ulivo velletri


giugno 30 2004

"Così la sinistra conquisterà anche Regione e Comune" FABIO ZANCHI da Repubblica - 30 giugno 2004 «È stato molto bravo Filippo Penati. Il candidato ideale per riconquistare la Provincia. E adesso il centrosinistra può mirare più in alto, al Pirellone e al Comune, ma deve rimboccarsi subito le maniche». Stefano Draghi, sociologo ed esperto analista dei flussi di voto, parla dei prossimi appuntamenti elettorali. SEGUE A PAGINA V -------------------------------------------------------------------------------- L´INTERVISTA Stefano Draghi: il successo di Penati dimostra che è sempre più determinante la scelta del candidato "Per conquistare la Regione alla sinistra serve un altro Illy" l´incognita Guai a sottovalutare l´alta percentuale di astenuti. Bisogna lavorare anche per guadagnare il loro consenso Palazzo Marino La sfida per il Comune è più facile Ormai l´Ulivo ha compiuto il sorpasso in città, anche se nulla è irreversibile La difficoltà Per il Pirellone occorre sottrarre alla Lega i voti popolari che sono concentrati nelle valli La strategia La strada giusta è quella della competizione personalizzata. Lo confermano anche Soru e Veltroni FABIO ZANCHI E adesso, professor Draghi, conquistata la Provincia, che farà la sinistra? «Adesso c´è la doppia sfida per la Regione e per il Comune». Alla luce dei risultati del ballottaggio quale previsione si può fare? «In realtà, tutto può avvenire. Certo, sarebbe stato meglio avere prima la scadenza per Palazzo Marino». Perché? «Per due ragioni. Innanzitutto perché la città ha dato segni molto importanti e dal forte valore simbolico. Poi perché un risultato positivo conseguito in Comune, ha una ricaduta più significativa sull´appuntamento elettorale in regione». Professore, lei che è uno dei più esperti studiosi di flussi elettorali, ritiene stabile il risultato conseguito intorno alla candidatura Penati? «No. Di irreversibile non c´è nulla. E per questo dico che i partiti che hanno vinto questa tornata, faranno bene a mettersi subito al lavoro. Domani sera ci sarà la festa per l´elezione di Penati, che è stato un ottimo candidato, molto bravo, ma fin dal giorno dopo ci sarà da rimboccarsi le maniche per preparare le prossime sfide». Che fa, professore, spegne il sorriso sulla bocca di una sinistra che riassapora il gusto della vittoria? «Me ne guardo bene. Anche perché riconquistando la Provincia abbiamo fatto un passo molto importante. Abbiamo riaperto una strada. Il risultato ottenuto non è frutto di una ventata improvvisa, anzi. Albertini e Berlusconi sono ormai in discesa e non vedo come questa tendenza possa essere modificata. Ma ci sono dati che non vanno dimenticati». Per esempio? «C´è da tenere conto che molti elettori sono stati alla finestra. A Milano ha votato il 67,2 per cento e in provincia il 76,3 per cento. Se la sfida è alta, questo elettorato tornerà a votare: bisognerà vedere dove si schiera». Il voto di sabato e domenica cosa suggerisce? «In città, sui voti validi, Penati ha superato la Colli di 3 punti percentuali. E in provincia di 6. La famosa ciambella, con il buco nero in mezzo, non c´è più, grazie al differenziale di astensionismo. Sotto questo punto di vista, la sfida per il Comune di Milano si presenta più facile di quella per la Regione». Come deve attrezzarsi il centrosinistra per dare la scalata al Pirellone? «Il problema è la circoscrizione 2, il Nord, dove si concentra il 40 per cento dei voti. È lì che noi siamo più deboli. Per vincere questa debolezza, occorre un´offensiva straordinaria. Prima di tutto ci vuole una nuova strategia dell´offerta elettorale. Le scuole di pensiero sono due: la prima, della quale discuto spesso con il mio amico Paolo Segatti, sociologo, è quella delle due gambe. Il centrosinistra vince se sono forti la sinistra e il centro. Secondo me questa teoria è da rivedere perché non produce cambiamento elettorale, funziona come una coperta troppo corta, tirando la quale si scopre una parte o l´altra». La seconda teoria, invece? «È quella della competizione personalizzata. I modelli vincenti sono quelli di Illy e di Soru. Quelli di Cofferati, di Veltroni, dello stesso Penati. Con questo modello non chiedi alcuna conversione o abiura, ma un voto su una persona e un programma. Cofferati, per intenderci, non si è spostato a destra, ma ha ricompattato l´elettorato di sinistra sulla sua persona. Ecco la strada da seguire». Basta una rinnovata strategia? «Ci vuole anche un´offensiva politica organizzativa per reinsediare la sinistra nell´area pedemontana. Non sarà facile, ci vuole tempo e per questo bisogna partire subito. L´obiettivo è costruire un nuovo modello di partecipazione politica e la riapertura di un dialogo con i cittadini, fondato su modelli innovativi». Spiegato in termini più terra terra? «Non il partito che ricordi l´ex Pci, ma un modello in cui l´organizzazione tenga i contatti con i singoli elettori, anche sfruttando le nuove tecnologie. C´è bisogno di costruire un dialogo fitto e molto individualizzato capace di raccogliere il nuovo volontariato non politico. Se si mira al Pirellone, la sinistra deve sottrarre ai leghisti l´elettorato popolare che ha in comune con il partito di Bossi». Un obiettivo ambizioso... «Sono traguardi non irraggiungibili. Del resto, il voto ha dimostrato che Berlusconi si può battere in casa sua, e che la Lega non conta più, perché il suo apparentamento con la Colli ha dato pessimi risultati». Dunque, Pirellone a portata di mano? «Le condizioni ci sono tutte. Non dimentichiamo che le elezioni si terranno proprio a ridosso della questione delle tasse, quando la manovra economica sarà scaricata tutta sulle Regioni. E li voglio vedere i governatori del centrodestra a chiedere voti, dopo che dovranno far fronte ai guasti del governo». La sinistra sarà in grado di presentare candidati all´altezza del compito? «Mi pare che la scelta di Penati confermi che il centrosinistra ha dalla sua le persone più adatte. Lui è tra i precursori di questa nuova ondata che non viene più dalle scuole di partito, ma cresce e si tempra nelle amministrazioni locali. Una nuova classe dirigente, di cui Milano ha tanto bisogno dopo il declino dell´imprenditore di successo. Il ciclo dell´antipolitica si è chiuso». Ds Milano - Rassegna stampa

Camera, passa la fiducia. Primo sì alla controriforma giudiziaria di red Tutto scontato. Alla Camera la fiducia sul pacchetto giustizia è stato approvato con 331 sì. Contrarie le opposizioni, che erano presenti con 229 deputati (ci sono stati anche due astenuti). Tutto come avevano previsto Berlusconi e Castelli ma le polemiche restano. Polemiche che non riguardano più solo il tema della giustizia, tanto che Maroni intende porre un diktat alla maggioranza (se entro sabato non si chiude la verifica, si vota nel 2005). Il tema del giorno resta però la giustizia. Poco prima del voto, lo stesso Guardasigilli aveva sentito il bisogno di spiegare – ai giornalisti – che la «la Casa delle Libertà metteva la fiducia sulla riforma dell’ordinamento giudiziario perchè c’era un ostruzionismo da parte dell’opposizione. Inoltre, bisognava approvare molto rapidamente questa riforma attesa da tanto tempo». Il tutto accompagnato da un’accusa - questa: «il nostro esecutivo ha chiesto la fiducia meno volte del centrosinistra» - e da una speranza: «Sono convinto che la riforma, per come uscirà dalla Camera, non abbia questioni patenti di incostituzionalità». L’opposizione, che si è battuta contro una legge che introduce – di fatto – la separazione delle carriere e toglie poteri al Csm, resta la consapevolezza di una battaglia che non è finita. Dice Di Pietro: «Meno male che ogni giorno che passa è un giorno in meno e si avvicina la fine di questa che è una tragicommedia all’italiana. La fiducia richiesta oggi dal governo per far passare la legge di riforma dell’ordinamento giudiziario è un atto di debolezza sia del governo, sia della maggioranza parlamentare, oltre che una mancanza di rispetto del Parlamento e dei cittadini che hanno votato apposta per eleggere delle persone che potessero fare delle leggi previa ampia discussione. Oggi invece tutto questo non lo hanno potuto fare perché il governo, con il voto di fiducia, ha impedito l’esercizio del mandato parlamentare». L’annuncio che il governo avrebbe posto la fiducia in una questione così delicata come la giustizia è arrivato ieri a mezzogiorno, in un’aula di Montecitorio deserta, per bocca del ministro Giovanardi. Motivo: troppi emendamenti che stavano rallentando l’esame del disegno. Sospesi i lavori, il voto è slittato a stamane. Poco prima dell’annuncio, l’esecutivo aveva presentato l’annunciato «maxi-emendamento»: 50 pagine che sostituiscono quasi l’intero disegno di legge, gli articoli da 1 a 10 (escluso l’art. 1 approvato in precedenza). Per quel che si sa, la decisione di blindare il dibattito era stata presa lunedì sera in una riunione fra il ministro Castelli e i «falchi» forzisti Gaetano Pecorella, presidente della Commissione giustizia, e Francesco Nitto Palma, relatore del testo. Forza Italia infatti ha premuto per portare a casa la riforma entro l’estate, il Guardasigilli si è detto convinto che la fiducia fosse la soluzione meno rischiosa. Sul tavolo – come sempre, verrebbe da dire – sono rimaste le perplessità dell’Udc e del suo sottosegretario, Vietti: «Qualcuno nella CdL ha avuto fretta...». Il ricorso alla fiducia era già stato sfiorato a metà mese: pochi giorni dopo il primo turno delle elezioni, il ddl Castelli approdava in aula; i banchi della maggioranza erano vuoti, su 97 deputati di An ne mancavano 43. Così è mancato per tre volte il numero legale. La Lega, infuriata, ha chiesto di blindare il voto. La conferenza dei capigruppo si risolse, in un rinvio a dopo i ballottaggi. Ieri la decisione. Giustizia ma non solo. É comunque la Lega a fare la voce grossa, in seno alla maggioranza. Il ministro del Welfare e collega di partito di Castelli, Roberto Maroni, ha rilasciato una serie di dichiarazioni polemiche, in perfetto stile-ricatto. Il ministro non condivide la proposta di riforma del fisco: «Abbiamo delle perplessità sul meccanismo delle due aliquote proposto da Tremonti». Una stoccata anche all’Udc, che preme per reintrodurre il proporzionale: per Maroni bisogna rispettare quanto deciso dai «saggi» di Lorenzago, propensi al maggioritario. Infine il ricatto. O Berlusconi chiude la verifica entro sabato , giungendo a una soluzione del triplice problema rappresentato da riforma fiscale, federalismo e rimpasto, o «nel 2005 si va a elezioni anticipate». unita.it

Il triciclo (4) Solimano Ma il Triciclo, serve a qualcosa? E se serve, cosa fare perché funzioni? Che il Triciclo serva, lo dicono due numeri: gli oltre 10 milioni di cittadini che l'hanno votato, che corrispondono ad oltre il 30% dei votanti. Non è una ovvietà: se vogliamo che il centrosinistra divenga attrattivo anche per chi non l'ha mai votato, occorre un punto di riferimento credibile. Non lo può essere la Quercia, non lo può essere la Margherita, cantieri sempre in costruzione, tele di Penelope tessute di giorno e distrutte di notte, partiti che spendono molta energia in sfridi ed attriti interni. Quello che abbiamo sempre chiamato il valore aggiunto dell'Ulivo, è il valore tolto dai partiti: nel proporzionale c'è sempre stato un gap negativo, nel maggioritario no. Ma ci sono i sabotaggi interni di ogni tipo di nomenclatura, che io raggruppo sotto l'etichetta di suocerismo. Che fa una suocera? Si batte per mantenere uno spazio che non vuol perdere. Però, tutte 'ste menate possono essere efficacemente affrontate: 1. I 25 eletti nella lista Uniti nell'Ulivo sono seduti su pacchi di preferenze alti come colline. In totale qualche milione di preferenze. Altroché prendere ogni tanto un caffè insieme a Bruxelles od a Strasburgo! Si riuniscano, questi, e dicano il da farsi alle nomenclature; se lo fanno tutti insieme, le nomenclature diventano molto rispettose. 2. I cacicchi e le centopadelle: Penati e Cofferati, Illy e Soru, Veltroni e Chiamparino, Gasbarra e Pericu e tanti altri, l'Italia ne è piena. Si tratta di leadership reali, guadagnate nelle urne elettorali. 3. Voto a maggioranza, niente veti alla ricerca di unanimismi truffaldini. Le suocere che accettano di essere messe in minoranza… le voglio vedere… prima di accettarlo porteranno le valige vicino alla porta minacciando di andarsene… ma non se ne andranno! 4. Porte aperte ad iscrizione diretta di associazioni e di cittadini, senza passare sotto le forche caudine della iscrizione ad uno dei partiti fondatori. 5. Ma nel futuro, ci sarà un vero e proprio partito? Non so, ma se si rispettano alcune regole comuni, il Triciclo non sarà un trappolone. Poi, a seconda del tipo di competizione elettorale, si useranno i simboli più opportuni, il problema è la sostanza, non l'accidente. Se torniamo al mazzo di carte unte e bisunte non c'è partita, alla fine si perde. Se si va avanti su questa strada si può vincere, senza buttare alle ortiche la vittoria dopo due anni. 6. Prodi. Deve mettersi in gioco, appena ha finito con Bruxelles. Altroché candidarsi al parlamento in una elezione supplettiva, come stanno offrendogli con lingua e mano biforcuta, stessa offerta fatta a suo tempo a Cofferati. La leadership vera se la deve (ri)guadagnare non facendo il re travicello di una federazione priva di poteri e divisa fra il samsara bulimico delle ghiande ed il pigro nirvana delle margherite. Altrimenti, anche se si vincessero le politiche, ed ho i miei dubbi, saremmo da capo. P.S. Mosche cocchiere, terzisti, margheritine subdole, cuculi abitudinari, riformisti colle bollicine prego astenersi. ulivoselvatico.org

Il vento del nord non soffia più? Partecipazione La sconfitta del centrodestra è anche il frutto delle recenti lotte sociali ROBERTO BIORCIO* Irisultati dei ballottaggi rendono molto più difficile ai media, ai politici e ai commentatori compiacenti dissimulare, frammentare e confondere il significato del primo rilevante pronunciamento elettorale dopo le elezioni del 2001. Lo scenario appare ora radicalmente mutato. Senza avviare analisi sofisticate, è sufficiente una lettura della geografia elettorale a livello nazionale e a Milano per cogliere problemi e tendenze che si sono espresse nel voto. Se si guarda la mappa delle province italiane che restano governate dalla Casa delle Libertà si possono cogliere immediatamente due opposte aree di forza del centrodestra. Al Nord una lunga striscia di province «padane-pedemontane», da Cuneo al Friuli, che coincide sostanzialmente con le aree in cui la Lega aveva conosciuto i maggiori successi nelle prima metà degli anni novanta. Oggi il partito di Bossi è stato in buona parte sostituito da Forza Italia e dai partiti alleati. La striscia di province appare d'altra parte sfrangiata e interrotta in diversi punti, in particolare in corrispondenza alle maggiori aree metropolitane (Milano, Torino e Venezia). All'altra estremità della mappa, tracciando una linea immaginaria che dalla Calabria, passando per la Sicilia, raggiunge la Sardegna, si percorre un'altra striscia di province governate dalla Case della Libertà, speculare rispetto a quella padano-pedemontana. Poche e disperse sono invece le province con un presidente di centrodestra nelle restanti aree territoriali. La geografia del consenso per la Casa delle Libertà ha un profilo che ricorda quello del 1994, ne richiama le radici ma anche i problemi irrisolti che appaiono oggi aggravati. Berlusconi aveva ottenuto un grande successo elettorale facendo leva sull'ondata di protesta che si era inizialmente espressa nel voto per la Lega Nord. Con la vittoria assicurata nelle regioni settentrionali era stata in grado di costruire un'ampia alleanza con gli eredi dell'Msi e della Dc, radicati soprattutto nelle regioni meridionali. La coalizione di centrodestra, vittoriosa nel 1994 e poi ricostruita nel 2000, aveva conquistato una larga maggioranza parlamentare nel 2001. I progetti del governo Berlusconi hanno però incontrato forti resistenze a livello sociale e politico. Le attese deluse, a volte per opposti motive, hanno suscitato frustrazione sia nelle regioni del Nord che in quelle del Sud, e messo in fibrillazione soprattutto la Lega. Il calo di consensi che ha investito soprattutto Forza Italia riduce drasticamente la capacità di Berlusconi di tenere unite le diverse componenti della coalizione, e di mediare fra gli interessi di aree territoriali e sociali molto lontane. Milano: nel 1993 la città di antica tradizione riformista era stata conquistata politicamente dal centrodestra e da allora tenuta saldamente. Prima la Lega con Formentini, poi Forza Italia con la coalizione di centrodestra, erano diventati maggioranza non solo nei quartieri centrali della buona borghesia milanese, ma anche in quelli più periferici e popolari. Il partito di Bossi prima, e quello di Berlusconi poi avevano ottenuto un largo consenso non solo fra i piccoli e grandi imprenditori, fra i commercianti e nel «popolo della partita Iva», ma anche fra gli operai e i ceti popolari. A Milano come in tutte le regioni del Nord. La questione settentrionale aveva oscurato la questione sociale. L'adesione ai sindacati e alle loro iniziative restava elevata, ma non si traduceva più in scelte di voto sinistra. Qualcosa è cambiato nelle recenti elezioni. E' riapparsa una netta spaccatura fra alcuni quartieri centrali milanesi, con una forte prevalenza del centrodestra, e i quartieri periferici, che hanno attribuito già al primo turno la maggioranza dei voti al centrosinistra. Fascino del candidato? Oppure si può dire che ricompare la questione sociale anche nelle scelte elettorali? E si possono ritrovare gli effetti delle molteplici mobilitazioni promosse dai sindacati negli ultimi due anni contro la politica del governo, dall'articolo 18 alle pensioni alla riforma della scuola. Le ricerche sul disagio sociale a Milano hanno d'altra parte messo in luce che una percezione di impoverimento familiare e di vulnerabilità sociale è diffusa in ampi settori del lavoro dipendente. Gli elettori ritornano a interessarsi di politica e abbandonano l'antipolitica? Invertendo la tendenza al declino della partecipazione elettorale, sono aumentati quasi ovunque i votanti sia al primo che al secondo turno. C'è stata in molte località un'estesa azione di attivisti volontari sul territorio. Effetto di una più efficace strategia d'azione dei partiti politici? Difficile crederlo. Come osservava ieri Ilvo Diamanti su Repubblica, il sistema partitico italiano conosce tuttora gravi e irrisolti problemi di identità e modello organizzativo. E in particolare, i partiti i centrosinistra sembrano suscitare nel loro complesso meno attrazione elettorale della coalizione (e dei candidati comuni). I sondaggi hanno d'altra parte messo in evidenza che l'interesse per la recente campagna elettorale è stato inferiore rispetto a quello del 2001. Nella partecipazione al voto e nell'attivismo esteso di molti elettori di centrosinistra si può ritrovare in buona parte l'effetto delle mobilitazioni sociali promossa da sindacati, reti associative e movimenti, che hanno coinvolto settori sociali molto diversi negli ultimi anni. Nuove forme di azione e di aggregazione che hanno riavvicinato alla politica - anche se non ai partiti - le nuove generazioni. E più in generale hanno rivitalizzato e innovato la vita democratica in una società sempre più individualizzata e mediatizzata. Alcuni studiosi hanno definito la fase attuale come la transizione da una «democrazia dei partiti» a un «democrazia del pubblico». Sono state perciò importanti tutte le iniziative e le mobilitazioni che hanno cercato di impedire al «pubblico» di restare soltanto seduto di fronte a uno schermo televisivo. Le forti motivazioni ideali messo in campo (la pace, la legalità, la solidarietà a livello transnazionale, i diritti) hanno d'altra parte lacerato in molti punti il quadro interpretativo dell'antipolitica e il velo della questione settentrionale. Ancora una volta la Lega - anche senza la guida di Bossi - ha mostrato di avere antenne sensibili sul territorio, e di cogliere in anticipo frustrazioni, disagi e dissensi popolari nei confronti del governo di centrodestra. Per questo motivo, il partito ha deciso di presentare candidati e liste propri alle recenti elezioni, anche a rischio di danneggiare e compromette i successi della coalizione. La Lega da sola ha recuperato almeno una parte dello spazio elettorale del passato (soprattutto in Lombardia e nel Veneto). Ma ha reso più difficile la convergenza dei propri voti sui candidati della coalizione al secondo turno, in particolare a Milano. Sembra riproporsi così lo stesso problema politico del 1994. La Lega, per salvare il proprio spazio politico ed elettorale, in un contesto segnato da proteste, malumori e disaffezione nei confronti del governo di centrodestra, è spinta ad accentuare la propria autonomia dalla coalizione, fino a minacciare la rottura. Oggi il partito è molto più debole e non può fare affidamento sulla leadership di Bossi. Ma può innescare tensioni e problemi che possono creare gravi difficoltà a Berlusconi. Il vento del nord non gonfia più le vele di Arcore. *Docente di sociologiaall'Università Milano Bicocca ilmanifesto.it

Gates: il nostro primo nemico? La Microsoft Fino all'altro ieri il più grande nemico di Zio Bill era il pinguino e quello che l'open source rappresentava. Incredibile la notizia, rivelata da una cameriera australiana durante il soggiorno di Gates a Sydney, secondo la quale Mister Microsoft punta l'indice contro la sua stessa azienda. Sydney - "Se vi guardate intorno scoprirete che ci sono molte più copie (pirata) di Windows che software open source. Assai di più", ha affermato il re del software proprietario."Non se ne può più. Voglio smettere di essere un monopolista e diventare una star ideologica al pari di Richard M. Stallmann. Farmi crescere i capelli, bere birra e ruttare in pubblico come qualsiasi guru di oggi". Pesanti le ripercussioni in quel di Redmond, Steve Ballmer si dichiara sconvolto: "Gli avevo detto di portarsi dietro le pilloline blu e non quelle rosse, gli fanno male, gli fan dire la verità. Peccato eran 20 anni che riuscivo a manipolare William da dietro le quinte senza espormi se non marginalmente." Passa comunque sotto silenzio nel mondo informatico mondiale la nuova linea di pensiero di Gates, tutti sapevano da tempo immemore che Microsoft era, è e sarà il nemico di sempre. Sono un po' più preoccupati, invece, i promotori dell'open source: sempre alla ricerca di nuovi adpeti, ma l'unico che non vogliono è proprio lui: William Gates III, Linus Torvalds a tal proposito dichiara: "Come sempre Bill scopre l'acqua calda, sappia solo che l'open source è roba mia, se vuole fare il guru informatico si inventi qualcosa di nuovo, qui il capo sono io ecchecazzo!" L'era digitale trema. giuda.it

Proporzionale? No, grazie di MASSIMO CACCIARI Questo risultato elettorale può certo segnare una svolta negli equilibri politici del paese. Ma in quale senso rimane tutto da decidere. A leggere certi commenti, sembrerebbe quasi che questi risultati sanciscano la fine della necessità da parte del sistema dei partiti di un confronto aperto, dialettico, spesso inevitabilmente conflittuale, con il mondo delle “autonomie” nel senso più largo del termine, dai movimenti alle associazioni di categoria, al terzo settore, al volontariato eccetera. Credere che il risultato elettorale di giugno dimostri che il centrosinistra abbia risolto, o anche soltanto efficacemente affrontato, il problema della rappresentanza di questi “mondi vitali”, sarebbe pura illusione. E, peggio, sarebbe segno di pura miopia politica ritenere che la grande mobilitazione soprattutto giovanile nel corso del 2003 non abbia avuto influenza positiva in questi stessi risultati. Ma il vero pericolo è un altro: che il risultato elettorale rilanci alla grande le sirene proporzionalistiche. È difficile infatti pensare attraverso quali altre vie gli alleati di Forza Italia nel Polo possano sfuggire all’abbraccio del Cavaliere. Ma ancora più difficile è pensare che la transizione italiana possa concludersi in termini “reazionari”, restaurando, cioè, nella sostanza, il sistema elettorale della Prima repubblica, con tutto ciò che questo inesorabilmente comportava. Possiamo discutere sull’elezione diretta del premier ( a patto di comprendere la schizofrenia dell’attuale sistema, per cui è ormai consolidata la forma dell’elezione diretta per sindaci, presidenti di provincia e “governatori”), ma non è possibile mettere in discussione la volontà del “popolo sovrano” di esprimere un voto assolutamente determinante sulla formazione del governo e dunque sul suo “primo ministro”. Qualsiasi arretramento rispetto a un tale principio renderebbe, io credo, incolmabile la distanza tra “senso comune” e ceto politico, con una ulteriore perdita di credibilità e affidabilità per quest’ultimo nel suo insieme. Il centrosinistra dovrebbe saper respingere all’unisono tali sirene. Soprattutto ora che sembra riuscire ad avviare finalmente un efficace “gioco di coalizione”. Questo dovrebbe svolgersi lungo due assi fondamentali: quella prefi- gurata dalla Lista unitaria e quella autenticamente federativa tra Lista unitaria e le altre forze del centrosinistra intorno a un programma di governo realistico e coerente. Un centrosinistra che superi le ragioni dei suoi conflitti e delle sue divisioni, che riesca a costruire un comune ubi consistamper tutte le sue forze nella loro identità, disporrebbe oggi di una risorsa in più rispetto alla destra, dove l’unico collante, quello berlusconiano, appare ogni giorno di più se non in caduta libera, certo in strategica difficoltà. Una risorsa che può risultare, a mio avviso, quella fondamentale per vincere all’appuntamento delle politiche, in qualunque momento esse abbiano luogo. Perciò la situazione è molto arrischiata. Le nostalgie proporzionalistiche possono cadere in orecchie tutt’altro che sorde in molti settori del centrosinistra . Se ciò avvenisse perderemmo il vantaggio che ci può oggi derivare , come ho detto, dall’avere finalmente avviato un chiaro discorso di ristrutturazione dei rapporti all’interno del centrosinistra e, come mi auguro, tra il centrosinistra e il “pluriverso” delle autonomie. D’altra parte, come non capire che la forza della leadership di Prodi (che cresce proporzionalmente alla perdita di appeal di Berlusconi) è compatibile soltanto con riforme del sistema elettorale che ne rendano più coerente la logica maggioritaria? L’Ulivo stesso nasce su tali ipotesi. Nostalgie di prima repubblica (per quanto psicologicamente comprensibili, visto che cosa è seguito al suo tracollo) possono oggi riuscire funzionali assai più alla sopravvivenza dello pseudo- riformismo e decisionismo berlusconiano, che al riformismo europeo rappresentato (augurabilmente) dal centrosinistra. Alla costituzione di fatto, che certuni definirono con buone ragioni “senza sovrano”, retta sui meccanismi del compromesso consociativo, propria della prima repubblica, si è sostituita nel corso ormai dell’ultimo quindicennio la più caotica rincorsa di riforme parziali, settoriali, prive di ogni logica di sistema; e su tutto ciò, alla fine, come sempre accade in situazioni analoghe, hanno “trionfato” demagogia, populismo, chiacchiera mediatica. Il centrosinistra vincerà se sarà credibile il suo programma di “nuova costituzione”: nuovo parlamento, nuovo governo, nuove relazioni tra i poteri originari e autonomi che costituiscono lo Stato democratico.Qualunque incertezza su questa prospettiva contraddirebbe lo spirito dell’Ulivo e della Lista unitaria e la responsabilità di governo cui è chiamato l’intero centrosinistra europaquotidiano.it

La Sanremo degli scandali affonda il vecchio potere Esiste un colmo anche per una città non esattamente etica come questa, dove clientele e tangenti e appalti sospetti sono antica consuetudine Decadenza e immobilismo contrastano con quello che la Francia mostra solo a pochi chilometri di distanza MICHELE SERRA SANREMO - E´ una ciliegina piccola piccola, sulla torta del centrosinistra che vince quasi ovunque. Ma ha un sapore imperdibile, la «Sanremo comunista» che un ridicolo manifestino di Forza Italia paventava prima del voto, nell´estrema speranza di terrorizzare qualche elettore indeciso. Imperdibile e quasi surreale, tanto che a mezzanotte passata, tra le fontane e le gelaterie di piazza Colombo, la piazza in festa era divisa tra gli occhi lucidi e lo humour. Perché la sinistra sanremese (molte barbe canute, parecchi giovani e giovanissimi, un evidente «buco» generazionale tra i trentenni), anche se letteralmente pazza di gioia, sa benissimo che Sanremo è una città solidamente di destra, prima democristiana poi berlusconiana, e che per riuscire a perderla il centrodestra ha dovuto decisamente abbassare il livello (già incredibilmente basso) del proprio daffare politico. No, il nuovo sindaco Borea non è comunista. Non è neanche di sinistra. E´ un imprenditore di buona famiglia, delegato dalla Confcommercio e dagli albergatori a tentare un disperato colpo di reni per rimettere insieme i cocci di una città di mare sgovernata e derubata, negli anni, con metodo e perseveranza. Quasi tutte le giunte precedenti (compresa l´ultima, nel 2002) sono state chiuse da una retata, e qui nessuno si è mai sentito di tirare in ballo le toghe rosse. Solo che i sanremaschi rivotavano puntualmente, a larga maggioranza, i superstiti delle retate, tanto orrenda e minacciosa doveva parere l´ipotesi di una giunta di sinistra. Ma esiste un colmo, evidentemente, anche per una città non esattamente etica come questa, dove le clientele per le assunzioni pubbliche, la vendemmia tangentizia del Casinò, del Festival e degli appalti sono un´antica consuetudine, e già nei ruggenti anni Ottanta Beppe Grillo, dal palco dell´Ariston, salutava strafottente «gli assessori ancora a piede libero». «Hanno rubato troppo» non sarà un´analisi politica raffinata. Ma lo diventa quando si voglia misurare l´incredibile e decisivo colpo di nausea di una parte dell´imprenditoria locale, che si è alleata con il centrosinistra un po´ per disperazione un po´ per dignità, sfinita dagli scandali e angosciata dalla inarrestabile decadenza di una famosa stazione turistica in vistosa crisi di identità e di prospettive. A Sanremo i lavori pubblici, e i cambiamenti in generale, hanno tempi islamici, la ferrovia è stata spostata a monte da un lustro ma la massicciata, irta di sterpi e rifiuti, costeggia ancora il lungomare, come un cadavere in putrefazione, in attesa di una nuova destinazione. L´albergo più bello della città, il sontuoso Savoy dove morì Luigi Tenco, è stato per ventisette anni abbandonato ai sorci e ai vandali, e si avvia pigramente, una martellata oggi una domani, a concludere la ristrutturazione più lunga ed esasperante della storia dell´edilizia moderna. Altri cinque o sei albergoni liberty hanno chiuso, il traffico è un micidiale e perenne collasso di motorini impazziti e macchine ferme, e la più memorabile battaglia (semi-vinta) condotta negli ultimi anni da Sanremo contro se stessa è riuscire a ripulire (in parte) l´ex splendido Corso degli Inglesi dagli stronzi di cane, che pullulavano con una densità per metro quadrato da fare invidia agli abitanti di Hong-Kong. Spietatamente, a pochi chilometri, la Francia mostra la sua costa ordinata, pulita, illuminata. A Mentone, ugualmente stretta tra montagna e mare, si trova addirittura parcheggio. Il raffronto non è neanche tra due paesi: sembra quello tra due epoche, di là siamo nel 2004, di qua pare che non si riesca, davvero non si riesca a bucare il confine del vecchio secolo, quello della speculazione edilizia e dello sviluppo ingordo e imprevidente, che riempie le tasche oggi per svuotarle domani. Quello che sbalordisce, nella vittoria di Borea, è il colpo di reni, l´insperata fiducia nel cambiamento, in una comunità mugugnona e rassegnata, che pareva intenta solo a contendersi le ultime briciole di una torta turistica e mondana che fu, ai tempi, di prima scelta. A festeggiare il nuovo sindaco non c´era nemmeno mezza bandiera rossa, ma una piccola marea di persone che si rassicuravano l´una con l´altra, «è proprio vero», «è successo veramente». Qualche sparuto coro di «Sanremo libera», qualche anziano che faceva i conti di quanto è durato l´abbonamento alla sconfitta, abbracci veri, lacrime di gioia, il nuovo sindaco che saluta da un palchetto e certo non pensa alla soviettizazione delle serre e delle spiagge, piuttosto a come aggiustare le fogne e ripulire i marciapiedi. Uno dei capi locali dell´Ulivo racconta di avere avuto paura di non farcela fino all´ultimo. «Sdraiato sul lettino in spiaggia, sentivo le anziane signore torinesi e milanesi che si sono ritirate a Sanremo, tutte col Giornale in mano, che dicevano: oggi c´è il ballottaggio tra Berlusconi e i comunisti. Molte hanno la residenza qui, votano qui...». Ma neanche le vecchie signore (che in Riviera sono migliaia, allettante miniera d´oro per una fiorente attività di medici e medicastri) sono più quelle di una volta. Molte, elettrici di centrodestra, hanno votato Borea. «Berlusconi contro i comunisti» era un´altra elezione, una fiction delle tante che non hanno più audience. E per la prima volta nella sua lunga storia, Sanremo avrà la destra all´opposizione, e il nuovo Savoy, con i torrioni liberty rimessi a nuovo e i suoi immensi saloni restituiti ai ricchi clienti, sarà inaugurato da Borea «il comunista». -------------------------------------------------------------------------------- Ds Milano - Rassegna stampa

Berlusconi: "Non mi dimetto". E Di Pietro lo bacchetta REDAZIONE Dopo la sconfitta elettorale il capo del Governo dovrebbe avere la dignità di dimettersi. Parola di Antonio Di Pietro, che ha oggi diffuso un comunicato attraverso il quale ha bacchettato Silvio Berlusconi. Nel pomeriggio il Cavaliere aveva infatti confermato che nonostante il duro verdetto delle urne resterà alla guida dell'Esecutivo, autoproclamandosi peraltro "l'unico uomo indispensabile alla Casa delle Libertà". "Prendiamo atto che nonostante l’insuccesso elettorale egli vuol far finta che non sia accaduto nulla - ha affermato il numero uno dell'Italia dei Valori - ma questo dimostra solo che gli manca pure la dignità delle dimissioni, cosa che viceversa ebbe il coraggio e l’umiltà di fare Massimo D'Alema all’indomani dell’insuccesso regionale del centrosinistra". Secondo l'ex Magistrato le mancate dimissioni non sono altro che l'ennesima conferma del fatto che "Berlusconi non potrà mai considerarsi uno statista, nonostante la congiuntura fortunata delle stelle e di Manipulite a suo tempo gliene hanno dato la possibilità. Meglio così". L'europarlamentare liberale si è anche concesso un pizzico di ironia, assicurando che il suo movimento è soddisfatto "che Berlusconi si riproponga anche dopo la batosta elettorale come leader del centrodestra". "Così almeno avremo più possibilità di vincere alle prossime politiche - ha concluso - dato che ormai i cittadini lo hanno conosciuto e per il futuro lo eviteranno". centomovimenti.com

In Sicilia il cavaliere scende di sella. Ma chi ne gode? Nonostante il risultato elettorale che ha punito Berlusconi, nella Palermo di sinistra regna ancora il pessimismo: quella che spinge è la vecchia Dc, senza dimenticare la mafia, che quando sta bene non ha bisogno di sparare... VALENTINO PARLATO INVIATO A PALERMO Palermo è sempre una città bellissima e carica di suggestioni; senti insieme la nostalgia e la presenza di Leonardo Sciascia. Ritrovi vecchi amici e compagni, ancora impegnati, ma amarissimi e pessimisti. Certo le ultime elezioni europee hanno segnato una sconfitta di Berlusconi, il cappotto del 61 su 61 (i seggi del parlamento regionale conquistati dalla destra nelle ultime amministrative) appartiene alla memoria del passato. Il vento è cambiato, mi dice uno scatenato Leoluca Orlando, pronto a rientrare nella lotta politica, dalla quale si era piuttosto allontanato, ma - aggiunge - ora bisogna costruire l'aquilone. Già, ma quale aquilone? e come lo si costruirà? Anche sul vento cambiato, del resto, viene qualche dubbio. Ho l'impressione che per ora si tratti soprattutto di delusione e rabbia per le promesse che Berlusconi non ha mantenuto o non ha potuto mantenere. Nei quartieri popolari, salvo allo Zen, c'è stato un crollo del Cavaliere e degli uomini di Miccichè: lo slogan dominante nelle scritte sui muri era «Cornuti i patri, di chi vota Forza Italia». E così allo stadio di Palermo la grande scritta: «Non avete abolito il 41 bis». Viene il dubbio che se il Cavaliere fosse riuscito a realizzare tutto quel che di cattivo aveva promesso, sarebbe stato confermato; ma forse questo è un eccesso di pessimismo. Rinascimento culturale in pezzi Palermo è sempre una bella e grande città, ma il suo decantato rinascimento culturale sta andando in pezzi: la grande biblioteca continua a rimanere chiusa nonostante gli appelli di tanti intellettuali; i Cantieri culturali della Zisa sono praticamente in abbandono; resta solo l'Istituto Gramsci con la sua ricca biblioteca, e i compagni che ci lavorano mi dicono che ormai sono diventati i custodi della Zisa. Analogo discorso per i due grandi teatri, il Massimo e il Biondo, affidati a uomini di Totò Cuffaro. Elvira Sellerio, che di Sciascia è forse la più diretta erede, è desolata. La incontro nei bei locali della sua casa editrice, un punto di forza della cultura siciliana, ma oggi è assolutamente pessimista: «Viviamo in una situazione nella quale la parola è diventata volgare. Qui c'era una cultura che è stata mortificata e annientata da questa modernizzazione siciliana fatta di subalternità e corruzione. Oramai questi libri, a volerli fare, si potrebbero fare anche lontano da Palermo». Né slancio né ottimismo Il dato di fatto, che qui a Palermo si impone, è che la sconfitta elettorale e politica di Forza Italia non ha prodotto slancio e ottimismo neanche in chi continuamente si batte contro il sistema Sicilia. Il vecchio e caro amico Nicola Cipolla, che con il suo Cepes continua a studiare la società siciliana e che è l'anima di progetti, anche un po' avveniristici, sulle energie rinnovabili e sulle straordinarie possibilità di sviluppo compatibile della Sicilia, neppure lui mi pare particolarmente ottimista. Quando gli dico che tutto sommato da un po' di tempo non ci sono più stragi di mafia, mi sorride e mi risponde: «Per forza: la mafia con Cuffaro sta in un letto di rose. E' dappertutto dove si governa, dal palazzo della regione fino all'ultimo posto dove si decide dei lavoratori socialmente utili, forma estrema e nominalmente democratica del precariato. Qualcuno dice che c'è stato un cambio di strategia, da Riina a Provenzano, ma il fatto è che la mafia, se non è aggredita e messa in difficoltà, non ha bisogno di sparare. Dopo queste ultime elezioni è incerta tra l'Udc e la Margherita, ma forse pensa di servirsi di entrambi. Ricordati che Totò Cuffaro ha detto che come la crisi della Dc cominciò in Sicilia, così sempre in Sicilia si è avviata la sua rinascita». Pessimismo alla Sciascia Cipolla ha più di 80 anni e può capirsi, ma anche un giovane come Francesco Forgione in sostanza è sulla sua stessa lunghezza d'onda. Forgione è giovane, è da parecchi anni il combattivo capogruppo di Rifondazione comunista a Palazzo dei Normanni e non è affatto un parlamentare seduto. Tuttavia. Tuttavia le conclusioni del suo bel libro sulla Sicilia, dal titolo «Amici come prima», tornano al pessimismo di Sciascia e alla «irredimibilità» del Principe di Lampedusa. Vado all'Uditore, il convento dei Redentoristi, a trovare un'altra antica conoscenza, padre Nino Fasullo, che da trent'anni dirige e pubblica la rivista mensile Segno. «Qui - mi dice - solo i giudici si sono battuti contro la mafia, e sono rimasti soli. Qui - continua - domina la cultura mafiosa; padre Puglisi, quello ammazzato dalla mafia, da molti era considerato il pazzo, se non lo scemo, del villaggio. Il siciliano, prosegue l'amico don Nino, è un credente senza religione, ma senza religione non c'è rivoluzione». Forse don Nino, che cita anche la lettera di san Paolo ai Filippesi, ha una qualche ragione, ma a me viene da aggiungere che Napoleone quando scese in Italia con le bandiere della repubblica del 1789, in Sicilia non riuscì ad arrivarci. In Sicilia i baroni rimasero: e l'unità nazionale, con la gloriosa impresa di Garibaldi e dei Mille, ne rafforzò il potere e la cultura. Non bisogna neppure dimenticare Nino Bixio che spara sui contadini della Ducea di Bronte. Certo ci sono la mafia e la sua cultura, ci sono il Gattopardo, la sicilitudine e quant'altro, ma al fondo di tutto (sarò un vecchio marxista) c'è la questione del lavoro. C'è la disoccupazione e la subordinazione di tutti coloro che per avere un lavoro debbono chiedere o fare un favore: c'è la mancanza della libertà sostanziale. Nella sede regionale della Cgil, dove incontro i compagni Santo Inguaggiato e Carmelo Diliberto, non c'è sicilitudine e c'è invece più attenzione ai fatti. In Sicilia, il 26 di marzo di quest'anno c'è stato uno sciopero generale contro lo stato presente delle cose, sintetizzabile in poche cifre: 350.000 disoccupati, 400.000 lavoratori in nero, 30.000 precari (lavoratori socialmente utili) che sono quelli più esposti al ricatto di chi comanda, quasi una sottomerce. Questa sacca di lavoratori (definiti nobilmente «socialmente utili») sono puro precariato, che può essere pagato (poco) o non pagato, oppure pagato ma senza i contributi previdenziali; è una massa «corvéable à merci», dipendente dal favore dell'assessore o del portaborse dell'assessore o di un qualsiasi funzionario della regione. Di questi precari, 3.500 lavorano presso gli uffici centrali o periferici della regione e ben 2.700 di essi presso l'assessorato al lavoro. Il padrone è la regione In questa situazione la regione è il padrone che assume o non assume, che dà lavoro e fa campare quelli che vuole far campare. Fino a qualche tempo fa, quando la regione era titolare di imprese, c'era una specie di sovietismo mafioso: la cosa non è cambiata con le privatizzazioni e si estende anzi con la progressiva privatizzazione dei servizi sanitari. Non si sa come, ma in Sicilia un signore, l'ing. Aiello, che faceva l'imprenditore edile, è diventato il padrone di una delle più avanzate cliniche italiane (fa concorrenza al San Raffaele di Milano) per la cura dei tumori. Qualcuno parla di Provenzano, l'attuale fantasmatico leader della mafia. «Mamma Regione» è il titolo di un capitolo del libro di Francesco Forgione che comincia in questo modo: «Il triplo della Lombardia. Quattro volte di più di quelli dell'Emilia Romagna o della Toscana. In Sicilia i dipendenti della Regione sono un vero e proprio esercito: oltre 20.000». I circa 700.000 abitanti di Palermo vivono in larga parte di questa economia regionale. Palermo è ancora pavesata di grandi striscioni rosa-neri (ma il rosa si è stinto) con una grande A: celebrano il ritorno del Palermo in serie A: «panem (poco) et circenses», la festa continua. ilmanifesto.it

La notte dei destini capovolti di Riccardo Sarfatti L’emozione della vittoria e di una notte straordinaria non consentono uno stato d’animo consono alla riflessione, che richiede distacco e dati di analisi, di cui al momento ancora non dispongo. Ma nell’emozione emergono alcune sensazioni forti che può valer la pena di comunicare. Milano spesso ha anticipato, nel bene e nel male, le tendenze del Paese. Con il voto di questa tornata elettorale, europee e provinciali primo e secondo turno, forse, ancora una volta, Milano anticipa. Da qui è partito Berlusconi e il berlusconismo, nella duplice versione imprenditoriale e politica, da qui può iniziare la sua fase terminale. Da qui può soprattutto venire ciò che sarà necessario dopo che si sarà conclusa questa fase, la cui conclusione sarebbe un grave errore dare per scontata. E’ il modo con cui si è fatto politica a Milano negli ultimi due anni che ha condotto a risultati entusiasmanti: la differenza tra i due schieramenti che era del 12,5% alle politiche del 2001 (e il 14,7% alle europee del 1999), era diventata del 2,2% al primo turno, tramutandosi ora in un clamoroso 8% a favore del centrosinistra. E’ questo modo che può consentire di guardare con fiducia al futuro. Dobbiamo però avere tutti la capacità di mantenerlo, consolidarlo, forse esportarlo. Il “modello Milano” è qualcosa di assai diverso dall’immagine che in generale viene data da più parti, e non solo dai media interessati, dell’attuale opposizione a livello nazionale,. A Milano le forze politiche dell’opposizione, i partiti, hanno operato con buona unità nelle istituzioni e nel territorio. Con unità hanno anche operato le associazioni, i movimenti, i girotondi. Con unità si è operato tra questi ultimi e le forze politiche. Non c’è stata né la litigiosità interna, né la contrapposizione, continuamente descritte e spesso, purtroppo, effettivamente verificatesi in altre parti del Paese (Roma, Firenze, ecc). Una unità mantenuta nel lavoro di tutti i giorni e in tutte le occasioni; mai messa in crisi dalle iniziative che le singole entità, come è bene che sia e continui ad essere, hanno via via ritenuto di promuover e attuare. Una unità che, soprattutto nell’ultimo periodo della campagna elettorale, ha comportato uno proliferare di iniziative sul territorio che hanno consentito un contatto diretto con uno straordinario numero di persone appartenenti ad ogni ambito della vita della città e della provincia. Come da tempo da tanti auspicato, ma da pochi praticato, qui la politica “è tornata a parlare alla gente”, ben oltre gli addetti ai lavori. Certo non ancora “una nuova politica” compiuta, ma molto si è fatto per cercare di definirla e praticarla. Una grande indicazione per capire che la televisione non è tutto, che il controllo mediatico “unico al mondo” non è invincibile; che l’opposizione può avere, comunque, le sue alternative di comunicazione. Negli ultimi giorni tutto ciò è stato travolgente; il tenace e minuto lavoro compiuto nel tempo, in profondità, è venuto allo scoperto, rendendosi ben visibile nel voto e nella città. All’adesione all’appello per Penati di un buon numero di protagonisti autorevoli della città, molti per la prima volta apertamente schieratisi, si è accompagnata la ritrovata presenza nella piazza del Duomo per la chiusura della campagna elettorale e, la sera successiva, l’incredibile, inaspettata e spontanea partecipazione di migliaia di persone alla “festa” di piazza Cordusio, ideata soltanto qualche giorno prima. E finalmente, ieri sera, all’annuncio della vittoria, il nuovo spontaneo arrivo a Palazzo Isimbardi, da ogni parte della città, di persone entusiaste e felici, ma soprattutto, tra tanti elementi di novità, forse il più significativo di tutti: l’arrivo dei più giovani e dei giovanissimi, per la prima volta, in numero prevalente. Così è avvenuto, subito, con l’ingresso festoso nel palazzo e nei suoi giardini, l’insediamento di Penati, segno che ha aggiunto simbologia (Milano) a simbologia (i giovani). Una politica “civile” ha così consentito alla società di una grande città di far riemergere, dopo tanto tempo, il suo spirito dei tempi migliori. La speranza vera ora è che questa politica continui e si consolidi. Venga ben compresa; e dal livello del territorio passi anche al livello nazionale. Una politica civile non può essere altro che emanazione ed espressione della società cui si riferisce; cioè capacità di ascolto, di comprensione e, soprattutto, di proposta. Capacità di risposta all’interesse generale, sia quello alto per un mondo migliore, che quello minuto delle esigenze di tutti i giorni. I rischi che invece si cerchi di far prevalere l’interesse di parte, o peggio di uno solo, sono ancora altissimi. Milano rappresenta ora un riferimento importante, un aiuto, forse decisivo, per un governo diverso del Paese. Nella piena coscienza che l’attuale opposizione deve ancora compiere un buon pezzo di strada per il raggiungimento dell’obiettivo e, soprattutto, per far fronte positivamente ai compiti che le spetterebbero in tal caso. Molto nell’attuale opposizione deve ancora modificarsi. Vi è l’inderogabile necessità di definire ambiti strutturati in cui sia possibile pervenire a decisioni, così come di ambiti più leggeri, ma riconosciuti, come luoghi di confronto. Dentro tutto ciò, e Milano lo dimostra definitivamente, sempre più importante è il ruolo delle entità associative e di movimento non partitiche, sia per quanto concerne analisi e proposte, che ruolo di stimolo o, come può pure capitare, di mediazione. Sempre più importante perciò anche il ruolo di Libertà e Giustizia. Per tutto ciò un enorme ringraziamento e un sincero augurio a Filippo Penati, nuovo Presidente della Provincia di Milano. libertaegiustizia.it

L’asso nella manica dell’Europa Il progetto americano di “Grande Medio Oriente”? Ha un rivale multilaterale. Nome in codice: PEM. Da tempo, l’Unione Europea lavora per rafforzare i rapporti con i paesi del mondo arabo e il cosiddetto Partenariato Euro-mediterraneo ne è la prova. In seguito alla guerra in Iraq, anche gli Stati Uniti hanno cominciato ad occuparsi del Medio Oriente ed hanno presentato un piano volto “ridisegnare” ciò che definiscono il “Grande Medio Oriente”. L’Europa sarà capace di rispondere a quest’iniziativa americana? La migliore soluzione rimane il Partenariato strategico tra le politiche europee e i paesi del Mediterraneo e del Medio Oriente. Vediamo perché. Greater Middle East Project vs Partenariato Euro-Mediterraneo Il “Greater Middle East Project”, presentato per la prima volta da George W. Bush, al G8 di Sea Island, a largo della Georgia, prevede il riassetto economico e geopolitico del bacino mediterraneo. Durante il G8, le potenze mondiali hanno deciso di adottare una strategia globale per la democratizzazione e la creazione di una zona di libero scambio in una regione che va dal Marocco all’Afghanistan. Anche il Presidente Bush si è reso conto che la fine degli atti terroristici è legata alla lotta contro il sottosviluppo, la povertà e il ritardo economico in questa regione ed è d’accordo nel cercare di risolvere il problema alla fonte. Tuttavia, molti esperti rimangono scettici sulle reali intenzioni americane e suggeriscono all’Europa un’alleanza strategica con il Medio Oriente. Il progetto americano del “Grande Medio Oriente” contiene molti punti in comune col Partenariato Euro-Mediterraneo, concluso nel 1995 tra l’Unione europea e 12 paesi del bacino mediterraneo (1). Il PEM prevede la creazione di una zona di dialogo, scambio e cooperazione allo scopo di garantire pace, stabilità e prosperità nella regione mediterranea. I tre capitoli della Dichiarazione di Barcellona concernono la messa in atto di un partenariato nel settore politico e della sicurezza, nel campo economico e finanziario ed a livello sociale, culturale e umano. Ma l’obiettivo principale del PEM rimane la creazione di una zona di libero scambio entro il 2010. Il merito del Processo di Barcellona risiede nell’aver riunito per la prima volta israeliani e palestinesi intorno allo stesso tavolo. Anche il progetto “Greater Middle East” si occupa della risoluzione del conflitto arabo-palestinese che, dal 1995, all’Europa è gia costata miliardi di euro. In più, il MEDA, strumento finanziario del Partenariato Euro-Mediterraneo è stato dotato di un fondo di 5,35 miliardi di euro dal 2000 al 2006. A questo bisogna aggiungere il prestito di 17 miliardi di euro accordato dalla BEI (Banca Europea per gli Investimenti) per un periodo di tre anni. Invece, gli Stati Uniti, stando a quanto riportato dal quotidiano francese Le Monde, avrebbero destinato al “Greater Middle East Project” non più di 150 miliardi di dollari (2). Dal Mediterraneo all’Iraq Ma in che modo l’Ue può partecipare al processo di democratizzazione dell’Iraq? L’Europa deve poter aver un ruolo in Medio Oriente e far leva sul Partenariato Euro-Mediterraneo, che, al cospetto degli ultimi eventi, è diventato uno strumento ancora più utile. Bisogna rafforzare questo partenariato e i leader europei devono far prova di volontà politica per evitare che qualsiasi tipo di asimmetria s’instauri nelle relazioni con i vicini paesi del Mediterraneo. Il Partenariato dispone di numerosi strumenti e, in particolare, di programmi solidi e funzionali per creare uno spazio di cooperazione in materia economica, ambientale, d’infrastrutture per l’energia o le telecomunicazioni. La guerra in Iraq ha portato scompiglio in Medio Oriente e Jean-François Daguzan, caporedattore della rivista Maghreb-Machrek, afferma: “è importante non lasciare che gli Stati Uniti gestiscano da soli la situazione in Medio Oriente. La conquista dell’Iraq è stata giudicata dall’opinione pubblica araba un’azione aggressiva ed un’occupazione” (3). Resta da vedere se l’Europa a 25 riuscirà a formulare una politica comune sull’Iraq, un paese che sta sprofondando nel caos. Per un Partenariato strategico Recentemente, il Ministro degli Esteri tedesco, Joschka Fisher, ha lanciato l’idea di una Iniziativa transatlantica per il Medio Oriente nel quadro di un processo mediterraneo comune alla Nato e all’Unione europea. Si tratta di rendere l’iniziativa americana e quella europea più complementari e di riflettere alle questioni di sicurezza, non-proliferazione degli armamenti e cooperazione economica, ma anche di avvento della democrazia e rispetto deii diritti umani in tutti questi paesi. Inoltre, la Commissione europea ha presentato nel marzo 2004 – e solo dopo aver consultato i paesi arabi, cosa che gli americani non hanno fatto – un Rapporto intermediosu un partenariato strategico con i paesi del Mediterraneo e del Medio Oriente, che il Consiglio Europeo ha adottato il 17 e il 18 giugno. Si tratta di una prima tappa verso una strategia propria all’Ue. Si tratta di innovare, creare un clima di fiducia ed evitare che il Medio Oriente diventi un protettorato statunitense. Ma, soprattutto, l’Ue non vuole imporre un modello estraneo all’Iraq. L’obiettivo è di prendere in considerazione le diverse identità nazionali e di non demonizzare l’Islam. E’ necessario, quindi, che gli europei definiscano subito la loro strategia e non lascino l’America da sola a muovere le pedine sulla scacchiera mondiale. (1) Tunisia, Marocco, Algeria, Cipro, Egitto, Israele, Giordania, Libano, Malta, Palestina, Siria e Turchia. Malta e Cipro continuano a parteciparvi ma, dal 1° maggio 2004, in qualità di Stati membri dell’Ue. (2) « Démocratie, développement économique : ce que dit le plan américain », Le Monde, 27 febbraio 2004. (3) Jean-François, Daguzan, « La Méditerranée au prisme du nouveau panorama stratégique », Revue Défense Nationale, maggio 2004. cafebabel.com

L'UOMO RAGNO SUL TAJ MAHAL Culture, Standard Abbandonato il Queens di New York, Peter Parker sbarca in India: la 'Gotham Entertaiment' ha annunciato l'arrivo dell' 'Uomo Ragno' nel subcontinente indiano per il prossimo agosto. Il progetto, però, va ben oltre la semplice pubblicazione tradotta di un fumetto straniero: l'eroe della casa 'Marvel Comics', creato nel 1962 da quell' 'anima inquieta' di Stan Lee (papà anche dei 'Fantastici 4', Hulk e gli 'X Men'), verrà completamente ripensato in chiave hindi, sarà dunque uno 'Spiderman' indiano a tutti gli effetti. L'autore delle storie nell'edizione hindi, Jeevan Khang, ha contestualizzato le avventure di 'Makriman' (da makri, che significa ragno in hindi) nella società contemporanea indiana, inclusi i suoi problemi e conflitti sociali. Il giovane eroe si chiamerà Pavitr Prabhakar e vivrà a Mumbai, capitale commerciale dell'India; i superpoteri non li ha acquisiti con il morso di un ragno radioattivo durante un esperimento scientifico, come nella versione americana, ma grazie agli insegnamenti di un maestro yogi. Invece di lanciarsi a colpi di ragnatela tra i grattaceli di Manhattan, 'Makriman' scenderà a testa in giù dal Qutub Minar o salterà da una torre all'altra del Taj Mahal; inoltre per Pavitr niente jeans ma gli abiti tradizionali indiani, salvo indossare un particolare costume in azione. Completamente ripensati anche i nemici del supereroe: non più il perfido Goblin, ma il demone del folclore indù, Rakshasa, a metà tra il vampiro e lo spirito maligno. La 'Gotham Entertaiment', che in India già pubblica fumetti in lingua inglese, hindi, tamil e bengali, prevede di lanciare le prime quattro puntate del nuovo fumetto tra poco più di un mese, e valutare la reazione dei circa 5 milioni di lettori di 'comics' indiani prima di procedere con la serie. Le previsioni sono buone, visto anche il grande successo ottenuto nel subcontinente dalla serie cinematografica e stampata di 'Shaktimaan', supereroe indiano (molto) liberamente ispirato a 'Superman'. Ci si ci chiede se anche nella versione di Khang, Pavitr sarà un giovane idealista, incompreso dagli adulti e dall'establishment, come Lee ha descritto Peter Parker; caratteristiche che fecero amare 'Spiderman' alla tormentata generazione di contestatari americani degli Anni '60.[BF] misna.it

Radicali: il partito-holding e la politica-marketing di Mauro Suttora [dal libro del libro «Pannella & Bonino Spa», edito da Kaos] Dal 1995 i radicali hanno congelato il Pr: niente più congressi per decidere la linea politica, né elezione dei dirigenti. Nessuna sede locale: i dirigenti periferici non hannoaccesso neppure agli elenchi regionali di iscritti e simpatizzanti - è tutto concentrato e controllato a Roma. Il Pr è diventato così "un'area" formata da vari "soggetti imprenditoriali", una holding con bilanci da decine di miliardi, unpatrimonio stimabile in 150 miliardi e più di 200 dipendenti: Torre Argentina Società di servizi (proprietaria della sede romana del Pr, situata nellavia omonima), la società per azioni Centro di produzione (con Radioradicale e il suo archivio, in via Principe Amedeo), il Centro d'ascolto dell'informazione radiotelevisiva. Oggi il Pr è quindi una azienda a tutti gli effetti, una struttura economica icui costi annui di solo funzionamento ammontano a otto miliardi. Insomma,una vera e propria "Pannella&Bonino spa", con un notevole tasso di efficienza. Il nuovo modo di fare politica dei pannelliani è ad alta intensità di capitale e basso apporto dimanodopera volontaria: applicano alla propria attività gli stessi criteri di "produttività" e "flessibilità" che predicano con la loro filosofia liberista. Così per le strade i tradizionali banchetti apparentemente rimangono gli stessi, ma non sono più i famosi "tavolinari" volontari a raccogliere le firme: vengono assuntigiovani con contratto "interinale", pagati centomila lire algiorno. Del resto, a Pannella del singolo iscritto (militante, volontario, tavolinaro) non è mai importato granché: "I nostri risultati elettorali sono indipendenti dalla presenza di radicali in loco. Anzi, spesso passano il tempo a litigare fraloro". Così la politica radicale viene ormai diffusa attraverso campagne di marketing, con i miliardi drenati dal call center (4 all'anno), e le firme raccolte "a pagamento": 28 miliardi spesi per gli ultimi referendum, 2.800 lire a firma. Nei 685 metri quadri della sede romana di via di Torre Argentina 76 hanno sede il Partito radicaletransnazionale, il Cora (Coordinamento radicale antiproibizionista), l'Esperanto radikala asocio, "Nessuno tocchi Caino", "Non c'è pace senza giustizia" e l'Associazione politica nazionale Lista Pannella (la Lista Bonino, che si è presentata alle europee 1999 e alle regionalidel 2000, non ha personalità giuridica: è solo un'appendice della Lista Pannella). Nella sede romana lavora un'ottantina di dipendenti fissi. Altre 27 persone lavorano a tempo pieno per i radicali al Parlamento europeo di Bruxelles. Al Parlamento italiano l'unico senatore radicale, Piero Milio, ha un assistente part-timea palazzo Madama. Alla regione Lombardia con i tre eletti radicali operano quattro persone. In Piemonte ci sono due consiglieri regionali etre assistenti. Nell'ufficio del consigliere Pannella al comune di Roma (sospeso dall'incarico perché condannato per "spaccio" di droga, e sostituito da Rita Bernardini) lavorano trepersone. Nelle sedi del Partito radicale transnazionale (eccetto Bruxelles) sono attive infine dieci persone: quattro a Mosca, due a New York, due aTirana e due a Budapest Ci sono poi quelli che i radicali chiamano "i soggetti economico-imprenditoriali", che impegnano 82persone. Nel Centro d'ascolto dell'informazione radiotelevisiva diRoma sono attive 24 persone, divise in due strutture. Nei mille metriquadri del Centro di produzione spa, società editrice di Radioradicale (organo ufficiale della Lista Pannella), in via Principe Amedeo,lavorano 58 persone. Della cosiddetta "arearadicale", dunque, si occupano a tempo pieno ben 218 persone, e il tesoriere Danilo Quinto ha calcolato perfino che esse svolgono la loro attività su una superficie totale di 2.571 metri quadri. Per le sedi della loro struttura, nel 1999 i radicali hanno pagato ben 680 milioni: 460per mutui e 220 per affitti. I radicali sono i pionieri dell'uso di Internet in politica. Nel 1985 il pannelliano Roberto Cicciomessere ha inventato il primo provider italiano, Agorà, e l'idea di costruire unportale di politica, sul modello americano di voter.com, si starealizzando. Da tempo il forum di www.radicali.it è fra imigliori e più liberi d'Italia. Nel 1999 viene messo a punto unprogetto editorial-politico curato dal web editor dei siti radicali, Rino Spampanato. L'ex eurodeputato napoletano di Forza Italia Ernesto Caccavale studia le strategie di marketing e di reperimento della pubblicità, avviando contatti con aziende interessate a investire sulnuovo mezzo. I radicali, primo partito internettiano d'Italia, sono all'avanguardia nelle tecnologie. A Bruxelles ogni eurodeputato radicale dispone di un ufficio con due stanze: una per il deputato,l'altra per l'assistente. A Strasburgo, dove il Parlamento europeolavora una settimana al mese, ogni deputato dispone di un altroufficio. Una delle armi preferite dairadicali sono i "mailing". In un database denominato "Tesoro"hanno registrato circa 750 mila nominativi, dei quali oltre 350 milaall'estero. Ma il target maggiormente utilizzato sia per il mailing sia per il contatto telefonico è limitato ai loro sostenitori dal 1993 a oggi, e ai soggetti inseriti negli ultimi due anni: circa 130 mila indirizzi. I radicali possiedono poi altri indirizzari specifici, gestitiall'esterno e utilizzati per un'intensa attività di mailing nellecampagne elettorali e referendarie: quelli degli operatori economici (circa 3 milioni di nominativi), dei giovani (2,5milioni), dei capi-famiglia (17,8 milioni), tutti estratti da fontipubbliche (elenchi telefonici e liste elettorali), e infine i firmatari dei referendum del 1999 (780 mila). Un indirizzario di oltre 15 mila e-mail è gestito dalla sede di Bruxelles. La miracolosa macchina che dal giugno1996 autofinanzia i radicali alla media di quattro miliardi l'anno (aumentati a sei nel 2000) si chiama Call center. Si tratta di 28 operatori (più tre coordinatori e due supervisori) che telefonano incontinuazione ai simpatizzanti radicali e ai firmatari delle loro richieste di referendum e petizioni. Il loro turn-over è assai alto: inquattro anni hanno lavorato al call center oltre 250 persone, soprattutto giovani donne. L'obiettivo principale di questa valanga di telefonate è l'autofinanziamento, ma c'è anche la raccolta di adesioni politiche e il monitoraggio delle iniziative politiche in corso. Il target principale del telemarketing è sorprendentemente limitato: circa 80 mila persone, le quali hanno contribuito finanziariamente dal 1993 a oggi. "Però i contatti ripetuti nel tempone hanno valorizzato le potenzialità, e rappresentano una fontefidelizzata e consistente di autofinanziamento", spiegano soddisfatti idirigenti radicali. Ma come funziona, in concreto, il Call center? Si tratta di un sistema di 17 postazioni informatiche (in grado di svolgere attività di contatto telefonico e data-entry) e 43 postazioni analogiche (telefoni), che effettuano contemporaneamente 60 telefonate utilizzando due distinte numerazioni. L'attività di dieci postazioni, che operano per 12 ore al giorno alla media di 20 telefonate all'ora ciascuna, produce una media di 2.400 tentativi di contatto quotidiani. Per "tentativo di contatto" siintende tutto: il "non risponde", l'appuntamento el'avvenuto contatto. Il 60 per cento dei tentativi fallisce. Ma restano mille contatti utili al giorno, a loro volta suddivisi fra 600 appuntamentie 400 risposte che si ricevono in tempo reale dalle persone contattate (somma di versamenti con carta di credito,preannunci e altro tipo di risposte), che vengono chiamati "contatti a buon fine". In quattro anni sono stati effettuati più di tre milioni di tentativi di contatto telefonico, producendo mezzo milione di risposte e oltre 65 mila versamenti, per untotale di ben 17 miliardi (di cui 11 miliardi con carta di credito).L'attività ha un costo del 20 per cento rispetto alle entrate, per operatori, telefono e invio di mailing dopo i preannunci di versamento. Il lavorio radicale non finisce con l'incasso delle sottoscrizioni. Entrano in funzione a quel punto i 5 operatori del centro elaborazione dati, i quali assegnano i versamenti ai vari soggetti (Pr, Lista Pannella, Cora, varie campagne), stampano everificano le sottoscrizioni giornaliere e aggiornano i dati anagrafici dei nominativi contattati dal "Call center". E non basta. Per il futuro i radicali coltivano progetti ambiziosi: "Vogliamo arrivare a poter inviare più volte nella stessa giornata svariate e-mail e messaggi telefonici ad alcune centinaia dimigliaia di persone", minaccia Daniele Capezzone. Ovviamente i proventi non arrivano solo dalle sottoscrizioni telefoniche. Tra il 1996 e il 2000 quasi 30 mila persone hanno determinato 78 mila tra iscrizioni o contributi infavore dei radicali, per un totale di autofinanziamento di 23 miliardi. Nel marzo 2000 l'imprenditore bolzanino Marco Podini (già padrone della catena di supermercati A&O e dei discount Md) acquista per 25 miliardi il 25 per cento di Radioradicale, il cui valore totale quindi è stimato in cento miliardi (la Rai nel '98 voleva comprarla per una ventina di miliardi). Nel dicembre 2000 Podini annuncia che aumenterà la sua partecipazione al 50%. La radio pannelliana nel 1999 ha ricevuto 9,5 miliardi dal ministero delle Comunicazioni per trasmettere lesedute parlamentari, e otto come organo di partito. Totale: 17 miliardi e mezzo. Ne ha spesi però quattro in più: 21,5. Il deficit è statocolmato vendendo Radio radicale Due per 10 miliardi, e questaplusvalenza straordinaria ha generato anche un utile lordo di 5,8 miliardi (2,8 al netto delle imposte). I quattro miliardi di deficit rispetto alleentrate ordinarie del 1999 corrispondono esattamente all'aumento dei costi di gestione sul 1998, causato dagli investimenti sulla rete di trasmissione (un miliardo), dalla produzione programmi (un miliardo), da spese pubblicitarie (1,5 miliardi) e oneri finanziari (mezzo miliardo). La produzione programmi del sito Internet www.Radioradicale.it ha avuto un forte sviluppo: vuole diventareun punto di riferimento, per addetti ai lavori e utenti comuni, su tuttociò che riguarda l'informazione istituzionale, politica e giudiziaria. Il risultato è quello di fornire uno strumentomultimediale, affiancando all'audio e ai testi anche la componente video. Le spese pubblicitarie consistono soprattutto in pagine diquotidiani acquistate per annunciare e organizzare convegni della cosiddetta "area radicale". Per il futuro l'ambizione è di rendere Radio radicale e il suo archivio capaci di fornire anche adaltri soggetti grandi quantità di contenuti pronti per l'utilizzo sumezzi tradizionali e di nuova tecnologia. Assumerà quindi un ruolo fondamentale l'attività su Internet, e la Radio si prepara a essere presente in tutte le forme di evoluzione della comunicazione: Umts e satelliti. La convenzione per la trasmissione delle sedute parlamentari,scaduta nel novembre 2000, è stata rinnovata per un triennio con un aumento dei contributi statali da dieci a quindicimiliardi l'anno: il 50% in più, un vero e proprio regalo da parte delgoverno di centro-sinistra, ottenuto senza il pressing del 1998. Quanto al contributo dalla legge sull'editoria per gli organi di partito, i radicali sono preoccupati per un disegno di legge che ne prevede la riduzione del 25 per cento l'anno a partire dal 2000, e quindi la soppressione entro quattro anni. Poiché i soldi agli organi di partito sono una forma di finanziamento pubblico, la contraddizione per i pannelliani - nemici giurati del finanziamento pubblico - è imbarazzante. Nel corso dell'estate 2000 il comproprietario privato di Radio radicale Podini si è alleato con il finanziere bresciano Emilio Gnutti e con Roberto Colaninno: è entrato nel capitale di Fingruppo e Hopa, le due società che controllano Telecome Seat-Tin.it. Radio radicale si ritrova così alcentro dei complessi giochi di potere nel mondo della comunicazione italiana, perché Podini è anche il proprietario di Sequenza, holding con 700 dipendenti e 150 miliardi di fatturato nel campo di Internet (ha comprato dai radicali il provider Agorà), e ha l'ambizione di diventare "uno dei big player italiani nel settore multimediale". L'imprenditore altoatesino infatti è entrato nell'immenso business dei telefonini Umts con il consorzio Ipse, del quale detiene il 5 per cento tramite la Xera. Gli altri soci sono la spagnola Telefonica (43 per cento), la finlandese Sonera (19 per cento), Atlanet(Acea, Ifil-Fiat), Banca di Roma, Golden Egg di Letizia Moratti, Edison e Falck. Podini ha in mente un grande futuro per Radio radicale: "Apriremo il capitale a nuovi soci, i partner potenziali ci sono. Stiamo digitalizzando tutti gli archivi. Vogliamo diventare fornitori di contenuti, sia per i dati che per le immagini". Le sinergie con il terzo polo Tv-Internet Tmc-Seat-Tin.it sono quindi dietro l'angolo. I radicali mirano a trovare altri soci e aquotare la Radio in Borsa: se l'operazione andasse in portoincasserebbero centinaia di miliardi, e potrebbero finanziare per lustri le loro iniziative politiche. Intanto, secondo i datiAudiradio del marzo 2000, Radio radicale ha 2 milioni e 244 mila ascoltatori a settimana, e 662 mila nel giorno medio: quasi il quadruplodella radio dei Ds, Italia radio (171 mila ascoltatori al giorno). La Torre Argentina Società di Servizi spa è stata fondata da Marco Pannella e Sergio Stanzani alla fine del 1987 per acquistare la nuova sede di via di Torre Argentina 76, a Roma: i radicali hanno traslocato nella stessa via vicina al Pantheon, dal numero 18 (antica sede) al 76 (nuova sede). Questa società fornisce anche i servizi (telefonici, di manutenzione,amministrazione e logistici) ai "soggetti dell'area" e a terzi per riprese televisive e traduzione simultanea. Ma dopo tredici anni l'attività prodotta non è sufficiente a coprire il debito contratto per l'acquisto: i radicali hanno dovuto rinegoziare due volte il mutuo immobiliare con le banche. Il Centro d'ascolto dell'informazione radiotelevisiva guidato da Valeria Ferro dipende daisoldi pubblici: ha un contratto con la Rai (nonostante i radicali passinometà del loro tempo ad attaccare la tv di Stato), e nel 2000 ne èstato stipulato un altro con l'Autorità garante per le comunicazioni. Per garantire però l'imparzialità, il Centro d'ascolto dovrà staccarsi dall'"area radicale", trasformandosi in società autonoma. L'associazione "Nessuno tocchi Caino" guidata da Sergio D'Elia ha avuto un bilancio 1999 di 429 milioni: 240 spesi per iniziative contro la pena di morte, 154 per la struttura, 35 per l'affitto della sede pagati al Pr. Le entrate sonostate di 368 milioni: 120 da istituzioni, e 248 da autofinanziamento. Il deficit è stato quindi di 61 milioni. L'associazione "Non c'è pace senza giustizia" presieduta da Sergio Stanzani ha incassato nel 1999 un miliardo e 83 milioni (soprattutto da istituzioni come l'Unione europea, che finanzia progetti di consulenza), ma ha speso 28 milioni in più: 492 milioni per le attività, 167 di costi fissi, 451 per le collaborazioni. Il Cora nel 1999 ha ricevuto contributi per 40 milioni, spendendone 34 e pagando cinque milioni al Pr per l'ufficio (nessun costo di struttura). Il movimento dei Club Pannella, infine, è in liquidazione dal 1997. È rimasto formalmente attivo per la sola riscossione dei crediti e per il saldo dei debiti. In conclusione, è interessante constatare come, nel giro di pochi anni, i radicali si siano trasformati da fantasioso e un po' scalcinato movimento di volontari (il "partito antipartito" senza deleghe né burocrati) in un efficacissimomini-nucleo di professionisti della politica i quali, concentrati a Roma, inanellano campagne d'opinione secondo i più avanzati criteri del marketing. Radicali senza radici, che adottano il modello aziendale "capital intensive" (molto capitale, pocamanodopera) senza gli impacci dei rituali della democrazia interna, bollata da Pannella come "vuoto democraticismo". Gli iscritti interessano soprattutto in quanto sottoscrittori: di soldi e di firme. E la linea politica? A quella ci pensano Marco&Emma. www.carmillaonline.com

Chi è Abu Musab Al-Zarqawi? di Michel Chossudovsky L'apparato d'intelligence americano ha creato le proprie organizzazioni terroristiche e, allo stesso tempo, ha investito miliardi di dollari per lo sviluppo di un programma di controterrorismo che dia loro la caccia. Il sistema è collaudato. E Al-Zarqawi ne è un esempio. PRIMA PARTE Controterrorismo e propaganda di guerra sono interconnessi. L'apparato della propaganda fornisce ai media notizie false. Le minacce terroristiche devono apparire "genuine". L'obbiettivo è quello di presentare i gruppi del terrore come "nemici dell'America". Il sottostante obiettivo è galvanizzare l'opinione pubblica in appoggio all'agenda di guerra Americana. La "Guerra al terrorismo" richiede un mandato umanitario. La guerra al terrorismo è presentata come "guerra giusta", che deve essere combattuta sul terreno morale "per riparare un'ingiustizia sofferta". La teoria della Guerra Giusta definisce il "bene" e il "male". Essa in modo concreto ritrae e personifica i leader del terrorismo come "individui malvagi". Alcuni importanti intellettuali e pacifisti americani, che si oppongono decisamente all'amministrazione Bush, sono ciononostante sostenitori della teoria della "Guerra Giusta": "Siamo contro ogni tipo di Guerra, ma appoggiamo la campagna contro il terrorismo internazionale". Per raggiungere gli obiettivi in politica estera, le immagini del terrorismo devono rimanere vive nella mente dei cittadini, e richiamate costantemente da nuove minacce terroristiche. La campagna propagandista fornisce i ritratti dei leader della rete del terrore. In altre parole, per questa campagna "pubblicitaria", "essa deve fornire un volto al terrore". La "Guerra al terrorismo" si poggia sulla creazione di uno o più spauracchi del male, capi del terrore, Osama bin Laden, Abu Musab Al-Zarqawi, et al, i cui nomi e foto sono presentate fino alla nausea sui mass media. Abu Musab Al-Zarqawi viene presentato all'opinione pubblica mondiale, come il futuro cervello del terrorismo, capace di porre in secondo piano il "Nemico Numeo Uno", Osama bin Laden. Il Dipartimento di Stato americano ha aumentato il premio per la sua cattura da 10 a 25 milioni di dollari, che pone il suo "valore di mercato" alla pari di quello di Osama. Paradossalmente, Al Zarqawi non compare nella lista dei più importanti ricercati dell'FBI. I legami di Al Zarqawi con Al Qaeda Al Zarqawi è spesso descritto come "socio di Osama", come uomo fantasma, ritenuto responsabile di numerosi atti di terrorismo in vari paesi. In altri resoconti, spesso provenienti dalle stessa fonti, si dice che non ha alcun legame con Al Qaeda e che opera in modo indipendente. E' spesso presentato come l'uomo che ha sfidato la leadership di bin Laden. Il suo nome ricorre in numerose occasioni sia sulla stampa che nei comunicati ufficiali. Dall'inizio del 2004 il suo nome è quasi giornalmente nelle notizie. Osama appartiene alla potente famiglia dei bin Laden, che storicamente ha avuto legami di affari con i Bush e i petrolieri texani. Bin Laden venne reclutato dalla CIA durante la guerra afgano-sovietica ed ha combattuto come un Mujahideen. In altri termini esiste una lunga e documentata storia dei legami bin Laden-CIA e bin Laden-famiglia di Bush, che rappresentano una ovvia fonte di imbarazzo per il governo americano. Contrariamente a bin Laden, Al-Zarqawi non ha una storia familiare. Egli proviene da una povera famiglia palestinese della Giordania. I suoi genitori sono morti. Egli emerge all'improvviso. E' descritto dalla CNN come un "lupo solitario" che agisce in modo indipendente dalla rete di Al Qaeda. In modo incredibile, questo lupo solitario è presente in vari paesi, in Iraq, che sarebbe ora la sua base, ma anche nell'Europa occidentale. Ed è sospettato di preparare un attacco terroristico sul suolo americano. Sembra essere in molti luoghi contemporaneamente. E' descritto come "il principale nemico dell'America", "un maestro nel travestimento e nei documenti falsi". Noi siamo portati a credere che questo "lupo solitario" sia capace di metterla nel sacco ai più astuti agenti dei servizi segreti americani. Secondo il Weekly Standard ¯noto per gli stretti rapporti con in neocons: "Abu Musab al Zarqawi è stato non solo il cervello dell'assassinio di Berg ma anche della carneficina di Madrid dell'11 marzo, dell'attentato contro i fedeli sciiti nello stesso mese, e dell'attacco suicida al porto di Bassora il 24 aprile. Ma è egli non è per niente un nuovo arrivato nel campo delle stragi. Ben prima dell'11 settembre, aveva organizzato un complotto per uccidere turisti israeliani e americani in Giordania. Il suo marchio è impresso sui gruppi terroristici e sugli attentati nei quattro continenti." (Weekly Standard, 24 May 2004) Il profilo di Al-Zarqawi è quello di uno che "mira a togliere a bin Laden il comando della jihad globale". In Iraq, si dice sia intenzionato a "innescare una guerra civile tra sunniti e sciiti". Ma questo non è esattamente ciò che si pensa stiano facendo i servizi segreti americani ("dividi et impera") come confermato da molti analisti della guerra condotta dagli americani? Mettere un gruppo contro l'altro per indebolire il movimento della resistenza. (Vedere Michel Collon, 1 e 2 La CIA, con i suoi più di 30 miliardi di dollari di budget, dichiara la propria ignoranza: dice di non sapere nulla di lui e di possedere una foto, ma, secondo il Weekly Standard (24 maggio 2004), non sa né il suo peso né la sua altezza. C'è un'aura di mistero che circonda quest'individuo che fa parte del complotto propagandistico. Zarqawi è descritto come "talmente segreto che perfino quelli che lavorano con lui non ne conoscono l'identità". Un modello compatibile Quale copione interpreta questo personaggio nella campagna di disinformazione della CIA, nella quale un ruolo centrale è svolto dalla CNN? In precedenti operazioni propagandistiche la CIA si rivolse ad esperte ditte per organizzare campagne di disinformazione, quali la Rendon Group (il gruppo che lavorò insieme alla partner inglese Hill and Knowlton, responsabile per la diceria riguardo le incubatrici in Kuwait nel 1990, secondo cui bambini kuwaitiani venivano rimossi dalle incubatrici in un racconto completamente inventato, che fu usato per ottenere l'approvazione del Congresso per la guerra del Golfo del 1991. Qualè il modello di riferimento? Quasi immediatamente sulla scia di un evento terroristico o della sola minaccia, la CNN in sostanza dice: Noi pensiamo che dietro vi sia questo misterioso individuo, invariabilmente senza mai fornire una prova e prima che vi sia il tempo per condurre una qualche indagine da parte delle autorità di polizia e dell'intelligence. In alcuni casi, immediatamente dopo un attacco terroristico, c'è una notizia iniziale che menziona Al-Zarqawi come possibile mente. Uno o due giorni dopo, la CNN se ne esce con un definitivo annuncio, citando fonti ufficiali come polizia, militari e servizi segreti. Spesso il pezzo della CNN si basa su informazioni pubblicate su siti web islamici o ricavate da misteriosi nastri registrati audio o video. L'autenticità del sito web e/o dei nastri non è mai oggetto di discussione o di investigazione dettagliata. . Teniamo in mente che negli articoli non si menziona mai che Al Qaeda è una creazione della CIA e che anche Al Zarqawi venne reclutato per combattere nella Guerra afgano-sovietica (Come dichiarato da Colin Powell nel suo discorso al Consiglio di Sicurezza dell'ONU del 5 febbraio 2003) (vedi dettagli sotto). Sia Osama bin Laden che Abu Musab Al-Zarqawi sono creazioni dell'apparato dell'intelligence americana. Il reclutamento di combattenti stranieri era sotto gli auspici della CIA. La stampa di solito accetta come vere le minacce terroristiche che la CIA segnala, senza prendere atto del fatto che i servizi americani hanno fornito supporti di copertura alla rete militante islamica per più di 20 anni. Come ampiamente documentato i campi di addestramento in Afghanistan impiantati durante l'amministrazione Reagan sono stati creati con l'appoggio della CIA. Ed alcuni membri dell'attuale amministrazione compresi Richard Armitage e Colin Powell erano direttamente coinvolti nel fornire sostegno ad Al Qaeda in Afghanistan, dove bin Laden e Al Zarqawi ricevettero un addestramento specializzato. (Vedi Michel Chossudovsky, 1 e 2) La storia di Al Zarqawi La prima volta che si fa menzione del nome di Abu Musab Al-Zarqawi fu in relazione al fallito attentato all'Hotel Radisson di Amman, in Giordania, durante le celebrazioni del millennio (dicembre 1999). Secondo quanto riportato dalla stampa, in precedenza aveva usato un altro nome: Ahmed Fadil Al-Khalayleh, (apparentemente uno dei suoi falsi nomi). Secondo il New York Times, Al Zarqawi lasciò l'Afghanistan per recarsi in Iran alla fine del 2001, dopo l'ingresso delle truppe USA. Fonti americane parlano di una stretta protezione da parte del governo di Tehran. "I servizi segreti americani si dicono preoccupati per le crescenti prove che dimostrano un rinnovato interesse di Tehran verso il terrorismo [e l'appoggio ad Al Zarqawi], e che include la segreta sorveglianza da parte di agenti iraniani di possibili obiettivi americani all'estero. Secondo i funzionari americani l'Iran vedrebbe nel terrorismo un deterrente contro un possibile attacco da parte degli Stati Uniti. Dopo l'elezione a sorpresa del riformatore Mohammad Khatami come presidente dell'Iran nel 1997, Washington credeva nell'emergere di una nuova maggioranza politica moderata. Ma la fazione della linea dura ha mantenuto il controllo dell'apparato di sicurezza iraniano, il che ha frustrato gli sforzi tesi ad allentare le tensioni con Tehran. Ora, le azioni intraprese da Tehran che tendono a destabilizzare il governo ad interim afgano, ad assistere i membri di Al Qaeda e infuocare la rivolta palestinese stanno portando Washington a riconsiderare i suoi rapporti con l'Iran"(NYT, 24 marzo 2002) Nel 2002, la sua presenza a Tehran, secondo quanto asserito, per "collaborare con gli uomini della linea dura" presenti nell'apparato militare e dell'intelligence iraniani, è parte di una campagna di disinformazione che consiste nel presentare l'Iran come uno sponsor della "rete terroristica islamica". Nel febbraio 2002, è stato ritenuto coinvolto nel progetto di attacchi terroristici in Israele. Il discorso di Colin Powell al Consiglio di Sicurezza dell'ONU Nei mesi che hanno preceduto la guerra con l'Iraq, riemerge il nome di Al Zarqawi, e questa volta con una frequenza quasi giornaliera, e con notizie focalizzate sulle sue sinistre relazioni con Saddam Hussein. Una delle principali svolte nella campagna di propaganda si è avuta il 5 febbraio 2003. Fu Colin Powell è metterlo sotto le luci dei riflettori, quando pronunciò quel fallimentare discorso sulle armi di distruzione di massa al Consiglio di Sicurezza dell'ONU. Il discorso di Powell presentava una "documentazione" sui legami tra Saddam Hussein e Al Qaeda, focalizzando l'attenzione sul ruolo centrale di Al-Zarqawi: (enfasi aggiunta): La nostra preoccupazione non è solo centrata su queste illecite armi; è la possibilità che queste armi possano essere connesse ai terroristi e alle organizzazioni terroristiche… Quello che voglio oggi portare alla vostra attenzione è il nesso, potenzialmente molto più sinistro, fra l'Iraq e la rete terroristica di Al Qaeda, un nesso che combina organizzazioni terroristiche classiche e metodi moderni letali. L'Iraq oggi ospita una micidiale rete terroristica, capeggiata da Abu Musaab al-Zarqawi, un affiliato e collaboratore di Osama bin Laden e dei luogotenenti di Al Qaeda. Zarqawi, un palestinese nato in Giordania, ha combattuto nella Guerra afgana più di 10 anni fa. Ritornando in Afghanistan nel 2000, egli sovraintendeva ad un campo di addestramento per terroristi. Una delle sue specialità e una delle specialità del campo è l'impiego di veleni. Quando la nostra coalizione estromise i Talebani, la rete di Zarqawi intervene nel fornire il proprio aiuto nella costruzione di un altro centro di addestramento per uso di veleni e esplosivi, centro che venne impiantato nell'Iraq nord-orientale. La rete insegnava ai suoi operativi come preparare ricina e altri veleni. Lasciatemi ricordare gli effetti della ricina. Meno che una presa di sale ¯ immaginatevi una presa di sale ¯ meno di una presa di sale, nel cibo che state mangiando, e si determinerà shock, seguita da morte entro 72 ore; e non esiste antidoto, non esiste terapia. E' fatale. Coloro che forniscono aiuto nel gestire il campo sono i luogotenenti di Zarqawi che operano nel nord dell'Iraq, nel settore curdo, fuori dal controllo di Saddam Hussein, ma Baghdad ha un suo agente ai vertici di Ansar al Islam, l'organizzazione radicale che controlla quest'angolo dell'Iraq. Nel 2000, quest'agente fornì un sicuro asilo ad al Qaeda nella regione. Dopo che noi allontanammo al Qaeda dall'Afganistan, alcuni suoi membri accettarono l'asilo offerto. E si trovano là anche oggi…. Noi sappiamo che queste persone sono connesse a Zarqawi in quanto si trovano ancora oggi in contatto regolare con i suoi diretti subordinati, compreso gli organizzatori delle cellule pronte ad usare veleni. e sono coinvolti nei movimenti di denaro e di equipaggiamenti. Lo scorso anno, due sospetti uomini di al-Qaeda furono arrestati mentre attraversavano il confine tra Iraq e Arabia Saudita. Erano legati ad una cellula a Baghdad, e uno di loro si era addestrato in Afganistan all'uso di cianuro. Dalla sua postazione terroristica in Iraq, Zarqawi può guidare la sua rete nel Medio Oriente e oltre. Secondo i detenuti, Abu Atiya, addestratosi nel campo terroristico di Zarqawi in Afghanistan, assegnò ad almeno nove nordafricani il compito di compiere attentati terroristici chimici e con esplosivi in Europa. Nello scorso anno, ne sono stati arrestati alcuni in Inghilterra, Francia, Spagna e Italia. Secondo i nostri ultimi conti, almeno 116 ne sarebbero stati arrestati. Noi siamo a conoscenza di questa rete europea e sappiamo dei suoi legami con Zarqawi, in quanto il detenuto che ci ha fornito le informazioni sugli obiettivi ci ha anche rivelato i nomi dei membri della rete... Siamo anche a conoscenza che i colleghi di Zarqawi sono stati in azione nel Pankisi Gorge, Georgia, e in Cecenia, Russia. Il complotto nel quale erano legati non è solo chiacchiera. Era loro intenzione uccidere i russi con tossine. Noi non siamo sorpresi del fatto che l'Iraq ospiti Zarqawi e i suoi. Questa convinzione si basa su decenni di esperienza sui legami tra Iraq e al-Qaeda… Come ho detto all'inizio, niente di tutto questo dovrebbe essere una sorpresa per noi. Il terrorismo è stato uno strumento usato da Saddam da decenni. Saddam è stato un sostenitore del terrorimo molto tempo prima che le reti terroristiche avessero un nome, e questo appoggio continua ancora. Il legame tra veleni e terrorismo è nuovo; il legame tra Iraq e terrorismo è vecchio. La combinazione è letale. Con questo curriculum, gli iracheni negano di appoggiare il terrorismo nello stesso modo con cui da tempo negano di possedere armi di distruzione di massa, E' tutta una serie di bugie. Quando ci confrontiamo con un regime che ha ambizioni di dominio regionale, nasconde armi di distruzione e fornisce supporto logistico e attivo ai terroristi, noi non ci stiamo confrontando con il passato, ma con il presente. E a meno che non decidiamo di agire, noi ci confronteremo con un futuro ancor più spaventoso." (Segretario di Stato americano, Colin Powell, al Consiglio di Sicurezza dell'ONU, estratti, 5 febbraio 2003) La dichiarazione di Powell riguardante Al-Zarqawi consisteva nel legare il regime secolare Baatista alla "rete terroristica islamica", con l'obiettivo di giustificare l'invasione e l'occupazione dell'Iraq. ... Fonte: http://globalresearch.ca/articles/CHO405B.html Traduzione originale nuovimondimedia.it

