ulivo velletri


luglio 31 2004

Picchiatori di maggioranza: la Lega alla Camera passa alle mani di red. La Lega si conferma un partito di lotta. Ma stavolta sposta la sua azione dal piano politico a quello fisico. Sì, perché nel mezzo della seduta in cui si doveva decidere l’approvazione del decreto sul prestito ponte all’Alitalia, la Lega ha deciso di venire alle mani, aggredendo l’avversario e trasformando la Camera in un vero e proprio ring. Il leghista Caparini è stato il mattatore: ha lasciato improvvisamente il suo scranno e si è fiondato addosso al diellino Roberto Giachetti, il quale, di fronte all’irruenza dell’uomo dal fazzoletto verde, ha dovuto alzare le mani, in segno di resa, dopo essersi preso un pugno. Nel bollettino dell'infermeria, oltre a Giachetti, è presenta anche l'altro diellino Lusetti, costretto alle cure per un pugno allo stomaco, ma presto riabilitato. Il presidente della Camera, uomo di destra ma dotato di buon senso, ha espulso Caparini dall’Aula e sospeso immediatamente la seduta. Ma il leghista, interdetto per 3 giorni, non ha digerito il provvedimento: «È la gestione dell'aula che non va...». Gelo, quindi, tra Casini e Lega. Un passo indietro, per far capire perché la questione Alitalia riesca a trasfondere nei leghisti tutta questa rabbia e questa politica muscolare. I fatti sono noti a tutti: il presidente Casini ha reso noto venerdì 30 luglio che avrebbe adempiuto ai suoi doveri istituzionali, ovvero, avrebbe dilatato i tempi per l’approvazione delle riforme, per favorire il necessario dibattito politico, fortemente ostacolato dal parlamentarismo nero della maggioranza, che a colpi di fiducia e a furia di cenoni e colloqui privati, affossa il dibattito e riduce il Parlamento a mero votificio. La Lega ha fretta e si sa. Vuole il federalismo, prima di settembre. Ma nella Casa delle Libertà non tutti la pensano così e quindi il niet del Carroccio alla dilatazione dei tempi per l’approvazione delle riforme non ha avuto un grande seguito nella maggioranza. A questo punto per i leghisti, non c’è stato altro da fare che impugnare la solita arma, quella del ricatto: il decreto sull’Alitalia non può passare liscio. Quindi, strumentalmente, ci si deve opporre in tutti i modi, perché è l’ultima spiaggia per fare capire a chiare lettere che il Carroccio non scherza nemmeno un po’. Il no al prestito ponte equivale a un messaggio per gli alleati: se non ci aiutate a portare in Aula il federalismo, subito, noi ci opporremo su tutto. Alla ripresa della discussione sul decreto, la pentola è stata scoperchiata. Per tutta la giornata di venerdì 30 luglio i leghisti avevano fatto ostruzionismo nei confronti del governo di cui fanno parte. Ugo Intini, capogruppo dello Sdi, ha osservato nel dibattito di sabato 31 luglio, come il comportamento della Lega fosse schizofrenico e privo di senso: dopotutto - ha ricordato Intini – l'ex presidente dell'Alitalia Bonomi era stato indicato dalla Lega. Questa considerazione non è andata giù al Carroccio, che si è avventurato nella solita polemica antiromana e anti-Prima Repubblica. La Lega ha così attaccato il Psi, ricordando l'aumento del debito pubblico negli anni '80. Si scatena la bagarre. Interviene Chiara Moroni, del Nuovo Psi, facendo presente che i signori leghisti esibivano sul finire degli anni Ottanta e agli albori dei Novanta il famoso cappio, l’oggetto che contraddistingue i forcaioli. L’avesse mai detto: Dario Galli, leghista in ascesa, ha bersagliato la Moroni. I suoi toni da capopopolo hanno evidentemente infuso coraggio al collega Caparini, che si è lanciato nell'azione individuale, già raccontata, che ha portato alla sospensione. E tra l’altro arriva una testimonianza sconcertante da parte di Giovanna Melandri, diessina: «Ho visto il capogruppo della Lega Nord, Alessandro Cè, inseguire Chiara Moroni. Sembrava volesse aggredirla, non credo che volesse solamente parlarci...È gravissimo quello che è accaduto». Conferma la stessa Moroni, parlando di un Cè che le ha rivolto «insulti volgari, tutto ciò che si può dire contro una donna. Ho pensato "adesso mi ammazza"». Ecco alcune reazioni. Casini: «Siamo alla follia, siamo all'impazzimento generale». Volontè, Udc: «Non faccio nessun commento sull'atteggiamento della Lega delle ultime due settimane». Garbiella Pistone, dei Comunisti italiani: «Lanciarsi a corpo contro una deputata è una cosa che va aldilà della semplice deplorazione. È vergognoso ed intollerabile». Bobo Craxi, invece, vista vilipesa la bandiera socialista, ha minacciato: «O la Lega presenta le scuse formali alla Moroni o il Nuovo Psi non partecipa più alle sedute della maggioranza». Alla Lega, ovviamente, poco gliene importa. Caparini il muscolare dice: «Quando sento difendere i socialisti della Prima Repubblica non lo sopporto». Nella dura diatriba non c’è solo un disprezzo – che sarebbe anche legittimo – nei confronti delle forze del famigerato pentapartito. C’è la mancanza di rispetto, anche nei confronti del peggior nemico. E c’è la sottovalutazione – forse voluta – del fatto che Sergio Moroni, padre della parlamentare del Nuovo Psi, si tolse la vita durante Tangentopoli. Il diessino Giulietti si augura che i tg abbiano il coraggio di trasmettere l'incredibile rissa. Ma Tg1 e Tg2 non l'hanno fatto. «È grave - sostengono alcuni parlamentari dell'opposizione - che il servizio radiotelevisivo pubblico non possieda le immagini degli scontri, mentre gli italiani hanno dovuto guardare il Tg5 per capire che cosa fosse effettivamente successo in Aula. Sarebbe il caso che sull'accaduto la Commissione di Vigilanza aprisse una dettagliata inchiesta».unita.it

Kerry, la sfida dell'America molto perbene Si è chiusa a Boston, con il discorso del candidato alla Casa bianca, la Convention democratica. Un appuntamento organizzato sui tempi televisivi e costruito per sottrarre a Bush l'elettorato incerto. Scontentando così la base del partito e relegando in secondo piano le donne, gli afroamericani, il sindacato «Il niente che è al centro del mondo» : la battuta è dell'inviato di Newsweek e sintetizza al meglio il senso della «quattro giorni» democratica. Nessuna novità, né colpi di scena, programmi sfumati, grande retorica, ma in palio una posta enorme, la più importante sul globo MARCO D'ERAMO INVIATO A BOSTON Qui non succede niente, ma questo niente è al centro del mondo», ha detto un giornalista di Newseek centrando il problema della Convention democratica 2004 che si è conclusa venerdì alle 5 e mezzo del mattino ora italiana. Quando all'inizio di luglio John Kerry ha annunciato che il suo partner di cordata e candidato alla vicepresidenza sarebbe stato il senatore della North Carolina John Edwards, ha tolto alla Convention l'ultimo residuo elemento di suspence. Un altro elemento che avrebbe potuto suscitare l'interesse dei media era la possibile composizione di un eventuale gabinetto Kerry, ma è ancora in alto mare. La vera posta in gioco riguardava però lo zoccolo duro del partito: le donne (in particolare le femministe), i sindacati, i pubblici dipendenti, i neri, gli ispanici. Questi pilastri del partito democratico non erano affatto entusiasti di un candidato imposto dall'apparato contro un Howard Dean (governatore del Vermont) che li aveva galvanizzati, visto che il candidato imposto è un aristocratico della Nuova Inghilterra, noto perché liberal (pro aborto, pro gay, ambientalista), ma non perché progressista: Kerry era a favore del trattato di libero commercio nordamedricano, Nafta, era per un ridimensionamento del ruolo dello stato, favorevole ai tagli fiscali (tutte posizioni su cui per ragioni elettorali ha dovuto correggersi). Dopo quattro giorni di Convention, il segnale è confuso. John Edwards ha portato un afflato più sociale con il suo slogan sulle «due Americhe». La piattaforma ha dato ampio spazio alle preoccupazioni dell'America profonda: riforma sanitaria, diritto alla scuola, diritto alla pensione, diritto al lavoro. L'elettorato nero è stato lusingato con i molti interventi di afro-americani durante il prime time, l'orario in cui le tv trasmettono la Convention in diretta. Uno degli oratori più applauditi è stato l'afroamericano dell'Illinois, Barack Obama, della destra del partito. Ma tutto ciò non ha lenito le ferite che l'apparato ha inferto all'ala più radicale dei neri democratici, quelli che alla Camera animano il Progressive Caucus: la marginalizzazione di Jesse Jackson senior, il confinare in primo pomeriggio Jesse Jackson junior, il nascondere le donne più di sinistra del partito, da Maxine Water a Barbara Jackson. Neanche gli ispanici non sono stati trattati proprio bene: solo due oratori nel prime time in tutti e quattro i giorni di Convention, nonostante il loro voto sia decisivo in molti dei 17 stati «in bilico» (swinging), a partire dalla Florida: d'altronde molti rimpiangono che la Convention non si sia svolta a Miami, visto che una convention a Boston non porta a un candidato del Massachusetts niente di più di quel che già aveva, mentre la Florida mette ancora i brividi ai democratici con il ricordo dei conteggi nel novembre 2000. Molte le oratrici donne, ma nulla di paragonabile al loro peso tra i delegati, di cui costituiscono esattamente la metà. Come in altri campi professionali, anche nel partito democratico vi sono molte donne nei gradini bassi della gerarchia, ma si diradano man mano che si sale. Questo spiega la passione delle donne democratiche per Hilary Rodham Clinton (che non è un campione di simpatia umana), come una che ha saputo farsi largo e, soprattutto, emanciparsi dal ruolo di First Lady, di mogliettina fedele del sogno americano, e mettersi in proprio diventando senatrice dello stato di New York. Neanche il sindacato non è stato trattato benissimo. Il suo presidente John Sweeney ha parlato sì nel giorno di Kerry, sì nella seduta principale (quella che cominciava alle 19 e finiva alle 23 ora di Boston), ma prima delle 20, cioè prima dei tg. E senza i sindacati il partito democratico non va da nessuna parte. Più in generale, chiedevamo a questa Convention di farci capire se il vertice ha ricucito lo strappo con la base, a partire dalla guerra in Iraq. Non sembra. Non solo per l'ostentazione di militarismo: alla tribuna si sono succeduti i generali dall'ex comandante della Nato Wesley Clark all'ex capo di stato maggiore americano John Shalikashvili. Ma perché il cuore dei delegati batteva altrove e gli applausi più appassionati venivano tributati agli oratori più radicali (per quanto dovessero contenersi, viste le rigide direttive imposte dalla commissione di controllo): i Ted Kennedy, gli Howard Dean, i Dennis Kucinich, gli Al Sharpton («No signor Bush, il voto degli afro-americani non è in vendita»). Eccoci al punto. La Convention è un rito politico sul viale del tramonto perché era strutturato su un altro sistema mediatico, quello delle grandi tv generaliste, e su una diversa articolazione politica. La Convention fallisce perché deve rivolgersi a troppe audiences nello stesso tempo. Deve parlare all'America intera, attraverso le sempre più rarefatte dirette tv; deve parlare ai media di tutto il mondo, presenti qui con 15.000 addetti: questa è la cifra fornita dagli organizzatori che a me sembra francamente gonfiata; ma anche se «solo» 10.000, eravamo pur sempre il doppio dei delegati: e c'è qualcosa che in va in un evento politico in cui gli interessati sono la metà di coloro che ne riferiscono. Poi deve parlare ai delegati e, attraverso di loro, ai propri militanti e attivisti tutti. Negli anni questa molteplicità di interlocutori è diventata sempre più difficile da esaudire in simultanea. Il Kerry che vuole convincere l'elettore indeciso lascia freddo il proprio militante, e viceversa; il Kerry che parla al mondo non interessa all'America profonda dei suburbi. Nel mondo televisivo la moda dei reality shows è stata definita come il trionfo degli spettacoli non scritti contro gli sceneggiati. Ecco, il problema del rito politico della Convention è di essere overscript, troppo sceneggiata in anticipo. Viene da sorridere: proprio mentre negli Usa questo rituale mostra gli acciacchi e si avvia a un lento ma sicuro declino, ecco che in Italia lo si vuole imitare (dove porta il meccanismo delle primarie se non a una Convention finale?). La stanchezza dei media tradizionali spiega l'altrimenti inspiegabile successo dei bloggers. Cioè di siti internet interattivi dove si scambiano notizie e commenti sulla Convention. Al settimo piano del Fleet Center c'era tutto un settore familiarmente chiamato Blogger Boulevard dove giovani indaffaratissimi picchiavano sui tasti dei computer (uno di loro lavorava su 4 portatili insieme). Per lo più i blogger sono informazione di secondo grado, basata su altra informazione, ma - come mi ha spiegato una di loro, Zoe Wan der Wolk, studentessa di statistica all'università di Harvard (parla un cinese fluente) - sono agili, permettono il botta e risposta, e soprattutto possono essere fondati senza capitali. Io ho contato almeno 86 blogs e 35 di loro erano accreditati alla Convention. Non solo, ma anche i grandi media si sono aperti i propri blogs. Qui tutti aprono un blog. Il blog è l'equivalente mediatico di quel che MoveOn è per la raccolta di fondi: la via informatica alla politica. Ma neanche i blogs possono fare miracoli, e non possono fare più che pestare l'acqua della non notizia nel mortaio dell'informazione. Perché il difetto sta nel manico, in questo caso nell'apparato di partito, nel suo vertice, nel presidente Terry Mcauliffe che ha imposto una disciplina militare a questa Convention. Noi deprecavamo lo stalinismo ma davvero tutto il rito qui a Boston aveva qualcosa di staliniano, la rigida uniformità dei testi, il martellamento costante dello stesso slogan ripetuto da centinaia di oratori («Voto Kerry perché è un leader, perché è forte, perché è saggio»). Lo stesso stereotipato ottimismo da congresso Pcus, gli stessi onori tributati agli eroici militari, la stessa mielosissima retorica patriottarda: non si contano le volte in cui è stata gridata sull'orlo del pianto l'espressione «Oh America la bella!» (America the beautiful). Consoliamoci con i due momenti migliori del discorso di Kerry. Quello in cui ha difeso la complessità delle proprie posizioni, e ha attaccato il semplicismo di Bush: «Dire che ci sono armi di distruzioni di mass in Iraq non le fa esistere. Dire che possiamo combattere una guerra a buon mercato non la rende tale. E certo, proclamare `missione compiuta' non la compie affatto». E quando ha attaccato l'amministrazione: «Io sarò un comandante in capo che non ci porterà mai fuori strada in una guerra. Avrò un vicepresidente che non terrà incontri segreti con gli inquinatori per riscrivere le leggi ambientali. Avrò un ministro della difesa che ascolterà il parere dei nostri comandanti militari. E nominerò un ministro della giustizia che onorerà la Costituzione degli Stati uniti».ilmanifesto.it

Il piano fiscale di Berlusconi non dà nulla a 7 italiani su 10 Solo oltre i 40 mila euro il guadagno è più del 3%. A 300 mila 1.430 euro al mese Niente benefici sotto i 20 mila euro. Poi fino a 22 mila euro risparmi da 5 a 18 euro al mese ROBERTO PETRINI da Repubblica - 31 luglio 2004 ROMA - John Kerry promette meno tasse per la classe media e assicura che farà marcia indietro sui tagli di George Bush per i più ricchi. In Italia invece la questione fiscale resta in mezzo al guado. Gli ultimi annunci di Berlusconi sulla riduzione da cinque a tre aliquote, che sembrerebbero definitivi dopo il lunghissimo braccio di ferro con An e Udc che ha segnato una fase che avanti da prima delle elezioni europee, aprirebbero la strada ad un «secondo modulo» che lascerebbe a bocca asciutta il 75 per cento dei contribuenti italiani. La riforma dovrebbe andare a regime nel 2006, costerebbe complessivamente 1 punto di Pil, cioè 13 miliardi di euro, e chiuderebbe il ciclo dell´intervento sulle tasse del governo Berlusconi sommandosi ai 5,5 miliardi del 2003 che riguardarono un aumento del reddito medio delle famiglie italiane di appena l´1 per cento. Il rischio è che il torchio del fisco sul cittadino medio, alla fine della legislatura, non si allenti di molto. «Quelli che hanno beneficiato meno degli altri dell´insieme delle due riforme al termine delle legislatura saranno i ceti medi. Il problema degli incapienti, cioè coloro che non hanno un reddito sufficiente per beneficiare degli sgravi, resta ancora irrisolto; i contribuenti a reddito basso hanno beneficiato dell´ampliamento dell´area esente a 7.500 euro mentre i contribuenti molto ricchi hanno goduto dell´abbassamento delle aliquote più alte», spiega Massimo Baldini, del Centro politica economica dell´Università di Modena. I primi a tirare velocemente le somme sull´ultimo modulo di riforma che segnerà i prossimi due anni fino alla fine della legislatura sono stati i tecnici della Cgia di Mestre in un rapporto diffuso ieri. Secondo lo studio i risparmi fiscali saranno avvertibili solo da coloro che guadagnano più di 19 mila euro l´anno mentre non riguarderanno trenta milioni di contribuenti, appunto il 75 per cento del totale. La simulazione della Cgia, che parte dagli ultimi annunci di Berlusconi, considera che la non tax area resti praticamente immutata a 7.500 euro (salirebbe a questa quota per i pensionati che oggi sono a 7.000) e che venga ridotto a tre il numero delle aliquote: 23 per cento fino a 32.600 euro, 33 per cento fino a 70 mila e 39 per cento oltre i 70 mila euro. Si tratta in pratica della proposta avanzata da An e fatta propria dal premier, che nelle sue ultime dichiarazioni ha indicato le aliquote ma non gli scaglioni. Ebbene questa nuova griglia avrebbe la caratteristica di lasciare a bocca asciutta la stragrande maggioranza dei redditi medio-bassi. Il risparmio sarebbe nullo per chi guadagna intorno ai 15 mila euro, di 2,31 euro al mese per chi ha un reddito di 19.500 euro, di 5,53 a 20 mila euro e di 18 per redditi di 22 mila euro. Se si sale e si arriva alle fasce più alte di reddito, la situazione cambia drasticamente. A partire dai 30 mila euro all´anno si cominciano ad avvertire i primi consistenti risparmi. Per chi guadagna 30 mila euro infatti lo sconto raggiungerebbe gli 840 euro (70 euro al mese), mentre oltre i 40 mila euro di imponibile i guadagni supererebbero il 3 per cento. A 100 mila euro lo sconto salirebbe a oltre 5 mila euro, circa 430 al mese, mentre chi dichiara un imponibile di 150 mila euro risparmierebbe il 5,4 per cento, pari a 681 euro al mese. E a trecentomila euro il guadagno salirebbe a oltre 17 mila euro (1.430 al mese). Insomma, si corre il rischio che per la grande maggioranza degli italiani il fisco resti una occhiuta e antipatica incombenza. -------------------------------------------------------------------------------- Ds Milano - Rassegna stampa

Riforme: grave errore nel testo del centrodestra REDAZIONE La Casa delle Libertà deve proprio ringraziare il professor Stefano Ceccanti, senza il suo intervento il testo delle riforme istituzionali preparato dal centrodestra sarebbe approdato alla Camera con un clamoroso errore nel testo. Ceccanti, docente di diritto costituzionale all'Università La Sapienza di Roma ed esperto di meccanismi elettorali, ha infatti trovato nel documento un'incredibile contraddizione. L'errore era invece sfuggito agli esperti della coalizione del premier, per la verità non nuovi a questo tipo di gaffe. Nessuna segnalazione era arrivata dalle opposizioni che, nel momento in cui veniva a crearsi il problema, si erano ritirate per protesta sull'Aventino e non erano dunque presenti in aula. I fatti in questione risalgono al 24 luglio, quando l'approvazione di un emendamento presentato dalla Casa delle Libertà aveva cambiato un passaggio della Riforma. Dopo quella modifica l'articolo 23 del documento stabilisce infatti che il Presidente della Repubblica scioglie la Camera su richiesta del Primo Ministro, mentre l'articolo 24 stabilisce che il presidente possa sciogliere la Camera anche senza proposta e controfirma del Primo Ministro. "In altri termini da una parte si dice che il Presidente scioglie su richiesta del Primo Ministro, dall'altra che scioglie senza richiesta - ha affermato Ceccanti - questo episodio dovrebbe forse insegnare a tutti che la compressione eccessiva dei tempi di dibattito e di decisione, di cui si discute in queste ore, può portare a seri inconvenienti". centomovimenti.com

Il pendolo del re che non vuole abdicare Economia in rosso, devolution, conflittualità latenti sulla data delle elezioni politiche. La corsa contro il tempo del Berlusconi con l’accetta Come saranno le vacanze politiche della destra? Si sa che il capo indiscusso andrà a godersi le ferie in una delle sue ville in Sardegna, quella che in barba alle disposizioni paesaggistiche e ai vincoli urbanistici si sta trasformando in bunker come se Berlusconi dovesse rimanere primo ministro a vita. Non sappiamo se anche quest’anno verrà raggiunto da Vladimir Putin. Al di là delle vacanze, ci interessa capire cosa abbia lasciato sotto la cenere l’interminabile “verifica” conclusasi con il benservito a Tremonti, l’opzione di Bossi per il Parlamento di Bruxelles, le new entry ministeriali di Calderoli (Riforme) e Siniscalco (Tesoro), l’approvazione a colpi di fiducia della riforma delle pensioni. Il primo quesito riguarda l’Udc di Marco Follini, croce e delizia dei bookmakers che quotano il borsino dello stato di salute del governo di centrodestra. Possibile, si chiedono in molti, che l’ex segretario dei giovani democristiani dell’era Forlani si sia accontentato di un pugno di mosche dopo aver alzato così tanto la voce? Partiamo da una indiscrezione, rivelata ieri da “il Riformista”. Stefano Ceccanti, costituzionalista di area Ds, proveniente dai Cristiano sociali, ha scritto qualche giorno fa l’ennesimo articolo sulle “primarie” del centrosinistra, dicendo che forse lo stesso problema si pone sul versante destro della politica italiana. Follini ha alzato il telefono e si è congratulato con Ceccanti. “Eh sì, mi hai dato una buona idea”, pare gli abbia detto. Del resto, Follini – dopo le elezioni europee e amministrative – era stato il solo a parlare del bisogno di superare la monarchia berlusconiana nel centrodestra. Ceccanti gli ha fornito lo strumento tecnico-politico da usare già in previsione delle elezioni regionali del 2005. Se si usassero le “primarie”, non è detto che la conflittualità latente tra An, Forza Italia, Lega e Udc non venga allo scoperto per dividersi le candidature a governatori regionali. Il fido Sandro Bondi, fido di Arcore, ha già fatto sapere che alle “primarie” non ci sta. Forse teme che la monarchia non possa designare l’erede, in caso di abdicazione forzata. Ma i problemi, ben oltre le manovrine, sono politici. Un governatore di una Regione del sud che si è incontrato nei giorni scorsi con Berlusconi e il suo staff per discutere della Finanziaria, ci ha raccontato che il premier faceva un po’ impressione: “Parlava di tagli e situazione economica ai limiti del collasso. Diceva che lui fa fatica a recitare la parte di colui che deve ridurre spesa pubblica e servizi con l’accetta di un taglialegna, perché nella sua carriera da industriale non l’ha mai fatto. In quei panni si sente stretto. Poi ha lasciato parlare il ministro Siniscalco, che con rudezza ci ha esposto i numeri di un deficit pubblico davvero terrificante”. Queste impressioni riportate da una riunione a Palazzo Chigi confermano che il principale rovello di Berlusconi è uno solo: anticipare le elezioni politiche al 2005 o trascinare la legislatura, tra un colpo d’accetta e l’altro, fino al 2006? Nel frattempo, che fare della “devolution” dopo averla promessa all’infermo Bossi e dopo aver ottenuto il ritiro (per ora) degli emendamenti dell’Udc? In quella riforma fanno capolino anche riforme istituzionali da premierato forte o da semi Repubblica presidenziale che farebbero tanto comodo a Berlusconi. La riforma potrebbe tornare al Senato entro ottobre e poi affrontare, come vuole la Costituzione, le quattro letture parlamentari necessarie al via libera al referendum confermativo. Il testo di riforma, licenziato in prima lettura dal Senato, uscirà dunque modificato a settembre dalla Camera. Non per volere dell’Udc bensì per volere di alcuni costituzionalisti vicini alla destra: il testo originario potrebbe essere bloccato dalla Corte costituzionale per alcune norme confliggenti, se non subisce ritocchi. Il referendum, poi, salvo sorprese di percorso, potrebbe svolgersi in concomitanza con le elezioni politiche del 2006. Il che da alcuni a destra viene ritenuto un vantaggio (la Lega) e da altri uno svantaggio (An). Ma a far oscillare il pendolo da una parte (2005) o dall’altra (2006) non ci penseranno solo le conflittualità latenti nel centrodestra. Un ruolo decisivo lo svolgerà l’autunno che ci aspetta. I sindacati hanno annunciato manifestazioni e scioperi (sulle pensioni, sul rinnovo dei contratti, sui salari). Il centrosinistra e Rifondazione potrebbero accelerare la propria unità programmatica. [A.G.] www.aprileonline.info

AUDITEL, E'ORA DI CAMBIARE - di Vincenzo Vita E' venuto il momento davvero di rimettere mano alla vicenda dell’ Auditel. E’ opportuno che l’autorità di garanzia per le Telecomunicazioni dia piena attuazione alle previsioni delle legge 249 del 97. Attorno all’auditel sta diventando elevata la polemica da rendersi indifferibile un intervento chiarificatore. Ricordo benissimo quel passaggio durante l’iter parlamentare della legge 249. Dopo la prima lettura si era sostanzialmente abolita la tipologia di Auditel così come era stata praticata fino ad allora, vale a dire con la gestione diretta di interlocutori televisivi degli indici di ascolto che invece richiedono una terzietà doverosa visto il rilievo della posta in gioco.

Melandri: le primarie ora si devono fare. Giusta la proposta Prodi, indietro non si torna. Sì alla federazione, no al partito riformista Intervista a l’Unità di Ninni Andriolo ROMA. Un no, al partito riformista, e quattro sì: alle primarie, alla Costituente, alla Federazione e alla «grande alleanza riformatrice per il governo dell’italia». Giovanna Melandri spiega il suo punto di vista atipico che salda tra loro idee diverse che circolano nel centrosinistra. «Romano Prodi - spiega - ha avanzato recentemente due proposte, utili e unitarie. Quella della Costituente, per costruire l’ossatura programmatica di una grande alleanza riformatrice, e quella delle primarie, per scegliere la leadership del centrosinistra. Queste due proposte non sono in contraddizione con un percorso che sposta l’esperienza della Lista unitaria nella direzione della Federazione. A Prodi bisogna rispondere sì con entusiasmo». Le primarie suscitano consensi, ma anche un vespaio di polemiche... Sono d’accordo da tempo con le primarie. All’inizio del la legislatura - prima firmataria Franca Chiaromonte - un gruppo di deputate depositò un di segno di legge per scegliere le leadership nazionali e locali attraverso primarie. Dieci anni fa optammo per il maggioritario, senza adottarne i sistemi tipici di selezione dei gruppi dirigenti. Questa è un’anomalia. Gli elettori del centrosinistra aspettano da dieci anni di poter dire la loro sulle leadership. Ben venga la proposta di Prodi, quindi. Ormai è in campo e sarebbe sbagliato tornare indietro. Negli Stati Uniti gli elettori scelgono tra più candidati di un unico partito. Qui i partiti sono molti. Le primarie non introdurrebbero nuovi fattori di divisione? E’ vero che il nostro sistema maggioritario è imperfetto. Il punto è se andiamo avanti o se torniamo indietro. Io credo che si debba andare avanti e che uno dei contributi che il centrosinistra potrebbe dare all’affermazione di un bipolarismo sano consista nel darsi regole che rafforzino il maggioritario. Le primarie significano proprio questo. Come valuta l’autocandidatura di Bertinotti? Per vincere si deve costruire un’alleanza larga dentro la quale tutti condividano la responsabilità di governo. L’autocandidatura di Bertinotti, ma anche la sua determinazione a entrare a pieno titolo nell’alleanza riformatrice per il governo, rappresenta quindi un fatto estremamente importante. E’ un gesto serio, utile per fare le primarie veramente. Il Pdci parla di attacco a Prodi. Le primarie non potrebbero addirittura indebolirlo? I repubblicani Usa non hanno messo in discussione la ricandidatura di Bush, ma le primarie si fanno lo stesso. Queste, infatti, servono per ché si esprimano candidature a cui corrispondano istanze precise e non necessariamente contrarie a una leadership riconosciuta da tutti. Quelle istanze, poi, contribuiscono a dare profilo complessivo al Partito repubblicano... Il sistema italiano è diverso, però. Non crede? L’esempio americano ci deve servire a sdrammatizzare la nostra discussione, C’è un terreno di mezzo tra il nulla e il guardare alle primarie esclusivamente come luogo della contendibilità della leadership. Le primarie non devono servire al riposizionamento del ceto politico. Servono, innanzitutto, a dare voce ai cittadini che devono poter scegliere tra opzioni programmatiche diverse. Servono ad aprire un dibattito non solo tra i partiti e i loro vertici ma anche nell’elettorato più ampio. Sono un grande strumento di partecipazione. Nel centrosinistra si fanno strada i dubbi. Le primarie si faranno davvero? Avverto un umore diffuso che testimonia quanto siamo lontani dall’aver acquisito in maniera autentica le regole del maggioritario. È questo il nodo della lunga transizione politico-istituzionale italiana. E’ perfino commovente notare come i nostri elettori rispondano positivamente a ogni sollecitazione alla partecipazione più diretta. Non dobbiamo deluderli. Il Polo ha altre vie per la selezione della leadership. Noi abbiamo l’occasione di fare un salto di qualità che oggi rafforza Prodi e rafforzerà, in futuro, chiunque avrà il compito di guidare una grande alleanza riformatrice. Lei sostiene che tra primarie e Costituente non c’è contraddizione. Sta di fatto che nessuno parla più della proposta lanciata da Prodi all’indomani delle europee... Io credo che bisognerà realizzare ai più presto la Costituente che dovrà rappresentare l’atto fondativo della grande alleanza riformatrice per il governo del Paese. La Costituente servirà a definire un profilo programmatico condiviso. E non c’è contraddizione tra Costituente e Federazione del l’Ulivo? Ho detto sì alla lista Uniti nel l’Ulivo. Ci sono tre modelli: quello dell’autosufficienza dell’Ulivo, quel lo del ‘96 - la desistenza non impegnativa di Rifondazione - e quello della costruzione di una grande alleanza riformatrice. Noi dobbiamo imboccare questa terza strada. La Federazione, per me, è il nucleo di un’unità più larga. Lo dico anche ai fini del congresso Ds. Se la Federazione è questa io sono d’accordo, se è l’anticamera del partito riformista non ci sto. Nel cielo ci sono più stelle di quelle che illuminano la strada di chi vuole forzosamente dividere il grano dal loglio, i riformisti doc dalle culture più critiche. L’orizzonte del centro sinistra contiene la possibilità di un rimescolamento delle culture politiche del ‘900. Si può dire sì alla federazione, fare le primarie e contestualmente lavorare all’alleanza con Bertinotti attorno a scelte programmatiche chiare che ancora oggi non vedo. A cosa si riferisce? Registro sbandamenti anche in queste ore. Abbiamo fatto l’ostruzionismo contro il provvedimento sulle pensioni. Il responsabile lavoro dei Ds, Cesare Damiano, parla di controriforma. Noto, però, che Nicola Rossi, autorevole esponente della maggioranza della Quercia, sostiene che un centrosinistra al governo non dovrebbe cancellare quella legge iniqua. Un partito come il nostro deve avere una linea ben definita e non ondivaga. Questo vale anche per l’Iraq... Si riferisce al “se vincesse Kerry rimarremmo in Iraq? Fassino smentisce cambiamenti di linea Fassino ha fatto bene a chiarire. Qui in Italia si era capita un’altra cosa. Se l’America di Bush o di Kerry cambiasse linea sul dopoguerra in Iraq, tutto andrebbe ridiscusso. Ma c’è un punto. Il New York Times, non io, sostiene che i democratici Usa non hanno fatto ancora chiarezza sulla strategia di uscita dal pantano iracheno. Noi dobbiamo tenere la barra ferma. Abbiamo votato per chiedere il ritiro del nostro contingente poche settimane fa. Io, naturalmente, mi auguro che vinca Kerry. Ma la sua politica estera dovrà rappresentare una netta discontinuità con il passato. Ninni Andriolo

Conti a posto, liberalizzazioni, aiuti all'industria. Almeno fate quello che ogni centrodestra sa fare di Enrico Letta A questo punto non chiediamo molto: lasciamo perdere i miracoli, lasciamo perdere tutte le stupefacenti promesse di decollo dell’economia italiana, di abbassamento mirabolante della pressione fiscale, di trionfi del made in Italy. Semplicemente, ci limitiamo a sollecitare che un governo nato da una maggioranza che si autodefinisce di convergenza tra forze liberali e conservatrici decida, limpidamente e di fronte all’opinione pubblica, di essere almeno se stesso, di fare quello che gli altri governi di centrodestra hanno fatto e fanno normalmente in Europa e nel mondo. E se non è in grado di fare nemmeno questo, chiediamo che l’esecutivo Berlusconi passi definitivamente la mano. Che cosa intendiamo per quello che gli altri governi di centrodestra hanno fatto e fanno normalmente in Europa e nel mondo? Che cosa fanno normalmente in Europa e nel mondo i governi di centrodestra? Nessuno in Europa ha promesso i “nirvana” berlusconiani: ognuno di questi esecutivi si è mosso in funzione di alcuni obiettivi precisi, forse ridotti e modesti rispetto ai grandi sogni del celebre “contratto con gli Italiani”, però compatibili con il quadro di riferimento. Ci basterebbe che anche il governo Berlusconi si muovesse così, evitando di sfasciare definitivamente i conti pubblici e la macchina dello Stato, evitando di rendere irreversibile lo smembramento istituzionale del Paese e inarrestabile il declino della nostra industria manifatturiera. Ci basterebbe che anche il governo Berlusconi si ponesse gli obiettivi che ogni esecutivo liberale e conservatore ha nel dna: innanzitutto l’ordine dei conti pubblici. E’ necessario impedire che i prossimi anni ci riportino a una situazione analoga a quella del 1992-93. Mai Carlo Azeglio Ciampi, nella sua attuale funzione di capo dello Stato, avrebbe immaginato di osservare dei conti pubblici pericolosamente simili a quelli che dovette affrontare quando fu chiamato a salvare la patria, come capo del governo, nel ’93. Primo obiettivo, dunque: scongiurare lo sfascio della finanza pubblica. Il secondo obiettivo dovrebbe essere lo sviluppo e la tutela della concorrenza, cioè esattamente quanto ci si aspetterebbe da un governo dai connotati liberali. Viceversa, i monopoli e gli oligopoli hanno ricominciato a prosperare in un Paese come il nostro già di per sé poco aperto alla concorrenza, quella concorrenza che aiuta i consumatori e quindi la competitività del sistema. Le limitazioni alla concorrenza agevolano pochi a danno di tanti e soprattutto a danno della competitività del Paese. In controtendenza rispetto al resto dell’Europa e del mondo, e spesso in contrasto anche con le norme europee, monopoli, corporazioni e oligopoli in Italia hanno prepotentemente rialzato la testa. Da un governo di ispirazione liberale c’era da attendersi, vale la pena ribadirlo, esattamente l’opposto. Terzo obiettivo: la ripresa dell’industria. Durante un periodo di governo sedicente liberale e conservatore si sta verificando il tracollo del nostro sistema industriale. Sotto l’azione di quel governo sostenuto alla nascita dagli imprenditori sia grandi sia piccoli, la nostra industria registra risultati negativi senza precedenti. Anche quelle politiche per l’industria che ci aspetterebbe da un governo di centrodestra sono mancate. Non chiediamo le politiche mirate allo sviluppo e al rilancio del Paese illustrate da Romano Prodi nella sua lettera all’“Espresso” della scorsa settimana, quelle politiche al contempo redistributive e attente al sociale. Non chiediamo tanto, le applicheremo noi nella prossima legislatura. Siamo arrivati al punto, tuttavia, di dover chiedere a questo esecutivo almeno di essere se stesso: nulla di più, nulla di meno. Se il governo è in condizione, nei venti mesi che mancano alla scadenza naturale della legislatura, di perseguire i tre obiettivi indicati, di fare, con la larga maggioranza di cui dispone in Parlamento, quello che il suo dna dovrebbe suggerirgli, allora ha senso che questa legislatura continui. Ma è difficile essere ottimisti, perché questo è un governo che non riesce nemmeno a essere se stesso, liberale e conservatore. Le scelte di questi giorni, l’ipotesi di manovra messa in campo e le prospettive della Finanziaria vanno in ben altra direzione. L’esaurimento della spinta politica di questo esecutivo è testimoniato anche dalla recente indicazione di Buttiglione a commissario europeo: il presidente del consiglio svende anche gli incarichi europei pur di recuperare un po’ di carburante che consenta al governo almeno di superare l’estate. Così non si fa molta strada e allora aggiungere altri due anni di esecutivo Berlusconi ai tre già trascorsi sarebbe l’ultimo danno arrecato dal Cavaliere al Paese.

Kerry lo sfidante, promosso dall’expectorate di GUIDO MOLTEDO da BOSTON Colpire l’avversario rovesciando a proprio vantaggio i suoi punti di forza. La lotta politica, quando è ai livelli più alti, somiglia al judo, e John Kerry, giovedì sera, ha conquistato la platea democratica con un discorso che non schiva i punti d’attacco della propaganda repubblicana, li assume come temi importanti – e d’altra parte così sono sentiti da una parte consistente dell’elettorato – ma li elabora in una visione democratica positiva, ottimistica, alternativa alla visione bushista. Un discorso “presidenziale”, dunque, come è stato definito dall’esigente expectorate, quel composito ed esigente insieme di giornalisti, opinionisti, politologi, sondaggisti, consulenti, insomma il variegato pianeta che ha in buona parte sostituito i partiti tradizionali e che gravita attorno alla politica e la condiziona misurandola in base alle proprie aspettative (expectation). Promosso a pieni voti dall’expectorate, ora dovrà vedersela con l’elettorato reale, ancora più esigente. Certo è che dalle quattro giornate di Boston Kerry esce come un credibile aspirante alla presidenza, in grado di battere l’avversario repubblicano. Questo è già in sé un risultato di enorme importanza, tutt’altro che scontato. Che ci dice quanto corra sempre più veloce oggi la politica americana. E come sia miope fissarne e sclerotorizzarne i comportamenti in schemi rigidi e “sovietici”, caso mai dividendo il mondo in amici e nemici dell’America sulla base degli orientamenti politici dell’amministrazione in carica. D’altra parte era intellettualmente legittimo, solo un anno fa, immaginare che la presidenza di Bush aveva aperto un ciclo politico di lunga durata e che con questa amministrazione l’America e il mondo avrebbero dovuto fare i conti per un decennio almeno. Troppo presto, troppo ottimistico prevedere l’uscita di scena di George W. Bush. Ma le primarie democratiche e la Convention di Boston ci dicono che in campo c’è un’altra forza politica, c’è un’opposizione che non ha più paura di proporre una propria agenda e giocare puramente di rimessa. Già, perché questo è stato il Partito democratico, dopo l’uscita di scena di Bill Clinton. Un partito diviso e rissoso al suo interno, timoroso di alzare la voce contro l’amministrazione per paura di apparire unAmerican. Questa sorta di ricatto ha potuto funzionare su un partito uscito traumatizzato dalla sconfitta del 2000 e, dopo l’11 settembre, incapace di elaborare una linea propria sui temi della sicurezza nazionale e della lotta al terrorismo. La Convention di Boston ha mostrato un partito che ha recuperato la fiducia in se stesso e che propone una sua visione del ruolo dell’America. C’è riuscita pagando un pedaggio forse pesante, l’elusione di un reale dibattito sul tema forse più sentito dai delegati, quello della guerra in Iraq. Questo è avvenuto in virtù di un accordo non dichiarato. Accantonare le divisioni per marciare uniti, far vincere Kerry e poi riparlarne. Una politica dei due tempi che può sembrare opportunistica, ma risponde al sentimento più urgente e più sentito, quello di chiudere davvero il capitolo della presidenza Bush. Un cambio di regime, come disse Kerry stesso all’inizio della sua campagna elettorale. europaquotidiano.it

Tangenti di guerra, aperta un'inchiesta Dopo le testimonianze pubblicate dal manifesto sul versamento di tangenti per essere assegnati alle missioni all'estero, il procuratore militare Intelisano apre un fascicolo. «Già in passato denunce anonime, tutte archiviate». Il silenzio degli stati maggiori ALESSANDRO MANTOVANI ROMA Si muove la procura militare di Roma sullo scandalo delle «tangenti» pagate dai militari italiani per partecipare alle missioni all'estero, che non sarebbero affatto «casi di cronaca isolati» (come dice lo stato maggiore della difesa) ma «una vera e propria prassi», almeno in alcuni settori delle forze armate. Le testimonianze pubblicate ieri da questo giornale e mandate in onda su Rainews24 hanno convinto il procuratore militare Antonino Intelisano ad aprire un fascicolo intestato «atti relativi a». Dunque, per il momento, non ci sono indagati e neppure una specifica ipotesi di reato. Ma la procura fa anche un piccolo passo in più. Fa sapere che non è una novità: denunce simili, a quanto pare sempre anonime, sono arrivate già in passato agli uffici del pm militare, che di conseguenza si è occupato dell'argomento, ma in tutti i casi sono state archiviate perché i fatti denunciati non sono stati accertati. O almeno, non c'era materia per esercitare l'azione penale, che può essere una cosa molto diversa. Secondo alcune fonti, anche altre procure militari avrebbero ricevuto esposti dello stesso genere, oltre ovviamente a quella di Padova che nel maggio scorso ha fatto condannare per truffa e peculato il generale Luciano Marinelli, ex comandante del«Cimic Group South», reparto Nato interforze (a guida italiana) specializzato nella cooperazione civile-militare nell'ambito delle missioni di pace, attualmente impegnato in Iraq: i carabinieri arrestarono Marinelli mentre un tenente gli versava cinquemila euro, nell'ambito di un complesso rapporto che prevedeva tra l'altro la promessa di una raccomandazione per andare all'estero in missione. Al centro del nuovo scandalo, però, questa volta insieme all'esercito ci sono proprio i carabinieri, forza armata a tutto tondo, anzi la prima forza armata italiana a metter piede in Iraq dopo l'annuncio di Bush che la guerra era «finita». Un brigadiere meridionale della Benemerita, che fa servizio in un normale reparto territoriale, ha raccontato la complicata trafila alla quale fu costretto due anni fa, quando chiese di andare in Kosovo, facendo i nomi di ufficiali e sottufficiali che nella sua città e soprattutto a Roma, negli uffici del comando generale e della seconda brigata mobile, chiedevano soldi per mandare avanti le domande. A lui chiesero venti milioni e rifiutò. Secondo un altro carabiniere, che è stato in Iraq, la «tariffa» dei «tangentari» in divisa sarebbe «una mensilità», la prima mensilità di missione. Le diarie com'è noto sono alte: un appuntato o un maresciallo prendono un'indennità aggiuntiva pari a tre o anche quattro volte il normale stipendio; con certe missioni si portano a casa anche dodicimila euro al mese. E tutti sappiamo che carabinieri per nulla addestrati alla guerra nel deserto, che lavoravano nei reparti operativi o nei battaglioni mobili nelle nostre città, per quei soldi sono andati a morire nell'attentato del 12 novembre a Nassiriya, in una base che secondo molte fonti era priva delle più elementari barriere protettive. Alcuni dei carabinieri che denunciano le tangenti si sono rivolti all'Unac, l'Unione nazionale arma dei carabinieri del maresciallo Antonio Savino, che conferma: «Ci sono colleghi che parlano di prassi consolidata, in missione vanno sempre gli stessi», dice Savino. E dall'esercito le stesse segnalazioni raggiungono l'Osservatorio militare dell'ex delegato Cocer Domenico Leggiero. Entrambi nel mirino degli stati maggiori (in Italia l'associazionismo militare è vietato e variamente represso), saranno probabilmente ascoltati dal procuratore Intelisano o da qualche suo delegato. Agli stati maggiori, ufficialmente, non risultano tangenti, oltre ovviamente al caso già definito in primo grado a Padova. Al comando dei carabinieri aggiungono anche che «nulla si può escludere». Fonti militari erano in grado di anticipare, ieri pomeriggio, la notizia che sarebbe poi arrivata dalla procura circa l'apertura del fascicolo. Formali smentite sono arrivate dal comando delle forze italiane in Iraq ma per la verità nessun generale fin qui si è speso, con nome e cognome, per affermare che nessuno nelle forze armate paga tangenti per partecipare alle missioni. Come spesso avviene per le vicende più scottanti gli stati maggiori preferiscono mobilitare alcuni Cocer, o almeno alcuni delegati, che nell'assenza di sindacati si comportano come «rappresentanze istituzionali» nel senso più deteriore del termine. ilmanifesto.it

Krugman Perché all'Iraq non tornano i conti Washington ha sborsato solo 400 milioni di dollari dei 18,4 miliardi promessi per la ricostruzione La responsabilità è una cosa che conta. Se le autorità governative che non hanno fatto tutto quel che potevano per prevenire un attacco terroristico o hanno trascinato l'America in una guerra non necessaria, riusciranno a gettare la colpa su qualcun altro, avranno reso un cattivo servizio al nostro paese. Ma questi non sono stati gli unici grandi errori. Chi verrà ritenuto responsabile del malgoverno del dopoguerra in Iraq? Il mese scorso, abbiamo saputo che gli Stati Uniti, pur avendo speso ingenti somme in questo paese, non gli hanno fornito alcun aiuto: finora sono stati sborsati solo 400 milioni di dollari, dei 18,4 miliardi stanziati per la ricostruzione. Quasi tutto il denaro investito dal governo provvisorio che ha amministrato l'Iraq fino a un mese fa, proveniva da fonti interne. Principalmente dalle vendite di petrolio. Questa rivelazione aiuta a spiegare l'enigma della lentezza del processo di ricostruzione, che non è ancora riuscito a riportare molti servizi essenziali ai livelli d'anteguerra. Ma solleva un altro interrogativo: se l'amministrazione provvisoria ha speso il denaro iracheno, perché non lo ha fatto in modo più oculato? Quando una potenza straniera assume il controllo di un paese ricco di risorse petrolifere, le sue intenzioni appaiono inevitabilmente sospette. Che sia vero o no, la popolazione locale è subito propensa a credere che gli invasori siano intervenuti per appropriarsene. L'unico modo di dissipare questi dubbi è quello di operare nel modo più trasparente possibile, nominando funzionari di provata indipendenza, controllando scrupolosamente le entrate e le uscite e collaborando con società di revisori dei conti internazionali. È accaduto è esattamente l'opposto. Tutti i funzionari responsabili delle finanze irachene erano uomini fedeli a Bush. Il governo provvisorio ha cercato di sottrarsi a una verifica internazionale, che è iniziata soltanto nell'aprile del 2004. Quando i revisori della Kpmg, ingaggiati da una società di consulenza internazionale, si sono messi al lavoro, hanno scoperto che non era stato compiuto alcuno sforzo per registrare accuratamente le vendite di petrolio e che la documentazione relativa ai 20 miliardi di dollari del Fondo per lo sviluppo dell'Iraq era costituita da "fogli elettronici e prospetti compilati da un solo contabile". Inoltre, i revisori si sono ritrovati isolati. Non è stato loro consentito l'accesso ai ministeri iracheni, famigerati luoghi di corruzione e di connivenze con gli occupanti. Né hanno potuto prendere visione di documenti che hanno definito, con garbato eufemismo, "contratti a fonte unica". Ovvero, per dirla chiara, non sono riusciti a scoprire quale uso ha fatto la Halliburton di una somma pari 1,4 miliardi di dollari. Ostacolando il loro lavoro, Washington non ha soltanto alimentato il sospetto di appropriazione indebita dei proventi petroliferi iracheni da parte degli americani, ma non ha neppure mantenuto la parola data. Dopo la caduta di Saddam, l'Onu ha consentito agli Stati Uniti di disporre delle risorse accumulate dagli iracheni grazie al programma petrolio-in-cambio-di-cibo, ma soltanto sotto stretta sorveglianza internazionale. Certo, attraverso questo programma, Saddam Hussein era riuscito a dirottare parecchi miliardi di dollari. Ma dall'America ci si aspetta un comportamento migliore. Circolano voci che queste manovre di Saddam fossero state facilitate da funzionari corrotti delle Nazioni Unite. Staremo a vedere quali saranno le conclusioni della commissione d'inchiesta dell'Onu presieduta da un uomo di provata indipendenza come Paul Volcker, una di quelle figure che avrebbero potuto svolgere un utile ruolo nel corso dell'occupazione. Nel frattempo, va rilevato che queste accuse sono interamente basate su documenti che si presume siano in possesso, immaginate un po', di Ahmed Chalabi, un personaggio fortemente sospetto a sua volta di corruzione. Vi è poi un contorno di storie curiose. Il giorno in cui gli americani fecero irruzione negli uffici di Chalabi, un suo collaboratore inglese, che aveva preannunciato la diffusione di un rapporto contenente clamorose rivelazioni, disse al 'Daily Telegraph' che un devastante attacco di un hacker aveva distrutto tutti i file del suo computer, comprese le copie di sicurezza. Dopo la rottura fra Chalabi e gli americani, l'indagine venne tolta dalle mani dei suoi collaboratori e affidata a un nuovo responsabile che fu assassinato il 1 luglio. Nel frattempo, la guerra, rinfocolata dal fallimento della ricostruzione, continua. E il passaggio dei poteri non sembra aver comportato alcuna differenza: nelle prime tre settimane di luglio sono morti più soldati americani che in tutto il mese di giugno, nonostante le notizie diffuse da Knightg-Ridder secondo le quali le truppe americane avrebbero smesso di pattugliare la provincia di Anbar, il cuore della rivolta. E mentre gli Stati Uniti non hanno ancora fornito alcun aiuto finanziario significativo, la ragioneria generale dello Stato americana ci fa sapere che i costi della guerra, in questo solo anno fiscale, oltrepasseranno di 12,3 miliardi di dollari le previsioni del Pentagono. 'The New York Times'-'L'espresso' traduzione di Mario Baccianini

Libia : OSCE e Amnesty , no a pena di morte per sei di red Ancora in sospeso la vicenda degli operatori umanitari, 5 Bulgari ed un Palestinese, condannati a morte in Libia il 6 maggio scorso. Il 4 luglio l'OSCE aveva lanciato un appello perche' l'esecuzione fosse sospesa ed anche Amnesty International chiede di commutare la pena , sottolineando che i sei hanno lamentato torture e maltrattamenti. I sei, Kristiana Malinova Valcheva, Nasya Stojcheva Nenova, Valentina Manolova Siropulo, Valya Georgieva Chervenyashka, Snezhanka Ivanova Dimitrova, infermieri, ed Ashraf Ahmad Jum'a, medico, sono accusati di aver contagiato 426 bambini con il virus dell’HIV mentre lavoravano all’Ospedale Pediatrico al Fateh di Benghazi, iniettando loro prodotti contaminati. L'assemblea parlamentare dell'OSCE (l'Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa) approvo' il 7 luglio una risoluzione in cui si appellava alla Libia, ed il presidente dell'assemblea, il britannico Bruce George, dichiaro' che sperava nell'intervento dello stesso Gheddafi per impedire l'esecuzione di persone che si dichiarano innocenti, non colpevolezza di cui sono convinti anche diversi altri medici. I sei hanno presentato appello. Nel frattempo interviene anche Amnesty International, denunciando che i sei hanno riferito di essere stati torturati allo scopo di estorcere loro delle confessioni. Amnesty International chiede anche "che le condanne a morte vengano immediatamente commutate e che venga annunciata una moratoria sulle esecuzioni, in linea con quanto richiesto dalla Commissione sui diritti umani delle Nazioni Unite a tutti gli Stati che applicano ancora la pena di morte." L'organizzazione umanitaria rileva che "dal 1998 nessun passo concreto sembra essere stato fatto verso l’abolizione della pena di morte in Libia" e ritiene troppo ampia l'applicazione di questa sanzione nella bozza di codice penale attualmente in discussione, persino per atti che costituiscono l'esercizio del diritto alla liberta' di espressione e di associazione. Amnesty International chiede inoltre alle autorità di Tripoli "di porre fine alla pratica della detenzione in isolamento e senza possibilita' di contattare avvocati e familiari, che viola apertamente le leggi del Paese: e' durante questo periodo che i prigionieri corrono il piu' alto rischio di essere torturati o maltrattati". by www.osservatoriosullalegalita.org

Il futuro non è della paura. E' della libertà» La convention democratica si è conclusa con il lungo discorso patriottico del candidato John Kerry. Ha puntato sulla sua credibilità, sui valori nazionali e sul forte bisogno di ottimismo di Diario Un giovane John Kerry, reduce della guerra in Vietnam, insieme a John Lennon Clicca per ingrandire Commenta Invia Stampa Lunedì sera era toccato a Bill Clinton scaldare gli animi di una platea democratica che ancora lo rimpiange. Martedì ci avevano pensato la "candidata" first lady Teresa Kerry e l'ultimo vecchio della famiglia Kennedy, il senatore Ted, a tessere le lodi del nuovo candidato presidente. Mercoledì sera era stata la volta del suo vice, John Edwards, appassionato e convincente, che ha affrontato il pubblico del Fleet Center con la stessa grinta di quando parlava nelle aule dei tribunali. Giovedì, la grande vetrina mediatica si è conclusa con il discorso molto americano con cui John Forbes Kerry ha accettato formalmente la candidatura alle presidenziali di novembre. Parlava da Boston, da casa sua, dalla città dove è iniziata la sua vita pubblica e forse anche questo ha contribuito a rendere il discorso particolarmente ispirato ed efficace. Più che i contenuti politici, dovevano emergere il carisma e la capacità oratoriale (finora non troppo spiccate), la determinazione, l'abilità dell'uomo che vorrebbe guidare l'America per i prossimi anni. Tutto è stato giocato su queste corde: molti gli espedienti retorici usati, voce ferma e impostata, poche pause (solo per lasciare spazio agli applausi) e toni patriottici, di chi vuole infondere ottimismo a un'intera nazione. Più volte Kerry ha richiamato i valori comuni a tutta la nazione ("Family and Faith, hard work and responsibility"), ha ricordato il senso di sacrificio che lo portò in Vietnam e ha incoraggiato il ritorno a quello spirito pionieristico dell'America sempre pronta a nuove sfide e scoperte. Non sono mancati nemmeno gli affondi a George Bush e alla sua amministrazione: "Non si valorizzano le famiglie cacciando i bambini dal doposcuola e tenendo i poliziotti lontani dalle strade, per concedere alla Enron una riduzione alle tasse". E ancora "sarò un comandante in capo che non sbaglierà a condurci in guerrà. Avrò un vice presidente che non avrà incontri segreti con chi inquina per riscrivere le nostre leggi sull'ambiente. Avrò un segretario della Difesa che darà ascolto ai migliori consigli dei nostri capi militari. E nominerò un Procuratore generale che realmente crede nella Costituzione degli Stati Uniti". Sono rimasti vaghi, invece, gli accenni alle questioni politiche - istruzione, salute, rilancio economico, energia e sviluppo - che davvero fanno la differenza tra democratici e repubblicani. Si è trattato, più che altro di dichiarazioni d'intenti generali, non accompagnate da proposte concrete da opporre alle dottrine neoconservatrici. Anche a proposito della guerra in Iraq è prevalso l'atteggiamento prudente di chi ha paura di apparire troppo poco patriottico. Giovedì sera Kerry ha pensato a dare una buona impressione di sé alla nazione che dovrà scegliere fra lui e Bush. Sembra ci sia riuscito, nonostante gli indici d'ascolto deludenti, una faccia troppo seria, i suoi modi seri e poco decisi. Per i programmi, ci sarà tempo nei prossimi mesi. Ecco alcuni dei passaggi più significativi dell'intervento di Kerry: "Miei cari concittadini, stasera siamo qui riuniti per un solo scopo: rendere l'America più forte in casa e più rispettata nel mondo". "Stasera ci accingiamo a scrivere il prossimo grande capitolo della storia americana. Abbiamo la possibilità di cambiare il mondo. Ma solo se restiamo fedeli ai nostri ideali- cominciando col dire la verità al popolo americano. E' questo il primo impegno che prendo con voi stasera. Da presidente, riporterò fiducia e credibilità alla Casa Bianca". "(I repubblicani) dicono che questa è la migliore economia che abbiamo mai avuto. E dicono che chiunque la pensi diversamente è un pessimista. Bene, questa è la nostra risposta: Non c'è niente di più pessimistico che pensare che l'America non possa fare di meglio. Possiamo fare di meglio e lo faremo. Siamo ottimisti" (...) "Siamo qui per affermare che gli americani che reagiscono, si esprimono e dicono che l'America può fare di meglio, non sono una sfida al patriottismo. Sono il cuore e l'anima del patriottismo". "Da presidente riporterò l'antica tradizione nazionale: gli Stati Uniti non vanno mai in guerra perché lo vogliono, ma solo perché devono (...) Il primo giorno del mio incarico, manderò un messaggio a ogni uomo e donna delle nostre forze armate: non vi sarà mai chiesto di combattere una guerra senza un piano per ottenere la pace". "Con queste parole voglio rivolgermi direttamente al presidente Bush: nelle prossime settimane, siamo ottimisti, non solo avversari. Portiamo unità nella famiglia americana, non divisione. Onoriamo le differenze di questa nazione; rispettiamoci l'uno con l'altro; e non strumentalizziamo per fini politici il documento più prezioso della storia americana, la Costituzione degli Stati Uniti". "Non c'è mai stato un momento più urgente per fare un passo avanti e definire noi stessi. Ce la metterò tutta. Ma, cari cittadini, il risultato è nelle vostre mani più che nelle mie. E' tempo di inseguire il prossimo sogno. E' tempo di guardare al prossimo orizzonte. Per l'America, la speranza è là. Il sole sta sorgendo. I nostri giorni migliori devono ancora arrivare."

Cap Anamur, la beffa dell’umanitario di MARIAPIA GARAVAGLIA Il parere del Tribunale civile di Roma secondo cui gli immigrati della Cap Anamur sarebbero potuti essere accolti in Italia costituisce un’amara beffa e induce a una riflessione su quanto in questi mesi si sia usato a sproposito l’aggettivo “umanitario”. È umanitario infatti l’intervento, è umanitaria la guerra, la missione e fra un po’ anche i comizi, le trasmissioni e così via, strano solo che ancora nessuno abbia pensato di fondare un partito, il Partito umanitario italiano. Sembrano facezie, ma non lo sono. L’Umanitario, quello vero, non uccide gli innocenti, non provoca guerre, non porta le armi. In compenso, nei casi veri, quando è veramente in gioco l’Umanitario, il nostro paese supera se stesso per incapacità, faciloneria e ignoranza, contribuendo a una serie di disastri. La vicenda della Cap Anamur è indicativo. Dapprima il governo ha invocato norme di diritto per non agire e in seguito per agire male nei confronti dei profughi africani a bordo della nave tedesca, con la decisione di non consentire loro per giorni lo sbarco e alla fine rimpatriandoli. Eppure, già prima della decisione del Tribunale di Roma gli avvisi che il governo italiano stava sbagliando non erano mancati. «L’Unhcr esprime la sua forte preoccupazione per quella che sembra essere un’evidente noncuranza delle norme internazionali ed europee riconosciute e di elementi fondamentali delle procedure d’asilo», si legge in una nota dell’organizzazione delle Nazioni Unite per i rifugiati riferita alla vicenda della Cap Anamur e all’operato del governo italiano. È stata diffusa una settimana fa ed è passata praticamente sotto silenzio. Ciononostante le accuse contenute avrebbero dovuto far riflettere. Viviamo infatti in un paese che si rifà a norme del diritto internazionale – senza specificare quali – per impedire lo sbarco di alcune decine di persone provenienti dall’Africa, il continente che, a parole, è al centro dell’“attenzione” umanitaria dell’Italia e di tanti altri paesi europei. Tornando alla Cap Anamur, le persone a bordo della nave sono stati rimpatriate in un modo che definire arbitrario è poco. Non c’era certezza su chi fossero e su cosa rischiavano facendo ritorno ai luoghi d’origine, eppure non si è esitato ad anteporre le norme – male applicandole – alla dignità e alla vita delle persone. Infine, ieri la magistratura ha inferto un duro colpo a questa condotta, stabilendo che queste persone potevano essere accolte in Italia. Una amara gaffe consumata sulla pelle di povera gente e per la quale nessuno pagherà. Dalla Cap Anamur a un’altra crisi – quella del Darfur – il passo è breve. Nei giorni della vicenda sulla nave tedesca, qualcuno ha fatto notare che gli africani a bordo, “spacciandosi” per profughi provenienti da quella regione, non avevano diritto a sbarcare perché avevano mentito. Tanta rigidità avrebbe però dovuto essere bilanciata da una positiva azione del nostro governo in quella crisi. E invece finora non si è vista alcuna iniziativa concreta, se non a parole e solo dopo che il silenzio su quella crisi era venuto meno, grazie all’impegno di Emma Bonino. Al di là dei casi Cap Anamur e Darfur, resta il fatto che il governo, mentre giustifica praticamente tutto ciò che fa nell’ambito della politica estera con l’aggettivo “umanitario”, tralascia quello vero, nell’idea che certe scelte sono roba da sinistra piagnona, sempre pronta a battersi per cause lontane e a taglieggiare gli onesti cittadini con “balzelli” per dare i soldi ai “negri”. Alle volte le gaffe degli avversari politici possono dare qualche soddisfazione. Questo non deve accadere quando è in gioco l’applicazione del diritto umanitario, che significa la salvaguardia della dignità umana in ogni momento e in ogni dove. Il centrosinistra non può limitarsi a denunciare blandamente l’ignavia e la vigliaccheria. Certi temi ci appartengono e dobbiamo essere capaci di assumerli come bandiere. www.europaquotidiano.it

Bosnia: sotto esame i "Bonn powers" dell’Alto Rappresentante La Commissione di Venezia del Consiglio d’Europa deve esaminare l’uso dei poteri dell’Alto Rappresentante in Bosnia. Un articolo tratto da IWPR (29/07/2004) Di Michael Logan, Banja Luka - 21 luglio 2004 Traduzione a cura di Barbara Sartori – Osservatorio sui Balcani Banja Luka, Bosnia Erzegovina - Il mese scorso durante un dibattito del Consiglio d’Europa, è stata sollevata un’obiezione riguardo agli ampi poteri dell’Alto Rappresentante internazionale in Bosnia, con l’Assemblea Parlamentare del Consiglio che richiedeva un giudizio sul fatto che l’utilizzo di tali poteri fosse o meno in linea con i principi base del Consiglio. I cosiddetti “Bonn powers” danno all’Alto Rappresentante, attualmente Paddy Ashdown, il diritto di imporre leggi o di revocare quelle contrarie agli Accordi di pace di Dayton, che hanno posto fine alla guerra in Bosnia durata dal 1992 al 1995. In più, l’Alto Rappresentante può rimuove dai loro posti i funzionari a tutti i livelli o anche interdirli dalla vita pubblica. Gli Alti Rappresentanti che si sono succeduti hanno fatto un estensivo uso di questi poteri per rimuovere quelli che vedevano come pubblici ufficiali corrotti, collegati a quelli accusati di crimini di guerra. Più recentemente, lo scorso 30 giugno, Ashdown ha deciso di rimuovere 60 pubblici ufficiali nell’entità della Repubblica Srpska controllata dalla comunità serba, compreso il Ministro degli interni Zoran Djerić e Dragan Kalinić, il capo del partito democratico serbo al governo. Questa azione, dettata dal fallimento della Bosnia nel guadagnare l’accesso al programma Partnership for Peace della NATO al summit dell’alleanza ad Istanbul il mese scorso, è avvenuta solo pochi giorni dopo il dibattito dell’assemblea del consiglio, nonostante che stessero crescendo seri dubbi sulla legittimità di rimuovere gli ufficiali in quel modo. Sensazioni d’ingiustizia La Bosnia è diventata membro del Consiglio d’Europa nell’aprile del 2002. Il dibattito del consiglio il 23 giugno ha fatto seguito ad un rapporto di condanna di Evgeni Kirilov, rapporteur del Comitato per gli affari politici. ”La destituzione va di pari passo con il divieto di occupare un'altra carica pubblica e con il congelamento delle attività della persona interessata. L’Alto Rappresentante non è obbligato a dimostrare che la decisione è fondata. Questo tipo di poteri si oppongono ai principi base della democrazia e sono reminescenze di un regime totalitario. Il loro utilizzo, non importa siano apparentemente giustificabili dal punto di vista dell’interesse pubblico, ha un effetto estremamente dannoso sul processo di democratizzazione in Bosnia Erzegovina, poiché causa sensazioni d’ingiustizia e mina la credibilità dei meccanismi e delle istituzioni democratiche”, ha scritto Kirilov nel suo rapporto. Continuando con una vena simile, ha rammentato all’ufficio dell’Alto Rappresentante (OHR) che i diritti delle persone della Bosnia sono protetti dalla Convenzione Europea per la protezione dei diritti umani (ECHR) ed ha chiesto che l’Alto Rappresentante rispetti la convenzione e garantisca il diritto d’appello ai funzionari rimossi dalle cariche. Seguendo le raccomandazioni di Kirilov, l’Assemblea Parlamentare ha trasferito la questione alla Commissione Europea per la Democrazia attraverso la Legge, conosciuta come Commissione di Venezia. In una risoluzione, l’assemblea ha statuito che “considera inconciliabile con i principi democratici che l’OHR debba prendere decisioni esecutive senza essere responsabile per esse. L’Assemblea chiede alla Commissione di Venezia di determinare fino a che punto queste pratiche si conformino ai principi base del Consiglio d’Europa, in particolar modo alla Convenzione per la protezione dei diritti umani e delle libertà fondamentali. Inoltre, l’assemblea chiede alla Commissione di Venezia di dare un giudizio comprensivo della conformità della Costituzione della Bosnia alla ECHR.” Secondo Thomas Markert, vice segretario della commissione di Venezia, La Commissione di Venezia potrebbe consegnare il proprio parere nella sessione plenaria che si terrà il 3 e 4 dicembre. ”Quello che accade dopo, alla luce del giudizio legale della situazione della Commissione di Venezia, spetta all’Assemblea Parlamentare”, ha affermato Markert. Nonostante questa indagine, l’OHR non sembra essere preoccupato che le sue azioni possano essere compiute in violazione dei principi del Consiglio d’Europa. ”L’Alto Rappresentante ha, nel corso degli ultimi due anni, ridotto in maniera significativa l’uso dei “Bonn powers”. L’Alto Rappresentante prende le risoluzioni del Consiglio d’Europa con la massima serietà ed ha lavorato a stretto contatto con il Consiglio per determinare una situazione in cui la Bosnia sia in piena conformità con i requisiti del dopo-accessione. Il Consiglio d’Europa non ha trovato i Bonn Powers incompatibili con i suoi principi base, considerando che questi poteri sono temporanei e derivano dall’Accordo di Dayton”, ha affermato il portavoce dell’OHR, Kevin Sullivan. L’ultima azione di Ashdown, può però appesantire la causa contro l’OHR. La rimozione di 60 funzionari serbo bosniaci ha provocato una protesta nella Repubblica Srpska, con la maggior parte dei politici serbo bosniaci che affemavano che fosse una violazione dei diritti umani. Non è la prima volta che l’OHR affronta critiche a causa del sovra utilizzo dei Powers. Lo scorso anno, un articolo di Gerald Knaus e Felix Martin dell’European Stability Iniziative, un istituto no-profit di politica e ricerca, ha Bonn accusato l’OHR di praticare un “imperialismo liberale”, dando il via ad un dibattito sulla questione del “dominio europeo”. L’opinione della Commissione di Venezia può avere una influenza notevolmente maggiore di quella di un gruppo di esperti, ed un’opinione negativa potrebbe significare una maggiore pressione sull’Alto rappresentante affinché riduca gli interventi. Disillusi dalla politica Nonostante la natura critica del suo rapporto, Kirilov provvede a fornire all’OHR alcune attenuanti nell’affrontare l’ultima controversia. ”Credo che questo tipo di decisioni dovrebbero essere eccezionali. Il futuro della Bosnia appartiene alla sua gente ed in definitiva, attraverso i loro rappresentanti eletti, devono addossarsi la responsabilità del loro destino. Comunque, si potrebbe giustificare l’azione del 20 giugno considerando il fatto che l’Assemblea del Consiglio d’Europa ha insistentemente dichiarato in parecchie altre risoluzioni passate che le autorità degli Stati interessati devono osservare le leggi internazionali e cooperare con il Tribunale Penale Internazionale”. Knaus è meno convinto che si comporti correttamente ad agire in tale modo. ”I Bonn Powers invece di venire lentamente rimossi, vengono usati in modi sempre più spettacolari. Ovviamente non sono solo le autorità bosniache che incontrano difficoltà ad essere in conformità con gli standard internazionali fondamentali che si riferiscono alle regole del diritto. Sarà imbarazzante per qualsiasi persona che lo supporti, il fatto che tale intervento sarà certamente riscontrato essere in violazione dei principi fondamentali. Principi in nome dei quali tali poteri vengono esercitati”, ha detto. Tralasciando i risultati delle indagini della Commissione di Venezia, sembra che la preoccupazione di Kirilov riguardo allo stato delle istituzioni democratiche in Bosnia possa avere alcune fondamenta. Le prossime elezioni comunali, che stanno già fronteggiando una crisi di fondi poiché molti comuni non sono riusciti a pagare la loro parte di spese, potrebbero dover affrontare ulteriori problemi in relazione alla l’affluenza degli elettori. Le interviste fatte la settimana scorsa ad un campione trasversale del pubblico serbo bosniaco hanno mostrato un’estrema disillusione riguardo al processo politico. L’opinione di Tatjana Lucić, un interprete di 26 anni proveniente da Banja Luka, è significativa. ”Perchè dovrei preoccuparmi di votare? Gli ‘internazionali’ cercano di insegnarci la democrazia, ma qui non l’abbiamo. Se vogliamo votare politici nazionalisti dovrebbe essere una nostra scelta ed un nostro errore farlo. Se debbo votare per qualcuno che probabilmente verrà rimosso, perché allora preoccuparsi?” ha affermato. Nonostante circolino questo tipo di opinioni tra il pubblico serbo bosniaco, l’OHR crede di stare lavorando nel massimo interesse di tutta la popolazione bosniaca, inclusa la comunità serba. ”Le rimozioni sono avvenute per una ragione - quelli destituiti avevano supportato i criminali o le reti criminali di guerra. Questo non è utile all’interesse dei cittadini. In qualsiasi democrazia esistono dei meccanismi per regolare il comportamento dei funzionari eletti e per provvedere alla loro rimozione qualora si riscontrasse che abbiano abusato della fiducia dei cittadini. In Bosnia uno di questi meccanismi è di tipo temporaneo, i Bonn Powers dell’Alto Rappresentante. La Bosnia ha bisogno di rappresentanti onesti, eletti democraticamente”, ha affermato Sullivan. www.osservatoriobalcani.org

L'Amazzonia chiede aiuto I mutamenti climatici stanno minacciando la foresta amazzonica: entro cinquantanni, se i gas serra non diminuiranno, il polmone verde si trasformerà per metà in brulla savana. Ecco le opinioni degli esperti, tra allarmisti e scettici. Unica soluzione: ricorrere con urgenza alle energie alternative 30 luglio 2004 - Oltre la metà della foresta amazzonica corre il rischio di diventare una savana entro venti anni. E’ questo l’inquietante allarme lanciato a Brasilia durante la terza conferenza internazionale sull’LBA, l’esperimento in grande scala sulla biosfera e l’atmosfera dell’Amazzonia, al quale partecipano ottocento scienziati di tutto il mondo. Le cause? Gli incendi e soprattutto l’inesorabile effetto serra. Carlos Norbe, il coordinatore scientifico del progetto, ha precisato che già oggi almeno il quindici percento della foresta sta diventando sempre più arida, con temperature medie superiori di tre o quattro gradi a quelle registrate 40 anni fa. Dunque il clima sta precipitosamente cambiando. Colpa dell’uomo? Il mondo della scienza è diviso in due schieramenti: coloro che puntano il dito contro le attività umane e quelli che invece, appellandosi all’evoluzione insita nei fenomeni climatici, considerano il ruolo dell’uomo secondario e definiscono la controparte allarmista. Rappresentanti di queste opposte fazioni due eminenti personalità: Robert Watson, direttore della Rete per lo sviluppo sostenibile della Banca Mondiale e scienziato della Nasa, e Richard Lindzen, professore statunitense del Dipartimento della terra, Scienze atmosferiche e planetarie del Mit (Massachussets Institute of Tecnology). “Le attività umane stanno degradando l’ambiente irrimediabilmente. I paesi industrializzati sono la causa principale del pessimo stato di salute del pianeta, ma a pagarne le più amare conseguenze è il Sud del mondo”. Watson non ha dubbi: addebita i cambiamenti climatici globali alla rivoluzione industriale e a tutto quello che in termini energetici ha significato. “La Banca Mondiale non è certo un’associazione ambientalista radicale –prosegue Watson – ma le nostre simulazioni, che si fondano su studi di scienziati di dieci paesi diversi e non su dati governativi, indicano un’influenza umana ben discernibile sul clima: 6,3 miliardi di tonnellate di Co2 si perdono nell’atmosfera a causa dell’uso di combustibili fossili e questo, insieme ad altri fattori, ha già portato ad un surriscaldamento medio di 0,6 °C della superficie terrestre negli ultimi cento anni”. Il climatologo della Nasa ha evidenziato, mostrando grafici e diagrammi, come i calcoli sulle temperature terrestri degli ultimi mille anni non registrino variazioni significative fino all’inizio della rivoluzione industriale. Da quel momento si è verificato un picco irreversibile che va aumentando di anno in anno. “La nostra non è una teoria perfetta, ma disponiamo di modelli efficaci e coerenti che confermano i mutamenti in atto nelle temperature, nei venti, nella frequenza e nell’intensità delle precipitazioni in tutta la Terra”. Quindi un riferimento al protocollo di Kyoto: “Nonostante sia solo il primo passo di un lungo e complesso percorso, è un atto fondamentale. L’obiettivo è convincere governi e industrie della necessità di un deciso cambiamento di rotta nella programmazione delle politiche energetiche per progettare insieme un futuro sostenibile”. “Il clima cambia in continuazione. E il bello è che in realtà non abbiamo idea del perché”. Questa è invece la risposta dello scettico Richard Lindzen. “Ci sono divergenze di opinione circa la cause del cambiamento climatico. Simili fluttuazioni ci sono sempre state, ma proprio non sappiamo perché esse avvengano. Se pensiamo, nell’arco di un secolo, alla variazione di mezzo grado centigrado di temperatura è difficile sostenere che un simile fenomeno abbia bisogno forzatamente di una causa. Un grattacielo di 100 piani trema con il vento e si sposta anche di mezzo metro. Questo ci turba, ma se l’edificio non oscillasse cadrebbe. I sistemi stabili hanno bisogno di queste oscillazioni”. Il professor Lindzen affronta quindi la domanda cruciale: quale il contributo dell’uomo al cambiamenti del clima? “Negli Stati Uniti – spiega – dal 1944 si pubblica un rapporto mensile sugli eventi climatici estremi. Nel corso dei decenni la lunghezza di ciascuna edizione di questo rapporto non è affatto cambiata. Chi volesse fare dell’allarmismo potrebbe prendere un anno qualsiasi dal ’44 ad oggi e descrivere gli eventi insoliti, ma in realtà avrebbe descritto un anno come un altro. Il surriscaldamento globale è così variegato che non è possibile il consenso scientifico. E in più il consenso è un concetto pericoloso, una nozione più politica che scientifica (e anche in politica gode di una brutta reputazione), un modo per evitare i problemi perché non si riesce a trovare la strada da percorrere per risolverli. La scienza non è una fonte di autorità ma l’impostazione per iniziare una analisi – prosegue -. La teoria della pericolosità del fattore umano sui cambiamenti del clima non è sostenuta dall’osservazione ma dalla nostra ignoranza circa gli effetti dei vari fattori che influiscono sul clima”. Colpa o non colpa dell’uomo, il clima sta mutando. E un futuro di energie alternative potrebbe invertire il destino del pianeta. Occorre quindi abbandonare definitivamente ogni tipo di energia frutto di combustione. Ma l’energia nucleare allora? Che farne? Anche su questa questione la scienza si divide. Hermann Scheer, membro del Parlamento tedesco e fondatore dell’associazione europea per le energie rinnovabili Eurosolar, rappresenta quella schiera di scienziati contrari a usarla per un futuro migliore, mentre Francesco Oriolo, docente della facoltà di ingegneria di Pisa ed esperto sulla sicurezza degli impianti nucleari di quarta generazione, ne argomenta importanza e vantaggi. “Dobbiamo incentivare l’uso di tutte le fonti di produzione di energia che abbiamo a disposizione, nessuna esclusa - spiega il professore dell’università di Pisa –. Il nostro è un deficit di conoscenza e di tecnologie più che di materie prime. Gli impianti nucleari di oggi, possono far tanto”. Di parere opposto, appunto, Hermann Scheer, propugnatore dell’energia solare. “Il nucleare – risponde con veemenza - creerà problemi per 20.000 anni a venire. E chi si assume un onere del genere per tutte le generazioni che mai nasceranno? Gli impianti nucleari contribuiscono al surriscaldamento dell’atmosfera e sono potentissime idrovore, hanno cioè bisogno costantemente di enormi quantità di acqua per il raffreddamento dei reattori. E questo è incompatibile con la scarsità idrica del nostro pianeta”. La sua ricetta contro la catastrofe climatica passa obbligatoriamente attraverso la conversione alle energie rinnovabili e l’abbandono del nucleare e delle fonti di energia convenzionali. “E’ iniziato il conto alla rovescia – afferma Scheer – Abbiamo al massimo 3 o 4 decenni per sviluppare le tecnologie che ci consentano un più efficace utilizzo dell’energia prodotta dal sole, dal vento, dal moto ondoso, dal calore della terra. L’attuale sistema energetico è perdente. Non possiamo permetterci di usare ancora le risorse fossili, che tra l’altro si stanno persino estinguendo. L’ecosfera è ormai sotto pressione – precisa - eppure la maggioranza dei governi ignora completamente la problematica delle energie rinnovabili, perdendo così tempo prezioso. E pensare che passare ai sistemi energetici alternativi sarebbe non solo ecologicamente corretto ma anche economicamente conveniente. Per installare una pala eolica ci vuole una settimana, per mettere un pannello solare basta un giorno, per progettare e realizzare un impianto nucleare sono necessari tra i dieci e i quindici anni e valanghe di dollari”. Ridurre le emissioni può essere, quindi, non solo utile per l’ambiente ma anche offrire opportunità di sviluppo per le imprese che imboccano questa strada virtuosa. In altre parole, il risparmio di energia crea business. Non solo. Chi non riuscirà a entrare nella logica della rivoluzione energetica sarà penalizzato nella competizione globale e rischierà di essere espulso dal mercato. Una tesi che è confermata anche da Gianni Silvestrini, direttore scientifico del Kyoto Club, che raccoglie 102 imprese, enti locali, associazioni impegnate nella riduzione delle emissioni dei gas climalteranti. “E’ forte la contraddizione – racconta Silvestrini – fra l’urgenza di agire sui rischi dei cambiamenti climatici e l’incapacità dei governi di impostare strategie coordinate e incisive”. La ragione per cui non si interviene è quasi sempre motivata da interessi di tipo economico, dal timore di dover mettere in discussione il nostro modello di sviluppo. “Molti dicono che le politiche di riduzione delle emissioni sono costose. E’ questa la scusa a cui si appella, ad esempio, Bush per non ratificare il protocollo di Kyoto. In realtà ci sono esperienze concrete che dimostrano che non è vero. Anche in Italia alcune imprese hanno capito che adottare politiche energetiche basate su energie rinnovabili e alternative può essere una importante occasione per aumentare gli investimenti”. Ma non è tutto. Una ricerca del Kyoto club ha evidenziato come un impegno nell’adozione di politiche di efficienza energetica, nello scenario del protocollo di Kyoto, può generare di qui al 2015 un aumento degli investimenti fino al 60 per cento. “Industrie e paesi che sapranno definire strategie coerenti con la rivoluzione energetica in atto – conclude Silvestrini - saranno in prima fila nella competizione globale. La sfida del clima si può vincere, senza aggravi di costi e anche con benefici economici”. Stella Spinelli www.peacereporter.net

DARFUR: RISOLUZIONE ONU, IL RIFIUTO DI KHARTOUM E LE ALTRE REAZIONI ARABE Politics/Economy, Standard Definendola "non appropriata", il governo sudanese ha respinto la risoluzione approvata oggi dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, con 13 voti a favore e due astensioni. Nel documento si minacciano misure economiche nei confronti di Khartoum se il governo non agirà in fretta per fermare le violenze che da oltre un anno e mezzo sconvolgono il Darfur, la regione occidentale sudanese teatro di una delle più gravi crisi umanitarie del pianeta scatenata da una feroce guerra interna. ''Il Sudan esprime il proprio profondo disappunto per il fatto che la questione Darfur possa raggiungere, con tale rapidità e svincolata dal suo contesto regionale, il Consiglio di sicurezza'' ha dichiarato il ministro dell'informazione Al Zahawi Ibrahim Malik in una nota ufficiale diffusa in serata. Secondo il ministro sudanese, il Consiglio avrebbe intenzionalmente ignorato gli sforzi compiuti finora da Khartoum, dall'Unione Africana e dalla Lega Araba per risolvere la crisi. Il rappresentante dell'esecutivo di Khartoum si dice inoltre dispiaciuto "per il fatto che il Consiglio di sicurezza non si sia appellato direttamente anche ai ribelli del Darfur, le cui operazioni militari continuano ad ostacolare le operazioni umanitarie''. Prima ancora che il Consiglio approvasse la risoluzione presentata nei giorni scorsi dagli Usa (e modificata poche ore prima della sua votazione per eliminare il termine "sanzioni" e sostituirlo con un eufemismo) il Segretario Generale della Lega Araba, Amr Moussa, si era detto contrario alla minaccia di punizioni verso Khartoum per la crisi del Darfur, sostenendo che "minacciare sanzioni o l'uso della forza è totalmente inutile e non farà che esacerbare la situazione". Moussa ha sottolineato che il problema si risolverà solo "lasciando al governo sudanese il tempo per mantenere gli impegni presi con le Nazioni Unite". Positiva, invece, la reazione del governo egiziano che nei giorni scorsi era intervenuto per raffreddare la guerra delle dichiarazioni ufficiali ed ufficiose combattuta tra Khartoum e la comunità internazionale, Stati Uniti in testa. Il ministro degli esteri egiziano Ahmed Aboul Gheit, infatti, parlando con la stampa ha giudicato "sufficiente" il lasso di tempo che il Consiglio dell'Onu ha dato a Khartoum. L'Unione Africana, altro mediatore della crisi sudanese, ha fatto sapere che il piccolo contingente militare (poco più di 300 soldati) inviato in Darfur per proteggere i 60 osservatori arriverà nella regione ai primi di agosto. Il presidente di turno dell'Ua, il capo di Stati nigeriano Olusegun Obasanjo, ha rilasciato dichiarazioni alla stampa nella quali preannuncia la possibilità che vengano inviate "forze di protezione addizionali, data la situazione sul posto verificata recentemente dalla nostra missione d'osservazione". Intanto il presidente francese Jacques Chirac ha chiesto oggi ''una mobilitazione a fini umanitari dei mezzi militari francesi posizionati in Ciad'' per l'aggravarsi della situazione umanitaria in Darfur. In un comunicato Chirac ha fatto sapere che il ministero della difesa ha preso misure volte a completare ''il dispositivo d'osservazione già disposto in Ciad'' e che conta circa 200 elementi. Dal febbraio del 2003 due gruppi armati nati come forze di autodifesa popolari (Jem e lo Sla-m) si sono formalmente sollevati in armi contro Khartoum, accusata di trascurare il Darfur, perché abitato prevalentemente da neri, e di finanziare i Janjaweed, principali responsabili di quello che già numerose fonti, inclusi molti rappresentanti dell'Onu, hanno definito un "nuovo genocidio". In 17 mesi di combattimenti la guerra del Darfur ha causato oltre un milione di sfollati interni, quasi 160.000 profughi (tutti nel confinante Ciad) e migliaia di morti, dai 30.000 ai 50.000 secondo le stime più accreditate.[MZ] Redazione MISNA

Storie di aeroporti di Juan Gelman “La verità”, dice la giornalista del Guardian Elena Lappin, “è che in nome della lotta contro il terrorismo [il Patriot Act] ha trasformato una democrazia libera, aperta e assolutamente attraente in qualcosa di molto simile a una fortezza insulare dell’assurdo kafkiano. Probabilmente Kafka ebbe molto buon senso nello scrivere il suo romanzo ‘America’ senza averla mai visitata. Forse oggi non gli darebbero il visto d’ingresso”. Nel maggio scorso Elena Lappin fu inviata a Los Angeles dal quotidiano The Guardian a scrivere un servizio. Elena Lappin, che è anche scrittrice, pensava di non aver bisogno del visto in quanto cittadina britannica. Si sbagliava. Nonostante gli accordi in materia vigenti tra USA e Regno Unito, avrebbe dovuto richiedere un visto speciale, il tipo - I - “per informazione”. Fu sottoposta a un interrogatorio di 4 ore, palpata minuziosamente, costretta a depositare le impronte digitali e condotta in manette in un centro di detenzione per i trasgressori delle leggi sull’immigrazione e sulle dogane, a 32 km di distanza dall’aeroporto, dove trascorse la notte. In questo stesso aeroporto sarebbe poi rimasta in stato d’arresto sino al suo rimpatrio per Londra il giorno dopo: 26 ore complessive di umiliazioni (The International Herald Tribune, 13/7/04). Elena Lappin non è la prima della lista di 13 colleghi stranieri cui, nel 2003, è toccata la stessa sorte dopo che il Dipatimento di Sicurezza Interna, creato nel marzo di quello stesso anno in seguito al cosiddetto Patriot Act, è diventata l’autorità preposta all’immigrazione e alla vigilanza delle frontiere. Le proteste della Società Statunitense degli Editori di Giornali e dei Giornalisti senza Frontiere hanno recentemente indotto Robert Bonner, responsabile delle Dogane e della Protezione delle Frontiere, a decidere che i giornalisti stranieri sarebbero potuti entrare un’unica volta senza il visto “I” ma che avrebbero dovuto richiederlo per ogni successivo ingresso negli Stati Uniti. “Siamo una società aperta”, si è congratulato Bonner nell’annunciare il provvedimento, “e vogliamo che la gente si senta benvenuta”. George Fernandes, ex ministro della difesa indiano, indossa abitualmente una kurta, una tunica tradizionale lunga e larga. In visita ufficiale negli Stati Uniti nel 2000 e in transito per il Brasile nel 2003 fu costretto a denudarsi. È un uomo anziano e chissà se si sia sentito benvenuto (The Guardian, 12-7-04). Laura Bush ammira il romanziere britannico Ian McEwan, tanto che quando la First Lady si era recata in visita a Londra in compagnia di suo marito, poco prima dell’invasione dell’Iraq, lo invitò a pranzo con il premier britannico Tony Blair. Qualche mese dopo, racconta Lappin, McEwan si recò negli Stati Uniti via Canada per tenere una conferenza a Seattle. Alcuni funzionari dell’immigrazione statunitensi gli negarono l’ingresso all’aeroporto di Vancouver sostenendo che lo scrittore pretendeva onorari troppo alti per le conferenze (5.000 dollari). Diplomatici e membri del Congresso USA, giornalisti ed avvocati dovettero investire più di 36 ore in pratiche burocratiche per consentire, finalmente, a McEwan di entrare in territorio statunitense. Lo scrittore cominciò la conferenza ringraziando il Dipartimento di Sicurezza Interna per lo zelo dimostrato nel “tutelare il pubblico statunitense dai romanzieri britannici”. Il prestigioso scrittore Rohinton Mistry, nato in India e cittadino canadese, nel 2002 interruppe un ciclo di conferenze nella patria di Lincoln. Lo accompagnava sua moglie e venivano fermati ed interrogati in ogni aeroporto, “fino a quando l’umiliazione divenne intollerabile per entrambi”, ha confidato al The Globe and Mail di Toronto Alfred A. Knopf, editore newyorchese di Mistry. Come George Fernandes, Mistry non è responsabile del colore della sua pelle. Nel giornale Houston Chronicle del 2/7/04 Charles C. Green dichiara di non considerarsi una persona pericolosa anche perché il suo mestiere è scrivere. Qualche settimana fa è volato da New Orleans a Dallas e, mentre si apprestava a ritirare il suo bagaglio, fu fermato da una donna. Si trattava di un’agente di sicurezza, gli disse che un passeggero si era lamentato di lui, gli chiese cosa avesse fatto durante il volo e gli intimò di vedere il cruciverba del New York Times che Green era riuscito a completare per la prima volta in vita sua. La donna ignorò il cruciverba per fissare lo sguardo su un appunto scritto a mano a margine di pagina: “io so che è una specie di bomba”. Dunque, l’agente gli chiese “e questo che significa?” Green spiegò che stava scrivendo un romanzo e che durante il volo gli era venuta in mente la frase che Bucky, il protagonista quarantaduenne, avrebbe detto alla sua adorata Julia, di 19 anni, in una scena cruciale del suo racconto. Per confermare i fatti aprì il suo laptop, mostrò all’agente, frammento dopo frammento, il romanzo ancora in fieri e così questa si convinse che la bomba non era precisamente di TNT. Ma ciò non convinse anche i tre poliziotti che stavano assistendo alla scena. Senza tanti complimenti trasferirono Green in un commissariato. Il funzionario che conduceva l’interrogatorio intimò al detenuto di riassumergli la trama narrativa. “Evidentemente gli piacque”, si sbilancia Green, perché lo misero in libertà “per questa volta”. Più tardi fece questa riflessione: “se potessi dare a me stesso un consiglio pratico e lo accettassi, mi direi ‘dimentica tutto quello che hai letto sugli Stati Uniti durante le lezioni si storia, Charlie. Dimentica del tutto questa storia della vita, della libertà e della ricerca della felicità... l’allenatore della quadra di baseball di mio padre... pensa che devo salire su un (autobus) Greyhound’. Dovrei dargli ascolto, è un veterano del Vietnam”. “La verità”, conclude Elena Lappin, “è che in nome della lotta contro il terrorismo [il Patriot Act] ha trasformato una democrazia libera, aperta ed assolutamente attraente in qualcosa di molto simile ad una fortezza insulare dell’assurdo kafkiano. Probabilmente Kafka ebbe molto buon senso nello scrivere il suo romanzo ‘America’ senza averla mai visitata. Forse oggi non gli darebbero il visto d’ingresso”. Fonte: http://www.zmag.org/italy/gelman-aeropuerto.htm

