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settembre 30 2004
11/9 : ANCORA NESSUN COLPEVOLE - di Giulietto Chiesa
Internet è una cosa meravigliosa! Lo scrivo un pò per celia e un pò per non morire, ma questa volta è proprio vero. Ricevo da un misterioso amico una segnalazione. Vado a leggerla e scopro un sacco di cose che non solo non sapevo, ma che quasi nessuno sa.
Il posto nel web si chiama http://www.lists.911review.org, e fa il riassunto dei processi intentati contro i sospetti organizzatori e complici dei dirottatori. Ebbene, che ci crediate o no, a tre anni di distanza dai sanguinosi attentati in cui morirono quasi 3000 persone, ancora nessuno dei responsabili è stato individuato e condannato.
La pratica corrente dei poteri è stata questa: qualche arresto accompagnato da grande pubblicità, per far credere che le indagini hanno avuto successo. Indi silenzio. Silenzio anche dei media, che anche in questo caso dimostrano di farsi prendere per il naso. Resta il fatto che fino ad ora si sono tenuti tre processi pubblici, due dei quali fuori dagli Stati Uniti e uno, ancora in corso ma circondato dalla massima segretezza, negli Stati Uniti.
In Inghilterra fu preso Lofti Raissi, ma il tribunale si è arreso di fronte alla totale mancanza di prove. Non era stato lui ad addestrare i dirottatori alla guida di aerei. E siamo al punto di partenza. In Germania catturarono Abdelghani Mzoudi, colpevole di essere stato compagno di stanza di Mohamed Atta, presunto capo del commando di kamikaze dell' 11 settembre. Ma quando il tribunale tedesco chiese informazioni agl'inquirenti americani, esse non arrivarono mai.
Anzi arrivarono, ma il tribunale europeo non potè accettarle: si trattava infatti di materiali d'accusa ricavati da persone detenute, inclusi presunti testimoni del lager di Guantanamo Bay, carcere dove si praticano ufficialmente e visibilmente diverse forme di tortura. Il processo è finito con un nulla di fatto e di deciso, come di regola, per il momento, ancora accade in Europa. Dunque Mzoudi non risulta colpevole di nulla, e Mohammed Atta continua ad essere un "presunto" kamikaze. Anche perchè, a quanto risulta da altre indagini, condotte negli Stati Uniti e in Germania, ma di cui si sono perse le tracce, di Mohammed Atta ce n'erano due, che agivano contemporaneamente negli Stati Uniti e in Germania, nello stesso tempo.
Ma quello che è già evidente è il fatto che le "prove" usate dagl'inquirenti americani contro Mzoudi sono le stesse che vengono usate contro Zakarias Moussaoui, il "presunto" ventesimo dirottatore dell'11 settembre. Presunto perchè venne catturato il 21 di agosto, prima cioè degli attentati. Il processo contro di lui sta andando avanti da quasi due anni, ma Moussaoui è sparito dalla scena, anche da quella del processo.
A prescindere dalle indagini effettuate su di lui, dai suoi presunti contatti con Al Qaeda, le prove esibite fino a ieri sono testimonianze di carcerati nelle carceri segrete americane, persone che hanno deposto ma il cui nome è coperto dal segreto istruttorio, persone che non si sa neppure se sono ancora vive, o se siano mai esistite.
Moussaoui ha fatto sapere, attraverso il suo avvocato, che l'FBI prese parte direttamente alla cospirazione del settembre 2001. Noi non sappiamo come faccia a sapere queste cose, ma se potesse dirle in pubblico saremmo interessati ad ascoltarle, anche perchè coincidono alla lettera con dichiarazioni (certificate dalla stampa americana dell'epoca) di altri ex agenti dell'Fbi che ebbero buone ragioni per sospettare che il quartier generale dell'Fbi stava cercando attivamente di bloccare le loro informazioni sulla preparazione del complotto.
Insomma una storia americana piena di misteri. L'avvocato di Zakarias Moussaoui ha chiesto ripetutamente l'apparizione in tribunale del suo assistito, ma senza successo. Il ministro della Giustizia, Ashkroft, invoca la definizione , assegnata a Moussaoui, di "nemico combattente", in base alla quale tutte le norme di diritto vengono cancellate e tutte le garanzie processuali possono venire azzerate.
Tutto ciò che il "nemico combattente" può dire, e anche quello che non dirà mai, diventano segreto di stato. Siamo ormai entrati nell'era delle "prove segrete" contro gl'imputati. E poichè esse sono segrete, noi non sapremo mai se siano state inventate da qualcuno, pronunciate da una persona esistente o da una inesistente, da un vivo o da un morto. Noi non sapremo mai neppure se vi siano delle accuse. O se esse riguardino il presente, il passato o il futuro.
E' sufficiente che siano segrete, perchè il disgraziato che vi si imbatte diventi un "nemico", per giunta "combattente". "Il processo" di Franz Kafka è la migliore similitudine per descrivere ciò che sta accadendo nella democratica America, patria di tutte le libertà. Ma resta comunque il fatto che ancora non c'è un solo colpevole.
Giulietto Chiesa
Tratto dal settimanale russo Kompania di questa settimana
Il Modello Roma
di Alberto Asor Rosa
Nel corso degli ultimi anni Roma e il sistema Italia si sono progressivamente sempre più divaricati, a tutto vantaggio della prima. Intendiamoci: questa constatazione rientra nel quadro di quel più generale apprezzamento dell’esperienza di governo locale rispetto a quello centrale, su cui molti commentatori anche recentemente si sono soffermati. Però a Roma il fenomeno ha preso dimensioni assai più vaste.
Sia perché l’esperienza amministrativa locale qui è stata contraddistinta da una peculiarità molto elevata, sia perché Roma, checché se ne dica, è Roma.
Non mi va di distinguere o fare graduatorie nell’operato dei due ultimi sindaci di centrosinistra, Francesco Rutelli e Walter Veltroni. Diciamo che l’esperienza è stata in crescendo. Comunque, in questo momento i fattori fondamentali del successo a me sembrano questi. C’è un sindaco singolarmente simpatetico con gli umori profondi della città, flessibile e insieme decisionista in equilibrata misura, attento a recepire le spinte che provengono dalle diverse direzioni ma pronto a correggerle o a combatterle, se sono malsane: scarsamente personalistico e autoreferenziale, ma al tempo stesso dotato di una precisa identità intellettuale e morale. C’è un’ottima squadra di governo, affiatata ed efficiente. C’è una solida alleanza politica, che da anni realizza positivamente quella «coalizione democratica» che Prodi vorrebbe esportare a livello nazionale. C’è, dietro l’attività della giunta, un’idea di Roma, città di cultura e produttiva insieme, non tributaria in misura esclusiva (come accade, ahimè, ad altre prestigiose città italiane) della fruizione turistica (che altrove, ripeto, rischia di diventare sfruttamento e saccheggio). Ci sono di conseguenza una giusta preoccupazione nei confronti sia del vasto centro storico sia delle periferie e un’attenzione molto elevata al sociale in tutte le sue forme. Roma è città che non conosce quasi razzismo e discriminazione e dove l’incontro delle civiltà - questo curato con impegno particolare dal sindaco - si verifica esemplarmente anche nelle circostanze più drammatiche. Alcune realizzazioni straordinarie - come l’Auditorium, o Città della Musica che dir si voglia - suggellano con una valenza simbolica alta questa rinascita romana dalla decadenza palazzinara e caotica delle giunte democristiane e socialiste dei decenni passati.
Mi è capitato giorni fa di assistere nella Protomoteca del Campidoglio alla presentazione dell’ultimo libro di José Saramago, Saggio della lucidità. Franco Marcoaldi ne illustrava le caratteristiche letterarie, Walter Veltroni valutava criticamente gli aspetti politici presenti anche questa volta nell’opera del Premio Nobel portoghese. Ascoltandoli, ho pensato che l’incontro aveva qualcosa di paradossale. Il plot di Saramago, la sua invenzione narrativa centrale, consiste infatti nell’ipotizzare che, in un non meglio identificato Paese europeo, gli elettori, per protesta contro tutta la loro classe politica, decidano di votare per due volte consecutive all’ottantacinque per cento scheda bianca. È un’ipotesi non del tutto irrealistica e non tutta da buttar via. Tuttavia, se l’amministrazione Veltroni si presentasse in questo momento al voto, è facile previsione che, invece di una valanga di schede bianche, riscuoterebbe già al primo turno fra il sessanta e il settanta per cento dei consensi. Vero è che, come dicevo all’inizio, si tratterebbe di una consultazione elettorale amministrativa e non politica. E tuttavia non può non far riflettere il fatto che esistono, anche in Europa occidentale, dei luoghi forti, dove la politica, da volatile e impalpabile qual è generalmente (la parte giusta dell’ipotesi Saramago) torna a farsi concreta, vita vissuta quotidiana (basti pensare alla fitta rete istituzionale-associativa, che anima buona parte del territorio urbano romano, per rendersi conto che a Roma il mutamento non è stato soltanto nel manico).
Naturalmente, un’analisi più approfondita non potrebbe non entrare nel merito anche di ciò che in questa città non funziona o funziona meno. In estrema sintesi, anche confrontandola con altre situazioni che conosco (per esempio, Parigi) direi che a Roma c’è un debole «controllo del territorio». Quel che non si può avere senza controllo del territorio - un controllo capillare e costante, sistematico e quotidiano - si presta ancora a critiche pesanti. Il traffico e la pulizia sono i punti deboli sul cammino di una più grande Roma e costituiscono probabilmente le cruces più impegnative e difficili per l’azione futura del Comune. Se fossero affrontate e risolte, saremmo di fronte a un’operazione dal carattere storico.
Questo tuttavia ha poco a che fare, temo, con un’altra questione decisiva, anzi strategica, per il futuro di Roma: la sua natura/funzione di Capitale. I passaggi della legge di riforma costituzionale riguardanti questo punto costituiscono l’emergenza simbolica dolorosa di una deriva che dura da tempo ma che nel decennio berlusconiano si è fortemente accentuata. Veltroni ha protestato ma l’eco presso le forze politiche e intellettuali è stato sorprendentemente debole.
La questione è invece di grande momento e può esser così formulata: può esistere una Nazione europea, forte e coesa, senza Capitale? La storia dell’Europa moderna, dal Medio Evo ai nostri giorni, dimostra che no: la rapida riconquista e riqualificazione di Berlino alla sua funzione non appena ciò è stato possibile, lo dimostra eloquentemente.
Ebbene, è di solare evidenza che alle forze politiche e intellettuali di centrodestra lo scollamento tra una Roma, oltre tutto per suo conto rinascente, e la sua funzione capitale, suscita solo indifferenza, quando non addirittura sarcastico favore. Tra i leghisti, ca va sans dire. Ma in Berlusconi personalmente e nei suoi seguaci ciò avviene in forme ancor più perniciose, perché fondate ancora una volta sulla sottovalutazione e denegazione del carattere nazionale dei nostri problemi e sull’esaltata particolarizzazione e personalizzazione degli stessi. Quanto ai discendenti di coloro che vollero sui sette colli di Roma rifondare niente di meno che un Impero, dimostrano anche in questa occasione d’esser solo i seguaci succubi e passivi di una tendenza, culturale e politica, che ha perso, anzi, ha intenzione di perdere qualsiasi memoria storica dell’Italia.
Sottopongo ai notisti politico-culturali del «Corriere della sera», da considerarsi ormai i massimi specialisti mondiali di quello sport che consiste nel vedere nell’occhio del vicino la pagliuzza e non la trave in quello dei propri amici, la seguente riflessione. Federico Chabod, storico illustre, liberale e crociano, azionista e partigiano, nel mirabile secondo capitolo (L’idea di Roma) del suo libro straordinario Storia della politica estera italiana dal 1870 al 1896 (1951), spiega come accadde che, alla conclusione del Risorgimento, spinte di diversa natura e fra loro persino contrastanti (savoiarde, conservatrici, garibaldine, nazionalistiche e persino cattolico-liberali) conversero nella scelta di Roma come Capitale, punto d’incontro fra il Nord e il Sud, retaggio delle antiche grandezze, simbolo il più lampante di tutti dell’appena conseguita unità nazionale. Si tratterebbe ora di capire come mai di questa tradizione appaiono oggi eredi la sinistra e, nella sua forma politica più estesa, il centrosinistra, e non la destra, e neanche il centrodestra, persino, come dicevano, con alcuni incomprensibili silenzi e abiure. O forse è anche così, cioè ereditando e rinnovando la pare migliore della tradizione storica nazionale, che si costruisce un’egemonia?
Fatto sta che i Palazzi (se si esclude il Quirinale) stanno a Roma con lo stesso spirito con cui starebbero ad Abbiategrasso o a Potenza. Del riacquistato prestigio romano non sanno che farsene, probabilmente lo considerano un intralcio fastidioso o un pericoloso concorrente. Concluderemo perciò che lo spirito del centrodestra, che oggi catastroficamente ci governa, tradisce e rinnega non solo la Resistenza ma anche il Risorgimento e, naturalmente, anche tutte le connessioni che legano fra loro i due avvenimenti più importanti dal punto di vista della storia della costruzione nazionale unitaria. Dissolti in tal modo tutti i collanti, sull’Italia incombe la prospettiva di un fosco caos. Forse la situazione è peggiore d’un semplice conflitto d’interessi.
unita.it
SALUMERIA TRIBUTARIA
MASSIMO RIVA
dal Repubblica - 30 settembre 2004
La cura finanziaria del governo Berlusconi-Siniscalco ricorda molto da vicino i foglietti illustrativi ? chiamati d´abitudine "bugiardini" ? di quei farmaci che promettono di guarire una quantità di malanni ma, il più delle volte, servono soltanto a tamponare i sintomi più vistosi della malattia. Per giunta, nel caso specifico, con una differenza in peggio rispetto a quei cartoncini millantatori: l´assenza di ogni cenno alle controindicazioni della terapia offerta. La prima e più evidente delle quali riguarda proprio il nodo del taglio delle tasse, che il premier continua a indicare come la bussola del suo programma. Infatti, accadrà che ? al fine di evitare che il presidente del Consiglio perda la faccia al riguardo ? gli italiani saranno chiamati a pagare per altre vie ben più di quanto sarà loro (forse) restituito con la revisione delle aliquote Irpef.
La salumeria tributaria di Berlusconi e Siniscalco
L´articolazione di questa stangata ? che meriterebbe di essere ribattezzata "paghi due e prendi uno" ? è la controprova che la linea del governo, anche dopo la cacciata di Giulio Tremonti, non sa emanciparsi dal duplice vizio dell´illusionismo contabile e della scaltrezza politica partigiana. Così, mentre alta nell´aria si lascia volare la promessa dei tagli all´Irpef, da subito si annuncia che lo stop alla spesa degli enti locali sarà compensato con la caduta del blocco alle addizionali regionali e il via libera degli aumenti dell´imposta comunale sulle case, con correlato ritocco all´insù di alcuni valori catastali e della tassa sui rifiuti.
Davvero non si fa fatica a collegare simili trovate con l´esito del recente voto amministrativo che ha visto ampi successi del centrosinistra, oltre che con la prospettiva delle prossime regionali per le quali evidentemente a Palazzo Chigi non si nutrono grandi speranze di vittoria. Insomma, a se stesso Berlusconi ritaglia la parte del governante munifico che riduce le tasse, mentre a sindaci e presidenti di Regione (per lo più di parte politica avversa) addossa il compito di fare la faccia feroce con i contribuenti. I quali si troveranno così al centro di un´ingannevole partita di giro, dovendo versare con una mano quello che forse riceveranno con l´altra.
Ma, sempre in tema fiscale, un´altra sorpresa verrà dall´intervento che è stato denominato di «manutenzione del gettito», dal quale ci si ripromette di ricavare la consistente cifra di sette miliardi, quasi un terzo dell´intera manovra e comunque un miliardo tondo in più dei sei che si dice di voler restituire con i tagli dell´Irpef. Più che di manutenzione si dovrebbe parlare forse di un´opera di «salumeria tributaria» in quanto s´insaccano alla rinfusa misure diverse, che vanno dalla rivalutazione degli studi di settore ovvero delle basi imponibili per il reddito dei lavoratori autonomi alla ridefinizione dell´istituto del concordato preventivo.
Poiché agirà su un´area di redditi, dove più facile è l´evasione fiscale, un tale giro di vite non sarebbe da censurare, sempre che gli interessi elettorali del centrodestra non finiscano per svuotare questi propositi.
Rimane, in ogni modo, il fatto che i sette miliardi di entrate da questo fronte sommati agli inevitabili aumenti delle addizionali regionali e dell´Ici faranno crescere sì il gettito, ma impedendo una significativa riduzione della pressione fiscale complessiva. Morale: la favola berlusconiana sul taglio delle tasse per rilanciare i consumi privati e quindi accelerare il volano dell´economia risulta così strangolata in culla per mano del suo stesso autore.
Quanto alla riduzione della spesa pubblica con il celebrato tetto del due per cento, a ben vedere, si resta sempre fra color che son sospesi. Intanto è da chiarire come si possa far agire questo vincolo se non con norme sostanziali che taglino le fin troppo numerose leggi di spesa. Poi c´è da considerare che quel due per cento è nominale. Quindi, con un´inflazione che (petrolio permettendo) sarà circa allo stesso livello, implica di fatto una crescita zero delle spese: è lecito dubitare della fattibilità di un simile proposito in un paese nel quale la maggior parte delle uscite sono a titolo di salari e stipendi. Infine, va ricordato che dal rispetto del tetto sono state esentate voci di spesa particolarmente pesanti, come previdenza e sicurezza: ragione di più per considerare un obiettivo ad alto rischio l´atteso risparmio di sette miliardi. Di conseguenza anche tutti i traguardi indicati in tema di deficit, fabbisogno e avanzo primario: che sono poi la vera pagella del buono o cattivo governo.
P. S. Una parola a parte merita la tegola della polizza anticalamità per le case. C´è una questione di stile istituzionale: non fa un bel vedere che simile decisione venga assunta da un Consiglio dei ministri presieduto da chi ha cospicui interessi in campo assicurativo. C´è da sperare che agli italiani sia almeno risparmiato l´obbrobrio di una vendita di queste polizze da parte delle imprese berlusconiane attraverso la rete degli uffici postali dello Stato.
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Ds Milano - Rassegna stampa
E adesso ritiriamo le truppe
di Furio Colombo
Con un gesto bene organizzato e ben condotto di umanità e intelligence, l’Italia ha accennato al suo talento, alla sua vocazione repressa: essere una grande potenza di pace.
Il fatto curioso è che i cittadini italiani lo sanno. Su questo punto sono davvero uniti, davvero trasversali, davvero il simbolo di quel “fare insieme” che il Presidente Ciampi - buon interprete del Paese - molte volte invoca. Così come sulla liberazione delle due Simone non c’è una grande distanza fra Gianni Letta e Bertinotti (e in mezzo tutto l’universo politico italiano) allo stesso modo non se ne vede nessuna fra le famiglie di Quattrocchi, Agliana, Cupertino e Stefio, e quelle di Baldoni, Pari e Torretta. Il dolore per coloro che sono stati uccisi è immensamente diverso dalla felicità e dal calore dei ritorni, ma sono tutti alla stessa distanza dalla guerra. Non la vogliono. Non si trova alcun sondaggio in Italia che dia la preferenza alla guerra. Si constata invece un gigantesco applauso, una approvazione vasta e clamorosa per coloro che scelgono il negoziato, la trattativa, il dialogo, la pazienza, il rispetto. Per coloro che si uniscono agli islamici di buona volontà disposti a partecipare e manifestare e trattare. E supplicano gli americani (come stanno facendo adesso i francesi) di non fare il blitz, di non bombardare, perché in quel modo non si salva nessuno.
Invece - per la seconda volta - l’Italia i suoi ostaggi li ha salvati, se necessario pagando, se necessario accettando la messa in scena della finta irruzione militare mentre la porta era aperta e i guardiani discretamente assenti (i primi ostaggi) se necessario pregando in Moschea, dando segnali di pace, operando con cautela benevola e utilizzando tutti i legami con tutti coloro che potevano aiutare, pur di raggiungere le due Simone.
Onore e gratitudine per il governo di pace che le ha liberate con procedure di pace. Quale governo di pace?, direte voi. Questo è un governo rigorosamente subordinato al progetto di guerra senza fine del Presidente Bush che ha provocato un disastro immane usando lo strumento sbagliato (eppure c’era stato in Italia, in Europa chi lo aveva avvisato che si poteva rimuovere Saddam senza distruggere tutto e votarsi alla guerra infinita). Questo è il governo sostenuto da personaggi incattiviti che vogliono che sia giunto il giorno del Giudizio, esigono che questa sia una valle di distruzione e di lacrime, esigono il sangue come purificazione dagli infedeli pericolosi che per giunta si infiltrano con l’immigrazione e ci mettono in pericolo con il germe del multiculturalismo. Sono gli sbandieratori della guerra come prova di civiltà, della cristianità purificata che finalmente si ribella allo zoccolo del diavolo islamico, sono gli spregiatori di donne (”quelle signore” dice Gustavo Selva, quelle sventate da prendere a schiaffi, dice Vittorio Feltri), sono i nuovi nazionalisti dell’Occidente puro e superiore.
Eppure lo sdoppiamento c’è stato. Forse per un contagio con l'opposizione che sedeva allo stesso tavolo, il governo italiano, i suoi ministri, emissari e servizi, si sono messi su un sentiero di pace. Occorreva rendere conto a un Paese che stava col cuore in gola e che non ha mai pensato, mai fatto intravedere alcun pensiero, desiderio o sogno di vendicarsi con un gran botto di guerra. La guerra che continuano a chiedere Libero e Il Foglio, e il titolo del Giornale di ieri, giorno della festa delle due Simone che scrive «E adesso liberiamoci dei pacifisti».
Eppure nei giorni dello stare insieme anche l’opposizione ha imparato qualcosa. Ha imparato che questo governo è capace di sventare con bravura un attentato gravissimo all'Ambasciata italiana di Beirut, non con l’espediente di bombardare la capitale del Libano, ma individuando e arrestando a uno a uno coloro che preparavano l’attentato, con l’espediente della intelligenza, di abili e tempestive indagini, di conoscenza paziente e approfondita del chi, del come, del quando. Dunque c’è un modo di combattere il terrorismo e di vincerlo che non sia l’inutile pugno di ferro della guerra.
Forse c’è davvero uno scontro di civiltà. Divide coloro che credono esclusivamente nelle bombe e autobombe, carri armati e teste tagliate da un lato. E coloro che hanno capito che guerra e terrorismo si nutrono di sangue a vicenda e sanno che, per combattere il terrorismo, ci vuole un mare di buon senso, di intelligenza e una grande capacità di capire e rispettare per essere capiti e rispettati. Ecco dove si può creare una unità di impegno e di azione, come è stato scritto ieri nell’editoriale di questo giornale. Nell’impegno di ritirare i nostri soldati.
Fuori dalla guerra noi saremo una grande potenza di pace che può essere di grande aiuto agli americani che cercano una via d’uscita. E a quella vasta maggioranza di iracheni che patiscono il terrorismo e non vogliono l’occupazione. Invece di lasciarli soli, se usciamo dalla guerra, potremmo partecipare al grande impegno umanitario di ritornare dalla morte alla vita.
Fuori dalla guerra l’Italia farà sentire il suo peso e si ritroverà tutta (quasi tutta) unita. Come chiede Ciampi.
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Ds Milano - Rassegna stampa
Rai News 24 si difenderà in ogni sede contro le accuse di Enrico Trantino
di Redazione
Rai News 24 si difende dalle accuse dell'avvocato Enrico Trantino esprimendo «rammarico e sorpresa per il linguaggio diffamatorio adoperato dall'avvocato» e annunciando che agirà «in tutte le sedi opportune». Trantino, uno dei legali del senatore Marcello Dell'Utri, ha sostenuto ieri, durante la sua arringa difensiva, che «Rai News 24 manipolò mafiosamente» l'intervista fatta al giudice Paolo Borsellino «omettendo volutamente una parte del suo discorso».
Rai News 24 sostiene, in una nota firmata dal direttore della testata, Roberto Morrione,che «l'avvocato Trantino dice il falso», come risulta dal fatto che «Fiammetta Borsellino, figlia del giudice Paolo, consegnò al processo Dell'Utri la cassetta contenente l'intervista che fu mandato in onda integralmente, come da lei stessa ribadito». Anche «le dichiarazioni degli autori dell'intervista» confermano che il testo non fu tagliato o modificato. Una circostanza, sottolinea ancora la nota di Rai News 24, confermata «dalla perizia della Procura di Palermo, depositata agli atti del processo».
La questione fu sollevata già in passato, come ricorda Roberto Morrione, e «le analoghe accuse furono archiviate» sia da parte del giudice per le indagini preliminari di Caltanissetta che dal gip del Tribunale di Roma, oltre che da una identica sentenza della Corte di Cassazione. In merito, poi, alla presunta omissione della messa in onda da parte di Rai News 24 dell'intervista rilasciata dallo stesso avvocato Trantino, Morricone tiene a precisare che il difensore di Dell'Utri «mente», «In data 21 settembre 2000 - si legge nella nota - contestualemente all'intervista a Paolo Borsellino, Rai News 24 trasmise anche una lunga intervista all'avvocato», della quale il direttore Morrione riporta una parte del testo, in particolare un passo in cui si parla di «cavalli».
«Nell'intervista - chiede il giornalista a Trantino - il giudice Borsellino fa cenno ad una intercettazione telefonica tra Mangano e Dell'Utri, dove si parla di un quantitativo di droga che doveva essere consegnato in un albergo». «Non è assolutamente così - risponde l'avvocato di Dell'Utri - quella telefonata è semplicemente una telefonata in cui Vittorio Mangano dice al dottor Dell'Utri: 'dottore ho un cavallo, le interessa ?', e il dottor dell'Utri dice 'No, mi dispiace, non ho soldi. Veda se lo può proporre al dottor Berlusconì.
'No, non gli interessa è un argomento che tratta...' e viene fuori con una battuta, un'espressione siciliana così, per chiudere il discorso. Quindi - continua nell'intervista l'avvocato Trantino - era per la vendita di questo cavallo di nome Epoca che poi fu venduto ad altro soggetto, credo tale Pepito Garcia». «È però emerso processulamente - è la seconda domanda del giornalista - che quando Mangano parlava di cavalli spesso si riferiva a partite di droga». «Evidentemente - replica nell'intervista l'avvocato Trantino - non sono stato felice nella mia spiegazione. Sicuramente usava il termine cavalli per riferirsi alla droga, ma utilizzava altresì il termine cavalli per riferirsi alla sua ocupazione, che era appunto quella di trattare con cavalli, così come lo stesso dottore Borsellino ammette nel corso di questa intervista».
articolo21.com
voleva far uccidere le due Simone?
di Enrico Fierro
I miliziani dello «squadrone», 10 o 12 persone, vestite con le stesse divise dei corpi speciali del nuovo governo iracheno, armate con armi modernissime (M12 e pistole con silenziatori), comandate da un uomo in borghese munito di uno speciale bastone in grado di lanciare scariche elettriche, fecero addirittura l’appello dei presenti. Si fermarono solo quando le due volontarie scandirono i loro nomi. Insomma, quel 7 settembre, i sequestratori andarono a colpi sicuro: sapevano chi prendere e presero chi dovevano prendere. Da ieri sera, quello che era solo un sospetto si ingrassa.
E’ Maurizio Scelli, il commissario straordinario della Croce Rossa, ad alimentare tutte le ipotesi possibili con una rivelazione affidata alla trasmissione «Porta a Porta». Le due «Simona», «venivano considerate spie - ha detto - in quanto i loro nomi comparivano in una lista che pare provenisse da uffici dei servizi segreti americani e che le individuavano, secondo gli iracheni, come elementi di spionaggio». Al di là dei pochi dubbi che Scelli affida ad un pare, la rivelazione propone scenari e interrogativi inquietanti. C’era un lista di agenti al servizio della coalizione nella mani degli americani. Giusta o meno che fosse, i terroristi ne sono venuti in possesso. In che modo non si sa, Scelli non lo chiarisce, ma aggiunge - se possibile - altri misteri, quando - sempre nella stessa dichiarazione - aggiunge che «in qualche modo le due ragazze si collegavano a Baldoni (Enzo, il reporter ucciso, ndr) e al suo autista Ghareb (ucciso pure lui, ma nel momento stesso del sequestro, ndr)». Chi era costui? «Una figura misteriosa di cui Baldoni si fidava tanto, e che invece veniva indicato come una spia palestinese che in qualche modo lavorava anche per gli israeliani», dice ancora Scelli. Parole pesanti ancora tutte da chiarire che provocano dure reazioni nel mondo politico. Fabio Mussi, ds e vicepresidente della Camera, giudica «una cosa enorme» le rivelazioni di Scelli, e chiede al governo se è vero che esisteva una lista di «spie» nelle mani dell’intelligence Usa. «Chi ha dato a chi quella lista? Chi è il resposnabile di omicidi e rapimenti di persone note per il loo impegno umanitario e pacifista?», sono questi gli interrogativi che già oggi Mussi proporrà in una interrogazione parlamentare urgente.
Le rivelazioni di Scelli impongono di ritornare alla fase più delicata del sequestro, quelle delle rivendicazioni e delle minacce. Tutte giudicate false, depistanti o inattendibili nelle scorse settimane. Tutte da rileggere con maggiore attenzione, ora. 8 settembre, il giorno dopo il rapimento, sul sito «Islamic-minbar.com» compare il primo comunicato firmato dal gruppo «Ansar al Zawahari». «Annunciamo - si legge - che il rapimento degli agenti dell’informazione italiani, che sono due donne criminali, è il nostro primo colpo militare inflitto all’Italia». 23 settembre, lo stesso gruppo, questa volta sul sito internet «Alezah.com», annuncia l’esecuzione degli ostaggi parlando delle due volontarie italiane come di «criminali e agenti dei servizi segreti italiani». Lo stesso linguaggio, le stesse terribili minacce. La stessa accusa. Rivolta alle ragazze anche durante la loro prigionia, stando alle indiscrezioni sul loro interrogatorio.
Ci minacciavano perché ci consideravano delle spie, avrebbero detto l’altra notte al pm Franco Ionta, abbiamo dovuto convincerli che quell’accusa era falsa, parlandogli del nostro lavoro. Lo stesso Scelli, ora ricorda che gli intermediari che martedì lo hanno accompagnato nel luogo dove sono state ritrovate le ragazze, hanno costretto il suo accompagnatore Nadir a giurare sul Corano che le due italiane non erano delle spie. Quindi, stando a quest’ultima rivelazione del capo della Cri, i sequestratori sono stati convinti fino alla fine che le due ragazze fossero «spie» e non volontarie generosamente impegnate da anni in Iraq.
Le parole di Scelli a «Porta a Porta» ripropongono tutti interi i dubbi sull’anomalia del sequestro. Da chi era formato il gruppo dei rapitori? Secondo le prime ricostruzioini si tratterebbe di elementi sunniti legati al vecchio regime di Saddamm, forse miliziani o ex appartenenti al «Mukabarat», il servizio segreto del vecchio regime. Comunque si tratta di personaggi organizzati militarmente e in ottimi rapporti con la polizia e le forze militari del governo Allawi. Quel 7 settembre, racconta al Tg3 Raed Alì Abdul Aziz, l’ingegnere iracheno rapito insieme alle ragazze italiane, i sequestratori mi feceron stendere in un pick-up. «Facemmo un viaggio di 4-5 ore e fummo più voltre fermati dalla polizia. I sequestratori parlavano con i poliziotti scambiando qualche battuta e riprendevano il viaggio. La polizia ha perquisito l’auto più volte». Senza vedere, nell’Iraq dei 130 sequestri, quell’uomo bendato e steso. L’ostaggio iracheno ha raccontato una storia che apre squarci interessanti sulle «protezioni» di cui dispongono molte bande di rapitori.
Ma, alla luce delle rivelazioni di Scelli sulla lista, c’è da chiedersi in quale gioco perverso siano finite le volontarie italiane e il reporter Enzo Baldoni. Se quella lista esiste, chi l’ha costruita? E chi ha deciso di farla arrivare alle bande dell’«Anonima sequestri iracheni»? Sono domande alle quali Scelli non ha risposto a «Porta a Porta». Forse ha fornito chiarimenti ai magistrati che l’hanno interrogato per ore l’altra notte. Nell’interrogatorio, stando alle indiscrezioni circolate, la versione di Scelli si sarebbe di molto discostata da quella del suo collaboratore iracheno Navar su aspetti delicati dell’intera vicenda, tanto da richiedere un confronto tra i due. Per il momento, oltre queste strane rivelazioni, Scelli ha molto puntato le sue certezze sul riscatto: non è stato pagato, il giornale kuwaitiano ha scritto sciocchezze. Ieri, Ali Roz, il direttore del quotidiano ha ribadito la sua versione: «Il riscatto, di un milione di dollari, è stato pagato. Se la nostra fonte ha sempre avuto ragione, non vedo perché dovrebbe sbagliare su questo punto».
Il problema, alla luce delle dichiarazioni di Scelli sull'esistenza di una «lista», è a chi sono finiti questi soldi. Ad un nuovo gruppo - come sostengono alcuni - che è in cerca di finanziamnrenti e che vuole imporsi sulla scena politica irachena? Oppure allo stesso gruppo che ha sequestrato e ucciso Enzo Baldoni? Domande alle quali oggi solo il commissario straordinario della Croce rossa può dare una risposta.
unita.it
conseguenze della dottrina Bush
di Noam Chomsky da La Jornada
I presidenti sono soliti avere delle "dottrine", ma Bush ha anche delle "visioni". Il supporto teorico di queste visioni consta di poco più che qualche dichiarazione virtuosa. Prendere queste dichiarazioni sul serio implica presumere che i nostri leader siano dei bugiardi recidivi: mentre mobilitano interi paesi a causa di una guerra, imputano, di volta in volta, ragioni totalmente differenti.
Forse il documento più minaccioso della nostra epoca è la Strategia di Sicurezza Nazionale degli Stati Uniti diffuso nel settembre 2002. La sua "messa in pratica" in Iraq è costata innumerevoli vite e ha scosso, fino nelle sue fondamenta, il sistema internazionale. Una delle conseguenze della guerra contro il terrorismo è la resurrezione della guerra fredda, con più iscritti che mai al club nucleare. Sono anche aumentati gli scenari a "rischio di esplosione" in differenti parti del mondo.
Come ha spiegato Colin Powell, il documento indica che Washington ha " diritto dovrano all'uso della forza per difendersi" da paesi ha possiedono armi di distruzione di massa e che cooperano con i terroristi, la scusa ufficiale per invadere l'Iraq.
La ragione ovvia per l'invasione dell'Iraq continua a essere elusa in maniera considerevole: la necessità di stabilire le prime basi militari sicure degli Stati Uniti nel centro delle più grandi risorse energetiche del mondo.
Nonostante siano stati smascherate le vecchie scuse utilizzare, il presidente Bush e i suoi colleghi hanno iniziato a rivedere la dottrina per potersi appellare all'uso della forza anche quando un paese non possiede armi di distruzione di massa o programmi per svilupparle. L'"intenzione e la capacità" per farlo sono più che sufficienti.
Praticamente ogni paese ne ha la capacità. E l'intenzione dipende sempre dal criterio dello spettatore. La dottrina ufficale, dunque, è che chiunque può essere attaccato.
Nel settembre 2003, Bush rassicurò gli americani sul fatto che "il mondo ora è più sicuro dato che la coalizione ha messo fine a un regime iracheno che aveva vincoli coi terroristi mentre fabbricava armi di distruzione di massa". I consiglieri del presidente sanno come convertire una bugia in verità, se ripetuta con insistenza.
La guerra in Iraq ha incitato il terrorismo su scala mondiale. Nel novembre 2003, l'esperto di questioni mediorientali Fawaz Gerges ha segnalato che "è veramente incredibile como la guerra abbia rivitalizzato l'attrazione verso una guerra santa islamica a livello globale che era declinata dopo l'11 settembre 2001". Per la prima volta, l'Iraq si è convertito in un "santuario dei terroristi" e ha patito i primi attacchi suicidi sin dal secolo XIII.
Il reclutamente della rete di al Qaeda è aumentato. "Qualsiasi uso della forza è un'altra piccola vittoria per Osama bin Laden" che " sta vincendo", scrive il giornalista britannico Jason Burke in Al Qaeda, il suo studio sui differenti gruppi islamici radicali. Per questi gruppi, bin Laden è a mala pena qualcosa più che un simbolo. E forse si trasformerà in un personaggio più pericoloso se lo ammazzeranno, e poi ancora si convertirà in un martire che potrà ispirare altri a unirsi alla causa.
Burke segnala che stanno sorgendo "nuovi quadri di terroristi", coivolti in quello che considerano essere "una lotta cosmica tra il bene e il male", visione condivisa da bin Laden e da Bush.
La reazione più azzeccata di fronte al terrorismo ha due "lati" d'attacco: una in relazione ai terroristi e l'altra rispetto al suo potenziale appoggio. I terroristi si considerano un'avanguardia, che tenta di mobilitare altre persone. Il lavoro di polizia ha avuto successo su scala modiale. Più importante, tuttavia, è l'ampia base di simpatizzanti che i terroristi tentano di raggiungere, inclusi molti di colori i quali li odiano o li temono, ma, nonostante questo, li consideramo combattenti per una nobile causa.
Possiamo aiutare l'avanguardia terrorista a mobilitare questa riserva d'appoggio attraverso la violenza. O possiamo anche affrontare la "miriade di lamenti", molto dei quali legittimi, che sono "la causa principale della moderna militanza islamica" , scrive Burke. Questo sforzo di base può ridurre in maniera significativa la minaccia del terrorismo e deve esere presa in maniera indipendente dal suo obiettivo.
Azioni violente provocano reazioni capaci di causare catastrofi. Esperti americani calcolano che le spese emilitari in Russia si sono triplicate durante l'era Bush-Putin. Questa, in buona parteparte, è una risposta alla bellicosità del governo Bush. Da entrambe le parti, le ogive nucleari continuano a essere in stato di massima allerta e il sistema di controllo dei russi potrebbe essersi deteriorato.
I pericoli crescono con la minaccia e con l'uso della forza. Come si è anticipato, i piani militari americani hanno provocato anche la reazione della Cina. Il governo di Pechino ha annunciato piani per "trasformare il suo esercito in una forza dall'alta capacità tecnologica in grado di proiettare il suo potere a livello globale entro il 2010", ha informato il mese scorso Jehangir Pocha, corrispondente del quotidiano Boston Globe. I cinesi, ha aggiunto, "stanno rimpiazzando il loro arsenale nucleare di 20 missili balistici intercontinentali risalenti agli anni '70 con 60 nuovi missili di ogiva nuclare capaci di arrivare fino agli Stati Uniti".
E' possibile che le azioni della Cina causino effetti espansivi in India, in Pakistan e anche più in là. Lo sviluppo nucleare in Iran e in Corea del nord, anche se in parte è una risposta alla minaccia degli Stati Uniti, è infame. L'impensabile si converte in possibilità certa.
Nel 2003, all'Assemblea Generale delle Nazioni Unite, gli Stati Uniti hanno votato contro l'implementazione del Trattato di Proibizione di Esperimenti Atomici, e insieme al suo nuovo alleato, l'India, hanno votato contro l'adozione di misure per eliminare le armi nucleari. Gli Stati Uniti hanno, inoltre, votato da soli contro "il rispetto delle norme del medio ambiente" riguardo a questioni di disarmo e di controllo degli armamenti.
I presidenti sono soliti avere delle "dottrine", ma Bush ha anche delle "visioni", probabilmente in memoria del fatto che suo padre veniva criticato perchè "non ne aveva". La più esaltata di queste visioni, abbandonate dopo che tutti i pretesti per l'invasione dell'Iraq furono scoperti, era di portare la democrazia in Iraq e in Medio Oriente. Nel novembre 2003, questa visione fu considerata il motivo reale per l'inizio della guerra.
Il supporto teorico di questa visione consta di poco più che qualche dichiarazione virtuosa. Prendere queste dichiarazioni sul serio implica presumere che i nostri leader siano dei bugiardi recidivi. Mentre mobilitano interi paesi a causa di una guerra, imputano, di volta in volta, ragioni totalmente differenti. Una norma di salute mentale è mostrarsi scettici riguardo ciò che i nostri leader inventano per rimpiazzare pretesti che hanno fallito.
© Noam Chomsky (Distribuido da The New York Times Syndicate)
Fonte:http://www.jornada.unam.mx/035a1mun.php?origen=index.html&fly=1
Tradotto da Nuovi Mondi Media
Una lista firmata Cia?
"Il dottor Scelli ha detto in tv una cosa enorme - dice il vicepresidente della Camera - che i nomi di Simona Pari e Simona Torretta, oltre a quelli di Baldoni e del suo accompagnatore Ghareb, comparivano in una lista che 'pare provenisse da uffici dei servizi segreti Usa'. E' vero? Chi ha dato a chi quella lista? Chi è il responsabile di omicidi e rapimenti di persone note per il loro impegno umanitario e pacifista? Il governo deve rispondere subito. Domani - annuncia Mussi - sarà depositata un'interrogazione parlamentare a risposta urgente".
La Russia preoccupa il mondo: una lettera contro la deriva autoritaria di Putin
REDAZIONE
Oltre cento esponenti politici di tutto il mondo hanno deciso che non resteranno a guardare mentre Vladimir Putin, in nome della lotta al terrorismo, fa a pezzi la democrazia in Russia. Il presidente dell'ex super potenza, infatti, circa due settimane fa ha annunciato un progetto volto ad accentrare su Mosca nuovi poteri, a discapito dell'indipendenza delle Repubbliche indipendentiste.
Spaventati da un possibile "ritorno alla retorica del militarismo e dell'impero", centoquindici politici americani ed europei hanno firmato una lettera destinata all'attenzione del segretario dell'Onu Kofi Annan e dei maggiori leader delle democrazie occidentali.
"Siamo molto preoccupati davanti alla possibilità che i tragici eventi degli ultimi mesi siano usati per minare la già fragile democrazia russa - si legge nel documento - troppo spesso in passato l'Ovest è rimasto silente quando il presidente Putin ha preso la strada sbagliata. L'Ovest deve capire che questa strategia è fallita".
I firmatari hanno detto di sentire il dovere di denunciare "quanto oggi sta avvenendo in Russia" e si sono detti vicini "alle decine di migliaia di cittadini russi che vogliono preservare la democrazia e la libertà nel proprio paese".
"E' molto importante affermare - hanno concluso - che la lotta al terrorismo non può diventare un pretesto per fare tutto ciò che si vuole".
Pochi giorni fa un duro monito nei confronti del Cremlino era arrivato dai massimi esponenti dell'attuale amministrazione americana e da quelli dell'Unione europea.
"L'Annuncio di Putin è una marcia indietro dal punto di vista delle riforme democratiche - aveva accusato il segretario di Stato americano Colin Powell - siamo d'accordo sulla necessità di combattere il terrorismo, ma nella lotta contro i terroristi penso ci voglia un equilibrio corretto per non allontanarsi dalle riforme democratiche o dal processo democratico".
Sulla stessa lunghezza d'onda si era espresso anche il commissario agli Esteri di Bruxelles Chris Pattern che, attraverso il suo portavoce, aveva invitato "il presidente russo a rispettare alla lettera lo spirito della democrazia".
"Seguiamo ciò che avviene con attenzione - aveva aggiunto - chiunque si trovi a rispondere alla sfida del terrorismo deve nello stesso tempo rispettare la democrazia e i diritti dell'uomo".
www.centomovimenti.com
Grida e sussurri
Il pane quotidiano dell'orrore sarà servito a pranzo e a cena per tutto il tempo che resta?
Ciò che può divenire definitivo dopo il 2 di novembre già ammutolisce gli spettatori. La guerra alimenta il terrore ed il terrore la guerra e il veleno si infiltra nell'immaginario, nel linguaggio e nei pensieri.
Per alcuni anni il movimento contro il totalitarismo globale delle corporation ha mobilitato l'energia etica di milioni di uomini e donne di tutte le età. Ora quell'energia sembra caduta.
Quell'immensa folla mondiale che protestò contro la guerra il 15 febbraio 2003 non ha retto lo stress ripetuto e impotente.
Alle grida della ragione i governi hanno voluto essere del tutto sordi, perché ciò che li guida è solo l'interesse: arricchiscono sulla paura, e con il terrore consolidono il loro potere.
Avremmo dovuto trasferire quell'energia etica nella sfera della vita quotidiana, farne elemento di trasformazione della città, del lavoro, della trasmissione di sapere. Questo non è successo. Il movimento etico non è diivenuto movimento reale. Perciò l'energia sembra svanita e in un certo senso lo è.
E allora?
Sabato 25 a Bologna c'è stata la manifestazione contro la legge Bossi Fini e contro i lager di stato di detenzione degli stranieri. C'erano trecento persone in via Mattei, davanti alle mura e al filo spinato di quel posto agghiacciante. Un imponente schieramento di carabinieri impediva di avvicinarsi. C'era il sole splendente del primo autunno.
Si cammina nel fango dei campi per aggirare le camionette.
Da dentro venivano i rumori di metalli battuti contro le sbarre, le urla dei rinchiusi che dicevano "libertà libertà".
Con gli altoparlanti rispondevano le voci dei manifestanti: in wolof, in arabo, in italiano, in swahili, in spagnolo in inglese ripetevano concetti semplici:
nessun essere umano è illegale.
Il diritto di vivere e di viaggiare non può essere cancellato.
Non si può incarcerare una persona perchè si muove da un paese all'altro.
Lo stato italiano si comporta come uno stato razzista.
Le leggi di questo stato servono per creare un mercato schiavistico del lavoro migrante.
Petardi colorati sparati verso il cielo.
Nel pomeriggio la protesta continua nelle strade del centro cittadino.
Il gigantesco pannello della Nike che sovrasta la piazza mostra un atleta africano che salta un ostacolo invisibile. Subvertiser disobbedienti si arrampicano sulle impalcature e tagliano il pannello all'altezza del salto, e dal taglio fanno calare degli striscioni che gridano:
No border no nation
No deportation
Mentre nel regno verminoso dell'ossessione identitaria si parla solo di sciiti e di sunniti e di cristiani e di ebrei e di musulmani, e di serbi e di croati, in Piazza Nettuno sfila una folla abbracciata di senegalesi e di indiani di marocchini e di albanesi di napoletani e di bolognesi di tunisini e di ferraresi. Babakar ripete dal palco la sua protesta contro una legge che sancisce il razzismo e lo schiavismo.
Le trombe del giudizio di murdochberlusconi che inondano il cervello collettivo sono cento milioni di volte più assordanti delle campane di pace con cui noi possiamo rispondere.
Perciò occorre trasformare il messaggio in un sussurro dolce che attraversi la prateria metropolitana: diserta diserta diserta......www.radioalice.org/nuovatelestreet/
DEMOLIAMO L'AUDITEL - di Giulietto Chiesa
Intervento di Giulietto Chiesa al Convegno su Auditel, 29 settembre 2004
Cari amici, mi scuso di non essere presente a questo convegno, al quale attribuisco una grande importanza e che gli amici di Megachip giustamente hanno appoggiato. La ragione della mia assenza è tuttavia anch'essa rilevante. In contemporanea si terrà a Bruxelles l'audizione della commissaria Viviane Reding per le questioni dell'Information-Communication Society, nel corso della quale i complicati regolamenti del Parlamento Europeo mi hanno riservato la possibilità di un intervento- contradditorio.
Il mio giudizio sul modo in cui la Commissione (e il Parlamento europeo) si sono occupati delle questioni dell'informazione e comunicazione è assai negativo. Una delle ragioni per cui intendo parlare con la signora Reding è esattamente questa: esprimerle questo giudizio. E una domanda precisa: che spieghi come mai il settore ICT è stato escluso dalla Direzione Generale della Cultura e assegnato alla Commissione Industria.
E' ovvio che si tratta di una decisione politica. Grave e ben precisa. Perché, a quanto pare, la politica europea in tema di "comunicazioni destinate al grande pubblico" appare ristretta a quelli che la signora Reding definisce i "modi di fornitura dei contenuti". Ci si occupa cioè solo di tecnologie, di concorrenza, di investimenti, e non si vuole affrontare il tema centrale dei contenuti, cioè quello che si produce, quello che vediamo, come lo si produce, perché si produce una certa cosa e non un'altra e così via.
Non una parola, non un cenno alla pubblicità, al pluralismo informativo, alla correttezza dei messaggi informativi. E tutto questo non per distrazione. In realtà la questione della pubblicità, ovvero, per l'Italia, il monopolio Auditel, è stata centrata esattamente dalla relatrice Johanna l.A. Boogerd-Quaak (nella legislatura appena conclusa) sui "rischi di violazione, nell'UE e particolarmente in Italia, della libertà di espressione e di informazione". In quel documento venne descritto esplicitamente (al punto R) il problema, assai grave, dell'assenza di "misure di controllo sui mercati pubblicitari, televisivi", mentre si denunciava una mancanza di visione della relazione "tra pubblicità e pluralismo dei media, in quanto grandi compagnie operanti nel settore dei mezzi di comunicazione godono del vantaggio di ottenere più pubblicità".
La Commissione Europea è ancora molto al di qua di questa consapevolezza e sarà da verificare quanto lo sia l'attuale maggioranza del Parlamento. In questo contesto le esigenze dei fruitori, cioè del "grande pubblico" non sono prese in considerazione se non di sfuggita, e solo gl'interessi dei produttori e dei distributori hanno diritto di cittadinanza. Ed essi non hanno nulla a che vedere con i contenuti e, anzi, il più delle volte, li influenzano solo negativamente. E' vero che la signora Reding ammette che "la salvaguardia dell'interesse pubblico esige che [le comunicazioni destinate al grande pubblico] siano sottoposte a un determinato livello di regolamentazione e/o di autoregolamentazione".
Principio essenziale, sebbene assai vago. Ma poi Viviane Reding si dimentica del problema (così come il trend generale nei palazzi europei conferma), oppure lo affronta da un punto di vista molto particolare e limitativo, cioè occupandosi dei diritti dei minori di essere protetti dai media "di tutti i tipi" per quanto concerne pornografia e, specificamente, su Internet. Parto da qui per una considerazione di carattere generale. Mi pare evidente che questo tipo di orientamenti rispondano a precisi interessi politici e commerciali. In Italia ne conosciamo bene molti risvolti, purtroppo. Ma vorrei notare che il problema è più vasto.
In realtà c'è un vuoto di conoscenza impressionante della comunità politica su tutto quanto concerne il ruolo politico e culturale del sistema mediatico nelle società moderne. In Europa questo vuoto esiste forse meno che in Italia, mediamente (e non ne sono certo), ma da noi è un dato di partenza che dovremmo tenere presente in tutti i dibattiti che faremo. Ci si occupa della pagliuzza e non si vede la trave. Ci si preoccupa della pornografia che minaccia le menti dei nostri bambini, ma non ci si accorge che i nostri bambini assorbono quantità sterminate di un'altra pornografia, equivalente a dosi massicce di droga, rappresentata da una dilagante pubblicità, che non solo li trasforma in consumatori compulsivi, ma distorce ogni idea del bene comune, produce aspettative false, modi di consumare artificiali, distorce le scale di valori della vita.
E tutto questo nelle ore di massimo ascolto. Ci si preoccupa di delimitare la pornografia in ore di minimo ascolto, senza neppure prendere in considerazione che tutta questa spazzatura (non solo corpi in attività sessuale varia) è riversata in dosi ancora più massicce su tutto il pubblico, su tutti gli adulti. Che, nella loro immensa maggioranza sono del tutto analfabeti del linguaggio mediatico, e in proporzioni molto rilevanti sono anche analfabeti di ritorno in senso stretto. Quindi del tutto incapaci di difendersi da ogni tipo di manipolazione, inclusi quelli più semplici e che a noi, "quasi esperti" del settore, appaiono ridicolmente decifrabili. Auditel è l'arbitro insindacabile di tutto questo anche ora, mentre ne parliamo.
Insindacabile per coloro che lo usano ormai come unico metro di giudizio per determinare cosa dobbiamo sapere e vedere. Insindacabile soprattutto perché nessuno di coloro che ne sono vittime ne conosce nemmeno l'esistenza. E' una delle cose che decidono del modo come milioni spendono la propria vita (in senso proprio e figurato) all'insaputa di tutti, dell'intero popolo ex sovrano. Auditel, da sola, è la prova provata che il controllo democratico sugli snodi essenziali della nostra esistenza è stato già spodestato. So bene che sopraccigli si alzano e sorrisetti di compiacimento si distendono quando certe frasi, come questa, vengono impunemente pronunciate.
So altrettanto bene che contro queste idee si solleva l'ostracismo immediato dei detentori del segreto. Ma vale la pena di ripeterlo e di ripeterlo ancora, se non altro per una esigenza di pulizia morale che non può essere cancellata. Non conta Auditel? Ci spieghino coloro che sostengono questa comica tesi come mai un'impresuccia di sondaggi possa dominare un mercato così potente da poter decidere cosa si deve e cosa non si deve vedere in un paese di cinquanta milioni di abitanti. La fiera mediatica non conta più?
Lo sostengono, "signorilmente annoiati" (Franco Cordero) anche molti esponenti dell'opposizione di sinistra, che hanno già dato per seppellito il padrone di tutte le televisioni, pubbliche e private. E, poiché pensano che noi viviamo ormai in epoca post-berlusconiana, si preoccupano essenzialmente di capire chi sarà il prossimo presidente della RAI. Nel frattempo, anche grazie a Auditel, noi saremo costretti - per salvare la Costituzione della Repubblica da una definitiva demolizione - ad affrontare un referendum abrogativo in condizioni di totale illegalità, con sei canali e forse sette che sosterranno tutti la stessa cosa, come avvenne quando si decise che gli spot pubblicitari erano ormai diventati parte integrante dei nostri pensieri e in cima ai nostri desideri.
E quando perderemo referendum e democrazia ci saranno gli stessi signori "signorilmente annoiati" che ci spiegheranno che la consultazione è stata democraticamente ineccepibile e se le cose sono andate male è solo perché gl'italiani sono dei moderati per destino e non ci potremo fare niente di niente. Io sono inquieto. Non solo perché con questo tipo di atteggiamenti si è già regalato una volta il potere alla destra, e si rischia di regalarglielo una seconda volta, e per sempre.
Ma soprattutto perché è visibile a occhio nudo che la democrazia liberale è stata investita da una crisi epocale, mentre si deve registrare il fatto che le vittime di questa crisi non siano capaci non solo di difendersi ma neppure di vederla. Il movimento democratico tutto deve ancora comprendere cosa sta avvenendo. Gli manca un quadro interpretativo. E, per questa ragione, ad ogni svolta è costretto a difendersi.
E dopo ogni sconfitta è costretto a ricominciare da un punto più arretrato di quello su cui è stato sconfitto. Esattamente l'opposto delle casematte gramsciane. L'Italia è in guerra sebbene la maggior parte degli italiani fosse contraria. Ci resta anche perché i sei canali e mezzo della televisione parlano della guerra come garba a chi ci ha portato in guerra.
I signori "signorilmente annoiati" che, dopo avere spianato la strada a Berlusconi, lo hanno già seppellito, ci spiegheranno che questa è la prova che la manipolazione non esiste o, se esiste, non funziona. Io penso che sia vero esattamente il contrario: essa esiste e funziona benissimo.
Solo che non ha ancora il 100% delle azioni della nostra vita e esiste ancora una società civile che può difendersi. Non so per quanto e credo che nessuno lo sappia. Ma sono convinto che non sarà per sempre se non invertiremo il corso delle cose. Anche cominciando a demolire Auditel.
Giulietto Chiesa
Fabius e il socialismo nazionalista
Daniele Castellani Perelli
Ps francese(1).
Sulla Costituzione europea la battaglia sbagliata.
Socialisti francesi spaccati in due sulla Costituzione europea. E' un tema caldo ormai da mesi, ma ha ritrovato le prime pagine dei giornali dopo che l'ex premier socialista Laurent Fabius ha ufficialmente bocciato il testo faticosamente approvato durante il vertice di Bruxelles del 18 giugno scorso. Se ne è occupato anche il Guardian. Fabius critica la visione liberista della Costituzione, che a suo dire minerebbe gli sforzi francesi in favore dell'occupazione e a contrasto della delocalizzazione delle imprese. L'annuncio di Fabius, a pochi mesi dal referendum, ha provocato la furia del segretario del Ps, François Hollande, a cui non è sfuggito come dietro l'uscita dell'ex premier ci sia l'obiettivo di sfidare lo stesso Hollande in vista delle presidenziali del 2007: "Non penso - ha commentato l'ex ministro degli Interni socialista Vaillant - che qualcuno possa avere dubbi sui motivi di Fabius". Per l'ex ministro della Salute socialista Bernard Kouchner Fabius è un "traditore". Il Ps deciderà la sua posizione entro i prossimi due mesi. Un sondaggio mostra che il 51% dell'elettorato francese voterebbe sì al referendum, che si terrà nella seconda metà del 2005, mentre il 34% sarebbe contrario. Richard Corbett, deputato liberista, ha dichiarato al Guardian che un no francese "provocherebbe una terribile crisi nell'Unione europea", e che mentre in Gran Bretagna e in altri paesi c'è "una battaglia giusta contro il trattato", Fabius sta combattendo invece "la battaglia sbagliata".
Ps francese(2).
La demagogia di Fabius sugli interessi dell'Unione
Che Fabius sia mosso da mere convenienze d'immagine personale, mostra di crederlo anche Le Monde , che in un editoriale del suo mensile "Le Monde 2" ricorda che solo due anni fa, "ovvero secoli nella 'politica politichese' e un'eternità nella demagogia ordinaria", tre ex primi ministri del Ps pubblicarono sul principale quotidiano parigino un commento in cui si diceva: "La rifondazione della socialdemocrazia non potrà che passare per l'Europa. Lì è la forma moderna del nostro vecchio internazionalismo, il quadro di un socialismo attuale, ovvero di una società solidale in una economia di mercato". Accanto a Pierre Mauroy e Michel Rocard, il terzo firmatario di questa "professione di fede eurosocialista" non era altri che Laurent Fabius, l'erede di François Mitterrand. Per Le Monde il nuovo Fabius ha sostituito l'internazionalismo di ieri con un socialismo tutto francese, che ha come "priorità la difesa dei lavoratori francesi". "Il no di Fabius - aggiunge il quotidiano europeista - è un no senza passato e senza bilancio, amnesico".
Finestra sull'America: il discorso di Bush all'Onu
Non esisterà ancora un'opinione pubblica europea, ma intanto, sulla principale stampa continentale, non è certo raro riscontrare una unità di visioni su temi di politica internazionale. Lo nota anche il New York Times, che segnala la netta critica europea verso il discorso di George Bush all'Onu, in cui il Presidente americano "ha negato il peggioramento della situazione in Iraq". L'articolo di Patrick E. Tyler parte dalla vignetta del Times di Londra, in cui Bush si rivolge all'Assemblea dell'Onu spiegando che "amici, la nostra politica è diretta anzitutto verso il successo delle elezioni", e poi chiarisce quali: "Le mie". "I quotidiani europei, inclusi alcuni di quelli che condivisero la campagna militare in Iraq - racconta il Nyt - sono stati decisamente critici verso il discorso di Bush". Il Financial Times, ad esempio, ha giudicato molto più realistica la exit strategy dell'avversario democratico del presidente, John Kerry, mentre per il francese Liberation "Bush è parte del problema più che la soluzione". "Il Corriere della Sera - conclude il quotidiano newyorchese - scrive infine che servirà più di 'un isolato appello durante una campagna elettorale' per ricostruire il consenso che esisteva una volta sull'Iraq".
Allargamento: polemica croato-slovena
La Slovenia pretende le scuse della Croazia, senza le quali è decisa ad ostacolare l'ingresso di Zagabria nell'Unione. Lo scrive l'austriaco Der Standard, che racconta come "non cessa il disaccordo tra Croazia e Slovenia per via dei confini". Il presidente sloveno Janez Drnovsek, in seguito all'arresto di parlamentari sloveni presso il confine croato, ha chiesto "le scuse delle autorità croate". "L'incidente - ha aggiunto Drnovsek - è accaduto alla dogana, dove le autorità croate sanno che il confine non è ancora ben definito". Il primo ministro Anton Ropo ha dichiarato che la Slovenia potrebbe non appoggiare più l'ingresso della Croazia nell'Unione.
www.caffeeuropa.it
SCUSA DENNY, AL QUAEDA VOTA PER BUSH - di Paul Street*
C'è una rubrica chiamata "Chi stai imbrogliando?" che viene trasmessa di tanto in tanto in un talk show radiofonico di una radio locale di Chicago. Durante questa rubrica gli ascoltatori chiamano per attaccare qualche personalità locale dello sport o dei media per aver detto o fatto qualcosa di ridicolo, concludendo il discorso con il nome del proprio obiettivo preceduto dalla frase "Chi vuoi imbrogliare", come in "Chi vuoi imbrogliare Sammy Sosa?".
Traduzione Mariangela Paone - Teamweb Megachip
Qualcuno potrebbe chiamare da qualche parte e chiedere a Denny Hastert, il portavoce della camera dei deputati degli Stati Uniti e terzo nella gerarchia dopo il Presidente, chi sta "imbrogliando". Lo scorso sabato, a Bekalb, Illinois, Harstert ha affermato che Al Qaeda preferisce J. F. Kerry alla Casa Bianca. "Non ho elementi di intelligence che mi dicano una cosa o l'altra" - ha affermato Hastert - ma "mi viene da pensare che Al Qaeda potrebbe essere più incline verso qualcuno che vuole aprire un processo davanti alla Corte internazionale o qualcosa del genere piuttosto che alcuno che risponde con le truppe". "Risposta", quest'ultima, ad un attacco terroristico negli Stati Uniti.
I reporter hanno chiesto ad Hastert "se pensasse che Al Qaeda opererebbe meglio con Kerry alla Casa Bianca". Secondo il Chicago Tribune, in un articolo intitolato "Una minaccia chiamata Al Qaeda", Hastert ha replicato, "Questa è la mia opinione, si" (Chicago Tribune, 19 Settembre 2004). Ex istruttore dei Wrestling e insegnante di storia, Hastert ha detto ai giornalisti che Al Qaeda potrebbe pianificare attacchi terroristici prima delle elezioni di novembre sul modello delle bombe sui treni di Madrid, per dirigere l'opinione verso Kerry. Il suo commento è arrivato mentre i Repubblicani della Contea di Dekalb ricevevano una visita (finalizzata alla raccolta di fondi) da parte di Dick Cheney, che recentemente ha affermato che un voto a favore di Kerry è un invito ad un altro grande attacco terroristico negli Stati Uniti: vota per Bush o muori.
Le affermazioni di Hastert sono confutate da evidenti assurdità. C'è in esse il falso assunto che Kerry potrebbe essere, nel bene e nel male, meno propenso a rispondere militarmente ad un altro 11 settembre. Semmai Kerry sarebbe più incline verso una risposta del genere date le proprie predisposizioni imperiali e lo pseudo-macismo salvo-gay che la destra spennapolli quotidianamente attribuisce ai democratici. Poi c'è la stupidità dell'idea che un attacco terroristico potrebbe andare a favore di Kerry. Un tale attacco potrebbe spingere probabilmente molti più americani sotto l'ombrello dell'incombente autoritarismo "dello stato di sicurezza nazionale".
Ed è ben più che malafede per i repubblicani -ma del resto che cosa potreste aspettarvi- affermare che questo terrorismo lavora per l'altro mentre loro hanno allontanato l'Inferno dal popolo americano, centrando le loro campagne strategiche post-11 settembre sulla questione del terrorismo. C'è poi curiosamente la mancanza della minima preoccupazione su dove e esattamente come "rispondere con le truppe". Gli eroi di Hastert alla Casa Bianca e al Pentagono hanno usato l'11 settembre come conveniente pretesto per intraprendere una imperialista -e orientata al petrolio- occupazione di una nazione (l'Iraq) che non aveva nulla a che fare con gli attacchi con gli aerei di linea.
L'"errore" più importante di Hastert (le virgolette sono necessarie dal momento che la verità è completamente irrilevante nei discorsi repubblicani) è l'aver detto che Al Qaeda non vuole che l'asse Bush-Cheney abbia un nuovo incarico. Kerry (che ha annunciato la sua intenzione di mantenere l'occupazione dell'Iraq per gli anni a venire) potrebbe contare su un ampio appoggio alle sue proposte, ma Osama Bin Laden e i suoi colleghi sicuramente ringrazieranno sempre Dio per il particolarmente provocatorio, chiaramente (per tutti tranne che per gli americani) imperialista e francamente razzista attacco dell'amministrazione di Bush II "Il Crociato" contro il mondo musulmano.
La brutale, male organizzata e illegale occupazione dell'Afghanistan e, soprattutto, dell'Iraq hanno aumentato le file del network islamico del terrore, dando molte conferme all'idea di Bin Laden che la civiltà musulmana è sotto il perverso attacco degli infedeli occidentali, guidati dagli Stati Uniti. La risposta statunitense all'11 settembre è servita ad accrescere le azioni sanguinose operate da quel network, cosa che molti analisti statunitensi di politica estera avevano predetto come possibile risultato dell'invasione statunitense dell'Iraq.
Questa è l'opinione non soltanto degli intellettuali di sinistra ma anche dell'analista conservatore cattolico della Cia e esperto in Medio Oriente, "Anonimo", autore recentemente del libro "Imperial Hubris: come l'Occidente sta perdendo la Guerra al Terrore" (2004), che documenta il pericoloso ruolo dell'amministrazione Bush nell'infiammare ulteriormente il fuoco dell'"Anti-americanismo" islamico. "Anonimo" potrebbe abbandonare la lettura dei suoi autori conservatori (gente come Bernard lewis) e leggere due recenti testi sulla "guerra al terrore" degli scrittori arabi di sinistra Gilbert Achcar e Tariq Ali. In "Lo scontro della barbarie" (Achcar) e "Lo scontro dei Fondamentalismi" (Ali) apprendiamo che il team Bush e il team Bin Laden sono in perfetta corrispondenza.
Entrambi sono al servizio dell'altrui orwelliano bisogno di un pericolo esterno -un supremo altro Demonio- per giustificare il loro comune desiderio per una spietata violenza di massa (includendo smisurati "effetti collaterali" per i civili), una rigida dottrina politica e religiosa e una selvaggia gerarchia sociale.
Chi sta imbrogliando Denny Hastert? Il popolo americano, la cui capacità di essere cittadini informati e consapevoli è gravemente influenzata dal dominante sistema corporativo dei media che regolarmente ripete in un modo sorprendentemente banale e disarmante i proclami chiaramente falsi e propagandistici di quasi-fascisti demagoghi di stato come Bush e Cheney. Nel frattempo, se Osama invia minaccie prima delle elezioni di novembre, potrebbe essere perché sa che il terrore favorirebbe la rielezione del suo meravigliosamente utile alleato/nemico e seguace dei privilegi del petrolio, George W. Bush.
*Paul Stret è un ricercatore, attivista e scrittore di Chicago, Illinois.
Per contattarlo scrivere a pstreet@sbcglobal.net
Tratto da Znet - Sorry Dennis, Al Qaeda's Voting for Bush
Traduzione Mariangela Paone - Teamweb Megachip
C’è alle Poste un regalo per Berlusconi
di RAFFAELLA CASCIOLI
Una voracità insaziabile che lo ha portato a scaricare il povero Tremonti per sostituirlo con Siniscalco, ovvero il ministro sofficino come qualcuno l’ha definito.
Da luglio in poi si è detto che Tremonti era stato detronizzato dalla poltrona che fu di Quintino Sella per non essere riuscito a dare a Silvio quello che Silvio gli chiedeva: ovvero quel secondo modulo della riforma fi- scale in grado di mantenere la promessa pronunciata dal premier in campagna elettorale sul famoso taglio delle tasse. I bene informati sostenevano che trovandosi, quasi per caso, Siniscalco tra le poltrone del consiglio dei ministri, Berlusconi avesse avuto la fortuna di avere la quadratura del cerchio. Un ministro meno ingombrante politicamente e in grado di riuscire anche ad escogitare un modo per non perdere la faccia davanti agli italiani.
In una parola, a ridurre le tasse per milioni di contribuenti. A varo della Finanziaria avvenuto, quale che sarà la norma destinata a contenere l’ormai superannunciato taglio dell’Irpef, si capiscono meglio i contorni della missione impossibile di Tremonti e della nuova avventura di Siniscalco.
Silvio Berlusconi, che ieri ha spento 68 candeline sul varo della Finanziaria, potrebbe ricevere di qui a poco un regalo a lungo sospirato in barba al conflitto di interessi.
Altro che taglio delle tasse. Fedele a se stesso il premier pensa prima di tutto agli affari di famiglia. L’ex ministro dell’economia aveva promesso al premier il matrimonio tra Generali e Mediolanum ma ha fallito. Là dove, però, Tremonti non è riuscito potrebbe arrivare Siniscalco che potrebbe condurre Bancoposta direttamente nelle mani dell’accoppiata Fininvest- Doris che controlla con un patto di sindacato paritetico Mediolanum cui fa capo il 100% di Mediolanum Banca.
Se Tremonti ha avuto la peggio nella partita Mediobanca-Generali- Mediolanum trovando sul suo cammino non solo gran parte degli istituti di credito italiani ma avendo di traverso la stessa Banca d’Italia, Siniscalco potrebbe essere più fortunato. È bene ricordare che il nodo delle privatizzazioni non riguarda solo la Finanziaria 2005 ma anche l’anno in corso visto che nell’ultimo Dpef erano previsti 19 miliardi di dismissioni per quest’anno e ben 100 miliardi per il prossimo quadriennio. La possibilità di ricorrere alla finanza creativa per porre fuori dal perimetro della pubblica amministrazione consistenti pacchetti azionari di proprietà del Tesoro consentirebbe anche di mettere a posto il secondo tassello del puzzle Mediolanum-Bancoposta. Infatti la convenzione sottoscritta da Poste e Mediolanum, in virtù della quale la seconda potrà vendere i propri prodotti presso i 14.000 sportelli postali sparsi in tutta Italia, rappresenta la prima pietra dell’intero progetto. Anche se c’è ancora da risolvere, non sul piano giuridico bensì su quello sostanziale, il nodo della vigilanza di Bankitalia su Poste, a tutt’oggi limitato al sistema dei pagamenti.
Il secondo passo è quello di prevedere una cessione da parte del Tesoro alla Cassa depositi e prestiti dell’intero pacchetto azionario di Poste Italiane con il doppio obiettivo di fare cassa a vantaggio della riduzione del debito e di avviare una sorta di privatizzazione dell’istituto presieduto da Enzo Cardi.
D’altra parte già ad aprile lo stesso Cardi ha osservato nel corso di un’audizione in parlamento come l’ingresso della Cassa depositi e prestiti nel capitale di poste italiane, avvenuto con una quota del 35% a dicembre 2003, determini di fatto una prima apertura alle partecipazioni di soggetti privati. C’è da aggiungere che nel bilancio della società la privatizzazione è indicata come possibile dalla seconda metà del 2004; si capisce che i tempi sono ormai maturi così come il possibile ingresso in Borsa. Se si considera, come ha avuto modo di affermare l’amministratore delegato di Poste Massimo Sarmi, che ci vogliono 12-18 mesi di tempi tecnici prima della privatizzazione dal momento in cui l’azionista assume la decisione di aprire ai privati, si vedrà che dal passaggio di Poste a Cassa depositi e prestiti c’è tutto il tempo di agire prima di arrivare a cedere Bancoposta, la parte più appetibile dell’azienda.
Alla luce di tutto ciò non c’è dubbio che tra Generali e Bancoposta la scelta del partner industriale non ha confronto.
I numeri di Poste Italiane sono imponenti: al di là di una rete capillare composta da 14.000 sportelli postali diffusi in ogni comune italiano, l’azienda eroga pensioni a circa 20 milioni di italiani, vanta 140 filiali, conta su ricavi pari nel 2003 a 7,7 miliardi di euro. E il 2004 si prevede rosa con una crescita dei ricavi sia nella componente fi- nanziaria che postale a due cifre. Con Bancoposta a Mediolanum Berlusconi porterebbe a casa un gigante finanziario in grado di completare l’impero del biscione.
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Scutari: sotto la vernice
Rachele Nones sta terminando un’esperienza di cinque mesi in Albania dove segue un progetto del Comune di Modena. Un suo punto di vista su Scutari.
Scutari, centro storico Sono tornata in Albania da due settimane dopo un mese di vacanza in Italia. Vivo nel nord di questo paese, a Scutari, città dove si incontrano due fiumi che si mescolano dolcemente in un lago maestoso a pochi chilometri dal mare e circondata da bassi monti aspri e quasi privi di vegetazione. Così viene presentata Shkodra dagli albanesi: un gioiello di rara bellezza, possibile attrazione turistica e memoria storica e simbolo dell’Albania.
In realtà Scutari sono poche strade che costituiscono il centro della città, di cui una parte è assolutamente meravigliosa fatta di piccole vie e muri bassi in pietra, ed una periferia ampia, in continua crescita, degradata ed annichilente per il mio occhio trentino.
Vivo qui da aprile ed ancora non sono riuscita a digerire la città, a metabolizzarla e leggerla con distacco, ma ogni giorno sona rapita e frastornata da troppe sensazioni, da scorci sorprendenti, da situazioni che estorcono un coinvolgimento emotivo troppo violento per essere incasellato la sera stessa. È una città “umana”, come il resto di questo paese, nel senso che non si lascia guardare con l’occhio, ma pretende di essere compresa con tutti i sensi dell’ossevatore scioccato.
Scutari è fatta di rumori di generatori che mandano avanti le attività quotidiane, di macchine che superano carretti trainati da cavalli che a loro volta superano la gente che cammina in mezzo alla strada; è fatta dei colori dei numerosi mercati in cui si trova qualsiasi cosa a condizione che non sia prodotta in Albania (va da sé che in questo paese, come in numerosi paesi in via di sviluppo, ogni cosa è importata e la produzione interna è completamente bloccata). È fatta di corpi in movimento la mattina e di immobilismo nelle ore pomeridiane, di marciapiedi rotti, di strade devastate, di cumuli di immondizia negli angoli, di palazzi maestosi che guardano all’occidente e lo imitano.
Scutari, come tutta l’Albania, è un non luogo a cavallo tra un passato ancora presente fatto di povertà estrema, tradizioni per noi incompresibili ed aberranti, ed un futuro che viene invocato a gran voce fatto di modernità senza filtri.
Senza filtri…qui non si cerca di capire la democrazia occidentale, le nostre strutture burocratiche, il nostro grado di sviluppo, qui si cerca di applicarli, o meglio copiarli senza filtri.
Questo è il luogo dei paradossi. Camminando per la strada si incrociano donne con il costume tipico delle montagne che governano il loro carretto e che vanno a vendere i prodotti del proprio orto, ché chiamarlo campo è eccessivo, accanto a giovani vestiti in maniera impeccabile e alla moda, quasi fossimo in centro a Milano, corredati di qualsiasi gadget tecnologico produca suoni assordanti. Si incrociano vecchietti che aggiustano accendini e ragazze in minigonna e scarpe con tacco color pastello, bimbi rom sdruciti chiedono “Nje qind lekë” mentre costosi modelli di Mercedes Benz, rigorosamente Mercedes Benz!, li evitano sfrecciando sulle strade. Le bancarelle del mercato Sdrhale (sporcizia, in albanese) sorgono ai piedi di palazzi con vetrate a specchi, ascensori e negozi che espongono l’occidente in vetrina. Qui sono ovunque ed in nessun posto, in un luogo che cambia e lo sta facendo in maniera rapida e caotica.
Sono tornata a Scutari dopo un mese in Italia e ad attendermi c’era un nuovo fermento e grandi cambiamenti. Camminando per le strade, nei miei giri di ricognizione, finalmente posso poggiare i piedi su tratti interi di marciapiedi ricostrutiti, gli occhi si posano su nuovi palazzi eretti velocemente sotto i 40° dell’esatate scutarina e nuove vetrine attirano la mia attenzione italiana…
Scutari come Tirana, anche qui si riparte, si inizia a ricostruire la città demolendo i segni più evidenti della precarietà post comunista: sono stati rasi al suolo le baracche dei venditori di chincaglierie, i garages che fungevano da negozi. Si inizia dall’estetica della città colorando i palazzi mastodontici come Edi Rama ha fatto con la zona del block comunista nella capitale.
Si comincia dall’estetica ed ho come l'imprel’impressione che la forza innovatrice si esaurisca in questo rapido tentativo, come se la vernice fosse una maschera che va a nascondere le difficoltà che richiede la ricostruzione di questo paese, la maturazione del processo di transizione e l’elaborazione di un concreto concetto di democrazia che tuttora sfugge all’Albania. È un’impressione, sarà forse che credo poco nel potere dell’estetica…
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Iraq : Tony Blair conferma che la guerra divide la Gran Bretagna
di Mauro Giannini
Il primo ministro britannico Tony Blair ha riconosciuto, in un discorso pronunciato ieri al Congresso annuale del partito laburista, che la guerra in Iraq ha diviso la Gran Bretagna, tuttavia ha espresso la sua soddisfazione per aver contribuito a destituire Saddam Hussein.
Nel suo intervento, interrotto da manifestazioni di pacifisti, Blair ha chiesto ai Britannici di sostenere i suoi sforzi per l'avvento della democrazia in Iraq.
"So che questa questione ha diviso il Paese - ha detto Blair - comprendo assolutamente perche' alcuni non sono d'accordo. Gli elementi usati per provare che Saddam aveva armi chimiche e biologiche... si sono rivelati falsi. Lo riconosco e lo accetto".
Il premier britannico ha aggiunto che egli puo' scusarsi per le informazioni rivelatesi inesatte, ma mai si scusera' per aver rovesciato Saddam: "il mondo e' migliore con Saddam in prigione piuttosto che al potere" ha detto Blair, che ha chiesto ai cittadini britannici di "unirsi alla nostra determinazione a sostenere gli Iracheni finche' il lavoro sara' terminato".
Ma le conclusioni del "lavoro" sembrano lontane, almeno a giudizio del re di Giordania Abdallah e dei rapporti del Pentagono che evidenziano difficolta' all'espletamento di libere elezioni in gennaio e nella situazione generale di sicurezza del Paese.
by www.osservatoriosullalegalita.org
Barroso: una terza scelta per l'Europa?
I capi di Stato UE si sono accontentati di un compromesso per la carica più alta della Commissione. Un boomerang pronto a tornar indietro?
Quando i capi di Stato e di governo europei, la sera del 29 giugno 2004 dopo lunghe settimane, si intesero sul nome del successore dell‘allora presidente della Commissione Romano Prodi, in Europa probabilmente non ci si attendevano scroscianti ondate di entusiasmo. Nulla di cui sorprendersi: la nomina di quest’“uomo nuovo”, già primo ministro portoghese, è stata posta sul palcoscenico europeo con cura ed attenzione. Eppure, solo pochi mesi prima, il solo menzionare un nome come il suo avrebbe suscitato più in un‘alzata di spalle a Bruxelles e dintorni.
Chi è dunque oggi questa personalità che dall’1 novembre siederà sul posto più rappresentativo nell‘organigramma UE e guiderà le scelte dell'Europa?
La carriera di questo quarantottenne portoghese è iniziata nel mondo accademico. Dopo gli studi di giurisprudenza a Lisbona, Barroso ha concluso parecchi soggiorni studio a Ginevra, Washington, New York e Lussemburgo in qualità di guest professor all'estero e pubblicista con particolare attenzione alle questioni politiche europee.
Un camaleonte politico
Barroso ha raccolto le sue prime esperienze politiche durante il 1974 in occasione di quella Rivoluzione dei garofani, che ha tirato fuori il suo paese da una dittatura militare decennale. L‘allora studente di giurisprudenza frequentava un piccolo gruppo di attivisti maoisti (MRPP). Ben presto, tuttavia, è venuto il dietro front: nel 1980 aderè al partito socialdemocratico (PSD) che – contrariamente a quello che il nome lascia supporre –nel panorama politico nazionale s’insinua piuttosto nel centro-destra.
I più scettici mettono avanti i dubbi legati alla stabilità politica del presidente della commissione designato, in virtù di questa improvvisa metamorfosi da comunista a conservatore. Certo l‘interessato si è mostrato tutt‘altro che imbarazzato dal tenore delle risposte date: „Chi non fu comunista in gioventù è senza cuore, tuttavia, chi lo resta ancora da adulto non è affatto intelligente“, (Corriere della Sera, 30 giugno 2004), spazza via i dubbi il portoghese. In generale Barroso aspira ad ottenere la benevolenza di tutti i gruppi parlamentari politici, e conformemente a ciò si presenta in modo distaccato: “Sono un riformatore, non un rivoluzionario, un politico di centro, non un fondamentalista dell'economia di libero mercato”.
Barroso ha scalato come un fulmine la sua carriera politica. E per questo deve ringraziare Anibal Cavaco Silva, leader del PSD e “padre” della moderna destra portoghese. Dopo avere visto in lui un astro nascente del partito l‘ha nominato nel 1987 sottosegretario al ministero degli interni. Negli anni a seguire, Barroso ha potuto testare la sua finezza diplomatica anche in campo internazionale: la convincente mediazione tra il suo governo e i ribelli in Angola agli inizi degli anni ’90 ha segnato uno dei suoi maggiori successi dell‘epoca. Scandendo le successive tappe verso le istituzioni che contano: la nomina a ministro degli esteri nel 1992, la presidenza del partito nel 1999 e la direzione del governo portoghese nell‘aprile 2002. Appena in carica, il primo ministro prescrisse ricette economiche drastiche per il suo paese, in modo da ridurre il deficit di bilancio ed evitare un‘altra reprimenda da Bruxelles. Il che ovviamente non lo ha messo al riparo da critiche piuttosto corpose, perfino all’interno delle proprie fila: “Mi preoccupa sempre la coesione sociale”, ebbe a dire Santana Lopes, amico e rivale di Barroso, al francese “L'Express”.
A ben guardare, la nomina a presidente della Commissione non è giunta del tutto inopportuna per Barroso, in considerazione delle probabili burrasche politiche in patria. Che il bel tempo non stazioni neppure a Bruxelles, tuttavia, “l’uomo nuovo” l‘ha intuito ben presto.
Transatlantici contro europeisti
Contro il portoghese spira soprattutto il vento contrario dei circoli socialdemocratici europei, che guardano a Barroso temendo lo smantellamento del sistema sociale e politiche neo liberiste. Altri temono invece una deriva di destra della Commissione, anche se con riserva, poiché il consulente politico del portoghese José Arantes, piazza Barroso più a sinistra di quanto lo stesso Blair non possa ritenersi.
Dubbio infine l’atteggiamento dell’“uomo nuovo” verso gli USA e verso la guerra in Irak. L’allineamento transatlantico di Barroso – fu tra i firmatari della Lettera degli Otto firma ed il sostegno al vertice delle Azzorre - dà a molti esperti il motivo di guardare criticamente a suoi comportamenti alchè ricoprirà la carica più alta della Commissione UE. E tuttavia Barroso vien pur sempre considerato un europeo convinto. Riuscirà a spianare le divergenze nelle relazioni euro-americane?
Molto da fare
Al loro ingresso a palazzo Berlaymont a Bruxelles, ai nuovi presidenti della Commissione tocca tutta una trafila di compiti piuttosto ardui: va elaborata soprattutto la cd previsione finanziaria, con la pianificazione del budget per gli anni fino al 2007. Inoltre incombono gli ulteriori negoziati di adesione. E’ poi necessario che la Commissione riguadagni il suo ruolo di difensore degli interessi europei. Gli scettici sospettano che al portoghese manchi la stabilità necessaria e l’esperienza in campo europeo. Finora “l’uomo nuovo” tuttavia si è comportato in modo coraggioso. Al momento di comporre la sua Commissione, si è mostrato immune di fronte alle velleità dei governi nazionali. Resta da sperare che queste prove di forze proseguano in futuro e che alla forse, alla fine, diventi realmente il “candidato dei sogni”.
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Fecondazione, hanno firmato tutti
di Daniele Castellani Perelli
La lunga marcia è finita: «Stiamo marciando velocemente, a metà pomeriggio, verso le 700mila firme, mentre altre centinaia di moduli stanno continuando ad arrivare alla sede del Comitato». Il senatore Lanfranco Turci, tesoriere del Comitato promotore dei referendum sulla legge 40, alla vigilia della consegna dei moduli in Cassazione, comunica non solo che l’obiettivo delle 500mila firme è stato ampiamente superato, ma che è stata raggiunta una cifra decisamente considerevole, che dovrebbe mettere al riparo da sgradite sorprese al momento del vaglio della Cassazione. E allora, incamerato un discreto margine di sicurezza, persino il sempre cauto Turci può liberarsi in un diplomatico ottimismo: «Domani (oggi per chi legge, ndr), al momento di recarci presso gli uffici della Cassazione avremo un quadro definitivo, ma credo che sin d’ora possiamo parlare di un successo».
Cinque quesiti. Oggi pomeriggio, alle 16, i comitati promotori si recheranno alla Corte di Cassazione per depositare i cinque quesiti referendari. Barbara Pollastrini, coordinatrice delle donne ds, guiderà la delegazione diessina, che comprenderà Lanfranco Turci stesso, Gavino Angius, Enrico Morando, Katia Zanotti, Vittoria Franco, Cesare Salvi e Gianni Cuperlo.
«Domani (oggi per chi legge, ndr) potremo festeggiare il successo di questa campagna per ridare speranza a tante persone di essere madri e padri e alla ricerca di andare avanti», spiega la Pollastrini, che ringrazia tutti «in particolare le democratiche ed i democratici di sinistra, per l’impegno straordinario profuso, determinante per il successo di questa iniziativa, ma anche le donne e gli uomini che hanno fatto la fila ai banchetti ed hanno firmato perchè vogliono riparare ai danni prodotti da questa legge crudele e inadeguata». «L’Italia ha una grande ragione di serenità e di sorriso con la liberazione delle due Simone - dice il segretario dei Radicali italiani Daniele Capezzone - ma, a questa gioia si aggiunge un’altra conquista civile, rappresentata dall’ormai imminente successo della campagna referendaria su tutti e cinque i quesiti di abrogazione (totale o parziale) della legge sulla fecondazione assistita».
Marcia verso Porta Pia. «Anche per celebrare l’impegno di centinaia di militanti che sono in campo ininterrottamente dal 13 aprile - aggiunge il leader radicale - e hanno fornito una straordinaria prova di amore civile», Radicali italiani e Associazione Luca Coscioni hanno organizzato ieri una «marcia festosa» da Porta Pia alla sede della Cassazione, mentre oggi, subito dopo la consegna delle firme, i Radicali festeggeranno a Campo de Fiori. Alla consegna saranno presenti anche Daniele Capezzone, Luca Coscioni, Emma Bonino, Marco Pannella, Marco Cappato e Rita Bernardini.
Ieri intanto, presso il Comitato Nazionale per la Bioetica (Cnb), è avvenuta l’audizione di alcuni degli embriologi e dei genetisti che due gironi fa hanno messo a punto il documento tecnico che identifica nello zigote, fase in cui gli assetti cromosomici paterno e materno si sono già congiunti dando luogo ad un nuovo genoma, l’inizio del nuovo individuo. Il Cnb ha comunicato che «si riserva di utilizzare al più presto sul piano bioetico le preziose indicazioni scientifiche acquisite».
Parola di scienziati. Il Comitato «ha proceduto alla audizione di un nutrito gruppo di scienziati (professori Bressan, Carinci, Colombo, De Santis, Forabosco, Siracusa) per acquisire le più recenti indicazioni sul processo di fecondazione umana» e «si riserva di utilizzare al più presto sul piano bioetico le preziose indicazioni scientifiche acquisite». Alla fine di una serie di incontri, il Cnb emetterà quindi un parere conclusivo in tema di procreazione, come richiesto dal ministero della Salute, ma «i tempi - ha affermato Carlo Flamigni, esperto di fecondazione e membro del Cnb - sono difficili da prevedere».
unita.it
RELAZIONE LELLA MASSARI -Contatti con altre espressioni aggregative-
Al termine dell¹ultimo coordinamento mi fu chiesto dall¹Esecutivo di
prendere contatto con il vasto e articolato mondo associativo che è parte
attiva o,quanto meno interessata al progetto, dell¹Ulivo.
Lo scopo era quello di verificare l¹opportunità di un comune percorso,sul
terreno di impegni condivisi.
Era il 3 di luglio. Le persone che sono riuscita a raggiungere erano
organizzate a vario titolo in realtà associative di rilievo nazionale, che
come noi lavorano per una più diretta partecipazione dei cittadini alla
politica.
Ci univa anche la volontà di sostenere Romano Prodi e le sue
sollecitazioni ( primarie).
Ed infine la comune esperienza ,o comunque l¹ interesse, per il lavoro sulla
Costituente dell¹Ulivo del gruppo Scoppola.
Il 28 di luglio,a casa di Pietro Scoppola, è stato possibile un primo
incontro fra quattro delle sette realtà ,che erano state interessate.
Si è trattato di un incontro informale con persone che portavano il respiro
di esperienze diverse.
Ma è stato facile mettere d¹accordo i presenti sul fatto che le realtà di
base che si sono impegnate in questi anni per promuovere strumenti di
partecipazione diretta dei cittadini nella vicenda politica, potranno
acquistare maggior peso politico ,se sapranno muoversi in sintonia .
E sul fatto che questo è il momento di una nostra comune iniziativa a
prescindere dai partiti.
Un secondo incontro si è avuto a Talamone il 10 di settembre dove si è
convenuto che la scommessa è di mettere insieme esperienze significative,
per formare il primo gruppo promotore di un coordinamento aperto ad altre
realtà di cittadini che intendano impegnarsi sulle primarie di programma o
per la selezione delle candidature,e nella istituzione degli albi relativi.
Questo ci è sembrato possa già dirsi un lavoro costituente....dell'Ulivo o
di come vorremo chiamarlo. Si tratta di un qualcosa che si muove sulla
preoccupazione di vedere ancora una volta apparire e poi sparire il fantasma
delle primarie,ma con il rischio oggi, di un grave danno per tutta la nostra
parte politica e per il suo leader.
Pertanto, prendendo spunto dalle sollecitazioni di Romano Prodi, e dalla
nostra comune esperienza nel gruppo di lavoro per la costituente dell'Ulivo,
è stata unanimemente espressa la volontà di impegnarsi per le primarie che,
se ben regolamentate, permetterebbero di formare le liste di iscrizione ,
veri e propri albi degli elettori.
Anche da parte di tutti coloro che non hanno potuto essere presenti a
Talamone, ci è giunta conferma dell'apprezzamento di questa iniziativa che
tende a far nascere un coordinamento fra realtà diverse, con l'intento di
individuare le linee di una comune azione e acquisire così un maggiore peso
politico .
Se riuscissimo in questo ambito a dire una parola tutti assieme,noi realtà
di base, che non abbiamo su tutto idee perfettamente coincidenti,forse
ancora una volta svolgermmo un ruolo di supplenza nei confronti di chi non è
capace di fare una sintesi dopo avere confrontato posizioni diverse,ma non
opposte
La prossima riunione a cui parteciperanno anche Pietro Scoppola e Daniela
Meneguzzi ,si terrà a Firenze il 5 ottobre a casa di Ginsborg . Contiamo di
proseguire il discorso nell'intento di riuscire ad organizzare insieme una
grande iniziativa verso la costruzione di un Ulivo largo,accogliente e
aperto,che preveda l'uso autoregolamentato delle primarie come strumento
principe di democrazia diretta e che abbia come orizzonte fermo il Mondo con
i suoi drammatici attuali problemi.
Più volte Romano Prodi ci ha fatto intravedere questo Ulivo,ma ora, prima
del 5 ottobre , avremo modo di capire quale sia davvero la partita che si
sta giocando fra i vari leader della lista unitaria e se Prodi avrà la forza
di portare avanti il suo originario progetto.
