde pulite, fiumi vivibili e fabbriche inquinanti sull’alveo, paesaggi tipici e periferie infinite, ipermercati e centri commerciali naturali e cosi via. È questa ambiguità persistente dei programmi e dell’azione municipale a creare disaffezione, scetticismo, debolezza dei processi partecipativi. Un’altra globalizzazione non la si costruisce solo nelle grandi manifestazioni “globali”, ma soprattutto nei processi quotidiani di costruzione di società locali in grado di produrre e autogovernate un proprio stile di vita, di produzione e di consumo e di costruire reti e scambi solidali con il resto del mondo. E da un rinnovato ruolo del municipio e delle sue reti che può nascere una nuova idea di globale che rifiuta guerre imperiali e preventive.
A proposito del primo maggio e delle nuove forme di precarietà sul lavoro, Paolo Virno ha scritto che i nuovi diritti del lavoro postfordista passano per l'autogoverno e la costruzione di nuove forme di democrazia. Cesare Melloni, segretario della Camera del Lavoro di Bologna, ha detto che urbanistica e questioni del lavoro si intrecciano sempre di più. Che ne pensi?
Sia Paolo Virno che Cesare Melloni sfondano per me una porta aperta. Primo: in una società dove il lavoro salariato massificato non è più la forma dominante dei rapporti sociali di produzione è evidente che la contrattualità sociale per grandi aggregati (capitale e lavoro), taglia fuori la maggior parte delle dinamiche sociali ed economiche fondate sull’organizzazione molecolare della produzione e sulle diverse tipologie di rapporti lavorativi e di scambio. Solo forme complesse di democrazia partecipativa e di autogoverno locale possono consentire di affrontare il problema della costruzione di sistemi contrattuali e decisionali inclusivi della complessità sociale che caratterizza il postfordismo e il capitalismo della conoscenza. La comunità operaia si ricompone nella comunità di luogo. Secondo: è evidente che nel territorio del capitalismo molecolare, della microimpresa, del lavoro autonomo, le figure di abitante e produttore, radicalmente separate nella società fordista, tendono a riavvicinarsi. L’abitante-produttore può intervenire [se gliene si da la possibilità] sui fini della produzione. Può agire come produttore per realizzare i suoi sogni di abitante: vivere in una città ospitale, in un ambiente sano, in un bel paesaggio, con cibi buoni; in un luogo denso di luoghi pubblici, di relazioni sociali sicure, solidali. Può piegare il produttore che è in lui a produrre cose utili alla felicità dell’abitante che è in lui. Ecco che urbanistica e produzione si saldano in un insieme complesso di abitanti–produttori che producono collettivamente il proprio benessere. Naturalmente non in forma individuale, ma a condizione che il Nuovo Municipio costruisca le sedi e i processi decisionali adatti a liberare i singoli produttori dall’essere molecole locali di multinazionali virtuali, e ad aiutare i produttori etici a costruire un’urbanistica del benessere.
carta.org
Hai 2 vacche.
* - SOCIALISMO :
Il tuo vicino ti aiuta ad occupartene e tu dividi il latte con lui.
* - COMUNISMO :
Il governo te le prende e ti fornisce il latte nsecondo i tuoi bisogni.
* - FASCISMO :
Il governo te le prende e ti vende il latte.
* - NAZISMO :
Il governo prende la vacca bianca e uccide quella nera.
* - DITTATURA :
La polizia te le confisca e ti fucila.
* - FEUDALESIMO :
Il feudatario prende la metà del latte.
* - DEMOCRAZIA :
Si vota per decidere a chi spetta il latte.
* - DEMOCRAZIA RAPPRESENTATIVA :
Si vota per chi eleggerà la persona che deciderà a chi spetta il latte.
* - ANARCHIA :
Lasci che si organizzino in autogestione.
* - CAPITALISMO :
Ne vendi una per comperare un toro ed avere dei vitelli con cui iniziare un
allevamento.
* - CAPITALISMO SELVAGGIO :
Fai macellare la prima e obblighi la seconda a produrre tanto latte come 4
vacche.
Alla fine licenzi l'operaio che se ne occupava accusandolo di aver
lasciato morire
la vacca di sfinimento. Poi ricominci da capo.
* - CAPITALISMO ALLA BERLUSCONI :
Ne vendi 3 alla tua società quotata in borsa utilizzando lettere di credito
aperte da tuo fratello sulla tua banca.
Poi fai uno scambio delle lettere di credito con una partecipazione in una
società soggetta ad offerta pubblica e nell'operazione guadagni 4 vacche,
beneficiando anche di un abbattimento fiscale per il possesso di 5 vacche. I
diritti sulla produzione del latte di 6 vacche vengono trasferiti da un
intermediario panamense sul conto di una società con sede alle Isole Caiman,
posseduta clandestinamente da un azionista che rivende alla tua società i
diritti sulla produzione del latte di 7 vacche.
Nei libri contabili di questa società figurano 8 ruminanti, con l'opzione
d'acquisto per un ulteriore animale.
Nel frattempo hai abbattuto le 2 vacche perché sporcano e puzzano.
Quando stanno per beccarti diventi Presidente del Consiglio.
Tv svizzera, video su Quattrocchi al lavoro a Baghdad
E' armato, perlustra, non parla. Parla l'arruolatore Simeoni: «Sì siamo mercenari,
anche se è una parolaccia»
GIANNI BERETTA
Fanno una certa impressione le immagini di Fabrizio Quattrocchi in piena azione in
Iraq come guardia di sicurezza pochi giorni prima del suo sequestro e della sua
esecuzione. Mentre Paolo Simeone, che lo aveva ingaggiato, alla domanda se si
consideri un mercenario risponde: «Mercenario mi sembra un po' una parolaccia; ma è
quello che siamo; anche se è una parolaccia, secondo il dizionario è una persona che
svolge un'attività militare contro pagamento; ed è quello che noi facciamo». Le
sequenze di Quattrocchi armato che scruta Baghdad con un cannocchiale e l'intervista
in inglese di Simeone, in attività di pattugliamento insieme a lui, sono la parte
finale di un lungo documentario realizzato dalla Televisione svizzera francese dal
titolo «Guerrieri affittansi», andato in onda qualche giorno fa in contemporanea
sulla Televisione svizzera italiana.
Per la verità un flash di quelle immagini di Quattrocchi era stato trasmesso da
Canale 5 che le avrebbe piratate con tanto di logo svizzero da anticipazioni del tg
di Ginevra (mentre il documentario era ancora in lavorazione); tant'è che fra
Mediaset e la televisione romanda è nata una controversia.
Nel video Quattrocchi non parla mai, anzi è definito nel documentario «il più
discreto» rispetto a Simeone e all'altro collega Luigi (rientrato poi in Italia)
ripresi in macchina mentre stanno pattugliando le strade della capitale irachena. E'
solo Paolo Simeone a farsi intervistare; in fin dei conti è lui il capo: «Bisogna
essere molto discreti, ma anche essere abbondantemente armati; per noi il problema è
questo; è difficile nascondere un fucile d'assalto o una mitraglietta». E nel caso di
attacco: «A volte rispondiamo al fuoco; altre fuggiamo; dipende; sparare ad esempio
in una situazione come questa è assai pericoloso perché ci sono molti civili; o
identifichi molto bene il bersaglio e sei sicuro di te, oppure è meglio fuggire
perché si corre il rischio di uccidere degli innocenti; e noi non ne abbiamo il
diritto».
In «Guerrieri affittansi» il 32enne Simeone è presentato come il responsabile della
compagnia Presidium, al servizio di grossi clienti statunitensi sia come guardaspalle
che nella protezione di infrastrutture. Mostra il fucile svizzero SIG 543 che ha in
mano, dicendo di averlo trovato al mercato nero. E quando gli viene chiesto cosa gli
piaccia di questo mestiere, risponde: «Mi piace viaggiare per il mondo, l'adrenalina;
amo questo lavoro perché posso applicare tutte le mie conoscenze in situazioni
reali». E sull'adrenalina precisa: «Mi riferisco al rischio; è questo che ci motiva
tutti a fare il nostro lavoro, a cercare il pericolo; mettere la nostra vita in
pericolo è il cuore del nostro business».
Ma non è tutto qui: in «Poveri eroi» la televisione svizzera esibisce copia della
e-mail di proposta di reclutamento in Iraq inviata da Simeone all'«agente di
sicurezza» Davide Giordano (amico di Quattrocchi) che gli aveva mandato il suo
curriculum vitae da Genova. Si parla di «training alla polizia locale»; di servizio
di body-guard a «Vip locali (politici o giudici) e italiani (personale
dell'ambasciata, di ditte e organizzazioni)»; e infine di «controllo armato a
pipelines e linee elettriche»; per «un salario di seimila euro al mese, più vitto e
alloggio»; con un addestramento sul posto di tre giorni a sei tipi di armi
(specificate). Nella e-mail da Bagdad Simeone aggiunge: «Mi hanno dato carta bianca
per la scelta del personale, non tanto perché si fidino di me ma perché il personale
è finito, e posso prendere specialisti dal mercato dei free-lances». Per sua fortuna,
a differenza di Paolo Quattrocchi, alla fine Davide Giordano decise di non
arruolarsi.
A nessuna televisione italiana è venuto in mente di comprare i diritti per mandare in
onda almeno la parte del documentario svizzero che riguarda le guardie private
italiane, soprattutto per quanto si riferisce alle dichiarazioni di Simeone, che oggi
risuonano alquanto sinistre; neppure a Ballarò di Rai 3, che pure la settimana
precedente aveva chiesto in visione (senza poi acquistarlo) il servizio «Poveri eroi»
di produzione della televisione ticinese, nel quale si anticipava la seguente
dichiarazione di Simeone ai romandi: «E' difficile lavorare qui; bisogna mantenere un
profilo molto basso; ma nello stesso tempo occorre essere armati fino ai denti e
pronti a sparare; oggi l'Iraq è il centro degli affari per chi si occupa di
sicurezza; parliamoci francamente: questo è il posto giusto e il momento giusto per
far soldi; il business è davvero grande; sono molte le agenzie di sicurezza venute ad
operare qui, e circola molto denaro; non potevo rinunciare; anche se ho tanta paura».
Gargonza mailing list
Gargonza@perlulivo.it
http://www.perlulivo.it/mailman/listinfo/gargonza
maggio 30 2004
La Lista Prodi denuncia: alla destra il 68% degli spazi dei tg
REDAZIONE
I telegiornali italiani si stanno comportando in maniera scorretta. Lo ha denunciato l'Osservatorio Media della Lista Prodi, che ha comunicato i risultati di una ricerca effettuata da "Mediamonitor", una struttura che fa capo alla facoltà di Sociologia dell'Università romana La Sapienza.
Per l'Istituto la campagna elettorale è viziata dalla partigianeria dei tg, che nelle ultime tre settimane hanno offerto alla Casa delle Libertà il 68% del tempo a disposizione. L'opposizione si deve invece accontentare delle briciole, solo il 19,2% alla Lista Prodi, l'8% ai restanti partiti.
In generale è Forza Italia il partito più visto e ascoltato dagli italiani, il 46,6% delle volte la parola viene infatti data ad un esponente azzurro. I risultati diventano ancora più eclatanti se si prendono gli esempi di Studio Aperto (52,7%) e del Tg4, che è stato capace di arrivare all'82,7%.
Sempre secondo quanto emerso da questa ricerca, i telegiornali meno obiettivi sono il Tg4 e Studio Aperto, seguiti dal Tg1 e dal Tg2. Più plurali, invece, il Tg5 e il Tg3.
Risultati inaccettabili per il centrosinistra, che non vuole rassegnarsi all'idea di dover condurre una campagna elettorale con tali disparità.
"Poiché il periodo preso in considerazione è relativo alla prima metà di campagna elettorale ufficiale - hanno scritto le opposizioni in un comunicato - la tradizionale distinzione tra governo e maggioranza in voga nei telegiornali non appare in alcun modo sostenibile".
Anche perché, fa notare l'Osservatorio media, questa campagna "vede candidati alle elezioni europee quasi tutti i ministri del governo, compreso il Presidente del Consiglio Berlusconi".
centomovimenti.com
Bush a Roma: Art.21 lancia un Osservatorio sulle manifestazioni
Ci auguriamo che, nei prossimi giorni, le principali tv vogliano spezzare questa pericolosa spirale e dare la parola anche a chi intende manifestare il proprio punto di vista con grande pacatezza e serenità. Con un milionesimo del tempo dedicato ai comizi di Assago, sarà possibile illustrare in modo amplissimo tutte le ragioni del movimento per la pace. Sarebbe, infine, auspicabile che centinaia e centinaia di telecamere di macchine fotografiche e di registratori seguissero, metro per metro, magari organizzando anche la ripresa in diretta, il corteo di Roma.
I commenti di oggi di alcuni esponenti del centrosinistra sulle manifestazioni dei prossimi giorni:
Alfonso Pecoraro Scanio
"Manifestare per la pace è un dovere civico degli italiani ma è altrettanto un dovere non compromettere la manifestazione con atti violenti. Chiunque lo farà sarà nemico della pace. La manifestazione è per la pace, contro la violenza e contro le torture: l'obiettivo non deve essere trasformato per opposti interessi"
Marco Rizzo
"Stiamo rivivendo una sorta di deja-vù della grande manifestazione di Firenze: ci sono cumuli di irresponsabili che soffiano sul fuoco creando allarmismi e cercando di disegnare scenari di guerra. E' ovvio che un centrodestra come questo, guidato da un Berlusconi sempre più accentratore, avrebbe tutto da guadagnare in uno scenario di guerriglia di violenza. In Italia esiste ancora la libertà di espressione sancita dalla Costituzione; gli allarmismi e le ripetute provocazioni hanno l'obiettivo di limitarla. Chi pensa ad una nuova strategia della tensione sarà sconfitto dalle forze della pace".
Massimo D'Alema
"Abbiamo preso posizione contro manifestazioni che possono degenerare in atti di violenza. Ci aspettiamo anche che il Governo garantisca la serenità di quelle giornate. Le dichiarazioni del Ministro, da questo punto di vista, sono state piuttosto preoccupanti".
Paolo Cento
"Il 'modello Firenze' è il nostro auspicio per il 2 e il 4 giugno, ma in questo clima propagandistico temiamo che stavolta il prefetto Serra possa essere esautorato, magari sostituito dagli stessi 'strateghi' di Genova con l'aiuto degli Stati Uniti come è già accaduto. Da parte dei pacifisti si farà di tutto per creare le condizioni per una manifestazione pacifica che dica un chiaro e secco no alla guerra".
Francesco Rutelli
"Nessuno deve avere paura delle espressioni delle idee, neanche le più critiche, ma dobbiamo stare tutti molto attenti che i violenti vengano isolati e non facciano danno".
Fausto Bertinotti
"La manifestazione del 4 giugno sarà pacifica e di massa. Per questo Roma deve esser messa nella condizione di vivere una grande giornata della pace contro la guerra. In queste ore si sta determinando un fatto importante: l'unità di tutte le diverse componenti del movimento sulle caratteristiche da dare alle manifestazioni contro la venuta in Italia del presidente della guerra; queste caratteristiche di massa e di non violenza hanno, anche immediatamente un effetto positivo. Si sta moltiplicando l'impegno alla partecipazione di tanti gruppi, tante associazioni, tante organizzazioni di massa e tanti singoli cittadini. La manifestazione sarà pacifica e di massa. Tutto questo esalta la responsabilità del governo e delle forze dell'ordine. E' ormai chiaro che non c'é alcun pretesto per azioni di repressione. Roma deve esser messa nella condizione di vivere una grande giornata della pace contro la guerra".
articolo21.com
Democrazia a bassa intensità?
Riprendiamo un articolo di Joaquín Estefanía apparso su El País e riproposto sul numero 540 di Internazionale, in edicola questa settimana, nel quale si legge: “le democrazie sembrano perdere ogni giorno vitalità; in linea generale i cittadini preferiscono il sistema democratico, ma non lo ritengono capace di migliorare le loro condizioni di vita; la fiducia di cui godono i partiti politici è ai minimi storici; i cittadini hanno delle aspettative nei confronti dello stato, ma allo stesso tempo lo guardano con diffidenza; in alcuni casi, la spinta democratica che aveva segnato l’ultima parte del novecento si è notevolmente indebolita”.
In sostanza, scrive Estefanía, “non si è passati dallo stadio della democrazia elettorale (il voto) alla democrazia della cittadinanza (la partecipazione). Una democrazia compiuta deve rivendicare la politica come lo strumento più adatto per risolvere i problemi, senza affidarsi ai free-riders che per risolvere le questioni sociali propongono soluzioni opportunistiche di corto respiro, che a lungo andare aumentano l’incertezza e l’inquietudine sociale”.
Il giornalista spagnolo scrive queste cose a proposito della presentazione del rapporto del Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo dal titolo La democrazia in America Latina, verso una democrazia dei cittadini.
A queste valutazioni, che non si sarebbe faticato a credere invece espresse in merito a paesi con esperienze di democrazia di più lungo corso come quelli europei, aggiungiamo le parole di Franco Bifo Berardi a proposito della sua replica alla proposta di discussione lanciata qualche settimana fa su Quinto Stato insieme a Carlo Formenti: “La cognitivizzazione del processo lavorativo, poi, rende particolarmente evidente l’inutilità della rappresentanza. Ogni trasformazione del processo di lavoro cognitivo è immediatamente trasformazione della relazione sociale, e della stessa materia che circola nella società. Ma il vuoto di rappresentanza che un tempo si determinava in forma di autonomia oggi si manifesta come pura e semplice impotenza. Soprattutto di impotenza immaginativa”.
Le parole di Estefanía e quelle di Bifo sembrano non lasciare scampo e aprono una finestra su uno scenario che ci risulta inaspettato, eppure quotidianamente percepito.
Parole che impongono una riflessione profonda e chiedono risposte inequivocabili: è davvero così in crisi la democrazia? Ha fatto il suo corso e ha esaurito tutte la sue risorse l’istituto delle rappresentanza? E, se è così, quale sarà la strada da seguire, quale lo strumento per dare risposte alle istanze dei cittadini? Si andrà verso un sistema strutturato di lobby istituzionalizzate?www.politicaonline.it
I numeri e le idee
E' vero, per contare, in una democrazia, bisogna essere molti. Però molti con qualcosa in comune, e che sia qualcosina di più del fatto di tenere aggiornato un blog.
E' questo che non mi torna nei ragionamenti di molti che accusano la blogosfera di nanismo e invisibilità: forse perché "non ci prendiamo sul serio", come scrive Mantellini, continuiamo a paragonarci a soggetti passivi, quando invece siamo produttori attivi di idee e informazione. Se domani ci fossero un milione di blog aggiornati, non per questo potremmo automaticamente diventare un soggetto politico: per farlo dovremmo avere un milione di blog con le stesse idee sugli stessi argomenti. La vedo dura, anche perché a quel punto il rumore sarebbe tale che tornerebbe a essere necessario una delega di autorità a qualcuno che comunque non potrebbe leggere tutti i blog. Ci siamo già passati: senza andare troppo lontano, è un po' l'attuale problema dei movimenti new global.
Ma i blogger non sono fruitori passivi: iniziamo a paragonare numericamente i blogger a chi influenza l'opinione pubblica e la determina. Ci sono più blogger o giornalisti? Più blogger o politici? Più blogger o scrittori? Più blogger o calciatori? ;) Ecco. Non c'entra il peso percentuale sulla popolazione: c'entra la capacità delle proprie opinioni di entrare nel circuito di costruzione dell'opinione pubblica, senza dover cambiare pelle.
Per "influenzare veramente le decisioni della classe politica e/o esprimere una "propria" rappresentanza politica", come scrive Sergio, meglio UN Caravita che due milioni di nuovi blog; per portare fuori le istanze e lo stile e i valori di chi riversa in un blog la sua bella testolina non servono i numeri, servono le idee e la capacità di farle arrivare anche su altri mezzi. E mi sembra che lo stiamo già facendo, in fondo: l'importante è partecipare senza lasciarsi assimilare :)
blogosphere.typepad.com
Sgozzati gli ostaggi, anche un italiano. Tre del commando sono riusciti a fuggire
di red
No, non è ancora finita. Tre dei quattro terroristi di Al Qaeda che s’erano asserragliati in un residence di Khobar, in Arabia – dove hanno trucidato nove ostaggi fra i quali un italiano – sono riusciti a sfuggire al blitz degli agenti speciali sauditi. Sembra che siano riusciti a portare via altri ostaggi. Ora la polizia sta dando loro la caccia, su tutte le strade dell’immenso paese, che per il novanta per cento – ricordiamolo – è ricoperto da deserto.
Dunque, non si può ancora mettere la parola fine sulla vicenda. Vicenda già segnata da un bagno di sangue. Bagno di sangue - voluto da Al Qaeda - che ha coinvolto, lo si è detto, anche un cittadino italiano. La vittima si chiamava Antonio Amato, aveva di 35 anni. Veniva da Giuliano, nell’entroterra napoletano. Era arrivato in Arabia Saudita appena un mese fa, lavorava come cuoco nel residence Oasis, dove si era asserragliato un commando di terroristi. E con Antonio Amato sono morti altri otto ostaggi, sgozzati dal gruppo di miliziani di bin Laden, che da sabato pomeriggio si erano rifugiati in un residence di Khobar, dopo aver compiuto una strage negli uffici delle compagnie stranieri (sedici morti, fra cui un bambino). E il brutale assassinio è stato anche rivendicato. Al Qaeda – esattamente come sabato, dopo la strage di Khobar – ha diffuso un comunicato in rete. Spiegando che i suoi miliziani hanno «scannato», fra gli altri, l'ostaggio italiano e quello svedese da loro catturati. «In uno degli alberghi, i guerrieri sacri hanno preso prigionieri diversi occidentali, e li hanno uccisi, fra cui un italiano ed uno svedese, che sono stati scannati», c’è scritto testualmente nel comunicato, redatto in lingua araba e firmato «rete al Qaeda nella penisola arabica». Contemporaneamente, un messaggio letto da un uomo - che si qualifica come Abdulaziz al-Muqrin, un alto esponente di al Qaeda in Arabia Saudita - aggiunge che «fra gli uccisi c'è anche un giapponese, che è stato scannato ed inviato ai figli della sua tribù, che l'America ha coinvolto in una guerra contro i musulmani, soprattutto in Iraq». Anche gli altri assassinii, compreso quello del cittadino italiano, vengono definiti «come doni ai governi ed ai loro capi». Di più: la voce registrata parla anche di un «messaggio filmato, destinato ad Al Jazeera, nel quale l’italiano si rivolge al mondo». La tv satellitare in lingua araba, però, ancora non ha fatto sapere se questo video esista o meno.
Il bilancio di una delle giornate più drammatiche dell'Arabia Saudita continua così a crescere. Perché anche durante l’assalto delle forze di sicurezza saudite al residence ha fatto registrare un pesante tributo di vittime: durante il blitz tre ostaggi sono morti. Colpito anche un membro del commando. Gli altri, sembra ormai certo che in tutto fossero tre, facendosi scudo di altri ostaggi, si sono impadroniti di un’auto, facendo perdere le proprie tracce.
Una volta liberati i superstiti – il ministero della Difesa saudita ha fornito le cifre esatte: nel residence c’erano quaranta americani, 20 sauditi e 80 asiatici - hanno raccontato che il gruppo di Al Qaeda, qualche tempo prima che le forze di sicurezza penetrassero nell’edificio, aveva deciso di giustiziare una parte del gruppo di persone tenute in ostaggio. Sgozzandole. Sgozzandole in bagno, come ha rivelato un testimone, un esperto informatico giordano, Hazem Al-Dhamen. Che alla France Presse ha raccontato: «Ho visto i corpi dell'italiano e dello svedese, entrambi sgozzati, in una delle stanze da bagno». Dhamen ha raccontato anche che ieri mattina due dei sequestratori, «giovani intorno ai 20 anni», hanno bussato alla porta del suo appartamento chiedendogli se fosse cristiano o mussulmano. «A me e al mio compagno hanno consigliato di non uscire, ci hanno detto che stavano cercando di allontanare tutti gli americani e gli europei».
Gli altri ostaggi, superstiti, fra i quali un gruppo di ingegneri americani, sono in buone condizioni. Li hanno salvati le teste di cuoio di Riad, entrando dal tetto dell’edificio, dove il commando di Al Qaeda aveva organizzato l’ultima difesa. Difesa travolta alle prime luci dell’alba quando le truppe speciali saudite – una quarantina di uomini – ha dato l’assalto al residence, dove da sabato era asserragliato il commando di Al Qaeda, responsabile della strage – 16 morti - di Khobar. Le unità speciali già nelle notte avevano a più riprese tentato di penetrare negli edifici dove i terroristi tenevano in ostaggio una cinquantina di persone. E ci sono stati anche sporadici, ma intensissimi scambi di colpi. Poi, la decisione di irrompere nell’ultimo edificio presa quando in Italia era già l’alba. Al termine di un intenso conflitto a fuoco, tre del commando sono riusciti a fuggire. Smentendo così le autorità di Riad che sostenevano di aver catturato il capo del gruppo.
unita.it
IL CAVALIERE IN ARCIONE DI UN CAVALLO AZZOPPATO
EUGENIO SCALFARI
da Repubblica - 30 maggio 2004
La penultima speranza di Berlusconi per rimontare il disincanto della sua gente registrato dai sondaggi d´opinione è clamorosamente fallita: sedie vuote, coltre di noia e fiera dello sbadiglio (come aveva impietosamente preconizzato Giuliano Ferrara) hanno punteggiato la "tre giorni" monologante del congresso di Assago. Un´occasione sprecata che ha semmai accresciuto perplessità e voglie di distacco.
Ora l´ultimo appuntamento utile ai fini elettorali sarà l´arrivo di George Bush il 4 giugno, ma sembra difficile che abbia la forza di modificare una situazione di declino sempre più visibile e contagiosa.
C´è ancora un aiuto per le compromesse fortune del berlusconismo e potrebbe arrivare dalle possibili violenze delle "tute nere" e dei "disobbedienti" di Casarini, quel migliaio di teppisti che di fatto sono i migliori alleati del Cavaliere dal cavallo azzoppato. Faranno di tutto per favorirlo, bruceranno bandiere americane, cercheranno d´incendiare auto in sosta, di sfondare portoni e vetrine, d´accapigliarsi con la polizia, di sporcare le bandiere arcobaleno e coinvolgere i cortei pacifisti. È sperabile che non riescano nel loro intento. È sperabile che vengano isolati e che le forze dell´ordine non perdano il controllo e soprattutto l´autocontrollo come purtroppo avvenne a Genova.
Se anche questo ostacolo sarà superato, avremo elezioni europee e amministrative che, una volta tanto, daranno un giudizio su ciò che è stato fatto e non è stato fatto nei tre anni di governo del centrodestra, sul consuntivo e sul preventivo, sul passato e sul futuro. Ad oggi i sondaggi prevedono un 48 per cento al centrosinistra e un 42 al Polo; all´interno delle due coalizioni un 33 alla lista Prodi e un 22 a Forza Italia, con un 17 per cento di elettori ancora indecisi sul come votare o piuttosto astenersi. Entro questa forchetta si giocherà il risultato.
* * *
Nel frattempo le forze sociali hanno già preso posizione. Non sugli schieramenti ma sui problemi, cioè sugli elementi strutturali della situazione italiana.
Il risultato è questo: le organizzazioni sindacali e la Confindustria hanno deciso di ridare vita, almeno tra di loro, al metodo della concertazione che da tre anni era stato abbandonato per volontà del governo e del collateralismo filogovernativo della precedente gestione confindustriale.
Il Cavaliere in arcione di un cavallo azzoppato
Il voto europeo giustamente non comporta un cambio di governo. Ma quando un esecutivo è cotto perseverare è diabolico
La svolta è notevole, gli obiettivi sono già stati indicati: un sistema di sostegni mirati alla formazione permanente dei lavoratori, al Mezzogiorno, alla ricerca privata e soprattutto a quella pubblica; un´attenzione particolare alla scuola e all´Università come sedi preminenti della formazione e dell´innovazione; la mobilitazione delle risorse necessarie per modernizzare il mercato del lavoro, passando dalla flessibilità precaria alla flessibilità di progetto; una copertura previdenziale che copra la flessibilità e la formazione; la crescita delle dimensioni aziendali; gli incentivi concentrati sulla fascia delle medie imprese con più di 50 dipendenti; l´utilizzazione del fondo liquidazioni per costruire da subito la «seconda gamba» del sistema previdenziale.
Questi obiettivi sono comuni alle forze sociali rappresentative dei lavoratori e degli imprenditori. Possono rilanciare gli investimenti privati e i consumi. Necessitano di un volano di robusti incentivi e di investimenti pubblici nel settore dei trasporti, delle reti ferroviarie, dei porti e aeroporti.
Alle spalle di questo complesso di iniziative ci dev´essere una pubblica finanza rigorosa che sostituisca alla politica dei condoni quella dei provvedimenti strutturali, della crescita nell´avanzo primario e della diminuzione effettiva del debito pubblico.
Su questa politica si avvieranno le parti sociali e su questa chiameranno il governo a prendere posizione. A quanto si è capito dalla relazione di Montezemolo e dalle reazioni molto positive dei sindacati confederali, la definizione di questa piattaforma è prevista per subito. Governo e forze politiche saranno chiamati a rispondere fin dal giorno dopo le elezioni del 13 giugno. Il che vuol dire che i nodi arriveranno al pettine per iniziativa delle parti sociali dopo che il popolo degli elettori avrà manifestato con il voto i propri orientamenti.
* * *
Di questi problemi il lunghissimo monologo del presidente del Consiglio nella "tre giorni" di Assago non ha affatto parlato. Non una sola parola nel Niagara di frasi scucite che si è abbattuto sui quattromila delegati di Forza Italia riuniti per l´occasione.
Ma ne ha parlato invece l´uomo forte del governo, l´uomo immaginativo, anzi immaginifico, il ministro del Tesoro, delle Finanze, del Bilancio, delle Entrate, delle Spese, del Debito, dell´Indebitamento, del Fabbisogno, della Cassa. Insomma Giulio Tremonti, cui il Cavaliere dal cavallo azzoppato ha trasferito il suo «sacrum» sotto lo sguardo adorante di don Gianni Baget Bozzo, dei ministri Martino (Difesa) Lunardi (Grandi Opere) Moratti (Scuola), nonché Prestigiacomo in veste di "velina" ministeriale. Assente giustificatissimo Frattini (Esteri) in missione a Washington per dare (?) e soprattutto ricevere indicazioni dalla Casa Bianca e dal Dipartimento di Stato. Presente, plaudente, ma anche perplesso e parzialmente autoreferente Maroni, il solo titolare di un dicastero denominato in inglese: Welfare, un dicastero in rapida quanto retroflessa evoluzione.
Bisogna stare molto attenti alla progettualità di Tremonti. Quindici giorni fa mi premurai di attirare su di lui l´attenzione dei nostri lettori ed anche dei politici suoi alleati, che si erano (così mi parve) alquanto distratti.
Feci bene. Il risultato di quel campanello d´allarme fu infatti che la progettualità tremontiana fu bloccata e la sua attuazione rinviata a dopo le elezioni. Si parlava allora di taglio immediato, per decreto-legge, degli incentivi alle imprese e di riduzione successiva, a partire dall´esercizio 2005, dell´Irpef per tutti i contribuenti, dai redditi di 9.000 euro fino agli "over" 100.000.
Il piano era ben congegnato quanto esiziale. Esattamente l´opposto di quanto chiedono le parti sociali e di quanto sembra a noi necessario per l´economia italiana.
Ora, dopo il freno e il rinvio che gli è stato imposto da Fini e da Follini, che cosa ha detto Tremonti al congresso dello sbadiglio? È riuscito, almeno lui, a ravvivare l´interesse? A rilanciare l´entusiasmo? A far quadrare il contratto con gli italiani, ancora sbandierato da Berlusconi e ancora inevaso, con le nude cifre sulle quali il 14 giugno la Commissione di Bruxelles invierà la lettera di avvertimento all´Italia, che ha varcato la soglia del 3% nel rapporto debito/Pil previsto dal patto europeo di stabilità?
* * *
Il Delfino ha ribadito:
1. La riduzione delle imposte ci sarà. Riguarderà tutti i contribuenti. Se ne dovrà discutere con gli alleati in omaggio alla collegialità. Tanto più voti avrà il 13 giugno Forza Italia tanto più la collegialità diventerà un «optional» (questo l´ha detto il Cavaliere quando ha chiesto agli elettori il 51% per il suo partito e alla faccia dei fottutissimi alleati).
2. La riduzione dell´Irpef entrerà in vigore il 1? gennaio 2005 (voto di fiducia per tenere unita la maggioranza).
3. Per l´immediato, ad evitare il warning di Bruxelles, una manovra da 12,5 miliardi di euro (25.000 miliardi di vecchie lire) per decreto-legge con valenza immediata sull´esercizio 2004. Ma non più tagliando gli incentivi alle imprese né utilizzando il trasferimento della previdenza degli statali all´Inps (giudicato incostituzionale dalla Corte).
Dove troverà dunque la copertura a questa manovra Tremonti? Non l´ha detto né gli è stato chiesto dagli assemblati di Assago.
4. Il Delfino ha anzi annunciato qualche spesetta in più: esenzione totale dall´imposta per le spese effettuate dalle imprese in ricerca e innovazione: piccola ma senz´altro utile goccia che tuttavia servirà a poco perché il grosso delle ricerche le fanno le pubbliche istituzioni e le grandi imprese.
Per le prime l´esenzione fiscale è una partita di giro; le seconde di fatto non esistono più in Italia, salvo Telecom e quello che ancora resta della Fiat.
Insomma la partita delle imposte è ancora tutta da giocare sul filo del risultato elettorale. Ma quello che Tremonti non ha detto è che, ai fini del rilancio dell´economia, ridurre l´Irpef non serve assolutamente a niente tantopiù se per finanziare quella riforma bisognerà tagliare i fondi alle imprese, ai Comuni, alla spesa sociale.
Occorre, anzi urge sostenere direttamente consumi e investimenti produttivi. Se il rilancio avverrà e riuscirà a migliorare i conti dello Stato, solo allora si potranno diminuire le imposte avviando un circolo virtuoso purché la riduzione sia concentrata sui redditi del ceto medio fino a 70-80 mila euro di reddito.
Se Tremonti dicesse questa verità meriterebbe plauso. Ma il Cavaliere lo ripudierebbe come Delfino. Perciò non la dice. Ma sa che gran parte degli italiani ormai l´hanno capita. Solo don Gianni e la gentile Prestigiacomo non lo sanno. Beati loro, ignari nella loro dolce incoscienza.
* * *
Naturalmente anche le turbolenze del dopoguerra iracheno si ripercuotono pesantemente sulla congiuntura internazionale e quindi sulla nostra.
Soprattutto attraverso l´aumento del prezzo del petrolio, ormai stabilizzato in un range tra i 35 e i 40 dollari il barile. Non a caso il terrorismo di Al Qaeda picchia duro sugli oleodotti e sugli impianti petroliferi sauditi perché è quello il punto sensibile ed è lì, nella terra dell´estremismo wahabita, che il pesce terrorista trova il suo migliore alimento e la sua copertura.
Mentre scriviamo arriva la notizia che decine di lavoratori e tecnici in Arabia Saudita sarebbero in ostaggio nelle mani degli attentatori; notizia pessima da ogni punto di vista che dimostra per l´ennesima volta come tra la guerra all´Iraq e il terrorismo fondamentalista non c´è alcuna connessione, salvo di averne accresciuto la pericolosità e l´estensione tra popolazioni sempre più anti-occidentali e sempre più fanatizzate.
Quanto al caro prezzo del petrolio, esso impedisce che i tassi europei siano abbassati.
Se continuerà, la spinta al rialzo dei tassi diventerà irresistibile. Bisogna seguire con molta attenzione l´evolversi di questa dinamica. Siamo un paese oberato da un debito pubblico enorme e con un onere per il pagamento delle cedole che vieta operazioni finanziarie spericolate.
Finora la base di sostegno delle acrobazie di Tremonti è stato soprattutto l´avanzo primario delle partite correnti al netto degli interessi pagati sul debito. Questa è stata la dote che il centrosinistra ha trasmesso al governo della destra, altro che il tanto strombazzato «buco» che è servito soltanto da alibi alla mancata attuazione del famoso contratto con gli italiani.
Quella pingue dote è stata dilapidata per metà, l´avanzo primario è sceso dal 5 al 2,5 per cento del Pil. Se la finanza di Tremonti continuerà a buttare soldi al vento come finora è avvenuto, l´avanzo primario finirà con scomparire. Allora ogni centesimo di euro speso senza copertura andrà ad aumentare il fabbisogno di cassa e i conti di competenza, la soglia del 3 per cento tra indebitamento e Pil sarà definitivamente travolta, arriveremo al 4 e lo supereremo.
Chi parla di ridurre le imposte in queste condizioni è un irresponsabile.
Uno che vive alla giornata. Uno che crede vero quello che dice rifiutandosi di guardare in faccia la realtà. Uno che risponde con gli insulti a chiunque lo esorti da cambiare strada.
Vedremo tra poco il giudizio degli elettori. Poi quello dei suoi alleati.
Poi quello delle parti sociali. È giusto dire che le elezioni europee non comportano un cambio di governo e tanto meno la fine anticipata della legislatura. In teoria. Ma quando un governo è cotto e rischia di condurre in rovina il paese, queste sottigliezze teoriche perdono ogni validità.
Perseverare nell´errore è diabolico. Credo che molti ne siano ormai persuasi.
La Resistenza Liberale nella Città della Cultura
Un grande laboratorio civile, che ora è alla prova decisiva contro la sua crisi
Claudio Magris
dal Corriere - 30 maggio 2004
Questa Italia migliore, di cui Torino è stata un grande creativo laboratorio, si basava sull’incontro e sulla fusione - non privi di conflitti talora drammatici, ma spesso fecondi e portatori di progresso - fra il mondo del lavoro, quello della politica e quello della cultura. Questo processo di modernizzazione non era solo aggiornamento tecnologico, bensì soprattutto estensione del progresso e delle concrete libertà civili, intese quali reali possibilità di sviluppo della persona; era il disegno di una crescente e attiva integrazione delle masse in una società che si sperava sempre più democratica e liberale. La Fiat ha svolto, in positivo e in negativo, un ruolo eminente in questo processo, sino quasi a identificarsi o a presumere di identificarsi con la città; la sua egemonia ha avuto dei momenti pesanti, per Torino e per l’Italia, ma ha saputo pure imparare dallo scontro talora assai duro con il movimento operaio e i sindacati e si è posta quale modello di un capitalismo aperto e illuminato, elemento essenziale e portante nella vita dell’intera comunità nazionale, tanto più da rimpiangere dinanzi all’anarchia di un certo attuale capitalismo selvaggio, affrancato da ogni senso di responsabilità collettiva e civile e incapace di distinguere la patria da un’azienda. La morte di Umberto Agnelli, che pure stava guidando una ripresa della Fiat, rischia di far vacillare l’immagine di quest’ultima e del mondo che le è legato, a cominciare dalla città. Poche città hanno avuto una cultura altrettanto ricca, solida, varia e creativa. La «regal Torino» erede di un vecchio Piemonte conservatore talora più francese e savoiardo che italiano, con la sua squadrata razionalità ricca di anfratti d’ombra e di stramberia e con la sua architettura «democratica ed eguagliatrice», come diceva De Amicis e, soprattutto, la «città moderna della Penisola, moderna e ciclopica» come la chiamava Gramsci, che vedeva in essa il centro organizzante di un’Italia emancipata grazie all’incontro tra il proletariato industriale e una classica borghesia liberale aperta al progresso. Gobetti vedeva la monarchia piemontese del Settecento, con le sue riforme illuminate, continuare e inverarsi nell’opera modernizzatrice di Cavour, nel capitalismo imprenditoriale liberale e negli operai della Fiat, che avrebbero dovuto esserne il compimento.
Questa Torino, reale e utopica, è stata la capitale del Risorgimento, dell’antifascismo e della Resistenza; la culla del liberalismo di Einaudi e di quello di Gobetti; il luogo del dialogo fra cultura liberale e cultura operaia e del disegno di integrare nello Stato italiano le forze e le istanze proletarie e popolari che si esprimevano soprattutto nel Pci. Tutto questo ha generato una straordinaria cultura, dall’editoria - si pensi a Einaudi, ma anche ad altre grandi realtà - all’università, a quell’università in cui ho avuto la fortuna di studiare, che mi ha segnato per sempre e che univa, nella lezione di grandi Maestri, la severità di una gloriosa tradizione scientifica e accademica al rigore morale di una professione di libertà che aveva visto un numero proporzionalmente alto di docenti rifiutarsi a suo tempo al giuramento fascista. L’università era pure un centro pulsante della vita cittadina e nazionale, un’arena in cui nascevano movimenti e fenomeni che scuotevano, nel bene e nel male, il Paese. A Torino, alla sua università e al suo ambiente di quegli anni, alla sua rete di lavoro, affetti e amicizie devo l’essenziale di quello che sono. Se l’amore per Trieste è l’amore che si porta alla famiglia d’origine, quello per Torino è simile all’amore per la famiglia che si fonda.
Questa cultura torinese è stata a lungo egemone e non è rimasta esente da quella certa presunzione aristocratica che si accompagna facilmente alla consapevolezza di essere egemoni e di rappresentare il progresso; anche la Fiat, a suo modo, ha peccato di questa arroganza nelle stagioni del suo potere. Oggi quella cultura è in crisi, con le oggettive trasformazioni della società italiana e occidentale in genere, con l’eclissi dei soggetti classici quali proletariato e borghesia, col prevalere del capitalismo finanziario su quello industriale e così via. Per difendere realmente i suoi valori forti e il suo stile, più che mai necessari in un clima di indecente indifferenza in cui tutto sembra interscambiabile, questa cultura dovrà saperlo fare in modi adeguati alle nuove minacce, in una nuova e aggiornata Resistenza liberale. Non è un caso che i portavoce della nuova cultura dell’ audience , che mette tutto sullo stesso piano per cancellare quei valori che possono contestare il suo gelatinoso dominio, siano così spesso animati da rancoroso livore verso quella cultura torinese che è il suo opposto e non perdono occasione di denigrare la sua tradizione e i suoi maestri. Non praevalebunt , sta scritto. O, per citare un verso di Gozzano, «a l’è question d’nen piessla...»
Claudio Magris
Pronta la stangata sulla seconda casa
Ecco il piano del Tesoro per finanziare gli sgravi Irpef promessi dal premier
Base imponibile verso una nuova rivalutazione
Tagli a imprese e ministeri. Possibili misure correttive 2004 per 5 miliardi
Berlusconi indicherà il timing prima del voto. Anas, pedaggi parametrati al traffico
ROBERTO PETRINI
da Repubblica - 30 maggio 2004
ROMA - E´ pronta la manovra da 12 miliardi di euro per consentire la riduzione delle tasse a partire dal 2005. Silvio Berlusconi che negli ultimi giorni è tornato con forza sull´argomento, nonostante il disaccordo con gli alleati sulla scelta del nuovo sistema di aliquote Irpef, sembra intenzionato ad illustrare il piano, con un preciso timing, in uno dei consigli dei ministri previsti prima delle elezioni europee del 13 giugno.
Per questo motivo i tecnici del Tesoro, allertati nelle ultime ore, hanno messo a punto un piano con l´obiettivo di reperire le risorse per coprire i promessi sgravi Irpef. E´ prevista una manovra da 12 miliardi di euro di cui 5 miliardi, circa il 40 per cento, serviranno per contenere il deficit del 2004 come ci chiedono da tempo gli organismi europei.
Il piatto forte del menù di Via venti Settembre prevede un taglio delle agevolazioni alle imprese (trasformandole da fondo perduto a mutui agevolati pluriennali) che frutterà intorno ai 3-5 miliardi di euro. Della misura si parla da settimane, ma ora sarebbe matura: soprattutto perché sarebbe stato trovato un punto d´intesa con le imprese. Si mettere in atto quella che viene definita al Tesoro una operazione «bridge»: saranno le banche a garantire la continuità delle erogazioni evitando di interrompere il flusso di liquidità verso le imprese.
Il secondo punto riguarda la tassazione della seconda casa che verrebbe inasprita. Si prevedono una serie di «ritocchi e aggiustamenti» a partire dagli estimi catastali, cioè gli strumenti per determinare il valore degli immobili ai fini fiscali (Irpef e Ici). Si pensa inoltre ad una stretta sull´imposta di registro sulle compravendite delle seconde case e forse sui mutui. Si parla anche di un prelievo sull´incremento del valore immobiliare limitato alle transazioni speculative. Se a queste misure immobiliari si sommano altri ritocchi fiscali si arriva a un gettito di 2-2,5 miliardi.
Infine la parte più tradizionale della manovra, pari ad altri 5 miliardi circa: verrà dai soliti tagli ai ministeri, stretta sugli acquisti di beni e servizi, giro di vite sulle missioni dei dipendenti pubblici, rilancio della Consip (l´agenzia per l´acquisto dei beni per la pubblica amministrazione che opera on line).
Parte di questa manovra potrebbe essere anticipata nel 2004 con l´eventuale aggiunta di un possibile acconto Irpeg. A completare il quadro dovrebbe intervenire l´attivazione del «decreto» taglia spese (la discussione in Parlamento è stata rinviata a dopo le elezioni) e il trasferimento dell´Anas fuori del bilancio dello Stato. Quest´ultima operazione, annunciata nella Trimestrale di cassa ha ripreso fiato negli ultimi giorni: per tentare di evitare il veto di Bruxelles, che pretende che l´azienda viva di introiti propri e non di trasferimenti statali, il Tesoro sta lavorando su un progetto per parametrare i pedaggi al traffico utilizzando la tecnologia satellitare.
Sul tavolo del governo anche la questione della corsa della spesa farmaceutica: il progetto resta quello di un taglio dei prezzi del 6-7% a carico delle imprese.
Sullo sfondo restano tuttavia alcune incognite: prima tra tutte la possibilità di un declassamento da parte dell´agenzia di rating Standard & Poor´s con la quale il Tesoro sta conducendo una sorta di braccio di ferro. Mentre resta sempre la data del 5 luglio: l´appuntamento che si è dato l´Ecofin per emettere i temuti «early warning» dato che il deficit dell´Italia viene cifrato al 3,2 per cento. Un appuntamento al quale tuttavia l´Italia vorrebbe presentarsi con la riforma delle pensioni già divenuta legge dello Stato.
Un'altra lettera di Berlusconi, la società civile torna a mobilitarsi
REDAZIONE
Silvio Berlusconi vuole spedire un'altra lettera agli italiani, per spiegare le ragioni per le quali è necessario votare Forza Italia.
Lo ha annunciato lo stesso presidente del Consiglio al Congresso Nazionale di Forza Italia, che si è chiuso ieri ad Assago: 15 milioni di lettere, ovviamente da far pervenire nelle case degli elettori entro e non oltre il 12 giugno.
Con una tv faziosa che parteggia per il centrosinistra e con l'85% dei giornali nelle mani dell'opposizione è il minimo che questo partito possa fare per rendere noti i risultati dell'Esecutivo che, assicura il Cavaliere, in questi quasi tre anni sono stati "innumerevoli".
Una lettera per far capire agli italiani che "abbiamo già una scuola migliore", che "la pressione fiscale è diminuita", che "abbiamo riformato il mercato del lavoro", che "l'occupazione è in costante crescita", che "la sicurezza dei cittadini è aumentata", che "l'immigrazione clandestina è stata dimezzata" e che "abbiamo cominciato a realizzare le grandi opere che ci mancavano".
Ma la lettera che Berlusconi vuole spedire agli italiani, per il popolo dei movimenti altro non è che una lunga serie di menzogne. L'ultima trovata pubblicitaria del premier potrebbe portare ad una nuova mobilitazione della società civile, che già in passato si era attivata per contrastare iniziative analoghe del leader di Forza Italia.
Il primo a muoversi è stato il girotondino Gianfranco Mascia, che "aspettando per posta le bugie di Berlusconi" ha subito lanciato una campagna che ha battezzato "Restituation Day".
"Apprendiamo oggi che riceveremo per posta un altro opuscolo con le bugie di questi primi due anni e mezzo di governo", ha affermato Mascia, che ha poi annunciato per il prossimo 9 giugno "iniziative in tutta Italia" durante le quali il materiale elettorale berlusconiano sarà trasformato in "sculture in cartapesta, per trasformare in arte le bugie".
Una protesta già sperimentata in passato, l'esponente della lista Di Pietro-Occhetto ha ricordato che nel 2001, in occasione della spedizione "dell'opuscolo Una storia Italiana, con l'agiografia di Berlusconi, lanciammo l'iniziativa del Restituation Day: il giorno della restituzione".
Lo scorso ottobre il primo a mobilitarsi fu invece Antonio Di Pietro, che decise di organizzare una campagna simile per "rispedire al mittente la pubblicità che il Cavaliere vuole farsi a nostre spese".
In occasione della Festa Azzurra al Castello Sforzesco di Milano, il presidente del Consiglio aveva infatti annunciato che avrebbe scritto "una lettera agli italiani per spiegare la riforma previdenziale".
"Oltre 18 milioni di capi famiglia riceveranno la lettera per una spesa che supererà i 7 milioni di euro, a carico del ministero del Tesoro e quindi di tutti i contribuenti", aveva tuonato l'ex Pm.
Dal leader dell'Italia dei Valori era arrivato un invito categorico: "Respingete al mittente la lettera che riceverete, nel momento in cui il postino ve la consegna o portandola successivamente all'ufficio postale. E' sufficiente barrare con due righe in diagonale l'indirizzo del destinatario e scrivere "respinto al mittente".
www.centomovimenti.com
"CON LE LORO GAMBE"
General, Standard
Rimossi i “banners” di Emergency e della MISNA, sotto il titolo “Con le nostre gambe” la testata on-line “Peacereporter” pubblica oggi - con la doppia firma di Gino Strada, fondatore di ‘Emergency’ e di padre Giulio Albanese, direttore responsabile della MISNA - il seguente editoriale:
“Dopo esattamente sei mesi di rodaggio, con l’assistenza di EMERGENCY e MISNA, da oggi, 28 maggio 2004, PeaceReporter affronta i flutti della rete in totale autonomia.
E’ un giorno importante per la testata che, lanciata il 28 novembre scorso con un appello mondiale per la pace, si presenta ora a tutti i lettori già acquisiti e a quelli futuri senza le sigle dei suoi fondatori e in totale libertà di pensiero e di espressione.
Nato da un’idea e da un impegno comune, di cui avevamo cominciato a parlare quasi per caso nel 2002, dopo il crollo delle Torri e prima della guerra in Iraq, questo giornale della pace e dei diritti intende anteporre a ogni altra una precisa convinzione, quasi un comandamento laico e religioso: “la pace è possibile e quindi doverosa”.
Lo scorso primo gennaio, in occasione della XXXVII Giornata Mondiale della Pace, lo ha ancora una volta ribadito Giovanni Paolo II.
Lo ha ricordato a tutti, al di là di appartenenze o schieramenti, anche a coloro che, sotto la bandiera della lotta al terrorismo o del patriottismo militarista, tentano di legittimare la guerra in maniera più o meno esplicita.
MISNA ed EMERGENCY, nel rispetto delle loro diversità di matrice e di azione, sono da sempre convinte che la pace non sia solo assenza di guerra, ma anche costruttiva operosità per impedire che le armi e il sangue degli innocenti possano essere macabri strumenti di soluzione delle crisi.
Fermi nella denuncia delle guerre note e di quelle negate o dimenticate e al tempo stesso impegnati a ripararne i disastri da chiunque e per qualsiasi ragione provocati, è sembrato naturale a noi di MISNA ed EMERGENCY, impegnarci - senza clamori, senza retorica e senza pubblicità - per far nascere PeaceReporter a cui oggi riconosciamo indipendenza e autosufficienza.
Toccherà ora a questa testata ridare colore a quelle bandiere arcobaleno che il tempo ha forse un po’ stinto su molti balconi.
Peacereporter si servirà ancora sia delle notizie fornite dalla redazione e dai corrispondenti della Missionary News Service Agency sia del supporto garantito dalla rete dei medici e dei volontari di Emergency. I promotori di PeaceReporter resteranno in contatto e non perderanno alcuna occasione per educare alla pace, informare per la pace e procedere verso la pace.
Anche attraverso questo nuovo spazio comune in cui si possono incontrare e darsi la mano tutti coloro che ripudiano la guerra e che, come il Papa, credono che senza giustizia non ci sarà pace.”
L’editoriale ha anche un sottotitolo: “Buon vento”, augurio tipico tra la gente di mare. La MISNA si associa volentieri.
[CO]
misna.it
E Arezzo disse "Alò"
Alfio Nicotra
Scompiglio e isteria. Non c’è altre parole per fotografare lo stato d’animo del centrodestra aretino all’annuncio dell’avvenuto accordo tra Ulivo, Prc e movimenti sul nome del candidato a sindaco, Monica Bettoni. L’unità ha sempre un doppio effetto. Moltiplica l’entusiasmo e le forze di chi si unisce. Deprime e fa uscire dai gangheri chi – sulla divisione - aveva fondato la sua inaspettata fortuna. “Prigioniera di Rifondazione e Disobbedienti”. “Nelle liste che sosterranno Bettoni c’è anche l’arrestato per gli scontri con la polizia a Roma”… La destra prova a imbastire una improbabile campagna anticomunista stile anni cinquanta. Luigi Lucherini, il sindaco del conflitto d’interessi e del partito del mattone e del cemento, ha dichiarato che dopo quell’annuncio non ha dormito la notte. Una insonnia premonitrice. Almeno così spera l’altra città, quella che ha reagito alla sconfitta comprendendo che non era possibile battere la destra se prima non si cominciava a cambiare la sinistra.
Cinque anni sono trascorsi da quando l’Ulivo rifiutò l’apparentamento – al ballottaggio - con Rifondazione comunista. Preferì un accordo politico con una lista civica, “Progetto Arezzo”, in cui spiccavano i nomi alcuni esponenti dell’allora Fiamma tricolore di Pino Rauti. La tradizionale disciplina del popolo di sinistra avrebbe fatto il resto. Invece, qualcosa si era rotto. Più del mare e del sole della prima domenica d’estate fu il distacco, l’autismo, la supponenza di un gruppo dirigente convinto che il potere gli fosse dovuto, a convincere tanti a disertare le urne. La destra si presentò invece compatta. I voti del primo turno bastarono ad eleggere Lucherini sindaco. Una minoranza conquistava così il Palazzo dei Priori.
Al di là della spregiudicata conduzione della campagna elettorale - che pure ebbe un peso nella sconfitta - molto era addebitabile alla politica della giunta Ricci. Prima provincia italiana a privatizzare la gestione dell’acqua, il governo del centrosinistra anticipò buona parte delle cose che poi la destra avrebbe portato a compimento. Lucherini ovviamente ha fatto di più. Incrementando all’inverosimile l’aggressione al territorio (un milione di metri cubi di varianti individuali), ha svenduto le farmacie comunali, avviato la privatizzazione dell’azienda dei rifiuti, stipulato esose convenzioni, bruciato in propaganda personale ingenti risorse pubbliche, contribuito alla chiusura della Lebole, il fiore all’occhiello della città. Su tutto e tutti il suo studio, la “Lucherini consulting”, passata dal procacciarsi il lavoro dagli emiri ad Abu Dhabi, alle più comode varianti e concessioni edilizie autoconcesse in modo copioso nella città di Arezzo.
L’idea del “Laboratorio per l’alternativa” nasce dal basso. Spazio pubblico di confronto e discussione prima, poi vera e propria fucina d’idee per la città. La scossa era venuta dal locale Forum sociale, con una iniziativa dal titolo “Alò Sinistra”. “Alò” è una tipica esclamazione aretina, significa qualcosa di più del semplice “svegliatevi”. Vuol dire scuotersi, rincuorasi, rimettersi in cammino. La città già lo stava facendo, con tutte le scuole occupate, le bandiere di pace ai balconi, la partecipazione massiccia agli scioperi e alle manifestazioni promossi dalla Cgil. Una nuova partecipazione si è fatta strada nonostante il sindaco/podestà e una sinistra ancora intontita dal colpo. Il Laboratorio è diventato giorno dopo giorno il luogo dell’incontro. Nessuno lo aveva legittimato dall’alto, la legittimazione se l’era presa da solo, visto che riusciva a mettere allo stesso tavolo l’Ulivo, il Prc, i movimenti e singole e singoli di diversa estrazione. In discussione, l’urbanistica, i servizi che devono tornare pubblici, il bilancio partecipativo, la separazione tra affari di famiglia e affari pubblici, il rilancio del decentramento, l’innovazione tecnologica, la lotta alla precarietà.
Per mesi il Laboratorio è stato un fiume creativo la cui piena ha dovuto fare i conti con un unico grande scoglio: il percorso perverso scelto dai Ds per scegliere il candidato sindaco. La richiesta di rinnovamento si scontrava con un partito prigioniero di tre nomi l’un contro l’altro armati. L’assessore regionale all’agricoltura Tito Barbini, l’ex deputato Vasco Giannotti e la senatrice Monica Bettoni. La conta interna è stata uno spettacolo pietoso. Caduta nel vuoto la richiesta di trovare altrove un candidato, molti hanno temuto che anche il Laboratorio fosse travolto dalle diatribe interne alla Quercia. E quando il parlamentino dei Ds scelse Bettoni questo rischio si concretizzò subito.
Rimanevano due alternative: chiudere il Laboratorio spianando la strada alla riconferma di Lucherini. Aprire una controffensiva sui contenuti, nei confronti dell’Ulivo, per strappare qualche rottura programmatica con il passato. Il confronto è stato duro. Mentre al Senato Monica Bettoni disobbediva agli ordini di partito, votando contro il decreto di finanziamento della partecipazione italiana all’occupazione dell’Iraq, ad Arezzo il confronto si accendeva sul problema dell’acqua. La richiesta era semplice: inserire nel programma una parola che sconfessava la politica fin qui seguita, ripubblicizzare Nuove Acque. Un’eresia, fino a qualche mese prima, che è diventata invece la parola d’ordine di tutto lo schieramento progressista. Una lunga e dettagliata mozione, sottoscritta da tutti, detta i tempi per il ritorno alla gestione pubblica e per l’allontanamento della multinazionale francese che dal ’99 ha peggiorato il servizio e aumentato le tariffe.
L’acqua pubblica, ma non solo. Nella carta programmatica compaiono una Casa della pace e dei popoli, due nuovi asili nido, l’adozione del software libero nella informatizzazione del Comune, la riforma dello statuto comunale per inserirvi il bilancio partecipativo, il voto ai migranti, la fine delle esternalizzazioni e delle privatizzazioni, lo stop alla cementificazione selvaggia, una urbanistica basata sul recupero e il rilancio dell’edilizia popolare, la fine della deregulation neoliberista nell’assistenza agli anziani, l’adesione alla Rete del Nuovo Municipio e un ruolo di Arezzo tra i Comuni per la pace….
La sinistra ha scelto ad Arezzo una strada opposta a quella di Firenze: mettersi in discussione, scommettere sui movimenti, porre argine alla deriva neoliberista. All’esatto opposto del sindaco Domenici che ha chiuso le porte in faccia al Forum per Firenze e ad ogni scelta di discontinuità. Una occasione gettata irresponsabilmente al vento. Questo fatto carica ancora di più su Arezzo la responsabilità di aprire una nuova stagione partecipata e innovativa per l’intera sinistra in Toscana.
carta.org
In occasione delle ultime elezioni politiche, numerosi sono stati gli studi e le raccolte di saggi che hanno cercato di analizzare organicamente quanto è emerso dalle urne. E curiosamente (ma forse non troppo) tutti i volumi più rilevanti sono usciti presso la casa editrice il Mulino, che si è assicurata di fatto il monopolio del mercato dell’analisi elettorale. Cercheremo qui di riassumere come gli studiosi italiani hanno interpretato il voto politico del 2001, avvalendoci di sei libri ad esso dedicati (tutti appunto pubblicati dal Mulino con l’eccezione di quello di Ricolfi, che si occupa peraltro delle ultime elezioni solamente nella seconda parte del suo scritto).
Occorre innanzitutto evidenziare come in ciascuno dei volumi considerati siano stati presi in considerazione tutti gli aspetti rilevanti del voto, grazie alla collaborazione di una robusta squadra di autori, talvolta presenti in più raccolte con testi differenti (Giacomo Sani ad esempio è autore o coautore di almeno cinque saggi). Facendo ricorso a dati di diversa provenienza (risultati elettorali, Osservatori, survey, modelli statistici, ecc.), i curatori dei volumi hanno cioè chiaramente cercato di sviluppare un’analisi il più possibile organica ed esaustiva dell’occasione elettorale; sotto questo punto di vista, una particolare citazione va a “Maggioritario finalmente?” che, al di là dei giudizi sulle specifiche interpretazioni, appare il risultato coerente di un complesso lavoro di gruppo iniziato già nel 1994, sotto il coordinamento dei curatori D’Alimonte e Bartolini.
Proprio la sotterranea presenza di una nutrita squadra di autori, presente nei volumi considerati, ci permette di affrontare i nodi (talora non risolti) delle elezioni del 2001 a partire dalle interpretazioni “collettive” che ciascun volume evidenzia. Vediamone dunque in sequenza gli aspetti principali, cercando infine di ricapitolare sinteticamente quanto è emerso dai singoli approcci e quali siano le voci deficitarie.
Le ragioni della vittoria del centro destra
Le interpretazioni fornite della vittoria di Berlusconi sono molteplici, e talvolta in parziale contraddizione l’una con l’altra. Quelle sicuramente più condivise si riferiscono ad un primo elemento legato all’immagine e all’offerta politica (l’unità del centro destra, intorno al suo leader) e ad un secondo elemento legato al rapporto con la domanda (la maggior capacità del centro destra di interpretare le richieste provenienti dall’elettorato).
Quasi tutti i volumi/autori considerati concordano, in maggior o minor misura, nel sottolineare come questi due aspetti siano risultati infine decisivi nella vittoria del centro destra. Alcune rilevanti differenze si registrano peraltro nel modo in cui i due elementi si inseriscono nell’approccio complessivo.
Da una parte si enfatizza infatti l’importanza dei tratti tipici di “ingegneria elettorale” (D’Alimonte e Bartolini e Pasquino in particolare), secondo cui il risultato finale appare il prodotto delle modalità con cui i diversi schieramenti si sono presentati alle urne. L’idea di fondo è in questo caso che, nell’ultima come nelle precedenti elezioni quasi-maggioritarie, il vincitore sia “desumibile” dai benefici prodotti dal tipo di accordo elettorale attuato (o mancato): a fronte di un sostanziale equilibrio nel Paese tra elettori di centro destra e di centro sinistra, soltanto le defezioni – da una parte o dall’altra – di questa o quella forza politica hanno infine consentito, così si argomenta, un esito favorevole per la coalizione maggiormente “aggregante”.
Nel 1994 il Polo vince grazie alla presenza, come terza forza, del raggruppamento cattolico ex-democristiano (poi confluito per la maggior parte nel centro sinistra) che toglie di fatto voti ai Progressisti; nel 1996 l’Ulivo vince grazie alla defezione della Lega e alla contemporanea aggregazione di tutte le forze di centro sinistra sotto il cartello ulivista; nel 2001 infine la Casa delle libertà vince grazie all’aggregazione leghista al centro destra e alla contemporanea defezione nello schieramento opposto della lista Di Pietro e, parzialmente, di Rifondazione (al Senato).
Dall’altra parte (in particolare Ricolfi, ma anche Itanes e Caciagli e Corbetta), le due ragioniprevalenti vengono inscritte in uno specifico contesto socio-politico che avrebbe caratterizzato il nostro Paese dal 1998 al 2001, demarcato dal prevalere di una domanda più facilmente incanalabile dal centro destra. L’idea di fondo in questo caso è che i temi e i problemi evidenziati dalla maggioranza degli elettori siano istanze legate più alle politiche della Casa delle libertà che a quelle dell’Ulivo: in sostanza, il paese sarebbe andato a destra e i risultati delle consultazioni non avrebbero fatto altro che registrare questo cambiamento.
La quota prevalente dell’elettorato italiano, secondo questa tesi, ha cioè individuato nella coalizione di centro destra e nella sua offerta politica un maggiore livello di “competenza” per risolvere i problemi e le istanze prevalenti presenti nella nostra società (il tema della sicurezza, innanzitutto); ma si è anche riconosciuta maggiormente nel “profilo” stesso di Forza Italia, che ha ridimensionato il tasso di liberismo/laicismo della sua proposta, accentuando le componenti centriste di “nuova Dc”. Lo sfondamento elettorale del partito del premier è stato infine per tutti gli osservatori l’elemento cardine sul quale si è fondato il successo della coalizione, favorito dalla componente femminile (Itanes) e dalla nazionalizzazione del voto (Bellucci e Bull), che ha visto restringersi alle sole zone rosse la disomogeneità
territoriale delle scelte elettorali degli italiani.
Le ragioni della sconfitta del centro sinistra
Per certi versi speculari appaiono le interpretazioni che i diversi autori forniscono della sconfitta del centro sinistra, in particolare per quanto riguarda la conformazione e il sistema di alleanze presenti nell’offerta di coalizione. Tutti i saggi sottolineano, pur nelle differenti interpretazioni, l’esistenza di forti divisioni interne come uno dei principali motivi della insufficiente resa elettorale dell’Ulivo: mentre nel 1996 il centro sinistra si era presentato infatti sostanzialmente compatto, nel 2001 è mancata una proposta politica unitaria, non soltanto a causa della mancata alleanza “organica” con Rifondazione e Di Pietro, ma anche e soprattutto per l’elevato tasso di litigiosità interpartitica.
In molti dei volumi viene poi enfatizzato il tipo di clima preelettorale esistente nel paese (D’Alimonte e Bartolini, Ricolfi, Bellucci e Bull), che sembra aver prodotto una sorta di preventiva “interiorizzazione” della sconfitta da parte degli stessi leader del centro sinistra: la percezione di una sconfitta annunciata ha provocato in questo modo un decisivo feedback negativo anche tra i loro potenziali elettori, che hanno alla fine preferito “mettere alla prova dei fatti” la coalizione avversaria.
In questa direzione va anche l’argomentazione, contenuta in D’Alimonte e Bartolini, del ruolo essenziale giocato dal Nord del paese sull’affermazione elettorale; secondo questa tesi, le elezioni sarebbero vinte (anche) sulla base della percezione di quanto accadrà nelle regioni settentrionali: la prefigurazione del vincitore in quest’area economicamente trainante fungerebbe da indirizzo per il voto degli indecisi nelle zone più elettoralmente volatili del resto d’Italia. In Sicilia, ad esempio, l’en plein fatto registrare dalla Casa delle libertà avrebbe in questo senso le caratteristiche di un preventivo effetto band-wagon (una sorta di voto di scambio anticipatorio).
Un ulteriore filone interpretativo, condiviso con diversi accenti da tutti gli autori, trae origine da una critica sostanziale alle politiche operate dal governo ulivista postProdi. Gli ultimi tre anni di governo dell’Ulivo sarebbero stati infatti demarcati dalla sostanziale incapacità di affrontare con competenza i diversi problemi presenti nel paese; almeno nella percezione degli elettori, il giudizio sul centro sinistra come forza nuova, innovativa e propulsiva della società italiana si sarebbe esaurito con la fine dell’esperienza del tandem Prodi-Ciampi; i loro successori non sarebbero stati giudicati invece altrettanto positivamente, facendo in definitiva perdere quel vantaggio competitivo (da incumbency”)che caratterizza solitamente il
governo uscente. Paradossalmente ma non troppo, suggeriscono molti degli studiosi, la sensazione diffusa nel paese era che all’appuntamento elettorale del 2001 il centro sinistra si presentasse in qualità di “sfidante” anziché come “sfidato”, incapace perfino di sfruttare i successi che pur aveva ottenuto nei suoi cinque anni di governo.
Un’ultima interpretazione (molto radicale) della sconfitta è quella sviluppata da Ricolfi, che stigmatizza una sorta di “arroganza illuminista” da parte degli uomini politici del centro sinistra: secondo questi ultimi, le parole d’ordine della parte avversa erano eccessivamente semplificatorie e gli elettori di centro destra erano incapaci di capire che quella della Casa della libertà non rappresentava la vera risposta ai problemi esistenti nel paese.
L’idea che sta alla base della tesi contenuta in Ricolfi è che l’atteggiamento di fondo dei leader dell’Ulivo (e in particolare di quelli diessini, non a caso principali sconfitti delle elezioni) non abbia permesso all’elettorato meno schierato di maturare un clima di auto-riconoscimento e di adesione sostanziale alle proposte del centro sinistra; quella ulivista era vissuta, al contrario, come una classe politica che non era in grado di capire fino in fondo i sentimenti reali degli italiani, come un gruppo di “professori” un po’ snob, sicuri di sé e mal disposti a confrontarsi con le ragioni dell’altro.
Berlusconeide
In generale, nessuno dei testi analizzati ha potuto esimersi dal focalizzare la propria attenzione sulla vera o presunta anomalia rappresentata dalla figura di Silvio Berlusconi nelle ultime elezioni. Ma, sorprendentemente, l’opinione maggiormente condivisa è che il ruolo giocato dal leader del centro destra non sia risultato alla fine essenziale per la vittoria della Casa dellelibertà. O meglio, che sia risultato più decisivo il suo ruolo di “politico” (capace cioè di riunire attorno a sé quasi tutti i partiti di area) che quello di “comunicatore”. Tanto è vero, si argomenta, che il consenso ai singoli partiti del centro destra (al proporzionale) ha nettamente superato quello alla coalizione (nel maggioritario).
Negli scorsi anni, come si ricorderà, numerose analisi avevano evidenziato la straordinaria capacità comunicativa dell’attuale Presidente del Consiglio, che gli permetteva di egemonizzare il circuito mediatico e gli conferivauna sorta di potere di “agenda-setting”. Dopo le ultime elezioni, i numerosi autori che ne hanno scritto sembrano in qualche modo rinnegare tali capacità: anzi, la maggior parte di loro sottolinea come proprio la centralità e l’invadente presenza di Berlusconi siano stati per certi versi esiziali alla performance complessiva della sua coalizione (Ricolfi, Pasquino, Bellucci e Bull).
La sua anomala figura ha fornito la possibilità alla coalizione opposta di “demonizzare” costantemente l’avversario (effetto D), producendo un significativo ritorno al voto od una scelta di voto per il centro sinistra, motivata dalla paura delle possibili conseguenze di una vittoria di Berlusconi. Tale recupero non sarebbe stato peraltro sufficiente a colmare il gap tra le due coalizioni, che si era venuto a formare come prodotto della lunga campagna mediatica del leader del centro destra.
Nonostante queste tesi, che fanno riferimento in particolare all’ultimo periodo preelettorale, molti autori sottolineano comunque la capacità di Berlusconi di essere stato protagonista vincente di una campagna di “ciclo lungo” (Caciagli e Corbetta, Bellucci e Bull, D’Alimonte e Bartolini), in grado di stabilire con gli elettori livelli di forte sedimentazione del suo messaggio, semplice ma efficace. In definitiva, un messaggio notevolmente più incisivo rispetto a quello del suo avversario principale, Rutelli, che ha usufruito peraltro anche di una minor quantità di tempo utile a sviluppare il suo discorso e a focalizzare meglio la sua immagine.
Una elezione spartiacque nella storia elettorale italiana
Dal punto di vista sistemico, sono molti i saggi qui analizzati che evidenziano come le ultime elezioni siano da considerarsi un’importante, forse decisiva, svolta verso una ridefinizione duratura delle coalizioni e degli schieramenti politici (Pasquino, D’Alimonte e Bartolini, Caciagli e Corbetta, Bellucci e Bull): dopo sette anni dalla prima applicazione del sistema elettorale quasi-maggioritario, sembra infatti che il sistema partitico italiano abbia raggiunto un assetto completamente bipolare, sia da parte della configurazione dell’offerta sia nella percezione degli elettori, che paiono aver accettato ed essersi adattati alle nuove regole.
Se questo è vero, le elezioni del 2001 acquisterebbero valenza di elezioni “fondanti”, come furono quelle del 1948, in grado cioè di caratterizzarsi quale vero e proprio spartiacque nella storia italiana (Pasquino): oltre alla definitiva interiorizzazione del bipolarismo, un’ulteriore straordinaria novità nel sistema politico-istituzionale italiano è quella di consentire agli elettori, nel 2006, di giudicare un governo potenzialmente stabile, valutandolo su ciò che ha effettivamente realizzato nel corso del suo naturale quinquennio. Per la prima volta, si rende quindi possibile una vera e propria alternanza.
Dopo questa disamina su come i principali volumi hanno affrontato l’analisi delle ultime elezioni, vediamo brevemente ciò che sembra loro mancare. Molto sinteticamente, soprattutto tre appaiono i discorsi non sufficientemente approfonditi.
Un dibattito esaustivo sul confronto tra voto al proporzionale e voto al maggioritario: il buon funzionamento coalizionale dell’Ulivo non fa sorgere il dubbio in nessuno dei curatori (fa eccezione Ricolfi) che l’Italia nel suo complesso sia elettoralmente (politicamente?) ancora più a destra di quanto non appaia. Sembra cioè mancare un approccio compiuto che cerchi di interpretare, a partire dal risultato elettorale, la realtà sociale e politica del paese, di cui il voto è stato un mero effetto.
Un discorso coerente sulle differenze di voto fatte registrare tra Camera e Senato: tutti gli autori documentano in maniera approfondita i risultati elettorali e le discrepanze tra i due rami del Parlamento ma, in epoca di una loro possibile riforma, nessuno si chiede che senso abbia il mantenimento di due modalità di voto né il motivo per cui i risultati appaiano (da sempre?) così diversi.
Un’analisi approfondita sulle motivazioni che conducono al voto per una specifica coalizione: vengono presentate, è vero, in maniera esaustiva le principali differenze tra gli elettorati sulla base delle caratteristiche sociali, demografiche, culturali e di tradizione politica. Viene altresì evidenziata la forte impermeabilità tra i due elettorati di centro sinistra e di centro destra. Resta invece sullo sfondo, mai argomentata compiutamente, l’analisi dei percorsi che portano alla scelta (a volte demarcata da forte fedeltà) della propria coalizione di riferimento. Per quale ragione, in un periodo di così forti rivolgimenti sistemici e partitici, in Italia si rimane così ancorati al proprio precedente voto?
(a cura di Paolo Natale)
polena.net
Intervista a G.B. Sgritta di Giulia Longo Negli ultimi decenni, anche in Italia, si sono registrate profonde trasformazioni che hannomodificato in diversi modi il quadro demografico, l’economia, i rapporti interpersonali, icomportamenti e la cultura dei cittadini.Le città come le società sono sempre state soggette al mutamento; sono sempre state inperenne “cammino”: per l’accadimento di eventi esterni; per l’arrivo di nuove popolazioni oper il declino delle vecchie; per le guerre, lo sviluppo o le crisi economiche; per la necessità diedificare nuove abitazioni e nuovi insediamenti.Il ritmo del cambiamento è divenuto via via più intenso e veloce. Anche se non è facile capireche cosa, come e quando sia accaduto, a parte la banale constatazione che la vita della città ediventata più frenetica, più mobile, meno isolata e più permeabile alle influenze cheprovengono dall’esterno,l’impressione è che la trasformazione che ha investito i centri urbani e metropolitani possa insostanza essere ricondotta, semplificando alquanto, a due ordini di fattori.Da un lato, l’impatto delle trasformazioni economiche e politiche sulle molteplici dimensionidell’esistenza sociale e in particolare sull’assetto spazio-temporale della società e della cittàglobale. Dall’altro, il cambiamento demografico, l’immigrazione e il processo diinvecchiamento della popolazione, che hanno contribuito ad accrescere la diversità, se nonaltro perché, attraverso questi processi, è aumentato il peso relativo di coloro che provengono,secondo i casi, da altri luoghi o da altri tempi.L’una e l’altra, globalizzazione e demografia, hanno indubbiamente inciso sull’ambientemateriale locale, ma più di tutto hanno agito sui legami e le interazioni della vita quotidiana.Queste trasformazioni hanno riguardato tutto il territorio nazionale, nelle città, tuttavia, glieffetti del cambiamento sono stati più rapidi e intensi.Sono saltate molte tradizioni e una profonda varietà di identità locali si affianca alla crescenteomogeneità globale. Categorie lessicali quali il “quartiere” e il “vicinato”, che in tempi nonlontani ci consentivano di ordinare e catalogare le nostre rappresentazioni della città, si sono inlarga misura consumate e sgretolate e sono divenute inservibili e fuorvianti.La città – e Roma non fa eccezione – non è più il contenitore territoriale di un ristretto numerodi realtà omogenee, che trovano un momento di identità in alcuni luoghi canonici: i condomini,le piazze, le vie, i rioni e i quartieri storici, le borgate, le periferie. Luoghi che ormai nonrispecchiano più pratiche ed abitudini, incontri e relazioni che, nel corso degli anni, avevanodepositato sedimenti riconoscibili nella materialità degli edifici, delle strade, delle parrocchie,delle scuole, nonché in alcune figure umane che entravano a far parte stabilmente delpaesaggio comunitario.Luoghi che ora si presentano piuttosto come espressioni di una “profonda varietà”, comesommatoria di una pluralità di appartenenze e di modi di essere, di un ampio catalogo didiscontinuità, contrasti e individualità: di condizioni, interessi e stili di vita. Insomma per usareun espressione entrata di recente nel gergo sociologico, come “non luoghi”, realtà de-territorializzate, spazi che non possono più definirsi come identitari, relazionali o storici, bensìcome contesti e occasioni prestati all’individualità solitaria, allo svago, al provvisorio,all’effimero, al consumismo.Quali sono caratteristiche specifiche possono essere attribuite a Roma, qual è l’immagineche ne emerge?L’immagine è quella di tante città nella città, che pur condividendo la stessa porzione diterritorio esprimono esigenze diversificate, modi di vita distinti, fanno un uso diverso delle
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2risorse e delle opportunità a disposizione dei suoi abitanti, partecipano e reagiscono in modisingolari alla vita collettiva.L’impressione è che questa complessità, frutto dell’accostamento di condizioni e stili di vitaper lo più inconciliabili, trovi comunque un momento di semplificazione in alcune dimensionifondamentali: l’età e la condizione sociale.Lungo queste due dimensioni, che formano gli assi portanti del modo in cui i singoli entrano inrapporto con la città, se ne innestano molti altri, che hanno a che vedere con gusti, interessi estili di vita, con le contingenze dell’esistenza, con il luogo di residenza, il lavoro, le biografiepersonali e le circostanze familiari e che, per loro intrinseca varietà, non sempre sonoriconducibili ad unità. Non si riscontra più, se non raramente o casualmente, la convergenza distorie ed esperienze, abitudini e comportamenti, che caratterizzava i quartieri e gliinsediamenti di una volta.Convivono l’uno accanto all’altro, senza intrecciarsi, progetti e percorsi di vita che soloaccidentalmente si incontrano nei luoghi e nei tempi canonici della città: i cinema, le scuole, iluoghi di lavoro, le abitazioni, le piazze. Realtà che si compongono e si scompongonoincessantemente, si creano e si dissolvono senza lasciare sedimenti, se non nella ripetitività piùo meno regolata dalle abitudini, dagli orari e dagli eventi.Alcuni luoghi risultano improvvisamente più affollati di altri per ragioni che apparentementenon trovano spiegazione, mentre altri, altrettanto imprevedibilmente, si svuotano. E spazi eorari un tempo assenti dalla vita di relazione risultano di colpo eletti a momenti e riti collettiviin cui le persone si mescolano senza incontrarsi: le congestioni del traffico, i ritrovi nei pressidello stesso locale, la partecipazione di massa ad avvenimenti sportivi, ludici e culturali. Lavita collettiva, in altre parole, perde di prevedibilità; è massa, ma non fa massa, non catalizza,non unisce se non nella presenza contingente nello stesso luogo e nello stesso istante.Il quadro tracciato finora non lascia presagire nulla di buono per quanto riguarda i legami divicinato e solidarietà, che hanno contraddistinto la realtà romana.Quando una società si presenta frammentata e segmentata, organizzata in mondi e reticoliseparati, in cui prevalgono le individualità, le espressioni di solidarietà si trasformanonecessariamente in fenomeni di nicchia, occupano poche entità associative, con finalitàspecifiche e limitate.Da continui e diffusi quali erano, i rapporti solidaristici diventano discreti; e il tessuto direlazioni che un tempo si faceva carico di assistere chi si trovava in condizioni di necessità sisfibra in tanti nodi giustificati più dalla convergenza casuale degli interessi chedall’appartenenza sociale o dalla cittadinanza. Alla carta d’identità che accertaval’appartenenza alla comunità e il diritto al generico soccorso subentrano la convivenzaoccasionale nello stesso luogo o la tessera di iscrizione a qualcosa – un club, un circolo sportivo,un’associazione – che attestano l’esistenza di un bisogno effimero e contingente, destinato aspegnersi in un breve lasso di tempo.Al gruppo si sostituisce l’aggregato, la serie composta di realtà e situazioni disparate. Si vivenello stesso luogo, ma non si sta insieme; si frequentano gli stessi posti, magari nello stessointervallo di tempo, ma si rimane estranei; si prende lo stesso ascensore, ma si scambiano soloparole di circostanza.In una città che conserva nella memoria delle tradizioni il mito del vicinato e della prossimitàsolidale, siamo di fronte oggi ad un’“anoressia relazionale” nel luogo in cui si vive.Come mai di fronte a questi profondi cambiamenti che hanno investito la società e la cittàdi Roma solo oggi le politiche sociali hanno deciso di interrogarsi sui bisogni e le domandedei cittadini e del territorio?La debolezza delle politiche sociali e lo scarso interesse che le amministrazioni che si sonosuccedute nel governo della città hanno prestato alla conoscenza delle principali tematichesociali, sembrerebbe risultare dalla convergenza nel “caso romano” di due distinti processi.