Watergate di Tito Gandini Piove a Washington, quel giovedì 8 agosto 1974. Richard M.Nixon dà le dimissioni. Il giorno dopo il giornale che in gran parte le aveva causate, il Washington Post, non infierisce. L'articolo viene firmato da Carroll Kilpatrick e non dalla coppia "Bob Woodward and Carl Bernstein", che condusse l'inchiesta giornalistica più famosa del ventesimo secolo: il Watergate. Kilpatrick ricorda i successi di politica estera di Nixon, dice che il Segretario di Stato Henry Kissinger rimarrà al suo posto, annuncia che il successore di Nixon sarà, per la prima volta, un presidente non eletto, Gerald Ford. Racconta come malgrado la pioggia una folla ordinata di persone "rassegnate e curiose assista sui marciapiedi di fronte alla Casa Bianca al momento più difficile e drammatico nella storia della nazione." E dopo avere raccontato delle lacrime degl uomini del presidente si domanda: "Ma perchè il Presidente si è sempre fidato di Ehrlichmann e Haldeman?" Una domanda fin troppo ingenua per un giornale come il Post, preciso nella scansione degli eventi, spietato nel rilevare le incongruenze e le rettifiche, che nei due anni del caso Watergate (dal 17 giugno 1972 all'8 agosto 1974), sono sfuggite di bocca a Nixon e ai suoi. Un'ingenuità che però schiude le porte, superato il peggio, alla riconciliazione nazionale, al perdono che poco tempo dopo Ford elargirà, sia pur tra forti critiche, a Nixon. Perdono che quando Nixon morirà nel 1994, sarà completo e unanime. Nixon malgrado tutto, per gli USA, sarà stato un grande presidente. Ma questi sono gli Stati Uniti, ne va dell'unità nazionale. I fatti del Watergate però furono altri e ogni tanto è utile ripercorrerli. Alle 2:30 del 17 giugno 1972 cinque uomini vengono arrestati al sesto piano del Watergate, la sede del Democratic National Committee: stanno mettendo delle cimici. Tre di loro sono cubani, arrivati in America dopo la crisi della Baia dei Porci. Tutti indossano guanti medici e sono stati trovati in possesso di sofisticate apparecchiature capaci di trasmettere conversazioni e telefonate, due telecamere da 35 mm, 40 rullini fotografici, un ricevitore a onde corte, sintonizzato sulle frequenze della polizia e quasi 2300 dollari in contante. Avrebbero voluto fotografare materiale tratto dagli archivi del Partito Democratico. Secondo la polizia si è trattato del terzo incidente del genere in venti giorni. La notizia è di scarsa importanza e passa inosservata. Tuttavia un paio di giorni dopo si viene a sapere che uno dei cinque personaggi arrestati è il coordinatore della sicurezza del Comitato per la rielezione del presidente repubblicano Nixon, è un ex impiegato della CIA, il suo nome è James Mc Cord Jr. Secondo il responsabile del Comitato della rielezione di Nixon, è soltanto incaricato di "installare il sistema di sicurezza del Comitato. Non è entrato nel Watergate per conto dei repubblicani." La Casa Bianca non rilascia dichiarazioni. Il primo agosto 1972 viene rinvenuto sul conto di uno dei cinque arrestati un assegno di 25000 dollari destinato al finanziamento della rielezione di Nixon. L'assegno proviene dalla tesoreria del Comitato di rielezione. Nessuno dei responsabili riesce a ricostruire come possa essere arrivato nelle mani di uno dei cinque. Secondo le indagini del Washington Post, tuttavia, altri quattro assegni per un ammontare di 89000 dollari sono stati depositati nella stessa banca di Miami. Un totale di 114000 dollari che arrivano sullo stesso conto il 20 aprile 1972 e vengono prelevati il 24 aprile, il 2 e l'8 maggio. La macchina d'inchiesta si mette in moto, arrivano le prime reazioni politiche, il democratico Lawrence F. O'Brien dichiara "si delinea una chiara pista verso la Casa Bianca." Secondo una fonte del Post, il procuratore John Mitchell amministra personalmente un fondo repubblicano segreto, utilizzato per raccogliere informazioni sui democratici. "Secondo fonti coinvolte nel caso Watergate": Irrompe con queste parole "gola profonda", l'informatore di Woodward e Bernstein, la cui identità rimane ad oggi un mistero. John Mitchell è il numero uno della campagna elettorale di Nixon. Secondo Gola Profonda Mitchell controlla per l'investigazione segreta un fondo che varia dai 350.000 ai 700.000 dollari. Quattro persone sarebbero autorizzate a utilizzare questi soldi, il capo delle finanze della campagna presidenziale, Maurice Stans, che tiene il fondo in contante nel proprio ufficio, Jeb Stuart Magruder, predecessore di Mitchell alla guida della campagna e due alti ufficiali della Casa Bianca. Mitchell, intervistato, nega tutto e aggiunge "Katie Graham (editore del Post,ndr) avrà un grosso problema se questa roba sarà pubblicata." Malgrado l'unica prova dell'esistenza del fondo sia stata distrutta, gli investigatori sono in grado di ricostruire parzialmente la lista dei beneficiari, la maggior parte non è a libro paga della campagna di Nixon. L'FBI scopre che il tentativo di introdurre cimici nel Watergate fa parte di una massiccia campagna di spionaggio politico condotta per conto del presidente Nixon da ufficiali della Casa Bianca. Le attività iniziano nel 1971 e hanno come bersaglio tutti i potenziali candidati democratici alle prossime presidenziali. Viene confermata l'esistenza del fondo occulto denunciato dal Post, per finanziare attività di "intelligence" che, per quanto facciano parte della prassi, non sono mai state così massicce: seguire i famigliari dei candidati democratici, creare dei dossier su fatti privati, falsificare corrispondenze, falsificare le comunicazioni alla stampa, investigare sulla vita di coloro che lavorano alla campagna elettorale, infiltrarsi tra di loro per individuare i finanziatori indecisi prima che finanzino i democratici. A queste informazioni riportate dal Washington Post la Casa Bianca tramite il suo portavoce dichiara: "La storia del Post non è solo una fiction, ma una collezione di assurdità." Tre avvocati hanno dichiarato al Post di essere stati contattati a metà 1971 per infiltrarsi nelle file democratiche per conto di Nixon, in cambio della promessa di "big jobs" (buone sistemazioni) una volta che Nixon fosse stato rieletto. Latore di queste offerte l'allora trentunenne Donald Segretti, che tuttavia nega qualunque addebito e rifiuta di rispondere alle domande dei giornalisti. Ma Segretti, malgrado sia conosciuto da tutti per le sue "indescrivibili" attività, secondo l'FBI è un pesce piccolo, ne esistono almeno altri 50 in giro per il Paese. È il 10 ottobre 1972, dopo meno di un mese, il 7 novembre, ci sono le Presidenziali. 'It's a typical deal.' dice Segretti, 'Don't-tell-me-anything-and-I-won't-know", un tipico affare, non dirmi nulla e nulla voglio sapere. Nessun controllo, carta bianca, sotto falsa identità i reclutati, avvocati a conoscenza del limite ultimo che la legge impone, devono seminare il panico tra gli undici candidati democratici (mai così tanti), aizzandoli uno contro l'altro in un clima crescente di sospetto. Il 7 Novembre Nixon vince contro il candidato democratico McGovern. Chiave della campagna elettorale, il Vietnam. Nixon vince ovunque, i suoi elettori sono i cattolici, gli italoamericani, tanti che nel 1968 avevano votato per Wallace e il partito democratico. Si tratta delle prime elezioni in cui si vota a partire dai 18 anni. Nixon è entusiasta e dichiara: "Quattro anni fa questo Paese era demoralizzato fisicamente e moralmente. È cambiato improvvisamente ma in maniera definitiva. Quello di cui abbiamo bisogno ora è di una nuova missione, che ci dia fiducia e ci faccia riconoscere il significato della direzione che abbiamo intrapreso." Ma solo due mesi dopo due membri del comitato per la rielezione del presidente, Gordon Liddy, ex agente dell'FBI, ex impiegato della Casa Bianca, e James Mc Cord, ex CIA e FBI, vengono incriminati per spionaggio nel Watergate. Dopo 16 giorni di processo, 60 testimoni e centinaia di prove, la giuria li ritiene colpevoli di tutte le accuse. Altri quattro accusati, Bernard Barker, Frank Sturgis, Virgilio Gonzalez e Eugenio Martinez saranno rei confessi. Il procedimento ha stabilito che Liddy aveva gestito un fondo occulto di 332.000 dollari per azioni di intelligence, sotto la direzione del deputato repubblicano Jeb Stuart Magruder. Eccetto che per rare eccezioni comunque lo scandalo Waergate non ha molto spazio nella stampa americana, viene coperto dalle notizie dal fronte vietnamita, dove le forze USA hanno iniziato a lasciare il campo, e dalle elezioni presidenziali. La maggior parte dei cittadini non si accorge del Watergate, molti giornali lo ignorano, accettando le spiegazioni che di volta in volta l'amministrazione Nixon fornisce: "nessun contatto con la Casa Bianca, gli arrestati non hanno nulla a che vedere con l'apparato per la rielezione di Nixon, il loro capo è stato incaricato di installare i sistemi di sicurezza e nell'ambito della propria attività ha interessi e clienti di cui il Presidente non sa nulla. È possibile che una manovra politica carichi la faccenda oltre la sua reale portata." A partire da ottobre il Post e i suoi collaboratori incominciano ad essere attaccati, le loro versioni dei fatti vengono messe in dubbio, definite "immondezza politica" (Bob Dole). Sei mesi dopo sarà lo stesso Dole a chiedere le dimissioni dei due più stretti collaboratori del presidente Nixon: Haldeman e Ehrlichman. Il 1 maggio 1973 il Presidente Nixon accetta le dimissioni di Haldeman e Ehrlichman, le due colonne portanti della politica del suo primo mandato e con un discorso alla nazione, dieci ore dopo, si "assume la piena responsabilità per le azioni dei propri subordinati nello scandalo Watergate." Gelido annuncia inoltre di avere costretto alle dimissioni John Dean III che era stato incaricato di indagare sul caso e si è invece rivelato esserne coinvolto. Ma Dean non è disposto a fare il capro espiatorio e si dice pronto a coinvolgere Haldeman e Ehrlichman. Le notizie hanno un effetto devastante. Nixon incarica il Segretario della difesa Elliott Richardson di fare chiarezza sull'intera faccenda e gli conferisce "autorità assoluta" sulla nomina di un responsabile indipendente. Ma intanto continuano a cadere i luogotenenti di Nixon, Kleindienst, del Dipartimento di giustizia, Gordon Starchan capo della USIA (United States Information Agency), oltre a coloro che hanno abbandonato nei mesi precedenti, Dwight Chapin, segretario personale del Presidente, Mitchell, Charles Colson, Magruder e il direttore dell'FBI Patrick Gray III. Intanto i democratici si riuniscono nell'Ohio e votano all'unanimità la richiesta di affidare l'inchiesta ad un personaggio estraneo all'Amministrazione, iniziando già a valutare l'ipotesi di impeachment nei confronti di Nixon. Il 18 Maggio Elliot Richardson affida al sessantunenne democratico Archibald Cox le indagini sul Watergate. Cox afferma subito: "l'eventuale coinvolgimento del Presidente Nixon verrà immediatamente segnalato." Cox viene scelto per ultimo, in una rosa di quattro candidati, dopo che i primi tre avranno declinato l'invito, la cosa avrà una certa importanza perchè rafforzerà l'autorità di Cox su Nixon, diminuendo invece il margine d'azione di Richardson che non sarà più considerato veramente indipendente. Neanche quindici giorni dopo, le accuse contro Nixon incominciano a farsi sempre più concrete: il silurato consigliere presidenziale John Dean III racconta che Nixon era al corrente dei soldi utilizzati per acquistare il silenzio dei personaggi coinvolti nel Watergate, le sue accuse si basano esclusivamente su 35 colloqui che Dean avrebbe avuto con il presidente Nixon e di cui pare non resti traccia, ma di cui sono in gran parte stati testimoni Ehrlichman e Haldeman. In uno di questi colloqui, Nixon avrebbe chiesto a Dean, durante il processo svoltosi in gennaio, quanto fosse neccessario pagare ancora, oltre ai 460.000 dollari già pagati, per far tacere gli imputati. La Casa Bianca invece tenta di far ricadere ogni responsabilità dei depistaggi su Dean, affermando che ci sono le prove che Dean sia stato di più di un "riluttante esecutore". Il 26 Marzo, ovvero un mese prima di licenziarlo, Nixon telefona a Dean e gli conferma la fiducia, dicendo di avere "scherzato" quando aveva domandato quanto si sarebbe dovuto pagare il silenzio degli imputati. Dean comunica al Presidente che ha l'intenzione di collaborare con gli investigatori. Qualche giorno dopo Nixon prova a obbligare Dean a firmare una lettera di dimissioni in cui Dean si assume ogni responsabilità del depistaggio sul Watergate, senza averne informato né Haldeman e Ehrlichman, né tantomeno il Presidente. Al rifiuto di Dean, Nixon gli intima di tacere su tutta la linea. La maggior parte delle conversazioni ha avuto luogo nell'ufficio del Presidente. Dean ha provato invano a recuperare i rendiconto delle giornate, che dettava riassumendo le attività svolte. Secondo "Gola Profonda" le accuse di Dean sono per Nixon le più difficili da confutare, visto che è stato il principale responsabile della gestione Watergate negli ultimi due mesi, la sua decisione di parlare sarebbe "piuttosto scomoda" ed avrebbe provocato sia il suo immediato siluramento sia la decisione presa a malincuore di chiedere le dimissioni di Ehrlichman e Haldeman. In seguito alla decisione di collaborare, avviene anche la visita di agenti della CIA presso lo psicologo di Daniel Ellsberg, uno specialista della difesa che aveva dato informazioni alla stampa. Insomma man mano che Dean fa le sue rivelazioni si scopre che il caso Watergate è sempre stato sottovalutato e soprattutto è stata sottovalutata le possibilità che i giornalisti avessero accesso a delle fonti così affidabili e prolifiche. Di volta in volta si è cercato sempre di salvare il livello più basso dei cerchi concentrici, coinvolgendo anche nel depistaggio il livello successivo, che così oltre alla accusa di essere più o meno al corrente, cosa di per sé imperscrutabile, si vede invischiato nella responsabilità più facilmente appurabile, quella del depistaggio stesso. Si viene a sapere che, a partire dal primo gennaio, la maggior parte delle conversazioni tra Ehrlichman e John Dean sono state registrate. Sempre secondo Gola Profonda esisterebbero anche le registrazioni delle conversazioni telefoniche intercorse tra il dimissionario Direttore della CIA Patrick Gray e Ehrlichman riguardanti informazioni compromettenti, distrutte l'anno prima dalla Casa Bianca. La stessa fonte è poi a conoscenza della registrazione tra Segretti e Ehrlichman. Il 17 luglio Alexander Butterfield, un ex addetto alla Casa Bianca, rende noto che, a partire dal 1971, tutte le conversazioni, telefoniche e non, avvenute alla Casa Bianca, sono state registrate per volere di Nixon, "per documentare per la posterità", per lo più all'insaputa di tutti. Samuel Dash, Capo del consiglio senatoriale che indaga sul caso Watergate, ha reso noto che richiederà tutte le registrazioni alla Casa Bianca. Secondo Butterfield erano stati installati microfoni e registratori automatici, che si mettevano in funzione alla percezione del minimo rumore. Il Presidente Nixon rifiuta di dare i nastri e commenta: "la speciale natura della registrazione di conversazioni private è tale che i privilegi presidenziali devono essere tutelati di più di quanto non succeda per documenti scritti. (...) I nastri sono assolutamente concordanti con quella che ritengo essere la verità e con quello che ho detto essere la verità. Tuttavia, come spesso succede nella comunicazione orale, contengono commenti su persone o fatti che inevitabilmente potrebbero essere interpretati in maniera diversa da chi non fosse stato presente alle conversazioni. Le registrazioni possono essere correttamente interpretate unicamente tramite riferimenti ad altri documenti, cosa che innescherebbe un circolo vizioso potenzialmente devastante. Sono l'esempio più lampante del perchè i documenti del Presidente debbano essere riservati." Oviamente nessuno crede a Nixon, soprattutto perchè Archibald Cox ha domandato la registrazione di solo otto conversazioni, il cui contenuto è già stato riferito da Dean ed è estremamente compromettente per Nixon. Nixon, quando è messo alle strette, si è sempre dimostrato incapace di gestire la situazione. Il "massacro del sabato sera" è il più drammatico giorno della crisi Watergate. Il 20 Ottobre 1973 Nixon obbliga alle dimissioni il garante dell'indipendenza delle indagini: Pat Cox. Contemporaneamente accetta le dimissioni di chi lo ha nominato, Elliot Richardson, e del procuratore generale Ruckelshaus. Nixon sopprime la commissione d'inchiesta e scarica tutta la responsabilità di ulteriori indagini sul Dipartimento di giustizia. Subito dopo questo annuncio agenti dell'FBI sigillano gli uffici di Richardson e Ruckelshaus e il quartier generale di Cox, il portavoce dell'FBI annuncia di avere agito su ordini della Casa Bianca. Richardson ha dato le dimissioni quando Nixon gli ha chiesto di silurare Cox, stessa cosa è successa per Ruckelshaus, alla fine è venuto il turno del sostituto di Ruckelshaus che, in seguito alle dimissioni dei primi due, ha potuto agire in veste di Procuratore generale ed eseguire gli ordini del Presidente. Anche Cox ha rifiutato di accettare i termini di un accordo propostogli da Nixon, in base al quale Cox avrebbe avuto accesso soltanto ad una versione "riassunta" dei nastri richiesti. Nixon commenta: "È evidente che il Governo non può funzionare se gli impiegati dell'esecutivo sono liberi di ignorare in questa maniera le istruzioni del Presidente." Ma un mese dopo, il 17 novembre, è costretto, con un discorso alla nazione, a dichiararsi innocente "Non sono corrotto, ho guadagnato ogni centesimo di quel che posseggo e non mi sono mai arricchito per mezzo dei miei incarichi pubblici." Sottoposto per un'ora alle domande dei giornalisti, Nixon ha detto che le registrazioni lo scagionerebbero da qualunque accusa di avere occultato prove o offerto protezione a colpevoli e che non ha saputo dell'esistenza di fondi neri fino al 21 marzo 1973. Purtroppo alcune registrazioni non sono state fatte e alcune si sono rovinate, cosa che ovviamente ha enormemente contrariato il Presidente. La notizia che queste registrazioni non esistono gli è giunta tre giorni dopo avere licenziato Cox, il 23 ottobre. Giovedì 6 dicembre il Capo del personale della Casa Bianca rivelerà alla Commissione d'inchiesta che una "qualche sinistra forza" ha cancellato uno dei nastri richiesti, quello relativo al 20 giugno 1972 in cui erano a colloquio Nixon e Haldeman. La Casa Bianca non riesce a dare nessuna spiegazione credibile. Il primo maggio 1974 i documenti Nixon sul caso Watergate vengono resi pubblici: si tratta di 1254 pagine di trascrizioni di conversazioni registrate in segreto tra il settembre 1972 e l'aprile 1973. Secondo queste fonti, in uno degli incontri tra Nixon e Dean, Dean chiede a Nixon se sia possibile trovare un milione di dollari (dell'epoca), per far tacere dei testimoni e Nixon risponde: "Ci si potrebbe riuscire. Dei soldi, se ti servono soldi li potremmo trovare. Potremmo trovare un milione di dollari. In contanti. So come si potrebbero trovare. Non è semplice, ma si può fare. Ma la domanda è, a chi li affidi? Hai qualche idea?" Dean propone il nome di Mitchell. "Nixon, scrive il Post, è ora profondamente impegnato a combattere la battaglia politica della sua vita." La Corte Suprema tuttavia non crede che le trascrizioni fornite dalla Casa Bianca siano sufficientemente fedeli. Il 24 luglio 1974 richiede all'unanimità che il Presidente Nixon consegni i nastri con le registrazioni. Nixon risponde di essere infastidito, ma di essere disposto a consegnare le registrazioni. Questa decisione della Corte innesca la procedura di impeachment. Intanto per il 9 settembre è prevista la prima udienza del processo a Mitchell, Ehrlichman e Haldeman. La Corte distrettuale americana dichiara, in prima istanza, che il licenziamento di Archibald Cox da parte di Nixon è stato illegale. Nixon è con le spalle al muro, qualunque cosa faccia o dica "potrà essere utilizzata contro di lui." La sera del 27 luglio 1974, con 27 voti favorevoli e 11 contrari, i 17 repubblicani e i 21 democratici del "House Judiciary Committee" approvano l'impeachement di Nixon: "Richard M. Nixon si è comportato in maniera contraria al proprio mandato di Presidente (...) con grande pregiudizio della legge e della giustizia e con manifesta offesa del popolo degli Stati Uniti." 10 giorni dopo, giovedì 8 agosto, Nixon sarà il primo Presidente nella storia degli Stati Uniti a interrompere il proprio mandato con le dimissioni. Gli orizzonti storici in cui il Watergate si dipana sono immensi. Dal riavvicinamento americano alla Cina, al ritiro di contingenti dal Vietnam, dalla crisi petrolifera, attraverso guerra del Yom Kippur alla crisi di Cipro, gli Stati Uniti con Nixon e soprattutto con Kissinger sembrano voler compensare le cattive notizie dal Vietnam con una politica a tutto campo, sostituire la grande guerra seguita dai media con la gestione di situazioni brevi, di "quick wins", vittorie veloci, in cui riaffermare la propria supremazia. Qualcosa però va storto e a questo punto entrano in gioco le speculazioni sull'identità di "Gola Profonda". La CIA, l'FBI, Kissinger stesso, le ipotesi che si sono fatte sono praticamente infinite, il problema è ovviamente determinare che interesse si possa esser celato dietro le sue rivelazioni. I democratici non hanno tratto un immediato vantaggio dall'impeachment, stessa cosa si può dire in generale per qualunque attore del palcoscenico americano. I fatti in sé della crisi Watergate sono gravi, ma la loro gravità fa quasi parte del quotidiano vissuto politico delle democrazie occidentali, tanto che lo stesso Nixon sottovaluterà quasi fino alla fine l'impatto che può avere; il fatto nuovo, che li promuove a scandalo mediatizzato e politicamente ingestibile, è la presenza di "Gola Profonda", ovvero di una regia della mediatizzazione stessa, che riesce a rintuzzare sempre i tentativi di insabbiamento e a trasformarli in elementi per l'accusa. Certo, potrebbe trattarsi di un vendicativo cane sciolto, potrebbe però anche essere un personaggio finanziato dall'estero. In questo caso la crisi petrolifera sembra offrire una chiave interpretativa. Gli Stati colpiti fanno soprattutto parte della NATO e, di conoscenza in conoscenza, potrebbero operare dall'interno della struttura occidentale senza sollevare sospetti. Secondo il Guardian, in un articolo di Owen Bowcott del primo gennaio di quest'anno, il capo del Governo britannico Ted Heath, nel 1973 in piena crisi petrolifera, temeva che la Casa Bianca stesse per invadere l'Arabia Saudita e il Golfo Persico per assicurarsi i rifornimenti petroliferi. Secondo la documentazione di Downing Street, resa pubblica quest'anno (in virtù dei trent'anni trascorsi), l'amministrazione Nixon avrebbe dichiarato un'allerta nucleare mondiale, il 25 ottobre 1973, senza informare l'Inghilterra, che verrà a sapere la notizia dalle agenzie stampa. In particolare gli USA erano molto scontenti del fatto che la Gran Bretagna non avesse concesso le proprie basi durante l'attacco a Israele del Yom Kippur. La crisi diplomatica si spinse tanto oltre da far dichiarare all'ambasciatore a Washington Lord Cromer, che "una o due affermazioni rasentavano l'offesa". Ted Heath farà fare uno studio sull'eventualità che gli USA procedano all'occupazione del Golfo. Lo studio di ventidue pagine è pronto a dicembre e contiene una frase che sembra tratta da dichiarazioni americane dell'anno scorso: "gli Stati Uniti potrebbero non tollerare una situazione in cui l'America e i suoi alleati si trovino alla mercè di un piccolo gruppo di Paesi non ragionevoli. Si ritiene che gli USA possano optare per un'operazione rapida, con due brigate, per controllare alcune aree di produzione del petrolio, quest'azione potrebbe essere decisa in seguito alla ripresa delle ostilità arabo-israeliane e del perdurare del blocco petrolifero." Un attacco del genere avrebbe ovviamente provocato una reazione sovietica, innescando imprevedibili reazioni a catena. Siamo in un periodo tardo rispetto al Watergate, "Gola Profonda" ha già impresso diverse accelerazioni al caso, ma il Watergate toglie energie contrattuali internazionali agli USA, non è escluso che colui che all'inizio era un cane sciolto si trasformi poi in cane foraggiato o venga addirittura sostituito strada facendo. Di certo questi documenti mostrano che le tensioni nel mondo sono talmente forti e gli Stati Uniti talmente nervosi, che un problema di politica interna, che li tenga occupati per un po', avrebbe fatto comodo a molti, alleati e non. Tito Gandini t.gandini@reporterassociati.org


luglio 30 2004

L'uomo dell'apparato Regista e raccoglitore di fondi: come Terry Mcauliffe governa il partito democratico M. D'E. BOSTON Noi europei siamo afflitti da un errore di percezione nel guardare agli Stati uniti. Poiché le forme del loro galateo sono diverse dalle nostre, noi crediamo che gli americani siano informali, alla mano, mentre sono uno dei popoli più attenti a mantenere le distanze e più formalisti della terra. Così, poiché le loro strutture politiche sono diverse, crediamo che qui il partito sia un'entità a metà tra una corporation finanziaria e una produzione di Broadway. In realtà i partiti negli Usa sono apparati strutturatissimi, tanto più complessi perché devono far funzionare una linea di trasmissione che va dal locale, città e provincia (contea) fino allo stato (l'equivalente del nostro stato nazionale) e alla Federazione: come un coordinamento a livello europeo. Un assaggio del potere di controllo che esercita l'apparato si è avuto a gennaio, quando ha sbaragliato alla prima primaria (in Iowa) l'outsider Howard Dean, che aveva osato criticarlo. A pretendere l'eliminazione rapida di tutti i concorrenti opposti a John Kerry è stato Terry Mcauliffe, il 43-enne, autoritario, iper-energetico presidente del Comitato nazionale del Partito democratico, carica equivalente al nostro segretario generale (il suo soprannome è «Macker», che parafrasa «facitore»). L'idea di McAuliffe era: se Kerry stravince subito, non è costretto a spendere tutti i fondi per battere i concorrenti nelle primarie, e può concentrarsi nel raccogliere i fondi per la sfida contro George W. Bush. I suoi critici sostengono che così ha provocato un calo d'interesse per le primarie democratiche perdendo in esposizione mediatica quello che guadagnava in fondi elettorali. Ma il ragionamento di McAuliffe è coerente con tutta la sua storia politica, che l'ha visto raccogliere fondi fin dal 1980 (dalla campagna per la rielezione di Jimmy Carter). McAuliffe si vanta di aver raccolto in vent'anni di carriera fondi per il partito democratico per 800 milioni di dollari! (Alcuni assai dubbi, come quelli per cui Bill Clinton e Al Gore furono accusati di aver accettato finanziamenti stranieri). Laureato in legge all'Università cattolica, Mcauliffe è erede di quell'antica tradizione che da sempre ha visto sempre la mafia irlandese così influente nel partito democratico. Avvocato e speculatore edilizio, alcune sue transazioni sono state passate al vaglio in quanto perlomeno sospette: un investimento in un complesso edilizio e commerciale in Florida lo ha visto partner al 50% con il fondo pensioni del sindacato International Brotherhood of Electrical Workers, solo che lui ha investito 100 dollari e il sindacato 39 milioni. Da quest'investimento di 100 dollari McAuliffe ha così ricavato un utile di 2 milioni 450.000 dollari. Nel 1996 «Macker» fu presidente del Comitato per la rielezione di Clinton e Gore: Clinton dice che «deve la sua rielezione» a McAuliffe e Gore sostiene che «è il più grande raccoglitore di fondi della storia». Nel 2000 ha presieduto la Convention democratica di Los Angeles e nel febbraio 2001, dopo la discussa vittoria di Bush, è stato eletto - come uomo di Clinton - presidente del Comitato nazionale. Non stupisce che il grande risultato di cui si vanta è che, per la prima volta nella sua storia, il partito democratico non ha debiti. Ma il suo vero trionfo è questa Convention in cui ha imposto una totale, disciplinata ferrea unità a un partito tradizionalmente litigioso. ilmanifesto.it

Monti: l’interesse nazionale non è stato difeso al meglio di MASSIMO MUCCHETTI e DANILO TAINO dal Corriere - 30 luglio 2004 «Nell’incontro del 4 luglio ci convincemmo entrambi dell’opportunità che io continuassi nel mio impegno di commissario europeo. Un italiano che in questi anni certo non si è fatto molti amici a Parigi e Berlino semplicemente perché ha applicato le regole a Francia e Germania come a tutti gli altri poteva rappresentare un’opportunità, che mi sembra fosse stata ben percepita dal presidente Barroso e dagli osservatori europei. Per questo, pur avendo declinato in passato altri incarichi pubblici, mi è molto dispiaciuto non poter continuare quest’opera». Così il commissario europeo alla Concorrenza, Mario Monti, commenta il suo incontro a Macherio con il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, e la successiva designazione, a sorpresa, dell’attuale ministro delle Politiche comunitarie, Rocco Buttiglione, a commissario europeo. Nell’intervista al Corriere, Monti accusa il governo di non aver difeso al meglio gli interessi nazionali sia in occasione del Consiglio dei ministri Ecofin del novembre 2003 che, sotto presidenza italiana, salvò Francia e Germania non in linea con il Patto di Stabilità, sia quando, nel luglio 2001, aiutò i tedeschi ad affondare la direttiva sulle Offerte pubbliche d’acquisto sulle società quotate in Borsa al Parlamento europeo di Strasburgo. Nell’intervista, Monti affronta tutti i temi più scottanti. Sul piano interno, suggerisce di anteporre al pur augurabile taglio delle imposte la liberalizzazione dell’economia. E critica la chiusura del sistema bancario italiano alle banche estere. Sul piano internazionale, propone la ridefinizione del Patto di Stabilità collegandolo all’agenda di Lisbona sulla competitività. In particolare, Monti suggerisce di togliere dal calcolo del deficit pubblico le spese per gli investimenti. A pagina 3 -------------------------------------------------------------------------------- «All’Italia non conviene favorire i potenti Germania e Francia non ricambieranno» Il commissario europeo Mario Monti: «In due casi il governo non ha difeso l’interesse nazionale» «Dispiaciuto di non continuare il lavoro a Bruxelles. Tagliare le tasse? Prima le liberalizzazioni» Professor Monti, che giudizio dà della finanza pubblica italiana alla vigilia del Dpef? «Me ne sarei dovuto fare un'opinione approfondita in pochi giorni se l'incontro del 4 luglio avesse avuto un altro esito...». Già, in quell'occasione, Silvio Berlusconi avrebbe dovuto convincerla a diventare ministro dell’Economia. «Ci convincemmo, invece, entrambi, dell’opportunità che io continuassi nel mio impegno di commissario europeo». Ma della manovra correttiva e della riforma delle pensioni che cosa pensa? «Si tratta di passi importanti nella direzione giusta. Tanto più se si accompagneranno a un piano di liberalizzazioni incisivo e serrato dal quale possiamo aspettarci una crescita dell’economia che permetta poi alla finanza pubblica di tollerare la riduzione delle imposte personali». Dunque, il taglio dell’Irpef, secondo lei, può arrivare solo dopo le liberalizzazioni, non subito. «Teniamo conto che sulle liberalizzazioni non partiamo da zero. Nel 1994 Silvio Berlusconi, nel discorso programmatico alle Camere, parlò della necessità di un "liberismo disciplinato e rigoroso", citando - lo ricordo ancora con emozione - un mio editoriale sul Corriere . E nel 2001 il concetto è stato ripetuto. Alcune cose sono state fatte, ma certo non tutto quanto era possibile. Da persona che fa politica (perché in Europa si fa politica anche quando si prendono decisioni apparentemente tecniche) ma che non fa parte del mondo politico nazionale, mi permetto di dire che la leadership deriva da to lead , guidare. Significa spiegare all'opinione pubblica, anche contro le convinzioni correnti, che certe iniziative vanno prese e daranno frutti in futuro». Oggi si deve aggiornare il Patto di Stabilità per consentire all'Europa di agganciare la ripresa mondiale. «A gennaio, all'interno della Commissione europea, abbiamo discusso per ore se deferire alla Corte di Giustizia il consiglio dei ministri Ecofin che il 25 novembre del 2003, sotto presidenza italiana, aveva deciso di non applicare a Francia e Germania gli ammonimenti previsti, nonostante i loro bilanci pubblici non fossero in linea con il Patto. In quell'occasione mi sono schierato decisamente a favore del ricorso alla Corte». Una posizione legalitaria, è stato detto. Burocratica. «Sono in profondo dissenso con queste critiche. L'Europa è un condominio di 25 Stati nel quale ogni decisione va valutata per il suo merito, ma anche per le sue conseguenze sulla credibilità del condominio, che si indebolisce quando le regole non vengono rispettate. Il ragionevole rispetto delle regole e dell'arbitro, che è poi la Commissione, è nell'interesse di tutti: in particolare dei piccoli, che avrebbero poco potere in una costante trattativa tra governi, ma anche di un Paese come l'Italia, grande ma che soffre ancora di un'economia e di un'amministrazione deboli. E in questo senso è un successo dell'Europa a 25 che alla presidenza della Commissione sia stato nominato il portoghese Barroso e non il candidato di Francia e Germania». La Corte ha accolto il ricorso. Il Patto è salvo. Sarà anche immutabile? «Non penso. Il Patto è stato concepito a suo tempo nella versione semplice che conosciamo per persuadere i risparmiatori tedeschi, olandesi e degli altri Paesi virtuosi a rinunciare alle proprie monete a favore dell'euro che avrebbe avuto corso anche negli scapestrati Paesi mediterranei. Per un'ironia della storia è poi capitato che alcuni degli scapestrati abbiano oggi una finanza pubblica migliore di quella dei vecchi maestri. Una catarsi che offre l'opportunità di articolare meglio il Patto». Come? «C'è stato un Patto per la gravidanza e l'infanzia dell'euro. Ce ne vorrebbe una versione adatta alla maturità, nella quale si possa distinguere la spesa pubblica destinata ad alimentare i consumi da quella per gli investimenti, purché definiti in modo rigoroso e controllabile. Si può chiamarla una "lisbonizzazione" del patto, nel senso di legarlo agli obiettivi di competitività individuati dal Consiglio a Lisbona nel 2000». Sarà la posizione della Commissione? «Non lo so ancora. Ne discuteremo all'inizio di settembre». Il governo italiano ha difeso bene l'interesse nazionale? «A me spiace rilevare che in un paio di occasioni il governo non ha difeso al meglio l'interesse nazionale. Una è stata la riunione dell'Ecofin sotto presidenza italiana che abbiamo appena ricordato. Dopo aver applicato rigorosamente le norme a Irlanda e Portogallo, non si doveva sospendere l'efficacia del Patto perché questa volta colpiva due grandi come Francia e Germania. Era quella un'occasione preziosa: comminate le sanzioni previste a Parigi e Berlino, si poteva considerare chiusa la prima fase e ridefinire le regole. Adesso, dopo il vulnus, tutto è più difficile». Diceva di un'altra delusione. «Risale al luglio del 2001 quando il Parlamento europeo venne chiamato a votare la direttiva sulla disciplina delle Offerte pubbliche d'acquisto che avevo proposto nel 1996, da commissario al mercato interno. Quella direttiva era stata approvata dal Consiglio dei ministri del mercato interno a maggioranza qualificata nonostante l'opposizione della Germania. L'obiettivo era quello di rendere più contendibili le società quotate. L'Italia, che già aveva una legge avanzata sull'Opa, avrebbe avuto tutto l'interesse che anche l'economia più forte del continente, quella tedesca, dovesse sottostare a un'analoga apertura. La Commissione, del resto, aveva già raggiunto un successo costringendo la Germania ad abolire le garanzie pubbliche a favore delle banche, un sistema che legava il credito alla politica. Si trattava di smantellare l'altro fortino. Ma l'assemblea di Strasburgo si divise, 273 voti a favore e 273 contro, e la direttiva venne respinta. In quell'occasione, alcuni parlamentari italiani soccombettero a una forte azione di lobbying». Da parte dell'allora ministro per i Rapporti comunitari, il filotedesco Rocco Buttiglione, oggi commissario Ue in pectore. «A parte i personalismi, conta il risultato: mentre oggi le società italiane sono possibile bersaglio di Opa ostili, quelle tedesche non lo sono. Durante la presidenza italiana del 2003, è stata alla fine varata una direttiva Opa molto diluita, che fece tornare il sorriso a Berlino. Era così annacquata che il commissario competente, Frits Bolkestein, la voleva ritirare». Ma il governo italiano ripete spesso che l'interesse nazionale viene prima della retorica europeista. «A me piace un governo che sia assertivo in Europa, che parli senza complessi dell'interesse nazionale. Roma però non può dimenticare che, per non finire come il vaso di coccio tra i vasi di ferro, ha bisogno di un arbitro forte ed equo. E che non conviene, per rendersi simpatici ai potenti, fare loro favori che non restituiranno». È curioso: il governo italiano si schiera dalla parte degli Stati Uniti e del Regno Unito in politica internazionale, ma poi in Europa aiuta Francia e Germania a coprire i loro difetti. «L'incarico di commissario europeo è stato per me un grande privilegio. Lo devo a Silvio Berlusconi che nel 1994 mi designò con il consenso dell'opposizione, non necessario e tuttavia significativo, e a Massimo D'Alema e Romano Prodi che mi confermarono nel 1999, sempre con il consenso dell'opposizione. Questi 10 anni di esperienza a Bruxelles mi hanno convinto che, per essere più competitiva, l'Europa deve diventare più liberale. Semplificando, si è rivelato più utile l'asse Blair-Aznar di quello Chirac-Schröder. Un'Italia assertiva in Europa dovrebbe capire che Francia e Germania, alle quali pure l'Unione deve moltissimo, rappresentano oggi un freno all'integrazione. Un italiano che in questi anni certo non si è fatto molti amici a Parigi e a Berlino semplicemente perché ha applicato le regole a Francia e Germania come a tutti gli altri, poteva rappresentare un'opportunità, che mi sembra fosse stata ben percepita dal presidente Barroso e dagli osservatori europei. Per questo, pur avendo declinato in passato, altri incarichi pubblici, mi è molto dispiaciuto non poter continuare quest'opera». Forse tutto si spiega con l'euroscetticismo di larga parte del centrodestra. L'Europa, del resto, sembra proprio segnare il passo. «Non sono d'accordo con questo pessimismo. In 10 anni l'Europa ha varato il mercato unico, l'euro, la Costituzione, l'allargamento da 15 a 25 membri. Quale organismo non ne risulterebbe stressato? In realtà, oggi, l'Europa, che ha il multilateralismo nel suo Dna, può dare un contributo essenziale nella governance della globalizzazione, a fianco e talvolta nel contraddittorio con gli Stati Uniti. A condizione, però, che non perda troppe posizioni nell'economia». Sfortunatamente, questo è proprio quanto sta accadendo. «L'Europa deve sforzarsi di assomigliare di più agli Stati Uniti». Come? «Usando la tutela della concorrenza come leva operativa per dare finalmente attuazione all'agenda di Lisbona sulla competitività e, al tempo stesso, rafforzando, d'intesa con gli Stati Uniti, la vigilanza antitrust su scala internazionale». Con gli Stati Uniti lei ha avuto forti contrasti. «Le divergenze su General Electric e Microsoft rappresentano le due sole eccezioni su centinaia di casi nel quadro di una collaborazione crescente che oggi si manifesta anche nell' International Competition Network , il quale ha il compito di coordinare su scala globale la tutela della concorrenza. Dal primo maggio 2004 è operativa anche una rete europea delle autorità Antitrust che consentirà un ampio decentramento alle autorità nazionali». In Italia nella maggioranza di governo si criticano le Autorità indipendenti perché non risponderebbero a nessuno. «L' accountability delle autorità viene garantita in modo pieno dalla possibilità di ricorrere alla magistratura comunitaria e nazionale e, sul piano politico, da forme di controllo di ultima istanza come i rapporti al parlamento. Spesso sono stato chiamato a riferire a Strasburgo e vi ho sempre fornito tutte le informazioni di carattere generale, senza entrare nei singoli dossier». È la linea del governatore Antonio Fazio nei suoi rapporti con il potere politico. Ma lei condivide l'attribuzione dei poteri antitrust nel settore bancario alla Banca d'Italia e non all'Autorità? «È il risultato di un compromesso intervenuto nella fase preparatoria della legge antitrust del 1990. Ritenevo allora che fosse meglio assegnare all'Autorità anche la tutela della concorrenza nel settore bancario. E credo che ora ci si arriverà». Perché l'Europa fatica tanto a tener fede all'agenda di Lisbona? «Il trattato di Maastricht ha natura cogente, perché è nato per impedire il contagio dei paesi virtuosi a opera di quelli che non lo erano. L'agenda di Lisbona, invece, non ha denti perché, a prima vista, non può fare danni: anzi, se un paese resta indietro nella competitività, gli altri a breve termine se ne possono anche avvantaggiare. E' su questo che sarebbe bene intervenire: finora non c'è stato rapporto tra Maastricht e Lisbona, ma un nuovo Patto di Stabilità "lisbonizzato" sarebbe auspicabile. Inoltre, in pieno accordo con il presidente Prodi, che voglio ringraziare per la fiducia e il sostegno in questi cinque anni, abbiamo varato un budget pluriennale che si lega ai progetti dell'agenda di Lisbona. E su questo terreno mi sarei impegnato con entusiasmo assieme con il presidente Barroso». Per vincere la sfida globale alcuni paesi puntano sui campioni nazionali. Ma la Commissione Ue, secondo Parigi, rema contro. «La Francia è diventata un problema per sé e per l'Europa. Vive male i suoi successi, che spesso non vede, e attribuisce all'Europa i suoi insuccessi immaginari. In realtà, l'Europa ha autorizzato la costituzione dell'Eads, che contiene l'Airbus, di Arcelor, il maggior gruppo siderurgico mondiale, di Air France-Klm, di Areva nel nucleare, e così via. E ciò è stato possibile anche per la cultura dei responsabili delle aziende francesi, che pensano alto e sono capaci di tenere rapporti molto professionali con le autorità comunitarie». La difesa dei campioni nazionali non è solo francese. Vengono in mente, l'Alitalia, la Fiat... «La Francia, ma anche l'Italia e la Germania sono paesi dominati fin dal Medioevo da coalizioni di produttori. I consumatori, i lavoratori non organizzati e i disoccupati non hanno influenza. E così i governi tendono a considerare automaticamente interesse nazionale ciò che viene rappresentato dalle varie corporazioni. Altri paesi, Regno Unito e Irlanda, hanno deciso di privilegiare i fattori della produzione, il capitale e il lavoro, e i consumatori. Indipendentemente dalla nazionalità. Londra ha rinunciato al controllo nazionale sull'industria automobilistica e su storiche istituzioni finanziarie, ma la sua economia è oggi più competitiva di ieri. Ho fatto notare ai francesi che ci sono paesi che si specializzano nella difesa delle bandiere sulle imprese e altri nella creazione di posti di lavoro nelle imprese». In Italia la banca centrale sbarra la strada agli stranieri anche quando vogliono prendersi banche piene di problemi come Capitalia o Bnl. «Immagino sia di reciproco conforto tra controllato e controllore l'essere nati e convissuti nello stesso ambito: in chi viene da fuori è possibile incontrare una minor docilità. Ma molti ostacoli alla contendibilità delle banche allignano nelle banche stesse. La contiguità con i governi e la politica è durata così a lungo che può rendere difficile seguire una logica di mercato. Questa non esiste in natura, ma comporta uno sforzo da parte dei banchieri. Se una banca incontra ostacoli da parte delle autorità nazionali di vigilanza, che ritiene non siano in linea con le norme del mercato unico o della concorrenza può ricorrere alla Commissione. Nel 1999 il Santander lo fece e le autorità portoghesi poi dovettero permettere l'acquisizione del gruppo Champalimaud». Dunque, le Opa ostili nel settore bancario non sono un'eresia? «E perché mai dovrebbero esserlo?» Insomma, è andato a Bruxelles dieci anni fa prendendo a modello il rigore dei conti pubblici tedeschi e torna in Italia da anglosassone? «Ma perché non da italiano? Sa che cosa disse nel 1994 Jacques Santer a Berlusconi, che gli aveva telefonato per presentarmi? "Ah, Silvio, l'ho appena conosciuto. Mi ha fatto una buona impressione: non sembra nemmeno un italiano". Così parlava l'allora presidente della Commissione. In questi anni, per me, la maggior sofferenza, ma anche la maggiore sfida, è derivata dal percepire che su certe questioni, l'economia prima di tutto, essere italiani toglieva un po' di credibilità. Almeno in partenza». -------------------------------------------------------------------------------- IL PERSONAGGIO Professore e giornalista Da Varese alla Ue STUDI Mario Monti è nato a Varese il 19 marzo 1943. Sposato, due figli, si è laureato in Scienze economiche e commerciali alla Bocconi di Milano e ha compiuto studi di perfezionamento a Yale CARRIERA ACCADEMICA Professore universitario dal ’69, Monti è stato docente di Teorie politiche e monetarie (’71) e di Economia politica (’85) alla Bocconi, di cui divenne rettore nell’89. Dal 1994 è succeduto a Giovanni Spadolini come presidente dell’ateneo ATTIVITÀ PUBBLICISTICA Editorialista economico per il Corriere dal 1978 al 1994, Monti è autore di numerose pubblicazioni su temi di economia monetaria e finanziaria NEI CDA Tra il 1979 e il 1994 è stato membro di vari consigli di amministrazione, tra cui quelli di Fiat, Generali e Comit (di cui è stato vicepresidente dal 1988 al 1990) IN EUROPA Nel 1995, con un’intesa bipartisan tra maggioranza e opposizione, Monti diventa commissario al mercato interno, servizi finanziari e dogane nella Commissione Ue di Jacques Santer -------------------------------------------------------------------------------- Ds Milano - Rassegna stampa

Sindacati e Comuni pronti alla battaglia di Felicia Masocco La politica economica del governo deve cambiare, sindacati e Comuni uniscono le forze per dare battaglia e ieri hanno posto le basi per un’alleanza che in settembre li vedrà lavorare insieme e sviscerare punto per punto le voci del Dpef e della Finanziaria che hanno ricadute pesanti su una rappresentanza che è degli uni e degli altri, ovvero i cittadini, i lavoratori. L’obiettivo è quello di dare più forza a richieste condivise, ognuno dal proprio ruolo e nella propria funzione. Si tratta di convincere un esecutivo sordo e impermeabile a cambiare rotta, e di farlo con la forza degli argomenti. I servizi locali, le tasse, lo sviluppo la difesa dei redditi delle famiglie pesantemente colpiti da un combinato di manovre che sfiora i 40 miliardi, sono terreni d’azione che toccano tanto l’Anci quanto Cgil, Cisl e Uil. Da qui l’intenzione di farne «una strategia comune sulla base delle comuni esigenze», spiega Marigia Maulucci che ieri per la Cgil ha risposto all’invito dell’Anci per un incontro che si è tenuto nel pomeriggio. C’erano anche Savino Pezzotta e Pierpaolo Baretta per la Cisl e Guglielmo Loy per la Uil. I Comuni erano rappresentati dal presidente dell’associazione, il sindaco di Firenze Leonardo Domenici. Un’ora e mezzo di confronto, il tempo di darsi appuntamento in settembre per degli approfondimenti su specifiche questioni. Non si tratta di «un asse di opposizione a prescindere», spiega Maulucci, «ma basato sul merito». «Abbiamo registrato che la manovra non sarà indolore e che c’è il rischio di problemi aggiuntivi rispetto a quelli che sono già nero su bianco. Siamo interessati ad una iniziativa in comune, vedremo in settembre quale». Il materiale non manca. La scure che si è abbattuta sui trasferimenti agli enti locali pone una seria ipoteca ai servizi erogati nel territorio e appesantisce le condizioni di vita dei cittadini che sul fronte delle retribuzioni, dovranno fare i conti con aumenti tarati sull’inflazione programmata all’1,6% a fronte di un carovita che in luglio è del 2,3%. Per non parlare delle realtà del Mezzogiorno a cui vengono tagliati gli investimenti, meno sviluppo, meno occupazione, più disagio sociale. «È stato un incontro utile - ha detto Domenici -. Continueremo a lavorare insieme sui problemi dello sviluppo, della crescita del Paese, dei conti pubblici, del fisco. L’intento è quello di trovare dei punti comuni da sottoporre al governo, mantenendo ciascuno il proprio ruolo». Il presidente dell’Anci ha voluto precisare che «non si tratta di una piattaforma unitaria», «ma di un percorso per condividere degli obiettivi da presentare al governo». Non è poco, considerato anche che l’alleanza potrebbe estendersi ad altri protagonisti della vita economica, Confindustria, Confcommercio, le altre associazioni di impresa a cui l’Anci rivolgerà lo stesso invito «per presentarci alla discussione sulla prossima Finanziaria con proposte le più concrete possibili. Il momento è delicato - ha concluso Domenici - dai Comuni può arrivare un contributo importante per lo sviluppo e il Welfare». Spingere il più possibile, fare pressione, il Documento di programmazione economica «non risponde alle emergenze del paese», spiega Guglielmo Loy , «è necessario che i Comuni e i sindacati possano verificare, quando sarà più chiaro il quadro con la legge Finanziaria, come convincere il governo a cambiare scelte inadeguate a fronteggiare i gravi problemi che ci sono». L’iniziativa comune marcerà parallelamente a quella che le rappresentanze, istituzionali e sociali, porranno in cantiere autonomamente. Per l’Anci si inizia già da agosto, al tavolo di confronto bilaterale con il governo in cui i Comuni presenteranno le loro proposte per la Finanziaria 2005. «Proporremo l’esclusione degli investimenti dal patto di stabilità - annuncia Domenici - l’adozione di strumenti fiscali più vicini alle esigenze dei cittadini, come i contributi di scopo, e soprattutto chiederemo che gli effetti della manovrina appena varata non entrino nella Finanziaria». unita.it

Le aliquote saranno tre. Il "contratto con gli italiani" ne prevedeva due REDAZIONE Il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi ha definitivamente gettato la spugna ed ha archiviato il progetto di introdurre il sistema fiscale a due aliquote, una promessa che era stata messa nero su bianco nel celebre contratto con gli italiani. Il leader di Forza Italia lo ha annunciato ieri in occasione della V Conferenza degli Ambasciatori d'Italia. Ma quello tenuto dal premer è stato un discorso a 360 gradi, il Cavaliere ha infatti parlato della riforma delle pensioni, del nuovo Dpef e delle condizioni della sua coalizione. La riduzione delle tasse Il presidente del Consiglio ha anticipato alcuni dettegli della riforma del sistema fiscale. Secondo quanto riferito dal capo del Governo il nuovo meccanismo sarà basato su tre scaglioni di reddito. Ai redditi più bassi sarà applicata un'aliquota del 23%, a quelli medi del 33% e a quelli alti del 39%. "Avremmo voluto fare due aliquote - ha spiegato - ma la stagnazione economica e il peso del debito pubblico non ci hanno per ora permesso questo passo". Il contratto con gli italiani non verrà dunque rispettato, ma per ogni promessa non mantenuta il numero uno del movimento azzurro riesce sempre a sfornarne una nuova di zecca. Berlusconi ha infatti garantito che sarà applicata la riduzione dell'Irap a quelle aziende che investiranno in ricerca. La riforma delle Pensioni Il premier ha anche commentato la recente approvazione della riforma delle Pensioni da parte del Parlamento. Per il Cavaliere varare la legge delega era un dovere verso le istituzioni europee e verso gli elettori del centrodestra. "Abbiamo mantenuto le promesse - ha affermato - gli impegni presi sono stati mantenuti". Con la riforma delle Pensioni alle spalle, il capo del Governo potrà ora occuparsi del Dpef. Secondo quanto promesso da Berlusconi, l'Esecutivo metterà a punto un documento capace di mantenere "nei parametri di Maastricht il rapporto deficit-pil del nostro Paese". La verifica nella maggioranza "Ci sono state delle "fibrillazioni, dei rigurgiti di vecchie abitudini, ma vi posso garantire che questo capitolo delle verifiche è chiuso. Anzi, ne sono assolutamente certo". Parlando della crisi del centrodestra, Berlusconi è apparso molto fiducioso. "Con pazienza siamo riusciti a tenere insieme la coalizione - ha spiegato - riusciremo a portare questo governo fino alla fine della legislatura". Per il leader di Forza Italia uno dei maggiori meriti della sua presidenza è quello di aver garantito un Esecutivo stabile alla Nazione. "La stabilità è un metodo fondamentale senza il quale non si può svolgere un'efficace azione del governo e modernizzare un Paese", ha spiegato il Cavaliere, che ha poi aggiunto: "Grazie alla stabilità del governo, l'Italia oggi conta di più sulla scena internazionale ed è ascoltata". centomovimenti.com

Ulivo Siena: innovazione politica e grande consenso popolare Ordine del giorno conclusivo della seduta del 27 Luglio 2004. L’assemblea provinciale de L’Ulivo, riunita a Ponte a Tressa il 27 Luglio, ringrazia tutte le elettrici e gli elettori che hanno espresso la loro fiducia per le liste e per i programmi de L’Ulivo, contribuendo così ad una grande affermazione per la provincia e per 30 comuni. Un sentimento di gratitudine che viene esteso a tutti i candidati, ai nuovi eletti ed a tutti coloro che hanno fattivamente portato il loro contributo nelle liste de L’Ulivo.Il territorio senese dispone ora di una classe dirigente sostenuta da un larghissimo consenso popolare, plurale nelle competenze, nelle culture e nelle provenienze politiche, rappresentativa delle diverse comunità. Oltre centomila elettori hanno scelto L’Ulivo per dare continuità al buongoverno locale, per dare continuità al modello Siena – fondato sullo sviluppo sostenibile, sulla alta qualità della vita, sulla coesione sociale – per il rinnovamento operato con le candidature, per l’innovazione politica rappresentata da L’Ulivo senese. Una coalizione che si è strutturata in tutti i comuni, che si è fondata sulla centralità del progetto, che è stata caratterizzata da un forte e del tutto caratteristico spirito unitario, che ha avuto una vita interna arricchita dalla pratica della pari dignità tra tutte le forze politiche e che ha ricercato incessantemente i contributi esterni e la partecipazione diretta dei cittadini come testimoniato dal successo popolare dell’albo degli elettori.Le elezioni amministrative del 12 e 13 giugno sono state segnate da una netta sconfitta del centrodestra che alle provinciali si ferma al 25 per cento e non conquista nessun comune. Un arretramento che si è registrato sia laddove la Casa delle Libertà si è presentata a viso aperto, sia laddove ha nascosto le proprie insegne dietro liste, impropriamente, definite civiche. Queste ultime, infatti, non hanno preso le mosse da movimenti di cittadini quanto da dirigenti politici ed amministratori che non hanno rispettato la democrazia interna dei partiti ed i loro esiti. L’assemblea de L’Ulivo sostiene la battaglia di tutti gli amministratori locali contro la stangata del governo che si accanisce contro i comuni, le province e le regioni sulle quali poggiano sia la rete delle protezioni sociali per i cittadini, sia i due terzi di tutti gli investimenti pubblici dell’intero paese a sostegno dello sviluppo. L’assemblea invita tutte le organizzazioni territoriali dei partiti della coalizione a promuovere una diffusa e capillare campagna di informazione per sensibilizzare i cittadini e raccogliere migliaia di firme con la petizione popolare, lanciata con Rifondazione, che chiede al governo il ritiro dell’art.11 del decreto 168. Contestualmente l’assemblea giudica negative ed inadeguate, per le necessità del paese, le prime linee di indirizzo, contenute nel Dpef, per la preparazione della legge Finanziaria 2004 e che chiedono la preparazione di una grande mobilitazione per l’autunno. L’Ulivo della provincia di Siena, anche a fronte della crisi politica e di consenso che vivono il governo e la maggioranza che lo sostiene, ritiene sempre più urgente un’accelerazione per l’elaborazione di un progetto per l’Italia, da parte di tutto il centrosinistra. L’assemblea condivide la proposta di utilizzare la metodologia seguita in sede europea per la elaborazione della Costituzione con l’insediamento di una "Convenzione per il programma", cioè una sede permanente di elaborazione – con la partecipazione di forze politiche, soggetti sociali, competenze e saperi – che operi per sessioni di lavoro e consegni all’alleanza entro tempi certi un progetto di governo per l’Italia. Un "cantiere programmatico" con tutte le forze del centrosinistra per dare all’alleanza di governo basi solide. L’Ulivo della provincia di Siena ha da tempo sostenuto l’utilità del metodo delle elezioni primarie per favorire la partecipazione dei cittadini alle scelte della coalizione a partire dal candidato alla presidenza del consiglio, e dalle candidature per il parlamento nei collegi uninominali. Condivide pertanto la proposta di Romano Prodi e ne chiede l’estensione per la scelta dei parlamentari.L’assemblea provinciale considera che una più forte integrazione tra tutte le forze de L’Ulivo e l’alleanza di governo con Rifondazione comunista rappresentino la strada da seguire per rispondere alla responsabilità di proporsi alla guida dell’Italia ed alle attese di tutto il popolo del centrosinistra. L’Assemblea provinciale de L’Ulivo proroga tutti gli organismi dirigenti in carica sino alla data del 31 dicembre 2004, e dà mandato al coordinamento provinciale di sviluppare un piano di lavoro da presentare all’Assemblea stessa assieme ad un percorso per andare al rinnovamento di tutti gli organi, che valorizzi le strutture territoriali che hanno radicato e rafforzato la coalizione. La prosecuzione di un’esperienza altamente positiva rappresenta un investimento sul futuro per la crescita del consenso alle singole forze politiche ed a tutta la coalizione.L’Ulivo della provincia di Siena, infine, aderisce alla manifestazione nazionale "salviamo la costituzione" già convocata per il prossimo 2 ottobre a Roma e promossa da un variegato nucleo di associazioni. Approvato all’unanimità. ulivosiena.it

Teresa, Obama e Fanny Lou L’America non cesserà mai di stupirci. La convenzione democratica era cominciata lunedì con la preghiera del reverendo Stephen Ayres, l’inno nazionale e un omaggio ai “nostri ragazzi” in divisa opportunamente schierati sul palco. In platea delegazioni e sostenitori dei vari personaggi politici con cappelli a cilindro alla Uncle Sam, costumi stravaganti, trombette, cartelli prestampati: un entusiasmo da stadio, retorica nazionalista, folclore, propaganda e milioni di dollari che scorrono. Ma anche politica, perché fortemente politici sono stati i temi che sono stati affrontati fin qui dai vari oratori – ex presidenti, ex vicepresidenti, aspiranti presidenti, mogli di presidenti e di aspiranti presidenti – temi che hanno riguardato questioni “antiquate” della politica come la pace, la giustizia sociale, la libertà, i diritti delle persone (gay, donne che vogliono abortire). E poi questa America che, fuor di retorica, continua a sorprendere per la sua vitalità, per la sua multietnicità, per la sua capacità di assorbire e avvolgere nella bandiera a stelle e strisce la diversità, senza cancellarla, anzi traendone forza ad ogni nuova generazione. Qualche esempio: Teresa. E’ nata in Mozambico da genitori portoghesi. Ha vissuto e studiato in Sudafrica e in Svizzera. L’inglese è la sua terza o quarta lingua (dopo il portoghese, l’afrikaaner, il tedesco, il francese), è multimiliardaria, e una filantropa (ha ricevuto, tra l’altro, il prestigioso premio Albert Schweitzer). Ha sposato in prime nozze il miliardario John Heinz e, quando lui è morto in un incidente aereo, un amico di famiglia, John Kerry. E’ un’ambientalista, esperta di terzo mondo e di tutela dell’infanzia. Porta scarpe Chanel che costano quanto un mese di stipendio delle donne dei quartieri poveri cui si rivolge, che tuttavia la amano, o almeno la apprezzano, perché parla da donna, dei loro problemi, con un linguaggio chiaro, al limite (e qualche volta oltre il limite) della volgarità. Ha fatto licenziare il direttore della campagna elettorale del marito perché pretendeva di farla vestire, pettinare e truccare, muovere e parlare come Laura Bush e le migliaia di altre barbie di plastica della Washington che conta. Con quel viso appuntito, pelle scura, bocca larga, corporatura minuta, capelli disordinati, sempre in movimento, è l’esatto contrario del politically correct. E’ la moglie del (forse) futuro presidente degli Stati Uniti. Barack (“benedetto”). Ha 42 anni, è nato in Kenya da padre nero che faceva il pastore di capre e da madre americana bianca del Kansas. Dopo la separazione dei genitori è cresciuto alle Hawaii, con i nonni materni. Giunto negli Stati Uniti, ha fatto molti lavori; finalmente è riuscito ad entrare alla Columbia University e, dopo la laurea, ad iscriversi alla facoltà di legge di Harvard. Si è laureato con il massimo dei voti ed è diventato il primo presidente nero della prestigiosa “Harvard Law Review”. Trasferitosi a Chicago, ha scelto la carriera mal pagata di avvocato nelle cause di lavoro e per i diritti civili, è diventato senatore dello stato dell’Illinois e si appresta a diventare l’unico membro afro-americano (il terzo di tutta la storia degli Stati Uniti) del senato federale alle prossime elezioni. Si è opposto con decisione alla guerra contro l’Iraq. A un giornalista che gli ha chiesto perché si definiva afro-americano quando sua madre è bianca, ha risposto: “Se rapinassi una banca e la polizia mi arrestasse, la gente direbbe ‘ecco un altro nero che va in prigione’. Essere afro-americani vuol dire essere ibridi, avere una cultura nera e una cultura bianca, e anche una cultura europea.” Barack Obama è stato chiamato a pronunciare il “keynote speech”, la relazione introduttiva diremmo noi, della convenzione. Fanny Lou è una nera di 66 anni nata nella contea di Montgomery, nel Mississippi. Quaranta anni fa arrivò alla convenzione democratica di Atlantic City con la delegazione del Freedom Democratic Party (Partito democratico della libertà), composta di neri e di attivisti bianchi per i diritti civili, e chiese di essere ammessa, lei e la sua delegazione, al posto di quella ufficiale composta di soli bianchi designati dal governatore democratico (e razzista) del Mississippi, Paul Johnson. Fanny Lou era analfabeta, ma sapeva citare la Bibbia a memoria e raccontò al “credentials committee” (la commissione per la verifica dei poteri) di come fosse stata picchiata e minacciata dai poliziotti dello stato per impedirle di convincere la comunità nera ad iscriversi nelle liste elettorali. In quegli stessi mesi numerosi altri attivisti furono brutalizzati e almeno tre uccisi dal Ku Klux Klan. Il racconto di Fanny Lou fu visto da milioni di spettatori in televisione, suscitando enorme scalpore, e costituì un punto di svolta nella battaglia per i diritti civili. Ma Lyndon Johnson, che sarebbe stato eletto quello stesso anno, temeva che ammettendo alla convenzione i delegati del Partito della libertà si sarebbe alienato le simpatie dei bianchi del Sud, prevalentemente democratici e razzisti. Propose allora una mediazione accettando solo due delegati neri; questo fece comunque infuriare i bianchi che se ne tornarono a casa votando poi per il candidato repubblicano (e segregazionista) Barry Goldwater. Fannie Lou non è presente quest’anno tra i 41 delegati del Mississippi, di cui 25 neri, ma al suo posto c’è un’altra donna, che era con lei nel 1964 e che combatté le stesse battaglie per l’integrazione e il riconoscimento dei diritti civili dei neri, un insegnante oggi in pensione: Emma Sanders. [Stefano Rizzo]www.aprileonline.info

Post noioso sulle Primarie Allora: io ci ho pensato un po', e siccome non ho trovato da nessuna parte un'opinione da condividere (non ho neanche cercato molto, in verità), adesso scrivo la mia: le Primarie sarebbero una buona idea. Non ottima, buona. Dopodiché, è molto difficile che qualcosa vada diversamente da quanto previsto, e che Prodi non risulti alla fine il candidato del centrosinistra. Il che significherà che il suddetto centrosinistra, in dieci anni, non è riuscito a trovare niente di meglio di Prodi. E al di là di Prodi – che non è malaccio, in fondo – niente di nuovo. La vision del centrosinistra è ancora quella del '96, per non dire del '94: vincere le elezioni, amministrare la cosa pubblica con un minimo di oculatezza in più degli avversari, occupare con più discrezione i posti che si possono occupare, sperimentare qualche riformina strategica (la riformina sulla scuola, la riformina sul federalismo, il pacchettino Treu, i centri di detenzione 'soft' della Turco-Napolitano… Non è escluso che stavolta tentino di costruire un ponticello mignon tra Reggio e Messina). Tutto nel tentativo di placare le ansie di quel famoso elettorato moderato che dovrebbe da un momento all'altro trasbordare da sinistra a destra, e che invece cinque anni dopo sarà tanto moderato da chiedere di smantellare scuola pubblica, dividere l'Italia, licenziare il licenziabile e cannoneggiare gli immigrati. E la vita continuerà, scandita dai rintocchi del pendolo: cinque anni di neoliberismo soft, bonus fiscale, cinque di neoliberismo hard, stangata. Tic, toc, ding, dong. Sarebbe lecito aspettarsi di più, ma cosa? Guardiamoci intorno: l'Europa offre qualcos'altro? E la culla della democrazia? No, nient'altro. E poi cosa, esattamente? Non è solo un problema di aspettative: è un problema di immaginazione. E di saperla usare. Per dire, Roosvelt sapeva immaginarsi il New Deal: Kerry, probabilmente no. I politici europei del secondo dopoguerra li chiamiamo statisti, perché hanno saputo immaginarsi la Comunità europea: quelli di oggi restano politicanti, senza la capacità di immaginarsi nient'altro che sia un sistema di rotazione di poltrone a 25 (che è comunque molto ingegnoso, per carità). E più andiamo avanti nel sistema dell'alternativa, più la fantasia sembra scarseggiare, come nel calcio. Oggi l'unico grande fantasista politico resta George W. Bush, l'inventore della Giustizia Infinita: ma è quel tipo di fantasia che quando entra in attrito con la realtà fa le scintille. Biasimare i governanti è sempre piacevole: ma guardiamo più in basso. Guardiamo a noi. Ce l'abbiamo, questa famosa fantasia? Sappiamo proporre qualcosa che non sia la solita rivoluzione (finta) le solite barricate (in plexiglass), i soliti proclami? La mia sensazione è che il movimento, se è esistito, è stato molto meno fantasioso di quanto sembrava. Il che non gli toglie tutti i suoi meriti. Mentre i presidenti del G8 andavano ai pranzi di gala, il movimento ha puntato il dito sullo strapotere del WTO, sui rischi dell'accordo multilaterale sulle privatizzazioni, sulla finanziarizzazione dei mercati, sulle imminenti guerre per l'acqua. Prima dell'immaginazione viene l'informazione: il movimento ci ha tenuto informati. Poi, timidamente, ha formulato delle proposte. Alcune, a distanza di anni, restano slogan dietro ai quali ci può stare di tutto (e probabilmente anche il contrario di tutto): il bilancio partecipativo, per esempio. Altre restano interessanti. Personalmente resto molto contento di aver partecipato alla campagna per la Tobin Tax, tre anni fa, perché se non altro era un'idea nuova. Qualcosa di non ancora tentato, e tentabile. In seguito non ci sono più state altre cose che mi abbiano dato lo stesso entusiasmo. È che di idee ce n'è poche, in giro: nel movimento, come nel centrodestra, come nel centrosinistra. Adesso nel centrosinistra arriva l'idea delle Primarie, e secondo me è buona. Se non altro, per noi è qualcosa di nuovo. (Ed è una proposta, come si dice, partecipativa). Più dell'esito finale, più del ricambio ai vertici che ahimè, non ci sarà, o sarà minimo, a me interessa l'effetto che avrà sulla base. Questa base, il famoso popolo dell'ulivo, non sa di essere base, non sa di essere popolo, e se lo sa preferisce dimenticarselo. La litigiosità del centrosinistra non è un problema di vertici. Anzi. Provate a convincere un rifondarolo che dovrà condividere il suo voto con un mastelliano (o viceversa). Eppure è quello che dovrà fare. E i Verdi con i seguaci di Di Pietro. E io con D'Alema, altri cinque anni con quell'individuo, è un ben amaro calice. Ma dovremo farlo, per mandare a casa Berlusconi, Calderoli, Fini, Giovanardi… e li vogliamo mandare a casa, no? Su questo almeno siamo d'accordo tutti, non è vero? E allora le primarie potrebbero essere una specie di battesimo, un momento in cui scopriamo di essere tutti nella stessa barca, e che ci dovremo restare per cinque e più anni, e che c'è un limite a quel che possiamo chiedere agli altri (e a quel che possiamo concedere, ovvio). E se stavolta il risultato appare scontato; se alla fine dovremo semplicemente tenerci il candidato di dieci anni fa, non è detto che la prossima volta non vada meglio. Sarà importante aver creato almeno un precedente. Mi rendo conto di dipingere un quadro che è molto insoddisfacente, soprattutto per chi sta più a sinistra del centrosinistra. Ma la responsabilità di chi è? Abbiamo avuto anni di tempo per far valere le nostre idee, per concretizzarle in proposte, per proporre una nostra cultura a una base più ampia. Se in questi anni ciò è successo in misura molto parziale, non è soltanto perché di fronte c'erano i carabinieri in tuta antisommossa, o le tv su un altro canale. In realtà c'è molta gente che non chiede di meglio di qualche idea nuova. Il problema è che non sempre l'abbiamo avuta. Ora, il minimo che possiamo fare è metterci d'accordo con metà di questo Paese per tirarlo fuori dal fango – tutto intero, possibilmente. Abbiamo qualcosa di meglio da proporre? Sul serio: abbiamo qualcosa di meglio? Questa è la mia opinione, e se l'avessi trovata da qualche parte mi sarei annoiato meno a scriverla.www.leonardo.blogspot.com

The Bostonians Sandra Bonsanti Ci giunge notizia che i leader dell’Ulivo, temporaneamente prestati alla convention democratica, stiano osservando i costumi e le strategie di Kerry e co. onde importarli in Italia e sgominare, con nostra massima soddisfazione, le falangi azzurre della casa delle Libertà. Il problema centrale, a leggere alcune dichiarazioni, è sempre quello per noi antico e irrisolto: prendere di petto, con durezza e cattiveria, l’avversario, oppure mostrare un volto sereno e tranquillizzante, proporre “progetti positivi” senza alcun riferimento alla negatività dei personaggi e delle realizzazioni dell’attuale governo? Gli osservatori politici americani continuano a sottolineare la durezza dello scontro politico nel loro paese, segnalano il fatto di una nazione divisa in due fra cittadini che non sanno più comunicare fra di loro, si chiedono se stia diventando più difficile anche negli Usa il passaggio da uno schieramento all’altro, mentre a decidere nelle urne sono quantità modeste di votanti, incerti fino all’ultimo. Una situazione da noi ben nota. Ho la sensazione che se avessimo saputo sfruttare le occasioni che si sono presentate negli ormai lunghi anni della convivenza con Berlusconi, potremmo ora forse essere noi a insegnare qualcosa: tutto sommato loro Bush lo hanno solo da quattro anni, noi, il Cavaliere, da più di dieci… Ma abbiamo imparato veramente qualcosa, possiamo dare lezione alla democrazia americana? Aspettando il discorso di Kerry, intanto raccogliamo brevemente le parole d’ordine politiche più in voga fra i delegati democratici: non inseguire la destra in politiche chiaramente di destra (nelle quali la destra ovviamente sarà sempre più brava e convincente); conquistare le menti e il cuore degli elettori, sollevare, cioè, le passioni che generano l’impegno; inseguire ad ogni costo l’unità, rinunciando a personalismi e giochini di potere… Ma soprattutto “ABB”, cioè anybody but Bush, chiunque ma non Bush, altrimenti additato come il nemico numero uno, alla faccia di ogni genere di buonismo. Un po’ di saggezza politica. Ma qui da noi, mi sembra, si discuta ancora sulle forme dello schieramento, sulle regole per le primarie: di progetti, di idee e di ideali che scaldino i cuori nemmeno parlarne, speriamo che agosto porti consiglio. Qui da noi, si continua a mettersi l’anima in pace con la convinzione che Berlusconi, Dio sa perché, cadrà da solo. E magari anche presto. www.libertaegiustizia.it

Ciampi parla di Europa e la stampa araba gongola di red Le insistenze sull'importanza dell'Unione Europea da parte del Presidente della Repubblica italiana Carlo Azeglio Ciampi sono state interpretate da parte della stampa araba come un richiamo agli USA a tenere in maggior conto la voce dell'Europa, e questo proprio nel momento in cui il nostro Paese e' nel mirino dei terroristi islamici di Al Qaeda e i nostri militari sono impegnati a Nassiriya in scontri a fuoco. Ieri, nell'incontro con i 134 ambasciatori italiani nel mondo, Ciampi aveva sottolineato che "il sistema internazionale deve fare fronte a gravi minacce alla stabilità, alla sicurezza, alla convivenza. Al tempo stesso, opportunità e squilibri della globalizzazione richiedono di essere governati in modo pacifico e democratico." Il presidente aveva affermato che "nelle relazioni internazionali devono trovare maggiore spazio: la sensibilità etica; la sicurezza intesa come sicurezza dei popoli, non solo degli Stati; il rispetto del diritto internazionale, necessario per prevenire e sanzionare ricorrenti violazioni dei diritti umani." sottolinenando che questo processo richiede alla diplomazia una politica estera sorretta da coerenza e affidabilità e parlando di "valori e regole condivise" come di pilastri. Secondo il presidente della Repubblica i principali obiettivi del lavoro diplomatico devono essere "prevenire i conflitti, allargare la solidarietà fra le nazioni, scongiurare la contrapposizione fra le culture." Ed ecco entrare in gioco l'Unione Europea, "chiamata ad un impegno straordinario e davvero unitario: nei Balcani; nel Mediterraneo; in Africa; in Medio Oriente; in Afghanistan", ma anche l'Alleanza Atlantica e le Nazioni Unite, che, insieme "danno sostanza, in modo diverso, alla politica estera italiana; sono riferimenti essenziali del multilateralismo" ma "vanno adattate alle sfide di oggi." Il presidente ha detto che "La riforma delle Nazioni Unite deve garantire la funzionalità dell'organizzazione: identificando innanzitutto i compiti che può svolgere con efficacia" tenendo conto di "un'Europa forte ed autorevole, che parli con una sola voce" ed ha sottolineato che "l'Unione Europea rende più forte ed autorevole l'Italia.". Il tema dell'Unione Europea e' tornato oggi nel tradizionale incontro con la stampa parlamentare, quando il presidente Ciampi ha detto che "l'approvazione del Trattato in via definitiva attende ora la ratifica dei 25 Paesi. Auspico che lo facciano rapidamente i Paesi con più profonda tradizione europea". Il Capo dello Stato ha detto che "ci siamo lasciati alle spalle con la progressiva, pacifica unificazione del Continente: secoli e secoli di sanguinosi conflitti, di odi che sembravano insuperabili. Sappiamo che l'unificazione ci ha assicurato per decenni pace, sicurezza e un crescente benessere, in un'atmosfera di serenità e di amicizia fra i popoli, un'atmosfera di speranza nel futuro per i nostri figli e i figli dei figli. Questa è la ragione delle nostre certezze, del nostro europeismo, con uno sguardo al futuro, oltre che al passato." Tuttavia, ha detto il presidente, "sappiamo anche che l'Europa unita non si fa in un giorno, e che l'approvazione e la ratifica del Trattato Istituzionale non sono il traguardo ultimo: sono un traguardo di tappa di un percorso lungo. Dobbiamo far sì che la Costituzione venga sentita da tutti i popoli europei come un patrimonio comune." Il Capo dello Stato ha detto che "grande è la responsabilità dei governi, delle élites economiche e culturali, e dei mezzi di comunicazione di massa, per dare alla gente, ai popoli, una fiducia motivata, uno scatto di orgoglio, un nuovo slancio europeista.". Un nuovo comunicato di Al Qaeda ha affermato che la tregua e' finita e che l'Italia, in particolare (ed in particolare il premier Silvio Berlusconi) deve aspettarsi un bagno di sangue. Una simile minaccia era stata portata al nostro Paese ed all'Europa in generale gia' qualche giorno fa. by www.osservatoriosullalegalita.org ___________

Edwards, il novellino alla Casa bianca «Basta con le due Americhe»: il candidato vice accende la platea democratica di Boston «Quando io ero a combattere in Vietnam, non sono sicuro che lui si fosse tolto i pannolini». La battutaccia acida contro John Edwards, candidato vicepresidente degli Stati uniti, proviene da una fonte insospettabile: il candidato presidente John Kerry, l'uomo che lo ha scelto a vicedirigere la scalata democratica alla Casa bianca. Erano tempi di primarie e Kerry, tramontato barbinamente l'astro Howard Dean, aveva proprio nel senatore della North Carolina il solo avversario degno di nome. Liquidato con una battuta e poi scelto come spalla, John Edwards ha esordito alla convention democratica di Boston. E' la faccia nuova che i democratici schierano per convincere l'America profonda, fatta di classe media e tute blu, che l'ingessato veterano Kerry non riesce a emozionare. In realtà Edwards l'esordio al microfono del Fleet Center l'ha già fatto: ieri notte, provando l'efficienza dell'impianto di amplificazione nel centro congressi che ospita la convention democratica (e provando anche l'efficienza della sua voce: un mal di gola minacciava di rovinargli il debutto). «Che faccio, vado avanti e parlo adesso?» Emozionatissimo, il biondo senatore ha cercato di mascherare l'eccitazione davanti alle sedie vuote, antipasto del discorso che ha tenuto questa notte davanti alla prima folla imnportante della sua carriera politica. Figlio di un operaio tessile di Seneca, nel North Carolina, 51 anni, primo della famiglia ad andare all'università, moglie di origini italiane incaricata di presentarlo al parterre democratico, John Edwards è diventato avvocato in uno di quei grossi studi legali che chiedono risarcimenti miliardari alle grandi corporation. Fatti i soldi (la parcella degli avvocati è una percentuale del risarcimento), ha chiuso lo studio di Raleigh dopo una tragedia familiare, la morte del figlio Wade in un incidente stradale. Ed è entrato in politica. Il Senato, raggiunto nel 1998 in uno stato fortemente repubblicano, è la sua unica esperienza. Mai nessuna carica di governo, e persino sei milioni di dollari spesi di tasca propria per la campagna elettorale, segno ulteriore del suo essere un solitario neofita del grande giro politico di Washington. Ed è su questo che puntano i detrattori: un novellino alla Casa bianca, proprio mentre il ticket repubblicano offre invece l'esatto contrario: il vice-Bush, Dick Cheney, è quanto di più vicino possibile all'immagine del vecchio, smaliziato pescecane di Washington - compresi un certo numero di by-pass. Buon oratore, accento del sud - in questo ricorda Clinton - Edwards ha il compito di declinare il messaggio scelto dal duo democratico per cercare di espugnare la presidenza: basta con le due Americhe, quella dei ricchi e quella dei poveri, parola alla «gente comune» (durante le primarie i suoi toni venivano criticati dagli altri candidati come «populisti»), il giovane senatore chiede la fine dell'esportazione di posti di lavoro, critica il Nafta, l'accordo di libero commercio delle Americhe, critica la politica commerciale che ha comportato la chiusura di molte fabbriche sul territorio degli Stati uniti. E' l'ala sinistra di Kerry. ilmanifesto.it

Uranio Impoverito: tutto da rifare Nel 2001 l'indagine Mandelli negò una relazione certa tra linfoma di Hodgkin e uranio. Conclusioni criticate, messe in dubbio persino da ex membri della Commissione. Ora il direttore generale della Sanità militare annuncia un altro studio epidemiologico (28/07/2004) Un articolo tratto da "La Nuova Ecologia" Il presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, che è anche capo delle forze armate, intervenga sul caso dei militari italiani esposti all'uranio impoverito. Lo chiede il presidente dell'Associazione italiana assistenza vittime arruolati nelle forze armate (Anavafaf), Falco Accame. Un altro militare, fa sapere Accame, è morto per linfoma di Hodgkin. Si tratta di Fabio Porru di Cagliari e il fatto, prosegue il presidente dell'Anavafaf, «si è saputo al solito casualmente, dal padre nel corso di un convegno, mentre si tratta di dati che il Ministero della Difesa dovrebbe comunicare alle Commissioni parlamentari della Difesa. Finalmente - ha proseguito - dopo le errate valutazioni espresse a seguito della Relazione Mandelli, nella quale si dava per certo che l'uranio impoverito non presentasse pericoli, sta emergendo la verità: la Relazione era affetta da gravissimi errori di calcolo, solo in piccola parte evitati nelle relazioni successive». Ora, ha aggiunto, «vista l'indifferenza delle istituzioni, è necessario che intervenga direttamente il capo dello Stato». A poche ore dalle dichiarazioni di Accame, il direttore generale della Sanità militare, generale Michele Buonvito, nel corso di un'audizione alla commissione Difesa della Camera ha reso noto che a cominciare dal prossimo agosto partirà uno studio epidemiologico sull'uranio impoverito promosso dalla stessa Sanità militare. I primi risultati ci saranno dopo 18 mesi e cioè all'inizio del 2006. Mille militari italiani impegnati in missioni all'estero saranno monitorati nel tempo per avere, in meno di 10 anni, una risposta «inequivocabile» sui possibili legami tra esposizione all'uranio impoverito e aumento dell'incidenza dei tumori. L'iniziativa, ha detto il generale, «rappresenta la logica conclusione dei tanti sforzi sin qui posti in essere dalla Difesa per cercare di sgomberare il campo dai dubbi sul tema dei rischi per la salute legati ai vari teatri operativi». Lo studio si propone di valutare la presenza di esposizione a uranio impoverito; evidenziare la presenza di esposizione non previste a sostanze cancerogene; stimare il rischio di tumore in funzione della variazione della frequenza delle sostanze tossiche studiate. La principale innovazione di questo studio, ha proseguito il direttore della Sanità militare, «consiste nella caratteristica prospettica e seriale della ricerca, in base alla quale per ogni militare sottoposto alle indagini è prevista l'analisi di campioni di urine prelevati prima e al termine dell'impiego in area di operazione». Tra le ipotesi da verificare quella sostenuta da Antonietta Morena Gatti dell'Università di Modena, che avendo rinvenuto delle nanoparticelle di elementi metallici in campioni bioptici di militari italiani affetti da patologie tumorali, reduci da aree balcaniche, ha supposto che potessero derivare da inalazione o ingestione di polveri fini. Queste polveri, che possono risultare dall'impatto dei dardi contenenti uranio impoverito contro obiettivi «duri», sarebbero in grado secondo la studiosa di innescare, se inalati o ingeriti, un processo neoplastico. Lo studio è basato sull'adesione volontaria e ciò comporta la necessità di avviare iniziative di informazione preliminari, in modo da raccogliere il consenso alla partecipazione. Questa, secondo il generale, «rappresenta l'unica via in grado di raggiungere un'ottima sensibilità nei sottogruppi di soldati potenzialmente esposti a vari agenti genotossici ed evidenziare, in un ragionevolmente breve intervallo di anni, l'esistenza di importanti incrementi nel rischio di tumore».