Noi dobbiamo essere i veri interpreti del progetto prodiamo dell¹Ulivo.
Lo possiamo essere perché siamo vicini a Prodi più dei partiti.
Ma dobbiamo ricordare che è lui che ha bisogno di noi per realizzare un
progetto che è anche il nostro
Noi abbiamo bisogno di lui solo per aiutarlo meglio.
settembre 29 2004
Simona Pari: «Grazie a tutti ma ora bisogna ritirare le truppe»
di red
«Ora ritirate le truppe»
Bisogna fare tutto il possibile per l'Iraq. È questo il primo pensiero di Simona Pari la mattina dopo la sua liberazione. Anche ritirare le truppe?, le chiede un cronista. «Sì, anche ritirare le truppe», risponde lei. E non solo: «Continuare a capire cosa sta accadendo, denunciarlo, cercare di cambiare la bruttissima realtà»
«Io sono molto stupita e felice per questa solidarietà che sentiamo da parte di tutti - prosegue - È molto bella e vi ringrazio davvero tutti per quello che è stato fatto. Chiedo a tutti di non dimenticare l'Iraq perchè in questo momento stanno succedendo cose molto brutte. Quindi ricordiamoci dell'Iraq che è sempre nel mio cuore». Una vera passione, tanto che Simona aggiunge: «Voglio mandare un bacio fortissimo, grandissimo, a tutti gli iracheni, a tutti i nostri amici. Mi mancano molto i bambini e tutti i nostri amici iracheni. L'Iraq mi manca».
«Alla fine ci hanno chiesto perdono»
Ventuno lunghissimi giorni. Cosa è successo? Come sono state trattate Simona e Simona? E chi erano i rapitori? «Religiosi che ci hanno insegnato i principi dell'Islam e alla fine si sono anche scusati e ci hanno chiesto perdono. Ci hanno mostrato molta fede. Sicuramente non appartenevano un gruppo politico», così raconta Simona Torretta dopo essere stata liberata insieme a Simona Pari e ai due iracheni, Mahnaz e Ra'ad. Poi ribadisce: «Prima del rapimento eravamo tranquille». La ricostruzione del rapimento parte dai suoi ricordi sparsi, frasi che si affiancano, dense di notizie ed emozioni, a partire dalla discesa dell’aereo, poi al tribunale di Roma, infine questa mattina, dopo il risveglio: «Ci sono stati momenti in cui abbiamo avuto paura di morire – rivela- In altri momenti ridevamo tra di noi».
Un sorriso che non le ha mai abbandonate e appare in tutte le foto, prima e dopo il sequestro. I particolari sono nell’interrogatorio secretato dal pm Ionta, che ha ascoltato anche il commissario della Croce Rossa Scelli e il suo collaboratore iracheno Navar.
«Non sapevano nulla di quello che succedeva all'esterno - racconta ancora Simona Torretta al termine dell’interrogatorio - avevamo poche notizie. Sappiamo della solidarietà del popolo iracheno nei nostri confronti». Ma come resistere a 21 giorni di prigionia? «Con la fede. Abbiamo avuto tantissima fede e la forza interiore che ci ha sostenuto anche perché potevamo sostenerci solo da sole». E nella prima mattina romana aggiunge: «Ogni giorno aspettavamo che ci rilasciassero. Ci sono stati momenti duri, in cui abbiamo avuto paura, sono stati diversi. Non per i rapitori, ma perchè la stanchezza ha prevalso sulla ragione»»
Le due ragazze hanno rivelato ai magistrati di aver fatto un solo veloce spostamento dopo essere state portate via dalla palazzina di Un ponte per…. e di essere rimaste solo per qualche giorno con i due collaboratori iracheni. Tranne che negli ultimi giorni hanno sempre avuto gli occhi bendati e sono rimaste chiuse in una stanza, sdraiate. «I nostri sequestratori erano convinti che fossimo delle spie e che eravamo a Baghdad, tra la popolazione civile, non per aiutarli a per carpire informazioni», avrebbero detto. L'atteggiamento dei rapitori, inizialmente duro, sarebbe cambiato dopo aver constatato che le due ragazze sono vere operatrici umanitarie. Poche parole da Simona Pari: «Siamo state trattate bene con calore e solidarietà»
«Non lascerò il mio lavoro»
Simona e Simona sbarcano alle undici e un quarto di sera a Ciampino, spiate dalle telecamera di Bruno Vespa in diretta tv. Alle 23.22 dalla scaletta dell’aereo appare il sorriso di Simona Pari, subito dopo Simona Torretta. Sono vestite di bianco, senza più il velo, si tengono per mano. A riceverle un corteo di autorità, da Letta a Berlusconi (che dice: «Sono stato molto in pensiero per voi»), dal prefetto di Roma Serra, al sindaco Veltroni, da Fini a Rutelli. Vespa annuncia le prime parole di Simona Torretta: «È andata bene, ci hanno trattato con molto rispetto». Appena arrivate vengono portate, a bordo di un elicottero dei carabinieri, a Piazzale Clodio per essere interrogate dal pm romano Ionta sui loro 21 giorni nelle mani dei rapitori.
Alle 4.20, Simona Pari raggiunge finalmente il suo appartamento a Rimini. «Sto bene, grazie mille. Scusate ma sono molto stanca», si limita a dire, sorridendo, ancora una volta ai giornalisti. «È andato tutto bene, benissimo» aggiunge la madre Donatella. «Io adesso non c'entro più nulla, adesso avete lei» sottolinea il padre Luciano entrando nel portone di casa. Poi la porta si chiude.
Finisce così una notte frenetica. Da Baghdad a Ciampino, da Ciampino alla stanza del procuratore Ionta, dagli uffici del tribunale finalmente a casa. Simona Torretta è già tornata, ma non da molto, nel suo appartamento romano, a Cinecittà. «Rifarei tutto con tutte le conseguenze – afferma sicura - anche se mi dispiace per la sofferenza fatta provare a mia madre e il dispiacere che non si merita, però fa parte della vita». È possibile un ritorno a Baghdad: «Vedremo aprobabilmente sì, ora devo stare vicino alla mia famiglia». Al risveglio, qualche ora dopo, una conferma e un dubbio: «Non mollerò il mio lavoro, magari ci saranno sviluppi diversi. Ora sono stordita e stanca e non sono in grado di fare programmi».
Nella notte l'abbraccio con la famiglia: «Siamo rimasti a parlare con mia madre e le mie sorelle fino alle cinque di stamani. Siamo state un pò assieme, ci siamo raccontate un pò di cose. Abbiamo cercato di confrontarci e confidarci i nostri sentimenti. Tutti, davvero tutti mi hanno parlato della forza di mia madre. Sapevo che aveva una grande forza interiore e tanta fede, ma non mi aspettavo così tanto. Io durante il rapimento soffrivo per lei. Ho sofferto tanto».
«Nessun riscatto, ma...»
Il commissario straordinario della Croce Rossa Maurizio Scelli, partito il giorno prima da Roma per Baghdad, è stato il primo ad accogliere Simona e Simona dopo la liberazione: «Sono stato otto ore in una stanza ad attendere i quattro ostaggi. Con me c'era il mediatore». Ma prima di loro era arrivato sul posto il cameraman della tv Al Jazira, evidentemente ancor più informato di loro.
Il racconto del commissario straordinario della Croce Rossa appare intricato: «Ci hanno bendati. Per farci perdere il senso dell' orientamento - ha raccontato a L'Espresso - ci hanno fatti vagare come trottole per Baghdad. Poi in una casa, dopo un interrogatorio serrato, hanno accusato le due Simone di essere delle spie». I rapitori avrebbero anche mostrato a Scelli una pistola: «Era quella, mi hanno spiegato, destinata a uccidere le due volontarie. Alla fine, dopo aver trattato sugli aiuti umanitari e dopo che Navar ha giurato sul Corano che Scelli era un uomo d'onore, siamo risaliti in macchina per scendere vicino alla Grande Moschea. Lì abbiamo incontrato Simona Pari e Simona Torretta. Con accanto la troupe di Al Jazira, avvertita da fonti irachene, pronte a riprendere l' incontro e a mandarlo in onda per essere diffuso dalle televisioni di tutto il mondo».
Sulle modalità della liberazione Scelli è duro: «Non voglio sentire parlare di riscatto. Questo discorso mi mette in condizione di perdere la neutralità. È un discorso che non voglio sia toccato perché è un attentato alla vita di 25 persone che stanno curando 300 persone al giorno, oltre che alla mia persona».
«La Cri – aggiunge - è un ente pubblico ed è neutrale, non può permettersi di dare 100 lire che non siano documentate». Ma se il pagamento fosse stato fatto da altri? «Scusate - risponde Scelli - e chi le ha portate a casa le ragazze?». Insomma nessun riscatto, questa la sua versione. Oggi, comunque, arriveranno in Italia 15 bambini iracheni, garvemente malati. A portarli un aereo della Croce Rossa, che provvederà alla loro smistamazione in base alle loro patologie e alle disponibilità dei centri medici delle varie regioni. La notizia era stata diffusa ieri subito dopo la liberazione degli ostaggi.
unita.it
Spett. Istituto Geografico De Agostini,
mi giunge notizia, che avrò cura di verificare, che nel libro di storia da Voi pubblicato:
I nuovi sentieri della storia.
di F. Bellesini, C. Fiorio, S. Alvaro
nel volume
Il Novecento
al capitolo 2, paragrafo 1 (La Sinistra storica al potere), si leggerebbe la seguente amenità:
"Gli uomini della Destra erano aristocratici e grandi proprietari terrieri. Essi facevano politica al solo scopo di servire lo Stato e non per elevarsi socialmente o arricchirsi; inoltre amministravano le finanze statali con la stessa attenzione con cui curavano i propri patrimoni.
Gli uomini della Sinistra, invece, sono professionisti, imprenditori e avvocati disposti a fare carriera in qualunque modo, talvolta sacrificando perfino il bene della nazione ai propri interessi.
La grande differenza tra i governi della Destra e quelli della Sinistra consiste soprattutto nella diversità del loro atteggiamento morale e politico"
Mi auguro che ciò non corrisponda al vero. Mi meraviglia moltissimo che una casa editrice come la De Agostini, che ho sempre reputato seria, abbia potuto accettare di pubblicare simili castronerie.
Se quanto riportato corrisponde al vero, Vi prometto che cercherò di dare alla notizia la massima diffusione possibile e mi adopererò per promuovere nei confronti della vostra casa editrice, ed eventualmente di altre che si prestassero a queste scellerate operazioni di revisione storica, tutte le possibili azioni legittime di contrasto.
Distinti saluti.
Dott. Ing. Ferdinando Longoni
Via M. Pezzé Pascolato, 9
00135 Roma - e-mail: flongoni@aliceposta.it
Gentile Lettore,
rispondiamo volentieri alla Sua mail relativa ad un brano sulla Sinistra storica riportato su un nostro libro di testo.
Proporre una breve citazione avulsa dal contesto (un passo propedeutico alla lettura e alla comprensione del successivo paragrafo intitolato "Trasformismo e clientelismo") è una pratica che, anche se fatta in buona fede, induce a gravi fraintendimenti. Come si fa a confondere oggi la Sinistra e la Destra storica dell'Italia risorgimentale e post-risorgimentale con la Sinistra e la Destra che si sono manifestate nel corso del Novecento? Inoltre nel “Thesaurus”, strumento didattico fondamentale che affianca il paragrafo, si legge che “la Destra e la Sinistra dell’Italia risorgimentale e post-risorgimentale sono dette storiche per distinguerle da quelle del Novecento che, come vedremo, hanno caratteristiche molto diverse da queste”.
Il passo in questione propone in sintesi e con un linguaggio appropriato all'età del lettore le stesse nozioni riscontrabili in accreditate opere di storiografia contemporanea. È evidente che fra gli storici e quindi anche fra gli autori di libri di testo possono esserci differenze di accenti e valutazioni: c'è chi impiega termini più neutri e chi invece colora il suo scritto con espressioni in cui il giudizio di valore o etico assume maggiore peso.
L'importante è che nell'economia della trattazione vengano offerti allo studente materiali di studio coerenti con l'obiettivo di costruire giorno dopo giorno, pagina dopo pagina competenze e conoscenze solide, insieme ad un metodo di studio che lo aiuti a leggere, capire, verificare quanto viene proposto.
In una parola, proprio il contrario di quanto ha voluto fare chi utilizza in modo improprio la Rete e i giornali alla ricerca di un facile senzazionalismo che voremmo non riguardasse una questione seria come la scuola e i suoi studenti.
Per questo sul nostro portale www.scuola.com, all'indirizzo "http://www.scuola.com/frsto.html" abbiamo inserito una pagina con le nostre riflessioni a proposito di questa pretestuosa polemica.
Ancora la ringraziamo per l'interesse nei nostri confronti
Egregio Editore,
La ringrazio per la Sua sollecita risposta però vorrei farLe notare che nessuno di noi è nato ieri, almeno, per quanto mi riguarda, anagraficamente.
Come Lei certamente può insegnarci, all'interno di un lavoro (libro, rivista, giornale, programma televisivo) che pretende di essere imparziale, almeno formalmente, possono essere veicolati messaggi di varia natura (la pubblicità televisiva, ne è un esempio).
Il brano in questione, INDIPENDENTEMENTE DAL CONTESTO, butta lì alcune affermazioni molto discutibili che nulla hanno a che fare con la pretesa semplificazione del linguaggio, a beneficio di una platea di giovani delle scuole medie.
La frase:
Gli uomini della Destra erano aristocratici e grandi proprietari terrieri (vero). Essi facevano politica al solo scopo di servire lo Stato e non per elevarsi socialmente o arricchirsi (certo, non ne avevano bisogno, ma dovevano difendere interessi, grossi interessi, costituiti); inoltre amministravano le finanze statali con la stessa attenzione con cui curavano i propri patrimoni (sempre?).
nella sua ipersemplificazione dice, molto chiaramente, che TUTTI GLI UOMINI DELLA DESTRA (STORICA) ERANO BUONI.
Alla faccia della semplificazione!
Invece la seconda frase:
Gli uomini della Sinistra, invece, sono professionisti, imprenditori e avvocati disposti a fare carriera in qualunque modo (tutti?) , talvolta sacrificando perfino il bene della nazione ai propri interessi (commossi per il talvolta).
insinua il dubbio (eufemismo) che LA SINISTRA (STORICA ben inteso) ERA (anzi E', come il malizioso uso del presente dell'indicativo fa intendere) UNA BANDA DI MASCALZONI. Siamo però sempre nella semplificazione. Nessuna intenzione malevola. Naturalmente.
La conclusione è poi un capolavoro:
La grande differenza tra i governi della Destra e quelli della Sinistra consiste soprattutto nella diversità del loro atteggiamento morale e politico
Infatti da sola non dice nulla, ma messa nel contesto (le due frasi che precedono) induce palesemente a trarre una sola conclusione: l'atteggiamento morale e politico giusto è quello della destra (storica), quello condannabile è quello della sinistra (storica).
L'aspetto divertente (o tragico) è che la seconda frase, sostituita la parola Sinistra con le parole attuale Destra (non storica, almeno speriamo che non lo diventi), sembra descrivere alla perfezione certi signori di nostra conoscenza (purtroppo, ne avremmo fatto a meno).
Le confesso che mi è venuta la curiosità di esaminare l'opera nella sua interezza per il legittimo sospetto che di perle del genere, in un contesto altamente e neutralmente educativo s'intende, ce ne possano essere più d'una.
A quando la tessera di partito?
Distinti saluti.
Dott. Ing. Ferdinando Longoni
Welfare
Massimo Marnetto
“Aiuto, mi strozzano!”
“Vittorio, non fare il solito bastian contrario. I signori ti stanno cortesemente strangolando perché ormai hai superato i 75 anni e lo Stato non può più permettersi di mantenerti a far nulla.”
“…sssoffoco…”
“Collabora invece di farla così lunga! Hai sentito Berlusconi: tutti dobbiamo collaborare, altrimenti con queste spese per la terza età, non si possono abbassare le tasse. “
“…….Hhh”
“Signora, dovrebbe essere morto, ma la procedura prevede che dobbiamo dargli una bastonata in testa”. “Fate pure e scusatelo… mio marito è sempre stato un cocciuto. Ah, a proposito, quando posso incassare il contributo di vedovanza volontaria?”
“Ci vorrà un mesetto e le arriverà un vaglia a casa. Ora dobbiamo andare. Ne dobbiamo sopprimere altri 12”
“Solo un'ultima informazione: c'è qualche contributo fuori dai grandi centri?.. perché io potrei far abbattere una vecchia zia in Abruzzo.”
“Forse con la prossima finanziaria. Intanto l'ammazzi lei , tanto quasi sicuramente uscirà un condono .ulivoselvatico.org
GLI SCIACALLI DELLA FELICITA' ALTRUI
Un rapimento condotto chiaramente con l'accordo delle (se non direttamente dalle) autorità irachene, che rispondono al governo fantoccio messo in piedi dai nostri alleati - e quindi da noi stessi - si sta rapidamente trasformando in un'occasione di giubilo da parte di chi per primo ne ha creato le premesse, e poi non ha fatto assolutamente nulla per impedire che avvenisse. Esattamente come a Nassyria, per chi avesse già dimenticato la complicità passiva del nostro governo in quell'azione, denunciata al tempo addirittura dal Washington Post.
Con Simona & Simona la scommessa poi era a senso unico: comunque fosse, se ne andavano le ONG di mezzo mondo, e poi, se con loro ti va male, vinci, se ti va bene stravinci. Se andava male, si potevano continuare a rovesciare tonnellate gratuite di letame...
... sull'animale islamico, belva medioevale cieca ed incontrollabile, della quale nell'arco di pochi mesi abbiamo modificato cultura, religione ed abitudini, pur di farla combaciare più velocemente con in nostri parametri hollywoodyani del "male". Solo nei TV-movie di serie B i fondamentalisti islamici vestono il nero e non il verde.
Se ti andava bene, come questa volta è andata, ecco che "Silvio Berlusconi e' molto soddisfatto della prova di ''unita''' fornita dal paese nella vicenda delle due italiane liberate."
Naturalmente, per quella vita che nessuno avrebbe dovuto mettere in pericolo in primo luogo, Simona & Simona ora doveranno ringraziare tutti. Di Gianni Letta Berlusconi dice: "Credo che sia anche a lui che devono la vita le due ragazze italiane". Di quell' "anche", ovviamente, l'avanzo è tutto suo. Il ministro Martino ci dice ''Decisivo e delicatissimo'' il lavoro svolto dal Sismi per la liberazione.
Ma soprattutto, Simona & Simona dovranno ringraziare tutta la sinistra unita, poichè, sempre per Martino, l'esito positivo è stato "consentito anche dal positivo clima di coesione nazionale assicurato dal comune impegno di tutte le forze politiche di maggioranza e opposizione".
Chissà perchè poi dei rapitori brutali e assetati di sangue, che stanno a 10 mila chilometri da noi, dovrebbero stare a misurare la temperatura interna del nostro parlamento, prima di decidere se liberare o meno i loro ostaggi.
Una volta era tutto molto più semplice: il rapitore rapiva, il ricattato veniva ricattato, se cedeva rivedeva i suoi cari, se no glielo mandavano a casa un'orecchio alla volta. Fine.
Oggi non più. Rapiscono senza dirti cosa vogliono, e ti lasciano lì a indovinare per almeno una settimana. Poi, quando finalmente si decidono a dirtelo, se ne escono con delle richieste che non stanno nè in cielo nè in terra. E le settimane fanno due. Tu ti metti a discutere su tutti i giornali quanto sia giusto accettare anche solo parte di quelle richieste, e le settimane fanno tre. Poi non senti più nulla, ripiombi nell'angoscia, e tempo che è ora di festeggiare l'unità d'Italia un'altro mese di disastri economici, di furti legalizzati, e di rapine a suon di decreto legge se n'è silenziosamente andato sotto il tuo naso, mentre tu tiri su nel fazzoletto per la lieta conclusione del dramma.
Il tutto vigliaccamente, codardamente, meschinamente giocato sulle nostre emozioni e sulle paure, vere ed incancellabili, di chi è stato direttamente coinvolto.
di Massimo Mazzucco - da Luogocomune.net
SIMONE: LA SCENETTA DEL VIDEO
L'assurda messinscena del video sulle ragazze libere la dice lunga sulla gestione della liberazione. Il bel panorama circostante tutto sembra meno che l'Iraq... qualche esperto del loco sostiene che si tratti di Kuwait City. A giudicare dalle milleluci, dalla moschea lustra e rosata alla luce del tramonto, dai palazzi in lontananza sembra una Baghdad "prima della cura".
Ovvero, non è Baghdad. Scelli è partito ieri sera alle 17. Destinazione Baghdad? Improbabile, visto che il nostro eroe se ne guarda bene dall'approdare in lidi pericolosi. Più facile il Kuwait, più che mai in prima linea in questi ultimi giorni del rapimento. A cominciare dalla strana visita di Frattini (silurato bellamente in favore di Letta, protettore di Scelli), continuando con le chiacchiere sui servizi segreti kuwaitiani, e finendo con l'informatissimo direttore del quotidiano.
Insomma, Kuwait crocevia degli impicci. A questo punto, la domanda è: cosa ci facevano le ragazze in Kuwait col cappuccio nero in testa? Anche i sassi sanno che quando si gira un video ci si prepara un pochettino... oppure davvero pensano che siamo disposti a credere che le Simone, appena liberate e ancora col cappuccio, incontrino per caso Scelli "Toh!", e sempre per caso alla presenza di un operatore con la telecamera accesa? E il tutto avviene a Kuwait City?
Ma ci prendono per completi imbecilli? Come cavolo succede che Scelli spunti nel mezzo del deserto ad accogliere le Simone? E' forse addetto al comitato ricevimenti? E perché diavolo dobbiamo sorbircelo scendere e salire dall'aereo, per essere certo di essere inquadrato, fotografato come una top model dal fotografo della Croce Rossa in diretta nazionale? Cosa c'entra questa liberazione con Scelli?
E' stato lui ad adoperarsi? Allore ditecelo. Oppure Scelli ancora soffre orribilmente al pensiero della figura ignobile che ha fatto nel caso Baldoni, del probabile coinvolgimento di un suo "contatto" nella morte di Enzo e Ghareeb, e cerca di rifarsi una verginità usando la vetrina delle due Simone?
Noi non dimenticheremo Enzo e le responsabilità della Croce Rossa. Non dimenticheremo neppure quel che diceva su Scelli. Quel che sconvolge è come qualcuno, nel nostro tanto meritevole governo, abbia approvato una simile strumentalizzazione del caso delle Simone solo per compiacere un amico... l'amico Letta.
* tratto da Indymedia
Il video della liberazione su Rainews24
La morte di Baldoni
postato su Indymedia da paranoia 28, 2004 at 10:16 PM
Mettendo insieme le cose mi viene da pensare che... incredibile! Riassunto: Baldoni e il suo interprete Gareeb si appoggiano alla CRI, della quale cercano di scardinare l'ordine sonnecchioso, il "contatto irakeno" di Scelli (ex esercito di Saddam) si innervosice perchè Ghareeb sostituisce con i propri contatti sul territorio quelli preesistenti (leggi: i suoi).
Baldoni comincia a pubblicare sul suo blog i propri dubbi sui vertici della CRI,che dipinge come qualcosa di torbido,pieno di interessi non proprio umanitari. Baldoni e Ghareeb spariscono. Si scopre in seguito che l'interprete muore al momento dell'agguato mentre Baldoni è stato rapito. Il canale usato per la sua liberazione è il sopra citato "contatto irakeno" di Scelli.Sappiamo tutti come va a a finire.
Poi vengono rapite Simona e Simona, viene a più riprese chiesto che Scelli e la sua cricca restino fuori dalle trattative, la CRI ha perso tutta la sua credibilità, Scelli è considerato rischioso, insomma, se non si trattasse di una tragedia potremmo dire che hanno fatto una grandissima figura di merda. Silenzio.
Ora che, finalmente, le ragazze sono libere, compare un video loschissimo, girato alle porte di una città, con i cappucci levati in favore di camera, il finale è uno spottone per Scelli, ricordiamo ex candidato perdente di FI e commissario straordinario voluto dal governo (premio di consolazione?).
Berlusconi dichiara :"Sono state liberate per i meriti umanitari della Croce rossa italiana",quando, casomai, i meriti umanitari vanno attribuiti all'attività da anni portata avanti da Simona e Simona con "un ponte per...",che è quasi un "concorrente" della CRI...
Ora, a pensar male ecc., sta di fatto che,probabilmente alla sua prossima candidatura Scelli forse otterrà quanche voto in più e che, viste le modalità del sequestro ("sembravano uomini dell'esercito"diranno molti testimoni), la gestione del rapimento, ed il video fuffa della liberazione, è lecito pensare che le due fossero davvero (loro malgrado, s'intende! non insinuo nè lontanamente penso che fossero complici di questo-peraltro presunto- gioco di potere) in uno scantinato del governo provvisorio in attesa di venire liberate, con gran lustro di governo italiano e CRI. ...intanto la devolution viene approvata...
Scalfaro: "Ciampi non firmi la riforma della Giustizia"
REDAZIONE
Oscar Luigi Scalfaro ha ieri lanciato una sorta di appello al presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi. Il Senatore a vita ha chiesto al suo successore di non firmare la Riforma della Giustizia della Casa delle Libertà, una riforma "sbagliata" che "mette la Magistratura in una condizione faticosa".
"Il Capo dello stato - ha tuonato - non dico può, ma deve non firmare se la legge che gli viene sottoposta ha calpestato in qualche modo la Carta costituzionale".
Per Scalfaro il nuovo ordinamento giudiziario altro non è che "un'aggressione" e un "accanimento politico" contro i Giudici. E le Toghe, sempre secondo l'ex inquilino del Quirinale, stanno difendendo la loro autonomia e indipendenza, "che sono diritti dei cittadini".
Venerdì scorso l'ex capo dello Stato aveva inviato un messaggio al Congresso Straordinario dell'Anm, con il quale aveva esortato i Magistrati a "difendere ad oltranza questa bella e sacra Costituzione".
Nel suo comunicato l'ex capo dello Stato aveva puntato il dito contro la "sgradevole e ingiusta ostilità verso i magistrati" manifestata dalla maggioranza, un atteggiamento che rende "difficile un dialogo vero e costruttivo".
La possibilità che il presidente della Repubblica si rifiuti di firmare la legge è invece un vero e proprio incubo per alcuni esponenti della maggioranza.
Ieri l'Udc ha comunicato che non ritirerà i suoi emendamenti alla Riforma. Le modifiche al testo voluto dal Carroccio, hanno assicurato i centristi, servono ad "evitare un altro schiaffo dal Colle". Secondo gli ex democristiani, infatti, l'attuale bozza è destinata a non essere firmata da Ciampi.
centomovimenti.com
Darfur : commissario ONU denuncia , rifugiati senza sicurezza
di Carla Amato
L'ONU raddoppiera' il numero degli osservatori dei diritti dell'uomo in Darfur. Lo ha annunciato l'alto commissario Louise Arbour, che si e' espressa in favore di un rafforzamento della presenza internazionale nella regione per proteggere i civili.
La Arbour ha appena terminato una visita di una settimana in Darfur insieme allo speciale delegato per la prevenzione dei genocidi delle Nazioni Unite Juan Méndez e presentera' oggi a New York la sua relazione sul Sudan all'incontro informale della Commissione per i diritti umani dell'ONU con Kofi Annan.
Nel corso di una conferenza stampa Louise Arbour ha affermato che la questione piu' urgente e' quella della sicurezza dei rifugiati nei campi del Darfur: "la popolazione vorrebbe tornare ad una vita normale, ma nella grande maggioranza dei casi ha paura di lasciare i campi".
A giudizio dell'alto commissario il nuovo contingente di osservatori dei diritti umani potrebbe essere costituito da operatori di organizzazioni non governative o da inviati dell'ONU. Il numero degli osservatori internazionali e' attualmente di 16, mentre sono 120 gli osservatori dell'Unione Africana, protetti da 250 soldati fino ad ora stipendiati dall'Unione Europea.
Secondo la Arbour occorre anche che le autorita' sudanesi rafforzino la loro presenza di polizia, dato che, ha esemplificato, un campo di residenti di 50 000 persone rifugiate e' protetto da soli tre poliziotti sudanesi. Piu' spesso non ci sono affatto poliziotti nei campi (oltre 1.200.000 persone sono sfollate), il che permette ai miliziani Janjaweed di agire impunemente.
"C'e' un notevole divario fra la risposta del governo ed i bisogni di sicurezza della popolazione civile", ha affermato l'alto commissario ONU, che ha sottolineato trattarsi di "un grave deficit di sicurezza".
La missione di Arbour e Mendez era mirata a stabilire se vi fossero le condizioni per qualificare come "genocidio" il massacro e lo stupro sistematico di civili non arabi, ma la Arbour non ha al momento parlato di genocidio ne' di atti di epurazione etnica.
Il problema dei rifugiati era gia' stato al centro dell'attenzione del commissario ONU per i rifugiati Ruud Lubbers, che ha incontrato alcuni autorevoli funzionari del governo sudanese suscitandone l'irritazione con i suoi commenti su quella che l'ONU ha definito la peggior crisi umanitaria del mondo.
Lubbers ha cominciato la sua visita in Africa centrale con un controverso suggerimento. Egli ha infatti risposto alla domanda di un giornalista dicendo che la crisi sudanese potrebbe essere limitata concedendo l'autonomia al Darfur pur in uno stato unitario sudanese. La logica della proposta era venire incontro ad alcune richieste dei ribelli circa un decentramento dei poteri, il motivo per cui essi avevano iniziato a combattere anni fa.
Pubblicamente le autorita' sudanesi hanno accolto in modo prudente l'idea, ma e' stato chiaro che privatamente alcuni di essi avevano mostrato irritazione e messo in dubbio che il commissario per i rifugiati avesse il diritto di esprimere pareri sulla politica interna del Sudan.
Khartoum afferma che il problema dei rifugiati del Darfur e' stato determinato dalla fuga dai combattimenti dovuti ai ribelli antigovernativi, ma l'ONU e gli Stati Uniti puntano il dito contro i ribelli Janjaweed e contro la politica adottata dal governo, velatamente accusato di appoggiare i miliziani arabi, pubblicamente di non volere o saper disarmarli.
L'impegno per il disarmo e' uno dei punti centrali della recente risoluzione ONU, accettata dal Sudan anche se ritenuta ingiusta e considerata un incentivo per i ribelli.
www.osservatoriosullalegalita.org
L’isola del petrolio
storie e reportage, GUINEA EQUATORIALE: Secondo un settimanale statunitense, gli Usa avrebbero avuto un ruolo nel fallito golpe in Guinea Equatoriale del marzo scorso, per il quale è già indagato Mark Thatcher. Una spy story tutta africana. O quasi
Sembra la trama di un romanzo di spionaggio, o dell’ultimo film di Michael Moore. Un’isoletta al largo delle coste del Camerun, nelle acque dell’oceano Atlantico. Una settantina di mercenari provenienti da mezzo mondo. Un dittatore da rovesciare. Barili di petrolio, per i quali si ordisce una trama clandestina internazionale che invece di metterci le mani ci cade dentro. L’onda che ne è nata ha travolto alcuni paesi e personaggi illustri e lambito gli uffici del Pentagono.
Nel marzo di quest’anno le autorità aeroportuali dello Zimbabwe fermano un Boeing 727 che sta per lasciare la capitale Harare. “Aprite il portabagagli e mostrate i documenti”, dicono annoiati gli agenti, che pochi minuti dopo si ritrovano di fronte a un arsenale degno dei migliori colpi di stato, oltre a una variegato ventaglio di nazionalità presenti sull’aereo: sudafricani, tedeschi, britannici, persino armeni e kazaki. Tra le pagine dei passaporti spiccano nomi illustri di ex agenti dell’Intelligence britannica, come Simon Mann. Le autorità zimbabweane capiscono che non si tratta di una gita; i mercenari sostengono di essere diretti nelle miniere della Repubblica Democratica del Congo, dove faranno le guardie alle miniere di diamanti. Poche ore dopo le sbarre delle celle del carcere di Harare si chiudono dietro di loro.
Dopo qualche giorno (la polizia di Robert Mugabe – secondo alcune denunce formulate dagli stessi mercenari – non ci va leggera), spuntano le prime confessioni, che parlano di un golpe in Guinea Equatoriale, mirato a rovesciare il presidente-dittatore Theodore Obiang Nguema. Spunta il nome di un suo eventuale successore, Severo Moto, leader dell’opposizione esiliato in Spagna.
Comincia a delinearsi un quadro che come tema centrale ha l’oro nero. L’ex colonia spagnola galleggia su un mare di petrolio che, con la crisi in Medio Oriente e il conseguente innalzamento dei prezzi, diventa un bene sempre più prezioso.
In agosto le autorità sudafricane bussano alla porta di Mark Thatcher, figlio di quella Margaret che fu primo ministro della Gran Bretagna. Il cinquantunenne uomo d’affari è accusato di aver svolto un ruolo nell’operazione e dovrà affrontare un processo. L’amicizia che lo lega a Simon Mann, nel frattempo condannato a sette anni di carcere da una corte dello Zimbabwe, non lo aiuta.
Dalla capitale equatoguineana, Malabo, Theodore Obiang Nguema, da venticinque anni padre padrone del minuscolo paese africano, accusa Inghilterra, Spagna, Sudafrica. E Stati Uniti.
Il presunto coinvolgimento di questi ultimi nella vicenda, secondo il settimanale Newsweek, sarebbe comprovato da uno scambio di parole avvenuto in un paio di occasioni a Washington tra Theresa Whelan, responsabile della sezione per gli affari africani del Pentagono e Greg Wales, businessman londinese nominato tra i sospetti del maxi-complotto. I due si sarebbero incontrati poco prima del via alle operazioni e avrebbero parlato proprio di Guinea Equatoriale.
Wales si è dichiarato estraneo alla faccenda, tuttavia avrebbe ricevuto a più riprese pagamenti dagli organizzatori del colpo di stato. La Whelan ha smentito qualsiasi allusione fatta da Whelan sul piano per rovesciare il regime della Guinea Equatoriale.
Intanto se la passano male i mercenari, divisi tra la prigione di Malabo e quella di Harare, dove uno di loro è morto per un attacco di malaria celebrale. Ora rischiano la pena capitale.
Stati Uniti e Gran Bretagna, invece, devono difendersi dalla scomoda accusa di essere stati la lunga mano che ha fornito un appoggio a un complotto internazionale.
pa.tri
http://www.peacereporter.net/
Giallo sulla liberazione degli ostaggi: è stato pagato un riscatto?
REDAZIONE
La liberazione di Simona Torretta e di Simona Pari ha portato un'immensa gioia e un grande entusiasmo nel Paese, ma ha lasciato anche un grande dubbio. Per riavere indietro le due italiane rapite è stato pagato un riscatto?
Inutile dire che il Governo di Silvio Berlusconi ha categoricamente smentito questa ipotesi, esattamente come aveva fatto all'indomani della liberazione di Agliana, Stefio e Cupertino (anche in quel caso, infatti, si parlò di una grossa somma di denaro offerta ai terroristi).
Ma, ad alimentare i sospetti, è arrivata una dichiarazione di Ali al Roz, direttore del giornale kuwaitiano Al Rai Al-Aam, secondo il quale le autorità italiane avrebbero versato un milione di dollari nelle mani dei sequestratori. Una tesi ribadita in un secondo momento dallo stesso direttore durante la trasmissione "Ballarò".
Il giornale in questione è lo stesso che negli ultimi giorni ha fornito le notizie più precise sulla sorte degli ostaggi, un organo di informazione che l'ambasciatore italiano del piccolo paese arabo aveva addirittura definito il "Corriere della Sera del Kuwait" e che il nostro Governo aveva sempre accreditato come "fonte attendibile".
Tutto ad un tratto, però, la preziosa miniera di notizie "affidabili" è diventata "inaffidabile". Il sottosegretario agli Esteri Margherita Boniver, ospite ieri nel salotto di Bruno Vespa, ha voluto subito smentire ogni ipotesi di pagamento del riscatto.
La Rai, invece, ha confermato solo accordi di natura non economica, come il ricovero di alcune decine di bambini iracheni negli ospedali italiani.
centomovimenti.com
Occhi lunghi
In più di vent'anni da che seguo e faccio cronaca sull'industria Ict italiana ho visto solo una legge di politica industriale aver riscosso un reale successo: la Sabbatini, originata dal nome di un oscuro, ma certo di buon senso sottosegretario all'Industria. Non ricordo di quale partito fosse.
Fatto sta che questa legge diceva semplicemente: chi acquista una macchina utensile moderna, a controllo numerico e avanzata, ha diritto a uno sconto fiscale. Fattura contro sconto. Non c'è possibilità di evasione, a meno di falsificazioni patenti (e di rilevanza penale).
Funzionò. Per almeno dieci anni, dopo i primi anni 80, gli industriali italiani (piccoli e medi in primis) chiesero e ottennero a furor di popolo il rinnovo della Sabbatini. Fino all'unica idea decente di Tremonti: defiscalizzare e incentivare gli investimenti di impresa. Chi reimmette in produzione i propri utili ha diritto a un aiutino, sta facendo qualcosa non solo per sè, ma per la comunità. Da vecchio catto-comunista rivoluzionario, da anarchico pazzo quale sono (e figlio di imprenditore), concordo.
L'Open source italiano è a mio avviso un caso assolutamente adatto a questo paradigma. Non va toccata l'offerta, ma spinta la domanda.
Siamo in presenza di un ragazzo di 15-20 anni, con i suoi meravigliosi lineamenti e la sua crescita potente e inattesa, ma anche con i suoi difetti snobistici e introversi (spero transitori). E siamo in presenza, dall'altro lato, di generazioni imprenditoriali precedenti abituate a uno scarso rigore, e a un forte opportunismo, in particolare su queste risorse umane.
Se questi difetti si salderanno tra loro sarà un'altra generazione buttata via, come fu quella dei quarantenni attuali cresciuti su Unix e su Microsoft, oggi istallatori e produttori al più di qualche script. Lo so, sono brutale e metto tutti in un fascio ma è per dare l'idea. Picchiatemi nei commenti se volete.
La sostanza di queste tesi è contenuta in una ricerca, particolarmente ben fatta (a mio avviso) non nella forma, a tratti sgrammaticata, ma nei contenuti e nell'interpretazione. Leggetela con attenzione, è quasi Vangelo.
Dice un cosa antica, e fin troppo risaputa, per l'Italia : nonostante governi cialtroni e ignoranti una generazione di italiani ha saputo sfruttare la mancanza di barriere all'entrata nel software libero e sfruttarla in modo più vasto e accelerato di altri Paesi europei. Si conferma, per esempio, nell'open source la nostra maggiore vitalità di iniziative rispetto agli inglesi. Fatto che emerse , anche a livello di economia complessiva e di Pil, negli anni 70. Noi non siamo la quinta potenza industriale del mondo (una scemenza, spesso ripetuta putroppo) ma siamo comunque un Paese di forti attivismi individuali. E l'Open source fa testo anche in questo caso.
Cerchiamo per una volta di capire e assecondare questo Dna , giusto o sbagliato che sia, ma esistente e reale. Questi ventenni, inaspettatamente cresciuti a decine di migliaia con decine e decine di progetti in corso, e un centinaio di associazioni territoriali (i Lug) sembrano cercare, con l'Open source, una strada di promozione sociale, di professionalità riconosciuta (sullo spazio della rete, quindi internazionale) , di futuro.
Come dar loro torto se sviluppano preferibilmente software valido per tutta la rete? Come dar loro torto se lavorano in inglese e su campi di frontiera? C'è forse queche impresa o istituzione che incanali queste forze (non certo promosse da loro) su terreni di reale contatto con il mercato italiano? Pochissime. E tra le poche molte che usano questi ragazzi come merce, forza lavoro creativa e a basso costo per riempire buchi, e assecondare emergenti propensioni di mercato.
In tal modo si è formata da sè una sorta di pre-industiria. Un network di persone, associazioni, progetti, consuetudini, punti di riferimento. Mai e e poi mai vorrei che qualche burocrate o presunto manager ci mettesse le mani (per far danni). Soltanto incentivi a che lavorino, e ritornino economicamente sui loro sforzi, magari con caute ma tangibili spinte a impegnarsi su alcuni prodotti-progetti (come i software gestionali o di servizi e di e-democracy pubblica) che impattino realmente sulla realtà italiana, civile e economica.
Per questo sono radicalmente in disaccordo con le conclusioni dello studio citato, valido nell'analisi quanto fuorviante nell'epilogo prescrittivo.
Anch'io per tanto tempo ho commesso lo stesso errore. Analizzavo, costruivo scenari e....poi architettavo interventi pubblici di fantasia, pensando che i governi e le Amministrazioni potessero creare benefici, e non solo danni.
Abbiamo gettato al vento risorse nell'Iri, politicizzato e indebitato industrie (come le Tlc e la Tv), devastato interi settori strategici (come l'informatica e una vittima ne fu anche l'Olivetti) sull'altare di politiche industriali di facciata, di parte, ipocrite e invertite di segno.
Oggi vedo che Milano, Torino, Pisa, Padova, Roma e Napoli con le loro "miserabili" università pubbliche hanno sviluppato gli Hub di una generazione di giovani che pensa, accede, impara, mette le mani, si corregge e condivide dentro comunità produttive che nemmeno Borrelli si sognava come etica rigorosa e praticata ogni giorno. E mi domando. Ma sono davvero i soldi la vera leva dello sviluppo civile e economico di un Paese? Oppure, paradossalmente, non è il contrario?
Metti in difficoltà gli italiani, toglili da un benessere troppo facilmente percepito, offri loro solo lavoro, impegno e apprendimento, rigorosamente controllato internazionalmente. Ma senza esagerare, senza sfruttarli o fregarli, in condizioni ragionevoli, alla pari con gli altri. Buon senso, o no?
Non è meglio capirli da ciò che fanno, e aiutarli domandandogli liberamente altro prodotto? Per impiegarlo a frutto di tutti? O no?
Mi dispiace, non sto parlando ai berlusconiani o ai Gasparri della truffa tv digitale, ma agli italiani autentici, quelli che ancora pensano al Paese. E quelli che sanno che cosa è industria e commercio onesto, pulito e produttivo di futuro.
E mi ostino a pensare positivo. Perchè chi ha figli lo sa. E' il nostro dovere.
Bene, leggetevi con attenzione quella ricerca. Scritta da uno che ha cuore, poca grammatica e occhi lunghi.
ciao
Beppe caravita.biz
Stile balneare
Quest'estate voglio andare al mare / per le vacanze è una frase molto banale, che descrive un desiderio altrettanto banale. Tanta banalità può essere fortemente sospetta, ma anche no. Dipenderà da come intendiamo gli anni Ottanta: età dell'oro o del fango, da un punto di vista infantile o senile. Da quello infantile, non c'è dubbio che quell'estate volessimo andare al mare per le vacanze (e "sopra i ponti delle autostrade c'è qualcuno fermo che ci saluta").
Da un punto di vista senile, non dimentichiamoci che il 1982 era un anno già saturo di messaggi. Canzoni sulla spiaggia se ne cantavano da trent'anni (con alcuni capolavori inarrivabili: sei diventata nera come il carbon, sapore di sale sapore di te, un bacio a labbra salate, un fuoco quattro risate a far l’amore giù al faro). Giuni Russo si trova sul palcoscenico in un momento in cui già sembra impossibile aggiungere qualcosa di nuovo. Si aggiunga che la Storia era finita più o meno in quegli anni: negli arsenali c'era già abbastanza potenziale da spazzare l'intero genere umano in mezz'ora (appena di 3 miliardi e mezzo di persone). La contestazione, gli anni di piombo, l'eroina. Ma quest'estate voglio andare al mare, per le vacanze.
(Gli anni Ottanta come una vacanza, un piccolo break della Storia, tra un massacro e l'altro).
La frase è un esempio di grado zero dell'ironia: c'è solo se vuoi trovarcela. Ma se non vuoi, se non t'interessa, se non sei abbastanza colto o raffinato o smaliziato per capirla, essa semplicemente non c'è, e la canzone resta ugualmente godibile. Il genio del Battiato tra '79 e '83 è tutto qui: si potevano fare canzoni sciocche che sembrassero incredibilmente smaliziate, ma che vendessero come canzoncine sciocche, semplicemente montando rammenti da altre canzoni, altri successi per l'estate. Quando neanche il montaggio funziona, si può essere semplicemente sé stessi, o una versione un po' più banale di sé stessi. Giuni, che ti va di fare quest'estate? Mah, quest'estate voglio andare al mare.
Il successo di Battiato / Russo è del 1982: un anno in cui tutti gli italiani hanno avuto almeno un'occasione per riflettere sull'aspetto terribilmente banale che può assumere la felicità. (Campioni del Mondo! Campioni del Mondo! Campioni del Mondo!) L'anno dopo Umberto Eco pubblica su "Alfabeta" le Postille a "Il nome della Rosa", in cui definisce pulitamente la sua idea di postmoderno. Innanzitutto "il post-moderno non è una categoria circoscrivibile cronologicamente, ma una categoria spirituale […] un modo di operare. Potremmo dire che ogni epoca ha il proprio post-moderno". Ogni volta che la coda della storia si fa troppo pesante ("Il passato ci condiziona, ci sta addosso, ci ricatta"), e la tentazione di tagliarla di netto (il moderno, l'avanguardia) si rivela fallimentare, ecco che "la risposta post-moderna al moderno consiste nel riconoscere che il passato, visto che non può essere distrutto perché la sua distruzione porta al silenzio, deve essere rivisitato: con ironia, in modo non innocente".
Nella pratica, Eco pensa di riutilizzare Liala
Penso all'atteggiamento post-moderno come a quello di chi ami una donna, molto colta, e che sappia che non può dirle "ti amo disperatamente", perché lui sa che lei sa (e che lei sa che lui sa) che queste frasi le ha già scritte Liala. Tuttavia c'è una soluzione. Potrà dire: "come direbbe Liala, ti amo disperatamente". A questo punto, avendo evitata la falsa innocenza, avendo detto chiaramente che non si può più parlare in modo innocente, costui avrà però detto alla donna ciò che voleva dirle: che la ama, ma che la ama in un'epoca di innocenza perduta. Se la donna sta al gioco, avrà ricevuto una dichiarazione d'amore, ugualmente. Nessuno dei due interlocutori si sentirà innocente, entrambi avranno accettato la sfida del passato, del già detto che non si può eliminare, entrambi giocheranno coscientemente e con piacere al gioco dell'ironia… Ma entrambi saranno riusciti ancora una volta a parlare d'amore.
Implicita, nell'esempio di Eco, una meditazione su cultura e… come chiamarlo, "amore"? Mah, chiamiamolo "bisogno". Mentre la cultura si avvita su sé stessa e genera gusti sempre più complessi (ma è un progresso verso il silenzio, perché ogni scrittore, da Liala in poi, non aggiunge parole, ma le toglie all'innamorato 'moderno' che non può dirle perché sono già state scritte da qualche parte), i nostri bisogni rimangono tutto sommato gli stessi: amarsi, parlare d'amore. Negli '80 la "donna molto colta" (e il suo uomo) non possono più ripetere le frasi di Liala, eppure hanno gli stessi bisogni dei lettori di Liala di 30-40 anni prima. Il post-moderno ovvia a questa divaricazione tra gusto (sempre più sofisticato) e bisogno (più o meno sempre lo stesso, e banale). Dando per scontato qualcosa di fondamentale: che dei nostri bisogni, anche in assenza di un'educazione cattolica, noi ci vergogniamo. Non fosse altro che per la loro banalità. Ci vergogniamo, sì, ma in qualche modo dobbiamo venire a patti con loro. Anche a costo di saccheggiare Liala.
Allo stesso modo, quell'estate, quaranta milioni d'italiani avrebbero avuto voglia di andare al mare, "come direbbe Giuni Russo". Desiderio banale, ma l'importante è che si possa ancora comunicare. La canzone, quella popolare, serve a questo. Battiato lo aveva capito. (In seguito se l'è dimenticato, poi gli è tornato in mente, poi se lo è dimenticato di nuovo, ecc., un po' come tutti).
Il fatto è che il miracolo di "Quest'estate al mare" non era così semplice da replicare. Dall'intro fino al libitum finale, tutta la canzone strizza l'occhio all'ascoltatore: io sono più intelligente di così, con la voce che ho potrei cantare meglio (ma "per regalo voglio un harmonizer con quel trucco che ti sdoppia la voce"). Un tocco di erotismo ambiguo, quel che basta ad ammiccare senza sparire dalla fascia protetta ("per le strade mercenarie del sesso, che procurano fantastiche illusioni…"). Persino un bambino (io) di fronte alla glossolalia esibita degli "ombrelloni oni oni" non può non cedere al sospetto che ci sia qualcosa sotto: qualcosa, ovvio, di più intelligente di così. Anche se tutto sommato non c'era bisogno davvero di produrre qualcosa di intelligente: l'allusione, l'ammiccamento, sono più che sufficienti. L'astuzia dello stile balneare: facciamo i bambini per dimostrare che non siamo più bambini. Oppure: facciamo i piccolo-borghesi per dimostrare che, etc.. Vincente, anche e soprattutto da un punto di vista commerciale: perché queste canzoni mettono d'accordo adulti e bambini, borghesi e snob. Ognuno ha la sua interpretazione, anzi, ancora meglio: ognuno può slittare da un'interpretazione a un'altra, senza che nessuno se ne accorga. Quand'è che abbiamo smesso di cantare "Cuccuruccuccù" perché era un ritornello scemo e ci siamo messi a cantare "Cuccuruccuccù" perché era una canzone malinconica e struggente? In ogni caso, un bambino che canta "Cuccuruccuccù" sembra già più intelligente; un adulto che canta "Cuccuruccuccù" sembra altrettanto scanzonato e intelligente, senza fare niente di particolarmente impegnativo che non sia cantare "Cuccuruccuccù".
Il metodo vantava, ovviamente, ripetuti tentativi di imitazione. "Un'estate al mare" è la matrigna di una serie di canzoni che hanno illuminato le estati '80: ironiche e stupide a scelta. L'estate sta finendo, Maracaibo, mare forza nove, etc.. Queste canzoni tuttora continuano a far ballare i trentenni sulle spiagge: sulla distanza sono sopravvissute al revival delle sigle dei cartoni giapponesi: segno che anche la nostalgia col tempo si fa un po' più sofisticata?
Il ritornello più esemplare mi sembra "Cocco bello / cocco fresco / non è che mi diverta", di Orietta Berti (ma c'è ancora lo zampino di Battiato, sotto pseudonimo). Anche in questo caso, sono possibili infinite letture: non che io mi diverta a cantare queste scemenze; e invece sì, mi diverto un mondo a stare in spiaggia e ascoltare i venditori di cocco in lontananza; oppure, mi diverto un sacco (a cantare e a prendere il sole) ma non ho il coraggio di ammetterlo, etc.. Piccoli pudori dei primi anni '80. Si praticava il banalotto (che non era ancora trash), ma si confessava (o si affettava) un certo imbarazzo. Non si grufolava ancora nel truogolo: quello è venuto dopo.
La stessa Giuni Russo si sentiva probabilmente prigioniera del genere: due anni dopo tentò di imporre un 45 giri con una bella canzone d'atmosfera, poetica, Mediterranea: ma i dj delle radio le preferirono il lato B, Limonata Cha Cha Cha ("Cha Cha Cha / della limonata / Cha Cha Cha / seduti in riva al mar"). Ancora due anni, e poi la resa: nel 1986 Giuni dichiarava di voler fuggire ad Alghero in compagnia dello straniero. Più che giusto che la genitrice non sapesse come si buttava via il talento della figlia. www.leonardo.blogspot.com
Bobbio gli intellettuali e la missione del Grillo parlante
UMBERTO ECO
dal Repubblica
L´aver scelto per il titolo un richiamo alla Missione del dotto di Fichte mi pone immediatamente in difficoltà. Anzitutto negli scritti di Bobbio a cui mi riferirò, scritti nel primo quinquennio degli anni Cinquanta e poi riuniti in Politica e Cultura nel 1955, i protagonisti o l´oggetto del dibattito sono gli uomini di cultura, che è qualifica più generica di quella troppo impegnativa di dotto. In secondo luogo le polemiche di Bobbio si svolgevano in quegli anni Cinquanta in cui oggetto del contendere era piuttosto la figura dell´intellettuale, vuoi impegnato, vuoi organico, vuoi clerc traditore alla Benda, e anche qui la qualifica sembra più generica, coinvolgendo coloro che fanno professione intellettuale in genere, e scrittori o poeti che esiteremmo spesso a definire come dei dotti.
Il dotto fichtiano avrebbe potuto essere il sapiente o lo scienziato, ma dobbiamo pure tenere presente che per la filosofia idealistica tedesca l´unica figura di scienziato degna di questo nome era quella del filosofo. Come filosofo Fichte si rivolge nel 1794 ai suoi studenti, disegnando una figura che evoca, senza crucciarsene, l´infelice avventura politica del Platone anziano: dove il filosofo appare come l´unico che possa disegnare un modello di Stato. Ancora agitato da fremiti che potremmo definire anarchici, Fichte pensava, è vero, che sarebbe potuto venire un momento «in cui tutte le aggregazioni statali saranno superflue», ma sapeva che questo momento non era ancora venuto, e quando riprenderà a parlare di conduzione del corpo sociale penserà in termini di Stato etico e non di congregazione libertaria.
La missione del GRILLO PARLANTE
l´egemonia della sinistra in vaniloquio
criticare la propria parte ecco il vero engagement
Il compito degli uomini di cultura, scriveva Bobbio negli anni Cinquanta, è quello di seminare dubbi, non di raccogliere certezze
Occorre mantenere la necessaria distanza critica, come pensava Calvino sistemando Cosimo Piovasco di Rondò sopra gli alberi
Fichte, nel suo celebre discorso sul dotto, invitava l´intellettuale ad "agire, agire!"
UMBERTO ECO
(segue dalla prima pagina)
In assenza di una situazione utopica, Fichte pensava al filosofo come a colui che avrebbe dovuto sorvegliare e favorire il progresso reale dell´umanità. Non solo promuovere l´incremento della scienza, ma anche guidare gli uomini alla coscienza dei loro veri bisogni e rivelare loro i modi per soddisfarli. Il dotto è per sua missione il maestro dell´umanità, l´educatore del genere umano, l´uomo moralmente più perfetto del suo tempo, che non solo vede il presente, ma anche l´avvenire. Fichte di fatto preparava la figura del filosofo alla Gentile, che dello Stato etico e della sua politica concreta doveva farsi maestro e fondatore. Se così è, questa visione del dotto e della sua funzione sociale ha poco a che vedere con le posizioni di Norberto Bobbio, che apriva Politica e cultura con l´affermazione: «Il compito degli uomini di cultura è più che mai oggi quello di seminare dei dubbi, non già di raccogliere certezze», e nel 1954 scriveva: «Che gli intellettuali formino o credano di formare una classe a se stante, distinta dalle classi sociali ed economiche, e si attribuiscano quindi un compito singolare e straordinario, è segno di cattivo funzionamento dell´organismo sociale».
La prima lezione di Politica e cultura è dunque una nozione di modestia: sin dalla prima pagina il libro avverte che il vero problema del tradimento dei chierici «si riconnette alla figura romantica del filosofo», che si era proposta di «trasformare il sapere umano, che è necessariamente limitato e finito, e quindi richiede molta cautela insieme con molta modestia, in sapienza profetica». I saggi che Bobbio scriveva nel periodo tra 1951 e 1955 apparivano in un clima in cui la figura del dotto aveva perso le prerogative platoniche che le assegnava Fichte, se da destra gli si rimproverava di avere tradito la sua funzione scendendo nell´agone politico, e da sinistra gli si imponeva una militanza al servizio della classe, dove a dettare la tabella dei bisogni e la panoplia dei mezzi per soddisfarli era piuttosto il partito, interprete della classe, a cui i dotti dovevano legarsi organicamente.
Per questo, abbandonata ogni idealizzazione del sapiente come maestro dell´umanità, ci si chiedeva piuttosto quale fosse il ruolo e il dovere degli intellettuali.
Io credo che dobbiamo fare ora una pausa, vorrei dire di carattere semiotico, senza coinvolgere Bobbio in questa mia parentesi, per decidere che cosa vogliamo intendere per intellettuale, onde non cadere nelle mille trappole in cui ci ha sovente attirato questo termine multiuso. Ne tenterò una definizione assai circoscritta, nella persuasione di non allontanarmi eccessivamente dal modo in cui anche Bobbio lo intendeva. Persuasione che si poggia sul fatto che credo che le poche idee che mi sono fatte sull´argomento nascono proprio dalla lettura che a ventitré anni ho fatto del libro di Bobbio.
Se, come talvolta si indulge nel discorso comune, intellettuale fosse colui che lavora con la testa e non con le mani (e vigesse ancora la distinzione tra arti liberali e arti meccaniche) allora dovremmo ammettere che intellettuale non è solo il filosofo o lo scienziato, o il professore di matematica nelle scuole medie, ma anche l´impiegato di banca, il notaio e oggi, in un´epoca di terziarizzazione avanzata, potrebbe svolgere lavoro intellettuale persino il neo operatore ecologico (nel passato vile netturbino) che inserisca nel suo computer il programma adeguato per la pulizia automatizzata di un intero quartiere. Ma questa accezione curiosamente lascerebbe fuori i chirurghi e gli scultori, e in ogni caso ci indurrebbe ad assumere che chi fa lavoro intellettuale, come del resto chi fa lavoro manuale, abbia l´unica funzione di farlo bene, il bancario di controllare che i suoi rendiconti non siano alterati da un virus, il notaio stendendo dei rogiti corretti, senza che nessuno di essi debba impegolarsi in questioni politiche.
Parliamo dunque di lavoro intellettuale per definire l´attività di chi lavora più con la mente che con le mani, e proprio per distinguere il lavoro intellettuale da quella che chiameremo funzione intellettuale. La funzione intellettuale si definisce quando qualcuno, sia lavorando con la testa che pensando con le mani, contribuisce creativamente al sapere comune e al bene collettivo. Svolgerà dunque funzione intellettuale (magari per una volta sola in vita propria) anche il contadino che osservando il susseguirsi delle stagioni inventerà una nuova forma di rotazione delle culture, il maestro elementare che metterà in opera tecniche di pedagogia alternativa, e poi certamente lo scienziato, il filosofo, lo scrittore, l´artista, ogni volta che inventano qualcosa di inedito.
Qualcuno potrebbe pensare che si sta identificando la funzione intellettuale con quella attività misteriosa che chiamiamo creatività, ma anche questa nozione è oggi ampiamente inquinata. Se andate su Internet a cercare la parola creatività, o creativity, troverete 1.560.000 siti dedicati a questo concetto, e nella maggior parte di essi si considera la creatività come una capacità industriale e commerciale di risolvere problemi, e la si identifica con l´innovazione, ovvero la disposizione a concepire idee nuove. A tale arte sono dedicati molti siti che insegnano come diventare creativi e, pertanto, guadagnare molto denaro. Ecco per esempio una definizione: «Per molti uomini d´affari il fine ultimo è il profitto e pertanto l´innovazione riguarda idee che incrementano le vendite».
Perché troviamo insoddisfacenti queste nozioni commerciali di creatività? Perché esse si riferiscono sì alla invenzione di un´idea nuova, ma non si preoccupano che la novità sia transitoria, di breve corso, come potrebbe avvenire all´idea del creativo pubblicitario che trova una nuova formula per pubblicizzare un detersivo, sapendo benissimo che sarà subito resa obsoleta dalla risposta della concorrenza.
Vorrei invece intendere per attività creativa quella che produce dell´inedito che la comunità sarà poi disposta a riconoscere, accettare, far proprio e rielaborare, come diceva C.S. Peirce, nel lungo periodo - e che pertanto in tal modo diventa patrimonio collettivo, sottratta allo sfruttamento personale.
Per essere tale la creatività deve sostanziarsi di attività critica. Non è creativa l´idea sorta nel corso di un brainstorming, buttata là tanto per tentarle tutte, e accettata entusiasticamente in mancanza di meglio. Affinché sia creativa essa deve essere vagliata e, almeno per la creatività scientifica, passibile di falsificazione. La funzione intellettuale si svolge dunque per innovazione ma anche attraverso la critica del sapere o delle pratiche precedenti, e soprattutto attraverso la critica del proprio discorso. Pertanto può non essere creativa la composizione del poetastro a proprie spese che addirittura non sa di rimasticare stilemi desueti, e può essere creativa la ricostruzione polemica dello storico che semplicemente rilegge in modo nuovo documenti già noti. È creativo il critico letterario (o il semplice professore di letteratura nei licei) che di suo non ha mai scritto nulla ma insegna a rileggere in modo inedito chi ha scritto prima di lui e in luogo suo, e contemporaneamente mette a nudo la propria poetica, e non sarà creativo né svolgerà funzione intellettuale il nostro collega universitario che per tutta la vita avrà stancamente ripetuto le nozioni manualistiche apprese ai tempi della laurea, pretendendo che i suoi discepoli non le mettano in discussione.
In questo senso, anche se svolge lavoro intellettuale, non esercita la funzione intellettuale chi legittimamente e meritoriamente si arruola come propagandista della propria parte: ottimo funzionario di un partito politico come si è ottimi creativi di un´agenzia pubblicitaria, il propagandista politico non potrà mai dire, come non potrà mai dirlo il pubblicitario, che il detersivo per cui lavora lava meno bianco dell´altro.
Credo che questa distinzione tra lavoro intellettuale e svolgimento della funzione intellettuale corrisponda abbastanza a quella proposta da Bobbio quando parlava della differenza tra politica della cultura e politica culturale, e scriveva nel 1952: «La politica della cultura come politica degli uomini di cultura in difesa delle condizioni di esistenza e di sviluppo della cultura, si contrappone alla politica culturale, cioè alla pianificazione della cultura da parte dei politici».
Alla luce di questa distinzione Bobbio dunque si domandava che cosa dovessero fare gli uomini di cultura, e che la sua domanda risentisse dell´idea dell´impegno politico e sociale dell´intellettuale era inevitabile, perché questo era il punto del dibattito degli anni Cinquanta. Nell´affermare che era segno di disfunzione sociale l´idea che gli intellettuali avessero funzione straordinaria, profetica e oracolare, Bobbio teneva conto della situazione storica in cui parlava. Osservava che il nostro paese non era una società funzionale, emergeva dalla convulsione della guerra e della Resistenza, e operava in quegli anni come se una nuova convulsione fosse imminente. Nelle società non funzionali le varie parti non si ordinano a un fine (forse inconscio riferimento all´utopia fichtiana del dotto), si disarticolano e cozzano le une contro le altre.
In questa situazione dilaniata Bobbio si trovava di fronte a due aut aut di cui rifiutava l´inevitabile dogmatismo. Se ci rileggiamo i suoi dibattiti di quel periodo vediamo che essi ruotavano sempre intorno a due contrapposizioni, quella tra Oriente e Occidente (ovvero tra mondo socialista e mondo liberal-capitalista) e quella tra engagement politico e fuga dall´impegno.
Bobbio ricordava la funzione che aveva avuto la rivolta intellettuale, anche se talora silente, nel periodo della dittatura, e riconosceva un «processo rivoluzionario in atto». Da un lato era affascinato da questo processo rivoluzionario e non intendeva demonizzarlo, dall´altro riteneva che di fronte a qualsiasi processo rivoluzionario in atto la missione degli uomini di cultura fosse quella di conciliare la giustizia con la libertà. Pertanto tutti i suoi dibattiti con Bianchi Bandinelli o con Roderigo di Castiglia alias Togliatti vertevano sul fatto che la funzione politica della cultura era la difesa della libertà. Riaffermava a più riprese, seguendo Croce, che «la teoria liberale non è una teoria politica, ma metapolitica», un ideale morale che sostanzia di sé «il partito degli uomini di cultura». Ma, mentre questo ideale opponeva ai suoi interlocutori comunisti, criticava lo stesso Croce perché a guerra finita aveva identificato questa "forza non politica" con uno dei tanti partiti sorti in quegli anni.
Ma se il partito degli uomini di cultura doveva battersi per riaffermare il principio della libertà, chi militava in questo partito metapolitico non poteva sottrarsi a un impegno politico. Il problema è che i suoi interlocutori di allora intendevano l´impegno politico alla luce dell´idea di intellettuale organico. E qui si scavava una nuova frontiera di discussione, poiché credo che Bobbio consentisse con lo slogan del secondo Vittorini, per cui l´intellettuale non poteva e non doveva suonare il piffero alla rivoluzione.
Come prendere parte senza suonare il piffero? Bobbio riteneva gli intellettuali non solo come suscitatori d´idee ma anche come guide del processo di rinnovamento in corso, e faceva in parte proprie le parole di Giaime Pintor secondo le quali «le rivoluzioni riescono quando le preparano i poeti e i pittori, purché poeti e pittori sappiano quale deve essere la loro parte». Dico in parte, perché il problema era quale dovesse essere la parte dell´intellettuale, se essa non poteva essere identificata né con la cultura politicizzata («che ubbidisce a direttive, programmi, imposizioni che provengono dai politici») né con la cultura apolitica del ritiro nella torre d´avorio.
Ed è qui che egli rifiutava al tempo stesso gli slogan del tipo al di sopra della mischia, né di qua né di là, oppure e di qua e di là, richiamandosi a una politica della cultura come compito della sintesi, capacità di critica di entrambe le posizioni, non tentativo di una terza via a tutti i costi. Bobbio non era come diremmo oggi un "terzista", proponeva un impegno da una parte, ma accompagnato dal dovere, perseguito a ogni costo, di mediare criticando, ponendo sempre non solo gli avversari ma soprattutto gli amici di fronte alle loro proprie contraddizioni.
Ho citato il saggio del 1951 per cui il compito degli uomini di cultura è quello di seminare dubbi anziché raccogliere certezze. Ci pare un´affermazione quasi ovvia, ma Bobbio la pronunciava in un periodo in cui l´intelligentzia progressista chiedeva agli intellettuali di produrre certezze. E dunque bisogna ancora far fruttare questa lezione, interpretandola in questo senso: gli intellettuali non risolvono le crisi, ma le creano. Gli intellettuali o creano rivoluzioni copernicane, o rimangono scoliasti di Tolomeo.
Ma presso chi l´intellettuale deve instaurare la crisi? Veniamo ora alla seconda grande lezione di Bobbio. Viene da sorridere quando, parlando dell´Italia del dopoguerra, si ascoltano ancora vaniloqui sull´egemonia della sinistra, spostando ovviamente Bobbio tra i sostenitori dell´Impero del Male, quando egli, pur ritenendosi uomo di sinistra, ha speso gran parte della propria vita a polemizzare con quella sinistra che all´epoca si voleva egemone. E questo significa che, dando alla parola "parte" un senso non strettamente partitico, la lezione principale di Bobbio, o almeno quella che io ne ho tratto leggendolo allora, è stata che l´intellettuale svolge la propria funzione critica e non propagandistica solo (o anzitutto) quando sa parlare contro la propria parte. L´intellettuale impegnato deve mettere anzitutto in crisi coloro a fianco dei quali s´impegna.
Questo certamente Bobbio ci diceva quando sosteneva che, per quanto si sentissero schierati, gli uomini di cultura dovevano anzitutto opporsi criticamente a procedimenti falsificatori e a ragionamenti viziati, che «si può benissimo non restare neutrali, cioè mettersi da una parte piuttosto che da un´altra, mantenendosi fedeli al metodo dell´imparzialità», perché «essere imparziali non significa non dare ragione a nessuno dei due contendenti, ma dare ragione all´uno o all´altro, o magari torto a tutti e due, a ragion veduta», che «si può essere imparziali senza essere neutrali» e che «al di là del dovere di entrare nella lotta, c´è, per l´uomo di cultura, il diritto di non accettare i termini della lotta così come sono posti, di discuterli, di sottoporli alla critica della ragione» perché «al di là del dovere della collaborazione c´è il diritto della indagine», e infine che «sarebbe già qualcosa se gli uomini di cultura difendessero l´autonomia della cultura all´interno del proprio partito o del proprio gruppo politico, nell´ambito dell´ideologia politica a cui hanno liberamente aderito e in favore della quale sono disposti a dare la loro opera di uomini di cultura».
Parole sufficienti a costituire per me, allora giovane lettore, la quintessenza delle mie personali idee sulla nozione di engagement. Tanto che nel 1968, invitato come cane sciolto a esprimermi sui problemi dell´impegno in un convegno di partito, ho affermato che il primo dovere dell´intellettuale è parlare contro la parte con cui sta, anche a costo di essere fucilato dopo la prima ondata. Avevo tratto cioè dalla lettura di Bobbio una nozione di funzione dell´intellettuale come Grillo Parlante, e tutto sommato ritengo che sia ancora l´unica giusta.
E avevo usato, allora, una metafora che non era di Bobbio, bensì di Calvino: l´intellettuale deve partecipare stando sugli alberi. Il Barone rampante di Calvino è del 1957, esce pertanto due anni dopo Politica e cultura, ed è stato in ogni caso pensato quando apparivano nel corso di un quinquennio gli scritti di Bobbio di cui stiamo parlando. Sono sempre stato fermamente convinto che nell´ideare la figura di Cosimo Piovasco di Rondò Calvino pensasse a come Bobbio concepiva la funzione dell´intellettuale. Cosimo Piovasco non si sottrae ai doveri che il suo tempo gli impone, partecipa ai grandi eventi storici del momento, ma cercando di mantenere quella distanza critica (nei confronti dei suoi stessi compagni) che gli è permessa dallo stare sugli alberi. Perde forse i vantaggi dello stare coi piedi per terra, ma acquista in ampiezza di prospettiva. Non sta sugli alberi per sfuggire ai propri doveri, ma sente che il suo dovere, per non essere visconte dimezzato o cavaliere inesistente, è di essere agilmente rampante.
Ma torniamo a Bobbio. Per riuscire a sostenere questa funzione dell´intellettuale come Grillo Parlante occorre un ragionevole pessimismo, se non della volontà almeno della ragione. Vorrei tornare al finale de La missione del dotto, proprio per sottolineare in chiusura le differenze tra la visione di Bobbio e quella di Fichte. Polemizzando contro il pessimismo russoviano Fichte conclude il suo appello agli studenti con una dichiarazione di ottimismo storico-dialettico, già hegeliano: «Castigare e schernire amaramente, senza indicare agli uomini il modo per migliorarsi, non è atto da amico. Agire, agire! Ecco il fine per cui esistiamo. Con qual ragione potremmo adirarci, perché gli altri non sono così perfetti come noi, se noi stessi di ben poco fossimo migliori di loro? E non è forse questa nostra maggiore perfezione un monito che ci dice che siamo chiamati a lavorare per il perfezionamento degli altri? Esultiamo alla vista del campo sterminato che siamo chiamati a lavorare! Esultiamo di sentirci forti e avere un compito che è infinito!». E ora Bobbio: «Io sono un illuminista pessimista. Sono, se si vuole, un illuminista che ha imparato la lezione di Hobbes, di de Maistre, di Machiavelli e di Marx. Mi pare, del resto, che l´atteggiamento pessimistico si addica di più che non quello ottimistico all´uomo di ragione. L´ottimismo comporta pur sempre una certa dose d´infatuazione, e l´uomo di ragione non dovrebbe essere infatuato. E siano pure ottimisti coloro che credono che sì essere la storia un dramma, ma lo considerano come un dramma a lieto fine. Io so soltanto che la storia è un dramma, ma non so, perché non posso saperlo, che sia un dramma a lieto fine. Gli ottimisti sono gli altri, quelli come Gabriel Pery, che morendo gloriosamente lasciò scritto: "Preparerò tra poco dei domani che cantano". I domani sono venuti, ma i canti non li abbiamo ascoltati. E quando mi volgo attorno, non odo canti, ma ruggiti. Questa professione di pessimismo non vorrei che fosse intesa come un gesto di rinuncia. È un atto di salutare astinenza dopo tante orge di ottimismo, un ponderato rifiuto di partecipare al banchetto dei retori sempre in festa. È un atto di sazietà più che di disgusto. E poi il pessimismo non raffrena l´operosità, anzi la rende più tesa e diritta allo scopo. Tra l´ottimista che ha per massima: "Non muoverti, vedrai che tutto si accomoda" e il pessimista replicante: "Fa´ d´ogni modo quel che devi, anche se le cose andranno di male in peggio", preferisco il secondo. (...) Non mi riesce più di separare nella mia mente la cieca fiducia nella provvidenza storica o teologica dalla vanità di chi crede di essere al centro del mondo e che ogni cosa avvenga a suo cenno. Apprezzo e rispetto invece colui che agisce bene senza chiedere alcuna garanzia che il mondo migliori e senza attendere non dico premi ma neppure conferme. Solo il buon pessimista si trova in condizione di agire con la mente sgombra, con la volontà ferma, con sentimento di umiltà e piena devozione al proprio compito».
Tale mi pare la missione del dotto rivisitata.
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Ds Milano - Rassegna stampa
Il centrodestra preme per una Telekom Serbia-bis
di red.
Deve essere archiviata l'inchiesta della procura di Roma che vedeva indagati Romano Prodi, Piero Fassino e Lamberto Dini per la loro mancata audizione davanti alla Commissione Telekom Serbia. A presentare la richiesta oggi a Palazzo di Giustizia a Roma sono stati il procuratore capo Giovanni Ferrara, il procuratore aggiunto Carlo Figliolia ed il pm Salvatore Vitello.
Enzo Trantino (nella foto), presidente uscente della Commissione Telekom Serbia, insiste e rende noto di aver impugnato davanti al gip di Roma la richiesta di archiviazione della procura delle posizioni di Lamberto Dini, Romano Prodi e Piero Fassino. Per l'esponente di Alleanza Nazionale non presentarsi davanti a una commissione d'inchiesta è un "oltraggio" nei confronti delle istituzioni. Sembrerebbe un'iniziativa autonoma, ma in realtà Trantino ha eseguito un ordine. Prima della chiusura dei lavori, la Cdl in Commissione aveva dato mandato al presidente, Trantino appunto, di presentare gli esposti-denuncia contro Prodi, Dini e Fassino e di fare opposizione in caso di una eventuale richiesta di archiviazione. Detto, fatto.
In più Trantino minaccia di istituire una Telekom Serbia-bis. La Cdl sembra così intenzionata. «Pochi giorni fa - afferma Trantino - Gustavo Selva (An) ha presentato un decreto per l'istituzione di una nuova commissione, sottoscritto da Elio Vito (Fi), Anedda (An), Volontè (Udc) e Cè (Lega)». La maggioranza sembra essere essere recidiva. I fatti avevano dimostrato che la Telekom Serbia era stata un'enorme montatura per colpire politicamente l'avversario. Gli arresti del "conte" Igor Marini e di Antonio Volpe, principali teste dell'inchiesta, avevano rivelato l'inconsistenza delle accuse mosse nei confronti di "Ranocchio" (Dini), "Cicogna" (Fassino) e "Mortadella" (Prodi).
La Commissione parlamentare era nata per fare luce sull'acquisto da parte di Telecom Italia del 29% dell'azienda ex jugoslava nel 1997 e sul pagamento di eventuali tangenti. Per nove mesi, lo scorso anno, i lavori dell'organo parlamentare si sono concentrati sulle accuse lanciate da alcuni faccendieri a Romano Prodi, Piero Fassino e Lamberto Dini - al governo nel 1997, - rei di avere intascato denaro per favorire l'affare con il governo jugoslavo di Slobodan Milosevic. Avevano fatto seguito chili di polemiche, con Fassino che aveva detto, seccato, che a Palazzo Chigi c'era «un burattinaio». Locuzione che equivaleva a dire che la faccenda era manovrata nelle stanze del potere.
L'accusa si era poi sgonfiata dopo che la magistratura di Torino, titolare delle indagini su Telekom Serbia, aveva arrestato Igor Marini e da ultimo Antonio Volpe, poi scarcerati. E dopo che una serie di inchieste giornalistiche aveva portato alla luce un torbido intrigo a margine della commissione, perpetrato allo scopo di sfornare false prove contro gli esponenti del centrosinistra. Nel marzo scorso i parlamentari ulivisti della Commissione Telekom Serbia avevano presentato le proprie dimissioni sostenendo che i colleghi del centrodestra si rifiutavano di fare luce sulle connivenze politiche degli accusatori. Di qui la decisione di Dini, Prodi e Fassino di non presentarsi davanti alla commissione parlamentare.
unita.it
Le occasioni perse di Velletri.
Ci ha fatto molto piacere la visita dei rappresentanti della città
tedesca di Offenbach am Main, gemellata alla nostra città. I rapporti di
scambio di informazioni, esperienze, culture, sono sempre giovevoli per
tutti i protagonisti. I rappresentanti della giunta di destra Veliterna
farebbero bene, perciò, a porre attenzione a tutto ciò che la città
“gemellata” di Offenbach può insegnarci.Guidata dal sindaco
socialdemocratico Gerard Grandke dal 1994 con una giunta di centrosinistra,
Verdi e
Socialdemocratici, la città ha, infatti, superato una grave crisi
occupazionale. Nel corso di questi anni i nostri “gemelli” sono riusciti a
portare una città finita nel gorgo della de-industrializzazione nel
terziario avanzato. Invece di reclamare soldi pubblici per attività
decotte, hanno investito nella posizione, Offenbach si trova in un area ad
alto gradiente imprenditoriale, nella logistica, nel turismo
congressuale. Tutto ciò, ovviamente, nella massima collaborazione con i vari
governi provinciali, regionali e federali di qualunque colore fossero. In
poche parole in Europa sanno fare sistema e tutto ciò lungi da indebolire
le specificità locali le esalta ulteriormente. Molti dei problemi delle
città europee non possono che essere risolti in un piano extra
–comunale, ma tutto ciò rende ancora più centrale la figura dei politici
locali, che invece di essere semplici Amministratori
divengono figure chiave quasi manageriali, figure pivot che aggregano
esperienze, percorsi, Know –how, che lavorano in gruppo, spingono,
progettano, innovano, ”ristrutturano” il presente e pongono le basi per il
futuro. Come è del tutto evidente questa descrizione rappresenta la
nemesi letterale dell’attuale amministrazione di Velletri. La capacità di
rapportarsi alle altre amministrazioni in maniera costruttiva ed
“adulta”, senza complessi di superiorità o di inferiorità di sorta, la
progettualità, la curiosità nel cercare nuove vie intellettuali , sono virtù
completamente mancanti nella classe politica attualmente al governo della
città .La posizione di Velletri ,come Offenbach,è centrale , mediana
fra la pianura pontina ,il mare e il vasto mercato di Roma,un punto
adatto per un nodo di scambio gomme ferrovie per merci , e ,allo stesso
tempo, un luogo ideale per favorire l’insediamento di una filiera di
trasformazione delle merci stesse con conseguente creazione di valore
aggiunto, e ideale ,inoltre, per la logistica . Tutto ciò avrebbe potuto
,potrebbe ancora essere fatto , ma richiederebbe una capacità di far
sistema anche da parte degli organismi imprenditoriali probabilmente del
tutto assente nella nostra realtà . Anche nel campo agricolo ,per citare
uno dei numerosi esempi, il comune avrebbe potuto far da volano creando
,magari , un’area per una fiera agricola in grado
di calamitare tutte le energie imprenditoriali presenti nei castelli e
nella pianura pontina, senza parlare del poco o niente che è stato
fatto per lo sviluppo turistico.Presto il “polmone” edilizio rappresentato
da Roma si raffredderà con conseguenze notevoli per le nostre
micro-imprese in subappalto , inutile illudersi ,mettendo la testa sotto la
sabbia, pensando che si costruirà in eterno,ci troveremo a far fronte
prima o poi a conseguenze apparentemente inattese ,ma in realtà facilmente
prevedibili, che colpiranno fortemente il tessuto occupazionale della
nostra città .Una classe politica responsabile si preoccuperebbe,oggi,
di creare una transizione “dolce” offrendo una via d’uscita per coloro
che ,domani, saranno colpiti da gravi problemi occupazionali ,proprio
come hanno fatto a Offenbach ,come purtroppo non si farà a Velletri.
Cittadini per l’Ulivo “Velletri fuori dalla palude” circolo Volontè
Tribunale di Velletri: la CGIL denuncia i tempi lunghissimi per una causa di
lavoro e di previdenza: occorrono dai 3 ai 4 anni per ottenere giustizia e lo
stesso vale per una causa di licenziamento! Per questo motivo la CGIL ha
deciso di chiedere un incontro con il Presidente del Tribunale di Velletri.
Intervista a Mara Monnati, coordinatrice Uffici Vertenze Legali territoriali
della C.D.L.T. – CGIL POMEZIA CASTELLI COLLEFERRO SUBIACO
A seguito di una valutazione riscontrata dal Coordinamento degli avvocati
CGIL sul contenzioso, sviluppato dagli Uffici vertenze CGIL, pendente presso
il Tribunale di Velletri, la Responsabile dell’UVL (Ufficio Vertenze Lavoro)
della CGIL territoriale, Mara Monnati, denuncia il graduale e preoccupante
aumento della pendenza dei procedimenti ex art. 409: “I tempi di soluzione
delle cause di lavoro sono aumentati in maniera esponenziale, i rinvii delle
udienze sono stabiliti ad un anno e più, anche in situazioni di impugnative di
licenziamento!”
Perché si sono allungati i tempi di soluzione delle cause?
“Erano già molto lunghi prima che si realizzasse la riforma del tribunale dei
Castelli Romani, diventata effettiva dal giugno del 2000, che ha visto
l’accorpamento al circondario del Tribunale di Velletri dei comuni di Pomezia,
Ardea e Frascati, realizzando così la ricomposizione di un’area omogenea in
geografia, storia, cultura, tradizioni e attività produttive, commerciali e
servizi.
Il nuovo e più ampio assetto territoriale del circondario del Tribunale di
Velletri rendeva necessario far fronte alle relative esigenze così poste, con
un più congruo adeguamento dell’organico, sia degli organi giudicanti, che del
personale impiegato presso la cancelleria del lavoro. Un risultato importante
che è stato frutto della nostra iniziativa sviluppata negli anni e che ha
visto coinvolti la magistratura del lavoro, l’ordine degli avvocati del foro
di Velletri, il Ministero di Grazia e giustizia, gli avvocati del
coordinamento territoriale, i sindaci, deputati e consiglieri regionali. Ma ad
oggi il problema ancora permane, e questo contrasta non solo con le finalità
della legge 533/73, che riformava il processo del lavoro, consentendo la
realizzazione del diritto in tempi rapidi, ma anche con lo spirito della
riforma che ha introdotto il Giudice Unico di primo Grado, tesa ad ottenere
non solo l’ottimizzazione dei tempi di durata dei Processi, ma anche la
diminuzione delle giacenze”.
Quindi, cosa volete chiedere al Presidente del Tribunale?
“Riteniamo sia necessario assumere delle iniziative presso gli organi
competenti, per giungere in tempi brevi e con urgenza alla costituzione di una
sezione lavoro presso il Tribunale di Velletri, previo adeguamento e relativo
incremento del personale giudicante ad almeno 5 unità e l’introduzione di
criteri informatici che, unitamente all’aumento dell’organico impiegatizio,
possano ottimizzare i tempi e le modalità di lavoro delle cancellerie. Mi
auguro che il Presidente del Tribunale di Velletri, a cui è stato chiesto
l’incontro, accolga in maniera sollecita la nostra richiesta di aiuto per
garantire l’esigibilità dei diritti e la dignità di chi lavora. Non
dimentichiamoci che oggi, con l’introduzione di 42 nuove forme di contratto di
lavoro precarizzante, oltre a quelle già esistenti, il ricorso alla
Magistratura in molti casi è l’unica soluzione per vedersi riconoscere i
propri diritti”.
Genzano, 28 settembre 2004
Per info: Mara Monnati
Documento della Direzione nazionale del Movimento Federalista Europeo
senza un governo federale, l'Europa non riesce a dare una risposta efficace alle richieste di pace e di benessere dei propri cittadini, mentre il vuoto di potere europeo accresce l'instabilità e l'insicurezza internazionale;
La Direzione nazionale del Movimento Federalista Europeo
prendendo atto
che le scadenze istituzionali a cui si troverà confrontata l'Unione europea nei prossimi mesi - la riforma dell'ONU, la riforma del Patto di stabilità e l'allargamento alla Turchia - dimostrano ancora una volta che, senza un governo federale, l'Europa non riesce a dare una risposta efficace alle richieste di pace e di benessere dei propri cittadini, mentre il vuoto di potere europeo accresce l'instabilità e l'insicurezza internazionale;
fa osservare
- per quanto riguarda la riforma dell'ONU, che la politica perseguita da Francia e Germania, con la proposta dell'ingresso della Germania nel Consiglio di sicurezza, dimostra la loro inconfessata volontà di costruire un Direttorio europeo dei paesi forti, legittimato su scala mondiale, impedendo così non solo all'Unione europea di parlare al mondo con una sola voce, ma anche di avviare una riforma dell'ONU sulla base di grandi Unioni regionali di stati: la sola via per consentire a tutti i popoli, indipendentemente dal loro potere militare o economico, di partecipare su un piede di parità al governo del mondo;
- per quanto riguarda la riforma del Patto di stabilità e crescita, che i governi nazionali continuano ad illudere i cittadini che un Patto, il cui scopo essenziale è quello di garantire la stabilità finanziaria contenendo gli eccessi di spesa da parte degli stati membri, possa anche servire per la crescita dell'economia europea, che scaturirebbe spontaneamente dal coordinamento delle politiche nazionali; la verità è, invece, che la crescita non è più un problema nazionale, perché l'Unione si deve confrontare con giganti mondiali quali gli USA, la Cina, l'India, il Giappone, ecc.; la Commissione europea deve dunque essere messa in condizione di lanciare un nuovo Piano Delors per la crescita e l'occupazione, anche attingendo al mercato dei capitali europei con l'emissione di Eurobonds e l'assegnazione di nuove risorse finanziarie proprie all'Unione, che deve godere di autonomia impositiva;
- per quanto riguarda l'ulteriore allargamento alla Turchia, che l'ingresso di questo stato nell'Unione dovrebbe essere considerato come un atto di saggezza politica in un momento in cui forze eversive internazionali pretendono di strumentalizzare le religioni e la cultura per affermare l'idea di uno scontro tra civiltà; tuttavia, mentre l'allargamento dell'Unione a paesi di culture, di nazionalità e di religioni differenti dimostra che la pace tra nazioni diverse è possibile e che le istituzioni europee possono diventare un modello di inclusione e di convivenza di tutti i popoli del mondo, i cittadini europei sono inquieti e, in parte, contrari all'ingresso della Turchia, a causa della incapacità persistente dell'Unione di garantire i diritti fondamentali, il rispetto della legislazione comunitaria e la democrazia in tutto il suo territorio;
chiede al Parlamento europeo
- di prendere al più presto una posizione a sostegno dell'ingresso dell'Unione nel Consiglio di sicurezza dell'ONU, invitando contemporaneamente Francia e Gran Bretagna a trovare i compromessi transitori necessari per consentire all'Europa di parlare al mondo con una sola voce e avviare una riforma dell'ONU sulla base delle grandi Unioni regionali di stati;
- di impegnare la Commissione europea a rilanciare un nuovo Piano Delors per la crescita e l'occupazione, senza il quale la strategia di Lisbona, che vorrebbe fare dell'Europa l'economia più dinamica del mondo fondata sulla conoscenza, è destinata al fallimento;
- che i negoziati per l'adesione della Turchia si accompagnino ad una riforma veramente federale della Costituzione europea, almeno tra un primo gruppo di paesi, per evitare che l'allargamento si traduca nella dissoluzione dell'Unione in un vasto mercato senza alcuna identità politica;
chiede al Parlamento europeo e ai governi nazionali
- che le ratifiche della Costituzione europea vengano fatte simultaneamente nella prima decade del maggio 2005, come propone la Commissione costituzionale del Parlamento europeo;
chiede al governo tedesco e a quello italiano
di astenersi, come paesi membri dell'Unione, dal proporre la propria candidatura al Consiglio di sicurezza, sostenendo invece l'ingresso dell'Unione;
chiede a tutte le organizzazioni della società civile
di costituire, insieme ai federalisti, un "Forum per la democrazia europea" per intraprendere azioni comuni per favorire la ratifica della Costituzione europea e per discutere, sin da ora, le modalità più efficaci al fine di sollecitare il Parlamento europeo a promuovere la convocazione di una Convenzione costituente per la riforma federale della Costituzione europea.
Milano, 25 settembre 2004
settembre 28 2004
L’unica notizia che aspettavamo è arrivata
di redazione
28 Sep 2004
Ci sarà tempo per ricostruire, ora vogliamo solo ringraziare tutti coloro che hanno collaborato a questa meraviglioso risultato, a partire dal mondo arabo a musulmano che in tutto il mondo, ed in Iraq, si è mobilitato in modo corale. Un ringraziamento alla società civile, alle forze politiche, alle organizzazioni religiose, alle organizzazioni della resistenza irachena. Un ringraziamento alla società civile e alle forze politiche italiane. Un ringraziamento ai governi, a quello italiano e a quelli dell’area. Molti sono stati partecipi seguendo la linea del dialogo e della collaborazione. Abbiamo detto all’inizio di questa vicenda che il rapimento dei nostri quattro operatori di pace era una metafora della guerra. Che in Iraq ci sono milioni di altre persone ostaggi, della guerra e della violenza, prigionieri e rapiti. Non ci scorderemo di loro, chiediamo a tutti di non scordarli. Vorremmo sperare che anche la liberazione delle margherite possa essere una metafora della fine della guerra, e dell’occupazione, che possa prevalere anche per tutti gli iracheni la linea del dialogo e che tacciano le armi.
www.unponteper.it
«Certa nostra sinistra, razzista a rovescio»
Una filosofa, un'avvocata, una scrittrice e una sindacalista affrontano la «questione dei valori» e quella politica. E chiedono alla sinistra francese di dare più valore al pensiero dei «musulmani laici». Sull'argomento il manifesto ha pubblicato interventi e interviste di Alain Badiou, Michel-Antoine Burnier, Annamaria Rivera, Shirin Ebadi, Ida Dominijanni, Tariq Ramadan, Caroline Lucas, Etienne Balibar, Alma&Lila Lévy
ANNA MARIA MERLO
PARIGI
La sinistra francese si è divisa profondamente sulla legge «sulla laicità» e soprattutto sulla questione del velo. Come è stato possibile arrivare a questo punto, che sfiora l'incomprensione di fondo sui valori da difendere? A questa domanda del manifesto hanno risposto Nadia Tazi, filosofa, Wassyla Tamzali, avvocata (ex presidente della commissione per i diritti della donna dell'Unesco), Tewfik Allal, sindacalista, Chahla Chafiq, scrittrice iraniana rifugiata, tutti firmatari del «Manifesto per le libertà» (vedi il manifesto del 14 aprile 2004). Nadia. Per schematizzare grossolanamente, si tratta di un affaire molto complesso: nella sinistra francese c'è stata contemporaneamente contraddizione e confusione dei principi fondamentali. Da un lato, la lotta contro il razzismo in una società post-coloniale, che deve fare i conti con l'estrema destra, riscopre la lotta contro l'esclusione (economica, politica, ecc.) e contro il non riconoscimento dell'«altro» - una situazione che a sua volta richiama un malessere identitario dell'intero paese che trova, come succede sovente, uno sfogo nella scuola. Dall'altro lato c'è la lotta contro le discriminazioni sessuali, di cui il velo islamico è l'effigie; e, al di là di questo, l'opposizione all'islamismo, percepito come un'ideologia pericolosa nel contesto internazionale post-11 settembre.