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3Uno generale, caratteristico dell’intero paese, l’altro locale, specifico, tipico della città; sial’uno che l’altro si presentano sotto forma paradossale.Da un lato il ruolo residuale dell’intervento statale e una marcate enfasi sulle responsabilità egli obblighi della famiglia, che è stata sollecitata, per non dire costretta, a supplire alla deboleofferta di prestazioni da parte del settore pubblico. Il paradosso sta in questo, che l’interventodelle istituzioni pubbliche nel campo delle politiche sociali e familiari è stato debole nonperché la famiglia sia stata ignorata. Se mai, l’esatto contrario; se esse non sono intervenute èproprio perché le capacità di adattamento, di recupero e di solidarietà spontanea delle retifamiliari sono state date per scontate o comunque non sono apparse problematiche per unlungo lasso di tempo.Quanto alla componente locale due sono gli aspetti da sottolineare. Un processo di de-socializzazione, che ha spezzato i legami sociali facilitando comportamenti di fuga nelladimensione soggettiva, e un degrado nella gestione della città, caratterizzato da sprechi edinefficienze, disfunzione dei servizi pubblici, che si riflettono sulle fasce più deboli dellapopolazione. Ancora una volta un paradosso. A queste questioni non è stato dato, come eranaturale attendersi, un sovrappiù di attenzione e di azione verso il sociale, una qualche formadi ravvedimento rispetto alle inadempienze del passato, da parte dell’amministrazione locale;al contrario, la via d’uscita è stata cercata e trovata in un’accentuazione della delega di granparte delle problematiche e del disagio sociale agli organismi del volontariato, pur sostenuti daun impegno finanziario crescente dell’amministrazione mediante lo strumento delle convenzioni.
http://www.urbanisticatre.it/intervista
Donne e ruoli sociali importanti:
la marocchina Sakina Rharib
Jeune Afrique (Francia)
Traduzione dal francese a cura di A-sud.org
Sakina Rharib, direttrice del Museo di Marrakesh, è una delle marocchine più attive nel campo delle Arti e della Cultura.
E’ nata a Essaouira (ex Mogador) nel 1965 ed è cresciuta a Agadir. Le ingiustizie di cui è stata testimone l’avrebbero spinta a diventare avvocato. Il suo sguardo di bimba si commuoveva di fronte alle sofferenza della povera gente nella fabbrica in cui lavorava suo padre e dove è cresciuta tra donne operaie venute dai diversi punti del Marocco per poter sfamare le loro famiglie.
Oggi Sakina si guadagna da vivere lavorando in un palazzo degno delle mille e una notte. E questo tutto da sola! Non ha sposato alcun principe ricco e fascinoso…
Dopo aver ottenuto il diploma di maturità, non si iscrive a medicina, ma in antropologia, dopo essersi annoiata abbastanza di seguire corsi di spagnolo. Nel 1995, ottiene il Diploma di Scuola Nazionale del Patrimonio a Parigi, prima che, quattro anni più tardi, lo scomparso Omar Benjelloun, fondatore dell’associazione omonima, la chiama per chiederle di dirigere il Museo di Marrakesh, uno dei rari spazi in Marocco in cui si trova arte contemporanea. Da quando ha accettato questa proposta, Sakina impiega tutti i suoi sforzi per moltiplicare le esposizioni e far scoprire ad un pubblico sempre più ampio sia il patrimonio tradizionale che la creazione attuale. Fino al 31 marzo, le antiche cucine di Palazzo Mnebhi ospitano la mostra “Atai – Tè” di Mustapha Bayemaoui.
Il Museo di Marrakesh
Onnipresente sulla scena artistico-culturale, la direttrice del Museo di Marrakesh è all’origine di diverse manifestazioni come il Mese della Foto o i concerti di Ramadan che, dal 2001, allietano Marrakesh, opponendosi a chi vuole che la città color ocra sia solo un volgare polo d’attrazione per turisti in cerca d’esotismo.
Tale è il dinamismo di Sakina che è stata selezionata nel 2004 dal Comitato Khmisa tra le cinque donne marocchine più attive nel campo delle arti e della cultura. Avrebbe meritato di vincere ma il pubblico che, in Marocco come altrove nel mondo, ha un debole per le icone del piccolo schermo, ha preferito consacrare Sofia Essaidi, ex star accademica. Riconoscimento che non può far altro che confermare quanto le azioni condotte da donne (e uomini) come Sakina Rharib siano preziose e necessarie.
www.a-sud.org
Ha ragione Cofferati
Solimano
A Cossiga stanno bene D'Alema, Marini e un po' anche Bertinotti, e stanno male Prodi, Cofferati ed anche un po' Veltroni.
Esattamente come a tutti i voltagabbana intervistati da Sabelli Fioretti.
Il razionale è semplice: danno fastidio quelli che possono spostare voti, vanno bene quelli che i voti non li spostano.
Il vero scopo del trappolone ordito da Cossiga e da altri, vedremo chi, più che Cofferati è Prodi; non a caso Casini, che di Prodi è avversario ma personalmente amico, ha invocato il silenzio sul caso Biagi.
Partiamo di qui: non c'è un caso Biagi, ma un caso Biagi-D'Antona oppure un caso Biagi-D'Antona-Tarantelli. Gli stessi terroristi che uccidono in anni diversi ma con gli stessi obiettivi.
Non si capisce che cosa c'entri con ciò Sergio Cofferati.
Gli argomenti che si adducono sono tre: che Cofferati aveva definito limaccioso il Libro Bianco sul lavoro, che Cofferati aveva tolto il saluto a Biagi e che Biagi in alcune delle sue ultime e-mail parla di minacce da parte di Cofferati.
L'aggettivo limaccioso più ci penso più mi sembra appropriato. Era in corso una operazione per modificare le garanzie dei lavoratori, e questa operazione la si chiamava flessibilità. Si toglieva senza dare nulla in cambio se non un ipotetico futuro in cui le aziende avrebbero assunto più facilmente. Ma di una vera e propria indennità di disoccupazione non si parlava. Un piatto del genere è giusto chiamarlo limaccioso: significa fangoso, un terreno su cui ti avventuri ed in cui rischi di sprofondare.
Il saluto, come lo si dà, lo si può togliere: lo toglierei di tutto cuore a Diego Masi, per cui ho votato alle Regionali la penultima volta e che oggi pimpante fa l'assessore o quelchelè in una giunta della Cdl. O a Ferdinando Adornato, che attualmente aspira a prendere il posto di Elio Vito (sic!). Ognuno ha diritto di scegliere chi salutare e chi no. Treu ha continuato a salutare Biagi, Cofferati no. Al suo posto, nelle condizioni date, avrei fatto lo stesso. Era in corso una triangolazione: Berlusconi-D'Amato-Cisl, l'obiettivo reale era emarginare la Cgil. Difatti, col cosiddetto Patto per l'Italia, il messaggio trasmesso a reti unificate era: 35 organizzazioni hanno firmato, solo una non firma. Quell'una era la Cgil.
I fatti degli ultimi due anni hanno dato ragione alla Cgil: i sindacati hanno ripreso a dialogare fra di loro, l'art.18 non è stato cambiato, D'Amato non è più presidente della Confindustria e chi ne ha preso il posto fa discorsi diversi.
Ma Cofferati e la Cgil sono stati sotto attacco per mesi e mesi; ci fu anche una lettera aperta, firmata da Marco Biagi ed anche da Giuliano Cazzola, Renato Brunetta e tanti altri a favore della cosiddetta flessibilità. Questa lettera fu pubblicizzata, come c'era da aspettarsi, dai giornaloni, in primis dal Corriere della Sera. Era quindi in corso un conflitto in cui il gioco era molto pesante: non mi sono dimenticato che il primo referendum sull'art.18 fu voluto dai radicali e da Confindustria.
Ed a Cofferati ogni giorno venivano riservati insulti di ogni tipo, e pure ironie da parte di cosiddetti amici: il dott. Cofferati (D'Alema) e via andare. Ricordo anche una pedante lezione di almeno venti minuti fattagli da Fassino in chiusura del congresso di Pesaro. E' bene ricordarsi le cose, anche se oggi sembra incredibile che si fosse arrivati a quel punto.
L'obiettivo del Riformista (succedaneo arancione, Cofferati dixit) fin dal primo numero fu di prendersela con Cofferati. Non mi stupisco quindi che abbia tolto il saluto a Marco Biagi, mi stupisco che l'abbia mantenuto a qualche altro.
Minacce? Quali minacce? Possiamo credere che Cofferati abbia fatto come fece Mussolini con Matteotti? Avrà detto meno di un decimo di quello che ha detto ieri Tremonti di Prodi, e sicuramente molto meno di quello che Maroni e Sacconi dicevano di lui in quei giorni.
O vogliamo credere al mandante omicidiario affibbiato da Ferrara all'Unità, come se i terroristi fossero dei fannulloni risvegliati dalle polemiche in TV o sulla stampa?
I fatti reali sono due: che Marco Biagi è stato ucciso dagli stessi terroristi che avevano ucciso D'Antona, e che non aveva la scorta, pur avendola chiesta ripetutamente. Credo che la sua ambizione fosse di svolgere il suo lavoro di consulente del lavoro a prescindere dal governo in carica, senza pegno di appartenenza, e che desiderasse essere riconosciuto come super partes: cosa impossibile, con l'operazione politica di emarginazione della Cgil che era in corso. Il patto Fini-Pezzotta era fresco di lavanderia.
Le reazioni della famiglia. Già, la famiglia ha tutto il diritto di pensarla a suo modo. Noi non abbiamo il dovere di pensarla allo stesso modo. Ed è grottesco che Cossiga si dia da fare in questo senso, proprio lui: si ricordi della famiglia Moro, piuttosto.
Un trappolone. Cossiga partecipa perché vuole schiodare un po' di prodiani bolognesi da Prodi, verso cui è rancoroso quasi come è rancoroso verso Ciampi. Poi c'è Salizzoni (il vice-sindaco di Guazzaloca), e la curia di Bologna, specializzata da tempo in scherzi da prete: quando si trattò di eleggere Parisi nel collegio di Prodi, fecero di tutto per appoggiare Sante Tura, e l'altro giorno il supplemento dell'Avvenire è uscito solo con le domande a Cofferati senza le risposte: poteva aspettarle, no? E' una agitazione del tutto inutile: il voto cattolico a Bologna è spaccato in due come una mela: gli uni e gli altri non si possono vedere tra di loro proprio come i comunisti storici. Un bel risultato, quello ottenuto da vescovi come Biffi e Caffarra. Non si spostano questi voti. Chi vincerà a Bologna dipende da altri voti, che non sono influenzati dal trappolone ordito da Guazzaloca, Salizzoni e dalla curia mandando avanti Cossiga che non chiedeva di meglio. Augurando una bella vittoria a Cofferati direi che è proprio il caso di togliere il saluto a Cossiga. Peccato, era creativo e fantasioso, ma il rancore lo ha fregato.
ulivoselvatico.org
maggio 29 2004
Il laboratorio di Firenze
Più che altro, sembrano dispiaciuti. Sembrerà strano, ma molti dei promotori della lista e della candidatura che si contrapporranno a quella di Leonardo Domenici, attuale e con ogni probabilità futuro sindaco di Firenze, hanno deciso controvoglia di fidare il centrosinistra sul ring che considera vitale: i voti. Sia Ornella De Zordo, la docente di letteratura inglese, che l’urbanista Giancarlo Paba, nonché lo storico Paul Ginsborg, lo stesso “Pancho” Pardi, che sono alcuni tra i fondatori del Laboratorio per la democrazia (il Labdem), essendo noti come “i professori”, hanno lungamente discusso, esaminato altre possibilità, hanno a più riprese votato. E alla fine, a larga maggioranza, hanno deciso di compiere il passo scandaloso. Con diessini e margheritisti di ogni cosa si può discutere, ma le elezioni, quelle no, sono la loro riserva di caccia, secondo la concezione dalemiana per cui è magari bene che “i movimenti” si agitino, ma al dunque i regolatori della società sono loro, i professionisti della politica.
Ma davvero si può discutere, con i “riformisti” del centrosinistra? La verità è che la rottura definitiva è stata causata, almeno è stata questa la conclusione cui sono arrivati i “professori”, dalla totale sordità di Domenici. A cosa? Firenze è una città molto vivace, in cui il Forum sociale europeo del novembre 2002 ha fatto da catalizzatore. E’ stato allora che il Labdem, nato da tempo, quando un gruppo di docenti disse “abbiamo bisogno di più democrazia, ci vediamo in piazza”, e si ritrovarono in folta compagnia (12 mila persone), strinse vincoli con il Forum sociale cittadino, trionfatore del Fse; con la stessa Rifondazione, diretta da un gruppo di giovani e molto vicina al movimento; con le ampie aree “lillipuziane”, cattoliche e non, tra la comunità delle Piagge, quella di don Alessandro Santoro, e giornali come “L’altra città”; con diessini “di base”, come quelli del Quartiere 4, l’Isolotto, dove tra l’altro oggi si sperimentano forme di partecipazione cittadina; con l’Arci delle decine di case del popolo.
Ne nacque una cosa che si chiamò Forum per Firenze, in cui cittadini, associazioni, gli stessi partiti del centrosinistra, tutti insieme, si misero a discutere del “progetto di città che vogliamo”. Dieci tavoli tematici, quattrocento persone impegnate per mesi e, alla fine, un documento di 120 pagine pubblicato dall’Arci, ma in sole 700 copie ormai introvabili. Sarebbe stata una buona base di discussione tra società civile e amministrazione, pensarono tutti, assai soddisfatti. Nel testo, si elencavano i punti su cui ci si aspettava un’apertura: la partecipazione organizzata dei cittadini alle decisioni, magari il bilancio partecipativo e l’adesione al Nuovo Municipio; una moratoria sul mega inceneritore che si vorrebbe costruire a Osmannoro, a Sesto Fiorentino, cioè alle porte della città, con gravi problemi ecologici e per la salute; una ridiscussione dei sette chilometri di tunnel grazie ai quali i treni ad alta velocità dovrebbero attraversare Firenze, con tanto di stazione sotterranea e possibili pericoli alle falde acquifere e alla stabilità dei monumenti; il rifiuto di applicare la legge 30, quella che precarizza il lavoro, nell’amministrazione e nelle società controllate.
Pubblicato il documento, si aspettano risposte.
Viene convocata un’assemblea con il sindaco, con centinaia di persone. Conclusione, Domenici non dice nulla, non apre su nulla. Qualcuno dice perché è già molto sicuro di sé, ha il 70 per cento nei sondaggi, ha dalla sua la Camera di commercio, la Camera del lavoro, la Confcommercio (che si è arresa, dopo i furori del Forum europeo), e insomma tutti i poteri cittadini. Perciò, come del resto avviene in tutta la regione con Rifondazione, se i voti ci sono già, perché perdere tempo con disturbatori della quiete, movimentisti e professori. Secondo altri, specialmente quelli seduti sul confine tra potere locale e Forum per Firenze, i “professori” hanno agito per ripicca, avrebbero dovuto lasciare più tempo a Domenici, e insomma la colpa è di tutt’e due le parti.
La colpa di che? Di rischiare di far perdere Domenici? I “professori”, e anche questo gli viene rimproverato, chiariscono subito che, al ballottaggio, voteranno contro la destra. La quale, per altro, non riesce a trovare un candidato plausibile. Si era offerto Franco Cardini, medievalista assai poco allineato con Berlusconi, ma Forza Italia l’ha rifiutato. Perciò la partita è già vinta. Dunque, ragionano così quelli del Labdem, perché non cercare di affermare un altro punto di vista, che non vuole affatto “prendere il potere”, ma caso mai far crescere la partecipazione e aprirle le porte di Palazzo Vecchio (nome che assume una forte attualità)? D’altronde, dice qualcun altro, Domenici è più dalemiano di D’Alema (difficile), al punto di convocare la manifestazione “bipartisan” del 18 marzo, in cui si è immolato, come presidente dei Comuni italiani, per puro spirito di obbedienza. E il suo modo dirigista, spesso sprezzante, appunto sordo alle sollecitazioni sociali, ha molto dello stile del capo supremo dei Ds: perché, allora, non dargli una lezione, nel momento in cui altri candidati diessino-ulivisti, come Sergio Cofferati, o come la canidata di Arezzo, la senatrice Monica Bettoni (ne parleremo nel prossimo numero), danno mostra invece di voler aprire le orecchie, smetterla con le privatizzazioni, avviare processi partecipativi e trattare da pari a pari con Rifondazione.
Quella di Firenze è senz’altro la vicenda più interessante, in questa tornata amministrativa. Carta la seguirà passo passo, dando voce a tutti. Intanto, Ornella De Zpordo sarà la candidata a sindaco della lista del Labdem e di quella di Rifondazione, e insieme sperano di superare la soglia del 10 per cento, per poter poi avere sufficiente voce in consiglio comunale, anche se Domenici ha già detto, senza che nessuno glielo chiedesse, che non farà alcun apparentamento, tra i due turni (ammesso che non venga eletto al primo). L’Arci si appresta a proporre di votare “per tutte le sinistre”. E tutti i giornali locali, di destra e di sinistra, sono contro i “professori” e Rifondazione. Chissà.
carta.org
Contro Bush - Festa elettronica della Repubblica
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ATTAC ITALIA invita tutte/i i cittadini a partecipare alla FESTA ELETTRONICA
DELLA REPUBBLICA, intasando di email nell'INTERA GIORNATA DEL 2 GIUGNO,
l'indirizzo della Presidenza del Consiglio per ribadire che l'Italia ripudia
la guerra (art.11 della Costituzione) e che la visita di Bush non è gradita.
Messaggio da inviare ai seguenti indirizzi :
BERLUSCONI_S@camera.it
info.notiziedalgoverno@newsletter.palazzochigi.it
notizie@governo.it
Signor Presidente,
Il 4 giugno verrà in Italia su suo invito il Presidente USA Bush, ovvero
il massimo responsabile della guerra all'Iraq, dell'instabilità politica
internazionale e dell'impossibilità di qualsiasi risoluzione internazionale
pacifica.
Viene a ricordare, da aggressore e occupante, i soldati che combatterono
contro il nazifascismo, insultandone la memoria.
Vorrei che Le fosse chiaro che questo invito non è fatto in mio nome e nemmeno
nel nome della stragrande maggioranza del popolo italiano che da sempre
chiede la fine della guerra e il ritiro delle truppe dall'Iraq.
Oggi 2 giugno festeggerò la Costituzione che ripudia la guerra. Per questo
contesterò ogni esibizione e parata militare, offensiva dei valori su cui
è nata la Repubblica.
Il 4 giugno, dovunque sarò, renderò pubblica la mia protesta per l'arrivo
di mr. Bush, la mia vicinanza ai movimenti pacifisti statunitensi, la mia
volontà di pace e di un altro mondo possibile.
Perchè chi fa la guerra non va lasciato in pace.
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Perché le imprese non crescono?
Fabrizio Onida
Le piccole dimensioni si accompagnano sistematicamente a fenomeni tra loro strettamente legati come: minore produttività per addetto, minore retribuzione per addetto (e conseguente minore attrattività per lavoratori con elevati gradi di istruzione e qualifiche), minori investimenti fissi per addetto, minori investimenti in formazione del proprio "capitale umano", minori spese in ricerca, minori investimenti in rete distributiva e assistenza al cliente, minor capacità di affermare e coltivare marchi noti sul mercato, maggior dipendenza da canali indiretti per l’esportazione (e relativo minor "potere di mercato" quando i mercati si fanno fragili e/o fortemente competitivi), minor numero di mercati esteri serviti, minor polmone di risorse umane e organizzative per intraprendere investimenti diretti all’estero quando le opportunità di mercato lo esigerebbero.
E si aggiunga, come in questi giorni riemerge nel dibattito nato intorno alle annunciate strategie di Unicredito, che le piccole imprese sono particolarmente dipendenti dal credito bancario a breve con garanzie patrimoniali del titolare ed elevati costi d’interesse.
I motivi del "nanismo"
Ma perché il nostro paese è così condizionato da questo "nanismo" di imprese?
Ecco alcune risposte, peraltro non esaustive, su cui cerco di intrattenere il volonteroso lettore (se ci sarà!) del saggio che in questi giorni va in libreria per le edizioni del Mulino (Onida 2004).
Primo, troppe imprese familiari che rinunciano alla crescita con apporto di capitale di rischio esterno alla famiglia, per timore di perdere il controllo familiare-dinastico sulla gestione dell’impresa (pur potendo mantenere il controllo della maggioranza del capitale sociale) e –diciamo pure spesso – per timore di essere forzati ad una maggiore trasparenza dei bilanci, con maggiore separatezza fra bilancio di impresa e bilancio familiare (e non sto parlando di Parmalat, peraltro impresa forse troppo cresciuta).
Secondo, i tanto decantati distretti industriali – certo un lato virtuoso della nostra storia economica del dopoguerra – per la particolare specializzazione merceologica e per il peculiare modello organizzativo che li caratterizza, sono in misura crescente sotto attacco competitivo dei nuovi paesi concorrenti nella fascia medio-bassa dei prodotti (quindi perdono occupati e fanno fatica a espandere il proprio volume d’affari).
Le imprese leader dei distretti intraprendono (giustamente) strategie di acquisizione e alleanze extra-distretto, anche all’estero, ma così facendo stimolano sempre meno la crescita del tipico indotto dei fornitori locali. Taluni distretti cominciano a pensare di "delocalizzarsi" a blocchi, ma questa è più una marcia lungo un "sentiero basso" che una proiezione in avanti.
Terzo, già detto (e lo ha sottolineato particolarmente il neo-presidente di Confindustria, Montezemolo), le nostre imprese scommettono troppo poco sulla ricerca e sull’innovazione originale come carta vincente per crescere e vincere sul mercato globale. Si preferisce fare molta (utilissima) innovazione incrementale sul processo e sui prodotti, piuttosto che tentare salti di qualità (e di dimensione) puntando sulla frontiera.
Quarto, quanto appena accennato a proposito dei distretti, vale per la generalità del nostro sistema produttivo: nella competizione internazionale siamo (sempre più negli ultimi venti anni) specializzati in settori e comparti tendenzialmente a crescita media o lenta della domanda mondiale, in settori con forte differenziazione dei prodotti, basse economie di scala e relativamente basso impiego di manodopera ad alto grado di istruzione e alte qualifiche, manodopera che infatti deve cercare lavoro nei servizi, nella finanza o presso le multinazionali estere operanti in Italia (per fortuna ancora operanti, ma da questo lato siamo in crescente concorrenza con altri paesi di destinazione).
Quinto, ma è più un effetto che una causa del "nanismo", abbiamo un cronico ritardo come proiezione multinazionale delle nostre imprese: molti esportatori, ancora pochi investitori (anche se in numero crescente nel nostro "ceto medio" imprenditoriale su cui sono affidate molte sorti del futuro sviluppo del nostro paese.
I fattori ambientali
E infine giocano molti fattori "ambientali", su cui pure non sono mancati i richiami di Montezemolo, e prima di lui del suo predecessore D’Amato e di molti altri (Isae 2003, Oecd 2003): un sistema bancario ancora troppo "localistico" e condiscendente al "multiaffidamento" che de-responsabilizza banca creditrice e impresa debitrice; un mercato finanziario poco aperto al sostegno robusto delle innovazioni rischiose; una borsa di scarso spessore ed elevata concentrazione su pochi titoli dinamici; un diritto amministrativo societario e fallimentare che (in attesa delle riforme recenti e prossime) resta largamente sfavorevole alla mobilità del capitale, alla contendibilità del controllo proprietario, alla difesa degli interessi delle minoranze, alla rapida conclusione dei processi di giustizia civile e amministrativa; un coacervo di interventi di politica industriale inclini a disperdere a pioggia risorse su molti piccoli soggetti (e su categorie dotate di forza lobbistica presso i governi) più che a stimolare lo sviluppo di medie e grandi imprese e di progetti fortemente innovativi; procedure di commesse pubbliche che favoriscono l’offerta di beni e servizi a basso prezzo, ma di dubbia qualità da parte di soggetti imprenditoriali piccoli e fragili; regimi di concessione di servizi locali non certo orientati a incoraggiare una maggiore contendibilità dei mercati.
Per saperne di più
Bersani P.- Letta E., "Viaggio nell’economia italiana", Donzelli, Roma 2004.
Onida F., "Se il piccolo non cresce. Piccole e medie imprese italiane in affanno", Mulino, Bologna 2004.
Isae, "Priorità nazionali: dimensioni aziendali, competitività, regolamentazione", Roma, giugno 2003Oecd, "The
Sources of Economic Growth in Oecd Countries", Paris 2003
Signorini L.F. (a cura di), "Lo sviluppo locale. Un’indagine della Banca d’Italia sui distretti industriali", Donzelli, Roma 2000
lavoce.info
Come la vedono i generali
inviato alle ore 16:57
Torture, bugie, bombe, morti, caos in Iraq sono tutti risultati di una scelta compiuta inizialmente a Washington: quella di sfidare il mondo con una guerra unilaterale, in nome di un imperialismo travestito da crociata democratica. Questa concezione è figlia soprattutto di due persone, i profeti «neoconservatori» del Pentagono: Paul Wolfowitz e Douglas Feith. Sono loro, assai più di Colin Powell, gli uomini che hanno condizionato la politica estera americana (dall’Iraq a Israele) negli ultimi due anni e che più da vicino hanno gestito la preparazione e poi il dopoguerra in Iraq. Per molto tempo, di fronte a Wolfowitz e a Feith, i più hanno chinato la testa. Penso possa essere interessante vedere cosa ne dicono (ora che sono in pensione) di loro e della pianificazione della guerra, i massimi esperti militari del Medio Oriente, cioè gli uomini che hanno guidato il Centcomm, il comando americano nella regione negli ultimi 10 anni, compreso il generale che la guerra in Iraq l’ha fatta.
Joseph Hoar (comandante dal 1991 al 1994): «Paul Wolfowitz è un tipo molto brillante, ma non sa nulla di guerra e, sospetto, ancora meno di operazioni antiguerriglia. Penso che i neoconservatori hanno avuto il loro momento, quando hanno venduto al presidente la necessità di invadere l’Iraq. Adesso – e da un bel po’ a mio avviso – penso sia il momento per un colpo di ramazza per liberarci di questa gente»
Anthony Zinni (1997-2000): I neocon hanno sequestrato la politica estera americana. «Prima e dopo la guerra, ho visto, come minimo, veri errori, negligenza, irresponsabilità; al peggio, menzogne, incompetenza, corruzione».
Tommy Franks (2000-2003): «Feith è la persona più maledettamente stupida sulla faccia della terra».
Il quarto comandante del Centcomm non ha aperto bocca, anche perchè presidente di una società che fa affari con il Pentagono
www.kataweb.it/kwblog/page/MRTBD/
L’operazione dei Nas in corso in queste ore contro il traffico e l’assunzione del doping dimostra che nello sport professionistico questa pratica è tutto tranne che debellata. Per questo la guardia deve rimanere alta.
Ma l’attenzione di forze dell’ordine, magistratura e mondo dello sport deve rimanere alta soprattutto perché la diffusione del doping continua ad insidiare lo sport di base, praticato da milioni di italiani.
L’Italia pochi anni fa si è dotata di una legge seria, fortemente voluta dal Governo dell’Ulivo, destinata a punire chi alimenta il traffico ed a tutelare la salute di chi pratica sport a tutti i livelli e la trasparenza delle manifestazioni sportive.
Ma nel corso degli ultimi due anni chi doveva garantire quanto alla corretta ed efficace applicazione della legge non ha svolto in maniera totalmente adeguata le proprie funzioni. Al contrario, abbiamo sentito spesso esponenti di Governo, a partire dal Sottosegretario ai Beni Culturali, Mario Pescante attaccare la legge e proporre la cancellazione di alcune norme, prima tra tutte quella relativa alla responsabilità degli atleti.
Ci auguriamo che i fatti di questi giorni facciano definitivamente considerare superati questi atteggiamenti errati. La dura lotta contro il doping ha chanches di successo solo se tutti i protagonisti del mondo dello sport, a cominciare dal Governo, si assumono con trasparenza e seriamente le proprie responsabilità. Altrimenti è solo una battaglia fatta di vuote parole”
giovannamelandri.it
Ferrara e Feltri stanno per dimettersi. O no?
di Pino Nicotri
Hanno chiesto le dimissioni del direttore de L'espresso per un servizio fotografico rivelatosi falso. Di sicuro quindi si dimetteranno loro, visto che per mesi e mesi hanno avvalorato le panzane di Bush&C riconosciute come tali dalla stessa stampa americana, che ha infatti chiesto scusa ai lettori.
Non tutte le ciambelle riescono col buco. E due gentiluomini come Giuliano Ferrara e Vittorio Feltri sicuramente ne sapranno trarre le conseguenze. Quindi, se non l’hanno già fatto, si dimetteranno di corsa dalla direzione dei rispettivi giornali.
I quotidiani del 27 maggio ci hanno informato che la stampa americana ha chiesto scusa ai propri lettori per avergli propinato le balle colossali di Bush&C senza prima sottoporle al vaglio di una adeguata verifica. Avere bevuto e avvalorato le frottole di BB (Bush-Blair) ha facilitato il ricorso a una guerra che finora ha prodotto tra i 15 e i 20 mila morti, quasi tutti iracheni. La stampa americana si porta cioè sulla coscienza una responsabilità non da poco. Però almeno lo ammette, e in questo si dimostra onesta e capace di anticorpi.
Notiamo, per inciso, che le balle di Bush sono un vero e proprio tradimento verso il suo popolo, roba quasi da corte marziale visto che è anche il comandante in capo delle forze armate! In ogni caso si tratta di una colpa ben più grave della mezza bugia di Clinton sui servizietti orali della Levinsky. O no? Se Clinton ha rischiato l’impeachment per così poco, Bush, che ha mentito a tutti i suoi compatrioti in blocco pur di trascinarli nella guerra all’Iraq, dovrebbe rischiare direttamente la corte marziale e il licenziamento in tronco.
Ma queste sono quisquilie. Veniamo invece a noi. O meglio: a loro, a Crik e Crok. Se non erro, Feltri (Crick) e Ferrara (Crok) fanno parte della allegra brigata dei direttori nostrani che hanno contribuito ad avvalorare le frottole made in Usa e made in Cia. Ce lo siamo dimenticato lo spirito guerriero del samurai formato sumo Ferrara Giuliano? Forse che i 20 carabinieri (con il contorno di qualche centinaio di iracheni) non sono morti anche a causa di una guerra intrapresa e supportata a furor di balle sbattute in prima pagina e ripetute in quelle successive?
Pochi giorni or sono Ferrara e Feltri hanno chiesto a gran voce le dimissioni del direttore de L’espresso perché vittima di una mezza “sola” fotografica. E’ evidente quindi che loro, due specchiate persone per bene, si dimetteranno di corsa, visto che di “sole” ne hanno avvalorato a centinaia. Sono stati infatti tra i maggiori assertori e propalatori (per mesi e mesi, non in un unico numero) di quelle stesse “notizie” che la stessa stampa americana oggi riconosce essere state talmente false da dover chiedere scusa ai lettori per il prolungato bidone. Bidone grondante sangue. Molto sangue.
Ripeto: a dire queste cose è la stampa americana, non i “mandanti linguistici” alla Colombo e Tabucchi, per usare termini cari a Ferrara. La stampa americana ci dice, di conseguenza, che anche Ferrara e Feltri ci hanno propinato mesi e mesi di polpette avvelenate. Loro quindi sono tra i mandanti giornalistici della tragedia irachena. O no?
Ma può esserci di peggio. Qualche quotidiano americano comincia ad avanzare perfino il sospetto che il povero loro concittadino decapitato non sia stato affatto ucciso da fanatici musulmani, bensì da filoamericani ben decisi a suscitare l’orrore dell’Occidente con il famoso video. Sì, proprio il video dal quale il buon Feltri e l’ottimo Ferrara hanno tratto qualche fotogramma da sbattere in prima pagina. A fin di bene, naturalmente.
Beh, se anche quest’ultimo sospetto (della stampa americana, non musulmana o comunista…) si dovesse rivelare fondato, a Feltri e Ferrara non resterebbe che fare hara-kiri. Ci basta che si dimetta, assieme a Feltri, a partire da domani mattina, visto di cosa la stampa americana, accusando se stessa, accusa di conseguenza anche loro.
Ma noi siamo sicuri: due uomini d’onore coerenti come loro, uomini e giornalisti tutti d’un pezzo, si dimetteranno di sicuro senza neppure il bisogno di doverglielo stare a chiedere. Anzi, chissà, magari l’hanno già fatto e noi non ce ne siamo accorti. O no?
Pino Nicotri
www.ilbarbieredellasera.com
Russia: Niet a Kyoto?
Presto la Russia dovrà decidere se ratificare il protocollo di Kyoto, che, per ridurre il riscaldamento globale, impone ai paesi sviluppati di diminuire le emissioni di anidride carbonica e di altri “gas serra”, prodotti dall’impiego di combustibili fossili. La Russia ha il potere di far saltare l’accordo, stipulato nel 1997.
Con il film di prossima uscita “The Day After Tomorrow-L’alba del giorno dopo”, Hollywood riproduce i possibili effetti catastrofici del riscaldamento globale, inclusi onde anomale, grandinate e tornadi. Gli ambientalisti hanno accolto con entusiasmo questo film, ritenendolo un mezzo che finalmente porterà all’attenzione del pubblico la questione dei cambiamenti climatici. Tornando al mondo reale, c’è in atto, sebbene in modo non così drammatico, un vero e proprio sommovimento che riguarda i cambiamenti climatici terrestri e il futuro del pianeta.
Presto la Russia dovrà decidere se ratificare il protocollo di Kyoto, che, per ridurre il riscaldamento globale, impone ai paesi sviluppati di diminuire le emissioni di anidride carbonica e di altri “gas serra”, prodotti dall’impiego di combustibili fossili. La Russia ha il potere di far saltare l’accordo, stipulato nel 1997. Affinché il patto possa entrare in vigore bisogna che sia ratificato dai paesi sviluppati le cui emissioni rappresentano il 55% del totale globale: se la Russia – che produce il 20% di CO2 che si scarica nell’ambiente – si dissocia, farà naufragare il trattato.
Gli Stati Uniti, che da soli emettono il 30% dei gas serra, si sono già dissociati dall’accordo. La Russia deve ora decidere se, come per gli Stati Uniti, il rischio economico di sottoscrivere gli standard di Kyoto sia troppo alto, o se i benefici ambientali ne varranno la pena. Il presidente russo Vladimir Putin avrà tempo fino al 20 maggio per farsi consigliare dalle sue agenzie di stato riguardo il da farsi, ma finora non sembra che queste gli stiano rendendo la scelta facile.
Il patto di Kyoto richiede che entro dieci anni i paesi sviluppati riducano le emissioni di “gas serra” del 5,2% rispetto ai livelli del 1990. Gli scienziati prevedono da tempo la pericolosità di un aumento di tali gas: questi infatti possono produrre un considerevole riscaldamento della Terra, che di ritorno potrebbe causare cambiamenti ambientali potenzialmente disastrosi come violente tempeste, desertificazione e scioglimento delle calotte polari, causando l’innalzamento del livello del mare che potrebbe sommergere le regioni costiere. Oltre 100 paesi hanno già approvato gli statuti di Kyoto, ed insieme producono circa il 40% delle emissioni di CO2.
Non è chiaro cosa la Russia deciderà di fare. Il Christian Science Monitor riporta che “tra la comunità scientifica russa sembra che il riscaldamento globale sia uno stato di fatto e che l’industrializzazione in incremento ne sia il probabile colpevole.”
Alexander Bedritsky, capo del Servizio di Monitoraggio Meteorologico ed Ambientale del governo russo dichiara al CSM: “Negli scorsi 30 anni i nostri inverni sono diventati progressivamente più caldi. Ne è la conseguenza più allarmante il riscaldamento delle nostre zone di permafrost, dove un cambiamento di uno o due gradi potrebbe far sciogliere il suolo ghiacciato e minacciare case, strade e condutture.”
I funzionari dell’Unione Europea sperano che la Russia firmi – e lasciano intravedere la possibilità per la Russia di diventare membro dell’Organizzazione Mondiale per il Commercio, nella speranza di riuscire a contrattare la firma. E’ fissato per venerdì a Mosca un summit tra Russia ed Unione Europea, durante il quale ci si aspetta che la delegazione europea riaffermi il suo forte supporto alla ratifica di Kyoto.
D’altra parte Putin non sembra mostrare un forte interesse riguardo il riscaldamento globale. Durante una conferenza sui cambiamenti climatici tenutasi a Mosca lo scorso novembre, Putin ha scherzosamente affermato che un forte aumento della temperatura avrebbe potuto giovare alla freddolosa Russia: “Se ci sarà un maggiore riscaldamento della Russia, potremo spendere meno soldi in pellicce e i nostri raccolti di grano aumenteranno”.
Cosa ancor peggiore per i sostenitori di Kyoto è che venerdì scorso l’Accademia delle Scienze russa ha annunciato di ritenere poco fondate le basi scientifiche del Protocollo, e che la firma del trattato potrebbe essere disastrosa per la loro economia. Secondo loro, in conclusione, anche se si dovesse arrivare alla firma, ciò sarebbe di ben poca utilità per fermare i cambiamenti climatici. In pratica si afferma che il protocollo non raggiunge gli obiettivi della Framework Convention on Climate Change [Convenzione Intergovernativa sui Cambiamenti Climatici] delle Nazioni Unite.
L’Accademia delle Scienze afferma che i costi di riduzione delle emissioni di CO2 metterebbe a repentaglio il proposito di Putin di duplicare il Prodotto Interno Lordo della Russia nei prossimi dieci anni. Secondo gli scienziati russi “per un paese freddo come la Russia” il riscaldamento globale potrebbe sortire effetti positivi, come la diminuzione dei costi di riscaldamento e di trasporto.
Andrei Illarionov, consigliere economico di Putin e in Russia uno dei più espliciti oppositori a Kyoto sostiene che la firma del trattato causerebbe un “olocausto economico per la Russia” e che le basi scientifiche sono “profondamente incrinate”. Di fronte al pubblico intervenuto giovedì a Londra presso la Energy Policy Unit [Unità per le Politiche Energetiche] dell’ Adam Smith Institute, Illarionov si è così pronunciato:
“Il Protocollo di Kyoto è una seria minaccia per l’umanità. I paesi industrializzati che hanno adottato le restrizioni sulle emissioni di carbonio previste da Kyoto hanno avuto dei tassi di crescita economica significativamente inferiori a quelli dei paesi industrializzati che non le hanno adottate. La crescita economica media nel periodo 1997-2003 in 11 nazioni sviluppate non aderenti al Protocollo, inclusi Taiwan, Hong Kong, Singapore, Corea del Sud, Australia, Israele, Cipro e Stati Uniti, è stata del 3,1% contro l’ 1,7% della crescita annuale del PIL in 17 paesi favorevoli a Kyoto [15 dell’ UE, Canada e Giappone].”
In più la Russia è irritata da quella che crede sia “discriminazione” nel determinare la propria eleggibilità a nazione sviluppata. Gli scienziati affermano che le altre nazioni trattano la Russia come se questa fosse ancora l’URSS nel 1990, uno stato altamente industrializzato responsabile di un quinto delle emissioni mondiali di CO2. Ma Illarionov sostiene che la Russia ha in realtà una economia in via di sviluppo, così come la Cina, e che dovrebbe essere esentata da Kyoto. Illarionov ha dichiarato:
“Il Protocollo di Kyoto è discriminante nei confronti della Russia. Il nostro paese, le cui emissioni di gas serra in realtà rappresentano al momento il 6% del totale, dovrà attuare delle riduzioni, mentre la Cina, le cui emissioni rappresentano il 13%, non ha obblighi e gli Stati Uniti, con un terzo delle emissioni li ha completamente respinti.
Che farà Putin?
Peter Lavelle, un analista finanziario indipendente che vive a Mosca e che scrive su United Press International, prevede che molto probabilmente Putin non firmerà l’accordo di Kyoto:
“La resistenza a Kyoto riscontrata tra le comunità economica e scientifica sembra essere fuori posto, e comunque, sottovaluta il futuro della crescita economica in Russia. La sottoscrizione di Kyoto mette in pericolo l’intenzione di Putin di accelerare l’economia. Riorganizzare le basi dell’industria russa significa necessariamente un uso rinnovato e notevolmente incrementato dei combustibili a base di carbonio. La Russia può essere reindustrializzata e postindustrializzata con gas naturale, una risorsa di cui il paese è molto ricco.
E’ molto probabile che Putin dirà “Niet” a Kyoto. Poiché i suoi scienziati concordano nel ritenere il riscaldamento globale un problema a lungo termine, sarebbe interessante conoscere quale sia il guadagno a breve termine che Putin si aspetta.
Tradotto da Valeria d'Angelo per Nuovi Mondi Media
Fonte: http://www.motherjones.com/news/dailymojo/2004/05/05_525.html
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Prima che arrivi the day after tomorrow
In occasione della prima mondiale del film che negli Stati Uniti sta già facendo tremare l'amministrazione Bush per aver stracciato il protocollo di Kyoto, “The day after tomorrow”, Legambiente davanti alle sale cinematografiche di alcune città italiane raccoglierà le firme per le petizione "Io cambio clima", per fermare l’effetto serra tramite alcune misure concrete e subito realizzabili capaci di abbattere le emissioni.
Lo scenario realizzato da Roland Emmerich, il regista del kolossal, tratta di una nuova età delle glaciazioni provocata dall’effetto serra, della devastazione di Roma e Mosca, Rio de Janeiro e Nuova Delhi, e naturalmente del rischio di estinzione dell’umanità.
“Ma il film, al di là degli scenari apocalittici – spiega Roberto Della Seta, presidente di Legambiente – è anche una durissima critica alla politica americana sui temi dell’ambiente. Non è un segreto infatti che il modello di sviluppo, i consumi energetici e le conseguenti emissioni di gas climalteranti, imposti dal nostro stile di vita incidono pesantemente sulla salute della terra. Oggi più che mai – conclude Della Seta - l’accettazione di misure incisive per curare la febbre del pianeta, mette tutti davanti a un bivio: o i governi, le forze politiche, i sistemi economici, gli stessi consumatori si muoveranno in fretta per fermare l’aumento delle emissioni che stanno alterando il clima, oppure tra pochi anni dovremo fronteggiare non più una minaccia, ma una drammatica realtà”.
L’Italia, nonostante abbia sottoscritto il protocollo di Kyoto, ha seguito un percorso opposto rispetto alla media europea e alle principali economie: mentre la media europea segna una riduzione del 10% dei consumi energetici per unità di valore aggiunto nel periodo 1990-2000, in Italia si registra un incremento del 3% dei consumi energetici. E per raggiungere l’obiettivo di riduzione di emissioni di “gas serra” del 6,5% fissato per il nostro paese entro il 2010, non solo non si è fatto nulla, anzi, si è registrato un incremento negli ultimi anni di più 7,1%.
Ma secondo Legambiente poche azioni ma efficaci, consentirebbero di raggiungere l’obiettivo di ridurre del 6,5% le emissioni di CO2, riducendo da oggi al 2020 del 50% la nostra dipendenza dal petrolio e facendo risparmiare al nostro Paese oltre 75 miliardi di euro.
L’associazione ambientalista quindi porterà le sue proposte davanti ai cinema italiani, e sottoforma di petizione inviterà i cittadini a chiedere al governo italiano tutte le misure utili ad abbattere le emissioni di gas serra, combattere l’inquinamento atmosferico e la dipendenza dal petrolio.
quintostato.it
Bluff umanitario
Il comando italiano manda nuovi mezzi blindati per «pacificare»
Dopo gli avvenimenti dell' ultimo mese, e in vista per il passaggio di poteri previsto per il 30 giugno periodo considerato «particolarmente critico», il comando italiano ha pensato bene di rafforazare la «capacità protettiva» del contingente italiano di stanza a Nassiriya. Lo ha confermato il capo di stato maggiore della difesa, ammiraglio Giampaolo Di Paola, a Civitavecchia per partecipare ad una esercitazione della Nato. «Visti gli ultimi episodi - ha spiegato Di Paola - quanto riferito dai comandanti in teatro e soprattutto della generale evoluzione dello stato di tensione, e tenuto conto che ci avviciniamo ad un periodo particolarmente critico quale è quello della transazione il contingente italiano ha giustamente e molto ragionevolmente cercato di rafforzare le capacità protettive sul terreno». Nella pratica, sono stati aumentati i mezzi protetti e blindati. «Abbiamo mandato - ha detto il capo di stato maggiore della Difesa - una maggiore componente di mezzi cingolati Vcc e una componente di mezzi blindati Dardo che andrà a Nassiriya nei prossimi giorni e avrà il suo battesimo operativo». Nessuna decisione, invece, è stata presa sull' invio degli elicotteri Mangusta. «Per il momento la situazione degli elicotteri resta immutata - ha detto Di Paola - non abbiamo preso alcuna decisione in merito ad una eventuale evoluzione». Ma, ha aggiunto, «qualunque missione si adatta nel tempo a seconda delle circostanze», non escludendo di fatto un futuro invio dei Mangusta. Prevenendo le critiche all'iniziativa, il sottosegretario alla difesa Filippo Berselli (An) ha specificato che il contingente italiano «non è andato in Iraq da pacifista, ma da pacificatore. Le due cose sono ben diverse, e ciresteremo finché non ci saranno le condizioni di sicurezza necessarie per le tre etnie, quella sciita, quella sunnita e quella kurda». Secondo Berselli, «l'Italia non si può ritirare dal fronte della guerra, perché sarebbe un tradimento nei confronti di chi è caduto per quei valori, che gli stessi italiani hanno riscoperto all'indomani della tragedia di Nassiriya».
ilmanifesto.it
La voglia di stravincere
e il timore della sconfitta
di MASSIMO FRANCO
dal Corriere - 29 maggio 2004
Il congresso si sta rivelando meno rituale di quanto non appaia. Fra lazzi, invettive, recriminazioni, Silvio Berlusconi sta abbozzando giorno dopo giorno l’ultima fase della legislatura. Dire che porge la propria analisi agli alleati e aspetta la loro risposta sarebbe troppo. Più semplicemente, il presidente del Consiglio tende a imporla come imperativo del dopoelezioni Europee. Evoca uno scenario di guerra parlamentare con l’opposizione. Avverte che il governo dovrà chiedere la fiducia sulle leggi «tutte le volte che lo riterrà opportuno», archiviando qualsiasi orizzonte di dialogo. Ma le sue parole suonano anche come brusco richiamo alla disciplina per il resto del centrodestra. L’irritazione verso An e Udc, che il primo giorno era come repressa, controllata, ieri è stata offerta in regalo ai berlusconiani radunati ad Assago. Berlusconi ha rilanciato ruvidamente la strategia del 51 per cento: il suo obiettivo è la maggioranza assoluta nel Paese a Forza Italia. «Il mio torto, il nostro torto» si è lamentato «è quello di non avere avuto il 51 per cento dei consensi». Altrimenti, ha sostenuto, la riforma fiscale già sarebbe stata fatta. Le lentezze dipenderebbero dal fatto che «siamo una coalizione dove chi, come noi, ha il 29,8 per cento, conta come chi ha una cifra molto inferiore di voti».
Stavolta, però, Berlusconi non parlava al partito, ma direttamente agli elettori. E’ a chi lo ha fatto vincere nel 1994 e nel 2001 che sembra chiedere consensi ancora più larghi. A loro dice: chi mi vota pagherà meno tasse: e, se mi date il 51 per cento, potrò finalmente farvi felici. L’impressione è che il capo del governo sappia che quel traguardo oggi gli è precluso. Ma, forse, la traduzione nella realtà del suo messaggio è un risultato dignitoso alle Europee: una percentuale che cancelli la sensazione di una stella al tramonto.
Le reazioni della maggioranza tendono a dare per scontato un dopoelezioni che diventerà l’ennesimo braccio di ferro. L’Udc sta attenta a non rompere, ma il segretario Marco Follini ricorda a Berlusconi che «l’armonia della coalizione viene prima del 51 per cento dei voti a FI». E An affida al capogruppo Gianfranco Anedda parole al cloroformio, che cercano di dirottare sulla sola opposizione gli avvertimenti berlusconiani. Gli unici a dirsi pronti ad assecondare lo scenario additato da Palazzo Chigi continuano a essere i leghisti. «Con questa oppposizione non si può dialogare e meno male che Berlusconi se n’è accorto» taglia corto Roberto Calderoli.
Eppure, fa pensare l’insistenza con la quale il presidente del Consiglio ruba la scena agli altri personaggi di FI. E’ figlia del suo protagonismo debordante; ma anche del sospetto di non essere capito, di trovarsi in svantaggio davanti alle polemiche demolitorie della sinistra. «Visto che ci accusano di fare solo propaganda, per una volta diamogli ragione» ha arringato i suoi. Il motto, lo slogan del congresso, a suo avviso, dev’essere facile quanto da sogno: «Se vuoi pagare meno tasse vota FI».
E’ una strategia che ieri mattina ha trovato una sponda caustica in Giulio Tremonti. Il ministro dell’Economia ha attaccato generosamente il presidente della Commissione Ue, Romano Prodi, e la politica di Bruxelles, riscuotendo gli applausi rabbiosi dei berlusconiani e le reazioni furibonde del centrosinistra. Eppure, quell’idea di chiedere la fiducia «quando la maggioranza ha 87 voti di scarto alla Camera e 50 al Senato», ricorda il diessino Violante, significa che qualcosa non va.
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Ds Milano - Rassegna stampa
Nuovi linguaggi?
di Bianca Cerri
28 May 2004
Tanti anni fa, sentendo per la prima volta parlare di “fuoco amico”, la povera e sprovveduta cronista si convinse che l’espressione si riferisse ad armi caricate a salve. Quando una collega bene informata le spiegò che il “fuoco amico” è in grado di ammazzare né più e né meno quanto il fuoco nemico, l’ingenua cronista si ripromise di non farsi mai più cogliere di sorpresa mantenendo costantemente aggiornato il proprio campionario di frasi studiate appositamente per gabbare il pubblico.
Un tempo, costruire parole per falsare il significato era considerato una bruttissima abitudine, nonché una pratica professionalmente scorretta. Di questi tempi, esistono invece persino esperti del “doublespeak” che vengono profumatamente pagati per far scrivere ai giornalisti cose di cui nessuno capirà nulla.
Ad esempio, quanti di noi, se fermati davanti ad una bancarella del mercato rionale, saprebbero spiegare ad un giornalista che la paura dell’effetto “boomerang” è in fondo soltanto la paura che le armi costruite negli Stati Uniti colpiscano proprio gli Stati Uniti?. Non parliamo poi del “doublespeak” per pochi iniziati, quello che si parla solo fra pochi eletti ma esclude il rimanente 99% della popolazione mondiale. Nella malaugurata ipotesi che scoppi una guerra, le cose si complicano ancora di più.
Persino i pochi eletti hanno spesso problemi a capirsi tra loro, figuratevi cosa capita agli altri. Ad esempio, molti si sono sentiti in difficoltà vedendo le foto dei prigionieri torturati dai militari americani ad Abu Ghraib. E’ bastato però che la stampa spiegasse che si trattava di “combattenti illegali” perché alcuni tirassero un sospiro di sollievo. A chi si meravigliava apprendendo dell’esistenza di nuovi mercenari nelle zone di guerra, è stata restituita la tranquillità spiegando che quegli uomini dalle mansioni poco chiare erano “agenti di sicurezza”.
Dietro ai nuovi linguaggi si cela l’intenzione di togliere alle parole anche l’ultima parvenza di significato. In politica, ad esempio, il “doublespeak” o, per alcuni, il “newspeak” è divenuto un accessorio senza il quale è meglio abbandonare ogni speranza di andare al Parlamento. Ad esempio, per assicurarsi la vittoria, molti candidati italiani alle prossime elezione europee si guarderanno bene dall’accennare alla presenza italiana in Iraq. Quando proprio non potranno tirarsi indietro, ricorreranno al “doublespeak”.
Forza Italia, già da tempo, ha raggruppato nel termine “comunista” qualsiasi individuo, organizzazione o governo che si opponga alla sua egemonia. I semplici attivisti in lotta contro la globalizzazione sono da tempo divenuti “criminali estremisti”. Aspettatevi di tutto. In bocca a Berlusconi e ai suoi associati la lingua italiana riuscità ad intorpidire sino a renderlo inintelligibile qualsiasi argomento: tasse, fecondazione assistita, congedi per maternità, ambiente, scambi commerciali, piazza Tienammen, ecc.
Una vera e propria Guernica dialettica, tesa a nascondere quanto è profondo il nulla.
Bianca Cerri
b.cerri@reporterassociati.org
Risposta ad Avvenire
di (fsg)
Ad Avvenire non è piaciuta la nostra iniziativa di pubblicare la “lettera aperta” indirizzata ai vescovi italiani da un gruppo di cattolici di base.
La lettera chiede ai pastori di uscire dal silenzio su alcune grandi questioni che chiamano in causa valori e principi etici come la guerra e la pace e il degrado delle nostre istituzioni, con «grave rischio - si legge nel documento - della democrazia e del patto solidaristico sancito dalla Costituzione ». In pochi giorni, circolando nella semiclandestinità di qualche sito internet, la lettera ha raccolto centinaia di firme. Alcune di personalità note per il loro impegno. Altre di semplici credenti: parroci (per lo più del nord d’Italia), sacerdoti, laici. Abbiamo scelto di pubblicare i nomi per testimoniare la mancanza di ogni intento strumentale nell’iniziativa.
Che non è l’unica. In queste settimane, infatti, soprattutto sulla questione della guerra e della pace, altri gruppi hanno scritto ai loro vescovi, con le stesse motivazioni. Con la stessa esigenza e la medesima domanda di “radicalità” evangelica.
Avvenire ci attacca, bollando la nostra scelta come «politichetta». Liberi di farlo, naturalmente. Tuttavia a noi sembra un atteggiamento inutilmente aggressivo, che forse nasconde quella che volgarmente si chiama “coda di paglia”. Ci saremmo aspettati, infatti, che a pubblicare la lettera fosse stato proprio Avvenire. Magari aprendo un dibattito a più voci, come nei mesi scorsi ha fatto Jesus, o anche criticando alcune delle tesi contenute nel documento. Ma riconoscendo diritto di parola a chi, nella comunità ecclesiale, esprime un dissenso, una sensibilità diversa, un disagio. E lo fa con rispetto, serenità e amore per la Chiesa. Che non è solo della gerarchia, o della Conferenza episcopale.
O di Avvenire. Ma anche dei laici. Anche di quelli che, da cristiani, fanno i giornalisti. E perfino di quelli che si occupano di politica e che, solo per questo, non meritano di essere giudicati attraverso il sospetto di voler piegare sempre tutto - anche i temi più grandi e impegnativi - agli interessi di bottega. O alla “politichetta”.
Comunque, visto che quella lettera, interessante e importante, Avvenire non l’ha pubblicata, siamo contenti di averlo fatto noi. Con educazione, ma senza timidezze.
europaquotidiano.it
Caro euro: la Commissione Ue replica a Berlusconi
REDAZIONE
Il governo italiano "non è stato in grado di governare la dinamica dei prezzi. La smetta di scaricare altrove le responsabilità" del caro euro.
Così la commissione europea ha replicato al presidente del Consiglio, che recentemente era tornato ad attribuire alla moneta unica la responsabilità dell'inflazione.
Marco Vignudelli, portavoce del presidente Romano Prodi, ha deciso di prendere carta e penna per replicare al capo del Governo italiano, ed ha così diffuso un comunicato al vetriolo.
"Come è noto - ha scritto Vignudelli - si sono verificati problemi sui prezzi, in seguito all'introduzione dell'euro, solo in due Paesi uno dei quali è l'Italia, che non ha fatto o non ha voluto fare i necessari controlli. Quindi, se per scelta o per incapacità questo Paese non è stato in grado di governare la dinamica dei prezzi, la smetta di scaricare responsabilità altrove".
www.centomovimenti.com
Strani risvegli sotto le torri
L’omicidio di Marco Biagi porta con sè un indefinibile strascico di accadimenti e dichiarazioni, sui quali vale la pena riflettere un pò.
Le più recenti affermazioni portano l’autorevole firma di Francesco Cossiga, il quale durante una sua rapida visita a Bologna, ha espressamente confessato che lui, votasse sotto le Due Torri, non concederebbe mai la sua preferenza al candidato Cofferati, reo di aver definito illo tempore D’Antona e Biagi due “traditori”: ne va del rispetto al giuslavorista assassinato. Ora, vi sono alcune considerazioni da fare.
Innanzi tutto bisogna avere l’onestà di collocare la citazione utilizzata nel suo contesto originario. Parlando di diritti dei lavoratori durante un’assemblea sindacale, l’allora segretario della CGIL faceva riferimento al tradimento di alcuni punti determinanti sui quali si era trovata una base concreta e costruttiva di dialogo cui in seguito, per diverse sollecitazioni di carattere politico, D’Antona prima, e Biagi poi, vennero meno. Ma delle stravaganti e utilitaristiche esternazioni del “presidentissimo” Cossiga eravamo già abbondantemente abituati.
Ciò che invece stupisce è la reazione dei familiari dell’autore del “Libro Bianco”, da due anni coerentemente chiusi in un rispettato silenzio, questa volta però interrotto per dare conforto alle parole di Cossiga, sostenendo pubblicamente che anche loro, alle prossime elezioni, non voteranno Cofferati.
Ora, pur tenendo in considerazione gli eventuali errori verbali che l’ex sindacalista può aver colpevolmente commesso durante quella assemblea o in altre occasioni, e senza entrare nel merito di scelte politiche intestine alla sinistra (proprio Cofferati doveva essere sacrificato in una impresa elettorale già di per sè complicata?), alcuni interrogativi emergono con una certa preoccupazione.
Per esempio come mai la vedova Marina Biagi abbia deciso di schierarsi, dato che una dichiarazione del genere a tre settimane dalla consultazione non corrisponde ad altro che a uno schierarsi, più o meno voluto.
C’è poi da chiedersi a questo punto per chi deciderà di votare la famiglia Biagi: forse opterà per l’astensione, visto che appare francamente impossibile da credere una preferenza a favore di un candidato, l’attuale sindaco Guazzaloca, rappresentante di una coalizione che per bocca del suo Ministro dell’Interno, in quei giorni giudicò il povero economista italiano nientemeno che "un rompicoglioni", testualmente inteso. E non a caso, la famiglia rifiutò i funerali di Stato, anche perchè la motivazione del rifiuto istituzionale alle reiterate richieste di una scorta, inspiegabilmente tolta a Biagi qualche tempo prima, non fu mai veramente spiegata da nessuno.
Al di là di tutto questo, sarebbe poi bello, un giorno, riuscire a comprendere qualcosa di più anche della morte di un certo Michele Landi, trovato suicidato nella sua casa di Palestrina, a poche settimane dall’omicidio del 19 marzo 2002.
Michele Landi, per chi non lo sapesse, era l’uomo di assoluta fiducia a cui Biagi affidava tutto il settore informatico della sua professione, e che aveva scoperto in poche ore la provenienza del documento di rivendicazione dell’omicidio del suo capo.
Naturalmente, l’abitazione di Landi fu subito posta sotto sequestro, i suoi file immediatamente sigillati e portati in Questura, l’inchiesta archiviata nell’aprile dello scorso anno. Fu suicidio...
Apparentemente l'unico a non crederci il suo amico, il Colonnello del GAT della Guardia di Finanza Umberto Rapetto - casualmente ghost writer per Beppe Grillo - fu zittito e destinato ad altro incarico e da allora è sparito dalle cronache mondane e giornalistiche che assiduamente frequentava con un certo successo.
Chissà se Cossiga ha qualcosa da dirci in merito, lui che di misteri se ne intende.
[***]aprileonline.info
Kossovo: Harry Holkeri non è Harry Potter
All’inizio del suo mandato circolava una vignetta su Holkeri: per risolvere i problemi del Kossovo dovrebbe essere Harry Potter, il titolo. Ma Holkeri non è riuscito a fare nessuna magia …
Da Pristina scrive Alma Lama
Quando Harry Holkeri e’ stato nominato amministratore del Kossovo, non c’era nessun dubbio sulla sua personalità, anzi. La maggior parte degli analisti del Kossovo si é chiesta: può un uomo di 67 anni affrontare un problema così complesso come il Kossovo? Aveva ragione. Le dinamiche di quanto avvenuto lo hanno piegato. L’amministratore finlandese che non è riuscito ad arrivare in fondo al suo mandato.
E’ stata una sua colpa? Non completamente, anche perché Holkeri non ha avuto il tempo e la possibilità di capire fino in fondo l’ ”arena balcanica”, piena di conflitti e contraddizioni. Nelle redazioni dei media e anche negli uffici delle varie istituzioni, quando Holkeri è stato nominato amministratore, circolava una vignetta che raffigurava Harri Holkeri come Harry Potter. Il titolo: ci vuole la magia per risolvere i problemi del Kossovo. Chi può dire che l’autore del disegno non avesse ragione?
Harry Holkeri è finito in ospedale per il peso derivante da un’agenda molto intensa e per questa ragione ha dato le dimissioni. Un quotidiano finlandese spiegava le dimissioni di Holkeri con lo scontento crescente da parte della comunità internazionale sulle reazioni dell’ SRSG agli avvenimenti della scorsa primavera: troppo lente e indecise. Invece un quotidiano kossovaro titolava: “UNMIK, nuoce alla salute” proprio come si scrive sulle scatole di sigarette.
Fonti confidenziali dicono che la situazione psicologica di Holkeri durante i giorni di marzo era drammatica. Ogni cinque minuti chiamava il ministro Rexepi per chiedergli di gestire la situazione. D’altra parte la sua malattia, che aveva già prima di arrivare in Kossovo, si e’aggravata ulteriormente.
Le stesse fonti fanno sapere che l’amministratore del Kosovo aveva fatto richiesta di dimissioni a Kofi Annan subito dopo gli avvenimenti di marzo, con la motivazione di non essere stato in grado di portare a termine quanto si era preposto. Holkeri aveva però poi dichiarato che sarebbe rimasto in Kossovo fino alle prossime elezioni, previste per il 23 ottobre, nonostante il suo mandato terminasse ad agosto. Chiaro il suo punto di vista: nella conferenza stampa dove ha dato le dimissioni, ad Helsinki, ha detto parlando del suo successore, che è necessario trovare una persona disposta ad immolarsi .
Il pessimismo sul futuro della regione è certo maggiore adesso che non all’inizio del suo mandato. Nonostante nessuno dubiti della sua buona volontà dimostrata fin dai primi giorni del suo arrivo in Kossovo, dedicati all’avvio del dialogo tra Pristina e Belgrado. Il secondo giorno del suo mandato Holkeri si era recato a Belgrado. Ma nonostante il suo ottimismo ha ottenuto risultati deludenti: il 14 ottobre, quando per la prima volta le delegazioni della Serbia e del Kossovo si sono incontrate dopo il 1999, non vi è stata nemmeno una stretta di mani.
Non solo si è verificato uno stallo del dialogo con Belgrado ma si è formato uno spesso strato di ghiaccio tra le istituzioni del Kossovo e l’UNMIK. Ora le sedi delle due istituzioni sono solo a 500 metri di distanza, ma non basta certo per rilanciare il dialogo. Le richieste degli albanesi sono pressanti: in primis lo sblocco delle privatizzazioni, percepito da molti come vitale per il Kossovo ed il trasferimento di competenza dall’amministrazione provvisoria internazionale alle istituzioni locali kossovare.
“Per Holkeri si può affermare sia stato l’uomo giusto nel luogo e tempo sbagliato” ha scritto Veton Surroi, analista ed editore. Holkeri ha ereditato molti problemi dai suoi predecessori, il danese “freddo e burocratico” Haekkerup che, come il suo successore, ha lasciato prima della scadenza del mandato, e il “cavaliere energico”, il tedesco Michael Stainer. Poi a complicare la situazione sono arrivati gli scontri di marzo, l’intensificazione della violenza e l’incapacità di UNMIK di reagire.
Il Primo ministro Bajram Rexhepi ha definito le dimissioni di Holkeri come una grave perdita per il Kossovo. “Mi sono sentito male quando mi ha chiamato al telefono per notificare le sue dimissioni, perché Holkeri era un uomo spinto da spirito di servizio nei confronti del Kossovo” ha affermato Rexhepi “ho riscontrato in lui la volontà sincera di creare un buon rapporto tra di noi”. Il Primo ministro ha inoltre dichiarato di temere che le dimissioni di Holkeri avranno forti conseguenze sui processi da lui avviati. In molti ritengono che il Kossovo perderà ancora tempo sino a quando qualcun altro non verrà nominato Servirà poi tempo affinché quest'ultimo si ambienti e capisca le dinamiche locali.
Chi ha analizzato l’operato di Holkeri in questi mesi di governo del Kossovo non lo separa dalle sorti dell’UNMIK in generale. Per Migjn Kelmendi, editorialista del settimanale Java, vi sono dieci questioni sulle quali l’UNMIK ha fallito. Tra queste la mancata diminuzione della violenza etnica, l'insicurezza delle minoranze, le divisioni a Mitrovica, il processo di privatizzazione bloccato e l’alta disoccupazione. Secondo Kelmendi il fallimento più grande è stata però l’incapacità di creare una “visione concreta” capace di illuminare la strada verso lo status finale ed una situazione di normalità.
Qualche politico è più reticente ad esprimersi su Holkeri. Tra questi molti dell’LDK. Per Fatmir Sejdio, uno dei funzionari di alto livello di questo partito, è difficile giudicare quanto fatto dal finlandese. “Qualche decisione presa, come quella in merito allo sblocco del processo di privatizzazioni merita rispetto, anche se poi non ha portato a nulla” ha affermato Sejdio “esiste comunque la tendenza a valutare positivamente il suo lavoro. Occorre aspettare e vedere che conseguenze avrà sul futuro del Kossovo. In ogni caso il fallimento del dialogo tra Pristina e Belgrado non dipende da lui”.
Certo è che la comunità internazionale deve capire la lezione dopo le dimissioni di Holkeri. Il Kossovo ha bisogno di un uomo di grande energia e volontà per guidarlo in questo 2004, anno nel quale ci si aspetta di lanciare definitivamente il dialogo sullo status finale.
www.osservatoriobalcani.org
Michael Moore intervistò Nick Berg per Farenheit 9/11
di Bruno Marolo
La voce di un morto preoccupa George Bush. Nelle mani di Michael Moore, l’autore di un esplosivo documentario che il pubblico americano non può vedere, è spuntata un’intervista registrata da Nicholas Berg, l’ebreo sgozzato dai terroristi di Al Qaeda in Iraq.
E’ sempre più fitto il mistero sulla morte di Berg, che prima di cadere nelle mani dei terroristi era stato arrestato dalla polizia irachena e interrogato a lungo in carcere dagli investigatori federali americani. Il presidente Bush cita spesso questo atroce assassinio come esempio della barbarie dei nemici dell’America, e cerca così di giustificare la guerra in Iraq. Ma il padre di Nicholas Berg è insorto contro questo sfruttamento del suo dramma. In una lettera aperta alla Casa Bianca, ha accusato Bush di essere il vero colpevole della morte del figlio. “L’assassinio di Nicholas – ha scritto – è una conseguenza delle torture dei prigionieri autorizzate o almeno tollerate dal governo di George Bush. Più degli assassini di mio figlio mi fanno orrore coloro che comodamente seduti al governo prendono decisioni che costano la vita ad alcuni e rovinano l’esistenza ai vivi”.
Al ritorno da Cannes dove ha ottenuto la Palma d’Oro, Michael Moore ha annunciato di avere intervistato Nicholas Berg per il documentario Farenheit 911. “Il video dell’intervista – ha spiegato – dura una ventina di minuti. Non lo abbiamo usato nel documentario. Per ora non intendiamo pubblicarlo e non ne riveleremo il contenuto. Stiamo trattando in privato con la famiglia”.
Che cosa ha spinto un geniale polemista come Moore a interessarsi a un giovane del tutto sconosciuto prima della tragica fine in Iraq? Nella storia di Nicholas Berg ci sono vari aspetti poco chiari. Dopo l’attacco dell’11 settembre Berg era stato interrogato dall’Fbi. Zacharias Moussaoui, il complice dei dirottatori ancora in attesa di giudizio, usava la password della sua posta elettronica. Gli investigatori erano giunti alla conclusione che si trattasse di una coincidenza. Tanto Berg quanto Moussaoui avevano frequentato l’università di San Diego e la password era stata rubata.
Nicholas Berg era andato in Iraq in cerca di affari. Aveva fondato una piccola impresa che piazzava antenne televisive e sperava di concludere qualche contratto per la ricostruzione. Non aveva avuto fortuna e aveva già prenotato il volo per il ritorno quando era stato arrestato dalla polizia irachena a un posto di blocco. Pare che i documenti non fossero in regola.
Dagli schedari dell’Fbi era emersa la disavventura con Moussaoui e ancora una volta gli investigatori americani si erano insospettiti. Berg era stato interrogato più volte in carcere e la sua casa in America era stata perquisita. Era appena tornato in libertà quando era stato rapito dai terroristi.
Il video della decapitazione non è stato mostrato da alcuna televisione americana ma è facilmente accessibile su Internet. Alcuni insegnanti sono stati sospesi per averlo mostrato agli allievi, in licei e università. All’università di San Diego una associazione di studenti aveva organizzato una proiezione pubblica per il 25 maggio, ma ha rinunciato di fronte alle proteste della maggioranza degli allievi. L’organizzatore, Ariel Mor, ha dichiarato: “Con le immagini della morte di Nicholas Berg volevo incoraggiare il pubblico a sostenere le truppe americane in Iraq, ma l’interesse di giornali e televisioni mi è sembrato sproporzionato”.
Mostrando le immagini macabre della morte di Berg, la destra americana ha cercato di distogliere l’attenzione dalle fotografie dei prigionieri iracheni torturati. Michael Berg, il padre di Nicholas, è insorto contro questa strumentalizzazione. “Mio figlio – ha scritto – era una persona straordinaria. Sono sicuro che perfino i suoi assassini hanno avuto modo di conoscerlo e apprezzarlo. Sono certo che hanno avuto qualche rimorso mentre lo uccidevano.
Ma George Bush è peggio di loro. Egli non deve subire le conseguenze dei propri atti, non può vedere nei cuori di Nicholas e del popolo americano, e le sue scelte in Iraq provocano la morte ogni giorno. Il ministro della difesa Donald Rumsfeld dice di assumersi la responsabilità per le torture dei prigionieri iracheni. Quale responsabilità, se non ha subito alcuna conseguenza? L’America dovrebbe imparare ad ascoltare i popoli che chiama nemici, smettere di dettare al resto del mondo regole da cui si considera esente. La guida inefficiente di Bush è un’arma di sterminio, e ha provocato una reazione a catena che è la vera causa della morte di mio figlio”.
unita.it
Massimo Riva
Beffati dalla troika
L'esistenza di un'intesa preferenziale tra Francia e Germania è noto da decenni. Come mai l'attuale governo di Roma è fuori da questo circolo ristretto? La domanda è forse troppo imbarazzante per Tremonti...
"I direttorii di solito durano poco e non portano fortuna". Questo il giudizio del ministro Giulio Tremonti sul documento dei tre colleghi (britannico, francese e tedesco) che hanno reso pubblica una loro iniziativa congiunta per una revisione delle regole del Patto di stabilità. Si poteva reagire in molti modi a questa mossa dei tre maggiori paesi dell'Unione europea e non si può dire che Tremonti abbia scelto il più felice ovvero il più efficace. Come nella favola della volpe e l'uva, infatti, le sue parole non riescono a nascondere un indispettito risentimento per l'esclusione dell'Italia da un tavolo di consultazione triangolare, che da mesi si sta sempre più consolidando attraverso vertici periodici e ripetuti fra i governi di Berlino, Londra e Parigi. In effetti, bisogna riconoscere che questa troika europea è stata costruita in termini piuttosto offensivi per l'Italia. Che esistesse un'intesa preferenziale tra Francia e Germania è arcinoto da decenni ed è realtà riconosciuta che proprio su questo asse principale ha poggiato finora l'intera costruzione dell'Unione.
L'elemento sorprendente è che, avendo deciso di allargare il tavolo, Berlino e Parigi non abbiano guardato all'Italia, membro fondatore della Comunità, ma ad un Regno Unito da sempre tardivo e riottoso partner del club europeo. Mentre, con quest'ultima iniziativa dei ministri finanziari sul Patto di stabilità, la situazione diventa ancora più paradossale perché coinvolge un paese, l'Inghilterra, che non ha aderito all'euro e non si sa se e quando lo farà. Oggi la cosa più seria che si dovrebbe fare è chiedersi come mai l'attuale governo di Roma sia tenuto fuori da questo circolo ristretto. Ma la domanda è forse troppo imbarazzante per il ministro Tremonti e così questi si diletta a fare l'uccello del malaugurio sulla sorte dei direttorii ovvero si contenta di spulciare, parola per parola, il documento della troika per far notare che il passaggio più delicato per l'Italia, cioè, il richiamo a un maggior rigore nella valutazione del debito pubblico, compare nella versione inglese e tedesca, ma non in quella francese. Chi si contenta. D'altra parte, bisogna anche capire il povero Tremonti.
Nel novembre scorso il nostro ministro ha retto il sacco a francesi e tedeschi quando questi hanno deciso di sfidare le regole del Patto sullo sfondamento del tetto al disavanzo: evidentemente sperava di essere ripagato da entrambi con occhi benevoli sui guai finanziari del nostro paese. Beata illusione di un vaso di coccio in mezzo a quelli di ferro. E ora sarebbe davvero da sprovveduti meravigliarsi che il vulnerabilissimo tallone d'Achille dell'Italia, cioè, il debito pubblico di gran lunga più pesante nell'Europa intera, torni al centro dell'allarme generale e possa diventare il metro di giudizio principale per i vincoli europei alla politica economica nazionale. Con la sua abilità mediatica il duo Berlusconi-Tremonti è forse riuscito a sviare l'attenzione dell'opinione pubblica domestica dal grave problema del debito. Ma in Europa, come sempre nei rapporti di forza internazionali, le piccole furbizie hanno le gambe anche più corte delle bugie. www.espressonline.it
Com'è la storia?
Eduentertainment e storiografia
di MARCO SIOLI
1. Trasformare la storia
Gli anniversari storici negli Stati Uniti sono molto sentiti sia dalla gente comune, sia dalle istituzioni: in primo luogo il 4 luglio, anniversario della Dichiarazione di Indipendenza, celebrato ogni anno con sfilate e fuochi d'artificio. E poi via via le altre ricorrenze festeggiate annualmente oppure ripensate in termini di centenari o bicentenari come l'acquisto della Louisiana di cui ci siamo occupati nello scorso numero di "Golem l'indispensabile". Date che a noi europei non vogliono dire molto, ma che in America vengono caricate di significati e ricordate pubblicamente per assumere i toni della festa per alcuni, con odori di salsicce sui BBQ dei giardini pubblici, oppure caricarsi di valenze celebrative più marziali per altri: in questo caso saranno le divise e le bandiere a fare da padrone (1).
Lewis e Clark all'Interpretative Center di Sioux City
Questa volta presteremo la nostra attenzione ai tempi lunghi, per così dire, della storia americana e legheremo questo ricordo ad un aspetto peculiare della civiltà contemporanea: il viaggio turistico e più in particolare quello che unisce il divertimento con l'attività didattica ed educativa, in una sola parola eduentertainment. Potremo così avanzare delle considerazioni rispetto all'uso della storia in questo contesto per ripensare quali avvenimenti vengono ricordati e quali invece di dimenticati. Insieme a molti altri turisti ci imbarcheremo, per così dire, in un viaggio lungo territori che dagli americani sono stati "scoperti", colonizzati e poi lentamente abbandonati.
L'occasione è il bicentenario del viaggio che Meriwether Lewis e William Clark, due ufficiali dell'esercito americano, hanno iniziato nel 1803 su ordine del presidente Thomas Jefferson, e hanno concluso felicemente dopo tre anni, tra interminabili peripezie e incontri fortunati. Un lungo viaggio e un altrettanto lungo bicentenario (2003-2006) sulle orme dei due esploratori che, seguendo il fiume Missouri da St. Louis sino alle sue composite sorgenti e oltre, riuscirono a raggiungere l'Oceano Pacifico. Poi sulla strada del ritorno, portandosi appresso un bagaglio di esperienze e la trascrizione di un diario di viaggio ancor oggi oggetto delle attenzioni delle case editrici americane (2).
Quello di Lewis e Clark non era l'unico viaggio di scoperta organizzato da Jefferson, ma sicuramente è rimasto il più fortunato e celebrato. Dopo l'acquisto del territorio della Louisiana da Napoleone, il presidente americano al suo primo mandato voleva, in modo molto pragmatico, mappare e quantificare il territorio acquistato, per riuscire a mettere sulla carta la sua reale estensione e mostrare al Congresso e all'opinione pubblica americana che la cifra spesa, quindici milioni di dollari, tutto sommato era da considerarsi un affare. In effetti, non c'era nulla da scoprire in quanto cacciatori e trappers si erano spinti in quelle stesse terre senza tuttavia enfatizzare la loro avventura o trasformarla in leggenda. Per non parlare poi della costa del Pacifico dove i colonizzatori erano conosciuti e allo stesso tempo temuti dalle nazioni indiane che la abitavano.
Come trasformare questo viaggio in un'icona storica? Il primo passo è stato quello di glorificare l'operato dei due esploratori. Complice una storiografia orchestrata per osannare i due "eroi" come il libro di Stephen Ambrose Endaunted Courage, uno tra i volumi che più sono usciti dagli ambienti accademici grazie soprattutto all'abilità letteraria e al savoir faire dell'anziano storico recentemente scomparso, e una altrettanta celebrativa raccolta di immagini e interviste per diversi film e documentari tra cui il più importante diretto da Ken Burns e prodotto dalla PBS in anteprima al sito www.pbs.org (3). Un sito web, ancora, lega i vari percorsi tra le diverse regioni attraversate dagli esploratori per collegarle l'un l'altra e rendere il viaggio un tutt'uno (4). Infine, lungo tutto il percorso sono stati collocati dei cartelli, in un senso o nell'altro, verso ovest o verso est, che servono a guidare il turista intenzionato a ripercorre il viaggio.
Grazie a queste segnalazioni autostradali che mostrano le sagome dei due esploratori, Clark che alza un braccio per indicare la via e Lewis con il cappello di pelo annuisce imbracciando il fucile, è difficile perdersi. Più difficile invece ritrovare i luoghi storici esatti del percorso originale poiché questi risultano trasformati o trasportati da una parte all'altra del fiume solo per soddisfare le esigenze commerciali. Un esempio su tutti: il forte ricostruito nei pressi di Bismarck, la capitale del North Dakota, dove gli esploratori arrivarono nel novembre del 1804 e dove trascorsero l'inverno tra gli indiani mandan il cui villaggio, ora un national historic side, è esattamente dalla parte opposta del fiume.
2. Eduentertainment
Il viaggio sulle orme di Lewis e Clark inizia a St Louis, sotto l'enorme arco di metallo parallelo al fiume Mississippi, simbolo dell'incontro tra l'Est e l'Ovest del grande subcontinente nordamericano. Nelle sale del museo, intitolato appunto Westward Expansion, è possibile leggere i tratti fondamentali della conquista dell'Ovest. Immagini e oggetti ci raccontano l'epopea dei coloni che sui loro carri attraversarono le vaste praterie americane. Dei cloni umani - robot a grandezza naturale e incredibilmente veritieri - rappresentano alcuni personaggi storici che si incarico di rendere più coinvolgente questo tuffo nel passato, come ad esempio il capo indiano Nuvola Rossa, oppure il nostro William Clark che afferma: "una fruttuosa diplomazia richiede lo scambio di regali. Abbiamo portato queste medaglie di pace nei territori dell'Ovest con questo in mente". E infine il clone di Charles Barber, il capo degli incisori della zecca americana a fine Ottocento, che mostra le medaglie donate agli indiani in segno di pace e fratellanza con da un lato il profilo di Jefferson e dall'alto due mani che si stringono in segno di unità sovrastate da un tomahawk e una pipa con la scritta "peace and friendship" (5).
