|
ottobre 31 2004
Caso Buttiglione: la soluzione è vicina!
Berlusconi si è mosso con diplomazia e ha trovato modo di appianare la "grana".
Poiché Buttiglione chiedeva , in cambio della rinuncia , un incarico di pari prestigio e soprattutto di grande visibilità, il premier sta per annunciare ufficialmente lo scambio di ruoli tra Buttiglione e Ciccio Graziani.
Il politico democristiano sarà visibilissimo come allenatore del Cervia e principale protagonista del reality "Campioni" mentre Ciccio Graziani diventerà Commissario CEE...
Buttiglione si è già rasato a zero, ma l'ultimo ostacolo da risolvere riguarda la preziosa montatura degli occhiali che Ciccio non vuole cedergli.
Voci di corridoio dicono che alla fine Berlusconi risolverà la grana con un cospicuo intervento personale in contanti...
Ecco i particolari...
Sono giorni che lavorando nell'ombra lo staff di Berlusconi sta lavorando a questa ottimale soluzione.
Da un lato Buttiglione è soddisfattissimo di avere una visibilità come quella che spetta all'allenatore del Cervia : una trasmissione settimanale, finestre su Sky a tutte le ore, comparsate continue a Controcampo e ad altre trasmissioni e la diretta della partita su SKY (roba che Ancellotti e Capello si sognano).
Dall'altra Ciccio Graziani da tempo era interessato a iniziare una carriera politica ritenendo giustamente di essere adatto come doti intellettive , classe, raffinatezza e soprattutto come look , che è poi la dote più importante.
Nel caso non dovesse andare in porto questa sistemazione, resta sul tappeto la possibilità per Buttiglione di venir fiondato giù dall'elicottero sull'Isola dei Famosi.
Sarebbe anche questa un'ottima soluzione e nel dubbio stanno preparando un corredo-bagno per l'onorevole con il logo dell'isola.
In questo caso potrebbe dialogare alla pari con Totò Schillaci e DJFrancesco e meditare con Kabir Bedi. Buttiglione pretenderebbe però tende separate con le donne del gruppo a evitare facili dicerie.
Del tutto scartata l'ipotesi iniziale di inserirlo invece a sorpresa nel cast del Grande Fratello per la presenza di quel culattone di Jonathan-Tabù.
Un vero peccato perché sarebbe stato meraviglioso per il pubblico vederlo gareggiare in dialettica (e scoreggie) con il Topone-Guido e Pattytude, l'assatanata "pettineuse" aveva già un palmo di lingua pronta da schiaffargli in bocca...
Sigh...che peccato!
giuda.it
La radio contro la guerra
di Gabriele Zamparini
Intervista a Amy Goodman, animatrice del network pacifista americano "Democracy Now!". "Noi non siamo parte dell'establishment, siamo qui per controllare e per chiedere a coloro che hanno il potere di rispondere delle loro responsabilità. Questo è il ruolo dei media. Specialmente in tempo di guerra è quindi importante dare spazio a voci indipendenti, voci di dissenso. Queste voci non rappresentano una parte marginalizzata, non rappresentano nemmeno la maggioranza silenziosa, ma la maggioranza azzitita. Azzittita dai media mainstream".
La radio contro la guerra
"Democracy Now! " è il titolo di una trasmissione che va in onda negli Stati Uniti alle otto del mattino, ora di New York, e che è seguita da milioni di americani attraverso le frequenze di "Pacifica Radio" o su internet (www. democracynow. org). L'animatrice del programma è Amy Goodman, una figura che funge da punto di riferimento per quanti intendono combattere negli Usa una battaglia per un'informazione libera e realmente democratica. Abbiamo intervistato Goodman a New York, nella sede di "Democracy Now! ", una piccola mansarda con tetto spiovente, lucernai, travi di legno e con le pareti tappezzate di articoli di giornale e poster di documentari, nel quartiere di Chinatown.
Amy, parlaci di "Democracy Now! " (Democrazia ora!).
"Democracy Now! " è un'ora d'informazione quotidiana, indipendente e di base. E' parte di "Pacifica Radio", che è stata fondata piú di 50 anni fa da Lewis Hill che si rifiutò di combattere nella Seconda Guerra Mondiale. Quando uscì dalla prigione militare capì che i "corporate media", i media controllati dalle grosse compagnie industriali, stavano battendo i tamburi per una Terza Guerra Mondiale. Questi centri di interesse economico traggono profitto dalla guerra. Lewis Hill comprese che ci doveva essere un mezzo di informazione indipendente che fosse controllato da giornalisti, intellettuali e artisti. Cosí nacque Pacifica.
Hai detto che i media si avvantaggiano con la guerra. Per esempio?
I media mainstream battono i tamburi per la guerra. I media mainstream traggono profitto dalla guerra. Prendi ad esempio la Prima Guerra del Golfo. Nel 1991 Westinghouse possedeva la Cbs, General Electric possedeva la Nbc. Queste due multinazionali sono tra i maggiori produttori di armi. Sono loro che hanno prodotto la maggior parte delle armi usate durante quella guerra. Non è un caso che quello che abbiamo visto in Tv era nient'altro che una parata militare. Sicuramente non un onesto reportage giornalistico.
Quale dovrebbe essere il ruolo dei media, specialmente in tempo di guerra?
E' una disgrazia assoluta che i media mainstream serrino i ranghi attorno all'establishment in tempo di guerra. Noi non siamo parte dell'establishment, siamo qui per controllare e per chiedere a coloro che hanno il potere di rispondere delle loro responsabilità. Questo è il ruolo dei media. Specialmente in tempo di guerra è quindi importante dare spazio a voci indipendenti, voci di dissenso. Queste voci non rappresentano una parte marginalizzata, non rappresentano nemmeno la maggioranza silenziosa, ma la maggioranza azzitita. Azzittita dai media mainstream.
Invece, i mezzi di informazione hanno coperto queste voci di dissenso?
Il movimento pacifista è in crescita, sia qui negli Stati Uniti che nel resto del mondo. Se solo i media se ne occupassero… Centinaia di migliaia di persone sono scese in strada. E le persone non scendono in strada per divertirsi. Lo fanno perché il loro punto di vista non è parte del dibattito mediatico. Milioni di persone sono scese in strada in Italia. A Londra centinaia di migliaia di persone sono state salutate da John Pilger, il famoso giornalista e filmmaker, dal sindaco Ken Livingstone, dal parlamentare George Galloway, che è stato in Iraq diverse volte. Sono state salutate da Scott Ritter, l'ex ispettore delle Nazioni Unite. Quella manifestazione non è stata coperta dal "New York Times" o dal "Washington Post". Questi giornali hanno scritto di un'altra manifestazione, sempre in Gran Bretagna e con lo stesso numero di partecipanti che si è svolta la settimana precedente. Era a favore della caccia alla volpe!
Pensi che il movimento pacifista possa far sentire il suo peso sulle scelte del potere?
Certo, possiamo avere un enorme impatto. La gente non deve aver paura di alzare la voce. Prima di tutto non bisogna rimanere in silenzio pensando che la nostra opinione non abbia alcun effetto. Inoltre, per il solo fatto di protestare, di resistere, proteggiamo coloro che sono il bersaglio in questo momento in questo paese, per esempio i neri, gli arabi, i musulmani. Se non stiamo uniti, sarà molto piú facile colpire i piú deboli. Non è nemmeno questione di essere d'accordo con tutto quello che qualcuno dice. Basta essere d'accordo e difendere il diritto di quella persona di esprimere le proprie idee.
Cosa ne pensi di questa "guerra al terrorismo"?
Gran parte dei media ripete meccanicamente tutto ciò che viene detto dall'ufficio di pubbliche relazioni del governo. Nessuna analisi, nessuna domanda.
Dobbiamo stare molto attenti all'uso del linguaggio. Il governo parla di "guerra al terrorismo", ma compito dei media è analizzare, porre domande. Credo ci debba davvero essere una guerra al terrorismo. Penso il terrorismo debba essere debellato da questo mondo. Ma dobbiamo essere onesti sulla definizione che diamo di "terrorismo". Terrorismo è l'uccisione di civili innocenti. Quello che il governo degli Stati Uniti sta facendo ora non è una guerra al terrorismo ma una guerra terroristica.
Torniamo a parlare di "Democracy Now! " Perché hai scelto questo nome?
"Democracy Now! " è piú di un programma, è un movimento, una domanda. Significa democrazia nei media, democrazia in questo paese. Il motto di questo programma è "eccezione a chi fa le regole" (exception to the rulers) e questo dovrebbe essere il motto di tutti i mezzi d'informazione.
Il circuito di Pacifica Radio
Il circuito di Pacifica Radio è nato dopo la fine della Seconda guerra mondiale per iniziativa di un gruppo di pacifisti che decisero di creare un canale informativo indipendente per tutti quelli che si dichiaravano contrari alla violenza bellica. La trasmissione "Democracy Now! " a metà degli anni Novanta era in contatto con circa 20 stazioni radio e Tv. Ora sono 160, distribuite negli Usa, in Canada, Italia e Australia via internet. In questo spazio informativo sono passati negli ultimi anni i candidati alle elezioni presidenziali, come anche i presidenti in carica. Fece scalpore, ad esempio, l'intervista telefonica di Amy Goodman a Bill Clinton, realizzata in occasione della campagna elettorale del 2000.
Fonte: http://www.liberazione.it/giornale/041028/archdef.asp
Il centro è vuoto
ILVO DIAMANTI
da Repubblica - 31 ottobre 2004
La sindrome elettorale ha colpito ancora la Casa delle Libertà. Nelle elezioni suppletive della scorsa settimana, infatti, ha perso in sette collegi su sette. Fra cui Milano e Napoli, dove in precedenza, erano stati eletti, rispettivamente, Umberto Bossi e Alessandra Mussolini. Si tratta, di consultazioni particolari, da cui non è lecito trarre lezioni generali. Perché, senza il traino della campagna e della mobilitazione nazionale, in queste occasioni, si recano a votare in pochi. Però hanno un impatto rilevante nel dibattito fra i partiti e quindi nella percezione degli elettori. Sempre. E sempre, negli ultimi tre anni, le consultazioni ? amministrative, regionali, europee (dove si è verificato un pareggio) ? sono andate male alla Cdl. L´esatto contrario di quanto era avvenuto fra il 1998 e il 2001, quando il centrosinistra aveva ceduto, a una a una, le città, le regioni e i collegi che negli ultimi anni ha riconquistato (Bologna, Padova, Verona, le province di Milano e Roma, la Sardegna, il Friuli Venezia Giulia, molte amministrazioni del Sud, soprattutto in Puglia e in Sicilia). Gli effetti "politici" di queste recenti, parzialissime consultazioni, dunque, hanno investito il sistema politico nella sua totalità. Soprattutto il centrodestra. Dove Fini (insieme a Follini) è tornato a chiedere un rimpasto "formale" del governo.
Il voto delle suppletive, peraltro, fornisce risorse utili ? e una buona dose di ottimismo ? al centrosinistra, per proseguire il confronto sul proprio futuro con maggiore tranquillità. Era riuscito, nei mesi scorsi, nell´impresa di neutralizzare gli effetti positivi del voto di giugno, moltiplicando le tensioni e le divisioni interne.
Tanto rumore per nulla il centro è vuoto
Su questioni di contenuto (la politica estera, i temi della bioetica, del lavoro), ma soprattutto di tipo politico-organizzativo. Sul percorso attraverso cui scegliere e legittimare il leader: le primarie. Sul legame da stabilire fra i partiti. E sul rapporto con i diversi settori dell´elettorato, fedele e potenziale. Questioni serie, anche se spesso affrontate con animo polemico. Su cui è utile riprendere la riflessione, senza banalizzazioni.
In sintesi, nel centrosinistra si confrontano due principali posizioni politiche e interpretative. Da un lato, i sostenitori del progetto "unitario", del soggetto politico federato e integrato, se non unico. Ulivo, GAD o come dir si voglia. Dall´altro, i sostenitori della "coalizione fra diversi". La cui intesa avviene in funzione del confronto elettorale, attorno a un leader. Ma senza rinunciare alla specificità e all´autonomia partigiana. A questa alternativa se n´è associata un´altra, di strategia politica. Riassunta nella "questione del centro". Alcuni leader (Rutelli, i Popolari della Margherita) e osservatori politici (Paolo Mieli) hanno sottolineato che, per vincere, il "centrosinistra" deve agire da "centro-sinistra". Valorizzare, soprattutto, l´autonomia organizzativa e l´identità delle componenti "moderate" per attirare i voti degli elettori di centro. Decisivi, perché più incerti e mobili degli altri, in una competizione elettorale.
Per altro verso, i sostenitori del soggetto politico unitario (Parisi e quindi Prodi, in primo luogo) affermano che occorre unificare (non solo in funzione elettorale) il centrosinistra, per mobilitare anzitutto i propri elettori. Anche perché, segnalano alcuni specialisti dell´opinione pubblica (Nando Pagnoncelli, dell´Ipsos, e lo stesso Renato Mannheimer), il mercato elettorale, in questa fase, risulta largamente bloccato. I due schieramenti appaiono quasi impermeabili. La disponibilità a votare per partiti e formazioni della coalizione opposta raramente si traduce in comportamento. Per cui, l´incertezza e la delusione degli elettori sfociano prevalentemente nell´astensione. Più che "inseguire il centro", secondo questa prospettiva, occorre contrastare la delusione e l´astensione, che minacciano tutti gli elettori, non solamente i moderati.
Ebbene, se guardiamo i dati dei sondaggi disponibili, se valutiamo l´andamento delle consultazioni di questi ultimi anni, comprese le più recenti, è difficile accettare l´antitesi fra queste due interpretazioni. Ha ragione sicuramente Giovanni Sartori, scienziato politico eminente, quando osserva che gli elettori di centro, anche in presenza di un sistema maggioritario e bipolare, sono tutt´altro che scomparsi e, anzi, sono i più disponibili a cambiare voto, i più incerti. Che è necessario, per questo che gli attori politici convergano al centro. Ma i sondaggi elettorali svolti sull´argomento mettono in luce altri aspetti, che conviene valutare con attenzione.
1) Gli elettori che si definiscono di centro, dopo la fine della prima Repubblica e l´avvio del sistema di voto maggioritario, 1993, si sono ridotti vertiginosamente. Erano circa il 40% nel 1990. Sono progressivamente scesi al 20% nel 1994, al 12% nel 1996 (dati ITANES). Oggi rappresentano circa il 10% degli elettori (indagine Demos, ottobre 2004), mentre la maggioranza si situa nelle "mezze-ali": centro-destra e centro-sinistra. Una componente molto ampia (pari a un quarto degli elettori) afferma, infine, di non riconoscersi in questo schema (peraltro ancora molto radicato nella società).
2) Se valutiamo gli elettorati di partito in base all´autocollocazione nello spazio fra destra e sinistra (calcolata a partire dalla loro stessa percezione) non si scorgono grandi differenze nei due schieramenti. Da una parte, gli elettori di Forza Italia e di An si posizionano nel settore più a destra dello spazio politico, in modo speculare rispetto ai Ds e ai Verdi, mentre gli elettori di Rc si situano in posizione ancor più estrema. Più vicini al centro risultano gli elettori della Margherita, a centrosinistra, e, soprattutto, dell´Udc, ma anche la Lega Nord, nella Cdl. Quanto alla Lega, non ci si deve stupire più di tanto. Si tratta di elettori che spesso provengono dal centro (la Dc); che, inoltre, "respingono" ideologicamente la prossimità con An.
3) Nel complesso, emerge con chiarezza l´immagine di uno spazio politico "polarizzato", dove la posizione degli elettori dei partiti (ma anche delle due coalizioni, nella competizione maggioritaria) è ideologicamente sgranata e lontana. Ciò lascia, certamente, scoperto lo spazio di centro, dove, sicuramente, si addensano gli elettori incerti. Che, tuttavia, sembrano coincidere con i "disincantati". Elettori "distanti" dalla politica, più che moderati. Difficili da intercettare con discorsi "liberali" e "liberisti".
4) Per questo, marciare decisamente verso il centro, se è necessario, appare anche rischioso. Di fronte a coalizioni eterogenee, con posizioni ideologicamente distanti, al loro interno (Ap-Udeur e Rifondazione, da una parte; An, Udc e Lega, dall´altra) si apre, semmai, il problema opposto. In un sistema maggioritario a turno unico, con molti collegi, (s)corretto dalla quota proporzionale, convergere verso il centro rischia di allungare troppo la distanza dagli elettori che si riconoscono nei settori estremi dello spazio politico. Affollati. E presidiati da partiti forti per organizzazione e identità (si pensi a Rifondazione).
Così, "conquistare il centro" è necessario, per vincere. Ma (lo ha ricordato Eugenio Scalfari, nei giorni scorsi) perdere il contatto con la sinistra rischia di essere altrettanto rischioso. Mentre diventa sempre più evidente l´importanza assunta dalla "mobilitazione", dall´organizzazione, dall´identità: su base sociale e territoriale. Fattori decisivi per il successo del centrosinistra alle suppletive di domenica scorsa, ma anche alle amministrative di giugno. Perché permette di coinvolgere gli elettori fedeli, ma anche di accostare gli elettori di centro, "tiepidi" e disincantati.
Accostarsi al centro senza disancorarsi dalla sinistra. E´ un dilemma difficile da risolvere. Ma un´intesa fra partiti impegnati a conservare gelosamente la loro differenza culturale e territoriale non è detto che possa risultare più efficace, allo scopo, di una federazione ampia e integrata.
Si tratta, comunque, di una discussione seria che conviene continuare in modo serio. Senza ridurre il confronto al problema della leadership, usando le primarie al posto del potere mediatico. Facendo del "centro" uno slogan per contrastare l´anatema (anti)comunista. (O, peggio, per schermaglie interne alla coalizione).
Imitare il modello-Berlusconi non serve al centrosinistra. E forse, ormai, neppure al centrodestra.
Ds Milano - Rassegna stampa
“Rimpasto! Rimpasto!”. Fini e la favola dei fratelli Grimm
Il grido del presidente di An assomiglia a quello del pastorello che dà l’allarme di continuo. Questa volta arriverà la crisi di governo, come alla fine arriva il lupo della fiaba?
Ci risiamo. Gianfranco Fini prova ad alzare la voce. Dopo aver fatto lo spettatore nella recente performance parlamentare che ha fatto a pezzi la Costituzione per mantenere gli accordi con la Lega Nord, il presidente di An tenta di riaprire il capitolo “verifica”. Per questo, ha chiesto a Berlusconi un governo e un programma nuovi di zecca.
Tutti sanno che se c’è qualcosa che fa venire la mosca al naso al premier è proprio l’uso delle parole di una certa politica antica: “rimpasto” e “verifica”, tra le altre. Rispetto all’estate scorsa, quando ancora una volta Fini aprì le danze della verifica cercando un alleato in Marco Follini (Udc), la credibilità del presidente di An è dimezzata. Fini rischia infatti di recitare la parte del pastorello della favola dei fratelli Grimm che grida “al lupo! al lupo!” mentre il lupo non arriva mai e quando davvero arriva nessuno gli dà più retta perché ha inflazionato il suo grido d’allarme.
Secondo le indiscrezioni filtrate dai vertici tra i partiti di maggioranza, pare che questa volta Fini faccia sul serio. Innanzitutto non condivide l’ottimismo di Berlusconi, che incurante di elezioni amministrative, suppletive (7 a 0) e andamento dei conti pubblici continua a promettere la riduzione delle tasse per famiglie e imprese. Il migliore alleato di Fini, anche ora in autunno come avvenne in estate, è Follini. Pare che i due abbiamo deciso una comune strategia per ottenere il rimpasto tanto atteso. Non sono più disposti a vedere il baricentro del governo tutto spostato verso la Lega Nord e verso le politiche economiche alla Tremonti, anche se Tremonti è stata l’unica vittima del giallo-verifica dell’estate.
Per ora, Berlusconi non ne vuole sapere. “Avanti sul programma, senza cambiare nulla”, ha risposto ai critici. E ai più intimi ha aggiunto che quella di Fini è stata “una coltellata” a ciel sereno. Lui resta convinto, sondaggi alla mano, che la maggioranza degli italiani crede ancora alle sue molteplici promesse.
Se le cose stanno così, non resta che attendere l’evolversi dei fatti. O Fini, con uno scatto da “macho” che gli dovrebbe essere congeniale, punta i piedi e ottiene il rinnovamento di ministri e programma, o questa volta rischia di fare replay alzando la voce e ritirando la mano.
Dopo la festa romana per la firma del Trattato di Costituzione per l’Europa, ne sapremo di più. La legge finanziaria è il primo scoglio, o – per far arrabbiare Berlusconi – la prima “verifica”.
[Aldo Garzia]
www.aprileonline.info/
AMERICA
Bush-Kerry e il declino dell’impero
Che America rappresenta uno come Bush? Quali modelli culturali esprimono i democratici di Kerry? E con quali aspettative l’opinione pubblica americana si prepara all’appuntamento delle presidenziali? Alla vigilia del 2 novembre Gad Lerner ne discute con l’americanista Alessandro Portelli. Sullo sfondo della guerra in Iraq il paese vive un’inquietudine profonda, legata alla paura del declino dell’impero. La tentazione di un arroccamento difensivo attraversa tutta la società. Che ora anche Kerry cavalca. Ma l’egemonia culturale del centrodestra è ancora molto forte.
GAD LERNER. La questione che vorrei porre a un innamorato della cultura americana come te è se possiamo trovare un codice di interpretazione della sfida elettorale americana. Si vota il 2 novembre.
Se dovessi sbilanciarmi nel logoro gioco dei pronostici istintivamente direi che è difficile immaginare un paese che si sente in guerra cambiare il proprio comandante in corsa. Naturalmente è anche possibile che l’opinione pubblica americana riconosca e sancisca l’errore della guerra in Iraq e decida di cambiare. Vedo però che vengono proposte altre interpretazione del voto più di carattere socioculturale: il ritorno della centralità del Mid-west e le esigenze della working class in rapporto al problema del protezionismo nella sfida della globalizzazione.
ALESSANDRO PORTELLI. Come sempre succede negli Stati Uniti il nodo è proprio su chi decide quale sia l’ordine del giorno, l’agenda dei temi su cui si deve discutere. Da un lato mi sembra che George Bush insista sulla strategia del comandante in capo per un paese in guerra. Dice: con me l’America è sicura per la mia fermezza nella lotta contro il terrorismo. E non capisco perché il suo sfidante Kerry non gli ricordi mai che l’unica grande strage terrorista sul territorio americano è avvenuta durante la presidenza Bush. Dopo l’11 settembre è calato il silenzio sulle cause e sulle modalità di quell’evento, mentre si è puntato sul senso della rivincita e della vendetta americana. Bush è riuscito a monopolizzare l’agenda. Io non se il paese si senta in guerra: la tradizionale difficoltà da parte degli Stati Uniti a percepire l’esistenza del mondo al di là dei propri confini fa sì che un avvenimento così lontano come la guerra in Iraq abbia relativamente poco impatto sulla quotidianità della gente. D’altra parte il fatto che gli Stati Uniti non si sentano pienamente in guerra è confermato dalla grande attenzione che il governo americano pone nel non mostrare le vittime americane, non quelle irachene che non contano e non esistono: per la prima volta nella sua storia anzichè accogliere con fanfare e bandiere le bare dei soldati uccisi in guerra come eroi, il governo ha cercato di nasconderle. Questo atteggiamento ha a che fare con l’illusione generata dalla prima guerra in Iraq e poi dalla guerra nel Kosovo che lo strapotere degli Stati Uniti consenta di combattere una guerra senza pagare alcun prezzo. Su questo punto Bush sconta la difficoltà di dire da una parte che il paese è in guerra e lui è il comandante, e dall’altra di non far percepire il prezzo pagato in termini di vite umane.
L. Quindi il fatto che sia passata la rimozione dell’11 settembre come una sconfitta dell’apparato difensivo americano confermerebbe un’egemonia di Bush che potrebbe avere un riscontro anche nel voto?
P. Negli Stati Uniti di oggi è innegabile una certa egemonia della cultura di centrodestra. Lo vediamo anche con Kerry che io scherzando definisco sempre “un po’ a destra di Francesco Rutelli”: Kerry non mette in discussione i principi di fondo della politica estera americana. L’altro giorno ho intervistato la scrittrice americana chicana Sandra Cisneros che mi diceva che in queste elezioni non c’è un vero candidato per la pace. L’idea che la guerra sia uno strumento abbastanza ordinario di politica globale degli Stati Uniti è ormai passata e questo fa sì che la posizione delle forze meno conservatrici sia simile a quella dei riformisti di casa nostra con una serie di concessioni forti sul piano dei principi e proposte moderative sul piano delle pratiche.
L. Anch’io penso che Rutelli sia a sinistra di Kerry e questo rappresenti un bene per l’Ulivo e per l’Italia. Però vorrei richiamarti al tema più profondo della relazione tra l’America e la guerra. Mi chiedo se in questo clima di nuovo patriottismo, del richiamo al dovere di combattere una sfida mondiale non ritorni l’eco delle divisioni del passato. Penso al 1941, quando un intellettuale come Gore Vidal, oggi durissimo contro la politica della Casa Bianca, era uno degli animatori del movimento American First, assolutamente contrario all’intervento nella guerra antinazista. Anche nel nuovo romanzo di Philip Roth, che pure è schierato con Kerry, si richiama il tema della pavidità dei democratici nel compiere scelte di coraggio quando necessarie. Ti chiedo: esiste ancora e quanto pesa la necessità da parte dei democratici di schierare l’America in guerra, magari richiamandosi al precedente della seconda guerra mondiale?
P. Gli Stati Uniti hanno alle spalle due secoli di tradizione militarista molto forte. Basti pensare a quanti generali sono diventati presidenti, da Washington ad Eisenhower, e quanti presidenti si siano proposti come generali, come Bush.
L. Il caso Roosevelt, però, fu molto diverso…
P. Certo, Roosevelt ha rappresentato un momento molto importante nella storia americana. Tra l’altro, alla luce del dibattito sulle guerre giuste e ingiuste, va ricordato che gli Stati Uniti non entrarono in guerra contro Germania e Italia, ma furono Germania e Italia a dichiarare guerra agli Stati Uniti, e dopo l’attacco giapponese di Pearl Harbour.
L. Diciamo che Germania e Italia risolsero una controversia nata all’interno dell’amministrazione americana sull’opportunità o meno di allargare la dichiarazione di guerra.
P. Esatto. Roosevelt pensava fosse necessario e giusto partecipare a quella guerra ma lo fece muovendosi da leader di un paese aggredito e questo marca già una differenza rispetto alla tradizione dei presidenti americani, legittimati in quanto invasori, come Herrison o Tyler. Nella storia degli Stati Uniti l’idea che il patriottismo si identifichi con la guerra è un’idea forte, anche paradossale perché il paese ha sempre coltivato contemporaneamente una vocazione isolazionista, da Monroe a Jackson, che però prevedeva le mani libere nella propria sfera di interesse e nel backyard sotto casa come i Caraibi, e un assoluto interventismo nel momento in cui il backyard si allarga a comprendere l’intero pianeta. Da trent’anni a questa parte assistiamo a un’erosione graduale ma molto potente della tradizione rooseveltiana, sul piano del ruolo dello stato, del welfare, di una certa idea di uguaglianza tipiche del New Deal. Dagli anni ‘70 i presidenti sia repubblicani che democratici hanno fortemente allargato il gap tra le classi e puntato su un’erosione di tutte le politiche sociali. Quanto al tema della guerra trovo singolare che un grande paese muova la propria politica sulla base della necessità di dimostrare di avere coraggio, e di dimostrarlo sparando: uno come Kerry oggi non cerca di dimostrare di essere meno bellicoso di Bush, ma solo di saper fare la guerra meglio.
L. Forse è solo uno che avverte un’inquietudine profonda che attraversa la società americana, sullo scenario del declino dell’egemonia nel mondo.
Ho letto con molto interesse gli studi comparati di Giovanni Arrighi, un economista italiano che da 25 anni lavora a Philadelfia e che ha analizzato i cicli imperiali nel mondo globale dal punto di vista macroeconomico, a partire dall’impero olandese del diciassettesimo secolo fino all’impero britannico e a quello americano: fenomeni di ascesa e declino singolarmente analoghi. L’instabilità mondiale che stiamo vivendo è figlia anche di questa perdita di egemonia, con la conseguenza che il clima di insicurezza finisce per penetrare nella società. Ma allora il problema diventa quello di difendere il proprio modello di vita in un ciclo economico declinante.
P. Io penso che tutto l’occidente debba accettare di ridimensionare il proprio tenore di vita se il prezzo per mantenerlo è di farlo pagare agli altri.
Questo stato di cose non durerà a lungo oppure potrà durare a lungo ma la maggioranza dell’umanità continuerà a “rovinarci la festa” o in modi criminosi come l’11 settembre oppure facendoci una concorrenza che definiamo “sleale” come la Cina. Non c’è dubbio che fino ad oggi il livello di vita dell’occidente (in particolare degli Stati Uniti) si è mantenuto a spese degli altri. Oggi siamo preoccupati ma nell’agenda del mondo non viene posto il problema di quale percentuale delle risorse del pianeta viene consumata da una parte relativamente ridotta. Il nostro presidente del consiglio ha detto che dobbiamo esportare il modello occidentale nel resto del mondo: pensiamo al giorno in cui la Cina raggiungerà il livello di motorizzazione dell’Europa e a cosa succederà all’aria che respiriamo. Il problema vero è l’insostenibilità di questo modello. Alcune cose che avevo letto negli anni ‘80 sul cosiddetto declino dell’impero americano avevano a che fare con il problema della overextension, il fatto che la potenza dominante espande i suoi interventi militari sul pianeta fino a che poi non riesce a reggere. Oggi, per esempio, gli Stati Uniti non riescono a mantenere con la stessa energia l’intervento in Iraq e quello in Afghanistan e pensano addirittura di reintrodurre la leva. Inoltre la società americana avverte un gap crescente nella distribuzione della ricchezza: l’outsorcing, il trasferimento all’estero di posti di lavoro, viene percepito da parte di componenti crescenti della società americana come una minaccia al proprio standard di vita, una minaccia di cui è colpevole il resto del mondo.
L. Certo e l’America sociale organizzata, a partire dai sindacati, si colloca decisamente su posizioni protezionistiche e conservatrici, non su un’ipotesi alternativa di sviluppo.
P. Nel movimento sindacale americano è sempre stata presente una dimensione di difesa corporativa degli interessi dei propri iscritti nei confronti dei loro connazionali non iscritti, gli immigrati, i neri, oggi i cinesi. L’idea che se un lavoratore perde il posto di lavoro è colpa del resto del mondo favorisce un arroccamento nazionalistico e protezionistico.
L. E Kerry cavalca questo sentimento...
P. Certo. Mi sembra che la sua sia una lettura molto disincantata dello stato della coscienza del paese, come se lui fosse un po’ più avanti ma per raccogliere voti sia costretto in qualche modo a mettersi in sintonia. Penso, per esempio, che sia stato un atto di coraggio da parte sua l’aver detto che bisogna mantenere un minimo di rapporto diplomatico con il resto del mondo. L’ha fatto in modo molto cauto perché la coscienza del paese non è in grado di percepire un ruolo degli Stati Uniti diverso da quello di un arroccamento difensivo sulla posizione dominante. E, d’altra parte, ha ribadito più volte che se gli alleati non sono d’accordo lui è disposto ad andare avanti da solo e in modo preventivo, più o meno come nella dottrina Bush.
L. E’ la tentazione di un arroccamento che oggi avvertiamo anche noi europei per la competitività con il nuovo gigante cinese. Però io ricordo anche i tuoi studi sulla controcultura americana e sull’altra America. Ti chiedo: uno come Bruce Springsteen, che ha deciso di impegnarsi in maniera inedita per Kerry, rappresenta effettivamente un'altra visione del ruolo americano nel mondo oppure è riducibile a un fatto solo mediatico, legato magari all’antipatia per Bush?
P. Sono stato al concerto che lui e i Rem hanno tenuto a Cleveland e ne sono uscito contento. A un certo punto Springsteen ha detto “noi vogliamo un governo che faccia alcune cose”. E sai qual è stata la prima cosa che ha detto? Giustizia economica.
Poi ha parlato di ambientalismo e lotta al razzismo. Dov’è la giustizia economica nel programma di Kerry? Senza fare ideologia, Springsteen si è collocato molto a sinistra di tutto lo schieramento democratico. Nella sua storia è sempre stata molto forte l’origine di classe: lui non dimentica di venire da una periferia industriale urbana.
L’altro elemento straordinario nella sua storia personale è l’aver cominciato a riflettere sulla storia e sul ruolo degli Stati Uniti quando ha iniziato a viaggiare all’estero e ad accorgersi dell’esistenza di un’altra realtà. Io sono un fan di Michael Moore ma mi sembra che Springsteen esprima un grado di consapevolezza politica più alto. Allo stesso concerto c’era John Fogerty che per incitare gli americani ad andare a votare parlava del “privilegio del poter votare”: lo trovo agghiacciante, la prova che molti americani non si rendono conto che il voto non è un privilegio e che non è solo loro. Questo per dire che la non consapevolezza e la disinformazione sul resto del mondo rappresenta uno dei grandi problemi di questo paese.
L. Quella che stai descrivendo e che ami è una cultura molto diversa dalla cultura liberal delle élite metropolitane.
Ma quale egemonia è in grado di esercitare un personaggio come Springsteen? P. Una cultura diversa ma non distinta. Esiste una scala osmotica tra le culture più moderate del partito democratico e le organizzazioni radicali come MoveOn. Non c’è un confine netto, ma una continuità.
L....che va da Hollywood al mondo del rock.
P. Che Hollywood sia progressista e nelle mani dei liberal è ormai una specie di mantra che la destra conservatrice americana continua a ripetere: se gli artisti di Hollywood assumono posizioni progressiste credo che parlino ai già convertiti. Forse musicisti come Springsteen o come Steve Earle, gente che nel Dna ha un’identità da colletto blu, qualche voto lo possono spostare. Teniamo presente che stiamo parlando di elezioni che si giocheranno su uno spostamento di qualche migliaio di voti. L’impatto di figure che non sono identifi- cate con l’establishment liberal e prendono posizioni più avanzate può essere importante, anche se forse non decisivo. Sul problema dell’informazione vorrei segnalare un articolo uscito di recente sul New York Times nel quale si spiegava che non solo la maggioranza di chi vota Bush crede che le armi di distruzione di massa siano state effettivamente trovate, ma che componenti molto forti di quell’elettorato pensano che Bush sia favorevole alla Corte penale internazionale, al trattato per l’abolizione delle mine antiuomo e al Protocollo di Kyoto! Esattamente il contrario di quello che è!
L. Un problema di disinformazione che pure riscontriamo in un paese nel quale la maggior parte della carta stampata è schierata con Kerry e nel quale non c’è un controllo sulla televisione pari a quello che abbiamo in Italia.
P. Per la verità non sono affatto convinto che la tv americana sia meno faziosa di quella italiana; anzi, credo sia peggiore. E sono molto preoccupato degli effetti sull’opinione pubblica che produce una tv come Fox Channel. Quanto alla stampa è vero che i grandi quotidiani sono schierati con i democratici, ma sui giornali locali non sarei così sicuro. In ogni caso questa America profonda che vota Bush pensa che la stampa sia in mano agli estremisti liberal e quindi, di nuovo, la stampa rischia di parlare ai convertiti.
L. In ogni caso mi sembra che lo strabismo e la disinformazione dell’elettorato di Bush dipenda soprattutto dalla convinzione profonda di un’America del Bene minacciata dal Male: è il manicheismo dei valori che spiega come sia più facile collocare il proprio capo dalla parte più ragionevole.
P. E’ vero: l’America si pensa come Bene e quindi il presidente che rappresenta gli americani non può non essere dalla parte del Bene. Uno dei motivi per i quali Kerry non ha usato certi argomenti contro Bush deriva da una reticenza ad attaccare non tanto la persona quanto l’istituzione della presidenza.
Detto questo, non penso che sia impossibile che Kerry vinca.
L. Vorrei porti un’ultima questione. Condividi la convinzione diffusa tra i leader europei e del centrosinistra italiano che anche in caso di vittoria di Bush gli Stati Uniti sarebbero costretti a una svolta in politica internazionale? Che l’unilateralismo esasperato non regga più e sia sempre più necessaria la ricerca di nuovi equilibri multilaterali? Sei anche tu di questa idea oppure è soltanto un esorcismo o un modo per mettere le mani avanti?
P. Ho l’impressione che l’eventuale rielezione di Bush suonerebbe come la conferma che la sua politica è stata vincente. Lo scenario più probabile è quello di un ulteriore sforzo degli Stati Uniti per coinvolgere l’Europa in una politica che non potrà rimettere in discussione l’egemonia americana così come in questi anni si è espressa.
(a cura di Giovanni Cocconi)
www.europaquotidiano.it
.
Tiratemi notizie, non pomodori
di Paul Olden
Le analogie tra il giornalismo moderno e il mercato dei prodotti ortofrutticoli si fanno sempre più evidenti
I due settori sono simili per alcuni buoni motivi: innanzi tutto le notizie, come gli ortaggi, sono merce deperibile. Una notizia nell’immediato è uno scoop, dopo poche ore diventa una news e dopo qualche giorno diventa immondizia.
Esattamente come la vendita degli ortaggi, il mercato delle notizie risente fortemente dell’aria che tira. Se fa caldo , si vendono le pesche, gli ananas e le angurie. Se c’è un attentato terroristico di matrice islamica, si vendono i mullah, i talebani e le madrasse.
Il commercio delle notizie e quello della frutta hanno un problema in comune: la standardizzazione di un prodotto variegato e disuniforme.
Un problema non da poco, al quale il mercato degli ortofrutticoli risponde stabilendo dei parametri: i pomodori devono essere “stellati” ( con la punta rossa di inizio maturazione) , le mele e le pesche devono essere medio-piccole, da porzione.
Allo stesso modo le notizie , per essere commerciabili, devono rispondere a precisi parametri: chiarezza, facilità di comprensione, schematicità. Una notizia di un rapimento in Iraq deve essere inserita in precisi clichè: i “terroristi” sono “islamici”, l’eventuale uccisione sarà “barbara” .
Esistono pere perfettamente sferiche, ma non si vendono per niente: una pera deve avere chiaramente una forma “a pera”.
Se vuoi vendere bene un prodotto devi renderlo immediatamente riconoscibile e comprensibile al pubblico.
Non puoi dire che Simona Pari e Simona Torretta sono “cooperanti”: dovresti spiegare cosa vuol dire, rischiando annoiare il lettore-cliente.
Così come alle mele viene attaccato il bollino “Melinda”, il giornalista affibbierà l’etichetta di “Volontarie”: si vende meglio e non confonde le idee.
In Italia c’è una certa produzione di Kiwi, ma la vendita del prodotto nostrano è scarsa, perché qui da noi il Kiwi matura d’inverno. Vanno invece piuttosto bene le vendite di Kiwi della Nuova Zelanda, che giunge sulle tavole degli italiani in piena estate.
Nel giornalismo succede la stessa cosa: bisogna avere il prodotto giusto al momento giusto. Se in questo momento provi a proporre un servizio sull’AIDS, facilmente ti verrà risposto che “adesso l’AIDS non tira”. Non è stagione.
Se hai preparato un’indagine accuratissima sui problemi di un paese del terzo mondo, dove migliaia di bambini rischiano la morte a causa di una dimenticatissima guerra, potresti sentirti dire che “ci vuole una storia dentro la storia”. Magari il racconto di un italiano, un medico o un sacerdote, che sta sul posto a fare opera meritoria.
In pratica è richiesta una confezione migliore e più maneggevole, proprio come per l’insalata già lavata e insacchettata.
Al mercato della frutta, quando un prodotto scarseggia , a causa del gelo o della siccità, vedi i commercianti accapigliarsi per comprarlo. Succede che vengano conferiti e venduti a prezzi elevati prodotti scadenti, malaticci, acerbi o mal lavorati.
Allo stesso modo, se le notizie su due italiane rapite in iraq sono assolutamente scarse o quasi inesistenti, è possibile che ci si accontenti di insignificanti post di mitomani sui forum dei “siti islamici”, o di fantomatiche “voci riportate da fonti dei servizi segreti”.
Prodotti scadenti, insomma. Che però si vendono molto bene, causa la momentanea penuria di merce di qualità soddisfacente.
Nel giornalismo moderno, così come al mercato della frutta, non si può andare troppo per il sottile: è solo business, my friend.
Non è il caso di spiegare alla gente che le varietà antiche di pomodoro, brutte da vedere e disuniformi nella forma, sono assai più gustose e prelibate degli attuali ibridi coltivati fuori suolo: l’importante è che il frutto sia bello tondo, ben confezionato e invitante nell’aspetto.
Lo stesso vale per la notizia, per il servizio per la TV o per l’indagine giornalistica: non importa la qualità, quello che conta è l’appeal.
Certo, esistono i prodotti biologici, e ci sono anche gli alternativi che si sono messi in testa di salvare le antiche ( e deliziose) varietà di mele, di pere o di susine. Ma è roba di nicchia, non fa volume.
Al contrario, il mercato va inesorabilmente verso il transgenico. Su questo punto il mercato della notizia è all’avanguardia: le notizie geneticamente modificate sono in circolazione da un pezzo.
Paul Olden
Manda questo articolo ad un amico
Per inviare un commento devi essere registrato e fare LOGIN
Re: Tiratemi notizie, non pomodori
Pablo Maiorca - 28.10.2004
Non ho affatto capito questo sfogo.
Che il lavoro di giornalista si giochi nella forbice tra sistema commerciale e produzione culturale è notorio. Quello che c'è di nuovo è la possibilità di esprimere la propria opinione, proprio come hai fatto tu ora, attraverso canali non convenzionali come Internet.
Oltretutto non capisco se la tua disanima sia su quotidiani o periodici. Perchè, se si tratta dei giornali, una riduzione delle diverse questioni ai minimi termini mi pare inevitabile.
Altrimenti ci vorrebbero ore per leggerne solamente uno
Bella l'idea, ma cadi nel finale
Ed Hutcheson - 28.10.2004
Da esperto di biotech ti posso dire che non è affatto scontata la transizione al transgenico di frutta e verdura. E questo accade non solo per le resistenze (frutto più che altro di grande ignoranza) dei consumatori, che hanno fatto già rivedere abbondantemente al ribasso le attese delle società produttrici di sementi geneticamente modificate, ma anche per motivi più banalmente genetici: se per alcuni tipi di verdura l'inserimento del transgene è abbastanza semplice, molti tipi di frutta invece sono assai resistenti alle tecniche, specialmente le specie dicotiledoni, come le mele.
Per chiudere: è vero, il packaging «fa» la fortuna del prodotto, ma non da oggi.
Quanto alla favola del "biologico", attenzione: l'invasione di prodotto "biologico" (tra l'altro, una tautologia), specialmente nell'ambito dei prodotti agroalimentari trasformati industriali, è una vera e propria truffa.
Peraltro, nulla si dice sull'aumento del rischio sanitario per il consumatore dovuto al consumo di alcune categorie di prodotti biologici (farine soprattutto)!
Re: Tiratemi notizie, non pomodori
Gian Paolo Locatelli - 28.10.2004
Permettimi un'aggiunta finale. Entrambi i mercati però differiscono per i prezzi. Se l'ortofrutta è sempre più cara, certo non si può dire per le notizie che, al contrario, vengono pagate sempre meno. Ciao gpl
Re: Tiratemi notizie, non pomodori
columella - 28.10.2004
Io di ortaggi (e di frutti in genere) me ne dovrei intendere, non solo perchè quando oso scrivere qualche pezzo, prendo subito qualche pomodoro in faccia, ma anche perchè usurpo il nome di chi ha scritto un libro in esametri sulla coltivazione degli orti. Allora non c'erano i pomodori, ma le rape si.
Un giornalista deve essere informato di tutto, anche dei kiwi. E' vero: d'estate, quando per ragioni climatiche arrivano quelli della Nuova Zelanda, sono più graditi.
Questo non toglie che se ci diamo la pena di paragonare la produzione totale dei Kiwi dell'Italia (quasi tutta concentrata in provincia di Latina) e della Nuova Zelanda, le cifre parlano a favore dell'agricoltura nostrana.
Forse quest'apologo vale anche per il lavoro del giornalista. Non deve solo fornire i kiwi estivi neozelandesi, così graditi e di bon ton, ma anche gli altri, con un lavoro più umile ed aderente alla realtà. www.ilbarbieredellasera.com
Costituzione: e ora inizia il bello
La firma del Trattato costituzionale a Roma è solo l’inizio di una lunga via crucis. Fatta di referendum dall’esito per niente scontato. Analisi.
La firma del Trattato costituzionale il 29 ottobre a Roma è la coronazione simbolica del “sogno europeo”, il modello culturale e politico del Vecchio Continente cui allude l’ultimo best-seller del sociologo americano Jeremy Rifkin? Certamente no, anzi. Il nuovo Trattato riorganizza piuttosto l’esistente, e le difficoltà che si addensano lungo il sentiero della sua ratifica sono piuttosto espressione della crisi politica che attraversa l’Unione Europea. E che rischia di diventare irreversibile.
Bombe a orologeria
Il Trattato di Nizza attualmente in vigore, infatti, già problematico per un’Unione a 15 paesi, è assolutamente inadeguato a garantire la vita politica di un organismo ormai composto da 25 membri. Se il nuovo Trattato non dovesse entrare in vigore (basterebbe la bocciatura anche di un solo paese), il contraccolpo politico sarebbe quindi enorme e potrebbe davvero spingere molti a celebrare il noto “ognun per sé, Dio per tutti”.
Dopo le profonde divisioni della guerra in Iraq e la scarsa partecipazione alle ultime elezioni del Parlamento europeo in giro per l’Europa non tira certo una bell’aria. In questo clima dieci paesi europei hanno deciso, sull’onda del dibattito e delle polemiche sviluppatesi intorno alla Convenzione europea e alla Conferenza intergovernativa, di convocare dei referendum per la ratifica, che potrebbero rivelarsi delle vere e proprie bombe ad orologeria sulla strada della Costituzione. A partire da quello in Gran Bretagna, dove la maggioranza euroscettica del paese, capeggiata oltre che dall’opposizione interna anche dall’autorevole settimanale The Economist, vuole sfruttare questa opportunità per affondare definitivamente Tony Blair sull’altare di uno dei suoi cavalli di battaglia, quello appunto dell’europeismo.
Sindrome irlandese: perseverare diabolicum?
Non meno a rischio la situazione in Francia, dove il Presidente Chirac, dopo aver perso le ultime tornate elettorali, ha lanciato il referendum europeo sapendo che su questo tema la sinistra, in crescita, si sarebbe spaccata. Il complicarsi poi del dibattito politico in merito all’adesione della Turchia all’UE rischia di complicare una situazione dagli esiti già estremamente incerti. Una bocciatura francese, evitata per un soffio nel ’92 col Trattato di Maastricht in un clima completamente diverso, aprirebbe una crisi senza precedenti nel cuore dell’Europa.
Incognite pesanti gravano anche su Irlanda e Danimarca, già protagoniste di clamorose bocciature dei trattati ed ancora oggi attraversate da forti umori euroscettici. In caso di mancata ratifica sarebbe più difficile delle precedenti occasioni tornare dai cittadini a chiedere di pronunciarsi di nuovo come fatto in passato. Più positiva è invece la situazione negli altri paesi che hanno deciso di chiamare i cittadini alle urne: oltre a quelli del Benelux, anche Spagna, Portogallo e Repubblica Cèca dovrebbero approvare senza problemi.
E l’Italia? Nel paese tra i più filoeuropei dell’Unione, la ratifica per via referendaria (inizialmente auspicata da molti) avrebbe richiesto una riforma costituzionale dai tempi lunghissimi. La via parlamentare che si è scelta, certamente più rapida, consentirà all’Italia di essere la prima a ratificare il nuovo Trattato, probabilmente già entro dicembre. Tempismo dal chiaro – e speriamo ben augurante – significato politico che limita, tuttavia, un ampio dibattito nazionale.
La costituzione europea ha dunque davanti a sé mesi, o forse anni, davvero difficili. La posizione degli europeisti delusi che sperano in una bocciatura del Trattato per poi riscriverne uno migliore è suicida. Se non passerà questo Trattato non ce ne saranno altri. Quella parte della classe dirigente europea che usa il delicatissimo tema della ratifica pensando solo a logiche di politica interna mostra di non capire il valore della posta in gioco. Forse mai come oggi essa è stata così alta. www.cafebabel.com/it
Da Manhattan ad Akron, Ohio.
Porta a porta per JFK
Negli Usa, volontari si spostano dagli stati “sicuri”, in cui la vittoria alle presidenziali non è assolutamente in discussione, negli stati incerti per cercare di spostare il voto verso il proprio candidato.
Da Manhattan una donna va, con suo marito, tre settimana ad Akron, Ohio, per fare campagna elettorale in favore di Kerry, e racconta quello che ha visto.
Ormai manca solo una settimana al giorno delle elezioni - supponendo che i conteggi e le contestazioni dei voti non finiscano a primavera. Quel giorno Ed e io saremo ad Akron dove siamo arrivati due settimane fa per collaborare alla campagna di Kerry; siamo qui, assieme ai vecchi amici conosciuti nei giorni di Baltimora, perché, quando lo scorso mese Ed ha telefonato al quartier generale democratico chiedendo dove avessero bisogno del nostro aiuto, la risposta è stata: nell’Ohio.
Stiamo lottando porta a porta perché si voti per Kerry: facciamo propaganda e distribuiamo manifesti da mettere in giardino a tutti quelli che si mostrano interessati, contravvenendo così alla politica del quartier generale democratico della contea di Summit che, puntando a nuove sottoscrizioni di volontari, non vuole che quei manifesti vengano affissi senza che si sia prima andati al QG. Noi, invece, pensiamo che questa campagna venga combattuta proprio giardino per giardino. …
Ci stiamo finalmente facendo strada nei quartieri ricchi e in quelli poveri, completamente immersi nelle decorazioni di Halloween: pietre tombali e scheletri che escono dal terreno, fantasmi appesi agli alberi, e, in mezzo a tutte queste cose spaventose, i manifesti di Bush e Kerry, parte di una stagione davvero terrificante… Persino nei palazzi lungo Merriman Road, che prima erano le abitazioni dei migliori dirigenti e scienziati della Firestone e della Goodyear, il mix di Halloween include i manifesti da giardino di Kerry e Bush.
Durante il nostro primo giorno di propaganda, in un quartiere vecchio e malandato della Firestone, abbiamo incontrato una donna, terribilmente sovrappeso e pro-Bush, la quale sosteneva che la fine del mondo è ormai imminente, che lei verrà assunta da Dio in cielo e che disponeva di informazioni riservate secondo cui Osama aveva collaborato con Saddam Hussein ma che, purtroppo, non poteva rivelare le sue fonti. Peccato che non avesse abbastanza raziocinio per capire che se la fine del mondo fosse davvero così vicina, non ci sarebbe nessun motivo per votare, fosse anche per Bush!
Il quartier generale di Kerry ad Akron, appare straordinariamente ben organizzato sotto la direzione di Laura, una donna sui trent’anni, alta, energica, bionda, formosa e molto intelligente che ha lavorato per la Difesa Legale di NOW ed è stata attualmente presa in prestito dall’ufficio di Hillary Clinton. Laura ha lavorato per Kerry fin dalle primarie del New Hampshire e, da quando siamo arrivati, appare sovraccarica di adrenalina e continua a sottolineare l’importanza del CIBO per chi lavora alla campagna. In effetti, siamo un’organizzazione ben nutrita grazie alle donazioni di bottiglie di acqua, lasagne, brownies e donuts (dolci di cioccolato amaro e ciambelle glassate, NdT). Laura, d’altro canto, non sa immaginare come si possa combattere una battaglia elettorale senza Dunkin’ Donuts, anche se ci troviamo nella terra di Krispy Kreme (Krispy Kreme e Dunkin’ Donuts sono due celebri rivenditori di ciambelle glassate diffusi su tutto il territorio statunitense, NdT), comunque le elargizioni del West Point market – il rifornitore di cibo dell’alta società che si trova proprio in fondo alla strada - sono sempre ben accette.
Con noi ci sono Alison, una studentessa ventenne del Truman, “devota a una vita in povertà” – stando alle parole di Laura - che organizza la propaganda, e Tona - grande, nera, enorme sorriso, brillante - che organizza i volontari. Continuo a restare sorpresa dai volontari provenienti dagli altri stati, i new yorkesi come tutti gli altri: a chi ci ringrazia e benedice continuamente per essere venuti a dare una mano nella campagna rispondiamo che, grazie a Dio, non c’è bisogno di noi a New York.
Infine ci sono gli uomini di mezza età che lavorano ai dati sul computer. Abbiamo finito la propaganda porta-a-porta e abbiamo ormai individuato gli elettori di Kerry, quelli di Bush e gli indecisi, che, sorprendentemente, sono abbastanza, alcuni di questi, pur disturbati da Bush, restano ancora incerti su Kerry. I dati verranno ora riordinati per le telefonate mirate che servono a GOTV “Get Out the Vote” – tirare fuori il voto, il nostro mantra. Le ultime telefonate e l’ultimo porta-a-porta ci saranno questo fine settimana e lunedì prossimo. Il giorno delle elezioni, Ed, io e altri saremo ai seggi dove trascriveremo i nomi delle persone che hanno già votato – una volta che le persone votano, infatti, i loro nomi vengono affissi - e li consegneremo ai nostri fattorini. Al Quartier Generale cancelleranno quei nomi dalla nostra lista e telefoneranno a coloro che non hanno ancora votato per sollecitarli. Centinaia sono inoltre i volontari che hanno dato la propria disponibilità per trasportare le persone ai seggi. Finora, solo sei persone hanno chiesto un passaggio.
I seggi elettorali in sé potrebbero essere un pasticcio. Il segretario di Stato dell’Ohio, J. Kenneth Blackwell è peggio dello zio Tom: un conservatore repubblicano nero che sta facendo tutto il possibile per invalidare le registrazioni dei nuovi elettori democratici - a cominciare dal dire che le nuove registrazioni che non siano fatte su carta sufficientemente pesante non contano e invalidando così le registrazioni avvenute attraverso moduli scaricati dal computer. I repubblicani hanno contestato migliaia di nuove registrazioni. I funzionari per le elezioni, sopraffatti, tengono udienze di massa nei centri congressi locali - 250 l’ora - per chi intende difendere la propria registrazione. I democratici, dal canto loro, chiedono che i repubblicani giustifichino personalmente ogni contestazione.
Una legge dello Stato dell’Ohio, risalente al 1953 e mai usata, autorizza la presenza di rappresentanti di lista che contestino le registrazioni degli aspiranti elettori all’interno dei seggi: indirizzi, età, cittadinanza sono adesso informazioni alla portata di tutti, con i repubblicani e i democratici che stanno entrambi registrando i propri rappresentanti di lista.
(Addirittura, in una contea, i repubblicani hanno scorrettamente prima raggiunto un accordo con i democratici affinché entrambe le parti rinunciassero ai rappresentanti di lista, per poi registrare i propri di soppiatto. Fortunatamente i democratici hanno scoperto l’inganno in tempo e sono riusciti a registrare i propri rappresentanti al limite della scadenza).
Nel frattempo, noi abbiamo trovato un buon caffè – dall’altra parte della strada a Angel Falls – del buon sushi (Sushi Katsu, preparato da Tony, un italo-giapponese venuto dal Giappone per lavorare nella sala mensa del direttivo della Firestone quando la proprietà era giapponese: la Firestone se n’è andata ma Tony è rimasto), abbiamo dedicato allo shopping un viaggio a Target e ogni giorno ce ne andiamo in auto con i nostri amici verso il quartier generale passando attraverso lo splendido fogliame autunnale.
Peter Jennings, trasmettendo la scorsa settimana da Cleveland, affermava che una questione importante per i cittadini del posto era l’11 settembre. Nella nostra campagna, fatta di sollecitazioni dirette e telefonate, non ne abbiamo mai sentito parlare, a meno che non si consideri un generale e sotterraneo sentimento di paura. La scorsa settimana Ed e io abbiamo visitato il museo d’arte di Canton dopo aver ascoltato il discorso di Edwards –oratore davvero efficace – nel centro congressi di Canton, un piccolo spazio non troppo pieno. L’opera più significativa era una piccola creazione che raffigurava una casalinga occupata a spazzare il tappeto nel suo salotto rosa e grazioso, protetto da un portone chiuso con una catena di sicurezza. La piccola stanza era circondata dai demoni, dalla rabbia, da un alligatore sotto il pavimento, dalla malvagità che fendeva le pareti: forse è questo il tipo di paura che stiamo vedendo in giro.
(traduzione di Martina Toti)
www.caffeeuropa.it
Quanto vale una discussione
Mauro Buonocore
Hanno detto di tutto durante la campagna elettorale americana per queste presidenziali 2004. Il clima elettorale sembrava molto riscaldato, almeno così ci è sembrato dall’Italia. I dibattiti televisivi che hanno contrapposto i due candidati nell’arena mediatica, tre faccia-a-faccia per conquistare i cuori (più che le menti) degli elettori sono stati eventi televisivi, hanno segnato le tappe essenziali della campagna presidenziale, battaglie a colpi di slogan per un Risiko della grammatica mediatica giocato intorno a un manuale di regole scritte e concordate a tavolino degli staff dei contendenti. E ad ogni dibattito un sondaggio, anzi dieci cento mille diversi sondaggi spostava la lancetta del barometro elettorale: Kerry avanti di due punti, Bush vince di cinque, i due sono pari e si lanciano nel testa a testa finale.
Ma c’è stato un sondaggio che “non aveva lo scopo di indovinare chi sarebbe stato il futuro presidente degli Usa, ma voleva verificare come cambia la visione della realtà tra persone per niente informate e persone che lo sono”.
In poche parole James Fishkin racchiude il significato del deliberation day. Di che cosa si tratti, i lettori di Caffè Europa lo sanno già e chi se lo fosse lasciato scappare può rovistare un po’ tra i nostri archivi fino al numero 263 e alle pagine dedicate alla democrazia deliberativa. Brevemente, solo per riprendere il filo: il 16 ottobre un campione rappresentativo dell’elettorato americano si è incontrato in piccoli gruppi in 17 città americane; dopo aver risposto a domande sui temi principali della campagna presidenziale, i membri del campione hanno consultato del materiale che approfondiva le loro conoscenze sui temi in questione, hanno discusso tra di loro e con esperti dei due partiti, e poi hanno risposto alle di nuovo alle domande iniziali. Nella differenza delle risposte tra l’inizio e la fine del sondaggio deliberativo sta l’esempio concreto di quanto valga una discussione civile, di quanto possa cambiare un’opinione tra una persona informata e una che sa poco niente di quello su cui la si interroga.
Esperimento su base nazionale. Ma le critiche non mancano, prima fra tutte quelle di Arthur Lupia, docente di scienze politiche all’Università del Michigan, per il quale “persone che sono fondamentalmente in disaccordo sulla scelta del presidente, non hanno alcuna possibilità di cambiare idea attraverso uno scambio di idee: non faranno che avanzare la propria posizione ad alzare la voce”.
Non è della stessa opinione James Fishkin, che con Bruce Ackerman ha ideato il deliberation day, e ne ha seguito l’organizzazione e gli esiti con la collaborazione di Shanto Iyengar e Robert Luskin. Dal Center for Deliberative Democracy della Stanford University Fishkin risponde che “gli esperimenti realizzati mostrano ampiamente come persone che non condividono gli stessi valori possono mettere in piedi discussioni produttive e raggiungere così un certo grado di mutua comprensione;inoltre gli esperimenti deliberativi mettono in luce come il pubblico di massa sia assolutamente capace di discussioni civili anche quando tra le persone ci sia disaccordo su questioni fondamentali: non sono esperti o politici, il loro interesse è quello di risolvere i problemi insieme”.
E allora andiamo a vedere che cosa è emerso dal deliberation day da poco concluso. Se, ad esempio, prima dell’esperimento il 32% degli interrogati era convinto che la guerra in Iraq ha indebolito la sicurezza nazionale degli Usa e il 46% aveva risposto che la guerra aveva invece l’aveva rafforzata, alla fine dell’esperimento le percentuali erano cambiate sensibilmente con un 40% a favore della prima risposta e mentre la seconda opzione era scesa al 41% dei consensi. Altra questione scottante: quante persone sono d’accordo con la politica di tagli alle tasse dell’amministrazione Bush? I consensi iniziali erano del 52%, ma alla fine dell’esperimento sono del 42%. Infine la domanda delle domande: a chi darà il suo voto? Durante l’esperimento le preferenze per Kerry sono passate dal 45 al 49%, quelle per Bush dal 42 al 43, ma, cosa più significativa, la porzione degli indecisi si è ridotta dal 12 al 7%.
Ecco quindi il risultato più interessante di tutta la giornata di esperimenti: tra l’inizio e la fine del sondaggio deliberativo tra i partecipanti e il pubblico di massa che ha semplicemente guardato i dibattiti in tv, ha letto i manifesti per la strada e si è affidato a tutti i trucchi della campagna elettorale, c’è la differenza sostanziale che i primi erano meglio informati sulle questioni di cui si è discusso nelle sessioni dell'esperimento. Il che significa che erano più consapevoli di cosa comporta la loro scelta in cabina elettorale. In sostanza molti dei pregi della democrazia deliberativa stanno proprio qua.
www.caffeeuropa.it
ottobre 30 2004
Candidati a un deficit mediatico
L’associazione tra l’incremento dei mezzi di comunicazione conservatori e l’autoritarismo strisciante non è una coincidenza
di Robert Parry
Questo articolo è un adattamento dal libro dell’autore
Secrecy and Privilege: Rise of the Bush Dynasty from Watergate to Iraq, Media Consortium
Traduzione di Pietro Andrea Annicelli - Temaweb Megachip
L’attacco terroristico dell’11 settembre 2001 potrebbe essere stata la scintilla per il fuoco che ha condotto gli Stati Uniti verso un sistema più autoritario. Ma la legna è stata collocata per oltre tre decenni.
I conservatori che hanno fatto retrocedere gli Stati Uniti in questa direzione politica, negli anni Settanta non avevano idea dove questo tragitto avrebbe condotto. Il loro pensiero originario era più difensivo che offensivo. George Bush il vecchio partì come una specie di Signor Imbroglione con relazioni molto influenti sia negli ambienti sociali dominanti della costa orientale degli Stati Uniti che nel mondo dell’industria petrolifera texana. Lui sapeva disinnescare uno scandalo e nascondere le prove d’una colpevolezza. Lavorò diligentemente, sebbene in definitiva senza successo, per proteggere Richard Nixon dal Watergate. Gli andò meglio nel tenere la Cia in posizione defilata per Gerard Ford nel 1976. Le tecniche di Bush nelle attività di copertura accrebbero il suo potere tra il 1981 e il 1993, durante il periodo della presidenza di Ronald Reagan nonché delle sue vicepresidenza e presidenza, e salvarono il nome della famiglia. Così i suoi figli poterono costruire le loro personali carriere politiche.
Negli anni Novanta, George Bush il giovane fece il suo ingresso in un mondo politico dove i conservatori erano già in ascesa e i liberali in declino. Il suo contributo fu una istintiva comprensione di come le strategie repubblicane di gioco duro, gli apparati di notizie aggressive di genere conservatore e il mistico fondamentalismo cristiano avrebbero potuto amalgamare una potente coalizione politica e consolidare il predominio della Destra nel potere governativo statunitense.
In effetti, Bush raccolse delle utili lezioni durante la campagna elettorale di suo padre per le elezioni presidenziali del 1988 contro Michael Dukakis. Doug Wead insegnò a Bush come lanciare segnali ai fondamentalisti cristiani. Lee Atwater passò i trucchi per trasformare un dignitoso oppositore in uno zimbello nazionale.