E' una questione di cultura politica. Per l'estrema sinistra in particolare (polarizzata sulla violenza del capitalismo globalizzato, sulle «eccezioni culturali») non bisogna spingere ai margini ragazze già marginalizzate e vittime (del razzismo come del sessismo) proprio quando il governo di destra porta avanti un'offensiva neoliberista e securitaria. Per altri, la «religione della laicità» francese dovrebbe essere rivista rispetto sia alle mutazioni politiche contemporanee sia ai principi che la fondano (Condorcet e la libertà di coscienza).
Un mezzo inadeguato
Ma questo non rinvia solo a una questione di valori: molti hanno contestato il mezzo oltre che il fine, ritenendo che una questione riguardante costumi e mentalità non possa essere risolta in modo autoritario con una legge: il mezzo giuridico sarebbe inadeguato, se non pericoloso, poiché configura un antagonismo fra l'islam e la repubblica.
Nell'altro campo - quello dei favorevoli alla legge - molti ritengono che l'islamismo come ideologia politica debba essere combattuto e, facendo valere la loro esperienza sul campo nelle banlieues, che la questione del velo annunci altre recriminazioni (sulla piscina, la dispensa dalle lezioni di scienze naturali, la separazione dei sessi negli ospedali, ecc.) o più generalmente l'affiliazione a un movimento estremista globale.
Per quanto riguarda la scuola, bisogna conservare l'obiettivo di una stessa istituzione per tutti. Si è quindi vista una questione relativamente classica per le femministe, che ha già fatto dibattito in Usa o in India per esempio (quella del'intersezione femminismo/razzismo) ancorarsi da un lato sui problemi enormi del fallimento del modello di integrazione «alla francese», sulla laicità (altra singolarità francese), sulla scuola (crisi dell'autorità); dall'altro, anche se può apparire locale, questo caso non può evidentemente venire dissociato dalla questione geostrategica dell'islam oggi (scontro di civiltà, guerre in Iraq e in Medioriente, ecc.). E qui ancora ci sono stati apprezzamenti diversi della sinistra secondo le simpatie, i prismi socio-democratici, terzomondisti, liberali ecc. Se la questione del velo ha assunto questo carattere passionale è perché solleva questa complessità con sentimenti intrecciati, una massa di «non detti», di ignoranza, di malessere e di zelo reattivo: tutte cose che vanno al di là dello spartiacque destra/sinistra.
Il dibattito che è stato meno percepito è quello che ha avuto luogo tra i musulmani stessi e che non ha opposto solo credenti e non credenti, conservatori e progressisti, «identitari» e «assimilati», francesi e maghrebini: ma, più radicalmente, coloro che vogliono segnare una vera frontiera politica contro l'integralismo e coloro che passivamente (per conformismo sunnita, per «fraternità», o per complesso identitario) perpetuano una continuità tra islam (cultura o religione) e islamismo.
Bisogna esigere dalla sinistra che cessi di manifestare, in nome di un terzomondismo ottuso, dei sentimenti ambigui nei confronti dei democratici musulmani, percepiti come troppo occidentalizzati e non abbastanza rapresentativi, mentre al tempo stesso hanno la tendenza a passare sopra l'integralismo.
Wassyla. Io rivendico il diritto di parlare come persona di cultura musulmana - uso il termine «islamico» per chi è religioso. Ma anche la sinistra ci esclude in quanto musulmani laici, rifiuta di dare legittimità alla nostra parola. C'è poi un secondo punto: la questione del razzismo a ritroso della sinistra europea: il rifiuto di considerare che l'islam faccia parte della storia del pensiero e che possa essere sottoposto all'evoluzione del pensiero: la storia finisce dove comincia l'islam. E' come dire che i diritti dell'uomo sono un concetto che ha pertinenza solo tra gli Urali e la riva Nord del Mediterraneo.
Razzismo a ritroso
Questo razzismo a ritroso parte da un buon sentimento: riempire il deficit di solidarietà, sottolineare l'eguaglianza tra le culture; ma ha un contro-effetto, quello di mettere questa cultura in un luogo al di fuori del pensiero. In questo modo viene escluso dal pensiero il processo di resistenza. Invece il solo approccio solidale, secondo me, in una situazione di mondializzazione, è la resistenza tra diversi gruppi nelle diverse culture.
Tewfik. Anche nel caso della polemica sul velo è emerso lo scarto esistente tra organizzazioni di sinistra ed immigrazione - non è la prima volta. E' come se nel discorso politico della sinistra, anche della sua parte umanista, venisse utilizzato lo specchio dell'immigrazione per alimentare il proprio discorso. Estrema sinistra e sinistra dicono: guardate cosa abbiamo fatto a questa comunità con il razzismo e l'emarginazione sociale. Ma noi che veniamo di là abbiamo le nostre esigenze di libertà anche riguardo ai nostri paesi d'orgine. Bisogna rimettere in causa il discorso della sinistra basato sulla vittimizzazione, perché imboccando questa strada una serie di cittadini sono rimasti senza parola politica. In questo deserto sono arrivati gli islamisti e lo hanno riempito.
Chahla. Si tratta di un rapporto di forza. C'è la crisi sociale e politica che spiega il successo dell'islamismo, a causa dei problemi dell'esclusione e del crollo delle ideologie che si volevano progressiste. Il vuoto è stato riempito da un'alternativa identitaria, estrema destra da un lato, islamismo dall'altro, che appartengono entrambi al nuovo fascismo.
Crisi di valori
C'è una crisi di senso, di valori, che fa sì che questi valori - i diritti dell'uomo, i diritti della donna, il progresso sociale - non vengano più difesi con la forza di un tempo. L'Iran è stato il laboratorio di tutto ciò. Ha vinto un islam rivoluzionario, che si voleva giusto, egualitario, tutti elementi che ora sono presenti nell'islamismo europeo: lotta degli oppressi, lotta anti-corruzione, questione morale. Ma seguendo questa logica si arriva all'alternativa comunitaria - l'islam come religione che diventa fonte di leggi sociali. Anche se in Europa non possono andare così lontano, non è un fantasma: a Ottawa è possibile applicare la legge islamica per i musulmani. Ho constatato nel mio lavoro in banlieue che si comincia con il velo, poi arrivano le assenze ai corsi di nuoto, alle lezioni di biologia. E' tutto un insieme. Passo dopo passo si va verso la costruzione alternativa comunitaria. Attraverso il mio lavoro con l'immigrazione, ho potuto vedere all'opera i meccanismi che permettono lo sviluppo di un'utopia fascistizzante, basata sull'identità, con alla base la tradizione patriarcale e quindi la questione della donna al centro del progetto. Non è un caso se è il velo è il simbolo di questa strategia.
Nadia. Gli uni e gli altri sanno che questa frontiera - che è transnazionale e divide anche la sinistra - passa per la questione della condizione femminile. Su questo punto, il problema è falsato, poiché le francesi velate possono sempre rifugiarsi dietro le leggi della repubblica, che garantiscono loro dei diritti. Hanno buon gioco a seguire Tariq Ramadan e dirsi libere, moderne, istruite, ecc.; la cattiva fede emerge quando si prende la misura della gravità dei problemi: discronia oriente-occidente sulla condizione femminile, assenza di storicizzazione delle Scritture, enorme passivo politico di cui non si sono liberate le popolazioni immigrate e che devasta le sponde del Mediterraneo.
Un atto politico
Wassyla. Cosa significa il velo? Viene ammesso, senza discutere, come elemento religioso: e questo è già grave per una sinistra che si pretende politica. Abbiamo del resto avuto la prova, con la crisi degli ostaggi, che il velo è un atto politico: l'anno scorso c'erano state 1200 ragazze con il velo il primo giorno di scuola, quest'anno solo 72. Le organizzazioni islamiste politiche che strumentalizzano queste ragazze hanno avuto paura di passare i limiti e di far portare all'insieme della comunità il peso dell'eventuale assassinio dei due giornalisti. Bisogna che la sinistra capisca che il velo è un atto politico al quale si deve risponde con un atto politico: come è possibile che una sinistra che si dice femminista accetti di velare le donne, rinnegando tutta la lotta politica sui diritti e sul luogo di oppressione delle donne, che è il corpo? Secondo me la sinistra non ha preso la misura del problema. Il velo non è più un segno di cultura antropologica ma di cultura politica. E io non accetto una cultura politica che discrimina le donne. Con ragioni che sembrano di buon senso viene uccisa la resistenza. Paul Ricoeur parla di tolleranza. Ma allora vuol dire che si tollera che la gente sbagli: ma questo relativizza la posizione che sostiene che l'oppressione delle donne comincia con l'oppressione del corpo. E così la sinistra sta relativizzando tutta la sua lotta.
Tewfik. La questione del velo non riguarda solo i musulmani: è un problema di tutti, volenti o nolenti. La sinistra cade nella realpolitik - che significa poi aderire all'ipotesi dello scontro di civiltà.
Wassyla. L'eguaglianza è basata su delle norme, non bisogna dimenticarlo; è falso dire che si può fare tutto dappertutto. L'Europa si è battuta per questo. Bisogna lavorare per aprire una strada nell'alternativa tragica fra sgozzatori e occupanti, fra islamisti e Bush.
Tewfik. Una terza via deve essere intransigente sul tema delle libertà, che non sono negoziabili; in particolare sull'eguaglianza dei dirtti uomo-donna. E' uno zoccolo che deve restare fermo, in caso contrario tutte le altre lotte saranno fottute. Ci dicono che l'eguaglianza uomo-donna è secondaria? Per noi che veniamo da quella cultura è una questione centrale della politica. Bisogna che la sinistra si pronunci su questo.
Chahla. In Iran non abbiamo capito il pericolo. L'idea del «popolo musulmano» è una costruzione fittizia: e infatti le divisioni sono venute subito alla luce, appena dopo la rivoluzione. Il «popolo musulmano» non esiste, come non esiste quello cattolico, tutti sono divisi dai rapporti di classe. E di sesso.
ilmanifesto.it
Credo che ormai si sia tornati al momento in cui Moretti salì sul palco denunciando l'inadeguatezza della classe politica dell'Ulivo.
La grossa differenza con allora in cui non vi era una figura di riferimento per gli elettori di CS esasperati dal governo berlusconi, ed è stato abbastanza semplice per i leader di partito (nessuno dei quali è cambiato, forse qualcuno si è aggiunto) fare in modo che il moto spontaneo via via perdesse la propria propulsione naturlamente...perchè in fondo la maggioranza silenziosa non può e non vuole scendere in piazza ogni week end magari facendo centinaia di km. E quindi...hanno abbassato i toni, hanno acceettato in pubblico le critiche lasciando che in realtà nulla cambiasse e hanno continuato a fare per un po' con meno clamore la cura dei loro interessi di bottega. D'altronde era così semplice: nessuna responsabilità di governo, basta strillare appena vi è una proposta o una boutade di berlusconi...e qui il materiale certo non manca. Emergono all'ordine del giorno delle situazioni sulle quali anche l'opposizione deve prendere posizione? Bene, riunioni con 20 persone attorno a un tavolo a discutere per ore, senza arrivare quasi mai a una sintesi sulle questioni principali. Una leadership? Nessuno...il vuoto spinto...personalità quando va bene di secondo piano.
Ma ora un leader c'è, non è un leader per il quale la totalità degli elettori del CS si strappa i capelli? D'accordo, ma è l'unico che possa rivestire quel ruolo.
E gli elettori di CS devono continuare a vedere le solite facce Mastella, Rutelli, Marini, Mussi, Bertinotti...tutti disposti alla polemica su qualsiasi argomento pur di essere citati...e tranquilli non perderanno mai visibilità con un sistema dell'informazione che ha tutto l'interesse a far apparire il CS come una babele priva della capacità e non meritoria di assumersi la responsabilità di guidare il paese.
Chiunque venga intervistato del CS è entusiasta della candidatura di Prodi e quindi? Quindi l'unica soluzione per Prodi è cominciare dal basso, smetterla con tutte queste formule astruse che nemmeno chi si interessa di politica capisce (federazione, unione, movimento,...) e fare una campagna elettorale come Cofferati. Mi si obietterà che in realtà Cofferati era riuscito ad aggregare intorno a sè un'ampia coalizione? Sarebbe successo comunque anche se avesse deciso di partire da solo: a Bologna si era movimentata la classe civile, l'entusiasmo era tale che le forze politiche non avrebbero potuto fare altrimenti.
Prodi deve finirla di fare riunioni con questi alieni, abitanti dei palazzi della politica. Occorre gente nuova per un ricambio se non di persone almeno di mentalità.dal forum ulivo.it
SEQUESTRI IN IRAQ:
QUALCOSA NON TORNA
C’è davvero qualcosa che non torna negli ultimi accadimenti iracheni, specie per quanto riguarda la strategia dei sequestri di persona.
Si può, forse, considerare casuale la sequenza dei rapimenti di Baldoni, dei due giornalisti francesi e delle due operatrici di Un Ponte per…? Basta per giustificare il fatto che nel mirino siano finiti tre pacifisti occidentali e due iracheni - oltretutto impegnati nell’assistenza - e due giornalisti di un paese dichiaratamente (e da sempre) contro l’aggressione all’Iraq, affermare che il terrorismo in Iraq ha fatto un “salto di qualità”? Ma di che razza di “salto di qualità” si tratterebbe? Cosa significa strategicamente per i rapitori?
Nel penultimo sequestro avvenuto in Iraq in ordine di tempo, il duplice rapimento di Simona Torretta e Simonetta Pari, Raad Ali Aziz e Mahnaz Bassam, è possibile cogliere una serie di elementi caratterizzanti, oltre ad un preciso segnale.
Partiamo da quest’ultimo. La tv Al Jazeera, la prima a dare la notizia della cattura delle due operatrici di Un Ponte per…, ha ampiamente e ripetutamente sottolineato un particolare che non si sa neppure se sia vero. Ha detto la tv satellitare araba che i rapitori si sarebbero detti inviati dal governo iracheno, facendo anche il nome del presidente fantoccio Allawi. Quello di Al Jazeera può essere colto come un’indicazione, un preciso messaggio sul settore dal quale provengono questi sequestri atipici. In altre parole: Al Jazeera ha compreso il gioco sporco che c’è dietro questo sequestro e lascia capire di aver capito.
Le singolarità nel sequestro di Simona Torretta e Simona Pari stanno invece nelle modalità dell’operazione: non un assalto ad un’auto di passaggio (com’è avvenuto per Baldoni e per i due francesi), ma una vera e propria operazione militare, un’irruzione in piena regola di una ventina di uomini armati e in divisa, in pieno giorno, nel pieno centro di Baghdad, addirittura nella zona totalmente controllata dagli americani e addirittura all’interno di un edificio. Un sequestro mirato ma ad altissimo rischio.
Perché? Basta dire che la guerriglia irachena ce l’ha con tutti gli stranieri, senza alcun discernimento? Oppure dietro questo tipo di sequestri c’è una strategia ben precisa, c’è una logica da squadroni della morte di sudamericana memoria, il solito gioco di qualche servizio segreto che nell’occupazione dell’Iraq è coinvolto fino al collo?
SEQUESTRI IN IRAQ (2):
QUEGLI STRANI SITI ISLAMICI
CON SEDE NEGLI USA
A chi può sembrare realistico che le attentissime autorità americane che vigilano su Internet possano consentire che un sito del terrorismo islamico si giovi di un server che ha sede negli Stati Uniti?
Eppure è così. Il sito dell’Esercito islamico dell’Iraq, il gruppo armato che ha rivendicato il rapimento e l’uccisione di Enzo Baldoni ed il sequestro ancora in corso dei due giornalisti francesi, ha i suoi computer a San José, in California.
L’indirizzo del sito in questione - che tra l’altro da mercoledì 8 ottobre pubblica la fotografia del volto di Enzo Baldoni dopo la sua uccisione - è www.iai.i8.com/italy, sub-dominio di www.iai.com.
La scoperta è di Reporter Associati. Secondo questa associazione il dominio risulta registrato da Integrated Architectures Inc, a Medway, nel Massachussets e l'indirizzo di posta elettronica del gestore è john.stenquist@iai.com.
SEQUESTRI IN IRAQ (3):
SERVIZI SEGRETI ITALIANI ASSENTI
E’ dalla primavera di quest’anno che nessun agente segreto italiano è presente in Iraq.
La rivelazione, assolutamente sconcertante, viene dall’audizione davanti al Comitato di controllo parlamentare sui servizi segreti (COPACO) del direttore del SISMI, il servizio segreto militare, Nicolò Pollari.
Il ritiro della nostra intelligence dall’Iraq dipenderebbe da motivi di sicurezza, ossia dalla stessa sicurezza su cui, appunto, dovrebbero vegliare gli agenti del SISMI.
Questa assenza, clamorosa quanto ridicola, spiega sia l’andamento del sequestro dei quattro body guard - risoltosi solo per tre di loro in modo positivo - sia la nefasta conclusione del sequestro di Enzo Baldoni.
Al SISMI si giustificano con una scusa assolutamente risibile: in Iraq non c’è nessuno dei nostri, ma sono “attive” fonti locali sui il servizio fa affidamento
misteriditalia.com
TERRORE MONDIALE PER NASCONDERE LA VERITA' - di Giulietto Chiesa
Siamo ormai tutti immersi in un bagno di terrore. E il terrore funziona a meraviglia per far eleggere George Bush presidente degli Stati Uniti. Qualcuno ha rilevato che solo gli americani votano in questa elezione, ma che essa, in realtà, è ormai l'elezione dell'imperatore del pianeta. Locuzione delle più imprecise perché solo una piccola parte degli americani votano e quindi se ne deduce che l'imperatore del pianeta è in realtà espressione solo delle classi abbienti (quelle che votano negli Usa), cioè di meno del 35% della popolazione statunitense.
Questa è la verità, che nessuno o quasi dei nostri giornalisti ama ricordare. Così come nessuno ama ricordare che George Bush non è il presidente degli Stati Uniti d'America perché truccò le carte nel 2000. Se a qualcuno restano dei dubbi in proposito (sempre che non sia uno dei numerosi allocchi che scrivono editoriali sui giornali italiani) sarà sufficiente la lettura (e la verifica delle fonti) di "Stupid White Men" e i primi dieci minuti di "Farenhet 9/11, dove si può constatare fino a che punto il bipartitismo perfetto degli Stati Uniti sia da tempo divenuto un sistema a partito unico "con due ali destre", secondo l'espressione sintetica e felice di Gore Vidal.
Infatti non si troverà un solo senatore (nemmeno tra i democratici) disposto a sostenere l'inchiesta sui brogli elettorali (del tutto ormai acclarati) organizzati in Florida dal fratello di Bush, governatore dello Stato, sebbene almeno dieci parlamentari neri del Congresso avessero chiesto a termini di legge, tra i lazzi dei senatori di entrambi i partiti, che il falso risultato elettorale proclamato da Fox tv (e ratificato dalla Corte Suprema) venisse rimesso in discussione. Il bello è che tutto ciò venne sancito dalla viva voce dello sconfitto Al Gore, che in qualità di vicepresidente uscente, doveva presiedere alla seduta decisiva del Congresso che avrebbe dato il beneplacito, "nell'interesse dell'America", alla truffa. Se questa è la democrazia americana, Dio ce ne guardi! Ma eravamo partiti dal terrorismo.
E il sistema della menzogna generalizzata funziona anche in questa direzione. E non potrebbe essere altrimenti nelle date condizioni in cui nessuno è più capace di fare distinzioni di sorta. Ed è evidente il tentativo, nemmeno più mascherato, di fare di ogni erba un fascio, in modo che il grande pubblico - che deve essere terrorizzato - non riesca più a distinguere nella notte buia in cui tutti i terrorismi sono uguali, in cui tutto viene da quell'entità misteriosa e probabilmente inesistente denominata Al Qaeda. Scoppia una bomba in Indonesia ed è Al Qaeda. Probabilmente. Poi si avvia la serie degli attentati terroristici in Russia e il riflesso condizionato fa scrivere a molti (non a tutti, per fortuna, perché il numero dei cretini che fanno i giornalisti è numerabile ma non infinito) che è sempre Al Qaeda. Vladimir Putin gioca anche lui sull'equivoco e proclama la lotta senza quartiere al terrorismo internazionale. Vero? Falso naturalmente.
Ma Bush gli dà corda perché Beslan gli ha fruttato un balzo verso l'alto del suo rating di almeno sei punti sullo smorto John Kerry. Perché tranquillizzare gli elettori americani dicendo loro che Beslan con Al Qaeda non c'entra niente? Scoppiano le bombe a Baghdad. Certo che è terrorismo! Quando muoiono innocenti è sempre terrorismo. Ma è Al Qaeda? Lo sforzo principale di tutti i media più importanti, quelli che guarda il 95% delle popolazioni del pianeta, è quello di convincerci che la fonte è sempre una sola: Al Qaeda. E così appaiono su siti internet tanto misteriosi quanto assai stranamente non identificati (sebbene sia possibile identificarli) le rivendicazioni, le dichiarazioni tracotanti, i filmati delle decapitazioni. E tutto viene preso per buono.
Al Zarkawi ha ormai sostituito da mesi la figura ieratica di Osama bin Laden e quella del suo vice Al Zawahiri. Lo vediamo tutte le sere, su tutti i canali, in immagini che sono state evidentemente "trattate" da esperti manipolatori, da truccatori cinematografici. E nessuno che sollevi la voce per dire l'ovvia verità che tutte queste informazioni sono false. E anche se non si può provare che sono false, si può dire da subito, con assoluta certezza, dopo averle viste o udite, che non sono utilizzabili giornalisticamente perché sono tutte non verificabili, per il semplice fatto che provengono tutte da servizi segreti di questo o quel paese e quindi sono già manipolate in partenza.
Scoppia una bomba a Gerusalemme. E' terrorismo? Certo che è terrorismo! Quando muoiono innocenti è sempre terrorismo. Ma ecco che tutti strillano al terrorismo internazionale. Perché? Ma è ovvio: perché, esattamente come nel caso ceceno e nel caso iracheno, si vuole evitare che la gente si soffermi un attimo a pensare alle cause, alle differenze delle situazioni. Per impedire che la gente sappia che i palestinesi che si fanno saltare in aria non hanno nulla in comune con i kamikaze dell'11 settembre 2001. Nulla se non il fatto di suicidarsi per uccidere. Sarebbe come dire che i suicidi sono tutti uguali e si uccidono per gli stessi motivi. Chi ci crederebbe? Non si vuole che la gente capisca, parimenti, che i ceceni hanno altre storie e altre "motivazioni", e anche altre strategie, altri obiettivi.
Si cerca di evitare che la gente guardi alla realtà dell'Irak di oggi, in cui una resistenza armata di massa è in atto. La gente comune, l'uomo della strada, che non ha il tempo né i mezzi per radunare i cinque minuti di tempo al giorno necessari per riflettere, non deve rendersi conto che non ci sono solo le autobombe a Baghdad, ma che i tre quarti del paese non sono controllati dalle truppe degli occupanti. In tal modo l'uomo comune non rifletterà sull'evidenza che tutto ciò che accade, di mostruoso, di inumano, ha avuto un'origine precisa nella guerra bugiarda che George Bush, il finto vincitore, il finto imperatore, ha scatenato contro un paese indipendente, contro la volontà della comunità internazionale.
I leader del mondo "libero" potranno così inondare i media compiacenti di tutta la retorica necessaria, dell'esecrazione indignata, dello sdegno e della condanna: il tutto indirizzato al vento delle parole che devono servire come cortine fumogene per nascondere la realtà. Mentre scrivo sono ancora incerti i destini delle quattro persone, due donne italiane e due iracheni che lavoravano con loro, rapite in Irak ai primi di settembre. Con la motivazione dichiarata di volerle salvare l'opposizione si è seduta allo stesso tavolo del governo.
La prima, con molta fatica, era giunta comunque a chiedere il ritiro delle truppe italiane dall'Irak; il secondo le truppe ce le ha mandate, creando le premesse per la tragedia degli italiani. Si sono riuniti - hanno detto - per salvarle. Ma non hanno spiegato in base a quali tesi la così raggiunta "unità nazionale" avrebbe facilitato la loro liberazione. Ogni logica dice il contrario. Perché se a rapirle fossero stati i "resistenti" iracheni, o i terroristi di Al Qaeda, proprio quella riunione - comunque impudica - avrebbe incrementato la loro furia omicida.
E se invece ci trovassimo di fronte all'azione di un gruppo di banditi qualunque, quell'unità nazionale (comunque vergognosa) non avrebbe avuto alcun effetto, perché pecunia non olet e un riscatto l'avrebbero preso anche da Berlusconi, come probabilmente lo prese qualcuno per liberare i tre avventurieri sopravvissuti alla morte di Quattrocchi. Dunque perché quella riunione insensata (per l'opposizione, non certo per il governo?). Perché tutti quei seduti attorno a quel tavolo prendono parte al gioco dell'inganno e del terrore. Fanno finta di non saper distinguere. Nemmeno l'evidenza. Bisognerebbe chiedere loro se sanno come mai la Procura della Repubblica di Genova (pm Francesca Nanni e Nicola Piacente) abbia iscritto nel registro degl'indagati per la morte di Quattrocchi anche una certa Valeria Castellani.
Avrebbero scoperto che la signorina, molto intraprendente, era arrivata a Bassora, prima della guerra, attraverso l'associazione "Un ponte per…" , per aiutare i produttori iracheni del famoso dattero Al Bakhri a riattivare le esportazioni. Ma Valeria Castellani, guarda caso, era anche la compagna di Paolo Simeoni, il genovese reclutatore delle quattro "guardie del corpo", anche lui entrato in Irak mediante la collaborazione di associazioni non governative, con la copertura di esperto di sminamento e bonifica dei terreni. Ed era, nel contempo, manager della DTS Itc.Security, azienda con sede nel Nevada (Usa), specializzata in reclutamento addetti alla sicurezza privata. Irak incluso.
Non gli è venuto il sospetto - a Fassino, e Rutelli, e anche a Bertinotti - che il rapimento di Simona Pari, di Simona Torretta, dei loro due accompagnatori iracheni, abbia poco a che fare con il "terrorismo internazionale" contro il quale dicono di volersi battere? Non è venuto a nessuno il sospetto che anche il rapimento dei quattro "avventurieri" italiani, poco o nulla avesse a che fare con lo stesso "terrorismo internazionale"?
Non gli è passato per la testa che vi siano inquinamenti di ogni qualità, criminali ma soprattutto politici, dietro operazioni di questo genere, che però, guarda caso, hanno avuto l'effetto di sconvolgere milioni di italiani, accentuando l'odio e la paura, producendo migliaia di ore televisive dedicate al "terrorismo islamico"?
Non si sono ricordati che il primo a rilevare queste stranezze fu un certo Giuliano Ferrara - che, in qualità di ex informatore della Cia, è persona attenta a questi dettagli - il quale affacciò l'ipotesi di una guida dall'esterno di queste operazioni (solo che lui voleva insinuare che si trattava di suggeritori provenienti dal mondo pacifista, ma basta invertire l'ordine dei fattori per arrivare alla stessa conclusione: che i suggeritori ci sono e che resta dunque soltanto da individuarli, invece di continuare a blaterare di lotta contro il terrorismo islamico)?
Ma queste sono le miserie ( e purtroppo le tragedie) italiane. Il fatto è - come ha scritto assai precisamente Roger Cohen (International Herald Tribune, 25-26 Settembre 2004) - che "il grave pericolo di mescolare tutti questi conflitti in una sola 'guerra al terrore' confonde gli obiettivi e complica la missione [di sconfiggere il terrorismo, ndr]. Cohen si riferiva al conflitto ceceno, a quello israeliano-palestinese e alla guerra tra Bush e Al Qaeda. Ma lo stesso ragionamento si applica per tutto il resto. Il problema è che ormai quasi nessuno è più in grado di ragionare.
Giulietto Chiesa
nel prossimo numero del mensile Galatea
Genova: contestato il ministro Letizia Moratti
REDAZIONE
Il ministro della Pubblica Istruzione Letizia Moratti è stata accolta a Genova da una folla di contestatori. L'esponente del Governo, arrivata nel capoluogo ligure questa mattina per firmare un protocollo d'intesa sulla realizzazione di un distretto tecnologico, è stata fischiata da un centinaio di persone che l'attendevano davanti al palazzo della Regione Liguria. Tra i manifestanti moltissimi genitori ed insegnanti, che hanno preso di mira la Riforma della scuola.
Martedì scorso la stessa sorte era toccata al presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, anche lui preso di mira dai genovesi durante una visita ufficiale al palazzo Ducale. In occasione dell'arrivo del premier, era stato addirittura organizzato un corteo, al quale avevano partecipato molti studenti e diversi militanti dei centri sociali della città. Anche quella mobilitazione, durante la quale si erano sentiti molti slogan contro la guerra in Iraq, era stata indetta per protestare contro le politiche dell'Esecutivo sull'Istruzione. Il corteo, partito da piazza Caricamento, si era fermato nei pressi della stazione Porta Principe, dove i contestatori aveva occupato i binari paralizzando per poco più di quindici minuti il traffico ferroviario.
centomovimenti.com
Quando serve... Scelli c'è
di Giovanni Pecora
Scena prima. Interno. Studio televisivo dove va in onda la trasmissione "Ballarò".
Il conduttore Giovanni Floris stenta a far decollare l'audience, nonostante la presenza di due ospiti zannuti come Ignazio La Russa e Fausto Bertinotti.
Ad un certo punto, con nonchalance, butta lì una frase a mezza bocca, a ridosso della pubblicità: «...D'altra parte il commissario della Croce Rossa Scelli ha dichiarato che i guerriglieri di Moqtad Al Sadr proteggono l'ospedale della Croce Rossa a Baghdad...sì sì, proprio i guerriglieri di Al Sadr, quelli che a Fallujia hanno sparato sui nostri soldati uccidendone uno...».
«Ma che dici...non dire sciocchezze...» ruggisce La Russa, che intuisce subito la gravità della cosa, un colossale sputtanamento specialmente per il suo partito, erede della retorica patriottarda sui nostri militi e sull'eroismo dei soldati italiani. Pensate che botta: l'ospedale italiano protetto dai miliziani di Al Sadr con il consapevole silenzio-assenso del Governo italiano!
Ma come? Non erano feroci terroristi questi miliziani? Non erano banditi che infestavano le strade di Baghdad come i predoni del deserto nelle figurine della Mira Lanza?
("Ahi Ahi Ahi, camerata Ignazio! Qui si mette veramente male..." avrà pensato il roco La Russa, mentre Bertinotti sotto un ghigno beffardo arrotava per bene le erre prima di sferrare l'assalto all'arma bianca).
«Ma cosa dici! Ma che dici!» urla scaracchiando un po' La Russa.
«E va bé - chiosa serafico Floris - ora recuperiamo il lancio di agenzia e lo leggiamo insieme».
La regia è veloce nel recuperare la dichiarazione di Scelli, e Floris la legge in diretta:«Ecco, on. La Russa, le leggo il testo dell'agenzia: "Il commissario straordinario della Croce Rosse italiana in Iraq, Maurizio Scelli, ha reso noto che truppe di fedeli al leader radicale sciita Moqtada Al Sadr stanno proteggendo l'ospedale Medical city di Baghdad, gestito dalla Cri"...».
«Dammi qua! Dammi quel foglio...». La Russa è letteralmente fuori dai gangheri, subdorando chissà quale trappolone ordito ai suoi danni dal 'comunista' Floris (a cui continua a rivolgersi dandogli del 'tu' e chiamandolo persino "ragazzo", come se non fosse quel fior di giornalista professionista che è, oltre che padre di famiglia... Ma bisogna ristabilire le distanze ed i ruoli, perbacco...) ...
inmovimento.it
Iraq : documenti Pentagono contraddicono George Bush
di Rico Guillermo
I documenti del Pentagono messi a disposizione dei parlamentari degli Stati Uniti hanno indotto questi ultimi ad avanzare molti dubbi sulle asserzioni del presidente George W. Bush circa i progressi in Iraq.
Bush aveva usato la recente visita del ministro ad interim iracheno Iyad Allawi per parlare di "progresso costante" nel Paese ed aveva detto che la commissione elettorale dell'Iraq e' in servizio e che "i consiglieri elettorali delle Nazioni Unite sono sul suolo dell'Iraq". Aveva aggiunto che quasi 100.000 soldati iracheni sono stati "completamente addestrati e dotati" e che ufficiali di polizia ed altro personale di sicurezza erano gia' al lavoro, promettendo che nei prossimi mesi saranno spesi in contratti di ricostruzione dell'Iraq piu' di 9 miliardi di dollari.
Ma molte di queste affermazioni hanno incontrato ieri lo scetticismo dei funzionari e membri chiave del Congresso degli Stati Uniti, dato che i documenti del Pentagono mostrano un'immagine molto piu' complicata.
I congressisti dubitano che possano essere spesi tanti soldi in progetti di ricostruzione a breve termine. Il vice ministro Richard Armitage ha detto che spera di accelerare il passo spendendo fra a 300 e 400 milioni di dollari al mese. Un alto esponente repubblicano - quindi del partito del presidente - ha detto che "nel migliore dei casi", i 9 miliardi di dollari citati da Bush sarebbero sborsati entro il 2005 o all'inizio del 2006. Finora, soltanto 1.2 degli oltre 18 miliardi di dollari preventivati da Bush stati spesi nella ricostruzione dell'Iraq.
Il Pentagono documenta un dato ugualmente critico per quanto riguarda l'addestramento. Dei 90.000 uomini attualmente in forza nella polizia, soltanto 8169 hanno avuto un addestramento di otto settimane completo in accademia. Gli altri 46.176 sono elencati come "non addestrati" e solo nel luglio del 2006 sara' possibile raggiungere l'obiettivo di una forza di 135.000 componenti addestrati.
Sei battaglioni dell'esercito hanno avuto un "addestramento iniziale" mentre 57 battaglioni della protezione nazionale, di 896 soldati in ciascuno, ancora sono in via di reclutamento o in attesa di dotazione. Nessuna delle 18.000 guardie di frontiera ha ricevuto ad oggi tutto l'addestramento, malgrado i reclami piu' volte inoltrati, secondo i delegati democratici del competente comitato della Camera dei rappresentanti degli Stati Uniti.
E' inoltre in discussione la pianificazione delle elezione in Iraq, su cui gia' vi sono state dichiarazioni contrastanti fra Donald Rumsfeld e Colin Powell. Dei 232 milioni di dollari stanziati per la commissione elettorale irachena, ne sono giunti solo 7, secondo il comitato della Camera, ed al contrario di quanto detto da Bush, la preparazione delle elezioni e' quasi inesistente, data anche la recrudescenza dei combattimenti che ha reso le Nazioni Unite riluttanti ad inviare il personale nuovamente nella zona di battaglia.
Ad oggi vi sono solo 35 funzionari ONU a Baghdad, di cui non piu' di 8 lavorano alle elezioni. Madeleine Albright, ex ministro durante la gestione del presidente Bill Clinton, ha detto ieri che: "la struttura per queste non e' neppure stata installata" e "i registri elettorali non sono stati predisposti. Ci devono essere centinaia di seggi, centinaia di scrutatori addestrati ed osservatori. Niente di tutto cio' e' stato fatto".
Il Congresso degli Stati Uniti aveva gia' avuto occasione di criticare ampiamente il mese scorso i rapporti contabili del governo, mentre quanto a smentite ufficiali delle dichiarazioni di Bush, le stesse analisi della CIA avevano presentato un quadro del futuro dell'Iraq molto fosco rispetto a quello prospettato dal presidente USA uscente.
by www.osservatoriosullalegalita.org
Come la stampa araba si è divisa intorno al sequestro dei giornalisti francesi
di redazione
Il rapimento di due giornalisti francesi in Iraq ha suscitato una forte reazione nel mondo arabo e musulmano. Molte figure di spicco si sono pronunciate per l'immediato rilascio - particolarmente alla luce della politica francese verso l'Iraq - e molti religiosi hanno emesso fatwa a questo proposito. Con tono simile, la stampa araba ha chiesto insistentemente la loro liberazione, con numerosi articoli su un'analoga lunghezza d'onda. Alcuni giornalisti arabi, d'altra parte, sostengono che la "neutralità" della Francia non ha garantito l'immunità dai terroristi a cittadini francesi, e alcuni arrivano persino a suggerire che essa ha contribuito all'anarchia e al terrorismo. Inoltre sulla stampa vi sono state critiche al doppio standard adottato da arabi e musulmani: mobilitazione di massa per la liberazione dei giornalisti francesi, ma indifferenza per il rapimento e l'assassinio di cittadini di altre nazionalità. Pubblichiamo alcuni dei "punti di vista" della stampa araba sul caso del rapimento dei giornalisti francesi.
"E' una lezione per coloro che pensano di poter essere neutrali nella guerra al terrore" Nel suo spazio sul quotidiano londinese in lingua araba Al-Sharq Al-Awsat, Ahmad Al Rab'i scrive: "Il rapimento dei giornalisti francesi è una lezione per coloro che pensano di poter essere neutrali nella guerra al terrorismo o di poter arrivare a una tregua col terrore internazionale per mezzo di smidollate posizioni politiche verso il terrorismo. La Francia riteneva che il terrore in Iraq non l'avrebbe toccata perché si era opposta alla guerra e aveva cercato di distinguersi dalle posizioni americane. Come risultato, il terrorismo internazionale tratta la Francia come ogni altro paese".
"Il terrorismo internazionale è democratico, colpisce tutti senza chiedersi se le vittime siano musulmane o cristiane, favorevoli o contrarie all'America. Il terrorismo internazionale non fa differenze fra i civili di Falluja, Riad, San'aa, in Algeria, a New York e a Nairobi. Non c'è differenza fra americani e francesi. L'unico scopo del terrore internazionale è uccidere ".
(1) L'ex direttore dello stesso quotidiano, Abdel Rahman Al Rashed, ha scritto: "I francesi pensavano che la loro posizione contro la guerra in Iraq e quello che seguiva sarebbe stato apprezzato dagli estremisti in quella zona e avrebbe protetto la Francia dal male dei nostri terroristi. Questa considerazione fu un grave errore da parte loro […]. Fintantoché ci sono resti di anarchia e di terrore nessuno troverà scampo dalla guerra in Iraq, sia che abbia stanziato truppe o no […]. Su questo punto i paesi "neutrali" sbagliano nella valutazione dei nuovi sviluppi nell'arena araba pensando di poter rimanere neutrali. Questo perché la vera aspirazione dei gruppi terroristici è uccidere i prigionieri in nome di Allah. La neutralità rimane oggi qualcosa di inammissibile, perché questi sono gruppi che vogliono entrare in paradiso con la maggior quantità di sangue possibile delle loro vittime e non sono interessati a trattative politiche o finanziarie […]".
(2) In un articolo diffuso sul sito progressista www.elaph.com, il giornalista 'Aziz Al Hajj scrive: "Quelli che sostengono che c'è una "crociata dell'occidente contro l'Islam" sono in realtà gli stessi che scatenano una "guerra santa" contro le democrazie occidentali e dovunque contro democrazia e civiltà […]. La Francia che si era illusa di poter essere risparmiata dalle mani depravate dei terroristi per essersi opposta alla guerra di liberazione in Iraq, oggi deve affrontare la verità. La guerra al terrore dev'essere internazionale e tutti i paesi democratici e le Nazioni Unite devono combattere gli stati terroristi quali il regime di Saddam […]".
(3) "Chirac porta una parte di responsabilità per la cattura dei suoi concittadini". In un articolo intitolato "O Iraq, non hai sentito il nostro malcontento?", l'articolista Rashid Al Hayun scrive su Al Baghdad, organo del partito del primo ministro iracheno Iyad Allawi: "La notizia del rapimento dei giornalisti francesi è stata una delle più dolorose notizie sull'Iraq ed è il risultato del rifiuto del presidente francese Chirac di aiutare il governo iracheno a rafforzare la sicurezza interna […]. E' vero che i giornalisti francesi non sono colpevoli. Ma Chirac, che cerca di apparire come il fautore della giustizia internazionale, porta parte della responsabilità del rapimento dei suoi connazionali, perché si è affrettato a opporsi a ogni decisione internazionale che mirava a infondere sicurezza nell'animo degli iracheni".
"Come le forze del terrore e come il leader spirituale iraniano Ali Khamenei e l'ex presidente iraniano Ali Akbar Hashemi Rafsanjani, anche Chirac ha tentato di spostare il contrasto con gli U.S.A. all'Iraq, e quelli che ne soffrono sono gli iracheni".
(4) L'editorialista Kamel Ghurbal sul sito www.elaph.com scrive: "Oggi, dopo il rapimento dei giornalisti, Chirac vorrà riesaminare la sua posizione sull'Iraq? Si rende conto delle ramificazioni della sua vergognosa posizione, con tutti le centrali del terrore e dell'incitamento che accorrono con decisione in sua difesa e chiedono la liberazione dei due? E' consapevole dell'enormità dell'infamia che si è appiccicata alla Francia in seguito alla marcia organizzata dai seminatori di terrore per la liberazione dei giornalisti? E tutto ciò mentre l'uccisione di 12 innocenti nepalesi da parte dei terroristi è passata inosservata a tutti quelli che plaudono a Chirac e al suo sostegno alla nazione araba, i cui figli vengono amorevolmente istruiti dai tagliatori di teste e dai banditi di strada".
"Chirac avrà abbastanza coraggio da guardare in faccia ciascuno, dopo che la crisi è finita - e noi speriamo che finisca bene - per annunciare che si era sbagliato riguardo al popolo francese, riguardo al popolo iracheno e riguardo a tutti gli altri popoli che amano la civiltà e la pace? Dirà che ha errato riguardo al retaggio della grande rivoluzione francese quando ha scelto di giocare un doppio gioco e di cercare di aiutare e applaudire i barbari e i fascisti di tutto il Medio Oriente? […]"
(5) "Perché non condanne simili per altri atti terroristici?" Abdal Hamid Al Ansari, già preside della facoltà della Shari'a all'Università del Qatar, ha scritto sul quotidiano londinese in lingua araba Al Hayat: "Perché non si è vista un'espressione di solidarietà in analoghi casi di rapimento di giornalisti, operai e autisti innocenti? Il numero dei rapiti è arrivato a 51 giornalisti di 16 paesi e decine di sventurate persone di varie nazionalità sono morte mentre noi non muovevamo un dito. Perché il mondo arabo è sconvolto per gli ostaggi francesi, mentre 12 operai nepalesi che sono stati macellati a sangue freddo non hanno trovato nessuno che li aiutasse?".
"Dove stava a dormire la nostra coscienza morale quando i canali satellitari sbandieravano davanti ai nostri occhi e alle nostre orecchie le immagini dell'assassinio e della mutilazione dei corpi? Perché non abbiamo sentito una simile condanna per queste operazioni terroristiche? Perché questa doppiezza? […]".
(6) L'editorialista Samir 'Attallah ha scritto su Al-Sharq Al-Awsat: "Cosa succederebbe se i giornalisti rapiti non fossero francesi o cittadini di uno stato solidale con gli arabi? Sarebbe ammissibile rapirli? E' ammissibile rapire coreani, italiani e americani e massacrarli davanti a una telecamera? […] Mi rattrista dire che la responsabilità di ciò non ricade solo sui vari barbari selvaggi. E' l'azione dei partiti di governo, intellettuali e funzionari eletti che hanno avuto paura e sono rimasti in silenzio, come per legittimare una cultura di rapimento, assassinio e decapitazione e tenere le teste in frigorifero vicino ai mango e al latte del mattino".
(7) In un articolo diffuso su www.elaph.com il giornalista iracheno Salim Rasoul scrive: "Avevamo sperato che gli arabi e i musulmani si sarebbero decisamente opposti alle azioni terroristiche che avvengono oggi in Iraq e che volessero privarli del marchio di "legalità" […], proprio nell'interesse dell'immagine dell'Islam e dei musulmani nel mondo, un interesse che deve venir prima di tutti gli altri doveri in programma, nonché di altri doveri. Ciò è particolarmente vero in quanto gli autori di queste azioni si nascondono sotto la copertura della religione e in nome di Allah massacrano, bruciano e fanno tutto quello che il loro cuore desidera".
"L'intervento di tutti gli elementi, compreso Yasser Arafat e la TV Al Jazira non fa forse pensare a una connessione tra loro e i rapitori? Ciò non fa forse pensare che si sta portando avanti un piano con la benedizione di questi elementi, ma che i suoi esecutori hanno sbagliato nella scelta del bersaglio e così hanno lanciato una campagna di rettifica che suona così: "Rapite italiani, nepalesi e altri, ma non francesi o chiunque condivida i loro interessi?".
"Ripeto, chiediamo la liberazione dei giornalisti francesi. Non per amore del governo francese, ma per amore dell'immagine dell'Islam che viene sempre più danneggiata da azioni irresponsabili, e per amore dei valori umani, dato che il giornalista non è parte in causa di ciò che avviene nell'arena politica. Noi non adotteremo il doppio livello come coloro che agiscono sconsideratamente".
(8) "Chirac invita i terroristi a distinguere fra amici e nemici" L'editorialista 'Adnan Fares scrive sul settimanale progressista iracheno Al Ahali: "La Francia ricorda ai terroristi che i suoi giornalisti non sono membri del governo di Iyad Allawi, che gode del sostegno dell'80% della popolazione irachena, né che sono esperti nella ricostruzione dell'Iraq, bensì che essi si trovano in Iraq per fare servizi sulle "lotte di resistenza per la libertà dell'Iraq" e per mobilitare l'opinione pubblica dentro e fuori della Francia contro il nuovo Iraq".
"Il primo ministro della democratica Francia; i terroristi di Hamas che ammazzano bambini e innocenti; il segretario generale della Lega Araba Amr Moussa che protegge l'unità ufficiale terroristica araba, quelle spregevoli figure del "libero governo libanese" - agenti della Siria e dell'Iran - e tutti quelli fra gli amici e i compagnoni di Saddam: tutti costoro ora rivolgono uno sguardo di rimprovero ai terroristi in Iraq […]. Oggigiorno, la Francia di Chirac è la maggior fonte di sostegno per le dittature e le organizzazioni terroristiche del Terzo Mondo".
"Questo nel contesto di un nuovo piano nella sua attuale politica internazionale, che mira a servire interessi ben lontani dalle regole e dai valori internazionali […]. Jacques Chirac non condanna il terrorismo contro il popolo iracheno, ma invita i terroristi a distinguere fra amici e nemici". (9)
Note
1. Al-Sharq Al-Awsat (Londra), 31 agosto 2004.
2. Al-Sharq Al-Awsat (Londra), 1 settembre 2004.
3. www.elaph.com , 30 agosto2004.
4. Come viene citato da Al Hayat (Londra), 3 settembre 2004. Si può anche vedere l'articolo su www.elaph.com, 31 agosto 2004.
5. www.elaph.com, 1 settembre 2004.
6. Al Hayat (Londra), 9 settembre 2004.Traduzione da Al Hayat.
7. Al-Sharq Al-Awsat (Londra), 1 settembre 2004.
8. www.elaph.com 2 settembre 2004.
9. Al Ahali (Iraq), 8 settembre 2004.
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Le piccole vittime del conflitto
storie e reportage, NEPAL: Nel regno himalayano la guerra dura dal 1996 e finora ha causato novemila morti, tra cui molti bambini. Il reportage di un giornalista nepalese
Kathmandu (Nepal) - Sachin Bishwakarma, cinque anni, è morto sul colpo quando una bomba, lasciata inavvertitamente inesplosa dai maoisti, è scoppiata a Kalimati, trecento chilometri a ovest della capitale. Sujan Sapkota, sei anni, ha perso la vita in un’esplosione avvenuta ad Athunge, nella circoscrizione di Myagdi. Bhawana Sanjel, otto anni di Ikudol, Lalitpur, è deceduta a causa di una deflagrazione provocata dai guerriglieri. Dipak Gurung, dodici anni, era a scuola quando un attentato ha colpito l’edificio.
Questo raccontano i titoli dei quotidiani di Kathmandu, capitale del Nepal. Sono solo alcuni esempi delle conseguenze che il conflitto tra ribelli maoisti e governo ha sui più piccoli. In nove anni di guerra, trecento minori hanno perso la vita, ventimila sono rimasti orfani o si sono trovati a dover affrontare un futuro incerto. Secondo organizzazioni non governative locali, inoltre, dall’inizio della “guerra del popolo” – come la chiamano i maoisti che vogliono far cadere la monarchia assoluta per instaurare un regime comunista - circa mille bambini sono stati rapiti.
Negli ultimi nove mesi le tensioni sono cresciute. Fonti ufficiali riportano che trentotto bambini sono morti e altri sessantaquattro sono rimasti gravemente feriti. Se si considerano attendibili questi dati, significa che in media, ogni settimana, un bambino muore a causa della violenze. In particolare, in questo periodo, gli ordigni lasciati inesplosi sono diventati la più diffusa trappola mortale per i ragazzini.
Lo Stato e i ribelli affermano che i bambini sono “territorio di pace”, ma violano continuamente questo principio. A poco è servito l’appello della Commissione delle Nazioni Unite per i Diritti Umani che ha condannato l’uccisione, il sequestro e il reclutamento dei minori in Nepal.
Circa settecento bambini sono stati gravemente feriti finora in sparatorie della polizia e in esplosioni provocate dai maoisti. Molti di loro sono rimasti invalidi e soffrono di gravi traumi psicologici: spesso si rifiutano di lasciare l’ospedale per non affrontare il mondo esterno. In situazioni violente sono sempre i bambini a soffrire di più. In Nepal il loro futuro è assai precario: almeno 4mila sono i piccoli costretti a fggire nella capitale o nella vicina India e tantissimi quelli arruolati dai guerriglieri.
Prakash Pant, quindici anni, di Ghansikunwa, duecento chilometri a ovest di Kathmandu, è stato obbligato a lasciare gli studi. Tre settimane fa i maoisti hanno fatto irruzione nella scuola superiore Amarjyoti e lo hanno portato via insieme ad altri studenti. I ragazzi ora si trovano in un campo di rieducazione comunista, qui i maoisti li istruiscono su marxismo, leninismo e maoismo, facendoli marciare ininterrottamente nella giungla. Ormai i sequestri di studenti sono quasi un fatto quotidiano. Ai bambini rapiti è concesso tornare a casa solo dopo aver appreso l’ideologia maoista. Le forze di sicurezza, però, guardano con sospetto i giovani che ritornano dai campi di rieducazione e i ragazzi vivono in uno stato di perenne paura.
Nell’ottobre dell’anno scorso in una scuola superiore di Mudbhar, si è consumato uno scontro tra guerriglieri e militari governativi. Sono morti sei maoisti e quattro studenti. Inviati della Commissione Nazionale per i Diritti Umani, dopo aver visitato la scuola, hanno condannato come responsabili dell’accaduto sia i ribelli che il governo. I maoisti avevano occupato la scuola per tenervi un programma culturale e non hanno interrotto l’indottrinamento dopo aver saputo che l’esercito stava arrivando. Anzi, quando le forze di sicurezza hanno cominciato a sparare, hanno usato gli studenti come scudi umani. Dieci scuole di Mudbhara, compresa la scuola superiore Sharada, sono state chiuse in seguito a questi avvenimenti. La Commissione Nazionale ha chiesto che i bambini e le scuole non divengano bersagli del conflitto armato. Nel 2003 le due parti in lotta avevano acconsentito a dichiarare le scuole “territorio di pace”, dopo le pressioni di varie organizzazioni, tra cui la Federazione delle Ong. Tuttavia, durante i negoziati di pace, i maoisti hanno rifiutato di inserire nelle norme di comportamento questo principio. E le scuole sono state prese di mira anche da frange radicali di diversi partiti politici.
Oggi, nell’ambito di una “campagna militare speciale”, i maoisti stanno scrivendo sulle pareti delle scuole “Lascia libri e penne nella cartella, prendi le armi e preparati ad attaccare il palazzo” (Kapi ra Kalam jholama rakhaun, hatiyar samai darbar takaun). Come si può leggere in un libro pubblicato dalle Nazioni Unite - “Gli effetti dei conflitti armati sui bambini”, che riassume una ricerca svolta in Paesi segnati da guerre-, i bambini di strada e lavoratori vengono spesso arruolati come soldati (bal sainik). Il divieto di utilizzare minori di diciotto anni nei conflitti armati è sancito da norme internazionali. Ciononostante, i maoisti stanno indottrinano i piccoli (sanskritik sena), li utilizzano come messaggeri e assistenti e in molti casi li coinvolgono direttamente nelle battaglie.
Il numero di studenti e insegnanti sequestrati dai maoisti negli ultimi nove mesi si aggira intorno ai quattromila. Anche se alcuni di loro sono stati liberati, i rapimenti continuano. Kamal Shali, leader di un’organizzazione giovanile filo-maoista, ha annunciato che nel meeting annuale del partito maoista tenutosi nella seconda settimana di gennaio è stato deciso che, entro metà maggio, il gruppo di adolescenti armati sarà incrementato fino a raggiungere le cinquantamila unità. Eppure i guerriglieri classificano i ragazzini prelevati dalle scuole come “volontari”. Costringono adolescenti di dodici-quindici anni a prendere parte a riunioni politiche, summit annuali o a raduni in cui viene dichiarato il “governo del popolo”. Per quelli più grandi, fino ai diciotto anni, si passa direttamente alla formazione militare.
Ai bambini-soldato vengono date in uso ogni tipo di arma: fucili 303, pistole, altri tipi di fucili, pipe-bomb (bombe costituite da un tubo di ferro riempito di esplosivo e oggetti metallici, ndr) e socket-bomb (bombe che esplodono per contatto elettrico, ndr). Le “milizie del popolo” maoiste sono costituite per il trenta per cento da minori, moltissimi dei quali rimangono uccisi nel corso di operazioni di sicurezza delle forze governative. Il presidente del partito maoista, Prachanda, dice: “quando i bambini vengono ai nostri centri di reclutamento, noi chiediamo loro di tornare a casa, con tutto il rispetto per la loro dedizione alla causa ribelle ”.
Intanto il governo è incapace di garantire la sicurezza dei più vulnerabili. Il bilancio annuale del Paese ha toccato 1,25 miliardi di dollari, ma solo una somma trascurabile è stata impiegata per la riabilitazione dei bambini vittime della guerra. E’ evidente che nulla migliorerà fino a quando le autorità non si occuperanno seriamente della condizione dei bambini.
Prashant Aryal
www.peacereporter.net/
EX-CALCIATORE GEORGE WEAH CANDIDATO PRESIDENTE?
Politics/Economy, Brief
‘George Weah for president’: sono centinaia i giovani sostenitori dell’ex-campione del Milan che in questi giorni si stanno organizzando per sostenere la sua candidatura a capo di Stato della Liberia. In un Paese martoriato da 14 anni di guerra civile - che dal 2003 sta cercando faticosamente di tornare sulla strada della democrazia - a ottobre dell’anno prossimo i liberiani dovranno scegliere un presidente. Nella capitale Monrovia stanno fioccando nuove candidature. L’ultima in ordine di tempo è quella dell’attaccante che nel 1995 vinse il ‘Pallone d’oro’: Weah, che ha più volte dimostrato attaccamento e affetto per il proprio Paese d’origine, non ha ancora fatto sapere nulla di ufficiale. Nel fine settimana verrà comunque lanciato un nuovo partito chiamato ‘Congresso nazionale della Liberia’, che chiederà alla stella del calcio africano di tentare la scalata alla massima carica dello Stato. Cole Bangulu, attuale direttore del Dipartimento nazionale per le abitazioni del governo di transizione, presentandosi come il segretario della neo-nata formazione politica, ha spiegato la candidatura di Weah – già ambasciatore dell’Unicef – sarà da parte di “cittadini seri e responsabili”. “Ci sono voci che si rincorrono su una possibile candidatura di Weah e secondo alcuni giornali locali si tratta di un’ipotesi concreta. È una persona che gode di una forte simpatia e ha una certa garanzia di serietà” dice alla MISNA l’italiano padre Mauro Armanino, superiore regionale della Società della missioni africane (Sma) in Liberia, raggiunto al telefono a Monrovia. Il dato preoccupante, secondo il missionario, “è che spuntano candidati e partiti una volta alla settimana: c’è fretta di cercare un posto nella ricostruzione del Paese, sperando che qualcosa della ‘torta’ degli aiuti rimanga”. Per garantire pace e sicurezza sono presenti in Liberia circa 15.000 ‘caschi blu’ dell’Onu che in questi mesi hanno disarmato decine di migliaia di ex-combattenti, protagonisti di uno dei conflitti più sanguinosi dell’Africa negli ultimi anni.
misna.it
Così si è stabilito a Copenaghen
Daniele Castellani Perelli
Il 17 dicembre i capi di stato e di governo dell’Europa a 25 decideranno ufficialmente se e quando potrà essere avviato il negoziato per l’adesione della Turchia all’Ue. Ma su quali basi, precisamente, prenderanno la decisione? Sulla base dei cosiddetti “criteri di Copenaghen”, che vennero sottoscritti a conclusione del Consiglio Europeo di Copenaghen, del 21-22 giugno 1993, e che hanno orientato da allora tutte le decisioni riguardanti l’allargamento dell’Unione.
“L’appartenenza all’Unione – recitano i criteri – richiede che il Paese candidato abbia raggiunto una stabilità istituzionale che garantisca la democrazia, lo stato di diritto, i diritti umani, il rispetto e la protezione delle minoranze, l’esistenza di una economia di mercato funzionante nonché la capacità di rispondere alle pressioni concorrenziali e alle forze di mercato all’interno dell’Unione. L’appartenenza all’Unione presuppone anche la capacità dei Paesi candidati di assumersene gli obblighi, inclusa l’adesione agli obiettivi di unione politica, economica e monetaria”. “La capacità dell’Unione di assorbire nuovi membri, mantenendo nello stesso tempo inalterato il ritmo dell'integrazione europea – si chiarisce – riveste parimenti grande importanza, nell’interesse generale dell’Unione e dei Paesi candidati”. La sostanza dei criteri di Copenaghen è stata ribadita nel primo articolo del nuovo trattato costituzionale, che al secondo punto recita: “L’Unione è aperta a tutti gli Stati europei che rispettano i suoi valori e si impegnano a promuoverli congiuntamente”.
Ora, il problema è proprio questo. Secondo alcuni la Turchia di oggi, nonostante i recenti progressi, non rispetta ancora i “valori” dell’Europa, che sono quelli dei criteri di Copenaghen e che vengono definiti anche all’articolo 2 del trattato costituzionale, dove è scritto che “l’Unione si fonda sui valori della dignità umana, della libertà, della democrazia, dell’uguaglianza, dello stato di diritto e del rispetto dei diritti umani”, e che “questi valori sono comuni agli Stati membri in una società fondata sul pluralismo, sulla tolleranza, sulla giustizia, sulla solidarietà e sulla non discriminazione”.
I sostenitori di questa tesi sono a volte in mala fede, essendo in realtà solo preoccupati dalla povertà e dalla fede religiosa della Turchia, e a volte in buona fede, quando censurano leggi e usi decisamente non compatibili con un’Europa autenticamente liberale e democratica. Non ultima la proposta del governo di Ankara di ripristinare il reato di adulterio, che ha suscitato preoccupazioni anche nel ministro degli Esteri britannico Jack Straw, uno dei non moltissimi sponsor della causa turca.
La Commissione Indipendente sulla Turchia ha ricordato come questo paese abbia compiuto grandissimi passi verso i valori dell’Occidente, sin da quando, con Ataturk, cominciò “a svilupparsi come Stato secolare moderno”. “La gente non civilizzata – dichiarò infatti il padre della patria della Turchia moderna – è condannata a rimanere sotto la dominazione di quelli che sono civilizzati. E la civilizzazione è l’Occidente, il mondo moderno, di cui la Turchia deve far parte se vuole sopravvivere”.
“Il Consiglio d’Europa, custode dei valori e dei principi europei, ammise la Turchia come membro a pieno titolo nell’agosto del 1949, solo pochi mesi dopo la firma del Trattato di Londra. Fu deciso – ricorda la Commissione – che la Repubblica di Turchia possedeva le due condizioni per aderire all’Unione: essere un Paese europeo e rispettare i diritti umani, la democrazia pluralistica e lo stato di diritto”. Il paese, che nel 1948 entrò nell’Ocse, nel 1949 venne ammesso come membro a pieno titolo del Consiglio d’Europa, e nel 1951 entrò a far parte della Nato, è oggi un membro a pieno titolo di tutte le principali istituzioni d’Europa, e “l’Unione Europea rappresenta l’unica eccezione”. “E’ indubbio – spiega la Commissione Indipendente – che il governo turco stia attuando ora le misure necessarie con una determinazione e un’efficienza senza precedenti”. Disse una volta Atatürk: “L’Occidente ha nutrito sempre pregiudizi nei confronti dei turchi, ma noi turchi ci siamo sempre mossi verso l’Occidente”.
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Mentre in Iraq le cose peggiorano, per noi sempre più bugie
di Robert Fisk da La Jornada
Gli occhi sbarrati del prigioniero britannnico Ken Bigley sono la più grande tra le nostre recenti crisi. Ma non dimentichiamoci di tutto quello che è accaduto prima. Qualcuno si ricorda di Abu Ghraib? Vi ricordate quelle sporche foto istantanee? E le armi di distruzione di massa, che fine hanno fatto?
In questo momento ci troviamo nella peggior crisi dopo l'ultima grande crisi. Così è come trattiamo la guerra in Iraq, o meglio la seconda guerra in Iraq, come Lord Blair di Kut al Amara* vuole farci credere. I rapitori fanno sfilare i prigionieri in tute arancione per ricordarci la Baia di Guantanamo. Chiedono la liberazione delle donne catturate dagli americani. Si riferiscono ad Abu Ghraib. Abu Ghraib? Qualcuno si ricorda di Abu Ghraib? Vi ricordate quelle sporche foto istantanee? Ma non vi preoccupate. Non sono questi gli Stati Uniti che il presidente George Bush riconosce e, poi, stiamo castigando le mele marcie, no?
Donne? Bene, rimagono solo un paio di dame da quelle parti, che si tratti della dottoressa Germe o della dottoressa Antrace. Ma gli arabi non dimenticano con tanta felicità. E' stata una libanese, Samia Melki, la prima a capire la vera semantica che ebbero le fotografie di Abu Ghraib per il mondo arabo. L'iracheno nudo, con il corpo infangato dagli escrementi, di schiena alla macchina fotografica con le braccie tese di fronte a un americano biondo che sosteneva un palo con fare da macho, aveva "tutto il dramma e i colori contrastanti di un quadro di Caravaggio", ha scritto la Melki su Counterpunch.
Il meglio dell'arte barocca invita lo spettatore a diventare parte dell'opera. "Obbligato a comminare in linea retta con le gambe incrociate, con il torso leggemente obliquo e le braccie tese per non perdere l'equilibrio, il corpo robusto del prigioniero iracheno, accentuato dagli escrementi e dalla luce scarsa, se stende come un crocifisso. EXUDANDO una dignità negate da molto tempo, l'arabo soffre i peccati del mondo"
E questo, temo, è il dolore minore sofferto ad Abu Ghraib. Cosa è successo con tutti questi video che sono stati esibiti in segreto ai membri del congresso statunitense e che a noi-il pubblico- è stato negato di vedere? Perchè ci siamo dimenticati improvvisamente di Abu Ghraib?
Seymour Hersh, il giornalista che ha rivelato il caso di Abu Ghraib - uno dei pochi negli Stati Uniti che fa il suo lavoro - ha parlato in pubblico di ciò che è accaduto in quella terribile prigione.
Devo a un lettore l'estratto seguente da una recente conferenza di Hersh: " voi non conoscete nessuna della peggiori cose avvenute. Ci sono video di donne. Forse qualcuno di voi ha letto che queste donne hanno mandato lettere ai loro uomini. Si trovavano ad Abu Ghraib. Inviavano messaggi in cui chiedevano : per favore, vieni e uccidimi per quello che è successo. E quello che era essenzialmente accaduto era che queste donne erano state imprigionate con i loro figli, e che esiste una registrazione di cui i figli furono sodomizzati mentre le telecamere li filmavano e il peggio era che il nastro riprendeva le loro grida."
Tuttavia, ci siamo già dimenticati di questo. Così come già non parliamo più delle armi di distruzione di massa. Allo stesso tempo, stanno venendo alla luce i dettagli degli sforzi disperati di Bush e Tony Blair per scovare queste inesistenti calamità, e non so se ridere o piangere. I gruppi mobili di investigazione degli Stati Uniti riuscirono, in qualche momento, ad aprirsi un varco fino a un antico quartirere della politica segreta irachena, in cui hanno trovato una porta interna chiusa col catenaccio, e dietro a questa pensavano di trovare gli orrori di cui parlavano Bush e Blair. Sapete cosa hanno trovato? Un vasto emporio di aspirapolvere nuove.
Nelle sede del partito Baa'ath, un altro gruppo, capeggiato dal maggiore Kenneth Deal, ha creduto di aver incontrato alcuni documenti segreti che rivelavano il programma bellico dello sconfitto Saddam Hussein. I fogli risultarono essere una traduzione in arabo de La lotta per la supremazia in Europa di A.J.P. Taylor. Forse Bush e Blair dovrebbero leggerla.
Dunque, mentre continuiamo a scendere dalla barcollante scala del nostro genere, ci obbligano ad ascoltare bugie sempre più grandi. Iyad Allawi, il primo ministro fantoccio- per tutti i miei colleghi reporter che ancora si riferisono a lui con deferenza chiamandolo "primo ministro ad interim"- insiste che ci saranno elezioni a gennaio, sebbene costui abbian di fatto meno controllo della capitale irachena (per non dire del resto del paese) che il sindaco di Bagdad. L'ex agente della Cia, che con obbedienza ha negato la liberazione delle tre prigioniere secondo le istruzioni di Washington, si muove da Londra e York ogni volta che lo si convoca per appoggiare le bugie della coppia Blair- Bush.
Seconda guerra in Iraq. Si, come no. Quanto di questa visione inganna-babbei dovremo ancora ingoiare? Secondo Lord Blair de Kut, combattiamo nella "crociata del terrorismo globale". Cosa dobbiamo capire con una stupidità simile? Certamente, non ci ha detto che saremmo andati incontro a una seconda guerra in Iraq quando contribuì a dare inizio alla prima, vero? E nemmeno lo ha detto ai cittadini riacheni, o si? No, noi siamo stati lì per "liberarli"
Ricordiamoci, dunque, la crisi precedente alla crisi anteriorie alla crisi. Ritorniamo al novembre dello scorso anno, quando il nostro primo ministro parlò nel banchetto d'onore del sindaco. La guerra in Iraq, ci informà allora - e si presuppone che allora si riferisse ancora alla prima guerra - era la " battaglia di fondamentale importanza per l'inizio del XXI secolo".
E lo è stato. Ma ascoltiamo un'altra cosa che lord Blair de Kut ci ha riferito riguardo la guerra: "definitrà le relazioni tra il mondo musulamo e l'occidente. Influirà profondamente nello sviluppo degli stati arabi e del medio oriente. Avrà implicazioni nel lungo periodo per il furuto della diplomaziona americana e occidentale". Anche questo si è verificato, sebbene non come lo prevedeva lui, vero? Perchè è difficile pensare a qualcosa di più profondamente pericoloso, dalla seconda guerra mondiale, per noi, per l'Occidente, per il Medio Oriente, per i cristiani e musulmani - la vera seconda guerra, chiaro - che la guerra di Blair in Iraq.
L'Iraq, ricordiamocelo, era il modello per tutto il Medio Oriente. Tutto lo stato arabo aspirava ad essere come lui. L'Iraq sarebbe stato il catalizzatore - forse incluso la "crociata"- del nuovo Medio Oriente. Risparmiatevi le risatine, per favore.
Mi ha impressionato vedere quante delle lettere dei lettori che ho ricevuto nei giorni scorsi provenivano da uomini e donne che hanno combattuto la seconda guerra mondiale, che chiedono con indignazione che non si permetta a Blair eBush di comparare il pantano in cui ci hanno mentito con la vera lotta contro il male che loro, veterani, hanno combattuto più di mezzo secolo fa.
"Ho 90 anni e ricordo gli uomini feriti nel corpo e nella mente che pullulavano lungo i commini del Galles, dove io sono cresciuto negli anni prima del 1918", segnala Robert Parry. " Per questa ragione, la frase Dulce et decorum est** di Wilfred Owen è per me l'espressione che riassume meglio la realtà della morte in guerra, tornata oggi più terribile per i bombardamenti di precisione degli americani e per gli attacchi siucidi. abbiamo bisogno di un nuovo Owen che ci apra la mente e la coscienza, ma mentre non serve che qualcuno si faccia spazio perchè questo grande poema torni a farsi ascoltare". Sarebbe difficle travare miglior risposta alle puerili stupidaggini che il nostro primo ministro balbetta in questi giorni.
Mai, negli anni, è esistito un abisso tanto profondo - tanto negli Stati Uniti come in Gran Bretagna - tra il governo e il popolo che l'ha eletto. Le recenti dichiarazioni di Blair sono discorsi fatti, per citare il poema di Owen "per bambini avidi di qualche disperata gloria".
Gli occhi sbarrati del prigioniero britannnico Ken Bigley sono la più grande tra le nostre recenti crisi. Ma non dimentichiamoci di tutto quello che è accaduto prima.
* In questo luogo della Mesopotamia, nel 1916, i britannci furono sconfitti dalle truppe turche ** Titolo del poema che raccoglieva la disillusione dei britannici dopo la Prima Guerra Mondiale. La frase si conclude con "morire per la patria". Owen chiama questa frase "la vecchia menzogna"
© The Independent
In spagnolo su: http://www.jornada.unam.mx/028a1mun.php?origen=index.html&fly=1
Tradotto da Nuovi Mondi Media
Blair in crisi può far male a Bush
di GUIDO MOLTEDO
Quante volte Tony Blair è stato dato per spacciato, dacché è iniziata la guerra in Iraq? Mai si è speculato tanto sulla sorte di un leader, e non sempre a sproposito, visti i rovesci che l’hanno investito, dall’inchiesta sul mancato ritrovamento delle armi di distruzione di massa al suicidio di Kelly, per arrivare alla vicenda della cattura di Kenneth Bigley, il tutto sullo sfondo delle macerie di una guerra disgraziata e senza fine. Chiunque sarebbe finito ko. Non Tony Blair.
Puntualmente, il premier laburista è riuscito a divincolarsi abilmente, a non farsi mettere alle corde. A rialzarsi. Mostrando proprio in questa sua capacità di fronteggiare e superare crisi politiche mortali per chiunque altro la sua stoffa di leader fuori del comune.
Eppure il ripetersi di queste crisi, l’accumulo di vicende solo di segno negativo hanno finito per minare la sua leadership.
Il logoramento della sua immagine è evidente. L’uomo del new Labour, il campione della terza via sono un ricordo sbiadito. Oggi finisce sui giornali più per una vacanza a villa Certosa che per un guizzo politico originale.
Così, la conferenza annuale del Partito laburista ne segna un po’ il tramonto.
Della sua leadership più che del progetto politico. Che continuerà ad andare avanti con Gordon Brown, il cancelliere dello scacchiere che con il premier ha condiviso, non solo politicamente, tutte le tappe dell’avventura politica legata al rinnovamento radicale del Labour.
La staffetta non è immediata, ma è nell’ordine delle cose. In ogni caso, Brown ha smentito le voci di un imminente avvicendamento che si sono intensi ficate alla vigilia della conferenza di Brighton. Forse perché conta sulla dinamica del congresso, che giovedì dovrà pronunciarsi su una mozione di condanna della guerra e per il ritiro delle truppe dall’Iraq. Se il testo non sarà adeguatamente arrotondato, l’iniziativa sarà uno schiaffo in faccia che il premier non potrà far finta di non aver ricevuto.
La vicenda irrisolta dell’ostaggio britannico, l’ondata emotiva che attraversa il paese e che influenza l’atmosfera di Brighton, non la faranno certo sembrare una delle tante mozioni, sgradevoli per il leader, ma alla fine innocue.
Se riuscirà a schivare questo scoglio sarà in virtù di una mediazione con l’ala pacifista del partito, oggi maggioritaria, che non potrà lasciare le cose come stanno in Iraq, da parte britannica.
Ma nei calcoli di Blair potrebbe farsi strada un’altra considerazione. Èchiaro che qualsiasi iniziativa sul conflitto iracheno assunta in questo momento a Londra avrebbe riverberi rilevanti sullo scenario statunitense. Se ci fosse una svolta, anche parziale, che faccia prefi- gurare un disimpegno britannico dall’Iraq, la campagna presidenziale di Bush riceverebbe un colpo duro. Perderebbe un sostegno decisivo. Se Blair invece, nonostante tutto, saprà fronteggiare anche l’offensiva nel suo partito, finirà per dare una mano all’alleato americano.
Vorrà farlo? E se vorrà, ci riuscirà? Già oggi dal suo intervento si capirà se è deciso ad andare fino in fondo, senza nulla concedere a quell’autocritica che gli viene chiesta coralmente dal partito. O se, al contrario, ha iniziato una manovra di smarcamento dallo scomodo alleato.
In entrambi gli scenari, su Blair grava un enorme responsabilità. Senza di lui, molto difficilmente Bush avrebbe potuto scatenare la guerra irachena. Senza il suo sostegno, oggi, il presidente rischia davvero di non essere rieletto.
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Un esecutivo (troppo) liberale?
Non ancora insediata, la Commissione Barroso è già sotto il fuoco delle critiche: sarebbe, per alcuni, “troppo” liberale. Eppure la sinistra non ne esce poi tanto male. Analisi.
Addosso ai Liberali! Il nuovo presidente della Commissione europea, l’ex primo ministro portoghese José Manuel Durao Barroso si è proposto al Portogallo con una politica economica molto liberale. Ed ha assunto una posizione nettamente favorevole agli americani in merito all’intervento in Iraq. Ed ecco che all'improvviso, francesi in prima linea, riesce meno gradita la colorazione della commissione che il portoghese andrà a presiedere. L’attribuzione di alcuni portafogli chiave, sembra dare ragione a priori ai suoi detrattori; le posizioni di Commissario al Mercato Interno e alla Concorrenza, sono state assegnate a due persone che hanno incarnato nelle loro nazioni un liberismo economico fra i più evoluti: si tratta dell’olandese Nellie Kroes (Concorrenza) che ha già raggiunto gli onori della cronaca per i suoi legami con gli ambienti d’affari, non facilmente compatibili con la sua nuova funzione – ha dovuto impegnarsi a delegare ad altri ogni fascicolo riguardante ognuno dei suoi ex datori di lavoro, e Charlie Mc Greevy (Mercato Interno) il liberalissimo ex ministro delle Finanze che è stato presente al “miracolo” economico irlandese.
A destra, come l’Europa
E’ possibile che la Commissione Barroso sia pertanto veramente più liberale delle Commissioni precedenti ed, in particolar modo, della Commissione Prodi che aveva assunto le proprie funzioni in un momento in cui la sinistra dominava nell’ambito dell’Europa dei 15? Rimetterà in discussione il modello sociale europeo?
La Commissione Prodi era composta da 12 commissari di sinistra contro 7 di destra. Ma i posti relativi al mercato Interno e alla concorrenza erano occupati da un liberale olandese, Frits Bolkestein, che apparteneva al medesimo partito liberale di Nellie Koes (VVD), e da un economista di centro, Mario Monti. Inoltre, nel corso della seconda metà del mandato della commissione Prodi, e in seguito alle elezioni che si erano svolte nelle rispettive nazioni, due commissari di sinistra erano stati sostituiti con personaggi di centrodestra.
La commissione Barroso sarà sicuramente rivolta più a destra, riflettendo l’attuale trend europea. Ci sono solamente 7 commissari di sinistra su 25. E gli altri non sono necessariamente liberali; i restanti componenti del collegio sono in effetti 8 liberali, 5 cristiano democratici e 4 conservatori. Adesso, se in materia economica le tre famiglie di destra si sono ravvicinate, in ambito sociale i conservatori e i cristiano democratici sono lungi dallo schierarsi con i liberali. La Commissione è quindi probabilmente più equilibrata di quanto non appaia.
I portafogli maggiori
Bisogna anche interessarsi alla distribuzione dei posti. E’ possibile che la sinistra sia talmente sfavorita dalla sorte? Ottiene due vicepresidenti su cinque, con il tedesco Gunter Verheugen (Impresa e Industria) e la svedese Margot Wallstrom (Comunicazione), incaricata non solo di sostituire Barroso in caso d’assenza ma anche di rappresentare la Commissione al Consiglio degli Affari Generali, la formazione più importante del Consiglio dei Ministri. Se verrà ratificata la Costituzione, si avrà una terza vice presidenza in pectore, quella del socialista spagnolo Javier Solana, futuro ministro degli Affari Esteri dell’Unione.
Tra gli altri cinque portafogli che si è vista attribuire, ci sono : Occupazione, Affari Sociali e Pari Opportunità, Energia, Bilancio, Politica regionale, Affari Economici e Monetari (che potrebbero sfuggire allo spagnolo Joaquim Almunia se Solana, anch’egli spagnolo, dovesse raggiungere la Commissione). Inoltre si potrebbe aggiungere Peter Mandelson al Commercio. Portafogli importanti per lo sviluppo economico e sociale dell’Unione. Verheunge, Wallstrom e Spidla(all’Occupazione, agli Affari Sociali e alle Pari Opportunità), dovrebbero ognuno di essi, dirigere una task force che punta a coordinare l’attività della Commissione in alcuni ambiti ritenuti prioritari; la competitività, che dovrebbe dare un diritto di “interferenza” a Verheungen in merito agli orientamenti economici della Commissione, la comunicazione a Wallstrom, “volto” della Commissione; pari opportunità a Spidla. L'influenza della sinistra nell’ambito della Commissione è garantita.
Peccati atlantici
L’obiettivo principale confessato dalla Commissione Barroso è quello di rilanciare il processo di Lisbona, che mira a rendere l’Ue “l’economia basata sulla conoscenza più competitiva e più dinamica al mondo, in grado di sostenere la crescita grazie ad impieghi migliori e più numerosi, e ad una maggiore coesione sociale”, avendo come obiettivo il ritorno al pieno impiego entro il 2010.
Un obiettivo fissato nel 2000, da una maggioranza di governo di sinistra. Il processo di Lisbona, insiste soprattutto sullo sviluppo del capitale sociale degli individui – il che non è compatibile con una certa interpretazione liberale – e che costituisce uno dei principi chiave della “Terza via”. L’obiettivo dell’impiego pieno, però, rimane una delle principali rivendicazioni della sinistra classica.
Il problema è altrove: per i suoi detrattori, l’aggettivo “liberale” è sinonimo di schieramento sull’America. Adesso, è proprio sul rapporto Stati Uniti che l’attuale Commissione è suscettibile di troncare con il passato. Si sospetta già McGreevy, Kroes e Mandelson di voler liquidare le industrie strategiche dell’Europa in favore degli interessi americani, siano essi politici o commerciali. Ma ciò equivalrebbe a fare un processo alle intenzioni e dimenticare che, ad ogni modo, costoro non decidono da soli.
Che sia (ultra) liberale la Commissione Barroso? L’“Istituzione” Commissione, secondo le sue competenze – più forti in ambiti come la concorrenza, legata al mercato unico, piuttosto che nel più recente ambito sociale - ha sempre avuto un’immagine abbastanza liberale. Il nuovo collegio dovrebbe adottare delle posizioni moderate, perché al suo interno un equilibrio, benché fragile, esiste. La Costituzione dovrebbe peraltro rafforzare le prerogative dei Commissari “sociali”, ampliando la base legale dell’azione sociale dell’Unione, una ragione in più per votare “si” in caso di referendum.
Se la repubblica Ceca e la Germania svoltassero a destra alle prossime legislative, composizione e orientamento di questa Commissione potrebbero cambiare. Se Spidla e Verheunen dovessero esser richiamati e sostituiti, si potrebbero temere una netta frattura in termini di equilibri e pesanti conseguenze per il modello sociale europeo. www.cafebabel.com/it
Lula ''disarma'' i brasiliani e prepara un referendum...
Caro Direttore e amici di Aprile,
fra le tante atrocità e orrori di questi giorni, dal Brasile arriva una notizia che sembra una boccata d'aria fresca: il Brasile, potenza emergente ma con ancora enormi sacche di povertà, è anche uno dei paesi più armati al mondo. Secondo un rapporto delle Nazioni Unite è addirittura al 4° posto per numero di omicidi dovuti ad armi da fuoco. Contro la proliferazione delle armi, per 5 mesi è stato sperimentato con successo nello Stato di Paranà un programma di acquisto dalla cittadinanza delle armi in suo possesso. Nel periodo considerato sono state tolte dalla circolazione 20.000 armi e gli omicidi sono diminuiti del 30%. Forte di questo risultato il governo verdeoro ha deciso di estendere il programma a tutta la Nazione. Il programma prevede il riacquisto dei fucili al prezzo di 100 dollari e di 33 per una pistola. Si calcola che fino a dicembre grazie a questo programma 80.000 armi saranno tolte dalla circolazione, con una spesa complessiva che si dovrebbe aggirare intorno ai 3,3 milioni di dollari. Inoltre dall'inizio di Luglio è iniziato un giro di vite che prevede regole rigidissime per il rilascio delle licenze, la creazione di un registro nazionale e il divieto di detenzione di armi nei luoghi pubblici. Il piano di Lula terminerà nel prossimo anno quando i cittadini saranno chiamati per referendum ha scegliere se vietare per legge il commercio di armi. Se l'esempio di Lula fosse stato seguito dalla coalizione americana in Iraq un anno fa, forse oggi l'Iraq sarebbe in una
situazioni migliore, se non altro perché le armi del regime non si sarebbero così diffuse tra la popolazione. E dal business delle armi, in un paese sull'orlo della povertà, si sarebbe passati al business del disarmo. Non si potrebbe tentare di applicare questa semplice ricetta sia in Iraq che in tutti i paesi teatro di guerre, conflitti, violenze, magari con una grande iniziativa dell'ONU? Nel mondo si spendono ormai 1000 miliardi di dollari all'anno in armamenti, è ora di invertire la rotta e iniziare a spendere per il disarmo e la ricostruzione.
Luca Salvi, VR
aprileonline.it
Algeria: velo o lavoro ?
Bisogna scegliere.
El Watan ( Algeria) 22 settembre 2004
Traduzione dal francese a cura di A-sud.org
«Alcuni organismi internazionali restano ”intransigenti e inflessibili” allo stesso tempo, perché c’è di mezzo il sacro-santo principio della sicurezza sulla questione del velo e fanno dello stesso un fondamento inviolabile per il buon andamento dell’azienda».
Stanno così i fatti da parte della direzione delle risorse umane (DRH) che dipende dalla direzione centrale di una grande impresa nazionale, nel caso specifico la Società Nazionale del Trasporto Ferroviario (SNTF), con sede ad Algeri, la quale “non vuole assolutamente sentir parlare di indossare il velo all’interno delle cabine di guida delle locomotive, all’interno dei posti di comando delle reti di scambio, tra i suoi “KDTR” ( personale che è a capo del servizio dei controllori che viaggiano all’interno dei vagoni) o ancora all’interno delle strutture definite tecnico-commerciali. E’ vero che il servizio di reclutamento del personale specializzato della SNTF non ha influenzato in alcuna maniera ed ha lasciato libera scelta alle giovani donne, che hanno superato il concorso a pieni voti, per chiarire nelle loro anime e coscienze questo “svelamento” (déhidjabisation, nell’originale) attraverso coloro che già si conformavano alle norme della Società Ferroviaria.
A.B. ex allieva dell’Istituto Superiore della Formazione Ferroviaria (ISFF) di Rouiba, a qualche chilometro dalla capitale, attualmente nel posto di “scambista di rotaie” nella stazione di Constantine, ha proceduto, dopo aver esaminato tutti i pro e i contro inerenti questo delicato argomento, a togliere il so velo. “ Avrò tutta la libertà di portarlo al di fuori del mio lavoro sena che questo mi ponga un qualsiasi caso di coscienza”.
Non credo di essere venuta meno ai miei doveri di musulmana. Comunque sia, non vedo come potrei gestire una funzione sottoposta a certe esigenze tecniche come la mia, indossando il velo.“
Questo problema si pone ancora di più per le donne meccanico che conducono pesanti locomotive diesel. “Sono tutte le norme di sicurezza, in particolare quelle delle conduzione a vista, che entrano in gioco” ci confessa un capo stazione di sesso femminile.
H.S., anch’essa di Constantine, ha preferito rinunciare alla carriera di ferroviere , benchè avesse superato brillantemente l’esame di reclutamento. “Ho scelto di portare il velo a rischio di restare disoccupata” afferma.
Hostess, alti funzionari di Stato, quadri dirigenziali, sono alcune professioni che si conformano all’inevitabile “svelamento preventivo”, condtio sine qua non per aspirare ad esercitare tali professioni.
"E’ questo il prezzo da pagare per raccogliere la sfida della razionalizzazione dei nostri valori e delle nostre tradizioni con una modernità che vuole essere indulgente ed aperta sul progresso; l’effetto del vestiario, in fin dei conti, non è che un semplice corollario” ci ha precisato un sociologo dell’Università Mentouri di Costantine.
A-sud.org
Rutelli non cede sulle regionali: andremo da soli
di Luana Benini
Un’altra riunione difficile per la Margherita. L’ufficio di presidenza, lunedì sera, ha registrato nuovamente un clima di contrapposizione. Con i prodiani che continuano ad alimentare l’ipotesi di un abbandono di campo da parte del professore qualora dai due partiti principali, e soprattutto da Rutelli, non giungano risposte soddisfacenti alle condizioni poste. Una situazione interna che alcuni non esitano a definire «drammatica» e foriera di sviluppi imprevedibili. Sul tavolo di via delle Fratte dove i prodiani sono due (Parisi e Bordon) contro sette (Rutelli, Gentiloni, Marini, De Mita, Franceschini, Pistelli), con Castagnetti che prova a mediare, i nodi sono sempre i soliti. L’unica novità esposta da Rutelli, e concordata con Marini, è l’offerta di anticipare le primarie (sul premier e sul programma) a gennaio. Cosa che però rigetta la palla in casa diessina (il loro congresso è a febbraio). Su tutto il resto, Rutelli e Marini hanno fatto il punto fin dal pomeriggio. Sulla federazione, d’accordo con Fassino, si può andare avanti con le regole mettendo al lavoro il comitato («ma la direzione della federazione non può essere solo nelle mani degli amici di Prodi»).
Intransigenza sulle liste unitarie: al massimo si decide regione per regione. E lancia in resta sulle liste civiche alle quali Prodi tiene tanto. «La lista civica regionale è una scemenza - spiega Giuseppe Fioroni - non c’è bisogno dell’ennesimo partitino regionale raccordato su scala nazionale». Ma i prodiani si aspettano risposte ben più corpose e operative. Pena, come ha già detto Prodi, lo slittamento del vertice del 4 ottobre sul programma con tutta la coalizione. Slitta? Non è una debacle, sostengono gli intimi del professore facendo intendere che il gioco è ormai duro e che non c’è alcuna intenzione di recedere. Che Prodi vuole concretezza e scelte chiare. Che poi sono riconducibili essenzialmente ad una: la cessione di sovranità da parte dei partiti alla nascente federazione. Lo spiegano bene tre prodiani doc come Natale D’Amico, Antonio La Forgia e Franco Monaco: una federazione come «formazione politica a base federativa, dotata di una soggettività propria, originata da una effettiva cessione di sovranità da parte dei partiti e dunque abilitata a prendere decisioni anche non all’unanimità». Se questo non si potesse realizzare, è la conclusione, la Margherita (ma anche i Ds) dovranno cercarsi un altro candidato premier. La federazione, così come la intendono i prodiani, è la tolda di comando di Prodi. Prodi come «ammiraglio della grande nave dell’Ulivo» che si occupa di «tenere saldo il legame con la nave della sinistra radicale», spiega Ugo Intini, Sdi, che in questo frangente fila d’amore e d’accordo con i prodiani. Da qui discende tutto il resto: primarie, liste uniche alle elezioni regionali, scelta dei candidati. La federazione offrirebbe a Prodi l’ancoraggio politico, la presidenza di un soggetto politico concreto di cui guidare le scelte. Dopo il vertice con i leader del Listone, da cui sembrava essere emerso un compromesso condiviso, Prodi ha alzato la posta rimettendo il cerino nelle mani di Rutelli identificato come colui che, spalleggiato da Franco Marini, resiste alla federazione e contrappone al progetto prodiano un altro progetto che coltiva l’identità centrista della Margherita. Argomento, quest’ultimo, rifiutato sdegnosamente dai rutelliani che a loro volta rimproverano a Prodi di privilegiare gli assetti e il comando personale rispetto all’impegno sui contenuti. In questo quadro ferve la polemica sulla richiesta che sarebbe stata avanzata da Prodi di poter disporre alle elezioni politiche di un certo quantitativo di seggi certi per i suoi uomini. Richiesta che ieri Franco Monaco si è preoccupato di smentire parlando di una «campagna orchestrata» da ambienti del centrodestra alla quale tuttavia alcuni nel centrosinistra offrirebbero cassa di risonanza. E tuttavia, l’argomento dei seggi sicuri, cioè di una pattuglia di fedelissimi in Parlamento che garantiscano Prodi dal ripetersi dell’esperienza del ‘98, è tutt’altro che banale (come dice De Mita, «Prodi teme un altro ‘98. Si è scottato con l’acqua calda e ora ha paura anche dell’acqua»). Che male ci sarebbe, spiegano nell’entourage del professore, se Prodi chiedesse di poter decidere i candidati nei cosiddetti «collegi di frontiera»? In questa ottica non correrebbero alcun rischio i parlamentari eletti dell’Ulivo. Si tratterebbe di far perno su liste civiche. Che però i mariniani vedono come fumo negli occhi. Il timore è che tutte queste ingegnerie finalizzate a garantire Prodi sulla tolda poi finiscano per redistribuire i voti del centrosinistra penalizzando sostanzialmentela Margherita. Così come la rinuncia generalizzata del simbolo della Margherita alle prossime regionali. Su questo Marini e Rutelli non sono disposti a retrocedere. Anzi, Marini apre su questo versante anche un fronte polemico con il ds Vannino Chiti che si mostra ben più disponibile. In questo impasse volano gli stracci. Con il prodiano Cambursano a muso duro contro Dario Franceschini che invita Prodi a non «mettere le mani nei partiti». Il seguito alla riunione dell’esecutivo di mercoledì.
unita.it
L'ombra di Prodi
di Furio Colombo
Dopo giorni di profonda incertezza in cui in tanti ci siamo domandati come si è creata, quando, perché una tensione fra Romano Prodi e l’Ulivo, abbiamo ricevuto ieri una risposta illuminante dall’editoriale del giornale Il Riformista . I lettori sanno che a volte ci siamo domandati ad alta voce a che cosa serve Il Riformista. Avevamo torto e lo diciamo senza ironia. Serve a raccogliere e diffondere punti di vista autorevoli che a noi non arriverebbero, perché richiedono un rapporto di fiducia. E nei grandi giornali trapelano solo quando il notista è fortunato o svelto e raccoglie una confidenza. Il testo del Il Riformista a cui ci riferiamo è, nel gergo anglosassone, un “position paper” . Ci annuncia, in modo organico e motivato, perché l’Ulivo fino a pochi giorni fa era una coalizione che stava per diventare una federazione e aveva un leader - Romano Prodi - e adesso forse diventerà una federazione ma il leader non c’è.
O almeno il nuovo nome non è stato rivelato a chi non ha le buone fonti del Riformista. L’articolo può essere riassunto in alcuni punti. Ciascuno contiene una rivelazione e cercheremo di essere recensori accurati.
1. Prodi era stato scelto non per risolvere problemi ma per coprirli. Niente rivalità interne, niente conti con il passato. Un ariete per sfondare un po’ alla cieca le palizzate berlusconiane e poi via come prima. Si sente un certo disprezzo per quel “prima”, dal modo in cui vengono fatti i nomi di Visco, di Bassanini, della Bindi di cui - ci dice Il Riformista - non c’è proprio niente da rimpiangere.