Una questione di giustizia poetica Hans Weingartner e Daniel Bruhl con Paola Casella Gli ultimi dieci anni hanno visto una rinascita del cinema tedesco, che dopo i tempi d'oro del Nuovo Cinema anni Settanta, incarnato da Fassbinder, Wenders e Schlondorff, sembrava non avere prodotto eredi in patria. Invece alcuni talenti registici emergenti come Tom Tykwer (Lola corre), o ritrovati come Wolfgang Becker (Goodbye, Lenin!) la Germania sta ritrovando una vitalità cinematografica sorprendente, anche attraverso la presa di coscienza, da parte di registi e sceneggiatori, che un film, per avere successo, deve rimanere accessibile, senza per questo perdere la propria identità culturale e perché no, nazionale: basta con le imitazioni hollywoodiane, dunque, che avevano costellato tutta la fine del secolo scorso, e avanti con le prese di coscienza di una specificità tedesca esaminata senza pregiudizi e senza falso orgoglio. Alla nuova scuola del cinema tedesco appartengono di diritto Hans Weingartner, il 28enne regista di The Edukator, in concorso all'ultimo Festival di Cannes, e Daniel Bruehl, rivelazione di Goodbye, Lenin! e star del film di Weingartner, con cui aveva già lavorato nel premiatissimo (ma mai distribuito in Italia) Das Weiße Rauschen. Entrambi ci parlano della difficoltà di essere giovani e pieni di ideali in un'epoca, e un continente, sopravvissuto con fatica alle grandi ideologie. "Nel '68 bastava avere i capelli lunghi e farsi le canne per sentrisi rivoluzionario" comincia Weingartner. "Oggi la ribellione è più complessa e più sottile, anche perché l'obiettivo non è più tanto chiaro. I mass media sono maestri nel prendere tutto ciò che è contro e, come Alien, fagocitarlo, per poi rivenderlo al mondo come un prodotto di consumo, dalla maglietta con la faccia del Che al disco 'ribelle' dei Sex Pistols. Quand'ero a Cannes, mi ha colpito un poster gigantesco che reclamizzava un nuovo profumo: il profumo si chiamava Revolution". "Il sistema politico tedesco attuale è molto liberal, né di destra né di sinistra, una sorta di centro moderato, perciò i giovani non hanno un vero e proprio nemico istituzionale - a parte George Bush, naturalmente", gli fa eco Bruehl. "I problemi ci sono, ma non c'è un consenso su come risolverli, soprattutto fra gli under-30 come me. Faccio un mea culpa io per primo: sono al corrente di certe situazioni difficili, le critico, ma non so bene come combatterle, come fare sentire la mia voce, se non attraverso i film che interpreto. E ammiro i miei personaggi perché sono molto più ribelli di me: io non ho il loro coraggio". "Il cinema tedesco sta avendo una rinascita perché il governo ha deciso di investire sui giovani", dice Weingartner. "Fino a pochi anni fa in Germania si giravano soprattutto commedie ad opera di mestieranti navigati che spesso provenivano dalla televisione. Adesso invece si rischia di più, anche nell'interesse di ritrovare un'immagine culturale nazionale". "Aiuta molto il fatto che tanti nuovi film sono girati in digitale", aggiunge Bruehl. "E' una scelta artistica, ma anche economica: i film costano meno, e il governo ha più voglia di sponsorizzarli, il che è un bene, perché invece il settore privato si sta disinteressando completamente del cinema. Das Weiße Rauschen, il mio precedente film con Weingartner, è stato girato in digitale per 70mila marchi austriaci, una bazzecola". Tornando a The Edukators, Bruehl dice: "Più che un film, Hans ha voluto girare una sorta di documentario, usando uno stile realista, lasciandoci la libertà di improvvisare le battute, al fine di conservare uno spirito autentico come quello dei nostri personaggi. Perché è importante dire che i giovani di oggi, pur nella loro confusione idoelogica, sono animati da una passione vera, da un genuino desiderio di migliorare le cose non solo per se stessi ma anche per chi non ha voce, per i deboli messi a tacere dalla globalizzazione economica". "Una delle grandi sorprese nel partecipare al Festival è stata quella che il mio film è stato proiettato subito prima di Farenheit 9/11 di Michael Moore", dice Weingartner, "non solo perché per me questo è stato un onore, ma anche perché effettivamente sia The Edukators che Farenheit 9/11 parlano di come sia possibile ribellarsi in modo non violento, usando come armi solo il sense of humour e l'attenzione ai sentimenti della gente. Credo che il film di Moore, come il mio, sia soprattutto la storia di una ricerca di giustizia poetica". "Un film come The Edukators non può cambiare il mondo", conclude Bruehl, "ma credo che farà discutere il pubblico ovunque sarà visto, così come è successo in Germania. Gli spettatori dovranno calarsi nei panni dei nostri personaggi e domandarsi: che cosa farei io al loro posto? Da che parte starei?" www.caffeeuropa.it

Il resoconto sull'evento MediaDemocracy and Telestreet, Networking Free TV, che si e' svolto dal 14 al 16 luglio 2004 presso la Muffathalle di Monaco di Baviera (Germania). di Tatiana Bazzichelli Dopo la denuncia alla Telestreet Disco Volante di Senigallia è quantomai importante riflettere e diffondere argomenti come la democrazia mediatica, la comunicazione libera e indipendente, il mediattivismo. L'evento a Monaco, nato con l'intento di portare queste tematiche anche all'estero, riflettendo sul caso italiano e sul futuro della nostra democrazia, nonche' sul fenomeno telestreet e sulle forme di attivismo mediatico italiano, sembra aver dato i suoi frutti. Facendo una ricerca in internet con google, si vede che l'evento e' stato veramente chiacchieratissimo e diffuso a livello internazionale e cio' dimostra che al di la' del nostro orticello c'e' grosso interesse per quello che facciamo in Italia e soprattutto diffusa sensibilita' per quanto riguarda la nostra - direi tristemente paradossale - situazione mediatica e politica. L'istituzione che ha promosso l'evento, la Bundeszentrale für politische Bildung/bpb, che in Germania si occupa dell'aspetto educativo e culturale della politica nazionale, si e' dimostrata attenta alla questione e diciamo..."siamo stati trattati bene". L'Evento, ha coinvolto direttamente i collettivi Candida TV, Minimal TV, New Global Vision, la telestreet Disco Volante TV di Senigallia, il progetto P2P FightSharing, Rekombinant e infoAccessibile e indirettamente la scena delle Telestreet e del mediattivismo italiano. L'exhibition e' durata tre giorni presso lo spazio della Muffathalle di Monaco (veramente ben organizzato - forse un po' meno a livello di pubblicizzazione locale dell'evento - ma con un ambiente piacevole e tutte le strutture a disposizione). Li' abbiamo mostrato i video-dvd dei progetti coinvolti e una densa raccolta di video del circuito Telestreet (da Orfeo TV a InsuTV a SpegnilaTV...), che il collettivo NGV ci ha preziosamente fornito. I video di Disco Volante TV, Minimal TV, Candida TV, P2P-Fughtsharing, erano visibili su alcune postazioni corredate da sedie gonfiabili per rendere la visione piu' confortevole, mentre su grande schermo a parete era visibile la raccolta delle telestreet e altri video sul mediattivismo. In particolare, mi preme sottolineare che la postazione di Candida tv (e anche la raccolta su grande schermo) presentava il video Supervideo G8, con tutto cio' che e' successo a Genova nel 2001. Con tanto di sottotitoli in inglese, ha reso molto chiaro che situazione si e' vissuta in quei giorni e ci e' sembrato decisamente importante riproporre quel contributo in una citta' europea come Monaco. Il pubblico e' stato molto interessato, soprattutto al fattore storico italiano, che abbiamo ricostruito mostrando il film su Radio Alice di Chiesa la sera del 15 luglio. Durante la giornata del 15, si e' svolto il convegno sempre presso la Muffathalle, che ha visto gli interventi di Enrico Bisenzi di infoAccesisibile, Giacomo Verde di Minimal TV, otted di NGV, Agnese Trocchi di Candida TV, Matteo Pasquinelli di Rekombinant. Qui ci sono un po' di testi degli interventi: Enrico Bisenzi: http://www.infoaccessibile.com/Iway2web/ Giacomo Verde: http://www.minimaltv.cjb.net Matteo Pasquinelli: http://www.rekombinant.org/media-activism/Free_Media_in_Italy.pdf.zip http://www.rekombinant.org/media-activism Al termine della conferenza, abbiamo cercato di mantenere un vasto spazio per il dibatitto, che ha coinvolto direttamente anche Fabrizio Manizza di Disco Volante TV, il quale ha parlato diffusamente del concetto di Telestreet e del caso Senigallia anche durante l'opening dell'exhibition il giorno precedente (mostrando insieme ad Agnese, diversi video sulle Telestreet e il video "Barriere" di Franco Civelli che ha vinto il premio giornalistico Ilaria Alpi). Il dibattito e' stato forse il momento migliore di tutto l'evento, perche' ha permesso di confrontarsi su certe questioni, dalla legale all'ecnomico-finanziaria, coinvolgendo anche il pubblico. MediaDemocracy and Telestreet e' stato interessante non solo come esperienza "professionale", ma soprattutto come esperienza umana, perche' effettivamente ci siamo anche divertiti e la citta' di Monaco si e' dimostrata ospitale (anche se un po' poco "dentro" un certo tipo di tematiche, come lo potrebbe essere invece una citta' come Berlino, in cui la sperimentazione e' all'ordine del giorno). Con Alexandra Weltz, che ha organizzato l'evento insieme a me, abbiamo realizzato alcune interviste ai partecipanti e contiamo di fare un video sull'evento da far circolare in Italia e fuori. Ho realizzato una serie di foto che pubblichero' presto nel sito di AHA (http://www.ecn.org/aha/telestreet.htm) e inanto vi mostro queste: http://italy.indymedia.org/news/2004/07/589559.php realizzate durante l'azione di Candida tv (macchina+supervideo) presso il Goethe Institut, sempre nell'ambito di Va Bene: Understanding Italy, l'evento in cui MediaDemocracy and Telestreet era inserito. Sono stati serviti come "cibo mediatico" diversi tramezzini contenenti pezzi di giornali italiani dicendo: Das die Italiener essen mussen (cio' che gli italiani devono mangiare) e Wollen Sie probieren? (vuole provare?) La cosa assurdo-divertente e' che gli ospiti al convegno hanno veramente mangiato i tramezzini!! Pare che il cibo mediatico italiano sia stato digerito anche dai tedeschi!! Concludendo, ringrazio tutti coloro che hanno partecipato di persona all'evento e coloro che sono stati con noi a livello trasversale: il collettivo di new global vision che ci ha fornito gran parte dei video sulle telestreet e naturalmente tutto il circuito telestreet. nfine, Alexandra Weltz che e' stata un'ottima compagna nell'organizzare il tutto :-) Tatiana Bazzichelli www.radioalice.org/nuovatelestreet

La fame viene dal cielo Milioni di locuste mettono a repentaglio i raccolti del Sahel africano. Lasciando senza cibo la popolazione rurale 29 luglio 2004 - A volte lo spettro della fame si presenta sotto le sembianze di un animaletto di appena due grammi, le ali sottili come carta da zucchero e la capacità – quando vola in sciame con i suoi simili – di oscurare il cielo per diversi chilometri. Lo sanno bene le comunità rurali del Sahel africano, la fascia climatica e territoriale che separa il deserto del Sahara dalle grandi foreste pluviali del tropico del Cancro. Milioni di persone hanno passato gli ultimi mesi con la preoccupazione di vedersi i campi invasi delle micidiali locuste del deserto, capaci di distruggere interi raccolti e affamare la popolazione. Già in ottobre, quando piccole chiazze in movimento erano state registrate sui radar e sui satelliti nei cieli di Senegal, Mauritania, Mali, Niger e Sudangli esperti avevano lanciato l’allarme: milioni di locuste, divise in singoli sciami incontrollabili, stavano per invadere i rari campi di grano delle regioni pre-desertiche che andavano dai porti maghrebini sull’Atlantico a quelli sudanesi sul Mar Rosso. Squadre anti-locuste erano allora accorse spruzzando una sostanza chimica pesticida, unica arma a disposizione dell’uomo contro questa pioggia di insetti venuti dal cielo. Ma nelle ultime settimane il problema si è ripresentato, imponendo agli organi competenti di elargire grosse somme di denaro per prevenire una potenziale catastrofe ai danni popolazione, flora e fauna nel raggio di un’area che supera i 5 mila chilometri di lunghezza. L’ultima piaga di simili proporzioni era stata registrata 15 anni fa. Il problema è ancora più grave se si pensa che l’agricoltura del Sahel, soprattutto di quello settentrionale, soffre da sempre di problemi legati alla siccità o all’avanzata del deserto. E l’arrivo delle locuste, nemiche numero uno delle piantagioni, coincide con quello delle tanto agognate piogge, indispensabili per un buon raccolto. E per uno stomaco pieno. L’emergenza ha mobilitato in questi giorni i ministri di Rabat, Niamey, Bamako, Nouakchott, Dakar, N’Djamena, Tripoli e Tunisi chiamati a rappresentare i paesi più colpiti o minacciati, che si stanno incontrando ad Algeri per stabilire un piano d’azione. La somma necessaria a far fronte alle emergenze potrebbe aggirarsi intorno agli 80 milioni di dollari, forse più. Il prezzo per non morire di fame. Secondo gli esperti non esiste battaglia contro le locuste. Solo prevenzione. Poco sembra potere l’uomo contro un essere che divora ogni giorno l’equivalente del proprio peso e che ha nella moltitudine la sua forza micidiale. “Bastano poche ore a uno sciame di media grandezza, per spazzare via quello che 2500 persone mangiano in un giorno”, rivela il californiano Keith Kressman dagli uffici della Fao a Roma. Da 17 anni Kressman studia piani di prevenzione per impedire alle locuste di arrecare danni alle risorse agricole dei paesi cosiddetti ‘in via di sviluppo’. “In Africa esistono diverse specie di locuste – continua lo statunitense – quella rossa nell’Africa orientale e meridionale, quella marrone in Sudafrica e quella migratoria in diverse parti del continente. Tuttavia, nessuna è micidiale come la locusta del deserto, che colpisce i paesi del Maghreb e quelli del Sahel”. Uno dei problemi, secondo lo studioso, sembra essere l’incredibile capacità riproduttiva delle piccole divoratrici alate, terrore dei contadini dalla notte dei tempi. ”Vivono solo tre mesi – continua Kressman – ma le femmine depongono le uova tre volte nel corso della loro breve vita. La media è di 10-16 nascite per ogni schiusa. Questo vuol dire che ogni locusta femmina può darne alla luce oltre 40. A questa media gli sciami arrivano a decuplicarsi nel giro di pochissimo tempo.” Sono le piogge particolarmente intense causate da anomalie climatiche – spiega l’esperto della Fao - a fare da veicolo agli sciami di cavallette, capaci di ricoprire con la loro presenza interi paesi. "Lo scorso anno si è verificato un fatto singolare nella fascia di terra che corre dal Senegal settentrionale al Marocco. In quella zona cade di media solo 1 millimetro d’acqua all’anno. Nel giro di appena due giorni ne sono caduti 100. Ore dopo, sui grafici satellitari, alcune chiazze impazzite ricoprivano addirittura duemila chilometri di terra in prossimità dell’Oceano Atlantico. Erano locuste". Al momento gli sciami stanno minacciando le regioni settentrionali di Mali e Mauritania, mettendo a repentaglio la vita di intere comunità. Che ora sperano nella conferenza di Algeri e in un piano di prevenzione contro gli insaziabili insetti portati dalla pioggia. Pablo Trincia www.peacereporter.net

Chip sottopelle per gli ospedali L'amministrazione USA sempre più vicina a dare il via libera al VeriChip, chippotto di identificazione per umani, ormai richiesto in diversi paesi - News - New York (USA) - Non è ancora l'ok definitivo ma per VeriChip il mercato americano sta rapidamente schiudendosi grazie ad un secondo via libera accordato ieri dalla severa Food and Drug Administration - FDA americana. Opinioni e commenti Scrivi nuovo | Leggi (113) Tanto per buttare benzina sul fuoco... Se a loro fa piacere... già che ci siamo..... In pratica FDA dovrebbe presto dare l'ok definitivo all'utilizzo del chip sottopelle negli ospedali a scopo di identificazione e autorizzazione. Come noto, VeriChip è un prodotto lungo 11 millimetri che viene impiantato nel braccio e che contiene un tag RFID, un radiochip che si attiva quando è nei pressi di appositi scanner che lo "leggono" e che consegna alla rilevazione i dati che sono stati inseriti, in primis l'identità del "portatore". L'impianto avviene mediante iniezione che deposita il chip nel braccio avvolgendolo nel "biobond", una sorta di gelatina di isolamento che consente a VeriChip di agganciarsi ai tessuti. Di recente VeriChip era salito agli onori delle cronache per l'uso intensivo che se ne sta facendo negli uffici del procuratore generale messicano. Ma dal 2001 ormai la casa produttrice, Applied Digital Solutions, sta lavorando perché l'impianto non scandalizzi e si sviluppi un approccio favorevole alla diffusione della tecnologia. In questo senso va letto il Giorno dell'impianto lanciato da una discoteca spagnola per i suoi frequentatori più assidui. Sul piano tecnico, VeriChip viene letto da scanner fissi, che possono essere posizionati a diversi metri di distanza dal portatore, o da scanner manuali, che di converso devono trovarsi a distanza ravvicinata. Oggi il chip è "dormiente" fino a quando non si avvicina ad uno degli scanner dedicati e FDA dovrà stabilire in quale modo dovranno essere gestite negli ospedali le informazioni contenute nel chip. Nelle sue varie versioni, evidentemente, VeriChip può consentire l'accesso ad aree riservate o persino servire quale strumento per le transazioni. In futuro, Applied ci sta lavorando, ne sarà prodotta una versione contenente un sistema GPS in grado di localizzare il portatore. FDA in queste settimane approfondirà gli aspetti relativi alla privacy, la questione forse più delicata sollevata dagli impianti che è stata non a caso recentemente affrontata dal Garante della privacy italiano, Stefano Rodotà, nella relazione annuale dell'Autorità. punto-informatico.it

Conversazione con Tiziano Terzani Nel ricordo di uno dei più grandi giornalisti, proponiamo un'intervista a Tiziano Terzani pubblicata nel libro Regaliamoci la pace a cura di Federica Morrone: "Una rana dal fondo di un pozzo guarda in su e crede che quel che vede sia tutto il cielo; se l'umanità è la rana, chi ha costruito il pozzo? Riusciremo mai a vedere il cielo nel suo splendore?" Federica Morrone: Ci hai regalato il tuo “Lettere contro la guerra”, invitandoci a riflettere, fermarsi, capire; tu stesso lo hai fatto insieme a noi. Oggi rischiamo ancora una volta che un’assurda volontà di guerra finisca con il distruggere il pianeta. In tanti, lottando per la pace, proviamo talvolta una sensazione di impotenza. Pur comprendendo le ovvie ragioni del potere, ci chiediamo ingenuamente perché i “grandi” del pianeta continuino a restare accecati dal dominio politico ed economico e non vedano quello che è evidente: non c’è futuro per nessuno se non si riapre un dialogo di pace. Insomma, parafrasando un vecchio proverbio cinese che a te piace molto e dice “una rana dal fondo di un pozzo guarda in su e crede che quel vede sia tutto il cielo”: se l’umanità è la rana, chi ha costruito il pozzo e soprattutto riusciremo mai a vedere il cielo nel suo splendore? Tiziano Terzani: Questa è una domanda difficile (si ferma qualche istante a riflettere). In verità i potenti sono anche quelli che noi eleggiamo; e forse, quando andiamo a votare rappresentiamo il nostro lato peggiore, costruendo il pozzo anche con la complicità dei politici. Dovremmo essere certi che chi eleggiamo non ci coinvolga in una guerra (si accarezza la barba fermandosi ancora qualche secondo). Dentro di noi c’è tutto, noi siamo quello che siamo e il contrario. Anche per me è così. Potrei sembrare un vecchio innocuo, buono, pulito, un babbo natale con la barba bianca. In realtà dentro di me c’è anche un assassino, un ladro, un adultero, però tutto questo è controllato dalla coscienza. La vita è fatta dagli opposti. L’equilibrio degli opposti è la vita. L’assurdità del mondo di oggi, specialmente quello occidentale che è sempre stato in qualche modo monoteista, è l’idea che bisogna far fuori uno di questi affinché l’altro predomini. C’è nella natura umana qualcosa che ci porta a fare il contrario di quello che siamo, così ogni tanto prevale il nostro opposto. In realtà tutti desideriamo le stesse cose, se ci parlassimo davvero per bene sarebbe facile comprenderlo. Eppure succede che in alcune fasi storiche predomini soltanto il contrario di quello che vogliamo. Forse non riusciamo a tenere a bada l’altra parte di noi. Lo dico anche per la mia innominabile concittadina che ha avuto questo enorme successo con la sua rabbia meschina e il suo orgoglio mal riposto. Un tale evento, dimostra che l’uomo ha dentro di sé anche un cane che tiene in qualche modo a bada, ma se qualcuno gli grida “dai lascialo libero” quello va a mordere tutti. Io dico: mettiamo la museruola al cane, l’innominabile concittadina dice: sguinzagliamolo. Secondo me bisogna ritornare ai primordi di tutta la filosofia, alla domanda di fondo: “chi siamo?”. Se riuscissimo non dico a rispondere, il che è impossibile, ma a fermarci per domandarci più volte chi siamo, capiremmo che non siamo il nostro nome, non il nostro corpo, non la nostra storia. E forse saremmo in qualche modo capaci di far prevalere tra il bene e il male quello che ci è più comune. Quello che non ci separa ma ci unisce. Non voglio sembrare troppo indiano, perché non è così, ho solo recepito alcune cose per osmosi vivendo in una certa civiltà da tanto tempo. Credo però sia importante avere più fiducia in quello che siamo. Sai, molte religioni dicono che Dio ha fatto l’uomo a sua immagine e somiglianza. Forse è l’uomo che ha fatto Dio a sua immagine e somiglianza, perché lo immagina un po’ come lui. Dovremmo invece credere che noi siamo espressione del divino. Non di un divino con la barba, buono, cattivo, che punisce colui che sbaglia, ma un divino molto più alto. Una delle ragioni che mi ha portato a vivere nell’Himalaya, facendomi scegliere la solitudine, è una sensazione fortunata, che provo ogni tanto. Sento che la mia vita, quella piccola vita nata a Firenze nel 1938, cresciuta, andata a scuola, che ha scritto tre librini, non è quella che conta, ma fa parte di una vita molto più grande, stupenda, dentro l’universo, il sole, le montagne, gli alberi. Quando mi sento in mezzo a questo, ogni contorno assume un’altra dimensione. Se tutti percepissimo in noi questa grandezza, se attingessimo a questa fonte che abbiamo dentro, se ci sentissimo parte di una grande cosa, la piccolezza della quotidianità ci parrebbe ridicola. Vedremmo anche con più ironia il nostro essere su questa terra e proveremmo più compassione nei confronti del prossimo. La rana in fondo al pozzo, guarda e pensa che il mondo sia solo quello. Chi ha costruito il pozzo? Forse l’altra parte della rana, l’altra parte di noi stessi. Ci fa piacere pensare che lo spazio sia limitato, ci sentiamo più al sicuro restando lì, dentro al nostro pozzo, lo conosciamo. Invece il bello del mondo è che è enorme, vario, è che c’è tanto di bello, ma bisogna avere un po’ di coraggio per scoprirlo. Abbiamo scavato il pozzo e tutta la vita, se ci pensi bene, non facciamo che costruirci gabbie, un po’ per sicurezza, un po’ per paura. Le abitudini, il modo di reagire alle cose: tutte gabbie dove ci chiudiamo tranquilli a fischiettare. Non che le gabbie siano nell’insieme inutili, anzi alcune, come la legge, sono necessarie, ma dobbiamo renderci conto del perché le facciamo e quanto possono essere anche costringenti. Forse per guardare il cielo nel suo splendore dobbiamo semplicemente guardarlo stando insieme. Brano tratto dal libro Regaliamoci la pace a cura di Federica Morrone, Bologna, Edizioni Nuovi Mondi, 2002

CHILE 30/7/2004 1:11 FIGLIO DI PINOCHET ARRESTATO PER FRODE FISCALE Politics/Economy, Brief Il figlio maggiore dell’ex-dittatore cileno Augusto Pinochet è stato arrestato ieri per un presunto caso di frode fiscale. Augusto Pinochet Hiriart - questo il nome dell’imputato - è stato tratto in arresto a Santiago e poi trasferito per un primo interrogatorio a Curicó, 201 chilometri a sud della capitale, tribunale da cui è partita la causa. I fatti risalgono a maggio 2003 e si riferiscono all’emissione di fatture false di acquisto e vendita di autovetture da parte di Pinochet junior, che in passato ha cercato anche di diventare deputato per il partito di destra ‘Rinnovamento nazionale’ e ha lanciato una marca di alcolici con il suo nome. La reclusione del figlio dell’ex-dittatore è avvenuta mentre a Santiago del Cile il Servizio delle imposte interne (Sii) confermava di star indagando sulla situazione del padre, che per anni ha mantenuto moltissimi conti segreti nella Riggs Bank degli Stati Uniti. Si sospetta che una rilevante somma di denaro custodita tra il 1994 e il 2002 in quell’istituto bancario sia di provenienza illecita. misna.it

L'altra metà del Jihad di Sherif El Sebaie Si parla – anche troppo - di Bin Laden, ma chi parla di sua sorella? Ben poco si dice dell’attivismo e della militanza femminile musulmana, eppure esiste ed è più attiva che mai. Perché? Come si spiega la velocissima diffusione del velo tra le giovani? Quali sono le tecniche femminili per diffondere una visione fondamentalista dell’Islam? Qual è il ruolo delle sorelle Bin Laden a sostegno del credo politico-religioso del fratello? Quali sono i precedenti della donna “combattente” nella storia islamica? Molte risposte in questo articolo-inchiesta. Gerusalemme: donna kamikaze. 6 morti, decine di feriti (12 aprile 2002). Haifa: donna kamikaze in un ristorante: 19 morti (4 ottobre 2003). Cecenia: donna kamikaze si fa esplodere: oltre 20 morti e decine di feriti (14 maggio 2003). E chi non si ricorda il commando femminile del teatro di Mosca e tanti, tantissimi altri casi eclatanti? Da quando ci fu il primo caso di una donna-kamikaze, nel 1985 (una ragazza sciita di 16 anni, Sana Mhaydaleh, che si fece saltare in Libano ad un posto di blocco israeliano), non sono mancati casi in Cisgiordania, Israele, Cecenia ecc. Hanan Ashrawi, già portavoce della delegazione palestinese ai negoziati di Washington e portavoce della Lega Araba, dichiarò - subito dopo il primo attacco “femminile” - in un’intervista all’Unità: “Mi addolora ma non mi sorprende. È il segno della condizione di sofferenza, di frustrazione, di rabbia a cui sono giunti i palestinesi, tutti i palestinesi. Una sofferenza che accomuna donne e uomini. Ed oggi, mi creda, non c’è un uomo o una donna palestinesi che non siano disposti a battersi, anche a costo della propria vita, per combattere l’oppressione israeliana”. Il commando ceceno invece era costituito da vedove che hanno perso mariti e figli durante la feroce repressione russa della Cecenia. Il ruolo della donna nella militanza islamica quindi torna prepotentemente sulla scena… Strategia militare, emancipazione, condizionamento mentale, fervore politico o il richiamo del Jihad? I ritratti che si fanno delle donne-kamikaze sulla stampa occidentale sono quasi sempre concordi nell’avanzare l’ipotesi - se non la certezza senza ombra di dubbio - che se quelle donne hanno compiuto un gesto simile è perché, o erano instabili mentalmente, oppure perché sono state costrette dai propri mariti, o fratelli (parenti maschi insomma), a lavare, in quel modo, l’onta delle loro “colpe” riscattando se stesse e le proprie famiglie. In alcuni casi si è perfino parlato di un’operazione di compravendita in cui l’oggetto dello scambio era la futura kamikaze. Ma la donna-kamikaze è l’ultima espressione di un mondo fatto di militanza, attivismo politico, tutto femminile. Un’ interpretazione simile a quella dei giornali è condizionata dal punto di vista tutto occidentale che vede nella donna musulmana una creatura-oggetto, succube, senza diritti e totalmente assoggettata alla volontà maschile. Una visione che si è fermata, in termini di aggiornamento sulla condizione femminile in Medio Oriente, ai racconti delle Mille e una notte. In realtà però, si tratta di un punto di vista puramente propagandistico e assolutamente fuorviante. Propagandistico perché ormai è palese che la cosiddetta “liberazione della donna musulmana” è una motivazione spesso usata per giustificare qualche intervento militare “umanitario” agli occhi dell’opinione pubblica occidentale. Lo si è fatto in Afghanistan (dove le donne afghane vivono tuttora come prima) e si è tentato di farlo anche in Iraq, se non fosse per il fatto che l’Iraq era l’unico paese arabo laico con una donna in seno al proprio Consiglio Rivoluzionario. Ma questa non è una novità, chi sa qualcosa della storia del colonialismo europeo - in particolare britannico - nel Medio Oriente sa benissimo che anche l’establishment androcentrico vittoriano, lo stesso che escogitò teorie antifemministe e irrise ai movimenti di emancipazione delle donne all’interno dell’Inghilterra, si appropriò del linguaggio femminista come un’arma, utile al colonialismo, da puntare contro uomini appartenenti a culture diverse. In altri termini, già in passato l’idea dell’oppressione delle donne nelle società islamiche colonizzate o in quelle oltre il confine dell’Occidente “civilizzato” venne usata retoricamente dal colonialismo occidentale per rendere moralmente giustificabile il suo progetto di smantellamento delle culture dei popoli soggiogati. Per fare un esempio, basterebbe ricordare che il campione dell’abolizione del velo ai tempi del protettorato britannico in Egitto e il fautore della superiorità della società occidentale in materia femminile (e non solo), Lord Cromer, fu lo stesso Lord Cromer che limitò l’istruzione femminile in Egitto (in particolare nel settore medico, restringendo la durata della scuola di medicina per donne - che era pari a quella degli uomini - ai soli corsi di ostetricia) e uno dei fondatori, in Inghilterra, della Men’s League for opposing Women’s Suffrage (Lega maschile contro il voto alle donne), assumendone addirittura la presidenza. Da chiunque fossero propugnate quindi, le idee del femminismo occidentale servivano essenzialmente a giustificare moralmente l’aggressione alle culture locali e l’idea della superiorità generale dell’Occidente. Forse è ora di riconoscere quindi che anche il femminismo fungeva e funge tuttora da ancella del colonialismo. La propaganda giornalistica occidentale in materia femminile risulta quindi fuorviante, perché ci distoglie da una realtà molto importante: la donna musulmana può diventare – quando lo vuole – una militante estremamente efficiente, contribuendo personalmente alla diffusione di un punto di vista rigidissimo della religione e della società, educando intere generazioni ad accettarlo. E questa è una tendenza tornata assai di moda ultimamente. Negare ciò significa sottovalutare il ruolo di più di metà della società islamica nello scenario geopolitico odierno in nome di una visione orientalistico-esotica che - stranamente - in questo caso si rivela più maschilista degli accusati. Molte donne musulmane, di propria volontà, dedicano la loro vita alla diffusione di una visione rigorosa dell’Islam. E questo ruolo lo possono condurre in un modo molto meno sensazionale dell’azione militare, con una paziente e lunga opera di propaganda (a favore del velo per esempio). È così (e non attraverso la costrizione maschile come pensa erroneamente qualcuno) che intere società femminili senza velo, si trasformarono – in meno di un decennio – in società completamente velate che procedono di buon passo verso l’adozione del velo integrale (niqâb). Perfino in Italia c’è stato il caso di Barbara Farina, moglie del famigerato "Imam di Carmagnola": prima donna italiana ad ammettere pubblicamente il proprio rapporto poligamico, prima donna italiana ad esibirsi con il niqâb ma anche una fervente militante che diffondeva le sue convinzioni tramite una rivista denominata “Al Mujahidah” (La combattente). Ma Barbara Farina non è una novità in questo senso. Molte donne musulmane inventano sistemi per diffondere la propria visione dell’Islam. Il metodo più efficiente è quello di organizzare lezioni di religione e teologia a cui invitare vicine e parenti. Idea questa diffusa in Arabia e poi esportata nel resto del mondo arabo. Carmen Bin Laden, ex-moglie del fratello di Osama Bin Laden, Yeslam, riferisce per esempio nell’intervista da lei rilasciata sull’ultimo Dvd proposto dall’Espresso in edicola che “le sorelle (di Bin Laden, ndr) avevano sempre rigorosamente seguito le regole dell’Islam nel loro comportamento e stile di vita. Alcune di loro avevano creato una scuola per i loro figli e i figli dei fratelli con lo scopo di iniziarli meglio alle norme dell’Islam”. Nel suo libro invece, Il velo strappato, racconta: “Un pomeriggio Sheikha mi invitò a uno dei suoi seminari sulla religione. Le sorelle prescelte entrarono in salotto e ascoltarono in silenzio una studiosa di teologia che interpretava passi del Corano. Potevo capire quali di loro fossero le più fanatiche: indossavano guanti neri e pesanti, nonostante il gran caldo di Jeddah. Inoltre, sebbene in casa fossimo tutte donne, alcune tenevano comunque il capo coperto. Mostrare una religiosità tanto accesa dava grande potere alle donne Bin Laden, soprattutto a quelle più anziane”. Il quadro che Carmen traccia della società femminile saudita con cui ha lungamente convissuto è assai preciso e ribalta come un castello di carte tutta la costruzione che vede nella donna musulmana una vittima della rigida applicazione della religione islamica da parte dei maschi: “Rafah e le altre cognate erano convinte di tenere la verità in pugno. Consideravano quella dell’Occidente una cultura amorale e decadente sull’orlo del collasso”. “Erano persuase che, in materia di religione, non si fosse mai troppo severi”. “Erano soprattutto le giovani donne a preoccuparmi (…). Portavano i guanti, le calze nere e chiedevano ancora più restrizioni”. Ma nonostante queste preziose dichiarazioni sul fenomeno, Carmen Bin Laden fornisce un’interpretazione che ricalca la visione occidentale della donna musulmana vittima del clima di restrizioni imposto in Arabia Saudita, dimostrando di aver capito ben poco della realtà femminile islamica. Non mancano i paesi dove non vigono le leggi saudite e dove alle donne non è imposto nessun obbligo (compreso quello del velo), eppure le loro reazioni sono uguali. A queste donne infatti – se avessero voluto - non mancava il coraggio per cambiare il mondo in cui vivevano. Ed è la stessa Carmen ad affermarlo: “In realtà Sheikha e Rafah di coraggio ne avevano ma lo incanalavano tutto nella ferrea ortodossia”. E il coraggio portava ben lontano, fin in Afghanistan: “In verità, tutte le donne Bin Laden pregavano. Tra le più ortodosse c’era Sheikha, quasi una controparte femminile di Osama. Era molto ammirata dalle sorelle più giovani. Persino le madri la consideravano una specie di guida spirituale soprattutto da quando aveva incominciato a collaborare con Osama, distribuendo in Afghanistan gli aiuti sauditi”. Secondo Renda Habib, dell’agenzia France Press (Giordania), una delle sorelle di Bin Laden creò addirittura un campo di addestramento in Afghanistan: “Almeno tre di loro (militanti intervistati, ndr) parlarono di un campo gestito da una sorella di Osama Bin Laden. Chiesi loro se fosse riservato unicamente ai maschi arabi. Ma mi dissero che c’erano anche delle donne fra le reclute e che l’addestramento era sotto la diretta responsabilità di una sorella di Osama Bin Laden”. Altre due sorelle di Bin Laden, Huda e Iman, diventarono membri del consiglio di amministrazione di una banca ritenuta legata ad al-Qa'ida. Queste “rivelazioni” non suscitano clamore, sorpresa o interrogativi se non nel profano che ben poco conosce della realtà femminile delle società musulmane, ovvero in chi crede ancora alla favola delle odalische che si immolano ad un cenno del califfo. Chi ha studiato la storia della donna nell’Islam sa benissimo che ciò che succede oggi non è altro che il proseguimento di una realtà ben radicata nella società araba: l’attivismo religioso e politico (non è forse ad ‘A’isha, moglie prediletta di Maometto, che si riconduce il corpus più consistente della tradizione di Maometto su cui si basa anche la legge islamica?), il contribuire allo sforzo di natura militare, era una delle attività a cui le donne dell’epoca preislamica e del primo Islam partecipavano pienamente. Assistevano i feriti, incoraggiavano gli uomini con canti e componimenti, prendevano parte ai combattimenti. Durante le battaglie di Maometto contro i suoi nemici meccani, esse svolsero su ambo i fronti tutti e tre i ruoli. Il coraggio di Umm Umara (madre di Umara), che combatté nella battaglia di Uhud assieme al marito e ai figli dalla parte dei musulmani, era diventato leggendario. Il suo coraggio e la sua abilità con le armi fecero dire a Maometto che si era battuta meglio di molti altri uomini. Umm Umara continuò a combattere durante la vita di Maometto e anche in seguito, finché perse una mano nella battaglia di Uqraba (634). Ma non fu certo l’unica: Umm Hakim eliminò da sola sette soldati bizantini nel corso di una battaglia. E si racconta addirittura di interi battaglioni di donne che partecipavano ai combattimenti. Nel resoconto di una spedizione contro un porto persiano si riferisce che le donne, guidate da Azdah Bint Al Harith “trasformarono i loro veli in bandiere e marciando in assetto militare verso il campo di battaglia furono scambiate per rinforzi freschi contribuendo così alla vittoria nel momento decisivo”. La partecipazione delle donne ai combattimenti era una pratica assai normale se la setta dei Kharigiti (ex partigiani del califfo 'Ali che uscirono - di qui "Kharigiti", da kharaja = "uscire" - dai suoi ranghi dopo che egli, nel 657, ebbe accettato un arbitrato con il governatore della Siria Mu'awiya anziché combatterlo in armi, ndr) né formalizzò il ruolo, stabilendo che il jihad era un dovere sia per gli uomini che per le donne. Gli ortodossi invece erano contrari alla partecipazione femminile ed esponevano nudi i cadaveri delle donne cadute nelle loro battaglie contro i Kharigiti. Questa strategia, a lungo andare, raggiunse l’effetto di ritirare le donne dal campo di battaglia. Ma oggi, più di millequattrocento anni dopo, gli ortodossi sembrano aver cambiato opinione e le donne, seppur silenziosamente, sono tornate alla carica. Sherif El Sebaie sherifelsebaie@hotmail.com www.aljazira.it

È morto Tiziano Terzani, raccontò l'Asia e la tolleranza di red. È morto Tiziano Terzani, giornalista e scrittore di grande spessore, celebrato anche a livello internazionale. Terzani è stato dal 1971 il corrispondente dall’Asia del prestigioso settimanale tedesco Der Spiegel. Tiziano Terzani, nato a Firenze nel 1938, si era trasferito in Asia con la moglie, la scrittrice Angela Staude e con i due figli. Poliglotta (conosceva 5 lingue) e due volte laureato, ha vissuto tra Singapore, Hong Kong, Pechino, Tokio e Bangkok. Ha battuto l’Asia in lungo e il largo, descrivendo la molteplicità della cultura asiatica, raccontando storie di pace e, soprattutto, di guerra. Era uno dei pochi a essere rimasto a Saigon nel 1975, anno in cui i comunisti conquistarono il potere. Pubblicò su quegli eventi un libro, «Giai Phong! La liberazione di Saigon», premiato in America come Book of the Mounth. Celebri anche le cronache dalla Cambogia, raccolte in «Holocaust in Kambodscha» (1981). Terzani fu uno dei primi giornalisti a stare sul campo dopo l’intervento vietnamita. Penna raffinata, eccelso narratore, ma anche personalità sgradita. È ancora ben ancorata nella memoria di molti la sua espulsione dalla Cina, per attività controrivoluzionarie. Una motivazione che nel gergo di regime altro non significa che scarsa adesione alla propaganda comunista. Anche su questo tema Terzani produsse un ottimo libro, «La Porta Proibita» (1985). Il giornalista fiorentino è stato anche osservatore attento e scrupoloso del disfacimento dell’impero sovietico. Il suo libro dedicato all’implosione del sistema russo, «Buonanotte signor Lenin» (1992) è stato selezionato in Gran Bretagna per il Thomas Cook Award, riconoscimento di fama internazionale dedicato ai reportage di viaggio. Ma probabilmente il suo capolavoro è stato «Un indovino mi disse» (1995), resoconto di un anno di viaggi e di cronache asiatiche in cui il giornalista non ha mai preso l’aereo. Un giornalismo d’altri tempi, la resurrezione del romanticismo e del gusto del viaggio, del particolare, del piacere ormai fuori moda offerto dal percorrere le strade polverose dell’Asia, di villaggio in villaggio. Tiziano Terzani è stato insignito nel 1997 del premio «Luigi Barzini», massimo riconoscimento italiano per inviati speciali. Basta scorrere la lista dei vari vincitori (Ettore Mo, Enzo Biagi, Barbara Spinelli, Bernardo Valli), per capire di quale gotha Terzani era entrato a far parte, con gran merito. Negli ultimi anni Tiziano Terzani è stato in prima linea nel contestare la riaffermazione dei venti di guerra, della lotta contro il nuovo Altro, cioè l’islamismo. Terzani ha scritto «Lettere contro la guerra», un lavoro che ha avuto un piacevole ritorno di pubblico e che sintetizza inequivocabilmente le sue posizioni. Tra l’altro Terzani è entrato in polemica con Oriana Fallaci, dopo la virulenta critica al mondo islamico, innescata dalla scrittrice con l’uscita di «La rabbia e l’orgoglio». Terzani le ha risposto a modo suo, con classe, senza mai scadere in inutili improperi e accuse senza fondamento. E lo ha fatto con un lungo articolo, «Lettera da Firenze», risposta alla «Lettera da New York» della Fallaci, pubblicata dal Corriere della Sera il 29 settembre del 2001. unita.it

L'ULIVO LOMBARDO LANCIA LE PRIMARIE PER LE PROSSIME REGIONALI. L'accelerazione impressa da Prodi alla scelta delle primarie per la designazione del futuro candidato premier sta positivamente influenzando il dibattito dentro i partiti dell'Ulivo. In Lombardia, prima sulla stampa milanese una serie di autorevoli pronunciamenti a favore di una sperimentazione del metodo delle primarie per la candidatura al collegio 3 di Milano nelle prossime elezioni suppletive (rinuncia di Bossi) previste a novembre, poi ieri un importante dibattito nel Coordinamento regionale dell'Ulivo, dove oltre ai segretari regionali e al portavoce Prof. Alberto Martinelli, partecipano in rappresentanza dei CpU il sottoscritto e Mirella Strani. Di seguito riporto il testo completo del comunicato stampa, ma non posso non sottolineare due delle decisioni emerse: la precisa volontà dell'Ulivo lombardo di applicare le primarie alle prossime elezioni regionali e la decisione contestuale di affidare a noi CpU il compito di aprire il percorso partecipativo convocando a settembre esponenti del mondo associativo e dei movimenti, oltre a personalità autorevoli della società. E' evidente che in Lombardia, come penso in tutte le altre regioni, si aprono grossi spazi per la nostra iniziativa e il nostro progetto di Ulivo federato, a partire dall'impegno di attuare a livello regionale il percorso elaborato nel "gruppo Scoppola". Lodevole certamente l'iniziativa delle firme all'appello di Prodi, ma ora credo che l'agenda politica ci chiami ad andare oltre, nella consapevolezza che possiamo e dobbiamo anticipare la fase costituente dell'Ulivo a livello regionale come spinta decisiva anche sulle volontà e sulle scelte nazionali, che come ben vediamo stanno di nuovo registrando il solito paralizzante tiraemolla. Credo che sia anche indispensabile garantire maggiore autorevolezza alla nostra Rete impegnandoci fortemente nel completare la presenza dei CpU in ogni provincia e a dar vita a reti regionali, come tante volte ci siamo detti, spostando il baricentro della nostra attività sul livello territoriale e alleggerendo (senza sguarnirli) il lavoro e la presenza "romana". A tal fine ritengo necessario e urgente fissare per la prima decade di settembre la convocazione del Coordinamento nazionale: le elezioni regionali sono ormai alle porte e non possiamo lasciarci sfuggire questo passaggio decisivo sia per il rilancio della costituente dell'Ulivo sia per la sconfitta definitiva del centrodestra. Un abbraccio ulivista e buone vacanze a tutti! Chicco ----------------------------------- COMUNICATO STAMPA Il 28 luglio alle ore 12 si è riunito il Coordinamento regionale dell'Ulivo lombardo, composto dai segretari regionali dei partiti dell'Ulivo e da rappresentanti delle associazioni dei "Cittadini per l'Ulivo", che ha deciso quanto segue: “il Coordinamento regionale dell'Ulivo ribadisce la grande importanza delle elezioni regionali del prossimo anno, sia per il ruolo della Lombardia sia per il significato che tali elezioni rivestono nel contesto politico nazionale e invita tutti i soggetti politici del centrosinistra ad accelerare i tempi per compiere le scelte necessarie. A tal fine si impegna: 1. a favorire la formazione di un' alleanza elettorale la più ampia, aperta e partecipata possibile, comprendente tutti i partiti, le associazioni e i movimenti che fanno riferimento ai valori e ai progetti del Centrosinistra, e tutti coloro che sono critici nei confronti dell'attuale governo di centrodestra; 2. a dar vita, a partire da settembre, ad un gruppo di lavoro composto dai rappresentanti di tutte le componenti della coalizione e da personalità della società lombarda per la definizione delle modalità di scelta del candidato/a governatore, delle priorità del programma e delle strategie elettorali. A tal fine il Coordinamento regionale dell'Ulivo si dichiara favorevole al metodo delle primarie per la scelta del candidato/a governatore ed impegna la rete dei "Cittadini per l'Ulivo" a predisporre un incontro comune con il mondo delle associazioni e dei movimenti, coinvolgendo anche personalità autorevoli della società . Il Coordinamento regionale dell'Ulivo ritiene che le scelte dei candidati per le elezioni regionali, così come per le comunali di Milano e delle altre città di prossimo rinnovo e per i due collegi milanesi interessati alle suppletive parlamentari, debbano far parte di un'unica strategia coerente, senza strumentalizzazioni delle une rispetto alle altre, garantendo il carattere di massima partecipazione democratica e di massima apertura alla società. Il Coordinamento ha deciso, infine, di promuovere nel mese di settembre un incontro di carattere politico e programmatico con il partito della Rifondazione Comunista. Alberto Martinelli, portavoce Chicco Crippa, coordinatore


luglio 29 2004

Un ponte nel vuoto MASSIMO GIANNINI da Repubblica - 29 luglio 2004 CON il ventiduesimo voto di fiducia, Berlusconi impone all´assemblea di Montecitorio la nuova legge sulle pensioni. In soli 3 anni, la Casa delle Libertà brucia il record che l´Ulivo aveva accumulato in 5 anni: 22 a 20. Sette voti di fiducia all´anno. E non certo per far approvare riforme radicali ma per far transitare senza danni provvedimenti nati per tirare a campare. E ingiunti al potere legislativo non tanto per sanzionare i modesti diritti dell´opposizione, quanto per blindare i fragili doveri della maggioranza. Ha mille ragioni il presidente della Camera Casini, a lamentare l´ennesimo danno inflitto al Parlamento. Ma non è neanche questa, in fondo, la vera "cifra" politica e finanziaria di questo forzoso via libera al nuovo regime previdenziale. Questa presunta "riforma" è solo un ponte. Serve al centrodestra per sopravvivere all´estate, attraversando l´abisso di una crisi che sembrava potersi aprire addirittura prima delle ferie d´agosto. La riforma, un ponte sul vuoto La riforma delle pensioni è invece un ponte sospeso nel vuoto della politica. La Casa delle Libertà, fondata sulla forza originaria e cogente del suo leader, è ormai poco più che una somma di debolezze. Dal suo letto di convalescente, Bossi aveva azzardato l´ultima minaccia: se dagli alleati non arriva il disco verde alla devolution, dalla Lega non arriva nemmeno il disco verde sulla previdenza. Ma anche tra le camicie verdi, esattamente come accade in An e nell´Udc, c´è un´"ala ministeriale" (Maroni e Calderoli) che mal sopporta i richiami della foresta del proto-leghismo padano. Per questo, alla fine, il Cavaliere è riuscito a persuadere Bossi a votare la fiducia. In cambio, gli ha concesso l´impegno a incardinare in aula alla Camera, entro la prossima settimana, almeno l´avvio del dibattito sul federalismo. Per il voto, tutto è rinviato a settembre. Lo stesso orizzonte differito ha prevalso nell´Udc. Follini ha tirato la corda fino al punto estremo. Non voleva e non poteva rompere adesso. Rispetto ai rivali nella sua coalizione, benché le abbia provvisoriamente ripiegate in commissione, congelando i dieci emendamenti al pacchetto riforme istituzionali, non ha affatto ammainato le sue "bandiere". Con la ragionevole certezza di dover contrastare un riassetto costituzionale che se anche passasse all´esame del Parlamento non passerebbe mai al vaglio popolare di un referendum confermativo, è pronto a farle sventolare in aula dopo la pausa estiva. Rispetto ai dissenzienti nel suo partito, non ha rinunciato alla "conta" nel consiglio nazionale di lunedì. Con l´appoggio di Casini che non gli è mai mancato in questi mesi e non gli mancherà in futuro, punta ad uscire da quel test con un chiarimento definitivo, sulla leadership e sulla linea politica. Gli servirà per affrontare lo scontro frontale sul federalismo e sul premierato. Di nuovo, tutto è rinviato a settembre. Fini lascia fare. Lucrata un mese fa la più alta rendita politica e personale, non è riuscito o non ha saputo fare alcun "uso" della cacciata di Tremonti. Forse, viste le cifre del disastro della finanza pubblica che il nuovo ministro del Tesoro ha avuto il merito di portare allo scoperto, si capisce anche il perché. Ma il vicepremier paga comunque la mancata assunzione di responsabilità diretta con un inevitabile appannamento della sua leadership. Che torna gregaria, e appiattita su quella non meno appannata di Berlusconi. Se il premier resiste, resiste anche il suo vice. Se precipita, il vice si deve ricollocare. Anche per Fini tutto è rinviato a settembre. La riforma delle pensioni è anche e soprattutto un ponte sospeso nel vuoto dell´economia. È comprensibile il consenso diffuso che sta riscuotendo il "metodo Siniscalco". Ruota intorno a due perni: trasparenza assoluta con il ceto politico e l´opinione pubblica sui saldi contabili tendenziali, confronto tenace con i sindacati e gli imprenditori sulle misure correttive. Ma il metodo non risolve il merito. E il merito dice prima di tutto che questa nuova legge sulla previdenza non elimina la gobba della spesa, non cancella le iniquità intergenerazionali, e produce effetti pratici solo a partire dal 2008. E in secondo luogo, che l´Italia soffre un pauroso deterioramento dei conti pubblici, e gli italiani si devono preparare a un autunno di feroci stangate, come non se ne vedevano dal remoto ?92. Il Dpef, di cui il Consiglio dei ministri dovrebbe varare oggi le linee di fondo, contiene impegni insieme realistici e proibitivi. È realistico prevedere un abbattimento del rapporto deficit/Pil dal 4,4% tendenziale al 2,7% l´anno prossimo. Ma è proibitivo raggiungerlo accompagnando una manovra secca da 24 miliardi con una riforma fiscale che, secondo Luigi Spaventa, "costa" non meno d´un punto e mezzo di Pil. È realistico rimettersi su un sentiero virtuoso d´abbattimento del rapporto debito/Pil, dall´attuale 106% al 100% nel 2008. Ma è proibitivo raggiungerlo immaginando privatizzazioni per 25 miliardi d´euro all´anno, a meno che lo Stato italiano non voglia cedere la totalità delle quote Enel ed Eni in suo possesso. «L´Italia che ho in mente», come la chiamava il Cavaliere nel 2001, non c´è più. Il sogno azzurro s´è trasformato in incubo. Come in un odioso flashback, torna la povera, mesta Italietta di fine anni ?80, quella che patisce le solite lacrime e il solito sangue. Arriva lo scippetto preagostano sulle seconde case, che prelude a future batoste anche sulle prime. Si risente parlare di ticket sanitari a 4 euro a confezione. Si vocifera d´imposte patrimoniali sulle rendite finanziarie. S´ipotizzano nuovi interventi sulle quattro finestre delle pensioni d´anzianità, senza aspettare lo "scalone" del 2008. Il fantasioso ministro Lunardi si spinge a profilare il pagamento d´un pedaggio automobilistico sui 4.500 chilometri di strade statali. È quasi normale, in un quadro emergenziale da Prima Repubblica, che l´euroscettico Berlusconi adesso abbia in testa una sola via d´uscita: sciogliere i vincoli del Patto di stabilità. «Un cappio al collo di cui dobbiamo liberarci», come ha detto ai gruppi parlamentari forzisti, puntando sulla disponibilità di Francia e Germania, «che stanno esattamente come noi». È l´ultima, clamorosa fandonia del Cavaliere: vuole calare il jolly preelettorale coprendo sgravi e crescita in regime di deficit spending, sfondando la soglia del 3% insieme a Chirac e Schroeder, ma dimenticando che questi signori hanno un debito pubblico che è meno della metà del nostro. Ma è anche l´ultima, disperata illusione del Cavaliere: se anche Parigi e Berlino gli accordassero la deroga, l´Italia otterrebbe un salvacondotto dalla nomenklature d´Europa, ma non dai mercati internazionali. L´indulgenza burocratica non basterebbe a evitare la condanna finanziaria. Il down-grading del nostro debito sarebbe inevitabile. Il rischio Italia sarebbe insostenibile, o accettabile solo al "prezzo" d´un fortissimo aumento degli interessi sui nostri titoli. Torneremmo all´antica, terribile spirale del "debito che s´autoalimenta". A Berlusconi importa poco. Si prepara per settembre: la devolution, la Finanziaria, la crisi, forse le elezioni anticipate. Se le vince, ci alluviona di nuove promesse. Se le perde, sono affari di chi viene dopo. Lui una soluzione l´ha già trovata: «Se perdiamo - ha detto due sere fa agli azzurri - scappiamo in Russia: tanto lì ci sono meno comunisti che in Italia...». L´ultimo, bugiardo esorcismo, per trasformare una tragedia in farsa. -------------------------------------------------------------------------------- Ds Lombardia - Rassegna stampa

Trovo abbastanza stucchevole che si continui a parlare di quale Ulivo vogliamo Intervento di Stefano Facchi, Coordinatore Cittadini per l'Ulivo, Milano Trovo abbastanza stucchevole che, dopo ormai tre anni dall’assemblea dell’Ergife a Roma, si continui a parlare di quale Ulivo vogliamo, ad avere bisogno di mettere puntini sulle "i" e pensare che, ogni volta, si debba ripartire da zero. A proposito di quell’assemblea, ricordo, per inciso, l’espressione imbarazzante di Diliberto: "userò il mitra contro chiunque voglia fermare questo progetto!!!" Ulivo nuovo, Ulivo vecchio, Federazione, Confederazione, Costituente, ricostituente, allargato, ristretto, e chi più ne ha più ne metta. Una cosa è certa. In questi anni i dubbi, le perplessità, i freni a mano tirati (a volte molto bruscamente), i veti e quant’altro, sono quasi sempre venuti da chi, nella politica di ogni giorno, non si è mai neppure sognato di fare l’Ulivo. E allora, a noi che dicevamo "Ulivo subito" veniva subito risposto: si, d’accordo, ma quale Ulivo volete? Naturalmente, tutti eletti sotto la bandiera comune (perché nel proporzionale il 4% sarebbe un miraggio) salvo, il giorno dopo, dichiararsi più che mai appartenente al partito e cominciare a piazzare paletti, porre condizioni, tenere tutto saldamente ben fermo. Considero l’esperienza di "Uniti nell’Ulivo" positiva ed interessante se intesa come primo passo concreto verso la costruzione definitiva dell’Ulivo, che non può essere neppure concepito senza pezzi importanti come i Verdi e i Comunisti Italiani. Ma non posso neppure non considerare grave l’errore compiuto da Diliberto e Pecoraro nel chiudere subito, senza lasciare spazio al benché minimo dibattito interno, buttando a mare un percorso che sarebbe potuto essere ben più interessante e completo. Allora, per favore, usciamo dall’equivoco. Cominciamo a dire forte e chiaro, senza se e senza ma, che ci vuole l’Ulivo, così come ci viene chiesto da milioni di cittadini (vedi inchiesta di Repubblica). Cominciamo a dire, senza se e senza ma, che questo Ulivo deve vedere al suo interno i partiti (tutti), gli eletti e il mondo dell’associazionismo, del volontariato, del terzo settore, dei movimenti. Cominciamo a dire, senza se e senza ma, che l’Ulivo deve dotarsi di proprie regole, di sedi, di un gruppo dirigente ulivista (che non significa, necessariamente, la somma dei segretari dei partiti), di un portavoce. Questo senza pensare di appiattire i Verdi sulle posizioni "asfaltiste" di Di Pietro e Mastella, ma neppure pretendendo di trasformare gli stessi in militanti dei Verdi. Nessuna tentazione, quindi, di partito unico. Quali, allora, le forme, e quale il nome da attribuire a questo progetto? Credo che, in questo caso, il numero di domande ed il bisogno assoluto di chiarezza siano inversamente proporzionali allla voglia di intraprendere il percorso. Percorso che io vedo come un laboratorio pieno di punti di domanda, di possibili errori, ma carico di voglia di costruire qualcosa di nuovo e consapevolezza di essere sulla strada giusta. Serve, questa volta, un po’ più di cuore ed un po’ meno di "dottrina". Non dobbiamo più ragionare e comportarci come se fossimo un piccolo gruppetto, senza mezzi e con pochi amici: quando si parla di Ulivo, si deve avere la consapevolezza di chi vuole governare il paese e si pone, quindi, in modo ambizioso ed autorevole. Ecco, allora, per fare un esempio, che l’albo degli elettori può essere uno strumento formidabile, a patto che sia costruito da tutto l’Ulivo e coinvolga, in Italia, centinaia di migliaia di elettori. Non nutro alcun interesse, al contrario, per un "albino degli elettorini", un bonsai che, raccogliendo qualche migliaio di nomi, darebbe solo il senso di una pochezza inaccettabile ed allarmante, quando si parla di Ulivo. Cosa darei, care amiche ed amici, per venire a conoscenza di una dichiarazione forte, inequivocabile, fatta da Diliberto, o Pecoraro, o Marini, Mussi, De Mita: una dichiarazione di ferma volontà ulivista. Poi potremmo chiudere tutti in una stanza, noi compresi, e buttare la chiave fino a quando non si sia trovata una soluzione. Prima, però, è chiaro, si deve dichiarare di voler fare l’Ulivo, poi, con molta pazienza, si deciderà il da farsi. Quando vedo che si fa il contrario, sento puzza di bruciato………. Infatti, quello che mi pare mancare con forza, da parte di molti, è la voglia, non certo le idee. Naturalmente c’è in me la certezza che, nel prossimo futuro, più si avvicinerà la scadenza elettorale delle politiche, e più si scopriranno insperate volontà unitarie a partire dai tiratori bruschi di freno a mano. Stefano Facchi - Coordinatore CpU - Milano cittadiniperlulivo.com

Scoppola: Primarie, la strada per fare l'Ulivo Chiara Geloni di Europa Quotidiano intervista Pietro Scoppola Il futuro dell’Ulivo Scoppola: Primarie, la strada per fare l’Ulivo Chiara Geloni Europa «Il "soggetto Ulivo", plurale e federale, è al tempo stesso la premessa e la conseguenza delle primarie. Prodi è il candidato, l’unico. Bisognerà definire una "base" elettorale, mettendo a punto liste degli elettori, che naturalmente non possono coincidere con i soli iscritti ai partiti. E ci vuole un gruppo di lavoro interpartitico alla guida del processo che si apre. Anche nei collegi comincia il superamento della logica del "tavolo"». La "commissione Scoppola", altrimenti e più ufficialmente detta "gruppo di lavoro per la costituente dell’Ulivo", quella citata da Romano Prodi nella lettera a Repubblica all’indomani del risultato elettorale, l’aveva messo per iscritto il 19 marzo scorso, precisamente al quinto dei sette punti dai quali è costituito il documento: «Lo statuto del soggetto politico "Ulivo" dovrà prevedere le modalità di designazione delle candidature a tutte le cariche istituzionali attraverso le elezioni primarie o comunque in forme che garantiscano il coinvolgimento diretto dei "cittadini dell’Ulivo" nelle scelte». Professor Scoppola, lunedì sera, mentre Prodi parlava a Padova, le saranno fischiate le orecchie... Quella di Prodi mi è sembrata un’apertura molto bella, brillante anche nel linguaggio, fresco, tutt’altro che burocratico o politichese. Una sfida aperta: se c’è qualcuno che vuole correre si faccia avanti. Sono cose che alla gente piacciono, e sinceramente anche a me. Ma sono possibili in Italia oggi le primarie? Ovviamente non è pensabile che, come in America, questo istituto possa essere istituito per legge in tempi brevi. Ci vorrebbe il consenso della destra, e coi guai che hanno, figuriamoci... Dovremo quindi pensare a primarie autogestite, adottate unilateralmente da una sola parte. E chi vota? Naturalmente occorrerà trovare un sistema per definire una "base" elettorale: non si può consentire che voti chiunque, magari anche un elettore della Cdl. Quindi andranno messe a punto delle liste degli elettori dell’Ulivo, che naturalmente non possono coincidere coi soli iscritti ai partiti: Prodi ha parlato di leader "scelto dai cittadini". Bisognerà creare dei veri e propri albi degli elettori dell’Ulivo, attraverso un meccanismo di iscrizione e il versamento di una quota simbolica per coprire le spese dell’operazione... Tutto questo è nient’altro che il cuore della proposta della "commissione Scoppola"... Infatti. Il cuore della proposta ripresa da Prodi su Repubblica il 15 giugno. La lettera si concludeva con due proposte: una ai partiti, la costituente dell’Ulivo. E una ai cittadini, l’avvio della costituzione degli albi degli elettori. È chiaro che sono possibili aggiustamenti e modifiche rispetto al documento elaborato dal gruppo di lavoro che ho coordinato. Ma la sostanza è quella. Quindi c’è un legame stretto tra primarie e nascita del "soggetto Ulivo". Ma per forza! Il "soggetto Ulivo", plurale e federale, è al tempo stesso la premessa e la conseguenza delle primarie. È chiaro che ci vuole un gruppo di lavoro interpartitico alla guida del processo che si apre. Senza questo le primarie sono nulla, un assurdo. La lettera di Prodi venne accolta con qualche perplessità e freddezza. Se è come dice lei, com’è allora che oggi tutti nel centrosinistra si stanno pronunciando a favore delle primarie? Faccio tre ipotesi: la prima è che non hanno capito, ma mi pare difficile che sia così. La seconda è che fingano di accettare ma non facciano sul serio. E questo non voglio pensarlo, perché stiamo parlando di persone perbene, delle quali ho stima. La terza ipotesi è che nel frattempo, tra il 15 giugno e oggi, gli esponenti del centrosinistra si siano convinti che quella indicata nella lettera di Prodi era la strada. Prodi ha parlato di "primarie come in America", ha addirittura evocato "il tempo del sangue"... lei pensa che potrebbe esserci uno scontro tra più candidati alla leadership del centrosinistra? No. Non mi pare realistica questa cosa. Credo che il riferimento "americano" sia stato suggerito, per così dire, dalla cronaca... Il candidato è Prodi, lo sa lui e lo sappiamo tutti. Ma, attraverso le primarie, nessuno potrà più dirlo "riesumato" dal ‘96. Sarà un leader nuovo e originale, individuato su una piattaforma chiara. Prodi parla di "ascolto", però, non ancora di un programma. Ma ci vorrà un documento, un programma minimo su cui chiedere fiducia agli elettori. Anche perché il paese non ha bisogno solo di essere ascoltato, ma anche di parole di speranza. Siamo arrivati molto in basso, sa... Ascolto e proposta sono due momenti complementari. Primarie per il leader, poi anche nei collegi? È chiaro che comincia il superamento della logica del "tavolo notturno" (chissà perché certe riunioni si fanno sempre di notte...), della trattativa tra partiti. Ci si muove nella logica del collegamento stretto tra il candidato e il territorio, che è tipica del sistema uninominale. Ma un passo per volta: l’importante è cominciare. Ma non c’è il rischio che in una coalizione come l’Ulivo, formata da partiti e culture che in qualche caso sono stati avversari per decenni, se si introduce il "tempo del sangue" poi non si riesca più a fare la pace? Avversari per decenni, è vero, ma le ricordo che è stato prima del crollo del Muro di Berlino e della fine della Guerra fredda. E comunque, guardi: se crediamo nell’Ulivo allora bisogna affrontare un confronto culturale alto. Non si va avanti sulla base di piccole intese, le sfide vanno accettate fino in fondo, compresa quella di costruire una cultura comune. E le forze dell’Ulivo, se è vero che sono state a lungo divise, hanno però alle spalle anche molto in comune: la cultura della Costituzione, le radici della Repubblica. E il nuovo riformismo. Le pare poco? Queste cose non possono rimanere un presupposto implicito. Devono diventare cultura di governo...

Pance piene teste vuote. Può sembrare una considerazione marginale dopo una campagna elettorale a colpi di “manifesti selvaggi”,promesse impossibili da mantenere e comunque subito smentite,ma l’argomento “cene”elettorali a nostro avviso merita qualche ulteriore considerazione.Non sono solo le scene da commedia all’italiana,con elettori di centrosinistra che vanno ai banchetti della destra e viceversa ,con persone della cosiddetta “crema” di Velletri che dopo aver fatto pubblica dichiarazione di voto per una coalizione,fra piatti e piattini fanno il” salto della quaglia” ,promettendo ora fedeltà all’altro candidato,quanto le scene da neorealismo con persone che ,dopo essersi rifornite,imbustano e mettono da parte ,evidentemente per ogni evenienza la fame è brutta,le cibarie portandosele a casa.Questo accattonaggio,rivela, più di qualunque inchiesta sociologica ,la mentalità di molti dei nostri concittadini,a cui non viene minimamente in mente che se qualcuno paga pranzi e cene costose per cariche la cui remunerazione è poco più che onorifica ci deve essere ,per così dire,del “marcio in Danimarca”.Alcuni si accontentano di poco e barattano il loro voto ,letteralmente ,per un tozzo di pane ,dimostrando di non credere ai propri diritti di cittadini ed elettori e meritandosi così tutti i disagi che una classe politica di tal fatta ed eletta in questa maniera gli riserverà immancabilmente.Naturalmente questa politica da gozzoviglie e libagioni non è frutto solo degli ultimi anni e viene certamente da lontano,con una “plebe” che non si è mai fatta cittadinanza ,ma è anche del tutto ovvio che gli ultimi mandati elettorali della Destra hanno dato il colpo di grazia ad una situazione già di suo pencolante ,i concorsi per “parenti amici e affini” si inscrivono quindi in questa logica ,e solo così si spiega che ben pochi siano disposti a ribellarsi ai soprusi a cui vengano sottoposti, pur tuttavia il degrado toccato in questa campagna elettorale,per tacere del dopo, non può che farci ritenere che abbiamo toccato il fondo o quantomeno ci siamo vicini.Manca solo,infatti, come nella Napoli di lauro degli anni 50 che si regali la pasta ed una scarpa prima del voto,l’altra dopo il voto ,ed il quadro da film di Rosi oDe sica è completo.Naturalmente nessuno di noi è andato a nessuna di queste cene ,ma la città è piccola, le malelingue parlano e qualcuno ,come i coccodrilli ,dopo aver mangiato ,si vergogna anche e dunque agli osservatori attenti non sfugge niente neanche gli accordi sottobanco che presto verranno fuori . Cittadini per l’ulivo “velletri fuori dalla palude” circolo Volontè

Intervista(immaginaria) a Romano Prodi (5) Solimano Mi ha quasi svegliato, stanotte, ma sempre verso mattina: “Primarie! Primarie!” Credevo che fosse uno di quei merli indiani che parlano, invece era Romano Prodi. Bertinotti vorrebbe candidarsi alle primarie… Bel colpo! Magari fosse vero… Cominciavo a preoccuparmi dell'unanimità: tutti favorevoli alla mia candidatura, nessuno che si dà da fare per organizzarle, le primarie. Una unanimità un po' malsana; Fassino ha fatto una dichiarazione che più chiara non si può: “Se ci saranno le primarie, voterò per Romano Prodi”. Ha notato il se? Ma chi glielo fa fare… erano tutti già d'accordo sul suo nome… Sì, ma come semaforo giallo lampeggiante, che ognuno fa poi quel che gli pare. Ha notato che adesso, dopo che Lilli Gruber ha preso tanti voti alle Europee, nessuno ironizza più su di lei, né fra i nostri né fra gli altri? E se si candidasse Rutelli? Benissimo! E se si candidasse Veltroni? Ehm… bene… ma tanto non si candida… Per essere coerenti, occorrerebbe fare le primarie anche a livello dei candidati di collegio. Non è detto, non è obbligatorio, a meno che non vengano richieste, con centinaia di firme autentiche. Però ha quasi ragione: basta che ci sia la possibilità di fare le primarie di collegio per ridurre le candidature che piovono da fuori. Basterebbe vietarle: solo chi ha la residenza nel collegio può essere candidato… Bravo! Così a Bologna Cofferati non avrebbe potuto candidarsi, ed avremmo perso. No, io sostengo un'altra cosa. Supponiamo che i partiti decidano di candidare qualcuno di fuori: a quel punto, il candidato deve passare attraverso la cruna dell'ago delle primarie. S'immagina come sarebbero contenti gli elettori del collegio? Diventa come un club: pallina bianca, pallina nera… Io sono un po' scettico: se ne parla da anni, ma alla fine, quando ci sono le elezioni, in tre giorni e tre notti a Roma decidono le candidature per tutta l'Italia. Le cose stanno cambiando. Ha visto che qualcuno ha scelto Strasburgo rinunciando a Roma? Aveva sentito puzza di bruciato ed ha giocato d'anticipo, per chiamarsi fuori. E si è messo a posto per cinque anni. Non si può andare ancora avanti penalizzando i nostri elettori più fedeli: avranno il diritto di eleggere uno di loro, una volta tanto. Però così verrebbero privilegiati i DS, che sono la forza più grande e strutturata. Non è detto: crede che sarebbero riusciti a tener fuori Illy o Soru? E se a Milano si presentasse De Bortoli? Personalismi! Persone. Il personalismo si ha con le liste dei partiti a preferenze bloccate: chi sceglie chi, ah? Non mi convince: la Margherita, che ha un minor radicamento territoriale, verrebbe penalizzata. No, si sveglierebbe: presenterebbero alle primarie di collegio degli ottimi candidati, invece di certe archeologiche facce da… (questo non lo scriva!) Poi lei non considera la cosa più importante: alle primarie di collegio non andrebbero a votare solo gli iscritti dei partiti. E vedrà, se questa faccenda va avanti, quante associazioni sorgeranno… e quante facce nuove. Il che non vuol dire che le associazioni e le facce siano tutte belle, ma ”la situazione è ottima perché c'è grande confusione sotto il cielo”, come diceva Dossetti… Guardi che era Mao… Quello che non importa il colore del gatto purché prenda i topi? No, quello era Teng… Mi prende in castagna, un'altra volta vengo con D'Alema, che sa tutto. E così lei si troverà un suo partito nel piatto. No. Ho tanta voglia di fare un partito mio quanta ne ho di fare da semaforo: zero via zero. La cosa giusta, sulla faccenda delle primarie, l'aveva involontariamente detta Giuliano Amato, quando parlò delle cento padelle. Noi chiediamo agli elettori di venire ai nostri tavoli dicendo che abbiamo un ricco menù con porcini ed ovuli, poi gli serviamo il piatto che pare a noi. Ma i cuochi esperti lo sanno loro quale è il piatto migliore… Sarà pure buono, ma prima o poi i clienti si stufano: vorrebbero poter scegliere loro; e poi ho degli amici cuochi, e il polpettone o lo spezzatino cercano di rifilarlo a qualcuno, prima di buttarlo via. Difatti c'è chi ha cominciato a dire che, se si ritrova nel collegio a dover votare un candidato piovuto da chissà dove, gli fa propaganda contro. Invece di considerarlo un irresponsabile o un povero untorello, credo che sia ora di ascoltarlo. Alle comunali ed alle provinciali andiamo bene perché, in un modo o nell'altro, fra eletti ed elettori c'è una comunicazione a due vie. Ma alle regionali ed alle politiche non è ancora così: sapesse certe telefonate che mi arrivano persino dalla Lombardia… Sembra che ci divertiamo a crearci dei problemi da soli. E se alle primarie vincesse Rutelli? Dopo gli darò una mano volentieri, con l'aiuto dei pensionati, quelli delle panchine del giardino Margherita… ma perché mi fa questa domanda? Lerner mi aveva detto che non c'era pericolo… ehm… questo è proprio meglio che non lo scriva… (continua) ulivoselvatico.org

Via libera alla Riforma delle Pensioni. Sindacati pronti a scendere in piazza REDAZIONE La Casa delle Libertà ce l'ha fatta. Con 333 voti a favore, 148 contrari e un astenuto la Camera dei Deputati ha approvato la legge delega sul sistema pensionistico. Un verdetto che ha fatto insorgere all'unisono Cgil, Cisl e Uil, che si sono dette pronte alla mobilitazione per contrastare una riforma che qualche delegato sindacale ha definito "una mascalzonata". Il tempo per organizzare la lotta dei lavoratori non manca, il nuovo sistema previdenziale progettato dalla coalizione di centrodestra entrerà pienamente in vigore solo nel 2008. "Il governo non si illuda, la partita delle pensioni non è chiusa - ha avvertito la segretaria confederale della Cgil Morena Piccinini - faremo in modo che tutti i lavoratori, tutti i pensionati, tutti i giovani ricordino e contrastino in ogni momento questo disegno di distruzione dei loro diritti". Sulla stessa lunghezza d'onda anche il commento del leader della Cisl Savino Pezzotta, che ha voluto ribadire come i sindacati non abbiano "intenzione di metabolizzare una riforma ritenuta sbagliata". "Abbiamo ribadito al governo la nostra contrarietà a questa riforma delle pensioni - gli ha fatto eco il segretario della Uil Luigi Angeletti - è una terapia impraticabile e continueremo con le nostre iniziative fino a che non gliela faremo cambiare prima che entri in vigore e produca i guasti annunciati". Ma la presa di posizione più decisa è arrivata dalla Fiom, che ha annunciato una mobilitazione per dimostrare il proprio dissenso davanti a questo "durissimo attacco ai diritti e alle condizioni sociali delle lavoratrici e dei lavoratori". "La Fiom ritiene che sia giunto il momento in cui tutto il movimento sindacale compia una scelta di rottura profonda con le politiche economiche e sociali di questo Governo - si legge in una nota - occorre una forte mobilitazione, fino allo sciopero generale". La legge delega del centrodestra ha anche provocato la forte reazione delle opposizioni parlamentari, che hanno cercato di ostacolare i lavori di Montecitorio. Il centrosinistra ha presentato circa duecento ordini del giorno, e si è dilungato quanto più possibile durante le dichiarazioni di voto. Ma, nonostante l'ostruzionismo di Ulivo e Rifondazione, la maggioranza è riuscita ugualmente a licenziare la norma nella giornata di ieri. centomovimenti.com

Notizie dal Parlamento Europeo/ di Giulietto Chiesa Come parlamentare europeo, eletto come indipendente nella lista Di Pietro-Occhetto-Societa' Civile, e che ha aderito al gruppo parlamentare ADLE (Alleanza dei Democratici e Liberali per l'Europa), ho espresso il mio votto nelle due votazioni essenziali per: a) il presidente del parlamento e, b) per la "elezione" del presidente della Commissione (Esecutivo). Nel primo caso erano in lizza un candidato del PSE (Gruppo dei Socialisti Europei), che poi ha vinto, lo spagnolo Josef Borrell, e un candidato espresso dal gruppo ADLE, il polacco Bronislaw Geremek. L'indicazione di voto del gruppo ADLE era ovviamente per Geremek, ma io non potevo votarlo per una questione di principio, rappresentata dalle sue posizioni politiche, sia in politica economica, ma soprattutto per quanto riguarda la guerra. Geremek si schiero' su una linea apertamente bellicista e interventista nel caso dell'Irak, e non ha ne' smentito, ne' modificato, le sue posizioni da allora, tanto nel corso della discussione nel gruppo, quanto in aula. Impossibile votare un candidato del genere. Nello stesso tempo il candidato Borrell era stato presentato come risultato di una contrattazione tra i due gruppi maggioritari del parlamento, il PPE-DE (Paertito Popolare, che include Forza Italia) e il PSE. Accordo che prevede la spartizione della presidenza tra i due massimi gruppi nel corso del quinquennio. Questo mercato mi e' parso inaccettabile. Pertanto mi sono astenuto dal votare anche il secondo candidato. Piu' rilevante il caso della votazione sul "gradimento" del parlamento a Barroso. Qui l'indicazione di voto del gruppo ADLE non era univoca. La discussione nel gruppo era stata piuttosto accesa. Il suo capogruppo, Graham Watson, ha indicato in aula che "la grande maggioranza" del gruppo (che contiene complessivamente 88 deputati) avrebbe votato per Barroso. Cosi' infatti e' stato. Ma io ho votato contro perche' Barroso, come premier portoghese, e' stato a favore della guerra irachena e nel corso delle discussioni con i gruppi , e poi in aula, nemmeno una volta ha accennato a una autocritica. E' passato Barroso con i voti di tutte le destre, di molti dell'ADLE e anche di molti voti provenienti dal PSE, in particolare i socialisti portoghesi e i laburisti inglesi. Sono dunque lieto di non avere contribuito alla sua elezione. E' ovvio che - com'era fin dall'inizio previsto - trascorso un determinato periodo sperimentale, verifichero' se esistono le condizioni per una mia permanenza nel gruppo ADLE. Strasburgo, 23 luglio 2004 Giulietto Chiesa Giulietto Chiesa sara' membro effettivo della Sottocommissione per la Sicurezza e la Difesa del parlamento europeo (e, in quanto tale, anche membro della Commissione Esteri). Sara' membro effettivo della Commissione per il Commercio Internazionale (che segue, tra l'altro anche i problemi del WTO) Sara' membro supplente della Commissione Cultura da www.giuliettochiesa.it

Medici senza frontiere lascia l'Afghanistan e accusa di Rico Guillermo L'organizzazione internazionale umanitaria Medici senza frontiere sta lasciando in queste ore l'Afghanistan dopo 24 anni, criticando il governo per la crescente situazione di insicurezza nel Paese mediorientale. Ieri l'organizzazione - a giustificazione del suo ritiro - ha accusato anche le forze di coalizione a guida USA nel Paese di usare gli aiuti umanitari per scopi politici. L'associazione di volontariato opera in molti Paesi del mondo in situazioni di emergenza e di rischio, ma ha detto che nell'attuale situazione afghana portare un aiuto indipendente alla popolazione locale e' impossibile ed ha parlato di "uccisioni, minacce ed insicurezza". Cinque collaboratori di MSF sono stati uccisi il 2 giugno in un attacco mirato nella provincia di Badghis, sita nel nord ovest del Paese e precedentemente considerata sicura. Il coordinatore belga del progetto, Helene de Beir, il medico norvegese Egil Tynaes, l'esperto di logistica olandese Willem Kwint, un interprete afghano, Fasil Ahmad e l'autista, Bismillah, sono stati uccisi quando la loro Toyota Land Cruiser e' stata attaccata con granate ed armi da fuoco. L'organizzazione umanitaria ha detto che il fallimento del governo afghano nel condurre una indagine credibile sugli omicidi e le minacce di futuri attacchi al gruppo di lavoro hanno indotto MSF alla decisione della partenza dall'Afghanistan. Fino agli omicidi, l'organizzazione curava malati in 13 province con 80 volontari internazionali e 1400 aiutanti afghani. Un portavoce talebano ha rivendicato la responsabilita' degli attacchi ed accusato gli operatori di MSF di essere spie al soldo delle forze USA, avvisando che l'organizzazione resta un obiettivo degli insorti. L'accusa di spionaggio e' stata ovviamente respinta dai volontari, ma contemporaneamente essi hanno denunciato la cooptazione da parte delle forze a guida statunitense di tutti gli aiuti umanitari, il che rende impossibile operare in modo autonomo. Il Paese e' in fibrillazione per le elezioni presidenziali di ottobre, che hanno fatto crescere in modo esponenziale gli attentati di Talebani, quasi tutti diretti verso uffici elettorali e verso donne che intendano esercitare il loro diritto di voto. Le forze di coalizione sono presenti con vari progetti in Afghanistan. Anche l'Italia guida un progetto, quello di ricostruzione del sistema giudiziario, mentre Stati Uniti, Gran Bretagna, Germania e Giappone guidano rispettivamente processi di smilitarizzazione e ricostruzione di polizia ed esercito. In quest'ambito si inserisce anche un progetto dell'UNICEF per la smobilitazione dei bimbi soldato. Tuttavia i Talebani fanno rilevare lo stretto legame fra l'attuale presidente Karzai e l'amministrazione Bush, e denunciano le prossime elezioni come un tentativo degli USA di dare a Karzai una legittimazione democratica, rafforzando cosi' il proprio potere nel Paese. Di sicuro c'e' la decisione presa due giorni fa dalla NATO di inviare in Afghanistan 3500 militari in piu' ed annunciata a Bruxelles dal segretario generale dell'Alleanza Atlantica, Jaap De Hoop Scheffer dopo un incontro con l'alto rappresentante per la politica estera dell'Unione europea, Javier Solana. In Afghanistan, la NATO e' gia' presente con 6500 militari dell'ISAF, la Forza internazionale di assistenza alla sicurezza cui partecipa anche l'Italia, con missione recentemente prorogata. In vista delle elezioni presidenziali del 9 ottobre, il contingente verra' portato a 10 mila uomini, con l'invio, tra gli altri, di un battaglione spagnolo ed uno italiano. Se sotto il profilo militare l'Afghanistan e' ampiamente presidiato, lo stesso non poteva dirsi gia' oggi dal punto di vista umanitario. Malattie, poverta' ed analfabetismo travagliano il Paese nonostante i miliardi di dollari donati nella conferenza di Berlino di qualche mese fa, ed oggi con la partenza di Medici senza Frontiere la situazione non puo' che peggiorare. E il terrorismo, nonostante le armate, prospera e fa proseliti soprattutto laddove i diritti e le necessita' elementari vengono calpestati. by www.osservatoriosullalegalita.org

Quando l’asinello incoronò Roosevelt «Io impegno voi tutti, impegno me stesso, ad un nuovo patto (new deal) per il popolo americano … una crociata che ha il fine di restituire l’America al suo popolo». Era il 2 luglio 1932 quando a Chicago, Illinois, Franklin Delano Roosevelt pronunciò queste parole davanti ai delegati della convention del partito democratico arrivati dai quattro angoli degli Stati Uniti per incoronarlo candidato alle presidenziali. Roosevelt era l’antitesi di ciò che oggi sarebbe considerato un buon competitor. Eppure quello che i repubblicani più irriducibili definirono «il paralitico della Casa Bianca» coprì la carica di comandante in capo della più grande potenza del mondo per ben quattro mandati, guidando peraltro gli Usa nella seconda guerra mondiale. L’investitura di Roosevelt, allora cinquantenne, fu “rivoluzionaria” persino nelle forme. Allora la convention si svolgeva in assenza del candidato per tutta la sua durata. Dopo il voto dei delegati una rappresentanza del partito si recava dal designato per chiedergli formalmente di accettare e solo qualche tempo dopo si svolgeva la cerimonia ufficiale. Roosevelt ruppe questa tradizione, presentandosi di persona alla convention e pronunciando quello che poi passò alla storia come il discorso del New Deal. Il neo-candidato rivendicò quella rottura: «Possa questo essere un simbolo delle mie intenzioni di essere onesto ed evitare le ipocrisie» alludendo al fatto che egli avrebbe dovuto, secondo la consuetudine, far finta di nulla fino alla formale designazione. Il discorso del New Deal non fu una rottura solo nella forma, ma anche nella sostanza. Il futuro presidente si rese conto che l’America, per uscire dalla crisi del ’29, aveva bisogno di una discontinuità con le politiche fino ad allora intraprese dall’Amministrazione Hoover. Per Roosevelt, che rivendicava le tradizioni liberal-progressiste del partito dell’asinello, non esistevano immutabili leggi dell’economia alle quali l’uomo fosse sottoposto, così come sostenevano i liberisti del partito repubblicano: «Essi blaterano di leggi economiche, mentre uomini e donne muoiono di fame. Le leggi economiche non sono state fatte dalla natura, ma dagli uomini». Come tutte le leggi umane, anche quelle dell’economia sono quindi sottoposte a cambiamento, e il compito di cambiarle è del governo. Parole che oggi farebbero forse drizzare i capelli persino a molti esponenti del centrosinistra italiano. Roosevelt quel proposito di cambiare le leggi dell’economia non lo dimenticò, risollevando l’America dal crollo di Wall Street e salvando l’American Way of Life, «il nostro modo di vivere, il nostro sistema, il capitalismo». Il keynessismo roosevletiano fu tutt’altro che radicale e velleitario. Anzi. Fu soprattutto keynessismo di guerra, perché è proprio al conflitto mondiale, alle enormi quantità di denaro pubblico investito per farvi fronte, alla necessaria modernizzazione dell’industria, alla sua riconversione bellica e all’innovazione ad essa collegata che l’America deve il suo essere superpotenza oggi e negli anni della guerra fredda. Ma il discorso del New Deal non fu un discorso economico e neppure una lista delle cose da fare. Fu, come disse Roosevelt, una «chiamata alle armi» un impegno nel quale i Democratici cercarono di coinvolgere tutta la nazione. Anche economicamente: «Ho favorito l’utilizzo dei lavori pubblici per stimolare l’occupazione e l’emissione di titoli per finanziarli». Per Roosevelt il cittadino che compra i titoli di Stato è un patriota che contribuisce al progresso della nazione. Il debito pubblico è un prestito che ogni buon americano emette in favore del Paese, perché ha fiducia del suo governo. Un governo che non si contenta di lasciar fare, ma che fa. Parlando del territorio, ad esempio, il candidato democratico si lamenta dell’assenza di una politica ambientale nazionale: «Ciascuna delle nazioni europee ha da generazioni una precisa politica territoriale. Noi non l’abbiamo». Il risultato è che «abbiamo davanti a noi un futuro di erosione e carenza di legname». Come risolverlo? «Con la programmazione economica», ecco la formula rooseveltiana. Parole che gli costarono l’accusa di essere un socialista, un comunista, un bolscevico. Contro i suoi denigratori egli fu sprezzante: «Essi pensano che occorra aiutare i privilegiati e sperano che parte della loro prosperità scivoli verso il basso. Questa teoria appartiene al partito tory (i conservatori britannici, ndr) e io speravo che i suoi aderenti avessero lasciato il paese nel 1776». Alla «reazione» (così la chiamava) Roosevelt contrappose «il pensiero liberale, l’intervento pianificato, la prospettiva internazionale illuminata, il massimo bene per il massimo numero di cittadini». Promesse che Roosevelt mantenne, rafforzando il welfare, accorciando la giornata lavorativa, garantendo la libertà sindacale (tanto che le trade unions facevano proselitismo affermando che «il Presidente vuole che tu ti iscriva al sindacato»), aiutando l’Europa a liberarsi dal nazifascismo, salvando, come dicevamo, il sistema da un crollo dovuto al liberismo sfrenato. Tutt’altra storia rispetto ai Democrats di oggi, che presentano un candidato che ha votato tutto e il contrario di tutto e che vincerà (c’è comunque da augurarselo) più per gli errori del suo avversario che per i propri meriti. [Guido Iodice] www.aprileonline.info

Disperazione finanziaria di PAOLO COSTA * Non c’è più margine, non c’è più spazio di manovra. Troppo a lungo il governo ha guardato ai comuni come fossero la botte piena a cui bere. Ed ora raschia il fondo del barile che ha vuotato. In questi anni, la gestione Tremonti ha progressivamente ridotto l’autonomia finanziaria degli enti locali, con il blocco dell’autonomia impositiva delle amministrazioni comunali e con il progressivo irrigidimento e la progressiva riduzione della loro possibilità di spesa. Lo scopo era ed è evidente: compensare con avanzi forzati delle gestioni comunali i disavanzi dello stato e delle regioni. Il risultato è altrettanto evidente: ogni ragionevole margine di manovra è esaurito, e il dialogo tra governo e comuni è pressoché spento. Il decreto legge “taglia-spese” che oggi il governo impone alle amministrazioni comunali esige, per essere rispettato, che i comuni taglino servizi reali. E tagliare servizi significa ridurre il sostegno reale ai ceti più deboli del paese. Già oggi la situazione è pesantissima; ma né i comuni, costretti oggi a queste riduzioni di servizi, né i cittadini, che ne portano le conseguenze, in nessun modo potrebbero sopportare gli ulteriori tagli annunciati dal ministro Siniscalco nella bozza di Documento di programmazione economica e finanziaria 2005. La via intrapresa – bilanciare i disavanzi di stato e regioni frenando le spese dei comuni – non porta che alla disperazione finanziaria. Di tutti. Occorre un cambio radicale di rotta; ed è un cambio possibile se si abbandonano assurde pregiudiziali ideologiche. La sintesi della nuova rotta è la seguente: il sostegno dei comuni al risanamento dei conti pubblici passi attraverso il federalismo fiscale. I comuni – l’intero comparto delle amministrazioni comunali italiane – sono assolutamente in grado di generare un avanzo di comparto (spese di comparto inferiori alle entrate di comparto) utile per compensare disavanzi regionali e statali che non si sappiano ridurre, e possono generare questo avanzo senza tagliare i servizi. Ma perché possano ottenere questo risultato, devono essere loro garantiti margini di autonomia dal lato delle entrate. Il tutto in attuazione dell’articolo 119 della costituzione, che regola i principi di quel federalismo fiscale, che tra l’altro dovrebbe essere caro ad almeno una parte della maggioranza di governo. È vero, questo vorrebbe dire aumentare le tasse locali; ma avverrà solo là dove lo decidano autonomamente i comuni con il consenso dei loro amministrati. Liberi quindi i comuni di valutare insieme ai cittadini il rapporto tra tassazione e servizi. E libero il governo di perseguire la sua politica di riduzione delle “sue” tasse, di quelle statali, quando le condizioni della “sua” finanza glielo permetteranno. Ad ognuno le proprie responsabilità; ad ognuno il rispetto dei propri impegni elettorali. E che poi siano gli elettori a giudicare. *sindaco di Venezia e vicepresidente Anci europaquotidiano.it

Pesticidi audiovisivi "Quando in televisione si associano immagini di sciagure a musiche insensate e mielose, la tragedia è già signoria della finzione, di più, dominio politico. Il fatto tragico dovrebbe per sua natura respingere qualsiasi esegesi musicale o effetto cinematografico, fattori che tendono a rendere patinata la sua realtà semplicemente drammatica, riducendolo, non di rado, a scoria del varietà. Il commento musicale, qualsiasi bouquet di note che usa in maniera oppressiva la tv d'informazione, sono una funesta invasione di cavallette sulla capacità delle immagini, o delle parole, di essere di per sé più che esaurienti. In un mondo dove tutto deve essere effetto speciale, anche il peggiore dei fatti viene reso altro da sé tramite sofisticazione audiovisiva. Se per i Greci la tragedia poteva essere catartica, per gli occidentali essa è solo e sempre catodica. Più il fatto è brutale più è disinfettato con musica ed effetti cine-amatoriali. Persino nelle chiese, che ricevono il voyerismo estremo dei media, folleggiano senza posa, tra sfilze di bare, le svenevoli note barocche dell'adagio d'Albinoni. Ormai non ci si può accostare a nessun fatto terribile senza sentire quest'odore di cloroformio musicale, questo correttore di sapidità del sangue e della polvere da sparo. Noi abbiamo disimparato il tragico, ci viene vietata la sconvolgente nudità del dramma attraverso la foglia di fico della mistificazione multimediale. La morte è la nuova pornografia da censurare, come ben sa Bush e tutti quelli che devono rispondere degli effetti collaterali di un forte potere. Tra l’altro, questo rapporto clownesco con la tragedia ci rende pavidi e vili. Coprendo dovunque le manifestazioni del dolore, diventiamo dei falsi asceti dell'invulnerabilità, ed abbiamo crisi convulsive davanti ad una nevralgia o a una goccia di sangue, per non parlare di una foto scioccante. Dovremmo riflettere sul fatto che pochissimi di noi hanno visto un morto con i propri occhi. Siamo come il Buddha dei primi anni: nessuno ci fa vedere il vero dolore. Il sangue è allungato con dolciastre secrezioni multimediali. David Cooper fu tra i più accesi contestatori della rimozione dell'idea di morte nell'età contemporanea, oggi si può dire che in occidente questo regime contro la verità del dolore e della morte sta raggiungendo il suo apogeo. Dovremmo rispolverare i libri di Cooper, nutrirci un po' della sua prosa lisergica e coraggiosa, colloquiare serenamente con la morte, intavolare discorsi arditi con la sofferenza, in una parola, asonorizzare i tentativi della tv di rendere circense il dolore. In un'epoca dove lo scandalo è tacere sul sesso, la morte rappresenta la nuova oscenità, la nuova lussuria da aborrire, il nuovo soggetto per l'inquisizione, specialmente la morte violenta, quella legalizzata e medagliata, inflitta per cieli e per mari dal potere. La musica come cornice della scena cruenta. La musica in questo caso interpreta il ruolo patetico e retorico di istigatrice artificiale di cordoglio. Non suggerisce o sottolinea emozioni, vorrebbe imporle, e basta la coazione a ripetere dei media per imprimere nelle coscienze l'ordine segreto. Tutto quello che è ripetuto viene alla fine metabolizzato, e dunque superato, creduto, come ben sanno i politici. Lo slogan è un parassita mnemonico che attraverso la ripetizione riesce a segnare la cera della coscienza, aggirando un giudizio di valore effettivo, oltrepassando ogni filtro etico, ogni più radicata convinzione di immunità allo slogan stesso. Non possiamo rispondere dell'efficienza etica di quella parte animale, oscura e meccanica, che governa una parte del nostro cervello. I politici sono anche dei medici primitivi, degli inconsapevoli stregoni. Col suo disgraziato tentativo di suscitare sentimenti che l'immagine muta trasmetterebbe nella maniera più pura e profonda, di fatto, il commento musicale, squallido retaggio cinematografico, sottrae alle immagini tragiche la prima evidente carica emotiva, che è quella del terrore e dello sgomento, per farla veicolo di sentimenti non immediatamente realistici, artificiali, eccessivi quando non sofisticati. La compassione forzata divora lo smarrimento, inibisce le domande, chiude in una morsa dolciastra la moralità, la rende se è possibile barocca, eccitano la solidarietà in maniera obliqua e innaturale, a tutto danno di un'obiettività di giudizio, la costringe alla fine a vergognarsi di se stessa. Non si sa fino a quanto involontariamente i media in questi ultimi anni hanno fatto e continuano a fare propaganda politica e a favorire il subdolo e progressivo disgusto verso la sensibilità umana nello spettatore, a deviarla verso "limbi infernali" quali situazioni estreme di ir-reality tv ( la lacrima facile è per i personaggi del grande fratello, non per bambini resi orfani e mutilati dalla guerra), dove anche tutto l'apparato dei sentimenti umani diventa materiale riciclabile per il varietà, dove tutte le più profonde e riservate emozioni dell'uomo, si spogliano in un turbinoso strip tease per diventare emancipate Soubrettes. Anche lì esaltatori di sapidità, mistificazioni, pesticidi. Bisognerebbe battersi affinché al fatto tragico sia restituita la sua terribile nudità adamitica, affinché gli edulcoranti audiovisivi non delegittimino il potere che il tragico può avere su coscienze intorpidite. Bisognerebbe spingere la gente a riflettere sulla vantaggiosa offerta intellettuale che si nasconde nella scena muta o non montata ad arte. Bisognerebbe spingere affinché sia proposto più tormento, nudo e crudo e meno spettacolarizzazione del dramma reale. Occorre che la sofferenza non sia gradevole, non sia censurata, svilita, resa il turpe e rutilante zimbello della verità. Perché il dolore possa essere in qualche modo un reale maestro di vita, e non il vicino di casa inopportuno, da evitare il più possibile. megachip.info

« La politica africana dell'Europa è ancora di stampo coloniale » L’Africa resta sottosviluppata nell'interesse delle antiche potenze coloniali. Riuscirà mai la politica africana dell’UE, a sfiggire al neo-colonialismo? Ecco la risposta di François-Xavier Verschave, autore de “La Françafrique”. François-Xavier Verschave dirige l'associazione “Survie”che si impegna per la democrazia ed il rispetto dei diritti umani in Africa. I suoi libri “La Françafrique”, “Noir silence”, ecc. denunciano la politica neo-colonialista della Francia che impedirebbe lo sviluppo del continente. café babel: M. Verschave, dalla loro indipendenza, miliardi di euro in aiuti allo sviluppo sono stati trasferiti dai paesi europei e dall'UE ai paesi dell'Africa. Perché l'Africa soffre ancora così tanto? François-Xavier Verschave: bisogna distinguere tra le situazioni differenti delle vecchie colonie francesi ed inglesi. L’indipendenza dei paesi francofoni è stata confiscata per la realizzazione di neo-colonie in senso stretto, con governatori dalla pelle nera messi apposta per mantenere saldo uno sfruttamento di tipo coloniale. Un sistema ancora presente in molti casi. La ragione della povertà è molto semplice: esistono dei governi illegittimi che rappresentano degli interessi esterni – un certo numero di quei presidenti è nella busta paga della Elf [compagnia petrolifera francese fusasi con la TotalFina], per esempio. Servono la Elf, e la Francia, non il loro paese. Si fanno curare in Francia, i loro bambini fanno i loro studi in Francia: non si preoccupano affatto della salute e dell'educazione nei loro paesi. Da parte britannica, i meccanismi messi in atto sono differenti, conseguenza di una pratica coloniale diversa: il cd “ruolo indiretto”. Gli inglesi si sono ritirati da quei territori e non hanno messo su dei governi direttamente pilotati da Londra. Qual è duqnue adesso, il ruolo dell'Europa? Il problema dell'Europa è che non s’interessa veramente ai rapporti con l'Africa. Si tende a delegare la dimensione politica, la più importante, alle vecchie potenze coloniali, vale a dire a Francia, Belgio, Gran Bretagna, e Portogallo in parte. Con il loro modo di fare, tipico dello sfruttamento coloniale. Agli inizi degli anni ‘90, Jacques Chirac affermava che « l'Africa non è matura per la democrazia ». Oggi, uno degli aspetti centrali dell’Accordo di Cotonou è la promozione della democrazia e dei diritti dell'uomo. Il parere della Francia è cambiato? Il premio Nobel Wole Soyinka ha risposto alla frase di Chirac: « credete forse che l'Africa sia stata mai matura per la dittatura? ». Si dimentica sempre che l'Africa ha millenni di tradizioni politiche in cui c’era di tutto, ma non sistemi totalitari. Non era la stessa forma di democrazia che conosciamo, ma tutto ciò è stato spazzato da secoli di oppressione straniera. L'Africa deve riconquistare i fondamentali, i meccanismi della legittimità politica. Evidentemente, non tocca ai vecchi colonizzatori dare lezioni. Da una quindicina di anni, tutti i popoli africani chiedono la possibilità di scegliere i propri dirigenti e di cacciare quelli che non vogliono più. L'Europa è dominata da alcuni grandi potenze che s’interessano all'Africa, in particolare la Francia che ha realizzato dei sistemi di frode elettorale generalizzata: perfino Mobutu alla fine della sua vita diceva che era pronto a sottoporsi al verdetto delle urne, se fosse stata la Francia a organizzare le elezioni. Dunque la Francia non ha sempre accettato la democrazia in Africa, in disaccordo rispetto agli impegni presi a Cotonou? La Francia organizza e sostiene decine di dittature in Africa, ivi comprese le peggiori caricature come in Togo, in Gabon, o nel caso di Mugabe. Quando il popolo malgascio si è sollevato contro le frode elettorali, la Francia ha sostenuto il dittatore Ratsiraka finchè ha potuto. Non bisogna solo disperare tuttavia: nel 1990 non vi era praticamente alcun governo democraticamente eletto in Africa; oggi è possibile contarne almeno un quarto nei 54 Stati. Le cose vanno avanti dunque. Quel che invece si può dire, è che in ogni caso, in questa evoluzione la Francia ha messo i bastoni tra le ruote, e che, generalmente, gli altri paesi dell’Unione europea si sono inchinati davanti al « savoir faire » francese. In che modo l'iniziativa indipendente dell'Unione Africana potrà contribuire all'emancipazione e alla risoluzione dei problemi del continente? Tutti i grandi leader dell'indipendenza africana erano pan-africanisti. Sapevano che per tirar fuori il proprio continente da questa alienazione, occorre che questo continente sia unito. E che le frontiere ereditate dalla colonizzazione cadano, perché per molti aspetti altro non sono che frontiere impraticabili. Non v’è dubbio dunque, che per tutta questa gente l'indipendenza, l'emancipazione, dovrebbe esser pan-africana. Il movimento pan-africano è stato sabotato, in particolare dalla Francia, e solo oggi sta rinascendo. L’Unione Africana può contribuire a rimettere in circolo certi meccanismi di legittimità politica e di solidarietà africana. La creazione di una sorta di Consiglio di sicurezza, di una Corte africana dei diritti dell'uomo, ecc. fanno emergere dei meccanismi di regolazione politica. Tutto ciò è assolutamente fondamentale. Quale politica europea si augura per l'Africa? Noi abbiam riposto una buona fetta di speranza nella politica africana dell'Europa. Ritenendo che in una Europa a 25, questa possa esser portata avanti dalla frangia di paesi privi di un passato coloniale – in grado dunque, di guardare ai rapporti con l'Africa in modo relativamente distaccato rispetto alla conitnuità dei vecchi interessi coloniali. Si resta tuttavia piuttosto inquieti di fronte a un'impressione che troppo spesso si avverte: che siano cioè i vecchi paesi coloniali a far apprendere agli altri paesi i loro metodi neo-colonialisti, anziché il contrario. www.cafebabel.com