Alcuni attivisti liberali si chiedono perché i leader dei Democratici sono spesso così circospetti. Perché, chiedono, i Democratici non si danno da fare come i Repubblicani? Il carattere prudente spegne molta della base democratica, mentre lascia parecchi elettori indipendenti nel dubbio se i Democratici realmente conoscano ciò per cui si sono candidati.
La dinamica difensiva dei Democratici, tuttavia, è una conseguenza dell’infrastruttura politico mediatica che i Repubblicani e i conservatori hanno creato avendo speso tre decenni e bilioni di dollari. Questa infrastruttura tradizionalista ha aiutato i Repubblicani a raggiungere una unità che spesso è mancata nel campo dei Democratici. I Conservatori possono consultare dozzine di apparati mediatici ben pagati per ascoltare gli ultimi "argomenti" a favore dei Repubblicani, spesso coordinati dal Comitato Nazionale Repubblicano o dalla Casa Bianca dei Bush.
I Liberali mancano d’un apparato mediatico paragonabile, avendo fallito nel tenere testa all’investimento e all’impegno della destra. Quegli apparati d’impegno liberale che esistono sono quasi sempre senza risorse economiche e spesso part time. I mezzi di comunicazione della destra dei Repubblicani hanno dato loro un potente vantaggio, e uno che non sembra probabile che svanisca. Questo deficit nei mezzi di comunicazione causa ai critici di Bush un particolare svantaggio perché i loro argomenti richiedono spiegazioni del contesto storico e l’accettazione del frustrante lavoro della diplomazia. Dall’altra parte, l’argomento di Bush è più facile da capire: uccidi i cattivi.
Nelle elezioni del 2000 lo stile semplice, disimpegnato di Bush, che celava un feroce spirito agonistico, lo resero un prodotto abile a ingannare il popolo Americano (specialmente i bianchi), un beniamino dei notiziari dei mezzi di comunicazione conservatori e un favorito di molti giornalisti tradizionali. Sommando la paura e il senso di vittimismo scaturito dagli attacchi dell’11 settembre a un nuovo modello politico, improvvisamente si scoprì una possibilità per gli Stati Uniti. Sarebbe stato un sistema autoritario post moderno che avrebbe fatto meno affidamento sulla tradizionale repressione degli oppositori politici rispetto all’azionamento d’un sofisticato sistema mediatico per intimidire ed emarginare i dissidenti.
Il nuovo sistema sarebbe la somma delle parti gradualmente venute fuori dalle rovine del Watergate. Nel suo nucleo sarebbe il concetto intelligente di "gestione della percezione" non così tanto orwelliano quanto post orwelliano. Mentre in 1984 di Orwell si concepivano torture sofisticate per carpire confessioni e discorsi alle masse che infiammassero asti etnici, questo nuovo sistema avrebbe fatto affidamento sul ridicolo per rendere oggetto di derisione chi si fosse trovato contro, emarginando quelli i cui nomi riscuotevano risatine con gli occhi roteanti e sghignazzate con le ginocchia che sbattono. Penso a Dukakis che indossa un elmetto, a Bill Clinton e a un vestito imbrattato di sperma, ad Al Gore che inventa Internet, per non menzionare tutte quelle persone pubbliche meno conosciute che sono state così sciocche (o incaute - ndt ) a opporsi alla corsa alla guerra in Iraq.
George W. Bush era il perfetto candidato per sfruttare questa trasformazione. Carente d’un alto senso del sistema costituzionale americano di pesi e contrappesi, Bush non aveva una personale repulsione alla voglia di spostarsi verso una struttura del potere di governo più autoritaria, e di zittire il dissenso importante. In effetti, era attratto dall’idea.
Dopo aver rivendicato la presidenza nel dicembre del 2000, Bush una volta scherzò: "Se questa è una dittatura, sarebbe un casino più facile. Purché sia io il dittatore".
É difficile immaginare che ogni altro presidente Americano avrebbe detto una cosa simile.
Fonte: In These Times
Articolo originale: Running a Media Deficit
L´Ora del rompete le righe
CURZIO MALTESE
da Repubblica - 30 ottobre 2004
Non poteva finire peggio per Berlusconi la giornata delle parate europeiste, con le musiche del Re Sole e la solita cartapesta monumentale sullo sfondo. Il Consiglio dei ministri convocato dal premier per ratificare la Costituzione europea è precipitato in un´italianissima zuffa e ha finito soltanto per ratificare lo sfascio della maggioranza su temi non marginali come l´Europa e le tasse. La Lega, ormai ridotta a una serie di tribù padane senza guida, chiede il referendum sulla Convenzione. An colpisce Berlusconi negli affetti più cari, il conflitto d´interessi, e scopre con l´aiuto dell´Espresso che il premier guadagnerebbe 760 mila di euro all´anno dalla sua riforma.
Per la maggioranza è l´ora del rompete le righe
Berlusconi fa rispondere che darà tutto in beneficienza, un vero signore. Tipico argomento populista che non risponde all´accusa di An, l´aver contrabbandato per riforma fiscale una regalia per i super ricchi come lui. E comunque siamo ai pesci in faccia, a un livello di volgarità politica senza precedenti e senza futuro.
Non bastasse, rimane sospesa sulla testa del governo la spada di Damocle del mesto ritorno di Rocco Buttiglione dalle crociate. L´Europa sarà divisa su molti temi ma sull´impresentabilità di Buttiglione come commissario Ue il consenso è generale e trasversale, supera confini politici, barriere linguistiche e unisce il continente in un ideale abbraccio. Barroso non intende impiccarsi a una scelta sbagliata degli italiani e l´ha comunicato a Berlusconi, pronto a scaricare il filosofo dopo averlo eletto a eroe della libertà. Ma la retromarcia del governo, oltre a incrementare la serie di figuracce, rischia di complicare gli equilibri già fragilissimi della maggioranza.
Lo scontro è in apparenza sulla riforma fiscale e ha come protagonisti Berlusconi e Fini, che in serata hanno rilevato sul ring i secondi (Bonaiuti e Landolfi) e hanno continuato a suonarsele in prima persona. Berlusconi ha confermato di voler abbassare l´aliquota massima sui redditi sopra i 70 mila euro dal 45 al 39 per cento. Fini ha risposto che è ingiusto abbassare le tasse ai ricchi, compreso s´intende il più ricco. Meglio abbassarle ai più poveri. Berlusconi ha replicato alla replica mentre Fini controreplicava e così all´infinito. «Alla fine un accordo s´è sempre trovato» ha sentenziato il premier.
Un accordo forse Berlusconi e Fini lo troveranno anche stavolta. Per disperazione, perché sanno che al voto anticipato sarebbero sconfitti. Ma la questione ormai non è più il compromesso di giornata. Oltre il «tutti contro tutti» o meglio il «Berlusconi contro tutti» nella maggioranza, si assiste a un fenomeno molto più importante. E´ franato il blocco sociale che per dieci anni ha sostenuto l´avventura del berlusconismo. Sta andando in pezzi quel fascio ideologico e politico, lubrificato dalle promesse, che ha tenuto insieme finora una larga fetta di ceti medi e popolari intorno alla figura messianica del Cavaliere. E ciascuno corre dunque a riprendersi e salvare il suo pezzo. La Lega si rinchiude nella gretta difesa corporativa degli artigiani e dei commercianti della provincia padana, senza più i voli ideologici di Bossi. An torna a essere il partito del pubblico impiego. I democristiani riprendono la bandiera del solidarismo cattolico. La stessa Forza Italia abbandona le finzioni populiste e s´aggrappa alla borghesia rampante che se ne frega dello stato sociale, reclama per sé sconti fiscali e un condono ogni sei mesi. E´ un rompete le righe prima sociale che politico ma si tradurrà prima o poi in dato elettorale. Anzi si è già tradotto nelle incredibili sconfitte elettorali a Milano, nel cuore simbolico e reale del berlusconismo. Fini e Follini l´hanno capito, Berlusconi no. Crede ancora di coprire la divisione profonda con la monumentale cartapesta del proprio carisma, che alla fine crollerà rivelando il palazzo in rovina.
CURZIO MALTESE
--------------------------------------------------------------------------------
Ds Milano - Rassegna stampa
30 anni del Leonka
"Noi, fabbrica delle idee per Milano"
18 marzo 1978: due giovani del Centro vengono uccisi a colpi di pistola. Indagavano sugli spacciatori
Nel ´94 il centro si trasferisce nella sede attuale a Greco nell´ex stamperia di via Watteau
Il 16 agosto 1989 viene sgomberato dalla polizia il centro sociale, le ruspe lo raderanno al suolo
È il 18 ottobre del 1975 quando viene occupata l´ex fabbrica di medicinali e prodotti chimici abbandonata
Anche oggi via Watteau resta il luogo del confronto
Quel posto era tutto: lavoro, amici e fidanzate
CATERINA PASOLINI
da Repubblica - 30 ottobre 2004
Nella foto di qualche anno fa ha gli occhi che ridono e nelle mani un cartello stradale con l´indicazione per raggiungere «Utopia». Lui, Sandro da Cremona che voleva fare il cuoco ed è diventato Sandrone Dazieri il giallista, nella Milano del Casoretto per anni ha trovato la sua utopia. La sua isola immaginaria dove, come pensava Tommaso Moro, tutto era equamente distribuito e non esisteva la proprietà privata.
«Il Leoncavallo è stato il luogo della mia educazione sentimentale. Dove abbiamo pensato di cambiare il mondo e noi stessi. È stata una lunga storia d´amore cominciata nell´84 e durata dieci anni in cui ho fatto una vita da marziano. Dove tutto il mio universo, lavori, fidanzate e amicizie, ruotava attorno e dentro al centro sociale tanto che a lungo io sono stato per tutti solo il Sandrone del Leonka. Un posto dove si faceva musica, cinema e letteratura convinti che fare cultura fosse fare politica».
Prima volta al Leoncavallo?
«Io arrivo a Milano dalla provincia nell´80 per fare la scuola alberghiera ma in realtà col sogno di diventare scrittore e comincio una vita da sbandato, dormo in stazione o sui treni prima di lavarmi la faccia e andare in classe. Sono anni in cui Milano è grigia, chiusa, una città di yuppie tranne che all´università dove comincio ad avvicinarmi agli studenti che fanno politica e arrivo al Leoncavallo. Ascolto quelli della commissione cultura, mi faccio una birra al bar ma ho una sensazione di squallore, la vecchia generazione che lo ha fondato nel ? 75 si è un po´ dispersa».
Quando cambia?
«Tra l´83 e l´85 cresce il movimento contro il nucleare, nasce quello delle case occupate che diventano alloggi e centri sociali dove io, sgombero dopo sgombero, mi trasferisco a dormire. Comincio una vita che durerà per dieci anni: faccio l´università, dormo nella casa occupata di via dei Transiti e tutti i momenti liberi dal mio lavoro di cuoco al Ticinese li passo al Leoncavallo dove la nuova ondata giovanile mette in piedi i concerti, incontri letterari, spettacoli. Io organizzo, faccio quello che serve dal servizio d´ordine al barista, poi la sera attacco i manifesti e la mattina volantinaggio. Insomma, un impegno a tempo pieno».
Amici, donne, tutto al Leonka?
«Sì, amicizie cementate in notti aspettando lo sgombero oppure nei servizi d´ordine e nelle discussioni sul senso delle cose. Amori nati tra un concerto e un dibattito politico o sul destino della coppia, della famiglia. Ci facevamo domande su come dovesse essere il lavoro, se la coppia dovesse essere aperta o chiusa, in due o in tre, liberi o legati. Finiva l´amore ma si continuava a restare amici, a lavorare assieme. In amore mi sono fatto del male, ne ho fatto, ma eravamo animati tutti da una profonda voglia di capire senza dare nulla per scontato».
E il lavoro?
«Mettiamo in piedi una cooperativa di traslochi perché altro non sapevamo fare per tirare su soldi. Trasportiamo fusti di birre per i locali, compriamo un furgone in leasing ma siamo principianti e mi ritrovo più di una volta a scappare dalla finestra perché ho rotto un mobile che valeva molto più di quanto avrebbero dovuto pagarci».
E poi arriva lo sgombero del´89.
«Girava voce che ci avrebbero sgomberato il 16 agosto e non potevamo crederci che fosse così ufficiale. Comunque cominciamo a fare recinzioni, barricate, e ci mettiamo sui tetti. Notti a chiacchierare, increduli fino a quando non vedo arrivare le luci dei cellulari. Un´ora di battaglia tra copertoni bruciati e lacrimogeni, poi i poliziotti riescono ad entrare da un buco perfettamente circolare sotto il pavimento. Io con altri scappiamo per i tetti, un incubo visto che soffro di vertigini. Ci bloccano in un cortile, quelli sul tetto vengono arrestati perché hanno cassa di molotov».
Verranno condannati
«Sì, ma anche i giudici riconosceranno la funzione sociale del centro, l´attività culturale, l´essere punto di incontro per giovani in una città che offriva poco o nulla».
E a questo punto?
«La giunta Pillitteri, senza avere i permessi butta giù tutto e noi per tre anni ricostruiamo, arrivano da tutta Italia a aiutarci perché il Leonka è diventato un po´ il simbolo di un altro modo di vivere, di una generazione che torna a voler fare politica, convinta che anche un concerto o la lotta all´eroina è politica. È un momento creativo bellissimo, e io accumulo denunce»
Denunce?
«L´unica utenza, un telefono, l´ho io e così arrivano tutte e me, accusato di furto di acqua potabile, schiamazzi diurni, rivendita abusiva di bevande alcoliche. Dodici processi, assolto in tutti».
La fine con la Lega.
«Per lei noi siamo il nemico pubblico numero Uno, Formentini dice che se verrà eletto ci caccia. Per me l´avventura, l´esperienza del Leoncavallo è arrivata al capolinea. Non mi sento traditore, non ho buttato via ideali, sogni voglia di cambiare il mondo, ma voglio recuperare tempo per me, solitudine, provare a scrivere. E mentre gli altri si trasferiscono in via Salomone e poi in via Watteau io chiudo con la militanza a tempo pieno».
Ma il Leonka torna nei suoi libri.
«Sì, anche perché il gorilla è il mio doppio, un ex militante dei centri sociali con un etica e una sua morale, uno che passa da momenti di disperazione all´allegria più sfrenata».
E ora?
«I miei migliori amici di allora sono quelli di oggi, di cui racconto nei miei gialli: l´elefante è ingegnere, Alex è diventato bancario, chi fa elettricista chi lavora in teatro o nei servizi sociali o come Daniele è diventato consigliere comunale. Adesso in via Watteau ci vado volentieri a bermi una birra, a vedere una mostra. Resta per il luogo dove si incontrano intelligenze, mondi diversi ancora con la voglia di parlarsi e capirsi».
--------------------------------------------------------------------------------
Ds Milano - Rassegna stampa
La punta dell'iceberg
Pare che le polemiche seguite al rinvio della presentazione della squadra di Barroso abbiano portato in secondo piano il caso Buttiglione.
Nessuno sui nostri quotidiani ha messo in luce che il fallimento di Barroso dipende direttamente dal governo Berlusconi.
In un paese normale,di fronte all’enormità delle risposte di Buttiglione ai parlamentari europei sul ruolo delle donne e sulla condizione degli omosessuali, un presidente del consiglio degno di questo nome avrebbe deciso autonomamente di sostituire il proprio candidato, visto che non si può pensare che un integralista cattolico radicale affronti laicamente i problemi che riguardano la giustizia,le libertà e i diritti, a meno di sdoppiarsi completamente e fare l’opposto di quello che pensa.
Berlusconi, a quantodicono le cronache, ha assicurato a Barroso che avrebbe proposto a Buttiglione di ritirarsi ma, quando il filosofo ha detto di no, non ha fatto quello che qualsiasi presidente del consiglio avrebbe fatto al suo posto prendendo la decisione sulla base del suo ruolo e della sua responsabilità.
Perfino Giuliano Ferrara,nella sua trasmissione su “La Sette”, ha dovuto ammettere che questo non significa governare un paese ma lasciarlo andare per la sua strada sulla base dei comportamenti dei singoli componenti della sua maggioranza.
Se questa non è una prova di impotenza preoccupante e di incapacità di governare,non sappiamo quale altra avrebbe potuto accadere.
Resta il fatto assai grave di una commissione europea mandata all’aria, di una necessaria proroga della commissione Prodi fino a data da destinarsi, di una pessima, anzi vergognosa figura, fatta davanti non soltanto agli italiani ma agli europei non per difendere la libertà di opinione dei cattolici(che nessuno ha mai messo in discussione, come dimostrano i casi di Prodi, di Santer e di tanti altri commissari europei) ma per mantenere la pace armata all’interno della cosiddetta casa delle libertà.
Tutto questo nonostante il fatto che all’interno della maggioranza parlamentare con ogni probabilità i deputati e i senatori che la pensano come Buttiglion non sono a loro volta la maggioranza.
E’ difficile trovarsi di fronte a un maggior autolesionismo, prova lampante del fallimento del progetto berlusconiano di governo dell’Italia e di politica estera europea.
A questo punto appare grottesca l’idea di Berlusconi di festeggiare a Roma da protagonista la firma della costituzione europea. Non si può essere nello stesso tempo il sabotatore dell’unificazione europea e quello che finge di festeggiarla.
[Nicola Tranfaglia]
www.aprileonline.info
Osama Bin Laden torna in video
Sabato, 30 ottobre 2004
L'America attendeva una 'sorpresa d'ottobre' a turbare le elezioni e ora, a pochi giorni dal voto per la Casa Bianca, dagli studios di Al Qaida arriva un doppio messaggio di sfida. Osama bin Laden riappare dai misteriosi rifugi dove si nasconde da anni per parlare direttamente agli americani. ''La vostra sicurezza non e' nelle mani ne' di Kerry, ne' di Bush, ne' di Al Qaida, ma nelle vostre'', proclama il terrorista piu' ricercato del mondo, aggiungendo che gli Usa rischiano un nuovo 11 settembre perche' le ragioni dell'attacco del 2001 sono ancora valide.
Il video di bin Laden, diffuso da Al Jazira e subito rimbalzato sulle tv americane impegnate a raccontare l'epilogo della campagna presidenziale, e' arrivato il giorno dopo che uno dei network degli Usa, Abc News, ha messo in onda un altro filmato ritenuto opera di Al Qaida. In un video firmato 'As Sahab', il nome di una piccola casa di produzione televisiva legata al network del terrore, un uomo con il volto coperto che si e' presentato come 'Azzam l'Americano' ha promesso in inglese che presto ''scorrera' il sangue'' nelle strade degli Usa, perche' Al Qaida e' pronta a tornare a colpire.
La Cia si e' messa subito al lavoro per esaminare le immagini di bin Laden, anche se non ci sono dubbi sul fatto che si tratta del leader di Al Qaida: gli analisti intendono ricavarne soprattutto indicazioni sull'epoca in cui sono state girate e sulla strategia che Osama sembra delineare nel suo messaggio. Era dal 10 settembre 2003, alla vigilia del secondo anniversario delle stragi, che bin Laden non appariva in video e in quel caso erano immagini che lo mostravano in montagna, non un messaggio diretto agli americani.
Il ministero della Sicurezza Interna ha fatto sapere che una prima valutazione del video non fa ritenere necessario alzare il semaforo del pericolo di attentati negli Usa, che e' fermo da mesi sul 'giallo' (terzo livello su una scala di cinque). I due messaggi riportano l'allerta terrorismo al centro dell' attenzione negli Usa alla vigilia del voto e in una campagna dove piu' volte e' stato citato l'incubo dell'11 settembre 2001, e' ora lo stesso bin Laden a spiegare agli elettori americani le ragioni - a suo dire - di quel gesto, attribuendole alla politica degli Usa in Libano e nel resto del Medio Oriente.
Nel video, Osama ha detto di voler far capire agli americani ''il modo migliore di evitare un'altra Manhattan'' e ha spiegato loro che l'unica modalita' e' cambiare la politica degli Usa nel mondo. Al momento, secondo il leader di Al Qaida, le ragioni di quell'attacco di tre anni fa sono tutte ancora valide e quindi l'America rischia il bis. Gli esperti antiterrorismo negli Usa si aspettavano di veder emergere un qualche proclama di bin Laden o del suo vice Ayman al Zawahri in vista delle elezioni. Adesso ci sono due video da esaminare per l'intelligence e il secondo, quello di 'Azzam l'Americano', resta un mistero. Ma in via ufficiosa gli esperti sono propensi a ritenerlo autentico. L'uomo che parla nel video e risponde a domande di un interlocutore che non viene mostrato, preannuncia che un nuovo attacco potrebbe arrivare ''in qualsiasi momento''.
IL VIDEO DI BIN LADEN E' RECENTE, SECONDO FONTI USA
Il nuovo video di Osama bin Laden e' stato girato recentemente, secondo fonti dell'amministrazione Bush. Secondo le stesse fonti, il video in cui il leader di al Qaida parla da un podio vestito con una tunica bianca con manto dorato e' autentico. Il portavoce della Casa Bianca Scott McClellan, parlando a Toledo in Ohio al seguito del presidente Bush, ha detto che l'amministrazione non ha intenzione per ora di alzare il livello di allerta, fermo al giallo da agosto, ma che gli esperti stanno continuando a valutare la situazione. ''Tutti gli americani sono uniti nella determinazione di sconfiggere l'ideologia che bin Laden esprime nel nastro'', ha detto McClellan.
megachip.info
Nel «pastore pazzo» lo spirito del Wisconsin
Come un altro stato in bilico aspetta le elezioni del 2 novembre, «le più importanti dal 1932» secondo Larry Marx, direttore del Wisconsin Citizen Action, che critica la sinistra succube di una destra «più gramsciana dei progressisti» nella sua capacità di conquistare egemonia. L'azione della sua ong, intanto, è far iscrivere alle liste elettorali le donne single, più propense a votare Kerry
MARCO D'ERAMO
INVIATO A MILWAUKEE
Èl'elezione più importante dopo quella del 1932, quando fu eletto Franklin D. Roosevelt che varò il New Deal. Per me è l'elezione della mia vita» dice Larry Marx, 44 anni, direttore co-esecutivo della Wisconsin Citizen Action, la più importante Ong di questo stato settentrionale che, a nord di Chicago e dell'Illinois, si adagia tra il lago Michigan a est e il fiume Mississippi a ovest. Il Wisconsin è un altro degli stati in bilico in cui sarà deciso il voto di martedì prossimo. La Wisconsin Citizen Action ha 70.000 iscritti e raccoglie più di duecento associazioni (sindacali, di femministe, di difesa delle tribù indiane, di disabili). Come tutte le altre organizzazioni ha partecipato intensamente alla campagna elettorale, allo sforzo di far iscrivere alle liste nuovi votanti: «Per esempio c'è una grande differenza nel voto delle donne sposate e di quelle celibi. L'affluenza alle urne delle sposate è più alta della media nazionale - «sopravvotano» -, e per un riflesso di paura, di timore per la sorte dei figli, votano più per Bush, mentre le single sottovotano rispetto alla media nazionale, anche se sono più filodemocratiche. Quindi noi abbiamo concentrato il nostro sforzo sull'iscrizione alle liste delle singles: nell'ovest dello stato si sono iscritte 70.000 nuove elettrici».
Ma soprattutto Larry ce l'ha con se stesso e con la sinistra: «Sono 30 anni che la destra combatte una spietata guerra ideologica. La sua azione è combinata, strutturata, sinergica. Per esempio qui la Confindustria locale, la Wisconsin Manufacture and Commerce, fa azione di lobby per promulgare leggi che nel parlamento statale sono portate avanti dall'American Legislators of Exchange Council, un'associazione di deputati presente in tutta la nazione che in modo coordinato promulga disegni legge contemporaneamente in 20-30 stati; a loro volta questi disegni legge sono sostenuti da ricerche partigiane condotte da istituti di ricerca - come il Wisconsin Policy Research Institute - finanziati dalle grandi fondazioni di destra. Per esempio qui a Milwaukee la famiglia Bradley ha dato 400 milioni di dollari. La destra ha poi permeato tutte le radio e le tv qui nel Wisconsin meridionale: appoggiato dalla lobby confindustriale, e valendosi della documentazione fornita da un istituto di ricerca, il deputato di destra propone una legge-camicia di forza per le finanze pubbliche, ed ecco che i talk shaw come quello di Mark Belling organizzano un bel dibattito tra il confindustriale, il deputato e il ricercatore. Insomma, la destra ha puntato a conquistare l'egemonia in modo molto più deciso e organizzato, è stata più gramsciana dei liberal e dei progressisti. È la destra che impone il suo ordine del giorno. Ormai l'unica alternativa che ci è lasciata è quella di scegliere tra `meno stato' e `niente stato'. Invece da almeno 30 anni la sinistra ha rinunciato a una visione del mondo: Ronald Reagan non propose alcune riforme parziali, ma un'intera visione del mondo, un'ideologia. È ironico che, decretando la morte delle ideologie, la destra abbia fatto trionfare in modo inaudito la sua ideologia. Il messaggio dei candidati non è buono o cattivo di per sé, è buono se sostenuto da una visione della società. E noi siamo tutti dentro la visione della destra».
Repubblicani esagerati
Di opinione contraria è Linda Honold, presidentessa del partito democratico del Wisconsin. Avviata verso la cinquantina, matronale, bionda con gli occhi azzurri, seduta in un bar del distretto storico, dice che la tesi di Larry Marx è stata vera per anni, e che a ogni scadenza i repubblicani si spostavano sempre più a destra forzando i democratici a seguirli. Ma adesso, secondo lei, i repubblicani hanno esagerato e il pendolo si sposta dall'altra parte. Quando le chiedo come mai è entrata in politica, risponde che finito il liceo fece la scelta sbagliata: si sposò ed ebbe una figlia (che ora ha 29 anni) ma suo marito si rivelò un violento che l'abusava. Così divorziò e come madre single si ritrovò a dipendere dall'assistenza pubblica, grazie alla quale riuscì a laurearsi e prendere un dottorato in scienza dell'organizzazione.
Il suo impegno nel partito democratico è stato il suo modo di ripagare il debito con la società che l'ha aiutata, dice (ora è risposata e mi viene detto che suo marito è molto agiato). La sua specializzazione nello sviluppo delle organizzazioni l'ha messa in pratica proprio in questa campagna elettorale. «In tempi non di elezioni il nostro apparato di partito in Wisconsin si limita a cinque membri a tempo pieno, è scheletrico. In un baleno siamo dovuti passare da un'organizzazione di 5 persone a una di 700». Ma dove avete trovato persone disposte a intraprendere un lavoro di un solo anno a tempo pieno? «Molti sono studenti che hanno preso un anno o un semestre di permesso dall'università, altri hanno chiesto un'aspettativa non pagata dal lavoro, alcuni infine si sono proprio licenziati per venire a lavorare da noi».
Linda è convinta che il martedì Kerry vincerà: «Contro un presidente uscente la strada è sempre in salita, mica volevamo giocarci tutte le nostre carte a luglio. Non volevamo passare in testa ai sondaggi a settembre sparandoci tutte le cartucce: ora che faremmo? Noi dobbiamo raggiungere la cima non ad agosto, ma esattamente il 2 novembre. Nel 1992 a settembre Bill Clinton era terzo, dietro a George Bush padre e Ross Perot, distanziato di 20 punti nei sondaggi».
I contatti con Larry Marx e Linda Honald me li ha procurati Louis Fortis, poliedrico personaggio. Nel suo ufficio vedo il diploma di Ph. D., di dottorato in economia rilasciato dall'università del Massachusetts, accanto ai suoi attestati di deputato del Wisconsin: è stato membro del parlamento dello stato per tre mandati (un biennio ciascuno) dal 1987 al 1993. Ora è proprietario e direttore del settimanale alternativo di Milwaukee, lo Shepherd Express («Il pastore espresso»). Gli chiedo perché questo titolo: «Viene da un verso di Allen Ginsberg che parlava del crazy shepherd of rebellion, `il pastore pazzo della rivolta' e all'inizio il giornale si chiamava The Crazy Shepherd. Poi c'è stata una fusione con un settimanale, Express, e - malauguratamente - è saltato il Crazy, il 'pazzo'». Nei settimanali «liberi» (o gratis) Usa, è rarissimo che il direttore sia il proprietario: «Ero stato mandato qui a salvarlo perché era in pessime acque. Ho cominciato a coprire i debiti un po' di tasca mia e un po' ricorrendo al mio credito. Per fortuna erano anni di boom in Borsa ed ero in grado di firmare assegni sempre più grossi, finché sono diventato l'azionista di maggioranza. All'inizio c'era un direttore, ma anche tra giornalisti liberal c'è un disprezzo per la politica, sempre 'sporca', e poi c'era un clima professionale insano, di pigrizia, sciatteria. Quando sono arrivato qui mi avevano predetto che tra i giornalisti, `un terzo si sarebbe dimesso, un terzo dovrai cacciarlo e un terzo resterà'. Non era molto distante dalla realtà. Alcuni licenziati continuano a collaborare come rubrichisti, e certo me ne vogliono».
La patria di McCarthy
Oltre che gentilissimo nei miei confronti (la sera mi porterà a bere con altri esponenti dell'establishment cittadino), Louis Fortis è adrenalinico, qui si dice workalchoolic (drogato di lavoro), e dall'anno scorso si è imbarcato in una nuova impresa: è uno dei due fondatori del International Film Festival di Milwaukee, dove si proiettano un sacco di bei film politici, palestinesi, afroamericani (per l'Italia c'è La meglio gioventù). Chiedo a Louis come mai uno stato progressista come il Wisconsin - è proverbiale l'espressione «spirito del Wisconsin» -, possa persino essere conquistato da Bush. «Il Wisconsin è come tutta l'America: schizofrenico. È vero che Milwaukee è stata una delle pochissime città americane a essere governata per quasi quarant'anni da sindaci socialisti, ed è vero che il parlamento del Wisconsin è stato uno dei pochi ad avere deputati socialisti, ma questa è anche la patria di Joseph McCarthy che negli anni `50 lanciò la caccia alle streghe contro i comunisti (se è per questo, mi accorgo in fase di documentazione, il Wisconsin è anche patria del generale bonapartista Douglas MacArthur e, curiosità, del mago e prestigiatore Houdini). E poi il movimento progressista in Wisconsin è di marca repubblicana: il suo maggiore esponente, Bob La Follette, era repubblicano. Solo negli anni `50 si è cominciato a ricostruire qui il partito democratico. Negli anni `80 la svolta a destra l'ha provocata Tommy Thompson, governatore per 14 anni (dal 1987 al 2001) e ora è ministro per la salute e i servizi umani nell'amministrazione Bush, un uomo abile, duro, ma che si presentava alla mano». Linda Honald aveva detto: «È un tagliagola che si atteggia a brava persona, uno specialista delle suppletive: dove vedeva un deputato o un senatore democratico il cui distretto poteva pendere verso i repubblicani, subito appoggiava la nomina di questo parlamentare a una carica statale o federale, così il seggio si rendeva vacante e con la suppletiva diventava feudo repubblicano». «Comunque adesso abbiamo tutti e due i senatori e il governatore democratici. E il senatore in lizza Russ Feingold - l'unico ad aver votato contro il Patriot Act nel 2001 - sarà rieletto facilmente», dice Louis che mi regala un pass per andare a vedere un film del suo festival.www.ilmanifesto.it
La dignità nazionale torturata
Ma ci sarà un limite alle umiliazioni che un governo di pazzi può infliggere al proprio paese? Che cos’altro deve accadere perché si ponga fine a questa pena collettiva, a questo calvario del buon senso, a questa tortura della dignità nazionale? Verrebbe da dire: lo facciano per Ciampi, per quell’uomo felice ed emozionato che ieri salutava i Grandi d’Europa, al centro di una città serenamente paralizzata, in una giornata attesa da anni e poi rovinata, precipitata in farsa, in ridicolo. Lo facciano cioè per l’Italia, per ridarle un po’ di fiato e il coraggio di guardare in faccia il mondo.
Se ne vadano, prima possibile.
Il governo che ieri faceva gli onori di casa alla firma del nuovo Trattato costituzionale – e come aveva insistito, per arrivare a tanto onore! – si è spaccato miserevolmente poche ore dopo, quando un pugno di ministri infedeli alla patria ha votato contro il disegno di legge di ratifica.
Quale uomo – non parliamo di statisti – avrebbe accettato una simile umiliazione dopo aver annunciato la convocazione di quel consiglio dei ministri con aria tronfia e solenne nell’aula Giulio Cesare, davanti agli stessi potenti d’Europa dei quali una volta disse: «Verso di loro provo senso di superiorità»? Ma quale uomo? Berlusconi le umiliazioni le ha accettate e le accetta tutte, nel nome di una sopravvivenza politica che è ormai pura apparenza, finzione. Guida un governo che, come quei guerrieri, cammina ed è già morto.
E poi il sarcasmo di An su quanto lui risparmierebbe col taglio delle tasse, e perfino Buttiglione – il più improbabile politico d’Europa – che si ri- fiuta di dargli una mano lasciando “spontaneamente” l’incarico di commissario europeo... Con lui ormai si permettono tutto, davvero tutto. Nessuna inquadratura speciale dell’amico Zeffirelli, fosse costata milioni (com’è costata), può occultare la realtà di un premier ormai inesistente.
Una sola fortuna ha Berlusconi: gli alleati lo insolentiscono ma non possono farlo cadere. Lo devono tenere lì, presidente fantoccio, perché così celano la propria stessa pochezza.
Sicché l’unica scelta dignitosa – mollare adesso, liberare l’Italia – è anche l’unica cosa che non accadrà. Non finché non la imporranno gli italiani.
europaquotidiano.it
L'Europa isola Berlusconi
di Sergio Sergi
È stato un diluvio. Senz’acqua. Ma sul governo e sul professor Buttiglione si è scatenata l’alluvione dell’Europa. Tutti in festa al Campidoglio. Il colpo d’occhio sui Fori. I leader, a turno, sul balconcino del sindaco Veltroni. Il piacevole brivido, per pochi, delle strade deserte e silenziose attorno all’altare della Patria. Poi, il fragore dei fuochi d’artificio sparati, quando è sera, nel cielo sopra Palazzo Chigi. Bordate senza risparmio, missili con ogive con su scritto Schroeder e Chirac, Zapatero e Ahern. Solo il premier cipriota non ha osato tanto. È l’Europa che non accetta più, non può permetterselo, che un Paese adesso ritardi la formazione della Commissione sol perchè il governo italiano non cede su Buttiglione. C’è la Festa per il trattato costituzionale ma succede che il «guappo de Lisboa», alias Josè Manuel Durao Barroso, subisce un mutamento. Memore della fresca lezione, intuisce che deve ripetere ad ogni piè sospinto che la sua squadra dovrà essere gradita al Parlamento europeo e che deve fare presto altrimenti i capi di governo lo scaricano alla prossima fermata.
L’Europa, nella giornata simbolo, mette in un angolo Berlusconi e il suo candidato Buttiglione. Un coro: se ne deve andare. Il professore dell’«omosessualità come peccato», lasci l’incarico. E il mutante Barroso chiama i giornalisti per dire frasi di circostanza tranne una: “Sono sicuro che possiamo mettere insieme una squadra migliore”. È il via. Quel “possiamo” si riferisce ai capi di Stato e di governo che, con il presidente di turno, l’olandese Jean Peter Balkenende, il premier che assomiglia a Harry Potter, gli confermano piena fiducia. Lavora, dunque, e da subito, alla nuova formazione. Quanto tempo ha bisogno? Mentre la cerimonia si svolge, circolano ipotesi di tempi lunghi. Persino di un rinvio al 1 gennaio. Anno nuovo Commissione nuova. Ma nel Consiglio europeo non ci stanno. Certo, il prender tempo gioverebbe tanto a Silvio Berlusconi che si trova sotto i colpi micidiali dei partner. Niente da fare. Basta con l’Italia che condiziona l’Europa. Barroso si affretti e presenti la sua proposta al summit del 4-5 novembre a Bruxelles.
Il via pubblico alla rivolta lo dà Luis Rodriquez Zapatero, il leader spagnolo: «Mi pare che la situazione sia molto chiara; il problema nasce dal dissenso del Parlamento europeo a causa delle dichiarazioni di un commissario». Non ci sono dubbi che si tratti di Buttiglione. Per Zapatero, il problema «è circoscritto ad una persona ed è da lì che bisogna cominciare». Da Buttiglione Rocco. A cascata, il tiro ad alzo zero degli altri. L’irlandese Bertie Ahern, il cattolicissimo Taoiseach, licenzia Buttiglione con una frase perentoria: «Non mi pare che sia stato vittima di un’inquisizione anticristiana». Il peso del cancelliere tedesco, spalleggiato dal presidente francese, è determinante. Schroeder dà a Barroso due settimane di tempo: si presenti al Parlamento europeo nella sessione del 15-18 novembre. Il cancelliere si espone: «Ci scommetto sopra». Presto, far presto. Barroso dovrà cambiare alcuni commissari (Buttiglione, la lettone Udre, l’ungherese Kovacs). Il povero portavoce di Buttiglione si precipita a smentire le voci di dimissioni del suo ministro dall’incarico di «commissario designato». Che gli resta? Casini infierisce forse involotariamente perchè dice che la giornata ha «proiettato sotto i riflettori della Storia l’Italia migliore». Romano Prodi obiettivamente se la gode. Parla con Barroso e gli chiede: ce la fai per la sessione di novembre? «Tenteremo», gli risponde. E poi se ne va con, in regalo, una scultura in vetro. Anzi di «buttiglione».
Barroso cita De Gasperi e gli viene in mente il concetto che la costruzione dell’Europa è «problema complesso e difficile». Il giornale «Le Monde» racconta la tentazione di accordarsi con l’estrema destra, la settimana scorsa, pur di passare al voto del Parlamento. Incontri ravvicinati. Ma pericolosi. Colloqui drammatici con Blair e Chirac. Vincere a Strasburgo per una manciata di voti dei lepenisti, di Borghezio o degli xenofobi del Wlaams Blok delle Fiandre?
Era martedì 26. Di sera. Davanti al muro antirazzista di Chirac e di tanti altri partner, dei molti suoi commissari, Barroso decise di chiedere a Berlusconi la testa di Buttiglione. Non avendo ottenuto le dimissioni, ritirò la Commissione. Adesso, uscito dal Campidoglio, non gli sembra vero d’aver costretto Berlusconi a dire: « I capi di stato e di governo dell'Unione hanno valutato nella massima concordia l'operato di Barroso. Siamo tutti aperti ad ascoltare le nuove proposte del presidente designato della Commissione». Vuol dire che il governo italiano dovrà indicare un’altra persona. Entro giovedì prossimo. Buttiglione addio per sempre'? unita.it
L'Europa è un progetto del futuro - Le conclusioni del gruppo Michalski
Nella primavera del 2002 Prodi ha chiesto all'Istituto di scienze umane di Vienna di costituire un gruppo di personalità europee per riflettere sui valori che sono di particolare rilevanza per il processo di unificazione europea.
"L'Europa è un progetto del futuro"
Le conclusioni del gruppo Michalski
Nella primavera del 2002, il presidente della Commissione europea Romano Prodi ha chiesto all'Istituto di scienze umane di Vienna di costituire un gruppo di personalità europee per riflettere sui valori che sono di particolare rilevanza per il processo di unificazione europea. I componenti del gruppo dovevano essere delle personalità indipendenti, non dei rappresentanti di partiti politici, di chiese o di altre organizzazioni. Persone dotate di credibilità intellettuale, di esperienza politica e di una statura che trascendesse quella dei partiti dei loro paesi.
Kurt Biedenkopf, Silvio Ferrari, Bronislaw Geremek, Arpad Göncz, John Gray, Will Hutton, Jutta Limbach, Krzysztof Michalski, Ioannis Petrou, Alberto Quadrio Curzio, Michel Rocard e Simone Veil, gli intellettuali membri del gruppo, hanno deciso di concentrarsi su alcune tematiche specifiche, come l'allargamento, le religioni e il ruolo dell'Europa nel mondo. Il gruppo ha ripetutamente incontrato esperti di ciascuna di queste tematiche. Inoltre, per coinvolgere fin dall'inizio uno spettro il più vasto possibile dell'opinione pubblica, si è tenuta una serie di dibattiti in diverse capitali europee.
Il primo interrogativo che il gruppo si è posto riguarda la definizione di un concetto di unità a partire da una crescente diversità. Su quali forze contare per tenere insieme un'Unione europea allargata e ridefinita? Quali concetti morali, quali tradizioni, quali obiettivi sono in grado di stringere insieme gli abitanti di un'Unione così eterogenea in una struttura democratica, dando così delle fondamenta e un'ancora alla Costituzione europea?
La prima fondamentale riflessione è che "le forze economiche non possono da sole generare coesione in qualsiasi entità politica" e che "i mercati non possono produrre una solidarietà politicamente resistente". C'è bisogno, in altre parole, di un livello di coesione interna che non sia messo in discussione neppure quando si manifesti una divergenza di interessi economici. Le forze che hanno in precedenza dato impulso all'unificazione europea, quindi, non sono più abbastanza potenti per dare vita a un'autentica coesione politica e occorre quindi cercare e trovare nuove fonti di energia nella comune cultura europea.
Neanche un semplice elenco di valori comuni è sufficiente per fungere da base per l'unità europea. Questo perché qualsiasi tentativo di codificare i "valori europei" si scontra inevitabilmente con una molteplicità di interpretazioni nazionali, regionali, etniche, ideologiche e sociali divergenti. Eppure, nonostante la difficoltà di definirlo, non si può dubitare del fatto che esista uno spazio culturale europeo comune: un insieme di tradizioni, ideali e aspirazioni spesso intrecciate tra loro e al tempo stesso in tensione tra loro. Questo spazio non può essere definito e delimitato con precisione; i suoi confini sono necessariamente aperti perché la cultura europea, anzi l'Europa stessa, non è un "fatto", ma un "compito e un processo".
L'Europa e la sua identità culturale dipendono quindi da un costante confronto con il nuovo, il diverso, l'estraneo. Se l'Europa non è un fatto, bensì un compito, non possono esistere frontiere fisse, definite una volta per tutte, siano esse interne o esterne. Anche i confini dell'Europa devono essere costantemente rinegoziati. Non sono quindi i confini geografici o nazionali che definiscono lo spazio culturale europeo, è piuttosto lo spazio culturale che definisce lo spazio geografico, uno spazio che è per principio aperto.
Ma la cultura europea non è da sola sufficiente a produrre l'unità che, al tempo stesso, non è soltanto un compito politico. La politica può creare solo le condizioni di base dell'unificazione. L'Europa è in sé stessa ben più che una costruzione politica, è un complesso di istituzioni, idee e aspettative, abitudini e sensazioni, umori, memorie e prospettive che costituiscono il "collante" che tiene insieme gli europei e tutti questi elementi sono le fondamenta su cui deve poggiare una costruzione politica. Questo complesso, che può essere definito come società civile, è al cuore dell'identità europea.
Esso definisce le condizioni del successo di una politica europea ed anche i limiti dell'intervento statuale e politico. Per promuovere la coesione necessaria per l'unità politica, la politica stessa deve quindi sostenere la formazione e lo sviluppo di una società civile in Europa. Se i vari paesi devono stringersi assieme in un'unione politica funzionante, i popoli devono essere disposti a una solidarietà europea.
La seconda riflessione del gruppo verte sul ruolo pubblico delle religioni europee. Le religioni sono state per molto tempo una componente inseparabile delle varie culture dell'Europa. Esse sono operanti "sotto la superficie" delle istituzioni politiche e statali e si riflettono anche sulla società e sulle singole persone. Il risultato è una nuova moltitudine di forme di religione intrecciate con significati culturali. La problematica del ruolo pubblico della religione in Europa si è riproposta di recente a causa delle guerre nei Balcani, dell'immigrazione musulmana in Europa e della prospettiva dell'entrata della Turchia nell'Ue. La questione della rilevanza politica dell'Islam emerge in primo piano a questo proposito. L'unica strada percorribile verso una soluzione dei problemi posti dall'Islam in Europa consiste nel capire le conseguenze del suo trapianto in un contesto europeo, non in uno scontro frontale tra le astrazioni dell'"Europa cristiana" e dell'"Islam".
Quali sono i riflessi del significato intellettuale e culturale di Europa sul ruolo dell'Europa nel mondo? Nella misura in cui l'Europa riconosce i valori inerenti alle regole che costituiscono l'identità europea, questi stessi valori renderanno impossibile per gli europei non riconoscere il dovere di solidarietà verso i non europei. Questa solidarietà definita su scala globale impone all'Europa l'obbligo di contribuire, nella misura delle sue capacità, a garantire la pace nel mondo e alla lotta contro la povertà. Ma nonostante questa vocazione mondiale, non può esservi alcuna giustificazione per tentare di imporre, magari con l'aiuto delle istituzioni di una politica estera e di difesa comune europea, un qualsiasi catalogo specifico di valori ad altri popoli.
Il rapporto finale sarà presentato dal Professor Michalski e commentato dal Presidente della Commissione europea, Romano Prodi, oggi nella Sala degli Specchi dell'Istituto Italo-Latino-Americano.
cittadiniperlulivo.com
ottobre 29 2004
« E' la più grande operazione di privatizzazione in tutto il mondo da quattro anni».
Parola di Siniscalco, quel tesoro di ministro che con l'operazione mettera' in fienile 7,5 miliardi di euro con cui puntellare le prossime iniziative del Bandana che aveva promesso agli italiani: MENO TASSE PER TUTTI ma i mega cartelloni pubblicitari non erano lunghi abbastanza per farci entrare tutta la frase: MENO TASSE PER TUTTI I RICCHI.
(Ma adesso, con l'aliquota del 39% finalmente tutto si e' chiarito.)
Ed i meno abbienti? In Borsa, naturalmente!
Per chi non avesse dimestichezza col vocabolario, tengo a precisare che per borsa si intende quel contenitore di stoffa, pelle o altro materiale, dove abitualmente mettiamo i nostri risparmi, e al contempo contraddistingue l'edificio dove ce li rubano.
Pero', anche gli italiani ci mettono del loro!
Parco buoi, chiamano questi 650.000 allegri pistola che hanno sborsato 4.000 Euro e gli altri 15.000 raggianti pistoloni privilegiati che di Euro ne hanno sborsati 40.000 a cranio.
Se consideri che solo qualche mese fa furono parzialmente scremati e Tanzi saluti ( nel senso che Tanzi nemmeno si presento' in tribunale, tutto contento di poter espiare la condanna nella sua villa-refurtiva), vedere che adesso sgomitano per andare ad intrupparsi in questa nuova tosatura, vien quasi voglia di chiedere: "ma ve li siete andati a leggere i prospetti?" perche' secondo me non basta una bella musichetta tamburata un centinaio di volte al giorno negli spot, per mostrare come stanno realmente
le cose.
Occorre avere memoria, altrimenti la storia non insegna nulla.
Vediamo:
Premetto che si trova tutto in "Licenziare i padroni?" di Massimo Mucchetti - Feltrinelli Editore, ma cominciamo dall'inizio della fine:
Nel 1993 Antonio Fazio vince la sua battaglia di potere e approfitta del crack Ferruzzi per smantellare Montedison e lasciare sul mercato la Edison, societa' elettrica di ben piu' limitate ambizioni, con lo scopo dichiarato di fronteggiare l'invasione dello straniero (Edf, il monopolio di stato francese) nel business dell'energia in Italia.
Francesco Cossiga intervistato in quei giorni da "L'Espresso", defini' la Fiat il cavallo di Troia dell'Edf e il suo presidente d'onore Giovanni Agnelli "il testimonial dei francesi e come tale generosamente retribuito".
Un'informazione più tecnica la forni' il banchiere torinese Alfonso Iozzo nel corso dell' indagine parlamentare sulla crisi della Fiat. L' amministratore delegato del Sanpaolo Imi ha spiegato che, in seguito a nuovi accordi, la Fiat cedette alle banche il 14 per cento di Italenergia in cambio di finanziamenti necessari a superare il suo difficile momento. Queste banche, a loro volta, hanno la facoltà di vendere a Edf il loro 23 per cento di Italenergia a partire dal 2005.
Morale: fra tre anni, il monopolio di stato francese avrà la maggioranza assoluta della Edison. L'unica speranza e' che, nel 2005, la Fiat sia tornata a profitti tali da poter effettuare un grande investimento ( e chi ci crede? A New York gli Agnelli stanno svendendo il mobilio di casa...)
Per riepilogare: al termine delle due offerte pubbliche d'acquisto il debito consolidato del raggruppamento Italenergia-Montedison-Edison sfiorava i 14 miliardi di euro, così alto da precludere ai nuovi padroni qualsiasi possibilità di guadagno. Di qui la decisione di smontare la conglomerata e venderla a pezzi ( Fiat permettendo).
Ma qui interviene il governo Amato e il famigerato provvedimento numero 6 adottato il 29 aprile 1992 dal Comitato interministeriale prezzi, che ormai sembra dimenticato da tutti.
"In quel tempo l'Italia avverte il bisogno di nuove centrali per soddisfare una crescente domanda di energia elettrica. Le potrebbe costruire l'Enel, monopolio di stato. Ma alcuni industriali privati, ai quali era stato concesso fin dai tempi della nazionalizzazione di produrre energia elettrica a uso e consumo delle proprie fabbriche, chiedono di poter essere loro a provvedere. Tra i primi a muoversi sono la Edison (gruppo Montedison) e la Sondel (gruppo Falck), l'Eni, i petrolieri privati, i Moratti e i Garrone in testa, ansiosi di trasformare un costo - lo smaltimento degli scarti di raffineria - in un ricavo, anzi in una rendita. Più tardi, entrano in partita anche gli ex presidenti della Confindustria, Vittorio Merloni e Luigi Lucchini. Insomma, molti dei più grandi e dei più potenti fiutano l' affare."
Il trucco e' semplice: bastera' chiedere per le centrali a gas naturale di nuova costruzione, e per le altre che verranno innalzate a lato delle raffinerie, tariffe simili a quelle che saranno riconosciute agli impianti idroelettrici, eolici o alimentati da biomasse.
"Proprio così: la legge parla di fonti rinnovabili e assimilate. Non simili, perché non lo sono, ma rese tali: assimilate per decisione del Principe...."
Viene stabilito anche per legge, che l'ENEL comprera' energia a prezzi da stabilire, dopo di che formera' le tariffe che scarichera' sugli italiani.
Siccome gli incassi sono sicuri, la costruzione delle nuove centrali si paga con capitali presi a prestito dalle banche italiane e internazionali. È l'epopea del project financing a rischio zero: una pacchia da non credere.
Con la liberalizzazione del mercato elettrico le cose peggiorano.
All'Enel si è sostituito il Gestore della rete di trasmissione nazionale, che compra 47 mila gigawattora dai produttori Cip 6 pagandoli 8370 miliardi di lire e li rivende a poco più della metà ai grandi consumatori, che hanno accesso al mercato libero. I 3190 miliardi di differenza ce li rimettono le famiglie e le piccole imprese. Poiché le agevolazioni durano quindici anni, il trasferimento di ricchezza dalle tasche dei cittadini a quelle di pochi privilegiati ammonta, secondo stime provvisorie, alla bellezza di 60 mila miliardi di lire. Una torta che il Gotha divide con le banche che l'hanno finanziato in questa bella avventura.
Dai bilanci risulta che il Gestore della Rete ha acquistato 21 mila gigawattora e li ha rivenduti sul mercato libero perdendo 1600 miliardi di lire che ha scaricato sulle bollette degli italiani. Questo costo per la collettività rappresenta, visto dalla parte diMontedison (Sondel e Fiat), il 72 per cento del suo risultato operativo.
E stiamo parlando solamente di soldi al sole, perche' nei momenti di grande fabbisogno energetico e' capitato all'Enel di comprare elettricita' all'estero dagli Svizzeri e dai Francesi, sottoscrivendo pero' contratti con intermediari con sede nei paradisi fiscali, che rappresentano una vera e propria tangente sull'affare.
Mi accorgo che queste noterelle sono diventate insopportabilmente lunghe per il Web ma vi garantisco che qui sono state esposte ragioni che rappresentano meno del 10 per cento della reale situazione economico-finanziaria dell'Enel, che un giorno, presto o tardi, vedrete che ci sara' pure un giudice a Berlino, una toga rossonerazzurra si decidera' a scoperchiare, e le azioni in mano ai risparmiatori andranno ad occupare gli stessi cassonetti di Ciriobond, Parmacrac, Centoventuno et consimilia, con i soliti pianti ed i soliti lai ma senza mettere mano a questa truffa organizzata che e' il sistema finanziario italiano.
Ed i risparmiatori che sgomitavano per avere azioni Enel davanti, si ritroveranno, come al solito,
ENEL didietro...
Note: di Aldo Vincent Il Gelataio di Corfu'www.radioattiva.org
BIAGI E QUEL SILENZIO DI FAZIO
E' durato due anni e mezzo l'esilio forzato di Enzo Biagi dalla televisione pagata da tutti gli italiani. Due anni e mezzo nei quali il giornalista "sovversivo" ha rifiutato senza dubbio decine di proposte di lavoro o di ospitate nei programmi della tv di Stato. Poi ha detto sì a Fazio (un altro in rampa di lancio nelle liste di epurazione) e ha risposto per mezz'ora alle sue domande su Rai Tre (unica isola dei non-famosi). Tanti i temi toccati, memorabile quel "Max e Tux" in risposta alla domanda del conduttore "cosa le manda della tv".
Un passaggio ha suscitato particolare tristezza. Vista l'attualità Fazio ha chiesto al suo interlocutore cosa ne pensasse del faccia a faccia in tv tra Kerry e Bush. Biagi ha risposto di non stare della parte di chi vota la guerra, definendo il contraddittorio come una base della democrazia. Di ritorno in studio, Fazio stava per dire una frase del tipo: "quindi in Italia non sarebbe mai possibile". Ma la scure della censura dev'essere entrata in azione da sola e Fazio ha sospirato e taciuto.
Siamo arrivati a questo punto. Meditate gente www.barsauro.blogspot.com
Michele Serra
Per chi suona il call center
La galassia del lavoro precario pullula di casi limite: dal venticinquenne che ha fatto trenta lavori al trentenne che ne ha fatto uno solo ma con venticinque contratti consecutivi
L'entrata in vigore dei nuovi contratti di lavoro flessibile produrrà profondi cambiamenti nella società italiana. Il primo capoverso di questo articolo, ad esempio, è ancora soggetto al vecchio contratto dei giornalisti, completo di mutua, pensione e garanzie reciproche, e dunque si intende che lo scrivente, anche nel suo interesse, si senta tenuto a fornire un prodotto corretto nella forma e nella sostanza, avendo cura della propria carriera.
Hil secondo capoverzo invesce succede che e sotto il nuovo contrato del lavoro flezzibile e duncue ki se ne fote, tanto il kontrato scadee tra pochi minuti ah ah ah io me ne stropiccio de la forma edel contenuto pure mica sono shemo di farmi un mazzzo cosi in cambio di gnente!!! Ze il patrone mi puote licensiare tra tre minuti e macari il proximo contrattto lo facio da machinista ferroviere o pure da geometro, io diko alora che a contrato di merda lavoro di merda, cari amizi letori!
Cattivi esempi a parte, la galassia del lavoro precario pullula di casi-limite: dal venticinquenne che ha fatto 30 lavori differenti senza avere capito quali, al trentenne che ha fatto sempre lo stesso lavoro, ma con 25 mini-contratti consecutivi, e si ritrova con dieci anni di lavoro, la gotta (non mutuabile), zero scatti di anzianità e solo sei mesi di contributi versati.
Celebre il caso di Mirko che, assunto come trasportatore di materassi, si è reso conto che gli scadeva il contratto mentre era sul pianerottolo di un condominio e stava per consegnare un due-piazze a molle. Telefonando dal suo cellulare è riuscito a farsi riassumere come acrobata e ha dunque cominciato ad allenarsi sul pianerottolo saltando sul materasso non consegnato. In seguito alle proteste dei condomini, Mirko è stato licenziato lo stesso pomeriggio. Ma nel frattempo aveva accumulato mezz'ora di ferie come trasportatore e 20 secondi come acrobata, e dunque è stato costretto a dormire per mezz'ora e 20 secondi sul materasso.
Al risveglio, Mirko era già stato assunto, grazie all'ufficio di collocamento, come centralinista di un call center erotico, e dunque gli inquilini dello stabile si sono trovati di fronte a un ragazzo sulla trentina, sdraiato su un materasso, che gemeva al telefonino sussurrando "toccati, io lo sto già facendo". Arrestato, tradotto in Questura e denunciato per atti osceni, Mirko riuscì a farsi assumere da un poliziotto come badante dell'anziana madre, con contratto di tre mesi, ma la madre morì la sera stessa, non appena Mirko, sempre con il suo materasso, ebbe preso servizio.
Nel corso della veglia funebre Mirko fu raggiunto dalla telefonata di congratulazioni della presidente dei giovani confindustriali, che gli avevano attribuito un premio di produttività per avere sottoscritto quattro contratti in un giorno solo. Il premio consisteva nell'assunzione, con contratto di una settimana, come stagionatore del famoso formaggio 'toma di Matusalemme', che matura in 12 anni.
Deposto sul materasso il cadavere della sua ex datrice di lavoro, e consegnati entrambi a un addetto alle pompe funebri che li depositò in mezzo a un rondò perché aveva il contratto in scadenza, Mirko si presentò al suo nuovo posto di lavoro, una malga a 2.300 metri, proprio nel giorno in cui la toma, dopo 12 anni di invecchiamento, era matura e pronta per essere consegnata. Licenziato da stagionatore di tome, tentò di farsi riassumere come consegnatore di tome, ma venne minacciato dal consegnatore di tome già attivo, un precario (ex supplente di francese, ex tornitore, ex gigolò, ex casellante) esasperato dal fatto che era costretto a consegnare i formaggi ancora con la divisa da casellante.
Dopo essersi picchiati selvaggiamente, e resisi conto che la toma da consegnare era rotolata in un crepaccio durante la coluttazione, Mirko e il suo rivale si abbracciarono e piansero a lungo. Dopodiché decisero che avrebbero fondato il primo Sindacato Precari, il CIPERTFUTRFZIE (Confederazione Italiana Precari Edili, Rottamatori, Tornitori, Fabbri, Uscieri, Taxisti, Restauratori, Fonditori, Zappatori, Imbianchini Eccetera), e organizzarono uno straordinario corteo, a Roma, composto solamente da loro due, ma in rappresentanza di 6.300 professioni diverse, tutte svolte, con regolare contratto, dalla coppia di giovani manifestanti.www.espressonline.it
Nuova censura in casa Rai. Il comico toscano doveva essere l’ospite del sabato sera della rete ammiraglia. Ma l’invito è rientrato a causa di un intervento giudicato troppo politico. Paolo Hendel da Panariello? Solo se fa battute su Marte
da L'Unità di Maria Novella Oppo
Siamo spiacenti di dare una delusione ai fans di Paolo Hendel (tra i quali abbiamo l'onore di militare) per una notizia arrivata tramite passaparola tra amici. Il comico toscano avrebbe dovuto andare ospite da un altro comico toscano, quello che attualmente occupa, con grande fortuna Auditel, la prima serata di Raiuno. Insomma Panariello. Ma, avendo chiesto conferma a Hendel, abbiamo scoperto che non se ne farà niente. Insomma, Hendel ha saputo dal suo agente che per questo sabato non se ne parla, per un altro sabato, se proprio non ci fosse nessun riferimento a situazioni politiche e sociali di qualche attualità, chissà che magari non si possa pure combinare. In italiano corrente, si chiama censura. Anche se Hendel tutto vorrebbe apparire tranne che un perseguitato politico. Al suo spirito giocoso manca completamente la chiave del martirio, al contrario di un altro comico europeo chiamato Buttiglione. Ma questa - precisiamo - non è una battuta di Hendel: è una considerazione nostra.
Hendel, anzi, ci tiene a spiegare come sono andate semplicemente le cose. E cioè così: «Quando preparo uno spettacolo, mi piace prima mettere insieme le idee che mi sembrano possibili e poi costruire il pezzo collettivamente. Così sono andato a un incontro col regista Solari, abbiamo parlato e ci siamo salutati con un arrivederci tra qualche giorno. Invece ho saputo dal mio agente Paolo Guerra, dopo un colloquio con il produttore Ballandi, che avrei dovuto rinunciare a quegli argomenti senza i quali io sinceramente non saprei che cosa dire. Io credo che il comico deve adattarsi alla situazione, senza rigidità e senza atteggiamenti da comizio. Però, di che cosa devo parlare, di Marte?».
Ma che cosa volevi dire di tanto azzardato?
Ma, figurati, mi piaceva l'idea di scherzare con Panariello (col quale, peraltro, non ho neanche parlato), di mischiare due diverse maniere di essere comici e toscani. Facevo un gioco sulle cose che non si possono dire in tv, tipo: niente politica, niente sesso, niente parolacce; a proposito, Bruno Vespa si può dire?.
Ma come, volevi scherzare sul sommo Bruno Vespa?
Ecco, appunto, dicevo che Bruno Vespa è il più grande giornalista Rai, è l'imparzialità fatta persona e questo lo sanno anche i bambini….
In effetti, è esilarante, ma troppo eversivo. Che altro c'era?
Ma niente che non sarei stato disposto a discutere. Niente di rigidamente imposto. Non mi sento proprio un perseguitato. Anzi, guarda, mi aspetto che mi chiami Panariello e mi dica: ci vediamo sabato. Volevo scherzare tra noi toscani, perché c'era anche un riferimento a uno che aveva detto di voler detoscanizzare l'Italia….
Sarebbe quasi più facile deitalianizzare la Toscana.
Può darsi, anzi, guarda, mi viene in mente che forse l'unica vera battuta un po' critica, in questo momento in cui stiamo facendo questo figurone in Europa, era sulla fecondazione assistita. Dicesi fecondazione assistita quel rapporto tra un uomo e una donna finalizzato alla procreazione, a cui assiste per correttezza l'onorevole Buttiglione.
Spaventoso e orribilmente anticattolico. Ora, come dicevi, non ti resta che scrivere soltanto battute su Marte.
Sì, però senza mai ricordare che si tratta del pianeta rosso!.
Ecco, solo uno come Paolo Hendel può avere ancora voglia di scherzare su un ennesimo episodio di censura che svergogna la Rai e l'Italia.
Vedi alla voce partito
di Paolo Prodi
La discussione in corso sull'introduzione in Italia dell'istituto delle “primarie” per la designazione dei candidati alle cariche pubbliche, cominciando dal Presidente del Consiglio, non ha investito sufficientemente, a mio avviso, il problema della loro possibile rilevanza costituzionale: nel corso dei dibattiti che hanno riempito i quotidiani negli scorsi mesi non si è andati oltre alle ragioni di opportunità tattica e alle condizioni per la loro realizzabilità, dando per scontato che esse possano essere inserite nel nostro contesto senza provocare altri turbamenti in questo difficile passaggio. Si è parlato giustamente della necessità di un pluralismo di proposte, di come e in che modo far ritornare il cittadino “arbitro” delle scelte, delle regole necessarie per permettere queste scelte, dell'opportunità per il centrosinistra di un sostegno, con consultazione popolare, anche per una candidatura già definita come punto di riferimento per tutto lo schieramento ecc. Tutte motivazioni valide e fondate. Ma ci si muove come se tutto questo non toccasse i nodi più profondi del patto politico espresso nella nostra costituzione che affida espressamente ai partiti, nell'art. 49, il compito di essere lo strumento fondamentale della democrazia.
«Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale». Sembra indiscutibile che questo compito si svolga essenzialmente in due direzioni: selezione della classe dirigente del paese ed elaborazione dei programmi. Se si tolgono queste funzioni ai partiti e si attribuiscono a un corpo diverso cosa succede del nostro edificio costituzionale?
La mia profonda convinzione è che l'art. 49 della costituzione in realtà non sia mai stato attuato. In senso più generale mi sembra che il più grande problema non sia quello di cambiare la costituzione ma sia ancora quello di attuarla. Questo può valere per molti nodi cruciali come quello delle autonomie (anche su questo forse il cento-sinistra dovrebbe cominciare un esame autocritico sulle modifiche introdotte al titolo V) ma vale certamente per l'art. 49, per i partiti.