2. Prodi avrebbe potuto legittimarsi, nonostante una nascita così poco gloriosa alla nuova guida dell’Ulivo, se solo avesse fatto una vera scelta riformista. Gli suggeriscono anche le parole: avrebbe dovuto dire e ripetere ad alta voce: «Il mercato non è un problema ma è la soluzione».
Disgraziatamente Prodi non l’ha detto, forse perché conosce benino la situazione dei 40 milioni di americani - tra cui un mare di bambini - tagliati fuori, per esosità delle compagnie di assicurazione o per precariato e “outsourcing” cronico del lavoro, dal mercato della salute. Forse perché ha notato la rivolta delle classi medie tedesche contro il Cancelliere socialdemocratico che li sta privando di sostegni di welfare con cui si pagava la coesione e la pace sociale. Forse perché ha presente quanto poco il mercato abbia salvato dal precipitare nell’abbandono totale milioni di argentini vittime non di carestie o improvvise carenze di beni ma del cattivo governo dei privilegi e dell’illegalità.
Prodi - come sanno in altre parti del mondo - non è un nemico del mercato. Crede in una certa armonia tra capitalismo, legalità e interventi sociali come quelli che hanno ispirato l’America di Roosevelt, di Kennedy, di Carter, di Clinton (il Presidente che da un lato ha tentato in tutti i modi di correggere la grave ingiustizia sanitaria e dall’altro ha dato al suo Paese il benessere che George Bush e i suoi neo-conservatori hanno dissipato).
3. Però non basta. È inutile fare carinerie. Senti in te «la spinta riformista» (citiamo testualmente) o «stai rafforzando l’ala più radicale»? La risposta è dura e immediata, dettata dal realismo, non dalla cattiveria. Prodi è radicale. Qui, ovviamente, radicale significa più a sinistra. Così a sinistra da non poterlo collocare neppure in area Bertinotti. E certamente da non poterlo presentare nei salotti accanto a Consolo (quello di Telekom Serbia) o al pacato Giovanardi. Ma cosa significa, in questo contesto, sinistra?
4. La risposta viene alla fine, in due paragrafi. Nel primo si dice di Prodi, come estrema ragione di discredito, che vuole «andare in giro per un anno ad ascoltare il Paese». L’ipotesi è indicata come il colmo. E infatti l’articolista - che è il direttore del giornale e dunque particolarmente credibile - ci dice che, a questo punto, «sia i federatori che gli innovatori hanno dubbi sulla leadership di Prodi».
Noi non sappiamo con quali innovatori sia in contatto Il Riformista che - nella migliore tradizione americana - protegge le sue fonti. Siamo maliziosi se vediamo affiorare in questi innovatori anonimi l’incubo malevolo dei girotondi, l’odiosità dei cittadini auto-convocati, l’insopportabile pretesa dei non addetti ai lavori di interferire con la politica?
5. Forse fa luce il sarcastico riferimento alla mancanza di legami partitici di Prodi, quando l’articolista si chiede: «dove eserciterà la sua leadership Prodi? A Porta a porta, nel pastone quotidiano di Pionati?». Infatti a Porta a porta e nel pastone di Pionati entrano solo coloro che hanno un saldo raccordo con i partiti e che direttamente li rappresentano.
Nel mondo degli innovatori emerge una curiosa unità di misura. A che distanza sei da un rapporto di organicità e disciplina con un partito? Su quella distanza, - e non sul vecchio asse destra-sinistra - si misura il radicalismo. Se è così, per Prodi e per alcuni di noi butta male.
unita.it
settembre 27 2004
FORZA LIVORNO, ABBASSO GELA!
Caro Presidente,
Sono il tifoso di una squadra di calcio che non ha mai giocato in seria A, né mai ci giocherà. La mia città non è famosa come la sua, noi finiamo sui giornali solo perché c'è la mafia che vuole uccidere il nostro amato sindaco; anzì, ormai qui da noi neanche questo fa più notizia, ci hanno fatto abituare anche a questo.
La mia città si chiama Gela, è in provincia di Caltanissetta, giù in Sicilia, è una città molto carina pensi, ci vengono a villeggiare anche i killer dall'Ucraina. Perché, magari tra una partita e l'altra del suo amato Livorno, non ci viene a trovare? Potrebbe approfittare della trasferta col Palermo o con il Messina. Così, magari viene a portare un po' di solidarità al nostro sindaco che ne ha tanto bisogno.
Lo so, lo so, che gli ha scritto ma vede, qui le parole non bastano più, ci vorrebbe qualcuno come Lei per sgombrare il campo dalle illazioni, perché c'è chi ritiene che il sindaco esageri con le sue lamentele, c'è chi sostiene che qui le cose vanno tutte bene, è tutto apposto. Ma io non ne sono molto convinto. Ho sentito dire che anche in altri comuni siciliani la situazione non è tranquilla: agli amministratori comunali spediscono strane buste con le cartucce dentro , bho! mi chiedo saranno amici che gli regalano le pallottole per ricordargli che è incominciata la stagione della caccia?
Ad un'altro amministratore gli hanno tagliato gli ulivi davanti casa, che gentili, visto che adesso comincia il freddo, gli hanno preparato la legna. Mi chiedo ma che sta succedendo? Come mai tutte queste manifestazioni d'affetto ai rappresentanti politici più scomodi? O sono io che sono troppo ingenuo? La prego, Presidente Ciampi, venga Lei a fare un po' di chiarezza, vedrà non la deluderemo, una veduta sul petrolchimico vale più di una piroetta di Protti.
contromafia.splinder.com
Elezioni Usa, Jimmy Carter accusa: «In Florida rischiamo un altro 2000»
di red.
La Florida di Jeb Bush non è in grado di rispettare gli standard elettorali. L’America rischia di ripetere la figuraccia del 2000, quando la vittoria di Al Gore fu ribaltata dalle manovre dei funzionari della Florida, che mandarono alla Casa Bianca George W. Bush. Un’elezione che fu salutata con un eloquente «Hail to the thief» (Salute al ladro) dalla stampa di mezzo mondo. L’accusa non viene da un militante qualunque o da un “complottista”. Ma da Jimmy Carter, uno che di democrazia e di regole elettorali se ne intende, avendone fatto uno ragione di vita. Anche dopo essere stato alla Casa Bianca (1977-1981), dove ottenne grandi risultati, tra cui gli accordi di Camp David del 1978 tra Egitto e Israele e la ratifica del trattato Salt II con l’Unione Sovietica, per la non proliferazione delle armi strategiche.
Ma veniamo alle perplessità espresse da Carter, in un intervento sul Washington Post. Nell’articolo, dal titolo Still Seeking a fair Florida Vote (Cerchiamo ancora un voto giusto in Florida), Carter scrive: «Quattro anni fa, la responsabile dello scrutinio in Florida, nonché segretario di Stato della stessa Florida, Khaterine Herris, era anche la responsabile della campagna elettorale dell’accoppiata Bush-Cheney. La stessa cosa accade ora, visto che le è succeduta Glenda Hood, che sempre nel 2000 fu un “grande elettrice” di Bush». Militanza allora, militanza oggi. Quando in realtà i responsabili dello spoglio dei voti dovrebbero essere personaggi neutrali e di garanzia, come sottolinea Carter.
Altro problema è quello relativo al voto degli afro-americani. Carter ha accusato la Hood, una repubblicana, di aver cercato di mettere sulla scheda il nome del candidato indipendente Ralph Nader, ben sapendo che avrebbe rubato voti ai democratici e ha aggiunto che «un goffo tentativo è stato fatto di recente per squalificare 22 mila afro-americani (potenzialmente elettori democratici) ma solo 61 ispanici (potenzialmente repubblicani) come presunti criminali».
Infine la bacchettata al governatore della Florida, Jeb Bush, fratello del presidente americano e chiaramente suo strenuo sostenitore. «Jeb Buh non ha fatto nulla per correggere queste imperfezioni e non ha apportato nessuna riforma per prevenirle in futuro». Il riferimento è al fatto che la Florida non ha recepito l’Help America Vote Act dell’ottobre 2002, promulgato dopo uno studio condotto da Jimmy Carter e dall’altro ex presidente (repubblicano) Gerard Ford, in cui i due elencarono una serie di raccomandazioni per evitare un nuovo caso Florida. Caso Florida, che come ammette Carter, ha tutte le “carte in regola” per ripetersi.
unita.it
Costituente? Vedremo.
Albo degli elettori ? Vedremo.
Primarie? Vedremo.
Federazione? Vedremo.
Lista unitaria alle regionali? Vedremo.
Prodi ha perso la sua proverbiale pazienza. E noi “Cittadini per l’Ulivo?”
Domenica, nel Coordinamento Nazionale c’è pessimismo anche perché le assenze sono tante, ad iniziare da quella del Prof. Scoppola (motivi familiari).
Gli interventi della mattinata sono tutti orientati alla lettera di Prodi e al che fare per sostenerlo.
Pochi si accorgono che da 4 gatti siamo scesi a 3 (trattabili) e che l’ultimo appello ha raccolto ancora troppe poche firme.
Fogliazza introduce chiedendo di ripensare al nostro ruolo.
Massari riferisce della benevolenza di cui godiamo con Prodi e della sua promessa di dedicarci un po’ di tempo a Novembre. Riferisce anche dell'impegno con cui sta cercando di tessere alleanze con movimenti e associazioni, per studiare le primarie, ma senza nessuna notizia degna di nota.
Si susseguono gli interventi con qualche spunto interessante e molta aria fritta. Molti leggono il giornale.
Degni di nota quello di Parietti, che evidenzia la necessità di rivedere l’organizzazione, la fine dell’unanimismo e la visibilità esterna come temi interconnessi e decisivi per un rilancio dei CPU.
Una signora di Pistoia racconta la difficoltà di operare sul territorio insieme ai partiti sedicenti ulivisti e propone di creare la Lista per Prodi.
Quando tocca a me, illustro la dichiarazione d’intenti di Suez e l’intenzione di non votare, come estrema protesta all’indifferenza dei partiti verso l’Ulivo e soprattutto verso le ripetute richieste di partecipazione dei cittadini, indifferenza culminata nel rinvio delle primarie a fine 2005, senza neanche sentire il bisogno di fornire motivazioni, né d’indicare un gruppo di lavoro che nel frattempo si occupasse seriamente di definirne natura e modalità.
“Questa chiusura dei partiti – dico – significa che loro contano sulla nostra rassegnazione. Di qualche appello indignato neanche si accorgeranno, perché sanno che alla fine daremo loro il voto, anche perché schiacciati dal ricatto: se non mi voti, favorisci lui.
“ Prodi – concludo - ha detto basta con le assurde resistenze e le ambiguità o non ci sarò. Beh, noi nemmeno.”
Nessuno leggeva il giornale durante questo intervento e c’è stato anche qualche mano che applaudiva d’impulso, ma molti si sono poi affrettati a dirmi che stavamo proponendo il cruento dispetto del marito alla moglie…
A margine della mattinata ha preso la parola Auriemma dando un altro motivo di disaffezione ai presenti, come se non bastasse il clima dimesso della giornata.
Ha criticato le posizioni di Suez e la creazione di una Lista Prodi e fin qui normale passione.
Invece, con vero e proprio impeto si è scagliato contro il testo approvato dai Comitati Romani per delle gravi inesattezza che conterrebbe (non chiedetemi quali), urlando “le parole sono pietre!!!” e provocando la decisa reazione dei diretti interessati e qualche persona che ha preso la sue cose e se n’è andata. Subito dopo, ha anche chiesto scusa, ma nelle facce di molti che avevano preso il treno all’alba per esserci ho letto il proposito di non tornare più.
Nel pomeriggio non ho potuto seguire i lavori, ma nella dichiarazione conclusiva non c’è traccia di questa mozione.
Si chiede invece di insistere sulle sottoscrizioni all’appello (a cui Suez ha contribuito) e si preannuncia una iniziativa per metà Novembre, per dare a Prodi le firme raccolte.
Le mie conclusioni? Brevissime.
Se come CPU dobbiamo seguire le indicazioni dei partiti, non serviamo. Se invece dobbiamo spronarli, occorre farlo con fermezza ed originalità, magari correndo il rischio dell’ostracismo. Sempre meglio che diventare un altro condominio litigioso alla periferia della politica.
A presto Massimo
PS.
(scritto al volo, mangiando un panino in pausa pranzo: non rispondo di ripetizioni, errori e macchie di prosciutto...)ulivoselvatico.org
Gli intellettuali in difesa della Costituzione
Noi siamo vivamente preoccupati per la proposta di modifica della Costituzione all’esame del Parlamento, che riteniamo rappresentare una grave minaccia per la nostra democrazia.
Una costituzione democratica ha due principali obiettivi: limitare il potere politico, e garantire ai cittadini una serie di diritti fondamentali. Sin dagli albori del costituzionalismo moderno il primo obiettivo è stato garantito dalla separazione dei poteri. Ciò vale sia per i sistemi presidenziali che per i sistemi di governo parlamentare: in entrambi il potere legislativo fa da contrappeso al potere esecutivo, e in entrambi è garantita l’indipendenza del potere giudiziario. In qualsiasi sistema democratico, infine, il principio di eguaglianza fa sì che ogni cittadino goda degli stessi diritti quale che sia la sua razza, religione, sesso, e – nei sistemi federali – regione di appartenenza.
Questi principi, fondamento di ogni buona costituzione, sono oggi a rischio in Italia. La riforma votata dal Senato, e ora all’esame della Camera, riscrive 43 articoli della nostra Carta. È di fatto una nuova Costituzione. Ma non è una buona Costituzione. Essa, infatti, delinea una forma di governo unica al mondo, lontana da quella delle altre democrazie europee e occidentali, basata sulla dittatura elettiva di un uomo solo e sull’esautoramento del Parlamento che può essere sciolto a piacimento del Premier. Non vi sono contrappesi a questo eccessivo potere perché la proposta sminuisce il ruolo delle grandi istituzioni di garanzia: il Presidente della Repubblica viene privato di qualsiasi effettivo potere e relegato in un ruolo cerimoniale; e nella Corte Costituzionale aumentano i giudici di nomina politica. Anche alcuni fondamentali diritti, da lungo tempo acquisiti, sono oggi in pericolo: con la devolution, e il conseguente aggravarsi delle differenze tra Regioni ricche e Regioni povere, la riforma mette a rischio l’universalità e l’eguaglianza dei diritti in settori fondamentali per il benessere dei cittadini quali la sanità, l’istruzione, la sicurezza, e la cultura.
Ci appelliamo ai Deputati perché questo non avvenga. La Costituzione del 1948 può essere migliorata, ma senza alterare l’equilibrio tra poteri e senza rinunciare alle garanzie offerte dalla Corte Costituzionale e dalla Presidenza della Repubblica così come oggi configurate. E soprattutto senza consegnare tutto il potere nelle mani di un Primo Ministro onnipotente, sottoposto ogni cinque anni al voto popolare, ma nel frattempo padrone assoluto di tutte le istituzioni senza alcun reale contrappeso. Noi non vogliamo un simile regime plebiscitario, ma una democrazia ove il controllo dei cittadini avvenga ogni giorno attraverso una libera informazione, una Magistratura indipendente, un’efficace opposizione in un Parlamento non svuotato delle sue storiche funzioni. Vogliamo che le riforme costituzionali siano frutto di un ampio dibattito, e non imposte a colpi di maggioranza da chi rappresenta al massimo la metà degli elettori e che così facendo darebbe alla nuova Costituzione una base di legittimità debole e precaria. Noi non vogliamo una Costituzione di parte, ma una Costituzione che, come quella del 1948, possa essere largamente condivisa dagli Italiani.
Claudio Abbado, Maurizio Pollini, Salvatore Accardo, Enzo Biagi, Inge Feltrinelli, Luca Formenton, Rita Levi Montalcini, Mario Luzi, Renzo Piano, Luca Ronconi e Guido Rossi (primi firmatari)
Giuliano, Ritanna e le comparse
Sono tornati. Tornano sempre, purtroppo. Bruno Vespa e Giuliano Ferrara sono tali e quali come ci avevano lasciato, con l’aggiunta di qualche novità stravagante, leggi Ritanna Armeni in coppia con l’Elefantino. Bruno non ha ancora ben carburato, il suo (nel senso di proprietà) Porta a porta è ancora alla ricerca del piglio berlusconista. Però è sulla buona strada. Anche quando il presidente non c’entra niente lui lo nomina, tanto per non perdere l’abitudine. Siamo certi che rapidamente troverà la strada buona e si metterà l’anima in pace. In fondo davanti a lui il presidente firmò quella bufala che si chiama contratto con gli italiani e quella bufala deve essere portata avanti in ogni modo. Non si possono lasciare i telespettatori con il fiato sospeso. Berlusconi e Vespa avevano loro assicurato il paese del bengodi, ora si ritrovano a far la spesa a credito perché alla fine del mese non arrivano, qualcosa Bruno dovrà inventarsi perché il suo editore di riferimento non faccia brutte figure. Poi manca la signora o signorina, tette al vento e gambe alla vista, esperta di tutto. Siamo certi che Bruno rimedierà rapidamente. Intanto si è già assicurato di nuovo Magdi Allam. Forse era meglio se, in questo periodo, lo teneva in panchina. Nella situazione in cui ci troviamo se si abbassassero i toni, se l’Islam non diventasse il male assoluto, forse sarebbe meglio. Una cosa è combattere il terrorismo, senza se e senza ma, altro è fare d’ogni erba un fascio, vedere nel mondo arabo il male comunque. Si è assicurato anche Vittorio Feltri, il quale con il suo stile da signore di campagna, mentre si trepidava per la sorte delle due Simone e degli iracheni presi in ostaggio, leggeva titoli truculenti del suo giornale, parlava di sgozzati e altre cosucce. Anche lui andrebbe messo in panchina. Poi La Russa, il coordinatore di An, il quale dice sempre le solite cose, che non vuol far polemiche ma l’opposizione è una schifezza, Fini è il più bravo, Berlusconi idem. Aggiunge con qualche reminiscenza fascista. D’altra parte viene da lì. Salti da una rete all’altra, da una tv all’altra lui c’è sempre. Forse ha preso casa dentro una tv. Ti sposti da Ferrara e trovi una gentile signora che gli siede accanto. Che strana coppia, pensi. La signora in questione è l’addetta stampa di Fausto Bertinotti, ex giornalista del Manifesto. Ti chiedi: ma che ci fa? Niente. Serve al Ferrarone per far vedere quanto lui è pluralista. Però chiarisce subito: lei dice queste cose perché è comunista, io lo ero, ora sono anticomunista. Come dire che sono tutte stronzate, ci si scusi il termine ma questo era il tono di Giulianone Per la verità di cose ne dice proprio poche, quasi niente. In tv, ci pensa Ferrara a regolare il gioco, a dare le carte, a barare. Insomma una comparsata quella di Ritanna. Contenta lei. E Bertinotti?
[Punk]
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Preparano una super stangata da quaranta miliardi di euro»
«Siamo arrivati al dunque e Siniscalco sembra proprio che voglia deluderci. Avevamo qualche pallida speranza di cambiamento, invece niente. La correzione che dovrebbe fare non è affatto di 24 miliardi, ma molto di più. Per realizzare tutte le promesse che fa gli servono circa 40 miliardi». Parte da qui, da quegli 80mila miliardi di lire da reperire per controllare il deficit l’affondo di Vincenzo Visco a Domenico Siniscalco. L’ex ministro ha appena finito di stilare l’ultimo rapporto del Nens, che sarà presentato domani, in cui intende dimostrare, cifra dopo cifra, il carattere fondamentalmente tremontiano dell’attuale titolare dell’Economia.
In altre parole, la musica con Siniscalco non cambia: cifre truccate. «Ma il ministro sa come stanno davvero le cose - aggiunge Visco - E vuole anche salvare la propria reputazione. Per questo se davvero Berlusconi insiste sul taglio delle tasse, mi auguro che Siniscalco si dimetta».
Insomma, secondo lei siamo ancora di fronte ad una Finanziaria tremontiana? I numeri sono truccati?
«Quando Siniscalco è venuto in Parlamento a presentare il Dpef, noi lo abbiamo apprezzato per aver cominciato a dare numeri veri, ancorché ancora non del tutto esatti».
Non erano esatti neanche allora?
«Era una “disclosure” al 70/80%. In quell’occasione gli abbiamo anche detto di stare attento, perché lui beneficiava di una sorta di consenso generalizzato dovuto all’effetto “caduta del tiranno”. Lo avevamo messo in guardia, dicendogli di stare attento a non deluderci. Invece sembra proprio che voglia deludere tutti».
Da cosa lo si capisce?
«Per prima cosa, tutta questa menata di Gordon Brown e del 2%. Io non so se con questo strumento lui riesce a prendere in giro i suoi colleghi di governo. Ne dubito. Però il fatto che lui ci venga a raccontare che, invece di fare un’operazione di tagli sostanziali, e magari di aumento delle tasse e di ennesime una tantum, aumenta invece le risorse disponibili a tutti del 2% e poi ridurrà pure le tasse come vuole Berlusconi, è davvero al di là di ogni possibilità realistica. Non ci può prendere in giro».
Quindi il 2% è il primo trucco, non convince?
«È una presa in giro manifesta. Questa regola del 2%, se viene applicata a tutto, alle spese correnti e alle spese in conto capitale (senza nessuna deroga, invece mi sembra che la lista di deroghe si allunga ogni giorno di più) arriva a 14 miliardi di tagli ai quali può aggiungere i 7 miliardi di una tantum».
E fare così quasi tutta la manovra...
«No, così si arriva a 21 miliardi. Per fare la manovra gli servono circa 40 miliardi».
Vuol dire che secondo lei non bastano 24 miliardi?
«No, ne servono parecchi di più. Ho detto che la “disclosure” era al 70-80%. Il tendenziale non è 4,4, ma è 5%. Se poi vuole pure tagliare le tasse, servono circa 40 miliardi».
Siniscalco ha spiegato ai ministri che con il 2% si liberano risorse per tagliare le tasse in futuro..
«Quello che è emerso sui giornali in questi giorni riflette esattamente la stessa logica virtuale di Tremonti. Quelllo che il ministro dovrebbe fare è spiegare come taglia le spese. non si può dire aumento le spese e vi riduco le tasse. Così siamo alle solite. Lui sta dicendo questo: il messaggio che arriva è questo».
Perché non riesce a mandare un messaggio onesto: riduciamo le spese e tagliamo le tasse?
«No, dovrebbe dire aumentiamo le tasse, perché a quel che si capisce le tasse aumentano. Sette miliardi derivano da una stretta fiscale sugli studi di settore. Il fatto è che il taglio necessario a colmare il deficit dev’essere pesante, rischia di ridurre in modo consistente i servizi. Per questo si inventano queste storielle sul 2%».
Le indiscrezioni parlano di emersione degli affitti in nero. Quanto è possibile ricavarne?
«Voglio prima vedere di cosa si tratta. Già sugli studi di settore (che non sono stati manutenuti per tre anni), osservo che non è affatto detto che se si rivedono poi si incassano più soldi. L’unica cosa che produce entrate sono le rendite catastali. Quanto alla lotta all’evasione, è bene che si faccia e questo punto sarebbe in controtendenza rispetto alla fase precedente. Ma avendo contribuito ad aumentare l’evasione in questi anni, è più difficile farla. Inoltre la lotta all’evasione si verifica ex post: non ci si può spendere i proventi ex ante. Questa mi sembra la situazione: aspettiamo qualche giorno e vedremo».
Nella maggioranza c’è qualcuno che accusa Siniscalco di non voler ridurre le tasse.
«Questo è apprezzabile. È bene che non le riduca, perché non ci sono i soldi. Nonostante l’aumento di imposizione sugli studi di settore, non ha margini per la manovra sull’Ire. Se decidesse di non farla, in due o tre anni potrebbe aggiustare i conti. Tra l’altro lui sa benissimo che all’economia italiana quella ricetta è l’ultima cosa che serve».
Cosa dovrebbe fare invece?
«Sullo sviluppo dovrebbe seguire le indicazioni di Confindustria sulla ricerca e l’innovazione, oltre alle riforme del diritto fallimenatre e del risparmio che sono a costo zero».
Oggi An chiederà un fisco per la famiglia. Siniscalco dirà di sì?
«Se vuole realizzare un intervento organico, deve fare una cosa che costa. Noi proponiamo un’imposta negativa a favore degli incapienti, l’unificazione degli assegni familiari con le detrazioni fiscali e altre cose. Ma tutto questo costa».
Secondo lei il ministro è intenzionato ad accontentare Berlusconi sulle tasse, o tenta di prendere tempo?
«Siniscalco è molto abile, ed ha avuto una copertura mediatica impressionante. Devo dire che la mia stima nei confronti dei giornalisti scende sempre di più perché non è possibile essere così acquiescenti. Ma nonostante tutto questo, se Berlusconi, che è il capo di tutti, gli dice di fare la riforma fiscale, o si dimette o la fa. Io mi auguro che si dimetta. Lui sa bene come stanno i conti».
unita.it
Giustizia, tutti i dubbi di Ciampi
Il Presidente potrebbe non firmare la riforma del Polo
MASSIMO GIANNINI
dal Repubblica - 27 settembre 2004
Un altro sciopero dei magistrati per il Quirinale sarebbe intollerabile. Ma l´ultima riforma Castelli sull´ordinamento giudiziario rischia di fare la stessa fine della prima riforma Gasparri sul sistema radiotelevisivo. Bocciata dal presidente della Repubblica per manifesta incostituzionalità. Rinviata alle Camere, senza la firma che ne integra la promulgazione: quella di Carlo Azeglio Ciampi. In queste ore il Capo dello Stato vive, come tutti gli italiani, l´angoscia profonda per la sorte delle due Simone rapite a Bagdad. Continua a lanciare appelli accorati per la loro liberazione. Continua a chiedere un impegno comune, di tutta l´Europa, per sostenere l´Onu e il ripristino di una strategia multilaterale che consenta una via d´uscita dall´inferno iracheno.
SEGUE A PAGINA 9
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Il Presidente più orientato a rinviare il provvedimento sul nuovo ordinamento
Giustizia, i dubbi di Ciampi
potrebbe non firmare la riforma
Nel dossier sul tavolo del Quirinale perplessità politiche e costituzionali
Desta inquietudine l´effetto complessivo sull´equilibrio tra i poteri dello Stato
Dopo quello alla prima legge Gasparri, per il governo potrebbe arrivare il secondo stop
(SEGUE DALLA PRIMA PAGINA)
MASSIMO GIANNINI
Ma Ciampi segue anche con attenzione e apprensione crescente il destino delle riforme. Su quelle istituzionali ha già lanciato un monito chiaro, la settimana scorsa. Sulla riforma dell´ordinamento giudiziario non si è ancora espresso con altrettanta nettezza. Ma il dossier è sulla sua scrivania. Ed è un dossier voluminoso. Pieno di perplessità politiche e di dubbi costituzionali. Con ogni probabilità, se dovesse controfirmare oggi quel testo, così come sta transitando al Senato, le ragioni per respingerlo prevarrebbero di gran lunga su quelle che lo indurrebbero a un via libera.
La nuova legge che riscrive le regole della giustizia italiana è all´esame di Palazzo Madama. Cambia il sistema delle carriere e dei concorsi dei magistrati, con tanto di test di idoneità psicoattitudinale. Modifica lo status dei pubblici ministeri. Ridefinisce la formulazione degli illeciti disciplinari. Altera il rapporto tra il Csm e il ministro della Giustizia. Per questo, ha aperto una frattura insanabile tra la politica e la magistratura, come confermano i giudizi inappellabili arrivati in questi ultimi due giorni dal congresso dell´Anm di Napoli. Ha spaccato radicalmente i due Poli. Ma ha anche creato l´ennesima crepa nella Casa delle libertà. In Commissione sono stati presentati ben 500 emendamenti al testo. Quasi tutti dell´opposizione, tranne una quindicina, che sono dell´Udc e che marciano in netta controtendenza rispetto alle norme sostenute da Forza Italia, Lega e An.
La dialettica politica, per quanto aspra, non alimenta i timori del Colle.
Quello che invece desta molta inquietudine è l´effetto complessivo che la riforma produce sugli assetti costituzionali e sull´equilibrio tra i poteri dello Stato. Su questo, il dossier di Ciampi abbonda di punti critici. Il presidente, finora, ha enunciato una sola convinzione pubblica, che tuttavia indica il suo altissimo livello di attenzione sul tema: «Quella dell´ordinamento giudiziario è una riforma di rilievo costituzionale». Una riforma, cioè, destinata ad «avere riflessi sui diritti fondamentali dei cittadini», ma anche ad incidere «sull´equilibrio tra i poteri dello Stato» definito dai costituenti con la Carta del 1948. Già da questa premessa, dal punto di vista del Quirinale, discende un primo dubbio di metodo. È possibile introdurre nell´ordinamento giuridico una riforma «di rilievo costituzionale» con una semplice legge ordinaria, cioè al di fuori delle regole dettate dall´articolo 138 per disciplinare rigidamente tutte le forme di revisione costituzionale? La risposta, al momento, non c´è. Ma i dubbi sono tanti. Superiori alle certezze.
Se poi dal metodo si passa al merito, le incertezze si moltiplicano. Sul Colle non possono passare inosservate le sirene d´allarme suonate dal Csm. A Ciampi, che dell´organo di autogoverno della magistratura è presidente, è arrivato il lungo parere scritto a Palazzo dei Marescialli, con il quale si indicano almeno otto vizi di illegittimità costituzionale contenuti nel provvedimento all´esame del Senato. Ma sul Colle non sono passate inosservate nemmeno le innumerevoli iniziative e la vastissima letteratura che già si è prodotta, tra i giuristi, sulla riforma Castelli. Andrea Manzella, uno dei più vicini ed ascoltati da Ciampi, ha già detto chiaro ciò che pensa: «L´intero impianto della riforma tradisce i principi, le garanzie e i valori indicati dai costituenti come paletti dell´ordinamento giudiziario». E ben 73 costituzionalisti, tra i più prestigiosi d´Italia, hanno già sottoscritto un appello, trasmesso a Palazzo Madama, nel quale si segnalano tutti i punti di palese illegittimità del testo. Si sottolinea «l´interesse primario dei cittadini ad avere una magistratura autonoma e indipendente», e si denuncia al contrario l´intenzione della riforma a creare «una magistratura fortemente burocratizzata» e sottoposta alle ingerenze politiche. Pescando tra i firmatari dell´appello si trova di tutto e di più. Sergio Bartole, presidente dell´Associazione italiana dei costituzionalisti e docente all´Università di Trieste: «L´obiettivo della riforma è contenere i poteri decisionali del Csm sulla carriera dei magistrati... L´indebolimento del Csm gioca a vantaggio del ministro, cui si consente ancora di reclutare tra i magistrati personale direttivo degli uffici del suo dicastero, favorendo anzi la carriera di quanti torneranno all´esercizio delle funzioni giudiziarie al momento della distribuzione degli uffici direttivi. Con buona pace della separazione dei poteri». Gaetano Silvestri, costituzionalista dell´Università di Messina: «Non siamo in presenza soltanto di singole norme illegittime, ma di un ?esprit´ dell´intera legge pericolosamente eversivo rispetto alla Costituzione e ai suoi valori fondamentali... Con le nuove norme si accentua la struttura piramidale dell´ordine giudiziario, in controtendenza rispetto al principio-cardine contenuto nell´articolo 107». Roberto Romboli, dell´Università di Pisa: «Il progetto governativo segna un momento di frattura visto che si muove in senso spesso opposto a quello indicato dai principi costituzionali. Si pensi ad esempio al rapporto tra Csm e ministro della Giustizia, al sistema dei concorsi, alle modifiche allo status dei pm». Mario Dogliani, ordinario all´Università di Torino: «La disciplina delle carriere, della formazione e del controllo disciplinare contenuta nel disegno di legge del governo rappresentano un radicale sviamento dall´alveo costituzionale: così non solo si nega in radice il disegno dei costituenti, ma si svilisce e si delegittima la giurisdizione».
Questi rilievi sono in bella evidenza, nel dossier che gli uffici del Quirinale hanno predisposto per Ciampi. Il Capo dello Stato ne ha parlato a più riprese con Virginio Rognoni. Il risultato dei colloqui è che il vicepresidente del Csm, proprio la settimana scorsa, in un convegno a Courmayeur è tornato ad affondare il colpo sugli effetti distorsivi ed eversivi della riforma. Come dire: come già accadde per la Gasparri, il Quirinale comincia a lanciare segnali precisi. E chi vuole capire, capisca.
Tra questi, evidentemente, non c´è Castelli. Giusto mercoledì scorso, in una rutilante intervista al «Sole 24 Ore», il ministro ha rilanciato la sfida al Colle: «Ormai i giochi sono fatti: la riforma è blindata, e la blindatura per la Lega è irrinunciabile». In altre parole: il testo non si tocca. Se questa linea dura sarà fatta propria dall´intera Cdl, è molto probabile che il governo Berlusconi, per la seconda volta nella legislatura, andrà a sbattere contro le mura del Quirinale.
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Ds Milano - Rassegna stampa
Lo scacchiere della guerra video
Prima di tirar fuori la scimmia dalla televisione, è bene mettere a fuoco lo scacchiere sul quale si gioca la partita mediatica. Più la realtà (occidentale e non) si infittisce di mass, personal , networked media, più le guerre diventano ovviamente guerre di immagine, anche se si combattono nel deserto. La prima guerrra globale comincia con la diretta mondiale dell'evento catastrofico aereo di NY911 e continua con episodi di videoguerriglia : ogni giorno dal fronte iracheno giungono i video girati dagli invasori, dalla resistenza o dalla popolazione, che vengono impugnati sulle televisioni occidentali e arabe come armi di propaganda o minaccia, prove di innocenza o colpevolezza.
In questa media war ogni azione viene prima pensata immaginandone le conseguenze mediatiche: i terroristi hanno imparato ogni regola del conflitto spettacolare, mentre la propaganda imperiale, ben più navigata, non si fa problemi a giocare in modo spudorato con falsi costruiti ad hoc (come i dossier sulle armi di distruzione di massa, ecc...). Non è più la burocratica guerra di propaganda del passato. La diffusione di nuove tecnologie e nuovi media ha trasformato lo scenario della guerra mediatica in guerriglia mediatica, aprendo un fronte di conflitto molecolare, una trincea di resistenza dal basso.
Le videocamere amatoriali tra la popolazione civile, i weblog dei giornalisti indipendenti come i videofonini usati dai militari americani nella prigione di Abu Ghraib, rappresentano ognuno variabili incontrollabili che possono sabotare qualsiasi apparato di propaganda tradizionale. L'immaginario video costruito dalla tv si intreccia oggi con l'infrastruttura anarchica e autorganizzata dei media digitali e della rete, che diventano formidabili mezzi di distribuzione e trasmissione (vedi la capillare diffusione in rete del video della decapitazione di Nick Berg).
La propaganda impara oggi a manipolare un immaginario connettivo piuttosto che collettivo, e l'intelligence prepara i simulacri del vero usando lo stile e le tecnologie della comunicazione in rete.
Tratto da "Il ghigno della scimmia" - di Matteo Pasquinelli
Come ti macello un post. Firmato: Corriere
Il Corriere della Sera dovrebbe già avere ricevuto la seguente email:
Gentili Signori,
avendo letto per intero l'intervento firmato da Miguel Martinez e pubblicato su internet, sono rimasta assolutamente sconcertata dalla manipolazione dei suoi contenuti operata dal vostro giornalista Francesco Battistini nel suo articolo del 25/09 intitolato "E il sequestro scuote l'Islam sul web".
Vi invito a riflettere su quanti articoli pubblicati dal vostro o da altri giornali potrebbero apparire completamente diversi da quello che sono, se manipolati con la giusta dose di cattiva fede.
Credo che la tradizione del Corriere e il particolare momento che tutti viviamo impongano ai giornali seri un maggiore rispetto dei propri lettori ed una ricerca meno affannosa del sensazionalismo a tutti i costi.
Ritengo quindi di dovervi segnalare l'indirizzo web presso cui è presente l'intero articolo di M. Martinez, in modo che i lettori stessi possano confrontare quanto vi è scritto con le frasi estrapolate dal vostro giornalista: http://www.ilcircolo.net/lia/000537.php
Vi segnalo, infine, che la conclusione del già citato articolo di Battistini:
" Al Salamu ' aleikum, arrivederci al prossimo sgozzamento."
è poco consona allo stile che si richiede ad ogni grande quotidiano europeo.
Distinti saluti.
L'articolo di Battistini è prelevabile gratuitamente dall'archivio del Corriere ed è il seguente:
sabato, 25 settembre, 2004
REATI RAPIMENTI
Pag. 006
E il sequestro scuote l' Islam sul web
I FORUM SU INTERNET
Battistini Francesco
Il Clemente: «Piaccia ad Allah che le due Simone possano tornare vive». Il Vendicatore: «No, sangue chiama sangue». Il Misericordioso: «Ma quelle due facevano del bene!». Il Paziente: «Se il messaggio che le hanno uccise fosse veritiero, pazienza!». Colui che tutto ascolta: «Adesso le agenzie pubblicano notizie da Internet senza riscontri?». Colui che vigila: «Togliete dai forum i messaggi che parlano di esecuzioni, è questione di sensibilità!». Il Saggio: «C' insegna il Corano che dobbiamo combattere senza eccessi, difficile non vedere un eccesso nel rapimento di due volontarie». L' Ultimo: «Dio rafforzi la mano che tiene quel benedetto coltello!». Se Allah ha 99 nomi, il web ha migliaia di nickname. E per i forum dei musulmani d' Italia, nelle madrasse telematiche d' Europa è tutt' un cliccare nervoso su «questa situazione difficile dell' Islam» (Mullah XXX), sulla «guerra in Iraq che è stata un bene per l' Islam» (Najis), sui «sequestri = inciviltà» (Fatima).
Chi sgozza col mouse, chi esegue il download dell' indignazione, chi blogga rabbia e paura.
Il dramma delle due Simone non modera il linguaggio dei feroci saladini, ma ridà argomenti ai moderati senza lingua.
Scrive il truce Princebinladen: «Hanno ucciso con i bombardamenti tante donne irachene, che soffrano anche loro!». Gli rispondono Hishiar e Najdawi: «Aiutavano bambini e disabili: a quando lo sgozzamento di bambini e disabili?». Un certo Saber ha solo dubbi d' opportunità: «I mujahidin sbagliano: libereremo l' Iraq in questo modo?». Ma quali fratelli che sbagliano, lo scuote una furiosa Fashtalla: «Sgozzare delle donne! Ma siete degli uomini?». Giusto, le donne. «Tutte le punizioni del Corano sono uguali per l' uomo e per la donna» (Fate 7). Ma va' là: «Accanirsi contro pacifiste è un atto disumano» (Pippo). C' è Borg che ha già vissuto queste domande, da italiano prima che da musulmano: «E' un po' come quando agivano le Br. La società civile alla fine le ha isolate. Vedo con piacere che persino dall' Iran arrivano critiche. Poi, vabbè, ci saranno sempre sbarbatelli incoscienti che vedono nelle Br degli eroi». Qualcuno (Il Dottore) ne fa solo una questione di pornoviolenza: «Ci sono minorenni che potrebbero sognare gli sgozzamenti di notte». Si solleva un gruppo di genitori dalla pura fede: «Dottore, i video puoi anche non scaricarli»; «non hai mai visto i bambini palestinesi stritolati dai tank israeliani?»; «abìtuati, i tempi futuri saranno ancora più duri». Tempi duri. Un sedicente Amante-tunisino-dei-due-sceicchi (Bin Laden e Al Zawahiri) li mette in versi: «Chiedi alla Penisola (arabica)/ chi è che sta affrontando in questo momento/ le difficoltà e i pericoli...» (corredano foto di Berlusconi equiparato a Totò Riina, con un terrorista armato che minaccia: «Cacciate gli infedeli»). Il solito Borg tenta di replicare al poeta di sventure: «Abitaci tu, coi terroristi in casa». La giovane Afnan si scandalizza che nella sua moschea si sia festeggiato l' anniversario dell' 11 Settembre («e questi sarebbero gli islamici moderati?»), la coetanea Fatma riceve complimenti per la «bellissima» fatwa fatta in casa contro gli infedeli. Mullah XXX chiede adesioni al suo nuovo gruppo islamico per combattere la Lega in Italia, rincara un Enrico Galoppini che paragona gli americani ai nazisti.
Ma cliccatissimo, e senza repliche, è un Miguel Martinez che chiama Quattrocchi «mercenario», sgrida Berlusconi perché non tratta con rapitori che chiedono «cose ragionevoli», si stupisce di tanto clamore sulle due Simone («hanno rapito una ragazza italiana in Venezuela, ma nessuno ne parla»), adombra che il sequestro sia roba di servizi («una specie di piazza Fontana»), alla fine osa chiederselo: «Non so che senso abbia, condannare certe azioni». Già, che senso ha?
Al Salamu ' aleikum, arrivederci al prossimo sgozzamento.
Francesco Battistini
Bene: a me pare orripilante, tutto questo.
L'intervento in questione, ci tengo a dirlo, non è apparso sul sito di Martinez.
Lo abbiamo pubblicato io e qualche altro.
Che i giornali tendano ad una certa improvvisazione, quando si rapportano ad internet, è cosa nota.
Ma qui siamo molto oltre, mi pare.
E, davvero, non ho altro da aggiungere se non che ritengo che il paese, a partire da chi lo informa, stia seriamente smarrendo il senso della decenza.
di Lia - tratto da Il Circolo.net
Riforma Giustizia : una scuola per selezionare , non per formare
di Realino Marra
Il progetto di riforma dell'ordinamento giudiziario istituisce la Scuola superiore della magistratura.
L'ente dovrebbe avere come finalità:
a) l'organizzazione del tirocinio degli uditori giudiziari;
b) l'organizzazione dei corsi di aggiornamento professionale e di formazione dei magistrati.
Partiamo dal primo. Il disegno di legge prevede che il tirocinio sia articolato in due sessioni, una di sei mesi presso la Scuola, e una di diciotto presso gli uffici giudiziari. Tenendo conto dei giudizi espressi sull'uditore, la Scuola formula una valutazione di idoneità all'assunzione delle funzioni giudiziarie.
Su questa base il CSM delibera formalmente in via finale. Se la deliberazione è negativa, l'uditore può essere ammesso ad un ulteriore periodo di tirocinio. Segue una nuova valutazione della Scuola ed un'altra deliberazione del CSM. Se anche questa è negativa, cessa il rapporto d'impiego.
In sostanza, dopo il concorso vinto, gli uditori si sottopongono ad una nuova prova: un'incerta valutazione della loro "idoneità" all'esercizio delle funzioni giudiziarie. Il nuovo sistema va contro l'art. 106 Cost., in base al quale "le nomine dei magistrati hanno luogo per concorso". Nel quadro della disposizione costituzionale non è possibile infatti dare così tanto rilievo ad una valutazione di tipo "attitudinale", intrinsecamente non anonima.
Altra questione. Il CSM decide sul definitivo ingresso in servizio sulla base del giudizio della Scuola. Quanto conta questa valutazione? Non sarà vincolante probabilmente, ma di certo è obbligatoria. Ebbene ciò contrasta con la competenza esclusiva del CSM, in base all'art. 105 Cost., su ogni momento del reclutamento e della carriera dei magistrati.
Non vi sono dubbi infatti che nel progetto la Scuola non sia intesa come una struttura ausiliaria del CSM. E' un ente autonomo diretto da un comitato di sette membri, di cui solo due sono nominati dal Consiglio.
Consideriamo infine le funzioni di aggiornamento professionale dei magistrati. Su questo la realtà non è il quadro desolante presentato all'opinione pubblica. Al contrario: l'idea della formazione permanente dei magistrati è stata da tempo fatta propria dal CSM, con un'offerta didattica di alto livello, con la promozione delle iniziative culturali provenienti dalla base, con la ricerca di forme di collaborazione col mondo accademico e forense.
E in realtà l'aspettativa di una Scuola della magistratura è nata proprio da queste esperienze, dall'aspirazione a dare riconoscimento ad un tessuto di iniziative e di professionalità ormai consolidate all'interno del Consiglio.
Il disegno di legge va nella direzione opposta, decide di ignorare l'impegno profuso dal CSM, e istituisce un ente da questo svincolato. E non basta ancora, giacché la Scuola è pensata sul fondamento d'una deliberata confusione tra funzioni formative e funzioni selettive. L'abbiamo appena vista con la nuova configurazione del reclutamento.
Ma essa è riprodotta e accentuata quando il disegno di legge ridisegna le modalità di carriera dei magistrati. Per richiamare solo un punto: i magistrati che aspirano alle funzioni semidirettive o direttive, oltre ad aver superato un concorso per titoli, devono anche aver frequentato un corso di formazione presso la Scuola con giudizio favorevole.
*docente Università di Genova
da Osservatorio Ligure sull'Informazione
by www.osservatoriosullalegalita.org
Scontri tra militanti Forza Nuova e comitato antifascista
REDAZIONE
Alcuni giovani dei "Centri sociali autogestiti" catanesi hanno ieri improvvisato un sit-in nel capoluogo di provincia siciliano per protestare contro una manifestazione di Forza Nuova. Ma, mentre distribuivano dei volantini in via Etnea, sono venuti a contatto con i militanti dell'estrema destra.
Si sono registrati violenti scontri, che hanno provocato alcuni feriti. La maxi rissa ha coinvolto oltre cinquanta persone, tre delle quali sono state trasportate all'ospedale. I tafferugli sono stati sedati dalle forze di Polizia, sul posto sono arrivati anche agenti della Digos. La manifestazione dei nostalgici era stata indetta per protestare contro l'immigrazione clandestina.
centomovimenti.com
Ajad Anwar Wali, sequestrato a Baghdad, cancellato dall'Italia.
di Barbara Galeazzi Lisi
26 Sep 2004
Ajad Anwar Wali è stato rapito il 31 agosto 2004 nel pieno centro di Baghdad, dove era rientrato da quasi anno dall’Italia dove vive e lavora dal 1980, per aprire uno studio per la sua attività di architetto-arredatore. Nel genanio 2004 il fratello di Ajad, Emad parte da Treviso e giunge a Baghdad per portare al fratello cataloghi di ditte di arredamento e indicazioni per trasferire nella capitale irachena alcuni macchinari che potrebbero risultare utili per il suo lavoro. Emad lascierà Baghdad il 27gennaio successivo e quella sarà l’ultima volta che vedrà suo fratello. I due fratelli continueranno a sentirsi per telefono e via mail fino a quel drammatico 31 agosto. Il giorno del sequestro. Da quel giorno né Emad né nessun altro avrà più notizie di Ajad. Non passa giorno che la sorella di Emad e Ajad, che risiede a Baghdad, non si rechi alla centrale di polizia per cercare di avere notizie del fratello, ma la polizia puntualmente le ripete che Ajad è ormai cittadino italiano e quindi la sua scomparsa, il suo sequestro, non è di loro competenza. Se vuol sapere qualcosa sulla sorte del fratello si rivolgesse all’Ambasciata italiana.
Ma chi è Ajad Anwar Wali?
Emad Anwar Wali e Ajad Anwar Wali arrivano in Italia da Kirkuk, in Iraq, nel 1980. Emad si iscrive all'Università di Venezia alla facoltà di architettuta dove si laurea in Urbanistica, Ajad si iscrive alla facoltà di architettura a Torino dove sosterrà tutti gli esami ma non discuterà mai la tesi.
Ajad si sposa in Turchia nel 1992 con una ragazza di Padova con rito cattolico. Sempre in quell’anno a Camposanpietro nasce il suo unico figlio. I due fratelli diventano soci nel lavoro fondando a Castefranco Veneto una società impegnata nell’arredamento e la ristrutturazone di immobili in tutti paesi arabi, con materiali italiani. Si occupano anche dell’edilizia privata dei ricchi signori locali ristrutturando hotel e ville. Come dire: un tocco d’occidente nelle case arabe.
Per 24 anni i due fratelli vivono alla luce del sole nel nostro paese, la loro attività prospera a tal punto da potersi ben presto definire dei “benestanti”. Dei “benestanti” che vivono in Italia, hanno mogli e figli italiani, sono titolari di società di diritto italiano. Pagano le tasse. Ma c’è un problema: al contrario di Emad che diventa cittadino italiano, Ajad sembre non riesca a perfezionare la documentazione che gli consente di acquisire la cittadinanza Italiana.
Ma qui scoppia un piccolo giallo. La Questura di Treviso interpellata da Reporter Associati afferma infatti che “Ajad Anwar Wali, l'iracheno rapito a Baghdad, non ha la cittadinanza italiana e quindi non possiede il passaporto del nosro paese. Il suo permesso di soggiorno risulta scaduto nel 2003, anno in cui ha abbandonato la casa di Castelfranco Veneto. Alla questura risulta essere cittadino italiano il fratello del rapito, Emad, che vive tuttora nel Trevigiano”.
Ma perché la questura trevigiana usa la frase “ha abbandonato la casa di Castelfranco Veneto…” Ajad non ha abbandonato proprio un bel nulla! E’ partito per Baghdad per andare ad aprire una filiale in Iraq della sua azienda. Lasciando che dell’azienda stessa, in Italia, si occupasse il fratello durante la sua assenza. Tutto qui…
Il 31 agosto, come quasi tutti i giorni, Emad telefona a Baghdad a Ajad. Ma stavolta c’è un motivo in più, un motivo speciale. Emad vuole infatti comunicare al fratello la nascita di suo figlio. Improvvisamente la comunicazione si fa difficile, la voce va e viene, Emad non capisce…ascolta come dei rumori provenire dall’altra parte del filo. Ajad gli dice bruscamente che lo avrebbe richiamato dopo un quarto d’ora, ci sono delle persone per le scale dello studio e vuole capire chi siano.
Emad continuerà a telefonare al fratello per molto tempo ancora senza ottenere alcuna risposta. Preoccupato pensa allora di chiamare una vicina di Ajad, la quale gli rivela che suo fratello e una sua collaboratrice irachena sono stati portati via di peso da 4 persone armate di mitra che prima di portarli giù per le scale gli hanno legato mani e piedi, e bendato gli occhi. La giovane irachena, collaboratrice dello studio, verrà rilasciata dopo poche ore nella periferia della capitale.
Emad riesce a contattare la ragazza per cercare di avere spiegazioni sul perchè sia stato rapito suo fratello. La giovane riferisce che i rapitori, una volta giunti nello studio armi in mano, avrebbero accusato Ajad di lavorare per conto del governo italiano, la ragazza rivela a Emad di aver implorato i sequestratori di lasciarli liberi e di non rapirli, spiegando che il suo datore di lavoro, Ajad, lavora solo per sé stesso, e per nessun governo o agenzia d’intelligence straniera.
Da quel giorno il buio assoluto. Nessun gruppo rivendica il rapimento, non arriva nessun video o rivendicazione scritta. Il nulla. Il silenzio assoluto.
Le autorità irachene, esplicitamente, riconoscono di non svolgere alcuna attività investigativa o informativa per cercare di venire a capo del rapimento. Se ne lavano le mani sostenendo che Ajad “è cittadino italiano, rivolgetevi alla vosra ambasciata”.
E qui si apre il secondo giallo del caso, quello della cittadinanza di Ajad. Ajad Anwar Wali chiede formalmente la cittadinanza italiana nel 2002. Nel 2003 riceve il consenso alla richiesta. Quello che manca per ottenere la cittadinanza è solo un piccolo documento, il “certificato di uscita dall’Iraq”. Cerificato che l’Ambasciata irachena di Roma non vuole concedere alle autorità italiane. E la pratica di cittadinanza si arena. Nessuno, al momento è in grado di sapere il perché l’Ambasciata dell’Iraq nega la concessione di questo documento. Ajad e la sua famiglia decidono di rivolgersi ad un legale, l’avv. Aldo Pardo di Treviso, che subito prende a cuore la pratica di cittadinanza di Ajad.
L’avvocato pardo sostiene infatti che essendo arrivato il consenso formale alla concessione della cittadinanza, pur subordinato alla presentazione di un documento del tutto marginale, la commsissione governativa che ha concesso l’ok alla cittadinanza ha difatto già reso Ajad cittadino italiano a tutti gli effetti di legge.
Ma alla questura di Treviso non lo sanno. O fanno finta di non saperlo?.
Sembrano saperlo invece molto bene le autorità irachene che sostengono che Ajad è cittadino italiano a tutti gli effetti e mostrano le carte che sostengono questa certezza. Quindi ci pensasse la “sua” ambasciata (italiana) a prendere tutte le iniziative per cercare di arrivare alla liberazione.
Il ministro degli Esteri italiano ha, su questa vicenda, brillato per la sua assenza, lasciando solo che un imbarazzatissimo vice-ministro, la forzista Margherita Boniver, durante una registrazione della trasmissione tv del Tg3 “Ballarò” continuasse a sostenere che Ajad è cittadino iracheno e che le autorità italiane non possono far nulla. Nulla? Una posizione insostenibile e persino offensiva nei riguardi di una famiglia che vive da oltre 24 anni in Italia.
L’avvocato Pardo annuncia battaglia contro il Ministero e i suoi funzionari.
Rapito da un gruppo armato iracheno, sequestrato dalla burocrazia italiana che tratta la vicenda con irritante “fastidio”, Ajad Anwar Wali è scomparso nel nulla da un mese. Di lui non si sa più nulla. Nessuno si impegna nella ricerca di una strada che possa portare a gettare un po’di luce sul caso. Perfino l’ufficio del sindaco di Castelfranco Veneto, Maria Gomeriato (espressa da una Lista Civica), al telefono con Reporter Associati esprime tutta l’amarezza per la vicenda e lo sconcerto di non aver ricevuto neppure una risposta alle numerose lettere inviate dal sindaco al ministro Franco Frattini per sollecitare un intervento ufficiale del governo sul sequestro di quello, che tutti a Castelfranco, considerano un loro concittadino.
Reporter Associati ha allora bussato alla porta dell’onorevole Mauro Bulgarelli (Verdi – Gruppo Misto) per rappresentare l’assurdità della vicenda. La porta si è aperta con grande sensibilità e disponibilità. Nei prossimi giorni Mauro Bulgarelli e e i suoi collaboratori presenteranno un’”interrogazione urgente” al Ministro Frattini perché si presenti in Parlamento a spiegare pubblicamente il perché del silenzio che circonda il caso di Ajad Anwar Wali. Un sequestrato di serie “B”?.
Rimane l’angoscia della famiglia e degli amici di Ajad. E del figlio di 12 anni che da più di un mese non sa più nulla di suo padre.
Barbara Galeazzi Lisi
b.galeazzi@reporterassociati.org
ELEZIONI PRESIDENZIALI: SONDAGGI VEDONO LA SINISTRA IN LARGO VANTAGGIO
Politics/Economy, Brief
Il candidato alle presidenziali del 31 ottobre per il ‘Frente Amplio’ Tabaré Vásquez potrebbe vincere già al primo turno, superando il 50% dei suffragi e portando così la sinistra per la prima volta alla massima carica dello Stato: lo rivela l'ultimo sondaggio disponibile dell’istituto demoscopico ‘Factum’, pubblicato dal quotidiano ‘El Observador’; l’ex-sindaco della capitale Montevideo si aggiudicherebbe tra il 52 e il 53% delle preferenze, lasciando al rivale del ‘Partido Nacional’ (centro-destra) Jorge Larrañaga il 33-34% dei consensi. Il sondaggio vede solo in terza posizione, con il 10-11% dei voti, l’ex-ministro degli Interni Guillermo Stirling del ‘Partido Colorado’ (destra), oggi al governo’; al piccolo ‘Partido Independiente’ solo l’1%; gli indecisi sarebbero il 5%, le schede bianche il 2%. Con ‘Factum’, anche l’istituto demoscopico argentino ‘Mora y Araujo’ prevede una netta vittoria di Vásquez (55%).[
misna.it
Ora anche Powell si accorge del disastro iracheno: 330 morti in 15 giorni
di Roberto Rezzo
NEW YORK. I piani sulla carta non cambiano, l’amministrazione Bush insiste che a gennaio in Iraq si terranno libere elezioni, ma per la prima volta il segretario di Stato Colin Powell, dai salotti televisivi della domenica, ammette che la situazione sta peggiorando, che a questo punto è impossibile fare previsioni. “Non siamo in grado di escludere attacchi contro i seggi elettorali, né di garantire che si potrà votare in tutto il Paese – ha dichiarato davanti alle telecamere della Fox –Affermare adesso che non si potrà votare dappertutto sarebbe prematuro, ma gli Stati Uniti dovranno impegnarsi di più”. E ancora dagli schermi della Abc: “Le cose si stanno mettendo male con i ribelli. Sono determinati a impedire lo svolgimento delle elezioni. Bisognerà aumentare gli sforzi per batterli”.
Queste affermazioni suonano in forte contrasto con il quadro ottimistico della situazione descritto dal primo ministro provvisorio Ayad Allawi davanti al Congresso americano e dal presidente George W. Bush nella successiva conferenza stampa congiunta dal Giardino delle Rose della Casa Bianca. “Abbiamo fatto progressi importanti. Non ci lasceremo intimidire, la libertà sta vincendo”, aveva insistito Bush nel suo discorso radiofonico del sabato alla nazione. Sono in contrasto anche con le dichiarazioni del segretario alla Difesa Donald Rumsfeld, che annuncia una riduzione del personale americano in Iraq a partire dal prossimo anno. Per Powell, se gli Stati Uniti vogliono provare a garantire un minimo di sicurezza, non hanno altra scelta se non inviare altri 10 o 15mila soldati almeno.
La stessa cifra fatta circolare anche dalla Casa Bianca, con la differenza che il presidente sembra convinto di potersi far dare queste truppe dalle Nazioni Unite. Ha annunciato un’iniziativa diplomatica per ottobre, durante il vertice del G8 a Washington, vuol coinvolgere i Paesi arabi. L’ipotesi è stata accolta con estremo scetticismo negli ambienti diplomatici, dove viene fatto notare come l’Onu, dopo l’attentato alla sede di Baghdad, costato la vita all’inviato speciale Sergio Vieira de Mello, ha di fatto ritirato il suo personale dall’Iraq e, in vista delle elezioni, mantiene appena una decina di consulenti. Il segretario generale Kofi Annan, non solo ha denunciato l’illegalità di questa guerra, ma ha escluso qualsiasi coinvolgimento sino a quando non saranno garantite adeguate condizioni di sicurezza. Quello che gli americani proprio non riescono a fare.
Il capo del Pentagono è convinto che questo non sia un problema: “Stiamo cercando di organizzare delle elezioni. Ammettiamo pure che a causa della violenza in qualche parte del Paese non si riuscirà a votare. E allora? Nella vita nulla è perfetto”. Quanto alla celebre dottrina di Powell, in Iraq chi rompe paga e i cocci sono suoi, Rumsfeld ha messo in chiaro di non essere affatto d’accordo: “Chi sostiene che dovremmo aspettare che l’Iraq diventi completamente pacifico e perfetto dimostra di essere poco lungimirante. L’Iraq non sarà mai completamente pacifico e perfetto. È una delle zone difficili del mondo”.
Robert Novak, un repubblicano di ferro, opinionista di punta della Cnn, non sembra confuso dalle dichiarazioni in libertà che arrivano dall’amministrazione, per lui la faccenda è semplicissima: se vince Bush, a gennaio inizia il ritiro delle truppe. “Il disimpegno comincerà subito dopo le elezioni, comunque vadano, anche se dovessero essere un broglio gigantesco, anche se l’Iraq precipiterà nel caos. Il presidente continuerà a gettare soldi nel buco nero della ricostruzione, ma non rischierà la vita di altri americani”. Novak è solo l’ultimo a scommettere sulla strategia del disimpegno, illustrata per la prima volta all’Unità dal politologo Edward Luttwak: “Comunque vadano le presidenziali di novembre, che vinca Bush o che vinca Kerry, dal prossimo anno le nostre truppe cominciano a tornare a casa”.
Una cosa è certa: da quando gli Stati Uniti hanno insediato il governo provvisorio guidato dal fidatissimo Allawi, le cose in Iraq sono andate di male in peggio. Non lo dice solo lo sfidante democratico John Kerry, sono le cifre nude e crude che saltano fuori da uno studio indipendente commissionato dal Pentagono di cui il Washington Post ha pubblicato ampi stralci. Il numero medio di attacchi da parte della resistenza irachena – scrivono nel loro rapporto gli analisti della Kroll Security International - è passato da una media di 40 a oltre 70 al giorno, e la loro distribuzione geografica copre tutte le principali città irachene, non solo Najaf e Falluja. I dati suggeriscono che i ribelli stanno intensificando la propria azione sia in termini di intensità che per il numero di obiettivi. Nelle ultime due settimane, stando ai dati ufficiali, quasi trecento iracheni e una trentina di americani sono rimasti uccisi dalla recrudescenza della violenza. Eppure Allawi continua a ripetere che “l’Iraq è pronto a votare oggi stesso in 15 province su 18”.
unita.it
Dopo il danno, la beffa. E poi l'inculata
CASO IMPASTATO, IL GIUDICE DA RAGIONE ALL'AVVOCATO DI BADALAMENTI
Pignorata la pizzeria della famiglia Impastato. A chiedere il provvedimento è stato l'avvocato Paolo Gullo, legale del boss Badalamenti.
PALERMO - Continua l'incredibile vicenda seguita all'omicidio di Peppino Impastato. Il legale dell'assassino querela Giovanni Impastato - che aveva difeso per l'ennesima volta la memoria del fratello - ed il magistrato ordina il pignoramento della pizzeria di famiglia, la stessa in cui furono girate alcune sequenze del film "I cento Passi". A luglio e' arrivato il pignoramento della pizzeria della famiglia Impastato, quella in cui lavoro' anche Peppino, il giornalista ucciso dalla mafia nel 1978, e in cui sono state girate alcune scene del film "I cento passi". A chiedere e a ottenere il provvedimento e' stato il legale di Tano Badalamenti, il boss accusato di essere il mandante dell'omicidio di Peppino.
L'avvocato Paolo Gullo aveva sentito al Costanzo show il fratello Giovanni Impastato bollare la tesi di "Peppino terrorista-suicida sui binari" come quella "di un imbecille" e non ci penso' due volte a querelarlo. E nel marzo scorso, il giudice Gaetano Scaduti ha dato ragione a Gullo: "Chi sostiene una tesi in un processo puo' essere criticato, ma non offeso", dice la sentenza. "Nessuno puo' disonorare la memoria di Peppino dicendo che era un terrorista, lui fu ucciso dalla mafia", ha insistito Giovanni Impastato. Ma intanto la sentenza e' diventata definitiva.www.carmillaonline.com
L'Ordine del Giorno conclusivo dei lavori del Coordinamento
ORDINE DEL GIORNO CONCLUSIVO
Il Coordinamento Nazionale della Rete dei Cittadini per l’Ulivo riunito in Roma il 26.09.2004, esprime il proprio fermo e convinto appoggio a Romano Prodi ed ai contenuti della Sua lettera del 24 scorso in cui si rivolge a tutte le forze politiche dell’Ulivo, e in particolare ai partiti promotori della Lista Uniti nell’Ulivo, perché ora e subito ognuno sia all’altezza delle proprie responsabilità e conduca definitivamente questa lunga stagione di transizione politica alla costruzione della Federazione dell’Ulivo.
Per questo obiettivo, per una costruzione partecipata della Federazione dell’Ulivo, la Rete dei Cittadini per l’Ulivo lavora dalla sua stessa costituzione, perché l’Italia ha urgente bisogno di un soggetto politico rappresentativo delle grandi tradizioni culturali e politiche alla base della Costituzione della nostra Repubblica e dello "spirito di novità ed unità all’origine dell’esperienza dell’Ulivo".
Il Coordinamento Nazionale della Rete dei Cittadini per l’Ulivo ricorda il percorso, le tappe e gli obiettivi che Romano Prodi ha indicato a tutto l’Ulivo nella lettera del 15 giugno e che la nostra Rete ha rilanciato attraverso la sottoscrizione di un appello che ribadisce l’obiettivo della Costituente dell’Ulivo, la necessaria istituzione degli Albi degli Elettori e le conclusioni della Commissione Scoppola.
Sottolineiamo quanto afferma il nostro appello: è necessario andare oltre la positiva esperienza della Lista Uniti nell’Ulivo realizzando il patto federativo tra le attuali componenti come primo passo del processo costituente dell’Ulivo. A tal fine il patto federativo dell’Ulivo, come anche Romano Prodi ha già previsto in Giugno, deve essere sottoposto "ad una assemblea costituente, rappresentativa di partiti e cittadini" da convocare in tempio brevi. Per noi l’Ulivo deve essere composto dai partiti, dagli eletti e dai cittadini singoli e associati e deve darsi regole, per il confronto e la decisione, basate sul principio di maggioranza e sulla conseguente cessione di sovranità dei partiti.. Dobbiamo inoltre avviare il cantiere programmatico necessario ad accelerare la costruzione della "grande alleanza democratica" e preparare per i mesi precedenti il voto regionale della prossima primavera elezioni primarie aperte per la scelta del leader dell’alleanza.
Per far ripartire concretamente il processo federativo è necessario che venga convocato il Comitato Nazionale della Lista Uniti nell’Ulivo, organo comprensivo dei rappresentanti dei partiti e dei movimenti che hanno aderito al progetto, organo di cui la nostra rete fa parte e che non si è più riunito dopo il voto e che va aperto a tutte le forze e personalità "pronte e condividerne l’ispirazione".
Tutte le forze politiche dell’Ulivo devono abbandonare la esclusiva difesa di interessi di parte e l’inconcludente esercizio dei veti incrociati, assumendo decisioni impegnative e realizzando atti credibili.
Ciò che invece vediamo oggi nella pratica politica del centro-sinistra è spesso in contraddizione con tal improrogabili scelte, in particolare una smentita continua della dichiarata necessità di nuovi metodi nella selezione delle candidature politico-amministrative, negando nei fatti ogni procedura di partecipazione degli elettori ulivisti che, non solo non sono chiamati a forme regolate di primarie locali, ma assistono sgomenti a mortificanti operazioni verticistiche. I Cittadini per l’Ulivo, tenendo conto delle specificità regionali, propongono che in tutte le regioni si lavori per giungere alle candidature attraverso percorsi partecipati e trasparenti, ove possibile si svolgano primarie regionali e l’Ulivo presenti liste unitarie con simbolo, programma e candidati comuni.
La Rete dei Cittadini per l’Ulivo chiede a tutti coloro che si riconoscono nel progetto dell’Ulivo " di rispondere alla domanda di unità che viene dagli elettori e dal paese" per realizzare la necessaria alternativa al governo Berlusconi e per "governare l’Italia sulla base di un comune progetto riformatore".
Per tutte queste ragioni il Coordinamento Nazionale della Rete dei Cittadini per l’Ulivo rilancia la mobilitazione politica delle nostre Associazioni tesa ad una ampia sottoscrizione dell’Appello per la Costituente e gli Albi degli Elettori dell’Ulivo in modo da organizzare nella prima metà di Novembre un evento pubblico in cui consegnare le firme raccolte dalla Rete a Romano Prodi.
Roma 26.09.2004
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settembre 26 2004
E' il momento di scrivere le regole, ed il parallelo,
tra l'altro usato anche da Prodi su un piano
leggermente diverso, mi sembra pertinente. La
federazione "imperfetta" all'Europea, con tutti i
limiti che fanno imbestialre gli euro - integralisti
come me, potrebbe davvero funzionare anche per l'Ulivo
nostrano.
Scrivere le regole una volta per tutte, senza
cominciare a demolirle il giorno dopo, come molti dei
nostri "leaders" amano fare. Appunto perche' i patti
non sono chiari.
Fissate le regole, si pensera' al programma. La
tecnologia oggi permette di portare a bordo le
competenze e le idee della base, come sperimentato da
Amato per le Europee: si puo' discutere della qualita'
finale di quel tentativo, ma il metodo fu innovativo
ed permise a molti outsider di dare un loro
contributo. Chiaro che poi bisogna sintetizzare, ma la
rete ha un potenziale straordinario, che va sfruttato.
Facendo un passo indietro, pur appoggiando la lettera
di Prodi al 100%, ritengo che le primarie siano
necessarie non per legittimare Prodi, ma per formare
la squadra collegio per collegio e poi designare il
candidato premier. Scegliendo, sia per i 945 collegi
che per il premier tra piu' alternative e programmi.
Solo cosi' si riuscirebbe ad uscire dall'abbraccio
soffocante delle segreterie ed a far emergere energie
nuove, che darebbero credibilita' ad un progetto che
nascera' morto se gli elettori lo percepiranno come
l'ennesimo accordo di sacrestia (od il risultato
dell'ennesimo convegno in montagna).
Chi frequenta questa lista scegliera' comunque l'Ulivo
turandosi il naso o chiudendosi gli occhi, o magari
andra' piu' a sinistra, non certo a destra. Ma l'usura
di Berlusconi non bastera' certo ad attirare voti per
il centro - sinistra, semmai solo ad aumentare
l'astensionismo.
Ed i candidati decotti e riciclati che tanto piacciono
alle nostre segreterie non portano affatto voti, anzi
li portano via.
In tutte le grandi democrazie appaiono ad un certo
momento generazioni ed energie nuove: pensiamo a
González, a Blair ed ai loro quarantenni.
In Italia non si puo'? Sara' che i nostri sono cosi'
meglio dei loro colleghi d'oltreconfine da meritarsi
10 legislature a testa? Siamo davvero sicuri che agli
elettori non puzzi? E se provassimo? A me sembra
proprio il momento.
Anziche' l'ennesimo vertice o congresso, bisogna
partire subito dall'Albo degli Elettori dell'Ulivo,
poi le primarie di collegio, quindi la convenzione che
scegliera' il premier, ed infine la redazione in rete
del programma.
Ciao.
Stefano Gatto
Gargonza mailing list
Gargonza@perlulivo.it
http://www.perlulivo.it/mailman/listinfo/gargonza
La gente è stanca
di Furio Colombo
da l'Unità - 26 settembre 2004
Viviamo in un tempo di immense complicazioni. La guerra che non doveva cominciare non può finire.
L’economia, che andava bene nel mondo (l’immenso successo di Clinton) ed era promettente in Italia, è caduta in un buco nero. Siamo costretti ogni giorno a spiare flebili luci alla fine di un tunnel non si sa quanto lungo. La politica è un groviglio, una matassa di nodi che si moltiplicano. In America un candidato eroe di guerra che si batte per la pace è indicato come un traditore, un presidente imboscato nel Vietnam e sconfitto da se stesso in Iraq, si presenta come un condottiero e proclama «stiamo vincendo».
In Italia il candidato solido, credibile, competente, stimato nel mondo, Romano Prodi, viene tenuto alla porta dai suoi sostenitori e alleati, lo schieramento dell’Ulivo, con una lista di richieste che nessuno, nell’Ulivo e fuori, capisce. Prodi ha detto una frase che è una chiara descrizione del momento: «La gente è stanca». Quando la gente è stanca, sia perché la politica è troppo complicata sia perché le proposte di soluzione si accumulano in disordine e diventano incomprensibili, tende a delegare. Dice: io non capisco più. Pensateci voi. Oppure tace, va via, si astiene. Ecco alcuni scenari del nostro tempo.
Immaginate di essere americani. Non sapete tutto di quel che succede in Iraq, perché la Casa Bianca nasconde persino i cadaveri (vietato filmare l’arrivo delle salme). Però si rende conto della confusione, dell’intrico tremendo e mortale di fatti e di errori, di accadimenti fatali e di irrisolvibili contraddizioni. Siete americani e riflettete: tutto ciò è troppo grande, troppo complicato e anche troppo sgradevole per me. Sono un buon cittadino, amo il mio Paese, temo il terrorismo, non sono incline ad arrendermi, ma devo occuparmi della mia vita. Voglio che il mio Paese viva, ma voglio vivere anch’io.
Delego il potere democratico che, come cittadino, possiedo, al leader che mi dà la garanzia, o almeno la promessa, di affrontare con buonsenso ed equilibrio tutto il carico di cose tremende che stanno accadendo. Chi sarà, dei due? Credo che molti americani risponderanno: sarà chi sta già governando, perché conosce a fondo tutto quel che succede, anzi lo ha provocato lui. Se lo sfidante non ha niente di nuovo da dirmi e non mi indica un’altra strada, perché non dovrei rinnovare la delega a Bush? Non sono felice ma lo conosco. Da solo non ce la faccio a impegnarmi più di così nel dibattito. Site voi gli specialisti della politica. Se avete da dire qualcosa in più, ditelo.
Immaginiamo, da italiani, di essere già arrivati al nostro momento del confronto, il momento in cui, nel nostro Paese, dovremo scegliere fra chi governa - Silvio Berlusconi e la sua destra - e chi si candida per governare, la coalizione dell’Ulivo. La situazione che attraversa il Paese è complicata, controversa, angosciosa, illeggibile come quella americana. In più siamo parte di una guerra mai dichiarata e anzi chiamata “pace”: in tanti ci dicono che siamo addirittura coinvolti in uno scontro di civiltà, il Cristianesimo contro il resto del mondo. E tutto ciò dobbiamo affrontarlo nel mezzo di una pessima stagione dell’economia.
I lettori di questo giornale sanno già ciò che pensiamo del governo Berlusconi. Pensiamo che sia pessimo, e non ci siamo stancati di ripeterne le ragioni. Però siamo consapevoli che per molti cittadini questa, per grave che sia, non è una ragione sufficiente per non rieleggere l’uomo che in questi anni ha governato (male) il Paese. Non lo è perché Berlusconi ha un forte scudo mediatico che in parte nasconde i suoi danni e in parte ritocca la sua immagine. Per capirlo basta un piccolo esempio: nessun capo di governo democratico ha mai potuto o potrebbe dichiarare “segreto di Stato” le modifiche apportate dai suoi architetti a una villa di sua proprietà. In nessun Paese sarebbe possibile non dichiarare il costo di quel segreto, e - se lo ha pagato lo Stato - che cosa ne sarà il giorno in cui Berlusconi lascerà il governo.
Ecco, il problema è tutto qui. Quanto è lontano quel giorno? Berlusconi governa male ma governa. Per questa sola ragione un sacco di gente sta pensando che tocchi a lui farsi carico dei problemi enormi in cui siamo caduti. Li risolva lui, che ne è responsabile. In altre parole, lo scudo mediatico non solo attenua o cancella gli aspetti più offensivi o spiacevoli della sua immagine, ma tende a stabilire una suggestione di continuità. E poiché i problemi sono troppo grandi e i cittadini non ce la fanno a reggerli, prevale il bisogno di delegare. Se Berlusconi è lì, a fare tutte quelle cose con i grandi del mondo e a darsi del tu (in inglese) con George Bush, che se la veda lui.
Naturalmente il meccanismo della delega potrebbe invece avvantaggiare l’opposizione. Avviene se appare una scelta radicalmente diversa, ma non può avvenire a spese dell’elettore. In altre parole non è l’elettore che va da colui che vorrebbe essere delegato a gestire il potere. L’elettore aspetta una buona ragione per spostarsi. Fa luce, su questo, una celebre frase di Hubert Humphrey, vicepresidente di Lindon Johnson nel 1968: «Se aspetti che qualcuno venga a chiederti di governare aspetterai un pezzo. Tocca a te farti avanti e presentare le tue carte». Humphrey dà per scontato un certo effetto di inerzia: chi sta governando tende a rimanere.
Per smuoverlo occorrono “fondati motivi”. Questi fondati motivi non sono mai automatici. Se chi governa è così indegno di continuare, io, elettore, mi sposto solo se sono attratto da una nuova proposta. Altrimenti uso il più tremendo strumento di punizione che la democrazia mette a disposizione degli elettori: mi astengo. In altre parole, il diffuso giudizio negativo su un governo - che nel caso italiano sta diventando una nuvola nera - non si trasforma in una migrazione spontanea. La migrazione è una risposta. La risposta richiede una offerta nettamente alternativa, diversa, opposta.
L’Italia, sia pure attraverso elezioni legittime, è caduta preda del peggior governo nella storia della Repubblica. Questo governo, forte di uno spaventoso conflitto di interessi, del totale controllo dei media e di una maggioranza parlamentare totalmente subordinata e dipendente dall’esecutivo, ha attaccato la legalità, tentato di scardinare il potere giudiziario, distrutto il prestigio e la credibilità del Paese, lo ha coinvolto in una guerra rovinosa e perduta che contrasta con i principi costituzionali, ne ha seriamente danneggiato l’economia e si appresta a una vasta serie di “riforme costituzionali” destinate a spezzare l’Italia e a renderla ingovernabile. Si tratta dunque di una serie di circostanze gravi che chiamano ad una opposizione ferma e rigorosamente alternativa sia a fatti avvenuti, che a progetti in corso pericolosi e devastanti.
Occorreva un leader per collegare un vasto arco di opposizione. Romano Prodi - che aveva guidato con onore e prestigio due anni di governo dell’Ulivo (1996-1998) e aveva interrotto il suo periodo non per difetto del suo governo, ma per accidente o incidente della sua maggioranza - adesso si presenta all’orizzonte di un’Italia di macerie costituzionali ed economiche, di lobby d’affari e di illegalità diffusa, ed è pronto a guidare la nuova opposizione fino a farla diventare maggioranza.
Di più: dopo avere presieduto con successo e prestigio la Commissione Europea gli è stato chiesto di tornare, di mettersi alla testa di una nuova maggioranza, di un nuovo governo. Mentre tornava è stato fermato sulla porta. Nessuno di noi, cittadini o addetti ai lavori, è in grado di sapere o spiegare, chi, perché, con quali obiezioni, ha deciso di fermare Prodi. Però è successo. E il contraccolpo si è sentito in tutto il Paese. Chi è al governo si sente più sicuro e perde molti meno punti di quelli che dovrebbe perdere dato il modo clamorosamente inetto di governare. Chi è all’opposizione sente uno sbando. Si erano appena vinte le elezioni amministrative, erano andate bene le elezioni europee. All’improvviso il clima si è incupito, il rapporto si è fatto sgradevole e nessuno che sappia dirci perché. Prodi ha posto con fermezza le sue ragioni. Diciamo pure: ha denunciato l’inspiegabile stop.
Subito abbiamo avuto precisazioni, chiarimenti, rassicuranti dichiarazioni congiunte. Su questo giornale, sabato, il segretario Ds Fassino ha detto alcune cose chiare e di grande importanza. Del resto i Ds (e il resto della sinistra) non hanno mai cambiato umore e parola sulla guida dell’Ulivo.
Ma il disorientamento resta grande. Ciò si deve al fatto che i segnali che arrivano a valle, ai cittadini, sono dichiarazioni, comunicati, spesso in linguaggio politico, che devono far fronte allo squasso, amplificato dai media, di un evento traumatico come l’alt a Prodi. Il trauma è tanto grande più se non possiedi Radio e Televisioni e hai solo la libertà di rispondere al rito processuale di Porta a Porta che provvede ad avvolgere tutto nell’universo della pax berlusconiana. Rafforza, cioè, ad ogni puntata, la persuasione che non c’è alcuna emergenza, non c’è alcun grave problema.
Tanto è vero che sono tutti lì seduti, in buona armonia, come se non si trattasse di salvare il Paese dalla guerra (le sue spaventose e ancora imprevedibili conseguenze) e dalla riforma costituzionale che deformerà e sfregerà irreversibilmente il volto del nostro Paese.
Trasmissioni come queste di cui stiamo parlando suggeriscono ai cittadini esausti, che non ne possono più: perché non confermare chi è già al governo e che - tramite Bruno Vespa - concede la parola persino ai comunisti e ai pacifisti, anche se uno che governa non ha certo tempo di partecipare a un dibattito con i suoi oppositori?
Se è vero che il momento è grave - e ce lo ricordano il sangue in Iraq, la bancarotta in Italia, il rischio imminente di spezzare malamente il Paese - gravi, e bene udibili da tutti dovranno essere le risposte della opposizione, senza perdere un solo istante a fare progetti “insieme”. Perché “fare insieme” qualunque cosa (leggi o convegni) rafforza chi governa. Se tutti sono altrettanto bravi e altrettanto professionisti, perché cambiare? E poi loro hanno un capo riconosciuto. Noi?
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Ds Milano - Rassegna stampa
"L´investitura prima possibile"
ma l´offerta non basta al Professore
"Lo scontro - dicono esponenti vicini al presidente dl - è: la guida a lui o ai partiti?"
"Allo stato attuale al novanta per cento la riunione del 4 ottobre è a rischio"
UMBERTO ROSSO
ROMA - E adesso rispunta la carta delle primarie. Anticiparle, non aspettare fino all´autunno 2005 per l´investitura formale del timoniere, e dare così una prima risposta alla frustata di Prodi alla coalizione. Fassino è pronto, Violante propone di andare alle urne prima delle regionali, Marini invoca «facciamole prima possibile, è assurdo arrivare all´autunno 2005 quando già saremo in campagna elettorale per le politiche».
Ma ha tutta l´aria di non bastare. Perché il Professore ai segretari chiede ben altro, e ha tutta l´intenzione di tirare dritto in mancanza di risposte.
Fino alle estreme conseguenze, fanno sapere i suoi: pronto anche a mollare tutto, a chiamarsi fuori dalla competizione, e del resto già nell´ultimo vertice sarebbe stato ad un passo dall´alzarsi dal tavolo e abbandonare la riunione («non me l´ha ordinato il medico di fare il capo dell´Ulivo»). Far sul serio in mancanza di una svolta fino a far saltare il primo vertice della nascente grande alleanza democratica, ovvero tutta l´opposizione al completo, convocato per il 4 ottobre. «Allo stato attuale - confida uno degli uomini del Professore - al novanta per cento quella riunione è a rischio: che andiamo a dire a Bertinotti se neanche il listone sa davvero quel che vuole?». Replica dal fronte interno: «Una sortita peggiore perfino del bello guaglione a Polignano». Ovvero, dieci giorni per evitare una clamorosa rottura. In corsa contro il tempo, domani si riuniscono direttivo ds e ufficio di presidenza della Margherita. E si lavora ad un vertice dell´esecutivo del listone. Sul tavolo, la federazione e le regionali, la vera posta in palio del braccio di ferro in corso sotto l´Ulivo. Che, però, secondo i rutelliani racchiude e rimanda ad un´altra e ben diversa sostanza della competizione: «Lo scontro reale è: deve comandare Prodi o devono comandare i partiti». Il clima e denso di sospetti e veleni, dopo l´ultimatum lanciato dal leader.
Rutelli, soddisfatto di aver incassato una sintonia con Fassino dopo settimane di gelo, sembra attestato sul documento uscito dall´ultima riunione dei segretari e ripete «mai più critiche senza una proposta concreta», che è una implicita bordata alle posizioni di Prodi: una raffica di accuse, a giudizio del presidente della Margherita, senza però una traccia precisa, un´indicazione operativa, a cominciare dalla mancata presentazione del programma. Quanto a Fassino, sarebbe rimasto di stucco leggendo la requisitoria del Professore su Repubblica. Nessuna informazione preventiva dal diretto interessato con il quale, a quanto pare, aveva pure parlato a lungo la sera precedente. Oggetto: il gruppo di lavoro chiamato a mettere a punto le regole della federazione, con un prodiano che dovrà affiancare nel delicato lavoro coordinatori e segretari organizzativi dei partiti. Una doccia fredda alla quale, in un primo tempo, si era pensato di far rispondere con una nota ai capigruppo del listone. «È materia dei segretari», hanno obiettato però i presidenti parlamentari. Ma Boselli si è subito sfilato, in dissenso con il testo preparato, «diciamolo una volta per tutte che il problema di strategia posto da Prodi esiste davvero», e la risposta alla fine porta la firma solo di Fassino e Rutelli. I prodiani l´hanno presa male, non si aspettavano l´inedito tandem dopo mesi di feeling con il capo del Botteghino, «in questo modo, con due firme su quattro segretari, Piero ha certificato la spaccatura nel listone». Con Arturo Parisi che attacca la vecchia categoria delle «convenienze», che in modo cifrato sembra alludere alla scelta di Fassino di non rompere con Rutelli nell´ora x.
Prodiani che chiedono segnali urgenti e precisi, per esempio i portavoce unici in Parlamento o la scelta ufficiale della Margherita sulla cessione di sovranità. Il resto del partito che guarda con sospetto crescente all´aut aut e vi scorge dietro un disegno egemonico del Professore. Che, secondo i suoi avversari, punterebbe al controllo pieno dei listoni regionali, chiedendo mano libera nella scelta dei candidati presidenti e degli uomini. E puntando, per le elezioni politiche, ad una pattuglia di 40 parlamentari in quota prodiana, fra deputati e senatori. Quanto basta, a termini di regolamento, per creare due gruppi parlamentari autonomi.
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Ds Milano - Rassegna stampa
Il popolo dell´Ulivo che aspetta Berlusconi
ILVO DIAMANTI
dal Repubblica - 26 settembre 2004
Mancano circa venti mesi alle prossime elezioni politiche. Il governo ha, quindi, superato i due terzi della legislatura, fra molte difficoltà esterne, molti conflitti interni e in un clima di crescente scetticismo sociale. Tuttavia, sono in pochi, ormai, a credere che la maggioranza possa sfarinarsi, anticipando il ricorso al voto, come mostra il sondaggio condotto da Demos-Eurisko, pubblicato oggi sulla Repubblica. Sette italiani su dieci (e metà fra gli elettori di centrosinistra) si dicono convinti del contrario: che la legislatura durerà fino in fondo. Peraltro, la fiducia verso il governo è cresciuta di qualche punto, rispetto allo scorso aprile, attestandosi sul 39%.
Il popolo dell´Ulivo che aspetta il Cavaliere
È probabile che il rovescio elettorale e le polemiche interne al Polo abbiano, per paradosso, fatto più male all´opposizione
Anche nei confronti del presidente del Consiglio, parallelamente, c´è maggiore benevolenza. Rispetto a quattro mesi fa, infatti, la quota di coloro che ne valutano positivamente l´operato è risalita: dal 31% al 37%. Dopo anni di costante declino, la fiducia nel governo e nel premier torna a crescere. Al contrario di quel che si osserva nei confronti dell´opposizione di centrosinistra. La quale, dopo le elezioni di giugno, ha, quindi, battuto Berlusconi e la Cdl anche sul piano della sfiducia.
Questi atteggiamenti non sembrano avere, per ora, effetti immediati sul piano elettorale. Gli elettori di centrosinistra continuano ad essere convinti che il loro schieramento vincerebbe in modo netto, se si votasse oggi. E i sondaggi, in generale, avvalorano ancora questa ipotesi. Tuttavia, è singolare, perfino sorprendente che il governo e la maggioranza, dopo il risultato deludente registrato dalla Cdl alle elezioni europee e soprattutto amministrative dello scorso giugno, non abbiano subito un crollo di fiducia e di consensi. E che il premier abbia perfino recuperato fiducia agli occhi degli elettori.
Certo, l´emergenza irachena e i sequestri di cui sono stati bersaglio e vittime gli italiani hanno ridimensionato le divisioni politiche, favorendo un clima di solidarietà nazionale. Mentre hanno distratto l´attenzione ? e la tensione - dalla situazione economica. Tuttavia, è probabile che il rovescio elettorale e le polemiche interne al centrodestra abbiano, per paradosso, fatto più male al centrosinistra che alla maggioranza. Perché Berlusconi, indebolito dal voto e contestato dagli alleati, ha preferito defilarsi. Restare in silenzio. "Spersonalizzando" l´immagine della Cdl, che è apparsa, per la prima volta, una monarchia costituzionale, invece che assoluta. Orfano di Berlusconi, il centrosinistra ha stentato a trovare e a mostrare coerenza attorno ai principali temi del dibattito politico, mentre ha accentuato tutte le sue divisioni interne. Politiche e personali.
D´altronde, fare calcoli (e sondaggi) elettorali oggi diventa un esercizio accademico, se le elezioni politiche smettono di essere all´ordine del giorno. Lo sguardo si proietta in avanti. Al 2006. E tradisce qualche desiderio inconfessato, qualche domanda anomala, per una democrazia anomala come la nostra. Metà degli elettori di entrambi gli schieramenti, ad esempio, esprime un´ampia domanda di reciproco riconoscimento e di dialogo fra i poli, su tutte le principali materie e su tutti i principali temi. E un altro terzo di essi pensa sia necessario trovare l´intesa attorno alle grandi emergenze e alle grandi riforme che riguardano il paese. Vorrebbero, gli elettori, quasi tutti, che venisse superata, o almeno ricucita la frattura politica che rende il nostro bipolarismo simile a un dualismo irriducibile, fra due italie incomunicabili.
Vorrebbero, inoltre, un sistema partitico semplificato. Attraverso l´unificazione delle diverse formazioni in una sola lista, con un solo candidato premier. Come chiede il 60% degli elettori di centrosinistra e di Rifondazione, ma anche il 53% di quelli di centrodestra. Mentre il 27% di elettori di centrosinistra e di Rifondazione, e il 32% di quelli di centrodestra preferirebbero mantenere l´autonomia delle liste di partito, raccolte, però, attorno a un comune candidato.
Ciò significa che la domanda di tolleranza politica e di semplificazione della competizione elettorale è ormai diffusa ? e trasversale - nella società italiana. Rischiamo di dimenticarlo, abituati come siamo a rifletterci nello specchio deforme del dibattito politico-mediatico. Il quale, peraltro, indugia, da tempo, sulle divisioni e i conflitti fra i leader del centrosinistra, mentre nel centrodestra, dopo i contrasti dei mesi scorsi, prevale l´immagine di una "tregua vigile". Dove non è in discussione la figura del leader, ma la sua guida "unilaterale". Tuttavia, di nuovo, gli orientamenti degli elettori offrono una rappresentazione diversa e quasi opposta. Prodi è scelto come candidato-premier da circa il 37% degli elettori di centrosinistra. Nessuno degli altri leader della coalizione raggiunge il 10%. Berlusconi, invece, è indicato dal 38% degli elettori di centrodestra. Alla pari, praticamente, con il vicepremier, Gianfranco Fini. A differenza di quanto appare e si pensa, quindi, la leadership di Prodi, risulta più solida rispetto a quella di Berlusconi. Fra gli elettori della coalizione.
Il che suggerisce una riflessione "comparativa" circa la diversa posizione dei due leader, nei rispettivi schieramenti. La leadership di Berlusconi poggia su basi "politiche", quella di Prodi su basi "sociali". Detto in altri termini: Berlusconi fonda la sua leadership non sul consenso della gente, ma sul potere che esercita in ambito politico, attraverso il peso del suo partito, e le risorse economiche e mediatiche di cui dispone. Oltre che sulla capacità (politica anch´essa) di porsi e imporsi come unico, possibile punto di congiunzione fra i diversi e divergenti soggetti politici, fra i diversi e divergenti territori rappresentati nella sua coalizione. Così, la sua fiducia tra gli elettori resta limitata (soprattutto in confronto a Fini), la sua leadership è contrastata dai gruppi dirigenti dei partiti, ma, per ora, appare senza alternative. Inevitabile.
Prodi, invece, gode di un buon grado di fiducia fra gli elettori, anche se in misura minore del passato. Altri esponenti di centrosinistra, sotto questo profilo, lo superano (Veltroni, Fassino) oppure lo affiancano (Rutelli, Cofferati, D´Alema). Ma, come leader e candidato premier del centrosinistra, è l´unico, il solo, ad aggregare il consenso degli elettori. In misura anche più netta rispetto a qualche mese addietro. Favorito, probabilmente, da una maggiore presenza sulla scena politica nazionale. Ma anche dal dibattito sollevato dalle sue proposte: le primarie, la federazione unitaria. Ipotesi che hanno suscitato grande adesione nella base e grande polemica nei gruppi dirigenti del centrosinistra. Tanto che, nei fatti, sono state quantomeno "congelate" . Le primarie: rinviate all´autunno del 2005. La lista unitaria: ritenuta inopportuna in vista delle prossime regionali (che divengono, così, le vere "primarie"). Per cui, oggi più di ieri, Prodi appare un leader "senza partito". Leader, al contempo, dei "senza partito". Quelli che pensano all´Ulivo come una federazione che ri-dimensioni lo spazio dei partiti. Quelli che votano Ulivo al maggioritario ma stentano a riconoscersi nelle sigle di partito al proporzionale.