Opposites don't necessarely attract, but can win Può anche essere che nelle pieghe del tour che li sta portando in ogni angolo d'America, John&John abbiano scoperto di avere qualcosa in comune, oltre alla tessera di partito. E chi può dirlo, costretti per necessità politica a frequentarsi assiduamente, un giorno potrebbero anche scoprire di essersi reciprocamente simpatici. Ma una cosa è certa: almeno fino a lunedì scorso, quando Kerry ha sciolto la riserva sul nominativo del suo vice, i due si stavano amabilmente sulle scatole. Un po', è ovvio, perché Jfk non ha gradito che Edwards abbia cercato fino all'ultimo di soffiargli la nomination, anche quando ormai era chiaro a tutti che non ci sarebbe riuscito. Ma non solo. I due sono sideralmente distanti per carattere, lignaggio, territorio e cultura di provenienza, stile politico, lingua: e avendo ambizioni simili (oltre che, fino a poco tempo fa, contrastanti), anziché attrarsi i due poli opposti era naturale che tendessero a respingersi. Uno viene da una famiglia bene del Massachusetts, l'altro è cresciuto a cavallo tra le due Carolinas da famiglia operaia (fatte le debite proporzioni è come dire che uno è stato educato in un palazzotto asburgico di Merano e l'altro in un basso a Bari Vecchia); uno è legnoso, un po' snob e si lascia andare solo con gli amici più intimi, l'altro è un piacione tutto sorrisi al cui cospetto Rutelli sembra sceso dal circolo polare artico; uno si esprime in modo inappuntabile, con l'accento, i tic verbali e le "r" aspirate del New England, l'altro ostenta la parlata larga, tondeggiante e un po' mielosa del Sud; ma soprattutto, uno è espressione del rigore (magari apparente, ma sempre molto professional) della politica fine, mentre l'altro è un populista che non esiterebbe a vendere la madre per uno slogan di successo, non importa quanto irrealistico. Nonostante tutto questo, John&John hanno deciso di legare a doppio filo i rispettivi destini. Anzi, forse proprio grazie a tutto questo. Nelle settimane che hanno preceduto la scelta di Edwards, gli osservatori si sono scervellati per stabilire quale fosse il profilo ideale del running mate di Kerry. Conoscendo pregi e difetti del candidato presidente, ne hanno stilato la lista dei bisogni, accostando a ciascuna necessità un nome: vuoi fare piazza pulita in Florida ma senza pagar pegno a un vice troppo ingombrante? C'è Bob Graham. Vuoi contendere a Bush il voto latino? Ecco Bill Richardson, che è mezzo chicano. Vuoi assicurarti l'appoggio dei sindacati negli stati del Midwest? Il vecchio Dick Gephardt è una garanzia. Vuoi blindare il ticket sulle questioni di sicurezza nazionale? Wes Clark è perfetto. Vuoi un vice perbene che faccia il vice e nulla più? Tom Vilsack. Vuoi fare il rivoluzionario e portare una donna ai massimi vertici della politica mondiale? Ci sono la senatrice della Louisiana Mary Landrieu o quella dell'Arkansas Blanche Lincoln (Hillary no, non c'è mai stata). Eccetera. Fino alla domanda decisiva: vuoi il calore che a te manca, un uomo capace di parlare a quelli con cui tu non riuscirai mai a stabilire una comunicazione? John Edwards fa al caso tuo. In tutto questo c'è una lezione da imparare. In politica c'è poco da fare gli schifiltosi. Specie in una competizione secca come le presidenziali, o si vince o si perde, senza vie di mezzo. E se per vincere bisogna imbarcare gente e idee diverse, anche a rischio di contaminare la purezza del proprio messaggio, così sia: avanti, c'è posto. Anche - si può dirlo? - per i girotondini. All'inizio del percorso, quando presero il via le primarie, l'uomo che più immediatamente venne associato con l'estremismo di centro all'italiana fu Howard Dean. Le sue filippiche contro il ceto politico e il suo tentativo di capitalizzare la rivolta morale di chi non ne poteva più delle liturgie washingtoniane lo fecero apparire come una sorta di Nanni Moretti a stelle e striscie. Ma Dean era comunque un ex governatore, uno il cui estremismo si manifestava solo nella scelta pacifista. L'interprete più autentico del populismo, del mito della ggente - in America a rappresentarla sono i «men of the people» - e della politica fatta nelle aule di giustizia non è Dean. E' Edwards. Che non è un Di Pietro solo perché anziché il magistrato ha fatto l'avvocato, ma la cultura è la stessa: l'idea che il popolo bistrattato debba essere difeso innanzitutto in tribunale, e che la rivoluzione sia rappresentata dall'approdo in politica di un ex mattatore delle corti, ha in lui il suo massimo rappresentante. Discreto senatore - ma niente di più - se ha il seguito che ha lo deve al suo passato di principe del foro, di grande accusatore del vampirismo delle multinazionali, cui ha sottratto decine di milioni di dollari in nome e per conto dei suoi assistiti. Anche per questo, buttatosi in politica, ha mantenuto lo stile da cavaliere della tavola rotonda, la retorica infiammante, le parole d'ordine a presa rapida. Perché l'elettorato è come una giuria, più che convinto dev'essere sedotto. Il resto viene dopo. John Kerry, l'uomo dei ragionamenti lunghi e un po' noiosi, il secchione della politica e delle fatiche legislative, con tutto questo non c'azzecca nulla. Ma il 2 novembre bisogna ristabilire il primato della politique politicienne, o conta solo vincere? continiforamerica.blogspot.com

FALKLAND/MALVINAS: UNA GUERRA CHE FA ANCORA "VITTIME" General, Standard Da più di due mesi, nel disinteresse quasi generale, decine di ex-militari che nel 1982 combatterono la guerra per l'arcipelago delle Falkland/Malvinas nelle file dell'esercito argentino sono accampati a Plaza de Mayo, luogo simbolo della protesta sociale e civile nel Paese sudamericano, per chiedere al governo argentino di riceverli e ascoltare le loro ragioni. Il conflitto di 22 anni fa - in cui morirono 700 soldati argentini e 255 britannici - durò dal 2 aprile al 14 giugno e vide di fronte Argentina e Gran Bretagna per il controllo delle isole che, scoperte nel 1520 dalla spedizione spagnola di Esteban Gómez, dopo alcuni secoli e successive occupazioni inglesi, francesi e spagnole, nel 1820 furono annesse dall'Argentina ma, nel 1833 furono ri-occupate da Londra, che da allora ne detiene la sovranità nonostante le ripetute proteste di Buenos Aires. I reduci, molti dei quali ancora giovani, chiedono ora che lo Stato aumenti la loro pensione mai rivalutata dal 1991, motivo per cui oggi sono costretti praticamente alla fame. La pensione media di un reduce delle Falkland/Malvinas è di 430 pesos al mese (pari a circa 140 euro); sommata ad alcuni benefici garantiti ai reduci dalle leggi provinciali, questa cifra per molti arriva a 700 pesos (circa 230 euro). Secondo l'Istituto nazionale di statistica , in Argentina si è poveri sotto i 724 pesos mensili. Ora i reduci vogliono di più e chiedono un risarcimento per quel che dovettero subire dalla dittatura militare argentina una volta terminato il conflitto che li vide perdenti. "Al ritorno dalle isole, ci imposero un silenzio forzato" ha detto Ernesto Alonso, presidente del 'Consejo de Instituciones de Ex Combatientes y Veteranos de Malvinas' della provincia di Buenos Aires. "Appena rientrati, siamo stati chiusi in un campo dell'esercito per 'ingrassare', poiché non si voleva che si sapesse quanta fame avevamo patito. Dopo di che ci hanno obbligato a firmare una dichiarazione giurata con la quale ci siamo impegnati a non rivelare a nessuno quel che era successo durante la guerra". Il risultato, ha spiegato Alonso, è che di tutti i combattenti di allora la metà se la passa molto male. Alonso ha anche ricordato che dopo la guerra il numero dei soldati argentini suicidatosi (circa 700) è stato pari a quello dei caduti nel conflitto. [LL] misna.it

Ad Infinitum? Campagne presidenziali nell'era della tv di Michey Z da counterpunch.com Dal 1952 i candidati alla presidenza degli Stati Uniti hanno avuto come punto centrale dei loro programmi la difesa interna, accusando l'avversario di non essere sufficientemente "amante della guerra". Nessun candidato ha fatto eccezione, da Kennedy a Bush junior. “La democrazia è una forma di governo che sostituisce il voto di molti incompetenti con la nomina di pochi corrotti”. - George Bernard Shaw Sprofondati nell' arena elettorale per la corsa alla presidenza, tutti ci siamo fatti più o meno un’opinione. Le famiglie si dividono, le amicizie si spezzano e si sprecano enormi quantità di energia nel futile tentativo di distinguere tra i candidati collegiali (questa volta, si tratta di due guerrafondai laureati a Yale). In effetti, se si dovesse valutare le presidenziali americane dagli spot televisivi, si noterebbe che i due partiti hanno a malapena cercato di mascherare il loro tentativo di controllo perpetrato da più di cinquant’anni. “The Living Room Candidate: Presidential Campaign Commercials 1952-2004” è una mostra online presentata dall’American Museum of Moving Image, che propone più di 250 messaggi televisivi e analisi storiche realizzate in occasione delle elezioni statunitensi anno dopo anno a partire dal 1952 (http://www.livingroomcandidate.movingimage.us). Clicca su alcune delle pubblicità per far apparire le statistiche. Dwight D. Eisenhower, l’uomo che “ci ha condotto alla vittoria e alla pace del V-E Day” dichiarò nel 1952: “L’amministrazione Truman ha speso miliardi di dollari per la difesa nazionale, tuttavia oggi non abbiamo abbastanza carri armati per la guerra in Korea. E’ tempo di cambiare". Se si sostituisce “Korea” con qualsiasi altro luogo sulla terra, ci si può fare un’idea. Sembra che, per più di 50 anni, l’obiettivo sia stato quello di mantenere la pace creando sempre altri modi per mettere in atto la guerra. Nel 1960 Richard Nixon dichiarò: “Faremo in modo che l’America continui a essere la nazione più forte del mondo e, a questa forza, assoceremo una diplomazia risoluta, basata sul teorema niente scuse - niente rimorsi. Cercheremo sempre di negoziare la pace ma non concederemo mai nulla senza ottenere qualcosa in cambio”. Nel 1976 un articolo su Gerald Ford riportava quanto segue: “Siamo in pace con il mondo e con noi stessi. L’america sorride di nuovo e un gran numero di persone crede che la leadership di quest’uomo responsabile e fidato permetterà all’America di continuare a essere felice e sicura. Sappiamo di poter fare affidamento su di lui per far diventare la pace la più grande priorità. La pace insieme alla libertà. C’è qualcosa di più importante?” Sia Ronnie Raygun e Jimmy Carter seguirono lo stesso cammino nel 1980. Carter affermò: “La mia maggiore responsabilità è quella di difendere il paese e di preservarne la sicurezza. Per questo, in cima alla mia lista delle priorità, c’è una forte difesa e così continuerà a essere”. Raygun: “La pace si costruisce sulla forza economica, militare e strategica. La pace si perde quando queste forze si dissolvono oppure, il che è peggio, quando l’avversario le considera tali”. In effetti, Raygun si dedicò a promuovere il presupposto più armi - meno guerre per Barry Goldwater nel 1964: “Ho chiesto di parlare con voi perché sono matto. Conosco Barry Goldwater da tanto tempo e quando ho sentito la gente dire che è impulsivo o altre sciocchezze del genere, non ne ho potuto più. Credetemi. Se non fosse stato per Barry, che ha condotto quei ragazzi a Washington in punta di piedi, pensate sinceramente che la nostra difesa nazionale sarebbe stata così forte? E ricordate, quando Barry parla del mondo cui bisogna mantenere la pace, quando afferma che solo il forte può rimanere libero, sa di cosa sta parlando. Inoltre conosco la meravigliosa famiglia Goldwater. Davvero credete che Barry voglia che i suoi figli e le sue figlie vengano coinvolti in una guerra? Pensate che voglia che sua moglie diventi una madre dei tempi di guerra?Ovviamente no. Perciò unitevi a me e portiamo alla Casa Bianca un vero leader e non un politico potente. Votate per Barry Goldwater". Secondo le regole di questo gioco, non c’è nulla di peggio del non puntare abbastanza sulla difesa. Bush senior usò questa tattica contro il suo avversario nel 1988: “Michael Dukakis si è opposto quasi adogni sistema di difesa sviluppato. Si è opposto alle nuove portaerei, alle armi anti-satellite e a quattro sistemi di missili, compreso lo schieramento di missili Pershing II. Si è opposto al bombardiere segreto, un sistema terrestre di emergenza di avvertimento contro i test nucleari. Ha inoltre criticato la nostra missione di salvataggio a Grenada e il nostro attacco aereo in Libia. E adesso vuole essere il nostro comandante capo. L’america non può permettersi di correre questo rischio”. Dukakis prontamente salì a bordo, cercando di rimuovere tutti i dubbi riguardo al fatto che non fosse così amante della guerra come lo sfidante.“Dichiaro pubblicamente le mie opinioni sui veri sistemi di armamenti contro i quali, secondo lui, io mi sarei opposto. Voglio costruire una forte difesa.” Bush junior, quest’anno, sta mettendo in pratica le stesse tattiche: “Siccome le nostre truppe stanno difendendo l’America nella Guerra del Terrore, devono avere tutto ciò di cui hanno bisogno per vincere. Eppure John Kerry si oppone alle armi vitali per ottenere la vittoria in questa Guerra.” John Forbes Kerry (JKK2 per coloro che da casa tengono il punteggio) ha messo subito le cose in chiaro: “Lasciatemi dire esattamente cosa farei per cambiare la situazione in Iraq. Chiamerei immediatamente in causa la comunità internazionale per condividere il peso e il rischio, perché anche loro sono interessati all’esito di ciò che sta accadendo in quel luogo. I contribuenti americani, in questo momento, pagano 200 miliardi di dollari e chissà quanti altri miliardi dovranno pagare… Inoltre paghiamo il prezzo più caro con la perdita della vita dei nostri giovani soldati – pressoché soli". Bill Clinton e Hubert Humphrey aggirarono la facile etichetta attaccando intelligentemente i repubblicani dalla destra. Nel 1968, HH si domandava: “Volete che Castro abbia le bombe ora?Volete che qualsiasi paese sprovvisto di bombe possa essere in grado di entrarne in possesso?Ovviamente no.” Lo scrittore di successo Bubba, nel 1996, definì Bob Dole “disperato e scorretto” in un articolo che esponeva le tendenze repressive di Clinton sul fronte interno: “Il Presidente Clinton ha raddoppiato il numero degli agenti di confine, mille in più in California. Ha firmato una dura legge contro l’immigrazione illegale per proteggere i lavoratori americani. Sono stati 160 gli immigrati illegali e i criminali deportati, un vero primato. Bob Dole ha votato contro un risarcimento alla California tenere in prigione degli immigranti illegali. Il Time Magazine afferma che il suo rischioso programma di ridistribuzione dei redditi potrebbe tagliare 2.000 agenti di confine e 4.000 dell’FBI. Bob Dole, un uomo sbagliato in passato, un uomo sbagliato per il futur”. Provate a scoprire chi è il responsabile di questa gemma : “Il problema che tutti devono affrontare, sia i Repubblicani che i Democratici, è il seguente: riuscirà la libertà a vincere nella prossima generazione oppure il (INSERIRE QUI IL CATTIVO DI TURNO) avrà la meglio? Questo è il vero problema, ma se affrontiamo le nostre responsabilità, credo che la libertà vincerà... Ma se non ce la facciamo a progredire e a sviluppare una sufficiente forza militare, economica e sociale , credo che la ruota potrebbe iniziare a girare a nostro sfavore. Io non voglio che, tra dieci anni, gli storici dicano che questi sono stati gli anni in cui la ruota ha smesso di girare a favore degli Stati Uniti. Voglio che dicano che questi sono stati gli anni in cui gli Stati Uniti sono progrediti.” Risposta: era JFK e, ovviamente, i nemici a cui si riferiva erano i comunisti. Prendendo in prestito una citazione di Zach de la Rocha, ex membro dei Rage Against The Machine: “La struttura è stata creata, non la cambierai mai con le votazioni.” "The Living Room Candidate: Presidential Campaign Commercials 1952-2004": http://www.livingroomcandidate.movingimage.us Mickey Z. è l’autore di due nuovi libri: “Le sette esatte interpretazioni: lo smascheramento delle bugie nascoste dietro la Propaganda di Guerra” (Common Courage Press) e “Un’ errore gigantesco: articoli e saggi per la vostra auto-difesa intellettuale” (Library Empyreal/Wildside Press). Per ulteriori informazioni, visitare il sito: http://mickeyz.net. Fonte: http://www.counterpunch.com/mickey07162004.html Tradotto da Loredana Stefanelli per Nuovi Mondi Media For Fair Use Only

Zanotelli scrive a Wolfensohn di Redazione (redazione@vita.it) Banca Mondiale "Sessant'anni di disastri. E' ora di voltare pagina" Alex Zanotelli lancia un appello a James Wolfensohn e al direttore esecutivo Italiano Biagio Bossone Gentile dott. Wolfensohn e dott. Bossone, nel giorno del sessantesimo compleanno della Banca mondiale mi rivolgo a Lei, ed ai rappresentanti italiani nell'istituzione che Lei dirige. Il mio non è un biglietto di auguri. Vorrei ricordarvi quali sono le responsabilità e le cose che ci si aspetta da una istituzione che raggiunge questa età. La Banca mondiale investe 30 miliardi di dollari l'anno con il mandato specifico di alleviare la povertà e avrebbe tutto il potenziale di creare con questi soldi servizi sanitari, educativi, programmi agricoli ed infrastrutture adeguate per i più poveri del mondo. Invece mi accorgo con rammarico che continua a finanziare progetti energetici di sfruttamento dei combustibili fossili nei paesi poveri, spesso condotti dalle multinazionali più ricche del mondo, come la Shell o la BP o l'Agip, che hanno dimostrato nel corso degli ultimi decenni di non avere alcun impatto sulla lotta alla miseria. Più dell'80% dell'energia prodotta, con i prestiti della Banca ai governi o direttamente alle imprese, è infatti esportata, usata dai paesi ricchi, inclusa l'Italia. Non serve ai poveri! Forse ancora più grave è il fatto che i soldi investiti dalla Banca in questo settore hanno lasciato una scia di disastri ambientali e sociali enormi, dalle fuoriuscite di cianuro in Perù o Kyrghizistan alle espropriazioni delle terre e l'inquinamento delle scarse risorse acquifere nei progetti petroliferi del Ciad. Gli esempi abbondano. Sessant'anni dovrebbe essere l'età della saggezza. La Banca Mondiale invece sta ostinatamente recitando ancora il mantra della "crescita economica" ai critici delle sue politiche sostenendo che i progetti petroliferi o minerari aiuteranno inevitabilmente i poveri. Ma non è stato ormai dimostrato che 1.5 miliardi di persone, nei 50 paesi al mondo, dipendenti maggiormente da petrolio, gas e miniere, vivono con meno di 2 $ al giorno? Perché la Banca Mondiale non vuole trarre le dovute conseguenze dai dati degli ultimi 40 anni che rivelano che paesi del Sud del mondo con poche risorse naturali hanno visto una crescita due o tre volte maggiore di quelli ricchi di risorse? Sono constatazioni che prendo dal rapporto Extractive industry review (Eir), preparato dall'autorevole Emil Salim, frutto di tre anni di ricerche e analisi in tutto il mondo, anche con il coinvolgimento della società civile Internazionale e delle popolazioni colpite dagli effetti disastrosi dei progetti. Le raccomandazioni di questo rapporto sono a mio giudizio un'opportunità immensa per bloccare una volta per sempre i finanziamenti da parte della Banca per l'estrazione di petrolio e carbone a vantaggio soltanto delle grandi multinazionali e dei consumatori del nord del mondo e potenziare invece i finanziamenti necessari per progetti reali di lotta alla povertà. Questo rapporto dimostra oggettivamente che la Banca non ha portato sviluppo quando ha investito solo sui combustibili fossili, ma ha creato più povertà, debito e conflitti. Nei suoi 60 anni di attività la Banca mondiale ha sostenuto compagnie petrolifere con un passato equivoco ed in paesi a regimi dittatoriali. In paesi con scarsa democrazia, nessuna trasparenza e poco rispetto per i processi legali, investire in petrolio, gas e progetti minerari ha portato pochi benefici ai poveri, ma anzi ha aggravato la loro situazione. Mi preoccupa molto la paurosa distruzione dell'ambiente che i progetti promossi dalla Banca provocano. E questo è strettamente legato alla crescente pauperizzazione. Lo hanno capito le migliaia di sfortunati che ogni giorno muoiono vittime di progetti di sviluppo sbagliati. Perché, a sessant'anni, la Banca mondiale si ostina a non capirlo? Dall'anno della firma della Convenzione sul clima (1992) non è diminuita infatti la percentuale di risorse finanziarie dei paesi del Nord - finanziatori della Banca mondiale - che confluiscono nel settore estrattivo. Ma i poveri non sono i più vulnerabili ai cambiamenti climatici? So che numerosi studi sostengono che un innalzamento della temperatura di più di due gradi al di sopra delle medie del periodo pre-industriali avrà rischi maggiori sui poveri. Non si tratta di impedire ai paesi poveri di usare le loro risorse. Credo che petrolio, gas e miniere non siano prodotti fini a se stessi, ma mezzi per provvedere energia nella lotta contro la miseria. E se questo non avviene la Banca mondiale deve ripensare tutto il modello di sviluppo. Sessant'anni di disastri, pagati soprattutto dai poveri, sono più che sufficienti! Forse la raccomandazione più importante del rapporto è che la Banca mondiale dovrà ridurre progressivamente fino all'annullamento, gli investimenti nella produzione petrolifera entro il 2008, ed eliminare fin d'ora i sussidi per il carbone. La Banca dovrà devolvere parte di queste risorse finanziarie liberate a favore di investimenti per le energie rinnovabili, progetti di riduzione delle emissioni di gas, investimenti in tecnologia pulita e in conservazione dell'efficienza energetica. Il mercato mondiale riceverà così un segnale importante che i soldi della più grande agenzia di sviluppo al mondo non andranno più a finanziare le grandi imprese petrolifere multinazionali. I paesi ricchi e finanziatori della Banca mondiale, come l'Italia, devono invertire la rotta di 360 gradi e iniziare a premiare quei paesi che rispettano i diritti l'ambiente - condizioni essenziali per una vera lotta alla povertà - e non coloro che chiedono garanzie finanziarie per coprire il rischi con soldi pubblici. Sessant'anni è il momento giusto per fare un bilancio. O oggi la Banca inizia a diventare più saggia e a imparare dai disastri del passato, o è meglio che vada in pensione. Centinaia di organizzazioni, movimenti di base, religiosi, parlamentari che in tutto il mondo chiedono alla Banca mondiale ed ai suoi direttori esecutivi di adottare le raccomandazioni del rapporto Eir. E' questione di vita o di morte per due miliardi di uomini e donne che non hanno futuro! vita.it

Il tempo libero degli europei Tito Boeri Guido Tabellini Nell’ Unione europea, il reddito medio pro capite è più basso del 30 per cento circa rispetto agli Stati Uniti. Il divario è dovuto quasi interamente al fatto che gli europei lavorano meno degli americani: il prodotto per ora lavorata è infatti pressappoco lo stesso tra le due sponde dell’Atlantico. Perché sono poche le ore lavorate Ma perché gli europei lavorano così poco? È opinione diffusa (si veda Blanchard) che questo rifletta semplicemente le loro preferenze: gli europei scelgono di lavorare meno degli americani perché più di loro apprezzano il tempo libero. Se così fosse, ne deriverebbero implicazioni politiche profonde. Gli europei non dovrebbero preoccuparsi del divario di reddito con gli Stati Uniti perché il reddito non sarebbe una misura adeguata del benessere. Né dovrebbero preoccuparsi perché lavorano un numero minore di ore, dal momento che si tratterebbe di una loro scelta. Piuttosto, dovrebbero compatire i poveri americani, incapaci di comprendere che cosa è davvero importante nella vita. Purtroppo, però, questa visione panglossiana del mercato del lavoro in Europa non è confermata da una attenta analisi dei dati. Cerchiamo di chiarire i fatti. Le ore lavorate sono relativamente basse nei grandi paesi dell’Europa continentale: Francia, Germania, Italia e Spagna. Utilizzando dati Ocse, possiamo scomporre in due componenti il divario di ore lavorate in media tra questi paesi e gli Usa. Primo, l’Europa ha un più basso tasso di occupazione. La quota di popolazione attiva che lavora è minore rispetto agli Usa. Questo fattore spiega circa due terzi del divario con gli Stati Uniti. Secondo, il lavoratore medio europeo lavora un numero di ore inferiore: questa componente, che spiega il restante terzo del divario, riflette in parte la diffusione del lavoro part-time in Europa. Un quarto della differenza in ore lavorate per lavoratore tra Stati Uniti e i quattro grandi paesi europei è attribuibile al part-time. Nel caso della Germania, arriva a spiegare quasi metà della differenza. Nel complesso, i dati suggeriscono che la ragione principale per cui gli europei lavorano meno degli americani è che molte persone in Europa non lavorano affatto. Certo, il lavoratore medio europeo ha una settimana lavorativa più breve – e meno settimane lavorative in un anno – dei colleghi americani. Ma questo non è il fattore più importante (vedi Tabasso). Scelte politiche, non individuali Se consideriamo come fattori quali il sesso o l'età incidano sulle scelte di lavoro, di nuovo troviamo differenze sistematiche tra Europa e Stati Uniti. In Europa, la quota di donne in età lavorativa che lavora è del 10 per cento inferiore a quella degli Stati Uniti, mentre la proporzione di persone sopra i cinquantacinque anni ancora al lavoro è del 19 per cento più bassa. La differenza nel tasso di disoccupazione è in gran parte dovuta alla maggiore disoccupazione giovanile in Europa. Mentre la prevalenza del lavoro part-time fra le donne, i giovani e gli anziani è di gran lunga maggiore in Europa. E il calo di ore lavorate per lavoratore verificatosi negli anni Novanta in alcuni paesi europei – Olanda, Irlanda e Germania – riflette appunto l’incremento dell’occupazione femminile. Tutti questi fatti indicano che le peculiarità europee hanno a che vedere più con le politiche pubbliche che con libere scelte individuali. Il basso tasso di partecipazione al lavoro degli anziani è semplicemente il risultato dei generosi sistemi pensionistici europei. E il basso tasso di occupazione tra i giovani e le donne riflette una regolamentazione del mercato del lavoro che protegge gli occupati e accresce il loro potere contrattuale, ma che esclude gli altri dal lavoro. Anche la media più bassa di ore lavorate tra gli occupati non prova che gli europei hanno una maggiore preferenza per il tempo libero. Al margine, un’ora di lavoro in Europa è tassata con un’aliquota di circa il 50 per cento, contro il 30 per cento degli Stati Uniti, con un potere di acquisto nettamente inferiore. Gli incentivi più deboli, e non la diversità nelle preferenze, spiegano perché il giorno lavorativo è più corto in Europa. Ancora una volta, questo è legato a politiche pubbliche e in larga parte a politiche redistributive che beneficiano gli anziani. Sempre le politiche pubbliche – l’imposizione per legge delle 35 ore settimanali – spiegano perché la Francia sia l’unico paese dell’ Unione europea dove negli ultimi anni si è verificata una sensibile riduzione delle ore lavorate per i lavoratori a tempo pieno. Insomma, l’idea che gli europei lavorano meno perché sono pigri o perché hanno scelto di godersi la vita è un’illusione. Alcuni europei riescono in effetti a stare a casa a godersi il tempo libero, ma altri ne pagano il prezzo. E molti europei sarebbero ben contenti di lavorare per una paga inferiore rispetto a quella di chi è già occupato, ma sono esclusi dal mercato del lavoro. Questa situazione è il risultato dell’influenza politica di sindacati che rappresentano solo chi ha già un lavoro stabile e dei beneficiari dei sistemi pensionistici pubblici, non della libera scelta del cittadino medio europeo. In altre parole, la politica, non la psicologia, spiega le differenze tra Europa e Stati Uniti. Quanto prima ci renderemo conto di questo fatto, tanto più saremo capaci di eliminare le distorsioni che costringono tanti europei a rimanere poveri e fuori del mercato del lavoro. * Una versione preliminare di questo articolo è apparsa sul Financial Times del 4 giugno 2004 lavoce.info

Radicale immaginario, per il presente IDA DOMINIJANNI In un articolo scritto per la neonata rivista «Studi culturali» del Mulino, Brett Neilson, un giovane docente della University of Western Sydney molto vicino al pensiero radicale italiano e autore di un interessante saggio sulla politica dell'immaginario (Free trade in the Bermuda Triangle... and Other Tales of Counterglobalization, University of Minnesota Press, 2004), traccia alcune note provocatorie, a suo dire provvisorie e a mio avviso molto stimolanti, sui rapporti che il potere intrattiene oggi con la sfera dei sentimenti e dell'immaginazione e su quelli che una politica alternativa dovrebbe a sua volta imparare a intrattenere. Mi permetto proditoriamente di anticiparne alcune intuizioni (l'articolo non è stato ancora pubblicato), perché mi sembrano rilevanti anche come contributo indiretto al dibattito sulla sinistra radicale che si sta svolgendo in questo scorcio di luglio sulle pagine del manifesto. Niente meglio dell'Italia berlusconiana, osserva infatti Brett e io concordo con lui, mostra lo scarto fra una politica del potere che usa la manipolazione dei sentimenti e dell'immaginario come parte integrante delle tecniche di governo di una democrazia post- costituzionale, e una politica di opposizione ancorata a categorie puramente razionali e istituzionali che della mobilitazione dei sentimenti e dell'immaginario si ostina a sottovalutare l'importanza. Anche se, come sempre, il laboratorio italiano fa luce su una situazione più generale. Non è Berlusconi ma l'intero quadro della politica globale a imporre la centralità del tema. L'11 settembre e il successivo trattamento dell'evento da parte dell'amministrazione americana e dei grandi network televisivi; l'11 marzo e il successivo conflitto fra la versione televisiva di Aznar e la controinformazione degli elettori spagnoli via Internet; la gestione a effetto delle immagini della guerra in Iraq, fra bombe «shock and awe» e statue di Saddam decapitate; la via fotografica alla denuncia delle torture di Abu Ghraib; la diffusione in Rete della decapitazione degli ostaggi occidentali da parte dei terroristi islamici: sono tutti esempi di come il potere fa leva su sentimenti elementari e fa politica dell'immaginario usando le tecnologie dell'immaginario, e di come a sua volta il contro-potere - caso 11 marzo, caso Abu Ghraib - riesce a vincere quando agisce sugli stessi terreni e con le stesse tecnologie, ma a modo suo e per fini suoi. Non si tratta solo, sottolinea giustamente Neilson, di analizzare la potenza del visuale nelle società postmoderne. Si tratterebbe di analizzare le complesse strategie del potere e del controllo che si formano all'incrocio fra visuale e tecnologico (quante tracce lasciamo ogni volta che andiamo in Rete?), fra livello cognitivo e livello emozionale della ricezione dei messaggi, fra ideologia e senso comune, fra razionalità degli enunciati e corporeità dell'esperienza. E di rispondere a queste complesse strategie del potere con pratiche alternative altrettanto complesse, e altrettanto emozionali. Che la sinistra radicale, continua l'autore, si trova però a dover interamente reinventare, oltre le vie classiche della rappresentanza e oltre l'illusione di poter contrastare la «falsità» delle rappresentazioni del potere contrapponendole la «verità» del contropotere. Rappresentanza politica e rappresentazione linguistica, i due potenti bastioni della razionalità del Politico moderno, vacillano entrambi quando a politicizzarsi, sul versante del potere, sono il corpo, i sentimenti, le emozioni, la percezione, l'immaginario. A quel punto non bastano, sul versante dell'opposizione, dei razionali progetti di ingegneria istituzionale o costituzionale. Ma non basta neanche rispondere con l'immaginazione di «un altro mondo possibile», con un movimento reattivo di rifiuto del presente che rinvia il problema a un domani migliore. Ci vorrebbe, dice Neilson parafrasando Marx, «un movimento reale che abolisce lo stato di cose presenti», a partire dalle condizioni materiali e immateriali in cui siamo immersi, mobilitando verso l'azione i corpi e le menti, la razionalità e l'emotività, il sapere e l'immaginario. Qualcosa di non molto diverso da quello che il femminismo italiano ha chiamato «politica del simbolico». Perché invece la sinistra radicale, italiana e non solo, continua a discutere di contenuti programmatici, formule organizzative, mondi a venire, come se la razionalità politica non c'entrasse niente con i sentimenti e l'immaginario, e come se i sentimenti e l'immaginario fossero diventati per sempre una colonia di Silvio Berlusconi? Il manifesto

Georgia: Il governo ordina alla BP di fermare la costruzione dell'oleodotto BTC - Il gigante petrolifero Inglese BP ha avuto l'ordine di fermare i lavori sull'oleodotto Baku-Tbilisi-Ceyhan dopo aver infranto la legislazione nazionale. Il governo Georgiano ha sospeso i lavori sul BTC a seguito della decisione di iniziarne la costruzione nella regione ecologicamente sensibile del Borjomi nonostante i ripetuti tentativi di ottenere la necessaria certificazione ambientale per proseguire siano sempre falliti. La regione contiene il Parco Nazionale Borjomi, un'area di rara bellezza naturale. Il vice ministro dell'ambiente Zaal Lomtadze ha detto al WWF che il suo ministero ha inviato alla BP un sellecito lo scorso 12 Luglio affermando che la multinazionale deve chiedere i permessi per la costruzione dell'infrastruttura nella regione. Ma la BP non ha inoltrato alcuna richiesta. I fotografi del WWF hanno rivelato che la BP e' andata avanti illegalmente nella costruzione per piu' di una settimana senza permessi, finche' non e' intervenuto il governo il 22 Luglio e ha sospeso i lavori. Oltre al parco, la regione contiene le montagne Kodiana, un'area geologicamente complessa ed estremamente vulnerabile a frane e terremoti. Il ministro dell'ambiente Tamar Lebanidze aveva dichiarato che non avrebbe approvato il tragitto nella regione Borjomi selezionata dalla BP nel Novembre 2002, a causa del rischio di danno ambientale catastrofico nel caso della rottura del'oleodotto. "Violando la legge Georgiana, la BP sta chiaramente violando i suoi accordi con la Banca Mondiale e altri finaziatori," ha detto l'ONG Inglese Corner House. "La domanda chiave adesso e' cosa faranno queste istituzioni? La Banca Mondiale sostiene di aver speso centinaia di milioni di dollari dei nostri soldi per poter far rispettare alti standard nella costruzione delle opere come il BTC. Il governo Georgiano ha agito in risposta a queste violazioni. I finanziatori devono agire di conseguenza se vogliono mantenere la loro credibilita'." L'incidente e' l'ultimo di una serie di rivelazioni imbarazzanti per la BP sulla costruzione del BTC. Fonte: Friends of the Earth UK; traduzione di Fabio Quattrocchi fabiocchi@ecquologia.it www.ecquologia.it

Una Internet che delude? Se lo spam uccide l'email ci sono altre cose che uccidono internet, come dimostra il calo dei servizi e delle informazioni gratuitamente accessibili. Ma è davvero così? 29/07/04 - Lettere - Roma - Tempo fa Punto Informatico pubblico' un mio articolo in cui dimostravo con vari esempi come le informazioni effettivamente reperibili su Internet siano molto poche. Il fallimento della campagna telematica del candidato USA Dean e l'articolo di un lettore di PI che prevede un rapido declino di Internet data la difficoltà a usare email piene di spam e con i servizi e le scarse informazioni online ormai quasi tutti a pagamento, mi inducono a alcune riflessioni. I navigatori italiani sarebbero 13 o 19 milioni (statistiche un po' discordanti, eh?). Chi vende computer e annessi ha tutto l'interesse a far credere che ormai quasi tutti siano collegati a Internet, che ci si trovi tutto, e guai a chi resta fuori dal gioco. Se pero' si fa un giretto per i siti e i newsgroup politici italiani si nota come i partecipanti siano pochissimi, e certi nomi compaiono in posti diversi. A sinistra Ecn.org con le sue ML sui 200 membri sostiene che a leggere i messaggi siano milioni, lo si puo' credere o no, difficile trovare dati per smentirli. Dalla parte opposta AreaBinaria con 400 iscritti: qui il controllo è più facile, perchè su Yahoo (con moltissimi gruppi, ma spesso sotto i cinque iscritti) anche solo per leggere bisogna registrarsi, il che significa che ogni mille voti andati alla Mussolini ci sarà stato al massimo uno che bazzicava su Internet, il che fa pensare che la rete come luogo di diffusione di idee politiche e di propaganda elettorale non serve gran che. Probabilmente anche l'insuccesso di Dean va imputato a una effettiva pervasività della rete molto inferiore a quella declamata, persino in un paese con una percentuale di naviganti stimata doppia rispetto a quella italiana. E in Italia entra in gioco la legge sulla privacy, si sono viste le proteste contro i due candidati che pare abbiano inviato delle EMail agli elettori. Come per la pubblicità, anche per la propaganda politica è comprensibile la avversione di molti a ricevere spam, ma l'altra faccia della medaglia è che il proibirlo riduce di molto il valore della rete come mezzo di diffusione e discussione di idee politiche, se Tizio non puo' nemmeno far sapere che ha fondato un gruppo con il tal programma, è difficile che qualcuno vada a cercarne il sito. E in campo economico? I servizi bancari delle Poste con la informatizzazione non sono diventati molto più rapidi, ma i prezzi di versamenti in ccp e altre cose sono aumentati eccome: se lo si vuole considerare un investimento sarebbe stato meglio non farlo. Le banche che in passato si appropriavano di cinque giorni di valuta per gli assegni su piazza e quindici giorni per gli assegni fuori piazza, non è che con la telematica siano passati alla verifica istantanea della copertura degli assegni e al loro accredito immediato, al contrario hanno esteso a quindici giorni la valuta anche per gli assegni su piazza. E la Coop NordEst accredita gli assegni postali dopo 45 giorni! I grandiosi progetti di e-commerce sono stati molto ridimensionati, ormai si è praticamente rinunciato a occuparsi dei consumatori finali e ci si riduce ai rapporti tra aziende, e che questi funzionino bene ne dubito, altrimenti non ci sarebbe motivo di non estendere un sistema ben funzionante e collaudato alla massa dei consumatori. Le informazioni online sono spesso carenti, non di rado ingannevoli (Contoarancio cita il suo elevato tasso di interesse (iniziale), ma tace sul fatto che le banche online richiedono un altro conto, non virtuale, su cui effettuare costose operazioni con bonifici), e alla fin fine occorre andare agli sportelli o telefonare. Privati e Poste offrono visure catastali, ma le spediscono a casa, e non viene a costare meno nè ci si mette meno tempo che a fare un salto al Catasto. Quanto ai disoccupati, da alcuni mesi il Ministero del lavoro ha fatto sparire il servizio di collocamento online e-Labor, con una vaga promessa di sostituirlo prima o poi con qualcosa di simile, e intanto gli uffici di collocamento (uso la vecchia dizione) e Unioncamere si rifiutano di fornire il file con gli indirizzi di email di quell'80% di imprese che è ormai dotato di posta elettronica, file che in alcuni servizi di email consentirebbe di spedire contemporaneamente il proprio Curriculum vitae a tutte le imprese digitando il nome del file con gli indirizzi nel campo del destinatario, sarebbe un modo rapido ed efficiente per cercare lavoro, e invece viene impedito. Personalmente non voglio fare profezie sul futuro di Internet, ma se non si decidono a fornire una quantità di servizi e informazioni gratuiti che ripaghino delle spese inevitabili come hardware e collegamenti, la scelta più razionale è non perderci sopra troppo tempo e spendere il meno possibile, preferibilmente niente. Pahor Paolo Caro Paolo sottoscrivo molte delle cose che hai scritto pur segnalando che sono molti gli indicatori che avvertono di un nuovo aumento nel numero di utenti almeno dall'inizio di quest'anno dopo due anni di semi-stasi. Il fatto che la maggior parte di essi non acceda a newsgroup o mailing list è probabilmente direttamente collegato alla scarsa conoscenza della rete da parte dei neo-connessi, ossia della grande maggioranza degli utenti italiani. E spiega i grandi numeri registrati dai portali tuttofare. La presenza di servizi e informazioni in rete, anche qui in Italia, ha seguito varie fasi "stop and go" ma la vitalità di molte frequentate e direi "accanite" comunità credo faccia ben sperare per il futuro di questo grande network, il cui valore aggiunto, dovremmo ricordarcelo più spesso, non credo stia tanto o soltanto negli aspetti che hai citato quanto anche e soprattutto nelle opportunità che offre per una crescita personale e per lo sviluppo della persona. Un saluto, Lamberto Assenti punto-informatico.it


luglio 28 2004

L'Intesaconsumatori spara a zero Roma, 28 luglio 2004 - «Non soddisfatto del business dei giubbotti catarifrangenti costato 400 milioni di euro e dell'ulteriore business sui patentini, costato altri 200 milioni di euro alle famiglie, il 'ministro col buco intorno' che ha scavato una voragine nei conti degli italiani, si accinge a proporre il pagamento di un assurdo pedaggio feudale su 4.200 chilometri del totale della rete delle strade statali gestite dall'Anas, per finanziare le 'grandi opere', come quello richiesto nel medio-evo per attraversare i territori di competenza dei briganti,richiesto oggi dal Governo per finanziare la sua sconfinata megalomania!». L'Intesaconsumatori critica aspramente la proposta ribadita oggi dal ministro Lunardi di far pagare il pedaggio sulle strade statali. «Intesaconsumatori - si legge ancora nella nota - scandalizzata da un governo che aveva promesso meno tasse e più opportunità per tutti mentre in realtà mette le mani svuotando sempre più le tasche di italiani, anche del ceto medio, impoveriti come non mai nella storia repubblicana, si opporrà in tutte le sedi ad un disegno di inusitata violenza ed arroganza sulla pelle dei consumatori». lanazione.it

Zombi MICAELA BONGI Silvio Berlusconi non ha mai amato il teatrino della politica. Ma non è per questa ragione, né per eccesso di decisionismo, che ancora una volta sfodera arroganza. La riforma delle pensioni sarà approvata oggi, perché il ministro Siniscalco ha un disperato bisogno di far tornare, almeno in apparenza, i conti del Dpef. E per l'ennesima volta il governo chiede un voto di fiducia, come ha fatto (e ancora farà: al senato) sul decreto taglia spese e prima ancora su decine di provvedimenti. Di fronte alle minacce incrociate, agli ultimatum che pure ultimativi lo sono a giorni alterni, come dimostrano le «bandiere» solennemente piantate da Marco Follini sulla riforma costituzionale per poi essere sommessamente ammainate, il presidente del consiglio, diventato il fantasma di se stesso, alza impaurito le barricate: datemi fiducia, ripete. Ovvero: non mi fido di voi, non ci fidiamo più l'uno dell'altro - se mai ci siamo fidati - non fate scherzi o la Casa ci travolgerà con le sue macerie. Muoia Sansone con tutti i filistei, si era ritrovato recentemente a dire il premier di fronte allo scalpitare dell'Udc. E invece anche i filistei quest'estate andranno al mare. Silvio Berlusconi non ha mai amato il teatrino della politica, dunque ha deciso di organizzare i «giochi senza frontiere», affidandone la conduzione a Roberto Calderoli. Niente baita del Cadore, quest'anno. Destinazione: una spiaggia del sud per trovare la nuova «quadra» su forma dello stato e forma di governo. Nel corso della cosiddetta «Lorenzago 2» i «saggi» dovranno rispondere a interrogativi di quelli da togliere il sonno: fino a che punto andrà stravolta la Costituzione? Non troppo, implora l'anima ciccidì del partito di centro. Premierato forte, invocano i nazional-alleati paladini della collegialità. Devoluzione o morte (del governo) minacciano come sempre le camicie verdi. La «verifica» continua, il dibattito è aperto: non nelle aule del parlamento, ormai obsolete, come dimostra il continuo ricorso al voto di fiducia del quale il presidente Casini, dopo aver condotto a più miti consigli il riottoso segretario del suo partito, ora si dice «rammaricato»: il parlamento non è una buca delle lettere. Pazienza, il governo balneare preferisce le discussioni al mare, l'opposizione e il pubblico pagante saranno informati dalle tv addomesticate. Chissà se la Costituzione promessa, che fu il collante tossico dell'asse padano, vedrà mai la luce. La controriforma del sistema previdenziale, sicuramente sì, senza discussione. Questione di fiducia: quella che manca tra gli inquilini della casa berlusconiana e che dovrebbe mancare sempre più anche ai loro elettori. La Lega ancora una volta incassa e rilancia. Ottenuto il ritiro degli emendamenti centristi alle riforme e andata in visibilio per lo schiaffo assestato dal premier e i suoi valletti Buttiglione e Giovanardi a Marco Follini, i padani avevano chiesto il rinvio a settembre del voto sulle pensioni: mai fidarsi dei «democristianoni». Ma alla fine sosterranno la fiducia. «Questa è l'ultima», avevano giurato su Alberto da Giussano i leghisti appena la settimana scorsa, approvando la «manovrina». Gli scombussolati folliniani assicurano che le loro «bandiere» sventolano ancora alte ma che intendono solo concedere un supplemento di riflessione agli «alleati». Gianfranco Fini rimpiangerà Giulio Tremonti, senza il quale non sa più a che aggrapparsi tanto che ora è disperatamente aggrappato a quel Cavaliere al quale aveva addirittura sognato di fare le scarpe. Chiunque a settembre dovesse risultare il vincitore della «Lorenzago 2», a uscire pieni di lividi dalla rissa perenne non saranno soltanto gli sconfitti della maggioranza, lo sono già il paese e le istituzioni piegate alle esigenze sceniche di sua emittenza. Se il governo riuscirà a restare in piedi molto probabilmente sarà uno zombi. E ciò non dovrebbe essere affatto rassicurante. ilmanifesto.it

Nelle mani dell'Onnipotente di Mario Portanova Diario 27/07/04 Ecco l’inchiesta che il settimanale di Enrico Deaglio ha dedicato alla riforma della Costituzione. Il titolo di copertina è Carta straccia. Ne pubblichiamo, per gentile concessione dell’autore e della testata uno stralcio. Il resto lo si può leggere sul numero 29, anno IX, in edicola dal 23 luglio. Libertà e Giustizia e Astrid hanno promosso per il 2 ottobre, a Roma, una giornata di mobilitazione per dire ''no'' al testo sulla devolution già approvato al Senato e ora all'esame della Camera. E’ il secondo appuntamento dopo quello del 19 giugno allo Smeraldo di Milano. "Abbiamo deciso di preparare questa mobilitazione per tempo - dichiara Sandra Bonsanti di Libertà e Giustizia - perché intendiamo aprire nel Paese una battaglia a tutto campo. Questo testo è pericoloso e fa carta straccia della Costituzione e, in vista del referendum confermativo che ci dovrà essere, dobbiamo informare l'opinione pubblica". Alla mobilitazione del 2 ottobre, rende noto Bassanini di Astrid, aderiranno anche "le tre organizzazioni sindacali, i rappresentanti dei vertici delle categorie imprenditoriali, i Girotondi, i movimenti, molte forze politiche dell'opposizione e molti amministratori locali, da presidenti di Regione come Errani e Bassolino, a sindaci come Veltroni e Domenici". Nelle mani dell’Onnipotente Il primo ministro presenterà giovedì prossimo alla Camera la proposta di legge che sottomette la magistratura al governo. Il testo sarà probabilmente approvato in tempi rapidi, nonostante la netta contrarietà dell’opposizione e i malumori diffusi nella stessa maggioranza. Il capo del governo, infatti, ha minacciato di sciogliere la Camera in caso di voto contrario. Fantascienza costituzionale. Che può diventare realtà se verrà approvata la famosa “devolution” che la Lega pretende, pena l’uscita dal governo, e che Berlusconi ha giurato di darle in fretta. Sotto l’etichetta mediatica della “devolution”, infatti, si nasconde ben altro. Il federalismo, infatti, è bilanciato da un primo ministro (e non più “presidente del Consiglio”) in pratica onnipotente. La riforma della seconda parte della Costituzione, partorita dai “quattro saggi” del centrodestra a Loranzago di Cadore e approvata dal Senato lo scorso 25 marzo, è arrivata alla Camera. È il nuovo, grande scoglio, che la Casa delle libertà sta affrontando, dopo aver rattoppato le dimissioni di Giulio Tremonti e incassato (in senso pugilistico) quelle di Umberto Bossi, che di questa riforma era il ministro. Per la Lega resta una questione di vita o di morte, ma guastatori dell’Udc hanno già presentato in Commissione una cinquantina di emendamenti (poi ne hanno ritirati 14) indigesti per i nordisti. L’ennesimo salvataggio di questa maggioranza esangue dovrebbe passare per l’approvazione della riforma. Solo che questa volta il prezzo è molto alto: per tenersi buona la Lega, Berlusconi e soci rischiano di varare in tutta fretta un testo che devasta la nostra Costituzione. E disegna un sistema politico che non esiste in nessun altro Paese del mondo. È il “premierato assoluto” in una “Costituzione incostituzionale”, per dirla con Giovanni Sartori. Un sistema in cui “il popolo è libero solo nel giorno in cui vota mentre è schiavo tutti gli altri giorni”, secondo Leopoldo Elia. Una “delega totalitaria al primo ministro” per Giuliano Amato. “Un allontanamento tout court dalla forma democratica”, sintetizza Umberto Allegretti. “Il sogno autoritario di avere un’Assemblea legislativa solo “per approvare”, asservita e ridotta all’obbediente esecuzione della volontà del premier”, nell’analisi di Lorenza Carlassare. Sono soltanto alcuni dei 63 eminenti costituzionalisti e studiosi della politica che hanno raccolto i propri giudizi sul testo approvato dal Senato nel volume Costituzione. Una riforma sbagliata (Passigli editori), curato dall’ex ministro Franco Bassanini, senatore dei Ds, per Astrid (Associazione per gli studi e le ricerche sulla riforma delle istituzioni democratiche e sull’innovazione nelle amministrazioni pubbliche). “La maggior parte dei testi che abbiamo raccolto è fortemente critica, indipendentemente dalla collocazione politica degli autori”, commenta Bassanini. “Compreso quello di Antonio Baldassarre, che è stato presidente della Rai per il centrodestra”. Naturalmente il giudizio dei costituzionalisti non dipende dal fatto che, nella prossima legislatura, l’Onnipotente primo ministro possa chiamarsi Silvio Berlusconi o Romano Prodi o in qualsiasi altro modo. La macchina, secondo le loro analisi, è pericolosa (e difettosa) indipendentemente dal pilota. Poi certo che se l’Onnipotente è uno che vuole risolvere con la politica i propri guai giudiziari, che ha un sacco di interessi economici, che possiede giornali e tv, che tende alla megalomania e all’autoesaltazione.. be’, peggio ancora. Chiameremo questo ipotetico, pessimo primo ministro con una lettera convenzionale scelta del tutto a caso: B. Vi proponiamo alcuni scenari della politica italiana del 2006, così come sarebbe se la riforma approvata al Senato diventasse legge. Sono basati sulle considerazioni raccolte nel volume di Astrid, che Franco Bassanini ha sintetizzato in un colloquio con Diario. B. È PIÙ FORTE DI BUSH. Il presidente degli Stati Uniti è inamovibile per quattro anni, a meno che non cada nell’impeachment per comportamenti particolarmente gravi. Ha molti poteri di governo, visto che è stato eletto direttamente dal popolo. Ma non può mettere la fiducia sulle leggi, farsi dare deleghe legislative, nominare ministri o ambasciatori senza il consenso del Senato. Il primo ministro italiano B. è più potente di lui: ha il potere di sciogliere la Camera se i deputati della sua maggioranza non votano un provvedimento che gli sta particolarmente a cuore. Per esempio sulla giustizia, sull’informazione, sulla legge elettorale... E si sa che in genere i parlamentari sono pronti a votare quasi tutto pur di non “sciogliersi”, soprattutto in vista di un Parlamento che nel 2011 subirà una drastica cura dimagrante: i deputati passeranno da 630 a 400 (più gli eletti all’estero), i membri del Senato federale da 315 a 200 più i senatori a vita (ridotti pure loro a non più di cinque). Una specie di lotteria, per i cosiddetti “peones”. (Tant’è che la Commissione affari costituzionali della Camera ha già ridotto la riduzione: i senatori saranno 258, i deputati 516). Il presidente degli Stati Uniti se lo sogna di sciogliere le Camere: se le sue proposte vengono bocciate da Congresso e Senato può solo rassegnarsi. Come è successo anche a George W. Bush in diverse occasioni, quando la maggioranza repubblicana gli ha bocciato provvedimenti che concedevano ai privati la detenzione di armi da guerra o sgravi un po’ troppo munifici ai suoi colleghi petrolieri. Tanto i congressmen mica rischiavano il posto. B. È PIÙ FORTE ANCHE DI BLAIR. Anche il primo ministro britannico è potente, ma non inamovibile. Se perdesse la fiducia della maggioranza dei laburisti, Tony Blair dovrebbe dimettersi, cosa di cui si parla spesso negli ultimi tempi. E al suo posto salirebbe il sostituto scelto dal partito, cioè l’attuale ministro del Tesoro Gordon Brown. Il primo ministro B. non ha di queste preoccupazioni. Se la sua maggioranza lo rinnegasse, con una mozione di sfiducia, la Camera si scioglierebbe automaticamente. E qui si torna nelle delicate controindicazioni del “tutti a casa”. Il primo ministro B., insomma, assomma i poteri di Bush e quelli di Blair, ma non deve vedersela con il sistema di “controlli e contrappesi” tipici delle democrazie dotate di un capo del governo forte. E dire che B. non è stato neanche eletto direttamente dal popolo, almeno formalmente. Si è presentato agli elettori come candidato premier della sua coalizione, che ha vinto le elezioni. Grazie alla riforma, il presidente della Repubblica lo ha dovuto nominare automaticamente e non ha potuto dire mezza parola sulla lista dei nuovi ministri. Nemmeno su nomi controversi come C.P. alla Giustizia e M.D’U. all’Interno (anche queste sono sigle di pura fantasia, naturalmente). B. SOTTOMETTE I GIUDICI. La riforma non tocca la prima parte della Costituzione, dove sono scolpiti i diritti fondamentali dei citadini, né il Titolo IV che custodisce l’indipendenza della magistratura da ogni altro potere. La porta è chiusa, ma davanti al primo ministro B. si spalanca una finestra. Per esempio l’articolo 13 della Costituzione dice che la libertà personale è inviolabile: i cittadini non possono essere imprigionati se non nei casi e con le procedure stabiliti dalle legge. Che è una legge ordinaria, non costituzionale. Grazie a un emendamento del centrosinistra proposto da Franco Bassanini, con la riforma restano “bicamerali” (cioè devono essere approvate da Camera e Senato) le leggi di attuazione degli articoli della Costituzione dal 3 al 21 (cioè, diciamo così, dalla libertà personale alla libertà di stampa). Solo che l’indipendenza della magistratura è collocata ben lontana da quest’oasi protetta, negli articoli 101 e 104. E altrettanto può dirsi dei diritti civili e sociali (famiglia, scuola, lavoro). Di più: la maggioranza parlamentare, alla Camera, ha già proposto di rendere monocamerali anche le leggi in materia di libertà personale, di libertà di riunione e di associazione, di libertà di stampa (e il centrosinistra non si oppone). Così queste leggi saranno decise dalla sola Camera, sotto la minaccia di scioglimento agitata dal capo del governo. (……)

Fuori l'antisemitismo dalle Istituzioni » Forza Italia come Forza nuova: rappresaglia antisemita del capogruppo in Consiglio regionale delle Marche: ebrei "ospiti nel nostro paese". I Radicali di sinistra, che hanno lanciato una campagna di protesta (www.radicalidisinistra.it/creative/action/marche.htm), chiedono le dimissioni di Giannotti In una recente riunione del Consiglio regionale delle Marche l'assessore della Margherita Ugo Ascoli, membro di spicco della comunità ebraica locale, è stato aggredito verbalmente da Roberto Giannotti, capogruppo di Forza Italia, in modo razzista e vergognoso, definendolo "ospite in questo paese", in quanto ebreo. Con la volontà di scusarsi e giustificarsi Giannotti ha, speriamo per sola "reiterazione di ignoranza", replicato che "riteneva solo inamissibile che l'esponente di una cultura minoritaria venisse a dare lezioni di tolleranza e democrazia ai cristiani e alla Chiesa cattolica". Di fronte a questo episiodio di gravissima inciviltà, i Radicali di sinistra, hanno espresso la loro piena solidarietà all'On. Ugo Ascoli attraverso una lettera aperta ed hanno promosso una lettera di protesta contro il Consigliere Roberto Giannotti. I Radicali di sinistra fanno appello a tutta l'Italia democratica affinché faccia sentire il proprio dissenso e non far passare sotto silenzio un episodio di gravità inaudita, sottoscrivendo la lettera aperta di protesta pubblicata su www.radicalidisinistra.it

Le Primarie: "Un grande esempio di democrazia". Fabio Martino intervista Arturo Parisi su "La Stampa" del 28.07.2004 Nell’ufficio che predilige, quello a Montecitorio anziché quello alla Margherita, Arturo Parisi legge una per una le tante, monocordi dichiarazioni a favore delle primarie proposte da Romano Prodi e chiosa con la proverbiale ironia: «Il diluvio di sì oltreché impressionante, per qualche verso è anche preoccupante. Il cammino sinora fatto, è stato spinto dal consenso ma assai spesso è stato indebolito dall’unanimismo». Amico ascoltatissimo di Prodi, «inventore» di alcune scelte che hanno modificato la politica italiana – i Democratici, i referendum elettorali, l’Ulivo, la Margherita, la Lista unitaria - Arturo Parisi assapora con prudenza sarda il plebiscito alla proposta elaborata assieme a Prodi. Ma se mai si faranno, le primarie rappresenterebbero una grande novità nella politica italiana... «Un fatto assolutamente positivo per l’avanzamento della democrazia italiana». Paragonabile ad una riforma elettorale, anche se non fossero regolate per legge? «Come negarlo? Il cammino verso il bipolarismo vede certo nei referendum del ‘91-’93 i passaggi determinanti, ma trova le sue radici in scelte che vengono dalla prassi». Dica la verità: le primarie cancellano i candidati-ombra anti-Prodi? «Le primarie riducono enormemente lo spazio d’ombra e accrescono lo spazio della trasparenza». Più che primarie, al momento si profila un plebiscito: vi dovrete inventare un’alternativa di comodo a Prodi? «Prodi è riconosciuto come il candidato che al momento gode del maggiore consenso tra partiti ed esponenti politici autorevoli. Ma sappiamo che vengono da più parti avanzate altre candidature che, si dice, godano di un consenso sufficiente a farne proposte alternative». Ma lei pensa davvero che Veltroni o Rutelli potrebbero candidarsi contro Prodi? «Io credo che tutte le ipotesi debbano essere prese in seria considerazione». Ma se milioni di cittadini lo incoronano, Prodi non diventa un gigante rispetto ai pigmei leader di partito? «Sempre meglio rischiare di essere ridotto a pigmeo tra ombre indistinte, ingigantite da retroscena giornalistici. La nostra coalizione non ha una concezione padronale ma ha bisogno di un leader riconosciuto che si presenti al voto sostenuto da un consenso esteso e sicuro». Perché siano democraticamente credibili, le primarie, quando dovrebbero essere fatte? «Il momento è questo. Tutti sanno che le primarie sono competizioni a pieno titolo e qualche volta persino più aspre delle competizioni finali. Non a caso Romano Prodi ha evocato la categoria del sangue e della riconciliazione. Ci deve essere il tempo per farle ma anche il tempo per dimenticarle». Bisogna decidere entro questo autunno e votare entro il gennaio-febbraio 2005? «Non mi sono posto il problema del quando, perché siamo ancora al se. Tuttavia la scelta di farle penso deve essere presa entro l’autunno». Primarie sancite per via legislativa? «Questa è la soluzione di gran lunga preferibile ma le coalizioni possono darsi regole per via convenzionale. Stavolta mi pare inevitabile provare a percorrere questa strada». Basta che un partito dell’opposizione non sia d’accordo e le primarie non si fanno? «Qui sta la principale difficoltà: i soggetti vengono prima delle regole e quindi il darsi una regola presuppone una coalizione che sia determinata a darsela. Per questo ripetiamo con Prodi il bisogno di costruire certo la Federazione dell’Ulivo, ma anche la coalizione. Entrambe da subito». Insomma, le primarie o piacciono a tutti o non si fanno? «Esattamente». Quali primarie? All’americana? Alla spagnola? All’inglese? «La scelta deve essere il frutto di una discussione comune e la più larga possibile. Quanto ai dettagli oggi preferisco non pronunciarmi». Quanti elettori dovrebbero partecipare perché siano primarie democraticamente significative? «Penso che una competizione vera possa puntare a coinvolgere più di un quinto degli elettori della nostra coalizione, quindi più di tre milioni di persone». Tre milioni? Se mai si faranno, le primarie all’italiana potrebbero diventare un evento... «Un fatto rilevante, non c’è dubbio». Anche in questa occasione il gruppo dirigente uscito dal Pci dimostra disponibilità a mettersi in gioco: 15 anni dopo la svolta, lei che spesso è stato critico, che giudizio dà di questo gruppo? «Quello aperto da Occhetto e proseguito da Veltroni, Fassino e D’Alema non un processo improvvisato. E’ un gruppo dirigente che ha finito per sentirsi accomunato a noi che veniamo da un’altra cultura, dalla stessa storia: il passaggio dalla Prima alla Seconda Repubblica».

Primarie, coro di sì a Prodi Consensi dall´Ulivo. Il correntone ds: no a plebisciti Dalla Margherita al Pdci appoggio alla mossa del presidente Ue. Letta: soluzione per dare forza al candidato I verdi: leadership e programmi devono viaggiare insieme. Cofferati e Bassolino favorevoli alla proposta Mussi: "Se c´è un solo candidato occorre cambiare nome al metodo" da Repubblica - 28 luglio 2004 ROMA - Tutto l´Ulivo dice sì alle primarie proposte da Romano Prodi per scegliere il candidato premier per le elezioni politiche. Un´approvazione corale che va dalla Margherita ai Comunisti italiani, su cui pesano però i distinguo sulla necessità di estendere il metodo al programma o sull´inutilità di votare in assenza di avversari del professore bolognese. E soprattutto il silenzio di Rifondazione che sembra non gradire l´idea del Professore. Il coro dei sì è comunque aperto da Pierluigi Castagnetti che dice: «E´ giusto e bello che si introduca l´investitura del candidato premier da parte della base». Secondo il capogruppo della Margherita alla Camera «e´ una proposta che marca la nostra diversità dal centrodestra. Noi non abbiamo un regime monarchico. Il nostro leader viene scelto dalla base». Da sinistra gli fa eco Oliviero Diliberto. «Per quanto il modello politico istituzionale delle primarie non appartenga né alla nostra tradizione né alla nostra cultura aderiamo alla proposta», dice il segretario dei Comunisti italiani. Secondo Diliberto, le primarie serviranno a «mettere fine all´ignobile gioco al massacro esplicito o implicito nei confronti dell´unico possibile candidato vincente per il centrosinistra: Romano Prodi». Enrico Letta, Margherita, spiega che le primarie vanno bene perché sono «la soluzione per dare forza al candidato premier perché unirebbero alla mobilitazione della coalizione la partecipazione dei militanti». Pieno appoggio alla proposta di Prodi anche da Enrico Boselli. «Questo è sicuramente un ottimo metodo per dare compattezza alla lista unitaria e dimostrare l´abisso che c´è tra noi e il centrodestra»,dice il leader dello Sdi. Anche Luciano Violante, capogruppo dei Ds alla Camera, è d´accordo. Anche se pone il problema della "platea" dei votanti. Secondo Violante, una soluzione «potrebbe essere quello di fare un albo degli elettori del centrosinistra, allargando quindi la platea dei votanti anche ai non iscritti ai partiti del centrosinistra». Le primarie sono «belle, buone e giuste», aggiunge Vannino Chiti, coordinatore della Quercia. Secondo Chiti nel progetto dovrebbe essere coinvolta anche Rifondazione comunista. L´idea di Prodi piace molto anche a Sergio Cofferati, Leonardo Domenici e Antonio Bassolino. Il sindaco di Bologna dice che primarie e convenzione programmatica devono andare di pari passo, mentre il governatore della Campania chiede di aprire di le primarie a «coloro che fanno parte di associazioni e vogliono fare politica senza stare nei partiti». Le uniche note dissonanti sono quelle del leader del correntone Fabio Mussi. Le primarie hanno senso solo se «ci sono più candidati. Se c´è un solo candidato non sono più primarie e quindi occorre cambiare nome al metodo», dice Mussi. Un aspetto ripreso anche da sito Aprileonline, vicino al correntone ds. «Per fare delle primarie che abbiano un valore, occorre che i nomi in lizza siano almeno 2 o 3. Se ciò non avviene, più che di primarie si dovrebbe parlare di plebiscito dal momento che nessuno fin qui ha messo in discussione il ruolo di Prodi», si legge in un editoriale. D´accordo sulle primarie anche il leader dei Verdi Alfonso Pecoraro Scanio. Ma solo perché «le primarie sul candidato premier possono servire solo ad evitare dannosi giochi di palazzo. Per noi sono benvenute, purché si faccia un´unica consultazione su nodi programmatici e leadership». Cercansi competitori coraggiosi ma i politologi temono il vuoto Ignazi: Fassino e Rutelli non andrebbero bene, ha senso che corra il leader del Prc MAURO FAVALE ROMA - Trovare un "anti-Prodi" nel centrosinistra è una «missione impossibile». Politologi e costituzionalisti italiani non azzardano un toto-candidati per la proposta di elezioni primarie lanciata da Romano Prodi. Sono in molti, anzi, a considerarle uno strumento anomalo nel panorama politico italiano. Giovanni Sartori, politologo di fama internazionale, non è tenero nel suo giudizio: «È solo una parolona ad effetto sparata senza aver fissato regole precise sullo svolgimento. Romano Prodi le ha chieste perché tutti votino per lui». Nessuno a fargli da competitor? «Se qualcuno gli si opponesse sarebbe tacciato di "tradimento" della coalizione. Queste mi sembrano primarie anomale. Acclamative, le definirei». Dello stesso avviso Piero Ignazi, professore ordinario di Scienza politica all´Università di Bologna, per il quale «con tutti i distinguo del caso sarebbe come se negli Usa, tra i repubblicani ci fosse stato un candidato opposto a Bush». Per Ignazi, le primarie sembrano il tentativo di «trovare una legittimazione col sostegno popolare. Perché siano serie - spiega - ci dovrebbero essere contendenti con programmi diversi. Non andrebbero bene né Fassino né Rutelli. Avrebbe senso, invece, una candidatura come quella di Bertinotti. In Italia, però, manca una cultura politica pronta ad accogliere le primarie. Abbiamo una delizia per il "fazionismo" che porterebbe ad ulteriori divisioni interne alla coalizione difficili da risanare». Chi, invece, pur non trovando oppositori a Prodi, considera le primarie un fatto positivo nel centrosinistra, è Augusto Barbera, ordinario di diritto costituzionale all´Università di Bologna: «Le primarie sono ugualmente utili per trovare una legittimazione che va al di là dei singoli partiti della coalizione». Riflessione simile a quella di Stefano Ceccanti, professore di diritto pubblico comparato alla "Sapienza" di Roma: «Le primarie sono la risposta a chi nella Casa delle Libertà obietta che la nascente coalizione del centrosinistra sarebbe un revival dell´Ulivo del ?96, con un candidato premier scelto dai partiti e la possibilità di cambiarlo in corsa durante il governo. Il problema sta nel fatto che negli anni del centrosinistra si sono alternati tre presidenti del Consiglio. E la legittimazione delle primarie è proprio la risposta: è una sorta di premierato istituito con regole interne». Nessun nome alternativo, dunque. «Al massimo - conclude Ceccanti - è possibile trovare qualche mattacchione che vuole diventare famoso e correre contro Prodi. Ma magari ci fosse: aumenterebbe anche la partecipazione al voto». A vedere nella proposta prodiana non un semplice strumento elettorale, ma un progetto politico più generale, è Pietro Scoppola, ordinario di storia contemporanea alla "Sapienza" di Roma, oltre che ex-direttore della rivista Il Mulino. «La proposta di Prodi rilancia le idee contenute nella lettera inviata dal Professore a Repubblica lo scorso 15 giugno. Le primarie sarebbero propedeutiche alla creazione del "soggetto politico Ulivo", con la formazione di un albo di elettori che votano il candidato premier. Per questo le primarie devono essere aperte ai cittadini e non limitarsi agli iscritti ai partiti». -------------------------------------------------------------------------------- Ds Lombardia - Rassegna stampa

Bertinotti: "Potrei essere io lo sfidante di Romano" Kerry Senza i candidati più di sinistra, non ci sarebbe il Kerry di adesso con il suo programma prodi Dal ´96 la scena mondiale è cambiata, anche un uomo avveduto come lui deve cambiare il programma Non mi piacciono i referendum sulle persone, facciamo subito l´assemblea programmatica l´assemblea Dovrebbero partecipare i rappresentanti dei partiti, della società civile, dei movimenti, dei governi locali GOFFREDO DE MARCHIS da Repubblica - 28 luglio 2004 ROMA - Le primarie non gli piacciono. «Il referendum sulla persona è un´anomalia». Ma se proprio si dovessero fare, allora lui sarebbe pronto a offrire un´«iniezione di democrazia»: «Ci vorrebbe un altro candidato oltre Prodi, un candidato della sinistra alternativa. Potrei essere io». Ma l´urgenza è altrove. Fausto Bertinotti vuole scrivere il programma del centrosinistra, «l´Italia che vogliamo», dice usando un vecchio slogan dell´Ulivo. Non c´è tempo da perdere: «Il ritardo, anche involontario, sarebbe un grave errore politico. Convochiamo l´assemblea programmatica subito, ai primi di settembre». E aggiunge: rispetto al ´96 Prodi deve cambiare. «Tutto è diverso da allora, il mondo, il lavoro, i soggetti della politica. Gli uomini avveduti sono capaci di rovesciare le loro convinzioni». Segretario, la sfida lanciata da Prodi è rivolta a tutto il centrosinistra. Qual è la sua risposta? «Apprezzo il senso di ricerca democratica di quella che nel sindacato si chiama validazione consensuale delle scelte. Ogni allargamento della partecipazione va sostenuto. Ma ho due dubbi. Non siamo nelle condizioni delle primarie americane dove ai nastri di partenza ci sono diversi competitori. Siamo invece nella vicenda della politica italiana per cui Prodi è stata considerato fin qui il leader della coalizione da tutti, ormai anche da noi. Quindi, c´è un´anomalia. Se davvero si volessero fare le primarie, la questione andrebbe risolta con un´iniezione di democrazia. Diventa cioè necessario un altro candidato, al limite un uomo della sinistra alternativa, un candidato che sia la bandiera di una democrazia vivace. Io diffido di tutto ciò che è unico: il partito unico, il leader unico...». Così ricomincia il balletto dei nomi. «Quando parlo di candidato alternativo lo faccio per non dare alle primarie un carattere artificioso. In una situazione di questo genere posso pensare di candidarmi io come espressione della sinistra alternativa. Negli Stati uniti ora c´è Kerry, ma all´inizio erano in tanti. E senza un candidato più di sinistra, non ci sarebbe il Kerry di oggi, con le sue proposte e i suoi programmi. Le primarie sono una misurazione di tendenza. Fermo restando che chi vince ci rappresenta tutti. Ma il referendum su una sola persona non è democratico». Il secondo dubbio? «Non sento il bisogno di primarie sulla leadership quanto sui contenuti programmatici. Le faccio un esempio: la legge 30, quella sul mercato del lavoro. Nel centrosinistra c´è chi sostiene, come noi, che va abrogata, altri vorrebbero modificarla, altri puntano solo a un piccolo maquillage. Un confronto sul terreno programmatico per me è molto più interessante». Lei ha avuto un lungo incontro con Prodi la scorsa settimana. A che punto siamo sul programma? «Ci si orienta da più parti verso una vera e propria assemblea programmatica. Giorgio Ruffolo ha parlato del modello della convenzione europea, con i partiti al posto degli Stati. È un metodo convincente, ho visto che Piero Fassino lo appoggia. Dev´essere un´assemblea veramente plurale. E andrebbe composta così: i rappresentanti dei partiti, una rappresentanza della società e non penso solo a una serie di nomi, ma a personalità che siano davvero espressione di movimenti e infine i rappresentanti dei governi locali. Mi sembra di capire che questa è la strada, è un´idea di massina largamente condivisa. Quello che manca è l´urgenza della precipitazione, l´energia politica per arrivare al risultato. L´approssimazione al tema è largamente condivisa. Ma non si sente il problema. Beh, è arrivato il momento di trasformare il tema in problema. Il voto nella prossima primavera non è un´ipotesi remota, il trascinamento, anche involontario, della questione-programma non sarebbe un semplice ritardo, ma un errore politico. E non vorrei ripetere l´esperienza della Terza Internazionale che nascondeva gli sbagli dietro la foglia di fico degli impedimenti, dei ritardi. Dunque, convochiamo l´assemblea del programma». Quando? «Subito, ai primi di settembre. Si proceda alle designazioni, si scelga il momento e il luogo. Corriamo con l´handicap se non abbiamo un programma. Anche perché nel centrodestra, Follini o non Follini, la crisi del sistema berlusconiano è irreversibile, è saltato il blocco sociale che li sosteneva e anche la mediazione culturale che si poggiava su un pilastro populista e neoliberista. Ed è impensabile una Finanziaria da lacrime e sangue di fronte alla crisi immanente». Prodi dice di non volere la stessa «fotografia» del ´96. E lei? «Considero la consultazione sul programma una radicalizzazione. Quella della leadership sarebbe una discontinuità pallida, il vero salto di qualità dobbiamo farlo sui contenuti. Allora ci fu la desistenza, programmi separati. Oggi propongo un programma di tutti. Del resto, dal ´96 a oggi la scena mondiale è cambiata». E Prodi lo sa, malgrado la distanza Roma-Bruxelles? «Prodi ne è consapevole, il senso del cambiamento è molto diffuso soprattutto in Europa. E sulle soluzioni siamo abbastanza vicini. Il partito socialista francese ha diffuso un manifesto il cui primo firmatario è il "moderato" Michel Rocard. Dice più o meno così: "al referendum di 10 anni fa Delors chiedeva di votare per Maastricht perché da lì sarebbe nata l´Europa, oggi quella tesi è indicibile". È arrivato il momento di proporre una costituzione sociale europea che rovesci Maastricht. Per i Paesi ci vogliono le sanzioni non più sulla politica monetaria, ma sui dati della disoccupazione, della precarietà, delle questioni sociali». E il Professore che ne pensa? «Quel manifesto "rovesciato" è firmato anche da Delors. Gli uomini avveduti possono collocarsi con politiche diverse in ruoli nuovi. Perché non deve essere possibile che anche Prodi cambi?». Lei ha parlato dell´abolizione della legge 30. È una delle vostre proposte? «Il punto non è nell´elenco degli obbiettivi, ma nell´impianto generale. Bisogna dire qual è l´Italia che vogliamo dopo cinque anni di governo. Non si tratta solo di cacciare Berlusconi, ma di cambiare la politica. Il programma è la configurazione del blocco sociale cui ci rivolgiamo. E non basta descrivere, ci vuole l´interpretazione. Io penso a una profondità di analisi simile a quella che accompagnò la nascita dei primi governi di centrosinistra negli anni ´60. Altro che ´96». -------------------------------------------------------------------------------- Ds Lombardia - Rassegna stampa

Ulivo, primarie per il sindaco La formula sarà sperimentata già nelle suppletive del collegio 3 da Repubblica - 28 luglio 2004 L´idea di Prodi raccoglie consensi a Milano, dove il centrosinistra medita di promuovere le primarie per scegliere il candidato sindaco e, da subito, l´aspirante deputato che si presenterà a ottobre al collegio 3: «Facciamo di Milano il terreno di sperimentazione delle primarie, bisogna coinvolgere gli iscritti, ma soprattutto i semplici elettori». Cominciano a circolare i primi nomi: tra gli altri i diessini Fiano e Adamo, Mazzucconi e Amoruso Battista della Margherita, Massimo Cacciari e perfino l´ex forzista Sergio Scalpelli. I SERVIZI A PAGINA III -------------------------------------------------------------------------------- La proposta lanciata in sede nazionale da Prodi potrebbe realizzarsi qui a ottobre. Contraria solo Rifondazione Primarie, l´Ulivo inizia da Milano Prima alle suppletive, poi regionali e amministrative Toia: "Creerebbe una forte mobilitazione" Adamo: "Bisogna coinvolgere la gente" Dovrà essere eletto il deputato che sostituirà Bossi: il centrosinistra spera di guadagnarlo Spuntano i primi nomi per le candidature al Collegio 3 in autunno e poi al Collegio 10 "Non basta far scegliere agli iscritti, è necessario puntare a tutti gli elettori" RODOLFO SALA Romano Prodi lancia la proposta delle primarie, i milanesi dell´Ulivo dicono che si deve cominciare da qui. Primarie subito per scegliere il candidato del collegio tre della Camera (Vittoria-Romana), reso vacante dalle dimissioni di Umberto Bossi e dove a ottobre saranno chiamati alle urne quasi 100mila elettori. Ma è una prova generale in vista dei prossimi grandi appuntamenti: le regionali dell´anno prossimo e soprattutto le comunali, che non è detto si tengano alla scadenza naturale del 2006. L´idea trova consensi trasversali nei partiti del centrosinistra, anche se con qualche riserva, motivata soprattutto dai tempi molto ristretti. Ma solo Rifondazione si dice contraria. Il dibattito è aperto e ha già cominciato a impegnare tutta la coalizione, chiamata a decidere entro i primi di settembre. Il collegio 3 potrebbe dunque fare da apripista: il ricorso alla preselezione da parte degli elettori ulivisti dovrebbe ripetersi a febbraio, quando si voterà anche al collegio 10 (Quarto Oggiaro-Gallaratese), lasciato «libero» da Rocco Buttiglione. E a quel punto le primarie diventerebbero davvero una strada obbligata quando si tratterà di giocare le partite più importanti: Pirellone e Palazzo Marino. Per il collegio 3 cominciano a spuntare i primi nomi della «rosa» da sottoporre al popolo ulivista. L´elenco, molto provvisorio, comprende tra gli altri Alberto Martinelli, che si era presentato in questo collegio tre anni fa, i consiglieri comunali Emanuele Fiano e Marilena Adamo (Ds), l´ex candidato sindaco Sandro Antoniazzi, il coordinatore cittadino della Margherita Onofrio Amoruso Battista. Ma anche Massimo Cacciari, Daniela Mazzucconi della Margherita, la leader dei Girotondi Daria Colombo, l´ex rettore del Politecnico Adriano De Maio. E perfino un ex forzista, e ora terzista, come Sergio Scalpelli. Tra i sostenitori più convinti delle primarie, la segretaria provinciale della Margherita, Patrizia Toia: «È un passo auspicabile, soprattutto perché contribuirebbe a creare un forte clima di mobilitazione attorno a queste elezioni; ma anche perché rilancerebbe in modo concreto un principio: i candidati non li sceglie Roma, ma il territorio». Ma chi sceglie davvero? «Se fossero solo gli iscritti sarebbe troppo poco, bisogna coinvolgere il maggior numero di elettori». Concetto condiviso dalla diessina Marilena Adamo: «Sono favorevole a sperimentare le primarie di collegio: i partiti e le associazioni ormai storicamente vicine al centrosinistra propongono una prima rosa di candidati, poi invitano i propri aderenti e tutti gli elettori che ci stanno a scegliere». Per il verde Carlo Monguzzi, «la rosa va comunque allargata, bisogna prevedere la possibilità di autocandidature». Amoruso Battista, della Margherita, aggiunge: «Potrà andare a votare chiunque, basta iscriversi a una specie di albo degli elettori del centrosinistra e versare una quota: negli Stati Uniti sono dieci dollari, da noi si può fissare la cifra simbolica di un euro». D´accordo anche il consigliere comunale Giovanni Colombo, indipendente eletto nella lista della Quercia: «Anche questo è un modo per dare voce a chi non si riconosce nei partiti, ma nella coalizione». Una coalizione che non è più quella del 2001, quando Ulivo, Rifondazione e Italia dei valori si presentarono divisi alle Politiche. Ora, anche sull´onda del successo delle Provinciali, tutti danno per scontato che al collegio 3 si dovrà riproporre l´alleanza larghissima che ha fatto vincere Penati. Con dentro comunisti e dipietristi. Il segretario di Rifondazione Augusto Rocchi dice però che bisogna dare una bella accelerata: «Le primarie sono una sciocchezza, dobbiamo invece elaborare subito un programma alternativo per Milano, un programma che servirà per le elezioni al collegio 3 ma anche per le prossime scadenze, a partire dalle Regionali dell´anno prossimo; i nomi dei candidati vengono dopo». -------------------------------------------------------------------------------- Grandi manovre per le suppletive. La Lega: subito i gazebo e la raccolta delle firme «Voto nei collegi 3 e 10 Primarie per i candidati» Il centrosinistra: sceglieremo chi ha consenso. Già iniziata la campagna elettorale dal Corriere - 28 luglio 2004 Romano Prodi ha parlato di primarie e i milanesi lo hanno preso in parola. Ci potrebbe così essere una consultazione di base per giungere al nome dei candidati ai collegi 3 e 10, dove bisogna votare per sostituire gli onorevoli Umberto Bossi e Rocco Buttiglione, che continueranno la loro vicenda politica all’europarlamento. Elezioni in due tempi diversi, però: dal momento che Buttiglione non si è ancora dimesso e quindi, se in zona 3 si può prevedere il voto in ottobre, per l’altro collegio si andrà alle urne in febbraio. Primarie, dunque, «purché non sia un momento di divisione, ma di confronto», premette il coordinatore cittadino ds Pierfrancesco Majorino. Primarie, aggiunge Patrizia Toia, coordinatrice cittadina della Margherita, «che intanto significa cominciare subito la campagna elettorale e poi si correggerebbe un po’ il proporzionale facendo diventare il candidato davvero un candidato che rappresenta la gente del quartiere». Perplesso Augusto Rocchi, leader di Rifondazione: «Le primarie si facciano piuttosto sui programmi. Da settembre dobbiamo partire dai contenuti per costruire un progetto alternativo per Milano, continuando il cammino cominciato con la Provincia e caratterizzato da un’intesa molto ampia della coalizione». Nel frattempo, la mobilitazione è già cominciata. I ds hanno prenotato gli spazi per i gazebo nel collegio 3, e già ieri sera in una sezione diessina del collegio 10 si è svolto un dibattito per denunciare la scarsa presenza di Buttiglione in zona («Non lo ha mai visto nessuno dal giorno in cui è stato eletto», puntualizza Majorino). Da parte loro, anche i leghisti annunciano per la prossima settimana il via a banchetti, raccolte di firme e volantinaggi: «Ma non chiedeteci i nomi, perché sostituire il nostro leader non è semplicissimo», taglia corto il segretario cittadino Matteo Salvini. Sempre in casa centrodestra, Gabriele Pagliuzzi dei Liberali per l’Italia chiede le elezioni primarie, «strumento di chiarezza e trasparenza» e annuncia che, in caso contrario «il nostro movimento potrebbe presentare una propria candidatura alternativa». Infine, il balletto dei nomi. Udc e Lega, ai quali spetta sostituire i propri rappresentanti a Roma, attendono le decisioni dei vertici nazionali (quello dell’Udc è slittato a lunedì e nello stesso giorno si riunisce il federale dei lumbard). Il centrosinistra deve sostituire il professor Alberto Martinelli in zona 3 e Mauro Terlizzi in zona 10. Fra le proposte spiccano quelle del professor Massimo Cacciari e del professor Michele Salvati, del riformista Sergio Scalpelli, dei consiglieri comunali Emanuele Fiano, Marilena Adamo e Sandro Antoniazzi, dell’ambientalista Milly Moratti e dell’ex commissario del Politecnico Daniela Mazzuconi. Ma anche Martinelli potrebbe avere chances: la strada è ancora in salita per tutti. Elisabetta Soglio -------------------------------------------------------------------------------- Ds Lombardia - Rassegna stampa

Berlusconi: "Cambieremo la legge sulla par condicio" REDAZIONE Il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi vuole rivoluzionare a tutti i costi la legge sulla par condicio. Un progetto datato, come ha spiegato lo stesso premier "cambiala era già nei programmi" della Casa delle Libertà. La novità è che il Cavaliere ha deciso di stringere i tempi, ed ha annunciato che sulla legge verrà posta la questione di fiducia. Con questa mossa stroncherà sul nascere il sicuro ostruzionismo delle opposizioni, ed eviterà una nuova pericolosa discussione in seno alla sua malandata maggioranza. "E' una legge illiberale", ha spiegato il leader di Forza Italia riferendosi al vecchio testo. In realtà, la normativa sulla par condicio era stata introdotta con l'intento di garantire un equilibrio, in termini di propaganda, tra i diversi partiti politici. Ma il Cavaliere, che ha intenzione di scatenare fino in fondo la sua potenza mediatica, si è sempre scagliato contro questa "legge bavaglio". "Adesso bisogna pensare a cancellare la par condicio, è una questione vitale - aveva affermato qualche mese il capo del Governo - non sta né in cielo né in terra questo obbligo di dare spazi uguali a tutti i partiti, a prescindere dai voti che prendono". Nel cantiere del centrodestra il nuovo documento è già pronto da tempo. Il premier sarà libero di mandare in onda tutti gli spot elettorali a pagamento che vuole, e potrà farlo fino al giorno prima delle elezioni. Per quel che concerne gli spazi televisivi gratuiti, questi saranno invece ripartiti tra le diverse forze politiche in base ai voti presi nelle precedenti elezioni. Insomma, le parole pronunciate da Berlusconi qualche tempo fa suonano sempre più come una minaccia: "Fino ad oggi abbiamo sempre vinto le elezioni con due mani legate dietro la schiena e un piede legato. Adesso vogliamo liberare almeno un piede". centomovimenti.com

Il pensionato il ministro e il solleone LUCA BELTRAMI GADOLA da Repubblica DAL diario di un pensionato milanese: «Sabato 24 luglio ? È arrivato il temporale, si respira. Ieri è stata una giornata bestiale, caldo tremendo, roba da protezione civile dicono i giornali, insopportabile dopo una notte insonne. Mi sono rivoltato nelle lenzuola appiccicose e mi domandavo: perché quando hanno rifatto i lampioni li hanno messi così alti? Se per far entrare un po´ di fresco della notte tengo alzate le tapparelle, posso leggere il giornale a luci spente: troppa luce invece per dormire. Tanto di tapparelle aperte non se ne parla, perché le zanzare sono tremende. Alla tv hanno detto che è colpa della mia vicina e dei suoi sottovasi pieni d´acqua. Sarà. Io adesso tengo la luce spenta ma sembra che le zanzare abbiano un chiodo fisso: il mio televisore acceso. Dura scelta: o la tele al caldo o le zanzare. Quando poi sto per addormentarmi c´è sempre un motorino che passa con la marmitta truccata: gliela metterei dove so io. Non li beccano mai. Quando mi sono alzato mi sono detto: voglio fare una giornata "alla ministro Sirchia", mattinata al supermarket, insomma aria condizionata. Mm rossa (un forno, quasi torno a casa perché per Bonola ci vanno venti minuti) e arrivo. Esco ma non ho capito bene da dove si entra nel centro commerciale; un signore mi ha aiutato: «Vede quelle scale con della spazzatura sotto, prima della spazzatura c´è l´ingresso». IL PENSIONATO IL MINISTRO E IL SOLLEONE Non c´ero mai stato e dentro effettivamente si sta bene, fresco. Nei corridoi c´è anche qualche panchetta per sedersi e un bar per chi ha soldi da spendere. Già che ci sono voglio fare come dice il ministro: quando fa caldo ci vuole roba fresca, verdura e frutta. Pesche noci euro 1,90 il chilo, pesche gialle 3,99, albicocche 2,70.Con la mia pensione - 950 euro il mese ma più della metà se ne va tra affitto, bollette e ticket - devo andarci piano o rinunciare al caffè al bar. Passeggio al fresco e la mattina vola in mezzo alle vetrine, tentazioni inutili. Quando esco una botta di caldo, mi fermo sulla balconata per acclimatarmi e guardo i prati intorno tutti gialli: siamo in due a guardare. L´altro mi dice: «Sembra la guerra, quando nel ´44 avevano seminato il grano in tutto i parchi e le aiole del Comune: in questa stagione allora c´erano le stoppie. Adesso l´erba è gialla perché seminano male, non innaffiano mai e tagliano troppo corto per risparmiare, così non fa radici e poi muore». E se ne va. Sul caldo tutti dicono la loro, come la mia ottantenne vicina dei sottovasi: sostiene che invece di spostare noi vecchi chissà dove, il Comune potrebbe mettere dei condizionatori nelle palestre delle elementari e noi andremmo lì da soli a tirare il fiato. Suo figlio le ha detto che con 90.000 euro a palestra il Comune se la caverebbe, magari non in tutte, si potrebbe cominciare con una decina e si darebbe sollievo a duemila anziani. In fondo si tratta di un milione di euro, un quarto di quel che si vuole spendere per inaugurare la Scala. LUCA BELTRAMI GADOLA

Le due torri e la scacchiera La grande e unica superpotenza non usa piu' l'intelligenza per muoversi all'interno delle regole del gioco, piuttosto che perdere una partita bombarda la scacchiera e la prossima mossa potrebbe anche essere quella di suicidare l'avversario, mossa prevedibile dopo averlo etichettato come pericoloso paranoico. Ma negli scacchi se butti a terra la scacchiera perdi e "gli scacchi sono la vita". 1992 Belgrado, 1992, Bobby Fischer e Boris Spasskij seduti l'uno di fronte all'altro, nel mezzo la scacchiera. Giocano di nuovo a distanza di vent'anni dalla sfida del 1972, allora il mondo era lacerato dalla guerra fredda, la vittoria di Fischer fu assunta a simbolo della predominanza dell'Occidente, l'intelligenza dell'Occidente che vince sull'altra meta' del mondo. Ora le cose sono cambiate, dal 1972 Fischer scompare ma la cosa non fece notizia piu' di tanto, era gia' una leggenda vivente, le sue manie erano ritenute funzionali al raggiungimento della perfezione ed il rispetto delle stesse era un atto dovuto per il campione dell'intelligenza occidentale. Rigiocano Fischer e Spasskij, Fischer vince nel '92 come vinse vent'anni prima e poi, di nuovo, scompare, la sua leggenda si arricchisce di dettagli, avvistamenti, esegesi di partite giocate su Internet dietro le quali, protetto da uno pseudonimo, si nasconderebbe il grande maestro. 2001 New York, le torri gemelle cadono, non siamo sulla scacchiera ma su quello che gli esperti chiamano scacchiere e quando queste cose accadono sullo scacchiere provocano migliaia di morti, dolore, paura. Fischer analizza la cosa con la freddezza con cui analizza la scacchiera e il verdetto e' atroce: le due torri non sono cadute per superiorità dell'avversario ma per gli errori commessi dal suo paese, primo fra tutti l'appoggio alla politica israeliana in Medio Oriente. La copertura mediatica che fiancheggia le operazioni belliche reagisce immediatamente, Fischer non e' piu' un genio le sue manie vengono rilette per diagnosticare una sicura malattia mentale, il campione dell'intelligenza occidentale ora e' un pericoloso pazzo paranoico e antisemita, benche' sua madre fosse ebrea e lui - sempre come mania - rispetti il sabato. 2004 Tokyo, Fischer arriva in Giappone alla frontiera nessun problema in ingresso, ma quando prova ad uscire il suo passaporto risulta fra quelli annulati, ritirati. L'arresto e' inevitabile,immigrazione clandestina, ma il problema e' un altro: quella partita del 1992. Dopo le sue dichiarazioni sulle torri gemelle e' entrato nella lista nera, e' stato spiccato un mandato d'arresto internazionale per violazione dell'embargo, perche' quella partita l'aveva giocata a Belgrado, ora dunque dopo l'arresto l'altrettanto inevitabile estradizione negli Stati Uniti, dove non potra' essere processato per quello che ha detto, ma per aver giocato una partita a scacchi a Belgrado, nel 1992. " megachip.info

Giorgio Bocca La recita umiliante della democrazia Come si può parlare di governo del popolo quando questo viene sistematicamente tenuto per mano, ingannato e disinformato La spiegazione più ripetuta al marasma in cui viviamo è: il passato, il vecchio ci sta ancora sulle spalle, il nuovo, il futuro non ha ancora forme precise. Siamo ancora a metà del guado. E che guado! Se si considerano i mutamenti avvenuti nel corso della Repubblica c'è da sentirsi tremar le vene e i polsi. Non c'è istituzione, costume, modo di produrre e di distribuire, fedi, credenze, informazione, classi e tutto di tutto che non sia cambiato con incertezze e paure crescenti. La specie dei conservatori è scomparsa, tutti nudi e indifesi di fronte a un nuovo di cui nessuno può prevedere gli effetti. I politici che ci governano non sono delle cime, sono in gran parte degli ometti ma riconosciamogli che sono capitati nel tempo peggiore. Un tempo, nel bene e nel male, ci sorreggevano le ideologie e l'informazione ideologica. Un partito era il suo giornale: l''Unità' era il comunista; la 'Stampa' e il 'Corriere' il partito liberale della borghesia; 'Il Popolo d'Italia' il fascismo. Oggi il giornale partito è scomparso, l'ideologia unica è quella del profitto, del denaro, la vera direzione è la pubblicità, la longa manus del capitale a cui tutto deve adeguarsi. Il nostro è uno Stato che non batte moneta e che non ha una politica estera come gran parte degli Stati contemporanei. Il nostro esercito di mestiere si cura più degli interessi delle grandi potenze economiche che dei nostri: sta nei Balcani, in Iraq, persino in Mozambico, sempre alle dipendenze di altri, per conto di altri. Il tentativo di creare attorno a questo esercito per conto terzi un nuovo patriottismo, cui si dedica con ammirevole tenacia il presidente della Repubblica, è forzato, recitato, spesso di copertura a un nuovo affarismo. L'euro non ha ancora fatto dimenticare la lira. La maggioranza degli italiani continua a calcolare mentalmente in lire. Non è una colpa, è comprensibile, ma non è convincente. Sta scomparendo la lingua italiana sostituita da un pidgin italoinglese comprensibile solo dalle parrocchie finanziarie e tecnologiche. Mi sono occupato della lingua italiana popolare per tutta una lunga vita. L'italiano dei giornali, che nella cronaca era comprensibile al gran signore come alla portinaia, se ne è andato ed è un gran male per la libertà. Nei momenti di restrizioni e di censure, quando la politica o il denaro imponevano i loro silenzi o reclamavano il loro potere, c'era, sempre, quel rifugio, la cronaca raccontata con l'italiano che tutti parlavano o almeno comprendevano. Oggi le pagine dei giornali, le trasmissioni delle radio e delle televisioni, si sono moltiplicate ma almeno la metà sono incomprensibili anche da uno del mestiere: si sa che le bancarotte, gli affari mafiosi, i conflitti di interessi sono un mare di truffe, che l'impunità dei potenti è generale ma senza chiarezza, dietro cortine fumogene impenetrabili, dietro retoriche soffocanti. Parlare di democrazia cioè di governo del popolo quando il popolo viene sistematicamente tenuto per mano, ingannato, disinformato è una umiliante recita. Eravamo il popolo della famiglia allargata, delle 'reggiòre' che la tenevano assieme. Stiamo diventando il popolo dei single dalle cui confessioni trapela una miseria esistenziale disperante: una vita in un monolocale, con facoltà di telefonate inutili e di seguire tutte le mode cretine suggerite dalla macchina dei consumi. La posta dei lettori come una confessione generale di povertà economica e sentimentale. I politici non sono granché, ma governare degli insoddisfatti e alienati non è semplice. Un paese che non crede ma che si dice credente al novanta per cento, che ha avuto in questi anni il governante che si meritava e a cui in qualche modo resta legato: la sua favola è fallita ma era attraente come un supermercato. Siamo indulgenti con il Follini degli spot elettorali che cammina con il centro e per il centro. Questo centro non è immaginario: siamo noi, in uno dei momenti peggiori della specie.espressonline.it