Romania: la corsa all’oro verde Un disboscamento indiscriminato. Lo stanno subendo le foreste della Romania. La maggior parte del legname viene poi indirizzato all’estero tramite canali illegali. di Mihaela Iordache Negli ultimi anni in Romania sono stati attuati disboscamenti selvaggi che hanno devastato le foreste del Paese lasciando centinaia di migliaia di ettari parzialmente o completamente spogli. “La corsa all’oro verde” spinge sempre più persone a tagliare indiscriminatamente gli alberi, anche laddove la legge non lo consenta. Le statistiche rilevano come solo quest’anno 353.000 ettari di foresta siano stati disboscati o rasi al suolo. Inoltre, secondo le ultime stime della Banca Mondiale, i disboscamenti illegali comportano quasi 1,5 miliardi di dollari di danni al patrimonio dello Stato. Sono cifre da capogiro, soprattutto se si pensa che in Romania le foreste occupano solamente il 25% del territorio. Diverse sono le cause che determinano la deforestazione. Alcune volte può essere la conseguenza di un bisogno immediato, come per esempio quello di costruire una casa, ma in molti casi essa corrisponde alle indiscriminate esigenze di profitto delle reti internazionali del traffico illegale del legname. Da anni i giornali di Bucarest evidenziano la scandalosa complicità delle autorità in questo “saccheggio”. Una complicità tacita ma che si trasforma subito in esplicita attraverso l’approvazione di qualche legge. I giornali accusano le autorità di aver autorizzato il disboscamento delle foreste quando hanno approvato, nel 2001, una legge che prevedeva la possibilità di tagliare gli alberi senza l’obbligo di ripiantarne altri. Tale legge ebbe però vita breve. Infatti, solo otto mesi dopo la sua approvazione, il Ministro dell’Agricoltura firmò un’ordinanza che limitava la superficie destinata al disboscamento. Fu poi fissato al 5% il tetto massimo di superficie di proprietà che poteva essere disboscata. Ciò nonostante, nei pochi mesi in cui la legge è stata in vigore, sono andati persi ben 2000 metri quadrati di foreste. Sulle montagne della Romania si taglia il legno per poi commerciarlo, mentre intorno alle città lo si taglia per costruire. Ovunque spuntano al posto degli alberi ville sempre più imponenti. Questo avviene senza nessun controllo e tanto meno rimorso. Infatti, il fatto che un terreno forestale sia dieci volte meno caro di un terreno edificabile fa si che cresca in modo esponenziale l’interesse della gente per il disboscamento delle foreste. Ad esempio, nella zona della foresta Baneasa (una delle zone residenziali di Bucarest) un metro quadrato di foresta si vende a 15 euro ma, dopo il suo disboscamento, lo stesso metro quadrato ne vale 100. Il profitto ottenuto con queste transazioni arriva talvolta ad un milione di euro. Normalmente dovrebbe esserci un’armonizzazione tra gli interessi socio-economici ed i fattori ecologici di una zona. Non è però il caso della Romania, dove la tutela ambientale viene trascurata in maniera preoccupante. Il desiderio di arrangiarsi e di arricchirsi è talmente forte che vanifica qualsiasi norma sulla responsabilità civica. Gli stessi proprietari, dopo aver ricevuto un massimo di 10 ettari di foresta (in base alla legge 1/2000 che ha confiscato i terreni del regime comunista), hanno iniziato a tagliare gli alberi senza molto discernimento. Il vero pericolo riguarda però i guadagni ottenuti attraverso il commercio del legname. Quest’anno, rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso, le esportazioni del legname sono cresciute del 110%. La Romania esporta, a prezzi irrisori, principalmente tronchi e truciolato. Il legname romeno finisce in gran parte sul mercato arabo, come ad esempio in Egitto, dove con esso si fabbricano mobili. Molti uomini d’affari hanno acquistato sotto costo intere foreste nel Paese dei Carpazi. C’è chi fa affari leciti ma anche chi opera nell’illegalità. Sfortunatamente sono sempre di più quelli appartenenti a questa categoria. Di recente il giornale Romania libera ha riferito che da anni nel porto di Costanza, sul Mar Nero, si parla dell’esistenza di una mafia del legno. Lo stesso giornale ha scritto che un po’ di tempo fa le ditte fantasma erano all’incirca 200. Oggi invece non se ne conosce più il numero. Sembra che nessuno osi più contarle. Queste ditte fantasma commerciano, ovviamente senza nessuna remora, legname che è stato tagliato, trasportato e venduto illegalmente, senza quindi le autorizzazioni e i documenti necessari. Il codice forestale punisce, con pene detentive dai 3 mesi ai 3 anni o con l’obbligo di pagamento di una multa, coloro che tagliano illegalmente alberi di proprietà statale. Praticamente però la multa è l’unica punizione che viene applicata. Intanto la stampa romena informa il pubblico che i grandi dossier sul traffico del legno si perdono nel mistero. I commerci illeciti del legname organizzati in provincia hanno i loro veri capi nella capitale di Bucarest. Questi ultimi sono come piovre che attentano alla vita delle foreste dei Carpazi e quindi anche all’ossigeno del Paese. Il mercato interno è dominato dall’industria del mobile di truciolato, visto che questo è il prodotto con i prezzi più accessibili ai normali cittadini. Non sono di sicuro i mobili preferiti dai romeni, ma sono quelli alla loro portata. L’Italia, principale partner commerciale della Romania anche nel campo del commercio del legname, si conferma un punto di riferimento per il Paese dei Carpazi. Solo nel periodo 1990-2001 le esportazioni di legno verso l’Italia sono cresciute da 10 a 83 milioni di dollari. Inoltre l’imprenditore italiano Luigi Frati è stato scelto come “l’uomo dell’anno 2000” in Romania (decorato inoltre dal Presidente romeno Ion Iliescu). Frati, sbarcato nel 1997 a Sebes, nel centro-ovest del Paese, ha messo in piedi la più grande azienda per la lavorazione del legname. Gli ambientalisti cercarono di allarmare le autorità sui potenziali rischi d’inquinamento della fabbrica di resine ma Frati riuscì comunque ad ottenere l’autorizzazione dal Ministero dell’Ambiente. Il Gruppo Frati ha investito circa 200 milioni di dollari per la costruzione di due stabilimenti. Vi si producono pannelli MDF (nella MDF Sebes Frati SA), pannelli PAL (nella Sepal SA) ed adesivi (resine liquide ed in polvere). L’azienda esporta, prevalentemente pannelli MDF, verso 50 Paesi. L’85% della produzione di MDF viene esportata. Invece la maggior parte della produzione PAL è destinata al mercato locale. Il commercio di legname con la Romania viene spesso incoraggiato e pubblicizzato sotto diverse forme. Su internet abbondano gli annunci che pubblicizzano “affari con il legno in Romania”, così come sono molteplici gli annunci che invitano a recarsi a caccia nelle belle foreste del Paese. Mentre per i cacciatori europei la Romania è diventata un vero Eldorado, la mancanza di rispetto per l’ambiente continua a produrre danni tanto che, continuando su questa strada, in pericolo di “estinzione” sarà perfino l’ossigeno. Il Governo ogni anno s’impegna a fissare una quota di alberi che può essere tagliata (per l’anno in corso, per esempio, è pari a 12,6 milioni metri cubi di legname) ma il vero problema, ciò che preoccupa maggiormente, non sono le quote consentite per il disboscamento, bensì la fragile soglia tra la legalità e l’illegalità. Soglia che viene scavalcata, facilmente e spesso con “l’aiuto” delle autorità, da parte dei trafficanti di legname. osservatoriobalcani.it

I mercenari "Alfa" di Bianca Cerri 30 Jun 2004 I Border Agents, vigilantes di frontiera, si parlano tra loro attraverso i walkie talkies come bambini che giocano a fare gli agenti segreti. Spesso si lamentano delle politiche per l’immigrazione di Bush che considerano troppo permissive anche se è noto che tra il 2002 ed il 2003, solo alla frontiera tra Messico e Arizona almeno 150 persone hanno perso la vita tentando di attraversare il confine. I vigilantes di frontiera vengono assoldati da apposite agenzie per arginare l’entrata di nuovi immigrati. Una di queste agenzie risulta essere di proprietà di un reduce della prima guerra del Golfo cui è stata affidata anche la sorveglianza dei campi dove i clandestini vengono portati con la forza. Gli uomini in forza alla Foote ammettono apertamente di odiare gli immigranti e spesso si sostituiscono alla legge usando metodi drastici. I gruppi umanitari li hanno spesso accusati di aver usato la tortura per mantenere l’ordine. Un’altra agenzia che ha alle sue dipendenze uomini da appaltare come “vigilantes di frontiera” è la Simox. Pubblica anche un giornale stampato con caratteri che ricordano quelli delle insegne del Far West. Le pagine sono interamente dedicate alla lotta contro l’immigrazione e ogni tanto i redattori perdono il distacco professionale riferendosi ai clandestini come “criminali incalliti”. L’operazione per arginare l’arrivo di nuovi immigranti venne messa a punto negli anni novanta e porta il nome di “Controllo alle Porte”. Per evitare nuove morti, alcuni gruppi umanitari vanno a lasciare taniche d’acqua lungo le rotte seguite dai disperati in fuga dalla miseria affinchè chi si smarrisce nel tentativo di entrare negli Stati Uniti possa almeno sopravvivere. Ai confini tra Messico e Texas, altri mercenari sono impegnati nell’operazione Rio Grande. Secondo le autorità, che spendono 700 milioni di dollari l’anno assoldando i vigilantes per controllare l’immigrazione, l’operazione Rio Grande avrebbe ridotto il tasso di criminalità. Per salvaguardare la “qualità della vita degli abitanti”, che potrebbe essere compromessa dall’arrivo di indesiderati, i sindaci, i capi della polizia e i cittadini stessi, non badano a spese quando si tratta di acquistare filo spinato elettrico, macchine per pattugliare i valichi e dispositivi elettronici anti-immigranti. Intanto, aumenta il numero di coloro che affogano nel Rio Grande nel tentativo di raggiungere il Texas o che, una volta guadato il fiume, muoiono di sete e disidratazione nel deserto della “ranchland”. I sistemi adottati per contenere l’immigrazione preoccupano molti gruppi umanitari. Le troppe morti e l’eccesso di sistemi arbitrari per impedire l’ingresso ai clandestini potrebbero, tra l’altro, aver solo costretto gli immigranti a cambiare rotta ma non a desistere dai loro propositi. Si calcola che almeno cinque milioni di persone siano entrate negli Stati Uniti senza visto. Per la verità, almeno la metà aveva un visto temporaneo ma non ha lasciato il paese alla scadenza del visto. I metodi dei mercenari che danno la caccia agli immigrati si stanno facendo intanto sempre più sofisticati. Le agenzie che appaltano i “Border Patrols” evitano di affrontare il tema del costo umano delle operazioni anti-clandestini. Tra l’altro, nessuno calcola che molti immigranti senza permesso di soggiorno si trovano già da tempo oltre il confine. In un rapporto dell’Università del Texas pubblicato con il titolo di “Morte alla Frontiera”, uno studioso si è chiesto quante morti saranno necessarie prima che il governo USA si decida a rivedere i metodi di controllo. La Lega per l’Assistenza alle Comunità Rurali è anch’essa contraria alle pattuglie armate dei mercenari della frontiera. Il governo pur di non fare i conti con una politica seria sui temi dell’immigrazione, l’ha sostituita con le armi. A El Paso circola un gran numero di pattuglie anti-immigranti. Le agenzie hanno almeno raddoppiato gli agenti. In alcuni casi, li hanno addirittura triplicati. L’atmosfera è quella di un paese in assetto di guerra. Nelle 25 miglia che separano il Rio Grande dal primo centro abitato vagano almeno 100.000 agenti. Gli abitanti non si lamentano, visto che le autorità hanno assicurato che sono lì per la sicurezza di tutti. Ovviamente, non per quella degli immigranti, che continuano a morire. Si tratta di morti bianche a tutti gli effetti perchè non vengono neppure registrate dalle autorità. In queste zone, i diseredati devono morire in silenzio: ne va di mezzo la qualità della vita.... Bianca Cerri b.cerri@reporterassociati.org

Missing. L¹informazione è stata rapita sui ballottaggi L¹assenza, domenica notte, di Emilio Fede ci ha privato del gioco delle ³bandierine² e ha deluso. La contemporanea mancanza di Bruno Vespa sostituito su Rai 1 dalla registrazione di un¹opera lirica spiegata da Antonio Lubrano ha incuriosito. La coincidente sparizione del sorriso ingenuo di Enrico Mentana. pur lasciando indifferenza, ha allarmato. L¹accanimento di Rai 2 e Italia 1 sul calcio che è stato lungo, tortuoso, scadente, a corto di argomenti ha stroncato: la televisione sembra aver ormai mangiato l¹anima dello sport più bello del mondo dando fiato ad un campionario impressionante di bestie e cambiandone persino le regole. I tempi stretti di Mannonisu Rai 3 hanno, infine, confermato che su tutto l¹apparato dell¹informazione televisiva (ivi compreso su La 7 dove non si sono visti Ferrara, Palombelli e Lerner) ha gravato un diktat chissà come espresso, trasmesso, inoltrato teso a ridimensionare, sottacere, sminuire, raffreddare, scolorire, minimizzare la portata e l¹importanza dei ballottaggi che hanno interessato più di un terzo dell¹elettorato del nostro paese. L¹evento che è senza alcun precedente, illustra il controllo totale, netto, innegabile del Presidente del Consiglio sulla informazione televisiva. La tecnica va molto oltre quella della vecchia velina del Minculpop e si avvicina a quella della saga di Matrix. Stiamo rischiando, infatti, di lasciare la vita reale per introdurci in un reality show opportunamente costruito per precluderci la possibilità di un qualsiasi diverso parere. Domenica notte per la prima volta la TV pubblica e quella privata hanno, insieme, quasi cancellato la sconfitta elettorale del Grande Fratello che, comunque, resta ed è pesante. duemilasereno.it


giugno 29 2004

IRAK VIRTUALE, IRAK REALE - di Giulietto Chiesa A volte, leggendo i giornali, mi capita di pensare che il "virtuale" sta davvero diventando più potente del "reale". Vedi il caso del cosiddetto trasferimento dei poteri al governo iracheno. La settimana scorsa abbiamo assistito al "trasferimento" addirittura anticipato di due giorni rispetto alla data fatidica del 30 giugno. I titoli dei giornali di tutto il mondo, o quasi, hanno magnificato l'evento. "Il popolo iracheno ha riavuto il proprio paese", ha dichiarato il presidente Bush. Poi, parlando ad Ankara, alla riunione della Nato, facendo il surf sulle ondate di ridicolo, ha dichiarato che "la coalizione guidata dagli Stati Uniti ha portato avanti la causa della libertà, della pace e della sicurezza". Milioni, miliardi di lettori, di telespettatori, adesso dovrebbero essere sicuri che tutto è a posto. La guerra è finita, la sovranità irachena è stata ricostituita. Trionfo del virtuale, dello spettacolo, dei sogni. Intermezzo pubblicitario di quindici minuti. Dopo il quale ricominceranno le esplosioni, i morti dilaniati, i rapimenti, le decapitazioni, gli ammazzamenti dei soldati americani e della "coalizione". Cioè il reale dovrebbe avere il sopravvento. Ma non lo avrà, perché sarà il virtuale a decidere quanto e cosa devono sapere i miliardi di lettori e di telespettatori cui abbiamo sopra accennato. Naturalmente non è sempre così. Per esempio il presidente Bush aveva dichiarato finita la guerra quel giorno fatidico in cui si era fatto portare sulla famosa portaerei, ed era stato ritratto da tutte le tv del pianeta con la scritta, alle sue spalle, "missione compiuta". Tutti ci avevamo creduto. Ma solo per qualche settimana. Poi cominciò la gragnola di attacchi, la rivolta popolare, l'esplosione di attentati terroristici. Tutto troppo grande per essere tenuto nascosto sotto una coperta di notizie virtuali. Ci vollero mesi e quasi mille morti americani per far emergere che la guerra non era affatto finita, che la missione non era stata completata. Eppure gli sforzi erano stati giganteschi. I lettori americani non avevano visto nemmeno le bare dei morti che ritornavano a casa, coperte dalla bandiera americana. Nemmeno i giornali più paludati, i templi della leggendaria libertà di stampa americana avevano osato mostrare quelle fotografie. I numeri dei morti venivano dati, ma le immagini sono più dure da vedere. Ci vollero le foto delle torture ad Abu Ghraib per rompere il sudario del virtuale e richiamare alla realtà quella parte del pubblico americano che legge i giornali. Adesso temo che accadrà la stessa cosa: per qualche settimana tutti penseremo che la guerra è di nuovo finita e che il governo di Iyad Allawi è un vero governo. Il virtuale avrà cioè di nuovo il sopravvento. Poi il rumore delle esplosioni risveglierà tutti e dovremo ricominciare. Ma in realtà occorre dire che il virtuale vincerebbe nuovamente, perché potrebbe convincerci agevolmente che i rumori che sentiamo non sono quelli delle bombe ma quelli dei festeggiamenti. E i morti, specie quelli iracheni, è sufficiente continuare a non farli vedere in tv, come si è fatto fino ad ora. Se non fosse che viviamo in un'epoca di strane contraddizioni. Perché, almeno per ora, prima che le chiudano, ci sono le televisioni dei "perdenti", le anomalie del tipo Al Jazeera, o Al Ahrabija, che raccontano un'altra storia, con le loro immagini. Anche loro sono parte del virtuale, ma di un virtuale riottoso, che rifiuta di sottostare alle regole dell'immensa "fabbrica dei sogni" nella quale siamo tutti immersi da mattina a sera. E, colmo della stranezza, quelle immagini virtuali diventano merce buona da vendere e da comprare. Il mercato impone anche qui la sua legge, almeno per ora, s'intende. E allora anche il virtuale dell'Occidente è costretto a seguire, con fatica, con fastidio, le orme di un virtuale che dà conto del reale. Un bel guaio per la CNN e per FOX tv . Il fatto è che, nella disputa incessante tra virtuale e reale, s'inseriscono , senza saperne niente, le genti irachene. Le quali non badano per nulla a cosa le tv vorrebbero farci sapere, a noi che abitiamo a Mosca e a Roma, a Parigi e a Londra. Loro vanno avanti per la loro strada polverosa e piena di dolore, per cacciare gli occupanti del loro paese. Il virtuale può solo nasconderne l'esistenza. Ma esse esistono. Giulietto Chiesa * L'articolo apparirà sul prossimo numero del settimanale russo Kompania. megachip.info

Condominio delle Libertà. Spigolature...per rinfrancare lo spirito fra un voto e una burletta Prima delle elezioni... ************* MENTRE BONDI E’ SCANDALIZZATO PER VELTRONI A MILANO…. VIA VAI DI MINISTRI A SOSTEGNO DEL SINDACO DI CAPANNORI (LU) AGLI ARRESTI DOCILIARI PER TANGENTI…. Il sindaco forzista di Capannori (Lucca), Michele Martinelli sarà processato il 12 luglio prossimo. L’esponente politico è agli arresti domiciliari dal 5 maggio scorso insieme ad un professionista e al re dei fiori secchi della zona per una presunta mazzetta da 100 mila €uro per far diventare edificabili 20mila ettari di un terreno agricolo. Nell’attesa del ballottaggio sono stati diversi i ministri del governo Berlusconi che sono andati a Capannori per appoggiarlo: mercoledì sera c’era Carlo Giovanardi, e poi è stata la volta di Giuliano Urbani…mentre Bondi si scandalizzava per Veltroni a Milano…. *********** IL 7 GIUGNO A PADOVA BERLUSCONI, PRESIDENTE TRAMVIERE … PASSATE LE ELEZIONI (PERSE DALLA CDL) SI SCOPRE CHE IL TRAM DEVE RITORNARE A STRASBURGO PER I COLLAUDI… PIU’ CHE MEZZO DI TRASPORTO….MEZZO DI PROPAGANDA! Era il 7 giugno scorso quando Silvio Berlusconi, novello presidente tranviere, si appollaiava al posto di guida per l’inaugurazione del nuovo tram su pneumatici della città di Padova, per dare una mano elettorale (ahimè inutile) alla sindaca Giustina Destro, sconfitta poi clamorosamente. Nell’occasione il Berlusconi scherzava con i cronisti “…sono nato da un amore tranviario…Sono un presidente operaio perché mi piace far partire opere concrete nel nostro Paese…” Passate le elezioni, ecco la verità: il tram dopo la parata deve tornare a Strasburgo, sua patria natale, per essere sottoposto alle prescritte 5.000 ore di collaudo che sono a cura della ditta costruttrice (Translhor) e da svolgere sulla propria pista sperimentale. Insomma il Metrobus di Padova, più che un mezzo di trasporto è stato un mezzo di propaganda….. *********** A SARZANA (SP) AI DIRIGENTI MEDIASET NON PIACCIONO LE BANDIERE DELLA PACE E DEI DS… VIA PER LE RIPRESE DELLA TRASMISSIONE “VELINE” …MA I DIESSINI RISPONDONO PICCHE Qualche giorno fa nella cittadina di Sarzana (SP) – con il 70% al centrosinistra - si sono svolte le riprese della trasmissione tv “Veline” condotta da Teo Mammuccari. Una decisione che aveva già diviso il centrosinistra 1 mese fa al momento di decidere l’iniziativa che è costata alle casse comunali 40mila € (contrari la Margherita, il vicesindaco, e l’assessore alla cultura). Tanto che la vicina città di Carrara aveva sdegnosamente rifiutato l’ospitalità di una manifestazione così frivola. Luogo prescelto per la manifestazione televisiva, piazza Matteotti. Per esigenze televisive gli inviati di Mediaset hanno chiesto al Comune di togliere la bandiera della pace, che si trovava sulla facciata del Municipio. Cosa che è avvenuta. Stessa richiesta è stata avanzata ai Ds locali, che hanno anch’essi la propria sede in piazza. Ma la risposta è stata di tenore diverso, il segretario DS Alessio Cavarra: “Non esiste alcun motivo che giustifichi la richiesta della produzione di levare la bandiera dei Ds che è esposta 365 giorni all’anno da 60 anni. Ha una sua storia che merita rispetto. Se le telecamere non le vogliono riprendere, che non le riprendano e basta… Le bandiere della Quercia e della Pace c’erano prima di Mediaset e ci saranno dopo…. *********** VOTA ANTONIO, VOTA ANTONIO…. IL SINDACO FORZISTA DI ROVIGO MANDA SMS ELETTORALI DAL TELEFONINO DEL COMUNE….APERTA INCHIESTA Chi di sms ferisce, di sms perisce…. “Per le provinciali vota Forza Italia e vota Marangon. Per le europee vota Forza Italia e scrivi come preferenze Lisi e Crollo. E’ un invito libero ma con amicizia. Grazie e saluti. Paolo Avezzù” Questo è il testo del sms che cittadini di Rovigo hanno ricevuto la qualche ora prima che si votasse il 12 giugno scorso. Il mittente è Paolo Avezzù, sindaco forzista di Rovigo, che quanto pare ha utilizzato il telefonino di servizio del Municipio. Sulla vicenda ha aperto un’inchiesta la Procura della Repubblica. Il sindaco per giustificarsi ha detto: “ho scritto il messaggio sul cellulare del Comune, ma l’ho inviato poi al mio telefono personale per distribuirlo. Non capisco perché sia venuto fuori il numero del cellulare del sindaco, forse con l’inoltro resta quello originario…non me ne intendo…” A quanto pare gli sms inviati sarebbero stati circa 200, si tratterrebbe di un costo di circa 25 €uro. Il problema non è economico ma di metodo: si è utilizzato un mezzo pubblico per propaganda elettorale. Mandiamo anche noi un sms, al sindaco Avezzù: “Pregasi spiegare”…. ************ A CIVITA CASTELLANA (VT) VOLANTINO BURLA PER IL PDCI… PIU’ SESSO PER TUTTI… Un vigilia di ballottaggio molto calda a Civita Castellana (Vt), anzi hard… Nei giorni scorsi è girato un volantino con il simbolo del PdCI, di invito al voto e con il programma elettorale. Tutto serio fino ad un certo punto dove si legge: “Acquisizione del Cinema Florida come punto di aggregazione ricreativo per giovani e meno giovani a allestimento di un teatro con spettacoli di varietà e hard (spogliarelli e altri spettacoli per soli adulti”…Aiutateci affinché i progetti non rimangano una promessa ma una realtà concreta…da toccare con mano.” I comunisti italiani hanno smentito, anzi hanno annunciato querele… Un vero e proprio giallo/burla… aprileonline.info

«Berlusconi perdente, pericolo incombente» Per sicurezza, meglio le elezioni politiche anticipate. Intervista ad Alessandro Amadori, autore di «Mi consenta» MANUELA CARTOSIO Alessandro Amadori ha analizzato il Berlusconi trionfante (Mi consenta, edizioni Scheiwiller). Il Berlusconi perdente lo fa contento e, nello stesso tempo, lo preoccupa. La percezione di sé come «assoluta eccezione» non contempla la possibilità d'essere sconfitto. Per negare la realtà, per costruirsi una via di fuga alla sua altezza, il cavaliere «accelererà» sulla riforma costituzionale. «Meglio fermarlo prima, con le elezioni politiche anticipate». Non sono un ras né un padrone, ma sono l'unico che riesce a tenere insieme la Casa delle libertà. Tutti gli alleati sono indispensabili, ma io lo sono di più. Le dichiarazioni da Istambul di Berlusconi oscillano tra il falso buonismo paternalista e il delirio di onnipotenza. Ma come sempre è il secondo a prevalere. La battuta sul Berlusconi bis - «mi servirebbe un secondo Berlusconi per fare tutto ciò che va fatto» - dice che il cavaliere non vede altra soluzione che un suo clone. Non lo sfiora neppure l'idea d'essere lui il problema. E' vero che senza il suo cemento la Casa delle libertà crolla, ma se si sta disfando è proprio perché lui si è logorato. E allora come reagirà? Accelererà sulla riforma costituzionale, anche se questo è il terreno di massimo attrito dentro la maggioranza. Come minimo vuol diventare presidente della Repubblica. Ma l'idea di restare a palazzo Chigi con poteri di vita e di morte sul parlamento e sulle coalizioni, di sovvertite l'assetto istituzionale, non l'ha accantonata. Per questo sono inquieto. D'accordo, quindi, con Bertinotti che dice che la legislatura deve finire prima del 2006? Sì, perché un Berlusconi con le spalle al muro fa correre qualche brivido lungo la schiena. La realtà non può andare in modo diverso da quello che lui vuole. Se lui accelera, l'opposizione non deve dargli il tempo di realizzare quel che ha in mente. Si comincia dicendo che rinviare le elezioni regionali sarebbe normale e non si sa dove si finisce. La prima spia dell'incombente sconfitta politica di Berlusconi è stato il flop come «grande comunicatore». Il suo modo di comunicare è diventato barocco, la ripetizione prevedibile e liturgica di un canone. Le menti si catturano con le differenze non con le costanti. Di qui la noia che fa cambiare canale e precipare gli ascolti. E poi sempre la solita merce, lui, e di non eccelsa qualità. Il pubblico è andato in overdose e ha reagito. Ha perso Berlusconi o ha vinto il centro sinistra? Alle amministrative il centro sinistra ha sicuramente vinto per meriti propri. Aveva candidati di qualità, programmi, alleanze solide. Quel che gli manca ancora su scala nazionale. E infatti alle europee Berlusconi ha perso, ma il centro sinistra non ha vinto. La vittoria di Penati alla Provincia di Milano segna davvero un'inversione di tendenza? E' sicuramente un dato politico di rilievo nazionale. Ma non è la garanzia che il centro sinistra conquisterà a breve Palazzo Marino e il Pirellone. Gli elettori non sono più un parco buoi, molti cambiano voto a seconda del tipo di consultazione e la variazione è massima per l'elezione del sindaco. Ombretta Colli ha sicuramente pagato l'astensionismo incrociato della Lega da una parte e di An e Udc dall'altra. La signora però ci ha messo parecchio del suo per perdere. La campagna elettorale della Colli merita l'Oscar dell'autolesionismo. Ha scimmiottato Berlusconi, dando dell'oscuro burocrate comunista a Penati. Almeno dopo il primo turno avrebbe dovuto cambiare registro. I 900 mila voti presi da Penati al primo turno ne hanno fatto un uomo di successo. E Milano guarda al successo. Continuando a ripetere la litania del travet di Sesto San Giovanni la Colli non si è messa in sintonia con i milanesi. Le provinciali di Milano dicono che essere un politico di professione non è più un handicap. ilmanifesto.it

Il futuro della Lista unitaria PIETRO SCOPPOLA da Repubblica - 29 giugno 2004 Una federazione dei quattro partiti della lista unitaria: questo sembra il primo risultato possibile del largo dibattito che si è aperto nel centrosinistra dopo la lettera di Romano Prodi a Repubblica del 15 scorso. Non è una conclusione da poco, che anzi appare tanto più significativa in questi giorni, di fronte alla crisi vistosamente aperta nel centrodestra. La proposta della federazione, purché seriamente attuata, si muove coerentemente entro la logica bipolare e vuole salvarla dalla deriva cui essa è esposta dopo il drastico ridimensionamento, nel polo di centrodestra, della leadership di Berlusconi. L´elemento che più ha bipolarizzato, sin qui, il sistema politico italiano ? bisogna riconoscerlo ? è stato rappresentato proprio dalla presenza dominante di Berlusconi sulla scena politica. L´appannarsi di questa presenza, che è ormai sotto gli occhi di tutti, non può che riaccendere nostalgie proporzionaliste, nel centrodestra come nel centrosinistra. È lecito discutere del ritorno al proporzionale; ma sarebbe penoso scivolare nel proporzionale solo perché il polo di centrodestra è entrato in crisi e perché le forze di centro sinistra non sono capaci di dar vita a un soggetto in grado di innervare un sistema bipolare. La creazione di un soggetto di centrosinistra di tipo federale, che non sia una semplice coalizione elettorale, è la condizione per lo sviluppo del bipolarismo in Italia. Ma detto questo occorre subito aggiungere che la federazione è solo un primo passo rispetto a quello che nella lettera del 15 giugno veniva proposto. La proposta di Prodi è stata troppo sbrigativamente liquidata dai critici, debolmente difesa dai sostenitori, nel corso di una discussione tanto appassionata quanto disattenta ai contenuti del documento cui Prodi stesso faceva esplicito riferimento; il documento stesso non è stato neppure pubblicato da giornali di grande diffusione. Quel documento, che si intitola "Proposte per una costituente dell´Ulivo", è nato, come Prodi nella sua lettera non manca di sottolineare, da un gruppo di lavoro istituito per iniziativa dei partiti dell´Ulivo e di alcune fra le più significative associazioni che all´Ulivo fanno riferimento. La proposta di Romano Prodi non era insomma una invenzione estemporanea per far fronte agli esiti, né negativi né esaltanti, delle elezioni del 13 giugno, ma la conclusione di un processo che si era aperto subito all´indomani della sconfitta del 2001 sotto la pressione di una base delusa e rabbiosa: abbiamo dimenticato l´invettiva, perfino crudele, di Nanni Moretti a piazza Navona? Invece molti commenti hanno letto la proposta in chiave partitica come se essa rispondesse a disegni più o meno confessati di ridefinire il rapporto fra i partiti. Ma l´obiettivo che la proposta di costituente si proponeva non era quello di rimettere in discussione il passo certamente positivo fatto con la lista unitaria, o quello di fare una concessione, come molti hanno ipotizzato, ai piccoli partiti per un generico ambrassons-nous così da riaprire il tormentone di una costruzione dell´Ulivo in cui tutti hanno diritto di parola e di veto. L´obiettivo era e rimane un altro e tocca il rapporto dei cittadini elettori con i partiti: la proposta nasceva dalla coscienza della crisi di questo rapporto, da quando sono venute meno le rigide identità ideologiche del passato, e tendeva a sperimentare nuove forme-partito capaci di coinvolgere più direttamente la partecipazione degli elettori. Giuliano Amato, nella sua ultima intervista a Repubblica, pur valorizzando l´idea della federazione, apre uno spiraglio verso un futuro diverso quando avverte che «forse il prodotto finale non somiglierà molto ai partiti così come sono stati descritti nei manuali del ventesimo secolo». Cardine della proposta, come la lettera di Prodi, riprendendo la sostanza del documento poneva in luce, era quello di dar vita agli "albi degli elettori" in cui iscritti e non iscritti ai partiti si sarebbero mescolati. Un nuovo rapporto base-vertice era visto come premessa della costruzione di un soggetto politico federale capace di raccogliere partiti e forze riformatrici radicate nella storia e nella società italiana. Nella sua lettera Romano Prodi si rivolgeva ai partiti perché dessero vita "da subito" ad un comitato promotore della costituente e, con grande audacia, si rivolgeva direttamente ai cittadini perché ponessero mano alla formazione della liste degli elettori dell´Ulivo. Tutto questo può utilmente presupporre il passo della federazione, ma è molto di più di essa e non può essere disatteso senza una pesante caduta di credibilità del centrosinistra nel suo insieme. E non si dica che ai cittadini interessano i programmi dei partiti, i famosi contenuti e non le forme organizzative dei partiti; perché primo contenuto di una politica nuova, di fronte ad una realtà fatta tutta, a destra come a sinistra, di promesse non mantenute e di speranze deluse, è proprio quello, per il cittadino italiano, di essere chiamato a contare e a decidere. La speranza dunque è che il passo di oggi non precluda gli sviluppi di domani, e che si apra una discussione feconda nel centrosinistra, sulle sue prospettive di sviluppo e sui suoi contenuti al di là di ogni rigido schematismo. -------------------------------------------------------------------------------- Ds Milano - Rassegna stampa

Miracolo a Milano: ritorna la politica di Nando Dalla Chiesa In alto i cuori. Ma le menti non siano da meno. La caduta del berlusconismo nel cuore dell’impero riempie di gioia chi ha visto e sentito ogni giorno che cosa fosse quell'ideologia al potere. Ma deve anche suggerire qualcosa ai vincitori, spingerli a riandare in assoluta autonomia mentale alle condizioni grazie alle quali hanno ottenuto un successo che appariva a molti proibitivo. Certo, siccome le partite si giocano in due, i meriti di chi vince vanno sempre accostati alle colpe di chi perde. E dunque bisogna dire che finalmente, dopo un decennio di vento contrario, di vento irascibile e impetuoso, il centrosinistra ha incontrato un berlusconismo floscio e trafelato, logoro, privo di smalto e di energie. Si è chiuso probabilmente un ciclo, è finita un’ubriacatura collettiva che ha fatto credere agli asini che volano nella capitale dell’economia e della scienza. Si è chiuso il ciclo perché le promesse mirabolanti non trovano più ascolto, nemmeno quella della riduzione delle tasse è servita a portare al voto masse sfiduciate e impoverite. Si è chiuso il ciclo perché non è più possibile appoggiare la mano sulla spalla di un candidato o di una candidata, blandirlo con due battute da crociera sotto i riflettori e trasformarlo in sindaco, presidente di provincia o senatore. A Milano l’astensionismo è stato anche rifiuto consapevole di votare quella specifica persona, una candidata che aveva gestito la provincia con una prepotenza sconcertante. Si è chiuso il ciclo perché non bastano più l’anticomunismo demenziale (Colli: «I comunisti sono sempre andati al potere uccidendo e togliendo la libertà») o l'appello alla mobilitazione democratica contro "la sinistra" per portare in massa la propria gente alle urne o per fare considerare un pericolo pubblico un cortese signore dalle idee riformiste. Si è chiuso, ancora, un ciclo perché non bastano più la notorietà o la popolarità acquisiti nel mondo dello spettacolo per vincere a man bassa nei contesti più avanzati. La politica è tornata a essere un'altra cosa. Il centrosinistra ha incontrato queste tendenze. Ma ha avuto anche dei meriti, sui quali riflettere. Già, perché le donne e gli uomini che hanno vinto domenica notte spezzando il granitico blocco di potere operante da anni in Lombardia sono gli stessi, ma proprio gli stessi, che lavoravano nei partiti e nelle istituzioni nello scorso autunno. Quando cioè il minimo che capitasse di sentir dire sulla politica a Milano nella borghesia intellettuale e delle professioni era che a Milano la politica era morta, che non c'era nessuno, che ci sarebbe voluto un leader come Cofferati, che in quella desolazione umana si sarebbe stati costretti a "tenerci questi qua" per oltre vent'anni. Chi invece stava in consiglio comunale o provinciale o nei consigli di zona, chi cercava faticosamente di riorganizzare le strutture di partito e un'opposizione costantemente penalizzata sull'informazione, chi sapeva che si stava lavorando e si sentiva sempre chiedere in tono di rimprovero "ma voi dove siete? non vi si vede, vuol dire che non sapete comunicare", ha avuto un grande merito: quello di non cedere al berlusconismo che si era infilato dentro di noi sotto mentite spoglie. Le vittorie che si ottengono con il leader carismatico (e un po' magico) che da solo "fa" lo schieramento (anche l'altra notte serpeggiava qua e là l'inquieto e disperante interrogativo: "sì, ma alla Regione chi candideremo? non c'è nessuno..."). L'esistenza materiale di persone e fatti stabilita solo dalla loro rappresentazione mediatica. La politica che viaggia tra comunicati stampa e spot. L'idea maramalda che la sinistra, essendo minoranza, sbaglia per definizione: che rida o che pianga, che canti o sia seria, che stia con gli ultimi o si preoccupi dei ceti medi, che vesta elegante o vesta ordinario, che abbia le bandiere o non le abbia, che faccia le conventions o sudi nei mercati. Ecco, se dovessi andare al fondo del "segreto" della vittoria di Milano, direi che esso è stato il rifiuto del berlusconismo che "è dentro di noi" nella città più pervasa dalla mentalità dell'imperatore. Senza antagonismi gridati, senza avere nessuno Zapatero da sbandierare, senza il carisma di Cofferati o la fantasia brillante di Veltroni. Ma avendo una persona saggia, pragmatica e ricca di esperienza amministrativa. E il merito di molti è di averla saputa accompagnare nel suo lungo viaggio contro la straripante "popolarità" della Colli attraverso un gioco di squadra fiducioso nelle proprie possibilità, con una litigiosità tendente a zero e un affiatamento tra le persone nato in tante battaglie comuni. Soprattutto ha contato la convinzione che il centrosinistra dovesse reimparare a parlare con i cittadini, dovesse trovarsi non nelle proprie cooperative o nei propri circoli con i fedelissimi ma all' aperto, dove è sempre in agguato il fischio o il dileggio ma dove si parla anche solo per un minuto con la gente sconosciuta e che non si incontra mai. Ha contato il principio, che è perfino etico-politico, che le campagne elettorali si chiudono in piazza senza paura di essere contati. Questa, incrociata con il declino del berlusconismo, e sostenuta dalla bontà dei programmi, è stata la forza di chi ha vinto. Una forza (e lo so che qui sfido il senso comune di molti politologi e commentatori) che si è proiettata anche nei dati dell'astensionismo. Già, l'astensionismo di chi prima votava per la destra e ora ha scelto di non confermarle il proprio consenso. L'astensionismo che viene normalmente messo sul conto delle critiche più severe (e talora saccenti) all'opposizione. Ma come, ci si rimbrotta, non vedete che degli elettori lasciano il centrodestra senza passare dalla vostra parte? Dovete preoccuparvi. Risposta: solo in parte. Perché se fossimo in un laicissimo e pacifico sistema bipartitico, si capirebbe. Ma come si fa a pensare, in un sistema così ideologizzato come quello dell'era berlusconiana, che un seguace del premier possa tranquillamente votare per quelli che lui stesso ha descritto o lasciato descrivere per anni come una banda di stalinisti complici di ogni atrocità della storia? Avrà o no una persona appena riflessiva bisogno di passare per una zona intermedia, nella quale fare decantare e risistemare idee e convinzioni, o immaginiamo gli elettori che si convertono fulmineamente cadendo da cavallo come milioni di San Paolo? L'astensionismo non nasce sotto i cavoli. Ma è -anche- il prodotto di una campagna di informazione e di denuncia che non è stata certo svolta dalle tivù del premier, bensì -soprattutto- dall'opposizione o dalla sua parte più vitale, in politica e fuori dalla politica. Milano sembra insomma il punto di arrivo di un lungo processo, fatto di tanti attori. Ma ha un punto di partenza nella scelta, compiuta nel 2002, di portare l'opposizione fuori dai recinti istituzionali -in cui si profilava il fantasma della dittatura della maggioranza- per fare appello alla forza più grande e profonda della democrazia quotidiana. Un processo che ha saputo svilupparsi per percorsi inclusivi. Nessuno fuori e dignità a tutti, secondo il motto di Penati. Solo che, diversamente da ciò che pensano molti sostenitori delle larghe coalizioni, l'ampiezza dell'alleanza non è entrata affatto in rotta di collisione con specifici progetti politici. La città di Milano ha visto infatti -rispetto alla provincia- risultati contemporaneamente più favorevoli per la presidenza di Penati e per la lista "Uniti nell'Ulivo". Le diatribe che siamo capaci di rispolverare a ogni pie' sospinto escono dunque ridimensionate da questa vittoria che cambia un po' l'Italia.. Per battere davvero le ubriacature bisogna essere totalmente sobri. Forse all'inizio non si vede. Poi si sente. unita.it

IL POLITOLOGO Draghi: il voto popolare ha abbandonato il centrodestra dal Corriere - 29 giugno 2004 Sicuro era sicuro. «Non avevamo dubbi che Filippo Penati sarebbe stato in vantaggio già al primo turno». La sorpresa, caso mai, è stata un’altra: «L’ordine di grandezza della vittoria». E per fornire una chiave di lettura del voto Stefano Draghi, docente di scienze politiche, diessino, si affida al settore di cui è un esperto: i flussi elettorali. Proprio lei, professore, l’aveva detto due settimane fa: la differenza al ballottaggio non la farà la Lega, ma l’astensionismo. «E così è stato. La somma delle preferenze non funziona. In questa tornata elettorale le condizioni economico-sociali hanno giocato un ruolo decisivo». Bertinotti ha detto che è stato il voto della «busta paga». E’ d’accordo? «Non a caso ho deciso di approfondire il rapporto tra reddito e voto, la loro correlazione». E cosa è emerso? «A una prima analisi, si può dire che le zone più povere hanno votato per il centrosinistra. Stavolta, i quartieri popolari hanno abbandonato il centrodestra». Questo come si spiega? «Con una serie di fattori. Primo tra tutti, la delusione dell’esperienza berlusconiana. Il centrosinistra è riuscito a portare al voto i ceti popolari, quelli più esposti negli ultimi anni sul fronte del caro vita, delle tariffe, dei ticket sanitari». Che cosa è mancato invece al centrodestra? «Sono mancate le condizioni di mobilitazione dell’elettorato. Non dimentichiamo poi che l’elettore leghista, del punto di vista sociale, ha le stesse caratteristiche di quello del centrosinistra. Perché avrebbe dovuto andare a votare la Colli?». La Lega, però, spiega la sconfitta accusando di scarsa attenzione sia An sia l’Udc . «La campagna elettorale contro la Colli l’ha fatta Albertini con lo scontro dei mesi scorsi». E’ il sassolino che si vuol togliere la Colli? «Probabile. Lo scontro Albertini-Colli è stata la campagna, in assoluto, più efficace che si potesse fare. Se un sindaco come lui, che ha un grande peso, ha raccolto tanti voti ed è, per di più, espressione del centrodestra, dice che la Colli non va bene, non c’è nulla di più forte e di più credibile». Alla fine però l’ha sostenuta? «Quando era troppo tardi. Ormai il danno era già fatto». Per lei ha perso la Colli o il governo di centrodestra? «Tutti e due. A Milano si è chiuso un ciclo. Quello dell’antipolitica. E dell’imprenditore di successo che ha deluso». E’ una crisi irreversibile? «Dipenderà molto dal centrosinistra. Comunque, credo di sì. Perché in questo voto c’è molto risentimento, manifestato dagli elettori restando a casa». Ma è davvero cambiato il vento del Nord? «Ha smesso di soffiare già da un paio d’anni. Il cambiamento ora ha preso più slancio». Tra un anno le regionali, nel 2006 politiche e comunali... «Il cambiamento non è effimero. Non si è trattato di un voto in libertà. E’ un risultato che punisce il centrodestra e non vedo come possa essere modificata questa tendenza. Albertini e Berlusconi ormai sono in discesa». Davide Gorni -------------------------------------------------------------------------------- Ds Milano - Rassegna stampa

RABBIA COLLI Per il rilancio chiederà a Forza Italia un posto di prestigio a Roma nel partito "Capire le ragioni del ko per guardare avanti" Ombretta, la nuova vita ripartirà dalla capitale RODOLFO SALA da Repubblica - 29 giugno 2004 Ha perso in casa, ma vuole rientrare al più presto nel gioco. A Roma. Governo, sottogoverno o partito, che poi sarebbe Forza Italia, li vede come via di fuga e possibilità di riscatto per lei, che ieri a mezzogiorno, ancora in pigiama e semiaddormentata (è andata a letto quando l´orologio segnava le sei del mattino), si definisce senza ironia «una disoccupata». All´indomani del suo giorno più lungo e difficile, Ombretta Colli sta chiusa in casa con la figlia Dalia e la mamma Franca, parla pochissimo e medita molto: «Sul voto di domenica è doverosa una riflessione, ma preferisco non rispondere a domande che in questo momento non possono avere risposte», allarga le braccia seduta sul divano preferito, quello accanto al camino, al primo piano della villetta bunker vicino a via Porpora, completamente ristrutturata dopo la scomparsa di Giorgio Gaber. Insomma: «Ora voglio capire, cercare le ragioni, valutare appieno ciò che è accaduto; non è solo un problema mio, ma se si vuole costruire una prospettiva fondata su una rinnovata fiducia nella coalizione moderata, è necessario partire da questi dati, rimboccarsi le maniche e guardare oltre». Poi l´affondo, che ha per primi destinatari gli amici di Forza Italia riuniti in viale Monza e che lei raggiungerà solo in serata: «Nessun dramma personale, ma credo sia necessario un rapporto più saldo con i cittadini per capire le loro ragioni, guardare fuori dalle porte di casa». È solo l´antipasto di quello che l´ex presidente della Provincia ha in mente di dire ufficialmente forse giovedì, in una conferenza stampa. Ed è dall´entourage strettissimo che viene fornita l´interpretazione autentica di queste parole buttate là nel bel mezzo di una giornata afosa e ancora troppo vicina alla Caporetto: «Ombretta vuole star fuori dalle faide interne che stanno paralizzando Forza Italia, e che certo non l´hanno aiutata a vincere; è convinta che le megastrategie elaborate dai partiti possono anche andare bene, ma fino a un certo punto: la cosa principale sulla quale misurarsi sono le esigenze semplici dei cittadini, troppo spesso trascurate dalla politica pura». Con questi pensieri la Colli si avvierebbe gambe in spalla verso la «fase tre» della sua vita di donna pubblica, impegnata nelle istituzioni: prima parlamentare europeo, poi assessore comunale e presidente della Provincia, adesso stella che brilla nel firmamento della politica nazionale. Con un ruolo e un profilo abbastanza autonomi, il più possibile vicini al berlusconismo degli albori, quello del «fare» contrapposto al «teatrino della politica». È un suo desiderio, non un obiettivo a portata di mano. Ma quella è la direzione di marcia. La mente corre a una delle diecimila promesse mancate di Berlusconi. Il premier l´aveva fatta ad Ombretta l´ottobre scorso: al termine di un faccia a faccia piuttosto teso, ad Arcore, le aveva offerto un posto da sottosegretario nel governo in cambio delle sue dimissioni dalla presidenza di Milano Mare. «Questione di settimane», aveva spiegato il solito Paolo Romani, numero uno di Forza Italia in Lombardia. Lei si era dimessa subito, come pretendeva il sindaco Albertini e chiedevano le opposizioni. È ancora lì che aspetta. Ma agguantare lo strapuntino governativo oggi sembra ancora più complicato. Un po´ meno ritagliarsi un ruolo da dirigente nazionale di Forza Italia (delega agli Affari sociali?) o magari al vertice di un ente, in attesa di rientrare nel giro vero alle Politiche del 2006, che se andassero bene potrebbero portarle in dono un incarico ministeriale. È soprattutto di questo che la Colli sembra abbia parlato durante le due telefonate più importanti di ieri: con Paolo Bonaiuti e Sandro Bondi. I quali, riferiscono gli amici della signora, l´avrebbero «incoraggiata a seguire questa strada». Sarà. Sta di fatto che tra i forzisti di stanza a Milano tira tutt´altra aria. Si vedono nel pomeriggio in viale Monza, riunione informale con Romani (assente il coordinatore provinciale Riccardo Pugnalin: malato) in un clima da «abbattimento generale», come riferisce uno dei presenti. Prima che lei arrivi, sembrano d´accordo solo una cosa: dare addosso a Luigi Cocchiaro, il fedele scudiero della ex presidente, l´uomo chiave di tutte le operazioni che portano il marchio Colli, a partire dal pasticciaccio della Milano Mare. Cocchiaro ci va giù duro: «Adesso deve cominciare la resa dei conti, è aperta la caccia ai colpevoli di questo disastro». Colpevoli che evidentemente si anniderebbero anche in Forza Italia, come tra l´altro fece capire l´Ombretta all´indomani del primo turno con l´ormai famoso «il partito mi ha abbandonata». La replica più gentile che si becca Cocchiaro è di un consigliere provinciale uscente: «Caccia ai colpevoli? Allora guardati allo specchio». Il resto sono critiche alla Colli: «Ha sbagliato completamente il tipo di campagna elettorale, e il primo errore è stato minacciare il ritiro a causa della defezione leghista e quindi firmare l´accettazione della candidatura solo allo scadere del termine». E ancora: «Si è isolata, non è mai stata davvero in mezzo alla gente». Fino a due domeniche fa, ché poi ci ha pensato il partito a prendere in mano il pallino, isolando lo staff elettorale della presidente. Con quali risultati, è noto a tutti. Solo Romani, dall´alto della sua posizione delicata, non infierisce: «Ma no, la povera Ombretta si è spesa tantissimo, e poi prima di lanciare accuse bisogna leggere bene il voto». Supplemento di riflessione: per una volta la Colli e Romani sono d´accordo. Ma dopo il tonfo di domenica sera, qualcosa si è incrinato tra la militante di ferro Colli e il suo partito. -------------------------------------------------------------------------------- Albertini: auguri, Penati. E lei si infuria Ancora una sfuriata contro Albertini. Ombretta Colli si presenta prima di cena in viale Monza e si lamenta con i forzisti: «Troppo calorosi gli auguri del sindaco a Penati». È una replica dura a quello che qualche ora prima aveva detto sindaco: «Ho telefonato alla Colli, ma lei non mi ha richiamato». E con Penati ha parlato? Risposta: «Sì, tutto bene». Due battute soltanto, in un dopo elezioni in cui il sindaco ha voluto tenere il basso profilo tenendosi alla larga dalla ridda di dichiarazioni politiche dopo l´esito del ballottaggio. Due battute che comunque dicono che la vecchia ruggine con la Colli ha lasciato il segno. Mentre con Penati il sindaco vuole cominciare un dialogo all´insegna della cortesia istituzionale. Ieri lui ha fatto il primo passo: la telefonata per Penati è partita da Palazzo Marino di prima mattina. -------------------------------------------------------------------------------- CERUTTI GINO Giambellino senza cuore Ha tradito Ombretta Povera Ombretta. Lasciata sola dalla Lega. Lasciata sola da Udc, An, Forza Italia. Forse anche dal sindaco Gabriele Albertini. Addirittura dagli elettori del centro storico. Persino gli amici del Giambellino l´hanno tradita, in questo fine settimana di ballottaggio, baciato dal sole e dalla sfortuna elettorale. È da non credere: nei seggi del Giambellino la povera Ombretta ha avuto solo il 47,64 per cento contro il 52,36 per cento di Penati e il 54,48 per cento delle 12 liste che la sostenevano. E dire che, nel suo libretto elettorale, aveva ricordato a tutti di essersi «sposata con Giorgio Gaber». -------------------------------------------------------------------------------- Ds Milano - Rassegna stampa

Le vecchie novità del voto europeo Gianfranco Baldini Al loro venticinquesimo compleanno, le elezioni europee non hanno detto molto di nuovo. Dall’analisi comparata, esce generalmente convalidato il modello di elezioni di "secondo ordine", individuato già all’indomani della prima votazione per il Parlamento di Strasburgo, nel 1979. L’Italia fa eccezione solo in parte: la partecipazione è aumentata rispetto al 1999 e non c’è spazio per partiti (solo) antieuropeisti. Infine, il voto porterà, forse, conseguenze importanti sulla composizione del governo. Si ripropone poi la discussione sul sistema elettorale, ma non vanno dimenticate le differenze strutturali tra il voto europeo e quello politico. Elettori europei in libera uscita. Fino a quando? Il modello delle second order elections (1) si basa su un confronto con le elezioni politiche. Rispetto a esse, il voto europeo tradizionalmente mostra: 1) bassa partecipazione elettorale, 2) risultati negativi per i partiti di governo; 3) generale successo dei partiti minori a scapito di quelli maggiori. Con poche e limitate eccezioni, il modello è valido ancora oggi, nell’Europa a 25. La percentuale complessiva dei votanti nei 25 paesi è stata del 45,5 per cento contro il 63 per cento del 1979 e il 49,8 per cento delle ultime elezioni del 1999. Una media di votanti del 30 per cento nei dieci nuovi paesi membri ha certamente contribuito a questo ulteriore calo. In ogni caso, i livelli di partecipazione al voto europeo sono vicini a quelli delle elezioni di mid-term negli Usa. E l’eccezione del Belgio, che registra oltre il 90 per cento di votanti, si spiega con l’obbligatorietà del voto, tanto che fin dal 1979 questo paese è in vetta alla classifica della partecipazione. Ma vediamo il secondo e più decisivo fattore, i risultati negativi dei partiti di governo. Le poche eccezioni al fenomeno (oltre alla Spagna, si segnala solo la Slovacchia) hanno una principale spiegazione, anche in questo caso non nuova: è l’effetto "luna di miele" rispetto al recente voto politico. Ne beneficia oggi Luis Rodriguez Zapatero, come nel passato ne hanno beneficiato Margaret Thatcher (nel 1979, tre giorni dopo il successo nel voto politico), o Silvio Berlusconi (nel 1994, due mesi e mezzo dopo la vittoria alle politiche). Queste elezioni hanno poi riproposto il successo dei partiti minori e di alcune liste di outsiders, che tradizionalmente si avvantaggiano dell’euro-scetticismo e di tematiche populiste.Grazie anche a sistemi elettorali proporzionali, sono state le elezioni europee a tenere a battesimo le due famiglie politiche più nuove dell’ultimo ventennio: i partiti neo-populisti con forti tratti xenofobi e i Verdi. Oltre a dare qualche notorietà a personaggi come Philippe de Villiers o Bernard Tapie in Francia. E si potrebbero citare molti altri precedenti ai recenti successi dell’Ukip di Kilroy in Gran Bretagna o della lista Martin in Austria. In ogni caso, non è ipotizzabile un riallineamento dei rispettivi sistemi partitici a causa di vittorie estemporanee e senza conseguenze sulla tenuta dei governi nazionali. Rimane però difficile stabilire quanto i risultati delle elezioni europee possano influire sulle successive elezioni politiche. Analisi dei precedenti cicli elettorali suggeriscono come il modello del second order (e quindi il voto in libera uscita verso l’astensionismo o verso un piccolo partito) sia tanto più valido quanto più consolidate sono, nelle menti degli elettori, le differenze tra le due elezioni. Laddove è chiaro che il voto europeo non influirà sulla tenuta del governo, i risultati possono portare a terremoti tanto forti quanto effimeri. Quando la posta in gioco sarà nuovamente il governo nazionale, gli elettori ritorneranno in molti casi alla casa-madre, a volte neppure scalfita dal sisma del voto europeo. Infine, è importante anche la tempistica: nelle democrazie maggioritarie, il modello del second order funziona meglio quando le europee si collocano attorno alla metà del mandato. E l’Italia? Come inquadrare l’Italia in questa prospettiva? È difficile spiegare in maniera univoca il leggero aumento (+ 2,8 punti percentuali) della partecipazione rispetto al 1999. Possono aver contato sia la mobilitazione indotta dal "Berlusconi contro tutti, alleati compresi", sia il clima internazionale e la forte polarizzazione presente nel nostro paese sul tema della guerra. Astensionismo a parte, il modello del second order sembra generalmente applicabile anche da noi. I partiti minori vanno meglio, il governo esce penalizzato (anche se non pesantemente) e l’assenza di partiti (solo) antieuropei si deve sostanzialmente a due fattori: la tradizionale debolezza dell’euroscetticismo in Italia (come segnalano periodicamente i sondaggi dell’Eurobarometro), e il fatto – oggi unico tra i paesi membri di lungo periodo – che questi sentimenti trovano rappresentanza nei partiti al governo (soprattutto nella Lega Nord, ma recentemente anche nella battaglia di Berlusconi e Tremonti contro Prodi e gli effetti dell’euro). Ma la domanda cruciale è un’altra: quanto è chiara, nelle strategie politiche dei partiti e nell’orientamento degli elettori, la differenza tra le elezioni politiche e quelle europee? A giudicare dalla discussione in corso sulla possibile nascita di un governo Berlusconi II, potrebbe sembrare non decisiva. Ma non dimentichiamo che la verifica era stata richiesta dagli alleati di governo già un anno fa, all’indomani della sconfitta alle elezioni amministrative. Piaccia o meno, ciò mostra nuovamente l’eccezione Berlusconi nel contesto europeo: il nostro è un governo di coalizione che ha concesso ministeri secondari agli alleati, penalizzando, in proporzione ai voti ottenuti, An e Udc a vantaggio della Lega Nord. E che non ha risposto alle successive richieste di riequilibrio, che pure caratterizzano in Europa anche governi monopartitici, laddove emergono scompensi negli indirizzi di policy. Per quanto riguarda gli effetti del sistema elettorale e gli orientamenti dell’elettorato, gli elementi fin qui discussi dovrebbero mostrare a sufficienza le differenze strutturali tra elezioni europee e politiche. (2) In ogni caso, l’auspicio di Massimo Bordignon è da condividere: sarebbe esiziale tornare al sistema proporzionale per le elezioni parlamentari dopo i passi importanti compiuti in questo decennio. Il fatto che questa richiesta giunga oggi in maniera esplicita solo da una parte minoritaria dei piccoli partiti usciti come veri vincitori dal voto europeo, dovrebbe in qualche modo tranquillizzarci. (1) Originariamente elaborato da K. Reif e H. Schmitt, Nine Second-Order National Elections: A Conceptual Framework for the Analysis of European Elections Results, in "European Journal of Political Research", 1980, vol. 8, n. 1, pp. 3-44. (2) In realtà anche l’importante analisi di A. Lijphart, Electoral Systems and Party Systems. A Study of Twenty-seven Democracies, 1945-1990, Oxford, Oxford University Press, 1994, compara in maniera inadeguata gli effetti dei sistemi elettorali tra elezioni europee e politiche, al fine di massimizzare il numero di casi. Per una critica sia consentito rinviare a G. Baldini e A. Pappalardo, Sistemi elettorali e partiti nelle democrazie contemporanee, Roma-Bari, Laterza, 2004. lavoce.info

Il viale del tramonto Il centrosinistra strappa alla maggioranza la provincia di Milano, ma anche Biella, Brindisi, Chieti, Novara, L'Aquila, Verbania. Ora governa su 52 provincie (erano 44) e 22 comuni capoluogo (erano 20). Al centrodestra 11 provincie (erano 19) e 8 comuni (erano 10). La Cdl non esprime più la maggioranza doppia (comune e provincia) in nessuna grande città italiana di Diario Clicca per ingrandire Commenta Invia Stampa Per rendersi conto di come sono andati i ballottaggi, non c'è metodo migliore che osservare i titoli del Televideo, una testata che nel silenzio generale è diventata da tempo più governativa del Giornale e di Panorama, messi insieme. Ieri notte, il primo titolo era più o meno: "Milano al centrosinistra". Il secondo: "Bergamo, Arezzo alla Casa delle libertà". Nella notte, forse in un sussulto di professionalità, il secondo titolo era diventato: "Vince il centrosinistra". Un'ammissione che dev'essere costata e che, come ormai è abitudine, viene data quando la gente è già andata a dormire. Stesso discorso vale per la scelta dei vari canali televisivi (tranne Rai3) di ignorare l'esito elettorale. Il primo dato eclatante è la vittoria nella Provincia di Milano, uno dei luoghi simbolo del potere di Berlusconi e della Lega. Il secondo è rappresentato dal dato generale: il centrosinistra governa in 52 province e 22 comuni capoluogo (prima del 13 giugno erano 44 provincie e 20 comuni), strappando al centrodestra, oltre a Milano, Biella, Brindisi, Chieti, L'Aquila, Novara e Verbania. Al centrodestra vanno 11 province (Sondrio compresa, dove il candidato della Lega ha vinto contro quello del Polo) e 8 comuni capoluogo (ma prima del 13 giugno governava su 19 province e 10 comuni). Ma il sintomo più impressionante di una crisi generale e geograficamente diffusa del berlusconismo, sta in questa immagine. Il centrodestra non esprime più una maggioranza doppia, in comune e provincia, di nessuna grande città italiana, tranne Palermo, Reggio Calabria e Trieste (queste ultime non proprio di primo piano). A Torino, Genova, Firenze, Roma, Napoli, Bologna, Bari, Venezia, Milano, Verona, Bari, Foggia, Cagliari, Perugia, Ancona, Bergamo, Padova, Parma (per citarne alcune) il centrosinistra è maggioranza in comune e provincia o, almeno, in una delle due

Leggere Lolita a Teheran e i risultati elettorali alla Rai Da Europa: la rubrica Lettere di Federico Orlando Leggere Lolita a Teheran e i risultati elettorali alla Rai Cara Europa, domenica sera avevo deciso di aspettare che la tv ci comunicasse i risultati dei ballottaggi (mi intrigava particolarmente Milano, per le ragioni ovvie). Nell’attesa, poiché non c’erano altri programmi che m’interessassero, ho cominciato a leggere il bel libro di Azar Nafisi sulla tirannia politico-religiosa di Khomeini, Leggere Lolita a Teheran, recentemente presentato a Roma. In mattinata, ne avevo letto un’interessante recensione di Pietro Citati su La Repubblica, di cui mi aveva colpito in particolare un passo: quel vecchio ayatollah allucinato, sessuomane e sessuofobo come tutti i tiranni fanatici, aveva enunciato “con gravità sacerdotale”, nei suoi Principi di politica, filosofia, società e religione, il consiglio ai suoi pashdaran di fare sesso con i polli: fu qui, scrive Citati, che Khomeini, in nulla diverso dagli altri tiranni del Novecento, «portò a un punto quasi irraggiungibile l’aspetto farsesco della sua rivoluzione (ogni rivoluzione è, in primo luogo, una farsa sinistra: Hitler, Stalin, Mao, Mussolini furono degli attori comici falliti)». L’enormità di questa tragica farsa, avicolo-sessuale, che ignoravo, ha molto ridimensionato la mia preoccupazione per l’autoritarismo farsesco dei nostri governanti e dirigenti tv, che veniva crescendo via via che i silenzi sui risultati del ballottaggio mi rendevano evidente che c’è in Italia un regime autoritario che ci nega l’informazione e ci costringe a cercarla per telefono o per internet. Un po’ come i polli, che Khomeini raccomanda ai suoi virili iraniani in vece delle donne. michele la gioia, bari La risposta di Federico Orlando Caro La Gioia, anche noi, a Europa, avevamo letto e recensito il libro, best seller in America e ora in Italia, della professoressa Azar Nafisi, fuggita dal suo paese per sottrarsi al medioevo degli ayatollah, delle loro leggi e dei loro crimini, e che insegna letteratura inglese alla Johns Hopkins University. Prima dell’esilio, aveva fatto scuola, nella sua casa di Teheran, a sette o otto fra le sue migliori studentesse dell’Università di Teheran, scampate ai plotoni d’esecuzione della mistica Repubblica. Con loro, legge e commenta alcuni grandi libri e autori della letteratura occidentale, Lolita, Il grande Gatsby, Austen, Fitzgerald, James, Virginia Wolf. Quelle donne riescono così a costruirsi un mondo dove le sole realtà sono quelle letterarie, con le quali dialogano, si confrontano e mantengono vivo e indipendente lo spirito contro il pensiero unico, Mein Kampf, Libretto Rosso, Legge islamica. Tutti i semi che l’intelligenza critica lascia cadere nelle coscienze esploderanno il giorno della liberazione. A Teheran come a Roma. Qui, nella domenica dei ballottaggi, in apparenza non c’erano ayatollah che imponessero ai cittadini di andare a letto con le galline anziché aspettare gli esiti del voto, ma vi avevano provveduto i guardiani della rivoluzione fin dalla vigilia, a viale Mazzini e a Saxa Rubra, nelle tv minori e perfino nelle radio libere, dove qualche santone continuava i gargarismi coi suoi sciroppi targati 1950. Ma non tutto il male viene per nuocere. Vedere gli Alberoni, i Veneziani, i Rumi impalati domenica sera al silenzio; i direttori dei telegiornali ridotti a biscardini dei pallonari del Portogallo o a magazzinieri di vecchi film per serate senza pubblico; immmaginare il presidente della Vigilanza Petruccioli e quello dell’Autority Cheli vestiti da commandos che scavalcano con le loro agili silhouettes gli sbarramenti anticarro dell’Eiar e impongono al gerarca censore di comunicare agli italiani i risultati dei ballottaggi, tutto questo ed altro, caro La Gioia, era più che un’illusione onirica, erano gli stessi fantasmi che le lezioni di Azar Nafisi accendevano nelle studentesse e che queste conservano per il giorno in cui scenderanno nelle piazze per la resa dei conti col regime. Solo che, invece di parlare a otto brave studentesse, come la signora Nafisi, la nostra Televisione ha parlato a otto milioni di italiani, che come lei o come me o come quelli che ci hanno telefonato esasperazione e ira, hanno accumulato altri barili di dinamite. Oggi milioni di italiani da Milano a Firenze, da Bergamo a Brindisi sanno che dall’Eiar non avranno nemmeno le brioches di un’informazione onesta, ma tutt’al più qualche polpetta avvelenata come quelle sul riepilogo dei dati, limitati al secondo turno in modo da occultare l’esito complessivo della prima e seconda domenica elettorale: e cioè che il centrosinistra ha vinto in 52 delle 63 province in cui s’è votato. Quella che Vittorio Emanuele Orlando chiamava “cupidigia di servilismo” alligna ancora fra di noi. Speriamo che qualche professoressa iraniana racconti i nostri anni bui, non potendo contare sui professori italiani, impegnati o no ad amministrare la Rai. articolo21

Decapitazioni. Senza testa anche chi guarda di Rita Guma Uno degli aspetti piu' truculenti e non etici ed anche stupidi della vicenda delle decapitazioni e' la diffusione mediatica che si da' a questi eventi. E' truculento e immorale divulgare gli ultimi momenti di un uomo trattato come un animale e sicuramente ribelle alla morte, e ad una morte tanto dolorosa, anche perche' molti guardano il video in modo morboso, e non vi e' in essi traccia di rispetto o disgusto, ma solo curiosita'. Solo che quello non e' l'ultimo film dell'orrore, ma la documentazione del momento in cui una persona vera viene uccisa in modo crudele e strumentale, ed anche le famiglie delle vittime si sono ribellate all'idea di quella morbosa curiosita', di qeull'ultimo sfregio fatto ai loro cari . E' anche stupido divulgare quelle immagini, dato che esse per molti non sortiscono l'effetto voluto dagli autori dell'efferata uccisione, sia per le circostanze che ho esposto sopra, sia perche' la divulgazione delle immagini e' molto spesso accompagnata da ignoranza diffusa e/o da propaganda contraria, per cui il risultato e' solo quello di aumentare l'odio verso gli Islamici in modo indistinto, mentre la Lega Araba ha condannato le uccisioni di civili e la Conferenza islamica ha condannato in particolare le decapitazioni di ostaggi. Dopo l'uccisione di Nick Berg trasmessa dal TG di Fede mi e' capitato di discutere con giovani dai 17 ai 20 anni, ma anche con qualche adulto. Sono emersi i seguenti fatti sconcertanti: -secondo i ragazzi Berg e' stato ucciso da islamici solo perche' ebreo, - nessuno aveva messo in relazione le torture di Abu Ghrab con la decapitazione, - era ritenuto normale che i prigionieri venissero maltrattati per farli parlare, anche perche' - se erano in prigione avevano certamente ucciso qualcuno o partecipato ad attentati - nessuno sapeva dell'esistenza di Guantanamo e delle condizioni fuorilegge in cui i prigionieri vi sono detenuti. Inoltre nessuno sapeva dell'efferatezza delle torture di Abu Ghraib ne' che alcune di esse avevano prodotto morti, ne' aveva mai visto le immagini delle torture, mentre pochi avevano qualche idea delle questioni petrolifere sottese alla guerra irachena. I ragazzi, dopo la trasmissione, hanno cercato il video della decapitazione su internet, visionandolo per curiosita'. Questo accade per persone non preparate, che non leggono i giornali ma guardano molta TV, per le quali internet e' un mezzo per vedere siti porno o scaricare l'ultimo mp3. Persone che subiscono l'informazione, non interagiscono con essa. Viceversa, la reazione di chi vive internet in modo piu' attivo ma comunque non conosce canali d'informazione alternativa e' quella, negativa, di odio verso tutti i correligionari di chi ha perpetrato quel barbaro delitto. Ovviamente quei delitti feroci e insensati (nessun governo ha mai ceduto agli ultimatum) sono da condannare: se un po' di rispetto si puo' avere per chi uccide un nemico in una battaglia, anche fanatica, o sacrifica se stesso in un attentato kamikaze, l'azione di quelli che mettono in atto simili gesti e' indegna. Ne' si puo' pensare che la politica di un Paese possa essere condizionata da quattro fanatici che riescono a rapire una persona e ne minacciano la morte, anche se ovviamente di quella politica ci sarebbe molto altro da criticare. Tuttavia il dato preoccupante e su vasta scala e' l'impatto che questi video hanno sulle persone disinformate e soprattutto sui giovani. C'era uno slogan pubblicitario che recitava: "usa la testa, non le gambe!" di cui potremmo continuare a ritenere valida la prima parte anche oggi. In certi casi pero' la testa, quando c'e', e' imbottita di finzioni, bugie e mistificazioni o da vuoti d'informazione di cui la societa' e' piu' o meno colpevole. by www.osservatoriosullalegalita.org

Ciampi e la discarica di Parapoti vista da vicino di Roberto De Luca * Salerno - Le polemiche circa le manifestazioni estreme messe su a Montercovino Rovella dagli abitanti del luogo non si placano. Il Ministro Gasparri dichiara, in un'intervista rilasciata a Eleonora Bertolotto e pubblicata su La Repubblica di oggi che "[Bassolino, n.d.r.] dovrebbe stare in carcere", perché, secondo il Ministro, è penalmente responsabile dell'interruzione dei servizi e del disastro ambientale. Lo stesso Ministro si dichiara contrario all'ipotesi di riapertura della discarica di Parapoti, sequestrata, nel 2001, per disastro ambientale. La stessa discarica, nel cui ventre giacciono tonnellate di rifiuti, di chissà quale natura, in decomposizione, sotterrati sotto un manto di argilla di due metri, era in procinto di essere riaperta, per mezzo di un decreto del Commissario straordinario Catenacci, quando la popolazione locale ha "fiutato" odore di rifiuti. Il ministro Gasparri è stato tirato in ballo perché, sembra, abbia promesso, in campagna elettorale, che la discarica non sarebbe stata più riaperta. Ma le polemiche investono anche le forze del centro-sinistra, alcune vicine alle decisioni del Commissario, altre contrarie. In tutto questo contesto di confusione politica, si inserisce una nota della presidenza della Repubblica, in cui fra l'altro si dice: "Il problema dello smaltimento dei rifiuti deve essere affrontato e risolto nell'ambito dei territori stessi che li producono, grazie alla collaborazione fra tutte le amministrazioni interessate ai vari livelli, che consenta iniziative concrete e tempestive. Problemi del genere non debbono essere trasformati in questioni di ordine pubblico. Le deliberazioni prese, secondo le procedure di legge, da autorità democraticamente costituite, debbono essere da tutti rispettate, altrimenti si nega l'essenza stessa del convivere civile. Non sono accettabili posizioni egoistiche di rigetto pregiudiziale da parte di singole comunità, soprattutto di fronte a problemi, quali lo smaltimento dei rifiuti, generati dalle necessità di vita delle comunità stesse. Sul piano pratico, esistono, e sono già largamente applicate in Italia e altrove in Europa e nel mondo, tecniche di smaltimento che si sono dimostrate prive di conseguenze nocive per l'ambiente e per la salute dei cittadini." Occorre ribadire un concetto molto semplice. Le popolazioni dell'entroterra del Salernitano arrivano a forme di protesta estrema proprio perché sanno che la politica ha fallito nel settore dei rifiuti e che le istituzioni stanno adesso prendendo dei provvedimenti che, a ragion veduta, sono contrari al diritto alla salute di molte famiglie di quelle aree. Non credo, quindi, che si tratti di una questione di egoismo, quindi, ma solo di una pura e semplice questione di sopravvivenza. Per capire più a fondo la questione e per cercare di interpretare questo fenomeno ciclico dell'emergenza rifiuti a Salerno, vediamo come la "Commissione speciale per la vigilanza e la difesa contro la camorra e la criminalità" della Regione Campania inquadra il problema in una sua relazione dell'11 Luglio 2002. L'inquadramento giuridico-normativo della problematica relativa al governo ed alla gestione dei rifiuti risulta complesso per l'eterogeneità delle materie coinvolte. Il fenomeno tuttavia presenta una sua unitarietà sotto il profilo politico-sociale ed un notevole impatto sui flussi economici, tale da richiedere uno studio che possa condurre ad una legge quadro regionale con la quale il consiglio regionale determini i principi ed i criteri direttivi di regolazione della materia, costituendo il fondamento giuridico per una successiva legislazione di settore, eventualmente anche in forma regolamentare. In particolare, in questi ultimi anni, la criminalità organizzata ha sviluppato una tendenza ad impegnarsi direttamente in attività economiche riconducibili alle tematiche che hanno un impatto immediato sul territorio. Basti pensare come la mafia e la camorra abbiano realizzato con lo smaltimento dei rifiuti una notevole fonte di profitto. Inoltre, le attività, anche laddove legali, possono divenire strumentali ad altre operazioni illegali. In altre parole, i profitti delle suddette attività possono servire ad avviare contatti da utilizzare nelle transazioni illegali (banche, intermediari finanziari, imprese di consulenza, investitori istituzionali). Il cosiddetto fenomeno dell'"ecomafia", in particolar modo quello legato ai rifiuti, è riuscito a creare una forte interrelazione tra attività legali e illegali, in rete complesse, determinando relazioni strette tra mafiosi, politici, pubblici ufficiali, burocrati, imprenditori, il tutto con un'intensa attività di "lobbing", nella quale supporto politico e corruzione sono difficilmente distinguibili. Sotto l'aspetto socio-economico, il governo e la gestione dei rifiuti alimenta il consolidarsi di organizzazioni criminali che si propongono, da alcuni anni, quali "soggetti di impresa", presentandosi sul mercato degli appalti e dei subappalti con connotazioni societarie, organizzazione aziendale e mentalità manageriale, dotate di esperti di "marketing", osservatori economici ed uffici legali. Come si vede, quindi, è difficile incidere in una realtà così complessa se non si elimina dapprima il legame, che traspare chiaramente dalle righe di sopra, tra criminalità e pezzi dello Stato, concetto già da tempo espresso in queste pagine. Le istituzioni preposte al controllo del corretto svolgimento della vita sociale ed economica, quindi, devono farsi carico di questa richiesta di legalità, che promana direttamente dai cittadini, piuttosto che reprimere con la forza il disperato tentativo di questi ultimi di salvare l'aria che essi respirano. E a chi non crede a quanto possa essere insopportabile il fetore che promana dalla discarica di Parapoti e da quelle nell'area del salernitano, provi ad attraversare, in questi giorni di calura, la Salerno-Reggio Calabria all'altezza di Pontecagnano. by www.osservatoriosullalegalita.org

Lunardi, il mancato faraone fa un pasticcio con i porti di ALBERTO STATERA Il ministro Pietro Lunardi, come tutti sanno, ha una passione quasi carnale per i buchi nella terra e nella roccia, tanto che in decenni di onorata progettazione di gallerie in ogni angolo d'Italia s'è guadagnato i nomignoli di Talpa o Paletta. Quando parla dei suoi tunnel usa termini voluttuosi, quando incede sotto terra con l'elmetto evoca immagini sensuali. Ma nelle ultime settimane, forse deluso dal pigro procedere del programma di grandi opere che avrebbe dovuto fare di lui il faraone dell'Italia del terzo millennio come egli stesso dichiarò a "La Stampa" dopo essere stato designato ministro in diretta televisiva da Berlusconi nella famosa puntata di Porta a Porta ha come dimenticato la terra e la roccia per dedicarsi al mare. Prima si è occupato del mare blu cobalto di Punta Lada, dove da progettista ha curato anche le opere sottomarine della presidenziale Villa La Certosa (c'era pur sempre una caverna da rendere navigabile) e da ministro in gran segreto le ha autorizzate. Poi si è gettato nei porti. Ma l'animo terragno deve averlo tradito, perché immergendosi nella portualità ha creato uno di quei pasticci istituzionali che per anni darà lavoro ai giudici della Corte costituzionale e parcelle esose a una coorte di avvocati. La storia è piuttosto complessa, ma cercheremo di riassumerla brevemente. La legge prevedeva fin qui che i presidenti delle Autorità portuali fossero nominati dal ministro dei Trasporti d'intesa con i presidenti delle Regioni, scegliendo in una terna di nomi indicati da Comune, Provincia e Camera di commercio della città portuale. Se non si raggiungeva l'accordo veniva richiesta una seconda terna. In caso di fumata nera, la nomina spettava al ministro dei Trasporti, d'intesa col presidente della Regione interessata. Di fronte a una situazione di stallo nella nomina del presidente del porto di Trieste, che negli ultimi anni ha perso gran parte dei suoi traffici, il decisionista governatore del Friuli Venezia Giulia Riccardo Illy che fa? Vara una piccola norma di legge regionale con la quale si stabilisce che se entro trenta giorni Comune, Provincia e Camera di Commercio non comunicano la rosa di candidati, il presidente della Regione nomina comunque il presidente dell'Autorità portuale "previa intesa con il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti". Lunardi replica con un emendamento a un decreto legge di tutt'altro argomento che conferisce il potere di nomina al Consiglio dei ministri, senza preventiva intesa con il presidente della Regione. E nomina presidente dell'Autorità portuale di Trieste Marina Monassi, la candidata contestata da Illy e oggetto anche di numerose guerre intestine in Forza Italia. Le regioni, di sinistra e anche di destra, insorgono e la Conferenza dei presidenti chiede l'immediata soppressione dell'articolo 6 del decretolegge 136 del 28 maggio, che viola il principio di leale collaborazione fra istituzioni nella legislazione concorrente tra Stato e regioni. Ricorsi e controricorsi alla Corte costituzionale. Una questione di ripicche ? "La mia rivela Lunardi giovedì scorso all'assemblea dell'Assoporti annunciando ulteriori modifiche di legge è stata una reazione a una provocazione. Ma ora cambierò la norma". Dunque, nominata la candidata che aveva a cuore con il decreto "usa e getta" il ministro ora arretra ? Non tanto, perché ha precisato che la nomina triestina comunque non si tocca, sfidando il testardo Illy. Le regioni, di destra e di sinistra, rimangono sospettose. Temono che Lunardi, non essendo ancora riuscito a diventare il faraone delle grandi opere, che languono, punti a fare il faraone delle nomine, estendendo in qualche modo la norma contestata dei porti a tutte le altre poltrone che prevedono qualche potestà regionale. Sullo sfondo le magnifiche sorti e progressive del federalismo all'italiana. statera@ilpiccolo.it

OMBRETTA E QUELLE DELLA LIPO (di Stefano Olivieri) Un sogno fatto nel dormiveglia, nel caldo già asfissiante di ieri sera, davanti alla tv. Poco prima della mezzanotte andava in onda su Rai3 l’unico speciale dedicato ai ballottaggi elettorali. Le altre reti avevano ignorato come la peste l’argomento visti i risultati, ancora una volta a favore del centrosinistra. Il premier raggiunti dai cronisti sfoggiava sorridendo ( ma quanta belladonna avrà usato il suo chirurgo..?) un linguaggio da intrattenimento calcistico (nuova squadra..; new entries…;) per non rispondere, poi si rifugiava nella sua limousine straniera e andava via. Ero già mezzo addormentato, ma la vittoria di Penati a Milano mi metteva le stanghette agli occhi. Così sogni e tv si mescolavano in un improbabile irreality show e mi portavano lentamente in braccio a Morfeo. Vedevo, o forse sognavo, la folla per strada di notte, intervistata al volo. C’era un gruppo di giovani donne di destra, bellissime ed elegantissime, giovani e desiderabili. Una di queste, bruna e altissima, discettava della liposuzione con tale familiarità da sembrare una dottoressa in medicina. La chiamava confidenzialmente “lipo” e ne parlava come fosse stata una sua cara amica a cui ricorrere nei momenti di solitudine. Poi sempre a destra del gruppo c’era l’ala progressista siliconista, un piccolo esercito di pinup fatte con lo stampino : tutte quarta misura antigravità, labbra a papera e cosce levigate dagli acidi. Di fronte a loro le donne di sinistra, sguardi sereni e capelli scarmigliati, bellissime nel loro entusiasmo un po’ sudato. C’era la sinistra ambientalista che reggeva uno striscione – “Quelle della LIPU”, le donne che lo reggevano avanzavano cantando per fronteggiare il gruppo di destra. In mezzo a loro, agitatissima la Colli, che comiziava girandosi ora da una parte, ora dall’altra, guardando nervosamente l’orologio e armeggiando in continuazione con il suo telefonino. Teneva in mano lo stendardo della provincia di Milano e implorava il suo gruppo, quelle della Lipo, a difenderlo. Stavano giocando a rubabandiera i due piccoli eserciti di donne. In mezzo Ombretta Colli con lo stendardo, ai lati opposti quelle della Lipu e quelle della Lipo. Ma il gruppo delle supporters della presidentessa uscente era distratto, troppo prese a guardarsi l’un l’altra, ad adularsi e a invidiarsi, schiave delle loro griffes e di una competizione consumata a botte di silicone. Libertà è partecipazione, ricordava Giorgio Gaber in una sua vecchia canzone. Quelle parole però la sua ex moglie non le aveva mai capite e nemmeno era riuscita a trasmetterle. Così alla fine quelle della Lipu le erano addosso e riuscivano a strapparle il gagliardetto. Quelle della Lipo nemmeno un gesto di disappunto, forse anche loro troppo irrigidite dalle infiltrazioni di belladonna. liblab.it

Quel treno per regioni e governo di FEDERICO ORLANDO Le province italiane sono 103. Tra domenica 13 giugno e domenica 27 s’è votato per rinnovare i consigli di 63 province. Il centrosinistra ne ha conquistati 52. Oggi in Italia due terzi delle province, 70 su 103, sono governati dal centrosinistra. S’è votato anche per 4000 consigli comunali su 8000, per il parlamento europeo e per il consiglio regionale della Sardegna, che era della destra. Il centrosinistra ha vinto dovunque: non solo nelle province, che la mancata Wanda Osiris di Berlusconi ha reso popolari come un beautiful tv, ma anche nelle comunali, nelle regionali e alle europee. Berlusconi dice che «non è successo niente», e a farlo credere agli italiani lo aiutano i nipotini di Goebbels: che domenica sera, nascondendosi come ladri, hanno derubato gli elettori di diritti costituzionalmente garantiti. Berlusconi aggiunge che ha votato un italiano su due: è vero, e chi non ha votato non ha certo premiato il centrosinistra. Ma sapeva che il governo rischiava: e, non votando, l’ha mandato alla malora. Il non voto è il primo passo verso il voto dell’alternanza. Primo, ma non automatico. Di ciò il centrosinistra è convinto, o deve convincersene subito. Con la Lista unitaria al 31 per cento, la partita delle europee (diversamente da quella amministrativa, stravinta) si è conclusa alla pari: 46 a 46. Il risultato complessivo va preso con entusiasmo. «Avrà – come dice Rutelli – conseguenze strutturali di importanza enorme sulla politica italiana ». Ma tra dieci mesi bisogna vincere le regionali, per ritornare al governo nel 2006. E, per vincere, il centrosinistra non potrà intrattenerci due anni in politichese sui suoi mal di pancia e sulle sue crisi esistenziali. Le amministrative hanno confermato un’ovvietà sempre dimenticata: che le elezioni si vincono se si ha un leader, una coalizione e un programma. Ci saranno questi tre ingredienti alle politiche? Il leader c’è, Prodi. La coalizione pure: la federazione ulivista e l’intero centrosinistra. Manca il programma comune, come lo chiamavano i francesi. Questo programma deve essere scritto non alla vigilia delle elezioni politiche del 2006, ma nel prossimo autunno, per una ragione di logica istituzionale prima che politica. Tra il prossimo autunno e le politiche del 2006, infatti (e salvo anticipi), ci sono di mezzo le regionali. Le elezioni regionali non sono amministrative ma legislative, proprio come quelle parlamentari. Perché le regioni disciplinano con leggi un pezzo della vita dei cittadini, l’altro pezzo lo disciplina il Parlamento. Perciò il centrosinistra deve avere un unico progetto di società e deve trasferirlo in disegni legislativi: alcuni di competenza delle Regioni, altri delle Camere. Welfare, sanità, tasse, scuola, formazione, ambiente, agricoltura, mercati... Ci siamo dimenticati qualcosa? È possibile. L’importante è che Prodi e Fassino, Rutelli e Boselli, Bertinotti e Di Pietro, Pecoraro Scanio e Diliberto e Mastella non dimentichino l’unità del progetto politico-legislativo a cui debbono provvedere. O ce l’abbiamo in tasca per Natale, o perdiamo le elezioni: prima le regionali e poi le politiche. Anche perché c’è l’altra faccia della recente vittoria elettorale da non dimenticare: abbiamo vinto nell’Italia che ha votato, ma in quell’altra mezza Italia dobbiamo vincere ancora. E non vinceremo con le spallate di Bertinotti e di Cento al suonato governo Berlusconi, ma col programma di legislatura che i ceti traditi dal mancato sviluppo (economico e civile) si aspettano. L’aspetta l’Italia senza treni sommersa dall’illegalità e dall’immondizia; l’aspetta l’Italia del nord che, secondo l’incredibile professor Panebianco, sarebbe rimasta senza rappresentanza per la sconfitta dell’asse Forza Italia-Lega. Chi ha perso la rappresentanza, al nord e al sud, ce l’ha nel futuro centrosinistra di governo. Come ha ricordato Fassino. E come, prima di lui, hanno detto a Bersani e Letta gli imprenditori del profondo Nord: «Non è che ci siamo convertiti al centrosinistra, è che vogliamo rivedervi al governo». Fu così nel 1996. Perché allora meritammo fiducia. europaquotidiano.it

La caduta degli dei Sandra Bonsanti Non piace più nemmeno ai suoi, cioè piace sempre meno. Silvio Berlusconi si è preso una legnata a casa sua, quella Milano che ha vissuto in diretta tutte le sue avventure e i successi da quando era un giovane di belle speranze e cresceva insieme al potere di Craxi fino a succedergli nel 1993. Lo hanno molto amato e molto appoggiato, forse senza mai sentirlo come veramente partecipe dello spirito della città. E’ stato abbandonato dal centro, oltre che dalla periferia. E’ questo il segnale che da Milano si è propagato in tutta la penisola: dopo il miracolo Sicilia, anche in Puglia, anche in Abruzzo, anche in Molise, anche a Novara, a Biella, Bergamo città… E se nel Cavaliere non credono più i suoi concittadini, quelli che lo conoscono meglio e da più tempo si erano affidati a lui e ai suoi uomini, perché dovrebbe crederci il resto degli italiani? Ancor più del risultato delle elezioni europee, la somma di queste province e comuni conquistati dal centro sinistra sono forse la prova decisiva che la triste pagina dell’avventura berlusconiana, che ha portato l’Italia al discredito in tanta parte d’Europa e del mondo, sta per chiudersi. Ma la caduta degli dei di solito non è indolore. I guasti che Berlusconi e la sua pur disgregata maggioranza possono ancora produrre sono tanti e gravi: sbaglierebbe l’opposizione se sottovalutasse il ruolo che ancora le spetta per fronteggiare manovre economiche e istituzionali sciagurate e temibili per le conseguenze future. Basta pensare che questa maggioranza sostanzialmente già battuta alle elezioni si avvia tra pochi giorni a forzare ancora una volta il dibattito parlamentare mettendo la fiducia su una delle riforme che più dividono il Paese, quella dell’ordinamento giudiziario. Ed è qui che si gioca la credibilità di quei politici, raccolti nell’Udc, che da tempo hanno alzato la voce richiamando il premier su punti essenziali della strategia del governo. Vorremmo chieder loro: davvero lo lascerete proseguire su questa strada già abbandonata dalla maggioranza del Paese? Davvero asseconderete questa sua smania di far finta di nulla, di minimizzare, magari di parlare di brogli, nell’imbarazzo generale anche di Pisanu? Davvero gli darete la fiducia, se avrà il coraggio di chiedervela ancora? Davvero gli lascerete portare a termine il lavoro di erosione del patrimonio culturale, civile e economico della nazione? Parlavate dunque tanto per parlare? Accetterete un ministero per restare al governo? Voi dovete sapere che molti italiani da oggi vi guardano con occhio critico ma fiducioso. Voi siete fatti di un’altra pasta, ma dovete dare un segnale che finalmente vi accollerete la vostra responsabilità. Quanto a Berlusconi, che pure deve aver capito anche lui di non esser più l’unto del signore, vedremo come uscirà di scena: avrebbe potuto aspirare al ruolo di commissario tecnico della nazionale, ma Lippi è appena arrivato. Non gli mancano luoghi per i dorati esilii: le Bermuda sono in fiore, il bunker sardo protetto dai nostri servizi segreti è quasi finito. Dovrebbe avere il coraggio di approfittare di queste sue immense fortune, costruite col sudore della sua fronte e qualche intrigo politico… Infine, il solito pensierino per i nostri: sbaglierebbero se non imparassero la lezione di Milano: unità delle forze politiche, appoggiate da una società civile forte e dinamica in uno scontro affrontato con una chiarezza che non si conosceva da anni. Il centro sinistra ha finalmente inventato qualcosa e questo qualcosa sta vincendo in Italia. libertaegiustizia.it

La lezione del metodo Penati di ALDO BONOMI La politica è velocità, è una dimensione del tempo che rimanda al cotto e mangiato. Sia questo il boccone dolce della vittoria che quello amaro della sconfitta. Siamo tutti qui a mangiare il successo di Penati e dell’Ulivo alla Provincia di Milano e a sperare che vada subito di traverso a Berlusconi ed ai suoi alleati il boccone amaro della sconfitta, scompaginando la gioiosa macchina dei sogni che qui più che altrove aveva ed ha il suo epicentro. La società invece ha tempi lunghi e sono lente le derive dei cambiamenti che una buona politica deve cogliere e rappresentare. Per questo siamo tutti qui ad interrogarci se c’è un metodo Penati, un modello da Davide contro Golia da poter esportare essendo che all’ex sindaco di Sesto San Giovanni è riuscito ciò che non era riuscito ad un leader confindustriale come Fumagalli (sconfitto da Albertini nella corsa per il Comune): cioè ridare passione e voce politica agli interessi di un’area metropolitana come quella milanese. La risposta la cercherei più nei tempi lenti del socio-economico che nella velocità della macchina politica e mediatica. Dentro l’agire politico di Penati c’era e c’è l’esperienza di un sindaco che aveva governato la transizione del polo fordista milanese, Sesto San Giovanni e la Falck, verso il postfordismo che significa terziarizzazione ma anche selezione ed esclusione per migliaia di soggetti sociali in transizione dall’universo del lavoro salariato e normato verso i lavori e le forme di vita della società della competizione e della selezione. Lì aveva imparato che la politica è saper mettersi in mezzo nelle fasi difficili di cambiamento dando risposta e accompagnando i processi sociali ed economici. Così si è presentato e ha lavorato dentro la Milano terziaria e lungo l’asse pedemontano della provincia, una volta periferia di Milano, ma oggi non più tale. Basta pensare alla grande fiera in costruzione a Pero-Rho, ai grandi centri commerciali e ai grandi progetti infrastrutturali che attraversano la città infinita. Ha parlato, conoscendone i problemi, sia ai giovani del lavoro intermittente che agli anziani con il problema dei ticket sanitari e anche ai tanti che qui fanno impresa e servizi. Riuscendo così a portare dentro Milano un progetto di transizione dolce che non lasci solo al centrodestra la logica dello sviluppo e al centrosinistra quello della protezione ma mettendo in mezzo, tra mercato e società, la funzione della politica che è soprattutto tutela e accompagnamento dei soggetti sociali ed economici. www.europaquotidiano.it