"...The work depicts explorers
Meriwether Lewis, William Clark
and Lewis' Newfoundland dog, Seaman"
Tutto ciò va sotto il nome di eduentertainment: il programma prevede una parte educational e una di entertainment. Dove l'educational è rappresentato dalla presentazione storica dell'evento - una cronologia degli eventi storici, una ricostruzione dei paesaggi con l'uso di trompe l'oeil e un numero imprecisato di oggetti il più possibile veritieri - mentre l'entertainment si ripropone come rienactment del momento storico nell'ambito di una ricostruzione più o meno efficace che utilizza il clone umano che ripete all'infinito un discorso, dando così l'impressione al turista di immergersi nel passato e quasi di partecipare al momento storico. Senza dimenticare poi l'aspetto commerciale: le repliche delle antiche medaglie in argento sono naturalmente in vendita a 46 dollari l'una nel negozio del museo.
Lasciata St. Louis si raggiunge Omaha, Nebraska. Anche qui si è scelto di ripensare alla storia ricostruendo una barca praticamente uguale ad una delle tre utilizzate dagli esploratori. Non importa se effettivamente Lewis e Clark sono sbarcati dall'altra parte del fiume dove ora c'è un Casinò e dove il loro reale luogo di approdo è praticamente irraggiungibile.
L'autostrada che va verso nord segue il corso del Missouri che segna il confine tra Nebraska e Iowa. Un odore acre ci indica che stiamo per entrare a Sioux City, una periferia di fabbriche che costeggiano il fiume dalla parte dello stato dell'Iowa. Seguiamo le indicazioni del Lewis and Clark Trail per dirigerci verso un interpretative center da poco terminato. Che cosa è un interpretative center? "Quando ne parli tutti pensano ad un museo" dice Alan Hansen, il direttore del nuovo centro di Sioux City, "ma ci sono molte differenze: una delle più grandi è quella che in un museo non puoi toccare nulla, mentre nel nostro centro noi incoraggiamo la gente non solo a toccare le cose ma ad essere coinvolti emotivamente nella mostra" (6).
Usando dei murales dipinti a mano con oggetti e panorami a grandezza d'uomo, delle riproduzioni degli oggetti e dei cloni dei personaggi storici gli interpretative center avvicinano fisicamente i visitatori al periodo storico raccontato e li fanno interagire con gli oggetti - dal compasso alle pelli di animale, dalla fiasca del whisky al moschetto - che non sono posti sottovetro ma possono essere utilizzati per rapportarsi con il passato: usare il compasso per ricostruire distanze e direzioni, toccare una pelle di animale. Dalla voce dei cloni di Lewis e Clark il racconto della morte per malattia di un sergente membro della spedizione per cause naturali e la preoccupazione per l'impatto negativo che all'inizio del viaggio avrebbe potuto avere sugli altri membri della spedizione. "È una interazione dinamica tra il visitatore e la storia. L'interpretative center ti dà la sensazione fisica di cosa voleva dire essere un cacciatore durante il viaggio di Lewis e Clark" conclude Hansen e "un modo efficace sia per i ragazzi sia per gli adulti di imparare la storia perché li fa diventare parte dell'esperienza".
Lasciamo Sioux City ripensando alla voce dei cloni e alla loro pregevole fattura iperrealista, e continuiamo il nostro viaggio al cuore delle terre attraversate dagli esploratori americani per raggiungere prima Pierre, la capitale del South Dakota, e poi Bismarck. Quindi ancora verso ovest sino ad arrivare alle composite origini del Missouri, che quasi smitizzano la forza del grande fiume. Non una sola sorgente quindi, ma la confluenza di tre fiumi ribattezzati da Meriwether Lewis con i nomi dei politici americani più influenti dell'epoca: Thomas Jefferson, Albert Gallatin e James Madison.
3. Indomito coraggio o innegabile pregiudizio?
Il mio viaggio è terminato. Ma non quello di Lewis e Clark che a questo punto avrebbero lasciato il fiume e attraversato le montagne a cavallo raggiungendo così il Pacifico. Qui si conclude il mio viaggio perché sono ospite della conferenza organizzata dalla University of Montana, intitolata A Confluence of Cultures. Native Americans and the Expeditions of Lewis and Clark, una occasione preziosa per uscire dagli stereotipi e per analizzare il percorso degli esploratori dal punto di vista indiano. Siamo in territorio diviso tra due grandi nazioni indiane: i blackfoot, appartenenti al ceppo linguistico degli algonchini, e i flathead, di lingua salish. Anche per gli indiani questa è un'occasione per confrontarsi e puntare ad un recupero delle loro tradizioni culturali e linguistiche.
Speaker di una delle serate del convegno è Frederick Hoxie, uno dei più importanti storici che si sono occupati di indiani, a lungo direttore del McNickle Center di Chicago. Hoxie è molto critico e parla di occasione persa da parte delle istituzioni nel celebrare Lewis e Clark. Vediamo perché. "Iniziando con le celebrazioni per il bicentenario della rivoluzione americana ci siamo imbarcati in una di quelle esperienze che uniscono una estensiva copertura dei media, re-enactment storici, auto-celebrazioni e una curiosa attenzione per i dettagli del passato" afferma Hoxie e continua ricordando che neppure Lewis e Clark sono sfuggiti a questa trappola. Le celebrazioni sono rimaste legate all'adorazione dei due esploratori, raccontando la loro forza e il loro coraggio. "Più grandi sono le celebrazioni e più piccola è la nostra immaginazione storica e le nostre riflessioni sul passato" prosegue Hoxie che ci ricorda diversi avvenimenti che mettono in ombra il coraggio degli esploratori (7). Riprendiamone due, forse i più significativi.
Il primo accade nel marzo del 1806 e riguarda gli indiani clatsop che abitavano le sponde del Pacifico ed erano abituati a commerciare con gli europei. Di fronte al rifiuto di vendere ai soldati americani una canoa, se non in cambio dell'uniforme di Clark, questi reagisce ordinando il furto dell'imbarcazione così preziosa in quel contesto per iniziare il viaggio di ritorno.
Il secondo episodio è più violento e avviene nel luglio del 1806 quando Lewis e Clark stanno tornando verso St. Louis. Sulla riva del Missouri i soldati incontrano alcuni ragazzi blackfoot e si accampano insieme a loro. Al mattino uno dei soldati si accorge che uno dei ragazzi sta prendendo la sua pistola. Al grido di allarme i ragazzi indiani corrono verso i cavalli mentre William Clark si trova davanti ad un ragazzo indiano e lo uccide con un colpo di pistola. Poi, andando su tutte le furie, rompe i protocolli che aveva rispettato nei tre anni precedenti e brucia le armi degli indiani. Ancora, come atto finale di insulto, strappa dal collo di un indiano una delle medaglie di pace che aveva donato il giorno precedente.
Nell'atrio dell'edificio che ospita la conferenza il banco della University of Nebraska Press annuncia i suoi tredici volumi - più di 5.000 pagine del Lewis and Clark Journal che apparirà in forma ridotta anche sul sito internet. Un lavoro impressionante per accuratezza e precisione dei testi, al quale non manca il gadget: una biro trasparente che mostra la canoa degli esploratori scendere lungo il fiume, circondata da un paesaggio autunnale: è difficile in America uscire dai ferrei meccanismi della commercializzazione di un prodotto.
4. Un magnifico fallimento
Il tentativo di recuperare la memoria di Lewis e Clark e del loro viaggio è chiaramente finalizzato a portare almeno i turisti in un'area che da anni sta subendo un costante e irreversibile calo di popolazione. A differenza del Sudovest, che al contrario sta vivendo un momento di forte incremento di abitanti, il Nordovest si sta spopolando. Il punto di massima espansione della popolazione di queste aree geografiche era stato toccato intorno agli anni '80 dell'Ottocento, in seguito all'arrivo della ferrovia e allo Homestead Act, la legge varata da Lincoln nel 1862 che aveva favorito gli insediamenti rurali rendendo possibile l'acquisto massimo di 160 acri di terra al prezzo di un dollaro e venticinque centesimi per acro. Questa legge aveva portato nel lontano Ovest centinaia di migliaia di coloni europei nella vana speranza di poter trasformare in agricolo un territorio esclusivamente ricoperto d'erba.
Una volta occupato esclusivamente dagli indiani e dai bisonti, e caratterizzato da un peculiare ecosistema, questo vastissimo territorio era stato messo a disposizione di coloni e allevatori che come cavallette cercarono di inghiottirlo, relegando gli indiani nelle riserve e distruggendo le enormi mandrie di bisonti che lo popolavano. Ma, mentre nelle aree del bacino del Mississippi il terreno si presentava estremamente fertile e produttivo per gli agricoltori, la colonizzazione di ampie zone degli stati che vanno dagli odierni Montana, North Dakota, South Dakota, Wyoming, Oregon, Idaho, Nebraska, Colorado e Kansas non portò i frutti sperati.
I nipoti di Lewis e Clark piantarono nella prateria mais, patate, avena e fagioli ma l'inospitalità del territorio e l'assenza di un sistema di irrigazione resero precaria la loro sopravvivenza. Se nei primi anni del Novecento quasi sei milioni di homesteaders avevano coltivato 127 milioni di acri di prateria, costruito una propria abitazione e reso celebre la loro avventura con film e romanzi, tra cui il celeberrimo Little House on the Prairie di Laura Ingalls, la mancanza di acqua e la scarsa fertilità del terreno scrissero la parola fine a questa epopea definita dagli storici un "magnifico fallimento" (8).
L'aratro nella prateria non si trovò mai a suo agio e non riuscì a procurare il necessario sostentamento per i numerosissimi agricoltori che avevano lasciato l'Europa o le città dell'Est per trovare nuove opportunità sulla frontiera. Infine, la lunga crisi che segui al crollo dell'economia americana nel 1929 e un periodo altrettanto lungo di continue tempeste di polvere, dust bowls, costrinsero i coloni a emigrare in altre aree più fertili e le loro fattorie, ormai abbandonate e ridotte a ruderi, vennero incorporate nei grandi ranch dove pascolano di nuovo i bisonti, ma dove gli indiani continuano ad essere costretti a vivere nelle riserve, stritolati da una legislazione che non permette loro di far emergere le potenzialità del loro antico stile di vita. Un piccolo ma illuminante esempio: la zuppa di carne di bisonte che si assaggia nel Montana, nella riserva degli indiani salish, è fatta con carne di bisonte proveniente dal South Dakota in quanto i salish non hanno il permesso di macellare i loro bisonti. Invece, per quattrocento dollari, in un ranch vicino si può partecipare ad una caccia al bisonte e sparare con fucili di precisione a questi animali indifesi. "L'indomito coraggio" del cacciatore bianco si ripropone ancora una volta, mentre permane l'innegabile pregiudizio nei confronti della società indiana.
Note
1. Si veda il mio saggio Celebrando la nazione americana. Dalle feste repubblicane alle feste nazionali, in corso di pubblicazione in "Memoria e ricerca. Rivista di storia contemporanea".
2. Nel 2001è terminata la stampa dei diari integrali di tutti i membri della spedizione in tredici volumi a cura di Gary E. Moulton, The Journals of Lewis and Clark, University of Nebraska Press, Lincoln, 1983-2001.
3. Stephen Ambrose, Undaunted Courage: Meriwether Lewis, Thomas Jefferson, and the Opening of the West, Simon and Schuster, New York, 1996.
4. Si veda il sito lewisandclarktrail.org, con tanto di mappa con segnati i punti in cui gli esploratori sono semplicemente sbarcati o hanno soggiornato per i lunghi periodi invernali.
5. Un tour interattivo del museo e la visione di questi cloni con le frasi pronunciate è visibile al sito nps.gov/jeff/expansion_museum.html.
6. Per prendere visione dell'interpretative center di Sioux City si veda al sito: siouxcitylcic.com.
7. Frederick E. Hoxie, "Lewis and Clark in Indian Country: Opportunity Found and Lost", in A Confluence of Cultures, University of Montana, Missoula, 2003, pp. 83-89.
8. Si veda la mostra di fotografie dell'antropologo della University of New Mexico intitolata "La scuola nella prateria. L'Ovest americano tra memoria e abbandono" allestita dall'8 maggio al 18 luglio 2004 al castello Visconti di San Vito di Somma Lombardo; cfr. sito castelloviscontidisanvito.it.
golemindispensabile.it
La politica oltre la polemica
Turchia sì o Turchia no? Le polemiche non servono. Solo i criteri politici (di Copenhagen) contano. E gli atlanti? Rimetteteli nel cassetto, s’il vous plaît…
“Nuova questione d’Oriente” o febbre turca? Certi partiti o politici europei – in Francia il centrodestra dell’UMP con Alain Juppé , in Germania la CDU con Edmund Stoiber – hanno voluto gettare un sasso nello stagno europeo manifestando la loro opposizione all’entrata della Turchia nell’Unione. Il fenomeno si è allargato a macchia d’olio, obbligando tutti a schierarsi e relegando spesso gli altri temi elettorali su un secondo piano.
Questo dibattito ha almeno tre meriti che non cessano di interessare.
Maschera, almeno per qualche tempo, la vacuità del discorso sull’Europa dei dirigenti politici nazionali e dei loro partiti: parlando e sparlando di Turchia, si evitano argomenti più ingombranti: crescita congelata, Costituzione bloccata e futuro dell’Unione.
Offre – infine – l’opportunità di un dibattito sovrannazionale: in tutto il continente, alcuni rabbrividiscono al pensiero di vedere i turchi alle porte di Bruxelles, e lo vogliono dire. Perfetto – saremmo tentati di dire: per una volta gli europei discutono insieme su chi debba avere accesso alla nostra casa comune.
Un processo di lunga durata
Tutto ciò, permette anche di far emergere delle questioni di fondo sulla natura del progetto politico europeo e sul suo avvenire. Interrogarsi sull’adesione della Turchia, significa riflettere sulle frontiere di una Unione che potrebbe estendersi fino alle frontiere dell’Iraq. Significa pensare alle questioni geostrategiche della costruzione europea: con un piede in Asia, l’UE potrebbe mettere al sicuro l’accesso alle risorse energetiche del Mar Caspio e del Golfo Persico. Significa inventare nuove forme di cooperazione in favore della democrazia, della prosperità economica e della stabilità sul cammino dell’Europa. Significa elaborare un dialogo delle culture che in questi tempi di fanatismo crescente, possa relegare le varie ideologie ad un ruolo di secondo piano. Significa mettere in cantiere la questione della governabilità e della democratizzazione di una sintesi politica la cui la popolazione raggiungerebbe, includendo Bulgaria, Romania e Turchia, più di 550 milioni di cittadini.
A simili interrogativi, questo dossier di café babel, come coloro che se la prendono con la Turchia, non porterà risposte, troppo impegnative per i nostri propositi. Vogliamo solo rispondere alle polemiche col dibattito.
Il processo di adesione della Turchia all’Europa non è un fenomeno né recente, né vicino alla sua conclusione. La Turchia ha firmato un accordo di associazione con la Comunità europea nel 1964, una candidatura implicita, prima di una domanda di adesione formale effettuata nel 1987. Il summit di Helsinki nel dicembre del 1999, indicava la Turchia come “un paese candidato che ha vocazione a raggiungere l’UE sulla base degli stessi criteri applicati agli altri candidati”. Questi “criteri di Copenaghen”, definiti nel 1993, specificano che ogni candidato all’adesione deve soddisfare alcuni standard politici (democrazia, stato di diritto, rispetto dei diritti umani e protezione delle minoranze) e di economia (sistema basato sull’economia di mercato capace di supportare il livello di concorrenza nell’UE).
Tentennamenti europei
La valutazione del rispetto della Turchia di questi criteri sarà presentata in un rapporto della Commissione che verrà reso noto nel novembre di quest’anno. Se il parere della Commissione sarà positivo, potrebbero essere aperti dei negoziati di adesione. Procedura identica a quella svolta dai paesi appena entrati nell’UE lo scorso 1 maggio. Questi negoziati, su questo c’è uniformità di vedute, potrebbero durare alcuni anni (presumibilmente dai cinque ai dieci) prima che la Turchia possa effettivamente entrare nell’UE.
Il processo di adesione della Turchia è dotato di una vita autonoma, al di fuori dunque dalle capriole dei responsabili politici europei. Peccato, se è vero che ancora una volta, una questione importante per la costruzione europea si è fatta all’insaputa dei principali interessati: i cittadini europei. Punto di vista che condividiamo, a malincuore, con gli euroscettici. Nello stesso tempo, è anche vero che questa logica permette alla Turchia, grazie alla sua sola capacità di riformarsi per rientrare entro quei criteri oggettivi, potrà ottenere, alla fine, una risposta alla domanda che da tempo pone ad un’Europa incapace di non tentennare.
Queste riforme volte a soddisfare i criteri di Copenaghen sono a buon punto? E’ questo che dobbiamo chiarire. E’ questo quanto café babel vuol fare con questo dossier.
La Turchia non è pronta
A questi criteri, si è tentati di aggiungerne ancora un altro, più di stampo politico. L’adesione all’UE rappresenta qualcosa di più che la firma di un trattato o l’appartenenza ad un mercato unico. Perché la costruzione europea è un passo politico volontario, aderire all’UE significa manifestare per l’adesione ad un progetto politico, fondato su valori condivisi e portato avanti da una visione comune sull'avvenire.
I turchi rischiano di non esser in grado di dirci se condividono o meno questa visione. Non che siano i turchi a mostrarsi indecisi. Siamo semmai noi stessi poco sicuri del progetto politico che intendiamo offrire. Perché semmai la domanda non è se “la Turchia possa aderire all’Unione”, ma “a quale visione politica la Turchia aderirà?”.
Chi mette la Turchia al centro del dibattito elettorale ha una risposta a queste domande? No. Preferisce piuttosto equivocare su date ed argomenti.
Sbagliando, perché la Turchia non è pronta – i turchi stessi lo riconoscono – e non è in grado di aderire prima di una decina di anni. Sbagliando perché gli argomenti che utilizzano – geografici, storici, culturali e religiosi – anziché rivolgersi al futuro e a un progetto politico, dimostrano un ripiegarsi su se stessi ed una grettezza di spirito, perché rivolti solo al passato. Sbagliando perché in questa vigilia pre-elettorale, l’accento predominante che ne risulta è quello dei populisti.
cafebabel.com
maggio 28 2004
Il creativo diventa maleducato. Tremonti insulta Prodi
di red
Il ministro creativo perde le staffe. Abbandonato anche dalla Confindustria (a cui stizzito risponde: « Non si possono replicare le illusioni degli anni '90»), Tremonti trova solo una platea disposto ad ascoltarla: quella dei “quadri” di Forza Italia. E così dà libero sfogo al suo nervosismo. Arrivando a dire così: «Sabato scorso alla convention dell'Ulivo si è materializzato un misto tra Zelig e un Visitor: si trattava di Romano Prodi. Dello stesso Romano Prodi, non è un omonimo, che il 17 settembre 1999 aveva giurato solennemente che non avrebbe fatto nulla di incompatibile nell'ambito della sua presidenza della Commissione. Prodi però ci deve spiegare perchè nel mondo la crescita del pil media è stata l'anno scorso del 4% mentre nell'eurozona è stata dello 0,4. Prodi ce lo spieghi invece di criticare l'Italia».
Frasi violente, volgari. Condite con battute che hanno uscitato l’uilarità del premier. Come nel momento in cui il ministo dell'Economia ha citato l'esempio di una norma europea sul passaporto commerciale di cani, atti e furetti. «Avete mai visto un furetto con il passaporto?», ha detto Tremonti facendo ridere Berlusconi (non c’era molta altra gente in quel momento ins ala).
Il tutto, come chiunque è in grado di capire, serve al super ministro dell’Economia per mascherare il fallimento della sua strategia. «La sinistra mi accusa di aver inventato la finanza creativa, ma sono stati loro ad inventarla. La legge sulle cartolarizzazioni è del '98».
Poi, la sua autodifesa. Tremonti ha definito poi i mesi dopo l'11 settembre come «terribili». «La crisi è stata molto forte, la più forte del dopoguerra ma noi cee l'abbiamo fatta e ce la faremo. Nel 2003 -ha aggiunto- il rapporto deficit-Pil è stato del 2,4%, la pressione fiscale è già un po’ scesa al 41,3% e abbiamo fatto in questi anni 21 miliardi di euro di privatizzazioni, certamente un record in Europa».
Naturalmente la chiosa del suo discrso è stata la Cina, tema caro sia a lui che alla Lega. Il ministro ha chiesto che il commercio internazionale sia chiaramente regolato e ha difeso la politica del governo sull'introduzione dell'euro affermando che il problema «non è stato quello dei mancati controlli». Poi, le promesse, le ennesime: il taglio delle tasse «sarà giusto e generale» e ha confermato che «il contratto con gli itlaiani sarà rispettato malgrado le difficoltà perchè noi onoriamo gli impegni a differenza della sinistra che fa riforme solo a parole. Nel libro arancione del programma dell'Ulivo non c'è un numero, anzi ce n'è uno: quello delle pagine».
unita.it
L'ultima moda in Algeria.
Elezioni a ritmo di rai’
e canzoni politiche.
Boutefliqa è il più fortunato
Pare che le feste e le celebrazioni della stagione estiva, quest’anno saranno particolari in Algeria e ciò per le canzoni politiche che solleticano il mercato canoro da anni riscuotendo grande successo tra i diversi strati della società, specialmente tra i giovani che si sono trovati, inconsapevolmente, a ripetere i nomi dei candidati più in vista delle elezioni presidenziali a ritmo di una musica rai o rap o sha’bi.
Questo fenomeno recente è divenuto ormai una realtà per i grandi e per i piccoli, soprattutto per il fatto che dietro la sua diffusione vi sono gli artisti più famosi d’Algeria, i quali sono penetrati in politica attraverso la porta del canto e con i loro lavori hanno reso manifeste le loro posizioni in merito alle elezioni del mese di aprile. Alcuni di questi hanno manifestato il loro appoggio incondizionato al Presidente Abd El Aziz Boutefliqa, mentre altri hanno incitato i concittadini a dar voce con forza a favore del candidato Ali Ben Flis, segretario generale del Fronte di Liberazione Nazionale. Altri addirittura hanno suggerito, invece, di boicottare le elezioni.
Interessante notare in queste canzoni registrate in momenti paralleli alle campagne elettorali, è che il loro contenuto è assolutamente politico, al 100%, mentre i ritmi sono popolari. Si permette quindi la produzione di successi immediati, quando, in realtà si tratterà di altrettanto rapidi insuccessi allorché si attenuerà l’entusiasmo e il fervore politico di piazza.
L’attuale Presidente dell’Algeria Abd El Aziz Boutefliqa è stato il più fortunato, visto che la maggior parte degli artisti l’ha scelto come suo candidato nella sfida elettorale. E, in questa fazione di cantanti si sono messi in evidenza stelle della musica rai, come Sha’b Tawfiq che è partito per raccogliere consensi anche di squadre sportive, calcistiche e dei loro tifosi, definendo il Presidente “il migliore e il più adeguato per la guida del paese”. E nella sua canzone nuova dice “… rai rai Boutefliqa ha il rai… portate flauto e tamburo…”. L’artista Karim Masbahi ha scelto parole provocatorie per attirare l’attenzione dei suoi sostenitori tra i giovani e i meno giovani, e al ritmo di una musica leggera canta “…votate… votate il prescelto siamo usciti dalla crisi… e abbiamo fiducia in lui”. In un’altra canzone dell’artista Na’ima ascoltiamo ancora cori di sostegno.
Il candidato Ali Ben Flis ha avuto fortuna con alcuni artisti che non hanno mai celato di appoggiare fortemente la sua candidatura, e gli hanno dedicato diverse canzoni che lo esaltano invitando tutti i connazionali a sostenerlo nel giorno delle elezioni. Laddove alcune canzoni elogiano la personalità dell’uomo, la sua forza e la sua credibilità, altre criticano la politica competitiva del Presidente Boutefliqa riportandone tutti gli aspetti negativi.
Il più noto degli artisti, ovvero Mazuni, ha sostenuto la fiducia in Ben Flis. Il giovane artista Sid Ali Daziri Farah ha impegnato tutte le sue energie canore e le sue doti artistiche per ottenere nuovi consensi e sostenitori al suo candidato favorito, Ben Flis, e ha pubblicato un album che comprende una canzone che dice “…la verità sarà evidente giovedì… Ali Ben Flis diventerà Presidente…”.
Lontani da parole di elogio e di lode, un ceto numero di artisti ha iniziato a muoversi contro corrente, trincerandosi tra le prime fila della contesa. Il provocatorio artista Ba’ziz è considerato tra i più noti tra gli artisti di questo filone. E’, tra l’altro, autore di parecchi album all’interno dei quali contesta il sistema e critica aspramente un lato e l’altro, dal più marginale al più importante tra i responsabili. Ma quello che è artisticamente nuovo è che abbia scelto l’appuntamento della campagna elettorale per presentare un album febbricitante nel quale ha raccolto canti tra il serio e il sarcastico criticando il potere, esponendosi a favore della libertà di espressione nel paese e a favore del lavoro dei giornalisti. Ma Ba’ziz non si è fermato solo a questo. Durante le elezioni ha infatti dato vita ad una festa artistica di notevoli proporzioni, devolvendo metà degli introiti ai bimbi bisognosi, mentre l’altra metà a favore della libertà di opinione nel paese. Sostiene di essere lui stesso una delle vittime in tal senso, visto che la maggior parte dei suoi album è vietata nel mercato locale. Ciò non ne impedisce la diffusione grazie ai sostenitori dei suoi lavori e della sua personalità ribelle e recalcitrante. Nel corso di queste elezioni febbricitanti si è anche registrata la presenza di alcuni gruppi rap.
www.a-sud.org
Governare la mafia col telecomando
da The Independent, a cura di Giulia Alliani
In occasione della pubblicazione del libro di John Dickie 'Cosa Nostra: a History of the Sicilian Mafia', Peter Popham ha scritto qualche giorno fa sul quotidiano The Independent un articolo dedicato all'incredibilmente lunga latitanza di Bernardo Provenzano e all'evoluzione del fenomeno mafioso in questi ultimi ultimi dieci anni. L'articolo e' intitolato "Governare la mafia col telecomando".
Per Popham "il successo di Provenzano nell'evitare la cattura rappresenta solo una parte della storia, e cioe' lo sfondo del lavoro di una vita. Il vero risultato consiste nell'aver salvato la mafia da quello che in molti avevano ritenuto l'ultimo passo prima dell'estinzione.
Lentamente, con pazienza, negli ultimi dieci anni, Provenzano ha trasformato la mafia in una organizzazione che non spara e non uccide, ma raggiunge sempre i suoi obbiettivi; una rete criminale che mantiene saldamente sotto controllo la societa' siciliana oggi come sempre negli ultimi 160 anni" Popham ricorda la guerra dichiarata allo Stato con le bombe di Capaci e di Via D'Amelio, definita da Camilleri "l'11 settembre italiano", e la reazione e la rivolta, in quella occasione, di tutti i Siciliani, non solo dei carabinieri e dei magistrati.
Ma ora la musica e' cambiata. Popham riferisce le parole di Leoluca Orlando, e del giornalista Salvo Palazzolo: "Furono arrestati Riina e tutti i suoi uomini, ma non furono mai toccati Provenzano e i suoi piu' stretti confidenti, gli uomini che non lavorano con i Kalashnikov, ma con le macchinette calcolatrici."
Il mistero di Provenzano si lega ai massacri irrisolti. Il suo vero potere non e' nelle armi, ma nei segreti, ed e' con questi segreti che egli ricatta i potenti - politici e banchieri - e rimane libero. Non lo vogliono arrestare perche' sa troppe cose che e' meglio tenere segrete... E cosi' un uomo ormai anziano e' riuscito a riconciliare l'epoca post-moderna con la natura arcaica della mafia vecchio stampo. Un risultato ragguardevole per un anziano gangster semi-analfabeta."
Ma il risultato non e' stato solo opera sua: la strada risultava gia' spianata negli ultimi tre anni grazie a un mutamento strisciante nel clima politico italiano. Dopo gli omicidi di Falcone e Borsellino, l'Italia assunse un ruolo di guida nella lotta al crimine organizzato: fu a Palermo, nel 2000, che Kofi Annan, segretario generale dell'ONU firmo' la prima convenzione mondiale contro il crimine organizzato.
Oggi l'italia non ha piu' questo ruolo. Gli indizi sono molti. Per esempio c'e' stata la campagna del Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi contro i magistrati, che sono stati insultati e liquidati come comunisti o matti. Ci sono stati i condoni del Ministro delle Finanze per le costruzioni abusive e per gli evasori fiscali.
E, piu' sconvolgenti di ogni altra cosa, ci sono state le parole del Ministro Lunardi sulla convivenza con la mafia, parole penalmente irrilevanti, ma tanto piu' gravi perche' producono la cultura della illegalita'.
www.osservatoriosullalegalita.org
CORTE D’APPELLO REVOCA IMMUNITÀ A PINOCHET
General, Brief
Con 14 voti a favore contro 9 il ‘plenum’ della Corte d’appello di Santiago ha accolto la richiesta di revoca dell’immunità parlamentare all’ex-dittatore Augusto Pinochet avanzata dal giudice Juan Guzman nell’ambito dell’inchiesta sul ‘Piano Condor’, l’operazione di repressione congiunta degli oppositori di sinistra, adottata dalle dittature del Cono Sud negli anni ’70-’80: la decisione, notificata dal giudice Juan González, apre la strada alla possibilità che il generale a riposo sia processato per la morte di un oltre centinaio di ‘detenidos’-‘desaparecidos’ cileni, arrestati nei Paesi vicini nel 1973 e di cui da allora si sono perse le tracce. La parola passa ora alla Corte suprema, su richiesta della difesa: sarà il massimo tribunale del Paese a decidere se Pinochet sarà rinviato a giudizio. “Siamo felici, ma attenzione: il dittatore deve andare in carcere” ha ammonito Lorena Pizarro, presidente dell’associazione dei familiari dei ‘detenidos’-‘desaparecidos’, interpellata da ‘Radio Cooperativa’. “La risoluzione, in quanto tale, non era attesa” ha detto Gladys Marin, segretario generale del Partito comunista cileno. “Stiamo avanzando nella nostra battaglia per la dignità, affinché si faccia giustizia nel nostro Paese, e ci riusciremo anche se bisognerà ancora aspettare”.
misna.it
E questo lo tengono ancora nei Ds?
''I moralisti parlano dei bisogni in generale, mentre io mi occupo del singolo bisogno del singolo elettore".
Il giornalista: qualcuno le chiama clientele. Risposta: "Così le chiamano i giacobini
alla Fava [Claudio Fava, candidato alle europee dei DS in Sicilia], quelli che non capiscono che la politica è aggregazione di interessi".
"Con Cuffaro [Presidente della Regione Sicilia, indagato per concorso esterno in associazione mafiosa, ndr] ho buoni rapporti, è uno che sa fare politica. Mica un moralista,
lui".
"I Folena ci porteranno alla rovina l'unica
speranza è D'Alema ed il progetto di partito riformista''.
Vladimiro Crisafulli, vicepresidente dell'Assemblea regionale siciliana ed esponente dei Ds, cui, in seguito al ricevimento di un avviso di garanzia, è stato impedito di candidarsi alle elezioni europee. Da un'intervista al Quotidiano nazionale (Il Giorno, Il Resto del Carlino, La Nazione).
[***]aprileonline.info
Ultima cena
GESU' E I SUOI TRENTASEI APOSTOLI
di Stefano Benni
Scena: un ristorante di cucina araba sul monte Sion. Al piano superiore, una sala grande addobbata. Gesù sta in mezzo ai trentasei apostoli, che poi la questura ridurrà a dodici, e tali resteranno nella storia.
Tutti mangiano con appetito e cantano. Solo Gesù sembra triste.
- Maestro, cosa ti cruccia ? - chiede Pietro.
- Ahimè! Io mi sono dato da fare. Ho fatto miracoli. Ho fatto del bene a tutti. Ma nessuno lo riconosce.
- Ma cosa dite Maestro? - dice Giovanni- tutti noi vi ammiriamo e siamo al vostro fianco.
- No - dice Gesù con voce piagnucolosa - ce l'hanno tutti con me. La stampa è in mano agli ebrei, ai romani e ai comunisti.
- Ai cosa?
- Una setta che ancora non conoscete. Dicono che non ho fatto nulla contro la corruzione, che faccio discorsi sconnessi, che sono un mediocre agitatore di folle, un piazzista di me stesso. Ma voi sapete quante miracolose imprese ho compiuto. Ho resuscitato i vecchi democristiani, e la pidue, ho sdoganato i fascisti, ho riciclato la mafia. Ho messo ordine nei media.
- Usate parole latineggianti, ora ? - dice Luca.
- Mi capita, talvolta. L'aramaico è così obsoleto. E poi ho detto bugie, tante bugie ma a fin di bene, per dare speranza a questo popolo bue. Ho fatto leggi ad personam...
- E dai - sbuffa Pietro.
- Ma non esiste dottrina senza legge. E con me l'economia è fiorita, sono spuntati milioni di posti di lavoro, nessuna industria è fallita, ho abolito la censura, ho ridotto le tasse e ho in mente autostrade senza curve, e un ponte che collegherà la Magna Grecia a Opitergium. Ma la stampa non me ne dà merito, e il sinedrio mi perseguita.
Gli apostoli iniziano a ridere, dapprima con garbo poi abbastanza sgangheratamente.
- E quando mio padre lassù oltre l'Oceano mi ha dato l'ordine di combattere gli infedeli ho obbedito e ho portato in quei luoghi pace, sicurezza e appalti per tutti.
Altre risate.
- E tutto questo contro i miei interessi, perché in questo lavoro non ho guadagnato nulla, sono povero come ero una volta, ho a malapena qualche piccola società all'estero, e nessuno può certo dire che ci sia un conflitto tra i miei interessi divini e quelli terreni.
- Certo che no - dice Giuda.
- In quanto a te, Giuda, infido alleato so che alla prima elezione sfavorevole mi tradirai. E tu Maddalena stai lontano dai filosofi. E tu Pietro, prima che il Mibtel cali tre volte...
- Maestro si calmi, le sta cedendo il lifting.
- La gente vuole un Cristo giovanile e manageriale, non un vecchio clochard - si lamenta Gesù - anche questo restauro l'ho fatto per voi. Ma nessuno capisce i miei miracoli, sono un incompreso, sono un Dio ma nessuno lo capisce.
Un grande applauso si leva dal tavolo. Gesù alza il calice, e con una gran risata esclama:
- Che ve ne pare ragazzi?
- Sei grande, Maestro - dice Giovanni. Quando fai l'imitazione di quel cretino ci fai morire dal ridere.
- Dovresti fare l'attore - dice Efisio, discepolo poi misconosciuto.
- Dài raccontaci ancora come hai moltiplicato dal nulla il capitale iniziale...
- No, racconta di quando non sapevi che il tuo avvocato era andato a corrompere Pilato...
- No a me piace la storiella che tu non ti occupi della Rai...
Tutti ridono. Solo Tommaso sta serio in disparte.
- Tommaso che c'è? Ancora dubbi?
- No Maestro, ma... è mai possibile, come tu hai profetizzato, che un giorno un paese possa essere governato da un incapace vittimista, vendicativo e mediocre come costui?
- E' possibile. Il mondo conoscerà tiranni e tirannelli. Ma non temete: tutto andrà bene, se avrete fede.
- L'abbiamo, Maestro - dice Romina, discepolo assai trasgressivo.
- Tre urrah per il Maestro - grida Alì Giacomo, l'apostolo più combattivo ed estremista, imbraccia il fucile e spara in aria in segno di giubilo.
Si ode il rumore di un elicottero.
- Giacomo - dice Gesù -l'hai fatta grossa.
L'elicottero, credendo di trovarsi di fronte a un'adunata di terroristi, rade al suolo il ristorante.
Dal cumulo di macerie escono Luca Matteo Giovanni e Romina.
- E adesso che è finita così, chi ha il coraggio di raccontarla?
- Ci inventiamo una storia - dice Luca - allora, mettiamoci d'accordo. Dunque, c'è un monte che si chiama Golgota... sì, lo picchieranno e lo umilieranno, ma sarà un caso isolato...
Gli altri prendono appunti.
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da Il Manifesto
Fantocci anti-Bush e incappucciati nella metropolitana
ANGELO MASTRANDREA
ROMA
«Un impegno concreto: esportare tortura. Bush, Roma non ti vuole». In piena campagna elettorale e alla vigilia della visita, si sospetta anch'essa elettorale, del presidente degli Stati uniti a Silvio Berlusconi, cosa ci poteva essere di meglio che parafrasare gli spot forzitalioti del 2001 per presentare la nuova «linea Antibush» in vista del 4 giugno? E' accaduto ieri mattina, più o meno in contemporanea su diversi vagoni della metropolitana di Roma, dove sono stati ritrovati dei fantocci di pezza incappucciati, cinque in tutto, alti più o meno un metro e settanta. La «rivendicazione», firmata «Missoni impossibile», è poi comparsa nel pomeriggio su Indymedia: «La linea Antibush è stata finalmente presentata questa mattina nella metropolitana di Roma, davanti ai volti sorpresi dei passeggeri, con sottofondo di inno nazionale americano suonato dal vivo. La "nuova" collezione ripropone lo stile che ha debuttato nelle memorabili sfilate di Abu Ghraib». Ma si tratta solo di «un primo benvenuto nell'ambito della Prima-Vera estetica romana, che avrà il suo clou il 4 giugno, giornata in cui il noto stilista americano verrà di persona a presentare al mercato italiano la linea completa». Quella di ieri è solo una delle azioni «situazioniste» che si stanno susseguendo nella città di Roma, dove nelle scorsi notti sono state incappucciate alcune statue. La «firma», Ppp, sta per Pink paint party, erede del pink bloc di Praga e Genova, e compare puntualmente su Indymedia dove dà appuntamento il 4 giugno alle 11 a Santa Maria Maggiore. Il tema è sempre le stesso, le torture e i «cappucci», di volta in volta variano copione e protagonisti: una settimana fa il volantinaggio con i cappucci in piazza di Spagna che tanto aveva messo in apprensione le forze dell'ordine, l'altro ieri la conferenza stampa degli incappucciati alla Provincia che aveva provocato indignazione a destra e imbarazzo nel centrosinistra, ieri appunto i pupazzi nella metropolitana.
«Il 4 giugno ci sarà un modo di manifestare che non si è mai visto in Italia», promettono nel movimento romano. Più che al corteo, sul quale inevitabilmente peserà la concessione o meno di piazza Venezia, si stanno infatti preparando i diversi gruppi di affinità per le azioni e i blocchi, che avverranno tutti, a partire dalla prima mattina, lontano dal corteo stesso. Accanto a quanto avverrà a sorpresa in giro per la città, sono già noti due «appuntamenti pubblici»: quello dei pink, appunto, e quello degli studenti, che si raduneranno alle 9 a piazzale Aldo Moro, davanti all'università La Sapienza. Dopo le polemiche degli ultimi giorni, dalle 19 di oggi al centro sociale ex Snia di Roma si svolgerà un'assemblea cittadina per discutere delle mobilitazioni del 2 e del 4 giugno.
ilmanifesto.it
Michele Serra
Real Casa Reality Show
Produttori e pubblicitari sono molto preoccupati perché con il matrimonio dell'infante di Spagna si è esaurito il format televisivo 'nozze reali'. Ecco varie soluzioni
Con il matrimonio dell'infante di Spagna, ultimo residuo di magazzino, si è esaurito il format televisivo 'nozze reali'. Produttori e pubblicitari sono molto preoccupati, perché questi eventi sono straordinariamente redditizi. Tutte le spese di produzione, infatti, sono a carico dello Stato organizzatore, compreso lo strepitoso casting di caratteristi (re, regine, principesse, duchi, vecchie befane col cappellino, ambasciatori gottosi, cortigiani imparruccati, cavalli lipizzani, cardinali, generali, cocchieri, popolo bue) che costerebbe un sacco e per giunta è introvabile attraverso le normali agenzie, nessuna delle quali ha a disposizione, per esempio, un attore in grado di rovesciare il minestrone di ostriche sullo strascico della sposa con la magnifica naturalezza di Carlo d'Inghilterra. Neanche il grande Peter Sellers ci sarebbe riuscito. Per non lasciar cadere un genere di successo e a costo zero, si sta pensando a varie soluzioni.
Il remake
Di alcune nozze reali, per esempio quelle tra Ranieri e Grace Kelly, esistono solo registrazioni radiofoniche, usurate e con la voce del radiocronista poco intellegibile perché, relegato nel salone del buffet, parlava con la bocca piena. Per giunta l'idiota era convinto si trattasse del Gran Premio di Monaco e continuava a domandare ai camerieri l'ordine d'arrivo. Si sono perdute le tracce anche del matrimonio tra lo Scià di Persia e Soraya: l'unica telecamera, all'epoca, fu oscurata da un elefante imbizzarrito proprio durante il fatidico 'sì'. Si sta dunque pensando di ricostruire quelle fastose cerimonie, con controfigure laddove gli sposi siano deceduti. Luoghi e arredi saranno restituiti all'antico splendore: dalla Reggia di Monaco, la cui struttura in marzapane si è afflosciata negli anni, al sontuoso Trono del Pavone di Teheran, ben conservato ma usato come scarpiera dall'ayatollah Kalkalì.
L'Oriente
Ancora poco sfruttato, l'Oriente può fornire scorte imprevedibili di cerimonie regali, esotiche e fastose. Il sultano dell'Oman, per esempio, si sposa ogni primo lunedì del mese con una vergine (l'opposizione in esilio sostiene che è sempre la stessa). La sposa indossa uno speciale e prezioso burqua, una pressofusione ricavata dalle coppe dell'olio dei camion Scania. Le nozze seriali omanite si farebbero apprezzare, televisivamente, per la magnificenza dell'ambientazione, la leggendaria reggia di Qmom, un enorme castello nel deserto realizzato a mano con la tecnica dei pirulini di sabbia e costruito dalla dinastia qmomaita utilizzando, secondo la tradizione, solo paletta e secchiello. Favoloso l'imminente matrimonio tra il rajah di Rawalpindi e la principessa di Lahore, con tigri bianche, altare di lapislazzuli, corone di zaffiri, concerto di trombe e tamburi e contributi statali per il circo. Molto ambite, ma introvabili, anche le nozze del Gran Visir dei nomadi.
I Savoia
Le principali case di produzione hanno scovato un rampollo finora sconosciuto di un ramo cadetto, Vittorio Filiberto, detto Vifì, che fa il magazziniere a Cuorgné. Per soffocare lo scandalo (è l'unico dei Savoia che lavora), la famiglia lo ha diseredato. Purtroppo Vittorio Filiberto ha fatto sapere per bocca del suo convivente che odia le donne, e ha rifiutato la proposta di sposare a 'Domenica in' la vincente di una selezione regionale per Miss Mantenuta.
Seconda serata
Ormai da seconda serata, o addirittura da intervista con Cristina Parodi, le quinte nozze di Stephanie di Monaco. Dopo avere sposato uno stunt-man, il gestore di un'agenzia di recupero crediti, un istruttore di deltaplano e un cronometrista della McLaren, la principessa si è innamorata di un giocatore professionista di tresette, conosciuto a un chiosco di angurie. Si sposeranno tra un mese a Frosinone, città d'origine dello sposo. L'asta per i diritti televisivi è andata deserta. Leggermente migliori le quotazioni della sorella maggiore Carolina, alla sua undicesima gravidanza: ha venduto per 200 euro l'ecografia a un sito Internet, che la diffonde nella rubrica 'in breve'.
www.espressonline.it
NON CONGRESSo DEL CAVALIERE
CURZIO MALTESE
da Repubblica - 28 maggio 2004
ALL´ENTRATA del mausoleo vivente di Assago la prima cosa che viene in mente è la vecchia e insuperata definizione del Berlusconi politico data dieci anni fa da Fedele Confalonieri: «Un Ceaucescu buono». A parte l´aggettivo e lo sfarzo, entrambi generosi, non è il caso di chiamare congresso questo soliloquio elettorale lungo tre giorni. Ieri Berlusconi ha illustrato i miracoli compiuti. Oggi parlano direttamente i miracolati, ministri e sottosegretari. Domani si chiude con altri miracoli promessi, dalla riduzione delle tasse in giù. Il dibattito non è previsto, la sola idea di una mozione di minoranza fa sorridere. Nel momento di massima crisi, il partito azienda si rinchiude nel luogo più finto di Milano, il Forum di Assago, per celebrare il più irreale dei riti, il "non" congresso. Tutto è perfettamente prevedibile, come a Disneyland e nel realismo socialista.
Il non congresso del premier
Le gigantografie del leader, i cori bulgari, il discorso autocongratulatorio. Più alcuni simboli dell´Occidente in versione berlusconiana: i laser da discoteca, i fondali televisivi, il karaoke e tanto fumo. Una curiosità, nel cielo televisivo alle spalle del palco compaiono di colpo le nuvole, troppe. Gli organizzatori le notano, si lamentano e con un colpo di mouse le nuvole spariscono prima dell´arrivo del capo. Ma l´incubo della sconfitta incombe sull´azzurro cielo di Forza Italia. I sondaggi ufficiali indicano il partito azienda inchiodato al 21% da mesi, nonostante l´inutile spargimento di miliardi. Quelli ufficiosi addirittura lo segnalano sotto il 20. Altro che "governo decennale": uno sprofondo azzurro. D´altra parte Berlusconi è l´unica risorsa del movimento e da un po´ di tempo non azzecca mezza mossa. Ha appena fatto ritirare la gran parte dei cartelloni trionfali 3x6, con i quali aveva tappezzato l´Italia per la modica cifra di 25 milioni di euro, dopo aver scoperto dai soliti sondaggi che si stavano trasformando in boomerang elettorali. C´è un limite anche alla fede nei miracoli. E dire che i berluscones si erano spellati le mani, plaudendo al genio del grande comunicatore. Se c´è qualcuno che può distruggere Berlusconi non sono le ondivaghe opposizioni, è la sua corte. Basta guardare le facce in prima fila ad Assago, da Schifani a Baget Bozzo, e la speranza luccica.
Al resto ci pensano gli alleati. Nel giorno della gran parata elettorale si sono impegnati tutti a guastare la festa. Il quasi ministro Luca Montezemolo ha sparato bordate da non credere dalla presidenza di Confindustria. La consegna dei berluscones è far finta di non aver capito ma al congresso forzitaliota volano commenti pesanti sul successore di D´Amato. Gli alleati di governo Fini e Follini disertano Assago accampando scuse improbabili come gli «impegni per le amministrative assunti in precedenza». In precedenza? L´Election day è stato deciso da un paio di mesi, il congresso di Forza Italia da 7. Chi va oltre è al solito Casini, ormai idolo della sinistra, che sceglie il giorno giusto per cantare il de profundis del personalismo in politica: «Non c´è futuro per i solisti». Si riferirà a Berlusconi? E a chi sennò?
Per spazzare via tutte queste nubi dai cieli azzurri di Forza Italia ci vorrebbe il Berlusconi del ´94 o quello del 2001. Qui alle porte di Milano è invece sbarcato dall´elicottero una specie di sosia chirurgico, spento, banale, verboso e noioso all´inverosimile, volgare nella consueta raffica di insulti a Prodi. Pignolo nell´elencare gli invisibili miracoli del suo governo. Come fece nel ´99 al congresso di partito l´allora premier D´Alema, proprio alla vigilia delle elezioni europee, avviandosi con incrollabile ottimismo al fatale appuntamento con la realtà.
Il vero miracolo oggi sarebbe far credere agli italiani che sono più ricchi, felici e sicuri. Lo sa Berlusconi e lo sanno perfino i cortigiani che sgomitano in prima fila per farsi notare dal palco. Le bancarelle del congresso vendono titoli che un giorno potrebbero suonare profetici, «Cambiamo rotta» di Franco Frattini, «La nuova strada» di Ferdinando Adornato, «Destra e sinistra» di Sandro Bondi, vero specialista in materia. Chissà se li rivedremo varcare ancora il Rubicone, magari in compagnia di «don Gianni», omonimo del Baget Bozzo che in piena Tangentopoli esaltava i magistrati e intimava a Craxi di chiedere scusa al popolo. Oggi si commuove quando Berlusconi cita l´amico Bettino fra i padri del movimento. I solisti in politica non avranno un futuro ma per i coristi un posto si troverà sempre, anche quando i nostri figli ci domanderanno se davvero c´era una volta un partito chiamato come un grido da stadio.
Tassisti e democristiani disertano Berlusconi. DI CARLO PUCA
Aeroporto di Fiumicino, ore 12. L'attesa per il decollo del Roma-Milano viene rotta dal vicino di poltrona, un signore tarchiato sulla sessantina: «Bella giornata, eh?». Porta sulla giacca una spilletta di Forza Italia. Starà andando al congresso, giusto? «No, no. Sono solo un simpatizzante. Torno a casa, a Carate Brianza. Ero a Roma per affari, produco componenti per l'idraulica». Però la campagna elettorale la starà facendo? «Sì, sì. Forse un po' meno d'impegno, ecco. Ma è pure più difficile. Dalle mie parti, tra gli imprenditori c'è disillusione». Hotel Holiday Hinn di Assago, ore 13. Alla reception staziona un gruppetto di delegati campani al congresso. Sostengono di aver prenotato. La hostess risponde che devono spostarsi quindici chilometri più in là, che la loro prenotazione vale per un altro albergo. I delegati insistono platealmente. La signora sbotta: «Lo volete capire che non vi potete permettere di essere così arroganti? Nemmeno mio marito vi vota più…». Tangenziale di Milano, ore 15. C'è traffico, il tassista chiacchierone subito ne approfitta. «Dottore, che ci va a fare al Forum?». C'è il congresso di Forza Italia. «Ah, c'è il Berlusca», accenna con il suo accento milanese-pugliese alla Diego Abatantuono prima maniera. «Dottore, non lo so perché sta andando, però io sono sincero», anticipa. Poi alza la voce: «Io quello lì non lo voto, lui e quell'Albertini lì. Col cavolo che m'imbroglia un'altra volta. La sinistra no, però c'è l'Umberto da sostenere». Ora, una delle regole fondamentali del giornalismo «serio» è semplice: mai affidarsi in un articolo alle impressioni dei tassisti. Però, alle 15.30, nel Forum di Assago c'è un gruppo di cronisti che sta parlando del congresso. Uno dell'Ansa annuncia: «Il mio tassista ne ha dette di cotte e di crude su Berlusconi». In un attimo, è facile scoprire che la stessa cosa è accaduta praticamente a tutti.
Episodi, solo episodi. Che non possono certo significare la sicura sconfitta di Fi alle europee, e però segnalano un malumore diffuso persino al nord, ultima roccaforte del voto forzista dopo l'annunciato calo del consenso. D'altronde, se i sondaggi danno il partito al massimo al 23%, cioè sei punti e passa sotto le politiche del 2001, è proprio perché ci sono in giro imprenditori, impiegati e tassisti incazzati. Gente magari ancora indecisa, che però va convinta a votare ancora per gli azzurri. Il congresso serve esattamente a questo, a cercare di arrivare alla dead line del 25%. Difficile se non impossibile raggiungere quel risultato: sarebbe già un miracolo mantenere il 23%.
Per realizzarlo, Berlusconi sceglie un luogo ameno, davvero bruttarello. Il Forum è un pugno nell'occhio, e da dentro il panorama è anche peggio. Però c'è da considerare innanzitutto l'aspetto scaramantico: nel 1998 il primo congresso si tenne qui e «portò bene». Inoltre, bisognava garantire la sicurezza, e la spianata davanti al palazzetto lo consente. Infine, serviva un luogo dove poter realizzare lo spettacolo da discoteca inscenato in apertura delle assise, tra laser colorati e brani di musica techno. Al Forum si tengono feste e concerti, e decine di poster lo ricordano. C'è Elisa e ci sono gli U2, c'è Alanis Morissette e ci sono persino i Pooh. L'ultima effige, più grande e più patinata, ti accoglie nel parterre. Raffigura Berlusconi.
Scelta perlomeno azzardata, quella discotecara. Chissà come la pensano Pier Ferdinando Casini e Marco Follini, assenti al congresso perché impegnati a Torino alla presentazione di Democristiani, il libro di Antonio Ghirelli. Ecco, forse il problema di Forza Italia è esattamente quello di non essere diventata abbastanza democristiana, rimanendo stretta fra un diccì di sinistra (Prodi) e due di destra (appunto Fini e Follini). Anche stavolta c'è poco don Sturzo nelle parole di Berlusconi, nonostante il premier lo richiami ancora tra i padri culturali del partito. Insomma, il Cavaliere è sempre spavaldo, parli di tasse, sicurezza, comunisti, ribaltoni o quant'altro. La sintesi del suo pensiero è la seguente: «Cambiare l'Italia non è un sogno, è già realtà. Siamo già nella storia». Stavolta lo sguardo berlusconiano è però diverso. Il premier guarda dritto nella telecamera, punta agli occhi dei telespettatori, oltre che a quelli dei circa 3500 delegati presenti (trecento hanno dato forfait, e anche gli spalti parzialmente vuoti sono un segno dei tempi).
Ma quelle del Cavaliere non sono espressioni da disperato. No, sono sguardi di invocazione, come a dire: «Datemi ancora fiducia e non ve ne pentirete». Chi lo frequenta, spiega che il sistema è mutuato dalla quotidianità: «Quando vuole motivarti, Berlusconi ti guarda fisso negli occhi, ti afferra le clavicole e te le stringe forte. Poi dice severo: ho bisogno di te, non mi abbandonare...». Il risultato lo conosceremo la settimana prossima, quando i sondaggi diranno se questo congresso di propaganda gli è servito a qualcosa.
ilriformista.it
Confindustria torna alla concertazione
di Bianca Di Giovanni
Luca Cordero di Montezemolo sale sul podio e centro-destra e governo finiscono fuori gioco. In un’ora e mezza di intervento il neopresidente di Confindustria smonta punto per punto la propaganda berlusconiana. Incassando tra l’altro parecchi applausi dall’affollatissimo Auditorium di Viale dell’Astronomia proprio quando critica i cardini dell’asse Berlusconi-Tremonti-Lega su tasse e devolution (parola mai usata). Le prime vanno abbassate, ma solo «in un quadro positivo della finanza pubblica».
Sugli incentivi alle imprese si può discutere, ma per rendere più efficiente l’intervento a Sud, non per altro. Quanto al federalismo, «rischia di far affondare il nostro Paese, altro che liberarlo. Stanno aumentando i costi, c’è confusione di competenze, c’è la rincorsa ad occupare potere. Lasciatemelo dire, dobbiamo uscire dalla logica localistica che porta a creare aeroporti “condominiali” in ogni provincia». Per il Carroccio è un de profundis.
Ma l’affondo è a 360 gradi: concertazione con i sindacati, export e made in Italy, banche e risparmio, formazione e ricerca, concorrenza e mercati, Europa e politica industriale, per finire con il Mezzogiorno, che la politica sembra aver cancellato circondandolo di un «imbarazzante silenzio», ma che deve diventare «la nostra nuova frontiera».
Montezemolo chiede di eliminare l’Irap dagli investimenti in ricerca, chiede una nuova scuola, chiede più mercato, chiede più trasparenza, chiede una finanza moderna, chiede una vera politica industriale che non segua «gli umori di qualcuno». La prolusione non è addomesticabile agli scopi del populismo: nessuno slogan da spot Tv tipo «meno-costi-meno-tasse-meno-vincoli», nessun pugno sbattuto sul tavolo, nessun tono da Masaniello della passata gestione. Le parole d’ordine suonano semanticamente opposte a quelle della maggioranza imperante, a cominciare da quell’«innovazione» indicata come priorità assoluta. E senza dubbio più in linea con il Quirinale (che invia un lungo messaggio di auguri) che con Palazzo Chigi, a partire dalla «parola magica»: concertazione tra le parti sociali.
Le 19 cartelle del discorso d’investitura offrono un’analisi complessa e articolata sullo stato di salute (o di malattia) del Paese. La diagnosi è impietosa in primo luogo nei confronti delle stesse imprese. Eccola. «Non esiste alcun male oscuro né alcuna maledizione che ci impedisce di crescere - dichiara - La verità è che siamo meno competitivi, come tipo di prodotto, come mercati di sbocco, come sistemi di distribuzione, come finanza che ci aiuti a conquistare mercati, come costi di produzione, come costo ed efficienza della Pubblica Amministrazione».
Più tardi, pensando a Cirio e Parmalat, Montezemolo affonda: «Dobbiamo accettare la sfida della trasparenza e aprire le nostre imprese ad un efficace sistema di controlli. È nostro interesse tutelare il risparmio, è il nostro impegno perseguire la moralità negli affari». Parole mai sentite finora in Viale dell’Astronomia. Nel Paese delle «grandi famiglie», dei padri padroni dentro e fuori l’azienda, Montezemolo chiede di «separare nettamente le funzioni della proprietà da quelle della gestione, pur se fanno capo necessariamente alla stessa persona nelle imprese famigliari». È sincero, e severo, quando ammette: «La bolla speculativa degli anni ‘90 ha avuto, tra gli altri, anche l’effetto di distogliere molti imprenditori e troppi giovani dalla fatica della produzione, per tentare la via facile della finanza». Soltanto così, con questa autocritica senza veli, il nuovo presidente di Confindustria riesce a dare nuovo orgoglio all’impresa, e nuovo slancio per «dare al Paese ciò che si è ricevuto dalla vita». Che per un imprenditore è molto.
Oltre alla politica, due sono gli interlocutori ideali a cui il nuovo leader si rivolge: sindacati e banche. L’apertura (attesa) verso i primi arriva a metà discorso, con il riconoscimento a quel «patto sociale del ‘93 tuttora valido seppur lontano». «Occorre che tutto il Paese si metta in marcia - dichiara - Occorre che si riprenda con nuovo entusiasmo e fiducia reciproca il dialogo tra le parti sociali» e chiudere «la stagione dei dissidi e delle incomprensioni.
Dopo aver ringraziato i rappresentanti sindacali per l’apprezzamento espresso all’indomani della sua designazione, parte l’invito a «riannodare i fili di un dialogo». L’orizzonte si allarga a tutte le associazioni di categoria, commercio, banche, assicurazioni, artigianato, agricoltura, industria e cooperazione. «Noi, tutti assieme possiamo condividere un progetto per il Paese - dichiara - Con questo non voglio proporre un Patto dei Produttori, come se dovessimo difenderci dal mercato, né intendo sostituire l’opera della politica (Roberto Maroni sembra temere proprio questo, ndr), né tantomeno quello del governo». E ancora: «L’autonomia delle aprti sociali rispetto alla politica è essenziale e per la Confindustria è una caratteristica indiscutibile del suo modo di essere. Vogliamo una Confindustria unita, autorevole, autonoma». A buon intenditor...
Quanto alle banche devono essere «vicine all’industria», la finanza deve saper accompagnare le imprese, perché ciascun polo del binomio ha bisogno dell’altro. «Senza finanza moderna le imprese non crescono, senza crescita delle imprese la finanza resta antiquata».
L’ultimo passaggio è tutto dedicato ai giovani, a cui «bisogna aprire le porte il più presto possibile: non devono diventare vecchi per assumere nuove responsabilità. Noi non dobbiamo deluderli».
unita.it
Assago: lo show di Berlusconi dura oltre due ore
REDAZIONE
Silvio Berlusconi aveva assicurato che il Congresso di Forza Italia non sarebbe stato all'insegna dello spettacolo. Invece, la Kermesse azzurra è stata una vera bomba di propaganda.
Il Cavaliere è arrivato in elicottero, atterrando proprio nel piazzale del Filaforum, davanti a centinaia di delegati che si spellavano le mani per dargli il benvenuto, in sala una scenografia hollywoodiana con effetti speciali, giochi di luce, fumo scenico, mega schermi e raggi laser.
L'intervento del capo del Governo, durato oltre due ore, è stato interrotto decine di volte dagli applausi, i boati più assordanti quando sono stati nominati Umberto Bossi e Marco Biagi.
L'incontro è iniziato sulle note degli inni, quello europeo, quello italiano e quello del partito, la relazione del primo ministro è terminata con un "forza Italia, viva l'Italia".
Per il segretario della Quercia Piero Fassino è stato "un bruttissimo discorso di pura propaganda, lontanissimo dai problemi del Paese reale".
D'altra parte il titolo del convegno, "il contratto con gli italiani e gli impegni mantenuti", faceva presagire il peggio. Secondo il leader forzista quattro dei cinque punti del contratto con gli italiani sono già stati rispettati.
E' riuscito anche ad affermare che "i dati della nostra economia dimostrano segni di ripresa", sconfessando le stime di tutti gli Istituti e il neoleader di Confindustria Montezemolo, che poche ore prima aveva definito "disastrosa" la nostra situazione finanziaria.
Berlusconi non ha avuto dubbi: "Forza Italia è un partito di governo che parla con i fatti. Per noi la moralità politica è mantenere gli impegni presi. Per noi il programma è tutto, noi siamo il nostro programma di governo: noi facciamo i fatti".
"Forza Italia sembrava a molti una scommessa impossibile ma l'impossibile si è realizzato - ha aggiunto - siamo qui come i protagonisti di un sogno che si sta realizzando".
"Il taglio delle tasse s'ha da fare"
"Il taglio delle tasse s'ha da fare". Non poteva che essere questo il tormentone della convention azzurra, Berlusconi ha annunciato un colpo di frusta all'economia, un "taglio di tasse per tutti e per ogni fascia di reddito".
Per il Cavaliere una manovra in questo senso è "un atto di libertà e di giustizia sociale", perchè "lo Stato che toglie ai poveri per dare ai ricchi è uno Stato che non vogliamo".
E poi la riduzione della pressione fiscale non è solo "il modo più efficace per rilanciare l'economia", ma anche "l'arma migliore per combattere l'evasione".
"Se volete che sia così, fate come avete fatto tre anni fa, votate Berlusconi - ha affermato - più voti a Forza Italia è uguale a meno tasse per tutti".
Il primo ministro ha anche aggiunto che "votare sinistra significa più tasse, mentre votare a Forza Italia vuol dire meno tasse per tutti".
Attacco alle opposizioni e ai pacifisti
Da Berlusconi è arrivato il solito attacco violento alle opposizioni, Massimo D'Alema è stato definito un "vecchio bolscevico sepolto dalle urne", Romano Prodi un "meschino".
L'ex presidente del Consiglio è stato il più bersagliato dalla relazione del capo del Governo: "Prodi è passato dalla bici al triciclo, dimenticandosi del proprio ruolo di Presidente della Commissione europea e facendo prevalere le ragioni della politichetta e il proprio tornaconto personale".
Per il leader di Forza Italia Prodi è stato "mandato in esilio e ora richiamato" dalla sinistra, una coalizione per la quale "il programma non conta nulla".
"La sinistra sta pensando allo stesso meccanismo truffaldino del '96 - ha aggiunto - si avvertono tuttora le antiche pulsioni del fanatismo che pretenderebbero di rovesciare il voto degli italiani con una spallata della piazza o della giustizia politica che giustizia non è".
Parole pesanti anche per i pacifisti, che lavorano "per conto degli aggressori".
Altro che manifestare contro la guerra, "costruire la pace vuol dire ben altro".
"I cortei pacifisti di questi giorni - ha affermato - mi ricordano quelle manifestazioni che il Pci organizzò poche settimane prima del voto del parlamento per accogliere in Italia i missili Cruise. Quei pacifisti di allora volevano che ci rassegnassimo alla minaccia nucleare dell'Urss".
Proprio parlando di politica internazionale il Cavaliere è tornato ad attaccare il presidente della commissione Ue: "La verità è che a Prodi non importa nulla dell'Iraq e della pace".
"Contro di noi un plotone di esecuzione mediatica"
"Nonostante su di noi ci sia un plotone di esecuzione mediatica, l'Italia l'abbiamo cambiata".
Berlusconi ha insistito con la teoria che tutti i periodici e i telegiornali del Paese sono in mano alle opposizioni, solo pochi giorni fa aveva reso noto che l'85% della stampa tifa per la sinistra.
Ancora peggio, secondo il premier, la situazione delle elezioni del 2001, quando "si è cercato di condizionare il voto con sistemi che nulla hanno a che vedere con il contrasto politico".
"E' incredibile ciò che riuscirono a rovesciarci addosso dagli schermi della televisione pubblica - ha aggiunto - ma noi non ripagheremo mai gli avversari con la stessa moneta, perchè non fa parte della nostra cultura usare il sistema radiotelevisivo per denigrare gli avversari politici, così come si fa nei sistemi di totalitarismo".
Attacco ai Magistrati "giacobini" e "politicizzati"
"Non facciamo, né vogliamo fare alcuna guerra alla magistratura. Ma bisogna superare l'attuale sistema di autoreferenzialità dell'ordine giudiziario".
Berlusconi si è scagliato per l'ennesima volta contro i Giudici "politicizzati" che negli anni passati hanno organizzato "alcune invasioni di campo che hanno causato veri e propri squilibri del sistema democratico".
Dimenticando la massiccia adesione allo sciopero dello scorso 25 maggio, il Cavaliere ha parlato di una "minoranza giacobina".
"Un governo dei giudici non è una vera democrazia - ha sentenziato il premier - la vera libertà è la libertà davanti a tutti i poteri, compreso quello giudiziario. La ricetta contro la questione della magistratura politicizzata è dunque un sistema di controllo e di verifica per ogni singolo potere".
Il presidente del Consiglio ha quindi difeso la riforma dell'ordinamento giudiziario al vaglio della maggioranza, una riforma che garantirà "l'equilibrio tra i poteri attraverso il rispetto reciproco delle categorie".
"Nessuno può mettere in dubbio la nostra moralità"
Berlusconi non ha avuto dubbi: Forza Italia è "una coalizione fondata su comuni valori e su un patto limpido", un partito che "ha realizzato qualcosa di molto importante, una vera e propria rivoluzione nel modo di fare politica".
Per il premier è stata "introdotta una nuova moralità in politica", la moralità del fare, del costruire, dell'operare, del mantenere gli impegni, del mantenere la parola data. Per noi la moralità di una classe dirigente consiste anche nel risvegliare le capacità di una nazione".
Poi ha aggiunto: "In questi tre anni nessuno, nemmeno i professionisti della calunnia, è riuscito a mettere in dubbio la moralità dei nostri ministri".
www.centomovimenti.com
Usa: morto Dellinger, leader pacifista fra i 'Chicago Seven'
WASHINGTON -- David Dellinger, uno dei 'Chicago Seven' arrestati e processati per le proteste pacifiste durante la Convention Democratica del 1968, è morto nel Vermont. Aveva 88 anni.
Dellinger era diventato famoso durante le proteste contro la guerra del Vietnam divampate durante la Convention. Era stato arrestato insieme ad altri leader della protesta come Jerry Rubin, Abbie Hoffman, Rennie Davis e Tom Hayden. I 'Chicago Seven' erano stati inizialmente condannati per avere sobillato disordini durante la Convention ma la sentenza era stata poi annullata in appello.
Dellinger, che era più anziano di una generazione dei compagni di protesta, aveva dedicato la sua intera vita alle manifestazioni per le cause liberali. Negli anni '30 aveva subito il primo arresto a Yale per aver partecipato ad una protesta sindacale. Ma il suo arresto più famoso era stato indubbiamente quello della Convention Democratica di Chicago.
(reporterassociati/redazione)
farmaci che fanno male alla sanità
di ROSY BINDI
La sanità è di nuovo al centro di un’inchiesta di malaffare e corruzione. Non bastava il disastro finanziario provocato dal governo, la privatizzazione strisciante del sistema pubblico, lo scoramento dei malati nell’attesa infinita per visite ed esami.
L’inchiesta veneta è un colpo serio alla credibilità del servizio pubblico e dei suoi professionisti. È giusto indignarsi, chiedere la verità, punire i colpevoli.
Ma soprattutto vanno cambiate le regole del gioco. Nel rapporto tra aziende farmaceutiche e servizio sanitario nazionale, tra mercato e sanità pubblica.
L’anno scorso la spesa farmaceutica pubblica è scesa del 5,3%. Ma non significa che si è speso meglio, riducendo gli sprechi e le pratiche inefficaci.
La copertura pubblica è passata infatti dal 66,5 al 61,6 e la spesa privata delle famiglie è cresciuta nello stesso periodo del 17%. I ticket sulle medicine, applicati nelle Regioni governate dal centrodestra non sono bastati a raffreddare la spesa, cresciuta meno in quelle (governate dal centrosinistra) che avevano scelto di non percorrere questa strada. Segno che si può fare il controllo serio della spesa senza colpire le tasche dei cittadini ma agendo correttamente sui meccanismi di prescrizione e distribuzione.
La strategia pianificata dalla Glaxo, al di là delle responsabilità di corrotti e corruttori, si è infatti inserita nelle smagliature di un sistema che ha di fatto delegato alle imprese l’aggiornamento e la formazione dei professionisti e non ha sviluppato in modo capillare la cultura dell’uso appropriato dei farmaci. E soprattutto ha potuto espandersi nella totale assenza di una strategia pubblica di governo del settore. Lamentarsi delle sponsorizzazioni o del peso eccessivo degli informatori farmaceutici, come fa l’ineffabile ministro della salute, è riduttivo.
Rischia, anzi, di far perdere di vista i nodi veri del problema. Negli ultimi tre anni si è preferito agire solo sui prezzi amministrati e le aziende hanno compensato gonfiando il costo delle medicine sul libero mercato.
Una credibile politica del farmaco, invece, interviene su più fronti e coinvolge tutti gli attori del sistema.
Occorre evitare sprechi e inutili duplicati e incentivare i farmaci generici non coperti dal brevetto e più economici.
Pretendere il rispetto dei tetti di spesa programmati, agendo sui principi di efficacia e appropriatezza.
Ma bisogna anche chiedere alle industrie di mettere a disposizione del servizio sanitario nazionale una quota del budget destinato alla promozione dei farmaci. Si tratta di uscire dal cono d’ombra di una “relazione pericolosa” che mortifica i medici e scredita il settore. Le risorse oggi utilizzate per viaggi premio e regali potrebbero a finanziare una strategia di informazione farmaceutica pubblica e trasparente, più completa e autorevole. Va, inoltre, riquali ficata la figura degli informatori farmaceutici, prevedendo un apposito profilo professionale. Non più semplici venditori “porta a porta”, condizionati dalle logiche del fatturato, ma garanti della qualità del prodotto.
Infine, Farmindustria deve esercitare maggiore vigilanza sul rispetto di alcune regole deontologiche che vincolano chi produce un bene etico qual’è il farmaco. Non sono scelte indolori. In Toscana, due anni fa, si scoprì che la Pfietzer aveva organizzato una campagna di discredito nei confronti della sanità pubblica regionale, colpevole di aver scelto la via dell’efficacia e non del marketing. Una via che deve percorrere tutto il sistema.
europaquotidiano.it
Allarme pesticidi, un frutto su due è contaminato
Lo afferma il rapporto di Legambiente, pericoli anche per le verdure: «Ma la frutta italiana è la migliore»
Un frutto su due è contaminato da residui di pesticidi, ma i prodotti italiani risultano migliori di quelli importati, poiché sono per lo più i campioni di frutta provenienti dall'estero a rivelarsi fuori legge. Legambiente, nel rapporto «Pesticidi nel piatto 2004» offre un quadro a tinte fosche per la salute degli italiani che, a pranzo e a cena, sembrano obbligati a ingerire insieme a fragole, mele, uva, insalata e peperoni anche un bel po' di antiparassitari, erbicidi e fungicidi. Cifre e percentuali parlano chiaro. In base ai controlli effettuati dai laboratori di ricerca delle Asl, dell'Arpa e degli enti addetti (ed elaborati da Legambiente), su un totale di 3.860 campioni di frutta analizzati, oltre il 50% (1.937 campioni tra irregolari, regolari con un unico residuo e regolari con più residui) sono contaminati da principi attivi adoperati in agricoltura. Un po' meno a rischio la verdura, con un buon 78,1% di campioni senza residui, su un totale di 3.893. Sul 14,1% dei campioni analizzati (549) è stata rilevata la presenza di un pesticida, mentre il 6,1% (237) presenta più pesticidi nello stesso prodotto. «La nostra legislazione - sottolinea Francesco Ferrante, direttore generale di Legambiente - è vecchia di oltre 30 anni. Continuano a non esistere limiti di legge alla compresenza di principi attivi negli alimenti. Nella più completa ignoranza del principio di precauzione, dunque, oltre a consentire l'impiego di sostanze come per esempio il captan, il dimetoato, il metidation o il procimidone e il vinclozolin, tutte indicate dall'Epa (Environmental protection agency) come possibili cancerogeni, la nostra legge non tiene minimamente conto dei rischi legati alla compresenza di più sostanze nella frutta e nella verdura».
I risultati di «Pesticidi nel piatto 2004» indicano che l'assenza di tracce di pesticidi può non essere il sintomo della buona qualità di frutta e verdura ma piuttosto della mancanza di analisi o della loro poca affidabilità. Così in Molise, in Puglia e in Calabria, frutta e verdura appaiono «pulite», ma va sottolineata la grave scarsità delle indagini. Al contrario, grazie alla serietà e alla sistematicità delle indagini, in Emilia Romagna, in Toscana, nella Provincia autonoma di Trento e in Piemonte, spicca il numero di prodotti ortofrutticoli contaminati. Di qui la richiesta di Legambiente di controlli ferrei.
ilmanifesto.it
Il disperato tentativo del premier di riguadagnare consensi
Si può chiamare congresso quello che si è aperto ieri ad Assago per Forza Italia, il partito di maggioranza relativa nel nostro parlamento, quello che nelle ultime elezioni politiche e amministrative ha ottenuto il maggior numero di voti?
La domanda non è oziosa ma deriva dal fatto, come narrano le cronache, che all’assise partecipano, accanto ai delegati eletti dalle assemblea, altrettante persone che partecipano di diritto e che sono tutte scelte dalla presidenza del partito, vale a dire da Silvio Berlusconi in persona.
Che si tratti peraltro di un puro fatto mediatico e legato alla propaganda elettorale emerge persino dal “Foglio” di Ferrara e da una dichiarazione di Bobo Craxi che ne parla come di un modo per aggirare la par condicio.
A questi elementi è da aggiungere che nei rari congressi svolti finora di solito non si parla della politica del partito ma soltanto(assai male) degli avversari trattati tutti senza distinzione come “comunisti”.
L’immagine più vivida della sporadica attività congressuale del partito di Berlusconi è, infatti, quella dell’autunno 1997, sempre ad Assago, quando il leader maximo arrivò al congresso sbandierando alcune centinaia di copie del “libro nero sul comunismo” che in gran fretta aveva fatto tradurre dalla casa editrice di famiglia per esibirla in tutte le tv a riprova dei loschi progetti dell’Ulivo che allora governava.
Questa volta, invece, di nuovo c’è l’ostentata diserzione di Fini e Follini che politicamente ha un significato preciso: dopo una campagna elettorale che ha visto Forza Italia contro gli alleati per difendere le sue percentuali e mascherare il fallimento del governo, questi ultimi reagiscono e si preparano a fare i conti dopo il 13 giugno. L’intervista di Bruno Tabacci di ieri è molto chiara al riguardo.
E in ogni caso c'è una variante rispetto al '97. Silvio B. ha parlato ancora una volta dei comunisti, cattolici oppure no, che guidano l’opposizione, e ha paragonato per l’ennesima volta a terroristi quelli che intendono manifestare pacificamente per l’arrivo di Bush a Roma il prossimo quattro giugno.
Ma poi ha dedicato la maggior parte del tempo, confondendo in un unico Ente governo e partito Forza Italia, a illustrare le opere fatte nei primi tre anni del suo potere.
Operazione necessaria per due ragioni di fondo. La prima è che,come ha sottolineato Adornato in “Ballarò” l’altra sera, il presidente del Consiglio deve reagire alla nota e diffusa ostilità che i mezzi di comunicazione,e in particolare i giornali, nutrirebbero nei suoi confronti. E qui siamo al delirio giacchè basta leggere con un minimo di attenzione la stampa quotidiana e settimanale per rendersi conto
che l’affermazione è del tutto infondata:
La seconda ragione è che gli italiani non avvertono dopo tre anni i benefici di cui parlano i manifesti e dunque occorre convincerli in ogni tribuna,a cominciare da quella di Assago.
[Nicola Tranfaglia]
aprileonline.info
Appunti per Comitato Scientifico Megachip
Giulietto Chiesa
Non tutti coloro che sono stati invitati a partecipare a questa riunione, e nemmeno tutti coloro che sono membri del Comitato Scientifico, hanno seguito nascita, evoluzione e sviluppo di Megachip.
Per questo credo necessario riassumere qui, per sommi capi, cosa è accaduto in questi oramai quasi tre anni…
E’ la storia, brevissima, di un tentativo di porre mano a una questione assolutamente cruciale dei nostri tempi turbolenti, dalla quale è ormai evidente, dipenderà la sorte della stessa democrazia, dello stato di diritto, nelle società industrialmente avanzate del pianeta.
Tre anni fa, come gruppo di amici appena trovati, ci ponemmo il problema di come organizzare una resistenza di fronte alla degenerazione della vita culturale, politica, del tenore etico del paese (e non solo), individuando nel sistema mediatico, nella televisione in primissimo luogo, uno degli strumenti essenziali non solo del dominio (l’informazione lo è sempre stata), ma l’organizzatore sociale per eccellenza del tipo di sviluppo delle società moderne, della trasformazione dei cittadini in consumatori compulsivi, dell’oscuramento intellettuale, della manipolazione delle coscienze ecc.
Ne emerse un “manifesto” di denuncia, di analisi; e una serie di idee di metodi per l’organizzazione della lotta. I due slogan, o tutoli, furono corrispondenti: “democrazia nella comunicazione” e “che mille gocce diventino un fiume”.
Credo siano tutt’ora validi nelle loro grandi linee.
Nel frattempo la situazione si può dire peggiorata sotto ogni parametro. Non starò qui a perdere tempo con la descrizione delle atrocità cui la popolazione italiana (e mondiale) è costretta a confrontarsi ogni giorno. Il dato generale da cui partimmo si è sviluppato come un carcinoma virulento: il “quarto potere” è a tal punto boccheggiante (in Italia e nel mondo) da far pensare a una morte non immeritata peraltro.
L’informazione e la comunicazione appaiono ormai come organismi geneticamente modificati. Non solo ogni dialettica tra idee è resa impossibile, ma perfino il semplice accertamento della verità è ormai del tutto impraticabile.
Ma, alzando lo sguardo oltre le miserie del presente, oltre il sangue delle guerre, raccontate da giornalisti più o meno embedded (perché quelli che osano deviare dal lecito codificato vengono richiamati o messi a tacere, dovunque si trovino), non possiamo non vedere che il problema che ci troviamo di fronte, il macigno da sollevare, è ben più importante della qualità dell’informazione, e persino dell’intrattenimento che la sovrasta.
La crisi è del pianeta e la si può riassumere nella ormai palese e insanabile contraddizione tra la limitatezza delle risorse e un sistema economico fondato sulla illimitatezza dei desideri degl’individui.
Lo spreco e la rapina gli sono intrinseci. Esso alimenta spasmodicamente bisogni e consumi artificiali, perché sono questi gli elementi costitutivi della sua attuale natura e trasformazione in atto.
Il dato è che il sistema mediatico è lo strumento insostituibile, unico possente che ha alimentato, organizzato questa crescita di bisogni artificiali. Senza questo sistema mediatico la “fabbrica dei sogni” non sarebbe stata costruita e, soprattutto, non avrebbe potuto distribuire la sua scintillante produzione, dappertutto uguale, in veloce movimento, in incessante autoriproduzione.
La comunicazione è stata geneticamente modificata a questi scopi.
Credo ci sia convergenza tra noi su questa analisi.
Non so se vi sia sul seguente corollario. La contraddizione di cui sopra ho parlato non potrà essere superata nei tempi relativamente brevi, massimo due decenni, che ci restano prima dell’esplodere della crisi, se la “fabbrica dei sogni” non sarà fermata da una grande rivolta di massa.
Milioni, miliardi di individui non potranno essere convinti, indotti, trascinati ad accettare una modificazione dei loro standard vitali soltanto da un lavoro capillare, diuturno, volontario umile e oscuro.
Le miriadi di sperimentazioni in ogni parte del mondo di un nuovo modo di vivere, produrre, consumare sono di straordinario valore, anche e soprattutto morale, ma non possono da sole, invertire il corso degli eventi.
La mostruosa macchina economica che l’umanità ha costruito – dove la “distruzione creativa” ha lasciato il campo alla pura e semplice distruzione – non potrà essere arrestata senza invertire (letteralmente) il funzionamento delle macchine mediatiche che “formano” l’individuo moderno.
