ulivo velletri


agosto 31 2004

Colloquio con Marco Travaglio sull’omicidio Baldoni


Ti sembra credibile la ricostruzione ufficiale dell’omicidio di Baldoni?
Alla lettura dei giornali direi di no, mi sembra piena di lacune come quella degli altri ostaggi italiani. Anche quella mi sembrava fantasiosa…il blitz, Berlusconi di notte che si tormenta e poi da’ l’ordine…

Si diceva di non strumentalizzare la vicenda di Baldoni ai fini del ritiro italiano. Dopo l’assassinio, gli stessi che lo hanno sostenuto ora dicono che bisogna restare in Iraq anche per questo. Bella strumentalizzazione in senso inverso.
Certo. Il fondo di Panebianco sul Corriere della Sera è una vergogna: la morte di questo poveraccio, dice, dimostra che non c’e’ una guerra di occupazione. Ma invece la morte di Baldoni dimostra per l’ennesima volta quello che abbiamo sempre visto, cioè che con l’arrivo delle truppe della coalizione si è peggiorata una situazione che era già grave. Aveva ragione il padre di Bush a lasciare Saddam a fare da tappo. Prima c’era un ferocissimo regime, ora c’e’ il caos totale. Di questo passo dovranno andare a chiedere a Saddam di riprendere il comando dell’Iraq.

La stampa del potere distingue tra morti di destra e morti di sinistra. Cadaveri che hanno un peso diverso a seconda dell’ appartenenza politica.
Questa è una vergogna. Non si dovrebbe mai distinguere, anche perché diventa una operazione pericolosa. Dobbiamo distinguere tra quelli che sono andati per soldi e quelli che sono andati per solidarietà? Hanno trasformato in eroi le bodyguards che erano lavoratori piuttosto disperati, ed allo stesso modo hanno cercato di infangare la reputazione di uno che e’ andato a fare il giornalista. E’ talmente insensato. Nessuno voleva fare male a qualcuno. Volevano fare solo il proprio mestiere, e nessuno è autorizzato a distinguere. Baldoni e gli altri sono stati vittime di una situazione creata dalla truppe alleate. Noi abbiamo avuto pochi casi di rapiti su decine e decina, ma il nostro provincialismo li trasforma in casi unici. Quello che fa la differenza è la cialtroneria del nostro governo rispetto alla serietà degli altri. Noi abbiamo Frattini e gli altri no.

Se dovessi pensare ad una iniziativa, come lo ricorderesti Baldoni?
Con la massima sobrietà. Con le parole della sua famiglia, con gli occhi asciutti e senza retorica. Baldoni era un giornalista che ogni volta che partiva metteva in conto la possibilità di non ritornare. I suoi familiari si sono dimostrati poco italiani, seri e non piagnoni. Chiedono solo la verità, vogliono conoscere per esempio i termini della trattativa. Lo ricorderei senza enfatizzare come si è fatto nel caso delle bodyguards, dove la nostra categoria ha dato il peggio con una ridicola ondata patriottarda.
I termini eroici erano e sono fuori posto, se si pensa a quanti missionari, laici e religiosi, se ne vanno in giro per il mondo e vengono massacrati ne silenzio generale. Qualcuno ha cercato di mettere le bandierine ai vivi e ai morti che ritornavano. E’ ributtante. Succede solo in Italia.
articolo21.com

Se Miss Trieste 2004 è una slovena …

di Francesco Lauria

TRIESTE : La città non parla d’altro.
L’anno in corso segna il cinquantennale dei ritorno di Trieste all’Italia o, come dicono qui i non pochi nazionalisti, alla patria.
Il cinquantenario ha mobilitato in gran forze la giunta di centrodestra che si è riappropriata del capoluogo giuliano dopo la parentesi illyana. (otto anni) che pur tra molte incertezze aveva iniziato un cammino di riconciliazione e di recupero di una memoria condivisa in città.
Tra le manifestazioni tradizionali, ma che quest’anno hanno assunto una tinta più solenne, vi è quella di Miss Trieste.
Si sa, le “mule” di Trieste sono famose e apprezzate dalla popolazione maschile di tutto il mondo.
I tanti incroci che si sono verificati nel corso dei secoli in questa città di mare hanno donato al porto un po’ decadente dell’Adriatico settentrionale delle splendide rappresentanti del gentil sesso.

Non è certo la prima volta che al concorso di Miss Trieste venga eletta una … slovena.
Addirittura nel loro ultimo libretto promozionale sugli sloveni in Italia i curatori della minoranza hanno pubblicato nelle prime pagine le loro migliori bellezze degli ultimi anni, non senza ricambiare inserendo una bella presentatrice tv della minoranza italiana di Capodistria.

Quest’anno però era il cinquantennale.
L’entrata della Slovenia nell’Unione Europea è sta qui completamente oscurata (a differenza di Gorizia) per fare posto alle manifestazioni che ricordavano gli scontri tardo irredentisti del ’53 (con alcuni morti), o la costruzione di un museo per i giuliano dalmati e l’istituzione della giornata della memoria dell’esodo.

Dicevo quest’anno nessuno si aspettava una slovena.
Ma i politici (almeno la gran parte) della destra triestina avrebbero ingoiato amaramente il rospo se almeno fosse stata una “slovena triestina”.
E invece no.
La ragazza che, credetemi, è davvero una bellezza inconfutabile è una slovena slovena di … Nova Gorica.
E’ stata eletta infatti Sara Jug splendida diciannovenne slovena, mora.
Apriti cielo!
Polemiche, le mule di Trieste (tutte, anche quelle non perfettamente italiane) surclassate da una “sciava” de là!.
Qui la giunta rischia di andare in crisi perché c’è stato qualche timido distinguo.
Eccone un breve (e triste) riassunto : Maurizio Bucci (assessore premiante, Forza Italia) “Per l’elezione di Miss Trieste dovrebbe essere obbligatoria almeno la residenza nella nostra città”; peggio fa Angelo Brandi (Alleanza Nazionale) Non sono daccordo : non basta la residenza in città, ci vuole anche la nazionalità italiana” insuperabile : Gianfranco Gambassini (destra autonomista triestina) :”La Slovenia, nazione giovane ed emergente sta più in alto e ci sommergerà. La minoranza slovena, nella nostra provincia un 5 per cento della popolazione scatenato ed agguerritissimo, si è unita alla patria d’origine. Il risultato è che dopo l’Istria, l’Italia ha perso anche il Carso.”
La bella Sara, forse per la paura, ha ritrovato tutta di un tratto la padronanza della lingua italiana (che al concorso diceva di non conoscere bene) e in perfetto idioma di Dante, reso più affascinante dall’accento slavo, si è dichiarata : “Felice di rappresentare Trieste e l’Italia”.
Qui il sorriso di una bella ragazza, scovata sui muretti della baia di Sistiana, che magari sogna il cinema o la televisione e che, lo ha dimostrato, come tutti i giovani di Nova Gorica parla perfettamente l’italiano non riesce a spazzare via i vecchi rancori.

E Trieste rimane ferma continuando a voltarsi all’indietro.


francescolauria.blog.tiscali.it


Mastella ricatta il centrosinistra e minaccia l'alleanza con la Cdl
REDAZIONE
La fedeltà di Clemente Mastella alla causa dell'Ulivo è una semplice questione di poltrone.
Alla vigilia della festa dell'Udeur di Telese, il centrista ha infatti chiesto ai compagni delle opposizioni una candidatura di prestigio per le prossime elezioni regionali. Non una semplice richiesta, ma un vero e proprio ultimatum. Se il centrosinistra non avesse intenzione di affidare una presidenza di Regione ad un uomo dell'Udeur, il partito potrebbe cercare soddisfazione per questa sua richiesta da un'altra parte.
"Una Regione all'Udeur o mani libere nelle alleanze - ha chiarito Mastella parlando con il quotidiano Il Messaggero - non è immaginabile che alle Regionali l'Udeur non abbia un candidato. Non è accettabile. Non accetto veti sui miei. Non è pensabile che tutti sono candidati intelligenti e vincenti e solo i miei sono fessi e perdenti".

I centristi potrebbero dunque cedere alla tentazione di allearsi con la Casa delle Libertà, una possibilità che, almeno a livello locale, appare sempre meno remota.
"Chi l'ha detto che localmente non si possono fare alleanze particolari? - si legge ancora nell'intervista rilasciata al periodico romano - la situazione è questa: il centrodestra vorrebbe farmi fare quello che vogliono loro, il centrosinistra non vuole farmi fare un cavolo".
La scorsa settimana il quotidiano Il Tempo aveva rivelato che Mastella, durante l'appuntamento di Telese, avrebbe potuto annunciare un'apertura al centrodestra, una tesi che era stata respinta con forza degli esponenti dell'Udeur. Oggi, le anticipazioni del giornale non sembrano così lontane dalla verità.

Alle dichiarazioni di Mastella ha subito replicato il leader dell'Italia dei Valori Antonio Di Pietro, secondo il quale "i candidati alle prossime elezioni dovranno essere scelti dai partiti della coalizione di comune accordo e facendo riferimento alle risorse umane indicate da tutti i partiti; ma soprattutto attingendo alle risorse offerte dalla società civile ed attraverso forme di selezione aperte e trasparenti".
"Non ci piacciono i toni ricattatori di Clemente Mastella - ha aggiunto l'ex pubblico ministero - ma comprendiamo e rispettiamo la sostanza della sua richiesta di avere candidati dell’Udeur in corsa alle prossime regionali".
www.centomovimenti.com


Informazione : OSCE , garantire la libertà di internet
di Rico Guillermo

Come "garantire la liberta' di informazione su internet". E' il tema dell'ultimo congresso di due giorni dell'OSCE conclusosi il 28 agosto ad Amsterdam.

Il congresso ha riunito gli esperti internazionali dell'OSCE, del Consiglio di Europa, dell'Unesco, del mondo accademico, dei mezzi di comunicazione e di un certo numero di organizzazioni non governative provenienti dall'Europa, dal Caucaso, dall'Asia centrale e dall'America del Nord.

I temi trattati nel convegno sono stati la legislazione e giurisdizione per le reti digitali, l'odio in rete, l'accesso alle informazioni in rete ed i problemi di autoregolamentazione, la censura e i possibili filtri.

Il convegno e' stato introdotto dal rappresentante OSCE per la liberta' dei media, lo scrittore ungherese ex dissidente Miklos Haraszti. Egli ha detto che l'Organizzazione Europea per la sicurezza ha cominciato a preoccuparsi per Internet e che il suo ufficio "sta promuovendo il metodo di regolamentazione della rete meno dannoso e meno restrittivo per maggiormente garantire la liberta' di espressione su Internet".

Il primo relatore al congresso - Nico van Eijk, dell'istituto sul diritto dell'informazione di Amsterdam - ha tenuto a precisare che "la base della riflessione durante questo congresso deve essere la sottolineatura di valori costituzionali fondamentali come la liberta' di informazione".

Un altro dei relatori - Lodewijk Asscher, in rappresentanza della citta' di Amsterdam - ha detto che "Internet, una volta propagandato come l'ultima tecnologia di liberta', potrebbe essere convertito nella perfetta tecnologia di controllo", aggiungendo che internet e' "per sua natura, di liberta' di parola in costante flusso, mai sicura, mai pienamente garantita. Ecco perche' e' cosi' importante che dagli studenti ai legislatori si parli di questo fondamentale diritto".

La lotta al terrorismo ha comportato dopo l'11 settembre 2001 un pesante inasprimento del controllo della Rete nel mondo, sia nelle democrazie sia nei regimi autoritari, come confermato dall'organizzazione Reporters sans fontieres, che ha analizzato la situazione della liberta' di espressione sul Net in oltre 60 paesi.

RSF ha rilevato che "quattro paesi mettono in carcere i loro cittadini ogni qualvolta affrontano sul Web argomenti ritenuti "sovversivi": la Cina (63 cyberdissidenti dietro le sbarre), il Vietnam (7), le Maldive (3), la Siria (2). La censura delle pubblicazioni online è in rapida espansione e le dittature stanno sviluppando delle tecnologie sempre più sofisticate per filtrare la Rete."

Per quanto riguarda l'Italia, l'associazione ha denunciato il decreto legislativo sulla protezione dei dati, che comporta un paragrafo sullo Spam che "potrebbe portare alla censura del Net", suggerendo che questo testo sulla protezione dei dati sia abbinato ad "un codice di deontologia per prevenire eventuali violazioni delle libertà individuali, ma per il momento non è stato ancora elaborato".

In Italia e' stato poi di recente varato un decreto sul deposito del contenuto dei siti che, oltre ad essere incongruo - a giudizio dell'Osservatorio sulla legalita' - comportera' spese e fastidi per i gestori dei siti informativi, anche amatoriali, in un tentativo di classificazione gia' provato con le misure sull'editoria, che vorrebbero obbligare alla registrazione dei siti con contenuti editoriali (quindi tutti, eccetto gli e-commerce).

L'OSCE cerca di equilibrare da tempo le diverse necessita' introdotte dalla rete. Due mesi fa ha tenuto a Parigi una conferenza sulle relazioni fra la propaganda razzista, xenofoba ed antisemita in internet ed i crimini razziali al fine di prevenirli e contrastarli, sempre nel pieno rispetto dei diritti individuali e della liberta' di espressione e informazione.

www.osservatoriosullalegalita.org


Giorgio Bocca


Le grandi manovre del Pentagono


Settantamila soldati trasferiti dall'Europa al Medio Oriente: così Bush si prepara a nuovi attacchi preventivi

I soldati semplici americani hanno capito in un anno di occupazione dell'Iraq ciò che i generali del Pentagono si rifiutano di accettare: la guerra non serve al governo del mondo, ma alla sua distruzione per via di questa insuperabile contraddizione: la guerra come deterrente, come minaccia ai deboli dei più forti, di chi può vincerla anche prima di combatterla, non basta: ci vuole l'occupazione del territorio nemico, ma questa occupazione è più difficile e costosa di quanto il più potente al mondo possa consentirsi.

In un anno di occupazione dell'Iraq i soldati americani sono arrivati a pensarla così: "Cosa ci facciamo qui dove la gente non ci vuole?". "Siamo venuti qui per portare democrazia e ricostruzione, ma in un anno non è cambiato niente, la democrazia non c'è, la ricostruzione neppure". "Potremmo stare qui un anno come dieci e non cambierà nulla: la gente non ci vuole vedere".

Proprio ciò che gli oppositori della guerra hanno detto per un anno, considerati come amici del terrorismo. Di fronte a questo fallimento dell'occupazione il governo di George Bush, e a quanto pare anche John Kerry, non vanno al di là delle rettifiche militari, cioè di ipotesi confuse e fantasiose. L'esercito americano sarà, dice Bush, "più flessibile e più rapido nell'intervenire nei punti caldi del mondo".

Ma chi deciderà quali sono questi punti caldi? La risposta di Bush, come quella di Kerry, non è una risposta, ma un ukase, un comando indiscutibile: "Decideremo noi, gli Stati Uniti non aspetteranno permessi esterni".

Con questa dottrina il nemico incombe anche se non esiste, è minaccioso ma introvabile anche se lo si insegue in tutti i continenti. "Gli stati canaglia", dice Bush, "devono convincersi che gli Stati Uniti non si lasciano minacciare da nessuno". Ma chi è che ha deciso che c'è un paese del bene, l'America, e i paesi del male? Dio, che secondo il ministro della Giustizia, John Ashcroft, "è il vero presidente degli Stati Uniti". 'Gott mit Uns': Dio è con noi, come si leggeva sul cinturone delle SS.

La nuova strategia del Pentagono, cioè di un potere concreto capace di cambiare nei prossimi anni gli opposti schieramenti, di spostare decine di migliaia di soldati, colossali quantità di armi, di depositi, di missili, di atomiche, è una gigantesca 'battaglia navale' giocata a tavolino non si sa bene contro chi e per che cosa.

Nei prossimi anni 70 mila soldati dovranno trasferirsi dall'Europa al Medio Oriente: per preparare un attacco preventivo in quella regione o addirittura una guerra preventiva verso il Medio ed Estremo Oriente? Ma questo non è un piano militare, questa è la fantasia ammalata di un dottor Stranamore. Si legga la dichiarazione del capo supremo, dell'impero di Occidente, il presidente Bush: "Le truppe saranno dislocate in modo da utilizzare al massimo le nuove tecnologie del XXI secolo".

Quali nuove tecnologie se non le atomiche, quali obiettivi se non i paesi che le atomiche possiedono, la Cina, la Corea del Nord, l'India, il Pakistan, probabilmente anche l'Iran. Insomma, la guerra atomica come nuova strategia mondiale, vale a dire l'autodistruzione del pianeta annunciata come una grande manovra.

Già nel 1945 avremmo dovuto capire che l'apocalisse era ormai entrata, nella normalità. Scoppia la prima atomica a Hiroshima e sui giornali dell'Occidente, anche sui nostri, la notizia venne data a una colonna, in basso e non destò particolare emozione. Aveva ucciso in un colpo 100 mila persone e ne aveva avvelenate a morte altrettante. Non se ne sapeva molto, è vero, ma in breve si capì che era l'arma della distruzione totale, ma l'Occidente civile in sostanza non fece obiezione: la bomba segnava in pratica la fine della guerra, perché condannarla?

Ora le decisioni strategiche del comando americano che preparano una guerra atomica sono state pubblicate con maggior risalto, due o tre colonne. 'L'Unità' una, come nel maggio del 1945.
espressonline.it







Sequestro e uccisione di Enzo Baldoni: strategia del terrore o "strategia di comunicazione"?

di Bruno Ballardini

30 Aug 2004

Che in Iraq si stia combattendo una guerra di servizi non è solo una sensazione: è abbastanza evidente a tutti. Per capire meglio cosa accade, è interessante osservare come si muova l'amministrazione americana. L'ambasciatore insediato con il nuovo governo iracheno è John Dimitris Negroponte, riconosciuto negli ambienti governativi come "troubleshooter", ovvero esperto nella risoluzione di questioni spinose. Ma noto anche come ex-ambasciatore in Honduras dal 1981 al 1985, dove si occupò tra l'altro della formazione dell'unità 316 dell'intelligence militare che, secondo i reporter Gary Cohn e Ginger Thompson del Baltimore Sun, fu responsabile del rapimento, delle torture e dell'assassinio di centinaia di persone indicate come dissidenti. Un'unità addestrata e sostenuta dalla CIA.(1)



Dunque Negroponte è un uomo della CIA. E' come se il governo italiano mandasse in medio oriente un ambasciatore che non è solo un diplomatico ma è anche un alto funzionario dei servizi ed ha gestito in precedenza i corsi di formazione e aggiornamento per unità speciali.



Intendiamoci, non che in genere il corpo diplomatico delle ambasciate non abbia alcuna frequentazione con i servizi segreti, anzi. E' normale routine lo scambio di informazioni e la collaborazione in loco. Ma qui si tratta di un "operativo" specializzato in operazioni sporche oltre che un esperto di comunicazione strategica.(2) Cosa c'entra questo con il terrorismo islamico? Cerchiamo di capire meglio.



Attualmente, sul teatro iracheno agiscono quattro attori: gli eserciti occidentali coordinati dal comando americano, la resistenza irachena, i terroristi più o meno "legati ad Al Qaeda" e presunti gruppi sparsi di banditi che si dice facciano business dei rapimenti con i gruppi terroristici. Occorre distinguere bene tra "resistenza" e "terrorismo": ad esempio, l'esercito del Mahdi di Moqtada Al Sadr ha dialogato con l'esterno ed ha intavolato in qualche modo delle trattative, oggi parla perfino di disarmo, mentre il gruppo che in questi giorni ha firmato il rapimento di Baldoni, e successivamente quello dei due giornalisti francesi, ha agito come se non intendesse realmente trattare nulla.



Gli ultimatum sembravano fatti apposta per rendere impossibile una risposta entro i termini concordati e quindi l'esito risultava scontato fin dall'inizio. Sembra una strategia di comunicazione che ha come unico obiettivo quello di non comunicare nulla. Anzi, quello di comunicare solo un'ingiustificabile e disumana ferocia: cosa che può rafforzare la posizione dei governi alleati in questa controversa guerra. Usiamo il termine "strategia di comunicazione", tipico del linguaggio tecnico della pubblicità non casualmente.



La pubblicità utilizza da sempre uno schema di comunicazione basato sul produrre un'affermazione e nello stesso tempo impedire che il pubblico ricevente possa formulare delle contro-argomentazioni. E' esattamente quello che hanno fatto i terroristi autori di questi ultimi video.



Un altro dettaglio che non può sfuggire a chi si occupa di comunicazione è l'estrema cura nell'inserimento del trademark, il marchio della "ditta", effettuato arrangiando l'angolo della ripresa in modo tale da rispettare un "lay out" che consenta di poterlo "impaginare" correttamente, cioè collocarlo senza difficoltà in modo visibile e con un certo equilibrio nello spazio visivo. Nessuno può intenzionalmente perdere tempo a curare questi dettagli in mezzo al deserto e alle granate: si tratta di un automatismo da professionisti della comunicazione video e fa parte di un modo di pensare occidentale, non arabo.



Questo è un dettaglio che può essere stato pensato solo prima della ripresa perché è noto che i marchi in sovraimpressione vengano applicati sul girato solo dopo avere in mano il video, con una centralina di post produzione. Un altro punto evidente a tutti è la brevità dell'intervallo fra l'azione di cui è stato vittima Baldoni e quella successiva.



Perché? Anche qui la tecnica della comunicazione pubblicitaria può aiutare a trovare una spiegazione: se il rapimento Baldoni aveva sollevato subito un vespaio di dubbi e di perplessità, i macellai "esperti di comunicazione" sono corsi subito ai ripari ed hanno ripetuto a distanza di pochi giorni la stessa azione, mantenendo alta la memorizzazione del "messaggio", consolidandola e fissandola bene, con la stessa logica di quando nelle pianificazioni media si aumenta la "frequenza" degli spot.



In questo senso il rapimento dei francesi, così vicino a quello di Baldoni serviva a prolungare e consolidare l'effetto parzialmente ottenuto col primo assassinio. A questo punto torniamo ai quattro attori di questo scenario e proviamo a immaginare chi possa trarre vantaggio da questi gesti criminali. Non certo la resistenza o i banditi che agiscono nella zona, sicuramente i presunti terroristi, sì. Diciamo presunti perché troppe volte le strategie di Al Qaeda e dei gruppi ad essa legati hanno "rotto il ghiaccio" per le azioni americane. E sempre più spesso hanno favorito le scelte strategiche degli Stati Uniti.



E' ragionevole pensare che l'America abbia bisogno di consolidare la credibilità di questa guerra e usi tutti i mezzi per creare consenso e motivazione, non solo quelli militari ma anche quelli mediatici. Non dimentichiamo che all'epoca del rapimento Moro, la CIA utilizzò degli infiltrati per estremizzare l'azione delle Brigate Rosse portandola alle più drammatiche conseguenze, fermando così non solo chi stava materialmente portando il Partito Comunista al governo (Moro), ma "macchiando" anche di infamia tutta la sinistra in genere nell'intento di sottrarle consenso.



Ciò che accadde in tanti altri episodi della strategia internazionale del terrore. Strategia che può definirsi a tutti gli effetti "di comunicazione".



Oggi occorre convincere, non tanto i governi alleati quanto l'incerta opinione pubblica nei rispettivi paesi, che è necessario restare in Iraq perché altrimenti prevarrà un terrorismo sanguinario che affonda le sue radici nella resistenza. Per questo, occorre eliminare anche la resistenza e impedire che questa possa far arrivare al mondo le sue ragioni politiche. In quanto alleati, i nostri servizi non possono certamente opporsi alle azioni dei servizi americani, talvolta ne sono al massimo testimoni impotenti. Ma esiste anche la "copertura" interna fra unità operative dello stesso servizio. In questi casi, tale copertura esiste a maggior ragione verso l'esterno e verso le forze alleate.



Questo spiegherebbe il comportamento della Farnesina e dei servizi italiani che all'inizio della vicenda Baldoni si sono chiusi in un imbarazzato riserbo e successivamente hanno fatto a gara nell'elaborare versioni lacunose e contraddittorie, dimostrando solo di non sapere niente.



Se le cose sono andate in questo modo, Enzo Baldoni è morto da pubblicitario, protagonista suo malgrado del più orribile e perverso spot mai mandato in onda.



Bruno Ballardini

redazione@reporterassociati.org



Note:

(1) Gary Cohn e Ginger Thompson, Former envoy to Honduras says he did what he could, The Baltimore Sun, 15 dicembre 1995.

(2) John D. Negroponte è nato a Londra nel 1939, figlio di un armatore greco-americano. Si è laureato a Yale, poi è stato diplomatico di carriera dal 1960 al 1997, prestando servizio in otto paesi in Asia, Europa e America Latina. Ha ricoperto inoltre incarichi nel Dipartimento di Stato e alla Casa Bianca. Ormai in pensione, è stato richiamato in servizio da Colin Powell nel 2001. Fino a quel momento era vice presidente esecutivo per la Global Markets del gruppo McGraw-Hill, gruppo editoriale specializzato in pubblicità e marketing.












Come ti smonto i roaring nineties

di PAOLO ZOCCHI


Quanti di noi hanno letto (per intero) il suo libro sulla globalizzazione (Globalization and its Discontents) sono rimasti affascinati da questa singolare figura di capitalista organico al sistema, premio Nobel per l’economia, che tutto ad un tratto ci svela di che lacrime grondino e di che sangue i troni dei potentati finanziari internazionali; Joseph Stiglitz, un sorta di “rockstar” degli economisti democratici, uomo chiave dell’amministrazione Clinton, è oggi uno dei più lucidi interprete dei processi economici che la globalizzazione porta con sé. E in un libro di prossima traduzione per i tipi di Einaudi (titolo originale The Roaring Ninenties, W.W.Norton&C., tradotto con I ruggenti anni ’90) questa sua dimensione che potremmo definire di economista militante emerge con ancora maggior forza, fornendoci alcune fondamentali chiavi di lettura che fanno giustizia delle illusioni di un ventennio e, in modo particolare, sgombrano il campo una volta per tutte da uno dei più ipocriti assiomi dell’economia moderna, quello dell’invisible hand di smithiana memoria.
Il ragionamento di Stiglitz è abbastanza lineare e riguarda fondamentalmente l’intervento dello stato in economia; un intervento che, come giustamente egli afferma, non può essere né negletto né sovrastimato, ma in assenza del quale il mercato, lungi dall’assestarsi, tende a produrre dei modelli inaccettabili.
La storia degli ultimi dieci anni, i roaring nineties, per l’appunto, se da un lato ha mostrato che una saggia amministrazione può favorire forme di sviluppo alternativo (la new economy etc…), dall’altro rende evidente che questo intervento da parte del potere centrale deve essere tanto più oculato quanto più si ritiene di non averne bisogno. E mai si ritenne che l’economia non avesse bisogno di regole alcune e potesse procedere speditamente da sola come in quel periodo che va dal 1995 al 1999, dominato da facili guadagni di borsa e da quella irrazionale esuberanza, per dirla con le parole di Alan Greenspan, che fece gonfiare la bolla sino al momento in cui non fu più possibile un soft landing.
Le conseguenze di quell’anarchia legislativa si sono viste venti anni dopo con lo scandalo Enron e Worldcom che ha coinvolto non solo le compagnie, ma anche coloro che avrebbero dovuto controllarle, gli auditor invischiati in un conflitto di interessi visibile a tutti ma silenziosamente accettato.
Il problema è dunque oggi molto semplice: l’applicazione di ricette che hanno a che fare con la scuola di Chicago nel XXI secolo non è solo poco attuale, ma diventa pericoloso proprio perché l’assenza della regolamentazione nel libero procedere del capitalismo non è oggi più un modello accettabile.
Al tempo stesso la diminuzione della pressione fiscale non necessariamente determina un incremento dei consumi e quindi, come sostengono i neoconservatori e i loro epigoni, un aumento del gettito. Questa era la ricetta anche del populismo capitalista del Berlusconi II: siamo arrivati tardi alle conclusioni di Stiglitz o forse non eravamo stati vaccinati, come profetizzò Montanelli.
Ma un fatto è certo: non si tratta di partigianeria e neanche di autocompiacimento professorale; Stiglitz ci mostra con chiarezza quello che da molto tempo gli italiani hanno capito, e cioè che in politica non sono tutti uguali e che i miraggi di pronte guarigioni dell’economia e di facili ricchezze hanno sempre delle conclusioni grottesche.



europaquotidiano.it

ANCHE UN CONTADINO TRA I "NOBEL ASIATICI PER LA PACE"
Peace/Justice, Standard


Il prestigioso premio ‘Ramon Magsaysay’, considerato il ‘Nobel per la Pace’ dell’Asia, sarà consegnato oggi a Manila, capitale delle Filippine. Il riconoscimento prende il nome dal terzo presidente delle Filippine, forse la figura più popolare e amata nella storia della nazione asiatica e viene assegnato ogni anno a cittadini del continente asiatico che si siano distinti per la dedizione alle proprie comunità nel segno della pace e dell’armonia sociale. I vincitori dell’edizione 2004 sono: l’indiano Laxminarayan Ramdas, ex-ufficiale della marina indiana, e il giornalista pakistano Ibn Abdur Rehman per l’impegno nel riavvicinare tra loro le rispettive popolazioni divise da decenni di ostilità; la filippina Haydee Yorac, direttrice della Commissione presidenziale per il Buongoverno e il connazionale Benjamin Abadiano per la tutela dei diritti e dell’identità culturale dei popoli indigeni delle Filippine. La lista dei premiati continua con Abdullah Abu Sayeed, intellettuale bangladese che nel 1978, constatando il declino culturale del suo Paese, fondò il Centro di letteratura mondiale del Bangladesh, un circolo di lettura che ha riavvicinato migliaia di giovani alla letteratura; premiato anche il contadino tailandese Prayong Ronnarong della regione meridionale di Nakhon, famosa per le piantagioni dell’albero della gomma; Ronnarong è riuscito a far superare alla sua comunità la crisi per il recente crollo del prezzo della gomma, sapendo riunire gli sforzi dei contadini e riorganizzando la produzione della collettività con metodi più moderni. Infine, per la medicina è stato insignito del premio il dottor Jiang Yanyong, ufficiale medico in pensione dell’esercito cinese, per aver contribuito a rendere pubblica l’epidemia di Sars (Sindrome respiratoria acuta severa) nella Repubblica Popolare Cinese, quando le autorità di Pechino ancora esitavano a dare le vere dimensioni del contagio. Jiang Yanyong, che ha avuto guai con la legge per la sua scelta, potrebbe essere assente alla cerimonia della consegna del riconoscimento perchè nei giorni scorsi le autorità cinesi si sarebbero rifiutate di concedergli il visto per recarsi a Manila. Il premio ‘Ramon Magsaysay’ venne istituito nel 1957 per commemorare lo statista, improvvisamente scomparso in quello stesso anno per un’incidente aereo. Magsaysay seppe riconciliare la popolazione del suo Paese attraversato da tensioni sociali e ribellioni politiche,e il premio ha lo scopo di mantenere vivo il suo esempio ricercando suoi epigoni in tutta l’Asia. [BF]





misna.it

Il ministro dell'Inferno



Deputato dal 1972, prima nella DC e poi in Forza Italia, già capogruppo forzista della Camera, candidato al ministero dell'Interno e poi dirottato all'ultimo momento sulla neonata poltrona della Attuazione, Giuseppe Pisanu detto Beppe, nella vita precedente, quando non era ancora anticomunista e portava la borsa a Benito Zaccagnini (Sinistra DC), fu travolto da uno scandalo per i suoi rapporti con il banchiere bancarottiere e piduista Roberto Calvi, presidente del Banco Ambrosiano, con il Gran Maestro della massoneria Armando Corona e con il faccendiere Flavio Carboni, plurinquisito, pluriarrestato, legato a varie esponenti della banda della Magliana. Sassarese, ex amico del cuore di Francesco Cossiga, già capo della segreteria Zaccagnini negli anni del compromesso storico DC-PCI, Pisanu diventa sottosegretario al tesoro e alla Difesa. Ma ai tempi del Fanfani V (1983), saltano fuori le sue liasons dangereuses con alcuni imbarazzanti compagni di vacanze in barca: Flavio Carboni e Silvio Berlusconi. Tutto comincia nell'estate del 1980, quando Berlusconi e Flavio brigano per regalare a Porto Rotondo una bella colata di cemento (progetto 'Olbia 2': un tema tornato di attualità quest'estate...). Carboni ospita Pisanu e Berlusconi sulla sua Punto Rosso, imbarcazione che misura 22 metri. L'estate seguente, Beppe fa un'altra conquista: veleggia, sempre sulla barca di Carboni, al largo della Costa Smeralda, ma stavolta a bordo c'è pure il bancarottiere Calvi, fresco di condanna, in libertà provvisoria. Memorabile la testimonianza di Pisanu davanti al PM milanese Pier Luigi Dell'Osso che indaga sul crac Ambrosiano e lo interroga per sei ore l'11 settembre 1982 (mentre Carboni si trova in carcere da qualche giorno a Milano, perché coinvolto nelle indagini sulla fuga e sulla morte di Calvi): Carboni - spiega Pisanu - era un interlocutore valido per le forze politiche richiamantisi alla ispirazione cattolica. Insomma, il pio terzetto non discuteva di affari ma di teologia. Carboni, prosegue Pisanu, riuscendo a restare serio, mi disse che il Berlusconi aveva interesse a espandere Canale 5 in Sardegna, tal che lo stesso Carboni si stava interessando per rilevare a tal fine la più importante rete TV sarda, Videolina (quella fondata dal discusso finanziere Niki Grauso). Non solo: il Carboni mi disse di essere in affari col signor Berlusconi anche con riguardo a un grosso progetto edilizio di tipo turistico denominato 'Olbia 2'. Fin dall'inizio ritenni di seguire gli sviluppi delle varie attività di Carboni, trattandosi di un sardo che intendeva operare in Sardegna.



Il pio sodalizio Carboni-Pisanu si estende poi miracolosamente all'affaire Ambrosiano. Il sottosegretario al Tesoro portato dall'amico Flavio incontra Calvi per ben 4 volte, e subito dopo l'8 giugno 1982, risponde alla Camera alle allarmate interrogazioni delle opposizioni sul colossale buco dell'Ambrosiano, aggravato dai debiti miliardari del Banco Andino. Niente paura - rassicura Pisanu - è tutto sotto controllo... Nessun allarme: le indagini esperite all'estero sull'Ambrosiano non hanno dato alcun esito. La sera dopo, il 9 giugno, Pisanu è di nuovo a cena con Carboni: pare che il tema della serata sia la nomina a nuovo procuratore Generale di Milano di un 'amico', il giudice Consoli, presente al convivio. L'indomani, il 10 giugno, Calvi fugge dall'Italia per finire come sappiamo, impiccato sotto il ponte dei Frati Neri a Londra. Nove giorni dopo, il Governo dichiara insolvente l'Ambrosiano, mettendo sul lastrico migliaia di risparmiatori. Pochi mesi dopo sia l'Ambrosiano sia l'Andino fanno bancarotta.



Racconterà Angelo Rizzoli alla Commissione Parlamentare di inchiesta sulla P2: a proposito dell'Andino, Calvi disse a me e a Tassan Din che il discorso dell'on. Pisanu in Parlamento l'aveva fatto fare lui. Qualcuno avrebbe detto a Rizzoli che per quel discorso Pisanu aveva preso 800 milioni da Flavio Carboni. Accusa mai dimostrata, anche se il portaborse di Calvi, Emilio Pellicani, dirà all'Espresso che Calvi aveva stanziato (per 'comprare' il proprio salvataggio) 100 miliardi, dei quali 'poche decine di milioni' sarebbero finite anche nelle tasche di Pisanu, tramite Carboni; e aggiunge che Pisanu si interessò attivamente del progetto di cessione del Corriere della Sera da parte di Calvi, tentando di pilotare l'operazione 'in favore dell'on. Piccoli'. Cioè di garantire una sorta di controllo DC sul primo quotidiano d'Italia. Pisanu smentisce e querela Pellicani. Memorabili gli attacchi che gli sferrano in quel periodo i due membri più battaglieri della Commissione P2: il missino Mirko Tremaglia e il radicale Massimo Teodori. Tremaglia denuncia l'assalto partitocratico al Corriere della Sera tramite manovre che di volta in volta sono passate attraverso Andreotti, Bagnasco, Pisanu, Carboni o Rizzoli. E quanto all'Ambrosiano appena dichiarato insolvente, punta il dito sulle gravissime responsabilità degli organi di Governo, compreso il sottosegretario Pisanu, amico non per caso di Carboni, che aveva dichiarato alla Camera che nulla era emerso di irregolare nell'Ambrosiano. Senonché esattamente 9 giorni dopo il Tesoro dispose lo scioglimento degli organi amministrativi dell'Ambrosiano. E Teodori: alcuni fatti sono incontrovertibili: i rapporti strettissimi e continuativi tra Pisanu e Carboni; i rapporti di Pisanu con Calvi tramite Carboni, i rapporti di Pisanu con Calvi e Carboni per la sitemazione del Corriere della Sera; i rapporti di Pisanu con Calvi e Carboni quando, sottosegretario al Tesoro, il ministero prendeva importanti decisioni sull'Ambrosiano; il sottogretario rispose per due volte alla Camera sulla questione Ambrosiano. Poi, il 19.1.1983 aggiunge: il sottosegretario Pisanu deve dimettersi: se c'è ancora un minimo di moralità è inconcepibile che l'on. Pisanu resti al governo. Non si dimetterà su richiesta di Teodori, schiuma Pisanu. Poi però cambia idea, o gliela fanno cambiare: 2 giorni dopo il 21 gennaio si dimette da sottosegretario, per consentire il chiarimento della sua posizione senza condizionamenti legati all'incarico di governo ricoperto - ma il suo caso continuerà ad arroventare la Commissione P2 nei mesi avvenire.



In febbraio Teodori torna a denunciare l'arroganza socialista e democristiana che vuole affossare la commissione d'inchiesta e pretende una condizione di speciale intoccabilità à per tutti i politici, da Pisanu a Piccoli ad Andreotti. Pisanu viene ascoltato una seconda volta dalla Commisisone Anselmi, e lì - pur rivendicando l'assoluta correttezza e 'trasparenza' dei suoi rapporti con Carboni e Calvi - ammette di avere un po' sottovalutato la delicatezza di certe frequentazioni.



Dopo un breve purgatorio, Pisanu risalta in sella nel 1987: sottosegretario alla Difesa del nuovo governo Fanfani. Poi un altro po' di oblio, e la resurrezione 'azzurra' grazie all'inseparabile Silvio, sempre riconoscente con i vecchi compari: nel 1994 lo promuove 'vicecapogruppo vicario' alla Camera, nel 1996 capogruppo al posto del povero Vittorio Dotti, colpevole di essere amico dell'Ariosto, e quindi colpevole di avere sbagliato fidanzata, e sopratutto non era amico né di Calvi né di Carboni. Nel 2001 l'ultimo balzo: ministro nel Berlusconi II, un'occasione per rivedere tanti vecchi amici. Come il ministro per gli Italiani all'Estero Mirko Tremaglia, e il neodeputato di F.I, Massimo Teodori; come passa il tempo... www.carmillaonline.com

Soffire per le olimpiadi
di Sasha Lilley da Guerrilla News Network

I loghi di McDonald’s, Samsung, Coca-Cola e altri sponsor multinazionali hanno saturato i giochi olimpici di Atene. Ma dietro i 5 anelli che si intersecano e le insegne della corona di alloro, nascosti agli occhi del mondo, i lavoratori non tutelati da leggi sindacali e sottopagati, tesseranno magliette, incolleranno le scarpe e metteranno cerniere alle tute col marchio delle Olimpiadi in condizioni di lavoro che stremerebbero anche l’atleta più allenato.

Quest'anno, ai giochi olimpici di Atene, i loghi di McDonald’s, Samsung, Coca-Cola e altri sponsor multinazionali hanno saturato le celebrazioni per la somma di 1.339.000 dollari. Ma l’autopromozione delle aziende e il branding commerciale non finiranno alla chiusura dei giochi. Le società di abbigliamento sportivo hanno ottenuto dal Comitato Olimpico Internazionale licenze per il valore di 81 milioni di dollari, grazie alle quali potranno adornare i loro prodotti con gli emblemi olimpici. Dietro i 5 anelli che si intersecano e le insegne del kotinos (la corona di alloro) di Atene 2004, nascosti agli occhi del mondo, i lavoratori non organizzati, cioè non tutelati da leggi sindacali e sottopagati, tesseranno magliette, incolleranno le scarpe e metteranno cerniere alle tute col marchio delle Olimpiadi in condizioni di lavoro che stremerebbero anche l’atleta più allenato.

Mentre il mercato dell’abbigliamento sportivo nel 2002 è stato valutato oltre 58 miliardi di dollari, e porta milioni di dollari nelle tasche degli atleti tramite assegni societari – come il contratto a vita di 161 milioni di dollari per il campione di calcio David Beckham da parte della Adidas – i lavoratori delle fabbriche d'abbigliamento in Indonesia, Bulgaria, Cambogia, Turchia, Cina, Thailandia, e altri paesi ancora vengono pagati 1 o 2 dollari al giorno, pur dovendo affrontare l’ipersfruttamento, ambienti di lavoro malsani, molestie sessuali, violenze verbali e persino fisiche da parte dei loro datori di lavoro.

Quest’anno Global Unions, Oxfam, Clean Clothes Campaign e altre associazioni si sono proposti di cambiare queste condizioni puntando i riflettori sulla situazione dei lavoratori che producono abbigliamento e calzature sportive per colossi come Nike, Adidas, Reebok, Fila, Puma, ASICS, Mizuno, Kappa e Umbro. Questa campagna è stata chiamata "Play Fair". "Gli aderenti alla campagna Play Fair hanno intervistato circa 200 lavoratori nelle industrie di diverse parti del mondo e in quelle che confezionano prodotti col marchio olimpico” dice Katherine Daniels, consigliere per le politiche commerciali della Oxfam, "e hanno rilevato casi di operai che lavoravano in turni che arrivavano fino a 16, persino 18 ore per salari da fame che non bastavano per la sopravvivenza. Hanno scoperto inoltre gravi soprusi e violazioni dei diritti dei lavoratori e intimidazioni a coloro che volevano formare dei sindacati o unirvisi".

Aumentiamo i giri Nello scorso decennio, gli attivisti anti-fabbriche sfruttatrici hanno preso di mira ditte con grande visibilità come Nike, Reebok e Adidas, con campagne dirette ai campus universitari, a importanti rivenditori al dettaglio come Gap e ad altri eventi sportivi. Comunque, fino a poco tempo fa, i giganti come Fila, Puma, ASICS, Mizuno, Kappa e Umbro sono riusciti a sfuggire ai radar. Ora, queste colossali aziende italiane, inglesi, giapponesi, tedesche, e americane mettono sul mercato l’abbigliamento sportivo presentandolo ai più giovani come abbigliamento per tutti i giorni, utilizzando pubblicità che aggiungono enfasi più sullo stile di vita che sulle performance atletiche.

Fila e Puma, con il loro abbigliamento alla moda e scarpe da ginnastica vecchio modello per gli skateboardisti, ipersportivi, e hiphoppari, sono degli esempi perfetti. Fila spende 116,4 milioni di dollari l’anno per mantenere la propria immagine sul mercato – la società ha sborsato 7 milioni di dollari affinché la stella del basket Grant Hill sbandierasse in lungo e in largo la marca Fila - mentre Puma paga più di 107 milioni di dollari l’anno per la pubblicità. Fila, in origine una società italiana, è dal 2003 di proprietà della Sports Brands International, una holding con sede a New York, strettamente legata a Cerberus Partners, il gestore di fondi di investimento che gestisce 20 imprese controllate di abbigliamento sportivo e calzature, compreso il marchio Ciesse.

Fila si pubblicizza come la punta di lusso dell’industria di abbigliamento sportivo, “con una sensibilità tutta italiana per lo stile”, scegliendo come partner pubblicitari le case automobilistiche Ducati, Ferrari e Pininfarina. Essendo un’impresa privata, la SBI non è obbligata a rendere note le proprie attività finanziarie. Puma, che ha sede in Germania, produce abbigliamento sportivo “di stile” come scarpe da ginnastica scamosciate, tute e la linea per yoga Nuala firmata dalla top model Christy Turlington. Puma è al sesto posto nel mondo tra le marche di abbigliamento sportivo, avendo duplicato i suoi profitti da 108 milioni di dollari a 228 milioni nel 2003. Marchi sportivi come Fila e Puma non realizzano scarpe e tenute sportive per conto proprio, ma danno il lavoro in subappalto a fabbriche in tutto il mondo, descritte dalla Play Fair, durante la campagna olimpica, come fabbriche sfruttatrici.

Mentre sia la Fila che la Puma hanno proclamato il loro impegno ad onorare i diritti del lavoro degli operai che producono la loro mercanzia, la verità effettiva all’interno delle industrie sembra smentire queste affermazioni. "Ho molti problemi di salute: mal di testa, diarrea, mal di stomaco, mal di schiena e crampi muscolari”, dice Fatima, 22 anni, operaia in un’industria indonesiana che produce per Puma, Fila e per altre imprese di abbigliamento sportivo. “Tutto ciò per colpa della situazione in fabbrica - l’aria cattiva, lo stare in piedi tutto il giorno e il lungo periodo di lavoro senza il riposo, l’acqua e il cibo necessari”. Secondo il resoconto della campagna, Puma e Fila concedono il lavoro in appalto a ditte che regolarmente abusano dei lavoratori: tra gli esempi, una fabbrica indonesiana dove i manager abusano sessualmente delle donne, un subappaltatore della Puma in Bulgaria che minaccia di licenziare gli operai se si rifiutano di fare gli straordinari e subappaltori della Puma e della Fila in Turchia che costringono i dipendenti a lavorare oltre l’orario.

Puma e Fila, tra l’altro, danno lavoro in subappalto a società anti-sindacali. Rana, un operaio tessile turco, dipendente di un’industria che produce per Puma e Lotto, dice: “L’anno scorso mentre gli operai della fabbrica vicina scioperavano davanti il loro impianto il nostro supervisore ci disse ‘vedrete, tutti loro perderanno il lavoro. Non fate mai questo errore. Altrimenti dovrete affrontare le stesse conseguenze’ ”.


Fair-play Fila controbatte affermando di seguire un rigido codice di condotta. Secondo Mark Westerman, portavoce della società, “Fila prende con molta serietà il rapporto della Oxfam e ha degli standard molto rigidi a cui aderisce nel fabbricare i suoi prodotti in tutto il mondo… In più abbiamo chiesto un incontro con i leader della Oxfam, in modo da comprendere meglio le loro richieste e allo stesso tempo chiarire qualsiasi fraintendimento riguardo il modo in cui pratichiamo gli affari”.

Il Codice di Etica Professionale della Fila dichiara che la ditta non fa affari con coloro che impiegano lavoro forzato, che le industrie “non devono presentare situazioni a rischio” e che i “venditori/fornitori devono rispettare e riconoscere i diritti di tutti i dipendenti ad organizzarsi secondo la legge e a negoziare i contratti collettivamente”. Mentre la Puma non ha risposto alle ripetute richieste di informazioni da parte di Corpwatch, il Rapporto Sociale e Ambientale della società afferma: “L’osservanza dei diritti umani in tutti i nostri luoghi di produzione a livello mondiale è uno dei requisiti fondamentali… La produzione dei nostri partner non deve essere realizzata sulla base di attività di sfruttamento come il lavoro minorile o lavoro straordinario forzato”. L’odierno impatto dei codici di condotta come questi sulle pratiche d’impiego delle società di abbigliamento sportivo è discutibile.

Il rapporto della Play Fair alle Olimpiadi documenta la falsificazione di testimonianze durante le ispezioni sui codici di condotta in impianti che producono per Fila, Nike, Umbro, Speedo, Reebok e ASICS, inclusi la creazione di falsi registri delle buste paga, pressioni sugli operai per far loro dichiarare di lavorare dieci ore al giorno, di avere due giorni liberi la settimana e altre false informazioni. Hee Wan Khym, analista di ricerca per il sindacato americano Unite Here, che ha viaggiato per il mondo per fare ricerche sulle fabbriche sfruttatrici, afferma che i codici di condotta e di monitoraggio sono limitati: "La mia preoccupazione è: chi paga questi monitoraggi ? Sono forse le stesse società che stanno infrangendo la legge?".

Accelerare il passo Secondo le critiche, le società non sono solo indirettamente complici del trattamento inflitto agli operai dai loro subappaltatori. Esse sono direttamente responsabili in quanto sottopongono a pressioni i loro fornitori, che a loro volta spremono i loro operai. "Quando i consumatori entrano in un negozio hanno la possibilità di comprare a volontà qualsiasi marca di abbigliamento sportivo, così puoi vedere Nike, Reebok, Fila e Puma che si fanno guerra coi prezzi per guadagnarsi i nostri soldi”, dice Katherine Daniels della Oxfam. "Ciò significa che, a loro volta, esse addossano questa competizione ai loro fornitori, chiedendo loro di ridurre i prezzi, per battere la concorrenza; i fornitori costringono dunque i loro operai a partecipare alla competizione esigendo turni più lunghi e maggiore rapidità nel cucire e confezionare i prodotti, a salari inferiori".

Elsa, un’ operaia indonesiana che prepara tenute per Fila, Puma, ASICS, Lotto e Nike, dice che accelerare la produzione è particolarmente pesante per i lavoratori nell’industria. “Nella divisione abbigliamento l’obiettivo normale è di mille pezzi per corsia, al giorno. Ma durante gli export days, l’obiettivo raddoppia a duemila pezzi. Questo raddoppio è davvero stressante per noi, e spesso non riusciamo a raggiungerlo".

Vedere rosso
Organizzarsi per i diritti dei lavoratori delle fabbriche sfruttatrici presenta molte difficoltà, soprattutto da quando il capitale investito nell’industria dell’abbigliamento è uno dei più mobili dell’economia globale. I fautori della campagna e i lavoratori sono costantemente coscienti che le fabbriche possono chiudere e trasferirsi al minimo segno di agitazione dei lavoratori. E mentre le condizioni delle industrie di abbigliamento e calzature nel Sud del mondo possono essere terrificanti, i posti di lavoro nelle fabbriche sfruttatrici possono spesso essere meglio di altri lavori nel territorio.

Alcuni commentatori nei Paesi in via di sviluppo hanno espresso la loro preoccupazione sull’ evenienza che l’attivismo anti-fabbriche sfruttatrici possa ritorcersi contro se stesso e portare alla chiusura delle fabbriche con conseguente perdita di posti di lavoro. Hee Wan Khym di Unite Here, affiliato della International Textile, Garment, and Leather Workers' Federation (la federazione internazionale dei lavoratori del settore tessile, dell’abbigliamento e del pellame), che sta in testa nella campagna Play Fair per i giochi olimpici, replica che la chiusura di queste fabbriche non è all’ordine del giorno. “In tutte le campagne internazionali di solidarietà che intraprendiamo, il nostro scopo non è quello di far chiudere l’industria.Al contrario noi cerchiamo un dialogo con i grandi marchi per assicurarci che continuino a mantenere un ordine costante nelle industrie, e allo stesso tempo provino a migliorare le condizioni di lavoro, cercando di soddisfare le richieste espresse collettivamente dai lavoratori come più adatte per loro". La questione della sopravvivenza dei posti di lavoro nell’industria dell’abbigliamento, comprese le industrie sfruttatrici, è una questione pressante anche per altri motivi. Molti paesi affronteranno la devastazione dei posti di lavoro legati all’abbigliamento sportivo alla fine del 2004 quando l’Organizzazione Mondiale del Commercio alzerà le quote che hanno regolato il commercio nell’industria dell’abbigliamento.

“Il 31 dicembre di quest’anno quelle sovvenzioni verranno completamente smantellate, dice Alejandra Domenzain di Sweatshop Watch. "Ci sono interi paesi – per esempio, in Bangladesh in cui qualcosa come il 70% del reddito nazionale proviene dall' industria tessile - [le cui] economie stanno per essere devastate". Come faranno questi lavoratori che producono per l’industria di abbigliamento sportivo a fronteggiare tali metamorfosi è ancora da vedere. Tuttavia costruire la solidarietà internazionale con altri sindacati, prendere di mira società di alto livello come Fila e Puma durante eventi come le Olimpiadi e unire la forza di pressione dei consumatori continuerà senza dubbio a essere il centro della strategia. Khym della UNITES afferma che, nonostante le difficoltà, la lotta per i diritti ad un giusto contratto collettivo è la questione più importante. “Alla fine della giornata credo che i migliori osservatori[delle condizioni di lavoro] siano gli stessi operai – nel momento in cui si organizzano e creano sindacati."

Sasha Lilley scrive per CorpWatch ed è produttore di Against the Grain in onda sulle frequenze della KPFA di Pacifica Radio. Questo articolo è stato pubblicato per concessione di Corpwatch.org.

Fonte: http://www.guerrillanews.com/human_rights/doc5078.html
Tradotto da Valeria D'Angelo per Nuovi Mondi Media
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L'Economist vota Bush


Oggi, complice una gamba ancora semisfasciata (martedì saprò da una Rnm che cosa è successo ai tendini del mio ginocchio dieci giorni fa) ho passato la giornata a leggere.

Quello che mi ha più sorpreso è l'editoriale dell'Economist sul bilancio (riassunto in un ampio articolo interno) della presidenza Bush.

Mi sarei aspettato critiche anche decise sulla condotta della guerra in Irak. Invece tutto il contrario. A parte le mancate dimissioni di Rumsfeld in relazione alle torture di Abu Ghraib, un editoriale incredibilmente favorevole.

Volevo un titolo a questo post, ma me l'ha offerto su un piatto d'argento lo stesso Bush: "io sono quello che fa la storia", ha detto oggi.

Forse è la prima cosa autenticamente vera che ha detto. E il sottofondo dell'editoriale dell'Economist sotto sotto dice: questa storia a noi piace.

Che l'Economist rappresenti l'alta borghesia liberale e capitalistica inglese è fuori di dubbio. Recita questo ruolo da più di un secolo.

Che l'Economist al dunque delle elezioni, a metà di un progetto, appoggi platealmente l'artefice e alleato in quel progetto è altrettanto comprensibile.

Fa un po' senso però leggere un settimanale di solito tanto informato passare sopra, di botto, a tutti i misteri della presidenza Bush, dai rapporti con i sauditi ai conflitti di interessi petroliferi (se non altro gli scandali Halliburton), al retroscena del gasdotto afgano, agli uffici segreti messi su al Pentagono per disinformare sulle armi segrete di Saddam, al salvataggio da parte di Bush per tre volte di Zarqawi perchè, con la sua base di armi chimiche (ricina) nel nord Irak (guarda caso in piena "no-fly zone" pattugliata dai caccia Usa) è stata una delle poche "prove" che Powell ha potuto esibire nella famosa riunione dell'Onu precedente alla guerra.

Fa specie che l'Economist, capace di spaccare il capello in quattro (giustamente peraltro) a Berlusconi, "sopravvoli" su tanti altri piccoli fatterelli della presidenza Bush, dall'Homeland Security che oggi ha pieni poteri potenziali su ogni cittadino Usa (e non) al rifiuto per quattro anni di accorgersi dell'effetto serra, e del rischio di mutamenti climatici rapidi e cumulativi. Niente anche sulla politica in tema di petrolieri, iper-favoriti dalle leggi bushite, e che oggi vede i mastodonti del greggio Usa-sauditi protagonisti di una speculazione senza precedenti.

Niente. Nota invece, con sorpresa tutta inglese (e un po' compiaciuta), che un presidente "conservatore compassionevole" abbia ricreato il grande stato militare Usa. E ha molto da recriminare sul deficit di bilancio Usa, ormai strutturale e forse decennale, sacra violazione della dottrina liberale.

Personalmente stimo l'Economist. Non è gente che butta righe a caso. Come tutti i grandi capitalisti ha un modo particolare di ragionare: il saldo di una partita doppia, tra costi e benefici. Su scala di interessi globali.

Dovendo operare una sintesi (che è sempre una violenza sulla storia e sulla realtà) tralascia la faccia oscura e mette in risalto alcuni "normali" e persino noiosi problemi strutturali (deficit...).

Perchè questa sintesi, molto vicina a una mistificazione? Bush, è la prima ovvia risposta, è alleato del governo inglese, ed è di parte conservatrice, come l'Economist.

Ma forse c'è di più. A me piace leggere in controluce quel settimanale. E il risalto che dà alla militarizzazione degli Usa mi pare allo stesso tempo sospetto e eloquente. Come dire: Bush ha messo sul piede di guerra il suo paese-impero. Il gigante. Questo è un bene in un futuro in cui arriveranno altri shock, forse anche tanto, tanto grossi.

Bush oggi ha detto: "abbiamo un guerra ideologica di lungo periodo in corso". La sua presidenza, oggettivamente, ha subito (o ha creato) un nemico cresciuto e moltiplicatosi dal 2001 ad oggi. Invece di batterlo lo ha diffuso.

Un nemico: l'essenza di un impero. La paura di questo nemico: l'ordine di questo impero. La guerra persistente a questo nemico: la dinamica di potere dell'impero.

Sospetto che l'Economist, da sempre euroscettico, ritenga questo il "minore dei mali". E addebiti a Kerry di essere solo una inconcludente controfigura di una politica bushita già tracciata dai fatti anche per i prossimi anni. E allora, per gli interessi dell'establishment, tanto meglio l'originale e non la replica.

Mi auguro di cuore che l'Economist abbia operato solo una mistificazione a favore degli interessi inglesi.

ciao

Beppe





caravita.biz

Vita felice di Enzo Baldoni
Solimano
Beh, adesso possiamo dire di conoscerlo, Enzo Baldoni, è entrato nelle nostre vite, proprio adesso che ha lasciato la sua. Quasi tutti ci siamo letti il brano che lui aveva inserito in una sua mailing list, ed in cui dà seriosissime disposizioni riguardo la sua eventuale dipartita da questo pianeta. Lo inserisco qui, sia perché può darsi che qualcuno non l'abbia letto, sia perché intendo fare alcune mie postille, criticando severamente (se no, che critica è?) alcune delle sue disposizioni:

"...Ordunque, trascurando il fatto che io sono certamente immortale, se per qualche errore del Creatore prima o poi dovesse succedere anche a me di morire - evento verso cui serbo la più tranquilla e sorridente delle disposizioni - ecco le mie istruzioni per l'uso. La mia bara posata a terra, in un ambiente possibilmente laico, ma va bene anche una chiesa, chi se ne frega. Potrebbe anche essere la Casa delle Balene, se ci sarà già o ci sarà ancora. L'ora? Tardo pomeriggio, verso l'ora dell'aperitivo.
Se non sarà stato possibile recuperare il cadavere perché magari sono sparito in mare (non è una cattiva morte, ci sono stato vicino: ti prende una gran serenità) in uno dei miei viaggi, andrà bene la sedia dove lavoro col mio ritratto sopra. Verrà data comunicazione, naturalmente per posta elettronica, alla lista EnzoB e a tutte le altre mailing list che avrò all'epoca. Si farà anche un annuncio sui miei blog e su qualsiasi altra diavoleria elettronica verrà inventata nei prossimi cent'anni. Vorrei che tutti fossero vestiti con abiti allegri e colorati. Vorrei che, per non più di trenta minuti complessivi, mia moglie, i miei figli, i miei fratelli e i miei amici più stretti tracciassero un breve ritratto del caro estinto, coi mezzi che credono: lettera, ricordo, audiovisivo, canzone, poesia, satira, epigramma, haiku. Ci saranno alcune parole tabù che *assolutamente* non dovranno essere pronunciate: dolore, perdita, vuoto incolmabile, padre affettuoso, sposo esemplare, valle di lacrime, non lo dimenticheremo mai, inconsolabile, il mondo è un po' più freddo, sono sempre i migliori che se ne vanno e poi tutti gli eufemismi come si è spento, è scomparso, ci ha lasciati. Il ritratto migliore sarà quello che strapperà più risate fra il pubblico. Quindi dateci dentro e non risparmiatemi. Tanto non avrete mai veramente idea di tutto quello che ho combinato. Poi una tenda si scosterà e apparirà un buffet con vino, panini e paninetti, tartine, dolci, pasta al forno, risotti, birra, salsicce e tutto quel che volete. Vorrei l'orchestra degli UNZA, gli zingari di Milano, che cominci a suonare musiche allegre, violini e sax e fisarmoniche. Non mi dispiacerebbe se la gente si mettesse a ballare. Voglio che ognuno versi una goccia di vino sulla bara, checcazzo, mica tutto a voi, in fondo sono io che pago, datene un po' anche a me. Voglio che si rida - avete notato? Ai funerali si finisce sempre per ridere: è naturale, la vita prende il sopravvento sulla morte - . E si fumi tranquillamente tutto ciò che si vuole. Non mi dispiacerebbe se nascessero nuovi amori. Una sveltina su un soppalco defilato non la considererei un'offesa alla morte, bensì un'offerta alla vita. Verso le otto o le nove, senza tante cerimonie, la mia bara venga portata via in punta di piedi e avviata al crematorio, mentre la musica e la festa continueranno fino a notte inoltrata. Le mie ceneri in mare, direi. Ma fate voi, cazzo mi frega. Basta che non facciate come nel Grande Lebowski."

Evidentemente il Baldoni era una persona di notevole narcisismo. Grosso guaio, perché in genere tutti sono affetti da narcisismo, non notevole, ma notevolissimo, però si preoccupano assiduamente di non darlo a parere. Se poi il loro narcisismo compare, è talmente noioso da provocare sbadigli, seccature, pruriti, herpes subitanei, traspirazioni non deodorabili, forfora come se piovesse. Il Baldoni non era (non è) così: vien voglia di conoscerlo e di andare in giro con lui, magari per rispondere ad una domanda esistenziale che si poneva (si pone) in un suo blog: “Ma ci sarà figa a Bagdad?”. Una risposta positiva, difatti, potrebbe essere foriera di un drastico miglioramento della situazione irachena, che dico, della situazione dell'intero Medio Oriente.
La possibile reprimenda “basta che non facciate come nel Grande Lebowski” merita un chiarimento per i pochi sfortunati che non hanno visto il film. Succede che due amici, onorando un comune amico scomparso (ahi ahi, è un eufemismo), vogliono disperderne le ceneri in mare, solo che le buttano controvento e si trovano coperti da capo a piedi dalle ceneri dell'amico, che sicuramente sghignazza alle loro spalle, sebbene incenerito. Vanno considerati anche i costi della tintoria, che diamine.
Tutti abbiamo sognato di essere presenti (sotto mentite spoglie) al nostro funerale, se non altro per completare un nostro diario informatico o meno, c'è chi lo tiene su carta azzurra con la stilografica, o su un quadernaccio a spirale con un matitozzo fregato in ufficio. Rassegniamoci, non saremo presenti al nostro funerale, quindi, se proprio ci teniamo a questo completamento di diario, scriviamolo fin da ora: facciamoci il nostro coccodrillo da soli, per usare il gergo dei pennaioli. In fondo, è quello che ha fatto (che fa) il Baldoni, che scrivendo di sé in tal modo ci ha incastrato, perché siamo costretti a prendere la sua dipartita (ahi ahi, altro eufemismo) proprio come lui voleva che la prendessimo.
Caro Baldoni (perorazione finale!), c'era un quadro alla collezione Thyssen di Lugano, che adesso sarà finito in Spagna (la quarta o quinta moglie del barone Thyssen era spagnola, è stata pure Miss Spagna), era un ritratto con sotto la scritta (capital letters): VITA, SI SCIAS UTI, LONGA EST: la vita, se la sai usare, è lunga. E' stato (è) proprio il tuo caso.ulivoselvatico.org




Forma e sostanza
Pitio16
Sono pigramente davanti alla tv quando smanettando sul satellite atterro su un dibattito su Iride tv alla Festa dell'Unità di Genova. Un tizio che visibilmente parteggia per la direzione programmi rispetto all'ulivo, sta ripetendo con intento ironico la metafora del contenuto -contenitore. Subito scatta in me l'istinto del predatore a cui la preda ha offerto la giugulare, il tapino non si rende conto che questa logora e scolorita metafora, i contenitori ed il contenuto, evidentemente ricalcata sull'esempio della gallina o dell'uovo nati prima, e che sostanzialmente invita, secondo le intenzioni di chi la usa, a lasciar perdere i bizantinismi ed a concentrarsi sull'essenziale e quindi sul programma, contiene già in sé la risposta. Immaginiamoci infatti con in mano una tanica di benzina, ma senza automobile in cui versarla, con del propellente, ma senza aereo, con dei fiori, ma senza vaso, o con un bel "programma ", ma senza computer, non ci vuole una fantasia scatenata per immaginare che senza un cacchio di contenitore il contenuto, i programmi, non li mettiamo da nessuna parte . Evidentemente la logica è il forte di pochi, e vittorioso sulla preda immaginaria spengo e vado a dormire.
ulivoselvatico.org



Marcello Pera dichiara guerra
di Furio Colombo

Improvvisamente compare il presidente del Senato, in una drammatica intervista
a piena pagina sul quotidiano La Repubblica, si mette in posa accanto al
cadavere di Enzo Baldoni, per il quale, da vivo, da ostaggio, da uomo in
estremo pericolo, non ha detto una parola né fatto un gesto, e dice: «I
terroristi, che non sono pochi gruppi fanatici ma un grandissimo fronte
che attraversa il mondo, proclamano la sharia, dichiarano la jihad, vogliono
colpire l'Occidente, sono determinati a distruggere la nostra civiltà. C?è
una guerra dichiarata e noi dobbiamo decidere come atteggiarci. Possiamo
combatterla questa guerra, oppure possiamo alzare le mani».

Lo stupore dei lettori è facilmente immaginabile. La uccisione barbara e
misteriosa del pacifista Baldoni, ad opera di un gruppo barbaro e misterioso,
serve al presidente del Senato italiano per dichiarare la guerra universale.

Un evento importante - oltre che tragico - se si pensa che Pera è la seconda
carica dello Stato, e che in quella veste ha sempre espresso tutto il suo
disprezzo per i pacifisti (da vivi) come Baldoni. Anche in questa
intervista-proclama,
il presidente del Senato non ha la mano leggera. Ascoltate: «Una grande
parte del clero o tace o marcia per la pace, come se non fosse affar suo
difendere la civiltà cristiana».
Qualcuno ricorderà che Marcello Pera incarna una alta funzione istituzionale,
che, per definizione, è al di sopra delle parti.

Ecco come la vede lui, nella straordinaria intervista-proclama: «Se il
problema
è la tutela della nostra civiltà, la questione va ben oltre le divisioni
interne. Va addirittura oltre quell?unità di fondo che dovrebbe esserci
in politica estera. Destra e sinistra dovrebbero unirsi per fare sforzi
comuni e trovare strategie contro il terrorismo. Truppe sì, truppe no, svolta
sì, svolta no è una discussione tardiva».

Il modello Pera è semplice: 1- Come intendere il dialogo: noi parliamo e
voi ascoltate. 2- Che cosa intendiamo per strategia comune: noi decidiamo
la guerra e voi vi arruolate, e anzi manifesterete il dovuto entusiasmo.
3- Qualunque altro distinguo è da imbelli o da traditori.

Come si vede, Pera è al di sopra delle parti nel senso che vede dissenso,
intellettuali, pacifisti (quelli vivi) oppositori come rimasugli di una
povera visione arretrata. Esistono solo lui, la sua parte unica e giusta
(presumibilmente Dio è con lui e non con quegli stupidi preti che marciano
per la pace) e una bella guerra di civiltà. Lui esorta: dobbiamo andare
tutti in Iraq. E non sembra che parli di un convegno. Marcello Pera ha corso
un rischio. Ha proclamato la sua guerra santa, con speciale cattivo gusto,
sulla tomba non ancora trovata di un uomo di pace, nelle stesse ore in cui
le sue controparti francesi hanno avuto - per tempo, prima che si compia
un altro delitto - uno scatto di impegno per salvare in ogni modo due vite.


Per Jacques Chirac, per il presidente del Consiglio di quel Paese, per il
ministro degli Esteri francese, non è sembrato eccessivo - invece di invocare
la jihad cristiana - impegnare ogni attimo e ogni risorsa della loro autorità
e del loro peso nel mondo per riportare a casa, sani e salvi, i due
giornalisti.
Se falliranno, in queste ore angosciose, potranno dire al loro Paese che
non erano in vacanza, e che hanno tentato il tutto per tutto. Se ci
riusciranno,
Marcello Pera si ritroverà ad essere il rappresentante di un?Italia sola,
triste e pericolosa, un Paese arruolato agli ordini di altri, nella guerra
santa nonostante i suoi cittadini e la sua Costituzione.

unita.it


agosto 30 2004



A Harlem il sermone anti-Bush del "reverendo" Bill Clinton
Maurizio Molinari

la Stampa


NEW YORK
«Preghiamo per i membri della nostra Chiesa sotto le armi, per il Sudan, per la Repubblica Ceca e la Polonia, per chi è in missione di pace, per il contintente africano e per gli atleti olimpici». Quando il pastore Karyn Carlo invoca la Preghiera del Signore, la Riverside Church di Harlem è piena in ordine di posti. Al di là della nota tradizione di oratori protestanti «interraziali, internazionali e di tutte le denominazioni», testimoniata da una liturgia che alterna inglese e coreano, fra i banchi siedono centinaia di newyorkesi democratici di ogni fede, venuti ad ascoltare Bill Clinton alla vigilia dell'apertura della Convention repubblicana. Il bliz dell'ex presidente dentro la cattedrale segue di poche ore il debutto di Hillary sui network tv nelle vesti di portavoce dei democratici durante la Convention. Sullo schermo Hillary è aggressiva: auspica che «l'intera amministrazione venga licenziata il 2 novembre», afferma che «in Kosovo l'America seppe combattere con gli alleati, a differenza di quanto avvenuto in Iraq» e avverte che sarà lei in questi giorni a guidare la «war room» anti-Bush, insediata al Madison Square Garden per ribattere colpo su colpo agli oratori repubblicani, al fine di «far sapere la verità all'America». Hillary è senatore di New York, avere qui la Convention repubblicana è una sorta di affronto personale e risponde alla sfida, con il marito al fianco, promettendo giorni di duelli serrati.
L'ex presidente, completo scuro e cravatta rossa fiammante, arriva per ultimo nella Riverside Church assieme a Hillary in tailleur blu. Si siede fra i fedeli, partecipa alla messa, scambia il segno della pace con decine di persone e quando termina il sermone del reverendo Fred Weidmann sale sull'altare - accolto con un'ovazione da star - e inizia subito a fustigare George W. Bush, la destra e i conservatori. «Siamo in una stupenda casa di Dio - debutta - e io sono protestante, del Sud e credente, ma non repubblicano, perché la destra cristiana non può vantare il monopolio della fede». Parlando con alle spalle una grande croce dorata, Clinton rimprovera Bush di essere «compassionevole solo una volta ogni quattro anni», di discriminare gli omosessuali «anche se Gesù questo non lo ha mai detto» e di arrivare a New York con un partito che «si presenta con il volto moderato della campagna elettorale ma è composto da chi crede solo nella forza, nei gruppi di interesse e nella ricchezza».
Per descrivere il confine che separa i democratici dai repubblicani Clinton si richiama al Vecchio Testamento: «Loro si comportano come se i comandamenti fossero solo nove», ovvero gliene manca uno: ama il prossimo tuo come te stesso. L'ex presidente possiede non solo il carisma del leader democratico più amato ma l'oratoria pungente del pastore dell'Arkansas. Per criticare le politiche dell'amministrazione Bush rammenta la seconda profezia di Isaia, cita più volte San Paolo e il Libro di Giacomo, là dove si legge: «Vedo la tua fede dalle tue opere». «Credo a Bush quando dice di essere un cristiano credente - afferma l'ex presidente - ma tutti noi vediamo con chiarezza quali sono le sue opere: è contro l'aborto, contro i diritti dei gay, non tutela l'ambiente, ritiene che tutti i problemi del mondo possano essere risolti con operazioni militari. Tutto ciò mi preoccupa, perché i miei valori nascono dentro la Chiesa».
L'espressione «sono preoccupato» ritorna spesso nel discorso pronunciato a braccio, e durato una mezz'ora. Clinton cambia tono solo quando parla di John F. Kerry, il candidato democratico alla presidenza. Dice di apprezzarlo, loda il suo impegno per sviluppare forme nuove e più pulite di energia, chiede di votarlo, mette all'indice gli attacchi che ha subito sul servizio militare in Vietnam da un gruppo legato ai repubblicani. «Questa gente fa del male ma voi siate differenti, non fate loro ciò che loro fanno a noi».
Ciò che più sembra irritarlo della campagna repubblicana sono gli attacchi ai democratici «deboli sulla difesa e favorevoli alle tasse». Per testimoniare che si tratta di bugie, Clinton parla di sè, ricorda la sua presidenza, ne rivendica i meriti di prosperità economica e sicurezza nazionale. «Non credete a ciò che dicono» ripete alzando il tono fra le navate immerse in un silenzio religioso, che diventa ovazione solo alla fine, quando l'ex presidente conclude appellandosi a ogni fedele affinché faccia proprio ciò che è scritto nel Libro di Isaia: «Quando vi verrà chiesto "chi andrà per me" rispondete "mandate me!"». La stessa citazione distinse l'intervento fatto a Boston durante la Convention democratica, quando usò il «mandate me» (send me) per sottolineare come fu John Kerry a chiedere di essere inviato a combattere in Vietnam.




«Enipower, tangenti pratica usuale per molti manager»
Marzocchi accusa: ognuno aveva le sue ditte


dal Corriere - 30 agosto 2004


MILANO - Manager Enipower protagonisti di un sistema di corruzione diffuso e condiviso. Personaggi che, protetti dallo scudo dell’omertà reciproca, si aiutano l’un l’altro nel «raccomandare» le imprese che pagano tangenti per entrare nei ricchi appalti del colosso dell’energia. Un sistema che Lorenzino Marzocchi, il principale indagato dell’inchiesta sugli appalti Enipower, ha cominciato a svelare alla procura di Milano nel fiume in piena delle sue dichiarazioni. «Ritengo che non fossi l’unico a chiedere tangenti e che questa pratica, invece, fosse usuale», dichiara a verbale l’11 agosto scorso davanti ai sostituti procuratori Francesco Greco e Carlo Nocerino. E non è che l’introduzione di una ventina di pagine fitte di nomi di persone (manager e collettori di tangenti) e di aziende, spesso pronte e talvolta felici di pagare. Fino ad ora le confessioni di Marzocchi e le indagini della Guardia di finanza hanno fatto finire un’ottantina di nomi sul registro degli indagati e molti sono quelli delle imprese gratificate dagli interventi compiacenti dei corrotti.
Per spiegare quale fosse la situazione in Enipower, l’azienda a carattere pubblico controllata al cento per cento dall’Eni, Marzocchi propone ai magistrati e agli investigatori un semplice ma disarmante ragionamento: «Desumo l’esistenza di altri manager presumibilmente corrotti» dal fatto che «se fossi stato il solo, sarei stato immediatamente individuato perché tutti potevano notare la mia attività di raccomandazione delle ditte».
Invece nessuno ha protestato, nessuno ha voluto che Marzocchi - accusato di associazione per delinquere finalizzata alla corruzione - capisse che non si doveva chiedere alle imprese una tangente fino al 10 per cento per garantire il successo in un appalto.
E nessuno tanto meno ha denunciato nulla alla magistratura, per il semplice motivo che così come Marzocchi «raccomandava», altrettanto facevano gli altri manager. Ciascuno, cioè, faceva pressing sui colleghi per far andare avanti le «proprie» aziende. «Gli altri hanno raccomandato a me - dichiara Marzocchi - e ognuno pensava a portare avanti le proprie ditte». Tutti prendevano parte ad un gioco ad incastri di complicità reciproche che faceva guadagnare tutti, aziende comprese che, così, sbaragliavano la concorrenza.
Dalle pagine e pagine i verbali, molte ampiamente omissate, riempite dalle parole di Marzocchi e dei due principali coimputati - Luigi Cozzi e Mauro Cartei, gli intermediari-collettori di tangenti arrestati su ordine del gip Guido Salvini all’avvio dell’indagine - emerge il panorama di una tangentopoli economica, per ora interna a Enipower, fatta di imprese che superano gli scogli delle gare d’appalto grazie alle indicazioni del manager corrotto. La politica resta ancora sullo sfondo solamente evocata nelle carte contenute nelle decine di faldoni raccolti dagli investigatori durante le indagini, ma non è neppure sfiorata.
E in procura fanno la fila gli imprenditori via via coinvolti dalle confessione degli indagati. Non siamo ai livelli di «Mani pulite», ma fino ad ora ameno una mezza dozzina ha chiesto di parlare con i pm Francesco Greco, Carlo Nocerino e Eugenio Fusco ammettendo candidamente, in qualche caso, di non aver mai pensato a dotare la propria società delle misure anticorruzione previste dalla legge.
Ora l’obiettivo immediato dell’inchiesta è accertare se in Enipower ci sono davvero altri manager corrotti e a quale livello. Il passo successivo sarà di accertare se il metodo costruito dagli attuali indagati - mazzette che passano estero su estero attraverso società di intermediari - sia stato «copiato» dagli altri e se le singole aziende applicavano la stessa strategia tangentizia anche negli appalti di altre commissionarie pubbliche. Se così sarà, il numero degli indagati potrebbe crescere in modo esponenziale.
Giuseppe Guastella Biagio Marsiglia


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LE INDAGINI
E nell’inchiesta spuntano nuovi «collettori»
Mazzette e appalti, una settimana di interrogatori in Procura. Si allunga la lista degli indagati: diventeranno 88

MILANO - Settantaquattro indagati, che stanno per diventare ottantotto tra persone giuridiche e persone fisiche, due «collettori» di tangenti messi agli arresti domiciliari dopo otto giorni a San Vittore, una decina di conti bloccati tra la Svizzera e l’Italia, e alcuni milioni di euro, frutto di un «collaudato sistema di tangenti», già recuperati dalla Guardia di Finanza. Sono questi i numeri della tangentopoli scoperchiata dalla Procura di Milano che indaga sugli appalti legati ai colossi Enelpower ed Enipower, società pubbliche controllate dal gruppo Enel ed Eni, a loro volta controllate dal Ministero dell’Economia che ne nomina presidente e amministratore delegato.
«Non esiste gara legata alla fornitura di energia, alla progettazione e alla costruzione di centrali elettriche sul territorio nazionale che si possa dire essersi svolta senza qualche imbroglio o tentativo di imbroglio...», si era lasciato scappare dopo le prime battute dell’inchiesta uno dei pm al lavoro anche il giorno di Ferragosto, Francesco Greco, affiancato dai colleghi Carlo Nocerino ed Eugenio Fusco. E in quei giorni gli indagati non superavano ancora la ventina.
Tutto inizia quando la società «Abb T&D», appaltatrice di Enipower, scopre fondi neri e irregolarità contabili in alcune sue controllate e fa denuncia. La prima mazzetta scoperta è di 400mila euro, e il primo indagato eccellente, l’uomo chiave dell’intera vicenda, è Lorenzino Marzocchi, project manager di Enipower subito licenziato. La Guardia di Finanza gli perquisisce casa e uffici mentre lui torna dalla Sardegna. Sui giornali erano già finite le prime mosse dell’inchiesta sulle tangenti Enelpower e gli investigatori non speravano certo di potersi ritrovare davanti a un vero tesoro cartaceo. Il tempo per fare sparire i registri c’era stato.
Invece in una cassaforte nascosta dietro a un quadro nella camera da letto del figlio del manager viene ritrovato un ordinatissimo brogliaccio di tutti gli affari illeciti, appalto per appalto, ditta per ditta. Le fiamme gialle ritrovano anche le modalità di pagamento per ogni affare già concluso o ancora in corso. Persino le percentuali delle tangenti sono perfettamente registrate. E tra le carte anche una mail e un fax che adombrano il coinvolgimento dei politici. Circostanza, questa, che per altro non ha trovato riscontro. Eppure a proposito di una tangente concordata col gruppo Tamini, in un messaggio di posta elettronica due collettori si scrivevano così: «A giugno abbiamo importanti scadenze... per le Europee!». Nei documenti sequestrati anche le ferree «regole dei pagamenti», quattro sistemi adottati a seconda dell’entità delle tangenti pretese: in contanti; estero su estero; attraverso fatture di consulenze emesse da società off-shore che facevano capo ai due collettori, Luigi Cozzi e Mauro Cartei; attraverso una società svizzera, la «Geobat sa».
Tra le società indagate, oltre ad «Abb», la Tamini Group, il gruppo Vatech, il gruppo Fagioli, Hamon Necct, Cgt, la Sitie, il Consorzio Italwork, Comce, Ati Bottoli Bosco e la Fiorentini. Ma nel mirino ci sono anche gli appalti gestiti dalla Snam.
In manette sono comunque finiti Luigi Cozzi e Mauro Cartei, due dei collettori già smascherati ed entrambi collegati all’ex manager di Enipower Lorenzino Marzocchi. Tuttavia quest’ultimo, interrogato per tre giorni fino a notte fonda, ha fatto anche i nomi di altri collettori di mazzette e di altri manager del suo gruppo coinvolti nel sistema. Ed è proprio da qui che ripartirà l’inchiesta sulla «nuova tangentopoli».
Martedì scorso è stato perquisito un altro collettore, Giuseppe Antonio Chechi, titolare, assieme ai figli, della Erigo srl di Gorgonzola, in provincia di Milano. L’uomo potrebbe essere interrogato questa mattina, e dopo di lui toccherà al «collega», Giampiero Colnaghi.
G. Gua Bi. Mar.


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Ds Milano - Rassegna stampa


Duemila persone al presidio antifascista di Lucca
REDAZIONE
Dopo l'ennesima aggressione di stampo neo fascista la società civile di Lucca ha deciso di dire basta ed è scesa in piazza per chiedere la chiusura della sede cittadina di Forza Nuova.
Un corteo di oltre duemila persone ha attraversato il centro, c'erano gli esponenti dei movimenti di sinistra, i rappresentanti della comunità gay e moltissimi immigrati. Il presidio antifascista è stato patrocinato dall'amministrazione provinciale e da quelle comunali di Viareggio, Gallicano, Villa Basilica, Larciano e Massa e Cozzile.

Nell'ultimo periodo le violenze compiute dagli estremisti di destra sono aumentate in modo preoccupante: sono stati picchiati a sangue extracomunitari e no global, mentre una ragazza lesbica è stata addirittura violentata, un atto volto a punire la sua dichiarata omosessualità. Circa un anno fa, invece, una libreria era stata devastata pochi giorni dopo aver ospitato un dibattito sul mondo gay.

L'ultima vittima dei nostalgici è stato Edoardo Seghi, selvaggiamente picchiato la sera di ferragosto da cinque giovani nostalgici in via Vittorio Veneto. Tra le altre cose la diagnosi parla di cinque fratture al volto. Pochi minuti prima i teppisti avevano aggredito un marocchino.
Nei giorni seguenti la Digos aveva arrestato tre militanti dell'estrema destra, mentre altre due persone risultano iscritte al registro degli indagati.
La reazione delle forze di polizia e della Magistratura è stata sicuramente apprezzata, ma i manifestanti ritengono sia arrivato il momento di chiudere la sede di Forza Nuova, i cui militanti sono ritenuti la causa della maggior parte degli atti violenti registratisi a Lucca.centomovimenti.com













GIOCHETTI DI POTERE DELLA CROCE ROSSA - di Massimo Fini


Tutto cambia. E sempre in peggio. Nemmeno la Croce Rossa è più la Croce Rossa. La polemica fra il commissario della Croce Rossa italiana, Maurizio Scelli, e il capo-missione in Iraq, Giuseppe De Santis accusato dal primo di essersi "gasato" e di aver dato luogo con la propria imprudenza a quella di Enzo Baldoni, è un penoso esempio di personalismi, di esibizionismi, mediatici e non, di giochetti di piccolo potere interno.


Un tempo la Croce Rossa Internazionale era un organismo impersonale e anonimo il cui unico compito era quello di soccorrere e di curare i feriti di entrambi i contendenti. Per questo godeva di un salvacondotto rispettato da tutte le parti in causa e quasi sacro. Oggi è un caravanserraglio cui si aggregano ambigue Ong, più pericolose di qualunque Ogm, perché vogliono portare aiuti non richiesti che assomigliano molto a quei favori, che ti cadono in testa come una tegola; giornalisti, veri e improvvisati, volontari animati da pie intenzioni, dilettanti allo sbaraglio e narcisismi ed esibizionismi di ogni sorta.

In mezzo ad un convoglio della Croce Rossa, soprattutto se organizzato dalla sezione italiana (perché gli italiani ci tengono molto a far le "anime belle" e ad apparire come "i mejio fichi del bigoncio") oggi ci può essere di tutto ed è quindi naturale che la Cri non goda più della sacralità di un tempo: se oggi "si spara anche sulla Croce Rossa" è perché non è più la Croce Rossa. La tragedia di Enzo Baldoni si inquadra in questo scenario. Ed è un segno della grande confusione mentale che regna sovrana e della perdita di quel minimo di "ius belli" che era stato rispettato fino alla seconda guerra mondiale compresa. Un segnale si era avuto con la prima Guerra del Golfo, del 1990-91, quando l'americano Peter Arnett trasmetteva le sue cronache stando sulla terrazza del principale albergo della capitale nemica che i suoi connazionali stavano bombardando.

Ma ve lo immaginate voi un giornalista inglese che, durante la guerra del 1939-45, inviasse le sue corrispondenze non dico da un albergo di Berlino ma da un qualsiasi punto del territorio tedesco che non fosse già occupato dagli Alleati e quindi all'interno del fronte nemico? O un giornalista tedesco che lavorasse a Londra? Se scoperti sarebbero stati immediatamente abbottegati e passati per le armi. Come spie. Perché la guerra, fino a ieri, era terribile, ma aveva delle regole, era una cosa seria. Adesso è diventata una farsa tragica. E in fondo la pur barbara esecuzione di Enzo Baldoni rimette, in un certo senso, le cose al loro posto. Dice che in Iraq non si sta giocando a Risiko, ma si sta combattendo una guerra, che merita il rispetto e la sacralità che le guerre hanno sempre avuto finché non sono arrivati i media a sputtanare e a rendere grottesche anche quelle.

Massimo Fini

Fonte:www.gazzettino.it


Il pantano dei prezzi
Il governo promette misure in ordine sparso. Tutte le parti sociali sono insoddisfatte
FEDERICO SALLUSTI
Il silenzio e l'inazione del governo sull'argomento prezzi sono stati, negli ultimi giorni, interrotti. I ministri Alemanno e Marzano hanno esternato a mezzo stampa le rispettive intenzioni, dando in pasto agli scarni portafogli degli italiani promesse di interventi risolutori. Ieri l'altro, il ministro nazional-alleato dell'Agricoltura aveva ghermito la Guardia di finanza a mo' di spada contro la speculazione di grossisti e commercianti, suscitando la risposta stizzita di Confesercenti, che, oltre a rifiutare ogni addebito, ha rilanciato. Marco Venturi, presidente dell'associazione, ha chiesto «interventi strutturali e non misure palliative». Ieri ci ha pensato il forzista titolare delle Attività produttive a montare il caso. Marzano ha promesso un impegno (sarà anch'esso «concreto»?) per tenere sotto controllo i prezzi. Fra le misure prese in considerazione un nuovo paniere per rilevare l'andamento dei prezzi e la possibilità - in accordo con il collega Alemanno - di concludere accordi con la grande distribuzione. Ma andiamo con ordine.

Il nuovo paniere, «con 50-60 prodotti più diffusi tra le classi a reddito basso», dovrebbe permettere di monitorare l'evoluzione dei prezzi cui sono maggiormente sensibili le tasche dei meno abbienti. Le reazioni sono al di sotto delle aspettative - immaginiamo - del proponente. Un coro di «non basta» si è levato da ogni dove. L'Ugl ricorda al ministro che la sua misura è già in vigore, dal lontano 1962, in Germania». L'Usae (unione sindacati autonomi europei), per voce del segretario generale Adamo Bonazzi, risponde che «un paniere come quello proposto dal ministro non serve a nulla». Pierluigi Bersani, responsabile economico dei Ds, pur manifestando la disponibilità ad aprire un tavolo di confronto su prezzi e tariffe, critica l'atteggiamento dell'esecutivo. «Occorrono strategie diverse - dice - non basta una nuova registrazione statistica». «Bisogna - continua - intervenire sul meccanismo di formazione dei prezzi e trovare il modo di calmierare le tariffe sensibili».

Evidentemente è ora difficile per il governo recuperare una situazione che si è fatta vieppiù incontrollabile, fino a incidere pesantemente sul potere d'acquisto e sui consumi. Bersani chiede al governo interventi strutturali e «la formulazione di una strategia di concerto con le parti sociali». Anche Epifani, da Rimini, ha caldeggiato «un confronto pacato».

Eventuali accordi con la grande distribuzione, però, vengono avversati da Confesercenti. «Siamo assolutamente contrari alla posizione del governo in favore della grande distribuzione», dice Venturi. «La Francia - continua - insegna che la grande distribuzione non significa prezzi migliori». Il riferimento alla Francia è obbligato, visto che si ventilava l'ipotesi di una misura stile Sarkozy. Marzano lo ha però escluso «perché la struttura della distribuzione in Francia è sensibilmente diversa». «Comunque - ha continuato - con l'approccio tipico di un governo liberista e contando sulla moral suasion, vogliamo raggiungere lo stesso obiettivo».
Capitolo tariffe. Argomento particolarmente caldo per l'andamento dei prezzi petroliferi, viene affrontato da Marzano, che però non si sbilancia. L'intervento sulle accise «potrebbe fungere da stabilizzatore automatico», visto che interverrebbe tanto in fase di rialzo che di ribasso del corso del greggio. Rispetto alla sterilizzazione dell'Iva, il ministro frena, precisando: «Non lo ho mai preso in considerazione». «L'argomento - conclude - va approfondito, non dico che la posizione di Siniscalco sia infondata». Problemi di equilibri, dunque. Ne parleranno, dice Marzano, prima del 6 settembre, quando il governo incontrerà le parti sociali per comunicare gli interventi che intende attuare.

Evidente, dunque, l'imbarazzo dell'esecutivo, obbligato a intervenire per porre i ripari a una situazione grave, verso la quale le responsabilità politiche sono pesanti, senza al tempo stesso riuscire ad avere una posizione comune. Peraltro il governo ha praticamente sbattuto la porta in faccia alla politica dei redditi. Viene quindi difficile pensare a un rilancio consumi. A meno che non pensino veramente di farlo con la sola riduzione delle tasse.ilmanifesto.it

Informazione : Tony Blair e la BBC in un libro scandalo
a cura di Giulia Alliani

Il 20 settembre uscira', dopo un lungo esame degli avvocati della casa editrice, il libro di Greg Dyke (ex direttore generale della BBC) "Inside Story" ovvero "Come Blair ha tradito me e la BBC".
L'Observer parla diffusamente oggi di questo bruciante testo ricco di documenti e di rivelazioni sulle pressioni del governo, con attacchi gravissimi a Blair, Hutton, Campbell (definito un "bastardo disturbato e vendicativo") ed altri.
Ne pubblichiamo oggi la prima parte, con traduzione a cura di Giulia Alliani per il Bollettino dell'Osservatorio. Il seguito nei prossimi giorni.