LA CENSURA DELLA TV SUI RISULTATI FINALI - di Salamandra Le recenti elezioni europee e amministrative, con i ballottaggi di domenica scorsa hanno sentenziato un vincitore, il centrosinistra (Ulivo più alleati della sinistra radicale), e due sconfitti: ovviamente Berlusconi e la sua alleanza aziendalista, insieme con la Televisione, in prima fila la RAI, ma anche Mediaset. Le prove generali della “disinformazione” politico-mediatica c’erano state nella notte degli exit-poll di due domeniche fa, quando per capire dalle TV che Forza Italia e Berlusconi avevano preso una “sberla” elettorale si è dovuto attendere le quattro del mattino. E solo il giorno dopo gli italiani hanno conosciuto la sconfitta del centrodestra nelle amministrative. Ma la vergognosa censura si è consumata nella notte della domenica appena trascorsa. Nessuno speciale sui ballottaggi, tranne i 20 minuti di “Primo piano” , lo speciale del TG3, e qualche notizia buttata lì per caso nei TG a notte inoltrata. Meno male che ci sono ancora i quotidiani! Ma il grosso del pubblico si affida ancora alla televisione per sapere se un fatto è accaduto veramente o meno nel mondo. La TV è tuttora il “notaio mediatico” di tutto ciò che passa la realtà! Ed è per questo che “RAISET”, ovvero il “grande fratello” televisivo dell’informazione in mano a Berlusconi e ai suoi uomini, ha cancellato l’evento. Gli elettori italiani non devono sapere che la “Casa delle libertà” sta franando e che il Pinocchio di Arcore non incanta più con il suo flauto magico mediatico. La riprova di questo regime antidemocratico, che Berlusconi ha instaurato sull’informazione radiotelevisiva (e che lo stesso leader dei DS, Fassino, ha dovuto riconoscere nell’intervista al “3131”), è venuta questo lunedì con la visione comparata dei maggiori TG in onda tra le 13 e le 14,20, fascia oraria che interessa soprattutto le famiglie, gli anziani e il Sud d’Italia. Il TG2 delle 13 mette il risultato dei ballottaggi come terzo titolo, mentre, in contemporanea, il TG5 lo inserisce al primo posto. Il TG2, diretto dal “servizievole” Mauro Mazza, emissario di AN, apre i servizi con una mega-corrispondenza dall’Iraq e poi parla delle elezioni amministrative ( un servizio con i risultati principali, quindi il commento notturno di Berlusconi da Istanbul,e infine i commenti politici di centrosinistra e centrodestra, nell’ordine). Il TG5 di Enrico Mentana è più corretto ed indipendente: primo servizio sui risultati con le reazioni locali e, a seguire, un altro con le reazioni dei politici locali. Niente Berlusconi da Istanbul, che tra l’altro era più che superato dagli eventi. Subito dopo si apre la pagina sul passaggio dei poteri anticipato in Iraq. Il TG1 del “Sor” Clemente J. Mimun alle 13,30 mette i ballottaggi come primo titolo e apre il giornale con tre servizi: uno sui risultati, un secondo con le reazioni dei politici e un terzo (d’obbligo?) con l’intervista notturna a Berlusconi da Istanbul,più che datata ormai. Alle 14,20 il TG3 di Antonio di Bella, apre i titoli con le elezioni e vi riserva la prima parte del giornale: un primo servizio sui risultati, seguito da un altro con le reazioni locali, quindi la “stagionata” dissertazione minimista di Berlusconi da Istanbul ( che a quell’ora è davvero stantia per qualsiasi palato allenato!), più un quarto servizio con le dichiarazioni del centrodestra e del centrosinistra. Il peggiore, in quanto a “par condicio” e obbiettività professionale, dunque si rivela il TG2 in mano agli uomini di AN dei “berlusconiani” La Russa e Gasparri ( i due colonnelli che cominciano a dar segni di nervosismo, visto il “riposizionamento” di Fini, all’esterno, verso l’UDC di Follini-Casini e, all’interno, verso la “destra sociale” di Alemanno e Storace). Ma anche gli altri due TG della RAI si prestano all’insulsa opera di “pompieraggio” con la riproposizione da vera Inquisizione mediatica delle dichiarazioni di Sua Emittenza , che faceva finta di non sapere nulla degli exit-poll sulla provincia di Milano e che se ne sarebbe andato a letto più che sereno. Bella faccia di Pinocchio! Altra perla della “disinformazione” televisiva di “RAISET” è il dato critico fornito dall’ISTAT sull’inflazione a giugno. Il costo della vita è arrivata al 2,5%, dopo quattro mesi di stabilità. E questo accade, mentre oltre un milione di famiglie non riesce più ad arrivare alla fine della terza settimana del mese per far fronte alle spese primarie, e sono in arrivo una “stangata” finanziaria di oltre 7 miliardi di euro ( una manovra-bis da 14/15 mila miliardi di lire, che non si vedeva dal 1997, quando però l’Italia stava “stringendo la cinghia” per centrare l’ingresso nell’Euro!), oltre alla controriforma delle pensioni a colpi di fiducia. Come sempre brilla per la sua “filo-governabilità” il TG2 di Mazza che mette la notizia, solo letta da studio, verso la chiusura del giornale, senza farne menzione nei titoli. E’ sempre meglio non ricordare certe cattive notizie che farebbero “piangere” Sua Emittenza ! Il TG5, il TG1 e il TG3 inseriscono l’inflazione nei titoli, ma i relativi servizi “scivolano” a ridosso delle pagine culturali e sportive. Altra stranezza dei TG RAI è che, a ridosso della “cattiva notizia” sull’inflazione, mandano in onda lo stesso identico servizio da Milano sulla ripresa del processo-stralcio sullo scandalo SME, in cui è coinvolto Berlusconi, per dare conto dell’audizione di Cesare Previti. Un piccolo riscatto di obiettività, mentre il TG5 berlusconiano evita di addolorare il “padre-padrone”. Due notizie negative in una stessa giornata sono già tante, si devono aver detto in redazione, pensate allora ad una terza che tra l’altro fa le pulci a Sua Emittenza e al suo fido amico “Cesarone”! Il centrosinistra ha vinto questa lunga tornata elettorale, anche sfidando a mani nude la cortina di ferro stesa dall’informazione radiotelevisiva. Ha cercato il contatto diretto con la gente, ha saputo parlare agli italiani ed ha saputo proporre programmi e persone all’altezza dello scontro politico-elettorale. Ma non basta! Per vincere le elezioni politiche, con tutti i forti interessi in ballo per Berlusconi e soci, c’è bisogno però di garanzie democratiche proprio sulla comunicazione. Ci vuole una Rai di garanzia. Non saranno sufficienti siti alternativi via Internet, TG e Giornaliradio locali autogestiti, qualche pubblicazione estemporanea. C’è necessità che vengano subito ristabilite le regole liberali per una democrazia dell’informazione e del rispetto del pluralismo, come da due anni va ripetendo anche il Capo dello Stato Ciampi. Dopo gli ammonimenti del Parlamento europeo e del Consiglio d’Europa, ora toccherà eventualmente ai ricorsi presso la Corte Costituzionale italiana e all’Alta Corte europea, per ripristinare il corretto uso delle regole. Ma intanto, è vitale per il centrosinistra mandar via il vertice berlusconizzato della RAI, a partire dal Direttore generale, il “larussiano” Cattaneo, per finire con i superstiti membri del CDA e i tanti “pompieri” che si aggirano al comando dei TG e dei GR. C’è la legge iniqua Gasparri, la si applichi! Prima che sia troppo tardi, prima che al Pinocchio di Arcore e ai suoi soci vengano in mente progetti censori ancora più devastanti. da Articolo 21

Alla guida della Ue “uno di loro” di UGO FERRUTA La Commissione europea sta cambiando pelle. Non è però un passaggio istantaneo e traumatico, ma un processo in atto da una decina d’anni. I governi degli stati membri, veri detentori delle chiavi del potere comunitario, non le richiedono più quel ruolo di propulsione ed elaborazione di progetti e politiche nuove, che, da Monnet e Hallstein fino a Delors, caratterizzò la Commissione dell’epoca d’oro dei padri fondatori e quella del rilancio dell’Europa comunitaria. Le chiedono piuttosto di essere un’affidabile macchina, di condurre in porto progetti sì complessi e sfaccettati, ma varati e “commissionati” dalle istanze, Consiglio europeo e consiglio dei ministri, che rappresentano appunto gli interessi degli stati. Le chiedono poi, visti i contrasti spesso aspri tra i governi nazionali, di svolgere un efficace ruolo di mediazione. È per questo che, da alcune legislature, i capi di stato e di governo hanno voluto designare alla guida dell’istituzione “uno di loro”: uno che avesse ben presenti, presiedendo un’istituzione sovranazionale, i punti di vista nazionali. Al contrario però di quanto accadde con Prodi, riluttante a seguire strade tracciate da altri e, dalla Costituzione al bilancio, spesso autore di proposte innovative e d’insieme, questa rivoluzione istituzionale silenziosa sembrerebbe compiersi con la designazione di Barroso. Il quale, se accetterà l’incarico, accentuerà la collegialità, e, provenendo da un paese piccolo, farà probabilmente marcia indietro rispetto all’idea di dividere il lavoro per gruppi di commissari che creerebbe di fatto una gerarchia in seno al collegio, a vantaggio dei grandi. Sul programma di lavoro peseranno le priorità dei governi forti, come fu per la riforma amministrativa con annessa delega per Kinnock, e che conosceremo nelle prossime ore. Gradualismo, mediazione, fedeltà alla linea tradizionale del Ppe: auguriamoci che bastino a frenare il declino annunciato dell’istituzione che rappresenta l’interesse generale dell’Unione europea. www.europaquotidiano.it

«Ormai Berlusconi è finito» È contento Vittorio Foa. Non soltanto perché è con Sesa, la sua compagna, tra le sue amate montagne e dalla sua stanza, mi racconta al telefono, vede per intero la maestosità del monte Bianco che considera uno dei simboli del suo sogno europeo. E' contento, dice riferendosi ai risultati elettorali, perché «Questa cosa che è successa è bellissima. Penso sia cominciata una fase nuova. Naturalmente bisognerà verificarlo. Però forse è finita la micropolitica». Foa, cos'è la micropolitica? Vuol dire educazione all'egoismo. Il pensare solo a se stessi e non al mondo. Solo al luogo in cui abiti e non ai bisogni del mondo che sono immensi. Non pensare mai alle disuguaglianze così profonde che ci sono. Ecco, è possibile che tutto questo sia finito, che sia cominciata una fase nuova. Che sia finita questa cosa, che a me pare intollerabile: la irrilevanza del linguaggio, per cui si può dire tutto quel che ti passa per la mente. Non lo tollero, perché l'irrilevanza del linguaggio è anche irrilevanza morale. È una cosa di cui sono, tutti siamo, completamente sazi. Questo sfogo in qualche modo racconta il berlusconismo? Certo. Il berlusconismo è stato questo: micropolitica. La sua sostanza è stata l'unità tra Forza Italia e Lega. Ora è entrata in crisi è proprio quell'unità. Quando penso ai problemi del futuro attribuisco poca importanza agli alleati che magari vengono a mancare a Berlusconi. Penso soprattutto alla crisi di Fi. E' su questo che bisogna continuare a lavorare. Ma perché questa crisi è esplosa ora? Perché tutte le cose a un certo punto finiscono, diventano insopportabili. C'era qualcosa di insopportabile in tutta questa roba del berlusconismo. Voglio dirlo brevemente: Berlusconi ha creduto di poter fare una alleanza interamente numerica, sommare le forze necessarie per governare continuando a predicare: stiamo insieme perché dobbiamo governare. L'unità del centro sinistra, invece, è una cosa interamente diversa. Il tentativo di Berlusconi di tenere tutto insieme è ora in crisi? Era già largamente in crisi, ma ora è organicamente destinato a disfarsi, soprattutto perché era una cosa falsa. Avere unito solo i numeri è cosa diversa dal tenere unite delle idee. Anche noi del centro sinistra abbiamo delle differenze, ne abbiamo tante e le abbiamo sempre avute. Ma è una cosa diversa. Lei dice: la sommatoria è insufficiente. Anche se uno ha tutte quelle televisioni, quei giornali, quel potere? Personalmente penso che tutto quel potere alla fine è inutile se non c'è qualcosa sopra di esso capace di unire. Quando penso al centro sinistra, ai suoi limiti e alle sue divisioni, che continueranno chissà in quali forme ad esserci, mi consola il fatto che il centro sinistra continua a sapere che non sono soltanto loro, che c'è qualcosa oltre, ci sono gli altri, i problemi e gli altri, c'è il mondo. E quando pensiamo questo c'è già qualcosa che produce unità. Lì invece oltre la loro somma non c'era niente. Che fine farà quell'alleanza? Non credo che An, o i cattolici del centro del centro destra, siano capaci di aprire una crisi. La crisi è dentro Fi e nel suo rapporto con la Lega. Questo era il punto: tramonta il dominio della Lega. Nella nostra storia ci sono fenomeni apparsi e diventati giganteschi magari intercettando un pezzo reale del paese per poi sgonfiarsi abbastanza rapidamente, da Giannini in avanti. E' il caso di Forza Italia? Berlusconi è stato un'altra cosa. Lui non è stato un fenomeno che appare ma è nato dentro la crisi della Prima Repubblica, dalla scomparsa della Dc e del Pci. S'è affacciato con la pretesa di essere una nuova destra, ma era solo un'operazione tecnica, numerica. E' lì la radice del suo fallimento. Meglio: non bisogna sottovalutare, un fallimento definitivo ancora non c'è, bisognerà impegnarsi ancora e in modo intelligente. Ma il fallimento si sente arrivare. Milano è un fatto simbolico. Perché Milano è simbolico? Non per le sciocchezze che hanno scritto i giornali italiani teorizzando la fine del vento del Nord. Che storia è questa? Quel vento era la storia dei partigiani, non di Berlusconi. A Milano è cominciato invece un Nord diverso: il bisogno di qualcosa di nuovo nella produzione, nella distribuzione, nel modo di organizzare la vita. Sono torinese ma vengo da Milano perché lì ho fatto la Resistenza e lì mi sono sentito nuovo vento. E' in questi bisogni il valore simbolico e anticipatore di Milano. Berlusconi perde perché non riesce ad affrontare i problemi veri della gente? Certo. A parte tutto lui non sa dove voltarsi perché è un uomo incapace. E' un micropolitico incapace. Ha preso degli impegni e non li ha mantenuti. Quegli impegni dobbiamo risolverli noi. Lui ha peggiorato la situazione. Ci lascerà, quando verrò il momento, delle nuove difficoltà, delle cose difficili da rimediare. Ecco perché dobbiamo essere pronti a compiti gravosi. Lui ci ha rimpiccioliti, ci ha fatti sentire tutti legati all'immediatezza, al luogo, a non vedere quel che succede fuori e non occuparci delle ingiustizie crescenti che ci sono in giro. C'è una parte dell'Italia che sta veramente diventando più ricca e una gran parte che sta veramente diventando più povera. Si allarga la forbice dei redditi? Non si tratta solo della povertà di reddito. Penso alla disuguaglianza nelle incertezze, nelle paure, nelle possibilità. È da qui che bisogna ripartire. Lei in passato ha fatto delle aperture ad An sdoganata grazie a Berlusconi. La crisi del berlusconismo cosa significherà per An? Diciamo che An ha fin dalle origini problemi particolari da risolvere. In parte, li ha risolti e quando lo ha fatto ha trovato in me, vecchio antifascista, un atteggiamento di comprensione. Ho tentato di capire quando c'era la volontà di fare qualcosa di nuovo. Poi c'è stato un appiattimento impressionante su Berlusconi. Vedremo come si svilupperanno le cose. Credo poco, invece, all'immagine di una rinascita centrista autonoma. Insomma, non rinascerà la Dc. Sì, ci credo poco. Le cose, tutte le cose, a un certo punto muoiono. La storia per fortuna di tutti, anche di quelli che sono stati democristiani, non si ripete. Sarebbe una noia mortale. Passiamo al centro sinistra. Che deve fare? Non ho partecipato alle discussioni tattiche, non le seguo neanche un granché... Ma che deve fare l'Ulivo? Deve continuare a mettersi in discussione. Deve continuare soprattutto ad arricchire la propria unità. Dobbiamo avere un'unità programmatica per governare, avere la capacità di immaginare qualcosa di più grande. Non potremo farcela solo con programmi tradizionali. Le nostre questioni si intrecciano a questioni mondiali che vanno affrontate. Il modo in cui l'Europa si muoverà è decisivo. Il risultato del voto deve spingerci a pensare in grande, ad avere una strategia che non sia solo di un giorno o di un mese, ma di tempi lunghi. Ho visto che si è impegnato per Uniti nell'Ulivo sulla base della proposta di Prodi. Sono impegnato per Prodi da molto tempo, non da ora. Credo anche che in politica quando c'è un impegno bisogna accettare quello che c'è senza andare a vedere tutti i dettagli. Nella politica le scelte si fanno e bisogna farle durare senza chiederne ragione ogni minuto. Che quattro partiti del centro sinistra si siano messi insieme nella lista Uniti per l'Ulivo, Foa come lo giudica? Ho dato un giudizio positivo su questa testimonianza unitaria. Era la scelta strategica giusta per vincere, ed è stato così. L'unità mi è sempre apparsa come la chiave per potercela fare. Per vincere bisogna stare uniti e bisogna stare uniti perché noi abbiamo veramente delle cose da dire insieme. E' quel che penso di Uniti per l'Ulivo. Detto questo, voglio aggiungere che ho sempre pensato che ci sono anche gli altri. La sinistra, il centro sinistra è tante cose. Bisogna tenere il cuore e la mente aperti con disponibilità verso tutto il resto. Un grande partito quindi, però veramente aperto... ...Non so se partito o un'altra cosa. Credo che i modi di pensare le cose possono essere anche indipendenti dalle parole che si usano. Non sono affascinato dall'idea di fare un partito. Forse perché nella mia vita ne ho fatti tanti e sono andati tutti male. Se qualcuno riesce a farlo, però, tanto meglio. La cosa che dobbiamo pensare subito, però, è capire che fare in Europa. Pensare a noi stessi significa capire cosa succede in Europa. Questo lo dice bene il presidente Ciampi: pensare all'Europa significa pensare a noi stessi. La lotta contro la disuguaglianza va pensata anche in termini europei e mondiali. Guardare al futuro pensando agli altri è la posizione metodologica giusta. Sono molto convinto di questo. Se Prodi, Fassino Rutelli, Boselli, la Sbarbato le chiedessero... ...D'Alema, mi pare un nome importante da aggiungere, e Amato che è un mio amico... ...Sì, se le chiedessero: ora Vittorio che dobbiamo fare? Che gli risponderebbe? Loro lo sanno bene che fare. Comunque, aggiungerei di stare attenti a quel che accade in Confindustria. Non so se le cose che dice il nuovo presidente rispondono alla cultura della categoria. Se così fosse ci sarebbe qualche possibilità nuova su reddito, salario, distribuzione delle incertezze che vanno affrontati in termini nuovi. Bisogna pensarli in rapporto al peso che hanno le rendite, i monopoli che entrano nel nostro modo di vivere, la capacità di una parte del mondo finanziario di appropriarsi delle ricchezze degli altri. Dobbiamo affrontare tutto questo. A me pare che negli ultimi tempi queste questioni siano entrate anche nella cultura delle imprese. Che altro gli direbbe? Che bisogna aiutare e dare una mano a tutti quelli che tentano di fare una innovazione, a chi vuol fare cose che consentono di comunicare meglio col mondo. I rapporti tra il futuro governo, che sarà nostro anche se non so quando... ...Dicono tutti alle prossime elezioni. Può anche darsi prima. Non porrei limiti. Perché no? E' difficile che un gruppo rinunci e si affondi da solo. Ma è anche vero che hanno un presidente che produce da se stesso la propria crisi. Quando apre bocca crea pasticci. Non sa da che parte voltarsi. E dopo questa crisi le sue difficoltà sono destinate a crescere di parecchio. Dobbiamo stare attenti: possono avvenire anche cose molto spiacevoli. In ogni caso, bisogna sollecitare anche le possibilità di cambiamento che possono avvenire dentro il Polo. Non è vero che dobbiamo prendere appuntamento per il 2006. Lasciamoci aperta la porta per meglio renderci conto. Lei dice, stare attenti. Dopo il voto la democrazia italiana è più forte o più debole? In Italia ci sono delle garanzie. Berlusconi ha cercato di eliminarle: giustizia, Corte costituzionale, lo stesso ruolo e figura preziosissimi del Presidente della Repubblica... Gli istituti di garanzia sono stati svuotati, però ci sono. Ci sono delle persone che sono elementi di garanzia per tutti. L'Italia è democratica? Io rispondo: sì, perché c'è molta gente che ci crede. Dopotutto queste ultime elezioni hanno dato la prova che può vincere il desiderio di qualcosa di diverso. unita.it


giugno 28 2004

Aiazzone di Bruno Ugolini L'effetto Aiazzone. E' quello che avrebbe colpito Silvio Berlusconi. Lo ha detto uno che se ne intende, un pubblicitario, Luigi Crespi, a capo di Data Media. Lui lavorava alla corte d’Arcore fino a qualche tempo fa. Ma perché proprio il paragone con Aiazzone e non con Chirac o Putin o Bush o la signora Thatcher. Chi è costui? Trattasi del proprietario di un mobilificio. Lo trovate anche oggi su Internet. C'è stato un periodo in cui invadeva tutti noi di messaggi pubblicitari d’ogni tipo, balzando da uno schermo televisivo all'altro. Un po' come i cartelloni elettorali che promettono ad ogni cambiar di stagione “Meno tasse per tutti”. Un’orgia di promesse e d’annunci. Troppo e il troppo stroppia. Ecco perché oggi, dice il Crespi, “il prodotto Berlusconi non vende piu”. I “clienti” si sono stufati, cambiano negozio. L’analisi del pubblicitario che paragona il presidente del Consiglio quasi ad un venditore di tappeti, non ci convince del tutto. Avremmo preferito un’analisi comparata con Bush, Chirac, Putin e via cantando. E invece si tira in ballo un mobiliere del Biellese. E allora viene da pensare che l'errore vero stia nel manico. La chiamata al voto, la politica, i partiti, i programmi elettorali sono una cosa impegnativa, non una sfilata promozionale. Non è come vendere un mobile e nemmeno un dentifricio o un aspirapolvere. Entrare in un seggio, in una cabina elettorale non è come passeggiare in un supermercato. Il Penati di Milano, raccontano ora, non era una soubrette, non scendeva le scale come Vanda Osiris, i suoi salotti erano i condomini di Sesto San Giovanni. Non sapeva vendere. Eppure ha vinto sulla star Ombretta Colli. Forse è finita la politica spettacolo. La gente non si diverte più. www.brunougolini.com

Il parrucchiere di Sesto Solimano Certe cose è bene ricordarle. L'episodio che racconto è di poco più di due anni fa. Prima delle elezioni del nuovo sindaco di Sesto San Giovanni, quello che doveva prendere il posto di Filippo Penati, Berlusconi ebbe un colpo di decisionismo: basta con la Stalingrado d'Italia! Scelse un suo personale candidato secondo la regola del primo che passa - regola che ha consentito al centrosinistra di vincere quasi dappertutto, persino a Monza - stanziò un succulento budget e commissionò sondaggi a Datamedia, che allora esisteva ancora. All'inizio, tutto bene, solo che di mezzo c'era la campagna elettorale, e quei trinariciuti di Sesto si diedero da fare. Sicché, una settimana prima del voto, il premier dovette prendere atto (da un sondaggio serio, quindi secretato) che i sestesi non lo amavano. Berlusconi non riesce a farsi una ragione se non lo si ama: ricambia sempre col disprezzo. Per consolarsi andò a trovare i giocatori del suo Milan e vide che Gattuso aveva una pettinatura bizzarra. “Gattuso, sei andato da un parrucchiere di Sesto?”, gli chiese, a portata del taccuino dei giornalisti. Lapsus non freudiano, sapeva già che a Sesto perdeva e voleva prendersi una piccola vendetta su quegli ingrati. Ieri, dal parrucchiere di Sesto ci è andato lui, e gli ha fatto proprio una bella tosata. ulivoselvatico.org

Brano tratto dall'ultimo spettacolo "Black out" di Beppe Grillo "Terna, un nome che evoca vincite milionarie al gioco del lotto", scrive Enel nelle pubblicità che cercano di rifilare agli italiani le azioni della sua rete elettrica. Ci risiamo: bastano poche parole di un pubblicitario per coprire di ridicolo anche i prodotti migliori delle aziende più serie. La rete elettrica nazionale, per esempio: certo non può chiudere domani e trasferirsi in Romania.Ma basta per farne una cosa seria? Perché ripararsi dietro la figura del povero Alessandro Volta che torreggia nelle pubblicità di Terna? Dovremmo invece concentrarci su figure ben più importanti.Per esempio quella dell'amministratore Enel Paolo Scaroni, un manager esemplare, con referenze solide. Imputato per una tangente da centinaia di milioni al PSI perché intercedesse su un appalto dell'Enel, patteggiò nel 1992 un anno e quattro mesi. Bè, un anno e quattro mesi è un po' poco gli avranno detto gli uomini di questo governo. Noi con Dell'Utri, Previti o Paolo Berlusconi abbiamo altri standard. Comunque con un curriculum così anche lei è dei nostri, venga. E lo misero a capo di Enel. Invece che a Volta, dovremmo guardare ad Andrea Bollino, il gestore della rete che poche settimane prima del blackout del 28 settembre assicurò: da noi un blackout è impossibile. Insomma, prima di impiccarsi ai tralicci dell'Enel il risparmiatore dovrebbe guardare le referenze della gente a cui affida i soldi. Specialmente quando hanno la faccia tosta di evocare "vincite milionarie al gioco del lotto". Se Enel è meglio del lotto, perché appena i suoi manager si comprano le azioni Enel con le stock option le rivendono subito, come hanno fatto l'amministratore Scaroni e molti altri? Non viene puzza di bruciato dai quei fili elettrici milionari? Il premio Nobel Joseph Stiglitz considera il sistema delle stock option un furto legalizzato a danno degli azionisti. Nel suo ultimo libro dedica un intero capitolo alla destrezza con cui i manager delle aziende elettriche private hanno rapinato i loro azionisti e la collettività. Insomma con il lotto ad alta tensione è facile prendere la scossa. Oppure restare al buio.Da quando ci si mettono i privati, il business della luce è diventato una faccenda oscura. Così ho intitolato il mio spettacolo Blackout e ci ho fatto 130 serate. In una platea buia portavo un candelabro acceso e sul palco un abete del Lucomagno. Era tutta colpa sua se il 28 settembre si era verificato il più grande blackout del dopoguerra. In una notte di tempesta il povero abete, certo una varietà extracomunitaria, perché un vero abete svizzero non si sarebbe mai permesso, aveva sfiorato le linee elettriche svizzere e... patatrac, via l'elettricità in tutta Italia. La natura è imprevedibile. Di fronte ai terremoti, ai fulmini e agli scatti degli abeti alpini l'uomo tecnologico è impotente. Poco convinto, ho cercato di far luce. Ho scoperto che compriamo l'elettricità all'estero non perché non ci bastino le nostre centrali, ma perché costa meno. La notte del blackout stavamo consumando pochissima corrente, ma anche quella poca la volevamo comprare all'estero, tenendo inattivi due terzi delle nostre centrali. Perfino i nostri già pochi e nuovissimi generatori eolici erano fuori servizio. Altro che "Forza Italia"!Per capirci qualcosa occorre fare un passo indietro e guardare con una prospettiva storica e globale. Da una parte, quasi metà dell'umanità aspetta ancora l'elettrificazione; dall'altra, un quarto dell'umanità produce troppa corrente, ne spreca più della metà e usa le fonti peggiori perché dannose, pericolose ed esauribili (carbone, petrolio, gas minerale, uranio ). In mancanza di meglio, gli altri tre quarti dell'umanità cominciano a copiarci Quindi cosa dovrebbe fare un paese industriale oggi? Ridurre drasticamente i consumi e gli sprechi, investendo molto in due direzioni: l'efficienza energetica (più servizi con meno sprechi e consumi) e altre fonti energetiche (meno fonti esauribili e più rinnovabili). È questo il modello che potrebbero copiare cinque mi1iardi di persone, non quello dei paesi industriali degli anni sessanta!Con il progetto Società 2000 watt, i Politecnici e il governo svizzeri vogliono ridurre del 60 per cento il consumo di energia primaria: da 6.000 watt per persona al giorno, a 2.000 watt entro il 2050, l'equivalente del consumo degli anni sessanta. La regola dei 2.000 watt dovrebbe diventare uno standard internazionale, dicono i Politecnici svizzeri. Invece di aumentare la produzione di energia, occorre produrre più benessere con minori consumi. Proprio il contrario di ciò che vuol fare il nostro governo, che invece vuole aumentare consumi, centrali e produzione del business elettrico. Siamo uno dei paesi più soleggiati d'Europa, potremmo vendere energia solare agli altri. Invece tutti i leader delle energie rinnovabili Sono a nord dell'Italia. In compenso ci aspetta un radioso futuro da minatori. Malgrado importanti progressi tecnologici, il carbone è ancora il combustibile più inquinante e più generatore di effetto serra. Ovunque si cerca di ridurne l'uso. Scaroni invece insiste che l'Italia deve raddoppiare la quota di carbone. Viste queste prospettive, sto cercando di iscrivere mio figlio a un master per spazzacamini. Ho telefonato alla Bocconi ma non ce l'hanno. Per ora. Beppe Grillo _______________________________________________ Gargonza mailing list Gargonza@perlulivo.it http://www.perlulivo.it/mailman/listinfo/gargonza

L'autostrada è mia e la gestisco io: l'utero pigliatevelo pure. Tra i tanti che, per una fetta di potere o per senilità disturbata, hanno scelto di rinunciare ai propri principi democratici per passare sul carro fascistoide di Berlusconi e dei suoi gerarchi, una varia umanità che va da Sandro Bondi a Giuliano Ferrara passando per Gabriella Carlucci, la vicenda di Ombretta Colli in Gaber è sembrata sempre particolarmente triste. Una donna di teatro che aveva sostenuto grandi battaglie femministe, che aveva fatto delle cose tutto sommato belle e importanti con il suo lavoro artistico, ma che all'improvviso aveva buttato nel gabinetto idee e lotte personali gettando nello sconforto il compianto marito per una fetta di torta tutto sommato piuttosto modesta: la presidenza della Provincia di Milano, una roba che sulla carta vale meno di niente. Ombretta avrebbe potuto fare delle cose interessanti, in politica, se avesse scelto la sua posizione politica coerentemente con il proprio percorso di vita. Non si passa dal femminismo alla cultura berlusconiana senza un perché: i motivi ci saranno stati pure, ma non è dato saperli. Quello che sappiamo è che all'Ombretta gli era presa brutta: aveva deciso che doveva diventare la donna più potente in Italia nel campo autostradale. E ci si è messa pure d'impegno in questi anni, conquistando la poltrona delle autostrade Serravalle, la presidenza dell'Unione delle Province Lombarde, quella della Ferrovia Transpadana e della Società Concessionarie Autostrade Trafori. Una storia così, ovviamente, non può avere un lieto fine. Qualche mese fa i suoi colleghi di partito, quelli che fino al giorno prima facevano la fila per farsi fotografare accanto a lei, gli hanno fatto passare la voglia di asfalto autostradale sbranandola con le consuete maniere interne alla destra. Il colpo decisivo è arrivato però domenica sera, quando i cittadini di Milano e provincia le hanno dato il benservito: bye bye Ombretta. Che dire? Per una che proclamava in piazza l'autogestione del proprio utero, essere trombata da milioni di milanesi in una sola serata non è proprio una bella cosa.www.zonasedna.net

L´ITALIA AZZURRA NON C´È PIÙ MASSIMO GIANNINI da Repubblica - 28 giugno 2004 Cade la Provincia di Milano, "brucia" la Casa delle Libertà. Berlusconi, dalla lontana Istanbul, può anche dire che «dormirà tranquillo lo stesso», e che tanto per il governo «non cambia nulla». Ma con lo spettacolare tracollo di Ombretta Colli, crolla anche l´ultima fortezza del berlusconismo. Dopo aver perso le elezioni europee e il primo turno delle amministrative, il Cavaliere paga il tributo più alto ai suoi tre anni di governo conflittuale e inefficace. Forza Italia è sconfitta "in casa". Il partito-azienda perde nella città-impresa, dove tutto era cominciato giusto dieci anni fa, con la discesa in campo dell´imprenditore d´Italia. Perde nella città-laboratorio, dove l´innesto tra l´impolitica nuovista di Berlusconi e l´antipolitica populista di Bossi aveva generato la "questione settentrionale", imponendola al Paese come modello di sviluppo e al Palazzo come embrione del cambiamento. Forse è ancora presto per dire che il berlusconismo è definitivamente tramontato. Ma è certo che in soli tre anni il Cavaliere ha dissipato un patrimonio politico immenso: una maggioranza del 51%. E il valore, non solo simbolico, di questa debacle meneghina può essere altissimo. Nel 2004 Milano per il centrodestra rischia di essere davvero quello che Bologna fu per il centrosinistra nel 1999. Il sintomo periferico di una patologia degenerativa che parte dal centro. E che, se non capita e non curata, è l´inizio della fine. Come ha pronosticato Massimo Cacciari venerdì scorso: «Neanche il Padreterno riuscirà a mettere insieme i cocci del centrodestra». Quello che è altrettanto certo è che dai ballottaggi esce un´Italia completamente diversa da quella che il Cavaliere aveva sognato, dopo la rutilante vittoria del 2001. L´Italia azzurra che non esiste più L´Italia azzurra non c´è più. Il Paese "monocolore", che su un totale di 101 province vedeva Forza Italia primo partito in 81 e secondo partito in 20, si è scolorito. Ha subito la marea di ritorno del centrosinistra. Partita dal 2002 con la riconquista di Verona e Monza. Rafforzata nel 2003, con il trionfo di Illy in Friuli, di Gasbarra a Roma, di Dellai a Trento, e poi la vittoria dell´Ulivo per 6 a 4 sul Polo nei comuni capoluogo. Confermata il 13 giugno scorso, con l´affermazione in 18 comuni contro 6 (con la rivincita di Bologna e il clamoroso ribaltone a Bari) e in 38 province contro 3 (tra cui tutta la Toscana, Taranto e buona parte del Sud). Culminata, infine, con i successi di ieri in diverse province del Nord (oltre a Milano, anche Lodi e Biella, Belluno e Novara e Piacenza), nei comuni (oltre a Firenze, anche Bergamo, Macerata e Foggia) e con il sorprendente ein plein nel Sud (Brindisi, Chieti, L´Aquila) dove in soli tre anni tutte le province «continentali», tranne Catanzaro e Isernia, sono ripassate al centrosinistra. Si può dire finché si vuole, che un voto locale non può avere rilevanza sul piano nazionale. Che mai come in questo secondo turno hanno pesato i mancati apparentamenti palesi o gli scarsi sostegni occulti tra alleati della Cdl. Lo scontro feroce tra la Lega e Ombretta Colli a Milano, con il popolo lumbard che dai microfoni di Radio Padania invitava la candidata azzurra ad andare «a ciapà i ratt». Il centrodestra ha contratto un virus abitualmente tipico del centrosinistra: l´autolesionismo. An e Udc sono apparsi fermi, invece di spendersi in campagna elettorale: seduti sulla riva del fiume ad aspettare che passassero i cadaveri degli amici-nemici, per dare la colpa agli uni o agli altri della mancata vittoria. Adesso i leghisti dicono che «è tutta colpa della Colli». Mentre Volontè ribatte che la sconfitta «è frutto dell´asse Bossi-Tremonti». Una resa dei conti, che in realtà non era mai finita. Tutto questo ha sicuramente influito sul risultato finale. Come ha influito quella che Guido Legnante, sull´ultimo numero di Politica in Italia (Il Mulino) chiama «l´alta specializzazione» del partito personale del Cavaliere nel voto nazionale, e il suo speculare, scarso rendimento nelle altre competizioni elettorali (secondo l´Istituto Cattaneo, il saldo provinciali-politiche di Forza Italia, tra il 2001 e oggi, è peggiorato in media del 4,1%, mentre è migliorato del 4,9% per i Ds). Ma se tutto questo è vero, in uno scenario così radicalmente mutato, è difficile dare torto a D´Alema quando dice: «È un terremoto, altro che pareggio». Altrettanto difficile non dar ragione a Buttiglione, che alla vigilia del voto diceva «i ballottaggi sono un messaggio che il Paese invia al governo». Per Berlusconi, e per la Casa delle Libertà nella formula che abbiamo conosciuto dal 2001, è suonata la campana dell´ultimo giro. Per il premier, rischia di dimostrarsi tragicamente azzeccata l´analisi impietosa di un suo ex pupillo, quel Luigi Crespi che con Datamedia, tra sondaggi e focus group, ha avuto in mano la chiave della «macchina dei consensi» del Cavaliere: il premier ha perso per colpa dell´effetto Aiazzone. Per chi non lo ricorda, Aiazzone era il famoso mobilificio che negli anni 80 ha tempestato l´Italia con i suoi spot, sulle reti nazionali e su quelle private. Alla fine, producendo l´effetto opposto a quello desiderato: disaffezione, invece che fidelizzazione. «A un certo punto - racconta Crespi - quelli di Aiazzone hanno dovuto togliere il marchio dai camion, non riuscivano più a vendere un mobile. Anche la Cdl rischia di dover fare la stessa cosa, perché il prodotto Berlusconi non vende più... Non si può continuare a ripetere "abbiamo rispettato tutti i punti del contratto con gli italiani". L´elettore non recepisce, e piuttosto si chiede: se il contratto è stato rispettato, perché io non sto meglio?». A questa domanda, il Cavaliere non è stato e non è tuttora in grado di fornire risposte. Per la Casa delle Libertà si impone una svolta, se è ancora possibile. Il patto di ferro Forza Italia-Lega, come dimostra la vicenda di Milano, non tiene più. Forza Italia, partito di un uomo solo al comando, che tuttavia aveva messo radici sul territorio, non le ha sapute irrigare. E alla fine, in una lotta fratricida tra fazioni (Dell´Utri contro Scajola, Scajola contro Bondi e Cicchitto) le ha lasciate inaridire. Entra in crisi come modulo post-democristiano: al contrario di quanto accadde nel 2001 (quando contava su un tasso di stabilità dei propri elettorati pari all´84%, contro il 63% dei Ds) oggi non esercita più capacità attrattiva verso il voto moderato. Al contrario, cede voti e li rimette nel circuito politico: non solo nell´alveo del centrodestra, ma anche dell´Ulivo, visto che 6,2 elettori su 100 che avevano votato Fi nel 2001 hanno votato centrosinistra due settimane fa. La Lega, dopo l´uscita di scena di Bossi, è l´altro partito in crisi della coalizione. La malattia del capo ha depotenziato il movimento, che ora galleggia soltanto sull´onda emotiva di un leader carismatico ma convalescente. Il "tremontismo", che di quel patto politico era il sigillo vivente, ha fallito la prova. E ora è diventato, anche plasticamente, l´oggetto sul quale Fini e Follini esercitano il loro accanimento, forse neanche tanto "terapeutico". Il leader di An, cercando dall´interno dell´alleanza di ottenere deleghe economiche e di riprendersi i centri di spesa del Mezzogiorno, sui quali il suo partito conta per dimostrare in prospettiva che il "fronte del Nord" è inadeguato a garantire una crescita equa e solidale al Paese. Il leader dell´Udc, cercando dall´esterno dell´alleanza di destrutturarne gli assetti, attraverso un rilancio del sistema proporzionale che dovrebbe servire a tagliare le ali estreme dei due schieramenti (Lega e Rifondazione), rendendo possibile uno sbocco neo-centrista alla transizione italiana, di cui fatalmente l´uomo di Arcore non potrebbe più essere il simbolo. In tutti e due i casi, sia Fini che Follini lavorano già a uno scenario post-berlusconiano. Usando il linguaggio della scienza politica, si potrebbe dire che tra i partiti del Polo è cominciato un destabilizzante "free riding" post-elettorale (come avvenne alla Lega nel ?94, a Rifondazione nel ?96 e all´Udeur nel ?98). Usando invece un termine da vecchia politica, si potrebbe dire che è iniziata la «caccia al premier». Lui, al di là dei proclami sprezzanti, tipo «datemi il 51%», «non votate i partitini», non ha fatto molto per evitarlo. Dopo la frana delle europee e del primo turno, invece di serrare i ranghi è riuscito, di nuovo, a mettere tutti contro tutti. Su queste macerie elettorali, è quasi impossibile immaginare che il Cavaliere riesca a costruire qualcosa di nuovo, se non una infruttuosa e indecorosa sopravvivenza. Non gli basterà un figurativo «rafforzamento della squadra». Ha invece una sola carta buona da giocare: la riforma fiscale: sgravi Irpef alle famiglie per 8 miliardi, e sgravi Irap alle imprese per 3 miliardi. Resta da capire chi finanzia tanti sconti tributari. E resta da capire se questa mossa basti comunque, a rimettere in partita un leader debole e autoreferenziale, e un progetto politico logorato e confusionale. In queste condizioni, non si governa per altri due anni un Paese complesso come il nostro. Più che posticipare di un anno le regionali del 2005, a questo punto sarebbe meglio anticipare di un anno le politiche del 2006. Converrebbe e Berlusconi. E, una volta tanto, quello che conviene a lui converrebbe anche all´Italia. -------------------------------------------------------------------------------- Ds Milano - Rassegna stampa

PIACENZA Alla Provincia Boiardi sconfigge il polista Foti Il centrosinistra rivince inutile l´appello di Squeri MAURIZIO PILOTTI da Repubblica - 28 giugno 2004 PIACENZA - Gianluigi Boiardi mantiene il centrosinistra alla Provincia di Piacenza sconfiggendo in un atipico «ballottaggio a tre» due avversari in un colpo solo. Il primo, quello battuto nelle urne, è Tommaso Foti, deputato di An e candidato della Casa delle Libertà. I numeri dicono 52,04% contro 47,96. Il secondo, sconfitto politicamente con la netta vittoria di ieri sera, è un fantasma: quello del suo predecessore Dario Squeri, a capo per nove anni dell´amministrazione provinciale. Nell´ultimo mandato Squeri aveva governato con una giunta atipica, che vedeva alleati centrosinistra e Lega. In modo altrettanto atipico, il presidente uscente (uno dei primi amministratori della Margherita) aveva aspettato solo 48 ore dopo il primo turno del 13 giugno (Boiardi in testa con il 45,6%, Foti a inseguire con il 42,3) per saltare la barricata e comunicare che al ballottaggio avrebbe votato per il candidato del centrodestra. Motivazione ufficiale: la coalizione che aveva candidato Boiardi era troppo sbilanciata a sinistra verso Rifondazione, finendo per penalizzare le ragioni del centro. «Sono un moderato - è stata la risposta del candidato, neo deputato diessino - ho sempre creduto nel centrosinistra, non so come mi si possa tacciare di estremismo». Stando al risultato del ballottaggio, i piacentini gli hanno creduto: il «fattore Squeri» non ha portato alla Casa delle Libertà neppure un pugno di voti in libera uscita dai moderati dell´Ulivo, rimasti tutti nel territorio del centrosinistra. Alle urne c´è andato il 60,9 per cento degli elettori, quando cinque anni fa Squeri fu promosso con un´affluenza del 53,3: la conferma che il presidente-pentito è stato battuto e che sul Palazzo della Provincia non aleggerà nessuno spettro politico. Ora all´orizzonte per Boiardi si profila un´interessante continuità politica con il Comune, dove da due anni governa il sindaco ulivista Roberto Reggi: una sorpresa nella sorpresa, per una città come Piacenza in cui il «monocolore» rosseggiante è sempre stato una rarità. -------------------------------------------------------------------------------- il Caso Piacenza non segue Squeri sul ribaltone. Festa nel centrosinistra DAL NOSTRO INVIATO dal Corriere - 28 giugno 2004 PIACENZA - Il più festoso è stato Ercole, il suo vecchio cane. «Ma quando mi vede fa sempre così», dice Gianluigi Boiardi, 53 anni, sindaco di Monticelli, l’uomo del centrosinistra più Rifondazione. Un grande applauso sancisce la sua vittoria, e anche un corale Bella ciao . E’ il nuovo presidente della provincia. Sconfitto il competitor del centrodestra Tommaso Foti, 44 anni, deputato di An. Battuto anche Dario Squeri, Margherita, presidente uscente dopo nove anni di regno, che aveva incendiato la vigilia annunciando un clamoroso personale ribaltone: «Meglio il candidato del centrodestra, no a Bertinotti». Boiardi fa festa con la sua gente: «Queste sono persone con dei valori». E con la sua famiglia. La moglie Barbara: «Hanno vinto i piacentini, anche quelli che non l’hanno votato». La figlia Silvia e il fedele quattro zampe. Il neo eletto scherza: «Adesso anche i cani di Piacenza hanno il loro presidente». Festeggia pure il sindaco della città Roberto Reggi: è della Margherita, si è battuto per fare diga di fronte alle dichiarazioni di Squeri: «L’unità ha premiato». Stesso concetto espresso da quelli di Rifondazione: «Alleati si vince sempre». La sconfitta di Tommaso Foti è apparsa subito inevitabile: la perdita di elettori rispetto al primo turno ha danneggiato il centrodestra e non è scattato l’«effetto Lega». Lo sconfitto ha commentato: «Ci ha penalizzato l’astensionismo. Molti elettori del centrodestra non sono tornati a votare». Per contro Boiardi ha detto: «La nostra gente non si è fatta distrarre». E’ stato il ballottaggio più strano: un pro o contro Dario Squeri, l’uomo che ha trasformato una battaglia locale in fatto di interesse nazionale con un outing in nome della paura per «una sinistra massimalista condizionata da Rifondazione comunista». La sua parola d’ordine: «La Margherita non può essere succube di Bertinotti». Da Roma erano subito scesi in campo i maggiorenti con la scomunica ufficiale. In realtà la sortita di Squeri ha compattato Ulivo e dintorni. Il popolo del centrosinistra ha avvertito il senso della sfida, ha capito che a Piacenza poteva aprirsi una falla, ed ecco diffondersi un tam tam reattivo: tutti a votare per respingere l’attacco più insidioso, perché da un personaggio di carisma e quindi potenzialmente dotato di effetto calamita.Squeri può consolarsi perché è stato più visibile, più intervistato, più discusso dei due in ballottaggio. Ha pensato di poter essere l’ago della bilancia, ma si è sbagliato. Non ha portato la dote vincente a Foti. Non è riuscito a ribaltare il gioco. Tommaso Foti imparò a fare politica da Carlo Tassi, un deputato missino che si faceva vanto di sfoggiare sempre la camicia nera. L’allievo però ha sempre preferito il nerazzurro, inteso come maglia dell’Inter. Anche Gianluigi Boiardi, 53 anni, ha i suoi hobby: per esempio ristrutturare nottetempo motociclette degli anni ’60. Suona la chitarra, ama i Rolling Stones, gioca a bocce. Ha anche senso dell’umorismo. Il suo quattro zampe Ercole è stato registrato all’anagrafe canina come «meticcio Boiardi». E lui: «Ci rimasi male, ma se avessero scritto "bastardo Boiardi" era peggio». Vittorio Monti

La città dei fiori si ribella a Fi dopo gli scandali vince l´Ulivo da Repubblica - 28 giugno 2004 SANREMO - L´impensabile è successo anche nella Sanremo del Festival della Canzone, travolta da troppi scandali. Il nuovo sindaco è Claudio Borea, 46 anni, imprenditore, moderato, sostenuto dall´Ulivo e da tre liste civiche. Ha battuto con il 53.1 il suo rivale, Giovanni Rolando, 49 anni, ingegnere, candidato della Casa delle Libertà e dalla Lega, che si è fermato al 46.8. Un distacco di quasi sette punti, impensabile dopo il primo turno dove Rolando era in vantaggio di 2.5 punti. E invece, in questa terra dominata dal ministro Scajola, ha vinto la "rivolta della borghesia" che, stanca di scandali e inchieste, ha tolto la carta di credito affidata soprattutto a Forza Italia arretrata, già alle Europee, di dieci punti. E´ stata una rivolta di moderati, imprenditori, commercianti, professionisti, floricultori, che non hanno nascosto, almeno in parte, di aver votato per la Casa delle Libertà, in passato. Ma qui perfino la Lega che si era aggiudicata, al primo turbo, un 6.5 per cento di consensi, avrebbe preferito, lo ha dichiarato il suo candidato, lasciare libertà di voto. E la rimonta di dieci punti di Borea si può spiegare in parte anche così, e, soprattutto, con la scelta della gente di cambiare pagina. (w. v) -------------------------------------------------------------------------------- Il centrodestra perde Sanremo, il timone a Borea dal Corriere - 28 giugno 2004 Svolta storica per il Comune di Sanremo, conquistato per la prima volta dopo molti anni dal centrosinistra. Il nuovo sindaco è l’imprenditore Claudio Borea, candidato per la lista civica «La città ideale» appoggiata dal centrosinistra. Con il 53,07% dei voti ha superato il candidato della Casa delle Libertà, Gianni Rolando, che ha ottenuto il 46,93% delle preferenze. «Un risultato eccezionale per Sanremo - ha commentato il neo eletto sindaco - con immensa soddisfazione noto che la città ha risposto a questo appello di cambiamento ed ha alzato la testa. In questo modo si apre anche una nuova prospettiva di rinascita economica, culturale, morale e ambientale». Rolando, che nella vita è un ingegnere, si è sempre dichiarato tecnico e non politico. E’ stato «tradito» dalla posizione della Lega, che al primo turno ha corso da sola, offrendo poi l’appoggio al candidato della Cdl al ballottaggio «per disciplina di partito». Nel caso in cui l'apparentamento politico fosse stato subito ufficializzato, la Casa delle Libertà avrebbe vinto al primo turno. La precedente giunta di centrodestra era stata travolta dagli scandali legati all'Accademia della Canzone, il concorso canoro legato al Festival di Sanremo. -------------------------------------------------------------------------------- Ds Milano - Rassegna stampa

Voti a sinistra e defezioni anche dal fronte leghista di RENATO MANNHEIMER dal Corriere - 28 giugno 2004 Penati, il nuovo presidente della Provincia di Milano, deve la sua vittoria a Berlusconi. O, meglio, alla crisi del rapporto tra il Cavaliere e i suoi elettori, già manifestatasi alle consultazioni Europee e al primo turno delle Provinciali. Allora Penati ottenne il 43%, contro il 38% della sua avversaria. Una differenza percentuale che, sulla base delle prime proiezioni, pare essere grossomodo confermata. E che dipende sostanzialmente dalle defezioni dei consensi dell’elettorato di Forza Italia, già emerse quindici giorni fa. L’affluenza alle urne è stata inferiore a quanto registrato al primo turno (ma allora si votava anche per le Europee). Ma superiore alle Provinciali passate: il che dipende dalla mobilitazione legata all’enorme rilievo politico che, a destra come a sinistra, si è attribuito a queste consultazioni. Le varie fasce di elettorato hanno però reagito diversamente all’appello alla partecipazione. Le donne e, al solito, i giovani, dichiaravano nei sondaggi dei giorni scorsi una più modesta intenzione a recarsi alle urne. Ma la differenziazione maggiore è legata all’orientamento politico. Chi aveva scelto la Lega al primo turno risultava meno propenso a votare nuovamente, nonostante l’elettorato leghista sia solitamente più «militante». Si dichiarava ancor meno incline a rivotare chi aveva scelto al primo turno un «altro partito», che ora non ritrovava più nella competizione. Viceversa, nelle formazioni maggiori il tasso di astensione risulta relativamente meno elevato e, quel che è significativo, simile negli elettorati della Colli e di Penati che hanno dunque reagito in egual misura alla «mobilitazione». Ciò che ha permesso a Penati di mantenere la superiorità acquisita al primo turno. Avvantaggiandosi in più del «tradimento» di una parte degli elettori leghisti. Secondo ricerche condotte da Allaxia subito prima del voto, solo il 50-60% di questi ultimi ha votato per la candidata del centrodestra. Un comportamento determinato sia dall’assenza di un candidato proprio, sia dallo scarso «feeling» con la Colli, accentuato dal fatto che in occasione del primo turno la Lega aveva addirittura proposto autonomamente un suo esponente, sia dalla crisi, emersa con evidenza nelle europee, tra la base della Lega e Berlusconi. Per questo, oltre alla diffusa astensione, si registra tra i leghisti una quota (minoritaria ma significativa: attorno al 20%) che, subito prima delle elezioni, dichiarava addirittura l’intenzione di votare per Penati. Contribuendo così alla sua vittoria. Nel suo insieme, il voto della Provincia di Milano conferma la tendenza - già rilevata quindici giorni fa - di una erosione del consenso dei partiti del centrodestra e, in particolare, di Forza Italia. È vero che, sul piano della reale manifestazione di volontà degli elettori, il risultato appare dipendere solo da poche migliaia di voti in più o in meno. Ma le scelte dei votanti milanesi, pur coinvolgendo una percentuale irrisoria dell’elettorato italiano, condizionano in maniera determinante l’intero scenario politico. Perché, come si è detto, il loro significato simbolico è elevatissimo. Tutti, dai contendenti politici ai commentatori, concordano nell’attribuirlo. Come in certi conflitti, quando la conquista di un lembo di terra assume comunque il significato delle vittoria finale. Il voto di Milano evoca dunque la gravità della crisi - non si sa se temporanea o definitiva - del movimento di Berlusconi. Che proprio nel capoluogo lombardo trovò le sue origini. -------------------------------------------------------------------------------- Ds Milano - Rassegna stampa

Vince Felissari, anche Lodi boccia il Polo da Repubblica - 28 giugno 2004 Poco dopo le 23 nel comitato elettorale di Osvaldo Felissari, il candidato del centrosinistra per la poltrona di presidente della Provincia di Lodi, i primi risultati sono arrivati tra l´esultanza generale. Un´ora e mezza dopo i risultati sono definitivi: Felissari vince con quasi il 55 per cento, il suo avversario, Angelo Mazzola, si ferma poco sopra il 45. L´incognita Lega, che al primo turno correva da sola e al secondo aveva fatto un frettoloso apparentamento, si è sciolta davanti a quasi dieci punti di distanza. «Questo risultato vuol dire due cose: primo, che la precedente giunta ha lavorato bene; secondo, che il centrodestra paga una campagna elettorale radicalizzata su questioni strumentali, come quella della moschea», commenta a caldo Felissari. L´ex sindaco di Lodivecchio, parlamentare per due legislature dei Ds, subentrerà nel segno della continuità a Lorenzo Guerini, che ha retto la Provincia da quando è nata. Anche a Lodi i dati confermano che gli elettori sono andati al mare, invece che al seggio: dall´80 per cento dei votanti al primo turno si è arrivati al 54,4 di ieri sera e, a farne le spese, è stato proprio Mazzola. Gli ultimi manifesti elettorali lo ritraevano con Mauro Rossi, il candidato leghista che al primo turno aveva portato a casa il 13,41 per cento dei voti. (oriana liso) -------------------------------------------------------------------------------- Ds Milano - Rassegna stampa

IL MODELLO È IL GRANDE ULIVO FABIO ZANCHI da Repubblica - 28 giugno 2004 La fortezza berlusconiana ha perso un bastione. Il voto di ieri ha cancellato l´omogeneità politica tra Regione, Comune e Provincia. Forse è presto per trarre conclusioni radicali sullo stato di salute del berlusconismo e del governo nazionale. Sta di fatto che una volta tanto persino le parole del presidente del Consiglio, consegnate ieri a un giornale come "Libero" assomigliano a una previsione degna di fede: «Se perdiamo queste elezioni, perdiamo pure quelle del 2005 e le Politiche». La rottura dell´omogeneità politica è dovuta in primo luogo a Filippo Penati, un candidato che era partito con un dato di notorietà personale pari al 36 per cento, al di sotto di quello registrato dai partiti del suo schieramento, ma che nel corso della campagna elettorale ha rimontato giorno per giorno l´handicap che lo separava da una avversaria come Ombretta Colli. Se Penati è il padre di questo risultato, la madre è una sinistra dai nervi distesi, che per la prima volta ha saputo superare le differenze, capace di parlare il linguaggio delle alleanze, in grado di trasformare in forza le proprie debolezze. È una sinistra che ha riscoperto il coraggio e la capacità di portare la gente in piazza a parlare di politica, a condividere un disegno, nel segno dell´unità. Penati ha avuto il merito di fare una campagna elettorale molto concreta, ancorata ai bisogni e al sentire della gente, come forse solo i sindaci sanno fare. E ha avuto la sensibilità di lasciarsi guidare su un terreno che forse non era il suo: quello dell´apparire. Così si è presentato con un volto e un aspetto rassicurante anche là dove i politici sono visti con terrore e diffidenza. Risultato: oggi, dopo il voto, Milano non si risveglia comunista. Ma ha la sensazione di riscoprirsi padrona di se stessa e in grado di costruirsi un futuro più in linea con le proprie aspirazioni, sottratto alla forza ammagliante e un po´ rimbecillente degli spot televisivi. Tra gli artefici di questo risultato sarebbe sbagliato non annoverare anche altri. A cominciare da Ombretta Colli, che ha testardamente inseguito una versione orgogliosamente litigiosa, che ha finito per pesare sia sui propri alleati, sia nei rapporti con un elettorato ormai esasperato dalle baruffe tra amministratori. Insieme a lei, ha giocato un ruolo decisivo la Lega: anche ieri, tenendo chiusa la sede di via Bellerio, ha voluto sottolineare la propria estraneità al voto, dopo un apparentamento accidentato e tardivo. Quanto questo comportamento peserà nei rapporti interni alla Casa delle libertà si vedrà fin dai prossimi giorni. A giudicare dalle prime reazioni dei dirigenti di Forza Italia, che già lanciavano velate accuse contro il sindaco, spesso polemico con la Colli, si sta preparando una stagione parecchio turbolenta. Che Milano non merita. -------------------------------------------------------------------------------- Ds Milano - Rassegna stampa

Penati in trionfo: c’era voglia di cambiare e io l’ho capito «E’ stato un successo corale, con il contributo di tanti». A ottobre la scelta dei Ds: Filippo parte sempre in svantaggio ma poi vince dal Corriere - 28 giugno 2004 MILANO - Esplodono insieme la gioia e l’esasperazione. In mezzo c’è lui. Filippo Penati, ex sindaco di Sesto San Giovanni, ex «oscuro» funzionario di partito che prima, nel ’94, aveva vinto a Sesto San Giovanni contro ogni aspettativa e contro il Polo nel pieno del suo fulgore, e che dieci anni dopo entra fra bandiere e cori da stadio a Palazzo Isimbardi. Esplodono la gioia e l’esasperazione di tanta gente «che non ne poteva più di arrivare sempre seconda», come spiega un collaboratore di Penati. E lui, il nuovo presidente della Provincia, sudato fradicio, commosso, frastornato, viene trascinato dalla sua gente sul palco del cortile interno a Palazzo Isimbardi. Saluta tutti, cerca le parole che non trova, piange, abbraccia gente che neppure riconosce e ringrazia: «Grazie a tutti, grazie a chi mi ha aiutato, grazie a Milano, siete meravigliosi». Gli stanno intorno il nuovo vicepresidente Alberto Mattioli, della Margherita, e il futuro assessore Irma Dioli di Rifondazione. «Grazie anche alla mia squadra», ripete Penati. I giovani cantano «Bella Ciao» a squarciagola, in centro a Milano si improvvisa un carosello interminabile di auto festanti ma stavolta no, non è perché il Milan ha vinto e neppure perché l’Italia in un altro mondo si è qualificata agli Europei. «I più forti in Provincia siamo noi», è il ritmo di questa sera afosa d’estate. Penati si concede alle telecamere, si augura che «Ombretta Colli rimanga in consiglio provinciale e si possa collaborare», poi cerca di spiegare il voto: «Avevo ragione quando sostenevo che la gente aveva voglia di cambiare e che in città tirava un’aria nuova. Questa è la vittoria corale di tutta la gente che non ne poteva più e chiedeva un rinnovamento autentico». Un’analisi anche sul portato nazionale del risultato: «Si è conclusa un’epoca e si è consumato il credito illimitato di fiducia nei confronti del centrodestra». E poi: «C’è stata anche un’affluenza più alta del previsto, quindi non possono neppure tirare in ballo l’effetto astensione». Il resto è festa. Nel comitato Penati di via Pergolesi i collaboratori del capo festeggiano: sono i «sestesi», gli stessi che lavorano con lui da dieci anni macinando successi su successi. Sono loro che in tempi non sospetti garantivano: «Penati? Parte sempre in svantaggio e poi vince». Così in questa nuova avventura: fino alla primavera, nessuno avrebbe scommesso un centesimo sulle possibilità di Penati. «Troppo diessino», diceva qualcuno. «Troppo moscio», ribatteva qualcun’altro. «Troppo sconosciuto», sottolineavano molti. Ma lui si è giocato la partita. Il colpo di genio, secondo alcuni, è stato poi di affidarsi alla pierre dei salotti milanesi, Barbara Vitti, che ha dato una svecchiata alla sua immagine di funzionario di partito e agente dell’Unipol. E poi è partita la macchina da guerra, con tutti i partiti, Ds in testa (e anzi, se vai a grattare qualche pancia, trovi almeno un diessino che mugugna perché «ci è toccato fare tutto a noi»), decisi a riportare la gente in piazza. Il miracolo, forse, è stato proprio quello. Che la gente ha ricominciato a crederci. «Sembra la mobilitazione del vecchio Pci», diceva l’altro giorno un anziano fuori dalla sezione Cgil-Spi di Gratosoglio e quasi aveva le lacrime agli occhi a vedere sotto il sole cocente tutta quella gente venuta per battere le mani a Lilli Gruber, osannata manco fosse Enrico Berlinguer. E poi volantini e spillette, feste e dibattiti, applausi e strette di mano, manifesti e catene di telefonate. Senza contare la processione di big nazionali, quelli accusati di avere snobbato Milano per troppi anni. Tutti improvvisamente convinti che «si può vincere e da qui, in casa sua, si comincia a battere Berlusconi». Adesso inizia la parte più difficile: mantenere le molte promesse fatte durante la campagna elettorale. Come l’impegno preso con la moglie: «Se vengo eletto, smetto di fumare». E per uno che ha la voce roca di chi è cresciuto a partito, sindacato e Marlboro, non è uno scherzo da nulla. Meno complicato, di certo, che vincere a Milano contro l’armata del centrodestra. Elisabetta Soglio -------------------------------------------------------------------------------- Ds Milano - Rassegna stampa

Rutelli: "E' una vittoria storica subito la confederazione ulivista" di CURZIO MALTESE Francesco Rutelli in un disegno di Mannelli ROMA - Il silenzio dei telegiornali, Berlusconi che mette le mani avanti ("Comunque vada, non ci sarà crisi"), l'immediata rissa nella maggioranza. Non ci vuole molto a capire che la presa di Milano da parte dell'Ulivo è un fatto storico. Come dice Francesco Rutelli: "E' una vittoria storica. Il suggello delle elezioni del 2004. La prova definitiva che la caduta di consenso personale di Silvio Berlusconi è ormai un fatto irreversibile". Si aspettava una vittoria tanto netta, nonostante l'enorme mobilitazione del berlusconismo nella sua (ex) capitale? "Penati ha fatto un lavoro straordinario. Le dimensioni della sconfitta sono un dato che cambia la situazione politica nazionale. E' una sconfitta bruciante per Berlusconi e si vede dalle sue reazioni. Ha detto subito che il governo non cade, non va in crisi, però vuole cambiarlo. Per noi questa è una data da ricordare, da oggi comincia una nuova storia". Il governo reggerà la crisi? Siamo al regolamento di conti fra An e la Lega. Con il berlusconismo sconfitto nella sua culla, incapace di trovare una via d'uscita. "Berlusconi ha voluto trasformare le elezioni in un referendum personale e l'ha perso anche nella sua città. E poi non si tratta solo di Milano, che pure ha un valore simbolico enorme. L'intero quadro dei risultati segnala una frana della destra nelle sue roccaforti e una netta avanzata nostra ovunque, da Sanremo a tutta la Puglia, da Novara a Chieti. L'effetto sarà devastante e la mia previsione è che la maggioranza vivrà per due anni in una crisi permanente. Certo, hanno un patto di potere oltre il quale c'è soltanto un rovinoso rompete le righe e quindi cercheranno di aggrapparsi a quello". PUBBLICITA' Il voto del ballottaggio aiuterà a chiarirvi le idee sul Listone, lo mantenete o si ricomincia daccapo? "Io le idee le ho chiare. Sull'unità non si torna indietro. Bisogna andare avanti e presentarsi al Paese compatti con Prodi. Quanto allo strumento dell'unità, mi pare evidente che oggi il più realistico è una federazione ulivista". Che significa in concreto una federazione? Tre o quattro partiti che si vedono ogni tanto per confrontarsi o una cosa seria? "Una cosa molto seria e difficile. Quello a cui penso è una federazione sul modello della confederazione sindacale di Cgil, Cisl e Uil. Dove ciascuno mantiene la sua organizzazione ma la direzione di marcia è decisa in maniera unitaria, sui temi strategici". Mi perdoni ma l'esempio dell'unità sindacale, di questi tempi, non appare felice. "E' la conferma di quanto dico. I sindacati hanno svolto un ruolo importante, decisivo e creativo quando sono stati uniti. In politica significa che dobbiamo mettere da parte i conflitti, che rischiano di danneggiarci, e puntare sugli elementi di unità". In concreto vuol dire che non vi avviate a un partito unico ma potreste mantenere il simbolo "Uniti nell'Ulivo"? "Il partito unico non è in discussione. Fassino, come me, parla di federazione. La Margherita ha una funzione decisiva, da rilanciare. Quanto al simbolo, decideremo appunto insieme, cercando di coinvolgere un milione di iscritti e magari anche gli elettori. Il modo si vedrà". Marciare divisi per colpire uniti, si diceva un tempo. Il fatto è che a volte si finge di marciare uniti e si colpisce divisi, meglio se l'alleato. Sulla svolta in Iraq siete riusciti a litigare fino alla vigilia del voto. "Litigare non è il termine giusto. Quello della guerra è un tema che tormenta le coscienze. Il popolo americano in un anno è passato da oltre il 70 per cento di favorevoli a una decisa maggioranza di contrari. L'importante è avere alcuni punti fermi". E voi li avete i punti fermi sulla guerra? "Assolutamente sì. Il nostro rifiuto è stato immediato, dal principio. E' una guerra sbagliata e ora se ne sta accorgendo perfino Bush, che ha una gran voglia di ritirarsi. Agli italiani possiamo dare una certezza. nessuna operazione fuori dall'Onu". Torniamo alle europee. Alla fine, come giudica il risultato della lista, buono o deludente? "Dieci milioni di voti non possono essere un risultato deludente. Ma dal crollo di Berlusconi potevamo ottenere di più. Le elezioni lui le ha perse ma noi non le abbiamo ancora vinte. Abbiamo stravinto le amministrative. Le europee le abbiamo pareggiate". Si aspettava che il centrosinistra superasse il 50 per cento dei voti? "Sarebbe stata un'impresa storica. Perché da quando esiste il maggioritario, il centrosinistra è sempre stato minoranza nel Paese. Con le europee abbiamo fatto passi in avanti ma se vogliamo vincere nel 2006 dobbiamo prendere voti dall'altra parte. L'elettorato ha punito Berlusconi ma ha dato anche la sveglia a noi. Non possiamo presentarci alle prossime elezioni con la fotografia di dieci anni fa". Anche perché, come dice Bersani, era una foto piuttosto mossa. D'altra parte la squadra è la stessa. "La leadership di Prodi è fuori discussione. Quanto alla squadra, si vedrà". A parte la squadra, che cosa dovrebbe cambiare il listone per convincere gli elettori in fuga dal berlusconismo? "Anzitutto creare un maggior entusiasmo con proposte davvero nuove, forti, convincenti". Una specie di contratto con gli italiani riveduto e corretto? "I contratti falsi firmati nel salotto di Vespa non ci interessano. Dico proposte serie, nuove, positive, sui temi che interessano il futuro degli italiani. Le vere riforme". Può fare un esempio di vera riforma? "Il welfare. E' necessario sostenere le famiglie, rilanciare la natalità. Un'ipotesi è quella di un bonus per ogni bambino che nasce. Un bonus che si porterà dietro finché cresce e trova lavoro e che potrà usare per la scuola, gli studi, i corsi di formazione. Il welfare non può essere soltanto un infinito dibattito sulle pensioni". Toccare il welfare è pericoloso in Italia. "Ma noi vogliamo farlo con il dialogo. Perfino il presidente della Confindustria, Montezemolo, invoca il ritorno alla concertazione e alla coesione. Il governo Berlusconi ci ha offerto la prova di quanti guai possa provocare l'idea di spazzare il sindacato". Quali sono gli altri temi sui quali puntare per il centrosinistra nei prossimi due anni? "L'europeismo che è nel Dna del centrosinistra e manca totalmente alla destra. L'ultima prova viene da questa brillante idea di togliere Monti per mandarci un ministro di secondo piano (Buttiglione, ndr), sulla base di piccoli calcoli interni, senza pensare al danno che si produce per il nostro Paese. Un altro tema decisivo è l'ambiente che sarà un'emergenza nei prossimi anni. Significa qualità urbana, innovazione tecnologica e futuro dell'energia. Un altro tema importante è l'integrazione degli immigrati". Un tema scomodo che infatti il governo si guarda bene dall'affrontare. "Certo, offrire scuola, sanità, formazione e case agli immigrati costa. Ma costa ancora di più lasciare tutto com'è e fare una sanatoria ogni cinque anni. Che fine ha fatto la proposta di voto di Fini? Non c'è, nessuno l'ha portata in Parlamento. E' servito soltanto a sdoganare per una settimana i post fascisti". L'economia è il settore dove il governo ha dilapidato la fiducia degli elettori. "E purtroppo sta distruggendo la finanza pubblica. Hanno impostato tutto sulle una tantum, nella speranza di un miracolo imminente che non è arrivato. Abbiamo perso tre anni, inseguendo i sogni e le favole di tagli fiscali. Sulle tasse l'Ulivo deve proporre un programma semplice, che si riassume in due punti. Il primo è farle pagare a tutti, che rimane l'unico sistema per ridurle davvero. L'altro è tagliare le tasse sul lavoro, a vantaggio dei lavoratori e delle imprese. L'obiettivo sociale, invece di promettere irreali paradisi fiscali, è difendere il potere d'acquisto dei salari". Tutte proposte interessanti ma troverete lo spazio per comunicarle? Non teme che Berlusconi voglia ulteriormente blindare l'informazione e la tv? "Sarà la prima cosa che cercherà di fare, se lo conosco bene. A cominciare dal nuovo consiglio Rai, visto che questo ormai è bollito. Sarà la prima delle tante battaglie dei prossimi due anni". repubblica.it

La caduta più grave di Pasquale Cascella O di qua o di là. Il bello del maggioritario è che non lascia spazi ad equivoci: sono gli elettori a decidere chi vince e chi perde, senza nulla concedere alle dispute bizantine sullo zero virgola qualcosa che si sposta nelle competizioni d’impronta proporzionale. E ieri il verdetto delle urne è stato clamoroso, ancora più netto ed eloquente di quello di due settimane fa. È il bis. Due settimane fa la maggioranza del paese aveva già assegnato la gran parte delle Province e dei Comuni al centrosinistra. Ai ballottaggi amministrativi di ieri la maggioranza degli elettori ha confermato la scelta per il centrosinistra, dal Nord al Centro al Sud, si è riconosciuta nella sua politica delle alleanze, ha aderito alle sue scelte programmatiche per il governo locale, gli ha affidato il compito di costruire dal territorio l’alternativa politica nazionale, ha dimostrato che è già pronta una maggioranza reale rispetto alla maggioranza numerica su cui il premier conta di «dormire tranquillamente». Dormire, appunto. Per non vedere, non sentire e non fare i conti con la sconfitta più cocente dalla discesa in campo di dieci anni fa. Ancora più drammatica di quella di quindici giorni fa. Perché doppia: personale e politica. Per di più subita in casa, dove tutto gli avrebbe dovuto essere favorevole. Il premier ha perso rovinosamente anche l’«altra» capitale, che si vuole simbolo della modernizzazione del paese. Milano si è ribellata a seguire nel declino il suo uomo-immagine: Silvio Berlusconi ha perso la città emblema del suo impero finanziario e mediatico, delle sue alleanze politiche privilegiate, del suo comando unico. La città con cui ha sempre identificato, prima e dopo la fatidica discesa in campo di dieci anni fa, se stesso e il proprio partito, ha consumato il de profundis del berlusconismo in un lasso di tempo incommensurabile rispetto a quello in cui si era logorato il mito di «Bologna la rossa», la città strappata cinque anni fa alla sinistra dal Guazzaloca di passaggio. E, guarda caso, riconsegnata la settimana scorsa nelle mani di un tenace avversario come Sergio Cofferati. Doppia, dunque, è anche la parabola di questo voto, se rilegittima una sinistra che ha elaborato il senso più profondo delle sconfitte subite proprio mentre fa sprofondare tutti i modelli personalistici di governo della cosa pubblica cresciuti all’ombra dell’antipolitica. Un chiaro «segnale politico per tutto il paese», dice appunto Romano Prodi, con misura e responsabilità. Di fronte al quale vegetano gli smemorati. Sentite il forzista Fabrizio Cicchitto: «Chi parla di spallate, di elezioni politiche anticipate dice parole in libertà». La parola degli elettori, in effetti, equivale al vaccino montanelliano. Vale, dunque, molto di più delle spallate che, semmai, il centrodestra si sta dando da solo, a colpi di mozioni di fiducia che sviliscono la qualità democratica del copioso mandato parlamentare ricevuto nel 2001. E Claudio Scajola, che ora vuol dare «alle elezioni amministrative il significato che hanno», perché non va a rileggersi il peana dell’«etica del fare» pronunciato in quel di Assago? Compresa l’allusione, minacciosa verso gli alleati, a una soluzione traumatica della legislatura. «Illusioni», appunto. Ma l’unico illuso è stato il premier spaccatutto: «Si candida la Colli, si vota per me», aveva proclamato. Se si votava per Berlusconi, alle europee e alle provinciali, il governo c’entra, e come. Per di più Berlusconi ha invocato il referendum su di se anche dopo la lezione del primo turno, con Ombretta Colli costretta a boccheggiare all’inseguimento di Filippo Penati. E si è esposto in prima persona per recuperare alla candidata clonata i voti che le erano mancati al primo turno, a cominciare da quelli politicamente dubbi della Lega. Vada a spiegare, adesso, a un alleato di ferro come Ignazio La Russa che non è vero che a Milano il centrodestra ha pagato l’«errore madornale della Lega che, andando al primo turno da sola, fa fatto tutta una campagna contro». Bella alleanza di governo e politica, non c’è che dire. E bella scoperta, quella di Sandro Bondi: «Quando si presenta unita fin dal primo turno la Casa delle libertà può vincere». Appunto, ha perso perché unita non era, e non lo era per ragioni squisitamente politiche, che restano intatte dopo i ballottaggi. Quindi, è destinata a continuare a perdere. Nella scomposta, e vana, rincorsa dei voti leghisti, Berlusconi ha compiuto lo scivolone più grossolano e forse irrimediabile: ha concesso ai maggiorenti del Carroccio una garanzia, quella sui tempi e sui contenuti della controriforma costituzionale sulla devolution, di cui non aveva la piena disponibilità politica. Non più dopo le europee, con il tracollo subito dalla sua candidatura imposta come «bandiera» alla testa delle liste di Forza Italia in tutte le circoscrizioni elettorale europee. Aveva un debito, il premier, con gli alleati già dalla bruciante mazzata alle amministrative dello scorso anno. Non lo ha saldato neppure dopo che An e Udc hanno rastrellato un po’ dei voti in fuga da Forza Italia, rivelandosi decisivi per la sopravvivenza della coalizione. Ha chiesto loro di pazientare per la verifica del programma, della squadra di governo e delle stesse modalità di convivenza nella coalizione che passasse la buriana dei ballottaggi. In compenso ha voluto «premiare a tutti i costi l’asse Bossi-Tremonti», come ricorda il centrista Luca Volontè che a tanta sfacciataggine addebita i «nuovi risultati». Ma An e Udc cosa hanno fatto per evitare di essere trascinati nella china dell’era berlusconiana? Ora La Russa e quant’altri dicono che il voto «impone una riflessione profonda». Sarà. Ma la campana della maggioranza reale ha suonato anche per chi resta assediati nel fortino della maggioranza fittizia a discettare di manovrine e rimpastini. unita.it

Berlusconi non ci vuole credere. L'Udc: «Ringraziamo Bossi e Tremonti» di Marcella Ciarnelli «Non ho notizie nè da Milano, nè da nessuna altra parte ma sinceramente credo che dormirò sonni tranquilli» ha detto ieri sera il presidente del Consiglio in trasferta ad Istanbul per partecipare al vertice della Nato, quasi a voler esorcizzare il risultato negativo nel ballottaggio alla provincia di Milano ormai nell’aria che, qualunque cosa lui vada dicendo, a questo punto è il simbolo di un cambiamento di rotta del Paese. C’è da scommettere che all’ombra della Moschea blu Berlusconi non avrà riposato granché. Davanti ai numeri inesorabili, nella notte quelli veri, che lo hanno riportato alla realtà. Arrivano dalla Provincia di Milano, la sua, quella in cui il premier vota e dove ora dovrà spiegare alla defenestrata Ombretta Colli (e non solo) perché la Lega una volta è amica e un’altra non lo è. Arrivano da molte altre realtà. Il sogno va svanendo. Il risultato dei ballottaggi non potrà non avere una conseguenza sugli equilibri interni alla maggioranza di governo. La tensione esplosa nelle settimane all’indomani della prima tornata elettorale è destinata ad acuirsi. Manovra, rimpasto, ministeri da spacchettare per accontentare questo o quello, la fila per un posto da sottosegretario. Un incubo che Berlusconi ha cercato di allontanare esibendo un incauto ottimismo. Dopo aver ribadito che non ha alcuna intenzione di «passare attraverso una crisi» per risolvere i problemi all’interno della maggioranza il presidente del Consiglio ha tracciato l’itinerario che lo aspetta al suo ritorno in Italia che potrebbe anche prevedere un’appendice a Bruxelles per designare, con gli altri capi di stato e di governo della Ue, il successore di Romano Prodi alla guida della Commissione che per lui è Josè Manuel Barroso «un candidato ideale». «La prossima settimana dovremmo chiudere tutto, sia il lancio della politica per lo sviluppo dell’economia, che comprende la riduzione delle tasse, sia un eventuale rafforzamento della squadra di governo» ha detto Berlusconi. Nessun legame, quindi, per il premier tra i risultati che fioccano e la tenuta dell’esecutivo. «Non vedo perché il governo non debba rimanere. Abbiamo un mandato di cinque anni e intendiamo rispettare il programma. Tutto il resto è strumentale» afferma con leggerezza e dimenticandosi in modo strumentale che a tre anni dal suo arrivo a Palazzo Chigi sono proprio i punti qualificanti del programma, a cominciare dalla riduzione delle aliquote fiscali, a non essere stati rispettati. Se ci sarà bisogno di modificare l’assetto del governo, qualcosa pure la si farà. «Se dobbiamo rafforzare la squadra -insiste il premier- la rafforzeremo. Potremo arrivarci anche con delle new entry ma solo se migliorano la squadra. Averne per fini diversi non credo sia accettabile nè da noi, nè dai cittadini». Il messaggio agli alleati scalpitanti è chiaro. Ma gli alleati a cui è destinato il messaggio non aspettano molto per fargli sapere come la pensano. «Voler premiare a tutti i costi l'asse Bossi-Tremonti ha dato questi risultati». È il commento del capogruppo dell'Udc alla Camera Luca Volontè. «Dai cittadini italiani è venuto un giudizio chiarissimo su questa prima parte della legislatura e dei governi di coalizione della gran parte delle città è delle province italiane». «È un segnale palese di difficoltà - prosegue Volontè - a cui bisogna reagire con un cambio di rotta e cambiando marcia alla Cassa delle Libertà». Secondo il dirigente dell’unico partito di centrodestra uscito bene da questa tornata elettorale, ora «c'è bisogno di responsabilità, di metodo e di merito dentro la coalizione e da condividere con l'intero paese». «Non è il tempo di strapuntini - sottolinea Luca Volontè - e nemmeno di divani ma ben altro è il compito che gli elettori ci hanno assegnato: riflettere e ripartire per il bene del paese». Il nodo, dunque, è il rapporto con la Lega. Il partito di Bossi rimasto senza leader ha di certo condizionato l’esito del voto. Quando ha corso da solo e quando, in seconda battuta, ha scelto l’apparentamento, anche se Roberto Calderoli tenta di salvare il salvabile dicendo che il voto sul governo «è stato quello delle europee». Ma è anche vero che dopo la sconfitta personale di Berlusconi alle europee, quella di un candidato come Ombretta Colli, strettamente legata al premier, nei ballottaggi appena conclusi è il segnale che le cose non funzionano più. Anche nei colonnelli di Forza Italia le sicurezze stanno cedendo il passo al panico. Per spargere ottimismo non basta Fabrizio Cicchitto che dice «chi parla di spallate, di elezioni politiche anticipate dice parole in libertà» e sostiene di vedere «un governo e una maggioranza che tengono in modo indiscutibile». Non basta Claudio Scajola che invita a dare «alle elezioni amministrative il significato che hanno». Invito che ovviamente vale solo quando a perderle sono loro. Il vice presidente dei deputati di Forza Italia, Isabella Bertolini insiste sul fatto che «il risultato di Milano impone ora una riflessione profonda nella Casa delle Libertà e ancora di più in Forza Italia». Punta il dito sulla Lega che «prima va da sola, poi all’ultimo momento corre ai ripari, ma è troppo tardi, e gli elettori ci puniscono». Una coalizione penalizzata dal fatto di non essersi presentata unita al primo turno è anche la lettura che del voto dà Paolo Romani, coordinatore “azzurro” della Lombardia. «Il risultato della Lombardia rappresenta il de profundis del governo Berlusconi e della maggioranza» è stato il drastico commento di Alessandra Mussolini. unita.it

Rivince il centrosinistra, cade anche l'ultima roccaforte delle destre di Rachele Gonnelli Scherza, Piero Fassino, avvicinandosi a larghe falcate alla saletta delle dichiarazioni alla stampa. «Abbiamo vinto anche a Sanremo, il prossimo anno ci vai tu a cantare», ordina al suo portavoce Quillo. E sfodera il sorriso delle grandi occasioni all’accensione dei faretti per le telecamere. «Uno splendido successo per il centrosinistra a Milano», inizia. «La provincia viene conquistata in modo netto da Penati, cade uno delle roccaforti del centrodestra e Berlusconi perde in casa». «Il quadro – continua Fassino – conferma lo sfondamento del centrosinistra anche nei ballottaggi. È una netta conferma delle tendenze già espresse al primo turno dagli elettori di affidarsi al centrosinistra. Possiamo dire che il voto amministrativo e quello delle europee ridisegnano la geografia politica dell’Italia». Fassino è arrivato al “Botteghino” poco prima la chiusura dei seggi. Ed è rimasto in stretto contatto con la sala “Willy Brandt” dove una ventina di operatori elaboravano i dati provenienti dai rappresentanti di lista Ds nei 350 seggi campione. Le proiezioni elaborate sono iniziate a circolare presto, anche se con approssimazioni che si sono progressivamente colmate. Ma la tendenza si è vista subito, sia per Milano che per le altre città. Anche la perdita di Arezzo da parte del candidato Bettoni del centrosinistra è stata subito chiara. Unico risultato che è rimasto incerto fino a notte tarda, quello di Padova, dove dopo un lungo testa a testa con Frigo alla fine la bilancia ha battuto per il candidato del Polo Casarin. «Si tratta di un segnale per tutta l’Italia», ribadisce il dato politico positivo Romano Prodi. E Luciano Violante si fa intervistare dalla Rai per parlare di «vittoria storica», che –anzi – secondo lui è solo l’ultima tappa di una rimonta del centrosinistra da tre anni a questa parte. La Casa delle Libertà infatti inizia a parlare di una «profonda riflessione interna» da fare. A dirlo, dopo la mezzanbotte e i dati quasi definitivi delle grandi città è l’azzurro Bertolini, vice presidente dei deputati di Forza Italia, che parla di problemi di «equilibrio» nella Casa e punta il dito contro la stampella traballante della Lega. Gli scricchiolii si avvertono anche nella stanza dell’Udc. Secondo Luca Volonté: «Voler premiare a tutti i costi l'asse Bossi-Tremonti ha dato questi risultati». Considerazioni brucianti che annunciano una resa dei conti non solo di An. Ora Berlusconi dovrà probabilmente inventarsi qualcosa di diverso rispetto all’idea di “crisi lampo” già bocciata dalla Lega. La discussione nel centrosinistra casomai dovrà tener presente che la vittoria al secondo turno a Firenze di Leonardo Dominici ha di nuovo premiato, come a Bologna quindici giorni fa, un’alleanza più vasta del Triciclo, che aggreghi anche l’ala della sinistra “radical”, da Rifondazione alla lista di Paul Ginzborg nata dal movimento dei Girotondi. Mentre a Piacenza non sembra aver pesato il tanto annunciato “effetto Squeri”, dal nome dell’esponete della Margherita che aveva fatto dichiarazioni in favore del candidato del Polo, in alternativa a quello che giudicava una connotazione troppo a sinistra del candidato poi scelto dagli elettori. Certo che, per dirla con Fassino, «intanto il centroisinistra ha vinto». E Berlusconi che aveva annunciato di dormire una notte comunque tranquilla, avrà probabilmente un risveglio agitato. unita.it

Elezioni: a Lodi Il Centrodestra Distribuisce 'Assegni' Di (Stg/Pn/Adnkronos) Milano, 24 giu. - (Adnkronos) - Sei assegni firmati dal candidato del centrodestra alla Provincia di Lodi Angelo Mazzola per tutti i cittadini, che a fine mandato, in caso di una sua vittoria, andranno da lui a riscuote non denaro ma promesse mantenute. ''Si tratta -spiega il candidato Mazzola all'ADNKRONOS- di una specie di contratto con i cittadini, ma in una forma piu' originale''. Lo schieramento del centrodestra, dove anche la Lega e' confluita in seguito all'apparentamento, ha distribuito ai cittadini del Lodigiano una sorta di libretto degli assegni simbolico. Si tratta di un blocchetto di sei fogli firmati da Mazzola dove l'importo non e' denaro ma impegno elettorale. Lodi - Elezione del presidente della provincia (risultati definitivi) Felissari Lino Osvaldo (centrosinistra) 54.9 Mazzola Angelo (centrodestra) 45.1

Virginio Brivio espugna Lecco: 55,82% Virginio Brivio ha espugnato la città di Lecco, guidata, al contrario, da una coalizione di centrodestra con Sindaco il leghista Lorenzo Bodega. Il candidato alla successione di Mario Asnghileri ha ottenuto 11.145 voti su un totale di 19.969 pari al 55,82%. Dario Perego si è fermato a 8.824 pari al 44,18%. Nel 1999 il candidato del centrosinistra aveva ottenuto il 57,4%; quello del centrodestra il 42,6%. La vittoria di Brivio mette in crisi la Lega (con la quale si può perdere) e fa a pezzi la politica di Colombo e Dadati Virginio Brivio è il nuovo presidente della provincia di Lecco. Ha vinto col 56,48% dei voti; poco meno del suo predecessore, Mario Anghileri che il 27 giugno 1999 sconfisse Guido Puccio col 57,9%. Ma allora andò a votare soltanto il 38% degli aventi diritto; questa volta sono andati alle urne oltre la metà degli iscritti, esattamente il 51,49%. Dunque un voto con tutti i crismi della piena legittimità. Ma ci sono altre differenze che marcano ulteriormente la vittoria del candidato del centrosinistra. Una su tutte: l’appoggio esplicito di Ugo Parolo a Dario Perego. Col senno di poi è facile dire che non era il caso di spendersi così, ma ragionevolmente la vittoria di Brivio era prevedibile. Ed ora la Lega si trova a condividere una sconfitta che non le appartiene. Viene da chiedersi: ma chi glielo ha fatto fare all’onorevole Ugo Parolo di esporsi così tanto per Perego, dopo averlo peraltro punzecchiato in campagna elettorale per il primo turno? Parolo aveva ottenuto un 5% di consensi in più rispetto al 1999. Poteva accogliere solo formalmente l’ordine (sciagurato, come Milano dimostra) dei vertici della Lega di appoggiare al secondo turno il candidato del centrodestra, e godersi il suo successo personale. Indubitabile. Invece, da buon soldato, ha ubbidito scendendo in campo al fianco di Perego, arrivando, non senza una punta di boria, a riaffermare nel comizio conclusivo di Lecco, le previsioni ridondanti dell’ex sindaco di Merate: “Vinceremo, abbiamo tutti i numeri per sconfiggere questa sinistra”. Numeri sbagliati, però. Perché in politica mai i voti di partiti diversi si sommano. L’esempio di queste Provinciali è emblematico: Il Polo aveva ottenuto al primo turno 59.610 voti; la Lega Nord + No Euro e LC, 39.231. Togliamone 1.800 circa di No Euro che al ballottaggio ha appoggiato Brivio, e abbiamo un totale potenziale di oltre 97mila voti. Ma a spoglio ultimato, cioè poco dopo la mezzanotte del 27 giugno, Dario Perego aveva ottenuto 57.143 preferenze, il 58,9% di quel totale potenziale. Una debacle, considerando il minor astensionismo rispetto alle previsioni e, come si diceva, la martellante campagna, anche pubblicitaria del Carroccio a favore del candidato della Casa delle Libertà. Al contrario Virginio Brivio aveva conquistato al primo turno 89.558 + i 1.800 teorici di No Euro per un totale di 91.358, e al secondo 74.185 pari all’81,2%. Il che significa una riconferma in massa dei consensi attribuiti due settimane fa. Il parlamentare Parolo, esperto in tornate elettorali, tutto questo poteva prevederlo. E avrebbe potuto giustificare lo scarso impegno con i contrasti durissimi con i dirigenti di Forza Italia, Bruno Colombo in particolare col quale arriverà prima o poi ad una resa dei conti anche in tribunale. Invece si è esposto ed ora condivide la responsabilà della pesante sconfitta, sfatando anche il mito secondo cui con la Lega al nord si vince, senza si perde. Si perde anche con, eccome! A rendere ancor più clamorosa la sconfitta di Perego è l’impressionante battage pubblicitario e, parallelamente, l’ingentissimo (si pensa) investimento finanziario in questa campagna assai deludente per la Casa delle Libertà. I giornali, settimanali in particolare, hanno beneficiato di decine di paginate di pubblicità, la gran parte delle quali con l’immagine di Perego a foglio intero, arrivando addirittura ad ospitare due libretti promozionali della destra di Alleanza Nazionale. Una strategia così martellante avrebbe dovuto portare a ben altri risultati, quindi delle due l’una: o non ha funzionato il candidato, o non funziona questa strategia “commerciale”. Qualcuno dovrà trarne le debite conseguenze. Impossibile ora che tutto resti immutato. Ci sono da attendersi dimissioni onorevoli da parte dei massimi dirigenti del Polo, Forza Italia e Alleanza nazionale, primi fra tutti. In provincia il centrosinistra ha vinto a Casatenovo, ha espugnato Merate e per la prima volta dal dopoguerra i Ds (ex Pci) sono in Giunta, ha riconfermato la maggioranza di Villa Locatelli, insomma ha fatto man bassa. Certamente per merito di candidati più spendibili, e questo dimostra ancora una volta l’importanza di scegliere uomini giusti (è finito il tempo delle imposizioni dall’alto, la sconfitta della Colli docet, e del marchio come effetto traino). Ma è tutta la strategia del centrodestra provinciale che non ha funzionato. Brivio ha vinto a Lecco città, dove governa la Lega con gli altri partiti del Polo. E ha stravinto a Merate. E’ evidente che di fronte a simili risultati tutto l’impianto politico va messo in discussione. A cominciare, proprio, dai massimi dirigenti dei partiti della CdL. Che debbono andarsene, perché questa sono le regole del gioco. Ma è difficile che ciò accadrà. Gente come Bruno Colombo e Fabio Dadati non mollano la presa tanto facilmente. Nonostante la Caporetto di questa notte, domani (lunedì) troveranno il modo per giustificarsi e giustificare la volontà di restare al proprio posto di comando. Ci dicano almeno quanto hanno speso per questa faraonica campagna elettorale. Della quale, qualcuno, sotto l’aspetto economico ha guadagnato. E forse, ciò, lenisce il dolore della sconfitta politica. (c)www.merateonline.it Il primo giornale digitale della provincia di Lecco

Una nuova Waterloo: Udc a An attaccano Lega e Forza Italia REDAZIONE La Casa delle Libertà perde anche il secondo turno delle amministrative e si frantuma in mille pezzi. Il partito di Bossi e quello di Berlusconi sono nel mirino degli alleati, che hanno addossato loro le responsabilità di questa ennesima sconfitta della coalizione. Alleanza Nazionale punta il dito contro il Carroccio, l'Udc contro l'asse Bossi-Tremonti e chiede al Governo un cambio di rotta. Forza Italia, intanto, cerca per l'ennesima volta di nascondere una disfatta talmente evidente da essere sottolineata con forza anche dagli stessi alleati del centrodestra. "Quello di Milano è un risultato più temuto che atteso - ha affermato Ignazio La Russa - paghiamo l'errore madornale della Lega che, andando al primo turno da sola, ha fatto tutta una campagna contro". E il malcontento della compagine di Fini potrebbe avere disastrose conseguenze anche sul futuro dell'Esecutivo nazionale: "I vitelli grassi li abbiamo uccisi tutti, ora siamo tutti figliol prodigo o nessuno". Parole pensanti anche dai centristi, per Mario Baccini "il risultato pone un'altra seria riflessione", mentre per Luca Volontè "voler premiare a tutti i costi l'asse Bossi-Tremonti ha dato questi risultati". "E' un segnale palese di difficoltà - ha aggiunto il capogruppo dell'Udc alla Camera - a cui bisogna reagire con un cambio di rotta e cambiando marcia alla Casa delle Libertà". Come già detto, Forza Italia ha invece cercato di negare. Sandro Bondi ha duramente criticato le dichiarazioni di vittoria del segretario dei Ds Piero Fassino, smentendo indirettamente anche la lettura dei dati di An e Udc. "Ancora una volta l'onorevole Fassino cerca di accreditare una lettura politica dei risultati elettorali che non corrisponde alla realtà - ha affermato l'esponente azzurro - così come le elezioni Europee hanno confermato che la Casa delle Libertà è maggioranza nel Paese, i risultati delle amministrative provano che anche a livello delle amministrazioni locali la maggioranza di governo quando si presenta unita fin dal primo turno può vincere al Nord, al Centro, al Sud". Il governo e la maggioranza "tengono in modo indiscutibile" anche per il vice coordinatore di Forza Italia Fabrizio Cicchitto, secondo il quale la Casa delle Libertà si trova "di fronte a risultati bilanciati fra vittorie e sconfitte". Il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi aveva invece parlato poche ore prima, quando ancora non era stato diffuso alcun dato ufficiale. Il Cavaliere, che sapeva benissimo di andare incontro ad una nuova sconfitta, aveva messo le mani avanti, annunciando che l'Esecutivo non si sarebbe dimesso in nessun caso: "Non vedo perchè il governo non debba rimanere. Abbiamo un mandato di cinque anni e intendiamo rispettare il programma. Tutto il resto è strumentale". "Diamo alle elezioni amministrative il significato che hanno - gli ha fatto eco Claudio Scajola - si illude chi pensa che il voto di una minoranza, su temi amministrativi, possa mettere in crisi il governo di Berlusconi e della Casa delle Libertà". centomovimenti.com

Ecco gli ultimi sgarbi prima del voto Jacini abbandona Quinzani, Torchio snobba Biondi, l’Ascom fa infuriare Corada di Marianna Ghigna Jacini non va da Quinzani, Torchio snobba le fatiche letterarie di Biondi, e l’Ascom fa lo sgambetto all’Ulivo: ecco gli ultimi sgarbi degli ultimi giorni di campagna elettorale. Distribuiti equamente fra i due schieramenti. Dispettucci che conterebbero anche poco, se non fossero il preannuncio di future battaglie, quelle post voto. Se in Forza Italia si parla già di regolare i conti, nell’Ulivo si preannunciano grosse difficoltà nel formare le giunte, e tra i commercianti si paventa la spaccatura dell’Ascom. E’ infatti proprio all’interno di questa associazione che si è verificato l’episodio più eclatante. Tutto comincia dal bollettino dell’Associazione, dove si legge un vigoroso appello a votare Federico Corrà e Paolo Marcenaro, i due esponenti Ascom candidati da Forza Italia. Nessun cenno, invece, a Filippo Colace e Giuseppe Bini, sempre soci dell’Ascom, ma in pista con l’Ulivo. Una svista che ha mandato su tutte le furie un personaggio solitamente imperturbabile come Gian Carlo Corada. Invitato martedì 8 giugno nella sede di via Manzoni, per parlare di alleanza per il commercio, il candidato sindaco del centro sinistra non ha usato mezze misure: “Questa è la prima nota spiacevole della campagna elettorale. Uno scherzetto che proprio non dovevano fare né a me né agli altri candidati Ascom, come Filippo Colace e Giuseppe Bini dei Ds, ma neppure a Pietro e Andrea Vacchelli di Forza Italia, o a Reggiani dell’Udc, che non sono diversi dai due candidati che esalta il bollettino. Con quale Ascom ho a che fare? Quella che manda in campo solo Forza Italia o anche tutti gli altri candidati? Questa dovrebbe essere l’associazione di tutti i commercianti, non solo di alcuni”. Ma non è solo Corada a contestare il presidente Franco Stanga: protestano anche gli esclusi, polisti compresi. Un fatto che probabilmente non resterà senza conseguenze. L’altro episodio è avvenuto in Forza Italia, dove Giovanni Jacini non ha perso l’occasione per allargare la frattura con Ferdinando Quinzani: invitato da quest’ultimo a palazzo Cittanova in occasione della conclusione della propria campagna elettorale, il Conte di Casalbuttano non si è fatto vedere. Mentre i veri amici del giovane candidato consigliere c’erano tutti, primo fra tutti l’onorevole Antonio Verro, affiancato dal presidente dell’azienda portuale Giorgio Albera. Assenti invece il candidato alla presidenza della Provincia Gianni Rossoni e il neoeletto coordinatore provinciale Mino Iotta. Bizzarra la giustificazione: un incontro contemporaneo con i medici veterinari a palazzo Trecchi. Verissimo. Ma è pur vero che solo pochi metri separano i due edifici: bastavano pochi passi per un saluto, anche fugace. Del resto, il proverbio recita: chi vuole trova il modo, chi non vuole la scusa.E adesso ci si chiede come si comporterà Antonio Verro (arrivato dalla lontana Milano) dopo le elezioni, soprattutto se queste non saranno favorevoli a Jacini. Il dopo, però, preoccupa anche l’Ulivo. Dove ha fatto un certo effetto il terzo sgarbo che vi andiamo a raccontare: Giuseppe Torchio, ex Dc doc, ha presenziato solo per pochi minuti alla presentazione di un libro su De Gasperi, scritto da Giovanni Biondi. La presenza dell’onorevole che c’è era del resto annunciata dal programma ufficiale della serata, assieme a quella del parlamentare mantovano Antonio Zaniboni. Oddio, a rigor di vero l’invito è stato accolto: solo che Giuseppe Torchio è arrivato già trafelato e ha girato i tacchi dopo una manciata di minuti. Atteso anche lui, tanto per cambiare, da un irrinunciabile impegno: la presentazione del suo programma elettorale all’Associazione Industriali. Non si potevano differenziare gli orari in fase di programmazione, nei giorni precedenti? Ovviamente sì. Ma il fatto è che da tempo fra Torchio e Biondi non scorre buon sangue. E questo getta un’ombra sui futuri assetti della giunta provinciale. ilpiccologiornale.it

Stasera cantiamo Bella Ciao in molte piazze d’Italia. «Questa mattina mi son svegliato oh bella ciao, bella ciao, bella ciao, ciao, ciao. Questa mattina mi son svegliato e ho trovato l’invasor. Oh partigiano, portami via, oh bella ciao, bella ciao, bella ciao, ciao, ciao, oh partigiano portami via, che mi sento di morir». .unita striscia rossa

Cari amici, scrivevo il 10 giugno 2002 a commento del secondo turno di quelle elezioni amministrative: " Il vento del nord, le cui prime avvisaglie si erano sentite il 13 maggio dell'anno scorso (in Liguria e Piemonte l'Ulivo era già andato meglio delle regionali del 2000) sta cominciando ad investire anche Lombardia e Veneto. I cittadini hanno chiaramente dimostrato di non fidarsi di questa destra e dei suoi proclami ad effetto, privi di contenuti." Il vento del nord sta continuando a soffiare ed investe anche il sud : stando ai dati "veri" (non proiezioni) del Viminale su percentuali significative di seggi, alle provinciali cadono Verbania, Novara, forse Biella, Milano, L'Aquila, Chieti, Brindisi ed alle comunali cadono Bergamo e Foggia (in Liguria Sanremo): tutto questo oltre a quanto è successo al primo turno. La valutazione complessiva quindi di questo turno elettorale è di un bicchiere pieno a tre quarti, per la conduzione particolarmente inetta della campagna elettorale delle europee, su cui tornerò dopo aver analizzato un po' di più i dati. Comunque è chiaro che i cittadini non ne possono più di questo governo e lo hanno espresso per tre anni di seguito tutte le volte che hanno votato: ormai il centro sinistra governa la maggioranza delle regioni, dei comuni e delle provincie. Ho sentito stasera La Russa dire che le elezioni amministrative non hanno riflessi sul quadro politico, il che formalmente è vero, ma l'esito così univoco degli ultimi tre anni non può non avere conseguenze politiche e getta ombre sulla verifica (Berlusconi comincia ad esorcizzare la crisi, ma ha pronunciato la parola); al riguardo vorrei ricordare che l'esito delle elezioni amministrative spagnole del 1931 (come ricorda il vecchio e fedele Spini del Liceo) mise in moto un processo che causò la fine della monarchia. Sta al centro sinistra non dare tregua al governo, che potrà avere la fiducia in Parlamento (ma vedremo), ma certo non ce l'ha più fra i cittadini. Scusate se sono andato un po' di fretta, ma domattina parto prestissimo. Un caro saluto. Piero Stagno


giugno 27 2004

Rileggendo Baudrillard: Lo sciopero degli eventi Valentina Reda, Culture Digitali «Per tutta la lunga stagnazione degli anni ’90, abbiamo avuto lo sciopero degli eventi. Ebbene quello sciopero è terminato», così esordiva Baudrillard, riprendendo lo scrittore argentino Macedonio Fernàndez, ne Lo spirito del terrorismo, lungo articolo pubblicato all’indomani dell’11 settembre 2001, per dichiarare l’avvenuta irruzione dell’evento nella realtà mediatizzata. In effetti, in un mondo che ha come riferimento primo, che lo si voglia o no, le immagini, l’evento aveva finito per realizzarsi solo in esse, mentre il suo stesso significato si era andato perdendo nella confusione del numero infinito di immagini trasmesse in un flusso, e riflusso, continuo. Ed è per questo che il crollo così solenne e terribile delle Torri Gemelle aveva come «resuscitato insieme l’immagine e l’evento». I terroristi hanno saputo, sottolineava Baudrillard, imparare a conoscere e riutilizzare gli stessi strumenti di cui fino a quel momento il nemico occidentale era unico detentore, sfruttando con inaspettata abilità l’arma del tempo reale delle immagini, il cui ruolo risulta però ambiguo «perché nell’atto stesso in cui lo esalta, prende l’evento in ostaggio. L’immagine gioca come moltiplicazione all’infinito e, simultaneamente, come diversione e neutralizzazione. L’immagine consuma l’evento, nel senso che lo assorbe e lo da a consumare». Queste considerazioni vanno ora connesse alla rinnovata opera del terrorismo che ha trovato un nuovo efficace strumento di affermazione della sua diversa e potente natura, la spettacolarizzazione del sacrificio rituale. Di nuovo ci troviamo spettatori di «una risorgenza del reale e della violenza del reale in un universo che si spacciava per virtuale» e di nuovo si ingaggia una lotta in cui la realtà sovrasta la finzione o meglio le si aggiunge amplificando il terrore che produce. Il fatto sconcertante, quindi, è che non è l’immagine a venire dopo la realtà, ma è inevitabilmente la realtà a sovrapporsi all’immagine in trasparenza, per scatenare solo allora la consapevolezza e la reazione: non soltanto è terrificante, ma in più è anche reale. Non è possibile oggi evitare di interrogarsi sul significato che assume la mediatizzazione di uno scontro che sembra riflettere delle contrapposizioni perse nel tempo, e soprattutto dell’ingresso nel regno dell’immagine, icona dell’ occidente razionale, dell’uomo antico, pre-tecnologico, che sfodera con fierezza le armi che sono le più sconcertanti per quell’uomo che ha dimenticato la ritualità ancestrale e che non è più in grado di comprenderla, né di risponderle. La coscienza dell’utilizzo del simbolo ci coglie ancora impreparati. L’accuratezza dell’organizzazione del sacrificio della propria stessa vita, nel caso dei kamikaze, o dell’altrui, le vittime e oggi i prigionieri, è esplicita. I sacrificandi da immolare sono sottoposti alla decapitazione rituale, vestiti con le note tute arancioni dei prigionieri negli Stati Uniti (con riferimento a Guantanamo). Sono la solennità del rito, completata dalla reiterazione e dalla codificazione mediatica, e la lucidità con cui viene gestita la morte sacrificale a lasciarci sconcertati davanti ad immagini che non subito, e mai del tutto, siamo capaci di riconoscere come reali. Viene spontaneo chiedersi quali saranno le reali conseguenze della veicolazione, così intermittente e così costante, di un reale che sconvolge, che inorridisce, che arriva direttamente nella vita quotidiana di cittadini cui viene, con dovizia di particolari, raccontato anche ciò che si decide di non mostrare. L’orrore, cioè, creerà odio e risentimento, oppure sarà soggetto ad un inflazionamento di sé, rendendo le coscienze, impedite nel discernimento, o semplicemente annoiate, immuni anche a notizie simili? E l’interrogativo si ripropone ancora più allarmante se oggi sui giornali vediamo le immagini, diffuse online, di quattro bambini che simulano la decapitazione seguendo con precisione gli schemi rappresentativi dei filmati ormai a tutti ben noti. Proprio in questo consiste, infatti, l’assoluta novità della tattica del nuovo modello terroristico: «provocare un eccesso di realtà e far crollare il sistema sotto tale eccesso». Riferimenti Bibliografici J. Baudrillard, Lo spirito del terrorismo, Raffaello Cortina Editore, 2002 politicaonline.