Così si spiega la lenta ripresa di credito di Berlusconi e del governo, in questa fase. Si tratta, al di là di altri motivi, di un caso evidente di "frustrazione comparativa", che aggredisce gli elettori di centrosinistra, quando confrontano la Casa delle libertà con la propria. Vorrebbero, gli elettori di centrosinistra, disporre anch´essi, un giorno, non di un padrone, ma di un leader comune, legittimato e dotato di autorità. Che non sia designato alla vigilia delle elezioni. Vorrebbero, inoltre, non un imprenditore che li "costringa" a stare insieme, ma un progetto politico-organizzativo unitario, che non sia avviato e smesso da un´elezione all´altra, da un mese all´altro. E, magari, alcune idee, poche idee - non un programma epocale - da condividere. Su cui, almeno, non dividersi. Per non sperare, di nuovo, in Berlusconi. Che riprenda a esibirsi e a parlare. Offrendo loro un motivo comune per cui votare.
Contro.
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Ds Milano - Rassegna stampa
Giorgio Bocca
Il rebus asiatico che gli Usa non capiscono
Il più grande e il più ricco potere informativo del creato non riesce a comprendere i suoi contendenti: dall'Iraq, all'Afghanistan, alla Palestina
Affacciamoci sulle terrificanti incognite del mondo, il futuro dell'America, del terrorismo, della Cina.
Gli Stati Uniti, la più grande potenza militare del mondo, sono diretti e probabilmente lo saranno nei prossimi quattro anni da un gruppo dirigente che mente a se stesso e che continuerà a mentire. I neo conservatori al potere continuano ad avere un'idea imperiale, messianica, religiosa degli Stati Uniti e della loro missione che non trova riscontro nella realtà.
Tutti i leader, dal presidente George Bush alla sua consigliera per la sicurezza Condoleeza Rice, al vice presidente Dick Cheney, al capo del Pentagono Donald Rumsfeld, al segretario di Stato Colin Powell, continuano a scambiare i desideri per la realtà. L'America sta vincendo, dicono, perché i due paesi islamici occupati, l'Afghanistan e l'Iraq, si sono dati governi favorevoli alla ricostruzione e alla democrazia e stanno estendendo il controllo del territorio grazie a eserciti in formazione.
Nessuna di queste affermazioni risponde al vero: i governi fantocci dei due paesi sono così fragili e immaginari che nessuno punterebbe su di loro un centesimo se l'occupazione americana dovesse finire.
Nell'Afghanistan gran parte del territorio è governato dai signori della guerra, cioè dai capi tribali che hanno imposto il ritorno all'economia della droga e al potere religioso dei talebani.
In Iraq le milizie sciite contendono a quelle sunnite le immense provincie che gli americani non sono in grado di presidiare. La situazione militare e politica è sotto gli occhi di tutti: si viaggia solo nei convogli protetti dai carri armati e dall'aviazione; la sola isola relativamente sicura nell'immensa Baghdad è la 'zona verde', un piccolo rettangolo blindato.
Il comando militare americano non fa previsioni per il futuro. Quanti anni durerà l'occupazione? Con quali forze? Forse otto, forse dieci anni. Con quali soldati? Bisognerà assicurare il turn over di quelli che ci sono adesso, ma che vogliono tornare a casa, e trovarne i sostituti per una strategia al momento immaginaria che i neo conservatori affidano all'uso di nuove armi potentissime.
Quali? Le atomiche di cui anche gli Stati più o meno 'canaglia' sono forniti? Non è che i precedenti imperi, il romano e l'inglese, avessero un'idea più chiara di come si conquista e si conserva un impero, ma avevano a disposizione tempi lunghi e lunghissimi, una superiorità tecnica e organizzativa incomparabile.
Restano ignoti anche i contendenti del nuovo impero. Il terrorismo islamico è un fascio di movimenti politici e religiosi che va dai riformisti dei paesi cosiddetti moderati agli uccisori di bambini della Cecenia. A ogni attentato il mondo si chiede: questi chi sono? I seguaci di Bin Laden o di Arafat, gli hezbollah libanesi o quelli siriani? Sappiamo poco o niente delle loro divisioni, ma sappiamo che militarmente sono forti, forse invincibili. La Rice e altri neo conservatori assicurano che Al Qaeda è ormai allo stremo, che i suoi dirigenti sono stati in gran parte eliminati. Ma lo si dice da anni e Osama Bin Laden è sempre lì nelle montagne del Wuziristan, cioè a un'ora di volo da Kabul e la potentissima America non è riuscita a catturarlo.
Dicono: Osama è protetto dalle tribù montanare dell'Industan. Il potentissimo impero fermo e impotente di fronte ad alcune centinaia di montanari? Ma ci rendiamo conto? Un rebus asiatico che il più grande, il più ricco potere informativo del creato non riesce a spiegare. E ogni tanto un'eco, una minima parte di questo angosciante mistero, arriva anche dalle nostre parti: i sequestrati, le candeline della nostra vana solidarietà, le apparizioni tragicomiche dei nostri politici, e anche di noi che scriviamo al vento.www.espressonline.it
Borrell, un Presidente scomodo
Josep Borrell, il nuovo Presidente dell’Europarlamento, fa notizia, suscita passioni opposte ed è un europeista coerente. Che ha assunto grandi responsabilità in Spagna.
In Spagna, contrariamente a quanto sia successo in alcuni settori della intelligentsia europea, l’elezione del eurodeputato “novizio” Josep Borrell alla Presidenza del Parlamento Europeo non ha sorpreso nessuno. Certo, i media catalani, spagnoli ed europei concordano nell’ostilità congenita che manifestano verso questo personaggio originario dei Pirenei, figlio di un fornaio, studente borsista e volontario in un kibbutz negli anni settanta, che un professionista della politica come Cohn-Bendit ha recentemente definito un “piccolo burocrate” (Le Monde del 14 luglio), in seguito alla elezione di Borrell. Sembrerebbe che il rappresentante degli ecopacifisti, avrebbe preferito un neoliberale guerrafondaio come Geremek ad un socialista di sinistra, dal momento che il polacco avrebbe costituito una “figura storica”, cosa che avrebbe ridotto la elezione a Presidente dell’Europarlamento a un concorso tra vecchie glorie come Cohn-Bendit.
Identità catalana
Borrell, in effetti, è sempre stato un personaggio scomodo. I nazionalisti catalani lo detestano letteralmente. Risulta insopportabile che un politico socialista, che si identifica pienamente con la Spagna e con la sua Costituzione, porti due cognomi catalani, parli catalano meglio di molti nazionalisti e sia la prova vivente della perfetta compatibilità tra la identità catalana e quella spagnola. Quanto al resto della Spagna, poi, Borrell ha sempre suscitato invidia all’interno del suo stesso partito, e malumori nelle classi sociali più agiate, che mal tolleravano il sistema fiscale progressivo e la lotta contro l’evasione fiscale che promosse con rigore durante la sua permanenza come Segretario di Stato all’Industria. Un politico con grande competenza tecnica e una forte impostazione ideologica socialdemocratica non è mai stato di gradimento della destra. Più sorprendente è che, a quanto sembra, non sia gradito neanche ad una certa sinistra europea esteta e da salotto.
Un europeista convinto
Per non parlare poi di quanto può essere elastica la denominata categoria di “piccolo burocrate” nell’ambito dell’Unione Europea. Quando Cohn-Bendit si riferiva in questo modo a Josep Borrell, probabilmente dimenticava che il signor Monnet, considerato il principale artefice del progetto europeo, era un consigliere ministeriale. E’ senza dubbio curioso vedere che ex sessantottini riciclati in parlamentari considerano i trascorsi ministeriali come un demerito, mentre consacrano un rappresentante del neoliberismo rampante, atlantista e guerrafondaio a simbolo della storia europea.
Cohn-Bendit non è stato l’unico ad attaccare Borrell. A parte i verdi e i liberali, il conservatore The Times (di Malta) nel suo editoriale del 29 luglio 2004, sulla stessa scia, segnalava che Borrell “è conosciuto per essere un critico della politica estera americana, e ha utilizzato la guerra in Iraq per sconfiggere il proprio avversario, uno dei pochi uomini di un certo livello all’interno del Parlamento Europeo, il polacco Bronislaw Geremek”.
Senza dubbio, solo Borrell – che è stato tra l’altro membro della Convenzione sul futuro dell’Europa presieduta da Giscard d’Estaing – è capace di mettere d’accordo gli Stati Uniti con Cohn-Bendit. In effetti, non deve essere di gradimento della Casa Bianca che il rappresentante della più grande assemblea parlamentare del mondo sia un socialista ed europeista convinto, favorevole a un aumento delle capacità militari dell’Unione Europea al di là della Nato, e contro la guerra in Iraq e la globalizzazione neoliberista.
Comunque vada, questo eterno outsider della politica, sempre disprezzato da partiti, gerontocrazia, establishments dell’uno e dell’altro campo – e dall’élite in generale – si è dimostrato allo stesso tempo un superstite nato. Non c’è che dire: anche dalla sua posizione attuale continuerà a disturbare tutti. www.cafebabel.com/it/
Gay pride: Sudafrica, in migliaia sfilano a Johannesburg
Johannesburg - -- Migliaia di persone hanno partecipato oggi al 15esimo Gay Pride di Johannesburg, all'insegna della rivendicazione del diritto al matrimonio per gay e lesbiche in Sudafrica, unico paese a organizzare una manifestazione del genere in un continente in cui l'omosessualità è generalmente considerata tabù. La Costituzione del Sudafrica post-apartheid, del 1996, vieta esplicitamente qualsiasi discriminazione in base alle inclinazioni sessuali e riconosce alle coppie omosessuali il diritto di adottare figli e ereditare dal partner.
Con bandiere e striscioni, scandendo slogan quali «Gli stessi diritti per tutti», circa 12.000 persone, secondo gli organizzatori e la polizia, hanno sfilato per le strade di Johannesburg in un corteo multicolore e chiassoso. Molti erano a bordo di camion, pullman e fuoristrada. La polizia, con una presenza discreta, ha seguito a distanza la manifestazione, svoltasi pacificamente. «È per celebrare 10 anni di riconoscimento ed esistenza», ha detto uno dei dimostranti, riferendosi alla fine del regime del segregazionismo razziale, nel 1994, e alle prime elezioni libere e multietniche, che portarono al potere Nelson Mandela. «Spero semplicemente che otterremo il diritto di sposarci», ha commentato un altro partecipante. Una trentina di persone a bordo di un pullman denunciavano in particolare le discriminazioni a danno delle omosessuali. «Ci sono molti stupri di lesbiche (...) pensano che se violentano una lesbica, cambierà», afferma Lebongang, 19 anni, «fiera e felice» di partecipare al Gay Pride.
In un ricorso presentato davanti all'Alta Corte di Johannesburg, l'organizzazione 'Progetto uguaglianza' ha chiesto, in nome della Costituzione, una modifica della legge affinchè gay e lesbiche godano «dei vantaggi e delle protezioni» offerti dal matrimonio.
(tio.ch)
Cicale e formiche
Come il futuro condiziona il presente
di CARLO OLIVA
La formica, che aveva passato l'estate lavorando duramente in vista della brutta stagione, si trovò stranamente a disagio al sopravvenire delle prime brinate. Non dal punto di vista materiale, certo: il lavoro aveva dato i suoi frutti e le scorte savrebbero potute bastare - in effetti - a superare non uno, ma due inverni. Eppure, la prospettiva dei mesi a venire si presentava ben poco attraente. Una volta chiusi e sbarrati, i corridoi, i magazzini, i dormitori del suo mondo sotterraneo sarebbero stati, sì, al riparo dal freddo, ma tremendamente malinconici. E lei, l'operosa formica, abituata com'era a impiegare le ore trascinando pesanti chicchi di grano e ingombranti aghi di pino senza concedersi mai un attimo di riposo, che cosa avrebbe potuto fare, oltre a mangiare? A pensarci, non aveva neanche appetito. Quello invernale si annunciava come un ininterrotto periodo di noia.
Poi si ricordò di una musica che, nei lunghi pomeriggi di estate, aveva accompagnato (e lenito) le sue diuturne fatiche e le venne un'idea. Le cicale, notoriamente, non pensavano al futuro e non mettevano da parte provviste: cantavano soltanto ed era logico pensare che in quel periodo dell'anno si trovassero, per così dire, nei guai fino al collo. Qualcuna di loro, sicuramente, avrebbe accolto con entusiasmo la prospettiva di essere accolta e nutrita nel formicaio: in cambio, avrebbe potuto rallegrare con il suo canto gli interminabili mesi invernali. Tra insetti, oltretutto, era giusto aiutarsi.
Bisognava, comunque, sbrigarsi. La formica si fece coraggio e uscì ancora una volta all'aperto. La stagione era più avanzata di quanto immaginasse e di cicale, in giro, non ce ne erano davvero molte: solo da un albero sul poggio a sud, il più esposto al sole, si levava ancora un ostinato frinire.
La vecchia cicala che cantava contemplando il tramonto ascoltò con attenzione la proposta della vicina. Strano, pensava: non se lo sarebbe mai aspettato. Era opinione corrente tra le sue simili che le formiche fossero straordinariamente taccagne e che chiunque avesse bussato alla loro porta in cerca di aiuto si sarebbe sentito rispondere che, visto che con il caldo aveva cantato, adesso che era arrivato il freddo poteva anche ballare. E invece...
"Grazie" rispose, sinceramente commossa. "Ringrazia tanto da parte mia anche le tue compagne. Ma, naturalmente, non posso accettare."
"Come non puoi accettare?" ribatté la formica. "Guarda che non ci disturberesti affatto. Abbiamo spazio e provviste per tutti. E non devi considerarla una forma di carità: ti pagheresti vitto e alloggio cantando. Sai, non lo facciamo sapere in giro, perché abbiamo una certa fama da mantenere, ma a noi formiche piace moltissimo la vostra musica."
La cicala sorrise. "Mi fa piacere" spiegò educatamente "ma non è questo il problema. È che... che io non mi sono mai guadagnata niente in vita mia. Viviamo del calore del sole, noi, del sole e di un poco di linfa degli alberi e d'estate ce n'è sempre per tutti. Quando viene l'inverno, anche la nostra stagione finisce. È il nostro destino."
La formica provò una punta di irritazione. "Come il vostro destino?" replicò. "Ciascuno è artefice del proprio destino. È un compito collettivo. Lavorando oggi, costruiamo il nostro domani, allarghiamo, in un certo modo, lo spazio che la natura ci concede. E nulla vieta che in questo compito possiamo collaborare. Voi, certo, non avete ganasce prensili né zampe robuste come le nostre, ma potete svolgere lo stesso un ruolo importante in una comunità integrata. Nella società moderna, come saprai, l'intrattenimento e l'organizzazione del tempo libero sono attività economiche fondamentali."
"Sì, certo" ammise la cicala, rabbrividendo fra sé e sé. "Ma la cosa si può vedere anche da un altro punto di vista. Vedi, progettando il futuro, si determina anche e soprattutto il proprio presente. Si scambia, come nel vostro caso, un inverno al riparo con un'estate di fatica, un futuro di riposo con un presente di attività forzata. E non è detto che lo scambio convenga sempre. A parte il fatto che il futuro è sempre incerto, c'è il rischio, come dire, di restare imprigionati dalla propria progettualità. Come è successo a quel porcellino della favola, non so se la conosci, quello che si era costruito una casa di mattoni per tener fuori il lupo che aveva mangiato i suoi due fratelli. Be', in quella casa, poveretto, ha finito per rinchiudersi: il lupo bivacca sul prato fuori e il disgraziato non può neanche uscire. E mi hanno detto che, come se non bastasse, ha un mucchio di guai con l'ICI."
Alla formica non piacevano i paradossi. "È sempre meglio pagare l'ICI che essere divorati dal lupo" sbottò. "Come è meglio organizzare la propria vita nel modo più razionale, sfruttando le proprie forze finché ci sono."
"Anche a costo di restare rinchiusi a vita tra quattro mura? O di passare l'inverno in un formicaio senza avere niente da fare?" controbatté la cicala. "Io non me ne intendo, naturalmente, non è un nostro problema, lo avrai capito, ma ho sempre avuto il sospetto che la qualità del futuro che uno si costruisce dipenda da quella del presente in cui opera. Nel senso che chi passa l'estate lavorando come uno schiavo, passerà - non ti offendere, ti prego - un inverno da schiavi."
"Schiavi o non schiavi, non ci posso fare niente. È la mia natura."
"Anch'io non ci posso far niente. È la mia."
Sembrava che non ci fosse altro da dire e la formica se ne tornò, un po' mortificata, al suo formicaio. Ma siccome era molto ostinata, continuò a pensare al problema per tutta la notte e al mattino uscì di nuovo all'aperto per riprendere la discussione. Ma quando arrivò all'albero sul poggio a sud, la cicala non c'era più.
www.golemindispensabile.it
L’informazione, e la sua verifica, passa dai blog - e da tutti noi
Bernardo Parrella, ore 1:43 am
Culture Digitali
Quale lo stato di salute dell’odierno ecosistema mediatico? I Big Media non riescono a fare altro che rifugiarsi nella tradizionale torre d’avorio, mentre la blogosfera e il giornalismo di base continuano a conquistare terreno e attenzione. Se questo è il quadro, pur sempre in progress continuo, della scena USA, allora vale la pena di chiedersi: le due tendenze sono forse in rotta di collisione? E in tal caso, chi ne farà le spese? Possibile mescolare il tutto per creare invece un ecosistema più salubre e attendibile per tutti, i cittadini-utenti in primo luogo? Queste le faccende di cui si va discutendo ora tra i blogger e (un po’ meno) sui grandi media oltreoceano, e questo il tema di fondo del prossimo BloggerCon III – la cui discussione si fa già intrigante sul relativo blog.
L’evento, curato dal solito Dave Winer, si svolgerà presso la Stanford Law School (Palo Alto, California) pochi giorni dopo le presidenziali, il 6 novembre, e c’è da giurare che anche di questo si parlerà parecchio. Oltre ad esaminare le varie sfaccettature del rapporto, sempre più stretto, e non di rado controverso, tra blogger e giornalismo mainstream. In tal senso, anche riferendosi all’attualità più stretta, l’intervento dell’altro giorno a firma Scott Rosenberg, editor di Salon.com, suggerisce il percorso da seguire: “I buoni blogger mantengono onesti i buoni giornalisti; questi ultimi leggono i blog per trovare fonti e storie. C’è un costante traffico di persone lungo questa frontiera…. Ottenere notizie corrette con rapidità è soltanto una parte della dinamica nell’interazione media/blog. Il resto sta tutto nelle relazioni – e nel rispetto reciproco.” Questa contaminazione continua appare dunque vitale non solo per mantenere ‘respirabile’ l’ambiente mediatico, il che è già molto, ma anche per confermare come nella società post-industriale, post-democratica soltanto il reciproco superamento delle barriere potrà consentire un’attiva partecipazione orizzontale ai processi socio-politici dell’oggi e del domani.
Stavolta la ’scusa’ per ribadire la necessità e l’importanza di una simile strategia, appunto, è la cocciutaggine di Dan Rather, ultrafamoso anchorman della CBS, che fino all’ultimo non ha voluto ammettere la falsità di alcuni documenti ‘esclusivi’ riguardo la saga del servizio militare di Mr. Bush. Quelle memo sostenevano che l’allora Sottotenente Bush fosse entrato nella Texas Air National Guard scavalcando centinaia di cadetti in lista d’attesa, grazie alle conoscenze altolocate della sua famiglia, e che, una volta dentro, non fosse riuscito a raggiungere le prestazioni minime. (Non che ciò in sé sia lontano dalla verità, intendiamoci. Solo che certe cose non si dicono in TV senza prove precise). Sparata la ‘notizia’ sul seguitissimo 60 Minute II, però, vari blogger di taglio repubblicano avevano subito iniziato le controverifiche, scoprendo vare magagne tecniche nella fattura dei documenti, realizzato al computer in Word (prima versione 1989), quando allora si usavano invece le comuni macchine da scrivere. Il bello, o il brutto, è che Rather e soci non hanno mostrato il minimo tentennamento, disdegnandosi di seguire le piste suggerite immediatamente da tali blogger, finendo poi per trovarsi nell’ennesimo scandalo e auto-ridicolizzarsi davanti a tutti.
Non è certo la prima volta (né sarà l’ultima) che i blogger colpiscono nel segno. Basti citare rapidamente la caduta di Trent Lott per i suoi interventi razzisti o la pressione contro il New York Times per inserire uno spazio riservato agli errata corrige degli editorialisti. Come sottolinea un commento su Wired News, i blog “operano come un vasto dipartimento ad hoc per la qualità del controllo…i fatti sono analizzati e verificati rispetto a varie fonti, le citazioni de-costruite, la grammatica controllata – il tutto in piena luce del sole.” È esattamente questa funzione di ‘factcheck’ che sembra adattarsi bene per i blogger di ogni parte del mondo. Oltre agli eventi di cui sopra, ce lo confermano le esperienze di gente come Dan Gillmor e Joe Trippi, ad esempio: dal ”giornalismo della gente, per la gente” alla “democrazia via Internet che va trasformando ogni aspetto della vita americana distribuendo il potere in modo più uniforme.” Oppure iniziative come quella appena segnalata di FactCheck.org, testata internet che analizza l’accuratezza delle inserzioni politiche di entrambi gli schieramenti ideologici statunitensi.
Scenario – venendo a noi, pur con le dovute differenze del panorama italiano – nel quale s’inserisce perfettamente il progetto che PoliticaOnline sta lanciando: un osservatorio sulle presidenziali del 2 novembre per esplorare i diversi strati di comunicazione “latente” e di intersezione fra politica e tecnologia, fra politica e business, fra politica e strategie internazionali. Per capire ed aiutare a capire, verificare e controbattere. Diamoci da fare, dunque.
politicaonline.it
Il prezzo dell' Aids
buone notize, KENYA: Farmaci anti-Aids a basso costo in Kenya: una scommessa, per uno dei paesi tra i più martoriati dal virus nel continente africano e nel mondo. Ma c’è ancora molta strada da fare
- Pochi giorni fa, in Kenya, la multinazionale farmaceutica britannica GlaxoSmithKline ha firmato un accordo con una compagnia locale, la Cosmos Limited, che garantirà la produzione di farmaci anti-aids a basso costo.
La notizia potrebbe rappresentare un passo importante nella lotta contro il virus dell’Hiv (Ukimwi nella lingua nazionale, il Kiswahili) nel paese – uno dei più colpiti dal male – con i suoi due milioni di malati (più del 6% della popolazione).
Questi ultimi entro un mese potranno acquistare farmaci anti-retrovirali alla metà del prezzo a cui vengono attualmente venduti.
Intervistato dal quotidiano nazionale The Nation, il dottor Prakesh Patel, il direttore della Cosmos, si è detto entusiasta della nuova iniziativa, con l’implemento della quale il Kenya diventerà il secondo paese dell’Africa sub-sahariana a produrre farmaci antiretrovirali, dopo il Sudafrica. Questo dovrebbe garantire una migliore distribuzione e accessibilità dei medicinali. Inoltre – questa è un’altra novità – le istruzioni per il dosaggio saranno scritte in inglese e in lingua Kiswahili, diffusa tra le popolazioni che abitano il Kenya.
“Abbiamo raggiunto un accordo con la Cosmos, che ha da poco avuto il nulla osta al via della produzione di un prodotto da noi distribuito con il nome di Combivir”, spiega dalla capitale keniota Nairobi, William Mwatu, portavoce della GlaxoSmithKline. “Questi farmaci migliorano l’esistenza dei malati, rallentando l’avanzamento del virus e permettendo loro di continuare a lavorare e di condurre una vita normale”.
Ma quanto costeranno i nuovi medicinali ai malati del Kenya, dove la maggior parte della popolazione vive in condizioni di estrema povertà?
Secondo l’accordo, i medicinali antiretrovirali, finora costati 3000 shillings kenioti al mese (circa 30 euro), a breve ne costeranno la metà. Meglio di prima. Ma ancora troppo per le tasche vuote di decine di migliaia di persone.
“E’ una buona notizia, ma il prezzo continua a essere eccessivo per molti malati”, dice da Londra, Rebecca Maina, fondatrice dell’organizzazione internazionale Youth Against Aids (“giovani contro l’Aids”). Keniota, Rebecca sta effettuando una ricerca sull’aspetto finanziario della lotta all’Aids e sulle problematiche che chi vive in un paese povero deve affrontare ogni giorno. Dal 1999 la sua organizzazione si occupa di assistenza alle persone affette dal virus nel mondo, basandosi sull’aiuto di volontari.
“Per avere successo – continua – questa iniziativa del ribassamento dei prezzi di vendita deve continuare nei prossimi mesi o anni, in modo da raggiungere una fascia sempre più alta della popolazione colpita. Quindici euro al mese di medicinali sono un prezzo che pochissimi si possono permettere. E poi non è vero che finora i costi dei medicinali sono stati gli stessi per tutti”.
La giovane keniota allude al vasto mercato nero della vendita dei farmaci antiretrovirali, che alimenta grossi giri d’affari clandestini. “Ci sono famiglie che pagano 5 euro al mese, altre che ne pagano 40, o addirittura 60. Anche abbassando il prezzo dei medicinali, questo mercato parallelo continuerà ad esistere. E non solo. I farmaci necessitano di una dieta adeguata da parte di chi li assume. Questa dieta ha un costo. Così come hanno un costo molte altre spese che i malati devono affrontare”.
“C’è poi da tenere presente un altro fattore importante – insiste la donna – ed è la reperibilità dei farmaci. Chi vive a Nairobi o nei grandi agglomerati avrà più facilità a trovarli al prezzo di listino. Per chi vive nei villaggi o nelle aree rurali ci sono anche i costi del trasporto. Aggiungiamoci anche cibo, acqua e affitto. Cosa rimarrà ai nostri malati? La produzione su scala nazionale degli antiretrovirali deve avvenire con adeguate politiche sociali, che vadano effettivamente incontro alla gente. Altrimenti sarà tutto inutile”.
Una scommessa, dunque, non ancora una vittoria. Ma almeno un motivo in più di speranza per i due milioni di malati del Kenya.
www.peacereporter.net
ELEZIONI TOTALI, PARZIALI, DIFFERITE?
Politics/Economy, Brief
-Sul problema delle elezioni totali, parziali, puntuali o ritardate in Iraq, Giampiero Gramaglia, corrispondente dell'Ansa, Agenzia italiana di Stampa Associata (Ansa), da Washington scrive:
Il segretario alla difesa Donald Rumsfeld getta due sassi nel pantano iracheno:le elezioni di gennaio, dice, potrebbero essere solo parziali, escludendo le aree del Paese in preda alla violenza e controllate da insorti e terroristi; e il ritiro di americani e alleati potrebbe cominciare prima che il Paese sia interamente pacificato, tanto - aggiunge - "non lo sara' mai del tutto". Rumsfeld ne parla in due tempi: in Congresso; e dopo avere ricevuto al Pentagono il premier iracheno Iyad Allawi, che conclude il giro dei palazzi del potere di Washington, prima di pronunciare un discorso dalla tribuna del Palazzo di Vetro di New York, all'Assemblea generale delle Nazioni Unite. Ma le parole del segretario alla Difesa creano imbarazzo nell'Amministrazione statunitense, dove si ripropone il contrasto, sopito da mesi, tra Dipartimento di Stato e Pentagono sulla gestione della crisi irachena. Di fronte a una commissione della Camera, il vice di Colin Powell, Richard Armitage, uno che è spesso parso un pesce fuor d'acqua in questa Amministrazione, dice che le elezioni di gennaio dovranno essere "aperte a tutti i cittadini" iracheni: "Avremo elezioni libere e aperte a tutti i cittadini. Faremo del nostro meglio per farle, anche nelle aree dell'Iraq turbate da guerriglia e violenza."
-Donald Rusmfeld, come la MISNA segnala nel 'Pensiero del Giorno' di oggi, aveva detto esattamente il contrario.
misna.it
Fatti vecchi
Il quotidiano popolare riprova a sfondare nelle edicole italiane. Con un nuovo giornale in arrivo all’inizio di settembre (la data debutto è stata il 7), intitolato “Fatti nuovi”, progettato sul modello del polacco “Fakt” e con molte “relazioni pericolose” con il gruppo Berlusconi. Che, per la legge Gasparri, non può in teoria avventurarsi fino al 2009 nel mondo della carta stampata. Il lancio pubblicitario in grande stile del quotidiano, il cui prezzo è 50 centesimi, è partito subito dopo Ferragosto. I motori del progetto sono Antonio Raspa, Giorgio Maino e la Nuova editrice popolare, una società creata ad hoc. Raspa e Maino sono già consoci, assieme a Ubaldo Livolsi (consigliere Fininvest) nella Followme, sede legale a Segrate in Palazzo Canova – stesso indirizzo di Finivest – e uffici in via Francesco Dall’Ongaro a Milano. Dove, tra l’altro, avrà sede la redazione di “Fatti Nuovi”. Followme in passato ha curato tutti i servizi editoriali delle Pagine Utili, gli elenchi telefonici di casa Berlusconi.
La scommessa è impegnativa anche perché i precedenti nel campo dei quotidiani popolari, da L’Occhio di Maurizio Costanzo in poi, non sono molto favorevoli al settore, insidiato anche dalla concorrenza dei giornali gratuiti. Ma Fatti Nuovi dovrebbe avere le spalle larghe: nell’azionariato, con una quota attorno al 15%, ci sarà lo stampatore Seregni, che curerà come ovvio anche la parte industriale della produzione. Per la pubblicità erano in gara Mondadori e Publitalia oltre a Publikompass mentre la distribuzione dovrebbe essere affidata alla società che edita Il Giornale Nuovo di Paolo Berlusconi.
A dirigere il giornale, Massimo Balletti, passato dall’Ora di Palermo ad Abc e a Excelsior, ex direttore di Playboy Italia ora alla guida di “Vincere”, mensile dedicato al mondo della disabilità sostenuto da una Fondazione che fa capo a Marcello Dell’Utri. Lo stesso Maino, destinato con ogni probabilità a diventare amministratore delegato del gruppo, ha un passato in Publitalia e La Cinq oltre a esperienze in Saatchi & Saatchi, all’Hdc di Luigi Crespi e più recentemente a Mediaedge del colosso pubblicitario inglese Wpp con il ruolo di vice-presidente.
L’avventura, insomma, nasce con un fortissimo cordone ombelicale che la lega al Biscione, anche se ambienti vicini al gruppo smentiscono seccamente questa ipotesi e spiegano che nell’azionariato ci sono per lo più fondi di private equity. Certo è che visti i paletti della Gasparri, almeno sotto il profilo formale, il nuovo quotidiano popolare di Raspa e Maino non avrà alcun legame societario con casa Berlusconi. La sua sfida non è facile: i modelli del tedesco “Bild” e dell’inglese “Sun”, tabloid con tirature milionarie, non hanno mai sfondato in Italia. Lo stesso gruppo Cairo sta studiando da mesi un progetto simile ma, visti i precedenti, si muove con i piedi di piombo. www.carmillaonline.com
Chi vuole veramente invadere l’Arabia Saudita e perché?
di Tanya C. Hsu da Global Research
Le connessioni tra chi preme per un'invasione dell'Arabia Saudita da parte degli Stati Uniti hanno radici profonde. Wohlstetter, il mentore di tutta una vita di Richard Perle era l'ultimo presidente della RAND Corporation, nonno degli analisti neo-conservatori ed era anche un compagno di scuola di Ahmed Chalabi, leader del Congresso Nazionale Iracheno e protagonista delle informazioni inesistenti riguardanti le armi di distruzione di massa.
“Dirottare aerei, terrorizzare innocenti e spargere sangue,
costituiscono una forma di ingiustizia che non può essere tollerata dall’Islam,
dato che li considera come crimini e azioni peccaminose...
Ogni musulmano che conosce gli insegnamenti della sua religione e che aderisce alla dottrina del Quran [Corano] e della Sunnah,
non parteciperà mai ad azioni del genere,
perché così facendo provocherebbe l’ira del dio Almighty
e porterebbe sulla terra il male e la corruzione”
Lo sceicco ‘Abdul-‘Aziz Âlush, Grand Mufti dell’Arabia Saudita e presidente degli Ulema, 15 settembre 2001.
Il nuovo film di Michael Moore, “Fahrenheit 9/11”, ha fatto un grosso favore ad alcuni dei fautori di una guerra sulla penisola araba. Il film ottiene ciò che infinite pagine di studi e discussioni delle think-tank conservatori (commissioni di esperti) e ore di pubbliche relazioni e libri non possono ottenere: versare benzina sulle scintille anti-saudite già accese negli Stati Uniti. Il film di Moore critica aspramente i sauditi non solo per le loro relazioni d'affari ma anche per aver lasciato gli Stati Uniti dopo l'attacco dell'11 settembre 2001, così come hanno fatto molti funzionari non sauditi lo stesso giorno in cui vennero particolari autorizzati voli. L'enorme popolarità di questo documentario ha diffuso il messaggio anti-saudita ad un intero nuovo mercato ed è solo l’ultima manifestazione delle varie ragioni che potrebbero far attuare un vecchio piano di guerra: invadere e occupare il Regno dell’Arabia Saudita. Nonostante il suo produttore progressista e del pubblico a cui si rivolge, “Fahrenheit 9/11” si conforma, come avesse i paraocchi, con il programma stabilito dai falchi neoconservatori: liberare l'Arabia dal casato sei sauditi, garantendo così agli Stati Uniti e ai suoi alleati pieno accesso al più grande tesoro del Medio Oriente.
I membri del congresso americano, i diplomatici statunitensi e sauditi e il pubblico americano hanno sempre più la sensazione che l’amministrazione Bush, a causa della pressione dei neoconservatori e degli interessi interni, stia “completamente cambiando” la sua politica nei confronti dell’Arabia. Coloro che si opponevano all'attuale amminstrazione accusano la Casa Bianca di mantenere legami con un nemico dell'America in cambio di lucrosi accordi commerciali. In contrasto con questi, coloro che hanno sostenuto i legami con l'arabia Saudita restano dell'idea che gli Stati Uniti non abbiano intenzione di troncare i rapporti con una forza regionale stabilizzatrice e con amici a lunga scadenza nel casato dei Sauditi. Chi ha ragione?
Nessuno.
Negli scorsi 30 anni, gli Stati Uniti non sempre hanno avuto intenzioni “amichevoli” nei confronti del Regno. Se così è sembrato era solo una maschera di quello che la politica militare americana pensava in realtà. Documenti non più coperti da segreto militare rivelano che c’è stato un continuo martellamento sulla questione dell’invasione dell’Arabia, che si è riflessa anche oltre le porte chiuse del nostro governo. Il Pentagono, per tre decenni, ha formulato e aggiornato piani segreti per impadronirsi dei pozzi petroliferi sauditi e sbarazzarsi regno dell'imperante casato dei sauditi. Questa non è solo una cabala neo conservatrice. Sono stati fatti piani ed è stato impiegato tempo per un'invasione dell'Arabia Saudita con intenzioni più grandi: il controllo degli USA delle riserve globali di petrolio ed in tal modo dominare i mercati economici mondiali.
La più recente ondata di accuse circa l'appoggio, il condono e l'aiuto che l'Arabia Saudita porta al terrorismo assume il significato di un secondo e più pubblico tentativo di ottenere sostegno per portare ad esecuzione infine un piani trentennale per occupare l'Arabia Saudita. Altri obiettivi dei giocatori regionali, (mettere al sicuro le riserve di petrolio; la giustificazione logica di una "guerra del terrore") possono aggiungere sinergia ed un impeto inarrestabile verso un'invasione americana.
In quest’articolo vogliamo divulgare e valutare le ragioni e le azioni di coloro che stanno dietro a questa nuova spinta all’occupazione dei giacimenti di petrolio sauditi.
Svelati i piani segreti
Nel 1973 l'amministrazione Nixon descrisse un piano d'attacco contro l'Arabia Saudita volto ad impadronirsi dei suoi giacimenti petroliferi in un rapporto segreto di intelligence congiunte intitolato “UK Eyes Alpha”. L'MI5 e l'MI6 britannici ne erano informati e, a seguito delle leggi dell'Archivio Nazionale Britannico, il documento è stato reso pubblico nel dicembre del 2003. L'embargo del petrolio venne concluso dopo sole tre settimane, ma l'”Eyes Alpha” suggeriva che gli “USA potevano garantire sufficienti riserve petrolifere per loro stessi e per i loro alleati prendendo i giacimenti petroliferi in Arabia Saudita, Kuwait e lo stato del Golfo di Abu Dhabi”. Da ciò si inferiva che sarebbe stata presa in considerazione un'azione “pre-ventiva” e che i due corpi organizzati si sarebbero impadroniti dei giacimenti di petrolio sauditi e ognuno avrebbe preso per sè il Kuwait e Abu Dhabi.
Nel febbraio del 1975 il London Sunday Times rivelò delle informazioni trapelate da un piano segreto del Dipartimento della Difesa statunitense. Il piano, redatto dal Pentagono, aveva come nome in codice “Dhahran Option Four” e pianificava un’eventuale invasione della più ampia riserva di greggio al mondo, in altre parole l’Arabia Saudita. (Vedi Documento 1)
Documento 1
Il piano d’attacco (Riferimento: London Sunday Times, Febbraio 1975, ritoccato da IRmep)
Sempre nel 1975, Robert Tucker, analista dell'intelligence e militare statunitense, scrisse un articolo per la rivista ”Commentary”, di proprietà del Jewish American Committee (organizzazione di ebrei americani), intitolato “Oil: The Issue of American Intervention” [“Il petrolio: l’obiettivo dell’intervento americano”]. Tucker ha dichiarato che se non interveniamo ci sarà una concreta possibilità di un potenziale disastro economico e politico… simile al disastro degli anni ‘30… la costa araba del golfo è un nuovo El Dorado in attesa dei suoi conquistatori”. A questo è seguito un articolo, nel febbraio dello stesso anno, su Harper's Magazine, scritto da un analista del pentagono che si è firmato con uno pseudonimo, Miles Ignotus: nel suo articolo, veniva enfatizzato il bisogno degli Stati Uniti di prendere possesso dei giacimenti petroliferi sauditi e così pure delle installazioni e degli aeroporti; questo articolo portava il titolo “Conquistare il petrolio arabo”. Secondo James Akins, il precedente diplomatico statunitense, l'autore era probabilmente Henry Kissinger, il segretario di stato a quel tempo. Kissinger non ha confermato nè tantomeno smentito di essere stato l'autore.
In seguito, nell’agosto dello stesso anno, il Comitato per le relazioni estere scrisse un rapporto intitolato “Oil Fields as Military Objectives: A Feasibility Study” [“I giacimenti petroliferi come obiettivi militari: uno studio di fattibilità”], nel quale si sosteneva che gli obiettivi potenziali per gli USA comprendevano Arabia Saudita, Kuwait, Venezuela, Libia e Nigeria. “Varie analisi indicano… [che le forze armate delle nazioni dell’OPEC sono] quantitativamente e qualitativamente inferiori [e] potevano essere rapidamente annientate”.
La vera premessa di un attacco al regno d'Arabia Saudita è stata vissuta fin dai tempi della Guerra Fredda. L'idea, comunque, era stata ripresa sotto l'egida di una nuova “guerra contro il terrorismo” con l'accusa che lo stato saudita supportasse tale guerra contro l'occidente. Uno dei nessi con questo punto di vista è Richard Perle.
Piani neo-conservatori sull'Arabia Saudita
Richard Perle è apertamente critico riguardo al fatto che gli americani abbiano rapporti d’affari con l’Arabia, nonostante egli stesso abbia investito $100 milioni in Arabia, con la sua società di venture capital. Il suo infausto tentativo di diventare un uomo di potere, con un piede sulla porta del consiglio per la politica della difesa degli Stati Uniti, al Dipartimento della Difesa, e con l'altro sulla porta degli investimenti di capitali della Trimeme, è ben documentato. Egli da allora è diventato molto più intransigente, dicendo al the National Review, “Penso che sia una disgrazia. I sauditi sono una delle più grosse fonti di problemi che abbiamo mai affrontato con il terrorismo.” (Perle fu costretto a dimettersi dal Consiglio per la Politica della Difesa quando i suoi incontri con affaristi dell'Arabia Saudita per la raccolta di fondi sono stati resi pubblici.)
I tentativi di Perle di riorganizzare le dinamiche di quelle regioni, compresa l’Arabia Saudita, si sono protratti per molti anni. Il premier israeliano del Likud, Benjamin Netanyahu, chiese a Perle di abbozzare una strategia anche per Israele. L’Institute for Advanced Strategic & Political Studies, una think-tank con sede a Washington DC e a Gerusalemme, in un documento completo intitolato “A Clean Break: A New Strategy for Securing the Realm” [“Un taglio netto: una nuova strategia per salvaguardare il regno”], enfatizzava la necessità di rovesciare gli accordi di Oslo e il processo di pace in Medio Oriente. Pretendeva che il presidente Yasser Arafat disapprovasse apertamente ogni atto di terrorismo palestinese; richiedeva che Saddam Hussein e il regime di Ba’ath in Irak e Siria fossero rovesciati; che la forza della democrazia fosse imposta su tutto il mondo arabo e sull’Iran. Un vecchio ufficiale dell’intelligence israeliana ha affermato che l’obiettivo era rendere Israele la potenza dominante nella regione e cacciare i palestinesi. Gli sforzi di Perle, per neutralizzare i finanziamenti internazionali alla resistenza palestinese e il sostegno ai palestinesi stessi, hanno guidato sin da allora la sua politica.
Un altro autore de “il taglio netto” fu David Wurmser. Nel settembre 2003 Wurmser fu trasferito al Dipartimento degli Stati Uniti per lavorare direttamente sotto il vicepresidente Dick Cheney ed il capo del suo staff, Lewis Libby. La moglie di David Wurmser, Meyrav, dirigeva il MEMRI (Middle East Media Research Institute) al fianco del colonnello Yigal Carmon, dell'intelligence dell'esercito israeliano. MEMRI si specializza in recupero selettivo, cercando e traducendo in particolare incoraggianti documenti in lingua araba che confermano la parzialità del MEMRI circa l'opinione che il mondo arabo disprezzi l'occidente. Meyrav Wurmser ha conpletato il dottorato alla George Washington University con una tesi su Vladimir Jabotinsky, fondatore dello sionismo revisionista, fascista dichiarato ed eroe del primo ministro Ariel Sharon e del partito Likud.
L’Arabia Saudita fu nuovamente dichiarata ostile agli Stati Uniti il 10 giugno 2002 allorché Laurent Murawiec della RAND Corporation, su invito di Meyrav Wurmser, fece una presentazione in PowerPoint al Defense Policy Board. Murawiec, come Meyrav, era un ex-allievo della George Washington University. Era anche un seguace dell’organizzazione di Lyndon LaRouche. Questo gruppo indottrina i suoi adepti e li spinge ad abbandonare le loro famiglie: dalle testimonianze di alcuni ex-membri, secondo l’organizzazione “i valori familiari in realtà sono immorali”. (Lyndon LaRouche è un criminale, teorico di cospirazioni e crede negli ufo.)
La presentazione in PowerPoint, intitolata intitolata “Taking Saudi Out Of Arabia” [“Condurre i sauditi fuori dall’Arabia”], dice che “l'Arabia Saudita è il centro strategico”; dichiara, inoltre, che il regno è un nemico degli Stati Uniti. Sosteneva che gli Stati Uniti dovevano impadronirsi del Regno e dei suoi giacimenti, invadere la Mecca e Medina, confiscare i beni finanziari arabi, se non avesse smesso di sostenere i terroristi anti-occidentali.
L’Arabia fu dichiarata la “quintessenza del male, la causa prima, il più pericoloso oppositore” nel Medio Oriente. Murawiec affermò che “Da quando ha ottenuto l’indipendenza, le guerre sono state il frutto principale del mondo arabo” e che “intrighi, sommosse, omicidi, colpi di stato sono gli unici mezzi che hanno portato dei cambiamenti…La violenza è politica, la politica è violenza. Questa cultura della violenza è la causa prima del terrorismo. Il terrore come mezzo accettato e legittimato per guidare la politica è rimasto latente per ben 30 anni…” James Akins ha così spiegato queste strategie: “Sarà più facile una volta cha avremo l’Irak. Il Kuwait è già nostro. Qatar e Bahrain pure. Quindi stiamo parlando solo dell’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti cadranno.”
Le connessioni tra chi preme per un'invasione dell'Arabia Saudita da parte degli Stati Uniti hanno radici profonde. Il mentore di tutta una vita di Richard Perle era l'ultimo presidentedella RAND Corporation, nonno degli analisti neo-conservatori. Wohlstetter era anche un compagno di scuola di Ahmed Chalabi all'università di Chicago. Chalabi, il leader del Congresso Nazionale Iracheno e protagonista delle informazioni fornite al governo statunitense riguardanti le armi di distruzione di massa inesistenti , è un criminale condannato in Giordania a più di vent'anni di lavori forzati per manipolazione di valuta e appropriazione indebita tramite la Jordanian Petra Bank.
Il movimento d'opinione analitico populista di denuncia contro l'Arabia Saudita come stato finanziatore del terrorismo sia da circoli progressisti che conservatori può culminare in un'invasione prima di quanto si possa pensare. I sostenitori all'interno dell'attuale amministrazione possono usare questa unità per eseguire un altro “progetto" per la politica degli Stati Uniti; la giustificazione logica che ne può seguire altrettanto facilmente può essere quella che servì come motivazione per l'invasione dell'Iraq da parte degli Stati Uniti, cioè dell'”imminente minaccia verso l'America” di Saddam Hussein e i mucchi di soldi dell'Iraq.
Obiettivo Arabia Saudita: trasporre il caso dalla commissione di esperti al teatro
A dire il vero non sussiste alcuna prova evidente che colleghi i leader e i funzionari arabi al terrorismo, vi sono pochissime prove che gli arabi stiano giocando un ruolo consapevole e per quanto se ne sa, hanno meno legami finanziari con il terrorismo di quanti se ne possano trovare in molte nazioni dotate di un sistema bancario. In realtà, il dipartimento di Stato americano annovera tra gli stati che hanno legami e relazioni finanziarie con Al Qaeda paesi quali Olanda, Svizzera, Italia, Germania, Australia e gli stessi Stati Uniti. Però, i fatti non sono sufficienti ad arginare il crescente sentimento anti-arabo tra i politici e gli americani in genere.
Il PowerPoint accusatorio di Murawiec continua sostenendo che l’Arabia Saudita è “un’unione instabile: … il Wahhabismo avversa la modernità, il capitalismo, i diritti umani, la libertà religiosa, la democrazia, la repubblica, una società aperta” e che “si sta diffondendo in tutto il mondo” [sic] basandosi sulla rivoluzione iraniana condotta dall’Ayatollah sciita Khomeini; che “proviene dalle frange estremiste dell’Islam”, e inoltre che c’è stato uno “spostamento dalla politica petrolifera pragmatica allo sviluppo di un Islam radicale…. [Gli arabi sono] garanti di gruppi radicali, fondamentalisti e terroristi
L'Arabia Saudita è quindi considerata responsabile di essere “il principale vettore della crisi araba... attiva a tutti i livelli della catena del terrore... [essa] sostiene i nemici [degli USA] [e prova] un odio virulento verso gli Stati Uniti... C'è un'”Arabia” ma non ha bisogno di essere “Saudita”...[Gli USA devono] fermare qualsiasi finanziamento e sostentamento per qualsiasi madrasa, moschea, ulama, o predicatore fondamentalista, in qualunque parte del mondo... Smantellare e bandire tutte le “beneficenze islamiche” del regno, confiscare i loro risorse... [e] Ciò che il casato dei Sauditi ha di più caro può essere preso di mira - petrolio... i luoghi sacri... L'Arabia Saudita [è] il centro strategico”.
Se non fossero state ascoltate dai più alti funzionari dell'amministrazione Bush, queste presentazioni sarebbero state scartate come assurdità semplicistica. Ad ogni modo, la scintilla di un movimento di massa per demonizzare l'arabia Saudita ha già cominciato ad accendersi e il 6 giugno 2002 l'ala destra dell'Hudson Institute ha ospitato un seminario intitolato “Discorsi sulla democrazia: Arabia Saudita, amica o nemica?”, a presenziare, Laurent Murewiec e Richard Perle.
E' inoltre d’ulteriore interesse il collegamento ironico e diretto che c’è tra Richard Perle e il terrorismo. In una recente raccolta di fondi per sostenere le vittime del terremoto iraniano a Bad, sponsorizzato dall’organizzazione Mujahedin-E Khalq [Mek o Mko, noto anche come Esercito di Liberazione, N.d.T.], è stato chiesto a Richard Perle di presenziare e fare da portavoce dell’iniziativa. Nonostante i rifiuti di altri gruppi di parlare all’evento, sulla base della segnalazione ufficiale del dipartimento di stato americano secondo cui il Mek è “un’organizzazione terrorista straniera”, Richard Perle pur essendo a conoscenza di tale segnalazione, l’ha ignorata ed è stato felice di presenziare per richiedere e raccogliere fondi – fondi di cui si sono impadronirti al termine dell’evento gli agenti del tesoro statunitensi. La Mek è la stessa organizzazione terroristica che cercò di uccidere Richard Nixon nel 1972.
Due settimane dopo la presentazione in PowerPoint fatta alla Defense Policy Board del Pentagono, all’American Enterprise Institute si svolse un seminario tenuto da Dore Gold, ex ambasciatore delle Nazioni Unite in Israele, per promuovere il suo nuovo libro: Hatred’s Kingdom: How Saudi Arabia Supports the New Global Terrorism [trad.: Il regno del terrore: come l’Arabia Saudita sostiene il nuovo terrorismo globale]. Sebbene non abbia mai visitato questa nazione, Gold è stato presentato alle televisioni come un “esperto” dell’Arabia, se non addirittura come “un consigliere del premier Ariel Sharon".
Gold asserisce che il gruppo al-Haramain ha fatto pervenire ingenti fondi ad Al-Qaeda, omettendo che l’Arabia ha chiuso l’organizzazione e ne ha congelato i beni. La prova principale di Gold è un documento israeliano in cui si indaga su fondi di Hamas provenienti dall’Arabia. Hamas ha negato qualsiasi accusa secondo cui un governo saudita sarebbe coinvolto e l’Arabia Saudita stessa ha respinto le accuse come assolutamente false. Gold usa il libro per promuovere i programmi di Netanyhau, Perle e Bush di “perseguire l’Arabia Saudita in modo più aggressivo se si vuole proteggere la sicurezza del Medio Oriente” ed afferma che Israele ha solo un “ruolo marginale” negli atti di terrorismo legati ad Al-Qaeda perché è l’Arabia Saudita a biasimare per aver finanziato la “jihad di Al Qaeda”. Inoltre Gold ha testimoniato davanti al Congresso degli Stati Uniti circa il male insito nell’Arabia Saudita. Ciò nonostante nel corso del libro, Gold conferma solo che i legami terroristici provengono da stranieri che si sono infiltrarti e non dai governi sauditi. Il libro non fornisce alcuna prova a sostegno delle sue tesi, né ufficiale né ufficiosa.
Il cofondatore neo conservatore dell'Hudson Institute Max Singer scrisse un articolo che venne inviato all'ufficio Accertamenti del pentagono nel maggio del 2002 facendo presente la rottura esteradell'Arabia Saudita. Il 7 ottobre 2003 il furbo amico conservatore William Kristol, editore del Weekly Standard, ha affermato di essere sconvolto dal fatto che gli Stati Uniti non siano andati oltre la guerra in Iraq al “successivo cambio di regime” del “successivo, orribile” dittatore del Medio Oriente, Bashar Assad di Syria.
Prima della pubblicazione del suo libro Sleeping With The Devil [Dormire con il diavolo], a Robert Baer, ex-funzionario della CIA, fu ordinato dalla CIA stessa di rimuovere vari passaggi, che sostenevano una particolare conoscenza della CIA con la famiglia reale saudita finanziatrice di Al Qaeda nonchè di ribelli ceceni. Sostiene che l’Arabia Saudita è un “barattolo pieno di polvere da sparo pronto ad esplodere”, “la famiglia reale è ‘corrotta’”, “è appesa ad un filo” ed “è violenta e vendicativa come ogni famiglia mafiosa”. Baer, colmo d’odio verso i sauditi, fa affidamento su un tacito visto di approvazione da parte della Cia, per altro rifiutato in precedenza, ma anche le sue informazioni non sono supportate da prove certe. Baer si è rifiutato di obbedire alle richiesta della CIA “solo per sfidarli”, per cui ora la CIA sta pensando di intentar causa contro di lui, che come Gold, non ha mai visitato di persona l’Arabia Saudita.
Un altro autore che fa parteparte della lista dei best-seller è Gerald Posner, che ha scritto "Why America Slept" [Perché l'America dormiva, ed. Piemme], in cui sostiene ci siano implicazione tra Osama bin Laden ed il governo saudita. Secondo l'opinione di Posner i governanti hanno continuato a pagare il prezzo del silenzio a bin Laden per anni, in modo da prevenire attacchi terroristici nel regno. Può sembrare quindi strano che si siano comunque verificate varie offensive letali in Arabia contro i civili, se veramente Bin Laden ha ricevuto tali compensi. E poi, come ha fatto Posner a scrivere un libro in così pochi mesi, con tali accuse dettagliate, se l’intelligence Usa ci ha impiegato anni? Posner non ha dato spiegazioni.
Lo stesso governo americano non solo ha nutrito e sponsorizzato inconsapevolmente i terroristi (i membri di Al-Qaeda dell'11 settembre, l'Al-Haramain Islamic Foundation, il Mujahedin-e-Khalq [MEK], IRA, ecc.) ma ha anche negoziato consapevomente con i gruppi di terroristi iraniani per assicurare alle truppe americane la sicurezza dagli attacchi dell'Iraq da parte degli iraniani in cambio di armi irachene. Dalla metà degli anni '90 fino al 2001 gli Stati uniti hanno avuto a che fare direttamente con i talebani per i diritti sulle tubature di petrolio, accordandosi sul pagamento delle tasse ai talebani per ogni milione di piedi cubici di combustibile che fosse passato attraverso l'Afghanistan ogni giorno. Il vicepresidente Dick Cheney, all'epoca direttore generale dell'Halliburton, ha affermato che "occasionalmente abbiamo dovuto operare in luoghi in cui, tutto sommato, qualcuno non vorrebbe andare, normalmente. Ma noi andiamo dove c'è il business." In questo lasso di tempo Hamid Karzai era il sostituto del primo ministro dei talebani e in precendenza un consulente UNOCAL (UNOCAL conduceva i negoziati assieme al consigliere di Paul Wolfowitz, Zalmay Khalilzad).
Il 9 novembre 2003 Israele ha confermato di aver fallito i negoziati segreti con gli Hezbollah. (Nel gennaio del 2004 i negoziati israeliani col gruppo terrorista portarono frutti, quando uno scambio di prigionieri divenne realtà.) Nel suo libro Gerald Posner scrive che i terroristi furono creati dagli Stati Uniti,nel corso di interrogatori con i quali, attraverso tremende crudeltà, riuscirono ad ottenere dai Sauditi un mare di informazioni. Tale accusa significherebbe che gli Stati Uniti avrebbero violato le leggi internazionali contro l’uso di torture sui sospettati di atti di terrorismo. Per quanto le prove delle relazioni pubbliche degli Usa e la ”guerra del terrore” siano inconsistenti, gli sforzi di collegare il governo saudita o i “sauditi” in generale al terrore sta avendo effetto.
Il punto non è se ci siano dei motivi specifici o delle prove. Ma piuttosto la passione e la mobilitazione. Il film “Fahrenheit 9/11”, proprio come dice il titolo, fa salire la temperatura ad un nuovo gruppo di americani: i democratici e i progressisti.
La decisione in arrivo
Il 25 giugno 2004 il film di Michael Moore, "Fahrenheit 9/11" ha avuto la sua prima su 500 schermi, di fronte a folle insaziabili. Il suo messaggio agli spettatori è semplice e chiaro: i rapporti tra Stati Uniti e sauditi devono finire. Ad ogni modo, gli americani dovrebbero cercare di studiare con attenzione il film, i libri e gli esperti dei talk-show per riesaminare la complicata storia tra gli Stati Uniti e l'Arabia Saudita e i veri motivi che hanno portato alla guerra. Comprendendo i motivi e la storia delle personalità che ne hanno fatto parte, sia prima che poi, possiamo scoprire e capire completamente il caso in evoluzione della guerra in Arabia.
Agli americani sarà presto chiesto di prendere una decisione, ossia se l’occupazione è il proseguimento naturale della politica americana. Ma diversamente dal fenomeno costruito per dichiarare guerra all’Iraq, prendere una decisione sarà utile all’America e a questo non serviranno certo piani nascosti, ragionamenti contorti e neppure messaggi di parte in vendita ai botteghini.
Nella seconda parte: The History of Fundamentalism and the US Role in Building Saudi Arabia [Trad.: La storia del fondamentalismo e il ruolo americano nella costruzione dell’Arabia Saudita]
Fonte: http://www.globalresearch.ca/articles/TSU407A.html
Tradotto da Chiara Bianchi e Alessandra Ferrera per Nuovi Mondi Media
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Rifondazione, decine di migliaia in piazza «per la pace e l'alternativa di governo»
di Giovanni Visone
Non è solo una manifestazione di partito, non è solo la prova di efficienza di un’organizzazione capace di mobilitare sempre i suoi iscritti in tutta Italia. È qualcosa di più, e di diverso. Sotto le bandiere rosse di Rifondazione si ritrova, ancora una volta, il movimento per la pace. A giorni dal rapimento di Simona e Simona. E dopo le controverse dichiarazioni di Bertinotti sulla necessità di fare tutto il possibile per liberarle, anche aprire un canale di dialogo con il governo, perfino a costo di stemperare la richiesta di ritiro delle truppe italiane in Iraq.
Lo striscione di apertura non lascia equivoci: «No alla guerra, no al terrorismo», recita. Una doppia negazione che indica la nuova strada imboccata da Rifondazione, la necessità di ripensare una strategia di opposizione alla guerra. Ma anche la precarietà del momento, l’angosciosa attesa di notizie e schiarimenti: «È in corso un dialogo con il governo - ha ribadito Bertinotti dalla testa del corteo – l’esecutivo deve intraprendere tutte le azioni per salvare le due Simone e gli altri operatori di pace. Dialogo, rispetto dei paesi arabi che si affacciano sul Mediterraneo, valorizzazione e rispetto delle culture». Questo non vuol dire una resa alle ragioni (e ai ricatti) della guerra, ma un rilancio: «Bisognerebbe chiedere il cessate il fuoco, almeno il cessate il fuoco. Adesso, perché si possa fare il tentativo per salvare le vite umane». E a farlo dovrebbe essere proprio il governo italiano.
Fra le bandiere rosse compaiono chiazze arcobaleno. Da Milano è arrivato una bandiera della pace lunga 25 metri. Il popolo della pace ha ritrovato la sua unità? Il movimento si è rimesso in cammino? «È una manifestazione forte e determinata – osserva Russo Spena – ma si sente anche l’angoscia per la guerra, il terrorismo, la sorte delle compagne di Un ponte per.... Sentiamo tutti una difficoltà: bisogna ricostruire un filo rosso che ci porti fuori da questa tenaglia. E oggi è un punto d’inizio: un corteo molto maturo».
La gente di Rifondazione sta con Bertinotti. Lo ascolta con attenzione sotto il palco di piazza del Popolo mentre dice: «Capisco la diffidenza e il disagio di molti di voi. Per noi il governo non è una meta, non è una condizione migliore dell'opposizione. Non è - insiste - che il governo è buono e l'opposizione cattiva. Però, governo o opposizione sono collocazioni da scegliere di momento in momento per migliorare le condizioni di vita dei lavoratori e ci sono dei momenti in cui il passaggio di governo è obbligatorio». Alleanza con il centrosinistra dunque, e con un invito a fare presto: «All'opposizione propongo di cambiare passo e di precisare alcuni obiettivi da conseguire al più presto».
Nel corteo non c’è un clima di festa. Semmai l’ostinazione di chi vuole ribadire anche in questo momento drammatico le proprie ragioni. «Certo – osserva Pietro – forse non è la più grande manifestazione del Prc alla quale ho partecipato. Qualcuno si sta allontanando dalla passione politica, c’è un senso d’impotenza».
La guerra è il tema principale. Negli striscioni, negli slogan, nei discorsi dei manifestanti. Ma scorrendo il corteo si trova un po’ di tutto. C’è il gruppo di Acerra, tute bianche e mascherine, che continua a protestare contro l’inceneritore. Sempre più indignati: «È un problema di trasparenza. Questi vengono come ladri d’appartamento, di nascosto a Ferragosto». E decisi ad andare avanti: «Le nostre ragioni – dice Giovanni – ora vengono riconosciute anche da molti esponenti della Regione e perfino da qualcuno del governo. Vogliamo un blocco dei lavori e una valutazione d’impatto ambientale».
Altri si preoccupano del prossimo congresso di Rifondazione. «Non facciamo regali, al congresso tutti uniti», scrivono. Firmato: Sezione di Quarrata, Pistoia. «Vediamo toni eccessivi – spiega Claudio – troppe divisioni. Noi siamo per l’unità all’interno di Rifondazione e all’interno della Sinistra».
L’ultimo striscione, portato da un gruppetto di ragazzi recita: «Solidarietà alla resistenza irachena». C’è una contraddizione, una polemica con lo slogan di apertura della manifestazione? «No - risponde Simone – in Iraq ci sono resistenti e terroristi. Certo non è resistenza sequestrare le persone e giustiziarle. Sappiamo anche che è difficile parlare di resistenza di popolo, perché la frammentazione religiosa e politica è estrema. Ma come chiamare quegli uomini che si oppongono agli americani quando cercano di entrare con la forza nelle città sante?»
unita.it
"Ci sono o ci fanno"?
Enzo
“Pieno e convinto e' il nostro impegno a lavorare con lui per dare corso alla federazione dell'Ulivo come perno di una grande alleanza democratica.”
Così recita la dichiarazione congiunta di Fassino e Rutelli alla lettera del Professore. Se non fosse che sono cose serie verrebbe da chiedersi se “ci sono o ci fanno”? Infatti, le questioni poste da Prodi a “tutti i partiti” mettono gli stessi davanti a delle scelte non di facciata od opportunistiche, ma di sostanza.
Prodi usa parole pesanti:
“Del tutto incomprensibili sono, dunque, le resistenze a questo progetto e a questa prospettiva di successo, di vittoria, di governo. Eppure, queste resistenze ci sono. E si concentrano, tutte, sul cuore, sul nocciolo duro del meccanismo che ho appena riassunto e ricordato, cioè sulla Federazione dell´Ulivo.Non do´ di tutto questo un´interpretazione personale. Quello che vedo non è un contrasto tra persone. Si tratta di un contrasto politico. E, come tale, deve essere trattato e chiarito una volta per tutte.”
A meno di pensare ad un'improvvisa pazzia del Professore queste parole rappresentano un problema politico. Un problema, prima di tutto, di “contrasto politico” proprio “sul nocciolo duro” costituito dai partiti che hanno dato vita alla lista unitaria, ma che coinvolge anche il resto dei partiti del centro sinistra, infatti il Professore ricorda che...“Un soggetto politico, la Federazione dell´Ulivo, al centro e al servizio della più ampia coalizione del centrosinistra, di quella grande alleanza democratica necessaria per mobilitare, anche attraverso le primarie, le straordinarie energie dei movimenti, delle associazioni e dell´intera società nazionale, per vincere le elezioni e, soprattutto, per governare l´Italia sulla base di un comune progetto riformatore.”
Allora non bastano parole di generica buona volontà. Le risposte da parte dei partiti non possono essere che di due tipi: la prima, di presa d’atto di quanto denunciato da Prodi e, quindi, del superamento dei risibili risultati del recente incontro che ha accantonato le primarie e messo, di fatto, in cantina il percorso costituente della Federazione; la seconda di rigetto delle problematiche denunciate nella lettera con la logica conseguenza di rinunciare a Prodi come leader della coalizione e al suo progetto strategico. Non è pensabile una soluzione mediana perché per tutti (a cominciare da Prodi) significherebbe la “squalifica” per lungo tempo da parte dell’elettorato: penso si comprendano bene i motivi di tale affermazione.
Tocca allora a “tutti i partiti” del centro sinistra la responsabilità di non buttare a mano questa ultima occasione di definire una strategia politica che consenta di presentarsi in modo credibile alle prossime elezioni. E’ bene ricordare che da un anno a questa parte Prodi ha ripetutamente indicato la necessità di ....”costruire una forza capace di operare come motore e timone di una grande coalizione di tutte le forze riformatrici in modo da guadagnare la fiducia degli elettori e garantire successivamente la stabilità del governo.” A questa indicazione strategica i partiti hanno risposto affermando che Prodi è il leader naturale dell’opposizione, ma contemporaneamente contrastando il merito delle proposte. Quindi la “cessione di potere” alla Federazione alla prova dei fatti è assolutamente marginale, le “primarie” che dovrebbero rappresentare il vero strumento di cambiamento della politica (spostando il luogo della scelta dei candidati dal chiuso delle stanze delle segreterie ad un ampia platea di elettori) sono state ridotte ad un tragicomico espediente per accontentare quel simpaticone del Professore, per non parlare del lavoro già fatto dal gruppo di lavoro sulla costituente del nuovo ulivo guidato dal Professor Scoppola che è stato ignorato come se il centro sinistra fosse condannato a dover ricominciare sempre da capo Se Prodi non è impazzito quando scrive “Si dicano i sì ed i no. E si spazzino via tutte le ambiguità, tutte le riserve mentali. Il punto d´arrivo devono essere atti credibili, decisioni e attribuzioni di responsabilità impegnative. Solo quando e se questi impegni saranno stati assunti potremo credibilmente andare avanti nella costruzione del nostro progetto.” e se i problemi stanno dentro alle decisioni (non)prese nella riunione di lunedì scorso non si può rispondere come fa Fassino sull’Unità di oggi dove afferma “Prodi sollecita a non frapporre tempo, a non indugiare, a dare subito segnali di grande determinazione. Il miglior modo per sfidare i dubbi e superare eventuali resistenze è quello di mettere in campo immediatamente le scelte che abbiamo compiuto. Facciamolo.” Viene il sospetto che questi politici abbiano l’idea che l’elettorato sia composto da bambini. Ma come? Prodi pone il problema di resistenze, di riserve mentali, di un percorso che non trova la corrispondenza nelle scelte fatte e Fassino (ma anche gli altri) risponde in quel modo? Peggio che un dialogo tra sordi. Peccato, poi, che ciò avvenga nel momento in cui sarebbe necessaria una nuova etica politica, fatta di “responsabilità” e di uno “stile riformatore” capace di marcare la differenza con il centro destra.
Per concludere, ancora una volta i fatti si incaricano di dimostrare che questo ceto politico è incapace di dare risposte adeguate alla crisi di questo paese. Anzi, essi stessi sono una delle cause di questa crisi. Il grido Morettiano di piazza Navona era carico di una tragica verità. Sono passati due anni da quel grido e questo ceto politico, a parte l’indubbia capacità di assorbire i colpi, non ha risolto nemmeno uno dei problemi che hanno condannato il paese ad essere governato da Berlusconi (a proposito! Il sub comandante Fausto in una intervista afferma che aveva ragione lui quando ha fatto cadere il governo Prodi.) e oggi corriamo il rischio di perdere anche l’unico uomo politico che realisticamente può guidare la coalizione per battere il cavaliere, ma tant’è al piacere di farsi del male i nostri eroi non riescono a resistere!
ulivoselvatico.org
settembre 25 2004
La sinistra e il terrore
di Antonio Padellaro
da l'Unità - 25 settembre 2004
Scarna e indefinibile la notizia dell’arresto a Ramadi di due iracheni coinvolti nel rapimento di Simona Torretta e Simona Pari apre uno spiraglio, ma non si sa su quale scenario. Il fatto che, come riferisce Al Arabiya, la cattura sia avvenuta ad opera dei soldati americani dopo un violento scontro a fuoco, e che uno degli arrestati sia un capotribù fa pensare che il covo dove le due ragazze sono state portate non sia lontano dal luogo del conflitto. D’altra parte, visto che l’arresto è avvenuto giovedì sera e che gli interrogatori, si presume, siano stati stringenti è strano che, mentre scriviamo, e cioè ventiquattr’ore dopo i fatti, sulla sorte delle due Simone non si sappia ancora nulla.
Si può pensare che le italiane siano state sequestrate da quella che sembrerebbe una banda di criminali comuni e poi cedute a un altro gruppo, forse terroristico. In questo caso la ricerca potrebbe di nuovo complicarsi. Una luce di speranza si è comunque accesa. Non resta che aspettare. Vedremo quanto c’entra Al Qaeda in questa orrenda storia. E capiremo se alla feroce e oscura lobby va ascritto anche il rapimento delle due coraggiose donne di pace e il successivo gioco dei comunicati di morte. In questo caso avremmo la conferma che oggi la sinistra e il movimento per la pace sono, di fatto, uno dei bersagli principali degli Al Zarqawi e della compagnia dei tagliagole. Lo abbiamo capito quando i killer hanno versato, con bestiale violenza, il sangue del coraggioso uomo di pace Enzo Baldoni. Ma lo sapevamo anche prima, quando era evidente che i contraccolpi della macelleria mediatica globale (inaugurata per noi italiani dalla strage di Nassiriya e dall’assassinio Quattrocchi), avrebbero finito per colpire al cuore principalmente le folle appassionate che percorrevano le città sventolando la bandiera arcobaleno e protestando contro la guerra.
[CAP3]Infatti, mentre la guerra cresceva e il terrorismo dilagava, le folle e le bandiere arcobaleno sono gradualmente scomparse. Erano troppo pochi, per esempio, gli uomini e le donne di buona volontà che l’altra sera, davanti a Palazzo Chigi hanno acceso le candele contro il conflitto e per le due Simone. Se dunque gli Al Zarqawi stanno togliendo la forza e la parola alla sinistra e al movimento per la pace, come unica e possibile risposta all’aggressione subita la sinistra e il movimento per la pace dovrebbero organizzare subito, e senza se e senza ma, le più grandi manifestazioni contro gli Al Zarqawi e la oscura lobby dei tagliagole. Non sarà un corteo a cambiare i piani di Al Qaeda, ma servirebbe certamente a scuotere un’opinione pubblica depressa e impaurita, a rompere la solitudine e il silenzio di cui il terrore volentieri si nutre.
Qualcuno dirà: è la guerra di Bush? All’origine dell’incubo in cui ci troviamo non c’è forse l’insensata e illegale occupazione dell’Iraq? Non è quella la causa e il terrorismo l’effetto? Non c’è dubbio che i due flagelli trovino alimento l’uno dall’altro.
Ha scritto Sergio Romano («Corriere della Sera», 11 settembre 2004) che «nei fatti Al Qaeda facilita la vittoria di Bush e questi concorre a fare di Osama il califfo dell’Islam militante, anche se fra i due, beninteso non esiste alcuna complicità». Questo perché i contendenti si promuovono a vicenda “nemico assoluto” e ciascuno di essi conferisce a se stesso e all’altro una maggiore legittimità. Affermazione che provenendo da una fonte non certo sospettabile di estremismo radicale aiuta meglio a comprendere qual è la micidiale morsa in cui si trova attualmente il fronte contro la guerra. Del resto, perfino l’ambasciatore inglese a Roma, Ivor Roberts non esita a definire il presidente americano «il miglior sottufficiale di reclutamento per le milizie di Osama Bin Laden». Ma il problema, adesso, non è tanto stabilire chi sia peggio di chi, bensì come uscire dalla tenaglia guerra-terrorismo e come riprendere un'iniziativa di pace che non si limiti alla ripetizione di parole non più trascinanti rispetto alla nuova, confusa realtà delle cose.
Bisognerà interrogarsi, innanzitutto, sulla apparente crisi di un movimento che soltanto sei mesi fa sfilava a Roma con due milioni di persone e che oggi sembra essersi inabissato. Forse mai come nei giorni dell’invasione dell’Iraq la sinistra aveva saputo così bene riaccreditarsi come orizzonte morale dando vita a una gigantesca mobilitazione intorno al simbolo condiviso delle bandiere per la pace. In quell’occasione un osservatore non certo benevolo come Ernesto Galli della Loggia si disse ammirato per la capacità egemonica della sinistra, stupito dalla sua capacità di produrre senso comune, di essere in sintonia con l’aria dei tempi, di sapere intercettare le tendenze ideali, le mode, le immagini, le emozioni del Paese. I frutti di questa «egemonia» furono raccolti poche settimane dopo alle elezioni europee e amministrative dove lo slancio pacifista scongelò una parte dell’astensionismo trasformandolo in voti per la sinistra. Ma più tardi, proprio come era accaduto con i girotondi che avevano saputo raccogliere la spinta morale di molti italiani contro il berlusconismo e poi abbandonati dall’Ulivo al proprio destino, anche il pacifismo ha cominciato a esaurire la sua spinta propulsiva. Qualcuno ne ha già spiegato le possibili ragioni. La frustrazione davanti al fallimento di qualsiasi tentativo di portare in Iraq la legalità internazionale. Il passaggio a ruoli parlamentari dei suoi leader più influenti. L’improvvisa scomparsa della guida più carismatica e infaticabile, Tom Benettollo. Il terrorismo ha fatto il resto. Forse perché ci ha tolto il futuro e lo ha tolto anche alle politica della pace, come ha spiegato Umberto Galimberti, su queste pagine. Costringendoci a vivere costantemente in una condizione di inquietudine fortissima che non ha più tempo nè voglia di uscire a manifestare per qualcosa. Stretti dentro la tenaglia della rassegnazione a cui, però, dobbiamo assolutamente sottrarci. Tornando in piazza. Tornando a gridare il nostro no.
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Ds Milano - Rassegna stampa
Presi i rapitori delle due Simone». Ma la Farnesina non conferma il blitz Usa
di Enrico Fierro
La notizia viene lanciata dalla tv satellitare «Al Arabiya»: le forze speciali americane hanno catturato un capo tribù iracheno e suo figlio accusati di «tenere prigioniere» Simona Pari e Simona Torretta. Il blitz è avvenuto in un villaggio nei pressi di Ramadi, nel triangolo sunnita. La tv non aggiunge altro, né dice se nel covo sono state trovate le due volontarie (Al Arabiya non parla affatto dei due ostaggi iracheni). Incerta anche la data del blitz. Non sarebbe avvenuto venerdì, ma il giorno prima, quando sui siti internet venivano diffusi i messaggi della avvenuta esecuzione delle due ragazze italiane. La tv satellitare araba diffonde anche il nome dello capo tribù arrestato, Hatim Awad. Un nome che non appartiene alle gerarchie dei gruppi del terrore iracheno.
Quello che è certo è che a Ramadi venerdì ci sono stati violentissimi scontri tra le forze della coalizione e gruppi della guerriglia. Un agente della polizia irachena, Saad Mohamed, ha riferito che «decine di iracheni sono rimasti feriti negli scontri». Secondo altre testimonianze, le forze Usa hanno circondato il centro della città da ogni direzione e hanno chiesto ai residenti di evacuare la zona per poter catturare i miliziani. Molte esplosioni sono state sentite nei quartieri «17 luglio» e «Aaziziyah».
Al diciassettesimo giorno del sequestro delle volontarie di «Un Ponte per...», e dopo che è passata una giornata senza notizie o proclami da parte dei rapitori che avevano anche annunciato la diffusione del video dell’esecuzione delle due Simone, la notizia del blitz sembra riapire le speranze. Bocche cucite a Palazzo Chigi, «di fronte ad una notizia di questo tipo, il silenzio è d'obbligo», queste le parole del sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Paolo Bonaiuti. Silenzio anche dalla Farnesina, dove per tutta la notte si aspetta di sapere di più sul blitz e soprattutto se nel covo scoperto a 100 chilometri da Baghdad ci fossero anche gli ostaggi.
Se le notizie diffuse da «Al Arabiya» risulteranno vere confermerebbero molte delle ipotesi circolate nei giorni successivi al sequestro delle volontarie di «Un Ponte per...». Fin dal 7 settembre, giorno del rapimento, si è sempre parlato di un sequestro inusuale, sia per le modalità che per la composizione del commando. Per la prima volta infatti, un gruppo di ostaggi viene prelevato nel cuore della capitale irachena, a pochi passi dal centro e dai grandi alberghi che ospitano giornalisti e delegazioni occidentali.
Il gruppo che esegue il blitz veste divise molto simili a quelle indossate dai corpi speciali del nuovo governo iracheno, ha armi moderne e non in dotazione alla guerriglia. I miliziani che quel giorni violano la sede di «Un Ponte per...» sono guidati da un uomo in borghese al quale rispondono con secchi «signorsì». Tra le ipotesi circolate fin dai primi giorni, anche quella che il gruppo fosse composto da ex militanti del partito Baath di Saddam Hussein o da ex agenti dei servizi segreti del passato regime, in combutta con esponenti della guerriglia di origine sunnita. E il fatto che il blitz è avvenuto nei pressi di Ramadi, cuore del triangolo sunnita, porterebbe acqua al mulino di questa ipotesi.
Ma se il blitz e la cattura del capo tribù e del figlio è avvenuto non venerdì ma giovedì, come si spiegano le parole di Colin Powell? «Stiamo facendo tutto il possibile per liberare le due italiane», ha detto il segretario di Stato americano parlando con i giornalisti nella sala stampa del Foreing press center di New York, per poi aggiungere di «non avere buone notizie» da dare ai giornalisti. Gli americani hanno certamente informato le autorità italiane, che giovedì - ricordiamolo: il giorno della diffusione dei comunicati che annunciavano la morte delle volontarie - non hanno fatto trapelare alcuna notizia.
Come spiegare tanta riservatezza? Le ipotesi in campo sono tante: da un lato con il fatto che nel covo scoperto dagli agenti Usa non ci fossero gli ostaggi, forse già trasferiti altrove, tanto è vero che nella corrispondenza della tv araba non si parla del capo tribù e del figlio come dei «carcerieri», ma di due personaggi «coinvolti» nel sequestro. Una differenza non da poco, che avvalora l’ipotesi che le due ragazze non fossero nel covo oggetto del blitz. In questo caso tenere nascosta la notizia può significare che l’intelligence statunitense sta tentando di ottenere indicazioni dai due arrestati. Gli 007 vogliono capire se i due sono parte del commando che il 7 settembre ha sequestrato i quattro volontari, oppure se la loro tribù è intervenuta in un secondo momento comprando tutti i rapiti o solo le ragazze italiane.
E poi, nell’ipotesi che le due ragazze non fossero nel covo scoperto, se il capo tribù e il figlio sono in grado di dire a chi sono state «passate». Ipotesi che fanno lievitare le preoccupazioni più che le speranze. Lo stesso Capo dello Stato, parlando prima delle diffusione della notizia del blitz, non ha nascosto inquietudine. «Dall’altra notte - ha detto Ciampi, visibilmente commosso - viviamo ore d’ansia e di angoscia: gli italiani sono stretti attorno ai genitori e alle famiglie di Simona Pari e Simona Torretta. Con questo stato d’animo, con questo peso nel cuore, con questo pensiero dominante, non è facile attendere al nostro lavoro quotidiano, ma è nostro dovere farlo».
Angoscia, altalena di speranza e preoccupazione anche nelle famiglie delle due volontaria. «Speriamo che la notizia sia vera, attendiamo conferme ufficiali». Questo il primo commento di Anna Maria De Propris, la mamma di Simona Torretta. «Avevamo sentito la Farnesina alle 19.30 - ha aggiunto - ma è stata l'associazione "Un ponte per", poco fa, a darci la notizia». «Abbiamo accolto le novità con molta gioia - ha detto Laura, una delle sorelle di Simona - per noi si apre uno spiraglio. Ma aspettiamo la conferma della Farnesina». «Come facciamo ad essere più sereni? Non abbiamo avuto nessuna conferma di nessun tipo», queste le parole di Luciano Pari, padre di Simona.
unita.it
Quanti Jamal?
25/09 storie e reportage, AFGHANISTAN: Solo grazie alle indagini di due associazioni americane dei diritti umani è recentemente venuta alla luce la drammatica storia di Jamal Naseer, soldato afgano di diciotto anni catturato l’anno scorso dalle forze speciali Usa e picchiato e torturato per due settimane, fino a farlo morire. Purtroppo il suo non è il primo caso
25 settembre 2004 – Jamal Naseer era un ragazzo afgano di diciotto anni, originario di Ghazni. Dopo la caduta del regime talebano aveva deciso di arruolarsi nel nuovo esercito del suo paese, entrando nella III^ Compagnia. Il primo marzo dell’anno scorso Jamal stava prestando servizio con altri sette soldati a un posto di blocco sul valico di Sato Kandaw, lungo la strada di montagna che collega Gardez a Khost. Una strada d’importanza strategica di cui da tempo si contendono il controllo le autorità governative locali, allora rappresentate dal governatore provinciale Raz Mohammed Dalili, e il locale signore della guerra, Pacha Khan Zadran.
Secondo il governatore Dalili, quel posto di blocco era illegale e veniva usato solo per estorcere denaro ai civili che venivano fermati, denaro che poi finiva nelle casse del suo nemico Zadran.
Così quel giorno Dalili decise di telefonare al suo amico, il maggiore Mike, conosciuto come “Mike il pazzo”, comandante delle forze speciali Usa di stanza nella base di Gardez, rude personaggio noto in zona per le sue ripetute minacce di morte ai locali comandanti dell’esercito afgano, da lui ritenuti tutti simpatizzanti dei talebani e di al-Qaeda. Il governatore chiese al maggiore Mike di far intervenire i suoi uomini per arrestare quegli otto militari afgani. Lo zelante ufficiale Usa non se lo fece dire due volte e inviò subito una sua squadra. I soldati americani si avvicinarono al posto di blocco invitando i militari afgani a prendere il tè con loro. Jamal e gli altri accettarono. Posarono a terra i fucili e si sedettero. In quel momento gli americani gli puntarono addosso i fucili, immobilizzandoli, ammanettandoli, incappucciandoli e portandoli alla base.
Qui gli otto prigionieri afgani furono trattenuti per diciassette giorni. Diciassette giorni di interrogatori sui loro presunti legami con Zadran e con al-Qaeda. Diciassette giorni di torture. Secondo le testimonianze da loro stessi rilasciate in seguito, furono tenuti sempre nudi e bendati, picchiati ogni giorno per ore con bastoni e grossi cavi elettrici, presi a calci e pugni mentre erano appesi al soffitto per i piedi, sottoposti a scosse elettriche, immersi nell’acqua gelida e gettati nudi nella neve.
Jamal era il più giovane e gracile degli otto. Il sedici marzo non si reggeva più in piedi, era coperto di lividi e aveva forti dolori al ventre per i traumi interni causati dalle percosse. Attorno a mezzogiorno venne portato via per un ulteriore interrogatorio. Lo condussero nelle cucine della base. Ne uscì alle cinque del pomeriggio. Morto.
Alle nove venne chiamata alla base una pattuglia della polizia afgana cui fu ordinato di portare il cadavere di Jamal all’ospedale civile di Gardez. I medici di guardia vennero minacciati e picchiati dai poliziotti afgani per convincerli a non condurre l’autopsia sul corpo e a non fare domande. Il dottor Haji Abdul Qayum ha poi raccontato che il corpo di Jamal era orrendamente sfigurato da ematomi su tutto il corpo, soprattutto in faccia, sulla schiena, sulle braccia e sulle gambe.
Il giorno dopo gli altri sette prigionieri afgani furono dati in consegna alla polizia afgana, che li trattenne per un mese e mezzo (il tempo di far sparire i segni delle torture?) per poi rilasciarli senza alcuna imputazione.
Questa ricostruzione dei fatti è il frutto di un’inchiesta condotta dalla procura militare afgana. Un’inchiesta che sarebbe finita nel nulla se non fosse stato per l’associazione americana “Crimes of War Project” e per il Centro per i diritti umani dell’Università californiana di Berkeley, che hanno approfondito le indagini rendendone pubblici i risultati, e costringendo lo scorso fine settimana l’esercito degli Stati Uniti ad aprire un’inchiesta.
Questo è il quarto caso, documentato, di prigionieri afgani torturati e picchiati a morte durante la detenzione in strutture militari statunitensi in Afghanistan. I primi due casi furono quelli di Habibullah e Dilawar, morti l’8 e il 13 dicembre 2002 in seguito alle percosse e alle torture subite durante gli interrogatori nella base Usa di Bagram. Il più recente risale invece al 21 giugno 2003, giorno del decesso di Abdul Wali, che morì nella base Usa di Asadabad dopo essere stato interrogato e torturato per giorni dall’agente della Cia, David Passaro, che per picchiare usava una grossa torcia elettrica.
Questi casi sono venuti alla luce perché qualcuno haavuto la forza di parlare e qualcun altro il coraggio di indagare e di chiedere giustizia.
Ma quanti altri Jamal ci saranno di cui non si è saputo niente?
Quanti altri prigionieri saranno stati picchiati e torturati a morte dai soldati Usa in Afghanistan senza che nessuno lo venisse a sapere?
Probabilmente non lo sapremo mai.
Enrico Piovesana
www.peacereporter.net
Ricostruzione del sequestro di Simona Pari e Simona Torretta
di Roberto Saviano
Questa mia inchiesta non è stata accettata da nessun giornale con cui collaboro né da altra testata giornalistica italiana. L'unico giornale che ha ricostruito lo scenario del rapimento Pari-Torretta attraverso informative e documentazioni ufficiali raccolte da Rita Pennarola è stato il mensile La Voce della Campania che ormai da anni combatte assieme al suo direttore Andrea Cinquegrani la sua solitaria battaglia contro il potere della camorra e l'idiozia del giornalismo italiano, sopravvivendo con dignità nonostante le querele milionarie e le minacce continue. Nessuno ha avuto decenza di dedicare del tempo allo studio, alla ricerca degli elementi sino ad ora raccolti dai servizi segreti e dai magistrati. Nessuno. Presi dal vortice cadenzato come un metronomo delle Ansa, dalle notizie battute dagli uffici stampa militari, nessuno ha voluto ricercare con calma e taglio scientifico cosa poteva esserci dietro il rapimento in Iraq delle due volontarie italiane di "Un Ponte per..."...
Nessuno ha voluto indagare o forse nessuno ha preferito farlo visto che ciò che in ultima somma ne vien fuori è una situazione di incredibile connivenza di poteri che fanno del sequestro di Simona Pari e Simona Torretta un nodo gordiano insolvibile.
Il sequestro delle due Simona che ieri un messaggio lanciato nel web vuole addirittura assassinate, è strettamente legato al sequestro dei quattro "impiegati" italiani sequestrati in Iraq: Fabrizio Quattrocchi, Salvatore Stefio, Maurizio Agliana e Umberto Cupertino. Questo sequestro invero rientra in una logica di conflitto le cui parti in causa nessuna inchiesta ha voluto svelare ed i cui motivi sono talmente chiari da avere il ben fondato dubbio che ci sia una generale e pervicace volontà di non lasciarli emergere compiendo una vera e propria scelta di censura.
Cercherò di almanaccare i diversi elementi e congetturare con gli strumenti della ragione e della ricostruzione il reale motivo del sequestro. Iniziamo.
Le informative dei servizi segreti italiani dichiarano che la scelta di sequestrare le due volontarie italiane non è stata casuale, si dichiara che i testimoni sfuggiti al sequestro parlano di un commando che voleva proprio le due giovani donne e che non avendo le loro foto le cercava con agitazione e soprattutto come principali obiettivi dell'operazione. Per comprendere il motivo della scelta di due italiane legate all'organizzazione "Un Ponte per..." come obiettivo di un'azione di rapimento bisogna procedere a ritroso ed arrivare sino al 2003 quando la giovane Valeria Castellani arriva in Iraq.
Questa intraprendente ragazza arriva a Bassora collaborando con i volontari dell'associazione "Un Ponte per..." e lavora ad un progetto particolarmente interessante ovvero permettere al dattero irakeno, in assoluto il migliore al mondo, di potersi nuovamente imporre sul mercato. La qualità del dattero di Bassora, il celebre Al Bakhri, è stato fortemente danneggiato dall'embargo poiché l'impossibilità di esportarlo ha costretto alla rovina la parte maggiore delle fattorie irakene che coltivavano i datteri. A valutare tale progetto sembrerebbe che la Castellani è una giovane piena di idee ed energia, proprio come i giornali cattolici (come Famiglia Cristiana) la considerano e descrivono.
Nell'aprile 2004 però dopo l'uccisione di Quattrocchi notiamo che il nome di Valeria Castellani viene iscritto nel registro degli indagati dai pm della Procura di Genova, Francesca Nanni e Nicola Piacente all'interno delle indagini sul sequestro e la morte di Quattrocchi. Come mai una impegnata volontaria viene inscritta nel registro degli indagati? Cosa mai potrà centrare una donna votata al progetto del rilancio dell'agricoltura irakena senza alcun scopo di profitto personale, con la melmosa vicenda di Quattrocchi?
A ben scavare nei dati e nelle carte giudiziarie viene fuori che Valeria Castellani risulta essere una rampante manager di Dts Itc. Security, l'azienda con sede nel Nevada (USA) che recluta gli addetti alla sicurezza privata in Iraq. Castellani ufficialmente risulta essere l'amministratrice dell'azienda Dts.
Per comprendere come una giovane vicentina figlia della piccola borghesia possa arrivare ad essere amministratore di un'azienda americana capace di fatturare cifre altissime perché fornisce contratti per la protezione dei membri del Congresso americano in visita in Iraq, bisogna andare ad indagare sul suo compagno, Paolo Simeoni. Anche quest'ultimo, genovese di 32 anni, è entrato in Iraq attraverso le associazioni non governative.
In quanto esperto di operazioni di sminamento e bonifica del territorio Simeoni ha collaborato con "Un Ponte per..." e soprattutto con Intersos organizzazione umanitaria nata con il finanziamento delle confederazioni sindacali. Paolo Simeoni è un ex incursore del Battaglione San Marco, poi nella Legione Straniera a Gibuti e in Somalia, successivamente andato in missioni in Africa, Kosovo Afghanistan ed alla fine in Iraq. Diviene nel 2002 un volontario umanitario delle ong, approfittando delle sue qualità di sminatore riesce ad essere ben voluto ed anzi richiesto da molte ong.
Ma ben altro ha in mente che bonificare terreni minati. Conosce perfettamente le logiche dei paesi in guerra e sa bene che non esiste cosa più redittizia che fornire servizi militari alle truppe in difficoltà. La sicurezza privata è un business che tende progressivamente ad aumentare con l'impossibilità delle truppe militari regolari di monitorare le strutture che vengono ad edificarsi. Costruzione di aziende, il viaggio dei tir, spostamento di civili e politici, cantieri. La necessità di guardie private si è palesata dalle prime ore della guerra irakena. Ed un occhio esperto lo comprende nell'immediato.
Paolo Simeoni infatti fonda in un primo momento la Naf Security amministrata dalla Castellani con sede in Iraq, ma per la particolare situazione di paese invaso la Naf non riesce a vicere neanche un appalto. Le gare sono vinte solo da aziende degli USA. La coppia Simeoni-Castellani non demorde, muta in brevissimo tempo tutto e riescono a fondare in America la Dts Security. L'azienda è la medesima, identico amministratore, stessi impiegati, cambia solo il nome e la sede che infatti sarà in Nevada negli USA. Ciò gli basta per vincere le gare d'appalto.