IL MEMORIALE DI GREG DYKE (PRIMA PUNTATA)
Greg Dyke e' stato al centro di una battaglia che lo ha scagliato contro un antico alleato, il Primo Ministro. Per la prima volta Dyke rivela tutta la verita' su Blair, Campbell e Hutton.

Lo incontrai per la prima volta una sera ad una cena, nel 1980. Ricordo bene la serata, e in particolare quel giovanotto dal viso fresco e dall'accento molto ricercato, insolito per una persona del mio giro. A quell'epoca, anche chi parlava con accento perfetto passava buona parte del proprio tempo a dissimularlo.

Mi disse che faceva l'avvocato, ma che il suo vero desiderio era quello di servire il suo paese. Non nascondo che pensai che volesse farsi prete. Lui spiego' che intendeva servire il paese diventando un parlamentare laburista. Mentre il vino scorreva gli spiegai che l'idea non mi pareva particolarmente brillante. Credo che dissi:"Il partito laburista ha bisogno di un altro avvocato come di un buco in testa".

Arriviamo fino al maggio del 1997. Era stata una bella giornata ed era una bella serata. Sue ed io eravamo a Londra alla Royal Festival Hall con tutta la creme, per festeggiare la vittoria elettorale dei Laburisti. Tony Blair arrivo' sul presto, accolto da grida di giubilo. Era l'uomo che mi ero ritrovato a fianco a tavola quasi 20 anni prima. Ricordo come fosse oggi l'eccitazione del giorno successivo. Un amico mi disse che Blair era l'unico Primo Ministro che aveva l'aspetto di un tizio che avremmo potuto incontrare al supermercato. Piu' tardi lo feci notare a Cherie, che rise all'idea.

Sette anni piu' tardi tutto quell'ottimismo e' svanito. Tony Blair si e' rivelato un politico come tutti gli altri: sotto certi aspetti anche peggiore di quelli che lo hanno preceduto. Gli altri non avevano mai promesso un nuovo tipo di politica, lui si'. La delusione per me arrivo' tardi.

Alla BBC non prendevo parte alla politica e le mie opinioni le tenevo per me. Poi arrivarono l'Iraq, Gilligan e Hutton e improvvisamente mi resi conto di quanto ero stato ingenuo. Adesso e' ovvio: prima venne presa la decisione di andare in guerra, mentre il materiale d'intelligence che doveva giustificare quella mossa fu scoperto dopo. Le ragioni fornite dal Primo Ministro si sono rivelate sbagliate ad una ad una.

Ma la verita' e' anche peggiore: Blair ci ha portati in guerra sulla base di informazioni riguardanti armi di distruzione di massa e la minaccia dell'attacco in 45 minuti che, nella migliore delle ipotesi, furono da lui accettate senza capire e senza discutere. Le accuse rivolte a Blair non gli danno scampo. O e' un incompetente che ha portato l'Inghilterra in guerra sulla base di qualcosa che non aveva capito, oppure ha mentito quando ha dichiarato ai Comuni che non sapeva che cosa significasse la minaccia dei 45 minuti.

Fu lui a dire che il rapporto Gilligan era "una montagna di bugie". Le cose non stavano cosi'. Ma in compenso c'erano veramente "montagne di bugie". Erano nei dossiers che lui e i suoi colleghi di Downing Street hanno prodotto per dare una giustificazione alla guerra. Eppure il Primo Ministro non ha mai detto agli Inglesi: "Mi dispiace".

C'e' stato un momento in cui avrebbe potuto farlo, e noi avremmo potuto perdonarlo. Quel momento e' passato. Siamo stati ingannati tutti. La Storia non sara' dalla parte di Blair. Non lo assolvera', ma dimostrera' che l'intera saga e' un grande scandalo politico. Cio' che preoccupa e' il fatto che Blair ancora non crede, o non capisce, che quanto ha fatto e' fondamentalmente sbagliato.

Nei cinque anni precedenti il mio ingresso alla BBC, i miei contributi al partito Laburista ammontavano a 55.000 sterline, una somma ragguardevole, ma insignificante se paragonata al milione che, nello stesso periodo, avevo versato in beneficenza. Tuttavia non posso dire che, di recente, non ci siano stati momenti in cui ero tentato di scrivere al partito chiedendo che mi restituissero i soldi.

E una decina d'anni fa, nel mio piccolo, ho aiutato Blair a diventare il leader del Labour offrendogli 5.000 sterline per finanziare la sua campagna. Certamente avrebbe vinto anche senza il mio denaro, ma mi dispiace di averglielo dato. Non e' un uomo malvagio, ma non mi va quello che ha permesso che accadesse al nostro sistema politico. Non mi piace l'ossessione di Downing Street per la comunicazione e credo che egli abbia fuorviato l'opinione della nazione sull'Iraq.

In termini elettorali Blair e' il leader laburista che ha riscosso maggior successo, e il New Labour puo' effettivamente vantare qualche risultato. Eppure ho il sospetto che l'eredita' che lascera' si potra' riassumere in due parole: Iraq e comunicazione mirata (spin). L'affare Gilligan riguardava entrambi. Credo che Alastair Campbell fosse per il Governo una bomba ad orologeria che poteva scoppiare da un momento all'altro.

La bomba e' scoppiata nella direzione della BBC. Per me, subire intimidazioni da parte di un bullo che il Primo Ministro non era evidentemente in grado di controllare avrebbe significato la perdita di fiducia in tutto cio' in cui credevo. Nei quattro anni trascorsi come direttore generale della BBC circolava la storiella per cui pareva che, in occasione delle grosse questioni in cui la BBC si trovava coinvolta, io fossi assente.

Fedele a questa regola, mi trovavo in vacanza in Irlanda il 29 maggio 2003, il giorno in cui Andrew Gilligan, il corrispondente di un programma di Radio 4, mando' in onda la sua storia sulle armi di distruzione di massa in Iraq. Nella zona dell'Irlanda in cui mi trovavo si riusciva a ricevere il segnale, ma io non avevo fatto in tempo a sentire le parole che otto mesi piu' tardi avrebbero portato alla mia uscita dalla BBC.

La mia opinione sulla guerra era abbastanza a favore del fatto che bisognasse disfarsi di Saddam Hussein. Lo consideravo un bastardo odioso del quale il mondo avrebbe potuto fare tranquillamente a meno. Sbagliandomi, come poi fu dimostrato, pensavo che Blair e il governo fossero informati sulle armi irachene molto piu' di quanto potessero rendere noto. Comunque, le sensazioni personali del direttore generale sulla guerra erano del tutto irrilevanti. Il compito della BBC era quello di mostrarsi imparziale e raccontare i fatti come li vedevano i nostri giornalisti. Non era certo quello di essere lo strumento di propaganda del governo.

Per Campbell e la sua cerchia il nostro rifiuto di riportare cio' che loro volevano, nel modo in cui lo volevano, ci aveva reso un bersaglio anche prima dell'inizio della guerra. Era facile capire perche' Campbell fosse tanto in ansia: era in gioco il futuro di Blair. Nel periodo immediatamente precedente la guerra, le critiche ai servizi della BBC erano limitate alle lagnanze presentate a Richard Sambrook, capo delle news. Non ricevetti mai sollecitazioni da parte di Downing Street fino alla settimana in cui la guerra ebbe inizio, quando sia il Presidente, Gavyn Davies, che io ricevemmo delle lettere private dal Primo Ministro.

La lettera inviata a me, spedita il 19 marzo 2003, diceva che, sebbene Blair ritenesse accettabile che si levassero alcune voci di dissenso, la BBC si era spinta troppo in la', lasciandolo allibito per alcune opinioni personali espresse dai nostri intervistatori e dai nostri reporters. Diceva Blair: Mi pare che ci sia stata una vera e propria sospensione della separazione tra fatti e opinioni...So anche che Alastair ha insistito con voi perche si faccia piu' spesso riferimento ai rapporti dall'Iraq a proposito delle restrizioni alle quali i media sono sottoposti...

Blair continuava lagnandosi perche' i nostri servizi erano pieni di lamentele da parte di 'normali' iracheni, mentre non si faceva menzione del fatto che nella nuova Baghdad nessuno che muovesse critiche al regime rischiava la condanna a morte o la tortura. Blair concludeva dicendo che mai prima di allora egli aveva scritto in quei toni a me o al mio predecessore, e aggiungeva: Credo, e non sono l'unico, che non abbiate raggiunto il giusto equilibrio tra supporto e dissenso; tra notizie e commento; tra le voci del regime iracheno e le voci dei dissidenti; o tra l'appoggio e l'opposizione internazionale.

Piu' tardi, un funzionario di Downing Street disse a Gavyn che Blair non voleva spedire le lettere, ma che era stato convinto a farlo da Campbell e che in seguito se n'era pentito. Gavyn ed io discutemmo sul modo in cui rispondere. Restammo d'accordo che lui avrebbe mandato una risposta conciliante, mentre la mia sarebbe stata piu' forte, dal momento che mi sentivo molto offeso per il tentativo di intimidirci messo in atto da Campbell.

Il primo paragrafo della mia lettera a Blair, spedita il 21 marzo, diceva: "Prima di tutto: abbiamo assistito alla piu' grande manifestazione pubblica che si sia mai tenuta in questo paese e alla piu' grossa ribellione da parte del Parlamento, e della sua stessa maggioranza contro un Governo in carica. Non intendo mancare di rispetto, ma non crede che i suoi esperti in comunicazione non siano i piu' qualificati a fornire pareri sul fatto che la BBC abbia o no raggiunto il giusto equilibrio tra appoggio e dissenso?"

Avevo un'idea molto netta: se il governo aveva intenzione di intimidire la BBC, ero pronto a rispondere per le rime. Ora si discute sul fatto che avrei potuto comportarmi con maggiore cautela, ma io non sono d'accordo. Adesso e' assolutamente chiaro che la politica adottata dal Primo Ministro nei confronti dell'Iraq e' stata un disastro per lui, per il partito Laburista e per la reputazione della Gran Bretagna in tutto il mondo a parte gli Stati Uniti.

Dal momento in cui la mia risposta raggiunse Downing Street, credo che tutte le sfide fossero lanciate. Campbell lo ritenne un rifiuto rivolto a lui. Persone che lo conoscono bene sostengono che da allora considero' la disputa come una faccenda personale. Tutto cio' che accadde dopo deve essere visto tenendo conto della persona con cui avevamo a che fare.

Campbell e' un uomo brillante, ma ha una personalita' ossessiva, e aveva deciso che la BBC era il suo nemico. Sospetto che da allora, se non da prima, cercasse la propria vendetta. Non ricevetti piu' lagnanze da Blair durante o dopo la guerra, ma, con monotona regolarita', arrivavano sulla scrivania di Richard Sambrook lagnanze da parte di Campbell, e Richard ed io concludemmo che Campbell era ormai ossessionato dalla BBC.

www.osservatoriosullalegalita.org




Serra


Cento metri di cocaina


Altro che terrorismo, il problema numero uno di queste Olimpiadi è il doping. Antrace e gas chimici non sono nulla in confronto agli ultimi ritrovati per migliorare le prestazioni degli atleti

Da quando, durante la cerimonia inaugurale, il pesista greco Iannis Papaiannis ha acceso la fiaccola olimpica alitandoci sopra, è nato il dubbio che il problema fondamentale di questa Olimpiade non sia il terrorismo, ma il doping. Dubbio confermato dall'inquietante episodio del giorno dopo, quando il centometrista greco Kanteris si è sottratto a un controllo antidoping correndo molto più veloce delle auto della polizia che lo inseguivano lungo l'autostrada Atene-Salonicco. La verità è che mentre il terrorismo è tecnologicamente fermo, il doping avanza a passi da gigante. È stato calcolato che gli investimenti dell'intero mondo arabo su antrace e gas chimici non raggiungono neanche la metà del budget stanziato per impasticcarsi dalle associazioni cicloturistiche della sola provincia di Ravenna. E secondo uno studio dell'autorevole 'Science', il 70 per cento degli atleti presenti ad Atene, in caso di attacco chimico, sarebbe in grado di migliorare notevolmente le prestazioni inalando le sostanze sprigionate dai terroristi. Le frontiere del doping si espandono continuamente. Vediamo.

Anabolizzanti Per sfuggire alle analisi, si stanno studiando anabolizzanti di nuovo tipo, che invece di finire nelle urine vengono eliminati attraverso il sudore, depositandosi nei vestiti dell'atleta. La pratica è venuta alla luce quando il marciatore greco Papaiannis, partito con regolari braghette e maglietta, si è presentato all'arrivo con un completo principe di Galles. Seguendo la strada opposta, si sta lavorando anche a una nuova generazione di anabolizzanti così potenti e così aggressivi che, durante gli esami antidoping, sono in grado di minacciare i giudici uscendo dalla provetta e afferrandoli per il bavero.

Morfodoping Agisce sulla morfologia dell'atleta, ma non chimicamente, in modo da non lasciare tracce nelle analisi. La nuotatrice greca Iannis Papaiannis, ad esempio, si è fatta trapiantare i seni sulla schiena per diminuire gli attriti quando nuota a stile libero. Il cestista cinese Yao Ming, stella della Nba alto 2 metri e 30, è in realtà due gemelli acrobati che gareggiano uno sull'altro. Noto anche il caso del tiratore iraniano che ha raddoppiato il volume dei bulbi oculari leggendo per dieci ore al giorno il 'Corano'. Penoso il caso del judoka belga che si è fatto amputare la gamba sinistra per non subire sgambetti in gara.

SCP Acrostico di 'senti chi parla', è un nuovo, raffinatissimo sistema di dopaggio escogitato dal Comitato olimpico colombiano. Consiste nello spedire a giudici di gara e medici sportivi, in omaggio, sacchetti di cocaina da un chilo cadauno. Quando, all'antidoping, costoro comunicano all'atleta di essere dopato, l'atleta risponde: "Senti chi parla".

Doping genetico È il più difficilmente controllabile. Gli atleti vengono manipolati geneticamente già allo stato embrionale. Il greco Iannis Papaiannis, cavia della Federazione canoa, è venuto alla luce con le braccia già trasformate in enormi pagaie. Deludendo i suoi creatori, ha però voluto fare il ciclista su pista, mandando in fumo anni di costosissimi esperimenti. Molto controversa la scelta del comitato olimpico belga, che ha speso milioni di euro, e 15 anni di ricerca, per progettare un pugile con il paradenti di gomma già incorporato. Geniale, nel canottaggio, il caso dell'otto americano, ottenuto dai ricercatori di Yale applicando le teorie economiche neoliberiste: si clona per sette volte un solo atleta risparmiando moltissimo sui costi della preparazione.

Eterodoping Anziché dopare l'atleta, esponendosi al rischio di essere scoperti, si manipola l'attrezzo di gara. Famose le canoe col motore entrobordo del canoista greco Papaiannis e il bersaglio dell'arciere greco Papaiannis, con dieci frecce conficcate esattamente nel centro già prima dell'inizio della gara. Molto spettacolare la prestazione del cavaliere greco Papaiannis, che ha completato in metà tempo il percorso, e senza penalità, facendo togliere gli ostacoli e in sella a una Guzzi.
espressonline.it

Macelleria irachena: è giunto il momento?
di Lucio Manisco
Dilaga la marea torbida di sangue e ogniddove viene annegato il rito dell'innocenza; i migliori mancano di ogni convinzione, mentre i peggiori sono rigonfi di passionale intensità. Siamo certi che i Negroponte, gli Allawi e gli altri macellai che da Washington gestiscono il grande mattatoio iracheno non hanno mai letto i versi di William B. Yeats. Siamo altrettanto certi che si illudono di poter continuare a far affidamento sull'assuefazione e l'apatia dell'opinione pubblica occidentale di fronte al ritmo sempre più accelerato dello spargimento di sangue e delle devastazioni ad alta tecnologia in un paese che, prima del milione e mezzo di morti provocati dalle sanzioni e prima dell'aggressione di 17 mesi fa, contava 26 milioni di abitanti. Quando assuefazione e apatia rischiano di venir meno possono sempre contare sulla complicità dei mass-media e soprattutto di quegli intellettuali e uomini politici che in Europa e soprattutto in Italia agitano all'unisono lo spettro dell'anti-americanismo.

Sarà forse singolare coincidenza o forsanco reazione di tipo pavloviano, ma il tremendo spettro si è levato dalla fluida prosa di Alberto Ronchey e di Giuliano Amato sui due maggiori quotidiani nazionali lo stesso giorno che la macelleria in corso a Najaf ed in altre nove città irachene aveva superato ogni precedente primato grazie al primo impiego delle "Gunships C-130" e dei cannoni ad alzo zero montati sui carri armati "Abrahams".



Disdicevole pensare che opinionisti così illustri possano obbedire alle istruzioni impartite da Washington e da quell'efficiente macchina per il controllo dei media messa su da Richard Perle, il cavaliere nero della crociata contro l'Islam; altrettanto disdicevole prevedere che gli stessi Ronchey e Amato si accingano ora ad agitare lo spettro collaterale dell'antisemitismo quando lo stato di Israele porrà in atto il preannunciato attacco contro le centrali nucleari e la fabbrica di missili "Shibab" in Iran.

Riprovevole invece che questi intellettuali di chiara fama e uomini politici altrettanto illustri come Prodi e Rutelli, a cui si è aggiunto ora il neo-presidente della Commissione di Strasburgo, José Manuel Barroso, oltre ad esaltare ad ogni pie' sospinto la sacralità dei vincoli con gli Stati Uniti, non menzionino mai la devastante, accanita campagna anti-europea da questi scatenata negli ultimi decenni quale che sia stata la denominazione repubblicana o democratica delle amministrazioni a Washington. Rimangono queste osservazioni di relativa importanza di fronte alla torbida marea di sangue che dilaga e tutto e tutti travolge.

E' giunto il momento di tracciare una linea sulla sabbia della storia, è giunto il momento di un salto di qualità nell'opposizione alla guerra: dalla protesta e dai cortei per la pace si deve passare alla resistenza civile, agli scioperi, ad esempio, di quei portuali di Livorno, La Spezia e Genova addetti al carico degli strumenti di morte provenienti da Camp Darby, ad una mobilitazione di massa che esiga ed imponga il ritiro immediato del contingente italiano, un contingente che sotto comando anglo-americano verrà sempre più coinvolto nella macelleria irachena.

Lucio Manisco
redazione@reporterassociati.org




Primi difficili passi per il Forum Sociale Bulgaro

Nel Paese è in voga il neoliberismo, sostenuto da organizzazioni di miliardari come “Global Bulgaria”. Recentemente è nato però anche un Forum Sociale, che lavora alla preparazione dell’appuntamento di Londra. Anche Indymedia ha aperto una sezione bulgara

(26/08/2004) Da Sofia, scrive Tanya Mangalakova

La grande maggioranza del pubblico bulgaro non conosce il movimento del Forum Sociale Mondiale di Porto Alegre e i Forum Sociali Europei. Quindici anni dopo la caduta del regime totalitario, le idee del neoliberismo mantengono un monopolio totale sulla società bulgara. I media nazionali bulgari, radio, televisione e carta stampata, non parlano degli “altermondialisti”, e lo slogan “Un altro mondo è possibile” è conosciuto solo in ristretti circoli di intellettuali o tra attivisti di organizzazioni non governative (ong). In Parlamento, non c’è nessun partito che condivida le tesi degli “altermondialisti”.

Il Forum Sociale Bulgaro

Non c’erano Bulgari a partecipare ai Forum Sociali di Porto Alegre. Solo 4 entusiasti, provenienti da Sofia, hanno preso parte ai Forum Sociali di Firenze e Parigi. Avevano raccolto informazioni su internet sul Forum Sociale di Firenze, e sono andati per vedere di persona di cosa si trattasse. Ivan Tishev, di Sofia, è un giurista, attivo nel settore delle ong. Ha partecipato ai Forum Sociali di Firenze e Parigi. Tishev ha avviato la creazione di un Forum Sociale Bulgaro nell’estate del 2003. “Siamo circa 60/70 persone, al momento solo a Sofia. Proveniamo da circa 15/20 ong, ma attualmente ci siamo riuniti solo a titolo individuale. Ci occupiamo del neoliberismo in Bulgaria. Il dominio [di questa ideologia, ndt] è tale che si è trasformato in neocolonialismo. In Bulgaria le politiche neoliberiste hanno causato lo sfacelo economico, la distruzione della industria locale e delle fabbriche”.

Ad un seminario sulle questioni di genere presso il Social Forum di Parigi hanno preso parte due attiviste della fondazione ‘Bulgarian Gender Research’. Un altro partecipante della Bulgaria ha fatto un intervento sulla questione della concessione della ditta “Sofiiska voda” [la ditta che fornisce l’acqua alla città di Sofia, ndt]. Ivan Tishev, che ha partecipato ad un seminario sui problemi dei Balcani, la guerra e la storia, non era soddisfatto con l’andamento dei lavori: “I partecipanti da Serbia e Grecia si sono concentrati sulle questioni relative alla ex Jugoslavia. Si è trattato di un workshop ‘serbo-greco’. Abbiamo sentito parlare solo di questioni etniche e di intolleranza religiosa. Nessuno ha parlato di questioni geostrategiche, degli interessi di Europa e Stati Uniti nei Balcani. Io ho posto la questione di dove fossero Bulgaria e Romania, Paesi che saranno a breve integrati nella UE, e il pubblico mi ha sostenuto”.

Londra, così lontana per gli entusiasti Bulgari

Sul sito della ong bulgara “Social Rights Bulgaria”, dal 29 giugno scorso ci sono informazioni in Bulgaro e Inglese sul prossimo Social Forum di Londra. Ma questa ong non è in grado di sostenere finanziariamente i Bulgari che volessero recarsi nella capitale britannica. Ognuno deve arrangiarsi da solo con le difficoltà relative al costo del viaggio, tasse e visti. Attualmente, Tishev e altri volontari stanno organizzando la partecipazione dei Bulgari al Social Forum di Londra del prossimo ottobre e di allargare la partecipazione al Forum Bulgaro. “Non siamo ancora stati in grado di trovare i soldi per il trasporto, i visti e la permanenza a Londra. Dopo ottobre, abbiamo intenzione di includere anche persone della campagna nel Social Forum Bulgaro”.

Ci sono 5 Bulgari attivi nei gruppi di lavoro del Forum Sociale Europeo: Christina Haralanova (“Internet Rights Bulgaria Foundation”), Mathieu Lutfy (“Social Rights Bulgaria”), due attiviste della Fondazione “Bulgarian Gender Research" e Ivan Tishev (“BEPA”). Non ci saranno, tuttavia, relazioni bulgare al prossimo Forum di Londra. I partecipanti della Bulgaria hanno annunciato troppo tardi i loro contributi. “La ubicazione del prossimo Forum non è adatta, la Gran Bretagna è molto lontana dall’Europa dell’Est, le spese di trasporto e di visto sono troppo forti”, ha dichiarato uno sconsolato Ivan Tishev.

I Forum Sociali, sconosciuti al pubblico bulgaro

I Forum Sociali non sono molto noti in Bulgaria. “Posso spiegarlo con la mancanza di soldi per viaggiare all’estero, con il conservatorismo bulgaro e con il black out informativo dei media. I media locali riflettono le politiche di Nato e Stati Uniti, che sono le politiche di chi attualmente governa il Paese. La causa principale di questo oscuramento di informazioni in Bulgaria è rappresentata dal fatto che la politica del nostro Paese è filo Nato, pro-neoliberismo. Il secondo motivo è che la Bulgaria è un Paese piccolo, i media rappresentano una corporazione e sono concentrati intorno ad una ristretta cerchia di persone. E’ facile controllare i media. Gli organi di informazione locali, elettronici o della carta stampata, non hanno parlato delle nostre proteste contro la guerra e la occupazione dell’Iraq”.

Nel corso del 2003, i Bulgari non hanno protestato in massa contro la guerra in Iraq e la partecipazione della Bulgaria alla coalizione guidata dagli Stati Uniti. I media elettronici non hanno promosso un vero dibattito sulla guerra. Ci sono state pochissime informazioni sulle critiche che nell’Europa occidentale venivano sollevate contro questa guerra. Solamente “Vsiaka nedelia”, un programma della Tv nazionale condotto dal giornalista di lungo corso Kevork Kevorkian, cerca di presentare punti di vista differenti, mostrando ad esempio interviste in diretta con importanti figure del movimento di opposizione alla guerra, come lo scrittore americano Gore Vidal o il linguista Noam Chomski.

Ivan Tishev sottolinea come la più grande protesta contro la guerra in Iraq, tenutasi a Sofia il 29 luglio scorso, sia stata ignorata dai media locali. Nelle strade di Sofia c’erano circa 600 dimostranti, che gridavano slogans per l’immediato ritiro delle truppe bulgare dall’Iraq. “Assassini!”, “Fuori le nostre truppe dall’Iraq!”, “Tutti i Parlamentari a Kerbala!” (la città santa sciita dove è dislocato il contingente bulgaro in Iraq), “Bush fascista, terrorista mondiale!”, ecc. Questa protesta, tuttavia, è stata raccontata da un nuovo media elettronico, ‘Indymedia Bulgaria’.

‘Indymedia Bulgaria’

Dalla primavera del 2004 la Bulgaria fa parte della Rete dei Centri Media Indipendenti, e ha il proprio centro in internet a: www.bulgaria.indymedia.org. La sezione bulgara di indymedia pubblica informazioni di attualità e analisi sui gruppi sociali sfavoriti, articoli che denunciano le ingiustizie e promuovono attività per il miglioramento dei diritti sociali ed economici delle persone. L’obiettivo di lungo termine degli editors bulgari è “di unirsi ai percorsi mondiali di progresso e alle resistenze locali contro la pressione politica, economica e culturale della globalizzazione delle corporazioni e dell’imperialismo militarista”. Gli editors hanno dichiarato la propria volontà di raccontare i processi locali di progresso, le iniziative e i movimenti con tutte le loro peculiarità e specifiche caratteristiche, nel contesto della lotta mondiale per i cambiamenti sociali e la giustizia. Questa agenzia ha come scopo lo scambio di informazioni alternative, la diffusione di notizie internazionali provenienti da fonti indipendenti e la pubblicazione di testi critici sulla Bulgaria. Indymedia è una agenzia internet, l’unico contatto è via internet. Alcuni dei suoi editors sono giovani Bulgari che vivono o studiano all’estero.

La globalizzazione, un mantra bulgaro

La parola “globalizzazione” è una specie di mantra ideologico nel vocabolario dei politici locali e degli opinionisti. Non c’è nessun uomo di governo che abbia analizzato le conseguenze negative, o sulle persone, del processo di globalizzazione. L’ideologia neoliberista è in voga nella Bulgaria della transizione. Nel novembre del 2002 è stata creata la associazione “Global Bulgaria”. Il quotidiano “Monitor” l’ha definita “la nuova struttura di Soros in Bulgaria”, forse perché Stefan Popov – a capo della Fondazione ‘Open Society’ a Sofia – ne è stato uno degli iniziatori. I membri di “Global Bulgaria” – dettaglio interessante – hanno incontrato il Ministro degli Esteri bulgaro Solomon Passy. Argomento della loro discussione i fondi europei per il periodo precedente alla integrazione della Bulgaria nella UE. Circa un mese dopo la creazione della loro Fondazione, i “Globalisti Bulgari” hanno dunque presentato la propria strategia per ottenere milioni di soldi europei nel periodo prima del 2007, anno dell’ingresso della Bulgaria nella UE.

“Le idee della globalizzazione, di fatto, sono le idee dell’umanesimo. Sono contento che esistano persone che difendono il consolidamento delle idee della globalizzazione in Bulgaria”, ha dichiarato il Ministro Passy ai giornalisti dopo l’incontro con “Global Bulgaria”. Lo stesso Ministro Passy era attivo nel settore delle “ong”. Passy era presidente del Club Atlantico della Bulgaria, una ong sostenuta dalla Nato molti anni prima della integrazione della Bulgaria nella Nato, avvenuta nel 2004.

Tra i fondatori di questa società abbiamo trovato i nomi di molti dei “nouveaux riches” della Bulgaria, come Tzvetelina Borislavova – presidentessa della Banca Economica e degli Investimenti. Questa signora vive con il generale Boiko Borisov, segretario generale del Ministero degli Interni ed ex guardia del corpo dell’attuale Primo Ministro della Bulgaria, Simeone Saxe-Coburg Gotha. E’ divenuta presidentessa di una delle maggiori banche bulgare quando Boiko Borisov è diventato il numero due al Ministero degli Interni. Un altro dei fondatori è Ivo Prokopiev, proprietario del quotidiano “Dnevnik” e del settimanale “Capital”, accusato per la privatizzazione della ditta “Kaolin” e senza dubbio una delle persone più ricche della moderna Bulgaria. Altri “tycoons” della finanza all’interno di “Global Bulgaria” sono Sasho Doncev, a capo della compagnia “Overgaz”, Valentin Zlatev, a capo della “Lukoil Bulgaria”, Levon Hampartzumian della “Bulbank”, ecc. Nella “Global Bulgaria” ci sono anche Zheni Zhivkova, parlamentare della formazione di sinistra all’opposizione “Coalizione per la Bulgaria” e nipote del dittatore comunista Todor Zhivkov.

“Global Bulgaria” vorrebbe essere una organizzazione di cittadini. Come è possibile, con solo miliardari nelle proprie fila?


osservatoriobalcani.org

PORTAMI LOCUSTE, AVRAI DEL RISO
Peace/Justice, Brief


Un sacco di mezzo quintale di riso in cambio di un sacco di locuste di egual peso: è il curioso baratto proposto da un radio privata senegalese. Come altri Paesi dell’Africa Occidentale, il Senegal sta affrontando in queste settimane la peggiore invasione di locuste degli ultimi 15 anni. Gli esperti concordano nel sostenere che l'eccezionale invasione di quest'anno - da molti paragonata a quella che si verificò verso la fine degli Anni '80, quando un gigantesco sciame si mosse dal Sudan occidentale fino all'India attraversando ben 28 nazioni - sta minacciando seriamente le attività agricole di molti Paesi africani e i raccolti di mais, grano o cassava ( ovvero manioca) della prossima stagione, anche perché coincide con la stagione della semina.La redazione di ‘Radio Sud-Fm’, con sede a Saint Louis, capoluogo dell’omonima regione del Senegal - che è tra quelle maggiormente colpite - ha tentato di coinvolgere attivamente la popolazione proprio e sta anche valutando se incoraggiare l’utilizzo delle locuste, ricca fonte di proteine, come riserva di cibo. Sorprendente il suggerimento degli sciamani senegalesi che, come rimedio contro l’invasione, hanno suggerito ai contadini di offrire in sacrificio cereali bolliti e latte.[

misna.it

La differenza
di Giuseppe Genna


La terra, il tepore, la morte - ...Si è parlato molto di morte in questi giorni: della morte serena di Zio Carlo, filosofo e yogi, che forse sapeva la data del suo trapasso. Guardando il cielo stellato ho pensato che magari morirò anch'io in Mesopotamia, e che non me ne importa un baffo, tutto fa parte di un gigantesco divertente minestrone cosmico, e tanto vale affidarsi al vento, a questa brezza fresca da occidente e al tepore della Terra che mi riscalda il culo. L'indispensabile culo che, finora, mi ha sempre accompagnato.
ENZO BALDONI

Tra la fine di Fabrizio Quattrocchi e quella di Enzo Baldoni, in sostanza, non c'è differenza: sempre di morte si tratta. Ma tra la vicenda personale di Quattrocchi - e dei suoi compagni sequestrati in Iraq - e l'avventura umana di Enzo Baldoni corre un abisso. Poiché l'esposizione mediatica è un segnale di notevole significato, in questi tempi di indegna sottocultura, annoto che, alla morte di Quattrocchi, si ebbe il buongusto di esercitare il massimo dell'enfasi fascistoide e pauperista: il poveraccio era come un operaio che voleva guadagnare qualche soldo in più, Gasparri annoverava la salma calda tra i suoi elettori, eroicamente l'uomo aveva enunciato il principio ottocentesco che così muore un italiano. Vespa, caciare varie. Per Baldoni, due miseri collegamenti Rai di un minuto, col povero Pino Scaccia devastato dalla morte dell'amico. Vagolo per un'ora alla ricerca di notizie in tv: Mazzocchi è felice e contento e parla dello "splendido stile Chechi". Pubblicità. Su Canale 5, il promo di un concerto dei Pooh. Su Rai Uno un film francese solare e adolescenziale. Del governo, nessuno che parli, nessuno che si faccia vedere.
Perché la morte di Baldoni, al governo e all'Italia più becera e idiota, fa male. Fa peggio però a noi, costretti a subire l'ennesima conseguenza di una guerra: nemmeno da fare distinzioni tra guerra giusta e ingiusta - la guerra è una merda, come merda biologica è ora il corpo di Baldoni, schizzo tra gli schizzi di merda.

Comprendo perfettamente che fare distinguo, in queste occasioni, è cinico e letale, ma mi permetto quest'agio per ribadire che ancor più cinico e letale è, come ha fatto il governo italiano, promuovere e partecipare a una guerra. La barbara uccisione di Enzo Baldoni rientra in questa logica cinica e letale, per l'appunto. Con l'aggiunta, tuttavia, di un'enorme pietà per uno che, nei luoghi della guerra, ci era andato non per arrivismo e nemmeno per fare grano, neanche per costruirsi una fama o fare l'originalone - cattiverie che non gli sono state risparmiate, almeno fino all'attimo che precede la martirizzazione di governo, quella indegna pratica istituzionale che specula sul sorriso di una ragazzina che ha lanciato l'appello per il papà rapito.
Non era un giornalista professionista, Baldoni, bensì un uomo che viveva sulla propria pelle il tormento dell'esistenza e della stolida "necessità" dei conflitti e della sofferenza. Una necessità falsa, che trabocca di sangue sempre diverso da quello di coloro che la enunciano.
Di questa enorme ipocrisia, di questa retorica allucinante, tutta imperniata sulla fantasia del terrorismo (una fantasia fantasmatica, appunto: un fantasma autentico), grondano le parole del comunicato ufficiale del premier italiano che, questa guerra, l'ha voluta per atto di servilismo criminale nei confronti dell'inquilino della Casa Bianca: «Non ci sono parole per un atto che non ha nulla di umano e che d'un colpo cancella secoli di civiltà per riportarci ai tempi bui della barbarie»: è quanto afferma il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi in una nota sull'uccisione di Enzo Baldoni. Il premier esprime un sentimento di pietà per Baldoni, solidarietà alla famiglia, ma ribadisce la «ferma determinazione a combattere il terrorismo». «Solo un sentimento di pietà per il povero Enzo Baldoni e di solidarietà per la famiglia - prosegue Berlusconi - soprattutto per quei due ragazzi che, con tanto amore e tanta dignità, avevano lanciato un appello, rivelatosi purtroppo inutile perchè diretto a chi evidentemente non aveva cuore per ascoltare. Ma al tempo stesso - afferma ancora il premier - la riaffermazione della ferma determinazione a combattere il terrorismo dovunque e in tutte le forme in cui si manifesti». «L'Italia - conclude Berlusconi - manterrà fede agli impegni assunti con il governo provvisorio irakeno nel quadro della deliberazioni delle Nazioni Unite per ridare all'Iraq pace e democrazia».
Una vergogna. Una vergogna parlare di terrorismo. Una vergogna ribadire, quando fa comodo, che siamo lì in missione di pace (ma quale diavolo di pace?) e, quando invece è più vantaggioso, parlare di guerra al terrorismo (ma quale diavolo di terrorismo?).
Sia chiaro che nessuno aveva obbligato Enzo Baldoni ad andare là: non era un soldato di leva o di firma. Ed è proprio questo che crea imbarazzo ai soloni della falsificazione, agli assassini per conto terzi, ai mandanti per nulla occulti che stanno mettendo a ferro e fuoco mezzo Medioriente. Enzo Baldoni era là a vedere coi propri occhi, e a raccontare a tutti, la sofferenza dei poveracci che, questa dannatissima guerra, la subiscono. Era là per tentare l'inaudita opera di un'intervista al più scalmanato tra i fanatici impegnati a difendere la propria terra dalle milizie neomillenariste di quest'occidente, micidiale nella sua implicita teologia: intervistare Al Sadr era il suo sogno. Era là, Baldoni, per dare una mano alla Croce Rossa. Era in quelle terre crivellate da colpi mortali provenienti da obici di tutti i tipi e tutti prodotti in occidente: per testimoniare di una professione di fede umana, più che giornalistica.
Aveva iniziato nel 1996 in Chiapas, Messico, dove incontrò il subcomandante Marcos. Poi era stato in Birmania, Timor Est, Colombia. «Qualcuno pensa che io sia un mezzo Rambo che ama provare emozioni forti, vedere la gente morire e respirare l'odore della guerra come Benjamin Willard l'odore del napalm la mattina in Apocalypse now - ha detto una volta -, invece sono lontano mille miglia da questa mentalità, molto semplicemente sono curioso. Voglio capire cosa spinge persone normalissime a imbracciare un mitra per difendersi».
In Iraq Baldoni era arrivato per la prima volta quest'anno, un paio di settimane fa, con un accredito di Diario. «Non ho una particolare paura della morte», ha detto qualche tempo fa in un'intervista. «L'ho conosciuta abbastanza bene. Alla mia sono andato vicino un paio di volte. Poi mi sono morte diverse persone tra le braccia. Ormai è una vecchia compagna di viaggio».
Baldoni, che praticava zen, poteva permettersi di pronunciare verità scomode per sé e scandalose per altri, attinenti alla propria e all'altrui morte. Non aveva accomandite occulte da parte dei servizi segreti, come qualcun altro gioiosamente celebrato da melanomi multipli in diretta tv. Non aveva padri fascisti con il tricolore stoico, a ribadire la vocazione al nazionalismo più pernicioso e fondamentalista.
Va salutato secondo l'augurio zen: che tu sia nello Zammai, Enzo Baldoni.

camillaonline.it

I mille colori di Tirana


La capitale dell’Albania vive un periodo di forte cambiamento: tra futuro e passato i problemi di una città che si è ritrovata ad essere metropoli in pochi anni

Dal nostro inviato
Christian Elia

Tirana (Albania) - “Nel 1997 ero terrorizzato. Avevamo tutti paura, poteva succedere qualunque cosa. C’erano bande armate di kalashnikov. Uscivano fuori all’improvviso, di solito agli angoli delle strade, incappucciati. Alzavano una mano e tu eri costretto a fermarti, non potevi fare altro. Così ti portavano via tutto. Solo io sono stato rapinato tre volte quell’anno. Macchina, orologio, soldi, tutto. Ricordo ancora un giubbotto di pelle di un mio amico. Ci teneva tanto”.

Tirana è una città che trabocca di storie. Dopo decenni passati nell’ovattato silenzio del regime di Enver Hoxha la storia di questo Paese, negli anni Novanta, ha subito un’accelerazione enorme. Quasi come se dovesse recuperare il tempo perduto. La fine del comunismo, la guerra civile del 1990, l’esodo di massa, il collasso economico del 1997. Tutti hanno una storia da raccontare e Candy, uno dei tanti che si guadagna da vivere facendo l’autista, non fa eccezione.

“Il mio vero nome è Arkhem”, racconta Candy, “ma tutti mi chiamano Candy da quando ero bambino. Ricordo un italiano per cui lavoravo in Albania. Mi chiamava con un fischio, perché non ricordava il mio nome. Un giorno ho avuto un’idea: gli ho detto di tenere a mente la marca di lavatrici italiane, ma lui mi chiamava Ariston!”

Dall’aeroporto della capitale al centro cittadino ci sono quasi 20 chilometri, ma sembrano molti di più, per via della condizione disastrata delle strade e per via della variegata presenza di mezzi di trasporto: automobili, camion, autobus, carretti a pedali, carretti tirati da un animale, biciclette e tutto quello che riesce a muoversi trasportando una persona convivono su quella che dovrebbe essere un’autostrada.

“Sono uno di quelli che, nel 1990, è arrivato al porto di Bari sulla nave Valona”, dice l’autista per ingannare l’attesa per entrare in città, “ci hanno tenuto per giorni in quello stadio, come si chiama…ah si il San Nicola. Io ci sono rimasto cinque giorni. Ricordo un caldo asfissiante. Tutto per nulla, infatti dopo mi hanno rispedito a casa. Ero terrorizzato. In Albania c’era una vera e propria guerra: moriva un sacco di gente. Per fortuna me la sono cavata”.

Entrando in città si rimane piacevolmente colpiti dai colori degli edifici, risultato di quella ristrutturazione voluta dal sindaco Edi Rama, eccentrico pittore, che ha dato un volto nuovo al centro cittadino. La piazza Skanbenberg è piena di gente. Al centro, li dove un tempo svettava la statua di Enver Hoxha, ora gira una piccola ruota panoramica che continua a far divertire i bambini, come un’anziana signora che non vuole andare in pensione. Il viale Zog I, che collega la piazza Skandemberg a quella dedicata a Madre Teresa di Calcutta offre una visuale libera dalle migliaia di baracche che c’erano fino a qualche anno fa, fino all’avvento del senso di Rama per l’urbanistica.

“Ora le cose vanno decisamente meglio”, sottolinea Candy mostrando la sua città,”abbiamo ricominciato a vivere. Rama ha tanti difetti, ma ha cancellato il grigiore degli anni di Hoxha prima delle crisi che sono venute dopo. Vogliamo vivere. Siamo stanchi di essere considerati i disperati d’Europa. A Tirana vivono un milione di persone, tutte arrivate negli ultimi cinque anni, ma con calma riusciremo a risolvere i problemi che nascono in una città così grande. Al contrario di quello che pensa tanta gente, a Tirana, non ci sono profughi del Kosovo. Questa è tutta gente che viveva sulle montagne e, soprattutto negli ultimi anni, aveva difficoltà a sopravivere. I kosovari hanno sempre rifiutato di essere portati a Tirana. Il governo albanese mandava degli autobus a prenderli, ma loro scappavano, perché temevano che non sarebbero riusciti a tornare a casa. Tanti sono saltati sulle mine pur di non allontanarsi troppo dal Kosovo”.

La convivenza con i nuovi arrivati non è facile. I cittadini di Tirana hanno sempre avuto un’identità cosmopolita rispetto agli abitanti del resto dell’Albania. Si sentono più colti, più intelligenti, addirittura più belli. Non hanno fatto mancare la propria solidarietà alle famiglie che sfuggivano la fame riversandosi nella capitale, solo che il passaggio non poteva essere indolore.

“Qui vivono almeno 300 mila persone e, tutte le case che vede, sono state costruite negli ultimi due anni. Questo era tutto terreno di proprietà statale. Le famiglie arrivavano a Tirana e si stabilivano qui. Dopo un po’ cominciavano a costruire la propria casa, così, senza un piano regolatore, senza infrastrutture senza niente. Il fenomeno è così vasto che il governo ormai sembra rassegnato a dare vita a una sanatoria che sancisca lo stato delle cose”.

Sabina, una ragazza albanese che lavora per l’ong italiana AiBi, spiega come è nato Bathore, una baraccopoli divenuta in poco tempo quartiere e, alla fine, quasi una piccola cittadina. La strada per raggiungere questo agglomerato urbano dal centro di Tirana è un’inferno. Gli scarichi delle auto e la polvere che si alza dalla strada dissestata rendono l’aria irrespirabile. Migliaia di clacson suonano in contemporanea, ma il serpentone che si forma in entrata e in uscita da Bathore è immobile.

“In tutta la zona c’è un’unica scuola. Manca tutto”, spiega Sabina,”non esistono fognature, non c’è acqua corrente, non c’è energia elettrica. La cosa più grave è l’assenza di qualunque struttura sanitaria. Se qualcuno sta male, impiega delle ore per arrivare a Tirana”. L’AiBi ha aperto un centro per i bambini della zona. Lo gestisce assieme a tre religiose. “Cerchiamo di offrire un’alternativa a questi ragazzi”, racconta la ragazza, “organizziamo corsi di cucito, corsi di formazione lavoro e per imparare una lingua straniera. Soprattutto curiamo l’aspetto dell’assistenza allo studio visto che l’unica struttura della zona non riesce a contrastare la dispersione scolastica e la qualità dell’insegnamento è molto bassa”.

“Quasi tutte le famiglie arrivate nell’ultimo periodo”, racconta Suor Irene, una delle religiose del centro, “hanno una media di cinque figli. I capi famiglia fanno i muratori sfruttando i cantieri che ci sono in tutta la città. Vanno a Tirana la mattina presto e aspettano che qualcuno li chiami. La paga è molto bassa. Riescono a portare a casa 10 euro per una giornata di lavoro di dodici ore, senza alcuna sicurezza, arrampicati su impalcature da incubo”.

Il centro di Tirana, rispetto a Bathore, sembra un altro pianeta. Ragazze bellissime, vestite all’ultima moda, si aggirano per i mille caffè del centro. Non mancano i bambini che vivono vendendo da ambulanti qualunque cosa: accendini, sigarette, custodie per cellulari, pettini e mille altre cose. Oppure altri ragazzini fanno i posteggiatori abusivi. Nel complesso però la vita del centro della capitale da un senso di profondo dinamismo. I ritmi della giornata, soprattutto per gli uomini, sembrano scanditi dai caffè e dalle sigarette. In uno di questi bar incontriamo Enkel Demi, giornalista e conduttore televisivo di TV CLAN, uno dei principali network del Paese.

“Viviamo la stessa condizione dell’Italia degli anni Sessanta”, dice Demi, “la gente albanese si è stancata di fare l’emigrante. Ha capito che l’integrazione è difficile e ha capito che, soprattutto l’Italia, non è quel paradiso che la televisione prometteva. Allora sono tornati, con i soldi che hanno messo da parte. Ora fanno i turisti quando vanno all’estero. Il problema è che costruiscono solo in città e ci sono milioni di cantieri. Bisogna pensare al resto del Paese”.

Enkel Demi si occupa di attualità e, al momento, individua una priorità nel lavoro dell’informazione. “Dobbiamo rovesciare l’immagine che, i media italiani, hanno cucito addosso agli albanesi. Non tutte le albanesi sono puttane e non tutti gli albanesi sono trafficanti. Ci sono qui da noi dei delinquenti tanti quanti ce ne sono da voi. Molti albanesi sono coinvolti in traffici loschi in Italia, ma restereste allibiti dal numero d’italiani che fanno affari di tutti i generi qui”.

“Tirana e l’Albania tutta ha voglia di non essere più considerata la Cenerentola d’Europa”, dice Enkel, “si rimbocca le maniche e lavora. I giovani studiano le lingue e utilizzano Internet, oppure studiano all’estero. In questo percorso resta un rapporto particolare con l’Italia, che dura da secoli. E’ dura, ma ormai siamo partiti e l’obiettivo adesso è l’Unione Europea”, conclude Demi.

L’Italia guarda il suo vicino di casa con interesse e sospetto, ma non si può non essere consapevoli del comune destino che lega questi due Paesi Un destino che è passato anche per situazioni amare. Nel bel Museo di Storia Nazionale di Tirana l’Italia è sempre presente. Dal colonialismo all’operazione Arcobaleno del 1997. La sensazione che si ha è quella di aver tradito spesso la fiducia di questa gente, ma quello che dicono tutti gli albanesi è “voi italiani avete fatto tante cose in Albania, quasi tutte brutte. Non siete cattivi però, ci avete anche aiutato”.

Nell’ultimo corridoio del Museo c’è una bacheca. Dentro ci sono oggetti comuni: magliette, pantaloncini, un cappello da bambino. Sono i reperti della gente ammassata sulla nave Valona, che attraccò nel porto di Bari chiedendo aiuto in fuga da una guerra civile. Furono tutti ammassati in uno stadio e, la maggior parte di loro, fu rispedita indietro. La storia d’Italia e d’Albania si sono incontrate spesso, ma sembra che abbia insegnato poco.

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New York marcia contro Bush
di Piero Sansonetti

DALL'INVIATO A NEW YORK
Il «New York Times Magazine» scrive che c’è un soffio di sessantotto nell’aria. È così. I colori, gli slogan, la passione, la radicalità, sono gli stessi di 35 anni fa. Le facce sono quelle. La mobilitazione è davvero massiccia. Allora finì bene e finì male. Finì bene perché quel movimento ha cambiato per sempre il senso comune dell’occidente: lo ha spinto molto avanti. Finì male perché il pacifista Kennedy fu ucciso, il pacifista Luther King fu ucciso, fu ucciso il capo del Black Panther e i leader degli hippy finirono in prigione: Hubert Humphrey - moderato e non pacifista candidato alla presidenza per i democratici - fu sconfitto da Nixon, cioè dalla destra-destra. Stavolta succederà lo stesso, o vincerà Kerry? E Kerry assomiglia ad Humphrey o invece assomiglia a Bob Kennedy? E Michael Moore, amatissimo regista che è il re della protesta, è all’altezza di Bob Dylan e Allen Ghinzberg?

Ieri una enorme massa di persone, un’ondata, una valanga, ha invaso le strade di Manhattan. Ha fatto capire che c’è una parte dell’America, una parte grande dell’America, che è letteralmente in rivolta contro Bush, il bushismo, la guerra, il "supremazismo americano" e cioè quella mania di grandezza e di comando che sta creando tragedie nel mondo e guai seri in patria. Probabilmente erano tre o quattrocentomila persone, ma qui nei calcoli sono molto rigorosi e non tendono ad esagerare: in Italia avremmo detto un milione. Si sono dati appuntamento di domenica, all’ora del brunch (cioè della colazione-pranzo, che nei giorni di festa si consuma alle 11 del mattino) all’angolo tra la settima street e la quattordicesima avenue. E’ un modo piuttosto modesto, umile, per convocare una manifestazione. Come se noi dicessimo: ci vediamo all’angolo tra via Tomacelli e via del Corso.

Roba per pochi amici. In realtà già molto prima delle undici tutte le strade meridionali di Manhattan erano piene di pacifisti. La parola d’ordine della manifestazione era contro la guerra e contro Bush. Soprattutto era una manifestazione indignata -letteralmente offesa - dei newyorkesi, che non capiscono perché il partito repubblicano, per la prima volta nella sua storia, abbia deciso di violare la città “liberal”, cioè di sinistra, e di tenere qui la sua Convention. La Convention repubblicana si apre questa mattina al Madison Square Garden ­ nel pieno centro della città ­ e dura quattro giorni.

I repubblicani hanno deciso di sfidare New York per una serie di ragioni. La prima è sicuramente simbolica, e cioè sta nel richiamo all’11 settembre ­ che colpì New York - e quindi alla necessità di reagire, di combattere, di opporsi al nemico, di fare la faccia feroce. Tutte attività non adatte - dicono ­ a John Kerry. La seconda ragione, opposta, sta nel profilo moderato e ragionevole dei dirigenti repubblicani di New York, e soprattutto dei più famosi: il sindaco Bloomberg, il governatore Pataki, l’ex sindaco Giuliani. Il Partito repubblicano conta su di loro per raccogliere voti al centro, in quell’area incerta dell’elettorato che alla fine deciderà il vincitore.

La manifestazione anti-Bush è partita alle undici in punto. In poco più di mezz’ora ha raggiunto il Madison Sudare Garden (cioè il luogo della contestata Convention) che sta all’altezza della trentatreesima street. Poi ha percorso un tratto della trentatreesima ed è ridisceso a sud, lungo la quinta strada, fino a Union Square, la grande piazza del mercato di Manhattan. In tutto circa cinque chilometri sui larghi viali newyorkesi. A mezzogiorno e mezza il percorso era tutto pieno e Union Square era già colma. Il corteo ha continuato a sfilare per ore. La coda era ancora davanti al Madison Square Garden alle quattro e mezzo del pomeriggio. Quasi sei ore di corteo. Probabilmente è stata la più grande manifestazione di tutti i tempi a New York.

Chi erano i partecipanti? Soprattutto intellettuali e lavoratori newyorkesi, soprattutto bianchi, di ogni età, di differenti posizioni politiche. C’erano i moderati, c’erano i reduci dal Vietnam e dalla guerra del Golfo, con le loro bandiere e le loro medaglie, c’erano moltissimi parenti delle vittime dell’11 settembre e molte madri e padri, e fratelli e sorelle di soldati morti in Iraq e in Afghanistan. Prevalentemente era una manifestazione radicale, ma non era solo radicale. Sicuramente però era più una manifestazione contro Bush che una manifestazione a favore di Kerry: parecchia gente portava i distintivi del partito democratico e le scritte per Kerry ed Edwards, ma non è che ci fosse un grande entusiasmo a favore dei due candidati democratici. Anche perché lo spirito fondamentale della manifestazione era uno spirito pacifista, e la richiesta urlata da tutti era: Via dall’Iraq, basta con le guerre. E “Via dall’Iraq” e “basta con le guerre” non sono precisamente le parole d’ordine della campagna elettorale di Kerry.

Il corteo era letteralmente tappezzato dalle bandiere della pace. Su molte c’era scritto “Pace”, in italiano. Fino a qualche anno fa la bandiera con l’arcobaleno, qui in America, era il simbolo del movimento gay della California, adesso ha cambiato significato, dopo le grande adunate pacifiste italiane che hanno reso la bandiera pacifista famosa in tutto il mondo. Su molte bandiere però la scritta era in inglese, e diceva: “No all’agenda di Bush”. Sui cartelli c’erano slogan di ogni genere, ma quasi tutti insistevano su un punto: “Bush mente”. Per gli americani è un aspetto fondamentale e insopportabile della politica di Bush. Aver mentito sulle armi di Saddam, aver mentito sulle torture, aver mentito sulla Cia, aver mentito sull’11 settembre. E’ questa l’imputazione principale e capitale: essere un bugiardo. E un bugiardo ­ dicono ­ non può fare il presidente degli Stati Uniti. E’ un po’ il contrappasso degli attacchi della destra Clinton, sei anni fa, quando Clinton mentì su un affare di sesso. Qui però l’oggetto della menzogna è un po’ più grave e soprattutto sono più gravi le conseguenze.

Quando il corteo arriva davanti al Madison Square Garden, transennatissimo, c’è un gruppetto di attivisti repubblicani che aspetta coi suoi cartelli. Dicono: “Bush per altri quattro anni”; “Osama vi prega: votate Kerry”; “Ai terroristi piacciono Kerry ed Edwards”; “Kerry ed Edwards stanno con l’Islam”; “La destra ha ragione la sinistra ha torto” (che è un gioco di parole, perché in inglese destra e ragione si dicono allo stesso modo: “the right is right”). Tra gli attivisti repubblicani e i democratici inizia un fronteggiamento di slogan e anche un fitto dialogo polemico e a tratti furioso. Ma non c’è neppure un filo di tensione: due o tre poliziotti stanno a guardare placidi. E’ quasi impossibile pensare a qualcosa del genere in Italia. Ve l’immaginate un gruppo di leghisti che va a disturbare pacificamente una manifestazione no-global a favore degli immigrati?
C’è un repubblicano sudatissimo che continua a gridare: “Altri quattro anni, altri quattro anni”, e si riferisce a un secondo mandato presidenziale per Bush. Fa quattro con le dita delle mani, e ride rabbioso verso quelli del corteo. Loro rispondono insultandolo in tutti modi ma lui tiene duro: “Quattro anni, quattro anni...”. Passano due giovani con un cartello che mostra la foto di un ragazzo. C’è anche il nome del ragazzo, si chiama Juan Torres, deve essere un latino-americano. C’è scritto che ha 26 anni, anzi li aveva, perché è morto in Afghanistan. Uno dei due indica Jaun Torres al repubblicano invasato, e gli grida: “amico, cosa ne pensi di questo? Era mio fratello. Vedi, lo ha mandato lì il tuo Bush…”. Il repubblicano non si commuove affatto, fa quattro con le dita delle mani e continua a gridare: “four more, four more…”, ancora quattro. Una ragazza coi capelli rossi si accapiglia con un vecchio professore. Lei è repubblicana lui democratico. Lei dice al professore che è un pappamolle, che ha paura della guerra, che è un vigliacco. Lui non sa neanche come rispondere.

Balbetta. Poi grida : “fascista”, e se ne va. A un certo punto passa un gruppo di giovanotti della New York University e inizia a cantilenare, rivolto ai repubblicani uno slogan che per noi italiani è molto familiare: “sce-mi, sce-mi…”. Proprio così, in italiano, come facevano gli indiani metropolitani un quarto di secolo fa. Gli chiedo come mai parlano italiano. Non parlano italiano, non sanno esattamente cosa voglia dire “scemi”, e non sanno neppure che è una parola italiana. Il coretto lo hanno imparato all’università.

In testa al corteo c’è Jessy Jackson, il capo dei neri nel partito democratico. Ma il personaggio chiave non è lui, il personaggio chiave è il regista, è Michael Moore. Parla alla folla con un megafono, dice che la “maggioranza degli americani è contro Bush perché è contro la guerra, e che allora Bush se ne deve andare”. Se ne andrà davvero o vincerà le elezioni? Questa gigantesca manifestazione spingerà Kerry o sarà solo una testimonianza contro Bush? John Kerry è ottimista. Ieri ha dichiarato che il “2 novembre ci libereremo della nube oscura che da quattro anni pesa sull’America”.

unita.it


agosto 29 2004

Buoni propositi
di Furio Colombo


da l'Unità - 29 agosto 2004

E se non avessimo mai alzato la voce, giornalisti miti e cortesi che chiedono sommessamente al ministro Castelli perché tanta asprezza verso la sinistra, giornalisti che fanno finta di non accorgersi che Berlusconi dice a una signora «faccia da stronza» (troppo volgare), lasciano perdere la bandana (troppo ridicolo) e invece si pongono serie domande di politica estera sulla visita di Blair che dimostra il prestigio ritrovato dell’Italia, recandosi in visita privata a Villa Certosa.

Se avessimo deciso, fin dal ritorno in edicola de Unitàche puoi parlare del conflitto di interessi una o due volte all’anno, quando si presenta la giusta occasione, ma non tutti i giorni, perché, in fondo, il conflitto di interessi non interessa a nessuno, e a forza di ripetere corri il rischio di far fare al titolare di quel conflitto la figura del perseguitato?

Se la nostra mite linea editoriale fosse stata di commentare i telegiornali come se fossero veri, lasciare in pace Mimun e Mentana (che erano buoni amici), se avessimo scelto di raccontare con rispetto Porta a Porta, non mancando di ricordare che Bruno Vespa è un bravo professionista, e trascurando la noiosa pretesa di scorgere in ogni puntata di quell’incredibile programma il lieto fine governativo e l’impronta della zampata di regime?

Ecco, regime. Non è di cattivo gusto dire e ripetere questa parola solo perché Berlusconi, legittimamente eletto dagli italiani, si trova per dovere d’ufficio a controllare le Tv di Stato mentre, per un caso della vita, possiede una catena di televisioni private e quasi tutta la pubblicità del Paese?

Qualcuno dirà che è un regime quello in cui un uomo di sinistra, Enzo Baldoni, viene insultato anche quando la sua vita è in pericolo, e persino quando è morto, da quasi tutta la stampa di destra, e nessun giornale della grande stampa libera mostra di accorgersene. Al contrario, si sprecano gli articoli sul disfattismo, l’ignavia, e il filo-terrorismo della gente di sinistra, per non parlare della razza maledetta dei pacifisti. Ma insistere nel giudicare le scelte degli altri non giova al dialogo. Dunque lasciamo perdere gli insulti a Baldoni assassinato (Baldoni era un uomo di pace e dunque evidentemente meno italiano di altri morti) e andiamo a dialogare. Ci sarà qui un guastafeste che chiederà: dialogare su cosa?

Hanno già approvato riforme chiave che cambiano il futuro del Paese con l’espediente del voto di fiducia, cioè un Parlamento con la bocca chiusa. Domanda sbagliata. Su che cosa dialogare si vedrà. Ma se accetti di farlo, il premio lo ricevi subito. Dire sì al dialogo, senza tanti distinguo, attira subito sguardi di interesse e di approvazione.

Ora, è vero che Berlusconi era imputato in un sacco di processi, che è stato brusco con i giudici, che il Parlamento ha fatto una legge apposta per fermare tutti i processi e addirittura in tempo per impedire alla Pm Boccassini di pronunciare la sua conclusiva arringa di accusa in uno dei processi a Milano, e ha affidato tutto ciò al presidente della Commissione giustizia della Camera che è anche avvocato personale del presidente del Consiglio. Ma è anche vero che l’avvocato Pecorella è un giurista grande abbastanza da svolgere contemporaneamente due ruoli così delicati. Ed è altrettanto vero che i processi inseguivano quest’uomo da una vita, e che lui deve pur governare.

Per esempio, i nostri titoli sulla Bossi-Fini. Sono sempre stati giudicati esagerati. Da chi? Dalla Lega, prima di tutto. Ma anche da tanti altri, anche da sinistra.

Vi ricordate quando abbiamo espresso con irruenza il timore, anzi la predizione, che quella legge avrebbe scoraggiato i soccorsi in mare (pena l’imputazione di traffico di schiavi) per chi avesse portato in salvo dei mezzi morti, e dunque avrebbe favorito l’atteggiamento di non far caso ai naufraghi? Questo era prima dei 1.651 morti in mare davanti alle coste italiane. Una sensata obiezione potrebbe essere che i giornalisti fanno cronaca, non profezia. A tempo debito le notizie dei morti le hanno date tutti i giornali, le proteste contro il danno di quella legge è venuto con fermezza anche dalla Confindustria. Pisanu e Buttiglione, due importanti voci berlusconiane, hanno detto che la legge va rivista. La Corte Costituzionale ha dichiarato incostituzionali parti essenziali di quella legge. La Lega ha risposto in modo colorito. Ma, si sa, è la Lega, una organizzazione che esprime forti umori popolari.

Questo è solo un riassunto parziale delle intemperanze che ci vengono spesso rimproverate. Ma serve a farci riflettere su ciò che avremmo guadagnato, almeno personalmente, da una più cauta e avveduta conduzione delle nostre pagine.

* * *

Mettete su un tavolo un po’ di copie dell’Unità e fate il gioco di “abbassare i toni”, per “non cadere nella rissa, nell’odio, nelle scomuniche”.

Ecco alcuni titoli che ci avrebbero senza dubbio messo in miglior luce agli occhi di coloro che ci accusano di fare un giornale gridato:

«Berlusconi critica i giudici. Si apre il dibattito sulla separazione delle carriere». È stato quando il premier aveva detto che solo un mentecatto può fare il giudice.

«Berlusconi trova impropria la domanda di un cronista dell’Unità». È stato quando Berlusconi ha detto a un nostro giovane giornalista alla sua prima esperienza di conferenza stampa: «Lei è un mestatore di professione. Io coi mestatori non parlo».

«A Berlusconi non piace il volto di una signora di Rimini che gli ha detto rudemente: “Vai a casa”». La storia è nota, ma ne ha parlato solo l’Unità.

«Il ministro Calderoli chiede di tutelare i confini nazionali». È stato quando il già vicepresidente del Senato e attuale ministro delle Riforme ha detto: «La Costituzione non si applica agli stranieri. Gli stranieri vanno respinti in mare con l’uso della forza».

«Castelli ha dubbi sul ruolo della sinistra in Europa». È stato quando Castelli ha pronunciato le parole: «La sinistra europea che difende assassini e latitanti è una cultura aberrante che io combatto con ogni mezzo».

Ricordate Telekom-Serbia, una Commissione d’inchiesta parlamentare inventata dalla maggioranza, sostenuta da pezzi da galera al solo scopo di accusare Prodi, Fassino, Dini, di avere incassato “enormi tangenti”, accusa ripetuta varie volte al giorno per 40 giorni da tutti i telegiornali pubblici e privati, fino a quando i pezzi da galera sono tornati in galera e la Commissione (organo istituzionale del Parlamento) è finita allo sbando senza che si aprisse una inchiesta sul suo comportamento certo fuori dalla legge?

Bene, un giorno uno degli illustri membri di maggioranza di quella commissione - per avvalorare la credibilità delle accuse inventate - ha elogiato uno dei falsari (poi prontamente arrestato e accusato di calunnia) con la frase immensamente telegenica: «Ha una memoria da Pico della Mirandola».

Potevamo pacatamente scrivere: «La Commissione Telekom-Serbia elogia la memoria del teste che accusa». Sarebbe stato un falso. Eppure in questo Paese, in questo periodo della storia italiana, saremmo stati apprezzati per pacatezza e senso della misura.

* * *

Noi questo vi possiamo dire. Ad ogni abbassamento di tono voi avreste notato una crescita, magari lenta ma netta, di credibilità, di rispetto verso il direttore e il condirettore dell’Unità<7i> . Saremmo apparsi “equilibrati”, si sarebbe detto che meritiamo fiducia. Forse, un giorno saremmo stati persino invitati, accanto al direttore de Il Riformista, a rappresentare la sinistra italiana in televisione. Lo so che è azzardato pensare così in grande.Ma se ci mostrassimo talmente sereni e rispettosi del governo e della sua maggioranza, come escludere, una o due volte all’anno, anche Porta a Porta? «Colombo, lei che sa stare in modo così equilibrato al di sopra delle parti, pur dirigendo il giornale che fu di Antonio Gramsci, pensa davvero che la Bossi-Fini sia una così cattiva legge?».

Ancora un passo, per esempio sorprendere l’avversario con una dichiarazione pacata sul fatto che c’è del buono anche nelle leggi e nelle riforme della maggioranza, che l’Italia è di tutti, che si devono unire le forze per contrastare il declino, ed è quasi sicuro: a) il ritorno di inviti nelle buone case in cui si incontrano politici importanti e si ricevono avvertimenti utili; b) la citazione benevola sui giornali di governo; c) persino partecipazioni alla radio, soprattutto presso Aldo Forbice, a patto di essere pronti a sgridare l’ascoltatore fazioso che si permettesse di usare - in pieno prime time della Rai - la parola “regime” .

D’accordo, facendo un giornale così lasci le spalle scoperte al lavoro di opposizione svolto ogni giorno alla Camera e al Senato, lasci sola una quantità di gente che, guardando ogni sera i Tg di governo, prova l’impulso di lasciar perdere tutto e di comprare solo il quotidiano sportivo. Lasci in pace l’intera compagine mista di affari, di conflitto di interessi, e di governo. Smetti di essere ossessionato dai giornali stranieri e dal loro continuo scandalizzarsi per il caso Berlusconi (dopotutto denigrano l’Italia). Ma torni ad affacciarti alla vita che, come tutti sanno, è televisione. Sei stimato, apprezzato, accolto, forse non come prima di fare l’Unità, ma almeno in modo urbano. Dunque un beneficio c’è, e non trascurabile. Ti cambia la vita. Ma c’è di più.

A questo punto chi vorrà negare un po’ di pubblicità, anche quella delle grandi “partecipate” statali, che adesso stanno alla larga, alle civili e pacate pagine di questo giornale dai toni bassi?

Tutto ciò, forse, non gioverà al Paese, più zitto, più disciplinato, più in linea con le televisioni (che non sono i tratti più smaglianti di una democrazia se le televisioni le controlla uno solo). Ma spero di avere dimostrato che converrebbe moltissimo a noi, vita e reputazione. E ai conti del nostro giornale. Se non lo facciamo, dunque, diciamo la verità: è perché non ne siamo capaci. Noi arriviamo a un certo punto di pacatezza e poi ci imbattiamo negli insulti e nelle prese in giro a Baldoni morto. Perdiamo il filo del dialogo e ricominciamo da capo: dalla violenza, dalla volgarità, dal totale dominio informativo del Paese, dalla violazione della Costituzione italiana che ripudia la guerra, dal conflitto di interessi...







Arte, il Rinascimento delle piccole città
Da Brescia a Rovereto, da Siena a Treviso: la cultura richiama turisti e rilancia l’economia


dal Corriere - 29 agosto 2004

Avverte Desideria Pasolini dall’Onda, combattiva presidente nazionale di Italia Nostra: «Tagliare il 25% dei finanziamenti ai musei italiani sarebbe un crimine. Si tratta di una politica cieca e irresponsabile». Impossibile darle torto. Costringere alla chiusura musei, gallerie, scavi archeologici per mancanza di fondi ordinari (quindi banalmente di pulizia e luce) significherebbe uccidere un’economia che spesso nasce e prospera intorno a una mostra. Ne sanno qualcosa le piccole capitali dell’arte che in questo 2004 rischiano di strappare alle grandi città il primato dei visitatori. Tra i primi cinque successi espositivi di quest’anno appaiono Treviso, Siena, Perugia. Le cifre parlano più di ogni altro commento. Prendiamo il caso più significativo del 2004, «Perugino il Divin Pittore», riuscito esperimento di mostra diffusa su un intero territorio regionale con sei appuntamenti espositivi (tre a Perugia e poi a Città della Pieve, Deruta e Corciano) e una ventina di itinerari suggeriti per raggiungere altrettante opere ovviamente inamovibili, spesso in piccoli centri (un esempio per tutti lo straordinario affresco dell’Adorazione dei Magi nell’Oratorio di Santa Maria dei Bianchi a Città della Pieve).


IL PUBBLICO - L’operazione fino a ieri ha attirato 300.000 visitatori. Che però diventano 370.000 (in una regione abitata da 850.000 persone) se si aggiunge chi ha seguito i famosi itinerari o le manifestazioni collaterali gratuite. In certi casi l’interesse ha superato ogni aspettativa. Proprio Città della Pieve, 7000 abitanti, si è ritrovata con circa 25.000 visitatori. Trevi, 7800 anime, forse 20.000, attirati dal ciclo di Santa Maria delle Lacrime. Il Comune di Perugia ha registrato nel periodo maggio-giugno 2004 un aumento del 30% di turisti italiani e del 25% di turisti stranieri rispetto al 2003. Spiega la soprintendente ai Beni storico-artistici dell’Umbria, Vittoria Garibaldi, curatrice della mostra col professor Francesco Federico Mancini dell’Università di Perugia: «Forse all’inizio gli operatori turistici non si sono resi conto della portata dell’operazione. Ma poi l’hanno sostenuta in pieno. C’è stato un collegamento anche con le tradizioni locali, per esempio quelle gastronomiche, e la formula si è rivelata vincente anche per questa soprintendenza che si è mossa in modo propositivo». Il museo diffuso dell’Umbria (per dirla con Federico Zeri, che considerava l’Italia un immenso spazio d’arte) replicherà a febbraio con una grande mostra su Giotto, anche questa imperniata sul concetto di territorio.


I BILANCI - Cambiando regione, ci si imbatte in risultati economici analoghi. Arriviamo a Ferrara (170.000 visitatori alla mostra sugli Este). Racconta l’assessore al Turismo Sergio Alberti, Sdi: «Dal 2002 monitoriamo con assiduità i flussi turistici e ormai ne siamo certi. Tra il 60 e il 65% dei visitatori sono in arrivo per un evento culturale. Ferrara lo ha capito e investe molto nel settore. Su un bilancio di circa 125 milioni di euro, una decina di milioni vengono spesi in cultura, siamo forse l’amministrazione che le dedica maggiori energie». La scelta ha ottenuto risultati tangibili: i posti letto in albergo nel 1999 erano 1700, oggi arrivano a quota 3000. In attesa del prevedibile boom del 2006, già dichiarato Anno degli Estensi, si lavora a Palazzo dei Diamanti alla mostra «Il Cubismo, rivoluzione e tradizione», che aprirà i battenti il 3 ottobre fino al 9 gennaio 2005 per proporre Picasso, Braque, Léger.


LA NOVITA’ - Centomila persone hanno premiato «Montagna: arte, scienza, mito» allestita fino al 18 aprile al Museo di Arte moderna e contemporanea di Rovereto, scommessa architettonica ed espositiva tanto originale quanto ardita, almeno sulla carta. In quanto a Treviso e ai 360.000 richiamati da Cézanne-Bonnard e ai Colori del Sud, sono solo l’ultimo capitolo di un periodo lungo sei anni: due milioni di biglietti staccati, venti milioni di euro di indotto (alberghi, ristoranti, riproduzioni, acquisti nei negozi), un’economia cittadina modificata. Ma ora il motore dei risultati, la società «Linea d’ombra» di Marco Goldin, si è spostata a Brescia. Tutto è pronto per «Monet, la Senna, le ninfee» che si inaugura il 23 ottobre al Museo di Santa Giulia. «Monet come in Italia non s’è mai visto» promette la presentazione della mostra.
Ma sarà solo una parte di un ventaglio di proposte molto articolato: sempre il 23 ottobre apriranno, ancora a Santa Giulia, «Tiziano e la pittura del ’500 a Venezia - capolavori dal Louvre» e una retrospettiva su Gino Rossi, mentre la Pinacoteca Tosi Martinengo mette in mostra se stessa, da Raffaello a Morandi. Come dire: tiro fuori Monet, ma parliamo anche dei tesori locali e permanenti. Brescia ha già messo in moto una spregiudicata macchina organizzativa: nasce la «Monet Card» collegata alla mostra che permetterà di usare parcheggi, ottenere sconti nei ristoranti, per acquistare vini, addirittura per uno ski-pass presso Adamello Ski Tonale e Ponte di Legno, oppure per andare al cinema, a teatro o a un concerto. C’è naturalmente chi contesta un approccio giudicato eccessivamente commerciale: ma il Comune di Brescia già immagina massicce prenotazioni.


CITTA’ MEDIE - La cultura, insomma, è sempre più un affare per una media città. Conferma Sergio Campagnolo, titolare dello studio Esseci di Padova, specializzato da vent’anni in comunicazione di eventi culturali: «Perché le piccole e medie città ormai puntano sulle mostre? Tra i tanti investimenti destinati ad attirare turismo, la cultura alla fine si rivela tra i meno costosi. Allestire una mostra, addirittura costruire un museo, costa alla fine meno, per esempio, di un parco divertimenti. Oltretutto è meno effimero». Unico neo, a parte la minaccia del taglio dei fondi ministeriali, il Sud. Fatta eccezione per la grande città di Napoli, nella graduatoria delle mostre più viste bisogna arrivare ai quasi 15.000 visitatori della Galleria Nazionale di Palazzo Arnone a Cosenza. Il Meridione è una scommessa culturale sospesa, ancora tutta da vincere.
Paolo Conti


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Ds Milano - Rassegna stampa


Dall'hotel Africa al marciapiede
«Non stanno nella lista» Niente casa per molti immigrati che vivevano nel capannone sgomberato nei giorni scorsi dal comune di Roma. E via Cupa di notte si trasforma in un dormitorio all'aperto
TIZIANA BARRUCCI
ROMA
«Non hai la carta rossa? Ci dispiace, ma non possiamo fare nulla per te. Tu non puoi entrare». Non trasmette esattamente quello che si chiama un messaggio di accoglienza il cartello appeso allo spesso cancello di metallo del centro di accoglienza di via Tiburtina, angolo via Cupa, a Roma. A rendere il luogo ancora più austero e la tensione molto alta contribuiscono le due guardie piantonate all'entrata: uniforme nera con su una scritta «Soc. di Sicurezza prevenzione, Spqr» - sigla, quest'ultima, che rappresenta il logo del comune della capitale. Stanno attente che nessuno si avvicini all'entrata e che soprattutto gli eritrei e gli etiopi che da giorni dormono sul marciapiede di fronte non provino a entrare. Il centro di via Cupa è uno di quelli messi a disposizione dal Campidoglio per gli uomini e le donne costrette ad abbandonare il 18 agosto scorso il grande capannone accanto alla stazione Tiburtina, noto a tanti come hotel Africa e chiamato da chi vi viveva Kerba. Un luogo che accoglieva centinaia di richiedenti asilo in attesa di essere ascoltati dalla commissione, ma anche molte persone che non avevano un posto per dormire. Dopo lo sgombero, quel posto è stato chiuso e i vecchi abitanti sono stati dispersi in strutture sparse per la capitale o fuori. Tranne la comunità sudanese, che non fidandosi delle promesse, non ha accettato di spostarsi e oggi occupa un piccolo magazzino accanto al grande capannone in attesa di un luogo più consono.

Da prima del 18 il comune ha sempre chiamato l'operazione «trasferimento», contrapponendo così un'accezione positiva alla parola usata di «sgombero». Una sfumatura che doveva racchiudere in sé molte cose. In primis le parole del sindaco Walter Veltroni che voleva una «valorizzazione delle forme di autogestione sperimentate a Tiburtina». E di conseguenza «cooperazione» con le associazioni impegnate a fianco degli immigrati e con le stesse comunità. Ma se all'inizio la collaborazione c'è stata, ora si può dire che lo spostamento di più di 400 persone da quel capannone non è andato secondo le promesse. «Ci vuole del tempo - spiega Luca Odevain, vice capo gabinetto del sindaco, che rassicura sulle intenzioni sincere della giunta pur dovendo ammettere che «si può anche sbagliare, l'importante è ascoltare e modificare gli errori». In ogni caso da ieri è in funzione un ufficio di segretariato sociale che risolverà le questioni più difficili.

Eppure fino ad ora la situazione resta quasi sospesa. Se da un lato il Campidoglio cerca di mantenere gli impegni presi in termini di numeri - «nessun abitante di Tiburtina resterà senza un posto dove stare», ha sempre assicurato il gabinetto del sindaco - la fretta con la quale, dopo mesi di trattative, l'intera operazione è stata messa in moto sta creando molta, forse troppa, confusione. E i primi a pagarne le conseguenze sono proprio gli abitanti dell'ex hotel Africa. Anche se c'è chi è andata benino: quelli che il 18 agosto per sorte o per scelta sono stati portati fuori Roma o in strutture piccole nella capitale non si lamentano, ma i due centri più grandi - di via Marliano e via Cupa, che ospitano oggi circa 250 persone - hanno molti problemi. Senza contare i disagi di chi pur abitando a via Tiburtina la mattina dello sgombero non era nella sua stanza e chi per i motivi più vari non è rientrato nelle liste del doppio censimento. Ora fatica a trovare gli effetti personali lasciati nel capannone e non sa più dove dormire. E poi c'è la gestione dei nuovi luoghi: a tutti gli eritrei ed etiopi che il 18 avevano accettato di lasciare la loro casa era stato assicurata piena libertà di movimento, la possibilità di cucinare e di gestire i nuovi spazi. Ma non è andata così. A via Cupa, per esempio, gli orari di permanenza per gli ospiti riproducono la rigidità dei tradizionali centri d'accoglienza: ogni giorno alle nove di mattina tutti devono lasciare l'edificio dove non possono tornare che alle 13 e comunque non più tardi di mezzanotte. L'unico pasto viene distribuito di sera da una ditta di catering. E la tanto sperata autogestione è un miraggio lontano.

C'è chi poi non sa dove andare. Ogni notte tra le venti e le trenta persone affollano il marciapiede di via Cupa: tutti giurano di aver vissuto per mesi a Tiburtina e di non avere più una casa. Come Zamir, eritreo di 20 anni da 1 in Italia: «sono stato a Tiburtina nove mesi, ma sono stato sfortunato, le due notti in cui hanno stilato le liste degli abitanti io non ero presente. Eppure speravo che l'Italia non fosse come l'Africa...». «Che vivesse o no a Tiburtina, anche chi arriva oggi ha diritto a essere accolto - commenta Rolando Galluzzi, vice presidente del terzo municipio, quello che ospita i due centri - riteniamo che tutti abbiano diritto ad una sistemazione dignitosa».

Dal canto suo il comitato Tiburtina, che ha partecipato alla trattativa per lo sgombero, pur consapevole della necessità di mantenere un approccio di dialogo con l'istituzione mette in risalto i buchi neri della vicenda. «Senza dubbio il percorso virtuoso annunciato non si è realizzato. Ma noi aspettiamo», sintetizza Paolo Di Vetta.



ilmanifesto.it

Un premio a chi vota di più
Maurizio Lisciandra
Matteo Maria Galizzi


L’inesorabile calo dell’affluenza alle urne per le elezioni europee, che a giugno si è attestata poco sopra il 50% nei 15 paesi pre-allargamento e a circa il 31% nei 10 paesi entranti, mette in evidenza la crescente insoddisfazione e indifferenza dei cittadini verso l’odierna politica europea. Una valida risposta a questa tendenza negativa e a questo mal d’Europa può essere rappresentata dalla modificazione del meccanismo d’attribuzione dei seggi al Parlamento Europeo. Partendo dal numero corrente di seggi assegnati per singolo paese, si può pensare a due possibili meccanismi elettorali.
Il primo meccanismo assegna il numero di seggi riservati a ciascun paese in maniera linearmente proporzionale alla percentuale dei votanti. Abbiamo effettuato una simulazione di tale meccanismo in base alle percentuali ottenute il 13 giugno. Il Parlamento Europeo sarebbe così composto da un totale di 341 parlamentari, invece che 732. Paesi come Italia e Belgio si vedrebbero premiati in termini di peso parlamentare in quanto hanno mostrato un’alta affluenza relativa; tuttavia il loro numero di parlamentari risulterà inferiore rispetto al numero di seggi assegnati col meccanismo vigente. Di converso, Polonia, Repubblica Ceca e Regno Unito si vedrebbero ridurre in maniera considerevole il proprio peso politico all’interno del consesso europeo.
Per quanto riguarda la composizione delle diverse rappresentanze politiche, queste non risulterebbero radicalmente alterate. Lo scarto tra il Partito Popolare (PPE) e il Partito Socialista Europeo (PSE) si ridurrebbe di due punti percentuali, mentre alla flessione dei gruppi con connotazione più nazionalistica, si pensi al neonato gruppo di Indipendenza e Democrazia (ID), corrisponderebbe una maggiore rappresentanza di partiti tradizionalmente più europeisti, come i Liberal-democratici dell’ALDE e i Verdi.















Il secondo meccanismo garantisce a ciascun paese membro una base minima di rappresentanti indipendentemente dal numero di votanti. Per esempio, si potrebbe garantire la metà dei seggi attualmente attribuibili per nazione. Al di là di una soglia minima d’affluenza, s’immagini il 50%, s’innescherebbe il meccanismo incentivante. Parimenti, si potrebbe pensare ad una soglia massima che sia sufficiente affinché un paese abbia diritto al numero complessivo teoricamente spettante. Poiché in paesi come il Belgio e il Lussemburgo, dove il voto è obbligatorio per legge, l’affluenza difficilmente supera il 90%, è equilibrato pensare che questa soglia massima sia ragionevole. Tra il 50% e il 90% si può pensare a svariati meccanismi incentivanti, eventualmente modulabili nel tempo, che inducono il maggior sforzo in termini d’affluenza in corrispondenza di una determinata soglia critica condivisa. Si vedano ad esempio i grafici di sotto.




Indipendentemente dalle diverse soluzioni tecniche, riteniamo, tuttavia, che è il principio che conta: attraverso meccanismi che legano la rappresentanza all’affluenza elettorale, ogni paese membro dell’UE sarà indotto a mobilitare i propri cittadini in un’ampia partecipazione al processo di integrazione politica dell’Europa.
Infatti, nei meccanismi appena proposti agisce un duplice incentivo. Da una parte, i partiti politici nazionali ricercherebbero una maggiore affluenza, garantendosi in tal modo il maggior numero possibile di eletti. Dall’altra parte, con un più alto numero di seggi nell’unico organo rappresentativo dell’UE, i singoli Stati membri avrebbero un peso relativo maggiore non solo nel potere legislativo europeo ma anche nel processo d’integrazione politica. Questo duplice incentivo rappresenta una leva formidabile per indurre una maggiore partecipazione dei cittadini europei al voto, dando così luogo a comportamenti virtuosi d’istituzioni nazionali e di partiti politici. Si osserverebbero alcuni benefici importanti:

· Campagne pubbliche d’informazione e sensibilizzazione sulle tematiche e sul ruolo delle istituzioni europee che siano più intelligibili e trasparenti, in modo da catturare il più vasto pubblico possibile.

· Il cittadino si sentirebbe maggiormente coinvolto e in grado di influire sulle scelte politiche dell’Unione, e come elettore, più responsabile di fronte al voto europeo. Da questo punto di vista, i meccanismi descritti sono in antitesi rispetto alla logica dell’obbligatorietà del voto. Quest’ultima può essere percepita come un meccanismo punitivo sui cittadini, rimuovendo o distorcendo le genuine motivazioni interiori al voto.

· S’innescherebbe un meccanismo di "competizione leggera" tra i diversi paesi europei. Infatti, non si stabilirebbe alcuna graduatoria, che premierebbe i primi indipendentemente dalle percentuali d’affluenza. Ogni paese ha un numero massimo di seggi già stabilito, e se tutti i paesi avessero affluenze sufficientemente elevate, la differenza di poteri relativi tra i vari Stati rimarrebbe inalterata rispetto alla situazione odierna.

· Si garantirebbe un senso di equilibrio e di equità giacché si premiano i paesi più attenti e coinvolti nel dibattito di costruzione europea.

· L’identificazione dell’effetto punitivo inflitto dai cittadini nei confronti delle rappresentanze politiche del proprio paese, nel caso queste non siano state capaci di catturare le istanze dei cittadini, diventerebbe immediata. Gli elettori avrebbero a loro disposizione un’arma certamente più efficace dell’attuale opzione delle schede nulle o bianche.

· Non ultimo, i possibili risparmi di spesa delle rappresentanze parlamentari soddisfano un criterio imprescindibile di parsimonia.

Nel codificare il nuovo sistema d’attribuzione dei seggi all’interno della legislazione europea, bisognerà garantire una concreta uniformità delle procedure di voto al fine di preservare il corretto raggiungimento degli obiettivi descritti ed evitare distorsioni nel modo in cui opererebbe la citata competizione leggera. Ad ogni modo, una tale riforma, sebbene rappresenti certamente una sfida all’attuale logica intergovernativa dell’Unione, non appare di difficile realizzazione e permetterebbe di rispondere in modo più efficace alle esigenze dei cittadini europei.


lavoce.info

USA , presidenziali : Repubblicani a Bush , taci sull' Iraq
di Rico Guillermo

Con l'avvicinarsi dell'apertura della convenzione nazionale repubblicana lunedi' a New York, ed in piena campagna elettorale per le presidenziali del 2 novembre, i repubblicani esortano George W. Bush a non parlare di guerre, ma solo di terrorismo.

I colleghi di partito hanno chiesto infatti al candidato Bush di stornare l'attenzione dell'elettorato da soggetti che innescano polemiche, come l'Iraq o il Vietnam, e di parlare invece degli attentati dell'11 settembre, periodo durante il quale egli vide crescere di molto la propria popolarita'.

Il presidente USA ha appena riconosciuto per la prima volta - in una intervista di venerdi' sul New York Times - una "valutazione sbagliata" del dopoguerra in Iraq, ed ha appena ricevuto dai componenti della squadra olimpica irachena uno schiaffo metaforico in piena faccia per aver presentato la loro bravura alle Olimpiadi come un successo della propria politica nel martoriato Paese mediorientale.

Non solo Bush ne ha parlato in un discorso in Oregon, ma addirittura uno spot televisivo della sua campagna elettorale sfrutta la presenza delle rappresentanze olimpiche irachena e afghana, affermando: "in questi giochi olimpici ci saranno due Nazioni libere in piu' e due regimi terroristici in meno".

I giocatori della squadra di calcio irachena gli hanno risposto di non desiderare che "Bush la sfrutti per la campagna presidenziale", invitando gli Americani ad andarsene dall'Iraq e commentando: "se uno straniero invadesse gli Stati Unti e le persone resistessero, vorrebbe dire che sono tutti terroristi? Tutti sono stati etichettati come terroristi. Sono tutte bugie". Alcuni giocatori hanno detto che Bush "ha commesso troppi crimini", uccidendo uomini e donne.

Sia le polemiche che hanno accompagnato queste battute, sia i commenti negativi alle ammissioni di Bush sull'Iraq non possono giovare alla sua campagna elettorale, percio' alcuni strateghi politici repubblicani suggeriscono che il presidente Bush si occupi nei suoi discorsi "del futuro e parli degli obiettivi che sono davanti a noi e di cui lui solo puo' farsi carico".

Il riferimento e' alla sicurezza, punto che lo ha sempre visto in testa nei sondaggi. "Ma se la sua campagna resta focalizzata sul Vietnam e il passato - aggiunge il repubblicano John Gaylord - e' a mio avviso un po' rischioso".

Insomma, non affrontare i problemi veri, quelli che generano buchi nei bilanci dello Stato e morti americani (quasi 1000 dall'inizio della guerra in Iraq), oltre che iracheni, ne' affrontare il problema delle false informazioni alla base di molte scelte del presidente, ne' delle responsabilita' per Abu Ghraib, ma parlare di qualcosa di la' da venire, e che forse non verra' (si spera), come un possibile attacco di Al Qaeda, che il governo paventa, fra le critiche per allarmismo.

I Repubblicani hanno un altro motivo di essere preoccupati: secondo un sondaggio, la meta' degli Americani ritiene che ci sia il comitato elettorale di Bush dietro la campagna di una associazione di veterani tesa a delegittimare il passato in Vietnam di John Kerry dicendo che egli non ha mostrato il coraggio che cerca di accreditare. Ed in effetti autorevoli fonti hanno trovato legami fra i veterano in questione e la famiglia Bush nonche' con la testa d'uovo del presidente, Karl Rove.

Bush ha cercato di rimediare, dicendo che a suo avviso Kerry non ha mentito, ma evidentemente cio' non e' bastato, anche perche' ricorda agli Americani i dubbi sul servizio militare svolto da Bush. Ma "non e' questo il soggetto", secondo alcuni esponenti Repubblicani, il soggetto e' cio' che "il presidente fara' per il Paese qualora eletto".

Secondo i suoi consiglieri, George W. Bush dovrebbe presentare il suo programma nel discorso che terra' martedi' alla convenzione, per poterne spiegare nel corso della settimana i vari punti. Un altro stratega repubblicano si augura che lunedi' gli elettori "fissino la loro attenzione sul presidente e la sua agenda".

Ma altri momenti neri attendono il candidato-presidente. Se il 30 agosto e' prevista la pubblicazione di un memorandum sulle onerosissime spese della guerra in Iraq e sulle misure alternative che con quei fondi si sarebbero potute prendere per la sicurezza nazionale, manifestanti pacifisti turberanno questa settimana di campagna.

Domenica, cioe' il giorno prima dell'inizio del congresso, vi sara' una manifestazione a New York per la quale e' previsto il concentramento di almeno 200000 persone che protesteranno fra l'altro proprio contro la gestione della vicenda irachena da parte dell'attuale amministrazione.

Martedi' giornata di dosobbedienza civile di massa, organizzata da vari gruppi per la difesa dei diritti di manifestare e della liberta' di espressione e visita ad imprese che traggono profitti dalla guerra, con concentramento finale in Madison Square Garden.

Un primo assaggio di proteste si e' avuto ieri e oggi, oltre che con la contestazione ad Atene a Colin Powell sull'Iraq e il Medio Oriente, anche con la manifestazione di due chilometri tenuta da alcune migliaia di ciclisti nel centro di Manhattan al grido di "basta Bush".

www.osservatoriosullalegalita.org





LAGUNA: UCCISA DA IGNOTI ATTIVISTA MOVIMENTO FEMMINILE
Peace/Justice, Brief


Una delle dirigenti di un gruppo femminista filippino, Merlita Carvajal, è stata uccisa ieri da ignoti davanti alla sua abitazione a Barangay Dila (provincia di Laguna, Filippine settentrionali). Lo ha riferito la polizia, spiegando che la donna, 51 anni, esponente del gruppo ‘Gabriela’, stava aspettando un passaggio in auto e intanto parlava al cellulare quando è stata avvicinata da due aggressori che le hanno sparato, per poi fuggire indisturbati. L’attivista è stata trasportata in ospedale, dove è deceduta. I poliziotti hanno detto di non conoscere ancora i motivi dell’omicidio; hanno aggiunto però di sospettare che sia da collegarsi alle attività della Carvajal, esponente di un gruppo come ‘Gabriela’ protagonista di recenti battaglie contro la violenza su donne e bambini, e contro la pubblicità di un liquore considerata offensiva per cristiani e musulmani. Luz Baculo, segretario generale di un’organizzazione per i diritti umani chiamata ‘Pamantik’, ha ipotizzato che l’assassinio della Carvajal possa essere messo in relazione con l’aiuto da lei fornito a persone che intendevano insediarsi in alcuni terreni a Barangay Pulong Santa Cruz. Martedì scorso era stato ucciso da ignoti a Davao, nelle Filippine meridionali, Jacinto ‘Rashid’ Manahan junior, un attivista per i diritti umani di 26 anni, coordinatore del ‘Mtb-Davao/Movimento per il ripristino della giustizia’, neonata rete di organizzazioni non governative impegnate contro la pena di morte.