«Per gli ostaggi il governo italiano pagò 4 milioni dollari» di red. Il britannico Sunday Times ha pubblica le confessioni di un militante iracheno sulle ultime ore dell'ostaggio italiano Fabrizio Quattrocchi, rivelando inoltre che per la liberazione degli altri tre sequestrati sono stati pagati quattro milioni di dollari. Gli italiani, scrive Hala Jaber che ha incontrato a Baghdad l'uomo che si fa chiamare Abu Yussuf, erano stati rapiti e lui doveva interrogarli. I sequestrati sostenevano - scrive il giornale riferendo le parole di Yussuf - di lavorare come guardie del corpo per alcune persone ma dai documenti e da quanto emergeva dai loro computer abbiamo scoperto che il loro lavoro era molto di più di quanto sostenevano e che avevano anche lavorato e si erano addestrati con gli israeliani. Yussuf descrive poi come Quattrocchi, per il fatto di aver lavorato in passato anche in Bosnia e in Nigeria dove «i musulmani avevano sofferto», fosse stato separato dagli altri e portato in un luogo diverso. L'italiano aveva capito che volevano ucciderlo. In un primo tempo gli era stato detto che si trattava di un semplice trasferimento, ma alla fine gli era stato confermato che lo avrebbero ucciso. Yussuf ha anche raccontato che un membro del gruppo dei sequestratori è fuggito con i 200mila dollari avuti dagli italiani per rientrare in possesso del cadavere. I quattro italiani sequestrati non erano bendati ed erano senza manette, racconta Abu Yussuf a Hala Jaber del Sunday Times. Yussuf, 27 anni, laureato e buon conoscitore di italiano e francese, riferisce che gli ostaggi chiedevano spesso se sarebbero stati uccisi o liberati. «Se Dio vuole - avrebbe detto a un certo punto Yussuf che era stato incaricato di interrogare i quattro - potrete tornare alle vostre famiglie». Salvatore Stefio, uno dei quattro rapiti avrebbe replicato: «No se Dio vuole, se tu vuoi potremo tornare a casa». Poco dopo Yussuf avebbe ricevuto l'ordine di prendere Fabrizio Quattrocchi e di portarlo in un altro posto. Il comandante di Yussuf aveva detto che l'italiano aveva lavorato prima di venire in Iraq in Bosnia ed in Nigeria, due paesi dove i musulmani avevano sofferto molto. «Ho messo l'ostaggio- prosegue il racconto - sul sedile anteriore di un mezzo a fianco del guidatore e tenevo puntato il mio AK-47 sulla sua schiena. Gli ho detto che poteva aprire gli occhi e lui mi ha chiesto se stava per essere ucciso». In un primo momento Yussuf aveva detto no, poi aveva ammesso che la fine era vicina. Quattrocchi aveva chiesto come la sua esecuzione sarebbe stata annunciata. «Gli ho detto - avrebbe risposto il rapitore - che era stato chiesto al governo italiano di ritirare le truppe dall'Iraq». «Non credo che questo succederà» aveva replicato Quattrocchi che avrebbe aggiunto: «Noi ostaggi non significhiamo niente in una situazione come questa. Non siamo tanto importanti da far ritirare la nostre truppe». Secondo Yussuf un morto forse non era sufficiente, ma era convinto che l'uccisione di due o tre ostaggi avrebbe «messo il governo Berlusconi in ginocchio». Fatto scendere dal veicolo Quattrocchi era stato bendato, gli erano state legate le mani e portato a poca distanza da una fossa scavata. A quel punto Quattrocchi avrebbe chiesto a Yussuf di togliergli la bendatura e avrebbe detto «lasciatemi morire da italiano»... La richiesta sarebbe stata negata. Quattrocchi era stato allora ucciso da uno dei tre miliziani presenti alla scena al grido di «Dio è grande» con un colpo di pistola mentre Yussuf riprendeva la scena con una video camera. Con cinica meticolosità poi Yussuf avrebbe tolto la benda per poter filmare i fori d'entrata e d'uscita della pallottola. Quattrocchi sarebbe stato ucciso con un colpo partito dalla sua pistola ma caricata con una pallottola di fabbricazione irachena. Frattanto gli altri tre ostaggi italiani, Salvatore Stefio, Umberto Cupertino, e Maurizio Agliana non erano a conoscenza di quanto stava succedendo e Yussuf racconta di averli rivisti solo una settimana dopo in occasione del loro trasferimento in un altro luogo a Baghdad. Poi i tre ostaggi erano stati ceduti a un altro gruppo. Al momento del passaggio, rileva Yussuf, era stato preparato tutto per le loro esecuzioni in giorni differenti. Abu Yussuf rivela inoltre al Sunday Times che sono stati pagati 4 milioni di dollari dal governo italiano; il giornale ricorda come il capo di Emergency Gino Strada avesse parlato di un riscatto di 9 milioni e come Nicola Pollari, il responsabile dell'intelligence militare italiana, abbia negato il pagamento di un riscatto ma abbia ammesso che del denaro era finito agli informatori. «Non risulta che sia stata pagata neanche una lira per il rilascio dei tre italiani in Iraq», ha cercacto di replicare il ministro della Difesa, Antonio Martino. Anche la famiglia Quattrocchi cerca di difendere la memoria di Fabrizio, negando che fosse un mercenario, come gli altri tre. «Mio fratello non è mai stato in Bosnia nè in Nigeria. Era la prima volta che andava in una zona di guerra», ha detto Graziella, sorella di Fabrizio. La donna ritrova però il "ritratto" del fratello nella descrizione che l'iracheno fa della body guard italiana. «Sì, era una persona leale, era buono e se poteva aiutare qualcuno lo aiutava». unita.it

I BUCHI DELLA MANOVRA TREMONTI EUGENIO SCALFARI da Repubblica - 27 giugno 2004 QUATTRO eventi di diversa importanza ma tutti di notevole interesse per il pubblico italiano domineranno la settimana che comincia domani: due di politica internazionale e due di politica interna. Il vertice della Nato a Istanbul, l´insediamento a Bagdad del governo provvisorio iracheno, le elezioni di ballottaggio in alcune province e comuni italiani, la manovra economica predisposta dal nostro governo per assestare le falle del bilancio e promuovere lo sviluppo della domanda e del reddito. Quest´ultimo, non c´è dubbio, è quello che più interessa i nostri concittadini ed è infatti ad esso che intendo destinare quest´articolo (sull´esito dei ballottaggi sapremo tutto tra questa sera e domattina, sicché mi sembra inutile strologare a poche ore dalla conclusione di questo importante appuntamento elettorale). Non senza tuttavia spendere qualche parola sul vertice Nato e sulla richiesta - che è del governo provvisorio iracheno ed anche del presidente Bush - di invitare gli alleati europei a fornire uomini e mezzi per istruire militari e poliziotti iracheni a compiere la loro parte per recuperare la sicurezza e sconfiggere insorgenze e terrorismo. Sempre più si accresce l´interdipendenza tra le questioni internazionali e quelle domestiche sicché analizzarne i nessi non serve a soddisfare un astratto desiderio di completezza ma a meglio comprendere il contesto nel quale i singoli problemi vanno collocati. *** Non è ben chiaro, anzi non è chiaro affatto, che cosa si intenda con la parola «istruttori». Ricordo per chi non lo sapesse o l´avesse dimenticato che all´inizio della guerra Usa in Vietnam il governo americano si limitò a inviare in quel paese alcune migliaia di istruttori per preparare l´esercito di Seul a combattere contro i ribelli, denominati «vietcong». Progressivamente gli istruttori americani diventarono decine di migliaia; poi non si parlò più di istruttori ma d´una vera e propria armata combattente che arrivò nell´ultima fase di quella guerra sciagurata a mezzo milioni di uomini. I buchi della manovra Tremonti Il contesto della guerra e del sanguinoso dopoguerra iracheno è molto diverso da quello vietnamita, ma resta che la richiesta di istruttori contiene anche questa volta un retropensiero: si usa una parola più pudica ma si pensa a truppe combattenti vere e proprie. Istruttori infatti non servono in un paese che fino ad un anno fa disponeva d´una efficientissima polizia al servizio d´un regime dittatoriale, nonché di un esercito regolare dotato di divisioni di eccellenza (Guardia repubblicana) capaci di fronteggiare l´esercito iraniano al quale inflissero un milione di morti. Del resto è stato lo stesso Colin Powell in un´intervista di tre giorni fa che ha fatto il giro dei giornali di tutto il mondo a dichiarare che «il problema non è quello di insegnare ai militari e alla polizia iracheni a maneggiare le armi e a svolgere compiti che conoscono benissimo, bensì a sostenere la causa dell´indipendenza del loro paese e a battersi per il loro governo contro ribelli e terroristi». Pensare che gli istruttori della Nato possano istillare nell´animo dei soldati e dei poliziotti iracheni questi sentimenti è pura illusione o pura ipocrisia. Diciamo dunque pane al pane e vino al vino: per internazionalizzare la crisi irachena si cerca ora la copertura della Nato, essendo di fatto venuta meno quella dell´Onu dopo il rifiuto di Kofi Annan di mandare la sua gente a farsi massacrare a Bagdad per espletare compiti secondari che possono benissimo essere svolti dal Palazzo di Vetro a New York. Il governo tedesco, fiutando l´aria e non volendo essere scortese con Bush, ha infatti già detto di essere disposto a gestire scuole di istruzione militare, ma non a Bagdad bensì a Berlino o in un qualunque luogo del territorio della Germania federale. Una «Nunziatella» o una scuola di guerra a Modena, Civitavecchia, o all´Accademia di Livorno non si rifiuta a nessuno. Se è questo che vogliono. Lo stesso Colin Powell che se ne intende ha detto nell´intervista sopracitata che i tempi necessari per la stabilizzazione nell´Iraq non saranno inferiori a cinque anni. Se basteranno. Il costo finora è stato di 126 miliardi (miliardi) di dollari. Per l´Italia il costo è stato finora di un miliardo di euro. «Continuez mon brave» come diceva quel comandante francese agli ufficiali che si erano ben comportati. «Continuez». * * * Veniamo alla nostra manovra economica. In un mio articolo di tre mesi fa (un tempo che sembra già lontanissimo) avevo descritto in che cosa sarebbe consistita: due provvedimenti distinti, un decreto legge con effetto immediato che avrebbe dovuto tagliare le spese correnti per 12 miliardi di euro in modo da contenere il deficit di stabilità entro la soglia europea del 3 per cento; un disegno di legge che sarebbe entrato in vigore nel gennaio 2005 per ridurre le imposte (Irpef) della stessa cifra (12 miliardi). Avevo avuto queste informazioni da una fonte molto attendibile e infatti, poche ore dopo la pubblicazione di quel mio articolo, fonti governative confermarono che il ministro dell´Economia stava lavorando esattamente in quella direzione. Quanto al «premier», a lui interessava soltanto il tema della riduzione dell´Irpef; sugli altri dettagli (dettagli!) sorvolò. Giurò che il piano sarebbe stato varato di lì a pochi giorni, con il che il famoso contratto con gli italiani da lui stipulato nel corso d´una ormai celebre trasmissione televisiva, sarebbe stato interamente (interamente) adempiuto. Purtroppo per lui quel luminoso piano si ingolfò. Fini e Follini lanciarono lai e costruirono posti di blocco; cominciò un´estenuante verifica che forse (forse) sta per concludersi. Il giocattolo di Berlusconi non poté essere utilizzato prima delle elezioni europee, ma viene finalmente riproposto oggi. Non mi pare sia diverso da quello inizialmente predisposto: manovra in due tempi, meccanismi identici. La sola novità parrebbe la concessione al partito di Fini del ministero delle Attività produttive e al partito di Follini forse (forse) il ministero della Sanità. Forse una delega per il Mezzogiorno ad Alleanza nazionale e un paio di sottosegretariati che non si negano mai a nessuno. Buttiglione alla Commissione di Bruxelles mandando a casa l´ottimo Mario Monti e dunque il posto di ministro addetto agli Affari europei come buonuscita per il dolente Marzano spodestato d´un ministero di fatto inesistente. Chi giurava sulla tenuta di Fini e Follini avrà di che riflettere. Personalmente ho sempre pensato e scritto (con tutto il rispetto per così esimi personaggi) che si trattava di tigri di carta o cani da pagliaio che abbaiano ma non mordono. Del resto che possono fare Fini e Follini? Segare l´albero sul quale stanno seduti? Questo, francamente, non si può chiedere a nessuno salvo che al professor Pancho Pardi, quello dei girotondi, che ha fatto in modo a Firenze di obbligare il sindaco Ds ad andare al ballottaggio. Ma Pardi è un´eccezione testimoniale. Di solito chi sta seduto su un albero ci rimane fino a quando non arrivi una motosega... * * * Il taglio per decreto di 7 miliardi di euro inciderà sulle spese della Pubblica amministrazione, sui trasferimenti a Comuni e Regioni, sugli incentivi alle imprese. Come previsto. E´ stato abbandonato il «taglia-spese» perché è un rimedio peggiore del male: blocca la cassa per qualche mese e determina nel trimestre successivo un salto di uscite molto rischioso. Nell´esercizio scorso quel salto è stato dell´8,9 per cento. Meglio non riprovarci. E´ probabile che l´Ecofin darà il suo benestare al provvedimento e non farà partire la lettera di ammonimento (warning) per il governo italiano. Questo è un buon risultato. Con alcuni aspetti negativi. 1. Rischio di deflazione a causa di minori spese per 7 miliardi (14 mila miliardi di vecchie lire) in una fase congiunturale ancora stagnante o di ripresina ancora gracilissima. 2. Penalizzazione delle imprese meridionali. 3. Difficoltà serie per Comuni e Regioni, sempre più costretti ad aumentare tasse e sovrattasse, con il che la pressione fiscale cresce anziché diminuire. Proprio l´altro ieri la Corte dei conti ha documentato quanto Vincenzo Visco aveva più volte affermato e cioè che sotto la gestione Berlusconi-Tremonti il carico tributario procapite è aumentato e non diminuito come l´ineffabile Schifani continua a sostenere ogni giorno in tivù. In parziale alternativa a queste fonti di copertura Tremonti pensa al raddoppio della tassazione sulle rendite da capitale. Lo pensa ma non l´ha ancora detto poiché avrebbe un pessimo effetto sul voto di oggi. Bugiardi sono, bugiardi restano. Intanto i cani da pagliaio abbaiano alla luna. * * * E siamo alla riduzione delle imposte a partire dal 2005. Faccio qualche domanda. 1. La riduzione produce minor gettito per 7 miliardi. Qual è la copertura? Non certo la cifra di minori spese tagliate per decreto nel 2004, destinata a tenere il deficit sotto la soglia del 3 per cento. E allora dove? Con le imposte sulla maggiore domanda che dovrebbe derivare dal taglio fiscale? E´ accettabile una copertura a «babbo morto», anzi «a domanda rediviva»? L´accetterà il presidente della Repubblica? L´accetterà Bruxelles? 2. Proprio in questo stesso numero del giornale Visco esamina il vero stato delle finanze italiane. Il disavanzo è notevolmente maggiore di quanto appare sotto il belletto delle «una tantum». Per i condoni si è raschiato il fondo del barile. Servono soldi freschi per rimpiazzarli. Dove saranno presi? Quale sarà il fabbisogno del 2005? Il debito pubblico aumenterà o diminuirà? 3. Tutto fa ritenere che sia imminente un rialzo dei tassi di interesse in Usa. Londra ha già preceduto. Che farà la Banca centrale europea? Può darsi che al primo rialzo Usa non reagisca, ma reagirà sicuramente al secondo. Di conseguenza l´onere del debito pubblico aumenterà, tanto più se le cedole dovranno pagare un´imposta del 23 anziché del 12,5. Se l´onere del debito crescesse ci vorrebbero entrate aggiuntive. O no? * * * La filosofia di Tremonti è chiara ed è sempre la stessa dal 2001 ad oggi: punta sulla ripresa e nell´attesa si barcamena manipolando le cifre, cercando di infondere ottimismo e tirando a campare. Il «premier» adora questa filosofia, vi aderisce con tutta l´anima. E´ cresciuto in questa cultura, su di essa ha costruito le sue fortune di impresario e venditore di pubblicità. Adesso realizza che un buon venditore di pubblicità non è necessariamente un uomo di Stato. Ma grida al complotto, non si rassegna, minaccia di abbattere il Tempio come Sansone e di seppellirci sotto le rovine gli odiati Filistei. Per questo i Filistei sono tigri di carta. Hanno paura. Perciò abbozzano. Ma gli fanno perder tempo e lui di tempo ne ha sempre di meno. Concludo esprimendo una certezza: l´economia italiana ha bisogno di tutto fuorché d´una riduzione d´imposta. Farà piacere anche a me quando arriverà, ma non servirà a niente come non servì assolutamente a niente la riduzione di imposte adottata da Ronald Reagan. Forse pochi ricordano o sanno che da Reagan ebbe inizio una delle più lunghe recessioni dell´economia americana degli ultimi cinquant´anni. Egregio ministro del Tesoro, lei queste cose dovrebbe saperle, non è vero? Stanno scritte negli annali della storia americana e nelle statistiche della Federal Reserve. Le chiedo: le sa o non le sa? -------------------------------------------------------------------------------- Ds Milano - Rassegna stampa

´assenza del governo GIORGIO BOCCA da Repubblica - 27 giugno 2004 Sessanta treni bloccati da Arezzo in giù, l´Italia spaccata in due come nel luglio del '48 quando i minatori del Monte Amiata dopo l´attentato a Togliatti occuparono la centrale telefonica che collegava le due Italie. Ma allora era in gioco la democrazia italiana, l´Italia che aveva superato la sconfitta e la guerra civile, oggi è in gioco la discarica di Parapoti in provincia di Salerno, e lo Stato si deve misurare con Rosa Sproviero, capopopolo di Montecorvino Rovella, paese di mille abitanti, che ha bloccato la ferrovia: per tutta la notte e tutto il giorno 500 persone hanno tenuto in ostaggio l´intero Paese, senza che nessuno intervenisse, senza che il governo, in un sabato elettorale, osasse neanche pronunciare parola. UN PAESE IN GINOCCHIO E IL GOVERNO È ASSENTE E questa è la democrazia televisiva, la democrazia di «Domenica in» e dei quiz, che il regime di Berlusconi ha fatto sovrana: un caos irragionevole simile a quello che nelle campagne emiliane aprì la strada allo squadrismo e al fascismo. Per la chiusura della discarica di Parapoti chiesta ultimativamente dalla capopopolo di Montecorvino, migliaia di persone fra cui anziani e ammalati hanno dovuto fare viaggi infernali su autobus e navi messi a disposizione da Trenitalia, sono stati dissetati e nutriti mentre erano sequestrati nelle stazioni per ore e ore: e questo è stato l´unico rimedio al caos demagogico, televisivo caro al regime del Cavaliere che ci governa. Tutto come previsto: "Il personale della Protezione civile ha distribuito acqua, succo di frutta e biscotti" e i 500 di Montecorvino Rovella hanno continuato ad occupare la loro stazione ferroviaria in attesa che il commissario straordinario per l´emergenza rifiuti Corrado Catenacci firmasse il decreto per la chiusura della discarica di Parapoti e le telecamere di tutte le televisioni nazionali riprendessero i dimostranti con le dita a V nel segno di vittoria. La vittoria del caos demagogico televisivo a cui è stata ridotta l´Italia. In un paese in cui non si è, non si esiste, non si conta se non si appare in televisione la tentazione dell´ultimo villaggio di apparire come l´ago della bilancia, come il centro del mondo, come il luogo dell´hic rodus hic salta diventa irresistibile. Inutilmente gli ultimi saggi come Vittorio Foa avvisano: "La democrazia non è soltanto istituzioni e leggi, ma esempio". Ma l´esempio di questo regime è il caos, il rifiuto del giudice naturale, della legge eguale per tutti, la sua morale e quella delle trasmissioni popolari scuole di accattonaggio, di esibizionismo da poveracci. La sovversione individuale o di gruppo è spettacolare, serve alla finzione della democrazia dal basso. La televisione mostra la sconfitta delle odiate autorità, Rosa la capopopolo può gridare il suo fiero no al questore di Salerno Luigi Morselli: la discarica di Parapoti va chiusa anche se ci vanno di mezzo decine di migliaia di persone che cercano di raggiungere i luoghi delle loro vacanze, «Se saremo costretti a sgomberare con la forza attueremo nuovi blocchi in altre stazioni ferroviarie». Siamo a una riedizione delle jacquerie destinata a finire nel nulla, o in manette o, più probabilmente, in un compromesso che rinvierà il problema di qualche mese: in attesa del prossimo blocco in un´altra stazione. È l´ultimo week-end di giugno, molti italiani si spostano, e Trenitalia invita a non mettersi in viaggio dal nord al sud, i treni a lunga percorrenza non partono da Roma o da Reggio Calabria: a nessun ministro sembra che questo paradosso meriti un intervento? Il fatto che i rifiuti italici debbano cercare sistemazione nell´Europa ricca, che da tanti anni questo problema non sia stato affrontato, gestito e risolto è una condanna al nostro stato civile: la televisione naturalmente l´ignora, ma è una vergogna. -------------------------------------------------------------------------------- Ds Milano - Rassegna stampa

Ci sono varie ragioni per attendere con interesse il volto di Milano ... dal Corriere - 27 giugno 2004 Ci sono varie ragioni per attendere con interesse il risultato del voto per la Provincia di Milano. La più importante riguarda il destino dell’asse tra Berlusconi e la Lega, cioè il rapporto privilegiato che ha segnato la politica in questi anni. Perché non c’è dubbio che la vittoria della Casa delle Libertà nel 2001 e prima nel 1994 si deve in larga misura a quel patto, che invece nel ’96 (sconfitta di Berlusconi, vittoria di Prodi) non era stato sottoscritto. In altri termini, il fenomeno che va sotto il nome di «berlusconismo» ha trovato nel corso del tempo la sua cifra più vera nella convergenza tra il partito del premier, Forza Italia, e il partito di Bossi. Sulla base di notevoli affinità, prima fra tutte la diffidenza verso le liturgie e le trappole romane. Se non è riuscito a trasformare il Paese in senso liberal-liberista, com’era nelle intenzioni, questo fenomeno ha condizionato i termini della politica per un decennio. E ha rappresentato la più recente incarnazione del «vento del Nord» che storicamente ha scandito tutti i passaggi rilevanti della vicenda nazionale, nel bene e nel male. Oggi tutti concordano nell’attribuire un alto valore simbolico e politico al ballottaggio di Milano. Si vuol capire se il vento nordista, cioè l’asse Berlusconi-Lega, conserva ancora un po’ della sua forza propulsiva o se al contrario si è esaurito per sfinimento. E pazienza se tutto ruota intorno alla Provincia, l’ente che già alla fine degli anni Sessanta Ugo La Malfa giudicava meritevole di soppressione in quanto superfluo fra i Comuni e le nascenti Regioni. Viceversa è ancora lì, quasi quarant’anni dopo, ed è addirittura il laboratorio a cui guardiamo. In fondo c’è un motivo. Se il berlusconismo nasce da un’impronta nordista, è soltanto il Settentrione che potrà dire una parola chiara circa la sua crisi finale oppure le sue opportunità di ripresa. Quello che è difficile pensare è che l’asse Forza Italia-Lega possa sopravvivere come l’abbiamo conosciuto in presenza di un serio scossone elettorale, dopo che il voto europeo ha dato qualche soddisfazione a due partiti, An e Udc, che hanno il cuore nel Centro-Sud. Angelo Panebianco ha giustamente descritto su queste colonne la «crisi di rappresentanza» che investe l’Italia moderata nel Nord, l’Italia che aveva dato vita al fenomeno berlusconiano e che oggi si sente delusa, pur non avendo ancora scelto altri approdi. Se tale crisi da stasera si aggravasse, come si può pensare che l’asse Forza Italia-Lega sarebbe in grado di resistere alle sabbie mobili dei palazzi romani? Forse non subito, ma nel giro di qualche mese altro che rimpasto di un paio di ministri... Non c’è solo in ballo la riforma costituzionale del «federalismo», che avrebbe bisogno di una maggioranza coesa e soprattutto di un potere di pressione intatto da parte della Lega, peraltro menomata dalla malattia di Bossi. Anche le misure economiche allo studio trovano il muro di gomma di centristi e An. Ed è significativo che la critica più o meno esplicita adombri un supposto carattere «nordista» delle scelte del governo. Per quanto si voglia girare intorno all’obiettivo, è chiaro che nella maggioranza qualcuno vuole scuotere l’albero del rapporto ferreo tra Berlusconi e i leghisti. Il che equivale a incrinare l’essenza del berlusconismo, chiudendo le vie di rifornimento del premier. E spostando l’asse delle decisioni. Se Milano è un laboratorio, nessuna meraviglia che tanti vogliano sapere se il vento del Nord è diventato una bonaccia. -------------------------------------------------------------------------------- Ds Milano - Rassegna stampa

Penati: a cena con gli amici «Grazie a tutti, comunque vada» dal Corriere - 27 giugno 2004 «Mi sono riposato». Dopo settimane di chilometri macinati, incontri, appuntamenti, cene, dibattiti, interviste, poco sonno e poco cibo, Filippo Penati ieri ha tirato il fiato. Stanco ma tranquillo, «perché ho la consapevolezza che tutti insieme abbiamo fatto una gran bella campagna elettorale», Penati ha dormito «come un bambino». Poi si è dedicato alla lettura dei giornali, ha fatto e ricevuto telefonate e si è seduto a tavola con la moglie Rita e i figli Simone (che più che del voto è preoccupato per l’esame di diritto amministrativo, già fissato a domani mattina). Solito pranzo del sabato: pollo allo spiedo preso al mercato e focaccia genovese. Poi, ancora un po’ di riposo prima di andare a votare nel seggio di via Falck, dove Penati è stato accolto tra gli applausi e gli incoraggiamenti dei concittadini che per otto anni lo hanno avuto sindaco. Anche la serata è filata via tranquilla con la cena dagli amici storici, «quelli che sono stati nostri testimoni di nozze e noi a loro». Anche oggi la giornata sarà all’insegna della serenità e della famiglia: aperitivo a Sesto, pranzo dalla mamma Elena («I miei figli le hanno già chiesto di prepararci le lasagne») e poi in casa ad aspettare. E nel frattempo? «Nel frattempo - risponde Penati - ho già cominciato a spedire messaggi a tutti quelli che mi hanno aiutato in questi mesi di campagna elettorale. Devo ringraziare i sindaci che mi hanno stretto la mano, gli amici che mi hanno sostenuto, i compagni e la coalizione che hanno organizzato incontri e distribuito volantini...». Penati non vede ombre nella sua campagna: «C’è stato un impegno corale, generoso e imponente. Man mano, abbiamo aggiunto contributi di studenti e casalinghe, pensionati e professionisti. Di questo posso soltanto essere contento e grato». Un po’ come è scritto nell’articolo di fondo del sito dedicato a Penati: «La vera protagonista di questa nostra campagna elettorale e del progetto per la nuova Provincia di Milano è stata la gente! I cittadini che vivono i problemi di tutti i giorni: la casa, la spesa, il lavoro, la salute, il traffico, lo sviluppo». Il candidato delle 11 liste di centrosinistra non è preoccupato neppure per l’astensione: «Ovviamente ci auguriamo che la gente vada a votare, e non abbiamo motivi per pensare che chi ci ha dato fiducia al primo turno, marcando così la propria insoddisfazione per i cinque anni di governo di Ombretta Colli, si asterrà dal ribadire la propria convinzione con questo ballottaggio». Elisabetta Soglio Ds Milano - Rassegna stampa

"Osservatori civici" davanti alla sezione dove vota Berlusconi REDAZIONE Un gruppo di cittadini milanesi ha deciso di verificare la regolarità dello svolgimento delle votazioni nella sezione elettorale dove di solito si reca a votare il presidente del Consiglio. Il presidio si svolgerà nello spazio antistante la scuola Dante Alighieri di via Scrosati, nel quartiere Lorenteggio di Milano. Gruppetti di due-tre persone, con fascia al braccio recante la scritta "Osservatori civici", si daranno il cambio a turni di due ore, per verificare che le procedure di voto si svolgano senza violazione della norma che vieta attività di propaganda durante la giornata elettorale, in particolare nel raggio di 200 metri dalla sezione elettorale. Questa norma è stata probabilmente violata lo scorso 12 giugno dall'attuale presidente del Consiglio. Se dovesse verificarsi un altro comportamento del genere gli "Osservatori civici" si rivolgeranno direttamente alle Forze dell'Ordine. Il presidio degli "Osservatori civici" è infatti un modo per prevenire altri comportamenti di questo tipo, che non devono mai più verificarsi, e dunque per aiutare il Presidente Berlusconi a dare il buon esempio ai cittadini italiani, anziché dividerli in gente per bene e gente per male, come ha fatto nel "comizio dei brogli" svoltosi a Sesto San Giovanni il 21 giugno scorso alla presenza, tra gli altri, del Ministro della Giustizia e del parlamentare Frigerio, condannato per corruzione. centomovimenti.com

La guerra civile della Margherita di Anonimo Corsivo La lotta tribale tra le fazioni della Margherita rischia di danneggiare la nascita di una valida alternativa al berlusconismo Il quotidiano Europa si occupa di problemi interni ai Ds, commentando il fondo di Sartori su la “sinistra frammentata”. Intanto, sotto i suoi piedi, scoppia la guerra civile della Margherita. Il risultato delle elezioni non ha insegnato nulla: uniti si vince, separati si perde. Un concetto che vale anche per la Margherita che ha pagato la violenta contrapposizione tra rutelliani e prodiani. Adesso, il buon Francesco, recupera in Marini un solido alleato e si pone come leader della corrente anti-listone. Un colpo di mano interno. Una mossa politica che sembrerebbe fallimentare alla vigilia dei ballottaggi. Ma, si sa, in politica nulla viene per caso. Infatti, non a caso oggi, l’ex sindaco di Roma esce allo scoperto. L’intenzione è ovvia: se perdiamo anche i ballottaggi allora nessuno potrà più fermarci nel nostro fermo no alla Lista Unitaria. Cosa c’è dietro? Il potere e niente più. Una lista Unitaria metterebbe ai vertici l’asse Prodi - D’Alema. Tradotto: i prodiani riprenderebbero le redini della Margherita forti della loro alleanza con i Ds. A Rutelli e Marini toccherebbero le briciole, politicamente parlando (scelta candidature, nomine, e altro). Così ognuno a rivendicare la propria identità. Rutelli: «Dobbiamo intercettare i voti dei delusi del centro destra, e la Margherita può farcela solo se corre sola». Così la pensa anche Marini, che anzi i giorni scorsi, gravemente ma con cognizione di causa, ha parlato a nome del partito Popolare. Allora: la Margherita è un partito o una federazione di partiti? C’è la volontà di tornare al Governo o ognuno vuole coltivare il proprio orticello infischiandosene dell’Italia? Non sta dando un’ottima prova di sé il partito di Prodi. Forse il Romano nazionale dovrebbe intervenire per sanare il conflitto interno con una forte presa di posizione prima che la situazione precipiti. Teniamo presente che, addirittura a livello di residenza, i diellini sono spaccati. La sede nazionale in via S. Andrea delle Fratte, tutti lo sanno, è il centro della politica rutelliana. Lì, anche Parisi, che ogni tanto ci fa un salto, si sente ospite. Gli ex popolari hanno altra sede, e i Prodiani, cioè i figli del successo dell’Asinello, sono un’entità sempre più evanescente che non riesce a darsi una corporeità concreta. Questo è lo scenario di partenza e due sono le possibili conseguenze. 1. La federazione Uniti nell’Ulivo si fa, e allora i Prodiani troveranno nuova forza causando il ridimensionamento di Rutelli e Marini, con i loro seguaci a livello locale. L’Ulivo crescerà nel segno dell’unità e potrà essere una valida e seria alternativa di governo per molti e molti anni in futuro. 2. La federazione non si fa, e allora prevarranno le diatribe interne e l’orticello di casa. Sarà la fine del sogno di Prodi. La macchina berlusconiana, una volta ripreso vigore, non avrà problemi a sbarazzarsi di quattro leader divisi ed arroganti. Dalla risoluzione del problema Margherita dipende il futuro del Paese. Mentre il quotidiano Europa, non sapendo ancora bene come schierarsi, si occupa dei Ds. Anonimo Corsivo ilbarbieredellasera.com

Il declino dell’impero americano “Nessun impero dura in eterno”, e quello americano ha gli anni contati. Johan Galtung, fondatore dell’International Peace Reserch Institute di Oslo nonché “premio nobel per la pace alternativo” nel 1987, non ha dubbi. Ieri l'altro, davanti ad una platea gremita di persone, ha tenuto una lezione pubblica all’Università di Roma Tre, organizzata da Lunaria e dal Master in Educazione alla pace della facoltà di Lettere di quell’università. L’anziano pacifista norvegese, che ha dedicato l’incontro a Tom Benetollo, è stato chiarissimo: l’impero americano verso il 2020 dovrebbe crollare. Ormai avvezzo a pronostici di successo e di una certa portata e rilevanza (il più sorprendente fu quando predisse con dieci anni di anticipo il crollo dell’Urss) Galtung si è lanciato in una analisi profonda delle cause che porteranno alla fine dell’attuale fase imperiale guidata dagli Usa. Sono quattordici le contraddizioni che faranno collassare quest’impero. E sono di natura economica, militare, politica, culturale e sociale. Economicamente si arriverà ad una crisi dovuta all’attuale dislivello tra crescita e distribuzione (cioè al fatto che alla prima non si aggancia l’altra), tra economia produttiva ed economia finanziaria (la seconda funziona a prescindere dalla prima, danneggiandola) e tra produzione-distribuzione-consumo e natura (ci sarà un’ecocrisi, una crisi ecologica planetaria). A livello militare gli Usa avranno sempre meno appoggio da parte dei propri alleati, e la lotta al terrorismo, così come la stanno conducendo, gli si ritorcerà contro. Oltre a trovare degli ostacoli in India, Russia e Cina (per l’egemonia in Eurasia) e nell’esercito europeo quando nascerà. Le contraddizioni politiche riguardano invece l’attuale conflitto tra Onu e Usa e tra Usa ed Ue. Mentre a livello culturale e sociale si acutizzeranno contraddizioni e conflitti a partire dall’opposizione tra la cultura giudaico cristiana statunitense e quella islamica e le antiche civilizzazioni, come quella indiana (ma anche tra la prima e le elite culturali europee); dall’opposizione tra le classi lavoratrici, le elites delle corporazioni economiche e i disoccupati e i precari. Ma anche da quella che oppone le vecchie generazioni e le giovani generazioni (per saperne di più, lo stesso Galtung ha rinviato al sito www.transcend.org). Insomma, rispetto all’impero sovietico “ci sono più contraddizioni, perché l’impero statunitense è più complesso”. Se sta durando tanto è proprio per questa ragione. Nonostante l’elezione di Bush acceleri la corsa verso il declino. “Nel duemila la stima era di 25 anni, ma oggi è diverso. Oggi c’è Bush”. Per superare l’attuale fase imperialista, oltre alla creazione di macro-aree socio-politiche nelle zone di conflitto sull’impronta dell’Unione Europea (soluzione che Galtung indica ad esempio per il medio oriente), il pacifista ha proposto la creazione di un parlamento mondiale dove vi sia un rappresentante per ogni milione di cittadini. “Questo sarebbe per gli Usa un test per valutare quanto credano ai valori democratici”, infatti “in questo tipo di assemblea solo il 16% sarebbero occidentali e solo il 22% di razza bianca”. “Sarebbe questo il luogo per decidere di un eventuale attacco all’Iraq e non più il congresso americano”. Ma questo non basterebbe. Per valutare il livello democratico sarebbe anche importante che “si spostasse la sede delle Nazioni Unite da New York ad Hong Kong”. Ma il teorico della nonviolenza non si è sottratto dall’affrontare una delle questioni più spinose dell’attualità politica. Ha tradotto infatti in italiano (la conferenza è stata tutta in italiano, un “italiano vichingo” come ha precisato in altre occasioni) una lettera che alcune Ong stanno facendo pubblicare in questi giorni sul quotidiano nordamericano “The Washington post”, relativa alla guerra in Iraq. “Mr president, siamo contro la politica imperiale degli Usa e amiamo il suo paese, siamo originali. Amiamo gli Usa per la loro forza creativa e la loro generosità, e desideriamo una politica forte, creativa e generosa per l’Iraq. E’ un paese debole quello che continua una politica falsa”. Perciò, siccome la guerra al popolo di questo paese si regge su una scusa, si è nutrita di furti e ha visto la morte di moltissime persone e il diffondersi di enormi traumi (non ultimo quello degli iracheni torturati), gli Usa e i paesi che stanno sostenendo la guerra dovrebbero risarcire con un compenso economico elevato il popolo iracheno. Questo, secondo Galtung, significherebbe essere generosi. Mentre per essere creativi i paesi invasori dovrebbero porgere le proprie scuse ufficiali. ”Per risolvere la guerra dovrebbero comunque intervenire il consiglio di sicurezza dell’Onu e la conferenza dei paesi islamici”, sostiene ancora Galtung nella lettera. Che finisce con un “Mr. President, la scelta sta a lei. Se la sua scelta è quella della forza del cambiamento, della creatività e della generosità, allora il mondo amerà gli Usa. Anche il mondo musulmano. E il terrorismo lentamente sparirà. Ma se la sua scelta sarà la continuazione della politica di oggi, il risultato sarà sempre più la resistenza contro gli Usa e l’aumento del terrorismo”. Galtung confesserà alla fine di non avere rivolto la lettera al presidente ma al popolo degli Usa. “Perché si renda conto che questa nazione è percorsa allo stesso tempo da una forza creativa incredibile e da un lato oscuro di cui si deve liberare”. E si chiederà tra gli applausi, “perché, per creare un mondo migliore, non liberarsi di questo lato oscuro e fare degli Usa un paese come gli altri?” [Emanuele Profumi] www.aprileonline.info

LA RUSSA NON DIFENDE PIU' I POLIZIOTTI DEL G8 - di Maristella Iervasi Ha abbandonato i suoi assistiti proprio nel giorno in cui a Genova è cominciato il processo ai poliziotti per il violento assalto alla scuola Diaz. L’avvocato (nonché coordinatore di Alleanza Nazionale) Ignazio La Russa che aveva sempre spalleggiato l’operato delle forze dell’ordine accusate di falso ideologico, calunnia e abuso d’ufficio, sabato ha fatto le valigie ed ha lasciato soli i poliziotti che difendeva. Il parlamentare di An ha passato la mano al suo collega Piero Porciani proprio ora che il rinvio a giudizio per i 29 agenti indagati sembra più vicino. Chi, io? Il tornaconto d’immagine, ovviamente, non «paga» più, così il deputato-avvocato che difendeva i poliziotti Emiliano Zaccaria, Angelo Cenni, Fabrizio Ledoti e Pietro Stranieri, si è chiamato fuori. Dicendo: «Diaz, poliziotti? direttamente non me ne sono mai occupato. Queste difese erano assunte da un altro avvocato del mio studio». E in merito alla revoca del suo mandato: «La linea del mio studio - ha concluso La Russa - è quella di non seguire dibattimenti fuori Milano. Chiediamo noi stessi ai nostri assistiti di sostituirci con altri legali». Intanto, il Giudice per l’udienza preliminare (Gup) Daniela Faraggi ha deciso di aggiornare il procedimento a sabato prossimo, 3 luglio. La decisione è stata presa per dare modo agli avvocati che tutelano gli interessi dei dirigenti e degli agenti di polizia di leggere e analizzare le richieste di costituzione di parte civile (un centinaio di pagine). Il massacro Nella notte del 21 luglio 2001 nel corso dell’assalto alla scuola Diaz 93 persone furono massacrate di botte e poi arrestate con accuse risolte infine con la loro totale assoluzione. E davanti al Gup ieri hanno «sfilato» i più alti dirigenti, funzionari e capisquadra di polizia come Francesco Gratteri, ex capo dello Sco, oggi dirigente dell’antiterrorismo; Gilberto Caldarozzi, vice di Gratteri allo Sco e Gianni Luperi, dirigente dell’Ucigos. Sotto il «palazzo» di giustizia molti no-global e manifestanti che allora presero parte al G8 di Genova. Come Arnaldo Cestaro, 65 anni di Vicenza, che si è fatto largo tra la folla per mettere nelle mani di Gratteri una fotografia e dicendogli: «Grazie per avermi ridotto così». Cestaro quella notte di luglio di tre anni fa era nella scuola Diaz che ospitava un dormitorio del Genova Social Forum e per molto tempo l’uomo fu costretto a vivere su una sedia a rotelle. Porte chiuse. L’udienza preliminare per il rinvio a giudizio dei 29 poliziotti è iniziata alle 9,30 del mattino. L’udienza si è svolta a porte chiuse con un cordone di carabinieri e polizia intorno al tribunale per il timore di manifestazioni di contestazione dei no global. Manifestazioni che si sono limitate all’esibizione di qualche striscione e di un grande Pinocchio. Come il sit-in organizzato dal Comitato Verità e Giustizia. Il procuratore generale, Domenico Porcelli, così come in occasione del processo ai 26 presunti black block, ha proibito l’ingresso in tribunale a telecamere e macchine fotografiche. Vietato guardare. Un interprete tedesco è stato sorpreso a scattare foto degli indagati con il telefonino cellulare ed è stato espulso dall’aula insieme ad altri due colleghi. Ma prima il Gup si è voluto assicurare che le foto erano state cancellate dalla memoria del telefonino. L’udienza è stato poi sospesa per la pausa pranzo ed è ripresa alle 15 con la discussione sulla costituzione delle parti civili e sullo stralcio della posizione del funzionario di polizia Massimiliano Di Bernardini, impossibilitato a partecipare al processo per le sue condizioni di salute. Dopo un’ora dalla ripresa, però, processo contro i poliziotti della Diaz è stato aggiornato a sabato prossimo. megachip.info

«Nostro figlio sepolto di nascosto» Taranto, la protesta dei genitori di un militare morto misteriosamente in Friuli O.B. TARANTO «La nostra è una battaglia di civiltà». Vestono un lutto stretto dietro lo striscione steso accanto al camper con cui girano l'Italia per incontrare i familiari dei militari caduti in tempo di pace. La foto di Roberto, il loro figlio, li incoraggia. Angelo Garro e Anna Cremoni sono i genitori del giovane alpino morto tre anni fa nel corso di un'esercitazione in Friuli con altri tre militari. Ieri erano alla manifestazione pacifista davanti alla base nuova militare di Taranto. Raccontano delle omertà dei vertici militari sulla morte del loro figlio. «E' morto in un incidente», ci dissero. Telefonarono dal comando nella notte e i funerali si svolsero il giorno dopo alla presenza delle sole autorità. «Non ce lo fecero nemmeno vedere - racconta ancora Anna - Ci dissero che non avremmo potuto identificarlo tanto era ridotto male». Roberto era entrato negli alpini da otto mesi, aveva firmato per restarci. «Volevamo sapere la verità. Abbiamo raccolto 18 mila firme e siamo riusciti a far riesumare il cadavere di nostro figlio - continua la donna - Il corpo di Roberto era integro, a parte il cranio sfondato. Era nudo e avvolto in un sacco sigillato». Il medico legale accertò che la ferita al cranio è stata provocata da un'esplosione. «Abbiamo anche scoperto - aggiunge Anna - che il mezzo su cui si trovava al momento dell'incidente era imbottito di esplosivo». Angelo Garro, suo marito, poco più in là chiede a un finanziere di consegnare al ministro Martino - che dall'altra parte della barricata festeggia l'inaugurazione della base militare - una lettera a nome del comitato genitori delle vittime. «E' il nostro appello al governo - spiega - Chiediamo di sbloccare la proposta di legge Ramponi (An) e Ruzzante (Ds) in favore dei militari di leva, volontari e di carriera, infortunati o caduti in servizio». Proposta che giace in commissione giustizia da tre anni: Tremonti l'ha congelata per mancanza di fondi. «Chiediamo risarcimenti equi per tutti i militari che si sono invalidati o sono caduti per servire il nostro Paese - continua Angelo Garro - E che siano adottati riconoscimenti specifici per coloro che si sono ammalati per essere stati a contatto con l'uranio impoverito (oltre 10 mila, secondo il ministero della Difesa, ndr)». La normativa vigente in materia prevede un indennizzo di 25 mila euro solo per i familiari dei caduti «aventi diritto»: sono esclusi i volontari e i sottufficiali. Per loro non è prevista neanche la pensione, legata al reddito familiare fissato sotto i 9 mila euro annui. « Io e mia moglie - continua Garro - siamo pensionati del pubblico impiego, il nostro reddito sfiora i 13 milioni annui...». La proposta di legge Ramponi-Ruzzante punta a equiparare gli indennizzi (150 milioni di euro) sganciandoli dal reddito. ilmanifesto.it

Satira preventiva di Michele Serra È Fidel Castro o padre Pio? Una veggente ha visto il volto di padre Pio dentro il costato del Cristo degli Abissi. Un pool di studiosi ha classificato le apparizioni avvenute, prevalentemente, sui piatti con l'effigie del Santo acquistati a San Giovanni Rotondo... A Genova una veggente ha visto il volto di padre Pio dentro il costato del Cristo degli Abissi: primo caso al mondo di miracolo-matrioska. E non è ancora niente: tornata il giorno dopo con una lente di ingrandimento, la donna, esaminando meglio l'apparizione, ha scorto, in mezzo alla barba di padre Pio, una Madonna che salutava. In successivi esami al microscopio, una commissione vescovile ha potuto scorgere l'arcangelo Gabriele dentro la pupilla della Madonna che salutava dalla barba di padre Pio sul costato del Cristo degli Abissi. Se poi si considera che il Cristo degli Abissi era a sua volta esposto ai fedeli all'interno di un salone apparso miracolosamente con i soldi delle Colombiane, possiamo concludere che l'arcangelo Gabriele è apparso nella pupilla di una Madonna apparsa nella barba di padre Pio apparso nel costato del Cristo degli Abissi apparso in un salone apparso per grazia ricevuta (alcuni fedeli assicurano di avere udito, come colonna sonora della catena di miracoli, 'Alla Fiera dell'Est'). Nel frattempo, un pool di studiosi ha classificato tutte le apparizioni di padre Pio (a partire dalla prima e più celebre, quando il frate apparve sulla porta di casa sua per aprire al portalettere). Il volto del santo si è materializzato prevalentemente sui piatti con la sua effigie acquistati a San Giovanni Rotondo: non si contano le persone che hanno riconosciuto distintamente il volto di padre Pio sui piatti raffiguranti il volto di padre Pio, cadendo in trance. Frequenti, ma poco attendibili, anche le visioni di padre Pio nei piatti di papa Giovanni e Lady Diana: in accurati esperimenti di laboratorio, è risultato che i volti di papa Giovanni e Lady Diana, qualora semicoperti nel piatto da una forchettata di spaghetti, possono essere confusi con un'immagine barbuta, dunque con padre Pio. Diffuso anche l'equivoco con le fotografie di Fidel Castro. Ugualmente dubbie sono le apparizioni segnalate dalle massaie negli sgabuzzini delle scope. Molte delle scope in commercio, specie del tipo mocio, in penombra possono ricordare la fluente barba del santo (il forte profumo di rose che accompagna la visione sarebbe molto simile a quello di Vetrella, Bref, Emulsio Facile e altri detersivi molto diffusi). Dello stesso tenore, e dunque molto sospette, le apparizioni di padre Pio nelle cassette di seppie delle pescherie, sugli scogli guarniti da alghe, tra le stalattiti delle grotte di Castellana e in quei siti che presentano formazioni pendule e striate. La Chiesa, per evitare equivoci, ha simulato al computer un volto di padre Pio senza barba. Ma il risultato era identico a Johnny Dorelli, e per evitare di alimentare un culto di Johnny Dorelli le autorità ecclesiastiche hanno tenuto nascosti i risultati dell'esperimento. Come sempre, di fronte alla fede popolare, la Chiesa è in difficoltà. Come distinguere la credulità del primo babbeo di passaggio da quella del secondo babbeo di passaggio? E come spiegare che quasi tutti gli avvistamenti sono a tutt'oggi opera di pastorelle, pur essendo la pastorizia estinta da più di un secolo? E soprattutto, come giustificare, di fronte al rammarico dei familiari, il fatto che il 90 per cento dei santi non appare in alcuna apparizione, o addirittura, come nel triste caso di San Crispino, appare ma non viene riconosciuto e viene allontanato a maleparole dai presenti, che aspettavano padre Pio? Quest'ultimo punto, molto dolente, viene ormai riconosciuto dalle autorità ecclesiastiche come un vero e proprio problema di democrazia interna. Dai dati ufficiali, risulta che il duopolio Maria-padre Pio ha monopolizzato il 99 per cento delle apparizioni, lasciando alle minoranze solo le briciole. I devoti dei santi minori si sono costituiti in comitato. Tra le richieste più significative, si esige che padre Pio lasci libere almeno alcune delle frequenze destinate alle apparizioni. Oppure, come seconda scelta, che una percentuale dei volti di padre Pio venga attribuita d'ufficio ad altri santi, a rotazione.espressonline.it

GIORNATA MONDIALE CONTRO LE TORTURE: E POI? Peace/Justice, Standard L’ipocrisia è sempre stata una delle più grandi debolezze dell’uomo. Anche oggi, nell’epoca del cyber-space, stabiliamo sempre e comunque, con cinismo salottiero, quando e perché chiudere gli occhi. Peraltro, facendo disastri a destra e a manca. Sta di fatto che, parlando di tortura, continuiamo a riempirci la bocca con i soliti, ineluttabili, luoghi comuni, fatti apposta per quietare le coscienze. Diremo infatti che la tortura è incompatibile con la democrazia, con le leggi di uno Stato democratico; che chi la pratica è pericoloso e inaffidabile, sia perché calpesta la dignità umana, sia perché ferisce la radice della sua identità. Per carità, tutte cose vere, ma ahimè distanti anni luce da una comprensione reale dei problemi che affliggono il nostro povero mondo. Viviamo in una società globale che spara messaggi d’ogni genere da mattina a sera al punto tale che, in moltissimi casi, il nostro sistema di vita si basa sul far finta di non vedere. Poi, all’improvviso, la verità salta fuori – come nel caso delle torture praticate in Afghanistan, in Iraq, a Guantanamo e ad Abu Ghraib – e allora, curiosamente, di fronte all’evidenza, ci si arrende. La questione di fondo non è tanto se le torture inflitte contro Tizio, Caio o Sempronio siano il frutto della bestialità di alcuni singoli oppure rientrino in una più vasta gamma di pratiche belliche. Non perché la domanda di cui sopra sia insensata, quanto piuttosto perché incompleta. La tortura non solo è una delle tante ingiustizie perpetrate dall’uomo, ma è anche il mezzo attraverso cui il satrapo afferma e moltiplica il proprio potere. Ecco allora che dovremmo manifestare indignazione non solo di fronte alle sofferenze inflitte contro certi prigionieri, ma anche nei confronti delle più paradossali ingiustizie che affliggono i poveri. Il fatto ad esempio che le regole del commercio mondiale siano inique, o che le guerre scatenate nel Sud del mondo vengano deliberatamente ideate per il controllo, da parte di poteri occulti, delle immense risorse minerarie di certe regioni, sono fatti che non sembrano minimamente scalfire le coscienze dei benpensanti. In effetti, come credenti, dovremmo tutti avere il coraggio di riconoscere che la questione morale va ben al di là del vedere o del sapere. In un libro scritto più di sessant’anni fa da George Riley Scott, tradotto in Italia nel 1999, dal titolo “Storia della tortura”, si legge tra l’altro che ciò che viene percepito come tortura, vessazione o crimine dalla parte perseguitata, non è mai riconosciuto o ammesso come tale da colui che ha la responsabilità di averla inflitta. Questa giornata allora che sia un tempo di penitenza ricordando che la dignità dell’uomo, creato a immagine e somiglianza di Dio, è troppo spesso calpestata proprio da coloro che presumono di dare buon esempio. (di padre Giulio Albanese) misna.it

Quanto si spende nel mondo per fabbricare armi di Francesco Vignarca da PeaceReporter 956 miliardi di dollari i fondi stanziati. La “dottrina Bush” causa al mondo una crescita del 7% delle spese militari. E’ una spesa economicamente sostenibile per le nostre società? Anche quest'anno il SIPRI, l'istituto svedese di ricerche sulla pace tra i più prestigiosi al mondo, ha rilasciato il proprio annuario 2004 dedicato ad “Armamenti, disarmo e sicurezza internazionale”. Dai dati in esso presenti, e che aggiornano al 2003 la fotografia della situazione mondale, si può evincere come il tema della sicurezza sia trattato in misura sempre maggiore con il ricorso alla forza ed alla potenza militare. Lo scenario è stato ovviamente dominato dall'azione bellica intrapresa, nei mesi di marzo ed aprile, dagli Stati Uniti e dalla Coalizione dei suoi alleati, in maniera così pervasiva che tutto il dibattito sulle politiche di sicurezza, in ogni suo campo, nel risultato in un certo senso drogato. Tralasciando l'analisi più particolareggiata delle operazioni di guerra e della situazione di cosiddetto “dopoguerra” va comunque notato come l'intervento iracheno sia stato un azzardo ad alto rischio, sia per il fallimento del peace-building ad esso conseguente che soprattutto per l'incentivo a nuovi fronti di terrorismo decisamente preponderante rispetto alla deterrenza invece auspicata. Correttamente il rapporto SIPRI afferma che: “La buona performance delle nuove tattiche e dei nuovi equipaggiamenti militari in Iraq incoraggerà imitatori in altre parti del mondo, e parallelamente una ricerca di nuove risposte asimmetriche da parte di altri attori. La concomitante esplosione della spesa militare USA ha inoltre aggravato sia i problemi di bilancio e di bilancia commerciale statunitensi che le incertezze dell'intera economia mondiale? Un quadro a tinte fosche che viene tratteggiato sulla base di una robusta dose di dati e di misurazioni. Nel 2003 le spese militari mondiali sono cresciute, in termini reali, dell'1%: un tasso di incremento quasi doppio rispetto al comunque già notevole 6,5% registrato nel 2002. Prendendo a riferimento l'ultimo biennio si arriva ad un aumento del 18% che fa lievitare il valore complessivo dei fondi assegnati all'ambito militare fino a 956 miliardi di dollari (correnti). Ma non solo i valori assoluti sono significativi a riguardo: anche la distribuzione di spesa è in grado di consegnarci ottimi elementi di analisi. In analogia per nulla casuale con la ripartizione mondiale della ricchezza, è possibile verificare che i Paesi sviluppati sono responsabili di circa il 75% di tutte le spese militari, a fronte di una popolazione che raggiunge solamente il 16% di quella mondiale. Effettuando inoltre alcune impietose comparazioni (possibili solo con dati del 2001 ma non per questo meno significative) si scopre che la spesa militare combinata dei paesi ad alto reddito è di poco più alta del debito complessivo contratto dai paesi poveri e di circa 10 volte maggiore del livello totale degli aiuti ufficiali allo sviluppo. Il che testimonia “il grande fossato esistente fra la volontà di allocare risorse per mezzi militari che garantiscano sicurezza e situazioni di potere globale e regionale, da un lato, e intenzione di alleviare povertà e di promuovere sviluppo economico dall'altro”. Tutto questo mentre il 2003 ha visto il livello più basso di conflitti di una certa entità dalla fine della Guerra Fredda in poi (con l'eccezione del 1997). Secondo le valutazioni del SIPRI, magari opinabili ma che possiedono una certa dose di coerenza capace di dare indicazione di un trend, ci sono stati 19 conflitti in 18 diverse regioni del mondo, di cui 4 in Africa ed 8 in Asia. Il dato più interessante è comunque quello che vede solo due di tali conflitti definibili come “inter-statali? per cui ancora una volta sono i conflitti che hanno luogo all'interno dei confini di uno stesso Stato a confermarsi come la tipologia di guerra più diffusa nell'arena politica internazionale post-moderna. Senza dimenticare che “l'attuale attenzione internazionale al pericolo del terrorismo ha continuato ad influenzare il modo di condurre i conflitti interni agli stati ed in alcuni casi, si pensi ai casi di Indonesia e Filippine, sta avendo un impatto diretto sulle strategie, l'intensità ed il corso di questi scontri”. La causa maggiore per l'incremento delle spese militari mondiali nel 2003 stata la massiccia crescita di questo dato negli Stati Uniti d'America, che da soli giustificano circa la metà del valore mondiale. Dopo un decennio di riduzione della spesa dal 1987 al 1998, ed una moderata crescita da quell'anno fino al 2001, il cambio nella dottrina e nella strategia militare USA a seguito degli attacchi alle Torri Gemelle ha dato la scintilla per una vera e propria esplosione del bugdet militare a stelle e strisce. Interessante è notare come molta parte di questa crescita dipenda dai fondi messi a disposizione per le campagne in Afghanistan ed in Iraq, oltre che a tutte le operazioni in qualche maniera legate al contrasto del terrorismo internazionale. Scorporando tali quantità l'aumento delle spese militari mondiali si attesterebbe al 4%, un valore di molto inferiore a quello invece registrato. Per tutti questi motivi si può affermare che la lotta al terrorismo secondo la “dottrina Bush” (che sta al lettore giudicare sulla base dei risultati positivi o negativi ottenuti) causa al mondo una crescita del 7% delle spese militari, cioè oltre una buona metà di quanto i paesi sviluppati destinano agli aiuti allo sviluppo (basta ricordare i dati esposti in precedenza e fare un semplice confronto). Le spese militari stanno crescendo anche in molte altre nazioni di un certo peso, ma sicuramente ad un livello drasticamente inferiore a quanto visto per gli Stati Uniti d'America. In generale si può affermare che i fondi militari sono cresciuti per ogni singolo anno del quinquennio appena passato in sette dei maggiori paesi investitori del ramo: per India, Giappone e Cina il livello di crescita ?stato grosso modo in linea con l'aumento del PIL, mentre Francia e Gran Bretagna stanno per sperimentare un nuovo rialzo dopo una piccola fase di modesta diminuzione. Solo il Brasile, tra le medie potenze regionali, sta cercando di influenzare la politica globale con un modello di “soft-power” che non faccia affidamento sulle spese belliche e militari. Per tutto il corso del 2003 il dibattito sul tema delle spese militari ha continuato a focalizzarsi principalmente sulla necessità di aumentare le risorse in questo campo per poter far fronte ai nuovi e crescenti rischi di un mondo complesso e globalizzato. Tuttavia grazie al fallimento diretto e concreto di molti interventi basati sulla forza armata (in primis la “guerra preventiva?dispiegata in Medioriente) ha iniziato a far nascere voci di una diversa natura. Voci che hanno iniziato a sottolineare altri fattori quali la zavorra economica operata dal settore militare per lo sviluppo delle società umane e considerazioni di carattere etico e di diritto internazionale. Perciò sebbene le spese militari USA continueranno a contribuire largamente alle tendenze complessive mondiali, il ritmo di incremento potrebbe anche arrestarsi nei prossimi anni. Secondo i ricercatori del SIPRI: “nel lungo termine non è così scontato che gli attuali livelli di spesa militare possano essere economicamente e politicamente sostenibili”. Fonte: http://www.peacereporter.net/it/ For Fair Use Only

Al Qaeda : Svizzera finanziava e copriva terroristi di red I magistrati elvetici hanno concluso ieri alcune indagini dalle quali emerge che la Svizzera ha fornito mezzi finanziari e copertura ai militanti di Al Qaeda. Anche se la Svizzera non ha avuto un ruolo essenziale nelle attività di Al Qaeda, la magistratura elvetica ha ammesso che la Confederazione "e' stata toccata marginalmente da presunti reati nell'ambito del sostegno logistico e finanziario". Il sostituto procuratore federale ha ammesso anche che all'inizio delle indagini, cominciate quattro giorni dopo l'attentato alle torri gemelle di New York, i magistrati svizzeri non erano esperti in terrorismo: "Ma abbiamo fatto grandi progressi organizzando una struttura professionale ed esperta". La prima inchiesta ha riguardato una finanziaria araba a Lugano che, secondo gli inquirenti, serviva da canale di finanziamento delle attività terroristiche. Un altro filone dell'inchiesta rigaurda la fondazione Muwafaq, presieduta da un Saudita (Bin Laden e' nato in Arabia Saudita), che attraverso conti elvetici avrebbe spedito milioni di dollari a membri della alla rete terroristica. Un ultimo filone riguarda la fornitura di falsi documenti a terroristi arabi coinvolti nell'attentato del maggio scorso a Riad, e l'ospitalita' a questi data nella Confederazione. Sono stati trovati indizi di contatti telefonici fra l'Arabia Saudita e la Svizzera da parte di persone sospette. Alcune informazioni sono state raccolte grazie ad un accordo straordinario, stipulato con gli Stati Uniti per garantire l’accesso facilitato alle informazioni legate al terrorismo organizzato, accordo molto criticato perche' potenzialmente lesivo di alcuni diritti. I risultati delle tre indagini saranno trasmessi nel corso delle prossime settimane all'Ufficio dei giudici federali (UGIF) per l'istruzione preparatoria. Intanto sono state arrestate 10 persone e bloccati alcuni cospucui conti e patrimoni delle aziende coinvolte. Gli interessati ovviamente negano ogni coinvolgimento, mentre i magistrati hanno raccolto tutta una serie di documenti che proverebbero il contrario. Sara' un processo a stabilire definitivamente come siano andate effettivamente le cose. by www.osservatoriosullalegalita.org

Piccolo viaggio nell'anima tedesca Paola Casella Vanna Vannuccini e Francesca Predazzi, Piccolo viaggio nell'anima tedesca, Feltrinelli, 141 pagine, Euro 10,00 Per parlare del carattere di una nazione e dei suoi abitanti si può partire dalle parole che esistono solo nella lingua di quella nazione, di quegli abitanti. Tantopiù se si tratta dell'idioma più preciso e maggiormente capace di astrazione del mondo occidentale. E' questa la premessa dalla quale prende le mosse il saggio Piccolo viaggio nell'anima tedesca (Feltrinelli), cofirmato da due giornaliste di prim'ordine: Vanna Vannuccini, inviata speciale de "la Repubblica", a lungo corrispondente da Berlino, e Francesca Predazzi, autrice di corrispondenze per "La Stampa" dalla Germania. Ed è proprio dalla lingua tedesca che le due giornaliste partono per spiegare la mentalità di un popolo "esatto ed efficiente", come lo descrivono Vannuccini e Pedrazzi, cui si devono non solo "i boschi più verdi e le case più silenziose" (per non parlare dei più solidi conti in banca), ma anche contributi fondamentali ai patrimoni universali della scienza, la poesia, la filosofia. Attraverso l'analisi minuziosa (ma non pedante), di alcuni termini che esistono solo nella lingua tedesca, le autrici riassumono - letteralmente, in poche parole, e in sole 141 pagine - un mondo e una visione essenzialmente teutonici. A cominciare da quel Weltanschauung che significa proprio "visione del mondo", ma non solo: secondo la definizione del dizionario Devoto-Oli, citato dalle due giornaliste, la Weltanschauung è anche la concezione individuale della posizione occupata dall'uomo nel mondo, anzi, "abbraccia una triade: Dio, l'Uomo e il Mondo". A una definizione tanto ampia corrisponde, secondo le autrici, la capacità tutta tedesca di abbracciare vastissimi orizzonti, anche solo concettualmente, e di com-prendere la vita nelle sue più sottili manifestazioni. Di qui espressioni - e concetti - come Zeitgeist, cioè lo "spirito del tempo", che descrive così efficacemente gli umori, le spinte intellettuali, le suggestioni di un'epoca da essere stato adottato (come il termine Weltanschauung, del resto) dai vocabolari di mezzo mondo, così com'è, senza nemmeno un tentativo di traduzione. O come Zweisamkeit, cioè "solitudine a due", quell'isolarsi dal mondo di una coppia, fino a formare un universo composto solo da due individui che tutti conosciamo (quelli di noi che si sono innamorati almeno una volta nella vita), ma per cui solo i tedeschi hanno trovato un termine unico. Poi ci sono parole che sintetizzano brillantemente archetipi comportamentali elogiati o vilipesi dalla Germania intera: ad esempio l'amicizia fra uomini (Männerfreundschaft) come valore positivo, o il Nestbeschmutzer, "l'insozzatore di nido" (a spanne, colui che svergogna il gruppo a cui appartiene) come paria sociale. Ci sono parole tedesche che riassumono un intero travaglio storico, come Vergangenheitsbewältigung ("il confronto col passato") e altre che predono antto, sinteticamente, di nuove figure della modernità, come la Quotenfrauen ("la donna in quota"). Si potrebbe scrivere un libro analogo partendo dall'unicità della lingua italiana, francese o inglese? Forse sì, magari partendo da certi neologismi entrati di forza nel vocabolario coll'avanzare di epoche e sentimenti nazionali. Ma lo stratagemma funziona particolarmente bene per raccontare l'anima tedesca, ampia e nitida per definizione, e costituzionalmente refrattaria alla grossolanità, soprattutto espressiva. Le espressioni intraducibili della lingua tedesca raccontano un'identità attraversata da lacerazioni storiche profonde, poiché, scrivono Vannuccini e Predazzi, "la Germania si è liberata solo di recente di quegli eccessi di autoritarismo e conformismo che hanno accompagnato la sua storia più a lungo di quella di altri popoli europei". Ma "se tante cose stanno cambiando in Germania, a una i tedeschi restano fedeli: all'importanza della parola". www.caffeeuropa.it

Macedonia: chiude la radio alternativa Channel 103 E’ stata per anni l’unica finestra sul mondo e sulla cultura cosmopolita che i giovani di Skopje hanno avuto. Le sue frequenze sono state ora oscurate dalle autorità macedoni. Da Skopje scrive Risto Karajkov Era la più famosa radio alternativa di Skopje. Dal 25 maggio scorso le frequenze di Channel 103 sono state però oscurate in seguito ad una decisione del Dipartimento per le telecomunicazioni. Il motivo? La radio era accusata di utilizzare frequenze illegali. Le autorità che esercitano il governo dei media sono state sorde alle proteste di migliaia di ascoltatori ed alle prese di posizione di eminenti esponenti della scena culturale macedone che invitavano i controllori dell’etere a trovare una soluzione alternativa alla chiusura della radio. Ma la legge è stata applicata in modo rapido ed alla lettera. Se solo le autorità macedoni fossero così efficienti anche con violazioni più gravi delle leggi del Paese… Channel 103 ha iniziato a trasmettere nel 1991 grazie all’appoggio della Makedonska Radiotelevizija (MRTV), la Tv e Radio nazionale della Macedonia. In quel periodo il sistema radiotelevisivo non era praticamente regolato. Ancora non vi erano televisioni o quotidiani privati. I primi apparvero solo molti anni dopo. La transizione era solo iniziata. Mentre progressivamente veniva definita la struttura legislativa attorno al sistema dei media macedoni e con la divisione dell’attuale azienda televisiva e radio di servizio pubblico dalla MRTV Channel 103 è stato progressivamente lasciato ai margini, non sostenuto da nessuno. A garantire la sua sopravvivenza lo sforzo volontario ed entusiasta di un gruppo di giovani che conducevano uno stile di vita alternativo e contemporaneo. E’ stata per anni la finestra sul mondo e su una cultura cosmopolita per i giovani macedoni in un contesto della capitale connotato di provincialismo e che stava lentamente aprendo gli occhi dopo anni di cecità informativa. Channel 103 è stata fondamentale anche per arricchire il livello della cultura musicale in Macedonia. Non temeva l’eslorazione oltre le convenzioni ed i dictat commerciali. Assieme alla musica ha condizionato e “contaminato” un modo di pensare ed agire di un’intera generazione. Nonostante questo era capace di parlare ad un pubblico molto ampio ponendosi come uno dei soggetti culturali macedonia all’avanguardia. A Channel 103 erano connessi molti degli appuntamenti culturali – non solo musicali – in Macedonia. Tutto questo continuando a lavorare su base non-commerciale, con miseri od alcun rimborso a chi vi lavorava che spesso metteva a disposizione le proprie collezioni musicali e le proprie strumentazioni tecniche. “Le società che non riescono a creare alternative sono destinate a decadere. E per evitarlo non serve a nulla intestardirsi sulle leggi” ha commentato la chiusura di Channel 103 Guner Ismail, in passato Ministro della cultura. “La sua chiusura è un vero e proprio shock culturale … solo menti mediocri possono aver portato a questo” è invece l’opinione espressa da Ljubomir Frckovski, ex ministro degli interni e degli esteri. I leader di Channel 103 hanno tenuto una conferenza stampa nella quale hanno chiesto le dimissioni della direttrice esecutiva di MRTV, Gordana Stosic, accusata di non aver “mosso un dito” per proteggere la radio che è ancora parte del gruppo. Sino ad ora le loro proteste e le loro attività di lobbying non hanno portato alcun risultato. A favore di Channel 103 si sono schierate molte altre ardio dei Balcani. Hanno inviato una lettera alle autorità macedoni. E’ drammatico constatare come in un Paese che sta affogando nella corruzione, nella povertà e nel crimine la legge esercita la sua forza solo su chi è indifeso. Che dopotutto non faceva nulla di male. Tutto è stato sino ad ora vano. La frequenza 103 è silenziosa. www.osservatoriobalcani.org

Fuoco amico... di redazione 27 Jun 2004 "Fuoco amico": rabbia, sconcerto, senza di impotenza. Sono questi gli stati d'animo di Brett Perry, militare canadese ferito in Afghanistan da una bomba di 225 chilogrammi sganciata per errore dall'americano Harry Schmidt. Non si dà pace il soldato, che in quell'occasione vide morire davanti ai suoi occhi quattro commilitoni. Giovedì Schmidt è stato prosciolto dall'accuse: il soldato eviterà così la corte marziale. Ad attenderlo ci sarà invece un tribunale amministrativo. (Nella foto Brett Perry). «Spero di poterlo perdonare un giorno - ha fatto sapere ieri Perry - spero che un giorno anche Dio possa perdonarlo. Ha ucciso quattro soldati canadesi: questa è una ferita che rimarrà sempre aperta nel mio cuore». Secondo alcuni legali, Schmidt rischia delle pene molto leggere: si parla di una lettera di reprimenda e un massimo di 30 giorni di arresti domiciliari. «La cosa che mi dà più fastidio? Che Schmidt indosserà ancora una uniforme - continua Perry - che Schmidt continuerà a pilotare un aeroplano, che Schmidt soprattutto avrà intorno a lui giovani piloti che inevitabilmente impareranno da lui, dalla sua attitudine». Schmidt, soprannominato "Psycho", ha più volte ribadito che si trattò di un tragico incidente. Giovedì, dopo la notizia del suo proscioglimento, era intervenuta duramente la vedova dei uno dei quattro soldati. «Mi sento estremamente frustrata e umiliata - aveva detto Marley Leger - quell'uomo ha ucciso mio marito. È assurdo». (Toronto, grazie alla cortesia della redazione del "Corriere Canadese") redazione@reporterassociati.org


giugno 26 2004

Dopo il voto il Cavaliere vede le stelle In un bel servizio su Libero, Elisa Calessi ci informa che dopo la batosta elettorale, Berlusconi «ostenta tranquillità». «Da settembre tutto si aggiusta», ripete a chi manifesta preoccupazione per il suo avvenire politico. A dirlo sono le stelle. Il presidente del Consiglio ha non solo un medico di fiducia, Scapagnini, che lo renderà praticamente immortale, ma anche un'astrologa, Alessandra Paleologo Oriundi, la quale, dopo avergli predetto un anno difficile, gli ha assicurato che a settembre le stelle tornano con lui. Ecco la diagnosi: il Cavaliere «è nato il 29 settembre 1936: una Bilancia con ascendente Bilancia». Dal 26 settembre, Giove entra in Bilancia e proprio in quel periodo il cielo astrale di Berlusconi ha l'ascendente, il Sole e Mercurio in Bilancia. Cioè massima fortuna a tutti i livelli: «Le situazioni esistenti migliorano e quelle complicate si sbloccano». Otterrà vantaggi in ogni senso: «economico» (ma li ha avuti anche nell'anno passato, dato che la Fininvest ha raddoppiato gli utili), «sentimentale» (e qui non mettiamo naso), «professionale» (quale? Il Cavaliere è un professionista multiplo). Insomma, tra immortalità medica e fortuna astrale, siamo fottuti? ilriformista.it

Dopo le Europee Carlo Altomonte Le elezioni europee sono state caratterizzate da un forte astensionismo, da un rafforzamento dei partiti dichiaratamente "euroscettici" e, sia pur in un quadro variegato, da un voto di protesta contro i governi in carica nei diversi Stati membri. Le tre tendenze elettorali hanno notevoli implicazioni per il futuro orientamento delle politiche comunitarie. Una analisi del voto La tabella riassume tali tendenze, con i 25 Stati membri suddivisi sulla base dei tre possibili risultati: un voto che premia o non fa arretrare in misura significativa (meno del 4 per cento) il partito di maggioranza relativa al governo rispetto alle ultime elezioni politiche nazionali; un voto che invece punisce il governo in carica (sulla base dello stesso criterio); un voto di astensione (superiore al 60 per cento degli aventi diritto), spesso associato all’emergere di partiti euro-scettici. Equilibrio o pro-governo Voto contro il governo Astensione Austria, Cipro, Finlandia, Grecia, Lussemburgo, Spagna Belgio, Danimarca, Francia, Germania, Italia, Irlanda, Lettonia, Lituania, Malta, Portogallo Estonia, Paesi Bassi, Polonia, Regno Unito, Rep. Ceca, Slovacchia, Slovenia, Svezia, Ungheria In Europa ha votato il 45,5 per cento degli aventi diritto, il minimo storico da quando (1979) si svolgono elezioni europee a suffragio universale. Si conferma dunque quel trend decrescente di partecipazione al voto che già nel 1999 aveva portato ai seggi meno della metà degli elettori (il 49,8 per cento). Tuttavia, tale trend è la sintesi di due diversi orientamenti al voto. Nei Quindici, pur includendo gli astensionisti Svezia, Regno Unito e Paesi Bassi, la partecipazione al voto è aumentata, passando dal 49,8 per cento del 1999 al 52,3 per cento, mentre solo un elettore su tre è andato a votare nei nuovi Stati membri, con punte di un elettore su cinque in Polonia e Slovacchia. Presumibilmente, questo è dovuto a messaggi diversi che gli elettori hanno voluto mandare nei due gruppi di Paesi. Nella maggior parte degli Stati della "vecchia" Europa, la campagna elettorale è stata centrata sul tema del rilancio economico e sulle riforme. Dunque, il voto europeo si è tradotto, come spesso accade, in un referendum sul governo in carica. Contrariamente a quanto si è sostenuto, ciò non vuol dire che l’Europa sia stata assente dalla consultazione elettorale. Queste sono le prime elezioni che hanno luogo da quando, nel 2002, è stato introdotta la moneta unica: per la prima volta nella storia europea, un voto espresso sulla azione del governo in campo economico, anche senza menzionare la parola "Europa", è comunque un giudizio sull’azione di politica economica concordata dagli stessi esecutivi in sede comunitaria. Prova ne è il fatto che un governo di centro-sinistra, quale quello tedesco, e uno di centro-destra, quale quello francese, hanno iniziato a realizzare la stessa agenda di riforme (pensioni, sanità, mercato del lavoro), nota come Agenda 2010 in un paese, e Agenda 2006 nell’altro. (1) Ed entrambi sono stati puniti in egual misura dall’elettorato. In Italia, dove la stessa agenda di riforme è stata implementata in maniera molto parziale e molti settori continuano a essere protetti, l’effetto ha avuto luogo, ma in proporzioni indubbiamente minori. Nei nuovi Stati membri (e in parte anche nel Regno Unito), l’astensionismo pronunciato è invece stato il vero motore del risultato elettorale. L’astensionismo ha colpito in misura maggiore l’elettore mediano, favorendo l’emersione di partiti dichiaratamente euro-scettici. Altrimenti, non si spiegherebbe perché i referendum sull’adesione all’Unione tenuti in questi stessi paesi solo pochi mesi fa, abbiano registrato un clamoroso successo degli euro-entusiasti, con percentuali di voti favorevoli all’ Ue intorno al 70 per cento. L’analisi va dunque spostata dal terreno economico a quello politico. Perché l’Europa non abbia sollevato gli entusiasmi dei cittadini nei nuovi Stati membri, è ascrivibile verosimilmente a una serie di ragioni combinate. Da un lato, esiste in tutti questi paesi una forte componente nazionalista, timorosa di perdere di nuovo la propria sovranità, faticosamente riconquistata dopo la dittatura comunista, a favore di un altro ente "sovraordinato", magari democratico, ma vincolante in varia misura l’azione del governo nazionale. I referendum per l’adesione hanno mostrato che sono forze minoritarie, ma pur sempre presenti, e riemergono su base proporzionale ogni volta che l’astensione degli euro-favorevoli aumenta. D’altro lato, come sottolineato da alcuni commentatori (vedi Coricelli), negli ultimi mesi è mancata in Europa la percezione dell’effettivo ruolo delle istituzioni comunitarie nell’influenzare il quadro legislativo nazionale, cui si sono aggiunte le divisioni sulla politica estera, la scarsa incisività nel coordinamento di una politica di sicurezza interna, il mantenimento da parte dei Quindici delle quote sull’immigrazione dei lavoratori dei nuovi Stati membri. Le implicazioni politiche ed economiche del voto Interessanti sono comunque le implicazioni di questo voto. Da un punto di vista politico, l’astensionismo, combinato all’emergere di partiti euro-scettici, ha avuto l’effetto di ingrossare gli estremi della distribuzione dei membri del Parlamento europeo. Il gruppo dei "Non-iscritti", dove si concentra la più parte dei partiti euro-scettici, passa dal 5 al 9 per cento dei membri, secondo le ultime stime. A tale cifra vanno aggiunti tutti gli altri gruppi che hanno idee diverse sul modello sociale europeo rispetto a quelle che emergono nei due gruppi prevalenti, popolare e socialista. Questo implica che la distanza politica che separa i due principali gruppi politici, entrambi euro-favorevoli, è minore della distanza che separa ciascuno di essi dagli estremi, euro-scettici, dei membri del Parlamento. Ne consegue che nessuno dei due grandi gruppi, è in grado di acquisire stabilmente la maggioranza qualificata del Parlamento (367 voti), necessaria per approvare in seconda lettura tutti gli atti comunitari su cui il Parlamento ha un potere vincolante (co-decisione). (2) Verosimilmente, popolari e socialisti dovranno trovare una forma di coabitazione, come avvenuto nella legislatura 1994-1999. L’accordo di cui si discute in questi giorni per garantire una alternanza nella elezione del presidente del Parlamento europeo (la prima metà della legislatura a un socialista, la seconda a un popolare) ne è un primo segnale. La stessa, quasi "forzata", approvazione del Trattato costituzionale europeo da parte dei capi di Stato e di governo può essere letta come un segnale politico di reazione all’esito poco partecipato e controverso del voto, nonostante abbia poco rilevanti implicazioni politiche nel breve periodo. Il testo, leggermente diverso rispetto al progetto originario della Convenzione, avrà valore legale solo una volta terminate le procedure di ratifica da parte degli Stati membri. Si tratta di un processo lungo non meno di tre anni, e soggetto alle incertezze dei diversi contesti politici nazionali, che potrebbe provocare non poche sorprese. Più incerta, e per alcuni versi più preoccupante, è la risposta che i governi daranno all’esito elettorale sul piano economico. Nel nuovo contesto di moneta unica, infatti, nessuno Stato membro, da solo, è in grado di far fronte alle sfide della crescita e dello sviluppo. La politica economica deve essere perciò concordata a livello comunitario, ma le conseguenze politiche delle riforme così implementate (o non implementate) si ripercuotono sul consenso elettorale dei singoli paesi. Questa saldatura tra l’evoluzione della politica economica europea e il consenso nazionale dei governi è il vero elemento di novità di queste elezioni, e sarà carico di conseguenze per il futuro dell’ Ue. Non a caso, le trattative per la nomina "dell’agenda setter" di queste riforme economiche, ossia il presidente della Commissione europea, sono a un punto di stallo. (1) Vedi l’articolo dell’Economist "A long, hard climb", 18 ottobre 2003. (2) In particolare, la coalizione liberali (Eldr), popolari (Ppe) e nazionalisti ( Uen) che durante l’ultima legislatura aveva eletto il presidente del Parlamento, avrebbe oggi 372 voti sulla carta, superiori alla maggioranza qualificata di 367, ma con un margine troppo esiguo data la fisiologica percentuale di assenti tra i parlamentari. La coalizione di centro-sinistra di liberali, socialisti (Pse), verdi (V) e comunisti (Gue) avrebbe invece 346 voti. lavoce.info