Vengono così chiamati dall'Italia gli amici di Simeoni, tra cui Fabrizio Quattrocchi. Sfortuna però volle che gli USA decisero di non inviare più politici in Iraq, troppo pericoloso e così il motivo primo della Dts Security sembrò svanire. La versatilità imprenditoriale però non ha limite e così tutti gli impiegati piuttosto che tornare indietro iniziarono ad essere "piazzati" dall'azienda a difesa del personale delle multinazionali americane ed in altre operazioni di tutela di cittadini e di aziende americane.
Così la Dts Security in breve tempo diviene una sorta di azienda capace di fornire difese a tutti coloro, imprese ed uomini stranieri, che essendo esposti ne avevano bisogno. Diviene in molti territori dell'Iraq un esercito parallelo a tutela del flusso di capitali che giunge in iraq sottoforma di macchinari, politici, o trivelle. La nostra coppia Castellani-Simeoni quindi si è recata in Iraq attraverso le ong ma giunta una volta sul luogo dopo pochissimo tempo ha portato avanti il suo progetto di edificare un azienda di scorta e servizio armato.
Insomma Paolo Simeone e Valeria Castellani hanno utilizzato le associazioni non governative per inserirsi su un territorio con la massima agilità e copertura, poi lentamente hanno mutato la loro prassi hanno abbandonato il loro lavoro di volontariato iniziando ad impegnarsi sul piano imprenditoriale. Del resto quale migliore copertura che quella del volontariato quando si è in luoghi di guerra?
Ogni sospetto sulla possibilità di fornire mercenari svanisce dinanzi al passepartout dell'impegno civile e sociale. Valeria Castellani a Vicenza era nota per una sua spiccata simpatia per la estrema destra ma dopo la sua partecipazione alla missione di Intersos in Afghanistan e dopo aver collaborato con "Un Ponte per..." in Iraq, beh ha indossato una robusta panoplia di purezza.
A questo punto si comprende facilmente che le due Simona sono state rapite per una logica interna ai servizi di sicurezza privati. Del resto i primi a dare notizia di come era avvenuto il rapimento sono stati proprio Simeone e Castellani. Insomma erroneamente con grande probabilità viene attaccata "Un Ponte per..." e vengono sequestrate Simona Pari e Simona Torretta al fine di attaccare l'agenzia di protezione che ha avuto persone in qualche modo provenienti dall'associazione.
Ora bisogna comprendere se le organizzazioni non governative, se le associazioni di volontariato che utilizzano i contatti con queste persone sapevano chi erano questi personaggi oppure hanno subito un operazione d'infiltrazione. E' facile del resto poter entrare in un'operazione di volontariato. Volontà e serietà oltre che competenza sono gli elementi di scelta nessun'altra selezione è presente. Oltre che sommarie indagini sui propri volontari le ong non hanno spesso la forza di conoscere a fondo i personaggi che decidono di partire per i propri progetti spesso, tra l'altro, deficitari di individui.
O seguendo invece una tesi opposta si potrebbe ipotizzare che le ong preferiscono avere dei rapporti come dire, strategici con questi personaggi capaci di avere le mani dappertutto e contatti in ognidove. L'unico ambito su cui bisogna (e spero di non dover dire bisognava) è proprio quello delle agenzie che garantisco servizio privato e "soldati a pagamento".
Hanno mentito politici, media, giornalisti distratti o zittiti da direttori scrupolosi maestrini delle verità d'ufficio. Invece di inventare mediazioni, mediatori, e colpi di scena televisivi bisogna riflettere sul ruolo fondamentale di queste aziende di protezione che nella strategia dello scacchiere irakeno vengono considerate dalla guerriglia vere e proprie spine nel fianco perchè tappano i buchi aperti delle truppe d'invasione.
I gruppi guerriglieri, i nuclei terroristi hanno ovviamente tutto l'interesse di porre in crisi le organizzazioni private che garantiscono protezione a personaggi ed aziende che l'esercito USA non riuscirebbe a proteggere in misura adeguata. Le due ragazze volontarie ora sono nelle mani di individui che per motivi radicalmente diversi dal loro ruolo in Iraq le usano come strumento di pressione vero il governo italiano che finge ovviamente di non sapere in qual senso il rapimento è stato messo in pratica.
L'associazione "Un Ponte per..." che da anni cerca di organizzare in Iraq progetti che hanno l'esclusivo imperativo di concedere dignità e possibilità di vita ad una civiltà devastata da decenni di embargo prima ed ora da un'assurda guerra. "Un Ponte per..." ha iniziato a lavorare in Iraq molto prima che sulle sue città devastate si accendessero i riflettori delle tv di mezzo mondo. Un lavoro certosino, continuo, diuturno.
Era prioritario che il Ministro degli Esteri cercasse di smentire il frainteso dei gruppi terroristi ovvero di idenfiticare le due ragazze in relazione all'azienda di servizi di sicurezza. Era fondamentale che si facesse riferimento alla totale estranietà di queste ragazze al mondo "italiano" delle scorte e dei mercenari. Ma in questa vicenda sembra che più che a cuore del ritorno delle due donne ci sia la volontà non di far emergere la cancrena dei rapporti economici di imprenditori italiani che riescono ad entrare nel succulento mercato iracheno attraverso la mediazione militare dei servizi di scorta che ovviamente sapranno far pendere la bilancia dalla parte degli industriali italiani quando ve ne sarà bisogno.
Godere di un esercito parallelo, non controllato dai media, che non conosce divise e morti dichiarate è forse in questa guerra l'elemento più delicatamente fondamentale ancor più perchè invisibile all'occhio ed all'orecchio dell'Occidente. Queste due donne pagano sulla propria pelle le scelte imprenditoriali di alcuni italiani che ben hanno saputo dove affondare i canini della finanza ed ora spolpano l'osso dell'Iraq facendo finire tra le ferine ganasce due donne innocenti che in Iraq non erano per guadagnare stipendi lussuosi come militari ed imprenditori ma per portare avanti reali progetti di crescita sociale.
Indagare e riflettere sulle aziende italiane che in Iraq speculano ed investono, capire che la gestione dei mercenari, in breve, è nelle mani di organizzazioni private italiane, questo è l'ambito unico su cui bisogna ragionare.
Mentre Rai e Mediaset continuano a mandare in onda i volti dolci e sorridenti delle due giovani ragazze non viene pronunciata su questa vicenda che una bugia perenne.
Roberto Saviano
redazione@reporterasociati.org
La Bosnia accusa un presunto mujahedin
Un uomo nato in Iraq, inizialmente arrestato per reati di falsificazione e di frode fiscale, dovrà affrontare il tribunale per i crimini di guerra. È accusato del sequestro di cinque civili.
(24/09/2004) Di Beth Kampschror, Sarajevo
Un cittadino bosniaco nato in Iraq è diventato il primo preseunto mujahedin, o combattente islamico straniero, ad essere accusato di crimini di guerra dal pubblico ministero della Bosnia.
Il 13 settembre Abdul Maktouf, 45 anni, è stato accusato di crimini presumibilmente commessi contro civili serbi e croati durante la guerra in Bosnia.
L’atto d’accusa sostiene che nell’ottobre 1993 Maktouf abbia sequestrato cinque civili – quattro Croati e un Serbo – nella centrale città bosniaca di Travnik e li abbia condotti in un campo di mujahedin fuori dalla città, dove i cinque sembra siano stati duramente percossi. Alla fine, il prigioniero serbo è stato decapitato.
Il pubblico ministero della Bosnia John Mc Nair ha raccontato a IWPR che i testimoni ascoltati durante la fase delle investigativa hanno descritto Maktouf come “favoreggiatore” di El-Mujahed, una famosa unità di combattenti mujahedin della Bosnia centrale, che si suppone combattesse con l’appoggio del terzo corpo dell’esercito bosniaco comandato da Enver Hadzihasanovic.
Hadzihasanovic e il suo sotto-ufficiale Amir Kubura sono al momento sotto processo a L’Aia con l’accusa di essere responsabili, in virtù del loro ruolo di superiori, dei crimini commessi contro i civili serbi e croati dai membri della loro unità.
L’atto di accusa di Maktouf è il primo caso di crimine di guerra ad uscire dal tribunale bosniaco, creato nel gennaio 2003 sotto gli auspici dell’alto rappresentante della comunità internazionale per la Bosnia.
Ma è passato circa metà anno prima che la camera della Corte specializzata in crimini di guerra , aprisse le proprie porte, e inoltre l'accusa non è stata pronunciata dal procuratore per i crimini di guerra, ma dal Dipartimento speciale per i reati legati all’economia, al crimine organizzato e alla corruzione.
McNair, il Canadese alla guida di quest’ultimo dipartimento, afferma che Maktouf è detenuto da giugno, da quando il dipartimento lo ha indagato per sospetta evasione fiscale e falsificazione di documenti, accuse che egli ha negato.
In luglio, sulla base di nuove informazioni, i procuratori hanno ampliato le indagini nell’area dei crimini di guerra, ha spiegato McNair.
Alcuni osservatori internazionali hanno espresso delle riserve sul modo in cui le accuse per crimini di guerra sono state sollevate contro Maktouf, sottolineando come sia stato accusato solo dopo aver trascorso dei mesi in detenzionale pre-processuale per capi d’accusa completamente diversi.
Ma McNair ha detto di non essere disposto ad aspettare per formulare l’accusa.
“Negli ultimi tre mesi, abbiamo condotto indagini esaustive riguardo alle accuse di crimini di guerra e crediamo che l’evidenza a sostegno di queste sia rilevante” ha detto, aggiungendo che il fatto che Maktouf fosse già sotto custodia “ha giocato contro ogni ritardo”.
L’avvocato di Maktouf Adil Lozo ha affermato di non essere stato informato che il suo cliente era indagato per crimini di guerra e sostiene di aver ricevuto la notizia dai media.
“Me lo ha comunicato Lei”, ha detto ad un giornalista del quotidiano di Banja Luka “Nezavisne Novine” il 13 settembre. “Avremo indubbiamente dovuto essere noi i primi a sapere la notizia, e poi i media”.
Le accuse contro Maktouf sono state approvate dall’Ufficio del procuratore del tribunale de L’Aia - un passaggio necessario secondo l’accordo di Roma del 1996, che sancisce che nessuna accusa per crimini di guerra in Bosnia possa essere formulata senza un tale procedimento.
Sono stati i presunti legami di Maktouf con i mujahedin ad alzare il profilo di questo caso in Bosnia, dove un’infinità di casi di crimini di guerra sono già stati processati dalle varie corti locali.
La presenza di questi combattenti – specialmente dopo gi attacchi dell’11 settembre agli Stati Uniti – è stata come una spina nel fianco per i rappresentanti dell’occidente, e soprattutto degli USA, qui.
Nonostante gli accordi di pace di Dayton, che nel 1995 posero fine alla guerra, sanciscano che tutti i combattenti stranieri debbano lasciare il paese, molti mujahedin si sono sposati con donne bosniache ed hanno ricevuto la cittadinanza bosniaca. Quattro anni fa, i media locali hanno riportato che ben 1200 ex-combattenti avevano fatto questa scelta.
Dopo gli attacchi dell’11 settembre, il governo bosniaco si è mosso per passare in rassegna i passaporti di centinaia di persone che avevano ricevuto la cittadinanza bosniaca tra il 1992 e il 2001. Le autorità, inoltre, hanno estradato gruppi di Egiziani e Marocchini sospettati di legami con gruppi estremisti.
Nel caso ad oggi più drammatico, un gruppo di sei Algerini sospettati di minacce contro l’ambasciata statunitense a Sarajevo, è stato sequestrato dalle truppe americane la stessa mattina in cui la corte locale aveva dichiarato che non esistevano prove sufficienti per trattenere gli Algerini sotto custodia.
Anche le organizzazioni umanitarie islamiche che lavorano in Bosnia sono state accusate di “incanalare” denaro per i gruppi estremisti, e le agenzie di stampa occidentali hanno riferito che gli agenti segreti e i militari USA seguono le tracce di 300 sospetti militanti musulmani in Bosnia.
Le voci sull’esistenza in Bosnia di campi di addestramento per questi radicali persistono, ma sono state respinte dal procuratore statale nel gennaio di quest’anno.
In ogni caso, i rappresentanti serbi nel governo bosniaco sono stati felici di mettere le mani sulla notizia dell’accusa per poter parlare dei mujahedin che “macchiano l’immagine della Bosnia”.
“Il tema del terrorismo in Bosnia non è mai stato veramente affrontato”, ha detto questa settimana alla stampa il serbo Mladen Ivanic, Ministro degli esteri della Bosnia.
Ma i media di Sarajevo, in generale, hanno applaudito la mossa, rispecchiando l’avversione della popolazione bosniaca musulmana per la presenza dei mujahedin nel proprio paese.
L’intera storia dei combattenti islamici in Bosnia, comunque, deve ancora essere raccontata, secondo quanto dice Senad Slatina, un analista di International Crisis Group a Sarajevo, il quale aggiunge che spera che il caso di Maktouf possa aiutare a gettare luce su “chi sono queste persone, come sono arrivate qui, e qual è l’atteggiamento della popolazione locale, specialmente dei Bosniaci musulmani, nei loro confronti”.
Se Maktouf sarà dichiarato colpevole di aver rapito i cinque civili, come minimo andrà incontro ad una sentenza di dieci anni di reclusione.
Beth Kampschror è una collaboratrice di link IWPR da Sarajevo. Ana Uzelac ha contribuito a questo articolo da L’Aia.
www.osservatoriobalcani.org
Wenders: Land of plenty
di Giuseppe Genna
Di quale abbondanza si pasce oggi l'America? Abbondanza di neoconservatori, reazionari, leghisti texani, folli paranoici? Oppure di movimenti che elaborano alternative visioni del mondo, sentimenti di comunitarismo coraggioso, coraggio nell'affrontare gli stolidi giorni neri che il presente (e un regime) riservano loro? O, ancora, l'America abbonda di povertà, di devastazioni sanitarie e abitative, di deflazione in stile preargentino, di homeless e disperati d'ogni razza e specie, di solitudine psichiatrica e di carcasse umane? Abbonda di ricordi tragici, dal Vietnam alle Torri Gemelle, passando per il reaganismo e la dinastia Bush? Forse, addirittura, abbonda di sguardo: uno sguardo svuotato, estenuato, privo ormai di pregiudizio per esaurimento delle energie, una sorta di eden muto riconquistato per sfinimento... E, certo, abbonda di spazio e di visione.
Sono queste le complesse abbondanze che fanno dell'America di Land of plenty, nell'obbiettivo di Wim Wenders, una terra che dispensa al tempo stesso aggressione e pacificazione, menzogna e inesausta ricerca di verità.
Un fronte interno. L'America di Land of plenty è un cantiere aperto di morte e disastri antropologici, una trincea in cui vengono ammassati corpi psichicamente devastati, una fossa comune in cui si affollano i cadaveri di un millenarismo che non riesce più a fornire le risposte metafisiche e politiche che facevano da sfondo al sogno americano, oggi tramutatosi in incubo al vetriolo.
Non sceglie New York, Wenders, per creare la sua potente critica allegorica a questo sistema postcapitalista, postapocalittico, post tutto. E' Los Angeles il teatro fisico di vicende implausibili e, in quanto formalmente ineccepibili, estremamente simboliche. Land of plenty è la storia di due anime alla ricerca di se stesse e dell'America, due anime che hanno vissuto all'estero due tipi diversi di guerra: l'anima anziana è reduce dalla tragedia del Vietnam, che l'ha infettata ben oltre le fibre su cui l'Agent Orange matura i suoi effetti patologici; e l'anima giovane è appena tornata a L.A. dopo avere vissuto le conseguenze atroci del conflitto israelo-palestinese. Paul Jeffries è il reduce, ora trasformatosi in una sorta di iperbole della teoria del complotto, un paranoide in libertà deciso a proteggere l'America dal terrorismo arabo, che gira nel dedalo di Los Angeles a bordo di un furgoncino superattrezzato che nemmeno quelli di CSI. Sua nipote Lana, appena tornata dalla Palestina, fa la volontaria in una comunità alloggio per homeless, stravolta dalla realtà di un'America prostrata da una povertà ormai endemica. Zio e nipote sono gli unici parenti che rimangono l'uno all'altra. Dal loro rincontrarsi, da un'inesplicabile morte di un barbone pakistano, da una ricognizione che modula le perversioni della teoria della cospirazione e la verifica sul campo di un on the road ben più drammatico di quello beat - da questi incroci non obbligati e simbolici, nasce la maturazione di una coscienza che ammutolisce dopo il trauma.
Wenders azzarda tesi che Michael Moore, non essendo un artista, non è in grado non dico di rappresentare, ma nemmeno di partorire o di enunciare. La teoria del complotto come malattia del potere, la riattivazione del trauma mai sopito della sconfitta in Vietnam (sorta di Versailles che genera una nuova forma mutagena di nazismo: non tedesco, bensì a stelle e strisce), l'annullamento del canone di formazione dell'anima giovane e bella esposta alle brutture della realtà, perfino una comicità surreale che non dispensa dalla tragedia ma è parte stessa della tragedia (ci sono citazioni da Lynch che valgono da sole il prezzo del biglietto): questi elementi, sotto lo sguardo di cristallo di Wenders, non sono teoremi ma verità che sfiorano l'universale.
Capace di proiettarci in una specie di surrealtà onirica eppure attuale e riconoscibile, Wenders sottopone chiunque a una seduta psicoanalitica per conto terzi: siamo noi a elaborare il trauma americano, oltre che a sobbarcarci il peso dei traumi che gli americani attualmente infliggono al pianeta. E, come in ogni vicenda psicoanalitica, l'esito è meno importante del processo. Un processo che risulta opera vivente, da trance di verità, da ipnosi regressiva e futuribile, il mito della realtà che si rovescia nella realtà del mito, attraversando un percorso emotivo, oltre che linguistico, di rara intensità - che colpisce, che è impossibile lasci indifferenti.
Invito caldamente a vedere questo capolavoro tutti coloro che, come me, nutrono una diffidenza acerrima nei confronti di Wenders, della sua poetica facilona, del suo intellettualismo da biolco crucco, delle sue raffinatezze visuali e cinetiche. Questo è un film importante, che surclassa per capacità di impatto qualunque altra opera d'arte che, in questi anni, ha tentato di tradurre in linguaggio la critica legittima a una nazione morente, in stato comatoso, in evidente necrosi.
carmillaonline.com
L'Iraq? Lo ricostruisce un amico di Lunardi
Un groviglio impressionante di indagati, incarichi, tangenti, amici, amici degli amici. La complessa storia dell’uomo di Lunardi che ricostruisce l’Iraq
di Marco Ottanelli
[da www.democrazialegalita.it]
Tutto comincia nel 1985, quando Confindustria rinnova i suoi organi dirigenti. Nella nuova giunta siedono, tra gli altri, nominati dall’allora presidente Luigi Lucchini, Pietro Barilla, Calisto Tanzi, Ugo Beretta, Silvio Berlusconi. Lino Cardarelli viene eletto, con Cesare Romiti, fra i "rappresentanti generali". Ecco la prima serie di buffe coincidenze. La prima: Tanzi e Cardarelli, oltre che amici di infanzia, si trovarono a collaborare fin da allora. Sia l’uno che l’altro sono concittadini ed amici di Lunardi.
Coincidenza numero due: accanto a Tanzi siedono Barilla (un altro parmense) e Berlusconi, che, da lì a poco, saranno indissolubilmente uniti dalla "cordata" per il possesso della SME, cordata della quale ampiamente si parla nella motivazione della sentenza per il relativo processo – ove è stato condannato a 5 anni Cesare Previti – depositata venti anni più tardi, il 9 marzo 2004. "Barilla mi pregò, grazie alla mia amicizia e familiarità con l'allora presidente del consiglio Bettino Craxi, di procurargli un appuntamento con lui".
Il premier spiegò di non essere informato della situazione della SME, e chiese all'allora sottosegretario alla presidenza del Consiglio Giuliano Amato, di approfondire la vicenda" (dichiarazioni spontanee di S. Berlusconi al processo Sme, 5/5/2003) Coincidenza numero tre: tranne l’armiere Beretta, tutti i suddetti rappresentanti degli industriali finiranno, prima o poi, nelle maglie di Mani Pulite. Un bel gruppo davvero, non c’è che dire.
Sempre nel 1985, Cardarelli entra anche nel Consiglio di Amministrazione della Fondiaria, assieme a Gardini, Schimberni, Garofano. coincidenza numero quattro: Schimberni, presidente della Montedison, (che venderà in quegli anni al gruppo Fininvest una impresa di costruzioni, la BICA) nomina suo amministratore delegato proprio Lino Cardarelli. Anzi, gli assegna incarichi su incarichi in Montedison: direttore del comparto "finanza e controllo" e amministratore delegato della Montedison Holding Zurigo. Schimberni lo apprezza e protegge, ma, una volta che proprio Gardini soppianta Schimberni alla presidenza del colosso chimico italiano, Cardarelli deve mollare almeno un ufficio, quello delle politiche finanziarie, per lasciare il posto, coincidenza numero cinque, a Sergio Cragnotti.
Tutti i signori sunnominati vengono tutti coinvolti in scandali di tangenti. Gardini, come tutti sanno, si suicida il 23 luglio ’93 in timore (previsione?) di un arresto, arresto che arriva invece sia per Garofano (14 luglio; il 25 confesserà di aver versato 280 miliardi a Dc e Psi) sia per Schimberni (7 dicembre). Implicati nella vicenda Enimont che generò la Madre di Tutte le Tangenti. Dei nomi Cragnotti e Tanzi, le cronache sono piene in questo periodo, per i crack Cirio e Parmalat. Davvero una bella compagna di personaggi.
Storia recente: guai giudiziari, presidenze, affari
Lasciato l’incarico di responsabile delle finanze della Montedison, Cardarelli, pur occupatissimo, viene nominato amministratore delegato della FIP, la merchant bank del gruppo BNL. Presidente, in quel lontano 1989, della BNL, era Nerio Nesi, proprio il futuro Ministro per i Lavori Pubblici del Centrosinistra che, coincidenza (e sei!) assumerà come addetto stampa la figlia di Cardarelli, Francesca, come già accennato nell’articolo del 26 febbraio. In quell’articolo, raccontavamo anche come nel turbine giudiziario di Mani Pulite viene travolto anche Lino Cardarelli in persona; in fondo, sarebbe stato impensabile il contrario, visto che tutta Montedison e dintorni era in carcere o in procinto di andarci.
Il 9 dicembre 1993, con un volo da Londra, Cardarelli giunge a Milano e si consegna alla Guardia di Finanza, inseguito come era da mandato di cattura. Recitano le agenzie di quel giorno: "l'ipotesi di reato è quella prevista dall'art. 2621 del codice civile (false comunicazioni ed illegale ripartizione di utili) con l' aggravante prevista dall'art. 2640 (danno di rilevante gravità) in relazione a prelievi indebiti di somme di denaro, con occultamento di documenti contabili, per circa 500 miliardi di lire che sarebbero stati dirottati fra il 1984 e il 1986 verso società delle Antille Olandesi". (In poche parole, FALSO IN BILANCIO, quel reato che il suo amico e attuale datore di lavoro Lunardi, in quanto membro del Governo, ha contribuito ad eliminare. Consideriamola una coincidenza).
Deve essere stato un periodo amaro, per il supermanager di Parma: trasferimenti a S. Vittore, interrogatori, e, ulteriore delusione, sentirsi scaricato dal suo mentore di sempre, Mario Schimberni. Il quale, in una deposizione-fiume, addossava a Lino molte delle responsabilità: "Quando sono arrivato in Montedison - afferma Schimberni- esisteva una pratica abbastanza diffusa di finanziamento non palese ai partiti. Io ho cercato di ridimensionare il fenomeno e, da quando sono diventato presidente della società, i finanziamenti si sono limitati a cifre dell'ordine di 400-600 mila dollari l'anno a favore delle segreterie nazionali di DC e Psi. Questi finanziamenti avvenivano previ accordi con i segretari amministrativi nazionali dei partiti, ed erano effettuati estero su estero tramite le strutture della Montedison International Holding, curati praticamente dall'amministratore delegato Cardarelli".
Tutto sembra volgere al peggio: la prigione, la solitudine, l’oblio. Un oblio profondo, se si pensa che per circa 10 anni di Cardarelli non si sente più parlare, e che le sue tracce si perdono nei meandri delle sentenze passate sotto silenzio dopo il clamore delle indagini. E invece, ecco, i vecchi amici non spariscono mai. Dopo aver incassato una sentenza di prescrizione, quindi essersela cavata per questioni di tempo, e non di sostanza, Cardarelli viene chiamato da Lunardi al Ministero delle infrastrutture. E’ il maggio del 2002 quando lo nominano nel CDA della Stetto di Messina.
Un onore ed un onere non da poco, che, pare pensare Lunardi, è bene affidare ad un vecchio amico, anche se prescritto. Magari garantiva Tanzi, all’apice della sua carriera, ed in ottimi contatti con entrambi. Apice che, come abbiamo ricordato, Cardarelli ha toccato in questi mesi, e precisamente dal 16 gennaio 2004, quando, come recita il comunicato ufficiale "Il Consiglio dei Ministri, previa relazione dei ministri Frattini e Lunardi, ha autorizzato il prof. Lino Cardarelli ad assumere l'incarico di vice responsabile del Program management office, la struttura guidata a Bagdad dall'ammiraglio Nash e competente nella gestione dei contratti per la ricostruzione dell'Iraq". È questo che sorprende, in certi uomini: la capacità di non terminare mai la loro carriera, qualunque cosa accada. Siamo sicurissimi che la capacità nella gestione dei contratti sia una specialità del professore, e siamo sicurissimi anche che servirà con dedizione gli interessi del nostro Governo nella fertile situazione irakena. Per la Patria, l’Eni e gli equilibri mondiali, chi meglio di Lino, chi?
MOGLIE KERRY:NON STUPIREBBE CATTURA BIN LADEN PRIMA VOTO
Manca poco più di un mese alle elezioni presidenziali americane e i giochi si fanno duri. Il "business Journal" pubblica oggi con grande risalto alcune dichiarazioni tutte politiche di Teresa Heinz Kerry, moglie dello sfidante democratico di George Bush. e la Heinz accusa: non mi stupirebbe se poco prima del voto l'amministrazione annunciasse la cattura di Bin Laden.
"Non sarei sorpresa se la cosa avvenisse il mese prossimo" ha detto la signora Kerry che ha anche ribadito il suo giudizio negativo sulle politiche antiterrorismo dell'amministrazione e sulla scelta di andare in guerra contro Saddam. In questo modo, Bush e i suoi, dice la Kerry, hanno trasformato l'Iraq in "un focolaio" terroristico.
Il sorriso dell'Impero
di Noam Chomsky da zmag.org
Chomsky ricorda la lunga storia degli interventi americani ad Haiti. Una maschera di "altruismo" e di "difesa della democrazia" che nasconde interessi crudeli.
Credo che Jean Bertrand Aristide si sia compromesso con una significativa riforma sociale ed economica, qualcosa di disperatamente necessario per Haiti e rivendicato, sin dalla favelas, dal popolo.
I pochi mesi passati al potere sono stati di considerevole importanza. Così sono stati riconosciuti dalle agenzie internazionali, nonostante i rapidi sforzi degli Stati Uniti per debilitare il suo regime, culminati, mesi più tardi, con un brutale golpe militare. Questo processo ha dato il via a un regime di intenso terrore appoggiato dalle amministrazioni di Bush padre e, più nello specifico, da Clinton - epoca in cui Aristide fu trasferito a Washington per essere "civilizzato" e inquadrato in un "corso intensivo di capitalismo", come è stato detto allora.
Nel 1994, fece ritorno ad Haiti in compagnia delle baionette dei marines, coinvolto con la riproduzione della stesse dure politiche neoliberali promesse dal candidato (favorito dagli Stati Uniti) sconfitto nelle elezioni del 1990 - un ex funzionario della Banca Mondiali, depositario del solo14% dei voti. Da allora, Washington ha iniziato a lucrare sulla violenza e sulla sovversione. Alla fine, questa situazione ha provocato che il risultato delle elezioni del 1990 fosse regredito e si instaurassero politiche "giustizionaliste" da parte degli Stati Uniti (rifiutate dalla popolazione), tutto in una situazione in cui si garantiva agli investitori grandi ricompense per il loro generoso e altruista sforzo per "restaurare la democrazia" e per proteggere i diritti umani. Il presidente eletto era stato riconsegnato al suo incarico, fasciato e imbavagliato dalla restrizioni politiche.
Da lì in poi, la storia comincia a ingarbugliarsi e risulta difficile giudicare quale sarebbe stato il corso esatto preso da Aristide. In circostanze di questo tipo, non rimanevano molte alternative - che si ridussero con l'amministrazione Bush che assicurava i prestiti e con il rifiuto francese al momento di considerare compensazioni per la frode, ragion per cui come castigo alla liberazione di Haiti, il paese fu strangolato economicamente.
E per quale ragione dovevano intervenite gli Stati Uniti? E' un costume profondamente radicato.Washington rimase profondamente costernata per la liberazione di Haiti, nel 1804, e tentò di impedirla con tutti i mezzi possibili, unendosi con vigore nello sforzo di castigare il paese per il crimine di essersi convertito nel primo paese libero (composto da uomini liberi) nell'emisfero occidentale - un cattivo esempio per una società basata sulla schiavitù. Anni più tardi, tenendo in conto i poco disprezzabili proposti commerciali e strategici della regione, Germania e Regno Unito si disputarono il suo controllo. Con il pretesto di difendere i nord americani degli Huni, Woodrow Wilson invase il paese e il regime militare imposto ad Hiati durante in 19 anni terminò causando serie stragi. Il parlamento fu obbligato a concedere che il paese venisse invaso da multinazionali americane e la regione fu abbandonata nelle mani della brutale guardia nazionale.
Nel corso degli anni '80, il paese fu riprogettanto come zona esportatrice, un luogo in cui risultava conveniente fabbricare palle da baseball con durissime condizioni di lavoro. L'elezione di Aristide, nel 1990, utilizzò le armi di sempre: un sacerdote populista che si appelava alla teologia della liberazione, preoccupato delle necessità delle minoranze povere, un possibile "virus", che potrebbe infettare altre persone con questo tipo di pensiero maligno. E è stato così fino ad oggi.
Haiti è stata la colonia più ricca del mondo, fonte di molte delle ricchezze delle Francia. Ora è un paese che avrà fortuna se riuscirà a sopravvivere per alcune generazioni. Non è un caso unico al mondo. Nel Banglaseh di oggi, simbolo di misera e disastro, è stata la corona dell'impero Britannico. Ci sono altri casi, ma questi esempi sono considerati impropri, perchè interferiscono nell'auto-immagine dall'imperialismo, quella della benevolenza.
Fonte: zmag.org
In spagnolo su: http://www.rebelion.org/noticia.php?id=5075
Tradotto da Nuovi Mondi Media
Massimo Riva
Le finte vendite di Stato
E se si smettesse di chiamare privatizzazioni queste imbrogliate, stentate e parzialissime vendite di azioni pubbliche sul mercato? Oltre a un problema di rispetto dell'intelligenza dei risparmiatori e dei mercati finanziari, c'è pure una questione di correttezza semantica nei confronti della lingua italiana. Dice il Devoto-Oli, tanto per rifarsi a un dizionario fra i più reputati, che privatizzare significa: "Trasferire all'iniziativa privata un'impresa o un settore economico già controllato dallo Stato". Un pizzico d'onestà intellettuale, dunque: salvo il caso della telefonia e di alcune banche, tutte le altre grandi dismissioni realizzate in materia non hanno alcun titolo per essere considerate privatizzazioni.
E non si venga a dire che ci vuole pazienza perché la ritirata dello Stato non può che attuarsi progressivamente nel tempo, concludendosi nel momento in cui la mano pubblica scenderà sotto il 50 per cento del capitale delle imprese, come già fatto con l'Eni e come si accinge a fare con Enel e Alitalia. Per favore, non continuiamo a prenderci in giro: fino a quando il governo, anche attraverso una partecipazione azionaria di minoranza, continuerà a esercitare un potere prevalente nell'assemblea dei soci, non sarà giusto né appropriato parlare di azienda privatizzata.
Sia chiaro: con questa puntualizzazione non si intende mettere in discussione il legittimo diritto dello Stato a mantenere il controllo di una specifica impresa per ragioni che possono anche essere solidamente argomentate. Per esempio, come nel caso dell'Eni, in forza del ruolo strategico fondamentale che questo gruppo esercita per gli approvvigionamenti energetici del paese. Ma questa è un'altra storia. Anche in tal caso, comunque, una simile scelta non va mascherata abusando della parola privatizzazione, ma usando una terminologia adeguata. Che non può nemmeno passare per il recupero della vecchia locuzione 'partecipazioni statali' dai significati quanto mai ambigui, ma che deve far emergere l'oggettiva verità: quella di una società a controllo statale.
Vale la pena di reiterare questo appello a una maggiore trasparenza, anche linguistica, perché ora la manipolazione della realtà sta per raggiungere un picco straordinario con la cosiddetta 'privatizzazione' della Rai diretta da Flavio Cattaneo. Non solo c'è il possibile rischio che ai privati venga rifilato un bidone finanziario, dato il controverso stato dei conti dell'azienda documentato su queste pagine la scorsa settimana. Ma soprattutto è certo che l'operazione nasce come la più falsa delle privatizzazioni perché, in base alla riforma berlusconiana, nessun socio privato potrà detenere più dell'1 per cento del capitale. Limite che garantirà alla mano pubblica la sicurezza del controllo anche con un pacchetto azionario altrimenti trascurabile, facendo strame delle più elementari regole di un'economia di mercato. Ha detto al riguardo il ministro Maurizio Gasparri di sentirsi impegnato a "dimostrare che quella della privatizzazione non è una falsa partenza, ma una cosa seria", ipotizzando perfino la quotazione in Borsa. Meglio correre a rileggere su qualche buon dizionario anche la definizione della parola 'serietà'.www.espressonline.it
Bruce Springsteen a Rolling Stone: «Ecco perché voglio sfrattare Bush»
di ma.ta.
“The Boss” appare ispirato, battagliero e convinto più che mai che il suo impegno politico per l’elezione di John Kerry, o meglio per la non elezione di George W. Bush, sia una scelta doverosa e necessaria. Springsteen ha rilasciato un’intervista a tutto campo al magazine musicale Rolling Stone. Parla senza peli sulla lingua del significato della musica, della sua storia di voce critica dell’America, del suo impegno attuale, della guerra e di come la stampa l’ha raccontata (piuttosto male).
Ma veniamo ai vari temi toccati da Bruce Springsteen nell’intervista che porta la firma di Jann. S. Wenner. Prima questione: la musica. «Sono convinto che la musica sia una fonte di informazione alternativa». È questo d’altronde il principio ispiratore del “Vote for Change Tour”, che parte il primo ottobre e vede impegnati, oltre a Springsteen, R.E.M., Ben Harper, Dave Matthew’s Band, Jon Fogerty e i Dixie Chiks, solo per citarne alcuni. Offrire uno spunto politico diverso, informare con la musica, utilizzare un canale d’informazione politica diverso da quelli tradizionali, a base di cene e comizi elettorali. Questo è il “Vote for Change Tour”.
L’intervistatore incalza l’artista: vuole indagare nella sua storia, nel suo passato. Capire quando l'artista ha ricevuto il battesimo politico e come poi è maturato il percorso, quale piega ha preso la sua militanza. Ecco la risposta: «Non sono cresciuto in una famiglia politicizzata. Solo da mia madre sentivo discorsi politici. Un giorno, tornando da scuola, dove mi avevano chiesto se fossi repubblicano o democratico, chiesa a mia madre da che parte stessimo». La risposta non lasciava spazio ai dubbi: «Siamo democratici, i democratici stanno con i lavoratori». Poi vennero gli anni Sessanta e Springsteen, come ogni giovane americano, si sentì travolto dal vortice della storia, dalla battaglia per i diritti civili, dal movimento contro la guerra. Ma la sua militanza non ha preso un colore specifico. Il Boss dice di non essere mai stato un partigiano. I suoi messaggi sono sempre rimasti sottotraccia, che in fondo è sempre il modo migliore per dire cose importanti, senza scadere nella banalità. Diritti civili, giustizia economica, democrazia, una politica estera sensata. Questi i tasti toccati da Springsteen.
Il giornalista lavora lentamente ai fianchi il Boss, con una lunga serie di domande. Ci sarà pure qualcosa che ha imposto a Springsteen di impegnarsi, di dare il suo contributo a questa campagna elettorale. La risposta non si fa attendere: «Siamo stati ingannati» dalla guerra, dalla manipolazione, dalla disonestà e dalla dottrina della preventiva, non è vero l’America è più sicura.
E la stampa? Una stampa libera e democratica è il sale della democrazia, afferma l’artista. Ma servizi come quelli di Fox News sono una cosa aliena a questo principio e le intimidazioni della destra conservatrice hanno messo il bavaglio alla stampa. Fortunatamente testate come il New York Times e il Washington Post hanno recitato il mea culpa. Ma questo non basta per riequilibrare la situazione. Ecco il succo dell’analisi di Springsteen, che si improvvisa pure un buon massmediologo.
Infine un consiglio al senatore John Forbes Kerry. Deve essere più aggressivo, perché «la sfida per la presidenza è come quella per la corona dei pei massimi, devi colpire l’avversario». Più coraggio, insomma.
unita.it
Pietro Scoppola a Prodi e ai partiti: servono più franchezza e più lealtà
di chiara geloni
Sono passati pochi giorni dal vertice tra Romano Prodi e i leader dei partiti promotori della lista unitaria.
Sui giornali continuano a succedersi interpretazioni, retroscena e interviste. Pietro Scoppola, intellettuale cattolico e ulivista della prima ora, legge ed è sempre meno convinto. «Vedo ogni giorno nuovi interventi e precisazioni su quello che è successo lunedì, ma nessuno di essi cancella la mia prima sensazione: che sia stato compiuto cioè un grande passo indietro».
In particolare a quali decisioni si riferisce?
Soprattutto alle primarie: cosa significa questo rinvio di un anno? E Prodi intanto cosa fa? Sta in frigorifero? Avevo visto nelle primarie la possibilità di recuperare la proposta del gruppo di lavoro per la Costituente dell’Ulivo da me presieduto, quella di creare finalmente gli albi degli elettori dell’Ulivo. Questo ci avrebbe permesso di definire una base ampia, più ampia di quella degli iscritti ai partiti, a partire dalla quale costruire il nuovo soggetto politico. Ora si rinviano le primarie e ovviamente nessuno parla più delle regole per farle...
Però si è parlato di primo vero passo della federazione dell’Ulivo.
Io non riesco a capire cos’è una federazione che si occupa solo di tre materie, politica estera, riforme, Europa.
E il welfare? E la politica interna? Così com’è, quello che nasce non è qualcosa di nuovo rispetto alla vecchia immagine delle coalizioni negli anni del proporzionale.
Avevamo immaginato la nascita di un soggetto con una sua autonomia dai partiti, ora sento che Rutelli dice guidano i segretari, poi Prodi se vuole può chiamare chi crede alle riunioni. Ma la lezione della sconfitta del 2001 non era stata la necessità che i partiti si aprissero, che l’Ulivo facesse spazio alla società civile? E poi perfino il nome...
Alleanza democratica?
Ma io dico, che necessità c’è di rinunciare al nome Ulivo, che è così bello ed evocativo, nel quale tante persone si riconoscono? Io do atto a Piero Fassino del suo grande sforzo unitario e della sua politica ulivista, ma allora perché anche lui nella sua ultima intervista dà il via libera al cambiamento del nome?
Professore, forse c’è una ragione pratica: o si chiama Ulivo la federazione o si chiama Ulivo la coalizione...
Ma la federazione deve aspirare a coincidere con un grande Ulivo, non favorire il consolidamento di un’altra cosa! Deve essere aperta a nuovi sviluppi, al dialogo con altre forze e con la società civile. Dev’essere una formula aperta, ulivista. Ma ormai temo che tutto il processo si stia fermando.
Per colpa di chi?
Io non attribuisco colpe, constato. Di sicuro vedo grandi resistenze dei partiti, in particolare della Margherita.
La stessa lista unitaria alla fine sembra destinata a essere riproposta solo in un paio di regioni. Io credo sia giusto variare l’assetto a seconda delle diverse realtà e dei sistemi elettorali, con l’obiettivo di metterci sempre nelle condizioni migliori per vincere. Ma vorrei che quella dell’unità fosse un’aspirazione un po’ più forte...
Quindi secondo lei la colpa è dei partiti.
Io credo che dovrebbe essere Prodi a porre le condizioni ai partiti, non i partiti a lui, per il semplice motivo che sono i partiti ad avere bisogno di Prodi, non il contrario: senza Prodi non vincono.
E Prodi questo non lo fa?
Me lo chiedo. Mi aspetto che lo faccia, con chiarezza e lealtà, perché è certo che non può ripartire nelle condizioni dell’altra volta.
E quali dovrebbero essere le nuove condizioni?
L’ho detto tante volte, la condizione è che sia in fase di costruzione un soggetto politico nuovo, che abbia poteri decisionali definiti e dove il dissenso sia l’eccezione, non la regola. Invece qui si sta andando esattamente a rovescio, anche rispetto a un progetto che la commissione per la costituente aveva contribuito ad elaborare e che Prodi sembrava aver fatto suo con la lettera a Repubblica all’indomani delle elezioni europee...
Professore, non sarà un problema di rapporti personali a mettere in stallo il centrosinistra? A rendere sempre l’immagine di Prodi contro i partiti e viceversa?
Una cosa è certa: se non ci fidiamo gli uni degli altri non andiamo da nessuna parte. E per fidarsi servono solo due cose: la franchezza e la lealtà. Dunque sì, è vero che c’entrano i rapporti personali. E il mio auspicio è che Prodi dica con assoluta franchezza quello che vuole e pretenda una risposta altrettanto chiara, senza accontentarsi del compromesso raggiunto lunedì. Se poi non lo vogliono, se ne troveranno un altro. È assurdo che si facciano le riunioni e i comunicati e poi si legga nel retroscena che la partita non è chiusa, che la battaglia non è finita. No, la partita deve essere chiusa e la deve chiudere Prodi. Se fa il candidato premier deve arrivare a palazzo Chigi con le sue valigie, chiaro? Altrimenti...
Non sarà che, parafrasando proprio Prodi, stiamo ancora asciugando dal pavimento il sangue del ‘98?
No, questo non lo credo. Il ‘98 è un ricordo infausto, ma il sangue oggi non c’è più. Siamo andati avanti, ci sono stati progressi, sono stati riconosciuti alcuni errori, ci sono state cose nuove, ci sono protagonisti nuovi. Ci ricordiamo molto meglio le beghe di ieri e dell’altro ieri, e sono queste, non quelle di sei anni fa, che rischiano di fermare il processo.
Lei quindi non è tra quelli che suggeriscono di uscire dal dibattito sui contenitori e di pensare al programma?
Io penso che il programma non si può fare se prima non c’è il soggetto. Giustamente, in questa logica, Enrico Letta su Europa parla del programma della Margherita e non di quello dell’Ulivo. Ogni programma presuppone un soggetto che intenda realizzarlo, direi per definizione.
Non si può definire nessun progetto se prima non si è stabilito chi si è.
europaquotidiano.it
Cinque motivi per non mettere la mano sul fuoco
di PAOLO NATALE
Almeno dal 1994, anno della discesa in campo del nostro attuale premier, in Italia siamo ormai abituati a considerare anche i risultati dei sondaggi come un elemento importante della competizione elettorale. Da allora, infatti, le rilevazioni sugli orientamenti di voto degli elettori cominciano ad essere realizzate non solo per fi- nalità conoscitive, ma anche per essere utilizzate come strumento di comunicazione politica: nel corso della campagna elettorale del 1994, facendo appello alla presunta obiettività dell’indagine demoscopica, gli orientamenti di voto venivano divulgati con il preciso scopo di testimoniare il consenso crescente per la neonata Forza Italia.
Molti ricorderanno le polemiche, gli articoli sui giornali, l’indignazione di gran parte degli istituti di ricerca, ma anche del mondo accademico e dei commentatori, per il fatto che Berlusconi annunciava solennemente che oltre un terzo degli italiani aveva già deciso di votare per Forza Italia, quando poi, a urne chiuse, pur affermandosi come primo partito in Italia, ottenne “soltanto” il 21% dei consensi.
I sondaggi si trasformano dunque in strumenti di persuasione.
Ma persuasione nei confronti di chi? Innanzitutto nei confronti dei media, che fanno da cassa di risonanza.
In secondo luogo nei confronti degli elettori, soprattutto quelli incerti. E, infine, nei confronti del personale politico, cioè di chi ruota attorno ai partiti, ai movimenti, alle coalizioni, di chi partecipa attivamente alla campagna e ha bisogno di mantenere alta la soglia dell’entusiasmo.
Questo tipo di pratica nell’utilizzo delle rilevazioni demoscopiche non è una nostra specifica prerogativa ma, per una volta, ci trova accomunati al paese con la più antica abitudine di utilizzo.
Come testimonia un bel libro di Stefano Draghi, di prossima uscita, già nell’Ottocento i sondaggi (allora chiamati straw polls) rappresentavano negli Stati Uniti un deciso elemento – oltreché di conoscenza – di influenza sul voto degli elettori: iniziò a prendere consistenza proprio in quegli anni il cosiddetto effetto bandwagon, la forte tentazione cioè di una parte dell’elettorato a votare per il candidato più accreditato dai sondaggi, “salendo sul carro del (presunto) vincitore”.
Questa arma di persuasione continua anche oggi, in particolare nelle elezioni dove è altamente incerto l’esito elettorale. Negli ultimi mesi abbiamo assistito, per quanto riguarda i sondaggi sulle presidenziali americane, al consueto balletto delle cifre. Le stime di voto per Bush e Kerry, giorno dopo giorno, hanno visto prevalere ora l’uno ora l’altro contendente con un’altalena di risultati a volte sorprendente, vista la mancanza di episodi politicamente significativi. Da dove nasce dunque questa elevata aleatorietà? I motivi principali sono sostanzialmente cinque, di cui i primi due sono legati più in generale a tutti i sondaggi di opinione, mentre i rimanenti sono specifici della campagna elettorale. Vediamoli brevemente.
1) Già da tempo anche negli Usa si sta ampliando la quota di cittadini che manifestano una crescente riluttanza a partecipare alle rilevazioni demoscopiche: la selezione del campione di rispondenti diventa in tal modo più difficoltosa e non è detto che chi risponde rappresenti quindi in modo corretto la popolazione “reale”.
2) Rispetto alle rilevazioni di qualche anno fa, l’incremento della quota di cittadini che hanno rimpiazzato il telefono fisso con il cellulare rende il campione di rispondenti maggiormente distorto.
3) La polarizzazione dell’elettorato in due aree politiche quantitativamente omogenee, e particolarmente fedeli alla propria area, rende molto più rilevanti le conseguenze del tipo di campione e del metodo di rilevazione utilizzato.
4) La campagna di mobilitazione dei cittadini al voto, condotta con una quantità di mezzi senza precedenti sia dai Democratici che dai Repubblicani, rende difficoltoso per i pollster comprendere quale sarà l’effettivo tasso di astensionismo: nel 2000 si recarono alle urne circa 105 milioni, mentre le previsioni per quest’anno indicano un incremento dei votanti di almeno 5 milioni, ma alcuni ipotizzano perfino un’affluenza di 115-120 milioni di elettori.
5) Infine, la vicinanza (a volte non dichiarata) di molti istituti demoscopici a l’una o all’altra parte politica rende maggiormente “sensibili” i risultati di ogni sondaggio alle ragioni del partito che li commissiona, enfatizzando in maniera esagerata la buona performance del proprio candidato di riferimento.
Insomma, se cambiassimo i nomi dei candidati e dei partiti, sembrerebbe quasi di stare analizzando le prossime elezioni italiane.
www.europaquotidiano.it
Zitto e vota
Massimo Marnetto
Il rinvio delle primarie è stato una gelata alle aspettative della società civile, ma la mancanza di motivazioni è stato un vero e proprio gesto di arroganza. Magari non le avrei condivise, ma sentirmi imporre una decisione senza neanche una spiegazione, mi fa pensare che l'elettorato di centrosinistra sia stato retrocesso allo stato di minorenni incapaci d'intendere e volere. L'insofferenza monta e titillarsi con l'identità di partito peggiora le cose.
ulivoselvatico.org
settembre 24 2004
Prodi: le mie condizioni all'Ulivo
Romano Prodi
la Repubblica - 24/09/2004
Caro Direttore, questa è una lettera che non avrei voluto e non avrei creduto di dover scrivere.
Viviamo momenti difficili e, spesso, terribili. Dall´Iraq all´Ossezia, dalla Cecenia all´Afghanistan, dal Darfour al Medio Oriente al Mediterraneo il mondo è scosso da guerre, terrorismi, violenze e emigrazioni di massa. Abbiamo negli occhi le immagini dei bambini di Beslan e nel cuore l´angoscia per le nostre due Simone.
Se osservate nella prospettiva di queste tragedie, l´Europa appare come un´isola relativamente felice.
I sessant´anni di benessere seguiti alla fine della Seconda guerra mondiale hanno trasformato il volto stesso delle nostre società e la vita di ciascuno di noi. Abbiamo una moneta comune, l´euro. E con l´allargamento non abbiamo soltanto esteso a tutto il continente un´area di pace: abbiamo anche creato un gigante dell´economia mondiale.
Ma non sono solo rose e fiori. L´Europa, che sino a tutti gli anni Sessanta aveva conosciuto una stagione di crescita impetuosa, ha rallentato il proprio ritmo di sviluppo e da tre decenni non riesce a ridurre il divario che la separa dagli Stati Uniti.
E, in quest´Europa, l´Italia è tra i paesi che soffrono di più. Le Ferrari dominano le corse di Formula Uno, ma in tutte le altre gare perdiamo drammaticamente terreno. All´Onu, specchio fedele delle gerarchie internazionali, siamo caduti in una serie inferiore, irrimediabilmente staccati da Francia e Germania che, per decenni, sono state nostre pari.
E le cose non vanno meglio nell´economia. Siamo entrati nell´euro ma, mentre gli spagnoli confermano il loro ritmo veloce e francesi e tedeschi riprendono a correre, noi arranchiamo in ultima fila. Il turismo soffre sotto i colpi di una concorrenza sempre più forte. Le nostre esportazioni non tirano più. Siamo quasi spariti nelle classifiche delle grandi imprese. Non produciamo più ricerca d´avanguardia. Stiamo tenendo un´intera generazione di giovani in una situazione di precarietà destinata a portare ad un futuro di insicurezza. Assistiamo all´impoverimento di quella classe media che è la spina dorsale e vitale di ogni società. Leggiamo di oltraggiose retribuzioni a grandi dirigenti mentre schiere infinite di lavoratori sono costretti a vivere con stipendi che non permettono di coprire la quarta settimana del mese.
Il dissesto della finanza pubblica certificato dalle dimensioni, tuttora vaghe ma in ogni caso imponenti, della manovra annunciata dal governo, non è che il sintomo della necessità di una vera e propria ricostruzione del paese. Scuola, università, giustizia civile, protezione degli anziani e dei più deboli, sistema dell´informazione: non c´è campo della vita e della società italiana che non richieda un intervento profondo.
C´è chi ha sparso l´illusione che bastasse lasciare la briglia sciolta perché l´Italia riprendesse a correre. Che bastasse promettere meno tasse per creare un entusiasmo capace di generare investimenti, lavoro, ricchezza. Che, in sostanza, il paese meno lo si governava meglio era.
Ma non era che un´illusione. Una perfida illusione che lascia e lascerà un´eredità pesante e imporrà un lavoro duro e di lunga durata a chi sarà chiamato a reggere il paese.
Con la consapevolezza della dimensione della sfida che sta di fronte all´Italia, una consapevolezza resa ancora più acuta dagli anni trascorsi guardando al nostro paese dall´osservatorio della Commissione Europea, nel luglio dello scorso anno, in previsione delle elezioni europee e in preparazione delle elezioni politiche, ho lanciato la proposta di una lista unitaria delle forze riformatrici.
L´idea era semplice: bisognava costruire una forza capace di operare come motore e timone di una grande coalizione di tutte le forze riformatrici in modo da guadagnare la fiducia degli elettori e garantire successivamente la stabilità del governo.
A questo invito hanno risposto, per primi, i Democratici di Sinistra, i Socialisti Democratici italiani, i Repubblicani Europei e la Margherita, i partiti che più direttamente rappresentano le grandi tradizioni culturali e politiche alla base della Costituzione della nostra Repubblica e lo spirito di novità e di unità all´origine dell´esperienza dell´Ulivo. Uniti nell´Ulivo: questo è il nome che scegliemmo per la nostra lista. Un nome che testimonia la volontà di operare e di presentarci uniti di fronte ai cittadini e, allo stesso tempo, propone un legame diretto con il marchio della coalizione che aveva già vinto contro la destra nel 1996 e del governo che aveva saputo portare l´Italia al traguardo dell´euro.
Al momento del voto europeo, più di dieci milioni di donne e di uomini, quasi un elettore su tre, hanno premiato questo sforzo di innovazione e di coraggio, facendo della Lista Uniti nell´Ulivo di gran lunga la prima forza politica italiana con una consistenza pari ai due terzi dell´intero centrosinistra e ad una volta e mezzo la maggiore forza del centrodestra.
A questi milioni di italiane e di italiani era giusto, era doveroso rispondere, dopo il voto, lavorando per consolidare ciò che essi con tanta evidenza avevano mostrato di apprezzare. Di qui la proposta di creare, sulla base e sull´esperienza della lista unitaria , la Federazione dell´Ulivo. Una federazione inizialmente formata dai quattro partiti promotori della lista ma aperta a tutte le forze pronte a condividerne l´ispirazione. Non un partito unico, ma un soggetto politico attrezzato ad avvalersi e, anzi, ad esaltare le tradizioni, le culture, il radicamento sociale, gli spazi di azione dei partiti, protagonisti insostituibili della vita politica del paese e, allo stesso tempo, in grado di decidere in modo unitario e, dunque, di operare con tutta l´autorità del proprio peso politico.
Un soggetto politico, la Federazione dell´Ulivo, al centro e al servizio della più ampia coalizione del centrosinistra, di quella grande alleanza democratica necessaria per mobilitare, anche attraverso le primarie, le straordinarie energie dei movimenti, delle associazioni e dell´intera società nazionale, per vincere le elezioni e, soprattutto, per governare l´Italia sulla base di un comune progetto riformatore.
La Federazione dell´Ulivo, la Grande Alleanza Democratica. Questi sono i due strumenti, semplici e comprensibili, di un grande progetto di innovazione per uno schieramento riformatore.
Mi permetto di aggiungere che questa è anche la mia identità politica, l´unica per me possibile. Nel senso che questi elementi, insieme e in coerenza tra loro, riassumono e danno un significato ad una storia personale e ad un impegno politico vissuti nel segno e con gli obiettivi, tra loro indissolubilmente collegati, del definitivo superamento della divisione tra laici e cattolici, del pieno consolidamento della democrazia dell´alternanza e, dunque, dell´unità tra tutte le forze riformatrici.
L´affermazione della Lista Uniti nell´Ulivo alle elezioni europee, il contemporaneo successo delle altre forze dell´opposizione riformatrice, la ormai lunga scia di vittorie in tutte le consultazioni amministrative degli ultimi tre anni, dalle province di Roma e Milano ai comuni di Bologna e Bari alla Regione Friuli Venezia Giulia, sono la prova che siamo stati e siamo capaci di interpretare le aspirazioni e le domande dei cittadini italiani. Un recentissimo sondaggio realizzato dalla società Ispo di Milano ci dice che se ci fossero domani le elezioni politiche, tra il 33 e il 35,5 per cento degli elettori voterebbe i partiti della Lista Uniti nell´Ulivo, il 52,5 per cento voterebbe per la coalizione di centrosinistra mentre soltanto il 37,7 per cento sarebbe disponibile a votare in favore del centrodestra.
Insomma: gli italiani ci chiedono unità per cambiare il paese e affrontare i gravissimi problemi della loro vita di ogni giorno e ci premiano vistosamente quando rispondiamo positivamente a questa loro domanda.
Del tutto incomprensibili sono, dunque, le resistenze a questo progetto e a questa prospettiva di successo, di vittoria, di governo. Eppure, queste resistenze ci sono. E si concentrano, tutte, sul cuore, sul nocciolo duro del meccanismo che ho appena riassunto e ricordato, cioè sulla Federazione dell´Ulivo.
Non do´ di tutto questo un´interpretazione personale. Quello che vedo non è un contrasto tra persone. Si tratta di un contrasto politico. E, come tale, deve essere trattato e chiarito una volta per tutte.
Per spiegarmi meglio, mi riferisco alla mia esperienza in questi cinque anni e mezzo alla guida della Commissione Europea, perché il confronto e la composizione tra i ruoli e gli interessi dell´Unione Europea e degli Stati nazionali è un modello quasi perfetto del rapporto tra i partiti e la nascente Federazione dell´Ulivo.
Così come gli Stati nazionali, anche i partiti sono gelosi, e giustamente gelosi, della loro storia, delle loro tradizioni, delle loro identità. Così come gli Stati nazionali, anche i partiti hanno interessi concreti da difendere. Così come gli Stati nazionali, anche i partiti hanno radicamento sociale e legami col territorio.
Ma, così come, nel mondo globalizzato di oggi, ci sono compiti ed interessi che solo l´Europa, grazie alle sue dimensioni e al suo peso, può svolgere e difendere, così, nella politica nazionale, c´è un ruolo che solo un soggetto politico di prima grandezza come una Federazione dell´Ulivo in grado di rappresentare oltre un terzo dell´elettorato, può giocare.
La dimensione, tuttavia, da sola non basta. E´ sempre l´esperienza europea che ci mostra come l´Unione sia pienamente efficiente, capace di dialogare da pari a pari con le grandi potenze del mondo e di difendere con forza gli interessi dei propri cittadini, solo e soltanto quando è dotata degli strumenti per agire e delle regole per decidere.
Questo, dunque, è il terreno sul quale ci dobbiamo misurare. Siamo pronti a rispondere alla domanda di unità che viene dagli elettori? Abbiamo l´ambizione di concorrere per il governo del paese? Sentiamo la responsabilità di creare un soggetto politico all´altezza delle sfide e dei problemi che ci stanno davanti e che i cittadini ci chiedono di affrontare? Siamo pronti, per questo, a dare vita e autorità ad una Federazione dell´Ulivo che, pur promossa e costituita dai partiti, non si esaurisca nella semplice sommatoria dei partiti stessi e riceva, dunque, l´autorità, i poteri e gli strumenti operativi per rappresentare l´interesse comune e decidere per esso? O preferiamo chiuderci nella difesa di un piccolo interesse di parte, indifferenti al più grande esito della battaglia per il futuro dell´Italia? Queste sono le domande alle quali dobbiamo dare risposte chiare e concrete.
Se c´è un progetto alternativo e qualcuno che pensa di incarnarlo, si vada ad un confronto aperto e comprensibile ai cittadini. Se, come testimoniano le dichiarazioni dei segretari dei partiti della Lista Uniti nell´Ulivo, un progetto alternativo non esiste, allora siamo coerenti e conseguenti. Perché solo una cosa non possiamo permetterci: di non essere, in questo momento della storia, all´altezza delle nostre responsabilità.
Si dicano i sì ed i no. E si spazzino via tutte le ambiguità, tutte le riserve mentali. Il punto d´arrivo devono essere atti credibili, decisioni e attribuzioni di responsabilità impegnative.
Solo quando e se questi impegni saranno stati assunti potremo credibilmente andare avanti nella costruzione del nostro progetto.
Solo quando saremo certi di potere contare su una Federazione capace di operare con efficacia e con autorità potremo credibilmente aprire il confronto con le altre forze riformatrici per la costruzione della grande alleanza democratica. Anche le riunioni che abbiamo tanto atteso, come quella fissata per il 4 ottobre, rischiano altrimenti di essere inutili. Ed è inutile fare cose inutili.
È in gioco il futuro del paese. È in gioco la possibilità di porre fine all´avventura di una maggioranza, di un governo, di un presidente del Consiglio che hanno devastato i conti pubblici, che hanno inferto un colpo gravissimo al prestigio internazionale dell´Italia, che lavorano per una società costruita non sulle opportunità, sulle libertà e sui diritti di tutti ma sui privilegi di pochi, che non conoscono il confine tra pubblico e privato, che mancano di senso dello Stato.
È in gioco la speranza, la possibilità di preparare una società più giusta, più prospera, più dinamica, più serena e ricca di gioia di vivere, per le nostre famiglie, per i giovani, per gli anziani, per le donne e per gli uomini d´Italia.
Questo è il tempo delle scelte.
Rosy Bindi
Signor Presidente, noi voteremo contro questo emendamento, perché riteniamo che esso presenti tutte le contraddizioni della modifica della Carta costituzionale avviata da questa maggioranza e da questo Governo. La motivazione di questo articolo è stata più volte esplicitata in quest'aula da alcuni esponenti della maggioranza, in particolare recentemente anche dall'onorevole Tabacci. L'obiettivo principale è quello di correggere la riforma del Titolo V, approvata nella passata legislatura: una riforma che si accusa essere stata frettolosa, approvata soltanto a maggioranza e caratterizzata da molte contraddizioni. Così la maggioranza, con questo emendamento, si accingerebbe a modificare quella riforma sbagliata e a correggerla.
Noi non nascondiamo che la riforma fatta da noi fosse perfettibile, ancorché riproducesse pienamente ciò che era stato approvato in Bicamerale e avesse, al contrario di questa, il favore delle regioni e delle autonomie locali. Noi stessi abbiamo ritenuto incompleta quella riforma e abbiamo anche dichiarato di doverla correggere in alcuni aspetti e non nascondiamo che qualcosa è anche contenuto in questo emendamento. Ma se così fosse, per quale motivo si usa l'emendamento, che contiene anche degli aspetti positivi, per stravolgere di fatto la forma di Stato nel nostro paese?
Perché di questo si tratta: si correggono alcune imperfezioni dell'attuale Titolo V della Costituzione per introdurre elementi di contraddizione davvero molto pesanti. Infatti, questo articolo 117, così modificato, accentuerà le imperfezioni e le contraddizioni della riforma precedente e non impedirà la realizzazione di quella devoluzione voluta dalla Lega in materia sanitaria e in materia di istruzione e di scuola.
Con questo emendamento si vorrebbe far credere di aver corretto le contraddizioni per quanto riguarda il tema della salute, della sanità e dell'istruzione; soprattutto perché, nel comma 3-bis, si introduce la lettera m-bis), che attribuisce competenza esclusiva allo Stato in materia di tutela della salute, sicurezza e qualità alimentare.
Abbiamo già fatto notare, in sede di discussione sulle linee generali e di esame degli emendamenti, che la soluzione del problema non sta nel reintrodurre nella competenza esclusiva le norme generali sulla tutela della salute - che peraltro sono già contenute nell'articolo 32 della Costituzione e che, comunque, sono assorbibili da un'altra competenza esclusiva dello Stato che è quella dell'individuazione dei livelli essenziali di assistenza -, ma nel togliere la competenza esclusiva in materia di assistenza e organizzazione sanitaria contenuta nel successivo articolo e da voi introdotta come l'emblema della divisione dello Stato, voluta fortemente dalla Lega e assecondata da questa maggioranza e dal Governo.
Infatti, se resterà la competenza esclusiva e non saranno approvati i nostri emendamenti per quanto riguarda le competenze della regione in materie di assistenza e di organizzazione sanitaria, a nulla varrà l'introduzione della lettera m-bis) se non a fare ulteriori confusioni e a creare un ulteriore blocco in una materia che, al contrario, ha un estremo bisogno di chiarezza.
Come affermavo in precedenza, risulta pleonastico far riferimento ad una competenza esclusiva in materia di tutela della salute a fronte del fatto che è prevista una competenza esclusiva per quanto riguarda i livelli essenziali di assistenza e non risolve sicuramente il fatto che le regioni, avendo competenza esclusiva non solo in materia di organizzazione sanitaria così come previsto l'attuale Titolo V, ma anche in materia di assistenza e organizzazione sanitaria, acquisiscono la possibilità della scelta di norme e di principi di sistema.
Dunque, una regione non sarà soltanto autonoma nella determinazione - da noi voluta e ritenuta giusta - di organizzazione del proprio sistema sanitario, ma avrà competenza esclusiva nella individuazione dei principi di sistema; in altre parole, una regione potrà tranquillamente trasformare le norme e i principi del Servizio sanitario nazionale - quale servizio universalistico, globale ed equo - nel senso di un sistema assicurativo, senza che questo possa confliggere con la competenza esclusiva in materia di tutela della salute.
Noi ci opponiamo a ciò, in quanto riteniamo che, con il cambiamento della forma di Stato, si incida sui diritti fondamentali della persona. Faccio presente che l'articolo 32 della Costituzione parla della salute quale diritto fondamentale della persona e interesse della comunità; terminologia che viene usata raramente nella Costituzione in quegli articoli che riguardano la regolazione dei rapporti.
È , quindi, evidente che l'approvazione di questo emendamento comporterà in futuro uno stato confusionale per la nostra Repubblica, ma soprattutto la modificazione dei diritti di cittadinanza e delle libertà fondamentali dei cittadini. Aggiungiamo che la formulazione, uscita dall'esame presso la I Commissione della Camera dei deputati, parlava soltanto di tutela della salute. L'emendamento presentato dalla maggioranza, invece, parla di «tutela della salute, sicurezza e qualità alimentari», riproducendo una dizione contenuta in alcuni atti dell'Unione europea, volti ad assegnare alla comunità materie che riguardano la salute e la sicurezza alimentare. Come tale, questa dizione è assolutamente restrittiva, anche nei confronti di quella che era la formulazione della I Commissione.
Noi intendiamo suonare un campanello di allarme, riferendoci soprattutto a quei colleghi della maggioranza, ancora convinti - come dicono nei corridoi - di aver gabbato la Lega. Ma la Lega, in questa maniera, non è stata gabbata da questa dizione, perché in realtà chi sarà chiamato ad interpretare questa norma, vi individuerà la salute e la sicurezza alimentari, non la tutela e la salute dei cittadini, come diritto fondamentale dell'individuo, del suo stato di benessere e delle conseguenti forme di finanziamento, di princìpi e di organizzazione.
Quindi, innanzitutto sottolineiamo al presidente della I Commissione e relatore di questo disegno di legge, all'onorevole presidente Bruno, che questa dizione è ambigua ed equivoca e sarà fonte di ulteriore e maggiore confusione. Chiediamo quindi che resti agli atti che la tutela della salute è autonoma - in questa dizione - rispetto a sicurezza e qualità alimentari; chiediamo assicurazione sul fatto che si tratta di due materie distinte, tra di loro non direttamente collegate. Altrimenti, vorrà dire che la competenza esclusiva dello Stato, prevista in questa modifica della Costituzione, servirà soltanto a creare maggiore confusione tra le competenze del Ministero dell'agricoltura con quelle del Ministero della salute, compromettendo però definitivamente il diritto fondamentale alla salute dei cittadini italiani.
Chiediamo al presidente della Commissione innanzitutto di fare chiarezza e di esprimersi su questo punto. Naturalmente, confermiamo il voto contrario del gruppo della Margherita, DL-L'Ulivo proprio per questi motivi, visto che riteniamo tale modifica rischiosa per i diritti e per le libertà dei cittadini.
libertaegiustizia.it
Cose della Casa
Avete visto l’inaugurazione dell’anno scolastico a Roma? Una rappresentanza di Giovani Italiane e Balilla, a nome di tutti gli studenti, stavano schierati con le magliette arancioni e il tricolore al collo, mentre risuonavano le note dell’Inno di Mameli e Ciampi di rientro dallo stadio di Livorno ed in procinto di recarsi ad Oslo con la signora Franca ornata da ridicolo cappelletto, *scandiva con decisione* [Cito dal TG1] “Li-be-ra-te-le...Libera-tele”.
C’era anche Donna Letizia Moratti la donnetta annoiata che presta la meritoria opera come ministro dell’istruzione, in un teatrino dal sapore nostalgico dei tempi che furono.
Sì, la riforma Moratti, quella che tanto ha fatto discutere, quella che fa ribollire il sangue per l’assunzione di preti insegnanti, per i tagli alla ricerca, per la banalizzazione degli studi universitari, ma a mio avviso, quella che dovrebbe far ribollire il sangue per il tentativo di rendere i nostri figli più piccoli ed indifesi una massa deforme di cretini.
Questo quanto postato ieri da Walter F.
Ecco cosa riporta uno dei nuovi libri di Storia contemporanea adottato da numerose scuole medie; il brano è tratto dal Capitolo 2, paragrafo 1 (La Sinistra storica al potere):
"Gli uomini della Destra erano aristocratici e grandi proprietari terrieri. Essi facevano politica al solo scopo di servire lo Stato e non per elevarsi socialmente o arricchirsi; inoltre amministravano le finanze statali con la stessa attenzione con cui curavano i propri patrimoni.
Gli uomini della Sinistra, invece, sono professionisti, imprenditori e avvocati disposti a fare carriera in qualunque modo, talvolta sacrificando perfino il bene della nazione ai propri interessi.La grande differenza tra i governi della Destra e quelli della Sinistra consiste soprattutto nella diversità del loro atteggiamento morale e politico"
(Bellesini Federica, "I nuovi sentieri della Storia. Il Novecento", Istit. Geogr. De Agostini, 2003, Novara)
Io ho deciso find’ora che non permetterò che queste idiozia vengano insegnate a mia figlia, a costo di occupare la scuola che frequenta, incendiare il libro o impedirle di frequentare la scuola; non sopporterò nemmeno che sia costretta a ripetere queste stronzate in una interrogazione; farò in modo che apprenda la storia da libri non intaccati dal revisionismo morattiano a costo di finire in galera.
Siamo sempre tutti d’accordo a deprecare la violenza sui bambini. Non farò violentare mia figlia
Rita Pani (APOLIDE)
r-esistenza-settimanale.blogspot.com
Potevano fermare i sequestratori»
Parla un nuovo testimone oculare del rapimento delle due Simone e dei due cooperanti iracheni: «Dopo soli 3 minuti è arrivata una pattuglia americana, si sono fermati, sono entrati nella sede delle Ong e se ne sono andati senza fare nulla»
GIULIANA SGRENA
INVIATA A BAGHDAD
Più o meno si è saputo quello che è successo quel 7 settembre quando sono stati sequestrati Simona Pari, Simona Torretta, Manhaz Bassam e Ra'ad Ali Abdulaziz, ma su alcuni punti ci sono state diverse versioni. Abbiamo chiesto di raccontarci quello che è veramente successo in quel giorno terribile a un testimone oculare che, dopo molte resistenze, ha accettato, naturalmente con la garanzia dell'anonimato. «Erano le 16, 45 del 7 settembre, due guardie si trovavano sulla strada, dal lato opposto (a quello dove si trovano le due palazzine che ospita le ong italiane: Un Ponte per, Ics e Intersos, ndr), quando sono arrivate tre macchine: una jeep Cherokee nera, una Opel station vagon blu scuro e un pick up Nissan bianco, da dove sono scesi una quindicina di uomini, racconta il testimone. Uno, con giacca e cravatta, scortato da quattro body guard, due davanti e due dietro, si è presentato al cancello. Quando gli abbiamo chiesto chi era, ha lasciato intendere di essere mandato dal governo, anche se evidentemente non lo era, e quando ho cercato di fermarlo mi ha colpito alla nuca con un bastone elettrico e sono caduto. Poi sono arrivati gli altri, una decina, con uniforme militare - una qualunque, non dell'esercito iracheno, precisa -, alcuni avevano un giubbotto antiproiettile, altri i portacaricatori, erano armati di fucili Uzi e Ak47, e avevano bastoni elettrici. Si sono divisi in tre gruppi, uno ha fatto sdraiare per terra le guardie, sei, come sempre a quell'ora, uno è salito al piano di sopra, l'abitazione, entrando anche nelle camere, non trovando nessuno è ridisceso. Gli altri si sono occupati degli uffici. Alcuni sono entrati in quelli di Intersos dirigendosi senza esitazione verso l'ufficio del capo missione, Marco, e sorpresi di non trovarlo se la sono presa con Manhaz, l'interprete, che si trovava sulla porta, trascinandola via per i capelli. Poi è toccato all'ufficio del Ponte per Baghdad, dove c'erano sette/otto persone, e hanno cominciato a fare l'appello, scegliendo in base al nome chi poteva sedersi e chi doveva uscire, così sono state scelte Simona Torretta, Simona Pari e Ra'ad. E li hanno portati via».
Perché non hanno preso nessuno dell'Ics?«Perché erano già andati via»
Davano l'impressione di conoscere il luogo, i nomi?
«Sì, sembrava che sapessero esattamente come erano distribuiti i locali e anche i nomi».
Erano coperti, come si comportavano?
«No, erano tutti a viso scoperto, alcuni con i baffi, altri senza barba e baffi. Dal comportamento e dal corpo sembravano avere una preparazione militare. L'età? Sulla trentina».
Qualcuno ha scritto che uno degli uomini lasciando cadere il fucile si sia scusato con il capo chiamandolo Sir.
«A uno è caduto qualcosa, non il fucile, scendendo dalle scale e si è scusato con il capo, che è sempre rimasto sulla porta, ma lo ha chiamato Master, non Sir. Master vuol dire più o meno boss, si usa in ambienti militari, ma soprattutto in quelli dell'intelligence».
I quattro non hanno urlato, protestato, mentre venivano portati via?
«E come avrebbero potuto sotto la minaccia del fucile? Erano molto aggressivi, violenti, con iracheni e non, con uomini e donne. Io ho cercato di parlare per farmi sentire e avvertire un autista che stava arrivando ma sono stato minacciato e ho dovuto stare zitto. Anche quando qualcuno ha cercato di avvicinarsi a uno sgabuzzino dove i vicini tenevano delle armi è stato subito bloccato».
Però qualcuno è riuscito a fuggire...
«Sì, un dipendente di Intersos ha visto dalla finestra quello che stava succedendo, è riuscito a fuggire sul tetto e poi nel giardino dei vicini, da lì con il cellulare ha cercato di avvisare la polizia, inutilmente, nessuno rispondeva al telefono. Comunque, dopo 3 - 4 minuti è arrivata una pattuglia americana, noi delle Ong che non erano stati portati via e i vicini li abbiamo bloccati, spiegando quello che era accaduto e insistendo che avrebbero potuto raggiungere i rapitori: visto il traffico non potevano essere molto lontani. Ma gli americani si sono fermati, sono entrati a dare un'occhiata e se ne sono andati. Non hanno fatto nulla. Poi è venuta anche la polizia irachena, che torna ogni tanto a controllare».
ilmanifesto.it
La nostra resa mediatica
di Antonio Padellaro
da l'Unità - 24 settembre 2004
Ci dicono che i terribili messaggi web sulla sorte di Simona Torretta e Simona Pari non sono attendibili. Che fanno parte della guerra mediatica scatenata dai tagliagole per terrorizzare l’Occidente. La prima frase ci conforta. La seconda ci confonde. È vero, infatti, che in questo come in altri casi la strategia di morte mira a diffondere tra gli italiani sentimenti di impotenza e rassegnazione davanti a un nemico fanatico e crudele, che vuole apparire onnipotente, che si diverte a giocare con la vita delle due ragazze di pace. Ma se la risposta all’orrore è quella che abbiamo atteso, invano, in queste ore, è una guerra mediatica persa in partenza.
Prendiamo la drammatica notte tra mercoledì e giovedì. Le agenzie battono l’annuncio dell’avvenuta esecuzione. Nei giornali si cambia tutto, titoli, foto, commenti, attenti a non sbagliare, cercando di indirizzare il lettore nella direzione giusta: incredulità e angoscia ma anche l’invito a prendere la notizia con le molle. È tardi, ma il pubblico televisivo è ancora molto numeroso.
Quasi immediatamente «Sky News 24» e «La 7» riescono a improvvisare delle dirette sull’evolversi degli avvenimenti. Dopo un’eternità arrivano anche il Tg2 e il Tg3. Il Tg1 deve invece attendere nell’anticamera di Porta a Porta che si compia fino in fondo il sacro rito su Cogne. È ormai notte fonda e dentro le case dei tanti italiani rimasti incollati ai teleschermi entrano solo le immagini e le minacce del terrore. Il resto è silenzio. Dov’è la voce del governo? E cosa dice la Farnesina?
C’è qualcuno, tra i mille esperti sempre pronti a salire sul carro della guerra necessaria, disposto ad analizzare i messaggi, a spiegare quali elementi a disposizione portano all’inattendibilità del gruppo e del sito, perché potrebbe essere la mossa di uno sciacallo? Niente di tutto questo: gli esperti sono andati a letto e completamente padrona del campo mediatico resta Al Qaeda.
Dopo il rapimento delle due italiane questo giornale ha commentato favorevolmente l’invito rivolto dal governo all’opposizione: la richiesta di collaborazione comune per non lasciare nulla di intentato per giungere a una positiva conclusione della vicenda. Abbiamo sinceramente apprezzato lo sforzo del ministro Frattini e del sottosegretario Boniver, il viaggio nella zona di crisi per allacciare più forti contatti con il mondo islamico moderato, per aprire nuovi canali, per raccogliere utili informazioni. Abbiamo sperato quando il ministro degli Esteri si è dichiarato in possesso di importanti novità. Abbiamo considerata appropriata la sua consegna del silenzio che continuiamo a rispettare. Poi, però, è come se quei fili che apparivano ben tesi e collegati si fossero gradualmente allentati.
Qualche strana indiscrezione filtrata dai Servizi sulla esistenza in vita di Simona e Simona, e niente di più. Il governo è sembrato occuparsi di altro. Come se il dramma fosse uscito dalle stanze di Palazzo Chigi. Come se lo spirito dell’incontro unitario fosse già evaporato nel cielo delle buone intenzioni. Si è aperto un vuoto distratto che neppure lo choc dell’altra sera è riuscito a colmare. Ma nel momento in cui le attese di speranza subiscono un duro colpo e l’incubo si dilata, non ci si può accontentare di un presidente del Consiglio distratto, di un ministro degli Esteri lontano, di un servizio pubblico televisivo inadempiente. Un’assenza incomprensibile che non aiuta, che inquieta, che giova solo al nemico.
apadellaro@unita.it
Gelata sui consumi degli italiani
Dai televisori ai libri ai ristoranti: si spende sempre meno
L´Istat rende noti i dati di luglio: meno 0,3% nell´anno e meno 0,4% nel mese. Billè: famiglie impoverite
Venturi: considerando l´inflazione le perdite si avvicinano al 4 per cento. Reggono hard discount e ipermercati
Nei soli tre mesi estivi il fatturato della ristorazione è crollato del 14,7 per cento. Il settore lancia l´allarme
Meno 2,2% per gli articoli di cartoleria Fanno eccezione con una piccola crescita alimentari, vestiti scarpe e viaggi
ALDO FONTANAROSA
dal Repubblica - 24 settembre 2004
ROMA - A giugno era andata così così. Le famiglie avevano speso con buono slancio, il 2 per cento in più dello stesso mese dell´anno prima. Ma a luglio le mani si sono ritratte e i portafogli chiusi, cambiando di molto le cose. Gli acquisti - dice l´Istat - si sono asciugati dello 0,4 per cento rispetto al mese prima; e dello 0,3 per cento rispetto allo stesso mese del 2003. Da un mese all´altro, da giugno 2004 a luglio 2004, il calo è stato diffuso, generalizzato. Abbiamo comprato di tutto di meno, dagli alimentari al libri fino ai televisori. Tre le eccezioni: farmaci; scarpe, articoli in cuoio e da viaggio; vestiti. Su base annua, invece, la vendita degli alimentari aumenta (dello 0,3%), mentre gli altri beni calano (dello 0,6). Confcommercio mette insieme tutti questi dati e parla di una caduta media largamente superiore all´1% (se si considera anche l´inflazione).
L´Istat fotografa un´altra tendenza, già nota forse ma ormai quasi irreversibile: botteghe addio, gli italiani corrono sempre di più nei supermercati. La grande distribuzione vende l´1,4% in più di beni. Beni di ogni tipo, non solo cose da mangiare. Tirano soprattutto due tipi di megastrutture: hard discount ed ipermercati (con crescite tendenziali del 5,4 e del 4,1%). Invece le botteghe sono in calo dell´1,4%. Marco Venturi (Confesercenti) parla di caduta tragica per i commercianti tradizionali («vicina al 4% se si aggiunge l´inflazione») e mette le mani avanti. La Finanziaria - a suo parere - dovrà colpire gli evasori e chi recluta lavoratori in nero invece di bastonare chi già paga le tasse. Non solo. Il governo riduca il prezzo della benzina e premi chi lascia invariati il fitto dei negozi, penalizzando chi li aumenta (più 10% in un anno, in certi casi).
Da Cagliari, il presidente della Confcommercio Billè chiede che le tasse calino davvero: «Non è possibile tagliare l´Irpef e intanto incoraggiare gli enti locali ad aumentare le loro imposte, le famiglie si sono impoverite». Billé sogna anche un "turismo commerciale", con le persone che si spostano e trovano sul loro cammino saldi vantaggiosi.
In questo clima, soffre anche il ristoratore. Entro l´anno, il calo del volume di affari si avvia a superare il 2%. Nei soli tre mesi estivi, la flessione del fatturato ha toccato il 14,7%. Edi Sommariva (capo della Fipe-Confcommercio) ammette che mangiar fuori è un piacere che costa sempre di più; ma allo stesso ritmo sarebbero cresciuti i costi dell´impresa ristorante (ultima stangata, dai produttori di birra). La tesi, insomma, è sempre quella: fateci pagare meno; e anche voi, consumatori, pagherete meno.
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Scatta dal primo ottobre il piano dei piccoli della Confesercenti
I commercianti rilanciano "Tagliamo i prezzi del 2%"
Potenziata l´operazione "Spesa amica" in contrapposizione al blocco nei supermarket
ROMA - Sono «piccoli», ma vogliono far sapere che possono fare più dei «grandi». La Confesercenti, dal primo ottobre alla fine dell´anno, taglierà del 2 per cento i prezzi di 45 prodotti, lanciando una controffensiva al patto firmato fra il ministro Marzano e la grande distribuzione (blocco dei primi prezzi e di quelli a marchio interno fino al 31 dicembre). L´iniziativa va potenziare l´operazione «Spesa amica», varata qualche giorno fa, che avrebbe dovuto semplicemente bloccare i listini: ora, dunque, non si «stoppa», ma si taglia.
«Abbiamo chiesto ai negozianti un sacrificio in più - spiega il presidente Marco Venturi - un sacrificio che gli esercenti hanno accettato nonostante gli ultimi dati sulle vendite al dettaglio confermino ancora una volta lo stato di crisi delle piccole e medie imprese». Mettendo sul tavolo un´iniziativa concreta, i piccoli commercianti chiedono però a governo ed enti locali interventi su tasse e tariffe.
Entrando dal primo di ottobre in un negozio che espone il logo «Spesa amica», il risparmio sarà garantito su tutti i principali prodotti della spesa alimentare (latte fresco della centrale, caffè, pane, pasta, riso, formaggio parmigiano, pomodori pelati, olio d´oliva, olio di semi di girasole, zucchero, prosciutto, acqua minerale) uova e carni comprese (pollo, hamburger, coniglio, lesso punta di petto, fettina di vitellone quarto anteriore). Ridotto anche il listino prezzi dell´ortofrutta, voce non compresa nell´accordo con la grande distribuzione (patate, mele, pere, cipolle, carote) e quello degli articoli per la casa (detersivi lavatrice e lavastoviglie, detersivi lavaggio a mano e pulizia della casa, saponette, scope, spazzolini, dentifricio, shampoo). Ridotto anche il cartellino dei negozi di abbigliamento (scarpe, golf, camicie, pantaloni, gonne, cappotti, intimo, felpe) e il costo della puntatina al bar (caffè, cappuccino, cornetto). In pizzeria lo sconto riguarderà la pizza margherita e le bibite.
(l. gr.)
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Ds Milano - Rassegna stampa
Internet sta cambiando la politica Usa... e l'Italia?
Intervista a Marco Montemagno, giovane e brillante esperto di social networking, sul rapporto tra politica e Web in Italia e negli Usa.
[ZEUS News - www.zeusnews.it - L'occhio di Zeus]
Marco Montemagno è un giovane e brillante esperto di social networking, ha appena messo on-line il blog Bush e Kerry per seguire il confronto per la presidenza degli Usa in cui, per la prima volta, sta assumendo un ruolo determinante l'uso del Web come mezzo di partecipazione e mobilitazione politica.
Gli abbiamo posto qualche domanda per capire come il Web stia davvero cambiando la politica Usa.
ZN: Credi veramente che Internet cambi l'informazione sulla politica?
Marco Montemagno: "Il modo di produrre, distribuire e ricevere informazione che abbiamo conosciuto sino ad oggi - limitato, prevalentemente, a televisione, radio e giornali -, è profondamente cambiato e per molti versi è già morto da tempo.
Certo i media tradizionali mantengono, e manterranno a lungo, un ruolo dominante nel panorama dell'informazione.
Questo è dovuto a una serie di fattori, tra cui i principali sono:
- l'abitudine degli utenti a utilizzarli (l'utente medio torna a casa e per sapere i fatti del giorno guarda il TG5, non guarda NewsIsFree; allo stesso modo se cerca una foto interessante acquista una rivista specializzata, anziché consultare Deviantart
- la possibilità per i principali network di disporre, oltre che di ingenti risorse economiche, di redazioni strutturate, composte dai migliori "professionisti della notizia" (che garantiscono quindi l'accuratezza e l'attendibilità delle fonti).
D'altra parte, però, è innegabile che oggi le notizie si trovino in tempo reale in Rete e sono accessibili, direttamente, da chiunque. Ed è altrettanto innegabile che è su Internet che le notizie vengono, spesso, veicolate in anteprima (un esempio su tutti, sono i recenti video e le rivendicazioni a sfondo terroristico).
A questo si deve aggiungere che solo via Internet è possibile guardare video o animazioni che durano magari alcuni minuti (quale TG può mai trasmettere, per ragioni di contenuto o anche solo per tempi televisivi, i 4 minuti di animazione in flash su Pentagono e 11 settembre e solo on-line si può approfondire e discutere di un argomento (pensiamo ai commenti di Slashdot, spesso ben più interessanti della notizia stessa).
All'interno di Internet, poi, stanno acquistando un ruolo sempre più dominante delle sotto nicchie quali blogosfera (il network dei blog, monitorato da motori di ricerca ad hoc, come Technorati) e, tra non molto, le darknet (reti di scambio dati ad accesso limitato). Ed è qui che il più delle volte si trovano le notizie interessanti e stimolanti.
Il motivo è molto semplice. La notizia e le foto che si trovavano, durante la convention democratica, su un moblog quale ad esempio il "Wireless Election Connection Moblog" (http://wec.textamerica.com/), erano inviate in presa diretta su Internet senza essere mediate da un giornalista né filtrate da un network (che deve rispondere a delle proprie linee guida); quindi è una notizia fresca, inusuale, molto più allettante rispetto alla notizia patinata e "ripulita" che ci arriva da un canale ufficiale.
Oppure ancora pensiamo al caso delle Olimpiadi; era più interessante il commento della Rai sul nuoto o le indiscrezioni in prima persona di Scott Goldblatt , nuotatore blogger della squadra americana, che i giochi li viveva da protagonista?
ZN: Cosa puoi dirci sulle novità della campagna elettorale per le presidenziali Usa che per la prima volta si svolge moltissimo on-line?
Marco Montemagno: Dopo il fenomeno Dean, Internet è diventato uno strumento fondamentale per i politici americani (Dean è il candidato che da zero è riuscito a raccogliere 70 milioni di dollari e centinaia di migliaia di supporters in tutti gli USA... tutto via Internet).
Anche se Dean è uscito poi sconfitto, ha dimostrato che un uso corretto della Rete può movimentare le masse e diventare uno strumento di aggregazione decisivo (per un approfondimento consiglio le lettura del libro di Joe Trippi, Campaign Manager di Dean, "The Revolution Will Not Be Televised").
Ecco perché, prima Kerry e poi Bush, hanno iniziato una corsa ai "cyber armamenti", introducendo nelle proprie campagne i più svariati web tools: Meetup, Social networking, Blogs e via dicendo, ma direi che il cambiamento è andato ben oltre. I politici USA hanno abbracciato (soprattutto Kerry) un approccio politico, che definirei "open source".
In pratica gli elettori non sono solo invitati ad assistere alla corsa per la presidenza, ma sono stimolati a diventarne i protagonisti. Sono gli elettori stessi a fare il "debug" della campagna, a creare la documentazione, a proporre miglioramenti e coinvolgere altri elettori. E' come se "il codice delle elezioni" fosse stato aperto per sfruttare le economie di scala di Internet a vantaggio dei candidati.
Questa vera e propria rivoluzione, ha fatto si che i protagonisti del web (ad esempio i blogger) siano diventati protagonisti reali della vita politica americana; e la dimostrazione è che per la prima volta nella storia i bloggers sono stati accreditati alla convention democratica.
ZN: Invece in Italia come stanno le cose?
Marco Montemagno: In occasione delle elezioni europee mi era stato chiesto di realizzare una analisi dei siti politici italiani.
I risultati sono stati davvero sconfortanti su tutti i fronti. Siti statici solo di facciata, dilettantismo, un gergo e un approccio vecchio dieci anni, che fanno capire come in Italia la classe politica abbia un tasso di "analfabetismo web", allarmante.
Infatti, se giriamo in rete ci rendiamo conto che solo il Sen. Cortiana (con un proprio forum di discussione) e l'On. Carlucci (che ha accettato un confronto pubblico con gli utenti su Popolo della Rete.it si stanno attivando on-line.
Tutto questo provoca due conseguenze fondamentali, una nel breve, l'altra nel medio/lungo termine.
La prima riguarda la legislazione informatica (con il caso emblematico della L. Urbani), che finisce per risentire del tasso di impreparazione internetica della classe politica, con conseguenze estremamente dannose per il Paese.
La seconda conseguenza riguarda invece la classe politica stessa. Solamente i politici che comprenderanno il valore della Rete, avranno possibilità di "sopravvivere".
Tra qualche anno, con una diffusione capillare della connessione (che già adesso è comunque notevolissima), Internet avrà una capacità di penetrazione sugli elettori equiparabile ai media tradizionali. Chi non saprà gestire Internet - iniziando da subito - sarà immancabilmente soppiantato da politici tecnologicamente più evoluti.
Pier Luigi Tolardo
Altalena
Pierluigi Sullo
Stanotte una, stamattina un'altra. Le "rivendicazioni" del sequestro e, ora, dell'assassinio delle due Simone [e dei loro colleghi iracheni?] cadono come sassi, precipitando tutti noi in una altalena angosciosa. Vogliamo credere, fin qui [sono le primissime ore del pomeriggio di giovedì], che si tratti di "sciacalli", come scrive sulla Repubblica Giuseppe D'Avanzo, che ogni giorno tenta di dare un senso a segnali, mezze parole e indizi. Da quel lato, oltre alle parole degli ulema sunniti, alle impressioni di chi l'Iraq ha conosciuto [prima di tutto i compagni delle Simone, chiusi nella sede di Un ponte per da settimane], alle opinioni di osservatori come i giornalisti di Al Jazeera, le dichiarazioni di responsabili del "governo provvisorio" [un ufficiale della polizia avrebbe detto che "entro il pomeriggio sapremo di più"], possiamo aggrapparci a ben poco. Si aspetta, più che altro, contando che chi ha una responsabilità istituzionale - ed è stata la richiesta di Un ponte per fin dal primo giorno - faccia il suo dovere, tanto più che ha scelto di partecipare all'occupazione dell'Ioraq e, dunque, si presume che ne debba sapere qualcosa.