[LM]

misna.it

Elezioni-farsa in Cecenia


Cecenia verso le elezioni del 29 agosto: " I ceceni non avranno nessuna scelta". Ci sono chiari segni che le elezioni saranno manipolate proprio come quelle del 5 ottobre 2003.

L'Associazione per i popoli minacciati (APM) ha indicato le prossime elezioni in Cecenia fissate per domenica 29 agosto come una farsa.
Ci sono chiari segni che le elezioni saranno manipolate proprio come quelle tenutesi il 5 ottobre 2003. Allora andò al potere grazie a pesanti brogli elettorali Achmad Kadyrov, personaggio fedele a Mosca, che poi venne ucciso nel maggio 2004:

- la lista elettorale era basata sul censimento svolto nel 2002, il cui esito era stato ampiamente falsificato per la Cecenia.
- Dei 540.000 aventi diritto, 200.000 non esistevano affatto. - Tutti i principali rivali candidati vennero eliminati prima delle elezioni, alcuni direttamente dallo stesso presidente russo.
- Gli osservatori riportarono una partecipazione alle elezioni del 25%. Il dato ufficiale parla invece dell'87%.
- Giornalisti stranieri e attivisti dei diritti umani poterono verificare come alcune persone votarono più volte e che nei locali delle votazioni vennero mandati più volte sacchetti con schede elettorali già votate.
- Le schede elettorali, per esempio nella città di Schali, non sono state contate dai funzionari elettorali ma, al contrario, sono state trasportate in un edificio apposito ove sono state contate da funzionari statali. Anche per domenica prossima sono stati esclusi, con motivazioni deboli, candidati promettenti come era già successo nelle elezioni precedenti:
- Il passaporto del commerciante moscovita, Malik Saidullaev, è stato ritenuto non valido in quanto alla voce "luogo di nascita" era scritto "Alchan-Jurt, Cecenia". Fatto sta che, al tempo della sua nascita esisteva solamente la Repubblica sovietica autonoma della Cecenia
- Inguscezia.
- Secondo indicazioni del giornale moscovita "Nowaja Gasata" del 23 agosto 2004, tutte le circoscrizioni della Cecenia avrebbero ricevuto direttive affinché nelle elezioni del 29 agosto almeno il 60-70% dei voti andassero al favorito del Cremlino, Alu Alchanov. In caso contrario, per i funzionari locali, vi era la minaccia di licenziamento.
- Persone mascherate ed armate avrebbero messo sotto sopra la casa dell'ufficiale dei servizi segreti, Mowsur Chamidov, unico vero rivale rimasto di Alchanov, inoltre è stato arrestato suo fratello. In accordo con "Nowaja Gazeta", anche lo staff della campagna elettorale di Chaminov è diventato obiettivo di una cosiddetta "azione di pulizia".
- Nella pubblicità elettorale è presente solamente un candidato sui cartelloni ed alla televisione: il favorito del Cremlino, Alu Alchanov.

Alchanov è nato nel 1957 in Kazakistan. Dopo la conquista di Grosny da parte delle truppe russe, divenne sostituto dirigente della polizia ferroviaria. Un anno più tardi difese assieme ad un'unità della polizia, la stazioni di Grosny contro l'avanzata di truppe di combattenti cecena, ma alla fine dovette ritirarsi. Dal 1997 al 2000 ha vissuto fuori della Cecenia visto che era diventato molto impopolare.
Secondo un'inchiesta della "Nesawisimaja Gasata" era sostenuto da solamente il 3% della popolazione cecena. Come ministro degli esteri sotto il governo di Kadyrov, Alchanov è responsabile per le continue violazioni dei diritti umani che si sono verificate in Cecenia.

Fonte: http://www.gfbv.it/2c-stampa/04-1/040826it.html

Massimo Riva


Ingorgo in Val Padana


Le storture del progetto della nuova autostrada Milano-Brescia, un asse diretto con un piccolo inconveniente: si arresta chilometri prima di arrivare alle due città

Verrebbe mai in mente a una persona dotata di normale raziocinio di costruire un ponte senza la prima e l'ultima campata? Eppure qualcosa del genere è precisamente quello che si sta progettando di fare in Lombardia allo scopo, si dice, di sciogliere una volta per tutte uno dei nodi stradali più intasati del paese. La tratta interessata è l'autovia Milano-Bergamo-Brescia, segmento cruciale di quell'asse di traffico europeo che dovrebbe realizzare un collegamento rapido tra la Francia e i paesi danubiani attraverso la Valle Padana, cioè una delle regioni più industrializzate dell'intera Unione.

Come e, in certi giorni, anche più della già tristemente nota sopraelevata di Mestre, il tratto autostradale fra Milano e Bergamo si trasforma in un unico serpentone di auto e camion col bel risultato che sovente - anche al netto di incidenti - è necessaria ben più di un'ora per superare la scarsa quarantina di chilometri fra i due caselli. Tutto ciò a causa del sommarsi di due correnti di traffico entrambe molto intense: quella del grande trasporto fra l'Ovest e l'Est dell'Europa meridionale e quella dei movimenti locali all'interno di due province lombarde fittamente popolate di piccole e medie imprese, oltre che di abitanti.

Ora ci si è finalmente decisi ad affrontare il problema con la soluzione che appare, in effetti, la più logica: realizzare un asse autostradale diretto fra Milano e Brescia in modo da indirizzare su questa nuova via soprattutto il traffico a più lunga percorrenza da e per il Nord-Est, separandolo da quello interessato alla regione bergamasca. Una società costituita ad hoc ha raccolto i soldi necessari per l'opera ed ha predisposto un progetto cui mancano soltanto gli ultimi timbri prima dell'avvio dei lavori. Molto bene, dunque, se non fosse che, come al solito, il diavolo si nasconde nei dettagli. Il suddetto progetto, infatti, prevede sì un'autostrada direttissima fra i due capoluoghi, ma con il piccolo inconveniente che essa si arresta, da un capo, a una ventina di chilometri da Milano e, dall'altro capo, a una decina di chilometri da Brescia, sfociando su strade di più che ordinaria viabilità, già intasate per conto loro. Risultato ampiamente prevedibile: i tempi di percorrenza resteranno altrettanto lunghi di quelli attuali.

Chiamato a dare il suo ok definitivo all'opera, il presidente della Regione Lombardia, Roberto Formigoni, ha pensato bene di cavarsela imponendo interventi di ampliamento dei tratti terminali a viabilità ordinaria. Ovvero escogitando una foglia di fico per nascondere la mancanza di innesti diretti del nuovo tratto autostradale con quelli già esistenti, come sarebbe logico ed elementare fare se davvero si volesse raggiungere lo scopo dichiarato di rendere più fluido il trasporto attorno all'intasato nodo di traffico milanese. Il 'ponte' Milano-Brescia nascerà così, come si diceva, privo della prima e dell'ultima campata.

Se questa, all'atto pratico, è la 'cultura del fare' di cui Silvio Berlusconi e soci si vantano a ogni pie' sospinto, c'è da chiedersi con angoscia quali altre amare sorprese siano in agguato per quando si apriranno - il cielo non voglia - i cantieri per il faraonico ponte sullo stretto di Messina. espressonline.it

La Mezza Luna Rossa accusa: "Enzo Baldoni è stato abbandonato, nessun contatto mai avviato"
di Marco Mostallino
28 Aug 2004
Il sequestro di Enzo Baldoni e l'uccisione del suo interprete hanno avuto dei testimoni: l'autista iracheno del primo mezzo del convoglio di aiuti ha visto nello specchietto l'attacco all'auto del giornalista italiano. Subito dopo, il corpo del palestinese Gahreeb, traduttore del reporter inviato di Diario, è stato raccolto da alcuni civili che si trovavano lungo la strada e portato alla polizia irachena. E' quanto risulta ai vertici della Mezza Luna Rossa irachena, interpellati oggi a Baghdad da Reporter Associati. Non solo: secondo l'organizzazione umanitaria irachena, Enzo Baldoni, una volta sequestrato sarebbe stato "abbandonato, e mai è stata avviata alcuna trattativa o operazione per riuscire a risalire ai suoi sequestratori". Baldoni inoltre, secondo le informazioni in possesso di Reporter Associati, aveva ricevuto l'incarico dalla Croce Rossa Italiana di documentare fotograficamente tutte le attività svolte in Iraq dai volontari e dai funzionari della stessa Croce Rossa.

LA MISSIONE

"La seconda missione della Croce Rossa italiana a Najaf - spiega al telefono da Baghdad la fonte della Mezza Luna, parlando dei fatti del 19 agosto - è partita senza alcun coordinamento con noi. Mezza Luna e Croce Rossa lavorano come una sola squadra e proprio per questo Mazen Al Samraa, responsabile per le relazioni internazionali della Mezza Luna in Iraq, aveva avvertito la Croce Rossa di non mandare nessun italiano a Najaf: in quell'aera la situazione è troppo difficile e nemmeno noi siamo in grado di dire quali gruppi operino".

"Al Samraa aveva anche detto alla Cri di non usare mezzi con il simbolo della Croce Rossa e di non usare nemmeno le Toyota: in quelle zone, quando appaiono questi mezzi c'è subito chi spara, perché gli americani si servono sia della croce che delle Toyota".

"Invece" - prosegue la fonte che chiede di non essere citata perché "questa è la politica della Mezza Luna con la stampa", ma il cui nome è nel taccuino del giornalista - il convoglio è partito senza nemmeno chiedere a noi le usuali informazioni sulla strada migliore da seguire e sui punti pericolosi da evitare. E abbiamo inoltre ragione di ritenere che, nonostante i nostri avvertimenti, la Cri abbia usato mezzi con il simbolo della Croce Rossa".

L'ATTACCO

L'imboscata è avvenuta sulla via del ritorno da Najaf. "La macchina con il giornalista italiano e il suo interprete Gahreeb era la seconda del convoglio.Quando sono stati sparati i colpi, l'autista iracheno del primo mezzo ha accelerato. Ma dallo specchietto ha visto che la macchina di Baldoni era stata colpita e si era fermata. Arrivato a Baghdad, l'autista ha subito avvertito Mazen Al Samraa che c'era stato un incidente".

"Il dirigente ha allora inviato a Najaf alcuni nostri volontari, per capire cosa fosse successo e cercare di aiutare Baldoni: siamo un'organizzazione umanitaria e ci adoperiamo per chi è nostro amico".

"I volontari - prosegue la fonte della Mezza Luna - hanno scoperto che il corpo di Gahreeb era stato abbandonato sulla strada dagli assalitori. Il cadavere del palestinese è stato quindi raccolto da alcuni civili che si trovavano là e portato, a quanto ci risulta, alla polizia irachena o in un posto di pronto soccorso".

La fonte non sa dire con certezza se queste persone abbiano anche visto chi ha attaccato l'auto di Baldoni: "Quando comincia una sparatoria la gente tende ovviamente a ripararsi, ma sappiamo che lungo quella strada c'erano dei civili iracheni". C'è poi l'autista, che dallo specchietto ha visto la vettura del giornalista colpita dai tiri.

I DUBBI

"Non sappiamo chi abbia rapito e ucciso Baldoni. Ma quello che è strano è che gli assalitori sapevano bene in quale vettura viaggiava il giornalista, sapevano quale era l'interprete, che hanno ucciso, e sapevano quale era l'italiano. Come hanno fatto?".

BALDONI E' STATO LASCIATO SOLO

"Subito dopo il sequestro - prosegue il funzionario della Mezza Luna - ci siamo attivati per cercare di aiutare il giornalista italiano. Abbiamo messo in moto i nostri uomini sul territorio, ma nessuno è riuscito a sapere quale gruppo lo avesse prelevato. Nulla, nemmeno una traccia. E che non ci fossero piste da seguire per capire chi è stato l'ho detto subito anche a qualche amico italiano, che ci aveva chiesto di adoperarci".

In Italia nel frattempo circolavano voci di contatti ben avviati. "Noi - prosegue la fonte - ci domandiamo perché nessun canale di trattativa sia stato aperto. Nessun canale di quelli che esistono, alcuni dei quali passano attraverso Internet".

La Mezza Luna Rossa irachena ci rivela che nessuno ha fatto nulla di concreto, neppure un passo, per aiutare Enzo Baldoni. "Noi non facciamo politica e non possiamo dire ufficialmente queste cose, ma sapiamo che il giornalista italiano è stato lasciato solo, abbandonato".

LA MACCHINA FOTOGRAFICA

La Croce Rossa italiana sostiene che Baldoni non lavorava per loro. "No, no, no", ribatte il funzionario: "Noi sappiamo che il giornalista aveva una macchina fotografica ufficiale con la quale documentava tutte le attività svolte in Iraq dalla Croce Rossa italiana".

Marco Mostallino
m.mostallino@reporterassociati.org




Libero". Di fare male.
di Giuseppe Genna*
Per tre volte, nella mia vita, sono incappato nelle liste di proscrizione stilate da Vittorio Feltri. La prima capitò quando ero ventenne. Allora abitavo nell'alloggio popolare intestato ai miei nonni, a Calvairate, quartiere periferico e malfamato di Milano. Ero lì per impedire che gli abusivi, saputo del ricovero definitivo dei miei parenti, irrompessero nella casa che aveva fatto da scena primaria alla mia famiglia. Quell'alloggio era occupato dai Genna sino dal 1923. Mio nonno aveva atteso fuori Milano, con la moglie e mio zio Gino in fasce, che venissero terminati i finimenti - quando era giunto dalla Sicilia, via Veneto, la casa di via Etruschi 5 era ancora inagibile. Lì accaddero varie cose. Nacque mio padre, quinto figlio, nel '39. Nel '44 irruppero le SS: cercavano Gino, reduce dalla Russia, partigiano, datosi alla macchia. Nascite e morti ebbero quell'appartamente come teatro privilegiato. Quando ci entrai, era un disastro. Il mio amico Bruno disse: "Qui possono girarci una fiction sul Ventennio". Non c'era acqua calda. Niente doccia. Uno stato disperante di prostrazione edilizia. A fine '93, il mio nome campeggiava nella lista di proscrizione allestita da Feltri sul Giornale, che allora dirigeva.

Si trattava proprio di gogna. Feltri, che cavalcava il reazionariato leghista, come da allora non ha smesso di fare, decise che era bene mostrare ai buoni borghesi di Milano i nomi e i cognomi di coloro che non pagavano l'affitto all'Istituto delle Case Popolari, o che occupavano abusivamente gli alloggi.

Fottendosene se la gente non pagava quelle trecentomila lire perché non sapeva dove andarle a prendere: in quella lista ci finirono povere vecchiette, vedove, senza la pensione minima. Feltri si fotté pure delle storie disperanti - la mia meno di altre - che conducevano a occupare gli appartamenti. Denunciava la presenza irregolare di extracomunitari. Poche notti prima, qualcuno (che si sa bene chi fosse) aveva attaccato manifesti di propaganda oscura alle mura dei casamenti della zona: "Via gli allogeni extraeuropei". Allogeni extraeuropei.

Io, che ai tempi ero a tutti gli effetti un allogeno italiano, mi chiesi cosa fare a fronte di un'iniziativa pseudogiornalistica e veracemente fascista come quella allestita dal Giornale. Rinunciai, pensando che la storia dei reazionari è sempre fastidiosamente intensa ma breve: certo, passato un Feltri ne fanno un altro. Ma intanto Feltri se ne sarebbe andato. E così fu. Peccato, però, che, dopo il Giornale, Feltri non abbandonò né troni né scranni e travasò la sua raffinata esperienza codina in quel gorgo meglio identificato col nome di Libero.

Si portò dietro, a fargli da vicedirettore, Renato Farina, giornalista polinsaturo, che potremmo definire di "tipo 00" o "sacco di", perennemente alla ricerca di una poltrona da direttore, legato ad ambienti ciellini, abitante a Desio in un vastissimo appartamento arredato maluccio, da cui gode un'immensa vista su ciminiere e snodi stradali - la vista che si cerca un cultore dell'estetica briantea. In casa di Farina campeggiano i titoli dostoevskiani, giussani e poco altro. La moglie è una signora timida e carina, i figli sono molti, bisogna sfamarli.

Così Renato si presta a pratiche ambigue, come quella di accompagnare Feltri stesso di fronte all'ingresso del montanelliano La Voce, che Vittorio teme quale rivale editoriale, e lì si mette a fare col suo capo le cuorna e le biscuorna in segreto, senza farsi vedere dai passanti, perché potrebbero pensare male, e Farina e Feltri odiano i malpensanti, amando i benpensanti. Fatto sta che, sotto la conduzione di queste due stelle del giornalismo nostrano, Libero riesce a vendere qualche centinaio di copie in meno dell'indimenticato L'Occhio, il suo antenato naturale.

Poco importa se Feltri non dòta la redazione di servizi Ansa, perché costano: nel frattempo è arrivata la Rete, si può sempre pescare da lì. Poi, ci sono grandi battaglie ideali da fare, e per quelle non c'è agenzia che tenga. Gli scoop, anche quelli, non passano per le agenzie - e di scoop se ne vogliono fare tanti, a Libero. Sempre dello stesso tipo: la lista di delazione, su cui bisognerebbe indagare se Feltri ha posto il copyright. Nasce così il più prestigioso tra i risultati inanellati dal giornale feltrino (si dice feltrino, come quelle pezzette che si mettono sotto le sedie per preservare le mattonelle o il parquet? O feltriano? Non è da scoop, non occupiamocene...): la lista di nominativi e identificativi di supposti pedofili, ottenuta chissà come - ungendo, si ottengono cose untuose, si può fare gli untori. Poco importa, poi, se quegli indagati saranno in gran parte prosciolti o non erano affatto indagati.

Poco importa se si viene espulsi dall'Ordine dei Giornalisti e si continua a dirigere un giornale.

Così come poco importava, ai tempi di via Negri, se lo studio Dotti, che si occupava delle cause di diffamazione contro Feltri, impazziva per il superlavoro, soprattutto grazie al compagnone di Feltri, quel sapido corsivista che va sotto, ma solo sotto il nome, di Giancarlo Perna. Passano gli anni e io non perdo né il pelo né il vizio.

Qualche mese fa, insieme a colleghi scrittori, finisco in una nuova lista delatoria fatta stilare da Feltri: sono la quinta colonna del comunismo all'interno di Mondadori. Insieme a me e agli altri colleghi scrittori, vengono esposti i nomi di redattori e impiegati, editor e quant'altri, nessuno dei quali è organico a nessuna organizzazione di nessuna sinistra. Coi colleghi, ce la spassiamo. Io, particolarmente: tengo molto all'odio perpetrato nei miei confronti da gente come Feltri.

Qualche giorno fa, Feltri riprende l'appello in sostegno di Cesare Battisti, scruta i nomi e li denuncia come difensori del pluriassassino, secondo il mandato linguistico dell'ingegner Castelli: e siamo ancora io e i miei colleghi, paro paro. Questa volta mi diverto meno, soprattutto per la qualifica indegna conferita all'uomo per sostenere il quale ho firmato. Si dà il caso che ci siamo letti parte degli atti del processo, abbiamo intervistato l'avvocato che difese quell'uomo, ci siamo pagati il viaggio per Parigi al fine di conoscere di persona quell'uomo, abbiamo studiato i testi che trattano dei Settanta in Italia, abbiamo scritto un libro a più mani.

Abbiamo cioè, ampiamente esorbitato le competenze di qualunque giornalista e l'abbiamo fatto ben sapendo di che pasta è fatto il giornalismo contemporaneo e quale sarebbe stata la sentenza sommaria che avrebbe pronunciato contro Cesare Battisti. I giornalisti di Libero, tra i quali campeggia uno che fu espulso dall'Ordine, quel lavoro infatti non lo fanno: si limitano a stilare la sentenza sommaria con tanto di proscrizione. Mi sono detto: vabbè, passi. Neanche mi sono dato la pena di avvertire i colleghi scrittori che erano stati inculsi nella lista dell'infamia pubblicata da Feltri. Tanto la mia strategia ce l'ho: ho le quinte colonne, io, praticamente all'interno di tutte le redazioni più reazionarie d'Italia! So tutto di loro! E' bellissimo! Mi piace un sacco conoscere il dietro le quinte di luoghi per me infrequentabili!

Però, tra ieri e oggi, Feltri e Farina hanno realizzato una doppietta di rara infamia, che grida vendetta al cospetto di dio e di Enzo Baldoni. Per cui, siccome sono più filologo di Feltri e Farina messi insieme ed elevati alla decima potenza, anziché la lista di proscrizione, pubblico qui cos'ha scritto Feltri alla vigilia dell'uccisione di Baldoni e cosa Farina ha avuto il coraggio di pubblicare, a cadavere ancora caldo. Poi, le somme, tiratele voi, ché quelli di Libero tireranno le loro: cioè il passivo in bilancio del loro foglio.

IL PACIFISTA COL KALASHNIKOV
di VITTORIO FELTRI
"Se esaminata cinicamente, cioè con lucidità, la disavventura di Enzo Baldoni sconfina nella commedia all'Italiana. Già ieri abbiamo scritto: un uomo della sua età, moglie e due figli a carico, avrebbe fatto meglio a farsi consigliare da Alpitour, anziché dal Diario, la località dove trascorrere vacanze sia pure estreme (si dice così?). Evidentemente, da buon giornalista della domenica egli ha preferito cedere all'impulso delle proprie passioni insane per l'Iraq piuttosto che adattarsi al senso comune. Ciascuno fa come gli garba. E se a lui garbava di mettere a repentaglio la ghirba allo scopo di essere la caricatura dell'inviato speciale, forse sognando di diventare un Oriano Fallaci o un Ettore Mo, c'è poco da obiettare:"

"Molto da obiettare invece c'è sul fatto che adesso tocchi allo Stato italiano di toglierlo dalle pettole (dal milanese: peste). Vabbè. Non facciamoci guardar dietro spendiamo quanto c'è da spendere per riportarlo a casa, questo bauscia simile a certi tizi i quali, durante il week end, indossano la tuta mimetica e giocano ai soldatini nelle brughiere del Varesotto".

COLPO IN TESTA A BALDONI
di RENATO FARINA
"Non c’è rimedio. Non sono serviti i sorrisi suoi e quelli dei suoi cari. Quella è gente che mantiene le promesse: ammazzato. Una consolazione all’orrore: non gli hanno tagliato la testa. E’ stato assassinato come Fabrizio Quattrocchi, con proiettili di piombo in testa. Enzo Baldoni è morto alla stessa maniera del suo nemico ideologico. Quattrocchi, nel momento in cui aveva compreso la sua sorte, ha cercato di togliersi la benda nera. E poi, con un’aria di sfida tranquilla, ha detto all’uomo che parlava italiano: «Ti faccio vedere come muore un italiano »".

"I no globan avevano scritto proprio sul sito di Baldoni il loro schifo per una morte da mercenario. Negli ambienti no global e del Diario si era sussurrato: «Ha detto: “Vi faccio vedere come muore un camerata”». Una menzogna. Ed ora è toccato ad un altro nostro fratello italiano, battezzato. Le idee politiche erano diverse da quelle dei primi sequestrati. Ai terroristi islamici non importa delle nostre opinioni politiche, dei nostri sentimenti sul mondo".

Giuseppe Genna
genna@clarence.com
(Grazie a carmillaonline.com*)



Antiamericani: «New York sta per essere invasa dai seguaci di Bush. Porteranno un’ondata di paura: che Bush possa governare altri quattro anni. Diranno che siamo tutti comunisti, ebrei, omosessuali e pornografi. Non è il momento per New York di separarsi dagli Usa?».

New York Magazine, 9 agosto

La Murdoch Company custodirà i segreti ufficiali britannici?
Fonte: «Intelligence», nr. 420, 7 aprile 2003
Tratto da Nexus ed. italiana nr. 45 luglio-agosto 2003

In una «dichiarazione ministeriale scritta» ufficiale, divulgata sommessamente nella tarda serata di venerdì 14 marzo, mentre i parlamentari e i media erano concentrati sull’imminente conflitto in Iraq, il Dr. Lewis Moonie, Junior Defence Minister, ha confermato che il Ministero della Difesa (MoD) aveva deciso di privatizzare la conservazione dei propri archivi top-secret.

Questa dichiarazione, pubblicata su Handard (colonna 29WS), conferma anche che il concorrente preferito è la TNT Express Services, di proprietà del magnate dei media Rupert Murdoch, il quale possiede anche i quotidiani londinesi «Sun» e «Times».
Nell’arco di due anni, la TNT trasferirà il servizio archivi del MoD e di altri 13 dipartimenti governativi – fra cui il Ministero degli Interni, il Servizio Giudiziario della Corona (CPS), l’Archivio di Stato (PRO), il Servizio di Polizia Metropolitana e il Dipartimento del Lord Cancelliere – dai sicuri magazzini del MoD di Bourne Avenue, Hayes, Middlesex, a nuovi edifici nelle Midlands.

Il sito garantirà una collocazione sicura per qualcosa come 200 chilometri di documenti cartacei ufficiali, e la TNT sarà inoltre responsabile per 25 anni della «fornitura della gestione dei documenti e servizi di archiviazione»
Fonte: Intelligence, nr. 420, 7 aprile 2003


www.disinformazione.it


agosto 28 2004


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L'altro Irak


Bè, mi sono chiesto:

Se sta davvero profilandosi uno scenario nel quale l'omicidio Baldoni appare opera architettata, perchè Beppe non vai a cercare che cosa di grosso è successo negli ultimi tempi (e sta succedendo) nell'intersezione tra gli interessi italiani e i grandi interessi imperiali?

Bè, alla prima ricerca sul database del mio giornale ho trovato questo

E' successa una cosa significativa in Libia.

1) La "durissima" Amministrazione Bush ha inopinatamente transato con Gheddafi un morbido accordo sui 300 e passa morti di Lockerbie.

2) L'embargo petrolifero è stato rapidamente abolito

3) la Libia è il terreno di caccia per le Major americane dopo i fallimenti irakeni, e promette nuovi campi di estrazione come l'Irak

4) ci sono ben 15 gare in corso per concessioni strategiche

5) Il maggiore concorrente europeo dei texani è l'Eni, presente il Libia dal 59 ma finora bloccata dall'embargo, L'Eni in Libia ha evidentemente buone radici, contatti, conoscenze...è un osso duro...da ammorbidire?

6) Berlusconi va di persona a trattare con Gheddafi di clandestini (e forse anche di petrolio?)

Un dato è chiaro, dall'insospettabile articolo del mio collega del Sole:

Il "secondo Irak" vede oggi la concorrenza diretta ta texani e italiani....

Mah...che ne dici Enzo Baldoni?



caravita.biz

Michael Moore scrive a Bush: È ora di andartene
di Roberto Arduini

Il regista Michael Moore dà un altro spintone alla poltrona su cui il presidente Usa Bush si è comodamente seduto indebitamente da ormai quattro anni. Dopo il film documentario Fahrenheit 9/11, vincitore a Cannes della Palma d'Oro, campione assoluto di incassi negli States e appena uscito in Italia, ha indirizzato, sul proprio sito internet, una lettera aperta al presidente George W. Bush, accusandolo di avere «disertato», all’epoca della guerra del Vietnam, e di fomentare una campagna di calunnie con il suo rivale John Kerry, candidato democratico alla Casa Bianca ed eroe di guerra in Vietnam.

«Ci vuole un bel coraggio per disertare e poi prendersela con un reduce ferito» è l'eloquente titolo della lettera. Moore interviene, così, nella polemica suscitata dalle accuse mosse a Kerry da reduci pro-Bush, denominato Swift Boat Veterans for Truth, che mettono in dubbio i meriti di guerra del senatore democratico, decorato con cinque onorificenze. Gli attacchi indiscriminati a Kerry hanno dominato il dibattito pubblico per oltre due settimane, e Bush ha negato rapporti con i reduci anti-Kerry, senza condannarne però il messaggio. Uno scandalo nello scandalo è costituito dal fatto che uno dei reduci che accusano Kerry, era membro dello staff elettorale del presidente americano. Bush ha fortemente ridimensionato la principale accusa avanzata dai veterani, ma la polemica gli si è rivolta contro.

L'avvocato Benjamin Ginsberg, un legale che lavorava alla campagna elettorale del presidente, s'è dimesso dopo aver ammesso di svolgere attività di consulenza per il gruppo Swift Boat Veterans for Truth. Nei giorni scorsi un altro consulente elettorale di Bush, l'ex colonnello dell'aviazione Ken Cordier, si era dimesso dallo staff dei repubblicani per avere preso parte agli spot tv contro il candidato democratico, proclamando di non avere prima informato la campagna del presidente dei suoi legami con i reduci.

Ora Moore prende le difese del candidato democratico e passa al contrattacco. Durante la guerra del Vietnam, Bush si imboscò nella Guardia Nazionale, dove non rischiava di essere spedito al fronte e dove prestò - indicano documenti resi pubblici - un servizio militare saltuario ed episodico.

La lettera di Moore, estremamente ironica e caustica, rammenta degli episodi poco gloriosi del servizio di Bush in Vietnam. «Il 2 luglio 1969, voi avete sofferto di un terribile mal di testa allorché i "nemici" di un'altra unità della Guardia Nazionale vi tirarono in testa una cassa di birra, durante una missione di recognizione nei pressi di un college per sole ragazze. Per fortuna, il rinfrescante liquido che c'era all'interno era prorpio quello che serviva a rimmettervi in sesto», scrive il regista. «Che non abbiate ricevuto un'orificenza per questa missione è proprio un'onta!», pungola Moore. «Che Kerry, uomo di una classe privilegiata, sia andato volontario in Vietnam quando poteva passare il tempo sullo yacht di famiglia, mostra soltanto quanto lui sia stupido!», continua il regista americano.

Michael Moore aveva annunciato che avrebbe moltiplicato i suoi sforzi contro Bush. Il regista, che ha dichiarato di voler lottare con tutti i mezzi a sua disposizione per impedire la rielezione di George Bush alle presidenziali americane di novembre, farà uscire, nei prossimi mesi, ma prima dell'Election Day, due libri contro il presidente Usa: il primo si intitola The official "Fahrenheit 9/11" Reader, pensato per accompagnare l'uscita in dvd del film che ha vinto la Palma d'oro Cannes, il secondo Will they ever trust us again?, raccolta di lettere scritte a Moore da soldati americani in Iraq.

Alla fine della lettera aperta, nel Post scriptum Moore ricorda al presidente che «anche se lei non legge mai i giornali» che terrà su Usa Today una rubrica quotidiana sulla convention repubblicana che si teràà a New York da lunedì a giovedì. «Se non mi vuole leggere, saremo, Lei ed io nello stesso edificio, posso venire a leggergliela io. Vuole? Mi faccia sapere...»


unita.it

LA PORTA SBAGLIATA
GIUSEPPE D´AVANZO


da Repubblica - 28 agosto 2004

PER LIBERARE Enzo Baldoni, il governo italiano ha bussato, con idee sbagliate, alla porta sbagliata. Ha tragicamente sottovalutato la feroce determinazione dell´"Esercito islamico in Iraq". Non ha voluto comprendere la minaccia di morte rappresentata da quella formazione politico-militare. Si è fatto chiudere gli occhi dalla sua stessa ipocrisia che nega la guerra chiamandola «missione di pace», vittima delle approssimative informazioni dell´intelligence e del protagonismo di un uomo come Maurizio Scelli che, come commissario straordinario, danneggia la Croce Rossa e, come ambasciatore itinerante dell´Italia, confonde le idee propagandando un legame dell´Iraq con il nostro Paese che è soltanto un auspicio, nella migliore delle ipotesi.


LO SCENARIO
L´Antiterrorismo americano: "L´obiettivo delle cellule combattenti è costringere gli alleati a lasciare soli gli Usa"
"Arriveranno nuovi rapimenti e l´Italia rimarrà nel mirino"
"Al governo di Roma non sarà più concessa l´opportunità dei tempi lunghi nei sequestri, come per i quattro bodyguard"
Un funzionario del Dipartimento di Stato: "Lo diciamo da luglio, verso di voi c´è odio, come contro di noi"

GIUSEPPE D´AVANZO

Nella peggiore, una manipolazione che ha il fine politico di rassicurare un´opinione pubblica ostile alla presenza militare in Iraq (abbiamo un contingente armato secondo soltanto agli angloamericani).
«Ora sarà chiaro anche a voi - dice un funzionario del Dipartimento di Stato - il sentimento di odio che colpisce gli italiani, come noi americani. Ogni volta che ci sarà la possibilità di rapire un italiano, le dieci più pericolose formazioni combattenti irachene lo faranno. Lo sappiamo e lo diciamo da luglio. Si è aperta una nuova stagione dei sequestri. Avrà esiti rapidi e sempre cruenti. Al governo di Roma non sarà più concessa l´opportunità dei tempi lunghi che, per i sequestratori, ha rappresentato nel caso dei quattro body-guard un insuccesso politico». Gli uomini dell´Antiterrorismo di Cofer Black al Dipartimento di Stato hanno idee chiare sull´aggressione che minaccia l´Italia. Dicono: «L´obiettivo delle cellule combattenti è distruggere ogni possibilità di dialogo, di rinascita, di armonia in Iraq. Vogliono isolare gli Stati Uniti nel paese facendo terra bruciata intorno a loro, terrorizzando la popolazione civile, scoraggiando le imprese impegnate della ricostruzione, costringendo i nostri alleati a fare un passo indietro, a lasciarci soli. Su questo confine, oggi, il primo bersaglio è l´Italia. Questa è la strategia politica di Abu Musab al Zarqawi. Non tutte le formazioni combattenti irachene hanno contatti operativi con al Zarqawi né sappiamo dire quale potenziale operativo abbiano, ma tutte ne condividono l´obiettivo politico. Tra queste anche l´Esercito islamico dell´Iraq».
Quando il 24 agosto l´Esercito islamico "firmò" il sequestro di Enzo Baldoni e l´ultimatum al governo italiano, apparvero con sufficiente chiarezza i nessi tra il rapimento del free lance italiano e il sequestro di un autista filippino. Identico l´obiettivo. Costringere l´Italia, dopo le Filippine, a ritirare le truppe. Identica formazione politico-militare, l´Esercito islamico. Quella sigla "parlava". Islamiti sunniti radicali, violentemente antisciiti (al punto da rapire un agente di Teheran colpevole di "lavorare" per Moqada Al Sadr), ideologicamente prossimi allo jihadismo wahabita di al Zarqawi e al progetto politico del suo gruppo, Tawhid Val Jihad, poco inclini alla trattativa, decisi fino alla ferocia nell´azione. Come dimostrava ampiamente l´immediata esecuzione dell´interprete di Baldoni, Ghareeb. Perché non preoccuparsi?
Purtroppo, queste informazioni, conoscenze e analisi tradotte nella lingua della politica italiana hanno mutato di segno colorandosi di un ambiguo e opportunistico ottimismo. Il sequestro di Enzo Baldoni è apparso (in buona e in cattiva fede) un affare di facile soluzione. Con colpevole presunzione, le burocrazie della sicurezza sostenevano di «avere i canali giusti per individuare il gruppo dei sequestratori», riservandosi due opzioni: trattativa o annientamento militare. Il governo, che non ha mai avvertito la tragicità della crisi, si è abbandonato a una inopportuna retorica politica («Resteremo in Iraq fino a che il governo di Allawi ce lo chiederà»), per il resto lasciando campo libero al commissario straordinario della Croce Rossa. Maurizio Scelli, tra una serata a Cortina e un meeting a Rimini, spiegava che gli uomini che tenevano prigioniero Enzo Baldoni erano «Ali Baba non riconducibili direttamente a una fazione politica». Insomma, predoni pezzenti che, per un fascio di dollari, avrebbero restituito presto Baldoni alla sua famiglia. Per giorni, Scelli non ha lasciato cadere la fiducia cucinando il suo ottimismo in ripetute dichiarazioni pubbliche (e purtroppo gonfiando anche le illusioni della famiglia e degli amici di Enzo). Mai contraddetto, anzi sostenuto, dalla Farnesina.
Quel che accadeva sul terreno, in realtà, non avrebbe dovuto sollecitare alcun fiducia perché i mediatori scelti erano sbagliati, perché gli interlocutori finali erano sbagliati, perché tutta l´iniziativa diplomatica e d´intelligence avviata dal governo si stava muovendo in un territorio sbagliato, come le persone sbagliate. Non con gli islamiti sunniti radicali, ma con gli sciiti. Cioè, con i loro avversari politici e religiosi.
Roma e Scelli e i nostri 007 hanno creduto di poter ottenere la liberazione di Enzo Baldoni ripercorrendo i canali utilizzati dagli americani per liberare Micah Garen, 36 anni, giornalista, rapito il 14 agosto con il suo interprete, Amir Doushi, e rilasciato il 22 agosto. Nella trattativa gli americani erano riusciti ad ottenere a Najaf la mediazione di uomini vicini a Moqtada al Sadr. I contatti avevano prodotto, alla fine, una dichiarazione pubblica di Sheik Aws al-Khafasji, capo dell´esercito del Mahdi (la forza armata di Moqtada al Sadr) a Nassiriya dove poi l´americano fu lasciato libero. Lo sceicco disse che «il lavoro giornalistico e i documentari archeologici di Garen dovevano essere apprezzati perché offrivano un servizio all´Iraq». Parole esplicite per i sequestratori che abbandonano l´iniziativa. Nello stesso modo si muove la diplomazia italiana. Invertendo, per così dire, la catena dei mediatori. I primi contatti con gli uomini di al Sadr e dell´esercito del Mahdi nascono a Nassiriya. Da qui si spostano a Najaf dove è stato sequestrato Enzo. Come nel caso di Garen, è utile raccontare lo spirito di pace e di amicizia verso gli iracheni che guidava la visita in Iraq di Baldoni. Viene convinto anche il ministro Frattini a fare la sua parte con un´intervista ad Al Jazeera mentre l´intelligence si preoccupa di diffondere la falsa notizia che Baldoni fosse addirittura il latore di una missiva segreta del Vaticano che si proponeva per dare tregua e soluzione alla battaglia di Najaf.
L´immagine del corpo senza vita di Enzo ha mostrato nella notte di giovedì quanto il tentativo italiano fosse fuori fuoco e irresponsabile l´ottimismo diffuso a piene mani dal governo e dal suo "portavoce" per le crisi irachene, Maurizio Scelli. Già nella notte, il governo, il "portavoce" e l´intelligence hanno voluto correre ai ripari per nascondere i catastrofici errori commessi. È stato «un improvviso precipitare della situazione in loco per un fatto imprevedibile a determinare la decisione dei sequestratori di uccidere Baldoni» riferiscono all´Ansa i servizi segreti. Qual è questo fatto imprevedibile? Giovedì notte, c´erano state le prime voci soffiate anonimamente dall´intelligence militare: un avventato tentativo di fuga di Baldoni. Ecco, la via di uscita scelta dal governo e dagli apparati per sfuggire alle proprie responsabilità. Come dire: le trattative erano a buon punto, la liberazione era vicina, ma Baldoni ne ha fatto una delle sue. Ha tentato la fuga. È stato raggiunto e, «in un improvviso precipitare della situazione in loco», è stato ucciso. Per tenere in piedi questa cabala, bisogna però inventarsi qualcos´altro. Ecco che cosa: nel video inviato ad Al Jazeera ci sono le immagini d´una colluttazione. Questa voce, diffusa nella notte, incredibilmente trova spazio anche se, nella sola immagine vista dal nostra ambasciatore a Doha, Baldoni è un corpo senza vita. Ne nasce un finto "giallo", un polverone sollevato con mestiere che non riesce a nascondere un fatto: con ogni probabilità nessuno poteva salvare Enzo Baldoni, ma c´è chi - governo, Scelli, intelligence - ha lasciato credere cinicamente che lo stava facendo con successo.



















Ds Milano - Rassegna stampa


QUELLA MILANO CONTROCORRENTE
CURZIO MALTESE


da Repubblica - 28 agosto 2004

ENZO Baldoni è il dodicesimo ostaggio massacrato in Iraq, il secondo italiano, la millesima vittima dell´Occidente in guerra eppure non assomiglia a nessuno degli altri. Non era in Iraq per fare la guerra o per fare soldi e neppure per inseguire la gloria effimera d´uno scoop. Hanno scritto che è stato rapito a Najaf mentre cercava d´intervistare Al Sadr, come altre decine di reporter occidentali. Non è vero. S´era fermato qualche giorno in più per portare un ferito all´ospedale d´Emergency. Una verità troppo umana per esser raccontata dai media. Meglio aggrapparsi al cliché dell´inviato dilettante in cerca del colpo di successo. Il successo Baldoni l´aveva già avuto come pubblicitario di genio, ultimo di cento mestieri, da fotografo di nera a Sesto San Giovanni a traduttore di fumetti americani.

Quella Milano controcorrente

Era un uomo ricco di talento e di ironia. Uno strano tipo di italiano, forse il migliore ma anche il più difficile da rendere con la povera retorica dell´informazione nostrana improntata al melodramma.
La figura di Baldoni non appartiene alla fauna da sceneggiato televisivo che ci viene descritta nei caritatevoli reportage dal fronte: il povero carabiniere, la body guard con famiglia a carico, il buon missionario, l´intrepido giornalista, il coraggioso volontario. La sua storia non offre spunti al piagnisteo da salotto televisivo e infatti è stata subito rimossa, già la sera dopo, nell´urgenza delle maratone olimpiche. Baldoni rappresentava qualcosa di ormai inconcepibile nel canovaccio nazionale, un individuo: uno libero di coniugare a modo suo la frequentazione con i luoghi comuni della Milano da bere, pubblicità e moda, con l´impegno sociale e la volontà di testimoniare le tragedie del mondo. Una persona in missione in Iraq non per la patria, il partito, l´ideologia, l´azienda o la famiglia ma per se stesso, per cercare di capire «cosa spinge altre persone a imbracciare un mitra». «Voglia di capire» e basta. Non c´è nulla che l´Italia contemporanea abbia meno voglia di capire.
Una destra fondamentalista l´ha etichettato «uno di sinistra», anzi un «no global», come tutto quello che i miseri strumenti culturali non le consentono di decifrare. Nella stupida ossessione dell´appartenenza a tutti i costi, la definizione suona comunque sbagliata. Baldoni era semmai vicino al mondo di una Milano democratica, assai minoritaria e pure molto attiva. Quella Milano che raccoglie sotto l´etichetta di "società civile" una piccola galassia di esperienze diverse. Ex sessantottini e rari borghesi liberali, vecchi militanti di partito delusi e ragazzi nati dopo il crollo di tutte le ideologie. Individui appunto, spesso critici, ingenui rompiballe sgraditi a destra ma anche a sinistra. Un mondo sospeso tra la nostalgia dell´impegno politico da anni Settanta e una modernissima visione del mondo globale, isolato in patria ma con impensabili legami e contatti con ogni angolo del pianeta.
Il modo migliore per definire Baldoni è «uomo di pace», secondo le parole della figlia,sincere e pulite come la sua faccia. Naturalmente per i fanatici assassini non ha fatto alcuna differenza che il prigioniero fosse lì per fare la guerra o raccontarne il dolore. Nella stessa logica da delinquenti politici, un pezzo di destra non si è vergognato di deridere il «compagno Enzo», donchisciottesca vittima dei propri ideali. Il nemico, per entrambi, non è un essere umano.
La morte di Enzo Baldoni potrà servire a quelli come lui, pieni di dubbi e di voglia capire, che per fortuna non sono così pochi. Per comprendere che in questa guerra del fanatismo (orientale e occidentale) contro la ragione e la civiltà nessuno può chiamarsi fuori, inventarsi un´isola felice, fingere che non lo riguardi.



A Diario, dolore e un impegno
"Capire cosa è successo"
speranze Siamo sconvolti perché fino a due ore prima c´erano delle speranze reali
coraggioso Enzo non era un temerario, era un giornalista coraggioso
FRANCO VERNICE



da Repubblica - 28 agosto 2004

MILANO - Quando ieri mattina sono arrivati in redazione, i giornalisti del Diario hanno trovato un mazzolino di fiori bianchi appeso alla porta. Il primo gesto di un interminabile omaggio alla memoria di Enzo Baldoni, in una giornata che ha fatto squillare senza soste il telefono del centralino e intasato di e-mail il sito web del settimanale. Hanno gli occhi pesti, i colleghi di Enzo, gli occhi di chi ha passato una notte gonfia di dolore e incredulità, dopo aver tanto sperato. Enrico Deaglio, il direttore, arriva verso mezzogiorno nello stanzone di via Melzo, l´aria di chi si è sentito precipitare un macigno sulle spalle. Si chiude nel suo box con i collaboratori più stretti, una riunione veloce, dopo aver tirato quasi l´alba a cercare una risposta difficilissima da formulare: cosa è successo nelle ultime ore di vita di Enzo Baldoni? Da Roma rimbalzavano messaggi rassicuranti, poi lo shock della telefonata di Gad Lerner che annunciava a Deaglio il tragico tramonto di ogni speranza.
Prova a capire, il direttore del Diario, tenta ancora una volta di sondare i tanti buchi neri che costellano l´ultima umana avventura di Enzo, quel viaggio verso Najaf con il convoglio della Croce rossa, il sequestro, l´omicidio dell´interprete, le zone opache della ricostruzione ufficiale. Ma, dopo un colloquio con il commissario della Cri Maurizio Scelli, vuole smorzare i toni, questa mattina: «Siamo annichiliti, sconvolti, sgomenti, perché fino a due ore prima c´erano speranze reali, persone che parlavano con i rapitori. Probabilmente c´è stata una differenziazione fra di loro, una linea dura e una linea morbida». Vuol chiarire ancora una volta chi era davvero Enzo: «Baldoni non si muoveva da solo, ma all´interno di un convoglio della Croce rossa ed era in testa con la sua macchina. C´è stata un´esplosione. Baldoni è stato rapito ed il convoglio è passato avanti. Non poteva fare altrimenti. Per sapere questo, però, ci abbiamo impiegato diversi giorni e mi chiedo perché non hanno raccontato subito la verità e se i fatti avrebbero potuto avere una diversa evoluzione qualora avessimo saputo prima».
Fatica a proseguire, davanti a microfoni e telecamere, Enrico Deaglio: «Baldoni non era un temerario, era tantissime cose, una persona abbastanza fuori dal comune. In questo viaggio era un giornalista coraggioso che voleva portare aiuto, come ha detto anche il ministro Frattini, che io ho molto apprezzato. Ora dobbiamo preparare un numero speciale». E qui la voce gli si soffoca in gola, spezzata.
Continua a squillare, il telefono, e Angela Olivella, la segretaria, risponde, smista le chiamate a qualche redattore. Telefonano da tutta Europa, e da New York, giornalisti di quotidiani e tv, come quella russa. Chiamano dalla Farnesina, chiama anche Prodi. Sui tavoli della redazione, in mezzo a cataste di giornali e riviste, computer, libri, sparsi qui e là, altri mazzi di fiori. Angela, sul suo tavolo, ne ha uno fasciato con una sciarpetta con i colori dell´arcobaleno. Deaglio tira un sospiro, poi ricomincia a interrogarsi: quanto davvero i rappresentanti delle autorità italiane sul campo erano in grado di smuovere le giuste leve per riportare a casa Enzo? «O stavano trattando con un pirla che cercava di intascare centomila dollari, oppure è proprio difficile capire cosa sia successo».
I colleghi in ferie annunciano di voler rientrare al lavoro immediatamente, quelli qui in via Melzo si scambiano piccoli ricordi di Enzo. Passa di mano in mano una copia di Libero, con quel titolo a centro pagina che recita: «I rapitori non hanno esitato a sparargli anche se era amico loro e antiberlusconiano». Un´occhiata carica di disprezzo, poi il giornale viene gettato.


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LA FAMIGLIA
L´amarezza del fratello: le chiacchiere stanno a zero
La moglie: "Sorrideva alla vita continueremo a farlo per lui"
L´appello alla stampa: adesso lasciateci soli
GIANLUCA MONASTRA, FRANCESCO VIVIANO

«Enzo non c´è più e nessuno potrà mai più ridarcelo, però è anche qui in mezzo a noi. Enzo andava incontro alla vita con un sorriso, continueremo a farlo per lui. Enzo era innamorato della vita, era un inguaribile ottimista. L´insieme di queste cose germoglierà per il mondo e quelle che ci sono dentro di noi stanno già germogliando. Ora abbiamo bisogno di vivere il nostro dolore. Per questo non faremo altre dichiarazioni, pertanto vi chiediamo di lasciarci soli e di non tornare».
È l´unica dichiarazione di Giusy Bonsignore, moglie di Enzo Baldoni, che alle 20,15 di ieri, accompagnata dai figli Gabriella e Guido, rompe il silenzio dopo 24 ore di "assedio" da parte dei giornalisti che stazionavano sotto casa, in Corso Roma 20 a Licata, dove doveva trascorrere le vacanze, interrotte dalla tragica notizia dell´uccisione del marito in Iraq. L´incontro con i giornalisti avviene nell´atrio della palazzina a tre piani e che fino a quel momento è stata zona off limit per tutti. Politici e autorità, che avevano tentato un abboccamento con la famiglia, sono stati tutti respinti.
Anche il prefetto di Agrigento, Fulvio Sodano, ha provato un contatto, mandando a Licata il suo capo di gabinetto Nicola Diomede: dopo essersi intrattenuto con alcuni carabinieri che pattugliavano il palazzetto, è andato via. Porte sbarrate anche per il parroco Giuseppe Sciandrone, che avrebbe voluto comunicare alla famiglia di aver fissato per le 19 di lunedì prossimo una messa di suffragio per Enzo nella Chiesa di san Domenico.
Giusy Bonsignore ed i suoi figli sono molto provati ma affrontano la situazione con grande dignità. Dopo avere letto il loro comunicato chiedono ai cronisti, che accettano «il patto», di lasciarli finalmente in pace nel loro dolore. Ancora non hanno deciso se lasciare o meno Licata, forse lo faranno oggi. Per tutta la giornata il telefono di casa Bonsignore ha squillato, ma soltanto in pochi sono riusciti ad avere risposta e tra questi il presidente del Consiglio Berlusconi. Nel corso della breve conversazione telefonica con la vedova, Berlusconi ha espresso alla signora Bonsignore la sua disponibilità per ogni necessità. La signora ha ringraziato ma non ha chiesto nulla.
Per lei e per i sui figli le ultime 48 ore sono state drammatiche. Prima la speranza con le indiscrezioni di una possibile conclusione positiva della vicenda che giungevano da Roma e dall´Iraq. Poi, alle 23,30 di giovedì, la terribile notizia dell´uccisione. E da quel momento al primo piano di Corso Roma si sono spente le luci che filtravano dalle serrande chiuse e che, fino ad ieri, non sono state mai alzate.
L´appartamento si trova a pochi metri da via Sole, dove c´è la «Moschea di Licata». Dentro c´è un musulmano di 29 anni, dice di essere iracheno e di chiamarsi Kalhefa. «Ho saputo quel che è accaduto al giornalista italiano - dice - e mi dispiace molto ma se fosse stato un americano o il vostro presidente del Consiglio, sarei rimasto indifferente. Voi italiani siete brava gente, ci trattate bene, però la guerra in Iraq e le occupazioni in altri paesi arabi non sono giuste».
Poche, drammatiche parole dalla Sicilia, molti silenzi anche in Umbria dove vivono il padre, il fratello e la sorella di Enzo Baldoni. «Papà, papà, perché non smetti di piangere?», chiede Jonatan, il figlio di 9 anni di Raffaele, fratello di Enzo. Con la maglia giallo oro di Ronaldo addosso, sfiora un pallone nel cortile del grande agriturismo «Il Collaccio» della famiglia Baldoni a Preci, nei boschi dei Sibillini, a meno di un´ora di macchina da Perugia. «Mi dispiace tantissimo», sussurra abbassando gli occhi. Seduto sulle scale al fianco della piscina c´è il fratello di Enzo, Raffaele. In cucina, la sorella Ida.
Nel cortile il padre di Enzo, Antonio, 82 anni. Vive a Visso, a pochi chilometri di distanza, ma nel pomeriggio sale in macchina fino al «Collaccio» che ha pensato, voluto, costruito. «Siamo addolorati - dice - . Fino a poco prima della notizia dell´esecuzione tutti eravamo fiduciosi. Due dei miei figli erano appena tornati da Roma e avevano fatto in tempo a raccontarmi dei messaggi incoraggianti raccolti alla Farnesina e alla Croce Rossa. Poi, mezz´ora dopo, mi è crollato il mondo addosso: ho acceso la tv, e sul televideo ho saputo che avevano ucciso Enzo».
Antonio Baldoni e il figlio Raffaele stringono mani, salutano amici e parenti, si coprono gli occhi e voltano le spalle quando il dolore diventa più forte. «I fatti stanno a zero, voi siete i giornalisti, trovatele voi le parole», dice Raffaele parlando con i cronisti. Intorno a lui, i turisti che affollano l´agriturismo spendono le loro vacanze consapevoli della cappa di angoscia che ha avvolto la famiglia Baldoni. «È terribile quello che è accaduto, il nostro silenzio è il solo modo che abbiamo di rispettare un dolore così grande», racconta una ospite. Verso sera, arriva il sindaco di Preci, Alfredo Virgili, mentre il padre di Enzo si allontana da solo. «Adesso vuole solo andare al cimitero del paese, e scegliere il posto dove seppellire il figlio», racconta un amico.


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Ds Milano - Rassegna stampa


Enzo Baldoni, il pirlacchione amico dei terroristi
REDAZIONE
Il giornale Libero ha deciso di dichiarare guerra ad Enzo Baldoni. Insulti violenti, che non hanno saputo arrestarsi neanche dopo il tragico epilogo del suo sequestro. Baldoni da vivo era un "simpatico pirlacchione", da morto è diventato "un amico dei terroristi".
Una settimana molto intensa, quella di Vittorio Feltri e del suo staff, l'attacco al giornalista de Il Diario era iniziato subito dopo il rapimento, quando Baldoni veniva descritto come un "giocherellone della rivoluzione", che piuttosto che "cogliere pesche nell'agriturismo di famiglia" aveva deciso di improvvisarsi inviato di guerra.

In un secondo tempo, quando Al Jazeera diffuse il video dell'ultimatum, Libero aveva persino ipotizzato che il sequestro potesse in realtà essere una messinscena.
"Il volto del prigioniero non rivela contrazioni inevitabili per chi si trovi sull'orlo dell'abisso - si leggeva in un articolo - non appaiono intorno all'italiano uomini armati e mascherati. Potrebbe essere una recita". E ancora, in un altro corsivo: "Baldoni appare straordinariamente rilassato. Come se avesse un asso nella manica. Lo sappiamo su che cosa conta: sulle proprie idee. In fondo, è un loro simpatizzante. Perché dovrebbero fargli del male?".

Il giorno seguente il quotidiano aveva lanciato il suo appello ai terroristi, un appello che si andava ad aggiungere in modo scandaloso a quelli drammatici dei familiari e degli amici del giornalista: "Garantiamo ai suoi rapitori islamici: tifa per voi, per la resistenza irachena. Lo ribadiamo volentieri, Signori dai lunghi coltelli: è del tipo di occidentale che piace a voi: antiamericano. Confidiamo basti".
La fotografia di Baldoni era a dir poco offensiva, si parlava di un uomo che "in fondo giustifica chi spara ai marines" e che spinge gli "oppressi del mondo a combattere con le armi contro l'America e i suoi servi sciocchi".

In un nuovo editoriale, firmato proprio da Feltri, si poteva invece leggere che "la disavventura di Enzo Baldoni sconfina nella commedia all'Italiana".
"Un uomo della sua età, moglie e due figli a carico - aveva scritto il direttore - avrebbe fatto meglio a farsi consigliare da Alpitour, anziché dal Diario, la località dove trascorrere vacanze sia pure estreme".
Più o meno lo stesso concetto espresso, sempre sulle stesse pagine, dal collega Renato Farina, autore di un corsivo titolato "vacanze Intelligenti".
Un pensiero nuovamente ribadito durante un'edizione del Tg4, durante la quale Feltri si prodigava nel spiegare che Baldoni "avrebbe potuto fare le vacanze a Rimini".

Insomma, per una settimana il periodico ha invitato i lettori ad evitare le "tirate patetiche". Perché "per i signori di Al Qaeda, non vale la pena di ammazzarlo".
Invece lo hanno ammazzato, e il giornale si è ritrovato in un bel pasticcio. Per uscirne hanno optato per una doppia strategia. Da una parte il tentativo di far sembrare tutto quanto scritto in precedenza come una sorta di bluff, come se fosse stata una strategia per renderlo simpatico ai rapitori.
"Lo abbiamo marcato con forza come antiberlusconiano - ha scritto Farina, protagonista di una disperata retromarcia - speravamo di aiutarlo a salvarsi la vita".
Dall'altra, invece, il tentativo di sfruttare la situazione per enfatizzare l'efferatezza dei terroristi islamici, che "non pensano di avere a che fare con uomini, ma con montoni".
"Colpo in testa a Baldoni - ha titolato Libero il giorno dopo l'omicidio - i rapitori non hanno esitato a sparargli anche se era amico loro e antiberlusconiano".

La linea seguita dal quotidiano ha provocato una crescente indignazione, diventata vera e propria rabbia dopo la tragica morte del giornalista. Sul web le prodezze di Libero vengono coperte da insulti e commenti sdegnati. I pubblicitari hanno persino minacciato di boicottare la testata di Feltri per vendicare gli obrobri scritti contro il loro collega: "D'ora in poi impediremo che la pubblicità venga pianificata su quel giornale".

centomovimenti.com

Dopo Baldoni
di Furio Colombo

Sì, cambia qualcosa con l'assassinio di Enzo Baldoni. L'evento, così insensato da mettere disagio persino nello scrivere, persino mentre provi sentimenti (dolore, indignazione) che spesso servono a trovare una via d'uscita alla riflessione, contiene una brutta rivelazione. Ogni percorso in Iraq è impedito da un eccesso di distruzione e di morte, ogni attacco alla cieca, altrettanto sanguinario e disumano. Non c'è lume di ragione in nulla di ciò che si compie o che accade. E se abbiamo l'impressione di un dislivello incomprensibile fra i tentativi di contatto non spiegati della Croce Rossa e del ministro Frattini per salvare la vita di Baldoni, e l'omicidio bestiale, è perché tutto ormai avviene sull'orlo di un cratere di orrore che il blocco delle notizie ci impedisce persino di intravedere. L'allenatore della squadra di calcio irachena ad Atene ci ha detto qualcosa di tremendo e di utile: «Noi vi consideriamo amici. Il nostro è un Paese distrutto, senza libertà, pieno di morti. Noi abbiamo bisogno di tutto. Ma non di altri soldati».

È una voce disperata che ci sta parlando. Non sta rinfocolando il dibattito politico sulla presenza armata italiana in Iraq. Sta rimpiangendo che l'Italia, un Paese che da quando è rinato alla democrazia dopo il fascismo, ripudia la guerra e non è mai stato un Paese attaccante e occupante, non sia, adesso, come l'eroico vecchio e malato Ayatollah Al Sistani, in condizione di offrire la intermediazione di un po' di respiro, di un barlume di pace pur nel mezzo della follia, il pronto soccorso di un immenso, caotico ospedale.

Si sarebbe salvato Baldoni? Non è la domanda giusta. Chi lo ha ucciso (e forse lo ha ucciso subito e poi ha fatto la macabra messa in scena del primo video, e quanto al secondo video, quello in cui si vede l’esecuzione, è stato misteriosamente e dettagliatamente annunciato e poi misteriosamente negato, a dimostrazione del fatto che viviamo in un mare di notizie false) chi lo ha ucciso appare così immerso nella tenebra dell'odio senza ritorno, così coerente con altri orrendi eventi analoghi e con il mare di morte quotidiana data e ricevuta da ogni parte di cui non sappiamo quasi nulla, da far pensare che per l'audace e coraggioso Baldoni non ci fosse scampo. Non uccidono così anche i missionari, in certe zone di inferno africane, mentre cercano di tenere in vita l'unico ospedale, l'unica scuola? La morte di Baldoni ci porta di là dalla polemica Italia sì, Italia no, liquidata da un ricatto stupido e ottuso da parte di un gruppo misterioso che è puro odio. Però ci porta all'immensa nostalgia di non essere un Paese estraneo al nodo spaventoso di tragedia, di orrore, di falsità e di errore che ha portato a questa guerra che non può finire. Non per scansare il rischio di morte, che è pensiero modesto. Ma per poter tentare - anche rischiando e pagando con la vita, come ormai accade e accadrà a chiunque si accosti a quel crogiolo di odio cieco da tutte le parti, a quel cratere di sangue nascosto da notizie date male e in fretta per non farci capire niente, che è la vita irachena - di portare un po' di aiuto, un po' di soccorso. Non ditemi che lo stiamo facendo con carri armati di ultimo tipo ed elicotteri Mangusta. Quelle sono armi estreme per salvare da un pericolo estremo soldati bloccati in un assedio mortale. Non lo stanno facendo perché non possono farlo e perché sono stati messi agli ordini di truppe combattenti e occupanti.

Ma l'Iraq, dal fondo della tragedia spaventosa in cui vive, ha bisogno di tutto, cominciando da esempi di pace. Baldoni è uno di quegli esempi. La sua morte fa luce sull'orrore ma anche su quel suo percorso arrischiato e disinteressato. Proprio oggi, mentre muore in quel modo barbaro per mano di misteriosi agenti efferati e ottusi, ci sentiamo di dire che è l'unico percorso possibile.



unita.it

Baldoni, una foto e mille domande
di Leonardo Sacchetti

Baldoni riverso su un terreno sabbioso, la sua testa non in primissimo piano ma l’immagine sarebbe abbastanza nitida da permettere di vedere le sue labbra contratte in un’espressione di chi ha ricevuto un colpo, forse un colpo di pistola alla nuca. Ha un occhio aperto e uno chiuso e il colorito di una persona non più viva. Poche persone, e tutte in Qatar, hanno visto l’immagine digitale in cui appare Enzo Baldoni. Nessun video «agghiacciante», nessuna decapitazione, nessuna scena cruenta: un probabile fermo-immagine, forse parte di un filmato che, però, la stessa Al Jazira non ha mai ricevuto.

«Il corpo di Baldoni - ha chiarito il ministro degli Esteri, Franco Frattini - appare in una condizione che non si può definire cruenta». Il giorno dopo dell’uccisione di Baldoni tocca al capo della Farnesina far luce sul mistero di un video violento che nessuno aveva visto ma che tutti hanno dato per certo, nella costante nebbia d’informazione che caratterizza tutto ciò che arriva dall’Iraq.

La descrizione di quel fermo-immagine giunge dagli ambienti diplomatici e informativi di Doha, la capitale del Qatar, sede della tv satellitare Al Jazira, il canale a cui i sequestratori hanno consegnato la prova dell’avvenuta esecuzione di Baldoni. Secondo chi ha potuto vedere tale foto, il corpo del reporter italiano è «assolutamente riconoscibile». Anche perché, secondo tali fonti, nel “frame” non ci sono «interferenze esterne» (come folate di vento od oggetti che entrano nel campo visivo) a disturbare la visibilità.

Allo stesso tempo, la descrizione di quell’immagine non permette di capire il dove. Nemmeno il come, visto che non c’è alcun riscontro a una presunta decapitazione o a una presunta esecuzione con un colpo di pistola alla nuca. Forse, avanza una fonte all’interno dei servizi, Baldoni potrebbe esser stato ucciso anche prima della scadenza dell’ultimatum (le 16 di venerdì scorso). Illazioni a cui il fermo-immagine non può dare una risposta.

Il commissario straordinario della Croce Rossa italiana, Maurizio Scelli, è finito al centro delle polemiche sui silenzi e sulla incongruenze circa la ricostruzione di momenti precedenti al rapimento di Baldoni, come per la qualità dei canali aperti per la sua liberazione. «Sono profondamente deluso - sono state le poche parole di Scelli -. Adesso ci stiamo muovendo per recuperare il suo cadavere. Come per Quattrocchi». I canali delle trattativa si sono così trasformati nei canali per riavere la salma di Baldoni. Salma che, in mancanza di una conferma giudiziaria sul riconoscimento del cadavere del pubblicitario milanese, permetterebbe ai suoi familiari di piangere su una tomba.

La notizia dell’esistenza di un video era arrivata l’altra notte direttamente da Baghdad e non dalla sede di Doha di Al Jazira: il video, in realtà, era un fermo-immagine parte di un documento visivo di 15 secondi, fatto da altre «foto immobili». Ma la falsa notizia dell’esistenza del video - erroneamente raccolta da una fonte irachena appena Al Jazira ha dato notizia dell’uccisione di Baldoni - ha mandato in tilt gran parte dell’informazione italiana, spingendo alcuni giornali a «raccontare» l’uccisione di Baldoni, attraverso un video inesistente.

La sua morte, però, oltre alle polemiche intorno all’operato dalla Cri italiana, ha dato il via anche a uno scaricabarile politico. Baldoni era o non era un volontario della Cri, come lui stesso affermava nel video dei rapitori? «Lo è stato tanti anni fa», la secca risposta di Scelli. Come verificare l’effettivo operato della Cri in tutta questa vicenda? Frattini, nell’audizione alle commissioni esteri e Difesa dei due rami del parlamento, ha chiarito che spetta a Scelli, se il Parlamento lo vorrà, chiarire punto per punto cosa sia successo sulla strada tra Najaf e Baghdad lo scorso 19 agosto e cosa sia - o non sia - stato fatto per riavere Baldoni vivo.

L’uccisione di Baldoni va adaggiungersi alla morte avvenuta in Iraq di altri 28 giornalisti, mentre altri quattro sono ancora ufficialmente dispersi (Frederick Nerac dell’Itv britannica; Issam Hadi Muhein al-Shumari della N24; Christian Chesnot di Radio France e Georges Malbrunot di Le Figaro). Al Jazira ha messo a disposizione della magistratura italiana il fermo-immagine della sua morte (parte di un gruppo di immagini immobili simili), mentre la Procura di Roma sembra intenzionata a richiedere una rogatoria internazionale per avere tale materiale. Ma i tempi saranno lunghi visto che, a tutt’oggi, avviata un’altra rogatoria, la Procura romana sta aspettando il video dell’uccisione di Quattrocchi.
unita.it


Sono un vecchio amico di Enzo Baldoni, e in questa storia c'è qualcosa che non quadra..."
di Bruno Ballardini

Riceviamo e immediatamente pubblichiamo
"Sono un vecchio amico di Enzo Baldoni ed ho seguito tutto quello che è accaduto dall'inizio tenendo anche contatti con osservatori di Londra e medici iracheni. Vorrei dare un minuscolo e invisibile contributo alla ricostruzione dei fatti, nella speranza che per il mio amico Enzo venga ristabilita un po' di verità. Quello che colpisce è come mai la stampa italiana non sia in grado di fare giornalismo investigativo e collegare indizi peraltro già esistenti. Posso capire Pino Scaccia della RAI, con cui ho avuto diversi scambi, che, trovandosi sul posto non può andare oltre alle considerazioni concesse a qualsiasi giornalista "embedded". Ma voi potete fare senz'altro di più. Faccio un esempio:

Su La Repubblica del 25 agosto uscì la notizia: "ROMA - Baldoni potrebbe essere nelle mani degli ex servizi segreti di Saddam. Lo sostiene l'intelligence italiana che sta lavorando per la liberazione del freelance rapito in Iraq. Secondo una fonte qualificata, la priorità è in questo momento trovare il canale giusto per 'interloquire' con il gruppo di sequestratori formato "almeno in parte" da uomini degli ex servizi o comunque dai fedelissimi del raìs di Bagdad".

Mentre già dal 18 agosto Enzo scriveva sul suo Blog: "In macchina con noi c'è anche Salah, il braccio destro di Beppe, un iracheno dal volto mefistofelico che è stato maggiore nell'aeronautica e che rimpiange Saddam. Mi chiedo se è con noi per aiutarci o per controllarci. Chi lo sa. Ma così è l'Irak: è difficile sapere chi è davvero chi hai di fianco. In uno dei due camion c'è un alto esponente dell'Esercito del Mahdi (gli uomini di Mouktada As Sadr) che è la nostra assicurazione sulla vita. L'unica cosa che ci fa davvero paura sono gli americani". (http://bloghdad.splinder.com/1092841749#2747411)

Lo sceicco Hassan al Atharii, portavoce di Sadr a Sadr City ha chiarito subito che la resistenza non aveva nessuna notizia di Baldoni. E allora chi poteva essere stato, in un'area dove TUTTO è sotto il controllo della resistenza da una parte o degli americani dall'altra?

A questo punto occorrerebbe chiedersi da dove spuntano gli "ex di Saddam". E' possibile che nessuno sappia per chi lavorino gli ex di Saddam? E se fossero loro a fare del lavoro sporco per conto degli americani? E' possibile che nessuno si chieda che fine ha fatto Salah? E che cosa ci racconterebbe oggi?.

Che cosa sa Beppe De Sanctis, della Croce Rossa, che era presente ed è stato immediatamente richiamato a Roma da Scelli?.

Perché non ponete questi quesiti per una volta in un articolo, anche se non avete voglia di indagare fino in fondo? Siete voi che dovreste farlo. Il mio amico Enzo, un po' per ingenuità un po' per caso, si è ritrovato così a fare la stessa fine di Ilaria Alpi. Suo malgrado.

Aveva dichiarato forse un po' incautamente, di voler intervistare Moqtada Al Sadr e questo non poteva essere permesso dagli americani che, oltre a voler portare a termine un'operazione su cui vigeva il più totale top secret e quindi non volevano testimoni scomodi in zona, non potevano permettere comunque che venisse fornito un canale mediatico alla resistenza.

Non credo assolutamente alla versione dolciastra di Pino Scaccia, che inizia e finisce con i "ladroni" che fanno business nella zona rivendendo i rapiti ai "gruppi terroristici".

Spero che qualcuno continui a farsi domande. Per qualche tempo ancora. Prima che il caso venga archiviato e non offra più nessun interesse perché "non è più d'attualità", o, peggio, prevalgano le versioni "embedded".

Bruno Ballardini
redazione@reporterasociati.org





USA : una voragine i costi della guerra in Iraq
di Rico Guillermo

Due associazioni statunitensi hanno pubblicato ieri una nuova analisi dei costi della guerra in Iraq ( 144 miliardi di dollari ) e delle modalita' alternative di spesa per migliorare la sicurezza USA interna ed esterna.

Le due associazioni, indipendenti ed apartitiche, monitorando costantemente i costi della guerra in Iraq, hanno verificato che il costo quotidiano e' di 177 milioni, 122.820 dollari al minuto. Questi dati saranno probabilmente pubblicati in un annuncio a piena pagina sul New York Times del 30 agosto.

L'analisi dei costi di gestione della guerra dell'Iraq rivelano che, con la spesa fin qui fatta, gli Stati Uniti potrebbero realizzare 18 nuovi progetti importanti per rafforzare la sicurezza nel mondo e nel Paese. I suggerimenti includono l'aggiunta di due nuove divisioni all'esercito, 100.000 nuovi agenti di polizia nelle strade della nazione, il raddoppio del programma sui pompieri e delle forze operative speciali.

"Che siate un critico o un sostenitore della politica del presidente Bush in Iraq, due punti sono chiari: l'Iraq e' stata una guerra voluta e gli Stati Uniti ne stanno sopportando virtualmente tutto il costo" ha detto John Podesta, il presidente del Centro per il progresso americano, aggiungendo che "in un momento in cui ci sono tante priorita' relative alla sicurezza e' importante conoscere il costo di gestione della decisione e del modo di invadere all'epoca l'Iraq."

Deborah Rappaport, altro esponente delle associazioni interessate, ha aggiunto di ritenere vitale che i cittadini americani siano informati di questo dispendio considerevole in un momento importante nella storia della nazione: "Quale posto migliore che una bacheca virtuale per le affissioni del mondo?".

Sebbene sia noto che dietro le due associazioni, nate nel 2003, vi sia solo un gruppo di Americani che cercano di realizzare un nuovo impegno nazionale sulla base dei principi dell'inchiesta aperta, del dibattito, della tolleranza e della libera espressione, si potrebbe comunque immaginare simpatie democratiche, tuttavia il rapporto non fa altro che rendere pubblici e sottolineare dati di fatto.

Dati emersi anche nei preoccupanti rapporti contabili del governo e gia' criticati da un'analisi del Congresso degli Stati Uniti, preoccupato per il deficit di spesa di 12 miliardi di dollari causato dagli interventi in Iraq ed in Afghanistan e che ha costretto il dipartimento della difesa a spostare fondi da altri usi.

Ma un aspetto aggiuntivo dei costi della guerra e' anche il prezzo del petrolio in crescita, che incide in modo subdolo sul costo della vita. Ne sanno qualcosa gli Spagnoli, che hanno calcolato un aumento del prezzo di 14 dollari al barile dall'inizio della guerra e lamentato il crescente "impoverimento" del proprio Paese incolpandone il governo Aznar, ma anche gli Stati Uniti (l'amministrazione Bush) che questa guerra hanno voluto.

by www.osservatoriosullalegalita.org


E Frattini si culla nel salotto ciellino
Ignorando l'ultimatum il ministro non ha rinunciato alla platea di Rimini
ANDREA FABOZZI
INVIATO A RIMINI
Era a Rimini. A coltivare il popolo ciellino e soprattutto il suo vertice. Il ministro degli esteri Franco Frattini pensava che questo rapimento potesse finire bene. Altrimenti perché, fino all'ultimo, ripetere che il governo italiano voleva sì la liberazione di Enzo Baldoni, ci mancherebbe altro, ma assolutamente «senza condizioni»? Ne aveva parlato, ma solo un accenno, durante la conferenza stampa. Aveva detto che c'era uno spiraglio. Aveva dovuto ammettere che non c'era nessun contatto con i rapitori. Ma aveva subito aggiunto che il governo teneva aperte tutte le strade. Ottimismo. Tanto ottimismo che il responsabile della Farnesina non aveva ritenuto di dover cancellare il suo impegno qui al meeting, nonostante l'ultimatum ormai scaduto. Doveva essere un gran giorno, diceva. L'incontro tra il ministro degli esteri israeliano Shalom e quello palestinese Shaat. Niente di storico, le distanze tra i due erano rimaste incolmabili davanti agli occhi della platea ciellina per la delusione di Frattini. Nel frattempo Baldoni moriva. Franco Frattini era arrivato qui da Comunione e liberazione più o meno nei minuti esatti in cui quell'ultimatum scadeva. Una tradizione, ormai. L'altra volta, l'altra tragica volta il ministro era in televisione, a Porta a Porta, né ritenne di dover lasciare Bruno Vespa quando arrivò la notizia che Fabrizio Quattrocchi era stato giustiziato. Ieri, sembrava impossibile, si è ripetuto. Già tre giorni fa il governo aveva risposto subito, a tempo di record, al primo messaggio su al Jazeera. Neanche il tempo di raccogliere l'ultimatum, 48 ore se non ritirate le truppe, che già palazzo Chigi avvertiva: non cederemo. Lo spazio di pochi minuti tra un lancio di agenzia e l'altro, nessuno spazio per lasciare aperta una speranza.

Eppure Enzo Baldoni era anche lui a Rimini, nonostante nei ricordi dei relatori di Cl non comparisse mai, confuso nelle preghiere per «tutti i rapiti in Iraq». Eppure l'ultimatum valeva per uno solo di loro. Eppure solo uno era l'italiano nella mani dei terroristi. Non era il tipo di pacifista più popolare da queste parti. Ma Enzo Baldoni c'era, beffardamente c'era, grazie alla rondine della sua pubblicità, quella dell'acqua minerale che spuntava sempre davanti ai relatori e, almeno lei, ce l'ha ricordato tutto il giorno. Il suo ultimo giorno di vita. Un giorno come gli atri, così è sembrato, per il ministro degli esteri Franco Frattini.

ilmanifesto.it

AVANTI CON I "MESSAGGINI" PER I DIRITTI DELLE DONNE AFRICANE!
Peace/Justice, Standard


Saranno gli "sms", i "messaggini" scritti sul visore dei cellulari a far sottoscrivere forse il ‘Protocollo sui diritti delle donne in Africa’, presentato nel luglio 2003 come uno dei risultati più significativi della conferenza dell’Unione Africana (Ua) di Maputo (Mozambico) ma ratificato finora solo da 3 Paesi - Libia, Rwanda e Comore - mentre 15 è il minimo perchè entri in vigore. Il protocollo è elemento integrante della carta dei diritti dell’uomo e dei popoli dell'Ua per la cui applicazione occorrono le ratifiche di 15 Stati. E' stato un sodalizio di associazioni e organizzazioni non governative africane, britanniche e americane ad avere l'idea: inviando un ‘sms’ (short message service) con la parola ‘Petition’ più il proprio nome si apporrà di fatto la propria firma alla richiesta di una veloce entrata in vigore dell’accordo. "Una volta in vigore – afferma Faiza Jama Mohamed, responsabile per l’Africa dell’associazione ‘Equality Now’, una delle cinque che ha lanciato l’iniziativa - il protocollo sarà un nuovo potente strumento per raggiungere l’uguaglianza dei diritti per le donne in Africa; e l'idea potrebbe servire da modello per il resto del mondo". L’invito ad aderire alla petizione è rivolto a tutte le donne del mondo: tra le prime a spedire il messaggio dal proprio telefono cellulare è stata Graca Machel, consorte di Nelson Mandela. La scelta di usare questa tecnologia per far sentire la propria voce, insieme alla possibilità di firmare una petizione su Internet, non è stata casuale: si intende infatti enfatizzare la potenzialità di questi nuovi strumenti per la crescita della democrazia e dei diritti umani. Una delle organizzazioni promotrici della petizione, la ‘Fahamu’ (‘conoscenza’ in lingua Kiswahili), è impegnata nella diffusione delle moderne tecnologie di comunicazione tra le organizzazioni africane che si occupano della promozione dei diritti umani, per aiutarli a usare questi mezzi a vantaggio della loro causa. Sul suo sito o su quello della sua newsletter ‘Pambakuza’ (‘sorgere del giorno’ in lingua kiswahili) si trovano i dettagli per aderire alla petizione. Le associazioni promotrici dell’iniziativa sottolineano che la raccolta di firme è parte di una campagna che non trascura l’azione di convincimento diretto dei politici, l’informazione della gente sull’esistenza del protocollo e l’importanza della sua ratifica.[BF]


misna.it

Una Grande Mela acerba per Bush
Decine di manifestazioni anti-Bush faranno da contorno alla convention del partito repubblicano che lancerà George W. nella corsa verso un secondo mandato presidenziale. La più grande è prevista per domenica, con almeno 100mila partecipanti. Tra infliltrazioni dell'Fbi e proteste per una nuova America, c'è chi teme che il confronto degeneri in violenza

28 agosto 2004 - Quello che succederà dentro il Madison Square Garden di New York, dove da lunedì 30 agosto a giovedì 2 settembre si terrà la convention del partito repubblicano, è praticamente scritto sul copione: i delegati nomineranno formalmente George W. Bush come candidato per la Casa Bianca, lanciandogli la volata nel testa a testa con John Kerry. E’ quello che accadrà fuori, che nessuno può prevedere. La sola certezza è che l’evento sarà accolto con le manifestazioni anti-Bush più imponenti e variegate mai viste nei quattro anni in carica del presidente statunitense. L’incognita è la piega che prenderanno le dimostrazioni.

Già da questo weekend, prima ancora che cominci l’assise dei repubblicani, le strade della Grande Mela vedranno l’alternarsi di decine di iniziative. Sfileranno le associazioni contrarie all’aborto e i sindacati. Un gruppo vuole mettere in scena “la catena di disoccupati più lunga del mondo”, da Wall Street al Madison Square Garden. Un altro intende circondare Ground Zero e suonare 2.741 campanellini, tanti quanti le vittime dell’attacco al World Trade Center dell’11 settembre 2001. L’attesa più grande è però per la marcia indetta per domenica 29 da United for Peace and Justice, un’associazione-ombrello che raggruppa circa 900 gruppi pacifisti, e che da settimane è protagonista di un tira e molla con le autorità per il percorso della manifestazione.


La marcia prenderà il via dall’incrocio tra la Quattordicesima Strada e la Settima Avenue e passerà accanto al Garden. Ma poi? Gli organizzatori, che si aspettano un’affluenza di almeno 100mila persone, hanno chiesto di poter tenere un raduno conclusivo nel Great Lawn di Central Park, lo spiazzo più grande (sono 22 ettari) che New York può offrire. Il sindaco (repubblicano) Michael Bloomberg ha però negato il permesso, sostenendo che l’erba del prato si rovinerebbe irrimediabilmente. A chi ha fatto notare che Central Park ha ospitato assembramenti ben più grandi, come il concerto di Paul Simon del 1991 (750mila spettatori), le autorità municipali hanno risposto affermando che il manto erboso è stato rifatto da poco, dopo aver speso 18 milioni di dollari.

La contesa è finita in tribunale, e i giudici hanno confermato il divieto di approdare al parco per i manifestanti. I dirigenti di United for Peace and Justice hanno fatto sapere che loro ci andranno lo stesso, in forma individuale. “E magari farò un picnic”, ha detto la coordinatrice Leslie Cagan. Bloomberg ha ammesso che non si può sigillare Central Park e vietare l’accesso ai newyorchesi. Poi, bisognerà vedere come reagirà la polizia se i manifestanti vi affluiranno in massa.


La preoccupazione di molti è proprio che una scintilla accenda gli animi, già surriscaldati. Bush arriva in una città che non l’ha mai amato, dove per ogni elettore registrato come repubblicano ce ne sono cinque democratici, e con l’obiettivo neanche nascosto di sfruttare la vicinanza con il terzo anniversario dell’11 settembre per rilanciarsi come leader ideale nella guerra al terrorismo. Un atteggiamento che infastidisce molti newyorchesi e tutti coloro che sfileranno per la metropoli contestando il presidente. A questo si aggiunge anche il fatto che l’Fbi ha infiltrato per mesi suoi agenti nelle associazioni pacifiste, alla ricerca di eventuali piani di rivolta. I gruppi che prenderanno parte alle manifestazioni l’hanno presa come un tentativo di reprimere il dissenso.

“Noi più che pregare i partecipanti di prendere parte a una classica marcia per la pace non possiamo fare”, dice Bill Dobbs, portavoce di United for Peace and Justice. Il ricordo della convention democratica del 1968, a Chicago, è ancora vivo e aleggia sulla dimostrazione di domenica. Nell’anno più cruento della guerra del Vietnam, mentre oltre 500mila soldati statunitensi stavano al fronte, le proteste contro il candidato Hubert Humprey si trasformarono in violenti scontri tra la polizia e i manifestanti. E’ universalmente riconosciuto che quel fatto favorì il candidato repubblicano Richard Nixon, che sarebbe poi diventato presidente. E quest’anno molti ritengono che, in caso di violenza, Bush non potrebbe che essere avvantaggiato.

Nessuno tra gli oppositori del presidente vuole arrivare a questo. Tuttavia, bisogna specificare che anti-Bush, per le decine o centinaia di migliaia di manifestanti che faranno sentire la propria voce, non vuol dire necessariamente pro-Kerry. Anzi: tra le varie anime che compongono il movimento pacifista Usa, molti vedono con simpatia Ralph Nader, il terzo incomodo. “Noi manifestiamo perché siamo preoccupati dalle politiche di Bush – spiega il portavoce di United for Peace and Justice –, ma siamo un’associazione che non parteggia per nessuno. Abbiamo dimostrato anche fuori della convention dei democratici a Boston, abbiamo scritto una lettera aperta a Kerry sull’Iraq. Ci preoccupa anche cosa potrebbe succedere se lui venisse eletto”.

Alessandro Ursic

www.peacereporter.net/

Ma non eravamo tutti uguali davanti alla morte?


"Barbaro assassinio", "Atto efferato", "Atto raccapricciante, ingiusto", "Cuori pieni di angoscia", e questo solo per stare alle dichiarazioni della maggioranza. Dov'è questa gente quando muoiono gli "altri"? Come mai la loro indignazione non si esprime allo stesso modo nei confronti dei civili iracheni uccisi o dei torturati? Credo che Enzo Baldoni stesso non avrebbe apprezzato molto questo doppio standard tipico della propaganda.

In questo inizio secolo anche la pietà per i morti assume un valore di mercato. Viene così valorizzato, ed assume un valore di mercato, il fenomeno per il quale la morte degli altri ci colpisce in misura direttamente proporzionale alla loro vicinanza rispetto all'immagine di noi stessi nella quale ci riconosciamo. L'audience si impenna quando possiamo identificarci nel morto di turno. Capita che la morte di una vecchio non colpisca i giovani, ma preoccupi gli anziani, o che la morte di uno con la pelle dal coloro diverso dalla nostra non valga la morte di un nostro piu' simile, o quella di uno straniero non valga quella di un compatriota.

Cio' attiene principalmente all'umana soddisfazione per la sopravvivenza, la dipartita di un nostro simile ci solleva lasciandoci l'impressione che sia toccata a lui invece che a noi. Un fenomeno umano comune a qualunque latitudine. Basti pensare alla vicenda degli annegati nel Canale di Sicilia, centinaia, i loro cadaveri finiti per anni nelle reti dei pescatori e ributtati a mare nell'indifferenza generale. Ancora a distanza di anni i loro governi chiedono uno straccio di indagine, ma di fronte alla nostra indifferenza non è mai stata neppure organizzata una commemorazione pubblica, non un segnale dai nostri compassionevoli politici.

Un meccanismo normale, ma che viene amplificato dai media ben orientati, e sfruttato per dirigere le opinioni pubbliche. Nelle ultime settimane, ad esempio, l'escalation del governo di Negroponte contro gli sciiti ha lasciato mediamente un centinaio di vittime al giorno sul terreno, solo ieri l'esercito in mano al neo-dittatore Allawi ha bombardato la colonna di scudi umani diretta verso Najaf, provocando un centinaio di morti tra gente disarmata contraria al massacro in corso.

Ebbene tutto cio', nell'insieme, non raggiunge la visibilità che ha avuto ed avrà la morte del povero Baldoni, italiano e bianco. "Barbaro assassinio", "Atto efferato", "Atto raccapricciante, ingiusto", "Cuori pieni di angoscia", e questo solo per stare alle dichiarazioni della maggioranza.

Dov'è questa gente quando muoiono gli "altri"? Come mai la loro indignazione non si esprime allo stesso modo nei confronti degli iracheni uccisi o torturati? Credo che Enzo Baldoni stesso non avrebbe apprezzato molto questo doppio standard tipico della propaganda, più vicino allo stile delle iene che a quello delle aquile; che prima provocano la guerra e poi strillano non appena i loro concittadini vengono colpiti dal "nemico", che è sempre non-umano.

Enzo Baldoni cercava proprio il contatto con i "barbari", ritenendoli normalissimi esseri umani, è rimasto vittima della violenza della guerra, tanto simile a quella di tutte le altre guerre che disprezzava; Baldoni, almeno, è uno dei pochi occidentali che in Iraq è morto con la coscienza completa di quello che stava facendo, sarebbe quantomeno opportuno rispettarlo per questo e non imbastire un osceno balletto sul suo corpo prima ancora che abbia una sepoltura degna di questo nome.

Certamente questo tipo di espediente ha una valenza politica: esaltare il carattere "barbaro" del nemico aiuta ad avere meno resistenze quando si tratta di sparargli addosso, e nella pochezza delle motivazioni a favore della guerra indicare il nazionalismo può lavare alcune coscienze poco inclini all'approfondimento. Da sempre chi organizza una guerra si preoccupa di presentare i nemici con caratteristiche non umane, e di impedire che la propria parte possa comunicare con il nemico e svelare il trucco.

Una vera schifezza i servizi tra il melenso e lo squallido in onda in queste ore, i trombettieri di guerra lamentano la barbara uccisione del giornalista pacifista, voci affettate, toni contriti e falsi; da Atene ci informano che la nazionale di calcio giocherà contro gli irakeni con il lutto al braccio. "Giornata tragicamente segnata" dicono i commentatori sportivi che si accorgono solo ora che il mondo è in guerra. Ieri la giornata, nonostante gli oltre 100 civili irakeni uccisi, non era abbastanza segnata? Gli irakeni non porteranno il lutto per l'italiano, e pare il minimo, ma i loro dirigenti non hanno neanche mai pensato a simili manifestazioni per la guerra nel loro paese, alle olimpiadi non si fa politica, perbacco!

La delegazione irakena è uno spot per Bush, inutile pensare a comportamenti difformi da quelli richiesti dalla propaganda americana. Solo Bush puo' usare i giochi per tale motivo, solo quando i morti sono bianchi ed occidentali si porta il lutto, centinaia di stranieri sono morti nel silenzio in Iraq, cosi' come migliaia di irakeni, ma non avranno mai una risonanza simile all'omicidio di un mercenario o di un giornalista italiano.

Questo è il nuovo "razzismo per la libertà", la base per imporre la "libertà" occidentale agli irakeni e agli altri popoli che hanno la sfortuna di possedere le risorse bramate nei salotti della finanza mondiale. In fondo siamo fortunati ad essere italiani, ci basta morire in un incidente d'auto durante un weekend per essere ricordati di più e meglio di centinaia o migliaia di "altri" esseri umani tanto uguali a noi, ma che vivono dalla parte sbagliata del coltello mediatico.