Termini: «Per noi un futuro incerto» I timori dei lavoratori Fiat siciliani, le voci sulla vendita alla Toyota. E intanto si prepara la protesta di giovedì ALFREDO PECORARO TERMINI IMERESE Due anni fa Claudio Sabattini fu il primo ad avvertire con largo anticipo i segnali di crisi che si stavano abbattendo su Fiat Auto e a mettere in guardia i lavoratori di Termini Imerese sull'ipotesi, poi confermata, di chiusura dello stabilimento. Dopo la scomparsa del leader storico delle tute blu della Cgil, è ancora la Fiom a lanciare l'allarme, proprio mentre i vertici del Lingotto ammettono che i conti non sono a posto. Il primo segnale è arrivato dall'esclusione della fabbrica dal contratto di programma firmato dalla Fiat con il ministero delle Attività produttive. Termini Imerese è l'unico stabilimento del Sud escluso, mentre è stato incluso nella lista dei destinatari della nuova cassa integrazione che prolungherà la chiusura estiva di una settimana, fino al 29 agosto. In fabbrica il clima che si respira è sempre più pesante. Sullo stabilimento regna l'incertezza assoluta. Al contratto di programma ad hoc, annunciato da Fiat Auto e sul quale si discute ormai da più di un anno e mezzo, fa da contraltare il probabile rinvio della produzione della Lancia Ypsilon. Alcuni delegati della Lear Corporation, azienda dell'indotto Fiat che attualmente produce i sedili per la Punto restyling, hanno riferito al direttivo del sindacato di Termini Imerese, riunitosi ieri, che la ditta ha sospeso i corsi di formazione del personale che si sarebbero dovuti concludere entro novembre, quando sarebbe dovuta partire la produzione dei primi stock di sedili per la Ypsilon. La produzione della Lancia era prevista per la prima metà del 2005, ma secondo indiscrezioni Fiat Auto avrebbe potuto anticiparla al prossimo novembre, tant'è che alcune aziende dell'indotto avevano già acquistato i materiali per i componenti della nuova vettura. E' il caso della Imam di Castelvetrano, con stabilimento a Termini Imerese. L'azienda aveva già in magazzino i materiali per le marmitte e le pedaliere della Ypsilon, ma è stata costretta a rimandare al mittente la commessa e ad annullare gli altri ordinativi. Ad alcune imprese dell'indotto la Divisione acquisti di Fiat Auto aveva comunicato l'avvio della produzione della Ypsilon a partire dalla fine dell'anno. All'inizio era previsto un mix produttivo Ypsilon-Punto, con le prime 15 vetture Lancia che sarebbero state assemblate a novembre, per arrivare a regime nei primi mesi del prossimo anno. «Stiamo vivendo una situazione di totale incertezza - dice Roberto Mastrosimone, segretario della Fiom di Termini Imerese e delegato Fiat - tutto è rimesso in discussione, ormai non possiamo prendere per veri i propositi dell'azienda, visto che gli annunci vengono quasi sempre smentiti». A Termini Imerese, tra l'altro, circolano da giorni voci contrastanti. I dirigenti di alcune aziende dell'indotto addirittura hanno riferito alle Rsu la possibilità che la Ypsilon non venga più prodotta a Termini Imerese, dove la Punto restyling potrebbe essere sostituita dalla Fiat Idea, ipotesi che preoccupa non poco i sindacati visto i bassi volumi produttivi della vettura. Ma c'è chi mormora persino la cessione dello stabilimento, ipotesi che smentirebbe l'amministratore delegato di Fiat Auto Sergio Marchionne che ieri ha escluso qualsiasi dismissione all'interno del gruppo. Si parla di un interesse da parte della Toyota, il cui nome circolava già due anni fa durante la crisi Fiat. In quella fase alcuni consulenti della casa giapponese avevano incontrato il presidente della Regione Totò Cuffaro (Udc), ma ufficialmente per altri motivi. Voci che dimostrano il clima di sostanziale confusione. Mentre da Fim e Uilm si aspettano segnali, il direttivo della Fiom ha deciso di organizzare assemblee nello stabilimento e in tutte le aziende dell'indotto in contemporanea alla riunione tra il gruppo di Torino e i sindacati prevista per il 29 luglio. I metalmeccanici della Cgil proporranno a Fim e Uilm di aderire all'iniziativa, «che - sottolinea Mastrosimone - assume un significato importante alla luce dei dati di bilancio negativi della Fiat e della situazione di estrema incertezza negli stabilimenti del gruppo, su cui pesa la Cig appena annunciata e in particolare per Termini Imerese l'esclusione dal contratto di programma firmato per Pomigliano D'Arco, Melfi e Cassino». La Fiom ha previsto anche un sit-in davanti allo stabilimento durante l'incontro tra i vertici del Lingotto e i sindacati, «per dare un segnale chiaro alla Fiat», avverte Mastrosimone. L'incertezza che regna in fabbrica sta avendo i primi contraccolpi sull'indotto. La produzione della Punto restyling, infatti, si è ridotta di alcune unità rispetto a quelle d'inizio anno, pari a circa 470 vetture al giorno. Non solo. In fabbrica si stanno producendo circa 70-80 Punto Van, vetture senza sedili posteriori e con i paraurti non verniciati. «Ciò - spiega Mastrosimone - sta procurando problemi alle aziende che lavorano sempre meno e che non sono in grado di fare alcun tipo di programma». ilmanifesto.it

Darfur: Sudan accusa , USA vogliono un nuovo Iraq di Carla Amato L'inviato del Sudan presso l'Unione Africana ha accusato gli Stati Uniti di stare usando la crisi nel Darfur per rovesciare il governo del Sudan. Usman al Said ha dichiarato alla stampa che un intervento militare occidentale in Sudan potrebbe destabilizzare l'Africa. Egli ha confrontato le attenzioni degli Stati Uniti verso il Sudan con l'azione condotta dall'amministrazione Bush in Iraq. "La politica del governo del Sudan non e' gradita dall'amministrazione USA cosi' gli Americani stanno prendendo di mira il governo sudanese a causa della sua posizione politica" ha aggiunto, indicando la posizione del Sudan fra i piu' importanti temi arabi come l'Iraq e lo scontro Israele Palestina. Washington, che afferma di avere interessi puramente umanitari verso il Sudan, e' in attesa che l'ONU decida sanzioni contro il Paese africano, dove le milizie arabe hanno ucciso circa 30000 neri, violentato donne e costretto alla fuga oltre 200000 persone in quello che le Nazioni Unite e varie organizzazioni umanitarie hanno definito la crisi umanitaria peggiore del mondo. L'approvazione della risoluzione e' stata ritardata dall'Unione Europea, che ha suggerito di considerare se gli effetti delle restrizioni riusciranno effettivamente a bloccare le truppe assassine o non produrranno invece danno alla popolazione, gia' tanto colpita. Gli USA hanno definito genocidio cio' che sta accadendo in Darfur, mentre i Paesi Arabi si sono espressi a sfavore del piano di sanzioni. In realta' si dovrebbe in questo momento procedere con incontri di pacificazione in cui l'Unione Africana farebbe funzione di mediatore, ma le trattative si sono arenate quando le proposte dei gruppi ribelli verso il governo non sono state accettate. Essi chiedevano il disarmo delle truppe arabe, l'istituzione di una commissione internazionale d'inchiesta sui crimini di genocidio commessi nella travagliata regione del Darfur, la cattura dei criminali responsabili di genocidio, la creazione di un corridoio umanitario per aiutare i profughi, il rilascio dei prigionieri di guerra detenuti e la creazione di un contesto neutrale per le trattative. by www.osservatoriosullalegalita.org

Se la destra privatizza la democrazia di PIERLUIGI CASTAGNETTI È bene usare parole chiare: la democrazia parlamentare in Italia è a forte rischio. Un governo boccheggiante ed una maggioranza a pezzi stanno infliggendole colpi continui e letali. Con quella posta ieri, siamo alla fi- ducia numero ventuno; per ora. Ma la contabilità, pur significativa soprattutto se si tiene a mente che il ricorso massiccio a questo strumento coincide con l’apertura – ormai 427 giorni or sono – di un’interminabile verifica, non dà appieno la misura della gravità della situazione. Al parlamento, di fatto, è proibito operare. Gli vengono sottratte materie decisive. È svuotato della sua funzione e dei suoi compiti. La più delicata delle questioni, la modifica degli assetti costituzionali, passa dalle aule parlamentari alle stanze di un albergo di montagna o di una pensione sul mare come abbiamo visto proprio nei giorni scorsi. Le misure economiche decise dall’esecutivo per provare a tamponare i buchi nei conti dello stato provocati dal governo sono “blindate” dalla fiducia. E lo stesso accade per una riforma (pessima) delle pensioni. Ho citato solo gli ultimi episodi ma ad essi andrebbero sommati i numerosi provvedimenti che la maggioranza ha imposto al parlamento pur nella consapevolezza della loro incostituzionalità, come provato dalle bocciature della suprema Corte. È, dunque, la qualità delle questioni “privatizzate” dalla destra a offrire meglio il quadro della pericolosità della situazione.  Il parlamento è avvertito come un ingombro e, in parlamento, non solo gli eletti dell’opposizione ma gli stessi eletti dei partiti dell’alleanza di governo perché – non viene mai messo abbastanza in evidenza – è contro di essi che il governo ricorre alla fiducia. Anche per questo, ieri, ho chiamato in causa la responsabilità del presidente della camera. So bene che la fiducia è strumento a disposizione dell’esecutivo su cui il presidente della camera non ha facoltà di intervenire. Ma quando questo strumento non è usato da un governo per contrastare una legittima azione ostruzionistica dell’opposizione ma per zittire la sua stessa maggioranza, far tacere le profonde divisioni al proprio interno barattando voti con provvedimenti allora siamo allo stravolgimento del suo signifi- cato e all’esproprio del parlamento. E dispiace che questo rischio non sia percepito come tale dal massimo garante del ruolo della camera dei deputati. La destra ha compiuto disastri colossali da quando governa. Non c’è campo o terreno in cui la miscela di inettitudine e irresponsabilità non abbia lasciato segni evidenti e, ahimè, duraturi: vale appena ricordare la situazione in cui sono precipitati, in soli tre anni, i conti pubblici dell’Italia. Ma quando si agisce mirando al cuore della repubblica, quando si ferisce con sconsiderata costanza un principio cardine della democrazia, il ruolo del parlamento, allora occorre che l’allarme sia forte, generale, condiviso. La democrazia non può essere né privatizzata né piegata ad interessi di bottega o tantomeno alla necessità di sopravvivenza di un governo o di una maggioranza. Non può e non deve. www.europaquotidiano.it

Lezioni americane: l’unità realizzata dai democratici è un modello che l’Ulivo può importare per vincere di ENRICO BONA da BOSTON Come in America i democratici hanno costituito una salda unità per liquidare George Bush, così anche il centrosinistra italiano deve mantenere la sua coesione per proporsi come un’alternativa al governo di Silvio Berlusconi. Questo è il senso delle dichiarazioni di Francesco Rutelli, nel corso di un incontro informale con la stampa italiana a Boston. Il leader della Margherita ha avuto questi giorni incontri che definisce «molto interessanti» con alcuni esponenti di spicco del Partito democratico, tra i quali i clintoniani Biden e Holbrook. I tratti comuni tra le forze progressiste statunitensi e il centrosinistra italiano secondo Rutelli sono molti, a cominciare dal modo in cui si è arrivati alla scelta del candidato premier. Secondo il leader della Margherita, ad influire maggiormente sulla scelta di John Kerry è stata l’esigenza, sentita in tutte le componenti del partito democratico, di battere George Bush alle elezioni di novembre. «In America ha giocato un ruolo di primo piano il fattore Abb, Anyone but Bush (chiunque ma non Bush) », quello cioè che premia il candidato con maggiori probabilità di vincere. «L’estate scorsa, Howard Dean ha scelto di fare una campagna di conquista dell’opinione pubblica piuttosto che scegliere la via più consona per vincere nelle primarie. L’enorme sostegno che aveva trovato tra i paci- fisti e gli insoddisfatti dell’amministrazione Bush si è però scontrato con la realtà dei fatti, tanto è vero che nelle primarie Dean è stato totalmente eclissato da Kerry, che aveva scelto un approccio più tradizionale». Secondo Rutelli, come i democratici americani si sono uniti per battere Bush, così il centrosinistra italiano si unisce naturalmente per vincere la sua sfida. «L’unità era il primo dei problemi che siamo riusciti a risolvere – dice il leader della Margherita –ora dobbiamo pensare a definire un articolato programma di governo». Anche in America una vera e propria piattaforma elettorale verrà elaborata, secondo Rutelli, solo nel corso della Convention e nei mesi immediatamente precedenti l’elezioni del due novembre. Ma la lezione americana per Rutelli è importante: cacciare Bush per cacciare Berlusconi. europaquotidiano.it

Che affare la "Convention"! di Bianca Cerri 27 Jul 2004 L’idea che le conventions siano un boom per l’economia di una città è una fissazione delle autorità, ma stavolta le cose non sono andate come previsto e la paura di un tracollo ha permesso al buon senso di trionfare sulla scelleratezza. Il sindaco di Boston, che aveva a lungo corteggiato i democratici per indurli a scegliere la sua città come sede della convention, ha dovuto ammettere che il costo dei trasporti, il traffico caotico e la perdita di altri eventi ha fatto perdere soldi invece di guadagnarli. Thomas Menino, aveva infatti dimenticato di calcolare i costi per la sicurezza e il budget di soli 50 milioni di dollari a disposizione per proteggere la vita di John Kerry, Edwards e dei circa 35.000 partecipanti. E' stato necessario spendere molto di più per chiudere strade, creare percorsi alternativi, bloccare la strada ai cortei di protesta, ecc. A New York, dove si farà la convention repubblicana, dovranno anche essere chiuse le stazioni ferroviarie, serviranno dispositivi speciali, cani addestrati ecc. e la spesa sarà ancora più grande. Le autorità non hanno calcolato che l'Ottava Avenue non sarà accessibile durante i controlli e si verificheranno ritardi e, in soldoni, questa sarà un'ulteriore perdita. Gli esperti del Beacon Hill Institute hanno calcolato che la convention democratica ha già fatto perdere a Boston tra i 5 e gli 8 milioni di dollari ed è ragionevole presumere che la chiusura della North Station farà perdere altri soldi. La situazione sarà meno grave a New York ma, anche se la giunta continua a cercare di attrarre investitori privati, non tutti saranno disposti a lasciarsi derubare. Molto probabilmente bisognerà trovare anche un alternativa al Madison Square Garden, che può contenere solo 20.000 spettatori se ne arriveranno di più. Intanto, il sindaco Bloomerg ha mandato ad ogni agenzia di stampa un bel comunicato: tutto è pronto a New York per accogliere la convention. In parte è vero, visto che la città, ad agosto, si svuota mentre non è vero che la convention darà un grosso input alla popolarità di New York: se la città non fosse già stata popolare, i repubblicani sarebbero andati da un'altra parte. Bianca Cerri b.cerri@reporterassociati.org

Donne e tecnologie Dopo quattromila anni, le donne hanno rimesso le mani sulla tecnologia fondamentale del mondo: qualcosa ne dovrebbe venire fuori, prima o poi. [ZEUS News - www.zeusnews.it - News, ] Nell'internet sono in maggioranza le donne, almeno in America e almeno da cinque anni. La percentuale delle navigatrici Usa e' attorno al cinquantuno per cento, piu' o meno la stessa della popolazione femminile Usa. Cinque anni fa, non toccava il trenta per cento. L'ultima volta che le donne sono state cosi' al centro di una tecnologia eravamo nel duemila avanti Cristo e la tecnologia era la fase iniziale dell'agricoltura. Un periodo complessivamente non male, bisogna dire. Non c'era la mucca pazza (stavamo appena cercando di convincerla a dare un po' di latte). Non c'era l'inquinamento. Non c'era razzismo (tutti onesti neolitici, senza problemi). Non spendevi mezzo stipendio ogni mese per una casa. Non c'era l'Aids e non c'erano neanche religioni e papi: facevi l'amore tranquillamente, quando ti piaceva e come ti piaceva. Una pacchia, insomma. Beh, che non ci fossero religioni non e' esatto: in realta' la gente credeva vagamente a qualcosa come una specie di Grande Mamma, ma pero' senza inferni e senza divieti sessuali, che ognuno s'immaginava a modo suo. Tutte le divinita' femminili successive, e in senso lato tutti i personaggi "divinizzati" di sesso femminile (Afrodite, Giunone, la Madonna, e in un certo senso anche Madonna) sono molto piu' simpatiche dei loro corrispondenti maschili; ci sarebbe moltissimo da riflettere sul perche', nei momenti di stabilita' sociale e dunque di autosicurezza diffusa, le attrici con grandi tette sono le piu' venerate. Quasi una pacchia, insomma. A un certo punto, purtroppo, per una serie di fattori che ora non e' il caso di approfondire, le donne hanno perso il controllo della tecnologia. A un certo punto si sono cominciati a vedere in giro dei tizi strani con dei modi di vivere e di pensare decisamente nuovi. Li riconoscevi principalmente dal fanatismo dell'efficienza: qualita' totale. Per raggiungerla, s'erano organizzati in modo tale che ognuno faceva sempre una cosa e solo quella (cacciatore, contadino, guerriero, pierre) e c'era un rudimentale management che serviva, secondo loro, a far funzionare perfettamente e senza intoppi la produzione. Full immersion: se fai il contadino o il guerriero, non devi dimenticare il tuo lavoro neanche per un istante: percio' ti diamo una ideologia (o una religione) adatta al tuo mestiere, ti gestiamo noi il tempo libero, ti prepariamo i modelli a cui uniformarti. La televisione, dobbiamo ancora inventarla: ma il resto, c'e' quasi tutto. Nella valle felice della Grande Mamma arrivano cosi' gli dei del nuovo mondo maschile. Ce n'e' uno a cui devi pagare la tassa (beh, non direttamente a lui: c'e' un sacerdote) prima di andare a cacciare il mammuth, senno' di mammuth non ne prendi; uno che ti fa diventare cieco se ti fai le seghe; uno che decide con chi eventualmente e quando puoi fare l'amore (se controlli questo di un essere umano, controlli tutto); uno che ti spiega perche' devi fare quello che dicono il capotribu' e lo stregone; e uno che alla fine ti fulmina se non lo fai. E le donne? Zitte e a casa, e ignoranti: uno dei meccanismi principali della societa' arrivata ora e' quello di tenere le donne lontane dalle tecnologie, se no si montano la testa. Cosi', per moltissimo tempo (diciamo dall'arrivo degli indoeuropei fino a quindici giorni fa, con quella faccenda dell'internet) il mondo delle donne - e degli uomini - diventa un mondo molto palloso. Uno che comanda, uno che sorveglia e uno che lavora: un mondo cosi' organizzato non puo' essere molto divertente, e difatti chi si diverte - per tutto questo tempo - tende almeno un pochino a essere "peccatore" (altro concetto tipicamente maschile); la storia del mondo moderno e' per l'appunto la continua lotta per evitare il piu' possibile di finire all'inferno (soprattutto negli inferni diciamo cosi' terreni) ogni volta che si fa qualcosa di divertente. Una donna che non e' d'accordo con tutto questo e' senz'altro una bottana (al mio paese ancora trent'anni fa le bottane, cioe' le donne che amavano un uomo che non fosse il marito, potevano essere uccise liberamente). Una donna che sa qualcosa di tecnologia (per esempio come si fa a curare la febbre nel medioevo) invece e' una strega, e anche lei fino a non molto tempo fa poteva essere uccisa liberamente. Cosi' il mondo e' andato avanti tranquillamente per un sacco di tempo senza donne. Lo sport principale, in tutto questo tempo, e' rimasto sempre il vecchio "vediamo-chi-e'-il-capobranco" di cui sono fatti la maggior parte (rissa con coltellate fra tifosi, bombardamenti con bombe chissa' perche' intelligenti, e cosi' via) dei telegiornali. Bene, adesso fra un paio di (anni? secoli? decenni? Mettete una crocetta accanto a quello che vi sembra piu' probabile) cosi' tutto questo dovrebbe finire. Le donne hanno rimesso le mani sulla tecnologia fondamentale del mondo, e qualcosa ne dovrebbe venire fuori, prima o poi. Mi auguro vivamente che non aboliscano (almeno non del tutto) i siti porno; per il resto, aspetto con curiosita' e impazienza di vedere che cosa saranno capaci di fare. Riccardo Orioles

Calcutta: un medico a piedi scalzi Questa è una storia di coraggio e di speranza. Ci arriva dal villaggio di Pailan (Calcutta), dove nel 1975 il dottor Samir Chaudhuri fondò un ospedale per combattere la malnutrizione. 27 luglio 2004 - Scrosci d’acqua dal cielo. I monsoni, quest’anno, si fanno sentire. E in un paio d’ore riescono a trasformare una strada in un pantano. Traballanti rickshaw, i tricicli a motore (ma molti sono ancora azionati dalle gambe di un uomo), sgusciano pericolosamente tra i fumi di scappamento di vecchie auto Ambassador strombazzanti. Pare che i clacson parlino una lingua loro: s’arrabbiano, ma poi aspettano pazientemente e ripartono, nel caos generale. Si respirano odori fortissimi tra i sacchi di spezie, montagne di rifiuti, smog e pentole che friggono a tutte le ore. Mentre la gola brucia e i vestiti si appiccicano addosso a causa dell’umidità prossima al 98%, si procede. Solo che tutti vogliono andare avanti contemporaneamente: i bambini scalzi, magri e vivacissimi; le vacche sacre piantate in mezzo alla strada; le donne a piedi nei loro sari colorati. E tutti, prima o poi, ci riescono. Benvenuti a Pailan, il villaggio all’estrema periferia sud di Calcutta, dove nel lontano 1975 Samir Chaudhuri – pediatra e nutrizionista – fondò Cini, acronimo che sta per Child in need institute (Istituto per il bambino bisognoso). Quello che ieri era un pollaio, oggi è un ospedale. Da qui si coordina un’operazione di assistenza umanitaria e sanitaria che suscita la curiosità e l’attenzione di delegazioni internazionali. Il flusso di medici e di politici che vengono a visitarla, in una sorta di pellegrinaggio, è infatti continuo. Vorrebbero carpire il segreto di quello che assomiglia ad un miracolo. Ma è soltanto frutto di un’intuizione, molta perseveranza e un po’ di buona sorte. Senza un innato ottimismo di fondo e un particolarissimo rapporto con la vita e con la morte – cosa che agli indiani e, in particolare, a questo pediatra non manca – tutto ciò non sarebbe comunque mai stato possibile. Capelli neri, malgrado i suoi 63 anni (ne dimostra però almeno dieci di meno); un viso disteso e sorridente, nonostante l’intenso ritmo di lavoro e le condizioni di vita spartane. Quest’uomo vive in due stanze dentro l’ospedale, un appartamentino all’ultimo piano, il materasso per terra. E lavora dall’alba a molto dopo il tramonto. Ormai non visita quasi più, si limita alla formazione e ai casi più gravi. Quando non è qui, o in giro per il mondo a parlare dei suoi progetti, è a Verona, dove lo aspetta la moglie, Eliana Riggio, un’italiana che lavora per l’Unicef, e le sue due figlie piccole, alle quali è legatissimo. Una carriera, la sua, che avrebbe dovuto seguire binari prestabiliti: il padre era un noto pediatra; e lui, uscito da una delle migliori scuole di specialità dell’India, quella di Delhi, aveva tutte le carte in mano per fare lo stesso. Il cattedratico. E invece… “All’inizio volevo far soldi”, ammette, “ed è comprensibile per chi nasce e cresce qui. Ma dopo 2-3 anni mi resi conto che i soldi non mi davano alcuna soddisfazione. Così cominciai a dividere il mio tempo fra i clienti ricchi (il pomeriggio) e quelli poveri (il mattino). Facevo il volontario in tre posti: la casa per i morenti e i bambini orfani di Madre Teresa di Calcutta, un ospedale musulmano e un altro tenuto da indù”. In quest’India, dove troppo spesso si soffia sulle diverse fedi fino a scatenare veri e propri conflitti, lui ha sempre voluto – pur essendo indù – dare lo stesso spazio a ciascuna. Questa stessa aria, di convivenza tra diversità, s’avverte subito venendo qui oggi. “Se c’è una cosa che odio, è che una situazione d’indigenza possa essere utilizzata in modo strumentale per convertire”, dice fuori dai denti. “Cosa sulla quale mi trovai subito d’accordo con Pauline Prince, la suora cattolica australiana che stese assieme a me il progetto nel ’75 e che procurò la donazione iniziale, 40mila dollari in una sola tranche, da parte della chiesa cattolica americana”. Quel mucchio di denaro durò circa due anni, durante i quali vennero a visitarci in molti. Erano colpiti dall’idea di poter prevenire la malnutrizione nella comunità, di introdurre cure per la salute a basso costo. Di lì a poco, cominciarono ad arrivare altri soldi. Iniziarono dunque così il dottor Samir, suor Pauline e altre 2-3 persone. Oggi, a Cini, lavorano circa in 250 – fra medici, infermieri e operatori sanitari – e, dai 5-6 villaggi iniziali, si è passati ad un’utenza di 300mila persone. A queste se ne aggiungono altre 100mila – soprattutto bambini lavoratori e bambini di strada, ragazzini/e adolescenti – negli slum (baraccopoli), cioè nell’area urbana di Calcutta, ai quali si offre assistenza sociosanitaria, oltre che l’opportunità di reinserirsi a scuola, dopo i “corsi ponte”. Per avere una percezione di come è cresciuta l’attività in questi 27 anni, forse la cosa migliore è vedere la “clinica del giovedì”. Un locale di 150 metri al pianterreno, in cemento, con un paio di tavolacci per arredamento (le porte non esistono), comincia a riempirsi già alle prime luci dell’alba, anche se gli ambulatori aprono solo alle 8.30. Le donne, in sari coloratissimi, con il pancione o bambini – da zero a cinque anni – per mano, arrivano e si mettono fila. Il caos, di neonati che strillano, uomini che aspettano, infermiere che preparano metodicamente le iniezioni, mamme che allattano, galline che starnazzano, cani neri che gironzolano, corvi che gracchiano sopra il laghetto d’acqua stagnante, è apparente. Fra le file, esiste infatti un ordine preciso. È circolare. Prima si acquista un biglietto d’ingresso, per cinque rupie (0,16-0,20 euro), quindi si procede attraverso il controllo del peso, un check-up generale, le vaccinazioni, la distribuzione dei farmaci. E si esce in cortile. Certi giovedì sono anche in mille, una fetta considerevole dei circa settemila nuclei familiari assistiti da Cini. Ovviamente quelle misere 5 rupie non bastano a coprire il costo di una visita. Ci vuole circa un euro a persona. I restanti 0,76-0,80 centesimi si recuperano dunque tramite donazioni, sia dall’estero (soprattutto Gran Bretagna, Irlanda e Italia) che dagli altri Stati dell’India. “Anche il più povero dei poveri ha la capacità di pagare un minimo”, sentenzia il pediatra. Forse, un giorno, Cini non avrà più bisogno di aiuti esterni. Quel giorno però non è ancora arrivato. Così in questo paese, dove il 50% dei bambini nasce già malnutrito, il dottor Samir ha inventato una serie di progetti ad hoc. Fra questi, merita un discorso a parte “Adotta una mamma, salva il suo bambino”. Si tratta di convincere gli occidentali benestanti ad adottare una mamma indiana incinta e, con lei, il suo bambino fino a quando questo avrà due anni. L’impegno economico è bassissimo: 6mila rupie, pari a 160 euro. Come dire: 10mila lire al mese, che da queste parti sono una fortuna. “La possibilità di intervenire sulla denutrizione è una finestra che si apre una volta”, spiega il pediatra, “poi si chiude. Per sempre”. È noto infatti che il cervello di un bambino si sviluppa all’80% nei primi due anni e mezzo di vita, compresi quelli della gestazione. Se egli nasce già malnutrito, perché la madre è malnutrita, c’è pochissimo tempo per curarlo: tramite farmaci, ma soprattutto tramite un’appropriata alimentazione. E i risultati sono davvero incoraggianti: prima dell’avvio del programma solo il 30% dei bambini nasceva con un peso superiore ai 2,5 kg; ora la percentuale è salita al 70%. Hasina Bibi è una di queste madri. Sposata alla tenera età di 16 anni, come si usa soprattutto nei villaggi, ha avuto il primo figlio a soli 19 anni: una gravidanza difficile, seguita saltuariamente da un medico tradizionale (quack), un parto in casa sotto la guida di una dai (levatrice) poco esperta; le complicanze sono state tantissime. Registrata nel programma “Adotta una mamma”, è stata invece seguita passo passo durante la sua seconda gravidanza dai medici di Cini: un adeguato controllo prenatale, un parto in ospedale, una formazione specifica su come nutrire e far crescere in modo sano il suo bambino. Alla nascita pesava 2.5 kg, la soglia minima sotto la quale la malnutrizione inizia; oggi, un anno dopo, pesa 9.2 kg. E ha tutta la vita davanti. Alessandra Garusi www.peacereporter.net

DARFUR: KHARTOUM E MONDO ARABO STUDIANO REAZIONE ALLE PRESSIONI INTERNAZIONALI Politics/Economy, Standard Continuano le reazioni del governo sudanese di Khartoum alle crescenti pressioni internazionali di cui è oggetto per la guerra in corso in Darfur, la vasta regione occidentale al confine col Ciad, e che sta causando una delle più gravi crisi umanitarie del Pianeta. Ieri il ministro di Stato per le relazioni esterne, Najeeb al-Kheir Abdul Wallab, ha convocato gli ambasciatori di Gran Bretagna e Germania per protestare contro quelle che sono state definite "minacce alla sicurezza nazionale". Il ministro ha definito "inaccettabili" le dichiarazioni britanniche su un possibile intervento militare in Darfur (nei giorni scorsi il capo di Stato maggiore inglese si era detto pronto a inviare in Sudan una brigata di 5.000 soldati) e ha accusato il governo di Berlino di sostenere i ribelli. Secondo indiscrezioni, oggi a Khartoum è in programma una riunione d'emergenza di gabinetto proprio per discutere della situazione nell'ovest del Paese e della risposta da dare alle sanzioni che potrebbero essere contenute nella nuova risoluzione sul Darfur, basata sulla bozza presentata nei giorni scorsi dal governo statunitense, che il Consiglio di Sicurezza dell'Onu si appresta a votare nelle prossime ore. Khartoum viene accusata di non prendere le misure necessarie per disarmare e contenere le milizie di predoni arabi (noti col nome di Janjaweed) che da anni seminano morte e distruzione in Darfur e che sono considerate le principali responsabili della tragedia umanitaria in corso nella zona. Dopo Egitto e Libia, oggi anche la Lega Araba potrebbe far sentire la propria voce a sostegno di Khartoum. La speciale commissione della Lega Araba dedicata al Sudan dovrebbe riunirsi oggi per discutere dell'evoluzione della situazione in Darfur. In programma c'è una relazione di Ahmed Abdel Halim sulle misure e proposte effettuate finora da tutti i protagonisti della crisi della regione occidentale (sia a livello interno che internazionale) e la proposta di un piano di azione per appoggiare il governo sudanese di fronte alle pressioni regionali e internazionali. Intanto, anche se in sordina, l'Unione Africana sta continuando la sua opera di mediazione. I risultati, forse, si vedranno solo nei prossimi giorni. Dal febbraio del 2003 due gruppi armati nati come forze di autodifesa poplari (Jem e lo Sla-m) si sono formalmente sollevati in armi contro Khartoum, accusata di trascurare il Darfur, perché abitato prevalentemente da neri, e di finanziare i Janjaweed, principali responsabili di quello che già numerose fonti, inclusi molti rappresentanti dell'Onu, hanno definito un "nuovo genocidio". In 17 mesi di combattimenti la guerra del Darfur ha causato oltre un milione di sfollati interni, quasi 160.000 profughi (tutti nel confinante Ciad) e migliaia di morti, almeno 30.000 secondo le stime più accreditate. [MZ] misna.it

Processo a Discovolante DISCO VOLANTE, la tv di strada di Senigallia che ha ricevuto nei giorni scorsi il premio "Ilaria Alpi", è stata denunciata dalla Polizia postale e i suoi redattori rischiano la prigione. Disco Volante nasce a Senigallia attorno ad una associazione ARCI che si occupa di handicap e disagio sociale. La redazione che dà vita alla piccola emittente è composta dagli associati stessi. Nel settembre del 2003 Disco Volante è stata soppressa dai funzionari del Ministero delle Comunicazioni. Il lavoro della redazione tuttavia non si è fermato e nel giugno del 2004 un servizio filmato prodotto dalla piccola telestreet ottiene il prestigioso riconoscimento dedicato a Ilaria Alpi. Oggi, dieci mesi dopo la chiusura forzata, la denuncia e il processo che verrà! Con l'approvazione della discussa legge Confalonieri/Gasparri, con il Sistema Integrato delle Comunicazioni (SIC) attivo, l'Authority che non muove un dito e il monopolio RAI/Mediaset fatto santo, si bussa alla porta di Disco Volante per chiuderlo dietro le sbarre. Ogni commento è superfluo. Ogni energia che abbia a cuore la salute della nostra Democrazia è chiamata a mobilitarsi. DISCO VOLANTE Coordinamento telestreet Senigallia www.radioalice.org

DS: una sintesi della relazione del segretario regionale al seminario di Pisa del 17 luglio scorso sull'analisi del voto di Marco Filippeschi Anche in Toscana il dato del 42% dei voti a “Uniti nell’Ulivo” è significativo: si tratta di una grande forza. Non si raggiunge per poco la somma dei voti delle politiche del 2001: in percentuale si arretra di due o tre punti, secondo come si valuti il peso dell’Sdi, come nella media del risultato della circoscrizione del centro – ma va anche detto che in Toscana il risultato delle elezioni politiche vide una tenuta migliore rispetto a quella delle altre regioni. Va sottolineato il risultato dei nostri candidati: per l’elezione di Guido Sacconi – una buona prova per lui e un obiettivo raggiunto per il partito toscano –, per il successo di Monica Giuntini e per quello di Massimo Toschi, che voglio ringraziare per come, da indipendente, ha contribuito al successo della lista unitaria nella sua città e ben oltre. Ad ascoltare le discussioni sul voto fatte nel partito in queste settimane, non pare difficile vedere alcune ragioni politiche del risultato, le propongo alla discussione e anche all’analisi degli altri relatori. Visto il numero dei voti, si può dire che il progetto della lista unitaria non è stato contraddetto, anche se la sua immaturità e un difetto di leadership ne hanno frenato la capacità espansiva. Dopo la convenzione del 13 e 14 febbraio del Palalottomatica, la proposta si è appannata e ha subito la difficoltà delle indecisioni e di alcune contraddizioni, in particolare riguardo alla vicenda della guerra in Iraq. Sono stati tre mesi difficili: io credo che questo si sia pagato in termini di qualche cessione di consensi verso sinistra, soprattutto nelle regioni dove l’elettorato è particolarmente connotato e i sondaggi fatti in Toscana prima del voto annunciavano questa tendenza. Naturalmente, qui si tratta di una ragione politica, che non si può trascurare anche per il futuro. Poi ci sono ragioni più legate alla campagna elettorale, molto breve, un po’ schiacciata dalla preparazione e dallo svolgimento di quella per province e comuni (il dato di Lucca e di Massa-Carrara, come vedremo, è significativo in questo senso). E dunque c’è stata una difficoltà all’atto del voto a riconoscere il simbolo, come emerge dall’esperienza degli scrutatori e dei rappresentanti di lista e dalle differenze tra voto europeo e provinciale – voto provinciale che mostra una forza d’attrazione dell’Ulivo per gli elettori di centrodestra, in virtù della nostra più affidabile offerta di governo. Credo che sommando gli effetti di queste ragioni si possano spiegare i nostri risultati con equilibrio e senza grandi incertezze. A mio avviso, dunque, anche il voto in Toscana non contraddice le ragioni del progetto politico proposto da Romano Prodi. La lista unitaria nasce per rispondere alle domande di unità e di semplificazione dell’offerta politica, di riduzione della frammentazione, ancora fortissime tra gli elettori. Certo, il progetto si sostiene volendo essere conseguenti rispetto all’evidenza data dalla comparazione tra la nostra offerta, quella del centrosinistra, e quella di altre democrazie europee. Sta in piedi se ciò che è patologico, un’alleanza fatta di una decina di partiti di cui il partito più grande ha meno del 20% dei voti, è riconosciuto come tale e dunque se proviamo a immaginare uno scenario di prospettiva diverso, proiettato al futuro più che al passato. Non abbiamo sottovalutato le ragioni di una spinta venuta alla politica da parte di movimenti e forze sociali: Fassino ha rappresentato un partito che fa il suo mestiere, che ascolta e risponde e che cerca di attrezzarsi per anticipare le domande. In Toscana quella spinta l’abbiamo accolta, aprendoci e marcando così il nostro profilo, e non c’è da tornare indietro. Questa spinta dunque è valsa a dare alcune risposte che mancavano, su grandi temi della politica che s’imporranno sempre più. Penso alla globalizzazione e all’impegno per la pace, per un nuovo governo del mondo: è di ieri la conclusione del Meeting di San Rossore, organizzato dalla giunta regionale, quest’anno centrato sul problema essenziale del cambiamento climatico, che ha avuto uno straordinario successo. Penso ad altri versanti. Ma credo illusorio e pericoloso – e molto politicistico –, pensare irrilevante lo spostamento del baricentro della coalizione, nei rapporti con una parte decisiva del paese – di centro politico e sociale, potremo dire – e visti i problemi irrisolti che dovremo affrontare, quasi che vi siano due recinti invalicabili o un “effetto Berlusconi” che garantiscano comunque la coesione del centrosinistra. Oggi, invece, è proprio la crisi della destra e del berlusconismo, di Berlusconi come baricentro e collante politico di un alleanza, a rendere possibili le nostalgie neocentriste. In questo senso è rischioso proporre più o meno esplicitamente una riunificazione della sinistra – riformista e radicale – trascurando per di più il fatto che in quasi tutti i paesi europei, insieme a grandi partiti riformisti, socialdemocratici, di centrosinistra, convive una sinistra più radicale. Nei mesi passati l’abbiamo fatto organizzando vere e proprie campagne regionali, promosse e coordinate dall’Unione regionale, che hanno avuto un buon successo: quella contro il carovita e quella per la scuola di base. Naturalmente sono due temi da riprendere: quello del carovita, in particolare, è stato e sarà decisivo per l’orientamento di tanti elettori, non dobbiamo mai dimenticarlo; e sulla scuola c’è da preparare, insieme alla Sinistra giovanile, un’iniziativa diffusa alla ripresa dell’anno scolastico. Propongo altri due temi, per due nuove campagne regionali: quello delle politiche per la salute, della valorizzazione del modello toscano, delle innovazioni che stiamo costruendo e della difesa del nostro sistema sanitario pubblico – ne abbiamo discusso il 29 marzo, in un’iniziativa regionale che ci ha indicato un campo vastissimo d’iniziativa; e quello delle politiche per l’infanzia, parte fondamentale di un capitolo più ampio, quello delle politiche per le famiglie, per il consolidamento, l’estensione e l’innovazione del welfare regionale. Si tratta di due grandi temi che possono essere parte di una battaglia politica nazionale – di campagne nazionali –, d’opposizione e di proposta, e, insieme, possono costituire un contributo a “Toscana Democratica” e al percorso per la costruzione di programmi e alleanze in vista delle elezioni regionali. Inoltre, sono temi che incrociano l’iniziativa che i comuni, le province e le regioni stanno promovendo contro i tagli decisi dal governo con l’ultima manovra e annunciati in vista della prossima legge finanziaria, che scaricano la crisi finanziaria sempre più grave sulle autonomie locali, sulle finanze regionali già al limite e contro i bisogni sociali essenziali. Martedì prossimo i sindaci manifesteranno davanti a Montecitorio, come ha annunciato Leonardo Domenici e serve un movimento molto vasto, che proponga iniziative incisive, come quelle proposte qui a Pisa dell’Anci toscana. Il disagio sociale di cui parliamo tocca anche la società toscana. La crisi di competitività segna i nostri distretti e alcuni grandi poli industriali. L’orizzonte a cui si guarda si è ancora allargato: Cina, India, Europa dell’Est sono in cima alle riflessioni di tanti. Dobbiamo dare le nostre risposte. Ne discutemmo già un anno fa nella nostra convenzione programmatica di Firenze e mi pare che l’elaborazione che proponemmo in quell’occasione resti largamente valida. In vista delle elezioni regionali, dobbiamo fare un passo in avanti: per valorizzare in modo più visibile i risultati del nostro governo e del lavoro di Claudio Martini – che già vedono nei sondaggi che abbiamo fatto giudizi molto positivi dei cittadini toscani – e per rendere incisive, comunicabili le proposte nuove. In questo quadro va ripresa anche un’iniziativa che aiuti a far valere il “Patto per lo sviluppo” sottoscritto tra la Giunta regionale e le forze sociali, primo esempio nel paese di una concreta e innovativa ripresa delle concertazione e possibile matrice di patti di sviluppo locali. “Toscana Democratica” ha deciso di darsi a fine settembre un’occasione di confronto per enucleare prime proposte. Insieme dovrà procedere un confronto con Rifondazione comunista, a partire da quello sugli atti fondamentali programmazione che contrassegneranno in tutti i campi decisivi l’ultima fase di lavoro del Consiglio regionale. Tanta parte delle possibilità di un’intesa stanno, com’è naturale, in un esito positivo di questi passaggi. Il nostro intento è chiaro da tempo. Tutta “Toscana Democratica” oggi è disponibile ad un confronto serio, che per la maggioranza non può prescindere dall’esperienza in corso né può prendere vie tortuose o astratte che allontanino dalla necessità di dare riposte di governo ai problemi della nostra regione. Dai grandi temi alle politiche regionali, così chiaramente alternative a quelle del governo, abbiamo costruito un habitat ideale per fare intese – è evidente e questo si doveva e si dovrebbe riconoscere senza fatica –, a patto che si vogliano fare intese per governare, intese di governo con programmi chiari, operativi, non contraddittori. 4. Le elezioni amministrative sono state un premio alla nostra esperienza di governo e all’affidabilità della nostra offerta. Hanno dimostrato che sappiamo interpretare bene le regole elettorali maggioritarie. Nonostante il ricambio vastissimo dei sindaci e dei presidenti di provincia, e dunque con coalizioni che spesso ripartivano da un sostanziale azzeramento, abbiamo garantito l’unità dell’Ulivo dappertutto e raddoppiato gli accordi con Rifondazione comunista, con l’eccezione significativa d’importanti comuni e province. Tutti i presidenti di provincia sono stati eletti al primo turno, con trentamila voti in più al nostro partito rispetto al 1999. Cresciamo quasi del 3 per cento sulle politiche del 2001. Nelle elezioni provinciali abbiamo respinto il tentativo d’indebolirci delle liste personali e localistiche – a Pisa e Siena, dove c’erano liste civiche, abbiamo guadagnato un consigliere provinciale in più – e, in generale, il tentativo di colpirci, anche con campagne mirate, per tanti versi senza precedenti, come quella sulla legge elettorale e il superamento della preferenza, è andato a vuoto. La distanza tra centrosinistra e destra non è mai stata così grande e conquistiamo più comuni di quanti già avevamo. Vinciamo bene a Firenze, al ballottaggio, con un risultato positivo di Leonardo Domenici e, anche in questo caso, superiamo una prova difficile, vista la frammentazione di candidati sindaco e liste e i tentativi evidenti di condizionarci e ridimensionarci. Sono risultati di grande valore, costati molto impegno dei nostri militanti e dei candidati. Perché in ogni caso i Ds sono stati il perno delle alleanze. In questa occasione ringrazio tutti e tutte di cuore: sono gli stessi compagni e compagne che ora stanno facendo le feste de l’Unità – che dovranno raccogliere le firme sui referendum per l’abrogazione delle norme sulla procreazione assistita – e che da settembre saranno impegnati nella campagna congressuale e nella preparazione delle elezioni regionali. Con questo voto per i Ds e per Toscana Democratica si è chiuso un ciclo triennale positivo di elezioni locali. Abbiamo cambiato gli equilibri nei comuni di Lucca e Grosseto, governati dalla destra da due mandati, ribaltato la situazione all’Isola d’Elba, conquistato due comuni importanti come Capannori e Pescia. E’ un duro colpo alla destra che sarebbe stato durissimo se avessimo riconquistato Arezzo. La destra ha dimostrato di non essere un’alternativa credibile perché portatrice di parole d’ordine e di politiche estranee e ostili alla Toscana, perché dove ha governato non ha dato buona prova di sé, dimostrando una concezione proprietaria delle istituzioni e perseguendo uno sviluppo privo di qualità. E il risultato di Portoferraio e dell’Elba e quello di Capannori sono significativi anche perché dimostrano che il Toscana c’è un argine ancora alto contro la degenerazione della politica. E’ un fatto molto significativo che tra i primissimi atti di governo del dopo voto vi sia quello sulla pianificazione urbanistica unificata per l’Isola d’Elba, obiettivo nostro e della giunta regionale, oggi concretizzabile per il prevalere del centrosinistra. In questo quadro e più in generale, stona il voto di Arezzo: è stata un’occasione persa, anche se la prova era difficile in partenza per la forza del sindaco uscente. Ma dal voto di Arezzo viene una lezione per tutti: per la coalizione, per il nostro partito e anche per alcune forze sociali. Nei comuni difficili, dove c’è una competizione vera al centro dello schieramento sociale, non si può andare al voto senza una politica verso questa parte della società. Non basta la sommatoria di liste, né è utile uno sbilanciamento a sinistra, che coinvolge una parzialità di soggetti: è accaduto talvolta, bisogna riconoscerlo, pur valutando il contesto e il momento, con i forum, i laboratori. E’ accaduto anche ad Arezzo. E’ l’Ulivo a dover stabilire un’interlocuzione con tutti i soggetti sociali, nella distinzione dei ruoli, con i patti di consultazione e le altre forme di collegamento che abbiamo sperimentato e promosso (nella Convenzione svolta proprio ad Arezzo): la parzialità dei coinvolgimenti e la confusione dei ruoli non hanno dato buona prova e spesso, sembra un paradosso, hanno portato a prendere le decisioni fondamentali, quali quelle delle candidature, in sedi coalizionali assai ristrette, con percorsi tutt’altro che partecipativi. Poi c’è una regola aurea che si dovrebbe osservare nelle coalizioni, facendola valere sempre, sopra gli interessi di partito e personali. Nei casi difficili si deve candidare il candidato più forte. Ad Arezzo, alla fine di un percorso troppo lungo e complicato, noi abbiamo scelto una candidata forte, Monica Bettoni, che ha fatto una forte campagna elettorale, con un risultato personale di rilievo. Ma sappiamo che non è stato possibile discutere di un’altra proposta molto forte, espressione del centro nella nostra coalizione e ciò per diversi motivi. Di fatto ci siamo ritrovati non sufficientemente attrezzati su un lato decisivo della contesa e si è pagato un prezzo al primo turno, quando sono mancati pochissimi voti per vincere – e comunque abbiamo preso 20 consiglieri su 41 –, e al ballottaggio, nello scontro diretto, quando il candidato della destra ha sfondato soprattutto su quel lato. Per ultimo, ma non ultimo, il problema delle regole per le coalizioni e per il partito: scegliere tra opzioni diverse in sedi ristrette, dopo percorsi confusi che celano differenze destinate comunque ad emergere, e decidere alla fine con maggioranze neppure ampie, può portare a lacerazioni che lasciano il segno: in questi casi per scegliere servono le primarie e dunque servono regole fatte in anticipo – ed era possibile e lungimirante darsele, anche ad Arezzo. Regole che rendano possibile una selezione partecipata delle candidature, quando si deve scegliere tra più di una proposta. Quegli indirizzi politici che pure avevamo proposto per tempo al partito (e anche alla coalizione, dovendo subire un evidente ostruzionismo) nell’ambito delle regole statutarie esistenti non sono stati sufficienti e ciò si è visto ad Arezzo e in altre realtà. Dunque vanno aggiornate le regole, con una decisione di valenza congressuale e statutaria che sancisca la soglia per cui una qualificata minoranza possa chiedere un allargamento della platea per le decisioni. Anche il fenomeno delle liste civiche, più consistente in questa tornata elettorale, al di là dei personalismi estremi e dei casi particolari ci pone innanzi tutto un problema di regole, di forme di partecipazione e di comunicazione e anche, in qualche modo, di etica politica. Perché sono cambiate via via alcune condizioni di base della politica locale. Faccio alcuni esempi: c’è una minore rappresentatività e capacità d’integrazione sociale delle organizzazioni di partito; c’è una personalizzazione più spinta; si vede uno schiacciamento della politica nella dimensione locale sulla presenza nei governi locali e nelle assemblee elettive – per debolezza, nel nostro caso, più che per scelta –; si crea, talvolta, una distanza tra gli amministratori e le organizzazioni di base dei partiti che lascia un vuoto rischioso quando si deve cambiare il candidato sindaco; c’è un miglioramento dello status degli amministratori pubblici – dei sindaci, degli assessori, di chi è chiamato ad incarichi in aziende a partecipazione pubblica – che ormai ha un suo peso; ci sono cambiamenti della struttura sociale, aree di sofferenza, che vanno riconosciute e affrontate; i cittadini sono più esigenti, a volte anche più egoisti, ma in ogni caso vanno ascoltati e coinvolti con forme di comunicazione permanenti. Avremo di che discutere verso il nostro congresso regionale e dovremo dare delle risposte insieme ai nostri alleati. Se il risultato di Arezzo non va archiviato, anche altri risultati meritano attenzione. Mi riferisco soprattutto alle elezioni comunali dove, in un risultato comunque positivo delle coalizioni, si è visto un risultato dei Ds che ha abbassato, seppure di poco, la nostra percentuale nei comuni sopra ai 15 mila residenti, con una cessione di voti andata innanzi tutto alle liste civiche. Empoli, Certaldo, Sesto Fiorentino, Collesalvetti, Massarosa, Colle Val d’Elsa, Poggibonsi, Pescia, Follonica: sono casi da non archiviare. Lo stesso vale per quanto è successo in alcuni comuni più piccoli, da analizzare federazione per federazione. I risultati vanno spiegati e devono vederci capaci di dare riposte positive. In generale, anche in Toscana ogni vicenda comunale ha sempre più una storia particolare, che può anche essere eccentrica alle tendenze generali. E la crescita della frammentazione è essa stessa una tendenza generale. Per queste ragioni non possiamo permetterci di mancare l’occasione dei congressi per dare risposte nuove a problemi nuovi. Concludo con un’ultima sottolineatura. Un altro risultato molto positivo è quello di aver candidato e eletto sindaco e consigliere molte più donne e molti giovani, grazie anche all’impegno della Sinistra giovanile e delle nostre compagne. Come ho già detto, abbiamo ricostruito le alleanze e insieme abbiamo rinnovato profondamente la nostra rappresentanza. Oggi abbiamo tanti giovani e tante giovani eletti, già impegnati e tanti altri che, pur non essendo stati eletti, devono essere subito chiamati messi alla prova, a dirigere le nostre organizzazioni, a fare cose concrete, insieme agli altri che spesso già dirigono il partito. Con una sola raccomandazione, che vale da Firenze al comune più piccolo: che i giovani si mettano alla prova camminando con le loro gambe, senza tutori, preparandosi, lavorando per le proprie responsabilità, rischiando, schierandosi, facendo delle scelte, per dare al nostro partito e alla nostra politica l’aria e il volto nuovi che serviranno ad affermarci anche in futuro.www.nove.firenze.it


luglio 27 2004

Move on, una presenza virtuale Uno dei grandi assenti dalla Convention di Boston è Wes Boyd, il presidente di Move.On, nonostante questo portale Internet sia una delle più micidiali armi politiche del partito democratico. 43 anni, Boyd divenne ricco nel 1990 inventando il salvaschermo con i pesci dell'acquario. Nel `98, indignato dallo strumentale tentativo d'impeachment di Clinton, lanciò una campagna e-mail per chiedere al Congresso di «andare oltre», move on: raccolse 400.000 lettere. Move on era nato. In questa campagna, Move on ha raccolto fondi per 30 milioni di dollari da 2,4 milioni di donatori e ha così rivoluzionato il finanziamento on line dei partiti. Uno dei grandi finanziatori di Move on è il finanziere e filantropo George Soros, che ha dato 2,5 milioni di dollari, tanto che i repubblicani hanno accusato Move on di essere solo un espediente per aggirare le leggi sui finanziamenti elettorali (parlano loro!). Bush e i repubblicani fumano di rabbia anche per le pubblicità di Move on, in particolare quella di dicembre che paragonava Bush a Hitler. Come ha scritto il Wall Street Journal, fa curioso che nessuno dei 9 dipendenti a tempo pieno di Move On sia qui alla Convention. Ma ci saranno con il Dvd sulla vita di Kerry che sarà lanciato domani sul sito www.moveon.org. (m. d'e.) ilmanifesto.it

QUATTRO SCENARI PER I CONTI DA INCUBO LUIGI SPAVENTA da Repubblica - 27 luglio 2004 La Ragioneria Generale dello Stato aveva già dato conto, con precisione e senza abbellimenti, della situazione e delle tendenze della finanza pubblica: le cifre della relazione di cassa per il settore statale annunciavano la necessità di una ?manovra´ aggiuntiva per quest´anno; in numerose audizioni parlamentari il Ragioniere Generale aveva richiamato l´attenzione sulla dinamica squilibrata di alcune voci di spesa. I dati disponibili davano comunque evidenza di un peggioramento continuo e strutturale dei conti. Il ricorso a entrate non ripetibili (le cosiddette una tantum) poteva trovare giustificazione nella necessità di compensare gli effetti sul bilancio di una cattiva congiuntura. Ma quel limite fu di lunga superato: nel 2003, i condoni, a fronte di un effetto congiunturale negativo di poco superiore a mezzo punto di prodotto, assicurarono entrate per quasi due punti (con costi di equità e, probabilmente, di propensione dei cittadini a osservare in futuro i loro obblighi tributari). Si è calcolato (Roberto Perotti su lavoce.info) che nel 2003 l´avanzo primario (entrate meno spese al netto degli interessi) corretto in aumento per tener conto della bassa crescita, ma depurato dalle misure una tantum si è ridotto a un misero 1,1%: un dato strutturale non solo incompatibile con una riduzione delle imposte, ma anche insufficiente ad assicurare una pur modesta diminuzione del rapporto fra debito e prodotto. Il vantato rispetto del vincolo europeo del 3%, ottenuto solo grazie all´eccesso di una tantum, offriva un comodo alibi a Governo e maggioranza per trascurare i problemi che si venivano accumulando. E´ merito notevole del Ministro Siniscalco di averli messi sul piatto politico quasi brutalmente, e comunque senza infingimenti e senza offrire (per ora) il sollievo di nuove escogitazioni di contabilità straordinaria. Per tornare all´onor del mondo, servono 24 miliardi, di cui almeno 17 da ottenere con interventi ad effetto permanente; una riduzione di pressione fiscale, se la si vuole, dovrà trovare ulteriore copertura. E´ un conto pesante, che induce a considerare quali scenari potranno disvelarsi nel prossimo autunno. Quattro scenari per i conti da incubo Primo scenario. Tagli di spesa permanenti per 22-23 miliardi: oltre ai 17, altri 5 o 6 per un altro modulo di riduzione di imposte sui redditi personali, che, se si vuole ridurre la pressione fiscale, non può essere certamente finanziato con altre entrate tributarie. Mission impossible, verrebbe da dire: una riduzione permanente di spesa di dimensioni siffatte, da eseguire in unica soluzione, pare difficilmente praticabile; comunque, considerati i precedenti (dipendenti pubblici, pensioni, spese per la difesa), non si può ipotizzare coesione della maggioranza su tale operazione. Secondo scenario. Come il precedente, ma senza la riduzione di imposte e magari con qualche aggravio tributario. Missione pur sempre difficile, ma soprattutto politicamente, e non solo contabilmente, improbabile: a un anno e mezzo dalle elezioni, il Presidente del Consiglio sarebbe costretto a strappare definitivamente la pagina a lui più cara del "contratto con gli Italiani". Terzo scenario. Si riducono un po´ le aliquote, e al contempo si fa qualche taglio di spesa e si trova qualche altra entrata, ma non nella misura necessaria. Pazienza se si sfora il limite del 3% e se il debito scende solo grazie a qualche privatizzazione. Ipotesi non improbabile: la procedura europea di sanzioni è sotto tiro; comunque prende tempo; comunque richiede maggioranze qualificate, con la partecipazione di paesi (Francia e Germania) che ci sono in debito di clemenza. Può essere che in conseguenza aumentino i tassi d´interesse sul nostro debito, ma con effetti di spesa diluiti nel tempo. Le conseguenze politiche ed economiche, dunque, si sentirebbero non prima delle elezioni: se l´attuale maggioranza resta, si vedrà; se no, gli oneri dell´aggiustamento saranno a carico del Governo di domani. Quarto scenario. Non trovandosi accordo nella maggioranza su alcuno dei tre scenari precedenti, crisi politica ed elezioni anticipate. L´opposizione ? come avviene ovunque ? trova motivo di compiacimento nel constatare che i nodi della politica economica del Governo in carica vengono al pettine. L´opposizione, tuttavia, ha motivo di che preoccuparsi. Chi andrà al governo nel 2006 (o nel 2005) dovrà accettare senza beneficio d´inventario un´eredità il cui passivo eccede di lunga l´attivo e gestire comunque una situazione assai difficile: con tagli pesanti e poco selettivi della spesa dello Stato e degli enti locali, se la correzione viene attuata (forse accompagnata da una riduzione di aliquote che sarà difficile abrogare); con un grave squilibrio finanziario da correggere, altrimenti. L´opposizione si accinge a predisporre un suo programma. Non vorrà imitare chi nel 2001, in uno studio televisivo e alla presenza di un notaio, promise tutto a tutti in condizioni di finanza pubblica già disagevoli. Oggi, in condizioni ben peggiori, i vincoli a cui è soggetto un programma credibile si sono fatti assai più stretti. Un previo pur se silenzioso accertamento delle condizioni finanziarie di fattibilità ? un inventario dell´eredità ricevuta ? pare indispensabile. Come secondo passo occorrerà definire i modi più equi ed efficienti per rispettare quelle condizioni. A mo´ di esempi: due sindaci (Veltroni e Chiamparino) hanno detto cose sagge sui trasferimenti agli enti locali; è un luogo comune, ma avvalorato dall´esame delle differenze regionali, che la dinamica della spesa sanitaria può essere contenuta senza ridurre le prestazioni. Oggi è tornata a tirare un´aria che somiglia tanto a quella dell´inizio degli anni novanta: nonostante una spesa di interessi pari a meno della metà di quella di allora, di nuovo rischi di finanza pubblica fuori controllo; di nuovo necessità di interventi in emergenza, che, proprio perché tali, finiscono solitamente per produrre esiti iniqui o inefficienti. Un programma di chi vuole governare deve anzitutto dimostrare che si può fare di meglio. -------------------------------------------------------------------------------- Ds Lombardia - Rassegna stampa

LEZIONE DI METODO PER IL CENTROSINISTRA CURZIO MALTESE da Repubblica - 27 luglio 2004 Era ora che l´opposizione uscisse dal lungo sonno di mezza estate con una proposta coraggiosa. Sulla scia mediatica della convention democratica di Boston, Romano Prodi chiede di affidare alle primarie la scelta del leader ulivista per le prossime elezioni. Sarà il popolo dei militanti, iscritti, comitati e forse semplici elettori, a scegliere l´anti-Berlusconi per il 2006 e magari prima. La proposta non è nuova, se ne discute da anni. Lezione di metodo Ma questa di Prodi più che una proposta sembra un ultimatum, un voto di fiducia. Visto che a chiedere le primarie e il candidato unico, almeno ufficialmente, dirgli di no significherebbe mandarlo a casa e decapitare l´opposizione in piena crisi della maggioranza. Troppo anche per il masochismo della sinistra italiana. Quindi, ora o mai più. Perché Romano Prodi corra un simile azzardo non è difficile da capire. Anzitutto si sarà stufato anche lui di vedere l´opposizione perdere il tempo dietro ad astrusi dibattiti sulla forma della federazione dell´alleanza da proporre alle elezioni. Dopo tante promesse, nel centrosinistra sono ricominciati già i balletti di sempre, le stantie manovre, i vertici oceanici chiamati a decretare sul sesso degli angeli. Le primarie configurano una scelta concreta, uno spartiacque oltre il quale non si torna indietro. Con questa mossa Prodi si sottrae d´un balzo dal pantano nel quale finirebbe per essere logorato, indebolito e alla fine anche inghiottito. Un´altra spinta di Prodi è senz´altro la volontà di rilanciare se stesso, la lista unitaria e l´intera alleanza con uno choc mediatico. Non si tratta soltanto di ottenere enorme visibilità per il centrosinistra e il suo leader, quantità di spazio vitale su televisioni e giornali. Conta anche la qualità del messaggio da trasmettere agli italiani. Le primarie offrono un´idea positiva e moderna del far politica, una partecipazione democratica che è l´opposto della destra cortigiana barricata in claustrofobici vertici romani attorno al suo declinante padrone. In ogni caso, una sfida con milioni di voti in ballo sarebbe un po´ più interessante dei dibattiti da vecchia tribuna politica in corso fra Rutelli o Marini e D´Alema sulla cosiddetta forma federativa del triciclo. Molto meglio far uscire la discussione dalle stanze fumose, portarla in giro per l´Italia e lasciarla concludere al popolo dell´Ulivo. E´ la seconda volta che Prodi traduce in proposta politica la vox populi. Prima con la lista unitaria, ora con le primarie. Non sarà magari soltanto il sincero spirito democratico del presidente uscente dell´Ue. Oggi a Prodi conviene che a decidere sul futuro del centrosinistra siano gli elettori piuttosto che le oligarchie di partito. Gli conviene perché gli elettori sono ancora con lui, sia sul listone che sulla leadership. E gli conviene che la decisione arrivi presto, anzi subito, come chiedevano gli elettori del centrosinistra nel sondaggio curato da Ilvo Diamanti e pubblicato su Repubblica 10 giorni fa. Ora o mai più. Nel ?98 Prodi perse la leadership anche per la sua incapacità di reagire con prontezza a un piano ostile che gli era perfettamente chiaro. Non è il tipo da inciampare due volte nella stessa pietra. Detto questo, non sarebbe giusto limitare la mossa di Prodi a una pura convenienza personale. E´ forse l´unico dei leader del centrosinistra a rendersi conto dei limiti attuali dell´opposizione e ad agire di conseguenza. Sa che il disfacimento del berlusconismo non basta ad accreditare l´opposizione come forza di governo. Ha respirato abbastanza Europa da comprendere che in nessun altro sistema democratico una coalizione sconfitta si ripresenta cinque anni più tardi con gli stessi programmi, stili e slogan già bocciati dai cittadini. Anche se chi è venuto dopo ha fallito nel più misero dei modi, occorrono novità. È giusto che il leader si ponga il problema di offrire al paese uno stile che tenga conto della volontà di voltare pagina. La lista unitaria era una prima pietra della costruzione di un nuovo centrosinistra, le primarie sono la seconda. Non sarebbe una cattiva idea completarla con un programma comprensibile e convincente, al posto di quello affidato a Giuliano Amato e perso in qualche cassetto. Non c´è più molto tempo da perdere, la maggioranza può franare da un giorno all´altro. Non per la volontà di questo o quel vassallo di Berlusconi ma perché il bottino da spartirsi è finito e di mettersi a governare davvero non se ne parla. Sarebbe davvero paradossale se la fine del berlusconismo, dopo dieci anni, cogliesse il centrosinistra impreparato, momentaneamente sprovvisto di un capo, un assetto e perfino di un nome. -------------------------------------------------------------------------------- Ds Lombardia - Rassegna stampa

Ulivo, Prodi lancia le primarie "Per eliminare le ambiguità" Romano Prodi a Padova PADOVA - Romano Prodi dà il via da Padova al suo viaggio attraverso l'Italia e lancia un messaggio forte al centrosinistra: le primarie, subito, un passo necessario per sgombrare il campo da ogni "ambiguità" sulla leadership della coalizione. "C'è il tempo del sangue e il tempo della riconciliazione - spiega Prodi, ospite del locale circolo della Margherita - nelle primarie gli avversari si scontrano, il giorno dopo lottano uniti per vincere assieme le elezioni politiche". "L'Ulivo che ha una grandissima sensibilità democratica - aggiunge - sa che queste sono le regole di comportamento". "Credo che sia finito il tempo dell'ambiguità della famosa battuta: vai avanti tu che mi vien da ridere - dice ancora Prodi - dobbiamo andare avanti assieme, l'esperienza in Europa mi ha insegnato che servono organismi e regole per la federazione". Il Professore parla poi di "voci autorevoli" che di giorno gli chiedono di scendere in campo, di cominciare a lavorare "come se dal programma della lista unica in poi avessimo giocato a golf", e, di notte, dice di sentire "altri nomi, altre voci, altre ipotesi". Ma questa, per il leader del centrosinistra, "è una ricchezza: da noi non esistono uomini della Provvidenza". Ripetendo sei volte l'augurio che la coalizione prenda atto della necessità di legittimare la sua leadership con le primarie, in fondo, Prodi chiede di essere ascoltato. Sull'ascolto ha anche impostato tutto l'intervento a Padova, rendendosi interlocutore di "uomini e donne che qui rappresentano la società civile". PUBBLICITA' Non a caso dibattono con lui sul palco, nell'ordine, un imprenditore, una donna che lavora come medico legale e deve conciliare la professione con le esigenze famigliari, un'esponente della cultura e un altro della scuola, infine un Co.Co.Co. Risponde a ognuno, nella prospettiva di una Federazione dell'Ulivo che deve dare "programmi alternativi, originali, forti", ma anche "costruiti assieme agli italiani". Per Prodi, "la gente ha bisogno di esprimersi e deve incontrare i politici affinché questi ultimi capiscano i bisogni della gente, per costruire insieme un programma che non è quello del 1996 in quanto bisogni e problemi da allora sono cambiati". In chiusura una coordinatrice dell'Ulivo della prim'ora, gli chiede quale sia il percorso "ineludibile per il processo federativo". "Le primarie - risponde Prodi - credo che questo sia un buon programma per la meditazione estiva. E dopo, ragazzi, via di corsa". repubblica.it

Dpef: Siniscalco e Berlusconi travolti dalla critiche REDAZIONE L'Esecutivo ha ieri presentato la bozza del nuovo Dpef alle parti sociali, un incontro che si è presto trasformato in un totale disastro. Il ministro dell'Economia Domenico Siniscalco, accompagnato da diversi altri componenti della squadra governativa, tra i quali il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, è infatti stato letteralmente travolto dalle critiche. Il nuovo inquilino di Via XX settembre le ha provate proprio tutte, ha cercato di tranquillizzare i sindacati promettendo di non tagliare i fondi per Scuola, Sanità e Welfare; ha cercato di portare dalla sua la Confindustria promettendo ingenti investimenti in infrastrutture, ricerca e Mezzogiorno; ha persino inaugurato un nuovo metodo di concertazione, invitando i presenti a spedire suggerimenti sul Dpef all'indirizzo di posta elettronica Dpef@tesoro.it. Ma è stato tutto inutile, dal tavolo non si è levata neanche una voce di gratificazione per il lavoro dell'Esecutivo. D'altra parte non si può certo incolpare il nuovo ministro per questa situazione, il povero Siniscalco ha infatti dovuto prendere atto che "con un Pil al 2,1%" non si poteva certo "promettere la luna". E così, in attesa che qualcuno tiri fuori dal cilindro un miracolo, Berlusconi ha preferito aggiornare la riunione a mercoledì prossimo. Durante l'incontro di ieri le parti sociali si sono letteralmente scatenate. Il direttore generale di Confagricoltura Vito Bianco ha riferito, piuttosto stupito, che Siniscalco ha consegnato ai presenti un documento con le linee della manovra senza cifre definitive. "C'è una nuova cornice, ma manca ancora il quadro - ha commentato a tal proposito Sergio Billè - e fino a quando non lo conosceremo non potremo esprimere alcun giudizio di merito su questa manovra". Il presidente della Confcommercio, non potendo esprimere un giudizio sulla manovra, lo ha però espresso sullo stato di salute della nostra Economia: "La finanza pubblica appare sulla soglia del collasso". Il rappresentante dei commercianti ha inoltre voluto rimarcare che, all'interno del documento presentato dal Governo, non vengono rispettate le promesse relative alla riduzione delle tasse. "In questo Dpef - ha spiegato Billè - l'accenno ad ogni ipotesi di riduzione fiscale sia sul versante dell'Irpef che su quello dell'Irap appare assai sfumato e scritto con la matita a margine". Sul piede di guerra pure i sindacati, anche se per motivi diversi. Savino Pezzotta ha sottolineato la netta opposizione delle organizzazioni dei lavoratori riguardo il progetto di riforma del sistema pensionistico. "Siamo convinti che riusciremo a cambiarla - ha chiarito Pezzotta riferendosi alla riforma - ne abbiamo parlato male e continueremo a parlarne male fino al 2008". Il leader della Cisl ha inoltre chiesto all'Esecutivo una riduzione della spesa militare e una seria politica su prezzi e tariffe. "Le preoccupazioni restano inalterate - ha fatto sapere la Cgil - oggi il governo, dopo mesi di bugie sullo stato dei conti pubblici, ha confermato una situazione della finanza pubblica drammatica". Parole di fuoco anche dalla bocca del leader di Confindustria Luca Cordero di Montezemolo, che ha chiesto con forza all'Esecutivo di rispettare la promessa di abolire dell'Irap sui ricercatori, "l'imposta che più pesa e vincola la crescita potenziale del prodotto nazionale". Per il numero uno di Viale dell'Astronomia, inoltre, "va continuato, rinnovandolo e rendendolo più efficace ed efficiente, il sostegno alle aree deboli, in particolare al Mezzogiorno". Il direttore generale dell'Associazione bancaria italiana Giuseppe Zadra si è invece detto convinto che le politiche economiche del Governo debbano "aiutare la ripresa creando le condizioni per il rilancio". "Non vanno in questo senso l'aumento dell'Irap per le banche - ha sentenziato - che ha introdotto una tassa sulle perdite, e la mancata riforma del diritto fallimentare". Hanno infine espresso forti critiche anche il Forum del Terzo Settore e l'Associazione delle Ong italiane, che hanno presentato "le loro proposte e le loro preoccupazioni sull'entità e i caratteri della manovra di bilancio". "Pur di fronte alle difficoltà - si legge in una nota congiunta - l'Italia deve finalmente ottemperare agli impegni sinora disattesi in materia di cooperazione e solidarietà internazionale". centomovimenti.com

Prodi: «Sono pronto per le primarie» «Sono un modo straodrinariamente utile per esprimere un leader ed evitare discussioni». Il paragone con gli Usa PADOVA - «Credo che le primarie siano un modo straordinariamente utile per esprimere un leader». Lo ha detto Romano Prodi al termine del convegno per la presentazione del documento programmatico «Il nostro progetto per l’Italia» organizzato dalla Margherita di Padova al Centro congressi Papa Luciani. Un bagno di folla ha salutato l’intervento finale del Professore, un auditorio di quasi 2.000 persone che hanno applaudito Romano Prodi sulle note della «Canzone popolare» di Ivano Fossati, l’inno del centrosinistra. Romano Prodi è tornato a più riprese sul tema delle primarie sottolineandone l’efficacia e comparandole al modello americano: «E’ il modo migliore per esprimere un leader - ha detto Prodi - per essere divisi nel momento delle primarie finché si deve lottare per avere un leader come hanno fatto gli americani, e uniti il giorno dopo in modo da vincere assieme le elezioni politiche». Il Professore ha comunque sottolineato che per il buon funzionamento delle primarie occorrono regole precise: «Dobbiamo costruirle queste regole. Bisogna che gli elettori - ha puntualizzato Prodi - prendano coscienza di questo loro compito. Io credo - ha aggiunto il Professore - che sia un grande passo avanti per la nostra democrazia». Prodi ha espresso quindi l’auspicio che la sua proposta possa essere accolta e che in questo modo le discussioni sulla leadership possano appianarsi. «Se le primarie si vogliono, si fanno - ha quindi ribadito il Professore - oppure si smettano le polemiche. E’ un metodo abbastanza complicato - ha puntualizzato Prodi - ma permette di chiudere la discussione sulla leadership». Rispondendo alle domande dei cronisti sull’eventualità di un anticipo delle elezioni politiche, Romano Prodi ha precisato: «Ho premesso al discorso delle primarie che noi dobbiamo essere pronti per qualsiasi evenienza e quindi risolvere immediatamente il problema della leadership. Se si fanno le primarie - ha precisato quindi Prodi - si risolve subito e quindi bisogna essere pronti». Sul tema del ritorno del centrismo Prodi ha replicato: «Si è fatto tanto rumore sul ritorno del centrismo e poi l’evoluzione successiva ha dimostrato che non è cambiato nulla». Tornando al tema delle primarie Prodi ha espresso l’auspicio di un positivo accoglimento della sua proposta e ha confermato: «Vediamo come verrà accolto il discorso sulle primarie, io ho detto semplicemente che sono pronto». - Corriere.it

Neppure Heidegger Non devono essere molti gli italiani che conoscono la lingua polacca. Tra questi, pare vi sia il neo-commissario europeo Rocco Buttiglione, o almeno così afferma Luciano Violante. Il presidente del consiglio, poi, ha orgogliosamente comunicato al cancelliere Schroeder che Buttiglione parla correntemente il tedesco, lingua che un filosofo del suo grado certo non può permettersi di ignorare, considerato che è la lingua di quasi tutti i filosofi dell’800 e 900. Il professore, poi, conoscerà sicuramente anche il latino e il greco antico, indispensabili per capire sino in fondo Seneca e Platone. Ecco, riassunti in poche righe, gli unici titoli che Rocco da Gallipoli può esibire per giustificare la sua nomina. Non si sa bene cosa Buttiglione andrà a fare a Bruxelles – nientemeno che per 5 anni – dopo non aver fatto alcunché a Roma. In fondo non far nulla è esattamente il suo mestiere: come filosofo egli è ben più avvezzo all’Otium che al Negotium. Purtroppo però in Europa proprio di Negotium ci si occupa e c’è da dubitare che il Nostro sappia adattarvisi. Lo vedremo così, inutile e inutilizzato, vagare per gli uffici e le sale dei palazzi comunitari. Appena si troverà davanti ad una di quelle orrende pareti a specchio (ce ne sono tante in quegli edifici) chiederà a se stesso: «Sono davvero io in quell’immagine?». Ma non pensiate che si tratti di un quesito filosofico: no, semplicemente Buttiglione stenta a riconoscersi, da quando è diventato qualcuno. Noi ce lo ricordiamo, quando Rocco non era ancora Buttiglione. Poi arrivò D’Alema è il pulcino scudocrociato divenne un cigno. Dispiegate le ali incominciò a librarsi in un cielo fino ad allora sconosciuto, quello della politica, per poi posarsi sulle spalle sicure del Cavaliere di Arcore. Al quale è rimasto e rimarrà fedele, anche a costo di sfidare l’indomito Follini, in coppia con il suo amico Giovanardi, uomo peraltro materiale e sanguigno, incapace di sollevarsi oltre il metro da terra. Dicevamo del Nostro in quel di Bruxelles, errante per corridoi infiniti e scale trasparenti. Ogni tanto si affaccerà da una porta, farà «cucù» e poi scomparirà. Così nessuno potrà comprendere se egli si trovi davvero in un luogo o in un altro, se egli occupi o meno l’ufficio al quale sarà preposto. Egli ci sarà, senza essere presente, cosa che gli riesce benissimo. E se sarà presente, nessuno se ne accorgerà, sicché dal punto di vista sperimentale nessuno avrà la prova della sua esistenza. L’Essere e il Nulla, il Necessario (dal punto di vista di Berlusconi, perché sennò cascava il governo) e il Contingente (dal punto di vista di Follini, che così se l’è tolto dai piedi), l’Infinito (come la sua fortuna) e il Limitato (come le sue capacità). Quest’uomo raccoglie tutto in sé. Da Parmenide ad Heidegger, nessuno aveva osato immaginare tanto. [***] www.aprileonline.info

L'ELEZIONE DI BARROSO - di Giulietto Chiesa José Manuel Durao Barroso è stato "eletto" - in realtà il Parlamento europeo non elegge ma esprime un "gradimento, comunque importante - Presidente della Commissione, con i voti del Partito Popolare e di tutte le destre della vecchia e nuova Europa, ma anche con quelli della grande maggioranza del gruppo Democratico-Liberale (ALDE) e con l'apporto dei socialisti portoghesi e spagnoli e dei laburisti britannici. Chi fosse e chi sia Barroso lo si sapeva almeno dal famoso vertice delle Azzorre, in cui apparve, ovviamente sorridente, tra Bush e Blair mentre si accordavano per la guerra. Lo schieramento che lo ha eletto conferma la previsione che la Commissione avrà come bussola il neo-liberismo e l'inclinazione a fare quello che dice Washington, non importa quale sia il presidente che vi siede. Detto più crudamente: con un tale presidente la Commissione andrà a destra. Sempre che le circostanze glielo permettano. Barroso, in ogni caso, non sembra disposto a fare le barricate su nulla. Sempre sorridente, cortese, tollerante, aperto, non ha detto di no a nessuno. Uomo per tutte le stagioni, doroteo per conformazione psichica, si è presentato a tutti i gruppi, singolarmente, in audizioni preliminari e separate, come un realista integrale. Realista nel senso che non farà nulla che non corrisponda alla bilancia delle forze. Forse è perfino sincero quando dice che farà il brocker meglio che potrà. Mediazione e realismo spinti fino all'ultimo e più indecente dei compromessi. Perfino in tema di guerra, il suo tallone d'Achille, non ha difeso - né smentito, per altro - le sue opzioni belliciste. Si è limitato a dire (nell'incontro con il gruppo democratico-liberale) che il Portogallo non disponeva di proprie fonti di intelligence. Ne consegue che il capo del governo portoghese, appunto Barroso, non poteva che fidarsi di quelle anglo-americane. "Che potevo fare?", ha esclamato. Gli è stato fatto rilevare che esistevano altre fonti, molto diverse e opposte rispetto a quelle poi rivelatesi fraudolente di Bush-Blair, e che esiste il cervello per esercitare la critica e l'analisi. Ma, per Barroso, questo tipo di discorsi non sono realistici. Ha detto che non sarà il presidente della destra contro la sinistra, ma nemmeno il viceversa; che vuole essere ponte tra paesi fondatori e nuovi arrivati; tra ricchi e poveri; tra grandi e piccoli; tra centro e periferia. Un vero pontiere e un convinto cerchiobottista. Il capogruppo socialista Shultz, desolato per tanta tetragona assenza di ogni posizione, non ha potuto che dichiarare il voto contrario di coloro del PSE disposti a seguirlo. In realtà si è capito che l'uomo è espressione dei poteri forti dell'Europa conservatrice. Quella che non ha ancora voluto e saputo prendere atto che la vecchia idea dell'Occidente - quella formatasi nella Guerra Fredda - è finita, che gl'interessi europei e americani divergono e divergeranno sempre di più, inesorabilmente, e che ci si deve organizzare per difendere i propri, insieme alla pace mondiale. Questa Europa non sarà quindi capace di marciare a tappe forzate - come invece dovrebbe fare - verso una crescente autonomia delle sue politiche. Di tutte: estera, tecnologica, commerciale, finanziaria, monetaria, rispetto agli Stati Uniti d'America. Il fatto è che, su queste sconnesse coordinate, Barroso ha ricevuto l'applauso e il voto di molti deputati dell'Europa dell'est, dei nuovi arrivati. Rispetto a tanto vecchiume, mascherato da ossequio alla modernità tecnologica e dalla promessa tanto ossessiva quanto vaga di un ruolo europeo sovrano nelle crisi e sfide del mondo contemporaneo, il discorso di commiato di Romano Prodi, asciutto e senza retorica, è apparso come un atto di serietà. Dal punto di vista tecnico, Barroso è un presidente che rispetta la composizione della maggioranza del parlamento europeo uscito dalle urne di giugno. Dal punto di vista politico esso fotografa un'Europa guidata da forze che non sono né pienamente consapevoli del ruolo mondiale che l'Europa potrebbe svolgere, né vogliose di esercitarlo. I dieci nuovi arrivati, i cui gruppi dirigenti (non gli elettorati) sono già di per sé più americani che europei, avrebbero ora bisogno di essere conquistati da un'Europa capace di produrre consenso e egemonia. Rischiano invece di trovarsi ancora più sospinti verso gli Stati Uniti. Che, a loro volta - quale che sia l'esito delle elezioni di novembre - premeranno sulla direzione europea perché si faccia carico del loro pazzesco indebitamento e perché appoggi una politica economica senza scampo né prospettive. La salute politica dell'Europa - questa è la conclusione - è tutt'altro che buona. L'Italia, inutile dirlo, è la caricatura di quanto detto fino a questo momento. La sostituzione di "Supermario" Monti con il filosofo Buttiglione è la conferma del livello davvero miserevole cui è giunta la ex maggioranza che governa il paese. Giulietto Chiesa megachip.info

Massimo Riva Non si scappa dal tetto Chiunque sia il ministro finanziario che siederà insieme ai colleghi europei, è certo che il suo compito sarà tutt'altro che invidiabile Allo stato dell'arte è forse azzardato immaginare se sarà il neo-ministro Domenico Siniscalco o altri a rappresentare l'Italia nell'importante riunione dell'Ecofin convocata a Bruxelles all'inizio di settembre. All'appuntamento manca ancora qualche settimana ma, alla luce della crisi politica che sta dilaniando la maggioranza berlusconiana, nel frattempo può accadere di tutto. In ogni caso, chiunque sia il ministro finanziario che siederà insieme ai colleghi europei, è certo che il suo compito sarà tutt'altro che invidiabile. Innanzi tutto, il malcapitato sarà chiamato a rendere conto degli impegni assunti da Silvio Berlusconi ai primi di luglio, quando il presidente del Consiglio riuscì ad evitare un richiamo formale all'Italia promettendo di dare corpo a una manovra da 7,5 miliardi con effetti strutturali sul disavanzo del 2004 e degli anni successivi. Il decreto varato poi in materia, infatti, non risulta coerente con gli obiettivi dichiarati: i tagli previsti avranno qualche efficacia nell'anno in corso, ma poca o nessuna sui successivi. O in queste settimane si correrà ai ripari oppure Siniscalco (o chi per lui) dovrà sudare le fatidiche sette camicie per vincere il sospetto dei colleghi europei che Berlusconi a luglio si sia preso gioco di loro, pur di tornare a casa vantando un successo politico che al momento rischia di trasformarsi in un boomerang micidiale. Un altro nodo che verrà affrontato in settembre a Bruxelles è quello di una possibile riforma dei criteri del Patto di stabilità. Al riguardo circolano anche in Italia varie ipotesi di aggiramento del discusso tetto al tre per cento sul deficit: c'è chi propone di escludere dal vincolo le spese per la ricerca ovvero per investimenti infrastrutturali o ancora per leggi che promuovano la competitività secondo le intese del vertice di Lisbona. Idee in parte o in tutto interessanti e variamente argomentabili che, sulla bocca di un rappresentante italiano, rischiano però di avere un effetto controproducente o, addirittura, suicida per gli interessi del nostro paese. Potrà magari sembrare un paradosso, infatti, ma se c'è un paese al quale non conviene aprire il dossier del Patto di stabilità questo oggi è l'Italia. Ciò perché l'aria che tira in Europa al riguardo è davvero pessima per noi. Finora si è furbescamente cercato di riparare i guasti del nostro bilancio dietro ai guai di Francia e Germania, ma il compromesso che si profila adesso fra i due colossi in forte deficit e i piccoli paesi gelosi custodi del rigore finanziario è quanto di più deleterio per l'Italia. Nel senso che tutti sono concordi nel voler dare in futuro peso prevalente e risolutivo al dato del debito pubblico. Tesi questa che adesso, oltre tutto, viene impersonificata dall'attuale presidente di turno di Ecofin, l'olandese Gerrit Zalm, che a suo tempo fu il più accanito oppositore dell'ingresso dell'Italia nell'euro proprio a causa del suo abnorme debito pubblico. Un modesto consiglio a Siniscalco (o a chi per lui): almeno non sia l'Italia a battersi in prima fila per una riforma del Patto di stabilità. Ovvero non facciamoci altro male con le nostre mani. www.espressonline.it

Terrorismo : in Gran Bretagna istruzioni ai cittadini di red Il governo britannico ha cominciato oggi una campagna di sensibilizzazione per spiegare a tutti i cittadini come fronteggiare una eventuale emergenza terroristica. Un libretto di 22 pagine contenente consigli preventivi, numeri utili e notizie sul primo soccorso, sara' distribuito a tutte le famiglie a partire da oggi, accompagnato da spot radiofonici e televisivi in una operazione che costera' 8 milioni di sterline. Il ministro dell'Interno David Blunkett ha affermato che lo scopo dell'operazione e' rendere la popolazione cosciente dei rischi, non di allarmarla: "servira' a prepararsi in caso di un attacco terroristico oppure di calamita' naturale". Il goveno avverte che la sicurezza non puo' essere garantita al 100% e situazioni come quella di Madrid potrebbero ripetersi anche oltremanica. Caroline Flint, del ministero dell'Interno, ha detto: "al momento non pensiamo ci sia una minaccia imminente, ma vogliamo stare in guardia". Negli ultimi mesi la Gran Bretagna ha svolto diverse esercitazioni di pronto intervento, soprattutto a Londra, ritenuta una citta' nel mirino dei terroristi e dove ai cittadini sono gia' state fornite informazioni per un eventuale attacco nella metropolitana. Secondo l'esperta Sandra Bell, ora e' il momento giusto per dare un segnale alla popolazione, anzi: "suggerire una serie di comportamenti semplici, accompagnati dal messaggio rassicurante degli spot televisivi fara' diminuire il livello di panico collettivo". Tra i consigli del governo c'è quello di tenere una scorta di cibi in scatola, acqua potabile e batterie. Chris Fox, presidente dell'associazione dei capi della polizia britannica ha detto che le persone in genere non amano i piani di emergenza perche' sono state tenute lontane dai rischi: "le persone non sono abituate a pensare di avere una scorta di cibo perche' possono accedere ai negozi ed ai bancomat in ogni momento". Il direttore esecutivo della Croce Rossa, Sir Nicholas Young, ha detto invece che egli spera che il libretto incoraggi piu' gente a frequentare corsi di primo soccorso: "il 70% degli incidenti che richiede interventi di primo soccorso coinvolge amici e familiari" e quindi ci potra' essere una ragione in piu' per imparare come si salva una vita. Ovviamente non mancano le critiche. L'esponente dell'opposizione, Oliver Letwin, con un'occhio al costo dell'operazione ha detto che la campagna di informazione potrebbe non essere necessaria o essere insufficiente, perche' e come se si leggessero le istruzioni per un'auto nuova senza avere la possibilita' di sperimentarla. Forse questo potrebbe essere anche un lato positivo della vicenda, a ben guardare. by www.osservatoriosullalegalita.org

Blogger alla Democratic Convention: so what?! Bernardo Parrella Ebbene sì: eccoli, i primi report dalla Democratic Convention firmati da qualche blogger DOC.C’è chi spiega come si tratti di una “meravigliosa occasione per proporre delle istantanee su tutte le diverse fazioni.” Chi racconta di un estenuante viaggio in macchina dal NorthEast per poi essere accolti a Boston da “tutti i tipi di uomini in tuta mimetica e con giubbetti antiproiettile e armi da fuoco.” Altri sbraitano nientepopodimeno che “questa potrebbe la cosa più cool che abbia mai fatto da anni”. Non mancano gli inviti espliciti, rivolti dai blogger ‘outside’ a quelli ‘inside’, ad “essere curiosi, candidi e appassionati”. Pur se il quotato professor Jay Rosen sembra azzardare un quadro più articolato: “Per i giornalisti la politica delle convention non presenta alcun mistero–è un momento di marketing e non c’è nulla da scoprire. Invece per i blogger, o almeno per il sottoscritto, esiste sempre qualche mistero quando speranze e opinioni convivono intorno a un essere umano, a un candidato. E pur sapendo cosa accadrà, resterò comunque qui a scoprirlo.” Eppure sul tutto emerge con forza la sensazione che sia tutto un bluff, o una presa in giro generale… per non dire di peggio. Intanto perché, almeno per ora, la “notizia” sembra essere semplicemente quella sui blogger alla convention. Ovvero, la prima volta nella storia che un pugno di questi “reporter amatoriali” abbia ottenuto le credenziali ufficiali per riferire – come e quando meglio credono – sugli eventi del Fleet Center. Non a caso nell’immediata vigilia proprio tale “notizia” ha occupato colonne e colonne su testate cartacee quali New York Times, Washington Post, Chicago Tribune, Los Angeles Times e Newsday (che riporta in integrale il pezzo da “convention preview” di Jay Rosen). Idem per la TV e il mondo online, in primis la solita CNN. Mentre per non essere da meno la National Public Radio ha mandato in onda alcune interviste live ad alcuni blogger. E c’è da scommettere che l’andazzo proseguirà in futuro. Certo, ‘sti blogger potranno indagare tra le pieghe degli eventi, finanche beccare battute d’ogni tipo tra delegati e ospiti. E curiosare nei camerini o chissà dove alla ricerca di qualche dettaglio piccanti. Oppure starsene tranquillamente seduti davanti al proprio laptop e riflettere tramite tastiera sul tutto. Ma, gira e rigira, ci sarà forse qualcosa da riportare davvero nei prossimi giorni da Boston? E forse che i media mainstream non abbiano nulla di meglio da fare che occuparsi di qualche reporter dilettante, diretta o indiretta che sia la loro concorrenza? Del resto lo sanno tutti, da Boston al resto del mondo: qui i giochi sono bell’e fatti, i copioni letti e riletti, gli interventi ampiamente scontati. Marketing spietato, e tonnellate di palloncini blu e rossi. Nulla che il pubblico (online come offline) non abbia già digerito decine di volte e che non preveda stancamente. Ciò vale ovviamente sia per l’ambito mainstream che per qualsiasi aspirante. Stavolta, insomma, la colpa non è dei reporter ma dell’evento in sé. E in tal senso il fatto di aver esteso l’invito a coprirlo anche a qualche fonte (apparentemente?) non allineata, ha proprio il sapore di una presa in giro. O forse trattasi di uno zuccherino propagandista per attirare nuovi voti? Attenzione: la Republican Convention ha appena deciso di fare lo stesso, seppure con un numero più ridotto di blogger. Vabbè, staremo a vedere. Chissà, forse non tutto è così vano. Almeno a sentire lo stesso Jay Rosen: “I blogger che diffonderanno report da Boston non sanno in anticipo che quanto si apprestano a fare non ha significato. E ciò potrebbe rivelarsi un vantaggio.” www.politicaonline.it