Sbaglia chi crede nel Cavaliere mediatore. Pronto un piano mediatico di Giuseppe Giulietti* - da Avvenimenti Oltre due milioni di italiani, alle recenti elezioni europee, hanno voluto dare un voto, senza se e senza ma, a favore della libertà d’informazione dell’articolo 21 della Costituzione. Non vi è dubbio, infatti, che dietro il clamoroso successo di Lilli Gruber, di Michele Santoro, di Giulietto Chiesa, al di là di tante altre motivazioni, ci sia stata anche una scelta di libertà, un no alla prepotenza, alle liste di proscrizione, alle censure, alle tante bugie mediatiche che hanno accompagnato e sostenuto la guerra voluta da Bush e dal suo più modesto scudiero italiano. Questo voto, così ampio, così forte, così inedito, è anche un premio a quanti, in questi anni, non hanno mai ammainato la bandiera della libertà della cultura e della comunicazione. Sarebbe sbagliato dimenticare l’urlo di Nanni Moretti, i girotondi attorno alla Rai, le grandi manifestazioni di Milano, di Roma, di Napoli, le mille piazze per la libertà, le tante iniziative contro la Gasparri promosse dal Comitato per la libertà di informazione. Attorno a questi obiettivi si sono ritrovati partiti, movimenti, sindacati, associazioni, con grande spirito unitario, rinunciando a forme di protagonismo piccine e controproducenti. Non è stata solo e soltanto una battaglia di opposizione, in ogni caso utile e sacrosanta, ma anche e soprattutto un’iniziativa appassionata e continua che ha costruito progetti e proposte, in Europa e in Italia. Il lungo e robusto filo rosso che ha legato le diverse tappe di questo viaggio, ancora non concluso, è stato documentato con rigore da Avvenimenti. In questa sede vorrei limitarmi a richiamare il clamoroso voto del Parlamento europeo che ha sanzionato il conflitto d’interesse di Berlusconi e ha votato un vero e proprio manifesto per la libertà dei media. Quella risoluzione ha trovato la sua prima origine nel lavoro del Comitato per la libertà e nel puntuale esposto presentato dall’avvocato Domenico D’Amati, per conto dell’Associazione Art.21. Da quel voto e da quella risoluzione ha tratto ispirazione la Carta di Gubbio per la libertà della cultura e della informazione, che ha già trovato l’adesione di tanta parte dei gruppi (liberale, socialista, verde, comunista) e di non pochi indipendenti del fronte moderato e conservatore. Questo programma comune europeo ha già trovato l’adesione in Italia, tra gli altri, di Bertinotti, di Di Pietro, di Pecoraro Scanio, di Rutelli, di Fassino, di Cossutta, e ovviamente dei neo eletti Santoro, Gruber, Chiesa, Pasqualina Napoletano, Monica Frassoni. Questo progetto può e deve diventare il primo capitolo del futuro programma comune del centro sinistra. Liberare l’Italia dai conflitti d’interesse, dalla censura, dalla intolleranza è un obiettivo essenziale per restituire alla comunità nazionale quel diritto ad essere informata che è stato pesantemente oltraggiato ed umiliato. Nel voto degli italiani ai candidati della libertà (e in questo voto rientrano anche i consensi ai vari Soru, Emiliano, Cofferati, Zanonato, Penati, e a tanti altre altri), c’è anche il desiderio di una comunicazione diversa, più libera da interessi particolari, meno succube dei potentati nazionali e locali. Le cittadine e i cittadini non ne possono più di una televisione che sa proporre, salvo le consuete e lodevoli eccezioni, grandi fratelli e piccoli cugini, finte fattorie e drammi famigliari a tariffa. Quella stessa tv ci ha invece raccontato le più incredibili bugie mediatiche sulla guerra, sulla povertà, sulle promesse da illusionista del mago Silvio. Sino a poche ore dal voto siamo stati invasi da sms, da comizi ad urne aperte, da aerei berlusconiani. Nulla ci è stato risparmiato. Eppure la maggioranza degli italiani non si è fatta ingannare e ha espresso un voto che contiene anche una forte voglia di libertà, un desiderio di vivere senza grandi fratelli o immense sorelle. Questi milioni di donne e di uomini rappresentano un’autentica “casa della libertà” e costituiscono un patrimonio prezioso di valori e di passione, da non trascurare anche in vista delle prossime consultazioni elettorali. Di tutti loro avremo ancora bisogno. Il padrone del polo unico delle Tv, dopo la brutta batosta rimediata, diventerà ancora più prepotente ed intollerante. Sbaglia chi pensa ad un Berlusconi mediatore e neo-democristiano. Queste caratteristiche sono del tutto estranee “all’estremismo proprietario” del cavaliere di Arcore. Nelle prossime settimane il controllore del polo Raiset proverà a devastare quel poco che resta della par condicio, a mettere le mani sul Corriere della Sera, ad acquistare tre radio nazionali, a blindare definitivamente la Rai mettendo in condizione di non nuocere le poche diversità ancora sopravvissute. L’intera operazione è già stata denominata “piano di rinascita televisiva”, parafrasando quel Piano di rinascita nazionale tanto caro a Licio Gelli che già invocava una repubblica presidenziale a reti unificate, con tutti i poteri di controllo indeboliti, imbavagliati e sottoposti al controllo di un governo forte. Quel piano tornerà di attualità. Eugenio Scalfari, giornalista di razza e liberale di antica data, ci ha recentemente ammonito a non abbassare la guardia con parole che vale la pena di riportare: «Se quest’uomo avesse in custodia la cassetta con i codici dell’atomica bisognerebbe interdirne il potere di decisione. Per fortuna non li ha e per fortuna gli italiani hanno provveduto a quel tanto di interdizione che era sufficiente al caso. Non toglie che potrebbe riprovarci. Perciò il richiamo alla massima attenzione è assolutamente di rigore». Nella speranza che la discussione sulle future formule organizzative ed elettorali si esaurisca senza danni ulteriori, sarà bene raccogliere quest’appello e dare nuovo slancio al movimento per la libertà della cultura e della informazione, in Europa e in Italia. Nei prossimi giorni i nuovi europarlamentari dovranno pronunciarsi sul nome del futuro presidente del Parlamento e della Commissione europea. Siamo sicuri che tutti i sottoscrittori della Carta di Gubbio faranno convergere i loro voti solo e soltanto su candidate e candidati che abbiano manifestato il loro limpido consenso alla recente risoluzione, votata dal precedente parlamento europeo, sulla libertà dei media e sul conflitto d’interessi. È tempo, infatti, che i parametri della libertà e dei diritti civili e sociali abbiano lo stesso rilievo sin qui assegnato al deficit e al prodotto interno lordo. *portavoce Art.21

Il buco s'allarga, il taglia-spese non basterà Corte dei conti contro il governo: stop a condoni e federalismo. Tagli «drastici» alle pensioni BEPPE MARCHETTI ROMA La manovra bis? Non basterà a tappare i buchi del bilancio pubblico. Che sono sempre più grossi: l'avanzo primario cala (2,9% del pil, era al 3,5% nel 2002), la gestione della cassa peggiora (del 10,9%, sempre in un anno). La riduzione del debito pubblico italiano, nel complesso, è poi troppo lenta. E allora quel che davvero ci vuole sono interventi strutturali: su sanità, pensioni e pubblico impiego. Il rendiconto annuale presentato ieri dalla Corte dei conti - in teoria un parere puramente tecnico, di vigilanza sulla contabilità dello stato - s'è colorato ieri come spesso accade d'attualità politica. Per il governo è l'ennesima tirata d'orecchie per i conti fuori controllo. Ma potrebbe anche rappresentare uno sprone per chi nell'esecutivo spinge per tagliare le pensioni (ci vogliono «drastici rimedi nel prossimo avvenire» secondo la prosa barocca di Vincenzo Apicella, procuratore generale della Corte). Condoni, scudo fiscale, vendita di pezzi del patrimonio immobiliare, anticipi dei versamenti d'imposta. Sembra un refrain l'elenco dei provvedimenti effimeri con cui il governo nel 2003 ha provato a coprire il buco nero del bilancio. E fa sorridere che a elencare questi stratagemmi sia il più famoso omonimo di Mariano Apicella, il cantante napoletano con cui Berlusconi ama duettare in modestissime interpretazioni delle canzoni napoletane. Ma si può star certi che il premier non avrà apprezzato il ritornello, e tanto meno il suo seguito: con misure una tantum infatti - scrive la magistratura contabile - il governo ha racimolato ben 25 miliardi di euro, il 2% del prodotto interno lordo (pil). Pil che per di più è cresciuto solo dello 0,3%, meno della media europea. Secondo Apicella anche per effetto dei crac finanziari di Cirio e Parmalat (sono stati «causa di una frazionale diminuzione dell'incremento del pil»). Insomma la Corte dei conti non nasconde le perplessità sull'azione del governo in campo economico. Ma non solo. Sul federalismo, per esempio, le parole non sono certo tenere. Va bene il decentramento, dice Apicella, ma solo con la massima prudenza, altrimenti potrebbe portare a un aumento della spesa pubblica. E questo è un richiamo che non stupisce: perché vigilare sui bilanci di uno stato unico è assai più efficace che inoltrarsi nella selva di conti regionali. Bisogna allora, per Apicella, che regioni e stato centrale individuino «gli stretti, reciproci limiti delle rispettive competenze» e limitino «il ricorso ad affidamenti esterni di servizi o attività, se non addirittura di funzioni». Ancora, il procuratore sconsiglia il taglio delle tasse, a meno che non si proceda prima a tagli consistenti e permanenti della spesa. Ma i timori più grandi il procuratore generale li riserva alla delega sulle pensioni. Gli incentivi cui il governo pensa per spingere a rimanere al lavoro sono per Apicella di dubbia efficacia. Perché ciascuno decide di continuare a lavorare «in base a una serie di variabili». E allora delle due l'una: o si rendono «più appetibili» gli incentivi o si punta a tagli ben più drastici alle pensioni. Opzione che, par di leggere tra le righe, il procuratore preferisce. Il deterioramento dei conti pubblici segnalato dalla Corte rappresenta, per il leader della Cgil Guglielmo Epifani, «il fallimento delle politiche di bilancio di questo governo». Concorda il responsabile diessino dell'economia Bersani. Per lui la manovra correttiva è inutile se il governo non riformerà profondamente la sua «politica economica e di finanza pubblica sin qui applicata». E avverte: se con il documento di programmazione economica e finanziaria (Dpef) il governo vuole discutere di questo, «noi siamo pronti a partecipare. Temo pero che le prossime settimane finiranno con qualche decisione in meno e con qualche ministero in più». ilmanifesto.it

La "cultura della vergogna" contro le truffe in Borsa GUIDO ROSSI da Repubblica - 26 giugno 2004 NEL giugno del 1974, proprio trent´anni fa, entrava in vigore la legge istitutiva della Consob, alla quale si deve un primo serio abbozzo di regolamentazione del nostro mercato mobiliare. Possiamo dire che in questi trent´anni le nostre leggi in materia di mercato mobiliare abbiano compiuto un effettivo salto di qualità, sì da prospettarsi come idonee a impedire comportamenti impropri o abusivi degli intermediari finanziari, quali ad esempio quelli che si presume siano stati posti in essere nei recenti casi Cirio e Parmalat? Inoltre, possiamo dire che la Consob ha conseguito almeno una parte dell´efficienza e dell´autorevolezza che hanno acquisito non solo la (vecchia) Sec negli Usa, ma anche la (nuovissima) Fsa in Gran Bretagna? Sul piano delle regole-precetto il mio giudizio è articolato. In positivo, il nostro apparato normativo in tema di mercato mobiliare s´è certo notevolmente evoluto, e arricchito dal 1974 a oggi. In special modo il Testo Unico Finanziario, unitamente ai provvedimenti attuativi, ha in linea di massima mostrato di sapere regolamentare in dettaglio e con misura la maggior parte delle situazioni in cui operano i vari soggetti del mercato. Alcune regole poco conosciute dagli investitori e direi anche dagli intermediari perché la loro applicazione era stata fin qui poco "reclamizzata" e "reclamata", tanto dalla Consob, quanto dai risparmiatori in giudizio, possono rappresentare, con adeguati miglioramenti, una buona "base di partenza" per regolamentare i rapporti negoziali fra intermediari e risparmiatori, e su di esse può formarsi una severa prassi interpretativa, anche giurisprudenziale, attenta agli interessi in gioco. Nel recente disegno di legge governativo in tema di tutela del risparmio invero non ci si preoccupa (all´art. 42) di ritoccare in meglio la normativa bensì si mostra di ritenere che la panacea per i risparmiatori sia rappresentata da un sistema di indennizzo dei danni patrimoniali subiti a seguito della violazione delle regole cui devono attenersi gli intermediari. Qui, il problema è vedere se siffatto requisito causale possa rappresentare un misurato limite all´operatività del fondo di garanzia, in quanto diversamente l´investimento in valori mobiliari perderebbe la natura di investimento di rischio, con ciò deresponsabilizzando i risparmiatori. La "cultura della vergogna" contro le truffe in Borsa Nei mercati finanziari, dove il requisito fondamentale è la trasparenza, "perdere la faccia" è già una pena efficace Occorre un organo indipendente e autorevole il cui giudizio sia accompagnato da una presunzione relativa di "accountability" Paternalismo ed efficienza del mercato mi paiono opposti inconciliabili nonostante l´italica tradizione sia consolidata in tal senso. Sul versante negativo del giudizio relativo alle regole-precetto in tema di mercato mobiliare, occorre invece prendere atto che le scelte (o le mancate scelte) comunitarie hanno influenzato il nostro ordinamento in termini poco condivisibili sotto due profili importanti. L´affermarsi, per l´influenza dei giuristi ed operatori tedeschi, del modello della "banca universale" - e, potremmo aggiungere gli "appetiti" dei principali gruppi bancari europei - hanno fatto saltare tutti gli steccati legislativi esistenti (ancora nel 1991) fra servizi bancari e servizi di investimento. Ciò, come noto, rende più frequenti i conflitti di interesse, poiché, se chi colloca un bond è una banca che ha prestato credito all´impresa emittente, è naturale sospettare - come ha fatto di recente il pm di Monza - che in tal modo volesse procurare all´imprenditore stesso la liquidità necessaria per diminuire l´esposizione debitoria verso la stessa banca, in sostanza traslando il rischio dell´insolvenza dell´emittente. Qui il conflitto di interessi, come situazione potenziale, non può essere negato. In secondo luogo, la circostanza che i gruppi bancari dominino direttamente e indirettamente (controllando le principali Sim e gli altri intermediari) il settore dell´intermediazione mobiliare importa che le "crisi di fiducia" che si determinano in questo settore sono suscettibili di diventare crisi atte a pregiudicare più in generale il rapporto di fiducia fra i risparmiatori e le banche (come le recenti vicende insegnano), con effetti negativi su tutti i settori del mercato finanziario. Rimane comunque punto fermo che regole-precetto relativamente adeguate sugli obblighi di comportamento degli intermediari ci sono. Il reale problema è che allo stato appaiono invece gravemente insufficienti le regole-sanzione, cioè le norme primarie. Questo è vero in primo luogo con riguardo alle sanzioni giuridiche, alle quali persino un convinto assertore della rilevanza della shame culture quale io sono non può negare una concreta capacità di prevenzione generale e speciale, ossia un ruolo educativo in senso lato degli operatori del mercato. Non a caso nella legge antitrust il legislatore vi ha prestato corretta attenzione e il sistema sembra funzionare. Mi sono altre volte pronunciato a sfavore delle sanzioni penali in questa materia (a differenza che nel diritto societario), e quindi non mi lamenterò della loro insufficienza. Viceversa intendo energicamente sottolineare che le sanzioni amministrative pecuniarie sono veramente risibili (da un milione a cinquanta milioni delle vecchie lire) rispetto alla potenziale gravità delle condotte abusive o scorrette. Né sono indicati dei criteri specifici per la commisurazione della sanzione. Ma soprattutto manca completamente un apparato, che sarebbe certo di superiore deterrenza, di sanzioni amministrative interdittive, che precludano all´ente e/o all´amministratore l´ulteriore esercizio della stessa attività nell´ambito della quale sono state compiute le irregolarità. Nonostante queste carenze, vorrei mettere in evidenza che pur con l´ausilio di un apparato di sanzioni giuridiche largamente insufficiente, una Consob autorevole e efficiente, e altresì forse non preoccupata in certi momenti di pregiudicare gli spazi operativi di alcuni intermediari bancari "forti", avrebbe senz´altro potuto giocare validamente le sue carte per impedire effetti di destabilizzazione del mercato (quali si sono indubbiamente determinati con gli ultimi scandali), in ogni caso meglio di quanto abbia fatto negli ultimi anni. Nuove regole per garantirne l´indipendenza sono peraltro necessarie - anche sul piano dell´utilizzo delle sanzioni latamente morali, ossia del "giudizio di infamia" che l´organo di vigilanza può minacciare di attirare sugli intermediari e sugli altri operatori che si siano comportati scorrettamente. Sotto questo profilo non si può infatti affidare il mercato mobiliare unicamente alle regole che si dà da sola la comunità degli operatori, che pure dovrebbe preoccuparsi che il bene pubblico "fiducia dei risparmiatori" non sia messo a repentaglio da comportamenti abusivi opportunistici di singoli operatori, almeno per due ordini di ragioni. In primo luogo, non è plausibile confidare nella spontanea osservanza di codici etici o paraetici, quando l´operatore che intenda agire nel loro rispetto rischia di trovarsi, sul piano della massimizzazione del profitto (se non altro nel breve termine), in una posizione svantaggiosa nei confronti di quelli che non li osservino, e i trasgressori d´altra parte non rischiano seriamente per ciò l´esclusione dal mercato, né, come si è visto, sul piano giuridico, né sul piano reputazionale (novella forma di "ostracismo"). In secondo luogo, i singoli risparmiatori non sono generalmente in grado di giudicare con cognizione di causa i comportamenti degli intermediari e degli emittenti (e non a caso difficilmente spostano i propri soldi dagli intermediari inefficienti a quelli più efficienti: a es., quanti risparmiatori "bruciati" dalle obbligazioni Cirio hanno abbandonato le banche che non hanno neppure aperto un tavolo di confronto con le associazioni dei consumatori?). Occorre dunque un organo indipendente e autorevole il cui giudizio sia accompagnato da una presunzione relativa di accountability: insomma, un´autorità pubblica di vigilanza sul mercato gioca un preciso compito anche rispetto alla sanzione della "vergogna", ossia della perdita della pubblica stima. Per concludere, si rinnova quindi per l´ennesima volta, l´appello a che la Consob assuma con decisione un concreto ruolo d´autorità "educatrice" del mercato, principalmente nel senso di monitorare e condizionare i comportamenti degli intermediari (e degli emittenti). Il rischio per questi di incorrere in una grave sanzione "morale" (oltreché giuridica) dovrebbe rafforzare, come in un circolo virtuoso, il potere preventivo di moral suasion dell´organo di vigilanza rispetto ad alcune prassi operative su cui si siano levati sospetti d´irregolarità. Mi rendo perfettamente conto che, nell´ambito dei mercati finanziari, sto invocando ancora una volta, in alternativa alle sanzioni penali classiche, quelle che con l´aiuto d´una vigile autorità di controllo rientrerebbero nell´ambito della "cultura della vergogna", comunemente identificata col "perdere la faccia" (to lose the face). Sono anche conscio che la discussione sulla natura della pena è molto aperta e che, soprattutto nella dottrina americana, si discute assai sulle giustificazioni teoriche di questo sistema sanzionatorio che, mutuato dall´antropologia, è singolarmente trascurato dalla dottrina penalistica italiana. Non credo che, in termini di deterrenza, le sanzioni di vergogna, avendo questa carattere pubblico, siano inferiori alle pene detentive o d´altro genere, spesso peraltro opache, anche perché nei mercati finanziari la loro preferenza dovrebbe quantomeno essere dettata dal fondamentale requisito che li contraddistingue rispetto ad altri settori dell´attività umana: cioè la trasparenza. Infatti, se è vero che mancano studi empirici per verificare l´impatto e gli effetti delle sanzioni di vergogna, non corre dubbio che il discorso generalizzato nei confronti di tutti i reati che diluisce l´effetto della sanzione di vergogna, non vale certo per l´importanza che può assumere la "perdita della reputazione" nell´ambito dei mercati finanziari. -------------------------------------------------------------------------------- Ds Milano - Rassegna stampa

Un imbroglio di nome Fini di Antonio Padellaro Se la sinistra vuole aiutare il Paese a battere Berlusconi dia una mano a Fini e ai leader “per bene” del centrodestra. È l’appello al disarmo unilaterale che risuona da autorevoli tribune. Ci risiamo con il tentativo di migliorare l’avversario, vecchia pietanza della cucina politica italiana. Ovvero: salviamo la faccia presentabile del governo per neutralizzare la parte indecente. Oppure: agevoliamo la lotta della destra nazionale e moderna contro il populismo aziendale e il peronismo all’italiana. Insomma: non confondiamo la parte con il tutto. E perfino: si può essere fascisti senza essere fascisti. Dunque miglioratori perché delusi dal bipolarismo, disgustati dal berlusconismo, non persuasi dal prodismo. È il sogno di un menu partitico più miscelato e fantasioso che combini le migliori porzioni dei due schieramenti, da cui distillare il dopo Berlusconi. Se a Francesco Merlo su «Repubblica» le liti di Fini con Berlusconi non appaiono «i soliti capricci politici», per Edmondo Berselli sull’«espresso» i capi del centrodestra hanno adesso l’occasione per decidere «se restare sotto lo scudo del Cavaliere declinante oppure tentare un colpo di fantasia politica». Come? Dove? Quando? Mossi dalle migliori intenzioni, neutralizzare il tiranno, i teorici della destra da valorizzare per liberarne appieno le risorse, sembrano pensare a senza una sorta di bizzarra omeopatia politica: la cura dalla malattia Berlusconi affidata a coloro che ne hanno agevolato la diffusione. S’intravede sullo sfondo un notevole pessimismo sulla possibilità che il centrosinistra con le sue sole forze riesca a sconfiggere definitivamente l’avversario, che andrebbe invece «accompagnato gentilmente all’uscio» (Berselli). Una defenestrazione morbida, nel cortile di palazzo Chigi, di cui dovrebbero farsi parte diligente i personaggi che in questi frangenti di più accendono l’immaginazione dei bravi miglioratori: il «degno e democratico Fini» (Merlo) e l’ottimo Follini. Saranno loro a salvare la democrazia? Intanto, sulle qualità resistenziali di entrambi ci sarebbe molto da discutere visto che non si ricorda un solo provvedimento, uno solo, tra quelli che hanno blindato gli interessi di Berlusconi da qui all’eternità, sul quale gli eroici parlamentari di An e dell’Udc abbiano fatto udire il più flebile distinguo. Sempre, in questi tre anni, li abbiamo visti votare per il capo supremo, allineati e coperti come gli opliti catafratti della fanteria macedone. Quanto al presunto voltafaccia del degno vicepresidente del Consiglio, tramandato ai posteri come la sfida all’O.K. Corral del terzo millennio (indimenticabile la vivida cronaca del «Corriere della sera»: «Così è esploso il colpo di pistola, e tutti hanno avvertito lo sparo mentre nel salone calava un drammatico silenzio rotto solo dal rumore della sedia spostata di scatto dal vicepremier»), ci permettiamo di dubitare fortemente. Nessuno può escludere che, un giorno o l’altro, perfino Gianfranco Fini, stanco di subire, possa dare un seguito coerente ai comprensibili scatti di nervi. Se poi, però, non arriva mai alla rottura, un motivo ci sarà: forse che senza il suo sdoganatore non saprebbe dove andare? E, infatti, ieri sera, neanche a farlo apposta, l’uomo che spostò la sedia di scatto dichiarava, finalmente appagato, che «nella maggioranza si discute in un clima positivo e costruttivo». Parole eroiche, non c’è dubbio. Ma se anche Fini avesse ribadito a Berlusconi il suo basta con temeraria e virile fermezza, farlo passare come sentinella della democrazia e baluardo dell’antifascismo, sembra francamente troppo. Almeno fino a quando il vicepremier non racconterà per filo e per segno le giornate di Genova, quando la polizia massacrava la gente inerme e, non lontano, il vicepremier se ne stava rinchiuso a coordinare non si sa bene cosa. Infine, un caldo appassionato invito a non parlare troppo e troppo presto di dopo Berlusconi o di un Berlusconi ridimensionato e dimezzato. La stessa assurda sottovalutazione dell’avversario che già qualche anno fa costò cara al centrosinistra: prima la guida del governo e quindi la più cocente sconfitta elettorale. Inutile illudersi. Non ci sarà nessuna crisi di governo. Non ci saranno elezioni anticipate (a meno che non convengano a lui). Ci saranno altri mugugni e altre proteste, ma Fini e Follini dalla maggioranza non li si schioda nessuno. Un paio di sottosegretari in più ad An, una poltrona europea per l’Udc e il clima, vedrete, diventerà subito «positivo e costruttivo». Alla sfida finale con Berlusconi mancano ancora due anni e per il centrosinistra l’errore più grande sarebbe arrivarci pensando di avere la vittoria in tasca. I voti il centrosinistra dovrà sudarseli uno per uno. Cominciando dai ballottaggi di domenica. Cominciando da Milano dove una vittoria di Ombretta Colli verrebbe sbandierata da Forza Italia come la più clamorosa delle rivincite. Ricordiamoci che hanno in mano tutte le televisioni. Altro che colpi di fantasia politica. Gli avversari non vanno migliorati. Vanno battuti. unita.it

«Liberiamo Milano» Intervista a Filippo Penati a cura di Laura Matteucci da l'Unità - 26 giugno 2004 MILANO «La maggioranza degli elettori ha già deciso di cambiare. Lo dicono i numeri. Un milione e 300mila elettori su 2 milioni e 100mila che sono andati alle urne due settimane fa non hanno scelto la Colli, l’ha votata meno del 40% dell’elettorato. Adesso c’è ancora bisogno di tutti loro, di tutti gli elettori che vogliono voltare pagina». Filippo Penati, candidato presidente della Provincia di Milano per il centrosinistra compatto, chiude la sua campagna elettorale come l’ha portata avanti in tutti questi mesi, nei quartieri di periferia. Quelli che nelle ultime tornate elettorali si erano affidati al berlusconismo, e dai quali invece adesso arrivano i segnali più forti di cambiamento. Ieri per un tratto l’ha accompagnato (era la seconda volta) anche il sindaco di Roma, Walter Veltroni, «perché Roma e Milano devono essere sempre più alleate, e perchè io Penati lo conosco bene, è una persona seria e affidabile». Lui, Penati, è avanti cinque punti rispetto a Ombretta Colli, la presidente uscente ricandidata (43,2% contro il 38,3%). Ma, come ha detto anche il segretario dei Ds Piero Fassino, l’altra sera a Milano, «non si può dare niente per scontato». Penati, che cosa dice agli altri elettori, quelli che al primo turno non hanno votato né per lei né per la Colli, i leghisti innanzitutto? «Dico che la loro voglia di cambiamento è anche la mia. Loro hanno votato per altri candidati, per qualcuno diverso dalla Colli, e adesso i loro capi li spingono a votare Colli per una questione di strategie politiche nazionali. Ma i cittadini scelgono, non ubbidiscono. Non sono soldati, sono teste pensanti. Il loro desiderio di voltare pagina si può ritrovare nel mio progetto». Il progetto, appunto. Il primo impegno che si prende in caso di vittoria. «Una variazione di bilancio, per stanziare almeno 2 miliardi di vecchie lire e mettere a punto un piano sull’emergenza caldo per gli anziani, di concerto con i Comuni e le associazioni di volontariato della provincia. E intendo farlo subito, a luglio. Ma non sarebbe l’unica iniziativa». Quali altre? «Convocare una riunione con tutti i presidenti delle altre Province lombarde per definire una strategia comune che pressi la Regione sull’abolizione dei ticket sanitari. Vanno eliminati, come già è in tutte le Regioni governate dal centrosinistra. Noi dobbiamo fare la nostra parte. Poi, voglio attivarmi insieme a tutti i Comuni coinvolti perché all’apertura dell’anno scolastico siano messe in campo tutte le misure possibili per contrastare la controriforma Moratti. Insomma, per cercare di porre tutti i rimedi possibili ai guasti che questa controriforma comporta. Il quarto impegno riguarda l’autostrada Serravalle. Entro fine giugno chiederò un incontro con il sindaco di Milano Gabriele Albertini (il Comune è l’altro socio pubblico, ndr) per definire strategie comuni sul futuro della Serravalle». Ha annunciato il coinvolgimento di esperti nella sua amministrazione. «Sì, ce ne saranno molti, perché conto di coinvolgere le migliori personalità di Milano e della sua provincia. Di sicuro, ci saranno l’imprenditore Paolo Boffi, l’economista Marco Vitale, e don Antonio Mazzi, impegnato su progetti che riguarderanno i giovani». Si è detto molto sul significato simbolico che queste elezioni hanno per Milano, per spezzare l’egemonia del centrodestra proprio qui, dove il berlusconismo è nato. Come giudica la risposta della città in questi mesi di campagna elettorale? «Quello che ho trovato è un clima di scontento molto forte. Milano ha voglia di cambiare. Mi ha colpito la grande mobilitazione delle persone, sia quelle che hanno lavorato con me, sia quelle incontrate in questi mesi. Noi abbiamo lavorato molto, abbiamo incontrato migliaia di persone, folle come anche piccoli gruppi, comitati inquilini, comitati di quartiere, con cui abbiamo stabilito un forte legame. Un bel clima, questo ho trovato, un ritorno di entusiasmo molto significativo, sul quale ci sarà di che riflettere. Comunque vada». La sua sfidante Ombretta Colli dopo vari tira e molla ha definitivamente declinato il confronto diretto che lei aveva chiesto fin dall’inizio. Perché, secondo lei? Che idea se n’è fatta? «C’è un riflesso antidemocratico in questo atteggiamento, un’idea della politica lontana dalla prassi democratica. Il confronto tra candidati è un atto doveroso, nessuno dovrebbe sottrarsi. Credo che di fondo ci fosse anche un senso di inadeguatezza. Io sono sempre stato convinto che non avrebbe mai accettato, non le sarebbe convenuto». Gli sms via cellulare però alla fine li ha mandati. «Questo è un fatto davvero curioso. Meno male che è intervenuto il Prefetto (Bruno Ferrante, ndr): aver impedito al Comune, due giorni fa, di inviare agli elettori gli sms con gli orari del voto, ha costretto la Colli ad inviarne 40mila a sue spese. Almeno questo. Spot elettorali, certo, ma non credo siano molto efficaci, non saranno i messaggini dell’ultimo minuto a far cambiare idea agli elettori». -------------------------------------------------------------------------------- Ds Milano - Rassegna stampa

Umberto Eco Apparire più che essere Il manuale del candidato scritto per Cicerone da suo fratello Quinto Tullio mette in luce affinità, somiglianze e assonanze che fanno pensare a Silvio Berlusconi Nel 64 avanti Cristo Marco Tullio Cicerone, già celebre oratore ma tuttavia 'uomo nuovo', estraneo alla nobiltà, decide di candidarsi alla carica consolare. Il fratello Quinto Tullio scrive per suo uso e consumo un manualetto, in cui gli dà consigli per bene riuscire nella sua impresa. A volgerlo in edizione italiana, con testo a fronte ('Manuale del candidato - Istruzioni per vincere le elezioni', editore Manni, 8 euro), è Luca Canali, corredandolo di un commento, in cui si chiariscono le circostanze storiche e personali di quella campagna. Furio Colombo scrive l'introduzione, con una sua polemica riflessione sulla 'prima Repubblica'. Infatti molto simile alla nostra seconda è questa Repubblica romana, nelle sue virtù (pochissime) e nei suoi difetti. L'esempio di Roma, nel corso di più di due millenni, ha sempre continuato ad avere molta influenza sulle successive visioni dello Stato. Come ricorda Colombo, al modello della più antica Repubblica romana si erano ispirati gli autori dei 'Federalist papers', che avevano delineato le linee fondamentali di quella che sarebbe poi stata la costituzione americana, e che vedevano in Roma, più che in Atene, l'esempio ancora attuale di una democrazia popolare. Con maggiore realismo i 'neo cons' intorno a Bush si ispirano all'immagine di Roma imperiale e, d'altra parte, molta della discussione politica attuale fa ricorso sia all'idea d'Impero che a quella di 'pax americana', con esplicito riferimento alla ideologia della 'pax romana'. Salvo che l'immagine di competizione elettorale che emerge dalle 20 paginette di Quinto è assai meno virtuosa di quella che aveva ispirato i federalisti del Settecento. Quinto non pensa affatto a un uomo politico che si rivolga al proprio elettorato con un progetto coraggioso, affrontando anche il dissenso, nella speranza di conquistare i propri elettori con la forza trascinatrice di un'utopia. Come nota anche Canali, è totalmente assente da queste pagine ogni dibattito di idee; anzi è sempre presente la raccomandazione a non compromettersi sui problemi politici, in modo da non crearsi nemici. Il candidato vagheggiato da Quinto deve soltanto 'apparire' affascinante, facendo favori, altri promettendone, non dicendo mai di no a nessuno, perché anche a lasciar pensare che qualche cosa si farà, la memoria degli elettori è corta, e più tardi si saranno dimenticati delle antiche promesse. La lettura di Colombo tende a mettere in luce "incredibili affinità, somiglianze, assonanze che sembrano attraversare i secoli". Quelli che nel testo sono i 'salutatores', che vanno a rendere omaggio a più candidati, sono visti come dei 'terzisti', i 'deductores', la cui presenza continua deve attestare l'autorevolezza del candidato, hanno la funzione di renderlo visibile e (mutatis mutandis) svolgono la funzione che svolge oggi la televisione. La campagna elettorale appare come uno spettacolo di pura forma, in cui non conta che cosa il candidato sia, ma come appaia agli altri. Come dice Quinto, il problema è che, per quanto le doti naturali abbiano un peso, il vero problema è ottenere che la simulazione possa vincere la natura. D'altra parte "la lusinga è detestabile quando rende qualcuno peggiore ma. è indispensabile a un candidato il cui atteggiamento, il cui volto, il cui modo di esprimersi, devono di volta in volta mutare per adattarsi ai pensieri e ai desideri di chiunque egli incontri". Naturalmente bisogna fare in modo "che l'intera tua campagna elettorale sia solenne, brillante, splendida, e insieme popolare. Appena ti è possibile, fa pure in modo che contro i tuoi avversari sorga qualche sospetto. di scelleratezza, di dissolutezza o di sperperi". Insomma, tutte belle raccomandazioni che sembrano essere state scritte oggi, e viene subito in mente per chi - ovvero il lettore - legge Quinto ma pensa a Silvio. Alla fine della lettura ci si chiede: ma la democrazia è davvero e soltanto questo, una forma di conquista del favore pubblico, che deve basarsi solo su una regia dell'apparenza e una strategia dell'inganno? È certamente anche questo, né potrebbe essere diversamente se questo sistema (che, come diceva Churchill, è imperfettissimo, salvo che tutti gli altri sono peggio) impone che si arrivi al potere solo attraverso il consenso, e non grazie alla forza e alla violenza. Ma non dimentichiamoci che questi consigli per una campagna elettorale tutta 'virtuale' sono dati nel momento in cui la democrazia romana è già in piena crisi. Di lì a poco Cesare prenderà definitivamente il potere con l'appoggio delle sue legioni, istituirà di fatto il principato, e Marco Tullio pagherà con la vita il passaggio da un regime fondato sul consenso a un regime fondato sul colpo di Stato. Però non si può evitare di pensare che la democrazia romana avesse iniziato a morire quando i suoi politici hanno capito che non occorreva prendere sul serio i programmi ma occorreva ingegnarsi soltanto di riuscire simpatici ai loro (come dire?) telespettatori.espressonline.it

‘Anvedi come trema Nando di (s. me.) Signore e signori, benvenuti nell’incubo. Qui ci si addormenta berlusconiani ottimisti e ci risveglia in un mondo buio e sconosciuto, popolato di fantasmi. Un mondo che non si pensava possibile. Un mondo senza Silvio Berlusconi. Vi ci accompagnano tre insospettabili: Marcello Veneziani, Carlo Pelanda e Nando Adornato, teste pensanti del centrodestra. Ve lo descrivono orrificati sui giornali d’area, il Giornale di famiglia e Libero, che hanno aperto con il Foglio una nobile e inattesa competizione: a chi la vede più nera. Vogliono spaventarvi, è chiaro, tenervi in città qualche ora ancora per salvare la pelle della Colli. Ma, soprattutto, sono spaventati loro. Veneziani racconta il sogno brutto di un Cavaliere che se ne va, si tira fuori. Bollito come l’Italia, come la Nazionale, come la sinistra e la destra ma, insomma, bollito. E avverte: dopo il bollito ci sarà il diluvio, e avremo un paese non migliore ma abbandonato a se stesso. Pelanda, per non darsi arie, si impanca solo lui portavoce dell’Italia che lavora e minaccia fisicamente gli statalisti di An e Udc: avete bloccato le riforme, ma se Berlusconi uscirà di scena ne troveremo un altro, e voi finirete nella pattumiera della storia. Infine Nando Adornato, e sembra di vedere la sua penna che trema mentre verga l’incredibile domanda: «È già stata superata la soglia che faccia ritenere l’esperienza di governo del centrodestra come una grande occasione storica sprecata?». Lui pensa di no, ma qui signori il dubbio s’è affacciato nel tempio delle certezze luminose. Nel caso di Nando il dubbio è reso più angoscioso (praticamente lo confessa lui stesso) dall’impressione che sfumi lo strapuntino al ministero della cultura. Ma questo è niente. Da lui, e sul Giornale, dobbiamo leggere ipotesi pazzesche, tipo che il centrodestra non coglie le ragioni della propria unità, non crede nel proprio futuro «al di là di Berlusconi», non dà sbocco politico al blocco che l’ha votato. Fermi, non correte, non precipitatevi, non date corpo alla propaganda del centrosinistra. Il vostro sogno s’è fatto incubo, e ben vi sta. Ma diciamo la verità: neanche noi siamo pronti a svegliarci un bel giorno, e Berlusconi non c’è più. www.europaquotidiano.it

Da società civile a lista autonoma: una storia fiorentina [di Paul Ginsborg] [wallace] da Micromega di giugno Ciò che segue è un breve schema, storico e personale, dei principali passaggi che hanno caratterizzato l’attività di una piccola ma significativa componente della società civile fiorentina negli ultimi due anni e mezzo, portandola a promuovere una lista autonoma per le prossime elezioni amministrative del giugno 2004, denominata unaltracittà/unaltro mondo, con Ornella De Zordo come candidata sindaco. Gli storici amano periodizzare per poi abbandonarsi a feroci discussioni sul modo in cui hanno ripartito un dato arco di tempo. Suggerirei in questo caso una possibile divisione in tre fasi della breve storia del movimento: la prima copre il periodo che va dagli inizi del 2002 al gennaio 2003 e può essere definita dell’eruzione; la seconda va dalla primavera del 2003 all’inizio del 2004 ed è caratterizzata sia da una regressione che da un consolidamento. L’ultima è quella attuale, una fase dominata soprattutto dal problema della rappresentanza. 1. Eruzione L’esperienza fiorentina, come molti sanno, ebbe inizio con la marcia del 24 gennaio 2002 che vide radunati circa 10.000 fiorentini a protestare, sotto la pioggia battente, contro la politica del governo Berlusconi. Il corteo fu organizzato principalmente da un piccolo gruppo di professori universitari delle facoltà di Lettere e Architettura che sarebbero rimasti assai attivi nei mesi a venire. L’iniziativa si guadagnò il sostegno vitale del Social Forum fiorentino e la simpatia immediata della Camera del Lavoro. Tre mesi più tardi, il Laboratorio per la democrazia fiorentino fu inaugurato alla presenza di circa 800 persone presso la Casa del Popolo a San Bartolo di Cintoia. Fin dagli esordi il Laboratorio sottolineò la duplice natura delle ambizioni che nutriva: difendere la democrazia italiana ma anche contribuire al suo rinnovamento. Da un lato sosteneva con forza la necessità di organizzare un’opposizione intransigente al governo di Berlusconi, non perché il Laboratorio fosse ‘massimalista’ – una delle molte stupide etichette che gli sarebbero state affibbiate nei mesi e anni successivi – ma perché era convinto della necessità di non scendere a compromessi in alcuni ambiti chiave della democrazia italiana: la difesa della costituzione,l’autonomia della magistratura, il pluralismo dei media, il valore della scuola pubblica e così via. D’altro canto, e questa fu probabilmente la caratteristica distintiva del laboratorio, ribadì la necessità di avviare un lungo processo di revisione critica della democrazia. Nel documento di fondazione del Laboratorio abbiamo scritto: “vogliamo insistere, nella misura delle nostre possibilità, sull'arricchimento della democrazia, e cioè su un'azione di stimolo rivolta alle forze politiche dell'opposizione per elaborare una strategia di sinistra che non sia succube del neoliberismo, per suggerire nuovi modi di fare politica, per fondare il futuro della sinistra sulla base di un rapporto costruttivo fra la società civile e la sfera politica”. Fin dall’inizio questa critica ebbe forte dimensione locale. O la democrazia veniva reinventata a livello locale, partendo dalla base, o era improbabile che sarebbe stata reinventata affatto. Scrivevamo nell’aprile 2002: “Troppo spesso a Firenze i rapporti fra il governo locale e la società civile sono stati faticosi e deludenti. Per inefficienza, indifferenza o addirittura per scelta, le autorità locali non hanno risposto in modo adeguato alle aspettative dei cittadini”. E aggiungevamo : “I ritmi, i rituali e il lessico della politica lasciano oggi molto a desiderare. Gli incontri sono interminabili e male organizzati, gli interventi sono troppo lunghi, la retorica prevale troppo spesso sulla ragione, gli aspiranti leader sui più timorosi, gli uomini sulle donne. Le riunioni, inoltre, sono spesso l'attività principale di chi le organizza (per dirla in modo provocatorio, sembra che la politica esista per le riunioni piuttosto che le riunioni per la politica). Cambiare una tale cultura politica è un compito a lungo termine e addirittura utopico”. Il Laboratorio si suddivise in gruppi di lavoro, ciascuno dei quali approfondì un tema, oltre a dar vita ad iniziative pubbliche – dibattiti, workshop, incontri pubblici e così via. I gruppi coprivano un grande numero di aree: democrazia, giustizia e libertà; migranti; diritti individuali; governo locale; diritti di genere; principi istituzionali; commercio equo e consumi critici; nuovi e vecchi modi di far politica; pluralismo dell'informazione; scuola; università e ricerca; scenari internazionali; beni culturali e ambientali. Ovviamente non tutti questi gruppi furono egualmente attivi o prodighi di risultati, ma sorprendente fu la quantità di iniziative intraprese in città e la folta partecipazione che ottennero. Nel novembre 2000 si tenne a Firenze l’ European Social Forum cui parteciparono circa 40.000 persone. Nel corso di tutto il 2000, l’atmosfera in città fu di notevole fermento e dibattito in un’inestricabile commistione di locale e globale. Anche a livello politico nazionale c’erano grandi aspettative di un imminente cambiamento, dell’inclusione nei programmi e nelle attività del centro-sinistra di temi urgenti emersi durante l’anno, di un rinnovamento della classe politica e dei metodi con cui veniva scelta. Le enormi manifestazioni del 2002 facevano intravedere la possibilità di un’alleanza strategica tra tre diverse fasce della società civile italiana – sindacalisti, new global, e parte dei ceti medi. Nel gennaio 2003 questa prospettiva ebbe memorabile eco nell’incontro di circa 12.000 persone al Palasport di Firenze, organizzato dal Laboratorio per la Democrazia, Aprile e ARCI, con la presenza di oratori locali provenienti dalla società civile e di Sergio Cofferati, Nanni Moretti, Rosy Bindi ed altri. Questo incontro al Palasport di Firenze può essere considerato il suggello di una prima fase, contrassegnata dall’aspettativa di un percorso politico diverso per tutta la sinistra. 2.Consolidamento e regressione L’anno successivo, nel periodo che va dalla primavera del 2003 all’inizio del 2004, ebbe qualità molto diversa. A livello nazionale la leadership del centro-sinistra rispose, nella quasi totalità, in modo difensivo alle richieste di rinnovamento. Mise in pratica due tattiche: la prima fu quella di accettare a parole la discussione, esaltando le virtù del movimento e organizzando un gran numero di dibattiti, generalmente sotto il titolo “partiti e movimenti”. Questa tattica può essere definita dell’esaurimento retorico, e vanta una lunga tradizione nella vita pubblica italiana. La seconda fu più apertamente ostile; Vannino Chiti arrivò persino a paragonare gli organizzatori del meeting al Palasport di Firenze ai soldatini di Pol Pot. In ogni modo, la risposta fu negativa all’incirca nella stessa misura, ed era destinata a incidere pesantemente sugli eventi futuri. Lo stesso movimento, a livello nazionale, si mostrò incerto nel procedere. Il suo leader naturale, Sergio Cofferati, dubbioso della durevole forza del movimento, riluttante a contestare apertamente la leadership DS, indebolito dal referendum sull’articolo 18, decise di accettare la candidatura alla carica di Sindaco di Bologna offertagli dall’Ulivo. Fu una decisione accolta con costernazione dai suoi numerosi sostenitori ed amici nella società civile. Il 2003 fu dominato pesantemente dalla massiccia mobilitazione contro la guerra in Iraq. Il movimento pacifista italiano non era secondo a nessuno in Europa, e contribuì ad accrescere la consapevolezza e persino a cambiare la cultura di una parte importante della popolazione. Tuttavia, non fu in grado di impedire la deriva italiana a sostegno degli Stati Uniti e il fatto che gli eventi successivi dovessero poi tragicamente dargli ragione costituì una ben magra consolazione. In tutta Italia, di fronte a questa serie negativa di eventi, coloro che avevano preso parte alla mobilitazione a partire dal gennaio 2002 in poi, persero entusiasmo di fronte alla mancanza di risultati concreti e alla ripetitività delle loro stesse azioni. Partecipare all’ennesima manifestazione - contro il governo Berlusconi, contro la guerra, con la pia speranza del rinnovamento della sinistra – parve di scarsa utilità. Per contrasto, in alcune parti d’Italia il movimento si mantenne compatto ed arrivò persino a consolidarsi. Firenze fu una di queste, ed è importante chiedersi perché. In breve si potrebbe rispondere sottolineando la forza storica dell’associazionismo cittadino, l’entusiasmo suscitato dal Social Forum Europeo, la presenza di un gruppo di intellettuali attivisti, non organicamente collegato al governo della città e che, anzi, ha cercato di avanzare nei suoi confronti una critica costruttiva. Per ciò che attiene specificamente al Laboratorio per la Democrazia, il numero dei suoi partecipanti, in questo periodo, era certamente diminuito (alla fine del 2003 erano presenti circa 100- 130 membri attivi). Tuttavia la struttura di gruppo sopra delineata, e il fatto che il Laboratorio fosse un meccanismo sia di mobilitazione che di discussione, capace di contenere al suo interno una notevole pluralità di opinioni, continuò ad esercitare un grande fascino. Era presente una forte attenzione per le politiche di genere, e sin dall'inizio la maggioranza del Laboratorio fu costituita da donne. Il gruppo originario si ampliò, includendo insegnanti, professionisti, operatori di tecnologie dell’informazione, tecnici del settore pubblico e delle amministrazioni, e così via. Il Laboratorio era prevalentemente, ma non esclusivamente, composto da rappresentanti della classe media, di un età compresa dai 30 anni in su, con una significativa presenza di laureati. Nella sua pratica quotidiana, il Laboratorio cercò di rifiutare molte delle forme e dei modi della politica tradizionale. Insitette affinché nel corso delle sue riunioni si limitassero gli interventi ad una durata massima di cinque minuti ciascuno, sulla necessità della presenza di un coordinatore, e su una forte attenzione ad incoraggiare tutti a prendere la parola e nessuno a dominare. Cercò anche di porsi come modello di “democrazia deliberativa”, nel senso di far emergere decisioni gradualmente attraverso un processo di partecipazione e di discussione, in cui alle posizioni di minoranza venga accordato un costante rispetto. Le riunioni dovevano iniziare puntualmente e finire in orario ragionevole. Questi micro-elementi di politica democratica a qualcuno possono apparire marginali, ma in realtà costituiscono le basi indispensabili del rinnovamento democratico. Naturalmente, come sempre accade nella società civile, non tutto era perfetto. Al contrario. Alcuni dei membri dei gruppi tematici ritenevano che il comitato di coordinamento, composto da circa venticinque persone, non comunicasse in modo e frequenza sufficiente con la base, sebbene al suo interno fossero regolarmente eletti rappresentanti dei gruppi. Le assemblee generali si tenevano ogni tre mesi, ma spesso i partecipanti erano scarsi. Il comitato di coordinamento stesso era riconosciuto da tutti coloro che ne facevano parte come scuola di democrazia, ma l’intenzione di far ruotare di frequente i membri trovò solo parziale realizzazione. Diminuendo i numeri, la continuità cominciò a sembrare più importante del cambiamento. Non di meno, l’attività nel corso dell’anno fu quasi altrettanto intensa che in quello precedente. Un test importante si ebbe nel giugno 2003, con l’approvazione della legge che garantiva a Berlusconi l’immunità durante il periodo del suo incarico. Sebbene questo costituisse un momento chiave nel lungo processo di degrado della democrazia italiana, la risposta del movimento, a livello nazionale, fu molto frammentaria. A Firenze, per contrasto, il Laboratorio per la democrazia, assieme ad altre associazioni appartenenti alla società civile, lavorò intensamente per dare consistenza alla protesta. Dopo molte esitazioni, i DS decisero di partecipare alla marcia che avrebbe attraversato la città. Ancora una volta, alla manifestazione presero parte da 8 a 10mila fiorentini. 3. Rappresentanza politica e la lista 'unaltracittà/unaltromondo' All’inizio del 2004 il Laboratorio si trovò ad affrontare un’opzione che prima o poi si impone a tutti i movimenti sociali di un certo peso e dimensioni, quella della rappresentanza politica. Sarebbe onesto dire che fino a quel momento esso aveva scelto la posizione che vede i movimenti sociali per loro stessa natura separati dalla politica rappresentativa. Ci proponevamo di agire come forza critica che avesse un peso sui politici, non di diventare noi stessi politici. Il Laboratorio aveva partecipato agli incontri nazionali del Forum per un programma alternativo, ma non aveva mai preso in considerazione l’ipotesi di schierare propri candidati. Questo atteggiamento mutò, non in assenza di intenso dibattito, nel corso dei primi mesi del 2004. Due episodi, tra loro collegati, furono particolarmente significativi ai fini di questo cambiamento. Il primo si verificò a livello nazionale, con il tentativo fallito da parte dei girotondi al teatro Vittoria di Roma di convincere i vertici dei DS e della Margherita a non seguire una linea separatista e ad autoproclamarsi 'un'avanguardia riformista'. Inevitabilmente, una conseguenza negativa di questa decisione fu il dividersi del centro-sinistra in due campi. Per quanto riguardava un possibile rassemblement a sinistra del 'triciclo', restava molto aperto l’interrogativo sulla sua possibile composizione e su come riuscire a superare le antiche dispute e le nuove, piccole egemonie. Ma l’ipotesi avanzata per primo da Michele Salvati, di due sinistre, una moderata e l’altra radicale, era ormai presente nel dibattito. Il secondo episodio, a livello locale, fu segnato dal relativo insuccesso del Forum per Firenze. Si tratta di un esperimento interessante e significativo che ha visto coinvolti 25 tra associazoni e movimenti, nonché rappresentanti locali di tutti i partiti del centro-sinistra da L'Italia dei Valori a Rifondazione Comunista. Dopo mesi di lavoro suddiviso in dieci Forum tematici, il Forum produsse un prezioso opuscolo di 124 pagine intitolato 'Dalla partecipazione dei cittadini il progetto di città che vogliamo'. Gli autori scrissero nella prefazione: “La nostra città può candidarsi a sperimentare in modo originale la modernità e la globalizzazione, reimpostandole coerentemente con i valori della pace, dell'uguaglianza tra i popoli e tra le persone, della giustizia sociale, del rispetto dell'ambiente, della democrazia, della promozione delle libertà individuali, della solidarietà”. L’oggetto del contendere fu l’uso da farsi di questo materiale. Il sindaco di Firenze, Leonardo Domenici, oggi candidato ad un secondo mandato, non ha mai fatto mistero di nutrire sospetti nei confronti di una società civile troppo vivace o critica. Non è mai intervenuto agli incontri del Forum e nei mesi in cui il Forum si riuniva il primo cittadino era impegnato insieme al locale segretario della Margherita in un intenso, appartato e burrascoso negoziato per la scelta dei candidati a tutte le cariche politiche locali da assegnare nelle imminenti elezioni. Dopo che il Forum ebbe chiuso i suoi lavori, il sindaco mostrò scarso desiderio di incontrarne in tempi brevi i membri o di dare un segnale inequivocabile che i contenuti potessero essere efficacemente inseriti nel suo programma di governo. L’unica occasione serale di incontro offerta al Forum concesse poco spazio ad un dibattito vero. Era come se Domenici e il Forum parlassero due lingue diverse. Fu a questo punto che il Laboratorio per la Democrazia decise di promuovere una lista autonoma per le amministrative. Va detto per onestà che tale decisione non fu condivisa dalla maggioranza delle associazioni rappresentate nel Forum per Firenze, convinte che, per quanto i linguaggi politici fossero così diversi, valesse la pena di perseverare, nella speranza che una qualche eco dell’attività del forum riuscisse a penetrare nel futuro governo della città. Rifondazione comunista condivise l’opinione negativa del Laboratorio, mentre i Verdi, i Comunisti Italiani e L'Italia dei Valori trovarono facilmente un accordo con Domenici . La lista unaltracittà/unaltro mondo non è stata l’unica risposta del Laboratorio al problema della rappresentanza. Se una maggioranza del Laboratorio maturò il riluttante ma fermo convincimento che la risposta giusta era una lista locale che cercasse di rinnovare la democrazia partendo dalla base, una minoranza era del parere che fossero possibili e necessari altri approcci. Fu in questo stesso periodo che 'Pancho' Pardi decise di candidarsi alle lezioni europee nella lista Occhetto/Di Pietro. Alcuni di noi non condivisero la sua scelta, dichiarandolo apertamente, ma nessuno mise in dubbio l’enorme contributo dato da Pancho alla società civile in tutta Italia nei due anni precedenti, né l’energia, l’integrità e l’intelligenza di cui darà dimostrazione, se eletto, nel ruolo di parlamentare europeo. La decisione di promuovere una lista autonoma a Firenze fu presa con cautela. La Firenze del 2004 non era la Bologna del 1999. Lì il centrodestra aveva schierato un candidato forte nella persona di Guazzaloca, e aveva profittato di un momento buono che privilegiava il Polo. Qui quest’ultimo era debole e diviso, e non gestiva che il 30-35% dei voti. C’era spazio, al primo turno, per una presenza alternativa di sinistra che avrebbe trasformato la qualità del dibattito elettorale, evitando un altrimenti inesorabile appiattimento. A Firenze Il centro-sinistra, nei suoi dieci anni di governo locale, aveva costruito tutto un sistema di potere che andava analizzato, reso più trasparente e, in caso, contestato. Stava anche assumendo grandi, controverse decisioni sul futuro delle infrastrutture della città che certamente non corrispondevano ad un approccio ecologicamente sensibile, né alla necessità di difendere le aree cittadine in fase di progressiva dismissione dalla morsa fatale degli alberghi di lusso, centri commerciali, ipermercati e multisala. I promotori della lista unaltracittà/unaltromondo chiarirono fin dall’inizio che in caso si arrivasse al ballottaggio avrebbero automaticamente sostenuto la coalizione di centro-sinistra senza discussioni o negoziati di alcun genere. Non esisteva quindi alcun pericolo che potessero consegnare la città nelle mani del centro-destra. Nonostante ciò il DS accusarono il Laboratorio di distruggere l’unità della sinistra, accusa che risultava vuota e strumentale, ma che corrispondeva alle angosce di molti elettori, e che non è stata facile da contrastare, date le enormi disparità di risorse tra le due liste. Gavino Angius e Massimo D'Alema sono venuti a Firenze a elogiare il sindaco in carica e ad insultare il Laboratorio. Anche Di Pietro ha annunciato il proprio sostegno a Domenici, e Diliberto ha dichiarato, con una trovata retorica veramente mirabile che se Rifondazione era con i 'professori', i Comunisti italiani stavano con gli operai. I vertici locali, giovani e aperti, di Rifondazione presero una posizione piuttosto diversa. La vasta maggioranza della loro base era fortemente contraria a collaborare in seno ad una nuova giunta guidata da Domenici. Accoglievano invece l’idea di costruire, partendo dalla base, alleanze tra gruppi di provenienza diversa ma che condividevano molti punti programmatici, non da ultimo la consapevolezza della drammatica necessità di legare locale e globale in modo completamente nuovo. Rifondazione lasciò al Laboratorio la scelta di un comune candidato alla carica di sindaco. Un terzo gruppo, i Comitati civici, molto attivo sul territorio da vari anni, decise a sua volta di promuovere una lista a sostegno dello stesso candidato sindaco. Infine la comunità cattolica di base le Piagge, che opera da dieci anni sotto la guida di Don Alessandro Santoro in una delle periferie più problematiche di Firenze, diede il suo appoggio alla lista di candidati per il quartiere 5 della città. Tra questa iniziativa circoscrizionale e quella promossa a livello comunale dal Laboratorio si sviluppò notevole empatia. In un’affollata assemblea pubblica, Ornella De Zordo, docente di letteratura inglese presso l’ateneo fiorentino, fra le fondatrici del Laboratorio, da molti anni impegnata in città soprattutto su questioni di genere, venne nominata a seguito di una votazione candidato sindaco per il Laboratorio. La sua candidatura fu accettata da Rifondazione e dai Comitati Civici. Sono quindi tre le liste distinte che la sostengono, Rifondazione, Comitati civici and Unaltracittà/unaltromondo. Quest’ultima è la lista promossa dal Laboratorio, ma ha finito per essere composta in massima parte da persone che vantano esperienze del tutto distinte di attività nella società civile. Insieme hanno posto una forte enfasi sulla presenza delle donne tra i candidati (26 su 46). I primi dieci nomi sulla lista sono tutte donne (con Margherita Hack al numero 10), e la capolista è Mercedes Frias, originaria di Santo Domingo, una delle fondatrici di Nosotras, fra le associazioni più attive di donne immigrate e italiane. Il programma della lista aderisce ai principi della Rete dei nuovi municipi. Promette una democrazia sostanziale, includente, attiva, e pone al centro del suo impegno soggetti altrimenti generalmente poco presenti nelle priorità del governo locale: bambini, anziani, immigrati. Si muove lungo due linee contigue, una data dalle politiche che il governo cittadino dovrebbe perseguire, l’altra dalle iniziative che possono essere intraprese dai cittadini in prima persona. Nel primo caso si schiera a favore della difesa e della rivalutazione del pubblico (contro l’ondata di privatizzazioni), per una nuova qualità dell’amministrazione locale che valorizzi le competenze interne, la trasparenza delle assunzioni, il grado di soddisfazione degli utenti, e il non utilizzo di contratti atipici e precari. Essa sottolinea l’urgenza di una nuova politica per far fronte all’emergenza abitativa (una delle più gravi attualmente esistenti a Firenze), sostiene la difesa e lo sviluppo delle aree verdi (Firenze è una delle città europee con il minor numero di parchi pubblici), e promuove nuove politiche e nuovi spazi per incoraggiare la cultura autonoma giovanile. Auspica la creazione di adeguate strutture di accoglienza e inclusione per gli immigrati, e si propone di difendere i piccoli artigiani e negozianti del centro storico costretti a chiudere dalle necessità degli operatori del turismo di massa e dall'industria internazionale della moda. E molto altro ancora che non ho spazio di citare. Suggerisce, sull’altro fronte, nuove modalità di essere cittadino. Intende incoraggiare una scelta diffusa a favore del consumo equo e critico, l’uso delle biciclette al posto delle auto (al momento un misero 3% dei fiorentini sfida il traffico in sella alla bici), la partecipazione alla democrazia locale invece di appiattirsi davanti alla TV. Non auspica cittadini giacobini nel senso di individui costretti dall’alto ad una attività permanente, ma piuttosto individui che attraverso proprie volontarie azioni civiche possano aprire straordinarie prospettive di collaborazione tra la popolazione locale e il suo governo. Uno dei primi risultati di queste azioni è stato quello di trasformare le dichiarazioni programmatiche da parte dello stesso Ulivo. La lista dei DS, ad esempio, a dispetto di furiose rimostranze interne da parte di personaggi di spicco, inizia con venti donne. Gli attivisti della società civile vi hanno trovato spazio inatteso. La sinistra del partito locale ha contribuito significativamente al programma DS, che in parte riecheggia una dichiarazione dei new global. Non abbiamo modo di dire quanto di tutto questo sia pura facciata e quanto resterà, ma dubito fortemente che possa avere successo senza la presenza della nostra lista. In conclusione, ciò che è ormai abbondantemente chiaro, qualunque sia il risultato percentuale del voto, è la validità culturale, politica e morale di una presa di posizione chiara, coraggiosa e responsabile ai fini di un nuovo modo di concepire la politica democratica a livello locale. Paul Ginsborg (Traduzione di Emilia Benghi) liblab.it

Condominio delle Libertà. Fatti e misfatti della Casa delle Libertà (provvisorie) Ballotaggi: ''Eia, Eia, Alalà'' “La sinistra, tutta intera, è un pericolo per la democrazia e la libertà: perché non avrebbe una politica estera né economica, e sarebbe anche pericolosa sotto il profilo della legalità e dell’ordine pubblico” On. Maurizio Gasparri, Ministro delle Comunicazioni. Intervista a Libero, 10 giugno 2004 ********** “Nel Lazio, Storace sta lavorando molto bene, ma non lo trasmette con l’enfasi opportuna” Klaus Davi, massmediologo. Consulente dell’immagine di Piero Fassino e di Enzo Ghigo, Presidente Regione Piemonte Intervista a Libero, cronaca di Roma 24 giugno 2004 ********** CDL/ELEZIONI-BALLOTTAGGI: SONO ALLA FRUTTA! A FIRENZE FORZA ITALIA CHIEDE I VOTI A FORZA NUOVA, CHE GLIELI NEGA. A Firenze per il ballottaggio contro il sindaco Domenici i dirigenti di Forza Italia, pur di raccattare qualche voto in più, hanno chiesto l’appoggio di Forza Nuova. Paolo Amato, segretario cittadino di FI: “Il ballottaggio è una grande occasione. Adesso chiederemo voti a tutti, se gli alleati di AN sono d’accordo, anche ad Alternativa Sociale e Forza Nuova”. Ma prima che arrivasse la proposta ufficiale, i neofascisti hanno risposto picche. ********** A PADOVA , IL PRESIDENTE DELLA PROVINCIA TIENE CONTO DELL’APPOGGIO DI FORZA NUOVA…VERGOGNA! A Padova il Presidente uscente della Provincia, Vittorio Casarin ha deciso l’apparentamento con la Lega Nord e il Patto Segni, ma non ha disdegnato l’appoggio di Forza Nuova: “non c’è un apparentamento vero e proprio, ma un’offerta di appoggio di cui teniamo conto”. Complimenti!! [Pieffe] www.aprileonline.info

Piano a chiamarla "Intelligence" Anche oggi acquisirete una discreta quantità d'informazioni sull'Iraq. Che lo vogliate o no la radio, la tv, internet, i giornali, faranno di tutto per tenervi informati. Vi spiegheranno che ieri in Iraq è morto un altro centinaio di persone, e vi racconteranno una discreta quantità di inesattezze. Stavo per dire "bugie", ma per dire una parola così grave dovrei avere una verità in tasca, e non ce l'ho. Di Iraq, man mano che si va avanti, ne capisco sempre meno. Purtroppo, non sono il solo. Alcuni esempi. Al Zarkawi: anche oggi sentirete dire varie volte che Al Zarkawi è "il luogotenente di Bin Laden in Iraq", "il capo di Al Quaeda in Iraq", eccetera. Tutte queste, se non sono bugie, sono comunque inesattezze. Ne abbiamo già parlato: non ci sono evidenze che Al Zarkawi faccia parte di Al Quaeda. O perlomeno, non ha mai dichiarato di farne parte. Né Al Quaeda da parte sua ha mai rivendicato le gesta di Al Zarkawi, che io sappia. Anzi, in alcuni comunicati le avrebbe sconfessate: ma poi bisognerebbe dimostrare che i comunicati vengono davvero da Al Quaeda, e non si può. La questione, mi rendo conto, è meramente terminologica, perché in realtà sappiamo poco sia di Al Zarkawi che di Al Quaeda. Il primo è un terrorista di origine giordana che, come Bin Laden, si è fatto le ossa nella resistenza antisovietica in URSS; poi è stato un po' qua e un po' là, flirtando con curdi ed hezbollah, finché non ha messo su un campo di addestramento per terroristi all'arma chimica nel curdistan iracheno – l'unica regione dell'Iraq non controllata da Saddam Hussein. Qui nel 2003 è stato per tre volte misteriosamente graziato dall'amministrazione USA, che ha impedito alla Cia di colpirlo: nello stesso periodo Bush e soci erano alla febbrile ricerca di prove della complicità di Saddam Hussein con Bin Laden. Alla fine l'Iraq è stato bombardato e invaso; Saddam Hussein arrestato; invece Al Zarkawi è più libero che mai. Da un anno in qua ha rivendicato un numero impressionante di attentati (compresa Nassiriya), nei quali sono morti soprattutto degli iracheni: anche ieri, su cento morti e trecento feriti, le vittime americane sono appena una manciata. Questo Al Zarkawi (a dare per buono quel che lui dice di sé, che non è proprio il massimo dell'oggettività) è soprattutto un massacratore di iracheni, che segue una strategia chiara solo a lui. Quando qualche mese fa rivendicò gli attentati di Bagdad e Kerbala (130 morti), sembrava avere nel mirino soprattutto gli sciiti: il suo obiettivo era la guerra civile tra fazioni religiose. Oggi invece ce l'ha con tutti, sunniti e sciiti, purché collaborazionisti del regime filo-americano. Ma in occidente è famoso soprattutto per i suoi snuff a base di teste tagliate, che vanno forte al mercato nero (chissà che non servano anche da autofinanziamento), mettono in crisi le opinioni pubbliche nei paesi alleati, e ci rinsaldano nella nostra idea di essere in guerra contro la barbarie. In questi snuff, Zarkawi ha perso la faccia, nel senso che, come Bin Laden, non appare più a volto scoperto; in compenso sembra aver riacquistato una gamba che gli avevano amputato, e perso l'accento giordano. Allora, secondo me, in questa storia c'è qualcosa che non va. Poi, ripeto, anche se riuscissi a dimostrare che quel Zarkawi non è Zarkawi e non taglia le teste per conto di Al Quaeda, non avrei risolto nessun problema: la cosa che m'indispone è la libertà con la quale stampa, tv e radio, continuano a ripeterci che Zarkawi è un uomo di Al Quaeda. Non in cattiva fede, ma perché non hanno niente di meglio da dirci. Al Quaeda: Già, perché (questo è il punto), dopo tre anni che siamo in guerra contro Al Quaeda, di Al Quaeda non sappiamo ancora niente. È una sigla buona per qualsiasi cosa, un po' come la federazione anarchica informale. Ormai qualsiasi beduino un po' sospetto, dall'Atlante a Islamabad (passando per le moschee italiane), deve per prima cosa dimostrare di non aver "legami con Al Quaeda". Il problema è che questa ignoranza non è responsabilità dei media. È un'ignoranza effettiva. E allora c'è davvero qualcosa che non va, perché è proprio per sapere qualcosa su Al Quaeda è da tre anni che noi occidentali bombardiamo, invadiamo e torturiamo. Moralismi a parte: a cosa è servita una Guantanamo o un Abu Ghraib? A poco o a niente, secondo questo lungo articolo del NY Times (via Brodo) In confronto agli effettivi di Al Quada trattenuti altrove dalla Cia, i detenuti di Guantanamo hanno offerto solo una modica quantità d'informazioni di effettivo interesse […] "Guantanamo ha offerto una ben piccola tessera del mosaico", ha detto un'autorità militare USA che ha studiato il dossier in dettaglio. "È stata utile e valida in certe aree. Ma non è stata certo la madre di tutta l'intelligence". (Consiglio sempre di leggere, le mie traduzioni sono a braccio e faziose). Nel settembre 2002, a 8 mesi dai primi arrivi di detenuti a Cuba, un dossier top secret della CIA si poneva già interrogativi sulla loro importanza, dal momento che (a detta di ufficiali ed ex ufficiali che hanno letto il dossier) molti dei presunti terroristi sembravano reclute di basso livello arrivate in Afganistan per aiutare i talebani, o addirittura uomini innocenti raccolti nel caos della guerra. Dopo quasi due anni, a detta degli stessi ufficiali, le prove a carico di molti detenuti sono ancora così vaghe che gli inquirenti sono stati in grado di procedere al tribunale militare soltanto contro 15 sospetti, sei dei quali già designati per essere processati dal Presidente Bush. Altri 35 o 40 casi sarebbero allo studio da parte degli inquirenti. Lo scandalo non è solo la detenzione senza garanzie costituzionali, la tortura, etc.. Lo scandalo è che tutte queste cose siano spacciate come inevitabili per arrivare a dei fantomatici risultati. E io, uomo bianco e occidentale, non solo mi trovo correo di crimini contro l'umanità, ma mi devo anche bere la mia dose quotidiana di puttanate su Al Quaeda e sulla guerra in Iraq. Una delle più clamorose dell'ultima settimana è stata la leggenda dei "trecento ceceni kamikaze telecomandati", che hanno fatto allibire Adriano Sofri (via Witt). Una notizia totalmente inverosimile e campata in aria che per un giorno è stata proposta da stampa, tv e internet come degnissima di fede. Per dire a che livello basso siamo. E ce ne sarebbe ancora da dire, ma ormai sono le otto. Adesso riaccendo la radio. E non chiedo di meglio di sentire un videomessaggio ufficiale di Bin Laden, che dice "è tutta colpa mia" e riconosce Al Zarkawi come suo luogotenente. Perché guardate, qui non è questione di litigare su una notizia, di tirarla da una parte o dall'altra: è proprio che queste notizie che ci danno, da qualsiasi parte si prendano, non sono solide: si strappano, fanno acqua. E una qualunque certezza farebbe comodo, anche una scomoda. Ci sarà poi sempre qualcuno, molto più esperto di me, che dirà che io rifiuto di credere a una notizia per motivi ideologici: può anche darsi, ma anche per credere ai "legami di Al Quaeda" o ai "trecento kamikaze telecomandati", ci vuole una bella dose di ideologia, tagliata magari con qualcosa di più forte. Allora, se proprio non posso andare in giro senza un'ideologia, preferisco una che mi fa dubitare a una che pretende di farmi mandar giù qualsiasi stronzata sia nel piatto del giorno. Questione di gusti, probabilmente.www.leonardo.blogspot.com

Senza sfera pubblica che Europa è Carl Henrik Fredriksson Un brano tragicomico ma ottimistico di Soll und Haben (Dare e Avere), romanzo epico tedesco del XIX secolo, scritto da Gustav Freytag, raffigura un giornalista di provincia orgoglioso, anche se di poco conto, mentre parla dell'articolo che ha appena scritto. Con estrema sicurezza di sé, il piccolo giornalista afferma di essere nuovamente riuscito a firmare un articolo che, appena andato in stampa, farà contorcere lo Zar. Quanti giornalisti o intellettuali nelle odierne province europee sono altrettanto convinti che le loro parole faranno tremare il potere costituito a Bruxelles o a Strasburgo - o farà tremare chiunque al di fuori del ristretto circolo dei loro compatrioti? Davvero troppo pochi. Gli intellettuali svedesi scrivono per i lettori svedesi, così gli intellettuali francesi scrivono per i francesi e gli estoni per gli estoni. Va bene, certo. Ma il peggio è che i temi e le prospettive di riflessione sono quasi sempre relative ai singoli Paesi: alla Svezia, alla Francia o all'Estonia. Nonostante la riuscita adozione dell'euro da parte di molte nazioni, l'europeizzazione delle identità, degli stili di vita e dei sistemi di riferimento - ovvero l'avvento di uno spazio pubblico comune - sembra ancora un sogno lontano. Ma le prospettive di lungo termine per una comunità europea più ricca di significati dipendono proprio dall'emergere di questi fattori. In un recente articolo sulla costruzione dell'identità europea, Manuel Castells ha così formulato il problema: la tecnologia è nuova, l'economia è globale, lo stato è un network europeo che negozia con altri attori internazionali, mentre l'identità del popolo è nazionale o addirittura, in alcuni casi, locale e regionale. In una società democratica, questo tipo di dissonanza strutturale e cognitiva può risultare insostenibile. Mentre l'integrazione dell'Europa senza la condivisione di un'identità europea è attuabile quando tutto va bene, una crisi rilevante, in Europa o in un dato Paese, può innescare un'implosione europea dalle conseguenze imprevedibili. Perciò, in assenza di un'identità comune, non esiste nessuna reale e sostenibile comunità europea. E nell'assenza di uno spazio pubblico paneuropeo, non può esserci nessuna identità comune. Uno spazio pubblico europeo sarebbe un regno in cui valori e principi transnazionali - o procedure transnazionali, se si vuole - possono essere definiti, modellati e riformati, e in cui istituzioni politiche sopranazionali possono acquisire legittimità. Circa un anno fa, venne avviato uno dei tentativi in assoluto più ambiziosi per discutere il futuro comune dell'Europa a livello transnazionale. Il 31 Maggio 2003, sette quotidiani europei pubblicarono articoli di noti intellettuali che affrontavano il tema Che cos'è l'Europa?. Umberto Eco scrisse su "La Repubblica", Gianni Vattimo su "La Stampa", Adolf Muschg su "Neue Zürcher Zeitung" (Svizzera), Richard Rorty su "Süddeutsche Zeitung" (Germania) e Fernando Savater su "El Pais" (Spagna). Tuttavia, l'articolo che risultò essere più importante e largamente discusso fu quello scritto da Jürgen Habermas - che aveva dato il via all'intero progetto - co-firmato da Jacques Derrida. Sia il "Frankfurter Allgemeine Zeitung (Germania) che La Libération (Francia) pubblicarono l'articolo. Il fatto che due degli intellettuali europei più influenti degli ultimi decenni abbiano pragmaticamente messo da parte le loro differenze e parlato all'unisono è stato, in sé, un notevole passo in avanti. In genere i loro approcci filosofici sono mondi separati. Altrettanto sbalorditiva è stata la concrezione, politicamente carica, che ha caratterizzato la loro analisi. Le discussioni riguardo la possibile fondazione di una comune identità europea tendono a perdersi nella nebbia della storia religiosa e culturale. Incerte nozioni di democrazia e libertà diventano ancora più amorfe quando i gruppi che ne chiacchierano suggeriscono che l'Europa abbia una certa esclusiva su di esse. La sfida identificata dalla gran parte delle persone che stanno cercando di individuare una caratteristica distintiva che tenga assieme l'Europa sembra sul punto di invocare una sorta di re-incantamento, un modo per attribuire un barlume mitologico e misterioso a un continente che è stato reificato e ridotto a un progetto economico. La vanità dei simboli che nascono da questi desideri colpisce virtualmente alla testa quando si guarda agli imprecisi motivi architettonici tratteggiati sulle euro-banconote. Dove si può trovare un'identità europea nell'indistinto viadotto della banconota da 5 euro? Ha qualche risonanza emotiva o un destino simbolico? Quali sogni collettivi invoca? Quali sogni può portare con sé? Da questo punto di vista, l'articolo di Habermas e Derrida è stato un miracolo di vera storia contemporanea. Tuttavia, almeno altrettanto interessante rispetto all'analisi e alle conclusioni dell'articolo, è il fatto in sé. Si è trattato di un tipo di intervento, un'azione-manifesto che lamentava il bisogno di ciò che il testo è e, allo stesso tempo, di ciò che il testo supplica: una discussione europea sull'Europa, uno spazio pubblico europeo. Lo spazio pubblico, nella sua accezione più ampia, include i movimenti popolari tradizionali e le nuove Ong, che spuntano alla stessa velocità vertiginosa, dal momento che le istituzioni costituite si provano incapaci di adempiere al loro compito originario. Da un lato, Habermas ha visto nelle manifestazioni contro la guerra del 15 febbraio 2003 l'apertura di uno spazio per una sfera pubblica che comprenda la strada, dall'altro il manifesto è stato anche un tentativo di far rivivere il suo complemento mediatico. Ma l'iniziativa appare un fallimento se guardata da questa punto di vista. Una discussione ampia e transnazionale ha dato nell'occhio soprattutto per la sua assenza. Invece ci è stata offerta una nuova dimostrazione del modo in cui il discorso pubblico cade in ostaggio delle divisioni nazionali e linguistiche. La Spagna ha focalizzato la sua attenzione sull'articolo di Savater, l'Italia su quelli di Eco e Vattimo. Anche se più sensibile rispetto alle altre, la stampa tedesca ha mostrato scarso interesse per ciò che era stato scritto in italiano e spagnolo. I Paesi che non erano stati direttamente coinvolti nella pubblicazione degli articoli sono apparsi ancora più disinteressati: un esempio, neppure una parola a riguardo è stata scritta sul "Financial Times". A dispetto delle grandiose ambizioni, l'iniziativa di Habermas è diventata un esempio lampante delle difficoltà che si incontrano nello stabilire uno spazio transnazionale discorsivo e deliberativo di un qualche valore nella moderna Babilonia che porta il nome di Europa. Ci sono molti altri esempi. Che tali aspirazioni possano essere costose è dimostrato dal destino di "The European", un progetto naufragato e attivato dal magnate della carta stampata Robert Maxwell nel 1990, sotto il motto "Primo Quotidiano Nazionale d'Europa". Al suo apice, "The European" ebbe una diffusione di 180.000 copie, più della metà delle quali in Gran Bretagna. La diffusione in Svezia - uno dei paesi europei dove il giornale aveva attirato più attenzione - non superò mai le 5000 copie, per esempio, mantenendosi al livello di riviste affermate ma "piccole" ed "elitarie"come "Ord&Bild" e "Arena". A metà anni Novanta, Andrew Neil trasformò "The European" in un settimanale che poteva tranquillamente essere chiamato anche "The Anti-European". E alla fine il progetto fallì, compianto da pochi e distante anni luce dalla visione originaria di un newsmagazine tutto europeo che aspirava a un lettorato più vasto. L'avventura, che stentò a durare un decennio, costò 70 milioni di sterline. Quando la nota stazione televisiva bilingue franco-tedesca Arte recentemente ha compiuto il suo decimo anniversario, certo poteva crogiolarsi nella gloria di aver ricevuto non meno di 1260 premi. Ma era ancora lontana dal suo obiettivo di ritagliare un magro 1% di share. Anche se l'orgoglioso slogan di Arte è "l'Europa guarda la Tv", la speranza di trovare un terzo partner - oltre Francia e Germania - appare una possibilità remota. Neppure in questi due Paesi il canale è riuscito a creare un profilo o un marchio sufficientemente forti e attraenti per lanciare le basi di un qualcosa che possa rassomigliare a uno spazio pubblico europeo. Non è un caso che a impegnarsi per rendere disponibili gli articoli di Habermas e degli altri per i lettori svedesi, turchi, sloveni e - recentemente - polacchi siano stati i giornali politici e culturali. Essi rappresentano, infatti, il segmento dei media che più si è avvicinato all'ideale di uno spazio pubblico europeo. Diffondono idee politiche, filosofiche, estetiche e culturali da una lingua all'altra, sia all'interno che all'esterno dei network editoriali transnazionali. "Le Monde diplomatique", che è ampiamente gestito dalla Francia, ha edizioni in 20 diverse lingue. Anche se meno sincronizzato, "Lettre international" è un altro esempio. Il network Eurozine è formato da circa 50 pubblicazioni partner, e da altre 60 legate però in maniera più blanda, per lo scambio di articoli e idee. Ma mentre i singoli articoli che vengono tradotti e distribuiti all'interno e all'esterno del network di "Eurozine" possono raggiungere una diffusione superiore al milione, il cosmopolitismo dei giornali culturali è di piccola scala. Essi possono rappresentare uno spazio pubblico parziale, ma il loro raggio d'azione è troppo limitato per alimentare un forum che possa formare l'opinione pubblica e temprare i desideri della gente, un luogo in cui questioni fondamentali possano essere elaborate e discusse seriamente. Uno spazio pubblico attraverso il quale e nel quale un'identità europea comune può emergere e servire come base per la legittimazione di nuove società transnazionali dovrà essere più ampio. In conclusione, sembrerebbe che c'è un solo sentiero percorribile per rispondere alla sfida posta da una collettività eterogenea di spettatori, ascoltatori e lettori orientati in senso nazionale: uno spazio pubblico europeo guidato da media nazionali già consolidati, le cui traduzioni - sia di linguaggio che di contesto - possono offrire ai pensatori e ai concetti "stranieri" un posto alla tavola dove i lettori svedesi, francesi ed estoni, si sentano tutti a casa. Quotidiani come "Dagens Nyheter", "Le Monde" e "Postimees" devono giocare un ruolo decisivo. Ma qualsiasi slancio in questa direzione richiederà almeno un po' di apertura da parte dei media-leader, che hanno ancora a loro disposizione il format e la volontà per interpretare le loro responsabilità giornalistiche e pubblicistiche alla luce delle nuove condizioni sociali, di fatto alla luce di una situazione completamente nuova. Se, come afferma Castells, lo stato è un network europeo, allora il quarto potere deve ridefinire i suoi compiti. Non un solo intellettuale svedese di una certa rilevanza ha dedicato un'analisi coerente al provocatorio manifesto di Habermas. Se ne può dedurre che gli intellettuali svedesi abbiano trascurato il loro dovere, ma un approccio più utile sarebbe quello di chiedersi che cosa dice questa irresponsabilità riguardo all'abilità da parte dei maggiori media svedesi di rilevare e partecipare attivamente a discussioni che iniziano al di fuori del proprio Paese. Invece di guardare ai propri fratelli minori, per esempio le riviste, con una strana mistura di invidia (format e prestigio) e disprezzo (diffusione e impatto), i quotidiani nazionali potrebbero prendere l'iniziativa per una collaborazione che attraverso l'Europa aprirebbe i cancelli a un mondo più ampio. Ciò potrebbe significare molte più pre-stampe e ristampe di articoli pubblicati su riviste, in edizioni più o meno ridotte, o accordi per l'acquisizione dei diritti per le pubblicazioni estere - e non solo inglesi. Sì, viene già fatto - qua e là - ma il potenziale è lontano dall'essere raggiunto. Una mossa del genere evidenzierebbe, favorirebbe e trarrebbe profitto dalle potenzialità dei giornali nel costruire uno spazio pubblico transnazionale. Nel frattempo, i quotidiani più diffusi riceverebbero un grande input e un incentivo per affrontare le loro responsabilità di forum critici per la formazione dell'opinione pubblica in un mondo dove gli intellettuali leader non si riuniscono più in un singolo Paese- sia esso la Svezia, la Francia o l'Estonia. In realtà, al momento di organizzare reti editoriali che trascendano i confini nazionali e corporativi, i quotidiani avranno molto da imparare dalle riviste. Uno spazio pubblico europeo può essere un prerequisito per un'Europa unita, ma l'unità non deve essere confusa con l'uniformità. Piuttosto è il contrario. Non si tratta di avere svedesi che scrivano come estoni o estoni che scrivano come tedeschi. Si tratta invece di prendere sul serio la diversità e fare spazio a nuovi punti di vista - sia che si tratti di parole o di pensieri. Solo un dialogo così ricco e libero può - forse - forgiare un'identità comune e metterla alla prova. Possiamo ancora sorridere della controparte svedese del giornalista provinciale di Gustav Freytag, un editorialista di un piccolo giornale locale "Smålands Allehanda" che insisteva sul suo ruolo in una sfera pubblica più ampia, facendo una bella ramanzina a Bismarck: "Abbiamo già avvertito il Cancelliere tedesco di non perseverare nelle sue attuali politiche, e adesso ripetiamo quell'ammonimento". Sì, possiamo ridere. Ma non si può negare che un'audacia del genere abbia un interesse tutto suo. (traduzione dall'inglese di Martina Toti) © Eurozine.