Da oggi comincia la vendita del dolore dei parenti, la "notizia" è calda, si alzino gli avvoltoi!
mazzetta

da La Repubblica online:
Per la partita Italia Irak, il presidente del Coni dichiara: "Metteremo il lutto al braccio e gli irakeni ci hanno garantito che lo metteranno anche loro". In segno di lutto per la morte di Enzo Baldoni.

fonte repubblicaonline




Ora si imporrebbe il silenzio

di PADRE GIULIO ALBANESE


La morte di Enzo Baldoni suscita nel nostro paese profonda commozione.
La cultura della vita, che affonda le sue radici nel messaggio cristiano, esige rispetto della memoria e attenzione nei confronti dei familiari provati da questa drammatica circostanza. Rattristano pertanto le strumentalizzazioni politiche di fronte alla brutalità di questo efferato crimine che, ahimè, verrà annoverato nella storia contemporanea come uno dei tanti orrori della guerra irachena.
Intavolare dibattiti sull’opportunità o meno, per il governo italiano, di rimanere impegnato tra il Tigri e l’Eufrate, in coincidenza con l’assassinio di un nostro connazionale, estranierebbe a torto l’Italia dalle conseguenze di un conflitto su larga scala nel villaggio globale e sconfesserebbe i valori stessi su cui è fondata la nostra repubblica. Essa infatti attinge linfa vitale dal dettato costituzionale ispirato al “Bene comune” e dunque alla fratellanza universale tra i popoli. In altre parole, la violenza, bellica o terroristica che dir si voglia, va condannata sempre e comunque, indipendentemente da appartenenze linguistiche, razziali, religiose o ideologiche.
Non v’è dubbio che le ragioni di questo disastro iracheno hanno già in passato diviso l’opinione pubblica, opponendo il fronte interventista a quello pacifista. Ma il tormento per la sorte di un ostaggio e il dolore per il suo barbaro assassinio devono essere spinte al di là di ogni condizionamento.
Il corpo straziato di Baldoni è l’icona, resa intelligibile dai media moderni, di una sofferenza che investe terre remote, lontane dall’immaginario occidentale.
La matrice delle ingiustizie trova un comune denominatore a ogni latitudine.
Penso non solo ai paesi che praticano il terrore brutale ma, in generale, a quell’atteggiamento verso la vita che eleva a ideali la forza e il potere e disprezza la debolezza umana.
È per questo che di fronte al lutto s’impone il silenzio per discernere il vero significato della vita. Una cosa è certa: mai come oggi si avverte il bisogno di credere in un mondo diverso, il cui destino dipende dall’impegno di ogni libera coscienza.europaquotidiano.it





BALDONI, I TEMPI DELLO SCIACALLO - redazione L'Articolo
Messaggio della redazione dell'Articolo a Libero e al suo direttore.
Abbiamo visto (on-line, naturalmente: non sprechiamo i nostri soldi per acquistarvi) la prima pagina di oggi. La titolazione sull'assassinio del povero Baldoni è un insulto all'umanità, la rozza rappresentazione di una cultura dell'odio che sta facendo lentamente scivolare questo paese negli abissi della depravazione morale e civile.

Siamo giornalisti anche noi, e per questo ci auguriamo che l'Ordine intervenga al più presto. Macché censura: meritate di essere radiati. Siete semplicemente indegni di appartenere alla categoria, tutto qua. Massimiliano Amato, Carmine Bonanni, Giuliana Caso, Daria Simeone, Gualfardo Montanari, Antonio Montanaro, Giulio Gargia, Nicola Bruno, Pippo Dottorini.
Giornalisti e grafici de "L'Articolo" - quotidiano della Campania
P.S. I firmatari rappresentano solo una parte della redazione: quella presente in questo momento. Gli altri, in ferie, condivideranno senz'altro



megachip.info

Sciagura in Russia, arriva la rivendicazione: «Colpiremo ancora»
di red.

Tutti gli indizi stanno portando al terrorismo islamico. I due aerei di linea, precipitati nella notte tra martedì e mercoledì con 89 persone a bordo nel sud del Paese, sarebbero stati dirottati. Mentre i servizi segreti locali forniscono le prove di esplosione su almeno uno dei due aerei, arriva puntuale (a tre giorni dall'evento) una rivendicazione.

Un gruppo islamico ha infatti rivendicato il dirottamento di entrambi gli aerei. «I nostri mujaheddin nelle Brigate Islambouli sono stati in grado di sequestrate due aerei russi e sono riusciti nell'impresa nonostante le difficoltà iniziali. A bordo di ogni aereo si trovavano cinque mujaheddin», afferma un comunicato in lingua araba, pubblicato su un sito internet. Il gruppo anche ha minacciato nuovi attacchi.

Poco prima gli inquirenti russi che indagano sull'accaduto avevano fatto sapere almeno uno dei due incidenti aerei è stato provocato da un atto terroristico, e che tracce di esplosivo sono state trovate nei rottami di un aereo caduto. Un portavoce dei servizi segreti Fsb, citato dalle agenzie russe, ha detto che le tracce di esplosivo sono state trovate dagli inquirenti nei rottami del Tupolev TU-154 della compagnia Sibir con 46 persone a bordo, precipitato nella regione di Rostov, in Russia meridionale. L'altro aereo, un Tupolev TU-134 della Volga-Aviaexpress, era precipitato a pochi minuti di distanza dall'altro nella regione di Tula con 43 persone a bordo.

Gli inquirenti impegnati a far luce sul caso avrebbero inoltre identificato - ma non arrestato - alcuni sospetti, tra cui due donne di origine cecena.


unita.it

Baldoni: la terra, il tepore, la morte
red. LeG


“Mettiamola così: nelle prossime 24 ore ho la possibilità abbastanza concreta di crepare. Ovviamente non succederà - ma, se dovesse succedere, sappiate che sono morto felice facendo quello che più mi piace al mondo: viaggiare in paesi che non hanno mai visto un turista prima di me”.

E’ l’ultimo messaggio, quasi un epitaffio, che Enzo Baldoni, il giornalista barbaramente ucciso dall’esercito islamico dell’Iraq, ha affidato alle pagine del blog (bloghdad.splinder.com), il diario internettiano che doveva raccogliere la sua testimonianza.

Prima di partire, aveva sentito l’urgenza di scrivere anche i motivi di quel viaggio che sapeva non sarebbe stato una passeggiata. “La terra, il tepore, la morte”, così s’intitola il racconto dell’inizio di questa tragica avventura.

“E' tornato. E' tornato il momento di partire.

Da un po' di tempo la solita vocina insistente tra la panza e la coratella mi ripeteva: "Baghdad! Baghdad! Baghdad!". Ho dovuto cedere.

Come sempre, quando si prepara un viaggio importante, cominciano a grandinare le coincidenze. E chissà quanto sono segni e quanto le provochiamo noi.



Ancora una volta, prima di una partenza, mi sono sdraiato sotto le stelle, nella Romagna dei miei nonni e della mia infanzia, in cima a Monte Bora, sulla terra notturna ancora calda del sole di luglio.

La terra, sotto, mi riscaldava il corpo. La brezza, sopra, lo rinfrescava.

Lucciole, profumo di fieno tagliato, il canto di milioni di grilli.

E' qui che da piccolo studiavo spagnolo su un libro trovato in soffitta. E' qui, davanti a un piatto di tagliatelle, che tre anni fa si è fatta sentire la solita vocina che ripeteva: "Colombia, Colombia, Colombia!" Si è parlato molto di morte in questi giorni: della morte serena di Zio Carlo, filosofo e yogi, che forse sapeva la data del suo trapasso. Guardando il cielo stellato ho pensato che magari morirò anch'io in Mesopotamia, e che non me ne importa un baffo, tutto fa parte di un gigantesco divertente minestrone cosmico, e tanto vale affidarsi al vento, a questa brezza fresca da occidente e al tepore della Terra che mi riscalda il culo. L'indispensabile culo che, finora, mi ha sempre accompagnato”.



Nelle testimonianze di Helen Williams, freelance britannica e di Pino Scaccia, inviato Rai, che hanno partecipato alla missione umanitaria della Croce rossa a Najaf, il racconto dell’ultimo giorno, quel giovedì 19 agosto a partire dal quale si sono perse le tracce di Enzo Baldoni e del suo interprete Ghareeb.



Helen Williams (www.electroniciraq.net)



[...] E a un certo punto è calato un inquietante silenzio nelle strade. Silenzio relativo, in verità, perché rotto continuamente dai rumori della battaglia - l'aria risuonava dei colpi d'arma da fuoco e dell'avanzare dei tank. Due dei nostri correvano a piedi davanti al convoglio, con indosso le pettorine della Croce Rossa (con una Croce Rossa ben in vista) e sventolando una enorme bandiera con l'emblema della Croce Rossa. Ci precedevano a ogni incrocio che avremmo dovuto attraversare, facendosi vedere e mostrando la bandiera. Man mano che passavamo gli incroci, potevamo vedere i tank americani all'imbocco di ciascuna strada, circa 150 metri più in là; ad uno di questi incroci i tank erano tre. Proseguivamo molto lentamente. E a un certo punto, siamo giunti a un incrocio dove il suono della battaglia era tale da farci pensare che la battaglia fosse proprio di fronte a noi, sbarrandoci la strada. I colpi d'arma da fuoco erano assordanti. Di nuovo, i nostri due compagni sono andati avanti a piedi con la bandiera per far presente che eravamo della Croce Rossa e portavamo aiuti medici. Ma questa volta non ci hanno fatti passare. [...]





Pino Scaccia (www.pinoscaccia.rai.it/torre/)



" 1. Dopo l’attentato, avvenuto ad appena quaranta chilometri da Baghdad, a Malmudyia, tutti dico tutti abbiamo proseguito per Najaf. Baldoni stava dentro la colonna nell’auto di Ghareeb, la Rai (cioe’ io e l’operatore Norberto Sanna) stavamo su mezzi della Croce Rossa.



2. Tutti, ripeto tutti, siamo arrivati a Najaf. Non vorrei ripetere quello che mostro nei telegiornali da allora, in tutti i tg e in tutte le edizioni. Siamo arrivati a Najaf. Tutti. Dentro Najaf. Non conosco il nome della strada ma stavamo a ridosso del centro. Sono le stesse immagini che arrivano ogni giorno, da giorni, da li’ con quelle stradine protette, circondate dai carri armati americani. E’ evidentemente l’ultimo baluardo, al momento, di tutti i colleghi televisivi che coraggiosamente stanno a Najaf. Sono arrivati almeno cinque cameraman e la Reuters mi ha intervistato. Siamo stati costretti a fermarci per un paio d’ore perche’ intorno infuriava una battaglia tremenda: nello stand-up che ho realizzato in quella stradina si sentono distintamente spari ed esplosioni. E sono assolutamente veri: ho la cassetta originale a disposizione. Gli stessi americani ci hanno intimato di fermarci. Poi pian piano siamo riusciti ad uscire da quell’imbuto grazie ad Enzo e a un amico irakeno che a piedi precedevano il corteo sventolando la bandiera bianca della Croce Rossa. Enzo ha anche il pettorale della Croce rossa: ho mandato piu’ volte in onda quelle immagini. E lo dimostra anche la foto di cui tutti i giornali si sono impropriamente appropriati. Enzo, in quella foto (ormai famosa) che gli ho scattato in quella stradina, ha bandiera e pettorale della Croce Rossa. Un documento. Incontestabile. Come si fa a dire che ci siamo fermati a Malmudyia?



3. Scappati, dunque, da Najaf, siamo riusciti ad arrivare a Kufa. Ma (lo dico anche per “Il Messaggero”) dopo Najaf. Non ci siamo fermati all’andata, ma dopo essere stati Najaf. Ripeto ancora: dopo. Nella moschea di Kufa, la Croce Rossa ha curato i feriti, io ho intervistato la gente, tutti di al Sadr, Enzo e’ andato a mangiare e poi mi ha chiesto il telefono satellitare per salutare Giusy, la moglie. A quel punto ci siamo salutati. Io e l’operatore abbiamo preso un’auto suggerita da Ghareeb e siamo tornati a Baghdad. La Croce rossa e’ rimasta li’. De Santis mi ha detto: “Andremo via quando le condizioni di sicurezza lo permetteranno”. Enzo e Ghareeb sono rimasti anche loro li’. Di quello che e’ successo dopo non sono testimone diretto, di quando cioe’ Enzo e la Croce rossa si sono separati, quindi mi astengo."
libertaegiustizia.it

L'eccentrico
Pitio16
Non saremo al sicuro finché non torneranno a proliferare gli inventori della domenica, gli appassionati collezionisti di tappi di bottiglia, gli implacabili censori di ogni inesattezza storica in qualsivoglia film, i dilettanti politici modello "hyde park". Come ogni ecosistema è a rischio quando la diversità ed il numero delle specie diminuisce, segno che la natura subisce un grave attacco, così il fatto che in questa temperie culturale l'eccentrico sia sempre di meno di casa ci dice molto dello stato del nostro ecosistema culturale. Non rideremo perciò quando rivedremo un individuo in guanti bianchi, ma anzi lieti lo considereremo alla stregua di un annuncio di nuova primavera .ulivoselvatico.org




la Svizzera ha una forma democratica piuttosto evanzata e molto originale,
certamente non coerente con il luogo comune
"Svizzera=paese-noioso-e-poco-originale".
Inoltre si tratta di un paese sorprendentemente complesso: 4 lingue nazionali,
tutte le religioni, 20% di stranieri . . . .
La struttura e' fortemente federale.
L'esecutivo federale e' fatto da sette persone (i ministri, detti "consiglieri
di stato") la presidenza e' a rotazione. I governo e' il massimo della
"consociativita'":
tutti i maggiori partiti sono rappresentati, in questo momento anche il
"terribile"
UDC (hanno fama di essere un po' razzisti) hanno li, accanto ai socialisti,
il loro temibile capo (Blocher, uno che parla in modo colorito, un po' come
Bossi).

- DEmocrazia diretta.
Si dice che in Svizzera esiste la "democrazia diretta" nel senso che, in
sintesi, il parlamento propone le leggi ed il popolo le vota.
Inoltre i cittadini possono in modo relativamente semplice raccogliere firme
per proporre (loro) referendum abrogativi o propositivi.

Cosi' si dice che, in Svizzera, tutti i partiti sono al governo e tutti i
cittadini sono all'opposizione.

NOn esiste il "quorum" (ed e' persino difficile spiegarne l'esitenza! La
nozione stessa di quorum risulta ostica e di difficile comprensione: ". .
. ma chi non va a votare, . . . significa che si fida di chi ci va!").

Come straniero (dopo 5 anni) ho diritto a votare per le votazioni comunali
e cantonali, e relativi referendum. Non per quelli federali.

Pertanto in Svizzera si fa un referendum con 4 o 5 quesiti ogni 2 mesi,
massimo.
La partecipazione a questi (martellanti) referendum e' attorno al 40%.
I metodi per votare sono svariati:

- la stragrande maggioranza vota per posta (entro il mercoledi).
- i ritardatari (io a volte tra quelli) vanno la domenica mattina al seggio.
I seggi sono in locali pubblici di ogni tipo (comune, sale varie, gli uffici
di polizia, . . . MAI LE SCUOLE).

Da che sono qui (8 anni) ho visto proporre referendum anche per le cose piu'
impensate: certi pacifisti-doc hanno proposto di eliminare l'esercito, alcuni
verdi-integralisti hanno proposto di vietare la circolazione delle auto (salvo
rilascio di temporanea e speciale autorizzazione), le autorita' comunali
del mio comune avevano deciso di rendere gratuiti i trasporti pubblici ma
i cittadini hanno votato NO, certe femministe volevano inserire l'obbligo
del 50% dei rappresentanti di sesso femminile in ongi livello di
rappresentanza.
Recentemente ho votato NO (come la maggioranza dei residenti del mio comune)
per un referendum comunale il cui testo aveva, ai miei occhi, un che di déjà
vu. Ecco il quesito: "Meno tasse per tutti . . . ?". Un gruppo di cittadini,
dati alla mano, aveva calcolato che al comune avrebbero dovuto poter bastare
meno soldi.
Io personalmente ho lavorato per la raccolta delle firme per un referendum
(cantonale) che propone di dare agli stranieri (se residenti da piu' di 5
anni) il diritto attivo e passivo di voto: cie' avere anche il diritto di
essere eletti(referendum cantonale, in alcuni cantoni il diritto e' gia'
concesso).

Servivano 6000 firme (il cantone conta, credo, 150'000 abitanti, mi posso
informare melgio). Ne abbiamo raccolte circa 7000.
La raccolta delle firme e' piuttosto semplice (a parte il freddo, -14°C,
che solidificava l'inchiostro delle penne biro): non serve il "notaio"
(congelerebbe!),
basta nome-cognome-indirizzo e firma su un modulo prestampato.

Il lavoro e' stato fatto per lo piu' con la raccolta per strada.
Siccome ci sono tanti referendum ci sono anche tanti "banchetti" per le
strade.

Delle 7000 firma da noi raccolte circa 800 sono state annullate dopo il
controllo
(forse illeggibili o forse di non avendo diritto oppure distratti che avevano
votato due volte).

-l' Informazione
La cosa piu' rimarchevole di tutta la faccenda pero' secondo me e' il metodo
per permettere ai cittadini di farsi una idea e di prepararsi al voto. Ecco
come funziona:

1) ti arriva a casa un opuscoletto in carta riciclata (lo trovi anche in
Internet).

2) ogni tema referendario e' spiegato 3 volte (spiegazionei succinte, una
paginetta massimo, testo MAI scritto in "burocratese" lingua inesistente
in questo paese):
a) prima spiegazione "neutra", (molti si lamentano che non sia abbastanza
neutra, ma a me pare che lo sforzo fatto dall'ente pubblico, governo . .
. cantone . . . comune . . ., per inquadrare il problema sia onesto e
sostanzialmente
riuscito)
b) seconda spiegazione PRO, dei promotori (governo, partiti o cittadini).
c) terza spiegazione CONTRO.
d) ULTIMA PAGINA: il governo (locale, cantonale o federale)dice: NOI VOTEREMMO
COSI:

si - no - no - si - si.

Quelli che vogliono votare come i rappresentanti eletti voterebbero (a
maggioranza)
basta che copino l'ultima pagina senza nemmeno aprire il libriccino.


- Il voto.
L'ambiente del voto e' molto rilassato: non vedi poliziotti armati, bivacchi
o manipoli guerreschi . . . l'esercito non viene mobilitato, e nemmeno i
vigili urbani.
Al seggio non ci sono procedure bizzarre e sofisticatissime come da noi:
in genere arrivo con la mia scheda gia' votata (quella che ho tardato a
mandare
per posta), con le crocette fatte sul tavolo della mia cucina utilizzando
la mia penna, senza scomodare "le matite (che non scrivono) fornite dal
ministero
degli interni".
Infilo la busta nell'urna e me ne vado. Non mi pare che nessuno si metta
a compilare registri, ma consegno una roba detta "certificato elettorale"
che mi e' arrivata a casa assieme alle schede.

Se uno non ha gia' "crocettato" le sue schede, lo puo' fare li al seggio.
Ci sono delle cabine per appartarsi, ma non ricordo di averci mai visto
entrare
qualcuno: c'e un tavolo e la gente che deve votare per lo piu' lo fa li,
mettendosi in piedi attorno al tavolo e fottendosene del fatto che gli altri
ti vedano come voti (vantaggio legato forse al fatto che il "voto di scambio"
non ha preso piede).


- Conclusione.

Il metodo e' certamente interessante.
L'effeto piu' rimarchevole, a mio avviso, risiede in una qualita' dei politici
svizzeri che a me ha fatto impressione per livello ALTO.
Li ho visti all'opera su decisioni in cui ero molto coinvolto e mi hanno
stupito per la efficienza e professionalita'.

Quando affrontano i problemi ENTRANO NEL MERITO ed affrontano CONTENUTI.
Certamente e' coseguenza anche di una cultura un po' diversa (meno parolaia),
della presenza forte dell'etica protestante (poco sensibile a "valori" come
il pentimento o il sacrificio inutile che non produca vantaggi sociali
collaterali,
tipo da noi i "fioretti" . . .).
Pero' penso che molto sia dovuto anche al fatto di doversi costantemente
confrontare con questo micidiale filtro dei referendum.

Sulla base di questo esempio svizzero, che vale come prova di "fattibilita'",
penso che sarebbe saggio reclamare referendum (semplicemente ABROGATIVI,
ma indetti "automaticamente": senza necessita' di raccolta di firme) per
le leggi che vengono fatte senza essere contemplate da un programma politico
approvato.
Tali leggi, a me pare, dovrebbero passare solo se esplicitamente condivise
dai cittadini.

Non si tratta ancora della "democrazia diretta" degli svizzeri, ma almeno
ci difendiamo dall' uso privato del sistema legislativo pubblico (rimarchevole
problema che ci vediamo costretti ad affrontare).

Leggero' volentieri quanto esiste sul "deliberative polling".

Ciao
Leonello


agosto 27 2004

ESSERE ITALIANI OGGI

Quando questa mattina mi sono collegata a Internet per leggere la rassegna
stampa non volevo credere ai miei occhi. La notizia dell'uccisione di
Baldoni è stata un colpo che non mi aspettavo, sono costernata.

Non conoscevo Baldoni, ma quello che ho letto in questi giorni di lui e
degli scopi del suo viaggio, cioè aiutare concretamente il popolo iracheno e
insieme denunciare gli orrori della guerra, me lo ha fatto sentire amico. L'
intervista dei figli è stata bellissima, e il fatto che sia stata trasmessa
integralmente da Aljazira appariva rassicurante. Come potevano i rapitori
non tener conto di quegli sguardi sereni e di quelle parole fiduciose?
Poi c'è stata l'intervista del ministro Frattini, sempre ad Aljazira:
certamente
positiva per Baldoni, si pensava (lo ha detto anche Enrico Deaglio a Radio
Popolare).
"Baldoni uomo di pace, amico del popolo iracheno" ha detto
Frattini. E per la prima volta un rappresentante del governo italiano ha
dichiarato che l'Italia è pronta a ritirare le truppe dall'Iraq se lo chiede
il governo iracheno. Finalmente si sente parlare di andar via dall'Iraq!
Tutti tranquilli, convinti che sarebbe finita bene. C'erano le condizioni
per trattare, ma soprattutto gli Iracheni non potevano uccidere un uomo che
era loro amico.

Tutto ora va rivisto e ricalibrato. Gli schieramenti sono tragicamente
netti. Con alcuni gruppi non ci sono mediazioni possibili. Nell'Iraq di
oggi - e forse non solo nell'Iraq - conta solo l'appartenenza burocratica,
conta il passaporto che hai e non chi sei e che cosa fai.

E' terribile, significa che siamo tutti segnati dal governo che abbiamo. E
per noi italiani in questo momento è una constatazione tragica.

C'è poi un'altra osservazione amara. A volte conta anche chi sei e che cosa
fai. Se ad esempio sei un diplomatico o se hai amicizie potenti la tua sorte
può essere diversa...


La morte di Enzo Baldoni assume il valore di un attentato su vasta scala
alla logica e al sentimento dell'umanità, uccide un po' tutti noi che
crediamo nella pace e nella fratellanza dei popoli.

Jole Garuti


_______________________________________________
Gargonza mailing list

Enzo, l'ultima mail...
di redazione

"Mettiamola così: nelle prossime 24 ore ho la possibilità abbastanza concreta di crepare. Ovviamente non succederà. Ma, se dovesse succedere, sappiate che sono morto felice facendo quello che più mi piace al mondo: viaggiare in paesi che non hanno mai visto un turista prima di me." (Enzo)




Reporter Associati

QUEI SEGNALI NON CAPITI
GIUSEPPE D´AVANZO

FIN dal primo momento, il sequestro di Enzo Baldoni è apparso una questione terribilmente seria. Se soltanto si fossero colti i segnali e le informazioni dei governi occidentali e delle intelligence. L´Esercito Islamico dell´Iraq è una sigla che già ha dato prova della sua risolutezza e disseminato le tracce di un lucido e maligno disegno politico. Il disegno politico è già stato al centro delle analisi e delle preoccupazioni dei case officer dell´intelligence americana. Il piano di attacco ? subdolo, perché concentrato su individui spesso isolati in Iraq dai propri paesi ? prevede di tenere sotto pressione i governi che, pur partecipando all´iniziativa irachena angloamericana, scontano in patria una forte opposizione dell´opinione pubblica alla guerra.

Quei segnali non capiti

Era già accaduto con le Filippine, quando, il 7 luglio, Angelo Della Cruz, un autista, era stato sequestrato dall´esercito islamico. Il governo di Manila appariva agli occhi dei terroristi iracheni un "anello debole" - la definizione è del Dipartimento di Stato - della Coalizione. Un sequestro, una minaccia di morte, il lungo tira e molla dei video e dei nuovi ultimatum, nelle intenzioni dei sequestratori, avrebbe dovuto spezzare la determinazione del Presidente Arroyo. In quel caso, così è stato. Il 20 agosto, Manila annuncia il ritiro dei 51 militari del contingente filippino.
Come già è stato rilevato, non è che 51 soldati in meno producessero gran danno alla coalizione angloamericana. Ma, da un punto di vista politico, il rientro in patria di quel contingente era - sono parole degli uomini del Dipartimento di Stato - «il più grande successo politico raccolto in Iraq dall´inizio dell´invasione del marzo 2003».
Un successo che, era facile prevedere, sarebbe stato tentato di nuovo. Contro un altro degli "anelli deboli" delle forze e dei governi presenti in Iraq, accanto a Washington e Londra. Le intelligence occidentali non avevano dubbi che l´Italia poteva essere il Paese bersaglio di una nuova iniziativa dell´Esercito Islamico dell´Iraq. La nera previsione è diventata concreta prima del previsto. Sono subito dunque apparse irresponsabili gli atteggiamenti di leggerezza con cui personalità della maggioranza e di esponenti di organizzazioni, come la Croce rossa italiana, presenti in Iraq. Nelle poche ore che gli assassini hanno concesso all´Italia per tentare di trovare una soluzione alla crisi, nessuno è parso rendersi conto che questo sequestro era (se possibile) più serio, più drammatico di quello affrontato 4 mesi fa con la morte di Fabrizio Quattrocchi da Stefio, Cupertino e Agliana. Ed era più serio perché il sequestro di Enzo Baldoni era dichiaratamente politico ed esplicitamente si iscriveva in una logica politica e militare. Tutti invece hanno voluto chiudere gli occhi dinanzi alla realtà. Fonti del governo si affannavano appena qualche ora fa a diffondere fiducia e ottimismo, nella convinzione che i canali aperti nel sequestro dei 4 body guard fossero utili anche in questa nuova circostanza. Come il commissario straordinario della Croce rossa italiana Maurizio Scelli, che appariva impegnato ad annunciare una rapida conclusione del rapimento.
Purtroppo non si è voluta guardare la realtà e ancora oggi l´ipocrisia sembra governare il dibattito pubblico sulla nostra presenza in Iraq e le aggressioni che questa provoca contro cittadini italiani, che per un motivo o per un altro, per lavoro o per solidarietà, decidono di andare in quel Paese. All´opinione pubblica si continua a ripetere che la nostra è una missione di pace. Che siamo lì per sostenere il popolo iracheno. Che mandiamo lì acqua e medicinali. Chiudiamo gli occhi sulle distruzioni, sulla morte degli innocenti. Ci rendiamo così incomprensibile l´odio che una parte del popolo iracheno ci riserva. È l´odio che stanotte ha ucciso anche Enzo Baldoni, un amico del popolo iracheno.







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Ds Milano - Rassegna stampa


Ultimatum scaduto, al Jazira annuncia: «Baldoni è stato ucciso»
di red

È certo: Enzo Baldoni, il giornalista free-lance, collaboratore del settimanale Diario, è stato barbaramente trucidato dai suoi rapitori. La televisione araba al Jazira ne ha dato la notizia, prima con un testo scorrevole fatto passare in sovrimpressione sulle immagini, poi annunciando di essere in possesso di un video.

Un funzionario italiano si sarebbe già recato nella sede della televisione, nel Qatar, per visionare le immagini che sarebbero «agghiaccianti» secondo quella che l'agenzia Ansa qualifica come una “fonte italiana”. Al Jazira ha annunciato che non metterà in onda il video «per rispetto alla famiglia»

Alle 18 (le 16 italiane) di venerdì pomeriggio, appena scaduto l'ultimatum, si era diffuso un certo ottimismo, alimentato sia dalle dichiarazioni del Ministero degli esteri italiano, sia da alcune frasi di Maurizio Scelli, il fin troppo attivo ed onnipresente commissario della Croce Rossa Italiana in Iraq. «Siamo tutti da un lato preoccupati - sono le parole di un comunicato del capo della Croce Rossa italiana -, ma dall'altro siamo convinti che tutto quello che si è fatto da un anno a questa parte per la popolazione irachena ancora una volta darà i suoi frutti». Evidentemente non è bastato.

Come non sono serviti gli appelli delle autorità religiose sciite e quello dell'allenatore della squadra di calcio irachena alle Olimpiadi, che proprio venerdì sera aveva chiesto che i rapitori liberassero Baldoni ma anche che l'Italia se ne andasse dall'Iraq.

I rapitori, un gruppo autoproclamatosi «Esercito Islamico in Iraq», aveva dato un ultimatum che scadeva alle 16 (ora italiana) di giovedì affinché il governo italiano annunciasse il ritiro delle nostre truppe dall'Iraq. Alla scadenza, il macabro avvertimento è diventato realtà.

Il sedicente «Esercito islamico in Iraq» e la sua filiazione delle «Brigate Khaled Ibn al Walid», responsabili del rapimento del giornalista italiano Enzo Baldoni, fecero parlare per la prima volta di sè il 31 marzo scorso, quando rivendicarono l'uccisione di quattro «contractors» americani a Falluja. Sempre in marzo l'organizzazione proclamò di essere alleata con Osama bin Laden nella guerra alle forze della coalizione.

Il gruppo armato è tornato alla ribalta il 7 luglio, quando si è assunto la responsabilità del rapimento del cittadino filippino Angelo de la Cruz, l'autista padre di otto figli dipendente di un'impresa saudita che lavora con le forze americane in Iraq. L' «Esercito islamico in Iraq» chiese subito a Manila di ritirare le sue truppe dall'Iraq (una cinquantina di uomini) in cambio della liberazione dell'ostaggio. De la Cruz venne poi rilasciato il 20 luglio successivo, quattro giorni dopo l'annuncio del governo filippino dell'inizio del rientro.

Come nel caso di de la Cruz, fu ancora la televisione qatariota al Jazira a mostrare il 26 luglio altri tre civili rapiti dall' Esercito islamico, i pachistani Sajjad Naim e Raja Azad Khan e un iracheno, tutti dipendenti della filiale kuwaitiana del gruppo saudita Al Tamini. Il video ammoniva i datori di lavoro degli ostaggi che il destino del prigioniero iracheno sarebbe stato uguale a quello dei due pachistani se le operazioni in Iraq non si fossero fermate. Due giorni dopo i sequestratori uccisero i due ostaggi pachistani e liberarono quello iracheno. Infine, il gruppo islamico si è reso responsabile pochi giorni fa, l'8 agosto, del sequestro del diplomatico iraniano Fereydun Jahani, incaricato di aprire un consolato a Karbala. In un comunicato, letto in questo caso dalla televisione araba al Arabiya, il gruppo terroristico ha lanciato un monito all'Iran per i suoi «flagranti interventi negli affari interni iracheni» ma non ha chiesto alcun riscatto nè posto condizioni per la liberazione dell'ostaggio.
unita.it

Andreotti torna alla carica: nuove bordate contro il Governo
Dopo aver rifilato una lunga serie di accuse all'indirizzo del centrodestra durante il meeting di Comunione e Liberazione, il senatore a vita Giulio Andreotti ha tenuto una nuova arringa contro la Casa delle Libertà. Nel mirino del sette volte presidente del Consiglio, che questa volta ha parlato dal palco del convegno delle Acli, ancora una volta sono finite le politiche sull'immigrazione del Carroccio e i progetti della maggioranza sulle riforme Istituzionali.
I toni sono stati ancora più decisi rispetto a quelli usati nel discorso tenuto al meeting riminese, Andreotti ha persino consigliato ai politici della coalizione del premier di seguire un "corso serale di politica costituzionale".
Il senatore, ribadendo la sua perplessità davanti ad una riforma che si prefigge di modificare ben 35 articoli della Costituzione, ha auspicato che l'approvazione della stessa possa essere preceduta da un'approfondita discussione.
"Mi auguro ci sia una consultazione più ampia - ha spiegato - altrimenti se la riforma viene approvata con una maggioranza ristretta c'è l'ipotesi che si arrivi a 35 referendum. Penso sia bene dirlo. Oggi vedo disattenzione, fatalismo, tanto, si die, è la prima lettura".

Per quel che concerne la questione dell'immigrazione l'ex premier si è detto preoccupato dall'atteggiamento "disumano e anticristiano" della Lega, un partito che ha un "cattivo approccio" con questa delicata tematica.
"Come si può parlare di radici cristiane in Europa se poi si accetta una politica nella quale si è perduta una concezione umana e di giustizia? - ha chiesto Andreotti - non si può pensare di risolvere le cose mettendo il ferro spinato o minando i porti per qualche ora".
E, sempre a proposito di xenofobia, l'ex democristiano ha anche dedicato una parte del suo intervento alla più amata giornalista/scrittrice del centrodestra.
"Nessuno nega che nella cultura islamica ci sia anche pericolosità, estremismo, fondamentalismo. Ma, attenzione: si sta creando una mentalità che rafforza l'Islam - ha osservato - nell'ultimo libro di Oriana Fallaci, che è stato venduto in centinaia di migliaia di copie, c'è un senso di allarme che mi preoccupa. Bisogna evitare crociate difensive".


CENTOMOVIMENTI NEWS










E se Bush batte Moore?

di GUIDO MOLTEDO


Bush eccita sentimenti viscerali nell’opinione pubblica che l’avversa. Solo Nixon, nella storia del dopoguerra, suscitava un livello paragonabile di antipatia e di scherno.
Come il suo predecessore degli anni Settanta, Bush non è neppure tanto amato dalla sua gente. Non è Ronald Reagan, insomma. Per i suoi elettori ed estimatori è più “presidenziale” di suo padre e di Gerald Ford, ma non ci vuole tanto. Pare che a tu per tu sia simpatico e lo dicono, per esempio, i cronisti accreditati alla Casa Bianca, anche di fede democratica. Un sondaggio condotto ai tempi delle presidenziali del 2000 rivelava che alla domanda «in compagnia di chi fareste un viaggio in auto?», le risposte a favore di Bush superavano largamente quelle a favore di Al Gore, non solo nell’elettorato repubblicano. Una variante di quel sondaggio – «chi invitereste per un barbecue nel vostro giardino?» – mostra che Bush sarebbe l’ospite prescelto con un ampio vantaggio rispetto a Kerry. Certo, se si va sul quoziente d’intelligenza le cose cambiano parecchio, se è vera anche solo la metà di quel che afferma la propaganda antibushista. Il film-documentario di Michael Moore lo ritrae come un personaggio più furbetto che intelligente, a volte decisamente stupido, come rivela l’infinito stupore con cui reagisce alla notizia dell’attacco alle torri gemelle. Un altro filmdocumentario, in uscita in coincidenza con la Convention repubblicana, lo dipinge come un uomo mediocre privo di una propria personalità, fino a essere completamente soggiogato da Karl Rove, il potente e spietato Machiavelli che occupa alla Casa Bianca la stanza un tempo di Hillary Clinton. Il film s’intitola Il cervello di Bush ed è tratto da un libro omonimo di un altro Moore, James, e di Wayne Slater, un best seller. E i vignettisti? Anche loro hanno trovato un inesauribile filone creativo nel presidente dallo sguardo non proprio geniale.
Bush ha il grande merito di aver rilanciato il genere del documentario inchiesta fino a farlo diventare genere commerciale di successo. Di aver ridato ossigeno alla satira. Di aver riacceso le passioni politiche. Le manifestazioni newyorkesi contro la convention repubblicana, e ancor di più contro il presidente, si annunciano imponenti – e si spera non altrettanto drammatiche – come quelle che si svolsero nel 1968 a Chicago.
Il film di Moore è insieme effetto e una delle cause di questo clima montante contro il presidente e contro la cricca che lo terrebbe sotto controllo, così come molti altri analoghi fenomeni e fermenti culturali, sociali e politici che l’America sta producendo nel drammatico conto alla rovescia verso quelle che John Kerry, nel suo discorso d’investitura alla convention di Boston, ha definito «le più importanti elezioni del nostro tempo». E che naturalmente avranno un effetto enorme sugli equilibri mondiali.
È naturale che un’opera del genere, in un contesto così, sia fortemente “divisive”, alimenti e dia fiato agli schieramenti contrapposti fino a trasformarli in tifoserie. Come è successo in America ora succede da noi, forse perché anche qui c’è un “fattore B” con cui fare i conti.
E poi, le elezioni americane sono state sempre seguite con grande partecipazione: questa volta ancor di più, sia per la loro importanza intrinseca e i suoi riverberi mondiali sia perché nel mondo globalizzato ci si sente sempre più protagonisti, non solo spettatori, anche di eventi lontani importanti.
Anche se noi a novembre non voteremo, condividiamo le stesse attese e apprensioni degli americani, e come loro ci schieriamo. Ma che succederà se il 2 novembre l’uomo che oggi, con Moore, temiamo e deridiamo dovesse prevalere? Che succederà se, vincendo, trascinerà alla vittoria anche il Partito repubblicano al senato e alla camera dei rappresentanti? E poi assumerà il controllo della corte suprema? In America nell’ala, questa volta non minoritaria o comunque non irrilevante, dei democratici progressisti questo scenario è visto con angoscia, come se potesse arrivare un regime.
Mai, neppure ai tempi del primo Reagan, quando si sorrideva dell’attore di Hollywood e insieme si temeva il guerriero stellare, c’era la tensione che si respira oggi. Ma alla fi- ne, è ovvio, tutti si faranno una ragione di un’eventuale sconfitta. Che altro dovrebbero fare? E prepareranno la rivincita, anche se una batosta, in un contesto così teso e combattuto, potrebbe mettere definitivamente in ginocchio il Partito democratico, già in crisi da tempo. E dalla polarizzazione di oggi si potrebbe passare a uno scenario non meno dilaniato, con una maggioranza premiata dagli elettori, senza neppure il bis dei brogli della Florida, e un’opposizione ancora più arrabbiata e rabbiosa ma impotente.
È uno scenario che anche in Europa dobbiamo contemplare, pure sperando fortemente che non si realizzi. Un’evenienza possibile anche se non probabile. D’altra parte i sondaggi ci dicono che questo è il quadro attuale dei rapporti di forza: Bush e Kerry sono spalla a spalla.
Chi si appassionerà al film di Moore – saranno in tanti come in America – e troverà nel suo ritratto di Bush la conferma delle peggiori idiosincrasie verso il personaggio, potrà coltivare la speranza che sia mandato a casa, ma non più di questo.
Perché forse l’Europa dovrà continuare a fare i conti con questo presidente, anche se è davvero come lo dipinge la propaganda avversaria.




europaquotidiano.it

I servizi militari coinvolti a Abu Ghraib
Un nuovo rapporto sulle torture in Iraq. Kerry chiede le dimissioni del segretario alla difesa Rumsfeld
Dimissioni Il consulente legale della campagna Bush 2004 è costretto ad ammettere: ha aiutato la campagna di insulti dei «veterani» contro Kerry
MA.FO.
Gli orrori del carcere di Abu Ghraib restano sulle prime pagine dei giornali degli Stati uniti, e il massimo consulente legale della campagne per la rielezione del presidente Bush è costretto a dimettersi: due cose di cui la Casa Bianca avrebbe volentieri fatto a meno - mentre a New York si aspetta il verdetto della Corte suprema americana sulla controversia di Central Park, vietato alla manifestazione di domenica prossima contro l'amministrazione Bush. Un nuovo rapporto su Abu Ghraib chiama in causa l'intelligence militare e i «contractors» civili addetti agli interrogatori dei prigionieri in Iraq. Si tratta delle risultanze di un'indagine interna dell'esercito: affidata ai generali George Fay e Anthony Jones, ha trovato che i servizi segreti militari sono coinvolti molto più di quanto finora ammesso. In particolare, 27 su 35 ufficiali dei servizi chiamati in causa in 44 casi investigati sono soggetti ad accuse penali, secondo le prime anticipazioni (il rapporto è stato diffuso a Washington ieri molto tardi).

L'indagine Fay-Jones ha anche confermato che le autorità militari del carcere hanno «nascosto» un certo numero di prigionieri, «detenuti-fantasma», in modo da non dover rendere conto di loro al Comitato internazionale della Croce Rossa. L'indagine inoltre chiama in causa il generale Ricardo Sanchez, comandante in capo delle forze americane in Iraq fino al giugno scorso. Non è tutto: un'altra indagine interna all'esercito si occupa del ruolo delle forze speciali nella gestione di quegli interrogatori, e le conclusioni sono attese a breve.

L'indagine militare su Abu Ghraib arriva il giorno dopo un altro rapporto, quello della commissione indipendente presieduta dall'ex segretario alla difesa James Schlesinger, che fa risalire la catena delle responsabilità ai massimi comandi militari e al segretario alla difesa Donald Rumsfeld.

Così lo scandalo di Abu Ghraib, su cui l'amministrazione era riuscita a far cadere il silenzio, riemerge. Eieri anche il pretendente democratico alla Casa Bianca, John Kerry, si è fatto coraggio: durante un comizio a Philadelphia ha chiesto le dimissioni di Donald Rumsfeld. «Non è giusto che paghino solo le persone che stanno più in basso», ha detto. «Quello che manca da tutti questi rapporti è il ruolo dei massimi dirigenti civili del Pentagono e della Casa Bianca», dunque Rumsfeld ma anche il presidente Bush: «E' ora che il nostro comandante in capo si assuma la responsabilità».

John Kerry ha incassato ieri un'altra buona notizia, nella guerra senza esclusione di colpi che è la campagna elettorale. Sono le dimissioni dell'avvocato Benjamin L. Ginsberg dall'incarico di capo consulente legale esterno della campagna Bush 2004. Ginsberg ha dovuto ammettere di aver aiutato il gruppo «Swift boat veterans for truth», il gruppo di veterani che ha lanciato una velenosissima campagna contro Kerry. Con un blitz mediatico (libro, spot televisivi, talk show) sostenevano che Kerry si era inventato le circostanze per cui ha avuto una medaglia durante la guerra in Vietnam, un falso eroe di guerra. Le accuse si sono poi rivelate insostenibili, al punto che il presidente Bush ha dichiarato di non aver nulla a che fare con quella pubblicità (ma non l'ha sconfessata).

Il consigliere legale della sua campagna però sì, ha a che fare con quegli spot. L'avvocato Ginsberg dice, nella lettera di dimissioni resa nota ieri, che si fa da parte per non diventare «un disturbo» alla rielezione di Bush, ma rivendica di non aver fatto nulla di irregolare: un mese fa il gruppo dei veterani gli ha chiesto consulenza legale e lui l'ha data. Soprattutto, dice che è stata una cosa del tutto separata dal suo lavoro per Bush. Ginsberg è un fedele del presidente, è stato tra gli avvocati che hanno lavorato per lui durante il ri-conteggio dei voti in Florida dopo le elezioni del 2000 e è stato consigliere generale del Comitato nazionale Repubblicano.

Kerry ha esplicitamente accusato quei veterani di essere una «facciata» della campagna Bush. E ieri la direttrice della sua campagna, Mary Beth Cahill, ha detto che le dimissioni di Ginsberg «confermano quelle connessioni».

Quanto al gruppo di veterani, ha uno statuto legale che gli permette di raccogliere fondi illimitati, purché non lavorino con campagne federali o partiti politici - per questo Bush ha tenuto a distanziarsi da quelle pubblicità. Libri e spot però sono costosi, e ieri il New York Times elencava, tra i finanziatori dei «veterani della Swift Boat», persone molto legate alla campagna di Bush.



ilmanifesto.it

HO PERSO UN AMICO - di Pino Scaccia


Una settimana. Una settimana fa, giovedi’ scorso, lo abbiamo lasciato nella moschea di Kufa, proprio dove da poche ore e’ stata siglata forse la pace definitiva per l’Iraq. E adesso la notizia della morte di Enzo Baldoni, quando invece le voci qui a Baghdad sembravano confortanti. La prima telefonata e’ arrivata dalla Farnesina. Enzo Baldoni e’ morto, ma prima della comunicazione ufficiale volevano giustamente avvertire la famiglia. Poi, al Jazeera, dove i terroristi si sono rivolti anche questa volta per comunicare l’uccisione del giornalista italiano.



Una prima riga a scorrere sul teleschermo, poi un’altra con l’annuncio che presto sara’ diffuso un video con le immagini della morte. Non c’e’ stato tempo per le trattative. Queste bestie che si firmano “Esercito islamico dell’Iraq” hanno mantenuto in pieno la minaccia, rispettando rigorosamente i tempi. Avevano dato 48 ore di tempo e allo scadere esatto dell’ultimatum l’hanno messa in atto. Gente che uccide, terroristi che non vogliono la pace. Enzo Baldoni era venuto qui in Iraq non per raccontare la guerra ma per incontrare la gente. Voleva capire. Ricordo, una settimana fa in quella stradina che risuonava dei fragori della battaglia e dalla quale siamo usciti anche grazie a lui seguendolo dietro quella bandiera bianca, ricordo che Enzo era deluso perche’ era impossibile arrivare al mausoleo.

Non per fare scoop, ma perche’ aveva voglia d’incontrare gli uomini di al Sadr, capire perche’ facevano quella rivolta, perche’ versavano sangue. Capire. E allora intanto ha cominciato a parlare con la gente pacifica di quella stradina, raccogliendo i loro racconti di paura e di disagio. Ha fatto domande piu’ che ottenere risposte. Poi le stesse domande le ha fatte ai seguaci di al Sadr che abbiamo incontrato a Kufa. Al Sadr in genere abita li’ e lo conoscono bene. Ha chiesto di lui. Peccato perche’ adesso che lo hanno ucciso Enzo Baldoni non puo’ piu’ tornare a Najaf a chiedere come si vive, finalmente, in pace. Non puo’ piu’ andare da nessuna parte, purtroppo.

Pino Scaccia

megachip.info



Auschwitz, una tragedia europea
Cristina Fassianòs



Annette Wieviorka, Auschwitz spiegato a mia figlia, Einaudi, Pag. 77, Euro 5,50

Perché esiste l’antisemitismo? E’ una domanda senza una risposta che sia precisa, diretta. L’analisi storica degli avvenimenti non basta per ricercarne la ragione. L’antisemitismo ha una radice così profonda che si ramifica nei meandri dell’essere, tanto da renderne impossibile, perchè troppo traumatica, la rivelazione.

Auschwitz spiegato a mia figlia, un piccolo libro edito da Einaudi e scritto da Annette Wieviorka, pone questo interrogativo senza risposta. E lo fa inoltrando lo sguardo in quelle vicende tutte europee che furono il nazismo e i lager, soprattutto Auschwitz, che l'autrice definisce “probabilmente l’avvenimento più europeo di tutta la storia del Novecento”.
Annette, che è ebrea, spiega a sua figlia Mathilde la storia della distruzione degli ebrei d’Europa, raccontandone le origini antiche, in Germania nella seconda metà del XIX secolo, ad opera di pubblicisti che si richiamavano alle dottrine di Hegel e di Nietzsche e più in particolare a quelle di H.S. Chamberlain e di J.A. Gobineau. Dalla Germania il movimento si diffuse in altri paesi europei e negli anni che seguirono la prima guerra mondiale, l’antisemitismo si affermò come dottrina ufficiale del nazismo teorizzato da Hitler nel suo Mein Kampf e da Rosenberg nell’opera Il mito del XX secolo.

L’antisemitismo hitleriano toccò il suo apice con l’eliminazione fisica di sei milioni di ebrei. E la Polonia, che fu annessa alla Germania nazista nel 1939, ebbe il campo di sterminio più famoso e terribile: Oswiecim in polacco, ribattezzato Auschwitz in tedesco. L’unico lager dove il numero che sostituiva il nome di ogni ebreo deportato veniva inciso nella carne. Quel marchio indelebile che Mathilde nota sul polso di Berthe, un’amica della madre incontrata d’estate sulla spiaggia, e che dà inizio alla serie di domande attraverso cui viene ricostruita e narrata la storia del genocidio.
Una storia che inizia con un numero al posto di un nome e in cui Anne ritrova le parole di Primo Levi: “ Nulla è più nostro. Ci hanno tolto gli abiti, le scarpe, anche i capelli. Ci toglieranno anche il nome: e se vorremo conservarlo, dovremo trovare in noi la forza di farlo, di fare sì che dietro al nome qualcosa ancora di noi, di noi quali eravamo, rimanga”. E’ la domanda inevasa, perché fare dell’essere il nulla? Sembra quasi una sfida a Dio. Se è così, una risposta non può esserci, se non nell’ombra dell’odio più profondamente umano.
La verità è che non esiste replica alla volontà d’annientamento nazista. E’ uno di quei fenomeni a cui corrisponde il tragico nulla; una colpa che non ha nemmeno l’attenuante del conflitto ancestrale. Un nulla da far impazzire. Per questo non bisogna dimenticare. La memoria è l’unica testimonianza capace di dare un senso. Per questo Anne racconta, risponde alle domande di Mathilde, che cerca un perché. Il solo perché è la Storia.
Leggete questo piccolo libro, non per trovare una ragionevole colpa, ma per tenere con voi un pezzo della nostra memoria, della memoria dell’Europa che si avvia a diventare nazione del mondo senza dimenticare nulla del proprio passato.
Così nella postfazione Amos Luzzatto si chiede se la colpa non risieda anche nell’animo di coloro che sono stati spettatori dell’enorme tragedia. Perché nessuno ha denunciato gli orrori? E’ possibile che i nazisti siano riusciti a non far trapelare nulla dei crimini commessi? Soprattutto, chi sapeva, poteva fare qualcosa? “ Perché gli ebrei – si chiede Luzzatto – si sono fatti portare come pecore al macello?”.
Interrogativi ai quali possono rispondere i testimoni, ma sono in pochi ormai, e tra non molto non ci saranno più. Ci rimarrà il racconto, la Storia, le storie; la memoria, appunto. Quella che permetterà a Mathilde di narrare eventi mai vissuti, perché le sono stati raccontati da sua madre. Una risposta che si perpetua nel tempo.

caffeeuropa.it











La strana "procedura penale" del giudiceThompson
di
26 Aug 2004
Il giudice Donald Thompson, della Corte di Tulsa, Oklahoma, ha rassegnato le proprie dimissioni
Doveva concludere il proprio mandato (i giudici negli Stati Uniti sono eletti dal popolo - n.d.r.) ma si è visto quasi costretto ad accellerare i tempi perchè accusato di violazione dell'etica professionale. Thompson ha 57 anni e il governatore non farà difficoltà ad accogliere le dimissioni, vista l'età quasi pensionabile.
George Nigh, governatore dell'Oklahoma era stato uno dei supporters di Thompson. Il quale Thompson ha tradito le aspettative dedicandosi a pratiche onanistiche durante i processi ed azionando un piccolo apparecchio a pompetta commercializzato per potenziare le dimensioni del pene senza dover ricorrere alla manualità. In aggiunta, Thompson avrebbe terrorizzato le stenografe del tribunale esponendo le proprie parti intime all'improvviso, semplicemente sollevando l'austera toga.
Le dimissioni non salveranno Thompson dal processo per atti osceni che si terrà il prossimo 13 settembre.
Manco a dirlo, la questione riguarda la procedura "penale" ...

Bianca Cerri
b.cerri@reporterassociati.org





Proibizionismo in salsa croata

Approvata in Croazia la Legge sulla Sicurezza Stradale. E’ reato guidare anche con un solo bicchiere di vino in corpo. Protestano operatori turistici, ristoratori, viticoltori e… preti. Favorevoli gli esperti, dibattito nel Paese

Da Osijek, scrive Drago HEDL

“Ora gli Italiani si possono fregare le mani”, afferma Siniša Križanec, presidente della organizzazione che raccoglie i proprietari di 3.600 ristoranti e i produttori di vino della Croazia, un settore che impiega circa 100.000 persone. “Il nuovo codice stradale che abbiamo appena approvato avrà lo stesso effetto di un segnale di ‘direzione sbagliata’ apposto a tutti i valichi di frontiera con la Croazia, come se ci fosse una freccia che ridirige i turisti stranieri verso altri Paesi. Accampare pretese sulla Croazia Paese turistico e, allo stesso tempo, avere una legge che proibisce ai guidatori di avere anche solo una goccia di alcol nel proprio sangue, è un completo paradosso”.

Questo è solo uno dei commenti provocati dalla approvazione della nuova Legge sulla Sicurezza Stradale, entrata in vigore in Croazia il 20 agosto scorso. La parte più controversa della nuova legge afferma che, qualora ad un conducente venga riscontrata tramite apposito test una percentuale di alcol nel sangue superiore allo 0,0%, allo stesso verrà proibita la circolazione.

La polizia ha dimostrato di voler far rispettare la nuova legge in maniera rigorosa, già il primo giorno dopo la sua entrata in vigore. Solo poche ore dopo la mezzanotte del 20 agosto, a Zagabria, la polizia ha sospeso dalla circolazione un autista che aveva bevuto solo mezzo decilitro di birra. Il test dell’alcol mostrava una percentuale nel sangue dello 0,05. La multa è stata di 500 kune (67 € circa). Tuttavia, i guidatori che avranno un livello di alcol nel sangue superiore all’1,5, saranno puniti in modo molto più drastico: una multa di 3.000 kune (più di 400 €) e la sospensione della patente per 6 mesi.

“La Croazia è un Paese mediterraneo con una forte cultura del turismo e del vino, appartenente alla cerchia culturale dell’Europa Occidentale, e non è necessario imporre comportamenti che non hanno nulla a che vedere con il nostro ambiente culturale e con la mentalità dei cittadini - afferma Damir Kajin, parlamentare croato e membro della Dieta Democratica Istriana, partito con un forte sostegno in Istria, la più sviluppata regione della Croazia con forti potenzialità turistiche.

La nuova legge ha colpito pesantemente i proprietari di ristoranti che temono una significativa riduzione delle proprie entrate. I ristoratori, peraltro, avvertono che il deficit non colpirà solamente il loro settore, ma l’intero Paese. Siniša Križanec, presidente della Unione dei Ristoratori e Viticoltori, espone il seguente budget: se 500.000 guidatori croati e 100.000 turisti bevono un bicchiere di vino al giorno che costa approssimativamente 20 kune (3 € circa), i ristoratori realizzano un guadagno di 12 milioni di kune. Questo significa che il Paese guadagna circa un milione di kune al giorno, o 2,62 miliardi di kune (circa 355 milioni di €) all’anno.

“Immagina un turista straniero che viene al mio ristorante per mangiare il pesce, e non può bere un bicchiere di vino solo perché quei signori a Zagabria se ne sono venuti fuori con una legge simile - dichiara un amareggiato ristoratore della costa adriatica. Un bicchiere di vino dopo il pasto non porta nessuno a mettere in pericolo la sicurezza stradale. Questo è peggio del proibizionismo, la gente smetterà di venire da noi”.

Mentre la legge era ancora in gestazione, poco dopo che il Governo l’aveva inoltrata al Parlamento, molti avevano messo in guardia contro i suoi effetti negativi, ritenendo che il livello di alcol nel sangue dello 0,5% avrebbe dovuto rimanere come soglia massima tollerata, come avveniva nella legge precedente. Il Primo Ministro Ivo Sanader, tuttavia, ha insistito personalmente sul livello dello 0,0%, entrando in conflitto anche con i rappresentanti del suo stesso partito. Sanader è riuscito alla fine a convincerli a dare il proprio voto in Parlamento per sostenere una tale legge malgrado alcuni di loro, specialmente quelli della Zagorje, una zona della Croazia dove si beve abitualmente vino dopo i pasti, lo hanno fatto con una certa riluttanza.

Il governo Sanader, normalmente piuttosto ricettivo a tutte le richieste della Chiesa Cattolica, questa volta non ha voluto ascoltare nemmeno gli avvertimenti dei preti, che segnalavano come un Codice Stradale così rigoroso li avrebbe messi in una posizione impossibile. Molti preti hanno infatti ricordato come una parte essenziale della Messa comprenda il rituale del bere il vino e, di conseguenza, come in base alla nuova legge essi non potranno guidare dopo aver celebrato. Il loro appello è stato ignorato.

Nell’argomentare i motivi che hanno causato la insistenza di un livello zero di alcol nel sangue, il Governo ha spiegato che l’obiettivo era quello di ridurre il numero di incidenti e di vittime della strada. Il numero degli incidenti sta aumentando particolarmente tra i giovani, specie durante le ore notturne dei fine settimana, quando i giovani tornano a casa dopo aver festeggiato, molti sotto l’influsso di alcol. Il Governo, tuttavia, è sostenuto solo dagli esperti che ritengono che la nuova legge che obbliga i guidatori ad un livello zero di alcol nel sangue sia soddifacente.

Il Presidente della Società contro Alcolismo e altre dipendenze, dr. Darko Breitenfeld, sottolinea come una soglia di alcol nel sangue dello 0,2% possa già causare riflessi più lenti e una riduzione della concentrazione. “Un livello di alcol nel sangue dello 0,3 è associato con un rischio di incidenti stradali due volte superiore a quelli di una persona sobria e, con un livello dello 0,5, il rischio è tre volte superiore”, afferma Breitenfeld, aggiungendo che è del tutto ragionevole richiedere una completa sobrietà al volante.

Il nuovo Codice della Strada sta causando polemiche in Croazia, e la maggioranza dei partiti dell’opposizione ha annunciato che chiederà modifiche già nel corso della prima sessione parlamentare, il prossimo autunno. L’opposizione è convinta che il Governo cederà, dato che la pressione dell’opinione pubblica è enorme, e le elezioni amministrative non sono lontane.



» Fonte: da Osijek, Drago Hedl © Osservatorio sui Balcani



Schiavitù: una giornata per ricordare e interrogarsi
di Pietro Mariano Berri da Misna

Il 23 agosto è stata giornata internazionale contro la schiavitù. Ma gli schiavi, più o meno manifesti, sembrano non finire mai nella storia. Cosa altro sono oggi, se non schiavi, i “boat people” che continuano a solcare miseramente il Mediterraneo? E le bambine e i bambini ‘arruolati’ come militari da pseudo-signori della guerra? E i minori sfruttati in lavori pericolosi e non dalle multinazionali? E le donne del sud del mondo o dell’Europa dell’est sfruttate come colf illegali e malpagate nelle eleganti dimore europee? Sono forse liberi gli “yes-men” che pullulano in alcuni governi e nelle grandi aziende di tutto questo nostro mondo ‘globale’?

Yanga, Zumbi dos Palmares, 'Nanny', Toussaint Louverture: in qualche modo tutti “eroi dei due mondi”, eppure oggi tutti sconosciuti o quasi. E dire che nella giornata internazionale odierna scelta dall'Onu "in ricordo del commercio degli schiavi e della sua abolizione" - momento alto dell'intero 2004 dedicato allo stesso tema - dovrebbero essere più che mai i veri protagonisti. Perchè oggi?
L'Unesco, ente del Palazzo di Vetro per l'istruzione, la scienza e la cultura, in un messaggio del suo direttore generale Koichiro Matsuura, ricorda: " La data del 23 agosto si riferisce all’insurrezione che cominciò nella notte tra il 22 ed il 23 agosto 1791 nell’isola di Santo Domingo (oggi divisa tra Haiti e la Repubblica Dominicana) condotta da Toussaint Louverture, il primo generale nero. La rivolta condusse alla prima decisiva vittoria di schiavi contro i loro oppressori nella storia dell’umanità".

Forse non è un caso che Haiti abbia poi avuto la difficile vita che ha avuto e che ancora oggi, certamente poco aiutata, anzi ancora sfruttata e manipolata da interessi internazionali potenti, non riesca a uscire dalla sua più recente crisi, ultimo capitolo di una storia malata che la rende una delle nazioni più povere della Terra. Viene il sospetto che, dopo più di due secoli, questa prima incredibile vittoria di un popolo oppresso - come altre in qualche altro grande Paese - non sia stata ancora pienamente perdonata.

Non è forse il persistere di varie subdole forme di una sorta di ‘neoschiavismo' per lo meno 'morale' - a termini di legge la violenza non direttamente fisica, almeno sulla carta, è seriamente punibile - la causa o un decisivo co-fattore anche dietro molti drammi individuali e collettivi specialmente nel sud del mondo e in particolare in Africa? Anche se non sono stati pochi comunque gli africani che hanno combattuto ovunque nel mondo per recuperare la loro libertà senza neppure attendere il tardivo, spesso flebile e comunque solo recente aiuto di qualche raro 'uomo bianco'. Raramente bianco anche nella coscienza di genuino non colonialista come lo svedese Olof Palme, non a caso misteriosamente ucciso (senza mai un colpevole né un movente ufficiali) proprio dopo essersi acquistato la fama di campione degli africani più deboli e aver concluso tra l'altro accordi più equi sul commercio del loro caffè.

Chi sa o ricorda oggi gli anonimi schiavi neri fuggiaschi che nel XVII secolo, nelle foreste dello stato brasiliano di Palmares, ricostruirono villaggi africani chiamati ‘quilombo’ dove resistettero alla ‘riconquista’ per 65 anni anche grazie al loro comandante più famoso ‘Zumbi dos Palmares’? E chi ha mai sentito parlare della coraggiosa e non meglio identificata ‘Nanny’, appartenente al popolo Asante del Ghana, che guidò gli ex-schiavi della Giamaica in guerra contro gli inglesi dal 1720 al 1739. O di Yanga, lo schiavo di ascendenza reale che, tratto in catene in Messico nella seconda metà del 1500, vi sconfisse i potenti conquistadores spagnoli e li costrinse a ribattezzare con il suo nome l’abitato montano di San Lorenzo de Los Negros nello Stato di Veracruz. Poco noto eppure rilevante è il fenomeno dei “maroons”, di cui Yanga è pioniere quasi dimenticato, schiavi sfuggiti al padrone nelle Indie Occidentali tra il XVII e XVIII secolo, protagonisti di uno dei primi dimenticati capitoli della mai conclusa battaglia contro la schiavitù. Curiosa e non priva di illuminanti significati la parola anglo-franco-spagnola-latina scelta per identificarli: dietro quel maroon si nasconde il francese che sta per castagna ma anche per il colore della buccia (della pelle in questo caso); e l’inglese dell’abbandonato su un isola; ma anche lo spagnolo di cimarron ( e il latino di ‘cima’) che sta per selvaggio, ribelle, fuggito sulla cima delle montagne. Proprio come il nobile Yanga.

Più tardi non mancarono molto più a nord altre rivolte sorrette da una più avanzata elaborazione politica e con qualche primo appoggio dell’uomo bianco. Come quella che nel 1859 - dieci anni dopo aver lavorato con la comunità nera newyorchese di North Elba - il bianco John Brown (ironia e fatalità di un cognome!) aveva tentato di innescare, ormai quasi sessantenne, in West Virginia, saccheggiando il deposito d’armi di Harpers Ferry per aiutare i suoi protetti neri. La rivolta fallì e Brown venne impiccato poche settimane più tardi.

Meno di quattro anni dopo, il presidente Abraham Lincoln emanava l’Emancipation Proclamation che fu il primo sia pur a lungo inapplicato passo sulla strada dell’abolizione della schiavitù. Agli albori del XX secolo si tennero poi le prime riunioni antisegregazioniste di Niagara Falls, la zona delle celebri cascate, storico e negletto terminale della "Underground Railway", il treno che dagli Stati Uniti trasportava clandestinamente un'altra stirpe di nuovi maroons in Canada, isola ospitale e meno razzista. Con quel treno e in quelle riunioni si posero le basi del sogno di Martin Luther King.

Ma gli schiavi, più o meno manifesti, sembrano non finire mai nella storia. Cosa altro sono oggi se non schiavi di una situazione internazionale complessa (e a volte anche perversa) i “boat people” che continuano a solcare miseramente il Mediterraneo? E le bambine e i bambini ‘arruolati’ come militari o piccole etère da pseudo-signori della guerra come Joseph Kony a cavallo tra nord Uganda e Sudan? I giornali riempiono facilmente le loro colonne e alcuni radical-chic saturano i salotti con chiacchiere più o meno accurate sul mercato sudanese degli schiavi - fenomeno complesso con radici storiche e caratteristiche molto diverse da quelle dipinte da mode e propaganda corrente - ma chi ha il coraggio di compiere più impegnativi e meno esotici esami di coscienza ravvicinati?

Come possono essere definiti se non neo-schiavi nemmeno riconosciuti come tali i milioni di minori sfruttati in lavori pericolosi e quasi non pagati - soprattutto nel sud del mondo ma non solo - da tante multinazionali che hanno costruito le loro costose griffe modaiole proprio su questo lurido presupposto? E non sono forse neo-schiave tante donne del sud del mondo o dell’Europa dell’est esposte anche a qualsiasi rischio nelle strade del vizio o sfruttate come colf illegali e malpagate nel chiuso di dimore europee ricche ed eleganti? Sono forse liberi gli “yes-men” che pullulano in alcuni governi e nelle grandi aziende di tutto questo nostro mondo ‘globale’? E’ verità lapalissiana e ribadita ogni giorno che, se per qualche ragione diventano “no-men” possono perdere il posto di lavoro, come ha senza equivoci dimostrato perfino un cosiddetto ‘reality show’ un programma televisivo americano del tipo ‘Grande Fratello’ in cui il miliardario Donald Trump simulava untuose assunzioni e spietati licenziamenti.

Non intendeva certo riferirsi a queste nuove subdole forme di schiavismo morale il buon Matsuura quando nel dicembre 2003 - ricordata anche la conferenza mondiale di Durban contro il razzismo, la discriminazione razziale, la xenophobia e altre forme di intolleranza - annunciò che l'Assemblea dell'Onu aveva approvato il programma dell' anno contro la schiavitù. Ma l’iniziativa e le sue parole dovrebbero essere tenute sempre presenti come una bussola vicina e non una lontana e tremolante stella polare oscurabile dalle spesse nubi del disumano materialismo che sembra sempre più caratterizzare il mondo di oggi.


Rileggiamo allora insieme la ‘replica’, questa volta firmata, dell'articolo con cui il 12 gennaio scorso il nostro notiziario dava annuncio dal Senegal dell'inaugurazione dello speciale anno in corso. Poco è stato fatto finora, a dire il vero, ma cerchiamo di vivere quel che ne rimane, rispondendo all'appello che costituisce il 'pensiero del giorno' che apre il notiziario Misna e all’insegna delle parole di Matsuura: "Il commercio degli schiavi e la schiavitù costituiscono uno dei capitoli più oscuri nella storia del mondo (....)Assicurare una presa di coscienza universale della tragedia del commercio degli schiavi e della schiavitù è un compito essenziale rilevante non solo per il passato ma anche per il presente e il futuro. La sua importanza educativa, etica e civica può essere grande se riusciamo a prestarvi sufficiente attenzione ".

Fonte: Misna





Terrore pre-elettorale
di Enrico Piovesana da Peace Reporter

Sale la tensione in Cecenia alla vigilia delle elezioni presidenziali di domenica. La guerriglia indipendentista fa campagna elettorale a colpi di attacchi nelle città. Presa di mira anche Grozny: decine di morti, rappresaglie russe e popolazione in fuga. I russi, dal canto loro, rastrellano tutto il territorio minacciando di arrestare e torturare tutti quelli che non voteranno per il candidato del Cremlino, Alu Alkhanov

La popolazione civile di Grozny sta scappando dalla città in cerca di posti più sicuri dove trascorrere la vigilia delle elezioni presidenziali di domenica prossima. Una vigilia di paura che, soprattutto nella capitale cecena, vede le due parti in conflitto fronteggiarsi in una campagna elettorale a suon di bombe e cannonate, assalti armati e rastrellamenti. A Grozny si temevano azioni in grande stile da parte della guerriglia indipendentista. E lo scorso fine settimana i timori si sono avverati. Tra la serata di sabato e la mattina di domenica, circa duecento guerriglieri, divisisi in varie “squadre mobili”, hanno attaccato due quartieri meridionali della città, l’October district e lo Staro Promyslovsky district, assaltando sei checkpoint russi e tredici seggi elettorali.

Inizialmente hanno incontrato una debole resistenza, come dimostra un eloquente video realizzato e diffuso dalla stessa guerriglia. Ma nelle ore successive sono infuriati pesanti combattimenti che hanno lasciato sul terreno decine di vittime. I bilanci, come al solito, sono estremamente contrastanti. I comandi russi parlano di pochi soldati russi uccisi e di almeno cinquanta guerriglieri eliminati, più una quindicina di civili rimasti vittima del fuoco incrociato. I comandi separatisti dicono invece che, tra militari russi e ceceni ‘unionisti’, i morti sono almeno 54, e che solo pochi guerriglieri ceceni sono diventati shaheed, martiri. Nelle ore e nei giorni successivi è scattata la rappresaglia delle forze russe: violenti rastrellamenti nei quartieri di periferia e bombardamenti aerei e di artiglieria sui villaggi a sud di Grozny, che avrebbero causato decine di morti, non solo tra i guerriglieri.

Questa escalation dei combattimenti si inserisce comunque in una situazione di costante peggioramento della situazione. Se si prendono per buoni i bollettini di guerra diffusi dai comandi indipendentisti, nel corso della 258esima settimana di guerra (dal 14 al 20 agosto) 106 russi e ceceni ‘unionisti’ sono stati uccisi in combattimenti e agguati, e 115 sono stati feriti. Decine di postazioni dell’esercito e della polizia filo-russa sono stati distrutti e altrettanti mezzi militari sono stati dati alle fiamme. Un quadro reso ancor più fosco dai focolai di guerriglia indipendentista anti-russa che continuano a divampare non solo nelle vicine repubbliche russe del Dagestan e dell’Inguscezia, ma ora anche in quella del Kabardino-Balkaria, dove si sono registrati scontri tra le forze di polizia e ignoti guerriglieri islamici. Basta guardare una cartina geografica della zona per rendersi conto che il conflitto indipendentista ceceno rischia ormai di contagiare tutto il Caucaso settentrionale.

Ma più dei bollettini di guerra dicono le testimonianze che arrivano da chi la guerra la vive sulla propria pelle. Alcuni abitanti di Argun, città cecena che si trova una ventina di chilometri a est di Grozny, hanno raccontato all’agenzia giornalistica umanitaria russa Prima News che alla fine di luglio, dopo un agguato guerrigliero contro un convoglio militare russo, sono intervenute le forze speciali di Mosca, i famigerati Spetznaz con il volto coperto dal passamontagna. Sono entrati in un condominio, al civico 26 di via Gagarin, da dove i separatisti avrebbero lanciato le granate. Hanno fatto irruzione in tutti gli appartamenti sfondando le porte, distruggendo tutto e picchiando tutti, anche gli anziani. Dopo aver cercato, senza successo, tracce dei guerriglieri nel palazzo, i militari sono usciti dall’edificio e, senza farlo evacuare, lo hanno cannoneggiato e dato alle fiamme, impedendo per ore ai vigili del fuoco di intervenire. Solo per miracolo non ci sono stati morti. Ma i feriti e gli ustionati sono stati molti. Quando le autobotti dei pompieri sono arrivate, le fiamme avevano già distrutto tutto. Ora le famiglie di via Gagarin 26 non hanno più una casa, e il comune di Argun, ovviamente controllato dall’amministrazione filo-russa, non ha voluto concedere loro nessun alloggio temporaneo.

I ceceni sono abituati a convivere con il terrore. Ma in queste ultime settimane, con l’avvicinarsi della scadenza elettorale, la pressione si sta facendo insostenibile. Inquietante il metodo, ormai rodato, con cui i russi e i loro alleati locali stanno conducendo la “campagna elettorale”. Sul sito dell’agenzia di stampa cecena filo-indipendentista Chechen Press si legge: “Gli invasori stanno facendo a loro modo campagna elettorale per il loro candidato, Alu Alkhanov. Il modo è quello che si è visto a Urus-Martan: le forze russe e quelle dei traditori ceceni circondano un quartiere per volta, portano via sotto la minaccia delle armi tutti i capi famiglia e li caricano con la forza su alcuni autobus. Poi li portano nei capannoni abbandonati di una vecchia fabbrica di batterie, usata come postazione militare russa, dove, sempre con i fucili puntati, gli arrestati vengono costretti a firmare delle petizioni in sostegno della candidatura di Alkhanov. Poi, prima di rilasciarli, vengono minacciati: se il 29 agosto loro e le loro famiglie non voteranno per il candidato del Cremlino, verranno nuovamente arrestati. E torturati. Questo si sta ripetendo in tutte le città della Cecenia”.


Fonte: http://www.peacereporter.net/it/canali/storie/0000asiacentralecaucaso/cecenia/040826terrore





Togliatti padre della Patria?
Ma mi faccia il piacere!
Solimano
Occorre stare attenti al sole d'agosto, caro Fassino.
In una frase molto breve, “Togliatti padre della patria”, è riuscito a dire un numero notevole di sciocchezze.
Prima tutto, Togliatti. Perché continuare a menarla con ciò che è successo tanti anni fa? Come se non ci fosse niente da dire su quello che succede oggi… Fassino non è il solo, c'è di peggio: e i ras del fascismo, e i nipotini di Renzo De Felice, e De Gasperi (meravigliosamente rappresentato con la bandana da Giannelli), e Fanfani, e l'egemonia dovunque tu sia, e Giovanni Gentile, persino Italo Calvino ed Elsa De Giorgi. Quand'è che facciamo un discorso risolutivo su Osvaldo Valenti e Luisa Ferida? Tutto, proprio tutto, pur di non parlare del qui ed ora o del passato prossimo, tipo ad esempio, la storia di quindici anni di tangenti/beneficenze di Calisto Tanzi, o l'antologia di ciò che hanno scritto negli ultimi dieci anni, che è già un periodo lungo, Marcello Pera o Achille Occhetto. Ci faremmo quattro risate, almeno.
Poi, il Padre. Padre-padrone, verrebbe da dire. E come madre, chi ci mettiamo: Nilde Jotti o Bianca Rosa Fanfani? Anna Magnani o Eleonora Duse? Grazia Deledda o Matilde Serao? Suggerirei Carolina Invernizio: l'avvocato Taormina ne godrebbe.
Infine, la Patria. Maiuscolo, prego. La Patria del 25 luglio, quella dell'8 settembre, del 18 aprile, del 28 ottobre, del 24 maggio, del 4 novembre? Certamente, visti i tempi, non quella del 20 settembre o del 25 aprile. Il lemma padre della patria, sulle labbra di un uomo di sinistra, sa di vendo tutto e mi ritiro, o di ipocrita tentativo di raccattare un po' di voti. La sinistra, tutta la sinistra, dal 1789, dal 1848, nasce internazionalista, che non vuol dire cosmopolita, men che meno priva di radici.
Questi, dopo la Bolognina avevano addirittura abolito l'Internazionale, non la facevano più suonare ai congressi.
Vogliamo dirlo, una volta per tutte, che specie in Italia dietro la parola Patria, si è spacciata robaccia dai tempi di Crispi, anche prima, robaccia di cui pagavano il conto, sempre, i cittadini che naturalmente votavano a sinistra, se potevano votare, perché c'era il voto censuario: solo i Veri Patrioti di allora potevano votare, gli altri, pesce da frittura. I Veri Patrioti di oggi, la Patria se la stanno distribuendo fra di loro, fra concessioni, aree demaniali, condoni e leggi di ogni tipo. Cominciamo a chiamare le cose col loro nome, il paese di oggi chiamiamolo feudo, non patria (minuscole, prego), e sarebbe finalmente un messaggio chiaro su come la pensiamo. Tutti lo capirebbero, e molti si toglierebbero l'anello dal naso.



ulivoelvatico.org


agosto 26 2004

Bush, la tragedia di un uomo ridicolo
di Furio Colombo


da l'Unità - 26 agosto 2004

Spero che nessuno rida guardando Fahrenheit 9/11 di Michael Moore, nonostante il susseguirsi di gag, di battute, di trovate apparentemente comiche in questo film che non lascia neppure un fotogramma senza una netta intenzione politica. L'intenzione è una implacabile accusa contro il presidente americano George Bush, una arringa senza pause e senza tregua. Ma né la frequente scossa di comicità né la forza dell'accusa sono il vero filo conduttore del film. Contro le apparenze, contro le involontarie risate che farete guardandolo, Fahrenheit è un film tragico, percorso da una profonda tristezza e da un filo, appena un filo di speranza.

Quello che vedete vi sembrerà una presa in giro di George Bush, un uomo disorientato e incapace - ma sostenuto da amici potenti - che vince le elezioni col trucco e dichiara con l'inganno una guerra pericolosa, dall'esito paurosamente incerto («10 anni per uscirne», ha annunciato nei giorni soccorsi il quotidiano americano «Usa Today»). L'uomo che vedete, vero protagonista del film, vi apparirà qualcuno che non è intelligente, non è spiritoso, non ha alcun carisma, non è in grado di richiamare attenzione, raramente completa (se non legge) una frase, raramente pronuncia giusto un nome o un parola che non gli siano consueti, e spesso appare incerto in attesa di un copione.

D'accordo, con i montaggi si fanno miracoli e questo film di Michael Moore è un capolavoro di montaggio. Ma non c'è montaggio in un punto chiave della storia. Il giorno è l'11 settembre, il luogo è una scuola elementare della Florida, l'ora, sovra-impressa alla scena fin dal momento in cui quella sequenza è stata ripresa, indica che sono le 9 del mattino. Attenzione, le 9 del mattino dell'11 settembre. Sono passati 15 minuti dal momento in cui il primo aereo dirottato è andato a esplodere contro la prima delle due torri gemelle, quella più a nord-est. Nell'inquadratura si vede che qualcuno comunica qualcosa al presidente, che guarda nel vuoto e poi comincia a leggere per i bambini da un libro di fiabe. Sono passati 11 minuti dall'impatto mortale di un altro aereo dirottato contro la seconda torre, quella di sud ovest. Infatti vediamo che il presidente degli Stati Uniti viene avvertito con la frase - «signor presidente, il Paese è sotto attacco». Sono le 9,06, le 9,07, le 9,10 (leggiamo lo scandire dei minuti in basso a sinistra) e Bush - che ha smesso di leggere la fiaba - non si muove e guarda in modo interrogativo verso la camera. Quel viaggio per visitare bambini e scuole in uno Stato governato dal fratello Jeb evidentemente non prevedeva la presenza di un consigliere capace di intervenire e decidere. C'è scritto 9,15 sullo schermo, quando si vede qualcuno che viene a prendere Bush. «Non mi convince, nessuno è così stupido», ha detto Norman Mailer, lo scrittore americano, intervistato dal figlio sul «New York Magazine» del 9 agosto.

Moore, nessuno lo ha smentito
Ma il film di Michael Moore non è stato investito o fermato in alcuna smentita. Non nella parte iniziale, in cui si racconta (e si vedono alcune scene esemplari) che il neo eletto George Bush ha speso il 42% del suo primo anno di presidenza in vacanze nel suo ranch. Non nei giorni che precedono l'eccidio di Manhattan, in cui sia Bush che Rumsfeld che Colin Powell che Condoleeza Rice negano recisamente che Saddam Hussein sia un pericolo. Non nella evidenza visiva dei riguardi usati verso la potente famiglia saudita Bin Laden (la famiglia a cui appartiene il terrorista Osama) a cui viene messo a disposizione l'unico aereo che decolla dagli Stati Uniti due giorni dopo l'attacco alle torri. Anche il montaggio della fase in cui scatta la decisione di fare di Saddam Hussein il nemico è esemplare: una frase dopo l'altra, tutte filmate, tutte in sequenza, tutte non smentibili, mostrano come si fa a far salire la febbre, a costruire, colpo su colpo, l'immagine del nemico, spingendo sempre più gente a credere nelle armi di distruzione di massa, nelle armi chimiche, nervine, infettive, atomiche. Mostrano una immensa e riuscita mobilitazione dei media, che stanno al gioco in perfetta sintonia. È il gioco sanguinoso del patriottismo cieco, uno slancio di fede che esime dal discutere e chiede di ubbidire.

Questa è la prima parte, logica e lucida, di un appassionato argomento di opposizione tanto più efficace quanto più implacabilmente provato. Ma qualcosa di cupo e di tragico avvolge all'improvviso gli spettatori nelle sequenze di guerra. Una ragione è che di questa guerra non si è visto quasi niente, quasi solo militari che si spostano ed esplosioni da lontano, e questa sorta di embargo ha funzionato sia per l'Europa che per l'America.
Ma l'altra ragione è che lo spettatore del film di Michael Moore è in grado di rendersi conto, mentre vede i corpi straziati, mentre la camera entra e sosta in retrovie colme di sangue, di donne e bambini che nessuno aveva mai mostrato prima, che il sangue vero è il frutto di una enorme messa in scena, di una folle rappresentazione artificiale e finta, per combattere niente, per infliggere colpi immensamente potenti nel vuoto. Abbiamo assistito a una vasta operazione pubblicitaria che ha piegato evidenza, consapevolezza, conoscenza, esperienza, buon senso. E dove di vero, spaventosamente vero, ci sono solo i cadaveri. Qui il montaggio è cambiato, è lento, con lunghe sequenze che non risparmiano nulla. Qui la voce si fa più rada e benché il commento (la voce di Michael Moore) continui a essere fattuale (luoghi, dati, cifre) nella tradizione americana, la voce ti guida dove l'opinione pubblica d'Europa e d'America non erano finora arrivate. Il punto in cui la falsa propaganda diventa morte.

Il prezzo delle vittime in Irak
Il disagio che provi è nella disturbante somiglianza di questo film-verità con la pura invenzione cinematografica. E, anzi, con richiami fortissimi a celebri denunce (fotografie, disegni, tavole illustrate, tremende caricature) della prima guerra mondiale. Il disagio che provi è nel sapere che è tutto vero, ai nostri giorni, in piena epoca di presunto progresso e civiltà. Ma il viaggio di Michael Moore continua con la sua desolata esplorazione nel territorio delle vittime e dei soldati, ovvero sul versante del terribile prezzo americano.
Siamo sui carri armati in cui i soldati si chiudono prima di correre lungo strade devastate e ostili riempiendosi le orecchie di musica rock che ricevono in cuffia, sotto l'elmetto, invece di ordini. Siamo nei quartieri desolati d'America, dove i marines vanno in cerca di reclute stanate dalla disoccupazione, dalla povertà, della noia, dal vuoto.

Siamo nei cimiteri americani dove arrivano i corpi dei soldati uccisi ogni giorno, con l'ordine che nessuno deve saperlo, nessuno deve filmarli. Dei morti in guerra non si deve parlare. E la camera di Moore può solo fermarsi sulla solitudine immensa di padri e di madri per la morte dei figli di cui nessuno deve sapere, in un isolamento da fantascienza in cui ogni morte è una sola morte, legata a nulla, seguita da nulla, dolore e silenzio. Siamo in un Paese che Bush ha isolato dal mondo, che porta il peso sanguinoso di una guerra che non finisce, un Paese che venera la verità ed è spinto a combattere da una catena di bugie, che ama se stesso e vede la sua immagine deformata dal mare di ostilità che lo circonda, che è orgoglioso della sua libertà e si trova di fronte l'incubo di Abu Grahib e di Guantanamo.
È l'America di Bush, che questo film racconta in un intervallo di profonda tristezza e di stordimento, come i soldati che corrono fra le strade distrutte da Kirkuk e Najaf con la musica rock che martella dentro il casco, e il rischio continuo dell'autobomba.

Il filo di speranza è che questo film sia stato fatto, che abbia riempito le sale di tutta l'America, che sia stato visto da milioni di persone nell'anno delle elezioni presidenziali.




Scuola: Letizia Moratti pronta a punire i dirigenti ribelli
REDAZIONE
Con una nota riservata il ministro dell'Istruzione Letizia Moratti ha chiesto ai direttori regionali di usare il pugno di ferro contro quei dirigenti scolastici e docenti che boicottano la sua riforma scolastica.
Secondo il ministro, su pressione di insegnanti e sindacalisti, alcuni dirigenti stanno bloccando o ritardando l'attuazione negli istituti delle nuove norme. Letizia Moratti ha dunque "consigliato" ai direttori regionali di ricorrere ad interventi disciplinari per stroncare sul nascere queste manovre.
Ma, come spesso accade, la nota riservata è presto diventata di pubblico dominio e la vicenda si è trasformata in una bagarre tra l'esponente del Governo e le organizzazioni dei lavoratori.

"La nota riservata del Ministero, con la quale si risponde all'autonomia scolastica minacciando sanzioni disciplinari a docenti e dirigenti scolastici è un atto di inaudita gravità - ha affermato il segretario generale della Cgil scuola Enrico Panini - le decisioni assunte dalle scuole, per quanto riguarda l'attuazione della Legge 53 sulla scuola, sono decisioni professionali pienamente legittime perché le norme sull'autonomia scolastica sono in vigore".
Panini ha inoltre bollato come "un fatto gravissimo" la decisione del ministro di minacciare sanzioni disciplinari". Per il sindacalista "la indeterminatezza dei comportamenti che dovrebbero essere censurati, per quanto riguarda i docenti, rende tutta la minaccia abbastanza paradossale".

centomovimenti.com


Dietro il caso Baldoni


Tre giorni fa un personaggio insospettabile di simpatie di sinistra, Francesco Cossiga (uno che ha le linee dirette con i servizi segreti sul comodino) se ne esce con una frase sibillina: "fosse per me me ne andrei dall'Irak silenziosamente e umilmente".

Poche ore dopo Berlusconi e Blair rilasciano una dichiarazione che chiede a americani e loro proconsoli irakeni di "rispettare i luoghi santi".

24 ore dopo viene rapito Baldoni, si dice da predoni di strada che poi se lo vendono all'esercito di liberazione dell'Irak anti sciita e forse organizzato dal misterioso Zarqawi, il massacratore di sciiti e di non-americani. L'amico del saudita Binladen, il fondamentalista sunnita e wahabita.

Meno di 24 ore dopo ecco pronto un filmato perfetto, con Baldoni ripulito con sfondo e decorazioni, pronto per le tv di tutto il mondo.

Veloci gli studios di Zarqawi, molto veloci e professionali, forse troppo.

Forse è Zarqawi che voleva un ostaggio italiano da "comprare".

Perchè?

E' tutto il giorno che ci penso, mi frulla in testa. Perchè? Per farne che?

Forse perchè americani e irakeni al loro soldo oggi a Najaf sparano sugli sciiti, su "tutti" gli sciiti, anche i moderati di Sistani. Vogliono la guerra civile, a tutto campo. Vogliono soggiogare il 60% dell'Irak.

Forse perchè l'Italia, che a Nassirya si è costruita uno scudo di sciiti, non vuole starci al gioco al massacro.

Forse perchè così un eventuale no di Berlusconi passerebbe per resa al terrorismo, sotto il ricatto di Zarqawi via ostaggio Baldoni.

mah....sono un paranoico...un dietrologo...un pazzo





caravita.biz



Esce a Londra il libro che svela il vero volto di Berlusconi. Un’ascesa al potere fatta più di ombre che di barzellette




Altro che bandana-man. Da oggi anche i lettori britannici potranno capire perché liquidare Silvio Berlusconi come una simpatica macchietta del mondo della politica non solo è riduttivo, ma anche fuorviante.
Come racconta il corrispondente dall’Italia per l’Economist David Lane, nel libro intitolato Berlusconi’s Shadow – Crime, Justice and the Pursuit of Power (ed. Penguin), l’ascesa del cavaliere a palazzo Chigi è fatta più di ombre che di barzellette. Nelle 352 pagine del volume, il giornalista del settimanale britannico non esita a rivelare tutti i punti oscuri della vita e della carriera del premier italiano: il modo poco chiaro con cui si è arricchito; le sue compagnie off-shore; i suoi legami con personaggi di spicco dell’ambiente mafioso; la manipolazione del sistema legale; l’enorme conflitto di interessi che gli ha permesso di usare il suo impero mediatico-finanziario per mettere all’angolo l’opposizione.
Il libro di Lane non è un semplice j’accuse fondato su pregiudizi e luoghi comuni. È il risultato di un lungo e approfondito lavoro di inchiesta, ottenuto dopo anni di ricerche e basato su un’ampia raccolta di interviste a magistrati, avvocati e anche a un ex presidente. È anche un ritratto di quella parte dell’Italia di cui non andiamo fieri ma che purtroppo è dura a morire: l’Italia della corruzione, della mafia e delle raccomandazioni. L’altra faccia del Belpaese che ogni anno attira centinaia di inglesi nelle campagne della Toscana e dell’Umbria.



europaquotidiano.it

Riperdite
Arricchito da una postfazione dell'autore, riesce il libro di Fassino. Se per caso ve lo siete perso l'anno scorso, potete tranquillamente riperdervelo. (jena)


ilmanifesto.it

California e New York, sfida al clima
MARINA FORTI
Paradossi americani. Ormai una trentina di stati Usa (su 50) hanno preso iniziative per limitare le emissioni di anidride carbonica e altri gas «di serra», quelli che contribuiscono a intrappolare il calore nell'atmosfera terrestre e quindi a modificare il clima. Da un lato l'amministrazione di George W. Bush si è tirata fuori dall'unico trattato internazionale sul tema, il protocollo di Kyoto, ed è ostinatamente contraria a ogni politica che imponga dei limiti obbligatori - ad esempio alle industrie, i produttori di energia, fabbricanti di automobili e così via. Dall'altro però gli stati riempiono il vuoto lasciato dal governo e dagli enti federali. Negli ultimi tre o quattro anni hanno cominciato a prendere iniziative anche molto diverse: a volte legislazioni (quasi sempre votate con sostegno «bipartisan»), a volte cause legali verso gli enti federali che non agiscono o contro le aziende energetiche che inquinano, a volte programmi di incentivi per le energie rinnovabili... La lista degli stati che hanno cominciato a preoccuparsi del cambiamento del clima è interessante, perché ne include a guida rebubblicana e democratica, stati rurali e industrializzati, storiche «avanguardie» ambientali come la California e un regno dei petrolieri come il Texas. Spesso le iniziative passano perché le grandi lobby industriali sono più forti a Washington che a livello locale. A volte il business locale è favorevoli, perché comincia a preoccuparsi dei costi energetici a lungo termine, o dei costi del disinquinamento. Le ultime due iniziative (in ordine cronologico) rendono bene l'idea. La prima è una mega causa legale annunciata dalla città di New York (sindaco Michael Bloomberg, repubblicano, che in questi giorni ha blindato Manhattan per contenere le manifestazioni contro la Convention repubblicana), insieme a 8 stati: citano in tribunale cinque aziende produttrici di energia elettrica che accusano di non fare il necessario per diminuire le emissioni di CO2. Gli otto stati sono California, Connecticut, Iowa, New Jersey, New York, Rhode Island, Vermont e Wisconsin, e le aziende tirate in causa sono tra i più grandi emettitori nazionali di anidride carbonica: American Electric power, Cinergy, the Southern Company, la Tennessee Valley Authority e Xcel Energy insieme hanno 174 centrali elettriche che bruciano combustibili fossili e emettono 646 milioni di tonnellate di anidride carbonica all'anno, ovvero il 10 percemnto del totale nazionale, secondo quanto sostengono i querelanti nella causa presentata alla Corte federale a Manhattan. La portata dello scontro legale basta a far notizia, ma la cosa più interessante è che l'amministrazione di New York e degli 8 stati non chiede risarcimenti per un danno ambientale (che il tribunale dovrebbe quantificare), bensì chiede «tagli sostanziosi» nelle emissioni che «pongono una grave minaccia alla nostra salute, alla nostra economia e al nostro ambiente», precisa il comunicato diffuso il mese scorso (lo leggiamo sul New York Times). Anche l'iniziativa annunciata in California è destinata ad aprire uno scontro tra l'amministrazione statale e la grande industria: qui però si tratta dei produttori di automobili, e in questione non sono cause legali ma una proposta di legge. Il 14 giugno la California (governata dal repubblican-popolare Arnold Schwarzenegger) ha annunciato un ambizioso piano che obbligherà i fabbricanti d'auto a diminuire le emissioni di CO2 e altri gas di serra del 30% entro il 2015 (ovvero: i modelli messi in commercio dal 2009, tra cinque anni, dovranno cominciare ad avere emissioni ridotte). Il fatto è che l'anidride carbonica non si intrappola con filtri e marmitte catalitiche come altri gas di scarico: l'unico modo per diminuire le emissioni è ridurre il consumo di carburante, ovvero produrre motori che consumino meno benzina per chilometro. L'iniziativa californiana era in gestazione da un paio d'anni, e ha già suscitato levate di scudi dell'industria automobilistica, che minaccia ricorso, e forse anche dell'amministrazione Bush. E però potrebbe avere un effetto trainante, e riportare la questione del clima all'ordine del giorno politico nazionale.





ilmanifesto.it

Brasile : barboni e polizia , morti , feriti , mazze e pistole
di Mauro Giannini

La polizia di San Paolo del Brasile sta investigando sull'omicidio di 6 senzatetto avvenuti negli ultimi 5 giorni ad opera di sconosciuti, ma i cittadini sono scesi in piazza per reclamare chiarezza.