E’ – mi rendo conto perfettamente – equivalente a sollevare montagne con un verricello, ma è anche un compito inevitabile.
Megachip ha avuto il merito di porre la questione della riforma del sistema mediatico in termini politici e di lotta. Il salto di qualità concettuale è stato questo: dire che questa non è una battaglia settoriale, una delle tante, ma l’arma che consente a chi ce l’ha di vincere tutte le battaglie e che impone, a chi non ce l’ha, tutte le sconfitte.
L’altra idea di fondo è quella dei “due vettori” che si scontrano.
La manipolazione non cessa di agire a livello di massa. Il fatto che essa, a volte, fallisca non costituisce la prova della sua assenza, o debolezza.
Per comprendere la sconfitta della manipolazione occorre tenere presente che in ogni società data agisce simultaneamente la storia, al tradizione, la cultura, le forme di organizzazioni pre-esistenti al sistema mediatico. In una parola tutto ciò che costituisce la società civile data. Ecco quello che abbiamo definito come il “secondo vettore”.
Ogni società ne ha uno, suo proprio, che rappresenta la forza delle sue capacità di difesa, e di contr’attacco. Entrambi i vettori, manipolatorio e della società civile, sono di intensità variabile, cioè non sono sempre uguali a se stessi. Mutano con il tempo e scontrandosi. Ogni paese inoltre rappresenta una diversa configurazione di questo scontro. Negli Stati Uniti la manipolazione ha già trionfato da gran tempo come Michael Moore ha dimostrato. Sebbene neppure là la vittoria può considerarsi totale e definitiva. In Europa le situazioni sono estremamente diversificate e la lotta è più incerta. In Italia i processi degenerativi sono stati devastanti negli ultimi 24 anni, e tuttavia il vettore società civile conserva intatte possenti energie
Questo quadro sintetico dovrebbe essere verificato e meriterebbe – io credo – studi mirati e ricerche. Ciò che mi pare evidente è che la società civile si trova sotto attacco e il suo vettore è soverchiato in questa fase da una manipolazione micidiale.
Il problema che mi sento porre ovunque io vada è come portare queste tematiche sul terreno della lotta di massa (cioè oltre le schermaglie parlamentari e le dispute mediatiche, le une e le altre ingannatrici per definizione perché interne al potere che si intende qui sottoporre alla critica pratica della gente).
Qui tutto è ancora da creare. Le mille gocce restano tali. Megachip è una di esse e poco più. Le forse politiche del centro-sinistra (e della sinistra in generale), del mondo democratico, del mondo cattolico, i sindacati, dell’associazionismo, ancora assai poco hanno compreso di tutto questo.
Ed è un grande problema smuoverle. I ritardi culturali sono tremendi. Nello stesso tempo la “democrazia nella e della comunicazione” indica una grande “riforma intellettuale e morale” di tutto il paese. E’ una questione “trasversale” per eccellenza, nel senso che tocca tutte le sfere della vita: la produzione materiale, la cultura, lo spettacolo, la scuola, la famiglia, la Chiesa, il tempo libero, l’attività dei tre poteri costitutivi della Stato di Diritto.
Perché i nostri obiettivi si trasformino in movimento politico e culturale, occorre che si organizzi attorno ad essi una serie di aggregazioni di interessi. E che queste aggregazioni, come entità fisiche, agiscano in modo coordinato. In altri termini noi dobbiamo riuscire ad arricchire la società civile di nuovi strumenti, diffusi al tempo stesso tra le molteplici categorie interessate e sul territorio. Ciò che facevano – lo dico per inciso e a mo’ di esempio- le sezioni dei partiti nell’epoca pre-televisiva.
Non è possibile, ad esempio, porre la questione di un ritorno ai valori professionali del giornalismo, ad una corretta deontologia, restando interni ad una logica corporativa, o esclusivamente sindacale. Né sarà possibile tutelare la ricerca delle verità di fatto da parte del giornalismo, senza che le categorie mass-mediatiche siano circondate tanto da una critica diffusa e di massa, quanto da una solidarietà ed un appoggio (per gli onesti) che provenga dall’esterno, cioè dalla società. Senza questo le redazioni continueranno ad essere monarchie assolute e spietate.
Per organizzare tutto ciò abbiamo bisogno, in primo luogo ma non solo, di una estensione del nostro sapere, del know-how di cui attualmente disponiamo. Per ognuno degli spicchi di questa grande “trasversalità” (non dimentichiamo che la “fabbrica dei sogni” lavora anch’essa a tutto campo) noi abbiamo la necessità di costruire delle risposte. Un tempo si chiamavano piattaforme di lotta.
Finora siamo riusciti a muovere i primi passi in due direzioni: la scuola e il giornalismo. La convocazione degli Stati Generali è anche (non solo) un nostro successo. Il sito Megachip è già diventato una realtà importante per quanto concerne la scuola e l’educazione in generale ( anche se, svendo più mezzi, avremmo potuto realizzare 100 volte di più).
Uno dei motivi che ci ha spinto a costruire il Comitato Scientifico è appunto l’esigenza di fare un passo in avanti in questa direzione. Di dare più peso scientifico al nostro lavoro. Cioè di dargli un peso politico e culturale.
Ma siamo anche consapevoli che l’attuale opposizione democratica domani, forse, chissà?, le forze di governo dovranno potare la loro azione su nuove coordinate del tutto diverse da quelle che hanno caratterizzato, anche prima dell’avvento di Berlusconi, la loro azione. In modo particolare per quanto concerne la Informazione e Comunicazione. Per fare una sola considerazione riassuntiva della mia distanza da loro dirò semplicemente, con Mc Luhan, che privatizzare la televisione è equivalente ad appaltare l’atmosfera a una compagnia privata. E per sempre.
Questa è l’idea e l’ambizione con cui ve la proponiamo: di cominciare un lavoro di lunga lena per costruire una visione comune, basata sulla conoscenza e contro la falsa coscienza, l’inganno e l’autoinganno. Non occorre avere le stesse opinioni, naturalmente. Parecchi di voi non sono membri di Megachip, ma fanno parte di un ambito di idee attive e di impegno covile.
Il manifesto di Megachip, a mio avviso, resta valido nell’analisi e nella denuncia. Noi contiamo anche su di voi per scrivere un manifesto n.2 che contenga le piattaforme programmatiche di cui abbiamo bisogno per dislocare sul terreno della lotta politica quelle idee e per avviare anche – cosa non da meno, io credo – la costruzione di un intellettuale collettivo, cioè meno perduto nel -proprio particulare e meno attento al bene comune.
Gravissimo in Val Susa: alle Comunali accettate due liste dichiaratamente fasciste
Fogliazza: Sono decisioni inaccettabili. Le istitutzioni competenti intervengano a sanare la grave offesa e per riconfermare la legalità democratica
In due Comuni della Valle Susa - S. Giorio di Susa e Mezzenile - tra quelle in lizza per l'elezione dei Consigli Comunali sono state accettate due liste nel cui simbolo campeggiano il fascio littorio ed il motto 'fascismo e libertà'. Nel sito web di quel movimento il 25 aprile viene definito 'Giornata della Vergogna nazionale'
La cosa se da un lato rattrista, dall'altro preoccupa e richiede una risposta forte, unitaria ed urgente.
E' assolutamente inaccettabile che vengano assunte simili decisioni. Le radici antifasciste e democratiche, lo spirito e la lettera della Costituzione repubblicana non consentono che accadano fatti di questo tipo.
E' in atto, ai vari livelli, un tentativo di ritorno di vecchi arnesi del fascismo vecchio e nuovo.
Ad esso é necessario ed urgente rispondere con determinazione e prontezza.
Le organizzazioni democratiche ed i cittadini delle due comunità hanno saputo esprimere tutta la propria contrarietà con una libera manifestazione tenuta sabato scorso.
Nella mia qualità di candidato alle elezioni europee - espressione della libertà che fu conquistata 60 anni fa per tutta l'Europa contro nazismo e fascismo - rivolgo un pressante appello alle istituzioni competenti ed a tutte le forze democratiche affinché intervengano per sanare la grave offesa messa in atto e per riconfermare la legalità democratica ed antifascista del nostro ordinamento.
Deo Fogliazza
cittadiniperlulivo.com
Onestà e futuro
I residui del dopoguerra
di PAOLO MURIALDI
Nel suo La Traversata (il Mulino, 2001), lei descrive la sua esperienza di partigiano nell'Oltrepò. Il libro è ricco di immagini brevi e incisive, di dettagli eloquenti che descrivono molto efficacemente anche le molte anime - e pratiche - dell'antifascismo. Ma è anche qualcosa di più: un contrappunto di diverse situazioni temporali (la guerra partigiana, l'immediato dopoguerra, i nostri giorni), che vengono descritte, osservate, ricostruite introducendo altrettante prospettive di giudizio.
Paolo Murialdi, La Traversata,
Il Mulino, 2001
Si ha veramente il senso dell'esperienza; e di rara sobrietà ed efficacia mi è sembrato il modo con cui lei ha raccontato l'intreccio fra scelta individuale e vita in comune; fra realtà e immaginazione; fra intuito e impossibilità di capire bene dove e come sarebbero andate le cose.
Forse perché l'ho scritto 50 anni dopo.
Per me è stata una cosa fondamentale la Resistenza; ha segnato il mio passaggio dalla giovinezza alle soglie della maturità attraverso una prova piuttosto rischiosa, e però anche una prova di amicizia, di solidarietà. E poi un'altra cosa: il tempo in fondo mi ha consentito di non essere polemico verso certi errori che sono stati fatti, successivamente alla Resistenza, dai partiti che vi hanno preso parte, come l'enfatizzazione che ho sempre contestato, una "monumentalizzazione" che non ho mai accettato. Sembrerà strano, ma non ho mai avuto la tessera dell'Associazione Partigiani; però sono sempre stato lì, ho partecipato, ho rivisto spesso gli amici...
Da questa mistura di condizioni e di intenzioni personali è venuta fuori questa mia specie di sintesi. Perché bisogna essere critici, cioè dire le cose come sono. Sto leggendo questo libro di Santo Peli, uno storico che insegna a Padova, La Resistenza in Italia (Einaudi, 2004), il sottotitolo è "storia e critica": era ora, perché son passati tanti anni. Forse la parola "critica" può risultare troppo marcata, ma è necessario dire le cose come stanno: se abbiamo sbagliato qualcosa, dirlo; se avevamo paura, ammetterlo. Credevamo di fare qualcosa che non abbiamo potuto realizzare: bene, parliamone. Perché vede, il partigianato ci costringeva - e parlo di me, degli amici e compagni che ho incontrato - ad affrontare situazioni e compiti molto più grandi di noi. Io avevo 25 anni, eppure ero diventato "capo di stato maggiore nel Comando-Zona: a un certo momento dovevo seguire quasi 2000 partigiani! Neanche fossi stato un generale!
Le cose vanno conosciute. E c'erano tanti altri aspetti. Per esempio non c'era di mezzo il denaro personale. C'erano, sì, delle spese che potevamo sostenere, con i soldi assegnati alla brigata, ma in tasca non portavo una lira e questo particolare mi dava più forza
Ricordo questo passaggio nel suo libro: "la paga dell'ufficiale e del soldato è scomparsa. Va bene così. I soldi non fanno più parte dei miei pensieri correnti. La constatazione mi fa piacere perché segna il distacco dal mio piccolo mondo di prima."
Sono salito tardi in montagna, come avrà letto nel libro, nell'estate del 44 - tardi rispetto ad altri: il collega Giorgio Bocca o Nuto Revelli ci sono andati subito dopo l'8 settembre, mentre io ho attraversato un periodo di sbandamento, anche in famiglia, con mio padre partito per il Sud e mia madre sola a Genova e poi sfollata a Zoagli. Però dal momento in cui avevo deciso, avevo deciso. Sapevo che una volta salito in montagna, ci sarei rimasto fino alla fine. Non ho mai avuto una esitazione, neanche nei momenti di crisi - che ci furono (Peli cita il mio librino qualche volta, proprio su quei momenti). Un ispettore delle brigate Garibaldi mi ha dato quella che io considero la mia medaglia; mi disse: "tu in fondo eri di Genova, nell'Oltrepò non ti conosceva nessuno; durante la crisi dell'inverno '44-'45 potevi andartene, invece sei rimasto e hai contribuito all'impresa". Effettivamente ho sempre pensato che sarei rimasto fine alla fine.
La scrittura del libro le ha rivelato qualcosa? Ha avuto la sensazione, chiudendolo, di sapere qualcosa in più?
Questa sensazione l'ho avuta solo nel riordino dei ricordi.
E anche dei materiali. Lei ne cita molti nel libro.
Sì, ma sono materiali pubblicati. Il partito comunista ha pubblicato molti documenti - questo è un lavoro che gli va riconosciuto -, nei tre volumi sulle Brigate Garibaldi (Le Brigate Garibaldi nella Resistenza. Documenti, a cura di Giampiero Carocci, Feltrinelli, 1979).
Ho riordinato i giudizi, oltre alle idee, oltre alla memoria.
Poi è cambiata un pochino anche la struttura del libro: i capitoli sulle tre Voghere (quella della Resistenza, quella immediatamente successiva, quella del 1995, nella quale in fondo ho deciso di scrivere il libro) io le avevo messe di fila in prima stesura, invece poi ho accettato il suggerimento di una collega del Mulino, che mi ha proposto la struttura attuale. Il mio libro è molto breve - unica condizione che posi all'editore: "non mi chiedete di allungarlo" -, ma l'ho scritto perché volevo che qualcuno raccontasse le cose con un tono, con una intonazione che merita, certo, l'aver partecipato alla guerra partigiana, ma senza enfasi.
In questo senso l'uso del presente storico è molto efficace a rendere la situazione di chi ha attraversato quella esperienza, e anche la distanza di chi osservando il paesaggio attuale - il paesaggio vero e proprio, al quale dedica non pochi accenni e quello sociale e politico - prova a mettere le cose in un ordine che parli da sé, senza retorica, ma anche senza reticenze.
Perché la sensazione è che i conti non siano chiusi: lei cita a questo proposito anche i lavori di Guido Crainz, con quel suo accenno al dovere della memoria e al "diritto all'oblio": "per conquistare anche il diritto all'oblio è inevitabile, credo, fare i conti fino in fondo con quello snodo drammatico: elaborare realmente il lutto, in tutte le sue parti". Oggi il dibattito sul revisionismo, sulla rilettura della Resistenza. non sembra frutto di un reale esigenza di pacificazione o di comprensione, ma piuttosto strumentale.
Strumentale, sì. E poi i protagonisti di quella vicenda continuano così ad essere "attaccati". Ognuno, non solo i reduci, trascina come degli strascichi; e i reduci diminuiscono: i partigiani che avevano 20 anni nel '45 oggi ne hanno 80; io ne ho 84, Luchino dal Verme - il comandante Maino, siamo quelli in copertina - ne ha 90; il quarto partigiano della buca è morto un mese fa (1)
Direi che ci trasciniamo ancora dei residui dell'impostazione che la questione ha avuto subito dopo la guerra.
C'è un confronto utile che ha fatto Michele Salvati, con la Spagna, riprendendo le tesi di un sociologo spagnolo. Una volta uscito di scena Franco, pur avendo attraversato una guerra civile sanguinosissima, gli spagnoli hanno deciso di "non riparlarne più", di ripartire da lì. La Spagna va meglio dell'Italia, da molti punti di vista. Da noi solo poco tempo fa il capo di Alleanza Nazionale ha fatto dichiarazioni apprezzabili. Del resto anche di fronte ai maggiori promotori della Resistenza ci sono state ostilità preconcette. Se pensa che il Partito d'Azione entrò in crisi immediatamente dopo la guerra e ancora oggi qualcuno accusa il tale di essere un "azionista", cioè vicino ad un partito che non arrivò alle elezioni del '48! Io non ero azionista, non ero neanche comunista; ho sempre riconosciuto il loro impegno, e volentieri. Certo, i comunisti mi chiedevano: perché non ti iscrivi? Io rispondevo "ne parliamo dopo la guerra" e andava bene così. I dirigenti comunisti delle Brigate Garibaldi coi quali ho avuto a che fare comprendevano bene che conveniva loro avere degli ex ufficiali come me, con una formazione borghese, ma con una certa pratica militare. Il conte dal Verme, cioè il comandante Maino, comandava una divisione intitolata a Gramsci! Non è mai stato comunista, non si è mai iscritto - avrà simpatizzato, certo -, ma contava soprattutto l'essere solidali e determinati. Ma purtroppo in questo Paese ci sono ancora strascichi della guerra civile. ancora.
Mi pare che bisogna tener conto del numero di copie che ha venduto Pansa; non impressionarsi, ma ragionare: Il sangue dei vinti ha venduto 340.000 copie. Il libro rivela e racconta di stragi, efferatezze compiute subito dopo la liberazione. Ci sono state e sono state tenute un "po' nascoste". Perché? Una delle domande alle quali non ho mai saputo dare risposta è: non capisco perché il partito comunista, così votato alla precisione, alla organizzazione, con Togliatti che fu grande politico, ma anche grande "amministratore", abbia gestito così male la fine di Mussolini, per cui neanche oggi noi sappiamo come siano andate veramente le cose (chi ha sparato?). Ma se non si arriva alla verità, i nostalgici poi fanno le commemorazioni del 29 aprile! Chissà se fra qualche anno sapremo come sono andate realmente le cose sulle colline di Dongo.
Sono dettagli, residui, ma continuano a fare effetto. Sono andato il 25 aprile a Pavia per un incontro al Teatro Fraschini, anche se sarebbe stato più bello farlo sul Ticino, con una bella giornata così... Non c'era tanta gente, ma c'è stato un discreto dibattito con il pubblico, con qualche domanda interessante. Terminato l'incontro, ho saputo che a 500 metri di distanza si erano picchiati un gruppo di Ordine Nuovo con un gruppo di Rifondazione. Non conosco il motivo, ma ecco, il 25 aprile del 2004, dopo quasi sessant'anni siamo ancora qui.
La svolta della storiografia e della memorialistica è stata il libro di Pavone (Una Guerra civile, saggio storico sulla moralità della Resistenza, Bollati Boringhieri 1995). Con l'introduzione del concetto di guerra civile ha provocato molte polemiche, ma ha indotto una rilettura delle vicende della Resistenza. È una dizione che ritengo valida, insieme ad altre: è stata anche una guerra civile. Guerra civile vuol dire guerra fra genti che fanno parte di uno stesso paese. Quella definizione fu utilizzata nell'immediato dopoguerra dalle sinistre; successivamente fu ripresa dal Movimento Sociale Italiano, quando la presenza di questo divenne tangibile, e allora quelli di sinistra non la usarono più. A Pavia, quando venne presentato La Traversata, c'era una persona che io stimo molto: Virginio Rognoni - attuale vicepresidente del Consiglio Superiore della Magistratura; ha preso la parola per dire che lui non condivideva questa definizione, perché l'aggettivo "civile" andrebbe a vantaggio dei fascisti e di chi combatté con i tedeschi, i quali non si possono mettere sullo stesso piano delle forze antifasciste, per il peso e la responsabilità storica di fronte ai terribili crimini commessi. Giusto! Ma la lotta di liberazione è stata, lo sottilineo, anche una guerra civile. D'atra parte ho voluto esprimere riserve sull'enfatizzazione da una parte, come sui pericoli del post fascismo dall'altra.
Cosa pensa dell'amnistia del '46?
Penso che le intenzioni fossero buone. Non è servito. Forse è stata troppo ampia. Forse bisognava accompagnare quel processo a dei riconoscimenti da una parte e dall'altra. Ho appreso dal libro di Pansa un episodio di cui non ero a conoscenza: Togliatti andò a Modena e a Reggio, due delle città di quel che chiamavano il "triangolo della morte". In due discorsi riservati disse che le esecuzioni dovevano cessare.
D'altra parte leggendo i documenti del dibattito dell'Assemblea Costituente si capisce bene quanto fosse alto l'allarme per i rigurgiti fascisti. Mi ricordo la preoccupazione di Lelio Basso, allora leader della sinistra socialista, e anche di Togliatti: temevano che questo rigurgito si rafforzasse. Bisognava ricostruire la democrazia a partire da quelle ultime fiammelle che si erano spente definitivamente nel 1926, con la messa al bando dei partiti e la fine della libertà di stampa.
Può darsi che queste preoccupazioni fossero all'origine dell'amnistia. Però fu talmente ampia che uscirono tutti! Mentre aspettavo la sua visita pensavo proprio a questo: in questo Paese sono le esigenze della politica che influenzano le prese di posizione storica. L' amnistia fu dettata anche dal fatto che si andava alle elezioni e al referendum monarchia/repubblica del 1946. La decisione dell'amnistia fu annunciata prima del voto, e messa in atto solo successivamente. In questo paese tante cose sono andate in un certo modo per opportunità politica. Facciamo un piccolo esempio recente, di ieri: io ero contrario alla guerra in Iraq, dall'inizio. Nella lista Prodi c'è chi vuole anticipare la discussione sul rientro, anche perché il 30 giugno è successivo al voto... Badi che andrò a votare, e voterò la lista Prodi, quello che mi tocca, Bersani? Benissimo. Però ecco, questo è un segno che la logica elettorale spesso condiziona le scelte concrete, anche delicate.
Pensavo al motto del Tribunale di riconciliazione nazionale nato in Sudafrica dopo la fine dell'Apartheid; una invenzione vera e propria nella storia del nostro secolo: Libertà in cambio di Verità. Quel motto segna anche una scelta che va oltre le esigenze della politica. E' un processo faticoso e "rituale" che tenta di superare conflitti laceranti e annosi per ricostruire una storia che sia effettivamente comune, in cui le parti si riconoscano. Perché noi non sappiamo fare questo?
Non conosco bene il Sud Africa, però quel progetto è stato l'invenzione di un personaggio come Mandela, che è una grande personalità.
È anche questione di persone. Noi abbiamo avuto persone di livello: Nenni, Pertini, Einaudi, Togliatti. Però sarà per il nostro temperamento, per le tradizioni negative, per la tendenza alla rissa: non abbiamo avuto colpi d'ala, per volare "sopra"; siamo più con i piedi per terra, e spesso non in senso positivo.
Lei non pensa che avremmo potuto fare qualcosa?
Certo, sì. Il fatto che io che non mi sia mai iscritto all'ANPI - e noti che la sezione di Milano è presieduta da una persona che conosco bene e stimo, ha un perché: perché c'è stata quella enfatizzazione che non ha giovato alla verità.
Molti si sono indignati per il libro di Pansa, che pure vota a sinistra. Ma insomma, lui l'ha fatto, ha fatto molte ricerche. Io non ci avrei pensato, ma adesso c'è, adesso sappiamo queste cose ed è opportuno sapere. Io ragiono così.
Nel '35, '36 sarei andato in Abissinia se avessi avuto l'età! Il consenso al fascismo, intorno alla guerra d'Etiopia, negli anni Trenta, era altissimo. E ricordo anche, nel libro, che il mio primo distacco dal fascismo avviene quasi per ragioni di gusto, di stile; certo poi si riempie di motivi più seri, ma fino a quell'epoca non ne sapevamo molto.
Bisognava fare i conti con il fatto che il consenso al fascismo era stato altissimo.
Insieme all'amnistia bisognava pretendere che i combattenti di Salò riconoscessero che erano dalla parte sbagliata, ma anche riconoscere coloro che si erano battuti. In tanti ci han lasciato la pelle. Anch'io ho avuto un contatto con un ufficiale dei bersaglieri - ne parlo nel libro -, che era in buona fede, ci credeva.
Certo che le guerre civili sono tremende. Noi però combattevamo per la libertà, loro no.
In questa mancata elaborazione ha molto pesato la Guerra Fredda.
Quando arrivammo a Milano, nel '45, andai a trovare un amico di Genova che suonava la tromba in un complesso jazz. Era laureato in medicina, ma preferiva suonare la tromba. Era un uomo intelligente. Mi dice: "E adesso cosa fate, andate tutti contro l'Unione Sovietica?" Da parte di uno che pensava solo a Duke Ellington e a Louis Armstrong mi colpì che intuisse subito che la tensione di fondo sarebbe diventata quella, cioè il confronto fra i due mondi. La guerra fredda comincia nel '47: da una parte nasce il Cominform, dall'altra l'Alleanza atlantica; la storia d'Europa si spacca in due.
E' come se la guerra fredda avesse congelato tanti elementi irrisolti dopo la guerra. Quei conflitti residui di cui Lei parla però legittimano la politica di oggi, in un contesto completamente trasformato.
Io sono uno di quelli che riconosce che l'Italia è cambiata moltissimo. Il cambiamento che c'è stato negli anni '80 e '90 è un cambiamento di mentalità e Berlusconi è la rappresentazione di questo cambiamento. Siamo diventati un popolo di consumatori. Berlusconi non ha mai partecipato a un 25 aprile. Io sono indignato: almeno un fiore, portalo!
Persino l'uso - chiamiamolo improprio, per rimanere sobri - del termine "comunismo" come spauracchio, ha funzionato!
La cosa che colpisce è che funziona anche quando non c'è un partito comunista, né qui né in Russia. E io continuo considerare un errore la denominazione "comunista " che in Italia è tenuta da due partiti, quando Putin fa quello che fa in Cecenia. Anche in questo caso si vede un attaccamento a qualcosa che non c'è più. Anche nel pacifismo ci sono dei richiami al passato del partito comunista, ma io ritengo che oggi chi usa l'aggettivo "comunista" - che sia Bertinotti o Diliberto - finisca per dare una mano a Berlusconi.
Mettiamo le cose al loro posto: prendiamo atto che per ragioni complesse l'aggettivo comunista per gli italiani di oggi sia inaccettabile. Ragionare, riflettere su queste cose è necessario, visto che oggi approveranno una legge grave come la Gasparri!
Questo cambiamento della società non ce lo aspettavamo: riguarda le mentalità, gli stili da vita. Siamo usciti dalla crisi del sistema partitico (grave che sia durato così a lungo) senza riferimenti. Sono amico di Guido Crainz, che era di Lotta Continua, il quale nei suoi lavori di storico analizza acutamente le vicende italiane del dopoguerra. Una volta però gli ho gli ho "rimproverato" di aver favorito indirettamente l'avvento di Craxi. Anche il terrorismo rosso ha favorito indirettamente l'avvento di Craxi, che ne commette di tutti i colori. Da lì vien fuori questa mentalità. Perché poi si arriva a parlare di televisione.
Dirigevo fino a poco tempo fa la rivista "Problemi dell'informazione" - ne sono rimasto socio - e per un certo periodo ho scritto sui rapporti fra televisione ed elezioni, ma oggi accetto il parere di quegli studiosi che sostengono che l'influenza della televisione sugli stili di vita è molto più potente e incisiva. Non c'è dubbio che l'unica cosa che si deve riconoscere a Barerlusconi (proprio l'unica) è l'esser stato un abile imprenditore televisivo. Del resto nel 1979, cioè l'anno prima di aprire Canale 5, comprò ben trecento film e chiamò un giovane appassionato a riordinarli, a catalogarli: sa chi era questo giovane? Carlo Freccero. Insomma un eccellente imprenditore televisivo.
La frase che chiude il suo libro, facendo un bilancio della storia italiana di cinquant'anni è: "C'è democrazia, ma incompiuta". Che pezzo ci manca?
Ci mancano molti pezzi etici. A cominciare dall'aver carattere. Lo dico per il giornalismo: il giornalista dev'essere colto, sveglio, curioso, certo. Ma deve avere spina dorsale. Molti italiani sono deboli in questo e la disonestà è diffusa. Se si presentasse una lista dei truffatori alle elezioni, prenderebbeil 38%! Per dire una cosa più tranquilla: siamo scarsi di civismo. Le regalo un insegnamento di Gaetano Salvemini per gli storici, che ho sempre preso a riferimento per i giornalisti: non chiedete agli storici - e al giornalista - l'obiettività, ma l'onestà.
Nota
1. La buca è una tana scavata nella terra, dove Maino, Americano, il medico Beppe e Murialdi si nascondono per 35 giorni, nelle ore diurne, in seguito ai feroci rastrellamenti dei "mongoli" nelle file tedesche.
golemindispensabile.it
Iraq: gli europei devono ritirarsi
L'orrore delle torture e degli attentati non accenna a cessare. Ma lo scontro delle civiltà può ancora essere evitato. Ecco come.
Pensavo che Saddam fosse un terribile dittatore e che, di conseguenza, un cambiamento di regime a Bagdad avrebbe costituito comunque un miglioramento. Fin quando permaneva la speranza che la situazione sarebbe migliorata, l'assenza di un mandato ONU o delle armi di distruzione di massa non importava granché. E' per questo che ho appoggiato la guerra in Iraq. Ma le cose sono cambiate.
Gli ultimi sviluppi - dalle atrocità commesse contro i prigionieri iracheni all'omicidio di Izz ad Din Salim, fino alle eliminazioni di non-iracheni - mi hanno convinto del mio errore. I trattamenti inumani che gli americani hanno fatto (o stanno facendo?) provare ai prigionieri iracheni, con o senza ordini di Washington, non fanno che rafforzare l'idea che non c'è differenza tra il governo statunitense e il regime di Saddam. Quando invece ci avevano promesso delle differenze abissali: il nuovo Iraq doveva essere un esempio smagliante di democrazia e di rispetto della dignità umana. Il sogno non è diventato realtà.
I paesi che hanno aderito alla coalizione dei volontari guidata da Washington non sono andati in Iraq per il petrolio o per vantaggi economici. In Polonia si è parlato di motivi inerenti "alla libertà vostra e nostra". Si credeva che la democrazia in Medio Oriente fosse più importante di qualsiasi mandato ONU. Ma se la presenza di forze polacche è stata legittima in passato, adesso non lo è certo più.
Che fare?
Gli europei devono ritirarsi dalla regione. Gli inglesi e i polacchi devono ammettere che la loro missione è fallita. Non a causa loro, ma a causa del loro principale alleato: gli Stati Uniti. Devono ammettere che non è più possibile portare pace e democrazia in Iraq. Devono dare una lezione di modestia agli americani. Perché, cara signora Fallaci, la cultura occidentale non è superiore a nessun'altra. E questa lezione è necessaria per evitare una Palestina globale, con gli iracheni nel ruolo dei palestinesi e gli Stati Uniti che diventano Israele.
La verità è che tutta la comunità internazionale deve agire. Abbiamo bisogno di un nuovo mandato dell'ONU. I musulmani e altri stati non occidentali come il Giappone, la Nigeria o l'India devono impegnarsi in Iraq. A Bagdad, non c'è più posto per truppe europee, americane o russe.
L'11 marzo e l'Iraq
La lotta contro il terrore deve essere combattuta su scala globale, rimuovendo il sostegno finanziario ad Al Qaida e a chi ne arma le falangi della morte. Le soluzioni militari sono sempre l'ultima ratio.
L'Occidente ha bisogno di nuovi leaders. Dobbiamo pagare il prezzo del fallimento in Iraq. Se tutto va bene Blair dovrebbe richiamare le truppe quest'estate. E il Segretario alla Difesa americano, un giorno, dovrebbe comparire proprio di fronte a quella Corte Penale Internazionale che gli USA non vogliono riconoscere. Anche Bush non dovrebbe esserne esente.
E l'Europa? No, "noi avevamo ragione" si esclama a Parigi o Berlino. Ma la verità è che non c'è tempo per simili recriminazioni. L'11 marzo ci insegna che la guerra al terrore è anche la nostra guerra. Quel che conta è l'unità e politici capaci di lavorare insieme per evitare altri 11 settembre.
Multilateralismo; nuovi leader a Washington e Londra; un nuovo approccio al terrorismo. Di questo abbiamo bisogno per scongiurare il materializzarsi dello scontro delle civiltà di Huntington, e per portare pace, democrazia e rispetto dei diritti umani in tutto il Medio Oriente.
cafebabel.com
maggio 27 2004
Spaghetti in salsa neocon
di Paul Olden
Esiste una diffusione del pensiero neoconservatore nella cultura e nella società dei principali alleati di Washington?
I neoconservatori americani , altrimenti detti “neocon” , sono sicuramente il movimento culturale attualmente piu’ influente riguardo alla politica dell'amministrazione Bush. L’autorevole quotidiano Christian Science Monitor li ha recentemente definiti “Empire Builders”, costruttori dell’Impero, con evidente riferimento alle loro esortazioni sulla “leadership americana ” , che sarebbe “buona per l’America e buona per il mondo”.
Punto centrale del pensiero neocon, già da molto prima dell’11 settembre 2001, la presunta impellente necessità di un attacco militare americano all’Iraq di Saddam Hussein. Consiglio ascoltato puntualmente dall’amministrazione Bush, con gli esiti che tutti conosciamo.
Nessun dubbio dunque sulla capacità di penetrazione delle idee dei neoconservatori all’interno della vita politica americana.
E negli stati alleati? Esiste una diffusione del pensiero neoconservatore nella cultura e nella società dei principali alleati di Washington?
Alla corte del “Padrino”
Irving Kristol, l’anziano “Padrino” del neoconservatorismo americano ha dichiarato che “Non c’è nulla di simile al neoconservatorismo in Europa”. Abbiamo due possibilità: Kristol si sbagliava oppure l’Italia , nei pensieri del capostipite dei neocons, non fa parte dell’Europa.
L’italianissima rivista “Liberal”, pubblicata dall’omonima fondazione, è un soprendente esempio di sincronismo rispetto alle ben piu’ note pubblicazioni americane di area neocon. Con qualche sorpresa aggiuntiva.
Per cominciare, il direttore, Ferdinando Adornato, è il prototipo perfetto del neocon in salsa italiana: ex comunista, ex giornalista de l’Unità, approda quasi all’improvviso, con un tripo salto mortale da manuale, alla corte di Berlusconi . Eletto parlamentare nelle liste di Forza Italia, dichiara che sì, aveva proprio ragione il compagno D’Alema quando gli scrisse un biglietto che recitava “Caro Ferdinando, oltre la sinistra, c’e’ solo la destra”.
E mentre in patria le accuse di “voltagabbana” si sprecano, è negli USA che, probabilmente, il nostro ha trovato la sua vera via maestra: i neoconservatori americani, infatti, contrariamente a quanto si potrebbe pensare, non provengono quasi mai dall’aera politica conservatrice e repubblicana. Lo stesso Kristol nasce come uomo della sinistra “liberal” , per poi andare oltre. A destra, naturalmente.
Un megafono neocon tutto italiano
Ma continuiamo ad occuparci della fondazione presieduta da Adornato, facendo una capatina nel sito web www.liberalfondazione.it
Sotto il logo “Fondazione Liberal” , il sottotitolo è categorico: “L’incontro liberale tra laici e cattolici”. (Non sia mai che capiti un islamico? ).
Sulla sinistra della home page, la copertina dell’ultimo numero della rivista. “La terza guerra mondiale – come combatterla.” – recita il titolone a tutta pagina.
Il sito contiene una selezione di articoli , consultabili liberamente. Oltre all’editoriale di Adornato, ecco un corposo contributo di William Kristol, direttore del noto think-tank neoconservatore “Project for a New American Cenrury” ( PNAC) , nonché figlio naturale di Irving Kristol.
Continuando a scorrere la pagina, ecco che ritroviamo anche Michael Novak, editor del National Review http://www.nationalreview.com/, impegnato in una dotta disquisizione sulla “guerra giusta” , partendo da Sant’Agostino fino all’Iraq.
Non manca un articolo dal titolo “Il diabolico teorema di Yasser Arafat”, firmato dal professor Barry Rubin , direttore del GLORIA http://gloria.idc.ac.il e prolifico autore di libri. Dichiaratamente neocon anche lui, naturalmente.
E la rivista bimestrale cartacea certamente non è da meno: anche qui ritroviamo tradotti Kristol e Novak, e non manca un contributo del giovane ma influentissimo Robert Kagan.
Ad accompagnare il gotha della galassia neocon americana in questo contenitore bimestrale nostrano ecco una selezione di articoli dai titoli più che eloquenti. Si va da “L’Europa bugiarda e complice” a “Spagna, non scappare”, fino ad arrivare a “Europei ora lasciate fare a noi”.
I libri di “Liberal”
Tra i libri editi in Italia da “Liberal Edizioni” fa bella mostra di sé il testo sacro “La guerra all’Iraq - La fine di Saddam e il nuovo pensiero americano” , quasi una bibbia Neocon firmata da Lawrence F. Kaplan e da William Kristol in persona. Non mancano però opere più incentrate sulla vita politica italiana, quali “Il paradosso Socialista” il cui sottotolo “ Da Turati, a Craxi a Berlusconi ” sembra un vero concentrato della parabola – davvero molto neocon-style – di alcuni politici, giornalisti e uomini di cultura italiani.
Mario Andrea Rigoni, con il suo “Elogio dell’America” chiude in bellezza la piccola ma agguerrita ( è il caso di dirlo) libreria di “Liberal”.
Le sorprese del “Chi siamo”
Come nella migliore tradizione dei think-tank neoconservatori americani, anche la Fondazione Liberal non fa mistero dei nomi e cognomi dei collaboratori e dei sottoscrittori. Cosi’ come basta fare un salto alla pagina “Statement of Principles” del PNAC per trovare le firme di personaggi del calibro di Donald Rumsfeld e Paul Wolfowitz, anche nella sezione “Chi siamo” di liberalfondazione.it si trovano personaggi di assoluto livello.
La pagina “Chi Siamo” si apre con una auto-definizione dell’attività della fondazione che cade in un lapsus quasi freudiano, definendosi erroneamente un “think-thank” [ Thank – grazie - anziché , come sarebbe corretto dire, Tank - serbatoio]. Ma a ben guardare, qualcuno da ringraziare forse c’e’ davvero.
Nel primo “comitato di indirizzo” della fondazione , che nasce nel lontano 1995, si trovavano personaggi di primo piano della vita politica e imprenditoriale italiana. Tra gli imprenditori spiccano Diego Della valle, Vittorio Merloni, Cesare Romiti e Marco Tronchetti Provera.
Tra i politici troviamo Carlo Azeglio Ciampi, accompagnato da Mino Martinazzoli, Antonio Baldassarre e da Ferdinando Adornato stesso. E sorprende un po’ la presenza di Franco Debenedetti, attualmente senatore eletto con i Democratici di Sinistra.
Infine non mancano i giornalisti, ben rappresentati da Ernesto Galli della Loggia che si occupo’ attivamente della rivista fino al 1998.
La fondazione nasce dunque notevolmente blasonata, tuttavia quanti di questi altisonanti nomi siano tutt’ora partecipi dellì’attività del think-tank non è dato saperlo. Certo è che, visti i padrini che l’hanno tenuta a battesimo, viene quasi da pensare che la definizione di “Think-thank” non sia solo un banale errore ortografico.
Proseguendo la visita, scopriamo che la fondazione dispone anche di un “comitato scientifico”, che “funge da Consiglio d'indirizzo” della rivista bimestrale. La maggior parte dei nomi non ha bisogno di presentazioni.
Tra i politici segnalati come membri del comitato ecco Domenico Fisichella, Franco Frattini, Marcello Pera, Giulio Tremonti, Antonio Martino, Antonio Marzano, Giuliano Urbani. E non mancano penne molto note del giornalismo italiano, quali Oscar Giannino, Paolo Guzzanti, Giovanni Minoli, Marcello Veneziani e Angelo Panebianco. Anche qui non manca la connessione transatlantica che si personifica nella figura di Michael Novak.
Tra i membri del comitato scientifico, anche il discusso storico tedesco Ernst Nolte, spesso accusato di revisionismo. Qualcuno potrà ricordare proprio Ferdinando Adornato, quando dichiarò in Commissione Cultura alla Camera che “dopo un secolo come il Ventesimo, il revisionismo è un obbligo, se vogliamo uscire dalla politica ideologica”.
Curioso è pero’ rilevare come lo stesso Nolte, in una recente intervista abbia dichiarato: “Oggi, quando leggo Robert Kagan, l'ideologo di Bush, trovo delle sorprendenti assonanze con quanto scriveva Heinrich Treitschke, il teorico del Reich all'epoca di Bismarck che esaltava il potere e la guerra. È la teoria secondo cui chi è forte e potente ha anche il diritto d'imporre il proprio sistema di civiltà.
L'idea bismarckiana è tornata di moda in America: l'obiettivo finale è una pace perpetua che si raggiunge mediante una guerra che rischia a sua volta di diventare perpetua. E mi chiedo: alla fine avremo davvero sconfitto tutte le dittature o ce ne sarà una sola in tutto il mondo?”
Una domanda sorge spontanea: Adornato l’ha letto?
Lo strano caso dell’ “Uomo Selvatico”
Tra i tanti articolisti della rivista “Liberal” troviamo Claudio Risè, psicoanalista, docente di polemologia all'Università di Trieste e anche lui membro del comitato scientifico della fondazione.
Basta sfogliare l’opera di Risè per capire che si tratta di un personaggio tutt’altro che “politically correct”. La sua retorica ci appare chiara dalle colonne di “Liberal”:
“Il nemico non ce lo si sceglie da soli, - scrive Risè - è determinato dalla nostra carta d’identità e designato da chi governa. E finisce così con l’essere un elemento, non secondario, dell’identità sociale del soggetto.”
Insomma, chi è il nemico lo decide il Capo, e non è il caso di contraddirlo. Anche perché il capo di solito è maschio, virile e anche un po’ “selvatico”. Ed ecco quindi che, segnalato nella pagina dei Links consigliati da “Liberal” , ci imbattiamo nel sito “Maschiselvatici”. Come recita la descrizione, si tratta del sito web di un singolare “movimento che si ispira alla ricerca sull'identità maschile e sul mondo selvatico (Wildnis)”
Una ricerca condotta giustappunto da Claudio Risé, che ne ha tratto anche un libro, pubblicato di recente.
L’introduzione spiega che si tratta di un “Movimento impegnato nella ricerca del maschile profondo, con la sua cultura antropologica ed i suoi riferimenti simbolici”. Non manca una esauriente “Galleria di falli” http://www.maschiselvatici.it/galleriafalli/galleriafalli.htm che mostra questi “riferimenti simbolici” nella loro forma piu’ pura, ovverossia il pene maschile eretto.
Insomma, niente di male, ci mancherebbe, e il piglio goliardico riesce quasi ad essere divertente. Sempre a patto di non ritrovare un giorno il Risè al Ministero per le Pari Opportunità.
Conclusioni
A giudicare dal lavoro di divulgazione svolto dalla “Fondazione Liberal” , appare chiaro che l’asse Roma-Washington è qualcosa di più di un fatto contingente legato alle pressioni americane riguardo alla partecipazione alla guerra in Iraq.
Il lavorìo costante da parte degli ambienti culturali della destra italiana potrebbe ottenere l’effetto di salvaguardare e rinsaldare un’alleanza di ferro tra l’Italia e gli USA dell’era Neocon, sempre più soli e a corto di “volenterosi” alleati.
E' un’alleanza che trema ogni giorno sotto i colpi dei vari scandali irakeni e degli umori delle rispettive opinioni pubbliche; ma è anche un’alleanza che si sta allenando per sopravvivere a tutto. Forse anche alla caduta dell’amico Berlusconi.
Paul Olden
www.ilbarbieredellasera.com
Montezemolo bacchetta il Governo e scatena l'ira del ministro Padano
DARIO MIGLIUCCI
Ieri era stato eletto con voto quasi unanime leader di Confindustria, oggi ha sorpreso con un discorso che ha incassato consensi a trecentosessanta gradi.
Luca Cordero di Montezemolo, al suo primo intervento da presidente degli industriali, è infatti riuscito a mettere tutti d'accordo, salvo il ministro del Welfare Roberto Maroni.
Il leghista si è innanzitutto annoiato, quello di Montezemolo è stato un discorso troppo lungo per i suoi gusti. Inoltre, al ministro non sono piaciute le critiche non troppo velate alle politiche federaliste dell'Esecutivo. Sbagliata anche l'apertura ai sindacati, così come è stato imperdonabile il mancato omaggio alla vittima del terrorismo rosso Marco Biagi. Per non parlare di quella definizione, "Il Mezzogiorno deve essere la nostra nuova frontiera", inaccettabile per ogni camicia verde che si rispetti.
Insomma, a parte "qualche spunto brillante", il resto del discorso è stato a tratti "assai deludente, inaccettabile, miope, sbagliato, fastidioso, troppo lungo", e rappresenta "una partenza nella direzione sbagliata".
Semplicemente, Maroni avrebbe preferito una strada molto diversa: "Montezemolo avrebbe dovuto riconoscere che il governo ha fatto molto".
Ma il neo numero uno di Confindustria non ha detto niente di tutto questo. Ha invece puntato sulla priorità di "ritrovare un clima di fiducia" che possa fare uscire l'Italia dalla stagnazione del sistema economico. Ha parlato di "momento drammatico, e non solo per l'economia".
Ha lanciato un monito (contro ignoti?), assicurando che la Confindustria non ha alcuna intenzione di rinunciare alla propria autonomia.
Ha chiesto al presidente del Consiglio di "annullare l'Irap sulla ricerca", perchè "un Paese che non investe sulla ricerca, non investe sul futuro".
Ha persino indirettamente criticato le recenti dichiarazioni del premier, quelle promesse volte ad annunciare un'imminente riduzione della pressione fiscale: "Se vogliono ridurre le tasse, benissimo, ma solo in un quadro positivo della finanza pubblica". Per Montezemolo, infatti, non è possibile tagliare le imposte a discapito del Mezzogiorno: "Trovo improprio che si parli di modifica degli incentivi, non già per rendere più efficiente l'intervento nel Mezzogiorno, ma per ridurre la spesa pubblica e per favorire una successiva riduzione della pressione fiscale".
Ha anche bacchettato i continui contrasti tra le Istituzioni: "Vedo un pericoloso ridursi dell'autorevolezza delle nostre Istituzioni, metterle in discussione significa tagliare il ramo su cui si è seduti".
Ha inoltre chiesto la collaborazione dei sindacati, li ha ringraziati per il loro "desiderio sincero di confronto" ed ha auspicato la ripresa della concertazione: "Abbiamo molto lavoro da fare insieme. Il mio invito è quello di cominciare da subito".
L'intervento di Montezemolo ha suscitato reazioni incredibili, da Paese malato. L'Italia di Berlusconi vive in una realtà capovolta: il discorso di un leader di Confindustria viene salutato con soddisfazione unanime da sindacati e sinistra, lascia invece freddi come il ghiaccio gli esponenti dell'Esecutivo.
Le destre non hanno fatto mancare nemmeno gli insulti, oltre al già citato Maroni anche il governatore del Lazio Francesco Storace lo ha bollato come "deludente, demagogico ed offensivo".
Un altro segnale dell'anomalia italiana è stato il commento di Gianfranco Fini, quello dell'ex (neo? post?) fascista è stato ancora una volta il più moderato tra quelli dell'intera Casa delle Libertà.
L'aennino ha preso atto che in "Confindustria non è cambiato solo il vertice, ma anche la strategia", ma non ha attaccato le posizioni del presidente della Ferrari.
Berlusconi ha invece preferito la solita strada delle promesse, è salito sul palco per dire che "il governo ha colto (al volo, ndr) la richiesta espressa dalla Confindustria e sta studiando la possibilità di ridurre l'Irap sulla ricerca".
Molto più seria la reazione dei sindacati che, all'anima di chi le marchia come organizzazioni piene di pregiudizi di fondo, hanno invece applaudito.
Il segretario generale della Cgil Guglielmo Epifani si è detto in sintonia con la "buona relazione" del leader degli industriali e ne ha condiviso "gli obiettivi: ricerca, innovazione, formazione e infrastrutture".
Per il numero uno della Cisl Savino Pezzotta è stata invece una relazione "molto coraggiosa e fortemente innovativa", per quello della Uil Luigi Angeletti è "basata sulla voglia di fare".
Commenti analoghi dalle opposizioni, per Francesco Rutelli c'è "una spinta di fiducia e ottimismo per un radicale cambiamento", per Piero Fassino "spira un vento nuovo".
Rutelli ha voluto sottolineare la "critica al governo" contenuta nel discorso di Montezemolo.
Apprezzamenti al nuovo leader di Confindustria anche dal governatore della banca d'Italia Antonio Fazio, dal presidente della Banca nazionale del Lavoro Luigi Abete e da tantissimi industriali, imprenditori, esponenti delle Istituzioni politiche ed economiche.
Ovviamente non è mancato il plauso della famiglia italiana più influente nel mondo, Susanna Agnelli si è espressa così: "Bravissimo, eccezionale, ma non mi stupisce".
www.centomovimenti.com
Sondaggio per le elezioni Usa: ormai Kerry vincerebbe nettamente su Bush
di red.
Se si votasse oggi negli Usa, John Kerry, candidato democratico alla Casa Bianca, otterrebbe una vittoria larga sul presidente in carica, il repubblicano George W. Bush. Lo afferma un sondaggio di Zogby, condotto nei 16 Stati che questo rilevamento considera in bilico tra repubblicani e democratici nelle elezioni del 2 novembre. Altri sondaggi calcolano 17 o 18 Stati in bilico.
Zogby, dei cui dati mancano ancora i dettagli, paragona il successo che Kerry otterrebbe oggi a quelli di Ronald Reagan negli Anni Ottanta e di Bill Clinton negli Anni Novanta. Si osserva che i rilevamenti di Zogby sono mediamente più favorevoli a Kerry di quelli compiuti da altri sondaggisti.
L'autore basa i risultati del sondaggio su quattro motivi principali: In primo luogo, il sondaggio più recente (aprile 12-15) evidenziava i dati negativi sull'eventuale rielezione dell'attuale presidente. Il senatore Kerry, con una percentuale dal 47% al 44%, sta conducendo una corsa in due direzioni (contro Bush e contro l'indipendente Nader) e i due principali candidati sono appaiati a quota 45%, seguiti da Ralph Nader. In maniera significativa, soltanto il 44% degli intervistati sente che il paese vada nella direzione giusta e soltanto il 43% crede che il presidente Bush meriti di essere rieletto - rispetto addirittura al 51% di chi è dell'opinione che sia tempo di qualcuno nuovo.
In secondo luogo, ci sono ben pochi elettori indecisi per questo periodo della campagna elettorale. E storicamente, la maggior parte degli indecisi propende verso lo sfidante. I motivi non sono difficili da capire: gli elettori probabilmente si sono fatti già un giudizio sul presidente in carica e stanno cercando un'alternativa.
In terzo luogo, l'economia è ancora l'argomento più caldo per gli elettori, con ben il 30% che vota in base alle posizioni dei candidati in questo campo. Mentre la guerra nell'Iraq era un argomento determinante solo per l'11% nei sondaggi di marzo, è saltato al 20% in quello di aprile, come conseguenza delle pessime notizie sulla guerra. Terzo argomento sensibile è la guerra al terrorismo. Fra coloro che hanno scelto l'economia, Kerry conduce sul presidente 54% a 35%. Fra quelli che citano la guerra in Iraq, Kerry conduce 57% a 36%. Ciò, naturalmente, è equilibrata dal 64% di persone che preferisce il presidente nella guerra al terrorismo. Queste scelte sono probabilmente radicate nei votanti e difficilmente cambieranno.
Infine, se la Storia se una buona maestra, Kerry è il tipico candidato che aumenta nei momenti prossimi alle elezioni. Gli accade qualcosa nelle settimane di chiusura della campagna elettorale. Lo si è visto nel 1996, nella sua vittoria a governatore del Massachusetts contro Bill Weld e nelle più rcenti primarie democratiche del 2004.
unita.it
Ahi-ahi Tollah!
Solimano
“Impedire al pluralismo di tramutarsi in confuso relativismo”.
“I cristiani possono e devono essere presenti per offrire contenuti corretti”.
“Non possono essere lasciati in balia dello spontaneismo e della approssimazione, o magari in mano a progetti basati su principi non condivisibili”.
Queste frasi non sono contenute in un predicozzo di qualche monsignore dalla voce bianca, queste frasi fanno parte di un testo di intesa fra l'Ahi-ahi Tollah Ruini e Lady Joy Brichetto, la quale ultima ha detto fra l'altro che “nel corso dei prossimi tre anni verranno assunti 15.383 insegnanti di religione a tempo indeterminato, di cui quasi diecimila per il prossimo anno”.
Senza concorsi, senza esami, senza precariato. Basta che il vescovo dica: Tizio e Caio e Tizio e Caio divengono dipendenti statali a tutti gli effetti. Però il vescovo può cambiare idea, e l'anno dopo Tizio non gli va più bene. Non c'è problema, il vescovo mette Sempronio al posto di Tizio che viene piazzato dal signor preside ad insegnare latino o ginnastica (esagero un po' ma non tanto) in qualche altra sezione. Chi ci rimette è il precario, d'altra parte, se sacerdos in aeternum ha da essere, occorre che ci sia qualcuno che sia praecarius in aeternum.
L'unico lato positivo è che in questo modo avremo certamente una nuova generazione che li manderà tutti a quel paese, 'sti pretacci ingordi, che prima di andarci si sfogheranno su quelli che ingordi non sono e che si fanno il mazzo ogni giorno, senza passare dalla cassetta delle elemosine, ormai trasformata in cassaforte.
Buon relativismo a tutti, specie se confuso.
ulivoselvatico.org
La guerra di Bush uccide i diritti»
Presentato il rapporto di Amnesty international: il conflitto contro il terrorismo ha avuto un effetto devastante sui diritti dell'uomo, da Washington a Pechino. Le politiche statunitensi mettono in crisi le norme di giustizia sociale. Gli attentati di bin Laden e le strategie Usa hanno prodotto «il più grave e violento attacco ai diritti umani degli ultimi cinquant'anni»
STEFANO LIBERTI
ROMA
La guerra al terrorismo lanciata su scala globale dall'amministrazione Bush è un fallimento totale e ha avviato un'inquietante processo di restrizione dei diritti civili e delle libertà da un capo all'altro del pianeta. Lo denuncia Amnesty international (Ai) nel suo consueto rapporto annuale, che assume le forme di una vera e propria requisitoria contro coloro che di tale guerra globale sono e sono stati i principali ispiratori e protagonisti. «Sul mondo incombe un nuovo pericolo, che prende la forma di una battaglia preventiva contro la legalità internazionale», ha detto Marco Bertotto, presidente della sezione italiana di Amnesty alla presentazione del rapporto, ieri mattina a Roma. Nella doppia spirale di guerra e terrorismo che sta ormai avviluppando il mondo, il risultato più immediato e tangibile è un calo drammatico degli standard dei diritti umani e delle norme di equità e giustizia sociale. «Dopo l'11 settembre 2001, diversi governi hanno fatto della guerra al terrore il paradigma, spesso pretestuoso, della propria politica, in base al quale hanno stabilito o avallato patenti violazioni dei diritti umani e civili», ha aggiunto Bertotto.
Decisa a stabilire alcuni punti fermi, l'organizzazione esprime una condanna senza appello «di tutte le azioni compiute da gruppi terroristici contro civili inermi nel mondo, dall'attacco alla sede Onu di Baghdad dell'agosto 2003 all'attentato a Madrid dell'11 marzo scorso». Ma allo stesso tempo rileva che, sia pure a partire da obiettivi diversi, Osama bin Laden e George W. Bush finiscono paradossalmente per ottenere uno stesso effetto devastante: «stiamo assistendo al più grave e violento attacco ai diritti umani e al diritto umanitario degli ultimi cinquant'anni».
Il segno di questa drammatica involuzione è evidenziato in modo plateale da un semplice raffronto di dati: rispetto all'anno passato, è cresciuto il numero di paesi in cui si tortura, è aumentato il numero dei prigionieri di coscienza e quello delle detenzioni extra-giudiziarie. Un elemento che accomuna quelle democrazie occidentali che si proclamano campioni di pace - in primis Stati uniti e Gran Bretagna - ai più oscuri regimi autoritari del mondo. In nome della lotta contro un nemico tanto globale quanto evanescente, i diritti di interi popoli - i ceceni nella Federazione russa, gli uiguri e i tibetani in Cina, per citare solo i casi più eclatanti - vengono allegramente e ferocemente calpestati. Allo stesso tempo e con lo stesso pretesto, i governi occidentali partoriscono veri e propri mostri giuridici, come la base navale di Guantanamo Bay (dove Washington detiene senza accusa né processo circa 600 cittadini stranieri) e le ormai ben note torture perpetrate da militari statunitensi nelle carceri irachene.
Da questo punto di vista, Amnesty - che ha denunciato in tempi non sospetti gli abusi commessi nelle prigioni irachene e sul tema ha prodotto un instant book- sembra individuare una sottile linea rossa tra Baghram (in Afghanistan), Abu Ghraib e Guantanamo. «Nella loro miope ricerca di una sicurezza assoluta, gli Stati uniti si pongono al di fuori della legalità internazionale», sottolinea l'introduzione del rapporto.
Basandosi sulle conoscenze che le derivano da un'analisi seria e scrupolosa della situazione sul terreno, Ai smaschera l'ipocrisia di quei paesi che scatenano guerre con il pretesto di rimuovere armi di distruzione di massa e al contempo sono essi stessi i principali responsabili della proliferazione di armamenti: dati alla mano, i cinque membri permanenti del Consiglio di sicurezza delle Nazioni unite rappresentano l'88 per cento delle esportazioni globali di armi convenzionali.
Questa dottrina a geometria variabile, in cui i diritti umani vengono utilizzati dai governi in base a valutazioni di opportunismo politico, rappresenta il vero nemico contro cui combattere. È proprio quest'atteggiamento ipocrita degli stati a impedire la lotta contro le reali armi di distruzione di massa: la povertà e l'ingiustizia che attanagliano intere aree del mondo. La situazione - in quella che Bertotto ha definito con enfasi «l'anno secondo dell'era dell'attacco ai valori globali» - non sembra incoraggiante. L'unico strumento in mano alla società civile per imporre un'inversione di rotta ai propri governi è quello della denuncia. Un'arma convenzionale che ancora una volta Amnesty dimostra di saper usare con grande sapienza ed efficacia.
ilmanifesto.it
Differenze
Quando noi costruivamo il Colosseo, loro non c'erano o se c'erano erano selvaggi. Quando noi dipingevamo la Cappella Sistina, loro non c'erano ancora o ancora erano selvaggi. Quando noi componevamo l'Infinito, loro c'erano ma giocavano ai cowboy. Mentre loro rubano soldi e gioielli agli iracheni, noi preferiamo trafugare opere d'arte. Cosa non farebbe un italiano per un po' di cultura. (jena)
ilmanifesto.it
Una lunga ora di religione
di Furio Colombo
da l'Unità - 27 maggio 2004
Ieri con sorpresa ha fatto la sua irruzione nelle agenzie di stampa italiane l’espressione “antropologia cristiana”. Significa, credo, guardare ad ogni evento della cronaca o della storia dal punto di vista della religione. Avevo incontrato una simile espressione, molti anni fa, leggendo un testo ormai classico di V.S. Naipul, «India», in cui le parole “antropologia islamica” servivano per spiegare la visione totalizzante dei musulmani a confronto con la più eclettica interpretazione induista del mondo. Ciò che sorprende, è che, invece, per noi, in Italia si sta parlando di una “risposta pedagogica per la scuola”.
Ieri, infatti, il ministro dell’Istruzione Letizia Moratti ha firmato con il presidente della Conferenza Episcopale Cardinale Ruini un documento con questo titolo: «Obiettivi specifici di apprendimento per l’insegnamento della religione cattolica per la scuola secondaria di primo grado». «La riforma scolastica in corso di attuazione - ha spiegato all’agenzia Agi il Cardinale Ruini - si qualifica per l’attenzione ad una didattica rinnovata che mira a realizzare una convergenza fra le diverse discipline. In questo contesto la Cei ha dato il suo apporto per un insegnamento della religione armonicamente integrato nel sistema scolastico».
L’affermazione può apparire un po’ oscura. Ma se si legge un testo della Cei intitolato «Orientamenti connessi con la riforma della scuola pubblica e implicanze derivanti dalla approvazione degli obiettivi specifici di apprendimento per l’insegnamento della religione cattolica» (a cura di Monsignor Cesare Nosiglia) diventa chiaro che non si sta parlando (e firmando) di ambientazione dell’insegnamento religioso nei nuovi programmi della riforma Moratti.
Al contrario. Si sta progettando di adattare l’intero sistema scolastico italiano alla visione della “antropologia cristiana”.
Cercherò di spiegare citando i punti che a me sembrano più illuminanti del documento episcopale firmato dal Vescovo Nosiglia. Ecco alcuni passaggi.
Primo, «occorre privilegiare una corretta visione antropologica a servizio della verità nella carità, finalizzata a impedire al pluralismo di tramutarsi in confuso relativismo». Può essere utile ricordare ai lettori che relativismo vuol dire accettare che vi siano più verità, più punti di vista, diverse e anche divergenti visioni del mondo. Esempio, il relativismo induce a pensare che se gli embrioni sono persone dal punto di vista religioso, non lo sono dal punto di vista scientifico. Una volta abolito il relativismo, c’è una sola versione. In questo caso, quella che obbliga ad accettare l’attuale legge sulla procreazione assistita, che vieta di stabilire se un embrione è sano o malato prima di impiantarlo.
Secondo, «il compito appare assai problematico se pensiamo al disorientamento in cui viviamo e al clima diffuso di relativismo che si respira. Perciò nella realizzazione di questo nuovo compito educativo della scuola i cristiani possono e devono essere presenti per offrire contenuti corretti». Significa che tutto l’insegnamento, in tutte le materie e tutte le discipline, va «riempito di contenuti».
E infatti, terzo, «è tempo di passare a elaborare concreti “pacchetti di contenuti” di alto profilo per un approfondimento delle questioni epistemologiche e didattiche più significative alla luce della antropologia cristiana, da offrire come sussidio da valutare con docenti e genitori, avvalendosi anche dell’apporto di Università, Centri culturali ed editoriali cattolici». Come si vede, ogni aspetto dell’insegnamento, in una visione nuova per la scuola italiana, va a collocarsi in un paesaggio religioso (descritto come “antropologia cristiana”). L’insegnamento della religione non è più una materia, ma il punto generatore di tutte le altre materie.
Quarto, «già da queste indicazioni ci si rende conto di quali spazi siano riservati alla responsabilità di diocesi e parrocchie oltre che degli operatori scolastici. Ma non solo. Va valorizzata la pluralità tipica di gruppi, movimenti, aggregazioni e istituzioni presenti sul territorio che già operano nella scuola in diversi campi. Ad esempio lo sport, la musica, il teatro, l’assistenza, la carità, l’animazione di vario genere, l’attenzione verso il mondo della natura e dell’ambiente, il dialogo interculturale e inter religioso... non possono essere lasciati in balia dello spontaneismo e della approssimazione, o magari in mano a progetti basati su principi non condivisibili. Occorre programmare un piano e una strategia di medio e lungo termine». Esiste dunque una autorità, non scolastica e non della Repubblica italiana, in grado di stabilire nella scuola italiana, che cosa è un progetto condivisibile e che cosa non lo è. Ciò porta al formarsi di una élite che sarà depositaria - nella scuola italiana che era stata immaginata libera e laica dalla Costituzione - di una nuova autorità. Sono le «associazioni professionali di ispirazione cristiana di docenti della scuola statale e di quella paritaria che devono essere coinvolte nella fase di elaborazione delle nuove prospettive professionali e - in ambito ecclesiale - adeguatamente sostenute nel loro prezioso servizio di mediazione». Tutto ciò appare perfettamente comprensibile come posizione della Chiesa cattolica. Ma qui stiamo parlando di un documento che è stato firmato dal ministro italiano dell’Istruzione. E’ vero che di quell’istruzione non si dice più che è pubblica. Ma persino il testo vescovile che abbiamo appena citato fa riferimento alle scuole statali. D’ora in poi dopo una firma che è legge, perché si richiama esplicitamente ai protocolli dei Patti Lateranensi, la scuola di Stato italiana è rigorosamente confessionale. E’ una scuola fondata - non durante l’ora di religione ma nell’insieme del suo insegnamento - sulla specifica ed esclusiva visione teologica della Chiesa cattolica. L’evento cambia drammaticamente il senso del rapporto tra Stato e Chiesa in Italia. Ci si domanda come tutto ciò possa essere avvenuto al di fuori di ogni pubblicità (salvo questa comunicazione finale, a cose avvenute) e fuori dal Parlamento.
DALLA MALASANITa´ ALLA MALARICETTA
GIOVANNI VALENTINI
da Repubblica - 27 maggio 2004
è un vocabolo tanto inusuale quanto allusivo, un termine che già nel suono evoca l´intrigo, la collusione, il malaffare. Il reato di "comparaggio", contestato a più di quattromila medici italiani dalla Guardia di Finanza, richiama immediatamente il rapporto losco tra compari, un sodalizio illecito tra complici che brigano a proprio vantaggio e a danno di molti altri. Se poi questo avviene ? come usa dire ? sulla pelle della gente, cioè a scapito della sanità pubblica, allora la questione riguarda direttamente tutti noi: cittadini, pazienti e contribuenti.
Mani pulite e camici sporchi
dalla malasanità alla malaricetta
Con l´inchiesta è in gioco la tenuta di un sistema che già fa acqua da tutte le parti L´Italia ha bisogno di anticorpi
Contemplato fin dal ´34 in un regio decreto che si ritrova nel testo unico delle leggi sanitarie, evidentemente il comparaggio dev´essere una pratica antica, consolidata nel tempo. Ma il fatto che oggi la bufera investa una grande casa farmaceutica come la Glaxo e migliaia di "camici bianchi" è di per sé un sintomo sorprendente e preoccupante. Un segnale d´allarme non solo per le nostre tasche, già provate dal carovita, ma soprattutto per un bene prezioso come la salute.
Quante volte, all´uscita da una visita medica, ci siamo chiesti con la ricetta in mano: mi farà bene o mi farà male? Servirà o non servirà? Ora, al dubbio sull´efficacia della medicina, si aggiunge anche il sospetto sull´autenticità della prescrizione. Sarà giusta o sarà "comparata"? Sarà utile a me oppure sarà un favore a qualche azienda farmaceutica?
Per carità, non è il caso di sparare nel mucchio e di coinvolgere l´intera classe medica. E comunque, bisognerà aspettare necessariamente il responso della magistratura prima di esprimere giudizi definitivi. Tuttavia soltanto l´idea che 4.713 fra medici generici, specialisti, primari e direttori di cliniche, abbiano potuto prescrivere un farmaco invece di un altro, o magari al posto di niente, per ottenere in cambio denaro, regali, inviti o viaggi-premio, è un´idea che non giova certo alla salute.
Qui, però, oltre a quella individuale, è in gioco anche la salute collettiva. Vale a dire l´organizzazione e la tenuta di un sistema sanitario che notoriamente fa già acqua da tutte le parti. Non a caso il governo è arrivato al punto di stabilire un limite alla spesa farmaceutica delle Regioni, fino al 13% del bilancio annuale. Ma neppure questo è bastato a impedire che, dopo una leggera contrazione registrata nel 2003, nei primi tre mesi di quest´anno riprendesse a salire al ritmo del 16%.
Alla Glaxo, come risulta dall´indagine consegnata al magistrato, la promozione dei prodotti farmaceutici era arrivata addirittura al 20% del bilancio, un montepremi di circa 400 milioni di euro da distribuire fra i medici compiacenti in base alle rispettive prescrizioni di favore. E anche una riserva di "fondi neri", secondo la stessa Finanza, per evadere le tasse e frodare il fisco. Da qui, appunto, l´accusa di associazione a delinquere a carico dei medici in combutta con i produttori.
L´operazione delle Fiamme gialle apre così uno squarcio inquietante su un traffico illecito che si configura come uno spaccio di farmaci, un supermarket, un "outlet" di medicine forse inutili o anche dannose. Prescritte, nel migliore dei casi, per curare gli interessi di un´industria piuttosto che le malattie dei pazienti. Ed è proprio questo, al di là di qualsiasi moralismo, l´aspetto più immorale della vicenda.
Dalla malasanità passiamo adesso alla malaricetta. Da "Mani pulite" a camici sporchi. Non s´era ancora spenta l´eco dello scandalo sugli sprechi negli ospedali, che ne arriva adesso un altro sulle prescrizioni gonfiate, fasulle. Nella nostra Tangentopoli infinita, questa volta non sono mazzette sulle licenze edilizie, sulle lauree o sui diplomi scolastici, bensì prebende sanitarie, tangenti per così dire terapeutiche, medicine doppiamente amare.
La corruzione, dunque, come male nazionale, endemico, incurabile? Speriamo proprio che non sia così. Ma è certo purtroppo che in un mondo dominato dai soldi, dagli interessi e dagli affari, l´Italia di oggi non è un Paese vaccinato, capace di produrre antidoti o anticorpi.
La Grande Opera del Cavaliere
PINO CORRIAS
OLBIA (GOLFO DI MARINELLA)
da Repubblica - 27 maggio 2004
Marco è abbronzato, sveglio e scalzo. Salta sul gommone bianco, accende il motore da 60 cavalli che fa ronzare il mare blu, dice: «Andiamo?».
Come no. Questa è una gita speciale. Si va a visitare un cantiere che non si può vedere, non esiste sulla carta, ma già galleggia sul mare. Il mare di Punta Lada. Ponteggio a ridosso della scogliera: gru, escavatrici, bracci meccanici, operai in tuta arancio.
Quell´anfiteatro finto-greco l´ultima febbre di Berlusconi
In Sardegna, a un paio di miglia dalla villa La Certosa l´enorme cantiere a mare
I carabinieri mandano via chiunque, anche i senatori "Sicurezza nazionale"
Un ministro l´ha definito "cavità naturale da consolidare". In realtà è una maxi opera che tre squadre di operai stanno rivestendo di granito
Dicono stiano costruendo anche un tunnel nella roccia. Lo chiamano il tunnel James Bond. Piattaforma, ascensore, interno villa
(SEGUE DALLA PRIMA PAGINA)
PINO CORRIAS
È la sola Grande Opera che Silvio Berlusconi non ha mai disegnato con il pennarello, ma che sta realizzando (direttamente) con il cemento, i martelli pneumatici, un decreto che nessuno ha ancora visto, il velo impenetrabile della "sicurezza nazionale", le motovedette dei carabinieri a fronteggiare i curiosi, dissuadere ambientalisti e scocciatori. Non è un ponte, non è uno svincolo, non è un raddoppio autostradale. È una grotta. È casa sua.
Casa sua sta a un paio di miglia di mare da qui. Si chiama Villa La Certosa, 50 ettari di mirto, ginestre, ulivi, tutto comprato un po´ alla volta. Tutto cresciuto un po´ alla volta. Compreso un agrumeto. Una foresta di ulivi secolari. La spianata dei cactus. Il lago artificiale. La finta cascata. E adesso (in un colpo solo) un nuovissimo anfiteatro finto-greco, ma di autentico granito, che si vede solo dalle alture di Porto Rotondo. E questo benedetto cantiere a mare che si vede da qualunque punto del Golfo. Il cantiere ha scatenato un vespaio.
Trattasi, secondo le parole del ministro Giovanardi di «cavità naturale da ingrandire e consolidare». Un «approdo coperto per piccole imbarcazioni». Una «via di fuga sicura» per il premier, i familiari e «le illustri personalità straniere». Roba talmente segreta che sino a una manciata di giorni fa nessuno ne sapeva niente. Cento metri quadrati di tubi Innocenti spuntati sul mare, chiatte avanti e indietro per il Golfo, camion via terra, e il sindaco di Olbia Settimo Nizzi (Forza Italia) cascava dalle nuvole: «Non ho niente da dire». Buio completo da carabinieri, polizia, guardia forestale e costiera. La prefettura di Sassari? Incompetente. Il ministero degli Interni? Nulla da dichiarare. Mistero.
Sabato scorso Gianni Nieddu, senatore ds, un pugno di ambientalisti e i cronisti della Nuova Sardegna hanno provato un assalto con i gommoni. Sono arrivate rombando un paio di vedette dei carabinieri, una lancia costiera e un elicottero: navigazione interdetta entro i 500 metri dalla costa. Ma come? Un senatore della Repubblica non può approdare sul terreno demaniale di costa? No. Tutti fermati, identificati, rispediti a terra. «Sicurezza nazionale».
Dice Marco: «Questa è la rotta dell´altra volta». Dice: «Guardi laggiù. Dove finiscono quelle case, iniziano i terreni di Berlusconi». Giusto. A destra dell´ultima speculazione edilizia (vecchio stile, ruggenti Anni Sessanta) cominciano i boschetti incontaminati di Villa Certosa. Berlusconi comprò i primi 7 ettari una ventina di anni fa dal suo vecchio amico Flavio Carboni. Nel 2001 fece le cose in grande: ne aggiunse 40 acquistandoli da Tom Barrak, il finanziere. L´anno scorso ancora un pezzetto, questa volta dalla famiglia Dejana.
Da allora, in attesa del passaggio estivo dell´amico Putin, la tenuta è diventata un cantiere. Dalla diga del Liscia è arrivata l´acqua dolce per il laghetto artificiale. Dalle cave di San Giacomo (tra Olbia e Arzachena) è arrivato il granito giallo per i pontili, i finti scogli, le finte barche che ornano le sue rive. Ogni tanto giganteschi ulivi arrivano sdraiati sulla schiena di camion speciali. Ogni tanto arrivano scatoloni di legno imballati dall´altra parte del mondo con cactus rarissimi che si aggiungono ai 2 mila già piantati nella lunare (e celebre) spianata.
Adesso tocca all´anfiteatro che una tripla squadra di operai sta rivestendo di granito. Lo scavo è circondato da prati e ulivi. Da cespugli di mirto e vento. Il teatro è il pallino di Marcello Dell´Utri, che ama Eschilo e la tragedia. Ma è anche il sogno di Silvio che (invece) adora Apicella.
Navigando con il gommone, il teatro è solo una macchia polverosa nel verde. Dal verde si vedono spuntare i tetti delle rosate dimore che fanno da corona a Villa Certosa, grande come una chioccia da 2 mila 500 metri quadri. La residenza. Il villone.
Blocchi rosa quadrati e blocchi circolari. Vetrate. Piscine rettangolari di acqua di mare. Una discesa scavata nella roccia e nel verde dei prati all´inglese. Fino al molo. Fino a quei 4 pennoni, altissimi, spuntati anche loro la scorsa estate, autentici pennoni portabandiera, che fanno un po´ Grand Hotel e un po´ Onu. Oppure Camp David.
A proposito. Al porticciolo di Marana qualunque fabbro, qualunque pittore di scafi e di timoni ti intrattiene sui memorabili passaggi dei grandi della Terra, sulle guardie del corpo di Putin, sugli assaltatori in mimetica e (naturalmente) sull´imminente arrivo di George Bush con la sua valigetta nucleare. Arriva, come no. Secondo tutti il cantiere degli scandali è un bunker che Silvio sta preparando per lui. Non un approdo coperto, come dice Giovanardi. E neppure «una normale miglioria di un privato cittadino» come ebbe a dire il simpatico Paolo Bonaiuti, portavoce del premier, attribuendo le proteste degli ambientalisti al livore e all´invidia, anzi «ai professionisti dell´invidia». Come se qui a qualunque «privato cittadino» fosse possibile spostare un cespuglio, un sasso, senza attendere cento controlli, cento verifiche e incassare cento divieti.
Eccoci dunque. Il cantiere adesso si vede benissimo alle spalle della Motovedetta che dondola agganciata a due boe arancioni. Sulla cima del ponteggio ci sono le macchie gialle dei grossi compressori per i martelli pneumatici. C´è il braccio bianco della escavatrice che gratta l´arco nero della grotta. Un mucchio di terra smossa sta a mezza collina, circondata da grandi massi. Dicono stiano costruendo anche un tunnel. Lo chiamano il tunnel James Bond, avventura "La spia che mi amò", sequenza del sottomarino che entra nella "cavità naturale". Piattaforma. Ascensore. Interno villa.
Di fianco al cantiere c´è la sequenza di massi in verticale che, solo d´estate, diventano il percorso della cascata. Pochissimi l´hanno vista in funzione. «Putin sicuramente e pure io» dice Marco seguendo gli spigoli dell´onda che fanno saltellare il gommone. Dice che funziona con una grossa pompa che aspira acqua da sotto gli scogli, la porta in cima ai massi e la spinge verso il salto di venti metri. Dice: «Una meraviglia». Dice: «Anche se non serve a niente».
Ci avviciniamo. La motovedetta dondola. Operai vanno su e giù lungo i fianchi verdi e neri del cantiere. Non si sente un rumore, a parte il gocciolare del mare. Un carabiniere si affaccia. Guarda, fa sciò con le mani. Due volte. Non minaccioso, semmai rallentato. Come è rallentata (in fondo) tutta la scena. Marco vira e si torna. Al porto ti dicono che Berlusconi pagherà tutto di tasca propria. Hanno un tono a metà tra l´ammirazione e il fatalismo. Tra l´ammirazione e la sfida. Non capisci se stanno parlando (solo) di soldi o anche di voti.
Marco sparisce. Bisognerebbe farsi un bagno.
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POLEMICA SULLA RESIDENZA SARDA DEL CAVALIERE
Villa Certosa, dopo il bunker sorgerà un anfiteatro
Il tunnel proteggerà chi arriva dal mare. Giovanardi: tutto in regola. I Ds: no, è un abuso
DAL NOSTRO INVIATO
dal Corriere - 27 maggio 2004
PORTOROTONDO (Sassari) - Dopo il mistero sul tunnel/bunker scavato in una grotta per far arrivare gli ospiti di riguardo dal mare direttamente a villa Certosa, fra le querce e i ginepri del parco spunta anche un anfiteatro: Silvio Berlusconi fa davvero le cose in grande; 400 persone, sottopassaggio per gli spogliatoi, fotocellule e punti luce nascosti fra la vegetazione, palcoscenico capace di accogliere persino un’opera lirica. Improbabile che sia stato costruito soltanto per i duetti con Mariano Apicella, chitarrista personale del presidente. E infatti si sussurra che Tony Renis sia già al lavoro per la serata inaugurale, e potrebbe esserci anche Andrea Bocelli. Si sente dire anche che l’ordine è di accelerare al massimo: è veramente in arrivo George Bush per un relax di poche ore? Ma anche la visita-lampo del presidente americano a Portorotondo è top secret, finora né conferme né smentite.
I lavori dell’anfiteatro sono in corso da settimane: scavi, strutture portanti di cemento armato, rivestimenti in granito arancione con venature rosa, non lontano dal laghetto artificiale e dalla torretta in pietre a vista con annessa dependance riservata agli uomini che scortano il Cavaliere nelle passeggiate mattutine. «Tutto perfettamente in regola», ha precisato il ministro per i Rapporti con il Parlamento Giovanardi. Nessun tunnel/bunker: «Cè soltanto un attracco protetto per piccole imbarcazioni e un passaggio al terreno soprastante». Voluti dai servizi segreti: «Reiterate richieste del Cesis, dal 2001, condivise dal ministro dell’Interno. L’opera è stata secretata per evidenti motivi di sicurezza». Giovanardi ha risposto a un’interpellanza di alcuni deputati ds al question time: «Sono state rilasciate le necessarie concessioni e autorizzazioni. E il presidente del consiglio paga di tasca propria». Replicano i ds: «Anfiteatro e laghetto non hanno nulla a che fare con la sicurezza; l’abuso, fatto nella sua proprietà, resterà anche quando lui (speriamo presto) cesserà la sua funzione pubblica».
Intanto la procura della Repubblica di Tempio Pausania ha avviato un’inchiesta e la polizia municipale di Olbia ha già compiuto verifiche su concessioni e opere eseguite. Nicolò Ghedini, avvocato di Berlusconi, è già in pista: «Nei prossimi giorni sarò in Sardegna per consegnare ai magistrati i documenti che attestano regolarità formale e sostanziale di tutto, anche dell'anfiteatro - afferma - ho un dossier inoppugnabile, siamo tranquillissimi».
Alberto Pinna
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Ds Milano - Rassegna stampa
Fahrenheit 9/11 - Intervista a Michael Moore
di Samuel Douhaire - da Libération
"Spero di incitare la gente, e in modo particolare gli americani, a riflettere su questo: perché, dopo il formidabile slancio di simpatia del mondo nei confronti degli Stati Uniti in seguito all’11 settembre, oggi siamo considerati come il popolo più crudele della terra?"
Finalmente, dopo due ore di ritardo, Michael Moore appare. Vestito come l’americano medio che rivendica di essere (pantaloncini, sandali e berretto), ma circondato come un capo di Stato: tre guardie del corpo, due rappresentanti del suo produttore Miramax e anche due “consiglieri in comunicazione politica”, incaricati di “fare il resoconto” dei suoi incontri con i giornalisti. Comunque l’intervista la facciamo faccia a faccia sul suo nuovo documentario in gara, Fahrenheit 9/11, che viene presentato come “una cronaca dei quattro anni di presidenza di George W. Bush”: dalla sua elezione “rubata” alla guerra in Irak, passando per gli attentati dell’11 Settembre e i legami torbidi con la famiglia Bin Laden.