Del problema dei partiti si è parlato tanto, specialmente a partire dal 1989, per demonizzarli o per aspetti nonostante tutto secondari come quello del finanziamento (pubblico o tangenziale): si è disquisito sulla “forma partito” (come si suol dire), sulla loro pesantezza o leggerezza, sul loro impatto con le nuove tecnologie (la fine dei vecchi comizi e delle sezioni, in rapporto allo sviluppo dei nuovi mezzi di comunicazione, televisione e internet) ma non si è affrontato il problema del loro ruolo costituzionale. In realtà una volta aperta la possibilità della democrazia matura o dell'alternanza dopo quarant'anni e più di democrazia zoppa o bloccata si è aperta anche la vera contraddizione tra il nostro patto costituzionale e la vita politica: l'art. 49 della Costituzione fa infatti dei partiti il perno di tutto l'ordinamento ma non li qualifica concretamente come veri organi costituzionali, cioè come unici autentici canali collettori tra la sfera dei processi sociali e la sfera del sistema istituzionale e non prevede nessuna formalizzazione dell'istituto-partito né alcuna forma di verifica e di controllo della sua vita e della sua democrazia interna: il pilone su cui si basa tutto l'edificio costituzionale è sospeso sul vuoto.
Che ciò sia stato voluto coscientemente dai nostri padri fondatori della nostra Repubblica e grandi giuristi, con vera saggezza, nella situazione di contrapposizione ideologica e di guerra fredda dell'immediato dopoguerra, quando qualsiasi sospetto di interferenza all'interno del mondo dei partiti era visto come pericoloso per l'equilibrio precario tra le diverse forze in lotta nello spettro di un ritorno alla guerra civile, é molto comprensibile: rimandiamo i lettori più interessati alla lettura degli atti della Costituente e alle bibliografie relative che qui certo non vogliamo affrontare, ma certamente all'indomani della Liberazione esistevano motivazioni forti che attribuivano ai partiti la capacità di autogoverno democratico e autocorrezione; erano partiti (dal Pci, al Partito d'Azione, alla Dc) in cui la componente ideologica era talmente forte da fornire da se stessa in qualche modo una garanzia dalla degenerazione dei partiti stessi in puri gruppi di potere. Erano in qualche modo partiti-chiese protetti da una loro alterità di fondo. La concorrenza quindi (nel “determinare la politica nazionale”) non poteva essere che esterna, tra i partiti, all'interno della vita dei quali nessun estraneo poteva entrare per giudicare la legittimità delle procedure decisionali nelle scelte dei candidati e per la formulazione dei programmi.
Ma che un sistema di democrazia maturo come il nostro non possa reggersi su questa fragile base è altrettanto sicuro e gli avvenimenti degli ultimi quindici anni lo hanno ampiamente dimostrato. I partiti non soltanto non dovevano essere indeboliti ma al contrario avrebbero dovuto essere riconosciuti nell'ordinamento statuale come istituti di diritto pubblico e di rilevanza costituzionale con tutte le garanzie che sono necessarie per l'accesso e la gestione da parte dei cittadini. Luigi Sturzo aveva già delineato, inascoltato, questo percorso nel progetto di legge per la riforma dei partiti da lui presentato nel 1958: dalla registrazione e il deposito presso la cancelleria del tribunale degli statuti, in modo da chiarire in modo inequivoco la personalità giuridica di diritto pubblico al necessario controllo sugli aspetti della gestione finanziaria ma anche sulla applicazione del “metodo democratico”, non soltanto nell'attività esterna dei partiti ma anche nella loro vita interna: il cittadino deve avere il diritto di prendere visione degli atti depositati in cancelleria e fare denunzia al magistrato delle violazioni di legge.
In realtà nell'ultimo decennio si è andati in senso del tutto opposto. Il processo di apparente semplificazione nei due poli e l'introduzione del principio elettorale maggioritario nelle sue diverse espressioni hanno aumentato in modo patologico l'irresponsabilità costituzionale di tutti i protagonisti della vita pubblica. Abbiamo avuto una proliferazione continua di “soggetti politici” (espressione che dovrebbe essere respinta come impresentabile nella sua genericità non soltanto dagli storici ma ancor più dai costituzionalisti), una confusione tra movimenti e partiti (aggravata e non certo alleggerita dalle nuove formazioni politiche alle quali il nostro sistema permette di camuffarsi da movimenti e viceversa) e la possibilità di trasformarsi dei gruppi di potere in partiti e viceversa. Anche l'attribuzione nelle ultime tornate elettorali della selezione dei candidati e della formulazione dei programmi a cosidetti “tavoli” in cui i rappresentanti dei vertici dei partiti interessati hanno deciso le spartizioni facendo a pezzi ogni democrazia interna e cedendo forzatamente a aperti o impliciti ricatti dei detentori di quote minime di voti, non hanno certo giovato allo sviluppo della vita democratica italiana.
Non discuto certo il fatto che questi accordi fossero e siano necessari in base ai nuovi meccanismi elettorali ma affermo la loro dannosità per il regime democratico nel lungo periodo. Non è mia competenza - non sono un analista politico - approfondire una situazione che è del resto sotto gli occhi di tutti e che mette in gravi difficoltà i partiti che hanno una più forte componente ideale contribuendo ad una disaffezione sempre più grave nei confronti dei partiti stessi. Desidero soltanto dire che questi fenomeni possono essere molto meglio compresi se ci liberiamo dalla miopia del presente che ci ossessiona. Sta crescendo, sia pure in ritardo, la consapevolezza dell'intreccio che si sviluppa quotidianamente nella vita politica tra processi sociali ed istituzioni: come nella storiografia si respinge la distinzione tra una storia sociale e quotidiana ed una storia politica degli avvenimenti (distinzione esasperata dagli epigoni della scuola francese delle “Annales”) per porre al centro il problema della loro interazione nella formazione del comportamento sociale (cioè, con terminologia presa dalla storiografia tedesca, il “disciplinamento sociale”) così nella osservazione dei politologi e dei sociologi più avvertiti si percepisce l'abbandono della contrapposizione fino a pochi anni fa dominante tra una presunta realtà dei “mondi vitali” e la sfera della politica e delle istituzioni. Tornando al punto di partenza non possiamo affermare che le primarie siano un fatto puramente sociale o movimentista o prodotto da importazione: esse portano indubbiamente in sé una grande potenzialità democratica ma hanno in ogni caso una valenza costituzionale, reale o virtuale. Possono indirizzarci verso una democrazia di tipo più maturo e adeguata ai nostri tempi o verso una regressione di tipo populista. Occorre definire un cammino che si confronti con l'articolo 49 della Costituzione e con il problema irrisolto della democrazia interna dei partiti.
unita.it
Ralph Nader escluso dall'Ohio
Respinto dalla Corte Suprema il ricorso del candidato indipendente, già decretato fuori dal voto in Pennsylvania. Sollievo di Kerry, che attacca Bush sul tritolo scomparso in Iraq
FRANCO PANTARELLI
NEW YORK
Ralph Nader è fuori dal voto nel cruciale Ohio. Lo ha deciso la Corte Suprema, respingendo l'ennesimo ricorso del candidato indipendente e decretando così la sua seconda sconfitta legale in pochi giorni. Sabato scorso, infatti, Nader era stato escluso dalla Pennsylvania, un altro degli degli Stati in cui martedì prossimo si vincerà per pochi voti. E' una buona notizia per John Kerry perché è comune convinzione che i sostenitori di Nader, in mancanza del loro leader, possano dirottare il voto sul candidato democratico come il «meno peggio». Ma non sono molti a considerare automatico il travaso di voti. Nader, infatti, negli ultimi sondaggi viene dato all'1%, cioè molto meno dei consensi che otteneva all'inizio di questa avventura, il che viene considerato un segno che molti dei suoi sostenitori hanno già concluso che mandare a casa Bush è meglio del voto di «testimonianza», e che quelli rimasti saranno probabilmente così «arrabbiati» che potrebbero finire per disertare le urne. Si sentono tuttavia anche considerazioni che riconoscono a Nader un merito involontario: avere contribuito, in misura non calcolabile, ma non indifferente, alla straordinaria mobilitazione che l'America ha conosciuto in questa tornata elettorale. In sostanza, la gran parte di quelle centinaia di migliaia di persone - soprattutto giovani - che da settimane «battono» le strade e bussano alle porte per invitare a votare contro Bush, per esortare a registrarsi come elettori e per reclutare altra gente disposta a lavorare per Kerry, è stata mossa dall'idea che tenere uno come Bush per altri quattro anni alla Casa Bianca sarebbe una disgrazia; ma una parte è stata mossa anche dal timore «aggiuntivo» che la presenza di Nader potesse di nuovo favorire Bush.
Anche questo in fondo è un segno del momento speciale che l'America sta vivendo sul piano della passione politica e del quale deve «ringraziare»proprio Bush, per il modo in cui è stato messo alla Casa Bianca, per la pochezza personale che ha mostrato, per le iniziative sbagliate che ha preso e per il pressappochismo e l'incompetenza con cui le ha messe in pratica. Sul punto dell'incompetenza l'ultimo episodio delle tonnellate di esplosivo «dimenticate» in un deposito iracheno è diventato una specie di simbolo catapultato nel pieno degli ultimi giorni di campagna elettorale, con i giornalisti che finalmente hanno ritrovato il gusto del mestiere e descrivono un Pentagono in preda al panico che in tre giorni cambia la versione dei fatti una mezza dozzina di volte; l'apparire delle continue «segnalazioni» mandate sempre al Pentagono dall'Aiea, l'agenzia dell'Onu per il controllo dell'energia atomica, e sistematicamente ignorate (o «smarrite» anche quelle); nonché dei portavoce che balbettano, anche perché nell'entourage di Bush c'è un forte puzzo di «repulisti» in caso di vittoria e nessuno sa bene come comportarsi per conservare il posto.
Kerry si è buttato su questa storia a testa bassa, «perfino troppo», dicono alcuni suoi sostenitori temendo contraccolpi del tipo «il presidente non può essere responsabile di un dettaglio». Ma la sostanza del problema rimane, quella che l'avventura irachena è cominciata per il «pericolo imminente» costituito da quelle armi di distruzione di massa che - diceva Donald Rumsfeld - «sappiamo dove sono, si tratta solo di andare a prenderle», e poi si scopre che dalle loro «perlustrazioni» è rimasto fuori un deposito con quasi 400 tonnellate di esplosivo che l'Aiea aveva segnalato più volte. L'incompetenza «diretta» di Bush non c'è perché lui in Iraq c'è andato solo per farsi fotografare mangiando il tacchino coi soldati, ma l'idea che il «pericolo imminente» non c'entrava con la decisione di invadere l'Iraq ne esce rafforzata.
ilmanifesto.it
Un narcotico per gli elettori
di Michael Schwartz da Mother Jones
Gli sbalzi umorali che derivano da questi fuorvianti mutamenti dei risultati dei sondaggi, manipolati dai media, sono il sintomo più rilevante di un grave problema. Ci tengono inchiodati alle minuzie dei dibattiti distraendoci in questo modo dalle cause che hanno creato il discontento durante l’amministrazione Bush.
Se la vostra opinione contraria all’amministrazione Bush si è trasformata in passione elettorale, allora siete fra quelli che probabilmente hanno cercato di trattenere il proprio entusiasmo dopo il dibattito di due giovedì fa fino all’uscita dei primi sondaggi, che davano Kerry vincente.
La domenica il sondaggio di Newsweek (considerato inaffidabile dai professionisti) riportava la notizia che Kerry aveva raggiunto o superato l’avversario nella corsa alla Presidenza.
Se in quel momento un forte entusiasmo vi ha travolti, allora dovete affrontare la realtà: siete sondaggio-dipendenti.
I sondaggi d’opinione sono una sorta di narcotico per l’elettorato attivo americano, e come tutti i narcotici hanno proprie modalità d’impiego: spesso ci aiutano ad agire meglio, sia come politici praticanti sia come sognatori, senza dimenticare l’ondata di entusiasmo che ci investe quando il nostro candidato è in notevole vantaggio!
I sondaggi agiscono, inoltre, come una droga che altera i sentimenti e le azioni politiche, anche se banalizzano le campagne elettorali – e permettono ai media e ai sostenitori politici di manipolarci in maniera spietata.
I punti negativi, come direbbero coloro che eseguono i sondaggi, sono più di quelli positivi.
Ma iniziamo da quelli positivi, in primo luogo dallo staff che si preoccupa che gente controlli i sondaggi, e ad essi si affida per modificare umori, attitudini, attività. Il nucleo dei sondaggi è costituito dalla volatilità dell’opinione pubblica, una caratteristica che i sondaggi certamente risaltano.
Il consenso scientifico, prima della seconda guerra mondiale, stabiliva che le opinioni politiche fossero dei valori stabili e perenni.
Prendete, ad esempio, il giudizio sul lavoro di Bush così com’è stato misurato dalla domanda di un sondaggio: "Come giudichereste l’operato del Presidente George W. Bush?”. I risultati del sondaggio Zogby sono esemplari: fino all’11 settembre 2001 il Presidente aveva ottenuto valutazioni medio-basse - solo il 50% degli americani aveva dato un giudizio "ottimo" o "buono." Poi i giudizi a suo favore hanno raggiunto l’82%. Non fa una piega: in un periodo di crisi il popolo tende a stringersi attorno al proprio presidente.
È più difficile spiegare quello che è successo dopo. Nonostante i presidenti riscuotano di solito un notevole successo in tempi di guerra per tutta la durata del conflitto, Bush ha cominciato a perdere consenso, 20 punti, nei dodici mesi successivi all’attacco (fino al primo anniversario dell’11 settembre) e ha perso altri 12 punti durante l’anno a seguire. Nel settembre 2003 i giudizi a suo favore erano di nuovo calati al 50%.
Tutti gli attivisti politici hanno carpito in fretta il significato di questo calo: stava accadendo qualcosa di sorprendente al nostro "war president".
In questo caso i sondaggi hanno aiutato i pacifisti a ricreare un inerte movimento contro la guerra (o almeno contro Bush), sapendo (grazie ai sondaggi) che il declino era dovuto alla guerra stessa.
I medesimi dati hanno convinto un folto gruppo di importanti politici democratici a dichiararsi a favore della presidenza, coinvolgendo anche dei sostenitori finanziari. Hanno messo in moto una campagna, guidata da Carl Rove e dal suo gruppo di partigiani sostenitori di Bush, per screditare gli attacchi contro il Presidente.
I risultati dei sondaggi possono essere un vantaggio per una politica efficiente e informata: mettono in guardia gli attivisti e altre personalità sulla ricettività del pubblico in relazione agli argomenti più importanti. Ma ciò che dà valore ai sondaggi – il fatto che l’opinione pubblica sia volatile – li trasforma anche in una droga che distorce e fuorvia. Una volta creata la dipendenza, tutti vogliamo sapere (immediatamente, se non prima) l’impatto di ogni evento, grande o piccolo, sul pubblico, così da muoverci di conseguenza. Questa sensibilità indica che, invece di aspirare a organizzarsi in modo sostenuto per ottenere impatti politici durevoli, ci accontentiamo di un "quick fix", un rimedio momentaneo, soprattutto di espedienti che catturano l’attenzione e che possono provocare dei cambiamenti a breve termine dell’opinione pubblica nei sondaggi che, a loro volta, creano altri sondaggi.
Strumenti inutili
L’uso dei sondaggi per creare l’impatto immediato di eventi poco significanti è inutile, e spesso pericoloso, per due ragioni.
Prima di tutto i sondaggi sono, tra gli strumenti inutili, i migliori. Ci si possono misurare i cambiamenti nel tempo, come i mutamenti nel favore del pubblico per Bush del 30%, del 20% e del 12%, ma non sono utili per registrare cambiamenti di opinione minimi, come del 3-5%. Come indica il famoso (e spesso ignorato) avviso relativo al "margine di errore" presente in ogni sondaggio, questa incapacità è propria della tecnologia usata per i sondaggi e non può essere attualmente migliorata.
Spesso si sente dire che la differenza del 3% tra i candidati è un "vincolo statistico" (che tutti ignorano e che indica in realtà una differenza del 6% tra i candidati). E quel "margine di errore" del 3% è solo una delle cinque o sei possibili imprecisioni. La cosa triste è che anche una differenza del 15% tra due candidati non viene riportata, a meno che non si ripeta nel tempo o in sondaggi diversi.
Prendiamo in considerazione un esempio che, per la maggior parte delle persone, non ha più il peso di un tempo – le elezioni del 2000. Se aveste consultato l’inchiesta Gallup negli ultimi giorni della campagna, non avreste saputo che le elezioni sarebbero state una gara alla pari. Il 21 ottobre, a poco meno di due settimane dalle elezioni, l’inchiesta Gallup dava Gore in vantaggio dell’1%. Tre giorni dopo Bush aveva riguadagnato il vantaggio ed era in testa del 13%. Le elezioni erano concluse.
Questo dato fu un grave errore. Per un semplice motivo: altri sondaggi non lo riportavano. Ma, cosa più importante, sappiamo che, per quanto l’opinione pubblica sia influenzabile, non lo è così tanto se non in casi come quello dell’11 settembre. Quel “rialzo”, come tutti i rialzi del genere, riflette l’incapacità dei sondaggi di misurare i cambiamenti giorno per giorno - soprattutto per quanto riguarda le intenzioni elettorali. Questo a causa di vecchi problemi nel sistema dei sondaggi che si impiegherebbe una vita a revisionare. Ma diamo un’occhiata a due esempi.
Consideriamo, per esempio, il fatto che molti giovani escono il giovedì, venerdì e sabato. Poiché la tendenza dei single negli ultimi anni è stata di essere democratici, ci si aspetterebbe che più repubblicani e meno democratici siano a casa durante i sondaggi svolti in questi giorni. E questo è solo un esempio dei cambiamenti che possono interessare il pubblico. I sondaggi quotidiani, in altre parole, spesso registrano delle ampie fluttuazioni perché le domande vengono poste a tipi di persone diverse. Anche il momento della giornata può creare grandi differenze, (pensate a chi si trova in casa la domenica pomeriggio durante il campionato di football!). Questo, a sua volta, costringe chi fa i sondaggi a effettuare degli aggiustamenti (con nomi fantasiosi come "campionatura stratificata" e "analisi soppesata"). Tali aggiustamenti risultano problematici: nel contesto dei sondaggi elettorali quotidiani spesso aumentano il margine di errore invece di ridurlo.
Nessuno sa chi andrà a votare
Il punto fondamentale, quando si parla di elezioni, è che si vuole sapere chi effettivamente andrà a votare (di solito un po’ più del 50% di tutti gli aventi diritto in un’elezione presidenziale - e possibilmente fino al 60% in queste elezioni inconsuete). Un modo per eliminare i non-votanti è considerare solo gli elettori registrati; ma questa è una soluzione parziale, poiché di solito meno dell’80% dei votanti registrati effettivamente vota. Gli addetti ai sondaggi devono sapere chi fra questi votanti registrati andrà realmente a votare. Questo compito si rivela particolarmente difficile perché ci sono molti più democratici registrati, ma di solito i repubblicani sono più diligenti.
Ma non c’è modo di calcolare in modo accurato chi voterà.
Fare dei sondaggi il giorno delle elezioni è molto complicato, e quest’anno lo sarà ancor di più, visto l’elevato numero di nuove iscrizioni negli stati “indecisi”. È quasi impossibile per coloro che si occupano dei sondaggi stabilire chi, fra questi nuovi iscritti, effettivamente voterà.
Molti fra i potenziali elettori sono coerenti – votano sempre o solo raramente – ma molti altri non lo sono per niente. Per questi "elettori irregolari” fattori quali le condizioni atmosferiche e la distanza dal luogo in cui si vota si combinano con l’entusiasmo per il candidato favorito, in una miscela instabile che determina se andranno a votare o no.
Il numero delle persone che probabilmente voterà cambia di giorno in giorno e di settimana in settimana, e non c’è alcun modo di prevedere cosa succederà nell’unico giorno che conta: il 2 novembre.
Gli addetti ai sondaggi sono davvero in difficoltà. Se si basano sulle elezioni precedenti (come fanno in molti), escludono dai loro calcoli tutti coloro che votano per la prima volta. Poiché la maggioranza dei nuovi iscritti è costituita da single (che, ricordiamo, sono di solito democratici), il numero dei democratici che si reca effettivamente alle urne sarà sottostimato.
Molti sondaggi (Gallup incluso) chiedono agli elettori irregolari e a quelli che votano per la prima volta di quantificare l’entusiasmo per il candidato e l’impegno per le elezioni, proprio per depennare chi dimostra poco interesse e poca voglia di trascinarsi a votare.
Anche questo crea però delle distorsioni nei risultati. Per esempio una notizia importante, come quella del recente “sorpasso” di Bush, può improvvisamente (ma di solito per breve tempo) stimolare nuovi elettori di Bush, trasformandoli in “elettori potenziali”; allo stesso tempo potrebbe anche scoraggiare sostenitori di Kerry, che verrebbero eliminati dalle file degli “elettori potenziali”. Due giorni, o due settimane dopo, un altro fatto (il primo dibattito presidenziale, una qualsiasi sorpresa in ottobre, o qualsivoglia evento) potrebbe creare una situazione totalmente differente. E al momento delle elezioni nessuno di questi fatti potrebbe essere rilevante. Quel giorno il tempo, o mille altre emozioni, potrebbero influenzare gli elettori.
Dunque i sondaggi sugli “elettori potenziali” sono estremamente mutevoli, anche se il numero effettivo di persone che sostiene ogni candidato varia di poco.
Ciò significa che tutte le fluttuazioni dei sondaggi – quest’anno e ogni anno – non sono reali, ma questo non ferma né chi organizza le campagne elettorali, né gli attivisti locali, che continuano a sviluppare o modificare le proprie attività basandosi su di essi. Ciò porta anzi al fallimento delle campagne, che non si basano su fatti importanti ma si focalizzano su trucchetti per attrarre l’attenzione.
Quale sondaggio è corretto?
Questo ci porta a considerare il secondo grave problema relativo ai sondaggi: sondaggi differenti, ma effettuati nello stesso periodo, spesso presentano risultati diversi. Non è raro registrare una discrepanza del 15% tra i sondaggi.
Se un gruppo di sondaggi porta esempi leggermente differenti (anche se accurati), domande leggermente differenti (anche se tutte ragionevoli), e procedure analitiche leggermente differenti (anche queste tutte ragionevoli), si ottengono svariati risultati. Se, inoltre, i sondaggi sono effettuati in orari diversi e in giorni diversi, le differenze possono essere ancor più notevoli. Se si usano per gli “elettori potenziali” definizioni non affini, come accade spesso e volentieri, le discrepanze possono essere enormi.
Per notare quanto tutto questo crei confusione, si pensi all’ormai famoso "salto" di Bush dopo la convention repubblicana. I media, usando dei sondaggi d’opinione selezionati, hanno trasmesso l’impressione che Bush sia balzato in testa, dato opposto al "vincolo statistico" precedente.
Molti amici – tutti sostenitori di Kerry – davano ormai per persa l’elezione. (Alcuni di loro sono stati sicuramente eliminati dal numero di “elettori potenziali” del Gallup). Le cose si erano messe così male che Michael Moore ha spedito una lettera a tutti i sostenitori di Kerry che poteva contattare per dire loro di smetterla di piangere come mocciosi e di tornare al lavoro.
Questo è un ottimo esempio per dimostrare come i sondaggi abbiano un effetto deprimente sul pubblico, perché il balzo di Bush è stato, nel migliore dei casi, solo moderato. Infatti considerare un gruppo di sondaggi contemporaneamente è più saggio e ci suggerisce che ci può essere stata una modifica nell’opinione pubblica, che è diventata da pro-Kerry (poteva avere al massimo un vantaggio del 3%) leggermente pro-Bush (con un vantaggio forse del 4%).
Un punto di vista alternativo ma plausibile, sostenuto da una minoranza di sondaggi affidabili, sostiene che la corsa era a un punto morto prima della convention e tale è rimasta anche dopo, interrotta da un balzo temporaneo.
Per capire perché un’interpretazione moderata è ragionevole, si devono considerare tutti i sondaggi, non solo quelli in prima pagina.
Ho dato un’occhiata ai primi 20 sondaggi nazionali (dal 1 settembre al 22) dopo la convention repubblicana, registrati da PollingReport.com, la fonte migliore se si vogliono dati aggiornati.
Solo tre davano Bush in testa. Due gli attribuivano un vantaggio del 5% e i restanti 15 mostravano un vantaggio pari al 4% o addirittura minore – inclusi due che registravano la parità.
In altre parole, considerando tutti i sondaggi, Bush, che era leggermente in svantaggio prima della convention, dopo era di poco in vantaggio.
Sicuramente i media sono da biasimare per l'errata impressione che ci hanno fornito, ma prima di arrivare ai media, consideriamo come i sondaggi possono del tutto non coincidere.
Fortunatamente ci sono degli esperti, soprattutto Steve Soto e Ruy Teixeira, che hanno spiegato questa discrepanza. Il primo punto è facile: i sondaggi che presentano una percentuale di vantaggio a due cifre hanno sovrastimato di molto il numero di elettori repubblicani.
Gallup, il sondaggio maggiormente analizzato nei dettagli, aveva il 40% di repubblicani nel campione degli elettori potenziali, e solo il 33% dei democratici e il 27% degli indipendentisti. Ciò potrebbe sembrare normale a prima vista, ma si è scoperto che nelle ultime due elezioni i democratici a votare sono stati circa il 4% in più dei repubblicani; e questa è stata la proporzione usata dagli altri sondaggi. La grossa differenza tra il Gallup e gli altri sondaggi si spiega considerando che il 90% dei repubblicani sostiene di voler scegliere Bush e l’85% dei democratici dice di voler votare per Kerry; Gallup, cioè, avrebbe attribuito a Bush il 4% in più se avesse utilizzato le stesse proporzioni degli altri sondaggi.
Allora com’è possibile che il sondaggio Gallup faccia una cosa del genere? Anche se la spiegazione Gallup è complessa, si basa sul fatto che, fino al giorno delle elezioni, nessuno sa quanti repubblicani e democratici andranno a votare.
Tutte le agenzie che fanno sondaggi predicono (o meglio, tirano a indovinare) quanti democratici e repubblicani si presenteranno alle urne.
L’etica scientifica e giornalistica suggerisce di basare le proprie previsioni sulle passate elezioni, ma Gallup può sempre sostenere che i dati suggeriscono un cambiamento dei repubblicani e/o un maggior numero di elettori democratici. In questo caso, la mancanza di una prova evidente ha portato ad accusare Gallup di essere stato politicamente 'motivato'.
Comunque, i risultati gonfiati del sondaggio Gallup sono cosa di poco conto parlando dei sondaggi e di questa elezione. Non si dimentichi che anche i sondaggi migliori mostrano un impressionante numero di risultati che li rendono inutili nel determinare le posizioni dei candidati.
Ricordate… i sondaggi non corrotti effettuati dopo la convention davano a Bush un vantaggio dell’8%. Questo risultato può sembrare modesto, ma in termini “reali” esso rappresenta la differenza tra il pari e una valanga di voti.
E non c’è davvero modo per sapere chi ha ragione. Inoltre, poiché i media non hanno obbligo di riportare tutti i risultati, possono scegliere il sondaggio o sondaggi più vicini alle loro previsioni (o quelli che semplicemente sono più scioccanti) e presentarli come se fossero definitivi, ignorando quelli che presentano dati contrastanti.
Per capire quanto questo problema dilaghi si consideri questo mero fatto: i media hanno riportato che il primo dibattito ha portato nuovamente Kerry in una posizione di parità. Questa notizia provoca esaltazione fra i sostenitori di Kerry e (se crediamo ai media) una significante rivalutazione di Bush fra i suoi sostenitori. Sicuramente ha influenzato gli umori dei sostenitori di entrambi.
Ma c’è una buona possibilità che questo balzo di Kerry non abbia altre conseguenze. Secondo Zogby e Rasmussen – due delle più affidabili e rispettate agenzie di sondaggi – il vantaggio di Bush si è già ridotto a uno stato di parità e il dibattito non ha avuto alcun impatto rilevante.
Questi due sondaggi sono una minoranza, ma nel mondo dei sondaggi, sfortunatamente, la minoranza ha spesso ragione. Per averne un esempio concreto, consideriamo i sondaggi effettuati il fine settimana precedente le elezioni presidenziali del 2000. Poiché le elezioni sono finite in parità i sondaggi ben fatti avrebbero dovuto registrare un margine di errore del 3% -- con alcuni voti per Gore e altri Bush. Ma non avvenne in questo modo: PollingReport.com riporta dei sondaggi scientificamente validi effettuati quello stesso fine settimana. Ben 17 davano in vantaggio Bush, dall’1% al 9%, e solo 2 davano Gore vincente (dal 2% all’1%); uno li dava in parità.
Anche se non si tiene conto del dato assurdo di un vantaggio di Bush pari al 9%, in media i sondaggi lo davano vincente di un 3% -- che nel sistema elettorale americano si traduce in una maggioranza elettorale di 100 voti. In altre parole, anche considerando i sondaggi migliori che fanno del loro meglio per anticipare il risultato delle elezioni, la maggioranza di essi fornisce dati sbagliati.
Ci sono tre versioni diverse riguardanti cosa è successo dal momento appena precedente la convention repubblicana. In una di esse, diffusa all’unanimità dai media, Bush era in notevole vantaggio fino a che Kerry non è riuscito a ristabilire la parità, grazie alla sua brillante performance durante il dibattito. Questa versione è quasi di sicuro sbagliata, ma ne rimangono altre due più plausibili.
La prima, avallata dalla maggioranza dei sondaggi, sostiene che Bush abbia fatto un modesto salto in avanti dopo la convention e che Kerry sia riuscito a controbilanciare la situazione dopo il primo dibattito.
Secondo l’altra versione invece, sostenuta da almeno due rispettabili agenzie, non ci sono stati cambiamenti dopo il dibattito. Non sappiamo quale di esse sia corretta, ma ci sarebbe bisogno di una ventata d’aria fresca: gli americani dovrebbero decidere sulla base di dati reali e non lasciandosi influenzare da spettacoli da circo proposti dai media e centrati su sondaggi praticamente illeggibili.
Diamo un calcio alle abitudini
Se non riuscite a fare a meno di guardare i sondaggi, ricordate tre cose importanti:
(1) Ogni sondaggio può avere uno scarto del 15%.
(2) I sondaggi, se considerati in gruppo, mostrano un ampio numero di risultati ed è impossibile stabilire quali siano corretti.
(3) Pur considerando numerosi sondaggi potreste non avere dati accurati relativi alla prossima elezione.
Ne deriva un’importante conclusione – non lasciatevi influenzare!
Attenzione agli spacciatori
In fine diamo un’occhiata al modo in cui i mass media – gli spacciatori di questa droga statistica – usano i sondaggi per calcolare stime o proporre agende politiche.
Il dato relativo al vantaggio di Bush diffuso dal Gallup dopo la convention repubblicana, mirava sicuramente ad attirare l’attenzione: i sostenitori di Bush erano famelici di notizie sul vincitore e quelli di Kerry cominciavano invece a considerare la loro campagna come un treno alla deriva. Dopo lo shock iniziale, tutti – tutti i drogati – volevano saperne di più, come desideravano i media. I sostenitori di Bush volevano avere altre buone notizie, quelli di Kerry speravano invece in notizie migliori.
Dunque perché non capovolgere la situazione? Basandosi su sondaggi successivi, i media avrebbero potuto facilmente sostenere che Kerry stava per tornare all’attacco – infatti alcuni sondaggi indicavano proprio questo alcuni giorni dopo – il che avrebbe capovolto la situazione. Ma non è andata così e si è creato un clima di demoralizzazione fra i sostenitori di Kerry e di entusiasmo e fiducia fra quelli di Bush.
Questo favoritismo politico rientra in un piano più ampio in cui anche i media “liberali” concedono all’amministrazione un "pass" su alcuni argomenti. (il New York Times e il Washington Post hanno ammesso di averlo fatto in vista della guerra). I favoritismi sono inevitabili, come dimostrano i fatti su Abu Ghraib e il “balzo” di Kerry dopo il primo dibattito.
Tutti i media focalizzano la loro attenzione sulla notizia di quel "salto”, sostenuta da giornalisti sondaggio-dipendenti, e basata su sondaggi inaffidabili, capovolgendo l’equazione entusiasmo-demoralizzazione.
Gli sbalzi umorali che derivano da questi fuorvianti mutamenti dei risultati dei sondaggi, manipolati dai media, sono il sintomo più rilevante di un grave problema. Ci tengono inchiodati alle minuzie dei dibattiti (in questo caso, "la presentazione e il contegno" sono gli elementi analizzati per capire perché Kerry ha vinto) distraendoci in questo modo dalle cause che hanno creato il malcontento durante l’amministrazione Bush. Sono nascoste dall’emozione per la vittoria di Kerry dopo il primo dibattito, le sue promessi di spedire più truppe e di una politica estera ancor più aggressiva.
Il rialzo nei sondaggi rende questo atteggiamento belligerante accettabile, e anche i pacifisti si danno tregua travolti dall’emozione di un risultato di parità.
L’affidamento che si pone sui sondaggi per quanto riguarda i risultati politici, si combina con una trattazione senza scrupoli da parte della stampa di questi sondaggi che creano una minaccia letale alla nostra sanità e efficienza politica. La dipendenza dai sondaggi ha aumentato il potere, già inaccettabile, dei media, ma ha anche indirizzato l’attenzione e gli sforzi del pubblico lontano dalla politica, su contesti più banali.
Non è giunto il momento di dare un calcio a questa abitudine?
Michael Schwartz, docente di sociologia alla State University of New York a Stony Brook, ha dedicato 30 anni a misurare e analizzare l’opinione pubblica.
È stato socio fondatore della MarketCast, dove ha sperimentato l’uso dell’analisi plurivariata per misurare i comportamenti suscitati dai film e ha ideato ed eseguito più di 1000 indagini comportamentali per le maggiori case di produzione cinematografica. Scrive per Tomdispatch.com. Il suo indirizzo e-mail è mschwartz25@aol.com.
Copyright C2004 Michael Schwartz
Fonte: Mother Jones
Traduzione di Micaela Picelli per Nuovi Mondi Media
militi Ignoti - da Alternet
di Lakshmi Chaudhry* - ( Traduzione di Simona Schimmenti ** )
Gene Bolles ha visto troppi uomini soffrire. Due anni al Centro Medico Regionale Landstuhl, l'ospedale militare americano in Germania che accoglie tutti i soldati feriti evacuati dall'Iraq e dall'Afghanistan, non è esattamente il lavoro ideale per un dottore, specialmente per un neurochirurgo specializzato in lesioni al cervello e al midollo spinale, quel tipo di ferite in grado di distruggere la vita di un ragazzo di 19 anni. Ma quando parla dei soldati distrutti di cui un tempo si occupava, Bolles non è né nervoso né arrabbiato.
Il civile 62enne, con tono rilassato, non parla di politica ma di umanità: il prezzo terribile imposto da tutte le guerre, più meno giuste, a chiunque ne sia coinvolto, soldato o civile. Non parla di colpa, ma di compassione e di dovere; quel dovere che hanno gli Stati Uniti di prendersi cura delle ragazze e dei ragazzi a cui chiediamo di sacrificare la vita, o un arto, in battaglia. In un momento in cui la realtà del dolore in Iraq è stata resa invisibile dal sensazionalismo dei media e da una battaglia partigiana, Gene Bolles rimane un difensore accanito degli sfregiati, degli storpi e degli afflitti - il cui numero è molto, molto più grande di quanto vuole ammettere l'amministrazione Bush.
Come mai è andato a lavorare all'ospedale di Landstuhl?
Sono un neurochirurgo e pratico da 32 anni. Mi è stato chiesto di prendere in considerazione la possibilità di lavorare per il Ministero della Difesa e di andare a Landstuhl subito dopo l'11 settembre. Così ho preso un periodo di aspettativa dal mio ospedale, e proprio nel momento in cui è scoppiata la guerra in Afganistan, sono diventato il primario del reparto di neurochirurgia in Germania, dove sono rimasto fino al 1° febbraio 2004.
Gli attacchi dell'11 settembre sono stati uno dei motivi per cui ha deciso di accettare di andare a Landstuhl?
Certamente, in parte. Ero un militare tanti anni fa, nell'era del Vietnam, ho fatto anch'io quell'esperienza, perciò quando mi si è presentata questa possibilità, sono stato onorato di avere l'opportunità di andare ad aiutare e a fare la mia parte.
Che genere di casi le sono capitati a Landstuhl? Erano soprattutto bambini, vero?
Veramente, io li chiamo bambini perché ho 62 anni. E loro ne avevano diciotto, diciannove, forse ventuno. Sembravano tutti giovanissimi, sicuramente più giovani dei miei figli. Come neurochirurgo ho avuto soprattutto casi di lesioni al cervello, al midollo osseo, o alla spina dorsale. Le ferite erano tutte abbastanza orribili, andavano da perdita degli arti, perdite multiple, a ustioni gravi. Ed erano tantissime, troppe. C'erano moltissime ferite gravi. Come dottore che ha visto tanti traumi nel corso della carriera, non ne avevo mai visti così tanti e così gravi. Mi ha veramente colto di sorpresa.
E i soldati?
I soldati inizialmente, a causa del tipo di addestramento che ricevono, non pensano a se stessi, ma ai compagni che hanno lasciato sul campo.Quasi nessuno accetta la realtà di ciò che gli è accaduto. Sono ancora con la mente sul campo di battaglia, e sono molto preoccupati per i loro commilitoni. È proprio questo sentimento di solidarietà reciproca che permette ai soldati di fare il loro lavoro in maniera così valorosa.
Così quando vengono feriti, per prima cosa si sentono in colpa di non essere con i propri commilitoni. Ma col passare del tempo, si rendono conto del prezzo che hanno pagato per la guerra e allora arriva la rabbia. E dopo la rabbia c'è la frustrazione, poi la tristezza, e infine la depressione. Si rendono conto che non potranno camminare mai più o che sono talmente sfigurati, che il resto della loro vita sarà difficilissima.
Ma quando attraversano questa fase depressiva, nessuno scrive più nulla su di loro, non vengono mostrati. Vogliamo vedere soltanto quei soldati che sono guariti o quelli che si comportano come se non fosse successo nulla. Questo perché vogliamo vederli come eroi, perché sono eroi. Ma è una realtà di cui non si parla molto.
In un documentario mandato in onda recentemente uno dei soldati intervistati sosteneva che la sindrome da stress post-traumatico sarà per la guerra in Iraq quello che per la guerra del Vietnam è stato l'Agent Orange. Lei è d'accordo?
Si. Ho parlato con tante persone che sono state sul campo di battaglia. Credo di avere avuto un rapporto unico con quei soldati perché ero un civile e non un ufficiale; non avevo un controllo diretto su di loro. Molti di loro si sentivano meglio parlando con me. Parlavano del nervosismo costante, specialmente dopo la fine della prima parte della guerra e l'inizio della guerriglia. Venivano attaccati mentre erano seduti ad aspettare gli ordini o semplicemente mentre giravano in macchina, stavano impazzendo, avevano paura ed erano turbati, era diverso dalla scontro diretto.
Molti sono crollati mentre parlavano del momento in cui vedevano i loro compagni feriti o uccisi. Parlavano persino dei soldati iracheni, di quanto è stata orribile quella carneficina. Un ragazzo non ha dormito per moltissimo tempo per gli incubi su ciò che aveva visto all'inizio della guerra, quando furono uccisi un numero altissimo di iracheni. Ne ha visti alcuni calpestati dai carrarmati. Non riusciva a togliersi quelle immagini dalla testa.
Parlavano delle urla dei compagni, dei nemici, dei civili, dei bambini. Essere presenti e vedere tutto questo può suscitare tantissime reazioni. In un primo momento i soldati iniziano a comportarsi veramente da duri alcune volte, ma in fondo la maggior parte di loro prova tantissima umanità. Sentono questo orrore molto profondamente, più di quanto molti di loro non vogliono ammettere.
Lei pensa che i soldati con problemi psicologici ricevono abbastanza aiuto? Le loro ferite potranno non sembrare così "brutte", ma a causa degli orrori della guerra hanno sofferto molto dal punto di vista psicologico.
Ho visto ufficiali con anni di esperienza crollare per quello che avevano visto, allo stesso modo delle giovani reclute. Nascondono e si portano dietro emozioni talmente profonde! Un soldato non vuole mostrare quell'emozione. Ha paura che comportandosi così verrebbe considerato dagli altri come un debole, e in parte è vero. Così anche quando stanno attraversando uno stato di confusione mentale, non chiedono aiuto e non ammettono i loro sentimenti. Molto riaffiora solamente dopo il congedo. Sono preparati oppure no per affrontare tutto questo? Probabilmente no. Ma si cerca di fare di meglio del Vietnam.
No, non credo che ricevano abbastanza aiuto, però non voglio criticare l'attuale sistema. Tutti noi stiamo imparando ad affrontare questa situazione. La cosa importante è che la gente sia consapevole del problema. Piuttosto che attaccare il sistema preferirei aumentare la consapevolezza del problema e gli effetti che ha sui soldati. Accadrà, forse anche in forma più grave, quello che è accaduto dopo la guerra del Vietnam: aumento di casi di alcolismo, di abuso di sostanze stupefacenti, di vagabondaggio, di inabilità al lavoro, matrimoni distrutti e così via. Dobbiamo fare qualcosa immediatamente.
Ma molti di questi soldati non sono stati inclusi nel numero dei feriti di guerra in Iraq diffuso dal Pentagono, che per il momento si aggira intorno ai 7.500. Esiste una distinzione fondamentale tra ferite da combattimento e non?
Probabilmente bisognerebbe cercare l'esatta definizione in un manuale dell'esercito, ma io la vedo così: supponiamo che un soldato è in servizio, qualcosa esplode e viene colpito, questo è quello che chiamano ferita da combattimento. Ma se resta coinvolto in un incidente o se un fuoristrada Humvee gli passa sopra, la ferita non è definita da combattimento. Quindi nel primo caso riceve una medaglia, nel secondo no.
Non sentiamo mai parlare delle ferite o delle malattie che non sono state riportate in combattimento Ho visto cifre che superano i 30.000 feriti. So che almeno in 20.000 sono stati evacuati per via aerea a Landstuhl. Queste sono persone che hanno sofferto per fare ciò che il nostro paese gli ha chiesto di fare. Sembrano feriti di minore importanza e quindi non vengono né riconosciuti né menzionati, e non penso che questo sia giusto.
Il numero è persino più alto se i soldati si contano dopo il loro ritorno dall'Iraq o dall'Afganistan. Secondo alcuni gruppi di reduci, 33.000 hanno chiesto l'assistenza dello Stato per i reduci di guerra, 26.000 hanno compilato richieste di sussidio di invalidità, e 10.000 hanno richiesto terapie psichiatriche specifiche. Cosa indicano queste cifre enormi?
È soltanto l'inizio e non può che peggiorare. Questi numeri potranno solamente aumentare. Abbiamo le lesioni fisiche che parlano da sole. Ho visto che tra quei 33.000 (che hanno chiesto assistenza allo stato) c'è un alta percentuale di lesioni alla spina dorsale. Come neurochirurgo, ho visto tutte le denunce fatte in quella zona e posso solo dire che ce n'è un numero impressionante.
Ci sono moltissime persone che soffrono di dolore cronico. Vorrebbero essere aiutati dal nostro sistema previdenziale per reduci di guerra, che sta attraversando una fase di revisione e i cui fondi non sono ancora sufficienti. Quindi queste persone non riescono ad ottenere l'assistenza di cui hanno bisogno. Ci sono tante persone che soffrono di sindrome da stress post-traumatico, e questo numero aumenta sempre più con il passare del tempo.
Ma allora cosa c'è sotto questo nascondere i veri numeri dei feriti in Iraq, nel non chiarire quale sia il prezzo che la guerra ha imposto sui nostri soldati?
Io non so assolutamente per quale ragione non è sotto gli occhi di tutti. Non capisco perché i nostri media non dicono queste cose ogni sera per farle sapere agli americani. Se Lei lo sa, perché la CNN o la NBC non lo dicono? La differenza tra quello che si vede in TV e la realtà è come il giorno e la notte. L'embedding dei giornalisti sembrava rendere la guerra sterile, i loro rapporti sembravano la telecronaca di una partita di calcio. I veri effetti della guerra sono semplicemente atroci. Per ora le cifre parlano di 30.000 morti tra i civili. Per non parlare di tutti gli iracheni che sono stati feriti.
Non le sembra che con questa amministrazione persino parlare dei costi della guerra sembri una contestazione?
Penso che le guerre debbano essere contestate perché sono assolutamente devastanti. Però sembra che se sei contro ciò che sta accadendo in Iraq, allora sei contro l'attuale governo o contro i soldati. E non è affatto così. Perché il governo fa queste differenze? Perché non parlano della realtà della guerra? Immagino che sia perché non vogliono sconvolgere tutte quelle persone che potrebbero in questa maniera cambiare idea sulla guerra. Questa è stata una guerra discutibile sin dall'inizio.
Ma i soldati non sembrano mettere in dubbio la guerra anche se è crollata la motivazione iniziale delle armi di distruzione di massa. Ho visto un servizio della CNN su quanti di loro adesso hanno come obbiettivo quello di salvare i commilitoni, assicurarsi che tutti rientrino casa sani e salvi.
La mia opinione personale è che il soldato medio non va in guerra per il proprio paese. La verità è che il motivo per cui loro combattono è la comunità di cui hanno fatto parte facendo il servizio militare. Non guardano così tanto attentamente al fondamento logico o al motivo della guerra. Forse molti soldati non saranno d'accordo con quanto sto dicendo, ma nelle mie conversazioni con loro non li ho sentiti parlare di queste cose molto spesso. Si parla piuttosto dei loro commilitoni. Sembrerebbe così ora più che mai.
Ma forse adesso vediamo qualche incrinatura. Dipende da come andrà a finire, ma ho il sospetto che vedremo un sacco di rabbia tra i soldati di leva e i reduci al ritorno dalla guerra, a meno che la guerra non finisca meglio di come pensiamo.
Come l'hanno cambiata questi anni così forti dal punto di vista emotivo?
Ci penso moltissimo la sera quando vado a letto. Non riesco a scacciarlo dalla mente. Le ferite orribili che questi giovani dovranno affrontare per il resto della loro vita mi hanno perseguitato e continuano a perseguitarmi. E non so se un giorno smetterò di pensarci. Sento soltanto una tremenda tristezza, ma e così che va il mondo. Spero che si faccia di tutto per rendere la loro vita più positiva possibile. Ha volte ho paura che al loro ritorno, con tutte le loro ferite ed i loro problemi, saranno presto dimenticati.
di Lakshmi Chaudhry
Fonte: AlterNet. - 21.10.04
* Lakshmi Chaudhry è redattore di Alternet.
** Traduzione di Simona Schimmenti Team Traduzioni Megachip
John Kerry, i black block e la mobilitazione alle urne
Mauro Barisione,
Politics not as usual
Stanno uscendo un po’ di sondaggi favorevoli a John Kerry, ma noi non vogliamo farci caso più di tanto. Certo, se un coro unanime di pollsters ci avesse indicato negli ultimi giorni un distacco di 10 punti a favore di Bush, questo avrebbe cambiato le cose sul serio. Così, invece, il dato resta sempre lo stesso, già ripetuto tante volte: Bush e Kerry sono lì lì, e chi volesse prevedere con certezza il vincitore rischierebbe di farci la figura di chi si lanciò in previsioni sicure su Gore e Bush nel 2000, ed ebbe in ogni caso torto (perché vinse l’uno, ma in realtà vinse l’altro, e fondamentalmente pareggiarono).
In questa circostanza, il dato rognoso da prevedere non è tanto quello di cosa faranno gli elettori indecisi (che – su questo mi sbilancio volentieri - non sposteranno gli equilibri a favore di Kerry), ma quello del grado di mobilitazione alle urne.
Questa è una cosa che i sondaggi prevedono malissimo, e noi tutti osservatori se possibile ancora peggio. Però è anche una cosa che sempre di più contribuisce a decidere le elezioni, specie in contesti ad astensionismo alto ma variabile come quello delle presidenziali americane.
Così, la funzione della campagna di sedurre gli indecisi pare divenire strategicamente secondaria rispetto a quella di mobilitare i simpatizzanti. Perfino le elezioni suppletive (di nuovo, ad astensionismo alto ma variabile) del 24-25 ottobre scorsi in Italia ci hanno ricordato la potenza di questo meccanismo: se l’Ulivo ha avuto mediamente una decina di punti percentuali in più che nel 2001 non è certo perché li abbia conquistati al centro-destra, ma perché il suo elettorato si è mobilitato di più (o astenuto di meno) di quello della Cdl.
E allora, chi può prevedere quanto successo avrà la campagna dei Democratici per mobilitare l’elettorato afro-americano nei decisivi stati in bilico? E saranno stati più bravi i Democratici o i Repubblicani con i latinos (che sono in linea di massima filo-democratici, ma certo non quanto i neri) non tanto nel conquistarne di più, quanto nel mobilitare maggiormente quelli “giusti” (cioè i propri simpatizzanti)? E soprattutto, quanto andranno a votare i giovani, che appaiono un po’ più filo-Kerry che filo-Bush? Quanti di loro, ad esempio, accoglieranno l’invito di Eminem, il celeberrimo rapper bianco e “cattivo” che nel video anti-Bush uscito ieri mostra un esercito di ragazzi incappucciati à la black block che pare vadano all’assalto della Casa Bianca e invece si accomodano in fila di fronte a un’urna elettorale?
In Italia – potere del maggioritario – ne abbiamo già viste di curiose, come governi di centro-sinistra appesi ai voti dei trotzkisti, o governi di centro-destra assicurati dai voti rautiani.
E in America, se fossero i black block a salvare John Kerry?
…….
…Alcuni mesi fa, nel pieno della campagna elettorale, lo stratega della campagna di Bill Clinton, George Stephanopoulos, l’uomo della war room (la cosiddetta stanza dei bottoni della comunicazione elettorale) fu fermato da alcuni giornalisti che gli chiesero quali consigli avrebbe dato a John Kerry per la strutturazione dei dibattiti in campagna elettorale.
Questi sono i sette “mantra” che Stephanopoulos ha regalato a Kerry:
1-Dividi et impera: la strategia, sempre valida, usata dagli antichi romani: una nazione politicamente divisa è pronta a subire il fascino del piú forte, Berlusconi ben lo sa;
2-Sicurezza innanzitutto: è prioritaria la questione della sicurezza nazionale e del terrorismo
3-Iraq: argomento ostile su cui Kerry e Bush non sembrano differire tanto
4-Dimenticare la storia: perché a detta di Stephanopoulos questa campagna sarà diversa dalle altre, e gli elettori decideranno tardi: dunque spazio ai vari polls per “orientare";
5-Sanità: è il punto dolente della politica americana, da affrontare con determinazione
6-I cattolici contano: perché il voto flessibile è proprio quello dei cattolici bianchi;
7- Attenzione all’Ohio: Vincere lì è la piú grande conquista.—
A 5 giorni dalle elezioni sarebbe interessante analizzare quali di questi sette punti il Senatore ha messo a segno!
di Monica Zuccarini
…mai come in questa elezione lo star system americano (forse l’unico vero sogno che ancora esportano) si è schierato con in democratici, sommandosi ai ceti colti e intellettuali delle metropoli. la cultura non mobilita i simpatizzanti, nè i giovani, ma forse il cinema e i suoi volti noti sì (will smith, richard gere, susan sarandon, sean penn).se berlusconi ha sedotto il popolo delle “casalignhe delle telenovelas", abbiamo forse speranza che Kerry carpisca quello dei cinefili?
www.politicaonline.it/politicsmatters
Se tu fossi la Finlandia
(E invece sei la Palestina, ahitè)
Avevo una lunga serie di pareri, sul ritiro unilaterale da Gaza votato dal parlamento israeliano e sulla leucemia di Arafat, ma non sono riusciti a metterli insieme. La Palestina è troppo per me, decisamente.
Credo di fare cosa più utile a tradurre un pezzettino di una lunga rivista del quotidiano israeliano Haaretz a Dov Weisglass, avvocato personale di Ariel Sharon e suo tramite ufficiale nei rapporti con la Casa Bianca. Attraverso il suo un filo diretto con Condoleezza Rice (lui la chiama "Condi"), Weisglass ha condotto le trattative che hanno portato prima alla Road Map, e poi al ritiro unilaterale. La mia è una traduzione di lavoro: un tentativo di invogliarvi a leggere il pezzo intero in lingua originale.
Il pezzo (trovato grazie a Rat Race, sempre ottimo) è di più di due settimane fa (8/10/2004), quando il voto favorevole era tutt'altro che sicuro, ma è rimasto in mente anche a Sandro Viola, che commentando la vittoria di Sharon lo ha ritirato fuori qui, l'altro ieri. I toni di Weisglass possono parere un po' troppo immediati, se non brutali a chi (come me) non è abituato alle interviste anglosassoni (gli israeliani sono ancora più immediati degli anglosassoni, da questo punto di vista).
Quello che però lascia di stucco è la sostanza.
In controluce, l'eterno paradosso: il conflitto israelo-palestinese è una guerra, sì o no? Ci sono due popoli che lottano per un territorio, ci sono morti da entrambe le parti, dunque è una guerra. Ora Sharon – caso più unico che raro – vorrebbe ritirarsi dal conflitto senza venire a patti con l'avversario. L'avversario, infatti, non è ritenuto affidabile in nessun modo. Weisglass torna ossessivamente su questo concetto: "there is no one to talk to, no one to negotiate with". Dall'intervista lascia intendere di essere in qualche modo responsabile della definitiva "morte politica" di Arafat agli occhi di Bush (si riferisce a un "certo documento di intelligence che gli consegnai, che mostrava chiaramente quanto Arafat fosse coinvolto negli aspetti finanziari relativi all'organizzazione di atti di terrorismo. Quando emersero queste prove, a carico di una persona che aveva giurato 16.000 volte agli americani che avrebbe in ogni modo combattuto il terrorismo, Arafat fu cancellato. Da quel momento in poi fu come un morto").
Se l'avversario è inaffidabile, non si può venire a un compromesso con lui. Sharon (e prima di lui Barak), hanno sempre preteso la "fine del terrorismo" come premessa per cominciare un negoziato. Dove per "terrorismo" si indicano gli odiosi eccidi perpetrati da terroristi suicidi di Hamas, martiri di Al-Aqsa e Jihad islamica, ma anche la guerriglia interna dei territori. Come in Iraq, la parola "terrorismo" va incontro a una deriva semantica. In Iraq, più di un anno fa, Bush ha dichiarato la fine della guerra. Da allora ogni atto di violenza non è "guerra" (e tantomeno "resistenza", ci mancherebbe), ma solo e unicamente "terrorismo". E coi terroristi, si sa, non si può parlare. Israele insegna. E infatti, dopo aver preteso per anni il disarmo del nemico come premessa necessaria e non sufficiente al negoziato, Israele si trova costretta ad arrendersi a sé stessa, perché "non c'è nessuno con cui parlare". Si arrende comunque a condizioni molto buone: cederà Gaza (forse), ma terrà gli insediamenti in Cisgiordania. Mentre la proclamazione dello Stato di Nessuno slitta in data da definirsi.
Nel pezzo che ho tradotto, compare per due volte una formula che ha catturato da subito la mia fantasia, benché la trovassi assolutamente incomprensibile: "until the Palestinians turn into Finns": "finché i palestinesi non diventano finlandesi". L'idea che mi sono fatto, è che Weisglass preferirebbe trattare con un nemico ordinato e ragionevole come i finlandesi (?), piuttosto che con quei confusionari e arruffati palestinesi. A parte che i finlandesi, in guerra, sono tutt'altro che simpatici e remissivi (e i sovietici ne sapevano qualcosa): se io, per descrivere i paradossi della politica unilaterale di Sharon, avessi trovato un'immagine del genere, mi sarei attirato almeno una mezza dozzina di accuse di antisemitismo a mezzo link, con annesse foto di dittatori sanguinari, mail di insulti, etc.. Beh, stavolta è tutta farina del sacco del collaboratore di Sharon. Ho guardato e riguardato, ma non c'è niente da fare: "when Palestine becomes Finland" vuole proprio dire quello che sembra voler dire. O magari c'è un'ironia che il traduttore non ha colto (e continua a non coglierla).
Ultima avvertenza: a un certo punto Weisglass parla di "Management of the world", riferendosi, credo, all'Amministrazione USA. Ho deciso di non tradurre l'espressione: è comprensibile ed efficace.
L'evacuazione degli insediamenti a Gaza rafforza o indebolisce la posizione dei coloni in Cisgiordania?
"Non nuoce in nessun modo gli insediamenti più remoti e isolati: per loro non è rilevante. Il futuro di questi insediamenti sarà definito tra molti anni, quando troveremo un accordo finale. Non è detto che proprio tutti questi insediamenti continueranno a esistere.
Ma d'altro canto, se si guarda ai grandi insediamenti, grazie a questo piano di ritiro abbiamo in mano la prima dichiarazione scritta dagli americani che essi saranno parte di Israele. Negli anni a venire, forse nei decenni, quando ci saranno negoziati tra israeliani e palestinesi, il padrone [master] del mondo batterà sul tavolo e dirà: "abbiamo già affermato dieci anni fa che quegli insediamenti sono parte di Israele".
Allora Sharon può dire ai leader dei coloni che sta evacuando 10.000 coloni, e che nel futuro ne evacuerà altri 10.000, ma che nel frattempo sta rafforzando la posizione degli altri 200.000, rafforzando la loro presa al terreno.
"Arik [Sharon] può serenamente affermare che questa è una svolta importante, grazie alla quale, di 240.000 coloni, 190.000 non saranno spostati dal loro posto. Non saranno spostati.
[…]
Dal suo punto di vista, quindi, lei considera come suo massimo successo l'aver congelato legittimamente il processo politico?
"È esattamente quello che è successo. Il termine "processo politico" è un groviglio di concetti e di concessioni. Il processo politico significa anche la creazione di uno Stato palestinese, con tutti i rischi che questo comporterebbe per la sicurezza. Significa lo sgombero dei coloni, il ritorno dei profughi, la divisione di Gerusalemme. Tutto questo, ora, è stato congelato".
Insomma, lei ha portato a termine la manovra del secolo? E il tutto con piena autorità?
Non mi piace la parola "manovra". Suona come se il risultato fosse alla fine diverso da quello che avevamo detto all'inizio. Invece abbiamo fatto tutto quello che avevamo detto. Dopotutto, da un anno a questa parte, ho ripetuto fino a sgolarmi che avevo trovato un sistema – in collaborazione con il Management del Mondo – per evitare che ci fossero imposte delle scadenze. Per evitare che l'incubo dei coloni fosse messo in agenda. Quell'incubo, io l'ho posposto a data da definirsi. Perché l'argomento su cui mi sono trovato d'accordo con gli americani è che una parte degli insediamenti non sarà mai sgomberata, mentre il resto degli insediamenti non sarà mai ceduto finché i palestinesi non si trasformano in finlandesi. È questo il senso di quello che ho fatto. Il senso è il congelamento del processo politico. Congelando questo processo, tu eviti la creazione di uno Stato palestinese, ed eviti qualsiasi discussione sui profughi, sui confini e su Gerusalemme. In effetti, tutto il pacchetto di cose che chiamiamo "Stato palestinese", con tutto quel che implica, è stato cancellato dalla nostra agenda per un tempo indefinito. E tutto questo in piena autorità: con la benedizione del Presidente e con la ratifica di entrambe le camere del Congresso. Cos'altro avremmo potuto ottenere in questo momento? Cos'altro avrebbero potuto chiedere ancora per i coloni?"
Le ripeto una domanda che le avevo già fatto: cedendo Gaza, voi avete salvato lo status quo in Giudea e Samaria?
"Continua a insistere su un concetto sbagliato. Il punto è questo: noi abbiamo creato una nuova situazione di fatto nei confronti dei palestinesi. C'era tutta un pacchetto di impegni che Israele avrebbe dovuto accettare. Questo pacchetto si chiamava "processo politico". Esso includeva una serie di elementi che non avremmo mai potuto accettare, e altri elementi che non potevamo accettare in questo momento. Ma siamo riusciti a prendere tutto il pacchetto e scagliarlo nel futuro più remoto. Abbiamo gestito la situazione nel modo migliore e siamo riusciti a rimuovere la voce "processo politico" dall'agenda. Stiamo educando il mondo a capire che non c'è nessuno dall'altra parte con cui parlare, e ora abbiamo ricevuto un certificato che dice proprio questo. Il certificato dice: (1) Non c'è nessuno con cui parlare; (2) Siccome non c'è nessuno con cui parlare, l'attuale situazione geografica rimane intatta; (3) Il presente certificato sarà revocato soltanto quando accadrà questo e questo – insomma, quando la Palestina diventerà una Finlandia; (4) Quando succederà, ci vedremo: per allora, Shalom.
www.leonardo.blogspot.com
Da Falluja: "Lettera aperta al Segretario Generale dell'Onu Kofi Annan"
di Rosarita Catani
Dalla nostra corrispondente da Amman
Con questa lettera aperta, che ci arriva in esclusiva dalla nostra corrispondente dalla Giordania, le forze della resistenza e i cittadini di Falluja si rivolgono al Segretario Generale delle Nazioni Unite Kofi Anan, affinche' intervenga per porre fine ai continui bombardamenti da parte degli americani sulla loro città "Al Segretario Generale delle Nazioni Unite Eccellenza Kofi Anan (New York, Usa)".
"Vostra Eccellenza,
È evidente che le forze americane stanno commettendo il crimine di genocidio ogni giorno in Iraq. Ora, mentre stiamo scrivendo alla vostra Eccellenza, le forze americane stanno commettendo questo crimine nella città di Fallujah".
"Gli aerei da combattimento americani stanno sganciando le loro bombe più potenti sullla popolazione civile residente in città, provocando l'uccisione ed il ferimento di centinaia di persone non colpevoli. Nel contempo i loro carri armati stanno attaccando la città con artiglieria pesante. Com'è noto, non vi è presenza militare nella città. Non ci sono state azioni intraprese dalla resistenza a Fallujah nelle settimane recenti perché le trattative fra i rappresentanti della città ed il governo stavano andando a buon fine".
"Il nuovo bombardamento americano è avvenuto mentre la gente di Fallujah si sta preparando per il Ramadan. Ora molte persone sono bloccate sotto i rottami delle loro case demolite e nessuno può aiutarle mentre l'attacco continua".
"La notte del 13 ottobre scorso il bombardamento americano ha demolito 50 case sulla testa dei loro residenti. È questo un crimine, un genocidio oppure una lezione di democrazia americana? È evidente che gli americani stanno commettendo soltanto atti di terrore contro la gente di Fallujah per un solo motivo: il loro rifiuto di accettare l'occupazione militare".
"Vostra Eccellenza ed il mondo intero sanno che gli americani ed i loro alleati hanno devastato il nostro paese sotto il pretesto della minaccia delle armi di distruzione di massa. Ora, dopo la distruzione e l'uccisione di migliaia di civili, hanno ammesso che nessun'arma è stata trovata. Ma non hanno detto niente circa tutti i crimini che hanno commesso. Purtroppo ognuno ora rimane in silenzio e non spende neanche una parola di condanna in merito all'assassinio di civili iracheni".
"Gli americani a Fallujah, hanno creato un nuovo vago obiettivo: Al Zarqawi. Questo è un nuovo pretesto per giustificare i loro crimini, uccisione e bombardamento quotidiano dei civili. Quasi un anno è trascorso da quando hanno generato questo nuovo pretesto ed ogni volta distruggono le case, le moschee, i ristoranti ed uccidono donne e bambini. Hanno detto che: "abbiamo lanciato una operazione riuscita contro Al-Zarqawi."