Dick Cheney e l'uomo da 5 milioni di dollari di Doug Ireland da The Nation 180 milioni di dollari sono scomparsi dalle casse dell'Halliburton. Potrebbero essere finiti, in parte, nelle tasche del dittatore della Nigeria. Nel 1999 era stato firmato un contratto per la costruzione, da parte della società americana, di una delle raffineria più grandi del mondo, proprio in Nigeria. In quel periodo l'amministratore delegato della società era Dick Cheney, il vicepresidente degli Stati Uniti. La Securities and Exchange Commission ha aperto un'indagine formale sulle accuse in base alle quali Halliburton (in società con la compagnia di ingegneria petrolifera francese Technip) ha versato 180 milioni di dollari in un fondo nero per pagare tangenti per la costruzione di una raffineria di gas da 6 miliardi di dollari in Nigeria--uno scandalo su cui le autorità francesi hanno investigato per un anno (per le informazioni sul caso, v. Doug Ireland, "Will the French Indict Cheney?" 29 dicembre 2003). La società operante nel settore energetico, inizialmente diretta da Dick Cheney, ha reso pubblica l'indagine del SEC (come richiesto dalla legge per qualunque azione che possa potenzialmente riguardare il capitale azionario di una compagnia) l'11 giugno. La scelta del momento in cui rivelare tali informazioni non è stata un caso--era un venerdì ed era l'ultimo giorno delle interminabili cerimonie per le esequie di Reagan, quindi la borsa di Wall Street era chiusa. Gli organi di stampa nazionale non si sono interessati di molte altre cose se non del funerale: in questo modo, l'indagine del SEC ha ottenuto scarsa attenzione sui giornali durante il week-end (anche il New York Times ha fatto solo un breve riferimento sul suo sito web). Anche se i media americani hanno mostrato poco interesse nei confronti della vicenda, l'indagine sullo scandalo Halliburton-Nigeria effettuata dal più illustre giudice istruttore francese, Renaud Van Ruymbeke, ha continuato a riempire le prime pagine dei giornali a Parigi, dove le più recenti rivelazioni hanno portato lo scandalo proprio di fronte alla porta del quartier generale della Halliburton a Houston. Il Journal du Dimanche (JDD, una testata importante che esce di domenica) il 13 giugno ha rivelato che l'indagine del giudice Van Ruymbeke ha svelato come Albert "Jack" Stanley, il presidente della Kellogg Brown & Root (KBR), una enorme società consociata della Halliburton, al tempo della presunta tangente abbia ricevuto delle cosiddette "commissioni" del 3% su questo affare dal fondo nero. La somma totale ricevuta da Stanley ammonta a qualcosa come 5 milioni di dollari, secondo quanto riportato dall'International Herald Tribune e da altre fonti. Il ministro nigeriano per le risorse petrolifere Dan Entete ha ricevuto, secondo la JDD, 2,5 milioni di dollari. Il fondo nero era stato approntato con il denaro della Halliburton tramite un avvocato londinese, Jeffrey Tesler--che aveva lavorato per la Halliburton nello stesso periodo in cui era consulente finanziario dell'ultimo dittatore nigeriano, il notoriamente corrotto Gen. Sani Abacha--sotto forma di società di copertura, la Tristar, che Tesler ha costituito in quell'oasi delle tasse britanniche che è Gibilterra. Stanley, l'uomo da 5 milioni di dollari, è un caro amico e socio di Dick Cheney. A metà maggio, dopo che il giudice Van Ruymbeke aveva minacciato di emettere un mandato di arresto internazionale per indurlo a recarsi in Francia per testimoniare, Tesler si recò a Parigi "volontariamente" per due giorni, per testimoniare sotto giuramento. Messo a confronto con documenti ottenuti tramite un mandato internazionale relativo alle banche in Svizzera, a Monaco, a Madeira e in altri luoghi, Tesler ha ammesso di aver effettuato pagamenti fuori ordinanza dal fondo nero a quello dell'allora presidente della KBR Stanley: Stanley a sua volta aveva poi inviato tali pagamenti a un conto bancario numerato a Zurigo che è stato chiamato, secondo il settimanale francese, Le Canard "Amal". Un altro ingente pagamento di 350.000 dollari era stato effettuato a favore di un altro dirigente della KBR, William Chaudran: Tesler ha poi testimoniato che Chaudran ha in seguito trasferito tale pagamento in un conto in banca anonimo nell'isola del paradiso fiscale di Jersey (Stanley, che si è ritirato dalla KBR ma che mantiene un ufficio e una segretaria al quartier generale della Halliburton-KBR di Houston, non ha rilasciato dichiarazioni e tantomeno ha fatto Wendy Hall, l'agente pubblicitaria della Halliburton-KBR). La domanda sorge spontanea: se i pagamenti effettuati a favore dei dirigenti della KBR erano legittimi, per quale motivo sono stati trasferiti su conti correnti bancari segreti stranieri? E dov'è finito il resto dei 180 milioni di dollari? Al dittatore Abacha, il cui consulente finanziario era proprio Tesler, e ad altri amici intimi di Abacha? Le dichiarazioni fornite dalla Halliburton a Le Figaro e ad altri giornali francesi circa lo scandalo sostengono che la conglomerata non era a conoscenza dei pagamenti effettuati a favore dei dirigenti della KBR. L’impressione è che stia fabbricando prove false per fare di Stanley un capro espiatorio. In seguito, il 18 giugno (di nuovo di venerdì), la Halliburton ha improvvisamente annunciato che stava tagliando i ponti con Stanley, il quale era ancora consulente della società, accusandolo di aver "ricevuto benefici personali impropri". Dal momento che questo è un coraggioso tentativo di tenere lo scandalo lontano da Cheney, questo dimostra ciò che si vuole effettivamente dimostrare: dov'è finito il resto dei 180 milioni di dollari e come può Cheney ignorare la creazione del fondo nero creato grazie a così tanto denaro proveniente dalla conglomerata—e a ignorare l'uso che ne è stato fatto? Il contratto finale per la costruzione della raffineria in Nigeria, una delle più grandi del mondo, era stato firmato nel 1999, sotto gli occhi di Cheney (Cheney è stato amministratore delegato della Halliburton dal 1995 al 2000). Le tangenti del genere che sono sotto inchiesta da parte del SEC e dei francesi sono illegali secondo la Organization for Economic Cooperation and Development, dei cui accordi sono membri firmatari sia gli Stati Uniti che la Francia, e secondo lo US Foreign Corrupt Practices Act. A seguito delle rivelazioni delle indagini svolte dal SEC, Halliburton ha dichiarato che non credeva di violare il Foreign Corrupt Practices Act (FCPA) e ha aggiunto: "Non ci può essere nessuna garanzia sul fatto che le autorità governative non traggano altre conclusioni". Senza dubbio. Tradotto da Chiara Bianchi per Nuovi Mondi Media Fonte: http://www.thenation.com/doc.mhtml?i=20040705&s=ireland For Fair Use Only

Così TMO si scoprì vittima del Sindaco Censore Si sapeva, no? Che a furia di giocare alla televisione e al potere, prima o poi si sarebbe passati per quella fatidica parola. Censura. Ah, finalmente! Passate le elezioni e arrivati i primi caldi, la polemica è deflagrata. La telestreet gaetana trova la sua degna collocazione drammaturgica, tra l’incazzatura stile Santoro e la rivolta paesana. Tutto accade nell’ultimo bollente consiglio comunale, passati pochi giorni dalle elezioni europee più provinciali, dove nel sudpontino il centrodestra ha stravinto e Forza Italia si è confermata primo partito (in spensierata controtendenza nazionale). E a Gaeta col primo cittadino, il forzista Magliozzi, che invoca ai comizi il “sangue gaetano nelle vene”, arraffa il 30% dei voti e sorpassa pure Damiano Ciano, figlio del Masaniello dell’etere Antonio e candidato Ds nello stesso collegio per le provinciali. Nonostante la promozione elettorale, la Casa delle Libertà gaetana fa acqua da tutte le parti, tra spaccature e dissensi. All’ordine del giorno del consiglio: le indennità dei consiglieri, il piano delle opere pubbliche (con svendita di immobili) e, soprattutto, il bilancio triennale. Da approvare entro il 19 per evitare il commissariamento del Comune. La lunga seduta, con numerosi cittadini presenti, un paio di contestatori e la telecamera di Tele Monte Orlando (presenza fissa e “gradita” da oltre un anno), comincia giovedì 17. E quello che si vede è già una combinazione di pugilatori della politica, pateracchi compromissori, maggioranze sfasciate, pubblico vociante in sala. La mattina seguente, il sindaco fa sapere al fondatore di TMO Antonio Ciano che non saranno ammesse telecamere alla seduta del consiglio comunale. “Dici davvero?”. “Si”. Da quel momento in poi scoppia il “caso TMO” e tutti, nel cono d’ombra gaetano, vanno in fibrillazione. Il Masaniello dell’etere commenta: «Questo è un attacco alla libera informazione. Forse gli amministratori non vogliono far vedere ai gaetani come vengono spesi i loro soldi». I consiglieri del centrosinistra e anche alcuni di centrodestra chiedono spiegazioni in aula. Il presidente vicario dell’assemblea, Antonio Cassaro (Forza Italia), risponde papale papale: «Perché non sono democratico». L’opposizione presenta anche un emendamento pro-telestreet: 10mila euro di finanziamento e accordo per le riprese dei consigli comunali, ma la maggioranza lo respinge. Intanto fuori la voce si è già sparsa, sul canale 42 TMO ha già spifferato tutto e “sospende le trasmissioni in segno di protesta”. Pure le vecchine dei vicoli, che tifano per “il bell’Antonio” ma solitamente dormicchiano sui consigli comunali, cominciano a preoccuparsi del regime. Gli ingredienti ci sono tutti, per riempire il placido primo finesettimana estivo. Ammutinatori di maggioranza in difesa della libertà di informazione. Incacchiatissimi orlandones che sbattono il dito sotto il naso degli amministratori. Solidarietà della stampa locale e titoloni in cronache del golfo. Video-comunicato di TMO, con slogan finale “non fatevi spegnere!” ed effetto spegnimento televisore (come lo spot del programma di Fiorello, per capirci). Accuse di regime. Catene di email verso la casella del sindaco, persino dall’estero. Bilancio approvato alle cinque del mattino dell’ultimo giorno utile. Processioni di solidarietà alla tabaccheria di Ciano. Il presidente del consiglio comunale che si dissocia dal suo vice. Richieste di dimissioni. Vecchine dei vicoli pronte a scendere in piazza. Damiano Ciano che ventila proposte del sindaco di Formia (geniale trovata a metà tra i boatos da calciomercato e il dramma politico della gelosia). Infine la diretta del lunedì sera (però nessuno che osi cantare Bella Ciao oppure imbavagliarsi, citazioni che sarebbero troppo smaccate) e il momento topico quando, poco prima di mezzanotte, telefona il sindaco. Se non è show-time...! Il sindaco Magliozzi, con voce rotta dallo sfinimento, ha innanzitutto ricordato che “non siamo più nel ‘68” (“nel 68 dovevo ancora nascere” ha risposto Ciano junior, “io conosco il 69 invece” ha aggiunto elegantemente l’antennista Batosi), e che “adesso state esagerando”. Dopodiché ha dato variamente fiato alla bocca e soprattutto ha garantito che “mai più” le porte del consiglio comunale saranno chiuse alle telecamere di TMO. “Non vi fidate? E che debbo fare? Debbo metterlo per iscritto?!”. Comunque vada, Tele Monte Orlando incassa il colpo proprio lì, nel patrimonio che gli sta più a cuore, in quel ruolo di “servizio pubblico – comunitario” cui si è parzialmente votata (ma che resta ancora tutto da dimostrare). Allo stato attuale delle cose e del rapporto con la politica, TMO si è portata in quella zona sbarazzina e ambigua, tipica della fasi di crescita o di passaggio. TMO è invischiata nella politichetta gaetana e la politichetta gaetana è invischiata in TMO: un rapporto ammiccante e guardingo, fatto ancora di abbracci e di cazzotti, metafora della creatività meridionale. La recente disavventura da regimetto vissuta in TMO lascia infine aperte altre considerazioni. Primo. Le vicende del dopo-elezioni vedono un regime berlusconiano, in Italia come localmente, sempre più nervoso e franante (indipendentemente dagli specifici risultati del voto). Dunque più debole, ma anche più pericoloso. Secondo. Se in questo paese si conservasse ancora un minimo di rispetto delle istituzioni, un politico che – nell’esercizio delle sue funzioni (seppure pro tempore) di presidente di un consiglio comunale – dichiari con naturale spacconeria “io non sono democratico” dovrebbe avere la dignità di dimettersi. Terzo. Le risibili scuse addotte dal sindaco Magliozzi (la presenza di telecamere avrebbe favorito intemperanze del pubblico in sala) potrebbero farci voltare pagina da una polemica che rischia di finire stucchevole, ma non bastano certo a rassicurarci. Di fatto quest’ultimo episodio ci mette davanti alla pochezza democratica di certa classe politica, alla solidarietà generale della popolazione gaetana verso TMO, alle perenni difficoltà di comprensione del progetto telestreet (o di quel che ne rimane, variamente rimasticato secondo i contesti e le esigenze). Le discussioni sulla natura del nostro progetto e sul “riconoscimento ufficiale comunitario” (vagheggiato, pensate un po’, dallo stesso sindaco) non possono non ripartire da qui. [ www.tmowatch.splinder.it ]

GIORNATA MONDIALE TORTURA: PER RICORDARE MIGLIAIA DI IGNOTE ‘ABU GRAHIB’ Peace/Justice, Standard Dici ‘tortura’, e pensi al ghigno beffardo della giovane soldatessa americana Lynndie England, che si fa ritrarre sorridente accanto a iracheni incappucciati e nudi con una sigaretta fra le labbra o mentre tiene al guinzaglio un detenuto. Le immagini-scandalo del carcere di Abu Grahib, in Iraq, hanno riempito giornali e dibattiti televisivi in tutto il mondo, provocando unanime indignazione, anche perché le violazioni sono state commesse da soldati appartenenti a un Paese ‘democratico’. Eppure nel mondo – secondo il Rapporto 2004 di Amnesty International - sono ben 132 i governi colpevoli di consentire il ricorso a questa pratica in modo occasionale o sistematico nei confronti di detenuti, prigionieri politici, semplici cittadini. Per accendere i riflettori sul dramma silenzioso di queste vittime, si celebra oggi la ‘Giornata internazionale a sostegno delle vittime della tortura’. L’atlante della vergogna offre esempi in tutti i continenti: dalle torture ai detenuti ‘a tempo indefinito’ – senza processo - dell’Etiopia ai maltrattamenti inflitti ai montagnard vietnamiti che chiedono asilo in Cambogia; e ancora, le violenze inflitte a due pastori della comunità di Peul, in Niger, gravemente torturati da tre poliziotti che li hanno arrestati per il furto di una bicicletta a Dogon; la storia di Nasim Bibi, accusata secondo la legge del Pakistan sulla blasfemia di aver dissacrato il Corano, è morta nel carcere di Kot Lakhpat, a Lahore, dopo infiniti patimenti e una libertà su cauzione subito revocata. Africa, Asia ma anche America Latina: in Brasile, l’uso della tortura è rimasto abituale presso molte forze di polizia e le indagini sulle accuse di violazioni dei diritti umani commesse da agenti di sicurezza sono state spesso prive di efficacia e hanno contribuito a creare un clima di impunità per i responsabili. All’elenco si aggiungono le sistematiche violazioni praticate in Cina oppure in Myanmar (ex-Birmania), dove i detenuti politici in attesa di processo confinati in ‘incommunicado’, in condizioni che facilitano l’impiego di tortura e maltrattamenti durante gli interrogatori. Sono migliaia nel pianeta le ‘Abu Ghraib’ o le ‘Guantanamo’ sconosciute, nonostante il 26 giugno 1987 sia entrata in vigore la ‘Convenzione contro la tortura ed altre pene o trattamenti crudeli, inumani o degradanti’ delle Nazioni Unite, che ancora oggi resta il trattato internazionale meno considerato nel campo dei diritti umani: l’hanno ratificato soltanto 136 dei 191 Stati membri delle Nazioni Unite. "La tortura – ha detto il segretario generale dell’Onu Kofi Annan il 26 giugno 2001 - è una violazione atroce della dignità umana: disumanizza entrambi, la vittima e il carnefice"[EB] misna.it

Anche la Colli fa il suo sms "Votatemi, 5 anni di buon lavoro" L'invio affidato ad una società: "Privacy garantita" Dalla Chiesa: "E c'è anche la ricarica gratis..." di MARCO BRACCONI ROMA - Ci risiamo coi messaggini. Ed evidentemente, visto com'è andata alle Europee e al primo turno delle amministrative, dalle parti di Forza Italia non sono scaramantici. Adesso a mandare script di propaganda elettorale è Ombretta Colli, la presidente forzista della provincia di Milano. Una presidente in difficoltà, perché il ballottaggio la vede partire dietro al candidato ulivista Filippo Penati. E perché, stando ai sondaggi riservatissimi dell'ultim'ora, rischia la sconfitta malgrado il soccorso dei voti leghisti che arriveranno dall'apparentamento. E, allora, via con gli sms, che sui display di molti elettori di Milano e provincia stanno arrivando proprio in queste ore. Ma non si tratta di un invito generico ad andare a votare, come quello giunto sui cellulari di milioni di italiani prima dell'11 giugno e firmato "PresdelCons". In questo caso è propaganda elettorale vera e propria, e sta arrivando anche sui telefonini di chi non è militante di Forza Italia. Una lettrice di Repubblica.it, specificando che non ha mai autorizzato la signora Colli e il suo staff a utilizzare il suo numero personale per fare campagna elettorale, ci gira il testo che gli è arrivato nel primo pomeriggio: "Cinque anni di buon lavoro: sostegno alle donne e alle piccole imprese, attenzione agli anziani, nuovo Idroscalo. Sabato e domenica vota OMBRETTA COLLI". Come si vede, nessun contenuto "istituzionale". Questa, inoltre, non è l'unica segnalazione. Ne arrivano altre, accompagnate dalle proteste per la propria privacy violata, una di seguito all'altra, e gli script pro-Colli stanno arrivando ad abbonati di diversi gestori. Da un numero che - con ogni evidenza - non è quello di un privato, ma di una sorta di "centro servizi". Dal comitato per la rielezione di Ombretta Colli alla Provincia, dopo qualche esitazione, confermano: "Se ne sta occupando una società". La società in questione si chiama Babila, ha sede a Milano e appena la notizia si diffonde si affretta a dire che tutto è in regola con le garanzie di privacy. "L'invio degli sms - si legge in un comunicato - è stato fatto nel più assoluto rispetto delle norme relative alla privacy", con particolare riferimento al provvedimento del garante del 12 febbraio 2004, dove veniva evidenziata "la necessità di avere il consenso preventivo e specifico dell'interessato" per poter procedere all'invio di messaggi di carattere politico o di sollecitazione al voto. Insomma, secondo la società Babila, chi ha ricevuto il messaggino che invita a votare per Ombretta Colli ha preventivamente accettato di ricevere, oltre ad altri servivi, "anche comunicazione di carattere politico". Ma Nando Dalla Chiesa, presidente della Margherita milanese, non ci sta: "Non solo gli sms violano la privacy dei cittadini, ma ricaricano il credito dell'utente mentre chiedono un voto per il ballottaggio". Infatti, spiega Dalla Chiesa, il messaggio elettorale per il voto alla Colli è seguito da un altro sms che dice: "Gentile utente, il mittente del messaggio per il cliente 'Comitato elettorale Ombretta Colli' è Ricarica Gratis. Il messaggio in oggetto ti ha fatto accumulare 2,6 centesimi di ricarica telefonica". I due messaggi sono stati ricevuti dalla figlia di una candidata alla provincia della Margherita, Giovanna Guzzetti. (25 giugno 2004) fonte: www.repubblica.it

La Corte dei Conti boccia Tremonti: c’è bisogno di una manovra bis di Bianca Di Giovanni Doppio monito dalla Corte dei Conti. Primo: c’è bisogno di una manovra bis. Mancava soltanto la magistratura contabile a confermare quello che ormai dicono tutti. Secondo: non serve il taglia-spese a riequilibrare il bilancio, visto che quello strumento non fa che rinviare le spese all’anno successivo. Dunque, è tutt’altro che strutturale. Nel giorno dell’ultimo schiaffo alla finanza pubblica italiana il consiglio dei ministri vara l’assestamento di bilancio: il saldo peggiora di circa 7,5 miliardi, schizzando a 62,2 miliardi da finanziare (dai 54,6 indicati). A questo punto anche il premier ammette: «Fino a sabato lavoreremo alla manovra». Naturalmente Silvio Berlusconi si guarda bene dal parlare di correzione o «tagli»: preferisce parlare di rilancio e sviluppo dell’economia, lasciando solo intravedere quegli sgravi fiscali più volte annunciati (a cui comunque si starebbe lavorando)da far scattare l’anno prossimo. In ogni caso dev’essere chiaro fin da ora ai cittadini che quei 7,5 miliardi che si troveranno (se si troveranno) non servono a coprire gli sgravi fiscali, ma solo a limitare il deficit in eccesso. Se davvero vuole alleggerire la pressione fiscale (che finora è aumentata) Berlusconi deve dire a chiare lettere dove prende i soldi, oltre i 7 miliardi di correzione. Il premier avrebbe già indicato la cifra da reperire l’anno prossimo da destinare agli sgravi: 12 miliardi di euro. Auguri. È assai probabile che la correzione di bilancio arrivi al consiglio dei ministri di giovedì prossimo, assieme a indicazioni di massima sullo sviluppo, mentre la stesura del Dpef è rinviata a dopo l’Ecofin del 5 luglio. Sul fronte dei «tagli» sembra chiaro finora che il governo punta principalmente al taglia-spese (proprio quello che la Corte sconsiglia) per 4 miliardi di euro. Questo sarebbe emerso nel vertice a Palazzo Grazioli che ha preceduto il consiglio di ieri e a cui hanno partecipato oltre al premier e al ministro dell'Economia, anche il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Gianni Letta, il ministro delle politiche agricole Gianni Alemanno e il viceministro all'Economia Mario Baldassarri. Quanto alle altre «voci» da cui recuperare risorse (immobili per tre miliardi, forse incentivi alle imprese da razionalizzare) fanno parte della fitta cortina fumogena di cui l’esecutivo sta circondando i conti pubblici. Nonostante l’evidenza delle cifre. Nella nota diffusa al termine del consiglio dei ministri si legge che «i dati complessivi dell'assestamento di bilancio sono in linea con gli obiettivi di indebitamento netto delle pubbliche amministrazioni concordati in sede europea». Dall’Economia spiegano che il peggioramento è stato già scontato in quel 2,9% di deficit (dal 2,2 iniziale) nella Trimestrale: uno 0,7 in più dovuto al rallentamento del Pil. In altri termini, alla ripresa arrivata in ritardo. Peccato che nella Trimestrale di cassa i termini della questione fossero esattamente capovolti. «Lì era previsto che l'obiettivo del 2,9% di disavanzo fosse subordinato ad alcune condizioni - osserva l’ex ministro Vincenzo Visco - tra le quali il fatto che l'assestamento di bilancio non dovesse peggiorare le cifre della Finanziaria. Nel momento in cui questo peggioramento sembra esserci stato, è difficile accettare la nota del governo nella quale si sostiene che l'assestamento sia in linea con gli obiettivi di indebitamento netto della pubblica amministrazione». Ma il ministro dell’Economia sostiene la stessa tesi davanti alle telecamere del TG1 di prima serata. «I conti pubblici sono in linea con previsioni - dichiara - meglio dei conti pubblici di altri Paesi europei. Certo, se l'economia non tira è difficile tenere i conti pubblici a posto». Il fatto è che non è solo l’economia a farli peggiorare: è anche la «mala-gestione». Tra le indiscrezioni sulla manovra correttiva ricompare ormai a cadenze costanti il fondo immobiliare che dovrà vendere gli edifici pubblici per tte miliardi di euro. Anche qui, però, c’è un gioco delle tre carte, perché l’operazione del lease-back è già indicata nella Finanziaria. Anzi, la legge di bilancio per il 2004 prevede operazioni immobiliari per 9 miliardi di euro. Sembra difficile iscrivere quei tre miliardi come un taglio extra. Altro capitolo da cui attingere, i trasferimenti alle imprese. Luca Cordero di Montezemolo ha già detto di essere disposto a rivedere la struttura degli incentivi, ma non le risorse. Sulle imprese comunque si preparano grandi manovre. Il documento politico che accompagnerà la manovra «avrà a cuore la competitività del sistema Italia - spiega il vicepremier Gianfranco Fini - l'equilibrio territoriale nel sud, la centralità degli investimenti sulla ricerca e anche la ribadita volontà di diminuire il carico fiscale, sia per quanto riguarda la pressione sulle aziende, compatibilmente con le risorse, sia per ciò che riguarda i cittadini». Come dire: un po’ di Irpef e un po’ di Irap. Ma qui siamo ancora alle promesse. Come si copriranno gli sgravi? E chi pagherà le risorse che verrebbero cancellate dall’eliminazione dell’Irap? Si introdurrà una nuova tassa sulla salute? Cosa andrà in cambio alle Regioni, destinatarie del gettito Irap? Quanto alla ricerca, tema centrale per gli imprenditori, l’Economia sta pensando a un fondo rotativo da finanziare con quattro punti di Ires (ex Irpeg) che passerebbe dal 33 al 37%: dunque più tasse per le imprese? Per le Coop e le Fondazioni bancarie sicuramente sì, visto che tra le indiscrezioni circola anche l’ipotesi di equiparare la fiscalità di queste realtà a quella delle società. Anche qui, più tasse per le imprese. unita.it

Nassiriya, la propaganda della governatrice di Toni Fontana [i]DALL'INVIATO NASSIRIYA. Il villaggio non è neppure segnato sulla carta, vi abitano ottanta famiglie, ottanta lavoratori della vicina raffineria. Un tempo i gas e i veleni che provenivano dall'impianto, uno dei più grandi dell'Iraq, inquinavano e avvolgevano le baracche sgangherate popolate da uno sciame di bambini. Oggi tutti rimpiangono gli odori nauseabondi della raffineria che è chiusa e non dà più lavoro. Più che un villaggio pare una «dependance» di Guantanamo, cita tutt'attorno da una rete di filo di ferro. Un ghetto insomma, un angolo di povertà estrema anche in una provincia come quella di Dhi Qar che figura agli ultimi posti nella graduatoria dell'Iraq. Il villaggio-prigione è vigilato da alcuni agenti della polizia provinciale vestiti con tute blu e armati di kalashnikov. Oggi ci sono anche i soldati italiani, schierati all'incrocio, appostati intorno alla rete di ferro. Quando arriviamo l'autista della jeep blindata confabula parlando con l'auricolare, e dice al collega di tenere gli occhi ben aperti. Davanti ci sono tre mezzi militari con gli uomini del Comsubin, le forze speciali della Marina, dietro tre jeep blindate con a bordo, oltre ai cronisti, alcuni «Rambo» anglofoni, dotati di ogni sorta di diavoleria della tecnica anti-guerriglia. Pare che siano soldati inglesi scelti tra i migliori delle forze speciali per proteggere Barbara Contini che ha organizzato la spedizione «umanitaria» nel villaggio-ghetto per incontrare una bambina irachena appena tornata da Budrio (Bologna) dove le è stata applicata una protesi per sostituire l'arto sinistro. La casa della piccola viene letteralmente occupata. L'incontro è breve, qualche domanda, regali di pastelli e quaderni, promesse di lavoro per i fratelli, 1245 dollari in dono che saranno utili quando la piccola Maiada, 11 anni, tornerà a Bologna per proseguire le cure. Sembra di essere nell'Italia di qualche decennio fa. I padroni di casa sorridono e ringraziano, ma nessuno tra i vicini di casa si va vedere e fuori del cancello, da quale sbuca il mitra del capo della scorta, s'intravede solo una folla di bambini. Poco dopo infatti inizia la sagra dei quaderni e delle penne. Dai bagagliai delle jeep blindate sbucano casse di pastelli, penne, quaderni e giocattoli. Barbara Contini, e addirittura le guardie del corpo, impacciatissime per l'armatura, cominciano a scaraventare intere casse di quaderni e materiale scolastico fra i bambini. Inizia una rissa per accaparrarseli. Alcuni scappano con sei o sette kit tra le mani. La scena dura un bel po’, i piccoli iracheni, tra i quali si è infilato anche qualche adulto, si azzuffano nel prato alla periferia del paese. Non era meglio consegnare la casse «dono del Comune di Milano» al capo-villaggio affinché le distribuisse evitando il penoso parapiglia tra bambini? Molti tra i presenti se lo chiedono, ma a questa domanda vi è una sola risposta. La Cpa, l'amministrazione degli occupanti, sta finendo come era cominciata, con l'occhio rivolto al talk-show e al circo dei media, ma senza un progetto e soprattutto senza aver minimamente preso contatto la società irachena. Solo un gigantesco e dispendioso apparato di 007 e «contractors» tra tenendo in piedi una costruzione artificiale che si scioglie nell'Iraq in fiamme senza aver risolto i problemi. I militari del Cimic (l'organismo di cooperazione tra i militari ed i civili), diretti del colonnello Prestia, spendono 1,7 milioni di dollari al mese per progetti concreti, Barbara Contini dice di aver speso 15 milioni di dollari in quattro mesi. Ma quando, a settembre, finiranno i soldi per 8500 «lavoratori socialmente utili», pagati 30 dollari alla settimana, del «miracolo» resterà molto poco. Misera e disoccupazione alimentano la violenza. Ieri, secondo quando dicono al comando italiano, gli Imam che hanno parlato ai fedeli nelle moschee di Nassiriya non hanno fatto alcun accenno alla presenza delle forze militari straniere. La situazione nel sud dell'Iraq pare in questi giorni diversa da quella delle regioni sunnite a nord-ovest di Baghdad. Ma i segnali della presenza della organizzazioni armate non mancano. L'altra sera due lanciarazzi Rpg18, molto più potenti degli Rpg 17, sono stati trovati a metà strada tra la grande base di Tallil, che comprende anche l'aeroporto, e White Horse, l'accampamento dei Lagunari e delle forze operative. Tutto lascia pensare che i miliziani, dei quali non è stata trovata traccia, avessero in animo di compiere un agguato nel tratto di strada tra le due basi, di vitale importanza per i convogli militari. Giovedì pomeriggio, poche ore prima dell'inaugurazione della «centrale operativa» della Polizia, gli agenti iracheni hanno trovato due ordigni esplosivi nei pressi del Museo. Una fonte investigativa della Polizia irachena, da noi contattata, spiega che si trattava di alcune bombe di mortaio collocate nella piazza delle Celebrazioni, situata a metà strada tre i due principali ponti di Nassiriya. La fonte dice che si trattava di un «ordigno confezionato artigianalmente». La polizia ha anche fermato due persone, forse stranieri, che, secondo il comando italiano sarebbero state «individuate dalla popolazione» nella zona del mercato di Nassiriya e «e consegnati» agli agenti. Una qualificata fonte militare spiega all'Unità che, nel movimento guidato da Al Sadr, vi sarebbe stata una scissione. Gruppi di «irriducibili» che non condividono la scelta, per ora solo annunciata, del mullah radicale di trasformare l'esercito del Mahdi in forza politica, si starebbero organizzando con il proposito di rilanciare la lotta armata anche nella provincia di Dhi Qar. unita.it


giugno 25 2004

Riva Dilemma Tremonti Dopo tre anni di volteggi sulla finanza pubblica, il ministro dell'Economia ha davanti nuvole nere. Riuscirà a passare la mano vincendo la tentazione di mantenere un incarico politico prestigioso? Uscire indenni da un incarico politico di prestigio non è mai impresa semplice: serve una certa dose di fortuna, ma soprattutto è indispensabile saper afferrare il momento giusto per passare la mano. La storia insegna, tuttavia, quanto pochi siano stati gli uomini di potere che hanno saputo vincere la tentazione di restare in sella ad ogni costo, facendosi da parte prima di essere travolti dalle conseguenze dei propri errori. Più frequente, invece, è il caso di coloro che resistono abbarbicati a poltrone traballanti, anche quando gli si offre una buona occasione per togliersi di mezzo senza danni. Sarà interessante, nei prossimi giorni, vedere come si regolerà in proposito il ministro dell'Economia Giulio Tremonti. Dopo tre anni di allegri volteggi acrobatici sulla finanza pubblica, costui vede oggi dinanzi a se un orizzonte (politico e contabile) che si sta oscurando su più versanti. Da un lato, ci sono le nuvole nere che si addensano sul bilancio: i buchi nascosti con disinvolte (talora indecenti come i condoni) manovre 'una tantum' stanno tornando alla luce del sole, le invenzioni finanziarie non riescono più a dissimulare il peso reale del debito pubblico, la pacchia dei bassi tassi d'interesse offerta dall'euro sta finendo, il disavanzo cresce e il fabbisogno pure. Tanto che il 5 luglio Tremonti dovrà presentarsi a Bruxelles con un convincente impegno a rimettere ordine nei conti che gli stanno scappando di mano. Dall'altro lato, c'è la minaccia incombente di una tempesta politica che punta a investire i suoi poteri dopo che i successi elettorali hanno reso più baldanzosi i suoi maggiori avversari dentro la coalizione di governo. Se gli ex-dc di Marco Follini non fanno mistero di tenere nel loro mirino il ruolo di Tremonti, sul piede di guerra è soprattutto Gianfranco Fini, il quale non ha dimenticato le ripetute umiliazioni subite nei suoi vani tentativi di condizionare l'arrogante azione politica del ministro. Al Tremonti stretto in questa tenaglia caso vuole che il calendario politico offra una non trascurabile opportunità di sfilarsi tanto dal rendiconto della sua gestione quanto dallo scontro di potere con i suoi contestatori di maggioranza. Si tratta della nomina dei successori di Romano Prodi e di Mario Monti nella nuova Commissione di Bruxelles. Circola voce che il ministro non sarebbe contrario a prendere questa comoda via di fuga purché il suo incarico europeo fosse quello di commissario agli affari monetari. Condizione quest'ultima che renderebbe vana la sua disponibilità per l'ovvia ragione che i partner europei mai e poi mai potrebbero affidare un ruolo così delicato all'esponente di un paese che, quanto a conti pubblici, rappresenta tuttora la pietra dello scandalo nell'Unione. E che, proprio con Tremonti, non ha certo migliorato la sua fama. C'è, insomma, il serio rischio che il ministro si lasci scappare il treno che sta per passargli davanti. Ma sarebbe davvero un peccato perché, anche se finisse a occuparsi di caccia e pesca, un canonicato a Bruxelles solleverebbe lui dai guai incombenti sulla sua testa. E, dulcis in fundo, libererebbe noi tutti dall'incubo di un disastro finanziario.espressonline.it

Sfida all'ultimo voto con la «giunta del mattone» Nell'ex roccaforte rossa di Arezzo testa a testa fra la diessina Bettoni e il sindaco uscente polista Lucherini Gli sfidanti Da una parte l'imprenditore edile berlusconiano. Dall'altra sinistre unite nel sostenere la «liberal» diessina GIANNI BERETTA AREZZO Fra i ballottaggi del prossimo 26 e 27 giugno il più incerto si prospetta in Toscana per il comune di Arezzo, caduto a sorpresa per la prima volta in mano alla destra nelle elezioni del `99. Il primo turno è finito con un testa a testa mozzafiato fra la senatrice diessina Monica Bettoni (49,58%) e il sindaco uscente del Polo Luigi Lucherini (49,26%), che ha proiettato Forza Italia a primo partito in città col 24.4% (+6%) a spese di An (scesa al 13.7%). Bettoni, ex sottosegretario alla sanità con Rosy Bindi ministro, tenterà così di scalzare da palazzo Cavallo l'ultrasettantenne Lucherini, un distinto signore la cui gestione ha però evidenziato tutti gli ingredienti del più collaudato berlusconismo. A partire dal «conflitto d'interessi», visto che il sindaco della Cdl, ingegnere edile, era titolare dell'impresa di costruzioni Lucherini Consulting (ceduta formalmente ai figli durante il suo mandato) che si aggiudica normalmente gare d'appalto comunali. Si è assistito in 5 anni all'introduzione di varianti al piano regolatore per 800 mila metri cubi, quando quello stesso piano ne prevedeva un milione in 10 anni; mentre il nuovo piano strutturale annuncia una cementificazione per altri 3,5 milioni di metri cubi. Tanto che, in uno dei frequenti e furibondi litigi tra forzitalioti e An (mentre la Lega non esiste e l'Udc è stata esclusa dal governo della città) lo stesso esponente locale di An, Maurizio Bianconi, ebbe a definire quella di Lucherini «la giunta del mattone». Gli ultimi mesi il sindaco aretino li ha passati fra pose di prime pietre e tagli di nastri a uso e consumo di una politica di immagine personale cui hanno fatto da spalla i media locali. Poi ha riservato qualche piccola attenzione fiscale ai «ricchi» parificando l'Ici (dopo averla aumentata) fra prime e seconde case. La giunta polista ha speso così la liquidità ottenuta dalla svendita delle farmacie comunali, che erano in ampio attivo, e il cui fondo di riserva è stato disinvoltamente ripartito fra i nuovi soci privati. Ma non è riuscita ancora a privatizzare l'Aisa e il suo inceneritore di rifiuti. Mentre per il servizio dell'acqua ne ha criticato strumentalmente la cessione in tutta la provincia a una multinazionale francese ma pensando a una privatizzazione in proprio. Per il resto, come documenta un dossier del centrosinistra intitolato «Lo scialo», si è assistito a un turbinio di convenzioni e consulenze, assegnate a ben 300 professionisti esterni mortificando il ruolo degli 800 dipendenti comunali, cui Lucherini ha offerto un aumento di 5 euro mensili. Senza contare poi le assunzioni per chiamata di mogli e parenti di consiglieri comunali (vedi Aisa) e folli spese di rappresentanza, secondo «un arrogante uso proprietario delle istituzioni». Il tutto mentre la città, dopo la definitiva chiusura della Lebole, mostra un preoccupante declino economico. In questo contesto, memore delle divisioni del `99, l'opposizione ha ritrovato un'«unità programmatica». Monica Bettoni, in passato della mozione Morando ma che ha votato sempre contro la guerra in Iraq, è riuscita a mettere d'accordo tutti, anche il Prc, che ha inserito nelle sue liste per il 40% donne e per oltre la metà non iscritti (compresi giovani del social forum). Il che l'ha portata a un incoraggiante 7%, appena sotto la Margherita che invece si è sorprendentemente dimezzata rispetto alle politiche del 2001. A questo punto, l'incognita si riduce alle sorti di quell'1,1% ottenuto dal candidato a sindaco escluso, Giulio Arrigucci, ex assessore trombato della giunta Lucherini. Lo scontro è all'ultimo voto. Tanto più che gli stessi Ds (controllati dal correntone, e calati di 4 punti, al 24.1%, rispetto alle comunali precedenti) sono arrivati a queste consultazioni dopo un lacerante dibattito interno sulla candidatura Bettoni. In ogni caso, poiché la lista di centrosinistra (per effetto di una manciata di voti «disgiunti») ha già ottenuto il 50,4%, anche nella malaugurata ipotesi che Lucherini vincesse non potrebbe godere del premio di maggioranza e sarebbe costretto a governare con 20 consiglieri del centrodestra e 20 del centrosinistra. ilmanifesto.it

Un confronto televisivo tra Penati e Colli o lei lo eviterà come Berlusconi di Giuseppe Giulietti In Italia non c’e nessun broglio elettorale, ma un grande, continuato ed immenso broglio mediatico caratterizzato dall’irrisolto conflitto di interessi. Il finto urlo di Berlusconi sul presunto broglio elettorale altro non era che parte del solito broglio mediatico destinato a richiamare l’attenzione sui ballottaggi e, in modo particolare , sul confronto per la provincia di Milano tra Ombretta Colli e Filippo Penati. Non poche televisioni del polo unico Raiset, infatti, in numerose edizioni hanno dato spazio al finto sdegno di Berlusconi e a Ombretta Colli che sedeva al suo fianco. In realtà si trattava e si tratta di un broglio mediatico lungamente meditato e preparato. Altri ne seguiranno nelle prossime ore. Ancora ieri sera, nella edizione principale del Tg4, è andato in onda uno spot elettorale per Ombretta Colli, sotto forma di dialogo tra il direttore del Tg4 e il vicepresidente del Senato il leghista Calderoli. Di fronte a questo broglio mediatico continuato le Autorità di garanzia non possono far finta di non vedere. Spetta a loro, anche e soprattutto in queste ultime ore , prevedere spazi di risarcimento a favore del candidato del centro sinistra Penati. Per queste ragioni chiediamo, in modo formale, alla Rai e al fedele Cattaneo di organizzare per questa sera o al più tardi per domani sera un confronto tra il candidato del centro destra ed il candidato del centro sinistra. Berlusconi, attraverso il suo broglio mediatico, ha cercato di conferire al voto di Milano una valenza nazionale, a questo punto è necessario che i due candidati possano esporre in un pubblico contraddittorio le loro idee riguardo al governo della provincia di Milano. Accetterà Cattaneo di avanzare questa richiesta ai due candidati? Accetterà Ombretta Colli un civile confronto televisivo con il suo concorrente o, anche lei , imiterà il presidente del consiglio e preferirà il broglio mediatico al confronto reale tra i candidati? Questo l'esposto che Giuseppe Giulietti ha inviato all'Autorità Enzo Cheli Caro presidente, le chiederei di acquisire la registrazione del Tg4, edizione delle ore 19.00 di ieri, mercoledì 23 giugno. Nel corso del telegiornale il direttore Emilio Fede si è esibito in un duetto con l’esponente della lega Calderoli, dando luogo ad un vero e proprio spot a favore della candidata Ombretta Colli. Le chiederei di predisporre le opportune misure di risarcimento prima della definitiva chiusura della campagna elettorale. Le chiederei, inoltre, di sapere come intende comportarsi l’Autorità da Lei presieduta anche in relazione alle manifestazioni di disprezzo e di dileggio esibite in diretta televisiva dal direttore del Tg4, in relazione alle Vostre precedenti decisioni. Nella stessa occasione, e in altre occasioni, il dottor Fede si è anche esibito in aggressioni ed insulti di dubbio gusto nei confronti dei parlamentari che si sono permessi di presentare esposti nei suoi confronti. articolo21.com

Bordate di fischi accolgono il premier di Adele Cambria ROMA Un boato fatto di irreprimibili “bu-bu-bu-bu...” si è levato come un tempestoso muggito, invano contrastato da qualche applauso, nella Sala Santa Cecilia dell’Auditorium, mercoledì alle 21,15, quando Enrico Lucherini che conduceva la serata celebrativa dei 100 anni della Titanus, ha pronunciato, evidentemente fidando troppo nella propria disinvoltura mondana, quella frase improvvida:“E qui in sala ci sono due amici appassionati di cinema, il Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi e... ”Il resto della frase-“e Goffredo Lombardo…”- si è perso nell’infastidito sbuffare spontaneo (no,non era un complotto) di un pubblico ultraselezionato di invitati: quasi il Gotha del mondo del cinema e del teatro, arricchito dalla insolita presenza di due prelati, Monsignor Enrique Planes ed il Cardinal Poupard., ( Evocativa,questa, di anni remoti in cui non c’era celebrazione senza porpora, ma si poteva comunque sospirare “Non vogliamo morire democristiani”). I due porporati si sono ritrovati, non si sa quanto sorpresi, a sedere tra Goffredo e Guido Lombardo, padre e figlio della dinastia Titanus, ( collegata con la Medusa berlusconiana per la distribuzione), e “l’appassionato di cinema” citato da Lucherini. Dal canto suo, il Presidente del Consiglio così rumorosamente contestato non ha mosso un muscolo, se non quello- o quelli – che,specie negli ultimi tempi, gli proiettano in avanti la mascella sinistra, dandogli un look minaccioso e anche questo evocativo: ma di anni ancora più remoti, e più tristi. Accanto a lui un massiccio body guard, stringendo al petto una pesante e misteriosa cartella nera, lanciava in giro occhiate truci e vogliose,(quando lo sguardo gli cadeva per esempio su una Valeria Marini, di nuovo accompagnata da Vittorio Cecchi Gori). Dopo la proiezione del dvd “Un secolo di cinema e televisione”, realizzato brillantemente da Enrico Lucherini e dal giovane regista Nunzio Bertolami, selezionando immagini di quattrocento film e produzioni televisive della Titanus nell’arco di cent’anni, Silvio Berlusconi s’è trattenuto ancora nella hall dell’Auditorium, circondato dalla barriera delle sue guardie del corpo,che lasciavano filtrare soltanto fans attempati e di sicura fede-Gianni Letta osservava da lontano con discrezione-e qualche starlett a caccia di foto. Difficile stabilire quanti dei volti noti tra gli oltre mille invitati siano andati a rendergli omaggio. In sala c’erano, seduti l’uno accanto all’altra, Roberto D’Agostino e Barbara Palombelli. E Barbara si è mossa dal suo posto ed è andata a chiacchierare con i vicini di poltrona del Presidente del Consiglio. Ma se,come recita un vecchio adagio femminista, “Le brave bambine vanno in paradiso, quelle cattive vanno dappertutto”,anche le brave giornaliste vanno,anzi devono andare, dappertutto. Gran finale contestativo e forse ironico attorno a mezzanotte, quando, sempre circondato dai suoi custodi, il Presidente del Consiglio s’è avviato verso il corteo già rombante delle auto. (Nessuna Fiat in vista. Strano per un ex ministro degli Esteri ad interim che iniziò il suo tour nelle ambasciate italiane all’estero rampognando gli ambasciatori perché non promuovevano abbastanza, secondo lui, il made in Italy). Le grida di “Buffone”,”Pagliaccio”, “Vattene a casa”, questa volta arrivavano da ragazzi e ragazze del popolo della notte, richiamati da qualche misterioso tam-tam all’uscita dell’Auditorium: e resta da capire se fosse ironico o mistico il grido “Grazie di esistere!”(tipico linguaggio da “Beautiful”), lanciato con voce stentorea in direzione di Berlusconi da un uomo in giubbotto di jeans,con lunghi capelli grigi abboccolati. Il quale ha poi ammonito i ragazzi:”Tutto quello che vedete l’ha fatto con le sue mani!” “No,veramente -ha replicato una ragazzina –lo ha fatto Renzo Piano”. unita.it

Legge Cirami e controllo dei media: l'Europa contro Berlusconi MIGLIUCCI DARIO L'Assemblea parlamentare del Consiglio d'Europa ha ieri bocciato con forza l'Esecutivo italiano, bacchettato duramente sulla Legge Cirami e sul monopolio dei media del Capo del Governo Silvio Berlusconi. Strasburgo ha infatti approvato una risoluzione presentata dalla parlamentare liberale Sabine Leutheusser-Schnarrenberger, attraverso la quale viene denunciata la Legge Cirami varata nel novembre del 2002 dal Governo di centrodestra. "La legge sul legittimo sospetto rallenta indebitamente alcuni processi - si legge nel testo - favorisce la sfiducia sull'insieme della magistratura ed è contraria al principio di uguaglianza di fronte alla legge, favorendo solo i potenti". Una deliberazione che finisce inevitabilmente con il dare ragione ad opposizioni e società civile, che definirono subito la Cirami una "legge ad personam", studiata dalla Casa delle Libertà con l'intento di ostacolare e ritardare il processo milanese per corruzione in atti giudiziari nel quale era imputato anche il presidente del Consiglio. Il documento è passato con 18 voti favorevoli, undici contrari e due astensioni. Ma Strasburgo ha riservato una condanna ancora più dura contro l'impero mediatico del Cavaliere, definito senza troppi complimenti "un'anomalia politica che appanna l'immagine internazionale dell'Italia". Con 35 voti a favore, 33 contrari e quattro astensioni, l'Assemblea ha infatti licenziato anche una risoluzione dell'europarlamentare irlandese Paschal Mooney, nella quale viene espressa preoccupazione "per la concentrazione del potere politico, economico e mediatico nelle mani di una sola persona, il primo ministro Silvio Berlusconi". "Dato che Mediaset e RAI totalizzano circa il 90% dell'audience televisiva e più di tre quarti delle risorse pubblicitarie del settore - si legge nel testo - Berlusconi esercita un controllo senza precedenti sul medium più potente in Italia". Il Consiglio d'Europa ha quindi puntato il dito contro il Parlamento italiano, "che non è finora riuscito ad adottare leggi capaci di assicurare un vero pluralismo nei media". Non c'è riuscito quando c'era una maggioranza di centrosinistra, osserva l'Apce, e nemmeno ora che c'è una maggioranza di centrodestra, capace solo di varare una riforma (la Gasparri) che non ha risolto il Conflitto d'interessi. L'assemblea, "preoccupata dell'immagine negativa proiettata all'estero dall'Italia, che potrebbe influenzare le giovani democrazie", ha dunque invitato il Governo di Roma ad approvare al più presto delle norme che "mettano fine all'ingerenza politica, praticata da lunga data, nel lavoro dei media e che ne promuovano il pluralismo". La coalizione del premier ha incassato con amarezza l'esito del voto di Strasburgo, l'europarlamentare forzista Patrizia Paoletti Tangheroni si è detta "profondamente offesa". "L'Italia è un paese democratico nel quale sono garantiti pluralismo e libertà di espressione - ha dichiarato - la proposta di risoluzione e di raccomandazione del Consiglio d'Europa considera l'Italia un Paese nel quale vige un regime oppressivo". L'esponente azzurro si è consolata con il fatto che, mentre le risoluzioni (su Cirami e media) sono state approvate, le Raccomandazioni, che avrebbero rappresentato un problema ancora più serio per Silvio Berlusconi, non sono passate. In realtà i contrari sono stati solo 11 contro 33 (e un astenuto), la mancata approvazione si spiega solo con il fatto che per le raccomandazioni è necessaria una maggioranza dei due terzi dei presenti. centomovimenti.com

Così la Rai fa scomparire i risultati dei ballottaggi, la notte di domenica 27 in onda l’oscuramento del voto Il direttore d’orchestra aveva provato a drammatizzare il voto dei ballottaggi di sabato e domenica prossima, evocando nientemeno che lo spettro dei brogli. Ma, vista la mala parata elettorale che si prospetta, Silvio Berlusconi ha cambiato strategia: «Sopire, troncare. Troncare, sopire», diceva il Conte zio. Così è stato dato mandato al servizio d’ordine di viale Mazzini d’entrare in azione. Il direttore generale Flavio Cattaneo ha pertanto disposto che, nella notte di domenica 27, sia ridotto ai minimi termini – ai confini dell’invisibilità – lo spazio dedicato ai risultati della tornata elettorale che coinvolge quasi 12 milioni di elettori per eleggere 21 presidenti di provincia e 101 sindaci, di cui sei capoluogo. Il Tg3 aveva proposto una diretta, utilizzando i dati delle proiezioni che la Nexus, come da contratto con l’azienda radiotelevisiva pubblica, dovrà fornire. Ma non c’è stato nulla da fare. Il diktat del settimo piano di viale Mazzini concede alla testata giornalistica una finestra di 20 (dicasi venti) minuti, tra le 23.30 e le 23.50. Naturalmente, in sostituzione della rubrica Primo piano. «La Rai intende di fatto oscurare i risultati dei ballottaggi», denuncia il capogruppo della Margherita in commissione di vigilanza Paolo Gentiloni. E un turno elettorale che interessa milioni di cittadini «non troverà quasi nessuno spazio nei palinsesti del servizio pubblico, nonostante le richieste avanzate da alcuni telegiornali ». Si chiede Gentiloni: «Chi ha paura dei risultati di domenica prossima? Chi ha chiesto a viale Mazzini di non dargli spazio? E che fine ha fatto il lavoro di proiezione sui dati elettorali affidato al consorzio Nexus?». Indovinate.europaquotidiano.it

Un bagno di sangue Comincia con un bagno di sangue, come si temeva, l’ultima settimana prima del passaggio di consegne dall’Autorità provvisoria al nuovo governo di Iyad Allawi, che avverrà giovedì prossimo. La guerriglia irachena e i gruppi terroristici facenti capo ad Abu al Zarqawi, il braccio destro di Bin Laden, hanno messo a ferro e fuoco l’Iraq, con decine di attacchi simultanei in tutto il paese. La cronaca della giornata è un lungo stillicidio di morti e di distruzione. Alle 8 di mattina un gruppo di armati ha attaccato un posto di polizia a Baquba (60 km a nord-est di Baghdad) prendendo il controllo delle strade, e provocando almeno 20 morti, tra cui 2 soldati americani e 15 poliziotti iracheni, che probabilmente erano l’obiettivo designato. La reazione delle truppe Usa è stata violentissima: missili lanciati da aerei e guidati dal laser hanno distrutto numerose abitazioni. Due stazioni di polizia sono state attaccate anche a Ramadi, causando la morte di numerose persone tra poliziotti (almeno cinque) e civili. E ancora, una dietro l’altra sono esplose cinque autobomba a Mossul, tutte contro commissariati o uffici della polizia irachena. Almeno 80 morti e decine di feriti, sparatorie tra poliziotti e guerriglieri in tutta la città, e infine la decisione disperata del governatore della città di imporre il coprifuoco dalle otto di sera alle otto di mattina. Non poteva mancare Falluja, la città martire di questa guerra, che dalla prima mattina di ieri è teatro di violenti scontri tra i ribelli sunniti e le truppe Usa. Sono intervenuti cacciabombardieri ed elicotteri d’assalto americani, oltre agli autoblindo. Ed è l’inferno, con un lento e disperato esodo della popolazione dai quartieri sud della città, mentre dai minareti delle moschee si esorta i combattenti a cessare il fuoco, annunciando l’ennesima tregua tra i notabili locali e i comandanti dei marines. Infine a Baghdad un attentato suicida è costato la vita a quattro guardie nazionali, nei pressi di un posto di blocco. Un primo bilancio di quella che si candida ad essere una delle peggiori giornate di questa guerra infinita parla di almeno 100 morti, e 300 feriti. Il premier Allawi ha accusato Zarqawi di essere l’autore in particolare delle cinque autobomba di Mossul, attribuendo invece gli attacchi di Ramadi e Baquba ai miliziani baathisti. Il gruppo di Zarqawi, dal canto suo, ha rivendicato la paternità di tutti gli attentati, con un comunicato in cui si legge che gli uomini arruolati da Al Qaeda “hanno lanciato un vasto assalto in diversi governatorati del paese che comprende attacchi contro agenti di polizia apostati e spie, contro l'esercito iracheno insieme con i loro fratelli americani”. Probabilmente la realtà sta nel mezzo: il coordinamento delle operazioni è da ascrivere a Zarqawi, mentre i diversi attacchi sono stati condotti sia dai ribelli sunniti che dai miliziani di Al Qaeda. Ma ormai la galassia della “resistenza” irachena è un groviglio inestricabile, cementato dall’odio contro gli americani. E contro i nemici più temuti, cioè gli iracheni “collaborazionisti”, poliziotti, soldati, membri del governo di Baghdad, che costituiscono il chiaro, esplicito bersaglio degli attacchi di oggi. La Casa Bianca cerca di mettere toppe a una situazione insostenibile: ieri Bush, nell’ambito della sua campagna per il coinvolgimento della Nato, ha indotto il governo Allawi a chiedere ufficialmente aiuto all’Alleanza Atlantica, che per bocca del segretario generale Jaap Scheffer ha risposto favorevolmente, sostenendo che “non si può sbattere la porta in faccia al nuovo governo dell’Iraq”. Inoltre il Comando Usa ha chiesto all’esercito di prepararsi a inviare altri 25.000 uomini nel carnaio iracheno, e ha prolungato arbitrariamente l’immunità delle truppe Usa per altri sei mesi. Decisioni destinate inevitabilmente a rincrudire la resistenza irachena, e l’odio verso gli invasori. Mentre il governo iracheno, palesemente impotente e privo di qualsiasi autorità politica oltre che militare, continua a prodursi in roboanti dichiarazioni e in deliberazioni che hanno del grottesco. Come quella di dichiarare il 30 giugno, giorno del passaggio di poteri, festa nazionale. Visto come sta procedendo questa drammatica transizione, rischia di diventare una festa di sangue. [Paolo Giorgi] aprileonline.org

Scatta la caccia grossa alle radio private Attraverso la Mondadori ora Berlusconi punta all'acquisizione di Radio 101 e di almeno un altro network nazionale. Grazie alla legge Gasparri, che favorisce la concentrazione dei media nelle mani dei colossi editoriali, l'operazione sarà legittima. In pericolo le piccole emittenti GIOVANNI PILLO Quotidiani, riviste, tv, una concessionaria per la raccolta della pubblicità: la concentrazione dei media in mano al presidente del consiglio sembrava aver lasciato fuori solo la radio. Ci illudevamo. La notizia più calda dal mondo dell'etere racconta infatti di una manovra di Berlusconi che attraverso il suo gigante editoriale, la Mondadori, starebbe per annettersi anche Radio 101 e forse almeno un altro network privato. Ma perché proprio adesso tutto questo interesse per la radio? Una risposta la fornisce l'approvazione della legge Gasparri che, oltre a lanciare il digitale terrestre, regola il sistema radiotelevisivo nel nostro paese eliminando i divieti sulle partecipazioni tra editoria, televisione e radio. A sostenere il nuovo slancio verso le onde da parte di piccoli e grandi gruppi editoriali italiani (non solo Mondadori quindi) ci sono inoltre i dati diffusi al convengo di Audiradio lo scorso week-end che parlano di un mercato della pubblicità via etere in aumento del 15% rispetto allo scorso anno e di un rinnovato interesse da parte del pubblico verso il «vecchio» mezzo di comunicazione. Tutto questo ha creato enorme euforia verso il mondo dell'emittenza radiofonica che nel nostro paese era sempre rimasto in sordina rispetto agli enormi investimenti dirottati su televisione e carta stampata. Vediamo il caso del colosso Mondadori che punta verso Radio 101. L'annuncio è arrivato attraverso dichiarazioni alle agenzie stampa e al Sole24 di Piersilvio Berlusconi che parla di un interesse verso la radio ma di un ingresso «non immediato» in questo mercato. I rumors del mondo radiofonico danno invece imminente l'acquisto da parte di Mondadori, in cordata con Alberto Hazan (proprietario di Radio Montecarlo e Radio 105) del network nazionale Radio 101, che da tempo naviga in cattive acque a livello economico, o addirittura l'acquisizione da parte del gruppo di Segrate di una delle emittenti di Hazan. La notizia continua ogni giorno ad essere smentita e confermata dagli stessi attori in scena, ma resta il fatto che la legge e il mercato danno la possibilità a Mondadori/Mediaset di puntare le loro antenne verso la banda Fm. La stessa scelta è stata fatta tempo addietro dai più importanti gruppi editoriali italiani che oggi controllano la maggior parte delle radio nazionali del nostro paese. Il primo di questa classifica è il gruppo Espresso, proprietario del quotidiano la Repubblica e di decine di giornali locali, che con Radio Deejay (seconda radio più dopo Radio 1), Radio Capital e M2o racimola un ascolto complessivo di oltre 5,8 milioni di italiani e un bilancio in attivo. Segue il gruppo Rcs di via Solferino, proprietario del Corriere della Sera e della Gazzetta dello Sport, attivo anche nel settore broadcast mediante la gestione dell'emittente nazionale Radio Italia Network, la sindacation radiofonica Cnr (diffusa su oltre 30 emittenti locali) e l'agenzia di stampa Agr. In questi giorni si è fatta insistente la voce riguardante la trasformazione di Radio Italia Network in Radio Gazzetta, la famosa rete nazionale curata dalla testata giornalistica della Gazzetta dello Sport, che potrebbe stravolgere il mercato e rubare migliaia di ascoltatori a RadioUno. Chiude il gruppo dei grandi «editori» radiofonici il Sole24ore che gestisce con successo Radio24 che dalla sua nascita ha iniziato una costante crescita di ascoltatori. Oltre a questi gruppi storici dell'editoria italiana l'avvento della Gasparri ha permesso l'ingresso di nuovi nomi della carta stampata tra i proprietari di emittenti in banda Fm. L'ultimo caso è quello della cessione della maggioranza societaria dell'importante stazione ligure Radio Nostalgia al gruppo che controlla La Stampa e Publikompass. Il progetto è quello di costruire un network che coprirà l'area del Nord Ovest già raggiunta capillarmente dalle edizioni locali della Stampa. Secondo le indiscrezioni pubblicate da .Com anche il SecoloXIX sarebbe a caccia di un'emittente ligure da convertire in radio all-news. Il mercato è quindi florido e in movimento e grazie alla legislazione attuale sembra che a vincere sarà solo chi investe di più. Infatti gli unici sconfitti di questa nuova era della radiofonia italiana sono le emittenti locali e regionali. L'appello lanciato dal presidente di Aeranti Corallo (l'associazione che riunisce la maggior parte delle radio locali del nostro paese) mette in luce l'assoluto squilibrio delle scelte politiche del nostro paese, che sono nettamente a favore delle emittenti nazionali (pubbliche e private) e ignorano il settore locale. Il lavoro di emittenti comunitarie e di piccoli network regionali viene ogni giorno dimenticato e messo in crisi dalla difficoltà di reperire pubblicità (dirottata ormai quasi tutta sui network nazionali) e dalla continua acquisizione di nuove frequenze da parte dei network. In questo senso la proposta dell'associazione Conna Nuove Antenne, di aprire nuove radio locali nella banda delle onde medie (lasciata praticamente libera dalla Rai a metà maggio), darebbe una possibilità in più a questo tipo di emittenti. Dietro i numeri sbandierati al convegno di Audiradio e la rinascita commerciale di questo medium, rimangono invisibili le oltre 200 piccole stazioni che danno voce a comunità e realtà completamente dimenticate dai network nazionali e dalla stessa RadioRai. Purtroppo la legge Gasparri lascia il campo aperto a radio che saranno gestite dai grandi gruppi editoriali, veri e proprio portavoce di una lottizzazione politica e economica che già vediamo tutti i giorni in tv o sui quotidiani. ilmanifesto.it

Berlusconi ci é o ci fa? Offeso per le stupidaggini dette dal presdelcons - Povera Italia, da chi siamo governati! Cremona, 24 giugno 2004 Alle Redazioni in indirizzo Mi chiamo Giorgio De Micheli, di Cremona, ed ho svolto il ruolo di Rappresentante di Lista per i DS nel seggio n. 63 al quartiere Giuseppina di Cremona. Scrivo perché sono molto offeso per le cose dette dal presidente del consiglio in ordine al fantomatico 'esercito di contraffattori professionisti', incaricati di annullare i voti di Forza Italia. In questo caso Berlusconi o ci é o ci fa. Abbiamo sentito tutti, dalla sua viva voce in televisione, le vere e proprie stupidaggini che ha detto. Ora anche i suoi alleati lo trattano un po' come un matto. Ci sarà da aspettarsi qualche smentita o magari il solito 'sono stato frainteso!". Per quanto mi riguarda, vorrei chiamare a testimone il Presidente del Seggio 63, il segretario ed anche la stessa Rappresentante di Lista di Forza Italia del seggio, dalla quale ho ricevuto non solo i ringraziamenti, ma anche un pubblico attestato di correttezza. In quel seggio, infatti, c'erano ben quattro schede molto dubbie: per vari motivi gli scrutatori e lo stesso Presidente non erano certi se renderle valide o meno. Come sempre - e come tutti i Rappresentanti di Lista dei DS - il mio comportamento al riguardo é stato orientato da valori istituzionali e da quanto dice la legge, che suggerisce - in caso di dubbio - di cercare di interpretare sempre la volontà dell'elettore. Dunque, forzando anche un po' l'interpretazione, quelle quattro schede - anche, se non soprattutto, grazie al mio intervento - sono state assegnate come voti validi alla lista 'Forza Italia'. Ed ora devo sorbirmi quelle contumelie e quelle vere e proprie offese da chi, tra l'altro, ha la diretta responsabilità politica ed istituzionale della correttezza delle votazioni!! Inaudito! Inaccettabile! Sono cose che fanno cadere le braccia! Povera Italia, da chi siamo governati! Giorgio De Micheli - Cremona cittadiniperlulivo.com

A caccia di Bin-Laden per altri 30anni" di redazione Colonnello Usa, caccia a bin Laden anche per 30 anni Wasshington - 25 Giugno 2004 -- Il comandante delle forze speciali americane che conduce la caccia a Osama Bin Laden in Afghanistan ha detto oggi che si sentirà soddisfatto se il capo di Al Qaida trascorrerà i prossimi 30 anni in fuga con il timore di essere catturato. Il colonnello Walter Herd, che comanda un contingente di 4000 soldati provenienti da sette paesi, ha aggiunto che non è in grado di prevedere quando Bin Laden sarà preso, ma che ha già visto leader della guerriglia venir fuori dai loro nascondigli. «Potremmo trovarlo questo pomeriggio, fra un anno, o anche fra dieci anni», ha detto oggi Herd ai cronisti nel corso di una cerimonia in una base statunitense a nord di Kabul. «Quello che io penso - ha precisato - è che dobbiamo far sì che cambino le condizioni in modo tale che egli non sia più a lungo benvenuto in questo paese». E ha ribadito: «Dovessimo passare i prossimi 10, 20 o 30 anni sulle montagne dell'Afghanistan mentre lui è costretto a guardarsi le spalle, va bene «. Herd ha però concluso di non sapere se Bin Laden e il leader talibano Mullah Omar siano ancora in Afghanistan. (reporterassociati/redazione)

Bertinotti sceglie Vendola D'Erme non andrà in Europa I disobbedienti romani: "Siamo pronti a uscire da Prc" ROMA - Sarà Nichi Vendola il quinto europarlamentare eletto nelle file di Rifondazione comunista. Nessun seggio quindi per Nunzio D'Erme, consigliere comunale di Roma e terzo alla circoscrizione Centro Italia con 23mila preferenze. Dopo giorni di attesa e vivaci richieste da parte dei disobbedienti, che rivendicavano il quinto posto per il loro candidato, si annuncia la rottura tra il movimento e il partito di Bertinotti. Il rappresentante dei disobbedienti romani sarebbe andato a Strasburgo, per il gioco delle rinunce, se il leader di Rifondazione avesse optato per il Sud. Ma la comunicazione di Bertinotti -che opta per il collegio Sicilia-Sardegna- lo esclude dalla cinquina e fa scattare il seggio a Vendola, secondo nella circoscrizione Sud con circa 48mila preferenze. Ma, precisa in una nota la segreteria del Prc, "si è trattato di una scelta difficile e dolorosa in particolare per il grande apprezzamento suscitato in vaste aree di movimento". E, prosegue, in questa scelta "non c'è alcun elemento di rottura di questo percorso o di discriminazione nei confronti del compagno D'Erme, semplicemente la valutazione tra candidature che possiedono il medesimo grado di legittimità". Dopo la scelta di Bertinotti, che sarà ufficializzata domani, per Rifondazione vanno nel Parlamento europeo oltre al leader (isole), Vittorio Agnoletto (nord-ovest), Roberto Musacchio (nord-est), Luisa Morgantini (centro) e Vendola (sud). La settimana scorsa Nunzio D'Erme - diventato celebre per la protesta anti-Berlusconi con il letame messo davanti a Palazzo Grazioli - aveva dichiarato: "Ho vinto, a Strasburgo ci andrei, deve decidere il partito". Per lui molti appelli e assemblee. Non è bastato. Alla sede romana dei disobbedienti la reazione è drastica. "Ormai è rottura con Rifondazione comunista" è il commento di Andrea Alzetta, uno dei leader del movimento. "La scelta è stata fatta senza neppure consultarci" ha continuato, "a questo punto è matura la decisione di ritirarci dal gruppo comunale di Rifondazione comunista così come dai gruppi municipali. Una decisione che prenderemo al più presto, al massimo domani". www.repubblica.it

Quando la politica scende in campo Da Franco alle ultime Europee. Come dittatori, presidenti & euroscettici cercano in tutti i modi di strumentalizzare il mondo del pallone. Gli Europei di calcio di quest’anno hanno coinciso con un periodo d’intensa attività politica nell’Ue. Ma qual è il legame tra politica e calcio internazionale? Esiste il pericolo che bandiere e fede calcistica possano alimentare spaventose forme di nazionalismo e antieuropeismo? I primi Europei di calcio risalgono al 1960 e alla “Coppa europea delle Nazioni” di Henri Delauney. Il campionato non nacque sotto i migliori auspici. Solo quattro squadre si disputarono il primo trofeo e l’invito fu declinato da paesi con una forte tradizione calcistica, come la Germania dell’Ovest. Non mancarono “incidenti” di natura politica: il Generale Franco, ad esempio, si rifiutò di assistere alla semifinale Spagna-URSS. Ma non fu certo questo il primo episodio d’interferenza politica; in realtà tutta la storia del calcio è costellata da “incidenti” politici. Il calcio è uno sport mondiale, capace di coinvolgere le masse e dotato di un simbolismo chiaro: uno strumento ideale per veicolare l’ideologia politica. Calcio e fascismo Durante il periodo fascista, lo sport – e il calcio in particolare – ha rappresentato un esplicito e frequente mezzo di propaganda. I dittatori vi vedevano uno strumento per affermare la supremazia e il dominio nazionale. Mussolini approfittò del calcio e soprattutto dei Mondiali del 1934, che si disputarono in Italia, per dar lustro al suo regime. La legalità del campionato è ancora minacciata da alcune voci che accusano il Duce di aver corrotto l’arbitro in occasione della finale contro la Cecoslovacchia. La vittoria ai Mondiali riaccese il sentimento nazionale e rafforzò l’aura del regime. Anche Hitler considerò il calcio uno strumento importante per l’immagine della sua politica. Nel 1938 inviò la nazionale tedesca a giocare in Inghilterra, a Londra, e il comportamento sportivo dei giocatori suscitò molta simpatia in tutto il Regno Unito e, indirettamente, servì ad acquietare temporaneamente gli anglo-francesi. Questi sono due esempi famosi, ma non isolati. Infatti, la relazione tra calcio e politica ha radici profonde ed è stata sfruttata anche da personaggi come Péron e Gheddafi. Perfino oggi, figure politiche affermate non perdono occasione per fare allusioni calcistiche. Il riferimento di Blair al piede destro di Beckham e la proposta di Chirac di celebrare la vittoria della Francia con un giorno di festa, sono manovre politiche più sottili rispetto ai precedenti esempi, ma ingredienti necessari per il successo. I leader di oggi vengono spesso accusati di essere “lontani” dai cittadini e lo sport, il calcio in particolare, offre loro la possibilità di mostrare delle affinità con la gente comune. Europee: quel contropiede degli euroscettici Il binomio personaggi politici e sport potrebbe sembrare opportunistico ma, in genere, non rappresenta un pericolo. Purtroppo, il dibattito politico sul futuro dell’Europa che si è svolto nei mesi precedenti e durante gli Europei 2004 ha spinto alcuni partiti antieuropeistici a sfruttare il sentimento patriottico che accompagna la competizione per ottenere consensi intorno ad una più sinistra ideologia nazionalista. L’orgoglio per la Nazionale di calcio è stato utilizzato per mettere al primo posto la propria nazione, a discapito degli interessi europei. In Gran Bretagna, dove l’antieuropeismo è radicato, si è assistito ad un’ascesa relativamente rapida del UKIP (Partito per l’Indipendenza del Regno Unito) e in minor modo del BNP (Partito Nazionale Britannico), due partiti di stampo nazionalista. Sebbene alcuni sostengono che la vittoria delle destre è dovuta a questioni più importanti, come i diritti d’asilo o la paura del terrorismo dopo l’11 settembre, non bisogna sottovalutare l’orgoglio per la propria nazione che si sprigiona sul campo di calcio e che potrebbe essere sfruttato dai partiti politici e dalla stampa antieuropeista per infervorare un profondo senso di nazionalismo e di ambivalenza nei confronti degli altri Stati europei. Di conseguenza, i governi, preoccupati dell’opinione pubblica, potrebbero mostrare una certa reticenza verso ulteriori processi di integrazione europea. Questo scenario rappresenterebbe un enorme passo indietro in un momento in cui l’Europa cerca di ridisegnare la propria struttura e incamminarsi nel ventunesimo secolo. Un modello per l’Europa. Ma se c’è un messaggio politico dietro questi Europei di calcio, si tratta certamente di un sentimento europeista e non euroscettico. Come l’Ue, anche la manifestazione calcistica europea è nata da un timido tentativo iniziale e poi si è trasformata nel grande evento sportivo cominciato poche settimane fa. Ognuno ha la sua squadra del cuore, ma è anche capace di riconoscere i meriti altrui. Ogni nazionale ha il proprio modulo di gioco, ma gioca per celebrare una passione comune. Il team inglese è allenato da uno svedese, la Grecia da un tedesco e la maggior parte dei campioni gioca in un paese straniero. Gli Europei 2004 non sono solo una semplice competizione calcistica, ma un modello per quello che l’Europa dovrebbe diventare. cafebabel.com

Quattro mesi all'inferno Il racconto di un ex detenuto del carcere di Abu Grahib, il carcere della vergogna. L'esperienza l'ha segnato profondamente lasciando in lui ricordi che lo accompagneranno per tutta la vita. Sono tanti i giorni – ben quattro mesi ndr - passati da Saleh, 29 anni iracheno, nell’inferno di Abu Ghraib. Un periodo durissimo e lunghissimo dove per almeno 23 ore al giorno veniva torturato e umiliato dai soldati statunitensi. Lasciato nudo con mani e piedi legati alle sbarre della sua cella, costretto a subire abusi di ogni tipo perpetrati da uomini e donne dell’esercito più potente e organizzato del mondo. Dunque il carcere di Abu Grahib è sempre al centro delle polemiche. Tutti abbiamo ancora davanti agli occhi le immagini scandalose che ritraggono donne e uomini dell’esercito Usa che torturano ed umiliano gli iracheni detenuti. Secondo alcuni documenti resi noti dalla Casa Bianca i maltrattamenti nei confronti dei detenuti erano frequenti anche in altre carceri a conduzione Usa. Un caso su tutti: Guantanamo. A Guantanamo i reclusi venivano interrogati sotto la minaccia di cani molto aggressivi e questo tipo di pratica veniva esercitata con il benestare dell’amministrazione Bush. Lo stesso Rumsfeld autorizzò questo genere di procedure. Ma cosa ha combinato di tanto grave Saleh per meritarsi un trattamento così duro, fuori da ogni regola militare? Era uscito di casa con una grossa somma di denaro. Era stato fermato e arrestato. Senza accuse specifiche. Il denaro che aveva con sè serviva a comprare arredamento per la sua casa che di lì a poco sarebbe andato ad abitare con la moglie. Solo dopo alcuni giorni gli è giunta la comunicazione che era sopettato di finanziare la guerriglia irachena. La sua testimonianza è terrificante. La cosa che lo ossessiona maggiormente è un ricordo. Il ricordo delle urla di dolore di una ragazza, minorenne, che veniva stuprata dai militari Usa. Secondo il racconto di Saleh i soldati avrebbero abusato di lei in maniera vergognosa. “Le hanno strappato i vestiti. L’hanno violentata di fronte al padre il quale era legato a poca distanza. La ragazza ha iniziato a urlare. Non potrò mai dimenticare quelle urla. Io mi chiedo che razza di animale può fare una cosa del genere?”. Ma i ricordi di Saleh vanno molto oltre. La sua esperienza, quattro lunghissimi mesi in quello che è ormai conosciuto al mondo come il carcere delle torture, lo hanno visto protagonista di numerosi fatti. Accadimenti che lo hanno segnato profondamente, nel fisico e nella mente, per tutta la vita. Come quando la soldatessa statunitense Lynndie England gli ha urinato addosso in segno di disprezzo. Adesso il desiderio primario di Saleh è quello di fornire la sua testimonianza di fronte alla Corte Marziale. Costi quel che costi. “Entrerò nell’aula e mostrerò tutte le prove. Ad ogni costo”. Ma Saleh ha anche una speranza. Vorrebbe che a giudicare l’operato degli uomini e delle donne dell’esercito Usa sia anche una rappresentanza del popolo iracheno. Questo sarebbe anche il rimedio al tragico paradosso secondo cui a giudicare i reati commessi a danno degli iracheni siano le stesse forze di occupazione. Una situazione in cui il nemico ed il giudice sono la stessa persona. Al.Gra. www.peacereporter.net

"Terzani vegetariano" “Avete mai sentito le grida che vengono da un macello?” Bisognerebbe che ognuno le sentisse, quelle grida, prima di attaccare una bistecchina. In ogni cellula di quella carne c’è il terrore di quella violenza, il veleno di quella improvvisa paura dell’animale che muore. Tiziano Terzani 24 giugno 2004 <<… Una sera il vecchio miliardario volle che cenassi con lui e la sua famiglia e mi invitò in uno dei famosi ristoranti di Wellington Street, quelli coi maialini di latte arrostiti appesi all’ingresso a sgrondare il grasso e, esposte sulla strada come fossero acquari, le vasche di vetro con dentro, vivi, i migliori pesci, gamberi e aragoste ad aspettare che un cliente, passando, dica: “Quello!” e la bestia venga pescata e cotta secondo l’ordinazione. Non è vero, come sostengono alcuni, che sia stata la Bibbia col suo divino invito all’uomo a moltiplicarsi nel mondo su cui lui, solo lui, ha “il dominio” a creare la violenza carnivora della razza umana. I cinesi sono arrivati alla stessa violenza senza la Bibbia, e per millenni questa di cucinare con raffinata tortura ogni animale è stata parte della loro cultura, una parte fra l’altro che nessun regime e nessuna ideologia politica hanno mai osato sfidare. Guardavo quei bei pesci muoversi nell’acqua, guardavo i maialini appesi agli uncini e pensavo a come, a parte la miseria e la fame, l’uomo ha sempre trovato strane giustificazioni per la sua violenza carnivora nei confronti degli altri esseri viventi. Uno degli argomenti che vengono ancora oggi usati in Occidente per giustificare il massacro annuo di centinaia di milioni di polli, agnelli, maiali e bovi è che per vivere si ha bisogno di proteine. E gli elefanti? Da dove prendono le proteine gli elefanti? L’argomento con cui un amico cercò di convincere Gandhi ad abbandonare la tradizione ortodossamente vegetariana della sua famiglia fu dello stesso tipo. Gli disse che gli inglesi erano capaci con pochi uomini di dominare milioni di indiani perché mangiavano carne. Questo li rendeva forti. Il solo modo di combatterli era di diventare carnivori come loro. Una notte allora i due amici vanno in riva al fiume e per la prima volta Gandhi mangia un boccone di carne di capra, tradendo così la fede dei suoi genitori e della sua casta. Ma sta malissimo. Non digerisce e ogni volta che cerca di addormentarsi gli pare di sentire nello stomaco il belare della capra mangiata, come racconta nella sua autobiografia. In tutta la sua vita Gandhi non toccò più un pezzo di carne, neppure nei suoi anni da studente in Inghilterra dove tutti gli dicevano che senza carne non avrebbe potuto resistere al freddo. Io, per cultura, non mi ero mai chiesto se ero vegetariano o meno. A casa mia, da ragazzo, mangiar carne era normale, se potevamo permettercela. Succedeva di solito alla domenica. Quando Angela (sua moglie ndr) e io arrivammo in India nel 1994 eravamo ancora tutti e due carnivori e per un po’ continuammo a esserlo. Una volta alla settimana un musulmano si presentava alla porta di casa con una impeccabile valigia dalla quale tirava fuori dei pacchi sanguinolenti con filetti e bistecche di manzo. Poi un giorno Dieter, l’amico fotografo tedesco, indicandomi per strada un branco di vacche attorno a un deposito di spazzatura, intente a mangiare sacchetti di plastica, scatole di cartone e giornali, disse: “Ecco quel che mangi con la bella carne del tuo musulmano. E pensa al piombo di tutta quella carta stampata!” Aveva assolutamente ragione. Pur permettendosi di macellare le mucche che gli Indù ritengono sacre, il nostro musulmano non aveva certo uno speciale pascolo di erba fresca dove mandare le sue vittime e quel che ci portava erano pezzi delle malaticce mucche di strada alimentate di rifiuti. La molla a smettere fu quella. Poi, col passare del tempo, mi sono reso conto che, non considerandoli più come cibo, cominciavo a guardare gli animali diversamente da prima e a sentirli sempre di più come altri esseri viventi, in qualche modo parte della stessa vita che popola e fa il mondo. La sola vista di una bistecca ormai mi ripugna, l’odore di una che cuoce mi dà la nausea e l’idea che uno possa allevare delle bestie solo per assassinarle e mangiarsele mi ferisce. Il modo perfettamente “razionale” in cui noi uomini alleviamo gli animali per ucciderli, tagliando la coda ai maiali perché quelli dietro non la mordano a quelli davanti, e il becco ai polli perché, impazzendo nella loro impossibilità di muoversi, non attacchino il vicino, è un ottimo esempio della barbarie della ragione. Ma anche la verdura è vita ! mi sento dire dagli accaniti carnivori, sordi a ogni argomento, come se a cogliere un pomodoro si facesse soffrire la pianta come a strozzare un pollo, o come se si potesse ripiantare una coscia d’agnello nel modo in cui si ripianta il cavolo o l’insalata. Le verdure sono lì per essere mangiate. Gli animali no! Il cibo più naturale per l’uomo è quello prodotto dalla terra e dal sole. Il miliardario non arrivava. Io guardavo i maialini e chiedevo, tra me e me, a chi li avrebbe mangiati: “Avete mai sentito le grida che vengono da un macello?” Bisognerebbe che ognuno le sentisse, quelle grida, prima di attaccare una bistecchina. In ogni cellula di quella carne c’è il terrore di quella violenza, il veleno di quella improvvisa paura dell’animale che muore. Mia nonna era, come tutti, carnivora, se poteva, ma ricordo che diceva di non mangiare mai la carne appena macellata. Bisognava aspettare. Perché? Forse i vecchi come lei sapevano del male che fa mettersi in pancia l’agonia altrui. Perché quella che chiamiamo eufemisticamente “carne” sono in verità pezzi di cadaveri di animali morti, morti ammazzati. Perché fare del proprio stomaco un cimitero? Angela continua a mangiare carne, se le capita. Per me è impossibile. Ma non è più una questione di salute, di non ingurgitare il piombo dei giornali ruminati dalle vacche di strada. E’ un problema di morale. Ecco un piccolo, bel modo per fare qualcosa contro la violenza: decidere di non mangiare più altri esseri viventi…>> italy.peacelink.org

L’anniversario dimenticato del Guatemala di Arnold J. Oliver Nel giugno di 50 anni fa, gli Stati Uniti rovesciarono il governo legittimo e democraticamente eletto del Guatemala. Si trattò della prima azione segreta della CIA in America Latina che comportò l’ascesa di una serie di regimi militari e cambiò così il corso della storia. Da qualche tempo al telegiornale si sente spesso parlare di democrazia. Al G8 in Georgia uno degli argomenti principali del programma era la democratizzazione del Medio Oriente. La recente commemorazione dell’anniversario della liberazione e la scomparsa del presidente Reagan hanno risvegliato numerosi dibattiti sulla difesa e sulla diffusione della democrazia. In mezzo a tutte queste notizie è passato in un certo senso inosservato l’anniversario di un evento decisivo nella storia moderna della democrazia. Proprio 50 anni fa, infatti, nel giugno 1954, gli Stati Uniti rovesciarono il governo legittimo e democraticamente eletto del Guatemala. Si trattò della prima pesante azione segreta della CIA in America Latina, azione che comportò l’ascesa di una serie di regimi militari in tutta la regione e cambiò così il corso della storia. Quello del 1954 in Guatemala fu un vero e proprio crimine e poiché fu il governo degli Stati Uniti a commissionarlo, i cittadini americani sono tenuti a commemorarlo. Negli anni Quaranta, dopo essersi liberato dal regime dittatoriale, il Guatemala godette finalmente di elezioni democratiche che si conclusero nel 1950 con il 65% dei voti a favore di Jacobo Arbenz. Il compito del neopresidente era quello di modernizzare il paese. Si adoperò per garantire salari più alti e diritti ai lavoratori, investì maggiormente nelle infrastrutture e nell’istruzione e promosse una riforma agraria in linea con la politica antimonopolista dell’America Centrale, che mirava a suddividere i vasti appezzamenti di terra incolta in migliaia di fattorie a conduzione familiare. Il presidente stesso perse 1700 acri di terra a seguito di questo programma di riforma. Questa riforma incontrò tuttavia un grosso ostacolo nella United Fruit Company, una potente multinazionale proprietaria di più di mezzo milione di acri di terra in Guatemala che controllava non solo la rete telegrafica e ferroviaria del paese ma anche l’unico scalo marittimo sull’Atlantico. La multinazionale era in stretto rapporto con Washington poiché il Segretario di Stato John Foster Dulles e suo fratello Allen Dulles, direttore della CIA, avevano grossi vincoli finanziari nei confronti della United Fruit. Entrambi si opposero fermamente alla proposta di Arbenz di nazionalizzare e ridistribuire 390.000 acri di terra incolta di proprietà della multinazionale. La United Fruit diede grande impulso alle relazioni pubbliche e diffuse la notizia che il Guatemala fosse sotto il controllo dei comunisti. Riviste come il Reader’s Digest, il Saturday Evening Post e telegiornali come NBC News contribuirono a fomentare questo terrore rosso. La verità era che, nonostante il partito comunista in Guatemala fosse legale, non superò mai i 4.000 iscritti, in una nazione che contava quasi tre milioni di persone. Nella coalizione del governo Arbenz, solo 4 dei 52 deputati erano comunisti e nessuno di loro era membro del Gabinetto di Governo. “Operation Success”, era il nome dell’operazione con la quale la CIA, nel giugno 1954, destituì con la forza il governo Arbenz e installò il “liberatore” scelto Castillo Armas, il quale senza esitazioni, abrogò la riforma agraria, destituì i partiti politici, bandì la maggior parte dei sindacati e delle attività politiche della sinistra, assunse il responsabile dei servizi segreti della vecchia dittatura, censurò la stampa e bruciò molti libri. L’ambasciatore americano presentò al nuovo governo una lista di abitanti destinati ad essere assassinati immediatamente per mano della CIA. Per un breve periodo, i funzionari americani sembravano impegnati a migliorare il destino della popolazione. Durante la sua visita nel 1955 il vice presidente Richard Nixon dichiarò che il compito statunitense verso il nuovo regime era quello di riuscire “in due anni a fare di più per le persone di quanto i comunisti non sarebbero riusciti a fare in dieci.” Affermare che l’obiettivo di Nixon non fu raggiunto non sarebbe del tutto appropriato. D’altro canto, il Guatemala dovette attendere più di trent’anni prima di poter godere nuovamente di elezioni ragionevolmente democratiche. Il colpo della CIA sfociò in una notte di torture, repressioni e terrorismo statale che causò la morte di quasi 200 mila guatemaltechi. Tra le vittime ci furono suore, preti, insegnanti, studenti, sindacalisti, indigeni Maya e altre categorie etichettate come “sovversive”. Durante i decenni di repressione, i funzionari statali americani fomentavano il terrore con le armi, l’addestramento militare, le coperture diplomatiche e i servizi segreti. Nel 1999 la commissione per scoprire la verità inviata dalle Nazioni Unite scoprì che, negli anni Ottanta, il terrorismo statale era sfociato nel genocidio di intere comunità Maya, cancellate dalla faccia della terra con la complicità attiva dell’amministrazione Reagan. Nonostante nel 1998 il presidente Clinton porse le sue scuse alla popolazione del Guatemala per gli abusi di regime che il governo americano aveva segretamente coperto in passato, il retaggio del colpo inflitto dalla CIA e i decenni di violenze continuarono. Il rapporto 2004 di Amnesty International dichiara che “un livello tale di abuso dei diritti umani come quello perpetrato in Guatemala non si vedeva da molto tempo”. Le vittime oggi sono principalmente giornalisti, gente che si occupa di diritti umani e legali e contadini coinvolti in dispute agrarie. Gli adulti analfabeti costituiscono il 25%, la povertà dilaga e il Guatemala, oggi, è uno dei paesi che soffre maggiormente la disparità sociale. Washington sembra essere soddisfatta. N el 1954 il Guatemala costituì un precedente. I governi eletti in Brasile, Cile, Nicaragua furono destinati ad una sorte simile e altri, come Argentina e Uruguay, caddero indirettamente. Gli Stati Uniti continuano a condurre una politica cosiddetta "di vicinato" tutt’altro che buona. Anche di recente il governo Usa ha sconvolto o interferito ampiamente con i processi di democratizzazione ad Haiti, in Venezuela e in El Salvador. Ricordare cos’è successo in Guatemala è giusto ma non basta. I leader della sicurezza nazionale americana dovrebbero in realtà evitare di appoggiare formalmente la democrazia e di sconvolgerla poi nei fatti. Tanto per cominciare si dovrebbe smettere di applaudire i pezzi grossi di Washington che hanno mostrato cosi scarso rispetto per le istituzioni democratiche. Abbiamo bisogno di atti formali d’accusa, di vedere arresti e prigionieri; abbiamo bisogno di processi negli Stati Uniti ma, prima ancora, di processi davanti alla Corte Penale Internazionale. Questo è ciò che dobbiamo al Guatemala. Arnold J. Oliver, professore di scienze politiche a Heidelberg, college di Tiffin, nell’Ohio. Per contattarlo: soliver@heidelberg.edu Tradotto da Rossella Resi Fonte: http://www.commondreams.org/views04/0618-13.htm For Fair Use Only

SALARIO MINIMO: LA CAMERA ‘SALVA’ LULA Politics/Economy, Brief Con cento voti di scarto, la Camera dei deputati brasiliana ha respinto la proposta di legge del Senato sul salario minimo, rimettendo in gioco il progetto iniziale voluto dal Partito dei lavoratori (Pt) del presidente Luiz Inácio Lula da Silva. La Camera bassa ha detto ‘no’ all’innalzamento del salario minimo a 275 reais (88 dollari), dai 240 reais attuali (77 dollari), sostenendo invece il decreto di Lula che prevedeva un aumento limitato a 260 reais (circa 83 dollari) per evitare di far saltare i conti della previdenza. La proposta del governo tornerà ora al Senato per una seconda votazione, ultima tappa dell’iter legislativo, prima della promulgazione da parte del capo dello Stato. Dopo la batosta subita in Senato, determinata anche dai voti dello stesso Pt, Lula registra una nuova vittoria in un periodo in cui la sua popolarità è in netto calo. Se all’inizio del mandato, nel gennaio 2003, il primo ‘presidente-operaio’ della storia brasiliana godeva del favore del 70 per cento dei cittadini, in base a un sondaggio commissionato dalla ‘Confederação nacional do transporte’ (Cnt) e realizzato dall’istituto demoscopico ‘Sensus’ la settimana scorsa su un campione di 2.000 persone in tutto il Paese solo il 29,4 per cento degli elettori continua a sostenerlo. Un malcontento che si traduce in un giudizio su cui, secondo lo stesso sondaggio, concorderebbe il 60 per cento dei brasiliani: “Lula ha fatto meno di quanto avrebbe potuto fare” nella lotta alla corruzione, alla disoccupazione, alla povertà e alla fame. Senza parlare della riforma agraria o delle questioni indigene. È un fatto, tuttavia, che l’ex-sindacalista ha ereditato dal suo predecessore Fernando Henrique Cardoso un ‘colosso malato’: un Paese dalle enormi potenzialità economiche danneggiato da un’élite incapace di politiche efficaci ed eque, soprattutto dal punto di vista distributivo, dove la povertà e la fame colpiscono il 30 per cento dei 175 milioni di brasiliani. [FB] misna.it

Il Triciclo (3) Solimano E' ora di esaminare quale è l'atteggiamento degli esponenti del centrosinistra che criticano il Triciclo, il suo presente ed il suo futuro, ammesso e non concesso che esistano veramente, il presente ed il futuro del Triciclo. 1. Rifondazione comunista ha tutto sommato un atteggiamento chiaro: accetta che il Triciclo esista, ci attacca su la label di riformista, ed intravede ampie praterie per sé, alternativa e radicale. Buon pro le faccia, anche se Rosy Bindi ha fatto l'altro giorno una osservazione assai sensata: “Perché non cambiano nome, passando da Rifondazione Comunista a Sinistra Europea?” 2. Occhetto si godrà la pensione. Credo che Di Pietro sia stato l'ultimo ad offrirgli una scrittura. Esce di scena con un beau geste: il seggio in Europa lo lascia a Giulietto Chiesa. Peccato che Zulueta e Falomi, due ottime persone, abbiano aderito a questo progetto; sarebbe proprio il caso di recuperarli. Confido che Prodi e Veltroni provvedano. 3. Di Pietro continuerà a combinare guai, piccoli però. Potrebbe scrivere un libro titolato: “In politica non ci ho mai azzeccato”. I suoi stanno chiedendo assessorati a Bologna e da altre parti. Qualcuno bisognerà pur darglielo, ma come si fa a dare due assessorati ad un solo consigliere? 4. Diliberto continua a rompere: da Vespa ha sfottuto Fassino invece di prendersela con Bondi e La Russa. Marco Rizzo, strano a dirsi, ha fatto una cosa intelligente: ha scelto l'Europa… così non dovrà mettersi a cercare un collegio sicuro alle politiche, nel Mugello si erano stufati. Sono tutti pimpanti per aver preso il 2,qualcosa, ma non intravedo un grande futuro nel loro passato. La cosa sensata, che è quella di confluire in una eventuale Sinistra Europea, non la faranno. 5. Pecoraro… e chi lo tiene più Pecoraro, ora che ha sfiorato il 3%? Tornerà a sfiorare il 2%, e dentro lo sa. La strategia è una sola, con quelli come lui: limitare il danno. 6. Se i punti da 1 a 5 si mettessero d'accordo fra di loro sarebbe apprezzabile da tutti i punti di vista, ma è vano sperarlo, finché non ci sarà una soglia al 4 o 5% in tutti i tipi di elezione. 7. Poi ci sono le suocere: Folena, Salvi, Mussi su un versante, Bianco, Marini, Mancino, Mastella sull'altro. E' tutto uno scambio di amorosi sensi tra di loro, che sperano che Rutelli, nuora aspirante a suocera, continui col suo politicismo da risiko. In una intervista Giuliano Amato ha ammesso di aver sbagliato nelle sue dichiarazioni preelettorali (il Listone ha sbandato sull'Iraq…), e quindi è uscito momentaneamente dal clan delle suocere. Io però una penitenza gliela darei, ad Amato: distribuire per un intero pomeriggio volantini in Piazza San Babila a Milano. I volantini se li deve preparare lui da solo con il ciclostile. Nella quarta ed ultima puntata dirò la mia opinione su ciò che occorre fare da parte di chi alla lista Uniti per l'Ulivo ci ha creduto e continua a crederci: solo poco più di 10 milioni di persone, appena il 31,1 % degli elettori. Quattro gatti, insomma. ulivoselvatico.org

Minacce fasciste a Cofferati nel primo giorno da sindaco di Gianni Cipriani, Gigi Marcucci BOLOGNA Da ieri Sergio Cofferati è ufficialmente sindaco di Bologna. L’insediamento a Palazzo d’Accursio è avvenuto nel primo pomeriggio, ma è stato coronato da un piccolo giallo e da un messaggio intimidatorio su cui ora indagherà la Digos. Cofferati è arrivato a piedi ed è stato acclamato da alcune centinaia di bolognesi che l’attendevano davanti all’entrata principale di palazzo D’Accursio. Prima di entrare in Comune è però passato da piazza Galilei, in Questura, accompagnato dall’avvocato Giuseppe Giampaolo. In mano aveva una busta gialla di quelle imbottite, con il timbro posta prioritaria. All’uscita non l’aveva più. «Sono stato a modellare il regime di scorta sulle esigenze delle funzioni che ricopro, in modi che non vi posso dire per motivi che potete facilmente capire», ha detto ai cronisti. Alla domanda se smentisse voci inistenti circa minacce ricevute in mattinata, Cofferati ha risposto ermeticamente: «Le deduzioni sono le vostre, capisco che il vostro è un lavoro complicato e difficile, non sono io a doverlo semplificare». Le minacce comunque c’erano, e solo dopo molte insistenze ambienti vicino al sindaco hanno spiegato che non vengono sopravvalutate: non c’è preoccupazione, ma la prudenza impone di collaborare con le forze dell’ordine. Per questo ieri pomeriggio Cofferati è andato in Questura per consegnare la strana busta ricevuta in mattinata, forse la stessa che aveva tra le mani quando ha attraversato piazza Galileo Galilei. All’interno c’era una polverina e una lettera con frasi offensive e minacce firmate da un fantomatico «gruppo anticomunista Marco Biagi», con esplicito riferimento algiuslavorista assassinato a Bologna il 19 marzo 2002. La stessa fima, durante la campagna elettorale, era apparsa in calce a una lettera minatoria recapitata a un commerciante del centro che aveva manifestato attenzione e simpatia per Cofferati. «Attento che il legno brucia», avvertiva la lettera, riferendosi evidentemente a oggetti che il commerciante custodisce in negozio. Informato dell’accaduto, il procuratore Enrico Di Nicola ha detto che farà le sue valutazioni solo quando riceverà un rapporto della polizia, affermazione da cui si deduce che al momento non viene attribuita molta importanza al doppio messaggio minatorio. A spingere Cofferati a non sottovalutare il segnale potrebbe essere stati due fatti che hanno caratterizzato l’ultima fase della campagna elettorale: il nome di Marco Biagi era già comparso nelle dichiarazioni del presidente emerito Francesco Cossiga, che aveva indicato nell’ex segretario della Cgil il mandante morale dell’agguato brigatista. A questo si aggiunga che la bomba esplosa l’8 giugno durante il comizio del presidente di An Gianfranco Fini, subito attribuita a gruppi anarco insurrezionalisti, non è ancora stata rivendicata, cosa che rende la sua paternità quantomeno incerta. «Il nome di Marco Biagi non può essere strumentalizzato da un sedicente movimento per lanciare minacce nei confronti della persona che i bolognesi hanno voluto eleggere a loro sindaco», hanno dichiarato ieri Assandra Servidori e Giuliano Cazzola, amici di Marco Biagi. «Marco era un sincero democratico, aperto al dialogo e al confronto - hanno aggiunto - . Non era suo stile alzare la voce e minacciare il suo prossimo. È giusto e doveroso ricordarlo per queste sue caratteristiche. Siamo solidali con Sergio Cofferati». unita.it


giugno 24 2004

CARO PRETE TI SCRIVO, COSI' MI VOTI UN PO' Nella bianchissima e ormai ex-celodurista Bergamo, qualche aspirante consigliere comunale azzurro non lascia nulla di intentato per raccattare voti. Così tale Claudio Pelis prende carta e penna e invia una letterina a tutti i sacerdoti cittadini. "Sono cattolico, sono il fratello di don Tullio Pellis, che con Padre Angelo, Padre Fausto, Suor Giovanna ed Elvira costituiscono la meravigliosa famiglia in cui sono cresciuto". Nemmeno don Camillo era arrivato a tanto. ECCO IL TESTO DELLA LETTERA Stimato Reverendo, pur nell’imbarazzo di “contribuire” all’eccesso di corrispondenza da cui tutti siamo assaliti in questi giorni di campagna elettorale, sento il dovere di rivolgermi ad amici, parenti e conoscenti per segnalare la mia presenza, il 12 e 13 giugno prossimi, tra i candidati di Forza Italia al Consiglio Comunale di Bergamo. Affido al depliant allegato una più particolareggiata descrizione dell’attività, pubblica e professionale, da me svolta in varie situazioni e ambienti: presentare il proprio curriculum vitae è sempre un poco sgradevole, ma utile a descrivere con quale bagaglio di esperienze personali, politiche e amministrative un candidato chiede il consenso dell’elettorato. Così come mi è disagevole, ma opportuno per meglio configurarle la mia immagine e storia personale, informarla che sono il fratello di don Tullio Pelis, che con Padre Angelo, Padre Fausto, Suor Giovanna ed Elvira costituiscono la meravigliosa famiglia in cui sono cresciuto: sono molto imbarazzato (soprattutto con i miei stessi (!) sorelle e fratelli, per la sgradevole sensazione di strumentalizzare una situazione che il Cielo mi ha regalato (senza alcun merito!), ma ogni persona è una storia e questa è quella con la quale ho sempre testimoniato la mia partecipazione alla vita pubblica. Le ricordo soltanto quando, come Assessore alla Pubblica Istruzione del Comune di Bergamo, affrontai “epiche” battaglie a fianco della Chiesa bergamasca e spuntai il primo Piano di diritto allo Studio davvero paritario (tant’è che, a esempio, le convenzioni con le Scuole Materne cattoliche passarono da quattro a ventidue!!). Poi le cose sono oggettivamente peggiorate… ed eccomi pronto ad altre battaglie! Bergamo sa sempre è considerata Città a misura d’uomo e la sua Amministrazione si è distinta in Italia e in Europa per capacità e correttezza: non è mai stata questione di schieramenti partitici, ma di felice scelta delle persone. A differenza di altri appuntamenti elettorali, quello amministrativo consente infatti una scelta più rivolta alla persona, che non ai partiti: sarò quindi lieto di incontrare chiunque voglia approfondire la mia conoscenza e, soprattutto, la mia proposta di impegno per riprodurre il primato della politica come cultura del confronto e proposta di servizio e, in particolare, per offrire nuovamente alla nostra Città il contributo delle mie esperienze, specialmente nei settori della Scuola, della Cultura e dei Servizi alla Persona e alla Famiglia. Con viva cordialità, porgo cari saluti e… auguri di buon voto! Claudio Pelis PS= il candidato Pelis (FI) al primo turno ha raccolto 129 voti. www.barsauro.blogspot.com

Consiglio d'Europa, governo italiano abroghi la legge Cirami L'Assemblea parlamentare del Consiglio d'Europa ha richiesto oggi al governo italiano l'abrogazione della legge sul legittimo sospetto, conosciuta anche come legge Cirami. Il provvedimento ha introdotto, nel 2002, nel Codice di procedura penale italiano la nozione di legittimo sospetto tra i motivi che possono essere invocati per rinviare un caso da una giurisdizione a un'altra. L'Assemblea di Strasburgo considera che la legge Cirami "rallenta indebitamente alcuni processi, favorisce la sfiducia sull'insieme della magistratura ed è contraria al principio di uguaglianza di fronte alla legge".