È invece da questo lato, le nostre città e le nostre istituzioni, che possiamo fare molto. Prima di tutto dicendoci che c'è ancora tempo, che la vicenda del sequestro più "anomalo" è destinata a durare a lungo. Non sappiamo se è così e se saremo smentiti tra cinque minuti, ma crederlo aiuta a fare.
A fare che cosa? Tralasciamo le polemiche idiote sulla consistenza e sulla "combattività" delle manifestazioni, Non aiuta. Sta di fatto che centinaia di migliaia di persone in modo attivo e nelle forme più diverse, anche minime ma, nel loro ambiente, utili, e milioni di persone in modo passivo, informandosi e discutendone, stanno partecipando della preoccupazione, e del tentativo di dare un senso a questo avvenimento. Chiunque possa fare qualcosa in più di quel che ha fatto, e chiunque possa fare qualcosa che finora non ha fatto, sappia che è così che si crea il clima che può davvero agevolare una soluzione positiva: mostrando che la nostra gente ama la pace e rifiuta la guerra, e l'occupazione dell'Iraq, e lo fa per un motivo molto più nobile di quel che gli attribuiscono i polemisti e i politici della destra, cioà la resa o l'essere "pilateschi". Al contrario, si vuole la pace per fare la pace, per dialogare con l'Islam e gli arabi, per aiutarli, per quanto possibile, a trovare la loro strada fuori dalla macelleria, dai bombardamenti e dai sequestri. Il ricatto non c'entra niente: il solo ricatto che subiamo è quello di chi vuole spingerci a scegliere tra la violenza e la violenza.
In secondo luogo, è solo questo clima che può spingere le istituzioni, rette non importa da quale maggioranza politica, a comportarsi come dovrebbero: da difensori dell'integrità e della vita dei cittadini. Noi non possiamo sapere, oggi, se il governo e le sue appendici stiano lavorando, se lo stiano facendo bene e che cosa stiano ottenendo. L'impressione che forniscono, a parte una certa discrezione [rotta purtroppo dai comizi fascisteggianti del vicepresidente Fini], è che ministri, diplomazia e servizi segreti siano in balia degli eventi. Prima le "informazioni utili" di Frattini, poi "il canale" annunciato dai servizi segreti [ma non dovrebbero essere, appunto, segreti, specie in una situazione come questa?], ottimismo sparso con parsimonia ma con costanza: tutto questo non è affatto tranquillizzante, c'è da pensare che il governo italiano, proprio perché ha voluto essere parte dell'occupazione, non possa più dialogare e muoversi nell'Iraq in guerra.
Speriamo sia solo un'impressione. Ma una cosa la potrebbe fare subito, il governo, senza costo alcuno dal punto di vista politico e del rapporto subalterno nei confronti degli Usa: chiedere la sospensione dei bombardamenti su Falluja, per ragioni umanitarie che chiunque comprende, considerata la contabilità mortale di ogni giorno: numero dei bambini, delle donne, dei civili uccisi in nome della caccia ai "terroristi". Lo dovrebbe fare comunque, un governo assennato, lo può fare tanto più ora. Bush e i suoi generali non daranno retta, ma almeno Berlusconi avrà dimostrato un briciolo di umanità e un pizzico di indipendenza carta.org
Domanda
Dato che è il mio blog esporrò qui una mia folle teoria, che mi ronza nella capa da alcuni giorni.
Il titolo è: stiamo ammazzandoci per 5 (five, cinque) dollari.
Questa è la differenza che stimo passi tra:
un barile di petrolio irakeno comprato dagli americani sul mercato internazionale agli irakeni o agli europei (limite superiore)
e
un barile di petrolio estratto direttamente dagli americani in Irak con guardie armate, eserciti, lettere di condoglianze alle famiglie, pensioni militari di invalidità permanente e quant'altro da pagare;
Facciamo due conti, dalle parti Eni di S.Donato sanno farli , ed è più o meno così.
Sull'altro piatto della bilancia metto quanto segue:
5-6 milioni di giovani americani che fanno software open source, che non comprano fucili a pompa, ma che riga di codice dopo riga di codice terrorizzano lo stesso la Microsoft e compagnia;
1 milione di blogger che mattina e sera parlano con la propria zucca in rete;
50 milioni di americani che si scambiano musica e contenuti culturali vari.
Voi quale politica e quale trend seguireste? Quali sono le vostre valutazioni di costi e benefici?
Un presidente Usa che dichiarasse: "il nostro primo obbiettivo è creare una nuova civiltà americana aperta, il terrorismo è una zanzara secondaria che faremo morire per eutanasia" vi parrebbe un pazzo?
Non so: a me a volte viene questa folle teoria. Sono io il matto?
caravita.biz
CHI PRENDERA' I NOSTRI CERVELLI? - di Giulietto Chiesa
Dicono che la vera, grande battaglia è tra televisione e computer. Forse. Sarà la prima o il secondo a regnare sulle famiglie del mondo o su quello che resterà di loro? E si capisce da subito che, in ogni caso, da questa battaglia dipenderà molto del nostro futuro, perfino per le sorti della democrazia in tutte le società moderne. So bene che molti fanno fatica a cogliere il nesso tra questi apparecchi, tutto sommato ben noti, e le grandi questioni dell'umanità. E poi chi ha deciso che la televisione è più o meno democratica del computer?
In realtà dietro le due macchine ci sono i destini dello sviluppo economico mondiale, o del suo contrario, e quello dei giganti industriali e tecnologici che in realtà si combattono tra loro per il dominio del mercato. Ma dominio del mercato - di questo mercato che produce in gran parte beni superflui - significa dominio sulle menti di milioni, miliardi di individui, sul loro tempo libero, sui loro modi di consumo, di divertimento, sui loro affetti, desideri, curiosità, dolori e gioie.
Ci fu venticinque anni orsono, un'analoga, allora epica, battaglia, che vide sul ring planetario i due formati delle videocassette: da un lato il Betamax, dall'altro il VHS. Il Betamax ce lo siamo dimenticato tutti perchè vinse il VHS e i produttori di hardware che avevano scelto Betamax furono sconfitti e dovettero piegarsi. O arrendersi, o perire. E le nostre serate furono da quel momento segnate da quell'esito. Adesso il campo di battaglia è di gran lunga più decisivo. Per la vita e per la morte.
Alcuni giganti di allora ancora esistono, ma sono diventati ancora più immensi, altri sono defunti, altri sono stati ingoiati e hanno cambiato nome. Ci saranno caduti e feriti in questa competizione tra tecnologie DVD. Da un lato il Blu-Ray, cavalcato da Sony e da una coorte di alleati. Dall'altro HD-DVD, montato da Toshiba e NEC. Nelle ultime settimane si è già assistito al primo affondo, quando Sony si è comprato, tutto intero, Metro-Goldwyn-Mayer.
Il che equivale a dire che Sony si è assicurata il sostegno di mezza Hollywood. Sugli spalti tutti stanno a guardare da che parte penderà la bilancia, ben consapevoli che il movimento coinvolgerà tutti. Panasonic, Samsung e Sharp, tutti "televisivi", come Sony, vogliono essere certi che sia la tv a tenere banco.
Ma si sono già assicurati l'alleanza di Dell e Hewlett-Packard, che producono computers. Toshiba e NEC hanno risposto con una bordata da far tremare i polsi: l'alleanza con Microsoft. Bill Gates ha fatto sapere, lo scorso luglio, che la prossima versione di Windows sarà compatibile con il formato HD-DVD.
Il che equivale a orientare il 90% del mercato. Dunque non è ancora affatto detto chi è il più forte. Toshiba e NEC considerano la tv semplicemente come un display, come un monitor, che sarà guidato da un computer e che potrà accedere sempre a Internet. Il loro HD-DVD prevede che i DVD si vedranno indifferentemente su Tv e computers, ma saranno comunque guidati da un computer: insomma loro saranno i dominanti. La quantità è potenza.
La nuova generazione di DVD sarà in grado di contenere sei volte la quantità di dati che può stare su un DVD attuale. Bisognerà riempirli di contenuti di ogni genere, in primo luogo d'intrattenimento, giochi, e tutto ciò che deve servire per distrarre il grande pubblico dai disastri prossimi venturi che si affacciano da ogni parte.
Anche terrorizzandolo, questo grande pubblico, mostrandogli, nel modo più opportuno, alcuni di questi disastri. Naturalmente fuori dal contesto, in modo che non possa capire. Ma è già di nuovo evidente che la "conquista dei cuori e delle menti" sarà il risultato di questa grande lotta. I tredici alleati che hanno fatto squadra dietro la bandiera di Blu-Ray e il gruppo Microsoft-Toshiba-NEC, che sventola HD-DVD, sono già da tempo i veri padroni del pianeta.
Le decisioni che si prendono nei loro palazzi sono più decisive, per dimensione e peso strategico, di quelle che prendono i più importanti governi del mondo, esclusi quattro o cinque, che a loro volta sono pesantemente influenzati dal superclan che costruisce le sue strategie. Sfortunatamente sono pochissimi quelli che sanno, e capiscono. Agli altri, ai miliardi di spettatori e fruitori di Internet, è riservato il compito di inserire il nuovo DVD del futuro nella fessura di una macchina.
tratto da Kompania
BUSH: SE DOVESSIMO FALLIRE IN IRAQ SAREBBE L'INIZIO DI UNA LUNGA GUERRA
''Credo che se dovessimo fallire in Iraq, sarebbe l'inizio di una lunga battaglia''. A dichiararlo e' il presidente statunitense George W. Bush, nel corso di una conferenza stampa congiunta con il primo ministro ad interim iracheno Iyad Allawi alla Casa Bianca. ''Se dovessimo smettere di combattere i terroristi in Iraq - ha proseguito il presidente - questi sarebbero liberi di progettare attacchi in ogni luogo, in America ed in altre nazioni libere. Ritirarsi ora sarebbe tradire la nostra missione, la parola data ed i nostri partner''.
''Non stiamo abbandonando la popolazione irachena. E' nel nostro interesse vincere questa battaglia nella guerra contro il terrore'', ha detto ancora Bush, dicendosi ''disgustato'' dagli attacchi kamikaze, dalle decapitazioni e dagli altri metodi utilizzati dagli insorti per ostacolare il cammino dell'Iraq verso il progresso. Il presidente ha poi voluto sottolineare come, ''potrebbe esserci in Iraq un'escalation di violenza in vista delle elezioni di gennaio... Gli iracheni e non i terroristi determineranno il futuro del Paese''.
Allawi, nel suo intervento davanti al Congresso americano, ha ribadito che ''le elezioni saranno celebrate in Iraq nei tempi previsti, a gennaio, perche' la popolazione irachena vuole che sia cosi'''. ''Sappiamo gia' -ha aggiunto- che i terroristi ed elementi del deposto regime faranno quanto in loro potere per sabotare il voto''. Il primo ministro ha poi ringraziato gli Stati Uniti ed i Paesi della coalizione per aver liberato l'Iraq e per aver chiesto alla comunita' internazionale di continuare a contribuire al futuro del Paese.
''Stiamo facendo bene in Iraq'', ha affermato Allawi, sottolineando come la cattura di Saddam Hussein abbia reso gli Stati Uniti ed il mondo piu' sicuri ed i passi in avanti fatti dal governo nella creazione di una forza militare propria dell'Iraq.
megachip.info
"Caro Mr. Bush,"
di Michael Moore
"Sono assai confuso. Non so bene quale sia la sua la sua posizione sull'Iraq e quello che volete sia Lei che il suo papà e tutto il branco: Condi, Rummy, Colin e Lupetto avete cambiato idee tante di quelle volte che non riesco più a starvi dietro, perciò riepiloghiamo: 1983-88: SADDAM E' L'UOMO CHE AMIAMO. Il 19 dicembre 1983, il suo papà e il signor Reagan mandarono Donald Rummsfeld a fare una visita di cortesia a Saddam Hussein, dittatore dell'Iraq. Rummy è venuto così bene nelle foto. E 12 giorni dopo, Saddam ha fatto fuori i Curdi con il gas. George Senior e Rummy erano tanto felici. Tanto che Rummy ha fatto subito ritorno in Iraq ed è andato a stringere la mano a Saddam e a Tariq Aziz. E il Pentagono ha fatto avere a Saddam miliardi di dollari di armi e agenti chimici. Lo scrisse anche il Washington Post che il Suo papà e Reagan erano i migliori alleati degli arabi e volevano che l'Iraq vincesse tutte le guerre e chiunque aiutava Saddam era loro amico..."
"1990: IN MALORA, SADDAM. Nel 1990, quando Saddam invase il Kuwait, il Suo papà con il segretario alla difesa Dick Cheney decisero che non volevano più avere a che fare con Saddam e attaccarono l'Iraq per poi restituire il Kuwait ai legittimi dittatori".
"1991: VOGLIAMO CHE SADDAM VIVA AD OGNI COSTO. Passata la guerra, il Suo papà e Colin Powell dissero agli Sciiti di ribellarsi contro Saddam e loro li avrebbero spalleggiati. E quelli si rivoltarono. Solo per rimanere di sasso quando appresero che Bush Sr. aveva cambiato idea. Gli Sciiti si ribellarono un'altra volta, certi che comunque l'America li avrebbe protetti. Sbagliarono tragicamente. E Saddam mise in scena un massacro".
"1998: VOGLIAMO SADDAM MORTO. Il Project for a New American Century ruppe le scatole a Clinton con una lettera, firmata da Rummy, Wolfie ed altri, chiedendo al presidente di andare subito in Iraq a prendere Saddam".
"2000: LA GUERRA E LA RICOSTRUZIONE SONO BRUTTE. Partecipando con Al Gore ad un dibattito televisivo, Lei disse al moderatore Jim Leher di essere un pacifista: "Io---io non prendo le cose con l'uso della forza. E' contrario al mio stile. L'America non può sempre fare quello che vuole e saremo molto cauti. Al Gore forse crede alla forza ma io no. Io---io non ho intenzione di ricorrere alle truppe. Il ruolo dell'esercito è la prevenzione in modo che non scoppino guerre. La mia---la mia responsabilità è qualcosa che considero molto serio." (Nel mese di Ottobre, giorno 3 del 2000).
"2001 (inizio dell'anno): ORMAI SAPPIAMO CHE SADDAM NON E' UNA MINACCIA. Nel 2001, Lei mandò il suo Segretario di Stato,Colin Powell, ed il Suo Consigliere Nazionale per la Sicurezza, davanti alle telecamere per assicurare agli americani che Saddam non La preoccupava. Ecco quanto dissero: Powell: “Dobbiamo rinnovare le nostre politiche, scegliendo bene le sanzioni. Lo scopo è più importante di quanto fosse dieci anni fa. Tutti sanno che le sanzioni funzionano. Saddam non ha nessuna vera capacità e non ha armi di distruzione di massa"- 24 febbraio, 2001 - Rice: "Saddam non controlla più il paese e possiamo prendergli le armi quando vogliamo". 29 luglio 2001.
"2001: (verso la fine): SADDAM E' DECISO AD UCCIDERCI!e, a poco tempo dopo il 9/11, Lei aveva già dimenticato Bin Laden. Le faceva più comodo bombardare l'Iraq e per questo iniziò a dichiarare che Saddam aveva tonnellate di armi di distruzione di massa. Ha convinto gli americani che Saddam e Osama fossero un'associazione a delinquere. Lei non ha neppure atteso di sapere cosa ne pensasse l'ONU ed ha stracciato le leggi internazionali per invadere l'Iraq".
"2003: IL PERICOLO CHE SADDAM CI UCCIDA E' MINIMO. Le armi di distruzione di massa non erano state trovate e Lei si è inventato la liberazione dell'Iraq per giustificare l'intervento armato".
"2003: MISSIONE COMPIUTA!. Già, Lei è arrivato nel costume da aviatore per dircelo, nientemeno!".
"2004: OOPS. NO, LA MISSIONE NON E' AFFATTO COMPIUTA, PERDONATECI!. Qui, Lei ha iniziato a parlate di "successo stratosferico" in Iraq. Lo ha ripetuto un sacco di volte. Solo che non si è accorto che sono morti più di mille soldati e che l'Iraq è distrutto e la gente sull'orlo della catastrofe, e Lei non si ricorda nemmeno che siete andati a fare laggiù. Signor, Bush: ci faccia un piacere: ci avverta la prossima volta che cambia idea. Lo so, lo so: le parole "mazzata" e "bastonata" non le vanno perciò ne dirò solo una: "mazzata".
"Lei ha preso una solenne, assoluta mazzata. Se preferisce, una bella batosta. I suoi consiglieri gliene hanno date un sacco e una sporta. Per non parlare dell'intelligence: è uno scarto di magazzino quello che Le hanno rifilato. Ha fatto fare flop anche al paese. Grulli. Ve le hanno suonate. Avete rimediato solo calci in culo. Lei oggi critica Kerry per la poca stabilità in materia di Iraq. Ma, per quanto mi riguarda, Kerry ha fatto solo uno sbaglio: quello di dare retta a Lei. Per il resto, non so. L'ossessione per le armi di distruzione di massa era Sua. Purtroppo, Le hanno creduto in tanti".
"Tutti quelli che ritengono che bisogni credere al Presidente del proprio paese. Kerry ha ritenuto opportuno crederLe. L'ha sostenuta. Solo per farsi buggerare da Lei. E' per questo che un sacco di gente non vede l'ora di andare a votare: per far uscire il cane bastonato dalla Casa Bianca".
"Sì, proprio non vediamo l'ora".
Il suo affezionato,
Michael Moore
(traduzione per Reporter Associati di Bianca Cerri)
redazione@reporterassociati.org
La mezzaluna rosa
storie e reportage, ISLAM: Le donne e l’Islam. Un rapporto intenso e conflittuale, ma molto più ricco e complesso di quello che lasciano credere i media occidentali
2004 - “Non è cattivo, è la sua natura. Non penso di poter impedire questo comportamento ricorrendo alla magistratura. L’unica cosa che chiedo è che mi picchi solo una volta la settimana”. Questo il contenuto della deposizione che Mariam J., una donna iraniana di Teheran, ha rilasciato agli esterrefatti giudici di una corte locale. La sua storia è riportata dal quotidiano iraniano Aftab ed è stata ripresa dalle agenzie stampa di tutto il mondo.
La donna ha fatto causa al marito, ma non per ottenere il divorzio o per l’arresto del coniuge violento, bensì perché il tribunale dia cadenza settimanale alle percosse subite. Il marito, al momento della sua deposizione, ha dichiarato che “una volta ogni tanto questo trattamento è necessario, perché una donna deve avere sempre paura del marito per ubbidirgli”. Per la cronaca il tribunale di Teheran ha fatto firmare al marito di Mariam un impegno ufficiale a non picchiare più la moglie.
Le donne e il mondo islamico, un rapporto intenso e difficile. Nella cultura islamica, la donna ha un ruolo assolutamente fondamentale. A lei viene lasciato il compito della cura dei figli e della casa, dell’educazione dei ragazzi e della loro formazione alla fede, almeno nei primi anni di vita. Secondo criteri occidentali, questo corrisponde a un ruolo marginale e coatto. Non sempre è così. Problema diverso è quando vengono violati diritti fondamentali di ogni essere umano. La contraddizione tra rispetto e sottomissione della donna che caratterizza il mondo dell’Islam è fatto di storie come quella di Mariam J., ma anche di storie di donne di grande coraggio e qualità.
Per restare in Iran, come non parlare di Azar Nafisi? Il suo primo libro, ‘Leggere Lolita a Teheran’, è un caso editoriale in tutto il mondo. La scrittrice insegnava letteratura inglese all’università di Teheran dove, dopo la rivoluzione khomeinista, diventava ogni giorno più duro parlare della cultura di quell’Occidente simbolo di tutti i mali. Nel 1995 Azar si arrende e si ritira, ma non smette di credere nella forza delle pagine scritte da grandi autori stranieri. Come non smettono di crederci sette delle sue studentesse. Da quel momento, ogni giovedì mattina, le ragazze vanno a trovare Azar Nafisi a casa sua. Per leggere assieme, per parlare di letteratura, confrontarsi e arricchirsi.
Un gruppo di lettura clandestina insomma, come i protagonisti dell’Attimo fuggente, film di culto di qualche anno fa. Nel 1997 il loro segreto viene scoperto e, per il bene suo e delle ragazze, Azar interrompe le sue letture e accetta una cattedra di letteratura inglese all’università John Hopkins negli Stati Uniti. Della sua storia ha fatto un libro, che ha appassionato milioni di lettori. “Non credo al cambiamento imposto con la forza”, ha dichiarato recentemente Azar Nafisi, “credo al mito di Shahrazàd, la protagonista delle Mille e una notte che ha cambiato il sovrano malvagio con la forza del racconto, della pazienza, dell’intelligenza. La donna ha capito che non è la violenza a cambiare il mondo, ma la cultura”.
Anche Houda Saleh Medhi Amache e Rihab Rashid Taha sono due donne islamiche. Sono nate e cresciute in Iraq. I loro nomi ai più non diranno molto, perché sono molto più conosciute con i loro nomi di battaglia: dottoressa Antrace e dottoressa Germe. Houda e Rihab erano due tra i personaggi più temuti in Iraq, due ascoltate consigliere di Saddam Hussein. Le uniche donne che hanno meritato un posto nel mazzo di carte fatto stampare dalle forze della Coalizione con i volti dei gerarchi ricercati del regime saddamita.
“Le due donne sono in custodia legale e fisica della forza multinazionale”, ha commentato ieri un portavoce del Pentagono interrogato sulle voci di un imminente rilascio delle due. “Nessuna delle due sarà rilasciata a breve termine”. Houda e Rihab hanno studiato chimica e biologia, risultando tra le menti più brillanti del loro paese, ma hanno deciso di mettere la propria competenza al servizio dei piani di Saddam. Certo le famose armi di distruzione di massa non sono mai state trovate, ma questo non ha messo in dubbio la triste fama di queste due donne, che nel mondo islamico si sono fatte rispettare, anche se in maniera discutibile.
Arwa Shanti-Boxall vive negli Emirati Arabi Uniti. Arwa è la proprietaria del negozio ‘Petzone’, a Dubai. Il suo negozio di animali è uno dei più conosciuti del Paese ed è stato aperto grazie ai finanziamenti che il governo degli Emirati ha stanziato per l’imprenditorialità femminile. Di suo, Arwa ha colmato con le sue capacità il fossato che esiste nel suo Paese tra il ricevere un incentivo economico e la considerazione sociale di una donna che lavora. Lei lo ha fatto con eccellenti risultati e il suo esempio è stato seguito da molte altre donne di uno dei Paesi più ricchi del mondo.
Come Rula Hannoun, che lavora in banca ricoprendo un ruolo di responsabilità. “A volte incontro uomini che hanno difficoltà a relazionarsi e a fare affari con me”, ha raccontato Rula alla Bbc in una recente intervista, “ma alla fine si pensa solo a lavorare. Le cose sono profondamente cambiate a Dubai, soprattutto negli ultimi dieci anni. Sono sempre di più le donne che si vedono nei posti di lavoro e sempre meno gli uomini che perdono tempo a rompere le scatole”.
L’esempio viene da una cooperativa di donne sole che, per mantenersi in una società dove se non sei una moglie, una figlia o una sorella di qualcuno praticamente non esisti, ha deciso di guadagnarsi la vita con i propri mezzi. Allora è nata una delle principali fabbriche per la produzione di un simbolo dell’Islam, guardato con sospetto in Occidente quanto amato dalle donne islamiche: il velo. Ne producono di tutti i tipi e di tutti i colori, per non rinunciare ad essere belle nel rispetto della propria cultura.
Gli Emirati Arabi Uniti confinano con l’Arabia Saudita, un Paese dove la condizione femminile è molto differente. Alle donne è proibito anche guidare, figurarsi intraprendere un’attività da sole. Questo non sembra preoccupare Nadia Bakhurji. Un mese fa il governo saudita ha indetto per febbraio del 2005 le prime consultazioni elettorali della storia del Paese. Nadia, un architetto di 37 anni, ha deciso che se il momento è storico va vissuto fino in fondo. E si è candidata.
“Spero che tante donne non ritengano assurdo il mio gesto”, ha dichiarato Nadia in un’intervista, “sono una donna e sono una patriota. Voglio servire la mia comunità e il mio Paese”. L’Arabia Saudita vive il periodo più difficile della sua storia. La monarchia degli Saud è schiacciata tra le derive fondamentaliste dell’Islam e la richiesta di riforme che proviene dalla società civile. Il terrorismo ha causato centinaia di vittime in diversi attentati negli ultimi anni, eppure Nadia ha voglia di lottare per aiutare l’Arabia Saudita a cambiare.
“A volte ho paura, ma voglio provare. Non tornerò indietro”, ha concluso Nadia. Per avere la percezione del coraggio di questa donna, basti pensare che non è stato ancora chiarito dal governo di Riad se le donne saranno chiamate a votare. Esiste però un movimento di cui fa parte Nadia assieme a tante altre donne che ha deciso di battersi per ottenere il diritto di voto e per partecipare sempre più alla vita pubblica.
Christian Elia
www.peacereporter.net
Perchè gli americani sostengono la guerra
di James Carrol da Boston Globe
La guerra politica di George Bush - "guerra preventiva", unilateralismo, disprezzo per Ginevra - rompe con la tradizione, ma non c'è nulla di nuovo circa il rifiuto della popolazione americana di far fronte a ciò che avvenendo in nostro nome. Questa è una triste, vecchia storia. Ci lascia incapaci di affrontare una guerra inutile e illegale. La guerra di Bush in Iraq, infatti, è solo l'ultimo anello di una catena di atti irresponsabili di un governo belligerante.
La guerra in Iraq passa "dal peggio al catastrofico". Centinaia di iracheni sono stati uccisi la scorsa settimana, come lo sono stati due dozzine di soldati americani. Le elezioni pianificate per gennaio porteranno più alla guerra civile che alla democrazia. Sequestrare è diventata un'arma del terrore sul territorio, per combattere il terrore dagli attacchi aerei americani. Un "dietro-front" dell'offensiva minaccia di intensificare in maniera incommensurabile la violenza. Il segretario generale dell'Onu ha dichirato che la guerra americana è illegale.
Negli Stati Uniti, un elettorato a disagio prende le distanze da tutto questo. I pronostici mostrano che la maggior parte degli americani conservano la loro fiducia della gestione della guerra dell'amministrazione Bush, mentre altri accolgono i resoconti dei disastri più con rassegnazione che con veemente opposizione. Di fronte al crescente orrore del mondo, gli Stati Uniti stanno inesorabilmente provocando, senza ragioni, la sistematica distruzione di piccoli, indifesi, paesi . Perchè questo non ha influito sulla coscienza del paese?
La risposta va, al di là di Bush, a sessant'anni di storia di una casuale prontezza nel distruggere la terra, un'eredita con cui noi americani dobbiamo ancora fare i conti. Il terrore puntivo dei bombardamenti che ha segnato la fine della seconda guerra mondiale ci ha toccato malapena. In seguito abbiamo accettato passivamente l'adozione folle del nostro governo delle armi termonucleari. Mentre demonizzavamo il nostro nemico sovietico, abbiamo a stento notato che quasi tutte le maggiori impennate della guerra nella corsa agli armamenti hanno avuto inizio dalla nostra sponda (dell'oceano) - una gara che continuerebbe a corrersi se Mikail Gorbaciov non l'avesse interrotta.
Nel 1968 abbiamo eletto Richard Nixon perchè terminasse la guerra in Vietnam, poi ci siamo allegramente adeguati quando l'ha fatta proseguire per anni. Quando Ronald Reagan fece un tiro mancino per eliminare Mosca, abbiamo radunato un milione di persone per chiedere un "blocco" nucleare, ma poi abbiamo accettato la promessa di "riduzione" e non abbiamo fatto nulla quando la promessa è stata disattesa.
Non pensavano fosse strano che l'immediata risposta degli americani alla caduta non violenta del muro di Berlino fosse l'invasione di Panama. Abbiamo acriticamente commemorato la prima guerra del golfo nonostante la dimostrazione sfrenata del potere americano condusse, in Iran e Corea del Nord, a raddoppiare gli sforzi per costruire un'arma nucleare, mentre provocava la Jihad di Osama bin Laden. L'amministrazione Clinton ha sostenuto la permanenza delle armi nucleari americane come una "barriera" contro paure innominate, e l'abbiamo accettato. Abbiamo scrollato le spalle quando il senato americano si è rifiutato di ratificare il Comprehensive Test Ban Treaty (Trattato che vieta i test nucleari, ndr). Abbiamo accettato l'espansione della Nato, l'abrogazione del Trattato ABM (Trattato dei missili antibalistici, ndr), l'adozione dei Missili di Difesa Nazionale - tutte misure che inevitabilmente spingono altre nazioni verso un'escalation difensiva.
La guerra politica di George Bush - "guerra preventiva", unilateralismo, disprezzo per Ginevra - rompe con la tradizione, ma non c'è nulla di nuovo circa il rifiuto della popolazione americana di far fronte a ciò che avvenendo in nostro nome. Questa è una triste, vecchia storia. Ci lascia incapaci di affrontare una guerra inutile e illegale. La guerra di Bush in Iraq, infatti, è solo l'ultimo anello di una catena di atti irresponsabili di un governo belligerante, che torna indietro ai bombardamenti su Tokyo. A confronto, il fuoco dei nostri bombardieri, questa settimana, contro le città irachene è qualcosa di positivo. E' perchè non abbiamo reagito?
Qualcosa di profondamente vergognoso ci tiene nella sua morsa. Noi nutriamo accuratamente uno spirito di indifferenza verso le guerre di cui paghiamo il prezzo. Ma questo significa che ci mascheriamo in una fredda indifferenza di fronte all'inutile sofferenza degli altri - anche quando la causiamo. Non guardiamo a nulla in questa direzione perchè la colpa violerebbe la percezione di noi stessi come persone corrette. Non capendo il dolore, come possimo infliggerlo ad altri?
In questa stagione politica, il grave tema degli americani responsabili di morte è di poco al di sotto della superficie, ma non abbastanza nascosto - e rende le elezioni una questione di straordinaria importanza. George Bush è orgoglioso della vergognosa storia che ha paralizzato la coscienza nazionale sulla questione della guerra. Non l'ha riconosciuta per quello che è: una tragedia americana. La vera tragedia americana. John Kerry, al contrario, è in sintonia con l'etica complessità narrativa di questa guerra. Lo vediamo rispecchiato nella "complessità" non solo delle sue risposte, ma del suo carattere. Il problema di Kerry, così lontanamente irrisolto, è come dirci ciò che non può farci sapere su noi stessi. Come dirci la verità sul nostro grande sperperio morale. La verità su quello che stiamo facendo in Iraq.
L'ultimo libro di James Carrol è "Crusade: Chronicles of an Unjust War" (Crociata: cronache di una guerra ingiusta)
© Copyright 2004 Globe Newspaper Company
http://www.commondreams.org/views04/0921-01.htm
Tradotto da Nuovi Mondi Media
La salvezza di mio fratello sabotata dagli Usa»
di Marina Mastroluca
«Noi non negoziamo con i terroristi». Il disperato appello a Blair lanciato da Kenneth Bigley, l’ingegnere britannico da una settimana prigioniero del gruppo Tawid wal Jihad di Al Zarqawi, non aveva molte chance di essere accolto. «Sono addolorato nel dire che tutto questo non può cambiare la posizione del governo britannico», annuncia un imbarazzato Jack Straw, con la consapevolezza che le sue parole liquidano le ultime briciole di speranza. Il ministro degli esteri britannico è il primo a riconoscerlo, è inutile farsi troppe illusioni: trattare, dice, metterebbe a rischio in futuro la vita di altre persone. Blair lo conferma al telefono alla famiglia di Bigley.
Ma è per la vita di questa persona, ora, che si affannano i familiari dell’ostaggio lanciando appelli in tutte le direzioni: ai sequestratori, al governo, persino al primo ministro irlandese Ahern. «Per piacere aiutate mio figlio», supplica la madre ottantaseienne, chiedendo «pietà» ai terroristi. Paul Bigley, fratello dell’ingegnere sequestrato accusa gli Stati Uniti di aver «sabotato» l’unica possibilità di salvare Ken, rifiutando il rilascio di prigionieri iracheni e spegnendo così il «barlume di luce nel tunnel lungo, oscuro, soffocante».
L’appello di Bigley, 11 minuti di pura disperazione e di suppliche rivolte al primo ministro, come alla «sola persona sulla Terra» in grado di aiutarlo, ha scosso la Gran Bretagna e ha messo Tony Blair di fronte ad una prova durissima, sicuramente non indolore anche sul piano politico, ma non poteva alterare la linea di condotta del governo. Nessuna trattativa, è concorde anche la stampa britannica, mentre da Baghdad un comunicato ufficiale conferma la decisione di non liberare una scienziata irachena detenuta dalle forze americane, un gesto che avrebbe potuto aprire uno spiraglio verso una soluzione positiva per Bigley. È stata una scelta del primo ministro Allawi, viene sottolineato, non bastano le sue parole a cancellare le perplessità suscitate solo 24 ore prima dal succedersi di annunci contraddittori: la disponibilità del governo a concedere la libertà a Rihab Taha, la cosiddetta «Dottoressa Germe» che avrebbe lavorato alle armi sporche di Saddam, è stata bruscamente smentita dalle autorità americane. Allawi di fronte al muro del rifiuto non ha potuto far altro che allinearsi.
Una decisione che fa infuriare la famiglia dell’ostaggio. «Un magistrato ha preso una decisione legale di rilasciare tre persone, una donna e due uomini. Il ministro iracheno della Giustizia l’ha approvata - ha detto Paul Bigley, che ha sostenuto di aver cercato individualmente dei contatti in Medio Oriente -. Questo era un piccolo spiraglio ed è stato sabotato. C’è un governo fantoccio in Iraq oppure sono gli americani che cambiano le regole del gioco perché così gli fa comodo? Che succede? Lasciate gestire agli iracheni i loro affari». Un’accusa al governo americano che finisce per centrare in pieno anche l’esecutivo di Londra, che si trova davanti un’opinione pubblica ormai apertamente schierata contro la guerra in Iraq: una guerra che sono altri a gestire ripartendo le spese sui paesi alleati.
«Per favore, per favore, per favore, non voglio morire, non lo merito», aveva pregato Ken Bigley, sapendo già che i due ostaggi americani catturati insieme a lui erano stati uccisi allo scadere dell’ultimatum che esigeva la liberazione delle irachene detenute. «Siate clementi come sappiamo che potete essere», è la preghiera che il figlio Craig e i fratelli dell’ostaggio hanno fatto ai sequestratori, esprimendo riconoscenza per aver concesso all’ostaggio la possibilità di lanciare il suo appello. «Avete dimostrato di essere impegnati e decisi. Lasciate tornare Ken da sua moglie e dalla sua famiglia», ripetono disperati i familiari, pregando di far sapere a Ken tutto il loro amore. Da Bangkok, dove vive, Sombat la moglie tailandese dell’ingegnere rapito implora pietà con un sorriso mite. «Voglio disperatamente essere riunita a mio marito. È un uomo normale, grande lavoratore che voleva aiutare la gente irachena». Come se le qualità di un uomo normale potessero essere un salvacondotto nel caos iracheno. Ieri altri due civili sono stati rapiti in Iraq, erano camionisti che lavoravano in una base Usa a Balad.
unita.it
La corte dei miracoli
Solimano
Però, signore e signori, bisogna dirla tutta.
Occorrerebbe che ci guardassimo ogni tanto in casa, fra i cosiddetti ulivisti.
Scrissi un piccolo brano satirico redatto in puro politichese, e lo costruii assemblando frasi sciolte che avevo sentito in una riunione. Lo feci leggere ad uno dei relatori – un laureato, signore, un laureato! – lo lesse con attenzione e mi disse “Ti ringrazio per avermi citato nel tuo riassunto”. Era raggiante di riconoscenza.
In un brain storming, un giro di tavolo, quelle cose lì, ci fu uno che asserì con voce di verità che quell'anno si era iscritto ai DS, alla Margherita ed ai Verdi per combattere equamente la partitocrazia imperante. La reazione fu: si vede che hai dei soldi che ti crescono. Ridevo fra i singhiozzi.
Invitai a casa mia uno che aveva l'aria seria per spiegargli Suez, i Santi e le Madonne. Alla fine della mia concione di fronte al PC, tirò fuori un volantino che si era preparato con le sue mani sul suo PC, scritto fronte-retro, ne aveva fatto sei copie e la sera aveva intenzione di depositarlo nella cassetta della posta dei suoi sei condomini. Il volantino gli era costato tre pomeriggi di lavoro.
Ci sono quelli che sono ulivisti per vendicarsi. Qualcuno, nel partito a cui appartengono, gli ha usato un torto sette anni fa, prima o poi glielo faranno pagare.
Quelli che sono infiltrati, e che frenano qualsiasi iniziativa che possa in qualche modo dispiacere al segretario della sezione Palmiro Togliatti ubicata in via Antonio Gramsci. Riesci a sgamarli facendogli una strizzata d'occhio, allargano le braccia ed alzano gli occhi al cielo.
Quello che premette che ha delle cose importanti da dire, e che per un quarto d'ora ci spiega che Berlusconi è brutto sporco e cattivo. Alla fine del suo intervento è tutto contento e vorrebbe l'applauso.
Quello che crede di essere in carriera, e che quando viene Travaglio o viene Davigo non c'è, però quando c'è Salvati è in prima fila, poi parla per cinque minuti con la scusa di fare una domanda e Salvati, puro come un giglio, chiede: “Mi scusi, non ho capito la domanda”.
Quello dello Sdi che se la prende sempre col repubblicano storico, tendenza Sbarbati, quello dei Comunisti Italiani che volevamo pagargli un viaggio premio in Siberia durante la campagna elettorale, i due dipietristi, che uno fa il calmo e l'altro l'agitato.
Poi ci sono io, bastiancontrario. Però mi ascoltano. Se non mi ascoltano, fingono bene di farlo. Che gentili!
Signore e signori, le cose sgradevoli suscitano due tentazioni: ribellione o rassegnazione. L'unica è accettarle, prenderne atto, e farsi quattro conti. Finché il divertimento, il gusto, per dir meglio, supera il disagio si va. Nel momento che ci si secca o si diviene dei seccatori universali, aria, aria.
Stasera c'è un cielo spettacolare, tutto a pecorelle, macché, pecorone. La luna quasi piena è mezzo infrattata e le illumina stando dietro. E' stata una giornata di vento e il cielo è, malgrado le nubi, di una limpidità… oserei dire… selvatica, ecco!
ulivoselvatico.org
settembre 23 2004
Subito di nuovo fuori tutte le bandiere della pace
di red
«Torniamo a esporre le bandiere della pace e lenzuola bianche in segno di solidarietà alla famiglia e come messaggio di speranza». L'appello parte dai pacifisti che da giorni si trovano davanti a casa Torretta, dove hanno montato una "tenda della pace". La casa si trova nel quartiere di Cinecittà, alla periferia di Roma. Molte le persone che nella notte si sono strette alla famiglia. E nelle strade questa mattina si vedono tante serrande abbassate e finestre chiuse.Decapitate per Nassiriya e per le torture». Ma i Servizi non ci credono
di red
Decapitate in risposta «all'attacco sanguinoso e atroce» a Nassiriya e «agli atti di stupro» contro musulmani e musulmane in Iraq: con questa motivazione inizia un messaggio che annuncia l'uccisione di Simona Pari e Simona Torretta, firmato dal gruppo Ansar al Zawahri (Sostenitori di al Zawahri) e pubblicato in data di oggi sul sito internet http://www.alezah.com.
Palazzo Chigi invita alla cautela, anche davanti a questo nuovo messaggio apparso sul Web che annuncia un video con le prove dell'assassinio delle due Simone. La tensione comunque resta altissima. La Procura di Roma ha disposto già l’acquisizione di entrambe le rivendicazioni.
Ricostruiamo queste ultime drammatiche ore. Poco dopo la mezzanotte (ora italiana), un gruppo islamico ha annunciato su Internet l'assassinio di Simona Pari e Simona Torretta. Il messaggio è firmato dall’ Organizzazione Jihad, sigla leggermente diversa da quella utilizzata in un precedente messaggio, del 12 settembre, firmato Organizzazione Jihad Islamica. Il messaggio in rete sostiene che le due pacifiste volontarie italiane «sono state uccise perché il governo italiano non ha accolto la richiesta di ritirare le truppe dall'Iraq».
Scetticismo sull'attendibilità dell'annuncio. Nella notte palazzo Chigi ha chiamato la famiglia di Simona Toretta per dire: «La notizia è falsa». L'ambasciata italiana a Baghdad dice di non poter confermare o smentire niente, e lo stesso ribadisce l'ambascita americana. Dal governo, per ora, nessuna comunicazione ufficiale. Frattini segue la vicenda da New York. Subito allertato, il comitato di crisi della Farnesina ha fatto sapere che al «al momento non c’è alcun riscontro che confermi la notizia della morte dei due ostaggi italiani». Di qui l'invito alla massima cautela.
Un ponte per…, l'organizzazione delle due volontarie, esprime «grandi dubbi» sull'annuncio dell' uccisione di Simona Pari e Simona Torretta. In un messaggio intitolato «Una lunga notte», pubblicato sul sito della ong, si afferma: «Su un sito internet ad accesso pubblico è stata annunciata l' uccisione delle nostre sorelle e amiche Simona e Simona. Nessuna notizia di Raad e Manhaz. Stiamo cercando di verificarne l' attendibilità». Il sito, sottolinea Un ponte per, è stato usato in passato per messaggi risultati inattendibili. «Nel comunicato - aggiungono - si parla di una vendetta per il mancato ritiro delle truppe». «Il tutto - prosegue il messaggio - suscita (dolore e orrore a parte) grandi dubbi. Aspettiamo. La notte sarà lunga». Il messaggio si conclude con la preghiera di non telefonare alla sede dell' organizzazione, qualsiasi comunicazione sarà prontamente data sul sito. «Abbiamo bisogno - concludono - di tutte le nostre (e vostre) forze».
È stata una lunga notte anche per le famiglie delle due ragazze. All’inizio la disperazione per il primo annuncio, poi la speranza che non fosse vero. «Anche se la notizia pare non attendibile – afferma a notte fonda Annmaria Toretta, madre di Simona - è stata una mazzata. Dicono, però, che la rivendicazione è stata fatta sullo stesso sito internet che l' ultima volta aveva dato la falsa rivendicazione. Speriamo che sia anche questa volta falso». E Laura Torretta, la sorella, qualche ora dopo rivela: «Questa notte ci ha contattato il governo e ci ha detto che quella notizia era infondata». Una rassicurazione che si trasforma in un sospiro di sollievo. «Meno male che alla fine la notizia è risultata infondata, così come fin da primo momento, del resto, ci era apparsa. Speriamo in qualche novità nelle prossime ore». Chiede tranquillità, invece, il padre di Simona Pari: «Vogliamo essere lasciati in pace – dice alla folla che si è radunata sotto la sua casa di Rimini - Noi non sappiamo nulla. Se volete sapere qualcosa chiedete alla Farnesina».
Nel messaggio diffuso stanotte su internet si legge: «Annunciamo che il verdetto di Dio è stato eseguito per scannamento sulle due prigioniere italiane - dice l'annuncio di stanotte - dopo che il governo italiano capeggiato dal vile Berlusconi non ha dato ascolto alla nostra unica condizione, il ritiro dall'Iraq. Noi - prosegue l'annuncio, che reca la data del 22 settembre -ammoniamo il governo italiano che continueremo a colpire, e a colpire ogni straniero che risiede in Iraq».
Poi, quando in Italia è quasi mezzogiorno, il secondo messaggio sul Web. Stavolta la firma è del gruppo che fa capo a Ansar Al Zawahri. Il messaggio annuncia che fra poco sarà reso pubblico un video con le "prove" dell'assassinio delle sue Simone. Ma anche su questo messaggio, il governo si mostra scettico. Lo spiega Pierferdinando Casini. Che ha detto così: «Il sottosegretario Letta da me interpellato mi ha comunicato che le rivendicazioni sull'uccisione di Simona Torretta e Simona Pari diffuse da alcune agenzie vengono valutate con totale diffidenza sulla loro attendibilità».
Ma il presidente del comitato parlamentare di controllo dei servizi di sicurezza Enzo Bianco invita alla prudenza anche nel senso opposto. «Ci vuole molta prudenza – dice - i servizi di intelligence italiani hanno confermato, assumendosi una responsabilità, di ritenere del tutto inaffidabili queste notizie e non ho elementi per esprimere opinioni diverse». «Non ho elementi -ha ripetuto Bianco- per distanziarmi da queste valutazioni. Aggiungo che è necessaria la massima prudenza e la massima sobrietà. Sarà una vicenda lunga e complicata perché mi pare sia in atto una guerra mediatica, un tentativo di influenzare l'opinione pubblica e di giocare una partita sporca».
unita.it
assassinate le due Simone?
23 settembre 2004
Con grande cautela è stata accolta la notizia, comparsa pochi minuti fa su un sito internet, che le due volontarie italiane sarebbero state uccise. L'annuncio dell'esecuzione, rivendicata dal gruppo Organizzazione della Jihad, poco conosciuto, è adesso al vaglio degli esperti del governo, che sottolineano come il sito su cui la rivendicazione è comparsa non sia usato normalmente dai militanti delle organizzazioni estremiste islamiche. Non c'è al momento alcuna conferma indipendente della morte di Simona Pari e Simona Torretta, e non si fa menzione della sorte degli altri due ostaggi, gli iracheni Manhaz Bassam e Ra'ad Ali Abdulaziz. Speriamo che la rivendicazione, come i precedenti ultimatum, sia falsa.carta.org
Iraq, una sconfitta americana
di Bianca Cerri
Al Lorentz è un militare USA attualmente di stanza a Baghdad. Considera l'idealismo un sentimento superfluo: essendo uomo d'armi, tende soprattutto alla concretezza. D'altra parte, nei vent'anni di servizio prestati all'esercito, il suo carattere si è indurito. Lorentz è, almeno in apparenza, abbastanza obiettivo sulla responsabilità del suo paese in questo momento. Ed è sicuro che fra poco l'esercito americano tornerà a casa sconfitto. Anzi, la sconfitta è già praticamente avvenuta. "Ho la certezza che avremmo potuto vincere questa guerra completamente illegale", ha detto. "Anch'io ero convinto che fossimo qui per portare la democrazia a gente che non aveva mai avuto modo di conoscerla. Ma le cose non stavano affatto così."
I motivi per cui Lorentz considera ormai perduta la guerra per gli Stati Uniti non sono ideologici, soltanto logici.
"L'Iraq non è stata una guerra, ma una guerrilla, servita solo ad attirare l'odio sul nostro paese", spiega. "Ormai si continua ad ammazzare a caso, senza neppure un obiettivo preciso", aggiunge. In pratica, si riferisce alle tattiche strategiche usate dall'esercito degli Stati Uniti. Quando un esercito arriva a tirare a caso sulla popolazione, anzichè sconfiggere il nemico, aumenta la sua autorevolezza presso la popolazione locale spingendola a resistere.
"Ci siamo ritrovati a tirare bombe all'uranio di almeno 500 libbre, fatevi i conti", spiega Lorentz. "E con un sentimento molto diverso da quello dei politici". In effetti, a tutti i militari in partenza veniva spiegato che gli iracheni erano un popolo ignorante e violento, ma anche facile da sottomettere, che (letteralmente...) avrebbe coperto le truppe di petali di rosa. Dopo lo stupore iniziale, la popolazione ha iniziato a temere gli americani più dell'ex Rais.
La rottura tra esercito USA ed iracheni è insanabile. E Washington non vuole neppure che i militari tentino di capire perchè questo sia avvenuto. "Da Washington ci arrivano ancora dispacci che parlano di solidarietà tra truppe americane e popolazione irachena", dice Lorentz. "La Casa Bianca insiste che non odiano noi ma i 'terroristi'", aggiunge.
Dal punto di vista strategico, i cosiddetti terroristi sembrano essere più organizzati delle truppe USA. E per ogni loro uomo eliminato, pagano con la vita almeno quaranta civili. "In questa guerra, l'esercito ha dimostrato un particolare accanimento verso la popolazione civile", dice lo stesso Lorentz. "Con il risultato di dare nuova forza alla resistenza armata anzichè distruggerla". Sembra anche che la guerrilla irachena, come la chiamano gli americani, sia meno vulnerabile. Tatticamente, mentre l'esercito invia e riceve merci ed è quindi più esposto, i combattenti locali conoscono il territorio e sanno dove cercare rifornimenti senza allontanarsi troppo dalle postazioni.
"I costi anche concreti della nostra guerra sono stati enormi", spiega Al Lorentz. "E naturalmente cambia la maniera di procurarsi quanto occorre alla sopravvivenza". Molti iracheni decisi a combattere contro gli Stati Uniti sarebbero psicologicamente messi meglio perchè sostenuti a livello locale. E non mancherebbero di tattiche più mirate. "Ormai abbiamo capito che gli iracheni che combattono hanno tattiche superiori alle nostre", dice Al Lorentz. E aggiunge: "E sono più aggiornati".
Il Pentagono, in effetti, è molto più preoccupato di rendere nell'immagine che in materia di abilità strategiche. Quanto prima, l'opinione pubblica apprenderà che sono stati buttati miliardi per volere della fissazione maniacale dei politici ad infliggere dolore e sofferenza ad un popolo dall'esistenza già sufficientemente fragile.
"Ritengo sia una contraddizione che gente come me, che ha giurato di restare fedele alla Costituzione, sia stata mandata qui a combattere una guerra anti-costituzionale", conclude amaramente Al Lorentz.
Nota:
Al Lorentz è anche presidente del Partito Costituzionale del Texas.
Bianca Cerri
b.cerri@reporterassociati.org
"pentimento" di Bruce Sterling
di Carlo Formenti
Noto come uno dei due "padri fondatori", assieme a William Gibson, della letteratura cyberpunk, giornalista e saggista in prima linea in molte battaglie per la difesa della libertà e della democrazia in rete (basti citare il celebre "Giro di vite contro gli hacker", pubblicato in Italia dalla Shake), consulente di importanti società high tech in veste di futurologo: l'elenco dei titoli di Bruce Sterling (nella foto accanto) potrebbe continuare, ma qui importa soprattutto ricordare come le opere di questo intellettuale texano incarnino, sia dal punto di vista artistico-letterario sia da quello politico culturale, un'efficace sintesi dello zeit geist che ha gonfiato le vele della rivoluzione digitale degli anni '90, un miscuglio di ottimismo tecnologico, anarco-capitalismo, populismo informatico e utopie di cyberdemocrazia. Vale dunque la pena di segnalare un suo articolo, apparso sul numero di settembre della rivista Wired, che suona come un radicale ripensamento rispetto ad almeno uno degli ingredienti sopraelencati: in queste righe, infatti, l'ottimismo tecnologico lascia il posto a sarcastiche considerazioni su uno dei più consolidati miti della cultura geek made in Usa, quello dell'imminente avvento di una soglia di mutamento evolutivo che tecnoentusiasti, futurologi e scrittori di fantascienza definiscono col termine di Singolarità.
Come lo stesso Sterling spiega nell'articolo, che l'autore ha scritto dopo aver assistito a un convegno organizzato dallo Institute for the Study of Accelerating Change di Stanford, per Singolarità s'intende una soglia al di là della quale la velocità dell'evoluzione tecnologica diviene tale da sfuggire a qualsiasi comprensione e controllo umani. Il termine - introdotto dallo scrittore di fantascienza Vernor Vinge all'inizio degli anni '90 e successivamente adottato da ricercatori e studiosi di tecnologia - viene associato all'aprirsi di una biforcazione nel futuro dell'umanità: o sapremo compiere un salto evolutivo verso una sorta di Superumanità (che usufruirà di menti capaci di interfacciarsi direttamente alle intelligenze artificiali, e di corpi tecnologicamente e geneticamente manipolati, superpotenziati e dotati di protesi sensoriali), oppure regrediremo al ruolo di schiavi di una generazione di macchine incomparabilmente più evolute di noi.
"A mio parere, la superumanità è l'essenza stessa della Singolarità. In sua assenza, ci ritroveremo sommersi da una montagna di ricchezze tecnologiche di cui non sapremo farci nulla": così sentenzia Vinge, citato da Sterling, che poi commenta ironicamente: "Basta togliere la minaccia dell'intelligenza artificiale dalla profezia di Vinge per ottenere una brillante descrizione del nostro presente: una montagna di ricchezze tecnologiche di cui non sappiamo farci nulla. Invece di trasformare i nostri cervelli in supercomputer spirituali, abbiamo ottenuto una Internet soffocata dallo spamming".
E più avanti, lo stesso Sterling riconfigura così la biforcazione evolutiva: "E' possibile che ci si trovi sulla soglia di una sconvolgente svolta, oppure è possibile che ci si trovi all'inizio di un nuovo medioevo caratterizzato da epidemie, fame e catastrofi climatiche. Ma è più verosimile che si stia già vivendo in una sorta di noioso, squallido vortice storico di autocompiacimento, in cui ci aggiriamo avendo perso qualsiasi senso del progresso e di direzione temporale. Non abbiamo alcuna idea di cosa vogliamo dalle nostre vite e dalla società. E nessuna legge di Moore riuscirà a elevarci spiritualmente finché mancherà qualsiasi volontà, visione e appetito per la spiritualità".
Tanta amarezza è la migliore conferma del durissimo atterraggio che la middle class - o se si preferisce lo strato superiore del cognitariato americano - ha vissuto dopo il crollo del Nasdaq del 2000 e gli attentati terroristici dell'11 settembre 2001. Resta solo da sperare che la musata serva a riconvertire le energie verso più realistici obiettivi di cambiamento sociale e politico, e non a covare depressioni non meno patetiche degli entusiasmi di ieri.
quintostato.it
Nicaragua, uragano Parmalat
storie e reportage, NICARAGUA: Il caso Parmalat travolge anche il Nicaragua. Centinaia di lavoratori licenziati e ogni libertà sindacale negata. A raccontarlo è Marcial Cabrera, dirigente della Centrale Sindacale del Paese Centroamericano
- Crisi della Parmalat Nicaragua. L'impresa italiana, dopo aver contratto un debito di oltre 5 milioni di dollari con il gruppo finanziario Lafise e il banchiere Haroldo Montealegre, è stata commissariata. Il Commissario Straordinario, imposto dall'Italia, è Vincenzo Borgogna, che a partire da settembre ha ripreso in mano le sorti traballanti della multinazionale italiana.
Ma i problemi da risolvere sono tanti. Tra tutti spicca quello della libertà sindacale all'interno dell'impresa, tra l'altro é garantito dalla Costituzione del Nicaragua e dal Codice del Lavoro.
Come racconta Marcial Cabrera, dirigente del settore alimentare della Centrale Sindacale CST - José Benito Escobar e rappresentante della Uniòn Internacional de Trabajadores de la Alimentaciòn y la Agricoltura (Uita) per l'America Centrale, "all'interno della Parmalat non c'é mai stato spazio per formare un consiglio di fabbrica. Il primo tentativo l'abbiamo fatto nel 1999 poco dopo che la Parmalat assorbì l'impresa nazionale La Perfecta. La nostra intenzione era proteggere i lavoratori dato che sappiamo benissimo come lavorano le multinazionali e come vengono limitati i loro diritti umani, lavorativi e i benefici sociali – continua Cabrera -. Riuscimmo a riunire circa 50 lavoratori, ma il direttore generale in quel tempo, Aldo Camorani, si accorse di quanto stava accadendo e seguirono vari licenziamenti. Questo generò molta paura tra i lavoratori e noi non potemmo più creare nessuna struttura sindacale interna.
Continuammo a fare riunioni clandestine con un gruppo di lavoratori, ma senza la possibilità di andare oltre per il timore di perdere il posto di lavoro”.
“Con la crisi a livello mondiale del Gruppo Parmalat – spiega il sindacalista - anche l'impresa in Nicaragua ha cominciato ad avere problemi e si trova sull'orlo del baratro a causa dei debiti contratti da Camorani con alcune banche e dell'invio di 5 milioni di dollari in Italia su richiesta dello stesso Callisto Tanzi.
Durante questo periodo la Parmalat Nicaragua ha licenziato circa 300 lavoratori dei 900 presenti e ha cominciato ad avere problemi anche in quelle attività che fino a quel momento erano state molto redditizie: raccoglieva circa l’80 per cento della produzione di latte nazionale, godendo di un vero e proprio monopolio”.
“Da quel momento per i lavoratori c’é stata solo instabilità, aggravatasi negli ultimi mesi con il conflitto tra i due banchieri, Haroldo Montealegre e Roberto Zamora del Gruppo Lafise/Bancentro, che si contendono il credito di oltre 5 milioni di dollari che vantano sulla Parmalat Nicaragua. A partire da settembre la gestione della Parmalat é tornata in mano a personale italiano, ma l'impresa rimane ancora commissariata e con problemi di produzione e di capacità di pagamento nei confronti dei fornitori della materia prima. Negli ultimi giorni girano voci secondo le quali la Parmalat sarebbe in vendita e i compratori sarebbe i produttori di latte appoggiati economicamente dalla Nestlé, altro gigante che ha più volte avuto comportamenti anti-sindacali".
"Di fronte alla grande instabilità che si è creata - continua Cabrera - il 4 settembre di quest'anno circa 80 lavoratori hanno deciso di riunirsi in assemblea e di formare un consiglio di fabbrica chiamato Armando Llanes.
La reazione dell'impresa non si é però fatta attendere e in modo inspiegabile, dato che la riunione è stata clandestina. Il 6 e il 7 settembre la responsabile delle Risorse Umane della Parmalat ha licenziato in tronco il Segretario Generale Luis Manuel Mejìa Gòmez, il Segretario di Organizzazione Carlos Sanarrucia e uno dei fondatori della nuova organizzazione sindacale, Horacio Ramòn Payàn. Il nuovo Commissario Straordinario Vincenzo Borgogna ha approvato il licenziamento, giustificandolo con il fatto che in questo momento di crisi non ci si può organizzare sindacalmente.
“Come Centrale sindacale – prosegue nel racconto il Cabrera - l’ 8 settembre abbiamo immediatamente presentato tutti i documenti al Ministero del Lavoro per il riconoscimento del consiglio di fabbrica che, comunque, la legge proteggeva già dal momento in cui l'assemblea ha votato la sua creazione. All'interno del ministero abbiamo subito trovato molta resistenza e hanno presentato una serie di cavilli legali per ritardare i tempi della legalizzazione. Questo dimostra come anche lo stesso governo del Nicaragua abbia un'attitudine anti-sindacale, cosa che sta provocando ulteriori timori e paure tra i lavoratori.
I primi passi che stiamo muovendo hanno l'obiettivo di far legalizzare la struttura sindacale e chiedere l'immediato reintegro nel posto di lavoro delle persone ingiustamente licenziate.
E' nostra intenzione incontrare Vincenzo Borgogna e l'Ambasciatore italiano in Nicaragua per poter parlare della situazione e per raggiungere un accordo.
In questo momento non vogliamo presentare una proposta di Contratto Collettivo per i lavoratori Parmalat, ma creare la struttura sindacale interna e garantire la stabilità lavorativa per i lavoratori.
A livello nazionale abbiamo già diffuso le informazioni su quanto sta accadendo e a livello internazionale é stata lanciata una campagna con l'appoggio della Uita, affinché si mandino lettere di protesta alla Parmalat.
E' inoltre importante che dall'Italia si formi un movimento di protesta che faccia pressioni sulla Parmalat affinché si rispettino i diritti sindacali delle persone qui in Nicaragua. E' vergognoso che imprese di paesi in cui si parla tanto di democrazia vengano in questi paesi, come il Nicaragua, con pratiche antidemocratiche. Qui il diritto alla democrazia l'hanno solo i gruppi di potere mentre i lavoratori, quando la vogliono esercitare, vengono licenziati per un diritto, quello sindacale, che é garantito dalla Costituzione".
Nei prossimi giorni la Centrale Sindacale Cst - José Benito Escobar emetterà un comunicato di denuncia che servirà come documento per lanciare una campagna di appoggio in Italia ai lavoratori della Parmalat Nicaragua che vengono licenziati, intimiditi ed ai quali viene impedito il libero esercizio dei propri diritti.
Giorgio Trucchi
www.peacereporter.net
Castelli minaccia i suoi avversari politici: "Sapeste quanti cadaveri galleggiano sul fiume"
REDAZIONE
"La vendetta del ministro tarda, ma è inesorabile. Uomo avvisato ...". E' cominciato con questa minacciosa frase il monologo del Guardasigilli Roberto Castelli che, parlando con la stampa, ieri ha dato vita ad un incredibile show.
Replicando ai giornalisti, che lo avevano interpellato sulle mille contestazioni che ogni giorno piombano sul suo operato, il ministro della Giustizia ha spiegato come intende risolvere i problemi con i suoi avversari politici.
"Personalmente ho sempre applicato la teoria del - ha affermato il leghista - è un po' come nel Settecento, all'epoca dell'archibugio, quando si aveva un colpo solo per stendere il nemico. E bisognava ucciderlo, perché ferirlo significava esporsi alla possibilità di essere colpiti a propria volta".
Un metodo, ha assicurato Castelli, da lui utilizzato più volte in passato.
"Così faccio io, aspetto anche anni, ma poi colpisco, ma solo quando sono sicuro di centrare l'obiettivo - ha aggiunto - sapeste quanti cadaveri galleggiano sul fiume. Alcuni sono ignoti altri meno. Ma ci sarà pure una ragione per il fatto che io, dopo quindici anni, sono ancora qui, mentre gli altri no".
Inutile dire che le esternazioni del Guardasigilli sono state duramente condannate dalle opposizioni.
"Se le persone si identificano per quello che dicono allora nel caso del ministro Castelli c'è da rimanere spaventati - ha commentato un allibito Maurizio Fistarol - è grave che un ministro della Repubblica si riferisca ai suoi avversari politici minacciando sanguinosi regolamenti dei conti ed è ancora più grave se il ministro in questione è proprio il titolare del ministero della Giustizia".
Secondo l'esponente della Margherita "con le sue parole il ministro Castelli ha dimostrato il totale disprezzo nei confronti del suo ruolo istituzionale".
Il dielle ha auspicato che in futuro il leghista voglia attenersi "alle regole della convivenza civile e del decoro".
centomovimenti.com
Incontro Berlusconi - Shinawatra : non darmi del pollo
a cura di Giulia Alliani
Il Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, ha incontrato ieri a Palazzo Chigi il Primo Ministro del Regno di Thailandia, Thaksin Shinawatra.
l sottosegretario alle Attivita' Produttive con delega al Commercio Estero, on. Adolfo Urso e dal Primo Ministro thailandese, Thaksin Shinawatra, hanno anche siglato un accordo con cui si promuove la collaborazione economica e commerciale tra l'Italia e la Thailandia ma anche una concreta azione di partnership industriale e di cooperazione in diversi settori: da quello turistico alla meccanica, dall'agroalimentare all'elettronica.
L'accordo con l'Italia segue altre azioni volte - come segnala maliziosamente Bloomberg di ieri - ad "aiutare gli esportatori thailandesi a ridurre le scorte di magazzino". Fra queste rientrano i previsti colloqui di Thaksin Shinawatra con il governo svedese "per discutere la possibilita' di uno scambio di carni di pollo crude con aerei da combattimento".
La TV americana riporta che "Nel corso di un'intervista registrata su Canale 9, che e' un canale statale,Thaksin ha detto: 'Abbiamo nei magazzini enormi scorte di pollo crudo di cui dobbiamo liberarci. Il mio Governo fara' tutto il possibile per aiutare gli allevatori di polli a vendere la loro carne di pollo'. Quest'anno le esportazioni di pollo thailandese potrebbero subire un crollo del 60%, dopo che Giappone, Unione Europea e altri paesi hanno proibito le importazioni di carne di pollo dal Sud-Est Asiatico, come conseguenza dell'epidemia di influenza aviaria (1).".
Il giornale prosegue segnalando la visita ufficiale di cinque giorni in Italia e Svezia. "La Svezia e' il secondo paese al quale la Thailandia vuole dare polli in cambio di aerei. Il 31 agosto Thaksin ha dichiarato che la Thailandia e' in trattative con il governo russo per giungere ad un accordo in questo senso. Il 15 settembre la Commissione Europea di Bruxelles ha comunicato che l'Unione Europea, compresa la Svezia, ha esteso fino al prossimo marzo il veto alle importazioni di pollame crudo, uova, e uccelli vivi dalla Thailandia, e da altri nove paesi asiatici a causa del diffondersi del virus dell'influenza aviaria. L'Unione Europea permette solamente le importazioni di carne di pollo cotta e trattata. Secondo i dati pubblicati dal Ministero del Commercio il 19 agosto, gli esportatori thailandesi hanno nei magazzini circa 60.000 tonnellate di carne di pollo surgelata che non riescono a vendere a causa del veto. La Thailandia e' il quinto piu' grande esportatore mondiale di carne di pollo."
Identificata per la prima volta in Italia più di un secolo fa, l'influenza aviaria è una malattia degli uccelli causata da un virus dell'influenza di tipo A, che può essere a bassa o ad alta patogenicita'. Diffusa in tutto il mondo, l'influenza aviaria è in grado di contagiare pressoché tutte le specie di uccelli, anche se con manifestazioni molto diverse, da quelle più leggere fino alle forme contagiose che generano epidemie acute. Se causata da una forma altamente patogenica, la malattia insorge in modo improvviso, seguita da una morte rapida quasi nel 100% dei casi. Nei paesi asiatici, un ruolo preminente alla diffusione del virus è stato identificato nella vendita di pollame vivo ai mercati. Inoltre, i virus si possono trasmettere da azienda ad azienda tramite i mezzi meccanici, gli attrezzi e strumenti contaminati, le macchine, i mangimi, le gabbie, o perfino gli indumenti degli operatori.
In Italia è stato dato il via a una rete di sorveglianza: a seguito della diffusione dell'influenza aviaria dall'estremo oriente, il Ministero della Salute ha disposto una serie di provvedimenti per rafforzare le misure di prevenzione. L'attività di sorveglianza sull'influenza aviaria in Italia è coordinata dal Dipartimento della Prevenzione e della Comunicazione - Direzione Generale Sanità Veterinaria e degli Alimenti del Ministero della Salute, che si avvale del supporto del Centro di referenza Nazionale per l'influenza aviaria presso l'Istituto Zooprofilattico Sperimentale delle Venezie.
Su tutto il territorio nazionale è in atto un sistema di sorveglianza che interessa le varie fasi produttive della filiera avicola (allevamento-macello). Tale sistema è in grado di identificare in tempi brevi nuove introduzioni di virus influenzali. Negli allevamenti avicoli, presenti sul territorio delle Regioni Veneto e Lombardia, colpito dalla recente epidemia da virus H7N3 a bassa patogenicità, vengono effettuati i controlli sierologici e virologici previsti dal Piano di vaccinazione d'Emergenza (PVE) predisposto dal Centro Nazionale di Referenza e approvato nel mese di dicembre 2002 dalla Comunità europea.
Il 27 gennaio 2004 il Ministro della Salute pubblica tailandese confermava un secondo decesso causato da infezione umana con il ceppo H5N1 del virus di influenza aviaria. Il caso fatale riguarda un bambino di 6 anni nella provincia di Sukhothai chen e' morto e rappresenta il terzo caso confermato in Tailandia da influenza aviaria H5N1 e la seconda morte nel paese per questa malattia. L'altro caso fatale in Tailandia era un altro bambino di 6 anni dalla provincia di Kanchanaburi morto il 25 gennaio 2004. I casi totali delle morti riconosciute per influenza aviaria sono 118, di cui 32 in Tailandia e 86 in Vietnam.
by www.osservatoriosullalegalita.org
Bush/Kerry. Pronta la truffa elettorale. A favore di George
Usa 2004: Chi voterà e chi conterà i voti?
Forse le elezioni americane non si svolgeranno come in Indonesia dove, dopo i tre (tre!) giorni di campagna elettorale consentiti dalla legge, è stato eletto un ex-generale addestrato negli Stati Uniti, subito proclamatosi vincitore sulla base degli exit poll, anche se la conta dei voti veri non potrà essere conclusa, nell’arcipelago delle migliaia di isole, prima del 4 ottobre.
Forse non accadrà, ma ci sono varie questioni che riguardano, non tanto la campagna elettorale tra i due principali sfidanti, quanto le modalità di voto e di conta dei voti nelle prossime elezioni presidenziali del 2 novembre (e nelle molte altre, a livello nazionale e locale che si terranno contemporaneamente), che rendono, come minimo, perplesso il cittadino europeo. Vediamone alcune.
Come è noto, gli Stati Uniti sono uno stato federale, il che vuol dire che, come recita la costituzione, è competenza dei singoli stati organizzare le elezioni; il governo (e i giudici) federali possono intervenire solo nel caso in cui siano violati i diritti civili dei neri o di altre minoranze. Tutti ricordiamo le incredibili elezioni presidenziali del 2000, quando George W. vinse la Florida per un pugno di voti, aggiudicandosi così la presidenza, e di come a questo risultato si arrivò dopo settimane di conta e riconta dei voti per determinare se le schede votate con le macchinette perforatrici erano state interpretate correttamente. Parte dello scandalo fu che a dirigere l’intera macchina elettorale non era un giudice o un funzionario indipendente, ma la signora Katherine Harris, esponente repubblicana nominata dal governatore (repubblicano e fratello del presidente) e direttrice del comitato della Florida per l’elezione di George W. Come andranno le cose questa volta?
In Florida sicuramente non meglio. Intanto, per evitare che si ripeta l’imbarazzante situazione del 2000, quello stato ha approvato una legge che vieta, ripeto vieta, la riconta dei voti nei casi dubbi; inoltre, molte contee (la materia è infatti di competenza a livello di contea), non solo in Florida ma in tutti gli Stati Uniti, adotteranno in questa tornata elettorale il sistema di votazione elettronica. Tutto risolto, quindi, grazie all’informatica? Niente affatto. Il problema con le macchinette elettroniche è che, come hanno dichiarato vari esperti di informatica, sono manipolabili da parte di chi ne abbia la competenza specifica, innanzitutto i progettisti. E siccome non forniscono all’elettore una copia cartacea del suo voto e, soprattutto, non lasciano tracce su tabulati che possano essere verificati successivamente in caso di contestazioni, non solo non si potrà mai sapere come e quanto abbiano sbagliato, ma il loro uso si presta a ogni sorta di brogli. In Florida inoltre, ma anche in varie parti del paese, è emerso quello che con un eufemismo può essere chiamato “conflitto di interesse” tra funzionari ed esponenti politici (repubblicani) dello stato e le aziende produttrici dell’hardware e del software elettorale (Elections Systems and Software, Diebold Election Systems, Accenture), con finanziamento delle campagne elettorali dei primi da parte delle seconde e passaggio dei primi nei consigli di amministrazione delle seconde. Le ditte di software e di hardware finanziano lautamente l’associazione dei segretari di stato, cioè degli esponenti politici e al contempo amministrativi che nei singoli stati prendono le decisioni in materia elettorale, promuovono eventi sociali, regalano biglietti per concerti, ecc., insomma le usuali regalie tipiche dell’industria farmaceutica. Su eventuali tangenti la magistratura ancora non ha indagato.
Tra le azioni intraprese dalla Florida per assicurarsi la vittoria dell’esponente di famiglia, ci sono alcune decisioni prese dalla signora Glenda Hood, anche lei attivista della campagna per la rielezione di Bush, che ha preso il posto della Harris. E’ della scorsa settimana la sua decisione di stampare sulla scheda elettorale il nome di Ralph Nader, il candidato indipendente che potrebbe danneggiare seriamente Kerrey, particolarmente in uno stato a rischio come la Florida, e ciò nonostante fosse ancora pendente presso la corte suprema dello stato la decisione se accogliere o meno un suo (di Nader) ricorso contro una prima esclusione. Altrettanto importante è la decisione di escludere dal voto (è avvenuto nelle primarie e in varie elezioni locali) le persone prive di un documento di identità con fotografia, nonostante la legge statale consenta l’identificazione attraverso una dichiarazione di autocertificazione. Come già è stato fatto notare, questo porterà all’esclusione di diverse migliaia di persone – neri, latinos, anziani, analfabeti, poveri - che, non avendo la patente e tanto meno il passaporto, non hanno documenti provvisti di fotografia. Guarda caso, questi gruppi di elettori, quando votano, votano prevalentemente per i democratici.
Infine, ma questa è una decisione del governo federale (anche se le cose rimangono sempre in famiglia), le ambasciate e i consolati americani all’estero sono stati istruiti a lanciare una campagna per far votare i cittadini residenti all’estero. La ragione è semplice: le statistiche dicono che il 75 per cento dei circa 4,5 milioni di americani “expatriates”, tra cui predominano i militari e i loro familiari, i dirigenti e i dipendenti delle grandi corporations con sedi o stabilimenti all’estero, vota per i repubblicani. Se si tiene presente che in Florida George W. ha vinto nel 2000 per 537 voti e che, senza i voti dall’estero, avrebbe invece vinto Al Gore per 202 voti, si comprende come l’attivismo del governo federale non dispiaccia allo stato di famiglia.
E ancora, c’è l’esclusione dal voto degli ex-detenuti (5 milioni circa), lo scandalo del voto “in absentia” o per posta, che interessa un quarto degli elettori, i numerosi processi in corso per voti comprati con soldi, promesse di lavoro o altri favori…
Insomma, le elezioni negli Stati Uniti non saranno sicuramente come quelle indonesiane, ma ci sono preoccupanti punti in comune.
[Stefano Rizzo]
aprileonline.info
Un messaggio: «Abbiamo giustiziato le prigioniere italiane». Un ponte per: «Grandi dubbi»
di red
Palazzo Chigi invita alla cautela ma la tensione è altissima. Poco dopo la mezzanotte (ora italiana), un gruppo islamico ha annunciato su Internet l'assassinio di Simona Pari e Simona Torretta. Il messaggio era firmato dall’ Organizzazione Jihad, sigla leggermente diversa da quella utilizzata in un precedente messaggio, del 12 settembre, firmato [i]Organizzazione Jihad Islamica<7i>. Il messaggio in rete sostiene che le due pacifiste volontarie italiane “sono state uccise perché il governo italiano non ha accolto la richiesta di ritirare le truppe dall'Iraq”.
[i]Un ponte per…, l'organizzazione delle due volontarie, esprime «grandi dubbi» sull'annuncio dell' uccisione di Simona Pari e Simona Torretta. In un messaggio intitolato «Una lunga notte», pubblicato sul sito della ong, si afferma: «Su un sito internet ad accesso pubblico è stata annunciata l' uccisione delle nostre sorelle e amiche Simona e Simona. Nessuna notizia di Raad e Manhaz. Stiamo cercando di verificarne l' attendibilità». Il sito, sottolinea [i]Un ponte per, è stato usato in passato per messaggi risultati inattendibili. «Nel comunicato - aggiungono - si parla di una vendetta per il mancato ritiro delle truppe». «Il tutto - prosegue il messaggio - suscita (dolore e orrore a parte) grandi dubbi. Aspettiamo. La notte sarà lunga». Il messaggio si conclude con la preghiera di non telefonare alla sede dell' organizzazione, qualsiasi comunicazione sarà prontamente data sul sito. «Abbiamo bisogno - concludono - di tutte le nostre (e vostre) forze».
«Annunciamo che il verdetto di Dio è stato eseguito per scannamento sulle due prigioniere italiane - dice l'annuncio di stanotte - dopo che il governo italiano capeggiato dal vile Berlusconi non ha dato ascolto alla nostra unica condizione, il ritiro dall'Iraq».
«Noi - prosegue l'annuncio, che reca la data del 22 settembre - ammoniamo il governo italiano che continueremo a colpire, e a colpire ogni straniero che risiede in Iraq».
Subito allertato, il comitato di crisi della Farnesina ha fatto sapere che al «al momento non c’è alcun riscontro che confermi la notizia della morte dei due ostaggi italiani». Di qui - si prosegue- l'invito alla massima cautela.
unita.it7i>
Procreazione assistita: Dimenticato il diritto alla salute”
Intervista a Giovanna Melandri
Di Paolo Forcellini
L’Espresso 23 settembre 2004
Sono almeno dieci anni che l‘ex ministro Giovanna Melandri (ds, tendenza Veltroni) si occupa di fecondazione assistita. Tra il 94 ed il 96 è stata responsabile dell’intergruppo parlamentare sulla bioetica. Le abbiamo rivolto alcune domande.
Esiste un approccio laico all’argomento fecondazione? Da dove partire?
Nei primi anni 90 creammo l‘intergruppo sull’onda del caso di una bambina nata talassemica a causa di una fecondazione eterologa non controllata, eseguita in un centro con standard sanitari inadeguati. Ritenemmo che dovessero esserci delle regole a tutela della salute di coppie e figli. Ecco, il diritto alla salute dovrebbe essere il punto d partenza: con la legge 40 si è preferito ignorare il problema per battere invece la strada della demagogia
Anche oggi il caso d un bimbo talassemico ha scosso l’opinione pubblica
A maggio scorso vi era stato un altro episodio clamoroso: un giudice di Catania ribadì l’obbligo di impianto a una donna portatrice sana di talassemia come il marito, anche se l’embrione fosse risultato malato. Fortunatamente era sano. Ma possiamo affidarci sempre alla fortuna?
I radicali l’accusano di essere freddina o peggio, sul referendum.
Ho già chiesta una smentita a Radio radicale. Tutta la mia storia dice il contrario. Piuttosto avevo e ho dubbi sul quesito che chiede l’abrogazione totale della legge: temo che la Consulta lo possa giudicare inammissibile. Meglio modifiche parziali con lo stesso effetto sostanziale e una dose minare di scontro ideologico.
Certo sarebbe preferibile cambiare la legge in Parlamento, ma nessuno s’illude che sia possibile con questa maggioranza: la proposta avanzata da due deputati di Forza Italia è del tutto inadeguata.
I primi mesi di vigenza della legge 40 ci insegnano qualcosa?
C’è una corsa all’estero di tutte le coppie che se lo possono permettere E poi, norme come quella della fecondazione e reimpianto di soli tre embrioni per volta hanno aumentato la domanda di interventi dei centri specializzati nostrani che spesso non sono in grado materialmente di soddisfarla: di fatto viene così limitata anche la fecondazione omologa. Tutto ciò in un paese in cui l’infecondità è un problema sempre più diffuso. Chi non conosce almeno una coppia che l’abbia affrontato?
Paolo Forcellini
Terrorismo: a chi giova?
di PADRE GIULIO ALBANESE
Il terrorismo è la guerra del Terzo Millennio. Colpisce quando meno te l’aspetti e ammazza gli inermi, vale a dire chi non c’entra niente. È la mannaia mascherata di poteri occulti studiata ad arte per spaventare le libere coscienze. Eppure, a pensarci bene, qualcosa non quadra o comunque sembra celarsi dietro le quinte.
Mi spiego: alla ricerca di quali consensi, personaggi del calibro di Abu Mussab al Zarkawi, possono continuare a seminare morte e distruzione, perpetrando ogni genere di iniquità? A parte l’ignobile uccisione del nostro connazionale Enzo Baldoni e il quanto mai deprecabile sequestro delle due Simone, le raffiche di decapitazioni quotidiane compiute dai fautori del jihad rappresentano una follia allo stato puro. Sarà anche vero che al Qaeda, disponendo d’ingenti risorse finanziarie, potrebbe colpire sempre e ovunque, visti i disastri che ha combinato a destra e a manca, da Nairobi, nel ’98 a New York con le Twin Towers fino ai giorni nostri. Ma scusate, in tutto questo ragionamento manca una pedina, quella della Storia.
Muhammad Hassanein Heikal, ex consigliere di Gamal Abdel Nasser e fondatore del quotidiano egiziano al Ahram, poco prima dell’invasione dell’Iraq disse in un’intervista che fece scalpore: «Noi siamo il campo di battaglia dove si svolge l’avvenimento cruento, ma i veri protagonisti della contesa sono Stati Uniti, Cina ed Europa ». Il problema è che le suggestioni fondamentaliste, intolleranti e politicamente aggressive di certe oligarchie salafite sono diffuse a macchia d’olio nei paesi arabi e vengono trasmesse quotidianamente da quasi tutti i mezzi d’informazione locali a scapito delle componenti moderate del mondo islamico. Tutto questo costituisce il terreno fertile del terrorismo, una sorta di mostro che spaventa tutti, generato certamente dalle manchevolezze dei regimi sotto il vessillo della Mezza Luna, ma anche da omissioni, complicità e intrallazzi esterni all’area mediorientale. D’altronde, senza il petrolio dell’Arabia Saudita, a prezzi di realizzo, l’economia Usa si paralizzerebbe.
Una vecchia storia che affonda le radici nel passato quando, alla fine della seconda guerra mondiale, Franklyn Delano Roosevelt e il re Abdul al Aziz decisero un affare che tuttora condiziona negativamente l’intero scenario mediorientale e più in generale minaccia la pace mondiale. L’America ebbe l’oro nero a prezzi convenienti e la corona saudita in cambio ottenne forniture belliche per sopprimere ogni forma di dissidenza. Sta di fatto che sebbene oggi tutti sappiano che l’Arabia Saudita è la vera culla del fondamentalismo islamico più intransigente, l’amministrazione del presidente George W. Bush continua ad intrattenere imbarazzanti relazioni con la famiglia reale wahabita.
Nel frattempo l’esercito più potente del mondo, quello con la bandiera a stelle e strisce, dopo quasi un anno e mezzo d’occupazione in terra irachena, spendendo tra parentesi una barca di soldi (una cifra che è la metà del Pil annuale dell’Africa Subsahariana), non riesce a tenere la situazione sotto controllo neanche a Bagdad e dintorni? Ma allora a chi giova il terrorismo? Non sarà che il Medio oriente e il suo terrorismo siano il laboratorio di una nuova strategia che ha come obiettivo il controllo mondiale delle risorse energetiche? Premesso che l’Europa è fuori gioco, divisa al suo interno e dunque incapace di adottare una politica estera coerente ed univoca, non dimentichiamo il ruolo del terzo incomodo, la Cina, secondo importatore mondiale di petrolio dopo gli Stati Uniti, con una popolazione cinque volte superiore a quella degli States. Il governo di Pechino, tanto per fare qualche esempio emblematico, ha difeso a spada tratta, in più di una circostanza, anche recentemente in sede Onu, il governo integralista di Khartoum del presidente golpista Omar Hassan el Beshir, peraltro legato, almeno in passato, al ricercato numero uno: Osama bin Laden. Attualmente il 6% delle importazioni di petrolio in Cina proviene dal Sudan e secondo quanto annunciato dal ministero per l'energia sudanese il 29 febbraio scorso, questa percentuale dovrebbe aumentare sensibilmente nei prossimi anni. L’impressione è che il mondo islamico, complice l’analoga strategia terroristica, si stia sempre più configurando, in materia di oro nero, come la linea di demarcazione tra gli interessi occidentali e quelli del paese del drago.
europaquotidiano.it
Intervista ad Augusto Canal, portavoce degli ulivisti pinerolesi
«Sogno un Ulivo unito e coraggioso»
«Governiamo meglio del centro-destra, ma a Pinerolo ci serve più coraggio»
"L'Ulivo ritrovi la bussola perduta" titola il fondo del direttore de "La Repubblica", Ezio Mauro, apparso sul numero di sabato scorso. Secondo Mauro all'Ulivo mancano le tre condizioni minime per potersi presentare come credibile soggetto politico: un leader, un programma, un'identità riconoscibile e riconosciuta.
A Pinerolo, o meglio ancora nel Pinerolese, l'Ulivo vive invece una realtà forse unica nel panorama nazionale, ovvero dispone di coordinamento attivo nel quale si riconoscono i due parlamentari del centro-sinistra eletti nel Pinerolese (il sen. Elvio Fassone e il deputato Giorgio Merlo), riesce a coinvolgere nelle sue riunioni almeno una trentina di persone, che di questi tempi è già un successo, e fare un minimo di elaborazione politica.
A questo, Augusto Canal - che dell'Ulivo pinerolese è portavoce - aggiunge «un successo elettorale che nelle ultime elezioni ha dimostrato il valore delle scelte unitarie».
Dunque la rotta perduta potrebbe essere indicata da Pinerolo? Di Ulivo e del suo futuro abbiamo parlato proprio con Augusto Canal.
Il caso a Pinerolo, che pare essere quasi unico a livello nazionale, ha mai avuto un riconoscimento? «No, mai, perché a quei livelli in realtà l'Ulivo viene riscoperto solo in fase elettorale, ma ormai i cittadini se ne sono accorti e ragiscono con l'astensione».
A Pinerolo però, soprattutto in città, vivete una grossa contraddizione: da una parte l'Ulivo, sì vivo, ma snobbato dai partiti che con i loro dirigenti, per quel che ci risulta, non frequentano molto le vostre riunioni: «È vero, molti, come la parte "ex-Democratici" della Margherita, non li abbiamo proprio mai visti».
Così non rischiate una crisi d'identità? «Il nostro punto di riferimento sono i cittadini e proprio da loro parte la richiesta di unità e, ai partiti, di fare un passo indietro, il che non vuol dire annullarsi».
Insomma la strada, sembra di capire, è quella che ha portato alla lista "Uniti per l'Ulivo". «Certamente, il risultato elettorale qui dove veramente si è data un'immagine unitaria ce lo ha confermato, è l'unità l'arma vincente, il messaggio più forte da dare all'elettorato».
Ma a Pinerolo molto probabilmente vi ha dato una grossa mano la debolezza del centro-destra a livello locale: «Questo è innegabile, come è innegabile che tra il nostro personale politico e il loro c'è un abisso in quanto preparazione».
Allora non dovreste avere problemi a trovare nuovi uomini da proporre agli elettori, ma anche voi, da questo punto di vista, sembrate in crisi: «È vero, ma non sono gli uomini che ci mancano, bensì il coraggio di farli emergere, di dare loro un ruolo, di rinnovarci, il che non vuol dire mettere da parte nessuno».
Come vi presenterete alle prossime elezioni regionali? «Per me ancora una volta l'unica strada è quella di andare avanti con l'esperienza della lista unitaria, ma davvero non so se ci riusciremo».
Riuscirete anche a coinvolgere i tanti che continuano a non volersi riconoscere nei partiti? «Io diffido di quelli che da oltre trent'anni pensano di avere la verità in tasca, sempre la stessa. Non riesco a capire come facciano a non rendersi conto che il mondo è cambiato e che bisogna adeguarsi: io sogno di riuscire un giorno a discutere con tutte le nostre componenti sul futuro di Pinerolo e di vedere finalmente abbandonate posizioni superate e perdenti. Dobbiamo trovare questo coraggio».
Intervista a cura di
Alberto Maranetto
www.ecodelchisone.it
Missione Italia: il futuro possibile
Intervento di Giuliano Amato e Carlo De Benedetti su Repubblica
DUE secoli fa i luddisti, fieri avversari della rivoluzione industriale, assaltavano le prime fabbriche distruggendo le macchine che erano il simbolo della fine del sistema produttivo agricolo-mercantile e dell'inizio dell'era industriale. Non era una folle avversione alla modernità, ma l'incapacità di comprendere le opportunità del nuovo tempo che stava irrompendo. Quegli uomini vedevano con timore la fine di un mondo cui erano abituati e difendevano quello che per loro era l'unico modello di produzione possibile.
Oggi, a distanza di due secoli, nessuno va in giro a rompere macchinari ma, di sicuro, come quei luddisti, ci troviamo smarriti e incapaci di leggere i segni del futuro davanti alla rivoluzione avvenuta in questi anni nella divisione internazionale del lavoro, davanti all'ascesa impetuosa dei Paesi emergenti, davanti alla impreparazione delle nostre economie a reagire e difendere le proprie posizioni.
Leggiamo ogni giorno dati che confermano lo sviluppo senza sosta del processo di globalizzazione, con il moltiplicarsi dei poli di sviluppo; apprendiamo che ad agosto l'export di Singapore è aumentato anno su anno del 29%, che quello dell'India è cresciuto del 28%, che dopo 14 anni di negoziati il Messico e il Giappone hanno firmato un free trade agreement dalle enormi potenzialità per entrambi i Paesi, che dalla fine di giugno i noli marittimi sono aumentati di più del 60% in seguito allo sviluppo nel commercio mondiale; e avvertiamo inesorabilmente che dati come questi mettono l'economia europea, e quella italiana in particolare, dinanzi al rischio d'un declino epocale e irreversibile.
Dovremmo trovare una missione nuova, un nostro modo specifico di stare nel mondo, ma non abbiamo una mappa del futuro e fatichiamo a portarci all'altezza degli eventi che ci circondano. Bisogna allora provare ad uscire dalla logica del giorno dopo giorno, che caratterizza inevitabilmente il dibattito politico, e aprire nel Paese un confronto serio e approfondito sul modello di produzione e più in generale di economia per il nostro futuro e quindi sulla missione dell'Italia e dell'Europa nel sistema globale del XXI secolo.
Noi qui proveremo a fornire alcuni spunti, ma senza la pretesa di avere soluzioni già pronte. Servirà il contributo di tutti - dalla politica alle forze del lavoro, dagli uomini d'impresa agli amministratori locali, dagli esponenti della cultura al mondo scientifico - per provare insieme a trovare una risposta, mettendo in fila, uno dopo l'altro, i tanti tasselli che costituiscono il domino del nostro futuro.
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Per immaginare il futuro non si può che partire dal presente. Va detto, allora, che i segnali che abbiamo davanti sono certamente preoccupanti, ma non univoci. Se, infatti, il Pil dei Paesi dell'euro continua a crescere al rallentatore; se l'asse del commercio mondiale si è ormai spostato dall'Atlantico al Pacifico; se avanza l'emorragia di strutture industriali dall'Europa ai Paesi emergenti è anche vero che alcuni settori industriali europei, dagli aeromobili agli apparecchi di telecomunicazione, continuano a dimostrare una buona vitalità con aumenti annui della produzione finanche del 7%.
L'occupazione nel manifatturiero è calata dal '79 in maniera generalizzata, lo stesso però non vale per il valore aggiunto che è invece cresciuto. Preoccupa il distacco in termini di produttività rispetto agli Usa, ed è chiaro che non basterà qualche accordo, pur importante, sull'orario di lavoro per invertire un trend determinato da anni di mancati investimenti in tecnologie. Si fa un gran parlare di innovazione e di ricerca, ma l'Europa resta staccata di oltre un punto negli impegni nel settore rispetto agli Usa e sta cominciando a delocalizzare in Cina o negli Usa proprio le attività di R&S. La competizione sui mercati globali mette a dura prova le esportazioni europee, con le produzioni italiane che sono tra le più esposte alla concorrenza dei Paesi emergenti.
Non è un caso se le poche grandi aziende italiane che resistono nelle classifiche internazionali non sono manifatturiere e sono tutte legate a settori in qualche modo protetti. Nell'ultima edizione della tradizionale graduatoria Global 1000 di Business Week la prima impresa manifatturiera del nostro Paese, Luxottica, arriva al 749° posto (17° tra le italiane). Fiat è scesa all'841° posto, 19° tra le italiane. Il Lingotto sta conducendo una straordinaria battaglia per il rilancio, ma per chi a Torino ha vissuto e in quegli uffici ha anche lavorato, vedere l'erba alta crescere nei capannoni a Mirafiori è il segnale più evidente di un mondo che cambia.
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Davanti a questa realtà, difficile ma non univoca, le domande cui dovremo provare a rispondere sono tante: l'Italia e l'Europa stanno attraversando un processo inesorabile di deindustrializzazione? Secondo gli stessi rapporti della Commissione europea, per quanto prudenziali e nel complesso ottimisti, "il rischio c'è e va monitorato". Di certo la quota dell'industria manifatturiera nella produzione dell'Unione è passata dal 30% del 1970 al 18% del 2001.