GIA' PAGHIAMO CARO, NON PAGHEREMO TUTTO di guerrigliamarketing.it Passeggiando per Piazza Vittorio, la china town romana, è possibile infilarsi in uno dei tanti negozi privi di insegne gestiti da cinesi e acquistare un paio di scarpe da ginnastica del tutto simili a quelle dei brand più noti per meno di 20 euro. Ad un primo sguardo quelle scarpe sembrano realizzate in maniera più approssimativa di quelle messe in commercio da Reebok o Adidas. Ma se osserviamo da vicino i materiali, le cuciture, le colle alla ricerca di un dettaglio che ci mostri in maniera definitiva che siamo di fronte a produzioni più scadenti, restiamo delusi. I nostri occhi finiscono per arrendersi nel constatare che, a parte discutibili valutazioni sul design, quel paio di scarpe sono esattamente le stesse che potremmo acquistare in un Nike Store per 200 euro. E’ innegabile però che l’impatto percettivo tra un paio di scarpe cinese e un paio di AirMax complete di ‘swoosh’ Nike sia completamente diverso. C’è un marchio, un contesto di vendita e un brand value che ridefiniscono e sovradeterminano la nostra percezione di quel paio di scarpe. Uno dei più riusciti manifesti di Adbusters riproduce un paio di sneaker con su scritto al tratto: “Nike 250$, sweatshop 83 cent”. Ed effettivamente la questione è brutalmente semplice: lo stesso paio di scarpe che noi paghiamo 250 Euro, costa meno di un euro quando esce dalle fabbriche subappaltatrici del terzo mondo. Ma costa meno di un Euro in entrambi i casi: sia che finisca in un negozio cinese a Piazza Vittorio a Roma, sia che arrivi nel Nike Town di Chicago. Quel paio di scarpe costa così poco perché come è noto in quelle fabbriche gli operai non hanno alcun tipo di diritto sindacale e sono spesso sottoposti a forme di sfruttamento quasi schiavistiche. Noi fortunati occidentali spendiamo 200 euro per uno stupido paio di sneaker in un punto vendita luminoso e spensierato mentre dall’altra parte del mondo qualcuno sta sputando sangue intossicato dai veleni della gomma. A questa contraddizione si risponde allora con la critica serrata al potere dei marchi, responsabili dell’innalzamento dei prezzi e dello sfruttamento del lavoro. Ma le scarpe “senza logo” di Piazza Vittorio sembrano dirci molto di più di questo: pur senza marchio, pur se vendute ad uncosto pari a un decimo delle nobili sorelle marchiate Nike, quelle sneaker sono anch'esse prodotte in condizioni inumane, le sole che gli permettono di costare così poco. Le sneaker di Piazza Vittorio, da questo punto di vista, rappresentano il grado zero della marca e ci dimostrano che il rapporto tra logo e sfruttamento non è un rapporto di continuità diretta. La contraddizione fra Nike e sweatshop rischia quindi di nascondere dietro ai nostri occidentalissimi sensi di colpa un secondo livello di contraddizioni che, seppure in una dimensione del tutto diversa e assolutamente non paragonabile, ci riguarda altrettanto da vicino. La prima contraddizione, quella che porta le scarpe da 1 a 20 euro, è tutta spiegabile in termini marxiani come sfruttamento del lavoro per la massima estrazione di plusvalore. L’unica risposta adeguata in questo caso è la lotta di classe, una lotta da svilupparsi negli stessi sweatshop in cui il lavoro viene sfruttato. La seconda contraddizione invece, quella che porta il prezzo delle scarpe da 20 a 200 euro, è tutta interna alle nuove forme di produzione dell’occidente ed ha a che vedere con un’inedita modalità di sfruttamento. Uno sfruttamento che non avviene più negli spazi e nei tempi del disciplinamento produttivo del lavoro ma al suo esterno, attraverso l’appropriazione da parte dei grandi marchi del valore di innovazione e riproduzione d’immaginario che viene prodotto dalla società nel suo insieme. Quando compriamo una merce "di marca" stiamo quasi sempre ricomprando l’immaginario che noi stessi abbiamo prodotto e che qualche cacciatore di tendenze ha sapientemente pescato dalla strada per poi impacchettarlo e rivendercelo per dieci volte il suo valore. Tutte le volte che gli umani si incontrano e si scontrano, tutte le volte che producono conflitto o scoprono una nuova pace ecco apparire i cool hunter, spie e crumiri pronti a formalizzare in un brand l’innovazione linguistica e culturale prodotta. Si tratta di una vera espropriazione unilaterale dell’economia, di uno sfruttamento non retribuito del lavoro sociale diffuso al quale si aggiunge un ulteriore lavoro: quello del consumatore che vivifica l’identità di marca continuando a indossare quel logo, quel marchio, quell’immaginario… in fin dei conti quasi una sorta di schiavismo immateriale. Rispetto a questo processo diviene allora necessario inventare una nuova forma di “rigidità operaia”, una rigidità che individua nella produzione di immaginario e nel consumo un momento produttivo centrale e che passa per un’indisponibilità a produrre e riprodurre il valore marchio a titolo gratuito. >>guerrigliamarketing.it

Rivoluzionari attaccano Re George di Ahmed Jefferson da gregpalast.com Sovranità dell’Iraq: nuovi fantocci in vecchie mani. La storia dell’attuale Re George è una storia di reiterate ingiurie e usurpazioni, tutte con il preciso scopo di stabilire un’assoluta Tirannia sugli Stati. Ma quando una lunga serie di abusi rivela il progetto di ridurre i Cittadini sotto un Dispotismo assoluto, è loro diritto, è loro dovere, eliminare questo Governo, e procurarsi nuove Garanzie per la loro sicurezza futura. L’unanime Dichiarazione di Rivoluzione. Quando, nel Corso degli eventi umani, diventa necessario per un popolo dissolvere i vincoli politici che lo legavano ad un altro, e assumere, tra le altre potenze della terra, quel posto distinto e uguale posizione cui ha diritto per Legge naturale e divina, un onesto rispetto per le opinioni dell’umanità richiede che esso dichiari le ragioni che lo spingono alla separazione. Noi riteniamo che queste verità siano di per sé evidenti, che tutti gli uomini siano stati creati uguali, che essi siano stati dotati dal loro Creatore di certi inalienabili Diritti, che tra questi ci siano la Vita, la Libertà e la ricerca della Felicità. Per garantire questi diritti, sono stati istituiti i Governi tra gli Uomini, che ottengono i loro giusti poteri dal consenso dei governati. Ogni volta che qualunque Forma di Governo diventa distruttiva verso questi fini, è Diritto del Popolo cambiarla o abolirla, e istituire un nuovo Governo, basato su tali principi e i cui poteri siano organizzati in forme che garantiscano il conseguimento della Sicurezza e della Felicità. La Prudenza, infatti, consiglierà di non modificare i Governi stabiliti da lungo tempo sulla base di ragioni transitorie e inconsistenti; conformemente a ciò l’esperienza ha dimostrato che gli uomini sono maggiormente disposti a sopportare, finché i mali siano tollerabili, piuttosto che farsi giustizia da soli abolendo le forme di governo cui sono abituati. Ma quando una lunga serie di abusi e usurpazioni, rincorrendo invariabilmente lo stesso Oggetto, rivela il progetto di ridurli sotto un Dispotismo assoluto, è loro diritto, è loro dovere, eliminare questo Governo, e procurarsi nuove Garanzie per la loro sicurezza futura. Tale è stata la paziente sopportazione di queste Colonie; e tale è adesso la necessità che le costringe a cambiare i loro vecchi Sistemi di Governo. La storia dell’attuale Re George è una storia di reiterate ingiurie e usurpazioni, tutte con il preciso scopo di stabilire un’assoluta Tirannia sugli Stati. A prova di ciò, esponiamo i fatti al giudizio di un mondo imparziale. Egli ha rifiutato di dare il suo Assenso alle Leggi più opportune e necessarie per il bene pubblico. Egli ha vietato ai suoi Governanti di approvare Leggi di immediata e pressante importanza, sospendendo il loro lavoro fino a che non avessero ottenuto il suo Assenso e, dopo averlo sospeso, si è completamente dimenticato di occuparsene. Egli ha rifiutato di approvare altre Leggi per la sistemazione di ampi distretti di popolazione, se queste popolazioni non avessero rinunciato al loro diritto di Rappresentanza in seno al Corpo legislativo, un diritto per essi inestimabile e spaventoso soltanto per i tiranni. Egli ha riunito i corpi legislativi in luoghi inusuali, disagevoli, e distanti dai loro Archivi, con l’unico scopo di ridurli all’acquiescenza nei confronti delle sue misure. Egli ha ripetutamente sciolto le Assemblee Rappresentative, che avevano osteggiato con fermezza le sue violazioni dei diritti del popolo. Egli ha impedito per molto tempo, dopo averle sciolte, che potessero essere rielette; di modo che i poteri Legislativi, che non possono essere annullati, sono tornati a essere esercitati direttamente dal Popolo mentre lo Stato restava allo stesso tempo esposto a tutti i pericoli di aggressione dall’esterno e di disordine interno. Egli ha tentato di impedire che questi Stati si popolassero; per questa ragione ha ostacolato le Leggi di Naturalizzazione degli Stranieri e ha rifiutato di approvarne altre che ne incoraggiassero le migrazioni, e rendessero possibili le condizioni per una nuova Concessione di Terre. Egli ha intralciato l’Amministrazione della Giustizia, rifiutando il suo Assenso alle Leggi dirette a stabilire i poteri Giudiziari. Egli ha reso i Giudici dipendenti dalla sua personale Volontà, per quel che riguarda la durata del loro mandato e il pagamento dei loro salari. Egli ha istituito una moltitudine di Nuove Cariche, e inviato sciami di Funzionari a vessare il nostro popolo e a spremergli tutte le sue sostanze. Egli ha mantenuto tra noi, in tempo di pace, un Esercito Stanziale senza il consenso dei nostri Corpi legislativi. Egli ha ostentato di aver reso il potere Militare indipendente dal potere Civile e a esso superiore. Egli ha complottato con altri per sottometterci ad una giurisdizione estranea alla nostra costituzione e non riconosciuta dalle nostre leggi, dando il suo Assenso alle loro presunte disposizioni legislative, ovvero: ad alloggiare tra noi grandi reparti di truppe armate; a proteggerle, mediante Processi fittizi, dalla punizione per ogni Assassinio da loro eventualmente commesso sugli Abitanti di questi Stati; ad interrompere il nostro Commercio con il resto del mondo; ad imporci Tasse senza il nostro Consenso; a privarci, in molti casi, del beneficio di un Processo con Giuria; a farci trasportare al di là del Mare per essere processati per presunti crimini; ad abolire il libero Sistema delle leggi Inglesi in una vicina Provincia, instaurandovi un governo Arbitrario, ed estendendo le sue Frontiere fino a renderlo un esempio e idoneo strumento per l’introduzione del medesimo assolutismo in queste Colonie; a privarci dei nostri Statuti, abolire le nostre migliori Leggi, e alterare alle fondamenta le Forme dei nostri Governi; a sospendere nostri Corpi legislativi, dichiarandosi investito del potere di legiferare per noi in qualunque caso. Egli ha abdicato al Governo di questo paese, privandoci della sua Protezione e muovendo Guerra contro di noi. Egli ha saccheggiato i nostri mari, devastato le nostre Coste, bruciato le nostre città e distrutto le vite della nostra gente. Egli ha continuato a trasportare grandi Armate di Mercenari stranieri per completare il lavoro di morte, desolazione e tirannide, già iniziato in circostanze di Crudeltà e perfidia appena paragonabili alle età più barbare, e totalmente indegne del Capo di una nazione civilizzata. Egli ha costretto i nostri Concittadini, catturati in alto mare, a prendere le Armi contro il proprio Paese, a diventare gli esecutori dei loro amici e Fratelli, o a cadere essi stessi per mano loro. Egli ha incoraggiato insurrezioni interne, e ha fatto ogni sforzo per condurre gli abitanti alle nostre frontiere, spietati Indiani Selvaggi, la cui nota regola nello stato di guerra è un’indistinta distruzione senza differenze di età, sesso e condizione. A ogni stadio di questi soprusi Noi abbiamo presentato istanza di Risarcimento nei termini più umili. Le nostre reiterate Petizioni hanno avuto come risposta solo reiterate ingiurie. Un Sovrano il cui carattere è contraddistinto da tutto ciò che può definire un Tiranno, è indegno di governare su un popolo libero. Né abbiamo mancato di usare ogni attenzione nei confronti dei nostri fratelli inglesi. Li abbiamo messi in guardia di tanto in tanto sui tentativi da parte del loro Corpo legislativo di estendere su di noi una giurisdizione illegittima. Abbiamo ricordato loro le circostanze della nostra emigrazione e del nostro insediamento in questa terra. Ci siamo appellati alla loro magnanimità e al loro innato senso di giustizia, e li abbiamo scongiurati, in nome dei nostri comuni vincoli di sangue, di rinnegare quelle usurpazioni, che avrebbero inevitabilmente interrotto i nostri legami. Anch’essi tuttavia sono stati sordi alla voce della giustizia e della consanguineità. Noi dobbiamo, dunque, riconoscere la necessità di dichiarare la nostra Secessione, e di considerarli, così come noi consideriamo il resto dell’umanità, Nemici in Guerra, Amici in Pace. Noi, dunque, i Rappresentanti degli Stati Uniti di Mesopotamia, riuniti in Congresso Generale, appellandoci al Giudice Supremo del mondo per la rettitudine delle nostre intenzioni, in nome e per autorità dei buoni Popoli di queste Colonie, solennemente proclamiamo e dichiariamo che queste Colonie Unite sono, e di Diritto devono essere, Stati Liberi e Indipendenti; che sono Libere da ogni vincolo di Obbedienza alla Corona ExxonMobil, e che ogni vincolo politico tra essa e gli Stati Uniti è, e deve essere, del tutto abolita; e che, quali Stati Liberi e Indipendenti, esse avranno pieno Potere di muovere Guerra, di concludere la Pace, di firmare Alleanze, di regolare il Commercio, e di compiere tutti quegli atti che gli Stati Indipendenti possono di diritto compiere. E a sostegno della presente Dichiarazione, con ferma fiducia nella protezione della divina Provvidenza, noi offriamo reciprocamente in pegno le nostre vite, i nostri averi e il nostro sacro onore. Fonte: http://www.gregpalast.com/detail.cfm?artid=343&row=0 Tradotto da Rosaria Mostaccio per Nuovi Mondi Media For Fai Use Only

La questione dei Parazzi Quel mattino Teddi, il Neocone, ebbe un risveglio difficile. Forse per via della pizza ai peperoni, o della lunga sessione serale al PC – sì, ma ne era valsa la pena. Il suo pezzo sulla Barriera Difensiva israeliana (Non è un Muro!) era diventato, paragrafo dopo paragrafo, un vibrante atto d'accusa contro i pacifisti neofascisti neocomunisti antiamericani e antisemiti. AmericaIsMyLove, IlikeAmerica e AmericaIsMyCountry lo avevano lincato immediatamente, il contatore era schizzato, e una ventina di lettori entusiasti erano venuti a complimentarsi nei commenti. Più qualche idiota di troll antiamericano e antisemita, prontamente ridicolizzato. Che serata di gloria. Poi evidentemente i peperoni, rimasti fino allora in sonno, avevano cominciato a lavorarlo ai fianchi. A un certo punto Teddi aveva quasi rischiato di addormentarsi sulla postazione, il naso schiacciato sui pulsanti H e J. In un qualche modo era riuscito a spegnere tutto e a raggiungere la camera, buttandosi sul letto senza neanche lavarsi i denti. (Fortuna che Teddi era solito scrivere i suoi vibranti pezzi già in pigiama). La sveglia era già puntata, ma Teddi non la sentì. O meglio, non l'avrebbe sentita, se una mano sconosciuta ma ferma non lo avesse strattonato (e la luce del giorno filtrava già dalle persiane): "Ehi, dico a lei!" "Eh?" "La sveglia è la sua, no? Quella che sta suonando". "Sì… ma lei chi è, scusi". "Già, non ci siamo ancora presentati. Mi chiamo Parazzi, ing. Parazzi. Lei probabilmente conosce la storia della mia famiglia". "La storia di che?" "Il famoso massacro dei Parazzi, durante la guerra. I miei parenti furono tutti sterminati. Io sono uno dei pochi superstiti. Una cosa orribile". "Mi dispiace". "Ha detto Mi dispiace per cortesia o perché le dispiace veramente?" "Ma… io…". "Va bene, prendo atto che lei non è molto informato sulla strage dei Parazzi, e che al di là di qualche svogliata formula di cortesia non sa andare". "Scusi, è che sono ancora un po' intontito, vede, mi sveglio e mi trovo uno sconosciuto in casa…" "A proposito di questo, devo dire che lei di prima mattina è veramente uno spettacolo indegno". "Sì?" "Ma dico, si guardi, barba sfatta e occhio stralunato. E dormiva sopra le lenzuola". "È estate, fa caldo… Se adesso per cortesia mi fa andare in bagno, mi sistemo un po', e poi…" "No, non la faccio andare in bagno". "Che cosa?" "Vede, il fatto è che adesso in bagno ci abito io". "Come sarebbe a dire che ci abita lei, scusi?" "Mi sono introdotto nottetempo, tanto non c'era nessuno". "Come non c'era nessuno! C'ero io". "Veramente lei non c'era, era in camera da letto e ronfava senza nessuna dignità. Bagno, corridoio e cucina erano del tutto disabitati". "Pure la cucina!" "Sì, ma non si preoccupi, ho vuotato il frigo. Io non mangio le sue schifezze". "Ma scusi, lei è un ladro!" "Ecco, vede? Il solito pregiudizio contro noi Parazzi. Io l'avevo capito subito. Evidentemente lei è un complice dei barbari assassini della mia famiglia". "No, guardi, lasci stare la sua povera famiglia, io dico che il ladro è lei! Non si entra nottetempo in casa d'altri occupando le stanze vuote! È una violazione della proprietà pri…" "Ueee, che paroloni! Mi pare che non sa di cosa sta parlando, signor… signor…" "Teddi". "Bah, che nome. Vede, la mia povera famiglia ha una lunga storia, che ci tramandiamo di generazione in generazione. Mica come lei, che manco sa dove stava il suo bisnonno". "Veramente sì!" "Non mi interrompa, non mi interrompa, non è gentile da parte sua. Dunque, vede questo libro che ho qui? È la ristampa di un codice catastale del sec. IX, e stabilisce senza ombra di dubbio che a quel tempo un mio antenato viveva qui, in comodato d'uso perpetuo, per cui…" "E quindi lei è venuto qui sulla base di un documento di secoli fa?" "No, guardi, io sono un uomo laico e spregiudicato". "Me n'ero accorto". "Attento, però, rischia di offendermi. Se le devo dire la verità, non do molto credito a questi vecchi codici, sono tutte leggende. Il vero motivo per cui ho scelto di vivere qui è che la posizione è buona, c'è tanto spazio, un sacco di luce, un bel giardino, e lei è un poveraccio senza dignità che non chiede meglio di essere estromesso definitivamente". "Non è vero!" "Vedrà, vedrà che non mi sbaglio". "No, no, lei si sbaglia davvero. Primo: io non sono un poveraccio". "Ah no? Si guardi, sono le otto e non si è ancora tolto il pigiama. Non può andare in bagno a lavarsi perché per ragioni di sicurezza non la faccio passare. Non può andare in cucina a farsi il caffè. Teoricamente non potrebbe neanche raggiungere il pianerottolo per andare a lavorare, ma siccome mi sento generoso le farò pagare un pedaggio". "Ah, grazie mille": "Prego. Vede che possiamo vivere in pace?" "Ma no, ma neanche per sogno! E poi, scusi, lei dice che qui c'è un sacco di spazio? Ma non è vero, è un monolocale". "Per lei è un monolocale. Io lo trasformerò in un superattico, vedrà". "E dice che c'è un sacco di luce? Ma c'è solo un pozzetto interno, e ci cagano i piccioni". "I piccioni venivano a cagare perché ci abitava lei, vedrà che con me muteranno atteggiamento". "E non è in una buona posizione! Assolutamente!" "Ah no?" "No, perché il condominio è pieno di amici e parenti miei, e mi basta arrivare al citofono e fare un paio di chiamate, e ci sbarazziamo di lei. La buttiamo sul marciapiede". "Ah, passiamo già alle minacce, eh? Allora, lasci che le spieghi come andranno le cose. Vede, sul pianerottolo ci sono già i pezzi puntati sulla tromba delle scale". "I pezzi? Che pezzi?". "L'artiglieria. Per quei cialtroni dei suoi vicini non c'è nessuna possibilità. A meno che non cerchino di circondarmi dal tetto". "Ecco, già". "Ma sarebbe una pessima idea, il tetto è minato". "Minato? Il tetto? È stato lei?" "Avrò ben il diritto di difendermi, scusi". "Ma come fa ad avere tutte queste armi, non è mica legale". "Diciamo che ho uno zio molto potente che… è nel commercio e mi fa… mi fa dei prezzi di favore. Lui ha molto a cuore la causa di noi Parazzi". "E non ce l'ha una casa, lui?" "Scherza? Ha una casa enorme, un giardino immenso, sei bagni, due terrazze…" "E perché non la ospita lui, invece di venire a rompere me?" "Lei non mi capisce proprio, ma non è una novità. Nessuno capisce noi Parazzi. Anche lei, mi conosce da cinque minuti e già vuole mandarmi via. Ha detto che vuole "ributtarmi sul marciapiede". Non ha nessun rispetto per la mia tragedia famigliare". "Senta, a me dispiace, onestamente mi spiace per la sua famiglia, ma questo non le dà il diritto di entrare in casa d'altri e puntare l'artiglieria sui vicini". "Lei è come gli altri. È un complice di quei barbari assassini. Ma adesso è finita. È giunta l'ora che i Parazzi abbiano una loro casa". "Ah, perché lei non è da solo?" "No, ora conto di invitare tutti i Parazzi superstiti sparsi nel mondo a venire a vivere qui". "A vivere qui? In un bagno, una cucina e un corridoio? Sotto un tetto minato, con l'artiglieria puntata sulla tromba delle scale? E lei pensa che verranno?" "Verranno, verranno, questo è l'unico posto dove i Parazzi possano sentirsi al sicuro. E poi gliel'ho detto, conto di allargarmi". "Se è per questo, anch'io stavo per chiedere alla mia ragazza di venire a stare qui". "Se vuole un consiglio, lasci perdere. Non si riproduca. Lei è un essere inutile. Si estingua". "E invece ho proprio intenzione di riprodurmi, e tanto, anche, e quando questa casa sarà piena di figli miei, la vedremo". "Sa che fine faranno, i suoi figli? Un po' di loro cresceranno violenti e indisciplinati, non avranno nessun rispetto per lei che non ha saputo riconquistare il suo appartamento, e verranno da me a farsi ammazzare. Un po' di loro verranno invece a lavorare per me… sa, ci sono tante faccende da fare in questa casa. Un altro bel po', esasperato, andrà a stare a casa dei suoi vicini, che non sanno dirle di no. Ma a un certo punto i suoi vicini non ne potranno più, molleranno i suoi figli e le sue cose per strada e verranno qui da me a firmare una pace separata". "No, non lo faranno". "Vedrà, vedrà". "Ma sono amici miei". "Certo che sono amici suoi, adesso. Ma da qui a qualche anno lei sarà un vecchio pazzo sporco fanatico e disoccupato, senza bagno né cucina, e nessuno avrà molto interesse ad aiutarla. Tante parole, pochi fatti. Invece i miei parenti avranno bagno, cucina, uno zio molto potente e il dito sul grilletto. Si fidi di me. E adesso si sposti un po', per favore". "Che cosa sta facendo con quei mattoni?" "Che domande, mi sto difendendo. Lei è un individuo pericoloso, peraltro invischiato nella barbara strage dei miei parenti. Il minimo che posso fare è tenerla sotto stretta sorveglianza". "Non ci posso credere! Lei sta alzando un muro! Sta alzando un muro in camera mia!". "Dio, che pregiudizi, che ignoranza, che odio. Non è un muro, vede? Vede questi pali? Vede questi cavalli di frisia? Vede questo filo spinato? È una barriera difensiva in tecnica mista. Un po' cemento e un po' legno. Lei non ha il diritto di chiamarlo muro". "Domando scusa. No, volevo dire… ma perché lo costruisce in camera mia?" "Certo che lei è ben sciocco. Se devo difendermi da lei…" "Ma lo faccia almeno nel corridoio. Aveva detto che la camera da letto restava a me". "Ah, allora riconosce il mio diritto a insediarmi nel corridoio". "No! Io non riconosco un bel niente". "Lo vede? Lei è contro di me, in partenza. Sotto sotto lei vuole sempre ributtarmi sul marciapiede. Io vorrei vivere in pace con lei, ma non vedo come. Onestamente non vedo come". "Ma io devo uscire di qui! Devo andare a lavorare!" "Passi dalla finestra. Attento, però, perché se la vedo arrampicato su una grondaia in atteggiamento minaccioso, sparo. Lei non mi lascia nessuna alternativa". "Ma lei è un pazzo!" "Io non sono un pazzo! Io sono una persona che ha vissuto un terribile trauma famigliare, non capisce?" "Lo capisco perfettamente". "Ma questo non vuol dire che io non l'abbia superato. Ora io sono perfettamente consapevole di me, e non soffro di nessuna mania di persecuzione! Sono gli altri che hanno la mania di perseguitarmi! È diverso!" "Lei è un pazzo". "Ma non capisce. I miei nonni. I miei zii. I miei cugini. Tutti morti, tutti. E lei dov'era? Perché non ha fatto niente? E perché non piange con me? Pianga almeno con me". "Sento che le sto per dire qualcosa di orribile, di cui in seguito mi pentirò". "La dica, la dica, tiri fuori tutto il suo odio, faccia vedere al mondo che individuo orribile è". "Forse ha ragione, forse sono un individuo orribile, ma per un attimo ho pensato: ma tra tutti i suoi poveri parenti, doveva per forza salvarsi il più srtrrrrrrrrrrrrrrring! Rrrrrrrrrring! Rrrrrrrrrring! In quel momento Teddi, il neocone, aprì gli occhi, vide la sua camera illuminata dal sole delle sette, il poster di Ronald Reagan, le viste della skyline di Mahattan prima e dopo la cura, e anche se non era una camera molto grande, si sentì inspiegabilmente sollevato. Doveva aver fatto un sogno orribile, ma non lo ricordava. Probabilmente uno di quei maledetti troll necomunisti neofascisti antiamericani antisemiti lo aveva perseguitato nel sonno, con le sue obiezioni capziose, finché lui non era sbottato e non aveva pronunciato una frase orribile, davvero orribile, di cui ancora si vergognava. Era strano vergognarsi di un sogno. Almeno nei sogni uno dovrebbe essere libero di pensare tutto quello che vuole, senza dover spiegare niente a nessuno. Dal soggiorno veniva un ronzio familiare. Merda! Il Pc era ancora acceso. Si era piantato durante la chiusura, macchina di merda. Maledetto Bill Gates. Ora andava riavviato. Teddi lo riavviò. Il monitor si spense e subito si riaccese, visualizzando il monumento a Saddam Hussein strattonato dai marines, mentre la folla applaude. Bei tempi, quelli. Teddi fu quasi tentato a connettersi. Perché no? È ancora presto. Giusto per vedere se qualche coglione ha replicato al mio vibrante post… …ma mentre il mouse si avvicinava all'icona di explorer, Teddi sentì una fitta lancinante allo stomaco. Maledetti peperoni.www.leonardo.blogspot.com

Intervista con Teofil Pančić, editorialista di Vreme Nostra intervista a Teofil Pančić, editorialista del settimanale belgradese “Vreme”, in occasione dell’uscita del suo libro “Boscimani urbani”: il futuro della Serbia tra clericalismo, nazionalismo e società civile (23/07/2004) Di Ilija Petronijević, da Kraljevo Osservatorio sui Balcani: Il tuo ultimo libro “Boscimani urbani” è proprio una sottolineatura dell’aspetto e della retrospettiva degli ultimi dieci anni? Oppure si tratta di una storia senza fine? Teofil Pančić: Dipende da come si guardano le cose. Inizialmente il libro non è stato pensato in questo modo. Quando ne ho discusso e quando Ivan Čolović mi ha offerto di pubblicarlo, c’era ancora il vecchio regime al potere. È passata la primavera, è passata l’estate, è passato anche l’inverno e poi tutto è decaduto. Poi è arrivato il 5 ottobre (2000, caduta di Milošević, ndt.). Io proprio in quei giorni pensavo sempre più seriamente a come scegliere i testi per la pubblicazione. Se ci sarà una seconda edizione, magari aggiungerò altri testi, così che la storia possa terminare in modo logico. Anche se la sostanza non cambierebbe di molto. OB: Pensi di trasformarlo in un saggio un po’ più lungo? TP: Non faccio mai piani a lunga scadenza. Questa forma per il momento mi soddisfa in pieno. Il saggio è vicino alla mia personale forma di espressione sulla carta stampata, è proprio il mio modo di espressione. Evidentemente in qualche modo soddisfa la mia natura. Quando iniziai a scrivere da ragazzino, anch’io cercavo di ritrovarmi in una qualche forma. Credo che un uomo filtri e rigetti poco per volta tutto ciò che non gli piace, e alla fine trova qualcosa che si avvicina a se stesso e alla propria sensibilità. Ciò che mi è più vicino è la scrittura giornalistica, ma non è uguale al giornalismo in senso stretto. Non mi sono mai occupato seriamente di giornalismo in senso classico (come i reporter). Ma di una qualche forma di scrittura giornalistica... e non credo che mi occuperò della prosa come la fiction oppure di pura teoria (nel senso accademico di questa parola). Ognuno si deve concentrare in ciò che meglio riesce e cercare di non essere un dilettante. OB: Il modello culturale che ha guidato il 5 ottobre riuscirà a sopravvivere e in futuro affacciarsi in forma modificata? Oppure questa è la sua fine? TP: È ovvio che un giorno solo non può eliminare un modello culturale. Ma, allo stesso tempo, nella nuova élite non esiste affatto un consenso su quale tipo di modello culturale si debba seguire. Io credo che sia molto importante sia a livello politico che culturale, fare in modo che il futuro governo e la futura opposizione escano da ciò che abbiamo chiamato DOS (opposizione democratica serba, coalizione vincente nel 2000, ndt.). Ora abbiamo un’opposizione formale, che definiamo dei partiti legati al vecchio regime. Questi pure portano con sé un modello culturale. Cioè, i radicali e tutti gli altri sfortunati, ossia un qualcosa che non ha assolutamente una qualunque forma di legittimità. Si tratta di qualcosa che rimane ai margini della politica e non vanno presi tanto sul serio. Il futuro governo e la futura opposizione dovrebbero provenire dall’ex DOS. Se riusciamo a raggiungere questo, allora potremo persino parlare di progetti inerenti ad un preciso modello culturale. Dunque, col cinque ottobre non è successo niente, e allo stesso tempo è successo tutto. C’è stato l’inizio e la fine di un’epoca. Questo ovviamente potrebbe condurci verso una qualche forma di fondamentalismo ortodosso, come lo chiamano alcuni. Tuttavia io penso che non ci arriveremo. Alcune persone, semplicemente, si libereranno dei propri fantasmi e allora potremo partire da zero e togliere di mezzo tutte quelle esibizioni di pseudo-sinistra e pseudo-destra. E iniziare ad occuparci delle cose serie. OB: Quale sarà il ruolo di quei gruppi marginali nella creazione di un movimento verso un sistema pluralistico? TP: Ovviamente loro faranno il loro lavoro. Ma lo faremo anche noi. Loro cercheranno di prendere più spazio possibile sui media, sulla scena culturale e su quella politica. In Slovenia la scena alternativa della società civile è riuscita a svilupparsi a dispetto dell’allora governativa DEMOS. Là non è mai stata introdotta la religione nelle scuole. Né la chiesa ha mai avuto un ruolo quale ha avuto in Croazia e quale ora si nomina in Serbia. Dunque, con la forza di quel settore civile loro hanno conservato la loro società civile. OB: Esiste da noi quel tipo di forza del settore civile? E se esiste dove la vedi? TP: Se prendiamo la Slovenia come esempio si potrebbe dire che da noi non esiste proprio. Perché in qualsiasi caso siamo in una situazione peggiore per un milione di motivi. Ma allo stesso tempo non sono così pessimista da credere che passeremo da un abisso ad un altro. Dovrebbero accadere molte cose pessime per sprofondare di nuovo nel buio. Penso che negli ultimi dieci anni abbiamo provato tutti gli scenari più idioti, tutte le idee folli, tutte le idee omicide, tutte le cose più vecchie di questo mondo. Cioè, abbiamo condotto le cose secondo quella legge di Murphy che dice: “la gente e i popoli si comportano in modo intelligente e ragionevole solo quando non ci sono più alternative”. Ecco, noi di alternative non ne abbiamo più. Questo lo si può vedere nel caso della delle consegne al Tribunale dell’Aia. Tutto si sviluppa su un livello retorico, tutto suona come se dicessero: non ci arrenderemo, non lo faremo! Tuttavia, mentre siamo seduti e parliamo, là da qualche parte nelle sale di Belgrado siedono alcune persone e decidono chi è il prossimo per l’Aia. Questo è solo un esempio di come da un lato esista la necessità che ci si sfoghi per dispetto. Anche se, in verità, la pratica politica va in tutt’altra direzione. Quindi non abbiamo più altra scelta che quella di essere un Paese normale. OB: Però mi sembra che avremo un altro colpo di coda almeno per quanto riguarda la clericalizzazione della società. Penso alla introduzione dell’insegnamento della religione. E magari fra dieci anni quello stesso insegnamento lo dovremo togliere dalle scuole. Come i Croati. Al tempo di Franjo Tuđman, i Croati introdussero la religione, ma quando è arrivato Stjepan Mesić al potere, una delle prime mosse è stata proprio l’eliminazione della valutazione di quella questione. Quindi, la prossima mossa sarà l’eliminazione della stessa religione. Ce la faremo noi ad evitare un altro ritorno al passato? TP: Ma è questo che voglio dire, cioè che non dobbiamo fare un intero salto indietro. Se saremo docili, se saremo disfattisti, se taceremo, allora ciò si verificherà. Ma non credo che ciò accada. Perché non credo che la forza che spinge in quella direzione sia così forte. In questa società non ci saranno cambiamenti in quel senso, almeno fino alle prossime elezioni, perché la coalizione di governo si controlla e si sorveglia reciprocamente. Noi dobbiamo attraversare una sorta di purgatorio. Non so dire quando durerà. Potrebbe durare mezzo anno o quattro anni. Ma ad ogni modo dobbiamo passarci attraverso e occuparci delle seguenti cose: la reintegrazione nell’UE, i crimini di guerra, il definitivo confronto con il vecchio regime e con i cambiamenti del sistema economico. Quando passerà tutto questo, ci saranno le nuove elezioni. Allora sarà obiettivamente chiaro chi è tanto forte. Solo allora potremo avere una situazione in cui l’opposizione e il governo si comporteranno come si deve. Come è in Slovenia. Governano quelli a favore della società secolarizzata, ma l’opposizione è forte ed è di quelle che sono a favore della clericalizzazione della società. Ciò in cui credo di poter contribuire col mio lavoro in qualche modo al dibattito pubblico è di evidenziare dei temi definiti. Per far sì che giungano all’opinione pubblica. Di modo che si aprano di continuo dei punti nevralgici e che ci si ricordi che esistono alcuni problemi che non sono all’ordine del giorno ma arrivano proprio adesso. OB: Come interpreti il fenomeno SSJ (Partito per l’unità serba, un tempo guidato dal defunto Arkan, ndt.)? è possibile che nel prossimo futuro possano rianimarsi e diventare un importante fattore politico? TP: Non sono andati da nessuna parte. Sono stati qui tutto il tempo. Ed io sono sicuro che rimarranno. Per quanto riguarda in concreto il SSJ ci sono delle spiegazioni particolari. Da un lato c’è il noto potere dei media. Si tratta di media determinati che influenzano una determinata fascia di popolazione. Dall’altro lato, non bisogna dimenticare che la gente che prima ha votato per Milošević possiede ancora una determinata mentalità che non gli permette di votare così facilmente per Žarko Korać, Vesna Pešić o Nenad Čanak. Sono rimasti delusi di Milošević, sono rimasti delusi di Šešelj, anch’egli parte di quel governo. Pertanto adesso sono alla ricerca di qualcuno che non sia compromesso in quel senso, ma che sia di nuovo vicino al loro santo modo di pensare. Non hanno potuto trovarlo nella DOS, e a maggior ragione nella DOS nella sua interezza. Forse lo avrebbero potuto vedere, in modo forzato, in Koštunica, ma non sono stati in grado di separarlo dagli altri. E lo hanno cercato nel famoso partito di Arkan. Sicché questo partito da parassita ha sfruttato tale situazione e la infrastruttura dei media. Dall’altra parte hanno preso diversi voti in Vojvodina. Esiste una parte di opinione pubblica che vive in una patologica paura dell’autonomia della Vojvodina e in una patologica paura della cosiddetta dominazione delle minoranze. Diciamo che più o meno sostengono che dove c’è una popolazione mononazionale, non c’è motivo di avere scontri internetnici. Ma dove c’è una popolazione mista riescono facilmente a smerciare questo tipo di paranoia. E adesso, in Vojvodina puoi sentire dire che dal 5 ottobre la televisione di Novi Sad è piena di trasmissioni in ungherese, russo, romeno, e ci si chiede chi le possa capire. E si lamentano dicendo che adesso ci governeranno le minoranze. Ma non gli viene in mente che hanno altre 15 televisioni sulle quali non c’è una sola parola nelle lingue delle minoranze. Quand’anche la televisione di Novi Sad fosse nelle lingue delle minoranze (ma siamo molto lontani da ciò) ci sarebbero comunque altre 15 o 20 altre tv. Ma loro si sono fissati proprio su questa tv e per loro adesso c’è qualcosa che non va bene. Ma è fantastico vedere come la gente riesca ad astrarre dalle cose importanti. I seguaci di Arkan sono come parassiti in questo tipo di situazioni. Perché ci sono persone che hanno vissuto il 5 ottobre come una caduta nella schiavitù del Nuovo ordine mondiale. Lascia che si mostrino i veri patrioti serbi, quelli che ci tireranno fuori da questa situazione. Ma a queste cose non si deve attribuire una grande importanza nel senso che si tratta di qualcosa di terribile, un evidente e costante pericolo. Tenendo presente che siamo vissuti fino a poco fa in uno stato in cui nel 1997 la superfinale delle elezioni presidenziali si è disputata fra Milutinović e Šešelj. E dove il leader dei radicali ha perso solo grazie alla manipolazione dei voti del Kosovo. Dobbiamo considerare che abbiamo vissuto in un Paese in cui Šešelj è stato scelto come presidente della Serbia A confronto con ciò, quello di oggi non è niente. OB: Forse si sono solo nascosti e aspettano il momento per fare il loro ritorno politico. Siamo forse minacciati dalla comparsa di un nuovo Milošević? TP: La storia non ha fine. Non possiamo sapere se il futuro ci riserverà un nuovo Hitler. E se sarà così, chissà quando. Possiamo considerare solo quel tempo che ci proviene dalle informazioni che abbiamo adesso. Io adesso vedo che quel trend è in caduta. Non è nascosto, anzi è veramente in discesa. Perché è un fatto reale che la gente che ha votato per quella opzione non vota più in quel modo. O vota per qualcun altro o non vota affatto. Quella opzione ha fatto il suo corso. Ha fatto tutto ciò che poteva fare. Abbiamo avuto le guerre e tutto ciò che ne è conseguito. Dunque, questa storia è stata già sfruttata per diverso tempo. Ma non sparirà del tutto. Non possiamo aspettarci che all’improvviso spariscano i nazionalisti, i fascisti e gli xenofobi. Finché loro non avranno un qualche potere, una erta forza e non saranno in numero tale da determinare la direzione degli accadimenti sociali, noi possiamo sempre dire di essere riusciti a fare qualcosa. OB: Vedi in qualche “giovane” forza intellettuale delle persone che vorrebbero e potrebbero cambiare la vecchia scuola degli intellettuali serbi? TP: I vecchi intellettuali non sono più una minaccia. Il loro ciclo storico si è concluso, ma non possiamo essere tanto preveggenti per sapere se un bel giorno ritorneranno mutati sotto una nuova forma di malignità. Forse fra una ventina di anni avremo una nuova tirannia. Ma si tratta di una forma di speculazione a cui un uomo non dovrebbe pensare. Ciò che adesso è evidente è che ci troviamo di fronte ad una grande possibilità. La domanda è piuttosto cosa ne facciamo e come la utilizzeremo. Ma non sarei così scettico a priori sul fatto che avremo un semplice cambiamento di élite, in cui sostanzialmente nulla può cambiare. Milošević non volendo ha fatto una cosa utile per questo Paese, ha talmente distrutto e indebolito questo Paese sul piano economico, politico e militare al punto che non ha più, anche volendolo, quel potenziale per creare dei problemi a se stesso e agli altri. www.osservatoriobalcani.org

QUITO: INIZIATO IL PRIMO FORUM SOCIALE DELLE AMERICHE General, Brief “Uno spazio aperto di dibattito per aumentare le capacità di resistenza sociale non violenta al processo di ‘disumanizzazione’ che sta vivendo il pianeta”: questo, nelle intenzioni degli organizzatori, dovrebbe essere il Primo Forum sociale delle Americhe, aperto a Quito alla presenza di migliaia di esponenti di organismi della società civile provenienti da 40 Paesi. ‘Figlio’ del Forum sociale mondiale tenuto nel 2001 a Porto Alegre, in Brasile, il Forum delle Americhe trasformerà per cinque giorni la capitale ecuadoriana in un’immensa piazza che ospiterà 350 eventi, tra seminari, conferenze e dibattiti dedicati a temi considerati cruciali per il futuro del continente, come la povertà, l’immigrazione, il debito estero, la tutela dell’ambiente, la corruzione. Si parlerà anche di Area di libero commercio delle Americhe (Alca), l’imponente progetto voluto dall’amministrazione Bush per creare entro il 2005 un mercato unico dall'Alaska alla Terra del Fuoco, progetto che si sovrappone ai trattati di libero scambio che la Casa Bianca sta discutendo singolarmente con Ecuador, Colombia e Perù e, prossimamente, anche con la Bolivia. E contro “la trappola che rappresenta l’Alca per i popoli latinoamericani - si dice in un comunicato - e soprattutto per i settori sociali più emarginati” si terrà mercoledì 28 l’atto centrale del Forum, una marcia che attraverserà il centro di Quito per coinvolgere più gente possibile, studenti e operai, ma anche comuni cittadini. Una mobilitazione spontanea ha fatto da prologo all’apertura del Forum nel centro storico di Quito, dove centinaia di persone si sono date appuntamento a Piazza di San Francisco gridando per sette volte ‘juyayai’ (fraternità in idioma indigeno) e poi spostando lo sguardo verso i quattro punti cardinali in un gesto rituale inteso come un simbolo dello spirito di solidarietà e vicinanza. Tra gli organizzatori del Forum, ‘Azione ecologica’, ’Agenzia latinoamericana d’informazione’ (Alai), Confederazione delle nazionalità indigene dell’Ecuador (Conaie), Facoltà latinoamericana di scienze sociali (Flacso). [FB] misna.it

Sudan: tra amnesia e snobismo Nella regione del Darfur impazza la pulizia etnica. Ma l’Europa è distratta: è molto più chic parlare di Iraq... Bruxelles deve assumere le sue responsabilità. Sudan: il paese più grande del continente africano. Un paese che, proprio ora che ha conosciuto la concreta possibilità di una pace tra il Nord ed il Sud dopo una guerra civile durata più di vent’anni, si trova ad affrontare una drammatica crisi umanitaria nella regione occidentale del Darfur. Una crisi che, come solitamente accade, viene regolarmente trascurata da mass media sempre più inclini a preferire l’ultimo rapimento in Iraq. Capita anche che uno dei paesi “frontiera” dell’Unione Europea, l’Italia, decida di non riconoscere lo status di profughi ad un gruppo di trentasette persone che si erano dichiarate sudanesi in fuga da quella che Mukesh Kapila, ex coordinatore umanitario dell’ONU in Sudan, ha paragonato alla pulizia etnica del Ruanda. Certo, si è poi avverato che i profughi in questione sudanesi non fossero. Ma il cinismo dimostrato da Roma in questa faccenda non cambia. L’Occidente parla, Karthum promette Intanto, continua inesorabile uno dei più tristi capitoli dell’ex “alto egitto”, patria dei faraoni neri e ultimamente, prima dell’11 settembre, rifugio del patriarca del terrorismo mondiale, Osama Bin Laden. Un fantoccio “cessate il fuoco” tra milizie pagate dal governo di Khartoum e combattenti guerriglieri organizzati in micro-eserciti di resistenza, accusati di aver dato il via ad un’insurrezione all’inizio del 2003, non ha fermato l’eccidio di migliaia di persone e la fuga di più di un milione di rifugiati che si sono riversati, nel corso dell’ultimo anno, in Ciad o nelle regioni sudanesi più ad est. Le inutili visite di Powell ed Annan, le raccomandazioni dell’Unione degli Stati Africani e delle Nazioni Unite, non hanno fatto altro che portare il governo a promettere l’impossibile su una situazione che ad oggi pare proprio essere sfuggita di mano agli “addetti ai lavori”. Le truppe di guerriglieri arabi assoldati dal governo, i Janjaweed, che si muovono a cavallo, armati di spada e affiancati da pick-up stracolme di miliziani armati fino ai denti, ormai non prendono più ordini da nessuno. Entrano nei villaggi, sequestrano tutto il cibo e si riforniscono d’acqua, lasciandosi alle spalle una scia di sangue infinita che non risparmia neanche le moschee locali. La pace del deserto Vi è un’aria di insolente oscurantismo verso la crisi umanitaria in Darfur da parte dell’Unione Europea, gli atteggiamenti politici di quest’ultima verso il governo di Omar al-Beshir non hanno nemmeno scalfito l’ombra che Khartoum ha sino ad oggi tenuto sulla questione diritti umani in una regione in cui la sharia è applicata secondo l’interpretazione più brutale delle scuole coraniche. Intanto, le visite guidate per occidentali preparate con grande zelo dal governo per dimostrare quanta pace c’è nel deserto tendono a dimostrare che le accuse degli stranieri sono solo invenzioni per destabilizzare il governo. La verità è che il popolo sudanese del Darfur oggi affronta uno dei capitoli più atroci della storia dell’umanità senza che la comunità internazionale intervenga con fermezza. La presunta pace Nord-Sud, che nel passato aveva creato circa quattro milioni di profughi interni e due milioni di morti, firmata a Naivasha, in Kenia, ha sicuramente riaperto, come promesso, il rubinetto degli aiuti economici al governo di Khartum. Ma, sebbene gran parte di essi siano destinati a progetti di sviluppo, non è da escudere che vengano utilizzati per arginare il “nuovo” fronte apertosi ad ovest, nel Darfur. Il ruolo dell’Unione Europea in questa come in molte altre emergenze del continente africano rimane di secondo piano e non si associa sempre alle soluzioni promosse dai suoi stati membri presenti nel territorio. Limiti dell’integrazione regionale Riuscirà l’Europa ad intervenire almeno ora, prima che l’intera popolazione nera del Darfur venga letteralmente spazzata via dalla regione dalle milizie arabe sostenute dal governo di Beshir? Il Sudan è una bomba di trentotto milioni di persone pronta ad esplodere per occupare le rotte della transumanza umana verso il Vecchio Mondo. Riuscirà la nuova Europa a 25 a vincere la formazione preconfezionata della geopolitica internazionale “made in USA” e ad attivare nuovi metodi e nuovi format per dedicarsi al continente più dimenticato del pianeta? L’integrazione regionale espressa dall’Unione Africana, che pure dovrebbe avvicinarsi al modello della Ue, sembra incapace di agire senza l’aiuto di attori esterni. L’IGAD, che riunisce 7 Paesi del Corno d’Africa, ne è la palese conferma: senza l’intervento di Italia, Norvegia, Regno Unito e Stati Uniti non sarebbe mai riuscita ad arrivare alla pace di Naivasha. Certo, l’Unione Africana si è rivelata più viva di altri organismi internazionali nell’evidenziare il problema del Darfur ma rimaniamo lontani anni luce dal successo che la Ue ha ottenuto in campo di pace e prosperità. http://edition.cnn.com/2004/WORLD/europe/07/13/italy.ship/

Il sogno americano della nuova Europa di Liliana Adamo E’ un articolo esemplare quello di Thomas Schreiber apparso su Le Monde Diplomatique; già nel titolo “Dalla guerra fredda fino all'allargamento dell'Unione. Il sogno americano della nuova Europa”, emerge un sillogismo. Con buona dose di tensione e lucidità, il giornalista, editorialista ungherese, esamina un contesto politico, quello dell’Europa dell’est, diretto con sottigliezze psicologiche e forti pressioni economiche dall’amministrazione di Washington e dall’operato della Nato. Tralasceremo la guerra fredda tra i due blocchi, anche se, in merito, l’articolista lancia notevoli analisi ed argomentazioni. Partiremo, invece, dal 1 maggio 2004, nel momento cui l’UE unifica altri dieci nuovi membri, fra i quali i paesi baltici come l’Estonia, la Lettonia, la Lituania, l'Ungheria, la Polonia, la Repubblica ceca, la Slovacchia, la Slovenia, più Cipro e Malta. Una data storica anche per gli Stati Uniti che hanno lungamente influenzato il sinonimo d’allargamento, disponendo le forze in campo. Eppure, come valuta Schreiber, il cambio di maggioranza in Spagna, la crisi politica polacca e l’enigma di Cipro relativizzano il progetto a lungo termine portato avanti dai governi americani. Nel momento in cui l’UE conquista terreno un passo alla volta, i cosiddetti “falchi” del Pentagono, nella persona del signor Richard Perle, consigliere di Donald Rumsfield, recentemente dimessosi per “non intralciare la campagna elettorale del presidente Bush”, considera un’azione ancora più incisiva ed aggressiva nei confronti dei “vecchi europei”, per mantenere in piedi il “nuovo modello americano”. Ora, che l’Europa allargata sia intesa esclusivamente come un potenziale contrappeso agli Stati Uniti d’America, è un fatto noto, ma predisporre anche i rapporti sopranazionali in funzione della dottrina made in Usa, esportandola in primo luogo nei paesi dell’est europeo, è un’altra conferma degli obiettivi americani. Da acuto osservatore, Schreiber rileva come negli ultimi anni si è evidenziata l’idiozia della forza bellica, contro lo scarso prestigio diplomatico e politico degli Stati Uniti nel resto del mondo. Una disparità ammessa da un altro “guru” della diplomazia statunitense, Zbigniew Brezinski, :“Mentre la potenza americana è al suo zénith, la sua situazione politica nel mondo è al suo nadir." Questo significa che nel momento stesso in cui i paesi dell’ex regime comunista entrano a far parte dell’UE, gli Stati Uniti mireranno a consolidare la loro presenza nei paesi dell’Europa centrale ed orientale, vagliandone l’enorme importanza strategica, nonostante la fine dei regimi totalitari. D’altronde Washington, fin dalla seconda guerra mondiale, ha mosso la politica estera in quel senso, che gli inquilini della Casa Bianca siano repubblicani o democratici. La guerra psicologica Fino al 1947 siamo ad una “politica di contenimento” del comunismo, agli inizi degli anni cinquanta si tasta il terreno per farlo “regredire” (rollback), usando i finanziamenti più o meno occulti provenienti dalle organizzazioni degli emigranti anticomunisti negli Stati Uniti e con la diffusione di Radio Free Europa, che Schreiber chiama “la pietra angolare della guerra psicologica”. Una guerra sotterranea, dal momento che per l’intromissione sovietica in Ungheria (1956), per la durissima oppressione all’epoca della primavera di Praga (1968), o ancora per l’occupazione delle sedi statali in Polonia (1981), il governo degli Stati Uniti non ha mosso un dito, limitandosi a formali proteste. Il vocabolario diplomatico metteva in uso i seguenti lessici: “impegno pacifico”, “costruzione di ponti fra Est ed Ovest” (bridge-building) e, a cavallo degli anni sessanta, Washington fiaccherà l’impeto delle più oltranziste fazioni anti-comuniste, giudicate fin troppo aggressive. L’intento di “liberare i paesi prigionieri”, è sostituito da una forma di “differenziazione” tra i vari paesi anticapitalisti, osservando con interesse quella politica di “rilassamento, intesa e cooperazione” del presidente De Gaulle e la “Ostpolitik” del tedesco Willy Brandt. Da Nixon a Ceausescu Richard Nixon ed Henry Kissinger (1969–1974) spingono la politica del “disgelo”. Nel 1970 sarà ratificato l’accordo SALT sulla limitazione degli armamenti strategici e saranno migliorate le relazioni bilaterali fra Stati Uniti e paesi membri del Patto di Varsavia. Come la Francia di De Gaulle, l’America di Nixon sarà particolarmente interessata alla Romania di Nicole Ceusescu, di cui apprezzava l’indipendenza dai sovietici e da Mosca: Ceusescu fu il primo del Patto di Varsavia, a riconoscere la repubblica federale tedesca, manteneva relazioni diplomatiche con Israele, dopo la guerra dei sei giorni (1967) e si rifiutò di partecipare all’invasione della Cecoslovacchia (1968). Il presidente rumeno era conosciuto come uno spietato dittatore, fra i più oppressivi dell’est europeo, eppure ciò non impedì alla Romania d’entrare nel circuito del fondo monetario internazionale (FMI), della Banca mondiale e di beneficiare di un sistema per l’esportazione, già dal 1975, grazie agli appoggi degli amici americani. Per la Polonia e l’Ungheria, invece, nonostante ci fossero effettivi stimoli ad un sistema più liberale, era esattamente l’opposto, il complessivo schieramento politico era ancora compresso dall’URSS. L’amministrazione Carter non continuerà l’opera di Nixon, silurato dal Watergate e soppiantato da Gerald Ford. Tra il 1977 e il 1981 Zbigniew Brezinski, d’origine polacca, il principale consulente presidenziale, proporrà una politica più “dinamica”, incoraggiando l’attività degli intellettuali dissidenti e la rivalutazione d’associazioni come Helsinki Watch o anche Amnesty International. Il rispetto dei diritti dell’uomo è messo sotto stretta sorveglianza delle associazioni non governative (ONG), in gran parte finanziate dal bilancio statale. La propaganda americana si sostiene anche sull’emittente Radio Free Europa che riflette la “nuova” politica, la “trasformazione” pacifica dei regimi totalitari attraverso la sublimazione mentale, piuttosto che la messa in atto del loro rovesciamento. Ronnie, la CIA e Solidarnosc Con Ronald Reagan la guerra psicologica ha una brusca accelerazione. Nel 1983 il vicepresidente George Bush (senior), dopo una visita in Jugoslavia, Romania e Ungheria, crea la fondazione nazionale per la democrazia (National Endowment for Democracy), sovvenzionata da repubblicani e democratici, dal dipartimento di stato e dalla CIA. L’istituzione aiuta, a sua volta, quei gruppi che si muovono in favore delle “idee democratiche”, in pratica sindacati, giornali e case editrici. Di quei soldi ne hanno beneficiato anche Solidarnosc, in Polonia e gli editori dei “samizdats” ungheresi. I regimi comunisti erano già in decomposizione e nulla sembrava ostacolare quella sorta d’ingerenze, nell’Europa dell’est l’America convogliava l’autocrazia verso il liberalismo, con mezzi più sofisticati di una guerra fredda. Nello stesso anno, durante il vertice annuale di Parigi, il vicepresidente Bush include l’Europa dell’est nella sua agenda e decide un programma d’aiuti per quei paesi dove si è appena recato. Mikhail Gorbaciov subisce dure pressioni per la “deregulation” della Polonia e l’Ungheria. Gli aiuti per Varsavia e Budapest ammontano ad un miliardo e mezzo di dollari, distribuiti nell’arco di tre anni, in questo modo i due paesi diventano i partners privilegiati di Washington, ma non solo, è in quella sede che si chiede l’immediata indipendenza della Lituania, della Lettonia e dell’Estonia, con le quali gli americani mantengono relazioni diplomatiche “virtuali” e le pressioni sui trentaquattro paesi firmatari degli accordi di Helsinki, affinché questi potessero entrare come stati “indipendenti” al vertice di Parigi, nel novembre del 1990, sono lì a “giustificare” la fine della guerra fredda. La scomparsa dell’Unione Sovietica non è ancora in programma e l’attenzione internazionale si sposta verso il Golfo Persico, dove si prepara la liberazione del Kuwait, invaso dall’Iraq, nell’agosto del 1990. Quale Europa? Nel giugno 1991 la Slovenia e la Croazia proclamano la loro indipendenza, la Jugoslavia entra nella guerra civile e Washington comincia ad interessarsi ai Balcani. Senza intervenire, gli americani osservano il fallimento dei mediatori franco-britannici e preparano l’entrata in scena, che il presidente Bill Clinton affida a Richard Hollbrooke. Contemporaneamente la politica estera, quella “virtuale”, adotta il principio “d’incoraggiamento alla democrazia nell’Europa centrale ed orientale post-comunista”. Washington si sostiene in particolare sulla NATO, obiettivo primario dei paesi di quella regione, un’attrazione più forte delle istituzioni europee. Il desiderio dei paesi dell’est d’entrare nella NATO spiega anche lo scacco al progetto francese, presentato a Praga, nel giugno del 1991, per una confederazione europea: ungheresi, polacchi e cechi discutono d’Europa ma più d’ogni altra cosa, sognano l’America. Con un massiccio bombardamento a Sarajevo, nell’agosto del 1995, il Senato dà il via all’intervento NATO nel conflitto in Bosnia. Nella conferenza di pace a Dayton, in Ohio, nel novembre dello stesso anno, si firma la sospensione dei combattimenti, collocando i Caschi Blu dell’ONU e le basi NATO su gran parte del territorio dell’ex Jugoslavia. La diplomazia europea si mostra impotente e sostiene l’ingerenza degli Usa, orchestrata dal solito Zbigniew Brezinski, dal consulente di Clinton, Richard Holbrooke e dal segretario di stato Madeleine Albright. In realtà si è già deciso, unilateralmente, quali saranno i paesi che trarranno beneficio dell’ampliamento nell’alleanza atlantica: Polonia, Ungheria e Repubblica Ceca, gli stessi giudicati d’interesse vitale per l’industria degli armamenti Usa, soprattutto considerando lo smantellamento delle basi sovietiche e degli apparati ormai obsoleti. L’ingresso nella NATO si traduce anche con l’istituzione dell’economia americana nei vari paesi dell’Europa centrale ed orientale, è successo durante il conflitto in Bosnia e in Kosovo e nei tre paesi baltici resosi indipendenti. Dal 1991 molti americani d’origini lituane, lettoni o estoni, sono “rientrati a casa” ed alcuni di loro hanno rapidamente assunto posizioni decisive nelle sedi amministrative o nelle forze armate. Diritto all’autodifesa ed alleanze "Benché gli Stati Uniti siano pronti a fare tutti i loro sforzi per ottenere il sostegno della Comunità internazionale, non esiteremo ad agire soli, se necessario, per esercitare il nostro diritto all'autodifesa, agendo a titolo preventivo contro i terroristi”. Con George W. Bush, dopo l’11 settembre 2001, le eclatanti frenesie dell’America, sembrano vogliano attestarsi senza alcun ricorso “alla guerra psicologica” o tanto meno alle politiche “virtuali”. La guerra si applica, tout court. Il bilateralismo (Usa - Gran Bretagna) supplisce la pluralità nelle relazioni con gli alleati europei e ciò rappresenta un’occasione per ratificare un nuovo ingresso dei paesi dell’est nel Patto Atlantico. Nel novembre del 2002, infatti, la Romania e la Bulgaria, in occasione del vertice di Praga, firmano accordi per il contributo militare agli Stati Uniti, intanto che aspettano d’essere accolti nell’UE. Ogni paese dell’est europeo coltiva il sogno di servire l’America, militarmente ed economicamente, questa è l’eredità acquisita dai vecchi schemi oleografici delle dittature comuniste. I paesi dell’est si schierarono tutti con Washington, prima ancora dello scoppio della guerra in Iraq. Così accade, per esempio, che il 30 gennaio 2003, in pieno “braccio di ferro” tra Usa e Francia, ben otto paesi europei, fra cui Polonia, Repubblica Ceca ed Ungheria, rendono pubblico un documento congiunto in cui si dichiararono, senza “se” e senza “ma”, del tutto allineati con le posizioni di Washington. Altrettanto fanno Lettonia, Lituania, Estonia, Slovacchia, Slovenia, Bulgaria, Romania, Albania, Croazia e Macedonia. Tutti vogliono candidarsi alla NATO! Thomas Schreiber racconta di un lobbysta americano (e consulente del Pentagono), Bruce Jackson, che è stato l’ideatore di quest’escamotage d’immagine e di proselitismo e cita la dichiarazione del primo ministro ungherese Peter Medgyessy, che, interpellato per quella sottoscrizione, risponde: "Se non avessi firmato questa famosa lettera, mi avrebbero rimproverato di rifiutare la solidarietà transatlantica.”. “In altre parole, questa lettera era una trappola? " gli chiede il giornalista. Risposta: "Esattamente”. Vogliamo anche mettere che la Polonia, per svecchiare la sua flotta aerea, compra gli F16 americani invece che dei moderni, efficienti aeroplani europei? A differenza degli altri paesi “sollecitati” dagli Stati Uniti, la Polonia invia prontamente migliaia di soldati polacchi per l’Iraq; come afferma Schreiber, una bella rivincita per una nazione da sempre “occupata” che fa la parte di “occupante”… Una“freeway”nei Balcani In conclusione la guerra è pur sempre un buon affare, una faccenda non esclusivamente americana. Ciascuno di questi paesi spera d’avere la sua fetta di torta, nella ricostruzione dell’Iraq, come nel trasferimento all’Est delle basi NATO situate in Germania. Nella primavera del 2003 non è stato forse un buon affare l’affitto delle basi militari in Romania e Bulgaria, con un giro di decine di milioni di dollari? Per non parlare della garanzia di lavoro e prosperità laddove s’impiantino ragguardevoli gruppi di soldati americani con le loro famiglie. Gli Stati Uniti intendono approssimarsi alle aree di crisi mediorientali ed asiatiche, ma intuiscono poli produttivi anche nel Caucaso, a cominciare dalla Georgia, com’è stato confermato da Colin Powell. Il punto di vista russo? Serguei Ivanov, ministro della difesa, appare appena contrariato. Una certezza: il via vai in Europa centrale ed orientale di personalità civili e militari che decantano i vantaggi delle relazioni con il Patto Atlantico, con il governo degli Stati Uniti e milioni di dollari che piovono sui “nuovi alleati” decisi a rimodernare i loro eserciti, a condizione di comprare le attrezzature fabbricate in Usa; senza dimenticare le sollecite premure dall’amministrazione Bush alle imprese americane per la costruzione d’autostrade strategiche nel cuore dei Balcani. Come tutti i missionari, anche gli americani non hanno vita facile. Gli esiti disastrosi della campagna irachena hanno palesato l’inganno al mondo intero, fino a giungere proprio lì, nel cuore del loro sistema. I contingenti europei sono costantemente sotto gli attacchi della resistenza irachena, la favola “sulle armi di distruzione di massa” non la raccontano più neanche ai bambini e l’attendibilità di un simile, enorme apparato bellico, comincia a sgretolarsi agli occhi dell’opinione pubblica. I repubblicani si sono rallegrati per la partecipazione dei serbi alle operazioni belliche, a tal punto che il sottosegretario di stato americano, Cathleen Stevens, già pensa di “riformare” l’esercito serbo, ma non dimentichiamoci l’attentato di Madrid e le perplessità intorno al dopoguerra iracheno. Gli europei riflettono sul ruolo dell’Europa, per il futuro dell’Europa e gli Stati Uniti, da alleati ed amici, potrebbero rivelarsi anche nostri avversari. Liliana Adamo l.adamo@reporterassociati.org

Il candidato Kerry si presenta all’America Cruciale il discorso di giovedì alla convention per farsi conoscere da milioni di concittadini dal nostro inviato ANNA GUAITA BOSTON C’è chi le descrive come sagre un po’ kitch, chi si lamenta che non abbiano più il valore politico e democratico che avevano una volta, chi sostiene senz’altro che sono diventate «un lungo spot pubblicitario». Ma in fondo, nessuno vorrebbe farne a meno. Una volta ogni quattro anni, i partiti americani tengono le loro convention, immensi congressi destinati a incoronare ufficialmente il candidato che correrà per le presidenziali pochi mesi più tardi, ma anche occasioni di incontro e confronto durante le quali si discute, si preparano piattaforme, si creano alleanze, si lanciano carriere. I repubblicani terranno la loro convention a New York, a fine agosto. Da oggi, i democratici inaugurano la loro a Boston, capitale del Massachusetts, città dagli illustri trascorsi democratici e liberal. E’ una maratona che dura quattro giorni, ricca di appuntamenti, facce famose e argomenti caldi. Eccone uno spaccato: I candidati - John Kerry, senatore del Massachusetts, 60 anni, sposato alla miliardaria Teresa Heinz, riceverà l’incoronazione giovedì sera. Al suo fianco il candidato alla vicepresidenza John Edwards, 52 anni, senatore della Carolina del nord, sposato a Elizabeth Anania, avvocatessa. I due stanno avvicinandosi a Boston, fermandosi per una serie di comizi negli Stati più “combattuti”. Da vari giorni Kerry sta scrivendo di proprio pugno il discorso di accettazione, su un blocco d’appunti. Si prevede che sarà un discorso dai toni tolleranti e persuasivi. È cosa nota che il senatore tende ad avere un eloquio solenne, che lo fa apparire noioso e alle volte presuntuoso. È altrettanto risaputo che il discorso di giovedì sarà importantissimo per lui: milioni di americani non lo conoscono e si metteranno davanti alle televisioni per capire che tipo è. Se apparirà noioso non sarà troppo grave, ma se sembrerà presuntuoso potrebbe essere una catastrofe. I vip del partito - Kerry vuole che il partito rimanga unito come è stato nella prima parte della campagna, e per questo ha imposto che anche gli altri candidati, da lui sconfitti nel corso delle primarie, abbiano posti d’onore, nella fascia di massimo ascolto, la sera alle venti. Così oltre ai soliti vip - Bill Clinton e Al Gore, Jimmy Carter e Ted Kennedy - rivedremo tra gli altri anche Howard Dean, il governatore che all’inizio della campagna aveva infiammato i cuori dei giovani, e dimostrato che nel Paese esisteva una forte a opposizione a George Bush desiderosa di far sentire la propria voce. I delegati - A ratificare la nomination di Kerry saranno i delegati eletti nel corso delle primarie, in inverno. Dei 4.533 presenti, metà sono uomini e metà donne. Essi rappresentano uno spaccato multirazziale e socialmente vario del Paese, a confermare che il partito democratico conserva il suo carattere di “grande tenda”. I delegati rappresentano 50 Stati, oltre ai possedimenti di Portorico, Samoa, Guam, le Isole Vergini, e il Distretto di Columbia . La piattaforma - Il titolo della piattaforma che verrà rivelata domani, e posta ai voti in serata, è significativo: “Forti all’interno, rispettati nel Mondo”. Secondo le anticipazioni, vi si leggono proposte per combattere il terrorismo, ma anche per rendere più sicura la società americana con garanzie sociali e economiche. Ci sono molte proposte per la protezione dell’ambiente, e per il dialogo internazionale. La piattaforma è stata stilata da 186 delegati, scelti fra quelli eletti nelle primarie. Le contestazioni - Ieri mattina, quattro camion ricoperti di fotografie di feti abortiti hanno percorso a passo di lumaca Memorial Drive, il viale che costeggia il fiume Charles. Erano lontani dal Fleet Center, il palazzetto dello sport dove oggi si inaugura la Convention . Ma non importava. In questi giorni, chiunque abbia un tema politico, sociale o morale a cuore, cerca di confluire qui, e dire la sua. Poche ore dopo la sfilata dei camion antiabortisti è stata la volta di Falun Gong, la setta perseguitata dal governo cinese: a Copley Square, circa 500 seguaci della setta hanno tenuto una manifestazione silenziosa. Nel pomeriggio c’è stato anche qualche disordine, quando un gruppo di anti-gay ha disturbato una sfilata di pacifisti: spintoni, ma nessun ferito. Chi vorrà manifestare vicino a Fleet Center dovrà da oggi accontentarsi di essere rinchiuso in una zona contenuta da filo spinato, una “gabbia” che molti hanno paragonato alle prigioni di Guantanamo. Le feste - Le convention democratiche sono famose per le feste e per il glamour degli invitati. Una piccola fetta di Hollywood è arrivata in città per partecipare alle serate offerte dalla famiglia Kennedy, dai miliardari Gerald ed Elaine Schuster, dalla casa editrice Time-Warner, dall’Associazione dell’industria discografica. A fare la spola di party in party ci saranno in città i cantanti Little Richard, Bono, Jon Bon Jovi, Carole King, gli attori Meg Ryan, Ben Affleck, Alec e Billy Baldwin, Danny Glover, Ed Harris, Sarah Jessica Parker e Jeanine Garofalo. I media - A differenza che nel passato, i principali networks copriranno i lavori della Convention solo con un’ora di diretta la sera. I canali di notizie via cavo come Cnn , Msnbc e Fox programmano invece coperture quasi ininterrotte. Ma c’è una grande novità: per la prima volta, tra i 15 mila giornalisti accreditati ci sono anche autori di blog , i siti Internet destinati allo scambio di opinioni. Non è un caso che la rinascita del partito sia cominciata lo scorso autunno proprio via internet, grazie al movimento di base cresciuto intorno a Howard Dean.www.tamles.net


luglio 26 2004

La militanza è finita, spazio al volontario Il Novecento è finito. Ma buona parte della classe politica italiana non se n’è accorta. E continua a interpretare la società con categorie e linguaggi del secolo scorso. Oggi la crisi del berlusconismo richiama il centrosinistra a nuove responsabilità. E al coraggio di confrontarsi con la nuova composizione sociale. Aldo Bonomi ne parla con Marco Revelli, docente di Scienza della politica, autore del saggio “La politica perduta”. Che spiega perché il tempo della centralità della politica è finito. Così come la figura del militante. E gli contrappone quella del volontario... ALDO BONOMI. Credo che il contributo di Marco Revelli sui processi della grande transizione di secolo, la fine del Novecento e l’inizio del nuovo secolo, sia stato estremamente innovativo. In questi anni abbiamo ragionato insieme sul passaggio epocale dal fordismo al post-fordismo (inteso anche come entrata nell’era della globalizzazione), sul depotenziarsi della categoria di classe e sull’emergere della moltitudine. Abbiamo calato il nostro ragionamento nella parte del paese dove emerge con più forza il discorso ipermoderno, la questione settentrionale, che oggi ci porta a ragionare sui fenomeni del leghismo e del berlusconismo e sulla loro crisi. Voglio ricordare i tuoi ultimi due libri, Oltre il Novecento e La politica perduta (Einaudi), che ritengo fondamentali per capire il passaggio d’epoca, libri che dovrebbero diventare i romanzi di formazione per le nuove generazioni. Tu chiudevi Oltre il Novecento mettendo in discussione la figura del militante: lo sottoponevi a una critica anche molto amara, e gli contrapponevi la figura del volontario. Scrivevi che la dimensione della militanza politica, che sta tutta dentro gli splendori e le tragedie del Novecento, deve ormai lasciare posto alla figura del volontario che ricrea legame sociale. Nell’ultimo libro, poi, La politica perduta, ti sei spinto oltre dicendo che i problemi non si risolvono con la centralità della politica, ma bisogna tornare a una visione pre-politica, addirittura antropologica del soggetto. MARCO REVELLI. Negli ultimi dieci-quindici anni noi abbiamo lavorato in modo particolare sulle fratture temporali, le cesure, le discontinuità. In primo luogo sulla discontinuità tra fordismo e post-fordismo intesa come la fine di un paradigma socio-economico, della società strutturata sul conflitto capitale-lavoro. Oggi queste categorie sono diventate senso comune. Però non si tratta dell’unica discontinuità. Il Novecento è davvero finito, ed è finito anche dal punto di vista politico, sebbene non tutti se ne siano resi conto e la classe politica tenda a replicarlo con una coazione a ripetere patologica, come tanti fantasmi. Il Novecento è stata l’epoca della politica come luogo della trasformazione del mondo attraverso la leva della forza e della potenza. Questo è stato il paradigma politico della modernità, certo non solo novecentesco, ma che nel Novecento ha raggiunto il suo apice e il punto massimo della sua crisi. Chi era il militante? Era l’uomo della macchina-partito, della trasformazione radicale del mondo, il tecnico della fabbrica che produceva la storia, colui che si illudeva di produrre la trasformazione sociale attraverso gli strumenti della tecnica, dell’organizzazione e della potenza utilizzando quella straordinaria protesi che era il partito di massa. Si pensava fosse quello il punto archimedico su cui appoggiare la leva per sollevare e trasformare il mondo. La generazione plasmata da quel modello è stata travolta. Oggi noi possiamo misurare tutta la grandezza e insieme la tragedia del militante, non solo dei movimenti rivoluzionari ma anche dei partiti riformisti, e si avverte l’esigenza di una figura nuova, con la stessa carica ideale del militante ma che sappia rovesciarne i termini: se il militante usava i mezzi che il mondo gli metteva a disposizione oggi per produrre una trasformazione domani, il volontario è colui che usa i mezzi di domani per produrre una trasformazione oggi, qui e ora. Il volontario rappresenta il rovesciamento simmetrico del militante, che era frutto dell’esperienza bellica anche nella radice del nome: una figura che indossava un’uniforme e aveva una bandiera per cui combattere. Il volontario, invece, è colui che non ha bandiere né uniformi, e pratica comportamenti non violenti: cambia il mondo con il suo solo “fare” virtuoso quotidiano. B. Magari passando anche un po’ per eretici, noi abbiamo applicato il discorso sull’esaurimento del linguaggio della politica a due fenomenologie sociali che venivano avanti: il leghismo e il berlusconismo. Ricordo che – anche rischiando di ricevere l’epiteto di “leghisti di sinistra” – abbiamo iniziato a dire che queste fenomenologie quotate al mercato della politica rappresentavano fenomeni della modernità, non ritorni al passato. Il leghismo come recupero del militante non più a livello di classe ma della dimensione del territorio e dell’identità. Il berlusconismo come trasformazione della politica nel marketing (che non significa che Berlusconi ha vinto grazie alle sue televisioni): il chiunque come modello per la moltitudine, il “fate tutti come me”, il “crescete, moltiplicatevi e arricchitevi”. Abbiamo anche detto che le categorie ereditate dalla socialdemocrazia per interpretare questi processi erano insufficienti ad accompagnare il cambiamento. R. Sono d’accordo. Proprio perché attenti al tema della discontinuità credo che siamo riusciti (tu in particolare) a cogliere in anticipo gli elementi di rottura e di novità che le trasformazioni del sistema politico italiano, in particolare leghismo e berlusconismo, rappresentavano come le prime forme post-novecentesche nella composizione sociale. Tutte le culture del Novecento sono state colpite dalla trasformazione, nessuna riesce a transitare intatta oltre la fine del secolo, comprese la cultura liberal-socialista o quella socialdemocratica. Non solo i radicalismi ma anche i moderatismi sono colpiti al cuore dalle trasformazioni indotte dalla globalizzazione, dal capitalismo che diventa molecolare, dalla rottura del grandi contenitori sociali, dall’emergere di identità di luogo e di territorio. La revisione dev’essere radicale e iniziare dall’analisi della trasformazione italiana. Il berlusconismo ha rappresentato certamente una delle forme della società della moltitudine: la rottura di tutti i legami sociali tipici del Novecento, il “noi” trasformato in tanti “io”, in atomi isolati e competitivi, predatori o disperati. Il berlusconismo è il prodotto della polverizzazione della società, un’ideologia della moltitudine legata al mito di un arricchimento personale, disponibile per chiunque, accessibile a chiunque, giocato al di fuori dei circuiti tradizionali della produzione attraverso l’invenzione di nuove forme di autoimprenditorialità (tu lo chiameresti capitalismo personale) con tutti i vantaggi e nessun costo. Nel messaggio di Berlusconi, dell’imprenditore come figura universale cui conformare tutti, non si presentavano i rischi, ma solo gli aspetti positivi, l’arricchimento incondizionato non bilanciato da un impegno etico. “Ricco è bello” in sé. Un sistema di valori che si è perfino comunicato a sinistra. L’esibizione della barca di D’Alema rappresentava un modo di riconoscere la validità di quell’ideologia anche da parte dei suoi avversari. Era la prova del carattere egemone di quell’ideologia. B. Il nostro problema oggi è continuare a cercare per continuare a capire. Ricordo che tu hai cominciato a ricostruire la frammentazione sociale partendo dall’analisi partecipata, anzi direi convissuta, della tragedia di un campo rom a Torino. Il libro si chiamava Fuori luogo e raccontava i migranti come figure interroganti. Io ho continuato a scavare dentro il capitalismo molecolare arrivando al capitalismo personale, con il capitale che entra nel soggetto fino a lacerarlo. A fronte di questo la sinistra ha continuato a riproporre i suoi modelli e le sue figure. A Torino tu hai seguito la vicenda finale dell’operaio- massa dentro la fabbrica fordista e sei stato un teorico molto ascoltato dalla sinistra più radicale che si è posta il problema del destino di queste figure. Ma in generale la sinistra ha insegnato che la soluzione era nella protezione del vecchio modello del lavoro normato e salariato, un modello che non tiene più nella dimensione della moltitudine, di cui il campo rom e il capitalismo personale rappresentano le due esasperazioni sociologiche. E non è un caso che il leghismo scavi dentro la dimensione dell’immigrazione come imprenditore del razzismo e il berlusconismo dentro lo spaesamento antropologico del capitalismo personale. R. Ho l’impressione che mentre il centrodestra si immergeva senza mediazioni nel corpo informe della moltitudine, interpretandone anche gli aspetti più volgari, la sinistra fuggiva in alto, evaporava, identificandosi con l’astrattezza della norma e delle regole. Da questo credo sia discesa la sua sconfitta sociale. La sinistra si è identificata col sistema delle regole, con Maastricht, con il codice penale, con le regole del fisco. E ha pagato un prezzo altissimo. Il senso di impotenza che prende ancora oggi la sinistra, questo essere fuori dal focus della trasformazione sociale, deriva dal non avere ancora riconosciuto e accettato la profondità della trasformazione e non aver scelto dove socialmente stare. Oggi è chiamata a reinventarsi un modo virtuoso per stare dentro la moltitudine della nuova società italiana. Mi chiedo: se la destra mette a valore l’atomizzazione e le solitudine, che producono l’uomo televisivo, perché la sinistra non può stare dentro questa società per ricomporne il tessuto sociale, ristabilire le relazioni, ricostituire su basi nuove quello che il Novecento teneva artificialmente insieme? Perché non ricominciare a lavorare sul territorio per ricomporre i rapporti? Solo allora, forse, ci avvicineremo a quel modello di società giusta che nel Novecento si pensava di ottenere con la potenza del militante e che oggi si può ottenere con i comportamenti del volontario. B. È giusto chiudere questo dialogo con un segnale di speranza indicando una possibile via di uscita. Il tema che abbiamo affrontato ha trovato eco in questi giorni sul Corriere della Sera, nel dibattito aperto dal mio maestro Giuseppe De Rita con le domande al segretario dei Ds, Piero Fassino. De Rita ha scritto: non capisco a quale composizione sociale i Ds facciano riferimento? Mi chiedo con chi volete dialogare? Io credo che la via d’uscita sia ricominciare a lavorare dentro l’arcipelago sociale senza immaginare che la composizione sociale debba essere a immagine e somiglianza della propria ideologia. Oggi il dibattito nel centrosinistra è pura ingegneria politologica (partito unico o federazione), guarda alla punta “alta” della politica, la ricerca della leadership, esprime quello che tu chiami il “berlusconismo senza Berlusconi”. Forse vale la pena di tornare al territorio, ricominciare a produrre legame nella società del frammento. Indico alcune rotte: le nuove figure dei lavori, che sono completamente cambiati, dove emerge la creazione di nuove reti e l’esigenza di un nuovo mutualismo; le figure dei migranti, una moltitudine dentro la globalizzazione che ci interroga sull’incontro di culture e valori; il bisogno irrinunciabile di relazione e di comunità. Non si può più lavorare sul capitale, ma sulla produzione di capitale sociale, che è quello che fa di ogni monade un soggetto sociale e aumenta la sua capacità di entrare in relazione con gli altri. La redistribuzione del capitale sociale oggi è la grande questione aperta della sinistra. R. Sono d’accordo. Il mio terrore è che nel centrosinistra prevalga la fissazione che tu evocavi prima: realizzare una sorta di “berlusconismo senza Berlusconi”. Non riesco a capire bene cosa ci sia dietro le operazioni in corso nel centrosinistra. Mi risulta ostico il linguaggio che viene usato dalla leadership del centrosinistra (così come, d’altra parte, quello del dibattito nella “sinistra radicale”). Io ho molto rispetto per i professionisti della politica. Mi sento però in imbarazzo quando cominciano a usare un linguaggio di ceto, separato, in codice, che non lascia trasparire nessuna traccia di progetto sociale: perché questo significa o che il progetto sociale non c’è, oppure che c’è ma è inconfessabile. Un mio dubbio è che tra le ipotesi possibili ci sia quella di imitare l’antropologia berlusconiana per farsene portavoce oltre la caduta di Berlusconi, inseguire quello zoccolo duro che fu affascinato dalla promessa di un costante e crescente incremento di reddito e di ricchezza in una società invece segnata dal limite. Ereditare il mito che “ricco è bello” e sostituisce tutto il resto. Ho il sospetto che dietro l’idea dello sfondamento al centro ci sia quest’arrière pensée. Non mi nascondo, d’altra parte, nemmeno il rischio di un “Berlusconi senza berlusconismo”, un Berlusconi che non può perdere il potere e, smarrito il suo blocco sociale, è disponibile a qualsiasi colpo di mano pur di mantenersi al potere. Conoscendo l’uomo non escluderei anche una forzatura istituzionale. B. Il sogno della presidenza della Repubblica... R. Certo. L’alternativa per la sinistra è la capacità di reimmergersi nella realtà sociale, dove i linguaggi criptici non funzionano ma si gioca la relazione a livello del territorio. È sufficiente confrontare la differenza di risultati tra voto europeo e voto amministrativo per capire che la sinistra vince su quella dimensione. Quello è il luogo da cui ripartire. B. Occorre ripartire dalla figura del volontario, non come soggetto ma come costruttore di reti dentro la prossimità del territorio. Da qui collegarsi con i tanti sindaci per ragionare con loro di welfare community e con i presidenti delle province discutere delle reti sociali e funzionali delle aree vaste dove si disegnano le geocomunità. La sfida è legare questo discorso alla dimensione dei tanti capitalisti personali, ragionando dei grandi flussi della globalizzazione che impattano sulla dimensione locale e la stravolgono. Occorre ripensare la politica come categoria che sta in mezzo, tra i luoghi e i flussi della grande transizione. (a cura di Giovanni Cocconi) europaquotidiano.it

Per non parlare del premier di Pasquale Cascella da l'Unità - 26 luglio 2004 Strano. Quantomeno paradossale che uno stimolo sulla prospettiva dell'operazione politica avviata con la lista unitaria dell'Ulivo, raccolto e approfondito da parte dei soggetti a cui era indirizzato, si tramuti di punto in bianco in una invettiva come quella firmata ieri dal direttore del Corriere della Sera dal titolo: "L'orologio fermo del centrosinistra". Quel che stupisce è che toni e contenuti della reprimenda prescindano non solo, o non tanto, dallo squallido spettacolo che sulla scena politica sta offrendo lo schieramento politico avverso e, allo stato, formalmente maggioritario, ma dalla stessa interessante discussione che il quotidiano milanese di via Solferino ha l'indubbio merito di aver aperto, sul blocco sociale di riferimento dei Ds e, in senso più lato, del centrosinistra, a partire da una acuta analisi di Giuseppe De Rita. Ha risposto per primo Piero Fassino, a cui con onestà intellettuale il sociologo De Rita aveva riconosciuto in partenza di "aver visto giusto". Hanno interloquito i politologi Gianfranco Pasquino e Augusto Barbera, l'economista Nicola Rossi e, soprattutto, personalità politiche che, come Giorgio Ruffolo e Giuliano Amato si sono personalmente misurati con l'esigenza di un programma che leghi le forze rappresentative del centrosinistra alla struttura sociale che possa renderla vincente alla prossima occasione. Nessuno, insomma, si è sottratto alla critica di De Rita, anzi ci hanno aggiunto del proprio, tanto sul divario tra i vecchi e i nuovi riferimenti sociali, quanto sulla discrepanza tra il carattere verticistico delle intese con cui le diverse forze politiche cercano di compattare l'alleanza di centrosinistra e la natura della maggioranza sociale che insieme debbono compiutamente rappresentare per vincere e tornare al governo del paese. Presto, probabilmente, prima della scadenza ordinaria della legislatura, a giudicare dallo stato comatoso dei rapporti nello schieramento avverso, che pure soltanto nel 2001 ha ottenuto dagli elettori una maggioranza straripante di deputati e di senatori. In appena tre anni quel blocco sociale in fieri si è clamorosamente sfarinato, e il centrodestra stenta a riconoscersi persino come alleanza elettorale. Tanta regressione non è affatto consolatoria per un centrosinistra che non voglia limitarsi a un fronte antiberlusconiano, men che meno per chi crede nel bipolarismo, e quindi nella democrazia dell'alternanza, come sbocco naturale della lunga transizione italiana. Se la crisi non si ferma sulla soglia del berlusconismo, che da dieci anni segna l'anomalia del centrodestra, ma ormai investe l'identità e la stessa struttura di questo schieramento, squilibrando e rendendo precario l'intero sistema bipolare, non ha davvero senso immaginare la competizione prossima ventura come la meccanica riproposizione di quelle di dieci, di otto o soltanto di tre anni fa. Del resto, nessuna delle tre prove elettorali politiche è stata uguale l'una all'altra: le lancette dell'orologio si sono mosse, avanti e indietro, segnando potenzialità e limiti, regole e anomalie, vittorie e sconfitte, per tutti. E gli elettori, a voler essere onesti, hanno dimostrato una maturità, nel concreto esercizio elettorale della democrazia bipolare, ben più salda dei soggetti politici che la interpretano e la esercitano. Non c'è da scandalizzarsi, dunque, che - come Stefano Folli rileva - "molti dubitano che sia cominciata la marcia trionfale dell'esercito prodiano verso Palazzo Chigi". La questione, piuttosto, è se sia di quantità del malessere da raccogliere o di qualità del progetto politico con cui misurarsi con le attese sociali deluse o in attesa. Il sociologo De Rita ha posto il problema della qualità. Il collega Folli lo fa regredire alla quantità, o meglio misura il divario con il dato numerico di "quel 31 per cento non esaltante raccolto dalla lista Lista Prodi alle elezioni europee", per sentenziare che "non si può immaginare che il ritorno di Romano Prodi sulla scena si limiti a un giro d'Italia all'insegna della buona propaganda, quasi che il pullman fosse in garage con il motore acceso dieci anni dopo". Si potrebbe convenire, se fosse solo questione contabile, e pure sul piano dell'immagine effettivamente stantia della comparazione di leadership speculari. Il caso ha voluto che al direttore del "Corriere" rispondesse in anticipo lo stesso Prodi, l'altro giorno alle assise dei Verdi che hanno colto l'occasione per affidargli l'investitura alla leadership per l'alternativa prossima ventura. L'interessato non si è tirato indietro, ma ha connotato quella leadership di un significato plurale: "Nessuno - ha detto - ha il monopolio della coalizione". Un messaggio strategicamente diverso da quello su cui si sta impuntando e impantando l'ormai storico antagonista Berlusconi, oltre che politicamente avvertito della qualità nuova del compito da affrontare. E, guarda caso, in sintonia con quello che già Fassino e Amato hanno consegnato proprio al giornale di Folli, sulla necessità di dare "corpo e vita" a un programma che riesca a ricomporre in un nuovo blocco sociale, questo sì autenticamente maggioritario, tanto i referenti sociali storici delle forze del centrosinistra quanto la parte più moderna e democratica disillusa dal centrodestra. Perché, allora, ignorare tante evidenti affinità e addirittura usare strumentalmente gli uni contro l'altro, come ha fatto ieri il "Corriere"? Tanto più che un processo così impegnativo può marciare sulle gambe della politica più che sulle ruote di un pullman. Né parte da zero. Proprio quella bistrattata lista unitaria per le europee, proposta da Prodi e con cui è identificato, ha segnato la discriminante tra il cartello elettorale di vecchio stampo e la costruzione di un soggetto politico riformista che funga da perno dell'alleanza di governo, assicurando così l'equilibrio con le spinte più radicali e radicali che Folli teme essere esiziali come nel '98. Non avrà centrato, la lista unitaria, l'obbiettivo della somma dei voti precedenti delle sue singole componenti, non sarà automaticamente la via regolamentare alla Federazione a garantirne la proiezione unitaria comune nelle prossime prove elettorali, ma l'intuizione politica di un soggetto politico maggioritario offre al fragile bipolarismo italiano un riferimento sicuro, tanto più forte se l'orgoglio delle diverse identità riformiste (di sinistra, socialista, laica e cattolica) saprà farsi riconoscere da un blocco sociale moderno e partecipe, a differenza di quello in via di sgretolamento del centrodestra, anzi propedeutico a una ricomposizione dell'altro polo. Nel segno della normalità della dialettica bipolare, né più né meno che come in tutte le democrazie europee in cui l'alternanza è prassi consolidata. A cominciare da quella inglese che pure Folli chiama ad esempio di "seduzione" per un centrodestra che voglia colmare il vuoto del centrodestra, trascurando il piccolo particolare che l'attuale condizione di logoramento di Tony Blair non riguarda tanto l'immagine quanto un modello politico e sociale che stenta a tenere il passo con l'innovazione degli albori. Per quanto ambizioso possa sembrare, si può osare ben di più: chiedere il meglio dalla capacità progettuale del riformismo, italiano ed europeo, e operare perché la prospettiva incombente delle elezioni anticipate segni compiutamente lo sbocco della democrazia dell'alternanza.