Perché nei suoi film, che trattano di temi piuttosto gravi, utilizza elementi comici?
Perché voglio raggiungere il maggior numero possibile di spettatori. Buona parte della sinistra americana ha perso il senso dell’umorismo e ha dimenticato quanto questo sia importante per convincere le masse. Ha forse rinunciato a conquistare l'elettorato?
Fahrenheit 9/11 è destinato a ostacolare la rielezione di George W. Bush?
Non mi dispiacerebbe se questo film potesse fare in modo che il nostro Paese possa essere di nuovo in mano al popolo. Ma se avessi voluto solamente promuovere un discorso politico, mi sarei candidato alle elezioni. Faccio un film perché amo il cinema, per divertire gli spettatori e, se possibile, provocare dei dibattiti. Spero di incitare la gente, e in modo particolare gli americani, a riflettere su questo: durante questi ultimi quattro anni qualcuno ha mentito al popolo americano. E perché, dopo il formidabile slancio di simpatia del mondo nei confronti degli Stati Uniti in seguito all’11 settembre, oggi siamo considerati come il popolo più crudele della terra? Come tutto ciò è potuto avvenire così in fretta?
Lei appare molto meno sullo schermo in questo film rispetto a Bowling for Colombine.
Dio sia lodato!
Perché questa discrezione?
Le immagini degli archivi, per la maggior parte mai diffuse sulle grandi reti televisive americane, devono restare al centro del film. Ma sentirete sempre la mia voce, nel senso fisico e spirituale del termine (ride). Ho sempre voluto realizzare un film in cui io sarei rimasto dietro la telecamera. Le persone che mi conoscono sanno bene che sono un timidone. Non mi piace vedermi su uno schermo. Ma per una giusta causa sono disposto farlo, visto che la gente lo considera un po’ come il mio marchio di fabbrica.
Perché non mostra gli aerei che si schiantano sul World Trade Center?
Anche se il cinema è considerato come un medium visivo, credo che in un film il suono sia più importante dell’immagine. Sono sicuro che la gente si aspettava che Michael Moore mostrasse dei corpi cadere. Perché non fare il contrario? Confrontarsi con uno schermo nero per un minuto e dieci secondi, è molto strano, o meglio inedito in un film americano: volevo che gli spettatori utilizzassero la loro immaginazione per ricostruire quello che era successo l’11 settembre a partire esclusivamente dal suono dei due scontri. E in un certo modo è ancora più terrificante, visto che, a forza di averle viste e riviste, siamo forse stati “desensibilizzati” alle immagini degli attentati.
Lei ridicolizza la coalizione condotta dagli Stati Uniti in Irak spiegando che essa include soprattutto dei micro-Stati. Dimentica l’Italia e la Spagna…
Credete che la gente sappia che questi Paesi ne fanno parte? D’accordo, c’è l’Italia, la Spagna, il Giappone, l’Australia, ma il resto, è…l’Etiopia!
Nella stessa sequenza, Lei illustra i Paesi della coalizione attraverso delle immagini caricaturali: un vampiro per la Romania, un fumatore di spinelli per i Paesi Bassi…Questi cliché non sono semplicistici come il discorso pro-Bush dei media, che Lei combatte?
È umorismo! Capovolgo i cliché per parodiare le reti d’informazione come Fox News. Utilizzo le loro stesse armi, ma contro di loro.
Lei filma il dolore della madre di una famiglia patriota che perde suo figlio in Irak. La sequenza è sconvolgente ma pesante per la sua lunghezza…
Tuttavia, nel montaggio, ho tagliato l’80% dei suoi pianti. Ma volevo che il pubblico americano vedesse la sofferenza delle famiglie dei soldati morti per niente in Irak, poiché questo dolore non l’hanno visto in TV.
In tutti i vostri film Lei ritorna nella sua città natale, Flint…
Vivo ancora nel Michigan. È una parte essenziale della mia vita. Ma all’inizio, non avevo previsto di ritornare a Flint per Bowling for Colombine: ci sono andato perché c’era stato quell’orribile fatto di cronaca (un ragazzino di 6 anni che aveva ucciso una compagna di classe). Per quanto riguarda Fahrenheit 9/11, ho scoperto che un numero incredibilmente elevato di soldati morti in Irak era originaria di Flint.
In Roger & Me, il suo primo film, Pat Boone cantava: “I am proud to be an American.” Dopo quattro anni di presidenza Bush, è ancora fiero di essere americano?
Non amo la parola fierezza: assomiglia a uno slogan che puzza di fascismo. Sono molto contento di essere un americano, amo i miei cari compatrioti. Ma in fondo ho veramente la possibilità di scegliere? Lei ha gli occhi scuri. Ne è fiero? Non si è mai posto la domanda…Io sono americano, è così.
Fonte: Libération
Traduzione di Lucia Cervone per Nuovi Mondi Media
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crocifisso elettrico di bifo
Le immagini dell'orrore che hanno sommerso l'Infosfera globale durante il mese di maggio 2004 hanno prodotto uno sconvolgimento nell'immaginario e nel sentimento, che avrà ripercussione politiche profonde.
Ero a Barcellona, la mattina del 30 aprile, e mi capitò di recarmi alledicola dei giornali in compagnia di Dee Dee Halleck, fondatrice di Paper Tiger tv di New York. Comprammo diversi giornali, spagnoli, italiani, americani. Sulla prima pagina di tutti i quotidiani campeggiava la prima delle tante foto dellorrore che nei giorni successivi hanno inondato il mediascape globale. In quella prima foto si vedeva unimmagine surreale, assolutamente improbabile, eppure perfettamente chiara: un detenuto irakeno crocefisso da fili elettrici con un cappuccio nero e una tunica nura. Contenendo lorrore che la pervadeva, Dee Dee mi ha detto: "Con questa foto Bush ha perduto la sua guerra."
Non so se avesse ragione, ma certo da quel momento la percezione mondiale è cambiata, qualcosa di profondissimo si rotto nella mente occidentale. La narrazione dominante è sfuggita definitivamente dalle mani del sistema mediatico e militare americano.
Nel corso del mese di maggio 2004 è apparso chiaro che il processo di trasformazione politica e culturale del mondo è sempre più centrata intorno all'Infosfera. Sono le immagini che producono narrazioni, che spostano la coscienza di milioni di persone, e influenzano l'economia, la domanda, gli investimenti, non meno che la politica, gli spostamenti elettorali, le esplosioni di violenza, la formazione di alleanze.
Il concetto di opinione pubblica non mi pare adeguato per spiegare quel che accade. Non si tratta propriamente di opinione (doxa: discriminazione critica tra proposizioni razionali, dissenso e consenso logicamente motivato), piuttosto di immaginario. L'immaginario è lo spazio dinamico nel quale le immagini innumerevoli che raggiungono la coscienza collettiva si dispongono in formazioni narrative. Attraverso la stratificazione di immagini sulla pellicola mutevole della memoria collettiva si costruiscono dispositivi di proiezione della realtà: dispositivi psichici che modellano l'attenzione agli eventi, filtrano le informazioni in entrata, modulano le reazioni psichiche, e in conclusione influenzano il posizionamento e la scelta degli individui
Il Mediascape nella crisi dello spettacolo pubblicitario
Nella seconda parte del Novecento la pubblicità (advertising) ha costituito il processo generale di modulazione dellimmaginario, ed ha sorretto, motivato e diretto la maggior parte delle produzioni mediatiche. La televisione è stata uno strumento della pubblicità, che infatti ne ha sostenuto interamente gli enormi costi di produzione. La funzione della pubblicità è quella di espandere e fluidificare il mercato per i prodotti dell'industria, ma per far questo il discorso pubblicitario ha costruito un narrazione del mondo, centrata sul consumismo e la sicurezza. La middle classe americana, secondo Oliver Zunz, è stata formata dalla diffusione di un frame narrativo che recita più o meno così: "la vostra vita è ingabbiata dentro la noia interminabile del lavoro, ma in compenso il capitalismo vi garantisce che nei momenti liberi potrete consumare gli ultimi gadgets prodotti dallingegno umano, ed avere una vita relativamente sicura."
Questo discorso è andato in crisi all'inizio del millennio. Dopo la crisi precipitosa della new economy, che ha stroncato l'illusione di un capitalismo di massa destinato ad un eterno boom e ad un'espansione illimitata della base sociale, è arrivato lo shock 911. Lo spettacolo globale non è più quello della sicurezza e del consumo, ma quello del terrore illimitato. La televisione ha sempre mostrato catastrofi, distruzioni, violenza. Ma nel frame narrativo del telefilm, del serial, dell'infotainment che parla di eventi lontani, lo spettacolo dell'orrore aveva un effetto rassicurante. "Quello che accade nei film non può accadere a me".pensava la middle class planetaria. Tutt'a un tratto, l11 settembre del 2001 lo schermo ha fatto uno scherzo imprevisto, dal quale la psiche globale è destinata non riprendersi più. Lo schermo ha mostrato una fiction in due tempi.
Prima una torre che sta fumando, a causa di un incidente del quale non comprendiamo il significato. Poi, venti minuti dopo (giusto il tempo necessario perché le stazioni televisive di tutto il mondo potessero sintonizzarsi) il riconoscimento, la spiegazione, lo scandalo (la rivelazione): un aereo entra nella seconda torre, distruggendola. In quel momento è entrata in crisi lontologia televisiva che per cinquantanni aveva modellato lauto-percezione dellumanità. Quello che stiamo vedendo è fiction o è informazione? si sono chiesti milioni di persone nel mondo in quei minuti. Quando hanno capito che non si trattava di fiction nel senso corrente della parola, bensì di informazione, milioni di persone ne hanno concluso che era saltato il patto su cui si è fondato mezzo secolo di pubblicità.
Da quel momento il Mediascape ha iniziato il suo divorzio dalla pubblicità, ed ha iniziato il suo matrimonio con il Terrore. Il frame narrativo nel quale si inseriscono ora le immagini mediatiche non è più quello che ha promesso per cinquant'anni sicurezza e consumo alla middle class planetaria, perché ora promette quotidianamente una nuova dose di orrore. La televisione mostrava orrori anche prima dell11 settembre, ma erano orrori distanti. Il fatto stesso che la televisione ce li mostrasse diceva che noi eravamo solo spettatori. L'11 settembre ci ha svelato che non è più così. Lo spettatore entra nello spettacolo.
La psicosfera asimmetrica
Nel maggio del 2004 abbiamo cominciato a capire qualcosa di più a proposito della guerra delle immagini che si svolge nella psicosfera globale. Quel che accade nella psicosfera non è linearmente determinabile: la percezione di un messaggio non dipende unicamente dall'esplicito contenuto della comunicazione, dalla quantità del bombardamento mediatico, dalla ripetizione del messaggio. Dipende anche da fattori difficili da determinare in modo consapevole, aleatorie abberranze della decodifica.
La superiorità quantitativa di cui gli Stati Uniti dispongono sul piano militare ed economico non si traduce linearmente in un predominio del messaggio americano, perché sulla ricezione del messaggio intervengono filtri che non sono determinabili in maniera simmetrica. La guerra smuove territori che non sono fisici, provoca terremoti e conflitti in zone della mente che non sono soltanto quelle consce.. Il sistema nervoso occidentale è sottoposto a uno stress i cui effetti sono difficili da prevedere. I bravi ragazzi americani mandati a combattere una guerra in nome del bene divengono pazzi, i loro gesti rivelano abissi di miseria psichica. L'Occidente si specchia in quegli abissi, e la vertigine potrebbe essere fatale. La Mente occidentale è sul punto di collassare.
Ma quali saranno gli effetti del collasso? Quali direzioni prenderanno i comportamenti collettivi, quali nuove culture germineranno, quali illuminazioni diverranno possibili, ma anche quali fanatismi si formeranno?
I rapporti di forza interni al Mediascape (la potenza delle megacorporation, degli apparati statali, l'occupazione del tempo mentale da parte del flusso informativo) influenza in maniera diretta l'Infosfera, ma l'Infosfera agisce sulla mente collettiva (sui comportamenti, sulle scelte della società) in maniera indiretta, asimmetrica, imprevedibile, perché il filtro tra Infosfera e mente umana è la psicosfera. La psicosfera deforma, frammenta, ricompone asimmetricamente il pulviscolo immaginario che proviene dall'Infosfera.
cappucci neri in città
Rientrato a Bologna dopo la manifestazione del primo maggio a Barcellona, mi sono impegnato nell'organizzazione di una performance che ho realizzato in diverse piazze bolognesi con una quindicina di miei amici della telestreet OrfeoTV. Il sound della performance era una voce infantile e dolcissima che ripeteva una canzoncina:
"Viva la guerra viva la tortura
viva la nostra amata dittatura
viva il massacro di donne e di bambini
viva il governo Berlusconi Fini."
La canzoncina era mixata con l'inno americano di Jimy Hendrix. Sullo sfondo di questo sonoro alcuni ragazzi vestiti con colori militari afferravano ragazzi e ragazze che camminavano nella piazza, gli infilavano sulla testa un sacchetto nero, per poi accumulare sul selciato i corpi degli incappucciati.
Negli stessi giorni performance dello stesso genere si sono svolte a Londra, in America, davanti alla casa di Rumsfeld. A Roma un gruppo di giovani ha messo in scena questa azione, ed è stato disperso violentemente dalla polizia. Perché abbiamo compiuto tutti la stessaperformance, senza bisogno di coordianrci? Perché avevamo bisogno di mettere in scena l'orrore, per comunicarlo prima di tutto a noi stessi, e poi per lanciarlo in faccia agli abitanti delle città occidentali. Possiamo star certi che il cappuccio nero entrerà a far parte della coreografia delle dimostrazioni antimilitariste dei prossimi tempi. Ma cosa vuol suscitare questa esibizione? E quali effetti mette in moto nell'inconscio collettivo?
Quali effetti può produrre sulla mente occidentale la campagna di colpevolizzazione che si è messa in moto inevitabilmente dopo la pubblicazione delle foto dellorrore americano?
L'immagine dispositivo
Dobbiamo imparare a calibrare l'effetto immaginario di ogni azione, di ogni immagine che l'azione produce (le azioni hanno soprattutto una valenza visuale, e vanno valutate in base all'effetto che sono in grado di produrre a livello mediatico e soprattutto a livello immaginario). Dobbiamo renderci conto del fatto che le immagini sono oggi il dispositivo politico fondamentale.
Con la parola dispositivo ci riferiamo ad un congegno semiotico capace di modellare serie di eventi, di comportamenti, di modi d'essere, e soprattutto capace di modellare narrazioni, schemi narrativi, proiezioni narrative entro le quali divengono possibili comportamenti sociali prima impensati, e perciò impossibili.
Quale effetto produce il dispositivo colpevolizzante del cappuccio nero? Non ho una risposta univoca, ma penso che un effetto possibile (e pericoloso) sia quello che chiamerei effetto KKK.
Il Ku Klux Klan nacque negli stati sudisti nel 1862, dopo la fine della guerra civile americana, e la sconfitta degli schiavisti. Esposti per lungo tempo alla colpevolizzazione, settori della popolazione bianca di quelle zone assunsero provocatoriamente l'immagine che li colpevolizzava.
"Ci accusate di essere razzisti? Ebbene, metteremo in testa dei cappucci bianchi e andremo in giro a linciare negri, a violentare donne, a bruciare, impiccare, massacrare esseri umani. Li prenderemo nelle loro case, li isoleremo in mezzo alla strada, li inseguiremo, li picchieremo fino a ridurli in fin di vita, poi accenderemo grandi torce per celebrare la nostra viltà. "
Nasceva così il partito dell'orgoglio bianco che a più riprese si è risvegliato nella storia americana, come manifestazione aggressiva del senso di colpa. Occorre ricordare che la fase più intensa e definitiva del genocidio a cui venne sottoposto il popolo dei pellerossa segue proprio la fine della guerra di secessione, e che nel genocidio il popolo americano ritrovò l'unità che aveva perduto negli anni della secessione, e rinsaldò l'equilibrio disumano su cui si fonda la sua identità.
La colpevolizzazione a cui il popolo americano è sottoposto da quando la guerra di Bush si è rivelata per quella follia criminale che è, può sortire un effetto pericoloso che chiamerei effetto KKK. Solo a novembre sapremo se ha avuto il sopravvento la ragionevolezza democratica della multicultura americana, o se ha prevalso il cinismo, l'affermazione rabbiosa della forza senza morale, la compensazione omicida del disprezzo di sé.
La performance dei cappucci neri si può ricondurre all'idea artaudiana del teatro della crudeltà: la messa in scena e ritualizzazione della violenza può aiutare a visualizzare il contenuto inconscio e in questo modo avviare a una soluzione positiva. Ma il decorso della terapia non è lineare, può dare avvio ad esiti perversi. Occorre sviluppare una coscienza scientifica dei processi di evoluzione psico-sociale, e quindi perfezionare in modo consapevole l'attività comunicativa. Occorre ragionare sull'immagine come dispositivo interpretativo e narrativo, capace di predisporre serie di gesti, eventi, doppi legami, crolli.
Nel corso di questo mese di maggio la cosmovisione dell'orrore ha presentato un altro spettacolo, quello della decapitazione di Nicholas Berg. La versione ufficiale di quell'evento non corrisponde probabilmente alla verità. Chi era veramente il giovane Nick Berg, cosa era andato a fare in Iraq, che rapporto aveva con il terrorismo islamico, perché è stato arrestato e poi rilasciato dallFBI, è stato veramente rilasciato dallFBI? Estato veramente catturato ed ucciso da terroristi arabi? E' morto fra le mani degli agenti americani che hanno poi inscenato una decapitazione poco verosimile, una decapitazione senza schizzi di sangue? Il mistero inquietante della decapitazione ha funzionato nello psichismo occidentale come riequilibratore del senso di colpa provocato dalla visione delle torture di Abu Ghraib, o piuttosto ha rinforzato la percezione di un pericolo intollerabile per la coscienza occidentale? A tutte queste domande non abbiamo una risposta, e non è detto che l'avremo mai.
per una scienza dell'interferenza
Ciò di cui si occupa il mediattivismo non è tanto la controinformazione, quanto l'interferenza. Non serve a molto denunciare le malefatte del potere, se non si è in grado di erodere la base psichica e intellettuale su cui il potere basa il proprio dominio. Il potere non controlla in maniera lineare gli effetti delle sue azioni, esso non è controllo lineare ma innesco di catene asignificanti che possono produrre effetti di tipo contraddittorio. Il mediattivismo agisce in questo spazio di indeterminatezza producendo interferenze nel ciclo della produzione immaginaria.
Interferenza nella circolazione dei segnali che il potere induce nell'Infosfera attraverso i media. Ma l'interferenza può avere caratteri molto diversi, dal semplice sabotaggio dei ripetitori di una stazione televisiva, all'emissione di segnali che si inseriscono nel ciclo infosferico in modo tale da modificare le condizioni di ricezione. Pensate alla Gioconda di Leonardo, e ora immaginate di farle i baffi. Come vedete l'ìimmagine cambia significato, assume un'altra tonalità emotiva, suscita in noi reazioni interpretative imprevedibili. Perturbare il contesto infosferico in cui agiscono i segnali emessi dal potere può modificare in maniera imprevedibile la ricezione di quei segnali, può modificare il piano narrativo creato dal potere in maniera decisiva. Quale che sia la potenza di emissione di cui il potere dispone, la sovversione comunicativa può deviare l'effetto del messaggio anche con dispositivi microscopici, con piccoli segnali divergenti, piccole interferenze marginali. Ma occorre chiedersi con chiarezza scientifica: cosa vogliamo provocare con l'interferenza? Quali effetti vogliamo produrre nella mente collettiva?
Pubblicità pornografia tortura
Nella mente globale durante quest'ultimo mese di perenne esposizione alla visione dell'orrore si è messo in movimento un processo di tipo catastrofico. Lo statuto dell'immagine (rassicurante esteriorizzazione di una corporeità sempre più rimossa) è cambiato dolorosamente. Dopo le foto e i filmati che sono giunti dalle prigioni iraqene, l'immagine chiama in questione il corpo, e la corporeità viene ridotta a spazio della violenza. La percezione pubblicitaria è stata ribaltata, nel mese di maggio del 2004. La nudità umana, che la pubblicità ha sempre utilizzato come piacevole e rassicurante promessa di felicità, ora viene esposta in segno di umiliazione, di ludibrio, di degradazione, di scherno, di annullamento. La foto della signorina bionda che si china sorridente sul cadavere di un torturato steso nella sua bara affogato nel ghiaccio, il gesto della mano inguantata in plastica verde, che solleva il pollice per dire: "OK, I have enjoied it" è una foto agghiacciante, perché riesce a cortocircuitare pubblicità, parodia della pubblicità, orrore puro e foto ricordo di famiglia. Tutto ciò che la pubblicità aveva presentato come immagine della pulizia americana ora appare come la prova della vergogna, della barbarie, della crudeltà. Cosa provoca nella mente puritana dei cristiani evangelici che sostengono la guerra di Bush in nome dei loro valori religiosi la visione del corpo del giovane arabo denudato con la violenza, esposto alla riproduzione fotografica, teletrasmesso via satellite agli sguardi divertiti degli amici del bar, della zia della nonna che prendono il te nel lontano Tennessee, e la visione della sorridente signorina England che indica con le dita della mano i genitali nudi di un giovane irakeno?
Le fotografie di tortura sono intrecciate con le immagini pornografiche di soldati americani che fanno sesso tra di loro. In effetti la maggior parte delle fotografie di tortura hanno tema sessuale. L'immagine della giovane donna che trascina un uomo nudo con una cintura di pelle è un classico dell'immaginario porno della dominatrice, che ha un vasto repertorio in Internet.
Perché i soldati americani si fotografano mentre torturano i prigionieri? Le risposte a questa domanda sono molteplici, e coinvolgono vari aspetti dell'orrore americano nell'era Bush. Il fatto che i soldati si fotografino rivela diverse cose: rivela che essi sanno di avere la complicità dell'intera gerarchia militare e politica, fino al Presidente Bush. In secondo luogo i soldati si fotografano perché nulla è davvero vissuto, davvero goduto, se non è registrato elettronicamente.
La videocomunicazione istantanea fa parte del fun, e nulla è davvero funny se non è registrato. Infine abbiamo la misura della crescente dimestichezza della vita americana con la brutalità. Susan Sonntag si è chiesta: quanto dovremo aspettare prima che venga fuori un videogame "Interrogating the Terrorists"?
Il 20 maggio del 2004, il capo del Pentagono Donald Rumsfeld, questo Goebbels dell'era digitale ha deciso di vietare i videotelefoni nelle carceri iraqene. In questo modo i suoi soldati smetteranno di comportarsi come turisti che girano con videocamere e videotelefoni creando problemi alle autorità. Si limiteranno a torturare in silenzio e di nascosto come hanno sempre fatto gli aguzzini.
La nudità
La visibilità del corpo nudo è inquietante per la cultura maschilista islamica come per la cultura pornografico-puritana. Nel mondo ossessionato dalla merce, dal potere e dall'appartenenza, la dignità sta nell'esibizione della divisa militare, del vestito o del velo che conferiscono identità. Il corpo nudo è l'ammissione di una debolezza, viene inteso soltanto come l'immagine di una sconfitta, di un'umiliazione. La bellezza del corpo nudo è stata cancellata e dimenticata dalla mercificazione, dalla competizione e dalla pubblicità, e poi è stata colpevolizzata dal fanatismo, e sepolta dall'aggressività militare.
Una recente indagine pubblicata al sito www.,medicina.clic ci informa del fatto che
"Quasi due italiani su tre, tra i 22 e i 46 anni, ricorrono alle pillole per l'impotenza prima del rapporto sessuale senza averne davvero bisogno. Ma quel che colpisce di più è che 105 su 801 (13,4%) sono giovani tra i 21 e i 26 anni e ben il 32,1% (258 soggetti) hanno dai 33 ai 38 anni. Oltre la metà dell'intero campione esaminato (51%) confessa candidamente di farne uso quando va in discoteca. Piuttosto temuto anche il primo incontro: più di un partecipante al sondaggio su tre (34%) confida di cercare sicurezza nellaiuto della pillola. Il 40% dice di farlo per paura di non avere l'erezione, il 33 per timore di fare brutta figura e il 27 perché teme di non soddisfare la propria partner."
L'insicurezza, la paura, la competizione, e la mediatiizzazione della relazione comunicativa trasformano il corpo in una macchina disagevole, e lo predispongono ad essere dispositivo di aggressione, di guerra, di violenza, di umiliazione.
Forse la prossima azione comunicativa che dovremmo essere capaci di costruire nelle strade di tutto il mondo consiste nell'esibizione sistematica del corpo nudo. Milioni di persone dovrebbero spogliarsi di fronte a questa guerra, mostrarsi in lunghi cortei di denudati, spogliarsi nelle cerimonie pubbliche, spogliarsi nelle manifestazioni politiche, spogliarsi a migliaia contemporaneamente.
Quando il presidente Bush verrà a Roma il 4 giugno del 2004 non si sa cosa succederà. Forse il movimento pacifista non avrà la forza di ricacciare a mare lo Hitler del nostro tempo, forse ci saranno inutili scaramucce con la polizia, qualcuno verrà picchiato, qualcuno arrestato. Forse invece ci sarà un fiume così vasto di popolo che le città italiane si fermeranno, e l'orrendo idiota che governa alla Casa Bianca accompagnato dall'ammiccante clown che lo ha invitato e lo ospiterà nelle sale delle istituzioni romane, si troveranno circondati e svergognati e impossibilitati ad uscire dai palazzi blindati, e si sposteranno tra nugoli nervosi di uomini armati. Certamente molte migliaia di persone arriveranno a Roma con il cappuccio nero. Se lo metteranno in testa per segnalare al mondo che ormai è evidente cosa vuol dire la politica dei tiranni di Washington e di Roma: accecamento violento del genere umano, imposizione di un cammino cieco verso la comune disfatta.
Ma io credo che sarebbe utile sul piano immaginario un altro gesto, un'altra messa in scena. Centinaia di migliaia di persone che si denudano pubblicamente, insieme, in Piazza Venezia, davanti all'Altare della Patria, folle di uomini e donne che offrono il loro corpo nudo non come testimonianza di un'umiliazione, ma come affermazione della bellezza del corpo umano in tutte le sue forme. La bellezza dell'essere indifesi tra persone non aggressive, la bellezza della debolezza che si riconosce nella debolezza altrui, la bellezza dell'uguaglianza e della libertà.
Milioni di corpi nudi sarebbero l'azione più liberatoria, sprezzante e felice al tempo stesso. Sarebbero l'annuncio di un immaginario possibile che sfugge alla guerra alla violenza e alla sopraffazione, allo spirito di vendetta ed al risentimento, che apre un mondo possibile in cui il contatto è più importante della proprietà, il godimento del tempo vissuto più importante del consumo di tempo rappreso in forma di merce, in cui la grande compassione ha la meglio sullottusità tirannica della potenza militare.
rekombinant.org
L’informazione Mediaset e Rai viola la par condicio. Nel monocolore azzurro svanisce il centrosinistra
Nel governo “dei miracoli” basta davvero poco per svelare un banale trucco da illusionisti. Calato nel circo della campagna elettorale Silvio Berlusconi ripropone il numero della «mediocrazia» di sinistra e della tv che, dice, basta guardarla per rendersi conto che è tutta contro di lui, come l’80 per cento dei giornali. Ma in un attimo il numero va a monte. È stato sufficiente munirsi di cronometro e andare a vedere quali politici strabordano nei tg di famiglia e in quelli controllati, e quali vengono ignorati, oscurati. Il lavoro lo ha fatto la Lista Uniti nell’Ulivo che ha presentato un ricorso all’Autorità garante delle comunicazioni, la quale ha immediatamente confermato lo stato delle cose: Rete4 e Italia1, con Tg4 e Studio aperto violano sistematicamente la par condicio. A favore del centrodestra.
Tra il 26 aprile e i primi dieci giorni di maggio, l’informazione dei due tg Mediaset è stata praticamente monocolore, azzurro intenso. Nel giornale diretto da Mario Giordano l’imparzialità ha questi numeri: dei 266 secondi totalizzati da tutti gli esponenti politici, 6 sono andati all’opposizione, il 2,25 per cento. Il resto è stato cannibalizzato dal presidente del consiglio, leader di Forza Italia, candidato alle elezioni europee Silvio Berlusconi, e dai suoi ministri.
Si è comportato meglio perfino Emilio Fede, che sempre nello stesso periodo ha dato al centrosinistra addirittura il 10,33 per cento, un record da queste parti. In 7 delle 12 edizioni monitorate, nessun esponente delle opposizioni è intervenuto, ma in compenso Berlusconi non è mai mancato, o quasi. Cheli ha richiamato le reti Mediaset, le ha invitate ad una conduzione equa, rispettosa della legge, e dovrebbe imporre la restituzione del maltolto, spazi compensativi prima del voto. Staremo a vedere. Intanto anche nei tg di viale Mazzini va in onda la sovraesposizione di Berlusconi, Fini, Follini & co.: 73,2 per cento dello spazio alla Cdl (quasi tutti ministri candidati) e 4,6 alla Lista Prodi nelle prime due settimane di maggio. Dati Osservatorio di Pavia. L’impar condicio continua.
www.europaquotidiano.it
La televisione degli altri
Vittorio Emiliani
Si parla molto in questi giorni di Rai, della sua troppo debole autonomia rispetto ai partiti politici e al Governo, e se ne parlerà ancora a lungo.
Si parla poco invece delle ragioni strutturali di tale deprecata dipendenza e di quanto si è fatto in altri paesi europei col preciso scopo di salvaguardare l’autonomia delle emittenti pubbliche radiotelevisive o soltanto televisive.
Le salvaguardie in Europa
Esistono in Italia le salvaguardie costruite nei paesi della Ue per le emittenti pubbliche (presenti in forze ovunque)? Decisamente no.
Per salvaguardie intendo statuti e/o organismi sovraordinati di garanzia, e canoni di abbonamento tali da contenere il condizionamento commerciale della pubblicità.
In Italia numerosi documenti "storici" hanno in passato definito più volte forme e contenuti del pubblico servizio radiotelevisivo. Fin troppi forse, ma nessuno ha la solennità, per esempio, della Royal Charter britannica.
Esiste da noi, fra Rai e ministero delle Comunicazioni, il contratto di servizio, simile al Cahier des charges della emittenza pubblica francese, che, periodicamente rinnovato, fissa i compiti che l’azienda pubblica dovrà svolgere in osservanza del suo ruolo e del canone di abbonamento (in realtà una imposta sul possesso del televisore, valido per tutti gli apparecchi utilizzati, mentre il canone autoradio è stato soppresso dal governo Prodi a fine 1998).
In Germania c’è un Trattato interstatale assai complesso anche perché Ard è il grande network federale dei Laender.
L’anomalia di fondo italiana è tuttavia rappresentata, oltre che dal duopolio e dal conflitto di interessi - soprattutto televisivo e pubblicitario - non risolto dell’attuale presidente del Consiglio, dall’assenza di un organismo paragonabile alla Fondazione Bbc, modello recepito da altre Tv (per esempio da quella scandinava), o al Conseil Supérieur de l’Audiovisuel (Csa) francese e franco-belga.
Nel primo caso l’intera proprietà di Bbc è rimessa alla Fondazione, retta da dodici governor nominati dalla regina su proposta del Governo (tutte personalità di grande prestigio e autonomia). Essi, in carica per cinque anni ma con scadenze diverse, nominano il consiglio di amministrazione e il direttore generale dotati di ampia autonomia. Come è stato largamente dimostrato negli anni della signora Thatcher e durante il governo Blair, con la punta della campagna contro l’intervento in Iraq, dove è stata certamente discutibile la gestione del caso Kelly, ma si è confermata l’autonomia di Bbc dall’esecutivo.
Il Csa francese, creato nel 1989 dopo la privatizzazione di France 1, è composto da nove membri nominati per sei anni dalle massime cariche istituzionali (tre ciascuno dai presidenti della Repubblica, del Senato e della Camera), governa l’intero sistema televisivo designando a sua volta il presidente-direttore generale di Télévision de France e quattro dei dodici componenti del cda (gli altri sono nominati: quattro dallo Stato, uno dal Senato, uno dalla Camera e due dallo stesso personale della Tv pubblica).
In tutti gli altri paesi, a tutela delle aziende pubbliche e dei loro utenti, esistono autorità con ampia delega di poteri fiduciari da parte del Parlamento.
Il sistema tedesco, centrato su due grandi emittenti come Zdf e Ard, è assai complesso e tuttavia garantisce una tale autonomia di guida che il direttore generale della prima, Dieter Stolte, è durato vent’anni, cioè fino al pensionamento.
I padroni della Rai
In Italia la Rai è soggetta al controllo di una Autorità per le comunicazioni che, anche per essere stata eletta dal Parlamento, si è mostrata debole e spesso in ritardo, dell’Antitrust, del Garante della privacy, della Corte dei conti, ma soprattutto della Commissione bicamerale di indirizzo e di vigilanza. Tanti "padroni" e però poca autonomia rispetto a partiti e governi.
Tant’è che dal 1993 al 2003 si sono succeduti ben sei consigli di amministrazione, sette presidenti e una decina di direttori generali. Col conseguente "tourbillon" di direttori di rete, di testata, eccetera. Dal 2002 a oggi si sono avvicendati un cda, un presidente e direttore generale all’anno. Un solo cda, quello presieduto da Roberto Zaccaria, è durato per l’intero mandato biennale, anzi per due mandati pieni (dal 1998 al 2002).
La soluzione scelta, provvisoriamente, nel 1993 di far designare i cinque membri del cda (dai quali scaturiva il presidente) ai presidenti delle Camere tendeva a un sistema di tipo francese. Dal quale si è invece regrediti.
Fino al 2000 le azioni Rai erano al 99,55 per cento dell’Iri (il restante 0,45 della Siae). Dopo il suo autoscioglimento, la proprietà è passata a Rai Holding che in pratica è del Tesoro. Dunque la Rai è del Tesoro, cioè del Governo.
Legame diretto che la legge Gasparri nei fatti rafforza poiché prevede che, una volta fuse Rai e Rai Holding, il cda passi a nove componenti, di cui due (fra i quali c’è il presidente) nominati dal Tesoro stesso e sette dalla Commissione di vigilanza la quale dovrà convalidare, a maggioranza qualificata, anche la designazione del presidente. Un meccanismo pesante che sacrifica ancor più la natura aziendale della Rai, vincolandola a inevitabili patteggiamenti politico-parlamentari.
Il canone è una garanzia
In tutta Europa c’è poi la garanzia del canone. Garanzia rispetto a una accentuata deriva commerciale. Discorso che merita un suo spazio: qui basterà dire che il canone italiano, inferiore ai 100 euro, è il più basso (oltre che il più evaso) della Ue, inferiore di 52 euro al canone irlandese, pari alla metà circa del canone britannico o tedesco, e a un terzo del canone svizzero o danese. Tant’è che la Rai deve ricorrere per il 50 per cento al mercato pubblicitario contro il 20 per cento circa delle grandi emittenti, di quelle tedesche per esempio.
In conclusione, i partiti hanno sin qui lasciato la Rai in condizioni di perdurante debolezza strutturale senza creare garanzie superiori paragonabili a quelle riscontrabili invece nella Ue. Una dipendenza dalla politica che ora si accentua.
lavoce.info
''La convention di Forza Italia? Un'operazione mediatica''. Lo dice Vittorio Dotti
Nonostante le diserzioni di Fini e Follini, parte oggi il congresso di Forza Italia ad Assago. Secondo molti solo una manifestazione muscolare del gran capo in difficoltà persino fra i fedelissimi. Ne abbiamo approfittato per parlarne con Vittorio Dotti, tra i fondatori di Forza Italia dieci anni fa, e che oggi si corre per le europee nel collegio del Nord-Ovest tra le fila della lista Uniti nell’Ulivo.
Avvocato Dotti, a dieci anni di distanza è candidato contro il partito che ha contribuito a fondare…
“Ci tengo a precisare che sono uscito da Forza Italia otto anni fa, quindi dopo soli due anni. Poi la mia candidatura di oggi è il frutto di un percorso che ho intrapreso all’insegna dell’europeismo e della grande stima nei confronti di Prodi”.
Notizia: Forza Italia va al Congresso. A lei cosa viene in mente?
“Non credo di dire nulla di particolarmente originale dicendo che i Congressi in Forza Italia si sono sempre fatti pochissimo, sono stati sempre rimandati e qualora sia stato inevitabile farli si è trattato di convention puramente virtuali. La forma è il fattore predominante, ma di contenuti non si è mai vista traccia. Nessun confronto, nessun dibattito, le decisioni sono sempre state prese altrove e arrivavano al congresso precotte”.
Secondo lei, allora, che significato ha tenere un Congresso a ridosso delle elezioni?
“I congressi si fanno prima delle elezioni per preparare la linea politica, il programma e le candidature; oppure si fanno dopo le elezioni per trarne le conclusioni e discuterne l’esito. In questo caso, un congresso a ridosso delle elezioni europee ha il solo fine di fare della campagna elettorale”.
Berlusconi ha così tanto bisogno di farsi campagna elettorale anche a casa sua?
“L’operazione è ovviamente unicamente mediatica. Vedremo lustrini, bandiere e simboli, come sempre, e come sempre assisteremo ad una manifestazione del tutto avulsa dalla realtà. Alienata dalla realtà e, come spera Berlusconi, alienante dalla realtà. Ormai la caduta nei sondaggi attribuisce un peso determinante al malcontento generale dei cittadini nei confronti della politica del governo. Al premier non resta che cercare, nuovamente, di confondere le acque”.
Ci può riuscire secondo lei?
“Se in passato ci è riuscito, è indubbia la responsabilità dei suoi oppositori. Oggi lo trovo più difficile. Primo perché Prodi ha dalla sua una forza nuova e competitiva, con un programma che vede l’Europa nel suo futuro, il benessere delle classi meno abbienti, i progetti per i giovani; secondo motivo perché l’instabilità e l’insicurezza che la gente avverte nella vita di tutti i giorni, a casa, nei posti di lavoro e nelle scuole è qualcosa di tangibile, che mostra gli insuccessi di questa maggioranza”.
Che valore hanno queste elezioni europee?
“Non posso dire che abbiano un’influenza diretta sulla vita politica e istituzionale del paese, ma sono convinto altresì che si tratti di un test molto importante proprio per valutare il livello del confronto tra due modi diversi di vedere la politica e di fa la politica. Entrambi gli schieramenti si presentano agli elettori con il lavoro svolto in Parlamento, dai banchi del Governo e da quelli dell’opposizione, rispetto alla grave crisi internazionale, ai problemi dell’economia e del lavoro. Il risultato darà un quadro, in tempo reale, del pensiero e della partecipazione alla vita pubblica del paese degli italiani”.
[Berto Barbieri]
aprileonline.info
I populisti alla conquista di Varsavia
La resistibile ascesa di Andrzej Lepper Leader di un piccolo partito contadino, è oggi popolarissimo. Con un discorso anti-euopeo, anti-corruzione e antisemita, sarà eletto a Strasburgo e alla Camera dei deputati polacca
K. S. KAROL
Per noi Andrzej Lepper è uno sconosciuto ma in Polonia è il più popolare degli uomini politici. I sondaggi gli danno il 30% dei voti, sarà sicuramente eletto al Parlamento europeo e l'anno prossimo alla Camera dei deputati polacca. Ma chi è quest'uomo piccoletto, atticciato e eloquente? Dapprima leader di un piccolo partito contadino, oggi si fa ascoltare anche nelle città. Si rivolge a chi non ha nulla e accusa tutti gli altri di non essere che ladri e corrotti. Il suo argomento principale: «Io non sono mai stato al governo» incontra una larga eco giacché i quindici anni in cui sono stati al governo le destre o le sinistre, non sono stati capaci di migliorare la sorte dei disoccupati (20% della popolazione), per non parlare degli operai, dei medici, delle infermiere, degli insegnanti. Andrzej Lepper non spiega con quale metodo cambierà come per miracolo le cose. Populista e patriota, molto euroscettico e alquanto antisemita, è appena tornato da un viaggio da Mosca, dove era andato su invito di Baburin e Ragozin, leader del partito nazionalista Rodina (la patria) come per mettere in atto un nuovo slogan: «nazionalisti di tutti i paesi, unitevi». Ma la nuova Europa dei 25 dovrà farne molto presto la conoscenza e trovare il modo di replicare alle sue requisitorie contro un universo di ladri e corrotti. Non sarà facile. La Polonia comunista era povera e aveva un indebitamento enorme. Ma la transizione al capitalismo guidata dal Fmi, non ha badato alle conquiste sociali del vecchio regime. Incitando alla privatizzazione di tutto - in pratica alla vendita all'estero dei gioielli dell'industria e alla creazione dei fondi di pensione privata. Sicché tutta la struttura delle assicurazioni sociali è stata smantellata o ridotta al minimo. I più audaci sono riusciti a far fortuna mentre il grosso della popolazione, lasciata a margine, è precipitata nella povertà o nella disoccupazione. L'80% delle imprese è stato privatizzato e la corruzione è a livelli mai visti. Anche il crimine organizzato, benché meno forte che in Russia, avvelena la vita dei polacchi.
Né il presidente di destra Lech Walesa, né il suo successore di sinistra Alexander Kwasniewski che sta terminando il suo secondo mandato, non hanno potuto far niente per garantire un minimo di giustizia sociale. Il primo, già leader del sindacato operaio Solidarnosc, ha cambiato spesso i premier ma mai la politica. Il secondo, già ministro comunista, contava nella vittoria del suo partito Alleanza della sinistra democratica (Sld). Questa è arrivata al governo nel settembre del 2001, un po' meno trionfalmente del previsto. Il suo leader, un vecchio funzionario di Lodz, Leszek Miller, poteva contare su un'alleanza parlamentare apparentemente solida. Ha cercato persino di sedurre Andrzej Lepper qualificandolo «costola della sinistra» e offrendogli la carica di vice presidente dell'Assemblea nazionale. L'interessato ha risposto crudelmente, accusando di corruzione nel suo primo discorso un terzo del gruppo parlamentare della Sld. Ed è stato revocato dalla vice presidenza.
Leszek Miller da allora ha messo tutte le sue speranze nell'adesione della Polonia all'Ue. Puntava sulle sovvenzioni di Bruxelles e sulla possibilità di esportare la manodopera polacca esuberante. Sogno realizzato solo parzialmente. La cattiva congiuntura in Occidente ha indotto la Germania e la Francia, i più grossi contributori, a ridurre la loro partecipazione al bilancio comunitario, mentre dovunque (salvo in Irlanda) si fissava un termine di 7 anni prima di consentire la libera circolazione dei cittadini all'interno della Ue. Quanto agli aiuti all'agricoltura, hanno sempre favorito le grosse aziende, mentre la Polonia è la patria dei piccoli coltivatori. Con i suoi quasi 40 milioni di abitanti, la Polonia è «appesa» quanto gli altri nove nuovi membri della Ue messi assieme. Ma se è un gigante in testa al plotone dei nuovi aderenti; economicamente è un nano confrontato ai paesi della vecchia Europa; il suo Pil rappresenta meno di un terzo di quello della Spagna. Secondo uno studio del The economist intelligence unite alla Polonia occorreranno sessant'anni per recuperare il ritardo, e a condizione di avere una crescita doppia di quella dei Quindici. Sessant'anni! Tre generazioni! E' una prospettiva che dà le vertigini. E insieme, un giornale certo non bolscevico come Le monde de l'economie, scrive che la scommessa della crescita non può che aggravare la distanza che separa i quindici dai dieci nuovi entranti. In altre parole, se prosegue l'attuale politica liberista, i 10 sprofonderanno in un dualismo tra una minorità e una gran maggioranza di marginali, senza un minimo di ammortizzatori sociali. Tutto ciò porta acqua al mulino di Lepper. Sa che la Polonia non può aumentare i salari se vuole che gli investitori occidentali vi delocalizzino le fabbriche. E' cosa notissima all'est, dove di recente una grande fabbrica di automobili francese, la Peugeot, ha preferito andare in Slovacchia dove il salario mensile medio è di 225 euro, piuttosto che in Cechia dove è ancora di 300 euro. Secondo uno studio della banca svizzera Ubs, nel 2003 i salari erano più bassi a Bratislava che a Lima, Bogotà o Città del Messico. Non stupisce che le imprese occidentali delocalizzino là dove la manodopera costa così poco. Meno chiaro è la ragione della caduta di popolarità di Leszek Miller che è diventato il premier più chiacchierato di tutta la storia della Polonia. Miller non era implicato in vicende di corruzione e si è battuto come un leone per far entrare la Polonia nell'Ue. E tuttavia in aprile, il suo partito,il Sld, ha avuto una scissione che ha visto la nascita di un nuovo partito socialdemocratico, il Sdpi, di Marek Borowski, fino a allora presidente della Camera. Della manovra si è sospettato all'inizio del presidente Aleandre Kwasniewski, sempre in disaccordo con Miller, ma anche la sua popolarità sta precipitando. Non è più in discussione che non potendo candidarsi egli stesso per la terza volta, avanzi la candidatura alla presidenza della sua compagna. La colpa di Leszek Miller è di non aver mai consultato la base. Ce l'ha fatta con il referendum sull'ingresso in Europa, ma su un altro punto cruciale - la guerra in Iraq - è rimasto solo. Gli ultimi sondaggi dicono che il 70 % dei polacchi sono contro la guerra e il 56 per il ritiro immediato delle truppe. Kwasniewski ha nominato come suo successore Marek Belka, un economista che da un anno si è occupato della «ricostruzione dell'Iraq»; si è doluto una volta di essere stato ingannato per quanto riguardava la presenza delle armi di distruzione di massa ma per tre volte l'ha smentito.
La sinistra polacca può dunque vantarsi di essere il miglior alleato degli Usa come la Gran Bretagna. Benché non ci sia alcun legame storico - è un paese slavo - e nella storia recente avendo assai poco goduto dell'ammirazione di Roosevelt. Ora non occorre essere molto acuti per vedere che George W. Bush è agli antipodi di Roosevelt, è un neo-conservatore arrogante e impresentabile. Come può la sinistra polacca stare a suo agio dalla sua parte? Anche il 70 % dei polacchi che si dichiarano contro la guerra non possono non porsi la domanda. E preferiscono Andrzej Lepper, che non li ha spinti in una guerra insensata e che parla solo di questioni che tutti conoscono: la corruzione. Lepper quindi arriverà a Strasburgo con i suoi 15 o 20 eletti sui 54 che spettano alla Polonia. Un altro populista, Ivan Gasparovic è stato eletto il 17 aprile presidente della Slovacchia. In Ungheria i sondaggi prevedono la vittoria di Victor Orban, grande nazionalista e antisemita che andrà sicuramente d'accordo con Lepper e compagnia. Costoro costituiscono una problema che va oltre i confini dei loro paesi, concerne l'Europa dei 25 tutti assieme. Questo farebbe bene a tagliar l'erba sotto i piedi ai populisti con una politica sociale che impedisse ai ricchi di diventare più ricchi lasciando i poveri sempre più poveri. Il dibattito sulla Carta dovrebbe essere l'occasione per affermarla. Una «frattura sociale» esiste anche in Occidente, e non ci sono segni di miglioramento. Ma all'est è abissale. Si lavora molto di più (da 40 a 48 ore la settimana), le ferie pagate sono molto meno (2 settimane l'anno), e i salari infinitamente più bassi. Sarebbe ora di iscrivere fra i diritti dell'uomo quello alla salute, alla scolarità gratuita per tutti e a salari conformi ai contratti in vigore nel resto dell'Europa. Certo, perché non restassero un pio desiderio bisognerebbe rianimare i sindacati dell'est, troppo paurosi per esercitare una pressione sugli imprenditori. Ma questo è un problema dei sindacalisti occidentali che per il momento non sembrano occuparsene.
ilmanifesto.it
Romania: TV, dalla monogamia all’entusiasmo
Dopo la monogamia televisiva di Ceausescu il numero delle reti pubbliche e private in Romania è esploso. Molte di queste ultime sono però indebitate con lo Stato. “Un modo, per il mondo della politica, di controllarle”, denunciano le ONG.
di Mihaela Iordache
Prima dell’89 i romeni avevano solo la tv pubblica e la radio statale. La quantità informativa ma soprattutto la “qualità” era espressione della politica del partito comunista e del suo leader, Nicolae Ceausescu. Due o tre ore di trasmissione durante la settimana e qualche ora in più il sabato e la domenica. Questa era la porzione tv decisa dal partito. Di solito i programmi erano in bianco e nero, solo raramente a colori e sempre si trattava di qualche trasmissione che rendeva omaggio a Ceausescu.
La libertà di espressione, la censura e, in fin dei conti, anche l’auto censura, sono state più dure della mancanza di alimenti. Ma i tempi in cui i romeni si ritrovavano a guardare i programmi della televisione bulgara o serba sono passati e la Rivoluzione dell’89 ha aperto nuove prospettive anche nel campo dei media.
Le aspirazioni finora represse sono esplose con entusiasmo. Molto entusiasmo. Tanto che ora in Romania ci sono ben 194 televisioni private. Il fenomeno fa discutere e molti analisti si stanno chiedendo se sia veramente “un affare” avere una tv.
Il mercato dei media romeno è invaso da canali privati tv ma anche dalle radio. Chiunque possegga un certo capitale ha creato una propria rete televisiva. Alcuni poi hanno allargato i propri investimenti creando altre televisioni, radio, quotidiani.
La prima televisione privata fu creata a Bucarest nel 1992, TV Soti, ma la sua vita fu breve: due anni. Poi, nel 1993 è stata creata Antena 1, successivamente Tele7abc (1994), Pro Tv (1996), Prima Tv (1997), OTV, Pro Tv International, Acasa, B1tv, Realitatea , National Tv, ecc.
Anche la Tv pubblica si è estesa ed è passata da una a quattro reti: TVR1, TVR2, TVR International e TVR culturale. Il mercato nazionale è pero diviso fra tre televisioni, Antena1, Protv e TVR1, che insieme raggiungono il 45% del pubblico. Seguono Prima TV, Acasa e TVR2 con un 20% del mercato. La lista è ovviamente molto più lunga, ma in realtà il resto dei canali Tv non dice molto dal punto di vista dell’auditel.
Altre televisioni nazionali o locali sono ancora lontane da un auditel che possa giustificare le loro spese. Vari studi dimostrano che quasi tutte le televisioni in Romania hanno debiti verso lo stato. E non pochi, visto che nell’ottobre 2003 i debiti delle Tv private erano di quasi 20 milioni di dollari. Nel frattempo la situazione non è di certo migliorata.
Avere molti debiti verso lo stato significa in pratica essere sotto controllo politico. E’ quello che accade regolarmente in Romania. Gli effetti dell’indipendenza dei media sono stati documentati rigorosamente da varie organizzazioni non governative romene. In uno studio recente pubblicato dalla Società Accademica della Romania si dimostra come “i voti arrivano attraverso il telecomando” e questo si prevede si verifichi soprattutto nel 2004, anno di elezioni politiche.
Secondo lo stesso studio, il controllo politico sulle Tv pubbliche ma soprattutto su quelle private (che hanno molti debiti verso lo stato a causa delle imposte non pagate o dei contributi non versati al Fondo di assicurazioni di sanità) induce l’auto censura a livello delle redazioni dei telegiornali. Addirittura ci sarebbero politici che telefonano direttamente ai produttori per premere affinché una notizia venga data in un certo modo e affinché non venga dato spazio ai leader dell’opposizione.
Per evitare le pressioni politiche negli ultimi anni molti produttori hanno cambiato la linea del telegiornale, puntando più su notizie di cronaca come violenze, criminalità o incidenti d’auto. Nonostante i produttori sostengano che questo metodo mantiene un buon rating, in realtà i telegiornali sarebbero sempre meno seguiti, perdendo, secondo i dati della Società Accademica, il 20% del loro Auditel rispetto al 2001.
Sarà quindi impossibile avere una politica editoriale indipendente finché le Tv rimangono indebitate verso lo stato. Ma per quale ragione il Governo tollera questa situazione in cui le TV vanno avanti con il denaro pubblico? Perché, risponde l’ONG Think Tank “non chiedendo il pagamento dei debiti, il Governo utilizza i soldi pubblici per controllare politicamente i mass-media privati”. “Think Tank”, uno dei più importanti organismi della società civile specializzato nello studio dei problemi che derivano della transizione romena ha mandato di recente una lettera aperta alla relatrice per la Romania, la parlamentare europea, Emma Nicholson, nella quale si accusa il Governo di Bucarest di “usare lo strumento dei debiti per controllare i mass-media, in particolare le Tv” e si aggiunge che questa pratica è incompatibile con le aspirazioni europee della Romania.
Un altro rapporto, questa volta dell’Agenzia di monitoraggio della stampa, “Academia Catavencu” nota la differenza evidente tra le informazioni che vengono presentate nei telegiornali rispetto a quelle dei giornali. “L’informazione negativa che riguarda il primo ministro Nastase oppure il presidente Iliescu sparisce nella quasi totalità dalle notizie Tv” rileva lo studio. Il direttore dell’Agenzia, Mircea Toma conclude in modo diretto: “Il mondo presentato dalla Tv è totalmente diverso dal mondo della carta stampata”.
Attualmente in Romania vi sono almeno otto Tv nazionali generaliste, senza contare i canali della Tv pubblica. Ma sul palcoscenico si profilano altre nove televisioni. Il Consiglio nazionale dell’audiovisuale, la massima autorità in materia, ha già rilasciato decine di licenze tv o radio. Molte di esse vanno agli attuali proprietari di Tv. Altre a nuovi investitori. La domanda che ci si pone di fronte a questa ricca realtà è perché tante Tv e se sia veramente un affare.
Giudicando i dati che mostrano i debiti delle maggiori Tv private romene si potrebbe dire di no. Non sembra un grande affare ma il fatto di godere delle protezioni politiche aiuta le TV a mantenersi a galla senza pagare i debiti e mantenendo una certa liquidità. In alcuni dibattiti radiofonici si è sentito anche avanzare ipotesi circa il possibile utilizzo dei network televisivi come macchina per il riciclaggio di denaro, ad esempio, tramite la pubblicità. La modalità sarebbe questa: comprare pubblicità a prezzi massimi, metterla in onda in fasce orarie marginali. I soldi incassati dalla pubblicità tornerebbero infine ai clienti, meno una quota di partecipazione - la percentuale di commissione per la Tv.
Questo meccanismo funzionerebbe anche in un anno elettorale. Ed il flusso di denaro sporco “ripulito” servirebbe a finanziare alcuni partiti. Comunque non è un segreto che si possano fare molti soldi anche col “traffico d’influenza”. Per avere più influenza ed essere vicini a determinati circoli di potere sono sempre di più quelli che decidono di investire in una Tv, che può aprire molte porte. E non necessariamente quelle dei telespettatori.
osservatoriobalcani.it
Voyeur della banalità del male
Interminabili effetti dell'accadere
di IDA DOMINIJANNI
Lasciamo perdere il 2 giugno che sta per arrivare, il 25 aprile che è appena passato, gli anni Settanta che tornano capovolti a ogni pretesto. Su questi e altri momenti controversi della storia repubblicana è chiaro che non troveremo mai pace, non perché la memoria è divisa com'è inevitabile e giusto che sia, ma perché l'uso e abuso delle loro citazioni è sfacciatamente strumentale al mercato politico di oggi. Cambiamo gioco perciò, e proviamo a immaginarci una storia al futuro anteriore rispondendo alla seguente domanda. Come li faremo, i conti con la storia, quando la cronaca di oggi dall'Iraq e dalla Terrasanta sarà diventata un pezzo del nostro passato? Come sistemeremo sulla tabella del più e del meno, della ragione e del torto, dei crediti e dei debiti, quelle immagini di corpi seviziati, di teste mozzate, di maschi al guinzaglio, di cadaveri portati in strada come trofei, di ex dittatori visitati in bocca come prede del neolitico? Come se la racconteranno, questa storia, i suoi protagonisti sopravvissuti, le sue vittime, i suoi testimoni? E come la racconteranno ai loro figli?
Credo che si tratti di una domanda senza precedenti. Molti, nei giorni scorsi, di fronte alle foto delle torture di Abu Ghraib, hanno evocato la defizione della banalità del male coniata da Hannah Arendt a proposito di quanto accadeva nei campi di sterminio nazisti. Però quello che accadeva nei campi di sterminio i contemporanei non lo sapevano, o almeno non lo vedevano; lo scoprirono dopo. Noi invece quello che accade a Abu Ghraib, nelle strade di Gaza, nei covi dei terroristi iracheni lo vediamo in diretta; loro stessi, gli esecutori materiali del male banale, si premurano di tenerci informati di ora in ora via tv e via internet. Non siamo vittime o complici o testimoni inconsapevoli, siamo i voyeur della banalità del male. Ogni sera una dose in tv, e la mattina si ricomincia come se niente fosse a lavorare, produrre, correre e fare shopping: come dei robot schizoidi, un occhio sull'orrore l'altro sull'agenda, e magari tutti e due, l'orrore e l'agenda, sullo stesso computer. Condizione paranoica di massa. Dubito che ne usciremo uguali a come eravamo prima, nella ragione e nell'inconscio. Dubito che potremo "fare i conti" con quello che sta accadendo facendoli tornare in qualche modo.
Farli tornare significherebbe ricondurre l'accaduto a una qualche forma di razionalità politica e a una qualche forma di narratività storica. Pervenire a un nuovo assetto e a un nuovo contratto fra le parti, nuove istituzioni, nuove regole. Di tutto questo non si vede l'ombra all'orizzonte; ma ammettiamo pure che ci si arrivi. Che ne faremo, una volta che la superficie istituzionale delle cose fosse messa a regime, di tutta la materia sottostante? Che ne faremo della regressione antropologica in cui stiamo precipitando? E che ne faremo dell'accumulo di traumi che avrà segnato l'inconscio delle generazioni che avranno vent'anni nel 2025?
Tutti quelli che si dilettano a fare con la storia conti strumentali allo scambio o alla rappresaglia politica del presente dimenticano sempre questa materia prima. Capita sempre più spesso, nell'Italia spaccata, come mai prima, dal bipolarismo, di sentire appelli alla riconciliazione della memoria provenienti dagli alti colli e dalle alte istituzioni. Io li ascolto, poi sento i ricordi ancora dolenti di mia madre sulla sua infanzia da sfollata in campagna, o i brandelli tuttora incomponibili di un mio amico che a tre anni assistette impotente all'uccisione del padre la mattina all'alba in camera da letto durante un massacro della Wermacht, e misuro la distanza fra i conti ufficiali e quelli individuali e collettivi. Distanza incolmabile, temo. Dove li metteremo, nella contabilità geostrategica del domani, i corpi nudi che volarono giù dalle torri gemelle l'11 settembre, i corpi mozzati dalle bombe sopra Kabul e sopra Baghdad, il ghigno di Lynndie England col prigioniero iracheno al guinzaglio, la testa decapitata del soldato americano, le impronte di tutto questo sul nostro immaginario?
Hannah Arendt, che oltre a denunciare la banalità del male si applicò lungamente al problema di come elaborarlo, scrisse fra l'altro alcune pagine di rara densità sulla comprensione storica, anzi sulla "difficoltà del comprendere" (oggi disponibili in italiano nell'"Archivio Arendt" curato da Simona Forti per Feltrinelli) che andrebbero lungamente rimeditate. I conti con la storia, scrive in sostanza Arendt, non finiscono mai, perché l'attività del comprendere è interminabile. Interminabile è la domanda su come sia stato possibile, interminabile il tentativo di darle risposta cercando di avvicinare la comprensione intuitiva e quella razionale, interminabile lo sforzo di capire senza giustificare, di perdonare senza legittimare. Interminabile, come il Freud più maturo scriveva dell'analisi. Nella quale infatti i conti non tornano mai, non ci si riconcilia mai e non si resetta niente, e quello che si impara è piuttosto un paziente esercizio di continua contrattazione con quella parte di noi irriducibile alla trasparenza e alla ragione che spesso ci agisce più della ragione, e che è la stessa che sta portando la storia fuori dai binari della ragione. Apprestiamoci a questo interminabile esercizio, invece che accendere e spegnere compulsivamente la tv e il computer fingendo che il presente, e il futuro passato, si possano accendere e spegnere anch'essi a piacimento.
golemindispensabile.it
Un'intervista a Noam Chomsky
Christopher J.Lee, per conto di Safundi, il 9 marzo 2004 ha intervistato il professor Noam Chomsky, nel suo ufficio presso il Dipartimento di Linguistica e Filosofia del Massachusetts Institute of Technology. Hanno parlato, in occasione del decimo anniversario della fine dell'apartheid, della costruzione del cosiddetto "muro di separazione" in Israele-Palestina e del confronto di questo con le misure d'apartheid, e del suo ritorno in generale come voce critica della politica estera USA dopo l'11 settembre 2001.
I. IL SUDAFRICA, ISRAELE E LA PALESTINA: SOMIGLIANZE E DIFFERENZE.
Christopher J.Lee (Safundi): Dato il pubblico di lettori di questo giornale e il suo interesse per le questioni relative all'apartheid e alle relazioni razziali, voglio iniziare con un evento specifico: le udienze che si sono tenute presso la Corte Internazionale di Giustizia dell'Aia alla fine di febbraio, dal 23 al 25, sulle "Conseguenze legali della costruzione di un muro nel territorio palestinese occupato".
Alle udienze hanno partecipato dirigenti sudafricani, e in particolare Aziz Pahad, viceministro agli Affari Esteri e capo della delegazione sudafricana, ha sostenuto di fronte alla corte che "il muro di separazione non è un muro di sicurezza, è un muro per rafforzare l'occupazione, un muro che ha separato centinai di migliaia di Palestinesi dalle loro famiglie, dalle loro case, dalle loro terre e dai loro siti religiosi". Ha parlato anche dell'attuale situazione sudafricana. Ha detto: "Il Sud Africa sta celebrando i primi 10 anni di democrazia. Dopo secoli di divisione e di conflitto, il Sud Africa ha trovato la volontà politica di costruire una nuova società democratica, basata sulla riconciliazione e la coesistenza pacifica". Così, delineava un confronto fra le due situazioni.
Nello stesso tempo, il ministro Pahad ha detto che "il Sud Africa sostiene una soluzione a due stati: lo stato d'Israele dentro confini sicuri, e uno stato palestinese realizzabile dentro confini egualmente sicuri. Il 'muro di separazione' è una maledizione per il processo di pace, così come è concepito nella road map, perché elimina la prospettiva di una soluzione a due stati".
Dall'inizio degli anni 1990, con la coincidenza degli incontri di Oslo e della fine dell'apartheid, lei ha messo a confronto le due situazioni...
Noam Chomsky: Come hanno fatto in molti.
Safundi: Come hanno fatto in molti; e lei ha sostenuto che la soluzione politica dei due stati, come proposta, è simile al sistema dell'apartheid che esisteva in Sud Africa.
Chomsky: Dipende da quale soluzione a due stati.
Safundi: In un confronto di questo genere, qual è il suo punto di vista? Come si mettono a confronto le due situazioni? Come risponde al sostegno della soluzione dei due stati da parte del Sud Africa? Lo ritiene forse illogico da parte loro?
Chomsky: No. Prima di tutto, a proposito del muro di separazione, la prima dichiarazione, che lei ha riportato, è del tutto corretta. È del tutto evidente che non si tratta di un muro di sicurezza. È inconfutabile. Se Israele avesse voluto un muro di sicurezza, nessuno avrebbe obiettato, non ci sarebbe stata nessuna obiezione internazionale e noi sapremmo esattamente dove lo costruirebbero: un paio di chilometri dietro la Linea Verde. Questo è il modo in cui si potrebbe costruire un perfetto muro di sicurezza: lo si fa alto un miglio, si può avere l'esercito di difesa israeliano a pattugliarlo da ambo i lati, sarebbe del tutto impenetrabile. Se si vuole la sicurezza, questo è il modo per averla.
Salvo il fatto che ciò non è mai stato preso in considerazione. E la semplice ragione è che il problema non è la sicurezza. Il problema è espandere il trasferimento nei Territori Occupati, che sta andando avanti da 35 anni. E questo è un ulteriore passo avanti in questa direzione. La sola sicurezza, che dà, è per quei coloni israeliani, che sono illegalmente là, dall'altro versante della Linea Verde. Non ci dovrebbero essere comunque. Se si traccia il percorso del muro, sottrae, si estende in maniera tale da integrare all'interno di Israele settori dei Territori Occupati, che è quello che hanno sempre voluto.
Safundi: Si estende ad est del confine precedente il 1967.
Chomsky: Sì. Non c'è un solo pollice del muro ad ovest. Una parte è sulla Linea Verde, ma neanche un pollice è sul versante israeliano ... è tutto sul versante palestinese, e in aree cruciali.
Larga parte di esso mette sotto controllo le risorse idriche. Il principale strato acquifero è per lo più sotto la Cisgiordania...Gran parte dei programmi di colonizzazione a partire dal 1967 sono stati definiti, avendo in mente preoccupazioni idrologiche di lungo periodo, per assicurarsi che Israele controllasse lo strato acquifero. In realtà Israele ne utilizza quasi l'80% o giù di lì. I coloni hanno addirittura prati all'inglese e piscine, mentre i villaggi palestinesi vicini possono essere totalmente privi d'acqua. Magari hanno da camminare per miglia per riempire un secchio d'acqua. Il muro di separazione favorirà un controllo di cemento sulle risorse idriche, porterà via ai Palestinesi parte della migliore terra coltivabile ed, infine, esproprierà duecentomila Palestinesi, che è molto probabile che non saranno più in grado di sopravvivere là.
Di fatto, persino le condizioni giuridiche sarebbero molto simili a quelle dell'apartheid in Sudafrica: la zona fra il muro di separazione e il confine internazionale -la Linea Verde- è chiamata "la Giuntura" e per la Giuntura ci sono nuove leggi. Se abiti nella Giuntura, ti è permesso di richiedere formalmente il riconoscimento del diritto di abitare a casa tua. Ci sono due categorie di persone che non devono far richiesta formale per questo diritto: la prima sono gli Israeliani, non devono far richiesta formale per godere di questo diritto. E l'altra è quella indicata da una formula, costantemente usata in Israele. L'altra categoria sono le persone che non sono israeliane, ma a cui sarebbe stato permesso immigrare in Israele, se avessero deciso di farlo. In altre parole, ebrei. Non si può essere espliciti e dire che lì "gli ebrei hanno il permesso", ma hanno il permesso quelle che vengono denominate "persone che avrebbero avuto il permesso di immigrare in Israele", principalmente ebrei, se si tien conto del sistema giuridico. E questa è una formula che viene usata sempre, per evitare di dire esplicitamente che il sistema giuridico è razzista. Ma la verità di fatto è che quello che la formula dice è che là possono abitare gli Israeliani e gli ebrei, o forse altri, se loro gli danno il permesso.
Così si sta estendendo -e certo in maniera significativa- lo stato verso est. Ci sono dei problemi. Il piano a lungo termine, che è stato proposto, ingabbia letteralmente le rimanenti zone palestinesi. Là viene pianificato anche un muro orientale.
Safundi: Fra il Giordano e ...
Chomsky: Sì. Non sono andati molto avanti nella cosa, ma è nei piani. E significa essenzialmente portare a termine un piano, che Sharon aveva quasi annunciato almeno dieci, quindici, anni fa, che è un piano per il riconoscimento di uno stato palestinese in probabilmente meno del 50% del territorio della Cisgiordania e che, probabilmente comprenderà Gaza. Penso che sia sincero quando dice di voler lasciare Gaza, che è un buco maledetto. Non la vogliono.
Così si avranno due gabbie -una gabbia a Gaza e una gabbia in Cisgiordania- e probabilmente qualche piccola area della parete orientale di Gerusalemme, che sarà collegata in qualche modo. Ma i piani di Sharon non sono poi così differenti dai piani del Partito Laburista. Infatti, il Partito Laburista -Rabin, Peres e compagnia- non sono mai arrivati neanche a riconoscere uno stato palestinese.
Safundi. Così questa è una parte di un processo a lungo termine.
Chomsky: Proprio così, è parte di un programma a lungo termine. Ora, che il Sudafrica sostenga un accordo per due stati è quasi senza senso. Dalla metà degli anni 1970 il mondo intero ha sostenuto una soluzione a due stati.
Dalla metà degli anni 1970 c'è stato un consenso internazionale particolarmente ampio, che comprende appunto quasi tutti, compresi i maggiori stati arabi, l'OLP, l'Europa, l'Europa orientale, il blocco sovietico, l'America Latina, di fatto praticamente tutti. C'era una certa frangia, il cosiddetto "fronte del rifiuto" nel mondo arabo, che non l'accettava. Ma tutti quelli, che contavano, l'accettavano. Dalla metà degli anni 1970 è stato bloccato dagli stati Uniti. Gli USA posero il veto a una risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell'ONU con questa finalità nel gennaio del 1976; e da allora, anno dopo anno, bloccano un'iniziativa dopo l'altra. Gli accordi di Oslo in realtà hanno mandato all'aria tutto questo. Le modalità non sono generalmente conosciute troppo bene. Ma ecco i fatti.
Dopo la guerra del Golfo, l'amministrazione di Bush I ha capito che ora era in condizione di attuare unilateralmente la sua soluzione al conflitto israelo-palestinese, perché il resto del mondo vi aveva rinunciato. E l'ha fatto. Aprì i negoziati a Madrid, proprio dopo la Guerra del Golfo, sotto gli auspici degli USA. Tirarono dentro i Russi, simbolicamente visto che allora i Russi sopravvivevano appena, ma solo perché sembrasse un'iniziativa internazionale. Ma di fatto fu condotta dagli Stati Uniti. C'era un team di negoziatori palestinesi, condotto dalla persona probabilmente più rispettata della comunità palestinese, Haider Abdel Shafi, un nazionalista conservatore, una persona d'alta integrità. Non è corrotto, è serio e molto rispettato. Infatti [nel 1996] ha ottenuto il più alto numero di voti alle elezioni parlamentari. È stato il capo del team di negoziatori palestinesi, che si è incontrato a Washington, essenzialmente per negoziare un accordo. E si arrivò in un vicolo cieco.
Il vicolo cieco consisteva nel fatto che il team palestinese insisteva perché l'accordo ponesse fine agli insediamenti di coloni nei Territori Occupati. Israele e gli Stati Uniti dissero di no. Questo era il vicolo cieco. A quel punto si mosse Arafat. I Palestinesi erano divisi in due gruppi: gli interni e gli esterni, la gente dei territori e il gruppo di "Tunisi" dei pezzi grossi, gli esterni. Arafat stava perdendo il sostegno nei Territori Occupati e nei campi profughi. Infatti ci furono molti appelli alla sua rimozione. E, a quanto pare, si rese conto che l'unico modo, per rimettersi in gioco, fosse svendere il negoziato palestinese. Così misero su un canale laterale di negoziati ad Oslo -non so se i Norvegesi capivano cosa stavano facendo, ma era molto chiaro., misero su un canale laterale, in cui i negoziati avrebbero potuto procedere fra i Palestinesi del gruppo "Tunisi", Arafat e l'OLP e la leadership israeliana, sotto lo sguardo vigile di Clinton. E raggiunsero un accordo, l'accordo di Oslo, la famosa stretta di mano sul prato all'inglese, alla quale Abdel Shafi si rifiutò di partecipare, perché non avevano insistito sulla fine degli insediamenti di coloni. Questo è tutto.
Safundi: Poi Arafat ha preso questa posizione.
Chomsky: No, non l'ha presa. La posizione di Arafat era simile a quella della leadership nera del Transkei [all'epoca dell'apartheid]. Sulla base degli accordi di Oslo la sua responsabilità era quella di controllare la popolazione palestinese ed assicurare che non si opponesse in alcuna maniera significativa agli accordi di Oslo. E fu molto violento. Uno dei primi atti, dopo gli accordi di Oslo, fu di cominciare ad arrestare quelli che si opponevano all'accordo. E gli USA pensavano che fosse bene, Israele pensava che fosse bene.
Era corrotto, si sa. I suoi amici compravano ville a Gaza. Aveva del denaro messo via lontano. Nessuno se ne curava. È proprio come il Sudafrica.
Safundi: Assomiglia allora a Mangosuthu Buthelezi, capo dell'"Inkatha Freedom Party", che si comportava come la cinghia di trasmissione fra il governo dell'apartheid e la sua base locale di sostegno.
Chomsky: Può darsi. I capi dei Bantustans sono un termine di paragone più preciso. Il loro compito era di tener calma la popolazione...Potevano essere corrotti, violenti, ricchi, quanto volevano. Di fatto l'intera storia dell'imperialismo funziona così. Chi governava l'India sotto i Britannici? Gli Indiani. Chi governava l'Europa sotto i Nazisti? I Francesi, i Norvegesi e così via. Chi governava l'Europa Orientale, soggetta al Kremlino? I Polacchi, i Cechi. Funziona così.
Nel frattempo la colonizzazione è continuata, ha continuato a usurpare nei Territori Occupati: era chiarissimo...Devo dire che proprio dopo Oslo, ho subito scritto un articolo -uscito un mese dopo Oslo- dicendo che questa era la fine dell'accordo per due stati, perché avrebbe eliminato ogni possibilità di realizzarlo; ed è proprio quello che è successo. I programmi di insediamento coloniale sono continuati regolarmente. Di fatto l'anno record per gli insediamenti coloniali è stato l'ultimo anno della presidenza Clinton: il 2000, l'anno di Clinton e di Barak, il 2000, l'anno di Camp David, la colonizzazione ha raggiunto il livello più alto da prima di Oslo. Ed è continuata.
Safundi: Così c'era in discussione una soluzione a due stati?
Chomsky: L'idea di una soluzione a due stati non si presentò. Questo è un mito. Nella comunità internazionale è stato praticamente costante a partire da metà degli anni 1970. Che il Sudafrica lo abbia condiviso non ha significato molto: lo hanno condiviso tutti.
Gli USA erano contrari ad esso, ad esso era contrario Israele; e sono rimasti contrari per tutto il periodo di Oslo. Di fatto il primo accenno israeliano a uno stato palestinese è stato del governo Benjamin Netanyahu, un governo di estrema destra. Vi hanno accennato, ma proprio per metterlo in ridicolo. Dissero: "Bene, lo vogliono chiamare stato? D'accordo, lo possono chiamare pollo fritto, se vogliono". Questo è stato il commento. USA ed Israele hanno cominciato a parlare di uno stato palestinese attorno al 1999-2000, poi sono arrivate le proposte di Camp David, che sono un sistema a Bantustan.
Safundi: Così è sostanzialmente una copertura allora.
Chomsky: Una copertura. Ed era chiaro fin dal 1993. Ora in realtà, se si fa veramente attenzione all'intrico dei dettagli, il cambiamento avviene dopo l'Intifada.
Safundi: La seconda Intifada.
Chomsky: La seconda Intifada. La prima Intifada ha dato inizio a tutta la faccenda. Prima di essa nessuno ci avrebbe fatto caso. Ma la prima Intifada chiarì che si doveva fare qualcosa, così andarono ad Oslo. Poi, dopo, la seconda Intifada scatenò l'offensiva e è diventata una cosa seria.
Per la prima volta [gli Israeliani] incontravano nei Territori una resistenza organizzata. Erano andati avanti per 35 anni di dura occupazione militare senza che accadesse nulla di importante. Mi spiego, i Palestinesi "sopportavano". Resistenza voleva dire sopportare. Non alzare la testa, ma rimanere fermi. Non farti cacciare via a calci. Questa era la resistenza. C'era qualche eccezione, ma sostanzialmente era così.
Dopo, l'offensiva della seconda Intifada, ha dato la sveglia. Nel dicembre 2000, alla fine del suo mandato, dopo le elezioni, Clinton propose quelli, che chiamava "parametri informali", che non erano mai stati resi pubblici, ma era chiaro cosa fossero. Dopo questo, a Taba, in Egitto, nel gennaio 2001, ripresero i negoziati fra negoziatori israeliani e palestinesi d'alto livello (non era una cosa formale, ma era ad alto livello) e in realtà pervennero a una proposta, che era un gran passo in avanti rispetto a Camp David. Non era ancora accettabile -lasciava ancora che gli insediamenti coloniali israeliani dividessero la Cisgiordania-, ma era un gran passo in avanti. In seguito, Israele si ritirò dai negoziati, prima delle elezioni; poi arrivò Sharon ed ufficialmente non Israele non è mai tornata al tavolo dei negoziati. Ma nel frattempo inaspettatamente, non lo si sapeva, sono continuati negoziati informali, che hanno portato a quelli che vengono chiamati Accordi di Ginevra.
Gli Accordi di Ginevra dello scorso dicembre sono stati fatti formalmente, fra ex dirigenti governativi israeliani di un certo livello e alti dirigenti dell'Autorità Palestinese. Nessuno li ha formalmente accettati. L'Autorità Palestinese -alla sua maniera- li ha più o meno ambiguamente accettati. Israele li respinge. Gli USA non li considerano neanche. Ma questa è la base per un accordo a due stati, di un tipo non troppo differente da quello che per quasi 30 anni ha goduto del consenso internazionale.
La questione cruciale è: gli USA lo accetteranno? Il muro di separazione è proprio un altro passo in avanti verso la sua inaccettabilità. Siamo fermi a questo punto. Il governo USA, compreso Colin Powell e gli altri, si rifiuta semplicemente di modificare la propria linea di rifiuto di un accordo politico. Accetteranno qualcosa, ma quello che accetteranno saranno i Bantustans.
Safundi: Ritiene, allora, che per questa situazione sia appropriato il termine "apartheid"?
Chomsky: L'apartheid in Sudafrica significava qualcosa di diverso. L'apartheid non erano [solamente] i Bantustans, l'apartheid era l'ordinamento interno del Sudafrica. I Bantustans erano abbastanza brutti, ma si trattava di qualcos'altro, si trattava di ingabbiare la popolazione in territori invivibili. Come mettere gli Indiani nelle riserve. Questo non lo chiamiamo apartheid. La chiamiamo in un altro modo.
Safundi: Ma il termine è stato invocato da qualcuno in Israele, come anche fra gli esperti.
Chomsky: E' stato invocato, ma per motivi differenti.
Safundi: Quali sono questi motivi?
Chomsky: Quelle ragioni hanno a che fare con Israele stesso. Uri Davis -[che] è impegnato nella disobbedienza civile dagli anni 1960, è stato il primo vero attivista a praticare la disobbedienza civile in Israele- negli anni 1960, denunciò la vera apartheid dentro Israele. Questa ha percorso l'intera storia dello stato, ma è stata particolarmente drammatica attorno il 1967-1968.
Israele ha una tecnica ha una tecnica per espropriare i cittadini israeliani non ebrei: questo è apartheid. Uno dei modi, per farlo, è dichiarare un'area zona militare, così per motivi di sicurezza la gente la deve sgombrare, e accade sempre che non è mai un'area appartenente a Ebrei, ma è palestinese; poi, dopo che è stata dichiarata zona di sicurezza, si costruiscono insediamenti coloniali. Questo è quanto va avanti ancora oggi. I villaggi palestinesi si son visti portar via le loro terre.
Safundi: Così assomiglia alle rimozioni forzate, che avvenivano in Sudafrica.
Chomsky: Sì, dello stesso tipo. E poi, quando la gente se ne è dimenticata, entri e costruisci una città di soli ebrei. Ecco cosa è accaduto. I villaggi palestinesi sono stati ristretti e hanno cominciato a costruire una città di soli ebrei, Karmiel. Questa era un'area chiusa. Uri Davis vi entrò, infrangendo la legge, per protestare per quello che stava avvenendo. Questa fu la prima vera azione di disobbedienza civile.
Safundi: Questo, quando avvenne?
Chomsky: Negli anni sessanta, non ricordo precisamente quando. Siamo amici da anni. Poi, dopo, ha cominciato a scrivere un saggio scientifico su quello, che chiama l'"Israele dell'apartheid". E tale è la struttura interna della società -di fatto, anch'io ho scritto qualcosa sull'argomento- e Ian Lustick, che forse lei conosce, un professore della Pennsylvania, ha scritto qualcosa a proposito. Ma internamente, dentro Israele stesso, senza considerare i Territori Occupati, c'è un sistema estremamente discriminatorio. È sottile, certo. Non hanno una legge, che dice "solo gli ebrei", ma è lo stesso.
Safundi: Assomiglia allora al Jim Crow South (al Sud di Jim Crow). [Alla discriminazione razziale negli stati del sud degli USA]
Chomsky: Ancora peggio. Il Jim Crow South era un apartheid di tipo non ufficiale, qui è formalizzata. Così, per esempio, se prendi in esame le leggi sulla terra e le decodifichi del tutto, quello che significano è che circa il 90% della terra di Israele è riservata a coloro che vengono definiti "ebrei per razza, religione e origine".
Safundi: Usano il termine "razza".