I manifestanti hanno camminato sulle macchie di sangue lasciate dall'omicidio della notte di sabato in cui e' morta una donna dopo alcune ore di agonia. Cinque persone sono rimaste invece vittime di assalto giovedi' scorso. Almeno otto persone sono state ferite gravemente negli attacchi, in cui potrebbero essere stati usati strumenti smussati quali magli di legno, secondo la polizia.

Gli attacchi sono avvenuti in una zona intorno alla cattedrale cattolica della citta' di San Paolo - trafficata di giorno, ma in gran parte deserta di sera e nel fine settimana. Centinaia di persone hanno assistito ad un servizio religioso domenica nella cattedrale di San Paolo per condannare le uccisioni.

Il sindaco della citta', Marta Suplicy, ha dichiarato tre giorni di lutto e sollecitato la gente di Sao Paulo per difendere i senzatetto. La polizia dice di aver aumentato le pattuglie nella zona. L'assessore alla pubblica sicurezza di San Paolo, Saulo de Castro Abreu Filho, ha detto che la polizia ritiene possibile che gli attacchi siano stati effettuati da vigilantes o effetti dei contrasti fra commercianti di droga e piccoli spacciatori. Ma i possibili testimoni sono riluttanti a parlare con la polizia circa le attivita' relative alla droga sulle strade interessate.

Le uccisioni vengono anche confrontate con l'omicidio di otto senza tetto fuori alla chiesa di Candelaria a Rio de Janeiro nel 1993 - un avvenimento che ha generato l'indignazione nazionale.

Il Brasile ha il quarto piu' alto tasso di omicidi del mondo. Di recente proprio a San Paolo c'e' stato un raduno di poliziotti per protestare contro i caduti dele forze dell'ordine, dato che anche la polizia brasiliana e' sotto il fuoco, letteralmente. Apparentemente la manifestazione era stata convocata per ottenere una paga migliore e piu' risorse, ma hanno anche dichiarato che hanno bisogno di quelle risorse sono che sono in possesso dei loro nemici.

Nelle scorse settimane la polizia ha sofferto infatti attacchi senza precedenti attribuiti ad un famoso gruppo criminale. Negli attacchi sono state assalite delle stazioni di polizia ed unita' mobili. Gli aggressori hanno utilizzato mitragliette e granate. Tre ufficiali sono stati uccisi, 12 feriti seriamente.

Su Avenida Paulista, la via pubblica principale di San Paolo, hanno dunque protestato migliaia di agenti di polizia ed un gruppo di donne nerovestite e velate sedute intorno ad una bara, le vedove.

Ma Antonio Bandeira - del gruppo "Viva Rio", commenta che "il problema e' molto complesso perche' la polizia che abbiamo e' stata addestrata durante gli anni del dittatura militare: sono molto repressivi, non investigativi - non e' polizia intelligente." L'immagine degli ufficiali corruttibili dalla pistola facile e' stata segnalata dalle Nazioni Unite, da Amnesty International e altri. Attualmente nessuno si fida degli ufficiali di polizia ritenendo che troppi siano corrotti.

Un aspetto determinante per un cosi' alto tasso di omicidi e' comunque la presenza di tante armi. Solo lo scorso anno sono stati 40000 gli omicidi commessi con la pistola. Una legge varata lo scorso dicembre ha stabilito il divieto di portare pistole in pubblico, ristretto i termini per il porto d'armi e stabilito un registro nazionale delle armi, con pene rigorose per chi viola le regole.

Ma il governo ha varato anche un piano di disarmo per la riconsegna delle armi illegali, una sorta di amnestia in cui in cambio di ogni arma resa lo Stato consegna anche una piccola somma di denaro, da 33 a 100 dollari. Per dare un'idea della situazione, una sola donna ha consegnato in una volta quasi 1300 armi da fuoco di vario tipo, giustificandosi che il padre era un collezionista di pistole (ma c'erano anche moschetti e pezzi di mortaio), esigendo quindi dalle autorita' 65000 dollari.

Si prevede che il totale di armi consegnate sara' superiore alle 80000 previste, con una spesa complessiva di oltre 3 milioni di dollari. Le vite perdute, pero', non si possono ripagare.

www.osservatoriosullalegalita.org



UN TV PER LA FESTA DELL'UNITA'

Prenderà il via oggi con l’inizio della Festa dell’Unità la programmazione di Iride Tv, la televisione satellitare al suo secondo anno di vita, inaugurata l’anno scorso in occasione della Festa nazionale dell’Unità di Bologna. Una “Tv carsica”, come la definisce uno degli ideatori, Claudio Caprara, “che nasce e dura il tempo dell’evento politico e riemerge quando è il momento”. A partire da oggi alle ore 20.30 per trasmettere in diretta l’incontro, di Furio Colombo e Antonio Padellaro, direttore e condirettore de “L’Unità” con i lettori del giornale. Iride Tv trasmetterà sul canale satellitare 863 di Sky (taxi channel) e su Emily Tv.

Anche i possessori di decoder e parabole liberi potranno seguire la tv della Festa sintonizzando il ricevitore sulla frequenza 11.200, 13° Est, fec 5/6, ma anche attraverso numerose emittenti locali che potranno trasmettere liberamente la programmazione di Iride o parte di essa.

La tv si potrà seguire anche sul web sul sito Internet della Festa www.festaunita.it e sul sito www.arcoiris.tv. Si alterneranno alla conduzione Franco Nativo, Maruska Albertazzi, Matteo Bruni, sotto la regia di Andrea Soldani e il coordinamento redazionale di Selena Pellegrini.
“L’obiettivo ­ spiega Claudio Caprara ­ è quello di superare il numero di contatti che la tv ha avuto lo scorso anno in occasione della Festa nazionale dell’Unità di Bologna, durante la quale sono circa 10 milioni di telespettatori si sono sintonizzati con Iride. Noi crediamo che la politica abbia una sua capacità attrattiva e un’enorme potenzialità di fare audience”.

I giorni clou di Iride Tv saranno: Sabato 4 settembre con l’intervista a Piero Fassino di Maurizio Costanzo
Domenica 5 settembre con l’intervista di Giovanni Floris a Walter Veltroni
Lunedì 6 settembre con il dibattito sul futuro dell’Italia in Europa a cui parteciperanno Massimo D’Alema e Mario Monti
Mercoledì 8 settembre con il dibattito tra Gavino Angius e Fausto Bertinotti.
Giovedì 9 settembre con l’intervista a Romano Prodi di Ezio Mauro
Il pullman regia con la redazione aperta di Iride Tv sarà al Palasport dove, accanto agli ideatori e ai conduttori fissi, si alterneranno decine di volontari che hanno dato la loro disponibilità a collaborare. Talk show, tribune politiche, spettacoli, con un’attenzione particolare ai documentari sociali, seguendo il filo rosso del viaggio e dei popoli in cammino.

“Per i documentari ­ aggiunge Selena Pellegrini ­ ci avvaliamo della collaborazione di una serie di associazioni tra cui l’Archivio audiovisivo del movimento operaio democratico di Roma, l’associazione Etnos di Bologna, Arcoiris di Modena, Documè di Torino e Progetto Azalai”.

Tra i documentari già previsti “Andiamo a Genova” di Silvia Savorelli, “Essere Donne” di Cecilia Mangini, “Festa dell’Unità” 1972, di Ettore Scola, “Sirena operaia” di Gianfranco Pannone”.

Novità assoluta il notiziario in lingua spagnola, gestito da extracomunitari, che non a caso viene tenuto a battesimo proprio alla Festa di Genova, città di emigrazione e immigrazione da dove sono partiti a migliaia per raggiungere i Paesi dell’America Latina e dove oggi arrivano in cerca di un futuro le donne, per la maggior parte dai Paesi dell’America del Sud.
“Ci sembrava interessante ­ conclude Caprara ­ avviare questo progetto di collaborazione per andare al di là dei confini geografici, non solo genovesi ma italiani anche perché il satellite copre tutta l’area del Mediterraneo”.




Megachip.info





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Nasser Ahmad Nasser Al-Bahri: "Ero la guardia del corpo di bin-Laden..."
di redazione

Il quotidiano londinese Al-Quds Al-Arabi, considerato filo-Saddam, ha intervistato Nasser Ahmad Nasser Al-Bahri, anche noto come Abu Jandal, un membro di Al Qaida che era stato la guardia del corpo di Osama bin Laden. Al-Bahri, nato a Jeddah in Arabia Saudita, fu arrestato nel 2001 nello Yemen, sospettato di essere coinvolto nell'attacco al cacciatorpediniere americano USS Cole e fu rilasciato perché amnistiato dal presidente dello Yemen, Ali Abdallah Saleh. (1) "Sono entrato nell'organizzazione di Al Qaida alla fine del 1996, al ritorno da un viaggio in Tajikistan (…) La mia prima visita in Afghanistan ebbe luogo alla fine dell'estate del 1996 e, da allora, ho lasciato l'Afghanistan tre volte. La prima volta per sposarmi. La seconda per andare nello Yemen a organizzare e concludere gli accordi di matrimonio dello sceicco Osama bin Laden [con una donna yemenita]. Il terzo e ultimo fu circa due mesi e mezzo prima dell'attacco al Cole. Ero incaricato di proteggere lo sceicco Osama bin Laden e ho lavorato per un certo periodo come sua guardia del corpo personale."

L'attacco contro la Cole e la super-petroliera francese Limburg

"A sorvegliare il cacciatorpediniere [Cole] per un certo periodo, mettendo insieme informazioni, furono i Comitati di raccolta d'intelligence. Se ne occuparono soltanto due persone, né più né meno. Le accuse che il Mossad fosse responsabile [dell'attacco al Cole] non hanno senso e sono solo un tentativo di gettare dubbi sulle capacità dei musulmani di fare cose del genere".

"Gli autori dell'operazione sono giovani famosi tra i ranghi dei fratelli mujahideen, possa Allah avere pietà di loro (…) Hassan Al-Khamri del distretto di Shuba, originario di Al-Taif in Arabia Saudita, e Ibrahim Al-Thur, di San'aa, anch'egli originario di Al-Taif."

Alla domanda perché il cacciatorpediniere fosse stato scelto come obiettivo, Al-Bahri ha risposto: "C'erano molte ragioni: [volevamo] danneggiare la reputazione degli Usa in ambito navale, sollevare il morale dei musulmani e provare alla nazione islamica che i suoi figli erano capaci di colpire i nemici dovunque fossero, in mare, in aria, per terra … Circa 71 paesi islamici sono incapaci di dire 'no' agli Usa, ma come individui possiamo dir loro 'no' (…)"

"La scelta del miglior cacciatorpediniere della flotta americana e del miglior prodotto dell'esercito americano è stato un duro colpo per gli Usa, [il che prova che] siamo capaci di colpirli quando e come lo riteniamo opportuno."

A proposito della super-petroliera francese Limburg, al largo delle coste di Al-Mukalla: "E' stato il risultato di un errore da entrambe le parti. [Era] una rappresaglia per la morte di Yahya Majly 2, ucciso nella città di Sanaa da forze governative [yemenite]. La risposta è stata frettolosa e irrazionale, con dure conseguenze sia per il governo sia per il popolo dello Yemen."

L'attività di Al Qaida in Yemen

"Al momento si potrebbe dire che Al Qaida, come organizzazione, non esiste nello Yemen e che vi sono solo individui che credono negli ideali di Al Qaida. [Le attività dell'] organizzazione hanno avuto un arresto quando lo sceicco Abu Ali Al-Harithi, comandante dell'organizzazione nello Yemen, è diventato un martire (…) Molti nel paese appartengono all'organizzazione quanto a simpatie, ma non ai livelli ideologici, organizzativi, amministrativi e non sono degli iscritti (…) e tuttavia non siamo in pace con il paese [Yemen]".

"Questi giovani non hanno guida (…) Coloro che compiono attentati non sono necessariamente dei membri di Al Qaida. Persone senza legami organizzativi con Al Qaida sono perfettamente in grado di portare a termine operazioni quali, per esempio, l'assassinio di missionari americani a Jablah o di Jar Allah Omar alla Convenzione delle Riforme ".

Ha aggiunto: "Vi posso dire che iI 95 per cento di tutti i membri di Al Qaida sono yemeniti (...) incluso il capo dell'organizzazione, le cui origini sono appunto yemenite. Le sue guardie del corpo sono yemenite, gli istruttori militari nei campi d'addestramento sono yemeniti, i comandanti di prima linea sono yemeniti e tutte le operazioni contro l'America sono state coordinate con membri yemeniti dell'organizzazione."

L'attività di Al Qaida in Iraq e Abu Mus'ab Al-Zarkawi

"Un grande numero di operativi di Al Qaida sono entrati in Iraq e combattono attualmente nei ranghi della resistenza irachena (…) Il problema è che oggi Al Qaida non è un'organizzazione nel vero senso della parola, ma un'idea che è diventata fede. Molti tra i giovani hanno cominciato a credere nelle opinioni e nelle convinzioni di Al Qaida riguardo la lotta contro l'America. Abu Musab Al-Zarkawi era in Afghanistan e a Kabul".

"Ha incontrato Osama bin Laden molte volte, ma non credo che sia il numero uno nell'organizzazione, dato che Al Qaida ha leader iracheni presenti sul campo in Iraq e non ha bisogno di Al-Zarkawi."

Attacchi terroristici in Arabia Saudita e Abd Al-Aziz Al-Muqrin: il governo saudita ha inizialmente sostenuto la Jihad

Alla domanda se al Qaida era coinvolta negli attacchi in Arabia Saudita, Al-Bahri ha risposto: "In base ai miei rapporti personali con alcuni leader di Al Qaida e con alcuni membri che hanno portato a termine operazioni di martirio [suicide] in Arabia Saudita, posso affermare che si tratta di affiliati di Al Qaida. Ma uno dovrebbe chiedersi che cosa porta questi giovani a impugnare le armi e a detonare bombe sul suolo saudita? Io penso che sia dovuto alle politiche stupide del governo saudita riguardo questa gente".

"Gli autori dell'attaccato al complesso di Al-Muhaya hanno poi dichiarato, nei loro messaggi registrati su siti internet, che hanno intrapreso la Jihad con il consenso dello stato e con l'incoraggiamento degli sceicchi Sad Al-Bureik, Aidh Al-Qarni, Salman Al-Odeh e dimolti altri che incitavano i giovani. Tuttavia, una volta cominciata la lotta contro il governo, i giovani erano sorpresi di scoprire che gli stessi sceicchi, che nel passato li spronavano, ora li stavano rinnegando. Non solo, ma persone come gli sceicchi Sad Al-Bureik e Aidh Al-Qarni hanno persino iniziato ad attaccarli, nonostante che le loro azioni fossero la logica conseguenza di discorsi, sermoni e lezioni (...)".

"Le operazioni in Arabia Saudita erano reazioni [contro il governo saudita]. Il caso di Abd Allah Al-Mabadi, che conosco personalmente, è un buon esempio. Non solo era contro l'idea di compiere attentati in Arabia Saudita, ma si opponeva anche a qualsiasi atto che potesse nuocere al paese. Come mai ha poi finito per eseguire attentati in Arabia Saudita? Anche Abd Al-Aziz Al-Muqrin era uno totalmente contrario a questa strategia. A spingerlo all'attacco è stata l'irruzione di agenti del Dipartimento di indagini criminali nella casa di Abd Allah Al-Mabadi [dove era ospite in quei giorni anche Al-Muqrin], che hanno picchiato la madre di Al-Muqrin, rotto la mano a suo fratello e penetrato nella stanza da letto della sorella. Cosa ci si può aspettare da uno che è stato in isolamento per un anno e cinque mesi, senza motivo, eccetto quello di aver combattuto la Jihad?"

Il mancato arresto di Osama bin Laden

Alla domanda "Perché l'America è stata incapace di arrestare Osama bin Laden, mentre ha catturato Saddam Huissein poco dopo la fine della guerra in Iraq?", Al-Bahri ha risposto: "Molti insinuano che bin Laden non è stato ancora arrestato perché è un agente [degli Stati Uniti]. Ma noi diciamo che il confronto tra Osama bin Laden e Sddam Hussein non regge: Saddam ha capitoli oscuri nella sua condotta passata nei confronti della sua gente, basta guardare al massacro dei curdi a Halabia, quello dei sciiti nel Sud del paese, l'abuso di donne irachene, l'anarchia, la tirannia e l'aver reso schiavo il suo popolo, tutti fatti che hanno portato a odiarloo, facilitando il suo arresto, mentre Osama bin Laden, ovunque al mondo (...) è popolare e ben accolto".

Gli obiettivi di Al Qaida

"Fin dalla sua creazione, gli obiettivi di Al Qaida erano di fomentare conflitti tra gli Stati Uniti e il mondo islamico. Ricordo che lo sceicco Osama bin Laden diceva che non possiamo, come organizzazione, continuare con operazioni di qualità, 3 ma che dobbiamo aspirare a compiere attacchi che trascinino gli Usa in un conflitto regionale con i popoli islamici".

Note:
(1) Al-Quds Al-Arabi (Londra), 3 agosto 2004.
(2) Questa è una traslitterazione del nome, che potrebbe essere "Majally".
(3) "Operazioni di qualità" è un'espressione normalmente usata tra islamici per indicare attacchi, su larga scala, contro obiettivi di rilevanza strategica che provochino il maggior numero di vittime.

Grazie a: Middle East Media Research Institute (MEMRI)
MEMRI
P.O. Box 27837
Washington, DC 20038-7837

(redazione@reporterassociati.org)


Russia: i misteriosi incidenti aerei di oggi secondo i servizi segreti israeliani
di Marco Mostallino
25 Aug 2004
Per salvare la vita al presidente russo Vladimir Putin l'aviazione militare russa avrebbe abbattuto i due aerei civili esplosi in volo ieri notte. E' l'ipotesi avanzata da fonti dei servizi segreti israeliani, ventilata in un articolo pubblicato oggi sul sito web Debka.org, organo di informazione notoriamente vicino agli 007 di Gerusalemme. Uno dei due Tupolev era diretto proprio a Sochi, città sul mar Nero dove Vladimir Putin sta trascorrendo le sue vacanze.
(*ma un nostro lettore ci scrive e precisa...)

Il secondo jet civile, con una destinazione diversa, potrebbe - sempre secondo i servizi israeliani - aver cambiato la rotta originale per dirigersi su una città da colpire con un'azione in stile 11 settembre.

Entrambi i Tupolev, si sostiene in Israele, avrebbero lanciato l'allarme-dirottamento prima di sparire dai radar. Le vittime delle due esplosioni, tra passeggeri e membri dell'equipaggio, secondo le fonti ufficiali di Mosca sono 89.

Gli israeliani sostengono che in queste ore i caccia da guerra di Mosca pattugliano i cieli russi con l'ordine segreto di abbattere ogni aereo non identificato.

Sempre a giudizio delle forze di sicurezza di Gerusalemme, l'esplosione avvenuta martedì a Mosca, a una fermata degli autobus che conducono a Domodedovo (l'aeroporto da cui sono decollati i due Tupolev precipitati) sarebbe stata un incidente avvenuto ad alcuni terroristi che trasportavano un ordigno da caricare a bordo di un volo di linea. Le misure di sicurezza in tutta la Federazione Russa sono state rafforzate e i voli sui centri abitati sono in queste ore vietati.

Putin avrebbe chiesto anche ai Paesi confinanti con la Russia di adottare analoghe azioni di prevenzione di attentati con aerei di linea.

*La mail inviataci dal nostro lettore

1) L'aeroporto di Domodedovo è uno degli aeroporti secondari di Mosca, situato a sud della capitale, usato normalmente per i voli interni. E' probabile che sia meno controllato dal punto di vista della sicurezza rispetto all'aeroporto principale (Sheremetievo).

2) Gli aerei russi, per una questione di diversa evoluzione tecnologica, non hanno la possibilità, comune in occidente, di inviare un segnale di "pirata a bordo" (hi-jacking)tramite transponder. Solo un generico segnale di "emergenza" può essere inviato da tali aerei. Molti aerei hanno la possibilità di inviare segnali con codifica occidentale - ICAO, ma non la usano all'interno della Russia, per coerenza con i centri di controllo, che non sono attrezzati. Comunque gli arei caduti avevano oltre venti anni di età, per cui tale possibilità non dovrebbe nemmeno porsi.

Di conseguenza ha poco senso parlare di dirottamento o di pirati a bordo.
Alcuni rapporti recenti parlano infatti di un "segnale di SOS", che mi sembra più adeguato. Resta pienamente valida l'idea dell'attentato. Da quanto mi risulta, nel caso di bombe nel bagaglio, più volte sono stati usati dei sensori altimetrici per fare esplodere la bomba (es. Lockerbie) una volta raggiunta la quota di crociera. Ciò sarebbe coerente con quanto accaduto.

TB

Marco Mostallino
m.mostallino@reporterassociati.org

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TROPPO CHIARO DI PELLE? E’ BENE CURARSI, SOPRATTUTTO IN AFRICA
General, Brief


Un centinaio di persone affette da ‘albinismo’ si sono sottoposte in questi giorni a un programma di visite mediche gratuite presso l’ospedale centrale di Yaoundé; di carnagione chiara per ragioni genetiche, gli ‘albini’ possiedono scarsa o nulla pigmentazione della pelle, degli occhi e dei capelli, e possono soffrire di problemi alla vista. L’Asmodisa (Associazione mondiale per la difesa degli interessi e la solidarietà con gli albini), con la ‘settimana nazionale dell’albino’ ha messo a punto un programma che comprende visite dermatologiche e oftalmiche. "I pazienti sono indirizzati a specialisti che forniranno cure adeguate e l’Asmodisa provvederà alle spese" ha detto Bitep Sylvain, esponente dell’associazione. Le sedi provinciali dell’Asmodisa organizzano, tra l’altro, attività di vario genere, tra cui gare letterarie, sportive, eventi culturali e persino un concorso per eleggere ‘Miss Albino’. La presenza di questa organizzazione ha una particolare rilevanza in Africa, dove l’albino - elemento del tutto estraneo tra gente di pelle e capelli scuri - può essere discriminato e isolato.[LM]

misna.it

Welcome to New York
La Grande Mela si prepara ad accogliere la convention del partito repubblicano, che consacrerà Bush nella corsa verso la rielezione. L'obiettivo è far vedere al mondo che esiste un'altra America. Possibilmente senza che le manifestazioni degenerino in violenza

prima parte

25 agosto 2004 - Nel salone-teatro adiacente alla chiesa di St Mark’s, East Village, Tim e due suoi amici hanno appena terminato la riunione preparatoria intitolata “Metodi di resistenza passiva” e distribuiscono evaluation forms, piccoli foglietti ciclostilati dove si chiede ai partecipanti di commentare la riunione e indicare dubbi o proposte. Contemporaneamente in un teatro sulla 42esima gli artisti di Theatre Against War sono sul palco per raccogliere fondi, mentre in case private, parchi o semplicemente al bar altre decine di gruppi e associazioni fanno il punto della situazione.

La New York anti-Bush è in piena fibrillazione in vista della convention repubblicana; si stanno preparando decine di contromanifestazioni per quello che promette di essere un appuntamento storico, con centinaia di migliaia di persone in arrivo da ogni parte degli Stati Uniti, che per una intera settimana faranno di tutto per dire ai delegati repubblicani e al loro capo in testa che non sono affatto benvenuti. La polizia, da parte sua, farà di tutto per impedirlo. In mezzo una città che attende con il fiato sospeso l’evento, e molti se ne andranno in campagna per evitare fastidi e probabili, biblici, ingorghi.


Tim e i suoi compagni hanno una certa esperienza delle pratiche della polizia a stelle e strisce e ai volontari insegnano come difendersi, come chiudersi in circolo tenendosi per le braccia per impedire gli arresti; spiegano che bisogna sedersi per terra, uno aggrappato all’altro con le gambe ben serrate e chiuse, per non offrire facili prese. Raccomandano di non andare in manifestazione con capelli troppo lunghi o trecce, perché sono facili appigli per gli agenti e per lo stesso motivo di evitare di indossare collane o ciondoli. Mostrano come ci si incatena alle pipes, tubi di ferro cavi cui ci si aggancia a coppie con catene e moschettoni da scalatore; simulano le azioni degli agenti e avvertono che in ultima istanza, se proprio i cops non riusciranno a prendere nessuno tirandolo per le braccia, le gambe o i capelli, allora si innervosiranno, tireranno fuori gli spray irritanti e possibilmente tireranno qualche manganellata.

Poi fanno le prove di “gruppo a terra” per sistemarsi compatti, in modo da non prendere zoccolate da qualche cavallo, perché di sicuro ci sarà anche la cavalleria a garantire “l’ordine pubblico”. Si danno infine consigli legali; mai rispondere alle domande, mai cadere in provocazioni. Gli aspiranti manifestanti, molti giovanissimi e alla loro prima esperienza di piazza in assoluto, seguono attentissimi, fanno domande, prendono appunti. “E’ importante che questa gente vada in manifestazione preparata a quello che potrà succedere – spiega Tim –, non vogliamo che qualcuno vada in panico e si faccia beccare; dobbiamo insegnare come si resiste, perché vogliamo resistere”.


Tutti hanno un solo obiettivo: fare in modo che le proteste non degenerino per evitare che Bush possa avvantaggiarsene, strumentalizzando i media. Ad organizzare questi “corsi” è la Rnc Not Welcome, la sigla che unisce la galassia sterminata di gruppi che arriveranno a New York. Il loro modus operandi è quello classico dei cortei americani non-violenti: azioni di massa, blocchi del traffico, sit-in e resistenza passiva. Saranno solo un segmento dell’enorme serpentone che attraverserà la città, insieme a decine di altre forme di contestazioni di tutti i tipi, anche ad opera di singoli. Per questa estate tantissime organizzazioni hanno istituito “campi di addestramento” in tutto il paese, come la Ruckus Society, con base in California, che prepara un campeggio con traning completo (anche psicologico) di una settimana.

Succede allora che su alcuni forum in internet chi non ha più l’età o la voglia di scendere in piazza propone di boicottare i delegati repubblicani affittando loro le case al triplo del prezzo di mercato; altri si limiteranno ad andare al lavoro con t-shirt politiche, altri ancora cercano di prenotarsi presso ristoranti o show di Broadway dove si sa che ci saranno i delegati e portarsi dietro manifesti, cartelli, spille.

Uno studente di Filadelfia ha lanciato l’idea di arruolarsi tra i volontari che aiuteranno l’organizzazione della convention. Ma le forme di boicottaggio potranno essere anche torte in faccia o improvvisati strip. Christian Herold, professore aggiunto di drammaturgia alla New York University, invece vuole assordarli; ha ordinato centinaia di campanellini che pensa di distribuire al suo Ring Out Project, ovvero circondare Ground Zero e scampanellare appena prima dell’inizio della convention, il 30 agosto.

Daniele De Luca www.peacereporter.net



Olimpiadi: goal a Bush dalla squadra di calcio irachena
di David Zirin da commondreams.org

La squadra di calcio irachena è forse la rivelazione di tutti i Giochi Olimpici. Ma nonostante gli applausi, i giocatori si sono infuriati quando hanno sentito che il cervello di George Bush, Karl Rove, aveva lanciato una campagna mediatica che mostrava il successo iracheno come un brillante sotto prodotto della guerra contro il terrore.

A volte non ci ricordiamo che i giochi olimpici possono anche servire come palcoscenico internazionale non solo per agitare bandiere e fare pubblicità, ma anche per "resistere".

In un incredibile articolo di Grant Wahl su Sports Illustrated.com, la squadra olimpica di calcio irachena ha lanciato un infuocato contrattacco all'intento di George Bush di sfruttarla come simbolo per il suo anno elettorale.

La squadra di calcio irachena è forse la rivelazione di tutti i giochi olimpici, arrivando quarta in finale nonostante la guerra e l'occupazione che hanno colpito il paese negli ultimi 17 mesi. Tuttavia, nonostante gli applausi e il trionfo, i giocatori si sono infuriati quando hanno sentito che il cervello di George Bush, Karl Rove, aveva lanciato una campagna mediatica che mostrava la gloria olimpia irachena come un brillante sotto-prodotto della guerra contro il terrore.

Lo spot, tanto lieve come un soffio, inizia con l'immagine delle bandiere afgana e irachena con una voce fuori campo che dice: "in questi giochi olimpici ci saranno due nazioni libere in più - e due regimi terroristici in meno".

Anche Bush, nei discorsi della campagna, ha approfittato del risultato della squadra. Dato che si sente più a suo agio quando parla di sport piuttosto che di politica estera o di sperimentazione con le cellule staminali, nell'Oregon Bush ha ragliato con spavalderia : "l'immagine della squadra irachena che partecipa ai giochi olimpici è fantastica, non è vero? Non sarebbero liberi se gli Stati Uniti non fossero intervenuti"

Questo ha mosso la squadra di calcio irachena, con grande rischio personale, a rispondere. Il centrocampista e capitano della squadra, Salih Sadir, ha dichiarato a Sport Illustrated: "la squadra irachena, in quanto tale, non desidera che Mr. Bush la sfrutti per la campagna presidenziale. Può trovare un altro modo per farsi propaganda".

Sadir ha molti motivi per essere arrabbiato. E' stato il giocatore stella della squadra professionale di calcio di Nayaf. Nayaf è stata recentemente invasa dalle truppe statunitensi e dal nuovo esercito iracheno con l'intento di espellere il ribelle Múqtada al Sáder. Sono morti a centinaia, ogni morte è vicina al cuore di Sadir.

"Voglio che la violenza e la guerra se ne vadano dalla città", ha detto Sadir, " non vogliamo la presenza statunitense nel nostro paese. Vogliamo che se ne vadano".

I compagni di squadra di Sadir sono stati meno diplomatici.

Il centrocampista Ahmed Manajid, furioso, ha detto a Wahl: " Come affronterà [Bush] il suo dio dopo aver assassinato tanti uomini e donne? Ha commesso troppi crimini".

Manajid capisce il dolore di Sadir perchè è di un'altra città irachena che si trova nello stesso stato d'assedio: Falluya.

Manajid ha detto a Wahl che suo cugino Jabbar al-Aziz, combattente della resistenza, è stato ucciso dagli Stati Uniti, insieme con vari tra i loro amici. Manajid ha detto anche che se non avesse giocato a calcio, è "sicuro" che ora starebbe combattendo come parte delle resistenza.

"Voglio difendere la mia casa. Se uno straniero invade gli Stati Unti e la gente resiste, significa che sono tutti terroristi? Tutti [a Falluya] sono stati classificati come terroristi. Sono tutte bugie. La gente di Falluya è quanto di meglio ci sia in Iraq"

In genere, quando c'è malesse politico nelle squadre olimpiche, l'allenatore deve essere una forza attenuante di fronte ai media. Ma non qui e non ora. Anche l'allenatore iracheno, Adnan Hamad, si è mostrato di fronte a Sports Illustrated, dicendo:

" non ho prblemi con il popolo americano.Ce l'ho con quello che gli americani hanno fatto in Iraq: distruggerlo completamente. L'esercito americano ha ucciso troppa gente in Iraq".

Affinchè sia chiaro, la squadra irachena non difende l'antico capo olimpioco Uday Hussein, tristemente celebre per le torture agli atleti che non avevano successo. Ma non pensano di dover fare una scelta tra i modi di Uday e il bagno di sangue che sta patendo il loro paese. Come ha detto Hamad: "Cos'è la libertà quando vado allo stadio nazionale mentre in strada si sta sparando?"

Le idee espresse dalla squadra di calcio irachena sono certamente comuni in Iraq ma trovano irrisoria espressione nei media dominanti in questo paese. E' difficile che le loro parole troviano orecchie pronte ad ascoltarle.

Senza armi di distruzione di massa, nè connesioni con al Qaeda e con una popolazione irachena che, a maggioranza, considera gli Stati uniti come occupanti e non liberatori, quale giustificazione hanno Bush - e Kerry - per appoggiare questa invasione che è costata centinaia di migliaia di dollari e innumerevoli vittime?

Che si prendano il tempo necessario per fare il tifo per la squadra di calcio irachena. La sua ascesa accompagnerà una piattaforma di idee che chiedono di essere ascoltate.

David Zirin può essere contattato a editor@pgpost.com. Il suo libro "What's My Name Fool": Sports and Resistance in the United States" (Haymarket Books) uscirà nella primavera 2005.

Fonte: http://www.commondreams.org/views04/0820-11.htm
Tradotto da Nuovi Mondi Media
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Usa, si dimette un altro "copione"







Stavolta è toccato al Seattle Times: Stephen H. Dunphy, caporedattore e opinionista di Affari economici, si è dimesso dopo 37 anni dal giornale perché scoperto a usare informazioni e testi apparsi in altri articoli e in alcuni libri, senza citarli esplicitamente. Sull'onda del caso Jayson Blair del New York Times, lettori e giornalisti americani si sono fatti anche più sensibili del passato. Domenica scorsa il direttore del quotidiano di Seattle, Michael F. Fancher, ha dato la notizia in un articolo sul giornale perché - spiega - "i lettori hanno diritto di sapere che cosa è successo e che cosa succederà da qui in poi".



Quello che è successo è che un lettore ha segnalato (oggi) sette paragrafi di un articolo di Dunphy del '97 presi di sana pianta da un altro giornale. Il problema è che già nel 2000 c'era stato un episodio del genere e la questione era stata chiusa con una lettera di scuse del giornalista e una lettera di ammonizione formale con la minaccia di licenziamento, nel caso ci avesse riprovato. Ma scoprire dopo che c'era stato un problema prima? La questione è stata risolta perché dei colleghi hanno esaminato altri articoli di Dunphy e hanno scoperto che alcune mostravano segni di "copiatura", nello stile delle frasi. Dunphy ha accettato l'evidenza e si è dimesso. Il giornale ha assunto un esperto del Poynter Institute e sta studiando con lui nuove procedure di produzione e di addestramento per evitare che si ripropongano problemi del genere.
www.kataweb.it/kwblog/page/ESBMTL/










Torture nel carcere di Abu Ghraib
Kerry chiede dimissioni Rumsfeld


John Kerry

WASHINGTON - Il candidato democratico alla Casa Bianca, John Kerry, ha chiesto le dimissioni del segretario alla Difesa americano Donald Rumsfeld accusandolo di non avere fatto il suo dovere nella vicenda delle torture praticate dai militari americani nel carcere iracheno di Abu Ghraib.

In un discorso elettorale a Filadelfia, Kerry ha inoltre chiesto al presidente George W. Bush di istituire una commissione di inchiesta che faccia piena luce "sulla catena di abusi verificatisi" e che accerti tutte le responsabilità, comprese quelle dei civili.

Nel suo discorso, Kerry ha commentato il rapporto uscito ieri a cura di una Commissione di inchiesta indipendente designata dal Pentagono e presieduta dall'ex segretario alla ripresa James Schlesinger. Nel rapporto, Rumsfeld e i vertici dello Stato maggiore militare sono accusati di negligenze e non essere stati in grado di assicurare una adeguata catena di comando, ma non di avere ordinato o tollerato le torture di Abu Ghraib. Lo stesso, secondo indiscrezioni, si dice in sostanza in un secondo rapporto dell'esercito che verrà pubblicato oggi.

"L'ho già detto altre volte, Rumsfeld per questa storia deve rassegnare le dimissioni", ha affermato Kerry tra gli applausi del suo uditorio. "Credo inoltre che il presidente dovrebbe creare una commissione che indaghi a fondo sull'intera catena di abusi che si sono verificati e su tutte le responsabilità, comprese quelle di civili", ha proseguito. "La Commissione dovrebbe poi esprimere un suo parere di modo che abusi simili non si ripetano mai più", ha concluso.

repubblica.it


agosto 25 2004

Autunno, tempo di cantieri
Sandra Bonsanti
Se dovessi dire che aspetto con entusiasmo la ripresa del dibattito politico, direi certamente una cosa falsa. Purtroppo non credo di essere la sola a temere, per il centro sinistra un autunno di inconcludenti, ripetitive discussioni, alcune francamente banali, altre assolutamente inutili se non a portare acqua al mulino di coloro che hanno già stabilito che l’Ulivo, anche se vincesse le prossime elezioni politiche, non sarebbe in grado di governare.

Temo insomma che sia ancora presto per avere ciò che le tante anime semplici dell’opposizione chiedono per continuare a sperare in un governo diverso: una leadership vera, alcuni valori di riferimento, un programma in pochi ma ben delineati punti, una coalizione non solo elettorale in grado di mobilitare più di mezza Italia.

Le premesse affinché questi timori si realizzino ci sono tutte. E’ stata, e non è ancora finita, un’estate confusa. Si è cercata la rissa addirittura su ovvietà come quelle riguardanti il seguente dilemma: quando la sinistra governerà deve abolire o rifare tutte le leggi varate dall’attuale maggioranza oppure può tenersene qualcuna? Una volta stabilito che forse qualcosa di buono, anche se per caso, poteva esser uscito dai cervelli berlusconiani allora ci si è divertiti a dividersi sul seguente dilemma: già ma cosa si può tenere e cosa va buttato? Proprio come se le elezioni fossero già vinte, Prodi insediato a Palazzo Chigi e via dicendo…

Infine, superata l’emozionante contesa (divenuta scontro politico) sulle lettere di Calvino a Elsa de Giorgi, condita dal mistero della scomparsa-fuga di Sandrino Contini (della quale senza volere fui insieme a mio padre testimone: poche ore prima della fuga venne a casa nostra e ci lasciò un barboncino marrone che chiamai Figaro), superato anche il disagio per quella visita di Blair a Berlusconi e la umiliante sceneggiata della bandana, alcuni temi di peso hanno fatto capolino: primarie o non primarie e se primarie, quali primarie? “Modernità”: in cosa consiste? Dalla metà di agosto infine si è cominciato a tirare in ballo le riforme: Calderoli al lavoro, Calderoli consulta… Follini e Chiti d’accordo: non può farle da sola la maggioranza. D’accordo, anche l’Ulivo a suo tempo sbagliò. Da Palazzo Chigi spunta uno studio imbarazzante sul costo insostenibile del federalismo previsto dalla legge approvata dal Senato. Fassino dice che le riforme devono essere anche la bandiera dell’Ulivo, Giovanni Sartori sostiene che molti problemi italiani dipendono dal sistema elettorale. Ma la difficoltà di governare dipende dalla nostra Costituzione o non piuttosto dalla scarsa attitudine dei governanti? Ne parleremo ancora, soprattutto dopo l’attacco di Ostellino alla Carta, poco liberale secondo lui.

Nell’Ulivo si parla di “cantieri” da aprire: la federazione della lista unitaria, la coalizione più ampia e, infine, le primarie. Il segretario diessino riassume così i punti chiave della politica programmatica del centro sinistra: integrazione europea, rilancio dell’economia, nuova politica fiscale, riforme istituzionali, pluralismo dell’informazione. Aggiungerei: giustizia, scuola, sanità, conflitto di interessi. Ma il cantiere del programma non è ancora aperto e dunque si vedrà.

E sopra, molto sopra la nostra piccola politica nazionale, i grandi problemi della terra. A partire dalle minacce del terrorismo e dal rischio nucleare. Quando si pensa a questi problemi l’estate che prima o poi finirà ci spaventa: questo trastullarsi su inezie, questo godere del superfluo non è forse tipico dei momenti che precedono le grandi crisi? Ma si sa che la storia è imprevedibile anche nel bene.

libertaegiustizia.it

Anche Amnesty scende in campo per salvare la vita a Baldoni
di red.

Dopo la famiglia di Enzo Baldoni, il giornalista free-lance rapito in Iraq, anche Amnesty International ha lanciato un appello ai suoi rapitori affinché lo rilascino immediatamente e senza condizioni. Nel comunicato, l’organizzazione non governativa rinnova ancora una volta l’appello ai gruppi armati che agiscono in Iraq affinché cessino di compiere deliberati attacchi, sequestri e uccisioni di civili. L’organizzazione per i diritti umani ricorda che tali azioni costituiscono crimini di diritto internazionale.

«Liberate nostro padre, è un pacifista». Queste invece le parole che i figli di Baldoni hanno lanciato un’appello ai rapitori del padre nell'edizione delle 13 e 30 del Tg1. Gabriella Baldoni, 24 anni, e Giudo, di 21, si sono quindi rivolti direttamente ai sequestratori del padre, sottolineando la contrarietà dell'uomo alla guerra in Iraq. Lo stesso appello sarà poi trasmesso dall'emittente televisiva araba Al-Jazeera, la rete che per prima ha mandato in onda il video con Baldoni inviato dai rapitori de “l'Esercito islamico iracheno”. È stata la figlia Gabriella a leggere l'appello ai rapitori per la liberazione del padre, Enzo Baldoni. «Noi ci rivolgiamo al popolo iracheno martoriato dalla guerra - ha detto di fianco al fratello Guido - e agli uomini che hanno in mano nostro padre Enzo, che è in Iraq come uomo di pace oltre che come giornalista. Enzo Baldoni cercava di salvare vite umane a Najaf come volontario della Croce rossa. Lo spirito di solidarietà ha sempre caratterizzato le sue azioni». Infine, la figlia Gabriella si è rivolta direttamente al padre, scomparso da giovedì scorso mentre si recava a Najaf. A lui, la giovane a rivolto «un bacio da tutta la famiglia» e si augurata che torni presto.

Quando è stato rapito, Enzo Baldoni precedeva il convoglio della Croce rossa diretto a Najaf, sventolando una bandiera con il simbolo dell'organizzazione. A raccontarlo è Helen Williams, una volontaria gallese che, nel suo blog online, racconta le ultime ore del giornalista italiano prima che venisse sequestrato dall'Esercito islamico in Iraq. Senza citarlo mai, ma riconoscibile in una foto, la Williams racconta di Baldoni che, insieme a lei e ad altri giornalisti, la mattina di giovedì 19 era diretto a Najaf.

Il reporter italiano, si legge nel racconto pubblicato anche sul blog di Baldoni, era insieme a un altro volontario e avanzava «a piedi davanti al convoglio, con indosso le pettorine della Croce Rossa (con una Croce Rossa ben in vista) e sventolando una enorme bandiera con l'emblema della Croce Rossa». «Ci precedevano a ogni incrocio che avremmo dovuto attraversare - si legge nella ricostruzione - facendosi vedere e mostrando la bandiera. Man mano che passavamo gli incroci, potevamo vedere i tank americani all'imbocco di ciascuna strada, circa 150 metri più in là; ad uno di questi incroci i tank erano tre.

Proseguivamo molto lentamente. E a un certo punto, siamo giunti a un incrocio dove il suono della battaglia era tale da farci pensare che la battaglia fosse proprio di fronte a noi, sbarrandoci la strada. I colpi d'arma da fuoco erano assordanti. Di nuovo, i nostri due compagni sono andati avanti a piedi con la bandiera per far presente che eravamo della Croce Rossa e portavamo aiuti medici. Ma questa volta non ci hanno fatti passare». Il convoglio, precisa la Williams, comprendeva quindici volontari della Croce Rossa Italiana e alcuni membri dello staff di quella irachena che portavano forniture mediche e un camion pieno di sacchetti d'acqua potabile.






Unità.it


Anche Amnesty scende in campo per salvare la vita a Baldoni
di red.

Dopo la famiglia di Enzo Baldoni, il giornalista free-lance rapito in Iraq, anche Amnesty International ha lanciato un appello ai suoi rapitori affinché lo rilascino immediatamente e senza condizioni. Nel comunicato, l’organizzazione non governativa rinnova ancora una volta l’appello ai gruppi armati che agiscono in Iraq affinché cessino di compiere deliberati attacchi, sequestri e uccisioni di civili. L’organizzazione per i diritti umani ricorda che tali azioni costituiscono crimini di diritto internazionale.

«Liberate nostro padre, è un pacifista». Queste invece le parole che i figli di Baldoni hanno lanciato un’appello ai rapitori del padre nell'edizione delle 13 e 30 del Tg1. Gabriella Baldoni, 24 anni, e Giudo, di 21, si sono quindi rivolti direttamente ai sequestratori del padre, sottolineando la contrarietà dell'uomo alla guerra in Iraq. Lo stesso appello sarà poi trasmesso dall'emittente televisiva araba Al-Jazeera, la rete che per prima ha mandato in onda il video con Baldoni inviato dai rapitori de “l'Esercito islamico iracheno”. È stata la figlia Gabriella a leggere l'appello ai rapitori per la liberazione del padre, Enzo Baldoni. «Noi ci rivolgiamo al popolo iracheno martoriato dalla guerra - ha detto di fianco al fratello Guido - e agli uomini che hanno in mano nostro padre Enzo, che è in Iraq come uomo di pace oltre che come giornalista. Enzo Baldoni cercava di salvare vite umane a Najaf come volontario della Croce rossa. Lo spirito di solidarietà ha sempre caratterizzato le sue azioni». Infine, la figlia Gabriella si è rivolta direttamente al padre, scomparso da giovedì scorso mentre si recava a Najaf. A lui, la giovane a rivolto «un bacio da tutta la famiglia» e si augurata che torni presto.

Quando è stato rapito, Enzo Baldoni precedeva il convoglio della Croce rossa diretto a Najaf, sventolando una bandiera con il simbolo dell'organizzazione. A raccontarlo è Helen Williams, una volontaria gallese che, nel suo blog online, racconta le ultime ore del giornalista italiano prima che venisse sequestrato dall'Esercito islamico in Iraq. Senza citarlo mai, ma riconoscibile in una foto, la Williams racconta di Baldoni che, insieme a lei e ad altri giornalisti, la mattina di giovedì 19 era diretto a Najaf.

Il reporter italiano, si legge nel racconto pubblicato anche sul blog di Baldoni, era insieme a un altro volontario e avanzava «a piedi davanti al convoglio, con indosso le pettorine della Croce Rossa (con una Croce Rossa ben in vista) e sventolando una enorme bandiera con l'emblema della Croce Rossa». «Ci precedevano a ogni incrocio che avremmo dovuto attraversare - si legge nella ricostruzione - facendosi vedere e mostrando la bandiera. Man mano che passavamo gli incroci, potevamo vedere i tank americani all'imbocco di ciascuna strada, circa 150 metri più in là; ad uno di questi incroci i tank erano tre.

Proseguivamo molto lentamente. E a un certo punto, siamo giunti a un incrocio dove il suono della battaglia era tale da farci pensare che la battaglia fosse proprio di fronte a noi, sbarrandoci la strada. I colpi d'arma da fuoco erano assordanti. Di nuovo, i nostri due compagni sono andati avanti a piedi con la bandiera per far presente che eravamo della Croce Rossa e portavamo aiuti medici. Ma questa volta non ci hanno fatti passare». Il convoglio, precisa la Williams, comprendeva quindici volontari della Croce Rossa Italiana e alcuni membri dello staff di quella irachena che portavano forniture mediche e un camion pieno di sacchetti d'acqua potabile.

Al Sistani: «Tutti gli iracheni marcino su Najaf». Allawi fa arrestare il vice di al Sadr

Leggi e sottoscrivi l'appello lanciato da Articolo 21 a favore di Enzo Baldoni






Editoriale

Antonio Tabucchi
La grazia di dare la grazia



Nicola Tranfaglia
Come ti distruggo la Repubblica






Le interviste de l'Unità

Lamberto Dini
«Onu, Berlusconi ci porta all’isolamento»



Enrico Morando
«Fecondazione, sono in difficoltà: vuol dire che siamo sulla strada giusta»






Idee per la sinistra

Maurizio Chierici
Anziani, un’estate in panchina



Alessandro Genovesi
Sei domande sul lavoro flessibile






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Lo spettro dell'11 settembre sulle elezioni americane
DA NEW YORK - GIORGIA ROMBOLA'
Il best seller dell'estate americana poteva essere un thriller di Stephen King o l'ultima fatica di Michael Crichton, l'ennesima puntata di Harry Potter o il resoconto del più recente successo hollywoodiano. Invece, ciò che gli americani hanno portato sotto l'ombrellone in questa non troppo torrida estate pre-elettorale sono 567 pagine di pura, tragica realtà. Niente spazio per la fantascienza né per la vivida immaginazione di un romanziere, dunque. Il rapporto ufficiale dell'11/9, da quattro settimane nelle librerie, ha tenuto banco.
Un successo giustificato anche dall'accattivante stile narrativo, tale da costringere la Norton a duplicare le 600.000 copie inizialmente previste per il mercato americano (siamo già a quota 1,1 milione). Il tutto, a dispetto delle 5,4 milioni di copie già scaricate gratuitamente dal sito del governo nelle scorse settimane. Un successo annunciato forse, ma "The 9/11 Report" (già tra i libri in offerta in alcuni bookstores) continua a far discutere.

Durante la presidenza Bush, l'intelligence americana ha commesso due dei più rovinosi errori della sua storia. Dopo aver ignorato (o almeno, non considerato con la sufficiente attenzione) il pericolo, pur segnalato nelle settimane anteriori all'11/9, di un attacco terroristico ad opera di Al-Qaeda, gli 007 statunitensi hanno impegnato tutte le loro energie nel dimostrare l'esistenza di armi di distruzione di massa in Iraq sulla base di mere supposizioni e di false congetture.
In risposta a questi tragici errori, l'amministrazione Bush non solo non ha fatto nulla per scoprire cosa nell'efficientissima macchina dell'intelligence non avesse funzionato, ma per più di un anno dagli attacchi terroristici al World Trade Center ha lavorato duramente perchè la commissione bipartisan non fosse costituita.
Ora, il Final Report mostra le negligenze tanto del governo Clinton, quanto di quello di Bush Jr. Ma le cattive notizie sono soprattutto per quest'ultimo e per la sua corsa alla rielezione.
Secondo i membri della Commissione, infatti, l'allarme Al Qaeda non figurava nell'A-list della Casa Bianca. Non era, insomma, una priorità. Il Report dimostra che tanto la Cia quanto l'Fbi mancarono numerose possibilità di far saltare il piano dei terroristi. Di più: nel rapporto si legge che non può essere provata alcuna connessione tra Saddam Hussein e Bin Laden, punto di forza dell'argomentazione di Dick Cheney e dell'ala neocons. In altre parole, cadono anche le motivazioni di una guerra preventiva e necessaria.

Ora il punto su cui l'opinione pubblica americana si sta interrogando è se sia giusto cacciare Bush e la sua amministrazione per non aver fatto di più per prevenire la tragedia dell'11/9. La risposta è sì, perchè di più poteva - e dunque doveva - essere fatto. Il prossimo 2 novembre gli elettori americani avranno la possibilità di punire l'attuale presidente per non aver capito quali fossero le reali priorità, per non aver considerato adeguatamente il pericolo rappresentato da Bin Laden e per aver aspettato troppo a fare domande, pretendere risposte e agire di conseguenza.
E' quello che è successo anche in Spagna pochi mesi fa, all'indomani degli attacchi dell'11 marzo, quando le urne, a dispetto delle previsioni della vigilia, assegnarono il potere al socialista Zapatero. Le bombe alla stazione di Atocha hanno influenzato il voto, certo. Ma non è forse un diritto di ogni cittadino revocare la propria fiducia ad un governante se la politica di questi, anche a dispetto dell'opinione pubblica, porta morte e distruzione?

centomovimenti.com

Luce e gas, arriva la stangata
Aumenti fino a 120 euro a famiglia. Sms per la benzina meno cara
GIORGIO LONARDI

MILANO - E adesso, trainato dal caro petrolio, scatta l´allarme bollette. La stangata su luce e gas che incombe sulle famiglie italiane nei prossimi 12 mesi sarà compresa infatti fra i 50 e i 120 euro in più. A stimare il rincaro è il centro studi Rie (Ricerche Industriali Energetiche) di Bologna che ha disegnato due scenari, uno ottimistico (Brent a 37 euro per fine 2004) e l´altro pessimistico (Brent a 42 dollari). Nel primo caso gli aumenti medi sarebbero di 50 euro a famiglia; nel secondo si «sfora» fino a 120 euro. Da settembre, come denuncia l´Intesa Consumatori, aumenterà sensibilmente anche il costo dei conti correnti bancari. Intanto, mentre a New York il prezzo del greggio continua a calare sotto i 45 dollari, il ministro dei trasporti Pietro Lunardi annuncia un pacchetto di incentivi per spostare il traffico merci su rotaia.
La simulazione meno allarmante del Rie, quella con il Brent a 37 dollari per fine anno, prevede che l´Authority per l´energia faccia scattare dal 1? ottobre un rincaro della luce del 3% seguito da un 2% dal 1? gennaio 2005 per un totale di 20 euro in più su base annua. Per il gas dal 1? ottobre, invece, il rincaro atteso è sul 2%, per poi registrare un nuovo aumento del 2,5% dall´inizio del 2005. Costo complessivo: 30 euro in più a famiglia. Con il Brent a 42 dollari (poco al di sotto dei livelli attuali) invece, per la luce si avrebbero rincari del 3% ciascuno nei prossimi due trimestri, del 2% nel secondo trimestre del 2005 e del 2,2% in quello successivo. In questo caso solo per la bolletta elettrica l´aggravio per ogni famiglia sarebbe di quasi 40 euro su base annua. Un aumento a cui si aggiungerebbero oltre 80 euro in più per il gas. Al Rie precisano che le stime non tengono conto di un´eventuale decisione dell´Authority di calmierare i prezzi riversando sulle tariffe solo parte degli aumenti del greggio.
Sul fronte governativo è atteso per giovedì o venerdì prossimo il vertice interministeriale sul caro petrolio. In quell´occasione da una parte si esaminerà il «pacchetto» del ministro Lunardi che mira a incentivare il trasporto merci su rotaia e quello via mare rispetto all´uso dei Tir. Mentre dall´altra, fra le iniziative del ministro delle Attività Produttive Antonio Marzano va segnalata l´idea di informare gli utenti via sms sui distributori che offrono il carburante a prezzi migliori. Una mossa che piace a Pasquale De Vita, presidente dell´Unione petrolifera mentre lascia perplessa l´Adusbef, una delle associazioni dei consumatori. E sono sempre i consumatori a denunciare l´aumento dei costi di gestione dei conti correnti da parte di parecchie banche. Una «mini-stangata» che dovrebbe partire a settembre consolidando una tendenza già emersa negli ultimi 12 mesi.
Il ritorno alla normalità, per quanto precaria, dell´export iracheno di petrolio sta accelerando la riduzione dei prezzi del greggio sui mercati internazionali. A New York il Wti con consegna ad ottobre è sceso sotto i 45 dollari al barile toccando un minimo di 44,80 dollari. Quanto al Brent, il petrolio di riferimento europeo, dopo aver aperto in calo dello 0,77% a 42,70 dollari è sceso ancora fino a 42,22 dollari. In diminuzione anche il prezzo del paniere Opec che si attesta sui 42,27 dollari.


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I sottosegretari del Tesoro: stop alla corsa della spesa sanitaria. Enti locali, è scontro sui tagli
Finanziaria, rispuntano i ticket
Proposta di Vegas e Magri, ma il ministro Siniscalco frena
Dalla sanità risparmi per un miliardo. Saranno incrociati i dati dell´anagrafe tributaria con le prescrizioni per evitare abusi
ROBERTO MANIA

ROMA - I ticket sanitari tornano sulla scena della politica economica in vista del varo della legge Finanziaria per il 2005. I sottosegretari all´Economia Gianluigi Magri (Udc) e Giuseppe Vegas (Fi) e gli stessi economisti di Palazzo Chigi hanno rilanciato ieri l´ipotesi di un contributo (da 50 centesimi ad un euro) a carico dei pazienti, uguale per tutte le Regioni. Idea - già sostenuta da An e questa volta, secondo quanto riportato dall´Adn Kronos, avanzata direttamente dal premier Berlusconi - che però il ministro Domenico Siniscalco ha decisamente escluso dal menù dei possibili interventi. La smentita è stata affidata a fonti del dicastero: «Non sono allo studio del ministro e dei suoi più stretti collaboratori ipotesi di introdurre misure di prelievo su ricette e quant´altro».
Da ieri la spesa sanitaria (con i suoi 5 miliardi di disavanzo, stimati per il 2004) è comunque entrata nel mirino dei tecnici che stanno preparando la manovra correttiva da 24 miliardi di euro (17 di tagli strutturali e 7 di misure una tantum) per contenere il deficit nazionale all´interno del 3 per cento del Pil. Ma a preoccupare è anche la dinamica della spesa a carico degli enti locali. Alcuni tecnici governativi sono arrivati ad indicare un taglio dei trasferimenti fino a 9,5 miliardi di euro. Prospettiva che ha allarmato i rappresentanti di Regioni, Province e Comuni di entrambi gli schieramenti politici. «Se così fosse - ha commentato il presidente dell´Anci, Leonardo Domenici - si tratterebbe di una manovra boomerang che tornerà addosso a chi l´ha pensata e avviata». D´altra parte - secondo i tecnici - un freno alla spesa locale va comunque messo dal momento che nel periodo 1995-2002 le uscite delle amministrazioni locali sono cresciute del 55,2%, mentre quelle statali sono calate del 15,6%. A settembre partirà il confronto tra Stato ed enti locali anche sul rinnovo del patto di stabilità interno in scadenza a fine anno .
Dalla sanità si immagina di ricavare un risparmio intorno ad un miliardo di euro. La leva su cui agire, oltre che sui ticket, resta quella di una razionalizzazione della spesa, incrociando, per esempio, i dati delle prescrizioni con quelli dell´anagrafe tributaria per evitare che chi non ne ha diritto possa ugualmente usufruire delle agevolazioni destinate ai meno abbienti. «Si agirà - ha detto Vegas - sotto il profilo degli sprechi e non sui servizi al cittadino». Poi secondo Vegas e Magri si potrebbero reintrodurre i ticket nazionali, aboliti con l´ultima Finanziaria. Secondo Magri occorrerebbe inserire nella manovra «una misura che consenta di applicare anche in Italia un mini-ticket generalizzato, circa mezzo euro a ricetta, come avviene nel resto d´Europa». Attualmente sono 10 su 21 le Regioni nelle quali è in vigore un ticket sui farmaci. In media l´importo è di 2 euro per confezione fino ad un massimo di 4 euro per ricetta.
Vegas, come il viceministro all´Economia Gianfranco Miccichè, hanno assicurato che con la Finanziaria arriveranno anche i tagli alle tasse. «È un obiettivo del governo», ha detto Vegas. Anche se nessuno sa ancora con precisione come si arriverà alle tre aliquote (23, 33 e 39%) e in quali tempi. «Tutto quello che non riusciremo a fare subito, sarà messo a punto il prossimo anno con la Finanziaria 2006», ha tenuto a precisare Miccichè. Più cauto Magri: «Qualcosa ci dovrebbe essere nella prossima Finanziaria ma è tutto ancora da decidere». Anche perché per la riduzione delle tasse servono complessivamente quasi 12,5 miliardi.


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Ds Milano - Rassegna stampa


Elezioni, l´Ulivo pensa a Di Pietro
Potrebbe sfidare la Lega nelle suppletive del 24 ottobre


da Repubblica - 25 agosto 2004

Suppletive, spunta Di Pietro
Potrebbe sfidare un leghista per il collegio tre
Nel centrodestra il Carroccio pensa al direttore della Padania Leoni per il posto alla Camera lasciato da Bossi
L´ex pm di Mani Pulite può mettere d´accordo tutto l´Ulivo, ma deve rinunciare a Strasburgo
Solo a febbraio si voterà al collegio dieci per sostituire Buttiglione

Antonio Di Pietro contro un leghista. È questo l´ultimo scenario possibile per la sfida elettorale che, il 24 ottobre, chiamerà alle urne centomila milanesi. Tecnicamente, dopo le dimissioni di Umberto Bossi dalla Camera si vota solo nel collegio 3 (zona Porta Vittoria e Porta Romana) per eleggere il deputato che dovrà succedergli. Politicamente, un secondo round per capire se le ultime Provinciali sono state molto più che un caso e per testare le alleanze del futuro. Il nome di Di Pietro, ultima novità in casa centrosinistra, sta tutto in questa logica: dare quel segnale che l´Ulivo si allarga davvero all´Italia dei valori.
Troppo presto per dire se l´operazione Di Pietro andrà in porto. La politica agostana l´accredita però come un´ipotesi. Certo è, invece, che proprio sulle candidature delle suppletive al collegio 3 riparte l´agenda dei due poli. Antipasto di altre suppletive, sempre per la Camera ma in questo caso collegio 10 (Quarto Oggiaro-Gallaratese) e presumibilmente solo a febbraio, per sostituire Rocco Buttiglione. Ma soprattutto antipasto delle Regionali di aprile. Per le quali a destra manca solo l´annuncio ufficiale della ricandidatura di Roberto Formigoni, magari con una personale lista in aggiunta alla coalizione. Mentre nel centrosinistra la pratica è indietro: prima bisogna capire le alleanze. Lista unitaria o no? La Margherita nicchia. I Ds anche ieri, con il segretario provinciale Franco Mirabelli, sono tornati a fare appello e ad avvertire: «La lista unitaria è un percorso che va praticato. Ma se viene vissuto come un artificio senza un progetto, allora rischia di essere un fallimento». Lo sfidante di Formigoni? Di boatos ce ne sono tanti (il leader Cisl Savino Pezzotta, Maria Pia Garavaglia della Margherita) ma un probabile candidato ancora non c´è. Ancora un diessino, Carlo Cerami, a bloccare il solito gioco dei birilli: «Prima di parlare di candidature si devono sciogliere i nodi politici».
Le suppletive per la Camera del 24 ottobre, dunque. Ulivo, Rifondazione e Italia dei valori hanno fissato per la prossima settimana il primo incontro per sciogliere il nodo. Dovranno affrontare il rebus Di Pietro. Operazione delicata sulla quale, nelle segreterie milanesi, il riserbo è granitico. A Roma invece, dove l´idea ha preso corpo con l´apertura della dirigenza Ds, si sa che ci sono due incognite pesanti. La prima: cosa ne pensano quelli dello Sdi? La seconda: Di Pietro ci starà davvero? Perché l´ex pm freschissimo di nomina all´Europarlamento, in realtà, un proprio personale sì ancora non l´ha detto. Da lui è nata la proposta a Ds e Margherita di presentare uno dei suoi, vedi Giorgio Calò da sempre nell´Italia dei valori e oggi neo-assessore all´Economato nella giunta provinciale Penati. I vertici Ds hanno rilanciato: si può fare su un dipietrista, ma deve essere un nome pesante. E dunque, Di Pietro stesso. A lui e agli alleati, adesso, il pallino. L´alternativa potrebbero essere due ulivisti doc arruolati nei Ds, come Michele Salvati o come Alberto Martinelli. Martinelli fu già il candidato del centrosinistra nel collegio 3 nel 2001, contro Bossi. Ma ieri dai Ds è arrivata, ufficialmente, un´apertura al sacrificio: «Noi non avanziamo nessuna pregiudiziale, non siamo il centrodestra dove si sta discutendo come se un collegio fosse proprietà di un partito».
Altro versante, la Casa delle libertà. Dove il posto del collegio tre spetta alla Lega, come nel 2001 quando toccò a Bossi. La seduta del consiglio federale del Carroccio, lunedì prossimo in via Bellerio, potrebbe aiutare a capire. Nel frattempo, le indiscrezioni danno papabile il direttore della Padania Giuseppe Leoni. Ma in crescita un outsider come Dario Fruscio, docente di Economia all´università di Pavia, un´amicizia consolidata con Umberto Bossi. Troppo improbabili, invece, candidature suggestive come il fratello del leader leghista, Franco, o la moglie Manuela Marrone in Bossi.
(gi.pi.)


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L´INTERVISTA
Basilio Rizzo (Miracolo a Milano): solo così il centrosinistra potrà governare la città
"Facciamo come Robin Hood
e pensiamo anche ai ceti medi"
Albertini fa solo gli interessi dei grandi gruppi privati immobiliari. E la vita della gente è peggiorata
Non credo che il sindaco lascerà prima del 2006, ma nel caso noi saremo pronti a sfruttare l´occasione
GIUSEPPINA PIANO

«Albertini è lo sceriffo di Nottingham. Noi dobbiamo essere Robin Hood». Basilio Rizzo non è uno tenero in politica. Sarà perché sono ormai 21 anni filati che siede in consiglio comunale, troppi per non concedersi il lusso di poter parlare senza peli sulla lingua. Sarà perché di questa Casa delle libertà che governa Milano è sempre stato un fustigatore. Adesso c´è la Lega nel ruolo inedito di critico della maggioranza. Ma il consigliere anziano Rizzo, oggi lista "Miracolo a Milano" e da sempre a sinistra, non si fida: «La Realpolitik vuole che la Lega possa protestare ma al dunque non essere un elemento di rottura».
Il capogruppo leghista Salvini dice che da adesso in aula si sentono liberi di votare solo quello che vogliono. La Casa delle libertà perde i pezzi?
«Spero che poi non piaccia loro tutto quello che vuole il sindaco. Perché per ora hanno spesso abbaiato ma molto raramente fatto quello che dicevano».
Adesso giurano di essere disposti a votare in aula anche con voi. Disponibili?
«Attenzione: nei numeri loro comunque non sono determinanti per la maggioranza. La Cdl ce la fa anche senza i tre voti leghisti».
Però?
«Se quella della Lega è solo guerriglia, voglia di smarcarsi, non se ne parla neppure. Però se alle parole seguono scelte di campo sostanziali, io dico parliamone. Un esempio? Aem e tutte le privatizzazioni, la vendita delle case comunali. Parliamo di una politica sociale che davvero vada incontro ai bisogni reali dei cittadini, di quei tanti che oggi a Milano fanno fatica ad arrivare a fine mese. Ecco, se su scelte concrete la Lega avesse davvero la volontà di contrastare un disegno di accrescimento delle diseguaglianze sociali, quale è quello di Albertini, il discorso si farebbe interessante. I voti della Lega non basterebbero. Ma credo che potremmo trovarne altri in Forza Italia e nell´Udc».
Giudizio pesante, sul sindaco.
«Ma la sua politica è proprio questa: un accrescimento delle diseguaglianze. Favorendo la grande proprietà immobiliare, privatizzando. Lui ha fatto la scelta di stare da una parte precisa».
I soliti poteri forti?
«Glieli traduco subito: gli interessi materiali dei più ricchi della città. La frase emblematica del sindaco è che i milanesi non si devono lamentare se Milano è cara perché significa che vale e si è investito. Sembra Maria Antonietta: se il pane è finito, date le brioche. Lui e il centrodestra non hanno capito che la vita della gente qualunque è peggiorata. Ma se Albertini è lo sceriffo di Nottingham, noi dobbiamo essere Robin Hood. Fare una scelta radicalmente diversa di interlocutori sociali. Stare dalla parte di chi ha il mutuo e non riesce più a far andare i figli in pizzeria o al cinema».
La sconfitta del centrodestra alle Provinciali, lei dice, nasce da qui.
«Esatto. Quando si dice non aumentiamo le tasse ma poi si fanno pagare di più i servizi, la gente capisce il trucco».
E il centrosinistra, per vincere alle Comunali?
«Deve dare risposte alla gente normale su cui il carovita ha avuto effetti devastanti, a chi fa fatica ad arrivare a fine mese».
Sta dicendo ai suoi di avere più coraggio a dire cose di sinistra?
«Lo stiamo facendo, e si deve continuare. Ci occupiamo e vogliamo continuare ad occuparci degli anziani, dei giovani, dei servizi sociali, la scuola, la casa, il carovita. Noi ci poniamo questi problemi. Il sindaco e la sua maggioranza si sono preoccupati solo di privatizzazioni».
Il welfare è un lusso troppo costoso.
«Ma pensiamo ad Aem. Perché privatizzarla? Se guadagna un´Aem pubblica, guadagnano i cittadini. Perché invece devono guadagnare i privati? E ancora, tutti i fondi immobiliari hanno avuto un boom e danno utili, perché il Comune di Milano non può farlo con le sue proprietà?».
Lei quanto scommetterebbe sul fatto che si arrivi al 2006, che non ci siano elezioni anticipate?
«Molto. Perché penso che quello che tiene insieme il centrodestra è una logica di potere. E andare avanti è nel loro interesse. Certo ci può sempre essere un incidente al di là delle volontà. E se capita noi dobbiamo essere pronti».
E oggi non lo siete.
«Se significa avere già il nome del candidato sindaco, quello non c´è. Però c´è la consapevolezza che bisogna andare tutti insieme alle elezioni».
Con il sindaco eletto all´Europarlamento, c´è chi maligna che potrebbe sparire da Milano. Ci crede?
«Berlusconi non permetterebbe mai ad Albertini di dimettersi. E prima di tutto, credo che ad Albertini piaccia molto fare il sindaco».
Il problema del centrosinistra è che non c´è il leader.
«Solo perché è troppi anni che non siamo al governo. Ci sono persone di valore. Il problema è dare loro posti di responsabilità perché possano esprimersi».



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Ds Milano - Rassegna stampa




A destra va di moda il cannibale




Un bell’ambientino, questa destra politico-giornalistica. Roba da non raccomandarlo alla banda della Magliana. Sarà che all’ubriacatura del successo sta seguendo il tremolio della sconfitta, ma dalla crisi e dal dibattito sulla crisi – tipici topoi dei flaccidi progressisti – qui si è passati direttamente al cannibalismo.
Riepiloghiamo. Gli incrociatori della stampa di destra – Libero e Giornale – ingaggiano una nobile contesa a chi denuncia i più gravi sprechi degli enti locali. Sembra solo concorrenza sulla fascia di lettori più affamata di politici che rubano (invariabilmente di centrosinistra), ma presto la competizione finisce fuori controllo. Quando comuni e regioni dell’Ulivo non ce ne sono più, Libero passa a quelli di centrodestra. E tra i denti di Feltri finisce un caporedattore del Giornale, reo di farsi pagare consulenze da Storace. È la prima vittima: il collega lascia consulenza e gradi.
Belpietro rosica ma resiste, però deve allargarsi: non più solo Veltroni e Bassolino, le sue inchieste frugano anche nel centrodestra. Abruzzo, Sicilia, basta che non siano governatori di Forza Italia.E quando già spera di aver rialzato la testa, il perfido Feltri gliela taglia di nuovo.
Ora si colpisce il bersaglio grosso: Guzzanti, senatore forzista e vicedirettore del Giornale, che come presidente della fallimentare Commissione Mitrokhin ha assunto la bellezza di 47 consulenti. Il fatto curioso è che stavolta la denuncia arriva dal presidente del Lazio, Storace. Il quale ha una teoria, da amministratore uscente alla ricerca di una rielezione non scontata: qui con queste inchieste ci volete far fuori. A me, come dirigente nazionale di An non berlusconiano.
E a noi tutti governatori, ai quali la finanziaria taglierà i fondi anche con la scusa che li sprechiamo.
Vedremo come si svilupperà l’affascinante vicenda, che finora ha schizzato fango dappertutto senza approdare a risultati concreti. Messo sulla graticola dai più forcaioli di lui, il Giornale potrebbe ricorrere all’arma letale. Una bella inchiesta su Feltri af- fidata a quei suoi giornalisti-segugi.
Sapete, quelli che tirarono fuori il conte Igor dell’affare Telekom Serbia: con loro il risultato è garantito.




europaquotidiano.it

La sporca guerra degli spot
John F. Kerry risponde con un contro-spot alla campagna diffamatoria dei veterani sul suo passato militare: «Era un pacifista, ci ha fatto perdere la guerra, altro che eroe». Ma Bush frena di fronte alle accuse di manipolazione dei dati, denunciate dal «New York Times». Lo sfidante però tentenna
ANDREA ROCCO
Con il nuovo spot messo in onda oggi da John Kerry la guerra torna al centro della campagna elettorale americana. Ma non quella in Iraq. Sono i fantasmi, mai del tutto svaniti, della guerra del Vietnam a riempire le giornate pre-Convention repubblicana. Una delle carte vincenti di Kerry, sia nella stagione delle primarie che alla Convention democratica è stata la sua «storia», il suo passato di eroico combattente in Vietnam, le ferite riportate, i tre «cuori purpurei», ovvero le medaglie al valore conquistate sul campo. Sono stati soprattutto questi dati biografici a convincere gli elettori democratici della «eleggibilità» di Kerry, definito nei sondaggi «un ottimo comandante in capo», migliore di Bush. Alla Convention del suo partito Kerry è costantemente apparso circondato da veterani di guerra, e in particolari dall'equipaggio della sua swift boat una imbarcazione tipo quella di Apocalypse Now, teatro delle gesta eroiche di john Kerry. Gli strateghi repubblicani hanno individuato in questo tema il punto forte di Kerry e hanno deciso di attaccare proprio lì. Non direttamente, ma attraverso un gruppo autodefinitosi «Swift Boat Veterans for Truth», veterani commilitoni più o meno diretti di Kerry. Con un vero e proprio blitz mediatico i veterani anti-Kerry hanno pubblicato un libro, lanciato un sito web, prodotto e messo in onda sulle reti nazionali uno spot e invaso i talk show televisivi e radiofonici. Le accuse: aver gonfiato i propri meriti in battaglia, aver mentito sulle ferite in azione, aver partecipato ad azioni criminali e non eroiche.

Tre giorni fa il New York Times ha pubblicato una approfondita analisi dei contenuti del libro e degli altri materiali prodotti da questi veterani, delle loro storie personali, per arrivare anche a rintracciare la «pista del denaro» dietro a questa operazione. Riassumendo le scoperte del quotidiano newyorkese: i soldi dell'operazione vengono da una rete di contatti della famiglia Bush, da importanti politici repubblicani texani, dal socio di Karl Rove, il massimo consigliere politico del Presidente e da un membro della Fondazione della Biblioteca presidenziale di Bush Senior; Roy Hoffman, pricipale accusatore ed ex-comandante di Kerry aveva fornito un lusinghiero ritratto del candidato democratico nel 1996 (sul Boston Globe) e nei rapporti dell'epoca del Vietnam aveva scritto di Kerry che nelle 11 categorie di valutazione era uomo di valore «non superato» dai commilitoni; le dichiarazioni dei commilitoni favorevoli a Kerry sono state falsificate a suo svantaggio; il coautore del libro anti-Kerr, Jerome Corsi, è collaboratore di siti web di estrema destra a cui ha inviato commenti anti-cattolici e anti-semiti; il medico che nello spot dei veterani dice che le ferite di Kerry erano minime e auto-inflitte non figura nei documenti medici dell'epoca. Ce n'è abbastanza per far crollare il castello di carte. Al punto tale che lo stesso Bush ieri ha frenato i suoi: «Kerry ha motivo di essere fiero del suo passato militare», basta con le polemiche... Ma i veterani insistono e «arruolano» anche l'ex-candidato repubblicano Bob Dole, che chiede a Kerry di «scusarsi» con i veterani per le posizioni anti-guerra prese al suo ritorno in patria.

In realtà è questo il punto vero dello scontro. Non il livello di eroismo di Kerry, incontestabile e certo non comparabile con quello dell'«imboscato» Bush, ma l'attivismo pacifista di Kerry dopo il suo ritorno in patria. In una memorabile testimonianza al Senato nel 1971 Kerry disse una frase, bella e famosa: «Come si può chiedere ad un uomo di essere l'ultimo a morire per un errore?». Frase riecheggiata anche per l'Iraq e che riassumeva l'impegno dei reduci anti-guerra per riportare a casa i commilitoni. Ma i veterani filo-repubblicani proprio questo non gli perdonano, la denuncia dei crimini commessi dai soldati americani in Vietnam e il riconoscimento che la guerra era sbagliata.

Uno degli accusatori di Kerry ha detto «Avevamo vinto la battaglia poi Kerry andò a casa e ci fece perdere la guerra». L'intera storia sembra aver rallentato l'ascesa di Kerry nei sondaggi. E lo ha costretto a spendere preziosi quattrini in un contro-spot che denuncia quella dei veterani come una campagna di falsificazioni. Ma anche in questo spot si vedono i problemi di Kerry. Il rifiuto di attaccare direttamente il Presidente ha aperto il fianco sul fronte del passato militare che i repubblicani avevano in precedenza evitato per non subire le ostilità sul passato militare di Bush. Mentre le timidezza di Kerry sul suo altrettanto glorioso impegno pacifista, ha dato via libera ai repubblicani. Attaccare Bush è invece il consiglio dato a Kerry dei maggiori politologi indipendenti, Kevin Phillips in testa, su tutti i temi politici.


ilmanifesto.it

Iraq : Enzo Baldoni non è collegabile al governo italiano
di red

Dopo la rivendicazione del rapimento del giornalista italiano Enzo Baldoni - 56 anni, collaboratore del settimanale indipendente Diario - da parte di un gruppo armato che di denomina "Esercito islamico in Iraq", Reporter senza Frontiere, ne ha chiesto l'immediata liberazione.

L'organizzazione internazionale per la liberta' di stampa sottolinea che Baldoni "Come tutti i giornalisti, deve essere trattato come un civile e non puo' essere certo essere considerato parte del conflitto. E' inammissibile equiparare un giornalista alla politica del governo del suo paese e utilizzare la sua vita come un mezzo di pressione politica".

Al-Jazira ha diffuso ieri un video, attribuito ai rapitori di Enzo Baldoni, durante il quale si intravede il giornalista per un breve momento e si vedono anche il suo passaporto e la sua tessera professionale. Nel video viene diffuso un ultimatum che esige il ritiro dall’Iraq delle truppe italiane entro 48 ore.

Enzo Baldoni, freelance inviato del settimanale Diario, non aveva più dato sue notizie all'ambasciata italiana dal 19 agosto. A dare l'allarme sulla scomparsa di Baldoni e' stato il giornalista di Repubblica Luca Fazzo, come confermato dal direttore di Diario Enrico Deaglio.

Il giornalista aveva lasciato Baghdad per Najaf con un convoglio della Croce rossa italiana ed un'equipe televisiva di Rai Uno. Arrivato a Najaf il 19 agosto, Enzo Baldoni ha ripreso la strada verso Baghdad insieme allo stesso convoglio, ma dopo una fermata a Kufa, il giornalista, sprovvisto di telefono cellulare, ha deciso di lasciare il gruppo per continuare da solo.

Baldoni era già stato a Najaf, il 15 agosto, con una missione della Mezzaluna rossa che trasportava acqua e medicinali. Secondo un collega di Rai Uno, Pino Scaccia, il giornalista aveva iniziato questo secondo viaggio con l’obiettivo di intervistare il leader sciita Moqtada Al Sadr.

Gianni Barbacetto, della redazione del settimanale Diario, aveva annunciato che l’autista e traduttore del giornalista, Ghareeb, sarebbe stato ritrovato cadavere, ma questa informazione non è stata confermata.

Enzo Baldoni, sposato e padre di due figli, ha gia' realizzato diversi reportage in zone pericolose come la Colombia, il Chiapas, la Birmania e il Timor orientale. La moglie del giornalista, Giusy Bonsignore, si sta appoggiando alla Croce Rossa per ottenere la sua liberazione.

www.osservatoriosullalegalita.org


Il parziale ritiro delle truppe Usa: i retroscena dell'annuncio di Bush e il ruolo dell'Italia

Lucio Manisco

Douglas J. Feith, sottosegretario per le direttive strategiche del dipartimento della Difesa, ha spiegato sul Washington Post le ragioni che hanno indotto il presidente Bush ad annunziare la riduzione nel prossimo decennio di 70mila effettivi militari statunitensi da 700 basi, presidi, centri di coordinamento e di intelligence intorno al nostro pianeta. «Il nuovo posizionamento globale delle forze Usa - ha scritto - rafforzerà la nostra potenza militare, rinvigorerà le alleanze degli Stati Uniti e migliorerà il tenore di vita del nostro personale».

Nel suo breve articolo il Feith ha riassunto e riaggiornato quanto già illustrato in una relazione presentata il 3 dicembre 2003 al Centro per gli Studi Strategici ed Internazionali di Washington: il dispiego stazionario di massicci dispositivi militari all'estero, soprattutto in Europa, fino a 15 anni fa motivato dalla minaccia dell'ex Unione Sovietica non ha più ragione di essere per via della scomparsa di questa minaccia, della fine della guerra fredda, dell'integrazione nella Nato dei paesi dell'ex patto di Varsavia, dell'emergere "asimmetrico" di nuove forze nemiche come quelle del terrorismo internazionale e, soprattutto, dell'acquisizione da parte della superpotenza di "nuove tecnologie militari".

Apparentemente nulla di nuovo da quanto già enunciato più volte dal segretario alla Difesa Rumsfeld e del suo numero due Wolfowitz: si tratta, come recita il titolo del Washington Post, di "una maniera più intelligente di impiegare le nostre truppe". Resta da spiegare perché l'annunzio ufficiale sia stato fatto solo adesso da un presidente che anche questa volta non ha mancato di impappinarsi con la seguente sorprendente asserzione: «I nostri nemici continuano ad escogitare nuovi mezzi per nuocere al nostro paese e al nostro popolo, e così facciamo anche noi».

Esistono ovviamente altri motivi, contingenti e sottaciuti, nella nuova strategia: la necessità di inviare nella disastrosa guerra in Iraq contingenti di stanza in Germania e nella Corea del Sud per sostituire quelli usurati da un conflitto che si protrae da 17 mesi (tra i 135mila soldati in Iraq si sono manifestati i primi segni di insubordinazione e di ammutinamento); l'esaurimento di un volontariato, alimentato fino a due anni fa dalla disoccupazione ed ora pressoché azzerato dal crescente timore di far la fine dei 950 caduti e degli 8mila feriti e mutilati in una guerra dissennata e senza fine; e poi naturalmente una campagna elettorale dall'esito incerto che richiede all'amministrazione Bush iniziative ed iperattivismo ad ogni pie' sospinto per controbattere ad esempio la promessa dell'avversario John Kerry di ridurre il contingente Usa nell'antica Mesopotamia entro la prossima estate.

Prevedibili le reazioni critiche in campo democratico: «Ritirare 70mila uomini non migliorerà la sicurezza nazionale - ha sentenziato l'ex comandante della Nato ed ex candidato alla presidenza Wesley Clark - la sicurezza nazionale ne uscirà debilitata. La misura indebolirà i nostri alleati. Si tratta di un gioco delle tre carte: stanno già usando le truppe ritirate dalla Corea del Sud per alimentare la guerra in corso. In quanto a mobilità e pronto impiego, la dislocazione delle nostre forze in Europa è migliore di quella a Fort Riley nel Kansas per far fronte a eventuali crisi in Africa o in Medioriente».

Analoghe le critiche dell'ex direttore della Cia, ammiraglio Stansfield Turner: «Dopo i disastri dell'Afghanistan e dell'Iraq - ha dichiarato - con l'ostilità nei nostri confronti che cresce in tutto il mondo, questo presidente sta dilapidando ogni risorsa nazionale. Personalmente sarei terrorizzato dalla prospettiva di dover servire il paese sotto questo comandante in capo».

Dato che l'eventuale ed ancora improbabile ascesa al potere del democratico Kerry non presenterebbe una vera alternativa, se non di pace almeno di minore aggressività bellicista nella conduzione del Grande Impero d'Occidente, l'interesse in Europa per questi battibecchi elettorali dovrebbe essere del tutto marginale. Si potrebbe tutt'al più trovare sollievo per questo apparente alleggerimento dell'occupazione militare e politica da parte di una potenza extracontinentale.

Le cose purtroppo non si presentano in questi termini, soprattutto per il nostro paese che dovrà assumersi altri pesanti oneri militari: il comando della marina Usa nel Mediterraneo, che in un primo tempo doveva essere trasferito da Gaeta ad una base in Spagna e che poi, dopo l'avvento al potere di Zapatero, è stato ridislocato a Taranto, è in verità poca cosa a fronte della decisione di trasferire dalla Gran Bretagna a Napoli l'intero quartier generale delle forze navali americane del nord atlantico.

E' una decisione di cui l'ineffabile ministro Martino può anche menar gran vanto, ma non avrebbe dovuto il nostro ministro della Difesa informare il parlamento delle pesanti conseguenze di questo "riposizionamento" sulla sicurezza nazionale, dei suoi nuovi oneri militari ed economici che ci vengono imposti, dei rischi di prestare un ennesimo bersaglio all'offensiva del terrorismo internazionale? Esistono altri e più gravi motivi di allarme che sono alla base del grande nuovo disegno strategico dell'impero e che vengono appena accennati dai Douglas Feith e da Richard Perle, sostenitori tra l'altro della necessità impellente di portare a compimento la nuova crociata contro l'Islam.

E questi motivi sono tutti nell'acquisizione da parte degli Stati Uniti di quelle che i due signori chiamano eufemisticamente le «nuove tecnologie militari». Si tratta di sviluppi che fanno impallidire la memoria dei Dottor Stranamore di trent'anni fa: gli spettacolari progressi conseguiti dalla nanotecnologia, dalla miniaturizzazione, dalla propulsione missilistica, dagli ordigni militari tattici hanno dato il via all'allestimento di nuovi armi dell'orrore e del terrore che permetteranno, in una relativa immunità, nuove guerre preventive a distanza.

A proposito della relativa immunità di un impero che estende i suoi tentacoli su ogni angolo del pianeta, va segnalata la decisione di Rumsfeld di accelerare l'allestimento operativo dei primi sistemi di difesa antimissilistica, il primo già installato il mese scorso in Alaska. Sono sistemi articolati su postazioni radar avanzate.

Avanzate dove? In Gran Bretagna e naturalmente in Italia...

Lucio Manisco

reporterassociati.org


Chi si muove in fretta vince
Peter Kruger



Peter Kruger si occupa di sviluppo di servizi web finalizzati alla distribuzione di video per Tiscali. Quello che segue è il testo del suo intervento al convegno Obiettivo cinema organizzato a Roma dalla Fondazione Glocus.