"Non diranno mai che lo hanno ucciso, perché non c'è una tal persona. E con questi mezzi l'uccisione della popolazione civile ed il genocidio quotidiano continueranno. Le persone residenti a Fallujah hanno assicurato che questa persona, se esiste, non è a Fallujah e attualmente non è probabilmente da nessuna parte dell'Iraq".
"Il rappresentante di Fallujah, la nostra guida tribale, ha condannato in molte occasioni il rapimento e l'uccisione di civili e di non avere collegamenti con alcun gruppo che compia tali comportamenti inumani".
"Eccellenza, facciamo appello a Voi ed a tutte le guide del mondo affinche' si faccia pressione sull'Amministrazione americana per arrestare i loro crimini a Fallujah e che venga ritirato il loro esercito lontano dalla città".
"La città era calma e pacifica quando i residenti l'hanno gestita. Non vi sono state testimonianze di alcun disordine nella città. La gestione civile stava andando bene e dava i relativi frutti. Non abbiamo accolto favorevolmente semplicemente le forze di occupazione. Ciò è nostro diritto come previsto dalle Nazioni Unite, dal diritto internazionale e dalle norme di umanità".
"Se gli Americani credono nell'opposto, dovrebbero in primo luogo uscire dalle Nazioni Unite e da tutte le relative Agenzie prima di comportarsi in un senso contrario all'accordo che hanno firmato".
"È molto urgente che vostra Eccellenza, con le guide del mondo, interviene in un modo veloce per impedire un nuovo massacro. Abbiamo provato a raggiungere i vostri rappresentanti nell'Iraq, in modo da chiedere loro di essere più attivi a questo proposito, ma come sapete essi vivono nella zona verde dove non possiamo entrare e metterci in contatto con loro".
"Desideriamo che le Nazioni Unite partecipassero a quanto sta succedendo in Fallujah in modo da evitare un nuovo massacro. Abbiamo provato a raggiungervi attraverso altre vie e chiedendo ai nostri amici di trasportare questa lettera al vostro ufficio a New York con la speranza che vi raggiungesse".
"Allo stesso tempo facciamo appello a voi per invitare le Agenzie delle Nazioni Unite a prendere un ruolo attivo per la protezione dei civili ed impedendo cosi' il nuovo massacro che gli americani ed il governo fanoccio del signor Allawi stanno progettando per Fallujah ed in altre parti del nostro paese".
"I migliori saluti",
Al-Jumaily Kassim Abdullsattar
Presidente del Centro di Studi per i diritti dell'Uomo & della Democrazia
A nome della gente di Fallujah insieme a:
Consiglio di Shura
Di Al-Fallujah
L'Associazione della "Barra"
L'Unione degli Insegnanti
Consiglio delle guide delle tribù
La Camera di Fatwa e di formazione religiosa
(Il testo originale della lettera aperta è in lingua italiana)
redazione@reporterassociati.org
Costituzione europea: è scontro nella Casa delle Libertà
REDAZIONE
A poche ore dalla storica firma romana con la quale i venticinque capi di Governo dell'Unione sigilleranno la nuova Costituzione europea, la maggioranza di Silvio Berlusconi si è spaccata proprio discutendo della Carta fondamentale del Vecchio Continente.
La bagarre è per l'ennesima volta scoppiata tra la Lega Nord e Alleanza Nazionale, due compagini che si erano recentemente scontrate anche sull'ingresso nella Comunità della Turchia. Il Carroccio ha deciso di promuovere un referendum popolare sulla nuova Costituzione, una eventualità che non trova per nulla d'accordo il partito di Gianfranco Fini.
"In Italia c'è una larghissima maggioranza sia nel corpo elettorale sia nel Parlamento per la ratifica del Trattato - ha chiarito il leader di An - credo che da noi non ci sia necessità di un ricorso al referendum e che sia più che sufficiente il voto del Parlamento".
Il leghista Alessandro Cè ha invece detto di non capire "la fretta del governo per la ratifica".
"Non si può arrivare a una cessione così grande di sovranità senza che i cittadini possano esprimersi - ha spiegato la camicia verde - da alcuni mesi sto sollecitando il presidente Casini a mettere nell'ordine del giorno dei lavori della Camera un dibattito su questo tema".
Inoltre, durante il Consiglio dei ministri di oggi, gli esponenti del Carroccio ribadiranno il loro "no" alla ratifica.
"La Lega è contro questa Costituzione e contro la cessione di poteri da parte dei parlamenti nazionali - ha dichiarato il ministro per le Riforme Roberto Calderoli - la possibilità di una ratifica è pari alle possibilità che ha un gatto di attraversare vivo l'Aurelia".
www.centomovimenti.com
La bella vittoria del Parlamento di Strasburgo
Il "rinvio" di Barroso sancisce il ruolo delle audizioni parlamentari e conferma l'unità del Partito del socialismo europeo
Il ritiro della proposta di Barroso è un segno indiscutibile del processo di crescita democratica e politica di tutta l'Unione Europea. A chi poneva lo spettro di un rischio di crisi e paralisi istituzionale, il Parlamento ha risposto esercitando il suo diritto di giudizio, affermando cioè quella "normalità democratica" che il suo presidente Josep Borrell ha da subito giustamente rivendicato. Questa vicenda sancisce con forza l'autonomia dei parlamentari nel valutare la capacità e l'adeguatezza dei commissari. La dimostrazione dell'alto valore politico delle audizioni, in contrasto con chi invece le riteneva un mero esercizio o un semplice divertissement dialettico, hanno posto le premesse per un ulteriore ed irreversibile rafforzamento democratico dell'Europa.
Ieri è stata, in primo luogo, anche l'occasione per una grande vittoria della famiglia del Socialismo europeo. La posizione di forza e di unità del Pse (Partito del socialismo europeo) nel rifiutare l'intransigenza di Barroso, indifferente alle prese di posizione del Parlamento, sono state infatti decisive, per espressa ammissione del presidente designato della Commissione, nel determinare il ritiro della proposta sui nuovi Commissari. L'impressione è che da oggi i rapporti interistituzionali non saranno più gli stessi: si apre una pagina nuova per il Parlamento, e contestualmente emerge la grande opportunità per l'intero gruppo del Pse di assumere un profilo politico e parlamentare di vera unità come anche Martin Schulz, nostro capogruppo a Strasburgo, ha affermato.
Il Parlamento ha dimostrato di avere il coraggio di esercitare un decisivo ruolo politico, ha dato prova di saper comprendere il proprio "valore costituente", come Michel Rocard, in una suggestione lanciata con grande acume politico, ha osservato. Quest'ultimo aspetto mi pare essere di importanza fondamentale nell'interpretare il risultato politico della giornata di ieri. Alla vigilia della firma del nuovo Trattato costituzionale, gli eventi di questi giorni a Strasburgo offrono pertanto un'occasione importante al nostro continente sul cammino del rafforzamento dell'Europa della democrazia e dei diritti.
(*Pasqualina Napoletano, deputato europeo dei Ds)
[Pasqualina Napoletano*]
www.aprileonline.info/
L’ultimatum di Fini (si fa per dire)
di FRANCESCO GUI
Avete letto l’intervista di Fini? chiedeva un parlamentare dell’opposizione alla camera. E adesso cosa accadrà? Un vicepresidente del consiglio che dice senza mezzi termini che il governo è al capolinea, che serve un nuovo patto e una nuova squadra, altrimenti lui se ne torna al partito. Che chi immagina di tagliare le tasse (Berlusconi) sogna ad occhi aperti... in un paese normale il presidente del consiglio sarebbe già salito al Colle a rassegnare le dimissioni.
E invece non accade nulla. Molto probabilmente non accadrà nulla. Perché questo non è un paese normale. Siamo solo alle repliche. Quante ne abbiamo viste di sceneggiate simili? Quante volte Gianfranco Fini ha alzato la voce, ha minacciato, ha posto ultimatum? Dalla cabina di regia in poi. Una volta, sì, ha avuto una piccola soddisfazione: quando gli concessero la testa di Tremonti.
Poi gli dissero: e adesso, se sei capace, fallo tu il ministro dell’economia.
Fini non era capace, e al ministero è finito il braccio destro di Tremonti.
Per un tratto di strada è andato a braccetto con Follini, l’altro ribelle della Cdl. Anche lui si è sbracciato, cercando di farsi rispettare. Fino ad ipotizzare l’appoggio esterno. Per qualche giorno catturò l’attenzione dei media, curiosi di sapere come sarebbe finita la sfida dei c’entristi: Baccini o Lombardo? Nessuno dei due. Alla fine ha vinto il generale agosto. E al ritorno delle vacanze nessuno pensava più a Follini e alle sue bizze.
Solo Fini, ad un certo punto, si mostrò preoccupato che Berlusconi, in un impeto di generosità, volesse offrire ad Harry Potter una poltroncina da vicepremier.
E, ingelosito, disse: un vicepremier c’è già. Basta e avanza. Fu in quel momento che tra An e Udc calò il gelo. Ora Bibì e Bibò faranno pace? Intanto è arrivata la Finanziaria. E in tempi di vacche magre l’assalto alla diligenza è sempre cruento. Il vicepremier deve farsi rispettare. E quale modo migliore di un’intervista? Per di più piazzata alle spalle di un premier azzoppato dalla vicenda europea e dalla batosta alle suppletive. Ed ecco un bel calcio dell’asino: un nuovo governo e un nuovo patto. Ma non succederà niente. Al massimo un rimpastino.
Quell’intervista servirà solo a noi. Materiale d’archivio per la campagna elettorale. A futura memoria.
www.europaquotidiano.it
Centomila iracheni morti in guerra: «The Lancet» denuncia la strage
di Marina Mastroluca
Numeri esatti non ne ha mai fatti nessuno. Si conosce l’elenco delle vittime americane, 848 morti in azione e 258 in incidenti non legati ad operazioni militari. Ma su quante siano state le vittime irachene della guerra si è andati a spanne, il Pentagono sempre pronto a ricordare che sono state il minor numero possibile, lo stretto indispensabile. Si diceva 16.000 civili, poco più di 6000 i militari. Qualche organizzazione non governativa aveva azzardato una cifra oscillante tra i 10 e i 30.000 morti. Stime comunque lontane dai 100.000 indicati in un rapporto pubblicato su The Lancet e basato su uno studio condotto dai ricercatori della Johns Hopkins University, della Columbia University e della Al Mustansiriya University di Baghdad.
Vittime delle bombe e della violenza seguita all’invasione dell’Iraq, raramente in divisa, più spesso donne e bambini. E centomila è una stima al ribasso. The Lancet premette che il calcolo può avere una «precisione limitata», non è un censimento, ma uno studio condotto confrontando il tasso di mortalità in quasi 15 mesi precedenti l’inizio della guerra e nei 18 mesi successivi, passando in rassegna 988 famiglie in 33 zone campione. Il rischio di morire di morte violenta in Iraq è risultato 58 volte più alto di quanto non fosse prima della guerra, mentre il 95% dei decessi dovuti a violenza è attribuibile a bombardamenti e fuoco da elicottero: la maggior parte delle vittime irachene muoiono per mano delle forze della coalizione. Molto alto il numero dei morti tra donne e bambini, tanto che il tasso di mortalità infantile è balzato dal 29 per mille al 57, dopo l’inizio della guerra.
Il dato che balza agli occhi è che un terzo delle vittime sono concentrate nell’area di Falluja, ormai da mesi esposta a pesanti e pressoché quotidiani bombardamenti. Ma anche isolando il caso estremo della città dove i comandi militari Usa ritengono possa nascondersi il terrorista Al Zarqawi, per non falsare il dato generale, «il numero delle vittime provocate dall’invasione dall’occupazione dell’Iraq è più vicino alle 100.000 persone che non il contrario, e potrebbe essere molto più alto», come si legge nel rapporto anticipato on line.
A Falluja anche ieri almeno tre persone sono morte durante un bombardamento. Il premier ad interim Allawi ha chiamato i notabili della città ribelle a cogliere l’ultima chance di un accordo pacifico prima dell’attacco finale, annunciato a più riprese da settimane. Dalla città è partita invece una lettera aperta al segretario generale delle Nazioni Unite, Kofi Annan, pubblicata sul sito repporterassociati.com, in cui si denuncia il «genocidio» perpetrato dalle forze americane. Nel documento si ricordano i raid aerei, i negoziati interrotti dalle bombe, le case dei civili rase al suolo. «È evidente che gli americani stanno commettendo atti di terrore contro la gente di Falluja per un solo motivo: il loro rifiuto di accettare l’occupazione». Altre vittime si contano a Ramadi, dove sono divampati scontri durati diverse ore. Che in Iraq si muoia ogni giorno non è più una notizia, diverso è capire a che punto sia arrivato il bilancio di questo quotidiano stillicidio, più silenzioso di quanto non siano i rapimenti e l’orrore ormai familiare delle decapitazioni. Ieri un’altra donna, una polacca sposata con un iracheno, da una trentina d’anni residente in Iraq, è stata rapita a Baghdad da un gruppo finora sconosciuto, Abu Baqr Al Siddiq al Salafyia, che, con un video di rivendicazione, ha chiesto il ritiro delle truppe di Varsavia, accusando la donna di essere al servizio degli occupanti. Il ministero della Difesa polacco ha però smentito che l’ostaggio faccia parte del proprio contingente ed ha comunque respinto le richieste dei rapitori.
Nei giorni scorsi un’altra donna, Margaret Hassan, con nazionalità britannico-irachena, era stata sequestrata a Baghdad. Di lei, volontaria dell’ong Care, non si hanno notizie e l’organizzazione ha deciso di interromepre tutte le attività. Nessuna notizia neanche di un ostaggio giapponese, minacciato di decapitazione dal gruppo di Al Zarqawi, che chiede il ritiro delle truppe di Tokyo. Sarebbero invece stati uccisi gli 11 ostaggi iracheni, membri della Guardia nazionale sequestrati dall’Esercito d’Ansar Al Sunna: le immagini diffuse su un sito web mostrano un uomo decapitato e altri cadaveri stesi a terra, con segni di colpi alla testa. Non ci sono però conferme, Baghdad nega anche che risultino persone rapite tra gli effettivi della Guardia nazionale.
Due militari americani sono morti in attacchi distinti a Baghdad e nelle vicinanze. Nella capitale è stata anche uccisa una nota giornalista irachena.
Tre funzionari Onu sono stati sequestrati anche in Afghanistan: una britannico-irlandese, una kosovara e un filippino, che avevano monitorato le elezioni del 9 ottobre scorso sono ora nelle mani dell’Esercito dei musulmani, che ha rivendicato l’operazione.
unita.it
Gianni Vuoso: Grazie anche alla campagna astensionista del PMLI ad Ischia vota solo il 27,64%!
Non serve proclamarsi “partito della fiducia” all’interno di istituzioni obsolete che vanno solo abbattute- Erano sbarcati tutti ad Ischia, il neoduce Berlusconi e tutti gli altri inquilini della Casa del Fascio- Creare Assemblee popolari e Comitati popolari- Con l’autunno abbiamo il dovere di fare fuoco e fiamme per cambiare
Gianni Vuoso- Ischia
Il vero vincitore delle elezioni suppletive, non solo in Campania, ma in tutti i collegi d’Italia, è l’astensionismo. Correttezza vorrebbe che si riconoscesse proprio al Partito Marxista Leninista Italiano il merito di essere stata l’unica forza politica antagonista, che abbia invitato il cittadino a votare bianco, annullare la scheda o non andare a votare! Il PMLI ha partecipato alle elezioni come altri partiti, con la differenza che non ha affisso alcun faccione sui cartelloni elettorali, non ha sbandierato cellulari di candidati che ora spariranno dalla circolazione; ha affisso invece, manifesti contrassegnati da una grande falce e martello che sgretola il Parlamento sulla scritta “astieniti” con l’indirizzo del PMLI e del “bolscevico”. Una scritta che è stata condivisa dalla maggior parte degli elettori tanto che ad Ischia la percentuale dei votanti ha toccato il fondo dei minimi storici, il 27.64%! Tale è infatti il risultato vero che dovrebbe essere comunicato: perché contribuiscono a rafforzare l’astensionismo anche le schede nulle e bianche che assommano all’1,35% e fanno quindi scendere la percentuale dei votanti dal 28,9 al 27,64%!. Altro che d’Antoni vincitore! E dire che erano sbarcati ad Ischia tutti gli inquilini della Casa del Fascio, col neoduce Berlusconi in prima linea!. Dalle dichiarazioni dei candidati, nessuno ha perso, un po’ come avveniva quando da ragazzi si giocava a pallone. Quando si perdeva si diceva che avevamo deciso noi di far vincere l’avversario…Non si vuole ammettere che la gente non ne vuole più sapere di elezioni, candidati e papocchi che non fanno gli interessi di chi lavora. Da qui, la risposta più semplice e immediata è appunto il rifiuto del voto, nella speranza che chi deve capire capisca.
Possiamo essere più che soddisfatti di questa risposta astensionista. Tra l’altro, proprio ad Ischia, in Piazzetta San Girolamo, il gruppo dei simpatizzanti del PMLI, in collaborazione con compagni di Melito, di Vesuvio Rosso e del Partito di Napoli, ha tenuto una manifestazione astensionista con un banchino di propaganda e la diffusione di volantini e del giornale “il bolscevico”, apprezzata e sostenuta da numerosi ischitani e turisti. In quell’occasione abbiamo spiegato che ormai non serve più votare: perché il candidato chiede voti per sé e per le botteghe che rappresenta; il cittadino vota nella speranza di avere poi un piacere. E’ così che il cittadino è stato spinto a disinteressarsi della vita sociale, della politica. Il Parlamento, i Comuni, le Province, le Regioni sono rappresentati da persone che hanno ricevuto dai cittadini, la delega a fare tutto al posto dei cittadini stessi. E ovviamente, a fare tutto anche alle spalle e ai danni del cittadino. Ecco perché occorre abbattere questo sistema e dare al popolo il potere: di scegliere, decidere, operare. Il PMLI suggerisce le Assemblee popolari e i Comitati popolari. Sono strumenti di partecipazione diretta e democratica.
Certo, bisogna anche dirlo, se molti sono stati gli astensionisti che hanno accettato il nostro invito, molti non hanno nel contempo condiviso le finalità e gli obiettivi del nostro astensionismo. Quelli che si sono astenuti non desiderano, come noi, una società comunisti, forse non hanno neppure voglia di impegnarsi nella società e sono astensionisti per stanchezza, indifferenza, disinteresse. Ma fra tanti, ci sono anche quelli che hanno manifestato disponibilità a discutere con noi, interesse a capire le motivazioni del PMLI ed a condividere soprattutto, la nostra ferma condanna dell’incoerenza di chi, pur avendo professato l’astensionismo in altri tempi, ha scelto poi oggi, di candidarsi. Non è infatti accettabile che ci si illuda di rappresentare, all’interno di queste istituzioni ormai asfittiche e obsolete, il partito della speranza, della fiducia. Chi ritiene che l’astensionismo sia un errore, preferisce certamente crogiolarsi al tavolo istituzionale di chi sceglie, sguazza e decide alle spalle e sulla testa del popolo. Il PMLI ha invece scelto l’astensionismo dal voto ma non dalla lotta, dalla partecipazione che è ben altra cosa che accettare le regole borghesi delle spartizioni e dei compromessi. E’ in piazza, nei posti di lavoro, nelle scuole, fra i lavoratori, i pensionati, le donne, i giovani, i disoccupati, i diseredati, che bisogna “fare fuoco e fiamme” come indica il segretario generale del PMLI Giovanni Scuderi; è nei luoghi di lavoro e ovunque che va portata la lotta e da qui deve nascere la protesta, forte, incisiva, per una nuova società, più umana, più giusta, comunista. Con questi obiettivi il gruppo del PMLI di Ischia sarà presente sulla scena politica perché sia diffuso con onestà, coerenza e chiarezza, il messaggio marxista-leninista, affinché si radichi sull’isola d’Ischia il PMLI, fra i giovani in particolare.
Secca sconfitta della Casa del fascio e del governo alle suppletive
LA DISERZIONE DEL 60% DELL'ELETTORATO COLPISCE DURAMENTE L'ELETTORALISMO E IL PARLAMENTARISMO BORGHESI
I 7 candidati della Gad eletti con una esigua minoranza di voti. A Napoli-Ischia migliaia di elettori votano il sedicente PCIML scambiandolo col PMLI
L'ASTENSIONISMO PENALIZZA SIA LA DESTRA CHE LA "SINISTRA" DEL REGIME NEOFASCISTA
Le elezioni suppletive per la camera dei deputati del 24 e 25 ottobre si sono risolte in un durissimo colpo all'elettoralismo e al parlamentarismo borghesi inflitto da quel 61% di elettori che hanno disertato le urne, hanno votato nullo o lasciato in bianco la scheda.
Alle urne erano chiamati complessivamente 739.809 elettori per eleggere i deputati di 7 collegi uninominali i cui seggi erano rimasti vuoti perché 6 deputati hanno optato per il seggio al parlamento europeo e uno è deceduto.
Di questi ben 451.117, pari al 61%, si è astenuto. Addirittura il 59,8% ha completamente disertato le urne con un incremento, rispetto alle politiche 2001, del 41,5%. Nelle precedenti elezioni del 2001, fra l'altro, le votazioni erano concentrate in una sola giornata, mentre le suppletive erano "spalmate" su due giorni.
Mai nella storia elettorale italiana l'astensionismo aveva raggiunto simili vette. Il record assoluto spetta al collegio 1 della Campania (Napoli-Ischia) dove addirittura il 71% degli elettori ha disertato le urne. Ma significativi sono anche i dati del collegio 4 della Toscana (Scandicci e altri comuni limitrofi) dove il dato della diserzione si è attestato al 65,5% e quello del collegio 6 della Toscana (Mugello-Firenze) dove il dato è del 63,5%. E poi, vi è il collegio 10 della Liguria (Genova-Nervi) col 61%, il collegio 1 Lombardia (Milano 3) col 60,1%, il collegio 11 della Puglia (Gallipoli) col 49,4%. In coda, con un ottimo risultato, l'Emilia-Romagna col 48%. Vi è da tenere presente che nei collegi interessati della Toscana e dell'Emilia-Romagna anche recentemente l'affluenza alle urne aveva sfiorato il 90%.
Per esempio, nel collegio del Mugello, dove nel comune di Fiesole si è pasasti dall'89,1% di affluenza alle urne nelle passate elezioni politiche 2001 al 36,3% delle suppletive; a Borgo San Lorenzo dall'89,9% al 36,4%, a Pontassieve dal 90,9% al 47,5%, nel comune di Firenze (ex quartiere 14) dall'87,7% al 33,1%. .
La Campania, merita una nota particolare. Qui erano chiamati alle urne 117.328 elettori di cui 84.894 si è astenuto, pari al 72,4%. Tale risultato è soprattutto frutto dell'alto astensionismo registrato nei seggi di Napoli città interessati alla consultazione. Qui infatti erano coinvolti oltre la metà dell'intero elettorato campano, ossia 67.466 elettori e l'astensionismo totale ha raggiunto la punta dell' 81,3%. Gli altri due comuni più significativi, quello di Forio d'Ischia (12.243 elettori) e Ischia (16.321 elettori, hanno fatto registrare rispettivamente un astensionismo del 64,7% e del 55,9%.
Qualche commentatore ha attribuito il risultato dell'astensionismo al carattere particolare delle elezioni suppletive. Ma pur tenendo presente tale specificità, ciò non basta a giustificare un suo così forte incremento. Basti pensare che nelle elezioni suppletive del novembre 1997, le prime in Italia, tenutesi nel collegio senatoriale del Mugello i votanti furono comunque il 73,1%.
Queste elezioni, per di più, non erano affatto di ordinaria amministrazione poiché erano le prime che si tenevano dopo le elezioni europee e amministrative parziali di giugno ed entrambi i poli avevano bisogno di una conferma o di una smentita delle tendenze emerse in tali consultazioni. La Casa del fascio sperava in un'inversione di tendenza rispetto alla sconfitta patita a giugno; la "sinistra" borghese doveva verificare se la Grande alleanza democratica (Gad) avrebbe avuto miglior fortuna del deludente Triciclo. Ecco perché nei collegi interessati dalla consultazione vi è stata una vera e propria passerella di tutti i maggiori boss dei due schieramenti a cominciare dal neoduce Berlusconi che personalmente è andato a Milano, Napoli e Ischia.
VOTI REALI E VOTI PRESUNTI
E' alla luce dello strepitoso risultato dell'astensionismo che occorre leggere anche i risultati dei vari candidati in lizza. Esso ha penalizzato sia la destra che la "sinistra" del regime neofascista. Se infatti poteva essere scontato un astensionismo di elettori di destra in quei collegi cosiddetti "blindati" dalla "sinistra" borghese, come quelli toscani e emiliano, il risultato ottenuto dimostra che vi è stata, proprio in quei collegi, anche un altissima percentuale di astenuti fra gli elettori di sinistra.
Per la Casa del fascio e il governo del neoduce Berlusconi si è trattato di una secca sconfitta che non ammette alcuna giustificazione. Non ha conquistato neanche un seggio, perdendo anche i 3 che aveva in precedenza (Milano3, Genova-Nervi e Napoli-Ischia), e complessivamente, rispetto alle elezioni del 2001 perde 146.297 voti.
La Gad (comprendente l'Ulivo, Rifondazione e Di Pietro) si aggiudica tutti i 7 seggi ma lascia per strada decine di migliaia di elettori. La Gad passa infatti da 312.420, ottenuti nelle passate elezioni politiche, a 177.176 voti, perdendo complessivamente 135.244 voti.
In sostanza, ha quasi dimezzato i propri consensi e proprio nelle sue roccaforti. A Fidenza-Parma passa da 51.174 voti a 36.451 voti (-14.723); a Scandicci da 54.170 a 27.066 voti (-27.104); nel Mugello da 58.968 voti a 29.654 voti (-29.314).
Risulta così che i 7 candidati della Gad sono stati eletti non con "percentuali bulgare", come qualcuno ha scritto, ma da una esigua minoranza di elettori.
Alcuni esempi. Nel collegio 4 della Toscana (Scandicci) il candidato della Gad Antonello Giacomelli ha ottenuto l'83,2% dei voti validi. Rapportata all'intero corpo elettorale la percentuale precipita al 28%. Nel collegio 6 della Toscana (Mugello-Firenze), il candidato della Gad Severino Galante ha ottenuto l'81,5% dei voti validi, ma solo il 28,6% dell'intero corpo elettorale. A Milano 3 Luciano Bresciani ha prevalso col 43,5% dei voti validi, ma il 17,0% degli elettori. A Napoli-Ischia Antonio D'Antoni ha ottenuto il 41,3% dei voti validi, ma appena l'11,4% degli elettori.
E chissà quanti elettori che hanno votato per la Gad, in realtà non hanno espresso un sostegno pieno a quei candidati, ma piuttosto hanno pensato così di esprimere un voto contro il governo Berlusconi.
LA PROVOCAZIONE DI ISCHIA
Occorre denunciare i voti presi in maniera truffaldina dal sedicente e fantomatico "PCIM-L" nel collegio Napoli-Ischia. Molti di quei 2.244 elettori che hanno votato il candidato di detto "partito", Domenico Savio, hanno infatti pensato di esprimere un voto per il PMLI. Grazie a un'operazione provocatoria imbastita dalla destra del regime neofascista, ma avallata, in funzione antimarxista-leninista e antiPMLI, dalla stessa "sinistra" del regime, per confondere le idee all'elettorato. Basti pensare la pubblicità che giornali come "La Repubblica" e il "Corriere della sera" hanno fatto a tale personaggio, ignorando completamente che in quello stesso collegio gli autentici marxisti-leninisti svolgevano una intensa propaganda a favore dell'astensionismo. Il "Corriere del Mezzogiorno", allegato a Napoli al "Corriere della Sera", ha pubblicato una scheda su Savio, qualificandolo come marxista-leninista, corredandola addirittura con il simbolo del PMLI. Su "Indymedia" è apparso un velenoso falso elettorale e politico in cui si sostiene che il Responsabile del PMLI per la Campania, il compagno Franco Di Matteo, avrebbe sostenuto la candidatura del Savio.
Resta comunque il fatto che quei voti, che rappresentano l'1,9% dell'elettorato del collegio, sono voti che quegli elettori hanno voluto esprimere al PMLI, come qualcuno ci ha anche direttamente confermato, o comunque al marxismo-leninismo e di questo non possiamo che essere contenti e continuare a lavorare affinché in futuro non cadano in queste infami trappole.
(Articolo de "Il Bolscevico", organo del PMLI n. 39/2004)
ottobre 28 2004
Barroso si piega al gioco democratico
Il rinvio del voto di fiducia all’Europarlamento fa riflettere: crisi istituzionale o normalità democratica?
Il braccio di ferro è finito. Nella mattinata del 27 ottobre, il Presidente designato della Commissione Europea, José Durao Barroso, ha chiesto all’Europarlamento di rinviare il voto di fiducia alla sua squadra di commissari previsto inizialmente per oggi. Il Parlamento l’ha quindi spuntata, costringendo Barroso a rivedere la composizione del suo controverso collegio: la fatwa contro i gay dell’italiano Buttiglione (designato alla Giustizia), i conflitti d’interesse dell’olandese Neelie Kroes (designata alla Concorrenza) e della danese Mariann Fischer Boel (Agricoltura), l’incompetenza dell’ungherese László Kovács (Energia) sono stati davvero troppo. E il Parlamento ha reagito. Aprendo una crisi istituzionale senza precedenti per l’Unione Europea, giacché la Commissione Prodi è sì pronta a restare in funzione oltre la scadenza prevista del 1° novembre, ma lo farà sulla base di nessuna disposizione esplicita dei Trattati.
Barroso? Non aveva i numeri
L’instabilità nella quale è gettata l’Europa è corroborata dai numeri dell’Assemblea di Strasburgo: secondo il Guardian, infatti, i “no” a Barroso sarebbero stati 362 e i “sì” 345. Il rinvio del voto deve quindi essere letto come un’affermazione dell’unico organo democraticamente eletto dell’Unione. Che ha, in più, rispecchiato una divisione di natura chiaramente politica e quindi decisamente salutare. A favore del conservatore Barroso c’era infatti, compatto, il Partito dei Popolari Europei più il gruppo dei nazionalisti; contro, socialisti e due terzi dei liberaldemocratici.
Ma la sorpresa non viene da questi ultimi che, dopotutto, non potevano non reagire alle molto poco “liberali” dichiarazioni di Buttiglione su omosessuali e matrimonio. Il vero ago della bilancia sono stati i socialisti spagnoli, britannici e tedeschi, sottoposti, nei giorni scorsi, a una drammatica pressione da parte dei loro governi nazionali per approvare la squadra Barroso. Sono loro, gli eroi della giornata: resistere al richiamo della foresta nazionale scegliendo di scommettere su un voto “politico” non era facile.
E’ per questo che il vero braccio di ferro non era tanto tra Commissione e Parlamento, quanto tra logica intergovernativa e “spirito” democratico: tra delle capitali ansiose di imporre un candidato “di compromesso” tanto faticosamente scelto e che prometteva di limitarsi al ruolo di “honest broker”, e un Parlamento desideroso di far sentire la sua voce. Oggi, l’Unione Europea entra pienamente in una fase di maturità: non più club di Stati, ma vera e propria arena politica. E’ per questo che oggi a Strasburgo non ha vinto “l’instabilità” come temeva Barroso, ma una normalità democratica alla quale tutti dovranno piegarsi. Appuntamento al 17 novembre per un nuovo voto. Su una nuova Commissione www.cafebabel.com/it
Il mago Romano e il "fattore C"
EDMONDO BERSELLI
da Repubblica - 28 ottobre 2004
L´incredibile è accaduto, e quindi l´incredibile è vero. Non occorre essere hegeliani per dire che ciò che è reale e razionale, e quindi c´è una ragione politica nel collasso della commissione Barroso, nel rinvio del voto del Parlamento europeo, nel rimpasto obbligatorio, nel tracollo di Rocco Buttiglione, nella spaventosa figura compiuta dal governo italiano.
L´ironia della cronaca diventa ironia della storia, un´astuzia della ragione che trasforma l´addio di Romano Prodi in un interim: quasi che un potere misterioso si prenda una sua rivincita clamorosa e ineffabile. Un potere enigmatico che sommuove le architetture europee e mondiali, un dono insondabile che è somma di Virtù e Sorte, e che si manifesta agli umani come la bellezza aliena dei capolavori involontari, ma attesi e pregustati con piacere squisito.
SEGUE A PAGINA 7
--------------------------------------------------------------------------------
Dai tempi del liceo all´Iri all´Euro, la fortuna del Professore ne ha costantemente accompagnato la crescita
L´apoteosi di Romano è tornato il fattore C...
il dono Il possessore del Dono si convince che qualcosa esiste, ed è così che si formano le personalità
gli amici Al collegio dell´Università cattolica Treu e Flick gli sfregavano la nuca prima degli esami
le occasioni Ministro a 39 anni, poi presidente dell´Iri, ma anche la virtù di saper aspettare
un potere misterioso Questa forza misteriosa si prende la sua rivincita clamorosa e ineffabile, e l´addio di Prodi alla Ue si trasforma in un interim
(SEGUE DALLA PRIMA PAGINA)
EDMONDO BERSELLI
--------------------------------------------------------------------------------
Un potere che è impossibile descrivere se non ricorrendo a ircocervi lessicali, il più eufemistico dei quali può essere accennato parlando di Fortuna, grande dea bendata, un dono che a dispetto dell´alfabeto ha per iniziale la lettera "C".
È il Culo di Prodi: categoria mitologica che verrà usata per esteso questa sola volta, per rispetto ai lettori e per non sfidare sorti e superstizioni. Come tutti i fenomeni meravigliosi, come un monstrum smisurato e stupefacente, come un prodigio preternaturale, una chimera, una fenice, una cometa, il C. di Prodi è un Ente largamente imprevedibile: tanto più che in questa situazione bizzarra non reca grandi vantaggi al suo detentore, se non di immagine. Certo, gli evita il disturbo di dover scendere in piazza il 6 novembre contro una Finanziaria inesistente; ma soprattutto lascia nelle grigie stanze brussellesi esecrate dai Galli della Loggia, nelle algide sfere tecnocratiche a cui si oppose Tremonti, nella Forcolandia ipergiuridica maledetta da Bossi, la traccia di un dono magico e imprendibile. Un segno dei tempi. Un presagio. Una giocata di classe indicibile, come una "rabona" di Maradona, una "ruleta" di Zidane, un missile di Adriano, in cui il talento è un semplice accessorio dell´idea istintiva nata nel profondo della psiche del campione.
Il dono del mago Romano esiste da tempi immemorabili, eppure ricordati religiosamente dai fedeli: i compagni del liceo gli sfregavano la nuca prima delle interrogazioni, convinti che il contatto con gli spigoli vivi della blindatura cranica di Prodi fossero una garanzia di fronte a qualsiasi insegnante. Si sa che all´Augustinianum, il collegio dell´Università cattolica dove il futuro leader del centrosinistra era arrivato per concorso, i suoi compagni di corso Tiziano Treu e Giovanni Maria Flick ripetevano lo stesso gesto fiduciosi che la sfregatina avrebbe favorito il superamento di qualsiasi esame.
In verità, il comandamento della Fortuna avrebbe preteso una palpatina al gluteo: ma i giovani cattolici non avevano bisogno degli insegnamenti di Buttiglione per evitare il contatto sacrilego. Oltretutto, alla Sorte si unisce il Fiuto: mentre tutti in Italia studiano l´ultima variazione della teoria del valore di Sraffa, lui si mette a studiare l´industria delle piastrelle a Sassuolo, e diventa per tutti, politici e industriali, l´economista che parla di cose che si capiscono.
Poi si sa come va: il possessore del Dono via via si convince che qualcosa esiste, non è vero ma ci credo, ed è così che si formano le personalità. Comincia ad accettare con tranquillità incarichi complessi. Accoglie come una chiamata celeste, a 39 anni, la nomina a ministro dell´Industria nel governo Andreotti del 1978. Diventa presidente dell´Iri con la serena tranquillità dei predestinati, e usa il suo Potere per resistere alle raccomandazioni di Giulio Andreotti. Nell´Iran sciita scambia baci appassionati con gli ayatollah per incassare una fornitura, nell´Italia cerca di evitare i baci traditori di Giuda grandi e piccoli: «Ho fatto 33 privatizzazioni; quando ho fatto la trentaquattresima hanno privatizzato me e mi hanno mandato a casa».
Tanto la storia suona sempre due volte. È già quasi un uomo politico fatto e finito quando Oscar Luigi Scalfaro gli offre Palazzo Chigi, ma la Fortuna lo ammonisce che non è ancora venuto il tempo, e gli offre il rifiuto di Mariotto Segni a fargli da vice. Verrà, verrà l´occasione. Occorre rispettare la sorte, consolidare la virtù, saper aspettare. «Eh sì», dicono i suoi amici, «Romano ha temprato il C. standosene nel suo ufficio di Nomisma. Riceveva i frati francescani e gli spiegava l´economia, incontrava i russi e gli raccontava il mercato». E quando è stato il momento, l´azione è diventata chirurgica.
Il 2 febbraio 1995, caduto Berlusconi, si affaccia nell´atrio di Nomisma e annuncia che si candida alla guida del Paese. «Le botte di C. aiutano gli audaci», commentano i suoi fedeli, intendendo che Prodi possiede la dote divina della Fortuna degli innovatori: «La Fortuna di Prodi vola alta». Il che significa assumersi ogni volta rischi impensabili: creare l´Ulivo mettendo insieme cattolici e postcomunisti, battere il mago Berlusconi dopo essere riuscito a stare a bagnomaria per un anno senza ammollarsi. E vincere le elezioni con la suprema eleganza chiappesca di prendere meno voti del Polo, al proporzionale, perché evidentemente, e lo potrebbe confermare anche il professor Giovanni Sartori, il C. ha una tendenza maggioritaria.
Rischi, scommesse. Puntare sull´euro quando la lira era considerata come «la pizza de fango der Camerun». Scommessa vinta. Risanamento dei conti pubblici: idem, grazie alla sorte di avere un ministro del Tesoro come Carlo Azeglio Ciampi. Scommessa delle 35 ore, portata a casa anche quella. E qui il cielo si oscura, il velo del tempio si squarcia, perché di lì a poco, nell´ottobre nero del 1998, può anche capitare di ritrovarsi con il C. per terra. Per un punto Prodin perse la cappa, era l´iscrizione sulla carta maledetta uscita dal mazzo nella partita taroccata con D´Alema, Cossiga, Bertinotti e Scalfaro: 313 a 312.
Roba da farsi benedire. Oppure pensare che la Fortuna ha voluto metterti alla prova, per suggerirti sfide più alte. Presidente della Commissione europea nel 1999, con un sorriso largo così quando Tony Blair definisce la sua "mission" come "the most difficult job in the world". Quando uno ha fronteggiato il cupio dissolvi del centrosinistra, ci vuole niente per puntare tutta la credibilità su un progetto micidiale. L´allargamento. Perché uno non fa il superburocrate, il tecnico dell´europeismo di maniera: si gioca tutto su una presidenza volutamente politica. Se gli va male, prenderà le pernacchie del continente. Se gli va bene, l´impronta del C. finirà stampata nei libri di storia.
Finisce, come si sa, con gli applausi corali del Parlamento, compreso il temibile ipercritico Poettering, e i terribili giornalisti anche spagnoli e inglesi che gli tributano "orejas, ovaciones y música". Finisce, oltretutto, fra gli squilli del 7 a zero della Gad contro la destra. Finisce, ricomincia, e genera auspici, con la dimostrazione straniante di involontaria potenza, come se le trombe di Gerico, o di Reggio, facessero cadere le mura degli usurpatori. Perché il mago Berluscone e l´apprendista Buttiglione tutto potevano prevedere, ma non la tremenda forza esorcistica del magnetismo di Prodi, l´inspiegabile ma in fondo spiegabilissimo potere del Fattore C.
--------------------------------------------------------------------------------
Ds Milano - Rassegna stampa
IL DESTINO DI UN POPOLO
ROMANO PRODI
da Repubblica - 28 ottobre 2004
L´idea della Costituzione europea è indissolubilmente legata nella mia memoria al ricordo della notte di Nizza. O dovrei meglio dire della mattina, perché ormai albeggiava quando finalmente, il 10 dicembre del 2000, dopo 48 ore di negoziati interminabili e insoddisfacenti, i capi di governo si misero d´accordo sul testo del Trattato che dal vertice di Nizza ha preso il nome.
Così è nata la nuova Costituzione dell´Unione
Dopo anni di lavoro domani la firma a Roma, poi le ratifiche
ROMANO PRODI
Nessuno era soddisfatto. E a ragione. Si poteva capire fin da allora che il macchinoso compromesso faticosamente raggiunto non sarebbe bastato per garantire il funzionamento dell´Europa allargata che per me, come presidente della Commissione, era l´obiettivo primario.
Fu allora, in un clima di stanchezza e di nervosismo generale, che proposi di convocare una Convenzione per la revisione dei Trattati: una sorta di assemblea costituente aperta alla partecipazione del Parlamento europeo e dei parlamenti nazionali. Un organo democratico che ponesse fine agli estenuanti e inconcludenti minuetti diplomatici delle conferenze intergovernative che avevano preceduto i trattati di Amsterdam e di Nizza.
All´inizio, come spesso è successo in questi cinque anni, la mia proposta fu accolta con freddezza se non con aperto scetticismo. Ma poi, a poco a poco, l´idea si fece strada e si impose contro la logica burocratica delle diplomazie. E un anno dopo, al vertice di Laeken, si arrivò al varo della Convenzione presieduta da Giscard d´Estaing, da Giuliano Amato e da Jean-Luc Dehaene che è all´origine del Trattato costituzionale di Roma.
Va detto subito che la nuova Costituzione rappresenta un passo avanti importante per l´Europa, anche se non così importante come io avrei sperato e come avevo prefigurato con «Penelope», la bozza di proposte presentata dalla Commissione che è servita come base e come stimolo per il lavoro della Convenzione. Sono almeno cinque i punti salienti che rappresentano un grosso fattore di novità.
1) Il fatto che l´Unione Europea sarà dotata finalmente di una personalità giuridica internazionale, pari a quella degli stati nazionali. Potrà cioè firmare trattati e convenzioni ed essere rappresentata negli organismi internazionali.
2) L´integrazione nel testo del Trattato costituzionale della Carta dei diritti, i cui principi avranno dunque un valore vincolante superiore a quella della legislazione dei singoli stati membri.
3) La creazione di un ministro degli esteri, che darà finalmente una voce all´Europa sulla scena diplomatica mondiale. E la fine della rotazione semestrale delle presidenze con la nomina di un presidente del Consiglio europeo che resterà in carica per due anni e mezzo.
4) L´estensione delle materie su cui si potrà decidere con un voto a maggioranza, e su cui il Parlamento europeo avrà un potere di codecisione. In questo campo, purtroppo, i progressi non sono stati sufficienti, specialmente per quanto riguarda i settori della politica estera e del coordinamento delle politiche economiche. Ma si è ottenuto il massimo che si poteva. E un passo avanti, sia pure modesto, è comunque benvenuto. Una maggiore integrazione sarà possibile tra coloro che lo vorranno con il meccanismo delle cooperazioni rafforzate.
5) La semplificazione e la riunificazione dei testi giuridici in un testo unico ce renderà i Trattati finalmente comprensibili anche ai normali cittadini.
Se tutto questo basta e avanza per considerare la Costituzione come un fatto di grande importanza per il futuro dell´Europa, tengo a sottolineare almeno due punti, oltre all´insufficiente estensione del voto a maggioranza, che io consideravo essenziali e che purtroppo non sono sopravvissuti al tiro incrociato dei governi nazionali, in particolare di quello britannico.
Il primo riguarda lo scorporo dal testo del trattato di tutta la parte di regolamento, che avremmo così in futuro potuto modificare con procedura normale, senza dover ricorrere ogni volta all´iter complesso e difficile di una revisione costituzionale.
Il secondo punto debole del nuovo Trattato costituzionale, e che rischia ora di diventare motivo di crisi politica, è la possibilità di modificarlo solo all´unanimità. Qualsiasi costituzione democratica si può modificare con una maggioranza predefinita. Nel progetto «Penelope» noi suggerivamo una maggioranza superqualificata di quattro quinti degli Stati membri. Questo Trattato, invece, deve essere approvato e può essere modificato solo all´unanimità. Il che dà a qualsiasi stato membro un diritto di veto sul futuro degli altri.
Il problema, come ha sottolineato anche recentemente Mario Monti, rischia purtroppo di porsi già nei prossimi mesi: basta infatti che uno dei Ventinque membri dell´Unione non ratifichi il Trattato, e la nuova Costituzione non potrà entrare in vigore.
E´ una situazione che io considero inaccettabile. La Costituzione che firmeremo dopodomani a Roma è il frutto di un lavoro di anni che ha coinvolto governi nazionali, Parlamento europeo, parlamenti nazionali, Commissione e che sarà ora sottoposto al voto di decine di milioni di cittadini. Su scala europea, questo voto sarà indubbiamente favorevole. Se il qualche Paese, come è possibile, dovesse prevalere un giudizio negativo, questo non può e non deve distruggere il diritto degli altri ad andare avanti lungo la strada comunemente accettata.
E´ assolutamente necessario, e in questo concordo pienamente con la proposta di Monti, che chi sceglierà di dire no alla Costituzione ne tragga le conseguenze e accetti di farsi da parte per consentire agli altri di andare avanti. L´Unione non è un impero e non è una prigione, ma il risultato della libera scelta di un futuro comune. Se qualcuno non vuol condividere questo futuro, deve poterlo fare. Ma deve anche trarre le conseguenze della propria decisione e uscire dall´Unione per non costringere tutti gli altri a vivere imprigionati in vecchie regole ormai superate.
Le 10 scuse della Lega per ridimensionare la sconfitta di Milano
di GENE GNOCCHI
dal Corriere - 28 ottobre 2004
10 Abbiamo perso perché Berlusconi stavolta s’è dimenticato di mandare l’sms sul come e quando votare.
9 L’errore è stato quello di candidare il medico di Bossi e non l’idraulico di Calderoli, che è molto popolare a Milano perché è l'unico che per cambiare un rubinetto chiede meno di 700 euro.
8 È andata male perché Zaccaria aveva dalla sua parte la Guerritore, che ha girato «Scandalosa Gilda». Bresciani era appoggiato da Speroni, che di scandaloso ha soltanto le cravatte.
7 Il confronto non va fatto con le suppletive precedenti ma con le panasburgiche del 1852, quando la Lega si presentava insieme agli «Schnautzer per l’alternativa».
6 Abbiamo perso perché il sindaco Albertini non ha sostenuto Bresciani, come dimostra il fatto che proprio sabato gli ha fatto multare il Carroccio per divieto di sosta.
5 Abbiamo perso perché gli elettori della Lega a forza di averlo sempre duro, non riescono più a entrare nelle cabine elettorali.
4 Abbiamo perso perché gli elettori di sinistra, a differenza dei nostri, sanno tutti fare la «x».
3 Abbiamo perso perché un sacco di gente non ha fatto in tempo a tornare dal mare.
2 Abbiamo perso perché con tutti ’sti reality, i nostri credevano che Zaccaria fosse quello da eliminare, e l’hanno votato in massa.
1 Chissenefrega, tanto con la riforma della Costituzione la Camera conta come quello che ballava di fianco a Max Pezzali.
di GENE GNOCCHI
--------------------------------------------------------------------------------
Ds Milano - Rassegna stampa
Percentuali e numeri veri
Solimano 28 ottobre 2004
Nel collegio 3 di Milano, Zaccaria, che ha vinto, ha avuto la metà dei voti che aveva preso Martinelli perdendo alle politiche: 16.000 contro 34.000. Faccio fatica a personalizzare una percentuale, anzi non ci riesco proprio, ma i voti sì che li personalizzo, posso immaginare la persona che entra in cabina e che vota e posso immaginare anche quella che va a spasso e non vota, magari anche solo perché non sapeva che si poteva/doveva votare. E metà delle persone che avevano votato Martinelli non hanno votato Zaccaria.
Qualche anno fa, nel 1998, in una suppletiva di Milano aveva vinto Pecorella per la Cdl, e la percentuale dei votanti era stata ancora più bassa, circa il 31%, dal che si deduce che c'erano state defezioni paurose nel voto per l'Ulivo, molto maggiori del fifty/fifty dell'altro giorno. Ecco una cosa abbastanza semplice che i cittadini consapevoli possono fare: convincere a votare quelli che altrimenti non ci andrebbero. Il dato dell'altro giorno è insoddisfacente – anche se gli altri hanno fatto molto peggio – ma quello del 1998 era drammaticamente basso.
Dedico queste poche ed ovvie righe a chi crede che la sensibilizzazione dei cittadini elettori, dei movimenti, degli autoconvocati sia un inutile disturbo al manovratore che sa, lui sì, cosa occorre fare. Dal 1998 le cose sono un po' cambiate, mi sembra, ma c'è ampio spazio per migliorare ancora…se non ci si lascia scoraggiare dai nostri eroi.
ulivoselvatico.org
Rocco Buttiglione : diritti ed orgoglio , la nostra scelta
di Rita Guma
Nessun compiacimento ne' discriminazione ne' partigianeria da parte nostra sulla vicenda di Rocco Buttiglione. Rispondo cosi' alla provocazione di un lettore che ha voluto restare anonimo e che forse esprimeva perplessita' anche di altri.
Il lettore chiedeva fra l'altro se non ci sembrasse piu' giusto difendere comunque il "nostro" commissario perche' italiano. Rispondo che la difesa d'ufficio e ad oltranza semmai la facciamo ai diritti umani.
Non ci interessa nemmeno sapere se Buttiglione si sia pronunciato in modo offensivo verso le donne, gli omossessuali, i bianchi, i neri, la casalinga di Voghera o i pompieri di Viggiu', tutte categorie che non hanno fatto male a nessuno.
E ci saremmo levati lo stesso con sdegno - come sempre - se l'incaricato UE delle liberta' e i diritti avesse discriminato gli Ebrei, i Musulmani, gli Evangelici, i preti, le suore o le maestre di catechismo. Percio' non abbiamo neppure bisogno di rifarci al concetto di laicita' dello Stato e dell'Unione Europea.
Noi siamo contro le discriminazioni, ed un ministro che le attuasse o propalasse opererebbe in modo diseducativo e contrario al patto europeo, ma prima di tutto ci disonorerebbe.
Prima di essere italiani siamo uomini, quindi caratterizzati da tutti i diritti fondamentali ratificati dalla carta dei diritti dell'uomo. Semmai il fatto che egli sia italiano costituisce un'aggravante, visto che ci rappresenta e che il mondo intero ci etichetta attraverso di lui.
Inoltre chi discrimina oggi questi, potrebbe domani discriminare altri, noi compresi. E' il caso di rifletterci, riandando con la memoria a tutte le persecuzioni passate ed anche recenti, basate sempre sull'idea che altri fossero peccatori, malati, inferiori o bisognosi di cure psicologiche.
E se Liberation, con estrema sintesi, ha detto che i tre errori di Durao Barroso sono stati "giocare il piccoli nuovi Stati membri contro la coppia franco-tedesca, i capitali contro i deputati, il Vaticano contro i Liberali", mentre altri hanno parlato delle ingenti somme nel portafoglio del commissario che farebbero gola ai Protestanti, ci piace pensare che per una volta invece abbiano vinto i diritti.
Cosi' come vorremmo che vincessero la legalita' e l'interesse dei cittadini nei casi degli altri candidati commissari di diverse nazionalita' che si trovano in situazioni poco chiare e di cui abbiamo ampiamente parlato fin da agosto.
L'orgoglio - e l'orgoglio nazionalista tanto piu' - viene dopo i diritti e dopo le leggi, e per noi, sinceramente, l'orgoglio sta nella coerenza di rispettarli e cercare di farli rispettare ogni giorno, a destra ed a sinistra, cattolici o meno...
by www.osservatoriosullalegalita.org
___________
Il sito di Bush non é più accessibile: punto della situazione (ore 23:15)
Che cosa é successo?
Come anticipato stamattina, e seguito durante tutta la giornata, il sito di Bush non é più accessibile.
Non si é trattato di un "attacco hacker", come erroneamente indicato da alcuni quotidiani
e media, bensì di una decisione dello staff del Presidente Bush.
In sostanza si é deciso di praticare un divieto di accesso al sito in base alla geografia; quindi tutti i visitatori che hanno un indirizzo IP americano (più quelli scelti dagli amministratori del sito), possono accedere, gli altri no ("Accesso negato" é l'errore che si riceve).
Perché si tratta di una scelta volontaria e non di un "attacco hacker"
Come ho già avuto modo di spiegare, che si tratti di una decisione volontaria lo si evince dal fatto che l'errore dato dalla pagina é il "403", il che significa che la richiesta é accettata ma respinta in base ai parametri che sono stati configurati dall'amministratore del server dello staff Bush.
La conferma é in ogni caso dato dal fatto che il sito é regolarmente raggiungibile usando un IP americano o usando indirizzi alternativi (vedi link sotto).
Paesi coinvolti
Da amici, colleghi e altri bloggers ho ricevuto segnalazioni di "Accesso negato" da: Belgio, Germania, Inghilterra, Danimarca, Olanda, Taiwan, Islanda, Sud Africa, Israele, Norvegia, Irlanda.
Chi ha dato la notizia
L'allarme é stato lanciato in mattinata da alcuni blogger e dal sito Netcraft, ha iniziato a circolare in Italia nel primo pomeriggio (Rai News, Corriere e Repubblica) e al momento diversi siti dei "big media" stanno pubblicando articoli di approfondimento (BBC, AP)
Come si può notare dagli orari dei post, si tratta di un caso di notizia generata dalla blogosfera e ripresa solo successivamente dai media tradizionali.
I motivi
I motivi possono essere diversi.
Si può trattare di una scelta tecnica adottata per gestire più facilmente il sito (evitando di fornire contenuti a chi non voterà il 2 novembre); di una scelta dettata da un criterio "costi/benefici" (minor traffico, minori problemi, minori costi); di una scelta di sicurezza (evitare accessi dall'estero per essere meno attaccabili ad esempio con un DDOS); oppure ancora di una scelta politica.
Curiosità
E' curioso notare che nonostante il sito del Presidente sia bloccato, al contrario la pagina dedicata alle donazioni sia attiva e disponibile.
E i militari in Iraq?
Chi accede al sito utilizzando la rete militare, non avrà certo problemi. In ogni caso si registrano divieti di accesso, come testimonia BoingBoing "Blogger and NBC combat correspondent Kevin Sites is in Iraq, and he tells BoingBoing: "I just tried. Access denied." Some US readers with enlisted friends and relatives stationed overseas echo that. Reader John J. says, "My sister's stationed in Germany; she tried it and got that 'access denied' response." But an enlisted reader requesting anonymity says, "I am a Lt Col serving in Northern Iraq - all of us serving here are on .mil domains - we have no problem getting to the site."
La risposta dello staff di Bush
Non mi risultano adora risposte o commenti ufficiali da parte del Bush team.
Personalmente ho inviato subito una mail al responsabile della campagna on line.
Ad ora, 22:50, 27 ottobre 2004, non ha ancora avuto risposta.
Ho inviato, in aggiunta, dal contact form del sito di Bush questa richiesta:
"Dear Sirs,
my name is Marco Montemagno, Italian IT profesional and impartial blogger for Italy of the US election 2004.
I'm very disappointed since I've noticed that you have blocked access to your site to overseas visitors.
I ask your urgent response about this matter explaining the reasons of this choice.
I'm blogging about this here:
http://montemagno.typepad.com/bushekerry/bush_site_overseas_blocking/index.html
Best regards,
Marco Montemagno"
Considerazioni personali
Ritengo che, qualunque sia la ratio della scelta, sia ingiustificabile, inaccettabile e controproducente.
Come si può pensare di chiudere un sito a chi non risiede negli USA, a pochi giorni dalle elezioni?
Perché é stato tenuto aperto sino ad oggi allora?
Come si può pensare di adottare un criterio restrittivo su Internet agli sgoccioli di un voto elettorale?
Sarebbe come oscurare un canale televisivo agli abitanti di un certo paese!
Ai fini elettorali (e in termini di consenso della Rete), una scelta del genera é una scelta suicida.
Tecnicamente, poi, é una misura che si aggira (come ho già dimostrato) in meno di 2 minuti.
Link utili
Link per accedere ugualmente al sito di Bush :)
http://65.172.163.222/
https://georgewbush.com/
http://origin.georgewbush.com/
Link ad alcuni blog che stanno riportando la notizia data, tra i primi, da Joi Ito)
Link alla raccolta di dati su BoingBoing
http://www.bushekerry.com/
Iraq: gli Usa non avevano nessun piano per fronteggiare i ribelli
REDAZIONE
Gli Stati Uniti non avevano preparato nessun piano per fronteggiare una eventuale insurrezione come quella che si è poi veramente concretizzata in Iraq. Lo ha confessato il segretario alla Difesa Usa Donald H. Rumsfeld, che ha parlato nel corso di un'intervista radiofonica. Già in passato l'amministrazione repubblicana aveva ammesso che prima del conflitto non era stata prevista una resistenza così decisa da parte dei ribelli, ma è la prima volta che un esponente dell'Esecutivo di Washington ammette che l'esercito non aveva preso neanche in considerazione questa ipotesi, tanto da non preparare alcun piano.
"I piani del dopoguerra dovevano impedire che fossero distrutti i pozzi di petrolio, che venissero fatti saltare i ponti, che si evitasse una grave crisi umanitaria a causa degli sfollati e dei problemi di alimentazione - ha spiegato Rumsfeld - e dovevano fare in modo che la guerra finisse presto per non destabilizzare i paesi vicini".
Ma di guerriglia, ha aggiunto il segretario, non si era mai parlato. Rumsfeld ha infatti ammesso che l'insurrezione ha costretto i comandi a "cambiare le strategia sul terreno".
centomovimenti.com
Buttiglione il catalizzatore - di Giulietto Chiesa
Ci voleva Mr. Buttiglione per far esplodere la nuova, inedita, inattesa potenza del Parlamento Europeo! Ma ci voleva anche l'insipienza di José Manuel Barroso. E tante altre simultanee coincidenze.
Al presidente designato della Commissione del 2004 è toccato, suo malgrado, inaugurare la serie storica delle "sfiducie". Non c'era mai stata prima di ora. E lui l'ha creata - si può dire - con le sue stesse mani. Con la complicità di Silvio Berlusconi, s'intende, che gli ha messo tra le gambe il più improbabile, il più indigeribile, dei commissari. E gli ha imposto di collocarlo nel posto più inaccettabile, più insostenibile , più provocatorio per una - come si è visto - larghissima quota di deputati del nuovo parlamento.
Così, quando Barroso si è presentato davanti a un parlamento gremito in ogni ordine di posti, con il viso tirato di chi non ha dormito la notte a fare i calcoli, è ha sostanzialmente ritirato la Commissione su cui aveva lavorato da luglio a ottobre, tutti hanno capito che si stava vivendo un momento di quelli che restano nella memoria, e forse nella storia. Ha detto poche parole, e ha tratto una conseguenza giusta: votare in quelle condizioni, con la certezza matematica della sconfitta, sarebbe stato nocivo per le istituzioni. Rinviato a novembre, dunque. Mentre il presidente del parlamento, Josep Borrell, gli suggeriva, coram populo, con una buona dose di sarcasmo, di leggersi con attenzione la mozione che i gruppi socialista, verde, comunista e liberaldemocratico avrebbero presentato nell'ipotesi che egli avesse tentato di andare al voto comunque.
In quella breve paginetta c'era la sintesi di una crisi politica, e anche la trasformazione del "caso Buttiglione" in un "caso Barroso". Da relativamente piccolo il problema era divenuto già molto grande. E lo rimane.
Perchè era evidente, dopo le audizioni dei commissari da parte delle diverse commissioni del parlamento, che non era stato soltanto Buttiglione a venire impallinato dai deputati. La stessa sorte era toccata ad un altro commissario designato (all'energia), il socialista ungherese Laszlo Kovac, anche lui respinto a maggioranza di voti dalla commissione parlamentare corrispondente. E altri tre commissari avevano evitato la sfiducia per il classico rotto della cuffia, accompagnati nel giudizio finale da documenti variamente critici delle loro performances
E' ben vero che Barroso di questo esito infausto non era responsabile, essendo stati tutti quei commissari imposti dai rispettivi governi. Ma qui, come si suol dire, avrebbe dovuto esprimersi la sua nobilitade. Sotto forma di una coraggiosa presa d'atto della inconsistenza delle proposte e di una ferma richiesta a una serie di governi di modificare le loro designazioni. Ma nessuna nobilitade è stata messa in mostra.
Barroso è invece rimasto abbarbicato ai nomi che gli erano stati imposti e ha concentrato tutti i suoi sforzi nel tentativo di aggirare, blandire, spiazzare, ricattare i parlamentari. Esponendo loro una serie di sillogismi una più dubbio dell'altro. Indebolendo me indebolite la Commissione nei confronti del Consiglio dei Ministri. Indebolendo me indebolite il parlamento. Mentre tutti capivano, giorno dopo giorno che il parlamento stava guadagnando forza.
Qui il povero Buttiglione ha svolto la funzione di detonatore, unificando nella critica a Barroso ostilità delle più diverse provenienze e composizioni. Buttiglione il catalizzatore, Buttiglione la scintilla. Ma non quella divina, bensì quella che attizza gl'incendi. Buttiglione è diventato il simbolo di una prova di forza. Le sue tremende gaffes su questioni come il ruolo della donna, schiacciato nell'angusto spazio tra la camera da letto, la cucina e l'educazione dei figli sotto la tutela e la protezione dell'uomo. O come quella sul peccato omosessuale, si sono innestate bruscamente sui ricordi degl'insulti di Berlusconi al deputato Shultz, al conflitto d'interessi, al governo che cancella il falso in bilancio, agli attacchi alla magistratura.
Buttiglione commissario alla Giustizia, alle Libertà e ai diritti umani diventava un boccone troppo amaro, una vera e propria sfida. Così si era venuto delineando, nella settimana cruciale, un rapido volgere di umori. Nel gruppo socialista, nonostante il suo vertice fosse inizialmente intenzionato a una gestione morbida (e lo prova il fatto che alcuni deputati socialisti della commissione che respinse Buttiglione avessero votato non contro ma per lui), un numero crescente di parlamentari chiedeva ormai a gran voce di votare contro Barroso, tetragono difensore di un elenco di nomi ormai lesionato. Nel gruppo dei democratici e liberali, che aveva votato a larga maggioranza, a luglio, a favore di Barroso, garantendogli la discreta maggioranza di 413 voti, molti erano ancora fermi all'idea che bastasse un cambio di deleghe e che Buttiglione sarebbe divenuto accettabile se fosse stato mandato a un altro gruppo di dicasteri.
Ma Barroso non si muoveva dal suo fortino. E alla vigilia le due riunioni chiave - quella del gruppo del PSE, e quella del gruppo Alde - registravano un clamoroso chiarimento. Funereo per Barroso. I socialisti, all'unanimità, decidevano per il "no" secco, sciogliendo la loro tensione interna in un applauso bolshevico unanime, in cui tutti leggevano negli occhi degli altri , perfino un pò stupiti, le tracce di battaglie alle quali non erano da tempo più adusi. I liberaldemocratici, guidati da un capo che sbandava, incerto, votavano a larga maggioranza (50 per il no a Borroso, 23 per il sì, cinque astenuti) per licenziare Barroso. E c'erano poi i voti delle destre estreme e degli euroscettici, inglesi e meno inglesi, comunque ostili a qualunque Commissione, estranei al dibattito e al problema, ma influenti per il risultato finale. .
A quel punto i conti era divenuti inequivoci. Barroso aveva mostrato di voler rischiare, cioè di vedere confermata la sua Commissione anche con una debolissima maggioranza Fin qui si sarebbe spinto. Ma di fronte alla certezza della sconfitta si è arreso. Temporaneamente, perchè l'uomo è un giocatore incallito e tenace.