Chomsky: "Razza, religione e origine". Questo è contenuto nell'accordo fra lo stato d'Israele e il Fondo Nazionale Ebraico, che è un'organizzazione non israeliana, che -comunque-, attraverso diversi congegni burocratici, amministra la terra. Così accade che ha il ruolo principale nell'autorità per l'amministrazione della terra.
Tutto questo è coperto abbastanza perché nessuno possa dire: "Vedi, c'è una legge da apartheid". Devi tirarla fuori dai vari regolamenti e procedure, ma c'è. In effetti, vuol dire che il 90% della terra, in una maniera o nell'altra è riservata ai cittadini israeliani ebrei. C'è il caso sporadico di un contratto a breve termine concesso a un beduino, ma sono vicini allo [zero]. Di fatto viene presentata come una legislazione molto progressista, socialista. Perché la terra è nazionalizzata, non è sotto proprietà privata; e questo è considerato molto progressista, occidentale, di sinistra. Certo, "questo è spaventoso", ma è proprio una tecnica per assicurare che la terra sia riservata ai cittadini ebrei, non a quelli arabi.
E allora ciò rivela, in tutti i modi che si possono immaginare, se c'è uno sviluppo di villaggi o scuole o acque di scolo, le cose usuali che discriminano proprio in maniera netta. Così, in questo senso, c'è una sorta di struttura d'apartheid ed è fondata dentro il sistema. È fondata anche sulle leggi per l'immigrazione e su ogni tipo d'altre cose.
Safundi: Pensa che questo termine, l'invocazione di questo termine, significhi qualcosa a livello di massa?
Chomsky: Io stesso non lo uso, a dire il vero. Proprio come non uso [spesso] il termine "impero", perché sono termini veramente incendiari...Penso che sia sufficiente descrivere solamente la situazione, senza paragonarla ad altre. Ogni paese è destinato ad avere la sua propria forma: Jim Crow è differente dall'apartheid del Sudafrica.
Io sono cresciuto qui, negli USA, in un periodo di antisemitismo estremo. Quando ero bambino negli anni '30, quando mio padre riuscì a mettere insieme abbastanza denaro per acquistare un'automobile di seconda mano e ci volevamo spingere insieme per il weekend fino alle colline vicino alla città, dove abitavamo, dovevamo verificare i motels. Se un motel segnalava "restricted" (ristretto), ciò significava che non potevamo andarci, perché voleva dire che non era permesso agli ebrei (agli ebrei, non ai neri). E al tempo in cui frequentai Harvard, nei primi anni 1950, a causa di tanto antisemitismo non c'era nessuna facoltà ebraica. Una delle ragioni, per cui il MIT (Massachusetta Institute of Tecnology) è diventato una grande università, è che un'altra facoltà ebraica non si sarebbe potuta attivare ad Harvard, così gli ebrei andavano alla facoltà di ingegneria che trovavano lungo la strada. Non è la stessa cosa che l'apartheid sudafricana, non so che nome le si possa dare, ma è qualcosa. Bisogna descriverla per quello che è.
Negli USA il razzismo antiarabo è endemico. È grandissimo. Di fatto è il solo tipo di razzismo legittimo. I professori di Harvard possono scrivere articoli con condanne degli arabi apertamente razziste, senza che vi si presti attenzione. Qualche volta ho tenuto discorsi dove facevo simili dichiarazioni e mettevo "ebrei" al posto di "arabi" e la gente diceva: "Mio Dio, questo è orrendo. Come può qualcuno dire questo?" Si dice loro che si tratta di arabi, non di ebrei, e si rilassano.
Il razzismo è endemico. Non so come lo si possa chiamare con precisione. Non c'è alcuna base legale, ma c'è. Israele ha la sua propria forma. Molti altri paesi anche.
Safundi: Certamente non vogliamo fissare principi universali, ma quel che lei suggerisce è che molti posti sperimentano queste forme di discriminazione razziale e culturale, che sono collegate a certe situazioni di potere.
Chomsky: Si trovano dappertutto.
Safundi: Così, "apartheid" non è che un termine che designa questo fatto.
Chomsky: L'apartheid è stato un sistema particolare e una situazione particolarmente ignobile. Davis è un buon amico e non mi importa se usa il termine "apartheid", ma io personalmente non l'avrei usato. È come segnalare un segnale di pericolo, quando va benissimo descrivere semplicemente la situazione. Ma direi che è completamente diverso da quello che accade nei Territori Occupati.
Safundi. Lei, quindi fa una distinzione fra l'"apartheid", come essa è ben conosciuta all'interno di Israele, in confronto alla situazione generale fra Israele e i Territori Occupati.
Chomsky: Sì.
Safundi. Così, applicherebbe il termine "apartheid" a quella situazione generale?
Chomsky: La chiamerei un assetto a Bantustans. È molto simile a questo. Le iniziative sono prese con il contributo finanziario decisivo degli USA. Il sostegno diplomatico, militare ed economico USA è decisivo. Non lo si può fare senza di esso.
Safundi: E questo è simile al sostegno USA al Sudafrica durante il periodo dell'apartheid negli anni 1980.
Chomsky: Sì. Come sono sicuro che lei sa che l'amministrazione Reagan -che è sostanzialmente la stessa che è al potere adesso e che comprendeva persone come Colin Powell- trovò il modo per evitare le restrizioni del Congresso, così da continuare a sostenere l'amministrazione dell'apartheid, quasi fino alla fine.
Safundi: Collegato a questo...
Chomsky: Nel caso di Israele, non devono nasconderlo, perché non ci sono sanzioni.
Safundi: Questa è la mia domanda. Un'importante tattica contro l'apartheid è stato l'uso finale della sanzioni. La considera una possibilità?
Chomsky: No. Infatti sono sempre stato molto contrario, nel caso di Israele. Per un certo numero di ragioni. Persino nel caso del Sudafrica, penso che le sanzioni siano state una tattica molto discutibile. Nel caso del Sudafrica, penso, che alla fine siano state legittime, perché era chiaro che la grande maggioranza della popolazione del Sudafrica era a loro favore.
Le sanzioni colpiscono la popolazione. Non le si impone, a meno che la popolazione non le richieda. Questa è la questione morale. Così. Il primo punto nel caso di Israele è questo: "Le chiede la popolazione?" Beh, certamente no.
Ma c'è un altro punto. Le sanzioni contro il Sudafrica sono state alla fine imposte dopo anni, decenni di organizzazione e di attivismo, che erano arrivati al punto che le persone potevano capire perché volevamo farlo. Così dal momento che le sanzioni furono imposte, a sostenerle c'erano le multinazionali. C'erano i sindaci delle città che facevano arresti, a sostegno delle sanzioni.
Così fare appello alle sanzioni qui, quando la maggioranza della popolazione non capisce quello che si fa, dal punto di vista tattico è assurdo (persino se fosse moralmente corretto, che penso non lo sia).
Il paese, contro il quale si dovrebbero imporre le sanzioni, non le richiede.
Safundi: I Palestinesi non stanno richiedendo le sanzioni?
Chomsky: Le sanzioni non sarebbero imposte contro i Palestinesi, sarebbero imposte contro Israele.
Safundi: Vero ... e gli Israeliani non richiedono le sanzioni.
Chomsky: Inoltre, non ce n'è bisogno. Dovremmo chiedere le sanzioni contro gli Stati Uniti. Se gli USA smettessero di aiutarlo massicciamente, sarebbe finito. Così non è necessario che ci siano sanzioni contro Israele. Sarebbe come si fossero messe sanzioni alla Polonia, sotto il dominio russo, per quello che facevano i polacchi. Non avrebbe avrebbe avuto senso. Qui, i responsabili erano i Russi.
Israele, naturalmente, farà tutto ciò che vorrà, fin quando gli USA lo autorizzano. Appena gli USA dicono no, allora è finito. I rapporti di forza sono determinanti. Non è bello, ma il mondo funziona così.
II. ISRAELE-PALESTINA, SUDAFRICA E LE ORIGINI DEL CONFLITTO POLITICO. LA QUESTIONE DEL COLONIALISMO DEGLI INSEDIAMENTI.
Safundi: Vorrei spostare la discussione per riflettere su una categoria diversa da quella dell'"aparteid", per riflettere sul categoria del "colonialismo degli insediamenti". Il colonialismo degli insediamenti è sicuramente un fenomeno sperimentato in un certo numero di regioni del mondo: il Nord Anerica, il Sudafrica, l'Algeria, l'Australia, molti posti.
Chomsky: in quasi tutto il mondo. Dipende da quanto indietro si va.
Safundi: Giusto. [Risata] Alcuni esperti la applicano al periodo post 1967. Se la sente lei di applicare questa categoria a questo periodo.
Chomsky: Il periodo successivo al 1967 è differente. Il concetto di colonialismo degli insediamenti si riferisce al periodo precedente al 1948. E' chiaramente una popolazione straniera che arriva e che sostanzialmente espropria una popolazione indigena.
Safundi: C'era una comunità ebraica, tuttavia...
Chomsky: Beh, c'era una piccola comunità ebraica, che era per lo più antisionista. A Gerusalemme e in pochi altri posti c'era una comunità ebreo ortodossa tradizionale, ma, prima che i coloni europei cominciassero ad arrivare, era fortemente antisionista e i suoi discendenti sono antisionisti ancora oggi. Questo è ormai un gruppo marginale, un piccolo gruppo. Erano ebrei ortodossi, che volevano pregare a Gerusalemme; hanno persino chiesto alla Giordania di riprendersi Gerusalemme, così avrebbero potuto avere la libertà religiosa, che pensano di non avere sotto Israele. Ma hanno una storia a parte, si sa. Non erano così al 100%. Fra di loro c'era anche una cellula sionista, ma la loro maggioranza "prima di quella, che è chiamata Aliyah, cioè "il raggiungimento della terra", l'arrivo degli europei- era antisionista. Dal 1948, questo argomento è superato. Là "bene o male- c'era uno stato. E quello stato avrebbe dovuto godere dei diritti di ogni stato nel sistema internazionale, né più né meno. Dopo il 1967 c'è una situazione completamente differente. Si tratta di un'occupazione militare.
Safundi: I coloni avevano occupato parte del territorio.
Chomsky: Non prima del 1967. Non potevano. Sarebbero stati uccisi.
Safundi. Ma dal 1967...
Chomsky: Dal 1967, dopo l'occupazione dei territori, Sinai compreso, lentamente i programmi di insediamento furono avviati nei Territori, che erano sotto occupazione militare.
In realtà, l'insediamento più grande era nel Sinai. Nel 1971 dall'Egitto fu offerto ad Israele un trattato di pace. Dicevano che avrebbero accettato la risoluzione n.° 242 dell'ONU, il ritiro ai confini internazionali, i diritti di navigazione, tutto, ma volevano che Israele ponesse fine agli insediamenti nel Sinai, a nord-est. Allora c'era un governo laburista. Non c'era Sharon. Israele cacciò via migliaia di contadini, Beduini li chiamavano, ma erano contadini stanziali, nel nord-est del Sinai, spingendoli nel deserto per costruire una città esclusivamente ebraica. L'Egitto era infuriato. Sadat avanzò la richiesta di un ampio accordo politico, che ponesse fine alla colonizzazione del Sinai. La sua principale preoccupazione era la salvaguardia del territorio egiziano. Israele e gli Stati Uniti la respinsero. Questo il motivo per cui il conflitto militare è andato avanti. Alla fine, nel 1978, a Camp David, Israele e gli USA accettarono la proposta, che Sadat aveva fatto nel 1971, e, che loro avevano respinto: e la ragione per questo era stata la guerra del 1973.
Nel frattempo, Israele ha cominciato con la colonizzazione della Cisgiordania e di Gaza: e questa è aumentata. È un programma molto sistematico.
Safundi: E' un orientamento di lunga data.
Chomsky: E' un orientamento di lunga durata, ma è una colonizzazione illegale nei territori sotto occupazione militare. È del tutto differente da qualsiasi cosa si descriva, che sia accaduto prima del 1948. Del tutto differente.
Ora "se vuole la mia opinione- sono stato coinvolto in questo fin dalla mia fanciullezza negli anni 1930. Facevo parte del movimento sionista, di fatto, ero un leader della gioventù sionista, ma ero contrario a uno stato ebraico, e questa era una componente del movimento sionista allora. Non era la componente principale, ma era considerata sotto l'ombrello [del sionismo], così potevo essere un attivista, leader della gioventù ebraica "la cosa più importante nella mia giovinezza-, ma contrario a uno stato ebraico, fino al 1948.
Safundi: Perché lei pensava che uno stato ebraico sarebbe stato in conflitto con alcuni principi secolari socialisti.
Chomsky. Vede, sono contrario a uno stato mussulmano, sono contrario a uno stato bianco, a uno stato cristiano, perché mai dovrei essere a favore di uno stato ebraico? È uno stato, che discrimina, quasi per definizione. Se fosse una cosa simbolica del tipo "la domenica non si va a scuola", non costituirebbe un problema, ma era chiaro che sarebbe stata qualcosa di più di una cosa simbolica, come le leggi sulla terra, per esempio.
Per questo, sì, pensavo che fosse un'idea terribile. Ma una volta che, nel 1948, fu costituito, io sono stato là ... realmente, ho vissuto là in un kibbutz per un po' di tempo. Se continuavi a considerare te stesso parte di questo movimento generale, quello, per cui eri a favore, era l'eliminazione degli elementi più discriminatori interni ad Israele e, naturalmente, l'opposizione alla conquista di terra straniera.
Safundi Così diventa in un certo senso un movimento per i diritti civili.
Chomsky: Sì, interno ad Israele. Comunque, nel 1967 pensavo che, dopo la guerra del '67 Israele avesse un'opportunità fantastica: avrebbe potuto avanzare in direzione della pace con i maggiori stati arabi, come l'Egitto e la Giordania, che sostanzialmente erano d'accordo ad arrivare alla pace nel giro di due anni. E all'interno della Cisgiordania "l'area fra il Giordano e il Mediterraneo- quello, che secondo me si doveva fare era andare verso una federazione di due nazioni, cioè due unità federate, in un certo senso, come il Belgio. Una sostanzialmente ebraica, l'altra sostanzialmente araba. Ciascuna delle due all'interno avrebbe discriminato "non c'è maniera di evitarlo- , ma ciò sarebbe stato compensato dal fatto che erano due società parallele, che poi si sarebbero integrate... più le associazioni si sviluppano lungo linee non nazionali, più grande è l'integrazione, che può progredire fino a un punto in cui, per qualche accordo, il popolo stesso può formare uno stato di tipo laico.
Ora, ciò non è qualcosa su cui si possa legiferare. È qualcosa, che deve crescere. Ritengo che la possibilità di crescere sarebbe venuta fuori da un accordo di tipo federale.
Safundi: Che, però,...
Chomsky: I Palestinesi l'avrebbero sicuramente accettato, gli stati arabi l'avrebbero accettato, il mondo non avrebbe fatto obiezioni. Israele non l'avrebbe accettato.
Safundi: Ritiene che un'opzione del genere riemerga?
Chomsky: Beh, penso che abbiano perso l'occasione buona. È interessante quanto è accaduto fra il 1967 e il 1973, questa era un'opzione molto brillante. C'erano pochissime persone che ne parlavano. Io ero uno dei pochi ed eravamo molto odiati da entrambe le parti. Nessuno voleva parlare con noi. Nel 1973, è stata superata. Nel 1973 ci fu la guerra, fu una guerra seria. Per Israele fu molto pericolosa. Dopo la guerra, riconobbero di non poter respingere le proposte dell'Egitto. Gli Usa ed Israele cominciarono a operare in direzione di un accordo con l'Egitto. Ma da allora la questione palestinese entrò nell'agenda internazionale, anche la comunità palestinese; dal 1973 in poi, l'unica opzione reale è stata quella dei due stati.
Ora si può tornare indietro all'epoca delle possibilità, che si sono perse? Ne dubito. Di fatto, riscuote poco interesse negli Stati Uniti e in Israele, parlare di uno stato bi-nazionale è poco giustificato, mentre nel periodo dal '67 al 73 era considerato un anatema. Cos'è cambiato? Penso che quello, che è cambiato, è che ora viene riconosciuto come impossibile. Cos', dunque, se qualcuno vuole scrivere su questo un articolo per la "New York Review of Books", non è più un problema. Al tempo in cui era realizzabile, non era permesso. Di fatto, è stato disdegnato. Una delle ragioni, per cui -relativamente agli intellettuali americani- la mia posizione desta un certo interesse, era che io ne parlavo allora. Adesso puoi parlarne, perché è irrealizzabile. Non è possibile in alcuna maniera che Israele ora sia d'accordo per una forma qualsiasi di stato federale bi-nazionale. Così, bene, se gli intellettuali vogliono parlarne, non è un problema.
Safundi. Ne ha parlato Edward Said.
Chomsky: Edward Said è un vecchio amico, ma "alla fine degli anni 1990- era in ritardo di 30 anni, e gli è stato anche permesso di scriverlo sul New York Times. Se avesse provato a far intendere la cosa al tempo, in cui era realizzabile, in pratica sarebbe stato impiccato. Ma, alla fine degli anni 1990, andava bene, perché non rientrava fra le cose possibili. Edward è stato un sostenitore della soluzione a due stati.
Safundi: Ma ha finito con l'essere sostenitore di [una soluzione a] un solo stato.
Chomsky: Alla fine degli anni 1990. Dopo Oslo. Ma proprio nel periodo dell'accettazione della soluzione a due stati da parte dell'OLP "di fatto è stato uno di quelli che l'ha proposta- (siamo vecchi amici) non ha avuto una posizione diversa. Forse nei recessi della sua mente. Ma condivideva il generale consenso internazionale e l'ipotesi dominante palestinese per un accordo a due stati. Alla fine degli anni 1990 "da allora forse era possibile- dopo che si è potuto vedere dove portava Oslo.
Si è opposto immediatamente ad Oslo. Sapeva esattamente cosa sarebbe successo. Era uno dei pochi a capire subito che Oslo era una svendita. E si è opposto dall'inizio. E allora ha agito per richiedere l'abbandono dell'accordo a due stati, così come era definito dal processo di Oslo.
Ma il periodo, in cui [la soluzione federale] era realizzabile, è stato dal 1967 al 1973. Cioè, quando proprio non se ne poteva parlare. E se si considera l'attuale discussione, non fa mai riferimento a quella. Hanno avuto una possibilità di farlo, e questa possibilità non c'è più. Forse un giorno tornerà, ma non adesso. Il solo accordo possibile oggi passa attraverso il consenso internazionale: Una soluzione a due stati o qualcosa di simile, su o vicino il confine internazionale.
Safundi. Ritiene che si sia passati "parlando del colonialismo degli insediamenti- dal modello algerino a quello sudafricano?
Chomsky: Ancora. Io penso che si debba distinguere fra Israele e i Territori Occupati. Nei Territori Occupati si tratta propriamente di un'illegale conquista territoriale.
Safundi: Come il Sudafrica.
Chomsky: No, perché il Sudafrica operava all'interno della legalità internazionale. Il Sudafrica era considerato uno stato che aveva il controllo del suo territorio. Israele non ha alcun diritto sui territori occipiti, più di quanti non ne avesse Saddam Hussein sul Kuwait .è una faccenda completamente diversa. Quello che accade all'interno dell'Iraq di Saddam Hussein è una cosa, ma quello che accade in Kuwait è completamente diverso. Non che siano entrambe accettabili, ma sono diverse. E i Territori Occupati sono come la conquista del Kuwait.
Quando Israele conquistò metà del Libano, ora quella fu aggressione; e, se avesse dato inizio ad insediamenti in Libano, questo sarebbe stato del tutto diverso da quello che accade in Israele. Questa distinzione è fondamentale.
III. IL SUDAFRICA: IL SUO ESEMPIO, LE SUE SFIDE.
Safundi: Vorrei passare al Sudafrica. So che lei c'è stato e ha tenuto conferenze all'UCT e altrove. Sono curioso di conoscere qual è la sua attuale opinione sul Sudafrica, come stato che ha affrontato una transizione drammatica. Ho letto passi della nuova edizione di "Fateful Triangle" (Triangolo Fatale), dove lei lo descrive come un successo, e si tratta di una storia finita bene di una certa importanza.
Chomsky: Di una certa importanza.
Safundi: Sono curioso di conoscere le sue impressioni sull'ANC (African Natonal Congress), in quanto antico partito di opposizione "qualcosa di simile all'OLP, in quanto organizzazione considerata per molto tempo marginale almeno negli USA-, che poi è arrivato al potere ed è stato riconosciuto dagli USA. Cosa ne pensa?
Chomsky: Bene, l'ANC è una storia diversa. Ovviamente ho letto su di essa un sacco di cose, e sono stato là; ma quando sono stato là, ha arricchito il bagaglio di esperienza personale, che mi ero fatto comunque leggendo.
Si prenda, ad esempio, Città del Capo, dove sono stato: se si è dentro, dentro Città del Capo, ha l'aspetto di una città progressista. Neri e bianchi mischiati fra loro, i neri girano in limousine, proprio come i bianchi. Ed ha le sue zone povere, ma fa vedere che c'è pieno di visi neri, così da sembrare una città integrata.
D'altro canto, se ci si allontana dalla città solo di un pollice, è una storia dell'orrore. Ci sono alcuni dei più spaventosi slums, che abbia visto in vita mia. Ho potuto entrarvi a malapena, perché gli attivisti, che mi hanno portato là [nel 1997] avevano paura ad entrarvi. Sono un brulicare di masse di poverissimi, tutti neri naturalmente. Quando ci sono stato, non c'era elettricità. Non so se c'è adesso. Questa è l'altra faccia del Sudafrica.
Perciò, quello che sostanzialmente è successo "non penso che sia un segreto-, è che il sistema di discriminazione razziale è stato tecnicamente eliminato, ma che il sistema di classe è rimasto. È vero che adesso c'è qualche viso nero fra i ricchi. Il sistema di classe è molto simile al sistema di discriminazione razziale. Non è rigido e non è formalmente razzista. Di fatto, per gran parte della popolazione può essere peggio di quando c'era l'apartheid. L'ANC ha intrapreso un programma standard neoliberista, che rovina la maggior parte della popolazione, in qualsiasi luogo sia imposto. E si sa perfettamente il perché: è fondato sul sistema. Persino negli Stati Uniti. Tuttavia, se si considera quello che è accaduto, da quando sono state imposte politiche più o meno neoliberiste, negli USA non sono così rigorose, come lo sono in un paese del terzo mondo, perché la popolazione non lo permette: queste misure sono prima di tutto per i deboli, i ricchi non le accetterebbero mai. Ma persino in un paese ricco come gli USA, c'è stato qualche passo in questa direzione: l'amministrazione Reagan, l'amministrazione Clinton, che non è stata molto diversa e l'attuale versione più estremista. Alcuni trovano molto difficile smantellare la legislazione e i programmi dello scorso secolo, che hanno in qualche modo protetto l'insieme della popolazione dai saccheggi di un incontrastato sistema capitalistico monopolistico. Ed è molto difficile.
Safundi: Così lei ritiene che il Sudafrica segua lo stesso percorso.
Chomsky: Beh, è molto più estremo, perché si tratta di terzo mondo. Il Sudafrica è un caso molto più estremo. Questi programmi neoliberisti possono essere applicati con un rigore di gran lunga più grande nei paesi, in cui la popolazione non ha conquistato molti diritti per sé. Negli Stati Uniti, ci sono stati duecento anni di lotta, in cui il popolo ha conquistato un sacco di diritti. Ora imporgli le misure, che si impongono al terzo mondo, è estremamente difficile.
Non c'è nulla di nuovo. La distinzione moderna fra primo e terzo mondo si è venuta sviluppando principalmente a partire dal diciottesimo secolo. Nel diciottesimo secolo non c'era molta differenza fra quello, che ora è chiamato terzo mondo, e quello, che ora è chiamato primo mondo. La Gran Bretagna, per esempio, era uno stagno al confronto con l'India e la Cina, che erano i principali centri commerciali e manifatturieri del Mondo. Per cominciare a sviluppare la propria industria. In competizione con le superiori manifatture indiane, la Gran Bretagna ha dovuto imporre alte barriere protezionistiche. Di fatto la Gran Bretagna ha dovuto distruggere con la forza l'industri laniera irlandese. Da allora, ci sono stati sviluppi molto regolari. I paesi, che hanno il controllo del mercato, esercitano la forza su quelli, che sono diventati il terzo mondo. I paesi, che si sono protetti dalle regole del mercato, sono diventati il primo mondo. Non esiste alcuna eccezione significativa.
Documento originale South Africa, Israel-Palestine, and the Contours of the Contemporary World Order
Traduzione di Giancarlo Giovine
Riedito su licenza di "Safundi": The Journal of South African and American Comparative Studies 13/14 (April 2004). Disponibile su http://www.safundi.com/issues/13-14/chomsky.asp. Se si vuole ristampare o distribuire questo articolo, scrivere a info@safundi.com.
zmag.org
Prodi: "Bologna rischia
di isolarsi sempre di più"
di JENNER MELETTI
Romano Prodi
BOLOGNA - Washington Post, New York Times, Le Monde, Time di Londra, un'intervista su Newsweek... I collaboratori di Bruxelles, nelle poche ore in cui Romano Prodi è nella sua casa accanto alla Sette Chiese, gli mandano gli articoli che parlano di lui sulla stampa di tutto il mondo. Ma al pur efficiente ufficio stampa della Commissione europea è sfuggito un articolo dell'autorevolissimo "Governare Bologna", periodico del Gruppo consiliare La Tua Bologna, giunto a casa Prodi come in quella di tutti gli altri cittadini bolognesi. Poche pagine, ma intense. In copertina la fotografia di Giorgio Guazzaloca, con il titolone: "Guazzaloca: ecco perché!". In ultima, un attacco a Romano Prodi e una fotografia in cui appaiono Silvia Bartolini, Vittorio e Romano Prodi. "Correva l'anno 1999...", ricorda la didascalia. Come dire: li abbiamo battuti allora, facciamo il bis.
Da quel che si capisce nell'articolo si attacca Prodi perché ha fatto ricorso ("Un atto dovuto") alla Corte dell'Aja contro la decisione dell'Ecofin sul Patto di stabilità. E tutto ciò, "logicamente", avrebbe provocato i ricorsi di Regione e Provincia di Bologna contro i finanziamenti al metrò, contro la tramvia su gomma... Tutto limpido come la pece, ma una cosa si comprende: La Tua Bologna, la lista del sindaco che si è sempre vantato di non avere mai attaccato Romano Prodi, ha evidentemente cambiato idea.
Presidente, lei ha compreso bene l'articolo?
"No. Una sola cosa è chiara: si attaccano l'Europa e il suo presidente. E' un segnale di sfiducia nell'Europa mandato da una città che sembra cercare sempre più un isolamento".
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Ne ha parlato con il sindaco Giorgio Guazzaloca?
"No, non serve. Tanto so già come si giustificherebbe: 'Non ne sapevo nulla, tutta colpa dei miei collaboratori. Tanto, la gente che legge questa cosa capisce l'indispensabile: c'è un attacco all'Europa, c'è la firma di chi ha deciso questo attacco".
Non a caso la rivista viene inviata in questi giorni di campagna elettorale.
"Lo ripeto: è un brutto segnale inviato da una Bologna che si isola sempre di più. Per guidare una città non puoi vendere solo simpatia. Un sindaco deve vendere idee, legami, proposte e collaborazioni per partecipare alla costruzione di una forte Europa. Senza questi supporti anche la simpatia si esaurisce. Dal mio osservatorio di Bruxelles vedo ogni giorno che il ruolo forte delle città e i loro legami con il resto del mondo, sono importantissimi. Ecco, posso dire che Bologna ha bisogno di un sindaco che sappia costruire questi legami".
Lunedì lei ha inaugurato al Rizzoli le camere sterili della Btm, la Banca del tessuto
muscolo-scheletrico.
"E' un bellissimo esempio di come ci si deve muovere. La Btm coordinerà il proprio lavoro con altri 15 Paesi europei. E' una ricerca di un modello etico - con presenza pubblica e italiana - in un settore delicatissimo che non può essere affidato soltanto al mercato. E' un'esperienza che si mette in rete per cercare e offrire collaborazioni. Un buon esempio, per una città come Bologna che invece sembra chiudere sempre più i rapporti culturali e scientifici. Un Comune deve diventare il punto di riferimento per esperienze come questa che collegano la città all'Europa".
Certo che è difficile orientarsi in una campagna elettorale senza confronti.
"E' vero, questa è una campagna elettorale strana, nella quale i candidati non si confrontano. Ma non è possibile continuare così".
Lei, con un confronto diretto in tv con Silvio Berlusconi, nel 1996 vinse le elezioni.
"E pensare che dicevano che ne sarei uscito massacrato. Ma non è questo il problema. Il confronto non è un optional dei candidati ma un diritto dei cittadini. Io e gli altri cittadini vogliamo vedere un bel confronto Guazzaloca-Cofferati. Scelgano una sala pubblica, invitino tutte le tv locali. Due giornalisti, scelti dai due candidati. Oppure un solo giornalista che vada bene a enrambi. E via con il confronto, finalmente. Con alcune domande fondamentali: come sarà la città fra cinque anni? Quale futuro vedete e, soprattutto, quali leve muoverete per il cambiamento e l'innovazione? Guazzaloca dice sempre che non ha cambiato quasi nulla, e se ne vanta. Certo, a Bologna già da moltissimi anni ci sono i quartieri, ci sono i servizi sociali, l'assistenza è più attenta che altrove... Ma se conservi soltanto, distruggi. L'identità - anche quella di una città aperta e simpatica - va rinnovata giorno per giorno, soprattutto per poterla trasmettere ai giovani che non vogliono essere "eredi" ma protagonisti".
Il candidato Cofferati, secondo lei, come se la caverebbe in un confronto con l'attuale sindaco?
"In questi mesi Sergio Cofferati su Bologna si è fatto una cultura quasi enciclopedica. Ha camminato, interrogato, annotato. La sua conoscenza della città è oggi quasi eccessiva. Io penso che potrebbe vincere il confronto anche sulla toponomastica. Ma lo vincerebbe certamente sulle proposte e su come realizzarle".
C'è chi sostiene che è troppo serio.
"L'importante è avere delle idee, e queste ci sono. La serietà? In fondo, io credo che sia ancora una virtù, anche se qualche sorriso in più non guasterebbe".
Come un fantasma, sulla campagna elettorale, aleggia la "bolognesità".
"Guardi, Sonia Gandhi, piemontese doc, ha ricevuto i voti necessari per diventare premier in India. Ebbene, la distanza fra il Piemonte e l'India mi sembra maggiore di quella tra Bologna e Cremona. A proposito di India, mi viene in mente che parecchi anni fa (quando ancora presiedevo il Comitato scientifico di Nomisma) il nuovo Primo ministro Manmohan Singh è venuto a Bologna per parlare assieme del nostro sistema di piccole e medie imprese, e dei loro rapporti con la città e le sue istituzioni. Abbiamo passeggiato sotto i portici di Bologna ed abbiamo cenato al circolo Bononia di via Castiglione. Gli imprenditori indiani che lo accompagnavano si dividevano appassionatamente fra la cucina e i distretti industriali. Dico questo per ricordare che tutte le città sono vivificate da iniezioni di nuove culture e nuove esperienze".
Anche lei, del resto, non è nato proprio sotto le Due torri.
"Sono in buona compagnia. Ricorda i "professori" di economia bolognesi? Caposcuola Beniamino Andreatta di Trento, poi Angelo Tantazzi di Carrara, Giorgio Basevi di Genova, Carlo Dadda di Milano. Il meno lontano era Filippo Cavazzuti di Modena. E questa per tutti, e per anni, è stata "la scuola di Bologna". Dovrebbero fare riflettere, certi ricordi".
Sembra sceso il gelo fra il candidato del centro sinistra e il giornale cattolico Avvenire.
"Penso che Cofferati risponderà alle domandine dell'Avvenire con una esposizione seria e organica dei grandi problemi che esse sollevano, problemi ai quali l'Ulivo ha sempre dato risposte costruttive e trasparenti. Per quanto riguarda poi la statua di San Petronio, state tranquilli, che non la sostituirà né con quella di Lenin né con quella di Sant'Omobono, patrono di Cremona. Anzi, visto come va questa campagna elettorale, resisterà difficilmente alla tentazione di fare erigere, in qualche piazza di periferia, un monumento al cardinal Giacomo Lercaro e al sindaco Giuseppe Dozza che si stringono la mano".
repubblica.it
maggio 26 2004
LEGGE URBANI E SITI/Il DL Urbani e l'opposizione che non c'è [di Gilberto Mondi]
- In Commissione, al Senato, votano contro solo i Verdi anche se è evidente a tutti che il provvedimento è sbagliato al punto che vogliono modificarlo dopo... l'approvazione. Complimenti a tutti
06/05/04 - Commenti - Roma - Qualcosa di grottesco ha accompagnato l'iter parlamentare del decreto legge Urbani. Un provvedimento partito male, modificato in corsa e che si appresta proprio in queste ore ad essere approvato definitivamente dal Senato della Repubblica, ormai pronto ad avallare la nascita di un mostro. Grottesco, dicevo, perché la conversione del DL non ha più nulla a che vedere con il DL originale. In comune i due testi hanno solo il fatto di essere il risultato delle pressioni dell'industria e di essere entrambi figli di quelle servitù politiche che ben conosciamo ma che non per questo risultano meno disgustose.
La legge che il Senato sta per approvare estende il carcere a fattispecie di utilizzo della rete così diffuse da generare non solo e non tanto incertezza nel diritto quanto invece certezza dell'incapacità da parte di chi si è reso responsabile di questa normativa di comprendere cosa sia Internet, che è soltanto il motore delle trasformazioni più rilevanti degli ultimi dieci anni per l'Italia e non.
Le implicazioni del provvedimento, che i nostri rappresentanti in Parlamento non ritengono sufficienti a giustificare l'affondamento di questa legge, sono enormi. Si va dai pericoli per la libertà di distribuzione del software agli effetti sul mercato del broad band, dalla mortificazione della creatività alla criminalizzazione dell'utenza internet. Sono tutte dirette conseguenze di quanto il Senato sta per approvare in una formulazione identica a quella passata alla Camera.
Altre implicazioni sono le responsabilità politiche. Se il DL Urbani è stato approvato dal Consiglio dei Ministri era logico attendersi che alla Camera la maggioranza che quel Consiglio sostiene avrebbe avallato, come è stato, anche il provvedimento di conversione del DL. Ma alla Camera quel provvedimento è stato appoggiato anche dall'opposizione, che ha consentito senza colpo ferire l'approvazione di una legislazione di cui non si hanno precedenti in Europa. Una situazione che si sta ripetendo uguale al Senato dove, con l'unica eccezione dei Verdi, l'opposizione è pronta a digerire con imprevedibile (sorprendente?) sufficienza questa normativa che parla di internet, anche se vogliono tutti credere che parli di cinema.
Il clima grottesco che ha accompagnato l'intero iter del provvedimento grava su Palazzo Madama fino all'ultimo.
Tutte le parti in causa, persino lo stesso ministro Giuliano Urbani presente al Senato, si sono dette convinte che la normativa così com'è non vada bene e vada riformata (e in questo senso è stato approvato un ordine del giorno proposto dal verde Cortiana). Ma viviamo in un paese nel quale non è sufficiente che tutti siano d'accordo sul fatto che una proposta sia nata male, e cresciuta peggio, per impedire che divenga legge. Un paese di parolai pronti a mettere una mano sul fuoco per giurare di aver capito di averla fatta grossa e ad usare contestualmente l'altra mano per firmare un provvedimento che salverà pure il cinema, ma che certo boccia definitivamente la ragione.
Si può sperare che la frenetica raccolta di emendamenti da parte dei Verdi in queste ore sia sufficiente a bloccare il concretizzarsi di questo disegno? Si può. Speriamolo. Non resta molto altro da sperare.
Gilberto Mondi
Nota: http://punto-informatico.it/p.asp?i=48081
Ciao, astensionista.
Sì, dico proprio a te. Ricordi?
No, probabilmente no. È passato così tanto tempo, e abbiamo avuto così tante cose da fare. Tante proteste, tante marce, tanti scioperi, tante riunioni. Così magari stasera sei stanco, stressato (è un brutto periodo), vai su Internet, e c'è uno che ti dà dell'astensionista. Ma come. Ma perché. Ma in che senso.
Scusa, hai ragione. È che io sono un po' malato. Come... hai presente il protagonista del Signore degli Anelli, quello che ha una ferita che gli duole una volta all'anno? Ecco. Così, per 364 giorni all'anno io sto relativamente bene. Mi vedi anche in giro, ai cortei, alle assemblee, ci salutiamo.
Tutto regolare, insomma. Ma poi c'è quel giorno in cui mi duole la ferita, e il mondo mi sembra informe e grigio. Quel giorno non vedo più volti amici, e neanche il tuo mi sembra amico. In quel giorno tu sei, e resti, l'astensionista.
Quel giorno è il 13 maggio, da tre anni in qua.
Tre anni fa - non te lo ricordi - si votava il futuro di questo Paese. Tu ti sei astenuto, e hai mandato Berlusconi al governo. Sì. Sei stato tu. Provami il contrario, se ci riesci.
Sei stato tu, e il bello è che lo sapevi. Conoscevi perfettamente Berlusconi e il berlusconismo, eri un vero esperto. Sapevi chi era e cos'avrebbe fatto. Magari potevano sfuggirti i dettagli, il digitale terrestre piuttosto che la Cirami, ma il quadro d'insieme ti era chiaro. E lo hai accettato. Perché? È da tre anni che mi chiedo il perché.
La risposta che di solito mi davo è: perché sei un duro, tu. Perché non cedi ai compromessi, tu. E non ti turi mai il naso: guai. E t'invidiavo anche un po'. Tutta questa forza, questa dirittura morale, com'è che tu l'avevi e io no? Com'è che io avevo paura per le scuole, la giustizia, la sanità, l'informazione, e tu no? Com'è che io avevo paura per il futuro (anche nel senso del mio futuro piccolo piccolo), e tu no?
Poi è passato il tempo: Berlusconi si è impegnato a confermare tutte le peggio ipotesi su di lui. Ci ha anche aggiunto una sequela di gaffes incredibili, un tocco di surrealismo non del tutto prevedibile (e che ci ha aiutato a convivere con lui, in fondo). E intanto, tu, cosa facevi?
Mi riempivi la mail di invettive indignate contro la Cirami, la Gasparri, la Moratti. M'invitavi alla manifestazione, al corteo, allo sciopero. In fondo, lo devo anche a te se mi sono dato un po' da fare, in questi anni. Se non fosse stato per la tua forza d'animo, il tuo coraggio, la tua coerenza, mi sarei impantofolato del tutto. Invece sono qui, povero ma bello, nervoso, scattante. Che dire: grazie.
Tu continui a trovare nuove pietre di scandalo. Ma lo sapete che la Moratti voleva abolire Darwin dalle scuole medie? Ma lo sapete che volevano abolire l'art. 18 dello Statuto dei Lavoratori? Ma lo sapete che per loro il peer to peer è peggio della tortura? Ma lo sapete che la legge sulla fecondazione assistita è il ritorno al Medioevo? Ma lo sapete che il digitale terrestre è una truffa? Eccetera, in ordine sparso. Se non ci fossi tu che tieni il conto. Davvero, bisogna solo ringraziarti per la tua energia, e qualsiasi altro giorno lo farei.
Ma poi arriva il tredici giugno, e il tredici giugno io vedo solo grigio e nero, e il nero sei tu. Sei tu che hai votato Berlusconi. Sei tu che hai voluto la Cirami, la Gasparri, la Moratti. Sei tu che mi hai messo in questa merda.
Io però non ce l'ho con te. Dico, non si può tenere il broncio per tre anni. È andata così, inutile recriminare. E insomma, astensionista, come stai?
La famiglia, bene?
E il lavoro?
Io? Beh, lo sai, un lavoro l'ho perso, ma pazienza. Io un lavoro lo trovo quando voglio. La famiglia è un po' in ritardo, naturalmente. Ma ci arriveremo. Tanto ormai il peggio è passato, no? Si vede la luce in fondo al tunnel. Ora un primo scossone con europei e amministrative. E poi, tra due anni, si vota compatti, vero? Massì, lo sai anche tu che voteremo compatti. Mica perché te lo ha ordinare un Bertinotti. Mica perché ti ha supplicato un Fassino. No. Tu resti un uomo tutto d'un pezzo, non ti fai ordinare ne supplicare da nessuno. Ma voterai compatto. Perché?
Era tutto previsto. Era previsto che ti astenessi nel 2001, perché eri stanco dell'Ulivo al governo. Ed è prevedibile che andrai a votare nel 2006, perché anche l'indignazione permanente ti ha stancato.
Nel frattempo, il tuo omologo speculare - l'astensionista di destra - si sta già preparando a cambiare le sorti del Paese, non andando a votare per Berlusconi (o Fini) nel 2006. Perché malgrado tutte le promesse, Berlusconi dopo un po' stanca. Anche se abbassasse davvero le tasse, stancherebbe ugualmente, come stanca qualsiasi prodotto, anche il detersivo che lava più bianco: bisogna provare qualcos'altro.
Così, comincio a pensare questa cosa di voi astensionisti: che lo stimolo che vi permette di cambiare il futuro dell'Italia (compresa il mio) non sia la vostra indiscutibile integrità morale, ma una più borghese propensione ad annoiarsi in fretta. L'alternanza è questa: la possibilità di cambiare canale, anche solo per vedere cosa c'è. Peccato che si possa cambiare solo ogni cinque anni. Ma se si votasse tutti gli anni, probabilmente ogni anno avremmo una maggioranza diversa. Sarebbe divertente, no?
Questa è l'alternanza. Questa è la democrazia. Un'enorme intelligenza collettiva che non sa che strada prendere ma deve pur stare in piedi, e si sostiene basculando sulle solite posizioni: dest', sinist', dest', sinist'. Perché improvvisamente nel maggio 2004 si sono scoperte le torture ad Abu Ghraib? Perché le informazioni sono fuggite proprio oggi? Perché il pachiderma, dopo essersi spinto un po' troppo a dest', sente il bisogno istintivo di riequilibrarsi a sinist'. Ancora un colpetto, fuori Blair, fuori Bush, viva l'Onu, e poi ricomincerà il movimento verso dest'. Uno, due. Uno, due.
Tutto questo, a prescindere dalle ideologie. A prescindere dalla Ragion di Stato. A prescindere dal fatto che la guerra sia stata una cosa buona o una porcata. Molto più semplicemente, Bush ha stancato. Berlusconi ha stancato. Non per i danni che hanno fatto, ma perché li hanno già fatti, e adesso vorremmo vedere qualcosa d'altro. Qualcosa di completamente diverso, se c'è. (Se non c'è, ci accontentiamo di Kerry e Prodi, l'importante è cambiar canale).
Ecco, sarà perché vedo grigio, ma secondo me tu sei un po' così, astensionista. Ce l'hai tanto col padrone delle Tv, ma alla fine in politica ti comporti da telespettatore. Tutta la tua famosa forza morale, la eserciti solo pigiando il telecomando. E il bello è che puoi pigiarlo una volta sola ogni cinque anni.
Tre anni fa io ti chiedevo per pietà di non far vincere Berlusconi. Ti chiedevo di pensare anche al mio futuro, ma non al sole dell'avvenire: al futuro quotidiano della gente come me. Un pensiero molto egoistico, prepolitico, forse. Io avevo paura di piccole cose private, tu avevi paura di ritrovarti per altri cinque anni davanti alle repliche di Prodi e D'Alema. No, non ce l'ho con te. Tanto più che dobbiamo essere uniti, ora.
Ma per un giorno, un solo giorno all'anno, quando il cielo si fa grigio e questi tre anni sembrano solo un incubo assurdo, questa cosa te la devo dire, astensionista. Devo dire quel che penso di te. Devo dirti che sono d'accordo, quando dici che Berlusconi non è il vero problema. Hai perfettamente ragione, come al solito.
Il vero problema sei tu.
leonardo.blogspot.com
No Bush». Il movimento pacifista insiste: a Roma, contro la guerra
di red
Le scritte «No Bush» e le bandiere arcobaleno della pace su tutti i ponti: così il movimento pacifista il 4 giugno accoglierà la visita del presidente americano a Roma. E una grande manifestazione da Piazza della Repubblica (appuntamento alle 16) arriverà a Porta San Paolo, simbolo della Resistenza romana. La prima partita importante per il movimento pacifista, in vista della visita di Bush, si gioca però già sul percorso del corteo, che, nelle intenzioni dei promotori, dovrebbe passare anche per piazza Venezia. La Questura potrebbe non dare il permesso, perchè lo smontaggio delle apparecchiature montate sui Fori Imperiali, in occasione della parata del 2 giugno, potrebbe non essere terminata. Questa eventualità ha suscitato allarme nel movimento pacifista, che, vietato il centro, nel quale il Presidente Usa sicuramente passerà, rischierebbe di non riuscire a raggiungere uno dei suoi obiettivi: interferire con la visita di Bush.
Per il momento, comunque, il divieto al passaggio a Piazza Venezia non c'è, ma solo una richiesta che la Questura ha manifestato a Piero Bernocchi dei Cobas. In attesa del responso, il comitato 'Fermiamo la guerra” ha confermato il percorso del corteo, ribadendo la richiesta del passaggio per Piazza Venezia. E in alternativa, invitando i media a stemperare le polemiche, ha chiesto che siano individuati altri itinerari per raggiungere la piazza, ad esempio via Nazionale.
Sarà un corteo «pacifico e di massa», specifica il Comitato, e sarà «il contributo del movimento per la pace italiano alla costruzione di un alternativa radicale alla barbarie», una mobilitazione popolare «che renda visibile il dissenso popolare alla visita di Bush».
In mattinata, ci saranno iniziative diffuse in tutta la città «coerenti con lo spirito della giornata ed esprimeranno il dissenso in forme del tutto alternative alla logica della guerra». Il corteo sarà seguito, sempre a Porta San Paolo, da un meeting popolare chiamato a coniugare, nel nome dello spettacolo e della informazione, «l'opposizione alla guerra, il rifiuto del terrore, la richiesta del ritiro immediato delle truppe, la denuncia delle torture e delle violazioni dei diritti umani». Gli organizzatori stanno cercando di assicurarsi la partecipzione del vincitore di Cannes, Michael Moore.
I Disobbedienti annunciano, però, che oltre a quelle pianificate ci saranno anche delle iniziative di dissenso «estemporanee», sulle quali viene mantenute il riserbo, puntando per la loro riuscita sulla «sorpresa» e sull’«aggiramento» dell'apparato di sicurezza. In particolare, questo settore del movimento sarà in azione per bloccare tutti gli sposstamenti di Bush. E se dovesse recarsi al cimitero americano ci sarà una manifestazione, da Anzio a Nettuno, per protestare contro la guerra e contro tutte le guerre.
Sit-in, azioni dimostrative, blocchi stradali: i 'creativi’ del movimento sono già all'opera anche per organizzare un appuntamento intermedio non meno atteso di quello della visita di Bush, la parata militare del 2 giugno, che interromperanno, incappucciati come i prigionieri iracheni di Abu Ghraib.
«Il 2 giugno - ha spiegato uno di loro, incappucciati anche durante la conferenza stampa - durante la parata militare, dove via Labicana incontra via dei Normanni interromperemo il passaggio dei militari. Lo faremo in maniera pacifica con i nostri corpi». E a chi chiede loro se è prevista la partecipazione dei black bloc rispondono che sì, ci saranno sicuramente, sotto lo striscione della Cia, e davanti e dietro la macchina del presidente Usa. E' bastata la visione del cappuccio, durante la conferenza stampa di presentazione dellle iniziative, organizzata nella sede della Provincia a Palazzo Valentini, per provocare le fibrillazioni ai rappresentanti della destra alla Provincia e al ministro dell’Interno, Giuseppe Pisanu: «E’ triste e preoccupante che la minacciosa esibizione degli incappucciati abbia trovato ospitalità in una sede istituzionale», ha dichiarato Pisanu. Per chi si oppone allatortura, Pisanu richiede l’intervento della Provincia: «Mi auguro che, nella sua sua intangibile autonomia, l'amministrazione provinciale di Roma faccia quanto è necessario per individuare i responsabili e chiamarli a rispondere del loro operato. C'è, infatti, una questione di tutela della dignità politico-istituzionale che non può essere elusa in alcun modo». Nel tentativo di raggiungere una mediazione, una delegazione di parlamentari pacifisti dovrebbe incontrarsi tra poco con Pisanu, per fare il punto sulle manifestazioni.
Dopo l’annuncio delle iniziative dei pacifisti, intanto, continuano ad arrivare reazioni e adesioni. Tra gli organizzatori c’è Rifondazione Comunista, che tra l’altro martedì – nella persona del vicrepresidente della Provincia Nando Simeone - ha ospitato la conferenza stampa di presentazione delle iniziative. E i Verdi, ma senza cappuccio. La lista Di Pietro-Occhetto-Società Civile ha confermato la sua presenza al corteo, ma con un percorso diverso rispetto a quello dei «facinorosi», mentre si è dissociato dalle iniziative del 2 giugno. Una posizione diversa è quella della Margherita: «Esporre le bandiere della pace il 4 giugno, come ha proposto Prodi è il modo più coinvolgente e pacifico per esprimere il proprio dissenso dalle scelte di Bush, senza manifestazioni di piazza che potrebbero diventare un boomerang. Per altro – ha sottolineato il coordinatore Dario Franceschini - dobbiamo riuscire a sottolineare il nostro dissenso dall'amministrazione Bush tenendolo ben distinto dal ricordo del contributo americano alla liberazione dell'Italia e dell'Europa dal nazifascismo». E l’Arci ha stampato migliaia di adesivi che riproducono i colori della pace con la scritta «No Bush».
unita.it
«La guerra rafforza al Qaeda»
In 18.000 pronti a colpire Secondo l'autorevole International institute for strategic studies bin Laden può contare su migliaia di combattenti, in sessanta paesi
MI. CO.
L'occupazione anglo-americana dell'Iraq ha «galvanizzato» al Qaeda, al punto che oggi l'organizzazione terroristica guidata da Osama bin Laden può contare su 18.000 combattenti pronti all'azione e un'accresciuta capacità di colpire, sia negli Stati uniti sia in Europa. A dare il carattere dell'ufficialità a quello che il movimento pacifista aveva previsto da tempo - che cioè il conflitto in Mesopotamia avrebbe dato nuovo slancio al terrorismo anziché contrastarlo efficacemente - è il rapporto annuale dell'International institute for strategic studies (Iiss), autorevole centro studi di politica internazionale con sede in Gran Bretagna. Pubblicato ieri a Londra alla presenza di John Chipman, direttore dell'istituto, il documento - che analizza tutti i punti chiave della politica internazionale - su quanto sta accadendo a Baghdad è perentorio: nel breve termine, l'intervento in Iraq ha certamente incoraggiato il reclutamento jihadista e fornito ai terroristi motivi per compiere attentati. «Gli attacchi del 2003 in Arabia Saudita e in Marocco, l'arrivo in Iraq di combattenti islamici stranieri, gli attentati del novembre 2003 in Arabia saudita e in Turchia confermano questa analisi», sostiene l'Iiss. Anche le bombe sui treni a Madrid, nel marzo 2004, «hanno rafforzato la sensazione che al Qaeda si sia completamente riorganizzata e abbia indirizzato i suoi sforzi contro gli Stati uniti e i suoi più fedeli alleati occidentali in Europa. Inoltre la rete terroristica avrebbe stabilito un nuovo modo di agire che sfrutta maggiormente i gruppi affiliati locali». E sembrano fallimentari anche i tentativi dell'amministrazione Bush di bloccare i finanziamenti ai gruppi legati al network dello sceicco bin Laden, inserendoli nella lista delle «organizzazioni terroristiche» continuamente aggiornata dal dipartimento di stato americano. Sì, perché secondo l'Iiss le casse di al Qaeda sono piene, e i suoi «quadri intermedi» hanno continuato ad assistere gli affiliati in giro per il mondo, fornendo loro supporto logistico e istruzioni. Dunque, su tali basi, al-Qaeda tiene fermo il proposito di attaccare l'America e l'Europa e, almeno sulla carta, è pronta a fare ricorso anche ad armi di sterminio.
Sconfitti solo in Afghanistan
La rapida e vittoriosa campagna militare Usa in Afghanistan (il paese fu invaso nell'ottobre 2001 e circa un mese dopo cadde il regime dei taleban), aveva segnato una sconfitta per al Qaeda, che tuttavia si è riorganizzata «diventando più decentralizzata, virtuale, come invisibile ma radicata in oltre 60 paesi». A rivitalizzare completamente l'organizzazione ci ha pensato la guerra all'Iraq. In attesa di compiere nuove e clamorose operazioni su vasta scala, tipo quelle dell'11 settembre 2001 a New York e a Washington, resta perfettamente in grado di puntare a «obiettivi vulnerabili», che vanno «dagli americani agli europei agli israeliani». La gran quantità di videocassette, filmati e registrazioni audio - puntualmente giudicati dalla Cia «probabilmente autentici» - che si susseguono da dopo gli attentati dell'11 settembre di tre anni fa, non è da sottovalutare, perché «il carisma di bin Laden, la sua presunta sopravvivenza e il fatto stesso che egli appaia inafferrabile rafforzano il potere di attrazione simbolico di al-Qaeda».
A Baghdad svolta molto difficile
Nella parte del testo che prende in esame i possibili sviluppi politici nel paese c'è poco spazio per l'ottimismo. «La scarsità di truppe, la mancanza di collegamenti istituzionali tra l'Autorità provvisoria della coalizione (Cpa) e la società irachena, e l'incapacità da parte del Consiglio governativo iracheno di agire come un punto di riferimento politico per i cittadini iracheni» hanno reso tutto più difficile. E i problemi, sia per quanto riguarda la sicurezza che sulla mancanza di rappresentatività, sono destinati a persistere o ad aumentare dopo il tanto sbandierato «passaggio dei poteri» del 30 giugno prossimo e con le elezioni del gennaio 2005. La dimostrazione di quanto sia incontrollabile la situazione è arrivata dalla rivolta di Falluja e dall'insurrezione dell'esercito del Mahdi fedele all'imam sciita Muqtada al Sadr: «in entrambi i casi la polizia irachena non ha contrastato i combattenti o, addirittura, si è unita ad essi». La creazione di milizie locali per fronteggiare le rivolte ha offerto agli occupanti una tregia ma, a lungo andare, finirà solo per rendere più difficile la creazione di un governo centrale.
ilmanifesto.it
ritiro dall'Iraq passa per le urne
Claudio Rinaldi
la Repubblica
Sì, forse la lista Prodi poteva motivare un po´ meglio la richiesta di ritirare le truppe dall´Iraq. Oltre a indignarsi per le torture, forse doveva illustrarne con più forza le rovinose conseguenze politiche: le immagini-choc hanno distrutto la possibilità che gli eserciti occupanti venissero percepiti come liberatori; dopo di esse qualsiasi presenza armata a guida americana, con o senza il timbro dell´Onu, costituisce agli occhi degli iracheni un´odiosa sopraffazione. Ma è innegabile che la decisione di Prodi & C. sia stata improntata a un sano realismo.
Sembra essere fallito, infatti, il disegno d´installare a Bagdad un governo che al tempo stesso rappresenti l´intera società irachena e sia in ottimi rapporti con Washington. L´impervia strada verso la pacificazione dell´Iraq ormai prevede anche e soprattutto una svolta: un autentico passo indietro di Bush, politico e militare. Passo indietro che il presidente Usa non ha certo annunciato nel discorso di lunedì.
Questo passo indietro non arriverà mai, a meno che la dissociazione di alleati importanti non obblighi la Casa Bianca a un ripensamento. Ecco perché il rientro dei soldati, lungi dall´essere una fuga o una prova di irresponsabilità, appare al contrario un gesto di lungimirante saggezza. Poco responsabile è semmai chi, dietro l´etichetta di comodo dell´Onu, medita di prolungare a oltranza il regime d´occupazione e si rifiuta a priori di prendere in esame qualunque alternativa.
Senza senso è anche l´altra accusa che viene mossa al listone ulivista, quella di elettoralismo. A parte il fatto che chi la muove, Silvio Berlusconi, è un habitué della peggiore demagogia, bisogna onestamente riconoscere che la colpa addebitata al cosiddetto Triciclo è in realtà un grande merito: la capacità di interpretare gli umori e i sentimenti degli elettori sulla questione irachena, senza farsi fagocitare dal pensiero unico di tante nomenklature. La scelta di rimanere a Nassiriya o d´andarsene deve essere oggetto, come tutte, d´una valutazione razionale, nella quale sarebbe assurdo non tener conto di ciò che la gente vuole. Eppure è proprio questo che troppo spesso accade.
Tutti i sondaggi mostrano che la maggioranza degli italiani è favorevole al ritiro. Nell´ultimo, eseguito dalla Unicab dopo il dibattito parlamentare del 20 maggio e pubblicato il 23 dal berlusconiano Giornale, non dall´Unità né da Liberazione, è stato un robusto 57 degli intervistati a pronunciarsi contro la permanenza dei nostri militari in Iraq. Certo è un errore governare in nome dei sondaggi, ma non meno assurdo è bendarsi gli occhi quando le opinioni popolari si manifestano con simile chiarezza. Non si capisce perché, per la destra e anche per qualche osservatore indipendente, un governo che obbedisce agli ordini di Bush sia più apprezzabile di un altro che rispetta la volontà dei cittadini.
Il 19 marzo, dopo la débâcle dei popolari di José Maria Aznar in Spagna, un giornale che sosteneva l´avventura bellica come l´Economist si domandò, con una copertina alquanto brutale, se anche Bush e Tony Blair fossero destinati alla sconfitta nelle urne. Beh, entrambe le partite sono ancora apertissime; ma perfino nell´orgoglioso Regno Unito i fautori del disimpegno dall´Iraq sono ormai nettamente in testa in tutte le rilevazioni. Se in queste condizioni gli artefici d´una guerra sbagliata venissero severamente puniti dagli elettori, l´evento non si potrebbe salutare che come una limpida vittoria delle democrazie.
Legge crudele
MIRIAM MAFAI
da Repubblica - 26 maggio 2004
La legge è legge. Ed esiste un giudice, a Catania, capace di farla rispettare. La nuova legge sulla fecondazione assistita vieta, anche nel caso di coppie portatrici di gravi malattie genetiche, l´esame preimpianto e la selezione degli ovuli prodotti, una norma medica fino a ieri considerata del tutto normale. La donna è obbligata ad accogliere nell´utero anche gli ovuli gravemente malati. Così impongono le norme volute dalle gerarchie cattoliche ed approvata dal Parlamento anche grazie al consenso di un gruppo di parlamentari cattolici del centrosinistra. In ossequio alla legge, dunque, a due coniugi, portatori sani di talassemia, e dunque ad alto rischio, è stato negato il diritto di selezionare gli ovuli per evitare che venisse impiantato uno malato.
Una legge ideologica, iniqua e crudele così è violata la dignità della donna
Nessuno dei grandi partiti impegnati in campagna elettorale alza la voce e protesta
La coppia, dopo questa prova, ha deciso di continuare la fecondazione assistita, ma intende proseguire l´azione civile ricorrendo contro la sentenza. Una legge «crudele», così l´avevamo definita a suo tempo. La sentenza di Catania non fa, dopotutto che applicarla, e rivelarne in questo modo tutta la crudeltà. Vengono violate la libertà e la dignità della donna, avevamo detto e scritto. E la sentenza di Catania lo conferma. Sempre ieri, mentre giungeva notizia di questa sentenza, si svolgeva a Roma un incontro nazionale, promosso dal Comitato «no alla legge 40», al quale partecipavano organizzazioni di pazienti, scienziati, bioeticisti, giuristi, parlamentari, sociologi impegnati a denunciare l´iniquità della legge e definire un´azione comune per cancellarla. Le possibili strade sono almeno due: il ricorso alla Corte Costituzionale, già promosso da un gruppo di giuriste, e la raccolta delle firme per un referendum abrogativo, già promossa dai radicali.
La sentenza di Catania cancella ogni velo di ipocrisia che finora circondava la legge, l´affermazione di alcuni parlamentari che offrivano a chi protestava contro la legge la furbesca via d´uscita della sua impraticabilità. No, la legge è applicabile. E´ già applicata. Già ora, molte coppie italiane cercano all´estero, appena fuori dai nostri confini, la soluzione ai loro problemi ricorrendo a quella fecondazione eterologa che solo in Italia viene considerata illecita. Anche i coniugi di Catania avrebbero potuto facilmente risolvere il loro problema facendo un viaggio a Barcellona o a Lione e fare lì l´analisi preimpianto. Hanno preferito mettere alla prova la nostra legge. E se ne è dimostrata così l´iniquità. Ma senza una modifica della legge nessuna ricerca sarà possibile in Italia sulle cellule staminali, unica speranza di sollievo o guarigione per le decine di migliaia di pazienti affetti da gravi malattie degenerative.
Una legge ideologica, una legge crudele, offensiva per le donne, per la libertà dei cittadini e della ricerca scientifica: e dunque, perchè nessuno dei grandi partiti impegnati nella campagna elettorale per le Europee finora ne ha parlato? A che è dovuta la timidezza o la prudenza di tanti candidati e candidate, anche tra quanti si presentano nello schieramento di centrosinistra? Nel corso del dibattito parlamentare l´Ulivo non è stato capace di raggiungere una linea condivisa. E, finora, l´unica voce che si è alzata, con forza, contro la legge è quella della radicale Emma Bonino. Sarebbe un fatto positivo se il drammatico caso di cronaca di Catania sollecitasse altri uomini e donne, anche del centrosinistra, a prendere una posizione e impegni chiari per la cancellazione di questa legge. Una posizione da sostenere con rigore oggi, dall´opposizione e domani, eventualmente, dal governo.
MIRIAM MAFAI
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L´INTERVISTA/1
Anna Finocchiaro, Ds: garantire il diritto alla salute
"Così s´incoraggiano solo gli aspiranti genitori a rivolgersi all´estero"
obblighi Quel giudice non aveva possibilità di agire diversamente, è la legge che è sbagliata
paradossi Lo stesso Stato che autorizza l´aborto impone l´impianto di un embrione da cui potrebbe nascere un figlio malato
MARIA STELLA CONTE
ROMA - Onorevole Anna Finocchiaro, il giudice di Catania sembra si sia limitato ad attuare la legge...
«Sì, non c´erano possibilità diverse: ha applicato una legge sbagliata e contrastante con i principi del nostro ordinamento costituzionale. Ci troviamo in una situazione nella quale da una parte è ammessa la possibilità di esami prenatali sugli embrioni per malattie geneticamente trasmissibili; dall´altra, al di là degli esiti dell´accertamento, impone alla donna: intanto impiantiamo tutti gli embrioni, poi eventualmente abortisci».
Il giudice ricorda che un "uso eugenetico dell´aborto" è vietato.
«Ma qui non si tratta di eugenetica, non parliamo di volere figli alti, bassi, biondi, bruni o con gli occhi azzurri, ma semplicemente sani; parliamo di quel diritto alla salute sancito dalla nostra Costituzione che viene ampiamente violato. In Parlamento furono bocciate tutte le nostre proposte emendative e pregiudiziali di costituzionalità. Il risultato è una legge ingiusta: che limita a tre la produzione di embrioni, che impone che essi vengano tutti trasferiti nell´utero materno, che di fatto discrimina tra donne più giovani e meno giovani. In verità ci troviamo al centro di un paradosso: viviamo in uno Stato che da un lato consente l´interruzione volontaria di gravidanza e che autorizza l´aborto terapeutico in casi di gravi malattie o malformazioni del feto quando questo ha magari cinque mesi di vita, con tutto quel che una scelta del genere può significare in chi la compie; dall´altra impone l´impianto di un embrione con poche ore di vita e che ha in sé le condizioni che potrebbero condurre a quella drammatica scelta».
Una legge che secondo lei "penalizza" chi in modo particolare?
«Le coppie che frequentavano i Centri di fecondazione assistita, Centri che difatti si sono svuotati; le donne più mature, sottoposte a bombardamenti ormonali in una frenetica corsa contro il tempo; gli aspiranti genitori, che hanno deciso di "emigrare" verso San Marino, Malta, la Jugoslavia, la Svizzera...».
E chi ne ha tratto vantaggio allora?
«Lo so io chi ci ha guadagnato: l´ipocrisia. Ci ha guadagnato chi ha i soldi; ci hanno guadagnato i medici italiani che hanno aperto cliniche all´estero quando hanno fiutato l´aria. Io cerco di capire il senso di questa legge. Cerco di capire come sia possibile ammettere per una data grave malattia del feto l´aborto terapeutico e al tempo stesso non accettare di non impiantare nell´utero un embrione che avesse quella medesima patologia. Provo a capire, ma non ci riesco».
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Fecondazione, prima sentenza choc
"Niente selezione, impiantare gli embrioni anche se malati"
Catania, giudice dice no a coniugi talassemici: chiedevano di scegliere gli ovuli per la procreazione assistita
Respinta anche la richiesta di inviare gli atti alla Consulta. Prestigiacomo: servono correttivi alla legge
MICHELA GIUFFRIDA
CATANIA - «Gli ovuli fecondati vanno impiantati, anche se c´è il rischio che possano essere portatori di malattie genetiche». Ad affermarlo è il giudice monocratico di Catania, Felice Lima, che ha respinto la richiesta di una coppia, entrambi sono portatori sani di betatalassemia, che chiedeva l´autorizzazione all´impianto in utero, dopo aver effettuato l´esame sul dna, di embrioni ritenuti «sani» per evitare di incorrere nel rischio di concepire un bimbo talassemico con la tecnica della fecondazione assistita. La coppia, lei insegnante, lui dipendente statale, entrambi pugliesi di 35 anni, era già da due anni in cura presso il Centro di Unità di Medicina della Riproduzione di Catania, dove è possibile effettuare una diagnosi genetica prima dell´impianto dell´ovulo nell´utero materno per accertare la trasmissione della malattia. Dopo l´entrata in vigore della legge 40 sulla procreazione assistita e mentre tentano per l´ennesima volta di avere un figlio, i due coniugi presentano un ricorso urgente al Tribunale di Catania chiedendo che venga affermato il diritto all´impianto degli embrioni sani e la crio-conservazione, cioè il congelamento, di quelli «malati» e che non venga interrotto da parte del medico il trattamento sanitario in corso per evitare gravi rischi alla salute della madre. Non solo. La coppia chiede anche l´invio degli atti alla Corte Costituzionale perché possa essere investita della questione. Un ricorso, quello alla carta bollata, maturato dopo che la donna aveva scritto una lettera al medico curante affermando di «essere indisponibile a ricevere l´impianto di un ovulo non sano e dunque a dare alla luce, sentendosene colpevole, un figlio malato. Piuttosto - afferma la donna - abortisco».
La sentenza emessa dal giudice catanese Felice Lima arriva il 3 maggio scorso, ed è la prima del genere in Italia. Il magistrato respinge il ricorso presentato dalla coppia di coniugi ritenendolo inammissibile su tutti i fronti. Per Lima le questioni sollevate dal ricorso «si fondano su un errore di diritto e su due equivoci logici». Nel primo caso, rileva la sentenza «la legge sull´interruzione della gravidanza non autorizza un uso dell´aborto come strumento selettivo dei feti, con riferimento alla loro salute. Questo è un uso eugenetico dell´aborto certamente vietato dalla legge e sarebbe illogico - sottolinea il giudice - ritenere terapeutica per il bambino la sua eliminazione». Secondo il giudice la legge 40 «non incide sui diritti fondamentali della persona che non ha un diritto fondamentale a produrre un figlio conforme ai suoi desideri» mentre la richiesta «invoca l´esigenza di tutelare la salute del figlio ?desiderato´ che, diversamente da quello che realmente si sacrificherà è entità virtuale, del tutto astratta, esistente solo nella rappresentazione mentale dei suoi aspiranti genitori». «Sicchè - scrive il giudice Lima nella sentenza - si da´ l´impressione suggestiva di volere tutelare la salute del figlio, ma siccome il figlio tutelato non e´ quello reale ma quello virtuale, non si difende in realtà alcun figlio, ma la propria volontà di averne uno conforme ai propri desideri».
«E´ una sentenza traumatica - sostiene Maria Paola Costantini, legale della coppia - che ha sconvolto la vita della coppia e non tiene conto del diritto alla salute dei genitori e dello stesso bambino».
Per il ministro per le Pari Opportunità Stefania Prestigiacomo, «la sentenza evidenzia uno degli aspetti della legge che non condividevo e che ritengo vada corretto».
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Ds Milano - Rassegna stampa
Io c’ero (ma se c’ero, dormivo...)
di Bianca Cerri
La stampa americana, sorpresa e ancora sotto choc per i maltrattamenti ai prigionieri iracheni, si sta scatenando: la tortura è indegna di un paese civile. Un bel figurone mondiale per i giornalisti delle testate ufficiali USA, già accusate di fare il gioco del padrone. Sorge però il sospetto che anchor-men e reporter fedeli alla Casa Bianca avrebbero preferito restarsene in silenzio se qualche guastafeste non avesse tirato fuori quei maledetti rullini. Perché di occasioni per protestare contro la tortura, i vari giornali e le varie emittenti televisive d’America ne avrebbero avute, eccome!.
In Arizona, un agente di polizia, Jesse Dodd, è stato sorpreso a prendere a bastonate un ladruncolo.
A Fort Smith, in Arkansas, un agente dell’F.B.I. che aveva fermato una mamma con in braccio un bambino di dieci mesi, innervosito dal lamento del bambino, ha freddato la donna senza pensarci due volte mentre stringeva ancora in braccio il figlio.
La scritta che appare sulla macchina di servizio dello sceriffo di Kern County, in California, è molto chiara: “Vi prenderemo tutti a calci nel culo”, anche se, purtroppo, lo sceriffo, Cesar Ramirez, non ha avuto modo di mettere in pratica l’onorevole proposito perché in uno scatto di nervi ha rimandato al creatore la propria amante minorenne crivellandola di proiettili (in dotazione).
Karl Walden e il collega Sinclair, in servizio a Jacksonville, in Florida, di pattuglia in una zona commerciale, adocchiato un negoziante che tornava a casa con l’incasso in una borsa, lo hanno sequestrato e poi pugnalato alle spalle per sottrarglielo.
Jeffrey Gabor, agente di Chicago, assieme ai colleghi, si è avventato addosso a una ragazza handicappata che non aveva pagato il benzinaio e l’ha uccisa sotto gli occhi dei passanti. Il delitto, oltre che atroce, ha aumentato i problemi dell’amministrazione di Chicago che ha già speso quasi 125 milioni di dollari per tirare fuori dai guai i suoi agenti indisciplinati. Il 78% almeno dei quali è recidivo. Persino le Chiese a Chicago sono scese in piazza contro la brutalità della polizia, che in più occasioni ha assassinato anziani dopo aver fatto irruzione nelle loro case. Per 20 anni di seguito, la sede centrale della polizia di Chicago è stata un luogo molto simile ad una casa degli orrori.
I cittadini dalla pelle nera portati al comando per essere interrogati, venivano portati in una stanza e sottoposti a scariche elettriche sui genitali e poi bastonati. Per ore ed ore, gli agenti li costringevano a restare appesi al muro legati a degli anelli fissati alla parete. Per un motivo o per l’altro, sono quasi 29.000 i poliziotti di Chicago accusati di aver commesso reati violenti.
Le cose non vanno meglio in Indiana, dove Sue Rushing, vice sceriffo di Jefferson, capitanava addirittura una banda di assassini seriali che uccidevano per lucro e per puro divertimento.
Ed è ancora una signora, l’agente Sherley Adkins, che, in Kentucky, passava le serate con alcuni colleghi divertendosi a dare la caccia agli omosessuali per picchiarli a sangue. Il Baltimore Sun ha dedicato poche righe alle vittime dell’agente Joseph Tracy, una deceduta e l’altra rimasta paralizzata.
A Detroit, un poliziotto ha sparato dalla strada per uccidere Darren Miller, che si trovava all’interno. Sul posto, si trovava per caso un giornalista, ma non ha visto nulla, come spesso accade ai rappresentanti della stampa USA. La BBC, che diffonde le notizie provenienti dal Pentagono, è piuttosto zelante nell’uso di aggettivi moderati quando si tratta di accusare soggetti in divisa.
Il giornalista Childs, della BBC, è inoltre un maestro nell’uso del condizionale. In un’intervista al Comandante Leaser, che “sarebbe stato al corrente” dei fatti che “sarebbero accaduti” ad Abu Ghraib, Childs ha chiesto a Leaser cosa avesse da dire in proposito. Sia Leaser che un altro ufficiale hanno risposto di non avere ancora sufficienti informazioni in merito e di non sapere ancora cosa “sarebbe” accaduto. Loro non c’erano, e, se c’erano, dormivano….
Bianca Cerri
b.cerri@reporterassociati.org
IRAQ: IL CASO DEL 'KIWI' SCOMPARSO - da Diario
Un ragazzo neozelandese, sparito da tre mesi, ha contattato la famiglia dalla Giordania: "Ero nelle mani degli americani". Il governo di Wellington accusa gli Stati Uniti ed esige spiegazioni.
di Diario
Il nome di Andreas Schafer compariva dal mese di marzo nella lista dei dispersi in territorio iracheno.
Si era recato lì a titolo personale, nonostante il Governo del suo Paese avesse fortemente sconsigliato il viaggio, considerata la drammatica situazione politica. Poi, non se ne era saputo più nulla.
Ieri, dopo essere stato liberato, ha scritto una e-mail alla madre dando le prime informazioni circa la sua prigionia.
Di seguito riportiamo i passaggi più significativi di un articolo pubblicato oggi dal quotidiano neozelandese New Zealand Herald.
«Andreas Schafer, 26 anni, ha mandato un messaggio dalla Giordania dicendo che ai primi di marzo era detenuto dalla polizia irachena a Diwaniya, 190 km a sud di Baghdad. Poi è stato consegnato agli americani. "Sono stato trattenuto e interrogato in diverse occasioni dall'esercito americano" ha dichiarato. "Ogni volta che mi facevano domande, dicevano di non aver mai saputo niente di me, quindi l'interrogatorio ricominciava sempre da capo". Il giovane ha poi aggiunto di essere stato liberato grazie all'intervento del console inglese». (...)
«Il ministro degli Esteri Phil Goff ha detto oggi che gli Usa non hanno mai avvertito la Nuova Zelanda circa la detenzione di un suo cittadino. E accusa: "Non è ammissibile che un neozelandese sia tenuto prigioniero senza che il suo Paese ne sia a conoscenza. Non abbiamo mai saputo dove e perché Schafer era detenuto. Vorremmo una spiegazione a tutto questo"». (...)
«Il primo ministro Helen Clark ha escluso qualsiasi ipotesi di cospirazione o complotto e ha cautamente attribuito la responsabilità della mancata comunicazione al "caos generale e ai disordini in Iraq"». (...)
«Dal canto suo, il portavoce dell'ambasciata statunitense a Wellington sostiene "di aver indagato a fondo e di non aver trovato nessun elemento che confermasse il contatto tra le nostre truppe e Andreas Schafer. Non abbiamo ancora nessuna prova, ma faremo un ulteriore controllo, viste le ultime rivelazioni della stampa"». (...)
«Le autorità neozelandesi non sono intenzionate a cedere. Ma se anche arrivassero le scuse ufficiali americane, resterebbero comunque da chiarire le ragioni della detenzione».
In quella bozza di risoluzione la svolta non c’è
di SERGIO MARELLI
Alle scuole di politica, qualunque siano e da chiunque siano promosse, viene unanimemente riconosciuto ed insegnato che il potere e l’autorità di uno stato sovrano si fondano sulla possibilità di esercitare contemporaneamente il controllo di tre pilastri fondanti il governo di un paese: quello economico, quello giudiziario e quello militare. È perfino superfluo elencare le situazioni che, oggi come in passato, hanno dimostrato il pericoloso indebolimento, se non addirittura la vulnerabilità, di ogni potere democraticamente costituito quando si procede ad un frazionamento delle responsabilità e della catena di comando rispetto a queste tre giurisdizioni.
Il 30 giugno, data fatidica della tanto agognata svolta per il passaggio dei poteri ad un governo autodeterminato in Iraq, si sta velocemente avvicinando. La tappa fondamentale e attesa da tutti, di questo percorso avviato, è la nuova risoluzione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite della quale oggi si inizia ad intravedere una prima bozza alla discussione dei governi membri dell’organo più influente dell’Onu.
Una proposta, quella avanzata dall’amministrazione statunitense, che lascia enormi ombre e forti contrarietà per quanto in essa si contempla.
L’instaurazione di un governo iracheno che avverrà alla fine di giugno, sarà accompagnata da un maggior coinvolgimento delle Nazioni Unite, ma riserverà comunque il potere militare all’esercito Usa.
Mi pare quindi che, al posto di una svolta radicale e significativa da tutti evocata come necessaria, si continui a procedere nella direzione di marcia intrapresa un anno fa, tutt’al più operando una “svolta continua senza diritto di precedenza”. Lo abbiamo dichiarato in ormai innumerevoli occasioni, lo ribadiamo oggi: la transizione verso un governo democratico per il popolo iracheno può e deve essere garantita solo da un’incondizionata assunzione dei poteri da parte dell’Onu, ivi compreso il potere militare.
Condizioni irrinunciabili sono: il dispiegamento di una forza multinazionale di peace keeping sotto l’egida delle Nazioni Unite e con il più ampio coinvolgimento dei paesi arabi moderati della regione. Per governare un anno così delicato come quello che attende il nuovo governo di Bagdad che si insedierà provvisoriamente e che dovrà tra l’altro gestire il percorso costituente ed elettorale che chiamerà gli iracheni, entro il 2005, a dotarsi di un nuovo assetto giuridico ed istituzionale per il proprio paese. Questo significa “non abbandonare” l’Iraq. Questo vuole dire non abbandonare e sostenere il difficile cammino che si trova innanzi la sua popolazione.
Altri fini e altri interessi possono giustificare scelte e strategie diverse, forse dettate da tutt’altro che gli interessi degli iracheni.
Mentre il solo pensare che saranno gli stessi comandi militari che hanno perpetrato e consentito gli orrori di Abu Ghraib e di Guantanamo a presidiare la sicurezza e dirigere le operazioni delle forze armate in Iraq, mette semplicemente i brividi. In questa luce stupiscono le posizioni di autorevoli esponenti politici, tra i quali il nostro ministro degli esteri, che commentando la bozza di risoluzione Usa bolla l’opposizione del nostro paese ed il suo leader Romano Prodi (vedi intervista ad Avvenire a Frattini del 25 maggio) come «l’unica voce fuori dal coro; l’unico anello debole».
Ma ancor più di questa ennesima riduzione a strumentali polemiche di politica interna, stupiscono le dichiarazioni del ministro degli esteri che individua le tappe delle consultazioni sulla mozione, nella prossima visita di Bush in Italia del 4 giugno e nel vertice dei G8 di Sea Island. Alla vigilia delle elezioni per il nuovo parlamento europeo e dell’approvazione del Trattato costituzionale della nuova Europa, che ha nella comunitarietà della politica estera uno dei suoi capisaldi, mettere in subordine una posizione della Unione europea a quella del club degli otto potenti del mondo, è ancora una volta dimostrare come le istituzioni sono tutt’altro che la via privilegiata per la ricerca di una governance democratica del mondo che garantisca la risoluzioni dei grandi problemi internazionali.
Non ho mai condiviso i giudizi di illegittimità del G8, ne assunto la naiveté di chi propone un assemblearismo ugualitario. Resto altresì convinto che la forza e la prepotenza, anche quella “politica”, siano uno degli errori madornali che caratterizzano il nostro tempo.
*Presidente Associazione Ong italiane
europaquotidiano.it
Iraq, il massacro del matrimonio nelle parole dei sopravvissuti, mentre i generali rifiutano di scusarsi
di Rory McCarthy, The Guardian
La festa del matrimonio era finita e le donne avevano appena condotto la giovane sposa e lo sposo alla tenda nuziale, quando Haleema Shihab ha sentito i primi suoni dei caccia che stridevano in alto nel cielo. Poi, racconta, "i soldati hanno cominciato a sparare, colpendoci uno a uno". "Ho visto cose che nessuno ha mai visto in questo mondo," ha detto il signor Nawaf. "C'erano corpi di bambini tagliati a pezzi, donne a pezzi, uomini a pezzi."
La festa del matrimonio era finita e le donne avevano appena condotto la giovane sposa e lo sposo alla tenda nuziale, quando Haleema Shihab ha sentito i primi suoni dei caccia che stridevano in alto nel cielo.
Erano le 22.30 nel remoto villaggio di Mukaradeeb ai confini con la Siria e gli ospiti si affrettavano a tornare alle loro case a festa finita. La signora Shihab, 30 anni, essendo la cognata dello sposo, dormiva con suo marito e i bambini nella casa dove si era celebrato il festino nuziale, la villa della famiglia Rakat. é stata una dei pochi nella casa a sopravvivere alla notte.