Ha dunque un futuro il manufacturing oggi in Europa? Molti cominciano a dubitarne. Anche perché la delocalizzazione - è ancora Bruxelles a lanciare l'allarme - "sembra non limitarsi più ai soli settori tradizionali a forte intensità di manodopera, ma comincia ad osservarsi anche nei settori intermedi che costituiscono i punti forti tradizionali dell'economia europea".
Ha ancora un senso, in questo contesto, difendere i campioni nazionali?
Probabilmente no, anzi bisogna promuovere il più possibile l'integrazione europea. Ma allora bisogna puntare su campioni europei? Probabilmente sì, come dimostrerebbero i casi Airbus o StMicroelectronics, soprattutto in quei settori dove più intenso è lo sforzo in ricerca e sviluppo e dove più rilevanti sono le economie di scala. In un mercato integrato e con una moneta unica, d'altra parte, sarebbe contraddittorio non cogliere questa opportunità.
Forse bisogna anche già lavorare a un sistema che preveda la testa delle nostre imprese in Italia e in Europa e il corpo produttivo altrove, in Cina, in India, in Africa e chissà dove. Uno studio della McKinsey ha dimostrato che il processo di offshoring già oggi, se avviene in presenza di mercati del lavoro sufficientemente efficienti, garantisce benefici economici per l'intero sistema produttivo dei paesi d'origine e per i lavoratori stessi che ne vengono coinvolti. Diventeremo, dunque, una sorta di centrale managerial-logistico-decisionale di imprese che come una rete avvolgeranno il globo intero? È possibile, probabilmente auspicabile, ma allora è evidente che non avrebbero più senso gli incentivi antidelocalizzazione, ma sarebbe il caso di lavorare affinché questa rete possa avere collegamenti veloci e, soprattutto, conservare il suo centro qui da noi.
E il sistema finanziario? Il mondo del futuro sarà sempre più fatto di transazioni finanziarie globali. L'Europa oggi ha l'euro, ha piazze importanti come Londra e Francoforte, diventerà la centrale finanziaria del mondo? E per riflesso anche l'Italia ne beneficerà? Sono domande enormi, di difficile risposta, ma è chiaro che quelle domande bisogna cominciare a porsele, perché per costruire il futuro bisogna prima di tutto vederlo quel futuro.
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Di certo l'Italia, prima ancora dell'Europa, ha una grande opportunità: è la forza delle sue produzioni e dei suoi servizi di alta qualità, il suo estro per l'estetica e il design, la sua capacità di arricchire i prodotti di valore simbolico, il potenziale non solo turistico del suo territorio, la sua cultura millenaria, il suo ambiente, la sua arte. In questo senso le grandi trasformazioni del mondo possono diventare un'enorme opportunità per il nostro Paese.
È su queste produzioni ad alto contenuto qualitativo e simbolico che negli anni futuri si consoliderà la domanda dei Paesi sviluppati e, soprattutto, si farà avanti la domanda dei Paesi emergenti. Gli europei dell'Est che stanno entrando nell'Unione, la Russia che comincia a conoscere i vantaggi dell'apertura al mercato, la Cina dei grandi numeri possono diventare per le nostre produzioni mercati di sbocco straordinari. Già oggi si stima che tra Pechino e Shanghai vi siano 10-13 milioni di consumatori che chiedono quelle tipologie di beni dove noi siamo altamente competitivi. Quando in quei Paesi si sarà consolidata una generazione nuova in grado di apprezzare i consumi di qualità, essa si rivolgerà quasi naturalmente verso quel Made in Italy che nel mondo è sinonimo del buon vivere, del gusto, del successo sociale.
Per cogliere l'occasione, però, dobbiamo scommettere in questa direzione senza attardarci in produzioni su cui non saremo mai competitivi. Intendiamoci: alcune grandi imprese dei settori più tradizionali restano e resteranno aziende fondamentali per il sistema Italia, ma accanto ad esse la moda e il design non possono essere più considerati settori di minore importanza.
E la stessa auto avrà un futuro se saprà puntare sempre di più sulla capacità di estendere il fascino delle sue "sportive" a tutta la produzione, piuttosto che pensare di competere sui costi o sull'affidabilità.
Un articolo dell'Economist di qualche settimana fa sottolineava come nell'era di Internet per i consumatori mondiali i brand di qualità, i marchi, sono diventati sempre più importanti. Secondo un'analisi di Morgan Stanley l'attitudine dei cinesi verso i marchi di qualità sta crescendo esponenzialmente. Il Made in Italy di per sé è un brand di successo, Prada è un brand di successo, Tod's, ma anche il Brunello di Montalcino e la mozzarella sono brand di successo.
È l'Italia stessa che oggi nel mondo è un brand di successo, l'Italia dei suoi territori, dei suoi mille formaggi e dei milli vini, della sua arte, delle sue ricchezze naturali, della sua cultura. Questa estate tutti noi abbiamo assistito all'arrivo nelle nostre città di un primo turismo cinese di massa, è anche questo un segnale che bisogna saper cogliere. Solo una mentalità arcaica può far guardare al turismo con lo snobismo di chi lo considera un'attività economica minore: per l'Italia, e per le sue regioni più svantaggiate in particolare, può diventare uno straordinario volano di sviluppo, nel quadro di una più ampia valorizzazione del territorio.
Le attività alberghiere che ospitano turisti da tutto il mondo lungo la costa tra Siracusa e Catania possono e devono diventare parte di una valorizzazione di tutta quell'area che comprenda il turismo, ma anche l'università, i beni culturali, le specializzazioni produttive locali, la difesa dell'ambiente.
Produzioni di qualità e ricchezza dei territori sono opportunità che non possiamo permetterci di perdere. Anche perché non partiamo da zero. Al contrario c'è già un tessuto di imprese sulle quali poter puntare. Una recente ricerca di Mediobanca e Unioncamere ha messo in evidenza come in Italia ci siano 3.700 imprese con fatturato tra 13 e 260 milioni di euro, con un numero di dipendenti che va da 50 a 499 e a proprietà autonoma, che hanno messo a segno una buona crescita media negli ultimi anni. Successivamente il centro Studi di Mediobanca ha individuato, tra le imprese con un giro d'affari che va da 200 milioni a 2 miliardi di euro, 200 aziende che si distinguono per dinamismo e investimenti nei settori tradizionali come nei servizi avanzati.
Un tessuto su cui lavorare, dunque, c'è.
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Se alla fine di questo dibattito emergerà che questa è una strada possibile per l'economia italiana, allora apparirà anche più chiaro cosa andrà fatto per andare in quella direzione. Non è obiettivo di questo articolo farlo già ora e sarebbe inutile ripetere un abusato elenco della spesa: più ricerca, migliore regolamentazione dei mercati finanziari, migliore flessibilità, investimenti in infrastrutture ecc. Ma tre punti vanno sottolineati.
1. Dobbiamo, innanzi tutto, valorizzare al massimo e imporre sui mercati internazionali questo triangolo costituito dalla creatività, dal territorio e dalla produzione di beni e servizi di qualità. E per farlo, come sta giustamente rimarcando in ogni occasione il nuovo presidente di Confindustria, bisogna saper lavorare in squadra. Non è un auspicio vuoto di significato. In alcuni territori lo si è cominciato a fare. Ci sono presidenti di camere di commercio, imprenditori locali, sindaci di Comuni, cooperative, che offrono modelli di produzione avanzata. Ora dobbiamo farne una costante del nostro sistema.
2. Impareremo a lavorare di più insieme, anche quando saremo stati capaci di valorizzare al massimo le nostre risorse umane. Tutti sappiamo quanto gli italiani siano dotati di una straordinaria capacità individuale di immaginare e creare nuovi prodotti, ma manca ancora la capacità di gestire organizzazioni complesse e di operare nel mercato globale. Servono persone qualificate alla gestione di processi di sviluppo di nuovi prodotti e della logistica nell'ambito della supply chain, in grado di leggere le caratteristiche dei mercati mondiali, di tradurre questa visione in processi produttivi innovativi e complessi, di gestire il lavoro in squadra.
3. Fondamentale, infine, il capitolo liberalizzazioni. L'ultimo convegno della Fondazione Rodolfo Debenedetti ha fornito spunti utili in questa direzione. Ha documentato che le liberalizzazioni dei servizi, effettuate in Europa, hanno portato a forti incrementi di produttività, stimolando fortemente la crescita economica. Per l'Italia il messaggio non potrebbe essere più chiaro: cresciamo poco perché troppi nostri mercati godono di qualche forma di protezione dagli effetti della concorrenza. Bisogna riprendere dunque il processo di liberalizzazione da troppo tempo interrotto.
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Sono, questi, solo alcuni appunti su cui riflettere. Nessuno, in questa fase, può pensare d'avere risposte preconfezionate, ma ognuno è invitato a dare il suo contributo per individuare un futuro possibile per il sistema produttivo italiano ed europeo. Nella consapevolezza che quella che abbiamo davanti non è una crisi congiunturale, come è regola che avvenga nelle economie moderne, ma è un bivio storico tra il rilancio e un lento, vebleniano crepuscolo.
Fernand Braudel ci ricorda che le civiltà non sono eterne, e che esse "nascono, si sviluppano e cadono sulla base dell'economia". Il destino dell'Italia e dell'Europa oggi dipende da noi. Le fasi di transizione, tutte le fasi di transizione, possono portare alla morte o alla rigenerazione. Tocca a noi dimostrare se per l'Italia e l'Europa c'è, oggi come all'epoca dei luddisti, una strada nuova da poter percorrere.
La Repubblica,
Intervento di Silvano Toffolutti, coordinatore CpU Ponente Ligure
Un contributo al dibattito aperto nella rete dei Cittadini per l'Ulivo
UNA TESI
1-Preambolo
La situazione politica del Paese è sempre più grave perché abbiamo un governo truffaldino come il suo leader ed in continua conflittualità in particolare a causa dell’alleato Lega partito prepotente e disomogeneo con gli altri partiti , in particolare con Alleanza Nazionale ed UDC.
Questi hanno un retroterra politico da difendere mentre anche Forza Italia non dà alcun affidamento ed è una brutta copia del peggio dei vecchi partiti generatori di Tangentopoli .
In questo quadro drammatico ritengo ci si possa aspettare il peggio, per il quale non vi è mai un limite; un individuo costituzionalmente disonesto, bugiardo e spregiudicato come l’innominabile è capace di tentare di tutto pur di restare in sella e certamente lo farà.
Se inseriamo questo fosco quadro nella catastrofica situazione internazionale dove l’unica speranza è che nello scenario mondiale prendano il sopravvento governi pacifisti e democratici, non possiamo che impegnare tutte le nostre forze per spazzare via questo osceno governo .
In questo scenario il centro-sinistra e la sinistra , che dovrebbero approfittare delle debolezze della maggioranza, si comportano in modo schizofrenico, attuando anche giochini ingannevoli verso quei cittadini che hanno espresso in tutti i modi la volontà di cambiare la pessima gestione dello Stato sia di questa maggioranza che della politica del passato.
Non dobbiamo dimenticare la drammatica situazione morale ed economica degli anni precedenti Tangentopoli, che ha portato al tracollo di molti partiti,alla nascita della Lega , al rafforzamento della destra postfascista , all’acquisto del potere dell’innominabile con i soldi frutto della corruzione dilagante.
Insomma oggi abbiamo una democrazia malata ed uno dei sintomi più gravi è il continuo calo dei partecipanti alle votazioni con la motivazione ricorrente " Non vado a votare tanto sono tutti uguali!" , mai compensato dai tanti tentativi di creare un trasversalismo democratico vedi la Rete, il Patto Segni, i Progressisti, la Cosa1, la Cosa2 ed infine la coalizione del Ulivo.
Ora la gran parte dei cittadini democratici singoli, associati in vari movimenti ma anche iscritti ai partiti, hanno identificato in Romano Prodi il governante più serio e capace della scena politica nazionale ed europea ed hanno espresso in molti modi questa loro scelta, che non è presa a scatola chiusa perché Prodi , sia con il comportamento del suo precedente governo che con il suo documento "L’Europa ,il sogno,le scelte"e quelli successivi, ha precisato le linee fondamentali di un suo auspicabile governo dell’Italia .
In questo quadro di rinati entusiasmi e speranze , confermato dalle ultime vittorie elettorali, ciò che tende a raffreddare tutto è il comportamento furbesco di molti uomini di partito sia nazionali che locali; il tutto con poche sporadiche eccezioni. In moltissimi ci domandiamo il perché di ciò ,più o meno apertamente tutti lo pensiamo e spesso lo diciamo.
Ora qui anch’io tento di dare schematicamente una risposta , maturata su una lunga esperienza civile e politica, con questa tesi sulla quale intenderei aprire un confronto per individuare una proposta operativa che ci faccia uscire dalla palude di un dibattito fino ad ora inconcludente.
E’ certo che:
1. La costituzione Italiana individua nei Partiti gli strumenti per esercitare la democrazia parlamentare, con ciò esplicitamente indicando il modello di democrazia delegata .
2. Si presume quindi che sia all’interno delle strutture dei partiti il momento ed il luogo dove si esplica la democrazia diretta dei cittadini. Se per molti anni è stato così poi i partiti si sono organizzati progressivamente in strutture oligarchiche tendenzialmente chiuse, in diversi casi in mano a persone spregiudicate che hanno fatto della politica la loro professione traendone non solo o nori ma soprattutto sostanziose risorse economiche, in genere legittime ma non sempre tali.
3. Ciò è avvenuto man mano che la politica ha permeato tutti gli aspetti della società italiana, rendendola l’attività più importante ed anche economicamente determinante.Questo ha fatto si che molti di coloro che si dedicano alla politica nei partiti e nel sottobosco collegato siano diventati dei professionisti potentati con più o meno robuste prebende a secondo della carriera sviluppata, come in un’azienda. Ciò vale per tutti i livelli naturalmente con le fisiologiche proporzioni. Ma lo stato democratico non è ne deve essere un’azienda.
4. Automaticamente questo stato di cose ha portato anche alla nascita di una "corporazione trasversale " di politici di professione che è molto attenta ai propri interessi e non vuole perderli accettando solamente il naturale ricambio dei soggetti ma non la perdita di pezzi di quel potere che, oltre agli o nori, permette loro di vivere più che bene.
5. Se questo è lo"stato dell’arte" si capisce bene quale sia la vera motivazione della insofferenza da parte dei partiti (che a causa di una disaffezione diffusa sono penalizzati da sempre meno iscritti) , a vedere emergere nella società civile una pulsione a riappropriarsi della partecipazione politica alle scelte degli uomini e dei programmi. Per molti addetti ai lavori ciò diventa anche un problema di sopravvivenza economica.
6. In tutte le circostanze ,nazionali o locali che siano, i rappresentanti dei partiti con rare eccezioni si dicono d’accordo nel coinvolgere attivamente i movimenti e le associazioni, promettono di fornire loro anche risorse finanziarie perché possano lavorare per avviare la partecipazione (non solo quella del consenso ma quella vera della proposta) ma quando è il momento di agire concretamente in questo senso diventano introvabili. Nella nostra esperienza quotidiana ciò avviene quasi sempre.
7. La scelta dei candidati nei momenti elettorali è quella più tipica nella quale si esercita il "diritto di scelta "dei partiti che avviene sempre nelle segrete stanze con contrattazioni spesso indecenti e che qualche volta portano poi alla sconfitta perché gli elettori , non condividendo le scelte dei partiti , non vanno a votare o esprimono voti di protesta.
8. Su questa brutto fenomeno del non voto, della scheda bianca o del voto nullo, spesso contenente insulti , non ho mai sentito che i politici si preoccupino molto I partiti non si preoccupano del calo della partecipazione, in quanto essi vogliono solo quella del "consenso" e sono consci che quelli che comunque votano, anche se sono pochi non hanno altra scelta che votare per loro. Si sentono certamente più al sicuro se vota solo il 50% dei cittadini, piuttosto che se vota il 90% .
9. A questo punto trovo veramente interessante la proposta che è uscita in questi giorni di riflessione sulle elezioni europee e la bassa partecipazione elettorale: quella di fare oscillare il numero degli eletti sulla base della percentuale di voti validi. Forse sarebbe uno stimolo per mobilitare tutti a fare aumentare la partecipazione. Invece ad esempio in questi giorni la Regione Liguria ha scelto di darsi 50 consiglieri invece che 40!!
10. Per quanto riguarda il non voto dei cittadini a mio avviso le motivazioni di questa disaffezione può essere il frutto , nei fatti, di questi elementi:
a- Visione qualunquistica ed egoistica dell’organizzazione sociale per cui uno crede di fare meglio pensando esclusivamente agli affari propri con il convincimento che comunque attraverso azioni di clientelismo o pressione economica al politico di turno ottiene facilmente quello di cui ha bisogno. E’ la diffusa mentalità dominante di tipo mafioso ma comunque efficace nei fatti .
b- Disinteresse generale ai problemi del collettivo votando solo come voto di scambio.
c- Convincimento che la "politica è una cosa sporca" . Non mi è mai capitato di sentire un politico professionista indignarsi veramente a queste affermazioni. Significa che tutto sommato questo pessimo concetto serve a tenere distanti dalla politica molti cittadini per bene che potrebbero essere dei concorrenti.
d- Scarsa attenzione all’esercizio attivo della Democrazia. per impreparazione culturale
e- Disillusione, dopo l’entusiasmo elettorale, nel constatare che una volta ottenuta la delega i politici non si occupano più degli elettori; " adesso lasciateci lavorare".
f- Infine, e non ultimo, l’accavallarsi caotico e frazionato dei momenti elettorali, ognuno con regole diverse, spesso occasionali e di comodo, che fanno ancor più arrabbiare la gente immersa nei propri gravi problemi del quotidiano ; e l’aumento progressivo dell’età degli elettori, che non riescono a seguire l’andamento alquanto schizofrenico della politica , in ciò condizionati anche da una informazione arzigogolata e spesso faziosa.
Attualmente è in corso un aspro e subdolo tentativo di sabotare le azioni tendenti a rinnovare la politica nazionale in direzione di un’ampliamento della democrazia partecipativa che si identifica con la proposta di Romano Prodi per la costituzione della Federazione dell’Ulivo composta dal più ampio numero dei partiti del centrosinistra ,dagli eletti e dai cittadini singoli ed associati , il tutto parte integrale in uno schieramento più ampio che comprenda anche le altre forze della sinistra
Questo scontro si svolge in maniera subdola con il continuo dire ed il contraddire, cosa che porta al logoramento della passione civile dei cittadini per stanchezza ed incomprensione; forse è proprio questo che vogliono i lobbisti dei partiti " lasciateci lavorare nella nostra riserva privata del potere politico ed economico del Paese."
Allora che fare come cittadini per l’ulivo?
Richiamando tutto quello che ho già detto posso aggiungere che:
· Da due anni noi abbiamo cominciato ad esistere sulla base di una spontanea e bellissima spinta etica e morale;da un anno ci siamo ufficialmente costituiti , abbiamo sentito tante promesse, assicurazioni, attestazioni di stima. Ma ditemi: cosa è cambiato in questi due anni da parte dei nostri interlocutori dei partiti? A me sembra nulla!
· Nel corso delle elezioni Europee,nelle quali moltissimi di noi si sono prodigati da soli, senza una lira, spendendo del proprio, magari rinunciando per scelta a candidature locali gratificanti per dedicarsi all’Ulivo , i nostri candidati che a sorpresa e non per nostra scelta erano stati cooptati dai partiti nelle liste per far vedere che ci tenevano in considerazione, sono stati abbandonati a loro stessi, risultando ultimi .
Permettetemi allora di affermare il convincimento che l’unica cosa che conta per i partiti sono i rapporti di forza concreti e sostanziali ;fino a che loro sono dentro il campo e noi tenuti fuori al di là della rete a fare solo i tifosi , essi possono tranquillamente continuare a prenderci in giro come hanno fatto fino ad ora.
2- Una proposta per la rete dei cittadini per l’ulivo.
Nel nostro Manifesto e lungo tutto il nostro biennale percorso si è sempre dichiarato che l’Ulivo deve essere un soggetto nel quale paritariamente possano aderire i partiti,gli eletti, i cittadini singoli od associati.
Ora Romano Prodi ha fatto la proposta delle Federazione dell’Ulivo e noi siamo d’accordo, siamo d’accordo con lui sulle primarie, sul programma e sulla scelte; gli altri si,no,ma,però!
Allora noi dobbiamo dichiarare a voce alta ed ufficialmente che la nostra Rete diventa la prima componente ad aderire e farne parte immediatamente, mettendoci a disposizione di Prodi , ovviamente non passando attraverso i partiti. Gli altri facciano quello che vogliono,noi intanto ci siamo.
Nel contempo dobbiamo comunque darci una organizzazione robusta ma di tipo molto leggero flessibile ed orizzontale, come già a suo tempo proposto, su basi locali possibilmente provinciali, comunicare a tutti che siamo presenti nei diversi ambiti , proporre e promuovere anche su queste basi locali la nostra partecipazione a liste unitarie con i partiti evidenziando la nostra identità; ma se queste, per volontà altrui non si fanno, dobbiamo comunque partecipare con i nostri iscritti e simpatizzanti, scelti in modo diverso dai partiti, alla vita pubblica politica ed amministrativa anche con nostri candidati in liste elettorali civiche nei momenti elettorali.
Oltretutto questo ci permetterà con qualche eletto , di uscire anche dalla grave sofferenza economica , racimolare qualche spicciolo per far vivere gli organismi utilizzando denaro ed aiuti pubblici, come partiti e partitini fanno e noi no.
Ovviamente tutto ciò va rapidamente studiato, deciso e regolamentato.
Alle vicinissime elezioni regionali che sono un momento altissimo della vita sociale e politica del Paese, o stiamo assieme agli altri in una lista unitaria o, se gli altri si tirano indietro e fanno giochi di astuzia o come mi risulta essere già successo ad esempio a Torino dichiarano di non volerci, noi dobbiamo essere liberi, coordinati con altri movimenti in liste civiche , di andare per conto nostro.
In alternativa ove i partiti dell’Ulivo ci impedissero di fare parte della Federazione, dovremmo pretendere espressamente dagli stessi una risposta(non un silenzio dissenso come qualche volta fanno) e quindi dichiarare che voteremo e faremo campagna solo per quelli che dichiarano formalmente ed inequivocabilmente di volerci.
A questo fine dovremmo in tutti gli ambiti attivarci per avviare contatti con il mondo delle associazioni per coordinarci con le stesse; anche se siamo un arcipelago formale siamo uniti nei valori fondamentali ed ideali e quindi in gran parte essere essere unitari.
Non dobbiamo più accettare a scatola chiusa le decisioni dei partiti, anche se siamo dei piccoli gruppi di aderenti sappiamo esserci un’ ampia schiera di cittadini che la pensano come noi.
In questo caso estremo e comunque anche se succedesse il miracolo ma poi si tentasse di proseguire con il mercanteggiamento tra pochi notabili, come Rete dobbiamo già da subito predisporre un servizio da prestare alle associazioni locali , organizzando un sistema di base per fare delle primarie telematiche tra i nostri aderenti previa formazione di un nostro albo degli elettori , così da mostrare agli altri che la cosa può funzionare e si può fare.(vedi l’esperimento di primarie telematiche dei girotondi)
Credo che tra di noi ci sia chi ha le capacità informatiche per organizzare un progetto del genere, mentre un Albo degli elettori delle singole nostre Associazioni facenti parte della Rete si può comunque, predisponendone le regole ,cominciare a crearlo subito.
Queste sono proposte ma ben ne vengano altre purchè vadano nella stessa direzione di uscire " dalla palude della semplice tifoseria si in campo ma al di là della rete".
Solo così si potrà spingere concretamente a portare alla ragione la riforma della politica italiana e contribuire veramente a Democratizzare la Democrazia.
Infine sarà necessario provvedere anche a qualche modifica statutaria che tenga conto di alcuni problemi emersi nel momento elettorale trascorso e per fare ciò propongo che venga dato un brevissimo periodo ( 10 giorni?) dopo il prossimo coordinamento per inviare proposte concrete ad un Gruppo nominato nello stesso che le proporrà alla successiva assemblea.
Arch.Silvano Toffolutti
coordinatore dell’Associazione Cittadini per l’Ulivo del Ponente Ligure
Lettera aperta a Francesco Rutelli
Nuovo intervento di Stefano Facchi, coordinatore CpU provincia di Milano
Era ottobre del 2000. Una domenica sera, poco prima di cena, suona il telefono. Era il mio amico Carlo Monguzzi: "Stefano, sono con Ermete, perché non ci raggiungi? Ceniamo insieme e, nel frattempo, parliamo di una cosa importante!"
Due imprecazioni, poi mi sono infilato qualcosa ed ho raggiunto i ragazzi in una pizzeria affollata.
Realacci introdusse subito l’argomento.
Sai, Stefano, dopo l’investitura di Francesco (Rutelli) avvenuta proprio qui a Milano, abbiamo valutato seriamente la situazione: i partiti dell’Ulivo danno già per scontata una pesante sconfitta, i sondaggi ci danno sotto del 13 o 14%, eppure abbiamo la convinzione che sia possibile, lavorando sodo, invertire la tendenza e cercare, almeno, di rendere la partita giocabile.
L’idea è quella di far nascere i "Comitati Rutelli", dei quali mi sono assunto la responsabilità nazionale, su tutto il territorio con l’obbiettivo di rivolgerci direttamente ai cittadini, agli ulivisti, insieme ai partiti ed ai loro militanti.
Soldi a disposizione non ce ne sono quindi, sappilo, tanti sacrifici.
Se, nonostante questo sei d’accordo, allora quello è il mare aperto, io ti consegno un gommoncino di tre metri, due remi e ti abbraccio con affetto: auguri.
Buona traversata.
Due giorni dopo incontravo a Roma Renato Strada e, di ritorno a Milano, Chicco Crippa.
Nicola Pasini, di Nuove Regole, ci metteva a disposizione la sede di via Cosimo del Fante e la sua preziosissima persona, ed iniziava l’avventura lombarda dei Comitati Rutelli.
Ne abbiamo fatta, di strada.
All’inizio ci guardavano tutti con sospetto: i responsabili dei partiti ci dicevano "ma l’Ulivo siamo noi!!", che bisogno c’è di creare confusione, di far partire comitati e comitatini in giro per il paese?
Con tanta pazienza riuscimmo a mettere insieme pezzi importanti di questa regione e della sua città più importante, Milano.
Riuscimmo ad aprire la sede di piazza Vetra e, lavorando davvero sodo, a farla diventare il centro di tutte le iniziative, gli incontri, le decisioni.
Coinvolgemmo, nel lavoro, più di un centinaio di volontari e raccogliemmo fondi, tutti girati a Roma, in una quantità impressionante (unmiliardoseicentomilioni).
Cominciò a frequentarla Fassino e, insieme a lui, i dirigenti dei partiti e, pian piano, si creò una vera squadra, capace di direzione organizzativa ma, anche, politica.
Come poi sia andata, lo sapete tutti.
Grazie al lavoro dei comitati, dei partiti, dei singoli cittadini, alle elezioni si perse, ma si perse con una distanza davvero minima tra le due coalizioni (anzi tre, perché Rifondazione e Di Pietro stavano altrove), scongiurando una mortificante e pericolosissima debacle.
Con Rutelli proseguimmo il lavoro, dando vita prima alla grande assemblea milanese di via Corridoni, seguita da quella ancora più importante ed imponente di Roma, all’Ergife.
Con lui, Realacci e Gentiloni, continuammo a vederci mensilmente a Roma in una trentina di persone di tutta Italia, gettando il seme di quella rete che poi sarrebe diventata dei Cittadini per l’Ulivo.
Abbiamo vissuto, insieme, i momenti delle grandi manifestazioni di massa e visto, con grande piacere, rafforzarsi un asse ulivista tra Rutelli e Fassino, sempre tesi ad unire, a volte con grande fatica, arginando il lavoro di divisione di Pecoraro, Diliberto e compagnia bella.
Oggi ci tocca vedere (forse) il sosia di quel Francesco, invecchiato e con gli occhialini da lettura, rimangiarsi tutto quel percorso, usare toni sprezzanti nei confronti di quel mondo che ha tanto lavorato, soprattutto, per rafforzare la sua posizione di vaso di coccio tra quelli di ferro.
Oggi è lui a frenare il percorso dell’Ulivo, a rivendicare l’orgoglio di partito, a dire che l’Ulivo dovrà essere guidato solo SOLO dai segretari dei partiti: Prodi invitasse pure chi preferisce, l’ascolto non si nega a nessuno, ma quando ci sarà da decidere……
Ahi, Francesco!!
Credo di capire abbastanza le tue ragioni, ma proprio perché le capisco, non le posso condividere.
Voglio sbilanciarmi in una profezia e, poi, chiudere con un appello.
La profezia è che, rallentando il processo ulivista e presentandosi come partito figlio, erede nella continuità, del solo Partito Popolare, di quel partito erediterà anche, inevitabilmente, la dimensione elettorale che, se non ricordo male, era attestata attorno al 5 (cinque) per cento.
La tua Margherita è cresciuta, anche grazie a te, ed ha ottenuto consensi quando si è presentata al paese come il primo laboratorio di un percorso unitario, mettendo insieme pezzi, storie e culture diverse, superando resistenze ed imboscate.
Il dramma è che quei pezzi e quelle storie sono rimaste diverse, non si sono contaminate, non hanno prodotto alcuna fusione e oggi tu, pur di garantirti un ruolo, devi consegnarti mani e piedi al meno ulivista di loro.
Auguri, Francesco.
Fai come credi ma, e questo è l’appello, non mortificare mai quel mondo delle associazioni, del volontariato e della militanza politica dal quale tanto hai attinto e del quale tanto hai beneficiato.
Stefano Facchi
settembre 22 2004
La fabbrica dei paracadute
calipso
Piovono dall’alto come gli aiuti umanitari, le mine antiuomo o le bombe intelligenti.
Sono i candidati alle varie elezioni, siano esse piccoli appuntamenti come le prossime suppletive per sostituire i parlamentati che hanno scelto il seggio europeo, che le politiche o le amministrative. Arrivano sempre dall’alto, grazie agli accordi fra le segreterie dei partiti. Mai che si sperimenti un tentativo di selezione dal basso con il coinvolgimento degli elettori.
Così accade che persone del tutto sconosciute o, al contrario, fin troppo note vengano inserite in contesti ove non hanno alcun collegamento, né si sforzano di costruirlo. Tanto va bene comunque, l’importante è rispettare gli equilibri fra partiti.
Solo in qualche rara eccezione i candidati sono stati rifiutati, tanto era indecente la proposta. Ma si tratta appunto di isolate eccezioni. Lealtà e senso civico degli elettori garantiscono sempre la partecipazione e l’elezione.
E’ una democrazia formale quella che garantisce solo la possibilità di votare. Viviamo in democrazie limitate, condizionate, amputate, ove l’unico grado di libertà possibile è quello di mettere una croce su un nome, anche nelle dittature si vota così.
Il nuovo millennio sembra regalarci una sensibilità più attenta ai problemi della rappresentanza, come dimostrano le mobilitazioni dei movimenti che contestano decisioni prese dai governi poiché frutto di scelte prese in contesti non collegiali o pervasi da interessi di parte (dalla guerra, agli impianti, ai contratti di lavoro).
Alcuni economisti (Stigliz e Krugmann) hanno individuato con chiarezza il concubinaggio – per usare le parole di Saramago - fra gli interessi economici e politici e la loro analisi è stata ripresa oggi dai movimenti, sebbene alcuni isolati studiosi abbiamo già in passato denunciato con forza come ci si serva della politica per controllare meglio il proprio patrimonio. Ma finora si è omesso di denunciare i nessi perversi fra partiti ed istituzioni.
Le istituzioni sono strumenti per tutta la società, mentre i partiti propongono programmi e persone per le istituzioni svolgendo così un ruolo di mediazione sociale attraverso la delega politica. Ma nei sistemi democratici non sono stati elaborati controlli efficaci all’esercizio del potere da parte dei partiti.
Vengono così cumulati nel tempo e dalle stesse persone i ruoli di rappresentanti delle istituzioni e dei partiti, facendo cadere uno dei principi cardine delle democrazia che è la separazione dei poteri, in modo che l’uno possa controllare l’altro.
Inoltre l’esercizio illimitato nel tempo del potere corrompe, poiché è difficile sfuggire alle blandizie dei privilegi che ha chi governa.
Diventa allora anche molto importante che i partiti controllino strettamente le candidature, entra solo chi risponde ai meccanismi ed alle regole dell’apparato. Perché il ceto politico deve autoconservarsi. Provate a scrollare le liste dei prossimi candidati alle regionali: sono tutti nomi di politici che ricoprono già un’altra carica, uno scambio di pedine da un posto all’altro della scacchiera.
La fabbrica di paracadute va a gonfie vele.
A meno che non cambi o si esaurisca il vento www.laretedeimovimenti.it
Traffico di rifiuti informatici tossici dall'Inghilterra in Cina, India, Africa
di m. c.
La Gran Bretagna produce ogni anno oltre 1 milione di tonnellate di rifiuti elettronici, come computer e cellulari guasti e secondo un recente rapporto governativo, vengono spediti all’estero in quantità sempre maggiori. Lo scorso anno 23.000 tonnellate di attrezzature elettroniche sono state esportate illegalmente, soprattutto in Cina, Africa occidentale, Pakistan e India.
In un caso le bolle di accompagnamento di un container, in attesa di imbarco da Felixstowe per il Pakistan, dichiaravano un contenuto di innocui imballaggi in plastica, che ad una verifica si sono rivelati tonnellate di rifiuti informatici provenienti dal Galles e destinati ad essere selezionati manualmente per ricavarne metalli pregiati.
Secondo l’Environment Agency l’esportazione di questi materiali tossici ammonterebbe a milioni di pounds all’anno. L’agenzia ammette inoltre di non conoscere l’esatto quantitativo di questi rifiuti, inviati nel terzo mondo da compagnie decise a risparmiare i costi dello smaltimento legale.
Ci sono poi altri 2 rapporti, non diffusi dalle autorità, che fanno ritenere che il fenomeno abbia dimensioni ancora maggiori. Secondo l’Industry Council for Electronic Equipment Recycling, che ha intervistato in forma anonima numerosi imprenditori, gran parte del traffico riguarda componenti elettronici usati ma inutilizzabili, spacciati per buoni. Un consorzio di 6 agenzie di altrettanti paesi europei, Inghilterra inclusa, ha verificato che le aziende utilizzano metodi sempre nuovi e ingegnosi per aggirare i regolamenti e che i governi non possiedono ne le risorse necessarie, ne pare la volontà politica per intervenire in modo efficace.
unita.it
Tornano i Girotondi: il 2 ottobre manifestazione contro le riforme
REDAZIONE
Il 2 ottobre prossimo, a Roma, organizzata da "Libertà&Giustizia", con il contributo dei Girotondi di Roma, si terrà una manifestazione al coperto contro le riforme istituzionali del centrodestra e contro gli inaccettabili cedimenti del centrosinistra. Sono stati invitati i segretari di tutti i partiti della coalizione. Interverranno fra gli altri Oscar Luigi Scalfaro, Giovanni Sartori, Sandra Bonsanti, oltre ad esponenti dei movimenti di società civile e ad alcuni sindaci "di peso".
E' una buona occasione per rimarcare che lasciare il gioco in mano ai "professionisti" della politica può dare risultati disastrosi, e per tornare a fare sentire la voce dei cittadini che non vogliono regalare un altro mandato a Berlusconi e ai suoi.
La posizione di "Libertà&Giustizia" sull'argomento è ben sintetizzata dalle parole di Sandra Bonsanti, che sul sito di "Libertà&Giustizia" ha illustrato lo spirito della manifestazione.
centomovimenti.com
Monti boccia la Tremonti-bis: "Il Governo italiano la cancelli"
REDAZIONE
Ancora una volta l'Unione europea si trova costretta a respingere un provvedimento del Governo italiano, perchè in contrasto con le norme comunitarie. Il commissario alla Concorrenza dell'Esecutivo di Bruxelles Mario Monti ha oggi bocciato la proroga della Tremonti-bis, una misura incompatibile con le norme europee in materia di aiuti di Stato.
Il nostro Consiglio dei ministri dovrà quindi sopprimere il regime di agevolazioni fiscali per le imprese che abbiano investito in zone colpite da calamità naturali. Roma non dovrà solo bloccare gli aiuti, ma dovrà anche recuperare quelli già stanziati.
Lo scorso 4 settembre, durante il convegno di Cernobbio, Monti aveva già anticipato un possibile intervento dell'Ue in questa direzione.
"Nel settembre 2003 abbiamo aperto un'indagine sulla proroga - aveva spiegato - ma le autorità italiane non hanno finora dato spiegazioni sufficienti a dissipare i nostri dubbi. In assenza di ulteriori informazioni non potrò che proporre alla Commissione una valutazione negativa".
centomovimenti.com
Io vado a...gas
Come tutte le risposte di lotta anche lo sciopero della spesa che - iniziato lo scorso 16 settembre - proseguirà fino alla metà di ottobre, ha bisogno dei tempi necessari per la maturazione di posizioni di negoziato che possano realizzare soluzioni concordate.
Non saremo certo noi quelli che sottovalutano un’azione di lotta che, per la prima volta anche nel nostro paese, fa acquisire ai cittadini la consapevolezza della loro sovranità di consumatori ma, purtroppo, è fin troppo evidente – stando almeno alle prime reazioni dei giorni scorsi – che il mercato, appunto, non è ancora maturo per riconoscere tale primato. Così, non esistendo ancora un apposito “tavolo”, serio e formalizzato, di confronto tra controparti dirette (Associazioni dei commercianti e Intesa Consumatori), il governo – ad opera del ministro Marzano - s’è l’è cavata mettendo in scena la pantomima dell’accordo in nome e per conto che, di fatto, ha sancito soltanto quanto la grande distribuzione aveva già attuato per suo conto, sotto la spinta del calo delle affluenze. Un modo come un altro per fare scena o, per dirla con l’Adiconsum: “l’iniziativa del governo sui prezzi è inconcludente sul piano pratico in quanto le famiglie che vanno nei supermercati beneficiavano già delle politiche di contenimento dei prezzi attivate dalle stesse catene. Servirebbero — afferma il presidente Landi — altre iniziative per realizzare, ad esempio, l’inclusione nell’accordo del commercio diffuso (piccole botteghe) o per attuare le conclusioni del nostro incontro con Conservizi che ha dichiarato piena disponibilità a congelare le tariffe, fino a tutto il 2005, se il governo prevederà nella finanziaria incentivi ai comuni per accorpare le aziende e quindi superare il problema del nanismo”.
In attesa che il governo smetta di fare le finte, i cittadini – nonostante le azioni di lotta – e le iniziative messe in campo dagli enti locali in difesa del potere d’acquisto delle retribuzioni se la devono vedere da soli e risolvere il probelema della spesa ciascun per sé. Oppure!
Si esiste un oppure. C’è un altro modo per risolvere in positivo senza rinchiudersi nella risposta solitaria della “rinuncia” o, peggio ancora, della depressione da prestazione o da desiderio inappagato.
Insomma, chi non ha la fortuna di vivere a Roma o a Torino città dove gli amministratori hanno svolto il compito di difesa dei cittadini: chi con l’accordo sul “paniere” di beni e servizi di prima necessità a prezzo fisso realizzato ormai più di un anno fa, chi con l’intesa per la riduzione del 2% dei prezzi dei generi di largo consumo, realizzato tra regione Piemonte, associazioni regionali dei consumatori e dei commercianti, organizzazioni sindacali e forze produttive, può sperare di non essere rassegnarsi alla mera soppravivenza costruendo, promuovendo o, semplicemente aderendo ad uno dei tanti Gruppi di Acquisto già attivi nel Paese.
La filosofia del GAS è semplice ma, al tempo stesso, profonda: laddove il singolo cittadino, il singolo nucleo familiare stenta a sostenere il confronto con il mercato la soluzione non può che passare per l’UNIONE dei tanti singoli cittadini e dei tanti piccoli nuclei di un territorio che, facendo FORZA possono riuscire a strappare migliori condizioni di vendita.
Ma la vera forza del GAS sta nella sua funzione di educazione al consumo, cosiddetto, “critico e “responsabile” e nella sua realizzazione di scambio solidale tra i suoi componenti.
Il GAS viene citato, per la prima volta, in uno studio realizzato, dal Gruppo di Lavoro del “Wuppertal Institute”, per conto di Misereor (ente cattolico per la cooperazione allo sviluppo) e dal BUND (Lega per l’ambiente e la protezione della natura), dal titolo “Germania capace di futuro2”.
Il documento, rivolto a tutti i soggetti coinvolti nei processi economici, parte dal calcolo che Wackernagel e Reesl hanno ricavato nella loro analisi basata sull’idea dell’impronta ecologica. Secondo tale calcolo: “se tutti gli abitanti della terra consumassero quanto un americano medio ci vorrebbero almeno tre “Terre” per riuscire a sopravvivere o, più limitatamente, se consumassero come un italiano medio di “Terre” ce ne basterebbero soltanto due”. Ne consegue -afferma il documento di Wuppertal - che l’attuale modello economico, che caratterizza le società più ricche del pianeta, non è sostenibile con la vita sul pianeta per diverse ragioni. In primo luogo perché non tiene conto dei limiti fisici della Terra nel senso della fornitura limitata di risorse e della capacità altrettanto limitata di smaltirne i rifiuti. In secondo luogo perchè la disparità nello sfruttamento delle risorse naturali comporta una grave ingiustizia nei confronti della popolazione del Sud del mondo (che rappresenta 80% della popolazione mondiale) costretta a spartirsi il rimanente 20% delle risorse del pianeta non usufruite dal Nord industrializzato, non arrivando così neppure alla soddisfazione dei bisogni primari.
Per questo motivo ciascuno deve fare la sua parte assumendo la sostenibilità come guida di tutti i processi economici. In questa nuova concezione dello sviluppo i consumatori possono fare molto a partire dalle scelte, appunto, di cosa, come, quando e quanto consumare. Il GAS diventa, a quasto punto, la risposta al consumismo sfrenato sia perché risponde ai bisogni individuali in forma collettiva: se tutti abbiamo bisogno di lavare gli indumenti una volta a settimana, perché i restanti sei giorni deve restare inutilizzata? Ma, anche perché, risponde al bisogno di consumare razionalmente ed economicamente: 100 Kg di pasta in pacchi da 500 grammi equivalgono a 200 confezioni che, ovviamente, dovranno essere smaltite. Acquistare collettivamente, in gruppo, gli stessi 100 chili di pasta in un’unica soluzione, invece, oltre a procurare un prezzo più basso per i partecipanti al gruppo, risolvono lo smaltimento in un unico grande “cartone” da riciclare una sola volta.
Il GAS non è solo una forma di risparmio per chi vi partecipa ma è, anche e soprattutto, uno stile di vita che salva la vita, risparmia il pianeta e consente uno sviluppo più equilibrato per tutti. Poveri compresi.
Per saperne di più: www.il-margine.it/archivio/1998/e4.htm.
[www.aprileonline.info
Come aggirare la legge e concepire felici
L'andrologo Greco: niente embrioni, lavoriamo su «pre-zigoti»
MATTEO BARTOCCI
Continuare a praticare la procreazione assistita lavorando su uno stadio di sviluppo embrionale molto precoce: il «pre-zigote». E' la via d'uscita (scientifica) a cui alcuni medici italiani stanno lavorando per sfuggire alle maglie della nostra legge oscurantista. Una strada che non contrasta con il referendum contro la legge 40 ma mira a evitare l'esplosione del cosiddetto «turismo procreativo», rilanciato a viva forza dalla legge del centrodestra. La fuga in altri paesi infatti non garantisce in pieno il rapporto medico-paziente e, soprattutto, è molto costosa: una soluzione disponibile solo per le coppie più facoltose (un mercato appetibile). Ermanno Greco, direttore del centro di fisiopatologia della riproduzione dell'European Hospital di Roma, ha già pubblicato su un'autorevole rivista scientifica («Reproductive Biomedicine», diretta da un pioniere come Robert Edwards) uno studio che dimostra come le leggi che tutelano gli embrioni non possono investire le cellule ai primissimi stadi di sviluppo.
Dottor Greco lei, con altri medici, individua nel «pre-zigote» una possibile via d'uscita dalla pessima legge italiana. Di che si tratta?
La nostra proposta non si oppone al referendum ma mira a contrastare il turismo procreativo. Siamo partiti da un fatto: la legge 40, in particolare all'art. 14, si riferisce sempre e soltanto ad embrioni. Lascia quindi uno spazio di intervento per tutte quelle fasi riproduttive che avvengono prima della formazione dell'embrione vero e proprio. Un aspetto su cui anche le linee guida del ministero non sono intervenute, non definendo in termini espliciti cosa sia un embrione. A nostro avviso è quindi possibile continuare ad operare su una cellula in cui i patrimoni genetici dei genitori non si sono ancora fusi. Il termine per questo stadio di sviluppo è «pre-zigote».
Su cosa si basa questa definizione?
Nel mio articolo, pubblicato a luglio, ho definito scientificamente quello che è un embrione e quello che non lo è. Successivamente ho organizzato una «consensus conference» via Internet con i più autorevoli istologi ed embriologi internazionali per discutere questa distinzione. Come scienziati affermiamo che si può parlare di embrione soltanto a partire dal momento in cui i patrimoni genetici della madre e del padre si fondono («singamia»).
Che effetti ci sono per i pazienti che attendono un intervento di procreazione assistita?
Possiamo continuare ad andare avanti, senza aspettare interventi parlamentari o ricorrere ad autodenunce. Secondo noi si possono congelare gli ovociti fecondati delle pazienti in uno stadio di sviluppo precedente alla singamia.
Quando scatta la distinzione?
In termini scientifici si ha uno zigote quando c'è una sola cellula con due patrimoni genetici uniti. In realtà però questo stadio nella specie umana dura solo 20-30 minuti, perché si passa quasi subito a due cellule. La formazione dello zigote avviene però in un momento ben preciso dello sviluppo embrionale: accade sicuramente dopo 19 ore dalla fecondazione, quindi è possibile per i medici congelare le cellule entro le 18 ore precedenti, il «pre-zigote».
Che sicurezza offre questa tecnica di congelamento precoce?
Non ci sono rischi genetici per il nascituro. I risultati sono analoghi a quelli per gli embrioni congelati. Diverso è il caso del congelamento degli ovociti, una tecnica magari promettente ma su cui la sperimentazione è ancora in corso.
E' una tecnica consentita all'estero?
In Germania, Svizzera e Austria il congelamento del pre-zigote è una tecnica molto diffusa e ben collaudata. Il Belgio permette di formare molti embrioni ma impone un trasferimento per volta al fine di evitare parti plurigemellari.
E nella «cattolica» Spagna?
La Spagna, a differenza dell'Italia, l'ha vietata. La legge iberica infatti non parla di embrioni ma vieta la fecondazione in vitro di più di tre «uova», specificando poi saggiamente che il medico può superare questo limite caso per caso. Nella procreazione assistita infatti non servono ricette universali: ogni paziente ha la sua storia specifica con il suo specifico trattamento. E' quello che vogliamo fare anche noi.
Il nostro comitato nazionale di bioetica però l'ha già bocciata...
Non è un parere vincolante, e non si basa su dati scientifici o giuridici.
Si può fare la diagnosi pre-impianto sul pre-zigote?
Purtroppo se la legge non viene emendata resta vietata. Ma questa tecnica è necessaria per malattie come la talassemia e la fibrosi cistica.
Qualcuno vi taccia di nazismo...
Questa non è eugenetica, noi non usiamo tecniche per «migliorare la specie», ma solo per evitare le malattie. Altrimenti che si fa, si vieta anche l'amniocentesi?
ilmanifesto.it
COSE CHE SUCCEDONO PRIMA DELL'APOCALISSE - di Giulietto Chiesa
Ci sono giorni in cui accadono cose irrimediabili. Come il 20 settembre 2004. Gli americani stanno perdendo il controllo dell'Irak e il panico sta impadronendosi dei fantocci che loro hanno messo a tutelare gl'interessi americani a Baghdad. Niente da fare, il disastro e' inevitabile. John Kerry ha capito finalmente che perdera' le elezioni e muove all'attacco di Bush dicendo che e' stata una guerra bugiarda e sbagliata.
Purtroppo anche lui l'ha sostenuta e le elezioni le perdera' lo stesso. L'ambasciatore britannico a Roma dice, in un pubblico convegno, che Bush e' il miglior alleato di Osama bin laden. Forse Tony Blair lo richiamera' in patria ma, in attesa, Giuliano Ferrara gli ha tolto le credenziali: doveva andare a cena con lui, proprio quella sera, e lo ha invece lasciato con il boccone a mezz'aria. Poi, in preda all'ira, ha convocato Marta Dassu' (quella che era un tempo, e forse lo e' ancora, consigliera diplomatica di massimo D'Alema, ed e' successivamente diventata direttrice di Aspenia) e insieme hanno ordinato alla NATO di andare al piu' presto in Irak per portare soccorso alle vittoriose truppe anglo-americane.
Infine Piero Fassino e' andato a Porta a Porta. Dove era in compagnia del vice-ministro degli esteri iracheno fantoccio, del corrucciato crociato Magdi Allam, del solito espertucolo adatto alla bisogna, direttore di un solito centro di studi strategici e stratosferici, e di un imam scelto per la lingua: abbastanza lunga da poter spolverare tutto lo studio televisivo, nonche' le scarpe dell'insetto che guidava la trasmissione.
Cosi' servizievole, l'imam, che l'inseito, a un certo momento, gli ha chiesto come mai gl'islamici, in Italia ,(ma intendeva dovunque) si ostinano a mandare i loro figli nelle scuole islamiche e non in quelle occidentali, dove impareranno megli usi e costumi dell'Occidente, cioe' s'integreranno invece di assorbire idee islamiche, cioe' terroristiche.
L'imama ha chiesto scusa per una tale dimenticanza, mentre il crociato corrucciato - che aveva appena informato il pubblico televisivo che le moschee sono dei covi terroristici - assentiva visibilmente, bene inquadrato dalle telecamere. Niente di nuovo per quanto concerne le trasmissioni dell'insetto.
Di particolare interesse, tuttavia, era il fatto che tutti gli astanti, proprio tutti, incluso l'insetto, si sono dichiarati d'accordo con Fassino. Il quale ha detto tra l'altro che stava tifando per John Kerry. Nell'indifferenza generale, tuttavia, perche' la combriccola era la' riunita per sentire Fassino dire che il terrorismo e' l'unico problema dei nostri tempi, anzi di tutti i tempi, per la qual ragione occorreva anche dimostrare senso di responsabilita', al punto da sedersi allo stesso tavolo del governo, che ha portato l'Italia in guerra.
Per il resto Fassino ha detto piu' o meno le stesse cose del corrucciato crociato e non si e' distanziato di un millimetro da quanto detto dall'amabile congrega di signori seduta sulle bianche poltrone di Porta a Porta.
Questa, cari amici, e' la par condicio cui dovremo abituarci nei prossimi mesi.
Giulietto Chiesa
megachip.info
Putin, il Patriarca e l'elicottero
di Gustavo Flobert
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Giochiamo un po’ con la fantasia. Ma come mi diceva anni fa un avvocato palermitano, "voi giornalisti, non sapete quanto vi avvicinate alla verità quando inventate". Il gioco della fantasia che tentiamo ora però si basa su dati reali. Ovvero: l’elicottero nel quale è precipitato e morto l’11 settembre — ripeto la data: 11 settembre — il patriarca di Alessandria, ebbene, era l’elicottero su cui in quei giorni avrebbe dovuto viaggiare il presidente Russo Vladimir Putin. E questi sono i dati certi. Il sospetto, il gioco d’ipotesi è che il patriarca di Alessandria sia stato tirato giù. Sia stato abbattuto. Da un missile, forse. E sia accaduto per errore: l’obiettivo poteva essere un altro?
Quel Putin, forse, che anche la settimana scorsa ha evitato un attentato mortale, un’autobomba. Nessuno però oggi può dirci per quale motivo l’elicottero sia precipitato. Ora i resi del grande Chinook dell’Aeronautica greca giacciono sul fondo del mar Egeo, a 866 metri di profondità.
Il presidente Putin avrebbe dovuto visitare la Grecia il 5 e 6 settembre, subito dopo la sua visita ufficiale in Turchia. In prossimità del monte Athos, una delle tre penisole che formano il complesso della Penisola Calcidica, Putin sarebbe dovuto giungere a bordo di un’unità russa della Flotta del Mar Nero, come quelle navi da guerra che stazionano sempre di fronte a Soci di fronte alla villa al mare di Putin.
Poi dalla nave, l’elicottero greco si sarebbe dovuto alzare in volo per portare Putin fino a uno dei meravigliosi monasteri ortodossi del monte Athos. Poi, la tragedia della scuola di Beslan, in Ossezia, ha fatto saltare il programma di visite di Putin.
Quell’elicottero, proprio quell’esemplare, viene spesso usato dalle autorità greche per trasportare gli ospiti di riguardo. I piloti — afferma la Grecia — erano molto esperti e molto bravi. Eppure i due piloti — hanno commentato stupefatti i tecnici — per quanto bravi non hanno lanciato alcun Sos. Come si fa in caso di guasto. Infatti un Sos, con la localizzazione della posizione, avrebbe facilitato le ricerche di naufraghi.
Evidentemente, i piloti non hanno avuto il tempo di lanciare l’Sos. L’avaria dev’essere stata del tutto improvvisa. Se di guasto si è trattato, ma qui si torna nel campo dell’ipotetico. Come conseguenza, l’elicottero è precipitato nel mare e sono morte le 16 persone che vi viaggiavano, compreso il patriarca ortodosso di Alessandria, Pietro VII.
Il Governo di Atene ha chiesto la destituzione del comandante dell’Aeronautica. Il corpo del patriarca è stato ritrovato ed è stato trasportato nella cattedrale di Atene. Poi la salma è stata traslata in Egitto per il funerale.
Il 15 settembre un sottomarino ha individuato il relitto del Chinoo. La carcassa del grande velivolo è ora adagiata a 866 metri di profondità, a sud-ovest del monte Athos.
Gustavo Flobert
g.flobert@reporterassociati.org
La scienza delle reti
di Carlo Formenti
E' vero che nella struttura stessa di Internet è iscritta una vocazione democratica? Quale sarà l'esito del poderoso sforzo di controllare la rete da parte di governi e imprese, che tentano di imbrigliare l'energia anarchica del nuovo media nelle vecchie regole del diritto statuale e del mercato? Sono domande che rimbalzano spesso nel dibattito dell'ala "cyber" dei movimenti sociali, e che, altrettanto spesso, ricevono risposte ispirate da paure, speranze e aspettative di natura ideologica più che da fondate argomentazioni teoriche. Ben venga dunque questo Link. La scienza delle reti, appassionante saggio del fisico ungherese Albert-Laszlo Barabasi (nella foto accanto) che Einaudi ha mandato in libreria alcuni mesi fa. Politica ed economia, come si evince delle competenze dell'autore, non sono al centro del libro, che si occupa in primo luogo dei modelli teorici che descrivono il comportamento delle reti (non solo Internet, ma anche le reti elettriche e di trasporto, le catene alimentari degli ecosistemi, le reti neurali, finanziarie e di relazioni sociali, ecc.) in quanto proprietà emergenti di sistemi complessi capaci di autorganizzarsi. Ma dall'esposizione (assai chiara e comprensibile anche per un pubblico di non addetti ai lavori) di tali modelli emergono ugualmente preziosi elementi per rispondere ai nostri interrogativi.
In primo luogo, il fisico ungherese ci invita ad abbandonare la concezione di Internet come un prodotto, ancorché mostruosamente complesso, della creazione umana: nella misura in cui la rete è l'esito di una storia fatta di una miriade di invenzioni, decisioni, pratiche e comportamenti individuali e collettivi - che non rispecchiano nessun tipo di "progetto" centralizzato -, essa è divenuta sempre più simile a un organismo biologico o a un ecosistema, per cui risponde a leggi analoghe a quelle che governano i sistemi complessi di origine naturale.
Fatta questa premessa, Barabasi ripercorre la storia della giovane scienza delle reti, mostrandoci come essa abbia progressivamente abbandonato il modello delle reti casuali (secondo cui i link si distribuiscono alla cieca, con il risultato che la stragrande maggioranza dei nodi finisce per avere un numero di link che non si discosta significativamente da una media statistica, tipica di quella rete), per adottare il modello delle reti cosiddette a invarianza di scala, fondato sulle leggi di potenza. In questo modello, i nodi non sono tutti uguali e i link non si distribuiscono uniformemente, in primo luogo perché i nodi più "vecchi" godono del vantaggio di avere avuto più tempo per acquisire link, poi perché nelle reti i collegamenti non avvengono a caso ma tendono a concentrarsi su alcuni nodi che assumono la funzione di connettori o hub (in Internet, il collegamento preferenziale è per esempio stimolato dalla popolarità di cui godono determinati siti).
Tralasciando gli innumerevoli esempi, corollari e applicazioni che Barabasi illustra per dimostrare il potenziale euristico del modello nei più svariati campi disciplinari, veniamo alle sue implicazioni politiche. La prima è che la presunta democraticità intrinseca di Internet è un mito. E' vero che si tratta del primo media che consente a chiunque (sempre che sia materialmente in grado di connettersi) di pubblicare le sue opinioni per un universo potenziale di milioni di lettori, ma il vero problema è chi leggerà effettivamente quelle opinioni. Se i link fra i nodi della rete fossero distribuiti a caso, si otterrebbe effettivamente un ambiente altamente democratico, in cui tutti disporrebbero (mediamente) dello stesso numero di lettori. Ma il Web è in realtà dominato da pochissimi nodi altamente connessi, che sono i soli ad avere effettivamente la capacità di far pervenire il proprio messaggio a un numero significativo di utenti.
La buona notizia arriva, invece, dalla seconda risposta: alla domanda se i tentativi di governi e imprese riusciranno realmente a governare i comportamenti nel cyberspazio, Barabasi risponde di no: ciò sarebbe possibile se la rete fosse determinata solo dal codice (i software che ne regolano il funzionamento) e non anche dalla sua architettura (che è fatta sia dal codice sia dalle azioni umane collettive che lo utilizzano) Tribunali, governi e aziende possono modellare il codice, ma - nella misura in cui il Web non ha un progetto centrale - non potranno mai modellare l'infinta complessità della sua architettura: le leggi vanno e vengono, la topologia è fissa.
Mettendo insieme la cattiva e la buona notizia, potremmo aggiungere un'ulteriore considerazione, lanciando un tema di discussione e approfondimento che va al di là degli obiettivi del libro. Forse, non avevamo bisogno della scienza del link per misurare l'ingenuità di un'idea di democrazia in rete come agorà elettronica, in grado di mettere chiunque (almeno virtualmente) nella condizione di esprimere un'opinione che pesi né più né meno di qualsiasi altra (dal principio una testa un voto della democrazia rappresentativa, al principio una testa un'opinione - senza passare dalla delega del voto - della democrazia diretta via Internet). In ogni caso, la valenza politica del concetto di hub appare preziosa alla luce dell'impossibilità di predeterminare chi va a occupare la posizione di nodo privilegiato: hub non sono solo i governi, le grandi imprese, i big media, i partiti tradizionali ma anche il circuito dei blogger, le reti di controinformazione, le comunità virtuali, le reti civiche, ecc. Insomma: Internet è democratica nel senso di una democrazia associativa incarnata dalle comunità di interesse e di lotta che si aggregano attraverso la rete, non nel senso della rappresentazione politica di una miriade di atomi individuali.
quintostato.it
Carramba che sorpresa
21/09 storie e reportage, USA: Negli Stati con maggiore concentrazione di cittadini di lingua ispanica, una rete di attivisti democratici manda in onda uno spot contro il presidente Bush in spagnolo. A ritmo di salsa
21 settembre 2004 - C’erano quelli di MoveOn, quelli amatoriali, gli spiritosi e i catastrofici. Ma tutti i video anti-Bush comparsi nell’ultimo anno sulle tv statunitensi e in Internet avevano una caratteristica in comune: erano in inglese, e dimenticavano il fatto che sempre più cittadini – ed elettori – degli Stati Uniti parlano come prima lingua lo spagnolo. A colmare questa lacuna ci ha pensato il New Democrat Network, una rete di attivisti fondata nel 1996 e che già dal nome non fa mistero delle proprie simpatie politiche.
Lo spot – dal titolo “La vera storia di George Bush” – dura poco più di un minuto, e viene trasmesso sulle tv degli Stati a più alta concentrazione di latinos, come la Florida, l’Arizona, il Colorado, il Nevada e il New Mexico. Come altri brevi video contro George W. Bush, ripercorre la carriera del presidente soffermandosi sugli aspetti già conosciuti: la facilitazioni ottenute nello studio grazie al nome di famiglia, l’imboscamento nella Guardia Nazionale del Texas per evitare di rischiare la vita in Vietnam, le amicizie compromettenti e l’escalation verso la guerra all’Iraq. La novità è che lo fa sulle note di una canzoncina di musica salsa, con un ritmo che – come scrive un blogger del sito Americablog.org – “ti fa venir voglia di ballare anche se non capisci le parole”.
La comunità ispanica statunitense si allarga ogni anno di più: ha recentemente superato i 40 milioni di individui, sorpassando così gli afro-americani e diventando la più grande minoranza del Paese. La continua immigrazione porta negli Stati Uniti 400mila nuovi latinos all’anno. Della crescente importanza di questo gruppo demografico si sono accori anche i due principali partiti, i repubblicani e i democratici, che ormai producono spot elettorali sia in inglese che in spagnolo.
a.u.
(Per vedere il video è necessario aver installato Flash Media Player)
Ecco il testo della canzone-spot:
Questa è la vera storia di George Bush!
Il suo nome gli ha dato privilegi
E zero responsabilità
Le porte dei college erano aperte
Senza nessun bisogno di studiare
Il suo nome lo ha chiaramente aiutato
A evitare di andare in Vietnam
E sebbene fosse un soldato semplice
Lo trattavano come un generale
E’ stato partner di quelli
Che aiutano a distruggere l’ambiente
Dice che non commette errori
Tutto è dovuto alla sfortuna
Anche se Saddam non aveva le armi
E in Iraq Al Qaida non c’era
Lui crede comunque che la guerra era giusta
E che lui sia il depositario della sola verità
Ascolta me
Stai attento al nome Bush
Se credi che l’Iraq sia un fallimento
Stai attento al nome Bush
Se tutto è andato male negli ultimi quattro anni
Stai attento al nome Bush
Se hai perso il lavoro, i risparmi e i tuoi sogni
Stai attento al nome Bush
Stai attento perché questa non è la fine
E unisciti al movimento democratico
www.peacereporter.net/
IRACHENO ESTRADATO E CONDANNATO PER ‘CONTRABBANDO ESSERI UMANI’
Peace/Justice, Brief
È stato condannato a otto anni di prigione da un tribunale australiano per ‘contrabbando di esseri umani’ un cittadino iracheno di 33 anni, Ali Hassan Abdolamir Al Jenabi. L’uomo, arrestato nel giugno 2002 in Thailandia, è stata la prima persona ad essere estradata in Australia per rispondere di questa accusa, che gli poteva costare fino a 20 anni di prigione. La Suprema Corte del territorio settentrionale lo ha giudicato colpevole di aver inviato oltre 250 profughi a bordo di navi da pesca dall’Indonesia all’Australia nel 2000 e nel 2001. Nel pronunciare la sentenza, il giudice Dean Mildren ha sottolineato che i passeggeri avevano viaggiato in pescherecci malfermi e privi di equipaggiamento di sicurezza, ma ha anche riconosciuto che la ragione primaria dell’attività svolta da Al Jenabi non era il guadagno, bensì l’intenzione di portare la propria famiglia con sé in Australia. Per un reato (immigrazione illegale in Australia) Al Jenabi è stato condannato a 6 anni e 3 mesi, per l’altro (contrabbando di esseri umani) a 8 anni, ma le pene saranno scontate simultaneamente. Inoltre la condanna è retroattiva e parte dall’arresto nel 2002, perciò l’iracheno potrebbe essere rilasciato tra due anni. Il ministro della Giustizia australiano, Chris Ellison, ha detto che la sentenza “è un chiaro messaggio a tutti coloro che gestiscono il traffico di esseri umani”. Il governo di Canberra è particolarmente severo con i molti profughi (in prevalenza afgani, iraniani e iracheni) che da anni tentano di approdare sulle coste del Paese per cercare scampo alla miseria e alla fame sperimentate in patria. La legge australiana prevede che i clandestini vengano rinchiusi in centri di detenzione per il periodo necessario a istruire una pratica che porterà alla concessione dell’asilo o alla loro espulsione, ma i ‘richiedenti asilo’ attendono anche 3 o 4 anni prima di vedere espletata la loro pratica e, nel frattempo, sono costretti a vivere in complessi abitativi situati in zone sperdute, dalle quali è proibito fuggire. Il centro più tristemente noto era quello di Woomera, oggi chiuso, dove si sono tenuti diversi scioperi della fame e varie forme di contestazione contro le pessime condizioni in cui erano costretti a vivere i profughi.
[LM]
misna.it
Croazia: reportage dalle nuove città di confine
Dopo la fine della Jugoslavia, molte città croate si sono trovate ad essere sui nuovi confini di Stato. Diversamente da altre esperienze europee di città o regioni transfrontaliere, questa posizione viene per lo più considerata come un inconveniente
Da Osijek, scrive Drago HEDL
Che vantaggio hanno tratto dalla loro nuova posizione le città croate che, dopo la fine della ex Jugoslavia, sono divenute città di confine? Slavonski Brod, Vukovar e Županja, o anche Ilok e Beli Manastir, sono riuscite, almeno in parte, a trarre dei benefici quanto in passato Trieste in Italia, Graz in Austria o Pecs in Ungheria, che si erano avvantaggiate della vicinanza con il confine jugoslavo? Queste città hanno visto fiumi di consumatori provenire dalla ex Jugoslavia, in cerca di beni più convenienti o di prodotti che era impossibile trovare nel proprio Paese. Le nuove città di confine hanno prosperato o, al contrario, la vicinanza di un confine ha rappresentato uno svantaggio? L’inchiesta condotta dall’Osservatorio sui Balcani in cinque nuove città di confine della Croazia mostra che la seconda ipotesi si è rivelata essere quella più corretta.
“Non siamo mai riusciti a raggiungere un progresso in quanto città di confine”, dichiara Željko Sladetić, vice sindaco di Ilok. Questa città, all’estremo orientale della Croazia, che il Danubio separa da Bačka Palanka in Vojvodina, regione della Serbia-Montenegro, era stata edificata intorno ad un ponte costruito nel periodo della ex Jugoslavia. Il traffico in città era molto più vivace allora che non oggi. “Se fossimo stati in grado di costruire dei grandi centri commerciali sul nostro lato del Danubio, sicuramente ne avremmo tratto vantaggio. L’unico negozio di televisioni e apparecchi elettronici a Ilok ne vende più di 100 alla settimana, che sono acquistati dagli abitanti dell’altra riva del Danubio, quella serba.”
Anche Županja, cittadina vicino alla autostrada Zagabria-Belgrado che ora si trova su due confini di Stato, quello con la Serbia Montenegro e quello con la Bosnia Erzegovina, in un’area di 20 chilometri, come Ilok non sembra aver tratto vantaggio dalla sua nuova dislocazione. Si possono cambiare i marchi bosniaci nelle banche, ma non si possono cambiare i dinari serbi. Se si potessero cambiare i dinari con le kune croate Verica Rošić, proprietaria di un piccolo negozio di stoffe, potrebbe forse avere un qualche profitto. “Per come sono le cose ora - ci dice la signora Rošić - la vicinanza del confine rappresenta solamente uno svantaggio. Specialmente quello con la Bosnia Erzegovina, dato che lì tutto costa meno. Non solo i potenziali acquirenti di quel Paese non vengono al mio negozio, ma perdo anche molte persone di Županja che comprano i propri vestiti a Brčko, Orasje o Tuzla. Io sopravvivo a malapena e, come molti altri, dovrò probabilmente chiudere il mio negozio nel prossimo futuro.”
Una storia praticamente identica la si può sentir raccontare a Slavonski Brod, città di circa 70.000 abitanti, che il fiume Sava separa dalla confinante Bosanski Brod, nella Republika Srpska della Bosnia Erzegovina. Queste due città, ci dice Jozo Meter, sindaco di Slavonski Brod, vivevano prima come una città unica. “Prima della guerra, più del 90% dei cittadini di Bosanski Brod nascevano nell’ospedale di Slavonski Brod, e alcune migliaia di loro lavoravano nel grande centro metallurgico su questo lato della Sava. Oggi, nonostante il fatto che siamo così vicini da poterci vedere dalle due sponde del fiume, non ci sono più contatti ufficiali tra le due città. La guerra ha preso il suo prezzo, e ci vorrà molto tempo per ristabilire i contatti che esistevano prima della fine della Jugoslavia.”
Quello che la politica non è riuscita a fare, lo fanno i cittadini. Centinaia di abitanti di Slavonski Brod prendono la macchina, la bicicletta, o se ne vanno a piedi dall’altra parte del fiume, a Bosanski Brod per comprare generi di consumo, sigarette, e spesso anche il pane che lì costa la metà. Terezija Marić, ufficiale della polizia di frontiera, ci dice che conosce circa il 90% delle persone che ogni giorno attraversano il confine. “I visitatori più assidui di Bosanski Brod sono i pensionati che cercano di risparmiare ogni kuna, e lo shopping a Bosanski Brod li ripaga”, dice la Marić. Tuttavia, i beni più economici in Bosnia Erzegovina hanno significato la chiusura di molti piccoli negozi di Slavonski Brod.
Anche Vukovar, una delle città che hanno più sofferto durante la guerra nella ex Jugoslavia, è oggi una città di confine. Al vicino posto di dogana di Tovarnik, possiamo osservare file di automobili su entrambi i lati. Lì abbiamo potuto constatare con i nostri occhi quello che ci aveva già detto Ivica Adžić, presidente della Unione degli Artigiani di Vukovar: “Considerando che molte cose costano meno in Serbia, la gente va lì anche solo per la manutenzione o la riparazione della macchina. Chi vive in Serbia, invece, viene a Vukovar per comprare apparecchi elettronici, televisioni o casalinghi. Questo genere di cose costa meno qui che dall’altra parte del confine.”
In effetti, circa il 25% dei beni prodotti nella regione Vukovar-Srjem finisce sui mercati della Bosnia Erzegovina e della Serbia-Montenegro, dichiara Ivan Marijanović, segretario della Camera di Commercio di Vukovar. La Bosnia Erzegovina è al secondo posto, mentre la Serbia Montenegro al sesto dei compratori di beni prodotti a Vukovar.
Gli abitanti di un’altra città di confine, Beli Manastir, attraversano il Danubio tutti i giorni per andare a Bezdan e a Sombor in Serbia, per comprare frutta e verdura che lì costano molto meno, come ci dice Stjepan Jager, responsabile della dogana al valico di Batina. Eppure, sempre più abitanti della Vojvodina vengono a fare le spese in Croazia. Il presidente della Unione degli Artigiani di Beli Manastir, Stipo Vlaović, ritiene che i piccoli commercianti di Beli Manastir non considerino la vicinanza del confine come un vantaggio. Molti hanno chiuso i propri esercizi a causa dei prezzi minori nel Paese confinante.
In conclusione, possiamo affermare che le città di confine della Croazia vivono il proprio nuovo status come un inconveniente, e per nulla come un vantaggio. Tutti danno la colpa alla guerra, ma gli stessi ammettono che poco è stato fatto per attirare i vicini.
www.osservatoriobalcani.org
Parla la giovane Europa
Carlotta Gualco con Mauro Buonocore
Per parlare ai giovani ci vuole un linguaggio che sappia arrivare dritto alle loro orecchie. Soprattutto se si vuole parlare di argomenti che spesso appaiono distanti ai ragazzi delle scuole come le politiche e la cultura dell’Europa. E allora il Centro In Europa ha scelto un canale particolarmente seguito da studenti e studentesse come il network radiofonico di Rete 105, è andato a cercare le voci di cantanti e star dello spettacolo, volti noti e riconoscibili, ha sollecitato la fantasia dei ragazzi chiedendo loro di produrre uno spot radiofonico, poi trasmesso, che promuovesse l’idea dell’Europa tra i giovani ascoltatori. Stiamo parlando di una serie di iniziative raccolte sotto il nome di Parlaleuropa, ma le parole di Carlotta Gualco, direttore dell’associazione Centro In Europa, ci spiegano tutto dall’inizio.
Come è nata l’iniziativa?
Il 2004 è stato un anno intenso per la storia dell’Unione: è stato approvato il Trattato che istituisce la Costituzione europea, dieci nuovi membri hanno allargato i confini dell’Ue; la nostra associazione ha pensato così, già dai primi mesi dell’anno, di pensare e realizzare una serie di azioni rivolte ai giovani per interessarli ai temi del futuro dell’Europa.
Abbiamo presentato una proposta alla Rappresentanza a Roma della Commissione europea che ci ha offerto il suo supporto. Da quel momento abbiamo iniziato a diffondere sulle frequenze di un network radiofonico nazionale, Rete 105, una serie di messaggi dedicati all’attività dell’Unione, cercando così di trovare un linguaggio che non fosse né troppo tecnico né troppo paludato per gli ascoltatori ai quali ci rivolgevamo.
Dopo gli spot l’iniziativa è proseguita con delle interviste a personaggi famosi, commissari europei, nomi del mondo dello spettacolo cercando di coinvolgerli nella comunicazione dell’idea di Europa; e, ancora, abbiamo realizzato un sito internet che raccoglie tutti questi materiali.
Qual è l’atteggiamento dei giovani italiani nei confronti dei temi europei? Si sentono parte di una realtà continentale oppure la vivono in maniera distante?
Tra i giovani la situazione è molto varia. Noi abbiamo tastato la temperatura della confidenza che i ragazzi hanno con argomenti dal respiro continentale, siamo andati a cercarli nelle scuole, nelle sedi delle associazioni, nei luoghi di aggregazione, abbiamo chiesto loro che cosa ne sapevano dell’Unione e poi abbiamo cercato noi stessi di spiegare e raccontare la Costituzione, le istituzione dell’Ue, l’importanza della pluralità delle culture. Per molti dei ragazzi che abbiamo incontrato i temi europei sono una specie di dimensione lontana, complicata e come tale non interessante.
Ci sono però anche persone che hanno capito che attraverso argomenti dalla portata ampia si possono affermare valori di tolleranza, di pace. Però abbiamo anche incontrato ragazzi convinti e preparati su quello di cui si discuteva, per lo più studenti che hanno fatto esperienze all’estero. Grazie ai programmi di scambio culturale e di studio come l’Erasmus o il progetto Leonardo, i ragazzi hanno la possibilità, in primo luogo, di avere esperienza diretta di quanto l’Unione concretamente fa per promuovere scambi tra paesi diversi, e poi, il fatto stesso di soggiornare per un periodo di tempo all’estero, tra studenti che provengono da parti diverse del continente, è un’esperienza che comunque accresce un’identità europea, fatta di culture diverse, che i ragazzi vivono direttamente in prima persona.
Quindi la vostra iniziativa è nata con lo scopo di avvicinare a temi e alla cultura europea una parte specifica dell’opinione pubblica, quella parte che in genere si sente più distante dalla politica. Per coinvolgere i giovani voi avete puntato molto sul linguaggio.
Sì, uno dei nostri sforzi è stato proprio quello di trovare delle situazioni comunicative che potessero invogliare le persone che coinvolgere a parlare, ad essere attive, interessate ai temi che proponevamo. Abbiamo intervistato i ragazzi, abbiamo ideato un concorso che li ha coinvolti con una radio che avevano sempre vissuto da ascoltatori, abbiamo fatto giudicare i loro lavori da esperti della comunicazione, siamo andati ai concerti e abbiamo chiesto ai cantanti che i giovani apprezzano di più di raccontarci la loro esperienza dell’Europa.
Il tutto seguendo l’idea che dal 1992 guida l’attività del Centro In Europa, un’idea ispirata dalla fiducia che riponiamo nel progetto dell’Unione, dalla certezza che solo una dimensione sopranazionale come l’Ue possa essere davvero efficace nel risolvere i problemi dei cittadini. Questioni come la pace, la lotta al terrorismo e alla criminalità organizzata, la creazione di occupazione, sono tutti temi che possono essere affrontati più facilmente a livello europeo. Insomma, siamo convinti che l’Unione fa la forza.
www.caffeeuropa.it
Gesine Schwan: l’Europa allargata parte dall’università
Presidente dell’Università d’Europa vicina al confine tedesco-polacco, si batte già da tempo per una riconciliazione est-ovest che l’UE ignora ancora del tutto. Un buon presagio per l’Europa questa sognatrice della Frankfurt/Oder.
Il cigno è proprio un gran bell’animale. Da sempre simbolo di purezza, innocenza e verginità nella cultura europea, durante il periodo barocco avere la carnagione pallida come un cigno era per una donna perfino segno infallibile di bellezza sublime. Bei tempi che furono! I cigni ormai vengono soltanto rimpinguati dalle mollichine date loro dai bambini negli stagni di qualche città, od utilizzati dai giornali scandalistici tedeschi, in cui talvolta, in particolare d’estate in mancanza di meglio, si può leggere il racconto eccitato di un’innocente pensionata attaccata da “cigni neri da combattimento”. Alla fin fine, nella lingua di Goethe il termine cigno è indice addirittura di funeste premonizioni: si dice “ho un cattivo presagio”, (l’espressione presagio – “schwant” – deriva da “schwan”, cigno) se si guarda pessimisticamente al futuro.
E tuttavia dalla scorsa primavera, l’immagine del cigno è decisamente migliorata in Germania. Ora sta per speranza, fiducia in sé, ottimismo. Si deve ringraziare per questo l’esemplare successo femminile di colei che risponde al nome, invero piuttosto insolito per un cigno, di Gesine. Gesine Schwan. La sessantunenne presidentessa dell’Università Europea “Viadrina” presso Frankfurt/Oder ha creato infatti questo esempio, per entusiasmare il pubblico tedesco solo poche settimane dopo il tentativo naufragato di essere eletta alla Presidenza della Repubblica Federale come candidata del governo Schröder. Sebbene in maggio la candidatura alla presidenza sia andata fallita, e nonostante le lamentele da parte soprattutto delle associazioni femminili per il fatto che a sinistra sia stata presentata solo una candidata “di facciata” senza speranze di elezione, ci si ricorda ancora con piacere della fresca apparizione di Gesine Schwan nei talk show e nelle innumerevoli interviste sui giornali.
Traboccante di temperamento
Così, nel giornale Zeit, la candidatura della Schwan è stata entusiasticamente lodata da parte del filosofo tedesco Jürgen Habermas: “è una donna che si batte abilmente e colpisce per presenza di spirito, per una conoscenza superiore e per argomentazioni splendide. Ha poi una mente dal temperamento politico convincente”. Trovando eco probabilmente anche su un ceto sociale decisamente ampio. Secondo un’inchiesta condotta durante le elezioni del Presidente Federale da parte dell’istituto di sondaggi “Emnid”, in un sistema ad elezione diretta il 40% dei cittadini avrebbe votato per Gesine Schwan, e solo il 38% per cento per il pur vincente rivale Horst Köhler. Probabilmente gli uomini hanno notato che Gesine Schwan non si è realmente impegnata in una direzione politica limpida. Il che è ancor più evidente dalle sue note biografiche. Nata nel ’43, la Schwan ha fatto velocemente carriera nella scienza; espulsa dai circoli marxisti, oggi si occupa prevalentemente di questioni di cultura politica. Già in tempi non sospetti aveva cercato una riconciliazione con la Polonia, imparando per questo il polacco ed annodando stretti legami col movimento clandestino degli anni ’80 Solidarnosc (vedi articolo sull’ex militante Geremek).
Al suo ingresso nelle fila dei socialdemocratici della Spd nel 1970, tuttavia, si attestò su posizioni piuttosto conservatrici. Fatta la scelta di campo a favore di Helmut Schmidts, si dichiarò favorevole, come questi, all’armamento della Nato con razzi a media gittata. Appena avuta coscienza della situazione degli stati dell’Europa orientale, si scagliò con veemenza contro le locali dittature comuniste chiedendo a gran voce se fossero realmente intenzionate a migliorare la posizione dei diritti umani nei rispettivi paesi. Nel 1983 ha perfino rimproverato all’allora cancelliere Willy Brandt in una rivista della Spd di “minimizzare le differenze tra democrazia e dittatura”, abbandonando poco dopo la commissione etica del partito. Per questo, forse, all’estrema sinistra del partito è stata maledettamente ribattezzata proprio come “cigno nero da combattimento”. Ed anche dopo la sua candidatura Gesine Schwan non si è sottomessa alla severa disciplina di partito. Ha preso posizione contro la proposta del cancelliere federale di allestire università di élite in Germania, e ha lamentato la tendenza a scaricare troppo sui ceti sociali più bassi il peso delle riforme.
“Un po’ più che srotolare una pasta sfoglia”
Prima di tutto però, Gesine Schwan è un’europea convinta. Nel ’99 è stata chiamata a “Viadrina” come presidente della giovane Università d’Europa, dove studiano 5.000 studenti provenienti da trenta paesi, un terzo dei quali viene ancora dalla Polonia. Non si può affermare purtroppo che la classe politica al potere in Europa lavori sempre, giorno per giorno, in modo attivo per l’unità europea. Nelle sue dichiarazioni sull’Europa perciò, non si sottrae al pericolo di andarci pesante con le espressioni. Al Leipziger Volkszeitung l’ha detto senza mezzi termini: sulle difficoltà a est non si tratta “solo di srotolare una pasta sfoglia”, ma che bisogna realizzare una vera e propria “Rifondazione” dell’Europa. Stare sulla difensiva non è da lei: si è già dichiarata a favore di un referendum sulla Costituzione europea. Inoltre sostiene che andrebbe compreso che “la Ue offre oggi l’opportunità di iniziare la sfida della globalizzazione e di una nuova più efficiente divisione del mondo lavorativo cosmopolita”.
Una donna che dimostra fiducia ed ottimismo. Che dice quel che pensa, anche nel momento in cui è nuovamente in corsa per il potere. Che ha visto le opportunità di una riconciliazione europea, quando la Ue ancora dormiva. E che si è sempre strenuamente battuta per la democrazia. Quante altre doti bisogna possedere per considerarla “europea dell’anno?” Non molte altre. Con una donna come Gesine Schwan, i cattivi presagi volgono al crepuscolo in Europa.
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IL DISCORSO DEL SEGRETARIO GENERALE DELL’ONU Non basta predicare la legalità internazionale. Occorre anche osservarla
Nessuno è al di sopra della legge
di KOFI ANNAN
Pubblichiamo ampi stralci del discorso pronunciato ieri dal segretario dell’Onu di fronte all’Assemblea generale
È veramente un’ottima cosa vedere qui rappresentati tanti paesi a un così alto livello. So che questo riflette la vostra convinzione che, nei nostri difficili tempi, le Nazioni unite sono – come avete affermato quattro anni fa nella Millenium Declaration – «l’indispensabile casa comune dell’intera famiglia umana ».
E in verità, oggi più che mai, il mondo ha bisogno di un meccanismo efficace mediante il quale cercare soluzioni comuni a problemi comuni. Questo è lo scopo per il quale l’Onu fu creata.
Se noi dovessimo fallire nel farne buon uso, è impensabile che si possa trovare uno strumento più efficace di questo. [..] Come dissi un anno fa, noi siamo davanti un bivio. Se Voi, leader politici delle nazioni del mondo, non siete in grado di raggiungere un accordo per il futuro, sarà la storia a prendere le decisioni per voi e l’interesse dei Vostri popoli potrebbe andare perduto.
Oggi io non esprimerò alcun giudizio preliminare su quelle possibili decisioni, voglio solo ricordarvi in quale ambito, assai importante esse dovrebbero essere prese – e cioè, esattamente, che deve essere la Legge a governare ciascun paese e i rapporti fra loro, in tutto il mondo.
La visione di «un imperio delle leggi e non degli uomini» è quasi antica come la stessa civiltà. In un corridoio non lontano da questo podio c’è una riproduzione del codice di leggi promulgato da Hammurabi più di tremila anni orsono, nella terra che oggi chiamiamo Iraq.
Buona parte del Codice di Hammurabi sembra oggi terribilmente severo.
Ma nelle sue tavole sono incisi quei princìpi di giustizia che sono stati riconosciuti, anche se raramente realizzati, dal consesso umano fino da allora: protezione legale per i poveri, limitazioni ai potenti, in modo che essi non possano opprimere i deboli, leggi emanate pubblicamente e conosciute da tutti.
Quel Codice rappresentò un punto di riferimento nella lotta dell’umanità per costruire un ordine nel qual non è la forza che impone la legge, è il diritto che regola la forza. Molte nazioni che sono rappresentate in questa sala possono orgogliosamente fare riferimento ai documenti che costituiscono le fondamenta del loro paese e che esprimono questo semplice concetto. La nostra stessa Organizzazione – le Nazioni Unite – è fondata su questo principio.
Eppure oggi il governo della legge è messo a rischio in tutto il mondo. Sempre più spesso vediamo leggi fondamentali impudentemente disattese - quelle che stabiliscono il rispetto per ogni vita innocente, per i civili, per tutti coloro che sono vulnerabili, in particolare i bambini.
Voglio solo ricordare alcuni esempi che sono d’attualità e che gridano scandalo: In Iraq vediamo civili massacrati a sangue freddo, mentre operatori che prestano assistenza, giornalisti e altri, che non sono impegnati nelle operazioni militari, sono presi in ostaggio e messi a morte nel modo più barbaro. E nello stesso tempo, vediamo compiere obbrobriosamente abusi su prigionieri iracheni.
Nel Darfur vediamo intere popolazioni cacciate dalle loro case, vediamo le loro case distrutte, e lo stupro usato come calcolata strategia.
Nel nord dell’Uganda vediamo bambini mutilati e costretti a prendere parte ad atti di indicibile crudeltà.
A Beslan abbiamo visto bambini presi in ostaggio e brutalmente massacrati.
In Israele vediamo civili, compresi i bambini, essere il deliberato obiettivo di dinamitardi suicidi palestinesi. E in Palestina vediamo case distrutte, terre occupate e civili inutilmente feriti dall'uso eccessivo della forza da parte di Israele.
E in tutto il mondo vediamo persone che vengono addestrate a compiere altri fatti del genere, attraverso la propaganda basata sull'odio e diretta contro chi è ebreo, contro chi è musulmano, contro chiunque possa venire identificato come diverso dal proprio gruppo di appartenenza.
Nessun motivo, nessuna ingiustizia subìta, per quanto in se legittima, può essere chiamata a giustificazione di tali atti. Essi fanno provare a tutti noi un’immensa vergogna. Il fatto che questi atti prevalgano, riflette il nostro fallimento collettivo: non siamo stati capaci di sostenere la legge e di imporre a nostri simili, uomini e donne, il rispetto per essa. Noi tutti dobbiamo essere impegnati a fare tutto ciò che è in nostro potere per ristabilire quel rispetto.
Per fare questo, noi dobbiamo cominciare dal principio per il quale nessuno è al di sopra della legge e a nessuno deve essere negata la sua protezione. Ogni nazione che proclama il governo della legge nel proprio paese deve rispettarlo anche negli altri paesi; e ogni nazione che lo proclama all'estero deve farlo rispettare anche nel proprio paese.
Sì, il governo della legge comincia nel proprio paese. Ma in troppi luoghi la legge rimane inafferrabile. L’odio, la corruzione, la violenza, l’esclusione procedono senza rimedi. Colui che è vulnerabile manca di effettiva rivalsa, mentre il potente manipola le leggi per della conservare il potere e accumulare ricchezze. Talvolta anche alla necessaria lotta al terrorismo viene inutilmente consentito di violare le libertà civili.
A livello internazionale, tutti gli stati – forti e deboli, piccoli e grandi – necessitano di un sistema di buone leggi alle quali ciascuno possa guardare con la sicurezza che saranno rispettate anche dagli altri.
Per nostra fortuna, tale sistema di leggi esiste. Dal commercio al terrorismo, dalla legge del mare alle armi di distruzione di massa, gli stati hanno creato un impressionante corpo di norme e leggi. Questo è uno dei risultati di cui la nostra Organizzazione può andare più fiera.
Eppure questo sistema di leggi è guastato da deficienze e debolezze.
Troppo spesso esso viene applicato in modo selettivo e arbitrario . Esso manca della forza che trasforma un corpo di leggi in un sistema legale efficace. Laddove esiste la capacità di far osservare le leggi, come nel Consiglio di sicurezza, molti sentono che essa non è usata in modo equanime ed effettivo. Laddove il governo della legge viene invocato più onestamente, come nella Commissione sui diritti umani, coloro che la invocano non sempre praticano ciò che predicano.
Coloro che cercano di conferire legittimità devono essi stessi incarnarla; e coloro che invocano la legge internazionale, devono sottomettersi ad essa.
Come in un paese, il rispetto della legge dipende dall'idea che tutti hanno voce in capitolo nel realizzarla e nell’applicarla, così altrettanto deve avvenire nella nostra comunità globale. Nessuna nazione deve sentirsi esclusa. Tutti devono sentire che la legge internazionale gli appartiene e che essa protegge i loro legittimi interessi.
L’imperio della legge come mero concetto non è sufficiente. La legge deve essere messa in pratica e permeare la struttura della nostra esistenza.
Èattraverso il rafforzamento e la realizzazione dei trattati sul disarmo, inclusi le loro condizioni di verifica, che possiamo meglio difendere noi stessi dalla proliferazione, e dall’uso potenziale delle armi di distruzione di massa.
È attraverso l'applicazione della legge che possiamo rifiutare le risorse finanziarie e i sicuri asili ai terroristi - un elemento, questo, che è essenziale in ogni strategia volta a combattere il terrorismo.
È attraverso la reintroduzione del governo della legge, e nella fi- ducia della sua imparziale applicazione, che noi possiamo sperare di resuscitare le comunità distrutte dal conflitto.
Èla legge, comprendente le risoluzioni del Consiglio di sicurezza, che offre il fondamento migliore per risolvere i duraturi conflitti in Medio oriente, in Iraq e in tutto il mondo.
Ed è attraverso il rigoroso mantenimento della legge internazionale che noi possiamo, e dobbiamo, adempiere alla nostra responsabilità di proteggere i civili innocenti dal genocidio, dai crimini contro l'umanità e dai crimini di guerra. Come dissi cinque anni fa in questa Assemblea, la storia ci giudicherà con molta durezza se devieremo da questo compito, o se penseremo di esserne scusati, invocando la sovranità nazionale.
Il Consiglio di sicurezza ha da poco richiesto che io nomini una commissione internazionale per investigare le relazioni sulle violazioni dei diritti umani nel Darfur e per determinare quali atti di genocidio siano stati commessi. Lo farò senza indugi. Ma che nessuno consideri questo una tregua, durante la quale gli avvenimenti in quelle devastate regioni possano continuare il loro corso. Non occorre una definizione legale per affermare che là avvengono cose che devono muovere a ripugnanza la coscienza di ogni essere umano.
L’Unione Africana ha nobilmente assunto la guida e la responsabilità nel fornire i controlli e la forza di protezione nel Darfur – come pure nel tentare una composizione politica, che da sola possa portare una sicurezza duratura.
Ma tutti noi sappiamo i limiti attuali di questa Unione nata da poco. Dobbiamo dare ad essa ogni possibile sostegno. Che non si pensi che questo affare riguardi solo gli africani. Le vittime sono esseri umani, i cui diritti umani sono sacri a noi tutti. Noi tutti abbiamo un dovere di fare tutto ciò che è in nostro potere per soccorrerli.
Facciamolo ora. [...] (traduzione di caterina sveva lenzi)
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