Ma c'è da chiedersi se abbia compreso davvero quello che è accaduto. Il suo pentimento è stato tardivo e obbligato. Mentre l'intera vicenda ha modificato tutti i rapporti di forza. Tra il parlamento e la Commissione, in primo luogo. Tra il consiglio e il parlamento, in secondo luogo. Probabilmente novità appariranno presto anche nel rapporto tra la Commissione e il Consiglio, perchè Barroso non potrà rischiare di farsi dettare tutto dai governi. La costruzione di una nuova Commissione Barroso non potrà comunque avvenire con le stesse modalità con cui è avvenuta questa, che è stata demolita. E lo stesso giudizio su Barroso sarà messo in discussione, ora che i deputati ne hanno visto le grandi debolezze.
Emergono anche i seri limiti della costruzione europea in un momento delicatissimo della sua storia. Il Trattato sulla Costituzione è un passo avanti, ma è allo stesso tempo la fotografia di una situazione da "passaggio del guado". La sua approvazione non è affatto scontata, i 25 paesi membri procedono a velocità diverse nel difficile processo d'integrazione, economica e culturale, oltre che politica. All'orizzonte ravvicinato ci sono altri due ingressi, quello della Bulgaria e della Romania, il secondo più difficile del primo e che, probabilmente, non avverrà negli stessi tempi. E c'è l'avvio formale del negoziato per l'ingresso, futuro, tra alcuni anni, della Turchia. Processi e progetti assai difficili, che dividono governi e opinioni pubbliche e complicheranno lo stesso procedimento di ratifica differenzata del trattato Costituzionale.
E tutto questo avviene sotto la guida di classi politiche che rimangono abbarbicate al suolo di una realpolitik obsoleta e statica. L'Europa si allarga, già divenuta un gigante economico, con una moneta che si avvia a servire un miliardo di individui, già potente politicamente, ma senza riuscire a esercitare tutto il suo peso sulla scena mondiale.
Occorrerebbero grandi statisti, capaci di dare alla Vecchia Europa (come l'ha definita sprezzantemente Donald Rumsfeld) più la Nuova Europa un progetto egemonico all'altezza delle sfide di un mondo messo in grande turbolenza dall'offensiva del dominio imperiale statunitense. Gli Usa di Bush sono in rotta di collisione con la Cina e l'Europa resta l'unico ammortizzatore per evitare lo scontro. Ma non sembra nè del tutto cosciente del suo ruolo possibile, né del tutto desiderosa di volerlo ricoprire.
Abbiamo visto emergere, da queste classi dirigenti europee , una Commissione prodotto di un negoziato ai minimi termini, senza nessun respiro ideale e culturale, una specie di riunione casuale di tecnici e sensali. Avremmo bisogno di un motore sufficientemente possente da far muovere una gigantesca trasformazione. Invece ci siamo trovati di fronte a un gruppo di modesti signori e signore, talvolta anche dignitosi, ma imbrigliati in un'idea di Europa il cui perno è la concorrenza e la privatizzazione di tutto e di tutti, Natura inclusa. O subalterni agli Stati Uniti e alla loro cultura di guerra e di prevaricazione, oppure ancora affacciati sui rispettivi orticelli nazionali.
L'era Barroso, tuttavia, non è ancora cominciata. Appare sulla scena un parlamento che pretende di essere attore principale. la tenzone ha sollevato gli spiriti ai rappresentanti del popolo. Sarà difficile, adesso, che accettino di restare dietro le quinte o di fare i portatori d'acqua.
Giulietto Chiesa
Fonte: mensile Galatea
- 5: Consigli per gli americani all'estero
di Daniele John Angrisani
A 5 giorni dall'Election Day. In quasi tutti gli Stati si vota di già e l'affluenza alle urne in questi primi giorni lascia prevedere un aumento generalizzato rispetto a quella che si è avuta per le elezioni del 2000. Le notizie riguardanti irregolarità e presunti brogli si susseguono una dopo l'altra. Si preannuncia perciò una dura battaglia legale tra i due schieramenti subito dopo la fine dello spoglio delle schede, a meno che, cosa molto improbabile stando ai sondaggi attuali, già la sera dell'Election Day si abbia una indicazione chiara su chi avrà vinto. Sta di fatto comunque che si tratta di una delle elezioni meno organizzate che la recente storia americana ricordi.
Non bastavano infatti i forti sospetti sulle macchine per il voto elettronico della Diebold o le accuse di brogli nella registrazione elettorale formulate nei confronti di società filo-repubblicane ma, per esperienza diretta, posso affermare che di fatto gli elettori americani all'estero sono stati lasciati praticamente da soli senza alcun aiuto da parte delle autorità competenti per il processo elettorale in corso.
Infatti, nonostante che la mia registrazione al voto risalga allo scorso marzo 2004, e nonostante abbia potuto votare anche per le primarie dello Stato a settembre, fino ad oggi ancora non ho ricevuto dallo Stato di Washington il regolare absentee ballot che mi spetterebbe per le elezioni generali del 2 novembre.
Ho dovuto perciò procurarmi da solo la scheda di emergenza, il cosiddetto "Federal Write-In Absentee Ballot" (FWAB). Questo tipo di scheda permette di scrivere a mano il nome dei candidati presidente e vicepresidente e di eventuali altri candidati federali (senatori e deputati del Congresso), e ho dovuto inviarla, proprio oggi e in fretta e furia, negli Stati Uniti in modo da essere sicuro che il mio voto possa essere contato entro i termini previsti dall'Election Day.
Ma non sono l'unico ad avere avuto questi problemi, visto che ho notizia di almeno altre 3 cittadini americani residenti in Italia, e registrati in Stati diversi dal mio, che hanno potuto votare solo grazie al FWAB. E' ovvio che questa tendenza non favorisce certo l'afflusso al voto degli americani all'estero, i quali, come si vede, si trovano obbligati a cavarsela da soli e spesso non hanno nè voglia nè tempo di poterlo fare.
Ma è bene che lo facciano lo stesso, perchè si tratta di ben 7 milioni e mezzo di potenziali elettori che potrebbero cambiare le sorti di questa elezione, come han già fatto in Florida nel 2000 quando, grazie a loro, purtroppo, Bush ebbe la maggioranza dei voti nel secondo, finale e fatale, riconteggio.
E' per ovviare a questi problemi che il "Federal Voting Assistance Program" (FVAP) ha deciso di postare sul proprio sito web una versione on-line del FWAB, chiamata OFWAB, valida a tutti gli effetti come il FWAB di carta.
Questo significa che qualsiasi cittadino americano residente all'estero che sia registrato al voto e non abbia ancora ricevuto il regolare absentee ballot, può scaricarsi questo OFWAB, compilarlo il più presto possibile e spedirlo al County Auditor di competenza, lo stesso a cui è stata mandata, a suo tempo, la richiesta di registrazione al voto.
Per chi è interessato è possibile comunque trovare delle informazioni più dettagliate sul sito del FVAP.
Mi preme da dire una sola cosa a questo proposito: in molti Stati la scadenza, anche per la ricezione degli absentee ballot, è quella del 2 novembre, e si rischia di non poter far contare la propria scelta se si spedisce in ritardo il proprio voto. Per cui chi può si sbrighi il più presto possibile a votare se non l'ha ancora fatto.
Inoltre, proprio per il discorso dei brogli elettorali, che normalmente sono una costante nel conteggio degli absentee ballot, l'associazione dei Democrats Abroad, oltre a fornire una serie di informazioni interessanti per i cittadini americani all'estero che devono votare, ha anche aperto dei siti web dedicati per riportare qualsiasi problema trovato sinora e anche per richiedere di verificare che il proprio voto venga realmente contato.
Mi rendo, inoltre, disponibile anche per essere contattato alla mia mail per qualsiasi richiesta e/o spiegazione su questi argomenti. Ne vale la pena. Risponderò a tutti.
Il tempo è agli sgoccioli ed il futuro dell'America (e del mondo..) dipende anche da noi, come forse mai prima d'ora.
Daniele John Angrisani
redazione@reporterassociati.org
Per essere informati tutti i giorni, sugli ultimi giorni della campagna elettorale per la Casa Bianca: http://www.watch-usa2004.splinder.com, l’agenzia d'informazione indipendente curata dalla redazione di Reporter Associati per seguire le elezioni presidenziali americane. Aggiornamenti continui con flash informativi e news dalle agenzie internazionali e direttamente dai comitati elettorali dei candidati e dalle fonti d'informazione indipendenti degli Usa. watchusa2004@reportera
Gordon Brown: Ritroviamo il nostro radicalismo
Riproponiamo un articolo di Martin Bright apparso su "The Observer" del 24 Ottobre. Traduzione AprileOnLine.Info
Gordon Brown(*) ha chiesto al partito laburista di ritrovare le proprie radici radicali e ha ammesso che il partito non ha fatto abbastanza per riconquistare la fiducia popolare e rispondere al desiderio di riforme progressiste emerso dalle elezioni del 1997.
Il Cancelliere dello Scacchiere ha invitato i 500 delegati della conferenza di “Compass” – il nuovo think tank di sinistra – a realizzare un "consenso orientato a sinistra" sulle scelte politiche per un terzo mandato di governo dei laburisti.
Brown è sembrato inviare un attacco alla filosofia liberista del suo rivale blairiano, Alan Milburn, la cui nomina a supervisore delle elezioni da parte del Primo Ministro Blair è stata vista da Brown come un affronto. Brown infatti aveva ricoperto il ruolo di coordinatore nelle precedenti due campagne elettorali.
Brown ha invocato i valori tradizionali della sinistra radicale, dicendo che la politica progressista è qualcosa che viene realizzata dalla gente che lavora insieme per il bene comune, facendo quello che è necessario fare. Ma questo non può essere affidato solo al mercato, anche se dinamico, e non può essere ottenuto dalle donazioni caritatevoli, anche se filantropiche, e non può essere ottenuto dai singoli individui, anche se mossi dalle migliori intenzioni. Tutto ciò può essere realizzato solo in un contesto pubblico in cui la gente non pensa a se stessa come ad un insieme di consumatori, ma come un insieme di vicini e cittadini.
L’indicazione più chiara su come apparirebbe il Labour Party sotto la leadership di Gordon Brown è contenuta nel suo annuncio circa il "consenso progressista" che dovrebbe sostituire la vecchia ideologia liberista thatcheriana e divenire la tendenza politica dominante del ventunesimo secolo.
“Abbiamo stabilito il ruolo del mercato e i limiti del governo” – ha detto Brown – “ora si tratta di stabilire i limiti del mercato e il ruolo del governo: occorre chiarire che le piazze delle città non sono solo semplici mercati, che i centri cittadini sono più di un luogo dove la gente vende e compra, che la comunità è più di un insieme di individui”.
Brown è apparso anche critico sul fallimento del partito nell’esaudire le speranze suscitate dalle vittorie elettorali del 1997. Come egli stesso afferma: “Credo che come partito dobbiamo imparare dal passato, e capire che in questi sette anni non abbiamo fatto abbastanza per rispondere alla domanda nata dalle elezioni del 1997. Non abbiamo fatto abbastanza per creare un governo differente, ma soprattutto per realizzare un modo diverso di governare, non abbastanza nelle diverse scelte politiche, ma sopratutto non abbastanza per una politica diversa”.
Nella conclusione, Brown ha citato il leader dei diritti civili Martin Luther King, cosí come aveva già fatto al congresso laburista, dicendo che l’arco della morale è lungo, ma si piega sempre verso la giustizia.
La conferenza di “Compass” è stata vista come un raduno delle correnti anti-blairiane. Il think tank è stato fondato dal lobbysta Neal Lawson per creare una visione alternativa per i laburisti delusi dal progetto di Blair. Collaboratori dell’esecutivo tuttavia hanno cercato di allontanare l’idea che la conferenza è stata progettata come una sfida all’autorità del Priemer, insistendo sul fatto che l’altra relatrice di punta del convegno era Patricia Hewitt, ministro del commercio, già leale sostenitrice di Blair.
Nel suo discorso la Hewitt ha sollevato il tema della fiducia: “Poiché la fiducia è una strada a doppio senso – ha detto – più noi crediamo nelle persone e li sosteniamo nel cambiamento che desiderano nella propria vita e nelle loro comunità, più saremo capaci di ricostruire la fiducia nella politica e nei politici”.
(*) Gordon Brown è il Cancelliere dello Scacchiere (Ministro delle Finanze) del governo Blair. Da molti è indicato come il possibile successore del premier britannico alla guida del Labour Party.
[Martin Bright]www.aprileonline.info
9/11, il film sulle bugie
Intervista a Robert Greenwald Il regista americano parla del suo documentario sul grande imbroglio dell'amministrazione Bush dopo l'11 settembre. «Ho trovato molte persone della Cia che si opponevano alle distorsioni dell'informazione operata dalla Casa bianca per giustificare la guerra in Iraq»
GIULIA D'AGNOLO VALLAN
Cinquantotto anni, una fitta carriera di produttore film per la televisone spesso ispirati a fatti realmente accaduti e, dall'anno scorso, una svolta nel documentario con una trilogia realizzata in tempi molto brevi, a costi bassissimi e messa in circolazione - ancora prima di entrare in sala - su Internet: Unprecedented (su Florida 2002) Uncovered (sulla guerra in Iraq) e Uncostitutional (sulle conseguenze del Patriot Act) a cui si aggiunge Outfoxed un feroce ritratto delle news come riscritte dalla Fox tv - il network di Rupert Murdoch. Abbiamo intervistato Robert Greenwald, inventore di questo modello efficacissimo di instant documentario per telefono dalla sua casa di produzione di Los Angeles.
La sua carriera prima di Uncovered è quella di un produttore di fiction. Ha fatto un film su Abbie Hoffmann, Steal This Movie, il telefilm sulla Enron diretto da Penelope Spheeris...
Ho prodotto circa 55 film prima di dirigere documentari. Molti di essi erano basati su fatti realmente accaduti quindi, in un certo senso, è stata una transizione naturale. Adesso, dopo aver prodotto e diretto quattro documentari, ho scoperto che mi piace molto e che intendo continuare. Unprecedented, di Richard Ray Perez e Joan Sekler, un film sulle elezioni del 2000 in Florida, è stato il primo progetto di non fiction che ho prodotto.
Ha detto che Abbie Hoffman ha influenzato molto questa sua svolta.
Trascorrere tutto quel tempo con Abbie, condividere il suo senso dell'umorismo, il suo desiderio di cambiare il mondo, mi ha profondamente influenzato e mi ha fatto desiderare di lavorare di più nella direzione in cui si muoveva lui stesso. Inoltre, dopo l'11 settembre, ho tristemente visto il mio paese passare dal dolore alla rabbia, e al desiderio di vendetta, in un arco di tempo molto breve. E ho deciso di lavorare per correggere quelle pulsioni. Quando è morto mio padre ho deciso di portare avanti i suoi principi. Consapevolezza politica e coinvolgimento in nome della giustizia sociale erano due dei suoi valori, che ho deciso di portare avanti.
A che punto ha pensato di fare un documentario sulla guerra in Iraq?
La decisione avvenne in un momento molto preciso. Ero seduto a leggere il giornale, un mattino presto verso la fine di giugno (2003). Poco dopo che la guerra era «finita». E mi cadde l'occhio su un qualcosa seppellito tra l'inchiostro del New York Times, in cui un qualche esponente dell'amministrazione Bush dichiarava che avrebbero trovato in Iraq dei «programmi» per la costruzione di armi di distruzione di massa. Tra «armi di distruzione di massa» e «programmi» per la loro costruzione, c'è una diffeerenza abissale. Un «programma» è un pezzo di carta! Sentii un orrendo nodo allo stomaco e capii che stavano cambiando le carte in tavola. Così decisi di giustapporre le forti parole e le immagini che l'amministrazione aveva usato per portarci in guerra - il fungo atomico e roba del genere - a ciò che stavano dicendo adesso. Così da ricordare al pubblico quello che ci avevano venduto. Appena iniziai a fare un po' di ricerca venni a sapere di tutte queste persone, all'interno della Cia, che si opponevano alla distorsione dell'informazione operata dalla Casa bianca.
Nel film lei usa 24 esperti molto qualificati, impiegati e analisti della Cia... persino David Kay, l'uomo incaricato dalla Casa bianca di trovare le armi di distruzione di massa in Iraq.
La cosa più interessante e, per me, molto commuovente furono tutte quelle persone che giudicarono il farsi avanti e parlare come un atto di patriottismo. Mi colpì molto il loro impegno nei confronti del nostro paese e la loro fede in ciò che andava fatto. Ho scelto intenzionalmente dei personaggi, e un tono, che potessere raggiungere un vasto numero di persone - indipendenti, democratici e repubblicani. Fu difficile non includere nel film i forti sentimenti che provo nei confronti della guerra e delle persone che ci hanno trascinato in Iraq. Ma pensai che fose importante trattenermi e lasciare che queste persone raccontassero la loro storia. Come avrà notato, ci sono intervistati che, nonostante tutto, sono ancora favorevoli alla guerra. Ma che sono contro la distorsione dell'informazione che l'ha permessa.
Il film, come gli altri suoi documentari, è stato realizzato molto velocemente, in quattro mesi. E' stato completammnete autoprodotto?
All'inizo erano solo soldi miei e poi ho dovuto chiedere aiuto ad alcuni gruppi di attivisti politici, come MoveOn.org e Center for American Progress.
L'idea di distribuirlo in dvd, via Internet, prima che arrivasse in sala o nei negozi è molto originale ed efficace. Ce ne può parlare?
Fino a oggi, avevo solo fatto film che venivano distribuiti attraverso canali convenzionali. Ma, quando si è trattato di distribuire questi documentari, mi sono reso conto che il vero obiettivo era di farli circolare molto in fretta così da raggiungere il paese prima che si esaurisse il dibattito sulla guerra. Quindi non mi è nemmeno passata per la mente la possibilità di adottare la solita via dei festival o dei piccoli distributori. Come entrare nelle mente di più persone possibile il più in fretta possible? Internet, ovviamente, e gli house party... Così facemmo. MoveOn. org è stato importantissimo in questo processo. Abbiamo istantaneamente venduto oltre 100.000 copie del film in rete. Inoltre, non essendo in questo business per profitto, il nostro messaggio è: compralo, fanne quante copie vuoi e passale ai tuoi amici. Quindi, in realtà, chissà quante ne stanno circolando.
Come verifica l'impatto che un film come questo ha sugli spettatori?
Non so se sia possibile. Non c'è mai una sola cosa che fa cambiare idea a una grande massa di persone. Ma se ti guardi indietro, poco più di un anno fa, il 70-80% degli americani credeva che la guerra fosse una cosa positiva. Adesso siamo al di sotto del 50%. Un cambiamento fenomenale e repentino per milioni di persone, avvenito grazie ad una combinazione di fattori: l'andamento della guerra stessa, gente che ha cominciato a parlare pubblicamente, I libri, e, certamente, anche i film.
Direbbe anche lei che, in particolare, sono stati i libri e il cinema, piuttosto che i media mainstream, a svolgere questa funzione?
I media del mainstream facevano il tifo per la guerra peggio che delle cheerleaders. È stato uno spettacolo straordinario, orribile. Non ho mai assistito ad una cosa del genere. Roba da propaganda stalinista. E Internet è stata la nostra salvezza perché ha permesso di far circolare dell'informazione alternativa, raccontare che quello che stavano dicendo non era vero.
Crede che la campagna di Howard Dean abbia veramente segnato la strada per l'uso Internet di ai fini di attivismo politico grass roots?
Credo che la campagna di Dean abbia portato quella strategia a tutto un altro livello. Non è una cosa che hanno creato loro ma l'hanno usata in modo vantaggiosissimo. MoveOn è stata l'altra forza che ha veramente fatto capire l'efficacia di questa comunicazione. In un periodo di tempo brevissimo si sono ritrovati con un milione di iscritti, adesso ne hanno più di due. Gente che risponde molto velocemente quando si lanciano iniziative come una veglia nazionale al lume di candela (realizzato dopo che i caduti americani in Iraq hanno raggiunto la cifra di 1000; n.d.r.), scrivere ai deputati, spedire soldi per uno spot pubblicitario... Internet è uno strumento enorme per la nostra democrazia. Quando abbiamo iniziato a far circolare Uncovered e Outofoxed, il mio documentario sulla Fox News di Murdoch, MoveOn ha organizzato feste in case private durante le quali si proiettavano i film e a cui ci si poteva iscrivere online - «ho uno studio di yoga a Austin e posso ospitare per la proiezione 50 persone», «ho una casa a Colar Galbes, in Florida, e ci possono stare 20 persone»...
Ha citato Outfoxed. È vero che è stato più difficile da realizzare di quanto sia stato Uncovered?
Prima di tutto abbiamo dovuto farlo in segreto, perché non volevamo rischiare che la Fox cercasse di fermarci. In più non era un film con una storia chiara, come quello sull'Iraq. Avevamo migliaia di ore di programmazione da esaminare. Fu anche molto difficile convincere gente che lavorava, o aveva lavorato per la Fox a lasciarsi intervistare.
Il suo ultimo documentario si intitola Uncostitutional.
È un film sulle libertà civili dopo l'11 settembre. Ed è una racolta di storie molto personali di individui, in particolare di arabo/americani, la cui esistenza e le cui famiglie sono stati devastati a conseguenza del Patriot Act e delle politiche distruttive del ministro della difesa John Ashcroft. Il suo record è abominevole. Su 5000 persone arrestate nessuna ha detto o dato qualcosa che potesse contribuire alla lotta contro il terrorismo.
ilmanifesto.it
L'ex «Porkopolis» moralista
Cincinnati, dove è nato il movimento Usa «per la vita» e i gay hanno vita durissima
M. D'E.
CINCINNATI ((OHIO)
L'aborto ferma un cuore che batte, dice il cartellone al lato dell'autostrada che porta a questa città all'estremo sud dell'Ohio, sulle rive del maestoso, omonimo fiume (più grande del Po, benché sia solo un affluente del Mississippi): qui comincia la terra del yeah al posto di you; qui, attraversato il ponte, sei in Kentucky, tra gli stati sudisti. È a Cincinnati, tra i cattolici di origine tedesca, che è nato il movimento americano «Per la vita». Qui nel 1993 fu approvato uno statuto speciale che vietava al comune di mettere in atto politiche antidiscriminatorie nei confronti degli omosessuali: è vietato non discriminarli! Quest'anno i cincinnatesi saranno chiamati a votare di nuovo su questo tema (mentre in tutto l'Ohio si vota un referendum per dichiarare anticostituzionale il matrimonio tra gay), perché i gay boicottano la città, non vi partecipano a Conventions, non vi vengono a lavorare. E qui si trovano, tra l'altro i quartier generali della Procter and Gamble (detersivi, dentifrici) e dei Federated, gruppo commerciale che possiede tra l'altro i grandi magazzini Macy e Blomingdale. E due gruppi di cristiani conservatori hanno lanciato il boicottaggio del dentifricio Crest e del detersivo Tide perché la Procter and Gamble (come d'altronde Federated) il referendum per abolire lo statuto speciale di Cincinnati. I cristiani conservatori ce l'hanno sempre avuta con la Procter and Gamble: alla fine degli anni `80 l'accusarono di avere legami con Satana perché, a loro dire, il suo logo aziendale era quello del demonio.
La mentalità moralista della città risale forse al nome, che deriva dalla «Società dei Cincinnati», un' associazione settecentesca di ex ufficiali della rivoluzione americana che si chiamarono così in onore del romano Lucio Quinzio Cincinnato. Tra loro c'erano George Washington e Alexander Hamilton (la contea della città si chiama Hamilton in suo onore). Circondata da un anfiteatro di colline boscose, Cincinnati sarebbe molto attraente se non fosse deturpata dagli sventramenti delle autostrade urbane: intatta apparve ancora a Winston Churchill che la definì «la più bella tra le città interne dell'Unione». Già nel 1842 Charles Dickens aveva scritto: «Sono stato affascinato dalla città e dal suo adiacente suburbio Mount Adams (ora inurbato, ndr), vista dal quale la città, che giace in un anfiteatro di colline, forma un dipinto di notevole bellezza».
A quel tempo la città era in febbrile espansione. Era stato inaugurato da pochi anni il canale Erie o Ohio che metteva in comunicazione i Grandi Laghi con la valle del Mississippi. Traendo profitto dalla propria posizione, Cincinnati sviluppò la macellazione dei suini, tanto che negli anni `50 dell'800 si fregiava fiera del nome «Porkopolis». Questo desiderabile appellativo le fu strappato pochi anni dopo da Chicago, quando il trasporto su ferrovia rese marginale la rete dei canali.
Cincinnati divenne col tempo la capitale mondiale dell'industria delle macchine utensili, presente ancora oggi benché in misura minore, per l'apertura di fabbriche all'estero. Ecco perché la città rappresenta uno strano miscuglio di metropoli industriale del nord e di bastione conservatore del sud. Ad accentuare il conservatorismo c'è anche la forte presenza dei militari nella base aerea di Dayton (distante 80 km) dove, tra personale civile e militare, lavorano 26.000 persone.
Qui i repubblicani si aspettano di ottenere tra il 54 e il 60% dei voti e di bilanciare così il predominio democratico a Cleveland. Dall'Italia, si pensa all'Ohio come a una nostra regione, tipo il Veneto: in realtà, è grande più di un terzo dell'Italia e presenta almeno cinque volti diversissimi (chiamati qui i «Cinque Ohio»): industriale nel Nordest (da Cleveland a Youngstown), suburbano al centro (Columbus) conservatore a sudovest (Cincinnati), contadino a ovest (tra gli amish), minerario e montano a est (verso gli Appalachi). Questo stato non aveva mai ricevuto una simile attenzione; ma ora, guardato da vicino, rivela la sua variegata struttura sociale, economica, umana: Cincinnati è più conservatrice di Columbus (vedi la puntata di sabato 23 ottobre), ma la sua università è più liberal dell'Ohio State University.
Così, nel bastione dei bianchi un po' fascisti mi capita di partecipare a una serata elettorale nera in un fastoso edificio chiamato il National Underground Railroad Freedom Center and Museum (in onore della filiera che nell'800 faceva espatriare dagli stati del sud gli schiavi neri per emanciparli). Qui spizzicano cubetti di formaggio e acini d'uva e sorseggiano vino signore e signori neri eleganti e visibilmente agiati, dirigenti d'impresa, professionisti e politici. Per un'ora si chiacchiera come in tutti i ricevimenti, poi per 45 minuti ascoltiamoi discorsi di un membro del senato dell'Ohio, che presenta i vari candidati neri alle cariche locali, e della deputata nazionale Stephanie Tubbs Jones che avevo già sentito a Cleveland. A impressionare è il numero di volte che senti: «E sarebbe la prima volta che un afro-americano è... (giudice costituzionale dello stato, procuratore generale di Cincinnati, o altre cariche)». Non sai se disperarti perché 140 anni dopo la fine della guerra civile ci si a esalta ancora per «la prima volta di un/a nero/a», o se gioire perché anche questa barriera si è incrinata.
www.ilmanifesto.it
Anche tra gli stati sicuri c’è qualcuno ancora in bilico. Kerry e Bush verso la volata finale, appaiati nei sondaggi
di (ma.co.)
Ci sono due Americhe, in questa vigilia di elezioni presidenziali. Una bombardata da spot televisivi e percorsa da frenetiche girandole di comizi, incontri, strette di mano, contatti, telefonate, volantinaggi.
Un’altra tranquillamente in attesa del verdetto: è l’America degli stati considerati sicuri da Kerry oppure da Bush.
Sempre più, insomma, il finale dello scontro elettorale si svolge negli stati in bilico, in quella decina di stati dove, anche per una manciata di voti, può vincere il presidente o lo sfidante democratico.
Vittorie parziali poi che possono essere decisive per la vittoria complessiva.
Ma questa divisione netta tra stati sicuri e stati in bilico potrebbe riservare qualche sorpresa. Per esempio, le Hawaii, ritenute un feudo democratico (Gore nel 200 vinse un distacco del 19%) sembrano adesso scricchiolare, e Kerry che le aveva date per acquisite – le ha totalmente ignorate – dovrà correre ai ripari. Sul fronte opposto, è Bush a doversi preoccupare in Arkansas e West Virginia.
Con Clinton in campo, il suo stato, l’Arkansas, appunto, potrebbe passare ai democratici: quattro anni fa, voltò le spalle a Gore.
Sono indizi, anche questi, di una corsa dagli esiti altamente incerti. I sondaggi, anche ieri, davano sostanzialmente alla pari John Kerry e George Bush.
Secondo Zogby, il presidente è al 49 per cento, Kerry al 46. Secondo AbcNews, Bush è al 48, lo sfi- dante al 49.
www.europaquotidiano.it
L’onore di Stanley, la giacca di Romano
di (s. me.)
Con divertito stupore, Stanley Greenberg ha appreso ieri di essere finito oggetto del contendere in un acceso scontro tra due pesi massimi dell’opinione politica italiana e tra i nostri due maggiori quotidiani. Non ha avuto tempo per esercitare la sua ironia, in verità, perché in questi giorni ha un po’ da fare: come già fece (coi noti risultati) Bill Clinton nel ’92 e nel ’96, anche John Kerry si affida alle sue doti di pollster per definire gli ultimi messaggi elettorali. Sicché, diciamo così, Stan Greenberg ha rinviato i suoi ringraziamenti per le citazioni gentili ancorché piuttosto approssimative ricevute da Giovanni Sartori sul Corriere della Sera e da Eugenio Scalfari su Repubblica.
Siccome è cortese, Greenberg eviterà le precisazioni. Ci permettiamo di farne qualcuna noi, ma solo per poi cercare di capire che cosa ci sia dietro l’improvviso e sorprendente cozzare di spade tra Corriere e Repubblica sulla annosa domanda: si vince conquistando i voti indecisi del centro o facendo il pieno dei voti propri? Greenberg, dunque. Peccato che Scalfari lo citi e se ne “appropri” rivendicando di non conoscerlo affatto. Peccato che Sartori catapulti sullo scenario italiano delle analisi svolte con grande accuratezza sul mercato politico americano, a partire da regole e da una situazione non paragonabile a quella italiana. Peccato infine che anche il Riformista si senta in dovere di citarlo, solo per attribuirgli un libro dal titolo sbagliato. In Two Americas (non Two Nations), Greenberg spiega come purtroppo gli Stati Uniti siano arrivati al culmine di una pluridecennale guerra culturale che non solo li ha spaccati in due, ma che non consente alcun serio spostamento elettorale dal campo repubblicano al democratico e viceversa.
Questa situazione per Greenberg è una patologia, non una virtù. La chiama deadlock, stallo, e le attribuisce la responsabilità di rendere rigida e perfino estremista la politica americana. Inoltre, non dà speranze né gli uni né agli altri di consolidare quei periodi di governo con ampie maggioranze che segnano la storia di un paese e danno il respiro a chi vince di impostare ampie riforme.
Greenberg però non è un politologo neutrale. Sicché il suo sforzo si dirige nell’indicare ai democratici la strada per vincere. Le prime cose da fare? Per esempio, portare al voto gli afroamericani che sono all’86 per cento democratici e che potrebbero “pesare” molto di più se si iscrivessero alle liste. E poi convincere quel 15 per cento di elettorato fortemente laico (secular warriors, li chiama) dove pure i democratici hanno ampio consenso.
Da questo discende (come sembra interpretare Scalfari) la necessità di una linea politica più “di sinistra”, che non si pone più di tanto il problema di presidiare il centro mobile, indeciso, spoliticizzato, ideologicamente “leggero” dell’elettorato? Ma ovviamente no. Non in una democrazia dell’alternanza. Non se si vuole vincere, ma si vuole anche evitare di rafforzare il muro che già divide le due Americhe (come le due Italie). A questa parentesi ci fermiamo. Perché è stato un po’ improprio usare un americano che parla d’America per polemizzare con Prodi (come ha fatto Sartori) o per difenderlo (come ha fatto Scalfari). Quindi basta con Greenberg, a lui solo tanti interessati auguri.
Se si deve parlare di Italia, parliamo di Italia e capiamo su che cosa battagliano adesso le due corazzate dell’editoria.
Da qualche settimana il Corriere è accusato di condurre con le sue firme di punta una campagna contro Prodi che riecheggia e rilancia gli argomenti propagandistici della destra: è ostaggio di Bertinotti, sbilancia la coalizione a sinistra, non la rende affidabile.
Scalfari ora è il capofila di questo fuoco di sbarramento contro via Solferino. Giù le mani dalla giacca di Prodi, scrive in sostanza, non cercate di spostare al centro l’asse della coalizione, non cercate di condizionarla, non potete pretendere da Prodi altra garanzia di moderazione che non sia rappresentata da lui stesso.
Lo dice a Folli, Scalfari, e agli «interessi di riferimento» del Corriere.
La cosa è interessante. Intanto perché conferma indirettamente che i Poteri d’Italia si stanno contendendo la Grande alleanza democratica.
In sostanza, Scalfari accusa gli editori del Corriere di voler mettere il cappello sui futuri vincitori, e di voler contrattare (con le cattivedi editoriali antipatizzanti) il proprio appoggio in cambio di garanzie sulla linea del governo Prodi, sul nome del superministro dell’economia, sulle barriere che saranno alzate davanti alle pretese di Bertinotti.
In sé, questa non sarebbe una novità né una svolta inattesa: il Corrierefa il suo mestiere storico, ha cercato di farlo anche con Berlusconi (scoprendo però che lì i margini di condizionamento sono piuttosto esigui, più facile far saltare i direttori che moderare il presidente del consiglio). Si può anche capire che Repubblica non stia a guardare: espressione di poteri diversi da quelli del Corriere, essa però si sente soprattutto nave pilota della rivincita del centrosinistra, che (se sarà) sarà anche la sua. Il fuoco di sbarramento in difesa di Prodi difende anche un titolo di proprietà.
Ora, questa battaglia navale è interessante e aggiunge sale ai mesi prossimi. Se però non travolge la razionalità politica.
Perché un conto è respingere i tentativi (insulsi soprattutto a destra, come Europaha denunciato) di indebolire quell’autentico candidato vincente che è Prodi. Un altro conto è chiudere gli occhi davanti ai problemi del centrosinistra e ai rischi che comportano non per questo o quello, ma per la comune.
Non si deve ripetere lo schema del ’96 (se non nell’esito delle elezioni). E invece, molto al di là delle intenzioni di Bertinotti, quel meccanismo può ripetersi de facto. Infatti, per responsabilità varie, in questa fase il famoso motore dell’Alleanza – la sua componente più dinamica, più rapida a collocarsi, più capace di imporre l’agenda – non è purtroppo la Federazione riformista (pure nata per questo) ma proprio l’arcipelago politico-sociale alla sua sinistra. Il quale è frammentato, ma aggressivo.
Improvvisa sul programma, ma trova ragioni nei guai del berlusconismo. Ha una identità abborracciata (e per certi aspetti compromessa), ma si fa forte nel confronto con i riformisti poco convinti della propria.
Non sarà questo arcipelago di sinistra a fare il programma di Prodi, ci mancherebbe.
Però è vero che i riformisti non hanno sin qui fatto valere la legge di rapporti di forza molto sbilanciati a loro favore. Un po’ per le dinamiche congressuali dei Ds (pas d’ennemi à gauche, non scopriamoci a sinistra), un po’ per l’autonomismo della Margherita, e chissà quale dei due fenomeni è reazione all’altro.
Riconoscere l’esistenza in questo momento di questo problema non vuol dire lavorare per il re di Prussia. E neanche consegnarsi ai poteri forti che vogliono prevaricare la politica.
Significa solo aver capito che l’Italia (di centro, destra, sinistra, e “moderati” è una categoria del comportamento non della politica, Scalfari ha ragione) domanda qualcosa di nuovo. E poi assumersi già responsabilità di governo, aver imparato dalle lezioni e anticipare i problemi prima che deflagrino. Poi i giornali faranno il loro mestiere, e diranno che cosa gli piace e che cosa non gli piace.
www.europaquotidiano.it
Milano simbolo di una crisi
A rischio metà dei voti azzurri
Solo il 50% di chi scelse Forza Italia nel 2001 lo rifarebbe adesso
di RENATO MANNHEIMER
dal Corriere - 27 ottobre 2004
La significativa sconfitta del centrodestra alle Suppletive di domenica ha origini lontane. Occorre risalire alle Politiche del 2001, se non addirittura a quelle del 1994, le prime che videro la «discesa in campo» e la vittoria di Silvio Berlusconi. In un momento successivo, il Cavaliere affermò di aver individuato allora un nuovo mercato per la politica, sia dal punto di vista della composizione sociale, sia da quello dei contenuti. Aveva ragione. Con l'erosione delle appartenenze politico-ideologiche tradizionali e la conseguente maggior disponibilità di ampi settori di elettorato ad optare per nuove scelte di voto, si apriva un vasto terreno di conquista. Berlusconi agì con tecniche comunicative moderne, tratte dal marketing dei beni e dei servizi e, specialmente, con proposte di valori e politiche diverse da quelle passate, legate più alla crescita del benessere individuale, che alle tematiche «sociali» dei partiti tradizionali. La campagna del 2001 fu l'espressione massima di questa proposta, articolata in slogan semplici e facili da ricordare, che fronteggiavano quelli assai più complessi elaborati dall'Ulivo a causa delle sue divisioni interne.
ELETTORATO TRASVERSALE - Il Cavaliere attirò a sé un elettorato in buona misura trasversale tra le diverse categorie, con forti accentuazioni tra imprenditori e casalinghe, ma con una presenza più che proporzionale anche tra operai, commercianti e pensionati. E' un profilo sociale che, non casualmente, somiglia a quello del collegio 3 di Milano, tradizionalmente di centrodestra (vi fu eletto Bossi), dove la Cdl ha subito domenica una delle sconfitte più cocenti. Anche per questo, il collegio 3 può essere assunto a simbolo della crisi attraversata oggi dal centrodestra e da FI in particolare.
Qui come altrove, infatti, - in misura maggiore in quest'ultimo periodo - il legame tra Berlusconi e i suoi elettori si è andato progressivamente guastando. Da questo punto di vista, il Cavaliere sconta proprio il carattere «nuovo» del suo elettorato, la cui relazione col partito è assai più «leggera» di quella tipica con i partiti della Prima Repubblica.
TRE FATTORI - In questo processo di allontanamento hanno contato soprattutto tre fattori.
1) Il diffondersi dell'opinione che Berlusconi pensi «solo ai suoi interessi». Lo afferma il 62% dell'elettorato, con maggiore accentuazione tra i giovanissimi e tra i possessori di titoli di studio più elevati. Ma - ecco il segnale di mutamento nella struttura dei simpatizzanti per il Cavaliere - è di questo avviso anche la maggioranza assoluta (56%) delle casalinghe, dei pensionati, degli imprenditori e dei liberi professionisti, le categorie che un tempo formavano la base che lo sosteneva. Per questo, l'idea risulta condivisa dal 33% dei votanti di FI, dal 45 degli elettori di An e, addirittura, dal 60% dei leghisti. In realtà, ciò non costituirebbe un problema per il Cavaliere e per la coalizione che dirige. Infatti, al pari della questione del conflitto di interessi, non è tanto la figura morale del leader a preoccupare buona parte dell'elettorato della Cdl, quanto, più pragmaticamente, l’attuazione delle promesse fatte in campagna elettorale.
2) Proprio la percezione della mancata realizzazione di queste ultime, rappresenta il secondo fattore di crisi, quello sicuramente più rilevante. Il 56% della popolazione ritiene che il Cavaliere abbia promesso tanto ma non agito. Condivide questa affermazione il 34% dell'elettorato di FI, il 41% di quello di An e il 54% di quello della Lega.
3) A questi problemi si aggiunge la crescente immagine di disunità offerta dalla coalizione di governo: la sensazione di conflitti tra l'una e l'altra componente della Cdl scoraggia diversi elettori dal votarla.
Quanti sono in FI i «delusi»? Come per tutti i sentimenti, non è facile effettuare una misura quantitativa. Ma si sa che solo la metà dei votanti per FI alle Politiche 2001 esprime oggi l'intenzione di effettuare la stessa scelta. Tra i restanti, il 13% si dirigerebbe verso un altro partito del centrodestra, l'8% verso una forza esterna alla coalizione e il restante 29% si dichiara indeciso o propenso all'astensione. Sono questi ultimi (si tratta in particolare di donne e giovani) a costituire il vero problema per le sorti della futura tornata elettorale del Cavaliere.
IL FUTURO - Questo stato di cose rende difficile ogni previsione. E’ ragionevole pensare che se la disaffezione dell'elettorato di centrodestra nei confronti di Berlusconi rimarrà come oggi (o, come alcuni sostengono, si accrescerà) il centrosinistra vincerà anche le prossime elezioni, forse non tanto per merito suo, quanto grazie alla mancata realizzazione delle promesse avanzate da Berlusconi in campagna elettorale. Ma, seppure con un grado minore di probabilità, esiste anche la possibilità che il Cavaliere, nel giro dei prossimi mesi, anche grazie ai recenti mutamenti nel suo stile di comunicazione, riesca a «riconquistare» parte del suo elettorato. Con fatti o con promesse. Malgrado il diffuso scetticismo oggi esistente tra i votanti per la Cdl (sino a qualche tempo fa sarebbe stato impensabile che nel collegio 3 di Milano vincesse il candidato della sinistra) Berlusconi ha le capacità personali e le risorse che gli potrebbero consentire una rimonta dell'ultimo minuto. Specie se le fratture latenti all'interno dell'opposizione si approfondissero.
Non era mai accaduto
di Antonio Padellaro
Non era mai accaduto che il Parlamento europeo si opponesse con tanto vigore, e con tanto allarme, alla nomina di un commissario europeo. Non era mai accaduto che quel commissario, rifiutato per aver espresso delle convinzioni ritenute discriminatorie nei confronti degli omosessuali, reagisse con tale supponenza, senza minimamente farsi carico della grave situazione in cui gettava l’intera istituzione europea. Non era mai accaduto che, a causa della totale chiusura da parte del governo che quel commissario aveva indicato, la nuova commissione e il nuovo presidente sfiorassero il disastro; ovvero, la sicura bocciatura da parte del parlamento europeo, evitata in extremis solo grazie al rinvio del voto e alla promessa di un sostanziale cambiamento dei nomi e degli incarichi.
Adesso tutto questo è accaduto, e l’Italia non può esserne certo orgogliosa. Rocco Buttiglione, il commissario rifiutato che non ha avuto la sensibilità di farsi da parte e il governo Berlusconi irresponsabilmente sordo a qualsiasi richiamo, hanno contribuito a scrivere una delle pagine più mortificanti nella storia dell’Unione europea. Per debolezza o per calcolo meschino o per tutte e due le cose, il presidente Barroso si è reso loro complice facendo pagare alla commissione un prezzo salatissimo e difficilmente recuperabile in termini di autorevolezza e credibilità. Tutto questo alla vigilia della firma della nuova Costituzione europea, cerimonia che avverrà domani a Roma: proprio nella capitale del paese il cui governo si è reso responsabile di una simile pessima figura.
Come in rovinoso gioco del domino, dunque, l’Europa ha affondato Buttiglione che ha affondato Barroso, con il rischio, per ora evitato, che entrambi affondassero l’Europa. C’è una lezione in tutto questo e riguarda quella moneta cattiva che si tenta di spacciare fuori dai confini italiani ma che in Europa e viene costantemente rifiutata. È la moneta del conflitto d’interessi, delle leggi ad personam, dell’intolleranza e della xenofobia, degli insulti contro l’opposizione, dell’euroscetticismo, dell’informazione controllata o intimidita. Da oltre tre anni quella moneta viene battuta in Italia, come se fosse vera. Essa, però, non ha corso legale a Bruxelles da quando il premier del governo che l’ha coniata si produsse in quell’indimenticabile insulto («lei è un kapò») scagliato contro il leader parlamentare di un paese amico. Da allora il giudizio degli altri sull’Italia non ha fatto che peggiorare. Come giudicare, del resto, il governo che toglie dall’Europa una personalità universalmente stimata come il professor Mario Monti e la sostituisce con il professor Buttiglione? Per fortuna c’è Romano Prodi. Dopo cinque anni di lavoro, salutato qualche giorno fa dall’applauso dell’intero parlamento di Strasburgo. E adesso richiamato d’urgenza per salvare la faccia dell’Europa. E dell’Italia.unita.it
Gli eserciti divisi alle spalle di Bush e Kerry
Dietro ai candidati due partiti tutt'altro che granitici: ecco i protagonisti di tanti scontri interni per ora solo sopiti.
di Roberta Miraglia
Il giorno dopo l’ultimo faccia a faccia televisivo con il rivale John Kerry, il presidente George W. Bush sembrava in difficoltà. La volata finale della campagna elettorale ripartiva per lui in salita con i sondaggi post dibattito che attribuivano la terza vittoria consecutiva al candidato democratico. Al presidente serviva un’iniezione di fiducia e a far tornare all’improvviso la serenità sul suo volto era una comparsa inattesa: John McCain. Il senatore dell’Arizona si faceva riprendere dalle Tv abbracciato a Bush mentre snocciolava elogi del presidente. Eccezionale. Soltanto qualche mese fa i due quasi non si parlavano: bruciava ancora per McCain la sconfitta alle primarie del 2000 quando, in corsa contro Bush Jr. per la nomina a candidato, aveva dovuto subire dai sostenitori dell’allora governatore del Texas una campagna d’accuse senza esclusione di colpi bassi.
Ma il senatore ha sotterrato l’ascia di guerra per sostenere la rielezione del nemico interno contro quello esterno; ha fatto quadrato nel momento del bisogno mettendo da parte rivalità e dissensi. Stessa linea dall’altra parte: litigiosi e frammentati ancor più dei repubblicani, i democratici si sono uniti in una sorta di santa alleanza per battere l’inquilino della Casa Bianca. Persino l’arcicritico Michael Moore ha girato, con Fahrenheit 9/11, un lungometraggio-spot elettorale anti-Bush.
Il pensiero unico non abita qui
L’abbagliante fase finale della corsa, tutta concentrata sui due sfidanti, con gli apparati dei partiti al massimo dei giri per attrarre voti, potrebbe far pensare che i candidati abbiano alle spalle blocchi granitici. Rosso e blu, repubblicani e democratici, bandierine e inni rock. In realtà né gli uni né gli altri sono campioni di unità e pensiero unico. Anzi, come è normale e spesso salutare nella dialettica politica, le divisioni percorrono da sempre i partiti americani. Non solo per ragioni personali, di concorrenza per il posto di numero uno, ma anche e soprattutto per diversità di vedute su temi cruciali, dalla politica fiscale a quella estera, differenze che rendono magmatica la linea di distinzione tra una sponda e l’altra. Sulle questioni più scottanti ogni partito presenta più anime e di recente le spine laceranti sono state molte. Prima fra tutte la guerra.
Sempre McCain, per esempio, non si è tirato indietro quando gli è stato chiesto di commentare il leit motiv delle critiche a Kerry. Inabile al comando, troppo debole sulla difesa, come sostengono Bush e Dick Cheney? , ha risposto il senatore durante uno show televisivo nella scorsa primavera, quando ancora erano in corso le primarie. Veterano del Vietnam come Kerry, McCain vanta una lunga amicizia e collaborazione con il collega del Massachusets. Non è un bastian contrario né flirta con l’opposizione il senatore dell’Arizona; è più semplicemente un importante esponente del partito che favorisce una linea politica moderata, uscita però sconfitta dalla virata conservatrice imposta al Gop da Bush che pure aveva vinto le elezioni del 2000 proprio come uomo di centro. La svolta ha invece avvicinato il presidente alla linea dura dei falchi neocon, Donald Rumsfeld e Paul Wolfowitz. E con sé Bush ha fatto virare anche il partito dove peraltro non sono mancate voci contrarie. Quella di Brent Scowcroft, ad esempio. L’ex consigliere per la sicurezza nazionale ha sollevato polemiche feroci nell’estate 2002 dicendo con chiarezza di ritenere poco saggia un’invasione dell’Irak. Ma con Bush Jr. i repubblicani hanno inaugurato una disciplina ferrea di direzione del partito dalla Casa Bianca che era invece mancata ai suoi predecessori, sostenitori di un maggiore distacco.
Su guerra e fisco i democratici non parlano una sola lingua
La lontananza dal potere ha acuito difficoltà e divisioni tra i democratici. Il solco più profondo lo ha scavato la guerra all’Irak. Come è successo oltreoceano a Tony Blair, la decisione di molti democratici di autorizzare il conflitto ha allontanato dal partito una parte della base contraria alla guerra. Non si sono però viste all’interno del quadro dirigente le rivolte che hanno tormentato il premier inglese. E tuttavia se Kerry dovesse vincere le elezioni il primo confronto lo avrebbe senza dubbio con l’ala del partito che più si oppone alla guerra.
Un altro terreno di scontro tra i democratici è la politica fiscale. Alcuni, come Howard Dean, tornando al Governo vorrebbero abolire i tagli alle tasse, realizzati da Bush, per aumentare la spesa sociale e ridurre lo spaventoso deficit federale. Altri, tra cui Kerry, preferiscono una via di mezzo con il mantenimento degli alleggerimenti solo per le classi medio-basse e non per le fasce più ricche di reddito.
Anche il partito democratico ha un’ala conservatrice – quella di Bill Clinton, due volte presidente degli Stati Uniti – e un’anima liberal. Di quest’ultima fa parte Kerry, senatore del Massachusets, terra del Nord Est, tradizionalmente più a sinistra. Mentre Clinton viene dall’Arkansas, Stato del Sud moderato. Tra i democratici c’è già chi pronostica, in caso di sconfitta elettorale, le voci di protesta all’interno del partito. Qualcuno dirà che Kerry non era abbastanza di sinistra; altri che lo era troppo. In attesa del verdetto si affilano le armi per la futura corsa e circolano i nomi di possibili sfidanti del 2008: dalla solita Hillary Clinton al governatore del New Mexico Bill Richardson. Sempre che a correre non sia di nuovo Kerry, in cerca di un bis dopo quattro anni alla Casa Bianca.
www.ilsole24ore.com
Al centro si vince: una favola elettorale (di Eugenio Scalfari)
Un cannoneggiamento sistematico, un fuoco di batterie campali cui seguono raffiche di mitraglia in attesa che entrino in campo le truppe corazzate. Questa è l´impressione che si ricava dall´esame di alcuni importanti mezzi di comunicazione......
AL CENTRO SI VINCE UNA FAVOLA ELETTORALE
EUGENIO SCALFARI
Un cannoneggiamento sistematico, un fuoco di batterie campali cui seguono raffiche di mitraglia in attesa che entrino in campo le truppe corazzate. Questa è l´impressione che si ricava dall´esame di alcuni importanti mezzi di comunicazione che da molte settimane hanno lanciato una vera e propria offensiva mediatica con un duplice e molto evidente obiettivo: delegittimare la sinistra italiana, anche quella riformista e anzi soprattutto quella riformista; spostare al centro la linea del centrosinistra martellando lo slogan che al centro si vince, nella prospettiva di farlo diventare senso comune (o luogo comune che dir si voglia).
A condurre questa operazione mediatica e politica si sono mobilitati Bruno Vespa, Giuliano Ferrara, Panorama, Il Giornale, Il riformista, e soprattutto il Corriere della Sera e 24 Ore. La sequenza del quotidiano milanese è addirittura impressionante: coinvolge Della Loggia, Ostellino e Panebianco (ai quali fa eco Battista dalle colonne della Stampa) ma poi lo stesso direttore Stefano Folli con un duplice intervento domenicale. Infine, tra tanta ressa, si fa luce Giovanni Sartori che assume in proprio lo slogan «al centro si vince» confortandolo e rafforzandolo con la sua indiscussa dottrina, sicché quelle che erano fino a quel momento legittime quanto discutibili opinioni diventano assiomi scientificamente provati. Renato Mannheimer ? valoroso esperto in sondaggi ? ci mette sopra il bollo della statistica e il cerchio è completo. La fanteria, cioè i cronisti e gli intervistatori, seguono a schiere compatte. I titolisti fanno il resto.
Personalmente non credo affatto che i direttori delle testate alle quali qui si accenna e gli articolisti delle medesime si consultino tra loro. Sono ormai nell´albo dei decani di questa professione e ne conosco bene gli usi e i costumi. Consultarsi non è d´uso, ciascuno è libero nelle proprie scelte all´interno di limiti liberamente accettati e segue quindi le proprie convinzioni in (quasi) perfetta autonomia.
Se dunque un fronte mediatico così vasto e composito batte e ribatte sullo stesso tema da giorni e suona la stessa musica, una ragione ci deve pur essere. E la ragione sta nel fatto che gli interessi di riferimento di questo settore mediatico sono largamente comuni. Il loro Dna ideologico è comune.
La favola del centro che fa vincere
La parola "centro" viene ideologizzata come una sorta di numero aureo e ad essa si accompagna un´altra parola altrettanto aurea che è quella di "moderato". Anche se il centro moderato è un´espressione assolutamente vaga e, almeno in Italia, di incertissima definizione. Un marchio di indifferenza politica o addirittura di non politica con tonalità di antipolitica. Di disimpegno. Di vocazione ad attingere a due o più forni. Insomma di sano (?) trasformismo.
Naturalmente liberale, ci mancherebbe.
* * *
Si vince al centro, afferma con sicurezza il professor Sartori e invoca a proprio sostegno (ma non ce ne sarebbe alcun bisogno perché Vanni Sartori fa dottrina anche da solo) la dottrina "classica" di Anthony Downs che prevede la vittoria di chi, mantenendo compatto il proprio elettorato tradizionale, riesca a conquistare voti nello schieramento avversario e soprattutto in quel limbo intermedio tra le forze contrapposte.
Alla dottrina classica di Downs si oppone quella di Stanley Greenberg (che Sartori definisce una "dottrinuccia") secondo la quale la vittoria è di chi «riesce a mobilitare il proprio elettorato stanando dalle tane i propri astenuti».
Non sono in grado di difendere la dottrinuccia di Greensberg perché per mia ignoranza non so nemmeno chi sia, ma personalmente condivido in pieno la sua tesi.
Sostiene Sartori che in America non ha mai vinto chi non ha fatto la corte ai voti del centro. Sarà pur vero, ma non nel caso di F. D. Roosevelt, che realizzò l´intervento pubblico in economia in un paese dove una tesi del genere era considerata l´equivalente d´una bestemmia, costruì attorno a quest´idea un vero e proprio blocco sociale composto da lavoratori, disoccupati, neri, minoranze povere, e con quello governò ininterrottamente dal ´32 al ´44, dodici anni ai quali seguì la presidenza Truman sostenuta dal medesimo blocco (vent´anni di seguito). Questo schieramento e questo blocco sociale tornarono a governare con continuità con la presidenza Kennedy e poi Johnson e Carter, per altri complessivi quindici anni.
Nessuno di questi, ch´io sappia, corteggiò l´elettorato centrista se non per quel tanto che tutti i candidati fanno per sedurre gli elettori di qualunque provenienza e cultura. Salvo un pazzo o un fanatico nessuno tratta a calci nei denti chi si accinge a votare. Il problema sta nel programma e quello sul quale vinsero i candidati democratici non fu certo indulgente verso i conservatori e i moderati di parte avversa, come non lo fu Clinton con le sue proposte sociali sulla sanità, sulla previdenza, sulla necessità di far nascere in Medio Oriente un vero Stato palestinese.
Questo per quanto riguarda il passato. Ma sull´America mi permetto di fare un´altra considerazione: negli Usa non esistono formazioni politiche a sinistra del partito democratico né a destra di quello repubblicano. Neppure in Gran Bretagna esiste una destra ultrà e una sinistra ultrà.
Proprio in questi giorni il candidato Kerry cerca di battere Bush non corteggiando i moderati ma piuttosto cercando di acquisire nei vari Stati in bilico determinate categorie sociali: i neri e i portoricani, le donne, i cacciatori, alcune Chiese protestanti, i giovani disoccupati, i lavoratori privi di "welfare". Non so se riuscirà nell´intento in un paese che vede nonostante tutto in Bush il "commander in chief" d´una guerra di sicurezza imperiale. Ma è un fatto che il centro in quanto centro e i moderati in quanto moderati sono concetti del tutto evanescenti e neppure traducibili in categorie politiche.
* * *
Ma occupiamoci di noi, dell´Italia.
Qui il centro e i moderati di centro sono esistiti, eccome, all´epoca del sistema proporzionale e del centrismo degasperiano che durò dal ´47 al ´55.
Poi arrivò Fanfani, che certo di centro non era. E Gronchi. E Moro. Il centrosinistra con Nenni e poi De Martino vicepresidenti del Consiglio.
Andreotti governò di volta in volta con Malagodi, con La Malfa, con la sinistra del suo partito e con l´appoggio parlamentare del Pci di Berlinguer.
Poi venne De Mita, dopo il quale comincia l´ultima fase (moderata?) che prelude allo sfascio di Tangentopoli e al passaggio dalla proporzionale al bipolarismo.
Pongo anch´io una domanda: quanti sono e dove sono i moderati del Polo e della Casa delle libertà che vinsero nel 1994 e nel 2001? Non certo nel Msi e poi in Alleanza nazionale; non certo nella Lega. Nel partito di Follini, che vale oggi un 6 per cento nel suo insieme, ma non più del 4 se si tolgono dal conto le clientele siciliane che sono col piede sull´uscio.
Allora in Forza Italia? Non direi proprio. Forza Italia nasce da una sorta di ribellione contro lo Stato burocratico, i famosi lacci e laccioli, la voglia del «fai da te», l´irruenza produttiva del Nord-Est in cerca di rappresentanza politica, delle partite Iva, della «questione settentrionale».
Con nutrite clientele sudiste. Con la grande moda del nuovismo. Con il sogno dell´Eldorado dietro l´angolo. Il fisco nemico pubblico numero uno. Il sommerso. Si tratta di moderati o di estremisti di centro? Molti votavano a sinistra fino al ´96. Potrebbero ritornarci ma non sono centristi. A Bologna infatti sono ritornati. Con Cofferati. Illy è un moderato eletto con voti moderati o un imprenditore capace sostenuto dal centrosinistra? A Milano la provincia è stata conquistata dal segretario locale dei ds; nel collegio di Bossi ha vinto l´ex presidente della Rai e girotondino, Zaccaria. A Napoli il Polo ha perso il collegio in gran parte per i voti raccolti dalla Mussolini.
Voti moderati, amico Sartori?
Tu citi a sostegno della tua tesi le tabelle di Mannheimer, dove i voti da conquistare starebbero tutti al centro. Infatti Mannheimer questo dice nel testo e così titola il Corriere della Sera su otto colonne. Ma leggi bene le tabelle che sorreggono con i numeri il testo. Esse quantificano al 28 per cento gli "incerti" di centro, al 23 gli incerti di centrosinistra, al 10 quelli di sinistra. Mannheimer, chissà perché, ha dimenticato la sua tabella e ha opposto il 28 dei centristi incerti al 10 degli incerti di sinistra. Ha completamente dimenticato e cancellato quel 23 di incerti che si dichiarano di centrosinistra.
Fate la somma: agli incerti di centro si contrappone un 33 per cento di centrosinistra e sinistra che vanno possibilmente recuperati dalla coalizione per cui hanno già votato. Vedi bene, amico Sartori: non basta leggere i testi e i titoli quando le cifre dicono il contrario.
* * *
Mi stupisce soprattutto il direttore del Corriere della Sera per il titolo del suo articolo di domenica scorsa: "Classe dirigente cercasi subito". Avete capito bene? Subito, non c´è un minuto da perdere. Perché una classe dirigente non c´è. A destra, scrive Folli, c´è Berlusconi che bene o male governa da tre anni; gli elettori lo giudicheranno per quanto ha fatto e non fatto. Ma al centrosinistra non c´è nessuno. Sì, c´è Prodi. Ma Prodi da solo non funziona.
Bisogna affiancarlo e ci vuole una squadra. Soprattutto per governare l´economia. Prodi non basta. Ma perché? Perché no.
Ci sarebbe anche Fassino. Anche Bersani. Anche Visco. Anche Enrico Letta.
Vengo anch´io. No, tu no. Ma perché? Perché no. Sembra Enzo Jannacci.
Quel nome Folli lo vuole subito. Da Prodi. Un grande tecnico. Un uomo fuori dai partiti. Come Ciampi nel ´96.
Faccio osservare che Ciampi andò al Tesoro per scelta di Prodi fatta dopo le elezioni e vincendo le resistenze dello stesso Ciampi. Ma Folli lo vuole conoscere subito quel nome, a venti mesi dal voto. Ma perché? Perché Prodi da solo è bollito e i centristi con lui solo non marciano. E neppure il Corriere della Sera è disposto a marciare.
Guardate l´America: lì i grandi giornali, i giornali indipendenti, hanno preso posizione netta sui candidati. Il Washington Post, il New York Times, i giornali di Boston e di Los Angeles sono per Kerry. Altri di altri Stati e città per Bush. Ma nessuno ha chiesto ai due candidati chi nomineranno segretario di Stato e segretario della Difesa e neppure Consigliere del Presidente. Ma qui, perdinci, ci sono i moderati. Senza quel nome non si muoveranno.
* * *
A me tutto questo sembra un po´ grottesco. Capirei di più se i giornali sedicenti liberali scrivessero che qualora Berlusconi si candidasse come "premier" alle elezioni restando azionista di riferimento del gruppo Fininvest-Mediaset, la sua candidatura dovrebbe essere impedita dal pensiero e dall´azione liberale e dalla legge. In questo caso direi anch´io a Berlusconi, come Jannacci e come Folli, "no, tu no". Questa sarebbe una battaglia liberale. E se ci fossero veri moderati dovrebbero sostenerla con vigore. Ma ci sono?
da Repubblica
VERBALE DELLA RIUNIONE DEL COMITATO ESECUTIVO DEL 24 OTTOBRE
L'esecutivo nazionale si è riunito il 24 ottobre alle ore 12.00 a piazza Adriana 8.
Sono presenti il prof. Scoppola, Iginio Ariemma, Serini, Fogliazza, Crippa, Guseo, Cellai, Massari, Meneguzzi, Guglielmi , Schirò, Paolillo.
Il prof. Scoppola riferisce del suo lavoro alla Commissione delle regole per la Federazione, descrivendo i problemi incontrati e le resistenze alla sua proposta , ma ciò nonostante esprime una valutazione complessivamente non negativa della soluzione finale, confidando che gli spazi ottenuti possano allargarsi in un processo che, se ben governato, può trasformare la Federazione in una struttura più larga, più partecipata, con poteri decisionali anche su altri temi oltre a quelli contemplati negli accordi sottoscritti.
Molto dipenderà da come Prodi, guida della Federazione, ma anche della Grande Alleanza, saprà gestire e conciliare le diverse dinamiche interne delle due "macchine".
Il prof. Scoppola individua come elemento di saldatura tra le due strutture le primarie, che, se avranno successo, metteranno Prodi in sicurezza con un'investitura popolare, e, per quanto riguarda noi, ridefiniranno in termini nuovi, ma non contrastanti, il nostro obiettivo iniziale di costituente, non più attuale come era stato pensato, ma ancora valido nella sostanza e perseguibile con strumenti diversi.
Le primarie sono uno di questi perché consentono di costruire la base del nuovo soggetto politico (attraverso la registrazione degli elettori), di avviare una mobilitazione di base.
Il nostro compito futuro dovrebbe essere rilanciare il raccordo tra Federazione e Gad, avviando anche una mobilitazione di competenze, per cominciare a fare proposte valide sui temi all'ordine del giorno, per es. la Costituzione, la riforma elettorale, per contrastare la voglia di proporzionale e le nostalgie di centro ormai esplicite. Si tratta di contribuire come cittadini, esprimendo un trust di cervelli e di competenze, alla costruzione di un progetto storico.
Sollecita la adesione alla Fed che deve avvenire entro il 31 dicembre e deve essere approvata prima di allora dalla nostra Assemblea.
Si apre la discussione, la maggioranza dei presenti concorda con quanto esposto e proposto dal Prof. Scoppola.
Nei vari interventi viene sottolineata l'importanza della ridefinizione degli obiettivi della Rete e il ruolo dei cittadini nel nuovo contesto politico.