"Il bombardamento è cominciato alle 3 del mattino," ha detto ieri dal suo letto nel reparto di emergenza dell'ospedale generale di Ramadi, 60 miglia a ovest di Baghdad. "Siamo usciti dalla casa e i soldati americani hanno cominciato a sparare contro di noi. Sparavano verso il basso e ci bersagliavano uno a uno," ha detto. é corsa via con il figlio più piccolo tra le braccia e i suoi due ragazzi, Ali and Hamza, che la seguivano da vicino. Mentre attraversavano i campi un proiettile è esploso vicino a lei, fratturandole le gambe e sbattendola a terra.
Mentre giaceva a terra, un secondo colpo l'ha colpita al braccio destro. I suoi due ragazzi erano già morti. "Li ho lasciati perché erano morti," ha detto. Uno di loro, l'ha visto, era stato decapitato da un proiettile.
"Sono caduta nel fango e un soldato americano si è avvicinato e mi ha preso a calci. Ho finto di essere morta perché non mi uccidesse. Il mio bambino più piccolo era vivo vicino a me."
La descrizione della signora Shibab, confermata da altri testimoni, di una attacco a un villaggio addormentato è in contrasto con la dichiarazione degli americani, che sostengono di essere stati attaccati mentre miravano a un rifugio sospetto di combattenti stranieri.
La signora ha descritto come nelle ore prima dell'alba ha visto le truppe Americane distruggere la villa Rakat e la casa accanto, riducendole in macerie.
Un altro parente ha portato la signora Shihab e il suo bambino sopravvissuto all'ospedale. Là le hanno detto che anche suo marito Mohammed, il più vecchio dei figli Rakat, era morto.
Mentre parlava, Mrs Shihab gesticolava con le mani ancora colorate del rosso scuro dell'hennè che le donne usano per decorarsi per il matrimonio. Accanto a lei ieri c'erano tre bambine della famiglia Rakat gravemente ferite: Khalood Mohammed, di appena un anno, che riusciva a malapena a respirare; Moaza Rakat, 12, e Iqbal Rakat, 15, alla quale i medici avevano già amputato il piede destro.
All'alba di mercoledì, il raid aveva già fatto 42 vittime, secondo Hamdi Noor al-Alusi, manager dell'ospedale genrale al-Qaim general hospital, il più vicino al villaggio.
Fra i morti, c'erano 27 membri della famiglia Rakat, i loro ospiti al matrimonio e perfino il gruppo di musicisti ingaggiati per suonare alla cerimonia, tra cui Hussein al-Ali di Ramadi, uno dei cantanti più popolari dell'Iraq occidentale.
Il dottor Alusi ha detto che tra i morti c'erano 11 donne e 14 bambini. "Voglio sapere perché gli Americani hanno bersagliato questo piccolo villaggio," ha detto al telefono. "Queste persone erano miei pazienti. Conosco ognuno di loro. Che cosa ha causato questo disastro?"
A dispetto della testimonianza convincente della signora Shihab, del dottor Alusi e di altri convitati al matrimonio, l'esercito statunitense, di fronte alle prove evidenti di un ulteriore scandalo, ha fornito un resoconto dell'operazione inspiegabilmente diverso.
L'esercito ha ammesso che c'era stato un raid sul villaggio alle 3 del mattino di mercoledì ma ha detto che aveva preso di mira "un rifugio sospetto di combattenti stranieri".
"Durante l'operazione, le forze della coalizione si sono trovate sotto il fuoco nemico ed è stato fornito loro supporto dal cielo" è detto l'esercito in una dichiarazione. I soldati sul luog hanno poi recuperato armi, dinari iracheni e sterline siriane (valore approssimativo 800 sterline britanniche), passaporti stranieri e una "Satcom radio", presumibilmente un telefono satellitare.
"Ci hanno sparato contro e abbiamo risposto al fuoco" ha detto il brigadiere generale Mark Kimmitt, vice direttore per le operazioni dell'esercito statunitense in Iraq. "Stimiamo che siano state uccise circa 40 persone. Ma abbiamo operato secondo le nostre regole di ingaggio."
Il generale maggiore James Mattis, comandante della prima divisione della marina, ha criticato coloro che hanno sostenuto che fosse stato colpita una festa di matrimonio. "Quante persone vanno in mezzo al deserto ... per festeggiare un matrimonio, a 80 miglia (130km) dalla città più vicina? C'erano più di due dozzine di uomini in età militare. Non siamo ingenui."
Quando i giornalisti gli hanno fatto domande sul filmato del funerale di un bambino, trasmesso dalla televisione araba, ha replicato: "Non ho visto le foto ma in guerra succedono cose brutte. Non ho da scusarmi per la condotta dei miei uomini."
La festa a Mukaradeeb doveva essere uno degli eventi più importanti dell'anno, per un piccolo villaggio di appena 25 case. Haji Rakat, il padre, aveva finalmente combinato un'unione tribale a lungo negoziata per mettere insieme le due metà di una grande famiglia estesa, i Rakats e i Sabahs.
Il secondo figlio di Haji Rakat, Ashad, avrebbe sposato Rutba, una cugina dei Sabahs. In una seconda ceremonia una delle cugine di Ashad, Sharifa, avrebbe sposato un giovane Sabah, Munawar.
Un'ampia tenda da sole era stata allestita nel giardino di villa Rakat per ospitare la cerimonia. Era stata chiamata una banda di musicisti, diretta da Hamid Abdullah, che dirige lo studio di registrazione Music of Arts a Ramadi, la grande città più vicina.
Aveva portato il suo amico Hussein al-Ali, un cantante iracheno molto famoso che si esibisce su un canale televisivo di Ramadi. Fra gli altri musicisti c'era Mohaned, il fratello del cantante, che suonava i tamburi e le stastiere.
Le cerimonie erano cominciate martedì mattina e si erano protratte fino alla tarda serata. "Eravamo felici per il matrimonio. Las gente danzava e pronunciava discorsi," ha detto Ma'athi Nawaf, 55 anni, uno dei vicini.
A tarda sera gli ospiti hanno sentito il rumore dei jet in cielo. Poi, da lontano, hanno visto le luci di ciò che sembrava un convoglio militare che andava nella loro direzione attraversando il deserto.
La festa è finita intorno alle 22.30 e i vicini sono tornati a casa. Alle 3 del mattino è cominciato il bombardamento. "La prima cosa che hanno bombardato è stata la tenda nuziale," ha detto il signor Nawaf. "Abbiamo visto la famiglia che correva fuori di casa. Le bombe cadevano, distruggendo l'intera area."
Poi i blindati sono entrati nel villaggio, sparando colpi di mitragliatrice con le spalle coperte dagli elicotteri. "Hanno cominciato a colpire la casa e la gente che stava fuori" ha detto.
Prima dell'alba sono atterrati due grandi elicotteri Chinook, facendo sbarcare dozzine di soldati. Hanno messo esplosivi nella casa Rakat e nell'edificio vicino, e pochi minuti dopo, non appena i Chinooks si erano allontanati, sono scoppiati riducendo i due edifici in macerie.
"Ho visto cose che nessuno ha mai visto in questo mondo," ha detto il signor Nawaf. "C'erano corpi di bambini tagliati a pezzi, donne a pezzi, uomini a pezzi."
Tra i morti c'era sua figlia Fatima Ma'athi, 25, e i suoi bambini, Raad, 4, e Raed, 6. "Ho trovato Raad morto tra le sue braccia. L'altro bambino giaceva accanto a lei. Ho trovato solo la sua testa," ha detto. Sua sorella Simoya, la moglie di Haji Rakat, era stata uccisa anche lei con le sue due figlie. "Gli Americani chiamano queste persone combattenti stranieri. E' una bugia. Voglio soltanto una prova di ciò che stanno dicendo."
Incredibilmente, tra i sopravvissuti ci sono le due coppie sposate, che alloggiavano in tende lontano dalla casa principale, e Haji Rakat stesso, un uomo anziano che era andato a letto più presto in una casa vicina.
Dalla moschea di Ramadi sono giunti dei volontari per scavare nel cimitero della tribù, alla periferia meridionale della città.
Ci sono 27 tombe: cumuli di terra, ciascuno segnato da un singolo quadrato di marmo tagliato rozzamente, un nome scarabocchiato con la vernice nera. Su alcune esse c'è più di nome, e su una, appartenente alla signora Hamda Suleman, la più breve delle spiegazioni: "Il bombardamento americano."
Traduzione a cura di Znet Italia: http://www.zmag.org/Italy/mccarthy-massacromatrimonio.htm
PER IL TANGO, BISOGNA ESSERE IN DUE….
Politics/Economy, Standard
“Quando si svolgeranno elezioni libere? Fino a quando resteranno in Iraq le forze multinazionali guidate dagli Stati Uniti? Quali rapporti avranno con il governo iracheno? '' Il ministro degli Esteri iraniano Kamal Kharrazi, in visita a Madrid, ponendosi questi interrogativi a proposito della bozza di risoluzione anglo-americano sull’Iraq, durante una conferenza stampa ha aggiunto : “Sono molte le ambiguità da eliminare perchè il popolo iracheno, i vicini dell’Iraq e il mondo intero hanno bisogno di capire che cosa veramente accadrà”. Sarà anche una “buona base di discussione”, come è stato in qualche caso affermato, ma non sembra affatto facile costruire consenso sul documento che - insieme all’ultimo discorso del presidente statunitense George W.Bush - avrebbe dovuto segnare il vero punto di svolta della politica americana per l’Iraq. Al punto che il segretario di Stato americano Colin Powell, dopo aver ricevuto in visita a Washington il ministro degli Esteri belga Louis Michel, ha già detto di aspettarsi richieste di modifiche. Ma quando ha aggiunto che anche dopo la riconsegna della sovranità al nuovo governo iracheno, a volte, i militari americani potrebbero ancora agire in modo indipendente certo non ha contribuito a ridurre le ambiguità molto francamente sottolineate da Kharrazi. E meno che mai la presunta svolta appare capace di attrarre altre truppe né da altri Paesi né da quelli già impegnati nella coalizione. Intorno al recente vertice della Lega Araba a Tunisi era circolata la voce di eventuali presenze militari dei Paesi arabi dopo il 30 giugno: “ L’invio di truppe è un argomento delicato e molte condizioni dovrebbero essere soddisfatte prima che i Paesi arabi possano prendere in considerazione l’ipotesi” ha detto ieri Hossan Zaki, portavoce della Lega aggiungendo: “Non è per ora argomento in esame”. Solo il Pakistan non avrebbe escluso, per bocca di anonimi funzionari di Islamabad, la possibilità di fornire una limitata “task-force” con il compito circoscritto di proteggere strutture dell’Onu. Il danneggiamento di edifici e luoghi sacri a colpi di mortaio ( il mausoleo del venerato imam Ali a Najaf) o con candelotti di dinamite posti sui ruderi di una moschea ( testimoni hanno visto militari americani utilizzarli a Kerbala) neanche sembra nello spirito di una svolta che sarebbe tanto più evidente se si manifestasse sul campo di battaglia invece che nelle stanze dei palazzi internazionali. L’uccisione di un bambino di 10 anni ieri a Baghdad, comunque e da chiunque provocata, insieme a quella di un esponente turcomanno a Kirkuk, il sabotaggio dell’oleodotto che ogni giorno portava 400.000 barili di petrolio iracheno attraverso la Turchia fino al Mediterraneo (a maggio era stato danneggiato l’altro terminale di Bassora) e gli altri continui e innumerevoli focolai bellici in tutto l’Iraq sono tutti elementi che non aiutano alcun cammino effettivo verso la pace. In questo contesto, annunciare la futura distruzione dell’infame carcere di Abu Ghraib, come ieri ha fatto Bush, suona se non una provocazione per lo meno irrilevante. O forse una sorta di ‘vendetta’ più o meno conscia contro l’ultimo ‘fattore’ che, a parere anche di osservatori politici americani, potrebbe aver già seriamente compromesso le sue possibilità di rielezione per un secondo mandato. Carl Bernstein, il giornalista diventato famoso con Bob Woodward per la denuncia del caso Watergate, in un editoriale pubblicato dal quotidiano “Usa Today” ha scritto che, per aver mentito sulle torture ad Abu Ghraib, sulle presunte armi di distruzione e per le centinaia di morti americani successivi alla presunta fine della guerra irachena, oggi Bush appare in condizioni simili a quelle di Richard Nixon, il presidente che fu costretto a dimettersi proprio per le sue ripetute menzogne.I sondaggi d’opinione d’oltreoceano, da chiunque effettuati, sembrano dar ragione a Bernstein: gli indici di consenso non sono mai stati così scarsi, altro elemento che, paradossalmente, non sembra affatto aiutare alcuna vera evoluzione della politica irachena di Washington. Riuscirà l’inviato dell’Onu in Iraq Lakhdar Brahimi a compiere lui il miracolo di una vera svolta? I tempi stringono e le difficoltà sembrano aumentare anche sulla sua strada. D’altronde, come dicono proprio gli americani, “it takes two to tango”, per il tango bisogna essere in due e non certo con i passi incerti di un’ambigua bozza di risoluzione. Figurarsi per uscire da una guerra che uno dei due nemmeno chiama guerra…. (di Pietro Mariano Benni)
misna.it
La versione dei vincitori
Cancellare, riscrivere, dimenticare l'URSS
di GIULIETTO CHIESA
Pensavo fosse un luogo comune. Invece l'ho visto con i miei occhi. La storia la narrano sempre i vincitori. Intendo dire la prima versione della storia di un fatto, un evento, un crollo, una vittoria. Qualsiasi cosa sia accaduta i primi a raccontarla sono sempre i vincitori. Occorre poi gran tempo, spesso intere generazioni, perché qualche verità sia ripristinata, le esagerazioni (dei vincitori, appunto), le vanterie, le bugie vere e proprie, i tentativi di occultamento delle ignominie (dei vincitori, appunto) siano disvelate. Naturalmente è sempre troppo tardi per i vinti.
Mosca, negozio di giocattoli, anni '60
L'ho visto osservando da vicino, vivendola, la caduta dell'impero sovietico. L'ho anche scritto - mentre lo vedevo crollare, quell'impero - quante fossero le menzogne che accompagnavano il suo crollo. Ed erano tutte menzogne dei vincitori. Ma ho sperimentato quanto fosse difficile andare contro la corrente. La corrente esige che gli sconfitti siano sviliti, depredati, o uccisi. I costumi si sono venuti affinando, con il passare dei secoli, ma solo nelle forme esteriori. In tempi lontani le città conquistate venivano rase al suolo. Era un modo per cancellare le uniche memorie esistenti. E quando ancora la scrittura era poca e riservata a pochi potenti colti, allora si doveva cancellare l'immagine che un popolo aveva costruito di sé. Era la sua architettura, le sue città. E la tradizione orale e la lingua venivano anch'esse cancellate uccidendone i portatori. Perché i vincitori - in tutte le epoche - non sono mai generosi con i vinti. Non lo furono gli spagnoli contro gli Aztechi. Non lo fu Roma con Cartagine, non lo fu Atene con Sparta, non lo è stato l'Occidente con i sovietici.
Poi vennero civiltà che oggi consideriamo più evolute. Esse non cancellarono con la forza la storia degli sconfitti, non li uccisero, non li liquidarono fisicamente, ma si preoccuparono sempre di irriderne il passato, di sminuirne i meriti, che sempre esistevano, dipingendo gli sconfitti come barbari, che meritavano la loro sorte, o come imbelli, che meritavano la tragedia a causa della loro ignavia o viltà. Dunque la storia dei vincitori, quasi per definizione, è menzognera. Conosco un solo caso in cui non credo lo sia stata. Per lo meno tutto ciò che conosco conferma, a sessant'anni di distanza, che la storia dei vincitori fu vera. Il processo di Norimberga fu una chiusura dei conti con il nazismo drastica, unilaterale nella sua esecuzione, ma sostanzialmente giusta.
Come mai sia avvenuta questa classica eccezione che conferma la regola è materia di dibattito, probabilmente infinita. Io credo che l'Europa e il mondo occidentale si trovarono di fronte a una deviazione così mostruosa e violenta rispetto ai loro standard da essere costretti a respingerla e ripudiarla collettivamente con un atto di violenza che costituiva, al tempo stesso, il risultato di una penosa presa di coscienza critica che il pericolo restava incombente, che avrebbe potuto ripetersi e che stava annidato nelle profondità stesse dell'Uomo.
Fu innalzato un tabù che, almeno nelle intenzioni, avrebbe dovuto restare invalicabile per sempre, alla pari dell'incesto, alla pari del cannibalismo.
L'olocausto si era rivelato incompatibile con la sensibilità media del XX secolo. Ma noi sappiamo che altri olocausti si erano verificati nei secoli precedenti, senza essere percepiti come tali, senza essere fonte di sensi di colpa in coloro che li avevano eseguiti. Le sensibilità medie di quei secoli non erano evidentemente altrettanto elevate. L'odissea dello schiavismo, ad esempio, segnò lo sterminio di decine di milioni di neri africani. E non ci fu, né avrebbe potuto essere concepita, una Norimberga per i responsabili. I quali non seppero mai di essere responsabili di genocidio, un concetto che nacque molto tempo dopo di loro. Lo sterminio degl'indiani d'America è stato relegato in un angolo minuscolo della storia di quel paese. Nascosto così bene che non se ne parla e, anzi, - poiché in questa epoca moderna i sensi di colpa sono dilatati - non se ne deve proprio parlare. E' anch'esso un esempio preclaro della regola secondo cui sono i vincitori a fare la storia, o , quando occorre, a cancellarla.
Stabiliti questi criteri, che servono a relativizzare i concetto di storia dei vincitori, le soluzioni adottate da questi ultimi sono le più diverse. Per esempio nel caso della fine del regime franchista (per restare nel XX secolo) la soluzione è stata volutamente morbida per consenso delle parti, ma anche con l'aiuto degli osservatori esterni. I vinti non avevano più l'energia per difendersi. I vincitori non avevano bisogno di rivincite perché i vinti si erano arresi senza combattere. E, del resto, coloro che avevano aiutato i vinti a restare al potere per tanti anni, sapevano che una resa dei conti avrebbe costretto anch'essi a presentarsi sul banco degli accusati. Gli Stati Uniti d'America, in primo luogo. Erano venuti a liberare l'Europa dal nazismo, ma appena finita la guerra si occuparono solo di contrastare la minaccia sovietica e lasciarono in tutta tranquillità al potere sia il dittatore Francisco Franco che il famigerato Salazar in Portogallo. Tutti gli alleati erano buoni per la bisogna, e furono usati.
Le ostilità furono dunque chiuse in silenzio. Non ci furono rappresaglie, non amnistie. I monumenti restarono quietamente ai loro posti, le vie non vennero ribattezzate. Il regime economico non aveva alcun bisogno di essere modificato: capitalismo era, capitalismo restò con poche e inessenziali modifiche, La struttura politica fu uniformata a quella delle democrazie occidentali e non ci fu alcun bisogno di fare ricorso a forme di coercizione.
Ma questo accadde perché la Spagna era stata un episodio marginale del "secolo breve". Aveva acceso odi e sollecitato vendette; la guerra civile era stata sanguinosa e terribile; il valore simbolico della sconfitta della Repubblica era stato potente, il fascismo e il nazismo ne trassero forza e impeto. Ma non era stato quello il tornante decisivo del secolo.
Altra cosa fu la fine dell'Unione Sovietica.
Era stato l'unico esperimento storico realmente alternativo (o vissuto come tale da miliardi di individui in tutto il mondo, il che equivale a dire la stessa cosa) al capitalismo. Aveva assunto proporzioni immense, e aveva acquistato una forza altrettanto grande.
Venivano meno, all'improvviso, inaspettatamente, le paure di mezzo mondo che avevano caratterizzato tutti i decenni dal 1945 al 1989. E, insieme, quelle che (assieme agli entusiasmi dell'altro mezzo mondo) si erano accese dal novembre 1917. In quel caso l'opera di demolizione doveva, per forza di cose, essere totale. La sconfitta doveva essere accompagnata dall'infamia dei vinti. La vittoria doveva trasformarsi in colonizzazione, anche perché il paese sconfitto era talmente grande, talmente appetitoso, che il bottino non avrebbe potuto essere portato via in un sol boccone. E, inoltre, si sarebbero dovute lasciare sul posto le garitte di controllo. Non si sa mai: magari, passato lo choc, il gigante si risolleva. Il comunismo sovietico è stato così cancellato nello spazio di pochi anni. In meno di una generazione non se ne conserva il ricordo. I figli di padri che l'hanno visto e conosciuto non sanno nemmeno cosa fosse. In ogni caso non ne parlano. La proprietà pubblica dei mezzi di produzione è stata cancellata insieme a ogni forma di solidarietà sociale. Al suo posto è stata installata un'America "russa", ancora più violenta e selvaggia di quella che realizzò negli Stati Uniti nascenti l'accumulazione originaria del capitale. I monumenti sono stati rimossi, i nomi delle strade e delle piazze sono stati sostituiti. La nomenklatura sovietica è sparita nel giro di pochi mesi. Al suo posto si è insediata una nuova nomenklatura, composta da ex mafiosi ed ex funzionari intermedi e inferiori del passato regime: i detentori, adesso (oppure i prestanome in molti casi di capitali stranieri) della nuova proprietà privata.
Il partito comunista è stato dichiarato fuorilegge, ma solo per pochi mesi. Perché i comunisti erano rimasti troppi e aprire un processo sarebbe stato straordinariamente difficile e avrebbe complicato tremendamente le cose. La de-comunistizzazione è avvenuta per linee interne, senza clamore, con un'epurazione radicale ma controllata. Senza vendette.
I vincitori erano stranieri, ma ebbero il sostegno pieno e totale dell'intelligencija locale. Che si suicidò e suicidò il proprio paese con assoluta dedizione ai conquistatori provenienti dall'Impero del Bene. La storia è stata riscritta, anche sui libri di testo. I rivoluzionari sono ora descritti come delinquenti comuni. Magari, come Lenin o Bukharin, un po' grafomani, avendo scritto decine di volumi. I "bianchi" come Kolchak, sono ora gli eroi. Lo zar è stato santificato. Tutto ha funzionato perfettamente per un certo, ristretto numero di anni. Poi, quando la gente comune ha cominciato a contarsi i soldi in tasca, a capire che le sue condizioni di vita sono precipitate all'indietro di trent'anni, è apparsa una reazione di massa, a metà strada tra la nostalgia e la rabbia. Ma, nel frattempo tutti i media sono diventati privati : in una prima fase di proprietari privati in senso stretto, in una seconda fase, l'attuale, privati e al servizio dello stato al tempo stesso. Di uno stato privatizzato dal nuovo potere.
Così le antiche ambizioni di potenza sono state coltivate dal potere insieme alla miseria di massa. Invece di pane, orgoglio. L'inno è stato ripristinato, con nuove parole e stessa musica. C'è voluta la guerra di Cecenia, due volte, per tentare di ridare ai russi un minimo di soddisfazione per il loro orgoglio nazionale. Ma entrambe le guerre (El'tsin prima, Putin poi) sono andate male. In Occidente di Russia non si parla più, salvo che per contare i morti degli attentati terroristici. Anche in questo caso i vincitori sono riusciti a far passare la loro vulgata: la Russia è stata conquistata al capitalismo e alla democrazia, è stata omologata e non conta più niente. E' anche, più o meno, quello che pensano i russi di se stessi. E non ne sono particolarmente felici.
Naturalmente la vulgata è falsa. E, come è spesso accaduto nella storia, gl'inventori delle vulgate di comodo finiscono per credere alle storie che hanno inventato. E, quando accade, poi, che esse vengono smentite dai fatti, se ne stupiscono sinceramente. Con la Russia sarà così, io ne sono certo. Ma non saprei dire quando.
golemindispensabile.it
Povera America
MICHAEL MOORE
Cari amici, ciao da Cannes! Sono certo che a questo punto molti di voi avranno già saputo la notizia: Fahrenheit 9/11 ha vinto il primo premio Cannes. Per la prima volta in 50 anni un documentario si è aggiudicato la Palma d'oro. Io e altri 26 membri della mia equipe ci troviamo a Cannes e siamo ancora scioccati. Nessuno se lo aspettava. Prima sono arrivate le recensioni, lunedì scorso (il New York Times lo ha definito il mio film più bello), poi la reazione del pubblico alla prima (una standing ovation di 20 minuti, un altro record per questo festival); venerdì il premio della critica e infine il primo premio l'altra sera. Per tutti noi è stata una settimana incredibile e non vedo l'ora di tornare a casa per mostrare a tutti questo film così bello e potente. No, mentre scrivo ancora non abbiamo un distributore in America, ma dopo il primo premio ci vorrà ancora un giorno (spero) prima che si faccia avanti qualcuno sufficientemente coraggioso (e intelligente) e mostri agli americani quello che il mondo può già vedere - l'Albania, questa settimana, è stato l'ultimo stato a distribuire il film. Ancora spero in un'uscita a luglio (il weekend del 4?) sia negli Usa che nel resto del mondo. Mi aspetto, e ne sono consapevole, che sia la destra che il partito repubblicano faranno di tutto per fermare me e questo film. Cercheranno, come hanno fatto in passato ma senza riuscirci, di attaccarmi sul piano personale, perché non possono vincere politicamente sostenendo dibattiti intorno ai punti presi in considerazione dal film; in particolare il fatto che sono un mucchio di bugiardi, con il popolo americano contro. Inoltre se le prime visioni di Fahrenheit 9/11 possono essere già indicative, chi vedrà questo film non potrà più vedere con gli stessi occhi l'amministrazione Bush. Se già il vostro stomaco non è in grado di reggere George W. Bush & Co., penso che questo film vi porterà dove non siete mai giunti, tra riso e lacrime. A tutti voi farò sapere - appena trovato il distributore - la data di uscita del film. Fino a quel momento date un'occhiata agli articoli che sono stati scritti e alla cerimonia di premiazione di Cannes. Grazie a tutti, il vostro Michael Moore.
ilmanifesto.it
Sistema politico: la chiave è l’Europa
La classe politica turca oscilla tra modernità e arcaismo, limitando tutti i reali sbocchi democratici e favorendo l’immobilismo. La promessa dell’Europa può dare una svolta. A patto che…
E’ questa la modernità: addomentarsi con un bambino morto in grembo? – fa chiedere la romanziera Adalet Agouglu a una sua eroina. La Turchia sta ormai scoprendo i limiti di una modernità che abbraccia senza ripensamenti fin dal 1923.
Di questi limiti o contraddizioni interne che intercorrono tra i valori dell’umanesimo (innovazione, creazione, democrazia) e le forze politiche e religiose “verticali” (sovranità, identità, tradizione), i turchi ne fanno un’esperienza diretta e definitiva alla fine della seconda guerra mondiale, al momento del passaggio al pluripartitismo.
Fermento popolare e democratico
Nel 1940 vengono creati gli Istituti Rurali, 21 centri di formazione sparsi in tutta l’Anatolia con l’obiettivo di rispondere al bisogno di sviluppo del paese reale (ossia rurale). Dalla razionalizzazione del processo agricolo si passa alla formazione culturale e all’educazione. Con gli Istituti, autogestiti, efficienti, arrivano anche Shakspeare e Balzac grazie a sistemi bibliotecari rivoluzionari per l’Anatolia. Corsi serali vengono istituiti per una popolazione adulta per la maggior parte analfabeta. Gli educatori, reclutati e formati a livello locale, impartiscono a loro volta un sapere a studenti sparsi in tutti i villaggi limitrofi. Il paese conosce allora un vivo fermento popolare e democratico.
Ed è questo che preoccupa. Fin dal 1946, la contro-riforma viene avviata a colpi di divieti e autolimitazioni. Gli Istituti vengono percepiti dalle forze al potere come fonti di agitazione marxista. Come una minaccia portata alle prerogative dei notabili locali sui quali l’opposizione emersa dall’apertura pluripartitica andava appoggiandosi (durante il periodo che vede la nascita della destra turca).
Nel 1954, gli Istituti vengono chiusi: il fermento democratico suscitava una classica reazione conservatrice che lo sacrificava sull’altare di un pluralismo divenuto maschera democratica formale di un confronto tra modernismo verticale e autoritario e conservatorismo dei notabili rurali (feudali) e arcaici.
Le divisioni della destra
Inizia allora una spirale di tensioni e agitazioni crescenti da cui il paese non è ancora uscito: in due decenni si succedono tre colpi di stato (’60, ’71 e ’80). Il contesto politico si fossilizza in scenari purtroppo ancora attuali.
Da una parte l’impossibilità dell’emergere politico di una sinistra moderna, democratica e popolare (sulla linea del fallimento degli Istituti) condanna quest’ultima all’alternativa tra rivoluzione e repressione; alla scelta della violenza imposta dai gruppi di estrema destra; al ritorno inevitabile in seno ad una sinistra monarchica, progressista, autoritaria, impersonata dallo stato e dal CHP (Partito Repubblicano del Popolo), ex partito unico e oggi il solo partito d’opposizione parlamentare.
Dall’altra parte il dominio costante (almeno da un punto di vista sociologico) dei partiti di destra dopo il passaggio al pluralismo. Una destra spesso divisa, talvolta unita, ma sempre pronta a far vibrare la corda della religione (dal centro agli islamici). L’ultima riunificazione, e forse la più completa allo stato attuale, che comprende le posizioni islamiste, è quella realizzata in seno all’AKP (Partito della Giustizia e dello Sviluppo) attualmente al potere.
Il faccia a faccia attuale tra AKP e CHP riflette, in parte, la persistenza di questo confronto sterile e immobile su dei temi di cui si prende in considerazione soltanto l’apparenza simbolica (velo islamico, insegnamento religioso, questione curda...)
La questione europea è vitale
Ora, questo confronto tra un progressismo sclerotizzato e un conservatorismo sociale deriva da una concezione ambivalente della modernità, oscillante tra autoritarismo e identità da un lato e democrazia dall’altro.
Si tratta di assomigliare all’occidente moderno, di cancellare, pertanto, le differenze che questo invoca per caratterizzarsi: un fossato impossibile da colmare, dove la modernità si trasforma in ideale lontano ed astratto; da mantenere a tutti i costi per gli uni, da abbandonare per gli altri.
In Turchia coesistono due conservatorismi, uno modernista, l’altro tradizionalista, entrambi preoccupati dalle potenzialità di una reale democrazia (l’AKP sulla questione femminile, il CHP sulla questione curda). Senza mai tradire quello stereotipo tutto occidentale di un Oriente come realtà socio-culturale statica che calza così bene all’Oriente.
Da qui l’importanza vitale della questione europea per una Turchia che ha tanto ancorato il suo destino ad un’Ovest i cui valori (o stereotipi) tenderebbero ad escluderla.
Posizione paradossale, questa, che può da sola sciogliere il nodo della tanto attesa adesione turca all'UE (o persino la sua sola possibilità), colmando l’invalicabile fossato dello sviluppo e aprendo la via ad un reale progresso sociale e politico.
In questo, la battaglia europea condotta attualmente dall’AKP falsa la vecchia opposizione costituendo la promessa per una fioritura democratica. Una forte alleanza delle sinistre turche e curde, abbozzata ma ancora marginale, troverà alla fine modo di sbocciare?
cafebabel.com
Zitto Michael!
Giù le mani dal ciccione vestito da pollo
Greg Palast
Quando i ricconi della Disney hanno fermato il nuovo film di Michael Moore, "Farenheit 9-11", hanno fatto molto più che censurare un artista. Imbavagliare Michael, infatti, è solo l'ultima mossa dell' occultamento di verità molto più scomode: ovvero della scomparsa delle inchieste dell'Amministrazione Bush sui finanziamenti sauditi al terrorismo, i quali contengono prove del coinvolgimento di alcuni membri della famiglia bin Laden in America.
Io so queste cose perché con la mia équipe di curiosoni alla BBC a al Guardian in Gran Bretagna, ho scritto e ripreso i documenti originali sui quali si basa il nuovo documentario di Michael Moore.
L'11 novembre 2001, appena due mesi dopo l'attentato, il Television Newsnight della BBC mostrava documenti secondo i quali agli agenti dell'FBI venne impedito di interrogare due membri della famiglia bin Laden che nascondevano, stando ai sospetti, "un'organizzazione terroristica" appena fuori da Falls Church, in Virginia. Questo fino al 13 settembre 2001. A questo punto però i sospetti avevano già tagliato la corda.
Abbiamo inoltre sostenuto che agenti di alto grado del governo americano informarono la BBC che l'amministrazione Bush aveva ostacolato l'ispezione ai Kahn Laboratories in Pakistan, dove si trovava un mercatino dell'usato di progetti per bombe atomiche. Perché gli investigatori sono stati fermati? Perché le tracce lasciate dal denaro conducevano ai Sauditi.
Il giorno seguente la nostra squadra del Guardian scriveva che gli agenti decisero di seguire la pista del denaro partendo da una riunione del tutto particolare che si era tenuta a Parigi nel 1996. Sembra che in quell'occasione, all'hotel Monceau Royale, i miliardari sauditi si accordarono per finanziare i progetti "educativi" di Al- Qaeda.
Queste notizie sono state trasmesse in primo piano nel notiziario serale in Gran Bretagna e in tutto il mondo ma non negli Stati Uniti. Perché?
Le nostre équipes di giornalisti hanno ottenuto numerosi premi, compreso uno che ho accettato a malincuore: è il Project Censored Award (premio per il servizio censurato) assegnato dalla scuola di giornalismo dell'Università della California.
E' il premio che si vince per un servizio molto importante che viene semplicemente precluso alla stampa americana.
E fa male. Io sono americano, un ragazzo di Los Angeles spedito in Inghilterra in esilio giornalistico.
Che cosa sta succedendo qui?
Perché cavolo gli investigatori non possono seguire la pista dei soldi anche se li porta in Arabia? Perché, come abbiamo sentito più volte da quegli agenti imbavagliati, i soldi dei Sauditi portano a George H.W. Bush e ai suoi facoltosi figli e servitori. Noi della BBC abbiamo detto anche questo, nei titoli delle news serali, ovunque meno che in America.
Perché i signori dei media americani hanno paura di raccontare questa storia negli States? I servizi della BBC e del Guardian si potrebbero schematizzare con una serie di punti collegati da un unico tema: l'intossicazione da petrolio della politica americana, e l'avvelenamento da denaro nel sangue della famiglia politicamente più potente. E queste sono notizie che nessuno osa toccare.
Questa non è la prima volta che Michael Moore cerca di portare le inchieste della BBC al di là della dogana dei mezzi di comunicazione americani. Infatti nella nostra redazione londinese scherziamo dicendo che se non possiamo mandare i nostri servizi nell'etere americano, possiamo comunque allungarli al ciccione vestito da pollo. Moore saprebbe/potrebbe farla passare al vaglio della censura come "spettacolo".
Ecco un esempio delle operazioni sotterranee di Moore per portare notizie scottanti in America: ho scritto sul Guardian e alla BBC che l'allora segretario di Stato della Florida, Katherine Harris, poco prima delle elezioni del 2000 aveva rimosso dalle liste elettorali decine di migliaia di cittadini neri. Il suo ufficio teneva una lista di presunti "criminali", ben sapendo che si trattava di una balla e che i nomi su quella lista erano tutti di innocenti.
Ho pubblicato la prima parte della storia sul Guardian quando Al Gore era ancora in corsa. Il Washington Post pubblicò il mio articolo sette mesi dopo. Allora poteva essere letta alla Casa Bianca tra le risatine dell'amministrazione Bush.
Sebbene fosse stata riportata sulle prime pagine dei giornali di tutto il mondo, la storia della purga degli elettori neri non avrebbe mai visto la luce del sole in America se non fosse stato per Michael Moore che la utilizzò in apertura al suo libro "Stupid white man" (Stupido uomo bianco).
Continua pure così, Mister Topolino! Censura il tipo con il cappellino da baseball, lascia che si oscurino gli schermi, diffondi la cecità che ci sta uccidendo. E in cambio mostraci sedicenti piloti che alzano il pollice dicendo "missione compiuta".
A luci spente, gli sceicchi del terrore che prestano le carte di credito agli assassini riusciranno ad alzare il prezzo del greggio con più facilità, mentre i nostri politici preparano la rapina delle prossime elezioni, questa volta al computer.
Non prendiamoci in giro. Negli Stati Uniti i telegiornali sono completamente Fox-ilizzati e la stampa, tranne rare eccezioni, continua ad inchinarsi agli ordini prepotenti nel comandante in capo.
Forse me la sto prendendo un po' troppo. Dopotutto è solo un film.
Ma soffocare la distribuzione del film di Moore suona sospetto quanto una missione di caccia e distruzione di notizie non desiderate, anche se nascoste in un documentario comico. Perché i magnati dei media dovrebbero fermarsi qui? Che ne direste se Michael indossasse una bella tuta arancione extra-large per la nuova ala hollywoodiana di Guantanamo?
Documento originale Muzzling Michael
Traduzione di paola
www.zmag.org
IL FALLIMENTO DELL'ITALIA.
Nell'ultimo mezzo secolo l'Italia è stata, fra i grandi paesi europei, la più convinta sostenitrice delle ragioni dell'integrazione. Per ragioni storiche molte volte indagate, la classe dirigente italiana aveva sempre più chiaramente maturato la convinzione che solo attraverso un'Europa integrata anche l'Italia avrebbe potuto essere significativamente presente nella politica e nell'economia internazionali. Nel corso dei decenni queste scelte erano divenute patrimonio condiviso del paese, della sua classe politica, del suo establishment, della sua società civile: tanto che nel 1989 l'elettorato italiano si era espresso preventivamente e in misura plebiscitaria a sostegno della costruzione di un'Europa federale, nel referendum tenutosi in coincidenza con l'elezione del Parlamento europeo. Con la stessa convinzione l'Italia aveva scommesso sull'ingresso nell'area dell'euro, realizzando attraverso un imponente sforzo collettivo, sotto la guida politica di Prodi e di Ciampi, una rincorsa che pochi avevano ritenuto possibile.
La nuova destra populista ha creato ex novo un antieuropeismo che in Italia era pressoché assente o del tutto marginale.
Il centrosinistra deve denunciare con forza il vicolo cieco in cui questa politica caccerebbe il paese.
LE AZIONI NECESSARIE:
FEDERALISMO E POLITICA ESTERA.
Solo l'ancoraggio europeo e la condivisione della moneta unica hanno preservato l'Italia, nonostante una conduzione demagogica della politica economica, nonostante le irresponsabili e ricorrenti dichiarazioni di influenti membri della maggioranza, nonostante gli scandali finanziari e le crisi industriali che si sono prodotti in questi mesi, da una sorte analoga a quella dell'Argentina.
Solo un'Europa integrata in senso federale, cioè davvero dotata di una politica estera comune, può influire sull'agenda globale della politica internazionale. Una politica estera europea potrà essere giusta o sbagliata, condivisibile o censurabile: le politiche estere dei singoli Stati europei sono ormai soltanto patetiche finzioni di una sovranità svuotata, che possono solo aspirare a svolgere funzioni ancillari rispetto a quelle dei decisori del presente e del futuro prossimo (Usa, Cina, Russia, India, ecc.).
Nella visione che ne ebbero i padri dell'integrazione, l'Europa avrebbe dovuto costituire uno dei due pilastri dell'alleanza occidentale. Le scelte unilateralistiche dell'attuale Amministrazione Usa, la sua disinvolta indifferenza per le sorti di un'alleanza che sia fondata non solo su convenienze momentanee ma anche sulla condivisione di strutture politiche, sociali e culturali maturate in una storia in gran parte comune, non devono far dimenticare che la temporanea assenza di una sfida globale alla democrazia liberale da parte di una potenza paragonabile al vecchio blocco sovietico non mette al riparo né l'Europa né gli Usa dalle sfide che potrebbero essere portate dai soggetti che emergeranno o riemergeranno nei prossimi decenni sulla scena internazionale, dei quali sarebbe ingenuo e temerario dare per scontata una progressiva omologazione non solo economica ai nostri paesi e una perpetua propensione all'integrazione e alla collaborazione.
IL VALORE DELL'EUROPA:
IL COMUNE PATRIMONIO COSTITUZIONALE.
Ma non si tratta solo di necessità politiche, economiche e geopolitiche (e non si tratta solo, per il centrosinistra, di non rinunciare a coltivare anche elettoralmente il lascito di un cinquantennio di europeismo diffuso ancorché spesso poco consapevole): ormai solo la dimensione europea è in grado di dare una risposta non fittizia al vuoto di valori etico-politici ampiamente teorizzato, anche, da quegli ambienti politici e culturali che sanno, al più, apprezzare l'Unione europea come mero conglomerato di società che in comune fra loro non avrebbero assolutamente nulla, salvo la capacità di vivere in pace e armonia a dispetto della loro totale e incommensurabile estraneità reciproca.
A questa visione riduttiva dell'integrazione europea, che soggiace inconsapevolmente alla stessa concezione etnica dell'idea di nazione e di ogni soggettività politica che è propria dei movimenti populisti, e alla svalutazione del valore dell'identità stessa della democrazia liberale che è propria della parte più retriva della sinistra tradizionale (come della destra estremista), va contrapposta un'idea della soggettività politica basata sulla condivisione dei valori e principi etico-politici che sono incarnati negli ordinamenti costituzionali dei paesi dell'Europa comunitaria.
L'Europa non è spesso coerente con tali valori e principi, ma ne è la terra d'origine, il luogo in cui, prevalendo nello scontro mortale con l'assolutismo, il tradizionalismo e le sfide totalitarie del Novecento, si sono storicamente affermati, soprattutto negli ultimi cinquant'anni e più che altrove, non solo la democrazia, il rispetto dei diritti umani, il governo delle leggi e la certezza del diritto, ma anche la mitezza e l'umanità delle leggi.
Il comune patrimonio costituzionale dell'Europa deve essere la base per un nuovo patriottismo costituzionale europeo, che è tra l'altro la sola possibile base per l'integrazione dei cittadini immigrati.
L'IDENTITA' EUROPEA:
RISORSA E (NECESSARI) CONFINI.
Questa concezione forte dell'Europa, che per molte ragioni radicate nella sua storia può essere, come è stata nei passati decenni, un contributo specifico dell'Italia alla costruzione comunitaria, non è solo una ragione per rilanciare con forza l'iniziativa politica per l'approvazione di una Costituzione europea.
Essa comporta anche una seria riflessione sulla questione dell'identità democratica dell'Unione, e quindi anche sui limiti del processo di allargamento.
È evidente infatti che non sarebbe possibile proporre ai cittadini europei di affiancare alle tradizionali appartenenze nazionali, cittadine e regionali un livello di identificazione forte con le istituzioni europee che fosse riferito, per effetto di allargamenti senza fine, a un'entità talmente diluita nelle sue caratteristiche da risultare priva di qualunque significato.
In particolare va posta con forza la questione della condivisione non solo delle regole formali della democrazia elettorale ma anche dei valori etico-politici della democrazia liberale come requisito essenziale e non negoziabile per qualunque futuro allargamento.
Noi crediamo che l'Europa possa diventare un elemento di identificazione per i suoi cittadini solo se sarà capace di essere il veicolo di un progressivo rafforzamento delle caratteristiche liberali e democratiche dei paesi membri, non di un loro indebolimento o di un progressivo indebolimento degli standard.
Allargare i confini dell'Unione a paesi privi di una cultura democratica e liberale ampiamente radicata e condivisa costituirebbe un suicidio del progetto europeo e un venir meno di ogni sua ragion d'essere.
Neppure grandi sforzi nella giusta direzione devono essere ritenuti sufficienti, se il risultato dell'adesione di nuovi paesi membri fosse quello di indebolire anziché rafforzare l'identità democratica e liberale dell'Europa o di inglobare all'interno delle frontiere comunitarie comunità divise da conflitti etnici che sono anche indice della larga condivisione in quelle società di culture politiche non assimilabili alla democrazia liberale. Ciò vale per ogni ipotetico nuovo allargamento dell'Unione, da quello relativo alla Turchia a quelli ipotizzati per i Balcani.
Se tali allargamenti ulteriori avessero luogo in modo intempestivo, la sola speranza per la nascita di un soggetto europeo capace di conferire ai nostri paesi un'esistenza non fittizia nel mondo globalizzato sarebbe costituita da un uso non meramente intergovernativo delle cooperazioni rafforzate previste dai trattati. Ma più ragionevole sarebbe invece prevedere per i paesi limitrofi e vicini all'Ue una forma di integrazione meno esigente e impegnativa per noi e per loro, elaborando una nuova e aggiornata versione del progetto di una più larga confederazione: progetto già avanzato dopo il 1989 per integrare l'intera Europa ex comunista, ma che era assurdo e irrealistico proporre ai paesi dell'Europa centrale.
* * *
Di seguito riportiamo un estratto dal Manifesto per l'Europa federale presentato durante il primo forum sull'Europa dal titolo "Una Costituzione federale per l'Europa", svoltosi a Roma nel febbraio 2003 presso la Biblioteca Giustino Fortunato.
UNA COSTITUZIONE FEDERALE PER L'UNIONE.
Dieci punti prioritari per un'alternativa all'Europa degli egoismi nazionali
1. La costruzione dell'Europa federale deve essere il programma politico prioritario di tutti i liberali e i democratici.
2. La riscossa dell'Italia civile passa oggi, come in tutte le tappe decisive della storia del nostro paese - dal Risorgimento alla fondazione della Repubblica - attraverso l'integrazione dell'Italia nell'Europa occidentale e nei suoi valori di libertà, sulla linea di Luigi Einaudi, Alcide De Gasperi, Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi.
3. La difesa di questo patrimonio, contro la deriva antieuropea dell'attuale governo, è dovere di tutte le espressioni politiche italiane, sia moderate che progressiste. L'interesse nazionale si identifica infatti con il contributo attivo alla costruzione degli Stati Uniti d'Europa.
4. Solo un'Europa dotata di proprie istituzioni democratiche, direttamente legittimate, e di una forza adeguata alle sue responsabilità, può realizzare quel compito storico di consolidamento della pace che è alla base dei suoi fondamenti ideali.
5. Solo questa Europa, chiamata a farsi promotrice dei diritti umani universali, può bilanciare ogni tentazione unilaterale ed egemonica, rispondendo alle aspirazioni di sviluppo diffuso e di libertà che sono proprie di tutti gli uomini.
6. Solo questa Europa, forte dell'Unione economica e monetaria felicemente raggiunta, può salvaguardare e proporre il valore di un sistema sociale che coniuga libertà, uguaglianza, equità e innovazione.
7. Compito dei cittadini responsabili è battersi perché la Convenzione predisponga una Costituzione che attribuisca all'Unione un vero governo federale.
8. La Costituzione deve riaffermare i valori laici delle istituzioni europee, sulla linea della Carta dei diritti fondamentali dell'Unione.
9. Il processo di allargamento deve valorizzare l'identità dell'Europa e le sue specificità politiche e civili.
10. Spetta ai paesi fondatori promuovere fin d'ora un nucleo federale avanzato di democrazia europea, elemento essenziale per garantire unità ed efficienza di direzione politica all'Unione nella fase di ampliamento.
critica liberale
maggio 25 2004
Il costo della vita non l'Iraq farà Perdere il Polo
A favore dell'opposizione gioca l'effetto "winner"
Il 20% di quelli che nel 2001 votarono centro-destra useranno le europee per inviare un segnale al premier
di Paolo Natale
Si sa: da sempre le consultazioni europee sono quelle che meno destano interesse tra gli elettori, italiani e non italiani. Come viene evidenziato da un saggio di Paolo Feltrin sul primo numero della nuova rivista Polena, in uscita a giorni, i dati sull'affluenza alle urne dalla prima edizione delle europee (nel 1979) all'ultima (nel 1999) sono in costante discesa, partendo oltretutto da un livello già non particolarmente elevato: la media dei paesi Ue è passata in questo ventennio dal 63% al 49% di votanti; quella relativa al nostro paese dall'85% al 71%. In entrambi i casi si registra quindi un decremento di quasi il 15% di elettori "interessati" alla competizione.
E' realistico pensare ad un'inversione di tendenza, in questa occasione? Le informazioni provenienti dai più recenti sondaggi non sembrano mostrare particolari novità in questo trend: nonostante la compresenza di numerose elezioni amministrative (nei cosiddetti election days), le previsioni sull'astensionismo si assestano intorno al 30%: circa 1 elettore su 3 appare quindi al momento scarsamente motivato a recarsi alle urne.
Alle tradizionali cause legate alla crescente disaffezione politica, in occasione delle europee si accompagna anche una scarsa importanza attribuita dagli elettori a questa specifica occasione elettorale. Il Parlamento europeo non sembra essere ritenuto infatti un'istituzione con un solido e decisivo potenziale decisionale, superata in numerosi frangenti da logiche nazionali o da accordi transnazionali.
I livelli di informazione sulla Ue risultano poi, anche negli ultimi anni, decisamente contenuti. Alcune evidenze demoscopiche mostrano infine come la percezione degli italiani sulla rilevanza e sull'interesse personale per questo tipo di consultazioni sia nettamente inferiore sia rispetto alle politiche che alle amministrative: soltanto il 3% degli intervistati si "rammaricherebbe" infatti dell'eventuale impossibilità di votare alle europee, contro il 25% delle amministrative ed il 46% delle politiche (dati Osservatorio del Nord Ovest).
Di fronte a questa situazione generale, acquista ancor più interesse interrogarsi su quali siano da una parte gli orientamenti di voto attuali, dall'altra le motivazioni di voto prevalenti negli elettori decisi a presentarsi alle urne.
Per quanto riguarda le tendenze di voto, il giudizio sull'efficienza del governo Berlusconi (sempre intorno al 35% per quanto riguarda i giudizi positivi) veicola un sostanziale ridimensionamento della forza della coalizione di centro-destra. Negli ultimi mesi si è infatti significativamente incrementato il distacco tra le due coalizioni: la percentuale di elettori che dichiara di voler votare centro-sinistra supera di 10 punti (nel maggioritario) e di quasi 5 punti (nel proporzionale) quella degli elettori di centro-destra.
La fedeltà degli intervistati di centro-sinistra permane ad un livello di circa dieci punti più elevata di quella degli elettori di centro-destra. E gli stessi indecisi manifestano una maggior propensione, lieve ma significativa, verso il centro-sinistra.
Ma la vera differenza, l'indicatore che meglio evidenzia il mutato "clima di opinione" del nostro paese è quello etichettato con il termine di "winner", utilizzato come strumento analitico per comprendere in profondità le dinamiche politiche ed elettorali. La -percezione" del clima pre-elettorale in cui è inserito l'elettore parla di un gap tra le due coalizioni costantemente in favore del centro-sinistra. ritenuto - pur con una quota significativa di dubbiosi - favorito in caso di elezioni politiche.
Per quanto riguarda le motivazioni di voto degli elettori i temi che costituiscono il frame di riferimento in cui si inserisce la scelta elettorale sono prevalentemente di tre tipi: la guerra in Iraq e il terrorismo, la funzione dell'Europa nello scenario mondiale e il progressivo depauperamento economico (anche a seguito dell'introduzione dell'euro). I primi due temi, che vengono spesso considerati tra loro correlati, hanno un'ovvia valenza internazionale; il terzo viceversa ha valenza soprattutto nazionale, ma con riferimenti all'unità monetaria europea. Appare al momento arduo stabilire una gerarchia definitiva tra queste tre issues, ma le ultime indagini, effettuate anche con strumenti di tipo qualitativo, suggeriscono una maggiore rilevanza, nella decisione di voto, dei temi domestici rispetto a quelli internazionali.
La tendenza a privilegiare opzioni di centrosinistra demarcano una prevalenza, da parte dell' elettorato, a "riflettere" sulle mancata attuazione delle promesse elettorali del 2001, e si manifestano come una critica significativa ai comportamenti tenuti in questi anni dalla maggioranza di governo, giudicata inadeguata a fronteggiare i maggiori problemi emersi negli ultimi anni, in particolare relativamente qualità della vita in Italia. Per molti osservatori, la prova forse più ardua e delicata che attende il partito del premiere l'intera Casa delle Libertà, sia alle europee ma soprattutto nel prossimo biennio elettorale, viene infatti giudicata quella di conquistare o riconquistare gli elettori oggi più distanti e più critici nei suoi confronti.
E oggi l'elettorato, disilluso, ha quindi in mano un'arma importante per mandare significativi segnali per un cambiamento, prima che politico, delle politiche.
L'occasione delle europee (e in parte delle amministrative) appare pertanto decisiva per strutturare le logiche elettorali di riferimento per il prossimo biennio, che sfocerà in nuove consultazioni politiche: un'occasione che coinvolge almeno il 20% degli elettori che avevano votato nel 2001 per il centro-destra in attesa di quei radicali cambiamenti che non si sono (ancora) verificati nel nostro paese.
Disoccupazione, costo della vita, sanità e assistenza sociale sono temi balzati di nuovo in cima all'agenda dei cittadini: e molto probabilmente condizioneranno in maniera significativa la scelta di voto di una elevata percentuale di elettori, più ancora dei timori legati al terrorismo internazionale e alla guerra in Iraq.
polena.net
Avete notato come all'approssimarsi delle elezioni regionali in Sardegna, consiglieri del centrodestra che per cinque anni non hanno fatto letteralmente un tubo, improvvisamente si sono risvegliati dal letargo e stanno cominciando a dispensare verità e ricette su come risolvere il problema della disoccupazione in Sardegna? A giudicare dal fervore e dalla passione che profondono in questo periodo come non essere attraversati dal dubbio che l'unica disoccupazione di cui gli importa veramente sia solo la propria?
soruforpresident.org
Bush presenta la svolta che non c'è
Bruno Marolo
l'Unità
Washington Va tutto male, continuiamo così. Il presidente George Bush si presenta alla nazione con il volto ammaccato per una caduta dalla bicicletta e con un indice di approvazione che risente del disastro in Iraq. Annuncia il trasferimento dei poteri a un governo di iracheni, sovrano di nome ma di fatto tenuto al guinzaglio dagli americani. Proclama la fine dell'occupazione e nello stesso tempo annuncia che 130 mila soldati americani resteranno nel paese per combattere contro i ribelli. Illustra una risoluzione presentata al Consiglio di sicurezza nel tentativo di placare l'ansia degli alleati e l'indignazione del resto del mondo. Vuole accontentare il premier britannico Tony Blair e il presidente del consiglio italiano Silvio Berlusconi, che per lasciare le truppe in Iraq hanno bisogno di una «vera svolta», e nello stesso tempo ribadire il suo slogan preferito: «We'll stay on the course», tireremo dritto.
I tre canali televisivi di informazione (Cnn, Fox News, Msn-Nbc) e i servizi radio di Cbs e Abc hanno accettato di trasmettere in diretta le parole di Bush alle due di notte, ora italiana. Le altre reti non hanno rinunciato ai varietà della sera, interrotti da lucrose pubblicità. Il discorso è il primo di sei. Bush intende leggerne uno alla settimana fino al 30 giugno, data in cui la coalizione occupante dovrebbe cedere il potere in Iraq a un nuovo governo designato dall'inviato dell'Onu Lakhdar Brahimi e riconosciuto dal Consiglio di Sicurezza. Nel fine settimana ha imparato a memoria il testo e in un comizio in Louisiana ha dato un'idea del contenuto. «Noi americani - ha esclamato - non siamo il tipo di gente che scappa. Quando il nostro paese prende un impegno lo mantiene».
In parole povere, questo significa che la fine della guerra non è in vista. La ricerca di credibilità del presidente che ha deciso l'invasione dell'Iraq è affidata a una bozza di risoluzione presentata ieri Consiglio di sicurezza dell'Onu. Il testo è vago, per limitare il disaccordo. Bush vorrebbe ottenere il consenso di Francia e Russia prima del 6 giugno. Quel giorno sarà in Normandia per celebrare l'anniversario dello sbarco americano con il presidente francese Jacques Chirac e il russo Vladimir Putin. Vuole evitare contrasti in pubblico. Spera che il Consiglio di sicurezza approvi la risoluzione prima del 10 giugno.
Per questo motivo sono state rinviate ad altra occasione le richieste più controverse. Gli Stati Uniti vogliono che la forza multinazionale sotto il loro comando in Iraq sia immune da ogni azione giudiziaria del governo iracheno e del tribunale internazionale per i crimini di guerra. Dopo lo scandalo dei prigionieri torturati questa è una pretesa destinata a suscitare qualche grido di indignazione, ma gli americani si sentono in grado di farla digerire al governo iracheno. Non per nulla resterà nelle loro mani il controllo di tutte le forze di sicurezza e dei fondi per la ricostruzione.
Le presenza delle truppe straniere sarà regolata da uno «statuto delle forze», ancora da negoziare. Sarà costituito anche un «consiglio nazionale di sicurezza», in cui un iracheno avrà la presidenza nominale e i generali americani e britannici prenderanno le decisioni importanti. Su questi punti spinosi tuttavia il dibattito si aprirà in un secondo tempo. Per il momento Bush si limita a tracciare un percorso senza grossi ostacoli fino al 30 giugno. La prima fase sarà l'annuncio del nuovo governo. L'Iraq avrà un presidente, due vicepresidenti, un primo ministro e un gabinetto di 26 ministri. L'inviato dell'Onu, Lakhdar Brahimi, annuncerà i nomi tra pochi giorni.
La risoluzione presentata ieri all'Onu dichiara che questo governo avrà «una sovranità piena» dal primo luglio. In pratica, ai suoi ministri sarà affidata soltanto l'ordinaria amministrazione fino alla elezioni, da tenere entro il gennaio 2005. Saranno loro ad amministrare i ricavi del petrolio, ma sotto supervisione internazionale, a prevalenza americana. Il ruolo dell'Onu dipenderà dalle condizioni di sicurezza. Nel paragrafo che autorizza un ruolo maggiore delle Nazioni Unite nel processo elettorale e nella stesura della costituzione il segretario generale Kofi Annan ha fatto inserire un ammonimento: «se le circostanze lo permetteranno».
La bozza di risoluzione incoraggia i paesi dell'Onu a fornire truppe per una forza multinazionale sotto comando americano. Il testo proposto da Usa e Gran Bretagna non pone limiti di tempo al mandato di questa forza, come chiedono Russia e Francia, ma precisa che sarà rivisto una volta l'anno, oppure su richiesta del governo transitorio che sarà eletto in gennaio. Di fatto, se la guerra continuerà, il rinnovo del mandato potrebbe essere quasi automatico.
Un paragrafo della risoluzione afferma «l'importanza del consenso del governo sovrano dell'Iraq per la forza multinazionale» ma conclude: «La forza multinazionale avrà l'autorità per prendere tutte le misure di sicurezza necessarie». Alla faccia della sovranità. I soldati iracheni prenderanno ordine dagli americani ma, il Dipartimento di Stato ha assicurato che potranno chiedere di volta in volta l'esonero da operazioni tali da mettere in imbarazzo il loro governo. Nessun paese è disposto a mandare truppe, salvo quelli della coalizione occupante. La forza di occupazione cambia nome ma rimane la stessa. Bush annuncia la svolta e tira dritto. Il suo ex inviato in medio oriente, generale Anthony Zinni, commenta: «In Iraq avevamo una strategia sbagliata, peggiorata con l'esecuzione. Qualcuno dovrebbe rispondere di questo fallimento. Siamo come una barca avviata verso le cascate del Niagara, con un presidente che rifiuta di cambiare rotta».
Rischio petrolio, un’incognita sulla crescita
PAUL KRUGMAN
Finora l’attuale crisi petrolifera non ha niente in comune con la crisi del 1973 o quella del 1979. Ecco perché spaventa. Le crisi petrolifere degli anni 70 iniziarono con interruzioni negli approvvigionamenti: l’embargo del petrolio arabo dopo la guerra tra Israele e paesi arabi del 1973 e la rivoluzione iraniana del 1979. Questa volta, malgrado il caos in Iraq, non è accaduto. Fino ad adesso. Nonostante ciò, a causa della domanda dovuta al gigantesco aumento dei consumi cinesi, il mercato petrolifero mondiale è già teso come un tamburo, e il prezzo del greggio al barile è di 12 dollari più caro di quanto non fosse un anno fa. Che cosa accadrebbe se qualcosa andasse davvero storto?
Mettiamola in un altro modo: l’ultima volta che il prezzo del petrolio fu così elevato, alla vigilia della guerra del Golfo del 1991, vi era un enorme surplus nelle scorte di petrolio nel mondo, così che se si fosse verificata un’interruzione rilevante nelle forniture vi sarebbe stato comunque modo di farvi fronte. Questa volta, invece, non è così. L’Agenzia internazionale per l’energia stima che il surplus di produzione del petrolio nel mondo si aggiri oggi intorno ai 2,5 milioni di barili al giorno, quasi tutti nella regione del Golfo Persico. L’agenzia prevede che la domanda nel 2004 sarà in media di 2 milioni di barili al giorno in più rispetto al 2003. Si immagini dunque che cosa potrebbe accadere se vi fossero degli ulteriori attacchi messi a segno contro gli oleodotti iracheni o, dio ce ne scampi, se l’Arabia Saudita diventasse instabile Di fatto, anche senza tener conto di un’eventuale interruzione nella fornitura di petrolio, è davvero arduo immaginare da dove possa venire il petrolio necessario a far fronte alla crescente domanda.
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Aspettate, però: l’economia di base sostiene che i mercati sanno far fronte agevolmente agli eccessi della domanda sull’offerta. I prezzi salgono, i produttori hanno un incentivo a produrre di più mentre al contempo i consumatori hanno l’incentivo a consumare di meno, finché il mercato ritorna in equilibrio. Perché non dovrebbe accadere la stessa cosa anche per il petrolio? Sì, andrà così. L’unico dubbio è sapere quanto tempo occorrerà perché ciò accada, e fino a che punto salirà nel frattempo il prezzo del petrolio. Per farsi meglio un’idea del problema, si pensi alla benzina: il prolungato prezzo molto elevato della benzina ha portato a macchine dai consumi ridotti e più efficienti. Nel 1990 l’automobile media americana percorreva circa il 40 per cento di miglia in più per gallone rispetto al 1973. Sostituire le vecchie auto con le nuove richiese, però, anni. Nell’iniziale reazione alla penuria di benzina la gente deve risparmiarla guidando di meno, e spesso è incentivata a farlo proprio quando si trova a dover sostenere un prezzo davvero esorbitante per poterla acquistare. E prezzi davvero esorbitanti è quello che finiremo con l’avere.
Un aumento nella produzione richiede tempi ancora più lunghi di quelli necessari a sostituire il parco macchine. Occorre anche tener conto che sono diventate davvero sempre più rare le scoperte di giacimenti ingenti di petrolio (sebbene nel mio ultimo articolo su questo argomento mi sia dimenticato di citare due vasti giacimenti petroliferi in Kazakhistan, scoperti il primo nel 1979 e il secondo nel 2000). Gli ingegneri petroliferi continuano a spremere sempre più petrolio dai giacimenti già sfruttati, ma sembra improbabile il ripetersi di ciò che accadde dopo il 1973, quando si registrò un forte aumento nella produzione nonOpec. Pertanto il prezzo del petrolio continuerà a rimanere elevato e potrà salire ancora di più, in assenza di ulteriori brutte notizie in arrivo dal Medio Oriente. Se queste dovessero arrivare, infatti, ci troveremmo davanti a una vera e propria crisi, una crisi che potrebbe provocare enormi danni all’economia. Ogni aumento di dieci dollari per barile nel prezzo del greggio corrisponde per i consumatori americani a un aumento di 70 miliardi di dollari in tasse, imposte con l’inflazione. L’impennata nel prezzo alla produzione del mese scorso è stata soltanto un assaggio di quello che accadrà se i prezzi dovessero rimanere elevati come sono. Dopo la rivoluzione iraniana del 1979, il prezzo del petrolio nel mondo salì a circa 60 dollari al barile rispetto al prezzo odierno.
Una crisi petrolifera potrebbe realmente condurre ad una stagflazione stile anni 70, la combinazione di inflazione e disoccupazione? Vi sono segnali confortanti, ragioni grazie alle quali siamo meno vulnerabili di quanto non fossimo una generazione fa. Malgrado il dilagare dei Suv (sport utility vehicle, ndr), gli Usa consumano soltanto metà petrolio per dollaro del pil reale del 1973. Negli anni 70 l’economia era già avviata verso l’inflazione: considerato il diffondersi di aggiustamenti nei contratti di lavoro e l’esperienza dell’inflazione passata, gli aumenti del prezzo del petrolio rapidamente entrarono in una sorta di circolo vizioso salariprezzi. Oggi è meno probabile che possa accadere. Ma, se vi fosse un intoppo sostanziale negli approvvigionamenti, il mondo dovrebbe andare avanti con meno petrolio a disposizione, e l’unico modo in cui ciò può avvenire nel breve periodo è nel caso di una recessione economica mondiale. Una recessione mondiale dovuta al petrolio non appare del tutto da escludersi. Dopotutto sono tempi assai strani per perseguire una politica estera che si ripromette di trasformare radicalmente il Medio Oriente. Per non parlare di un pastrocchio così mal raffazzonato.
Copyright The New York TimesLa Repubblica
Traduzione di Anna Bissanti
Affari & Finanza
Voti vecchi per Köhler
GUIDO AMBROSINO
Domenica 23 maggio l'«assemblea federale», composta per metà dai deputati del Bundestag e per metà da rappresentanti dei Länder, ha eletto un nuovo presidente della repubblica. Il 61enne Horst Köhler, fino al marzo scorso direttore generale del Fondo monetario internazionale, ha prevalso al primo scrutinio con i voti democristiani e liberali. Si insedierà il 1° luglio, allo scadere del mandato quinquennale del socialdemocratico Johannes Rau. Per Angela Merkel, leader della Cdu, la vittoria del suo candidato preannuncia una svolta: «E' un'affermazione dei partiti borghesi (beata sincerità dei politici nordici, che non dissimulano la loro impronta di classe) contro la coalizione rosso-verde».
Gli equilibri della «assemblea federale» riflettevano l'erosione subita in molte elezioni regionali dai socialdemocratici, puniti per i tagli inflitti al welfare da Schröder. Che il paese ora si entusiasmi per le ricette ancor più neoliberiste della Merkel resta da dimostrare. Ma tanto le è bastato per occupare la casamatta della presidenza.
L'assemblea, convocata al Reichstag, contava 1205 elettori e elettrici: 602 deputati e 603 delegati dei Länder, scelti anche tra imprenditori, attori, atleti. Il totale dispari si doveva alla morte di una deputata con un seggio «supplementare», uno di quelli attribuiti alle liste con più mandati diretti di quanti gliene assegnerebbe il sistema proporzionale, e che non vengono rioccupati. Csu-Cdu e Fdp controllavano sulla carta 622 voti, 19 più della maggioranza assoluta.
Con 604 preferenze Köhler non ha fatto il pieno. Un elettore non ha partecipato allo scrutinio, due le schede nulle, nove le astensioni. La candidata rosso-verde Gesine Schwan, politologa e presidente dell'università europea di Francoforte sull'Oder, ha riscosso un successo personale con 589 voti, dieci più del previsto.
Queste pecche non sminuiscono il trionfo di Angela Merkel. E' stata lei a escogitare la candidatura di Horst Köhler, scavalcando un politico di professione come Wolfgang Schäuble, che le avrebbe fatto ombra. Köhler ha fatto carriera come funzionario e tecnocrate. Sottosegretario «non parlamentare» al ministero delle finanze, ha sudato come sherpa per Kohl nei vertici internazionali, ha negoziato l'unificazione tedesca e il trattato di Maastricht. Fu premiato con la presidenza delle casse di risparmio tedesche, poi della banca europea per lo sviluppo e la ricostruzione, con sede a Londra, infine con la direzione del Fmi a Washington.
Questi incarichi internazionali gli conferiscono un'aura di manager «globale». E su questa immagine punta Angela Merkel: il presidente come rompighiaccio per «desocialdemocratizzare» la Cdu. Un uomo moderno, più americano che renano. «Dio benedica il nostro paese», ha detto Köhler appena eletto, scimmiottando il God bless America d'oltreatlantico.
Senonché dietro lo scenario nuovista fa capolino la vecchia zavorra: non quella popolare - ridotta al lumicino - ma quella «nazionale», nella persona del 90enne Hans Filbinger, nominato all'«assemblea federale» dalla Cdu del Baden-Württemberg.
Di quel Land Filbinger fu ministro-presidente. Dovette dimettersi nel 1978, quando si venne a sapere delle condanne a morte da lui firmate come giudice militare della marina nazista. Di quelle sentenze non si è pentito. Le ha anzi rivendicate: «Quel che era giusto allora (mettere al muro i disertori) non può essere ingiusto adesso». La Cdu non la pensa diversamente, tanto che nel 2002 si oppose alla legge che riabilitava i disertori. A Filbinger il suo partito rende omaggio, continuando a nominarlo alle assemblee federali.
Il vegliardo si è reso utile: con uno scrutinio di così stretta misura, il suo disciplinato voto per Köhler ha pesato.
g.ambrosino@t-online.de
Il buio oltre l'Occidente
Pensiero unico Rispunta un colonialismo culturale che cancella il Terzo mondo
SANDRO PORTELLI
All'inizio del ventesimo secolo, Mark Twain ironizzava sui missionari e i civilizzatori occidentali che andavano a portare la luce alle «persone che siedono nelle tenebre». «Il reverendo signor Ament, del Comitato Americano delle Missioni all'Estero», scriveva, aveva imposto un indennizzo per i danni provocati dalla ribellione dei Boxer, della misura di trecento monete d'argento per ogni cristiano ucciso, più un'ammenda pari a tredici volte il valore delle proprietà cristiane danneggiate. «Questo denaro sarà usato per la divulgazione del Vangelo». Il reverendo protestante Ament era stato misericordioso: i cattolici infatti, avevano preteso anche un risarcimento «testa per testa». Concludeva Mark Twain: «Il popolo che siede nelle tenebre si fa ritroso. Ha iniziato ad allarmarsi. E' diventato sospettoso nei confronti delle benedizioni della civiltà. Peggio ancora: ha iniziato ad esaminarle». E si è accorto che dentro «la confezione gradevole e attraente che esibisce le offerte della nostra civiltà... si trova l'oggetto reale che il cliente che siede nelle tenebre acquista con il sangue, le lacrime, la terra e la libertà». All'inizio del ventunesimo secolo, recensendo un libro di Avishai Margalit e Ian Buruma, Occidentalism (Penguin Press), Sandro Viola scrive: «Le idee dello sceicco [Osama Bin Laden] e della galassia terrorista che vi si ispira, il linguaggio che esprime la loro avversione per le società occidentali, non sono nati nel mondo islamico. Certo, oggi tendiamo a credere che quelle idee e quel linguaggio siano scaturiti dall'arab rage, la rabbia araba: ma la verità è che essi sono un prodotto dell'Occidente». La tesi che Viola attribuisce al libro è infatti che «questi discorsi su un Occidente degenerato e blasfemo, in mano a capitalisti avidi e corrotti, dedito allo sfruttamento dei più deboli» sono tutti nati nell'Occiudente stesso. «Bin Laden è arrivato per ultimo»: gli abbiamo insegnato tutto noi («Perché bin Laden è figlio nostro», La Repubblica, giovedì 20 maggio).
In altre parole: la tesi è che le persone che siedono nelle tenebre, gli arabi, e i popoli del Terzo Mondo in genere, sono talmente stupidi che non sono capaci neanche di pensare da sé gli argomenti per criticarci. Le idee, quelle cattive come quelle buone, possono provenire da un solo luogo: l'Occidente. Se c'è gente in Pakistan o in Vietnam o in America Latina che non ama noi occidentali, non è per come ci siamo comportati nei loro paesi, ma perché hanno letto Heidegger che parlava «dell'Amerikanismus come di una tabe che corrode l'anima europea». Se Mark Twain non avesse scritto quel maledetto pamphlet intitolato «Il soliloquio di re Leopoldo», i congolesi non si sarebbero mai accorti delle stragi, rapine e torture inflitte al loro paese da quell'occidentale che se ne era proclamato proprietario in nome del mercato e della razza bianca. In The History of Bombing, Sven Lundqvist descrive le stragi di migliaia di iracheni compiute dagli inglesi all'inizio degli anni '20; se non fosse per lui, immagino che il popolo iracheno non si sarebbe accorto di niente e sarebbe ancora pieno di gratitudine.
Nella recensione della Repubblica, non c'è spazio neanche per domandarsi se queste critiche occidentali all'Occidente fossero sempre frutto di puro autolesionismo o se qualche volta potessero avere qualche fondamento. Anzi, secondo Viola, gli autori del libro sostengono che se certi argomenti diffusi da quelle parti coincidono con certe argomentazioni diffuse in Occidente, questo non significa che ci possa essere qualcosa di fondato (magari non in bin Laden, ma forse nella arab rage e nella storia dei movimenti anticoloniali); è invece ulteriore dimostrazione della dipendenza dei colonizzati dal pensiero dei colonizzatori. Da questo ragionamento derivano allora due preoccupanti corollari, certo non desiderati dal giornalista e dal suo giornale ma inevitabili.
Corollario etnocentrico: non esiste intelligenza fuori dell'Occidente; ogni pensiero ha origine in Occidente, compreso quello antioccidentale. Da questo monopolio del pensiero deriva allora un'implicita legittimazione, se non di un nuovo colonialismo, almeno di un disegno egemonico dell'Occidente, di cui infatti già si vedono i segni. Poi ce la prendiamo con Berlusconi quando dice che la cultura occidentale è superiore.
Corollario repressivo: chi, in Occidente, esprime un pensiero critico nei confronti del «liberal capitalismo» fornisce ai terroristi le idee e gli argomenti, quindi è corresponsabile («oggettivamente complice»?) del terrorismo, quindi andrebbe ristretto se non represso. Anche di questo non mancano i segni. Sandro Viola conclude stigmatizzando «l'assurdità delle ideologie (dei rottami ideologici) che imputano alle società liberal capitaliste tutti i mali del mondo». Ha perfettamente ragione, ma ciurla nel manico. Infatti, è vero che imputare al liberal-capitalismo tutti i mali del mondo è assurdo (come lo sarebbe imputare tutti i mali del mondo al fondamentalismo islamico: non è colpa di Khomeini se si stanno sciogliendo i ghiacci del Polo, così come non è colpa di Voltaire se in Kuwait e in Arabia Saudita non c'è la democrazia). Ma con questo piccolo trucco retorico Sandro Viola finisce per chiudere la bocca a chi ritiene che, così come il fondamentalismo, anche il «liberal-capitalismo» sia e sia stato responsabile almeno di alcuni dei mali del mondo. Se penso che il «liberal-capitalismo» e l'Occidente sono stati responsabili dei massacri e delle rapine del colonialismo, nel genocidio degli indiani, di un paio di guerre mondiali, di gran parte del danno ambientale, che faccio - devo stare zitto perché il nemico mi ascolta?
Secondo Magalit e Buruma, dice Viola, il terrorismo è il risultato di «due secoli di autodenigrazione» occidentale. A me però sembra che non siano mancati negli ultimi due secoli, anche peana alle glorie e alle sorti progressive del «liberal capitalismo» - alcuni sacrosanti, altri fallaci, ma comunque molto diffusi. Anzi, direi che questi peana sono diventati più frequenti e più striduli da una decina d'anni, proprio quelli in cui è cresciuto il terrorismo. Allora, se le «persone che siedono nelle tenebre» non hanno ascoltato solo i peana ma anche le critiche, può darsi che sia per loro intrinseca perversione; ma può darsi anche che sia perché almeno certe critiche trovavano qualche riscontro nella loro esperienza. Anche le persone che siedono nelle tenebre, nel loro piccolo, si incazzano.
E infine: ma ci avete fatto caso a che vuole dire «denigrazione»?
ilmanifesto.it
Vendite senza controlli», Amnesty bacchetta l'Italia
Ci vuole «più efficacia» nei controlli sulla vendita delle armi ai paesi in via di sviluppo da parte dell'Italia e di altri paesi europei: lo afferma Amnesty International in un lungo rapporto, in cui si chiedono regole più rigorose per proteggere i diritti umani delle nazioni dove l'Ue esporta i propri armamenti. «Francia, Germania, Italia, Svezia e il Regno Unito coprono da soli un terzo» del commercio mondiale delle armi, sostiene il rapporto sulla base dei dati fra il 1994 e il 2001, precisando che nella nuova Unione allargata lavorano «circa 400 imprese in 23 paesi che fabbricano armi leggere, quasi quante operano negli Usa». Il documento - di 107 pagine, titolato «Le esportazioni europee di armi sono una minaccia per la sicurezza mondiale» - ricorda che «l'Ue ha in mano una quota del mercato mondiale inferiore a quello di Usa e Russia, anche se tale percentuale è aumentata dopo l'allargamento». Una della lacune segnalate con forza nel rapporto riguarda il fatto che i paesi europei dovrebbero - sostiene Amnesty - rispettare rigorosamente quanto deciso con il Codice di condotta sull'export delle armi del 1998, che «ha rappresentato un grande progresso» e che contempla otto criteri fondamentali (fra i quali il rispetto dei diritti umani e lo sviluppo sostenibile) «sulla base dei quali devono essere esaminate, caso per caso, le richieste sulla vendita delle armi». L'applicazione del Codice presenta in sostanza «debolezze e ambiguità», afferma il documento, che ricorda come siano molte le notizie e i rapporti «riguardanti l'export da parte dei paesi Ue di apparecchiature e tecnologie» nel settore delle armi. Gli esperti di Amnesty rilevano fra l'altro le scappatoie esistenti in Italia sulla «definizione delle armi leggere», e cioè sulla «distinzione fra armi militari e civili», poiché «le armi da fuoco per uso civile possono essere esportate semplicemente ottenendo il via libera dai responsabili della polizia locale»
Un poligono sospetto
Una interrogazione parlamentare è stata presenatata dal verde Mauro Bulgarelli sul poligono interforze di Salto di Quirra, in Sardegna, per chiedere, tra l'altro, «una serie di indagini da parte di un ente indipendente sull'inquinamento radioattivo nella zona e, sopratutto, la momentanea sospensione delle attività del poligono, che rappresenta una ferita aperta nel nostro Paese». «Com'è noto - sottolinea Bulgarelli - il poligono di Salto di Quirra è il più vasto d'Europa ed è adibito anche alla sperimentazione e al collaudo di ordigni bellici. Non è ben chiaro quante e quali armi si siano sperimentate in questo territorio, è però certo che non sono state provate solo quelle del nostro esercito, ma anche armi di nazioni alleate e perfino di nazioni non propriamente democratiche, come la Libia». Secondo l'esponente dei Verdi, «l'intensa attività del poligono pone enormi problemi di ordine ecologico e di salute pubblica, in particolare da quando sono iniziate le sperimentazioni delle famigerate munizioni radioattive ad uranio impoverito». Il moltiplicarsi dei morti per leucemia, distribuiti in un'area nella quale sono presenti solo cinquemila abitanti, ha fatto scattare l'allarme tra la popolazione.
L'arsenale dei Balcani
L'ex Jugoslavia rimane uno degli arsenali d'Europa. Le forze di polizia e l'esercito serbo-montenegrino hanno sequestrato per l'ennesima volta nei giorni scorsi nel sud della Serbia un ingente quantitativo di armi da combattimento. Lo ha rivelato il generale Mladen Cirkovic, comandante del locale corpo d'armata, sottolineando che «un'eventuale sorpresa tipo quella avvenuta in Kosovo il 17 e 18 marzo scorsi - quando violenze albanesi contro la comunità serba provocarono 28 morti - non ci coglierebbe impreparati». Fra le armi sequestrate, riferisce l'agenzia Fonet, risultano 14 mitragliatrici pesanti, 83 fucili, tre lanciamissili, due cannoni, 15 lanciarazzi, 33.000 munizioni di vario calibro, 22 bombe a mano e 52 chili di esplosivo. La Serbia del sud, abitata nella fascia a ridosso del Kosovo e della Macedonia occidentale da una consistente maggioranza albanese, era stata teatro negli anni scorsi di violenti scontri fra estremisti albanesi e forze serbe. Attivi nella zona erano stati un certo Esercito di liberazione di Presevo, Bujanovac e Medvedja (Ucpmb, dal nome dei principali centri locali) che rivendicava l'unificazione con il «Kosovo liberato», e, in tempi più recenti, una sedicente Armata di liberazione albanese (Ana) che si era attribuita la paternità di alcuni attentati terroristici.
ilriformista.it
VOGLIO FARE IL PRESIDENTE. DOONESBURY TORNA A SCUOTERE LE COSCIENZE
Ode a B.D., che in Iraq ha perso una gamba
B.D. è in terra. E' stato colpito, suda freddo. I suoi commilitoni gli levano l'elmetto. Non era mai successo: da oltre 30 anni nessuno lo aveva mai visto a capo scoperto, senza elmetto militare o senza il suo inseparabile casco da quarterback di football americano. L'immagine si allarga: gli infermieri militari gli infilano l'endovena; adagiato su una barella B.D. viene portato via dalla zona dei combattimenti. Un razzo gli ha spappolato la gamba sinistra.