La mia è un’intromissione: non mi occupo di cinema, sono piuttosto quello che si direbbe un "internettaro". Il punto di vista che posso offrire è dunque quello di uno che conosce bene la Rete e che si sta accorgendo di una trasformazione in atto, le cui conseguenze saranno considerevoli: lo stiamo già vedendo nel campo della musica, lo vedremo - forse a ritmo accelerato - anche nel cinema.
Le grandi promesse sullo sfruttamento del video su Internet fatte nel biennio dell’euforia, cioè nel 1999/2000, sono state tutte più o meno sfatate, con la conseguenza anche di notevoli disastri. Questo ha creato un paradosso: da un lato l’idea di poter sfruttare Internet come canale di monetizzazione dei contenuti audiovisivi è stata completamente screditata; nei fatti, oggi i contenuti audiovisivi costituiscono la porzione maggiore dei dati scambiati nella Rete. Com’è possibile che esista un fenomeno così massiccio di consumo di audiovisivi in Internet e al tempo stesso non si riesca a farne un business?
Quando parliamo di innovazione in campo cinematografico, dal mio punto di vista profano, è inevitabile confrontarsi con questo interrogativo e osservare come la questione non sia soltanto legislativa. Molti diranno che il fenomeno è in crescita e che potrà avere un impatto sull’industria delle majors, ma che il cinema italiano, in fondo, è sopravvissuto a tante trasformazioni: magari si è rimpicciolito, perdendo il suo ruolo, ma negli anni Ottanta, pur con la venuta dell’home video, ha resistito all’introduzione delle nuove metodologie di distribuzione.
Il cinema italiano ha quel grande serbatoio che è la sala, un fattore che lo differenzia dall’industria musicale: l’impatto del filesharing e del peer to peer sulla musica è dovuto proprio al fatto che le label campano sull’industria dei cd. Il cinema invece, in particolare il cinema italiano, si è sempre retto sulla sala, a differenza del cinema americano, dove l’home video rappresenta già il 50% del mercato e contribuisce direttamente al finanziamento della produzione. In Italia invece la sala blinda ancora l’industria.
Il problema è che il peer to peer, o più in generale l’utilizzo di Internet come canale di distribuzione, avrà un impatto anche più violento di quello delle precedenti modernizzazioni della distribuzione cinematografica. Il peer to peer rende i film disponibili in Rete quando ancora sono in sala: è notizia recente l’invito di Michael Moore a scaricare il suo film, che è tuttora nelle sale americane. In realtà i file scaricabili sono di pessima qualità, ma di fatto il prodotto entra in circolazione attraverso altri mezzi di distribuzione paralleli alla sala. A questo consegue il dover ripensare completamente le finestre di distribuzione, ed è ciò che stanno facendo le major: adesso si ragiona sull’uscita in linea dopo la sala, ma c’è già chi ragiona sull’uscita in parallelo con la sala.
L’altro motivo per cui credo che l’impatto del peer to peer sull'industria cinematografica sarà forte è che Internet è una realtà molto aperta e che rende estremamente flessibile l’adozione di nuove metodologie di consumo, come ad esempio l’alta definizione: già oggi è possibile trovare filmati in alta definizione disponibili in Rete. Questo vuol dire che attraverso Internet lo spettatore si avvicina prepotentemente alla sala cinematografica: inevitabilmente anche una industria fortemente strutturata sulla sala come quella italiana dovrà tenerne conto.
La questione fondamentale alla quale si fa accenno parlando di distribuzione in Rete è la distruzione di valore, che nel caso della musica è eclatante. Nel 2000 il mercato della musica valeva 40 miliardi di dollari e c’era chi sosteneva che grazie all’uso delle nuove tecnologie nell’arco di pochi anni si sarebbe arrivati a 100 miliardi di dollari: in realtà oggi ne vale 33, con un tasso di caduta accelerata del 10%. Il vero problema non è la distruzione del valore, ma l’emergenza di soggetti diversi da quelli che hanno caratterizzato il panorama audiovisivo fino a pochi anni fa, soggetti in grado di fornire risposte di carattere commerciale e tecnologico.
Nel caso della musica l’unico nome che può vantare risultati positivi è Apple, grazie a iPod e a iTunes, che permettono di scaricare musica legalmente, conegnando alla casa madre tassi di crescita a due cifre: 100 milioni di brani scaricati nel primo anno, 70mila nelle prime due settimane. Non si parla di case discografiche ma di soggetti tecnologici: sulla stessa linea di Apple si stanno infatti muovendo Sony, Microsoft, in Europa forse Nokia.
Il risultato è evidente: un’industria prima largamente dominata dalle major americane oggi è interamente nelle mani di nuovi soggetti, quasi solo statunitensi. C’è stata un’iniziativa europea significativa da parte di una società fondata da Peter Gabriel, che con un investimento molto consistente ha fatto accordi con le case discografiche: ma è appena stata acquisita da un’altra società americana. Non ha retto il confronto.
E il cinema? La situazione comincia a farsi preoccupante. Nel 2003, oltre il 50% degli utenti di filesharing, circa 10milioni, già si scambiavano file video; la MPI stimava qualche mese fa che il download illegale di film fosse compreso tra le 600 mila unità ed il milione; altri hanno stimato le prime perdite per l’industria nel 2004 in circa 4 miliardi di dollari su un mercato globale di 70 miliardi. I nuovi dati della MPI dicono che un quarto degli utenti Internet, a livello globale, ha già scaricato almeno un film illegalmente, con una distribuzione non dettata solo dalla velocità di accesso: da un lato abbiamo paesi come la Corea del Sud dove il fenomeno ha già raggiunto il 60%, dall'altro paesi che dispongono della stessa tecnologia dove il fenomeno rimane al di sotto del 20%, come ad esempio il Giappone. Dato significativo quello italiano: un quarto degli utenti Internet in Italia ha scaricato almeno un film illegalmente.
Il rischio è quello di lasciare il mercato in mano agli americani. Le major si sono mosse subito, tre anni fa: prima la Sony, che poi ha coinvolto la Mgm, la Paramount, la Universal e molte altre, e insieme hanno fondato MovieLink, anche se i risultati finora sono stati tutt’altro che confortanti. È interessante capire come mai le major non riescano a creare un’iniziativa che abbia successo e invece una società come Apple ce la faccia. Chi ha la proprietà dei diritti ha grosse difficoltà a sviluppare il business, al contrario le grosse società di elettronica di consumo e informatica riescono a sfondare.
Questo va ad incidere sulle caratteristiche del consumo di intrattenimento: al momento l’industria del pc si sta muovendo in maniera decisa per entrare nei nostri salotti di casa. L’idea è prendere un mercato in apparente saturazione, quello del pc, rivestire i personal computer come dei soprammobili e invadere i salotti di casa con questi dispositivi. È una spinta forte che vede interessati tutti i grandi produttori e distributori: in un breve arco di tempo il mercato verrà inondato da una nuova generazione di prodotti vicini ai set top box che consentiranno di vedere anche film.
Nel 2006 Sony prevede il lancio della nuova Playstation ads3 e tutti si stanno strutturando su questa data, da un lato le major cinematografiche, dall’altro le grandi forze dell’elettronica di consumo e dei pc, che hanno capito il gioco. La success story di Apple è chiara: Apple ha avuto successo perché, oltre ad aver emesso un brand molto forte, è stata in grado di intercettare quella domanda anche un po’ feticista che contraddistingue coloro che entrano in un negozio di dischi e comprano un cd. L’idea geniale è stata comprendere che quel feticismo si sta trasferendo dal vecchio supporto cd ad un oggetto come l’iPod, che si andrà arricchendo a seconda della quantità di dati che ci si mettono dentro. Il successo di Apple con iTunes e iPod è legato al dispositivo: un dispositivo che dopo mesi di utilizzo vale molto di più del prezzo sullo scaffale, perché ha tutto il valore della musica che, legalmente, ci è stata scaricata sopra. Già si sta ragionando su versioni customizzate di questo prodotto: l’iPod per la musica classica, quello per l'hip-hop, e così via.
Come si fa a competere con un servizio come il peer-to-peer? Apparentemente sembra un soggetto inattaccabile, perché consente di accedere gratuitamente al prodotto. Il mercato è complesso, la domanda anche, e può essere soddisfatta da chi può fornire un servizio a vero valore aggiunto. Il segreto è che l’offerta sulle reti p2p è estremamente confusa: ci sono aziende che hanno proprio come obiettivo quello di confondere le acque, inondando la Rete di versioni fasulle dei brani appena usciti.In Europa la situazione è estremamente fragile: non abbiamo, con l’eccezione di Nokia, soggetti in grado di competere con i colossi dell’hi-tech. C’è l’esempio interessante di Movie System in Francia, la società di produttori consorziati fondata da Luc Besson. L’obiettivo qui è posizionarsi subito: chi si muove per primo generalmente prende tutto. È un mercato che ha molto più a che vedere con l’e-commerce che con altro: in questo senso Amazon è fortemente rappresentativo.
Movie System è una operazione estremamente ardita ma con un suo successo: attualmente è il soggetto riconosciuto dal mercato francese per la distribuzione del prodotto. A parte questo, in Europa non ci sono altri casi rappresentativi ed il rischio è che accada quello che è già successo con la musica. L’invito per l’Italia è dare spazio all’iniziativa: da un lato, ci vuole la comprensione da parte dei produttori che questo fenomeno va guidato e non subito; dal punto di vista politico, bisogna invece comprendere che il cinema ha bisogno di sostegno non solo per la produzione ma anche per la distribuzione, in un’ottica di sviluppo delle piattaforme tecnologiche.





caffeeuropa.it



SCHIAVITÙ: "GLI AFRICANI NON NE SONO ANCORA LIBERI", SECONDO MINISTRO CULTURA
Peace/Justice, Standard


"Non siamo ancora liberi dalla schiavitù anche se le rotte degli schiavi sono state bloccate. Soffriamo ancora oggi di una forma di schiavitù economica e tecnologica, donne e bambini sono ancora portati fuori dai propri Paesi di origine per lavorare e prostituirsi, mentre nelle nostre stesse Nazioni spesso siamo trattati in maniera diversa rispetto agli stranieri che ospitiamo": con queste parole ieri il ministro per la Cultura e il Turismo nigeriano, Franklin Ogbuewu, ha aperto la cerimonia di celebrazione tenuta ad Abuja per ricordare la giornata mondiale del ricordo della tratta degli schiavi e della sua abolizione. La data del 23 agosto è stata scelta dall'Onu per ricordare l’insurrezione che cominciò nella notte tra il 22 ed il 23 agosto 1791 nell’isola di Santo Domingo (oggi divisa tra Haiti e la Repubblica Dominicana) condotta da Toussaint Louverture che condusse gli schiavi "alla prima decisiva vittoria contro i loro oppressori nella storia dell’umanità", come recita la motivazione ufficiale delle Nazioni Unite. "La schiavitù è una forma di violenza particolare, perché lede proprio la sacralità della vita umana. Viola i diritti inalienabili dell'uomo, quei diritti che non possono essere negoziati né mortificati in nessun caso, a nessuno prezzo e in nessuna circostanza" ha continuato. Il ministro nigeriano ha poi sottolineato l'importanza che gli africani per primi comprendano le nuove, "più sottili e sofisticate", forme di schiavitù. Un fenomeno dalle molte facce che il politico africano ha paragonato a un Hydra, il mostro a più teste della mitologia classica greca. Il traffico dei minori (con tutti gli abusi che ne derivano), le minacce dirette all'immagine "virtuosa" della donna africana ormai trasformata in un oggetto da commerciare sui mercati (e sui marciapiedi) internazionali o le difficoltà che si trovano ad affrontare gli atleti africani sfruttati da contratti "arroganti" nei Paesi del nord del mondo, sono solo alcune delle facce meno note della moderna tratta degli schiavi su cui il ministro nigeriano ha voluto soffermarsi.[MZ]



misna.it

Giuramento ipocrita



Da qualche mese sulle più autorevoli riviste mediche ci si interroga sull’etica della professione di fronte a casi di tortura e violazione dei diritti umani. Alla fine di luglio, un articolo comparso sul New England Journal of Medicine aveva già segnalato la complicità del personale medico statunitense nelle torture in Iraq, Afghanistan e Guantanamo.

La notizia della connivenza del personale medico con le torture inflitte ai prigionieri nelle carceri irachene, prima fra tutte Abu Ghraib, è rimbalzata sui media, riportando ancora una volta l’attenzione sulle continue violazioni della dignità e dei diritti dell’uomo, di ogni uomo.
Quei diritti messi nero su bianco il 10 dicembre del 1948 dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite all’indomani della fine della seconda Guerra Mondiale e della rivelazione di quanto era successo nei campi di sterminio, con la partecipazione e collaborazione dei medici.

L’articolo 5 di tale dichiarazione recita così: “Nessun individuo potrà essere sottoposto a tortura o a trattamento o punizione crudeli, inumani o degradanti”.
Ma se questo non bastasse, se non bastasse nemmeno la Convenzione di Ginevra sul trattamento dei prigionieri, i medici devono attenersi a un altro giuramento, che risale all’epoca di Ippocrate, di cui esiste la versione cosiddetta moderna, e che deve scandire l’esercizio della professione fin dai primi passi.
“… Mi asterrò dal recar danno e offesa” diceva Ippocrate, e ancora: “in qualsiasi casa andrò, ivi entrerò per il sollievo dei malati e mi asterrò da ogni offesa e danno volontario”.

Nella versione aggiornata per i tempi moderni il concetto è reso, se fosse necessario e dati gli ultimi avvenimenti pare che lo sia, ancora più esplicito. Il novello medico giura “…di perseguire come scopi esclusivi la difesa della vita, la tutela della salute fisica e psichica dell’uomo e il sollievo della sofferenza”, e ancora “…di non compiere mai atti idonei a provocare deliberatamente la morte di un paziente…”, “…di curare tutti i miei pazienti con eguale scrupolo e impegno indipendentemente dai sentimenti che essi mi ispirano e prescindendo da ogni differenza di razza, religione, nazionalità, condizione sociale e ideologia politica; di prestare assistenza di urgenza a qualsiasi infermo ne abbisogni…”.
Assistenza di urgenza non però lasciando poi il prigioniero di nuovo sottoposto ad abusi, come sembra essere successo.



I casi come Abu Ghraib, purtroppo non isolati, non devono essere taciuti; i pazienti, perché tali sono diventati i prigionieri sottoposti a torture, devono essere protetti e da più parti del mondo medico viene l’invito ai colleghi affinché sia fatta luce su tutto ciò che è successo.
Già prima dell’articolo uscito sulla rivista The Lancet e ripreso da PeaceReporter, un’altra autorevole rivista, il New England Journal of Medicine , aveva pubblicato alla fine di luglio un articolo a firma di Robert Jay Lifton, psichiatra della Harvard Medical School di Boston sui medici e la tortura: vi si affermava che vi erano prove sempre maggiori della complicità di medici e infermieri statunitensi nelle torture e in altri atti illegali in Iraq, Afghanistan e Guantanamo.
“Noi sappiamo che il personale medico non ha segnalato alle autorità superiori ferite chiaramente causate da tortura e non ha compiuto passi per interrompere questa tortura. Inoltre, ha consegnato documenti medici dei prigionieri a chi si occupava degli interrogatori, i quali potrebbero utilizzarli per sfruttare la debolezza o vulnerabilità dei prigionieri”.

Lifton affermava allora che non vi erano notizie sul grado di coinvolgimento medico nel ritardo o nella falsificazione dei certificati di morte di prigionieri uccisi dalle torture, cosa che invece ora appare essere confermato.
Ma riviste mediche a parte, Lifton riporta articoli usciti in maggio e giugno su diversi testate ad ampia diffusione, fra cui il New York Times e il Washington Post, dove la denuncia di abusi con la complicità dei sanitari era già stata pubblicata.
Lifton nel suo scritto affronta anche la questione dei doveri dei medici militari, potenzialmente soggetti a conflitti morali fra l’etica professionale e la gerarchia militare, portando avanti un’analisi sui contesti in cui si verificano e si sono verificati tali connivenze e di come i medici ad Abu Ghraib si siano trovati in una “situazione che produce atrocità”.

Ma la Dichiarazione di Tokio del 1975 sulla tortura della World Medical Association (ricordata anche da Lifton) non lascia spazio a interpretazioni, come riportato dall’editoriale uscito in questi giorni su The Lancet: “I medici non consentiranno, perdoneranno o parteciperanno a torture o ad altre forme di procedure umilianti … in ogni situazione, inclusi conflitti armati e lotte civili”.
Al di là di tutte le possibili giustificazioni, siano esse le situazioni o la paura di ritorsioni come raccontato dai medici iracheni protagonisti di torture sotto il regime di Saddam Hussein, al di là dei numerosi esempi del passato e del presente, che purtroppo rendono non eccezionale né isolato quanto appreso sulle carceri irachene, afgane e di Guantanamo, al di là della possibilità magari non nota di medici e infermieri che hanno invece cercato di opporsi, rimane l’invito pressante a tutti i sanitari a parlare e raccontare quanto conoscono: in questo modo, conclude Lifton, “faranno un importante passo verso il recupero del loro ruolo di guaritori”.

L’etica medica in regime di guerra o tirannia era già stata oggetto di un editoriale e di una ricerca pubblicate a marzo di quest’anno sulla rivista dell’American Medical Association: la ricerca, condotta dal gruppo Physicians for Human Right, ha indagato la partecipazione dei medici agli abusi e alle violenze perpetrate in Iraq sotto Saddam Hussein, e gli autori, commentando i dati raccolti da circa un centinaio di sanitari, hanno sottolineato l’importanza di una rete di aiuto per i medici coinvolti, perché si sentano appoggiati e sostenuti nell’opporsi a tali pratiche, attraverso “l’esercizio di pressioni internazionali (governative) sul regime autore degli abusi”.
Parlare dunque, e creare le condizioni perché sia possibile farlo, come lo spiraglio che sembra essersi aperto con gli articoli pubblicati sul New England Journal of Medicine e su The Lancet.
Se più di una persona, o addirittura un governo, comincia a ritenere giustificabile la tortura per sventare attacchi terroristici, il passo è breve per giustificare o addirittura approvare il coinvolgimento e la partecipazione dei medici in tali atti.
Di fronte a questi dubbi e perplessità, il giuramento di Ippocrate viene in aiuto.

Valeria Confalonieri

Fonti
Lifton RJ. Doctors and torture. N Engl J Med 2004; 351: 415-416.
Miles SH. Abu Ghraib: its legaci for military medicine. www.thelancet.com
How complicit are doctors in abuses of detainees? www.thelancet.com
Reis C et al. Physicians participation in human rights abuses in southern Iraq. JAMA 2004; 291: 1480-1486.
Pellegrino ED. Medical Ethics suborned by tyranny and war. JAMA 2004; 291: 1505-1506. www.peacereporter.net

Guerrieri dell'informazione
di Pratap Chatterjee da guerrillanews.com

La Rendon Group è l’agenzia di consulenza che fornisce servizi di comunicazione politica. I servizi offerti variano dalla creazione di “un ambiente favorevole in vista della privatizzazione” alla giustificazione della guerra. Al suo attivo: la manipolazione dei media durante guerra del Golfo, le reazioni dopo gli attentati dell’11 settembre, la giustificazione dell’invasione in Iraq...

“L’informazione è una componente del potere” – dal sito della Rendon Group.

Alla vigilia della Convention nazionale dei democratici, un suggestivo spettacolo pirotecnico illuminava la baia di Boston sotto gli occhi di eleganti politici, di dirigenti e dei rispettivi amici, che osservavano da un ristorante in riva al mare di nome Tia’s riservato per l’occasione.

Rick Rendon, responsabile dell’organizzazione dell’evento, si intratteneva amabilmente con i propri clienti: i dirigenti della Time Warner, tra i quali il direttore Richard Parsons che lo aveva ingaggiato per dedicare la serata a un’importante parlamentare della California: Nancy Pelosi, leader del partito democratico.

Otto ore dopo, Rendon dava prova delle sue capacità tecnologiche nella gestione delle informazioni: una video conferenza collegava le 56 delegazioni della Convention del partito democratico distribuite su tutta la città in 23 luoghi differenti. “Un’iniziativa importante perché il partito democratico esige che da tutti i suoi deputati emerga un messaggio coerente e univoco, soprattutto per quanto riguarda la comunicazione con i media,” ha rivelato a Information Week Rick Rendon, co-fondatore e socio anziano della Rendon Group.

Comunicazione politica
Per la Rendon Group, il cui motto è: “l’informazione è una componente del potere,” l’organizzazione dell’evento è stata solo uno dei tanti servizi di “perception management” (comunicazione politica) che l’agenzia di consulenza fornisce ai suoi clienti, tra i quali le agenzie governative del Massachussets, i dirigenti di multinazionali, il partito democratico, gli uffici della Defense Advanced Research Projects Agency (DARPA) al Pentagono e il regime militare in Colombia.

I servizi offerti variano dalla creazione di “un ambiente favorevole in vista della privatizzazione” alla giustificazione della guerra. La società, che ha sedi a Boston e a Washington DC, è gestita da Rick Rendon, suo fratello John Rendon, sua cognata Sandra Libby e da David Perkins, già impiegato al Pentagono.

I rapporti di Rendon con il partito democratico risalgono almeno a 24 anni prima, in occasione della convention di New York del 1980, dove il suo compito era quello di occuparsi dei deputati. Suo fratello John era direttore esecutivo e direttore politico del Comitato nazionale democratico.

Quando Jimmy Carter perse le elezioni contro Ronald Reagan, i Rendon aprirono bottega come consulenti politici. Quasi un quarto di secolo dopo la convention di New York, i due fratelli si ritrovano ancora a stretto contatto sia negli affari che nella politica. John e Rick sembrano lavorare in due mondi distinti, Boston e Washington, così come la presenza in rete della Rendon Group si biforca in due siti differenti, uno interno e l’altro internazionale. John gira il mondo smerciando strategie di guerra mentre Rick rimane a casa a vendere pace, produrre video per gli alti dirigenti e organizzare eventi. Ma la società è a tutti gli effetti un’entità sola e un esame attento suggerisce come forse questa netta divisione non sia che a sua volta un caso di “perception management”.

Potere alla guerra
Quando Reagan vinse le elezioni, cancellando in un sol colpo dodici anni di presidenti repubblicani, i Rendon ampliarono il loro raggio di azione e John cominciò a fornire servizi di consulenza all’esercito.

Nel 1989 durante l’invasione di Panama, dall’alto di un palazzo di Panama City (Florida) contribuì alla gestione delle informazioni sulla guerra.

In occasione della prima guerra del Golfo nel 1991, il suo staff operava nei dintorni di Taif in Arabia Saudita.

Durante la guerra in Afghanistan , ogni mattina alle 9:30 si riuniva con alti funzionari del Pentagono per stabilire il comunicato del giorno.

Una delle sue operazioni mediatiche più famose, realizzata con il contributo dell’agenzia di pubbliche relazioni Hill & Knowlton, fu inscenata durante la mobilitazione alla guerra del Golfo del 1991.
Il 10 ottobre 1990 il Congressional Human Rights Caucus (Commissione per i diritti umani) tenne un’udienza a Capitol Hill. Tom Lantos, deputato democratico della California, e John Porter, repubblicano dell’Illinois, presentarono una quindicenne del Kuwait di nome Nayirah. In lacrime e visibilmente turbata, la ragazza descrisse una scena orripilante accaduta a Kuwait City. “Facevo la volontaria all’ospedale al-Addan,” testimoniò. “mentre mi trovavo lì vidi dei soldati iracheni irrompere con le armi nell’ospedale ed entrare nelle stanze dove c’erano i neonati nelle incubatrici. Tolsero via i neonati e presero le incubatrici lasciando morire i bambini a terra sul pavimento gelido”. Sette senatori favorevoli all’intervento bellico utilizzarono queste affermazioni per motivare la necessità dell’invasione in Iraq, portando di fatto alla vittoria del sì per un margine ristretto di cinque voti. In seguito si scoprì che Nayirah apparteneva alla famiglia reale del Kuwait, era figlia dell’ambasciatore kuwaitiano negli Stati Uniti e che l’episodio delle incubatrici era stato inventato.

Un altro trionfo mediatico di cui Rendon va fiero è stata la manipolazione dei media attuata durante il conflitto vero e proprio. “Chi di voi ha partecipato alla liberazione del Kuwait… o chi l’ha soltanto vista in televisione, avrà notato le centinaia di kuwaitiani che sventolavano delle piccole bandiere americane. Vi siete mai chiesti come avesse fatto la gente di Kuwait City, dopo essere stata tenuta in ostaggio per sette lunghi e dolorosi mesi, a procurarsi delle bandierine americane? E quelle degli altri paesi alleati? Ora lo sapete. Era uno dei miei compiti,” annunciò nel 1998 a una conferenza sulla sicurezza nazionale.

Poco dopo gli attentati dell’11 settembre a Wall Street e Washington, il Pentagono offrì a Rendon un contratto di 100.000 dollari al mese per rintracciare notizie estere antiamericane, fornire consulenza sulle strategie di comunicazione e seminare in rete, sulla stampa e in televisione notizie filoamericane.

Nel 2002 quando il Pentagono tentò di istituire l’Office of Strategic Influence (Ufficio per la manipolazione strategica) per poter diffondere nei paesi stranieri notizie fuorvianti, fu proprio Rendon l’uomo che avevano in mente. Il presidente Bush, infine, fu costretto a eclissare il progetto dopo il fiume di proteste provenienti dai media e dall’opinione pubblica, ma guardando indietro ci si chiede se l’amministrazione non abbia semplicemente deciso di rinominarlo.

Ricevere il messaggio
Un anno fa fu chiesto a John Rendon di tenere un discorso a una conferenza di funzionari dell’esercito organizzata al King’s College di Londra su “come utilizzare al meglio le risorse militari nel campo della gestione delle informazioni, istruendo politici e analisti e promuovendo piani d’azione all’interno del proprio paese o all’estero”.
“Credo che l’Operation Iraq Freedom (Operazione Iraq libero) ci abbia assicurato un posto in prima fila per lo scontro tra due diverse culture della comunicazione. Se si seguivano i media statunitensi o occidentali la guerra era raffigurata in un certo modo. Se si ascoltavano o guardavano le notizie trasmesse da un’emittente araba si ricevevano notizie di tutt’altro genere,” ha affermato Rendon, secondo una copia del suo discorso ottenuta da CorpWatch. “In altre parti del mondo la copertura televisiva forniva ai cittadini punti di vista diversi. In Indonesia, per esempio, dove risiede la più grande popolazione musulmana del mondo, i telespettatori potevano scegliere tra la CNN International, la BBC World e, da fine marzo, Al-Jazeera… Secondo voi qual è stato il canale più visto? Al-Jazeera, ovviamente.” “E questo ci porta alla prima cosa importante da imparare. Dobbiamo ancora lavorare se vogliamo far giungere il nostro messaggio al maggior numero di persone possibile… in una miriade di lingue internazionali…e con il giusto contesto culturale che permetta al messaggio non solo di giungere ma anche di essere recepito”.

Potere alla pace
Mentre il fratello era alla guida della “gestione delle informazioni” promuovendo la guerra, Rick Rendon si occupava delle pubbliche relazioni per il progetto educativo post-11 settembre “United We Stand” (Rimaniamo uniti) del Massachussets; progetto che, secondo il sito della Rendon Group, “ha creato un simbolo visibile di speranza, una bandiera americana di enormi dimensioni (20x35 m) formata da circa 40.000 brandelli di stoffa da 15x15 cm con messaggi di patriottismo, pace, amore e sostegno al proprio paese scritti da 50.000 studenti provenienti da oltre 675 classi”.

Di recente, Rick si è fatto promotore di un progetto intitolato “Empower Peace” (Potere alla pace) che sfrutta le tecnologie di video conferenza della Rendon Group per promuovere la pace tra gli alunni del Medio Oriente e del Massachussets, anche se in scala ridotta rispetto alle tecnologie utilizzate per la Convention democratica.

Il primo scambio è stato trasmesso il 20 maggio 2003. Il progetto era semplice ma stimolante: la El Centro del Cardenal High School di Boston, gli studenti della Stoneham High School di Stoneham e gli studenti musulmani della Khawla School del Bahrein hanno parlato tra loro di pace tramite la tecnologia video della Polycom.

“Per le vecchie generazioni farsi un’opinione o cambiare modo di pensare è difficile. Per le generazioni future invece è essenziale. Riponiamo le nostre speranze nelle giovani generazioni future,” ha dichiarato Rendon all’epoca. Colleen Cull, insegnante alla El centro del Cardenal High School, ha aggiunto entusiasta: “In sostanza credo che prenderanno molte delle informazioni ricevute attraverso questo progetto e le condivideranno con gli amici, i familiari avviando così l’intero processo di pace”.

Che progetti come quello di “Empower Peace” o “United We Stand” siano mezzi efficaci per contrastare la retorica antiamericana di Al-Jazeera? Rick Rendon sta forse aiutando il fratello a comunicare “con le lingue e con il giusto contesto culturale che permetta al messaggio non solo di giungere ma anche di essere recepito”, utilizzando gli studenti di Boston e del Bahrein come strumento per far sembrare l’occupazione statunitense dell’Iraq un gesto d’amicizia? Rendon non si esprime sull’argomento. Alla richiesta di discutere dell’invasione in Iraq, ha risposto bruscamente: “È irrilevante. Sarò lieto di discutere dell’Empower Peace, ma di nient’altro”.

Poco distante dalla festa da Tia’s a Boston, Rendon dichiarava che il progetto era stato finanziato interamente dalla sua società. “È stato realizzato grazie al nostro buon cuore. Si basava su ciò che è diventata la campagna per la pace razziale tra scuole più grandi del mondo; ha riunito qui a Boston 15.000 ragazzi per parlare di diversità e di rispetto reciproco coinvolgendo studenti di Belfast dall’Irlanda del Nord (cattolici e protestanti) e dal Sud Africa (neri e bianchi); hanno interagito superando i pregiudizi e i luoghi comuni e hanno imparato a vivere, studiare e giocare insieme”.

La guerra è pace
Ma come spesso accade nelle relazioni pubbliche il messaggio che aleggia in superficie non necessariamente coincide con lo scopo ultimo della campagna.

A rendere più interessante il lavoro dei due fratelli è il fatto che spesso si servano delle medesime persone: uno di loro venne alla luce quando inaspettatamente fu ucciso nel nord dell’Iraq nei primi tre giorni dopo l’invasione del marzo 2003. Paul Moran, freelance per la Australian Broadcasting Corporation di Adelaide, all’epoca viveva nel Bahrein e lavorava per la Rendon Group all’Empower Peace. Oltre a essere un freelance che girava video aziendali per vivere, Moran lavorava per John Rendon e aveva quindi una doppia vita, secondo l’Adelaide Advertiser che al funerale intervistò amici e familiari. Moran fece tesoro della “sua esperienza di cameraman per addestrare i dissidenti iracheni all’uso di telecamere nascoste per filmare attività militari. Durante gli incontri tenuti a Teheran, in Iran, mostrava agli iracheni contrari a Saddam come sfruttare oggetti di uso quotidiano, ad esempio sacchi di datteri, per nascondere le telecamere… lavorò a stretto contatto con i partiti di opposizione iracheni in esilio che incitavano la popolazione a sollevarsi contro Saddam [e]… fu coinvolto nella defezione di uno scienziato iracheno che fornì al governo statunitense prove importanti sui laboratori per la costruzione di armi biologiche, chimiche e nucleari irachene”. Inoltre “fu ingaggiato per ripristinare una stazione televisiva del Kuwait utilizzata per trasmettere in Iraq messaggi anti-Saddam e… per fornire annunci di servizio pubblici per il Pentagono da trasmettere in Iraq in preparazione dell’Operation Freedom Iraq.” Alcune di queste trasmissioni vennero registrate a Boston.

Un articolo del Villane Voice rivelò che la Rendon Group aveva chiesto la collaborazione di un dottorando di Harvard, sebbene in qualche caso la produzione non fu organizzata in maniera adeguata. “Nessuno sapeva una parola di arabo. Pensavano stessi ridicolizzando Saddam, ma per quanto ne capivano potevo anche stroncare il governo americano. Quale iracheno troverebbe divertente prendersi gioco dei baffi di Saddam, quando lì li portano quasi tutti?” affermò lo studente, che chiese di rimanere anonimo.

Il legame Chalabi
Ci si potrebbe chiedere se il “perception management” o la “gestione delle informazioni” della Rendon Group siano ciò che una volta si chiamava propaganda o disinformazione.

Alla luce delle recenti dichiarazioni che hanno rivelato come le prove addotte dall’amministrazione Bush a giustificazione dell’invasione in Iraq fossero fittizie, è opportuno considerare il ruolo avuto da Moran e dalla Rendon Group in quella vicenda.

Per esempio Adnan Ihsan Saeed al-Haideri, un tecnico civile iracheno che dichiarò di aver visto venti edifici segreti presumibilmente utilizzati per la costruzione di armi chimiche e biologiche, venne portato di nascosto in Tailandia per essere intervistato da Moran.

Ad assistere al-Haideri vi era Zaab Sethna, portavoce del congresso nazionale iracheno (INC) e collega di vecchia data di Moran. Non sorprende che lo stesso INC (noto per il suo fondatore, Ahmed Chalabi, membro, caduto ormai in disgrazia, del consiglio di governo iracheno) sia stato creato dalla Rendon Group, secondo quanto emerge dal rapporto di Peter Jennings della ABC News del febbraio del 1998 che mostrava come la Rendon Group avesse speso più di 23 milioni di dollari per conto della CIA.

Secondo la ABC, fu proprio Rendon a trovare un nome per il congresso nazionale iracheno.

Aggiunge Seymour Hersh del New Yorker che la Rendon Group fu “pagata dalla CIA quasi cento milioni di dollari” per il lavoro svolto con l’INC.

Per testate importanti come il New York Times, Chalabi e l’INC furono tra le “fonti” principali di informazioni per quanto riguarda le misteriose “armi di distruzione di massa” irachene.

La Rendon Group lavorava forse con Moran e Chalabi grazie a un qualche contratto speciale stipulato con il governo americano affinché la guerra fosse giustificata tramite la manipolazione dei media, come ad esempio il New York Times? Non ci sono prove a confermarlo ma solo molte coincidenze sospette.

Secondo il reporter australiano John Hosking, che intervistò Zaab Sethna a Dateline, un programma di informazione australiano, l’unico altro reporter che riuscì a intervistare al-Haideri prima che fosse inglobato da un programma di protezione testimoni fu la scandalosa Judith Miller del New York Times.

Miller firmò numerose inchieste che ribadivano la “minaccia” rappresentata dalle armi di distruzione di massa irachene e indicò in al-Haideri la sua fonte.

Articoli e informazioni di natura simile vennero presentati più volte dall’amministrazione Bush come pretesto per l’attuale guerra in Iraq.

A maggio del 2004, il New York Times pubblicò un editoriale scusandosi per cinque inchieste, inclusi parecchi articoli di prima pagina, prodotte tra il 2001 e il 2003 che riferivano di armi biologiche, chimiche e nucleari presenti in Iraq: “In alcuni casi, le informazioni che all’epoca furono controverse, e che ora appaiono discutibili, non vennero accertate con sufficienza o non vennero messe in discussione… Guardando indietro, vorremmo aver mostrato più decisione nel riesaminare le dichiarazioni ogni qual volta venivano – o non venivano – alla luce nuove prove”.

Gestire gli eventi
Rick Rendon ha evitato ogni commento sul ruolo di Moran o sulle attività della Rendon Group in Iraq. Verso mezzanotte quando la serata al Tia’s stava ormai per concludersi, Rendon si è allontanato dal reporter, troncando così l’intervista.

Nel frattempo i suoi committenti della Time Warner e i loro ospiti lo hanno raggiunto per ringraziarlo dell’ennesima festa ben riuscita e dell’occasione concessa per parlarsi.

Tra gli ultimi a lasciare la festa c’era Jason Steinbaum, responsabile dello staff del parlamentare Eliot Engel, deputato democratico di New York, che ha scambiato qualche parola con CorpWatch: “Chi di noi frequenta determinate cerimonie è molto grato alle organizzazioni che le sponsorizzano, siano esse agenzie o associazioni commerciali o altre tipologie di… altre tipologie di società. Siamo davvero molto grati. Con alcuni membri della Time Warner lavoro su tematiche che sono di competenza del comitato di cui fa parte il mio responsabile e cerimonie come queste ci danno la possibilità di conoscerci dietro le quinte,” ha dichiarato.

“La Time Warner ha una sua presenza a Washington e siamo bel lieti di accoglierla nei [nostri] uffici”.

Se John Kerry dovesse vincere le elezioni, potrebbe decidere di fare affidamento sulla Rendon Group per plasmare l’opinione pubblica sulla guerra in Iraq.

Dopo tutto i Rendon sono vecchi sostenitori del partito democratico che sono stati in grado di mostrare due volti completamente diversi pur lavorando per la stessa società: manipolando l’opinione pubblica nei confronti delle operazioni anti-guerriglia in Colombia; incitando i cittadini del Massachussets a pagare le tasse e a riciclare i contenitori per le bevande; occupandosi delle pubbliche relazioni di Jean Bertrand Aristide dopo che l’amministrazione Clinton lo aveva reinsediato al potere e di quelle dei gruppi cittadini che chiedevano la caduta di Noriega dopo l’invasione dell’esercito statunitense.

E anche se Kerry dovesse essere sconfitto dall’amministrazione Cheney-Bush, nessun problema, la Rendon Group sarà sempre pronta e al servizio di chiunque.

Traduzione di Maria Romanazzo per Nuovi Mondi Media
Fonte: http://www.guerrillanews.com/corporate_crime/doc5036.html
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Immigrati: la Spagna avvia una mega-regolarizzazione

di Benedetta Verrini (b.verrini@vita.it)






Potrebbe riguardare oltre 600mila persone. Otterranno il permesso di soggiorno solo coloro che sono in grado di mostrare ''un rapporto di lavoro effettivo''.







La Spagna sta per far partire una campagna di regolarizzazione dei clandestini che potrebbe riguardare oltre 600mila persone. E' il piano dell'esecutivo di Jose Luis Rodriguez Zapatero, che ha confermato le sue intenzioni al riguardo e ha sottolineato che non si trattera' di una regolarizzazione indiscriminata e non avverra' senza un adeguato consenso sociale.
Otterranno il permesso di soggiorno solo coloro che sono in grado di mostrare ''un rapporto di lavoro effettivo''.
Il segretario di Stato all'immigrazione Consuelo Rumi ha affermato che il provvedimento mira a ''risolvere un problema ereditato dal governo precedente'' e a ''favorire l'integrazione degli immigrati nel mercato del lavoro'' facendo emergere l'economia sommersa. E diventera' esecutivo, ha precisato, con l'entrata in vigore del regolamento della legge sugli stranieri il cui iter parlamentare verra' avviato a settembre per concludersi prevedibilmente a novembre.
Sebbene la formula non sia ancora completamente definita, Rumi ha chiarito che il governo comprovera' il periodo di permanenza degli immigrati irregolari attraverso l'iscrizione alle anagrafi comunali. In secondo luogo l'esecutivo porra' in marcia un sistema di iscrizione provvisoria alla Previdenza sociale, che avverra' dopo ''la formalizzazione del contratto di lavoro tra l'imprenditore e il lavoratore extracomunitario''. Una volta che risulti iscritto alla Previdenza sociale, l'immigrante sara' regolare e otterra' un permesso di soggiorno e di lavoro per il tempo di durata del contratto.

Per favorire la regolarizzazione, i datori di lavoro disposti a collaborare, che abbiano impiegato in maniera irregolare lavoratori stranieri, non saranno penalizzati. Il segretario generale del gruppo parlamentare socialista, Diego Lopez Garrido ha da parte sua assicurato che il governo applichera' il provvedimento solo sulla base di un consenso sociale e politico e che a settembre convochera', in questo spirito un tavolo di dialogo per presentare ad impresari e sindacati le sue proposte di regolarizzazione degli immigranti illegali con lavoro.
I sindacati riferendosi ai clandestini che potrebbero dimostrare un'attivita' lavorativa regolare parlano sulla stampa di un numero fra tra 500 e 800 mila mentre si ritiene superino il milione, su un totale di 2,5 milioni di immigrati (il 6% della popolazione totale), gli illegali che vivono in Spagna. E l'Unione generale dei sindacati (Ugt) taccia di ''immaturo e imprudente'' l'annuncio dell'esecutivo per il rischi di creare ''false aspettative tra gli immigrati''.
E Commissiones Obreras pur concordando con la filosofia di fondo ritiene che la riforma attribuisca troppo ''protagonismo agli imprenditori rispetto ad altri agenti sociali nella decisione su quali immigrati debbano essere regolarizzati''. Non convincono le precisazioni del governo d'altra parte neppure il leader del Partito Popolare all'opposizione, Mariano Rajoy, per il quale il progetto nasconderebbe una politica di ''documenti per tutti'' che non si pratica, ha detto,in nessun altro paese della Ue, e che puo' provocare ''un pericoloso effetto di richiamo'' nei confronti dei clandestini verso la Spagna.




agosto 24 2004

"Un governo troppo debole
farà ancora finanza creativa"
la bandana Agli industriali la storia della bandana non è piaciuta. Vorrebbero maggiore serietà
lo squilibrio In autunno per l'esecutivo verranno al pettine i nodi di tre anni di squilibrio dei conti pubblici
RICCARDO DE GENNARO



da Repubblica - 24 agosto 2004

ROMA - Non crede che il ministro Siniscalco imprimerà una «svolta» alla politica economica del governo. Al contrario, l'ex ministro Pierluigi Bersani, oggi eurodeputato e responsabile economico dei Ds, si aspetta da «un governo debole e litigioso al suo interno», una Finanziaria 2005 che conterrà «ancora "tremontismo" e finanza creativa», taglierà gli investimenti nel Mezzogiorno e nei servizi collettivi (Ferrovie, Poste...), «darà addosso a Regioni ed enti locali, con pesanti conseguenze sulla sanità».
Bersani, nella prossima Finanziaria il governo dovrà tenere insieme l'effetto petrolio, l'obiettivo del taglio delle imposte, le risorse per i contratti pubblici. Questo in un quadro di probabile rallentamento dell'economia. Come la vede?
«Lo scenario d'autunno è piuttosto prevedibile. Avremo un quadro internazionale segnato da un'impasse della ripresa e quindi da un rallentamento della crescita europea, e noi in Europa siamo nelle posizioni di coda. Nel frattempo verranno al pettine i nodi dei tre anni di squilibrio della finanza pubblica da parte di questo governo. Insomma, saranno costretti a un intervento depressivo sia sul lato degli investimenti sia su quello dei consumi».
E questo non è certo il momento migliore...
«Infatti. Il governo dovrebbe cominciare con un'operazione verità, che Siniscalco ha fatto sui numeri, ma senza dire nulla sul perché siamo arrivati a questo punto. Eppure lui c'era. Adesso è difficile rimettere il dentifricio dentro il tubetto. Devono capire quale Finanziaria fare, trovare le compatibilità, ricostruire un quadro di relazioni adeguate».
L'idea di tagliare un po' tutti i capitoli di spesa è buona?
«Fare una Finanziaria che preveda tagli un po' per tutti è un'illusione. L'esistenza di una formula matematica è il sogno di qualunque assessore al Bilancio. Poi a complicare le cose per il governo c'è quell'eterna promessa di Berlusconi, che quando rientrerà dalla Sardegna e si toglierà la bandana tornerà alla carica con la riduzione delle imposte».
Che cosa accadrà?
«Io immagino un governo che si terrà border line tra la realtà e le promesse, tra il volto realistico di Siniscalco e i sogni di Berlusconi. Ma la svolta non la faranno. Vorrebbe dire fare quell'operazione verità, convocare un tavolo vero con le parti sociali, stabilire un'inflazione obiettivo che sia un elemento regolatore per i contratti e la politica delle tariffe, stabilizzare il prezzo della benzina, affrontare il problema della distribuzione della produttività ai salari».
Siniscalco sembra più sensibile di Tremonti al problema della restituzione del potere d'acquisto agli italiani, non le sembra?
«Sì, ma non andrà oltre qualche proclama su ulteriori liberalizzazioni. Anche perché riprendere il filo del potere d'acquisto non è mica semplice. Poi verranno al pettine nodi contrattuali molto seri. Io credo che partirà la discussione sulle nuove regole, ma nei rinnovi si dovrà fare ricorso alle vecchie. Pubblico impiego, trasporto locale, metalmeccanici, medici di base sono questioni rilevanti. Per non parlare di coloro che non hanno voce, le fasce di reddito basse, i pensionati. E poi c'è il problema della casa: se ne parla poco, ma qui la situazione si sta facendo drammatica».
Qual è secondo lei, che conosce bene l'ambiente, lo stato d'animo degli industriali?
«Sono preoccupati per la ripresa internazionale, hanno fiducia nella nuova Confindustria, che lavora per restituire un minimo di stabilità. Quanto al governo, resta il segno meno. La storia della bandana, poi, non ha fatto una buona impressione, vorrebbero più serietà».



Stanno arrivando le tempeste d´autunno
MASSIMO RIVA


da Repubblica - 24 agosto 2004

UN BEL sole sta ancora illuminando quest´ultimo scorcio d´estate, ma le premesse d´un autunno tempestoso diventano ogni giorno più visibili. Insegnano i meteorologi che dall´incontro tra un fronte caldo e uno freddo nascono sempre i peggiori disastri. E oggi, purtroppo, fa caldo, troppo caldo, sul versante della politica, mentre fa freddo, troppo freddo, su quello dell´economia. Entrata già a pezzi e bocconi nella pausa estiva, la maggioranza berlusconiana sta per uscirne ancor più spaccata e divisa.

Arrivano le tempeste d´autunno

Le polemiche feriali, tanto sulle riforme istituzionali quanto sul tema dell´immigrazione, stanno scavando solchi profondi fra anime incompatibili all´interno della Casa delle libertà. Sopra tutti gli altri il nodo della cosiddetta devolution sembra diventato la metafora fedele di una sorta di incontrollabile volontà di dissolvimento dell´alleanza politica su cui regge il governo Berlusconi.
Chiunque padroneggi un minimo di conoscenza costituzionale e non soffra di miopia politica sa che sul percorso di questa riforma incombe la finale minaccia di un referendum popolare, che ha scarsissime probabilità di chiudersi con successo senza una forte intesa con le opposizioni. Ma la Lega di Umberto Bossi insiste nel ricattare i soci della maggioranza per ottenere una vittoria di Pirro in parlamento che ha ottime probabilità di trasformarsi in una disfatta nel voto popolare. È proprio come se una ventata di volontà autolesionista si stia impossessando della Casa delle libertà senza che nessuno abbia il coraggio politico decisivo per fermare questa deriva suicida.
Nessuno, neppure i più duri critici del progetto leghista - come i vari Follini e Buttiglione - trova il coraggio di uscire allo scoperto gettando sul tavolo la carta risolutiva: cioè, il richiamo alla realtà di un referendum a rischio assoluto.
Il fronte interno della maggioranza resta così sempre più caldo ed agitato da polemiche che, però, girano a vuoto e non trovano uno sbocco né in positivo né in negativo, con riflessi destabilizzanti un po´ su tutte le questioni aperte sull´agenda governativa dell´autunno incombente. Che sono tante e tutte molto serie. La prima, decisiva per il governo e soprattutto per il paese, è la manovra economica da approvare con la Finanziaria 2005.
Il buco che il ministro Tremonti ha lasciato in eredità, secondo i calcoli del suo stesso successore e già stretto collaboratore, richiede un intervento da non meno di 24 miliardi di euro. Stima, per giunta, effettuata prima che i continui rialzi del prezzo del petrolio mutassero in peggio il quadro delle previsioni tanto sulla crescita del prodotto interno lordo quanto sulla corsa dei prezzi. Il presidente del Consiglio continua a sfoderare messaggi rassicuranti promettendo che il suo governo non metterà le mani nelle tasche degli italiani ed, anzi, manterrà l´impegno di un drastico taglio alle tasse.
Ma il suo stesso ministro del Tesoro non perde, viceversa, occasione per dire quel che tutti immaginano da soli, ovvero che la manovra non potrà essere «indolore». Come è scontato che dovrà essere per una Finanziaria di un´entità pari a quasi 50mila miliardi delle vecchie lire.
Si aggiunga a questo quadro malcerto il fatto che i rincari del petrolio, con i loro inevitabili riflessi sul tasso d´inflazione, stanno versando benzina sul fuoco già latente dei conflitti sociali. Pur nelle differenziazioni competitive che dividono la Cisl di Pezzotta dalla Cgil di Epifani, il fronte sindacale è compatto almeno su due punti. Tanto nel rigettare l´ipotesi governativa di bloccare i rinnovi contrattuali su un tasso d´inflazione programmato all´1,6 per cento al quale oggi non crede davvero più nessuno, quanto nel rivendicare una politica di sostegno ai redditi di quei milioni di italiani più deboli per i quali l´autunno dell´economia si annuncia - proprio a causa dell´andamento dei prezzi - anche più freddo di un inverno.
Altro che tagliare le tasse - ha detto seccamente il leader della Cisl - occorre aumentare salari e stipendi. Parole che, pronunciate in concomitanza con la trattativa per il rinnovo del contratto del pubblico impiego, annunciano una disputa parecchio dura sulle risorse del bilancio dello Stato, ma che danno anche voce a una condizione di pesante difficoltà economica diffusa in vasti strati del paese. Tanto reale da essere da essere stata riconosciuta e denunciata in questi giorni perfino da una voce al riguardo insospettabile, quella del neopresidente di Confindustria, Luca di Montezemolo.
Finora, anche se sbagliando regolarmente le previsioni, l´ex ministro Tremonti ha sempre cercato di far quadrare in rosa i suoi conti, gonfiando le stime sulla crescita del Pil con temerari atti di fede nel traino della congiuntura internazionale. Ma stavolta la triplice congiunzione della smascheratura degli errori tremontiani con il brusco rincaro della bolletta energetica e la perdita di competitività del made in Italy preclude il ricorso a simili trucchi. Dopo tante mirabolanti fanfaronate del presidente del Consiglio, la Casa delle libertà sta arrivando alla resa dei conti con la realtà di una situazione finanziaria e di una congiuntura economica che richiederebbe scelte difficili, anche impopolari, purché guidate da una mano politica capace di cercare e di creare vasto consenso nel paese, anziché giocare sulla divisione del sindacato, sulla demonizzazione degli avversari politici e sulla frammentazione degli interessi sociali.
Ma è proprio su questo punto che il freddo autunno dell´economia porta a leggere il pronostico di tempo pessimo sul barometro del paese. Finanziaria, petrolio, prezzi, rinnovi contrattuali, bassa crescita e debito alle stelle: una maggioranza che perde il suo tempo a dividersi e a polemizzare attorno a una riforma senza senso amministrativo e senza sbocco politico come la famigerata devolution è, purtroppo, la più seria garanzia di tempeste incombenti. Resterebbe solo da sperare che le grandinate colpiscano chi sta seminando vento e non anche il resto del paese. Ma è una pallida illusione: gli errori di un governo finiscono sempre nelle tasche dei cittadini.





Testimoni di Genova
di Antonio Padellaro


da l'Unità - 24 agosto 2004

Nel programma della Festa nazionale de l’Unità di Genova - ricca come sempre di personalità illustri e di eventi di forte richiamo - ci colpiscono tre nomi: quello del ministro del Lavoro, il leghista Roberto Maroni; quello del ministro per l’Attuazione del programma, Claudio Scajola, di Forza Italia; quello del presidente della commissione Giustizia della Camera, l’on. Gaetano Pecorella, anch’egli di Forza Italia.

Colpisce la presenza di Maroni, Scajola e Pecorella non perché tre esponenti di spicco della maggioranza saranno ospiti del maggior partito di opposizione. Infatti, della pattuglia, diciamo così, governativa, fanno parte anche i ministri Alemanno e La Loggia, oltre al presidente dell’Udc Follini, sperando di non averne dimenticato qualcuno. E poi, la Festa de l’Unità è sempre stata un luogo di tolleranza e di confronto, tradizione che va assolutamente difesa in tempi di intolleranza e chiusura (se esistesse un criterio di reciprocità non osiamo pensare a quale sorte andrebbe incontro un esponente dei Ds alla festa della Padania).

No, la presenza di Maroni, Scajola e Pecorella alla festa di Genova ci colpisce per la forte connotazione politica dei tre personaggi, per la assoluta determinazione con la quale, in ruoli diversi, hanno in questi tre indimenticabili anni, espresso il peggio del berlusconismo al potere. Non sono certo colombe della pace e del dialogo. Roberto Maroni (che si confronta con Antonio Bassolino il 12 settembre) è stato la punta di lancia dell’offensiva contro l’art. 18, con comportamenti di assoluta intransigenza che hanno raggiunto vette intollerabili quando, dopo l’omicidio Biagi ad opera della Br, il ministro del Lavoro indicò i mandanti morali nel campo della sinistra, con tanto di nomi e cognomi.

Di Claudio Scajola (dibattito sull’immigrazione il 7 settembre) basta ricordare che era lui il ministro degli Interni ai tempi dei fatti di Genova. Quanto a Gaetano Pecorella (faccia a faccia sulla giustizia con Anna Finocchiaro il 13 settembre) è l’avvocato principe di Silvio Berlusconi, ruolo che ha esercitato nelle aule di giustizia e, contemporaneamente, nelle aule parlamentari.

Visto che, sotto la sua sapiente regia, la commissione Giustizia di Montecitorio ha partorito le leggi ad personam poi applicate nei tribunali a favore del suo premier-cliente. Se esistessero le olimpiadi berlusconiane (prima o poi ci si arriverà) all’on. Pecorella andrebbe assegnata la medaglia del decatlon.

Malgrado i precedenti siano questi su Maroni, Scajola e Pecorella alla Festa de l’Unità è giusto che non pesino pregiudizi a patto che la loro presenza possa fare incamerare alla sinistra e all’opposizione un qualche tornaconto politico. Possibilità che per ora onestamente ci sfugge. Ma proviamo lo stesso a fare uno sforzo di comprensione (e di tolleranza), come nello spirito della festa ricordando le parole, se non erriamo, di quel sant’uomo di papa Giovanni: quando incontrate un viandante chiedete non da dove viene ma dove va. Applicata alla politica, la parola giovannea appare quantomai calzante soprattutto se l’avversario dovesse per esempio cominciare a camminare nella tua direzione. O se con le sue dichiarazioni aprisse, poniamo, delle crepe nel proprio schieramento. O se venisse ad annunciare vistosi mutamenti di marcia nelle scelte economiche o nella legislazione sul lavoro. Ma è pensabile che Maroni si presenti a Genova per annunciare questi vistosi mutamenti? O venga a chiedere scusa per l’articolo 18 o per le infamanti accuse rivolte a sinistra? È possibile che il decatleta Pecorella approfitti della Festa de l’Unità per spogliarsi di una parte almeno del suo incredibile conflitto d’interessi? O che Scajola ci racconti finalmente chi diede l’ordine dei pestaggi al G8? No, il massimo che possiamo attenderci è qualche cautissima, genericissima, fumosissima apertura di dialogo destinata a evaporare con la fine dell’estate. Non vorremmo insomma che da questa triplice e assai impegnativa presenza alla Festa de l’Unità fosse la destra e non la sinistra a incamerare un tornaconto politico. Cosicché i potenziali elettori di destra possano sentirsi più rassicurati nelle loro certezze. E quelli di sinistra invece no.

apadellaro@unita.it


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Come ti distruggo la Repubblica
di Nicola Tranfaglia

Di questi tempi la stampa quotidiana non attraversa uno dei suoi periodi migliori.
La televisione, regolata secondo gli interessi del principale imprenditore privato del settore che, guarda caso, è nello stesso tempo il capo del governo (secondo la recente legge Gasparri intervenuta dopo vent’anni di duopolio più o meno collusivo) sottrae risorse finanziarie al lettore e ai quotidiani che si contendono accanitamente un mercato fin troppo ristretto.
Il dibattito politico, tuttavia, si svolge necessariamente sui giornali, visto l’assordante conformismo televisivo e l’asservimento dei principali telegiornali al governo Berlusconi.
Di qui conserva un qualche peso la posizione delle grandi testate e in particolare del quotidiano più diffuso, il Corriere della sera, sull’attualità politica e suscita un certo stupore, dopo gli accorti equilibrismi di cui è stato protagonista il direttore Stefano Folli negli ultimi mesi, leggere l’editoriale di domenica scorsa 22 agosto di quel giornale, affidato all’ex direttore Piero Ostellino.
Ostellino rompe tutti gli indugi rispetto alla questione di fondo di oggi, al di là dello scarso spazio che a essa dedicano i mezzi di comunicazione, cioè la riforma costituzionale che sarà discussa nelle prossime settimane e prende una posizione decisa a favore del disegno di legge dei «quattro saggi» cercando, nello stesso tempo, di fornire una spiegazione storica in grado di giustificare il rigore iconoclasta della maggioranza di centrodestra.
Il giornalista, riferendosi alla Costituzione del 1948 e alla storia politica del nostro paese, fornisce per l’ennesima volta una visione semplificata pressoché caricaturale, ripetuta più volte nell’ultimo decennio dell’Italia passata dalla dittatura alla democrazia, dal fascismo alla Repubblica.
A suo avviso, le culture politiche che hanno prodotto quel documento sono profondamente estranee al liberalismo e risentono invece in maniera determinante della cultura fascista e di quella successiva comunista. E, dunque, sostiene Ostellino, non ha senso difendere oggi quella Carta costituzionale ma occorre piuttosto modificarla radicalmente per esaltare le culture dell’individuo rispetto a una sorta di «neocomunitarismo» che avrebbe sostituito nella Costituzione fascismo e comunismo, essendo nient’altro che «la versione edulcorata ma ugualmente antiindividualista di entrambi».
Per dimostrare il singolare assunto che deriva da una lettura profondamente ideologica e antistorica del liberalismo come ideologia che si oppone per principio alla democrazia e al socialismo, oltre che al comunismo, Ostellino propone una lettura francamente ridicola dei princìpi della Costituzione, di quegli articoli fondamentali che occupano la prima parte della Carta e indica i limiti che di volta in volta sulla base dei prevalenti interessi generali si pongono all’esercizio di libertà individuali come vere e proprie contraddizioni rispetto a una cultura che ponga l’individuo al centro della società contemporanea. Ma una simile lettura produrrebbe effetti simili applicata a molte altre Costituzioni giacché il liberalismo individualistico a cui si riferisce Ostellino è profondamente estraneo alla visione di uno Stato moderno quale quello che è andato formandosi ed evolvendo negli ultimi due secoli in Europa e in occidente.
Ancora una volta è una visione idealizzata e astratta del modello statunitense a suggerire la critica della nostra esperienza senza tener conto della grande tradizione democratica di base che in America interviene a limitare l’arbitrio individuale e che in Europa ha bisogno invece per conseguire lo stesso obiettivo, di norme esplicite. In altri termini, nell’attacco di Ostellino alla prima parte della Costituzione repubblicana sull’onda di un preteso liberalismo individualistico di cui non si sa bene chi sarebbero gli alfieri, se non l’attuale maggioranza berlusconiana, l’obiettivo non è più soltanto la sinistra, in qualche modo erede del comunismo e del socialismo, ma anche quella parte della cultura repubblicana che rifiuta quel liberalismo assoluto e ha contribuito alla scrittura della Costituzione repubblicana e oggi la difende.
L’attacco è alla cultura cattolico-democratica, come a quella liberal-socialista e repubblicana, cioè a quelle forze che negli anni della Resistenza e del primo cinquantennio repubblicano, si allearono con le forze della sinistra nella lotta contro il fascismo e i suoi eredi.
Si ritorna, insomma, ancora una volta, a quelli che sono stati in questi anni gli obiettivi di fondo di un tenace quanto superficiale revisionismo storico: criticare a fondo, come contrario all’esperienza del liberalismo individualistico, il compromesso che condusse prima alla lotta contro il fascismo e poi alla costruzione dell’Italia repubblicana come della Costituzione del 1948.
La lotta è dunque non soltanto contro la cultura socialista e comunista ma anche contro tutte quelle culture che hanno avuto una parte più o meno rilevante nel compromesso del 1943-48. La Carta costituzionale costituisce il vero ostacolo da abbattere per l’affermazione di un compromesso diverso legato a un liberalismo estraneo all’esperienza storica europea e italiana ma meglio funzionale alle esigenze politiche attuali, all’interno dell’impero americano.
C’è da chiedersi, a questo punto, che senso abbia la presa di posizione del maggior quotidiano italiano sul dibattito politico che, almeno per ora, sembra riguardare la seconda parte, piuttosto che la prima, della nostra Carta costituzionale e che si è rifatto finora da parte del centrodestra piuttosto a esigenze di funzionalità e di concentrazione dei poteri nelle mani del premier che a visioni della storia italiana come quest’ultima pericolosamente esemplificanti.
Si vuole rafforzare le posizioni della maggioranza e lo si fa per tempo sulla base di una visione della storia come della politica attuale che hanno assai scarso fondamento sul piano scientifico come su quello culturale? O si tratta comunque di indicare fin da ora ai lettori che il compromesso costituzionale del 1948 non è più accettabile? È difficile rispondere a interrogativi come quelli che pure derivano dalla lettura dell’editoriale di Ostellino giacché assai diverso e più oscillante appare il percorso dell’attuale direzione del giornale, preoccupato in maniera addirittura ossessiva di trovare ascolto anche nella parte più moderata della coalizione di governo.
Le prossime settimane ci diranno meglio quale sarà il panorama dello scontro di fronte alla riforma costituzionale destinata a occupare molte sedute parlamentari nel prossimo autunno. Ma cercare di difendere l’attacco violento alla Carta costituzionale in nome del liberalismo, non di quello crociano ma di altri antenati non meglio individuati, può apparire di fronte agli italiani di oggi una sorta di artificio intellettuale che non entra nel merito dei problemi come dei valori messi in discussione.
Non so se alla destra berlusconiana, così povera di ragioni ideali, possa addirsi una simile difficile strategia ideologica. unita.it


Forza Italia insiste: il secondo aborto a pagamento
REDAZIONE
La valanga di polemiche che avevano sommerso il progetto del forzista Antonio Gentile (nella foto), che aveva proposto di introdurre il ticket per le interruzioni volontarie di gravidanza, non sono servite a convincere il partito del premier ad abbandonare questo obiettivo.
Il parlamentare azzurro Cosimo Izzo ha oggi presentato i risultati di diversi sondaggi, secondo i quali la maggior parte degli italiani sarebbe in sintonia con l'idea di Gentile.
"I sondaggi in corso confermano che l'opinione pubblica ha ben recepito l'iniziativa del senatore Gentile e del ministro Sirchia - ha affermato - la questione del ticket sull'aborto riguarda complessivamente l'attuazione della legge 194 e va sostenuta".

Per Izzo il progetto del ticket non è solo una "boutade estiva", bensì "un'intelligente riflessione su un settore dimenticato, in favore delle donne".
"Molte donne italiane rimangono abbandonate dinanzi alla tragedia di una scelta così drammatica, ma questo non è e non può essere il caso di chi ricorre quattro, cinque o sei volte all'interruzione volontaria di gravidanza".
E, replicando a chi gli ha fatto notare che la sortita di Gentile aveva scatenato l'indignazione anche di diversi esponenti della Casa delle Libertà, Izzo ha bollato come "sindrome di inferiorità" la foga con la quale molti deputati del centrodestra, soprattutto donne, hanno bocciato l'iniziativa.
"Alle care colleghe ricordo che le riforme vanno attuate non sulla carta e che un tagliando, tanto per utilizzare un termine in voga, sulla 194, a 26 anni di distanza, sarebbe anche positivo - ha concluso il Senatore - non per restaurare ma per migliorare e per venire incontro alle esigenze di tante nostre connazionali e di tante donne immigrate".

centomovimenti.com

Tony Blair : bandane , Burberry e mafia - look
di Giulia Alliani

Altro che bandana! Per una misera e comunissima polo Burberry, indossata a Porto Rotondo, Blair si e' tirato addosso un'infinita' di critiche. L'Independent e altri quotidiani lo hanno aggredito con incredibile severita'.

Il fatto e' che, in Inghilterra, proprio in questi giorni, un buon numero di pubs ha messo al bando chiunque indossasse una polo Burberry perche' pare che una banda di hooligans abbia scelto di adottare la maglietta incriminata come divisa.

Ma non si tratta solo di questo. Secondo i giornalisti inglesi, Blair si comporta in modo camaleontico, cercando di adattare le proprie opinioni ed i propri atteggiamenti a quelli delle persone che avvicina. Eccolo dunque a Villa Certosa mentre cerca di ingraziarsi il suo ospite, il Primo Ministro italiano Silvio Berlusconi, con quella maglietta "che fa tanto giovane". E, mentre a Camp David, con Bush, porta i jeans, in India si puo' star certi che si fara' vedere in giacca col colletto alla Nehru.

L'Independent trova queste concessioni al costume nazionale piuttosto provinciali e fuori moda. Secondo il quotidiano "solo un idiota cercherebbe di competere in casa di un maschio-pavone italiano come Silvio Berlusconi. Super Silvio era prontissimo per gli estemporanei primi piani scattati accanto a Tony e Cherie, e sfoggiava una disinvolta bandana, camicia perfetta in lino bianco e scarpe bianche. Il recentissimo lifting era bello teso come un tamburo" e, vicino a Blair, ghignava convinto di poter apparire piu' giovane di dieci anni rispetto al collega.

No, Carol Caplin, la consigliera dei Blair per l'immagine, non ha meritato lo stipendio. Avrebbe almeno potuto avvertire Tony che la polo si puo' indossare solo se Lacoste, Fred Perry, o Ralph Lauren. Nessuna persona elegante metterebbe addosso una polo Burberry.

L'Independent si e' anche preoccupato di chiedere pareri e consigli per Tony ai responsabili di alcune premiate ditte di abbigliamento: Chris Modoo consiglia il look-Savile Row (la via londinese dei sarti): abito leggero in cotone crema, camicia azzurra, cravatta rosa, e scarpe Oxford marrone, perche' "non ha senso cercare di apparire come un italiano per poi non sentirsi a proprio agio".

Jeremy Hackett ritiene opportuno che, pur se in vacanza, il Primo Ministro indossi una giacca almeno per le foto ricordo. Fa piu' "uomo di stato". Puo' pero' indossare una camicia a righe rosa e color cielo, jeans delave' e scarpe nocciola. Blair tende a imitare l'abbigliamento degli altri, ma e' un errore, soprattutto in Italia, perche' gli Italiani sono talmente eleganti che e' inutile cercare di competere.

Jasper Conran suggerisce il Miami Look: abito bianco a un petto, in tessuto leggero estivo, indossato con camicia in seta, fazzoletto al collo, e mocassini bassi in cuoio bianco.

Dopo avere inconsapevolmente prospettato per il Primo Ministro un abbigliamento non tanto Miami quanto Mafia-look, Conran e' pero' l'unico degli interpellati a dimostrare per Blair un pizzico di umana comprensione: "Veramente credo che il Signor Blair curi molto il suo aspetto: probabilmente portava Burberry per sostenere l'industria britannica dell'abbigliamento".

Ma si', molto meglio la polo della bandana!

www.osservatoriosullalegalita.org

Chapas: il subcomandante Marcos rompe il silenzio
di Matteo Dean

In mezzo al caos politico delle ultime settimane, il subcomandante Marcos ha rotto il silenzio che manteneva ormai da quasi un anno. Il comunicato del subcomante Marcos giunge a sorpresa. E questa non è una novità. Ma sembra suscitare buone reazioni. Da un lato la società civile messicana che, some spesso accade, sembra aspetti le parole dal sudest messicano per riacquistare la fiducia necessaria per poter continuare a camminare. Dall’altro le istanze ufficiali, a cominciare da Luis H. Alvarez, commissario governativo per il dialogo nel sudest messicano, che si dichiara soddisfatto che Marcos sia riapparso.

Nonostante ciò, comunque, rivendica il gran lavoro eseguito dal governo federale nella consegna di aiuti e la costruzione di infrastrutture nella zona di conflitto: “Le richieste degli indigeni non sono per niente stravaganti e noi stiamo facendo la nostra parte”.

Da ricordare, a questo proposito, la visita di qualche mese fa che il commissionato aveva realizzato alla comunità de La Realidad, primo bastione zapatista, ricevuto dalla parte non zapatista della comunità. Anche la COCOPA, la Commissione di Concordia e Pacificazione, rappresentante il Congresso federale, si dice soddisfatta della rottura del lunghissimo silenzio del dirigente zapatista. Con la voce del presidente di turno, la COCOPA si dichiara più che soddisfatta del messaggio perché “ci fa sentire chje possiamo avere maggiori possibilità di avvicinamento con la comandancia” per instaurare un’altra volta il dialogo.

Con un comunicato di quasi sette pagine, il subcomandante si avventura in un’analisi dell’attuale situazione in Messico.

Fa un rapido riassunto degli ultimi grandi scandali a livello nazionale che hanno segnato il dibattito politico, tra i quali i vari e diffusi episodi di corruzione che hanno coinvolto i tre maggiori partiti nazionali. In sostanza, sostiene Marcos, i tre grandi partiti nazionali in Messico, uno di destra, il PAN, uno di sinistra, il PRD, e uno di centro, il PRI, dissolvono le loro differenze al momento di mettere in pratica gli enunciati.

L’elemento che mette tutti sullo stesso piatto, aggiunge Marcos, è il ruolo dei mezzi di comunicazione, siano televisivi, stampa o web. I mezzi di comunicazione dettano le regole e le priorità nell’agenda politica nazionale. A prova di tutto ciò, Marcos porta un esempio importante: la manifestazione contro la delinquenza comune, detta anche Marcia del Silenzio, realizzata a fine giugno scorso.

In quella occasione, è importante ricordarlo, quasi un milione di persone erano scese in piazza per protestare contro l’alto indice di delinquenza che si vive in Messico e il bassisimo indice di punibilità dei reati più comuni, tra questi furto e sequestro di persona. In quell’occasione, come sottolinea Marcos nel suo mesaggio, alla manifestazione avevano partecipato centinaia di migliaia di persone della società bene di Città del Messico convocati in gran parte attraverso una campagna pubblicitaria impressionante realizzata soprattutto dalle grandi catene televisive e che, un particolare interessante, era costata un milione e mezzo di dollari.

Marcos conclude il messaggio con una feroce critica all’unica esperienza importante di governo della sinistra di partito, il governo di Lopez Obrador a Città del Messico. Lo accusa di aver cercato il consenso della classe abbiente, che invece, come detto, gli si è rivoltata contro occupando la città a fine giugno; lo accusa di predicare bene a favore dei poveri, ma di aver realizzato leggi, come lacontestata Legge di Cultura Civica, che attacca e criminalizza la povertà.

Continua poi, Marcos, stigmatizzando la politica della destra al potere che “pretende imporre alla società messicana un sistema di valori basato sul settarismo piuttosto che sull’inclusione, sulla filosofia da telenovela piuttosto che del sapere scientífico, sul razzismo piuttosto che sui valori umani, sull’elemosina piuttosto che sulla giustizia. Insomma, il medioevo, ma con internet e televisione di alta definizione”.

Marcos non risparmia nessuno, da destra a sinistra, tutti colpevoli di cercare il consenso e il rating nei grandi mezzi di comunicazione, tutti colpevoli di lasciarsi dettare le urgenze daigrandi network televisivi. E appena accennato un riferimento all’assurdità di un paese che “ha rotto il calendario”, cominciando con due anni di anticipo la campagna elettorale per le presidenziali del 2006.

In conclusione, Marcos riconosce che rispetto a questa qituazione, definita come tentativo di distruggere la Nazione messicana, vi sono individui e collettivi che, invece, resistono e costruiscono un mondo diverso. Tra questi, le Giunte del Buon Governo, delle quali, promette, si parlerà nel prossimo comunicato. L’unico neo probabilmente è che nel suo comunicato, Marcos non accenni minimamente alla violenta repressione sofferta a Guadalajara a fine maggio, in occasione delle proteste contro il vertice America Latina-Unione Europea.

Nessuna parola per i tredici govani arrestati, proprio ora che il tema è tornato di prepotenza sulle prime pagine dei quotidiani nazional per le accuse di tortura che la Commissione Nazionale dei Diritti Umani ha rivolto al governo statale e municipale di Guadalajara.

Matteo Dean
m.dean@reporterassociati.org














Mille idee per pochi eletti

Bernhard Peters




Stiamo assistendo allo sviluppo di uno spazio pubblico o culturale europeo? Vi stiamo prendendo parte? Dovremmo promuoverlo? Queste domande potrebbero sembrare strane. Non dovremmo forse prestare attenzione agli altri spazi pubblici e alle altre culture europee? Non dovremmo forse mantenere un certo livello di comunicazione con i nostri vicini? Ovviamente dovremmo. Non abbiamo riviste e altre pubblicazioni con un orientamento europeo? Non teniamo forse tantissimi incontri, conferenze e festival sulla nostra comune cultura europea, passata e presente? Ovviamente lo facciamo.
Tuttavia, è opportuno fare un salto indietro alla fine degli anni ’60, allora, durante la mia giovinezza, non crescevo certo in uno spazio culturale europeo. Diventavo adulto all’interno di uno spazio pubblico e culturale occidentale e transatlantico. Ho avuto il mio periodo francese, come molti altri giovani e ambiziosi intellettuali tedeschi tra gli anni ’50 e ’60. C’erano Sartre e Camus, Jacques Brel e Juliette Greco, la nouvelle vague. Poco più tardi, la Gran Bretagna si era fatta avanti con una vitale cultura giovanile, pop e rock, che già trasmetteva e trasformava le influenze americane. C’era anche un importante mensile culturale, Der Monat, che riportava molti contributi di critici e intellettuali americani.

C’era il jazz, c’erano Faulkner, Dos Passos e la Beat Generation. C’erano il movimento per i diritti civili e quello contro la guerra in Vietnam. C’erano le manifestazioni e la disobbedienza civile e, poco dopo, il femminismo e l’ambientalismo. C’era il New Yorker e c’erano altre piccole riviste come l’Amerikahäuser. C’era l’America, un nuovo mondo. Forse si trattava solo di un fenomeno passeggero, limitato alla Germania del dopoguerra e a una generazione alla ricerca di un nuovo inizio e in una fuga da un passato orribile e da un presente soffocante. Ma io non ne sono poi così sicuro.
Cos’è una sfera pubblica?
Diamo uno sguardo più teorico a spazi e sfere pubbliche. Gli studi sulla sfera pubblica, che sono in un certo grado tutti ispirati alla formulazione di Jurgen Habermas, non si interessano in particolar modo dei vari tipi di produzione culturale e scambio. Non sono interessati alla ricezione delle opere letterarie o di altre forme di arte o cultura popolare. E neppure alla distribuzione pubblica dell’informazione. Invece, sono particolarmente interessati alla discussione o al dibattito pubblico e alla formazione dell’opinione.

Dibattere ha a che fare con motivare, offrire interpretazioni e analisi, giustificare le proprie valutazioni e le proprie critiche. Se guardiamo ai dibattiti pubblici, li ritroviamo in parte in discussioni che avvengono durante incontri informali e meeting. Nei mass media, la discussione è pressoché sommersa, da un lato, da diverse forme di intrattenimento e, dall’altro, dalla semplice informazione del tipo “riportare la notizia”.. Ma nei media elettronici, ci sono forme di cronaca, riviste e documenti con elementi di analisi, commenti e, a volte, la cosiddetta advocacy, e nella stampa periodica di nuovo commenti, pezzi d’opinione, reportage analitici, saggi e altri tipi di argomentazioni più sostenute. In Germania in particolare c’è la sezione del feuilleton, e spesso ci sono altre sezioni speciali nei quotidiani e nei settimanali, oppure nelle riviste intellettuali e culturali. Questo “dibattito” dei media è certamente la parte più importante e influente del “dibattito pubblico” in generale.

Con “dibattito pubblico”, non intendo il semplice dibattito politico. Ci sono dibattiti importanti che riguardano non solo decisioni o problemi politici in pendenza ma anche argomenti d’interesse più generale, consapevolezze individuali e collettive, critiche sociali e culturali, interpretazioni del passato e aspirazioni o preoccupazioni concernenti il futuro, “diagnosi del nostro tempo” e così via. Il discorso pubblico si colloca soprattutto in certe sfere ristrette – in “sfere pubbliche” o “sfere del discorso pubblico” separate e perlopiù nazionali . Leggi, regolamenti e lingue nazionali segnano ogni sfera pubblica. La politica, i governi, i partiti, le organizzazioni intermedie e le associazioni nazionali forniscono argomenti e input. I mass media nazionali funzionano come canali portatori di discorso pubblico. Questa è comunque una descrizione insufficiente. Ci sono molti elementi di coesione e legami rispetto a queste condizioni perlopiù esterne. Ci sono importanti forme di differenziazione interna. E, ovviamente, c’è un mutuo scambio e una mutua osservazione tra pubblici nazionali differenti o sfere pubbliche.

Iniziamo con la differenziazione: il discorso pubblico non si realizza in un pubblico omogeneo. Il pubblico è differenziato dal punto di vista ideologico e politico, da quello regionale, per l’interesse per aree problematiche differenti. Il pubblico è anche stratificato. C’è una struttura ineguale, una gerarchia nella sfera pubblica. La stratificazione esiste tra chi parla come tra chi ascolta pubblicamente. Tra chi parla c’è chi esercita una maggiore influenza e tra chi ascolta c’è chi è più attento e informato. I media hanno una diffusione diversa e un diverso prestigio intellettuale.

La nozione di influenza pubblica, che è in qualche modo legata, anche se non identica, a quella di prestigio intellettuale, è più difficile da applicare in questo contesto perché dovremmo distinguere le influenze temporanee da quelle di lungo termine. La nozione di prestigio potrebbe essere leggermente meno difficile da applicare ma è anch’essa abbastanza complicata. Per fare un esempio di cosa intendo per prestigio, si può considerare il fenomeno dei giornali nazionali di qualità, generalmente considerati importanti leader d’opinione (faccia a faccia con le élites politiche, sociali e culturali e con gli altri media), eppure in genere essi non hanno una grande diffusione se paragonati alla stampa popolare o locale. Un altro tipo di prestigio è più strettamente limitato alla sfera culturale o intellettuale dove le riviste hanno un lettorato molto ristretto, una dubbia influenza sull’opinione pubblica, come anche sull’agenda pubblica, ma godono di un profondo rispetto da parte delle classi colte e forse hanno un’influenza di lungo termine su sviluppi culturali di larga portata che è comunque molto difficile da dimostrare.

Semplificando le cose, si può considerare la differenziazione tra un “discorso generale”, rivolto al lettore medio della stampa nazionale di qualità (ovvero a un particolare segmento della popolazione nazionale) e un “discorso alto” o intellettuale, indirizzato alle élites culturali, intellettuali ma anche tecniche, economiche o politiche. E’ una considerazione che, ovviamente, semplifica molto, ma che risulta essere importante per quanto riguarda gli spazi pubblici transnazionali o europei. I giornali culturali apparterranno in questo senso alla sfera del “discorso alto”. In che modo una sfera pubblica ristretta e così differenziata o segmentata può essere ancora definita integrata? In primo luogo, qualsiasi sfera del discorso pubblico, ristretta o integrata, (una sfera pubblica nazionale) è caratterizzata da un’alta densità di flussi comunicativi – una densità più alta per i flussi interni che per quelli transnazionali, come ha evidenziato lo scienziato politico Karl Deutsch.

Le sfere pubbliche sono integrate attraverso “agende” dominanti, insiemi di problematiche e argomenti che vengono portati alla ribalta contemporaneamente dai vari mass media e da altre forme di discorso pubblico. Inoltre, c’è una notevole quantità di “senso comune” negli argomenti dibattuti, nel modo in cui posizioni diverse vengono percepite e interpretate, nella scelta degli aspetti importanti e in ciò che viene dato per scontato. In che modo si può allora parlare della transnazionalizzazione del discorso pubblico – e più specificamente dello sviluppo di sfere pubbliche transnazionali? In altre parole, come si può affrontare il problema dello sviluppo di uno spazio pubblico europeo? Possiamo parlare di un universo condiviso del discorso all’interno di una certa area geografica, per esempio l’Europa, solo se ci sono dei flussi di comunicazione, degli scambi di idee e argomenti, di libri, periodici, articoli, film e altre opere culturali che superano i confini nazionali e attraversano l’intera sfera europea. Questi processi di diffusione e scambi culturali avvengono tra molti pubblici nazionali a livello mondiale.

Per parlare di uno spazio pubblico europeo, due altre condizioni devono perciò essere soddisfatte. In primo luogo, che i flussi di comunicazione all’interno dell’Europa o, più precisamente, tra gli stati membri dell’Unione e i rispettivi pubblici, siano marcatamente più densi rispetto a quelli con i paesi esterni all’Unione (per esempio gli Stati Uniti). Ciò richiederà molto probabilmente una certa convergenza delle culture pubbliche dei paesi membri per agevolare la reciproca comprensione e il coordinamento dei dibattiti. In secondo luogo, dovrebbe esserci qualcosa come un’identità pubblica comune a fare da sfondo dei dibattiti. Nei dibattiti pubblici nazionali, non si trovano solo espliciti riferimenti alla propria nazione e alle proprie istituzioni politiche, ma anche un’implicita o esplicita auto-identificazione come pubblico nazionale che si sforza per formarsi un’opinione. Una condizione critica per una europeizzazione genuina dei dibattiti pubblici sarebbe l’allargamento dell’identità collettiva: un “noi” europeo che superi i confini nazionali – a cui possibilmente si affianchi la crescita di una consapevolezza della propria diversità rispetto agli altri “noi” asiatici,americani,ecc.

Quale futuro per la sfera nazionale europea?
Uno spazio comunicativo europeo di questo genere si sta sviluppando? Se sì, in che grado e con quale ritmo? Se si considerano i fatti dal punto di vista empirico, il giudizio deve ancora rimanere sospeso. I risultati delle ricerche pubblicate fino a oggi sono miseri, inconcludenti, e in parte contraddittori. La nostra ricerca – compiuta presso la mia università a Brema - sembra mostrare che i flussi di comunicazione oltre confine stiano aumentando molto lentamente e che un “noi” comune europeo non esista realmente. Tuttavia, c’è una sorta di europeizzazione segmentata in alcuni settori del discorso alto. C’è, per esempio, la stampa economica internazionale, che è diventata piuttosto transnazionale per portata e diffusione. E c’è un più vivace scambio culturale e un dibattito genuinamente internazionale nei media dell’élites culturali e intellettuali, come nel caso delle riviste di cultura. Che cosa dobbiamo aspettarci dal futuro? Quali sono le cause della situazione attuale? E’ una situazione di cui rammaricarsi? Credo che nel prossimo futuro, nei prossimi vent’anni o giù di lì, l’europeizzazione del discorso pubblico rimarrà piuttosto limitata e sarà soprattutto ristretta a certe élites, e non sarà in nessun modo paragonabile alla densità e all’intensità dei discorsi nazionali.

Generalmente parlando della sfera pubblica europea si considera una sorta di cultural lag: la transnazionalizzazione o l’europeizzazione, in particolare, sono più avanzate nelle aree economiche e nelle politiche ufficiali (vale a dire dall’alto) che non nella sfera dello scambio culturale e del discorso pubblico (nella democrazia o politica dal basso). Questo produce un deficit democratico, ovvero un deficit di legittimità, per l’Unione Europea. Che ci siano alcuni elementi di verità in un’affermazione del genere non può certo essere negato. Tuttavia va precisato che l’unificazione o la centralizzazione dell’Unione Europea è ancora più limitata di quanto normalmente si pensi, che il ruolo degli stati nazionali resta molto più importante, che non sembra probabile un cambiamento profondo a breve, e che è piuttosto discutibile l’opportunità di spingere per questo cambiamento repentino e profondo.

Andrei Moravcsik,docente di scienze politiche a Harvard ed esperto sui fatti che riguardano l’Unione, ha sostenuto in un recente articolo, pubblicato sul Journal of Common Market Studies, che l’Unione Europea è ancora sostanzialmente un’unione economica, un’area di libero scambio con opportune regolamentazioni e liberalizzazioni: “Molto viene perciò tralasciato dall’agenda dell’Unione: dalle priorità fiscali, al welfare, dalla difesa all’istruzione, alla promozione culturale, dal finanziamento delle infrastrutture civili a molte altre decisioni che non sono collegate all’attività economica di scambio tra le nazioni… L’Unione Europea non tassa, non spende, non si impegna e non si impone e, in molte aree, non ha un monopolio legale di autorità pubblica”.

Cosa significa questo per la legittimazione, la democrazia e il ruolo del pubblico o del discorso pubblico? Si tratta di una questione molto complessa perciò evidenzierò solo un aspetto della questione sempre riferendomi all’articolo di Moravcsik: “Delle cinque problematiche più importanti nelle democrazie dell’Europa occidentale – sanità, istruzione, giustizia e sicurezza, pensioni e welfare sociale, regime fiscale – nessuno è principalmente di competenza dell’Unione”. Neppure lo sono le politiche per la sicurezza interna ed esterna, ovvero, le questioni di guerra e pace. Moravicsik conclude: “La mancanza di rilevanza, e non la mancanza di opportunità, può imporre una vincolante limitazione alla partecipazione politica europea”.

Ovviamente deploriamo questa mancanza di rilevanza ma, date le scarse risorse, cognitive ed emotive, a disposizione, il tutto si risolverebbe in uno spostamento dell’attenzione verso le questioni tecniche che coinvolgono l’Unione.

Si potrebbe sostenere che le competenze dell’Unione dovrebbero essere considerevolmente potenziate, permettendo così un aumento della rilevanza dell’Ue. Ma si aprirebbe un altro dibattito: quali sono le reali ragioni per sostenere un’ulteriore integrazione politica all’interno dell’Unione Europea? Attualmente il dibattito pubblico su queste questioni è scarso e limitato alle cerchie intellettuali. L’euroscetticismo, come viene chiamato, sembra essere intellettualmente indegno, un affare per masse non illuminate, fuorviate dai populisti, come nel caso di qualche isolato conservatore inglese guidato dalla Thatcher, e di qualche, altrettanto isolato, progressista francese ancora allettato dall’idea di realizzare il socialismo in un unico paese. I circoli intellettuali di sinistra, il centro e anche la destra moderata non vedono il problema. Ma non sorprende almeno un po’ il fatto che tanti intellettuali e pubblicisti liberali e di sinistra siano a favore di una maggiore centralizzazione politica su larga scala, dal momento che un tempo una considerevole parte della sinistra sosteneva la decentralizzazione?

La conferma del potere della sfera nazionale

Cosa spiegare l’inerzia, la rigidità delle sfere pubbliche? Le politiche abituali dell’Unione non hanno abbastanza sex-appeal per diventare una questione all’attenzione di un pubblico vasto, ma ci sono altre cause da evidenziare.
Le sfere pubbliche nazionali sono caratterizzate da specifiche infrastrutture per la comunicazione da tratti culturali distintivi che si manifestano in schemi interpretativi, strutture di rilevanza, memorie collettive e altre fonti culturali. Queste differenze non esistono indipendentemente da altri aspetti propri delle rispettive società nazionali. In molti casi, infatti, sono legate a pratiche sociali e strutture istituzionali che influenzano il carattere delle sfere pubbliche e i modi della riproduzione culturale. In altre parole, le sfere pubbliche hanno una base sociale e culturale che si estende ben oltre il mercato dei media e delle loro organizzazioni. Molte altre strutture che influenzano la produzione intellettuale e la sua ricezione come anche gli interessi collettivi giocano un ruolo in questo senso. Pensiamo al settore dell’istruzione e della ricerca, al giornalismo, alle reti di produttori culturali, e alla proprietà intellettuale. Ma pensiamo pure ai partiti, ai gruppi di interesse, alle organizzazioni sociali. Un motivo del relativo attaccamento anche del discorso “alto” o intellettuale al livello nazionale può avere a che fare con il fatto che spesso si tratta di persone che fanno fondamento su università o istituzioni mediali nazionali.

Tutte queste condizioni non sono così facilmente riproducibili a livello europeo. Ciò non significa tuttavia che bisogna opporsi allo scambio culturale o a un aumento del dialogo e della cooperazione. Significa solo che è assai improbabile la realizzazione di una sfera pubblica europea fortemente integrata in tempi brevi.

I flussi di comunicazione europei e quelli transatlantici

Infine dobbiamo considerare un altro interessante aspetto della transnazionalizzazione del discorso pubblico. Se riuscissimo a mappare i flussi di comunicazione oltre confine, in particolare quelli del discorso o dibattito pubblico, tracceremmo uno schema che è rimasto relativamente costante nel tempo. Vi apparirebbe non tanto una sfera europea, ma , più marcatamente, una sfera transatlantica con un maggiore scambio di comunicazione e idee. Ciò significa che lo scambio culturale, i flussi di idee e argomentazioni, di libri, di articoli di riviste e quotidiani sono molto più densi tra i paesi europei e il nord America, e più specificamente gli Stati Uniti, piuttosto che tra i paesi membri dell’Unione. I dati raccolti durante la ricerca dell’Università di Brema non sono ancora molto precisi, ma lo schema generale sembra chiaro e corrisponde alla nostra esperienza quotidiana. C’è una vera e propria rete di flussi di comunicazione che attraversa l’intero Occidente, e che comprende il Nord America e l’Europa (dal 1989, anche i paesi post-comunisti dell’Europa centrale). Ci sono evidenti asimmetrie, ovviamente. Delle particolari affinità esistono tra alcuni paesi europei e le loro sfere pubbliche e gli Stati Uniti, si pensi alla Germania o alla Gran Bretagna. Ma le asimmetrie riguardano anche gli elementi culturali che vengono scambiati tra gli Stati Uniti e l’Europa: sembrerebbe che gli Stati Uniti esportino di più rispetto all’Europa. E ciò non solo per quanto riguarda elementi della cultura di massa, ma anche libri importanti, riviste e giornali intellettuali e politici, contributi intellettuali in numerose altre forme. Siamo arrivati a lamentarci della dominazione americana in molti settori della cultura di massa, ma, guardando alla cultura alta, in particolare a quella accademica e scientifica e al discorso pubblico alto, gli Stati Uniti hanno di nuovo un ruolo di primo piano, se non altrettanto dominante.

Che cosa si può dedurre da tutto questo? C’è una lezione da imparare? Ci potremmo ovviamente lamentare e parlare di imperialismo culturale, sostenendo la necessità di creare un blocco culturale in grado da fare da contrappeso all’egemonia americana. In realtà però non ha molto senso entrare in competizione per ottenere una fetta del mercato intellettuale formando alleanze nazionali o riunendo un qualche campo culturale e intellettuale transnazionale,e forse europeo. La competizione culturale e intellettuale, se ha senso utilizzare un termine del genere in questo settore, non funziona attraverso la formazione di alleanze o la costruzione di blocchi. La creatività può essere potenziata, tra le altre cose, proprio dallo scambio culturale. Ma ciò non porta a nessun vantaggio particolare per la cooperazione e lo scambio intellettuale su base regionale. L’interesse nella produttività culturale e nell’innovazione dovrebbe portarci a essere aperti a tutte le possibili influenze che possono arricchire i nostri discorsi. Questo non significa necessariamente, d’altro canto, che non dovremmo prendere in considerazione le affinità culturali. Lo scambio culturale quotidiano è più facile e in genere più soddisfacente, se ci sono comuni convincimenti culturali, un repertorio condiviso, infrastrutture sociali e istituzionali compatibili. Perciò dobbiamo certamente lottare per essere cosmopoliti, per aprirci al mondo, ma andremo ancora avanti leggendo soprattutto riviste, quotidiani e giornali europei e nord americani, e per una buona ragione.

Infatti, noi già formiamo una comunità che comunica e discorre, in un certo senso, e dovremmo svilupparla ulteriormente costruendo su fondamenta che già esistono. Questo non è necessariamente più importante della costruzione di nuovi ponti culturali con altre parti del mondo. Si tratta semplicemente di un differente obiettivo.

Non abbiamo forse buone ragioni per fare avanzare il progetto di una comune cultura europea, di uno spazio pubblico e culturale europeo condiviso come preferibile alternativa a un ulteriore sviluppo di uno spazio pubblico e culturale transatlantico già esistente? Ovviamente, possiamo avere ragioni molto buone per fare qualcosa per la cooperazione e lo scambio intellettuale all’interno dell’Europa. Queste ragioni possono andare dalla semplice constatazione della vicinanza geografica a un marcato interesse per alcune tematiche che sono specifiche della nostra regione – per esempio l’eredità del passato comunista in alcune zone dell’Europa. Ma tali considerazioni si riferiscono solo ad alcune aree del discorso pubblico, ad alcuni argomenti o campi tematici.

Ci sono ragioni per pensare a un progetto europeo aldilà di queste? Si potrebbe tornare alle obiezioni alla dominazione americana o a specifiche politiche americane. E’ facile vedere come esistano ottimi motivi per opporsi alle pessime decisioni prese dall’attuale amministrazione statunitense. Ma oltre questo ho dei seri dubbi. Lasciando da parte quanto possa essere significativo opporsi alla preponderanza economica e militare americana attraverso un blocco europeo, non riesco a capire perché e come una tale opposizione a politiche governative possa portarci alla formazione di un blocco intellettuale e culturale.

Consideriamo un appello per unire le forze culturali progressiste europee per formare un contrappeso agli Stati Uniti basata non solo sulla politica ma anche sulla cultura. Qualcosa del genere è stato tentato da Jürgen Habermas e Jacques Derrida che si sono impegnati per la difesa di un modello culturale e politico europeo unico contro quello che hanno descritto come il modello egemonico, neoliberale e unilaterale statunitense. Si sono richiamati alle differenze nei programmi sociali, nel ruolo e nel mandato dello stato, nelle politiche penali e nel multilateralismo nelle politiche estere. Il dubbio che esistano delle differenze in questi settori tra i paesi europei e gli Stati Uniti è davvero piccolo. Ma si tratta di differenze non molto più grandi di quelle che si ritrovano all’interno della stessa Europa, e che vengono comunque sorpassate in importanza da alcuni fondamentali elementi in comune negli orientamenti, negli impegni politici e persino nell’esperienza storica. Ma anche se ci fosse una crescente divisione non solo in materia di politica internazionale e di politica interna, ma anche da un più generale punto di vista culturale – e anche se (un se davvero grande questa volta!) questa divisione riguardasse non solo le élites politiche ed economiche statunitensi ma anche gli intellettuali, gli esponenti del mondo accademico, i giornalisti, gli scrittori, e gli editori che dovrebbero essere i nostri primi interlocutori – questo non dovrebbe portarci a tentare di aumentare il dialogo e lo scambio culturale e intellettuali piuttosto che richiuderci nel nostro vicinato europeo? (Credo che Habermas stesso sosterrebbe la prima alternativa)

Il ruolo dei giornali culturali nella sfera pubblica europea

Progettare, leggere e godere di tali pubblicazioni non ha bisogno di alcuna giustificazione in termini pubblici o sociali, e neppure di una valutazione sui loro effetti sociali e culturali. Da scienziato sociale, tuttavia la mia curiosità va proprio alle funzioni e agli effetti culturali e sociali di ampio respiro. In particolare, vorrei portare avanti l’ipotesi di un effetto culturale e intellettuale lento. Piccoli gruppi intellettuali impegnati non hanno un immediato impatto politico e culturale sulla più vasta scena sociale, politica e culturale, come viene spesso notato (e, a volte, forse senza necessità, deplorato). Se guardassimo alla questione da un’angolazione leggermente differente, le cose potrebbero apparire in qualche modo diverse. Se osservassimo i cambiamenti culturali e le innovazioni più profonde, lo sviluppo di idee pubbliche influenti, e infine le conseguenze pratiche di questi sviluppi, sia per quanto riguarda la politica che per quanto riguarda la vita privata di ogni giorno, il quadro potrebbe cambiare. Infatti gli importanti cambiamenti che si sono verificati nei due secoli passati sono stati influenzati da quei discorsi minoritari che hanno avuto luogo in campo culturale e intellettuale.