Sinteticamente c'è un accordo sui seguenti impegni da assumere: agire su due piani (FED e Gad), rilanciando un raccordo attraverso le primarie; lavorare sulla carta dei valori della Gad e sul programma; costruire un movimento di opinione pubblica e intellettuale; fare della campagna per le primarie un'occasione di rilancio della Rete e di partecipazione .
Viene comunicata da Lella Massari la data in cui Prodi ha accettato di incontrarci: il 6 novembre, prima della manifestazione. Si accetta la proposta. Si concorda di costruire l'incontro come un'occasione di riconoscimento da parte di Prodi del nostro ruolo, di invitare le altre associazioni con cui si dovranno favorire aggregazioni, per una presenza più forte nella federazione.
Si stabilisce che l'assemblea nazionale si terrà l'11 e il 12 dicembre a Pescara, che l'esecutivo presenti all'assemblea un documento politico. Le modalità di gestione dell'assemblea saranno definite, a termini di statuto, dal Coordinamento (che si riunirà il 6 novembre mattina) sulla base delle proposte dell'Esecutivo e del Gruppo di Lavoro.
Il CE infine ribadisce le norme dello Statuto che sanciscono il divieto di presentare liste e candidature proprie.
***
Purtroppo gli ultimi sviluppi della situazione in Europa rendono impossibile considerare definitive le date previste nel presente verbale.
Molto dipenderà, ovviamente, dalle disponibilità di Romano Prodi che avremmo voluto incontrare nell'iniziativa che avevamo prevista per la mattina del 6 novembre.
Nelle prossime ore, anche attraverso il sito, cercheremo di dare, con il massimo della tempestività, ulteriori, più precise informazioni al riguardo.
cittadiniperlulivo.com
ottobre 27 2004
George W. Bush o l’età della menzogna
di José Saramago
La società umana è impregnata di menzogna come della peggiore contaminazione morale e Bush è uno dei maggiori responsabili. La menzogna circola impunemente ovunque, si erge a nuova verità. Quando alcuni anni orsono un primo ministro portoghese affermò che “la politica è l’arte di non dire la verità”, non immaginava che George W. Bush, anni dopo, avrebbe trasformato la scioccante affermazione in una birichinata ingenua da politico di periferia che non possiede un’adeguata conoscenza del valore e del significato delle parole.
“Lo Stato è la forma suprema della moralità”
Aristotele, Politica
La carriera politica e imprenditoriale di George Walker Bush, figlio del direttore della CIA e, successivamente, 41° Presidente degli Stati Uniti d’America George Herbert Walker Bush, è stata narrata e debitamente documentata in molte delle opere che hanno esplorato i sotterranei della politica nordamericana, e rappresenta un perfetto esempio di arrivismo senza scrupoli. Questo articolo, sia per la concisione che per la mancanza di pretese, deve essere considerato solo come uno sguardo stupefatto su uno dei più deprimenti spettacoli rappresentati sulla scena dove, implacabilmente, si gioca con il destino di milioni e milioni di persone, come se si trattasse di semplici marionette. I casi e le strade che hanno portato George Walker Bush sul trono imperiale e coloniale della Casa Bianca sono, per lo più, risaputi. Tuttavia, penso che possa essere utile in giorni come questi, a mo’ di vademecum, ripercorrere le principali tappe che hanno segnato la vita e i miracoli dell’attuale (e illegittimo) presidente degli Stati Uniti dell’America del nord, George Walker Bush, che da giovane gli amici affettuosamente chiamavano W. (e chissà se ancora oggi). E rifacendomi a quanto narrato nelle migliori biografie autorizzate - secondo cui George Walker, così come Paolo cadendo da cavallo sulla via di Damasco, fu illuminato dalla fede che gli permise di disintossicarsi dall’alcool e abbandonare la vita dissoluta nella quale rischiava di perdere l’anima - mi permetterò, prendendo a pietoso esempio le stazioni della Via Crucis cristiana, di enumerare alcuni dei più significativi passi del peculiare e trionfale cammino che, grazie al fatto di essere il primogenito di suo padre, lo avrebbe condotto fino all’ombelico del mondo, meglio conosciuto come lo Studio Ovale.
Ed ecco qui: la prima stazione ci mostra a che punto influì il peso politico e imprenditoriale del padre affinchè George W. fosse ammesso e ottenesse facilmente la laurea nelle università di Andover e di Yale; nella seconda, si chiariscono le manovre e gli espedienti messi in atto da George W. per risultare il primo tra migliaia di candidati nella lunga lista d’attesa della Guardia Nazionale del Texas e, di conseguenza, avere un buona scusa per non andare in Vietnam a combattere; nella terza, si sveleranno gli ingranaggi finanziari usati per salvare le sue compagnie petrolifere quando si trovavano sull’orlo del fallimento; nella quarta, si ripercorre il labirintico processo di vendita delle azioni della Harken Energy Corporation; nella quinta, si descrive l’acquisizione della squadra di Baseball dei Texas Rangers e come la successiva vendita della sua quota (nonostante fosse minoritaria) fece di lui un miliardario; e infine, nella sesta e ultima, si analizzano in dettaglio le campagne elettorali, che in ben due occasioni (elezione e rielezione) insediarono l’amatissimo figlio di George Herbert Walker Bush a capo del governo dello stato del Texas. L’ultimo gradino prima che W. - fissando intensamente la stupefatta faccia della statua di Abramo Lincoln e pronto a sfoderare la Colt dalla fondina come in OK Corral - potesse pronunciare le parole, che sulla sua bocca suonano come un insulto, “sono anch’io Presidente degli Stati Uniti”.
Presidente degli Stati Uniti, sì, ma solo grazie alla truffa, alla menzogna, alla manipolazione. E peggio ancora, dicendolo chiaramente: George Walker Bush è diventato Presidente del suo paese grazie a un vero e proprio colpo di stato, al quale solo è mancato l’ultimo tocco dell’intervento militare, anche se non di sicuro l’acquiescienza del Pentagono. L’azione congiunta (e concertata) di cinque giudici di destra del Tribunale Supremo degli Stati Uniti, del Governatore della Florida, Jeb Bush, fratello del candidato repubblicano, e della pressochè totale maggioranza dei mezzi di comunicazione di massa nordamericani, - in particolare quella dei telegiornali di emittenti controllate da grandi multinazionali industriali e finanziarie, che sono portavoce diretti dello Stato-impresa – ha avuto come conseguenza una delle più sfacciate e ignominiose usurpazioni di potere a cui si abbia mai assistito nell’epoca moderna. Il mondo è stato spettatore di una performance di prestidigitazione politica che ha oscurato persino l’arte manipolatoria di un altro presidente, quel Richard Milhous Nixon che passò alla storia del suo paese con il soprannome di Dick Trick, che più o meno significa ciarlatano, lestofante, impostore, imbroglione (lascio al lettore la scelta del termine più adeguato). Mi chiedo come e perché gli Stati Uniti, un paese così grande sotto tutti i punti di vista, abbiano spesso avuto dei così piccoli presidenti…
George W. è sicuramente il più piccolo di tutti. Con la sua mediocre intelligenza, la sua abissale ignoranza e la sua maniera di esprimersi confusa e irresistibilmente portata alla “sparata”, quest’uomo si presenta di fronte all’umanità nella posa grottesca di un cow-boy che ha ricevuto in eredità il mondo e lo confonde con una mandria di bestiame. Non è dato sapere quello che pensa realmente, non sappiamo nemmeno se pensa (nel senso più nobile del termine), non sappiamo se magari sia un robot progettato male che si confonde costantemente e stravolge i programmi installati. Ma, che gli sia tributato almeno questo onore, c’è nel George Walker Bush presidente degli Stati Uniti sicuramente un programma che funziona alla perfezione: quello della menzogna. Sa di mentire, e sa che noi sappiamo che sta mentendo. Ma, data la sua appartenenza alla tipologia del bugiardo compulsivo, continuerà a mentire nonostante la verità gli si presenti davanti agli occhi in tutta la sua evidenza, anche dopo che gli sia esplosa in faccia. Ha mentito per dichiarare guerra all’Iraq come precedentemente lo aveva fatto sul suo equivoco e turbolento passato, con la stessa sfacciataggine. Viene da lontano la menzogna, ce l’ha nel sangue. Come bugiardo emerito, è il corifeo di tutti i bugiardi che lo hanno circondato, applaudito e servito come lacchè in questi ultimi tre anni. Ultimamente gli “yes men” sono diminuiti, ma ancora non ci risparmiano i loro ingannevoli gorgoglii. In Iraq non c’erano armi di distruzione di massa, sono state tutte distrutte dopo la guerra del Golfo, nel 1991. Ma Tony Blair e José Maria Aznar, i tenori preferiti da George W., continuano imperterriti a riproporre il disco rotto della minaccia che Saddam Hussein rappresentava per l’umanità …
George Walker Bush ha bandito la verità dal mondo per inaugurare e far fiorire, al suo posto, l’età della menzogna. La società umana attuale è impregnata di menzogna come della peggiore contaminazione morale e lui ne è uno dei maggiori responsabili. La menzogna circola impunemente ovunque, si erge a nuova verità. Quando alcuni anni orsono un primo ministro portoghese, il cui nome ometto per delicatezza, affermò che “la politica è l’arte di non dire la verità”, non immaginava che George W. Bush, anni dopo, avrebbe trasformato la scioccante affermazione in una birichinata ingenua da politico di periferia che non possiede un’adeguata conoscenza del valore e del significato delle parole. Per George W. mentire è, semplicemente, parte del gioco e probabilmente la migliore di tutte. La menzogna come arma, che spiana la strada ai carri armati e ai cannoni, la menzogna sulle macerie, sui morti e sulle povere e sempre frustrate speranze dell’umanità. Non sappiamo se il mondo oggi sia più sicuro rispetto a tre anni fa, ma non abbiamo dubbi sul fatto che sarebbe molto più pulito e tranquillo senza la politica imperialista e colonialista del presidente degli Stati Uniti d’America, George Walker Bush, e di quanti, consapevoli dell’inganno che mettevano in atto, gli spianarono la strada per la Casa Bianca. Dopo aver sparato contro Abramo Lincoln.
Questo articolo riassume le parti essenziali della prefazione a “El Neron del Siglo XXI” (Il Nerone del XXI° secolo), di Jamer H. Hatfield, pubblicato nello stato spagnolo da Editions Toméli-Ediciones Apóstrofe.
Fonte: http://www.rebelion.org/noticia.php?id=6402
Traduzione di Viviana Tommasetti (viviana_tomassetti@yahoo.it)per Nuovi Mondi Media
For Fair Use Only
Libri: "Berlusconi's Shadow"
E' appena stato pubblicato in Inghilterra (Editore Penguin) il libro di David Lane "Berlusconi's Shadow - Crime, Justice and the pursuit of Power" ("L'ombra di Berlusconi - Criminalità, giustizia e la ricerca del potere"). Il libro sarà pubblicato in Italia, a fine anno o inizio 2005 da Laterza. David Lane è stato ufficiale di marina nella Royal Navy e, dal 1977, fa il giornalista. Ha scritto prima per il Guardian, poi per Financial Times ed è dal '94 corrispondente in Italia dell'Economist.
Sua moglie è italiana, Ho avuto la fortuna di conoscere David Lane circa 3 anni fa quando era già impegnato nell'acquisizione di dati, notizie, documenti, atti giudiziari in vista del libro che aveva iniziato a scrivere. Con assoluto rigore e grande determinazione, Lane stava intervistando suoi colleghi giornalisti, nonchè scrittori, professori, politici, intellettuali, economisti, avvocati, magistrati ed annotava ogni notizia e commento per poi verificare tutto e giungere alle sue conclusioni.
Mi pare improprio, non avendo ancora finito di leggere il libro, farne una specie di recensione, ma vorrei comunque ricordare alcune cose: Literary Review, una rivista letteraria molto importante e The Spectator (famoso per l'intervista a B. dell'anno scorso, quella sui "magistrati matti") presentano il libro in termini entusiastici, sottolineando il rigore ed il coraggio di Lane. E' noto, del resto, che gli articoli dell'Economist - devo qui ricordare anche un collega di Lane, Tim Laxton - e di altri giornali stranieri indipendenti sono stati quelli che hanno maggiormente "infastidito" molti politici italiani dell'attuale maggioranza.
Ma Literary Review e The Spectator pongono in evidenza anche la strenua difesa che David Lane fa della magistratura italiana e si chiedono come sia stato possibile "che gli italiani abbiano votato un uomo con tali conflitti di interesse, che diffama la magistratura, che non sopporta la stampa libera"... (The Spectator: "..What remains so hard to understand is how it is that Italians have not only twice voted in, but also been prepared to go on tolerating a man with such enormous conflicts of internest and such an aversion to a free press, who slanders the magistrature and jeopardises all the insitutions central to the proper functioning of a democracy"; Literary Review :"..How it is that Italians have voted for this kind of a man in such large numbers?..That fact, particularly to British eyes, remains the ultimate mistery about Berlusconi").
"Berlusconi's Shadow" (che contiene anche un capitoletto dedicato al "Movimento per la Giustizia", di cui ricorda le battaglie per la questione morale e l'efficienza del sistema giustizia) si apre con pagine emozionanti e con un vero colpo al cuore: David Lane descrive nel Prologo i cimiteri di guerra di Anzio e Nettuno, ricorda le decine di migliaia di soldati inglesi, del Commonwealth ed Americani che hanno dato la vita tra il '43 ed il '45 per liberare l'Italia e l'Europa continentale dal Nazi-Fascismo, ricorda i nomi di alcuni italo-americani che si possono ancora leggere sulle tombe di tanti caduti (William Rosati di New York, Severino Caprini dall'Illinois, Dominic e Pio Chiaritti, fratelli, dal Vermont, uccisi a pochi giorni di distanza l'uno dall'altro...) e poi, improvvisamente, - ecco il diretto al cuore - ricorda che Silvio Berlusconi ha manifestato altra opinione sulla liberazione, affermando che gli Italiani hanno dovuto aspettare per oltre tre anni dopo la fine della guerra mondiale per poter gioire per la libertà e la democrazia. Secondo Berlusconi - ricorda Lane - "la liberazione arrivò con la sconfitta nelle elezioni del 1948 della sinistra" ("L'Italia che ho in mente", p. 186), molti dei cui militanti erano stati fratelli in armi degli Americani e dei tommies inglesi che avevano dato le loro vite nella guerra contro il nazi fascismo...; un'opinione che Lane giudica offensiva per i veterani della campagna d'Italia ancora in vita.
Vorrei parlare ancora tanto di questo bellissimo libro, ma mi limito a citare poche altre parole di David Lane: ad es., quelle con cui ci dedica il libro; come tanti autori, infatti, anche Lane ha ringraziato quanti lo hanno aiutato a vario titolo nella sua fatica. Ma ha poi aggiunto: "Non voglio ringraziare individualmente i molti magistrati che generosamente mi hanno dedicato il loro tempo per spiegare il lavoro della magistratura. Questo libro riguarda loro ("..is about them") e l'assalto che hanno dovuto sopportare...". Nella dedica autografa che ho ricevuto e che mi ha emozionato come tante altre parole del libro, David scrive : "...che ombra, ma che luce anche ! Ho visto un mondo diverso. Con amicizia e stima".
David mi ha autorizzato a rendere pubbliche queste parole ed a dire ad ogni magistrato che fossi stato in grado di raggiungere che esse sono dedicate a tutti noi e che non siamo soli. Grazie, David ! Ci avviciniamo ad altre scadenze penosamente decisive per la magistratura e per la democrazia: l'attacco in atto alla Costituzione è, infatti, ben più grave di quello che, attraverso la controriforma dell'ordinamento giudiziario, è portato alla magistratura.
Potranno vincere una battaglia, ma non di più. La storia evolve ed i cittadini alla fine capiscono. Manteniamoci compatti e pensiamo uniti alle prossime iniziative di protesta: è di poco momento - soprattutto in questa fase - privilegiare il proprio interesse di gruppo o personale in uno sterile gioco allo scavalco o, all'opposto, attraverso la rassicurante politica dei passi felpati.
L'autore della recensione del libro di Lane pubblicata sulla Literary Review è John Dickie, un professore di Cambridge; egli conclude il pezzo sul "Lane's excellent book" con il motto che vi è riportato e che potrebbe condensare le prospettive del nostro Paese "Stay calm. Stay indignant !".
Ho contattato Lane per arrivare alla fonte: egli ricorda di averlo tratto da un documento - probabilmente di M.D. - diffuso via Internet.
Allora, cari amici: manteniamoci freddi, ma anche indignati!
Armando Spataro
Segretario del Movimento per la Giustizia
megachip.info
E' l'ora di Karl "Caos" Rove
di Bianca Cerri
Pochi giornali si sono chiesti cosa accadrà subito dopo le elezioni USA, soprattutto se la distanza tra un candidato e l'altro sarà molto esigua, come lasciano prevedere i sondaggi. Basta fare un'analisi meno superficiale per capire che il vero caos inizierà soltanto allora, soprattutto se Karl Rove, consigliere di Bush, passerà alle vie legali. Negli Stati Uniti, le campagne presidenziali difficili non sono una rarità. Nel 1988, Bush Sr., per eliminare il pericoloso Dudakis, non esitò a servirsi della vicenda di Willie Horton, un criminale incallito, evaso grazie ad una generosa vacanza-premio concessagli proprio da Dukakis quando era governatore in Massachussets.
Bush figlio usò più o meno la stessa tattica nel 2000, quando, per ottenere la nomination dal suo partitò, riuscì rendere impopolare il contendente John McCain per le sue posizioni moderate. Per evitare che George si giocasse quello che faticosamente si era guadagnato sgominando McCain, papà Bush gli mise accanto Karl Rove, un uomo capace di cavare scheletri dagli armadi di chiunque.
Rove ha una passione speciale per i testa-a-testa. L'azione legale intentata nel 2000 per stabilire il vero vincitore delle elezioni di allora fu opera sua ed è certo che se Kerry dovesse prevalere sul suo protetto, la tattica sarà la stessa.
Chi non conosce Karl Rove, ignora probabilmente che la sua baldanza può tranquillamente essere paragonata a quella di un leone assetato di sangue. Nel 1994, quando un giudice osò vincere su un suo candidato per 304 voti di differenza, Rove passò subito all'azione legale ed ottenne una nuova consultazione, al termine della quale il suo uomo vinse con una maggioranza di 262 voti.
Nel 2000, aveva giù pronto il ricorso prima ancora che arrivassero i risultati elettorali. Con ogni probabilità, se Kerry dovesse prevalere su Bush, il prossimo tre novembre Rove intenterà una nuova azione legale, a meno che, ma sarà difficile, Kerry non riporti una vittoria schiacciante.
In almeno otto stati, l'elettorato sembra ancora oscillare ma le elezioni potrebbero concludersi con una differenza di soli 300 voti di differenza e questo potrebbe significare anche più ricorsi legali. Un pò cinicamente, i circa diecimila avvocati che potrebbero essere chiamati a sistemare le cose, si stanno sfregando le mani.
Con quello che è capace di combinare Karl Rove, il caos post-elettorale è assicurato....
Bianca Cerri
b.cerri@reporterassociati.org
Per essere informati tutti i giorni, sugli ultimi giorni della campagna elettorale per la Casa Bianca: http://www.watch-usa2004.splinder.com, l’agenzia d'informazione indipendente curata dalla redazione di Reporter Associati per seguire le elezioni presidenziali americane. Aggiornamenti continui con flash informativi e news dalle agenzie internazionali e direttamente dai comitati elettorali dei candidati e dalle fonti d'informazione indipendenti degli Usa. watchusa2004@reporterassociati.org
La vera Costituzione europea
A mio modesto avviso quello che sta succedendo a Strasburgo è un fatto, anzi una battaglia politica, storica. Che potrebbe avere conseguenze estremamente positive sul nostro futuro.
Una Costituzione è, all'osso, un bilanciamento tra poteri indipendenti e legittimati in una dialettica continua, tesa a una risultante positiva per i cittadini, i rappresentati. Non è una cerimonia in un palazzo romano, nè un faticoso e incompleto trattato di equilibrio tra primi ministri.
L'Europa è oggi una dialettica tra due poli: gli stati nazionali, con tutte le loro mediazioni e i loro giochi, e l'emergente contropotere degli eletti dal popolo europeo, gli europarlamentari.
Questo contropotere, quando si è espresso (per esempio sui brevetti software) è stato vergognosamente calpestato.
Oggi il nuovo Europarlamento, composto anche di politici a tempo pieno e di figure di rilievo (per l'Italia basti ricordare Massimo d'Alema, la Mussolini, Giulietto Chiesa, Lucio Manisco...) ha cominciato a dire NO a una Commissione europea in cui è incluso l'evidente sfregio di Buttiglione alla Giustizia e ai Diritti Civili.
L'affossamento secco di questa proposta potrebbe essere da parte dell'Europarlamento una mossa storica. La nascita di un autentico contropotere, di un autentico parlamento sovrannazionale e continentale capace di contrapporsi, per il bene di tutti, al torbido e impotente sistema di mediazioni tra Stati (dietro cui hanno facile gioco potenti lobbies, occulte).
Per cui, da cittadino (e da uno che ci ha modestamente provato e creduto nell'Europarlamento) dico: tenete duro! Buttiglione non deve essere il Commissario (il ministro dell'Unione) alla Giustizia e ai Diritti civili. Come dice l'Economist non è l'uomo adatto.
Su questa battaglia di civiltà e di democrazia (reale), cari europarlamentari, vi giocate la legislatura. Non abbiate paura di rimandare a casa Barroso perchè rifaccia tutto daccapo. Noi europei Vi saremo grati.
Viva l'Europa dei cittadini attivi!
P.s. Hanno una gran paura: "La Commissione Barroso è assolutamente in grado di tutelare gli interessi, i diritti, la libertà dei cittadini e guidare l'Europa verso gli obiettivi che si è prefissata". E' quanto ha detto Antonio Tajani,capo gruppo di Forza Italia nel Ppe, intervenendo all'Europarlamento. Tajani ha ribadito di condividere le scelte del presidente Barroso e dell'Italia che ha designato Buttiglione, il quale va giudicato "per quello che fa e non per il suo credo religioso".
Fonte: Televideo
Letto e pubblicato dopo aver scritto questo post: In discussione oggi non è più il "caso Buttiglione", ma il "caso Barroso". E' quanto ha affermato la radicale Emma Bonino nel suo intervento all'Europarlamento, esprimendo dubbi sulla volontà del presidente designato Barroso di tutelare le prerogative del Parlamento. "In discussione è la democrazia europea", ha detto Bonino, aggiungendo che un voto negativo sulla nuova Commissione "non è una catastrofe ma una normale dialettica tra istituzioni".
caravita.biz
BoingBoing vota Kerry
Uno dei più famosi blog al mondo, BoingBoing, dedicato a notizie di vario tipo ("a directory of wonderful things", é il loro claim) scrive oggi che supporterà Kerry.
E' dibattuto in rete il fatto che siti e blog, che non trattano la materia politica se non accidentalmente, prendano una posizione politica pubblica (esortando i propri lettori a seguirli).
Qualunque sia la posizione assunta, é innegabile che un blog come BoingBoing (uno dei 15 siti di informazione più visitati al mondo, inclusi i siti dei "Big Media"), é in grado di esercitare una notevole influenza sui propri lettori, spostando una buona mole di voti a favore del candidato prescelto.
www.bushekerry.com
Presidenziali tra lobby economiche e trasparenza
Anna Spera, ore 9:39 pm
Through the looking glass
Aspetto cruciale delle campagne elettorali è quello economico – che però spesso finisce sotto il radar dell’informazione mainstream. Riconoscendo l’importanza di tale fattore (anche) in questo contesto, da diversi anni negli Stati Uniti sono stati istituiti una serie di appositi organi di controllo, non solo governativi. Grazie alla loro attività, é così possibile “scoprire” la provenienza dei flussi di denaro (non di rado decisamente cospicui) che permettono ai candidati di portare a termine le campagne elettorali nel migliore dei modi possibili. Non a caso oggi è il denaro l’unica vera risorsa che fa la differenza tra i partiti in corsa: lo confermano le attuali presidenziali.
Ciò non è stato determinato solo dalla professionalizzazione della politica, dalle nuove tecnologie impiegate e dai costi del personale assunto per il periodo della campagna e/o della carica governativa. Il denaro è l’unico mezzo per arrivare al potere perché smuove le masse e quegli elettori legati, per un motivo o per l’altro, ad una lobby. E ciascuna lobby finanzia ovviamente il candidato che più di altri potrebbe operare nel corso del suo mandato a favore di un determinato settore della vita quotidiana piuttosto che di un altro.
Vediamo alcuni numeri relativi a queste presidenziali, ovvero i fondi raccolti negli ultimi sei anni da i due maggiori contendenti. George Bush é riuscito a raccogliere un milione e ottocento mila dollari, che rappresentano 1300 lobbyisti: quattro volte di più di quanto abbia fatto John Kerry nel medesimo periodo (520mila dollari per 442 lobbyisti). Dati che però potrebbero trarre in inganno: spulciando i nomi dei finanziatori appare infatti chiaro che i maggiori sponsor dei due candidati sono gli stessi. Almeno dieci dei maggiori donatori che da sempre hanno affiancato George Bush, in realtà per questa campagna elettorale hanno finanziato anche Kerry. Una scelta a dir la verità non nuova in America, perché permette alle aziende di tenere una porta aperta e un canale diretto con chiunque possa vincere, ma mai così chiara come per il 2004. Forse anche perché, nonostante il fatto che George Bush sia il candidato uscente e quindi il più accreditato alla riconferma, John Kerry è riuscito a stringere intorno a sé un buon entusiasmo.
Il candidato democratico ha ricevuto donazioni dalle medesime compagnie che storicamente hanno elargito le maggiori contribuzioni per la campagna repubblicana. Tra i “cycle patrons” di Kerry si trovano Harvad University, Citigroup, UBS AG Inc, Morgan Stanley Dean Written & Co., Time Warner. Nomi che ritroviamo in buona parte, anche se ovviamente con contributi di maggiore portata, anche dalla parte di Bush. I sostenitori più danarosi per Kerry sono comunque le industrie di telecomunicazioni e le aziende legali, mentre per Bush rimangono gli stessi: le corporation finanziarie.
John Kerry si è avvalso di oltre 500 “fundraisers” indipendenti, dieci dei quali sono associati con Citigroup, UBS Financial Services, Goldman Sachs e Morgan Stanley. 600 invece sono i “cercatori di fondi” ingaggiati da Bush. Quest’ultimo dispone tuttavia di un buon vantaggio per via di una strategia che punta su donatori definiti Pioneers, Rangers e Mavericks. I “pionieri” raccolgono per la campagna elettorale 100mila dollari di contributi a testa, suddivisi in quote che non superano i 2mila dollari, il massimo contributo ammesso dalla legge da parte dei privati. Analoga tecnica per i Rangers e i Mavericks, che raccolgono rispettivamente 200mila e 50mila dollari a testa.
Molti di costoro sono dirigenti di grandi imprese, in ottima posizione per raggranellare fondi dai rispettivi soci in affari e passarli poi con un apposito codice di riconoscimento onde garantire adeguato “credito” a ciascun singolo donatore di 2000 dollari. In questo modo “comprano” ai propri interessi imprenditoriali lo stesso livello di agganci e influenza che in precedenza ottenevano con i finanziamenti erogati di tasca propria e dall’impresa. E se vogliamo trovare un riscontro al paradigma non scritto per il quale solo chi ha soldi può accedere alla politica e lottare per un carica importante, è bene ricordare che entrambi i candidati a presidente sono dei milionari. Milionari che però, sulla base delle leggi dello Stato, hanno potuto investire solo una parte ristretta del proprio patrimonio.
Comunque sia, a farla da padrone nella politica statunitense sono pur sempre i comitati d’affari e le lobbies. Anche se, va notato, il pubblico ci tiene ad essere informato sulla provenienza di questi fondi – come dimostra la presenza dei numerosi organi di controllo attivati all’uopo. Oltre ai dati e i rapporti ad hoc diffusi dalla Federal Election Commission, è il caso del Center for Public Integrity, che riporta tutti i dati relativi alle contribuzioni dei singoli candidati, insieme ad analisi sulle singole provenienze. Sperando sia davvero una questione di trasparenza.
Riferimenti
Center for Public Integrity
Federal Election Commission
Enrico Melchionda, “Il finanziamento della politica".
Angelo Mellone, “L’apparenza e l’appartenenza” e “Handbook of political marketing".www.politicaonline.it/politicsmatters
Elezioni suppletive: un "7 a 0" per ben sperare
di Giovanni Pecora
Certo, 7 a 0 è un bel risultato, tondo tondo.
Visto da fuori fa quasi impressione, come un colosso di Rodi con il pugno alzato verso il futuro.
Ma se valutiamo solo il dato numerico (non dando un commento politico, quindi) salta subito agli occhi un fatto incontestabile: al Berlusca il calcio negli stinchi non lo abbiamo dato noi, ma le stesse persone che avevano votato per lui nel 2001.
Sono pronto a scommettere infatti che appena Mannheimer o Diamanti svilupperanno i flussi elettorali verrà fuori in maniera chiara che il centrosinistra mantiene i voti del 2001 cumulati con quelli di Rifondazione e Di Pietro, mentre il centrodestra crolla sotto i colpi silenziosi dell'astensionismo.
Ha votato nei collegi interessati alle elezioni suppletive solo il 40,2%, cioè circa le metà di quelli che avevano votato nelle politiche del 2001.
Insomma, per sintetizzare, vinciamo perchè una valanga di elettori che avevano dato la preferenza al centrodestra ora non credono più in Berlusconi, ma continuano altresì a non credere nella proposta politica del centrosinistra. Quindi si astengono e non vanno a votare.
Il che, comunque, pesa altrettanto di un'espressione di voto.
Con molta gioia ma con altrettanta pacatezza diciamo allora un "evviva" alla Grande Alleanza Democratica ed al bellissimo "en plein" ottenuto, ma ricordiamoci che a volte anche le vittorie, come le sconfitte, devono servire per evitare gli errori del passato.
E soprattutto ricordiamoci di far presto: chi ha bastonato il centrodestra è solo disgustato dal loro malgoverno, ma nessuno ci dice che ciò varrà anche per il futuro se non sapremo formulare una nuova, chiara e definitiva proposta di governo per "l'altra Italia che vogliamo".
www.inmovimento.it
Montezemolo: "C'è un solco tra il Paese reale e il palazzo"
REDAZIONE
"C'è un solco tra il Paese reale e il palazzo". Lo ha affermato ieri Luca Cordero di Montezemolo, nuovamente in prima linea per bacchettare l'Esecutivo di Silvio Berlusconi. Il Presidente di Confindustria è infatti tornato ad esprimere le proprie perplessità in merito all'operato del Governo, puntando il dito in modo particolare sulle Riforme recentemente approvate in Parlamento.
"Si fanno riforme di cui alla gente non importa nulla - ha spiegato - perdendo di vista così i veri problemi delle persone, come il costo della vita e l'istruzione dei figli".
Inoltre, Montezemolo ha per l'ennesima volta auspicato che il Governo possa varare norme volte ad incrementare la Ricerca.
"Un paese che non investe in Ricerca è un paese che non pensa al suo futuro - ha chiarito - in tal senso ci aspettiamo risposte dal Governo in merito alle nostre proposte che, ci auguriamo, verranno contemplate nel collegato della Finanziaria".
Una settimana fa il numero uno degli Industriali aveva invece criticato la devolution voluta dal Carroccio, sulla quale restano "perplessità in merito ai costi per le imprese e alle ulteriori complicazioni burocratiche".
Inoltre, Montezemolo aveva chiesto all'Esecutivo di abolire l'Irap, "una tassa iniqua su cui bisogna mettere immediatamente mano perché crea veramente problemi alle imprese". Ma anche questo appello, è quasi certamente destinato a cadere nel vuoto.
centomovimenti.com
Il caso del voto «ballerino» di Kim Griffith
JOHN ANDREW MANISCO
Kim Griffith è una donna che ha deciso di votare anticipatamente nel suo stato del New Mexico peressere sicura che il suo voto venisse contato correttamente. Quando giovedì si è messa davanti a una delle macchine «tocca-schermo» è rimasta sorpresa. Ha dichiarato al quotidiano Albuquerque Journal: «Toccavo il nome di Kerry, ma una x appariva vicino al nome del presidente Bush». Ha riprovato, toccando con il dito la casella di Kerry ma la x appariva sempre vicino al nome di Bush. La terza volta, finalmente, la macchina ha registrato correttamente il suo voto. Griffith rivela di aver incontrato lo stesso problema nelle altre caselle elettorali, destinate a votare per il congresso, il senato e un referendum. In una di queste «ho dovuto votare cinque o sei volte». Michael Cadigan, presidente del comune della città di Albuquerque, ha avuto un'esperienza simile quando si è messo a votare nel seggio del comune. «Ho votato per Kerry ma appariva una x per Bush». Cadigan ha subito informato un funzionario del seggio che gli ha spiegato come cambiare il voto. «Ero estremamente attento nel toccare il quadro per la mia scelta alla presidenza ma la x appariva sul nome sbagliato», ha detto al giornale. La responsabile elettorale della contea Mary Herrera ha ripetuto che non c'è nulla di strano, sono gli elettori che sbagliano e che Cadigan poteva aver «poggiato il palmo della mano sullo schermo o toccato la casella sbagliata». E' successo anche a Peter Haven, nella città di Tijeras, sempre nel New Mexico. Costantemente, dice il giornale, «l'errore risultava sempre a favore dei repubblicani e neanche per un terzo partito».
Il notiziario televisivo locale Channel 13 ha incominciato a riportare storie su presunti «voti fantasma» che vengono registrati dalle macchine, ma i funzionari elettorali assicurano che, malgrado non abbiano idea di quanti siano, sono sicuri che non avranno un effetto dirompente sul risultato del voto finale. Nella Florida del 2000, bastarono 537 voti a far vincere Bush. Altri problemi con le nuove macchine computerizzate nello stato della Florida sono state rivelate dal Miami Herald che ha calcolato, basandosi su una analisi del tempo di voto di 400 elettori che hanno deciso di votare anticipatamente nelle contee di Miami-Dade, Broward e Palm Beach (quelle che nel 2000 erano al centro dello scandalo elettorale) che il giorno del voto i seggi saranno certamente sopraffatti da lunghe file e ritardi che dureranno fino a notte fonda, inevitabilmente frustrando molti elettori che abbandoneranno le urne. «E' molto facile calcolare quanto tempo ci vorrà il 2 novembre osservando pochi elettori» , ha commentato Lorrie Cranor, una professoressa di scienza dei computer all'università Carnegie Mellon. «Uno dei problemi con le macchine tocca-chermo è che sei limitato dalla velocità con cui la gente riesce a votare».
Va aggiunto che per questa elezione ci sarà un flusso maggiore di votanti. Inoltre i repubblicani hanno scatenato migliaia di osservatori di seggio in tutti gli stati chiave addestrati a sfidare agressivamente qualsiasi elettore «sospettato» di votare per Kerry. Nello stato della Georgia, tra i pochi dove si vota solamente su queste macchine ballerine, Richard van Hoosen denuncia sul sito blackboxvoting.com (è quello di Beverly Harris, la ricercatrice che tre anni fa fece scoppiare il caso sulla non affidabilità delle macchinette elettorali) ciò che gli è capitato: dopo aver scelto tutti i candidati democratici, dal presidente fino ai giudici locali, la macchina della compagnia Diebold si è bloccata prima che potesse confermare le scelte. Un funzionario, allora, ha riacceso la macchina per permettergli di ri-votare l'intera lista.
ilmanifesto.it
L’Europa avverte l’Italia: il deficit 2004 e 2005 è al 3%. E sui conti pesa ancora l’incognita del taglio delle tasse
di (ma.co.)
Italia sotto osservazione in Europa. Non è la prima volta, certamente non sarà l’ultima. Ma, rispetto agli anni in cui il nostro paese riduceva faticosamente il suo defi- cit per entrare nell’euro, questa volta c’è un’incognita nuova: quella fiscale. L’ostinazione con cui Berlusconi cerca di perseguire il suo obiettivo ha anche dei risvolti europei.
Ieri il commissario per gli affari economici e monetari, Joaquin Almunia, presentando a Bruxelles le previsioni d’autunno della commissione Ue, ha detto che per l’Italia il rapporto deficit-Pil è stimato al 3% per quest’anno e per il prossimo (il ministro Siniscalco invece aveva previsto 2,9 per il 2004 e 2,7 per il 2005), ma «bisogna vedere cosa prevede il pacchetto fiscale».
Il debito pubblico italiano, la cui previsione è del 106% quest’anno, dovrebbe scendere al 104,6% nel 2005 e al 104,4% nel 2006. È questo il dato che più preoccupa Almunia, dal momento che il livello resta ancora molto al di sopra della soglia del 60% prevista dal Patto di stabilità.
Avverte la commissione: «Le previsioni presuppongono una piena attuazione delle correzioni di bilancio annunciate nella Finanziaria del 2005».
Oltre all’Italia, altri quattro paesi si posizioneranno nel 2005 nella «zona rossa del deficit», sforando o oltrepassando il limite del 3%. Si tratta di Germania, Grecia, Portogallo e Spagna.
«Da Bruxelles arriva l’ennesima sconfessione per Berlusconi e per i facili ottimismi di maniera dei suoi ministri – ha commentato il presidente della consulta economica Dl, Roberto Pinza – Piuttosto che continuare a ingannare la gente promettendo il taglio delle tasse, che peraltro sono già aumentate, il governo dovrebbe preoccuparsi di evitare che l’economia del paese si areni perdendo la possibilità di agganciare la ripresa».
www.europaquotidiano.it
Solo
Ottimo il risultato del centrosinistra, ha vinto in sei collegi perdendo solo a Ischia dove è stato eletto D'Antoni. (jena)
ilmanifesto.it
La maggioranza si squaglia, a destra il nuovo emendamento «salva-Previti» non piace
di Simone Collini
Prima il relatore, di An, che si dimette perché in disaccordo con un emendamento targato Forza Italia; poi la Lega e l’Udc che non votano il provvedimento in commissione Giustizia; poi anche il nuovo relatore, anche lui di An, che abbandona il suo incarico il giorno stesso dell’esordio a Montecitorio. A battersi per l’arrivo in porto della norma che l’opposizione definisce «salva Previti» sembra rimasta ormai solo Forza Italia.
Alla Camera è rispuntato il progetto di legge che già nell’estate del 2003 aveva scatenato un putiferio. Successe che al disegno originario del primo firmatario, Edmondo Cirielli (An), che prevedeva l’inasprimento delle pene per chi torna a delinquere, si era aggiunta, grazie a un emendamento firmato dal deputato di Forza Italia Mario Pepe, la drastica riduzione dei tempi di prescrizione dei reati e la diminuzione di un terzo della pena per gli incensurati. L’opposizione insorse, accusando la Casa delle libertà di voler salvare Cesare Previti dalle condanne a 5 e 11 anni inflitte nei processi Sme e Imi-Sir, e il provvedimento si bloccò prima ancora di arrivare in aula.
Ieri la maggioranza è tornata alla carica, sebbene con dei cambiamenti. Il relatore del progetto di legge, Cirielli, giovedì scorso si è dimesso dall’incarico per non meglio precisati «motivi personali». Al suo posto, in commissione Giustizia, si è presentato un altro deputato di An, Enzo Fragalà, che ha presentato un nuovo emendamento che, di nuovo, prevede la riduzione dei tempi di prescrizione dei reati.
Il centrosinistra è tornato a denunciare quello che il Verde Paolo Cento definisce il «conflitto di interessi» del centrodestra in materia di giustizia. «Siamo all’ennesima strumentalizzazione: centinaia di migliaia di processi mandati in prescrizione grazie all’emendamento Fragalà, sostenuto da Forza Italia», ha detto il diessino Francesco Bonito azzardando anche una scommessa: «Vuoi vedere che tra queste centinaia di migliaia di processi che andranno in prescrizione ce ne sarà anche qualcuno che può essere definito senza ombra di dubbio “processo eccellente”?». Sulla stessa linea anche la responsabile Giustizia della Quercia Anna Finocchiaro, che ha lanciato l’allarme sull’«effetto devastante» che avrà questa norma «su una quantità imprecisata di processi», compresi quelli di mafia.
Ma la novità è che a difendere il provvedimento è rimasta ieri solo Forza Italia, che con Isabella Bertolini, Gaetano Pecorella e Francesco Nitto Palma ha negato che si tratti di una norma ad personam per il loro collega di partito. Perché per il resto, Udc e Lega non hanno votato il testo in commissione Giustizia, e poi lo stesso Guardasigilli Roberto Castelli ha preso le distanze dall’emendamento presentato da Fragalà: «Escludo che ci sia un’iniziativa concordata dalla Casa delle libertà». Parole che hanno finito per far esplodere il malumore fino a quel momento tenuto a freno dentro An: lo stesso Fragalà si è dimesso dall’incarico di relatore puntando il dito proprio sull’astensione di Lega e Udc e sulle dichiarazioni di Castelli: «Fanno venire meno il consenso di tutta la Cdl sull’iniziativa parlamentare che avevo assunto il compito di presentare». Poi il suo predecessore ha di fatto spiegato quali fossero, in realtà, i «motivi personali» che lo avevano portato ad abbandonare il progetto di legge che porta il suo nome. Cirielli ha detto che il provvedimento non può più dirsi suo dopo la presentazione dell’emendamento sulla prescrizione, «perché va in direzione diametralmente opposta», e anzi «An deve riflettere su questa vicenda»: «Materie estranee, nel cui merito non si entra non devono stravolgere la proposta di legge che, con me, quasi tutto il gruppo di An aveva firmato».
Il testo sarebbe dovuto approdare nell’aula della Camera questa settimana, ma quanto accaduto in commissione Giustizia fa prevedere un nuovo arresto del dibattito. A prendere una decisione sarà la riunione dei capigruppo di Montecitorio, prevista per oggi. Viste le nuove dimissioni e la mancanza di accordo politico dentro la Cdl, comunque, nella stessa maggioranza c’è chi parla di un possibile slittamento «anche di sei mesi».
Quanto avvenuto al Senato, poi, non aiuta il centrodestra a trovare una convergenza. Castelli vuole un’approvazione della riforma dell’ordinamento giudiziario in tempi rapidi, ma ieri sera, appena l’aula di Palazzo Madama ha iniziato a votare gli emendamenti al disegno di legge, il numero legale è mancato per due volte e la seduta è stata chiusa con un nulla di fatto. Si riprende oggi.
unita.it
ottobre 26 2004
Sette a zero
MICAELA BONGI
Non è una catastrofe, si sdrammatizza a destra. E' un segnale inequivocabile, si canta vittoria a sinistra. Il 7 a 0 in favore della neonata Grande alleanza democratica alle elezioni suppletive, nonostante la scarsa affluenza alle urne, un segnale lo è senza dubbio. Soprattutto perché si somma ai precedenti, in particolare a quello arrivato la scorsa primavera con le elezioni amministrative, ancor più che con le europee. Dopo aver perso la provincia di Milano, la Casa berlusconiana ora perde, a sorpresa, anche il collegio lasciato libero da Umberto Bossi. Consegnato dagli elettori a Roberto Zaccaria, uomo simbolo di quella Rai ulivista vissuta da Silvio Berlusconi come un impero del male da sconfiggere, a tempo debito, con ogni mezzo, lecito e illecito. Argomento che però non pare aver fatto breccia nell'elettorato del centrodestra. Così come l'aver giocato con le corde dell'emotività schierando il cardiologo personale del senatur Luciano Bresciani è stato un buco nell'acqua. Molti elettori, dove si è votato ieri e domenica, hanno preferito disertare le urne (a Milano, comunque, meno che altrove). Ma altri, come già in primavera, quando non si esitò a dare per finito l'asse padano, hanno voltato le spalle alla Casa berlusconiana che, scossa dopo scossa, nonostante l'assestamento seguito al terremoto estivo, mostra concretamente di perdere consensi.
L'approvazione alla camera della devolution non sembra aver entusiasmato i milanesi del collegio 3. La promessa di ridurre le tasse non rassicura. La destra perde anche Napoli Ischia e un collegio di Genova da sempre roccaforte della Cdl. E il leader dell'Udc Marco Follini - sì, sempre lui - già invita gli alleati inclini a minimizzare a prendere atto della sconfitta.
Ma sul versante del centrosinistra, cantare vittoria a voce troppo alta pensando di aver già in tasca le prossime elezioni politiche sarebbe ovviamente un errore. Perché l'astensionismo record ha sicuramente penalizzato lo schieramento di centrodestra. E allo stesso tempo, a vincere, più che la proposta programmatica della Grande alleanza democratica, che ancora non c'è, è stata la mobilitazione contro Silvio Berlusconi. E' dunque stata una sconfitta del Cavaliere, più che un'affermazione del centrosinistra.
Ha tuttavia ragione Romano Prodi a sostenere che l'unità della Gad è stata premiata. Un'unità elettorale che però, appunto, deve ancora essere cementata da un programma realmente alternativo a quello delle destre. Un'unità, inoltre, alla quale continuano a fare da contrappunto divisioni e scontri poco comprensibili agli occhi degli elettori e simili a quelli che hanno minato il centrosinistra negli anni del governo dell'Ulivo. Le urne consigliano ai leader dell'opposizione di non perdersi nelle alchimie organizzative e nelle ossessioni moderate che troppo spesso parlano una lingua non dissimile da quella dell'attuale governo. Una lingua che anche parte degli elettori del centrodestra mostra di non comprendere più.
L'unità premiata ieri dalle urne è dunque tutta da dimostrare. E il cammino che separa dalle prossime elezioni politiche è lungo. Nel frattempo, Silvio Berlusconi potrebbe trarre insegnamenti, come in parte ha già fatto, dalle sconfitte collezionate. E oltre a giocare la carta del fisco, che ritiene vincente, da qui al 2006 potrebbe recuperare terreno, non per questo evitando di fare altri danni. Sempre che la maggioranza, in eterna fibrillazione ma comunque determinata a completare la legislatura, non vada in tilt prima del tempo. Ma la Gad non resti a guardare, seduta sugli allori.ilmanifesto.it
Subito il nome di chi sfiderà Formigoni
RODOLFO SALA
da Repubblica - 26 ottobre 2004
Nel collegio 3 hanno votato solo quattro elettori su dieci. Ma il verdetto è chiaro, dice che a Milano il centrosinistra batte un altro colpo. E torna a vincere. Quattro mesi dopo le Provinciali, nella tana del lupo. Nella città che da ormai un decennio è la roccaforte del berlusconismo.
La vittoria ha stavolta il volto noto di Roberto Zaccaria, candidato forte anche se d´importazione. Insomma: paracadutato da Roma, come mai hanno smesso di strillare i polisti nostrani. E anche qualche alleato dell´Ulivo (Rifondazione, soprattutto), che poi però gli ha garantito un appoggio decisamente più convinto di quello che sarebbe dovuto arrivare al leghista Luciano Bresciani dall´elettorato della Casa delle Libertà.
E così lo straniero Zaccaria e le truppe che gli stavano dietro in questa strana campagna elettorale, sono riusciti a fare meglio del cardiologo messo in pista da Umberto Bossi perché gli fosse consegnato in eredità un collegio simbolo: il suo, del senatur.
Ma al centrodestra è andata male. Anzi malissimo, se si considera che a questo appuntamento si è presentato forte dell´unità ritrovata fra la Lega e il resto della coalizione. Otto punti di scarto sono troppi, anche in uno scenario di forte astensionismo. E suonano come ulteriore conferma di un trend cominciato da queste parti due anni fa, con lo sfratto della destra dal municipio di Monza, e poi clamorosamente confermato lo scorso giugno con la vittoria del "funzionario di partito" Penati contro l´uscente, e allora visibilissima, Ombretta Colli.
SUBITO IL NOME DI CHI SFIDERÀ FORMIGONI
Neppure la trasferta milanese di Berlusconi, piombato in piazza Cinque Giornate per stringere mani e girare uno spottone per il candidato leghista, è servita a granché.
Al collegio 3 gli hanno risposto no grazie, come quel ragazzo rimproverato dal premier per la folta capigliatura: consigli non graditi, sui capelli e su come si deve votare.
Non andò così nel ´98, cioè nelle uniche suppletive tenutesi prima di queste a Milano, e anche le uniche che possano servire da raffronto. Intanto votarono ancora più in pochi: il 31,12% degli aventi diritto. E vinse con il 51% l´avvocato Gaetano Pecorella, che ora presiede la Commissione giustizia della Camera.
Vittoria netta, nonostante la diserzione dei seggi: perché Pecorella non aveva il sostegno della Lega, che allora presentò un proprio candidato, e sbaragliò l´avversario ulivista, inchiodato a un umiliante 28 per cento.
Il vento è cambiato, difficile negarlo. In questa parzialissima gara delle suppletive l´Ulivo e i suoi parenti più o meni stretti rifilano sette gol agli avversari, che rimangono a secco.
E Milano, la Milano dei cappotti polisti nelle gare dell´uninominale, non fa più eccezione. Adesso però la Grande alleanza democratica deve guardarsi da un nemico: si chiama trionfalismo, e la tentazione di dare per scontato che basterà spiegare le vele al vento per raccogliere altre vittorie, tra un anno (Regionali) e nel 2006, quando si voterà per il sindaco.
L´affermazione di Zaccaria è certo un buon viatico: perché non approfittarne rompendo gli indugi e mettendo subito in pista un candidato credibile, cui affidare la sfida contro Formigoni, o chi per lui?
RODOLFO SALA
--------------------------------------------------------------------------------
Ds Milano - Rassegna stampa
Le buone ragioni - di Furio Colombo
Martedì,
Berlusconi va e viene e fa bagni di folla da Napoli a Milano. Pensa ancora che la sua presenza sia taumaturgica, che il lasciarsi toccare dalla gente possa compiere il miracolo. Il miracolo non si compie. La gente non cambia idea. O meglio, la cambia in silenzio. Chi si è reso conto dell’errore del 2001 non è andato a votare. Chi va a votare mette nell’urna la scelta del centro-sinistra.
Ci troviamo dunque - nel giorno di questa bella vittoria che nega e cancella mesi di Tg 1 e di editoriali specializzati nel sostegno della destra (9 su 10 quasi tutti i giorni) apparsi sui giornali di regime e sui giornali intimiditi o affiliati - di fronte ad alcuni fatti che vale la pena di esaminare. Il primo è la fine della magia di Berlusconi. Naturalmente era un fenomeno indotto da ondate di false promesse, un gioco ingannevole e perverso nato negli studi televisivi della Rai con la complicità di giornalisti servizievoli.
Servizievoli al punto da fornire finti mobili presidenziali e cavalletti muniti di carte d’Italia da ricalcare per mostrare i progetti delle grandi opere. I giornalisti di quel tipo non hanno smesso di essere servizievoli. Perché il gioco non funziona più?
Una ragione è che l’Italia di Berlusconi va troppo male e non basta il blocco delle comunicazioni a impedire che i cittadini lo sappiano. Lo sanno ogni giorno. Quando lavorano, e quando spendono quello che riescono a guadagnare.
La seconda ragione è certo lo stile della campagna elettorale condotta dal centro-sinistra. Sapendo di non poter contare né sulle sue Tv né sui giornali (penso a Zaccaria a Milano) i candidati si sono impegnati in una campagna di strada, di incontri, di piccoli e grandi gruppi, dalle discoteche alle scuole, dalle parrocchie ai negozi. In un mondo berlusconiano di personaggi inventati e di scenografie finte, da Pratica di Mare al “Grande fratello”, dall’”Isola dei famosi” agli “azzurri nel mondo” che riuniti a Lugano ascoltano Berlusconi per telefono, il contatto fisico con persone vere trasforma di nuovo gli spettatori in cittadini, restituisce dignità e diritti ad un Paese assediato dai monologhi di un leader immobile, fatuo, pericoloso.
La terza ragione è probabilmente un desiderio di liberazione dal cerchio di cattiveria volgare in cui si è sentita stretta l’Italia, fra i “culattoni” di Tremaglia e il tentato linciaggio delle due pacifiste, tra l’omicidio sbeffeggiato di Enzo Baldoni e l’obbligo del tricolore per chi odora di An (con aggressioni ai giudici, non importa se di destra, che si permettono di fare domande). A questa cattiveria si aggiunge quella del ministro della Giustizia Castelli che chiama “impedimento” ciò che l’opposizione annuncia in Parlamento contro il suo progetto di distruzione della Giustizia, quella del sindaco di Treviso che vuole proibire, nei giorni del Ramadan, che i credenti musulmani (che lavorano legalmente e con beneficio di tante imprese della regione) possano pregare, quella di Calderoli che assicura che bisogna passare sul suo cadavere prima di dare a un naufrago la possibilità e le ragioni di chiedere asilo politico. Forse, inavvertitamente (data la natura di alcuni suoi componenti) il centro-destra ha passato il limite di cattiveria tollerabile persino per chi non fa troppo caso alle sfumature.
Una quarta ragione è certo stata la tenacia con cui il centro-sinistra - in Parlamento - ha reagito a tanti messaggi e stimoli, anche in buona fede, a “fare insieme” almeno un frammento di legge con una maggioranza di destra ormai segnata a dito in tutta Europa. È una destra che a differenza della Thatcher incoraggia l’illegalità o invita a conviverci. Una destra, che a differenza di Chirac o dei tedeschi, onora e rimpiange Mussolini, una destra che, a differenza di Le Pen, che sta ai margini della vita politica del suo Paese, qui controlla Giustizia, Lavoro e Riforme. Tenersi lontani, opporsi, mostrarlo e dirlo con fermezza ha immensamente giovato.
Una quinta ragione è stato il modo in cui i candidati del centro-sinistra hanno attirato gli elettori indecisi. Come?
Primo, si sono presentate persone per bene, con una vita, una professione, un passato.
Secondo, non hanno fatto finta, per gentilezza, di non sapere che l’Italia di Berlusconi è un disastro. Lo hanno riconosciuto e dimostrato con chiarezza.
Terzo, nel vuoto di tetra bonaccia di questo governo hanno avuto buon gioco a dire, senza bisogno di finti tavoli in mogano tipo Porta a porta ciò che intendono fare se eletti.
Quarto si sono comportati da persone normali, senza finte promesse, finte glorie, finti risultati e senza accusare nessuno di essere terrorista soltanto perché la pensa in un altro modo.
Forse più di tutto, il comportamento da persone normali, nel mondo stralunato di Gasparri, Bondi, Schifani, Calderoli, Castelli, ha pagato. Quanto al medico di Bossi, è certo un buon sanitario e una brava persona. Ma lui lo sa che è stato messo lì, nel collegio abbandonato di Bossi, come il cavallo di Caligola.
Fonte: L'Unità
Presidenziali: Il ritorno di Bill Clinton galvanizza Kerry
(AGI) - Washington, 25 Ottobre 2004 -- A otto giorni dall'Election Day, torna in campo Bill Clinton, che i democratici sperano sia la carta vincente per il loro candidato alla presidenza.
John Kerry punta a fare in modo che la presenza di Clinton ad alcuni eventi elettorali possa galvanizzare la base democratica, che ancora lo adora. Una delle ragioni del leggero vantaggio di Bush nei sondaggi, dicono gli esperti, e' che la base repubblicana e' tutta per lui, mentre Kerry non e' altrettanto accreditato tra i democratici.
"Ovviamente mi auguro che il suo ritorno porti nella campagna elettorale la forza e il talento e l'emozione che sempre contraddistinguono Clinton", ha detto Kerry in un'intervista al "Today Show" della NBC.
"Clinton e' stato un presidente che ha realizzato grandi obiettivi per il nostro paese nel corso del suo mandato, e la gente lo sa", ha aggiunto il candidato democratico. "Abbiamo pareggiato il bilancio, abbiamo azzerato il debito per due anni consecutivi...Un aumento del settore imprenditoriale, un investimento sull'obiettivo della parita' di salari, l'aumento del salario minimo...Tutte cose che George Bush ha disfatto, o non ha realizzato", ha aggiunto.
A sette settimane dall'intervento di quadruplo by-pass al cuore, Clinton e' apparso dimagrito ma, in un'intervista alla ABC, ha detto di sentirsi "bene" anche se, ha precisato, non intende strafare. Clinton ha in programma un'iniziativa oggi a Philadelphia e interventi in Florida e all'Ovest, nei prossimi giorni. Intanto la moglie dell'ex presidente, Hillary Clinton non perde un colpo nella campagna elettorale: nel week end, e' stata in Florida, per accusare il presidente di portare avanti una campagna di terrore e di voler "minare il diritto al voto".
"Ma noi dimostreremo che la democrazia e' viva e vegeta in Florida", ha detto la senatrice dinanzi a un'entusiastica folla di circa 400 donne a West Palm Beach, uno dei posti in cui il riconteggio dei voti nelle elezioni di quattro anni fa fu piu' controverso.
Per essere informati tutti i giorni, sugli ultimi giorni della campagna elettorale per la Casa Bianca: http://www.watch-usa2004.splinder.com, l’agenzia d'informazione indipendente curata dalla redazione di Reporter Associati per seguire le elezioni presidenziali americane. Aggiornamenti continui con flash informativi e news dalle agenzie internazionali e direttamente dai comitati elettorali dei candidati e dalle fonti d'informazione indipendenti degli Usa. watchusa2004@reporterassociati.org
Falso in bilancio: Berlusconi e la Fininvest salvi grazie alla prescrizione
REDAZIONE
Il Giudice per le indagini preliminari di Milano Fabio Paparella ha oggi archiviato il procedimento ai danni della Fininvest, nel quale erano indagati, tra gli altri, anche il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, Fedele Confalonieri e il fratello del premier Paolo.
Nel gergo della Casa delle Libertà anche questa potrebbe essere considerata una assoluzione, ma l'archiviazione del caso è in realtà dovuta solo alla prescrizione del reato. Sono stati i Pubblici Ministeri Gherardo Colombo, Francesco Greco e Margherita Taddei a chiedere al Gip di non procedere, in quanto i presunti reati, falso in bilancio e appropriazione indebita, commessi tra il 1988 e il 1992, non sarebbero stati comunque perseguibili.
L'indagine riguardava la compravendita di diritti televisivi da parte di alcune società offshore o comunque collegate alla Fininvest. Secondo i Pm i bilanci dell'Azienda del capo del Governo erano stati truccati per creare dei fondi neri.
L'attuale procedimento era solo uno stralcio di un'inchiesta più grande, che era stata già archiviata tempo fa per lo stesso motivo
www.centomovimenti.com
Internet contro Bush
E' di ieri la notizia che il comitato elettorale di George Bush ha speso l'astronomica cifra di 14 milioni di dollari per realizzare uno spot televisivo in cui il presidente conforta la giovane figlia di una vittima delle Twin Towers durante un comizio elettorale. Quella televisiva è una modalità comunicativa fortemente emotiva e in una campagna elettorale che fa leva sui sentimenti e non disdegna colpi bassi, risulta privilegiata dai contendenti.
Gli spot, vere e proprie videoclip, costano molto, e anche per questo sono stati oggetto di una forte polemica fra i due schieramenti (ricordate i Vietnam veterans for Bush?), tuttavia non sono l'unico modo per comunicare con gli elettori, soprattutto con i più giovani, per i quali il web rimane uno strumento importante per accedere a contenuti politici. E in questo tipo di comunicazione i supporters democratici sembrano essere parecchie leghe avanti a Bush.
Nel campo della comunicazione via Internet una singolare inziativa è stata ad esempio avviata da un gruppo di intellettuali, scrittori, attivisti europei dei media. Si tratta di una lettera in inglese da spedire a ogni conoscente che negli Usa sia chiamato a votare il 2 di novembre. E' una lettera che chiede una cosa semplice: non votare per George Bush. kerryforpresident.it
Ma è solo l'ultima iniziativa, in ordine di tempo, che, usando gli strumenti telematici, vuole sollecitare gli elettori a prendere coscienza dell'importanza delle prossime votazioni e di operare affinchè ciascun elettore tenga in debito conto i riflessi che la sua scelta nell'urna avrà sul piano globale, sulla pace, sulla guerra, sul clima e sull'ambiente.
A questa singolare lettera si sommano iniziative simili che hanno obiettivi differenti.
Fra i siti che denunciano tutte le contraddizioni di George W. Bush e della sua amministrazione - come quello di Michael Moore che sollecita gli elettori a registrarsi per il voto - i più gettonati risultano esseere Bushismi, un sito che tiene traccia di tutte quelle dichiarazioni del presidente in carica che sono contrarie al suo mandato, al suo ruolo e alla sua funzione, e mostra finanche una copia di un vecchio verbale d'arresto per guida in stato di ubriachezza; e il sito 525reasons.com che, lo dice il nome, elenca 525 ragioni per non votare l'attuale inquilino della Casa Bianca; e ancora il sito Stopbushproject.com che mira a documentare i sentimenti anti-Bush che in tutto il mondo vengono espressi attraverso graffiti, cartoline, volantini e altri strumenti di "guerriglia mediatica". Una suggestiva galleria di foto cui ciascuno può contribuire con un click.
Un altro website antiBush, assai provocatorio, è Bushbodycount.com che lista una serie di persone scomparse, decedute, trovate suicide e collegate a vicende in cui Bush e la sua amministrazione sono in qualche modo coinvolti: è il caso della morte di alcuni manager della Enron o del personale dell'azienda responsabile dei "filtri elettorali" del 2000.
Ben oltre i siti "cospirazionisti" e di quelli che irridono a Bush, ce ne sono molti che semplicemente fanno campagna elettorale, e invitano i cittadini a favorire i rappresentanti progressisti. Come il Swingstateproject.com che conteggia i cambiamenti percentuali dell'orientamento al voto in tutti gli "stati ballerini", gli swing states, quelli in cui la composizione dei "grandi elettori" non è data una volta per tutte. Fra questi il più famoso rimane quello di Moveon.org, sito collettivo di molte associazioni che supportano Kerry. Grazie al sistema delle microdonazioni via internet Moveon si è rivelato un sostegno economico fondamentale per il senatore del Massachussetes che nonostante il patrimonio di famiglia non ha mai potuto contare sui lauti finanziamenti ricevuti invece dal clan Bush.
[Arturo Di Corinto]www.aprileonline.info
Scenario
1) l'anno prossimo Berlusconi privatizza la Rai: ovvero la cede a un imprenditore "di sinistra" (come Tronchetti Provera)
2) Berlusconi vende il 51% di Mediaset a Rupert Murdoch, garantendosi la permanenza dei suoi figli alla guida del gruppo
3) Mediaset si compra Telecom Italia da Tronchetti, ormai padrone della Rai, e si assicura una reale rete pay per use
4) Mediaset di fatto è il monopolista sia del satellite (Sky) che della rete a larga banda
5) Berlusconi diventa Presidente della Repubblica
6) Fini presidente del Consiglio con la Costituzione riformata
7) Il voto di oggi pone qualche problema a questo scenario, di cui discutono tutti oggi a Milano....
ciao blogs.it/0100206
Cosa pensano gli americani dell'Europa?
In America si parla rarissimamente di anti-europeismo. Cosa vuol dire: che gli americani ci adorano o che siamo del tutto indifferenti ai loro occhi?
In generale, gli americani riconoscono una somiglianza di fondo tra i propri valori e quelli europei. Se si pensa all’Europa nel suo insieme, in effetti è così. Nel suo saggio ‘Anti-europeismo in America’ Timothy Garton Ash afferma che “l’atteggiamento popolare americano predominante verso l’Europa probabilmente è di un’indifferenza gentilmente benigna, mescolata ad un’arroganza impressionante”. Purtroppo si tratta di una giusta affermazione. E si potrebbe aggiungere inoltre, che molti americani provano un mite senso di fascino, misto ad un vago senso di rispetto.