E' successo il 21 aprile, e da allora attorno a Doonesbury, una delle striscie a fumetti più seguite del mondo, si è scatenato il finimondo. Del ferimento di B.D. hanno parlato molti dei 1.400 giornali che da anni, ogni giorno, ne riportano le gesta; ne ha parlato National Public Radio, il network radiofonico pubblico degli Stati Uniti; ne hanno parlato i lettori, che hanno intasato il forum del sito ufficiale di Doonesbury; e ne ha parlato - malissimo, gridando vendetta per l'utilizzo pubblico del dolore di un soldato - Bill O'Reilly, il principe dei commentatori della Fox. Curioso: nel pantano iracheno è tanto se fa notizia un militare che muore, per i feriti proprio non c'è lo spazio. Ma se a essere colpito a Falluja è un uomo virtuale, il personaggio di un fumetto, scoppia il caso, un caso politico. B.D. che perde una gamba in Iraq segna il dibattito pubblico assai più di George Bush che perde la faccia cadendo dalla bici.
Poteva morire, B.D. Ma il destino sarebbe stato troppo buono con lui, l'ex campione di football che si era arruolato volontario in Vietnam e che grazie all'eterna giovinezza degli eroi a matita è tornato in guerra anche in Iraq, a trent'anni di distanza. Fosse morto i suoi lettori sarebbero rimasti sotto shock, certamente alcuni l'avrebbero compianto. Ma una volta sepolto, B.D. non avrebbe più detto niente a nessuno. Invece ha perso una gamba. Il 21 aprile, quand'è successo, era semicosciente, ancora non capiva del tutto. Poco dopo avrebbe compreso, e avrebbe dato sfogo alla sua ira con una tale sequela di bestemmie che molti giornali (sempre attentissimi a non turbare il proprio pubblico) hanno deciso di pubblicare la striscia censurando il testo. Menomato, ma vivo, B.D. continua così a parlare, a suscitare emozioni, a evocare l'orrore della guerra. Come nell'episodio - terribile , uscito il 20 maggio.
Gary B. Trudeau, l'autore di Doonesbury, è da una vita che nuota controcorrente. Quando inventò la sua striscia c'era ancora la guerra del Vietnam. B.D era in armi anche allora: in Indocina fu catturato da un vietcong imberbe, Phred, destinato anch'egli a diventare un protagonista fisso della saga. E già allora rimase ferito. Ma a quei tempi Trudeau era un vignettista più scanzonato, e a provocare la lesione - il massimo dello sfottò - fu una lattina di birra. Oggi no. E il povero B.D., che negli anni è anche maturato, per quanto lentamente, si è sposato l'ex coniglietta di Playboy Barbara Ann Boopstein (Boopsie) e ha fatto una figlia, Sam, questa volta si è fatto male per davvero.
Non so cosa succederà in futuro, e forse non lo sa ancora nemmeno Trudeau. Ma Doonesbury non è Topolino, gli episodi sono tutti collegati tra di loro e quando un personaggio evolve, evolve per sempre. B.D. non riavrà mai più la sua gamba. Magari diventerà come il Ron Kovic (Tom Cruise) di Nato il 4 luglio, che costretto su una sedia a rotelle patirà le pene dell'inferno, sprofonderà in un autentico abisso umano, ma alla fine ritroverà la forza di farsi una vita e diventerà un attivista pacifista. Magari invece no, nessuno lo può sapere. Forse rimetterà il casco da football, forse no. Ma facendolo saltare su una mina, Trudeau gli ha costruito un destino completamente diverso da quello del ragazzone invasato e credulone: segnandolo per sempre, lo ha costretto a fare da testimone di cosa succede in guerra. Oggi che la guerra c'è, e domani che, quando a Dio piacendo non ci sarà più, saremo tutti un po' più inclini a dimenticare.
Trudeau merita un ringraziamento. E con lui lo merita anche B.D., costretto suo malgrado a lasciarci una gamba. (37/Continua)
www.continiforamerica.org
Scontro nelle civiltà
di Alberto Asor Rosa
da l'Unità - 25 maggio 2004
La guerra e La guerra: ossia, la guerra che si è combattuta e attualmente si combatte in Iraq; e il libro, che ne assume il titolo, da me pubblicato in due riprese, la prima volta nel 1992 a proposito della prima guerra irachena (Fuori dall’Occidente), la seconda nel 2002 (La guerra, appunto), nell’intervallo fra l’attentato alla Twin Towers nel settembre 2001 e le avvisaglie della seconda guerra irachena (ma prima che questa concretamente iniziasse), rappresentate in modo particolare dalla comparsa del The National security strategy of the United States of America, nel settembre 2002. La mia tesi di ora è che già allora, fra il 1991 e il 2001, era tutto chiaro quello che poi sarebbe accaduto, e attualmente continua ad accadere, compresa la tortura, e penso di poterlo dire tranquillamente, perché tranquillamente penso che non ci voleva una tempra profetica per pre-dirlo: bastava, come spiegherò meglio più avanti, un po’ di buon senso comune.
Scrivevo in Fuori dall’Occidente, dunque nel 1992:
«Il “nuovo ordine” sarà tempestoso e terribile. È completamente sbagliato pensare che l’Unum imperium, unus rex fondi un principio di pace. L’unicità essenziale del potere su scala mondiale è destinata, al contrario, a sconvolgere i già fragili equilibri del mondo. Il mondo si separerà e si contrapporrà sempre di più, sostituendo ai princìpi universali la difesa dell’identità di ciascuno contro quelle di tutti gli altri. All’Unum imperium, unus rex, - fondato su di un’invincibile supremazia economica e tecnologica, la quale costituisce il moderno “principio di autorità” - verrà accompagnandosi una disgregazione e separazione sempre più accentuata dei singoli individui, il marasma generalizzato, il caos naturale, che riemerge dall’”armonia” puramente formale (e in realtà solo costrittiva) imposta dai più potenti. (...) Scorreranno fiumi di sangue, non si avrà pietà per nessuno. La guerra... sarà un elemento fondante e continuo, pre-supposto, del nuovo ordine» (La guerra, pp. 126-7).
E nel 2002, addirittura prima, ripeto, che le truppe americane entrassero in Iraq, cercando di intravedere, come sempre l’interprete delle cose del mondo, anche se modesto, dovrebbe ambire a fare, quelle che avrebbero potuto essere le conseguenze della «guerra preventiva» (che si rivela di necessità anche una «guerra infinita») «sulle forme attuali della convivenza umana»: «Ma l’allargamento e l’irrobustimento del dominio dell’Impero sul mondo pervertono ancora di più il sistema democratico e ne aggravano la crisi: perché l’allargamento e l’irrobustimento del dominio dell’Impero sul mondo comportano necessariamente il restringimento della sfera dove si assumono decisioni, l’annichilimento di tutte le forme di partecipazione di massa, la distruzione della fiducia nella politica, il massiccio accesso alle alte cariche di figure destituite di ogni serio principio morale ma disponibili a un illimitato servizio, la totale subalternità delle provincie a Roma» (La guerra, p. 204).
A chi avesse bisogno di sostegni documentari ricorderò che nell’Atto sulla National security strategy, precedentemente richiamato, si poteva leggere la seguente affermazione: «Svolgeremo le azioni necessarie per garantire che i nostri sforzi per realizzare gli impegni di sicurezza globale e proteggere gli americani non siano ostacolate da potenziali investigazioni, inchieste o rinvii a giudizio da parte della Corte Penale Internazionale, la cui giurisdizione non può essere estesa agli americani e che noi non accettiamo» (La guerra, p. 212; L.n. ).
Che bisogno c’è di sforzarsi di appurare ora se le responsabilità della tortura in Iraq si fermano ai livelli dei soldati semplici e dei graduati o arrivano quelli degli ufficiali superiori o dei generali o del ministro della Difesa Rumsfeld? Gli americani la risposta ce l’avevano data onestamente già a principio in un documento ufficiale universalmente noto: dicevano che avrebbero fatto tutto, ripeto: tutto, per difendersi dagli attacchi (veri o soltanto presunti, non importa, questo ovviamente si può sapere solo a posteriori) dei terroristi e non ne avrebbero reso conto a nessuno, ripeto: a nessuno. Per non lasciare questa rievocazione libresca del nostro recente passato al livello di mera protesta o, peggio, di inane querimonia, due questioni si pongono.
La prima è: com’è possibile che, se un individuo di modeste competenze culturali e doti intellettuali come me (insomma, uno che ci ha sempre tenuto molto durante tutto il corso della sua vita a restare nella grande massa dei “qualsiasi” in questo mondo per ora solo perversamente globalizzato) era riuscito a intravedere già dodici, tredici anni fa come sarebbero andate le cose allora appena iniziate, i grandi organi dell’informazione politica e culturale, per non parlare di alcuni dei più autorevoli governi occidentali, abbiano chiuso gli occhi o li abbiano volti altrove o abbiano dato prova di prodigiosa miopia, e qualche volta anche di una eccezionale presbiopia? La risposta a fil di logica (e la logica conta per fortuna ancora qualcosa) può essere una sola: esiste un livello così alto di collusione (ed è dir poco) tra universo dell’informazione e universo del potere (economico e politico) da determinare un vero e proprio corto circuito in quella che dovrebbe essere, da una parte e dall’altra, la fondamentale vocazione dell’uomo pubblico (giornalista o politico che sia), e cioè la ricerca della verità.
Oggi, per concludere come suole la tragedia con una farsa, si è aperta la stagione dei Sepolcri Imbiancati, peggiore, molto peggiore, a mio modo di vedere, di quella della Menzogna conclamata e trionfante: ne sono piene le pagine dei giornali, ne risuonano le aule parlamentari. Una vera moltitudine, con ben simulato stupore, scopre quello che era evidente da un decennio e s’ammanta di finta indignazione, foriera a sua volta di una nuova stagione di menzogna. La verità è autentica solo se si ha il coraggio e la forza intellettuale di prevederla; a posteriori è solo la foglia di fico che copre l’ipocrisia dominante. Su questo punto mi piacerebbe avere delle risposte, ma so già che non ne avrò: i Sepolcri Imbiancati hanno scoperto da tempo che il miglior argomento polemico è il silenzio.
La seconda questione è: se le cose stanno come io dico, le cose sono molto più gravi di quanto comunemente non si dica. Agli errori politici e strategici si è sommata una concezione profondamente errata e distorta (ai limiti del «tradimento epocale») della cosiddetta «civiltà occidentale», e a una concezione profondamente errata e distorta della cosiddetta «civiltà occidentale» hanno cominciato a seguire pesanti infrazioni dei codici di comportamento pressoché unanimemente riconosciuti come validi nei rapporti fra Stato e Stato e alleanza e alleanza persino nei tempi peggiori della guerra fredda. Su questo è necessario ora concentrarsi, andando perfino al di là della condanna meramente politica: all’ordine del giorno c’è l’uso non univoco e non partigiano dei codici e degli strumenti di regolazione del diritto internazionale, restaurato nella pienezza dei suoi poteri. Oppure il diritto internazionale è da considerarsi davvero e per sempre una burletta?
Oppure esso è pensato solo per difendere la parte forte del mondo dalle atrocità e dalle nefandezze che vengono, vengono sì, anche dalla parte debole? (ricostituendo in questo modo, e in perpetuo, il circolo perverso, per cui una giustizia parziale - cioè una giustizia che tutela solo «una parte» - è sostanzialmente un’ingiustizia che crea altre lacerazioni, altro terrore, altra morte).
Ha torto perciò Huntington a sostenere che l’attuale fase storica è contraddistinta dallo «scontro delle civiltà». L’attuale fase storica è caratterizzata dallo «scontro nelle civiltà», dall’una e dall’altra parte della nuova «cortina di ferro» disegnata sul mondo dall'egemonia imperiale, in quella occidentale, innanzi tutto e soprattutto, e nelle altre, beninteso, ma spesso solo in relazione e dipendenza da come si svolge e si orienta e da chi perde o s’afferma nello «scontro nella civiltà occidentale».
E questi, questi sono i casi nostri, questo è il nostro dovere. Solo se vinceremo lo scontro qui da noi con le forze della nostra barbarie e della nostra menzogna, che si chiamano Bush e Blair e, se la vergogna non c’impedisce di chiamare in causa la degradata versione italiana del cliché imperiale, Berlusconi, potremo permetterci, non di «dare lezioni» o di «esportare qualcosa», ma di colloquiare alla pari con il resto del mondo. Su questa strada la prima scelta da compiere è sforzarsi di non assomigliare a loro. Ahimé: sembra una piccola cosa; e invece ne abbiamo bisogno.
Le toghe incrociano le braccia. La società civile è al loro fianco
REDAZIONE
I giudici italiani incrociano oggi le braccia per protestare contro la riforma dell'ordinamento giudiziario al vaglio della maggioranza.
Uno sciopero annunciato lo scorso 5 maggio, quando con decisione unanime l'Associazione Nazionale Magistrati aveva proclamato una mobilitazione senza precedenti nella storia del nostro Paese (tre giorni di astensione dalle udienze, un'assemblea nazionale e la pubblicazione di un libro bianco sulle "responsabilità e i comportamenti del ministro della Giustizia" Roberto Castelli).
Saranno moltissime le toghe che oggi aderiranno alla protesta, secondo il presidente dell'Anm Edmondo Bruti Liberati sciopereranno anche molti magistrati che non l'avevano fatto in occasione della protesta di due anni fa, quando l'adesione arrivò addirittura all'85%.
Il 98% dei giudici che lavorano presso la Procura della Repubblica di Palermo ha già fatto sapere che prenderà parte alla mobilitazione, una percentuale che potrebbe rispecchiare la situazione dell'intero Paese.
Secondo Fabio Roia, infatti, "nessun magistrato condivide nel merito la proposta di riforma dell'ordinamento giudiziario", un progetto che il segretario Generale della corrente "Unità per la Costituzione" non esita a definire "irrazionale, antistorico, punitivo che sconvolge il modello costituzionale e distrugge il nostro quotidiano giudiziario".
"Lo sciopero - ha spiegato il magistrato - è un momento di partenza e non di arrivo di un lungo percorso che dovrà ancora tentare di risvegliare le coscienze e la vera razionalità riformatrice del Paese".
La protesta delle toghe è stata duramente attaccata dalla Casa delle Libertà. Secondo l'aennino Enzo Nespoli "l'astensione dei magistrati è un'operazione prettamente politica che punta a ledere l'autonomia del potere legislativo".
Al fianco dei giudici ci saranno invece l'opposizione e la società civile, i girotondi di tutta Italia hanno espresso nei giorni scorsi la propria vicinanza e solidarietà alla magistratura.
Inviti a "resistere, resistere, resistere" sono arrivati dal "comitato emergenza legalità" di Ravenna, dal "gruppo 2 febbraio" di Bologna, da "il pane e le rose" di Ferrara, da "prendiamo la parola" di Parma, da "il Risveglio" di Acireale, dai girotondini di Palermo, Ascoli, Catania, Firenze e di moltissime altre città.
I girotondi lombardi assisteranno all'assemblea pubblica dei magistrati del Distretto di Milano, assemblea che si terrà alle 11 presso il Palazzo di Giustizia di Milano e alla quale parteciperanno anche Massimo Fini e Marco Travaglio.
Medesima iniziativa a Firenze, dove i Girotondi per la Democrazia hanno invitato cittadini, esponenti della cultura giuridica, dell'Avvocatura e i rappresentanti politici e sindacali a partecipare all'assemblea dell'Anm della Toscana che si terrà alle 11 presso la Corte di Appello di Firenze.
centomovimentinews
C’è un’Europa che tratta sulla Costituzione, anche se nessuno lo sa. L’Irlanda è ottimista, l’Italia non c’è
di (l.g.b., da Bruxelles)
«Il vertice si è svolto in un’atmosfera buona e con spirito costruttivo. Stiamo andando avanti.
Si spera che vada come previsto per cui, quando arriverà il consiglio europeo potremo pervenire a un accordo politico sui problemi più importanti e quindi saremo sarà in grado di presentare un testo per un accordo. È un compito arduo, comunque la presidenza è soddisfatta di come vanno le cose “adesso”». In quell’avverbio che conclude la dichiarazione del ministro degli esteri irlandese, Brian Cowen, c’è molto di più che un auspicio per il futuro. C’è, infatti, non si sa se voluta o “voce dal sen fuggita”, anche una valutazione sul passato, per la precisione sul semestre di presidenza italiano.
Un semestre da dimenticare. Al vertice di ieri a Bruxelles, dove i ministri degli esteri sono tornati a ragionare concretamente su come e quanto rimaneggiare del testo uscito dalla Convenzione per cercare di arrivare a una costituzione possibile, l’Italia era di fatto assente, tagliata fuori dal giro che conta. Forse per il manifesto e ostinato servilismo nei confronti dell’amico americano, forse perché troppo concentrata ad assicurarsi il contentino d’immagine, la cerimonia della firma della costituzione a Roma.
Tuttavia, le difficoltà per arrivare al risultato storico al quale i governi europei hanno lavorato per due anni e mezzo non sono scomparse. Finora la pratica dei colloqui bilaterali lontani dai riflettori sembra aver calmato gli appetiti di alcuni. A preoccupare però è il prezzo che potrebbe essere pagato a causa del ritardo e dei continui rimaneggiamenti del testo della Convenzione. Non solo la concreta possibilità che il difficile compromesso lì raggiunto sia snaturato. Ma anche il prezzo del crescente disinteresse dell’opinione pubblica. Non sarà un caso che nelle campagne elettorali nazionali il tema della costituzione europea non ha lo spazio che meriterebbe. I cittadini sono sempre più distaccati da quel che i loro governanti vanno proponendo nei consessi diplomatici. Oggi le conclusioni del vertice di Bruxelles.
europaquotidiano.it
Il caso Al Zarkawi – Nick Berg fa pensare. (Poi al lunedì mattina voi avreste anche voglia di pensare ad altro, mi rendo conto).
Seguono due paragrafi di dietrologia spicciola. Chi non ama la dietrologia può tranquillamente saltare.
Lasciamo stare le riserve di Al Jazeera, ovviamente sono di parte. A detta loro, e di molti altri blog (per un repertorio vedi Lia) non è una vera decapitazione, non c’è abbastanza sangue (io non lo so, il filmato non l’ho visto). Secondo loro, se volesse dimostrare di essere Zarkawi non si mostrerebbe incappucciato. E poi perché non zoppica, se ha una gamba sola? Perché ha un accento egiziano, se viene dalla Giordania? Inoltre forse è già morto in Afganistan, Zarkawi (anche Bin Laden, se è per questo).
Invece per George W. Bush, un’altra fonte un po’ di parte, la decapitazione di Berg è la prova che Zarkawi opera ancora, ed è quindi l’anello di collegamento tra Saddam Hussein e Bin Laden. “Quest’uomo”, dice George, “andava avanti e indietro dall’Iraq prima che arrivassimo noi” (Zarqawi, was in and out of Baghdad prior to our arrival, for example). Tutto vero, come abbiamo visto. George omette di dire che almeno tre volte il Pentagono gli propose di farla finita con lui, e lui (o chi per lui) disse di no. Ma lasciamo stare anche questo.
Poi ci sono le testimonianze del padre, ma sanno forse i padri cosa combinano i figli? Che Berg possa aver aiutato un terrorista giordano a controllare la sua e-mail all’università di Oklahoma può essere una pura coincidenza. È meno chiaro cos’abbia combinato Berg in Iraq. Aveva lavorato anche ad Abu Ghraib – ma la ditta per cui aveva lavorato non è registrata in Pennsylvania. Ma soprattutto: in marzo Berg era già stato arrestato dagli americani (l’FBI aveva avvisato il padre), che lo avevano rilasciato il 6 aprile. Berg era stato trattenuto insieme a giordani, siriani, iraniani accusati di aver penetrato l’Iraq illegalmente. Gli americani smentiscono: per loro Berg era stato fermato dalla polizia irachena. Mercoledì la sua salma è tornata negli USA: ai genitori non è stato concesso di vederla.
Troppo intelligente (per me)
Questi sono tutti piccoli fatti, che ognuno può rimontare come crede. Con un blog si possono costruire complotti di tutti i gusti e le dimensioni. Invece io volevo fare un ragionamento a valle. Lasciamo perdere i complotti e gli indizi. Diamo tutto per buono. Accettiamo che il “Numero Due” di Al Quaeda abbia barbaramente decapitato un prigioniero, e diffuso il video su internet. E veniamo in Italia. Il discorso che volevo fare è su certi quotidiani che vanno di moda adesso. Li chiamano: “Quotidiani intelligenti”, e io mi sono spesso chiesto il perché.
La spiegazione che mi sono dato è questa: data come premessa (a) che gli intelligenti sono la minoranza della popolazione (ma è davvero così scontato?), e la premessa (b) che questi giornali non se li fila nessuno, si formula l’ipotesi (c) che per leggerli bisogna essere persone davvero intelligenti.
A questo punto uno si aspetta pagine densissime, articoli con rimandi a pie’ di pagina, citazioni da Kant e Heidegger. Fortunatamente le cose non stanno così. I “Quotidiani intelligenti” sono molto più ariosi, di lettura tutto sommato scorrevole. Un sacco di rubrichine simpatiche dove si parla del più e del meno (magari più del meno che del più), un sacco di tormentoni divertenti, qualche editoriale trombone, ma tutto sommato più breve della media della produzione giornalistica nazionale. E allora cosa c’è di tanto “intelligente” in questi qui? Il modo in cui succhiano sovvenzioni statali? Bastasse questo, saremmo il popolo più intelligente del mondo.
Il caso Zarkawi-Berg ci dà una parziale spiegazione. Uno si potrebbe aspettare che un “quotidiano intelligente” non si fermasse all’esibizione del filmato, ma che tentasse di scavare un po’ intorno: in fondo basta curiosare un po’ su Internet, anche copiando, come ho fatto io.
Invece no. I “Quotidiani intelligenti” si soffermano sull’orrore, sulle barbarie. E raccomandano la visione integrale del video. Sul serio. Bisogna vederlo tutto per capire, dicono. Per dire, se uno a metà della decapitazione si stanca, avrà capito la barbarie solo a metà. No, deve farsi forza e capire per intero. Antonio Polito, direttore del Riformista:
Consigliamo a tutti di guardare il video della decapitazione dell'ostaggio americano, che circola su Internet. Bisogna guardare in faccia l'orrore, anche se non è degno dell'umanità degli occhi che lo guardano. Quella testa mozzata a fatica, con tutto il lavorio fisico che comporta, e il tempo che ci vuole, e l'abisso in cui sprofonda un po' alla volta, nella più odiosa delle torture, la vittima, è in fin dei conti la ragione per cui l'Occidente è in guerra con il terrorismo islamico.
Tutto questo mi ricorda un film. No, non Arancia meccanica, no.
Un film apparso nelle sale italiane verso Pasqua, quel film che andava visto perché mostrava finalmente la crocefissione di Nostro Signore “as it was”, “com’era veramente”. Col sottointeso: se non l’hai ancora vista, come fai a capire quanto deve aver sofferto? Bisogna tenere gli occhi sbarrati su legnate, fustigazione, chiodi ribattuti, costole tirate e incrinate: sennò “non puoi capire”.
La stessa cosa con Nick Berg: finché non vedi il suo collo mozzato, “non puoi capire” quanto sia cattivo l’Islam. Ma sul serio. È inutile che leggi giornali, studi la storia, navighi su Internet… sciocchezze. Devi guardare. Se non guardi, non hai capito. Pacifisti e antiamericani guardino quel video, poi decidano qual è il problema del mondo.
Di colpo mi metto a ricordare a tutti i film splatter che “bisognava guardare” quand’ero ragazzino, e non valeva coprirsi gli occhi con le dita: se non guardavi ogni sgozzamento a occhi spalancati, non eri un uomo. Soltanto così potevi “capire” veramente.
E poi, ancora più a ritroso, nell’infanzia, ricordo i primi libri che ho sfogliato. Erano pieni di figure. Infatti erano per bambini. A quei tempi si pensava che “le figure” fossero per “i bambini”, e le parole per gli adulti. Si pensava che la Bibbia non fosse adatta alla tua età, e allora ti davano “la Bibbia a fumetti”. Col tempo si cresceva, e le illustrazioni si diradavano. Crescere significava passare dall’immagine alla parola. Riuscire a capire le parole, e non solo le immagini. Non solo, ma riuscire ad associare emozioni anche alle parole.
Per cui, se sono adulto e mi dicono che Gesù Cristo è morto in croce per i miei peccati, io dovrei riuscire a commuovermi senza “vedere” i chiodi, senza “vedere” il sangue, senza per forza contare le frustrate…
…e se mi dicono che da qualche parte un fanatico ha tagliato la testa a qualcuno con una sega circolare, io dovrei riuscire a inorridire senza vedere una sola immagine. Dovrebbero bastarmi le parole, le nude parole: “tagliato la testa”, “sega circolare”. Se fossi un adulto.
Ma per i quotidiani intelligenti non basta. Per Giuliano Ferrara, non basta. Devo guardare. Fino all’ultimo, sennò non capisco. Per Filippo Facci, addirittura, dovrei guardare e riguardare tutti i giorni, sennò rischio di dimenticarmi:
Immagini come i corpi precipitati dalle Twin Towers o le teste mozzate - nostra opinione - andrebbero riguardate ogni mattino perchè possano scuoterci come l'acqua gelida del lavandino, prima che ci si rivesta all'occidentale e si torni a pascolare l'orticello quotidiano che riteniamo immune; l'ufficio, il weekend, l'assicurazione da pagare, le rate alla Enzo Biagi, la Domenica Sportiva, il nostro giornalismo impiegatizio.
E allora forse ho capito cosa sono i Quotidiani Intelligenti – e i giornalisti intelligenti.
Sono giornali che confondono “la visione” con la “comprensione”? No.
Sono voyeuristi in buona fede che non capiscono la differenza tra “occhio” e “cervello”? macché.
Sono ingenuotti che non hanno capito che un’immagine digitale è arbitraria quanto una parola, se non di più? No, figuriamoci.
Sono, semplicemente, persone convinte di essere quello che pretendono di essere: intelligenti.
E siccome loro sono intelligenti, noi siamo dei cretini.
E siccome siamo cretini, dei bambinoni, inutile convincerci con i discorsi, le parole. No. Immagini, ci vogliono. Il Gesù Cristo Splatter. La storia del Medio Oriente a fumetti. Questo, ci vuole.
E sangue, sangue come se piovesse. Sangue vero, possibilmente, finto in mancanza di niente. Altrimenti non “capiamo”. Altrimenti non ci “commuoviamo”.
Buon lunedì da un blog che scrive molte parole e ruba banda per pochissime immagini, di solito senza sangue e teste rotte o mozzate. Buona settimana da un blog poco intelligente.leonardo.blogspot.com
Iraq. Si scrive sovranità, si legge immunità
“E’ inaccettabile che l’Amministrazione Bush, malgrado lo scandalo delle torture, voglia ottenere dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU un’ulteriore proroga dell’immunità dalle regole della Corte Penale Internazionale per le proprie forze impegnate in Iraq e nelle altre missioni all’estero. Cosa ne dice il Governo Berlusconi?”
E’ quanto hanno chiesto ieri i parlamentari Giovanna Melandri, Fabio Mussi e Pietro Folena (DS) in una interrogazione urgente al Ministro degli Esteri.
“Il Progetto di Risoluzione – sostengono i tre parlamentari - presentato dal Governo Bush all’ONU mercoledì scorso riproduce fedelmente la Risoluzione 1422 del 2002 e la 1487 del 2003, che scade il prossimo 30 giugno, e dispone la sospensione per altri 12 mesi di ogni indagine o azione in giudizio contro personale di Stati non parti dello Statuto di Roma della Corte Penale Internazionale (CPI) che commetta crimini di guerra, contro l’umanità o genocidio durante un’operazione istituita o “autorizzata” dal Consiglio di Sicurezza stesso.
Lo scorso Venerdì, la richiesta di proroga è stata bloccata e molti Paesi, tra cui Francia, Germania e Brasile, hanno espresso le loro perplessità e chiesto che la questione fosse affrontata in una seduta aperta. Lunedì pomeriggio l’amministrazione Bush ha tentato nuovamente di forzare l’agenda su questo punto, con l’evidente obiettivo di ottenere l’immunità prima che l’ONU cominci a discutere seriamente la prossima Risoluzione sul futuro dell’Iraq e sul passaggio di sovranità al Governo che si insedierà il prossimo 30 Giugno. Ciò che si profila è una richiesta di scambio tra immunità per le truppe occupanti da una parte e sovranità del futuro Governo iracheno dall'altra. Tale scambio è inaccettabile oltreché contraddittorio ed illegittimo sotto il profilo del diritto internazionale, come ha rilevato giustamente questa mattina Antonio Cassese, ex Presidente del Tribunale Internazionale dell’Aia per la ex Jugoslavia.”
E’ duro l’attacco da parte di Melandri, Mussi e Folena. “Mentre si può discutere, infatti, sulla legittimità per gli USA di mantenere una giurisdizione penale primaria sulle proprie forze militari e civili, non è al contrario legittimo che gli USA chiedano: (a) una giurisdizione esclusiva (come fecero nel caso CERMIS), oppure (b) un'esenzione per tutti i loro nazionali, non solo i membri delle forze armate e il personale civile governativo ma anche i private contractors. Evidentemente la lezione di Abu Ghraib e Guantanamo non è stata compresa e i neocons americani intendono continuare a muoversi calpestando le regole ed i trattati internazionali. Com’è concepibile, infatti, che con la mano sinistra si avviino i processi per trovare e punire i responsabili delle torture ad Abu Ghraib e con la destra si chieda alla comunità internazionale di continuare a garantire l’impunità totale rispetto alle azioni commesse negli scenari di guerra?”
Da queste considerazioni muovono le richieste nei confronti del Governo. “Tutti i Governi – si scrive nell’interrogazione - quelli membri del Consiglio di Sicurezza dell’ONU ma anche quelli che fanno parte della coalizione dei “willings” dovrebbero far sentire la loro protesta nei confronti di questa richiesta. L’Italia interverrà all’ONU? Chiederà all’Amministrazione Bush di rinunciare a questa intenzione e di accettare di assoggettarsi ai trattati internazionali ed alla legalità? E’ quello che in Italia devono chiedere l’opposizione e tutti coloro che si battono per i diritti umani. Ci auguriamo che, malgrado i dissensi sulla guerra e sull’Iraq, i radicali ed Emma Bonino siano al nostro fianco in questa battaglia. Un eventuale silenzio del Ministro Frattini e del Presidente del Consiglio sarebbe molto grave e rappresenterebbe un’ulteriore prova della assoluta incapacità dell’alleato italiano di incidere sulla condotta e sugli errori dell’Amministrazione Bush.”
aprileonline.info
Albania: le inchieste sul traffico di bambini
Le autorità albanesi hanno accertato l’esistenza del traffico di bambini ma negano l’esistenza in Albania di cliniche in grado di eseguire trapianti illeciti di organi destinati ai paesi vicini: Italia e Grecia
Da Tirana scrive Artan Puto
Traffico di organi: opportunismo giornalistico?
Secondo un lungo commento del giornale “Panorama” la storia del traffico di organi è stata inventata dalla stessa stampa albanese, presentando così gli albanesi come “i peggiori del mondo”.
Secondo il giornale anche la denuncia del commissario delle politiche estere della UE Chris Patten si basava sulle informazioni date dai media albanesi indicanti l’esistenza nella città di Fieri di una clinica specializzata in trapianti di organi.
L’intera vicenda è stata alimentata anche da un cosiddetto “rapporto segreto” dell’Ambasciata greca di Tirana, che è servito come punto di riferimento per i giornali greci precipitatisi a riprendere il tema dopo che la vicenda è apparsa sui quotidiani albanesi. Tuttavia quando il tema del traffico di organi di bambini è diventato dominante, i giornali greci hanno smesso di preoccuparsene e hanno preferito non dare ulteriori indicazione sulla vicenda.
“La morale di tutta questa storia, tanto comica quanto tragica, resta nel fatto che mettendo dei titoli di apertura scandalistici i media pensano a come sfruttare il momento opportuno piuttosto che alla loro professione”, scrive “Panorama”.
Le smentite ufficiali
Tuttavia la vicenda ha messo in movimento tutte le strutture dello stato albanese e delle organizzazioni che si occupano della difesa dei bambini.
Così che da un controllo eseguito dalla polizia e dalle autorità sanitarie nella città di Fieri, nel presunto luogo della famigerata clinica, al posto di organi umani sono stati trovati 61 kg di eroina ed un intero arsenale di armi sofisticate.
Il ministro albanese della sanità Leonard Solis, ha dichiarato che da tutti i controlli effettuati nelle cliniche private “non ci risulta che esista alcun servizio di questo tipo. Le nostre cliniche non hanno le capacità necessarie per fare una tale operazione. E se questo tipo di servizio ancora non è offerto negli ospedali, figuriamoci nelle cliniche private”, assicura il ministro.
Altri specialisti del settore dichiarano che il giorno in cui anche in Albania saranno possibili i trapianti sarà un giorno particolarmente importante per le strutture sanitarie locali. Perché nel paese delle aquile muoiono centinaia di persone all’anno a causa dell’impossibilità di sottoporsi ad un trapianto di organi.
Maksim Cikuli, medico, ed ex ministro della sanità del Partito Democratico (di opposizione) afferma che “il miglior modo per eseguire il trasporto degli organi è lo stesso corpo umano. In Albania esiste il traffico di persone e per questo riceviamo le critiche dalla UE, ma non quello di organi”.
Nel frattempo anche la Procura della Repubblica nega ogni esistenza sul territorio albanese di cliniche in grado di trafficare con gli organi umani.
Il direttore della lotta contro il crimine organizzato della Procura Generale della Repubblica, Zamir Shtylla, intervistato da “Gazeta Shqiptare” respinge ogni accusa della stampa greca, la quale sostiene che in Albania esistano cliniche in grado di eseguire il trapianto di organi. E se Shtylla nega in modo netto l’esistenza del traffico di organi dall’Albania, Artan Bajraktari, capo dell’Interpol albanese, ribadisce che i suoi colleghi greci non hanno inviato alcun rapporto a conferma di questa notizia.
I bambini vittime del traffico
Dal canto loro gli attivisti per la difesa dei bambini esprimono una certa preoccupazione per un eventuale aumento del traffico dei bambini albanesi verso la confinante Grecia, durante i giochi olimpici di questa estate.
“I giochi olimpici attireranno circa 4,5 milioni di spettatori, ma potrebbe essere anche un grande mercato per i trafficanti di minorenni”, dice Vincent Tournecuilleret, capo della missione della organizzazione internazionale “Terre des homes” attiva a Tirana.
I rappresentanti dell’Istituto Nazionale dell’Integrazione degli Orfani e della Associazione dei Rom in Albania hanno chiesto all’inizio della scorsa settimana che durante lo svolgimento delle Olimpiadi ad Atene le case degli orfani albanesi ed altri centri residenziali vengano posti sotto la difesa della polizia. Ilir Çumani, direttore dell’Istituto dell’Integrazione degli Orfani, dichiara al quotidiano “Shekulli” che “il traffico di bambini non è nella sua fase iniziale, perché questo fenomeno esiste ormai da 14 anni, da quando cadde il regime comunista in Albania. Lo si voglia o meno, questa attività esiste con tutte le sue forze, come una struttura criminale, sofisticata e organizzata in modo perfetto”, dice Çumani.
Secondo un sondaggio effettuato da questo istituto, la maggior parte dei bambini trafficati sono bambini rom. Secondo le statistiche circa il 5% della popolazione albanese e di origine rom, vale a dire circa 150.000 persone, delle quali 1.300 sono orfani. Mentre si calcola che il 30% dei rom risulta non registrato all’anagrafe, fornendo così “la preda più ambita” delle organizzazioni criminali. Questo gruppo sociale è anche il più povero della società con solo 0,8 $ al giorno.
Da quando è caduto il regime comunista nel 1991, migliaia di bambini albanesi sono stati venduti, acquistati per essere sfruttati economicamente e sessualmente nei ricchi paesi vicini, come l’Italia e la Grecia. Dal 1999 la fondazione “Terre des homes”, attiva nella lotta contro il traffico dei bambini albanesi verso la Grecia, ha evitato il trasferimento di circa 15.000 bambini. Attualmente in Albania ci sono circa 500 bambini ad “alto rischio”, la metà dei quali è già stata trafficata attraverso la Grecia. I bambini albanesi, vittime del traffico illecito, sono obbligati a passare a piedi la frontiera albano-greca, un terreno di difficile controllo da parte della polizia greca. Un’altra rotta è quella marittima verso la Grecia e l’Italia, mentre la più costosa è quella che attraversa la Macedonia.
Inchieste giudiziarie
Artan Bajraktari, capo della Interpol albanese, dice che per la mafia albanese il traffico di bambini non è così redditizio come quello dei narcotici e delle prostitute. “Si tratta di gruppi minori con attività sporadiche che oltre a mandare bambini all’estero, curano altre forme di traffico, come quella del trasporto delle madri incinte che partoriscono in Grecia, e che poi abbandonano i loro figli in cambio di una somma simbolica di denaro” spiega Bajraktari.
Una coppia di Korça (città nel su-est del paese), zona vicino alla frontiera con la Grecia, e stata condannata dalle autorità giudiziarie nel 2002 per avere costretto due donne albanesi incinte a partorire nella località di Janica, vicino a Salonicco, e a vendere i propri figli per 200 euro, prezzo che in altri casi è consistito nel regalo di un tv a colori. “Il vero problema è che non si sa niente di questi bambini, i quali possono essere usati anche per il trapianto degli organi”, dice Bajraktari.
Secondo la procura albanese, le autorità giudiziarie e di polizia greca non hanno dato alcuna informazione al riguardo. Il giornale “Shekulli” del 14 marzo ha scritto che 510 bambini albanesi sono spariti nel periodo 1998-2002 dalle istituzioni greche che operano nella riabilitazione dei bambini di strada. Una tale informazione, sempre secondo il giornale, è stata scambiata tra gli uffici dell’Ombudsman dei due paesi, Grecia e l’Albania.
A Tirana il Tribunale per i reati gravi ha iniziato la scorsa settimana un processo contro 4 albanesi sospettati di essere membri della cosiddetta “banda Petalli”, che ha trafficato 63 bambini in Italia. Altri sei membri della “banda Petalli”, inclusa anche la coppia Petalli, sono sotto processo in Italia. Per i suoi presunti legami con questa attività la giustizia italiana sta investigando anche su Ramadan Paja, attualmente vice direttore del SHISH (servizi segreti albanesi) di Durazzo, il più grande porto albanese. “Lo scandalo scoppierà quando l’Interpol italiana spiccherà un mandato d’arresto contro di lui”, dice Bajraktari. Tra i casi di traffico di bambini Bajraktari mette in evidenza quello dell’orfanotrofio di Elbasan (Albania centrale), dal quale nel 1993 sparirono 20 bambini.
Secondo le statistiche del Ministero del Lavoro e degli Affari Sociali, in Albania durante 1996-2004 sono state effettuate 552 adozioni. L’Istituto degli Orfani e altre strutture specializzate chiedono adesso allo stato albanese di avviare le indagini su tutte le procedure di adozione avvenute durante gli ultimi 13 anni. www.osservatoriobalcani.org
CARO SOLDATO JOE (di Stefano Olivieri)
Caro soldato Joe, ti scrivo dall’Italia, un paese che forse tu che hai solo vent’anni non hai nemmeno mai sentito nominare. Si trova nel mezzo dell’Europa, sul bel mare mediterraneo, non poi così lontano dall’Irak dove adesso ti trovi, ma lontanissimo da casa tua, gli Stati Uniti d’America.
Eppure a ben guardare io e te non siamo così lontani, cosi diversi, sai ? Fu Colombo, proprio un italiano, a scoprire il tuo paese, con l’appoggio della regina di Spagna, che seppe e volle credere in lui. C’è sempre bisogno di qualcuno che creda nelle nostre idee, per realizzare i grandi sogni. E sempre tanti italiani, soprattutto agli inizi del secolo scorso, abbandonarono con la morte nel cuore la miseria della propria terra per cercare fortuna e benessere nella tua terra, caro soldato Joe. Sono cose queste che forse non conosci e per questo voglio raccontartele, magari per qualche minuto rendo meno dura la tua giornata al fronte.
Così l’amicizia fra il tuo paese e il mio, come vedi, ha radici lontane nel tempo. Molti tuoi compatrioti hanno cognomi italiani, e questo non vuol dire però che siano mafiosi. In Italia non esistono soltanto mafia, vesuvio e maccheroni : siamo gente tranquilla ed industriosa, e a parte qualche birbaccione (ma quelli ce li avete anche voi) siamo una democrazia sana, dotata dei necessari anticorpi per non ricadere in quel fascismo da cui proprio voi americani, 60 anni fa, ci avete aiutato a risalire, e di ciò vi siamo grati. In Italia abbiamo grandi città, piene di strade e di automobili, grandi supermarkets, cinema e tv come da voi in America, perfino la cocacola è uguale. Ma non ci sentiamo per questo americani, perché se lo volessimo saremmo solo una copia dell’originale. Siamo italiani e basta, e per meglio dire siamo europei, come i francesi, i tedeschi, gli spagnoli, e tanti altri stati, per la precisione 25 fino ad ora, che compongono l’Europa Unita. Come dici? Non sai che cosa sia l’Europa Unita ? Beh, la cosa non mi meraviglia, perché il tuo presidente non è che la veda proprio di buon occhio, e sai perché ? Perché una volta tanto stiamo facendo una cosa più grande degli Stati Uniti. Pensa, con appena 25 stati, la metà di quelli che stanno sulla tua bandiera, arriviamo già a più di 450 milioni di abitanti, e per giunta possiamo ancora aumentare
No, non preoccuparti, non vogliamo per questo invadere gli States, tranquillo. Però vogliamo crescere, autodeterminarci in questo nuovo grande soggetto sovranazionale, e pian piano ci stiamo riuscendo. Ti stupirai, pensa che lo stiamo facendo senza nemmeno una guerra, senza bombe e fili spinati, anzi i confini qui in Europa intendiamo toglierli del tutto. Perché pensiamo che la pace rimane l’esempio migliore per esportare la democrazia, perché di guerra ne abbiamo conosciuta abbastanza da averne sincero orrore. In questo si, forse io e te siamo un tantino diversi. Magari però è solo colpa di chi ci governa, da te come da noi in Italia. Il nostro capo, non so se lo hai presente, è quel bassetto un po’ grassoccio che ogni tanto viene a trovare il tuo presidente, e non è certo un campione di democrazia : forse per questo i due vanno così d’accordo. Quei due la democrazia nemmeno sanno che cosa sia, figuriamoci poi ad esportarla : dammi retta, se ti danno una licenza prima di novembre, quando torni a casa pensa bene a chi voterai. Diamoci una mano, quei due mandiamoli a casa e andiamo avanti. Move on, soldato Joe !
liblab.it
IRAK/ BUSH A ROMA/ PROVA CAPPUCCI: COLLEZIONE PRIMAVERA-ESTATE 2004
Stamattina alcune statue di Roma hanno subito l'assalto del Movimento per una Visione Consapevole, che ne hanno ricoperto le teste con dei cappucci rosa
Anche le statue diventano simbolo dello sdegno della moltitudine attiva di fronte alla tragedia della guerra.
il Movimento per una Visione Consapevole stanotte ha agito affinche' l'estetica prendesse finalmente una posizione contro gli orrori irakeni, nel rifiuto dell'imminente visita del Presidente della potenza occupante, gli Stati Uniti.
Non possiamo coprirci gli occhi davanti a tutto questo.
Non vogliamo vedere Bush a Roma.
Se e' vero che, come dice la Costituzione, l'Italia ripudia la guerra, e' il momento di dimostrarlo.
Con ogni media necessario.
Indymedia
Generali, Tremonti e l’etica smemorata
di ALBERTO STATERA
Il Consiglio d'amministrazione delle Generali, in tempi di corporate governance, ha meritoriamente approvato nella seduta dell'11 maggio scorso il Codice etico del gruppo. Il documento soffre di qualche ovvietà, ma si sa che quando si parla di etica è facile scivolare nella retorica. I bravi amministratori in nove capi e tredici cartelle fitte ci raccontano che bisogna essere corretti, onesti e riservati, non truffare i clienti, possibilmente far guadagnare gli azionisti, non incorrere in conflitti d'interesse, non colludere, cioè non corrompere le istituzioni pubbliche. Monsieur de La Palice, direte. C'è già il codice penale e quello civile. Se non fosse che al capo quinto, punto 2, c'è un codicillo alquanto interessante, che, se mai dovesse essere applicato, rivoluzionerebbe le abitudini aziendali. "Il Gruppo recita non supporta manifestazioni o iniziative che abbiano un fine esclusivamente o prevalentemente politico, si astiene da qualsiasi pressione diretta o indiretta nei confronti di esponenti politici...". La costruzione lessicale è piuttosto astuta: quell' "esclusivamente" e quel "prevalentemente" annacquano la norma fino a renderla quasi innocua. Le "pressioni" sono quelle esercitate verso esponenti politici, ma non viceversa. Ammettiamo, comunque, che il presidente Bernheim e gli amministratori delegati Perissinotto e Balbinot, abbiano varato il Codice in piena buona fede, cosa di cui non dubitiamo, e abbiano intenzione di rispettarlo e farlo rispettare. Ma come faranno in un gruppo che nell'ultimo mezzo secolo è stato al centro di tutte le battaglie politiche e che continua ad esserlo anche in questi giorni? Cuccia e i poteri forti, Fanfani e Cefis, la Montedison e la guerra della chimica, Andreotti, Sindona e Schimberni, il caso EuraluxGenerali, di cui trent'anni fa fu protagonista proprio Bernheim, Prodi e la privatizzazione di Mediobanca. Oggi, Berlusconi e Doris, Mediolanum, Ligresti, Tarak Ben Ammar e il controllo della Rcs. Intrecci stretti tra politica e affari, vicende ad alto tasso politico, nelle quali sempre le Generali sono state e sono protagoniste o, almeno, oggetto del desiderio. Del resto, un antico e compianto presidente del gruppo, Cesare Merzagora, fu più un politico che un finanziere: prima esponente del Cln, poi ministro, presidente del Senato e presidente della Repubblica ad interim. A tutt'oggi nel Supervisory Board della controllata tedesca figura l'ex premier Helmut Kohl, Theo Waigel, ex ministro del Tesoro, è nel Consiglio generale e pare che in Spagna stia per essere assunto l'ex premier Josè Maria Aznar. Niente di male, per carità. Ben altre sono le commistioni politiche. Riccardo Illy, ad esempio, non ha ancora digerito che nel giugno scorso, in piena campagna elettorale per le regionali, il personale fu "precettato" a fare da claque al ministro Tremonti che nella sede triestina della compagnia fece un comizio a favore della sua avversaria leghista Alessandra Guerra. Il Codice etico ancora non c'era, Bernheim, Perissinotto e Balbinot non dovranno adottare contro loro stessi "i provvedimenti di competenza". Ma il Codice era già sfornato quando Bernheim informò l'assemblea che, a causa di un foglietto che gli era stato appena consegnato, Paolo Biasi era escluso dal Consiglio d'amministrazione. Il perché non lo spiegò, ma tutti sanno che Biasi è inviso al solito Tremonti, di fronte al quale il Leone è assai mansueto. E con Tarak Ben Ammar come la mettiamo? Esplicito fiduciario di Berlusconi, lavora al disegno BernheimBallorè che punta alla conquista di Mediobanca per mangiarsi le Generali. Sono stati informati i piccoli azionisti in base alle norme di "trasparenza verso il mercato" previste dal Codice? Se no, confidiamo che gli amministratori lo faranno, perché come dice Diego Della Valle, neoconsigliere delle Generali, basta con le lobby, con i meccanismi di potere intrecciati. Oggi l'etica ci impone di dire le cose e, se serve, di metterci la faccia.
statera@ilpiccolo.it
Affari & Finanza
Dove va Kerry
Il candidato democratico alla Casa Bianca, passato lo slancio dei trionfi nelle primarie del suo partito, dà l'impressione di essere al rimorchio del presidente George W. Bush. Rischia di fare la fine di Al Gore nel 2000, battuto per la percentuale di scontenti che a sinistra ha votato Ralph Nader. Ma ora potrebbe cominciare la riscossa
Alessandro Ursic
Fonte: Peace Reporter
24 maggio 2004
24 maggio 2004 - Due mesi fa, dopo aver inanellato una serie di trionfi nelle primarie, John Forbes Kerry sembrava già lanciato verso la Casa Bianca. Era riuscito a compattare il partito democratico dietro di lui, emergendo come un leader al quale – grazie alle sue posizioni moderate – era stata riconosciuta una maggiore “eleggibilità” per la poltrona presidenziale. Oggi, passato lo slancio di quelle vittorie, “il nuovo Jfk” fatica a farsi notare.
I sondaggi lo danno in piena corsa, in un continuo testa a testa con George W. Bush. Eppure, con il presidente in carica in evidente affanno per l’esplosiva situazione irachena, il candidato dei Democratici avrebbe più di una possibilità per provare l’affondo decisivo. Finora non è ancora riuscito a farlo. Si erode il consenso intorno a Bush, ma nel contempo quello per Kerry non sale. E negli Stati Uniti il crescente partito degli ABBA (Anything But Bush Again), composto da quegli elettori che voterebbero chiunque pur di non ritrovarsi Bush presidente per altri quattro anni, comincia a preoccuparsi sul serio.
Per certi versi questo fenomeno è inevitabile. Nel bene e nel male, Bush è ogni giorno il protagonista delle news, il “presidente di guerra” – come si è autodefinito – che l’America estremamente polarizzata di oggi ama oppure odia. Ma Kerry, specialmente in politica estera, che in questo momento è praticamente sinonimo di Iraq, non sembra rendersi conto del potenziale che potrebbe sfruttare.
Non riesce a smarcarsi in modo convincente dalle posizioni della Casa Bianca e del Pentagono. Bush dice che gli Usa resteranno in Iraq finché ce ne sarà bisogno e lui – che da senatore votò a favore dell’intervento – è d’accordo, sostiene persino che bisogna inviare altre truppe, e aggiunge solo che è necessario coinvolgere la Nato e l’Onu per districarsi dal pantano. Questa strategia “centrista” potrebbe anche funzionare, se l’obiettivo fosse quello di attrarre il voto dei repubblicani delusi e Kerry potesse comunque contare sulla parte più progressista dei Democratici. Ma a sinistra non c’è il vuoto. C’è il terzo incomodo, Ralph Nader.
La gran parte degli analisti è convinta del fatto che se oggi alla Casa Bianca c’è Bush e non Al Gore, la responsabilità sia di Nader. D’altronde, i numeri parlano abbastanza chiaro: alle elezioni presidenziali del 2000, le più equilibrate di tutti i tempi negli Usa, il candidato dei Verdi ottenne il 2,7 per cento dei voti. Soprattutto, si portò a casa più di 97mila voti in Florida e 22mila nel New Hampshire, Stati che Bush soffiò al democratico Gore con uno scarto rispettivamente di 537 e 7.211 voti.
Quest’anno Nader – anche se in qualche Stato sta incontrando diverse difficoltà nel raccogliere il numero di firme necessario per presentarsi – si ricandida, questa volta come indipendente. I simpatizzanti ABBA lo hanno scongiurato di non farlo, ma Nader può contare su uno zoccolo duro di elettori che non trovano differenze tra democratici e repubblicani. E al momento i sondaggi gli assegnano una percentuale del 6-7 per cento dei voti a livello nazionale. Anche quattro anni fa, nei mesi precedenti le elezioni, Nader veleggiava su queste cifre e alla fine si fermò a molto meno. Ma anche ipotizzando un andamento simile da qui a novembre, il problema per Kerry rimane.
Non è un caso che la settimana scorsa i due si siano incontrati, rilasciando ai media reciproche dichiarazioni di stima. Kerry non ha ufficialmente chiesto a Nader di ritirarsi dalla corsa, anche se in cuor suo probabilmente lo spera. Ma evidentemente ha pensato che un approccio amichevole – tra l’altro i due si conoscono dal 1971, quando Kerry era già un plurimedagliato veterano del Vietnam profondamente segnato dalla guerra – è meglio di una contrapposizione netta, tanto per rimarcare che la sfida non è tra loro due, perché il nemico comune da battere è Bush. Ne è uscito con una bella investitura, dato che Nader l’ha definito “molto presidenziale”.
Il pacchetto che Kerry offrirà agli elettori a novembre – il cosiddetto ticket – è ancora in via di definizione. Mentre il candidato democratico gira gli Usa per far conoscere le sue idee, dietro le quinte vanno in scena le trattative per formare la squadra che comporrà l’amministrazione nel caso sia eletto. Una fase delicata, perché la scelta degli uomini può rivelarsi fondamentale per far presa su diverse fasce dell’elettorato.
A cominciare dal vicepresidente: alcuni consigliano a Kerry di puntare su John Edwards, l’aspirante candidato che più gli ha dato filo da torcere nelle primarie, perché il cinquantenne che ricorda Clinton esercita un certo fascino sulle donne. Altri fanno notare che, oltre agli indecisi, chi potrebbe decidere questa elezione in favore dei Democratici potrebbero essere i giovani che di solito non vanno a votare: e per questo scommettono su Howard Dean, che prima dell’inizio delle primarie sembrava il favorito alla nomination, e che è riuscito ad accendere la passione politica dei ventenni, ribattezzati Deaniacs. Nel frattempo, Dean ha lasciato intendere che non disdegnerebbe un’eventuale chiamata da parte di Kerry.
L’unico nome fatto finora da Jfk è però quello del suo amico – e anche lui veterano del Vietnam – John McCain, il senatore repubblicano dell’Arizona spesso critico con le scelte di Bush, che Kerry ha ipotizzato di scegliere come futuro segretario alla Difesa. McCain ha declinato l’offerta, ma già il fatto che Kerry abbia lanciato questo messaggio conferma ancora una volta le sue idee moderate. Nel 2000 a Gore fu affibbiata l’etichetta di “Bush light”. Nominando un repubblicano, per quanto dissidente, Kerry rischia di fare la stessa fine.
Quello di farlo sembrare un indeciso perennemente on the fence, seduto sullo steccato aspettando il momento giusto per scegliere dove saltare, un debole inadatto a guidare gli Usa in tempi difficili come questo, è esattamente l’obiettivo di Bush. Negli ultimi due mesi, dopo aver raccolto il doppio dei fondi per la campagna elettorale rispetto al rivale, il presidente in carica ha scaricato contro Kerry una raffica di spot dal valore di 50 milioni di dollari. Definendolo troppo liberal – termine che ha una connotazione negativa negli Usa – e facendogli le pulci per tutta una serie di voti da lui dati nella sua ventennale carriera di senatore.
Kerry è stato così costretto sulla difensiva, finendo per essere trascinato a fare il gioco di Bush, a smentire una dopo l’altra le accuse. Ora sta cercando di invertire la rotta, per dimostrare all’elettorato che anche lui è un uomo forte – caratteristica fondamentale per la psicologia dell’elettorato Usa – e con le idee chiare. Per sua fortuna, i soldi ora cominciano ad arrivare a un buon ritmo.
Nel solo mese di aprile, Kerry ha raccolto 30 milioni di dollari, contro i 15,6 di Bush. Nel totale dei fondi raccolti lo sfidante è ancora ben distaccato, con 115 milioni contro 200. Ma intanto, oltre al sostegno del magnate George Soros, il candidato democratico si è assicurato anche quello del secondo uomo più ricco del mondo, il finanziere Warren Buffett. Con le somme a sua disposizione che si avvicinano a quelle di un Bush sempre più impantanato nel Medioriente, Kerry avrebbe tutti i mezzi per passare alla controffensiva. Se avrà anche il carisma e l'abilità politica per imporre la sua agenda invece di rincorrere quella del presidente, questo si vedrà nei prossimi sei mesi.
Note:
http://www.peacereporter.net/it/canali/voci/dossier/000elezioni/elezioniusa/040524kerry
maggio 24 2004
Show elettorale di Silvio Berlusconi: «Abbiamo fatto miracoli»
di red
«Abbiamo fatto miracoli, ma i nostri successi non sono riconosciuti perché abbiamo contro l’85% della stampa». È l'ennesimo show quello di Silvio Berlusconi in occasione della presentazione dei candidati della Casa delle Libertà alle elezioni provinciali. «Abbiamo avuto risultati che in confronto i governi che ci hanno preceduti impallidiscono. Siamo intervenuti a migliorare il paese in tantissime situazioni. Tutti i ministeri hanno lavorato bene», ha dichiarato, spaziando a tutto campo. A cominciare dall'economia, rispetto alla quale il Premier sembra ignorare le difficoltà degli italiani di arrivare a fine mese: «Malgrado le difficoltà dell'economia internazionale, abbiamo un Pil migliore di Francia Germania e Olanda. Non abbiamo sforato il 3% e non abbiamo messo le mani nelle tasche degli italiani. Abbiamo fatto un miracolo continuo», sostiene. Fino a screditare gli avversari: «La lista Prodi è un'alleanza puramente elettorale». Il discorso di Berlusconi si incardina intorno a un'affermazione recisa: «In politica la vera moralità è mantenere la parola data». E infatti, secondo il nostro premier, il governo «sta mantenendo tutti gli impegni presi con i cittadini», visto che «non si poteva fare di più».
Tutto quel che non è stato fatto, allora, dipende dalle «lungaggini burocratiche», rincara Berlusconi, manifestando il desiderio dell’ennesimo stravolgimento della legislazione italiana. «Abbiamo presentato più di 500 disegni di legge, incidendo in diverse direzioni e siamo intervenuti a migliorare il paese in tantissime situazioni». Però, non tutto è stato possibile a causa della lunghezza dell’iter parlamentari: «Io inizio e prendo una decisione - ha spiegato - Poi comincia il confronto con gli alleati, e alla fine di una lunga discussione la coalizione decide. Allora il disegno va in commissione alla Camera, e si discute, e poi si va in aula, si cambia qualcosina e tutto ricomincia da capo. Se va bene, passano sei mesi». Poi si ricomincia in Senato, «e i senatori - ha detto Berlusconi - cambiano ancora qualcosina, per dimostrare a moglie e figli che non vanno a Roma solo perché hanno l'amante. Basta cambiare una norma, e bloccano tutto». Tenta così ancora una volta di cavarsela con l’ennesima boutade: «oltre i 400 km di distanza, l'amante non conta. Come si dice a Napoli, in questi casi 'a commare nun è peccato».
Berlusconi, poi, chiede ancora fiducia: «Soltanto con i governi longevi si può incidere sulla realtà del proprio paese, non a caso Mitterrand ha governato per 14 anni, Kohl per 16 come la Thatcher mentre Felipe Gonzales ha governato per quindici anni. Se penso di governare per sedici anni mi spavento perché sono un po’ troppi, ma a me ne basterebbero dieci perché normalmente sono più veloce». Però, dichiara di giudicare impossibile che la Casa delle Libertà possa perdere le elezioni europee. A chi gli chiede che cosa farebbe in caso di sconfitta, si limita a rispondere: «è un'ipotesi irreale e come tale non la commento».
unita.it
Egitto e il disastro Mundial
di Marco Hamam
Dopo aver perso i Mondiali del 2010 andati al Sud Africa, gli egiziani provano l'amarezza di un'ennessima delusione. Il non aver raccolto nemmeno un voto dalla commissione Fifa che avrebbe dovuto scegliere il paese ospitante raddoppia, se possibile, il senso di fallimento.
Un disastro. Non c’è altra parola per definire l’ennesima delusione popolare egiziana. E’ vero, probabilmente solamente gli irriducibili romantici, quelli che tengono in camera il superposter di Nasser, credevano di riuscire ad ospitare i mondiali di calcio del 2010. Lo sport sarebbe stato un buon modo per ripartire. Ricominciare, da una vita difficile e colma di continue delusioni. I mondiali del 2010, i primi che si disputeranno in Africa, se fossero arrivati nella terra dei Faraoni (non solo quelli di un tempo, anche gli “azzurri” d’Egitto, allenati da Marco Tardelli, che così vengono chiamati), avrebbero restituito il sorriso a tanta gente. I non romantici, apertamente, dicevano di non crederci, ma dentro di loro lo speravano. Come si spera in amore, con passione, tensione e il più delle volte senza confessarlo. L’Egitto aveva sfoderato le sue facce più note e aveva messo in mezzo anche la politica, quella dallo spessore internazionale. Nella commissione non solo c’era il Dott. Zivago egiziano, ‘Omar Sharif, ma anche l’ex segretario dell’Onu, Botros Ghali. Eppure niente da fare. Ad essere stato scelto per i mondiali è stato il Sud Africa.
Ma la bocciatura egiziana si colora di un aspetto tragico. Una sconfitta sul filo del rasoio sarebbe stata, infatti, accettata solo con un po’ di amarezza, magari con la consolazione che ad aver vinto era stato il migliore. Ma no, nemmeno questa magra soddisfazione. Quando Blatter ha annunciato i voti presi dall’Egitto, il paese è precipitato nella depressione più totale. Zero voti sui ventiquattro a disposizione. Ormai non c’era più rimedio: la magra soddisfazione si era già trasformata, in pochi interminabili secondi, nel disastro. Che è stato già definito un nuovo ’67, una nuova «Naksa». E’ stato il direttore della rivista “October” ad affermarlo dagli schermi del terzo canale egiziano: «Questa batosta assomiglia troppo alla Naksa del ’67: la gente, come allora, ha riposto tutte le speranze del riscatto in questo evento, tutto era stato preparato per bene, tutto sembrava funzionare e alla fine, la mazzata.» Una “mazzata” che, sulle sponde del Nilo, nessuno riesce a digerire. Gli egiziani, soprattutto i cairoti, si erano sottoposti a tutti i peggiori fastidi, purché questa coppa, e la riscossa, bussassero alla porta di casa. Per giorni e giorni, poco prima che arrivasse la delegazione della Fifa, le fermate degli autobus erano state spostate nei posti più impensabili per non mostrare dei lati “folkloristici” dell’Egitto che i commissari avrebbero segnato nella parte cattiva della lista dei pregi e difetti. Non solo. Il traffico cairota, sempre in pieno marasma in mano alle più pure leggi del caso (dopotutto il mondo non è figlio del caos?), è stato dirottato, imbottigliato, rinchiuso nelle zone meno visibili, perché altrimenti i commissari avrebbero allungato la lista cattiva. Si era fatto di tutto per far piacere la città ai signori della Fifa in ossequio a quel proverbio egiziano che dice “acconcia un po’ la canna, diventerà come una sposa”. Sui tavoli della Fifa era arrivato un dossier che pesava più di 30 chili che era stato anche allungato all’ultimo momento perché qualcuno si era dimenticato di dire che l’Egitto è proprietario di due satelliti che sarebbero potuti essere molto utili. Ma nonostante tutto questo affannarsi, i membri della commissione Fifa non hanno degnato il malloppone da 30 chili della minima attenzione. E a casa è piombato uno zero gigantesco che è stata una condanna a morte.
Va da sé che dopo quest’umiliazione internazionale, la gente si aspettava qualche testa. Dopo tutto si trattava anche di immense cifre pubbliche sborsate per questa impresa donchisciottesca. Che fine hanno fatto tutti quei soldi spesi? Ma soprattutto quanti erano? 50, 70 o 100 milioni di ghinee? Nessuno lo sa, come nel più tipico stile egiziano. Ma ecco che martedì scorso arriva la notizia di un licenziamento. Sembrava che fosse stato licenziato Talaat Gnedi, presidente della commissione sport del ministero della gioventù e dello sport. Ops, no, contrordine. Veramente era solo un pensionamento!
Insomma per questo zero nessuno si vuole assumere la responsabilità. La colpa – per chi avrebbe dovuto smontare le tende e dimettersi - è tutta della Fifa che fin dall’inizio ha fatto una corte spudorata a Nelson Mandela. Niente di nuovo sotto il sole: oltre al danno gli egiziani dovranno sopportare, ancora una volta, anche la beffa. www.aljazira.it
I migliori del mondo
RITA GUMA (*)
"Noi, i migliori del mondo". Così il generale Sanchez, comandante delle forze della coalizione in Iraq ha definito l'esercito USA mentre deponeva davanti al comitato per le forze armate del Senato Americano.
Frasi del genere le comprendiamo da una squadra che si appresta ad entrare in campo, per darsi forza, o una squadra vincitrice, da chi sta affrontando la morte od anche da un comandante prima della battaglia per galvanizzare le truppe, ma Sanchez stava testimoniando sui vergognosi abusi commessi nella prigione di Abu Ghraib da soldati americani, quindi l'orgoglio era proprio fuor di luogo.
Eppure il generale ha affermato che "L'onore ed il sistema di valori delle nostre forze armate sono solidi e questa base fa di noi i migliori del mondo" e si è anche permesso un consiglio - certamente non richiesto - ai Senatori: "questo indegno episodio di Abu Ghraib non dovrebbe distrarci" dalla guerra agli insorti iracheni.
Oggi il generale è personalmente sotto accusa, perché vi sono testimonianze che egli abbia visitato il carcere di Abu Ghraib tre volte durante il periodo degli abusi e proprio per discutere dei metodi per estorcere informazioni ai detenuti.
Di fronte al comitato senatoriale aveva già negato i contenuti di un rapporto pubblicato secondo il quale aveva approvato la privazione del sonno, il rumore eccessivo e le intimidazioni in uno specifico caso di cui si era venuto a sapere.
Non mettiamo in dubbio i sinceri principi e le azioni in buona fede della maggior parte dei soldati americani, ma la forza di tutti i mali del mondo - che magari nascono per interesse, ma hanno bisogno di individui convinti per crescere ed espandersi nel mondo anche con la forza bruta - sta spesso lì, in quella frase "siamo i migliori del mondo".
Credersi semidei, al di sopra di ogni principio o legge che non sia la propria, genera individui capaci di tutto e incapaci di provare dubbi, vergogna o rimorsi.
Ogni omicidio o crudeltà possiamo comprendere (anche se non approvare) se commesso sotto l'impeto della passione, ma la freddezza, la scientificità, la lucida determinazione con cui alcuni perseguono obiettivi orrendi e rivoltanti fa senso e trova la radice in questo senso di onnipotenza.
Alcuni pensano sia mancanza di scrupoli, cioè consapevolezza di star compiendo il male e capacità di affrontarlo senza una piega, ma invece per costoro si tratta di certezza di star compiendo il bene!
E questo deve anche metterci in guardia verso le affermazioni drastiche e da perfette "facce toste" di alcuni governanti nostrani, che calano le loro idee come vangelo. Essi ne sono convinti e non intendono ragioni né chiedono mai scusa. Sono gli unici puri e combattono la personificazione del male, per il quale hanno accenti d’odio purissimo e profondo.
Ciò che fanno e dicono è giusto, perché sono i migliori del mondo ed a volte accade che il loro capo sia il migliore fra i migliori, unico bruno su una nazione di biondi che marciano a passo d’oca…
* (Presidente dell’Osservatorio sulla legalità Onlus)
www.centomovimenti.com
Sparring partner, ovvero
L'uomo a rimorchio
Ogni giorno è buono per imparare qualcosa su sé stessi. Così chissà, forse stasera D'Alema sta imparando. Chi lo sa.
Sto parlando di D'Alema, l'uomo che quattro anni fa fece un grave errore.
No, non dico la bicamerale. Quella fu una colossale sciocchezza, ma risale al 1997.
Non dico neanche l'idea di subentrare a Prodi coi voti di Cossiga e Mastella – quella di primo acchito sembrava una cazzata, ma chissà, col senno del poi avrebbe anche potuto rivelarsi un magistrale colpo di genio.
(Invece era proprio una cazzata, ma nel 1998 come faceva a saperlo?)
La cosa veramente grave, invece, fu nel 2000, durante una campagna elettorale europea, proprio come quella in cui siamo oggi. Berlusconi diceva male del governo in carica – e che altro poteva far? Oltre ad aver pessimamente governato (secondo lui), non aveva nemmeno il consenso degli italiani. Perciò sfidava D'Alema a vincere le Europee: altrimenti si sarebbe dovuto dimettere.
Si trattava, naturalmente, di un colpo basso da campagna elettorale: se dici "no" puoi sembrare timoroso di perdere; se dici "sì", poi rischi davvero di perdere. Cosa avrebbe dovuto fare D'Alema? Probabilmente avrebbe dovuto ignorare la cosa, ricordando che le elezioni europee non sono elezioni parlamentari, che non bisogna confondere i ruoli e ridurre ogni consultazione in un sondaggio, ecc.
Invece D'Alema accettò.
Questo fu molto grave, per vari motivi.
– Fu molto grave, perché trasformando le elezioni europee in un sondaggio sulla popolarità del governo, D'Alema incoraggiò gli elettori italiani a curarsi poco dei candidati che mandavano a Bruxelles. Vecchio equivoco duro a morire, che Bruxelles non conti niente: mentre negli ultimi anni Bruxelles sta diventando più importante di Roma. È a Bruxelles che si scrivono le normative che a Roma diventano progetti di legge e poi subito leggi, perché "ci si deve adeguare alla normativa europea". Se mangiamo o no mais OGM, è a Bruxelles che si decide. Se privatizziamo o no acqua e servizi, è perché a Bruxelles se ne discute. Per cui, quando si vota per Bruxelles, si dovrebbe pensare a Bruxelles. Non alla popolarità di Massimo D'Alema.
– Fu molto grave, perché D'Alema dimostrò di avere più o meno la stessa idea di democrazia di Berlusconi, e cioè: la democrazia è una sfida tra due o tre personaggi importanti che una volta ogni due o tre anni sondano la propria popolarità mediante "elezioni". Incidentalmente, queste "elezioni" eleggono anche deputati, senatori, sindaci, europarlamentari, ma questo è un effetto collaterale. L'essenziale è il dato sulla popolarità del boss di destra o del boss di sinistra.
– Fu molto grave, infine, perché quelle elezioni D'Alema le perse. Le avesse vinte, almeno. Con una bella vittoria si sarebbe forse guadagnato quella "investitura popolare" che secondo alcuni non aveva. In politica a volte il fine giustifica i mezzi… ma non vinse.
Perse, e anche male.
E uno si chiede anche: perché? Qualche sondaggista ce l'avrai anche tu, no? E te l'avrà detto, che rischiavi di perdere, no? Ti avrà almeno detto che qualche rischio c'era, che insomma non valeva la pena di accettare una sfida, no? No?
Tutto questo è grave, ma non è la cosa gravissima.
D'Alema aveva fatto una scommessa, e aveva perso. Poteva fregarsene. Poteva ostentare la più bella faccia tosta del mondo e dire che non si dimetteva, perché le elezioni europee non sono elezioni parlamentari, e non bisogna confondere i ruoli e ridurre ogni consultazione in un sondaggio, ecc.
Invece D'Alema si dimise. Sportivamente. Il popolo l'aveva mandato a casa? Aveva votato per mandarlo a casa? No. Il popolo aveva votato per Bruxelles. Ma D'Alema aveva fatto una scommessa con Berlusconi, e aveva perso, perciò andava a casa. Un grande sportivo, D'Alema. Un pessimo politico. Ma lui non lo sa.
Non l'ha mai capito – e chi sono io, tutto sommato, per spiegarglielo.
Però chissà, stasera mi illudo che potrebbe essere la sera giusta…
Stamattina era probabilmente di ottimo umore, D'Alema. Mettiamo che abbia sfogliato un quotidiano a colazione, uno solo perché oggi è festa. L'Unità no, perché mangiarsi il fegato. Il Riformista no, perché gli spiega che pensa e lui non ne ha bisogno. Mettiamo la Repubblica. Lo hanno messo a pagina 2, che è pur sempre una bella soddisfazione:
"Siamo al 33 per cento". Ma non basta . L'ha detto dal palco della Fiera lanciando l'allarme: questa lista e questo simbolo non sono ancora al centro della campagna elettorale". […] Sulla carta il centrosinistra vince dappertutto. […] "Guardate Bari, persino qui prendiamo il sindaco". Poi piega i fogli. "basta, altrimenti mi monto la testa". Anche perché il voto locale non è in cima ai suoi pensieri, la partita più grande si gioca alle Europee, il "referendum" sul listone e tutti i suoi leader, primi fra tutti Romano Prodi e lo stesso D'Alema. Il loro asse s'indebolisce o si rafforza in base a quel risultato.
Avete capito bene che cosa sono le europee, nel 2004, per D'Alema? L'occasione di scegliere europarlamentari capaci e competenti? Chissà, può darsi. Ma prima di tutto, le europee sono un "referendum" sul listone. Cioè su di lui, perché lui è uno dei leader (a proposito, perché leader? Perché uno che di solito vince le elezioni? Ne ha mai vinta una in vita sua?)
E poi, avete capito quali sono gli strumenti di D'Alema, nel 2004? Quattro anni dopo il suo grande errore, D'Alema va alla Convention dell'Ulivo a sbandierare sondaggi. Ma chi glieli ha fatti? Spero non sia stato lo stesso sondaggista che lo ha incoraggiato a giocarsi Palazzo Chigi alle Europee nel 2000. Spero che almeno abbia cambiato sondaggista, perché il resto non è affatto cambiato. Sempre una fiducia cieca nei sondaggi, sia quelli che paga (e che di solito gli dicono quello che piacerebbe a lui), sia quelli che si fanno su tutti gli italiani, e che in gergo si chiamano "elezioni" (in questo caso, "amministrative" ed "europee").
È talmente sicuro dei suoi numeri e dei suoi sondaggi, D'Alema, che addirittura provoca:
D'Alema provoca l'avversario, sventola un ipotetico 38% del listone che contrapposto a un virtuale 19% di Forza Italia provocherebbe una crisi di governo, "è chiaro che Berlusconi cade".
Chiaro a chi? A ma, per esempio, no. C'è una qualche norma che ha stabilito che se Forza Italia perde tot alle europee, "Berlusconi cade"? Oppure è Berlusconi che decide di cadere per questioni di opportunità – ve l'immaginate? Berlusconi che decide di abbandonare qualcosa per ragioni d'opportunità? Ha mai abbandonato Mediaset? Ha mai rinunciato a qualche cosa? Oppure… è una sfida? È questo, Massimo? Stai lanciando una sfida a Berlusconi? Perché si sa, Berlusconi è uno sportivo, uno che sta alle regole, uno che sa perdere (uno come te, insomma)…
A questo punto D'Alema si è letto, si è piaciuto, ed è arrivato a pagina 5, dove ci sono le "reazioni". Qui deve avere avuto un soprassalto. Pare proprio che Berlusconi non ci stia. Non ha risposto niente. Ha mandato avanti il maggiordomo, quell'antipatico, che detta ai giornalisti questa cosa:
"Si illude la sinistra se pensa che dopo il 13 giugno si interrompa la legislatura", detta Gianfranco Fini, "a parte che le elezioni andranno bene, il problema non me lo pongo […]. Questo è un governo di legislatura, devono aspettare altri due anni per andare alle urne".
Ma che antipatici. E per niente sportivi. E così supponenti. E allora a cosa serve, scusa? A cosa serve giocare, se gli altri non ci stanno? A che serve scoprirsi pacifisti senza sé e senza ma (dopo aver votato, qualche mese fa, il rifinanziamento), visto che "i sondaggi" chiedono questo, se poi dall'altra parte c'è Berlusconi che adesso dei "sondaggi" se ne frega bellamente e fa quello che gli pare?
C'è che Berlusconi è, con tutti i suoi problemi, un animale politico che dà retta ai sondaggi solo quando i sondaggi danno in testa lui: altrimenti non li degna di uno sguardo. Adesso che Nassiryia lo ha messo al muro, ha reagito come un animale ferito, ma ha reagito bene: si è inventato funzionario dell'Onu, ha incontrato in due giorni Annan e Bush, si è "assunto le responsabilità". Tutte puttanate, e lo sappiamo: però che energia, che fantasia. Berlusconi non è uno che va a rimorchio delle esigenze della gente: è uno che se le inventa, le esigenze della gente, che indirizza, che dirige. E un leader politico dovrebbe saper far questo.
D'Alema, invece, resta l'esempio di una sinistra che si crede "moderata" solo perché va a rimorchio di qualsiasi maggioranza individuata dai sondaggi: ieri la missione di pace andava abbastanza bene, e si votava il rifinanziamento: oggi si muore, c'è la guerra, i sondaggi dicono "no", e allora che ci facciamo lì? Se il suo sondaggista scoprisse domani che l'80% degli italiani vuole instaurare la dittatura del proletariato, D'Alema si precipiterebbe da Bertinotti a pianificare l'assalto al palazzo d'Inverno.
("Massimo, ma questa idea della vivoluzione… ma sei sicuvo?"
"Sicuro… ho fatto un sondaggio, diciamo".
"Non so… non mi sembva una cosa molto democvatica…"
"Ma sì che è democratica, la democrazia è la maggioranza, e la maggioranza sono i sondaggi, per cui…"
"Ma se poi pevdiamo?"
"Noi? Perdiamo? Mi hai mai visto perdere?")
D'Alema è così. Schiavo dei sondaggi. Peggio di Berlusconi (che è padrone dei sondaggi). In effetti, D'Alema è un prodotto di Berlusconi e del berlusconismo. Il miglior avversario che B. poteva augurarsi: pensa esattamente come lui, ma è meno ricco e ha sondaggisti meno bravi. Perciò non può che perdere.
Questo, Berlusconi lo sa. Lo sappiamo un po' tutti. D'Alema no. Ed è inutile spiegarglielo, chi siamo noi per spiegarglielo? Deve arrivarci da solo.
Ma chissà, stasera ha tutti gli elementi: ha gettato il guanto della sfida, e gli hanno riso in faccia. Era pronto a gustarsi la sua vendetta, tenuta in fresco per quattro anni… e ci hanno sputato sopra. Così m'illudo che chissà, potrebbe essere la sera giusta.
Ogni sera è buona per imparare qualcosa su sé stessi, dopotutto.
leonardo.blogspot.com
Capita ogni tanto, da anni, che qualcuno mi scriva o commenti sui forum di Punto Informatico dicendomi:"Piantala di parlare di politica, parla di Internet e Informatica". In genere il commento è accompagnato dall'amichevole suggerimento al direttore di PI di procedere ad un mio rapido allontanamento.
Non c'è miglior risposta a questo punto di vista di una osservazione anche superficiale di quanto sta accadendo in queste settimane a Internet e all'Informatica. La politica, negli avvenimenti che accadono da queste parti, non è mai stata così presente. Esisterebbe quindi la necessità di un fronte illuminato di persone che amano e conoscono la rete e i computer, in grado di prendere posizione e far sentire la propria voce sui vari decreti che si susseguono a livello nazionale ed europeo su copyright, brevettabilità del software, depositi legali delle pagine web, libertà di espressione ed altre amenità.
Solo che queste persone, in grado di creare comunità e movimenti di opinione, quasi non ci sono. Sembrano quasi di più gli struzzi che chiedono di "non parlare di politica" rispetto a quanti hanno energia e voglia per sporcarsi le mani e, nel loro piccolo e con rispetto parlando, "scendere in campo". Ho davanti agli occhi - ed è poi la ragione di questo mio articolo oggi - la foto di Giuseppe Caravita, giornalista tecnologico di fama, blogger ed ora perfino candidato alle prossime elezioni europee, mentre nei giorni scorsi fa volantinaggio in Piazza Duomo a Milano contro il decreto Urbani.
Quella che può sembrare una regressione ad un mezzo di comunicazione vetusto (il volantino) è oggi per conto mio la più autentica rappresentazione del significato del termine "fare politica". Quella politica che, quando riguarda ciò che abbiamo di più caro e vicino come nel caso in questione, diventa politica delle reti, anche se fatta porta a porta o sulla pubblica piazza e non solo attraverso il mezzo telematico.
Scrive uno degli altri vecchi della politica delle reti italiane Manlio Cammarata su Interlex in questi giorni:
Ma se ci guardiamo intorno, nel desolante panorama dell’informazione tradizionale, con la televisione quasi totalmente asservita al potere politico-economico-mediatico, allora possiamo forse sorridere per un attimo. Almeno l’internet non ha un consiglio di amministrazione che rappresenta una sola parte politica, non ha un presidente "di garanzia" che si dimette quando si accorge che non può garantire un bel nulla. L’internet si garantisce da sé
Io - con tutta la stima che ho per Cammarata - ho seri dubbi che sia vero. Internet si è garantita da sè fino a quando era un medium marginale, riservato ad entusiasti ed amanti delle tecnologie. In quel contesto la politica delle reti poteva a buona ragione essere considerata una fissazione per visionari illuminati. Si potevano fondare associazioni con poche decine di iscritti, si poteva anche cianciare di democrazia elettronica, ci si poteva avvicinare alle problematiche della comunicazione on line in assenza di significativi ostacoli legislativi. Semplicemente perchè il legislatore guardava altrove.
Oggi assistiamo a questa pericolosa divergenza che vede da una parte l'interesse per problematiche importanti come quelle della libertà di espressione online ristretto ai soliti conosciuti personaggi come Caravita o Cammarata o Monti o Livraghi, persone degnissime che vanno ripetendo cose |