L'Udc verso la rottura: duello a distanza tra Follini e Giovanardi REDAZIONE Marco Follini e Carlo Giovanardi sono diventati l'emblema della spaccatura interna all'Udc. Con due interviste, rispettivamente al Corriere delle Sera e a La Repubblica, i due centristi hanno infatti espresso idee molto diverse sul futuro del loro partito, della coalizione di centrodestra e del Governo. Follini ha criticato aspramente il presidente del Consiglio ed ha ribadito la decisione di mantenere ad ogni costo gli emendamenti sulle riforme Istituzionali, in particolare sulla devolution. "Credo che sia finita la monarchia berlusconiana e si debba andare ad un'alleanza più pluralista - ha affermato senza peli sulla lingua - il federalismo ci va bene, ma a patto che sia solidale ed equilibrato: migliorarlo non vuol dire sabotarlo". Il segretario, che ha addirittura messo in discussione la candidatura di Berlusconi a leader della Casa delle Libertà per le elezioni del 2006, ha inoltre rivendicato la sua leadership nel partito, minacciando peraltro le dimissioni se non verrà seguita la sua linea: "Se si vuole un partito autonomo, orgoglioso e qualche volta anche combattivo, allora posso essere il segretario giusto, se invece se ne vuole uno col cappello in mano, meglio sceglierne un altro". Toni completamente diversi sono stati usati da Carlo Giovanardi, che ha invece elogiato le ultime mosse della Casa delle Libertà. Per il ministro per i Rapporti con il Parlamento, Berlusconi ha recentemente dato "disco verde" alle richieste dei centristi e, grazie al supporto del neo ministro dell'Economia Domenico Siniscalco, "è passato dalle parole ai fatti". "Lo ha fatto costruendo un Dpef collegialmente, proponendo di spalmare su due anni il taglio delle tasse - ha spiegato - e c'è disponibilità sulle politiche familiari, si sta riflettendo sul proporzionale". L'ex democristiano non ha inoltre escluso la possibilità che l'Udc possa ritirare gli emendamenti sgraditi agli alleati. "Ci hanno dato tantissime cose - ha affermato riferendosi soprattutto alla recente nomina di Buttiglione a Commissario europeo - è giusto adesso sentire le loro ragioni". Insomma, per la compagine centrista lo spettro della scissione (tra Ccd e Cdu) è sempre più vicino. Giovanardi sospetta persino che una parte del suo partito stia lavorando con l'intento di provocare una spaccatura. "Temo che possa esserci qualcuno in malafede che vuole uscire dalla Casa delle libertà per altre avventure: andare da un'altra parte, creare un polo di centro - ha rivelato - se così fosse, ci sarebbe uno scontro durissimo nell'Udc". centomovimenti.com

Kerry: "Convincerò l'America con me sarà più forte e sicura" di ADAM NAGOURNEY John Kerry BOSTON - Il senatore John Kerry dice che nei prossimi tre mesi cercherà di persuadere l'elettorato che farebbe "un lavoro migliore di George Bush" per proteggere la nazione dal terrorismo, e ammette che il presidente attualmente è in vantaggio su di lui su questo tema di cruciale importanza. In un'intervista rilasciata venerdì scorso, nel corso della quale ha delineato il contesto della convention democratica che si apre oggi a Boston, Kerry ha ricordato la sua carriera militare e ha criticato la politica antiterroristica di Bush, dichiarando che intende sfidare il presidente proprio in quello che i sondaggi indicano essere il suo punto di forza. Kerry ha fatto presente che "occorre tempo" prima che uno sfidante si conquisti il consenso dell'opinione pubblica su un tema di simile portata, ma ha altresì aggiunto di "non esserne affatto preoccupato" e a riprova di ciò ha indicato una copia del rapporto della commissione d'inchiesta dell'11 settembre pubblicato martedì scorso e che si è portato con sé, promettendo che se sarà eletto farà in modo da rendere immediatamente operative e esecutive le raccomandazioni avanzate nel rapporto. "Più sicuri, più forti?" ha chiesto Kerry con un certo sarcasmo, alludendo ai successi vantati da Bush e mettendo in mostra il rapporto di 567 pagine. "Sono fiducioso di poter essere in grado nei prossimi mesi della campagna di dimostrare chiaramente all'America che io posso rendere questo paese più sicuro e più forte". Kerry si è a ogni modo detto deciso a tenere a freno, almeno nei quattro giorni della Convention, l'accanita foga anti-Bush del suo partito, che senza alcun dubbio sinora ha costituito un elemento forza trainante nei consensi. Kerry non vuole che la Convention si trasformi in una rassegna di attacchi al presidente, anzi punterà a ridimensionare gli attacchi a Bush da parte dei relatori alla Convention. Kerry vorrebbe che la propaganda contro Bush passasse in secondo piano nel corso della Convention: "Piuttosto - dice - voglio avere la possibilità di spiegare in maniera efficace per quale motivo mi candido alla presidenza e che cosa intendo fare da presidente". PUBBLICITA' E aggiunge: "Sulla sicurezza ritengo di poter fare meglio di George Bush. Posso combattere in modo più efficace la guerra contro il terrorismo. Posso rendere l'America più sicura e riportare gli alleati al nostro fianco. Sono sicuro che quanto più gli americani verranno a sapere come ho combattuto, vedranno come mi sono adoperato a combattere per la difesa della nazione, e consoceranno le scelte che ho fatto, tanto più nutriranno fiducia nella mia capacità di guidare questa nazione in tempi così difficili. Kerry ha fatto una pausa prima di soggiungere: "Io ho versato il mio sangue per il mio paese". "Se io fossi l'attuale presidente, o quello dei tempi recenti, nominerei immediatamente una persona alla Casa Bianca addetta ai collegamenti con il Congresso e con le agenzie d'intelligence, affinché fosse resa immediatamente esecutiva la gran parte delle raccomandazioni avanzate dalla commissione d'inchiesta sull'11 settembre. Non perderei neppure un momento per rendere l'America quanto più sicura possibile. Mi rincresce che queste stesse misure non siano state adottate nel corso degli anni appena trascorsi, cosa che sicuramente avrebbe reso gli Stati Uniti molto più sicuri". Rispondendo a una domanda, Kerry ha detto di non aver pensato alla possibilità che un attacco terroristico si verifichi nel corso della campagna per la presidenza: "Non ci ho pensato" - ha detto - "Non ho alcun controllo su una simile eventualità". Dapprima Kerry, bollando l'argomento come una pura ipotesi, ha rifiutato di dire se riterrebbe opportuno che la nazione si preparasse a procrastinare l'elezione in caso di attacco, cosa che di fatto è già avvenuta proprio l'11 settembre, data in cui erano fissate le primarie per l'elezione del sindaco della città di New York. Subito dopo però egli ha fatto presente che a Washington la scorsa settimana questa proposta è già stata presa in esame, e ha concluso dicendo che si opporrebbe fortemente a una simile decisione. "Non riesco a immaginare di poter lanciare al mondo un messaggio peggiore di questo, lasciando capire che questa, la più grande democrazia del mondo, potrebbe trovarsi ad essere intralciata da un'azione terroristica". Kerry ha quindi fatto riferimento a due recenti elezioni presidenziali, sostenendo di ritenersi in grado di persuadere gli elettori ad affidargli la loro sicurezza. "Quando John Kennedy batté Richard Nixon e quando Bill Clinton batté George Bush non erano alla pari, ma seppero conquistarsi la fiducia del popolo americano, convincendolo di poter assolvere a quell'incarico" ha detto Kerry riferendosi ai sondaggi che evidenziavano a quale dei candidati gli americani intendessero affidare la sicurezza della loro nazione. "E questo è precisamente quello che il popolo americano deve aspettarsi da me". Come hanno già stabilito in vista della Convention, i collaboratori di Kerry affermano che il compito più urgente del loro candidato non è tanto quello di addurre validi argomenti contro Bush, quanto piuttosto quello di sapersi vendere agli elettori che non lo conoscono o non nutrono simpatia per lui, superando la preoccupazione che hanno molti democratici, che temono che gli elettori hanno qualche problema a entusiasmarsi per il senatore del Massachusetts. "Non si tratterà di attaccare George Bush" conferma Terry McAuliffe, presidente nazionale dei democratici. "La gente conosce George Bush, ora vuole conoscere John Kerry", dice McAuliffe. Tuttavia Kerry liquida con un gesto impaziente della mano il sospetto che gli americani abbiano qualche problema nei confronti della sua personalità. "Penso che nella politica Americana si parli troppo in termini da psicologi da strapazzo. Io non ho alcun problema e ho molta fiducia nell'esito della mia campagna". "Ho in mente di presentare me stesso e la visione che ho per il mio paese, ma intendo farlo in modo alquanto personale". Al di là della sua biografia, gli altri democratici hanno detto che la Convention di Kerry è stata programmata come un tributo sfarzoso al patriottismo, nel contesto del quale verrà data particolare enfasi al servizio svolto da Kerry in Vietnam. "Vedrete più veterani, più patriottismo e ascolterete molti discorsi su come si protegge il nostro paese" ha rivelato un democratico di spicco che per rendere noti i dettagli della Convention ha insistito per rimanere anonimo. "Penserete quasi di essere a una Convention repubblicana" ha quindi chiosato. (Copyright New York Times -la Repubblica traduzione Anna Bissanti)

Fondazioni tartassate Chiara Saraceno È stato pubblicato sulla Gazzetta ufficiale il decreto legge che contiene la manovra correttiva di finanza pubblica. (1) Su queste pagine si è già ampiamente discusso del fatto che si tratta di una manovra fondata prevalentemente sulle una tantum sul piano dei tagli alle spese (vedi "Una manovra omeopatica"). Non va però sottovalutato l’impatto, alla lunga di tipo strutturale, dello stillicidio annuale di misure provvisorie di contenimento della spesa – spesso ex post o comunque ad anno inoltrato - con i suoi effetti sui bilanci delle varie amministrazioni, che non hanno così un quadro di riferimento certo. È chiaro che questo riduce le risorse disponibili per le varie politiche, specie a livello locale, e di fatto le risorse disponibili per servizi ai cittadini. Non è altrettanto certo che ciò porti a comportamenti virtuosi, a chiarezza nella identificazione delle priorità e a programmazioni sensate e non giorno per giorno. Al contrario, può provocare una corsa a spendere il più possibile nei primi mesi dell’anno, perché non si sa quello che avverrà dopo, e a competizioni poco virtuose su chi – settore, assessorato, ripartizione - riesce a spendere prima, lasciando eventualmente gli altri all’asciutto. Gli effetti sul welfare mix In ogni caso, le uniche misure di carattere esplicitamente strutturale della manovra riguardano le entrate. Tra queste, va segnalata l’eliminazione della riduzione del 50 per cento dell’aliquota di cui dal 1999 godevano le fondazioni bancarie in analogia a tutti gli enti non a fini di lucro: l’aliquota è stata portata ora, per le sole fondazioni, dal 16,5 per cento al 33 per cento. Gli effetti sul bilancio dello Stato saranno relativamente modesti, se si considera che l’insieme delle misure sulle entrate ammonta solo al 12 per cento del valore dell’intera manovra, secondo i calcoli dell’articolo citato. Ma gli effetti sul piano dell’operare delle fondazioni bancarie e soprattutto delle risorse disponibili per servizi e interventi di vario tipo possono essere consistenti, sommandosi a quelli derivanti dalla riduzione delle risorse pubbliche. Da una parte, infatti, lo Stato riduce le risorse di fonte pubblica, demandando l’integrazione di ciò che manca non solo ai singoli cittadini e alle famiglie, ma anche alla società civile. Dall’altro lato, riduce anche le sempre più necessarie risorse non pubbliche del welfare mix, pure auspicato. Si pensi solo al ruolo che le fondazioni bancarie hanno nel settore dei beni culturali e artistici, della ricerca scientifica, della assistenza - per parlare dei tre settori di maggior peso nella collaborazione con il settore pubblico, oltre che di intervento autonomo. Anche se il governo mantenesse la promessa di ridurre le tasse ai cittadini – cosa di cui molti dubitano e altri contestano l’opportunità negli attuali frangenti -, questi si troverebbero a dover pagare molto di più per beni e servizi, proprio per la riduzione delle risorse operata sul fronte pubblico e su quello del privato non profit, di cui le fondazioni bancarie sono una parte consistente specie dal punto di vista finanziario. È altamente probabile che i medesimi cittadini si troveranno anche a pagare di più i servizi bancari e assicurativi, come effetto della maggiorazione delle imposte a carico di questi istituti prevista dalla manovra. Normativa senza pace Ma c’è un altro aspetto della vicenda su cui varrebbe la pena di riflettere: la normativa sulle fondazioni bancarie continua a essere senza pace, rimessa in discussione pressoché ogni anno. Ciò introduce elementi non positivi di instabilità nell’operare delle fondazioni stesse. Ne lede anche l’autonomia statutaria e introduce confusioni sul loro statuto giuridico. Da un lato, infatti, le fondazioni bancarie sono riconosciute come enti privati non profit; e i loro settori di intervento sono regolati in modo fin troppo rigido e dettagliato. Questa caratteristica è anche riconosciuta e ribadita allorché si tratta di individuare la tipologia dei loro redditi (a differenza di quanto accade per le imprese commerciali, il loro reddito non è automaticamente assimilato a reddito di impresa). Dall’altro lato, esse vengono distinte dagli enti non profit rispetto al calcolo della aliquota, senza chiara giustificazione. Ciò per altro rischia di re-innescare un contenzioso che sembrava concluso. Già prima della norma del 1999 che aveva equiparato le fondazioni bancarie agli altri enti non profit dal punto di vista del trattamento fiscale (Dlgs n. 153/99, art. 12, 2° comma), le fondazioni bancarie avevano fatto ricorso in giudizio, vincendo in Cassazione la causa relativa al 1997, mentre sono ancora pendenti i giudizi per i ricorsi relativi ai due anni successivi. In altri termini, già una volta la Cassazione ha dato ragione alle fondazioni sul fatto che, se sono considerate enti non profit operanti nel settore della cultura, ricerca e assistenza hanno diritto alla aliquota ridotta. Ed è altamente probabile che questo stesso giudizio venga confermato anche per gli altri due ricorsi. Il decreto legislativo ora approvato non cancella – né potrebbe – la definizione di enti non profit, ma cancella appunto il beneficio fiscale che ne deriva. È dubbio che le fondazioni, forti delle sentenze loro favorevoli già pronunciate, accettino senza reagire questo ritorno indietro. (1) Il decreto legge n. 168 del 12 luglio 2004 è stato pubblicato sul Supplemento ordinario n. 122 della Gu n. 161 del 12 luglio 2004 lavoce.info

Finanza creativa, ovvero quando lo Stato vende con una mano e compra con l'altra di Giovanni Pozzi In senso tecnico, per “cartolarizzazione” si intende la cessione di immobili o di altre attività finanziarie ad una “società veicolo”, che provvede alla conversione di tali attività in titoli obbligazionari i cui proventi sono da subito a disposizione della società che ha ceduto l’attività. Con tale strumento finanziario sono stati cartolarizzati da principio i crediti dell’INPS, dell’INAIL e della SACE e successivamente, con il governo di centro-destra, gli incassi futuri del Lotto e del Super Enalotto. La grande novità del ministero dell’Economia è stata la cartolarizzazione degli immobili degli Enti Previdenziali, la più grande mai attuata in Europa da un soggetto pubblico e la prima in assoluto riguardante un patrimonio immobiliare. Quale “società veicolo” è stata istituita la SCIP (Società Cartolarizzazione Immobili Pubblici), che, acquisita la proprietà degli immobili con una semplice operazione di trasferimento nominale, ne ha poi trattato la vendita sul mercato. Si può dire fin da subito che tale cessione nominale di immobili alla SCIP poteva essere trattata – come, di fatto, è avvenuto – come un “disinvestimento”, cioè una minore spesa, dello Stato. E qui salta fuori il trucco contabile: cartolarizzare immobili pubblici più che si può per contribuire a mantenere il rapporto tra il deficit dello Stato e il pil al di sotto del 3% imposto annualmente dai vincoli comunitari. Come prima fase della sua azione la SCIP, per il tramite del sistema bancario - e operando per grossi lotti successivi, con la SCIP1, SCIP2, ecc … - emette obbligazioni che vende sul mercato, generalmente con tassi d’interesse seppur di poco superiori a quelli del debito pubblico italiano; il ricavato passa direttamente allo Stato come acconto, mentre il resto perverrà alle casse erariali quando il lotto d’immobili sarà venduto all’asta. La seconda fase vede intervenire i cosiddetti “advisors”, società private alle quali la SCIP affida la gestione della vendita all’asta del lotto d’immobili. E’ abbastanza evidente che, con questo modo di procedere, alcuni potentati economico-finanziari, anche d’Oltre Oceano, approfittando degli inevitabili ribassi d’asta, possono acquisire un patrimonio di stabili di tutto rispetto, fino al punto da consentire loro perfino il controllo pressoché totale del mercato immobiliare italiano. C’è da dire, però, che il ricorso alle cartolarizzazioni non ha portato sinora agli esiti preventivati: con la SCIP1, del valore di 3,83 miliardi di Euro, lo Stato ne ha incassati finora circa 2,3; con la SCIP2, lo Stato ha raccolto 6,62 miliardi di Euro su i 7,79 preventivati. Ma per chi è andata bene, allora, con le cartolarizzazioni degli immobili pubblici? Sicuramente per il sistema bancario che ha incassato le provvigioni per la vendita sul mercato delle obbligazioni SCIP e per gli “advisors” che hanno riscosso le parcelle per le vendite all’asta del blocchi immobiliari; benissimo anche per quei potentati economico-finanziari che sono riusciti ad aggiudicarsi gli immobili dopo cospicui ribassi d’asta. E chi ne ha ricavato, invece, un danno? Evidentemente gli inquilini che non hanno potuto accollarsi l’onere di un mutuo per l’acquisto della casa che abitavano; e che, obbligati a sloggiare, si sono trovati di fronte ad un mercato degli affitti schizzato verso l’alto. La vera ragione del ricorso allo strumento finanziario delle cartolarizzazioni degli immobili pubblici è collegata, infine, esclusivamente ai vincoli cui è soggetto il bilancio dello Stato: di natura esterna (derivanti, cioè, dal cosiddetto Patto di stabilità e crescita) e di natura prettamente politica (connessi alle difficoltà di ridurre le spese e all’impegno del governo di centro-destra di ridurre le tasse). Chiudo segnalando un aspetto tragicomico dell’ “affaire”: c’è stato qualche caso in cui, a motivo di alcune difficoltà degli “advisors” della SCIP a vendere gli immobili senza ricorrere ad eccessivi ribassi d’asta, il ministero dell’Economia si è visto costretto a ricomprarsi le case attraverso una società controllata. Allegria inmovimento.it

Al Qaeda : Australia accusa Spagna e Filippine di red L'Australia ha accusato Spagna e Filippine di aver ceduto alle minacce dei terroristi ritirando le proprie truppe dal territorio iracheno. L'accusa giunge mentre il paese oceanico e l'Italia sono nuovamente nel irino dei terroristi di Al Qaeda. Il governo australiano ha detto che non ritirera' le sue truppe dall'Iraq nonostante l'ultima minaccia contro il suo Paese ed ha detto che la reazione della Spagna e delle Filippine ai sequestri ha animato i gruppi armati nel Paese mediorientale, spingendoli a continuare con gli ultimatum. Lo ha detto il ministro degli Affari Esteri Alexander Downer, nelle dichiarazioni rilasciate in televisione dopo aver conosciuto la minaccia diffusa via internet di compiere attentati in Australia e in Italia da parte del gruppo autodefinitosi: "gruppo islamico Tawhid, organizzazione Al Qaeda Europa". Nel comunicato, i terroristi fanno esplicito riferimento alle Filippine e alla Spagna, chiedendo che Italia e Australia ne seguano l'esempio. Il ministro ha detto che "e' molto importante che mandiamo il messaggio che non ci pieghiamo a minacce". La reazione spagnola non si e' fatta attendere. La segreteria di politica internazionale del PSOE, il partito di governo in Spagna, ha definito "inaccettabili" le dichiarazioni dell'esponente australiano ed ha assicurato che l'esecutivo spagnolo "non avrebbe mai accettato le minacce di un gruppo terroristico". Non si hanno molte informazioni sul gruppo islamico che ha lanciato l'ultimo avvertimento anche verso il nostro Paese, ma Camberra ha detto di prendere molto sul serio la vicenda. L'altro ieri era stato rapito un diplomatico egiziano in relazione con l'annuncio del Cairo ci aiuti al nuovo governo iracheno ad interim. Mercoledi' scorso erano state minacciate Bulgaria e Polonia, sempre per spingerle al ritiro dei riepsttivi contingenti, mentre una minaccia piu' generica era stata rivolta alle Istituzioni de L'Aja e di Bruxelles dell'Unione Europea dieci giorni fa. L'Australia - che fa parte del Commonwealth britannico - e' il principale alleato degli USA nel Pacifico ed ha inviato 2000 soldati in Iraq dall'inizio della guerra, mantenendone oggi 800 sul suolo iracheno. Anche l'Italia - a maggio per alcune settimane richiesta di ritirare i suoi uomini durante il rapimento di Quattrocchi, Agliana, Stefio e Cupertino, poi rilasciati, ed in seguito gia' minacciata in internet con un messaggio in italiano - e' considerata dall'amministrazione Bush un alleato molto stretto, ed il governo Berlusconi non intende prendere in considerazione le minacce. Il contingente italiano a Nassiryia e' composto da Carabinieri, Lagunari ed unita' di altri corpi. Proprio ieri l'Italian Joint Task Force ha recuperto ieri sulla riva dell'Eufrate del materiale bellico comprendente un razzo Katiuscia, un lanciarazzi RPG7, un mortaio con granata, una mina anticarro e una bomba di profondita'. Nessun militante locale e' stato fermato. by www.osservatoriosullalegalita.org

Michele Serra A scuola con i Nasi Forati Scuole cattoliche, scuole ebraiche e ora anche le scuole islamiche. E se un nativo americano pretendesse una scuola tutta per se? In democrazia, la minoranza è sacra Sono un nativo americano della tribù dei Nasi Forati. Abito in Italia da qualche anno e mi trovo benone, nonostante io sia l'unico Naso Forato di questo paese. Ho un figlio e vorrei farlo studiare. Secondo la legge italiana, tra l'altro, l'istruzione è un obbligo. Ero molto contento di mandarlo alla scuola pubblica, che mi piace perché è uguale per tutti. Ma ho saputo che, dopo le scuole cattoliche e le scuole ebraiche, si sta decidendo di introdurre anche le scuole islamiche. Allora mi sono detto: perché loro sì e mio figlio no? Mi è stato risposto che esiste un problema di quantità, grosso come una casa. I cattolici sono moltissimi, gli ebrei sono una comunità piccola ma con identità e tradizioni culturali forti e radicate, i musulmani sono ormai il secondo gruppo religioso del paese. Mio figlio, invece, è il solo studente Naso Forato italiano, e probabilmente l'unico in Europa. Ho risposto che il ragionamento non regge, da nessun punto di vista: i diritti non sono mai un problema di quantità, sono un problema di qualità. Il mio diritto non è diverso da quello di cattolici, ebrei e musulmani solo perché loro sono tanti. In democrazia, la minoranza è sacra. E nessuno è più minoranza di mio figlio. Ho dunque presentato al Tar, al Provveditorato, al Ministero e a una decina di altre istituzioni un capitolato molto ben scritto (ho tre lauree), giuridicamente agguerrito, chiedendo che venga istituita una scuola parificata per Nasi Forati. Naturalmente, ho vinto: nessun giurista, nessun democratico, nessuna persona dotata di buon senso poteva negare a mio figlio lo stesso trattamento che può spettare, qualora lo vogliano, ai ragazzi cattolici, ebrei e musulmani. Se le radici sono importanti, allora devono esserlo per tutti, nessuno escluso. E se si decide che le radici comuni offerte dalla scuola pubblica non bastano più, allora mi prendo anche io la mia giusta porzione di diversità. Dal primo settembre, dunque, mio figlio frequenterà il primo Liceo Parificato Gufo Pedante (fu il più celebre pedagogista del nostro popolo). Non avrà sede: la nostra cultura non sopporta la stanzialità, e gli edifici in muratura ci opprimono. Sarà dunque un liceo all'aperto, che stabilirà di giorno in giorno dove tenere le sue lezioni, seguendo l'antica traccia delle migrazioni dei bisonti (come concessione alle usanze del paese ospitante, e per ovviare alla mancanza di bisonti in Italia, la scuola seguirà la migrazione delle beccacce). Le lezioni di tiro con l'arco saranno sospese durante l'attraversamento dei centri urbani. L'ora di grido di guerra avrà luogo solo a debita distanza dagli ospedali. L'accampamento per i nove docenti e le loro famiglie, e per l'unico alunno, comprenderà anche un wigwam palestra e un totem al quale legare il motorino di mio figlio. Le materie principali sono caccia al bisonte, concia dei pellami, guerra, teoria e pratica dello scalpo, astronomia e orientamento, cavallo, arti sciamaniche, acconciatura, pagaia, epica orale e, ovviamente, religione. Mio figlio sarà educato nel culto del Grande Spirito, Manitù. Non disponendo di aule, non sarà possibile appendere al muro il simbolo del nostro culto, un tronco di sequoia lungo quaranta metri. Mio figlio, che l'hanno scorso ha frequentato le scuole medie pubbliche, ha provato ad appenderlo accanto al crocifisso facendosi aiutare dal genio civile, ma il parziale cedimento della parete lo ha dissuaso. In sostituzione, mio figlio ha appeso gli scalpi dei ministri Buttiglione e Moratti, ottenendo l'imprevisto e clamoroso appoggio di docenti e compagni di scuola. I costi? Secondo i principi della nuova riforma della scuola, anche i costi delle scuole private parificate sono in buona parte a carico della collettività. Mio figlio pagherà la retta simbolica dei nostri avi, un tacchino vivo, che verrà consegnato solennemente al capo del governo, in segno di deferenza. La somma restante (un milione e settecentomila euro all'anno) la pagherete voi contribuenti. Ma non vi lamentate: se la vostra scuola di Stato vi sta così poco a cuore, dovete rassegnarvi a mantenere anche le scuole confessionali. Dice un antico proverbio dei Nasi Forati: chi ha ucciso il bisonte non lo rimproveri perché è morto. Augh espressonline.it

Luci e ombre di una Costituzione in fieri Luca Sebastiani AA.VV., a cura di Lucia Serena Rossi, Il progetto di Trattato-Costituzione. Verso una nuova architettura dell'Unione europea, Bologna, Giuffré Editore, 2004, pp. 316, Euro 22,00. Ad un anno dall'adozione della bozza elaborata dalla Convenzione Giscard finalmente la Costituzione europea è stata approvata. Un passo importante è stato fatto, ma il processo che ha portato al punto attuale è ancora aperto e le possibilità di modifiche sono probabili. La nuova Costituzione, infatti, mantiene quel carattere di cantiere in fieri che era stato proprio della Convenzione e di questa conserva anche tutte le luci e le ombre. Il volume collettivo curato da Lucia Serena Rossi Il progetto di Trattato-Costituzione, da poco uscito per i tipi di Giuffrè Editore, ci aiuta ad orientarci in quella che sarà la nuova struttura degli organi e dei poteri disegnati nel corso del lungo e combattuto percorso della storia della costruzione politica dell'Unione. A buona ragione agli occhi dei cittadini l'attuale situazione istituzionale europea appare confusa e forse i dati dell'astensionismo alle ultime elezioni per l'Europarlamento non sono altro che il riflesso della mancata semplificazione e chiarezza, auspicate dal Trattato di Nizza, ma spesso non rispettate dalla Convenzione Giscard. D'altra parte, fa notare nella sua introduzione Lucia Serena Rossi, è già rimarchevole il fatto che "quel consesso di più di cento persone, quella sorta di Babele politica in cui si incrociavano le più diverse voci nazionali ed istituzionali, sia riuscito a concordare, in meno di un anno e mezzo", una bozza che ridisegna "non solo la struttura dei Trattati istitutivi dell'Unione, ma anche i poteri delle istituzioni comunitarie". La Costituzione non è sicuramente quel modello ideale che fu a suo tempo il progetto Spinelli, ma, come scrive in uno dei saggi contenuti nel volume Jean Paul Jacqué, direttore del Servizio giuridico del Consiglio dell'Unione, "Spinelli non aveva ricevuto alcun mandato dal Consiglio europeo. La Convenzione invece lo aveva e non poteva prevedere di elaborare un progetto che non sarebbe stato ripreso dalla Conferenza intergovernativa. La ricerca di un accordo nel breve periodo doveva necessariamente accompagnarsi ad una visione miope del lungo periodo". La bozza prima e la Costituzione poi rappresentano allora un compromesso necessario, un compromesso che ha determinato gli equilibri tra le istituzioni europee e ne ha ridisegnato poteri e fisionomie, quel compromesso tra la tendenza comunitaria e quella intergovernativa che la stessa Lucia Serena Rossi coglie e analizza nel saggio a sua firma contenuto nel volume. "Sin dagli inizi - scrive Rossi - il processo di integrazione europeo è stato ispirato al metodo comunitario consistente in un assetto equilibrato dei poteri, basato su istituzioni comuni sufficientemente forti e autonome, tali da garantire il perseguimento di un interesse comune diverso dalla mera somma dei compromessi e dei rapporti di forza fra i singoli Stati membri, tipici dei negoziati intergovernativi". In tale senso il ruolo comunitario chiave è svolto dalla Commissione, ruolo controbilanciato dal Consiglio europeo che invece rappresenta l'istituzione portatrice degli interessi dei singoli Stati membri. Ma nella Costituzione, quali sono le istituzioni che escono rafforzate? Quale il metodo che prevale, quello comunitario o quello intergovernativo? Anche se "l'Unione esercita sul modello comunitario le competenze che gli Stati le trasferiscono", come dice la Costituzione, i dubbi permangono. Quale sarà ad esempio il ruolo della nuova figura istituita del Presidente del Consiglio europeo? Dovrà presiedere i lavori del Consiglio e assicurarne preparazione e continuità. Avrà la rappresentanza esterna dell'Unione "senza pregiudizio delle responsabilità del ministro degli Esteri". Sarà eletto dal Consiglio stesso per un mandato di 30 mesi, rinnovabile una volta. Ora però "la questione più delicata che questa figura solleva - scrive Rossi - è se sia destinata o meno a costituire un contropotere rispetto al Presidente della Commissione, una specie di 'Presidente dell'Europa' che oscuri l'immagine dell'altro". Infatti, anche se sulla carta i poteri del presidente del Consiglio europeo sono inferiori a quelli del presidente della Commissione, questo affollamento di presidenti non può far altro che confondere le idee dei cittadini e affievolire, anziché rafforzare, la leadership europea. Problemi analoghi si pongono per l'altra nuova figura istituita dalla Costituzione, il ministro degli Esteri. Questi, infatti, contribuisce all'elaborazione di una politica estera, di sicurezza e di difesa comune, presiede il Consiglio Affari esteri, è allo stesso tempo vicepresidente della Commissione, ma viene eletto dal Consiglio europeo, anche se d'accordo con il presidente della Commissione e con la ratifica dell'Europarlamento. Insomma quella che si profila è una sorta di "doppia fedeltà" alle due istituzioni della Commissione e del Consiglio. Queste contraddizioni mostrano, in sostanza, come l'equilibrio raggiunto dalla Costituzione appaia in molti punti ancora precario e tutto in ogni caso da verificare. Il percorso non si è ancora concluso e ora si attende la ratifica da parte degli Stati nazionali. Intanto questo volume, che contiene saggi e interventi di studiosi di diritto dell'Unione europea e di rappresentanti delle istituzioni, può essere uno strumento adeguato per orientarsi criticamente tra i problemi e le innovazioni della Costituzione e il dibattito che ha sin qui accompagnato l'elaborazione della Carta fondamentale europea. www.caffeeuropa.it

ISLAM, DONNE E FONDO MONETARIO La mia amica e maestra Haleh Afshar venuta a trovarmi in Italia per Pasqua mi diceva: “Che strana la vita: fino a qualche anno fa, quando parlavo in pubblico, dichiaravo apertamente di essere femminista e sentivo il mormorio che correva per il pubblico, la perplessità, se non la disapprovazione. Oggi, quando parlo in pubblico, sento il bisogno di dichiarare che sono mussulmana e sento lo stesso mormorio e la stessa perplessità”. Haleh è un’economista iraniana che vive da decenni in Gran Bretagna, si occupa di studi di genere e di pratiche di sostegno e riflessione con le donne di tutto il mondo. È molto preoccupata dell’islamofobia che ormai corre in Europa e negli Stati Uniti: il bisogno di dichiararsi, lei che non è affatto religiosa, nasce da lì. La gestione del mondo unipolare da parte degli Stati Uniti ci ha portato lì, ben prima dell’11 settembre: dalla fine della guerra fredda ho iniziato a sentire che gli Usa avrebbero usato il mondo arabo come scusa per continuare la corsa agli armamenti e al controllo di risorse e persone. Ovunque, si parlava del rafforzamento del fronte Sud dell’Europa, si parlava del fatto che il nuovo nemico sarebbe stato il terrorismo, non un esercito straniero. L’Occidente di fatto preferisce non vedere la complessità del mondo; preferisce semplificare e ridurre l’altro: come se tutti i mussulmani fossero fondamentalisti e anti-occidentali, dimenticando che le prime e più numerose vittime di gruppi islamici sono state mussulmane (come la carneficina dell’Algeria ben testimonia) e che in realtà masse di arabi anelano all’integrazione in Occidente, se solo l’Occidente stesso gliene desse la possibilità senza prezzi umilianti come quelli che dal colonialismo in poi ha imposto senza sosta. Allo stesso modo, di semplificazione in semplificazione, è più semplice rappresentarsi le donne mussulmane come sottomesse e passive, ignorandone la storia passata e recente, le lotte in corso anche oggi, le aspirazioni e le ragioni. Probabilmente se guardassimo meglio vedremmo cose che metterebbero in discussione qualche convinzione assoluta: le alte percentuali di studentesse nelle facoltà scientifiche in molti Paesi mussulmani; il fatto che i Paesi mussulmani hanno avuto più donne primi ministri e capi di Stato di tutti i Paesi occidentali messi insieme; che in Iran, per esempio, esistono decine e decine di gruppi di donne che lottano a livello sociale e politico definendosi femministi, addirittura femministi islamici, quando si richiamano alla predicazione del profeta Maometto e all’interpretazione del Corano per rivendicare i loro diritti in quanto donne. E ragioni ne hanno, visto che le donne di cui Maometto si era circondato offrono a tutte le mussulmane begli esempi di donne indomite ed intelligenti, impegnate in affari economici, politici e militari, e le stesse prescrizioni del Profeta in materia di relazione fra i sessi, furono talmente dirompenti per la società del tempo (e non solo) da poter essere assimilate, per rilevanza, alle conquiste delle lotte femministe del XX secolo per l’Occidente: dal divorzio, al diritto al piacere sessuale per la donna, all’obbligo di sposare una donna con cui si vuole vivere per garantirle dei diritti. Che poi le società abbiano continuato ad essere patriarcali è un fatto che spesso la storia ci tramanda, in primis la nostra che dopo la predicazione di Gesù e la cristianizzazione di Stato, non è stata esattamente un esempio di non violenza, eguaglianza, amore per i poveri e i nemici! In effetti ben poco in Italia ne sappiamo del femminismo o della rivendicazione dei diritti delle donne in giro per il mondo Allo stesso modo ben poco ne sappiamo (o siamo educati a vedere) dei legami fra la crescita del fondamentalismo e le politiche e le scelte dell’Occidente. Un solo esempio che Haleh Afshar ricordava: “Chi mai racconta di come il sistema scolastico statale di diversi Paesi si sia completamente collassato negli anni ’80 a causa delle misure imposte dal Fondo Monetario (i cosiddetti aggiustamenti strutturali)? In Pakistan nessuno con sale in zucca avrebbe mandato i figli alle scuole coraniche finché esistevano delle scuole pubbliche, ma quando le aree rurali si sono trovate senza alcun maestro, nell’alternativa fra crescere figli completamente analfabeti o far imparare almeno ai figli maschi a leggere e a scrivere alla scuola coranica, molte famiglie hanno optato per la seconda. E il fondamentalismo dei poveri (e qualcuno dice degli ignoranti) è cresciuto grazie proprio ai consigli, cui non si può dire di no, del Fondo monetario, che, come si sa, non è guidato da mussulmani fanatici, ma da economisti e banchieri bianchi e magari cristiani in doppio petto, certo esponenti di un altro fanatismo i cui effetti sono però altrettanto drammatici di chi coniuga religione e violenza”. Si potrebbe ancora raccontare delle perversioni del costume del passaggio della dote al marito praticato in India alla morte della moglie: un costume tradizionale che ha avuto un’impennata spropositata con una lenta strage di giovani spose da parte dei mariti per accaparrarsi la dote. La preoccupante diffusione è localizzata negli Stati indiani dove maggiormente è estesa la cosiddetta “Rivoluzione verde” che ha portato un’improvvisa ricchezza a molti piccoli proprietari terrieri con devastanti effetti in termini di destrutturazione sociale e culturale delle comunità e delle relazioni familiari, spingendo molti mariti all’uxoricidio pur di ottenere anche quel denaro.Insomma la tradizione non è nulla di statico, è qualcosa che di volta in volta, a seconda delle dinamiche sociali, sempre più pesantemente influenzate da quelle globali, acquista rilevanza o la perde, ritrova un nuovo senso o decade, diventa unico rifugio anche se non apprezzato (come le scuole coraniche) o spazio di nuove libertà. E comunque il punto non è nemmeno la tradizione in sé, che semplicemente offre un repertorio, un linguaggio, ma è l’aggressività e la velocità di certi processi e valori che stanno alle fondamenta del sistema di mercato e che spingono gli individui in percorsi regressivi, difensivi, di chiusura. Insomma, spesso le conseguenze delle dinamiche introdotte dal mercato e dai suoi attori (organizzazioni internazionali, multinazionali, ecc.) hanno inaspettatamente una faccia molto vecchia, un sapore di ritorno al passato, ad un passato peggiorativo, con dimensioni di scala ed effetti dirompenti. E non sono mai favorevoli alle donne. (di Sara Ongaro) misna.it

Il dolore del Sudan di Jeff Fleischer da motherjones.com La comunità internazionale si è rivolta al governo sudanese per richiedere il disarmo delle milizie che lo stesso governo ha creato e per incentivare l'uso della polizia statale per pattugliare quegli stessi campi che il regime a lungo ha terrorizzato. "Questa soluzione garantisce che tra sei mesi le milizie di Janjaweed saranno ancora in grado di uccidere, violentare e saccheggiare" Mentre il Sudan continua a rimanere impantanato nel disordine, i funzionari del governo sudanese e i capi delle due fazioni ribelli hanno programmato di cominciare le trattative nella capitale dell'Etiopia, Addis Abeba. I rappresentanti del Chad - dove i campi profughi ospitano circa un milione di fuggitivi dalla regione occidentale del Sudan, Darfur - si uniranno all'Unione Africana nel condurre le negoziazioni, con la speranza di porre fine a quella che le Nazioni Unite hanno definito la peggiore crisi umanitaria del mondo. Come il presidente della commissione dell'Unione Africana Alpha Oumar Konare ha detto giovedì "nulla può giustificare il conflitto a Darfur. E' inaccettabile. Dovremmo lavorare con la sincera volontà di raggiungere la pace. Dovremmo essere in grado di fornire reciproche concessioni: per il Sudan l'unica soluzione è il dialogo politico." Più di 30.000 sudanesi di colore sono stati uccisi nei raid dalle milizie di Arab Janjaweed nel Darfur, e un numero che si avvicina al milione potrebbe morire a causa delle malattie e dell'inedia. John Prendergast, dell'International Crisis Group, si è recato in visita nel Darfur, e ha scritto sul New York Times degli orrori di cui è stato testimone, parlando anche delle fosse comuni e dei villaggi distrutti. Nel suo articolo ha condannato severamente i leader mondiali per non aver fatto abbastanza per fermare questa strage e per aver fatto lasciato il "cessate il fuoco" nelle mani di un governo sudanese che ha mostrato il suo "doppiogiochismo": "Ovviamente in una situazione così spaventosa la sicurezza è di importanza vitale sia per la fornitura di aiuti umanitari che per la creazione delle condizioni che permettano agli abitanti del Darfur di ritornare nelle loro case. A seguito della recente visibilità data alla situazione nel Darfur, le Nazioni Unite e altri enti hanno accettato un piano sudanese in ragione del quale sarà il lupo a proteggere il pollaio. La comunità internazionale si è rivolta al governo per richiedere il disarmo delle milizie che lo stesso governo ha creato e armato e per incentivare l'uso della polizia statale per pattugliare quegli stessi campi che il regime ha a lungo terrorizzato. Ad assicurare l'attuazione del "ripensamento" del governo ci sono solo 300 truppe dell'Unione Africana, distribuite in un'area pari alle dimensioni della Francia. "Questa soluzione garantisce che tra sei mesi il Janjaweed sarà ancora nella posizione di uccidere, violentare e saccheggiare, lasciando immutata la campagna di epurazione etnica che ha trasformato la mappa del Darfur." Nel frattempo i membri del Congressional Black Caucus (Fazione Nera del Congresso, NdT) si stanno facendo arrestare di fronte all'ambasciata sudanese nella speranza di attirare l'attenzione sulla crisi. L'on Charles Rangel lo ha fatto martedì, mentre l'on.Bobby Rush intende fare la stessa cosa oggi.Una portavoce di Rush ha detto a The Hill: "E' arrabbiato per il fatto che all'alba del XXI secolo viviamo ancora in un mondo in cui gli innocenti vengono uccisi e sottoposti a torture, violenze e costretti a diventare profughi in base al colore della pelle e al credo religioso. Rush si sente in dovere di combattere per coloro che non possono combattere per loro stessi." Dopo più di un anno da quando il Sudan ha smantellato i propri radar, l'amministrazione Bush ha scelto un nuovo approccio nelle ultime settimane. Colin Powell si è recato in visita nei campi profughi nel Darfur all'inizio di luglio e ha intimato che le relazioni tra gli Usa e il Sudan non verranno normalizzate se non si porrà fine alle uccisioni. Martedì il presidente Bush si è servito dell'annuncio di un patto commerciale esteso alle nazioni africane per denunciare pubblicamente il conflitto nel modo più plateale: "Per amore della pace e dell'umanità... mi rivolgo al governo del Sudan perchè fermi la violenza delle milizie di Janjaweedd. Mi rivolgo a tutte le parti in causa nel conflitto perchè rispettino il "cessate il fuoco", perchè rispettino i diritti umani e perchè permettano a coloro che si occupano degli aiuti umanitari libero movimento." Mentre i meeting ufficiali che si svolgono ad Addis Abeba cercano di trovare un compromesso, i ribelli dicono che gli uomini di Janjaweed continuano inesorabilmente a violentare, uccidere e distruggere i villaggi. E per i rifugiati il tempo continua a scorrere. Fonte: http://www.motherjones.com/news/dailymojo/2004/07/07_816.html Tradotto da Chiara Bianchi per Nuovi Mondi Media For Fair Use Only

9/11: Final Report di Alessandra Baldini New York. La Commissione indipendente sulle stragi dell’11 settembre ha avuto giovedì il suo momento di gloria, ma nel day after della pubblicazione del rapporto sul peggior attentato terroristico sul suolo d’America sono rimaste solo le famiglie delle vittime a premere perché si faccia presto qualcosa. Le conclusioni dei commissari si sono arenate nelle sabbie di Washington: la politica della campagna elettorale, le rivalità inter-agenzie, la resistenza cronica del Congresso ad ogni cambiamento sono i tre fattori che rendono improbabile un’azione veloce per contenere la minaccia di al Qaeda che tutti nella capitale americana, dallo stesso Kean, al presidente Bush, al suo rivale John Kerry, alla Consigliere per la Sicurezza Nazionale Condoleezza Rice, hanno dichiarato non solo possibile, ma molto probabile. Sollevato perché il rapporto dei commissari non lo ha scorticato vivo, Bush lo ha lodato come “molto costruttivo”, ma i suoi collaboratori sono stati freddi finora alla proposta di istituire il super-ministro dello spionaggio incaricato di mettere le redini all’armata Brancaleone dell’intelligence. Il presidente americano ha ammesso che ci sono state “disfuzioni istituzionali” all’origine degli attentati, ma ha detto anche che la sua Amministrazione ha già fatto molto per porvi rimedio. RICE: PROPOSTE HANNO PRO E CONTRO “Le proposte della Commissione hanno pro e contro”, ha messo le mani avanti la Rice. E Tom Ridge, il capo della Homeland Security, ha scartato lapidariamente il suggerimento del super-ministro: “Non c’é bisogno di un altro zar”. Analoghe riserve sono venute nei giorni scorsi dal capo pro-tempore della Cia e dal Pentagono che non vuole ingerenze nel suo controllo sui fondi dell’intelligence. Guerre di territorio, di soldi, di linee politiche rendono improbabile una veloce adozione delle misure raccomandate da Kean e compagni. Alcune delle proposte dovrebbero essere approvate da un Congresso che si presenta alle elezioni radicalmente diviso. Altre richiedono una radicale ristrutturazione burocratica che rivoluzionerebbe equilibri di potere tra individui e istituzioni. Altre ancora richiedono soldi in un momento di gravi deficit di bilancio. Ed è improbabile che decisioni di tale importanza possano essere comunque prese prima del prossimo anno: così ha indicato Dennis Hastert, presidente repubblicano della Camera: “Non faremo niente di affrettato”, ha detto promettendo di indire audizioni “nello spazio di parecchi mesi”. Gli stessi senatori John McCain e Joe Lieberman che, sulla spinta delle famiglie delle vittime, due anni fa riuscirono a far istituire la commissione contro il parere dell’amministrazione Bush hanno annunciato che tradurranno “al più presto” in disegno di legge le raccondazioni dei commissari. Lieberman, un democratico, ha proposto che ne venga cominciato l’esame in una sessione speciale “lame duck” dopo le elezioni di novembre. RIPERCUSSIONI ELETTORALI Più a breve termine le ripercussioni del rapporto potrebbero essere a livello elettorale: dopo il primo abbraccio bipartisan dei suoi contenuti, squadre di esperti di entrambi i partiti hanno cominciato a spulciarne le 567 pagine cercando elementi in grado di inguaiare la squadra rivale. I repubblicani - se ne fa portavoce il conservatore New York Sun - hanno scoperto che nel 1999 l’allora consigliere per la sicurezza nazionale Sandy Berger bocciò un piano per bombardare Osama Bin Laden in Afghanistan per timore di “danni collaterali’’ ai civili. Quanto alla Casa Bianca, che aveva osteggiato in mille modi la istituzione e il lavoro della Commissione, alla fine ha tirato un sospiro di sollievo: il rapporto, così tenuto dagli uomini di Bush, si è rivelato più gentile del previsto nei confronti dell’amministrazione. Spulciando tra le righe del documento tuttavia non mancano elementi in grado di pesare sul risultato elettorale: ci sono i dubbi dell’amministrazione sulla minaccia profetica dell’ex capo della Cia George Tenet nell’estate 2001 che “l’allarme del sistema era in rosso”. Ci sono i 36 briefing di intelligence fatti a Bush su bin Laden prima degli attacchi. E la conferma dell’ossessione del capo del Pentagono Donald Rumsfeld ad attaccare l’Iraq subito dopo gli attentati dell’11 settembre. RIPENSAMENTO POLITICHE VERSO MONDO MUSULMANO Il rapporto potrebbe pesare anche sulla conduzione della politica estera: i commissari hanno esortato a un radicale ripensamento dell’atteggiamento verso il mondo arabo e musulmano con “strategie preventive che siano più politiche che militari” e a una revisione dell’approccio verso Pakistan e Arabia Saudita. In un attacco particolarmente duro alla diplomazia pubblica americana, il rapporto sostiene che gli Stati Uniti “dovrebbero dare un esempio di leadership morale nel mondo”. I commissari hanno invece steso un silenzio di piombo sull’attacco all’Iraq come “fronte centrale” nella guerra al terrorismo, mettendo allo stesso tempo in guardia dai rischi di quanto potrebbe accadere se l’esperimento iracheno fallisse: “l’Iraq finirebbe in testa alla lista dei luoghi-incubatoi di nuovi attacchi contro l’America sul suo territorio”. Alessandra Baldini (New York, grazie alla redazione di "America Oggi") redazione@reporterassociati.org

Al-Qaradawi a Londra di BBC Arabic Yusuf al-Qaradawi si è recato nuovamente, tra enormi polemiche, nel Regno Unito ed ha rilasciato un’intervista alla BBC in lingua araba nella quale invita a rivolgersi alle vere autorità dell’Islam e a comprendere correttamente la religione, così come ha invitato, tra le righe, l’opinione pubblica musulmana ad esser maggiormente attiva. Il dottor Yusuf al-Qaradawi, la nota autorità islamica, ha accusato i media occidentali di aver dato troppa importanza a personaggi come Abu Qatada e Abu Hamza al-Misri definendoli «shaykh o autorità religiose, quando, invece, non sono sufficientemente competenti». Ha spiegato in un’intervista con Zayn al-Abidin Tawfiq alla BBC Arabic che: «nessuno sarebbe stato ad ascoltare Abu Hamza o Abu Qatada se i media occidentali non li avessero trasformati in celebrità e riferimenti religiosi». Durante la sua visita a Londra, al-Qaradawi ha chiesto di ricercare informazioni dalle fonti islamiche certe e non da coloro che speculano sull’Islam e i suoi sapienti. Ha detto, inoltre, che i musulmani devono preoccuparsi per la situazione di occupazione di qualsiasi paese musulmano e devono difendere ciò che definisce la “Dar al-Islam” [territorio dell’Islam]. Ha invitato, poi, i musulmani al jihad «qualora i governanti fossero riluttanti ad adempiere il loro obbligo», ed ha affermato che vi è la necessità di un «fronte islamico che rappresenti gli ‘ulema’ dei musulmani che indichino la via del jihad». L’Islam e i Diritti umani Ha invitato coloro che egli definisce «Ahl al-Hall wal-‘Aqd [Coloro che legano e sciolgono, i governanti]» di non trascurare l’imperativo di difendere la comunità musulmana dalle mani dei governanti, indicando che l’Islam invita al «buona norma di bilanciare le forze» per arrivare a quello che egli definisce «pace armata come deterrente dei nemici della nazione musulmana». Al-Qaradawi ha negato che i principi islamici siano in contrasto con i principi dei diritti umani, affermando che l’Islam invita «alla consultazione e la garanzia delle libertà» e ha detto: «Chi vuole conoscere veramente l’Islam lo conosca usando fonti note, dal Libro dell’Islam, dal suo Profeta, dai suoi ‘ulama’ riconosciuti». Ha detto, ancora, al-Qaradawi che l’Islam è una religione che inviata alla pace, al dialogo e che «i radicali sono presenti in ogni paese del mondo, ma questo non implica che le religioni o i paesi siano terroristi, ed è un'ingiustizia bollare una religione a causa di un gruppetto che agisce male». A proposito dell’utilizzo di alcuni testi sacri per affermare che l’Islam è una religione violenta, ha detto al-Qaradawi: «è una grande ingiustizia prendere alcuni brani ed estrapolarli dal loro contesto storico per utilizzarli per giudicare l’Islam». Ha affermato, infine, che questi versetti sono legati alla condizioni di guerra e non possono essere applicati ad ogni momento. Allo stesso tempo si stupisce di coloro che ignorano completamente gli altri versetti che si riferiscono alla pace. tratto da BBC News Arabic tradotto da Michelangelo guida www.aljazira.it

Occorre comperare T-shirt fabbricate con cotone di origine biologica certificata Le T-shirt che indossiamo Oggi la T-shirt è uno strumento facile e poco costoso per portare in giro il logo della propria squadra favorita, di uno stilista amato o di una azienda. Anche se prodotte con “cotone naturale”, le T-shirt fanno pagare un prezzo elevato ai lavoratori e all’ambiente. Mindy Pennybacker Fonte: "State of the World 2004 Consumi" The Green guide Edizioni Ambiente 25 luglio 2004 Nel 1913 la Marina Usa introdusse come biancheria per le proprie truppe una maglietta bianca di cotone, in assoluto la prima T-shirt del mondo. Nel 1938, la catena Sears mise in vendita una linea di T-shirt per uso civile. Ma l’indumento divenne veramente di moda solo negli anni ’50, grazie agli eroi ribelli Marlon Brando, James Dean, e Elvis Presley. Oggi la T-shirt è uno strumento facile e poco costoso per portare in giro il logo della propria squadra favorita, di uno stilista amato o di una azienda. Anche se prodotte con “cotone naturale”, le T-shirt fanno pagare un prezzo elevato ai lavoratori e all’ambiente. Il cotone è una delle fibre preferite in tutto il mondo e ogni anni se ne producono più di 19 milioni di tonnellate nei paesi più diversi, dal Texas alla Turchia. Ma i tratta di una coltura ecologicamente gravosa. Secondo la Pesticide Action Network North America, i coltivatori di cotone usano in media 2,6 milioni di tonnellate di pesticidi all’anno, più del 10% del totale. L’OMS ha classificato molti dei pesticidi comunemente usati per il cotone come “estremamente pericolosi”, soprattutto gli orgafosforici come il parathion e il diazinon, deleteri per il sistema nervoso dei bambini. I pesticidi del cotone possono essere pericolosissimi o anche mortali per i lavoratori che li maneggiano: tra il 1997 e il 2000 in California si sono avuti 116 casi di avvelenamento acuto. E si stima che nel solo 2001 più di 500 lavoratori dei campi di cotone siano morti nello stato indiano dell’Andhra Pradesh per esposizione di pesticidi: Molto spesso chi maneggia questi materiali non ne conosce la pericolosità e non prende le dovute precauzioni: una ricerca svolta nel Benin (Africa occidentale) mette luce che il 45% dei lavoratori del cotone utilizza contenitori dei pesticidi come bidoni per l’acqua, il 25% li usa per il latte o la minestra. Anche chi lavora nei luoghi di produzione o vive nelle vicinanze rischia molto. Basti pensare al dramma di Bhopal (India) dove nel 1984 una nube tossica emanata dallo stabilimento della Union Carbide uccise 8000 persone. Negli ultimi dieci anni, inoltre, sono stati documentati danni devastanti a uccelli, pesci e altra fauna selvatica, provocatti dai prodotti chimici impiegati per le coltivazioni di cotone. Infatti spesso gli agricoltori usano i defolianti per rendere più accessibili le capsule di cotone e quindi più facile il raccolto, una pratica che può gravemente danneggiare l’habitat. I pesticidi del cotone inquinano i corpi idrici, ancora una volta minando la salute umana e dell’ecosistema. Secondo la Cornell University Cooperative Extension, nelle acqua di falda di sette stati americani ci sono tracce di Aldicarb, un composto che anche a bassissime dosi può causare anomalie del sistema immunitario. E nel 1998 il Servizio geologico degli Stati Uniti ha segnalato contaminazioni da erbicidi e insetticidi usati nei campi di cotone del Sud. Intanto, a mezzo mondo di distanza, il Lago d’Aral (Uzbekistan) si è ridotto a un quinto delle dimensioni originarie a causa dei prelievi per l’irrigazione dei campi di cotone, una cultura che necessita di grandi quantità d’acqua. Dopo il raccolto, le capsule vengono sgranate, per separare le fibre dai semi. Le fibre vengono poi compattate in balle da circa 225 chili cadauna (l’industria tessile degli USA ne utilizza circa 11 milioni l’anno): Le balle sono poi inviate alla filatura, che pulisce e torce le fibre trasformandole in filo, a sua volta trasformato in tessuto con telai automatizzati. Ognuno di questi passaggi (trasporti e lavorazioni) richiede energia, prevalentemente di origine fossile. Una volta fabbricata, la T-shirt viene di solito candeggiata e trattata con altri prodotti di finitura dei tessuti. I candeggianti chimici (e spesso anche quelli naturali) contengono rame, zinco e altri metalli pesanti che attraverso gli scarichi industriali facilmente inquinano le acque di superficie e sotterranee. I prodotti di finitura, che proteggono i tessuti dalle macchie o evitano lo spiegazzamento, spesso contengono derivati del petrolio, come la formaldeide, (che è altamente cancerogena). Tutto ciò non significa che i consumatori debbano privilegiare le fibre sintetiche. Le fibre di poliestere derivano dal petrolio, una fonte energetica non rinnovabile la cui estrazione, lavorazione e trasporto danneggiano l’ambiente. E’ stato stimato che –calcolando anche il petrolio necessario alla produzione e trasporto – una T-shirt di cotone misto a poliestere, lungo il suo ciclo di vita, può rilasciare inquinanti dell’aria pari a un quarto del suo peso e produrre una quantità di CO2 pari 10 volte il suo peso. La Cina è il primo produttore mondiale di cotone, seguita da USA e India. Gli Stati Uniti sono il principale esportatore di fibra (105 milioni di balle all’anno, prevalentemente in Asia e Messico). Altri grandi esportatori sono i paesi dell’ex Unione Sovietica e l’Australia. Le esportazioni dei paesi produttori più poveri sono rese sempre più difficili dai sussidi e dalle barriere commerciali che intervengono a favore dei coltivatori USA. La Cina è anche il maggior produttore di T-shirt (circa il 65% del totale) che vengono vendute prevalentemente negli USA e in Europa (gli Stati Uniti, nel 2002 hanno speso 6,2 miliardi di dollari per questo articolo). Come quelli di tutti i paesi in via di sviluppo, i lavoratori tessili cinesi guadagnano pochissimo e lavorano molto, I produttori di abbigliamento delle nazioni industrializzate utilizzano volentieri le strutture produttive asiatiche e sudamericane dove le normative sul lavoro e sull’ambiente sono molto più leggere e meno invasive. E allora come deve comportarsi chi ama le T-shirt? La scelta più ecologica. Oltre a quella di acquistare indumenti usati, è comperare T-shirt fabbricate con cotone di origine biologica certificata. Un progetto egiziano di coltivazione biologica ha portato un aumento del raccolto del 30%, senza alcun intervento di prodotti chimici di sintesi anche nella lavorazione del filo e del tessuto. D’altra parte, nei confronti dei lavoratori del settore del cotone la migliore scelta è l’abbigliamento certificato della Fair Trade Federation. E’ possibile dunque che trai produttori di cotone biologico, produttori di abbigliamento che rispettano gli standard di equità sociale e consumatori ben informati si crei una sinergia per proteggere l’ambiente e promuovere giustizia sociale.italy.peacelink.org


luglio 25 2004

Prodi accende il motore ulivista "Subito il programma comune" "Nessuno ha il monopolio della coalizione".Ovazione dei Verdi Dal Sole che ride no alle primarie: "Nuovo simbolo e il Professore leader" Antonio Di Pietro soddisfatto in platea: "Alle parole seguano i fatti" La lettera di Fassino: "Il rientro di Romano dà il via a nuova fase del centrosinistra" I delegati al presidente della Commissione Ue: "Facci sognare come Armstrong al Tour" MAURO FAVALE da Repubblica - 25 luglio 2004 ROMA - «Dobbiamo metterci a lavorare al più presto per costruire un programma comune della coalizione». Alle cinque della sera Romano Prodi accende i motori del centrosinistra. Per farlo sceglie il Congresso nazionale dei Verdi a Roma. Una sorpresa che la sala dell´Auditorium Massimo accoglie con un´ovazione, quasi a sottolineare il passaggio con il quale Alfonso Pecoraro Scanio, presidente degli ambientalisti, torna a "incoronarlo" candidato premier del centrosinistra. «È arrivato il momento di mettersi rapidamente al lavoro - ha detto Pecoraro - per accelerare la caduta del governo Berlusconi. Per fare questo noi vogliamo che lei - ha ribadito rivolgendosi a Prodi tra gli applausi - diventi il candidato premier e il leader di tutta la coalizione. Senza bisogno di primarie». Una proposta ribadita a Prodi anche dai tanti delegati Verdi presenti al congresso. «Facci sognare, sei come Lance Armstrong», gli gridano dal pubblico. Un´esortazione e un richiamo al ciclismo che Prodi raccoglie con ironia: «Con la dovuta progressione - dice - . Ma vincere sei elezioni, come ha fatto Armostrong con i Tour de France, mi sembra un po´ troppo». Poi, però, spazio alle proposte del Professore per la prossima stagione. «Il centrosinistra deve prepararsi in fretta a governare visto che in autunno la situazione potrebbe precipitare - aveva detto nel saluto di apertura del Congresso il sindaco di Roma Walter Veltroni». E proprio a settembre, per Prodi, «ricomincia la riflessione politica comune. Sono venuto ad esprimere sentimenti di unità - dice il presidente della commissione Ue - . Dobbiamo lavorare moltissimo sul programma, non in modo isolato, ma coinvolgendo tutta la società italiana e ascoltandola». Quasi una sponda alla richiesta di Pecoraro Scanio di una "convenzione programmatica" aperta a partiti, associazioni e movimenti. Per Prodi il lavoro sul programma deve essere portato avanti con «equilibrato comportamento di governo, senza estremismi, ma con il confronto, con il cedere a volte delle posizioni, atteggiamento necessario per formare una linea comune». Un punto ribadito con chiarezza dal Professore: «Bisogna tener conto delle diverse sensibilità del centrosinistra. Nessuno ha il monopolio e tutti dobbiamo apprezzare il contributo degli altri. Va contrastata ogni tentazione di ritenere inutile il voto dato agli altri partiti della coalizione». Un richiamo all´unità pronunciato anche da Piero Fassino. Il segretario dei Ds, in viaggio a Boston per la convention dei Democratici americani, ha fatto sentire la sua voce all´appuntamento dei Verdi inviando una lettera a Pecoraro Scanio. Per Fassino, «il centrosinistra in tutte le sue componenti deve accelerare l´offerta di un proposta alternativa di governo e il rientro di Romano permetterà di avviare la fase della preparazione delle elezioni regionali e della elaborazione del programma». Una giornata, quella di ieri al Congresso dei Verdi, durante la quale si è sottolineato più volte proprio il nodo programmatico. «Voglio dire a Prodi - ha ribadito Pecoraro Scanio - che dovrebbe dedicare meno tempo al Listone e più tempo al programma del centrosinistra». Un passaggio applaudito anche dallo stesso Prodi, ripreso dalle telecamere e rimbalzato in tutta la sala grazie al maxi-schermo alle spalle del presidente dei Verdi. «Dobbiamo utilizzare lo stesso percorso - ha ribadito poi Prodi - usato per le mille vittorie a livello locale». Concetti apprezzati anche da Antonio Di Pietro, presente tra gli ospiti che ha aggiunto: «Alle parole, ora, seguano i fatti». -------------------------------------------------------------------------------- Ds Milano - Rassegna stampa

Veltroni: "Un patto anti-declino ma Berlusconi volti pagina" il bivio Nell´incontro ci sono stati segnali di cambiamento. Io non credo che questa sia la volontà della maggioranza. Ma siamo a un bivio l´impegno Se il governo pensa che si possano riequilibrare i conti pubblici e rilanciare il Paese, è chiaro che gli enti locali possono partecipare a questo sforzo la confindustria Ci vuole un accordo con tutti, anche con Confindustria. Montezemolo dice cose ragionevoli, pure sui rischi di questa devolution la leadership Romano Prodi è per competenza, esperienza, equilibrio politico la persona giusta per contrapporsi a Berlusconi alle prossime politiche il ruolo dell´ulivo Il centrosinistra deve sapere che non c´è più tempo. Deve definire le idee di un programma per garantire cinque anni di governo stabile ROBERTO MANIA da Repubblica - 25 luglio 2004 ROMA - Un Patto tra i governi locali, anche di centrosinistra, e il governo di centrodestra di Silvio Berlusconi. Insieme alle parti sociali, sindacati e imprese. Un Patto di responsabilità di fronte ad una situazione economica e sociale drammatica, che in autunno potrebbe diventare esplosiva. Un Patto contro il declino, per rilanciare lo sviluppo. Ma a due condizioni: che il governo, dopo averne ammesso il fallimento, cambi sua la politica economica; e che sia disposto a rivedere la devolution. La prima sfida che Walter Veltroni, sindaco di Roma, già leader dei Ds e vicepresidente del Consiglio, lancia è al governo. La seconda all´opposizione: basta con le baruffe sulle caratteristiche dell´alleanza, ci vuole «subito» un programma per candidarsi a governare per cinque anni consecutivi nella prossima legislatura. La stagione dell´«antiberlusconismo», come collante unico della coalizione, va definitivamente chiusa. E a guidare l´Ulivo - sia chiaro - non c´è alternativa a Romano Prodi. Ieri Veltroni è andato a Palazzo Chigi insieme agli altri sindaci. A loro il ministro dell´Economia, Domenico Siniscalco, ha illustrato le linee guida del prossimo Documento di programmazione economica e finanziaria (Dpef), che contiene gli interventi di politica economica per il prossimo quadriennio. Cominciamo proprio da qui, signor sindaco. Come è andato l´incontro con il governo? «Ci sono state delle novità e credo vadano segnalate. Intanto una novità di tono che, certo, è poco ma di questi tempi ha un suo valore. Al tono cortese, il ministro Siniscalco ha associato le cifre drammatiche del Dpef. Poi ha fatto una affermazione politicamente impegnativa: "Questo disegno se non è condiviso da tutti, enti locali e organizzazioni sociali, non può funzionare". Non si può non cogliere l´importanza di questa dichiarazione». Ma l´ha fatta un ministro che si autodefinisce «tecnico» e all´incontro non hanno partecipato né il presidente Berlusconi né il suo vice Fini. «Appunto, questo è il problema. Io sono scettico e non credo che questa sia la volontà della maggioranza. Tuttavia nel caso fosse così noi siamo di fronte a un bivio». Quale? «O dire che non condividiamo quel disegno, e quindi non si fa nulla. E´ una strada che può comportare qualche vantaggio politico nell´immediato ma è piena di rischi in una prospettiva più lunga. Oppure - e questa è l´altra strada - dobbiamo provare ad "entrare" in questa vicenda. Perché ormai anche nel governo c´è la consapevolezza dell´assoluta drammaticità della situazione. Non scordiamoci che fino a qualche giorno fa il presidente del Consiglio mostrava un ottimismo di maniera da commedia degli anni Cinquanta. E se il Paese si trova in questa condizione la colpa è senza equivoci di questo atteggiamento e della linea economica di questi tre anni». Tuttavia voi sindaci siete disponibili ad una nuova stagione di dialogo con il governo? «Abbiamo il dovere di essere disponibili. Ma a due condizioni. Deve esserci un radicale cambiamento degli indirizzi di politica economica e sociale. Il governo deve essere disponibile a rivedere la devolution perché non si può volere il dialogo quando la barca affonda e negarsi al confronto sull´architettura istituzionale del Paese». Dunque, siete pronti al confronto, al nuovo metodo del ministro «tecnico», ma con quale obiettivo? Per fare cosa? «Se il governo pensa che si possano riequilibrare i conti pubblici e nello stesso tempo rilanciare il Paese, è chiaro che gli enti locali possono partecipare a questo sforzo». Sta pensando ad un Patto tra governo, sindaci e forze sociali? «Sì, ad un Patto per lo sviluppo e non ispirato ad una logica di tagli. Un Patto per la crescita, che rilanci il ruolo, la funzione e l´autonomia degli enti locali. Che li corresponsabilizzi di fronte a questa sfida e non li releghi, al contrario, in meri pagatori di stipendi». In questa prospettiva i Comuni cosa possono mettere in campo? «Possiamo essere il nuovo volano dello sviluppo. A livello locale gli investimenti possono essere decisi più rapidamente. E poi possiamo avere un ruolo decisivo nella lotta all´evasione e all´elusione fiscale, oltre che alla valorizzazione del patrimonio pubblico da dismettere». In questo Patto andrebbero coinvolte anche le forze politiche del centrosinistra? «No, sarebbe paradossale che un governo si è bruciato negli anni tutte le possibilità di dialogo, scegliendo la strada della contrapposizione frontale, ora chieda aiuto all´opposizione. Ognuno deve assumersi le sue responsabilità. L´epoca dei governi tecnici è tramontata con la fine degli anni Novanta. Il Patto deve riguardare i sindaci, che rappresentano tutti i cittadini e non una parte, e poi le forze sociali, i sindacati e la Confindustria». Sembra di sentir parlare Montezemolo... «Montezemolo dice cose ragionevoli. Anche sui rischi di questa devolution». Scusi, ma in tutto questo il centrosinistra dovrebbe restare a guardare? Fare da spettatore? «No, ma si sbaglierebbe a pensare che se le cose vanno male è meglio. Se le cose vanno male, invece, vanno male per tutti». Insomma, che cosa intende proporre? «Se nel Paese c´è una situazione economica drammatica; se rischiano via via di accavallarsi questioni sociali enormi come l´immigrazione, l´invecchiamento della popolazione, il progressivo impoverimento di parti del ceto medio, credo che il centrosinistra non debba guardare solo al proprio interno. Il Paese, deluso dal centrodestra, ancora non ha scelto il centrosinistra e attende da noi più che architetture sul nostro assetto, le idee-forza necessarie per ridare speranza e fiducia agli italiani». Quindi? «Quindi, il centrosinistra deve sapere che non c´è più tempo. Deve - subito - definire le idee di un programma per garantire cinque anni di governo stabile. Deve candidarsi alla modernizzazione del Paese che è stata bruciata dalle promesse pubblicitarie di Berlusconi. Deve sapere che l´antiberlusconismo non basta più, ammesso che sia mai stato sufficiente. Deve avanzare le sue proposte sulla politica estera, l´economia e la questione sociale. Credo, per esempio che il Paese abbia bisogno di nuove locomotrici, come lo sono state le automobili negli Sessanta e le tlc negli anni Novanta per accelerare il suo sviluppo. E credo che queste siano le nuove frontiere della convergenza tecnologica, l´investimento sul capitale umano, le politiche infrastrutturali, per la cultura e il turismo». Abbiamo cominciato con i problemi dei sindaci, stiamo finendo con il programma di governo del centrosinistra. Scusi, ma si sta puntando alla leadership dell´Ulivo? «Davvero spero sia l´ultima volta che debbo rispondere a questa domanda. L´ho già detto, ma lo ripeto: assolutamente no. Continuo a pensare - dal 1996 e senza interruzioni - che Romano Prodi sia per competenza, esperienza, equilibrio politico la persona giusta per contrapporsi a Berlusconi, o chiunque altro sia, alle prossime elezioni politiche. A Romano io darò tutto l´appoggio necessario». -------------------------------------------------------------------------------- Ds Milano - Rassegna stampa

Regionali, l´Ulivo pensa a Monti Spunta l´ipotesi dell´ex commissario Ue per sfidare Formigoni da Repubblica - 25 luglio 2004 Spunta l´ipotesi di Mario Monti per le Regionali del 2005. Nel centrosinistra cresce la tentazione di puntare sul presidente della Bocconi, che ha appena lasciato Bruxelles, per sfidare Roberto Formigoni tra meno di un anno. Per ora si tratta solo di indiscrezioni, ma l´eventuale candidatura riscuote consensi sia nei Ds, sia nella Margherita. Fredda, invece, Rifondazione comunista. Nel centrodestra cresce, invece, la preoccupazione per i primi informali sondaggi, che darebbero in calo i consensi sulla rielezione dell´attuale presidente. Il coordinatore cittadino Maurizio Bernardo avverte: «Se vogliamo vincere, dobbiamo tornare a parlare alla gente». ANDREA MONTANARI A PAGINA II -------------------------------------------------------------------------------- A FAVORE E CONTRO IL RETROSCENA Tramontata l´ipotesi Pezzotta, spunta la candidatura dell´ex commissario europeo E l´Ulivo pensa a Monti per sfidare il governatore Per bissare il successo alle Provinciali, il centrosinistra vuole schierare un big: "Ci serve un nuovo Soru o un nuovo Illy" ANDREA MONTANARI L´Ulivo starebbe pensando a Mario Monti come candidato del centrosinistra da contrapporre a Formigoni alle Regionali del prossimo anno. Per ora si tratta di indiscrezioni e i contatti con l´interessato sarebbero ancora allo stato embrionale, ma il siluramento del commissario europeo alla concorrenza da parte di Silvio Berlusconi, che ha preferito mandare a Bruxelles Rocco Buttiglione, ha imposto un´accelerazione ai segretari dei partiti del centrosinistra che torneranno a vedersi la prossima settimana, per entrare nel vivo della discussione sulle candidature per le Regionali. A questo cambio di marcia ha contribuito anche la notizia di un potenziale calo di consensi per Roberto Formigoni. Una novità che, tra l´altro, ha dato un nuovo impulso ai dirigenti di Forza Italia a lui più vicini per tornare alla carica e chiedere a Berlusconi la sostituzione del coordinatore regionale del partito Paolo Romani. In una recente riunione romana il governatore avrebbe posto questa condizione per accettare di ricandidarsi. Nel centrosinistra, invece, ora si guarda con più fiducia a una sfida che fino a poco tempo fa era ritenuta praticamente impossibile da vincere. E in questo contesto si inserirebbe anche l´ipotesi di Mario Monti. Tramontate sul nascere, infatti, le possibili candidature del responsabile economico dei Ds Pierluigi Bersani (che in passato ha guidato la giunta regionale dell´Emilia Romagna e ora da eurodeputato della lista unitaria punterebbe a un incarico governativo nel caso il centrosinistra vincesse le prossime Politiche), del leader della Cisl Savino Pezzotta, del banchiere Carlo Salvatori e del responsabile della Margherita Enrico Letta, da ieri ha iniziato a farsi strada anche il nome dell´ex commissario europeo. Un modo anche per marcare la differenza del comportamento dell´Ulivo nei confronti dell´economista rispetto a quello di Berlusconi, che nel ´94 era stato il primo a nominare Monti a Bruxelles. Ieri anche il segretario regionale dei Ds Luciano Pizzetti ha ammesso che Monti possiede tutti i requisiti dell´identikit di candidato che il centrosinistra sta cercando. «Monti sarebbe un´ottima candidatura - ha spiegato - La Lombardia è una regione che ha l´importanza di uno Stato. Se vogliamo tornare a governarla, dobbiamo puntare su una personalità della società civile, che sia in grado di parlare anche a quelle fasce della popolazione che finora ci hanno sempre criticato, come la gente dell´area pedemontana. Non è l´unico nome possibile, ma sarebbe una grande candidatura». La pensano così anche il coordinatore milanese della Margherita Onofrio Amoruso Battista e il segretario regionale dello Sdi Roberto Biscardini. Per il primo «non c´è più tempo da perdere. Berlusconi con la nomina di Buttiglione a Bruxelles ha violentato l´Udc. Prevedo un autunno turbolento per il centrodestra. Mario Monti sarebbe in grado di battere Formigoni». Secondo il dirigente dello Sdi, invece, che ricorda come il professor Monti sia stato in passato anche un prestigioso consulente del Pirellone, come rettore della Bocconi «la sua candidatura sarebbe il modo migliore per realizzare quell´allargamento dell´Ulivo, che è una condizione indispensabile perché il centrosinistra torni a governare la Lombardia». Ma sull´ipotesi di candidare l´ex commissario europeo frena, invece, Rifondazione Comunista: «È una possibilità che non mi entusiasma- ha sostenuto il segretario regionale Ezio Locatelli - Dobbiamo accelerare, ma sui programmi. Non mi appassiona questo toto candidati che da qualche tempo è diventato di moda». E un altro ostacolo potrebbe essere rappresentato dal contrasto tra Ds e Margherita sul diritto di esprimere il candidato per il Pirellone. -------------------------------------------------------------------------------- Ds Milano - Rassegna stampa

Il certificato di precarietà Legge 30, un bollino per i lavori flessibili. Il governo corteggia i sindacati, no della Cgil GIOVANNA FERRARA L'estate al ministero del welfare non è il tempo del riposo. Anzi, ministro e sottosegretari sono zelanti nell'applicare la legge 30. Non perdono un attimo per puntualizzare, modificare, interpretare le norme che hanno dato vita a quello che i sindacati chiamano il «supermarket della precarietà», dove a prendere il fresco ci mandano i lavoratori. Il 21 luglio il ministro Roberto Maroni ha firmato il decreto per l'istituzione delle commissioni, presso le direzioni provinciali del lavoro e della provincia, che certificheranno i contratti di lavoro. Analoga competenza è prevista a carico degli enti bilaterali da istituire, ma la cui costituzione è pressoché irrealizzabile vista l'opposizione dei sindacati che dovrebbero prendervi parte. Per quelli già costituiti sarebbe necessario il cambiamento degli statuti, irrealizzabile anch'esso per la stessa contrarietà. Le parti sociali, infatti, si dicono riluttanti ad assumere compiti del genere poiché «si tratterebbe di funzioni diverse da quelle di tutela sindacale», come dice Alessandro Genovesi della Cgil, secondo il quale «nemmeno sarà possibile percorrere la strada degli accordi separati, visto che le posizioni di Cisl e Uil sono conformi a quelle della Cgil». Avendo preso atto di questa unanimità di condanna, il governo ha subito messo mano al mazzo di carte per distribuirle in maniera diversa: ha istituito le commissioni presso le direzioni provinciali ( composte dal dirigente, due funzionari, un rappresentante Inps e uno Inail) e presso le province (si aggiungono due rappresentanti sindacali e due rappresentanti dei datori di lavoro). «Anzitutto è curioso il numero scelto per rappresentare le parti sociali: due, come i firmatari del patto per l'Italia. Il punto politico, però - continua Genovesi - è che si vuole frammentare la cultura sindacale, coinvolgendo le parti sociali in un momento preventivo rispetto all'effettivo dispiegarsi del contratto. Difficilmente il lavoratore "dichiarato" come a tempo parziale, che è invece poi vincolato a ritmi o a mansioni estranee alla forma prevista, si rivolgerà allo stesso sindacato presente in commissione per contestarne la certificazione». Inoltre nel caso in cui il giudice accerti la presenza di un'attuazione difforme rispetto al contratto certificato, la reale qualificazione decorrerà solo dal momento successivo alla pronuncia e non varrà, invece, per i periodi antacedenti nei quali pure il lavoratore si è attenuto alla diversa prestazione. Anche rispetto alla volontarietà della certificazione, continuamente sottolineata dal sottosegretario Sacconi, ci sarebbero delle incongruenze: «Ci chiediamo perché - sottolinea sempre Genovesi - il lavoratore non possa scegliere il proprio rappresentante sindacale, essendo la nomina effettuata dal presidente della commissione». Burocraticamente il quadro normativo, per essere pienamente completo, attende ancora due decreti. Il primo riguardante i codici di «buone pratiche», ai quali dovranno attenersi le commissioni (per il momento saranno sufficienti dei regolamenti propri dell'organismo). Il secondo che definisce i formulari per la certificazione, che sembrano essere necessari per l'avvio delle procedure. L'infaticabile ministero del welfare, inoltre, nei giorni scorsi ha anche varato una circolare interpretativa sui contratti d'inserimento. «E' troppo sostenuto il ritmo col quale si procede all'attuazione della legge 30 - ha infatti sottolineato Fulvio Fammoni, segretario confederale della Cgil - tanto da provocare errori e distorsioni». La circolare prevede che «la funzione formativa perda la sua natura caratterizzante». I sindacati, nel commentarla, denunciano un contrasto con l'accordo interconfederale dell'undici febbraio che, infatti, parlava addirittura di un tetto minimo di formazione, già incrementato da diversi contratti nazionali. E richiamano il governo al rispetto dell'intesa che giudicano interpretabile dalle parti e non da soggetti terzi: «Abbiamo - prosegue il sindacalista - nei giorni scorsi criticato i provvedimenti sugli ammortizzatori sociali che tagliano i diritti dei lavoratori. A questi si aggiungono norme in contrasto con gli accordi raggiunti tra le parti che, invece, si dice di voler favorire». Il ministero, cioè, nonostante il caldo trova il tempo per accelerare l'attuazione della legge 30 ma non quello di coinvolgere le parti sociali sul senso da dare agli accordi da loro firmati. ilmanifesto.it

Umberto Eco Provare e riprovare La scienza moderna non è quella che crede che il Nuovo abbia sempre ragione. Al contrario si fonda sul principio del 'fallibilismo' Che cosa siano esattamente i buchi neri molti lettori non lo sanno, e francamente anch'io riesco ad immaginarmeli solo come quel luccio di 'Yellow Submarine' che divorava tutto quello che stava intorno a lui e alla fine ingoiava se stesso. Ma per capire il senso della notizia da cui prendo le mosse, non è necessario saperne di più, salvo comprendere che si tratta di uno dei problemi più controversi e appassionanti dell'astrofisica contemporanea. Ora si apprende dai giornali che il celebre scienziato Stephen Hawking (forse più noto al grande pubblico non tanto per le sue scoperte quanto per la forza e determinazione con cui ha lavorato tutta la vita malgrado una terribile infermità che avrebbe ridotto un altro a un vegetale) ha fatto un annuncio a dir poco sensazionale. Ritiene di aver commesso un errore nell'enunciare negli anni Settanta la sua teoria dei buchi neri e si prepara ad apparire di fronte a un consesso scientifico per proporne le dovute correzioni. A chi pratica le scienze questo comportamento non pare per niente eccezionale, se non per la fama di cui gode Hawking, ma ritengo che l'episodio dovrebbe essere portato all'attenzione dei giovani di ogni scuola non fondamentalista e non confessionale per riflettere su quali siano i principi della scienza moderna. I mezzi di massa mettono sovente sotto processo la scienza, ritenuta responsabile dell'orgoglio luciferino con cui l'umanità procede verso la sua possibile distruzione, e nel fare ciò confondono evidentemente la scienza con la tecnologia. Non è la scienza che è responsabile degli armamenti atomici, del buco dell'ozono, della liquefazione dei ghiacci e via dicendo: la scienza caso mai è ancora quella capace di avvertirci dei rischi che corriamo quando, usando magari i suoi principi, ci affidiamo a tecnologie irresponsabili. Ma nelle condanne che si odono o leggono sovente circa le ideologie del progresso (o il cosiddetto spirito dell'illuminismo) si identifica sovente lo spirito della scienza con quello di certe filosofie idealistiche del diciannovesimo secolo, per cui la Storia procede sempre verso il meglio e verso la realizzazione trionfante di se stessa, dello Spirito o di qualche altro motore propulsivo che marcia sempre verso Fini Ottimali. E in fondo quanti (almeno della mia generazione) rimanevano sempre dubbiosi leggendo manuali idealistici di filosofia, dai quali emergeva che ogni pensatore che veniva dopo aveva capito meglio (ovvero 'inverato') il poco scoperto da quelli che venivano prima (come a dire che Aristotele era più intelligente di Platone). È verso questa concezione della storia che si scagliava Leopardi quando ironizzava sulle "magnifiche sorti e progressive". Di converso, e specie di questi tempi, per sostituire tante ideologie in crisi, si civetta sempre più con quello che si chiama il pensiero della Tradizione, secondo cui non è che noi, nel corso della storia, ci si avvicini sempre più alla Verità, bensì avviene il contrario: tutto quello che c'era da capire lo avevano capito le antiche civiltà, ormai scomparse, ed è solo tornando umilmente a quel tesoro tradizionale e immutabile che potremo riconciliarci con noi stessi e col nostro destino. Nelle versioni più smaccatamente occultistiche del pensiero tradizionale, la Verità era quella coltivata da civiltà di cui abbiamo perso notizia, quella della Atlantide inghiottita dal mare, della razza Iperborea di ariani purissimi che vivevano su una calotta polare eternamente temperata, dei saggi di un'India perduta, ed altre piacevolezze che, essendo indimostrabili, permettono a filosofastri e a romanzieri d'appendice di ricuocere sempre la stessa paccottiglia ermetica per il sollazzo delle folle estive e dei sofi da strapazzo. Ma la scienza moderna non è quella che crede che il Nuovo abbia sempre ragione. Al contrario, si fonda sul principio del 'fallibilismo' (già enunciato da Peirce, ripreso da Popper e da tanti altri teorici, e messo in pratica dai pratici) per cui la scienza procede correggendo continuamente se stessa, falsificando le sue ipotesi, per 'trial and error' (tentativo ed errore), ammettendo i propri sbagli e considerando che un esperimento andato a male non sia un fallimento, ma valga tanto quanto un esperimento andato bene, perché prova che una certa via che si stava battendo era sbagliata e bisogna o correggere o addirittura ricominciare da capo. Che è poi quello che sosteneva secoli fa l'Accademia del Cimento, il cui motto era 'provando e riprovando' - e 'riprovare' non significava provare di nuovo, che sarebbe il meno, ma respingere (nel senso della riprovazione) quello che non poteva essere sostenuto alla luce della ragionevolezza e dell'esperienza. Questo modo di pensare si oppone, come dicevo, a ogni fondamentalismo, a ogni interpretazione letterale dei testi sacri - anch'essi continuamente rileggibili - ad ogni sicurezza dogmatica delle proprie idee. Questa è la buona 'filosofia', nel senso quotidiano e socratico del termine, che la scuola dovrebbe insegnare.espressonline.it

Firenze : Comune si serva di banche etiche , non armate di red Un regolamento comunale relativo alle banche con le quali avere rapporti finanziari, favorendo gli istituti di credito che non abbiano effettuato transazioni bancarie connesse al mercato delle armi. E' quanto chiede una mozione presentata da Ornella De Zordo, esponente della societa' civile e capogruppo di "Unaltracittà / unaltromondo" in Comune a Firenze. La mozione e' stata sottoscritta da esponenti del centrosinistra in consiglio e dal presidente del consiglio comunale. Sostanzialmente si chiede al Comune di adeguarsi ai principi e al dettato della legge 185/90 relativamente agli Istituti di credito che offrono i propri servizi e servono come appoggio al commercio delle armi verso quei paesi a cui non dovrebbero essere esportate, cioè in particolare paesi dittatoriali o in guerra. Nel documento - che sara' discusso nel consiglio comunale di lunedi' prossimo - si sottolinea "il ruolo importante svolto da Firenze nell'ultimo secolo per la pace fra i popoli e come ponte fra diverse culture" e "l'importanza della predisposizione di atti formali che indirizzino l'amministrazione comunale a impegnarsi per non intraprendere relazioni finanziarie con le cosiddette 'banche armate'". I consiglieri ricordano una precedente mozione, approvata dal consiglio comunale nel 2002, che invitava il sindaco a scegliere le banche con le quali avere rapporti finanziari in base anche a principi etici, "mozione di fatto disattesa" a parere della De Zordo. "I dati che riguardano le operazioni di commercio di armamenti, in base alla legge 185/10 del '90 che le regolamenta - si afferma nella mozione - sono pubblici ed è possibile verificare conseguentemente che molte banche italiane sono impegnate nel finanziamento di imprese la cui attività è rivolta al commercio di armi; tali dati sono liberamente a disposizione in quanto estratti dalla Relazione del Presidente del Consiglio dei Ministri sulle operazioni autorizzate e svolte per il controllo dell'esportazione, importazione e transito dei materiali di armamento nonché dell'esportazione e del transito dei prodotti ad alta tecnologia". Tale normativa - come ricordato anche nella mozione - stabilisce che l'esportazione ed il transito di armamento sono vietati verso Paesi in stato di conflitto armato, in contrasto con i principi dell'articolo 51 della carta delle Nazioni Unite, fatto salvo il rispetto degli obblighi internazionali dell'Italia, le diverse deliberazioni del Consiglio dei Ministri, da adottare previo parere delle Camere; verso Paesi la cui politica contrasti con i principi dell'art. 11 della Costituzione; verso Paesi nei cui confronti sia stato dichiarato l'embargo totale o parziale delle forniture belliche da parte delle Nazioni Unite e verso Paesi i cui governi sono responsabili di accettare violazioni delle convenzioni internazionali in materia di diritti dell'uomo. by www.osservatoriosullalegalita.org

LA STRAGE DEGLI INNOCENTI E IL FALSO MITO DELL’AUTO La vita di mia figlia Valeria, 17 anni e mezzo, è stata spezzata sul marciapiede di fronte la porta di casa da chi guidava a folle velocità una Lancia Delta integrale da rally, in una piccola strada del centro storico di Messina attraversata da incroci; mio figlio Marcello ferito, il loro amico in coma. È una storia di vittime innocenti, carica di conseguenze irreversibili. Una storia dolorosa, come tante altre contenute negli "Opuscoli Vittime" della nostra Associazione italiana familiari e vittime della strada. Storie che, quasi sempre, hanno alla base un comportamento di consapevole trasgressione delle norme, sottovalutato dalla giustizia. Il "buonismo" con cui essa tratta l’omicidio consumato sulla strada con l’arma impropria del mezzo di trasporto contribuisce a delegittimarla, diffondendo nella società il messaggio che si può delinquere impunemente. Processi e sentenze che offendono la dignità delle vittime e dei familiari, costretti nei tribunali a subire una seconda vittimizzazione. Quando ho fatto notare al pubblico ministero che la morte di Valeria non era dovuta a una pura casualità, ma all’azione volontaria di chi aveva deciso di pigiare follemente il piede sull’acceleratore, trasgredendo consapevolmente la norma e rendendosi responsabile delle conseguenze, per cui la pena doveva essere adeguata alla gravità della colpa, mi è stato risposto: «Il morto è morto, diamo aiuto al vivo». Ma anche nel Tribunale di Spoleto, ai genitori che non ritengono adeguata la pena per quattro ragazzi uccisi, il pm risponde: «In tribunale non si fanno rivalse». C’è da domandarsi come la richiesta di giustizia possa considerarsi rivalsa anziché un sacrosanto diritto del cittadino. A Fermo, ai genitori che sperando nella verità presentano un’ulteriore documentazione, il pm risponde: «Cos’è questa, un’altra puntata?». A Roma, l’avvocato dell’imputato si rivolge in questo modo ignobile alla madre della vittima: «Sarebbe ora che i genitori voltassero pagina!». Potremmo continuare con altre "frasi celebri", per documentare la distanza tra chi gestisce la giustizia e l’esigenza di verità e di giustizia dei familiari delle vittime. Frasi celebri che esprimono anche quella stessa deprecabile superficialità che perpetua le stragi, riscontrabile nei comportamenti delle persone e delle istituzioni: agire come se l’io fosse misura di tutte le cose e mancare di attenzione all’altro, dimenticando che la relazione umana dà senso e alimenta la nostra stessa vita. Al volante, come negli uffici, crediamo di poter fare quello che vogliamo, agendo come se la strada e la poltrona fossero nostre e non un mezzo a servizio della vita e delle persone. Possiamo pigiare prepotentemente il piede sull’acceleratore, dando libero sfogo ai nostri desideri di potenza, specie se i controlli sono assenti, come spesso accade sulle strade. Forse con la complicità dei nostri stessi governanti che ci permettono i 150 chilometri all’ora. Con l’auto, in fondo, potremmo anche uccidere, tanto la giustizia ci consente di non fare un giorno di carcere e di non pagare un euro. Siamo nel tunnel della strage, e fermarsi a contare i morti in più o in meno della settimana prima o di quella dopo non serve a risolverla. Per uscirne, bisogna liberarsi dai lacci della superficialità, ai quali si legano gli interessi egoistici e un modo distorto e settoriale di impostare i problemi, per riscoprire quei valori che appartengono a tutti e con i quali ciascuna istituzione o persona deve misurare le proprie scelte, coordinando gli interventi, controllando i risultati e modificando le azioni inefficaci. Il cambiamento è di carattere etico-culturale e richiede il nostro impegno democratico, poiché la vita distrutta sulla strada è la nostra stessa vita, la nostra dignità offesa, il nostro futuro fatto dolore. L’Associazione italiana familiari e vittime della strada è radicata con circa 60 sedi in tutto il territorio nazionale. L’indirizzo della sede centrale: via A.Tedeschi 82 - 00157 Roma. Telefono 06/41.73.46.24. Sito Internet www.vittimestrada.org. E-mail info@vittimestrada.org. famigliacristiana.it

"Chiuso per guerra" di Bianca Cerri Il Dipartimento di Giustizia Criminale del Texas è nei guai: l’organico si sta dimezzando perchè buona parte di coloro che lo componevano se ne sono andati in Iraq e tanti saluti. “Siamo orgogliosi di loro”, dicono all’amministrazione, “oltre che buoni come agenti di custodia, si stanno rivelando ottimi patrioti ed esimi cittadini, ma noi dobbiamo rimpiazzarli”.In effetti, Neil Camden, Yenesia Cannon e William Carney risultano regolarmente arruolati nella Guardia Nazionale USA presente in Iraq. Rimangono agenti di custodia a tutti gli effetti e vengono considerati assenti giustificati. Anche Edward Wance, che faceva la guardia carceraria nella prigione di Vance, ha preferito l’esercito. I colleghi non smettono di lodarne il suo attaccamento alla patria, talmente forte da fargli decidere di abbandonare temporaneamente la Ware Unit, dove lavora, per andarsene a Bagdad. Due guardie carcerarie risultano anche loro assenti dal penitenziario di Allred: John Gallagher e Lafayette Galyean. I colleghi hanno poi appreso che erano partiti alla chetichella per l’Iraq. Lo stesso vale per William Allen, che prestava servizio nell’unità medica di Galveston. I fratelli Malcom e Robert Baker, entrambi secondini, sono attualmente uno in marina e l’altro nell’esercito. La signora Linda Carranza, che guidava i furgoni con cui vengono trasferiti i detenuti, si è arruolata anche lei, chiedendo di andare in Iraq assieme al resto dell’esercito. Prima di partire, ha regolarmente seguito il corso anti-stress finanziato dal Dipartimento di Giustizia Criminale a beneficio del personale che si congeda temporaneamente per motivi patriottici. E altre due signore, Esther Karlinsa e Gina Etlinger, addette all’addestramento del nuovo personale, si sono arruolate. Prima di andarsene, entrambe hanno fatto una visita oculistica approfittando del “mese della prevenzione delle malattie dell’occhio” offerto dal Dipartimento. I Garcia già guardie carcerarie e oggi membri dell’esercito sono cinque. Uno ha seguito un corso di cucina, sempre riservato al personale carcerario dove insegnano a preparare vari piatti fornendo agli allievi anche le ricette. Il corso di cucina è parte di un programma più ampio cui è stato dato il nome di “Iniziativa Benessere”. Gli allievi che lo seguono con più attenzione vengono premiati e, quest’anno, il premio è andato alle guardie della Beto Unit. Molti i messaggi di congratulazione per l’agente William Roosevelt: non si è arruolato ma è riuscito a scendere da 200 chili a circa 170. Altra guardia carceraria del Texas inserita nell’organico dell’esercito è Rogelio Narvajo. Come ognuno dei suoi colleghi, se presterà servizio continuativo nei ranghi militari, una volta giunto all’età pensionabile avrà sette dollari al più di pensione per ogni anno lavorativo rispetto a chi avrà continuato a lavorare solo in carcere. Il Piano 457 esenta anche le guardie carcerarie in forza all’esercito dal pagare le tasse se non superano un certo reddito. Lorenzo Ramirez, secondino nell’Unità di Roach, ha preferito la Guardia Nazionale. Il salario gli è stato subito aumentato. Jason Teford ha optato per i Marines. Prima di partire ha seguito il regolare programma di ginnastica stretching. Sai che figura se mentre imbracci il mitra ti viene il colpo della strega.... Bianca Cerri b.cerri@reporterassociati.org