E’ Bush che ha complicato le cose
Prima dell’11 Settembre, l’americano medio era solo vagamente consapevole dell’esistenza di un sentimento anti-americano in Europa. Questa consapevolezza – diffusa dai turisti americani di rientro dal Vecchio Continente – si limitava alla costatazione: “noi non piacciamo loro”. In cui il “loro” solitamente era rappresentato da francesi o inglesi, e talvolta anche da qualche altro popolo europeo. A seguire, la reazione tipica: un confuso “really? E perché non dovremmo piacere loro?”. Dopodiché, il pensiero veniva rapidamente accantonato. E’ solo dopo l’11 Settembre che gli americani volevano saperne di più.
Da quando George Bush si è insediato nel 2001, i disaccordi tra gli Stati Uniti e l’Europa sono cresciuti significativamente, concentrando maggiore attenzione su rapporti già da tempo tesi. La sua Amministrazione ha criticato apertamente le politiche di alcune nazioni europee, sfociando in manifestazioni di 'anti-europeismo' – il rovescio della medaglia dell’anti-americanismo. Comunque, ricondurre l’anti-europeismo americano all'Amministrazione Bush tout court sarebbe sbagliato; l'anti-europeismo non è una moda del tutto nuova negli States. E’ esistito, in alcune forme, fin dalla nascita del paese. Più di recente, con la fine della Guerra Fredda e la formazione dell'Unione Europea è risultato un fattore decisivo nelle relazioni transatlantiche.
Giochi di potere
Dalla fine della Guerra Fredda in poi, Europa e Stati Uniti non hanno più avuto un nemico comune verso cui mostrarsi compatte. Di conseguenza, oggi guardano principalmente ai propri interessi, riflettendo meno sugli effetti che le rispettive azioni avranno sull'opposta sponda dell’Atlantico. Inoltre, a seguito della crescente forza dell'Unione Europea, gli americani stanno cominciando a percepire il Vecchio Continente come un concorrente economico. E non è un caso che le maggiori discordie provengano dalle questioni commerciali: la guerra delle banane, le dispute sui prodotti geneticamente modificati, e la più recente querelle sull'acciaio. Ma il commercio è solo uno dei problemi; pesanti questioni di politica estera contribuiscono ad estendere la frattura tra le due parti.
Le differenze tra le politiche estere europee e quella americana, scaturiscono in gran parte dal gap di potere che persiste tra i due partner. In generale l’America è più propensa ad utilizzare un approccio più coercitivo negli affari internazionali perché ha dalla sua la potenza necessaria; l’Europa predilige invece la strada dei negoziati per raggiungere i propri scopi perché non può fare altrimenti. Questo aiuta a spiegare le tattiche prescelte dal governo americano e da quelli europei rispetto alla situazione in Iraq. E spiega, in qualche modo, anche la sensazione di risentimento degli europei: chi è più impotente, in genere, nutre del risentimento verso chi lo sovrasta. Ma è pur sempre vero che l’Europa sta guadagnando sempre maggior forza, la Ue è sempre meno propensa a far conto sugli USA in termini di capacità militari, soprattutto rispetto ai tempi della Guerra Fredda.
Odio anti-francese
L’Amministrazione Bush ha ormai tipizzato la tendenza ad usare il potere in modi che potrebbero esser definiti arroganti – ovvero tramite l’uso di tattiche unilaterali. Bush fu colui che tirò gli Stati Uniti fuori dal Protocollo di Kyoto, facendo fallire in un colpo sol dieci anni di negoziati. Fu colui che intraprese un sistema di difesa missilistica che fece aggrottare le ciglia a tutta la comunità internazionale. Soprattutto, fu colui che lanciò unilateralmente la guerra in Iraq, trascurando qualsiasi obiezione. Il disprezzo mostrato dalla sua Amministrazione verso coloro che non erano d’accordo col conflitto iracheno aggravò le tensioni con l’Europa, in particolare tra America e Francia.
La politica di qualsiasi governo influenza il modo di pensare dei rispettivi cittadini. Ciò fu evidente in America dopo l’inizio della guerra in Iraq. L'atteggiamento critico dell’Amministrazione Bush scivolò fino ad arrivare agli strati più larghi della popolazione. Per parecchi mesi, a guerra iniziata, alla radio era possibile ascoltare tutta una profusione di comuni sentimenti anti-francesi, sentimenti che si riflettevano anche negli editoriali dei maggiori quotidiani. In effetti divenne un fatto assai comune, per le strade, sentir la gente parlare male dei francesi. Francesi che vennero percepiti come deboli e non disposti a fare il loro dovere; in pratica venivano rimproverati di non essersi comportati come quegli “alleati” che da sempre avevano affermato di essere. Eppure, nonostante questo traboccare di sentimento anti-francese, da parte sua l'anti-europeismo non è mai divenuto così forte ed esteso negli States, quanto invece l’anti-americanismo in Europa.
La domanda dunque è: come alleviare l’attuale fuoco anti-americano che arde negli europei? Giacchè l’Amministrazione Bush ha intesificato il problema, basterebbe rimuoverlo per considerare chiusa la questione? Un'Amministrazione guidata da John Kerry sarebbe capace di ricostruire un ponte tra le due sponde dell’Atlantico? Il senatore Kerry ha già messo in chiaro che, se eletto, cercherebbe di appianare le attuali tensioni. Avendo trascorso parecchio tempo nel vecchio continente, sarebbe maggiormente in grado d’intuire le differenze tra Europa e Stati Uniti. E questa sensibilità potrebbe finire per influenzare positivamente il suo modo di rapportarsi all'Europa: sarebbe così ragionevole sperare che alla fine egli possa realmente rimpicciolire la frattura. Non è invece ragionevole presumere che quella Amministrazione possa invertire un trend consolidatosi in molti anni – specialmente perché il problema della sicurezza, accentuatosi con l’11 Settembre, resterà una questione d’importanza primaria per gli Stati Uniti negli anni a venire. www.cafebabel.com/it
Berlusconi è al tramonto (e Vespa lo sa)
Cappotto. Si dice così quando l’avversario non fa nemmeno un punto.
Alle suppletive sette a zero per la Gad. E Berlusconi farebbe bene a cominciare a preoccuparsi seriamente.
Perché le elezioni, quelle vere, quelle che vedono i cittadini mettere una croce sulla scheda, non sono sondaggi che si possono orientare. E le elezioni, ancora una volta, le ha vinte il centrosinistra. Così come era successo nel giugno scorso alle europee e, in misura ancora più evidente, alle amministrative.
Così come era successo, prima, nel 2003 e nel 2002. Lo chiamano trend positivo.
La destra, con una spudoratezza che le è propria, nega il valore politico di questo voto. Si aggrappa, in particolare, al dato dell’astensione. Si potrebbe rispondere che nelle suppletive un alto tasso di astenuti è fisiologico e che in questa tornata comunque la partecipazione al voto è stata più alta che in altri casi.
Ma Berlusconi e i suoi alleati farebbero bene a riflettere sul perché sono stati lasciati soli dagli elettori, anche da quelli che hanno deliberatamente scelto l’astensione. Eppure il premier si era speso in prima persona, partecipando alla campagna elettorale.
L’astensione dalla urne da parte di molti elettori della Cdl è un chiaro messaggio politico. Così come chiaro è il significato della clamorosa scon- fitta del centrodestra a Milano, dove è facile prevedere l’apertura di una crisi profonda nella maggioranza. La Lega che ha perso il collegio che era stato di Bossi, si sente tradita dagli alleati e si mostra inquieta per le strategie di Formigoni, che non nasconde di voler marginalizzare i “padani” nella sua rincorsa alla Regione.
Ma il voto di ieri è importante soprattutto per l’omogeneità del risultato: al Nord, al Centro, al Sud le affermazioni dei candidati del centrosinistra evidenziano che il paese è pronto a voltare pagina. Che il berlusconismo, con il suo carico di illussioni divenute delusioni, procede inesorabilmente sul viale del tramonto.
Anche Bruno Vespa lo sa. E infatti ieri sera nel suo salotto s’è parlato d’altro: dell’Isola dei famosi, per la precisione.
Si chiama depistaggio mediatico.
Una tradizione di questi tempi in Rai: si nascondono le notizie scomode. Quelle che dispiacciono al comandante in capo. La scelta di Vespa è la conferma che quel cappotto ha fatto molto male.
www.europaquotidiano.it
Vacilla la commissione Barroso, l'Europarlamento pronto a votare contro
di Sergio Sergi
Sono loro, gli 88 parlamentari liberaldemocratici (il gruppo si chiama Adle) che faranno la differenza. E Josè Barroso, il presidente designato della Commissione, che traballa da giorni sul «caso Buttiglione» e sugli insuccessi di almeno altri cinque, conta su di loro. Pensa, e spera, di far breccia sui più riottosi per ottenere la maggioranza del Parlamento europeo. É riuscito a farsi invitare, questa sera, alla loro riunione del gruppo dove giocherà, se ne ha, le sue ultime carte.
Si vede che Barroso è davvero preoccupato, a dispetto dell'ostentato ottimismo che anche ieri ha manifestato dopo un incontro con Romano Prodi. Il quale gli ha fatto gli auguri, com'è naturale, ma non ha mancato di far sapere che è pronto a coprire, come si dice, l'amministrazione degli affari correnti. Il destino di Barroso è davvero legato ad un filo tenue. Ad una manciata di voti. E ieri, a 48 ore dal voto (domani attorno alle ore 13), ha toccato con mano il rischio.
Il gruppo del Pse è rimasto su una posizione rigida: no alla Commissione. Il capogruppo, Martin Schulz, ha parlato alla riunione dei 200 parlamentari e ha confermato il giudizio severo su Barroso e la sua Commissione. Ha spiegato che Barroso aveva due possibilità: «Entrare in contrasto con Berlusconi a causa di Buttiglione oppure andare al braccio di ferro con il Parlamento. Ha scelto la seconda opzione». Come dire: adesso stia al gioco e vediamo come va a finire.
Il Pse, i Verdi e il Gue (comunisti e verdi nordici) sono, dunque, decisamente per un «no» senza rimpianti. Il Ppe e la destra dell'Uen a favore. Ma non bastano. Barroso ha detto che «alla fine dei conti, avrà il sostegno del Parlamento». Ma quanto largo? Dieci voti? Anche venti? Ipotizza diserzioni, davvero difficili da quantificare. Ammesso che sia un margine risibile, la prova di forza si tradurrà in una Commissione debolissima, che avrà vita difficile nel Parlamento, con diversi commissari sotto tutela e che, fatto politicamente grave, sarà pienamente in balia dei governi. Come ricorda Nicola Zingaretti, presidente della Delegazione italiana nel Pse, il problema adesso riguarda la Commissione Barroso nel suo complesso. Che si porta appresso il «caso Buttiglione» ma anche i problemi sollevati da commissari inadeguati e in sospetto di conflitto d'interessi, come l'olandese Neelie Kroes, la danese Fischer Boel e la lettone Udre. «É la Commissione Barroso non all'altezza delle sfide che l'Unione deve affrontare in questa fase storica», ha aggiunto.
La determinazione con cui il capogruppo Schulz ha illustrato la posizione del Pse, senza che nessuno abbia obiettato (nemmeno i diciannove parlamentari laburisti considerati più vulnerabili), ha fatto capire che nei confronti di Barroso non circola più, nelle cancellerie, una forte carica di simpatia. In fondo, valutata da un punto di vista dei governi, siano essi d'ispirazione popolare, socialista o liberale, l'approvazione di stretta misura della Commissione o, addirittura, come è tuttora possibile sulla base dei numeri, il suo rigetto, non dispiacerebbe più di tanto. Tony Blair, Luis Zapatero e Gerhard Schröder, potrebbero aver concluso che le pressioni verso i loro parlamentari, al punto in cui è giunta l'avventura della Commissione Barroso nel duro confronto con il Parlamento, non gioverebbe da un punto di vista politico. Liberissimi, dunque, i parlamentari di comportarsi come vorranno. Ampia autonomia.
L'attenzione resta puntata, intanto, sulla giornata di oggi. Barroso, poco dopo le 9, farà il suo discorso in aula. Cambierà qualcosa? Offrirà nuove soluzioni? Si vedrà. Seguirà un dibattito dal quale si avrà un quadro aggiornato delle posizioni. Poi in sala stampa si assisterà alla passerella di tutti i capigruppo mentre sino a sera si susseguiranno le riunioni dei gruppi che dovranno decidere formalmente il loro atteggiamento per il voto di domani. E qui si torna ai liberali dell'Adle (dove siedono i deputati italiani della Margherita, i radicali e Italia dei Valori). Il capogruppo Graham Watson ha detto ieri che il suo gruppo è diviso a metà tra il sí e il no. Una scelta drammatica. É possibile che taluni si orientino verso un'astensione. Tuttavia, secondo alcune fonti, la maggioranza dell'Adle sarebbe orientata al voto contrario. Ieri Marco Pannella (radicali), Antonio Di Pietro (Italia dei Valori) e Alfonso Andria (Margherita), tutti componenti della formazione Adle, hanno fatto appelli e pronunciamenti per il voto contrario alla Commissione.
Tutto lascia prevedere che si arrivi ad una resa dei conti davvero su una manciata di suffragi. Quando ci sarà l'esito, del resto, si saprà chi ha votato e come. Il voto è per appello nominale e dopo poco tempo saranno pubbliche le tabelle con i nomi dei parlamentari e il loro voto. Per essere approvata, la Commissione Barroso avrà bisogno della maggioranza dei voti espressi con le astensioni che non avranno alcun peso nel conteggio. In caso di un voto negativo, Barroso resterebbe in carica, salvo dimissioni spontanee, con l'incarico di riformare una nuova squadra. Ieri, nel frattempo, i suoi uomini hanno continuato a uscire allo scoperto per invitare a non bocciare l'esecutivo. É toccato al belga Louis Michel (Sviluppo) e allo spagnolo Joaquin Almunia (Economia). Nei giorni scorsi era stata la volta del tedesco Guenter Verheughen e della svedese Margot Wallstrom.
Questi appelli sono stati interpretati come segni di grande preoccupazione. Una forma di pressione al fine di scongiurare, hanno sottolineato, una «grave crisi istituzionale». In verità, sarebbe solo una crisi politica. Grave, certamente, ma tutta politica. Se esiste un voto del Parlamento sulla Commissione, non è scritto da nessuna parte che debba essere per forza positivo. Sarebbe, al contrario, una sorta di anticipazione di un dialogo parlamentare sempre più auspicabile tra l'esecutivo e l'assemblea elettiva. Dal confronto si puó uscire vincitori ma, come succede in democrazia, anche sconfitti. Se accadrà, Barroso non potrà lamentarsi visto che ha scelto questa strada.
unita.it
Integrazione
Massimo Marnetto il corso di formazione è così intenso, che nell'intervallo decido di farmi un giretto, piuttosto che sedermi a mangiare. Siamo vicino alla Stazione Termini e così decido di andarmene a prendere qualcosa al Teatro Ambra Jovinelli, quello che la Dandini ha riportato agli antichi fasti, anche grazie a un restauro molto accurato.
La giornata è calda e così taglio per Piazza Vittorio, la parte più “etnica” di Roma. Come attraverso un viale, inizio a vedere negozi cinesi. Uno, due, cinque, quindici… Intere vie dove ci sono solo scritte cinesi, con piccoli sottotitoli in italiano.
Sapevo che la zona era “caratteristica”, ma non che a Roma ci fosse una vera e propria China Town. “Veramente - mi fa il ragazzo del bar del teatro porgendomi il caffè - i cinesi sono stati parecchio in competizione con gli indiani, ma poi con loro hanno trovato un equilibrio; ora stanno addirittura insidiando i tradizionali commercianti ebrei romani verso Via Nazionale. Ma penso che là il derby sarà duro”.
Esco dal teatro e faccio una via parallela. La densità non è minore. Sento un forte odore di spezie e decido di entrare in un negozio di alimentari. Inizio a curiosare tra cibi inconsueti e mi accorgo che sono seguito dagli sguardi imbarazzati delle inservienti. Mi lasciano fare, ma senza mai perdermi di vista. Davanti a un canestrello di uova, chiedo a quella più vicina di che si tratta. Lei mi sorride e corre a piccoli passi alla cassa, da dove si stacca una donna più in carne, che mi raggiunge con un'aria scocciata. “Uova d'anatra salate”, mi spiega sbrigativa, quando le ripeto la domanda. E' l'unica che parla italiano e questo mi fa capire che ho a che fare con la prima generazione di immigrati.
Tornando, attraverso un gruppo di studenti appena usciti da scuola. Scherzano, si spingono e uno di loro lancia a un altro un sonoro e romanesco “sei proprio un rompicojo...”. Mi giro e vedo i suoi sorridenti occhi a mandorla. L'integrazione è iniziata.
ulivoselvatico.org
ottobre 25 2004
L'Auditel si arrende e dichiara: "Oscuratemi" - di Giulio Gargia
Lunedì, 25 ottobre 2004
Dunque, l'Auditel è in rotta. Le dichiarazioni di sabato scorso del direttore, Walter Pancini, rilasciate durante la cerimonia delle Grolle d'Oro di Saint Vincent, sono un segnale evidente che la battaglia cominciata in solitudine, due anni fa, da Megachip e Articolo 21, sta ora ottenendo risultati a tutti i livelli.
“Oscuriamo l'Auditel per i media. O meglio, diamo i dati in differita e non in diretta, tutti i giorni. Lasciamo passare un mese e poi li rendiamo pubblici. A quel punto, in teoria, non importa più niente a nessuno”.
Questo ha detto Pancini. Riprendendo, per inciso, una delle proposte fatte da Megachip e Articolo 21, il 24 maggio 2002, nel convegno alla FNSI che segnò l'inizio della battaglia contro lo strapotere Auditel.
Secondo le cronache, il direttore dell'Auditel si dice “esasperato”. “Non si può stare sotto accusa tutti i giorni. E mai una volta che, da parte di chi contesta, arrivi una seria proposta alternativa. L'Auditel è uno strumento nato per le aziende che investono in pubblicità: e allora che siano solo loro a conoscere i dati in tempo reale, gli altri li conosceranno dopo un mese”.
E vediamo se così le polemiche si placheranno, dice Pancini. Essendo uno degli autori di queste polemiche, posso tranquillizzare Pancini in prima persona.
Non si placherà un bel niente. Perchè il problema non è quello di “rinviare, raffreddare, sopire”. Il problema investe il cuore del sistema televisivo italiano. E non è vero nemmeno che non è arrivata una proposta alternativa da noi “contestatori”. Le soluzione ci sono, sono diverse e articolate.
Le ricordo a Pancini :
a ) Bisogna applicare la legge 249 e far sì che sia l'Autorità delle Telecomunicazioni in prima persona a fare i rilevamenti degli ascolti.
b) L'Auditel deve consegnare i dati grezzi ( cioè non trattati dai suoi software ) ad esperti indipendenti per consentire elaborazioni alternative.
c ) Bisogna che l'Autorithy avvi ricerche qualitative che integrino e correggano il dato Auditel nell'opinione pubblica. E devono essere diffusi in contemporanea.
In sostanza, chi dice quanti spettatori hanno visto Fede, ci deve anche dire a quanti è piaciuto e a quanti no, di modo che il numero non diventi automaticamente indice di qualità.
d ) Dev'essere reso pubblico l'IQS RAI, ovvero la ricerca sul gradimento dei programmi del servizio pubblico. Ricerca resa pubblica una sola volta, nell'ottobre dello scorso anno, che ha dato risultati “eversivi” per gli attuali vertici RAI e che da allora è stata nuovamente segretata. Nonostante la sua pubblicazione sia prevista , ogni trimestre, dall'accordo tra Stato e RAI.
Solo un uso accorto e integrato di queste misure ci garantirà che la nostra battaglia contro lo strapotere del monopolio dell'Auditel è vinta. Perciò, fino a quel momento, le polemiche continueranno. E ricominciamo subito.
La proposta di Pancini, fatta in questo momento, serve a poco. O meglio serve a creare un diversivo all'assedio dei mezzi di comunicazione di massa che si stanno lentamente accorgendo che quello che abbiamo scritto e sostenuto da anni è vero. Cioè che i dati Auditel sono inattendibili.
A questa conclusione è giunto anche il rapporto ISTAT commissionato dall'Authority e diffuso una settimana fa.
Ora, il 30 e 31 ottobre ci sarà un convegno a Orvieto sulla TV di qualità. Sarà l'occasione per entrare nel merito di come queste proposte alternative all'Auditel - che, purtroppo per Pancini, ci sono - possano e debbano essere applicate quanto prima. Perchè questa a cui stiamo assistendo è la fine di un regime. Il ridimensionamento del potere dell'Auditel sulla Tv apre un oceano di opportunità sul fronte della qualità dei programmi e della pubblicità etica. A noi che, insieme a pochi altri, ne siamo stati attori e protagonisti, spetta anche il compito politico di sostituire l'Auditel con qualcos'altro.
Giulio Gargia - gruppo Auditel Megachip
Vespa, fenomenologia di un sacerdote del potere
di ALBERTO STATERA
Se la carica non fosse molto ma molto al di sotto delle sue aspettative, Bruno Vespa sarebbe pronto per essere nominato senatore a vita. Nell’esorbitante mole di meriti accumulati presso i cangianti «azionisti di riferimento» suoi e della Rai, adesso può persino esibire una «Fenomenologia di Bruno Vespa» che Mino Fuccillo ha scritto (in uscita per Nutrimenti editore) sulla falsariga del celebre saggio che Umberto Eco nel 1961 dedicò a Mike Bongiorno, poi giustamente proposto più volte per il laticlavio. Ma Vespa, titolare della «Terza Camera» del Parlamento italiano, quella televisiva, ambisce a ben altro che al seggio senatoriale. Roba per il poeta Mario Luzi, uomo di anima grande ma di nessun potere, o per gli omologhi minori del Vespa stesso: Gigi Marzullo, il filosofo dei sogni che aiutano a vivere, appena nominato dal direttore generale della Rai Flavio Cattaneo per palesi meriti Caporedattore culturale (fonte l’informato sito «Dagospia»); o Vincenzo Mollica, lo straordinario intervistatore del Tg1 che, astuto, sotto le mentite spoglie di un cineamatore di provincia o di una velina di coscia allegra scopre sempre il genio di Rainer Werner Fassbinder o la presenza scenica di Sarah Bernhardt. Non a caso la fenomenologia di Vespa si apre in una notte d’estate su Rai 1 con i due giganti dell’informazione che dialogano amabilmente. Purtroppo manca Mollica, ma Gigi Marzullo intervista da par suo il maestro che, magnanimo, rivela di sé: «Alcuni leader politici mi hanno confessato di ignorare circostanze contenute nel mio libro, ne sono venuti a conoscenza solo dopo averlo letto, ed erano cose che riguardavano proprio loro in persona, le hanno sapute da me». L’officiante diventa il rito stesso, l’eucarestia informativa è nelle sue mani, è lui che graziosamente la distribuisce; gli altri, anche i più potenti, sono le comparse, persino Berlusconi per sapere di sé deve chiedere a lui, nonostante la deferenza che l’officiante palesa per il leader dei leader davanti alle telecamere, in contrasto con la carezzevole rudezza riservata a quasi tutti gli altri, con una modulazione ben commisurata ai livelli di potenza.
Fuccillo non ha resistito alla tentazione di prendere la «Fenomenologia di Mike Bongiorno» e di trasfondere il metodo e le parole di Eco su Vespa, ciò che l’officiante consustanziato nell’eucarestia informativa merita, perché egli non è un epifenomeno della Rai, ma un fondamentale fenomeno culturale. «Bruno Vespa — avrebbe scritto Eco — non si cruccia della sua funzione di maggiordomo e non prova il bisogno di emanciparsi. Entra in contatto con le più vertiginose zone del potere (presente e passato, come prova l’ultima performance su Mussolinindr) e ne esce intriso di autorità... Lo spettatore vede glorificato e insignito ufficialmente di autorità il ritratto dei propri limiti... Bruno Vespa gioisce sinceramente con il vincitore perché onora il successo».
Gioco divertente, ma assolutamente amaro per la politica e l’informazione, per l’Italia tout court. La classe dirigente, che come tale non esiste più, al cospetto di Vespa, da ceto rispettato, detentore della politica come arte alta, diventa ceto insicuro, bisognoso di conferme. Diventa ceto televisivo che vive di banalizzazione e iterazione, altrimenti non riesce a esistere. Le classi subalterne, come si diceva una volta, sono vittime di una pseudoinformazione untuosa, di un giornalismo «facite ammuina», sotto le mentite spoglie del «giornalismointrattenimento». La banalità il loro pane.
Niente di nuovo, ma moltiplicato per mille dalla tivù. Fuccillo, argutamente, ricorda una scena del film «Tutti a casa». Eduardo De Filippo intima a suo figlio, Alberto Sordi, di arruolarsi con il costituendo esercito fascista «perché i tedeschi hanno l’arma segreta e cambieranno le sorti della guerra da così a così». «Chi te l’ha detto?» chiede Sordi. Eduardo tergiversa e alla fine confessa: «Me l’ha detto l’usciere del Consorzio agrario». «Porta a Porta» di sessant’anni fa.
Statera @ilpiccolo. it
Kerry rischia di pagare la tassa sul ketchup
di ARTURO ZAMPAGLIONE
Irriverente e spregiudicato, Jon Stewart è il volto nuovo delle presidenziali 2004: milioni di giovani americani seguono ogni sera il suo telegiornale sulla rete «Comedy Central», mentre il libro che ha appena pubblicato dalla Warner, «America. The Book», guida la hit parade del New York Times. Qualche giorno fa Stewart aveva come ospite John Kerry. «E’ vero — gli ha chiesto — che ogni volta che metto una spruzzata di ketchup sul piatto, sua moglie incassa cinque centesimi?» Il senatore ha sorriso. Tutti sanno che Teresa Heinz Kerry è ricchissima, grazie all’eredità del primo marito, John Heinz, dell’omonima famiglia di industriali del ketchup, deceduto nel 1991 in un incidente aereo. Ma al di là della battuta di Stewart, l’aspirante First lady ha un ruolo insolito — e scomodo per Kerry — in questi ultimi scorci di campagna elettorale. Da un lato il marito si presenta come il campione della classe media, dall’altro Teresa (che era repubblicana fino al secondo matrimonio) possiede ville, yacht e un jet privato Gulfstream con i rubinetti d’oro.
Poi c’è la questione delle tasse. Il Wall Street Journal ha dedicato all’argomento due editoriali consecutivi, prendendo spunto dalla denuncia dei redditi della Heinz Kerry (627mila dollari di tasse, su un reddito di 5,07 milioni e un patrimonio di quasi un miliardo) per attaccare le proposte fiscali del marito. I «superricchi» — questa la tesi del quotidiano finanziario, nettamente schierato dalla parte di Bush — si possono permettere di assoldare commercialisti e avvocati per ridurre all’osso le tasse.
Teresa Heinz, ad esempio, ha versato l’anno scorso al fisco solo il 12,47 per cento del reddito: meno della media delle famiglie americane (che era del 13,03 per cento nel 2002) e meno dei «ricchi», cioè di quel 1 per cento di contribuenti che si accollano il 33,7 per cento dell’intero gettito fiscale, e la cui percentuale media è del 27,25.
Ecco perché, secondo il «Journal», l’obiettivo di Kerry di aumentare la pressione del fisco sulle fasce di reddito superiori ai 200mila dollari all’anno, portando l’aliquota massima dal 35 per cento al 39,6, o addirittura al 41, rischia di rivelarsi controproducente: i «ricchi» potrebbero imitare i «superricchi» e avvalersi di stratagemmi, del tutto legali, per pagare meno. Come quelli della moglie del senatore: che si è servita di investimenti esentasse (obbligazioni di Stati e Comuni) e ha percepito solo redditi da capitale, non da lavoro, senza essere così assoggettata ai contributi previdenziali.
In percentuale George e Laura Bush hanno pagato di più: su un reddito di 822mila dollari, hanno versato l’anno scorso 227mila dollari di tasse federali, cioè il 27,7 per cento.
Secondo i sondaggi, sfornati a gogo da giornali e istituti in questa vigilia elettorale, gli americani sono ancora divisi tra i due contendenti. Ma in materia di tasse preferiscono Bush a Kerry, anche se quattro anni di sconti repubblicani hanno creato un’immensa voragine nei conti pubblici. Mentre Bill Clinton era riuscito ad avere un surplus di 236 miliardi, il 2004 si chiude con un deficit record di 413 miliardi di dollari.
a. zampaglione@repubblica. it
Prodi: "Adesso inizia
una gara meravigliosa"
Romano Prodi
BRUXELLES - "E' iniziata una sfida meravigliosa". Nella sua ultima conferenza stampa a Bruxelles da presidente della Commissione Ue, Romano Prodi ha gli occhi puntati all'Italia. E nel giorno in cui la Gad, la "grande alleanza democratica" da Mastella a Bertinotti nata sotto al sua leadership risponde al suo primo test elettorale (le elezioni suppletive in sette collegi) conferma che sta per tornare a pieno titolo a fare politica in Italia.
"Lo farò molto probabilmente", dice il Professore, e quell'avverbio sta a voler dire che "in politica non si sa mai". Non certo alle primarie, come gli chiede un cronista: "Noooo... io vado, comincio...poi la via della politica è così complicata, bisogna sempre avere un atteggiamento modesto".
E' però perentoria la replica alle critiche ricevute negli ultimi giorni. "Chi mi accusa di correre dietro al collettivismo fa morire dal ridere, si leggano almeno il Financial Times", dice Prodi, che contrattacca: "E' il classico sistema di attribuire opinioni che non ho mai dett: prima si dice che Prodi non riesce a unire il centrosinistra, e poi quando, magari con qualche gesto energico l'unità si sta creando, allora si dice che lo ha fatto correndo dietro l'estrema sinistra".
Oltre che al centrodestra è anche una risposta all'articolo di Giovanni Sartori, che l'altro giorno sul Corriere della Sera lo ha accusato di "correre dietro alla sinistra, trascurando il centro". Una articolo "totalmente sbagliato", dice il Professore, ricordando che "la stampa straniera dice che lascio la Commissione dopo aver veramente agito come un liberal, dopo aver reso i mercati europei più funzionanti e trasparenti".
repubblica.it
Votare a Bagdad ora è solo un rischio
RALF DAHRENDORF
da Repubblica - 25 ottobre 2004
Il presidente George W. Bush e il primo ministro Tony Blair hanno entrambi urgente bisogno di una strategia plausibile per uscire dall´Iraq. L´uno e l´altro vorrebbero indubbiamente chiudere la partita, ora che le ragioni all´origine del conflitto sono venute meno così drammaticamente, e il sostegno all´interno dei rispettivi paesi è in calo. Ma nessuno dei due vorrebbe uscirne nell´ignominia, con la drammatica immagine dell´elicottero che preleva l´ultimo soldato dal tetto di un´ambasciata.
Bush e Blair vorrebbero lasciare l´Iraq, anche se non vittoriosi, quanto meno in condizioni che consentano di dire: «Missione compiuta».
Votare a Bagdad
A giudicare dalle loro recenti dichiarazioni, lo scenario che hanno architettato è semplice. In gennaio in Iraq si andrà alle urne, e quindi il governo eletto chiederà alle truppe d´occupazione di lasciare il paese, diciamo, entro un anno. E il ritiro inizierà fin dalla prossima primavera.
Ma se questo scenario è semplice, la realtà non lo è affatto. La prima cosa che ci si chiede con inquietudine è se davvero si potrà votare nel gennaio 2005. Il primo ministro Iyad Allawi assicura il mondo che le elezioni si faranno, e il presidente Bush gli fa eco; ma ai dubbi espressi dagli osservatori più neutrali si aggiungono ogni giorno le notizie di bombardamenti, catture di ostaggi e azioni degli "insorti".
Anche se effettivamente si voterà nel gennaio 2005 ? ma le probabilità in questo senso sono probabilmente al disotto del 50% ? è certo che le elezioni non potranno svolgersi liberamente e correttamente in tutto il territorio iracheno. Di fatto, non si può più parlare dell´Iraq come di uno stato unitario; oramai è entrato a far parte dell´elenco sempre più nutrito dei paesi in dissesto. Nel migliore dei casi si può definirlo una federazione di tre stati, più la turbolenta città di Bagdad.
Se le elezioni non si faranno, la Coalizione sarà nei guai. Quali strategie d´uscita alternative può escogitare? Ma a trovarsi nei guai sarà soprattutto l´Iraq. Quale altra via per il futuro di questa terra sfortunata? Eppure non è detto che la situazione sia davvero disperata. Una risposta si potrebbe forse trovare ripensando la strategia alla luce di alcuni fatti nuovi.
Dopo tutto, lo svolgimento di elezioni nazionali come primo passo in un paese che cerca a tentoni la via verso un futuro democratico non è necessariamente la scelta migliore per avanzare verso un ordinamento liberale. E questo è tanto più vero quando a competere per il potere centrale sono in lizza formazioni chiuse e asserragliate come quelle dei curdi, dei sunniti e degli sciiti. In una situazione del genere, la via delle elezioni potrebbe anzi rivelarsi tutt´altro che saggia, e forse persino controproducente.
Come insegna la storia, le elezioni non creano le democrazie, ma confermano l´esistenza delle condizioni per un ordinamento democratico. E quindi non costituiscono il primo passo in un processo di democratizzazione, bensì il passo conclusivo di una fase preparatoria nel corso della quale si siano create almeno due condizioni.
La prima di queste condizioni è un assetto territoriale stabile: risultato questo non facile da conseguire in una società «tribale», per le ragioni che abbiamo potuto comprendere meglio dopo l´esperienza della Bosnia. Per quanto ci si sforzi di favorire la costituzione di uno stato-nazione multietnico, quando un tentativo in questo senso fallisce diventa imperativo prestare ascolto al sentimento popolare. Potranno emergere allora entità non certo ideali, ma quanto meno vitali e capaci di esprimere governi legittimi, cioè funzionanti e accettabili. Sarebbe disastroso se l´emergente entità curdo-irachena finisse per essere distrutta in nome di un grande Iraq astratto, e di fatto non più esistente.
Chi come me ha vissuto l´esperienza della Germania occupata dopo la seconda guerra mondiale ricorderà che le prime elezioni del dopoguerra sono state locali e regionali. Si sono configurati allora gli attuali Länder della Repubblica Federale Tedesca.
La seconda condizione, indispensabile per un processo elettorale credibile è la sicurezza: un aspetto che inizialmente si può ritenere di competenza militare. Ma una situazione di pace e di calma affidata soltanto ai carri armati e alla minaccia di attacchi aerei non può essere sufficiente. Per garantire la sicurezza non bastano le truppe, ma occorrono leggi e strumenti adeguati per applicarle.
Per costruire quello che potremmo chiamare un "ordinamento liberale" servono almeno due ingredienti istituzionali. Il primo è la democrazia, che comporta tra le altre cose lo svolgimento di elezioni, con l´obbligo per il governo eletto di rendere conto al Parlamento, e in definitiva alla popolazione. L´altro è lo stato di diritto.
Lord Ashdown, l´Alto Rappresentante della Coalizione dei paesi intervenuti in Bosnia-Erzegovina, ha fornito un buon esempio di come si possa stabilire lo stato di diritto. È necessario poter disporre di giudici molto coraggiosi, e di autorità abbastanza forti per applicare le loro sentenze. Ma è una cosa fattibile.
In un paese musulmano, una strategia del genere consentirebbe oltre tutto di garantire il sistema legislativo contro i tentativi di dirottamento dei fanatici religiosi. Si potrebbe mirare così a una soluzione che potremmo definire "di tipo turco". Il primo ministro della Turchia Recep Tayyip Erdogan ha raccolto questa sfida cruciale, lanciata per la prima volta quasi un secolo fa dal suo grande predecessore Kemal Atatürk. Forse l´Iraq avrebbe bisogno di un nuovo Atatürk, più che di urne elettorali.
Una strategia del genere sarebbe indubbiamente meno semplice della mera convocazione di elezioni quanto mai imperfette. E certo il ritiro delle forze d´occupazione sarebbe più complesso e richiederebbe forse tempi più lunghi. Ma potrebbe avere sullo sviluppo democratico un influsso più duraturo di una consultazione elettorale opinabile, con una partecipazione popolare assai limitata, che esprimerebbe un governo centrale inefficace. E forse si aprirebbero così nuove prospettive, consentendo davvero a chi vorrebbe un Iraq inserito in un mondo libero di dire: missione compiuta.
(Copyright: Project Syndicate
Institute for Human
Sciences, ottobre 2004)
Traduzione di Elisabetta Horvat
--------------------------------------------------------------------------------
Ds Milano - Rassegna stampa
Se vince Bush povera economia
'Mantenere la rotta' è il proposito del presidente: usando i dati dei suoi consiglieri economici abbiamo provato a proiettare i risultati degli ultimi quattro anni sui prossimi quattro. Ne risulta un quadro disastroso
Barry Bluestone
Ogni qualvolta un presidente in carica si candida per essere rieletto, gli elettori s'interrogano giustamente su quali potrebbero essere le politiche dello sfidante. Ma non meno importante è valutare le possibili conseguenze dell'eventuale riconferma per altri quattro anni del presidente in carica. In altri termini, è ragionevole chiedersi: " Quale potrà essere lo stato dell'economia alla fine del 2008, se il trend economico del primo mandato di George Bush continuasse nel secondo?"
Usando i dati del Comitato dei consiglieri economici del presidente, ho assunto le variazioni medie annuali di alcuni indicatori economici chiave dal 2001 al luglio 2004 e le ho proiettate sui prossimi quattro anni e mezzo. Ovviamente, le cose possono cambiare - in meglio o in peggio- ma è un esercizio utile per vedere quello che il futuro potrebbe riservarci, continuando sulla strada segnata dal presidente Bush.
Possiamo aspettarci che la crescita del PIL sarà modesta, intorno al 2,7 per cento annuo. E' sempre meglio di zero, ma molto al di sotto del 4,2 per cento di cui beneficiammo nel secondo mandato di Clinton e, considerato il veloce ritmo di crescita della produttività e la delocalizzazione del lavoro, non è sufficiente a creare i posti di lavoro necessari. In sostanza, per il 2008, il rapporto fra occupazione e popolazione - un criterio di misurazione più significativo del tasso di disoccupazione standard - scenderebbe dal 64.4 per cento, al momento del primo insediamento di Bush (e dal 62.5 di oggi), al 61.0 per cento alla fine del secondo mandato.
A subire l'impatto più duro sarebbe il settore industriale, con una perdita di 3,5 milioni di posti di lavoro durante il secondo termine della presidenza. E particolarmente colpito sarebbe il settore manifatturiero con la scomparsa, al 2008, di altri 2,4 milioni di occupati, dopo averne perduti già due milioni durante il primo mandato. Alla fine del secondo termine della presidenza Bush avremmo visto sparire un quarto dell'occupazione manifatturiera in America.
Sfortunatamente, quelli che manterranno un posto di lavoro non se la passeranno molto meglio. Alla fine dei quattro anni, il salario medio orario sarà cresciuto solo di 12 cents rispetto a quello attuale. E, considerato che le ore settimanali effettivamente lavorate diminuiranno, non vi sarà, in effetti, nessun aumento. Andrà meglio, invece, se le tendenze attuali si confermeranno, per le piccole imprese e per le grandi "corporations": le rendite crescerebbero del 23 per cento e i profitti delle imprese al lordo delle tasse del 63 per cento. Ovviamente, tutto questo, assumendo che la riduzione dell'occupazione e la stagnazione dei salari non comportino una seria recessione con un conseguente taglio dei risultati.
.
Neanche la Borsa sembra destinata a riprendersi, con il Dow Jones che cede in media 189 punti e il Nasdaq 237 punti. Chi ha investito nel mercato azionario alla fine degli anni novanta, e ha conservato l'investimento o una sua parte, non avrà recuperato le perdite nemmeno nel 2008. Con un'economia debole, le grandi imprese dovranno ridurre i loro investimenti fissi e in macchinari nell'ordine di 50 miliardi di dollari, il che non promette nulla di buono per la crescita economica al di là del 2008.
Dal lato dei prezzi, possiamo aspettarci una crescita del 16 percento delle spese mediche, mentre i prezzi dei prodotti energetici crescerebbero del 24 per cento. Per fronteggiare queste spese aggiuntive, le famiglie vedrebbero aumentare il loro indebitamento, aggiungendo 500 miliardi di dollari di debito sul conto delle carte di credito.
Ma, ovviamente, non sarebbero solo le famiglie a sopportare la crescita del debito. Zio Sam dovrebbe aggiungere altri duemila e cinquecento miliardi di dollari al debito federale. Se tutto procede secondo queste proiezioni, saremo prossimi al record di diecimila miliardi di debito federale, prima che Bush lasci la presidenza. Vale a dire cinquemila e ottocento miliardi di dollari in più rispetto a quando Bush entrò per la prima volta nella Casa bianca.
Altrettanto preoccupante è la bilancia commerciale: da un deficit di 412 miliardi di dollari nel 2001, e di 588 miliardi di dollari quest'anno, aumenterebbe a 800 miliardi nel 2008, con un aumento di un ulteriore 36 per cento solo nel secondo mandato di Bush. Con l'importazione massiccia di merci dall'estero, in grado di inondare il mercato interno, potremmo fruire temporaneamente di prodotti a basso costo, ma la contropartita sarebbe la scomparsa dei lavori pagati meglio. E, inoltre, dovremmo continuare a vendere i nostri assets, perché l'unico modo di coprire questo debito è lasciare che stranieri e governi esteri comprino obbligazioni del Tesoro, terra ed aziende americane. Infatti, secondo queste previsioni, i beni di proprietà straniera raggiungerebbero 3,2 mila miliardi di dollari: un incremento dell'83 per cento dal livello attuale.
Certamente le cose potrebbero andare meglio, ma se il secondo mandato seguirà i trend del primo, la prosperità americana ne risulterà profondamente minata. Può darsi che John Kerry non abbia tutte le risposte per rimettere l'economia sul binario giusto. Ma il suo programma comprende misure specificamente indirizzate a rinvigorire la base industriale, creare posti di lavoro, migliorare il sistema sanitario, e questo dà senso alla sua candidatura. Posto che il programma di George Bush è "mantenere la rotta", queste previsioni suggeriscono che come nazione finiremmo decisamente "fuori rotta".
Barry Bluestone è professore di politica economica presso la Northeastern University di Boston
www.eguaglianzaeliberta.it
Il falso riformista
Il “Riformista” di martedì 12 ottobre, quotidiano che secondo il direttore Antonio Polito (che è stato a Londra e fuma la pipa) si ispirerebbe al più rigoroso giornalismo di stampo anglosassone, pubblica un articolo dedicato alla direzione dell’“Unità”, dal titolo: «Colombo prepara l’uscita di scena». In detto articolo si contano tredici affermazioni palesemente false o indimostrabili su un totale di 73 righe. Eccone una rapida rassegna.
1) «Secondo accreditate fonti del “Riformista”». Quali? Mistero.
2) «Colombo rimarrà al suo posto fino al congresso di febbraio». Chi lo dice? Sempre le misteriose «fonti accreditate».
3) «Colombo che il coordinatore della segreteria Vannino Chiti ha recentemente incontrato». Falso. Chiti non ha incontrato Colombo.
4) «Un giornale, spiegano al Botteghino, che ha fatto terra bruciata intorno a sé perdendo firme, credibilità, interlocutori». Chi «al Botteghino» si lascia andare a simili gravi affermazioni calunniose? Ancora le misteriose «fonti accreditate».
5) «Una discesa del venduto sotto le 60mila copie di vendita». Falso. L’“Unità” ha venduto, a settembre, 64.173 copie.
6) «Maurizio Mian, uno dei principali azionisti di Nie, la società che edita il quotidiano, è pronto a caldeggiare il cambio di direzione al prossimo Cda previsto per il 19 ottobre». Falso. Mian non ha mai parlato con il “Riformista”.
7) «Spiega al “Riformista” Aurelio Pellegrini, stretto collaboratore di Mian: se i fatti del passato e l’andamento dei dati ce lo chiedono e in presenza di una valida alternativa, siamo per il rinnovo dei vertici». Falso. Interpellato dall’“Unità”, Pellegrini afferma: «Ho detto al “Riformista” che all’ordine del giorno del Cda del 19 ottobre non esiste l’argomento cambio della direzione all’“Unità”, tema che non mi compete e sul quale non mi sono mai pronunciato».
8)«L’amministratore delegato della Nie, Giorgio Poidomani dice: “...abbiamo varato una manovra di aggiustamento dei conti, ma non mi risulta che il cambio della direzione rientri nella manovra”». Falso. Dice Poidomani (vedi il testo della lettera di smentita al “Riformista” pubblicata a parte): «Io non ho mai dichiarato che “...non mi risulta che il cambio di direzione rientri nella manovra...”. Ho anzi affermato che mai il Consiglio di amministrazione di Nie ha preso in considerazione l’ipotesi di mutamento della Direzione dell’“Unità”».
9) «Sull’addio a Colombo, la presidente della Nie, Marialina Marcucci, commenta: “Per me è fantascienza. Se succede, ne prenderò atto”». Falso. Marialina Marcucci si trova in Arabia e non ha mai parlato con il “Riformista”. La frase è tratta da una vecchia intervista, appositamente amputata e manipolata dal “Riformista”.
10) «Smentite secche, quelle di Poidomani e Marcucci che, forse non proprio casualmente si concludono con incongruenti formule dubitative». Qui la falsificazione raggiunge l’apogeo. Si prendono una frase che Poidomani non ha mai pronunciato e un’altra frase tratta da una vecchia intervista della Marcucci, appositamente amputata e manipolata, per sostenere l’esistenza di «incongruenti formule dubitative», che esistono solo nella testa del direttore, british, del “Riformista” e del suo degno cronista.
11) «Ma incongruenza non c’è: sempre secondo lo schema di cui sopra non sarà la proprietà a dare il benservito a Colombo, bensì quest’ultimo a lasciare sua sponte la direzione, dichiarando chiusa la sua missione di resurrezione del giornale». Qui la malafede sfocia nella demenzialità. L’«incongruenza» che prima c’era, improvvisamente non c’è più. In compenso si attribuisce al direttore dell’“Unità” una volontà di dimissioni mai espressa a nessuno e in nessuna occasione.
12) «Per lui (Colombo, ndr), a quel punto si aprirebbe la prospettiva di un posto di lavoro nel nuovo Cda della Rai». Dopo aver inutilmente annunciato, in ben quattro articoli disseminati nell’ultimo anno, la cacciata di Colombo, e dopo averlo inutilmente candidato prima al Parlamento Europeo, poi alle elezioni suppletive per la Camera dei deputati, alla fine il “Riformista” s’inventa di sana pianta «un posto di lavoro nel nuovo Cda della Rai». E perché no alla presidenza della Lega Calcio o dell’Acotral?
13) «Quanto al sostituto, non vi sarebbe ancora alcuna certezza sul nome, tranne la solita convergenza di indizi su Lucia Annunziata». Pur stremato dal cumulo di fandonie accumulate, il “Riformista” ne ricicla l’ultima tanto per non lasciare il lavoro incompleto.
L’articolo del “Riformista” va comunque segnalato alle scuole di giornalismo con l’avvertenza: attenti a non ridurvi così.
Alla c.a. Antonio Polito
Direttore Responsabile
il Riformista
Mi riferisco all’articolo dal titolo «Colombo prepara l’uscita di scena», per pregarLa di prendere nota delle seguenti precisazioni:
1) Io non ho mai dichiarato che «... non mi risulta che il cambio di direzione rientri nella manovra...»; ho anzi affermato che mai il Consiglio di amministrazione di NIE ha preso in considerazione l’ipotesi di mutamento della Direzione de l’“Unità”. La differenza non è di poco conto in quanto le considerazioni finali del giornalista sono che le dichiarazioni del Presidente e mie si concludono con «incongruenti formule dubitative».
2) Non è vero che a settembre la diffusione de l’“Unità” sia scesa sotto le 60.000 copie/giorno. I dati, non ancora definitivi, sono infatti di 64.173 copie/giorno.
3) Non posso dire nulla sulle dichiarazioni del dr. Pellegrini, che non conosco. L’ordine del giorno del prossimo CdA di NIE non prevede alcuna discussione sulla direzione del giornale. Come noto ai Consigli di amministrazione possono partecipare solo i consiglieri e non i loro «stretti collaboratori».
Con i miei migliori saluti.
Giorgio Poidomani
Amministratore Delegato
Nuova Iniziativa Editoriale SpA
Fonte: L'Unità
Berlusconi: "La stampa straniera è di sinistra"
DARIO MIGLIUCCI
"La stampa critica Berlusconi? La stampa è di sinistra". Questa semplice equazione è stata ribadita ieri dallo stesso Berlusconi. Questa volta, però, il Cavaliere ha alzato il tiro, spiegando che il medesimo concetto si deve estendere anche alla stampa estera.
Intervenendo telefonicamente con il meeting degli "Azzurri nel mondo", il premier ha chiesto ai militanti di Forza italia di "raccontare la realtà del nostro paese e della nostra azione politica".
"Vi ringrazio per tutto ciò che potrete fare - ha aggiunto - anche nei confronti della stampa straniera che è normalmente di sinistra e ci presenta in modo diverso dalla realtà".
Dunque, anche al di fuori dei nostri confini la stampa è in mano ai comunisti.
Effettivamente, i giornali e le televisioni di tutto il mondo non sono mai stati teneri con l'attuale inquilino di Palazzo Chigi e con il suo Governo.
Ma chi sono questi pericolosi rivoluzionari rossi che infangano il lavoro del nostro Esecutivo?
Berlusconi si riferiva certamente al "The Economist" (o come lo ribattezzò il centrodestra "ecomunist"), che alla vigilia delle politiche del 2001 spiegò ai cittadini di oltremanica perchè il Cavaliere non era degno di essere eletto in un Paese democratico e che in questi ultimi quattro anni ha sferrato un attacco dietro l'altro al leader della Casa delle Libertà.
Sono certamente comunisti anche i giornalisti del britannico "Daily Telegraph".
"Noi un uomo così - scrisse nel marzo 2002 il quotidiano thatcheriano a proposito di Berlusconi - non lo toccheremmo neanche con la punta di un bastone".
Quotidiani rossi anche gli americani "The Washington Post" e "The New York Times", che si sono persino permessi di mostrarsi increduli nel vedere Berlusconi ed alcuni dei suoi più stretti collaboratori in un'aula di Tribunale a difendersi dall'accusa di corruzione in atti giudiziari.
E, sempre il giornale della Grande Mela, poche settimane fa aveva scritto che gli italiani "sono stanchi della crisi economica e delle gaffe internazionali" del capo del loro Esecutivo.
"Il primo ministro italiano ha paragonato un europarlamentare tedesco a un nazista, ha invitato a investire in Italia perché ci sono belle segretarie, è sparito dalla scena politica per un fare un lifting - si leggeva nell'articolo - Berlusconi è uno studente deludente, troppo stesso distratto dai compiti da amici dal cattivo comportamento, e un intrattenitore in attività extra scolastiche".
Ma la redazione più a sinistra del mondo è certamente quella del Financial Times, capace di scrivere quasi quotidianamente qualche malignità sul numero uno di Forza Italia. Articoli al vetriolo talmente frequenti da provocare la dura reazione del nostro Governo.
"Giornali come il Financial Times ci attaccano in modo denigratorio, offendendo la verità - aveva protestato tempo fa il ministro per le Attività Produttive Antonio Marzano - il Financial Times è uno dei giornali economici stranieri che di recente ha presentato in termini estremamente negativi e infondati chi siamo".
L'Esecutivo di Roma, sentendo "il dovere di difendere l'immagine del nostro Paese", annunciò un intervento a "livello diplomatico", ma il Governo britannico di quel comunista di Tony Blair non fece nulla per fermare la propaganda rossa del giornale londinese.
Se poi ci soffermiamo su quello che mandano in onda le televisioni, ci accorgiamo che anche il piccolo schermo è stato invaso dai nostalgici del regime di Stalin. Circa un anno fa il canale statunitense "Pbs" preparò uno speciale volto ad "esaminare l'influenza del primo ministro e magnate dei media Silvio Berlusconi nella vita quotidiana degli italiani". La tv americana arrivò persino ad intervistare personaggi come Marco Travaglio, Giovanni Sartori ed Enzo Biagi, noti per le loro simpatie filocomuniste. Da questa parte dell'Atlantico, invece la Bbc spiegò che "Silvio Berlusconi è l'uomo più ricco d’Italia e che alla sua egemonia è impossibile sottrarsi".
Stessa musica anche per quel che concerne i libri. Sul nostro presidente del Consiglio ne sono stati scritti a decine anche all'estero, tutte biografie non autorizzate piene di insulti gratuiti e critiche non costruttive.
Tra i molti, è impossibile non segnalare "Il cuore scuro dell'Italia", scritto da Tobias Jones, al quale il già citato "Financial Times" dedicò una lunga recensione.
"E' primo ministro da diciotto mesi ed il suo palazzo televisivo è ad un paio di mosse dallo scacco matto alla democrazia - si poteva leggere nelle pagine - gli italiani, grazie alla tv, sono sottomessi a una sorta di dittatura psicologica".
Grande successo, tra i tanti comunisti che abitano in Gran Bretagna, anche per l'ultima fatica letteraria di David Lane, già corrispondente del "The Economist". Il giornalista rosso ha scritto "Le ombre di Berlusconi - crimine, giustizia e sete di potere", un libro che racconta ogni mossa di Berlusconi dal giorno della sua "discesa in campo". www.centomovimenti.com/
Una pagina oscura della nostra storia nazionale
Paola Casella
Amedeo Osti Guerrazzi, Poliziotti - i direttori dei campi di concentramento italiani 1940-1943, Cooper, pp. 173, Euro 14,00
"Del personale dei campi non si sa praticamente nulla, tranne che proveniva dal ministero dell'Interno e che, in genere, era formato da personaggi abbastanza mediocri, di cui sono rimaste scarse tracce anche nelle memorie degli internati". Da questa premessa Amedeo Osti Guerrazzi è partito per affrontare la ricerca necessaria a mettere insieme un saggio informato e informativo come Poliziotti (Cooper), che va a scoprire chi erano i direttori alla guida dei campi di concentramento italiani fra il '40 e il '43.
Prima di tutto c'era la necessità di illuminare un angolo buio della nostra storia. Poi la curiosità profonda di scoprire se è vero che spesso il male ha come unico tratto saliente la banalità. E infatti i ritratti che Osti Guerrazzi, giovane docente di Lettere e Filosofia a La Sapienza, ha tratteggiato nel suo breve ma intenso libriccino, raccontano storie comuni di oscuri funzionari e ordinari travet che, ricevuto un incarico inglorioso, hanno occupato la poltrona loro assegnata con gradi diversi di acquiescienza, senza però mai dimostrare un vero coinvolgimento ideologico.
Negli oltre 50 campi di concentramento italiani erano rinchiusi stranieri provenienti da stati nemici, antifascisti, ebrei, "ex jugoslavi" e zingari, trattenuti su ordine diretto del ministero dell'Interno (e spesso senza la mediazione di alcun intervento giudiziario). In questi campi non furono mai esplicati i livelli di ferocia e la volontà genocida esercitati nei campi tedeschi. La situazione era caratterizzata "non da una disciplina particolarmente dura, ma dalla difficoltà, soprattutto per gli internati poveri, di sopravvivere in condizioni estremamente difficili".
Osti Guerrazzi ha ritrovato i fascicoli relativi a 36 poliziotti posti a capo dei campi, e ha scelto di concentrare l'attenzione su 13 uomini, ognuno identificato con un soprannome che fornisce talvolta un sunto delle motivazioni del suo essere lì. Come a Spoon River, c'è il Mazziere e il Giocatore, il Nipote del vescovo e l'Antifascista, il Poeta e il Fallito, lo Specialista e lo Sfortunato. E ci sono i tratti comuni. Quasi tutti i direttori erano meridionali piccolo-borghesi, "figli di impiegati, insegnanti o agricoltori"; che avevano ottenuto un solido impiego statale (il classico "posto sicuro") tramite raccomandazione (allora detta "premura"), e a dispetto di quella "premura", si erano ritrovati a svolgere un compito scomodo presso "una destinazione sgradita, dove la vita era spesso difficile e il lavoro gravoso e privo di soddisfazioni".
Il momento decisivo, dal punto di vista morale, per questi "poliziotti" che avevano accettato l'incarico più per eseguire un ordine che per scelta vera e propria, fu l'8 settembre. I direttori "sapevano benissimo che, una volta in mano dei tedeschi, la sorte degli (internati) ebrei sarebbe stata segnata", e questo li costrinse di fatto "a prendere posizione". "Coloro che scelsero 'di non scegliere'", dice Osti Guerrazzi, "furono veramente pochi". Ciò che sembra aver accomunato questi uomini è stata la volontà di "non esporsi", un atteggiamento "specchio dell'ignavia di una pubblica amministrazione immobile ed 'eterna'".
www.caffeeuropa.it
Squilla la storia, ovvero: come ho imparato ad amare anche le suonerie polifoniche, tanto ormai.
(Continuerebbe da qui, ma ecco un rapido riassunto: l'altra sera ho visto uno spot di suonerie per cellulare su rai2, e mi sono preoccupato, tutto qui).
Rai2, se qualcuno se l'è dimenticato, sarebbe ancora servizio pubblico, ma qui non voglio aprire una discussione su cosa è servizio pubblico e cosa no. Sì, la paghiamo noi, e pazienza. Tante cose, paghiamo.
Dall'altra sera, però, paghiamo per un canale che rubacchia denaro ai nostri figli scemi, e la cosa, scusate, faccio ancora fatica a mandarla giù. Ho anche problemi a spiegarmela, fisicamente. Ho provato a fare uno schizzo, come se fosse un circuito elettrico.
Nel disegno c'è un ipotetico padre e un ipotetico figlio scemo: il padre paga il canone, il figlio paga la suoneria scema. Uno paga, l'altro paga. Se fosse un circuito elettrico, andrebbe in corto e incendierebbe la casa. Ma è un circuito di soldi, che entrano soltanto. Da qualche parte ci dev'essere una massa di soldi, che non passa più né per figlio né per babbo. E continua a crescere! E se scoppia? Sono molto preoccupato.
Poi penso al destino delle suonerie. Sono come i divani, i set di stoviglie in alluminio, Gianfranco Fini, i Cugini di Campagna. Roba che stava nei ghetti delle tv locali, e pensavi non mai e poi mai sarebbe uscita da lì. E invece a un certo punto le telepromozioni dei divani sono diventati roba mainstream, sdoganata. E Fini fa il vicepresidente, e spiega San Francesco ai francescani.
Quando c'era la new economy, tutti avevano professioni divertenti e interessantissime, e le suonerie erano la feccia della feccia, in confronto i siti porno facevano cultura. A bolla scoppiata ci siamo resi conto che quel che restava della new economy si reggeva sul porno e sulle suonerie. I pochi soldi che giravano ancora, erano tutti usciti dalle tasche di erotomani o ragazzini scemi, che con le loro paghette hanno salvato quel poco di baracca.
Il problema è che la crisi non si è fermata alla new economy. Metti il comparto musicale: non vendono più un CD neanche per sbaglio. Tanto che un mercatino come quello delle suonerie equivale al 10% di un mercato storico, consolidato come quello musicale. Qualcuno comincia a chiedersi se le suonerie per cellulare non siano il futuro della musica pop: Madonna ha già attivato il suo servizio, magari spera di vendere più suonerie che dischi. Magari ce la farà pure. Ma avete presente la situazione? È come se gli scrittori e i loro editor cominciassero a pensare che il futuro della letteratura stia nei biglietti da visita, e Baricco aprisse un sito con i suoi biglietti migliori da scaricare a pagamento (non una brutta idea, pensandoci).
A questo punto mi chiedo se non sia il caso di rivalutarla, questa moda delle suonerie. Prima ha salvato un pezzo di Internet; ora, un pezzo di mercato musicale. Già due mondi salvati dai ragazzini scemi. Mica male Non è che le suonerie sono un po' le nostre sveglie di Topolino? Mi spiego.
In questi giorni si festeggia il 75° del grande crack della borsa di New York, una cosa che ormai è in tutti i programmi scolastici. Sappiamo tutti più o meno come andarono le cose: a Wall Street c'era una grossa bolla: quando scoppiò, trascinò nel cratere buona parte dell'economia reale.
Sappiamo anche più o meno come finì: perlomeno, esistono diverse narrazioni in merito. La più accreditata sui libri di testo e riviste del settore parla di revisione del capitalismo, delle teorie economiche di Keynes e del programma politico di Franklin Delano Roosvelt, di uno slogan che cade in disuso ("Laissez faire!"), temporaneamente rimpiazzato da uno nuovo e ambizioso: Welfare State.
Un'altra narrazione, che circola piuttosto sui libri illustrati e sulle riviste non specializzate, rammenta l'importanza della Sveglia di Mickey Mouse. Un simpatico oggetto che più o meno tutti abbiamo visto almeno una volta nella vita: una sveglia raffigurante Topolino (ancora seminudo, come nei suoi anni ruggenti), i suoi braccini come lancette. Niente più che un simpatico oggetto di merchandising, salvo che fu uno dei primi a essere immaginato e prodotto. Proprio durante la Grande Depressione: chi l'avrebbe mai comprato?
C'era da dire che uno dei pochi comparti a essersi salvati dalla crisi successiva al crack era stato proprio la carta stampata: la gente perdeva il lavoro e cominciava a saltare i pasti, ma in qualche modo continuava a leggere i quotidiani, con le strisce di Mickey Mouse.
Questo non deve stupire. Anche oggi, che lesiniamo sulla spesa, non per questo economizziamo sulla luce per guardare la tv. Senza la finestra sul mondo ci sentiremmo molto, molto più poveri. Un'intuizione ben più antica del 1929: i poveri hanno bisogno di circenses quanto di panem. Così, si narra, uno dei primi oggetti a essere fabbricato in serie e a vendere sensibilmente, dopo la crisi del '29, fu proprio la sveglia di Topolino: un oggetto (quasi) del tutto inutile, e di dubbio gusto. Più o meno come le suonerie polifoniche di oggi: (quasi) inutili, e piuttosto pacchiane, ma guai a sottovalutarle.
Anche perché la sveglia di Mickey e le suonerie hanno anche un'altra particolare in comune: squillano. Come a dire: in campana, la Storia passa anche un po' da qui. E ha qualcosa da dirci: sulla saturazione dei mercati, per esempio. Sul meccanismo di spremitura del consumatore occidentale: vediamo quanti diritti possiamo ancora togliergli e quante cazzate riusciamo ancora a vendergli (pochine, temo). Sul ruolo fondamentale che giocano le "giovani generazioni", come fascia di consumatori incalliti, che molto spesso non conoscono il valore di quello che spendono. Come dire che buona parte della nostra economia si basa sul plagio. E che, moralismo a parte, un sistema di questo tipo dovrebbe produrre tensioni intergenerazionali fortissime.
Mentre invece (e questo mi sorprende sempre) tutta questa tensione non c'è, e se guardiamo alle "giovani generazioni" del passato, ci accorgiamo facilmente che esse destavano molto più panico di quelle attuali, pur consumando molto meno (e forse divertendosi di più). Sì, d'accordo, avranno i pantaloni a vita bassa, il piercing e tutto quanto: ma non si fanno più in vena, non gridano più slogan incomprensibili, non prospettano più rivoluzioni. Tutto sommato hanno il ruolo in un sistema un po' più grande, che si basa anche sui loro consumi futili.
Fioretto per la prossima volta che senti una suoneria scema: chiudi gli occhi, conta fino a dieci, e pensa che quella suoneria sta facendo andare avanti il sistema, sta salvando qualche comparto dell'economia, sta finanziando la musica che ascolti, la tv che guardi, il sito internet che leggi, e magari tante altre cose futilissime che ti fanno sentire molto, molto meno povero di quanto tu non sia.