PUNTI DI SCONTRO Il leader di An: la scadenza è il 5 luglio. Berlusconi: da pazzi parlare di crisi alla vigilia dei ballottaggi Ma il premier minaccia le urne "E se si perde sarà colpa tua" CLAUDIO TITO da Repubblica - 24 giugno 2004 ROMA - «Per noi a questo punto c´è una scadenza: è il 5 luglio. O il Dpef verrà approvato entro quella data concordando tutto punto per punto, oppure io esco dal governo e insieme a me tutti i ministri di An». «È da pazzi parlare di crisi a pochi giorni dal ballottaggio. Eppoi ricordati che se tu esci, non si apre la crisi e non nasce un nuovo governo. Ci sono le elezioni e se poi vince la sinistra, la colpa sarà solo tua». Eccoli di nuovo uno davanti all´altro Gianfranco Fini e Silvio Berlusconi. Eccoli a darsele di santa ragione a 24 ore dal battibecco al fulmicotone di martedì pomeriggio a Palazzo Chigi. La sede dell´ennesimo faccia a faccia, però, è cambiata: Palazzo Grazioli. E a fare da arbitro c´era il solo Gianni Letta. Tra i due, insomma, le prime battute del colloquio sono state di fatto la seconda puntata di quel che era accaduto il giorno prima. Certo, una piccola "apertura", almeno sul metodo, il premier stavolta l´ha concessa: «il dpef verrà scritto collegialmente». Un´apertura sufficiente a far riprendere fiato dentro Alleanza nazionale e a far tirare un sospiro di sollievo al Cavaliere. A far riprendere insomma il dialogo. Ma nel "merito" le distanze sono rimaste inalterate. A cominciare dalla riforma fiscale fino ad arrivare allo «spacchettamento» delle deleghe economiche. Anzi, proprio a proposito del ruolo del ministro Tremonti, il capo di An ha forse dovuto registrare il "no" più deciso. «Ne parlerò con Giulio», ha promesso. Ma Giulio già ieri aveva fatto conoscere la sua opinione: «io non voglio essere penalizzato sul piano dell´immagine. Non possono pensare che debba essere io a pagare errori non miei. Insomma non sono disposto ad accettare una diminutio». La riunione a Via del Plebiscito organizzata da Letta, che ieri mattina è volato proprio con il vicepremier alla festa della Guardia di Finanza a Gaeta, non era quindi partita sotto i migliori auspici. «Il Dpef - ha ripetuto Fini - deve essere scritto tutti insieme, poi si va in consiglio di gabinetto e poi alla fine può essere portato in consiglio dei ministri. Per noi se ne occuperà Alemanno». «Se si completerà questo percorso - ha rincarato la dose - allora si potrà parlare del rimpasto. Sarà un passaggio eventuale e successivo». La disponibilità a scrivere collegialmente il Documento, però, è cosa diversa da cosa inserire al suo interno. La richiesta di An di eliminare l´Irap rilanciata con la sponda del presidente della Confindustria Montezemolo, trova il premier piuttosto perplesso. «L´unico punto fermo - va ripetendo - è il taglio dell´irpef. Su quello non mollo». Una posizione che mal si concilia con l´abolizione dell´irap. Per stemperare il gelo, il Cavaliere ha anche tentato di spostare l´attenzione sui ballottaggi di domenica illustrando un sondaggio che da perdente la Colli a Milano. Poi ha messo sul tavolo ministeri di peso come la Difesa, gli Esteri e le Attività produttive. Subito dopo ha anche usato toni duri. «Mi sono stancato di questo tira e molla. Sembra che vogliate perdere anche le regionali. O - è il suo sospetto - forse qualcuno vuole solo far perdere me». Avances e critiche respinte. «Forse non hai capito - è stata la replica di Fini - che il problema è l´Economia. E il sondaggio su Milano ne è la dimostrazione: serve una redistribuzione delle deleghe economiche». «Ma è l´Ue che ci impedisce di smembrare quel dicastero, poi c´è la riforma Bassanini. E tra l´altro - ha ricordato il Cavaliere - sono io che coordino la politica dell´esecutivo». «Tutte scuse» ha ribattuto Fini. Ad inizio legislatura «abbiamo fatto una legge per creare i ministeri delle Comunicazioni e della Sanità, quindi... eppoi le deleghe le puoi anche prendere tu. L´importante è la collegialità, non può essere Tremonti a decidere da solo». Su questo punto, l´inquilino di Palazzo Chigi ha concesso ben poco. Solo un «ne parlerò con Giulio». Berlusconi ora può prendere tempo fino al 5 luglio. Con una convinzione manifestata anche ieri ai suoi: «alla fine Gianfranco si accontenta. Senza di me dove vanno? In più sa benissimo che se apre la crisi, io non darò mai il via libera ad un governo istituzionale. Ad un governo Pera...». -------------------------------------------------------------------------------- Ds Milano - Rassegna stampa

L’EFFETTO LOMBARDO di MAURO CERUTI dal Corriere - 24 giugno 2004 Il voto lombardo può fare da «ago della bilancia» del sistema politico italiano. Le attuali elezioni confermano una netta ripartizione geografica tra i poli. Il centrosinistra ha la sua area forte nella penisola a Sud del Po; il centrodestra nella fascia a Nord del Po insieme alla Sicilia. Per vincere, le due parti mirano a mantenere il predominio nelle rispettive aree forti e a spostare gli equilibri nelle rispettive aree deboli. Nel 2001 il centrodestra ha dominato nelle proprie aree forti e ha raccolto buoni risultati anche altrove. Ma oggi è il centrosinistra ad avere una maggiore tenuta nelle proprie aree forti e una buona crescita nelle proprie aree deboli. Indicativi sono i risultati elettorali della Lombardia: a Bergamo, a Milano città, nei Comuni della cintura milanese. La stessa scommessa di Berlusconi è messa in gioco. Essa mirava a integrare destre molto diverse. La prima è una destra liberista e antipolitica, attratta dallo slogan «meno Stato, più mercato», dalla possibilità di una modernizzazione antiburocratica con pochi vincoli pubblici. La seconda è una destra continuista, che privilegia l'integrità nazionale, vuole operare in accordo con le forme istituzionali e non considera negativamente la Prima Repubblica. La terza è una destra localista che si sente a un tempo coinvolta e minacciata dalla globalizzazione e reagisce accentuando le differenze fra «noi» e gli «altri». La scommessa dava per scontato che nel centrodestra Forza Italia fosse l'elemento centrale. E invece le tre destre sono restate separate, e si sono approfondite le divergenze tra le formazioni politiche. An e Udc sono la destra continuista e istituzionale, mentre la Lega accentua i caratteri localisti e antieuropeisti. La Lega è confinata a Nord del Po, non sfonda nei grandi centri, prevale in zone suburbane o di urbanizzazione diffusa. An e Udc sono invece radicate nelle zone centrali, meridionali e insulari, dove ha luogo un notevole riequilibrio con Forza Italia. Il partito di Berlusconi resta diffuso per tutto il territorio nazionale. Ma ora, in molti luoghi, deve fare i conti con partner che elettoralmente sono quasi sullo stesso piano. Nel frattempo il conflitto fra destra istituzionale e destra localista si approfondisce. È difficile che la politica delle concessioni episodiche possa tacitare alleati che si comportano come opposizioni interne. Berlusconi è certo riuscito a ottenere l'appoggio della Lega per quasi tutti i 15 ballottaggi delle elezioni provinciali nelle Regioni settentrionali. Ma in molti casi è un appoggio solo formale, e addirittura è risultato impossibile nell'importante provincia di Bergamo. Le tre destre stanno seguendo strategie divergenti, e in presenza di queste divisioni il risultato di gran parte dei ballottaggi lombardi - come il confronto fra Colli e Penati alla Provincia di Milano e quello fra Veneziani e Bruni al Comune di Bergamo - permane assai incerto. Il risultato del voto lombardo ha davvero un forte significato per gli equilibri politici nazionali. di MAURO CERUTI -------------------------------------------------------------------------------- Ds Milano - Rassegna stampa

Governo sull'orlo della crisi di Natalia Lombardo Il governo è sull’orlo della crisi, una mina tamponata a malapena soltanto per far passare «a ‘nottata» del week end elettorale. Non si tratta più neppure di «rimpasti», la posta in gioco è il governo stesso. E la vera resa dei conti tra Alleanza Nazionale e il premier viaggia nella strettoia fra lunedì, risultati dei ballottaggi alla mano, e il 5 luglio. Quel giorno, di fronte all’Econfin l’Italia dovrà dimostrare di non sforare il tetto del 3% del Pil, punto sul quale si divide la rotta economica del governo tra An e Tremonti. Non un passo avanti è stato fatto nell’incontro di mercoledì tra Gianfranco Fini e Silvio Berlusconi, dopo il feroce scontro avvenuto fra i due martedì pomeriggio al Consiglio dei Ministri. Lì il vicepremier si è alzato dal tavolo seguito dai ministri di An, minacciando le dimissioni dal governo. Un «governo che non c’è più», avrebbe detto. Se ne stava per andare, se non fosse stato per Gianni Letta che gli è corso dietro lo ha convinto a restare. Sullo scontro, innescato dall’ennesimo atto in solitaria di Tremonti (l’aver messo sul tavolo di Palazzo Chigi il decreto «ponte» per l’Alitalia senza averlo discusso prima), mercoledì anche i «colonnelli» di An hanno cercato di minimizzare, ma facendo capire che il problema esiste eccome ed è tutto con il premier, infastidito dalle richieste di An. Mercoledì alle due del pomeriggio Fini è andato a Palazzo Grazioli. Novanta minuti di faccia a faccia (più una terza, quella di Gianni Letta), tanto quanto una partita. Persa anche quella uno a zero, a giudicare dalla faccia scura con la quale il vicepremier ha lasciato Via del Plebiscito, per andare a chiudersi nel suo ufficio a Palazzo Chigi da solo, mentre Berlusconi incontrava a casa sua il forzista Maurizio Sacconi, sottosegretario al Welfare e poi il ministro dell’Interno Pisanu, in imbarazzo sul polverone dei brogli alzato dallo stesso presidente del Consiglio. Gianfranco Fini si è presentato con toni «ultimativi», raccontano da Via della Scrofa, perché «qui non si tratta più di rimpasti ma di crisi». Ha ripetuto per l’ennesima volta le richieste di An, in pratica la stessa «correzione di rotta» nella politica economica che chiede anche l’Udc (che ora però mantiene un distacco prudente, con Follini che lavora sui tempi lunghi): un Dpef non presentato a scatola chiusa da Tremonti, ma scritto insieme e che passi prima per il (mai riunito) Consiglio di Gabinetto; una «manovra economica da studiare in collegialità». Niente tagli alle tasse a partire dai redditi alti, come vuole ancora Berlusconi, priorità sulla «riduzione dell’Irap» anziché dell’Irpef. Tant’è che il portavoce di An, Mario Landolfi, e il ministro Alemanno, accolgono con entusiasmo la stessa proposta «già fatta da An e ora raccolta dal presidente di Confindustria, Montezemolo. Nel mirino di Fini c’è sempre l’eccessivo potere di Tremonti, il cui superministero andrebbe «scorporato», come ha detto Francesco Pontone, presidente della Commisione Industria, magari creandone uno per il Mezzogiorno, garnde bacino elettorale di An. Che Tremonti vada via è «escluso», ne sono convinti anche a Via della Scrofa, ma è altrettanto «escluso che non accada nulla». Le soluzioni viaggiano fra questi due poli. Anche questa volta Fini ha ricevuto da Berlusconi le solite garanzie a «recepire» le richieste, «vedrai che tutto si risolve», parliamone dopo i ballottaggi, non si può arrivare a una rottura perché «siamo tutti nella stessa barca». Fini è uscito poco convinto: «Non è possibile fare un percorso politico comune» avrebbe commentato con i suoi. Certo non può tornare indietro, pena la sua credibilità, così all’ennesima porta in faccia potrebbe lasciare davvero il governo, seguito da tutta la squadra di An. Una soluzione estrema che non si chiama neppure «appoggio esterno», ma solo «crisi». Per ora siamo alla tregua (armata) per non mandare a monte i già rischiosi ballottaggi. Sembra una presa in giro l’annuncio fatto da Ignazio La Russa a Padova: «Mi è arrivato un messaggino e parla di “comprensione”» nel confronto a due. Nessun rischio dimissioni ma «An non sta nel governo tanto per starci, ma per realizzare delle cose». Da Forza Italia minimizzano, tutto andrà a posto... Il centrosinistra no: «La maggioranza è in uno stato di crisi, la definizione giusta è quella di Fini: 2Il governo non c’è”», afferma Vannino Chiti, coordinatore della segreteria Ds, «una crisi virtuale che non diventa reale solo perché, malgrado le divergenze, li tiene uniti il potere». Secondo Peppino Caldarola, deputato Ds, «Fini e Follini si sono resi conto che Berlusconi li porta alla rovina»; e il punto di svolta saranno i ballottaggi: se a Milano vincerà la Colli si protrarrà una «perdurante instabilità. se la Colli perde, avremo un'accelerazione della crisi». Lapidario Franceschini, della Margherita: «Non ne possono più di Berlusconi», ma «temo che tutto finirà a tarallucci e vino», perché una crisi «porterebbe alle elezioni». Per il verde Pecoraro Scanio «sono alla frutta, la crisi ormai è inevitabile, ci facciano votare. Biblico Pagliarulo, Pdci: «Berlusconi e Fini? Sono come Caino e Abele». unita.it

Brogli elettorali. Non è impossibile INTERVISTA A RITA GUMA Centomovimenti News, a seguito delle dichiarazioni del presidente del Consiglio riguardo ai brogli elettorali, e dopo le reazioni dell'opposizione, ha ritenuto di porre alcune domande sulla questione al presidente dell'Osservatorio sulla legalità onlus, Rita Guma. Dott.ssa Guma, il premier accusa l'opposizione di aver truccato gli esiti elettorali annullando schede valide. E' possibile che si siano avuti brogli? In teoria vi sarebbero due modi per incidere sugli esiti elettorali, anche in un Paese ad elezioni democratiche ed anche senza gomme per cancellare. Uno illegale, e l'altro... legale, se così si può dire. I fatti "illegali" , veri e propri brogli, possono avvenire con la sostituzione delle schede elettorali con altre già votate, o aggiungendo artatamente schede (e quindi elettori) in più, ritoccando le schede esistenti (le cancellature o altri segni causano l'annullamento) o truccando i totali o infine - con il voto elettronico - modificando i numeri. Le azioni "legali" possono consistere nell'annullamento di schede per ogni minima causa. La legge, infatti, prevede che siano considerate valide schede ad un primo impatto nulle. Ad esempio una scheda con la croce su un simbolo ed il nome del candidato di un'altra lista a fianco non è da considerarsi nulla, ma vale la preferenza di lista. Vi sono poi simboli molto scuri, sui quali non si vede una croce troppo piccola. Queste schede possono essere considerate valide, se qualcuno fa rilevare il problema. Quindi è possibile alterare l'esito del voto annullando le schede "legalmente"? Nell'annullamento delle schede il limite è quello stabilito dagli articoli 64 e 69 del D.P.R. n. 570/60, tesi a garantire il rispetto della volontà espressa dal corpo elettorale e di assicurare la possibilità di effettuare le loro scelte a tutti gli elettori, anche a coloro che non siano in grado di apprendere appieno e di osservare alla lettera le istruzioni per le espressioni del voto. Si tratta quindi di applicare il buon senso, guidati da un principio etico e non da altre considerazioni. Ovviamente se un criterio restrittivo e finanche selettivo viene applicato solo in alcune sezioni non cambia molto a livello nazionale, ma se viene applicato quasi ovunque allora l'incidenza potrebbe essere anche significativa. Ma la correttezza dell'annullamento e delle altre operazioni non è controllata dai presidenti dei seggi? E, dato che i presidenti vengono nominati dai presidenti delle Corti d'appello, non dovrebbero essere al di sopra di ogni sospetto? I presidenti di seggio sono iscritti in appositi albi presso le Corti d'Appello, è vero, ma vi vengono inseriti su richiesta, quindi chiunque goda dei diritti politici, in possesso del titolo di studio non inferiore al diploma di secondo grado, e non abbia precedenti può fare domanda e quindi essere selezionato. E' immaginabile supporre che al tour de force dei seggi (da molti considerato una seccatura) possano voler partecipare solo tre categorie di persone: chi ha un senso civico molto alto, chi vede come appetibile il compenso dato per il disturbo e chi ha interesse a manipolare i dati. Lo stesso vale per gli scrutatori, iscritti in appositi elenchi, anche qui su richiesta. Inoltre anche i presidenti e gli scrutatori più ligi sono soggetti alle pressioni dei rappresentanti di lista, che hanno un peso non indifferente per contestare le schede. Su questo allora avrebbe ragione il presidente del Consiglio. Sembra strano che il presidente del Consiglio - oltretutto uno degli uomini più ricchi del mondo - non abbia i mezzi per assicurarsi la presenza di agguerriti rappresentanti di lista nei seggi, mentre è vero che i grandi partiti del centrosinistra hanno militanti sempre disponibili ed organizzati sul territorio. Quelli che hanno poche persone disponibili per presidiare le centinaia di migliaia di seggi in tutta Italia (soprattutto per le Europee, in cui pochi hanno interesse diretto) sono i partitini e le formazioni nuove. Possibili segnali d’allarme? Parlamentari nazionali che alle europee hanno preso poche migliaia di preferenze, consiglieri comunali e regionali che risultano votati a malapena dagli amici, seggi in cui non risultano neppure i voti dei parenti del candidato. E' ovvio che ci sono anche veri errori, ma questi devono risultare in percentuale fisiologica. Non è ragionevole che ad una lista vengano riconosciute 100 preferenze valide e vengano invece annullate 1000 schede nella stessa sezione. C'è qualcosa che non va, soprattutto se questo si ripete in decine di sezioni. Credo ci sia un proverbio che recita: un errore è un caso, due costituiscono una coincidenza, tre formano una prova. Giuridicamente non è sempre così, ma in tali circostanze va fatta una verifica. E come è possibile farla, anche per dare soddisfazione a chi ritiene che i suoi diritti siano stati lesi? Si hanno due possibilità d'intervento. Per il ricorso amministrativo - che va fatto da aventi diritto, candidati e rappresentanti di partiti - ci sono 30 giorni di tempo dopo la proclamazione degli eletti, ma ci sono costi molto elevati che l'esito non giustifica. Infatti in primo luogo il giudice amministrativo non può esaminare le schede, ma solo i verbali, e quindi non può verificare eventuali falsificazioni e reati, ma solo dirimere le controversie sugli annullamenti o notare vizi di forma. In secondo luogo, recenti sentenze del Consiglio di Stato hanno ricusato alcuni ricorsi con la motivazione che le differenze riscontrate non ledevano la volontà degli elettori, ovvero erano state effettivamente annullate schede valide, ma non in numero tale da rendere eleggibile il ricorrente. Quindi è una strada non consigliabile nella maggior parte dei casi. Vi è poi l'esposto in Procura, per brogli veri e propri, che può essere presentato da chiunque sia al corrente del reato, tuttavia occorre avere prove, o almeno indizi, un minimo seri e concreti (numeri, testimonianze dirette, incongruenze gravi e dimostrabili) perchè la denuncia venga presa in considerazione. Una riflessione finale su questa vicenda: cosa ne pensa lei? In primo luogo, voglio precisare che chi ha ragioni concrete per fare denunce dovrebbe farle nelle sedi opportune, nell'interesse di tutti e della democrazia. Ovviamente non si può sembrare un Don Chisciotte, ma se si spara una notizia sui giornali e si ritiene di aver subito un torto.... Tuttavia devo rilevare uno strano atteggiamento nell'opinione pubblica ed anche nella cosiddetta società civile, cioè una levata di scudi che contrasta con il dato, rilevato da più parti, della sfiducia degli Italiani nei partiti e nei politici. I tre quarti degli Italiani, secondo una recente ricerca, ritengono i politici dei corrotti che pensano solo al proprio interesse personale, ed invece l'idea che si possa barare alle elezioni, cioè laddove si conquista concretamente il potere, ha suscitato tanto sconcerto e persino indignazione e neppure un dubbio. centomovimenti.com

Anche le Multinazionali (Europee) hanno un cuore di Giulietto Chiesa* Ron Oxburgh ha 69 anni, è un Lord, ed è anche presidente della Shell Transport and Trading Co., la quale controlla il 40 % del Gruppo Royal/Dutch Shell. Uno dei giganti petroliferi mondiali. Ma è anche uno scienziato, un geologo per la precisione. Tutti dati importanti per valutare quello che pensa, e che dice. E quello che dice fa venire i brividi. "Non ho molte speranze per il mondo", ha detto al Guardian di Londra. Perché? Perché non ci sono prospettive realistiche di ridurre le emissioni di biossido di carbonio nell’atmosfera. "Nessuno può sentirsi tranquillo" di fronte all’enorme quantità di anidride carbonica che stiamo "pompando" nell’atmosfera. "Le conseguenze – continua Lord Oxburgh – non sono prevedibili, ma probabilmente tutt’altro che buone". Stiamo producendo un mutamento del clima del pianeta. Kyoto è lontana e comunque insufficiente. Stiamo andando verso il disastro. Al momento c’è una sola soluzione: catturare il biossido malefico e immagazzinarlo da qualche parte, prima che si disperda nell’atmosfera. Ma costa un occhio della testa e non è affatto semplice da fare. Il fatto che a dire tutto ciò sia il capo di uno dei maggiori produttori (indirettamente) di biossido di carbonio dovrebbe inquietare ulteriormente. Se lo dice lui…. Ma non tutti la pensano allo stesso modo. Per esempio il presidente della Exxon Mobil, Lee Raymond, dice che i combustibili fossili non sono responsabili dell’effetto serra, o, come minimo, che questa relazione deve ancora essere dimostrata. Vecchia tesi, che ha permesso agli Stati Uniti, fino ad ora, di ignorare i trattati internazionali che cercavano di mettere un limite alle emissioni di anidride carbonica nell’atmosfera. E’ un piccolo esempio di come la sensibilità europea in materia differisca radicalmente da quella americana. Shell e Exxon sono agli antipodi. Non è dunque vero che tutte le multinazionali sono uguali: ce ne sono anche di quelle che hanno un cuore. E i cui dirigenti si ricordano di avere dei figli, o dei nipoti. Nel frattempo gli affari della Exxon vanno a gonfie vele, mentre quelli della Royal/Dutch Shell vanno male. Forse perché la seconda ha fatto grossi investimenti nel settore delle energie alternative, incluse la solare e la eolica, mentre la Exxon – esattamente come l’Amministrazione di Washington, che ha le stesse sue idee – non se ne interessa. Resta da chiedersi chi si fa carico di questo problema, visto che la probabilità di trovarci tutti a bordo di una locomotiva che sta andando a schiantarsi contro un muro di cemento armato sta diventando molto alta. Con l’aggiunta che tra i macchinisti vi sono dei pazzi decisi a suicidarsi. Terroristi a lunga scadenza. Ma Al Quaeda non c’entra. *da La Stampa

L’Implacabile, il Disperato e il Terribile di STEFANO MENICHINI E Fini l’Implacabile si alzò, e gli altri ministri di An con lui, e Berlusconi il Disperato gli tese la mano implorante, e Tremonti il Reprobo e i leghisti erano fermi gelidi al proprio posto. E intanto Follini il Terribile faceva le valigie per Strasburgo, pronto a tornare domani, ricco e spietato come il conte di Montecristo. Ma che teatrino della politica, qui siamo al melodramma, amore tradimenti e morte, passioni forti e tensione allo spasimo, fino alla scena madre nella grande sala del consiglio dei ministri. Solo che chiami il sipario e il sipario non scende mai. Si ricomincia daccapo: riappacificazione amore tradimenti e morte e così via. Si astengono a milioni gli elettori della Casa delle libertà? Ma i pomodori risparmiati agli azzurri del Trap dovrebbero spiaccicarli sulle grisaglie degli azzurri del Cav. Non perché sono incapaci di governare, questo ormai lo sanno tutti e lo scrivono anche sui loro giornali, ma per lo spettacolo di quart’ordine che mandano in scena facendolo chiamare pomposamente Crisi. Crisi? Ma quale crisi? Con un premier che perde quattro milioni di voti, un vicepremier che minaccia e strepita e si fa ridere dietro in tutti i salotti d’Italia e un capo partito che emigra all’estero perché sennò chissà che cosa dovrebbe dire, nella famosa Prima Repubblica saremmo già incerti tra elezioni anticipate e cambio del presidente del consiglio. Qui, invece, siamo incerti al massimo se Fini abbia varcato la soglia della sala o si sia fermato prima, mano nella mano con l’amico Silvio. Non è con Berlusconi che bisogna prendersela. Anzi, lui conosce una sola modalità di difesa e di reazione alle difficoltà: tirare diritti, rilanciare, ripetere ossessivamente il karma del venditore. Cambiamo la par condicio, hanno imbrogliato, maledetti comunisti. È fatto così, si sa, è un dilettante di successo come dice Ferrara. No, qui è con i professionisti che bisogna prendersela. Gente con decenni di milizia alle spalle che pur di rimanere abbarbicati al governo s’è fatta fare e dire di tutto. Perfino il comizio al seggio, contro di loro, e loro zitti che «fanno sapere» di essere furiosi, ma tacciono per responsabilità. Gente che vorrebbe distinguersi per un altro e diverso senso delle istituzioni, ma non ha la spina dorsale per gesti politici concreti. Il loro habitat sono i pezzi di retroscena dei giornali, lì vanno fortissimi. Peccato siano un po’ deboli sui fatti. Non è la crisi del centrodestra che vorremmo. L’epoca dei ribaltoni è fi- nita, e le elezioni europee ci hanno spiegato che la pochezza del governo da sola non costruisce alcuna alternativa. Le opposizioni non hanno niente da guadagnare dalle convulsioni altrui, dai rimpasti o dalle veri- fiche. Anzi: se qualche fatto davvero nuovo si palesasse nel centrodestra, il centrosinistra dovrebbe precipitarsi a darsi una sveglia, a cambiare registro rispetto al prevedibile (e fin qui inevitabile) repertorio antiberlusconiano. Non è quindi per interesse di parte che vorremmo che facessero – per una volta nella vita – sul serio. È perché avanti così, tra due anni a votare non ci vanno neanche quei terribili presidenti di seggio di Rifondazione. europaquotidiano.it

Nader si sceglie un vice verde Usa, Green a congresso divisi sulla candidatura. La guerra di Bush a picco nei sondaggi Dems, Reps e gli altri Negli Stati uniti impera un sistema politico bloccato che produce cento milioni di non-votanti. Ma se qualcuno prova a sfidarlo paga un conto salatissimo R. ES. La convention dei verdi americani si apre oggi a Milwaukee sotto il segno di Ralph Nader. Ieri infatti Nader ha scelto Peter Camejo, politico con una lunga carriera nel Green party, come suo vice per la corsa alle elezioni presidenziali del prossimo due novembre: una mossa per provare ad assicurarsi, da candidato indipendente, l'appoggio della formazione che, con il 3% dei voti, è il terzo partito statunitense. «È un uomo che ha messo in pratica i suoi princìpi, che ha combattuto le battaglie del movimento per i diritti civili e per i lavoratori, negli anni `60 e `70», ha dichiarato Nader a proposito di Camejo a poche ore dall'apertura del congresso. Camejo da parte sua si è detto fiero di essere un verde e anche «felice di unirmi a Nader nell'ampia coalizione che sta cercando di costruire per rappresentare, in queste elezioni, un'alternativa che rappresenti i principi della giustizia sociale, della pace nel mondo e dell'eguaglianza». Tutti temi al centro della convention che si apre oggi - e alla quale parteciperà anche la portavoce dei verdi europei e presidente onorario dei verdi italiani Grazia Francescato «per riaffermare la sintonia con i Verdi Usa su molti temi, a cominciare dall'impegno contro la guerra in Iraq; anche il Green Party, infatti, è stato fortemente critico nei confronti dell'Amministrazione Bush e ha organizzato centinaia di manifestazioni per la pace» - la quale convention non è tuttavia scontato che dia il suo appoggio a Nader, che nelle precedenti presidenziali del 1996 e del 2000 si presentò proprio come candidato dei green e che questa volta correrà da solo. Secondo Ben Manski, uno dei cinque co-presidenti dei verdi, la coppia Nader-Camejo ha ottime possibilità di ottenere l'appoggio del partito. Ma Nader è accusato dai democratici di aver indirettamente favorito, con la sua candidatura, l'elezione di Bush nel 2000 e una parte dei green è d'accordo con questo punto di vista. Per questo motivo Camejo ha difeso ieri la scelta di Nader di candidarsi ancora una volta: «Con le loro obiezioni (i critici) non negano i diritti di Nader, ma quelli degli elettori. Sono gli elettori che decideranno chi vogliono come presidente», ha dichiarato Camejo. Nader è accreditato, da un recente sondaggio reso noto dall'Associated press, di un 6% a livello nazionale. La soluzione di Camejo per risolvere le diffidenze del partito? Non nominare un singolo candidato, ma appoggiarne due, Nader e David Cobb (che nelle primarie è nettamente in vantaggio su Camejo). Sarebbero poi gli elettori a scegliere, in ogni stato, chi votare. Intanto è in caduta verticale la fiducia dei cittadini americani nella cosiddetta «guerra al terrorismo» scatenata dal presidente George W. Bush. Da un sondaggio Abc News/Washington Post è emerso infatti che solo il 50% degli statunitensi condivide la sua strategia per combattere il terrorismo internazionale. L'inquilino della Casa Bianca ha subìto un calo dell'8% dal mese scorso e del 29% rispetto a prima della guerra in Iraq. Inoltre per la prima volta più della metà degli americani afferma che non valeva la pena di sferrare l'attacco contro il regime dell'ex dittatore Saddam Hussein. Il sondaggio pubblicato ieri è stato effettuato tra il 17 e 20 giugno e risente delle rivelazioni della commissioni d'inchiesta sull'11 settembre, che propro in quei giorni ha denunciato l'impreparazione americana di fronte alla minaccia terroristica. Bush è ora visto alla pari con lo sfidante democratico, John Kerry, nella capacità di combattere il terrorismo, anche se il presidente texano viene ancora preferito alla domanda su chi sia meglio in grado di «rendere sicuri» gli Stati uniti. ilmanifesto.it

Blog Live! a Genova Redazionale, ore 10:58 pm Segnalazioni Il 25 e 26 giugno Genova si trasforma in una “piccola capitale del web dal vivo”. All’interno del decimo festival internazionale di poesia, si svolgeranno due eventi curati da Gregorio Bisso: Blog Live – l’universo del blog. La parola senza confini e Wikipedia Live – Wikipedia l’enciclopedia universale. In particolare la prima giornata si propone come una sorta di convention estemporanea dei blogger nostrani, con una sfilza di nomi e partecipanti di vario tipo e provenienza (parecchi ovviamente già visti online). L’evento si “si rivolge a tutti: a chi non conosce ancora cosa sia un blog e a chi invece ne è quotidianamente autore e lettore,” e include un nutrito programma d’interventi, tra cui discussioni su temi quali “Blog, informazione, comunicazione, giornalismo, open publishing”, “Radio weblog: dal blog alla radio”. Quando: 25 Giugno 2004, ore 15-18. Dove: Genova - Sala dei chierici - Biblioteca Berio, via del Seminario 16. E’ nel centro di Genova, nella moderna Biblioteca Berio, nella sala dei Chierici, usata normalmente per conferenze con 99 posti, collegamento ad internet, video proiettore ed un ampio spazio esterno nell’antistante cortile dell’ex seminario, oggi biblioteca. Ingresso: libero e gratuito. Programma: http://www.bloglive.net/ – http://www.lurl.it.

L'ambasciatore di Bianca Cerri 23 Jun 2004 John Negroponte ha giurato oggi a Washington durante una cerimonia di insediamento voluta dalla Casa Bianca per rendere pubblico il suo nuovo incarico in Iraq. Pochi giorni ancora e John Dimitri Negroponte, classe 1939, arriverà a Bagdad in qualità di ambasciatore degli Stati Uniti ed andrà ad insediarsi in quella che fu la casa di Saddam Hussein. Lo ha voluto George Bush in persona, dopo aver valutato il curriculum del diplomatico, già ambasciatore in Honduras, Messico e Filippine, nonchè Consigliere per la Sicurezza Nazionale. John Dimitri Negroponte sostituirà il “vicerè” Paul Bremer, che se ne torna a casa con sette miliardi di dollari in tasca. Come credenziale, porta una lunga carriera in diplomazia, interrotta solo nei tre anni in cui fu vice presidente di una multinazionale. Le troppe ombre che circondano la figura di Negroponte ed i suoi rapporti con le giunte militari in molti paesi del Centro America porterebbero tuttavia a pensare che non sia lui l’uomo adatto a ristabilire “la pace e la democrazia” promesse da Bush nel momento in cui fu annunciata la nomina. Nel 1995, fu proprio uno dei torturatori che martirizzarono la popolazione dell’Honduras a fare il nome di Negroponte come complice dei militari al governo in Honduras ma ad accusarlo ci sono anche i parenti di Ines Murillo, liberata solo dopo essere stata a lungo torturata, che inutilmente cercarono aiuto presso l’ambasciata americana. I rapporti ufficiali compilati dall’ambasciatore USA in Honduras facevano apparire il paese del Centro America come una terra di pace e libertà, più simile alla Scandinavia che all’Argentina. Negroponte continuò a negare l’uso della tortura anche quando lungo le sponde di un fiume vennero rinvenuti 185 cadaveri di persone morte durante le sevizie o assassinate subito dopo. Tra quei corpi, c’era quello del maestro elementare Saul Godinez, sequestrato dai militari istruiti dal SOA mentre si recava a scuola in motocicletta. Negroponte fu scelto da Ronald Reagan per condurre le trattative segrete che si conclusero con la vendita di armi per centinaia di migliaia di dollari ai contras del Nicaragua all’insaputa dello stesso Congresso USA. Uniti da un odio feroce verso il comunismo, i due architettarono insieme una vera e propria crociata che si estese poi dal Nicaragua al Salvador, dove le vittime furono migliaia. E’ noto che Negroponte controllò personalmente la costruzione della base aerea di Aguacate, dove i contras venivano addestrati e volle essere informato sulle tecniche d’addestramento. Nel 1980, quando venne assassinato Monsignor Romero, suor Letizia Bordes fuggì dal Salvador, dove per dieci anni era stata missionaria. Trenta delle sue consorelle erano scomparse e probabilmente uccise dagli stessi assassini di Romero. Bordes inviò una supplica proprio a Negroponte, che, come le proverbiali tre scimmiette, fece finta di non aver visto o sentito nulla. Forse ci siamo sbagliati: sembra che stavolta Bush abbia scelto l'uomo ideale per rappresentare gli Stati Uniti in Iraq. Negroponte incarna perfettamente il modello dell’ambasciatore caro alla Casa Bianca, impermeabile alla sofferenza umana. Pronto a giurare che ad Abu Ghraib i bambini possono giocare tranquilli... Il futuro dell’Iraq è già cominciato. Bianca Cerri b.cerri@reporterassociati.org

un voto anticiclico mcsilvan - Movimento 24.06.2004 In controtendenza: il declino di Forza Italia è reversibile almeno nel breve periodo dei due anni che ci separano dalle politiche. Proviamo ad anticipare sia la sociologia elettorale di maniera. che cerca di attrarre su di sè l'attenzione confezionando trend epocali con uno stile che varia a seconda del know-how letterario degli analisti, che le suggestioni di scenario che invariabilmente si presentano di fronte all'estetica di numeri, grafici e proiezioni. Partirei in controtendenza: il declino di Forza Italia è reversibile almeno nel breve periodo dei due anni che ci separano dalle politiche. Questo voto è stato accompagnato da almeno due tipici fattori che penalizzano una forza di governo senza creare fenomeni di abbandono: la compresenza delle amministrative con le europee, che favorisce la differenziazione e la localizzazione della scelta di voto, e la classica possibilità insita nelle elezioni del parlamento dell'Unione mandare "un segnale al governo" senza mandarlo a casa. E di segnali, l'elettorato della cdl ne ha mandati: era prevedibile che lo spot ansioso e permanente di Forza Italia dei giorni scorsi non funzionasse visto che esprimere consenso alle politiche del governo grazie al solo tema degli ostaggi era una ben misera occasione di voto. Su questo va ricordato, visto che le varie sinistre hanno complessivamente una visione apocalittica del problema, che nessuno -e meno che mai Berlusconi che non ha un partito socialmente radicato ma un comitato elettorale- governa con strategie ipodermiche della comunicazione. Per strategie ipodermiche intendiamo il più banale rapporto di azione/reazione tra messaggio ed elettore ovvero quest'ultimo che risponde, in positivo o in negativo, alle sollecitazioni in forma di comando del messaggio elettorale. Bene, queste strategie sono sempre state usate da FI solo per la porzione rigidamente identitaria di elettorato che corrisponde al pubblico di Emilio Fede. Per il grosso dell'elettorato, al quale doveva esser dato un qualcosa che esprimesse senso e complessità e che fosse diverso dai defunti partiti, ci sono le strategie, altrettanto classiche, dell'opinion leader. Questo ci indica come la pratica politica oggi si sposi con le teorie basic della comunicazione ma anche come FI abbia sfondato a suo tempo intercettando con i propri messaggi le figure sociali in grado di fare opinione (di qui opinion leader, termine poi traslato nei confronti dei giornalisti) nell'interazione quotidiana all'interno del proprio elettorato potenziale. Insomma, in Forza Italia c'è molto più Goffmann di Bondi o, se preferite, Bondi non sarebbe possibile senza il Goffmann: FI ovvero Mediaset fornisce strumenti di senso (immagini, icone, linguaggi) per l'interazione quotidiana, la conferma o la stabilizzazione di gerarchie, la negoziazione di ruoli etc. E' un qualcosa di molto diverso dalla vecchia Dc che basava un terzo dei propri voti sulle clientele. FI non ha una base clientelare così estesa ma come interfaccia politico delle televisioni, anzi della televisione generalista, fornisce uno strumento linguistico, cognitivo e valoriale alle negoziazioni del quotidiano. Che la vicenda degli ostaggi non potesse risolvere da sola la crisi del rapporto tra il network FI e i reticoli sociali degli opinion leader, per quanto stimolati da un'inedita presenza di FI su Internet e sul cellulare (ma solo in termini di messaggio ipodermico), sembra a questo punto evidente: era un evento che non colmava gli interrogativi di senso aperti dalla quotidiana e articolata perdita di credibilità del network. La resa dei conti tra gli attori di questo bacino elettorale avverrà tra due anni e allora si potrà dire davvero, e sul piano del rapporto tra network e opinion leader, se la crisi di FI sia reversibile o meno. Allo stesso tempo, viste le proporzioni che ha assunto il voto, alla crisi del rapporto tra network e opinion leader nella cdl non ha corrisposto l'emergere di una alternativa elettorale nei termini bipolari con i quali si rappresenta il sistema politico nei media e nei centri studi sulla politica. Anche questo non dovrebbe stupire i più accorti: la riproposizione di una leadership fatta di sconfitte elettorali (Rutelli, Fassino, D'Alema) e di stroncature parlamentari (Prodi) è un'operazione adatta ai ritmi della politica democristana (nella quale si tornava sempre a galla) piuttosto che ad una politica fatta secondo criteri di penetrazione cognitiva dei reticolati sociali dell'interazione quotidiana dove domina l'opinion leading. Sono i termini della mutazione della rappresentanza, evaporata da tempo quella mediata consapevolmente dai partiti, che ancora non sono ben governati dai cartelli elettorali dell'opposizione che di fatto gode niente più che di un fenomeno di opinion leading sia spontaneo che eterodiretto sostanzialmente ricavato dalla contrapposizione identitaria rispetto a quello costruito dal network di Berlusconi. Insomma, la contemporaneità della crisi di circolazione di senso dal network ai reticolati dell'opinion leading dei maggiori schieramenti elettorali (più acuta nella forza di governo, ovviamente) ha creato un fenomeno di voto di tipo anticiclico. In due modi: rispetto al fenomeno dell'alternanza sul quale sono stati costruiti tutti i tentativi di riforma del sistema elettorale e politico dall'inizio degli anni '90 ad oggi e rispetto alle possibilità strutturali di politica economica. E qui vale la pena spendere qualche parola: la crescita dell'asse An-Udc frena da destra il liberismo di Tremonti come la crescita delle liste "alternative" frena da sinistra il liberismo presente nelle tecnocrazie della lista per l'Ulivo. Viene messa in difficoltà una politica economica che finora ha fatto un suo ciclo in un polo per poi, dopo la fase di esaurimento, cominciarne uno nuovo in un altro. Giova anche dire che, nonostante i proclami, sia a destra che a sinistra nessuno, tra gli attori che incassano il risultato di questo voto anticiclico, mostra di avere idee o intenzioni chiare sul come superare le ciclicità della politica e della politica economica oramai imposte da oltre un decennio. Certo che, dal punto di vista strettamente elettorale, è questa un'occasione buona per mostrare capacità di uscita dai cicli dominanti. rekombinant.org

Preparate le biciclette di George Monbiot Il petrolio si sta esaurendo, ma l’Occidente preferisce fare guerre piuttosto che prendere in considerazione fonti di energia alternative. “Alcune persone hanno strane idee”, afferma la nuova campagna pubblicitaria repubblicana, “Come quella di aumentare la tassa sulla benzina per costringere la gente a usare meno l’auto. Questo è John Kerry.” Stacco su un’inquadratura di uomini in giacca e cravatta a cavalcioni di una bicicletta. L’accusa è tristemente infondata. Kerry chiede che il prezzo del petrolio sia tenuto basso. Vuole che George Bush immetta sul mercato le forniture provenienti dalla riserva strategica e convinca l’Arabia Saudita ad aumentare la produzione. Il candidato democratico ha messo in guardia gli americani dicendo loro che, se il presidente non agirà alla svelta, lui e Dick Cheney dovranno condividere l’auto per andare al lavoro. Uomini che vanno in bicicletta e condividono l’auto? Finirà mai questa follia? Così come le proteste per il carburante che la settimana scorsa in Gran Bretagna sono scoppiate e poi si sono smorzat, questi scambi sono stupidi e sensati allo stesso tempo. Il prezzo del petrolio è andato via via crescendo perché la domanda di una risorsa limitata sta aumentando più velocemente dell’offerta. Tenere il prezzo basso significherebbe esaurire la risorsa ancora più rapidamente e la terribile prospettiva di uomini che condividono l’auto e usano la bicicletta si tradurrebbe in realtà ancora più in fretta. Forse i candidati alla presidenza prossimamente inizieranno a fare una campagna contro il passare del tempo. Un alto costo del petrolio però significa recessione e disoccupazione che, a loro volta, implicano un insuccesso politico per chi comanda. Il tentativo d’incolpare l’altro a causa della quantità limitata di petrolio a disposizione sarà uno dei temi cruciali della politica dei prossimi decenni. Questo conflitto è stato esemplificato il mese scorso da Brynle Williams, il capo inglese delle proteste per il costo della benzina del 2000,. “Temo di dover affermare che non sono molto fiero di quanto è successo tre anni fa”, ha ammesso il 4 maggio nel corso di un documentario andato in onda su S4C. “Al giorno d’oggi, tutti noi vogliamo motori turbo… ma dobbiamo ricordare che dall’altra parte del mondo ci sono dei poveracci che alla fine pagheranno per questo.” Cinque giorni dopo, il 9 maggio, dichiarò alla GMTV di essere pronto per iniziare nuovamente la protesta. Autocoscienza e interesse personale non sembrano andare molto d’accordo. Per capire quello che sta per succedere, dobbiamo prima di tutto chiarire un concetto che sta alla base dell’esistenza. La vita è una lotta contro l’entropia che può essere grossolanamente definita come una dispersione di energia. Quando un sistema, sia che si tratti di un organismo o di un’economia, esaurisce la propria energia, inizia a disintegrarsi. La sua sopravvivenza dipende dalla capacità di trovare nuove fonti di sostentamento. La lotta tra organismi che cercano di accaparrarsi l’energia è alla base dell’evoluzione biologica Uno dei risultati conseguenti è un incremento della complessità: un albero riesce a catturare l’energia del sole in misura maggiore rispetto ai muschi del sottobosco e un tonno è più abile di una medusa a trovare le prede. Questa complessità ha però un prezzo: una maggiore necessità di energia. La stessa cosa vale per le nostre economie. Queste si sono evolute in presenza di una fonte di energia poco costosa sia da estrarre che da utilizzare. Non c’è nulla al momento che possa sostituirla. Qualsiasi altra fonte risulta essere più cara o più difficile da usare. Senza petrolio a basso costo l’economia è destinata a soccombere all’entropia. L’era del petrolio a buon prezzo è finita. Se non ci credete, leggete il resoconto online di ieri della BBC su una riunione tenuta dalla “Association for the Study of Peak Oil”. Il reporter ha intervistato Fatih Birol, capo economico della “International Energy Agency”. In pubblico, Birol ha affermato che i rifornimenti sarebbero stati sufficienti per rispondere alla crescente domanda… Ma, subito dopo il suo discorso, sembrava aver già cambiato idea: "Al momento sembra che non ci sia una capacità di riserva e prevediamo che la domanda aumenti di tre milioni di barili al giorno entro il quarto trimestre. Se l’Arabia non dovesse aumentare i rifornimenti fino a tre milioni di barili al giorno entro la fine dell’anno la situazione che abbiamo innanzi sarà, come dire, molto difficile. Ci aspettano momenti duri.” Il reporter gli chiese se un incremento tale dei rifornimenti fosse possibile o se non si trattasse solo di una remota speranza. “Lei è della stampa?” rispose Birol, “Questa cosa non è per la stampa.” Allora la BBC chiese ad altri esperti che cosa ne pensassero delle prospettive di un 30% in più nella produzione dell’Arabia. Le risposte furono chiare: "assolutamente fuori questione"; "del tutto impossibile"; e "tre milioni di barili – mai, nemmeno trecentomila". Un rappresentante rise così tanto che dovette appoggiarsi al tavolo. Tutto ciò accadde prima che giungesse loro notizia che a Riyadh avevano sparato a due giornalisti della BBC. Il problema del mondo è il seguente. Attualmente consumiamo sei barili di petrolio per ogni nuovo barile che scopriamo. Gli importanti ritrovamenti di petrolio hanno raggiunto il loro picco (più di 500 milioni di barili) nel 1964. Nel 2000 ci furono tredici scoperte di questo tipo, nel 2002 due e nel 2003 una. Nel 2007 prenderanno il via tre nuovi grandi progetti e nel 2008 altri tre; nulla di quanto programmato va comunque oltre il 2008. L’industria del petrolio dice di non preoccuparsi. Il mercato troverà la soluzione a questo problema. Se il prezzo dell’energia sale, si troveranno per forza nuove fonti. Ma quali? Qualsiasi alternativa è decisamente più costosa del petrolio che ha reso possibile la nostra complessità economica. La nuova tecnologia messa a punto per estrarre il sedimento dai campi abbandonati è costosa e non sembra funzionare molto bene; per questo motivo la Shell fu costretta a ridimensionare le scorte anticipate (altre società, su pressione della “Securities and Exchange Commission” degli Stati Uniti, faranno sicuramente la stessa cosa). Estrarre il petrolio da sabbie catramose e scisti richiede quasi la stessa quantità di energia ricavata dall’estrazione. La stessa cosa accade per la trasformazione di messi, come il ravizzone, in biodiesel. L’energia nucleare è da prendere in considerazione solo non tenendo conto dei gravosi costi di smantellamento e del fatto che non sono ancora stati messi a punto dei sistemi sicuri di smaltimento delle scorie. Potremmo disseminare mulini a vento e pannelli solari in tutto il paese ma sarebbe comunque troppo costoso far circolare le nostre auto con l’energia da questi prodotta. Proprio quando le scorte di petrolio cominciano a sembrare incerte, la domanda mondiale registra l’incremento più alto degli ultimi sedici anni. Ieri mattina, la General Motors ha annunciato che spenderà tremila milioni di dollari per raddoppiare la produzione di automobili destinate al mercato cinese. Settantaquattro minuti dopo abbiamo visto i primi sintomi dell’entropia: la “International Air Travel Association” ha rivelato che quest’anno le compagnie aeree probabilmente perderanno tremila milioni di dollari a causa dell’alto prezzo del petrolio. Molte compagnie si sono lamentate che probabilmente sarebbero state costrette a ritirarsi dal mercato. Se la complessità delle nostre economie risulterà impossibile da sostenere, la nostra più grande speranza è quella di iniziare a smantellarle prima che crollino, cosa alquanto improbabile. Trovandosi a dover scegliere tra il fragore e il piagnucolio, i nostri governi probabilmente opteranno per il primo, magari scatenando guerre dispendiose per riuscire a tirare avanti. I terroristi, attenti sia al crescente fabbisogno dell’Occidente sia alla vulnerabilità degli oleodotti e delle reti di petroliere, risponderanno con le loro guerre del petrolio. “Ogni volta che vedo un adulto in bicicletta”, scriveva HG Wells, “penso che per la razza umana ci sia ancora speranza.” E’ solo un punto di partenza, ma sarei ancora più fiducioso riguardo alle nostre possibilità di sopravvivenza se vedessi George Bush e Dick Cheney andare al lavoro con la stessa auto. Fonte: http://www.commondreams.org/views04/0608-03.htm Tradotto da Federica Dante per Nuovi Mondi Media For Fair Use Only

Censura in internet : ricordiamoci del 10 settembre di Julien Pain * L'esplosione di episodi di terrorismo ha sconvolto l'ordine mondiale ed ha avuto delle ripercussioni dirette sul mondo di Internet. Per tentare di proteggere i loro cittadini, le democrazie hanno a poco a poco limitato le libertà individuali. Così, anche in paesi abitualmente rispettosi della libertà di espressione negli ultimi tre anni si sono rapidamente sviluppate una serie di leggi liberticide, come quelle che consentono di mettere sotto sorveglianza le comunicazioni elettroniche o di censurare i siti. Ma nonostante il carattere di provvisorietà che avrebbe dovuto distinguere le misure adottate dai governi occidentali dopo l'attentato al World Trade Center, a distanza di tre anni questi provvedimenti liberticidi sono sempre in vigore, e in molti casi, sono stati addirittura rafforzati. Anche i regimi autoritari hanno beneficiato delle priorità accordata alla lotta contro il terrorismo per rafforzare il controllo sulla Rete. Del resto, nel momento in cui gli attentati colpiscono il cuore dei paesi occidentali, la sorte riservata al Net nelle Maldive o in Tunisia sembra avere ben poca importanza. Basta che un dittatore si vanti di contribuire alla lotta contro il terrorismo per far sì che la comunità internazionale chiuda un occhio, e spesso tutti e due, sugli arresti abusivi di molti cyberdissidenti o sulle numerose censure di siti. L'attenzione di tutto il modo si è fissata sull'11 settembre 2001, data altamente simbolica dell'inizio di una minaccia che potrebbe non risparmiare nessuno, neppure la superpotenza americana. Per comprendere fino a che punto i diritti degli internauti stanno pagando salato il conto della guerra contro il terrorismo, bisogna fare un flashback di tre anni e ricordarsi com'era Internet prima di quel terribile attentato alla Torri gemelle. Il 10 settembre 2001, il Web era ancora fonte di speranza: prometteva di facilitare l'accesso di tutti all'informazione indipendente e di contribuire a fare vacillare le dittature. Qualche giorno dopo, era diventato una sorta di zona del non-diritto, che aveva permesso ad Al-Qaida di svilupparsi e coordinare gli attacchi. Improvvisamente, Internet faceva ormai paura. Il 10 settembre 2001 segna l'ultimo giorno dell'era della libertà di espressione sul Net. Da allora, l'era del Big Brother si è avvicinata a grandi passi. Le democrazie fanno saltare i paletti. Internet mette tutte le democrazie del mondo di fronte agli stessi problemi: dall'Europa all'Africa, passando per l'India e gli Stati-Uniti, tutti i governi democratici devono lottare contro lo sviluppo online dei contenuti pedofili, collaborare allo smantellamento delle reti terroristiche, far diminuire la cybercriminalità, proteggere le industrie culturali contro la pirateria, etc. La libertà di espressione e i diritti degli editori di contenuti online devono fare i conti con le nuove emergenze securitarie e finanziarie. Le leggi che autorizzano la sorveglianza degli internauti si sono moltiplicate. Nell'ottobre 2001, gli Stati-Uniti hanno adottato il Patriot Act, seguiti a ruota dalla gran parte dei paesi occidentali: così a distanza di un mese la Francia, per esempio, si è dotata di una legge per la sicurezza quotidiana (LSQ). Ora, uno degli obiettivi di questi testi era di facilitare il conseguimento di informazioni personali relative agli internauti da parte della polizia. Votate in gran fretta e in circostanze eccezionali, queste leggi sono ormai entrate a far parte del quadro legislativo di numerose democrazie. Oggi, la corrispondenza elettronica e la navigazione degli internauti non sono più protette da sufficienti garanzie di riservatezza. Peraltro, la censura si sta sviluppando anche in paesi abitualmente rispettosi della libertà di espressione, e spesso nell'indifferenza generale. In Francia, è stato necessario attendere che la legge sulla fiducia nell'economia digitale (LEN) venisse definitivamente adottata per comprendere che le nuove regolamentazioni trasformavano Internet in un media di "serie b" e spalancavano la porta alla censura arbitraria del Web. In Russia, nessuno chiede spiegazioni alle autorità per la chiusura di dozzine di siti filo-ceceni. E chi denuncia il governo indiano quando blocca i forum di discussione? Nessuno, o quasi...I cani da guardia del Net sono ancora lontani dal possedere la necessaria potenza per far fare un passo indietro ai governi delle grandi potenze... Le democrazie si stanno confrontando con i complessi problemi giuridici posti da Internet. Per gli anni a venire, il principale interrogativo sarà sapere come applicare una legge nazionale al Net, che per definizione non ha frontiere. Di fronte a questo problema, alcuni giudici canadesi e australiani, malgrado le buone intenzioni iniziali, hanno fornito una risposta pericolosa: con il pretesto che ad alcuni testi si poteva accedere dal proprio paese, hanno accettato di trattare alcune denuncie per diffamazione di testi pubblicati all'estero. Quindi, tentando di proteggere i loro concittadini, hanno scoperchiato in realtà il vaso di Pandora. I responsabili dei siti possono ormai essere portati davanti alla giustizia di paesi nei quali non sono né residenti, né fuoriusciti, e a cui peraltro i loro siti non erano neppure destinati. Per completare il quadro, in Francia il governo ha appena deciso che gli editori online sono ormai responsabili dei contenuti che diffondono sulla Rete - mentre per la stampa la prescrizione è di tre mesi. Gli autori di una pagina online possono essere ormai denunciati per diffamazione sulla base di un testo scritto magari 15 anni prima! Avremo dunque dei giornalisti, o degli editori di siti, responsabili a vita e ovunque nel mondo, per i loro scritti? E non stiamo parlando purtroppo di bizzarrie autoritarie di un qualche autocrate esotico, ma della via sulla si sono incamminati alcuni giudici e alcuni governi occidentali. In questo contesto, la soluzione potrebbe, e dovrebbe, venire da una reazione delle istanze internazionali. L'ONU sta tentando di confrontarsi con il dossier Internet, per trovare nuove strade per governare lo sviluppo della Rete. Purtroppo, la prima decisione presa dall'organizzazione è stata quella di organizzare in due tempi il Summit sulla società dell'informazione. La prima parte a Ginevra e la seconda...a Tunisi, nel 2005. Ignora forse l'ONU che il regime del presidente Ben Ali è uno dei più repressivi nei confronti degli internauti? Iniziative di questo tipo sono rivelatrici della scarsa credibilità delle Nazioni Unite, fagocitate dalle dittature, nella difesa della libertà di espressione sulla Rete. Le dittature imbavagliano la Rete Mentre le democrazie scivolano sempre di più verso il totale controllo del Net, i regimi continuano a rafforzare la presa di possesso della Rete. E la situazione non ha fatto che peggiorare negli ultimi tre anni. Lo dimostrano dati allarmanti: attualmente ci sono 60 cyberdissidenti prigionieri e grazie ai sistemi di censura sempre più efficienti, la situazione non potrà che peggiorare. Internet fa sicuramente paura alle dittature. Ogni internauta può potenzialmente diventare un editore ed è effettivamente difficile sorvegliare il fiume di informazioni che transitano sul Net. I regimi repressivi hanno escogitato due soluzioni per controllare la Rete. La prima, che chiameremo "soluzione alla cubana", consiste nell'interdire alla maggioranza della popolazione l'accesso alla Rete. Ma per Cuba e gli altri paesi che hanno adottato questa strategia, come la Corea del Nord o la Birmania, impedire l'accesso alle nuove tecnologie dell'informazione è difficilmente conciliabile con lo sviluppo economico. Questo spiega l'interesse per il "metodo cinese", più sofisticato e costoso, adottato anche dall'Arabia saudita o da Singapore. Per sorvegliare i suoi internauti, censurare i siti scomodi e braccare la cyberdissidenza, Pechino ha fatto ricorso a un vero e proprio arsenale tecnologico. Ma allo stesso tempo, le autorità favoriscono l'utilizzo della Rete e se ne servono come strumento di propaganda. Tutti gli Stati autoritari stanno tentando di acquisire gli stessi strumenti per controllare il Web. Per fare questo, vengono applicati filtri che rendono inaccessibili i contenuti "sovversivi". In questo campo, si distinguono l'Arabia saudita e la Cina, che bloccano migliaia di pubblicazioni online. Questi regimi esercitano una censura estremamente ampia, che va dai siti pornografici ai magazine indipendenti, passando per le pagine che trattano religioni proibite o che parlano di diritti umani. In seguito, vengono installati dei programmi che permettono di leggere le e-mail e che sono in grado di reperire le parole-chiave "controrivoluzionarie" o che "mettono in pericolo la sicurezza dello Stato". Questi regimi si dotano di una vera e propria Cyberpolizia, formata per braccare e arrestare i cyberdissidenti. La Cina, con 62 persone dietro le sbarre, è di gran lunga la più grande prigione del mondo per gli utenti della rete, seguita dal Vietnam (7), dalle Maldive (3) e dalla Siria (2). Le pene inflitte ai cybernauti per il semplice fatto di essersi espressi su dei siti o nei forum di discussione, possono arrivare fino a 15 anni di carcere. Per bloccare le pubblicazioni indesiderabili, gli Stati repressivi utilizzano sempre di più gli strumenti degli hacker, che creano virus e programmi informatici di ogni sorta. Di fronte a questo sofisticato arsenale tecnico e legislativo, i difensori della libertà di espressione dispongono di mezzi alquanto ridotti. Gli internauti cercano costantemente nuovi modi per sottrarsi alla censura. Per accedere ai siti bloccati utilizzano programmi che consentono di rendersi invisibili alla cyberpolizia e, allo stesso tempo, permettono di proteggere da occhi indiscreti la posta elettronica. Per sfuggire alla censura, gli internauti possono contare su una rete d'aiuto sicura efficace perché composta, nella gran parte dei casi, da familiari o compatrioti che vivono all'estero. Infine, gli internauti possono beneficiare del sostegno di organizzazioni internazionali, che possono fornire tecnologie che consentono di aggirare i filtri governativi. Tuttavia, il gioco appare del tutto squilibrato. Per gli internauti cinesi, per esempio, è sempre più difficile lottare contro i sistemi messi in atto dal loro governo per imbavagliare la Rete, e questo grazie al sostegno tecnologico di un'importante azienda americana. Al momento attuale, si sta cercando di costruire in tutto il mondo il diritto di Internet. Ma questo fenomeno sembra attirare relativamente poco l'attenzione dei media e dell'opinione pubblica. Certo, la lotta contro il terrorismo rimane una priorità, ma che non può certo essere combattuta a scapito dei principi fondamentali delle democrazie, tra i quali deve essere contemplato ormai il diritto di utilizzare liberamente la Rete. La società civile, e in particolare Reporters sans frontières, devono continuare a mobilitarsi affinché non venga comunque dimenticato … il 10 settembre 2001. * Julien Pain Responsabile Internet e Libertà di Reporters sans frontières by www.osservatoriosullalegalita.org

Barroso, chi era costui? Il totonomine per il nuovo Presidente della Commissione impazza. A scapito della trasparenza europea. E alla fine ce l’hanno fatta. I nostri bravi capi di Stato e di governo sono finalmente risuciti a trovare un accordo. Dopo un’estenunate lotta, si è giunti all’approvazione da parte dei 25 delegati di una bozza di accordo su una Costituzione europea. Certo, nulla è ancora definitivo: l’approvazione ad opera dei parlamenti nazionali e, in alcuni paesi tramite referendum, resta incerta, soprattutto in realtà nazionali come la Gran Bretagna e la Polonia, in cui i cittadini non hanno lasciato spazio a dubbi circa il loro scetticismo verso l’Europa. Sarà quindi un atto storico riuscir a far entrare in vigore la costituzione. Il che resta tutto da vedere. Il potere del Parlamento Se già ci si è accordati a fatica persino con la regía esperta dell’Irlanda, sulla decisione importante relativa alla successione di Romano Prodi, ovvero sulla Presidenza della Commissione, ci sarà da aspettare ancora invano. Nei reiterati litigi dei giorni scorsi in una Bruxelles a porte chiuse, ha fatto mostra di sé il vero problema dell’Unione: opachi giochi di potere da parte dei capi di stato si distendono come un tappeto di feltro tra i cittadini ed il loro esecutivo europeo. Come può sorgere un’Europa politica con cui il cittadino possa identificarsi, se un’ora si un’ora no, un nuovo nome entra in quelle stanze imbellettate con vari segnatavola di Bruxelles? Sono tutti nomi mai sentiti prima dalla maggioranza degli europei. I dignitari confusi dei principi d’Europa ce ne hanno svelato qualcuno: se l’UE non resta ancorata ai suoi limiti, e se si vogliono superare le rivendicazioni dei singoli paesi e le lotte di quartiere interne all’Europa, come tra atlantisti e federalisti, al parlamento dovrà esser accordato un ruolo chiave come organo democratico e luogo pubblico di dibattito. Non solo per la scelta del Presidente della Commissione. Comunque sia, il candidato ha bisogno, secondo la formula finalmente trovata, dell’approvazione del Parlamento europeo. Hans-Gerd Pöttering, presidente del gruppo parlamentare PPE, aveva assolutamente il diritto di immischiarsi nel toto nomine di Bruxelles e menzionare il nome di Chris Patten che può così godere del sostegno del maggiore gruppo parlamentare, anche se facendo ciò, ha attirato su di sé la rabbia del Presidente francese: “Non sono membro del PPE, e la loro scelta non mi vincola di certo” ha sbiascicato Jacques Chirac, con un’atteggiamento decisamente troppo aristocratico, probabilmente di facciata, visto che senza alcun dubbio è membro dell’UMP che rappresenta una frazione nazionale del PPE. Ora si può opporre all’argomentazione di Chirac, secondo la quale il Presidente della Commissione deve provenire da un paese che partecipi sia alla zona Euro sia allo spazio Schengen (ovvero lasciando in piedi soltanto possibili candidati provenienti da 14 paesi), che la volontà del popolo, rappresentata attraverso il Parlamento, resta più importante rispetto all’opinione singola di un governante. I partiti avrebbero già dovuto afferrrare l’opportunità di di pronunciarsi in favore di un candidato: chi sceglie in Germania l’SPD avrebbe dovuto sapere quali eventuali candidati alla Presidenza della Commissione verranno sostenuti dall’SPD; chi vota per Forza Italia ha diritto ad esser informato sulle scelte politiche del gruppo PPE a Strasburgo. Nell’Europa a 25, la competizione fra le idee e fra le diverse concezioni avrebbe dovuto scandire la vita politica e non i campanilismi nazionali e il nepotismo bismarkiano. L’inutile toto-nomine di Bruxelles porterà ancor più scetticismo in Europa, il che ci farà rimpangere qualsiasi scelta. cafebabel.com

La Bosnia di Dayton. La voce degli intellettuali locali Nell’ambito della giornata che la redazione di Osservatorio ha dedicato alla Bosnia di Dayton abbiamo ritenuto utile tradurre le voci critiche di due degli intellettuali più noti del paese, intervistati dal settimanale DANI (22/06/2004) A cura di Luka Zanoni All’inizio di quest’anno, il settimanale sarajevese DANI aveva dato ampio risalto alla proposta ESI, riportando oltre alla traduzione in bosniaco del documento del centro studi berlinese, anche le posizioni e le reazioni dei politici locali alla proposta. DANI ha poi intervistato uno dei fondatori dell’ESI, Gerald Knaus, e due intellettuali di spicco del panorama culturale bosniaco, Gajo Sekulić e Zdravko Grebo. Per diverse settimane il settimanale di Sarajevo ha continuato a seguire il dibattito, presentando inoltre alcuni articoli sulle tappe del faticoso processo di avvicinamento della BiH all’Unione europea. Sia Sekulić che Grebo sottolineano il fatto che solo i cittadini della Bosnia Erzegovina (BiH) possono decidere del proprio futuro. Entrambi, infatti, sono piuttosto critici sulla ennesima proposta di modifica dell’assetto costituzionale del Paese calata dall’alto. Vediamo le loro posizioni più da vicino. Nell’intervista pubblicata il 5 marzo 2004 da DANI, il professor Gajo Sekulić ha avuto modo di esprimere il suo punto di vista decisamente critico rispetto alla proposta ESI. Alla domanda del direttore del settimanale sul perché sia riluttante nell’accogliere la proposta del think tank, e i suggerimenti per la modifica della Costituzione della BiH contenuta nell’annesso IV dell’Accordo di Dayton, Sekulić risponde: “Si tratta di un progetto di ‘elvetizzazione’ della BiH” e prosegue: “Quei ragazzi, cosiddetti esperti di Berlino, desiderano addolcire l’esistente assetto ‘statale’ (quel posto vuoto dello Stato BiH senza Stato che hanno occupato sia i politici locali stranieri sia i veri stranieri) così che una entità (la RS), il Distretto di Brčko e tutti gli esistenti cantoni vengano coperti con il ‘cantonizzante’ democratico cioccolato svizzero di molto dubbia qualità. Allo stesso modo in cui i nomi delle strade sono stati modificati attraverso una arbitraria ‘procedura’ di conferma della pulizia etnica - ovunque hanno dato nuovi nomi, e per di più si fa in modo che ciò accada velocemente pure a Sarajevo - così i nostri onorevoli esperti mondiali offrono al povero popolo della BiH solo dei nuovi nomi (cantonali) per le Entità, per cercare di risolvere in questo modo il paradosso di almeno due dei progetti bosniacoerzegovesi per il futuro della Republika Srpska (RS). Il primo di questi progetti dall’esterno con tutti i mezzi abolirebbe volentieri la RS senza badare alle conseguenze, mentre l’altro dall’interno la immortalerebbe in eterno richiamandosi a Dayton e alla storia contemporanea. Con ciò, a quanto pare, risolverebbero pure la esplosiva situazione nell’entità della Federacija come stato complesso. Si tratta di una proposta pretenziosa e arrogante. Certamente lo ‘Stato’ BiH oggi è una somma non funzionale e invisibile, composta da uno Stato semplice come la RS e uno Stato complesso di ‘due popoli’ senza la equiparazione dei diritti dei cittadini (FBiH). Questo evidente paradosso non si risolve però con il ritocco di alcune piccole disposizioni all’interno delle cosiddette condizioni per l’adesione all’Unione europea e ad un più pericoloso relitto archeologico della guerra fredda, che si chiama patto della NATO, sotto l’egemonia americana. Solo le cittadine e i cittadini dell’intera BiH possono creare uno stato della BiH democratico che non costerebbe molto e che sarebbe, in riferimento ai suoi organi di governo, sotto il controllo di una migliore società civile sviluppata.” Senad Pećanin, direttore di DANI, chiede a Sekulić in che modo può essere modificato l’attuale assetto costituzionale, se si tiene presente che buona parte dei partiti della RS ne osteggiano qualsiasi cambiamento. Sekulić ricorda che “gli attori politici della RS non sono solo i partiti politici, ma fra essi vanno annoverate pure le numerose organizzazioni non governative, le componenti della forza lavoro distrutta delle industrie, i contadini nei differenti villaggi, i giovani, in particolare gli studenti, il movimento femminile della RS che ha un forte potenziale politico, i disoccupati, chi prende un basso stipendio, ecc. Quindi, io come cittadino, filosofo politico e sociologo, guardo la RS in modo molto più complesso e più sobrio, perché fino a ieri la gente normale in BiH, già dal 1989, si è confrontata con un Grande Avversario: gli avvelenatori etnocratici e nazionalisti ai quali non hanno saputo e ancora oggi non sanno opporsi”. Sekulić prosegue ribadendo che “i soggetti dei cambiamenti sono le élites, il settore non governativo, le istituzioni e i cittadini come individui sovrani”. Secondo il filosofo bosniaco, “si dovrebbe aprire quanto prima un dialogo con la reciproca presenza di tutti quelli che hanno partecipato ai numerosi suggerimenti sui cambiamenti costituzionali. Quindi si dovrebbero definire in modo più preciso i soggetti e i procedimenti democratici dei cambiamenti. Personalmente lavoro alla preparazione dell’ultimo modello di modifica con un’enorme fiducia nel fatto che i cambiamenti o ancora meglio la nuova costituzione democratica della BiH possa essere realizzata solo dai cittadini e dalle cittadine della BiH, attraverso un dialogo di massa e non solo elitario, che sia in grado di incominciare a modificare l’attuale paralisi politica, morale e psicologica che aleggia in BiH e preparare le condizioni per lo svolgimento di elezioni anticipate per un Parlamento costituzionale (in grado di adottare una costituzione, ndt) della BiH, presso il quale i deputati voterebbero in modo differente e migliore per la nuova Costituzione”. Pećanin rivolgendosi a Sekulić afferma “non so se vorrà essere d’accordo su questo, ma a me sembra che dall’inizio della guerra in BiH non sia mai esistita una situazione politica senza speranza come questa che dura dalle ultime elezioni”. Sekulić risponde: “concordo sulla tua percezione della situazione. La coalizione al potere di tre movimenti populistici che si autodefiniscono in modo pretenzioso partiti, già dalle prime elezioni del 1990, non ha fatto nulla di importante nell’ottica delle soluzioni politiche, sociali, economiche, culturali e delle questioni morali o della crisi. Essa oggi può riconoscere solo ciò che fa sotto la pressione della comunità internazionale, e il modo e la logica di un riconoscimento forzato è la nostra realtà attuale. È vero che l’SDP non si è ancora ‘ristabilito’, se mai un tempo sia stato politicamente ‘sano’”. In riferimento ai due anni di governo dell’Alleanza per i cambiamenti e alla guida dell’SDP di Zlatko Lagumdžija, appoggiato da Sekulić, quest’ultimo fa notare che “non bisogna dimenticare che quei due anni di governo dell’Alleanza sono stati gli unici nei quattordici anni di massacro prepolitico della gente della BiH da parte dei tre citati soggetti populistici. Ciò che di meglio hanno fatto è senz’altro la dignitosa instaurazione di relazioni di partenariato con la comunità internazionale e l’aver rivolto l’attenzione sul fatto che nel quadro esistente delle relazioni politiche interne ed esterne non è possibile risolvere nemmeno l’organizzazione politico statale, né realizzare in modo pressoché convincente una piattaforma per soluzioni di lungo corso della povertà sociale attraverso la via di una buona economia in tutta la BiH”. Senad Pećanin ricorda sul finire dell’intervista che Gajo Sekulić è uno dei più severi critici dell’attuale Alto rappresentante e gli chiede “Cosa rimprovera di più a Paddy Ashdown?”. E Sekulić risponde: “Sulla base di letture che durano da anni di Kant, Hegel, Marx e Heidegger, tento un concetto di critica, come procedimento per discernere il vero dal falso, il male dal bene ecc. Diciamo che da Hegel ho imparato che la critica o la dimensione critica del suo concetto di cambiamento del vecchio col nuovo non è solo la negazionedi quest’ultimo, ma il mantenere gli elementi del vecchio e portarli ad un livello più alto. Ecco perché mi considero un amante della verità critico della politica di potere di Ashdown e del suo ruolo in BiH. Egli è sovrano… Ma per questo suo ruolo sono colpevoli i nostri falsi democratici che si spacciano in BiH come salvatori dei propri popoli. Ashdown dovrebbe, già da oggi, instaurare molto più seriamente un dialogo e una collaborazione con l’opposizione e le istituzioni della popolazione civile e democratica”. “Qual è il potenziale di ciò che chiamiamo ‘settore civile’ in BiH?”, chiede infine Pećanin. “Enorme - risponde Sekulić - ma non è ancora articolato, né quello civile, né tanto meno quello sindacale”. ######### Il 16 gennaio il settimanale DANI aveva pubblicato una prima intervista con un’altro degli intellettuali più noti dell’ambiente culturale bosniaco. Si tratta di Zdravko Grebo, professore di Diritto alla Università di Sarajevo e direttore del Centro per gli studi interdisciplinari. L’intervista, come la precedente, tocca i punti nevralgici della pessima situazione in cui versa la BiH e l’ultima domanda che viene rivolta a Grebo riguarda la proposta dell’ESI. Partiamo da quest’ultima domanda, per poi risalire il testo dell’intervista. Emir Suljagić, giornalista di DANI noto pure per i suoi reports dal Tribunale dell’Aia per alcune testate internazionali, chiede al professor Grebo come vede la proposta dell’Iniziativa europea per la stabilità (ESI). Grebo risponde affermando che “questa iniziativa è buona perché smuove le cose da un punto morto. Tutta la storia dei 12 cantoni mette la federazione in difficoltà, perché avrete di nuovo quanto meno la tendenza che i cantoni si profilino su base nazionale, e questo sarebbe già un passo verso la terza entità. Per quanto riguarda la Republika Srpska, che cesserà di essere un’entità, essa rimarrà intatta, ma tutta la prima classe di politici della RS ha detto che questo non va bene, anche se alla fine sanno tutti che l’importante è che non venga toccato il nome. Un tale progetto in prima battuta non è certo la soluzione più felice, ma come, primo e serio, inizio di fondazione dello stato è buono. La nuova realtà e le nuove tendenze indicano che lo stato può essere molto decentralizzato e lasciare il potere alle regioni, che in BiH sono sempre esistite. Se doveste chiedere ad un Bosniaco, che non si sia completamento smarrito nella mitomania nazionale, vi direbbe che esiste la Podrinje, la Bosnia centrale, la Kraijna, la Posavina e l’Erzegovina. Una tale ordinamento della BiH potrebbe risolvere le questioni della collaborazione con le regioni confinanti, negli stati confinanti, i quali affrancherebbero le ‘patrie di riserva’ dalle preoccupazioni per determinati segmenti della popolazione della BiH, mentre il loro più grosso dispiacere sarebbe quello di non vivere lì. Perché esiste pure una terza variante, che sento sempre più spesso: se i Serbi e i Croati si considerano tali in senso politico, non riconoscono la BiH, oppure con ardore, pensano che un giorno si uniranno alla Serbia o alla Croazia, i Bosniaci, e questo le sento sempre più spesso, li lasceranno andare, ma ‘non gli lasceranno portare via la terra’. Quella zolla di terra appartiene a noi e a loro, e noi in modo forte e chiaro dobbiamo riconoscere quello stato come quello sul quale abbiamo un comune diritto, perché ci aspettiamo che un domani in questo stato ci possa andare bene”. Grebo vede che “L’unica strada che la BiH può percorrere per fare in modo che un giorno divenga un bel posto in cui vivere è l’incoraggiamento delle vere forze proeuropee affinché facciano sentire la loro voce europea in modo deciso. Dall’altra parte l’Europa di quelli che tengono le dita incrociate sotto la sedia quando dicono che vogliono entrare in Europa, devono impegnarsi a mantenere tali promesse. Finché ci tengono con un guinzaglio corto, ci sarà dell’instabilità, non si realizzeranno vere cooperazioni tra i soggetti politici nemmeno in BiH, né nelle immediate vicinanze. Temo che un giorno anche noi in BiH si inizi a produrre dei sentimenti anti europei”. Suljagić: “Sarebbe un suicidio”. Grebo: “Non abbiamo altra scelta. Tutte le altre possibilità le abbiamo abbandonate da tempo, e sono pure compromesse alla base, ma in questo la BiH ne ha la minima colpa. Assolutamente è impensabile lo spettro dei crimini di guerra che qui sono stati commessi. Però, se come gente pragmatica pensiamo a ciò, probabilmente ci porremmo la domanda ‘perché ci siamo dovuti distruggere così crudamente, per chiedere poi tutti di nuovo di ritornare uniti?’. Ovviamente non in un quadro di una qualche Jugoslava, ma prima di tutto come Balcani occidentali, e poi, tutti nel pacchetto delle integrazioni euroatlantiche. Finché non costruiremo un forte consenso politico e una coerente decisione politica, presso quelle persone che decidono su ciò, le iniziative di Bruxelles dovrebbero inviare segnali più chiari, nei quali dovrebbero essere compresi, la collaborazione tecnologica, la collaborazione sulla scuola superiore, l’incoraggiamento degli investimenti e, naturalmente, tutti quegli aspetti che comprendono la libertà di movimento del capitale, dei servizi e delle persone. Se in Bosnia ed Erzegovina non lasciate che si parta, che si collabori, che ci si prepari e si faccia di questo paese uno stato normale, che non induca sospetto, allora fate in modo che questa gente sia anti europea o, eventualmente, che vada a cercare la sua possibilità di vita al di fuori della BiH”. Suljagić a questo punto afferma: “La comunità internazionale, ossia il suo ‘esecutivo’ in BiH, è diventata, invece, la parte peggiore del folklore politico di questo paese, ed è finita in simbiosi con i partiti nazionalisti…” Al che Grebo ribatte: “La maggior parte dei rappresentanti della comunità internazionale si comporta in modo più o meno arrogante, maleducato, non conoscono né la tradizione, né il potenziale intellettuale di questo paese. Dall’altra parte avrete sempre a che fare con la domanda ‘ma loro cosa ci fanno qui?’. Loro sono qui su mandato internazionale e ogni fortunato che si è seduto su quella posizione di sovranità, ha prolungato il proprio mandato: quello che c’è adesso è signore assoluto della BiH, ha un’autorità sovracostituzionale. Questo tipo di governo presenta due aspetti: un falso e pubblicamente manifesto desiderio di benessere del popolo della BiH, che si manifesta con un’enorme accettazione dell’OHR, SFOR, OSCE e dei tribunali stranieri nei nostri tribunali, che è una considerevole umiliazione. Dall’altra parte, gli imbroglioni al potere evidentemente non pensano di fare qualcosa. Loro, naturalmente, esistono per non fare nulla, il loro interesse è coalizzarsi per rimanere al potere. Il loro desiderio nascosto, considerando che così costituiti non possono fare niente, anche se pensano di farlo, è che domani si sveglieranno e ciò che non sono stati in grado di fare lo farà l’Alto rappresentante al posto loro. Con queste mantenete due cose: la base delle promesse elettorali fatte al proprio popolo, e dall’altra parte scaricate su qualcun altro la responsabilità di risolvere al vostro posto le questioni. L’uscita, quando sarà possibile costituirla, sta nella creazione di una massa critica, che in modo un po’ impreciso possiamo definire società civile, o nella creazione di condizioni tali che i prossimi tre anni trascorrano nella creazione di un cambiamento della coscienza politica, che alle elezioni conduca alla vittoria delle forze pro bosniache. Quando dico questo penso alle forze che come loro priorità hanno lo stato BiH, a prescindere da quale sia il successivo sulla lista dei valori. Dobbiamo essere consapevoli che la responsabilità è sia delle élite politiche ed economiche incompetenti, ignoranti, ma anche nostra, della gente che ha votato per questo governo. Se testate l’opinione pubblica, vedrete che esiste un generale disaccordo: la gente comune non ha alcuna buona parola per il governo, ma nessuno si chiede chi lo abbia eletto”. Suljagić chiede se non sia il momento di dire agli stranieri di andarsene via, e Grebo risponde: “Qui bisogna discutere su tre cose in parallelo: se non abbiamo nemmeno una vaga speranza che un giorno amministreremo lo stato, allora esso non deve nemmeno esistere. Quindi, se pensate di rimanere qui a lungo, rimanete: ma allora sarebbe stato più onesto, subito dopo Dayton, introdurre un vero protettorato in cinque anni e fare in modo che in quei cinque anni si creassero le condizioni per farci amministrare quello stato. A suo tempo ho inventato una barzelletta sul fatto che si dovrebbe introdurre un protettorato e che come protettori si assumano, diciamo, i giapponesi: così che per strada possiamo distinguere anche per la razza chi è il padrone e chi lo schiavo. Dobbiamo dire: noi possiamo, se possiamo, amministrare questo stato! Ciò creerebbe lo spazio per quella gente che lo può fare, affinché lo faccia. Chi non può fare niente, che se ne vada, si faccia da parte. Inoltre, terza cosa, dobbiamo tenere presente l’aiuto regionale, e l’integrazione europea, nel senso che le tensioni in BiH esisteranno finché nei due paesi confinanti che hanno esercitato un’aggressione su questo stato, non avremo dei governi che riconosceranno che la BiH è uno paese sovrano e che la storia sulla proprietà di sue parti è impossibile. In questo modo la comunità internazionale concorrerà alla stabilità di questo paese, ma non nell’immischiarsi negli affari quotidiani che alcune volte terminano in banalità. Sì, dovrebbero lentamente fare i bagagli. Ci siamo noi che li aiuteremo anche a portagli le valigie”. Interrogato da Suljagić sul ruolo dei circoli accademici nel dopoguerra, Grebo rileva come ci sia una sorta di vuoto di interesse, di mancanza di critica e di pensiero. Dove ci sono i presupposti per ciò si è scelto il conformismo e quando si ha qualcosa da dire si tacciono i problemi… Ma ciò che c’è di peggio è che la maggior parte delle élite politica appartiene all’ambiente accademico, sicché –secondo Grebo - hanno perso la possibilità di esprimersi in modo critico sulla situazione sociale. Per Grebo, “una comunità accademica in senso accademico non esiste e figurarsi nel senso della produzione di idee. Una piccola speranza è rappresentata dai giovani che hanno una buona educazione unita ad una sensibilità assolutamente morale e moderna”. Suljagić chiede poi al professore di Sarajevo come mai i giovani hanno così paura di occuparsi di politica. Così risponde Grebo: “Per prima cosa, né la classe media, se ne esiste una, né i nuovi ricchi e i magnati, né la popolazione femminile, né i giovani sono un gruppo omogeneo. Probabilmente troverete fra i giovani dei buoni nazionalisti ed estremisti, forse anche migliori di quelli vecchi perché meglio istruiti. Dopo la caduta del comunismo, alla quale è seguita la guerra, esiste un senso di impotenza, di apatia che porta alla frustrazione… L’enorme numero di astensioni alle scorse elezioni, credo che abbia empiricamente dimostrato che si tratti dei giovani e della popolazione urbana. Il non andare a votare è diventato persino un modo di fare, fra gli studenti è venuto di moda il non votare, come se fosse la più alta virtù morale. Però potete chiedervi di nuovo se è la mancanza di prospettiva il motivo di ciò, perché la maggior parte di loro desidera andarsene da qui!”. Un ulteriore elemento che occorre tenere in considerazione secondo Grebo è il fatto che “a parte forse la Slovenia, da nessuna parte esiste uno spettro politico definito. Se qualcuno vi dicesse che è socialdemocratico, non significa che sappia che cosa sia la socialdemocrazia e di cosa prevede il suo programma. ”. osservatoriobalcani.it

USA RINUNCIANO A ESTENSIONE IMMUNITÀ, PESANO LE TORTURE DI ‘ABU GHRAIB’ Politics/Economy, Brief Gli Stati Uniti hanno ritirato una proposta di risoluzione presentata al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite in cui si chiedeva l’estensione dell’immunità dalla giurisdizione della Corte Penale Internazionale (Cpi) per i propri soldati impegnati all’estero e per i funzionari civili. L’incaricato statunitense James Cunnigham ha ammesso che non c’era il consenso necessario tra i membri del massimo organo esecutivo dell’Onu per portare avanti la richiesta. È opinione diffusa che il fallimento della proposta americana sia dovuto al grave scandalo delle torture inflitte dai soldati statunitensi ai prigionieri iracheni. Il segretario nelle Nazioni Unite Kofi Annan, proprio alla luce di quanto accaduto nella prigione di Abu Ghraib, ha approvato la decisione degli Usa di ritirare la proposta di risoluzione che avrebbe dovuto prolungare di altri 12 mesi l’immunità goduta dai peacekeeper statunitensi da eventuali azioni della procura del Cpi, per statuto incaricata di perseguire crimini di guerra e contro l’umanità. Gli Stati Uniti non aderiscono al Cpi, avevano inoltre ottenuto per due anni consecutivi l’esenzione dalla giurisdizione del Tribunale internazionale. Dall’entrata in vigore del Cpi a marzo dello scorso anno, Washington ha comunque contratto numerosi accordi bilaterali, soprattutto con governi soggetti ai suoi aiuti economici, che escludono la possibilità di portare davanti al Tribunale internazionale i suoi peacekeeper e funzionari civili, che resterebbero soggetti unicamente alla giustizia americana. Intanto continua lo stillicidio di vite in Iraq: oggi una mina è saltata al passaggio di un convoglio di truppe statunitensi a Baghdad nei pressi dell’ospedale Kindi; la deflagrazione ha risparmiato i soldati ma ha investito in pieno un taxi che passava in quel momento con a bordo un uomo, una donna e un bambino, tutti morti; ferito anche un terzo civile. Un’ulteriore minaccia alla già difficile pacificazione e stabilizzazione dell’Iraq è giunta oggi da una dichiarazione del capo di al Qaida nel Paese, Abu Musad al Zarqawi, che in una registrazione diffusa da un sito internet islamista promette la morte del nuovo premier iracheno sciita Iyad Allawi. Secondo gli accordi internazionali, il premier dovrebbe prendere la guida del Paese tra una settimana, con le dimissioni dell’amministrazione di occupazione. Zarqawi ha definito Allawi “sorgente di tutti i traditori” prospettandogli la fine patita da Ezzedine Salim, presidente di turno del “Consiglio di Governo dell’Iraq”, e il cui vero nome era Abdul Zahra Othman Muhammad , ucciso in un attentato il 17 maggio scorso. misna.it


giugno 23 2004

Sabato Amnesty scende in piazza: "Dico No alla Tortura" REDAZIONE La sezione italiana di Amnesty ha proclamato una mobilitazione contro la tortura per sabato 26 giugno, la manifestazione si terrà dalle 18 alle 21 a Roma, in piazza Campo de' Fiori. L'organizzazione scende in piazza per sollecitare deputati e senatori a varare una legge che è ormai attesa dal 1988, quando l'Italia, ratificando la Convenzione Onu contro la tortura, si impegnò ad attivarsi in questo senso anche dal punto di vista legislativo. Dopo oltre quindici anni, lamenta Amnesty, la norma promessa alle Nazioni Unite non è stata ancora licenziata dal Parlamento, attualmente il disegno di legge è in fase di stallo presso la Commissione Giustizia della Camera. "Bisogna trasformare le parole di unanime condanna nei confronti della tortura in azioni concrete - recita il comunicato con il quale è stata lanciata la manifestazione - daremo voce alle donne e agli uomini che hanno vissuto sulla propria pelle l'esperienza della tortura, che ancora oggi coinvolge 132 paesi in tutto il mondo". Un tema che è sempre tristemente di attualità, ha spiegato ancora Amnesty, soprattutto in questo periodo, con le "terribili immagini scattate nel carcere iracheno di Abu Ghraib". Alla mobilitazione di sabato hanno già aderito moltissimi esponenti dello spettacolo e della società civile, tra loro Giovanni Floris, Alessandro Haber, Mimmo Locasciulli, Anna Marchesini, Mariella Nava, i Monzon, Daniela Poggi, Massimo Wertmuller. L'organizzazione ha inoltre ricordato come la campagna "non sopportiamo la tortura" in tre anni e mezzo di attività ha ottenuto 435 mila adesioni individuali, 212 adesioni di enti locali e 173 di scuole ed università. CENTOMOVIMENTI NEWS

L’Europa ci guarda con una smorfia di disgusto di Marco Travaglio C’è da sperare che domani Marcello Dell’Utri sia presente, nella sua nuova veste di rappresentante dell’Italia al Consiglio d’Europa, alla discussione che il prestigioso consesso dedicherà allo scandalo Italia. Perché, così, la discussione verrà meglio. Dell’Utri è una parte importante dello scandalo Italia. Basterà, ai rappresentanti degli altri paesi europei (le democrazie vere), guardarlo in faccio e rammentare la sua biografia, per capire molte cose dei due temi all’ordine del giorno, che poi sono i due capisaldi del regime berlusconiano: il monopolio dell’informazione televisiva (e non solo) finalizzato alla censura delle notizie; e le leggi di impunità ritagliate su misura per il premier e i suoi coimputati. La censura serve a coprire l’impunità, l’impunità serve a coprire i censori. Dell’Utri, se esistesse un premio Oscar per la censura e l’impunità lo vincerebbe a mani basse come attore co-protagonista a pari merito con Previti, essendo Berlusconi il protagonista indiscusso. Condannato definitivamente a due anni per false fatture e frode fiscale, condannato a due anni in primo grado per estorsione, imputato a Palermo per concorso esterno in associazione mafiosa e per calunnia pluriaggravata, arrestato nel ’95 quando non era ancora parlamentare, scampato ad un altro arresto nel ’99 grazie al solito inciucio fra Polo e una parte del centrosinistra quando già sedeva in Parlamento, ora Dell’Utri si è procurato l’immunità dall’arresto facendosi rieleggere al Senato nel 2001 in un collegio sicuro e, la settimana scorsa, ha arraffato l’immunità addirittura contro l’esecuzione di condanne definitive facendosi nominare al Consiglio d’Europa dal Presidente del Senato Marcello Pera. Chissà la soddisfazione degli altri membri del Consiglio nell’apprendere di esere diventati lo scudo spaziale contro i guai giudiziari di un noto pregiudicato. Giornali e tv di tutta Europa hanno parlato copiosamente di questo scandalo italo-europeo. Le tv italiane non hanno detto una parola. Impunità e censura. Missione compiuta. Per fortuna l’Europa ci guarda. Con una smorfia di disgusto. articolo21.com