Prendiamo in considerazione solo gli ultimi decenni e consideriamo i cambiamenti nel senso comune sulla guerra e sulla pace, sulla povertà nel mondo, sui diritti umani, sulle minoranze culturali e sociali, sui sessi e sui rapporti familiari, sul nostro rapporto con il mondo naturale, con i nostri corpi e con il loro sviluppo: si tratta di elementi che riteniamo importanti nel nostro repertorio culturale. Non ci sono sempre stati cambiamenti nelle opinioni della maggioranza, e certamente non abbiamo avuto un’attenuazione di opinioni discordanti, ma i cambiamenti nello spettro delle idee articolate e difese pubblicamente, lo sviluppo di nuovi schemi e argomentazioni, in breve: una forma differente del paesaggio culturale e intellettuale. Non tutto questo è stato certo condizionato da quello che ho definito discorso pubblico alto. I cambiamenti sono stati influenzati dalle esperienze collettive e dai conflitti sociali oltre che dai nuovi stili di vita e di lavoro. Ma questi cambiamenti non sarebbero stati possibili senza la produzione di idee e argomentazioni all’interno di queste sfere pubbliche più piccole e, in un certo senso, elitarie. Le idee dovevano venire fuori da qualche parte. Oltre ciò, sappiamo ben poco si questi processi di produzione, diffusione e cambiamento culturale. Sappiamo poco anche dei tipi di reti e dei contatti informali e semiformali che incoraggiano lo scambio culturale e intellettuale tra nazioni diverse, o che rendono possibile la produzione di riviste e giornali culturali in primo luogo. Mi piacerebbe di certo vedere una maggiore cooperazione tra gli scienziati sociali e i produttori di cultura nel tentare di rendere più chiari questi processi.
(traduzione dall’inglese di Martina Toti)

(c) Eurozine, www.eurozine.com

Bernhard Peters è docente di Teorie della Politica e Storia delle idee all’Università di Brema; è tra i fondatori e dirigenti dell’ Institute for Intercultural and International Studies che ha sede a Brema.











caffeeuropa.it










Forse gli fa gioco e forse no. Comunque Bush chiede ai suoi veterani di sospendere lo spot che diffama Kerry




L’effetto sulla campagna elettorale è controverso: secondo alcuni analisti – anche quelli del campo democratico – gli spot pagati dalle compagnie petrolifere che vedono protagonisti i veterani anti-Kerry stanno cominciando a far male al candidato che ha puntato tutto sul suo eroismo nel Vietnam. Secondo altri, l’effetto principale è controproducente per Bush, perché macchia un aspetto popolare e apprezzato dell’avversario e mette in luce la parte peggiore delle tattiche elettorali repubblicane.
In una lettura “italiana” e partigiana, ieri, Giuliano Ferrara apprezzava molto l’astuzia mostrata nell’occasione dal capo della campagna di Bush, Karl Rove.
Qualunque sia l’interpretazione corretta, ieri George W. Bush ha annunciato ai giornalisti che lo aspettavano nel ranch di Crawford che suggerirà il ritiro dei contestati spot televisivi, come gli avevano chiesto di fare – tra gli altri – lo stesso Kerry e un altro eroe di guerra, il senatore repubblicano danneggiato con gli stessi metodi da Bush nelle primarie 2000, McCain.
Gli spot risultano pagati dai Veterani per la verità e vanno in onda solo negli stati in bilico. In essi, alcuni testimoni sostengono che il candidato democratico ha ottenuto le sue decorazioni con l’inganno, infangando poi i combattenti nel Vietnam.
Naturalmente Bush può aver fatto questa mossa per una questione di immagine, per apparire più gentleman di quanto la sua campagna anti-Kerry non sia in realtà.




europaquotidiano.it

Bulgaria: lo spirito olimpico

Uno scandalo ha caratterizzato la vigilia olimpica della Bulgaria. Ivan Slavkov, esponente di spicco delle autorità sportive bulgare e membro del CIO, è stato accusato di corruzione. Intanto migliaia di cittadini greci in Bulgaria per fare la spesa.



Da Sofia scrive Tanya Mangalakova

Alla vigilia dei giochi di Atene in Bulgaria è scoppiato uno scandalo “olimpico”. La rete televisiva inglese BBC ha infatti mostrato un documentario investigativo titolato “Comprando i giochi”. Alcuni giornalisti, fintisi consulenti, hanno incontrato a Sofia il membro bulgaro del Comitato olimpico internazionale (IOC), Ivan Slavkov (chiamato anche Bateto, Grande fratello), il quale, in cambio di denaro si è dichiarato pronto a trovare voti a favore della candidatura della capitale inglese. L’incontro era stato patrocinato da Goran Takic – persona controversa – coinvolto anch'egli nello scandalo, che si è detto capace di condizionare il voto di ben 15-20 membri del CIO.

Le conseguenze alla messa in onda del documentario sono state immediate: Slavkov è stato sospeso dal Comitato olimpico ed un’inchiesta interna è partita a suo carico. Sono inoltre state immediatamente ritirate le sue credenziali per le Olimpiadi ad Atene. “Sono più che dispiaciuto. Sono esterrefatto dalle riprese che ho visto nel filmato della BBC”, ha affermato alla stampa bulgara il Presidente del CIO Jacques Rogge.

Le conseguenze per il “Grande fratello” sono arrivate anche in casa. E’ stato subito sospeso dalla carica di Presidente del Comitato olimpico bulgaro. La stampa bulgara ha definito inoltre vergognosa la richiesta di Bateto di partecipare ad Atene a capo della delegazione bulgara. “La vergogna senza fine sulla Bulgaria” titola 7dni Sport, uno dei maggiori settimanali sportivi bulgari.

Chi è il grande fratello?

Ivan Slavkov, 64 anni, è una delle figure più eminenti dello sport bulgaro, non solo ora ma anche prima della caduta del comunismo. Tutta questa sua influenza è anche legata al fatto di essere genero del leader comunista Todor Zivkov che ha guidato il Paese dal ’56 all’89. Dal 1982 Slavkov è stato a capo del Comitato olimpico bulgaro. Nel 1987 è divenuto inoltre membro del Comitato olimpico internazionale ed è ritenuto vicino all’ex presidente Juan Antonio Samaranch. Nel 1995 è entrato anche nel mondo del calcio divenendo Presidente della lega professionisti bulgara. Dopo il documentario della BBC i media bulgari hanno ricordato pubblicazioni della stampa internazionale dove si evidenziava il coinvolgimento di Slavkov in contrabbando di armi. Il quotidiano Dnevnik, lo scorso 9 agosto, ha messo in risalto come attorno ad Ivan Slavkov negli ultimi dieci anni vi sia stato un vero culto della personalità da parte dell’élite culturale e politica legata al passato regime e come Slavkov avesse la fama dell’”intoccabile”.

Nessuna reazione delle autorità bulgare

Il primo ministro Simeone di Sassonia Coburgo-Gotha ed il Ministro dello sport Vasil Ivanov hanno rifiutato di commentare il documentario BBC limitandosi ad affermare che è una questione interna al Comitato olimpico internazionale. Il caso “Slavkov” è il secondo scandalo scoppiato nell’era del Ministro per lo sport Ivanov. Quest’ultimo è passato dalla direzione della sua catena di negozi di dolciumi al Ministero dello sport, senza alcuna qualifica specifica. Nel giugno scorso i media riportano abbia ricevuto in regalo per il suo compleanno una lussuosa Jaguar, dono dell’amico Slavkov ...

Ivan Kostov – leader del partito di destra Democratici per una Bulgaria forte ed ex Primo ministro – ha chiesto che alla vicenda vi sia una reazione ufficiale del Presidente bulgaro, del Primo ministro, del Ministro dello sport e del Procuratore generale bulgaro.

La Bulgaria ed i giochi ad Atene

La Bulgaria ha già vinto alcune medaglie in questa edizione dei giochi. Una sola sino ad ora quella d’oro vinta da Maria Grozdeva che si è laureata campionessa della pistola libera da 25 metri. Un’altra medaglia pesante è quella d’argento vinta nella gara individuale degli anelli da Jordan Jovtchev.

Ma i giochi olimpici si sentono sopratutto nei negozi lungo il confine con la Grecia, soprattutto nelle città di Sandanski e Petrich. “I greci infestano i negozi bulgari” titola il quotidiano Standard in prima pagina. Secondo i giornalisti del quotidiano i clienti sarebbero in prevalenza cittadini greci che hanno rinunciato agli acquisti nel proprio Paese perché, a causa delle Olimpiadi, i prezzi sarebbero raddoppiati o, a volte, triplicati: a ritmi da “primato olimpico”, commenta il quotidiano. Contarraimetne alle previsioni è scarso invece il traffico dalla Bulgaria verso la Grecia. Pochi sono infatti i bulgari che possono permettersi il lusso di un viaggio sino ad Atene.


osservatoriobalcani.org

tiltTV ON AIR Centinaia di ore di filmati visionate, decine di campagne di autofinanziamento, ettolitri di sudore, kilometri di assemblee parlate, cumoli di rabbie accumulate, monti di cavi sbrogliati ed ancora seminari sulla comunicazione, antenne per capelli, pc addomesticati e debiti ancora da saldare.... dopo un anno di lavoro prende finalmente vita tiltTV, telestreet livornese.



Nell'ambito della festa di liberazione (Fortezza Nuova - Livorno), in uno spazio gentilmente messo a disposizione, venerdì dalle ore 19.00 di fronte alla stampa inizieranno ufficialmente le trasmissioni della prima televisione di quartiere livornese promossa dal centro sociale Godzilla e Cobas Livorno. Con l'inizio delle trasmissioni prende poi il via "tiltTV on air", una settimana di iniziative e proiezioni nell'ambito della festa.

Di seguito il programma:

venerdì 20 h 22.00*:
"Nuovi spettri si aggirano nell'etere" - dibattito sugli aspetti tecnici

sabato 21 h 22.00*:
"telestreet e repressione" - dibattito sull'aspetto legale e sul processo a Disco volante telestreet di Senigallia
(* interverrano telestreet del circuito italiano )

domenica 22 h 22.00 - anfiteatro delle barche:
Presentazione pubblica di tiltTV - interventi e proiezioni

lunedì 23, martedì 24, mercoledì 25 h 22.00:
proiezioni di filmati, dirette, improvvisazioni

giovedì 26 h 22.00:
"L'esperienza comunicativa del sito indymedia", interviene indy-toscana

venerdì 27 h 22.00:
"Telestreet tra formazione dell'opinione pubblica e declino della comunicazione politica" dibattito sulla comunicazione sociale intervengono ricercatori e giornalisti.

All'interno dele due giornate di venerdì 20 e sabato 21 sono previsti momenti di dibattito interno ai membri del circuito telestreet.
Hanno confermato la loro presenza al momento:ottolinaTV (PI), spegnilaTV (RM), teleimmagini (BO), telefermento (SV), tazTv (MI), isolaTv (MI, in delega).

Come raggiungerci: procedere in direzione porto marittimo (zona nord), poi seguire le indicazioni fornite dalla mappa che trovate in: http://mappe.virgilio.it/tc/home.jsp (una volta digitato: livorno e fortezza nuova). Andare per via della venezia e girare per via borra come indicato dalle frecce.

Per ulteriori info sulle sistemazioni: dan.cerrai@inwind.it
Have fun.
www.radioalice.org

QUATTRO ANNI FA VENIVA UCCISO PADRE ANTHONY KAISER. PERCHE'?
Church/Religious Affairs, Standard


Ricorre oggi l’anniversario della morte di padre Anthony Kaiser, sacerdote statunitense della Società missionaria di San Giuseppe di Mill Hill, ucciso il 24 agosto 2000 da sicari governativi in Kenya. Il cadavere di padre Kaiser fu rinvenuto nei pressi del lago Naivasha, con un foro di proiettile alla testa. Nell’aprile 2001, con l’avallo dell’allora governo Kanu (‘Kenya african national union’), gli agenti americani dell’Fbi (Federal bureau of investigation) stilarono un rapporto nel quale sostenevano che il missionario si era suicidato. La tesi non convinse i vescovi keniani, che chiesero spiegazioni all’allora presidente Daniel arap Moi, ma non ottennero in pratica risposta. Il religioso, 67 anni, era stato sempre uno strenuo difensore dei diritti umani; in vent’anni di lavoro nella diocesi di Kisii, e dal 1993 in quella di Ngong, aveva più volte denunciato i soprusi e le violenze perpetrate quotidianamente ai danni di donne e bambini del posto. Convocato dalla Commissione d’inchiesta Akiwumi sugli scontri etnico-tribali del 1993, costati la vita a circa 2000 persone, aveva deposto contro due ministri: Ole Ntimama e Nicholas Biwot. In seguito alle sue costanti denunce e all’atteggiamento fortemente critico nei confronti del governo Kanu, il missionario aveva rischiato la deportazione nell’autunno 1999. Dopo le elezioni di dicembre 2002, il nuovo esecutivo del Narc (National rainbow coalition) aveva disposto nell'aprile 2003 la riapertura delle indagini sul ‘caso Kaiser’. All’inizio di agosto dell’anno scorso è cominciata l’inchiesta per far luce sugli aspetti ancora oscuri della drammatica vicenda. [LM]


misna.it

Dottor Morte
di Alessandro Ursic da Peacereporter.net

Se questi sono medici. La rivista scientifica britannica The Lancet accusa: il personale medico militare statunitense si è reso complice delle torture perpetrate sui prigioneri del carcere di Abu Ghraib e degli altri centri di detenzione afghani e iracheni.

Soldati semplici, ufficiali, membri dell’intelligence militare, contractors privati. Sono stati tutti tirati in ballo nello scaricabarile dello scandalo delle torture nelle carceri irachene e afgane, a partire dalla famigerata prigione di Abu Ghraib. In attesa di accertare le responsabilità degli abusi, finora si era salvata una sola categoria: quella dei medici militari. Ma ora anche questa finisce sul banco degli imputati. E a puntare il dito è la rivista scientifica britannica The Lancet, che accusa i dottori dell’esercito Usa di essersi resi complici delle violenze e chiede che sul ruolo dei medici il Pentagono apra un’inchiesta.

“I documenti del governo – scrive Steven Miles, un professore dell’Università del Minnesota – mostrano che il sistema medico militare degli Stati Uniti ha fallito nel proteggere i diritti umani dei detenuti, a volte ha collaborato con i responsabili degli interrogatori e i carcerieri che si sono macchiati di abusi, e non ha riportato le ferite e le morti causate dai pestaggi”.

E non è solo questione di “equipaggiamento inadeguato”, “carenza di personale” e “possibilità di richiedere cure mediche, come stabilito dalla Convenzione di Ginevra sul trattamento dei prigionieri”, fatti comunque riportati da The Lancet. Il dottor Miles va molto più in là, elencando una serie di episodi rivelati da detenuti sotto giuramento, o contenuti in rapporti del Pentagono.

Ci sono casi di medici che hanno preso parte alle torture: una volta “un detenuto è crollato al suolo incosciente dopo essere stato picchiato, il personale medico gli ha fatto riprendere i sensi e se ne è andato, mentre la violenza continuava”. Due prigionieri hanno inoltre riferito di “un episodio in cui un dottore ha concesso a una guardia inesperta di suturare la ferita di un detenuto, causata da un pestaggio”. In generale, conclude The Lancet, “il sistema medico ha collaborato nel pianificare e mettere in pratica gli interrogatori coercitivi, da un punto di vista fisico e psicologico”.

Altri episodi documentati parlano di cure negate ai prigionieri vittime degli abusi, come quello di un uomo lasciato con una ferita purulenta alla mano. Un detenuto, già malconcio, sostiene di essere stato lasciato in balia dei carcerieri: “La deposizione di un prigioniero di Abu Ghraib – scrive il dottor Miles – riporta che la stampella che usava per la sua gamba fratturata gli è stata portata via, e che è stato picchiato sulla gamba rotta per ordinargli di rinunciare all’Islam. Lo stesso detenuto ha detto a una guardia che il dottore della prigione gli aveva detto di tenere immobilizzata una spalla gravemente infortunata; la risposta della guardia è stata quella di tenerlo appeso per quella spalla”.

La complicità dei medici militari è andata anche oltre, nel tentativo di occultare le violenze quando ormai era troppo tardi, e dimenticando di notificare ai familiari dei prigionieri le morti, le malattie o i trasferimenti in centri di cura. “Una volta un medico ha inserito un catetere intravena nel cadavere di un detenuto morto sotto tortura, in modo da creare la prova che fosse vivo in ospedale”. In un altro caso, “un iracheno arrestato dai soldati Usa è stato ritrovato alcuni mesi più tardi dai familiari in un ospedale. Era in stato comatoso, aveva tre fratture craniche, un grave frattura del pollice, e ustioni ai piedi. Secondo il referto medico, era stato un colpo di calore a causare un attacco cardiaco e poi il coma. Il referto non menzionava le altre ferite”.

La falsificazione dei certificati di morte era una pratica tutt’altro che isolata. Per un detenuto legato alla porta della cella, imbavagliato e picchiato, il certificato indicava che era morto “nel sonno, per cause naturali”. “Una volta scoppiato lo scandalo delle torture – scrive The Lancet – il Pentagono ha modificato il certificato, scrivendo che la morte era un ‘omicidio’ causato da ‘asfissia e ferite provocate dall’uso della forza’”. La stessa sorte era toccata a un generale maggiore dell’esercito iracheno, morto soffocato con la testa in un sacco a pelo, mentre quelli che lo interrogavano stavano seduti sul suo petto. Anche lì, il referto parlava di “morte per cause naturali” e il Pentagono l’ha poi cambiato parlando di “asfissia”.
Il dipartimento alla Difesa di Washington, intanto, ha fatto uscire un comunicato nel quale nega le accuse fatte dalla rivista britannica. Che in un editoriale chiede però ai medici militari statunitensi di confessare, di rivelare tutto quello che sanno a proposito del coinvolgimento dei loro colleghi nelle prigioni degli orrori.

Fonte: http://www.peacereporter.net/it/canali/voci/dossier/000tortura/040821medici
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Cosa dice esattamente il candidato Kerry sulla guerra?
Il rivale di Bush su ogni argomento Kerry ha tre posizioni: sì, no, aspettiamo-un-po'-e-vediamo-che-succede. Lo chiamano flip flopper, uno che cambia spesso idea.
Secondo il Washington Post, "Kerry resiste alla tentazione di distinguersi da Bush con coraggiose ma irresponsabili proposte di abbandonare la missione in Iraq".
Redazione
Fonte: http://www.ilfoglio.it/uploads/camillo/jefkfigliobushpadre.html
23 agosto 2004
John Forbes Kerry (JFK), sessantunenne senatore Democratico del Massachusetts, è un mistero. Nessuno può veramente giurare che tipo di presidente sarebbe se il 2 novembre prossimo riuscisse a battere George W. Bush e a insediarsi alla Casa Bianca. Il suo record da senatore dice tutto e il contrario di tutto.

John Kerry è contrario alla pena di morte, favorevole con juicio all'aborto e alla ricerca scientifica sulle cellule staminali, vuole aumentare la paga minima sindacale e ha sempre detto di no agli aumenti di spesa militare imposti da Ronald Reagan per sconfiggere l'impero sovietico. Ma, contemporaneamente, Kerry è anche uno dei senatori più centristi e meno ultrà di Washington, tanto da essersi guadagnato in campagna elettorale l'appellativo di "Bush light", una versione pallida di Bush, definizione coniata dal suo avversario di partito Howard Dean. Kerry, infatti, ha votato sia per il Patriot Act, la legge che la sinistra americana rumorosamente definisce liberticida, sia per il No Child Left Behind Act, la legge per far recuperare i ragazzi rimasti indietro con gli studi, sia per la guerra in Iraq, cioè per tre dei quattro pilastri della politica di Bush.


Sull'Iraq la posizione di Kerry non è lineare, anzi è confusa. E' stato uno dei pochi senatori che nel 1990/91 si oppose alla prima guerra del Golfo, e infatti i repubblicani dicono che se fosse dipeso da Kerry, Saddam non solo sarebbe ancora a Baghdad ma governerebbe anche a Kuwait City. Negli anni di Bill Clinton, però, JFK fu uno dei più audaci sostenitori dell'Iraq Liberation Act, la legge approvata dal Congresso per finanziare l'opposizione irachena, cioè Ahmed Chalabi, e che stabilì il regime change, cioè il cambio di regime, come la politica ufficiale degli Stati Uniti nei confronti di Baghdad.
L'anno scorso, con il suo voto al Senato, JFK ha autorizzato Bush a invadere l'Iraq, ma nei mesi delle primarie ha dovuto fronteggiare la stella pacifista di Howard Dean, e per farlo è stato costretto a rimodulare la sua posizione. Che è diventata questa: ho votato per la guerra, ma solo con un ampio coinvolgimento internazionale. Nel 1991 la motivazione del suo no all'intervento fu opposto: allora, secondo Kerry, Bush padre aveva pensato troppo alle alleanze internazionali e non aveva coinvolto gli americani.


Lo chiamano flip flopper, uno che cambia spesso idea. Quando ha incontrato Nader, i comici televisivi hanno fatto battute di questo tipo: "Oggi si sono visti Kerry e Nader, le due posizioni contrapposte sulla guerra sono state messe a confronto, poi ha parlato Nader".

Su ogni argomento Kerry ha tre posizioni: sì, no, aspettiamo-un-po'-e-vediamo-che-succede. Non trova mai un lato di una questione che non gli dispiaccia, dicono nel suo partito. Quando nel 1991 si oppose alla guerra del Golfo, inviò lettere con due posizioni diverse. A Wallace Carter, il 22 gennaio 1991, scrisse di condividere le sue preoccupazioni pacifiste tanto da aver votato contro la guerra, ma nove giorni dopo gli spedì un'altra lettera dicendo di sostenere inequivocabilmente l'intervento in Iraq.
JFK ha votato contro la pena di morte per i terroristi, ma ora dice di essere favorevole. Vuole cacciare gli "interessi particolari" dalla Casa Bianca, ma è il senatore che negli ultimi 15 anni ha ricevuto più finanziamenti dalle lobby.


La sindrome Vietnam


La carriera politica di John Kerry è nata nella stagione del Vietnam. In Indocina ha combattuto con onore, anche se il gruppo dei "Veterans against Kerry" lo mette in dubbio. L'eroe del Vietnam, in ogni caso, è diventato uno dei più efficaci portavoce dei "Veterani contro la guerra", un pacifista. Nel 1971 Kerry contribuì a organizzare la grande marcia pacifista di Washington nel corso della quale si tolse pubblicamente le decorazioni dalla divisa, salvo poi recuperarle e conservarle in attesa di tempi migliori, cioè questi in cui si candida alla presidenza degli Usa da eroe di guerra. Kerry è l'emblema della sinistra americana che non riesce a liberarsi dalla sindrome del Vietnam. In una famosa audizione al Senato del 1971 denunciò le torture, gli stupri e le nefandezze dei soldati americani sulla popolazione vietnamita. La gran parte dei veterani non gliel'ha mai perdonata, lui ora ammette che molte di quelle accuse si sono rivelate false. Nel 1992, quando i repubblicani attaccavano Clinton per non aver combattuto in Vietnam, Kerry disse che non c'era "alcun bisogno di dividere l'America tra chi ha fatto il militare e chi no". Ora invece lascia che i suoi accusino Bush di aver servito il paese nella Guardia Nazionale in Texas, invece che al fronte.
Il nome di Kerry è legato anche a una brutta storia, solo nelle ultime settimane ripresa dai grandi giornali. Nel 1971 Kerry era il portavoce dei Veterani contro la guerra in Vietnam, un gruppo che a poco a poco si mise a propagandare tesi maoiste e a tifare apertamente per i vietcong. A un certo punto il gruppo si riunì e decise di passare alla lotta armata e di uccidere i politici favorevoli alla guerra. Kerry era ovviamente contrario e si dimise subito dopo quella riunione, alla quale ha sempre detto di non aver partecipato. Negli ultimi mesi sono spuntati parecchi testimoni che hanno confermato la presenza di Kerry alla riunione incriminata. Ora lui dice che non ricorda più se abbia partecipato a quella riunione.


Abbasso Bush non basta


La strategia dei primi mesi di campagna elettorale è stata quella di evitare strappi o posizioni elettoralmente pericolose. Kerry ha resistito fino al mese scorso, quando le critiche degli editorialisti lo hanno convinto a dire che cosa farebbe dell'Iraq se fosse eletto presidente. "Abbasso Bush non basta, dica che cosa vuole fare", aveva scritto Fareed Zakaria su Newsweek. Così, improvvisamente, JFK è passato dal dire che "abbiamo un presidente che ha sviluppato ed esaltato una strategia di guerra unilaterale, preventiva e profondamente minacciosa per il ruolo dell'America nel mondo e per la sicurezza e il progresso della nostra società" a spiegare che non critica Bush "per aver fatto troppo, ma perché ha fatto troppo poco". Dire semplicemente che "l'Amministrazione Bush ha perseguito la più arrogante, inetta, sconsiderata e ideologica politica estera della storia moderna" è stato molto utile per fronteggiare e sconfiggere la colomba Dean, ma una volta ottenuta la nomination il tono è cambiato: "Non aspetterò la luce verde dall'estero se c'è in gioco la nostra sicurezza" e "non esiterò a ordinare azioni militari dirette". Anche unilaterali? Certo.


Kerry non è più il Kerry candidato alle primarie del Congresso che nel 1970 diceva che avrebbe voluto vedere le truppe americane in giro per il mondo "soltanto sotto il comando delle Nazioni Unite". Non è più neanche il senatore che negli anni di Clinton, a guerra fredda vinta, si batteva per ridimensionare e tagliare i fondi all'ormai inutile Cia.
Il Kerry contemporaneo spiega che per affrontare la crisi di Haiti dei mesi scorsi avrebbe mandato truppe "anche senza l'appoggio internazionale" e che lo avrebbe fatto "unilateralmente", perché la cosa più importante è difendere la democrazia. A giugno, per essere più chiaro, Kerry ha convocato tre volte i giornalisti per delineare la sua politica estera, di sicurezza e contro la diffusione delle armi di sterminio. In queste tre occasioni è sembrato molto simile a George W. Bush. Sbaglia chi pensa o spera che il suo approccio sia di radicale rottura rispetto a quello di Bush. Né il protocollo di Kyoto né la Corte penale internazionale saranno ratificati e nessun presidente accetterà mai l'idea che per la difesa americana sarà necessaria l'autorizzazione Onu. Secondo il Washington Post, "Kerry resiste alla tentazione di distinguersi da Bush con coraggiose ma irresponsabili proposte di abbandonare la missione in Iraq" e "non ha adottato la retorica quasi isterica di Al Gore". Al contrario, sull'Iraq, come sul terrorismo, come sulle armi, Kerry "ripropone le politiche di Bush". Secondo Fareed Zakaria, è Bush quello "impegnato ad attuare le proposte di Kerry". Comunque la si pensi, le proposte ormai sono indistinguibili.
JFK è un convinto internazionalista ma dice che "non possiamo lasciare che la nostra sicurezza nazionale venga decisa da quelli che, pensando al Vietnam, si oppongono automaticamente a qualsiasi intervento americano nel mondo, né la nostra agenda può essere definita da chi vede il potere americano come la principale forza del male nel mondo". Chi crede che la presidenza Kerry ballerà minuetti con l'Europa deve leggere l'autobiografia di JFK per capire che non sarà così: "Francia, Germania e Russia non hanno mai sostenuto né offerto una credibile politica per verificare che le risoluzioni Onu sull'Iraq fossero davvero adempiute. Ed è chiaro come la Francia stia flirtando con la rinascita della fantasia di De Gaulle di fare dell'Europa un contrappeso indipendente al potere americano, ovviamente guidato da Parigi. Così, per ciò che riguarda la Germania, il neopacifismo che sta dietro il suo no alla guerra contro Saddam rischia di far diventare la Nato uno strumento senza mordente, irrilevante per la sicurezza collettiva dell'Alleanza atlantica".
A Seattle JFK ha detto: "Oggi stiamo combattendo una guerra globale contro un movimento terrorista deciso a distruggerci. I terroristi di al Qaida e i killer che li emulano sono diversi da qualsiasi avversario la nostra nazione abbia mai affrontato. Da presidente il mio primo obiettivo di sicurezza sarà prevenire che i terroristi acquisiscano armi di uccisione di massa. Al Qaida è una rete con molte diramazioni, per questo dobbiamo portare la battaglia sul territorio del nemico, in ogni continente, e arruolare gli altri paesi alla nostra causa". Riconoscimento del nemico, pericolo di armi di distruzione di massa, azioni preventive, portare la battaglia nei luoghi dove si trova il nemico, queste parole sono "l'architettura di una nuova politica di sicurezza nazionale" confermata dal Documento strategico che gli advisor di Kerry hanno preparato a dicembre per contrapporre alla dottrina Bush un'alternativa del partito Democratico. Le differenze sono minime. Non c'è spazio per lo zapaterismo nel kerrysmo. Kerry non parla di ritiro delle truppe, piuttosto di inviarne di più. L'intera strategia di Kerry, specie ora che Bush ha riportato la gestione sotto l'egida dell'Onu, è riassumibile nell'espressione "me too, but better", "anch'io, ma meglio". Sull'Iraq, e contro il terrorismo, oggi Kerry dice che farebbe le stesse identiche cose di Bush, ma con più attenzione alle alleanze internazionali, insomma le farebbe "meglio". "Nonostante la retorica, Bush e Kerry sono d'accordo su molte questioni", ha scritto il Washington Post.
Kerry sarà un presidente muscolare, per lui l'America dovrà sempre essere "il supremo potere militare del mondo", una frase da far impallidire i neoconservatori. Se dipendesse da lui manderebbe un numero di truppe sufficientemente alto da vincere non soltanto la guerra, ma anche la pace. La critica alla "guerra leggera e high tech" di Donald Rumsfeld è evidente, anche se nel suo libro autobiografico, al contrario, ha scritto che sebbene Rumsfeld non sia riuscito a rivoluzionare tecnologicamente l'apparato militare "aveva ragione a sfidare la resistenza dei generali al cambiamento".
Chi la sa lunga sostiene che Kerry dovrà lottare contro l'idea che una eventuale sconfitta di Bush possa essere interpretata dai terroristi come una loro vittoria. Se gli americani pensassero questo, Kerry sarebbe spacciato. Per questo non fa altro che spiegare che la sua politica anti terrorismo "riguarda non soltanto che cosa dobbiamo fare, ma anche che cosa dobbiamo prevenire. Dobbiamo assicurarci che gli Stati fuorilegge e i terroristi non si armino con armi di sterminio". Kerry parla esplicitamente di "necessità di una forza che vada incontro alle esigenze di difesa del territorio nazionale, che colpisca le minacce prima che raggiungano le nostre coste e che prevenga l'eventualità che armi cadano nelle mani di Stati fuorilegge e terroristi". Pare Bush.


"Kerry è più falco di Bush" scrivono i pacifisti sui giornali. "Kerry se ne deve andare", denuncia la sinistra del Village Voice.


Christian Rocca


Velletri provincia s…profonda.
La mancata nomina della nostra città fra le nuove province,non è tanto
uno smacco per per una città tronfia ,inconcludente e
presuntuosa,quanto una metafora rivelatrice dell’anima tortuosa e limacciosa
dei nostri
concittadini.La presunzione,infatti,che a Velletri spetti ,quasi per
diritto divino, la nomina a provincia si accoppia altrettanto bene alle
mire economiche, tutte ipotetiche,che da questa nomina ci si
aspetta.L’attuale inquilino del comune insieme a tutta la destra ha cavalcato
lo
sciovinismo da strapaese che caratterizza una larga parte dei
cittadini,come era ovvio è stata l’ennesima promessa non mantenuta ,ma quello
che
è ancora più grave è la mancanza di umiltà che da questa richiesta
deriva .Velletri,infatti,non si distingue per nulla in meglio dai comuni
del circondario,anzi, economicamente non è certo un centro propulsivo,se
negli ultimi anni sotto il governo Berlusconi non ci fosse stata Roma
a tenere botta con la sua economia effervescente e dinamica e con i
relativi tassi di crescita che si sono riverberati anche sulla
provincia,Velletri,con le sue micro aziende attive nei subappalti
dell’edilizia e
con i suoi “bagarini” dipendenti dal mercato ortofrutticolo della
capitale ,sarebbe andata in grave crisi. Ne del resto si può dire che la
nostra città brilli come centro culturale,i turisti ,a ragione, si tengono
lontani e non siamo del resto neanche
un faro culturale per le altre città del circondario.In altri termini
la richiesta di “Velletri Provincia” non rappresenta altro che una
domanda neanche tanto velata di assistenzialismo piagnucoloso e becero ,e
non la giusta richiesta di una città sicura dei propri mezzi e dei suoi
diritti e che vede la nomina a provincia come coronamento di un percorso
in ascesa. Come detto la richiesta di essere nominati provincia esprime
in maniera esatta il provincialismo profondo che caratterizza la nostra
Destra,le nomine devono essere fatte nominando non i migliori ma i
“Velletrani”,i concorsi ,nazionali,devono “premiare “ non i migliori ,ma i
nostri ragazzi ,che guarda caso sono tutti imparentati con membri della
destra locale,gli appalti vanno alle imprese locali non alle imprese
più innovative e meno costose . In poche parole c’è una forte
paura,giustificata,di competere , di confrontarsi ,di concorrere con gli
altri
,per cui si chiede ,quasi si pretende ,una protezione del tutto
immeritata.La xenofobia crescente rappresenta ,perciò,la paura di una società
che ha paura ,anche questa volta a ragione,che persone ben più preparate
ed attrezzate gli rubino un benessere che non merita.La destra
,ovviamente,farà altre promesse, vellicherà lo sciovinismo arretrato della
sua
gente ,ma non potrà evitare che sempre più l’europa si inserisca nei
nostri meccanismi burocratici ed apra il mercato
,perciò o la Velletri profonda imparerà a competere o sarà destinata
a sprofondare.
Cittadini per l’ulivo “Velletri fuori dalla palude” circolo Volontè




agosto 23 2004

Contro le aggressioni e le intimidazioni agli operatori della comunicazione intervengano l’europarlamento e gli organismi internazionali







di Giuseppe Giulietti

Articolo21 anche in questa occasione sta seguendo la vicenda di Enzo Baldoni, questo giornalista sparito in circostanze misteriose, e per questo ha deciso di aprire uno spazio apposito anche sul proprio sito.
La nostra associazione, augurandosi che le vicende dei due giornalisti Baldoni e Garen trovino positiva soluzione, e in virtù delle ripetute aggressioni, intimidazioni ai danni di giornalisti, fotografi, e in generali operatori della comunicazione, ritiene che gli appositi organismi internazionali e lo stesso europarlamento propongano un’azione non solo per il rispetto integrale delle convenzioni in materia di libertà d’informazione, ma anche per arrivare ad una riscrittura di questi accordi ed intese che appaiono sempre meno rispettate.

articolo21.com

















Castelli, le sue prigioni
di Furio Colombo

Un titolo della Padania dice molto del momento in cui stiamo vivendo:”Le carceri le ha riempite la sinistra”. E’ vero che il gruppo dirigente della Lega, senza Bossi, è una banda di disperati che passa quasi all’istante dall’insulto volgare (Calderoni) alla offerta di lavorare con l’opposizione sul federalismo (Calderoni) senza la decenza di un minimo intervallo. La mancanza di Bossi non li rende peggiori (è impossibile) ma li fa apparire storditi e confusionali. Però il titolo appena citato è esemplare per tutta la coalizione di governo che forse sarà liquidata fra due anni alle urne, ma che non sarà dimenticata tanto presto dagli italiani.

Il titolo riflette quella che un tempo si sarebbe chiamata la cultura di governo”. La cultura di questo governo dà l’impressione di una giacca di molte misure più stretta del normale. Ti chiedi perché uno abbia una immagine così misera di se stesso e non voglia o possa sentire la dignità del proprio ruolo e delle proprie responsabilità.

Prendete Castelli. E’ certo il peignoir ministro della Giustizia che la Repubblica abbia mai avuto. Somma l’incompetenza con l’arroganza e unisce alta funzione e spallate da teppista che, come minimo, sorprendono. Non ha idea del ruolo che ricopre e se ne vanta, è un uomo orgoglioso della sua totale inadeguatezza che vive come prova della sua estraneità a “Roma ladrona”. E’ una sindrome infantile che imbarazza tutti ma non lui.

Lui dà la colpa ai Radicali se i detenuti di Regina Coeli sono costretti a stare in otto in una cella, li chiama cattivi maestri (è una frase che ha raccattato da altre polemiche) perché realizzano un’antica opera di misericordia cristiana.

Ma che gli frega a Castelli? Lui sa che le prigioni si sbarrano e basta, fino al punto di vietare le visite democraticamente previste dalla Costituzione. Come quella del Comune di Roma. Lui è di quelli che buttano via la chiave e aspettano la svolta che fatalmente segue i momenti peggiori dell’incattivimento di un Paese. Aspetta il grido del collega Calderoli che esige di mobilitare la Marina per spingere al largo o affondare (lui dice «Non siamo la Croce Rossa») gommoni di disgraziati che tentano di sbarcare. Aspetta le conseguenze della prossima legge Fini sullo spinello per rinfoltire le carceri (fa sapere che «una prigione non è un Grand Hotel»), assiste tranquillo al moltiplicarsi dei suicidi in prigione. Gli manca del tutto il senso dell’istituzione che - da ministro della Giustizia - rappresenta. Se è stato così attivo e infaticabile contro i magistrati mostrando un profondo, personale disprezzo che un ministro della Giustizia dovrebbe quanto meno nascondere (dopo tutto non è colpa sua se lo hanno scelto e portato a giurare) perché non dovrebbe avere malanimo verso i carcerati?

Ma fate attenzione alle mosse di contrattacco del ministro della Giustizia Castelli. E’ una sequenza che dovrebbe scoraggiare chiunque, nell’intero arco della opposizione, ad avere contatti politici con questa gente, se non altro per le ragioni simboliche espresse dal proverbio “Dimmi con chi vai e ti dirò chi sei”. Ecco la sequenza.

1 - Disinteressarsi del problema delle prigioni (che è grave e drammatico in tutto il mondo, che è una piaga di tutte le democrazie) con le note affermazioni sugli alberghi di lusso. E’ vero che il problema carcerario italiano non è nato con Castelli. Ma questo fatto aggrava la sua alzata di spalle. Sarebbe come governare in Sicilia senza curarsi della feroce mancanza d’acqua dicendo: «Non ho mica chiuso io rubinetti». C’è una differenza fra non fare niente e vantarsene.

2 - Le prigioni italiane sono obiettivo e impegno dei Radicali che, sia con la straordinaria iniziativa di Radio-Carcere (fa capo a Riccardo Arena), che con le frequenti visite agli istituti di pena rompe l’aspetto più terribile della prigione: il terrore di essere dimenticati dall’altra parte del muro. Questa volta la visita era “interessata” perché il segretario dei Radicali intende raccogliere firme contro la barbara legge sulla procreazione assistita. Vuol dire che è due volte meritevole: perché insieme alla visita e alla constatazione dell’orrore carcerario c’è il tentativo di coinvolgere i detenuti nell’ urgente progetto civile del referendum.

Tutto ciò evidentemente è troppo per questo ministro della Giustizia. Scoppia una rivolta nel quarto braccio di Regina Coeli e un ministro della libera e democratica Repubblica italiana accusa prontamente chi - in pieno agosto - ha visitato i detenuti. I Radicali lo hanno giustamente denunciato per calunnia perché ha detto con sprezzo che “i cattivi maestri” pur di stare sui giornali in agosto, non esitano a incitare i detenuti alla rivolta.

Poi i Radicali hanno rilanciato chiamando i detenuti allo sciopero della fame per oggi, domenica. Ha risposto loro, con furore incontrollato e un po’ imbarazzante il ministro Giovanardi (Udc, Rapporti con il Parlamento) che non c’entra niente ma ha definito la loro iniziativa «inqualificabile e provocatoria». Evidentemente non ricorda nulla delle opere di misericordia cristiane, e per uno dell’Udc si nota. E’ una clamorosa dimostrazione del perché non si deve stare accanto ai leghisti tipo Calderoli e Castelli. Si corre il rischio di somigliargli e di parlare come loro.

3 - Deputati e senatori dell’opposizione - ma anche della maggioranza - visitano spesso le prigioni, testimoniano delle condizioni invivibili. Da quei deputati e senatori - se mai Castelli avesse rapporti con il Parlamento (verso il quale sembra nutrire sentimenti simili a quelli che dimostra verso la Magistratura e verso i cittadini reclusi) - saprebbe che la situazione è drammaticamente pesante persino a prescindere dalle sue responsabilità di ministro che non sa fare il ministro e dà sempre la colpa ad altri. E infatti - dopo i Radicali “cattivi maestri”, poteva Castelli dimenticare i comunisti, che ai suoi piccoli occhi vendicativi sono colpevoli di tutto?

E allora fa dire alla Padania che «le carceri le ha riempite la sinistra». Lo sa anche lui che è una frase senza senso per lui, per la Lega e per tutta la Casa delle Libertà. Sono coloro che hanno impostato l’intera campagna elettorale - durata tutti e cinque gli anni della passata legislatura - a spiegare che il lassismo della sinistra, il rifiuto di arrestare, la intollerabile inadeguatezza delle leggi, le scorribande senza controllo degli immigrati, il fatto che «dalla prigione li fanno uscire subito» tutto ciò aveva prodotto la impennata di criminalità che stava terrorizzando l’Italia.

Ricordare i telegiornali - tutti - di casa Berlusconi per credere. Cercavano di dare almeno una notizia di furto, rapina e omicidio al giorno. Poco importa se l’impennata di criminalità c’è stata adesso, e che adesso le carceri sono colme di arrestati per droga e per la Bossi-Fini. Le Tv le controllano loro e la verità non la diranno mai.

Ma il fiato cattivo leghista si spande adesso in questo Paese involgarito e spezzato, con l’affacciarsi di un’idea folle, degna dei tempi di Dickens: le carceri private. Negli Stati Uniti esistono e sono considerate dalle organizzazioni per i diritti civili, dalle associazioni degli avvocati, da esperti, da giudici, la vergogna del Paese. Vi sono tribunali che - se la legge lo consente - evitano la pena detentiva per non inviare il condannato in un carcere privato. La ragione è che nel carcere pubblico la brutalità è un rischio, in quello privato un business. Perché il terrore dei detenuti più deboli diminuisce le spese di sorveglianza, affidata ai detenuti più forti e più dotati di gangsteristico spirito d’impresa.

Ma le prigioni private non sono che la sgradevole materializzazione di una cultura cupa e pericolosa, che gira per il mondo: la sicurezza privata e i suoi esperti. Ricordate Abu Ghraib, la terribile prigione americana di Bagdad? Tutti i soldati e gli ufficiali imputati delle odiose pratiche di quel carcere si sono difesi dicendo che il sistema di “softening” (come ammorbidire, ovvero piegare i prigionieri stroncandone identità e resistenza) era il frutto del training ricevuto da istruttori privati. Del resto le prigioni private cilene, che nel 2002 Berlusconi ha mandato a studiare come modello, sono un tipo di impresa fiorita in quel Paese quando molti ex militari che avevano in carico le famigerate prigioni di Pinochet, dopo Pinochet sono rimasti senza lavoro.

S’intende che nel privato gli esperti di Pinochet saranno un po’ più prudenti del tempo in cui governavano. Ma il bilancio delle prigioni è semplice: si risparmiano i costi strutturali con lo spazio ridotto (che viene teorizzato come più adatto alla disciplina perché “scomodo”); quelli del personale con un numero limitato di guardie in grado di incutere timore e sottomissione; quelli del vitto adottando diete da fame perché, come spiegano gli esperti privati di Abu Ghraib e come ha detto Castelli, perché una prigione dovrebbe assomigliare a un Grand Hotel? Per spendere meno devi piegare e umiliare di più, spostando la cella definitivamente fuori dall’ambito della Costituzione. Castelli ci pensa. Berlusconi ci pensa. Dovrà pensare a loro l’opinione e il voto degli italiani.unita.it








Il sindaco di Bergamo elimina i cartelli in dialetto. Insorge la Lega
REDAZIONE
Il candidato sindaco del centrosinistra lo aveva giurato: "Una delle prime cose che farò quando verrò eletto sarà quella di eliminare i cartelli in dialetto dalle strade della città".
E, come promesso, il neo primo cittadino di Bergamo Roberto Bruni ha provveduto a far votare alla sua Giunta comunale un provvedimento che ha sancito la rimozione dei cartelli "Berghem" che la precedente amministrazione di centrodestra aveva voluto come simbolo delle radici padane della città.

Una decisione subito bollata come "vergognosa" dalla Lega Nord, che ha denunciato questa "umiliazione dell’identità bergamasca". E il quotidiano ufficiale del Carroccio La Padania ha pubblicato un articolo dal titolo inequivocabile: "I comunisti calpestano le nostre radici".
"Umiliazione era semmai quel cartello che avvalorava il pregiudizio di una città chiusa ed egoista - ha replicato il sindaco del capoluogo di provincia lombardo - e l’identità ne ha tutto da guadagnare".

Il problema dei cartelli in dialetto è abbastanza diffuso nel nord Italia, quasi tutti i paesi e le città governate dalla Lega hanno infatti provveduto a sostituire i vecchi indicatori di località con la segnaletica in doppia lingua. In alcuni centri sono state addirittura dipinte in verde le strisce pedonali e, come nel caso di Varese, sono stati persino cambiati i linguaggi dei cartelloni luminosi .centomovimenti.com



Fermateli subito
di Vasco Errani


da l'Unità - 23 agosto 2004

Lo stop alla devolution è sacrosanto.
Chi, come me, lo chiede da più di due anni non può che condividere una proposta che ora conquista autorevoli consensi.
Ma non nascondiamoci dietro ad un dito.
Una seria riflessione sulla confusione pericolosa che il centrodestra ha portato nelle Istituzioni repubblicane (con questo atteggiamento ideologico che vuole cambiare tutto ciò che è stato fatto finora) non significa riscoprire oggi i supposti vantaggi di un centralismo istituzionale che invece ha fallito.
E ha fallito in modo clamoroso perché si è dimostrato meno efficiente e meno efficace nell'affrontare problemi che nelle società avanzate sia articolano diversamente dal passato: fra centro e periferia, fra collettività e persona, fra identità nazionale e spinta alla valorizzazione delle comunità locali e regionali.
Sulla esigenza di trovare un equilibrio nuovo, di fare riforme istituzionali di ispirazione federalista fino a pochi anni fa c'era una sostanziale unanimità nella politica e una fortissima spinta da parte delle forze sociali. Non credo ci si possa pentire così in fretta, senza avere seriamente sperimentato una riforma, quella del Titolo quinto della Costituzione, che certo può avere i suoi limiti ma che questo Esecutivo si è guardato bene dall'applicare e anche dal completare. Cose entrambe necessarie ed urgenti.
Detto per inciso, se davvero si decidesse per il dietro front e per rilanciare una visione centralista delle Istituzioni, saremmo di fronte ad un frutto particolarmente amaro della propaganda inconcludente e controproducente della Lega, confinata nel rito estremista e nel limite lombardo. E nel puro sostegno a Berlusconi. Ebbene, da ciò traggo due conclusioni parziali e due proposte.
Io non penso che l'Italia possa reggere una devoluzione fai-da-te come quella di Lorenzago e neppure possa permettersi un ritorno centralista in grande stile (nonostante i giornali della destra questa estate ci stiano spiegando che ogni male nasce nel triangolo Regioni, Province, Comuni, configurando così una campagna che prelude ad una finanziaria di tagli ai servizi).
I motivi di questa prima considerazione sono tanti ma mi limito ad uno solo: la competitività del nostro Paese uscirebbe seccamente sconfitta in entrambe queste prospettive, e nessuno lo sa meglio dell'impresa italiana più innovativa e inserita nelle relazioni globali.
In secondo luogo osservo che l'alta Commissione voluta dal Governo non pare produrre risultati tangibili e che la gestione concreta dei Tavoli interistituzionali, Stato-Regioni ed Unificata, li ha resi di scarso rilievo nel far avanzare il dibattito sul Federalismo.
Vengo quindi alle proposte.
Si fermi dunque questa pasticciata “riforma” della riforma. Si faccia una pausa di riflessione in questa sorta di rivoluzione continua che ci fa tornare sempre alla stessa casella del gioco dell'oca. Si prenda coscienza che questo tira e molla si fa sulla pelle del Paese: che mentre tutti cercano di agganciarsi alla ripresa economica noi siamo in crisi nera, che mentre tutti controllano i prezzi noi quasi non sappiamo chi lo deve fare, che mentre tutti risparmiano per investire noi tagliamo per chiudere buchi e conti pubblici truccati o in disordine.
Da qui la seconda proposta.
Si compia anche sul tema della Riforma istituzionale una operazione verità, azzerando per qualche mese Tavoli che dimostrano di non poter decidere, che pestano acqua nel mortaio, e consessi non istituzionali (tipo la baita) nei quali si consulta solo qualcuno. E si definisca un ambito impegnativo di alto livello e di coinvolgimento ampio, con dentro Regioni ed Enti locali, con un mandato circoscritto nel tempo e preciso nel merito: dare all'Italia un assetto Istituzionale che funzioni e che sia più moderno. Partendo dalla Costituzione oggi in vigore, migliorandola, precisando e completando l'impianto di ispirazione federalista che lì c'è. Evitando alla Consulta il ruolo improprio di surroga delle decisioni politiche e istituzionali cui oggi è costretta.
È possibile fare un lavoro del genere? Secondo me sì, se si supera uno spirito di parte e si esercita una cultura e un ruolo istituzionale che guarda essenzialmente ad attrezzare il nostro Paese alle tante sfide che già oggi lo impegnano.




















Il capogruppo a Palazzo Marino, Matteo Salvini: il sindaco cambi politica o rischia di non finire il mandato
Lega all´attacco:
"Albertini, così non va"


da Repubblica - 23 agosto 2004

La Lega torna a far tremare la giunta di Gabriele Albertini. Ritirando l´appoggio in aula sulle proposte di sindaco e assessori non gradite al Carroccio. Durissimo Matteo Salvini, segretario provinciale e capogruppo a Palazzo Marino: «Sui problemi principali di Milano non si è fatto e non si vuole fare quello che si dovrebbe. Ma la Lega a tirare a campare non ci sta. E da settembre ci comporteremo di conseguenza in aula: voteremo solo le delibere che giudicheremo fatte per l´interesse di Milano». Sindaco e maggioranza, dunque, al rientro dopo le ferie dovranno fare i conti con un Carroccio battitore libero. Non solo. Il leader leghista sbeffeggia la giunta («Alcuni assessori farebbe meglio a godersi la meritata pensione sulla riviera ligure»), pone come condizione per rientrare nei ranghi la collegialità («Una maggioranza per essere condivisa deve discutere»), dice che la Lega è contraria a nuove privatizzazioni. E chiede l´aumento dell´Ici, ma non sulla prima casa, per recuperare soldi alle casse vuote di Palazzo Marino.

Salvini: Milano è in crisi
ma la giunta non se ne accorge
gli interventi Niente casermoni popolari né campi nomadi. Sì invece al rilancio dei Navigli e del Castello. E si porti qui la Rai
le proposte Mancano i soldi? Allora proviamo ad alzare l´Ici ma non sulla prima casa, bensì sulla grande proprietà immobiliare
albertini Lo stimo come persona, ma la sua amministrazione non sta più amministrando Lui e De Corato pensano ai graffiti...
gli assessori Ne andrebbero cambiati parecchi, almeno la metà è pronta per trascorrere la meritata pensione sulla riviera ligure
"Non sono abituato a scommettere, ma se dovessi puntare qualcosa non lo farei sulla fine mandato di questo gruppo"
Il capogruppo della Lega attacca gli alleati della Casa delle libertà in Comune. "Ora basta voti di scuderia"
GIUSEPPINA PIANO

Arriva a chiedere il pre-pensionamento per mezza giunta Albertini. Pone condizioni perché «la Lega a tirare a campare non ci sta. Le Provinciali sono state un segnale: se si continua così, si perde». Sempre lui, Matteo Salvini, segretario provinciale della Lega e capogruppo a Palazzo Marino. Sempre lui a far tremare la Casa delle libertà in Comune. Ultimo avviso agli alleati di una Lega non di governo ma solo di lotta: «Bisognerebbe chiudersi tutti due giorni in convento e dirci cosa bisogna fare. Ma visto che non ci ascoltano, da adesso la Lega in aula si ritiene libera di votare solo quello che crederà positivo per Milano. Basta voti di scuderia».
Consigliere Salvini, fa arrabbiare di nuovo i suoi alleati?
«Non mi spaventano certo i richiami di questo o quel caporione. Noi ci assumiamo solo l´onere di dire quello che molti elettori della Casa delle libertà pensano della giunta di Milano. E io non sono stato eletto per stare zitto».
Adesso che è diventato anche eurodeputato, c´era chi sperava che togliesse il disturbo da Palazzo Marino.
«Assolutamente non sparisco. Se lo tolgano tutti dalla testa. Sono e resto un consigliere comunale, questo è il mio primo impegno fino a fine mandato».
Crede davvero che arriverete fino al 2006 con la giunta Albertini?
«Chi può dirlo?».
Quanto ci scommetterebbe?
«Non sono abituato a scommettere».
Però?
«Però diciamo che visto l´agosto che è passato, e visto quello che temo si prepari a Roma sul governo, punterei poco sulla fine del mandato».
Traduco: se cade il governo Berlusconi, la Lega molla la giunta Albertini.
«Non è automatico. Per ora i destini del governo e della giunta di Milano sono scollegati. Noi siamo profondamente federalisti, un conto sono gli enti locali, un altro è Roma. Ma è vero che se la coalizione non rispettasse gli impegni presi con la Lega e l´elettorato, anche a Milano non potremmo restare a guardare. Se ci fosse un´amministrazione che amministra bene potremmo chiudere un occhio. Ma se così non fosse e così non mi pare che sia...».
Siamo agli ultimatum che se non si cambia togliete il disturbo?
«Noi non diamo ultimatum, noi non minacciamo. Faremo e basta. Ci comporteremo di conseguenza in aula: voteremo solo le delibere che giudicheremo fatte per l´interesse di Milano».
Basta voti di scuderia?
«Il nostro credito a fondo perduto è esaurito».
Così ammazzate la coalizione per fare solo i vostri interessi.
«Niente affatto. È vero il contrario. Egoisticamente, se dovessi guardare agli interessi del partito, questo tirare a campare degli altri avvantaggia proprio la Lega. Si è visto alle ultime elezioni, la Lega è l´unico partito ad aver guadagnato voti. Ma il nostro interesse è vincere di nuovo come Casa delle libertà e fare il bene della città».
Cosa non va alla Lega?
«Non alla Lega. I milanesi tutti, tranne qualche dirigente politico, hanno capito che sui problemi principali non si è fatto e non si vuole fare quello che si deve. E tutti hanno capito che alcuni assessori di questa giunta farebbero meglio ad andare a godersi la meritata pensione sulla riviera ligure se non hanno più voglia di amministrare».
Di chi sta chiedendo la testa?
«Non sta a me fare dei nomi. I milanesi li conoscono e anche il sindaco».
Insisto: di chi sta parlando?
«Quanti sono gli assessori, sedici? Diciamo che almeno metà giunta è stanca, appannata».
An e Forza Italia vogliono la testa solo dell´assessore al Traffico Goggi. Lei lo difende?
«Non penso che il bene o male di Milano lo decidano uno o due persone. È la squadra che non gira. Temo davvero che il gioco di An e Forza Italia sia tirare avanti. E invece qua bisogna riprendere in mano il programma, guardare cosa bisogna fare e chi può farlo».
Voi cosa volete?
«Noi voteremo solo quello che secondo noi fa il bene di Milano. E valuteremo anche quello che arriva dall´opposizione. Se saranno proposte buone le sosterremo».
Quali condizioni ponete per fare pace con gli alleati? Sul governo la Lega condiziona tutto alla devolution. A Milano?
«Intanto, una maggioranza per essere condivisa deve discutere. E qua si è discusso davvero poco, vedi le municipalizzate dove nessuno consulta nessuno».
Nel pratico?
«Una diversa gestione di settori come cultura, sport, sicurezza. Non solo nuovi grattacieli e una città per i ricchi ma il recupero del passato, dei Navigli e del Castello. E poi niente casermoni popolari. Niente campi nomadi. Non privatizzare anche i tombini. Fare battaglie come la Rai a Milano. Mancano i soldi? Alziamo l´Ici, non sulla prima casa ma per la grande proprietà immobiliare. E invece leggo che sindaco e vice sindaco vorrebbero usare decine di milioni per ripulire i muri dai graffiti. Con la crisi che c´è, pensano ai graffiti».
De Corato proprio non le sta simpatico.
«Niente di personale. Il fatto è che An a Roma chiede la collegialità, e a Milano fa esattamente il contrario».
E neppure con Albertini è tenero.
«Come persona lo stimo e lo apprezzo. È un ottimo amministratore di condominio».


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Ds Milano - Rassegna stampa



Michele Serra


Quando Proust si scopriva gay


Rossellini che perde il suo epistolario in mare. D'Annunzio che scrive alla Canalis. Hemingway che corteggia Miss Muretto. Altro che Bobo Vieri, ecco le vere vacanze dei vip

Le inchieste sulle vacanze dei vip sono un genere giornalistico esaurito per sempre: ormai anche i clandestini stipati sui gommoni, quando incrociano Briatore in barca, lo considerano socialmente inferiore e non rispondono al saluto. I ricchi e famosi, da Tony Blair a Bobo Vieri, appaiono solo patetiche repliche dei Veri Signori e dei Veri Cafoni di una volta. Fiorisce di conseguenza, sui giornali, un nuovo filone, quello delle struggenti memorie delle villeggiature d'epoca. Possibilmente con almeno uno scrittore tra i protagonisti, per potere insaporire il ritratto d'epoca con un epistolario erotico.

Hemingway ad Alassio e a Lignano Sabbiadoro Mettendo in fila gli articoli dei giornali italiani, se ne deduce che lo scrittore passava le sue estati contemporaneamente in entrambe le località, distanti 850 km. Probabilmente si trasferiva nottetempo in Vespa, con il famoso pappagallo sulla spalla e Fernanda Pivano sul sellino posteriore che gli preparava il Daiquiri. Hemingway abbandonò per sempre la Liguria un pomeriggio di agosto, prima e ultima volta nella quale, non essendo ubriaco, riuscì a vedere davvero come era Alassio. Lignano gli piaceva di più, era convinto che fosse in Senegal e alla pizzeria Luisa, sul lungo-mare, scrisse 'Verdi colline d'Africa'. Il 'Corriere della Sera' sta cercando il suo carteggio erotico con Miss Muretto.

Calvino e la de' Giorgi a Bordighera Secondo le ultime rivelazioni del 'Corriere' passavano l'estate chiusi in una piccola pensione, in una stanza con letto singolo per sentirsi più intimi, scrivendosi appassionate lettere erotiche che si passavano sotto la federa. Solo verso il tramonto si alzavano e andavano al mare, prendendo il sole abbracciati su un materassino, dove lui con una mano accarezzava l'amante e con l'altra scriveva 'Il barone rampante'. Ogni sera lei correggeva le bozze col rossetto.

Italo Balbo a Forte dei Marmi Ci andò una volta sola, in novembre, per un guasto all'idrovolante che lo costrinse a spiaggiarsi tra le alghe, deriso dall'unico pescatore presente. Ma a leggere gli elzeviri, Balbo era ormeggiato al largo della Capannina, in alta uniforme, seduto su un'ala, e si faceva portare l'aperitivo a nuoto da camerieri che annegavano pur di allungargli il piattino dei pistacchi, mentre le contesse eccitate dalla sua presenza correvano nude in pineta. L'eros sprigionato dall'eroico aviatore, durante le libecciate, costringeva il prefetto a evacuare la spiaggia per disperdere padri e madri di famiglia che si accoppiavano furiosamente davanti ai figli terrorizzati. < br>
Rossellini e la Bergman a Stromboli Si conobbero a Stromboli sul set di 'Stromboli', in una tipica estate strombolese. Un'improvvisa eruzione dello Stomboli li costrinse a fuggire in canotto, e mentre erano alla deriva lui le confessò di essere comunista e di avere 73 anni. Lei, bellissima, innamoratissima e ventenne, non capiva l'italiano e lo sposò convinta che Rossellini fosse suo coetaneo e presidente del Rotary. Secondo il 'Corriere', lui tentò di consegnarle un epistolario erotico, ma gli cadde in mare e sparì per sempre.

D'Annunzio e la Duse sul Garda Ci andarono in estati diverse, e pare certo che non s'incontrarono mai. Lui, parlando con gli amici, la chiamava "la racchia", lei "il nano ripugnante". Secondo il 'Corriere' in una villa di Gardone Riviera è nascosto un appassionato carteggio, con illustrazioni erotiche autografe del Vate (enormi falli, teneramente colorati con acquerelli), sicuramente indirizzato alla Duse. Secondo altre illazioni, sempre del 'Corriere', le lettere erano destinate a Elisabetta Canalis.

Marcel Proust alla Versiliana L'autore della 'Recherche' fu tra i primi ospiti di Romano Battaglia alla Versiliana. La circostanza è di grande interesse storico e letterario, perché fu proprio alla fine del dibattito, dopo avere ascoltato le domande delle signore milanesi e fiorentine in villeggiatura, che Proust decise di diventare omosessuale.espressonline.it





11 SETTEMBRE: 'WASHINGTON POST': L'ATTACCO DOVEVA AVVENIRE IL 18 SETTEMBRE

Gli attentati dell'11 settembre sarebbero dovuti avvenire il 18 per gettare la colpa su Israele: quel giorno del 2001 cadeva infatti la festivita' di Rosh Hashanah e l'assenza di molti ebrei dagli uffici del World Trade Center avrebbe dato credito alla diceria che l'attacco fosse stato in realta' orchestrato dal Mossad. L'arresto di Zacharias Moussawi avrebbe pero' spinto ad anticipare di una settimana l'esecuzione del piano. Ad avanzare questa ipotesi sulle pagine del 'Washington Post' e' un ex funzionario del dipartimento di Stato, Kenneth Quinn.

Due gli elementi che hanno spinto Quinn a trarre questa conclusione: l'assurdita' della storia ripresa da diversi media arabi, a partire dal 18 settembre, che il Mossad avrebbe avvertito tutti gli ebrei a non presentarsi al lavoro al Wtc il giorno degli attacchi, e il rapporto della Commissione sull'11 settembre che ha evidenziato il desiderio di Osama bin Laden di legare gli attentati ad Israele. Il capo di al Qaeda, infatti, voleva lanciare l'attacco poco dopo la visita di Ariel Sharon sulla Spianata delle Moschee (origine della seconda intifada), oppure in occasione di una visita di Sharon a Washington. Ma nei due casi i tempi erano troppo stretti. L'arresto di Mussawi, avvenuto il 16 agosto, potrebbe, secondo Quinn, aver fatto anticipare l'attacco, per paura che Mussawi parlasse durante gli interrogatori. La data dell'attacco sarebbe stata decisa, secondo il rapporto della Commissione, nella terza settimana di agosto da Mohammed Atta, e tutti i biglietti aerei sono stati comprati fra il 25 agosto e il cinque settembre. Inoltre bin Laden voleva che l'attentato avvenise mentre il Congresso era in seduta. E il martedi' 11 settembre era proprio il primo giorno di sessione del Congresso. Anche il 18, infine, era un martedi' e, secondo Quinn, Atta avrebbe potuto voler mantenere lo stesso giorno della settimana per avere la certezza di usare gli stessi voli e gli identici aerei previsti dal piano d'attacco studiato ormai da diverso tempo.




megachip.info

La carta «umanitaria» di Uribe
Il presidente della Colombia offre alle Farc uno scambio ostaggi-guerriglieri
Proposta col trucco Il vero obiettivo è l'emendamento costituzionale per ricandidarsi nel 2006. Si dà per probabile il no delle Farc. Reazioni fra scettiche e positive
MAURIZIO MATTEUZZI
In Colombia, il presidente guerrafondaio e iper-americano (nel senso di Usa) Alvaro Uribe fa una mossa a sorpresa e gioca la carta «umanitaria» per vincere la partita della rielezione. Ma la carta è truccata. I fatti. Mercoledì scorso, a sorpresa, l'alto commissario alla pace, Luis Carlos Restrepo, dopo due anni di latitanza - visto che i negoziati di pace erano stati ostinatamente esclusi da Uribe fin dalla sua campagna elettorale e poi dal suo insediamento il 7 agosto del 2002 - annuncia a sorpresa «un gesto di buona volontà» del presidente, per di più unilaterale, rispetto alle Farc, il principale dei due gruppi della guerriglia di sinistra. Il governo si dice pronto a liberare immediatamente 50 guerriglieri delle Forze armate rivoluzionarie colombiane accusati o condannati per «ribellione» a cui offre due strade: o l'esilio all'estero o i programmi di rieducazione-inserzione per gli ex guerriglieri messi a punto dai ministeri degli interni e della difesa. La proposta, dice, - sostenuta «da Svizzera, Francia e dalla Croce rossa internazionale» - è stata consegnata il 23 luglio a un intermediario svizzero che l'ha girata a Raul Reyes, il portavoce delle Farc. Alla liberazione previa e unilaterale dei 50 guerriglieri, dovrebbe seguire quella di 59 ostaggi in mano alle Farc, alcuni da 6 anni. Fra loro il numero uno è l'ex candidata presidenziale Ingrid Betancourt, presa nel febbraio del 2002 (che sta particolarmente a cuore alla Francia, visto che è anche cittadina francese), 5 ex-parlamentari, un ex-ministro, un ex-governatore, 12 consiglieri regionali, 3 mercenari americani. In tutto 25 civili e 34 fra soldati e poliziotti.

In attesa della risposta delle Farc, l'annuncio scuote la Colombia. Come mai una svolta così vistosa e inattesa dopo due anni di guerra frontale e «senza negoziati» con «i narco-terroristi»? Come mai Uribe ha rinunciato alle due condizioni irrinunciabili fino a ieri per intavolare un accordo umanitario: il cessate il fuoco unilaterale e previo della guerriglia e la liberazione della totalità degli ostaggi, che sono centinaia?

Le risposte che l'establishment politico e sociale colombiano si dà sono due. La prima, più tenue, parla degli ultimi sondaggi che indicano un cambio secco dell'opinione pubblica rispetto alle ipotesi di scam,bio umanitario alla pari: un anno fa i sì non arrivavano al 40%, ora sono il 74%. Dietro la prima sta la seconda e più consistente risposta: il principale obiettivo di Uribe, al momento, è l'emendamento della costituzione del `91 che proibisce la ricandidatura immediata alla presidenza. Invece lui vuole a ogni costo ripresentarsi nel 2006. E proprio giovedì sera la prima commissione del senato ha discusso e approvato per 13 voti contro 4 l'emendamento costituzionale nel quinto degli 8 dibattiti necessari. L'offerta umanitaria quindi puzza lontano un miglio.Una proposta probabilmente fatta per essere rifiutata. In Colombia si dà quasi per sicuro il no delle Farc. In effetti c'è il trucco. Le Farc chiedono la liberazione di tutti i loro prigionieri, che sono intorno ai 500. E soprattutto dei pesci grossi - come Simon Trinidad, preso in gennaio in un ospedale dell'Ecuador, gentile omaggio a Uribe del presidente Lucio Gutierrez -, della comandante Sonia - richiesta dagli Usa per «narco-traffico» - o del comandante Hugo - capo del Fronte 22 delle Farc. Ma questi e altri sono esclusi dall'offerta governativa in quanto accusati di reati molto più gravi della semplice «ribellione». La prima reazione, seppure indiretta, delle Farc è stata in effetti negativa. L'agenzia Anncol, che diffonde i comunicati del gruppo di Tirofijo Marulanda via internet, ha subito scritto di «meschina proposta di un governo guerrafondaio e goloso di rielezione». Ma resta l'attesa per quella che sarà la risposta ufficiale.

Al di là degli scetticismi diffusi e dei sospetti giustificati sugli scopi elettorali, le reazioni degli ambienti politici e sociali alla proposta di Uribe sono stati tuttavia positivi. Il Comitato permanente per la difesa dei diritti umani (Cpdh), il Partito comunista, l'Eln, l'opposizione parlamentare, la chiesa cattolica hanno parlato di «un primo passo positivo». E non hanno mancato di notare anche che con la sua offerta Uribe accetta finalmente l'esistenza di un «conflitto armato» interno al paese dopo aver sempre sostenuto, in questi due anni, che non ci sarebbe stato nessun dialogo - neanche umanitario - «con i gruppi terroristi» (ad eccezione che con quelli di estrema destra - gli Autodefensas -, amici del presidente).



ilmanifesto.it

USA : Commissione , no informazioni a CIA e Pentagono
di Rico Guillermo

Due senatori repubblicani membri della Commissione sui servizi segreti hanno proposto di ritirare alla CIA e al Pentagono le operazioni di raccolta delle informazioni piu' delicate per metterle sotto il controllo del nuovo direttore generale dei Servizi.

Pat Roberts, presidente della Commissione, ha lanciato ieri la proposta, la piu' audace presentata da quando la Commissione d'inchiesta sull'11 settembre ha chiesto cambiamenti nelle agenzie di intelligence, che hanno operato in modo inesatto, inadeguato e caotico nonostante un budget annuale di 40 miliardi di dollari.

Ma la Commissione d'inchiesta sull'11 settembre, ormai disciolta, ha pubblicato ieri un nuovo rapporto di intelligence che prende di mira anche la leggerezza dei controlli delle dogane e dei servizi di immigrazione di cui hanno beneficiato i dirottatori degli aerei dell'11 settembre 2001.

Secondo uno dei rapporti, 13 dei 19 kamikaze hanno presentato passaporti rilasciati meno di tre settimane dopo le loro richieste di visto, ma questo dettaglio non e' stato oggetto di particolari verifiche. Due di loro hanno mentito in modo evidente nelle domande di visto, ma non sono stati interrogati su queste bugie. E tutti e 19 hanno lasciato delle caselle bianche nel riempire i loro formulari.

Circa un mese fa fu reso noto un video dell'aeroporto di Dulles che mostrava gli attentatori fermati al controllo prima di salire sull'aereo che sarebbe stato poi dirottato verso Washington. Visionando il filmato era evidente che un'opera di prevenzione piu' accurata avrebbe bloccato i dirottatori, dato che 4 su 5 avevano nei bagagli materiale pericoloso.

L'altro rapporto della Commissione parla del finanziamento dei kamikaze. Esso conclude che non vi e' evidenza di prove sulle altre fonti di finanziamento di Al Qaeda. In precedenza la Commissione aveva trovato prove di finanziamenti da parte dell'Arabia Saudita, ed ipotizzato altre fonti (Afghanistan sotto il regime talebano e altri Paesi arabi).

La Commissione ha comunque notato che "a causa della complessita' e della numerosita' di mezzi di raccolta e di trasferimento di piccole somme di denaro in un sistema finanziario mondiale, trovare informazioni sui flussi finanziari di Al Qaeda resta in futuro un obiettivo difficile".

www.osservatoriosullalegalita.org


Potrebbe verificarsi un'altra Acteal, avverte Samuel Ruiz
Il vescovo emerito Samuel Ruiz García ha avvertito la Commissione per gli Affari Indigeni della Camera dei Deputati che in Chiapas "sono presenti condizioni favorevoli al verificarsi di situazioni" come quella che sfociò nel massacro di Acteal, il 22 dicembre del 1997.

Dopo una riunione con i deputati che compongono la commissione, il prelato ha riferito che gli sfollati a causa del conflitto "hanno ricevuto crescenti minacce individuali e di gruppo da parte di movimenti paramilitari", ed ha proposto ai legislatori di inserire la figura di "desplazados" [profugo] nella Costituzione per evitare la discriminazione contro i messicani che, a causa dei diversi conflitti, devono abbandonare le proprie comunità.


"Siamo allarmati pensando che ci sono tutte le condizioni favorevoli a che si verifichino situazioni
pericolose come già accaduto in passato - benché sappiamo che in un certo senso le autorità conoscono questo contesto - vorremmo esprimere la nostra percezione della verità, senza altra pretesa che quella di dire che 'questa è la situazione, sappiamo che è così' , e così ve lo diciamo", ha datto.


Ha segnalato che anche se "c'è una certa debolezza" delle comunità, possono verificarsi circostanze esplosive che portano a situazioni "realmente deplorevoli, e noi, come facemmo nel caso di Acteal, lo diciamo anticipatamente perché percepiamo che sta accadendo proprio questo".


Ha dichiarato che durante la riunione con i deputati ha riferito loro della crescente presenza di forze militari che "va molto al di là di quello che apparentemente" sarebbe il suo obbligo, che è di
vigilare sulla frontiera e combattere il narcotraffico in Chiapas. "Sappiamo - ha spiegato - che ci sono ancora 92 postazioni militari in territorio chiapaneco, e circa 13 mila profughi.


"Constatiamo una fortissima influenza (militare) molto preoccupante perché cambia l'atteggiamento, le abitudini delle comunità. Oramai è diventato normale normale che le donne non possano uscire sole e soprattutto ci sono zone dove non solamente l'Esercito si trova vicino alle comunità, ma occupa scuole e beni naturali. Inoltre, ci sono stati momenti in cui si è
sparato in aria per intimorire la popolazione", ha riferito.


Il vescovo Samuel Ruiz si è detto fiducioso per aver presentato questa denuncia davanti ai deputati, affinché nell'ambito delle loro competenze "possano fare qualcosa per fermare questa situazione".



da La Jornada del 21 luglio 2004
di Roberto Garduno e Enrique Mendez


(Traduzione Comitato Chiapas "Maribel" - Bergamo)


carta.org

Saluggia, il paese delle scorie...
di Marco Mostallino
22 Aug 2004
"La riapertura del dibattito sul nucleare deve essere compiuta in modo bipartisan" e "senza paraocchi". Le parole del viceministro dell'Economia, Adolfo Urso (di An), fanno eco ai concetti del responsabile per le Attività produttive, Antonio Marzano (FI). Frasi appena battute dalle agenzie, frasi pronunciate nella calura del post-Ferragosto. L'intenzione del Governo Berlusconi di riportare in Italia le centrali atomiche, cancellate dal referendum popolare del 1987, è ormai dichiarata ed evidente. Oltre che inquietante. I fatti lo dimostrano. In Gazzetta Ufficiale è stato appena pubblicato il decreto del commissario per l'emergenza nucleare (emergenza auttentica o presunta), Carlo Jean, il quale ha deciso di costruire un nuovo deposito per circa 240 metri cubi scorie liquide ad alta radioattività. Sede della costruzione sarà Saluggia, assai poco ridente cittadina della provincia di Vercelli.

A due chilometri dal centro abitato di poco più di duemila anime, in una serie di depositi realizzati in riva alla Dora Baltea, già oggi sono ospitati i combustibili esausti delle centrali - spente - di Trino Vercellese e di Caorso, oltre ad altri materiali la cui radioattività sarà un pericolo per un arco di tempo che varia fra i trecento e i tremila anni. Il Governo italiano conserva le barre di plutonio e uranio a bagno nell'acqua e in altri liquidi, al fine di favorire il raffreddamento del combustibile.

I depositi però si trovano a poche decine di metri da un'ansa della Dora, tra l'altro in un avvallamento della pianura coltivata in prevalenza a riso. Nel 2000 un alluvione portò l'acqua a pochi passi dalle scorie liquide. " Se il livello del fiume fosse salito ancora di pochi centimenti - disse il Nobel per la fisica Carlo Rubbia - avremmo inquinato la Dora, il Pò e l'Adriatico, con un disastro di proporzioni assai maggiori rispetto a Chernobyl".

I depositi di Saluggia sono vecchi e l'autorizzazione di sicurezza per la conservazione delle scorie scadrà nel 2005. L'esigenza di un nuovo bunker per le sostanze radioattive liquide - le più pericolose in assoluto - è dunque reale.

Il Comune di Saluggia ha però negato la concessione edilizia.

Il commissario Jean, tuttavia, forte dei poteri speciali - in deroga aoltre trenta leggi sulla tutela dell'ambiente, le costruzioni e gli appalti - ha emesso un provvedimento con il quale scavalca il Municipio e autorizza comunque i lavori. L'investitura di Palazzo Chigi gli permette tutto ciò.

Questa è oggi la maniera con la quale si gestisce il nucleare in Italia, con una filosofia rovesciata rispetto al passto. Fino a qualche anno fa il concetto di fondo era quello di proteggere i cittadini dai metriali radioattivi. Oggi lo Stato punta invece a tutelare le scorie nucleari - che alimentano un costosissimo business di trasporto e riciclo con la Gran Bretagna - dalle possibili interferenze delle popolazioni le quali domandano garanzie per la salute.

Ed è in questo scenario che i ministeri economici, usando la leva della presunta carenza di energia elettrica, mirano a riaprire in Italia quelle centrali che gli elettori nel 1987 dissero chiaramente di non volere più.

Marco Mostallino
reporterassociati.org




Bosnia: ostinata speranza

In uno sguardo di disperata memoria e di sofferta speranza si custodiscono le risposte alle "mafie" balcaniche, si costruisce l'alternativa per un futuro nuovo

Un commento all’articolo di Claudio Bazzocchi da noi pubblicato venerdì scorso con il titolo “Mostar oltre il Ponte”


di Francesco LAURIA

Caro Claudio, ammetto che, dalle nostre conversazioni telefoniche un po' me lo aspettavo, ma devo confessarti che ho trovato le tue considerazioni sulla nostra iniziativa di Mostar immotivate, un po' presuntuose e del tutto fuori luogo. Cercherò di rispondere punto su punto e penso che molti amici mi seguiranno.

Tutti, conosciamo, soffriamo le contraddizioni e le ingiustizie del dopoguerra bosniaco e nessuno, ma proprio nessuno ha creduto o fatto da sponda alla favoletta venduta senza pudore agli ospiti internazionali catapultatisi su Mostar il 23 luglio, sulla riconciliazione della città. Ma la riapertura dello Stari Most ha un valore simbolico innegabile, è stata realizzata tecni camente nel modo migliore possibile (volevate che invecchiassero le pietre artificialmente?) e finalmente si è, almeno per un giorno, ricominciato a parlare di Balcani e di Bosnia sui maggiori organi di informazione. Proprio ieri nella maggiore libreria di Parma ho constatato che non vi era nessun libro sulla ex Jugoslavia. Nessuno.

Sono d’accordo con te quando poni l'accento sull'importanza di analizzare il dopoguerra balcanico, il ruolo delle mafie e quello degli operatori internazionali, siano essi istituzionali o no, sono d’accordo, a differenza di altri, quando difendi totalmente il sistema di welfare state pubblico. Attenzione, ho scritto pubblico e non statale. Sinceramente considero un errore affidarsi agli stati etnici, il nostro obiettivo e quello degli amici balcanici deve essere invece quello di svuotarli di ogni risorsa e significato. Il pubblico, le tutele sociali devono vivere nei contesti locali, regionali, ex federali. E la presenza dell'Unione Europea, senza la pretesa di esportare alcunchè deve fornire degli appoggi concreti. Non è un'utopia visto che, so che ve ne state occupando come Osservatorio Balcani, è l'intera struttura politico-istituzionale dei protettorati (bosniaco e kosovaro) che va ridisegnata.

Vengo alle tue critiche all'inizitiva che si è tenuta a Mostar il 24 luglio sull'acqua come bene comune. In questa occasione è stato fondato, dopo mesi e mesi di preparativi ed incontri, il comitato bosniaco. Non è stata una passerella per nessuno, non penso che i vari Folena e Musacchio abbiano interesse a farsi vedere in una assolata mattina in una saletta noleggiata alla periferia di Mostar! Soprattutto, con i limiti di un'iniziativa pensata in gran parte, ma non completamente, da italiani in Italia, vi è stato un sincero, non banale scambio di idee ed esperienze tra noi e i relatori ed il pubblico bosniaco. Il tema dell'ecologia, della privatizzazione delle risorse idriche è attuale ed importante in Toscana, come in Bolivia, come in Bosnia. E certamente, in Bosnia, non è avulso dalle tematiche e dai problemi che hai citato nel tuo articolo.

Ma vorrei passare alle tue critiche sull'antropologia del "turista pacifista in gita". Nelle mie precedenti gite in Repubblica Srbska ho incontrato due persone che con i loro sguardi mi hanno rapito un pezzo di cuore e mi hanno fatto riflettere molto. La prima è una delle vedove bosniache (vedi nemmeno io riesco a chiamarle "musulmane") che hanno faticosamente costituito una cooperativa per produrre generi agricoli. Sono tornate, si sono unite, hanno affrontato il mercato gestito dai carnefici dei loro mariti e, forse, dei loro figli. Quando le ho chiesto del passato lei mi ha risposto parlandomi del presente e del futuro. Di ciò che faticosamente, in un'ottica di vera comunità, realizza ogni giorno, insieme alle sue compagne. Il suo sguardo così pieno di memoria, di sofferenza, ma anche di speranza e forse, perdono, vale più di molti indicatori economici. Infine Sanela. Poco più di vent'anni. E' rimasta a Lubja, il centro minerario oggi fantasma alle porte di Priejdor, quando tutti i "musulmani" erano fuggiti. Porta ancora nel corpo le conseguenze di questa scelta. Ma è ugualmente bellissima. Di una bellezza che ti entra dentro e non ti lascia più. Oggi Sanela porta avanti il centro giovani di Lubja dove cechi, bosniaci, serbi, croati, ecc. cooperano e regalano un po' di colore ad un paese grigio, morto. Nell'anima prima di tutto. Sanela è rimasta a Lubja nei momenti più duri, quando i tunnel della miniera si riempivano di cadaveri e mi ha confessato che oggi vorrebbe andarsene dalla Bosnia. Forse il mio ascolto è stato antropologico, sospetto sia stato semplicemente umano. So solo che mi ha insegnato molto e mi ha spinto e mi spingerà a tornare, lavorare, soffrire, sperare per lei e per la Bosnia. Partendo, come insegnava qui in Friuli Padre Turoldo e prima di lui qualcun altro in un luogo dove ora invece che ponti si costuiscono muri elettrificati, proprio dagli ULTIMI.

Con affetto,

Francesco



osservatoriobalcani.org





VENTO DI PACE PER IRAQ E MEDIO ORIENTE DA CAMALDOLI E LA VERNA, IN NOME DI LA PIRA
Church/Religious Affairs, Standard


La ‘Proposta di Pace per l'Iraq’, presentata a papa Giovanni Paolo II il 12 maggio scorso e sviluppata poi in una serie di appuntamenti pubblici, tra cui la ‘Marcia alla Verna’ il 24 maggio scorso, ha costituito argomento di analisi e discussione per l’annuale appuntamento a Camaldoli, in Toscana, con famiglie proventi da tutta Italia. Il Presidente dell'Associazione Rondine Cittadella della Pace, Franco Vaccari ne ha presentato i contenuti in un incontro che aveva per tema :"Per arrivare insieme a dire: mai più la guerra”. “San Francesco, le radici comuni, ma anche Giorgio La Pira – aveva scritto il sito internet del settimanale ‘Toscana Oggi’ il 30 maggio scorso – aggiungendo “ se il ‘sindaco santo’ di Firenze ha ispirato Franco Vaccari nell’elaborazione del suo piano che si ricollega all’idea di «ingerenza profetica» sperimentata negli anni della «guerra fredda» e del Vietnam, la forza di La Pira entra alla Verna con la testimonianza di un suo diretto collaboratore, Giorgio Giovannoni che afferma: ‘Come cristiani non possiamo che ripudiare le crociate e, anzi, dobbiamo alimentare con l’olio benedetto la fiamma della speranza”. A proposito di questo incontro estivo con le famiglie ‘Toscana Oggi’ sottolinea:” Il professor Vaccari ha anche auspicato che la recente disponibilità della Santa Sede per un tentativo di mediazione nella situazione di Najaf possa essere accolta da tutte le parti, scongiurando l'escalation di violenza cui si sta assistendo, che porterebbe a un aggravamento dalle conseguenze imprevedibili”. Per tutto l’Iraq e non solo per Najaf – la cui drammatica vicenda può mutare di ora in ora – la proposta di pace può costituire un importante punto fermo, soprattutto in un momento di generale smarrimento spirituale, culturale e politico. Molti dei partecipanti all’incontro, svoltosi qualche giorno fa, si sono anche resi disponibili a partecipare e sostenere dalle loro comunità e città la proposta nei suoi futuri sviluppi. Ancora qualche riga di cronaca di quello che fu l’appuntamento della Verna, per meglio comprendere lo spirito della ‘proposta di pace’, tratta dalla cronaca di ‘Toscana oggi’: “Nessuna bandiera, nessuno striscione. Soltanto i gonfaloni dei Comuni delle province di Arezzo e Firenze, sei fiaccole e tre insegne con la stessa scritta ripetuta in italiano, in ebraico, in arabo: «Dio è amore». Poi il silenzio francescano del Monte delle Stimmate che accompagna la preghiera itinerante delle tre grandi religioni monoteiste, riunite nel nome di Abramo, lungo la salita verso il santuario. Insieme nella diversità per invocare la pace «soprattutto in Iraq, a Gerusalemme e in tutto il Vicino Oriente», per sollecitare «il rilascio di tutte le persone sequestrate in terra irachena», per «condannare la violenza omicida, le sue premesse, le sue giustificazioni».
[MB]








MISNA.it








Arrestato Romanazzi, l'uomo del falso dossier per incastrare Prodi
di dan.am.

Un altro personaggio-chiave della bufala Telekom Serbia finisce in carcere. Si tratta di Giovanni Romanazzi, 54 anni, arrestato in Thailandia dopo mesi di latitanza. L’uomo, intermediario finanziario, è indagato per calunnia. Sarebbe l’autore, secondo i pm Marcello Maddalena e Bruno Tinti che hanno firmato l’ordinanza di custodia cautelare, dei falsi documenti che avrebbero dovuto inchiodare Prodi, Dini e Fassino. Fu Romanazzi a fornire il dossier Telekom ad Antonio Volpe, che a sua volta lo consegnò alla commissione parlamentare presieduta da Enzo Trantino.

Un castello di menzogne costruito ad arte, a cominciare dal gennaio 2003, per gettare discredito e ombre tra i leader del centrosinistra, accusati di aver intascato tangenti per l’acquisizione della compagnia telefonica jugoslava da parte di Telecom Italia. Romanazzi, al pari di Volpe, è un faccendiere. Ma resta ora chiarire chi organizzò il disegno criminoso e far luce su quella «zona grigia», come l’ha definita il gip Francesco Gianfrotta, fatta di lettere e telefonate anonime, servizi segreti e personaggi di dubbia fama come Igor Marini, organismi istituzionali e trappole mal congegnate.
Romanazzi erà già stato ascoltato dal procuratore di Torino Maddalena a ottobre dell’anno scorso, negli uffici dell’ambasciata italiana a Bangkok. Al magistrato aveva raccontato di aver consegnato i documenti a Volpe in cambio di soldi e promesse di impunità e lavoro. Dapprima le moine, poi i ricatti. «Volpe mi convocò a Pomezia - racconta Romanazzi - e iniziò a spaventarmi. Disse che la commissione aveva cambiato rotta, che voleva interrogare me e Fabrizio De Simone (uno dei suo complici con Antonio Ciappa), che avrebbero avuto il dossier gratis e che, in caso contrario, avremmo rischiato l’arresto. Dopo quel colloquio iniziarono le minacce. Trovai fogli d’avvertimento sul parabrezza della macchina e le ruote forate. Volpe mi suggerì di lasciare i documenti a monsignor Costantino Loke. Poi, partimmo per la Thailandia».

Sia durante l’interrogatorio che in un’intervista rilasciata a L’Espresso, Romanazzi sostiene di essere all’oscuro di quale potesse essere il nesso tra le carte in suo possesso e il caso Telekom Serbia. «Immagino - disse agli inviati del settimanale, Francesco Bonacci e Antonio Carlucci- che siccome si parlava di conti off-shore, lettere di credito, certificati di deposito, si poteva costruire una storia a piacimento, far vedere che si era all'interno di un mondo dove si gestiscono grandi affari sul filo del rasoio».
L’elemento che avrebbe spinto Romanazzi a consegnare i documenti a Volpe sarebbe stato l’arresto di Igor Marini, avvenuto l’8 maggio dell’anno scorso in Svizzera. Una volta arrestato, «Marini parla a ruota libera - raccontò Romanazzi ai due giornalisti dell'Espresso - fa i nostri nomi, il mio, quello di Aldo Ciappa, quello di Maurizio De Simone. Ho paura di essere tirato dentro in una storia dove non c'entro nulla e non so nulla. La paura aumenta quando Volpe dice che fatica sempre di più a non farci convocare dalla Commissione aggiungendo però: “se mi date quelle carte...”. Volpe - aggiunse Romanazzi - dice di vantare con la Commissione parlamentare un buon rapporto. Anzi, si presenta come un consulente della stessa e ci promette soldi, un lavoro, e protezione se consegneremo alla Commissione, tramite lui, i documenti di tutte queste operazioni».
Il dossier venne consegnato alla commissione parlamentare il 31 luglio del 2003 da Antonio Volpe, arrestato e in seguito scarcerato. Gli inquirenti torinesi stanno cercando di capire chi siano gli ispiratori della manovra di Volpe e Romanazzi (alla quale avrebbe preso parte anche Maurizio De Simone). Volpe, ripetutamente interrogato dopo l'arresto, ha detto di avere semplicemente «fatto da postino». Romanazzi, invece, lo accusa di pressioni e di aver costruito la trappola. «Io non c’entro - ha più volte ripetuto l’intermediario finanziario - Ho passato quelle carte a Volpe dopo le sue pressanti richieste. Non ho manipolato i contenuti». La verità sembra ancora lontanissima.

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Aveva inventato e scritto un lunghissimo dossier sui dirigenti del centrosinistra. Da lui accusati di aver preso tangenti nella vicenda Telekom Serbia. La magistratura ha accertato che le accuse erano assolutamente campate in aria e l’ha condannato per il tentativo di depistaggio delle indagini. Ma nel frattempo, Giovanni Romanazzi – questo è il nome del trafficante – s’era dato alla macchia. Fino a stamane. Quando è stato arrestato in Thailandia perchè colpito da un'ordine di custodia cautelare nell' inchiesta della Procura di Torino.

Il nome di Romanazzi è legato a quel dossier con false accuse a politici del centrosinistra finito sui tavoli della commissione parlamentare di inchiesta su Telekom Serbia, presieduta da Enzo Trantino di An. Romanazzi è considerato dagli inquirenti una figura chiave. Nel senso che, arrestato, potrebbe spiegare se qualcuno gli ha suggerito l’idea del falso dossier.
unita.it






Dick Cheney, Hugo Chavez e Bill Clinton
di Greg Palast

Perchè il Venezuela ha votato ancora per il suo presidente "nero e indio"? Forse perchè i senza-terra - e finora anche i senza-speranza - sono proprio come lui. E perchè, con la stragrande maggioranza dell'elettorato a suo favore, Hugo Chavez cammina sui carboni ardenti nei rapporti con la nostra Casa Bianca? Forse è per il petrolio. Molto petrolio. Chavez è seduto sopra una riserva di greggio che tiene testa a quella dell'Iraq.





Ci sono talmente tante frottole modellate attorno alla questione venezuelana che io posso aver violato alcune regole del giornalismo statunitense fornendo alcuni fatti. Iniziamo con questo: il 77% delle terre per allevamento del Venezuela sono possedute dal 3% della popolazione, gli "hacendados" (i latifondisti).

Io ho conosciuto uno di questi latifondisti a Caracas in una manifestazione di protesta anti-Chavez. La più strana manifestazione che io abbia mai visto: bionde glassate, coi tacchi alti, avvinghiate alle borse griffate, che stridevano: " Chavez! dit-ta-to-re !I proprietari delle piantagioni si lamentavano del "socialismo" di Chavez, e poi saltavano sulle loro jaguar decappotabili.