A ciascuno il suo commissario Daniele Castellani Perelli I sonni degli europeisti non sono tranquilli. Le modalità con cui si è arrivati alla nomina di Manuel Durão Barroso alla presidenza della Commissione europea, e quelle con cui ci si appresta ad indicare i commissari di Bruxelles, fanno temere il ritorno dei nazionalismi nel vecchio continente. La crisi dei partiti europei, mai evidente come in questa occasione, non è che lo specchio dell'attuale mancanza di uno spirito unitario. Sebbene i trattati affidino al Consiglio dei governi l'indicazione del Presidente della Commissione, è naturale ritenere auspicabile, se si crede nell'Europa, un sistema in cui siano dei partiti autenticamente continentali, trasnazionali, a scegliere i membri della Commissione. Un sistema cioè in cui, essendo tutti ugualmente europei, discriminante siano il valore dei candidati e le loro idee politiche, non la loro provenienza geografica (come se per il governo italiano ogni Regione dovesse indicare un suo uomo). Lo ha scritto molto bene Eugenio Scalfari, il 20 giugno scorso su "la Repubblica", spiegando come oggi i tedeschi votano i parlamentari tedeschi, gli italiani gli italiani, e "dunque non è un vero Parlamento dove i cittadini di una comunità votano i loro membri sulla base di suffragio universale e di appartenenze politiche". "La più urgente riforma da introdurre sarebbe dunque", secondo Scalfari, "quella di modificare il modo di elezione introducendo liste e campagne elettorali transnazionali". Nascerebbero infatti "così (e solo così possono effettivamente nascere) partiti europei veri e propri, con conseguenze importanti anche sulla composizione delle maggioranze parlamentari nei Parlamenti locali (nazionali). Conseguenza non automatica ma di trascinamento, cosa che attualmente non può avvenire". La realtà: il dominio dei capi di governo Invece i commissari di Barroso si apprestano ad essere nominati secondo una ragione geografica (un commissario per ogni paese), così come d'altronde indicano i trattati. E' vero che lo stesso è già avvenuto con l'esecutivo Prodi, ma la cosa che inquieta è che ancora oggi non si senta la necessità di slegare i commissari dal concetto di nazionalità. Anzi, se la bozza di Giscard prevedeva dal 1 novembre 2009 quindici membri scelti a rotazione tra gli Stati (essendo 25 i paesi dell'Unione), il testo costituzionale appena approvato prevede un membro per paese fino al 2014. A preoccupare altrettanto è la brama con cui i vari primi ministri sono corsi a difendere il proprio "interesse nazionale", con la Germania a pretendere Günter Verheugen supercommissario all'Industria, la Francia Jacques Barrot al Mercato interno, la Spagna Javier Solana agli Esteri. Sarebbe stato invece un doppio segnale di europeismo se si fossero scelti i commissari coinvolgendo di più i partiti europei, i cui rappresentanti sono gli unici ad avere peraltro una diretta investitura popolare di tipo continentale. E invece la tendenza nazionalista è emersa sia in quei governi che, da un punto di vista "europeista", siamo più abituati a considerare "cattivi" (nazionalisti e filoamericani) sia nei "buoni" (più federalisti e per una Ue autonoma dagli Usa). Tra questi ultimi, infatti, Chirac e Schroeder (che già avevano arrogantemente sfidato la commissione con la violazione del patto di stabilità) hanno respinto la nomina del candidato popolare Chris Patten (proveniente dal partito vincitore delle elezioni) affermando che il vertice della Commissione "lo sceglie il Consiglio europeo e non un partito", e Chirac, sebbene il britannico fosse del suo stesso partito europeo (il Ppe), ha dichiarato: "Non mi sento legato a questa decisione". Lo stesso socialista Zapatero ha salutato con favore il conservatore Barroso per motivi nazionalisti, perché Spagna e Portogallo hanno molti interessi in comune". Non in nome dell'Europa La morale è che oggi contano solo i capi di governo, tant'è che, con una decisione che Giuliano Amato ha definito "cervellotica ma umanissima", il presidente Barroso è stato scelto tra i primi ministri. Nella realtà i partiti europei non contano nulla, e questo fa il gioco dei nazionalismi. Ppe e Pse sono boicottati da tutti i governi, si sono divisi al loro interno sulla candidatura alla presidenza della Commissione (i popolari francesi erano per il liberale Verhofstadt, i laburisti inglesi per il popolare Barroso), sulla politica estera (filoamericani i popolari spagnoli, antiamericani quelli francesi) e sulla stessa Costituzione (favorevoli i socialisti italiani, contrari quelli francesi). Ben lontani dalla sostanziale compattezza dei partiti politici americani, quelli europei scompaiono dietro altri "partiti" trasversali e ogni volta diversi: nazionali, filoamericani/antiamericani, integrazionisti/euroscettici. Tutto può accadere, ma i presagi per il futuro sono cattivi. Barroso, come ha scritto Giuliano Amato su "Il sole 24 Ore", è "l'ultimo che rimaneva e che non destava alcun particolare sentimento, né di approvazione, né di disapprovazione". Nel suo esecutivo siederanno socialisti, popolari e liberali. Come potranno concordare sulla politica estera Solana, contrario alla guerra in Iraq, e Barroso, l'ospite di Bush, Blair e Aznar al vertice delle Azzorre? Non sarà una "grande coalizione", ma un miscuglio lottizzato. In cui i capi di governo, dopo il lungo braccio di ferro con l'ex presidente Prodi, si apprestano a fare un solo boccone della Commissione. Sicuramente non in nome dell'Europa.www.caffeeuropa.it

Scelta d'amore La libertà sessuale è, in molte parti del mondo, un miraggio. La situazione nei Paesi dell’Europa dell’Est 23 luglio 2004 - "La popolazione in Albania ha un atteggiamento marcatamente antiomosessuale. Gli ultimi sondaggi indicano che la stragrande maggioranza della gente ci considera persone malate. Se ci dichiariamo pubblicamente omosessuali non possiamo ottenere un lavoro decente e la nostra famiglia ci ripudia. Solo gli albanesi possono capire tutta la pesantezza dell’essere ripudiati dalla propria famiglia". Naser Almalek, 30 anni, è il segretario dell'Associazione degli Omosessuali Albanesi. L'unico dei membri del gruppo a rilasciare interviste, perché gli altri temono le discriminazioni e l'ostracismo della società albanese che comincia nei nuclei familiari e si estende come un virus a tutta la società civile del Paese delle Aquile. Bashkim Arapi, presidente della stessa associazione, non ha retto a questa pressione e, il 17 agosto del 2002, si è tolto la vita avvelenandosi. Al funerale, tranne pochi amici e il suo partner, non c'era nessuno, tanto meno qualcuno dei suoi parenti. "Le famiglie di coloro che fanno parte della nostra associazione, di solito, preferiscono non sapere cosa fanno i figli", racconta Almalek al quotidiano belgradese Danas, "se gli omosessuali tengono segreta la loro identità sessuale tutto è a posto. Le famiglie non li ripudiano. Appena qualcuno dichiara pubblicamente di essere gay la famiglia lo espelle". Durante il regime comunista di Enver Hohxa, la persecuzione degli omosessuali raggiunse il suo apice e, il pregiudizio sessuale, è una delle poche cose sopravvissute alla dittatura. Fino al 1995, l'articolo 135 del Codice Penale albanese, prevedeva pene detentive fino a 10 anni per atti omosessuali. Nel gennaio del 1995 l'omosessualità, se praticata tra maggiorenni consenzienti, è stata depenalizzata, ma in Albania la riforma del Diritto di Famiglia del 2003 è stata un'occasione persa. Nonostante il dibattito che si è creato nel Paese, la nuova normativa non prevede alcun riconoscimento per le coppie omosessuali. "Quella del 1995 è stata la nostra più grande vittoria", dice Almalek, ma il fatto che lui sia l'unico a poter parlare pubblicamente, per il timore del ripudio familiare e delle violenze, indica come la situazione non sia affatto soddisfacente. Anche perché qualcuno fa il furbo e tenta di ottenere un visto per l'espatrio fingendosi gay. Questo non aiuta il lavoro di Almalek che amaramente però sottolinea come siano "tempi difficili qui in Albania. Bisogna decidere: l'orgoglio o un visto. Non è una scelta facile". La situazione non è molto diversa in altri Paesi dell'area. La Bulgaria per esempio. Negli anni Settanta, durante il regime, ci furono delle vere e proprie campagne di repressione dell'omosessualità. Negli anni Novanta un aiuto fondamentale alla lotta per il riconoscimento dei diritti dei gay è venuto dagli intellettuali del Paese. Due esempi su tutti. Il primo è quello di Azis, cantante pop-folk che domina le classifiche di vendita in Bulgaria ed è solito esibirsi con una gonna, che ha reso pubblica la sua omosessualità. Il secondo esempio è quello di Marius Kurkinski, attore e produttore teatrale molto apprezzato in patria, che non ha mai nascosto la sua relazione con un uomo. Il coraggio di celebrità come loro ha ottenuto un grande successo: nel giugno del 2002 il Parlamento bulgaro ha depenalizzato l'omosessualità. Non bisogna illudersi che la situazione sia rosea, però. Desislava Petrova, come si legge in un report dell' Osservatorio sui Balcani dedicato alla condizione della comunità LGBT (lesbiche, gay, bisessuali, transgender e transessuali), è la presidente dell’associazione Gemini che si batte per i diritti dei gay in Bulgaria. Lei sostiene che si possano individuare tre tipologie di comportamento dei politici bulgari verso gli omosessuali. "Alcuni di loro hanno una mentalità aperta e collaborano con noi", racconta la Petrova, "altri collaborano esclusivamente perché vogliono adempiere alle richieste dell’Unione Europea, altri ancora ignorano completamente la nostra esistenza e si rifiutano finanche di parlare con noi al telefono. Tra questi alcuni adottano posizioni del tutto estreme, come quel parlamentare che, due anni fa, in Parlamento, ha mostrato una Bibbia e ci ha invitato a bruciare sul rogo". Monika Pisankanova, presiede l'associazione Bilitis, un centro per donne lesbiche e bisessuali. Insegnava alla New Bulgarian University di Sofia, fino a quando ha fondato l'associazione. La storia di Monika è indicativa delle difficoltà che incontra una persona che in Bulgaria voglia esprimere chiaramente la sua sessualità. "Ero già sposata quando mi sono resa conto di desiderare di vivere anche con una donna", racconta la Pisankanova all'Osservatorio sui Balcani, "non perché il mio matrimonio fosse fallimentare, ma perché ne avevo bisogno. Ho avuto una bambina da mio marito e, adesso, lei ha tre genitori: io, lui e la mia compagna. Non ho alcuna intenzione di nascondere il mio orientamento sessuale". La famiglia allargata di Monika però, per lo stato bulgaro, non esiste. Manca una norma su coppie delle stesso sesso. "In Bulgaria la legge non protegge la coppia di fatto", dice la Pisankanova, "se desidero avere un figlio da crescere assieme alla mia partner non veniamo riconosciute come nucleo familiare. Noi omosessuali non abbiamo gli stessi diritti degli eterosessuali. Non possiamo acquistare una casa, non possiamo ereditare dal compagno". Alla totale assenza di tutela legale, comune peraltro alla stragrande maggioranza delle legislazioni del mondo, si sommano spesso discriminazioni nella vita di tutti i giorni. "Abbiamo ricevuto una denuncia", racconta la Petrova, "di un dipendente cui il datore di lavoro ha intimato di legarsi i capelli e di comportarsi da uomo sul lavoro. Non è mai avvenuto che a una donna si chiedesse d’indossare collane meno vistose". Grazie al lavoro di associazioni come la Bilitis, il 1 gennaio del 2004, la Bulgaria ha votato una legge contro ogni forma di discriminazione, anche sessuale. È prevista l'istituzione di una Commissione di Stato per vigilare sul rispetto della legge e sono previste sanzioni economiche pesanti per chi trasgredisce. Il problema non è a Sofia o nelle grandi città del Paese, quanto nelle campagne e nelle periferie, dove il pregiudizio è duro a morire. La situazione si presenta molto simile anche in Romania. Solo nel 2002 il Parlamento di Bucarest ha eliminato dal Codice Penale l’art. 200 che considerava l’omosessualità un reato. Prima della rivoluzione sociale che ha portato alla defenestrazione di Ceausescu nel 1989, la condizione degli omosessuali in Romania era terribile. Tutte le violenze e le ingiustizie erano avvolte in una coltre di silenzio. L’identità sessuale era un tabù inviolabile. Oggi le conquiste in questo senso, almeno dal punto di vista del dibattito pubblico, sono molte. Dal 3 al 9 maggio del 2004, a Bucarest, si è svolto il Festival delle Diversità. Secondo i dati degli organizzatori riportati dall’Osservatorio sui Balcani, la manifestazione è stata un successo, ma non tanto da rendere possibile una sfilata per le strade della città. "La società rumena è indottrinata dai più disgustosi miti, paure e stereotipi legati agli omosessuali", racconta Julia Patagi, deputata rumena dell' Unione Democratica dei Magiari della Romania, "sono costretti ad avere una doppia vita, a nascondersi per la paura di perdere il lavoro, la famiglia, gli amici o di subire aggressioni fisiche". La depenalizzazione dell'omosessualità ha avuto un iter parlamentare durissimo, a causa dell'opposizione della Chiesa Ortodossa rumena e dei movimenti di estrema destra del Paese. Alla fine hanno perso e la legge è passata, ma restano molto influenti, soprattutto lontano dalle grandi città. Christian Elia www.peacereporter.net

Michael Moore: FAHRENHEIT 9/11 di Darkripper (Darkripper gestisce il blog Sestaluna, raccomandabile e molto frequentato) Avevo una morbosa curiosità di vedere Fahrenheit 9/11. Troppo se n'è parlato in questi giorni, troppo si è detto sulla sua vittoria a Cannes e sulla questione dell'opportunità e necessità di fare un film come quello di Michael Moore. Proprio così: opportunità e necessità. Non si può analizzare il film senza tenere conto del suo scopo, il non troppo velato obiettivo di influenzare le presidenziali americane. Ecco, tutto questo parlare del film mi ha fatto venir voglia di vederlo prima dell'arrivo nelle sale italiane. Armato di santa pazienza e di un programma di p2p mi sono messo a cercare uno screener decente del film, riuscendo a beccare un filmato passabile già al primo tentativo. Moore parte da lontano, esattamente dalle elezioni primarie. Un breve bignami di Stupid White Men, praticamente. Poi passa all'11 settembre, soffermandosi a lungo sulle connessioni tra potere politico ed economico e sull'amicizia che lega i Bush e la famiglia reale saudita. Infine la guerra in Iraq e i suoi morti, da entrambe le parti. Il regista si limita molto: compare soltanto sporadicamente, preferendo far parlare le immagini e i filmati di repertorio, che praticamente sono gran parte del film. E' come se non si volesse esporre, come per dimostrare che è tutto vero, e cioé che non c'è niente da dimostrare. Qual è allora il suo scopo? Il suo scopo è mostrare (dal dizionario De Mauro: far vedere, sottoporre alla vista o all’attenzione altrui) ciò che è evidente. Mostrare che esiste una connessione che lega gli eventi e che questa connessione non è sotterranea o occulta, ma osservabile, constatabile. Mostrare i fatti partendo dal presupposto (peraltro esatto) che il tuo potenziale pubblico in gran parte non li conosce. Ecco che torna la sensazione che il film sia uno strumento, una vera e propria operazione per la sensibilizzazione collettiva. Il film, c'è da dirlo, funziona. Moore, quando si impegna, sa essere un ottimo regista. Stupiscono su tutto i titoli di testa, con la semplice ma destabilizzante visione del presidente e del suo staff al trucco prima di fare dichiarazioni televisive. Ma incatenato dalla sua necessità di andare dritto al punto, Fahrenheit rimane di gran lunga inferiore al suo predecessore: sarà della scuola di Columbine che ci ricorderemo tra qualche anno, non certo dei tentativi di Moore di far arruolare nei marines qualche figlio di senatore. La necessarietà del film lo ha fortemente limitato nelle forme, come dicevo poco prima: tutti gli elementi anarchici e che andavano contro il genere-documentario sono scomparsi o fortemente limitati. E' certo un film potente, strapieno di immagini forti che smuovano le coscienze e gli individui. Non è un film brutto, ma di certo non è né un capolavoro né una Palma d'Oro. Ed è forte la sensazione che sia una cosa voluta, perché un film più bello avrebbe nociuto all'esposizione dei fatti. Come strumento, Fahrenheit funzionerà. E' costruito per funzionare. Ma presto ce ne dimenticheremo e con noi Moore. Raggiunto il suo scopo, Fahrenheit 9/11 perde di senso, come un manifesto elettorale dopo le elezioni.

ZAPRUDER: Storie in Movimento di Fabrizio Billi La rivista Zapruder - storie in movimento è frutto di un percorso assembleare che ha coinvolto centinaia di giovani storiche e storici che hanno deciso di mettersi in movimento aprendosi al confronto con altre discipline. Zapruder e il progetto Storie in movimento vorrebbero essere ambiti di confronto e approfondimento culturali dai quali riflettere attorno a storie e storiografie altre. Vorremmo dare spazio a quanti/e non si riconoscono nelle tendenze oggi prevalenti nel panorama storiografico: quella ideologica, funzionale a un uso mediatico e politico-istituzionale, e quella - speculare in ogni senso e altrettanto carica di valenze ideologiche - tendente alla loro deideologizzazione. Riteniamo fondamentale l'esplorazione di nuove pratiche di ricerca e di comunicazione che contrastino il carattere individualistico e solitario della ricerca, la finalizzazione degli studi al "mercato accademico" e la perdita di dignità della disciplina e di chi è costretto/a a operarvi in queste condizioni. I temi d'indagine, gli ambiti di ricerca e gli approcci metodologici che vorremmo perseguire sono molteplici. Accanto all'attenzione verso le classi sociali, la "stagione dei movimenti", i conflitti generazionali, le avanguardie culturali e le subculture, vorremmo analizzare - anche in relazione al loro uso pubblico o alle politiche della memoria messe in atto nei loro confronti - altri soggetti e fenomeni conflittuali: il movimento femminista; le dicotomie fascismo/antifascismo e razzismo/antirazzismo; ma anche, per fare qualche esempio, i movimenti ereticali e - più in generale - eterodossi; i populismi, gli spontaneismi, le dissidenze e i movimenti dei ceti medi; le cosiddette devianze e marginalità sociali, nonché le "istituzioni totali" a queste connesse. Benché non neutrali, desidereremmo analizzare gli ambiti menzionati con metodo scientifico. Crediamo sia importante riconoscere come patrimonio da mettere a frutto - anche criticamente se sarà il caso - filoni di pensiero e di riflessione che hanno contribuito grandemente a rinnovare negli ultimi decenni il fare storia: primo fra tutti la storia di genere, ma anche, per esempio, la storia sociale, la storia orale, la pratica della con-ricerca. Oggi la storia è alacremente messa al lavoro da un esercito di giornalisti-storici o storici-giornalisti che, accanto all'inossidabile mito delle "magnifiche sorti" del capitalismo, propagandano l'immagine di un occidente campione di civiltà, libertà, democrazia e benessere (inteso come abbondanza di merci). Di contro, si ripropone l'immagine dell'altro come arretrato, dissoluto, sanguinario; un "nemico esterno". L'obiettivo di questa propaganda giornalistico-storiografica (di guerra) è palese: presentare la cultura occidentale vittima e ostaggio di tali "nemici", coltivare nella pubblica opinione la rabbia e l'orgoglio per giustificare interventi civilizzatori. Ma anche quello di presentare le forme di dissenso che si sono opposte o si oppongono a tali logiche come potenziale "nemico interno". In questo caso, analizzare il passato alla luce del presente significa allora tornare ad affrontare, da differenti angolature, temi quali la "presenza" coloniale europea in Africa (parlando, ad esempio, di eventi rimossi collettivamente come il massacro di Debrà Libanòs e confutare il mito - duro a morire - degli "italiani brava gente"), l'imperialismo e le guerre contro i popoli del Sud del mondo, i colpi di stato e le dittature filo occidentali in America latina, le rivolte anticolonialiste e antimperialiste, i movimenti di liberazione nazionale, ma anche la storia delle migrazioni e dei migranti, gli internazionalismi (da quello cattolico a quello comunista) e i nazionalismi (da quello palestinese a quello sionista). Perché abbiamo scelto per la rivista il nome Zapruder? Dallas, 22 novembre 1963: il presidente degli Stati Uniti, John Kennedy, muore assassinato a bordo della Lincoln limousine. Poco distante Abraham Zapruder filma con la sua cinepresa la sequenza dell'attentato. Zapruder rende la vita un po' più difficile alle nuove "Commissioni Warren" istituite per stabilire le verità ufficiali. Zapruder ha iniziato le pubblicazioni a maggio 2003, ed è oggi arrivata al quarto numero. Si può trovare in libreria, ma il modo più sicuro per riceverla è l'abbonamento. Tutte le informazioni per abbonarsi, nonché altre informazioni sulla rivista, gli indici dei numeri pubblicati e, prossimamente, anche alcuni articoli, si possono trovare nel sito www.storieinmovimento.org, e-mail info@storieinmovimento.org.

Il diossido di carbonio minaccia la vita dell’oceano di Christopher Doering da countercurrents.org Una squadra internazionale di scienziati ha scoperto che i mari hanno assimilato circa 118 miliardi di tonnellate di diossido di carbonio generato dalle attività umane negli ultimi 200 anni, quasi un terzo della loro capacità di contenimento a lungo termine. “Questo processo ha un prezzo, e lo pagano gli organismi viventi”. Due studi resi noti ieri sostengono che gli oceani del mondo abbiano assorbito quasi la metà del diossido di carbonio prodotto dagli esseri umani negli ultimi 200 anni, determinando rischi potenziali sa lungo termine per coralli e alghe libere. Una squadra internazionale di scienziati ha scoperto che i mari hanno assimilato circa 118 miliardi di tonnellate di diossido di carbonio generato da attività umane tra il 1800 e il 1994, quasi un terzo della loro capacità di contenimento a lungo termine. Sono dati preoccupanti per le sorti future degli organismi marini: i coralli, per esempio, potrebbero vedere ostacolata la loro di formazione degli involucri esterni a causa dell'aumento dei livelli di diossido di carbonio “Questo processo ha un prezzo, e lo pagano gli organismi viventi”, ha affermato il chimico marino Richard Feely, membro della National Oceanic and Atmospheric Administration (NOAA) e principale autore di uno dei due studi. La ricerca è stata pubblicata nel numero di luglio di Science. Il livello di diossido di carbonio rilevato nei mari, che ricoprono quasi il 75% della superficie terrestre, è diminuito fino al 30% poiché alberi e piante ne assorbono la maggior parte prima che finisca in acqua; il 20% del gas è catturato dal fogliame, mentre il restante 70% rimane nell’atmosfera. Lo studio, durato 15 anni, condotto ed elaborato con l’aiuto di diversi ricercatori di tutto il mondo, ha analizzato quasi 72.000 campioni prelevati dall’Atlantico, dal Pacifico e dall’Oceano Indiano. Dall’inizio dell’età industriale i livelli di concentrazione di diossido di carbonio nell’atmosfera sono aumentati dai 280 ppm (parti su milione) di due secoli fa fino ai circa 380 ppm di ora; senza il contributo dell’oceano, però, il livelli attuali sarebbero superiori di 55 ppm. Le ricerche mostrano che se anche gli oceani assorbissero sempre più gas, ci vorrebbe ancora molto tempo prima che diventino saturi. Le correnti, infatti, generano un lentissimo ricambio dell’acqua: quella che si trova in profondità viene spinta verso la superficie, dove può assorbire quantità maggiori di diossido di carbonio. “Gli oceani possono continuare ad assorbire CO2 ancora per migliaia di anni al basso ritmo attuale di ricambio”, ha detto Christopher Sabine, oceanografo della NOAA e autore del secondo studio. L’aumento di CO2 nelle acque rappresenta però una grossa minaccia per le specie che vivono nello strato superiore (il 10%) del mare: le superfici dell’oceano catturano e immagazzinano il gas e la lenta circolazione delle acque mantiene i gas concentrati per la maggior parte dove vivono queste creature. Il cambiamento della composizione chimica degli oceani riduce il livello di ioni di carbonato di cui hanno bisogno coralli e altri organismi per produrre i proprio involucri. Nelle aree in cui il livello di ioni è divenuto troppo basso, le conchiglie, costituite di carbonato di calcio, possono cominciare a sciogliersi. L’impatto a lungo termine su queste creature e sulle specie che si nutrono di esse non è chiaro; per questo i ricercatori hanno dichiarato che verificheranno se l’assorbimento di diossido di carbonio di fatto colpisce la catena alimentare. Secondo Victoria Fabry, una biologa dell’Università della California che ha collaborato alla ricerca, “esiste l’eventualità che si produca un cambiamento nella struttura della catena alimentare... e quindi una alterazione della competizione tra le specie nell’ecosistema marino". Fonte: http://www.countercurrents.org/cc-doering160704.htm Tradotto da Milena Patuelli per Nuovi Mondi Media For Fair Use Only

CAP ANAMUR: SONO TUTTI A CASA I 25 ESPULSI DALL’ITALIA Peace/Justice, Standard “Sono tornati tutti a casa i 25 africani arrivati due giorni fa in Ghana dopo essere stati espulsi dall’Italia”: lo ha detto poco fa alla MISNA una fonte governativa ghanese, precisando che “il governo ha dato loro cibo, soldi e un passaggio che li riportasse nei rispettivi villaggi di provenienza”. Almeno per questi 25 naufraghi della Cap Anamur - la nave dell’omonima organizzazione umanitaria tedesca che nelle scorse settimane li raccolse, insieme ad altri 12 compagni di sventura a largo del Mediterraneo - la vicenda sembra dunque essersi conclusa. La fonte dell’immigrazione raggiunta dalla MISNA ad Accra, infatti, si è detta praticamente certa che le autorità ghanesi non procederanno nei confronti dei propri connazionali per aver "danneggiato l'immagine del Ghana". “Non credo che le dichiarazioni del ministro degli Interni avranno un seguito giuridico” ha sottolineato la fonte della MISNA, la quale ha poi smentito le voci circolate ieri riguardo a un loro arresto. Definiti "impostori" sulle colonne e negli editoriali dedicati alla loro vicenda dai principali quotidiani ghanesi, le autorità ieri avevano fatto sapere che i 25 sarebbero potuti finire davanti a un tribunale in base all'articolo 185 del codice penale nazionale, che sostanzialmente considera reato la falsa testimonianza che possa arrecare danno all'immagine e alla reputazione del Ghana o del suo governo. Il ministro dell'Interno, Hackman Owusu-Agyemang, aveva condannato il comportamento dei propri connazionali, rei di "aver sfruttato, o tentato di sfruttare, a proprio vantaggio una situazione drammatica come quella del Darfur". Prima di effettuare il salto verso l’Europa, quasi tutti i ghanesi giunti sulle coste siciliane a bordo della Cap Anamur avevano passato gli ultimi due anni della loro vita in Libia, lavorando duramente per raccogliere i soldi necessari per pagare i mercanti di immigrati.[MZ] misna.it

Si esprime 'la più profonda preoccupazione per l'inquietante incremento di casi clinici di neoplasie maligne riscontrate nei militari impegnati nei Paesi teatro di guerra' COMUNICATO STAMPA La rete dei Cittadini per l’Ulivo della Sardegna esprime la più profonda preoccupazione per l’inquietante incremento di casi clinici di neoplasie maligne riscontrate nei militari impegnati nei Paesi teatro di guerra. Il fenomeno colpisce, in maniera significativa, molti militari sardi affetti da gravi patologie attribuibili all’azione dell’uranio impoverito. Appare inderogabile l’immediata istituzione di una Commisione Parlamentare di inchiesta dotata di tutti i poteri previsti dalla legge affinché accerti con rapidità i fatti. per la Rete dei Cittadini per l’Ulivo della Sardegna Michele Schirò


luglio 24 2004

Federare l'Ulivo, costruire il programma del centro sinistra ''I nostri elettori volevano e vogliono essere uniti. Su questa linea bisogna andare avanti, partendo dalla lista unitaria con la quale ci siamo presentati alle elezioni europee per fare decollare la federazione dell'Ulivo''. Romano Prodi in una lunga lettera, che sarà pubblicata dal prossimo numero de L'Espresso, risponde agli interrogativi che sullo stesso settimanale gli erano stati rivolti da Giampaolo Pansa e fissa il calendario del suo ritorno alla politica italiana per il rilancio dell'Ulivo. Prodi infatti annuncia di voler iniziare da novembre un ''lungo viaggio'' attraverso l'Italia, citta' per citta', per preparare l’Ulivo alla guida del Paese. ''Ma stare assieme non basta. Noi dobbiamo stare insieme per costruire un programma di governo che nasca da un dialogo sempre più sistematico con il paese. Questo governo non solo ha dimenticato di parlare 'alle vedove e agli orfani', ma ha trascurato di parlare con gli artigiani, i commercianti, gli insegnanti, i ricercatori, i magistrati, i professionisti, i pubblici amministratori, gli operatori della sanità oltre che, naturalmente, con gli operai e gli agricoltori e i sindacati che li rappresentano. E' chiaro che per preparare il programma di governo alternativo a questa crescente sciagura cui siamo sottoposti ci si dovrà mettere in viaggio ed incontrare tutti costoro e molti altri, per ascoltare, ascoltare, ascoltare''. E lo si dovrà fare per mesi e mesi - aggiunge Prodi - attraversando tutta l'Italia, citta' per città. E' a questo ascolto ravvicinato, a questo viaggio attraverso l'Italia che intendo dedicarmi a partire da novembre. Con pazienza. Con tenacia. Per capire e interpretare i bisogni profondi e le speranze del paese. Perché, dalle elezioni che vincemmo nel 1996 e dagli anni del primo governo dell'Ulivo, il paese e' cambiato, nel bene e nel male, e noi non possiamo permetterci di ripresentare agli italiani le medesime proposte di allora, come se il tempo si fosse fermato''. ''L'ultimo giorno di lavoro da presidente della Commissione'', scrive Prodi, ''lo passero' a Roma. E' a Roma, infatti, che, il 29 ottobre, sara' firmata la nuova Costituzione europea. Alla sua stesura la mia Commissione ha lavorato con passione e con intelligenza, impedendo quei pericolosi arretramenti che molti volevano allo scopo di frenare il processo di coesione cosi' necessario per il nostro futuro''. . ''In cinque anni -prosegue il leader dell'Ulivo - mi sono allenato in un'arena che non e' certo piu' semplice di quella romana e che, di fronte alle sfide dell'allargamento, dell'euro, della nuova costituzione europea, mi ha obbligato ad essere sempre proiettato in una dimensione europea e verso il domani, a pensare non solo per noi ma anche per il futuro dei nostri figli''. ''Ed e' questo orizzonte -spiega- che ci dovra' guidare se ci verra' affidato il compito di riprendere il timone della povera nave italiana, che ha completamente perso la sua rotta. A partire dalla finanza pubblica. Perche',se vogliamo bloccare il declino economico e il collasso dei conti pubblici dell'Italia, dobbiamo prima ritrovare il rispetto dei nostri soci europei e conquistarci il ruolo di protagonista tra i 25 membri dell'Unione''. ''E non c'e' solo l'economia -sottolinea Prodi-. C'e' anche, com'e' ovvio, la politica. Pur condividendo alcune delle sue preoccupazioni sull'attuale stato di salute del centrosinistra, quello che per me conta e' che esso sia costruito forte per il domani. Per questo, non attribuisco grande importanza ai sussulti quotidiani. I risultati passano, le idee e le strategie forti rimangono''. ''Lei -scrive Prodi rispondendo ad uno specifico interrogativo di Pansa sulle manovre centriste dei neoprop- mi esprimeva la sua preoccupazione per le strizzate d'occhio neo-centriste. Anch'io le ho notate, certo. Ma non ne ho fatto un dramma, perché le ritengo irrealistiche e irrealizzabili. Sono bastati, infatti, meno di sette giorni per farci toccare con mano che questo ritorno al passato non e' possibile. Il governo non ha posto rimedio alla sua crisi, ma il bipolarismo e l'alternanza hanno retto''. ''Ancor piu' -fa osservare Prodi- dopo il non esaltante spettacolo offerto in questi giorni dalla maggioranza e dal governo, possiamo, infatti, dire che il bipolarismo e l'alternanza sono ormai diventati un patrimonio degli italiani che sanno che quello che lei chiama ''il ribaltone dei centristi'' porterebbe solo all'instabilita' e al disastro. Con questo non nego che qualcuno ci abbia provato o che ci provi. Nego semplicemente che questo tentativo possa avere successo''. Per far meglio comprendere il metodo col quale intende accostarsi ai ''grandi problemi della societa' italiana'' Prodi, i suoi ''orientamenti'' di fronte a ''due temi di cruciale importanza''. ''Il primo -spiega- riguarda la Rai, per la quale considero indispensabile una riforma che la renda veramente indipendente e che la obblighi a misurarsi col mercato. Le esperienze di Francia e Spagna nel governo della televisione pubblica ci possono dare esempi utili per evitare la vergogna di oggi e anche i gravi errori del centro-sinistra di ieri''. ''L'altro tema -prosegue Prodi- riguarda gli assetti istituzionali. Conosciuto il risultato elettorale e stabilito, su questa base, a chi spetti la maggioranza parlamentare, credo che la presidenza di una delle due Camere vada offerta all'opposizione. Questo e' quanto tentammo invano di fare all'inizio della scorsa legislatura, nel periodo del mio governo, e questo e' cio' che, in caso di vittoria, credo dovra' fare, e questa volta giungendo al risultato voluto, il centrosinistra. Perche', se vogliamo un bipolarismo serio e produttivo, dobbiamo cominciare a costruire regole che valgano per tutti e che garantiscano tutti, maggioranza e minoranza''. ''Il bipolarismo -sottolinea Prodi- e' condizione essenziale per avere una alternanza di governo e, dunque, una democrazia sana ed efficiente, ma, per questo, esso deve reggersi su garanzie ed equilibri che questo governo ha sempre negato. Il bipolarismo non e' fatto per dividere un paese, ma per responsabilizzarlo. Nulla a che vedere con il consociativismo, ma solo con una democrazia matura. Proprio quella che dobbiamo preparare in un grande dialogo col Paese, ma pronti, com'e' ovvio, ad affrontare, e a vincere, le elezioni in qualsiasi momento il definitivo precipitare della crisi del governo e della maggioranza le rendesse necessarie''.

Aznar: avrebbe usato fondi pubblici per promuovere la sua immagine negli Usa di red. Otto anni di governo lasciano spesso il segno. È così che anche dopo una sconfitta elettorale e il ritiro dalla vita pubblica, l’ex premier spagnolo José Maria Aznar, non trova pace e nuove indiscrezioni sull’attività del suo governo riportano l’uomo di ferro del Partido Popular al cento del dibattito politico. Con strascichi velenosi. Infatti, risulterebbe che Aznar abbia finanziato una lobby di pressione a Washington per diffondere la sua immagine negli Stati Uniti e raccogliere le firme necessarie a promuovere la sua candidatura alla Medaglia d'Oro del Congresso, un’onorificenza molto prestigiosa. Ciò che ha suscitato raffiche di polemiche è il fatto che Aznar avrebbe usato fondi pubblici per l’operazione di marketing. Sono stati versati ben 2 milioni di dollari sul conto dello studio di avvocati Piper Rudnick. La notizia porta il marchio dell’emittente radiofonica Cadena Ser, una testata ben referenziata in Spagna e apprezzata per la completezza e l’accuratezza dei suoi servizi giornalistici. Lo studio – si legge nel contratto – doveva «assistere il governo spagnolo in diplomazia pubblica e comunicazione strategica», così come «rafforzare i rapporti con la Casa Bianca». Il pagamento dei due milioni di dollari è stato finanziato con i fondi del ministero degli Esteri ed è stato effettuato attraverso la segreteria di Stato per gli Affari esteri e per l’Iberoamerica, struttura che dipende dal ministero. Il contratto è stato stipulato tre mesi prima delle elezioni di marzo e prevedeva un versamento dilazionato: 700mila dollari subito e poi rate mensili di 100mila, fino a giungere alla somma prestabilita. La lobby facente capo allo studio Piper Rudnick informò il governo spagnolo del lavoro svolto e comunicò che fondamentalmente si stava cercando di promuovere al massimo la partecipazione di deputati e senatori a un discorso che Aznar avrebbe tenuto al Congresso americano, nel gennaio 2004. Fu specificato inoltre che lo studio avrebbe cercato di fare pressione su singoli congressisti per ottenere il numero di firme necessarie al conferimento della Medaglia d’Oro del Congresso. Il lavoro dei lobbisti andò a buon fine, se è vero che il numero di 290 firme necessario per ottenere l’onorificenza fu raggiunto molto in fretta. Ecco alcune della parcelle intascate dagli avvocati statunitensi per promuovere l’immagine dell’ex premier al Congresso: J.Boggs, 850 dollari; D.Marshall, 1110; J.Pickup, 1087; I.Sanchez, 672. Tuttavia le pratiche per l’assegnazione della Medaglia non hanno ancora finito di espletare il loro iter burocratico. L’ex ministro degli Esteri, Ana Palacio, non smentisce la notizia, ma specifica che «quello stipulato dal governo spagnolo è un contratto che tutti i Paesi occidentali normalmente fanno». Inoltre l’ex ministro ha detto che «i fondi pubblici non si utilizzarono solamente per far conferire ad Aznar la medaglia». Incalzata dai giornalisti di Cadena Ser, la Palacio ha difeso la sua attività (visto che la firma sul contratto fu apposta dall'allora ministro degli Esteri): «C’è stato un contratto stipulato per appoggiare la questione... – la Palacio, nel file audio disponibile su Cadena Ser, ha una pausa di riflessione molto, molto lunga – ...degli interessi della Spagna, che sono di natura commerciale, culturale e anche di diplomazia pubblica». Aznar, attualmente in Messico, dove sta promuovendo il suo libro Otto anni di governo, una visione personale dello Stato, si è dichiarato indignato, affermando: «Non ho nulla da smentire o confermare, dico solo che alcune affermazioni meritano unicamente disprezzo». Le reazioni della sinistra spagnola sono state diverse. Istituzionali quelle di Miguel Angel Moratinos, ex diplomatico di spessore e attuale ministro degli Esteri: Moratinos, nel confermare l'esistenza e la vigenza del contratto, ha assicurato di aver dato ordine ai servizi giuridici degli Esteri affinché procedano «allo studio dei termini e delle clausole, della loro applicazione e delle conseguenze». Zapatero si è invece rifiutato di commentare il presunto scandalo. Ma l’ala polemista del Pse ha invece incalzato l’ex maggioranza popolare. Trinidad Jimenez, segretaria del Psoe (Partido socialista obrero de España) per le questioni internazionali, ha criticato, in un’intervista alla solita Cadena Ser, «l'atteggiamento megalomane, egocentrico e vanesio di un uomo che ha guidato la Spagna negli ultimi anni e non è stato capace di adempiere al compito con la dignità che gli spagnoli gli avevano attribuito ad un certo momento». A rendere così taglienti le dichiarazione della Jimenez, ma anche di altri esponenti socialisti, sono state la polemiche recentemente innescate da una dichiarazione di Agustín Diaz de Mera, ex capo della polizia e uomo di fiducia di Angel Acebes, ex ministro popolare degli Interni. Diaz de Mera, chiamato a testimoniare dalla commissione che indaga sulle vicende dell’11 marzo (giorno degli attentati a Madrid), avrebbe detto che «furono altri a manipolare le informazioni per influire sui risultati elettorali del 14 marzo» e che «sarebbe terribile se ci trovassimo davanti a una cospirazione interna rivolta ad alterare la vita democratica». Una frecciata, nemmeno tanto velata, per i socialisti. unita.it

Vendite mai così in basso dal ´96. Crollano calzature e vestiti La grande frenata dei consumi Le vendite al dettaglio a maggio sono crollate del 3,2% Vanno giù tutti i settori anche gli acquisti di alimentari, tradizionalmente sempre sostenuti in tempi di crisi Non si è salvata neppure la grande distribuzione che ha subito un calo del 3,1% Reggono, invece, gli ipermercati ELENA POLIDORI da Repubblica - 24 luglio 2004 ROMA - I sociologi sostengono che quando c´è un clima di incertezza - economica, politica, geopolitica - difficilmente i cittadini mettono mano al portafoglio. Tendono a non spendere, a non consumare, a mettere da parte i risparmi per quelli che gli inglesi chiamano i «rainy days», i giorni di pioggia. Ecco, proprio questa diffusa attitudine aiuta a spiegare l´ultimo, clamoroso dato sulle vendite al dettaglio, scese a maggio del 3,2% su base annua, il maggior calo degli ultimi otto anni, dal 1996. Ma c´è anche altro. Uno studioso di sociologia dei consumi come Giampaolo Fabris, aggiunge a questo mix di incertezze che definisce un «cocktail esplosivo», tre elementi: «Nel paese c´è un impoverimento fortissimo, a cui non ha corrisposto un analogo incremento dei redditi. I risparmi sono pochi e quei pochi sono stati pure drenati dai mercati finanziari. L´inflazione reale ha devastato i bilanci delle famiglie». Morale: «La gente non spende perché manca la materia prima, cioè i soldi». E gli è pure venuta la «sindrome della quarta settimana», la paura cioè di non farcela ad arrivare alla fine del mese, «un tempo appannaggio delle fasce più povere, oggi anche dei ceti medi». Fatto sta che l´Istat segnala il crollo che, stavolta, non ha risparmiato neppure i generi alimentari, tradizionalmente sempre sostenuti: meno 3,5%, da maggio a maggio. Fabris sostiene che, forse, una piccola parte di questo ribasso è dovuta al fatto che i cittadini stanno imparando a fare meno sprechi, in fatto di cibo. Ma è appunto una piccola parte. Per il resto, di nuovo, è il binomio pochi soldi-grandi incertezze a spiegare il fenomeno. E allora va giù tutto: il segno meno compare su ciascuna categoria merceologica, dai vestiti alle scarpe, dai profumi ai giochi, dai libri ai mobili agli elettrodomestici. Stavolta poi - ed è una novità - non si è salvata neppure la grande distribuzione che accusa un calo del 3,1%, pari a quello registrato dalle piccole imprese. Reggono invece gli ipermercati. Luigi Guiso, uno degli economisti della «Voce. info», offre una interpretazione più tecnica del fenomeno. Dice infatti che il dato sulle vendite al dettaglio, se letto in parallelo con le ultime performance del fatturato e degli ordinativi dell´industria, segnala che «il paese sta stagnando», che «non c´è una ripresa in atto». Perciò, il consumatore sensato fa «risparmio precauzionale» e, prima di spendere «ci pensa due volte». Ora, secondo l´Istat, sul calo ha influito anche il calendario: il fatto per esempio che il primo maggio sia capitato di sabato ha «bruciato» una giornata di vendite. Tuttavia, anche tenendo conto delle componenti stagionali, il ribasso sarebbe stato comunque dell´1%, mantenendosi al livello più alto nella serie tendenziale destagionalizzata. Su base mensile la flessione è stata invece più contenuta (-0,6%) e il consuntivo dei primi cinque mesi dell´anno mostra un andamento lievemente positivo con un incremento dello 0,2%. Sindacati, consumatori, commercianti sono in allarme, convinti che il crollo dei consumi, al dunque, sia il segnale di un vistoso arretramento dell´economia. Confcommercio parla di un «peggioramento complessivo delle dinamiche produttive del 2004». Confesercenti accusa: «Le vendite sono state affossate dalla sfiducia dei consumatori per le prospettive dell´economia, lastricate di grandi promesse e pochi fatti». Per i consumatori «il calo dimostra che il ceto medio, la società, non vive più». Cgil, Cisl e Uil guardano invece al Dpef appena varato dal governo che definiscono «pesantissimo» perché finisce per «aggravare le condizioni materiali di pensionati e lavoratori». Un ribasso così forte dei consumi dimostra, secondo loro, che «c´è un problema salariale e di politica dei redditi» che andrebbe ridefinito. -------------------------------------------------------------------------------- Rallenta la grande distribuzione, si salvano solo gli ipermercati. Gli italiani ora sono scettici verso la moneta unica Consumi in frenata, mai così giù dal ’96 In maggio le vendite al dettaglio scendono del 3,2%. In calo anche gli alimentari e il made in Italy dal Corriere - 24 luglio 2004 MILANO - Forte frenata dei consumi, e subito scatta l’allarme recessione. Ieri l’Istat ha diffuso i dati relativi alle vendite al dettaglio in maggio: il calo rispetto a 12 mesi prima è stato del 3,2%. Il più consistente dal gennaio ’96. Lo stesso istituto di statistica sottolinea che su base mensile la caduta è tutto sommato contenuta (-0,6%) e che nei primi cinque mesi dell’anno l’andamento è stato lievemente positivo (0,2%). E avverte: bisogna tener conto dell’effetto-calendario. Tuttavia, anche così la caduta è pari all’1%, la più grave delle serie tendenziali destagionalizzate. E non ha risparmiato i consumi alimentari, che tradizionalmente tengono, e la grande distribuzione, che per la prima volta accusa un calo del 3%, come i negozi. Dati preoccupanti, dunque, che probabilmente vanno letti insieme ai risultati dell’ultimo sondaggio dell’Eurobarometro, diffusi anch’essi ieri: la fiducia degli italiani nell’euro «perde nettamente terreno e raggiunge il livello più basso dalla sua introduzione». Le ragioni? «Legate direttamente al problema dei prezzi e dell’inflazione». La flessione dei consumi risulta più significativa se si considera che i prodotti alimentari hanno mostrato questa volta la diminuzione più marcata: -3,5%, anche in questo caso il calo peggiore dal ’96. Solo altre due volte hanno registrato flessioni nelle vendite: marzo e dicembre 2000. Secondo le organizzazioni di settore (come Coldiretti e Federalimentare) l’andamento è in realtà dovuto alla diminuzione dei prezzi, soprattutto dell’ortofrutta, che si è accompagnata a una contrazione contenuta dei consumi. Anche per questa ragione il calo non avrebbe risparmiato la grande distribuzione (dove i prezzi sarebbero scesi di più), che in maggio ha «sofferto» (-3,1%) come i piccoli negozi di quartiere, in crisi da tempo. Nei supermercati e hard discount le vendite sono così scese rispettivamente del 4,2% e 3,8%, mentre nei magazzini grandi e specializzati si registrano crolli fino al 15%. Solo gli ipermercati, grazie agli alti volumi, hanno tenuto con un incremento pari al 2,5%. Per quanto riguarda i consumi non alimentari, se il calo medio è stato del 2,9%, frenate sensibili sono state accusate da alcuni prodotti di punta del made in Italy, come cuoio e scarpe (-4,4%) e abbigliamento (-4,3%). Immediati i commenti allarmati. Secondo il Centro studi Confcommercio si tratta di «segnali molto preoccupanti della salute dell’economia». E per le grandi imprese «si tratta dei dati peggiori da 10 anni». La Confesercenti sottolinea che «le vendite sono affossate dalla sfiducia dei consumatori per le prospettive dell’economia, lastricate di grandi promesse e pochi fatti». Secondo la Cgil «la manovra correttiva e il Dpef rischiano di aggravare la situazione». E la Cisl parla di «disastro» causato dai redditi «ridotti al lumicino» e dall’assenza di una politica di rilancio dell’economia. Infine, le associazioni dei consumatori(come Adusbef e Codacons) denunciano: i ceti medi non ce la fanno più. Sergio Bocconi -------------------------------------------------------------------------------- Ds Milano - Rassegna stampa

LE PROMESSE DEL CAVALIERE GIULIO ANSELMI da Repubblica - 24 luglio 2004 NEL giorno del doppio sboom si sgonfiano le promesse berlusconiane e il piatto del governo appare desolatamente vuoto. In poche ore Berlusconi ha visto fallire il tentativo di ristabilire il suo potere assoluto nella Casa delle libertà, ha licenziato un commissario del calibro di Monti dalla Ue, per sostituirlo con Buttiglione, e ha dovuto ammettere che la Finanziaria sarà di 24 miliardi di euro, ai quali devono aggiungersi i 7,5 della manovrina testé varata e quelli (12?) della riduzione fiscale: una manovra pesantissima, appena seconda a quella di Prodi per entrare nell´euro. Ma allora c´era un obiettivo da raggiungere, la moneta unica, grazie alla quale abbiamo un ombrello che ci ripara dalla grandine, mentre oggi vengono chiesti sacrifici pesantissimi solo per tappare la voragine, tenuta colpevolmente nascosta da ripetute assicurazioni che tutto andava bene e che il meglio era dietro l´angolo. Perso il controllo della maggioranza e smarrito quello della finanza pubblica, i pilastri che tre anni fa avevano garantito la vittoria si sgretolano, tra comportamenti balordi, bersagliati da numeri da disastro. Le promesse del Cavaliere È finita la stabilità garantita dal leader, oltre e contro la stessa politica, non ci sarà maggiore ricchezza per tutti. Anzi. Il nuovo ministro dell´Economia Siniscalco, che ieri s´è presentato per la prima volta in Consiglio, non è apparso né debole né corrivo. Ha fornito le linee guida del Dpef: il rapporto tendenziale tra deficit e Pil per il 2005 sarà del 4,4 % (contro il massimo del 3 tollerato dall´Europa) e dovrebbe essere ricondotto al 2,7 dalle misure in preparazione, 17 miliardi strutturali, 7 una tantum. Come dicono sempre questi documenti il governo "punta a stimolare la crescita con investimenti sulla ricerca, sull´istruzione, sul Mezzogiorno e sull´innovazione". E le cose miglioreranno riducendo il debito dal 2007 e portando l´indicatore-simbolo dell´avanzo primario dall´attuale 2,4 al 4,8 nel 2008. Vedere per credere. Occorre dare atto al professore succeduto a Tremonti, come ha riconosciuto un suo lontano predecessore, il ferrigno Visco, che ha scelto la strada della verità: le cifre fornite rivelano uno sfondamento strutturale del bilancio pari ad almeno due punti di Pil. Perfino sul fronte della riduzione fiscale, cavallo di battaglia del premier che ancora ad aprile, alla vigilia delle europee, annunciava come imminente un decreto impossibile da realizzarsi (avrebbe comportato una riduzione del gettito di oltre 19 miliardi), Siniscalco ha dato prova di realismo: si farà, ma sarà divisa in due, parte nel 2005 e parte l´anno successivo. E pazienza per le promesse di Berlusconi. Carta straccia, saldi di fine stagione, sogno divenuto incubo: i politici dell´opposizione facevano a gara, ieri, nell´inventare sinonimi. Ma certo i vecchi errori di previsione e l´incapacità di tenere sotto controllo la spesa corrente hanno portato il paese sull´orlo della catastrofe. Si dirà che c´è andato altre volte. Ma ora tutti i segni sono al negativo. Secondo Bankitalia alcune delle entrate previste dalla precedente finanziaria sono di esito incerto. La politica delle toppe - condoni fiscali e cartolarizzazioni - con cui si è tirato avanti ha dato quel che poteva dare. La riforma delle pensioni, bloccata quattro giorni fa per ritorsione dalla Lega, se passerà, comincerà a produrre effetti tra quattro anni. Le imprese, soprattutto del Sud, hanno subito i colpi di scure sulla legge 488. Banche e assicurazioni si trovano alle prese con nuove tasse. Gli enti locali sono in rivolta. Di fronte all´ipotesi di sacrifici i sindacati hanno già messo le mani avanti, chiedendo rinnovi contrattuali nel pubblico impiego con aumenti dell´8%. Chissà quant´è contento Fini, in questo marasma, di aver strappato a Tremonti lo scalpo della collegialità, che dovrebbe consentirgli di dire la sua sulla politica economica. Oggi sembra appagato e allineatissimo al suo sdoganatore, le alleanze, stramba quadriglia, si sono riformate nel Polo: prima An e Udc contro Lega e Forza Italia, ora Udc contro tutti. Dopo molte umiliazioni, Fini ha scelto una prudenza che scolora nella dipendenza: anche lui, come l´Udc, ha colonnelli «ministeriali» la cui lealtà non va messa alla prova. Follini, invece, ha giocato d´anticipo: ieri alle otto e mezzo, di prima mattina per i tempi della politica romana, ha convocato l´Ufficio politico. Non c´era tempo da perdere: il premier, dopo aver minacciato di scatenargli contro le tv, si era messo in testa di portargli via il partito. Una resa dei conti. Il «tipo», come il Cavaliere lo chiama in alternativa a «quello là», rifiutandosi di pronunciare il suo nome, ha sì approvato le leggi ad personam su giustizia e tv, ma non ha voluto entrare nel governo (per non far apparire strumentale e ricattatoria la sua critica postelettorale), si è impuntato a emendare la devolution della Lega, piace troppo alla sinistra. Ormai incapace di contenerlo, in bilico tra esasperazione e rancore, il presidente del Consiglio ha deciso di fermarlo, ricorrendo all´arma avvelenata del tradimento. La merce di scambio, dicono le indiscrezioni, era il posto italiano di commissario europeo per Buttiglione e, a ricasco, un ministero per Baccini, esponenti della parte Udc più sensibile al fascino del Cavaliere e del governo. Come, almeno per ora, è finita, lo ha detto - tra fermezza e sberleffo - il presidente dei deputati Udc Luca Volontè: «C´è il segretario, ci sono i nostri emendamenti e ci sono le nostre priorità nel Dpef». Baccini ha dichiarato di scegliere l´unità del partito e, a sera, si è saputo che Buttiglione andrà a Bruxelles. Senza alcun baratto, ma per "convinzione" del Cavaliere. Parola di Follini. Ma non è un lieto fine. Con la scelta di Buttiglione, l´Italia rinuncia al suo miglior rappresentante all´estero, punito forse da Berlusconi per non avere voluto fornirgli copertura alla guida dell´Economia: Monti, che aveva esplicitamente chiesto di restare, è stimatissimo per competenza e coraggio: i media di mezzo mondo lo hanno soprannominato SuperMario. È difficile accettare che venga sacrificato alla realpolitik, sostituito strumentalmente senza neppure un cenno di ringraziamento. Anche una poltrona più larga per il filosofo cattolico, del resto, non fermerà il conflitto tra Follini e il premier: i rapporti sono irrimediabilmente deteriorati, ancora ieri il segretario centrista ha ribadito di voler nettamente trasformare la tonalità politica del centrodestra, puntando a un federalismo equo e solidale e a un primo ministro meno onnipotente. Ma i mugugni nel partito crescono, come la comprensione per le ragioni del presidente: s´è mai visto un monarca assoluto che accetta di ridimensionarsi? -------------------------------------------------------------------------------- Ds Milano - Rassegna stampa

Il gelido commiato di "SuperMario" FEDERICO RAMPINI da Repubblica - 24 luglio 2004 L´ITALIA e l´Europa perdono SuperMario. Il tecnocrate italiano più noto nel mondo dai tempi di Guido Carli. L´uomo che ha messo alle corde Microsoft e General Electric, dando all´Ue una grinta senza precedenti nel confronto con la superpotenza Usa. Il grand commis internazionale ricevuto come uno statista in America. L´esponente della migliore tradizione europeista italiana, da Spinelli a Ciampi. Uno degli ultimi personaggi d´un establishment italiano esportabile nelle grandi istituzioni della governance globale. Viene sacrificato da Berlusconi, in un giro di poltrone romane, per "comprare" pezzi di correnti democristiane e tirare a sopravvivere. SEGUE A PAGINA 4 -------------------------------------------------------------------------------- IL GOVERNO E L´EUROPA L´uomo che multò Bill Gates bruciato dai "baratti" romani L´amarezza di Super Mario: volevo continuare la mia sfida Per anni è stato una specie di "governatore ombra", critico verso Bankitalia per l´indulgenza sulla spesa facile dei governi dc Due no a Berlusconi: nel 2001 per gli Esteri e venti giorni fa per l´Economia. Ma il premier gli aveva garantito la riconferma in Europa Alla Ue è diventato lo "sceriffo" della concorrenza, arrivando a colpire giganti come Microsoft Dalla Bocconi a Bruxelles, storia di Mario Monti, il tecnocrate italiano più stimato nel mondo (SEGUE DALLA PRIMA PAGINA) FEDERICO RAMPINI «Avevo confermato la mia disponibilità - è la secca reazione di Mario Monti - Sarei stato lieto di continuare a impegnarmi con determinazione per un´economia europea più libera e competitiva e per incisive riforme economiche, intervenendo contro distorsioni, restrizioni corporative e abusi, anche quelli praticati dagli Stati più potenti». In quel freddo commiato c´è tutto Monti: la pacatezza, l´understatement, ma anche il puntiglio nel rivendicare il senso di una missione che viene troncata senza un perché. In questa giornata di amarezza e di impotenza, Monti rivive la storia straordinaria dei suoi dieci anni a Bruxelles. Fino a ieri aveva sperato - perché gli era stato promesso da Berlusconi - che la sua avventura europea andava avanti. Ora è il momento dei flashback e dei bilanci. Monti ricorda la prima nomina europea, quando entra nella Commissione Santer nel 1994 con l´aureola d´austera competenza di rettore della Bocconi nonché "governatore ombra" della Banca d´Italia. Governatore-ombra perché è il più autorevole economista monetario del paese, e l´unico che osa sfidare l´intoccabile Via Nazionale: per anni ha criticato una politica monetaria troppo accomodante verso la spesa facile dei governi democristiani, e una gestione del credito protezionistica che mantiene in vita oligopoli bancari inefficienti, a danno dei consumatori e della competitività italiana. Cattolico praticante ma senza indulgenze verso i vizi della galassia ex-democristiana, più vicino alla cultura economica di Ugo La Malfa ma privo di affiliazioni partitiche, già nel ?94 Monti paga un prezzo per la scarsa rispettabilità internazionale del primo governo Berlusconi: il portafoglio della moneta unica, che gli spetterebbe, va invece a un diplomatico francese (de Silguy) senza competenza specifica. Monti deve accontentarsi del mercato unico, un portafoglio comunque importante per abbattere le barriere protezionistiche residue, sfidare i dirigismi nazionali e difendere i consumatori. In quella fase interpreta il suo ruolo di commissario anche per condizionare le scelte politiche dell´Italia. Segue la delicata partita del risanamento dei conti pubblici operato dai governi Dini e Prodi, diventandone la "sponda" europea. Coglie prima di ogni altro gli umori dei nostri partner, le durezze tedesche, la diffidenza dei mercati, la coalizione di forze che vorrebbero tenerci fuori dalla moneta unica: forze esterne che trovano una fitta rete di "aiuti" in Italia (i veti sindacali alle riforme, il "partito della svalutazione" che domina in Confindustria, il crescente euroscetticismo della destra e dei leghisti). Da grande conoscitore dei mercati finanziari, Monti sa i prezzi tremendi che pagherebbe l´intera nazione in caso di esclusione dall´euro. Usando le interviste su Repubblica o gli editoriali sul Corriere, interviene implacabile ogni volta che avvista nei governi Dini o Prodi una tentazione di rinvio delle scelte impopolari, una sottovalutazione delle resistenze antiitaliane della Bundesbank. Per questo rigore calvinista Monti acquista una credibilità in Europa che risulta preziosa al momento cruciale: il 24 marzo ?98, quando la Commissione deve stilare le "pagelle" decisive per i paesi candidati, la voce di Monti in favore dell´Italia ha un peso inestimabile. Il balzo verso la notorietà mondiale arriva dal 1999 con il secondo mandato europeo, nella Commissione Prodi, dove a Monti viene affidato il portafoglio "pesante" della concorrenza. In questi quattro anni l´importanza dell´antitrust cresce fino a livelli mai visti. L´Europa era sempre stata una tardiva e timida imitatrice delle politiche americane, in fatto di lotta ai monopoli. Monti invece osa laddove l´antitrust americano indietreggia. Afferma la competenza di Bruxelles su una maxiacquisizione tra due giganti Usa: General Electric e Honeywell. È una sfida per Washington, l´Unione europea si arroga il diritto di autorizzare il matrimonio, interferisce su una vicenda che per gli americani è "domestica" (ma Monti interviene in virtù del fatto che quelle aziende Usa hanno una forte presenza sui mercati europei). L´affronto diventa clamoroso quando Bruxelles dice no all´operazione, che aveva ottenuto il via libera dall´antitrust americano. Monti fa il bis con la Microsoft, punita per abuso di posizione dominante a Bruxelles: un rovescio per Bill Gates, che invece era uscito vittorioso dallo scontro con l´antitrust del suo paese. L´Unione che appare fragile e divisa di fronte agli Usa sul piano diplomatico e militare, trova un terreno di rivincita come superpotenza economica. Il mito di SuperMario cresce sui mass media americani. Lo sdegno di Washington per la "lesa maestà" si trasforma in rispetto per un interlocutore che non si lascia intimidire. In una recente visita in California, Monti viene trattato con gli onori di un leader straniero. Tanto più che SuperMario si comporta con lo stesso rigore quando le minacce alla concorrenza vengono da Berlino, Parigi o Roma. Combatte contro il vecchio vizio dei salvataggi di Stato delle aziende decotte, punisce aiuti pubblici e assistenzialismi anche dentro il cortile di casa. Perciò, quando cominciano i giochi per conquistare i portafogli chiave nella nuova Commissione Barroso, e la Francia allunga le mani verso l´antitrust, gran parte dei governi europei invocano la riconferma di Monti: lui è una garanzia di correttezza, un baluardo per i consumatori, un francese in quel ruolo sarebbe "la volpe a guardia del pollaio" (The Financial Times). Super partes è l´espressione che ricorre quando parlano di lui in Europa. Super partes anche in Italia. Più volte sollecitato (anche per gli Esteri, da Berlusconi nel 2001), non scende in campo con uno degli schieramenti politici. Nominato a Bruxelles una volta dal centrodestra, la seconda da D´Alema, difende gelosamente la sua "alterità". Ma quella sua diversità che in altri tempi incuteva solo rispetto, lo rende vulnerabile nelle convulsioni del berlusconismo in crisi. Monti ingoia una prima offesa quando il premier lo brucia come candidato virtuale alla guida del Fondo monetario internazionale ("ho un candidato fortissimo") salvo battere in ritirata di fronte a un accordo franco-tedesco-spagnolo che nomina Rodrigo Rato. È solo un assaggio di quel che accadrà di lì a poco con la sceneggiata del Tesoro. Dopo aver cacciato Tremonti, Berlusconi tenta il colpo di un superministro autorevole all´estero. Getta nel tritacarne della politica italiana il nome di Monti, salvo accorgersi in ritardo che le condizioni poste dal commissario europeo sono troppo severe: la politica economica, commissariata da un grande tecnico che ha la stima di Ciampi, dei mercati e dei governi mondiali, verrebbe sottratta alle manipolazioni del premier. Berlusconi "ritira" l´offerta a Monti quando in realtà il commissario gli ha già detto no. Gli assicura, però, la riconferma in Europa. Il resto è cronaca delle ultime ore: l´Italia berlusconiana torna a usare Bruxelles come il cimitero degli elefanti dei democristiani di una volta. Mandando Buttiglione alla Commissione, riesce a fare due danni con un colpo solo. Priva l´Europa di un talento che le aveva dato più peso nell´economia globale. E rinuncia all´unica carta che l´Italia ha in mano per aspirare a un portafoglio europeo veramente importante. L´attenuante dei democristiani di vent´anni fa, che mandavano a Bruxelles inutili notabili caduti in disgrazia, è che quell´Europa contava molto meno di oggi. Adesso, mentre a Bruxelles si organizza la nuova architettura di un potere semifederale, è l´Italia a contare sempre di meno. -------------------------------------------------------------------------------- Ds Milano - Rassegna stampa

Il Carroccio minaccia l'Udc: "A settembre la resa dei conti" REDAZIONE "Follini ha una strana visione della politica. Per lui è normale fare continui strappi e non rispettare il programma di governo, salvo pretendere da Berlusconi gratifiche per il suo partito". Sono parole del leghista Alessandro Cè, protagonista ieri dell'ennesimo attacco ai danni dell'Udc. Il parlamentare, intervistato dal periodico padano "Qui Lega Parlamento", ha avvertito i centristi: il Carroccio è stanco di aspettare ed ha deciso di marciare a tappe forzate verso la Devolution. "A spostare le votazioni a settembre in commissione non ci pensiamo neanche, se non si vuol far cadere il governo - ha minacciato - se la situazione politica non si sblocca, visto che ancora oggi il segretario dell'Udc ha confermato l'intenzione di mantenere i suoi emendamenti, allora si voterà anche sulle parti dove non è stato ancora raggiunto l'accordo". Insomma, "a settembre ci sarà la resa dei conti" e "se la Lega sarà costretta allo scontro forse cambia anche lo scenario politico". centomovimenti.com

Berlusconi silura Mario Monti per il suo lavoro ? di Rita Guma L'aspetto politico di equilibri interni e scambi di favori nella CdL ha offuscato quello che e' - a mio avviso - il principale motivo della scelta di silurare Mario Monti, commissario europeo alla libera concorrenza. Francamente non so se Monti abbia una provenienza di parte, mi limito a valutare il suo lavoro, che come Osservatorio sulla legalita' abbiamo seguito in questi anni: un lavoro serio e ben fatto, che proprio per questo aveva creato non pochi imbarazzi all'attuale governo, il cui premier e' l'antitesi vivente dell'antitrust. Un premier che possiede o controlla gran parte delle reti televisive italiane e continua a varare leggi che favoriscono le sue testate, anche grazie alla raccolta pubblicitaria - suscitando la rampogna dell'OSCE, del parlamento europeo e del consiglio d'Europa per la sua posizione dominante nel campo della comunicazione - non poteva amare un serio commissario alla concorrenza. Monti, infatti, ha operato sempre in ossequio al suo prestigioso curriculum. Laureato in Scienze economiche e commerciali presso l’Università Bocconi di Milano e perfezionatosi a Yale, negli USA, ha ricoperto varie cattedre, divenendo poi, fra l'altro, rettore e presidente della Bocconi, Presidente dell’Associazione universitaria europea di studi finanziari, componente di varie commissioni economiche e di alcuni consigli di amministrazione, nonche', per 7 anni, editorialista economico del Corriere della Sera. Se Monti ha segnalato in moltissime occasioni i problemi che questo governo ha creato alla libera concorrenza nel Paese, lo ha fatto per serieta' del suo ufficio, cosi' come lo ha fatto per tutti i Paesi che violavano la normativa sulla concorrenza dell'Unione (e sfidando colossi come Microsoft e France Telecom), tuttavia, si sa, a Berlusconi non piace essere controllato, criticato e men che meno portato in tribunale, anche se si tratta della Corte europea di Giustizia. Dal decreto salvacalcio alla prassi sugli appalti in alcuni settori importanti (in termini di cifre in gioco), dai trasporti allo smaltimento rifiuti, Monti e' stato inflessibile, ed ha perseguito l'Italia - con il consenso della commissione - per garantire la concorrenza a norma di legislazione UE. Perche' libero mercato significa spazio per le piccole e medie imprese, crescita economica, speranza nel futuro per i singoli e per le Nazioni, prezzi piu' bassi e talora anche maggiore trasparenza delle procedure e riduzione della corruzione, mentre nel campo dell'informazione e' garanzia di pluralismo. In un mondo di politici sempre assenti o inerti, Monti lavorava moltissimo, anche se prendendo iniziative scomode. Aveva avviato un approfondito lavoro per la riforma delle professioni, per eliminarne lacci e lacciuoli, con una preventiva indagine conoscitiva che aveva suscitato ampi consensi sul metodo e nel merito, pur se con le ovvie resistenze di chi vorrebbe mantenere i privilegi di casta. Aveva di recente varato il nuovo regolamento antitrust dell'Unione - con cui la legge Gasparri potrebbe confliggere - entrato in vigore il primo maggio. Le norme che regolano il funzionamento della Commissione europea stabiliscono che i suoi membri devono operare in modo equanime, libero da condizionamenti di partito, di governo o di altre entita'. Seguendo passo passo il suo lavoro, si puo' dire che questo Monti lo abbia fatto. Anche e soprattutto per questa ragione era pericoloso in quel ruolo, ed andava silurato, pur essendo apprezzato urbi et orbi ed avendo dato la propria disponibilita' a continuare. by www.osservatoriosullalegalita.org

In attesa del nuovo blackout Quale energia per il futuro? Il futuro energetico italiano si presenta incerto e pieno di contraddizioni. In Europa siamo una cenerentola e il sistema non gode ancora dei benefici di una vera liberalizzazione. Da noi il processo di "liberalizzazione del mercato" è partito in ritardo e questo ha senz’altro creato enormi disagi al sistema Italia provocando, a cascata, disservizi e disagi per tutti: imprese, pubblica amministrazione cittadini/consumatori. Perché importiamo energia? Quanto ci costa? Cosa possiamo fare? Dopo il black out di fine settembre si è fatto un gran parlare della questione energetica; proprio in quei giorni il governo tira fuori dal cilindro il "decreto sblocca centrali" ma non pensa di risolvere prioritariamente il problema legato alla mancanza di un vero e proprio Piano Energetico Nazionale. Paradossi che la dicono tutta sul futuro energetico nel nostro paese. Noi consumiamo più energia di quella che produciamo, per questo siamo costretti a importarla. Se da un lato il NO al nucleare ci ha evitato scenari sicuramente più estremi di quelli che viviamo quotidianamente dall’altro ci lamentiamo dei costi legati alla produzione e alla distribuzione di energia. Da questo punto di vista occorre fare chiarezza; se i prezzi dell’energia nel nostro paese si pongono tra i più alti in Europa (ciò detto vale sia per il mercato del gas naturale che per quello dell’elettricità) le cause sono da attribuire ad una insufficiente competizione del mercato e ad interventi normativi poco efficaci. Per il gas, ad esempio, i prezzi risentono di un eccessivo carico fiscale (le imposte gravano sulle famiglie per il 46% del prezzo finale), per l’elettricità hanno un peso le caratteristiche della produzione elettrica. Infatti, nel 2003 in Italia il 70% della produzione viene da idrocarburi (gas naturale e oli combustibili) mentre in Europa il 60% della produzione proviene da energia nucleare e carbone. Se proviamo a scomporre la tariffa ci si rende conto che ad una sensibile riduzione dei costi regolati (ossia quelli legati alla trasmissione e alla distribuzione) fa eco un andamento dei costi di produzione i quali sono sostanzialmente legati alla dinamica dei prezzi dei combustibili che si mantiene su livelli superiori alla media europea. Infatti, il mercato vincolato paga, al netto delle imposte, 10.18 centesimi di euro per kWh; il 67% della tariffa è costituita dal costo di produzione, mentre il solo 22% è relativo alle tariffe per la trasmissione e la distribuzione. Il restante 11% sono oneri di sistema e costi commerciali. Questo per dire che il paese è in evidente affanno e che la dipendenza dal petrolio ci condanna; nel settore domestico la struttura del mercato energetico “costringe” le imprese energetiche a basare il loro margine di profitto in gran parte sul trasferimento dei costi delle materie prime (petrolio, carbone, metano etc.) dal produttore al cliente finale. Ma a questo va aggiunto che anche le nostre abitudini e i nostri comportamenti energetici sono notevolmente diversi rispetto a quelli del passato; basti pensare, ad esempio, di quanto sono aumentati i consumi di energia legati ai trasporti (ascensori, navi, metropolitane etc..) e quanto sono cresciuti quelli legati, ad esempio, alle comunicazioni. Le nostre abitazioni, intanto, sono diventate “sistemi energivori”: condizionatori, frigoriferi, lavatrici, lavastoviglie, scaldabagno, stereo, televisione etc… Per fare un esempio sugli effetti devastanti che questi comportamenti umani hanno sull’ambiente basti pensare a quanta anidride carbonica siamo in grado di immettere nell’atmosfera ad esempio utilizzando un eurostar Milano – Roma: consumi pari a 10.000 kWh per una immisione di gas inquinanti pari a 7.000 kg di anidride carbonica. Tutto ciò dovrebbe far riflettere e, di fronte a percentuali davvero basse di utilizzo di energia pulita (in Italia solo il 16% di produzione è da attribuire alle fonti rinnovabili), le scelte governative dovrebbero andare in tutt’altra direzione. Ma se pensiamo che per una famiglia occorrerebbero circa 25.000 euro per l’installazione di un impianto fotovoltaico, si capisce allo stesso tempo il perché non ci siano stai risultati rilevanti da questo punto di vista nonostante gli sforzi prodotti da Regioni, Province e Comuni. Il ritardo accumulato in questo senso andrebbe colmato, si potrebbero trovare forme davvero efficaci di incentivazione fiscale per quei cittadini che singoli o associati siano disposti ad autoprodurre energia da fonte rinnovabile; peraltro in Italia, nel caso in cui un cittadino fosse dotato di impianto di autoproduzione di energia e ne producesse di più rispetto al suo fabbisogno, non potrebbe rivenderla alla società fornitrice ma solo “scalarla” dalle successive bollette. In Italia il ritardo accumulato è enorme e paradossalmente è più forte al sud che non al nord dove in Trentino si concentra il 30% dei pannelli solari e invece che nell'assolato Meridione. A questo punto ci chiediamo, a quando la svolta? [Rodolfo Schiavo] aprileonline.info

Berselli Torna la politica e crolla la Casa Ora c'è il rischio che Berlusconi, per rimontare la corrente, tenti imprese caotiche all'insegna del tanto peggio tanto meglio Tremonti è stato defenestrato, Bossi se n'è andato, per Tabacci la verifica resta aperta, per Bondi e Schifani non è successo niente, anche se intorno a loro tutto crolla: la demolizione della Casa delle libertà ha assunto un andamento che sarebbe grottesco se non rischiasse di essere tragico per tutti i cittadini italiani. In realtà il libro di storia che viene scritto giorno per giorno in questo luglio fatale è un Bignami che era già contenuto integralmente nel programma del centro-destra. Non era necessario studiare troppo per sapere, già nelle giornate radiose del 2001, in quelle elezioni che diedero alla Cdl una maggioranza apparentemente inscalfibile, che l'alleanza capeggiata da Silvio Berlusconi era un ibrido instabile, una destra chimera, una coalizione meticcia. Si sapeva che il centro-destra era costituito da destre incompatibili. Era prevedibile che alla lunga partiti 'nazionali' come An e l'Udc non potessero trovare compromessi con la Lega e con quella parte di Forza Italia che è una Lega da salotti. Ciò che forse non si poteva prevedere è la commedia pazzesca che è cominciata con l'espulsione di Tremonti dal governo, e che è continuata con le consultazioni di Berlusconi, accompagnato dal suo ex superministro, con Bossi nell'ospedale di Lugano. Viene da chiedersi che cosa abbia fatto implodere la Casa delle libertà, dopo tre anni di governo, e la risposta non è affatto semplice. È vero che le elezioni europee dovevano essere un sismografo, e invece si sono rivelate un terremoto. È vero che dopo tre anni al potere, trascorsi per risolvere affannosamente i problemi di Berlusconi, sono venuti fuori in modo conflittuale i problemi del governare, le questioni di merito, le pensioni, la devolution, il taglio delle tasse. Ma poiché non si riesce a individuare un punto, un tema, un argomento che possa avere provocato lo scontro in atto, l'unica spiegazione sembra essere rappresentata dalla rivincita della politica. Esaurito il matrimonio di convenienza resosi necessario per vincere le elezioni, sprecati tre anni di attività governativa, dentro l'alleanza di Berlusconi tutti hanno cominciato a guardarsi, ognuno pensando al proprio elettorato. La riforma delle pensioni non va bene a nessuno, il taglio dei trasferimenti pubblici penalizza An e Udc che hanno bene in mente il loro insediamento elettorale, la riforma fiscale implica una visione degli equilibri sociali che mette in tensione le 'due destre'. Detto in modo decente, si è rivelata vera la profezia secondo cui culture politiche opposte non possono stare insieme. In modo un po' più meschino, si è capito che l'incompatibilità fra i soci del centro-destra è venuta fuori tutta non appena le ambizioni di potere hanno cominciato a trovare campo libero. Gianfranco Fini e i suoi colonnelli evocano continuamente il mantra della 'collegialità', il che significa che vogliono partecipare alle decisioni economiche in funzione del loro elettorato. Marco Follini e l'Udc hanno dovuto subire la pochade di ministri già vestiti per il giuramento e costretti a togliersi precipitosamente l'abito. La Lega recita il tormentone del federalismo, già sapendo però che l'atout della devolution può, e forse deve, essere tenuto in serbo per una trattativa politica successiva. Quelli di Forza Italia si guardano intorno con lo stupore di chi non è riuscito a coagulare intorno a sé settori importanti dell'establishment. Un governo che non sa farsi affiancare da una classe dirigente potrà invocare il 'mandato' degli elettori e chiedere di terminare la legislatura. Ma in questo momento la Casa delle libertà è un palazzo con il deserto intorno. Non ha ancora perduto il consenso ideologico, ossia il consenso di chi considera la sinistra e i 'comunisti' una tragedia nazionale; ma nell'elettorato d'opinione riesce arduo trovare sostenitori razionali del centro-destra. In queste condizioni, viene naturale compiere gesti scaramantici, affinché il crollo della Casa non trascini con sé il paese. Ma può darsi che Berlusconi tenti imprese caotiche per rimontare la corrente, alcuni exploit all'insegna del tanto peggio tanto meglio. Se è così, c'è solo da sperare nella riacquisita ingovernabilità italiana e che se non adesso, a settembre, con la finanziaria impossibile che arriva, scoppi l'ultima guerra civile nel condominio delle libertà, quella del tutti a casa.www.espressonline.it

Bush sogna il tour ma Kerry non è Ulrich di GUIDO MOLTEDO Il candidato George Bush non si perde una tappa. Nel suo giro elettorale, tra un comizio e l’altro, a bordo dell’aereo presidenziale, segue ogni giorno il Tour de France da vero tifoso. Il texano Lance Armstrong è lanciato verso la vittoria finale. E gli sputi di qualche tifoso non fanno che rendere ancora più eroica la sua impresa nell’odiata terra francese. Fin troppo banale scorgere nell’entusiasmo presidenziale l’identificazione tra la sua corsa verso la rielezione e la robusta pedalata di Armstrong verso i campi elisi. Un meccanismo onirico quasi infantile in un uomo che sa di non avere affatto la vittoria in tasca, diversamente dal famoso conterraneo. E sa bene che soprattutto queste ultime tappe di avvicinamento al fatidico due novembre sono ben diverse dai successi dell’altro texano sui Pirenei e sulle Alpi. Già, perché a questo punto della corsa il presidente in carica e il suo sfidante democratico sono testa a testa, e da tempo non capitava nella storia recente delle elezioni presidenziali. Bisogna tornare a Jimmy Carter, 25 anni fa, per trovare un presidente in cerca del secondo mandato tallonato e superato dal rivale in questa fase della campagna elettorale. È quel che dicono, in modo abbastanza uniforme, tutti i sondaggi. E la stessa stampa conservatrice ne prende atto. Come Carter, e poi come il padre Bush senior, George W. ha perso le elezioni rompendo di nuovo una consolidata consuetudine che vede il presidente in carica favorito rispetto allo sfidante e facilmente rieletto.Questo se si votasse oggi, ovviamente. Il guaio è che John Kerry non è ancora vincente. Insomma, c’è un presidente in uscita ma non si vede ancora il successore. Si paventa una riedizione del clamoroso finale della Florida? È Kerry per primo a temerlo, visto che ha già costituito un’agguerrita squadra di legali in caso di contestazioni elettorali come quelle di quattro anni fa. Ma questa è solo una precauzione. La verità è che in una situazione dai contorni paradossali con un candidato in caduta e l’altro non ancora percepito come uno sfidante credibile, i prossimi mesi saranno decisivi più che in qualsiasi altra sfida del passato. A cominciare dalla Convention democratica che si apre lunedì a Boston. Per il candidato democratico può segnare, se gioca bene le sue carte, l’inizio del distacco dal rivale, della fuga verso la vittoria. Per riuscirci deve fare una cosa al tempo stesso semplicissima e, visto che non è riuscito a farlo fino ad ora, difficile: definire il suo programma e soprattutto definire la sua identità. Una linea decisamente centrista alla ricerca dell’elettore indipendente e pendolare tra i due schieramenti? Una esplicitamente liberal e progressista, più attenta all’elettorato tradizionale e agli astensionisti che da tempo hanno abbandonato il partito democratico? Questa scelta deve essere dichiarata innanzitutto sul più scivoloso dei terreni, quello della sicurezza nazionale e della lotta al terrorismo. Kerry ha ammesso tra i denti, che la propaganda bushista ha avuto buon gioco nel paragonarlo a una pallina del flipper. È un’immagine che gli è rimasta attaccata addosso. Dopo la Convention democratica non gli è consentito più fare il flip-flopper. Certo, Bush continua a combattere contro il suo peggior nemico: se stesso, come ha scritto acutamente Joe Klein su Time. E a Kerry continuare a fare da spettatore che poi passa all’incasso del Bush contro Bush può anche finire per rendergli. Ma può anche finire con il presidente che, come Lance, quando ormai sembrava staccato irrimediabilmente, raggiunge Ulrich e agguanta la maglia gialla. europaquotidiano.it

Italia nostra GIANFRANCO BETTIN Nel modo più infame, si è conclusa la vicenda della Cap Anamur, con il rimpatrio violento dei suoi malcapitati passeggeri (ma dov'è davvero la loro patria?) deciso dal «moderato Pisanu». Che questa volta - ma come altre volte in verità - si è dimostrato più smaliziato conoscitore dei meccanismi della repressione concreta e della speculazione emotivo-elettorale di tanti suoi colleghi apparentemente più esagitati. Pisanu ha lasciato cuocere prima in mare e poi nel forno dei Cpt di Caltanisseta e di Ponte Galeria i profughi e chi esprimeva loro solidarietà (a cominciare dagli straordinari giovani e militanti della rete siciliana contro il razzismo, il Laboratorio Z di Palermo, l'Arci nissena e gli altri, e dagli stessi amministratori locali che sono stati al loro fianco). Infine ha agito drasticamente, dopo aver verificato che una vera e propria mobilitazione civile stentava a prodursi davvero (il caldo, la stagione, altre priorità, altri impegni: tutto quello che si vuole, ma il risultato è stato questo, come troppo spesso in verità avviene in Italia quando ci si deve mobilitare sull'immigrazione). Intorno al caso della Cap Anamur è andata in effetti in scena la versione della politica europea sull'immigrazione che rischiamo di vedere durevolmente in azione nei prossimi anni. Un mix di generale indifferenza ai diritti umani, di pelose solidarietà «compassionevoli» e limitate, di inganni, di sostanziale durezza e di ricerca dell'effettaccio nelle dichiarazioni. I due milioni pronti a invadere l'Italia dalla Libia esistono solo nei calcoli demagogici del governo, ovviamente. Ma intanto basta evocarli - e confidare nella grancassa dei media - per coprire la crudeltà e l'illegittimità del provvedimento contro i passeggeri della Cap Anamur, culmine di un numero infinito di illegalità commesse a loro danno in questi giorni. Giorni nei quali, davvero, Pian del Lago, il Cpt di Caltanissetta, è stato una specie di piccola Guantanamo europea, con la sospensione dei diritti primari, a cominciare dal pieno esercizio del diritto di difesa e dalla violazione delle libertà personali. Proprio nel momento in cui la legge Bossi-Fini veniva colpita al cuore dalla Consulta, la costituzione materiale del diritto sull'immigrazione continuava a venir prodotta dai comportamenti pratici degli organi di governo reale. L'arbitrio, la volontà di lucrare politicamente sulla vicenda hanno fatto dei passeggeri della Cap Anamur degli ostaggi senza diritti in mano a politicanti che ne giostravano le sorti tenendo conto da un lato di opportunità tattiche (ad esempio, dare contentini alla Lega di Bossi: uno dei promotori del nuovo «razzismo italiano»,come ha giustamente ricordato Edmondo Berselli su la Repubblica) e dall'altro lato di esigenze strategiche, cioè mantenere il pieno controllo sulla forza lavoro extracomunitaria, produrne la strutturale precarietà e inermità al fine di creare un immenso esercito industriale (e post-industriale) nemmeno più «di riserva» bensì direttamente al lavoro ma in condizioni totalmente non garantite. Questo è il fine pratico delle norme e delle politiche attuali sull'immigrazione. Inevitabile che servano delle Guantanamo anche in Europa, magari «all'italiana» cioè cialtronesche e infide. Non mancano i candidati gestori. Manca, piuttosto, un'opinione pubblica, una grande forza civile, culturale, politica capace di indignarsi e ribellarsi. Capace di capire che sulla Cap Anamur viaggia o naufraga il futuro del diritto e delle libertà d'Europa. ilmanifesto.it

John Foot: "Milano antipolitica la sinistra non s'illuda". Intervista all’autore di Milano dopo il miracolo di Giovanni Cocconi, tratta da Europa È un pendolare di lusso, John Foot. Vive tra Londra e Milano, alla quale ha dedicato buona parte dei suoi studi. Nel suo ultimo libro, Milano dopo il miracolo, riavvolge come un nastro il dopoguerra di una città che ancora oggi lo affascina. Dagli anni del miracolo a quelli di piombo, da Tangentopoli al berlusconismo realizzato. E oggi Milano.com'è? Il voto per la Provincia ha cambiato qualcosa? Vedo in giro un po’ troppa euforia da parte del centrosinistra. Non so se il vento sia cambiato: io non ci credo, almeno in città. La provincia è sempre stata più di sinistra: Ombretta Colli cinque anni fa aveva vinto per pochi voti. Queste cose vanno ricordate. Molti comuni della provincia sono governati dal centrosinistra, come Monza. Qui Berlusconi resta molto forte. Il centrosinistra non deve perdere la testa: vincere alle regionali e alle comunali resta molto difficile. Eppure Milano è tornata al centro del di-battito nazionale. Anche perche, come lei ha scritto, la città ha sempre anticipato i principali fenomeni italiani. Il segnale è stato molto importante, anche perche Filippo Penati ha vinto con molto distacco. D'altra parte oggi il vero volto del berlusconismo è davanti agli occhi di tutti: non può pensare di governare il paese come un'impresa. Dal punto di vista simbolico l’effetto del voto, anche su scala nazionale, è stato enorme. Basta vedere cosa sta succedendo a Roma in questi giorni: nella storia d'Italia nessun risultato delle provinciali ha avuto questo effetto. Sì, Berlusconi ci teneva molto a vincere in casa sua... Può essere stato anche un voto contro di lui? Direi che quello per Penati è stato soprattutto un voto “contro”. Non esageriamo sul ritorno della città alla politica. Milano resta una città dove l’antipolitica è molto radicata e la passione politica è molto debole. Per il comune si parla di un candidato di una lista civica. Potrebbe funzionare? Potrebbe funzionare, ma non bisogna cercare per forza un personaggio famoso. Se il personaggio verrà semplicemente calato dall'alto ho dei dubbi che possa vincere. Non credo ci sia la formula magica, anche perch~ non conta solo il nome del candida-to. In sostanza Milano non è cambiata? Certo, da questo punto di vista non è cambiata. Dopo gli anni della deindustrializzazione, è una città che offre molte opportunità, anche negli spazi fisici. Basti pensare alla Fiera. Ma la Bovisa è ancora un progetto sulla carta e la Bicocca un mezzo fallimento, almeno per ora. Se questi progetti si realizzeranno Milano ripartirà, altrimenti resterà abbastanza provinciale. Spesso si critica il sindaco Albertini per le opportunità poco sfruttate. In questa città il fattore creatività è molto importante ma non viene sfruttato. Pensiamo solo al design: Milano dovrebbe avere il più grande museo del design al mondo e invece non ha ancora niente. Però io non condivido il catastrofismo di molti. Oggi c'è un piccolo risveglio culturale: i libri gialli su Milano, i film... C'è un rinnovato interesse per le periferie, non come problema ma come luogo vero. Anche se forse è troppo presto per dire se è un segno di qualcosa di nuovo. Vedremo. Com'è cambiata la città negli ultimi dieci anni? È cambiata moltissimo. Sta diventando sempre più multietnica, anche se molti non se ne accorgono perché è un processo basso, invisibile, quotidiano. Da questo punto di vista è diventata simile a Londra. Lei dove preferisce vivere? Non saprei. Sono due città molto diverse. Londra è grandissima, mentre Milano è una piccola città con un territorio enorme intorno. Si parla sempre male del trasporto pubblico di Milano, ma io lo preferisco: a Londra una fermata in metropolitana costa 3 euro!

STATI UNITI IL CONGRESSO DEL PARTITO DEMOCRATICO IN VISTA DELLE ELEZIONI PRESIDENZIALI L’AMERICA DI JOHN E JOHN Stessi nomi di battesimo ma caratteri diversi per i candidati presidente e vice, che si completano a vicenda. Kerry è ricco, "tosto" e aristocratico. Edwards, ricco anche lui ma figlio di operai, piace alla gente. Washington L’uomo più preoccupato d’America in questi giorni è un signore di nome Terence McAuliffe. Il grande pubblico ignora il suo nome, giornali e televisioni si interessano raramente di lui, eppure dalle decisioni che egli deve prendere questa settimana può dipendere l’esito delle prossime elezioni americane. McAuliffe è il presidente del Partito democratico. Svolge un lavoro organizzativo importante ma oscuro, ben lontano dalla visibilità che una carica come la sua avrebbe in un Paese d’Europa. È il regista del congresso del suo partito, che si svolge a Boston dal 26 al 29 luglio per lanciare la candidatura di John Kerry per la Casa Bianca. È il momento della verità. Il presidente George Bush perde quota, ma intanto Kerry non riesce a decollare. Il congresso, trasmesso in diretta dalle reti televisive americane, è l’occasione per dimostrare che il candidato democratico è in grado di mantenere la promessa della sua campagna elettorale: formare un Governo «più forte in patria, più rispettato nel mondo». Gli ultimi sondaggi indicano Kerry come favorito, ma con un vantaggio su Bush inferiore al semplice margine di errore. Il dato più interessante, e nello stesso tempo inquietante, è questo: la maggioranza ha deciso per chi votare, gli incerti sono meno del 6 per cento. Mark Mellman, l’esperto che elabora le percentuali per conto di Kerry, non gli nasconde le difficoltà. L’orsacchiotto di peluche «Di solito», spiega Mellman, «i congressi di partito servono per galvanizzare la base. Questa volta, una parte del Paese è ansiosa di liberarsi di Bush e non ha bisogno di essere convinta. Dobbiamo cercare voti nell’altro campo». Gli addetti ai lavori definiscono "strategia dell’orsacchiotto di peluche" il comportamento di Kerry nella prima fase della campagna elettorale. La guerra in Irak ha creato tra gli americani divisioni tanto profonde che metà di loro avrebbe votato in ogni caso per l’avversario di Bush, fosse pure, appunto, un orsacchiotto di peluche. Dopo le elezioni primarie, il Partito democratico ha raccomandato al candidato di sorridere e tacere. Gli errori del presidente avrebbero fatto il suo gioco. In una certa misura, la scelta ha pagato. Sulla testa di Bush sono caduti come colpi di martello i rapporti delle commissioni d’inchiesta sull’Irak e sull’11 settembre. Il pubblico americano ha scoperto come la Casa Bianca abbia sottovalutato la minaccia di Al Qaida e abbia invaso l’Irak, dove non c’erano armi di sterminio, lasciando che i terroristi riprendessero l’offensiva. Il pericolo che la tragedia dell’11 settembre si ripeta è tanto forte che il Dipartimento della sicurezza interna ha chiesto al ministero della Giustizia se non esista un modo, naturalmente legale, per rinviare le elezioni di fronte a una situazione catastrofica. Per l’opposizione è venuta l’ora di mettere le carte in tavola. Al congresso democratico hanno chiesto di parlare quasi tutti i grossi calibri, dall’ex presidente Bill Clinton al suo vice Al Gore, al senatore Ted Kennedy. Il rischio, dal punto di vista di Terence McAuliffe, è che dalla tribuna si levino soltanto invettive contro Bush. Gli attivisti del partito applaudirebbero, ma i moderati in cerca di un messaggio rassicurante potrebbero spaventarsi. Il discorso di John Kerry è in programma per il 29 luglio, nell’ora di massimo ascolto televisivo. Un piccolo esercito di consulenti è al lavoro per migliorare la sua oratoria complessa, efficace nell’aula del Senato ma spesso incomprensibile per la gente comune. Due stili contrapposti Sotto questo aspetto Kerry è il contrario di Bush. Il presidente si esprime attraverso slogan ripetuti con spudorata ostinazione. Il candidato democratico si lancia in disquisizioni sottili. È famosa la sua risposta all’accusa di essersi opposto allo stanziamento di 87 miliardi di dollari per le forze armate in guerra: «Veramente ho votato a favore, prima di votare contro. Mi sono opposto quando il Governo ha rifiutato di finanziare il provvedimento con una tassa sugli alti redditi, ma sapevo che la maggioranza sarebbe stata egualmente favorevole. In caso contrario non avrei fatto mancare il mio voto ai militari». L’America nel mirino del terrorismo ha bisogno di un presidente risoluto. Per rilanciare la sua immagine, Kerry conta molto sul compagno di cordata John Edwards, candidato alla vicepresidenza: un figlio di operai diventato miliardario con le percentuali dei risarcimenti strappati alle grandi corporation come avvocato dei consumatori. Abituato a convincere le giurie, Edwards ha dimostrato le sue qualità appena ha esordito al fianco di Kerry, a Cincinnati, nell’Ohio. «In politica estera», ha sostenuto Kerry in quella occasione, «è necessario un approccio multilaterale che rilanci l’alleanza transatlantica». Edwards è intervenuto sorridendo: «Vuol dire che i nostri alleati cercano nel presidente americano una guida e non un bullo arrogante». Agli operai delle acciaierie senza lavoro, Kerry ha spiegato l’importanza del Wto (l’Organizzazione mondiale del commercio) e ha promesso «una applicazione rigorosa della legge antidumping» (il dumping è il fenomeno della vendita all’estero sottocosto). Edwards ha assicurato: «Non dimenticherò mai la disperazione nella Carolina del Sud dove sono cresciuto, quando chiuse la cartiera in cui lavorava mio padre. Mi batterò con tutte le forze per difendere il vostro impiego». La sfida si deciderà negli Stati del Midwest come il Wisconsin, dove il Partito repubblicano è più forte m