Esclusivo Assalto a Khobar: diario di un massacro di redazione Il comandante del gruppo terroristico responsabile dell’assalto al residence per stranieri di Khobar, in Arabia Saudita, racconta con dovizia di particolari la cronaca dell’assalto al complesso residenziale saudita avvento il 29 maggio scorso che costò la vita a 22 persone. Tra le vittime l’italiano Antonio Amato (impiegato come cuoco nel resort) che pochi istanti prima di essere ucciso registrò telefonicamente un appello di "molti minuti" rivolto al governo italiano con un giornalista dell'emittente tv Al-Jazeera. Registrazione della quale non si è avuta mai alcuna notizia. Una cronaca sotto forma di racconto/intervista che svela con particolari di inaudita crudeltà e durezza non solo lo svolgimento minuto per minuto dell’operazione terroristica, e la successiva fuga del commando, ma anche le fasi agghiaccianti dell’uccisione di tutti gli ostaggi. Il numero 18 del giornale 'Sawt Al Jihad', che si presume faccia capo ad Al Qaeda,contiene un'intervista con Fawwaz bin Muhammad Al Nashami, comandante della Brigata Al Quds, che si è assunto la responsabilità dell'attacco di Khobar. Pubblichiamo un estratto dei passi più drammatici del racconto/ intervista. (1) Piano dell'operazione Sawt Al Jihad: "Sia lode ad Allah (…) che, quando gli venne chiesto: 'Che cosa, da parte dell'uomo, rende felice il Signore?', rispose: 'Che [il credente] si lanci disarmato in un combattimento faccia a faccia col nemico'". "Con noi, oggi, è il comandante della Brigata Al Quds, che ha portato a termine l'operazione unica per eccellenza nella Penisola Arabica orientale [l'Arabia Saudita], così ci farà conoscere i particolari dell'operazione e quello che realmente accadde. Prima di tutto vogliamo dare il benvenuto al nostro fratello e chiedergli di rievocare per noi alcuni preparativi dell'operazione". Al Nashami: "In nome di Allah, preghiera e pace per il Profeta: Che Allah vi benedica. Nella battaglia di Khobar, non c'era altra scelta che compiere operazioni suicide. I fratelli tutti, possa Allah preservare quelli che rimangono in vita e accogliere quelli che sono stati uccisi, erano consapevoli che nessuno sarebbe ritornato, che avrebbero dovuto combattere fino alla morte e progettarono così la tattica di gettarsi in mezzo al nemico: i bersagli erano difficili e protetti da misure di sicurezza strettissime". "In effetti, tutta la zona era come le colonie straniere, come se fosse in un paese occidentale, tanto che non si potevano fare 200 metri senza incontrare armi pesanti, Hummers [veicoli blindati], blocchi di ispezione, armi e truppe armate". "Grazie ad Allah, i fratelli si erano incontrati e avevano preparato il piano con parecchi giorni d'anticipo. Dopo le preghiere del mattino, avevano rivisto il piano finale. Nel frattempo, nostro fratello Abu Hajar [il comandante qaedista nella Penisola Arabica Abdel 'Aziz Al Muqrin] mi nominò comandante del gruppo. Non ero qualificato per quest'incarico, ma era una prova voluta da Allah. Nell'incontro coi fratelli, ho spiegato loro gli scopi e il piano dell'operazione, ho mostrato i bersagli e abbiamo una ricognizione, in aggiunta a quella precedente, e abbiamo imparato a memoria i percorsi che portano ai siti". "Il giorno dell'operazione, ci siamo divisi i compiti finali. Io avrei guidato l'auto; nostro fratello Nimr Al Baqmi [rimasto ucciso nell'attacco], che chiediamo ad Allah di accogliere, era accanto a me; nostro fratello Hussein sedeva dietro e il quarto fratello Nader stava dietro a Nimr. La macchina era una Maxima". "Alla vigilia dell'operazione, ho messo il congegno esplosivo nella macchina e l'ho riempita di esplosivi, perché il terzo sito, un complesso residenziale, è il più fortificato di tutta la zona orientale. La sua distanza dal palazzo del [Principe Turki bin] Muhammad bin Fahd è di soli 500 metri, ed è noto come centro di massima dissolutezza e prostituzione. E' una zona molto grande, piena di ville. Porta il nome di [Abdel Aziz] Al Sani', ma la verità è che appartiene a Muhammad bin Fahd e che si tratta solo di una copertura". "Il nostro piano era che, una volta finito con i primi due obiettivi, ossia le due compagnie petrolifere, ci saremmo diretti verso il complesso residenziale, dove sarebbero accorse le forze di emergenza, e avevamo deciso che avrei dovuto entrarvi con la macchina per farla saltare in mezzo a loro e aprire così la via ai fratelli". Sawt Al Jihad:"Che distanza c'era fra quei due complessi?". Al Nashami: "Di complessi così non ne avevo mai visti in vita mia. Sorgono nell'area della Cintura d'oro, la zona più lussuosa e ricca del distretto orientale, ed è piena di case principesche, come quella dove vive l'Emiro della regione orientale. Abbiamo visto anche marines in divisa uscire da lì. Il complesso è di circa tre chilometri per tre e ha un certo numero di entrate, insomma, è una superficie enorme". Sawt Al Jihad: "E le compagnie?". Al Nashami: "La prima compagnia era la Arab Oil Investment Company. E' una compagnia che appartiene all'americana Halliburton. E' impegnata in Iraq. Si chiama Arab Oil Investment Company, ma in realtà è costituita da un certo numero di grandi compagnie petrolifere internazionali". Il primo attacco: "Legammo l'infedele per una gamba dietro la macchina … Tutti hanno visto l'infedele trascinato" Sawt Al Jihad:"Come avete cominciato?". Al Nashami: "Siamo partiti da casa esattamente alle sei meno un quarto. Ci siamo avvicinati al luogo, ci siamo cambiati i vestiti, abbiamo allacciato cartucciere e armi e pregato Allah di aiutarci e di facilitarci le cose". "L'edificio della compagnia ha due entrate e noi ci siamo diretti alla prima. Nostro fratello Nimr e gli altri hanno intimato alla guardia di aprire il cancello. C'era un uomo dietro il cancello. Due del servizio di sicurezza stavano fuori e uno dentro, ed era quest'ultimo che poteva aprire. I fratelli gli hanno detto: 'Apri il cancello!', ma lui non l'ha fatto. I fratelli volevano fare irruzione, ma lui si è nascosto dietro il bancone". "Avevamo fretta perché dovevamo finire con questa compagnia e passare all'altra. Perciò ci siamo diretti all'altro cancello principale, lo abbiamo sfondato e ucciso le guardie che stavano lì". "Non appena entrati, abbiamo incontrato la macchina di un inglese, il direttore degli investimenti della compagnia, di cui Allah aveva decretato la morte. E' il suo cellulare, macchiato di sangue sul sedile della macchina, che hanno continuato a far vedere alla televisione. Lo abbiamo lasciato sulla strada". "Siamo usciti e saliti in macchina. Avevamo legato l'infedele per una gamba dietro la macchina. Lasciato il complesso [della compagnia], abbiamo incontrato delle pattuglie. La prima ad arrivare era una jeep con un soldato e lo abbiamo ammazzato. Con le altre, ci sono stati scontri a fuoco e abbiamo potuto passare". "Grazie ad Allah, avevamo individuato più di una strada per arrivare al secondo sito. Quando le pattuglie ci bloccarono, non ci fu possibile rifare lo stesso percorso, così facemmo l'altra strada - lungo la costa e poi la via Khobar, ossia l'autostrada Damam - quattro chilometri". "L'abito dell'infedele si era tutto strappato e lui era nudo per la strada. La strada era piena di gente, era orario lavorativo e tutti potevano vedere l'infedele che veniva trascinato, sia lode e gratitudine ad Allah". "Arrivati a uno dei ponti, siamo finiti in un agguato, [un mucchio] di jeep di quei cani Tawaghit [le truppe governative saudite] e delle guardie degli americani e con loro c'è stato uno scontro a fuoco. (2) Attraversando il ponte, la corda che teneva legato l'inglese si è spezzata e il corpo dell'infedele è caduto al centro dell'incrocio, fra i quattro segnali di stop, e tutti quelli che si erano fermati allo stop hanno visto l'infedele nel momento in cui cadeva dalla cima del ponte". "I fratelli avevano ingaggiato uno scontro a fuoco con le pattuglie gridando tutto il tempo 'Allah Akbar' e 'Non c'è altro Dio all'infuori di Allah'". Il secondo attacco: "Siamo Mujahiddin e vogliamo gli americani (…) Gli abbiamo sparato alla testa (…) Gli abbiamo tagliato la gola" "Grazie ad Allah, avevamo superato l'agguato e continuato la nostra strada verso la seconda compagnia, la Petroleum Centre, che è in un complesso con molte altre compagnie. Arrivati all'entrata, siamo scesi dalla macchina. Grazie ad Allah, i fratelli erano meravigliosamente calmi e sereni, come se stessero facendo una passeggiata". "Siamo entrati e abbiamo trovato dei giovani della Penisola Arabica [sauditi] che indossavano la divisa dell'Aramco. Ci hanno chiesto: 'Cosa succede?' Abbiamo risposto: 'State calmi, non abbiate paura, non siete voi che vogliamo. Vogliamo solo gli americani'". "Siamo entrati tutti e quattro. Abbiamo incontrato impiegati arabi e li abbiamo salutati. Gli abbiamo chiesto: 'Dove sono gli americani?'. Erano tutti atterriti e dissero: 'Cosa succede? Chi siete?'. 'Siamo Mujahiddin e vogliamo gli americani. Non siamo venuti per sparare contro i musulmani, ma per purificare la Penisola Arabica, secondo la volontà del nostro Profeta Muhammad, dagli infedeli e dai politeisti che uccidono i nostri fratelli in Afghanistan e in Iraq. Vogliamo che ci mostriate dove sono'". "Abbiamo cominciato a salire le scale. L'edificio comprendeva un certo numero di compagnie e c'erano molte porte. Ogni volta che ne aprivamo una, trovavamo un grande spazio e in esso molti uffici e l'ufficio principale con la parete di vetro". "Entrati in uno degli uffici, abbiamo trovato un infedele americano, che sembrava il direttore di una delle compagnie. Sono entrato nel suo ufficio e l'ho chiamato. Quando si è voltato verso di me, gli ho sparato alla testa e la testa è scoppiata. In un altro ufficio, abbiamo trovato un infedele del Sudafrica e nostro fratello Hussein gli ha tagliato la gola. Abbiamo pregato Allah di accettare questi atti di devozione da parte nostra e da parte sua. Era l'infedele del Sudafrica". "Usciti dagli uffici, abbiamo trovato nostro fratello, Nimr l'eroe, che stava all'ingresso della compagnia a fare la guardia, bevendo un po' d'acqua come se fosse in una gita. [si comportava così] per il suo grande coraggio, che Allah abbia misericordia di lui". "Abbiamo ripreso la macchina. Stavano accorrendo forze d'intervento per difendere gli americani, forse qualcuno era del corpo dei marines. C'è stato uno scontro a fuoco, il terzo che ingaggiavamo con loro. La loro grande vigliaccheria si rivelava nel comportamento: erano molto lontani e, quando ci siamo avvicinati, hanno continuato a indietreggiare e ad allontanarsi". Il terzo attacco "Fratello Nimr gli ha tagliato la testa e l'ha messa sul cancello dell'edificio ( …) Abbiamo trovato tecnici indù e tagliato la gola anche a loro" "Ci siamo poi diretti al terzo sito, che era l'obiettivo più fortificato di tutti. Il nostro piano era di rimanere sulla macchina fino a quando non avessimo affiancato la Hummer americana. Una volta vicini, i fratelli si sono sporti dai finestrini, gridando 'Allah Akbar' e sparando. E ho visto il cranio del soldato che stava dietro la mitragliatrice scoppiare davanti ai miei occhi. Sia lodato Allah. Penso che sia stato ammazzato anche l'autista". "Il nostro piano originario era di penetrare attraverso il cancello d'uscita e, immediatamente dopo essere entrati, io avrei dovuto far saltare in aria la macchina in mezzo a loro [le guardie], mentre i fratelli avrebbero dovuto irrompere dentro il complesso". "Non appena arrivati, e superata la Hummer, c'è stata una sparatoria. A uno dei cancelli, Allah ci ha mandato una guardia giurata, che avevamo visto per la strada. Gli abbiamo intimato di aprire il cancello e così non è stato necessario far saltare la macchina". "Fatello Nimr si aggirava impettito nel complesso. Siamo allora entrati nel complesso dalla via principale. E' davvero molto grande, lunga vari chilometri e comprende molti edifici". "Ci siamo diretti verso uno degli edifici. Fratello Nimr, sia la misericordia di Allah su di lui, ha dato spallate contro la porta finché si è aperta. Siamo entrati e abbiamo trovato molte persone. Chiedevamo loro di che religione erano e i documenti d'identità. Abbiamo approfittato di questi momenti per la Da'wa [predicazione dell'Islam] e per illuminare questa gente sul nostro obiettivo. Abbiamo parlato con molti di loro". "Nel frattempo abbiamo trovato un infedele svedese. Fratello Nimr gli ha tagliato la testa e l'ha messa sul cancello, bene in vista per tutti quelli che entravano e uscivano". "Continuavamo nella nostra ricerca d'infedeli e quando ne trovavamo gli tagliavamo la gola. Arriva il rumore delle pattuglie e del personale di sicurezza che si radunavano fuori. Questi vigliacchi non avevano il coraggio di entrare. Erano passati 45 minuti o un'ora dall'inizio dell'operazione". "Abbiamo continuato a setacciare il posto alla ricerca degli infedeli. Abbiamo scovato dei cristiani filippini e tagliato loro la gola, dedicandoli ai nostri fratelli Mujahiddin delle Filippine. Abbiamo trovato anche dei tecnici indiani e anche a loro abbiamo tagliato la gola, sia lodato Allah. Quel giorno abbiamo ripulito la terra di Maometto di molti cristiani e politeisti". "Poi, ci siamo diretti all'hotel. Appena entrati, abbiamo trovato il ristorante, dove abbiamo fatto colazione e ci siamo riposati un po'. Saliti al piano superiore, abbiamo trovato molti cani indiani e gli abbiamo tagliato la gola. Ho chiesto ai fratelli di lasciarli sulle scale in modo che le truppe dei Taghut li vedessero entrando e che si spaventassero a morte. (3) Ma li avevo immaginati migliori di quello che erano, questi vigliacchi, perché non sono entrati nell'hotel se non dopo che ne eravamo usciti noi". "Abbiamo impiegato un po' di tempo per spiegare il Corano ai musulmani rimasti. Abbiamo insegnato loro come leggere [Surat] Al-Fatiha nel modo corretto. Ci guardavano con ammirazione e dicevano: 'Come potete fare questo in un clima così rovente?'. Grazie ad Allah, che ci ha permesso di fare questo". "I musulmani indiani ci hanno detto che il loro direttore era un vile che non permetteva loro di pregare e che sarebbe venuto fra poco. Appena arrivato, abbiamo controllato di che religione era sui suoi documenti e lo abbiamo tenuto con noi per un po' di tempo". "Ho poi chiamato la televisione Al-Jazeera che ci fece un'intervista che non è stata mandata in onda. Ho detto che stavo parlando dal complesso e che miravamo solo agli infedeli". "Poi, entrato in una delle stanze, ho guardato le notizie alla televisione che stava riferendo dell'assalto. Erano passate circa cinque ore dall'inizio dell'operazione e stavano annunciando che le forze di emergenza 'stavano facendo in quel momento irruzione nel complesso'. Assegnai ai fratelli certe posizioni nell'hotel e ci preparammo a respingere un attacco dei cani dello stato. se ci avessero attaccati". "Alle due, fecero irruzione, guidati da un ufficiale. Li vedevamo dalle nostre posizioni e lanciammo bombe su di loro. L'ufficiale fu ammazzato, grazie ad Allah, e i suoi soldati feriti. I soldati gridavano ai fratelli dietro loro: 'Vogliamo andar via, in nome di Allah, portateci via, fateci uscire!' E noi gridavamo: 'Allah Akbar' e 'Allah è il nostro Dio. Voi non avete Dio. Andate all'inferno e infame è il vostro destino!'" "Nimr, che Dio abbia pietà di lui, ha detto a uno di loro: 'Vieni più vicino, vigliacco, vieni qui!' Ma lui è scappato". "Hanno cominciato ha sparare con armi pesanti contro l'albergo e hanno continuato fino al pomeriggio. Nel frattempo abbiamo macellato il vile indiano che ha impedito ai suoi impiegati di pregare. Abbiamo trasferito i musulmani all'ultimo piano per proteggerli da spari e razzi delle forze d'intervento. Noi siamo poi rimasti al pian terreno ad aspettare quei codardi". "Nostro fratello Hussein era sulle scale e ha visto un infedele italiano. Gli ha puntato contro la pistola e gli ha chiesto di avvicinarsi. L'infedele ha obbedito. Abbiamo controllato i suoi documenti d'identità e deciso di chiamare Al-Jazeera, per farlo parlare alla sua gente e avvertirli riguardo alla guerra contro l'Islam e i suoi popoli, e poi gli avremmo tagliato la gola, un dono sacrificale agli italiani che combattono contro i nostri fratelli in Iraq e al loro presidente idiota che vuole sfidare i leoni dell'Islam". "Abbiamo chiamato Al-Jazeera e abbiamo detto al presentatore di parlare con lui [l'italiano]. Mi ha chiesto: 'Parla l'inglese?' Gli ho risposto: 'Avete un interprete italiano?' E lui: 'Si'. E gli ho detto: 'Fallo parlare nella sua lingua'". "L'italiano ha parlato per parecchi minuti. Ho chiesto al presentatore: 'Lo hai registrato?' Ha risposto: 'Si'. E poi l'eroe Nimr gli ha tagliato la gola". (4) Sawt Al-Jihad: "Chiediamo ad Allah di accettare questo dono sacrificale dalle vostre mani. Che cosa è successo dopo?" Al-Nashami: "Durante tutto questo tempo, siamo rimasti sul chi vive e pronti. Uno dei fratelli ha suggerito di attaccare quei codardi, dato che li abbiamo aspettati per tanto tempo e non sono venuti. Così, abbiamo invocato il consiglio di Allah. Dopo le preghiere della sera, abbiamo invocato Allah. Dopo le preghiere di tarda sera, abbiamo invocato il consiglio di Allah una terza volta". (5) "Stranamente ci sentivamo assonnati. E la cosa più strana è che ci ervamo sentiti cosi, fin dall'inizio dell'operazione la mattina, e poi ci siamo ricordati delle parole di Allah 'che vi avviluppa nel sonno [dato a voi da Lui] per la [vostra] tranquillità [Corano 8:11]' ". (6) La Fuga "Dopo la preghiera di tarda sera, abbiamo analizzato la situazione e ci siamo mossi dopo le 9:00. Siamo usciti da un passaggio, l'ultimo al quale il nemico avrebbe pensato, e Allah gli ha annebbiato la vista perché non ci vedesse". "Siamo saliti su una delle cascate artificiali che danno sulla strada. La distanza da terra era grande, 13 metri. Intorno a queste cascate ci sono alberi alti e, a oltre cinque metri, un muro in cemento che circonda il complesso". "Il primo a saltar giù è stato fratello Hussein. Aveva lanciato la sua borsa di munizioni, messo il suo Kalashnikov sulle spalle, tirato la cinghia, detto 'In nome di Allah' e si è gettato. Quando è atterrato, è rimasto lì scompigliato e uno dei fratelli ha pensato che era morto. Ma per grazia di Allah, il terreno era ammorbidito dall'acqua delle cascate. Così, fratello Hussein è rimasto illeso. Potevamo a mala pena credere ai nostri occhi. Lo abbiamo chiamato e ci ha risposto che era tutto d'un pezzo e in forma. Abbiamo avuto allora la certezza che si trattasse di un grande miracolo di Allah, vista l'altezza di 13 metri. Oh Allah, tu sia lodato!" "Dopo di che è saltato giù fratello Nader, poi io e fratello Nimr, che Allah lo accolga". Sawt Al-Jihad: "Allah Akbar (...) Che Allah sia lodato per questo grande miracolo. E ora siete fuori per strada". Al-Nashami: "Si, siamo ora per strada e gli alberi impediscono a loro di vederci. Tutte le guardie assembrate li fuori erano convinte che stavamo all'interno dell'albergo. Erano quasi le 10:30 di sera ed eravamo molto stanchi e assonnati. Decidemmo di riposarci prima di attaccarli. C'erano solo pochi metri di distanza tra loro e noi, ma Allah nella sua misericordia ha deviato il loro sguardo verso l'albergo e ci ha preparato alberi giganti per farci da schermo. Innanzitutto, non si aspettavano, neppure all'un per cento, che potessimo saltare da un muro tanto alto". "I fratelli hanno dormito un'ora e io vegliavo su di loro. Tutti i fratelli erano convinti che saremmo stati uccisi [durante l'operazione], ma preferivamo combattere dopo aver riposato. Dopo io ho fatto un sonno, come mai nella mia vita quanto a riposo e serenità, Allah sia lodato". "Poi abbiamo deciso che saremmo stati noi ad attaccare. Ci siamo riuniti e abbiamo implorato insistentemente Allah con le nostre preghiere affinché ci fornisse un esercito di Suoi ospiti. Il piano era che saremmo usciti all'aperto e avremmo fermato il primo veicolo in vista. Nimr e Hussein avrebbero avvicinato il mezzo e ucciso i cani americani al suo interno.Io sarei andato verso il Hummer e aperto il fuoco per deviare l'attenzione dagli altri e fratello Nader avrebbe portato il resto delle munizioni alla macchina, dato che rallentano la necessaria velocità di movimento. Dopo, presa la macchina, ci saremmo diretti verso lo sbarramento di guardie di sicurezza per affrontarli". Sawt Al-Jihad:"Secondo la sua stima, quanti soldati c'erano?" Al-Nashami: "Per la verità c'era un gran numero di forze, mezzi blindati, Hummers e altri veicoli. Avevamo deciso di prendere la macchina perché lo sbarramento di sicurezza era lungo chilometri. Ci voleva una macchina per portare noi e le armi e per far breccia". "Quando siamo apparsi da dietro gli alberi, i soldati sono rimasti di stucco e ci hanno guardato come se fossimo fantasmi. Il primo a raggiungerli è stato Nimr, che Allah abbia pietà di lui. E' corso a una velocità incredibile, sparando e gridando 'Allah Akbar'. C'è stato un conflitto a fuoco e Allah, nella sua bontà, generosità, pietà e benevolenza, ci ha assicurato la vittoria su di loro". "Il resto dei soldati intorno al palazzo ha cominciato a sparare, non so a che cosa sparassero, forse alcuni provavano le loro armi per la prima volta". "Abbiamo distrutto due jeep e ucciso gli occupanti. Ho ucciso l'autista della terza jeep e il mezzo si è capovolto varie volte. Eravamo ora in mezzo alla strada e non riuscivamo a trovare una macchina". "Volevamo percorrere una delle strade vicine, ma Nimr è uscito all'aperto, rapido come un fulmine, mettendosi in una posizione di combattimento molto difficile, scambiando fuoco con un Hummer. Ho visto i proiettili traccianti lasciare il suo fucile, illuminando il soldato dietro alla mitragliatrice. Abbiamo attraversato la strada, sotto una pioggia di pallottole, rispondendo al fuoco. E' stato un miracolo e una grazia meravigliosa di Allah. Abbiamo visto i proiettili passare tra i nostri piedi e intorno a noi, ma neppure uno ci ha colpito, solo Allah sia lodato". "Siamo entrati nella zona designata, Allah sia ringraziato, riuscendo a superare lo sbarramento, mentre quegli idioti continuavano a sparare. Poi siamo saliti su una delle macchine e siamo partiti". "Per Allah, sono sbalordito da quanto è accaduto. La distanza era di un chilometro e mezzo o due; abbiamo incrociato dozzine di blindati, jeep e APC e sparato a tutti, tagliando attraverso lo spazio dove si stavano riunendo, con solo un metro tra noi e ognuno dei loro veicoli". "Avevano bloccato la strada, ma Allah ha facilitato la nostra fuga. Abbiamo sfidato la morte e volevamo tuffarci in mezzo a loro, per macellarli e compiere il martirio. Ma, [il primo Califfo] Abu Bakr, che Allah sia compiaciuto di lui, ha detto il vero affermando:'Desidera la morte e ti sarà data la vita'". "I proiettili traccianti hanno molto spaventato quei codardi. Gli abbiamo sparato con Kalashnikov e anche buttato bombe, preparate dai miei fratelli. Abbiamo gridato 'Allah Akbar', 'Non c'è Dio all'infuori di Allah' e Allah ci ha dato una grande vittoria". "Abbiamo sfondato il primo sbarramento, poi il secondo e il terzo. Al terzo, l'eroico leone Nimr è spuntato da dietro una macchina e ha sparato. Una pallottola lo ha colpito in mezzo al petto, ma nonostante ciò il valoroso leone ha continuato a sparare". "Abbiamo superato il quarto e il quinto sbarramento, con Nimr che perdeva molto sangue, ma continuava a sparare (...) Passato il sesto, Nimr è caduto". "Dentro la macchina, ha alzato l'indice. (7) Abbiamo provato a spostarlo e a scuoterlo, ma non si è mosso, non c'era più dubbio che era stato ucciso. Abbiamo chiesto ad Allah di elevarlo a un rango superiore (...)". "Passato il sesto sbarramento, ci siamo diretti verso l'autostrada. Non potevamo credere che avevamo sfondato tutti quegli sbarramenti. Ne eravamo certi, era opera della divina provvidenza e benevolenza". "Fatti 10 chilometri (...) abbiamo trovato un camioncino pickup e lo abbiamo preso. Fratello Nader era dietro con l'arma pronta a sparare in caso di sparatorie. Abbiamo incrociato delle jeep che andavano nella direzione opposta verso gli sbarramenti. Li abbiamo superati, grazie ad Allah, loro convinti che eravamo amici - che Dio ce ne scampi – e Allah ha annebbiato loro la vista perché non ci vedessero, anche se fratello Nader era dietro col fucile in mano (...)". "Siamo poi arrivati in città, grazie ad Allah, come se ciò che avevamo passato fosse un sogno, visti i tanti miracoli e il sostegno testimoniati. Oh Allah, a te va la lode e la gratitudine, come si addice alla magnificenza del tuo cospetto e l'eccellenza del tuo governo". "Una volta sfuggiti, abbiamo preso contatto coi nostri fratelli e li abbiamo incontrati, sempre grazie ad Allah e sia benedetto per questa grande vittoria". "Quest'operazione è considerata una grande vittoria [assicurata] da Allah (...) Molti [dei musulmani presenti nel complesso attaccato] hanno pregato per una nostra vittoria" Sawt Al-Jihad: "Uno degli errori stupidi dei mezzi di comunicazione di Al-Salul [termine spregiativo per la casa reale di Saud] è stato di pubblicare la testimonianza di arabi e musulmani presenti all'interno del recinto. Cosi, il mondo intero ha saputo che non li abbiamo presi di mira o toccati. Diteci, per favore, che Allah vi protegga, il loro atteggiamento nei vostri confronti e l'effetto che quest'operazione ha avuto su di loro". Al-Nashami: "Lodato sia Allah. La verità è che l'operazione è considerata una grande vittoria [assicurata] da Allah. Dozzine di persone conoscevano le richieste dei Mujahidin e hanno visto coi propri occhi. Molti hanno pregato per una nostra vittoria. Alcuni pachistani e indiani musulmani hanno gridato con noi 'Allah Akbar' e, quando hanno scoperto che il nome della nostra brigata era Al-Quds [Gerusalemme], hanno detto 'Allah Akbar, vogliamo andare con voi a Gerusalemme'". "Quando stavamo nell'albergo, abbiamo insegnato loro il Corano. Quando incontravamo un arabo o un musulmano vestito come gli infedeli (...) lo consigliavamo di stare lontano dal complesso dove risiedono stranieri. Consigliavamo di portare indumenti islamici, così nessuno deve chieder loro se sono musulmani o meno. Abbiamo incontrato un iracheno musulmano con nazionalità americana.Tremava davanti a noi, ma gli abbiamo detto che non eravamo venuti a uccidere musulmani (...)". "Mentre cercavamo gli infedeli, siamo passati da uffici dove alcuni sauditi ci aspettavano con apprensione. Abbiamo detto loro: 'Oh fratelli, non abbiate timore, non uccidiamo musulmani, vogliamo gli infedeli stranieri. Compagni, come state?' Lo abbiamo ripetuto finché la loro paura era svanita e hanno cominciato a scherzare con noi e a indicarci dove si trovavano gli infedeli (...)". Sawt Al-Jihad: "Nessuno di voi è stato ferito?" Al-Nashami: "Solo una ferita leggera.Fratello Hussein si è tagliato la mano quando ha rotto il vetro di una finestra. Stiamo tutti bene, sia lodato Allah, e c'impegniamo, di fronte ad Allah e i membri della nostra brigata, di partecipare a un altro raid come questo, che Allah sia lodato e ringraziato". Sawt Al-Jihad: "Sia lodato Allah per il vostro stato di salute, chiediamo a Lui di iscrivere la vostra ricompensa e di dare ai vostri cuori la soddisfazione della vendetta [contro gli infedeli] così come voi avete dato soddisfazione ai cuori dei musulmani di tutto il mondo". Note: 1 Sawt Al-Jihad, No. 18, giugno 2004. Per la trascrizione, potete consultare http://www.hajr.ws/forum/showthread.php?p=404390047 2 Si tratta di un'espressione coranica che significa idolatria e fede maligna ed è usato dagli islamisti moderni per definire i governanti oppressivi che, sia pure di formalmente musulmani, hanno tradito il vero Islam. 3 Vedi sopra, nota 2. 4 Al-Jazeera ha dichiarato di aver ricevuto una telefonata da un individuo sconosciuto, che affermava di chiamare dal complesso, dove erano gli ostaggi, e di averne uno accanto a lui. Al-Jazeera ha detto di aver rifiutato di occuparsene perché non tratta con fonti ignote la cui attendibilità non può essere verificata. Al-Rai Al-'Aam, (Kuwait), 31 maggio 2004. 5 Il termine qui usato per ricercare il consiglio di Allah è Istikhara, la pratica di aprire il Corano a caso e scegliere un verso. 6 Forse il verso che hanno trovato praticando l'Istikhara. 7 Dicendo la Shahada, ossia la dichiarazione di fede musulmana: "Non c' è Dio all'infuori di Allah e Maometto il suo Profeta". (Grazie per la gentile concessione a East Media Research Institute - MEMRI - ) MEMRI P.O. Box 27837 Washington, DC 20038-7837 redazione@reporterassociati.org

John Kerry e il "fattore B." di redazione Washington. John Kerry sul palco è lanciato in un comizio elettorale. Ma nella sala nessuno gli presta attenzione: tutti fanno la ressa attorno a Bill Clinton per ottenere una copia autografata del suo libro. La vignetta, pubblicata dal quotidiano “New York Post”, sintetizza con efficacia la frustrazione dei democratici per la “invasione di campo” dell'ex-presidente. I media americani sono in questi giorni saturi di servizi, interviste, filmati, notizie, curiosità su un leader democratico, ma si tratta di Bill Clinton, impegnato a vendere il suo libro, e non del senatore Kerry, impegnato a vendere le sue proposte politiche. A parole Clinton afferma di voler fare tutto il possibile per aiutare Kerry a vincere le elezioni e a riconquistare la Casa Bianca per il partito democratico. Ma nei fatti sta accadendo esattamente il contrario: l'orgia pubblicitaria che circonda il lancio del libro di Clinton, che sarà messo in vendita in tutte le librerie americane a partire da domani, sta inevitabilmente togliendo prezioso spazio sulla stampa e sulle TV al candidato democratico alla presidenza. La “campagna parallela” di Clinton sta oscurando quella di Kerry: il tema del giorno, anziché gli errori politici di Bush, é diventato quello degli errori psicologici dell'ex-presidente che si è steso con gusto in questi giorni sul lettino da psicanalista dei media nazionali, ben felice di essere interpretato ed analizzato da chiunque lo desideri. La pubblicità è l'anima del commercio. Con due milioni di copie di “My Life” (957 pagine, prezzo di copertina 35 dollari) già prenotate, l'autobiografia prematura di Clinton (ha solo 57 anni) è un bestseller annunciato. L'ex- presidente sta lavorando con impegno, con l'entusiasmo delle sue campagne elettorali, per giustificare il suo assegno da 10 milioni di dollari concordato con l'editore. Ma la intensa campagna, invece di puntare sui successi di Clinton e dei democratici negli otto anni alla Casa Bianca, è tutta concentrata sulla personalità del presidente dello scandalo Lewinsky. Una scelta che priva il povero Kerry dell'unico elemento di vantaggio che la accensione dei riflettori sulla presidenza Clinton poteva assicurargli: un confronto positivo tra l'era felice quando i democratici occupavano la Casa Bianca, senza guerre e con l'economia al galoppo, e l'America dai nervi tesi e dal grilletto facile della presidenza Bush. Così anche i successi di Clinton che potevano avvantaggiare Kerry, come l'approccio più dinamico alla risoluzione del problema palestinese (incapsulato dalla storica stretta di mano tra Rabin e Arafat nel giardino della Casa Bianca), non sono “trasferiti” al candidato democratico: tutta l'attenzione è infatti per la “vita interiore” di Clinton. Rivedere le immagini dell'energia delle campagne elettorali di Clinton offre un confronto istantaneo non positivo per John Kerry, che non possiede il carisma e il dinamismo dell' ex- presidente. "Se voleva veramente aiutare Kerry, Clinton doveva far uscire il suo libro dopo le elezioni di novembre", ha osservato una commentatrice televisiva. Una osservazione che trova molti democratici concordi. (New York, grazie alla cortesia di "America Oggi")

DEMOCRAZIA Il piazzista gioca sporco GUGLIELMO RAGOZZINO Silvio Berlusconi è sempre stato abile negli affari, forse un tantino spregiudicato in certi passaggi, come quando ha costretto l'editore Mondadori (Mario Formenton) a cedergli Retequattro, dopo avergli sottratto tutti gli inserzionisti per poi insistere e prendere il controllo dell'intero Mondadori con il mai abbastanza lodato Lodo. Dopo la sua scesa in campo, nell'agone politico, alla fine del '93, Berlusconi ha cercato di applicare la stessa sveltezza, di mano e di pensiero, ai supposti bisogni dell'azienda Italia. E per quanto l'azienda Italia si tiri indietro, Berlusconi insiste, cerca sempre di fare propaganda, nell'intento di vendere qualcosa a tutti. Nell'ultima decade è avvenuto tre volte. La prima alla vigilia delle elezioni con il messaggino Sms firmato Pres del cons. La seconda durante le elezioni, anzi proprio al seggio, con un comizio contro avversari e alleati, praticamente con la scheda in mano. Passa qualche giorno ed ecco la terza uscita, subito prima del turno di ballottaggio alle elezioni locali, per accusare gli avversari di gravi brogli elettorali. Berlusconi deve avere letto a modo suo il libretto di Amartya Sen che spiega le due forme di democrazia, il voto e il discorso pubblico. Così intreccia le due democrazie a proprio esclusivo favore, proprio come avrebbe fatto nei vecchi tempi felici per conquistare il mercato dei fabbricanti di pentole e convincerli che senza la propaganda della televisione commerciale erano fuori gioco. La prima democrazia è quella del voto. Berlusconi la stravolge. Era abituato a dire: ecco i voti, ecco la maggioranza, ecco i miei cinquecento e passa parlamentari, faccio quello che voglio, come voglio, quando voglio. La democrazia del discorso pubblico, è un po' più complicata per uno come lui. E' l'insieme di stampa libera, associazioni su base volontaria, movimenti di base e di protesta, di tutto quello insomma che Albert Hirschman chiamava voice ed exit, «protesta» e «defezione». Berlusconi l'ha sempre avuta sullo stomaco. Genova, l'articolo 18, gli stessi girotondi, la marcia da Perugia ad Assisi, il movimento della pace: tutto un abominio comunista, messo insieme per togliere a lui la limpida vittoria e la conta dei voti in parlamento. Arrivato al passo tremendo della probabile sconfitta, Berlusconi capisce che la propaganda di tipo aziendale non basta più e sceglie la via di utilizzare a proprio favore la protesta; la protesta degli altri. Così comincia a mandare i messaggini e aspetta la reazione. Tra Sms e risposte irate riesce a mobilitare forse due milioni di voti: per lui e contro di lui. Il rischio è palese, ma tanto chi è contro di lui ha già deciso di andare a votare... E comunque, perso per perso... Poi la seconda uscita. Scrive Libero nel titolo: «Berlusconi esterna al seggio: sinistra cialtrona, vinceremo noi». E racconta di un vero e proprio comizio di venti minuti. Lo scandalo è quello del presidente del consiglio che rompe la regola del silenzio ai seggi, una legge fondante della democrazia elettorale. Berlusconi dal seggio attacca tutti, anche gli alleati, non solo i comunisti antipatriottici, parla e straparla. L'intento è di nuovo di ottenere un'enorme propaganda elettorale, fatta di proteste e di scandalo. La terza volta è se possibile più grave ancora; il Giornale riporta così le parole del boss: «è indegno ciò che accade nei seggi elettorali dove vengono cancellate schede elettorali a nostro favore e attribuite a loro»; e ancora: «...ci sono due Italie: una di persone per bene come noi e una di persone come loro». Così Berlusconi ha stravolto le regole di buon comportamento elettorale che vigevano nella repubblica, almeno intorno ai seggi, almeno nella forma. Ha detto in sostanza: d'ora in poi è possibile il gioco sleale; io almeno lo praticherò. Quale sarà la sua quarta volta? Cosa inventerà l'anno prossimo, con il rischio di perdere venti regioni in un colpo solo? E quando si tratterà di eleggere il nuovo parlamento? ilmanifesto.it

Proprio
Mi dispiace tanto per l'ostaggio decapitato, dio che orrore. Ma adesso scusatemi, devo proprio andare che comincia la partita. (jena)


ilmanifesto.it

Fini incontra Berlusconi. Nella maggioranza si va alla resa dei conti?
di red

L’incontro è cominciato alle due. Esattamente alle due meno cinque minuti. Ed è durato un’ora e mezza, novanta minuti. Quando il vice presidente del Consiglio, Fini, ha lasciato Palazzo Grazioli, dove s’era incontrato col presidente del consiglio. Ai giornalisti che lo aspettavano, il vice premier non ha voluto rilasciare dichiarazioni. Ma tutto fa capire che la situazione resta tesa, dopo quel che è avvenuto ieri nel consiglio dei ministri, quando proprio Fini, alzandosi e sbattendo la porta ha minacciato le dimissioni. Per le stesse identiche ragioni che avevano portato il vicepremier a chiedere mesi fa la «verifica» del governo e della maggioranza: le scelte di politica economica. Che si può tradurre anche con un’altra espressione: le troppe deleghe, il troppo potere, di cui può disporre il superministro dell’Economia, Giulio Tremonti.

E dopo la bagarre di ieri – che non ha spostato di una virgola gli schieramenti interni: di qua il premier, i ministri azzurri e la Lega, di là Follini e Fini, che a conti fatti sono gli unici che possono cantare vittoria alle europee – ora sembra arrivata l’ora della resa dei conti.

Annunciata dalle parole di qualcuno– come il ministro dell’Agricoltura Gianni Alemanno, che comunque ieri ha scelto di seguire il suo leader, lasciando anche lui la riunione- anche se i toni sono probabilmente molto diversi da quelli che era possibile ascoltare nella riunione a Palazzo Chigi. «Siamo convinti che il presidente Berlusconi riuscirà a recepire le nostre indicazioni e a rilanciare il governo di centro destra innanzitutto dal punto di vista programmatico. È assolutamente sicuro che questo avvenga», dice ora. Naturalmente neanche lui prova a tacere il durissimo scontro di ieri: «Sono convinto – continua - che anche dopo la discussione di ieri sia ancora più chiaro che la situazione deve essere risanata e che non c'è nessuna altra possibilità o opzione». La situazione insomma, ha chiarito il ministro, «deve cambiare. Ci vuole una correzione di rotta profonda e siamo convinti che il presidente del Consiglio abbia tutti gli strumenti per realizzarla». Berlusconi, dunque, «non può non dare una risposta chiara».



unita.it

Rosebud
Solimano 23 giugno 2004
La menata sui brogli è un gioco vecchio: Charles Foster Kane, per la sera delle elezioni, ha pronti due titoli per il suo giornale (capital letters): KANE ELECTED e FRAUD AT POLLS, e gli tocca usare il secondo.
E molto prima Charles Dickens nel Pickwick aveva mirabilmente descritto una campagna elettorale con due candidati che si scambiano ogni genere di colpi bassi.
Ma come sempre, a sinistra ci sono tanti boccaloni che fungono da amplificatori.
Qual'è il motivo per cui Berlusconi ha tirato fuori questa storia? Semplice, buttare in rissa la campagna elettorale nei giorni immediatamente precedenti il ballottaggio. La rissa aumenta la partecipazione al voto, e lui spera che ciò voglia dire migliorare le sue probabilità per la provincia di Milano, che è la situazione che veramente lo preoccupa. Per cui, la battuta giusta l'ha detta D'Alema: “Lasciamolo solo col suo delirio”, ma vedo che si comincia a parlare di dossier e di controdossier, a coinvolgere il ministero degli Interni, a parlare di denunce in tribunale etc. Sfottiamolo a cose fatte, please.
La storia degli SMS PresDelCons, aveva lo stesso razionale: aumentare la partecipazione al voto dei suoi. Sembra che ne abbia avuto un vantaggio. I sondaggi dei giorni precedenti davano Forza Italia a meno del 20%, ed ha ottenuto il 21%.
Va aggiunto che l'uomo è fatto in modo tale che quando racconta una balla, cioè quasi sempre, il primo a crederla è lui (mentre la racconta, prima no, sa benissimo che è una balla). Per cui sarebbe il caso che si desse una calmata; forse è agitato perché rimpiange la slitta, proprio come Charles Foster Kane. L'ha smarrita in una delle sue ville, quella delle Bermude, probabilmente: usava Rosebud per affrontare le famose nevicate tropicali di quelle isole.
ulivoselvatico.org

Se l´Ulivo espugna la città del premier
CURZIO MALTESE


da Repubblica - 23 giugno 2004

MILANO - IL BERLUSCONISMO assediato nella sua capitale era uno spettacolo impensabile fino a due domeniche fa. Ma ogni giorno che passa cresce il nervosismo del Cavaliere e la speranza del centrosinistra. Qui Silvio Berlusconi non perde da dieci anni, si tratti di politiche, europee, regionali, provinciali, comunali. La sinistra sembrava completamente sparita dalla città, estinta come i dinosauri.


La presidente uscente della Provincia ha scelto i salotti mediatici, per il candidato dell´Ulivo niente tv e tanti incontri con la gente
Dalla ex Stalingrado d´Italia assedio alla signoria di Silvio
Penati sfida Colli, vecchio Pci contro berlusconismo
Lei è al centro di una battaglia simbolica per il potere di Berlusconi Lui è partito da Sesto per cercare consensi partendo dalla base
Il grande interrogativo è sui voti della Lega. E c´è chi prevede: se va a votare il 40 per cento vince la sinistra
Il siparietto con il premier Alla ex cantante è stato chiesto solo di scendere le scale come Wanda Osiris
Perdere qui sarebbe uno choc paragonabile alla caduta di Bologna per le sinistre nel ?99
Da qui è nato tutto e tutto potrebbe finire, con un effetto domino sulle regionali del 2005
CURZIO MALTESE

Costretta a nascondersi dietro la maschera di candidati sempre più moderati, democristiani o confindustriali, improbabili seduttori dell´antipolitica dei ceti medi. Adesso tocca con mano il miracolo di battere in casa sua Berlusconi e il berlusconismo perfetto incarnato da Ombretta Colli, per giunta con la faccia sincera d´un orgoglioso uomo di partito, Filippo Penati, che si vanta d´aver voluto fatto «una campagna elettorale da vecchio Pci». Sarebbe certo una sconfitta simbolica, perché la provincia conta pochino, come hanno dimostrato i cinque anni della Colli, stretta fra i vasi di ferro di Comune e Regione, sballottata fra Albertini e Formigoni.
Ma in politica i simboli contano e nel berlusconismo poi sono quasi tutto. Alessandro Amadori, sociologo autore di "Mi Consenta", dice: «Nell´universo magico del berlusconismo una sconfitta simbolica conta più di una reale. È un potere fondato sulla produzione di simboli e riti. E Milano è il centro di irradiamento nazionale, ormai mondiale, del berlusconismo». Poi prende la calcolatrice e cominciano i calcoli. Al primo turno Penati ha preso il 43% contro il 38 di Colli, fanno 100mila voti reali. Al ballottaggio la Colli può contare sui 170mila voti della Lega, i 30mila dei pensionati e i 20mila di Bobo Craxi e De Michelis, che qui hanno preso poco perché se li ricordano. Ma si può contare davvero sui voti leghisti? Secondo Amadori «non più della metà convergeranno su Ombretta Colli». A giudicare dal microfono aperto di Radio Padania, anche meno. Mannheimer ne fa una questione d´afflusso: «Sotto il 40 è probabile la vittoria del centrosinistra, sopra il 50 vince la destra».
Numeri e simboli ossessionano anche il quartier generale di Forza Italia. Ma per una volta i simboli prevalgono sui sondaggi. Perdere qui sarebbe uno choc paragonabile alla caduta di Bologna per le sinistre nel ?99. Con il rischio di un effetto domino sulle regionali dell´anno prossimo e, ancora prima, sull´alleanza di governo.
Questa è la signoria del Cavaliere. Gioann Brera chiamava Berlusconi il Duca di Milano già negli anni ?80. S´era preso il Biscione degli Sforza e l´aveva piantato sul suo regno d´antenne, ben prima della discesa in campo, quindi su ogni palazzo di potere della città. Da qui è nato tutto e tutto potrebbe cominciare a finire, con un effetto domino sulle regionali dell´anno prossimo e magari sull´alleanza di governo. Ma non è soltanto una questione politica. È un´ipotesi che scatena l´istinto proprietario. Berlusconi considera Milano roba sua e reagisce come se gli lanciassero un´Opa su Mediaset, Mediolanum o il Milan. S´è lanciato nelle provinciali, con tutto quel che c´è da fare a Roma e al governo, con la furia del combattente. Senza il timore di rubare fin troppo la scena alla candidata ufficiale, l´Ombretta, già in difficoltà a farsi passare per una del mestiere. L´altra sera ha preso mezzo governo, da Buttiglione a Castelli, più il fido Bondi, l´avvocato Taormina, Scajola, e li ha trascinati a fare da claque nella roccaforte del nemico, Sesto San Giovanni, l´ex Stalingrado d´Italia. Qui il premier ha tenuto uno show personale, dove alla Colli, la bella tosa, è stato chiesto solo di «scendere le scale come la Wanda Osiris». Lei poverina ci ha pure provato, e lui «certo la Wanda era un´altra cosa». È seguito il noto comizio sui brogli della sinistra, gli insulti alla sinistra e la preghiera a Milano «di non permettere la vittoria d´un comunista». Lo stesso pubblico in teatro, meno numeroso delle scorte, sembrava perplesso.
Mezzo chilometro in là Penati e D´Alema riempivano la piazza di gente vera. Non è un gran segnale perché Penati è stato sindaco di Sesto San Giovanni per dieci anni. Ed è stato un grande sindaco, nel periodo più buio, triste e complicato della cittadella operaia di Milano. Quando le grandi fabbriche, la Falck, la Marelli, la Breda, chiudevano i battenti, e la "cintura rossa" di Milano scoloriva nel verde padano o nell´azzurrino berluscones. A Sesto no, i voti aumentavano. Grazie a questo politico a tutto tondo, con un curriculum di partito e il nonno partigiano morto nei lager. Eppure capace di avviare da vero manager la riconversione dell´ex Stalingrado in polo terziario, universitario, commerciale.
La sua "campagna da vecchio Pci" di Filippo Penati s´è giocata quasi tutta in provincia, nell´hinterland e nelle periferie. Zero tv, dove la Colli non ha mai accettato il confronto, pochi manifesti. Tanta strada, strette di mano, mercatini rionali, assemblee di quartiere. «Sono andato dove la sinistra non andava più. Nelle periferie dove arrivavano solo le telenovelas di Berlusconi e le associazioni leghiste». Quando non trovava nessuno all´appuntamento, («E all´inizio era quasi sempre così»), prendeva il megafono e da solo cominciava a girare il quartiere. «Il partito ha dovuto lottare per dargli almeno l´autista», dice Roberto Cuillo dei Ds.
L´esatto contrario della campagna berlusconiana di Ombretta Colli, tutta giocata ai Costanzo Show, in tv, sulla scena mediatica. A voler essere paradossali, un ritorno alla Milano cantata dal primo Gaber, quella dei bar del Giambellino. E chissà che dopo tanto scimmiottare il berlusconismo a sinistra, il rovesciamento di prospettiva non si riveli vincente.
Oltre la versione romantica c´è naturalmente anche la paura della sinistra di tornare a Milano, nel regno del nemico, dove l´avevano già espulsa prima il rampantismo craxiano e poi la marea leghista. In centro non s´è tenuto un comizio, un´iniziativa qualsiasi, un concerto. Gli artisti e gli intellettuali che vivono in città, da Dario Fo a Gregotti, da Lella Costa a Paolo Rossi, hanno fatto campagna elettorale ma a Bologna e per Sergio Cofferati. «Non ci hanno chiamato, purtroppo», dice Paolo Rossi «Penati piace a tutti e l´idea di Berlusconi perdente a Milano è troppo bella». Ma il dramma della separazione fra cultura e politica, che a Milano erano la stessa cosa nell´antica e nobile tradizione del riformismo socialista di Turati, fino al Piccolo di Grassi, è ormai compiuta da troppi anni. Nel nome di un mito economico che produce sempre meno risultati. Perché se il NordEst è in crisi, Milano e la Lombardia arrancano e non riescono ad agganciare neppure la ripresina. La produzione industriale lombarda continua a calare del 5% nell´ultimo trimestre, quando in tutta Italia è aumentata del 7. «Colpa del fatto che Milano non ha più il coraggio di rischiare», denuncia il presidente dell´Assolombarda, Bruno Perini. Lo spirito imprenditoriale declina in affarismo puro e il mito dei danè a tutti i costi lascia cicatrici nella città, la imbruttisce oltre il limite. A Porta Genova il comune ha spianato un capolavoro d´archeologia industriale, la Calzoni di via Solari, per farci un supermercato con parcheggio. «Il massimo di politica culturale della giunta è stato copiare la notte bianca di Veltroni a Roma, già copiata da Parigi. La gioia di vivere di una Barcellona o di Berlino, qui s´è persa. Milano non è più vicina all´Europa», commenta Moni Ovadia. «La solita mistica dell´evento», secondo Guido Martinotti. Massimo Rebotti, direttore di Radio Popolare, storico termometro cittadino, è invece ottimista: «Mezzo milioni di milanesi in piazza di notte sono qualcosa da studiare, in una città dove il divertimento è tutto privatizzato. Sono il segnale di un gigante che si sveglia».
Chissà se il gigante si sveglia. Se la sinistra saprà lanciare l´assalto alla roccaforte del signore di Milano. Un gesto di coraggio l´ha compiuto. Dopo che il Corriere aveva notato che per la prima volta dal dopoguerra piazza del Duomo non aveva ospitato un grande comizio elettorale, l´Ulivo ha deciso di chiudere domani la campagna per Penati, con lo stato maggiore schierato sotto la Madonnina. È stata la piazza della democrazia italiana dalla Liberazione, il motore d´ogni cambiamento, il teatro dei grandi leader. Ora che le insegne del potere berlusconiano lentamente si ritirano, il cuore di Milano era diventato terra di nessuno, città aperta. Forse stavolta non servirà aspettare gli exit polls e lo spoglio. Basterà andare in piazza Duomo domani, come per tanti anni, e capire chi ha vinto, chi ha perso.





















Ds Milano - Rassegna stampa


Il Corriere della Sera cambia padrone
Il consiglio tenutosi due giorni fa per la nuova distribuzione delle quote del patto di sindacato di R.C.S. MediaGroup, a cui ha fatto seguito la riunione del consiglio di amministrazione R.C.S. e del patto Gemina, determinerà sicuramente una diversa collocazione della linea editoriale anche del quotidiano di via Solferino.
L’uscita di scena della figura di Cesare Romiti, dopo quella della famiglia Agnelli, apre infatti nuovi scenari nella costituzione del gruppo di riferimento del Corriere della Sera. E gli ingressi degli azionari già in quota, come gli imprenditori Diego Della Valle, Stefano Ricucci, e le famiglie Ligresti e Pesenti, giustificano dubbi e attenzione per lo sviluppo della vicenda. Alcuni esempi.
Diego Della Valle, figura emblematica di una nuova classe industriale rampante, che in Luca Cordero di Montezemolo trova il simbolo più indicativo, dopo aver raggiunto la serie A di calcio con la Fiorentina a tempo di record (forse per ripagare anche le pesanti penalizzazioni subite dalla società nell’era Cecchi-Gori), appena entrato in R.C.S., quindi può aver diritto all’acquisto delle nuove azioni messe in vendita, mentre si accinge ad entrare nel sindacato di blocco Mediobanca.
Salvatore Ligresti, in sintesi, deve essere collocato, in relazione alle sue ultime vicissitudini manageriali, in quella ambigua rete messa in moto dai cosiddetti poteri istituzionali “forti”, al momento della sostituzione del direttore della testata giornalistica avvenuta qualche tempo fa con l’avvicendamento tra Ferruccio De Bortoli e Stefano Folli, non senza qualche vivace polemica ben presto rientrata nei ranghi.
Ligresti, prima osteggiato dalla stessa famiglia Romiti e considerato da sempre come la longa manus del Presidente del Consiglio, conta di entrare con l'intera quota del 5%, anche se la decisione sara' oggetto di trattative.
Ora, quella situazione che vedeva anche il coinvolgimento di un passaggio di quote azionarie, poi rimandato nei suoi dettagli tecnici e nell’accordo sui nuovi acquirenti, in questi giorni sembra stia delineando una sua fisionomia sempre più precisa, con l’avvento di chi già aveva assunto posizioni di rilievo nei precedenti contatti.
E a tal proposito, per chiarire meglio la vicenda sarà importante seguire le dichiarazioni promesse alla stampa nei prossimi giorni da Maurizio Romiti, figlio di Cesare e amministratore delegato e direttore generale della società, che ha già ieri delegato gli incarichi a Roberto Vitale, attuale presidente.
Cesare Romiti, che si trova in questo modo a interpretare una sorta di passaggio di consegne di una generazione del capitalismo italiano oramai al tramonto, tratterrà comunque una quota dell’1% della società, oltre alla presidenza onoraria. Elementi che sul peso complessivo delle scelte editoriali, non avranno in pratica alcun tipo di influenza. Naturalmente, tutto questo può essere osservato da diversi punti di vista, e soltanto l’evolversi degli accadimenti potrà dare qualche indicazione ulteriore.
In questo contesto assumono particolare rilievo l'intervento di Paolo Serventi Longhi:
"E' urgente - ha detto il segretario della FNSI - che il nuovo assetto societario richiami da subito e faccia propri accordi, regole, patti che da molti anni sono stati
stipulati contro ogni interesse improprio, estraneo all'informazione. Il Corriere come sostiene il comitato di redazione giustamente, deve essere difeso da qualunque potere, politico o economico che sia,
da qualunque pressione esterna che ne stravolga il fondamentale ruolo".
A difesa dell'autonomia del gioranle di via Solferino si era già levata la voce del Presidente della Repubblica che l'aveva definito "un'istituzione".
Intanto, le solite voci hanno ripreso a circolare, individuando alcuni movimenti nei futuri assetti mediatici: Enrico Mentana che da tempo si trova in conflitto con i vertici di Mediaset, come prossimo direttore del Corriere Della Sera, grande elettore lo stesso Montezemolo, con Carlo Rossella al TG1 e Mimun ad occupare il posto vuoto del TG5.
Fanta-comunicazione-politica, o prove tecniche di controllo, in preparazione dell’appuntamento elettorale del 2006?
[Mathias Lowe]
www.aprileonline.info

ERAN TRECENTO, ERAN GIOVANI E FORTI, ERAN CECENI - di Giulietto Chiesa


Eran trecento, eran giovani e forti, eran ceceni … La notizia che trecento ceceni, addestrati in Afghanistan, sarebbero “entrati” in Irak è una delle più divertenti perle inventate dai servizi segreti di qualche paese innominato.

L’idea che i ceceni si muovano in trecento (chi li ha contati si faccia avanti) nel deserto iracheno, pronti a farsi bombardare dagli elicotteri americani (visto che sicuramente sono stati individuati, come dimostra la fonte anonima dell’intelligence britannica), è davvero fantastica. Mai visti tanti ceceni inquadrati in formazione militare, nemmeno in Cecenia. A casa loro usano muoversi con assoluta prudenza, di notte, a piccoli e piccolissimi gruppi. Sebbene i sistemi russi di rilevazione siano di gran lunga meno efficienti di quelli americani. Invece in Irak, dopo un addestramento afghano evidentemente di altissima qualità “guerrigliera”, i ceceni hanno preso confidenza e sono passati alla guerra campale. Altrettanto evidentemente i nostri ceceni non hanno letto le opere del generale Giap. I servizi inglesi hanno anche saputo dov’erano diretti. Forse perché i ceceni chiedevano informazioni stradali ai passanti iracheni. Sono diretti verso Nassiryja, per colpire gl’italiani. Tutto è a posto per dare esaurienti spiegazioni quando accadrà l’irreparabile. Gl’iracheni sono felici, non sono loro che combattono gli occupanti del paese. Aspettano soltanto il 30 giugno, per diventare finalmente sudditi colonizzati del nuovo governo iracheno “sovrano”, a sua volta colonia degli Stati Uniti, ma ridipinta in azzurro dal Consiglio di Sicurezza. Chi combatte ancora sono solo i ceceni e Al Qaeda, mercenari al servizio di Allah, pagati da Allah, armati da Allah, trasportati da Allah. Resta solo da definire come mai quei trecento ceceni non siano ancora stati bombardati. E’ evidente che a Tampa, Florida, sono su tutti gli schermi del centro di comando. Probabilmente li guardano anche quando vanno a fare i bisogni dietro le dune del deserto. Resta anche da definire da dove venivano, quale frontiera hanno attraversato, dove hanno preso le armi, come si riforniscono di cibo e di acqua, quali retrovie hanno costruito. Insomma è un battaglione che si muove, non è mica una gita in campagna. Ovviamente è tutta una bufala, ma i titoli dei giornali e dei telegiornali occuperanno le prime pagine per qualche giorno; gli esperti militari commenteranno; gli editorialisti, che non hanno mai visto da vicino un ceceno, pontificheranno. E quando sarà evidente che nessun battaglione ceceno è mai esistito, tutti si saranno dimenticati della sua “apparizione”virtuale. Ma nelle teste di tutti sarà rimasta un’idea semplice: se c’è la guerra in Irak è colpa dei ceceni.

Giulietto Chiesa
megachip.info

DIPIU' IL VERO OPPOSITORE MEDIATICO DEL CAVALIERE


Utente Scrivere "Ha ragione Berlusconi a parlare di stampa ostile, tutta schierata a sinistra. Basta recarsi un giorno qualsiasi in edicola per averne la conferma. Nemmeno Carlo Rossella ha più osato dedicargli la copertina, come aveva fatto pochi giorni prima del 12 e 13 giugno per far comparire la faccia liftata del premier nelle inserzioni che annunciavano il nuovo numero di Panorama in edicola, quando si era in silenzio elettorale.

Dalle copertine dei rotocalchi ormai non è che un susseguirsi di accuse tra Al Bano, Romina, Loredana Lecciso. Roba da far rimpiangere la vecchia civiltà contadina tanto cara al cantore di Cellino, dove le liti familiari si risolvevano in olimpionici lanci di pane raffermo dalla tavola all’indirizzo del (o della) consorte.

Sui settimanali ormai non c’è traccia di Silvio: a farla da padrone è tale Costantino, diventato famoso – a quanto sembra – per le continue discussioni con la fidanzata. “Se proprio dobbiamo vedere litigare, meglio questi due che Berlusconi, Fini e Follini”, avranno pensato bene gli italiani.
Dopo Micromega e Avvenimenti, un nuovo grande nemico di Berlusconi si aggira oggi tra i media italiani: “Dipiù”, il settimanale diretto da Sandro Mayer che, dopo venti anni alla direzione di “Gente”, è approdato alla corte di Urbano Cairo.

Berlusconi al confronto di Mayer sembra un dilettante: se l’osservatorio di Pavia rilevasse i dati della presenza del giornalista in video, probabilmente vedremmo il presidente del Consiglio protestare imbavagliato fuori dalla commissione di vigilanza sulla Rai a fianco di Occhetto e Di Pietro.
Dopo decenni di voyeurismo, il settimanale popolare italiano con Dipiù ha fatto il salto nel mayerismo: una miscela esplosiva di narcisismo, consorteria mediatica e piaggeria verso i potenti.
Provate a sfogliarlo, Dipiù: la foto di Mayer accanto all’editoriale è così taroccata che al confronto l’opera del chirurgo plastico sul viso di Berlusconi sembra un dono della natura; tutto il clan di Buona Domenica ha trovato la maniera di tenere una rubrica, a partire dal professore Raffaele Morelli che ha indicato una strada a tutti gli psicologi che non hanno uno straccio di cliente dietro la porta dello studio: chiudere questa e provare ad aprire quelle di un altro studio, stavolta televisivo. E se Costanzo “testimonia” è fatta.

Ma la vera prova dove l’allievo Mayer ha superato il maestro Berlusconi è nella fantozziana riverenza verso l’editore. Muore Giorgio Falck? “Il nostro editore al funerale di…”; si sposa la figlia di Mayer? “Ecco la foto degli sposi con editore e signora”. Insomma, Urbano Cairo è per Mayer come il parente lontano, ma di successo, che ci onora della sua presenza al matrimonio di nostra figlia. Come l’”amico Gorge W” per Silvio.
Intanto, mentre Forza Italia cala, Dipiù cresce con una media di cinquantamila copie alla settimana. Lo strillo di copertina avvisa che ormai il settimanale veleggia a quota “ottocentocinquantamila copie”.
E l’ostilità nei confronti di Berlusconi è lampante: se Costanzo e tutta la sua gang vanno a festeggiare la fine delle registrazioni di Buona Domenica in un locale di proprietà di Giovanna Melandri, con ampio resoconto fotografico sul settimanale di Mayer, è “Dipiù” oggi il vero unico oppositore mediatico del Cavaliere. Altro che Manifesto e Unità.
Antonio Murzio
"
megachip.info

Filippine, Arroyo di nuovo presidente
Dopo sei settimane di spoglio elettorale, Gloria Arroyo è stata riconfermata presidente delle Filippine con un mandato prolungato a sei anni. “Ci aspettano momenti duri”, ha commentato subito dopo la vittoria. Finora, in tre anni di governo, non è riuscita a far fronte agli enormi problemi che affliggono il Paese: povertà, corruzione, crisi economica e violenza diffusa.



foto Gruppo Tondo

22 giugno 2004 - Da quattro giorni un odore acre di spazzatura annichilisce gli abitanti della periferia di Manila. Il tanfo proveniente dalle smokey mountain, montagne di rifiuti in mezzo a cui vivono nascoste come gatti centinaia di persone, e dall’acqua putrida su cui galleggiano interi villaggi di palafitte, è più forte del solito. Dopo giorni di piogge monsoniche, l’afa ha reso l’aria ancor più irrespirabile. In queste baraccopoli, 3 milioni di abitanti campano frugando tra i rifiuti. Sono i poveri della capitale a cui la presidente Gloria Arroyo aveva promesso nel 2001, quando prese il posto del corrotto Estrada, di cancellare la miseria in dieci anni . Tre anni più tardi, nel momento in cui l’Arroyo viene rieletta presidente (20 giugno), gli emarginati delle Filippine – 40 per cento della popolazione – vivono in uno stato di attesa e disillusione.

“Gloria ha vinto solo per un milione di voti in più rispetto al rivale ed ex star del cinema Fernando Poe Junior”, dichiara padre Giovanni, missionario dei Canossiani che vive a 400 metri dalla smokey mountain. “Per strada i seguaci dell’attore, ancora fedeli all’ex dittatore Marcos (1965-1986), hanno dato inizio ad alcuni tafferugli. Hanno accusato l’Arroyo di brogli, ma non sono stati in grado di portare le prove. Del resto, nelle Filippine tutti i politici sono colpevoli di frode”.
E’ il ritratto di un Paese in crisi dove “il caro vita sta crescendo incredibilmente, si spendono – in occasione delle elezioni - milioni di pesos per installare i computer e all’ultimo si fa saltare tutto. Il sindaco di Manila, per esempio, non ha mai fatto nulla per gli abitanti della smokey. I governanti sono criminali e noi preti siamo in lotta con loro”.

Il completamento dei conteggi si è svolto al rallentatore in un clima di incertezza e dopo settimane di tensioni politiche, con il governo che lanciava gli allarmi di una possibile cospirazione. “Il risultato elettorale è sintomatico di un Paese spaccato”, spiega Paolo Affatato, giornalista tra i curatori della rivista Asia Mayor. “La presidente ha vinto per un pugno di voti e adesso il Congresso dovrà ratificare il dato fornito dalla commissione elettorale. Ci si aspetta un dibattito acceso: l’opposizione vuole dare battaglia e si rischia anche un vuoto di potere. L’Arroyo non ha ottenuto un’investitura popolare e per questo vuole creare un governo di unità nazionale”.

“La conferma della presidente – continua Affatato - è comunque incoraggiante perché significa una continuità sia in politica interna che estera. L’Arroyo potrà proseguire il processo di pacificazione con i movimenti guerriglieri e gode del sostegno degli Stati Uniti e della Conferenza Islamica”.

Resta poi la sfida della corruzione che è presente a ogni livello della società filippina: “Una piaga endemica contro cui l’Arroyo ha lavorato solo un poco, sostituendo alcuni ministri, ma senza far diminuire la sfiducia della popolazione nel governo. Quello a Poe è stato un voto di protesta. L’ex star ha raccolto i consensi delle fasce più povere, mentre l’Arroyo - 57 anni, economista formata negli Usa e cattolica praticante - resta la rappresentante della classe media”.

Intanto la comunità finanziaria, preoccupata da un’eventuale successo di Poe, in quanto totalmente privo di esperienza politica, tira un sospiro di sollievo. I mercati finanziari dovrebbero riprendersi in fretta.

Nelle Filippine l’economia va a rotoli: i programmi di privatizzazione, di miglioramento delle infrastrutture e di revisione del sistema fiscale che dovrebbero avvicinare l’Arcipelago ai Paesi neo-industrializzati dell'Asia Orientale, stridono con la diminuzione della produzione (-2 per cento) e la contrazione degli investimenti esteri (-37 per cento). Anche la riforma agraria, che avrebbe dovuto abolire i latifondi, non è mai andata in porto. Un numero crescente di filippini vive in miseria, il 23 per cento degli abitanti é denutrito e il 30 per cento dei bambini (metà della popolazione) non ha accesso a un’alimentazione adeguata.

“Le Filippine hanno registrato negli ultimi anni una crescita del 4 per cento: un dato ottimo compromesso però dal pesante deficit e dall’altissimo tasso di disoccupazione”, conclude Affatato. “ Poi c’è la carenza degli investimenti stranieri per via dell’instabilità (i conflitti con i gruppi indipendentisti). Tutto questo ha causato una diaspora all’estero di 8 milioni di lavoratori. Tra l’altro, queste sono state le prime elezioni in cui anche gli immigrati hanno potuto votare”.



Francesca Lancini
www.peacereporter.net


Ventimila mercenari a Baghdad
Dopo essere finite sotto gli occhi degli osservatori dei media indipendenti o di quelli più attenti delle riviste specializzate in sicurezza e guerra durante il conflitto in Sierra Leone o per il loro utilizzo nei Balcani; negli ultimi tempi la questione dei mercenari e della privatizzazione delle forze combattenti ha trovato spazio anche nelle pagine interne dei media principali.
Soprattutto dopo che 4 mercenari americani, il 31 marzo 2004, sono stati uccisi in un attacco a Falluja in Iraq e che la folla si è accanita sui cadaveri.
In tutto questo però i telegiornali italiani hanno descritto l'evento come se fosse successo che quattro impiegati civili americani fossero stati uccisi... più o meno come fossero personale di qualche compagnia petrolifera o di qualcuno della cooperazione internazionale e quindi non si capiva perchè questi arabi (che ci descrivono sempre più mostruosi) si fossero così accaniti o perchè li avessero uccisi.

Il motivo c'era, si trattava infatti di uomini della compagnia Blackwater, tutti ex-appartenenti ai reparti d'elite americani, che svolgono sul territorio occupato dalle forze USA in Iraq compiti che vanno dalla logistica, alla protezione e difesa di obiettivi fino a veri e propri combattimenti essendo dispiegate anche in zona d'operazione oltre a indicibili operazioni coperte.
Il boom di queste Compagnie Militari Private (PMC) è un fenomeno piuttosto recente che deriva dalla smobilitazione e privatizzazione di parte dei servizi di logistica da parte del Pentagono al termine della Guerra Fredda.
Se infatti sulla linea di combattimento delle armate USA troviamo ancora i soldati dell'esercito, nelle immediate retrovie, cucine, campi, bagni, lavanderia, infrastrutture, tende, logistica e tutto quello che potete immaginare possa portarsi appresso un esercito, ci sono delle ditte private che si occupano di queste incombenze.
Ovviamente quando parliamo di ditta privata dobbiamo pensare ai grandi numeri delle operazioni militari USA nel mondo dall'Iraq, all'Afganistan ai Balcani etc. e quindi queste ditte private sono delle gigantesche corporations che seguono l'esercito imperiale americano.
Multinazionali piuttosto note come Halliburton, DynCorp, Vinnel etc., che ricevono commesse per centinaia di milioni di dollari dal Dipartimento della Difesa Americano.
Un po' tutti sanno che Halliburton Industries era la compagnia dove era CEO (amministratore delegato) Dick Cheney fino a che non si è candidato a fare il vice-presidente nella campagna per la Casa Bianca con George W. Bush del 2000.
Se la privatizzazione della logistica rimane un fatto inquietante, abbiamo infatti questo particolare "personale civile" nelle immediate retrovie del fronte, ancor più inquietante è il fatto che le forze combattenti non facciano parte di eserciti nazionali o di guerriglie o milizie locali, ma siano PMC e che queste PMC siano assoldate non, come avvenuto da sempre, da dittatori locali, ma dalle "democrazie occidentali" ed affiancate ai loro eserciti sul campo per compiti, che a volte, non sono per niente chiari.
Comunque sia dai resoconti dei giornalisti che dei militari presenti in Iraq queste forze paramilitari private viene riferito che si comportano con arroganza e violenza verso le popolazioni locali con la forza delle loro armi e dei loro truci addestramenti da truppe speciali.
Per rispondere all'imbarazzante utilizzo di eserciti privati alcuni stati come Sud Africa e Gran Bretagna dove il fenomeno dei mercenari è più diffuso hanno dovuto pensare delle regole.
Il Sud Africa ha ultimamente fatto una legge che vieta ai suoi cittadini di combattere all'estero - ciò è dovuto alla storia recente del Sud Africa ed al surplus di forze d'elite del vecchio esercito del Sud Africa razzista dell'apartheid che combatteva in tutta l'Africa meridionale contro i guerriglieri dell'African National Congress ed in tutti i conflitti africani a partire da Angola e Mozambico. Tutta questa "esperienza" di morte, sangue e terrore si è trovata libera sul mercato ed ha trovato subito collocazione nei molteplici teatri di guerra oggi aperti.
L'esperienza avuta con la disciolta Executive Outcomes (EO), una PMC sudafricana, in Sierra Leone dovrebbe far riflettere, intervenuta pagata dal governo per addestrare l'esercito e guidare la controffensiva ai ribelli dopo quattro anni di guerra civile, EO riuscì in breve tempo a guidare l'esercito a riconquistare il territorio in mano ai ribelli (soprattutto le ricchissime miniere di Kono di cui si dice EO abbia ottenuto partecipazioni nei diritti di sfruttamento) fino a creare un clima di relativa stabilità e tenere elezioni, poi EO lascia il paese, pochi mesi dopo il governo viene rovesciato e ricomincia la guerra civile.
Morale la forza della EO non ha radicato nulla nel tessuto sociale e tutto è tornato come prima.
Anche negli USA i senatori democratici sono preoccupati del fatto che in Iraq oggi ci sono migliaia di elementi di personale di corpi d'elite che rispondono solo a chi li paga infischiandone del fatto di seminare odio tra i locali e che hanno "regole d'ingaggio" differenti da quelli delle truppe "ufficiali". Per non parlare del danno economico di formare queste truppe speciali nell'esercito e poi vederli migrare nelle compagnie militari private, spesso dirette da ex-generali e legati a doppio filo col Dipartimento della Difesa, troppo da non pensare che non vengano utilizzate per covert actions imbarazzanti. Per avere un idea di questo travaso di uomini basta citare i numeri della MPRI una della PMC americane più grandi: 6.200 ufficiali di cui 340 generali, 200 sergenti maggiori ecc.
Attualmente in Iraq ci sono circa 20.000 persone coinvolte nella sicurezza privata militare (mercenari), tra iracheni e stranieri, e quando il 30 giugno ci dovrebbe essere il formale passaggio dei poteri dagli USA alle autorità irachene questo numero dovrebbe aggirarsi attorno alle 30.000 unità.
Trentamila soldati privati che si muovono al di fuori del diritto internazionale e fuori anch'essi dalla convenzione di Ginevra - non vengono infatti trattati come POW (prigionieri di guerra).
Un esercito preparato, rapido, efficiente, senza scrupoli ne etica, fuori da ogni codice... il sogno di ogni governo forte.
[da Tactical Media Crew]
www.carmillaonline.com

Intervista a BRUCE STERLING: la Rete, gli Hackers, la Privacy, le Comunità on-line
In esclusiva l'intervista di i-dome.com a Bruce Sterling, uno dei più acuti "visionari" precursori dell'era tecnologica moderna.
Luca De Nardo
Fonte: http://www.i-dome.com/statistiche-in-pillole/pagina.phtml?_id_articolo=6034
28 aprile 2004
Bruce Sterling, uno dei massimi rappresentanti, assieme a Gibson, di quel movimento letterario - divenuto poi soprattutto di pensiero - definito CyberPunk.
In breve tempo grazie a numerosissi racconti e romanzi ne è divenuto indiscusso ideologo. Meno divertente forse rispetto a Gibson ma molto più critico nei confronti di un mondo impregnato di tecnologie e dei molti e contrastanti aspetti che esse implicano.
Proprio questa sua inclinazione riflessiva, questo spirito umanistico, lo rendono uno dei più acuti "visionari" e precursori dell'era tecnologica moderna. Nei suoi scritti ha anticipato molti eventi che dal futuro immaginato hanno raggiunto il nostro presente quotidiano, e questo lascia pensare che ancora molto abbia da dire su quello che potrebbe, potrà, accadere.


ISBN: 8804523875
Titolo: Giro di vite contro gli hacker
Sottotitolo: Legge e disordine sulla frontiera elettronica
La scheda >>>
Una delle sue opee più importanti è senza dubbio "The Hacker Crackdown" [Giro di Vite contro gli Hacker]. Testo chiave - che consigliamo vivamente - per capire la rete oggi.
Per farvi conosce meglio il pensiero di Bruce Sterling, abbiamo approfittato della sua disponibilità per rivolgergli qualche domanda sui nostri giorni, permeati ormai nel quotidiano da Internet e dalle nuove tecnologie.

Luca De Nardo: Buongiorno Bruce. Vorrei porti subito una domanda che nasce dalla lettura del tuo libro The Hacker Crackdown. E' un libro che consiglio sempre a tutti, quasi come il primo libro che deve essere letto per chi desidera avvicinarsi al mondo della rete.
Da quando lo hai scritto, nel 1992, sono cambiate moltissime cose. Puoi descriverci alcuni dei cambiamenti più importanti rispetto alla storia dell'underground digitale prima del '90?

Bruce Sterling: Sono moltissimi i cambiamenti. Rispetto a quell'epoca sicuramente la popolazione interessata nell'era delle comunicazioni è più vasta. I criminali di oggi sono più impudenti, audaci e malevoli. Le aziende sono più grandi, grasse e stupide. I governi guerreggiano tra loro in una sottile quanto invisibile guerra dell'informazione.
Il mondo on-line presenta parecchi aspetti poco gradevoli. Internet rappresenta un grande meccanismo poco pulito, una terza città rispetto al mondo reale.

LDN: E' cambiato qualcosa nella guerra delle forze dell'ordine contro l'underground digitale, rispetto agli anni 90?

BS: Secondo me no. La polizia sta perdendo, ma cosa più grave, il grande pubblico sta perdendo.

LDN: Rispetto alla storia delle comunicazioni che hai piacevolmente descritto in T-H-C(*), cosa è cambiato nel mondo delle telecomunicazioni? Dalla voce al bit, in pochi decenni, una rivoluzione. Secondo il tuo punto di vista di scrittore di fantascienza, cosa ci sarà dopo e per chi?

BS: Sospetto che ciò che vedremo saranno sempre più "bits" connessi e interconnessi e presenti in tutti gli oggetti della nostra vita che porterà ad un aumento di una realtà globale permeata anche in realtà locali.
Ma, come oramai sappiamo, dobbiamo tenere presente che le novità verranno sempre prima utilizzate dalle elité e dagli hobbisti e successivamente irradiate sul resto della popolazione, con il persistente problema del gap culturale, tecnologico e il perenne inadeguamento delle leggi che riguarderanno le tecnologie.
Ricordiamoci anche che molte delle nuove tecnologie che vedremo nei prossimi anni verranno presto abbandonate e non troveranno mai uno sviluppo maturo sul mercato.

LDN: Bruce, in THC(*) hai scritto che le parole "Comunità" e "Comunicazione" sono e seguono la medesima strada. Dove viene realizzata una rete di comunicazioni, si crea una comunità. E se si tenta di sopprimerle esse si difenderanno combattendo.
Ma oggi, eccetto quelle underground o quelle basate sulla tecnologia quale puro interesse distintivo, le altre comunità dell'Internet odierno sono valide, forti e coese?

BS: Forse, ma se sono valide non sono forti, se sono forti non sono valide.

LDN: Sono ancora in grado di combattere qualora si decidesse di sopprimerle?

BS: Chiunque può combattere. Il problema è l'abilità di queste di sapersi autogovernare con successo. Questo è l'aspetto più interessante.

LDN: Allora cosa è cambiato tra le vecchie e le recenti comunità virtuali?

BS: Quelle odierne sono troppo grosse e le logiche che le muovono sono vecchie. In più ci sono troppi esterni ignoranti che fanno ripetute incursioni e troppi giovani senza controllo.
Inoltre, a differenza delle comunità descritte su THC (*), sono governate da "Software aggregativo" ancora immaturo e abbastanza rigido. Anche se per il futuro prevedo sviluppi molto interessanti.

LDN: Nel 1989 hai scritto "Isole nella Rete", un libro che ha anticipato di molto la rete, la criminalità informatica e i problemi sulla privacy. Credi di aver anticipato di molto i giorni d'oggi?

BS: Si, credo di si. Ho sempre cercato di esplorare evoluzioni possibili e plausibili nel mondo reale. Quando vedo che si concretizzano, sono interessato a vedere come queste evoluzioni diventano imbarazzanti, noiose per la società. Cerco inoltre di scopire come si prentano e si evolvono nella vita quotidiana di tutti noi.
Dall'altra parte, come è ovvio che sia, mi meraviglio spesso di tutte le cose che accadono senza che io le abbia mai immaginate.
Un'aspetto che mi sta interessando nel campo della fantascienza sono come molto i fatti del passato che spariscono senza lasciar traccia. Per esempio, dov'e' l'Unione Sovietica?

LDN: Cosa pensi dei problemi sulla privacy?

BS: Credo che il termine "privacy" sia troppo ampio e ambiguo per essere utile nella comprensione del problema. Ci sono troppi significati e aspetti raggruppati in quell'unica parola, e tutti sono importanti.
Dovrebbero essere invece trattati differentemente uno ad uno, in quanto sono spesso realtà a se, con specifiche caratteristiche e problematiche.

LDN: Cosa pensi delle problematiche legate alla guerra in atto sul Copyright e sui brevetti? L'Europa, cosa dovrebbe fare?

BS: Non fate nulla che Microsoft vi dice di fare. Inoltre, l'amminsitrazione Bush non sta facendo i vostri reali interessi. In realtà l'Europa dovrebbe fare le proprie scelte in maniera indipendente.

LDN: Bruce, cosa mi dici del mondo degli Hacker dei giorni d'oggi. Tu li hai descritti così brillantemente in THC (*). Cosa è cambiato da allora? Possono ancora avere un ruolo nell'Internet commerciale di oggi?

BS: La rete commerciale non esiste. E' morta con la bolla speculativa delle dot.com. Gli "Hackers" ci sono ancora anche se il termine oggi suono vetusto e fuori moda.

LDN: Per ultimo, Bruce, tu che sei il padre fondatore della letteratura CyberPunk, che ruolo ha questo movimento letterario nei giorni d'oggi?

BS: Beh, che dire. La parola CyberPunk non è ancora sparita, ma io sempre più spesso mi trovo a scrivere molte cose che non hanno più a che fare con quel filone.

Grazie Bruce

Grazie a voi. Viva l'Italia

Il Blog di Bruce Sterling - http://blog.wired.com/sterling/

(*) THC - Tha Hacker Crackdown - [Giro di Vite contro gli Hacker]

aly.peacelink.org

Ventimila mercenari a Baghdad
Dopo essere finite sotto gli occhi degli osservatori dei media indipendenti o di quelli più attenti delle riviste specializzate in sicurezza e guerra durante il conflitto in Sierra Leone o per il loro utilizzo nei Balcani; negli ultimi tempi la questione dei mercenari e della privatizzazione delle forze combattenti ha trovato spazio anche nelle pagine interne dei media principali.
Soprattutto dopo che 4 mercenari americani, il 31 marzo 2004, sono stati uccisi in un attacco a Falluja in Iraq e che la folla si è accanita sui cadaveri.
In tutto questo però i telegiornali italiani hanno descritto l'evento come se fosse successo che quattro impiegati civili americani fossero stati uccisi... più o meno come fossero personale di qualche compagnia petrolifera o di qualcuno della cooperazione internazionale e quindi non si capiva perchè questi arabi (che ci descrivono sempre più mostruosi) si fossero così accaniti o perchè li avessero uccisi.

Il motivo c'era, si trattava infatti di uomini della compagnia Blackwater, tutti ex-appartenenti ai reparti d'elite americani, che svolgono sul territorio occupato dalle forze USA in Iraq compiti che vanno dalla logistica, alla protezione e difesa di obiettivi fino a veri e propri combattimenti essendo dispiegate anche in zona d'operazione oltre a indicibili operazioni coperte.
Il boom di queste Compagnie Militari Private (PMC) è un fenomeno piuttosto recente che deriva dalla smobilitazione e privatizzazione di parte dei servizi di logistica da parte del Pentagono al termine della Guerra Fredda.
Se infatti sulla linea di combattimento delle armate USA troviamo ancora i soldati dell'esercito, nelle immediate retrovie, cucine, campi, bagni, lavanderia, infrastrutture, tende, logistica e tutto quello che potete immaginare possa portarsi appresso un esercito, ci sono delle ditte private che si occupano di queste incombenze.
Ovviamente quando parliamo di ditta privata dobbiamo pensare ai grandi numeri delle operazioni militari USA nel mondo dall'Iraq, all'Afganistan ai Balcani etc. e quindi queste ditte private sono delle gigantesche corporations che seguono l'esercito imperiale americano.
Multinazionali piuttosto note come Halliburton, DynCorp, Vinnel etc., che ricevono commesse per centinaia di milioni di dollari dal Dipartimento della Difesa Americano.
Un po' tutti sanno che Halliburton Industries era la compagnia dove era CEO (amministratore delegato) Dick Cheney fino a che non si è candidato a fare il vice-presidente nella campagna per la Casa Bianca con George W. Bush del 2000.
Se la privatizzazione della logistica rimane un fatto inquietante, abbiamo infatti questo particolare "personale civile" nelle immediate retrovie del fronte, ancor più inquietante è il fatto che le forze combattenti non facciano parte di eserciti nazionali o di guerriglie o milizie locali, ma siano PMC e che queste PMC siano assoldate non, come avvenuto da sempre, da dittatori locali, ma dalle "democrazie occidentali" ed affiancate ai loro eserciti sul campo per compiti, che a volte, non sono per niente chiari.
Comunque sia dai resoconti dei giornalisti che dei militari presenti in Iraq queste forze paramilitari private viene riferito che si comportano con arroganza e violenza verso le popolazioni locali con la forza delle loro armi e dei loro truci addestramenti da truppe speciali.
Per rispondere all'imbarazzante utilizzo di eserciti privati alcuni stati come Sud Africa e Gran Bretagna dove il fenomeno dei mercenari è più diffuso hanno dovuto pensare delle regole.
Il Sud Africa ha ultimamente fatto una legge che vieta ai suoi cittadini di combattere all'estero - ciò è dovuto alla storia recente del Sud Africa ed al surplus di forze d'elite del vecchio esercito del Sud Africa razzista dell'apartheid che combatteva in tutta l'Africa meridionale contro i guerriglieri dell'African National Congress ed in tutti i conflitti africani a partire da Angola e Mozambico. Tutta questa "esperienza" di morte, sangue e terrore si è trovata libera sul mercato ed ha trovato subito collocazione nei molteplici teatri di guerra oggi aperti.
L'esperienza avuta con la disciolta Executive Outcomes (EO), una PMC sudafricana, in Sierra Leone dovrebbe far riflettere, intervenuta pagata dal governo per addestrare l'esercito e guidare la controffensiva ai ribelli dopo quattro anni di guerra civile, EO riuscì in breve tempo a guidare l'esercito a riconquistare il territorio in mano ai ribelli (soprattutto le ricchissime miniere di Kono di cui si dice EO abbia ottenuto partecipazioni nei diritti di sfruttamento) fino a creare un clima di relativa stabilità e tenere elezioni, poi EO lascia il paese, pochi mesi dopo il governo viene rovesciato e ricomincia la guerra civile.
Morale la forza della EO non ha radicato nulla nel tessuto sociale e tutto è tornato come prima.
Anche negli USA i senatori democratici sono preoccupati del fatto che in Iraq oggi ci sono migliaia di elementi di personale di corpi d'elite che rispondono solo a chi li paga infischiandone del fatto di seminare odio tra i locali e che hanno "regole d'ingaggio" differenti da quelli delle truppe "ufficiali". Per non parlare del danno economico di formare queste truppe speciali nell'esercito e poi vederli migrare nelle compagnie militari private, spesso dirette da ex-generali e legati a doppio filo col Dipartimento della Difesa, troppo da non pensare che non vengano utilizzate per covert actions imbarazzanti. Per avere un idea di questo travaso di uomini basta citare i numeri della MPRI una della PMC americane più grandi: 6.200 ufficiali di cui 340 generali, 200 sergenti maggiori ecc.
Attualmente in Iraq ci sono circa 20.000 persone coinvolte nella sicurezza privata militare (mercenari), tra iracheni e stranieri, e quando il 30 giugno ci dovrebbe essere il formale passaggio dei poteri dagli USA alle autorità irachene questo numero dovrebbe aggirarsi attorno alle 30.000 unità.
Trentamila soldati privati che si muovono al di fuori del diritto internazionale e fuori anch'essi dalla convenzione di Ginevra - non vengono infatti trattati come POW (prigionieri di guerra).
Un esercito preparato, rapido, efficiente, senza scrupoli ne etica, fuori da ogni codice... il sogno di ogni governo forte.
[da Tactical Media Crew]
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Uranio impoverito: animali con otto zampe

L’effetto dell’uranio impoverito si sente per decenni. Un articolo del settimanale belgradese Blic News parla di animali deformi, aumenti di malattie, aborti e sterilità. Nostra traduzione


Di Slađana Arsić, pubblicato sul settimanale belgradese “Blic News”, 1 giugno 2004 (titolo nostro)

Traduzione di Nicole Corritore

I banchi degli abitanti di Bratoselce e di Borovac nei giorni di mercato di Bujanovac vengono regolarmente evitati. Non riescono a vendere i propri prodotti agricoli, uova, carne e formaggio, anche se li offrono a prezzi più bassi del normale. Questa disponibilità del mercato dura già da cinque anni, ma i clienti rifuggono dal mettere a tavola dei generi alimentari per i quali esiste la possibilità che siano “arricchiti” con uranio impoverito. Non lontano da Borovac si trovano due siti dove è registrata la presenza di proiettili all’uranio impoverito, ed ancora uno vicino a Bratoselce.

Ed esistono ragioni per queste precauzioni. Dagli abitanti intorno ai villaggi veniamo a sapere che già durante i bombardamenti erano apparse delle ferite sulle zampe e sul muso degli animali che pascolavano in questi luoghi. Dopo uno-due anni, al bestiame hanno cominciato ad apparire con frequenza delle malformazioni genetiche: a Reljan è nato un agnello senza occhi, a Borovac un capretto con quattro, anziché due, unghie ad una zampa.

I lavoratori del centro veterinario di Preševo rilevano l’aumento del numero di aborti nel bestiame, l’aumento della sterilità degli animali domestici, soprattutto delle vacche, e si è manifestato un aumento dei casi di anemia acuta. La situazione è simile nella municipalità di Bujanovac.

“Nel villaggio albanese Norce, due anni fa ho operato una pecora che con un parto cesareo ha partorito un agnello con otto zampe e due paia di orecchie. Nello stesso villaggio è nato un vitello con due teste. Siamo testimoni di tutto questo e possediamo la documentazione fotografica, proprio perché in questo tipo di parti emergono sempre dei problemi e i locali ci chiamano”, dice Dragan Nedeljković, del centro veterinario di Preševo.

Nell’arco dei primi quattro anni, la misurazione della radioattività nei luoghi bombardati con proiettili all’uranio impoverito era compito di numerosi team internazionali i quali visitavano questa regione e raccoglievano campioni di materiale organico e inorganico da analizzare, ma la municipalità di Bujanovac e i suoi cittadini a rischio non hanno mai ricevuto alcuna informazione.

Non lontano dal villaggio di Borovac si trovano due luoghi bombardati con proiettili all’uranio impoverito. E’ stata eretta una recinzione di filo spinato, e da più di cinque anni questa è l’unica protezione dalle radiazioni. Le aree contaminate, e per le quali si sa essere state colpite con più di 300 proiettili all’uranio, si trovano ad un centinaio di metri dalle prime case di Borovac, e proprio da una di esse proviene l’acqua per l’acquedotto del villaggio. Gli abitanti sanno che è pericoloso, ma non hanno dove andare. Si sospetta che sul Pljačkovici, il monte dietro a Vranje, vi sia anche lì un’importante quantità di proiettili all’uranio. Non si sa nemmeno approssimativamente quanti, perché la NATO non ammette che in quella località abbia utilizzato proiettili all’uranio impoverito. Il sospetto che ci sia dell’uranio impoverito esattamente a sette chilometri da Vranje è stato confermato dal rapporto dell’UNEP a seguito della visita sul luogo.

Il più alto pericolo legato all’uranio impoverito è legato al suo ingresso nella catena alimentare. Per questo serve del tempo. L’aumento dei casi di anemia, sterilità e malformazioni per ora non si riscontrano negli uomini. Presso l’Ufficio di tutela della salute di Vranje per ora non hanno trovato tracce di uranio nei campioni di acqua, come anche di latte, carne e uova di quest’area. Ma non è detto che emergano più in là nel tempo.

“In base alle nostre informazioni, tra gli abitanti di quest’area, ma nemmeno dell’area di Pčinj, non vi è un aumento dei casi e di morti per malattie tumorali” asserisce Svetlana Stojanović, la responsabile del Servizio di medicina sociale dell’Ufficio di tutela della salute di Vranje. Per quest’anno è prevista la bonifica di uno solo di questi siti, ma non si sa né come né quando verrà concluso. Anche negli anni passati gli organi competenti avevano comunicato che entro il 2003 si sarebbe conclusa la decontaminazione di tutte le aree del sud della Serbia, fatto non avvenuto per diversi motivi. Finora hanno sempre più spesso ricordato: “non ci sono soldi nel budget”, dopodiché il famoso “passaggio di competenze dal livello federale a livello della repubblica” al quale fa seguito “non abbiamo abbastanza uomini esperti” e “è necessaria un’attività diplomatica per definire con certezza dove e quanti proiettili all’uranio impoverito ci sono”.

Un membro del team di bonifica del terreno dall’uranio impoverito, Jagoš Raičević, direttore del Laboratorio per la tutela dell’Istituto Vinča, dice che l’uranio impoverito è un prodotto della tecnologia e quindi molto più pericoloso dell’uranio. Ossida, è idrosolubile, e sicuramente non si doveva permettere che passassero degli anni prima di fare seri preparativi per la sua rimozione dal terreno. “Ogni anno sarà sempre più difficile trovare e rimuovere l’uranio impoverito dal terreno” ammonisce Raičević.

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