Quella settimana, lo stesso Chavez mi consegnò una copia del manifesto "socialista" che scuoteva così tanto l'uomo della jaguar. Era una nuova legge varata dal congresso venezuelano che assegnava la terra a chi non la possedeva. La legge di Chavez trasferiva solo i campi dalle grandi fattorie che erano state lasciate inutilizzate e abbandonate.

Questa riforma della terra fu promossa al Venezuela, negli anni '60, dalla sinistra radicale, John F. Kennedy. Il dittatore del Venezuale del tempo era d'accordo nel distribuire la terra ma dimenticò di dare ai contadini il riconoscimento della loro proprietà.

Chavez non lo dimenticherà, perchè lo specchio stesso glielo ricorda. Ciò che l'affabile presidente vede nel suo riflesso al di là del confine dell'ufficio, è, infatti, un "negro e indio" - un uomo nero e indio, scuro come la noce di cola, così come lo sono i senza terra e, finora, i senza speranza. Per la prima volta nella storia del Venezuela, l'80% della popolazione nera-indiana ha eletto un uomo con la pelle più nera dell'uomo nella jaguar.

Dunque perchè, con la stragrande maggioranza dell'elettorato a suo favore, due volte nelle elezioni e oggi con una valanga di voti in un referendum revocatorio, Hugo Chavez cammina sui carboni ardenti nei rapporti con la nostra Casa Bianca, promotrice di democrazia?

Forse è per il petrolio. Molto petrolio. Chavez è seduto sopra una riserva di greggio che tiene testa a quella dell'Iraq. E non è la sua presidenza del Venezuela che muove i pazzi della casa bianca, ma è stata la sua presidenza dell'organizzazione dei paesi esportatori di petrolio, l'OPEC. Mentre era al controllo della segreteria dell'OPEC, Chavez stipulò un accordo con il nostro leder del tempo Bill Clinton, sul prezzo del petrolio. Era il piano "Goldilocks". Il prezzo non sarebbe stato nè troppo basso, nè troppo alto, mantenuto tra i 20 e i 30 dolllari a barile.

Ma Dick Cheney non ama Clinton nè Chavez nè il loro grupppo. Per lui, la libertà dell'industria del petrolio (e dell'Arabia Saudita) nello stabilire il prezzo del grezzo è tanto sacra quanto la llibertà di parola è per l'ACLU. Io ho ottenuto questa informazione, a tal proposito, dalle tre più grandi industrie del petrolio.

Perchè Chavez dovrebbe preoccuparsi dei quello che pensa Dick? Perchè, ha detto uno degli "uomini del petrolio", è il vicepresidente nel suo bunker, non il mangia-pretzel nella Casa Bianca, che "emana energie politche negli Stati Uniti"

Quello che sembra aver fatto incavolare il nostro vicepresidente non è il prezzo del greggio ma chi detiene il bottino dell'attuale vincolo che frena lo zampillio nei prezzi. Chavez fece passare nel suo congresso un'altra legge sul greggio, la "Legge sugli Idrocarburi" che cambia la metodologia di spartimento. Oggigiorno, le multinazionali del greggio - come la PhillipsConoco - detengono l'84% dei proventi della vendita del petrolio venezuelano, lo Stato solo il 16%.

Chavez voleva raddoppiare l'erario della tesoreria fino al 30%. E per delle buone ragioni. I senza terra, i contadini affamati, ormai da decenni, si sono allontanati da Caracas e dalle altre città, costruendo ghetti, di baracche di cartone e con gli scarichi all'aria aperta, in cui vivono migliaia di persone. Chavez ha promesso di fare qualcosa a questo proposito.

E l'ha fatto. "Chavez ha dato loro pane e mattoni", mi ha detto un reporter di una televisione venezuelana. La bionda conduttrice televisiva, nel bel mezzo di una sparata pubblicitaria ha pronunciato le parole "pan y ladrillos" (pane e mattoni) con disprezzo, rendendo palese il fatto che lei non aveva mai toccato un mattone e certamente non aveva mai fatto la fila per il pane.

Ma per sfamare e dare una casa alla gente di colore in coda per il pane e i mattoni, Chavez avrebbe bisogno di fondi e la fetta del 16% della torta petrolifera non sarebbe sufficiente. Così il presidente del Venezuela ha chiesto il 30%, lasciando al Grande Grezzo il 70%. Improvvisamente, l'alleato di Bill Clinton a Caracas (Chavez) divenne il nemico di Mr. Cheney e - di conseguneza - di Mr. Bush.

Così ha preso avvio la campagna Bush-Cheney per "Floridirizzare"(applicare l'effetto Florida) la volontà dell'elettorato venezuelano. E non è di alcun rilievo il fatto che Chavez abbia vinto due volte le elezioni. Ottenere la maggioranza dei voti, ha detto il portavoce della Casa Bianca, non ha reso il governo di Chavez "legittimo". Hmmm. Accordi segreti sono stati raggiunti dai nostri uomini della sicurezza interna per sottrarre le liste ufficali degli elettori venezuelani. Il denaro contante è, in maniera discreta, passato dal contribuente americano, attraverso la cosiddetta "donazione di democrazia", agli oppositori di Chavez, contendenti alle elezioni.

Una brillante campagna per piazzare notizie circa la presunta impopolariutà di Chavez e le sue maniere dittatoriali ha, di fatto, sequestrato i media americani, spaziando dal San Francisco Chronicle al New York Times.

Ma alcuni eventi non possono essere oscurati dalla propaganda. Mentre George Bush può nominare il governo dell'Iraq e chiamarlo "sovrano", il governo del Venezuela è nominato dalla sua gente. E il fatto è che la maggioranza delle persone di queste baraccopoli non guidano jaguar o non hanno tinto i loro capelli a Miami. La maggior parte, quando si guarda allo specchio, vede qualcuno "negro e indio", nero come il loro presidente Hugo.

Il manuale ufficiale della CIA riguardo al Venezuela dice che la metà delle fattorie statali possiede solo l'1% della terra. Questi sono quelli fortunati, visto che sono moltì di più contadini che non posseggono nulla. Questo, fino a che il loro uomo Chavez non ha preso potere.

Sotto Chavez, la redistribuzione della terra rimarrà più una promessa che un fatto compiuto. Oggi, i senza terra e i senza tetto votano le loro speranze, sapendo che il loro uomo non può, contro l'asse armato delle oligarchie locali e di Dick Cheney, vincere per loro. Ma sono convinti che non se lo potrà mai dimenticare.

E questo è già un fatto.

Tradotto da Nuovi Mondi Media
Fonte: http://www.gregpalast.com/detail.cfm?artid=362&row=0
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agosto 22 2004

Prodi nell´intervista annuale alla Gazzetta di Reggio
"L´Ulivo trovi il percorso comune"


da Repubblica - 22 agosto 2004

ROMA - «Nell´Ulivo c´è bisogno di un dibattito approfondito per trovare una posizione comune, da portare avanti senza indugi fino alle elezioni e durante il mandato». Romano Prodi riprende con decisione il filo della discussione nel centrosinistra e lo fa in un´intervista che appare oggi sulla Gazzetta di Reggio, quotidiano del gruppo Finegil-L´Espresso. Un´intervista che arriva a poco più di due mesi dalla firma della Costituzione europea, l´ultimo atto di Prodi alla presidenza della Commissione Ue. Il Professore parla di Europa ma entra nel merito della situazione politica italiana e dello stato del dibattito nel centrosinistra. E torna a parlare di primarie: «Il problema non è di Prodi candidato o non candidato - spiega -. L´Italia sta attraversando una crisi profonda e non se ne esce con il contributo di una sola persona». Prodi ribadisce che l´ipotesi di elezioni anticipate non lo entusiasma: «Dobbiamo essere pronti a tutto ma è meglio se tutto scorre con il suo ritmo naturale». C´è bisogno di tempo per costruire un programma condiviso, «scegliere un nostro percorso - specifica il Professore - senza preoccuparci di Berlusconi. Gli italiani devono giudicarci per quello che proponiamo, non per quello che non ci piace di ciò che è stato fatto finora. Le nostre scelte dovranno essere rivolte a risolvere i problemi, in equilibrio fra esigenze della società e bilancio dello Stato». Con una sorta di parola d´ordine: «Restituire serenità alle famiglie anche nella quarta settimana del mese». Duro il giudizio sull´operato del governo Berlusconi: «Il centrodestra non ha diminuito le tasse e il bilancio dello Stato peggiora di giorno in giorno. La politica fiscale degli ultimi anni è stata di un´iniquità spaventosa, senza lotta all´evasione e con la forbice fra ricchi e poveri che si è dilatata».
C´è anche l´Europa e la situazione internazionale al centro della riflessione di Prodi. Si parla di euro («i prezzi sono aumentati solo in Italia e Grecia») ma anche di guerra («il conflitto in Iraq ci ha reso meno sicuri») e di flussi migratori da regolare a livello europeo («bisogna cooperare con i paesi di partenza ma dobbiamo avere la consapevolezza che senza immigrazione il nostro Paese è destinato a morire»). Argomenti che Prodi andrà ad illustrare nelle feste di partito di questa fine estate.
(m. fv.)




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Ds Milano - Rassegna stampa


LA SQUADRA IL CAPITANO E LA PARTITA DA VINCERE
EUGENIO SCALFARI


da Repubblica - 22 agosto 2004

LO SCHEMA classico della democrazia moderna, quella emersa in tempi diversi in Gran Bretagna, negli Stati Uniti d´America e in Francia, è la contrapposizione tra una destra e una sinistra, tra conservatori e progressisti, tra chi privilegia la tradizione e chi punta sull´innovazione. Socialmente la destra è più sensibile agli interessi dei ceti possidenti, la sinistra ai bisogni dei ceti economicamente più deboli. La destra è attenta a favorire la produzione di ricchezza, la sinistra alla sua equa ripartizione.
La rappresentanza politica in una siffatta democrazia si fonda su due partiti o su due coalizioni di partiti. Il meccanismo elettorale più appropriato è quello maggioritario ma anche un meccanismo proporzionale può essere compatibile col bipolarismo. Ne fa fede la storia italiana degli ultimi cinquant´anni, durante i quali abbiamo avuto un sistema elettorale rigorosamente proporzionale e uno schieramento politico rigorosamente bipolare, con la Democrazia cristiana e i suoi alleati da una parte e il Partito comunista e i suoi compagni di strada dall´altra.
Questo schema prevede che tra i due poli contrapposti s´interponga un territorio più o meno vasto, abitato da elettori che si definiscono di centro: moderatamente conservatori e moderatamente innovatori, moderatamente sensibili alla produzione della ricchezza e moderatamente attenti alla sua equa ripartizione.
Lo sforzo che impegna ciascuna delle due parti contrapposte a ogni scadenza elettorale è di conquistare gli abitanti di quel territorio centrale, o meglio centrista. I voti degli elettori di centro, che sono per definizione voti mobili, decidono di solito chi sia il vincitore della contesa. Vince chi - conservando la propria originaria dotazione di consensi - riesce ad attirare il maggior numero degli elettori centristi. Sicché sia la destra che la sinistra debbono darsi programmi in qualche modo compromissori per ottenere il favore dei moderati.
In vista delle elezioni si apre così la caccia al voto moderato. Tra il bianco e il nero, o se volete tra l´azzurro e il rosso, si interpongono i colori intermedi: tutte le gradazioni del grigio, tutte le gradazioni del rosa e del celeste. E i moderati scelgono sulla base dell´esperienza di quanto fatto o non fatto dal governo precedente e degli impegni elettorali credibilmente assunti dai partiti che sollecitano ora il consenso.
* * *
Questo schema è semplicemente uno schema. Serve a dare un minimo d´ordine ai nostri pensieri e ai nostri giudizi, ma riflette una parte limitata della realtà. In certe situazioni si rivela lontanissimo dalla realtà.

La squadra, il capitano e la partita da vincere

A esser franchi: la democrazia moderna così raffigurata non esiste più in nessuna parte del mondo (ammesso che sia mai esistita). Non esistono i blocchi sociali che dettero qualche sostanza e qualche struttura alla destra e alla sinistra di un tempo.
Esistono, quelli sì, i poveri dislocati sui vari gradini della povertà e i ricchi dislocati sui vari gradini della ricchezza; ma pesano soprattutto le paure dei semi-ricchi di precipitare nell´inferno della povertà e le aspettative dei poveri intraprendenti, fiduciosi di entrare nel paradiso degli agiati. In tempi di ottimismo congiunturale i poveri intraprendenti e fiduciosi delle proprie forze danno il tono di fondo all´intera musica mentre in tempi di pessimismo e di stagnazione sono le paure dei semi-ricchi a prevalere.
Da quando le tradizionali e nette distinzioni di classe sono scomparse sotto l´urto delle nuove tecnologie e della nuova organizzazione del lavoro, la destra e la sinistra hanno mutato fisionomia acquistando connotati nuovi e più aderenti ai tempi e alle condizioni sociali. Ma i moderati sono di fatto scomparsi.
I moderati si interponevano tra i padroni delle ferriere descritti dai romanzi di fine Ottocento e gli anarchici e i socialisti delle leghe contadine e delle case del popolo operaie.
Ma oggi il "parun da le bele braghe bianche" delle canzoni d´epoca lavora al computer per vendere i prodotti della sua azienda interamente informatizzata e i socialisti e comunisti rivoluzionari delle leghe d´un tempo mandano avanti le loro piccole officine, gestiscono l´autopompa e lo snack, aprono agenzie di pulizia, recapitano plichi a domicilio, possiedono automobili da rimessa, fabbricano prodotti d´abbigliamento, indotto d´ogni genere e tipo.
Ceto medio, lavoro a cottimo, partite Iva, immenso esercito del sommerso, artigiani. A volte votano a sinistra, a volte a destra, secondo che prevalga la paura di esser risucchiati all´indietro nella scala dei redditi, o prevalga la speranza e la voglia di progredire; secondo che sentano più bisogno di farsi da sé o di ottenere protezione sociale; secondo che privilegino il sacro egoismo individualistico o la santa solidarietà collettiva.
Chi sono, in una società informe come l´enorme pancia d´una balena, e dove sono i moderati? Gli amanti dei colori pastello, del parlar sottovoce, dei modi urbani, del giusto mezzo, della sobrietà nell´agire e nel pensare, del rigore dei sentimenti e della riga dei pantaloni? Entrate in una trattoria, in un ristorante, in un bar, in un vagone di treno e di metropolitana, in uno stabilimento balneare, in un impianto di sciovie e funivie e cercate tra tanta e varia gente un gruppo di moderati. Non lo troverete perché non c´è. Non c´è perché è stato distrutto dai mutamenti del costume, dell´economia, dei mezzi di comunicazione, della politica.
I moderati sono una specie in estinzione come la foca monaca, i pinguini e le tartarughe giganti. Perciò quel famoso schema secondo il quale tra la destra e la sinistra vince chi riesce a conquistare i voti moderati del centro è fasullo. Il centro è vuoto o tutt´al più semivuoto. Se ti vuoi conquistare il voto disincantato delle partite Iva è inutile promettere sgravi fiscali: stanno perdendo clienti, fatturato e profitti; hanno bisogno che aumenti la domanda altrimenti chiuderanno bottega e molti l´hanno già chiusa. L´indotto di mezz´Italia barcolla senza più grandi e medie industrie che lo sostengano.
La piccola impresa ha il fiato grosso e si delocalizza. La competitività continua a regredire e sta agli ultimi posti della scala mondiale.
Volete, a destra e a sinistra, dare la famosa scossa? Bisognerebbe fiscalizzare gli oneri sociali, avvicinare il più possibile il salario lordo a quello netto e fare spazio a consistenti aumenti delle retribuzioni. Altro che abbattimento dell´Irpef.
Il reddito minimo di sussistenza è stato calcolato in 1700 euro mensili, ma quanti sono i pensionati e i lavoratori che stanno sotto a quel minimo? E quanti coloro che, standone ancora al di sopra, hanno fondate ragioni di temere lo scivolamento all´ingiù?
* * *
Il problema della sinistra, dunque, non è quello di scovare i moderati e conquistarne il consenso, ma di recuperare il consenso attraverso lo sviluppo e di riprendere al tempo stesso un´energica politica di risanamento finanziario.
La destra, se sarà sconfitta, lascerà in eredità un buco enorme, di almeno 60 miliardi di euro. Ve l´ha già detto Siniscalco nel suo Dpef e a lui almeno in questo si può credere. Ma colmare quel buco significa soltanto rimettere in regola la finanza. Se aggiungete i costi necessari a rilanciare lo sviluppo arrivate più o meno a 100 miliardi di euro, 200.000 miliardi di lire.
Certo se la domanda riprende ci saranno maggiori entrate, ma arriveranno gradualmente e per un anno non vedrete un centesimo in più.
Qualcuno dovrà pur pagare almeno una parte di questa rovina. Bisogna spiegarlo agli italiani ma stando attenti a non adottare misure che deprimano la domanda, ma anzi che la rilancino.
Ecco perché ci vuole un patto sociale. Non tra forze politiche ma tra forze sociali. Bisogna orientare tutte le risorse disponibili sul rilancio del potere d´acquisto, della domanda, degli investimenti, della sicurezza sociale, dei servizi pubblici, delle infrastrutture. Bisogna garantire buona e nuova occupazione, come predicano (ma finora inascoltati) Giorgio Ruffolo e Alfredo Reichlin. Bisogna favorire il dialogo tra sindacati, Confindustria, Confcommercio.
E bisogna fermare il federalismo al buio della Lega. Quanto costerebbe all´economia la devolution voluta dai nipotini di Bossi? Nessuna indagine ufficiale è stata ancora compiuta ed è una lacuna incredibile e inammissibile.
Ma alcune analisi fatte a spanne parlano di 100 miliardi di euro come maggior costo burocratico della devolution, gradualizzate in cinque anni. Capite in quale baratro rischia di precipitare lo Stato per far contento Calderoli? La legge rischia di passare entro il prossimo 6 ottobre, ma senza un attento calcolo dei costi è impensabile che possa esser promulgata: aprirebbe la strada alla bancarotta dello Stato.
* * *
La sinistra dispone d´una squadra dirigente notevole, la migliore che ci sia sul mercato politico. Ma finora ha affrontato questo gomitolo di questioni solo di striscio. E´ venuta allora ad affrontarle frontalmente perché l´autunno 2004 sarà molto caldo.
A destra il disincanto dilaga, ma quei consensi che Berlusconi sta perdendo non varcano ancora la soglia. Si rifugeranno nell´astensione.
Attenti però: anche a sinistra c´è disincanto. Anche a sinistra l´astensione, già alta, può aumentare.
Sarebbe sciocco dire a Prodi: facci sognare. Non servono i sogni né bisogna sperare nei miracoli che non esistono. Ma possiamo dire a Prodi: datti da fare. Da subito. I problemi sono quelli. Li conosciamo. Conosciamo anche i bisogni. Perciò datti da fare. Fai un discorso alla nazione. Dì quali sono i pericoli, quali le possibilità, quali gli obiettivi, quali i mezzi e i modi per realizzarli. Insedia la squadra.
È sbagliato pensare che la battaglia cominci nella primavera del 2006 o alle regionali del 2005. La battaglia è in pieno svolgimento. Stanno smontando pezzo a pezzo lo Stato, le istituzioni di garanzia, l´economia pubblica e quella privata, il potere d´acquisto dei cittadini. Ai primi d´ottobre daranno un altro colpo di piccone con una devolution senza sostanziale copertura.
C´è un uomo al Quirinale che rappresenta tutti i cittadini. Riscuote un consenso di massa quasi unanime. Ma è solo, terribilmente solo. Non pensiate che da solo possa sorreggere uno Stato pericolante. Voi di destra, voi di sinistra, che avete egualmente a cuore le sorti del paese e vi entusiasmate quando il tricolore sale sul podio olimpico, aiutate quell´uomo e fate che non sia il solo a combattere per tutti.





















Ds Milano - Rassegna stampa


Reggio Calabria: intimidazione ai danni di un Magistrato
REDAZIONE
Un colpo di arma da fuoco è stato esploso, a Reggio Calabria, contro l'abitazione del Magistrato Vincenzo Pedone. Il proiettile si è infranto contro una finestra, fortunatamente senza provocare feriti. Il Giudice, presidente di sezione del tribunale di Locri applicato alla Corte d'appello di Reggio Calabria, ha provveduto a denunciare l'accaduto alle forze di Polizia. Il fatto risale al 14 agosto, ma è stato reso noto solo ieri.
In seguito a questa grave intimidazione, il prefetto di Reggio Calabria ha immediatamente assegnato al Dottor Pedone un servizio di scorta e un'auto blindata.

Solidarietà nei confronti della Toga è arrivata dal mondo politico e dalle Istituzioni locali. Il primo a commentare l'accaduto è stato il sindaco di Reggio Calabria, Giuseppe Scopelliti, secondo il quale siamo di fronte ad "un segnale inquietante, che va decodificato, per consentire a tutte le forze sane della nostra città di respingere con fermezza il messaggio che si è voluto lanciare".
"Questo colpo di pistola - ha aggiunto Scopelliti - è un fatto che testimonia come, ancora oggi, in una piccolissima parte del tessuto sociale reggino sia diffusa una subcultura dell'illegalità, dell'intimidazione, della sfida allo Stato che, soprattutto negli ultimi mesi, ha inferto colpi letali alla criminalità organizzata".
Il primo cittadino ha espresso dunque la sua vicinanza al Dottor Pedone ed all'intera magistratura reggina che, "pur lavorando lontano dalle luci della ribalta, è impegnata a ristabilire giustizia e rispetto della legalità, in una realtà lacerata da decenni di anarchia".

"L'atto intimidatorio perpetrato ai danni del giudice Vincenzo Pedone va ad aggiungersi ai numerosi atti intimidatori che, negli ultimi mesi, stanno colpendo, in Calabria, magistrati, amministratori e imprenditori - ha dichiarato l'Onorevole di Alleanza Nazionale Angela Napoli - questo particolare attentato, diretto ad un magistrato, è la palese dimostrazione di come quasi tutta la magistratura calabrese sta assestando duri colpi alla criminalità organizzata".

centomovimenti.com





Il debito pubblico è il punto più vulnerabile della situazione italiana. Va dato atto al ministro Domenico Siniscalco di aver fatto qualche sforzo. Ma il programma annunciato appare velleitario

Si deve dare atto al ministro Domenico Siniscalco di aver fatto qualche lodevole sforzo per riportare al centro della politica economica il problema dei problemi: quel debito pubblico che rappresenta il punto più vulnerabile della situazione finanziaria nazionale. Si deve, però, anche soggiungere che il conseguente dibattito attorno alle iniziative da prendere sta assumendo toni velleitari, in qualche caso grotteschi o addirittura lunari.Innanzi tutto, appare velleitario il programma che lo stesso ministro ha delineato per riprendere il controllo del debito. Allo scopo di riportare quest'ultimo almeno alla parità con il Pil, lo Stato dovrà realizzare - secondo il ministro - cessioni patrimoniali nell'ordine di una ventina di miliardi di qui al prossimo dicembre e poi di altri 25 miliardi l'anno per tutto il quadriennio 2005-2008. Poniamo pure che si tratti di stime ben calcolate, ma un conto è dire che cosa occorre fare e tutt'altro mettere in pratica un piano tanto gigantesco di vendite pubbliche. Cosicché, al momento, l'impressione è che il ministro dell'Economia abbia descritto il problema senza indicarne e forse neppure conoscere la soluzione.
Al fine di rendere meno allarmante la denuncia sullo stato del debito, il Tesoro ha fatto circolare in questi giorni anche le sue stime sulla consistenza del patrimonio pubblico. Stando alle cifre fornite, la somma dei beni pubblici toccherebbe i 1.770 miliardi: una ricchezza pari al 136 per cento del Pil, dunque con un rassicurante margine del 30 per cento rispetto al 106 del rapporto tra debito e Pil. Peccato che, scendendo nei dettagli, si fanno singolari scoperte: per esempio, che circa 145 di quei 1.770 miliardi vengono dalla contabilizzazione con criteri privatistici di risorse naturali quali fiumi, laghi, ghiacciai, ovvero che perfino all'aria e all'atmosfera è stato attribuito un valore di mercato di oltre cinque miliardi. E qui siamo davvero alla parte grottesca della vicenda, perché l'idea che il nostro debito pubblico sia garantito dall'acqua e dall'aria sembra, purtroppo, una fedele metafora della realtà.Dove, infine, il dibattito sul debito sta raggiungendo punte lunari è sul nodo delle cessioni immobiliari. Finora i proventi di queste ultime sono stati computati a riduzione del deficit, con un palese strappo a quella sana regola di gestione che prescrive di usare le vendite di patrimonio solo per compensare i debiti. Adesso, si fa sapere che il nuovo ministro dell'Economia, per quanto lo riguarda, avrebbe pure intenzione di voltare pagina e di tornare sulla retta via, ma la cosa non è semplice perché sarebbe necessaria una legge apposita. Ho qualche dubbio sul fondamento di questi scrupoli formali ma, anche se fossero validi, dove sta la complicazione? Che cosa ci vuole a presentare questa benedetta legge e a farla approvare in fretta dal Parlamento?

Il ministro Siniscalco deve stare più attento all'effetto 'boomerang': perché, se le cifre sulle prospettive del debito confermano che la situazione è molto grave, le troppe chiacchiere a vuoto possono solo servire a dimostrare che essa è soprattutto poco seria.


espressonline.it





FAHRENHEIT 9/11
Desideri ostinati nell'era del disincanto
Michael Moore Come una singola voce può bucare la cospirazione del silenzio
JOHN BERGER*
Fahrenheit 9/11 è straordinario. Non tanto come film - benché sia un film abile e toccante - quanto come evento. I commentatori cercano in genere di liquidare l'evento e di denigrare il film. Vedremo più avanti perché. Il film di Michael Moore ha commosso profondamente gli artisti della giuria del Festival di Cannes, che si dice abbiano deciso all'unanimità di premiarlo con la Palma d'oro. Da allora ha commosso vari milioni di persone. Durante le prime sei settimane di distribuzione negli Stati uniti ha incassato oltre cento milioni di dollari, vale a dire - ed è stupefacente - circa la metà di quanto ha totalizzato Harry Potter e la pietra filosofale in un analogo periodo di tempo.

Un film come Fahrenheit 9/11 non lo si era mai visto. A quanto pare solo i cosiddetti opinionisti della stampa e dei media ne sono stati disturbati. Il film, considerato come atto politico, può essere un punto di riferimento storico. Tuttavia, per rendersene conto, bisogna avere una qualche prospettiva sul futuro. Vivere mettendo in primo piano solo le notizie dell'ultima ora, come capita a molti opinionisti, limita le prospettive: riduce tutto a una seccatura e niente di più. Il film invece crede di poter dare un sia pur piccolissimo contributo al cambiamento della storia mondiale. È un'opera carica di speranza.

Ciò che lo rende un evento è il fatto che interviene in modo efficace e indipendente nel vivo della politica mondiale. Oggi è raro che un artista (e Moore è un artista) riesca in un intervento del genere e sappia essere d'ostacolo ai politici e alle loro dichiarazioni preconfezionate e capziose. L'obiettivo immediato di Moore è rendere più improbabile la rielezione del presidente Bush il prossimo novembre. Il suo film è, dall'inizio alla fine, un invito alla discussione politica e sociale.

Liquidarlo come propaganda è ingenuo o perverso, significa cancellare (deliberatamente?) ciò che il secolo passato ci ha insegnato. La propaganda richiede una salda rete di comunicazione capace di soffocare meticolosamente ogni riflessione attraverso slogan emotivi o utopici. In genere ha un ritmo veloce ed è sempre al servizio degli interessi di lungo periodo di qualche élite. Questo film eretico e anticonformista adotta spesso una lentezza riflessiva e non ha paura del silenzio. Invita a pensare con la propria testa e a fare collegamenti ragionati. Si identifica con chi abitualmente non riesce a farsi ascoltare e ne perora la causa. Sostenere con forza le proprie ragioni non è come saturare per via di propaganda. Fox TV satura, Michael Moore sostiene con convinzione i propri argomenti.

Fin dalle tragedie greche, di quando in quando, gli artisti si sono chiesti come fare ad influenzare gli eventi politici in corso. Si tratta di un interrogativo complesso, poiché sono in gioco due tipi di potere molto diversi. Numerose teorie estetiche ed etiche ruotano attorno a questo interrogativo. Per chi vive in regime di tirannia politica l'arte è stata spesso una forma di non dichiarata resistenza, e di solito i tiranni cercano di tenerla sotto controllo. Ciò vale, tuttavia, in termini generali e in senso lato. Fahrenheit 9/11 è qualcosa di diverso. È riuscito ad intervenire in un programma politico giocando sul suo stesso terreno.

Perché ciò fosse possibile era necessario che vari fattori convergessero. Il riconoscimento di Cannes e il mal calcolato tentativo di impedire la distribuzione del film hanno avuto un ruolo significativo nella creazione dell'evento. Farlo notare non implica in alcun modo che il film in quanto tale non meriti l'attenzione che sta ottenendo. Serve solo a ricordarci che far breccia (sfondare il quotidiano muro di bugie e mezze verità) nel regno dei mass-media è indubbiamente raro. Ed è questa rarità che ha reso esemplare il film. Oggi la pellicola di Moore è di esempio a milioni di persone, come se lo attendessero da tempo.

Il film afferma che durante il primo anno del nuovo millennio una banda di criminali - più il loro uomo di facciata Cristiano Rinato - si è impadronita della Casa Bianca e del Pentagono, affinché, d'ora in poi, il potere statunitense serva innanzitutto gli interessi globali delle Corporazioni. Una sceneggiatura cruda, più prossima alla verità di tanti editoriali pieni di sfumature. Tuttavia, più ancora della sceneggiatura, ciò che conta è come il film parli chiaro. Fahrenheit 9/11 dimostra che, nonostante tutto il potere di manipolazione degli esperti in comunicazione, i menzogneri discorsi presidenziali e le insulse conferenze-stampa, una singola voce indipendente, segnalando alcune verità di politica interna che innumerevoli americani stanno già scoprendo per conto loro, può farsi strada attraverso la cospirazione del silenzio, l'atmosfera di paura costruita ad arte e la solitudine di chi si sente politicamente impotente.

È un film che parla di desideri remoti e ostinati in un periodo di disincanto. Un film che racconta barzellette mentre la banda intona l'Apocalisse. Un film in cui milioni di Americani riconoscono se stessi e gli specifici modi in cui vengono imbrogliati. Un film che parla di sorprese, per lo più brutte ma in qualche caso belle, che vengono discusse insieme. Fahrenheit 9/11 ricorda allo spettatore che, quando il coraggio è condiviso, si può lottare contro grosse difficoltà.

In oltre un migliaio di sale cinematografiche del paese Michael Moore diventa con questo film un Tribuno del popolo. E che cosa vediamo? Bush è visibilmente un idiota politico, la cui ignoranza del mondo è pari alla sua indifferenza ad esso. Mentre il Tribuno, forte dell'esperienza popolare, acquista credibilità politica, non come politico, ma perché dà voce alla collera della moltitudine e alla sua volontà di resistere.

La straordinarietà del film, però, non finisce qui. L'obiettivo di Fahrenheit 9/11 è impedire a Bush di truccare le prossime elezioni come ha fatto con le precedenti. Il film è incentrato sulla guerra in Iraq, una guerra assolutamente ingiustificata. Tuttavia le sue conclusioni vanno molto al di là di tali questioni. Il film di Moore dice a chiare lettere che un'economia politica che crea una ricchezza sempre più esorbitante circondata da una povertà sempre più disastrosa ha bisogno - per sopravvivere - di una guerra continua contro un qualche nemico straniero in modo da mantenere ordine e sicurezza al proprio interno. Ha bisogno di una guerra infinita.

Ecco perché, a quindici anni dalla caduta del comunismo, quando ormai da anni si è decretata la fine della Storia, una delle principali tesi dell'interpretazione marxiana della storia diventa nuovamente un punto di discussione e una possibile spiegazione delle catastrofi in corso. I più sacrificati sono sempre i poveri, annuncia quietamente Fahrenheit 9/11 nei minuti conclusivi. Per quanto tempo ancora? Oggi nel mondo non c'è futuro per nessuna civiltà che ignori questa domanda. Ed è per questo che il film è stato fatto ed è diventato quel che è diventato. Si tratta di un film che vuole fortemente che l'America sopravviva.



*Scrittore e critico d'arte

trad. dall'inglese di Maria Nadotti



ilbarbieredellasera.com

FAHRENHEIT 9/11
Desideri ostinati nell'era del disincanto
Michael Moore Come una singola voce può bucare la cospirazione del silenzio
JOHN BERGER*
Fahrenheit 9/11 è straordinario. Non tanto come film - benché sia un film abile e toccante - quanto come evento. I commentatori cercano in genere di liquidare l'evento e di denigrare il film. Vedremo più avanti perché. Il film di Michael Moore ha commosso profondamente gli artisti della giuria del Festival di Cannes, che si dice abbiano deciso all'unanimità di premiarlo con la Palma d'oro. Da allora ha commosso vari milioni di persone. Durante le prime sei settimane di distribuzione negli Stati uniti ha incassato oltre cento milioni di dollari, vale a dire - ed è stupefacente - circa la metà di quanto ha totalizzato Harry Potter e la pietra filosofale in un analogo periodo di tempo.

Un film come Fahrenheit 9/11 non lo si era mai visto. A quanto pare solo i cosiddetti opinionisti della stampa e dei media ne sono stati disturbati. Il film, considerato come atto politico, può essere un punto di riferimento storico. Tuttavia, per rendersene conto, bisogna avere una qualche prospettiva sul futuro. Vivere mettendo in primo piano solo le notizie dell'ultima ora, come capita a molti opinionisti, limita le prospettive: riduce tutto a una seccatura e niente di più. Il film invece crede di poter dare un sia pur piccolissimo contributo al cambiamento della storia mondiale. È un'opera carica di speranza.

Ciò che lo rende un evento è il fatto che interviene in modo efficace e indipendente nel vivo della politica mondiale. Oggi è raro che un artista (e Moore è un artista) riesca in un intervento del genere e sappia essere d'ostacolo ai politici e alle loro dichiarazioni preconfezionate e capziose. L'obiettivo immediato di Moore è rendere più improbabile la rielezione del presidente Bush il prossimo novembre. Il suo film è, dall'inizio alla fine, un invito alla discussione politica e sociale.

Liquidarlo come propaganda è ingenuo o perverso, significa cancellare (deliberatamente?) ciò che il secolo passato ci ha insegnato. La propaganda richiede una salda rete di comunicazione capace di soffocare meticolosamente ogni riflessione attraverso slogan emotivi o utopici. In genere ha un ritmo veloce ed è sempre al servizio degli interessi di lungo periodo di qualche élite. Questo film eretico e anticonformista adotta spesso una lentezza riflessiva e non ha paura del silenzio. Invita a pensare con la propria testa e a fare collegamenti ragionati. Si identifica con chi abitualmente non riesce a farsi ascoltare e ne perora la causa. Sostenere con forza le proprie ragioni non è come saturare per via di propaganda. Fox TV satura, Michael Moore sostiene con convinzione i propri argomenti.

Fin dalle tragedie greche, di quando in quando, gli artisti si sono chiesti come fare ad influenzare gli eventi politici in corso. Si tratta di un interrogativo complesso, poiché sono in gioco due tipi di potere molto diversi. Numerose teorie estetiche ed etiche ruotano attorno a questo interrogativo. Per chi vive in regime di tirannia politica l'arte è stata spesso una forma di non dichiarata resistenza, e di solito i tiranni cercano di tenerla sotto controllo. Ciò vale, tuttavia, in termini generali e in senso lato. Fahrenheit 9/11 è qualcosa di diverso. È riuscito ad intervenire in un programma politico giocando sul suo stesso terreno.

Perché ciò fosse possibile era necessario che vari fattori convergessero. Il riconoscimento di Cannes e il mal calcolato tentativo di impedire la distribuzione del film hanno avuto un ruolo significativo nella creazione dell'evento. Farlo notare non implica in alcun modo che il film in quanto tale non meriti l'attenzione che sta ottenendo. Serve solo a ricordarci che far breccia (sfondare il quotidiano muro di bugie e mezze verità) nel regno dei mass-media è indubbiamente raro. Ed è questa rarità che ha reso esemplare il film. Oggi la pellicola di Moore è di esempio a milioni di persone, come se lo attendessero da tempo.

Il film afferma che durante il primo anno del nuovo millennio una banda di criminali - più il loro uomo di facciata Cristiano Rinato - si è impadronita della Casa Bianca e del Pentagono, affinché, d'ora in poi, il potere statunitense serva innanzitutto gli interessi globali delle Corporazioni. Una sceneggiatura cruda, più prossima alla verità di tanti editoriali pieni di sfumature. Tuttavia, più ancora della sceneggiatura, ciò che conta è come il film parli chiaro. Fahrenheit 9/11 dimostra che, nonostante tutto il potere di manipolazione degli esperti in comunicazione, i menzogneri discorsi presidenziali e le insulse conferenze-stampa, una singola voce indipendente, segnalando alcune verità di politica interna che innumerevoli americani stanno già scoprendo per conto loro, può farsi strada attraverso la cospirazione del silenzio, l'atmosfera di paura costruita ad arte e la solitudine di chi si sente politicamente impotente.

È un film che parla di desideri remoti e ostinati in un periodo di disincanto. Un film che racconta barzellette mentre la banda intona l'Apocalisse. Un film in cui milioni di Americani riconoscono se stessi e gli specifici modi in cui vengono imbrogliati. Un film che parla di sorprese, per lo più brutte ma in qualche caso belle, che vengono discusse insieme. Fahrenheit 9/11 ricorda allo spettatore che, quando il coraggio è condiviso, si può lottare contro grosse difficoltà.

In oltre un migliaio di sale cinematografiche del paese Michael Moore diventa con questo film un Tribuno del popolo. E che cosa vediamo? Bush è visibilmente un idiota politico, la cui ignoranza del mondo è pari alla sua indifferenza ad esso. Mentre il Tribuno, forte dell'esperienza popolare, acquista credibilità politica, non come politico, ma perché dà voce alla collera della moltitudine e alla sua volontà di resistere.

La straordinarietà del film, però, non finisce qui. L'obiettivo di Fahrenheit 9/11 è impedire a Bush di truccare le prossime elezioni come ha fatto con le precedenti. Il film è incentrato sulla guerra in Iraq, una guerra assolutamente ingiustificata. Tuttavia le sue conclusioni vanno molto al di là di tali questioni. Il film di Moore dice a chiare lettere che un'economia politica che crea una ricchezza sempre più esorbitante circondata da una povertà sempre più disastrosa ha bisogno - per sopravvivere - di una guerra continua contro un qualche nemico straniero in modo da mantenere ordine e sicurezza al proprio interno. Ha bisogno di una guerra infinita.

Ecco perché, a quindici anni dalla caduta del comunismo, quando ormai da anni si è decretata la fine della Storia, una delle principali tesi dell'interpretazione marxiana della storia diventa nuovamente un punto di discussione e una possibile spiegazione delle catastrofi in corso. I più sacrificati sono sempre i poveri, annuncia quietamente Fahrenheit 9/11 nei minuti conclusivi. Per quanto tempo ancora? Oggi nel mondo non c'è futuro per nessuna civiltà che ignori questa domanda. Ed è per questo che il film è stato fatto ed è diventato quel che è diventato. Si tratta di un film che vuole fortemente che l'America sopravviva.



*Scrittore e critico d'arte

trad. dall'inglese di Maria Nadotti



ilmanifesto.it

Roccaraso: 1.500 abitanti, ed una lunga serie di illegalità.



(fonti tratte da news 2000, unità on line, repubblica on line, il Centro on line, altro)







Camillo Valentini, il sindaco di Roccaraso, era stato eletto primo cittadino con una lista civica di centrosinistra, nella primavera del 2001. Prima democristiano, poi socialista dopo l'elezione del 2001, il sindaco si era gradualmente avvicinato alla giunta regionale di centrodestra di Giovanni Pace e con l'assessore al turismo Massimo Desiati aveva pensato e studiato l'operazione Ski World Cup, opera il rilancio delle zone interne, che dovrebbe portare a Roccaraso una tappa della Coppa del Mondo di sci. Camillo Valentini era stato già sindaco di Roccaraso tra il 1997 e il 1999. Dopo due anni di gestione amministrativa del comune, Valentini era stato però dichiarato ineleggibile per una causa giudiziaria di usi civici con il comune stesso. La sua ineleggibilità era stata dichiarata dal tribunale di Sulmona e confermata dalla Corte d'appello dell'Aquila nell'autunno del 2000. Nelle more del ricorso in Cassazione, il presidente della Repubblica sciolse il Consiglio comunale e convocò i comizi elettorali per il maggio del 2001.



Valentini e' stato arrestato per presunte irregolarita' nella realizzazione di opere pubbliche. Nell'inchiesta della Procura di Sulmona, in cui sono ipotizzati tra l'altro i reati di corruzione, concussione e truffa, sono coinvolte a vario titolo altre 32 persone - imprenditori e amministratori pubblici. Tra gli indagati ci sono l'assessore regionale al turismo Massimo Desiati, il vicesindaco di Roccaraso, Di Virgilio, e Gisella Valentini (una cugina del suicida), che è anche assessore al Bilancio dello stesso comune. Due sono magistrati: Raffaele Maria De Lipsis, consigliere di Stato, e Giovanni Melogli, capo della Procura di Sulmona. In particolare, sono due gli episodi di concussione sui quali si indaga: Secondo gli inquirenti, Valentini avrebbe estorto denaro e altri beni a imprenditori della zona con l'aggravante del consistente danno economico, in merito all'assegnazione di appalti per la realizzazione di lavori del Comune. Inoltre, il sindaco era stato anche accusato di calunnia nei confronti del maresciallo dei carabinieri di Roccaraso, Alfredo Di Gioia, che stava svolgendo indagini sull'attività amministrativa del Comune e che era stato a sua volta prosciolto dall'accusa di peculato.
Manette facili» e garantisti nostrani
di Elio Veltri

La morte di Camillo Valentini, sindaco di Roccaraso, suicidatosi in carcere, secondo la versione ufficiale, ha scatenato i soliti attacchi alla magistratura, responsabile delle “manette facili”. Faccio una premessa per essere molto chiaro: la morte, anche per suicidio, di un cittadino consegnato sano come un pesce, alla custodia dello Stato, implica responsabilità gravissime perché lo Stato non è stato in grado di garantirne l’incolumità. Nel caso di Valentini, le responsabilità sembrano ancora più gravi, perché la procura generale ha aperto una indagine per “istigazione al suicidio”. Ma, se si vogliono evitare polveroni interessati, è necessario distinguere tra le condizioni delle carceri italiane, nelle quali la sicurezza e la dignità dei carcerati devono essere assicurate da chi ha il compito di garantirle e gli atti compiuti dai magistrati.
Le nostre carceri non hanno mai cambiato volto davvero e rimangono luoghi di emarginazione, di prevaricazione e di violenza. Ricordo bene le condizioni nelle quali versavano negli anni 80 perché le frequentavo e alcuni suicidi eccellenti e meno eccellenti. Nel carcere di Monza, una vera Caienna, due ragazzi di 20 anni si dettero fuoco in cella e morirono con sofferenze indescrivibili. Io, all'epoca, consigliere regionale della Lombardia, protestai e coinvolsi anche il ministro della Giustizia, quel galantuomo di Martinazzoli, ritenendolo responsabile “morale”, il quale mi scrisse, manifestando tutta la sua pena per quanto era avvenuto. Nel carcere di Voghera, guardato a vista, quattro giorni prima di affrontare il processo quale mandante dell'assassinio Ambrosoli, fu “suicidato”, anche se la versione ufficiale parlò di suicidio, Michele Sindona, scatenato e combattivo come mai, deciso a usare nel processo i tanti segreti (ed erano davvero tanti!) di cui era custode. Gli avevo parlato a lungo e posso assicurare che l'ultima cosa al mondo che aveva in testa era quella di suicidarsi.
Fatta questa premessa, ritorno al caso Valentini, per sottolineare i comportamenti dei politici, capaci di strumentalizzare, come ha fatto Cicchitto, anche una morte tanto drammatica, pur di attaccare la magistratura e di scatenare il polverone sulle “manette facili”.
1) La legge sulla custodia cautelare nel nostro paese è la più garantista d'Europa e molto più di quella in vigore negli Stati Uniti. Per rendersene conto è sufficiente procedere a un rapido riscontro di quanto avviene negli altri paesi, con rito processuale, accusatorio e inquisitorio. Nel mese di luglio negli Stati Uniti è stato arrestato e portato in tribunale in manette Kennet Lay, gran patron della Enron, amico della famiglia Bush, che molti consideravano più potente del presidente. In Francia è stato arrestato Jean-Charles Marchiani, braccio destro di Pasqua, ex ministro dell'Interno di Chiraq, considerato un eroe nazionale perché, nel 1988, aveva fatto liberare gli ostaggi francesi a Beirut. Marchiani, ex prefetto nominato da Chiraq e deputato europeo, è stato arrestato, per abuso di potere e corruzione, il giorno dopo che ha perso l'immunità parlamentare. In entrambi i casi, nessun politico ha gridato allo scandalo e nessun amico potente è intervenuto per tirali fuori dalla galera. In ogni caso, se la legge sulla custodia cautelare sembra poco garantista, si può cancellarla per tutti i reati e per tutti i cittadini o solo per i politici e per i reati che solo i politici possono commettere. Se qualcuno se la sente, presenti la proposta in Parlamento.
2) Leggendo la stampa internazionale, i reati contro la pubblica amministrazione e i reati finanziari, per i quali vengono arrestati gli autori, sono considerati tra i più gravi che si possono commettere, per cui chi se ne rende responsabile automaticamente deve lasciare le cariche politiche, anche di partito, e le cariche sociali nei gruppi e nelle aziende. Negli altri paesi non c'è scampo e nessuno cerca di fare diversamente. In Italia non è cosi, anche se il paese ha il più grande debito pubblico tra i paesi dell'Unione, dovuto in larga parte a fatti di corruzione, ha la più alta percentuale di capitali esportati illecitamente, la più alta evasione fiscale e registra i più imponenti crac finanziari.
3) L'arresto di un cittadino, anche importante, e di un politico, viene valutato sempre in maniera diversa sia dalla stampa che da molti politici. Qualche esempio: le famiglie Tanzi e Cragnotti sono state arrestate quasi al completo e i rispettivi capi famiglia sono rimasti in galera per mesi, senza che qualcuno dicesse beh. I manager dello scandalo Enipower sono andati in galera e nessuno ha fiatato. Appena viene arrestato un politico scattano le proteste e le solidarietà anche se non si conoscono i fatti e i reati contestati sono gravissimi, come nel caso del presidente della Regione Sicilia. Insomma, la corporazione, per fortuna sempre più limitata al centro destra, li difende come se difendesse se stessa in vista di qualche mandato di arresto ritenuto sempre possibile.
4) Dell'unico problema serio che attanaglia la giustizia e la delegittima fino a negarla, riguardante i tempi dei processi e la certezza delle pene, nessuno vuole occuparsi seriamente.
L’unica speranza risiede nell’Europa, se lo spazio giuridico comune diventa una realtà: uguali reati, uguali provvedimenti per tutti. Solo allora molti garantisti nostrani si renderebbero conto di quanti privilegi hanno goduto.






www.democrazialegalita.it


Iraq : la conferenza ha definito il nuovo parlamento
di red

I leader politici e religiosi iracheni hanno selezionato un consiglio di transizione, scegliendo in una lista di candidati sostenuti dal governo, dopo quattro giorni di dibattito.

L'annuncio e' stato dato ieri da Walid Shaltah, un importante membro della Conferenza per la ricostruzione. Il consiglio di 100 membri sorvegliera' il governo ad interim del primo ministro Iyad Allawi ed aprira' la strada per le elezioni di gennaio.

Un delegato, Sadiq Al Musawi, ha detto che la rappresentanza sara' proporzionale: "abbiamo il 25% dei seggi del consiglio assegnati alle donne; seggi per le minoranze, i capitribu', le istituzioni della societa' civile, movimenti , i partiti politici e gli accademici. E' previsto ben equilibrato per tutti gli Iracheni in modo che nessuno sia emarginato ", ha detto.

Degli 81 seggi, infatti, 21 saranno riservati ai membri di partito, 21 ai leader provinciali, 11 alle minoranze, 10 ai capitribu', 10 alle organizzazioni della societa' civile ed otto per gli indipendenti. I 19 seggi restanti, compresi tre occupati da donne, sono gia' stati assegnati ai membri del precedente Consiglio di governo generato dalla coalizione subito dopo la caduta di Saddam Hussein nel 2003. Il consiglio potra', con il voto dei due terzi dei deputati, eleggere un nuovo presidente o primo ministro.

Sono tuttavia divampate le polemiche. I delegati indipendenti hanno detto che il consiglio era sostanzialmente allineato ai sostenitori del governo - dato che e' composto da persone gradite all'amministrazione voluta dagli Stati Uniti - e potrebbe essere nient'altro che una bolla di sapone.

Il voto conseguentemente e' stato fatto ritardare, in mezzo ad una ridda di accuse di circa 450 delegati ai partiti politici principali di ever dirottato il processo di rinascita del Paese. Parecchi membri del congresso si sono ritirati dalla conferenza per protestare contro il meccanismo di scelta dei membri del consiglio.

Nel frattempo ieri Mouqtada Al Sadr aveva chiesto al governo - tramite il suo portavoce - un negoziatore per discutere un accordo per porre fine alla crisi a Najaf. La richiesta e' avvenuta un'ora dopo un ultimatum lanciatogli dal governo il quale gli intimava di acconsentire "entro poche ore" all'accordo peraltro da lui accettato il giorno prima.

Intanto, nella citta' santa di Najaf - dove l'Armata Madhi e la polizia irachena unita ai Marines hanno combattuto per giorni - sono continuati gli scontri: proiettili di mortaio sono caduti su un posto di polizia, ferendo molti agenti. L'aviazione americana avrebbe anche bombardato ieri sera - secondo testimoni - le posizioni dei miliziani sciiti.

Questa mattina, il leader radicale sciita ha invitato i suoi miliziani asserragliati nel mausoleo dell'Imam Ali ad evacuarlo ed a consegnarlo il piu' presto possibile alla Marjaiya, la massima autorita' sciita. Sadr ha pero' rifiutato di disarmare la sua milizia, come richiesto dal primo ministro ad interim iracheno Iyad Allawi.

Testimoni hanno anche reso noto che aerei da guerra statunitensi hanno bombardato la citta' sunnita di Falluja - nell'Iraq centrale - considerata la roccaforte dei guerriglieri fedeli al deposto presidente Saddam Hussein.

Colpi di mortaio invece hanno colpito il tetto dell'ambasciata USA a Baghdad. Un portavoce USA ha detto che due dipendenti della sede diplomatica sono stati colpiti in modo lieve, aggiungendo che John Negroponte - l'ambasciatore statunitense - e' fuori dall'Iraq per qualche giorno.

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Europa/Usa a confronto: due vie al progressismo
di Massimiliano Panarari




E' assai seccante ammetterlo, ma talora ci sembra di dover dare ragione al politologo Robert Kagan, il teorico per antonomasia dell’unilateralismo neoconservatore, universalmente noto per aver stigmatizzato l’irriducibile differenza e alterità tra USA ed Europa, all’insegna dello slogan secondo cui gli americani verrebbero da Marte e gli europei da Venere. Cosa che pare valere anche per le sinistre dei due continenti, responsabili di due vie alternative al progressismo, come dimostrano una volta di più due volumi giunti da poco nelle librerie italiane.
Differenze di stili, visioni del mondo, opzioni politiche concrete; in una parola, di civiltà, che permangono nel mondo globalizzato e all’indomani della chiusura dell’esperienza della Terza via, che aveva segnato, nelle intenzioni dei protagonisti, il tentativo di unificazione planetaria della sinistra riformista (ovviamente sotto l’egida anglosassone). Eppure, alla fine, come testimoniano le invocazioni piene di speranza rivolte dal centrosinistra europeo a J. F. Kerry, il candidato anti-Bush, si tratta di due progressismi bisognosi l’uno dell’altro e vogliosi, per quanto possibile, di collaborazione e integrazione.
A riproporci la dicotomia tra queste visioni intrise e nutrite di culture davvero distinte nonostante l’origine comune, sono i volumi di Paul Krugman, La deriva americana (Laterza, pp. 342, euro 18) e di Robert Castel, L’insicurezza sociale. Che significa essere protetti? (Einaudi, pp. 100, euro 12).
Krugman, economista liberal di fama mondiale (docente presso alcune delle più prestigiose università USA – Yale, MIT, Stanford, e ora Princeton – si è occupato tra i primi delle dinamiche della globalizzazione e mondializzazione, oltre a essere considerato uno dei più temibili “castigamatti” dell’amministrazione Bush e delle sue scelte disastrose in materia di politica fiscale ed economica e, ancor peggio (se possibile…) di politica estera; un Michael Moore serio (ma non serioso…) dell’economia, capofila della battaglia contro l’America oscurantista dei neocon.
Ma Krugman si è fatto una notorietà internazionale anche per la sua attività di brillante columnist ed editorialista del New York Times, tramite il quale si esercita su argomenti di attualità e politica, lanciando i suoi giudizi sferzanti e le sue provocazioni sempre acute. La deriva americana è, per l’appunto, una raccolta ragionata dei suoi articoli di fondo (i quali talora appaiono in Italia su Repubblica), comprovanti la sua dimensione e il suo ruolo di “intellettuale pubblico”, come direbbe Timothy Garton Ash. Per capire come la pensa Krugman basta leggere il bell’epitaffio da lui consacrato alla memoria di James Tobin, il premio Nobel già consigliere di J. F. Kennedy che aveva inventato il keynesismo statunitense, antistatalista e a favore del libero mercato, versione differente – e come potrebbe essere altrimenti? – rispetto a quello del Vecchio continente, per avversare poi con tutte le sue forze Milton Friedman e la canea monetarista.
Nemico di quelle che battezza come “glo-balle”, critico severo della “matematica creativa”, della speculazione finanziaria e di quella “Greenspanomics” che vede il presidente della Federal Reserve tradire spesso la sua funzione istituzionale di arbitro imparziale dell’economia USA, feroce e implacabile accusatore del malcostume e della corruzione sparse a piene mani nella corporate America dalle multinazionali, cui l’ultima generazione di repubblicani al potere ha assicurato totale impunità, ma sempre “innamorato” del mercato, che necessita di maggiori checks and balances, di contrappesi e controlli: ecco chi è Paul Krugman. Insomma, la “Tradizione liberal” americana – come la chiama Bob Reich, l’economista ed ex segretario del Lavoro di Clinton – in una delle sue manifestazioni più alte.
Piuttosto differente da quel pensiero di sinistra europea – e, soprattutto, francese (l’Alterità per gli americani: vera e propria bestia nera per i conservatori, misto di eccessiva sofisticazione e malcelata ammirazione per i progressisti) – che produce figure come quella di Robert Castel. Direttore di ricerca presso quella venerabile istituzione parigina che risponde al nome di École des Hautes Études en Sciences Sociales, al tempo stesso sociologo e storico, Castel compendia nel suo denso libretto (dotato di un intenso apparato teorico che risale fino a Hobbes e Locke) le riflessioni partorite dalla cultura sociale progressista continentale sul tema dell’insicurezza. Che non è tanto materia di ingegneria del welfare in questo caso – o, meglio, non solo – ma diventa meditazione filosofico-politica (e persino esistenziale) intorno alla percezione di rischio e al senso di spaesamento e minaccia che travolge gli individui della postmodernità, riflesso di un’ideologia tardocapitalistica e neoliberistica che divide inesorabilmente il mondo in vincitori e vinti, rigettando ogni forma collettiva e comunitaria quale inutile e anacronistico retaggio del passato.
Per superare la “frustrazione sicuritaria”, come la definisce l’autore (effetto anche delle aspettative assai alte di protezione create fino ad oggi dalle nostre “società assicuranti”), diventa urgente contrastare la precarietà del lavoro addomesticando il mercato, e rilanciare quel nesso inestricabile tra Stato di diritto e Stato sociale che fonda il modello sociale europeo – e, in definitiva, la sua civiltà, rispetto alla quale il Nuovo mondo ha deciso di percorrere strade in parte alternative. L’obiettivo coincide con la realizzazione della “società dei simili”, dice Castel riprendendo il lessico del solidarismo della Terza Repubblica francese. Una società edificata sull’idea e sulla pratica della cittadinanza sociale che è compito delle istanze pubbliche – in tutte le loro espressioni: locali, nazionali e, oggi sempre più, transnazionali – promuovere. Ecco qui la differenza fondamentale tra i progressismi dei due continenti – e, più in generale, tra le loro culture: il rapporto tra l’individuo, le comunità intermedie e lo Stato (o ciò che lo sostituirà); e il ruolo del lavoro nel mercato. E, come direbbe qualcuno, scusate se è poco…
Ma esiste anche una “terza via” rispetto ai due punti di vista esposti? Forse sì. Probabilmente, infatti, è proprio così che potremmo definire l’angolazione secondo la quale il celebre sociologo americano Richard Sennett guarda il tema della disuguaglianza, a partire da una categoria molto esistenziale e pragmatica al tempo stesso e, dunque, per continuare nel “gioco degli specchi” tra le due sponde dell’Atlantico (e dell’Occidente), contemporaneamente “europea” ed americana. Ossia il Rispetto, titolo del suo ultimo libro apparso in italiano (sottotitolo: La dignità umana in un mondo di diseguali, Mulino, pp. 265, euro 15,50), nel quale Sennett porta a compimento una ricerca sociologica narrativa e soggettivo-riflessiva, che parte dalla propria esperienza autobiografica giovanile in un quartiere povero di Chicago per indagare sull’emarginazione e sulla mancanza di eguaglianza. E per elaborare una teoria sociale e individuare una ricetta politica di “Welfare liberato” che partono dall’assunto psicologico (e dal vissuto individuale, emozionale e morale) di chi è o diventa oggetto di assistenza: non un perdente oggetto di carità e compassione, ma un soggetto a pieno titolo da coinvolgere nell’erogazione del servizio del quale risulta il destinatario. Un’ipotesi di riformulazione delle politiche sociali che ha tutte le sembianze, e il sapore, di un perfetto mix euroamericano.

caffeeuropa.it






Carcere di San Quentin, quel 21 agosto del 1971...
di Bianca Cerri

Prima di cadere sull’asfalto ancora rovente, George Lester Jackson, colpito da due proiettili alle reni, ebbe il tempo di alzare ancora una volta gli occhi al cielo. Le guardie attesero che facesse buio prima di rimuovere il suo corpo e, allora, di lui non rimase altro che una sagoma vuota disegnata dal gesso bianco che colava in piccoli rivoli al lati. Gli uomini che guardavano dalle feritoie delle loro celle erano impietriti dal dolore e non riuscivano a convincersi che quell'uomo, capace di far nascere i fiori anche dal nudo cemento del cortile di una galera non sarebbe più tornato.

Si concluse così, durante un tentativo di fuga dal carcere di San Quentin, la breve vita di George Lester Jackson, ma la notizia della sua scomparsa raggelò il mondo intero. Era finito in carcere per un furto del valore di settanta dollari ma si era trasformato in leader rivoluzionario e autore di fama internazionale.

Quel 21 agosto del 1971, le guardie attirarono Jackson in una facile trappola per avere liberarsi senza conseguenze di quel detenuto scomodo. Non avevano previsto che il ricordo di George Lester Jackson avrebbe continuato a vivere e ad ispirare intere generazioni.

Howard Zinn, lo storico più famoso d'America, ha detto recentemente che l'esempio di George Jackson ha ancora lo stesso impatto che ebbe negli anni settanta. Pur vivendo in mezzo al marciume lurido di una delle peggiori galere d'America dall'età di 18 anni, il giovane afro americano seppe dare alla propria esistenza un significato diverso dall'alienazione che la detenzione induce nei reclusi. La sua decisione di lottare per l'emancipazione della sua gente fu irrevocabile. Il 13 gennaio del 1970, Jackson aveva visto agonizzare e poi morire W.L. Nolen e altri due compagni rivoluzionari, che avevano contribuito più di ogni altro alla sua maturazione. Abbattuti come anatre nello stagno dalla guardia appostata sulla torre di controllo, erano stati lasciati a morire dissanguati sotto gli occhi degli altri prigionieri.

Poco tempo dopo, Jackson era stato accusato dell'omicidio di una guardia e portato in tribunale, da dove il fratello minore, Jonathan, aveva inutilmente cercato di farlo fuggire. I poliziotti reagirono compiendo un massacro.

Jonathan morì e George venne trasferito a San Quentin, dove terminò il suo secondo libro, "Con il Sangue agli Occhi", che, come quello precedente, “I Fratelli di Soledad”, è ancora oggi uno dei libri più venduti in tutto il mondo. Davanti alla Chiesa di St. Augustin una folla enorme si radunò sin dalle prime ore del mattino per rendere l'ultimo omaggio a Jackson. La chiesa non poteva contenere tutti e la gente attese in silenzio la fine della cerimonia, mentre la voce struggente di Nina Simone riempiva l'aria dolce di fine estate.

Quando terminarono le esequie, il feretro di George venne portato a spalla da Huey P. Newton e dagli altri leaders dei Black Panthers. La folla iniziò a cantare un inno alzando i pugni verso il cielo.

Lester Jackson, padre di George e Jonathan, che aveva visto morire i suoi due figli in un solo anno, si fermò per un attimo a guardare stupito la piazza gremita di gente venuta da ogni parte d'America per dire addio a George e, dentro la sua anima di uomo semplice, nacque la speranza che, per le generazioni future le cose sarebbero state, finalmente, diverse.

Bianca Cerri
b.cerri@reporterassociati.org





Quo vadis America?
Immanuel Wallerstein
Quo vadis, America? Tutti vogliono saperlo, compresi gli americani. Una volta, non tanto tempo fa, il mondo era diviso tra quelli che vedevano gli Stati uniti come leader delle forze che nel mondo difendevano la libertà degli esseri umani, e quelli che li vedevano come una potenza imperialista, opposta a tutto quello che invece diceva di difendere. Quasi tutti i cittadini americani erano nel primo campo, come anche una larga parte degli euroopei, e significative percentuali di cittadini del resto del mondo. Di converso, quelli che avevano sentimenti negativi verso gli Stati uniti erano, in modo sproporzionato, di paesi non occidentali per quanto anche con una percentuale in Europa. Non ci sono statistiche, ma un assunto ragionevole potrebbe essere una divisione 50 a 50.
Durante l’era di George Bush, questo allineamento è radicalmente cambiato. Una schiacciante maggioranza della popolazione mondiale guarda agli Stati uniti come a un pericoloso gigante. Alcuni li accusano di malevolenza, altri di incoscienza, alimentata da ignoranza e hubris, ma tutti sono preoccupati e cauti. E per la prima volta nella mia vita, un numero significativo di americani è preoccupato e cauto rispetto a quello che il proprio paese potrebbe fare, potrebbe stare facendo. E quello che nessuno sembra sapere è, quo vadis America?

È probabilmente la domanda più importante della politica mondiale, almeno per il prossimo decennio. Dopo di allora potrebbe diventare irrilevante, o almeno d’importanza secondaria. Perché gli Stati uniti sono adesso al bivio della decisione e non sono ancora pienamente consapevoli delle dimensioni di questa decisione. Ci sono, ovviamente, le elezioni di novembre, che i media hanno definito come le più importanti da sempre. È un po’ un’esagerazione. Ma è chiaro che l’elettorato è sia estremamente polarizzato che equamente diviso. Il partito repubblicano probabilmente non era mai stato così a destra dal 1936 (e furono bastonati alle elezioni). E il partito democratico non è stato mai tanto appassionato nell’opporsi a un presidente uscente. Lo slogan “chiunque tranne Bush” si sente dappertutto.


Il sostengo interno per Bush e per le sue politiche è scivolato via rapidamente nell’ultimo anno, soprattutto a causa degli eventi in Iraq – non aver trovato le tanto vantate armi di distruzione di massa, la continua guerriglia contro l’occupazione e l’ignominia del trattamento subito dai prigionieri iracheni ad Abu Ghraib e altrove. Eppure, come qualsiasi sondaggista sottolinea, il declino del sostegno a Bush non è stato ancora accompagnato da una crescita del sostegno per lo sfidante democratico, il senatore John Kerry. Ci potrebbero essere molte spiegazioni per questo paradosso – la principale potrebbe essere la personalità di Kerry. Credo che la spiegazione sia più semplice. A un livello istintivo, molti di quelli che sono insoddisfatti delle politiche di Bush, si chiedono se Kerry agirebbe diversamente.
Perciò, la domanda numero uno è: se le politiche di Bush fossero abbandonate, sia per ragioni morali che politiche, quale politica alternativa potrebbero usare gli Stati uniti per ristabilire la propria autorità morale tra l’opinion pubblica mondiale? Per rispondere, dobbiamo guardare agli svilupp interni degli Stati uniti.


Dalla fine della Guerra di secesseione (1865) fino all’elezione di Frankilin Delano Roosvelt (1933) il governo degli Stati uniti – la presidenza, il Congresso e la Corte suprema – sono stati sostanzialmente controllati dai repubblicani. Poi, con l’inizio della Grande depressione,i democratici del New Deal hanno compiuto l’ascesa e hanno portato due cambiamenti fondamentali: hanno legittimato lo stato sociale e hanno portato il paese, da un dominante isolazionismo, a un’attiva politica interventista negli affari mondiali. Poi, nel periodo post 1945, gli Stati uniti sono diventati “multiculturali”. Cattolici ed ebrei sono saliti lungo la scala politica. E dietro di loro sono arrivate le richieste degli afroamericani, dei latinos e di altri gruppi emarginati (compresi quelli emarginati per ragioni di orientamento sessuale) per avere un trattamento simile. Questo secondo gruppo non ha mai raggiunto il livello di accettazione sociale di cui godono cattolici (bianchi) ed ebrei, ma le discriminazioni più evidenti sono cessate, specialmente nelle forze armate.
Davanti a un paese dominato dal partito democratico, c’è stata una reazione “conservatrice” – allo stato sociale, al multiculturalismo e all’”internazionalismo”. Quelli che hanno guidato questo movimento hanno visto la salvazze nella trasformazione del partito repubblicano in un partito non-centrista, ma pienamente di destra. Quello di cui questi conservatori avevano bisogno più di ogni altra cosa, era una base di massa. E l’hanno trovata in quei gruppi conosciuti come “destra cristiana”, un gruppo sociale particolarmente arrabbiato per la liberalizzazione delle abitudini sessuali e per la fine della dominio sociale garantito ai protestanti bianchi.
La destra cristiana è interessata soprattutto ai cosiddetti temi sociali: aborto e omosessualità. Sono riusciti a drenare elettori dal partito democratico (i democratici reganiani) e a mobilitare cittadini che prima non votavano. Da Nixon a Reagan a George W. Bush, il partito repubblicano si è spostato costantemente a destra su questi temi sociali. Ma si è anche mosso per ridurre lo stato sociale, e per sostituire l’”internazionalismo” con quello che si è incrostato con George W. Bush – l’unilateralismo, basato sul diritto degli Stati uniti di impegnarsi in guerre preventive. Con il fiasco in Iraq, le fino ad allora forze di centro hanno detto “stop”, e vogliono “chiunque ma non Bush”.
La domanda principale di fronte agli Stati uniti e al mondo è: che succede se Kerry vince? Kerry e quelli attorno a lui sembrano invocare il ritorno dei bei tempi di Clinton. Vogliono ritornare al punto in cui i democratici di centro hanno iniziato a spostarsi a destra. È possibile farlo? Sarebbe accettato dall’elettore americano? Piacerà agli alleati degli Stati uniti che si sono allontanati?


Quale che sia il risultato delle elezioini statunitensi, non si calmeranno certo le passioni sulle grandi divisioni sociali a proposito di aborto e omosessualità. E il tentativo di salvare lo standard di vita americano cercando di affrontare l’incredibile deficit degli Usa, renderà chiaro che non si può avere una continua riduzione delle tasse e una continua crescita delle spese per la sanità, l’istruzione e le garanzie per gli anziani. Il militarismo machista sarà altrettanto insostenibile, a meno che i cittadini americani non si impegnino in un serio servizio militare, un’idea estremamente impopolare.
Le pressioni sugli Stati uniti da parte del resto del mondo probabilmente cresceranno radicalmente dopo le elezioni. Il quasi inevitabile ritiro statunitense dall’Iraq (probabilmente più veloce con Bush che con Kerry) sarà visto, all’interno e all’esterno, come una sconfitta, e questo porterà a incredibili accuse negli stessi Stati uniti. L’Europa e l’Asia orientale, probabilmente, presteranno meno attenzione alla diplomazia americana. Il dollaro diverrà più debole. E la proliferazione nucleare diverrà probabilmente una cosa comune.


Nel mezzo di un tale scenario, gli Stati uniti saranno capaci di rimbalzare? Certo. Ma dipende, tuttavia, dalla definizione di rimbalzo. Con le forze armate tirate al massimo e che soffrono continue perdite, con il debito nazionale al suo record, non sono finiti solo i giorni dell’egemonia, ma anche anche quelli del “dominio” e forse perfino quelli della “leadership”. Un rimbalzo richiede una rivalutazione interna agli Stati uniti circa i propri valori, la propria struttura sociale e il patto sociale che li tiene assieme. Richiederebbe anche il superamento dell’accresciuta polarizzazione politica, sociale ed economica degli ultimi trent’anni. E tutto questo sarebbe strettamente connesso al come gli Stati uniti si rapportano con il resto del mondo.
Quo vadis America? È il dilemma tra ricostruirsi come un paese che conta (ai propri occhi e a quelli del resto del mondo), e uno internamente diviso e irrilevante all’esterno.
carta.org


Acerra e Firenze

Giuliano Santoro

Il sindaco di Acerra in mezzo al polverone alzato dalle ruspe e dai celerini con la fascia tricolore: è questa l'immagine simbolo dell'ultimo atto della vicenda infinita dei rifiuti in Campania. Ma chi guarda le immagini di Acerra non deve pensare a una situazione da far west in un Meridione corrotto e inquinato, nonostante i giornalisti continuino a a sottolineare come l'"esasperazione della gente" sia d'intralcio alle "soluzioni di buon senso" del commissario ai rifiuti, Corrado Catenacci.

In quella città che La Repubblica aveva descritto come talmente perfetta da spingere alcuni idealisti annoiati a presentarsi alle elezioni, Firenze, hanno esattamente lo stesso problema. Devono collocare un inceneritore di rifiuti, che chiamano "termovalorizzatore", e lo vogliono mettere in una delle zone più sfigate della città [il quartiere popolare delle Piagge]. "È strumentale, il tentativo dell'amministrazione comunale di spostare l'attenzione dell'opinione pubblica sulla localizzazione dell'impianto - afferma proprio oggi Ornella De Zordo, della lista Unaltracità/Unaltromondo e già antagonita del sindaco Domenici alle elezioni - Bisogna, invece, considerare nel merito la scelta dell'incenerimento, che oggettivamente va nella direzione opposta della riduzione dei rifiuti". Secondo De Zordo si deve puntare seriamente e rapidamente all'obiettivo "Rifiuti zero": "Non è uno slogan da campagna elettorale - sottolinea la consigliera comunale - Per esempio, il Comune di San Francisco ha deciso che per affrontare seriamente il problema dei rifiuti non esiste alternativa alla strategia 'Rifiuti Zero', che si attua attraverso la politica delle 'Tre erre': Riduzione - Riuso - Riciclo".

Sarà un miraggio agostano, ma a noi sembra che "fare rete", oltre che a evitare strutture politiche piramidali d'altri tempi [cosa che non guasta], serva proprio a produrre soluzioni e mobilitazioni riproducibili.

Vista da questo punto di vista, la protesta dei cittadini del comune alle porte di Napoli, cui si risponde da Firenze, assomigli alla mobilitazione di decine di amministrazioni locali della Rete del Nuovo Municipio per l'accoglienza ai migranti della Cap Anamur e ai pronunciamenti della giunta genovese per il voto ai migranti e di quella del'Emilia Romagna per il riconoscimento delle unioni di fatto. E così, mentre nelle baite dolomitiche" i saggi del governo" riscrivono la Costituzione e chiamano "devolution" la costruzione di tanti piccoli stati regionali centralizzati, c'è qualcuno che sperimenta una inedita forma di federalismo mutualista e solidale.Intanto, ad Acerra ci si oppone all'inceneritore gigante. E hanno bisogno di solidarietà.

Scrivete a giosue.bove@aliceposta.it

carta.org


BOMBA ESPLODE DURANTE COMIZIO DEL CAPO DELL’OPPOSIZIONE
General, Brief


Una bomba è esplosa davanti al quartier generale del maggiore partito di opposizione, Lega Awami (Al), nella capitale del Bangladesh Dhaka, decine di feriti e, secondo alcune fonti, almeno un morto. La deflagrazione è avvenuta mentre il presidente della Al ed ex-primo ministro Sheikh Hasina Wajed stava tenendo un comizio ai suoi sostenitori. La rappresentante politica non ha riportato ferite, mentre i primi soccorritori hanno constatato la presenza di feriti senza poter ancora dire precisamente quante persone abbiano perso la vita. Nell’ultimo anno in Bangladesh si sono ripetuti gli attentati dinamitardi ed è aumentata la tensione politica nel Paese. Meno di due settimane fa una bomba fatta esplodere nel parcheggio di un albergo a Sylhet ha ucciso un dirigente della locale sezione della Al, ma l’organizzazione politica ritiene che in quell’occasione il vero bersaglio fosse il sindaco della città, anch’egli appartenente alla Al. La Lega Awami, guidata dalla figlia del ‘padre della patria’ Sheikh Mujibur Rahman, è passata all’opposizione nel 2001 dopo 13 anni interrotti di governo, battuta dal Partito nazionalista del Bangladesh (Bnp) del primo ministro Khaleda Zia, con un’alleanza di partiti conservatori e islamici, che ha ottenuto tre quarti dei seggi in Parlamento.
[BF]

misna.it

Affetti collaterali


L’improbabile amicizia tra Tali e Zacaria è iniziata un anno fa, con una telefonata fatta per curiosità. Nessuno prevedeva che avrebbe potuto fare tanto rumore, e invece ne parla incredula la gente comune, i media e sottovoce i membri della Knesset. Ne parlano anche gli ufficiali dei sevizi segreti, con una certa preoccupazione.



20 agosto 2004- Lei ha 28 anni, è nata e cresciuta nella cittadina di Kiryat Gat, in Israele, dove un tempo sorgevano i villaggi palestinesi di Faluja e Iraq el-Manshiyya. Tali è una mizrahi, cioè i suoi genitori sono immigrati marocchini come si evince dal cognome: Fahima. Ha servito nell’esercito del suo paese per due anni dopo le scuole superiori, non ha mai fatto parte di formazioni di attivisti di sinistra e alle ultime elezioni ha votato per il Likud, il partito conservatore del premier Sharon.
Lui è Zacaria Zubeidi, 29 anni, un ragazzo allampanato col viso in parte annerito dalle bruciature causategli da una bomba artigianale. Un tempo era un impegnato pacifista che parlava un ottimo ebraico. Poi, dopo la perdita della madre e di un fratello durante i raid israeliani è diventato il leader delle Brigate dei Martiri di al-Aqsa a Jenin. Lui stesso oggi, dopo 5 attentati alla sua vita è costretto a nascondersi.

L’estate scorsa Tali Fahima, incuriosita da un’articolo che parlava di Zacaria Zubeidi si è procurata il suo numero di telefono tramite il giornalista che l’aveva intervistato e lo ha chiamato.
Dopo questa prima conversazione telefonica, Tali iniziò a fargli visita da sola a Jenin, in pieno terrirorio occupato nonostante ai cittadini israeliani sia proibito accedervi. “Quello che turbava profondamente la mente di Tali,- racconta Lin, una sua cara amica, a PeaceReporter - era il problema delgi attentati suicidi. Si chiedeva come fosse possibile che i palestinesi li odiassero fino a quel punto”.
Così iniziò a bazzicare per Jenin, parlando con le varie fazioni della società palestinese e cercando di comprendere tutti i diversi punti di vista sul conflitto, finchè non decise di riesumare un progetto educativo precedentemente abbandonato, nel campo profughi Jenin. Raccolti i fondi necessari, ad aprile Tali stava già allestendo i locali che la comunità di Jenin aveva destinato al suo progetto, quando si rese conto che lo Shabak, (servizio di sicurezza israeliano, noto anche come Gss o Shin Beth) la stava cercando e che la sua permanenza nei campi profughi rischiava di metterene in pericolo gli abitanti.
Decise allora di contattare direttamente lo Shabak per chiedere che l’esercito smettesse di perseguitare la gente del campo. Quella fu l’occasione del suo primo arresto.

Tali venne accusata di "Supporto al nemico in tempo di guerra" e “Detenzione di armi”. Venne interrogata duramente per una settimana, finchè la corte competente sul suo caso ritenne le prove insufficienti e la rilasciò. “E’ ovvio, - ci dice ancora Lin - che lo Shabak tentava di intimidirla per scoraggiare i suoi contatti con la gente di Jenin”.
I media israeliani ripresero la vicenda, Tali perse il suo impiego da segretaria in uno studio legale di Tel Aviv e si trovò a sperimentare per la prima volta il peso dell’esclusione sociale.
Tali Fahima è stata nuovamente arrestata lunedì 9 agosto, presso il check point di Einav - Tulkarem - mentre stava andando nuovamente a Jenin. Ammanettata con le caratteristiche fascette di plastica usate dall’esercito israeliano, è stata interrogata per un giorno e condotta davanti a un giudice. Questi, evidentemente persuaso dall’imputazione di “Coinvolgimento nella preparazione di un attentato terrorista” ha convalidato l’arresto, disponendo ulteriori nove giorni di detenzione e interrogatori nella sede dei servizi segreti situata a Petach Tiva (trad. "La porta della speranza") vicino a Tel Aviv.
Davanti alla corte, Tali è rimasta salda sulle proprie convinzioni e ha difeso Zubeidi dichiarando: "Lui non organizza attacchi, ma anche se lo facesse che significa? Loro vivono sotto occupazione, avete una vaga idea di cosa significhi? Non tradirò Zacaria, perchè lui è un combattente per la libertà", poi riguardo l’interrogatorio subìto ha raccontato: “Non mi chiedevano nulla che riguardasse le accuse, continuavano solo a ripetere che Zacaria è un terrorista”.

Già al tempo del suo primo arresto Tali aveva ricevuto dallo Shabak la proposta di lavorare per loro come informatrice; aveva rifiutato ed era tornata alla sua vita sospesa tra due mondi non comunicanti, al campo profughi di Jenin e al progetto di allestirvi un laboratorio informatico.
A fine luglio però, dieci giorni prima del suo ultimo arresto, Tali è stata nuovamente contattata dall’agente dei servizi che l’aveva interrogata in aprile. Questi le chiese un incontro specificando di essere a conoscenza delle sue difficoltà a trovare un lavoro. Tali, consigliata dai suoi legali, Gabby Lasky e Smadar Ban Natan, rifiutò l’incontro e aggiunse che se lo Shabak inetendeva interrogarla ulteriormente avrebbe dovuto procurarsi un mandato. Lasky e Ben Natan non sono stati autorizzati a visionare il verbali degli interrogatori e contestano che se la loro cliente fosse stata una minaccia alla sicurezza, avrebbe dovuto essere arrestata direttamente in Israele.
I media locali, ispirati dallo Shabak, hanno proposto una versione alterata dei fatti che presenta Tali come l’amante di Zubeidi e come la Poster Girl della sinistra, accuse che la sua amica Lin Chalozin Dovrat smentisce, ricordando il suo passato da elettrice di destra e di come Tali fosse spesso rimasta insieme alla moglie e ai figli di Zubeidi nei momenti in cui lui era costretto a nascondersi.
Un’altro amico, Youssef, ha aggiunto: “Stanno cercando di instillare pensieri cattivi nella gente perchè si rivolgano contro di lei, e il peggiore dei sospetti è probabilmente quello di dormire con il nemico. Ma è un nonsenso, in realtà sono semplici coetanei che vanno d’accordo e si rispettano”.

Dunque perchè la storia di Fahima e Zubeidi spaventa al punto da non poter essere raccontata per quello che è realmente? Lo abbiamo chiesto a Lin, che oltre ad essere amica di Tali è un’attivista israeliana della Women’s Coalition for a Just Peace, la quale è stata lapidaria: “Per prima cosa se una brava ragazza di Kiryat Gat, elettrice del Likud pensa che l’occupazione sia una catastrofe, allora anche altre persone potrebbero svegliarsi dal coma e iniziare a pensare in modo indipendente.
Secondo, - prosegue Lin - il fatto che una Tali Fahima qualunque possa raggiungere Zacaria Zubeidi, parlare con lui e trovare un registro comune basato sulla reciproca fiducia, è un evento capace di distrarre l’attenzione e far perdere fiducia nei discorsi dei politici al governo. Hanno bisogno di spingere Tali Fahima, la squilibrata amante del sanguinario Zubeidi fuori dall’arena, fuori dalle pagine della politica.
E poi - conclude Lin - l’esercito israeliano negli ultimi tempi si è impegnato a neutralizzare i veri avversari di Arafat, quelli che premono per le riforme della sicurezza e contro la corruzione del suo regime. Zubeidi, pur essendo un suo alleato, ha recentemente creato diversi problemi al Rais e sta diventando un obbiettivo estremamente caldo”.

Il caso di Fahima e Zubeidi segna un momento critico anche per i gruppi di pacifisti israeliani, il cui limite spesso, è stata l’incapacità di creare dei ponti proprio con la società palestinese che intendono difendere. Tali non fa parte della sinistra movimentista, ma con il suo agire individuale ha dato a tutti loro e agli israeliani in generale, un esempio lampante e insieme un monito che non possono permettersi di ignorare, perchè a causa della sudditanza della stampa, della costruzione del muro di separazione e delle restrizioni di accesso ai Territori Occupati, le interazioni e la possibilità di capirsi tra individui, israeliani e palestinesi sono destinate a ridursi sempre più. E con esse le possibilità di una pace condivisa.

naMas
www.peacereporter.net/




agosto 21 2004

I diritti delle Procure e quelli degli indagati
FRANCO CORDERO


da Repubblica - 21 agosto 2004

L´INQUISITO è animale confessante, scrivevo nella mia "Procedura penale", o almeno dev´esserlo ma essendo rare le effusioni spontanee, bisogna stimolarle: gl´inquisitori manipolano anime. L´opera richiede un ambiente: luoghi chiusi e tempo ciclico, soggetto a lunghe stasi; presto appare diverso da com´era fuori, irriconoscibile; gli shock da tortura incidono meno del lavoro profondo. Quando sia infrollito al punto giusto, un niente lo smuove.

I diritti delle Procure e quelli degli indagati

A esempio, manierismi compassionevoli (Nicola Emerico, autore d´un famoso manuale d´inquisizione ecclesiastica, consiglia maniere dolci). O gli saltano i nervi e compie atti autodistruttivi (capita al povero Giordano Bruno). Giulio Claro, serio scrittore cinquecentesco, espone così l´argomento: raccolti i primi materiali, il giudice delibera sulla sorte del reo, custodito o relaxandus sotto fideiussione; quasi sempre va in prigione, senza catene. L´abitudine resta nei sistemi postinquisitori contemplanti catture automatiche: il codice fascista 1930 le esige rispetto a vari titoli delittuosi e ogniqualvolta sia comminata una pena minima d´almeno 5 anni o massima da 10 in su (art. 253); non è ammessa libertà provvisoria; aboliti i termini massimi (una novità liberale 1913), perché Alfredo Rocco li reputa "aberranti", l´imputato rischia prigionie sine die. Erano norme invalide, secondo l´art. 13 della Costituzione, comma 2, laboriosamente riviste negli anni ´70 e ´80.
L´attuale codice rimuove l´eredità inquisitoriale. Le cautele sulla persona richiedono "gravi indizi" ossia probabile condanna (art. 273), nonché un "concreto e attuale pericolo" che l´imputato elimini o inquini prove, ovvero fugga, se non è già sparito, oppure delinqua nelle forme definite dall´art. 274. Esistono sei misure coercitive, dal divieto d´espatrio alla custodia in carcere, e tre interdittive. La pluralità implica delle scelte. L´art. 275 le vincola dettando due regole: che sia una misura conforme al bisogno cautelare nel caso singolo, proporzionata alla pena pronosticabile; la custodia in carcere, dunque, è espediente estremo, applicabile solo se mancano alternative idonee meno afflittive. I poteri cautelari sono monopolio del giudice, esercitabili a richiesta del pubblico ministero: la decisione avviene sulle carte presentate dal requirente: chiamare l´interessato a discuterne, come qualcuno ridicolmente pretende, sarebbe un invito alla fuga, ma ha diritto all´interrogatorio nei 5 giorni (10 negli arresti domiciliari); omesso il quale, sarebbe scarcerato su due piedi (art. 294 e 302); idem se avendo chiesto al tribunale della libertà una decisione ex novo, quest´ultima non fosse emessa nei 10 giorni dalla trasmissione degli atti o l´autore del provvedimento non li trasmettesse nei 5 dall´avviso subito comunicatogli dal tribunale. Insomma, vigono ampie garanzie.
Su tale sfondo normativo sopravviene il suicidio del sindaco detenuto. Qualcosa a Sulmona gira storto se portava scarpe da ginnastica con i lacci, proibiti, e aveva sotto mano un altrettanto pericoloso sacchetto di plastica e nessuno gli ha impedito d´allestirsi un capestro: colpe enormi dei custodi; è il terzo caso letale in loco da 12 mesi, nei quali le cronache italiane danno 32 detenuti suicidi. Tagliano il fiato le pitture dell´inferno carcerario: uno addosso all´altro, abusi, violenza, droga, malattie. Il rendiconto chiama in causa lo Stato ossia chi l´amministra fornendo risorse insufficienti, ma i "crufige" colpiscono gli inquirenti: s´è tolto la vita; ergo, era innocente; paghino il contrappasso i persecutori. Ha poco senso discutere logiche belluine adatte a platee che ululano e applaudono. Il suicidio prova soltanto un dissesto psichico, comunque stiano le cose: nei casi normali l´iniquamente custodito espone le sue difese al giudice che l´interroga; in tempi brevissimi provoca una decisione dal Tribunale, impugnabile; assolto nel merito, ottiene una riparazione. L´ha sconvolto la cattura, ribattono i gridatori. Può darsi, anzi appare molto probabile (finché non consti l´omicidio mascherato o suicidio indotto da minacce, ipnosi, droghe e simili: ipotesi da favola nera) ma il punto sta altrove: se ricorressero i presupposti della custodia; investito del riesame, l´avrebbe detto il Tribunale. Spesso col salto volontario nella morte uno esce da difficoltà insostenibili, vere o immaginarie: epilogo tristissimo, tanto più quando persone al servizio dello Stato dovevano impedirlo; allora emergono responsabilità, ma l´evento sciagurato non ribalta psicodrammaticamente i termini, costituendo colpevole chi applica la legge.
Affiorano proposte oblique. Consideriamone due. La prima è vietare la custodia nei processi agli amministratori che l´accusa qualifica corrotti, concussori o variamente colpevoli d´abusi: idea stravagante; che non siamo eguali davanti alla legge ma alcuni meritino riguardi particolari ossia privilegi. Ne avevano nobili e clero, ante 1789: una stupida controriforma del tardo ancien régime, ad esempio, aveva rovinato le armi dotte, artiglieria e genio, riservando i gradi ai nobili, meno inclini dei borghesi alle scienze esatte; Dio sa quanta fatica sia costata a Cavour abolire il foro ecclesiastico (bisognava eguagliare i cittadini davanti alla giurisdizione). Lo pseudoliberismo ciarlatanesco coniuga mercato, soldi sporchi, sangue blu in figura populistica, garantendo larghe immunità agli eletti. Inutile dire dove conduca l´anacronismo illiberale, alla bancarotta: amministratori immuni o impuniti significano malaffare, privato e nella res publica, ossia costi gonfi, servizi dissestati, debito pubblico alle stelle, mafia fiorente, lue morale; e nella bancarotta s´arricchiscono i magnati, al sicuro nei paradisi fiscali. L´avevamo sfiorata 12 anni fa. Qualche sintomo riappare dopo tanto berlusconismo autentico e indotto (qualche avversario lo imitava stupidamente, senza averne l´ordigno né gl´immani capitali e nemmeno i riflessi mentali da scorridore). Ovvio che il sottosuolo sia più corrotto d´allora. Lo dicono tanti episodi giudiziari, contro uno dei quali due anni fa erano insorti i senatori cantando inni al primato della politica: non occorrono trivelle; basta grattare col dito in qualunque punto delle aree equivoche.
Nel coro non poteva mancare una voce ricorrente: la morte del sindaco prova quanto potere malefico esercitino le toghe; chi le indossa?; dei nessuno, hanno vinto un concorso. Rendiamoli innocui. Primo rimedio, urgente, separare le carriere. Chiunque abbia minima cognizione dell´argomento afferra i sottintesi: il pubblico ministero diventa fatalmente avvocato del governo; il ministro li arruola, paga, comanda, trasloca, promuove, premia, castiga, dimette; eccoli ubbidienti uomini del re; combinato al monopolio della domanda penale, questo sistema alleverebbe una repubblica facinorosa, a parte i guasti d´anima ed economia; impunità dei governativi, occhio aperto sugli avversari molesti. Ma no, declamano i caudatari, nominando paesi evoluti dove il pubblico ministero dipende dal governo senza danni al metabolismo penale: già, sono paesi evoluti, nei quali i partiti s´alternano al governo prendendo sul serio le regole; qui imperversano istrioni, canterini, dulcamara, falsi taumaturghi, allegri ciurmadori, sedicenti capitani d´industria e finanza, chierichetti scampanellanti, schiere dedite al loto televisivo (l´erba che inebetisce i marinai d´Ulisse: "Odissea", IX.91-103). Se le procure fossero governate dal ministro, sarebbe mai nato un caso Sme o Mondadori?




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Ds Milano - Rassegna stampa


La demografia del nuovo millennio
MASSIMO LIVI BACCI


da Repubblica - 21 agosto 2004

Nel 1950 i 25 paesi dell´Unione, allora separati, contavano il doppio della popolazione Usa e Canada; nel 2000 il vantaggio s´era ridotto al 50%; nel 2040 si sarà annullato. Maggiore immigrazione e una natalità meno esangue spiegano la vigorosa crescita americana: «Abbiamo una larger backyard (un cortile più grande)», spiegano gli amici d´oltreoceano «dove possono giocare più bambini e nella quale possiamo ospitare più immigrati». Ma è poi così piccola la nostra backyard ? che pur misura 4 milioni di chilometri quadrati ? da ospitare solo figli unici e da chiudere il cancello agli immigrati (che poi scavalcano la recinzione)? Eppure così si presenta l´Europa unita, con politiche migratorie incerte, nelle mani dei ministri degli interni e dei capi di polizia piuttosto che dei legislatori e dei politici, timorosa di un´opinione pubblica intimidita, avara nella concessione di diritti e risorse ai nuovi arrivati. Giunta al punto di negare la libera circolazione ai cittadini dei 10 nuovi paesi, che peraltro sono pronti (i pochi orientati ad emigrare) ad alimentare il lavoro sommerso dei paesi più ricchi. Deporteremo i cland