E ringrazia.
www.leonardo.blogspot.com
Tutti i retroscena della visita di Tareq Aziz in Itala e sull'udienza da Giovanni Paolo II
di Jean-Marie Benjamin
13 gennaio 2003: "La crisi fra gli Usa e l’Iraq è al culmine. Nella speranza che un incontro fra il Santo Padre e Tareq Aziz possa rilanciare il dialogo, invio una lettera via fax a Mons. Jean-Louis Tauran, Segretario per le Relazioni con gli Stati, in Segreteria di Stato, chiedendogli se, nell’eventualità di una visita privata in Italia del vice-primo ministro iracheno, il Papa fosse disponibile a ricerverlo. Due giorni dopo, sempre via fax, ricevo da Mons. Jean-Louis Tauran il via libera ad attivare i normali canali diplomatici. Il 24 gennaio parto per Baghdad per informare Tareq Aziz sulla possibilità di incontrare il Santo Padre...
"Durante il nostro colloquio consegno a Tareq Aziz l’invito della Fondazione Beato Angelico a venire a Roma. Tareq Aziz legge la lettera d’invito, il viso è fermo, i baffi non si muovono e, fissandomi: “Lei è sicuro Padre, della disponibilità del Santo Padre a ricevermi?”.
"Rispondo affermativamente, specificando che avevo suggerito all’ambasciatore iracheno presso la Santa Sede di non inviare una richiesta ufficiale in Segreteria di Stato prima di aver ricevuto un riscontro positivo dal Vaticano. “Perfetto Padre, ne parlerò con il Rais ed entro 48 ore invieremmo una nota alla nostra ambasciata a Roma, ma la risposta sarà certamente positiva”, risponde Aziz con un respiro profondo".
"Dopo aver esaminato alcuni aspetti pratici relativi al soggiorno e programma in Italia, gli suggerisco - dopo l’incontro con il Papa - di recarsi ad Assisi sulla tomba di San Francesco aggiungendo “penso che sarebbe opportuno per lanciare un forte messaggio di pace ed anche come sostegno spirituale alla comunità cristiana irachena”. Aziz risponde con un lento segno della testa, aggiungendo “le propongo, Padre di coordinare direttamente il programma con la nostra ambasciata a Roma o il mio direttore di Gabinetto”.
"Al rientro a Roma informo l’ambasciatore iracheno presso la Santa Sede, il quale, poco dopo, riceve l’indicazione da Baghdad di presentare la richiesta ufficiale d’udienza. Non appena ricevuta la conferma dalla Santa Sede che Tareq Aziz sarebbe stato ricevuto dal Santo Padre, il 14 febbraio, vado ad incontrare Mons. Diego Bona. Gli porto una quarantina di lettere per diverse autorità del governo e del Parlamento italiano per informarlo che la Fondazione Beato Angelico ha invitato il vice-primo ministro irakeno in visita privata in Italia. Mons. Bona esprime soddisfazione e concorda con questo tentativo di evitare la guerra e firma le lettere".
"Il programma della visita è elaborato e gestito congiuntamente dalla Fondazione e dal Console iracheno a Roma. Gli incontri al Senato sono cortesemente coordinati dall’on. Gianguido Folloni".
"Il 14 febbraio, la mattina presto, prima di recarsi in Vaticano per l’incontro con il Papa, sono previsti - dalle alle ore nove - incontri al senato con il presidente Oscar Luigi Scalfaro e l’on. Lamberto Dini. Poi, subito in Vaticano".
"Sabato 15 il messaggio per la pace e la preghiera ad Assisi. Il ritorno a Roma, presso l’ambasciata dell’Iraq, è stato l’occasione di un colloquio di circa un’ora con il vice-primo ministro iracheno".
"Negli anni passati, in occasione dei diversi incontri a Baghdad, di solito facevo le domande senza formalità. Oramai però eravamo vicini ad una nuova guerra, non c’era tempo per delle circonvoluzioni protocollari. Chiedo: “Presso la tomba di San Francesco, lei ha scritto sul registro: Gli iracheni non vogliono la guerra. Vogliono la pace. Il mondo vuole la guerra", è certamente anche il suo personale desiderio”. “Yes, Father”, mi risponde".
"Insisto, chiedendo se fosse anche il desiderio di tutto il popolo iracheno e del presidente Saddam Hussein, “tutti vogliamo la pace, compreso il Presidente”, replica lentamente, rimarcando ogni parola".
"Dopo un breve silenzio, riprende: “Padre, Washington insiste ad affermare che hanno le prove che l’Iraq possiede armi di distruzione di massa. Hanno nessuna prova perché non abbiamo quelle armi. Ciò che Blair ha fatto pubblicare e che Powell ha mostrato all’Onu, non sono prove. Se hanno delle prove, perché non le danno a Blix; anzi, hanno fabbricato false prove. Le armi di distruzione di massa, le avevamo. Sono stato distrutte durante gli otto anni dei lavori dell’Umscom in Iraq. Non le abbiamo più da dieci anni. Adesso, Blix e i suoi ispettori stanno distruggendo il poco che c’è rimasto d’armi convenzionali per difenderci, poi ci attaccheranno”.
“Pensa veramente che attaccheranno?”, interloquisco un po’ perplesso. “Certo Padre, noi non abbiamo alcun dubbio: con o senza l’Onu, bombarderanno ed invaderanno il nostro paese. Le armi di distruzioni di massa sono solo un pretesto; quello che vogliono è controllare strategicamente la regione e prendere il nostro petrolio”.
"Chiedo come faranno a difendersi contro l’esercito più potente del mondo; mi risponde: “Contro i bombardamenti, non potremo far niente; non abbiamo nemmeno un aereo in grado di volare, ma resisteremmo fino a quanto sarà possibile”. Poi la conversazione si spostò sulla questione Onu, diritto internazionale ed alcune questioni interne all’Iraq".
"Il giorno dell’arrivo a Roma di Tareq Aziz, fui contattato da un giornalista ebreo, corrispondente del quotidiano israeliano “Haaretz” di Tel Aviv. Voleva incontrare Tareq Aziz per un’intervista. Una richiesta non facile da soddisfare, visto il numero impressionante di giornalisti e di rete televisive che chiedevano la stessa cosa , senza considerare anche l’aspetto politico della questione. Ho ritenuto comunque doveroso fare qualcosa e mi sono premurato di accreditare il giornalista alla Camera dei Deputati, per l’incontro d’Aziz con i gruppi dell’opposizione in calendario il pomeriggio dello stesso giovedì 13 febbraio e di informare della richiesta il vice- primo ministro".
"L’intervista non fu possibile al termine dell’incontro presso il Gruppo Verde alla Camera (durante il quale i Verdi consegnarono una lettera aperta ad Aziz centrata sulla pace ed i diritti), ho proposto al giornalista - quando mi telefonò per ringraziarmi dei miei buoni uffici - di partecipare all’incontro con la stampa il giorno successivo".
"Durante la conferenza stampa, Tareq Aziz non ha voluto rispondere alla sua domanda. E’ mia impressione che Aziz, se non avesse avuto timore di far infuriare Saddam, avrebbe risposto. Non è stato comunque un precedente, sono cose purtroppo già accadute, anche fuori dal contesto irakeno, ad incontri con la stampa in Palesatina, Israele o in taluni paesi arabi".
"Alcuni giorni dopo mi richiama il giornalista ed abbiamo parlato a lungo. Mi chiese, tra l’altro: “ma lei, cos’avrebbe fatto al mio posto?”; Risposi: “ Probabilmente avrei chiesto il perché della non risposta?”. “Ah! si - mi dice il giornalista – giusto, non vi avevo pensato”.
"Un’ultima precisazione: la vera ragione del mancato incontro di Valter Veltroni con Tareq Aziz non è dovuta all’accaduto in conferenza stampa tra il vice-primo ministro iracheno ed il giornalista ebreo".
"La motivazione va ricercata ben dieci giorni prima dell’arrivo a Roma di Tareq Aziz. Dopo la lettera inviata da Mons. Diego Bona per informare sulla visita di Tareq Aziz in Italia e dell’udienza dal Santo Padre, telefono tre volte alla segreteria del Sindaco per esplorare (com’è prassi per le visite nella capitale di personalità straniere), la possibilità di un incontro fra lui e Tareq Aziz".
"Né io né il Console iracheno abbiamo ricevuto un cenno di riscontro. E’ ovvio pertanto che il programma in Italia della visita del vice-primo ministro non prevedesse alcun colloquio con Veltroni. Apprendo poi dai giornali che il Sindaco aveva annullato un appuntamento mai fissato!".
"In realtà, come abbiamo visto,il rifiuto del sindaco di Roma di incontrare Aziz è avvenuto ben prima, allorquando non aveva fissato un appuntamento: tra l’altro, il plateale "no" di Veltroni coincideva con la fine – era sabato 15 febbraio - della venuta in Italia di Aziz e la giornata prevedeva la visita ad Assisi, con partenza l’indomani per Baghdad. Quando mai Veltroni avrebbe dovuto incontrarlo?"
"Poco prima dell’arrivo di Tareq Aziz a Roma, sono invitato a partecipare ad una famosa trasmissione televisiva su RaiUno, condotta da un prestigioso giornalista. D’un tratto: “ma Padre, mi dica, per Lei, Saddam è un dittatore o no?”.
"Avrei voluto rispondere esaurientemente, ma non potevo; invece, adesso vorrei farvi considerare che se avessi, nel mio primo libro o primo filmato, (cinque anni fa) denunciato il regime iracheno, certamente non avrei mai più potuto mettere piede in quel paese, e dunque mai più viaggiare, conoscere il popolo iracheno e le sue condizioni di vita, proseguire ricerche sulle drammatiche conseguenze dell’utilizzo dell’uranio impoverito, studiare i dossier del ministero iracheno della sanità sulla questione, riprendere filmati, incontrare Tareq Aziz. In breve: con tale dichiarazione, non sarei mai più stato autorizzato ad entrare in Iraq".
"Denunciare una dittatura che tutti conoscevano non avrebbe, peraltro, apportato nulla di nuovo; far conoscere le problematiche legate all’utilizzo delle armi all’uranio impoverito e la contaminazione radioattiva dell’ambiente e della popolazione, lavorando in loco, credo abbia invece contribuito ad aprire un nuovo capitolo nella discussione sulle drammatiche condizioni di vita della popolazione irachena, e non solo irachena. I giornalisti chiamano questa teoria dei procedimenti: “preservare le fonti”.
"Non ho bussato alla porta del nostro amico, è lui che mi ha invitato a partecipare alla sua trasmissione su RaiUno e non posso credere che proprio nel momento in cui stavo viaggiando da Roma a Baghdad per coordinare la visita in Italia ed in Vaticano del Vice primo ministro iracheno, lui non sapesse che di fronte a tale domanda in trasmissione non avevo altra scelta che quella di non rispondere; se avessi risposto e la risposta sarebbe stata “si, è una dittatura” saltava immediatamente l’iniziativa in cui molti riponevano speranze di pace".
"Invece, al nostro amico, vorrei fare io una domanda: perché, quando ha intervistato il cardinale Roger Etchegaray, o il nunzio apostolico a Baghdad, o qualche vescovo della Segreteria di Stato, perché non ha mai fatto a loro la stessa domanda che ha fatto a me? Loro Saddam Hussein l’hanno incontrato, io mai".
"Incontravo soprattutto il popolo iracheno, ed - è vero - anche Tareq Aziz. Mi auguro che un giorno Tareq Aziz possa raccontare cos’è successo quando ha comunicato a Saddam la possibilità di incontrare il Papa, allorché la guerra era diventata in sostanza inevitabile. Tutti i paesi arabi hanno applaudito all’incontro tra Aziz e Giovanni Paolo II ma ciò non vale certamente per gruppi estremisti islamici".
"Nel passato, Osama bin Laden parlava dell’Iraq come di una “Repubblica di miscredenti ed infedeli”. L’Iraq è stata sempre lontana dalle ideologie del tipo di Al Qaida. In effetti, dopo l’11 settembre, non è stato arrestato alcun iracheno e le inchieste internazionali non hanno trovato collegamenti tra Saddam ed il terrorismo islamico. Prima dell’attacco per la “liberazione del popolo iracheno”, i media (sopratutto anglo-americani) hanno in modo crescente mostrato foto e fatto commenti associando - senza prove - Al Qaida ed Iraq".
“L’Iraq deve disarmare perché è un pericolo per l’umanità ” gridava Washington. Dopo aver prese in giro Blix ed i suoi ispettori ed essersi burlati della legalità internazionale, l’attacco anglo-americano fu giustificato sulla base di “prove” in possesso di Washington e Londra sulla presenza d’armi di distruzioni di massa in Iraq".
"Reiterate falsità, come avvenne per Kabul nel tentativo di giustificare di fronte all’opinione pubblica mondiale i bombardamenti sulla popolazione afgana che (sintetizzando..) furono motivati dalla necessità di smembrare Al Qaida, uccidere bin Laden e togliere il burka alle donne afgane.
Jean-Marie Benjamin
redazione@reporterassociati.org
Iraq : Washington Post , CIA sposta in segreto decine di Iracheni
di Rico Guillermo
Secondo il Washington Post, la CIA avrebbe trasferito segretamente alcune decine di prigionieri furi dall'Iraq nel corso degli ultimi sei mesi.
Secondo la testata americana, scopo dell'operazione sarebbe sottoporre i detenuti ad interrogatorio, secondo l'autorizzazione data da una nota del ministero della giustizia del 19 marzo 2004. Tale pratica costituirebbe pero' una violazione dei trattati internazionali.
Citando responsabili del goveno, il Washington Post afferma infatti che i prigionieri sarebbero stati spostati senza avvisare la Croce Rossa Internazionale, come stabilito invece dalle Copnvenzioni di Ginevra, e non sarebbero stati avvertiti nemmeno le Commissioni parlamentari USA competenti ed il dipartimento della difesa.
La citata circolare del ministero statunitense per la giustizia indicherebbe che gli Iracheni potrebbero essere portati via dall'Iraq per "periodi di tempo brevi, ma non indefiniti" e che gli "stranieri in situazione illegale" potevano essere portati via con la forza, "conformemente alla legge locale sull'immigrazione". Il riferimento di quest'ultima disposizione e' forse ad infiltrati iraniani o giordani in suolo iracheno.
Ma l'art 49 della quarta Convenzione di Ginevra per la protezione dei civili in tempo di guerra vieta gli spostamenti forzati: " i trasferimenti forzati, in massa o individuali, .... fuori del territorio occupato.... sono interdetti quali che siano i motivi".
Il portavoce della Casa Bianca Sean McCormick ha assicurato che gli Stati Uniti intendono rispettare il trattato, ed ha dichiarato al giornale che "per il conflitto in Iraq valgono le Convenzioni di Ginevra".
Al di la' delle dichiarazioni del portavoce - nelle quali risuona pero' la parola 'conflitto', quando la guerra e' stata dichiarata chiusa lo scorso anno - un nuovo sospetto si abbatte sulla CIA dopo l'accusa emersa in tribunale di aver condotto gli interrogatori di Abu Ghraib con abusi e torture.
www.osservatoriosullalegalita.org
_____________
Croazia: la società civile contro il terminal petrolifero
Da Roma, scrive Nicole Corritore
Un oleodotto che porti petrolio dalla Russia sino alla costa dalmata. E’ il progetto Druzba Adria, duramente contestato dalla società civile croata. Il governo aveva promesso di rendere pubblico uno studio di impatto ambientale, ma, in questi giorni, temporeggia. Una lunga e dettagliata intervista a Vjeran Pirsic*, uno dei principali animatori delle proteste ambientaliste.
Un tratto di costa dell'isola di Krk Osservatorio Balcani: Il progetto Druzba Adria, che prevede la costruzione di un porto terminale per il petrolio russo a Omisalj sull’Isola di Krk ha causato forti proteste da parte della società civile croata…quando è cominciato il tutto?
Vjeran Pirsic: Ci troviamo nei locali della mia piccola agenzia turistica, e questo è importante per capire come è iniziata tutta la storia. Nel giugno del 2002 arrivarono da noi alcuni compaesani molto preoccupati perché sui giornali croati era apparsa la notizia che Omisalj sarebbe diventata la stazione terminale per il trasporto di grandi quantità di petrolio russo.
Nel mese di settembre dello stesso anno questa notizia cominciò ad apparire sempre più spesso e su più quotidiani. Così nell’ottobre ci riunimmo proprio attorno a questo tavolo, una ventina di persone di professioni diverse, un esperto di informatica, uno che lavora nel settore della nafta, un terzo ingegnere edile, il quarto nell’ambito della petrolchimica e tutela dell’ambiente e così via, con lo scopo di capire come attenuare i rischi di un trasporto di petrolio attraverso Omisalj. Nei due mesi successivi studiammo a fondo tutto ciò che si poteva reperire su internet rispetto alla questione…più studiavamo e più la nostra preoccupazione aumentava. Perché ci rendevamo conto dell’estrema pericolosità di un progetto del genere, considerato poi che negli stessi giorni si verificava l’avaria della petroliera “Prestige” (ndr: naufragata il 15.11.2002 al largo delle coste della Galizia). Ci fu chiaro però che più delle avarie dovevamo temere lo scarico delle acque delle zavorre delle petroliere, perché le avarie sono possibili ma non la regola… mentre lo scarico della acque delle zavorre è necessario.
OB: La “storia” del progetto Druzba Adria inizia in realtà già nell’aprile del 2002, quando Mesic andò a Mosca ad incontrare Putin per discutere di collaborazioni nell’ambito dell’energia e del trasporto. In quell’occasione Putin nominò proprio il progetto di integrazione degli oleodotti Druzba Adria. Poche settimane dopo, sempre a Mosca, avvenne la firma dell’accordo di collaborazione tra la Janaf e le altre compagnie coinvolte nel progetto. Ma in Croazia venne tutto alla luce solo in dicembre…
VP: Infatti, in Croazia l’accordo venne firmato in presenza di diversi politici croati il 21 dicembre del 2002. Ero presente alla firma in qualità di giornalista, per un quotidiano che in seguito dovette chiudere. Scrissi un articolo che non potevo scrivere con obiettività perché compresi che dietro questa storia venivano tenuti nascosti troppi fatti. Lo scrissi quindi firmandolo in qualità di gestore di un’agenzia turistica e non di giornalista…
Andai anche alla presentazione pubblica della firma del contratto, presso il terminal petrolifero di Omisalj. In quell’occasione si tenne una protesta organizzata dall’associazione Zelena Akcija di Zagabria. I manifestanti vennero brutalmente picchiati dalle forze speciali della polizia, sebbene avessero semplicemente provato a mettere di fronte all’Hotel, luogo della firma, uno striscione che diceva “Sos – salviamo l’Adriatico” e nessuno di loro avesse intrapreso alcuna azione violenta. Non si era mai verificata prima, nella storia della società civile croata, che la polizia intervenisse così duramente…solo per non rovinare “il bel paesaggio” ai politici che erano lì per firmare l’accordo.
OB: Avete quindi deciso di fondare la vostra associazione e di organizzare un’opposizione…
VP: Solo due giorni dopo la firma dell’accordo Druzba Adria, fondammo l’associazione ambientalista “Eko Kvarner”, sebbene nei tre mesi precedenti avessimo già lavorato per reperire più informazioni possibili, anche grazie ad esperti del settore, sui rischi del progetto in questione.
Il 25 gennaio del 2003 apparimmo per la prima volta in pubblico con una petizione realizzata localmente, che coinvolgeva quindi solo gli abitanti della nostra cittadina (Omisalj), firmata da ben 2.100 su 3.000 abitanti. La petizione scritta allora non era radicale, conteneva una serie di richieste che rappresentavano le condizioni minime perché qui si potesse continuare a vivere. Alla petizione è poi seguita la campagna invernale che è stata a tutti gli effetti l’inizio di un’opposizione organizzata. Ciò che poi è accaduto è stato assolutamente imprevisto…
Dal febbraio la petizione superò i confini della nostra municipalità e cominciammo a ricevere firme da tutto il mondo. Dal Canada, dalla Germania e tanti altri, più da tutta la Croazia. In quel periodo ricevevamo una media di 30 e-mail all’ora. Tutti avevano capito che il progetto era pericoloso ma prima di allora nessuno aveva mai organizzato un’opposizione articolata, né la comunità locale né i soggetti dell’industria turistica, né il mondo degli intellettuali…eccetto le associazioni non governative, soprattutto il Zeleni Forum (ndr: Rete di associazioni ambientaliste, fondata nel 1998).
OB: Eppure, sebbene abbiate ottenuto tutto questo sostegno, sembrava che in Croazia nulla si muovesse…
VP: Alla presentazione della petizione chiedemmo anche di essere ricevuti da Mesic, ma invano. Capimmo che raccogliere un milione di firme in Croazia non voleva dire nulla, perché il vero potere decisionale era a livello politico, dal quale la società civile era esclusa.
Il progetto era nato nel mondo politico e dovevamo quindi cominciare a fare “lobby” all’interno dei partiti politici a Zagabria. Dalla primavera del 2003 lo abbiamo fatto, ed in maniera trasparente.
Siamo riusciti a coinvolgere circa il 30% della realtà politica croata, con tutto che il maggior partito di allora - l’SDP - era a favore del progetto Druzba Adria, mentre l’altro grande partito attualmente di maggioranza - l’HDZ – non si era pronunciato e non l’ha fatto nemmeno oggi.
Poi siamo riusciti a raccogliere il sostegno della “crema” degli intellettuali e della Chiesa. In dicembre ci ricevette il Cardinale, mentre i Vescovi – l’intera comunità vescovile croata - mandarono una missiva dai toni preoccupati a tutti coloro che avevano sostenuto il progetto.
Nel frattempo, presso il Parlamento, il partito del Diritto Croato (Hrvatska Stranka Prava) presentò richiesta di far entrare in vigore l’accordo Druzba-Adria, ma non ci riuscì. Mentre in quei giorni Ivo Banac (ndr: presidente del Partito Liberale) dichiarò che la Croazia doveva tirarsi fuori dal progetto perché controproducente per il paese, venendo anche da noi in visita.
Il 13 gennaio del 2004 il Presidente Mesic - il maggior sostenitore del progetto, finalmente accettò di riceverci dopo aver svicolato per quasi nove mesi qualsiasi possibilità di incontro…inaspettatamente eravamo diventati “importanti”, portavoce nazionale della società civile che si opponeva al progetto.
Realizzammo lavoro di lobby anche a livello internazionale. Sono stati da noi due volte i rappresentanti del Partito Europeo dei Verdi da Bruxelles, è venuto l’ex Ministro per l’Ambiente Ucraino ed in futuro ci aspettiamo un grande sostegno dei partiti dei Verdi di tutta Europa. Due settimane fa c’è stato un incontro con Legambiente Italia. E’ importante sottolineare che abbiamo il sostegno dell’ex Presidente di Legambiente, ora deputato del Parlamento italiano, che ha richiesto la ratifica della Convenzione di Espoo (ndr: Convenzione Internazionale sulla valutazione dell’influenza ambientale in un contesto transfrontaliero, firmata ad Espoo – Finlandia – il 25 febbraio 1991) per il progetto Druzba Adria.
La nostra azione ottenne anche un altro risultato, in realtà per noi prioritario. La Janaf aveva “schivato” l’obbligo, previsto per legge, di realizzare lo studio di impatto ambientale. Avevano dichiarato che lo studio non era necessario perché il progetto prevedeva il trasporto sul territorio croato di una quantità di petrolio che rientravano nelle capacità permesse dalla legge. Ma in realtà “dimenticandosi” che il porto di Omisalj da porto di importazione qual era, diventava anche di esportazione…e con questo si incappava nel problema, appunto, dello scarico delle acque di zavorra.
Lo studio di impatto ambientale era la prima richiesta che avevamo fatto e nell’aprile del 2003 la società civile ottenne la prima vittoria: la Janaf dovette realizzare tale studio.
OB: rispetto ai rischi ambientali voi insistete sulla questione delle acque di scarico. Ci spiega perché?
VP: Tra gli otto problemi maggiori insiti in questo progetto, il più importante è quello dell’acqua di scarico delle zavorre delle petroliere. Con la realizzazione del progetto Druzba Adria si arriverebbe ad un quantitativo di queste acque doppio di quanto è adesso in generale nell’Adriatico, contando tutti i porti da Venezia, Trieste, Koper, Rijeka, a Ploce che ad esempio ha il problema legato al trasporto del legname dalla Bosnia Erzegovina.
In queste acque di scarico si trovano fino a 7.000 microorganismi tra i quali vi è anche il vibrione del colera…nel 1991 l’epidemia di colera che colpì il Perù (ndr: circa 250.000 infettati e 2.500 morti) venne causato da acque di scarico delle petroliere…
Se si facesse il reblasting di 5 milioni di tonnellate di queste acque a sud di Palagruze (ndr: isolotto nei pressi dell’isola di Vis – Dalmazia del sud) – come previsto dal progetto - a causa delle correnti marine verrebbe colpita tutta la costa meridionale dell’Italia, quella del Montenegro e dell’Albania, portando alla contaminazione dell’ambiente marino. Per cui la ratifica della Convenzione Espoo proposta dal parlamentare italiano è un ottimo ambiente di lavoro per bloccare il progetto.
OB: Lo studio di impatto ambientale realizzato dalla Janaf è già stato analizzato?
VP: Attualmente la Janaf ha concluso lo studio di impatto ambientale ed è stato consegnato al Ministero per la tutela dell’Ambiente, il quale lo consegnerà alla Commissione di valutazione dello studio (ndr: che deve essere ancora istituita) seguirà quindi il dibattimento pubblico con il quale verrà deciso se otterrà la licenza legale.
Lo studio conta 1.500 pagine è costato 7 milioni di kune, cioè circa 700 Euro a pagina e questo dato parla da solo. Inoltre è stato realizzato da decine di soggetti che lo hanno scritto in maniera congruente ai desideri degli investitori. Abbiamo una copia della lettera del Ministero per la tutela dell’ambiente che risale al maggio dell’anno scorso… in essa si ammoniscono le facoltà e coloro che avrebbero dovuto lavorarci che se tale studio fosse stato “fatto male” avrebbero perso la licenza…
Rispetto alla Commissione di valutazione dello studio, quando andammo ad un incontro presso il Ministero per la tutela dell’ambiente, la stessa segretaria governativa di tale ufficio - Visnja Jelic Muck sottolineò che sarebbero stati benvenuti nostri suggerimenti su soggetti da prendere in considerazione per la formazione di tale commissione. Ma noi intendiamo innanzitutto controllare che la Commissione sia di qualità e non formata da un gruppo di burocrati che non faranno nulla.
Controlleremo poi che l’intero studio venga reso pubblico sul sito del Ministero per la tutela dell’ambiente. Esso doveva essere pubblicato entro l’estate, ma per ora non è stato fatto.
A noi conviene che passi del tempo, perché maggiore è la possibilità che il progetto non si realizzi…potrebbero nel frattempo nascere altri oleodotti per il porto di Murmansk e altre tratte asiatiche…e diminuire le pressioni affinché il progetto si realizzi.
Terzo, e forse questo è il punto più importante, nel marzo di quest’anno abbiamo formato il Consiglio per la Tutela dell’Adriatico, del quale faranno parte tutte le organizzazioni della società civile croata e importanti intellettuali, accademici, scienziati del paese. L’intento è di raccogliere la crema dell’intellighenzia croata affinché durante il dibattito pubblico noi si pongano domande qualificate sullo studio.
Se la Commissione verrà istituita con intenti onesti, i nostri suggerimenti verranno accolti, se invece essa sarà sottoposta a diktat politici non raccoglierà ovviamente le nostre proposte. In questo caso il Consiglio si attiverà per dire pubblicamente che il dibattito non è legittimo…e andare a Bruxelles a dire che la Croazia non si comporta correttamente.
OB: Un’altra vostra richiesta è che il progetto venga dibattuto in sede parlamentare…
VP: E’ un punto sul quale continuiamo ad insistere. Lo stesso Slavko Linic, Vice Presidente del Governo (ndr: nonché Ministro per l’Economia e le Finanze) ai tempi della firma dell’accordo Druzba-Adria, ed oggi Presidente della Commissione parlamentare per la tutela dell’ambiente, non lo permise. A proposito di Linic, proprio quattro giorni fa abbiamo presentato un’istanza alla Commissione Parlamentare per il controllo del conflitto di interesse, facendo osservare che nel caso di Linic si ha a che fare con un caso duplice di conflitto di interesse. Spiego perché.
Linic, in qualità di Presidente della Commissione parlamentare per la tutela dell’ambiente in questa legislazione, non accetta il dibattito parlamentare appellandosi alle decisioni prese dal precedente governo di cui lui stesso era vicepresidente! E Linic è stato anche direttore delle finanze delle Raffinerie INA a Rijeka per undici anni (ndr: dal 1979 al 1990) nonché presidente del Comitato di vigilanza dell’INA. Per cui secondo noi ha sicuramente interessi privati, commerciali e politici con le lobby del petrolio.
OB: Si è sentito parlare di pressioni internazionali sulla Croazia affinché il progetto si realizzi…
VP: Risponderò in base alle informazioni di cui siamo in possesso, per capire quanto queste voci siano affidabili. La Federazione Russa è ovviamente interessata all’esportazione del proprio petrolio, ma Druzba Adria ha previsto una quantità iniziale di 5 milioni di tonnellate di petrolio esportato, finale di 15, a differenza della capacità del porto di Murmansk (ndr: porto del nord della Russia) e di Baku (ndr: porto dell’Azerbaijan sul Mar Caspio) di 80 milioni di tonnellate ciascuno. Quindi quella di Omisalj sarebbe una tratta che aiuterebbe in minima parte l’esportazione del petrolio russo.
Ciò che semmai si deve considerare è il prezzo al quale Druzba Adria prevede di concedere il trasporto di tale petrolio, che è meno della metà di quello fissato in media in tutta Europa. Si parla di 0,64 dollari/ 100 Km / tonnellata, mentre la nostra INA paga alla Janaf 5,7 dollari per lo stesso servizio! Ciò significa che la nostra compagnia statale pagherebbe nove volte di più di quello che pagherebbero i russi…
Ciò che è scandaloso di questo accordo è da un lato il basso costo per unità di trasporto, previsto anche in Ungheria e Ucraina, dall’altro il rischio di inquinamento non solo dell’Adriatico ma anche delle fonti di acqua potabile del Gorski Kotar dove passerà l’oleodotto. Per non dimenticare che il progetto non prevede alcuna voce di spesa per la tutela dell’ambiente e quindi eventuali bonifiche in caso di disastro ecologico.
Rispetto a Putin.. Se in Croazia la Janaf è arrivata a pensare di far venire il Presidente russo in visita ad Omisalj, come forma di pressione politica, significa che noi abbiamo lavorato molto bene e abbastanza a lungo da metterli con le spalle al muro…
OB: E della voce che se la Croazia non avesse realizzato il porto terminale a Omisalj il progetto sarebbe stato realizzato a Trieste?
VP: Su questo punto il maggior responsabile è il Presidente Mesic. Egli per ben tre volte ha dichiarato pubblicamente che se il progetto non fosse andato a termine, sarebbe stato trasferito nel porto di Trieste e che ciò avrebbe messo la Croazia di fronte ad una perdita economica pagando lo stesso le conseguenze di eventuali rischi ambientali.
Secondo noi ciò non è concretamente possibile, per tre motivi. Innanzitutto perché la profondità dei fondali del porto di Trieste non permette il passaggio di grandi petroliere, perché in prossimità della costa è di 11 metri contro i 32 di Omisalj. Poi a Trieste non ne verrebbe alcuna convenienza, perché guadagna già molto con l’importazione di 35 milioni di tonnellate di petrolio per la tratta Transalpina che va verso la Bavaria, l’Austria e il Nord Italia. In ultimo, la Slovenia non darebbe così facilmente il permesso di passaggio dell’oleodotto attraverso il suo territorio, innanzitutto per l’esistenza di fonti di acqua potabile nella zona carsica del paese.
Pensiamo sia un’informazione senza fondamento, che viene continuamente piazzata qui o lì per altri motivi…viene anche detto che noi siamo pagati dagli italiani…informazioni errate per manipolare l’opinione pubblica, messe in giro addirittura dall’ufficio del Presidente Mesic in maniera pianificata e sistematica.
Rispetto all’Italia… in generale siamo sicuramente sottoposti a varie pressioni politiche, vi sono degli ambiti nei quali noi possiamo farci niente ed in altri di più. Siamo coscienti che esiste una lotta, oltre i nostri confini, nel mondo del petrolio…ma siamo sicuri di non essere oggetto di manipolazione da parte italiana. Con l’Italia non abbiamo altri contatti oltre che con Legambiente. Ci sono stati solo due tentativi da parte di alcuni soggetti poco chiari che ci offrivano alcuni servizi, ma abbiamo capito che costruire una coalizione con loro sarebbe stato inopportuno.
OB: Quali collegamenti avete con realtà della società civile fuori dal territorio della Croazia? E quali sono state le reazioni dell’opinione pubblica?
VP: La nostra è un’associazione molto piccola e possediamo una capacità organizzativa minima. Cerchiamo pertanto di usare le infrastrutture già esistenti tra diversi organizzazioni, partiti, associazioni croate con l’estero. Nel senso che se, ad esempio, Zelena Istra (ndr: Istria Verde - associazione ambientalista croata che dal 14 ottobre 2004 è membro dell’Adriatic GreeNet, network internazionale fra Italia, Slovenia e Croazia di cui fanno parte anche Zveva Ekoloskih Gibanj per la Slovenia e Legambiente Friuli Venezia Giulia per l’Italia) ha buoni rapporti con Legambiente - e così è - noi non costruiamo rapporti ex-novo con Legambiente ma vi entriamo in contatto tramite Zelena Istra.
Molto importante sarebbe entrare in contatto diretto con associazioni ambientaliste e municipalità del Sud dell’Italia. Perché è un progetto che li colpirebbe in maniera indiretta, ma sicura e pesante.
Del rischio è cosciente anche l’opinione pubblica croata: il 70% è convinta che il progetto sia controproducente per la Croazia, ma anche che il 62% di questa è convinta che non si può fare nulla per fermarlo a causa di interessi e grandi pressioni… importante dunque che venga raccolta la nostra richiesta di un referendum popolare in parallelo alle prossime elezioni presidenziali, per dare alla popolazione la possibilità di esprimere liberamente il proprio parere.
La gente è contro questo progetto ed è comprensibile il perché. Basti ricordare che il 65% della popolazione del Quarnaro vive di turismo, direttamente o indirettamente. In base ai dati più reali lo scorso anno l’indotto della regione del Quarnero grazie al turismo è stato di 800 milioni di dollari, mentre il massimo guadagno previsto dal progetto Druzba Adria è di 80 milioni di dollari. La domanda è “vale 1 dollaro di guadagno da petrolio contro 10 dal turismo?”. Se noi dovessimo perdere solo il 10% dei turisti a causa di una perdita di immagine per la presenza di un porto terminale di petrolio, perderemmo tutto il guadagno derivante dal progetto Druzba Adria, senza considerare il danno ambientale che ne deriverebbe.
Per concludere, pensiamo che lavorando su tutti i fronti di cui ho parlato si possa riuscire a bloccare il progetto Druzba Adria. Oltre ad essere un progetto dannoso per tutti se venisse realizzato rappresenterebbe un duro colpo per la società civile croata. Si dimostrerebbe che in Croazia tutto è permesso, tutto può succedere. Se invece il progetto venisse bocciato, per l’intera società civile croata significherebbe una grande vittoria, l’inizio di una nuova era, dove molto di più si può fare. Ecco perché pensiamo sia un momento decisivo per lo sviluppo della democrazia in Croazia.
* Vjeran Pirsic è portavoce dell'associazione ambientalista Eko Kvarner di Omisalj
www.osservatoriobalcani.org
Diplomazia popolare
storie e reportage, CECENIA: Sfidando l’intransigenza del Cremlino, l’associazione delle madri dei soldati russi ha chiesto al leader indipendentista Aslan Maskhadov di avviare un negoziato per la pace in Cecenia. E lui ha accettato
– Il presidente russo Vladimir Putin ha sempre rifiutato ogni profferta di dialogo da parte degli indipendentisti ceceni. L’ex presidente ceceno Aslan Maskhadov, leader dell’ala moderata della resistenza, ha più volte chiesto a Mosca di intavolare un negoziato, ma il Cremlino ha sempre respinto ogni trattativa con i “terroristi”, ottenendo il risultato di favorire proprio l’ala più radicale della guerriglia cecena, quella legata al pazzo e ambiguo fanatico Shamil Basayev, autore del sequestro di Beslan.
Di fronte alla cieca e controproducente intransigenza dei politici, migliaia di donne russe, madri dei soldati mandati a morire sul fronte ceceno (oltre venticinquemila in dieci anni) hanno deciso di fare da sole con un’azione di ‘diplomazia popolare’, come la chiamano loro. Nei giorni scorsi il Comitato delle madri dei soldati russi (Cmsr) ha ufficialmente chiesto al leader indipendentista ceceno Aslan Maskhadov di intavolare una trattativa che faccia muovere i primi passi a un dialogo di pace tra russi e ceceni. E il bello è che Maskhadov ha accettato.
“Vogliamo agire dalla parte della gente comune, non da quella delle istituzioni perché ormai è chiaro che né il Cremlino né nessun politico russo vuole una soluzione negoziale del conflitto in Cecenia”, ha dichiarato alla stampa Valentina Melnikova, presidente del Cmsr. “L’esperienza dimostra che spesso può funzionare, com’è stato nel caso del conflitto azero-armeno per il Nagorno Karabakh e in quello della prima guerra russo-cecena”, quando grazie al Cmsr indipendentisti ceceni e governo russo firmarono gli Accordi di Kkasavyurt (agosto 1996 che aprirono la strada alla cessazione delle ostilità e al ritiro delle truppe russe nel 1997.
“Siamo pronti a incontrare rappresentanti del Cmsr per discutere la possibilità di un cessate il fuoco e dell’avvio di un negoziato”, ha dichiarato da Londra il suo portavoce ufficiale, Akhmed Zakayev. “Siamo grati alle madri dei soldati russi perché hanno capito quale sia il terribile prezzo che il popolo ceceno ha pagato in dieci anni di guerra. Capiamo il dolore di queste donne che hanno perso il loro figli in una guerra di cui né il popolo ceceno né quello russo hanno bisogno. Siamo pronti a intraprendere qualsiasi iniziativa volta a porre fine a questo spargimento di sangue e a trovare una soluzione pacifica a questo conflitto”.
Zakayev ha dichiarato che la parte cecena, da lui rappresentata, è pronta a incontrare le rappresentanti del Cmsr il mese prossimo in una capitale europea. La Melnikova ha accettato con entusiasmo.
Nessuna reazione per ora dal Cremlino. In compenso la Duma, il parlamento russo, ha annunciato con un tempismo quantomeno sospetto che la prossima settimana verrà chiesta un’indagine federale sulle attività ‘antinazionali’ dell’associazione delle madri dei soldati. Il portavoce della Duma, Viktor Alksnis, ha accusato il Cmsr di essere “un agente straniero” che opera “al servizio dei paesi Occidentali” allo scopo di “minare le capacità difensive delle forze armate federali” attraverso il “favoreggiamento della diserzione”. Alksnis ha chiesto al ministero della Giustizia di sequestrare ed esaminare i libri contabili del Cmsr per “scoprire chi paga il lavoro delle migliaia di attivisti dell’associazione”.
Valentina Melnikova ha respinto decisamente queste accuse, affermando che i tremila attivisti che lavorano per il Cmsr sono tutti volontari e che gli unici soldi ricevuti dall’estero sono due finanaziamneti-premio di 40 mila euro ricevuti negli ultimi due anni dalla Commissione europea.
Il Cmsr (che veramente dal 1998 si chiama Unione dei comitati delle madri dei soldati russi) è nato nel 1989 allo scopo di tutelare i diritti umani dei soldati di leva vittime del nonnismo da caserma, un fenomeno drammatico che ancora oggi provoca ogni anno la morte di quattromila coscritti e che anche Human Right Watch (in collaborazione con il Cmsr) ha denunciato in un durissimo rapporto pubblicato proprio in questi giorni.
Dal 1993, con lo scoppio della guerra in Cecenia, l’associazione ha iniziato anche a difendere il diritto di obiezione di coscienza dei militari che rifiutavano di andare al fronte, fornendo assistenza legale a quelli che, ancora oggi, vengono accusati di diserzione. Negli anni successivi, quando in Russia sono cominciate a tornare migliaia e migliaia di bare di soldati caduti in guerra, il Cmsr ha iniziato a fornire assistenza alle madri dei soldati morti e, il passo è breve, a svolgere attività politica in favore della pace in Cecenia. Fino a oggi il Cremlino ha sempre tollerato, seppur con fastidio, l’attivismo del Cmsr. Ma ora sarà difficile che Putin lasci che un gruppo di madri mandi all’aria le sue politiche di guerra dimostrando che la pace in Cecenia è possibile: basta volerla.
Enrico Piovesana
www.peacereporter.net
Risarcimenti al contrario
di Naomi Klein da nologo.org
Da quando Saddam è stato destituito, l’Iraq ha sborsato 1,8 miliardi di dollari di risarcimenti di guerra alla Commissione di Compensazione delle Nazioni Unite. La maggior parte di questi pagamenti – il 78%– è andato, secondo le statistiche del sito web dell’UNCC, alle multinazionali. Ecco un piccolo esempio di chi sta ricevendo “risarcimenti” dall’Iraq: Halliburton, Bechtel, Mobil, Shell, Nestle, Pepsi, Philip Morris, Sheraton, Kentucky Fried Chicken e Toys R Us. Nella maggior parte dei casi, queste multinazionali non dichiarano che le forze di Saddam hanno distrutto le loro proprietà – ma solo di “aver perso profitti” o, come nel caso dell’American Express, di aver subito “un declino negli affari”.
La prossima settimana qualcosa smaschererà la moralità capovolta che c’è dietro l’invasione e l’occupazione dell’Iraq. Il 21 ottobre l’Iraq pagherà ad alcuni tra i paesi e alle multinazionali più ricche del mondo 200 milioni di dollari per risarcimenti di guerra.
Sembra essere un passo indietro, e in effetti lo è. Agli iracheni non sono mai stati concessi risarcimenti per nessuno dei crimini che hanno subito sotto Saddam, o per il regime di sanzioni brutali che hanno spazzato via le vite di almeno mezzo milione di persone, o per l’invasione, guidata dagli Stati Uniti, che il segretario generale delle Nazioni Unite, Kofi Annan, ha recentemente definito “ illegale”. Anzi, gli iracheni sono ancora obbligati a pagare risarcimenti per crimini commessi dal loro ex dittatore.
Indipendentemente dallo schiacciante debito nazionale di 125 miliardi di dollari, l’Iraq ha pagato 18,8 miliardi di dollari di risarcimenti a causa dell’invasione e dell’occupazione del Kuwait, nel 1990, da parte di Saddam Hussein. Ciò non è di per sè sorprendente: Saddam acconsentì a risarcire i danni provocati dall’invasione stessa come condizione per il cessate il fuoco che, nel 1991, mise fine alla guerra del Golfo. Più di cinquanta paesi ne hanno fatto richiesta, con la maggior parte del denaro assegnato al Kuwait. Ciò che è sorprendente è che i pagamenti da parte dell’Iraq siano continuati persino dopo la sconfitta di Saddam.
Da quando, in aprile, Saddam è stato destituito, l’Iraq ha sborsato 1,8 miliardi di dollari di risarcimenti alla Commissione di Compensazione delle Nazioni Unite (UNCC), lo pseudo-tribunale con sede a Ginevra che valuta le richieste ed eroga il denaro. Di questi, 37 milioni di dollari sono andati alla Gran Bretagna e 32,8 milioni agli Stati Uniti. Benissimo: negli ultimi 18 mesi gli invasori dell’Iraq hanno riscosso, dalla gente disperata di cui occupano il territorio, 69,8 milioni di dollari di risarcimenti. Ma c’è di peggio: la maggior parte di questi pagamenti – il 78 per cento – è andato, secondo le statistiche del sito web dell’UNCC, alle multinazionali.
Senza alcuna critica da parte dei media, questa situazione sta andando avanti da anni. Naturalmente, molte delle richieste che sono state sottoposte al giudizio dell’UNCC sono per perdite legittime: alcuni risarcimenti sono stati assegnati a kuwaitiani che hanno perso familiari o proprietà o che sono stati mutilati a causa dell’esercito di Saddam. Ma erogazioni ben più cospicue sono andate a multinazionali– solo all’industria petrolifera sono andati, del totale che l’UNCC ha distribuito per i risarcimenti della guerra del Golfo, 21,5 miliardi di dollari. Jean-Claude Aimé, il diplomatico delle Nazioni Uniti che ha guidato l’UNCC fino al dicembre del 2000, ha pubblicamente contestato tale prassi:“Questa è, per quanto ne sappia, la prima volta che le Nazioni Unite sono impegnate a far recuperare alle multinazionali le perdite di beni e profitti”, ha dichiarato al Wall Street Journal nel 1997, e poi ha osservato: “Mi chiedo spesso se tutto questo sia giusto”.
Tuttavia, gli esborsi alle multinazionali da parte dell’UNCC si sono solo velocizzati. Ecco un piccolo esempio di chi sta ricevendo contributi di “risarcimento” dall’Iraq: Halliburton (18 milioni di dollari), Bechtel (7 milioni di dollari), Mobil (2,3 milioni di dollari), Shell (1,6 milioni di dollari), Nestle (2,6 milioni di dollari), Pepsi (3,8 milioni di dollari), Philip Morris (1,3 milioni di dollari), Sheraton (11 milioni di dollari), Kentucky Fried Chicken (321 migliaia di dollari) e Toys R Us (189.449 dollari). Nella maggior parte dei casi, queste multinazionali non dichiarano che le forze di Saddam hanno distrutto loro proprietà in Kuwait – ma solo di “aver perso profitti” o, nel caso dell’American Express, di aver subito “un declino negli affari”, a causa dell’invasione e occupazione del Kuwait. La Texaco che, nel 1999 ha ricevuto 505 milioni di dollari, è stata una tra le maggiori trionfatrici. Secondo un portavoce dell’UNCC, solo il 12 per cento di questi indennizzi è stato pagato, il che significa che ancora centinaia di milioni devono uscire dalle casse dell’Iraq dopo Saddam.
Il fatto che gli iracheni debbano pagare risarcimenti ai loro occupanti è ancora più scioccante se inserito nel quadro di quanto poco questi paes abbiano effettivamente speso in aiuti all’Iraq. Il Washington Post stima che, nonostante i 18,4 miliardi di dollari di tasse degli Stati Uniti destinati alla ricostruzione dell’Iraq, ne siano stati usati, globalmente per acqua, fognature, sanità, strade, ponti e sicurezza pubblica solo 29 milioni. E a luglio (ultima cifra disponibile), il Dipartimento della Difesa stimava che, per compensare quegli iracheni che, come risultato diretto dell’occupazione, erano rimasti feriti o che avevano perso membri della famiglia o proprietà, erano stati spesi solo 4 milioni di dollari; una minima parte di quanto gli Stati Uniti hanno ricevuto come risarcimento dall’Iraq da quando ne è cominciata l’occupazione.
Per anni ci sono stati reclami a proposito di un possibile uso dell’UNCC come fondo nero per le multinazionali e gli emirati ricchi di petrolio – un sistema poco chiaro delle corporation per recuperare quei soldi che, a causa delle sanzioni contro l’Iraq, guadagnavano con più difficoltà. Questi argomenti hanno, per ovvie ragioni, ricevuto poca attenzione durante gli anni del regime di Saddam.
Ma ora Saddam non c’è più e il fondo nero sopravvive. E ogni dollaro mandato a Ginevra è un dollaro non speso per aiuti umanitari e per la ricostruzione dell’Iraq. Per di più se l’Iraq del dopo-Saddam non fosse obbligato a pagare questi risarcimenti, potrebbe essere evitato il prestito d’emergenza di 437 milioni di dollari che il Fondo Monetario Internazionale ha approvato lo scorso 29 settembre. Nonostante le mobilitazioni per il condono del debito iracheno, il paese viene, invece, ancora più affossato in quanto obbligato a prendere soldi in prestito dal FMI, e ad accettare tutte le condizioni e le restrizioni che ne conseguono. L’UNCC, nel frattempo, continua a valutare le richieste e a concedere nuovi indennizzi: soltanto il mese scorso sono stati concessi, a fronte di nuove richieste, 377 milioni di dollari.
Fortunatamente c’è un modo semplice per porre fine a questi grotteschi sussidi alle multinazionale. In ottemperanza alla risoluzione n.687 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, che ha creato il programma dei risarcimenti, i pagamenti da parte dell’Iraq devono "tenere in conto le esigenze del popolo iracheno, la capacità di pagare dell’Iraq e le necessità dell’economia irachena”. Se uno solo di questi tre punti fosse preso veramente in considerazione, il Consiglio di Sicurezza voterebbe subito per mettere fine a questi ingenti esborsi.
E la richiesta del Jubilee Iraq, un’organizzazione di Londra per la cancellazione del debito, è questa. Il gruppo sostiene che i risarcimenti siano dovuti alle vittime di Saddam Hussein, tanto in Iraq quanto in Kuwait. Ma che non dovrebbero essere pagati dalla popolazione irachena, che è stata la vittima principale di Saddam. I risarcimenti dovrebbero essere invece a carico di quei governi che hanno prestato miliardi a Saddam, pur sapendo che il denaro sarebbe stato speso per acquistare armi per intraprendere una guerra contro i propri vicini e la propria gente. “Se negli affari internazionali prevalesse la giustizia, e non il potere, allora gli stessi creditori di Saddam risarcirebbero il Kuwait, e anche il popolo iracheno”, dice Justin Alexander, coordinatore di Jubilee Iraq.
Adesso sta succedendo esattamente l’opposto: i risarcimenti, invece di affluire in Iraq, stanno defluendo. È tempo che il flusso cambi direzione.
Traduzione di Antonella Acquisti per Nuovi Mondi Media
Fonte: http://www.nologo.org/newsite/detail.php?ID=423
La Camera morta
di Gavino Angius
C’è qualcosa, o forse molto, che non va a Palazzo Madama. Dopo aver posto la questione di fiducia sull’ordinamento giudiziario alla Camera, pare che il governo potrebbe farlo - il ministro Castelli non lo ha escluso - anche al Senato. Non vi è nessun motivo per farlo. Nessuno. E ciò potrebbe avvenire, ancora una volta, non su una legge “normale” ma su un testo che, anche per evidenti implicanze di carattere costituzionale, dovrebbe indurre alla ricerca di un ampio consenso e di una diffusa condivisione.
C’è qualcosa di inquietante, che non va. In verità, anche in questo caso, la fiducia, se posta, servirebbe a ridurre alla obbedienza quelle parti della maggioranza come Udc e settori di An che non condividono la legge sull’ordinamento giudiziario presentata dal governo.
Su di essa molti commentatori ed esperti hanno espresso riserve e contrarietà molto forti e, cosa di non secondaria importanza, tutta la magistratura italiana, in tutte le sue articolazioni ed aree, è contraria.
Medesima posizione è stata assunta dagli avvocati italiani. Ai senatori però sarà impedito di avanzare qualsiasi ipotesi di modifica. Prendere o lasciare. Così ha deciso il Governo Berlusconi.
Dopo l’ennesimo vertice serale, attraverso il solito maxiemendamento omnibus in cui sono accolti i “mal di pancia” di Udc e An, la maggioranza si ricompatta e, per evitare scherzi, potrebbe arrivare all’ennesima fiducia.
La stessa cosa è accaduta, sempre in Senato, una settimana fa, sulla delega ambientale. Una legge che cambia radicalmente il governo dell’ambiente e che nella sostanza “difende” chi devasta l’ambiente. Anche lì la fiducia. Prendere o lasciare.
Ora tornerà al Senato la riforma della Costituzione. Andrea Manzella su «Repubblica», nei giorni scorsi, ne ha dato un giudizio, totalmente condivisibile, critico e fortemente allarmato. Quando ne dovremo discutere nuovamente qui in Senato - siamo stati già avvertiti - non sarà cambiata una virgola. Così ha deciso il Governo. Così ha stabilito la maggioranza. Un avvertimento, si badi, non tanto alle opposizioni, ma soprattutto a chi nella maggioranza avesse la malsana idea di mettere qualche pezza all’obbrobrio.
Che quella riforma risulti devastante per gran parte del Paese, che ne alteri il suo equilibrio democratico, che ne spezzi la sua coesione con un separatismo economico e sociale che acuisce solo le disuguaglianze tra Nord e Sud, poco conta. Che nei mesi scorsi qui a Palazzo Madama, la maggioranza avesse annunciato che il testo sarebbe stato migliorato alla Camera poco importa. Il risultato è sotto gli occhi di tutti. Ma sorda a qualsiasi sollecitazione, compresi gli appelli del Capo dello Stato, la Casa delle libertà va avanti.
Vogliamo parlare della legge finanziaria? Il cosiddetto “collegato”, che della finanziaria è in realtà la sostanza, fu discusso lo scorso anno in due giorni. Divenne addirittura un decreto legge. Su cui si pose la fiducia. Il Parlamento fu messo dal governo di fronte al fatto compiuto.
Quest’anno accadrà la stessa cosa. Trascorreremo un mese e mezzo a discutere di aria fritta e poi, sotto Natale, il governo ci spiegherà in cosa consiste la manovra da 25 miliardi di Euro. In pratica la Camera prima e il Senato poi non discuteranno e non cambieranno nulla rispetto a ciò che il governo presenterà.
Chi legge forse si meraviglierà. E probabilmente penserà che chi scrive sta esagerando un po’. Ma non è così. Vogliamo andare avanti?
La più importante riforma sociale di questa legislatura, o almeno così è stata presentata, ha riguardato le pensioni. Bene. In Senato ne abbiamo discusso quattro versioni diverse. E ogni volta, in Commissione, si cominciava da capo. La maggioranza era divisa. Alla fine il governo ha posto la fiducia. Di nuovo prendere o lasciare. Lunghe discussioni in Commissione, centinaia di emendamenti, proteste di decine di categorie, immense manifestazioni, la contrarietà dei grandi sindacati, le riserve degli imprenditori. Nessun ascolto. Non è servito a nulla.
Solo nell’ultimo anno il governo, al Senato, ha posto per ben cinque volte la questione di fiducia. Un record, non di quelli positivi. Ecco, più in dettaglio quel che è accaduto:
Il 30 ottobre 2003 fiducia sul decreto legge di accompagno alla finanziaria del 2004. Al più importante gruppo di opposizione, i Ds, solo 1 ora e 42 minuti per tutti gli interventi in aula. Bontà loro.
- Il 13 maggio 2004 fiducia sulla riforma delle pensioni. Tempo ai Ds, 1 ora e 49 minuti.
- Il 21 aprile 2004 fiducia sul decreto legge riguardante la vendita degli immobili. Ai Ds 36 minuti.
- Il 24 maggio fiducia sul riordino energetico. Ai Ds 45 minuti.
- ottobre 2004 fiducia sulla delega ambientale, ai Ds 1 ora e 19 minuti.
In questo modo si è ridotto il Senato ad un votificio. Ciò che il governo chiede, Palazzo Madama fa.
Non c’è stata una sola volta che una “pretesa” del governo non sia stata non dico disattesa, ma neanche frenata. Mai. Il Senato è ridotto ad un terminale telefonico di Palazzo Chigi o Palazzo Grazioli. La maggioranza, a Palazzo Madama, esegue solo gli ordini del governo. Nessuno difende le prerogative dei senatori e il ruolo del Senato. Nessuno.
Sì, credo ci sia qualcosa di molto serio che non va. Che non può andare. Il risultato più grave di questa situazione è che il cosiddetto dialogo tra maggioranza e opposizione e tra governo e opposizione non esiste. Non si svolge in realtà neanche un normale, fisiologico e autentico confronto parlamentare. Quasi sempre da parte di governo e maggioranza non c’è neanche ascolto. L’opposizione parla nel deserto dell’Aula. Si fa solo finta di discutere. Ma tutto è già stato deciso dal governo. Non so se ci si rende pienamente conto dei danni immensi e delle lacerazioni che si stanno producendo quando si legifera in questo modo sulle riforme costituzionali, sull’ordinamento giudiziario, sulle leggi finanziarie o sulla riforma delle pensioni.
In questo modo si distrugge un patrimonio comune, si cancellano beni condivisi. Cosa rimane quando la metà dei cittadini di una grande democrazia non si riconosce e non condivide i suoi fondamenti istituzionali, economici e sociali? Resta solo una lacerazione, una rottura nel tessuto democratrico consolidato nel nostro Paese.
Noi stiamo assistendo ad un continuo svuotamento del ruolo del Parlamento e delle funzioni di garanzia attribuiti a diversi organi costituzionali. Ciò avviene sempre di più attraverso uno spostamento di poteri e di funzioni a vantaggio del governo. L’esecutivo incrementa la propria riserva di poteri e di competenze. Nella legge sull’ordinamento giudiziario, ad esempio, colpire il ruolo e ridurre il peso che nella amministrazione della giustizia ha il Csm significa automaticamente colpire l’indipendenza e l’autonomia della magistratura, ponendola sotto il controllo del Governo.
Che questa ipotetica riforma, poi, non affronti i reali problemi della giustizia, non snellisca procedure e processi, vero vulnus, oggi, della giustizia in Italia, non interessa a nessuno. Abbiamo detto, urlato potrei dire, in questi mesi, che questa riforma non è per i cittadini e colpisce l’autonomia della magistratura. Ma in Senato, se il governo apporrà nuovamente la fiducia, sarà inutile ribadirlo. Palazzo Madama non voterà questa norma, ma la subirà. E se il Parlamento discuterà e approverà in due giorni una manovra di bilancio di 25 miliardi di euro ciò non significa affatto che il Parlamento la condivida effettivamente, ma significherà solamente che essa è stata voluta e decisa dal governo e che il Parlamento l’ha semplicemente ratificata. Questa è la realtà della dialettica parlamentare oggi nel nostro Paese. In altre parole il potere di fare le leggi è, di fatto, trasferito dal Parlamento al governo: questa è la storia e la prassi di questa legislatura.
Già oggi, insomma, stanno profondamente cambiando gli equilibri previsti nella nostra Costituzione: si va cioè affermando una Costituzione materiale che è ben altra cosa rispetto a quella formale. In pratica già oggi non esiste alcuna, sottolineo, alcuna, forma di garanzia e di controllo dell’operato del governo da parte delle opposizioni. E ciò, a mio giudizio, rende spesso un vero e proprio abuso l’esercizio del governo da parte della maggioranza. Basta vedere, se quello che ho finora detto non bastasse, come sono dirette le famigerate Commissioni parlamentari di inchiesta Mitrokhin e Telekom Serbia.
Cosa fare allora in questa situazione? Come difendere le prerogative del Senato e del Parlamento nel suo complesso? Si tratta di uno dei compiti più seri che hanno di fronte oggi le opposizioni. Non si tratta solo di difendere il proprio ruolo, anche se questo, di per sé, è legittimo e doveroso.
La questione è un’altra. In discussione, oltre al prestigio, alla dignità, al ruolo di una Assemblea cui la Costituzione repubblicana attribuisce un compito preciso, c’è anche la sostanza più profonda della dialettica politica italiana: c’è in ballo l’equilibrio democratico del nostro Paese che nessuno ha il diritto di cambiare a proprio piacimento e interesse. Si tratta di una questione sulla quale chiunque abbia a cuore le sorti della democrazia italiana deve riflettere. Questo non va. Non va affatto bene per il futuro del nostro Paese.unita.it
ottobre 24 2004
Chi vincerà il prossimo sondaggio?
Il mondo è appeso al ballottaggio tra Bush e Kerry (qui, Pistolini sul Foglio consiglia la giusta colonna sonora): da un lato avvertiamo il peso della politica estera americana sul mondo, dall'altro avremmo voglia di reclamare il diritto a pesare noi sulla politica americana. Ma abbiamo motivi per invidiarli davvero questi americani alle urne? Forse perché conservano un rispetto a tratti liturgico della democrazia e dei suoi riti anche quando si avvicinano tristemente alla farsa, o perché sanno organizzare dibattiti che noi al confronto abbiamo solo Bruno Vespa e la scrivania di ciliegio, o perché cambiano dieci punti di sondaggio per ogni colpo di tosse di un candidato, o soltanto perché si sentono liberi di votare l'uomo più potente del mondo con il più incasinato sistema logistico-elettorale della storia.
Eppure siamo noi a osservare queste elezioni con gli occhiali della nostra ideologia, e ansimare per un dibattito vinto o un mezzo punto in più nel dodicesimo sondaggio della giornata. Noi siamo qui a commiserare gli elettori sbadati delle praterie, a ghignare per gli strafalcioni di Bush oppure a fingere speranza per le impettite promesse diplomatiche di Kerry, ci immedesimiamo nel cinismo scettico dell'ultimo disco di Tom Waits e esaltiamo le nostre sensibilità progressite con l'ultimo dei Rem. Ma intanto del sogno e del disagio di sentirsi americani ne percepiamo solo le schegge. E meno male, perché ci vorrebbe o troppo fegato o troppo menefreghismo, per reggere all'urto.
Manca una settimana, molti hanno già spedito il loro voto per posta e qualcuno prepara trucchetti loschi, e ci chiediamo: questi ancora stanno nell'indecisione? ancora oscillano nel fifty-fifty dei sondaggi? ancora esitano? Noi ci dividiamo dietro le imbracature ideologiche ma gli americani ci ostiniamo a catalogarli come "incerti", non appartengono a un partito o all'altro ma solo a loro stessi, "quelli stanno solo dalla parte di loro stessi, del loro essere americani al singolare" come scrive Pistolini. Così è quel paese, inutile illuderci, noi.
Se vogliamo avere voce in capitolo nelle presidenziali Usa possiamo, al massimo, aderire all'operazione Clark County promossa dal Guardian: scrivere una cortese letterina ad un abitante della contea di Clark, nell'Ohio, ad uno di quegli elettori indecisi in uno Stato particolarmente combattuto. Bisogna stare attenti a non suonare troppo invadenti, e poi convincerlo che il suo voto può essere molto importante per i destini del mondo, e che ci sono più ragioni per dare fiducia a Kerry piuttosto che per regalare altri quattro anni a un Presidente Bush che ha commesso troppi errori e troppi guai, e che insomma ci scuserà se ci impicciamo ma la cosa riguarda anche noi che non stiamo sulle liste elettorali.
Poi arriverà la sera del due novembre e noi saremo in ansia, molti americani pure, molti invece andranno a dormire. Qualcuno stenderà l'elogio della democrazia, qualcuno avvertirà il brivido dell'impero. Avremo una scorta di dischi, per consolarci da eventuali scoppole. E poi, come si trattasse di baseball, "beh, ve lo dico, cosa faccio: guardo fuori dalla finestra e aspetto la primavera".ludik.blogspot.com
THE PRESS HAS LET THE COUNTRY DOWN ("La stampa ha abbandonato il paese")
di Stefano Marcelli*
"Sono italiano e per questo sono qui con un po’ di imbarazzo. Il mio è il Paese dove un solo uomo controllo tre reti televisive private, che possiede, e le tre pubbliche, che controlla come Primo Ministro. Dove i giornalisti scomodi vengono cacciati o emarginati e molti degli altri tendono ad adeguarsi . Il mio è il Paese che propone come commissario europeo Rocco Buttiglione, un uomo che teorizza tranquillamente che i gay sono “peccatori” , che “l’omosessualità è segno di disordine morale” , che le donne “devono stare a casa a fare figli”. E in Italia nessuno insorge e lo tratta come il “fanatico integralista“ che è. Per questo mi coglie un certo pudore a parlare di libertà di informazione in contesti internazionali. Forse dovrei tacere e ascoltare? Faccio il giornalista da trent’anni e da venti alla Televisione di Stato. E per questo provo una certa emozione a prendere la parola qui dove nacque la BBC, il primo e più autorevole servizio pubblico televisivo del mondo".
"Noi del sindacato dei giornalisti italiani abbiamo sempre visto la BBC come modello di autonomia e obbiettività a cui anche la nostra RAI, afflitta dalla subordinazione ai partiti, doveva ispirarsi. Un mito che ha retto fino all’estate di un anno fa quando, dopo aver onorato la propria storia denunciando la falsità delle motivazioni addotte da Blair e da Bush per la guerra in Iraq, la BBC capitolava sotto i colpi di un governo laburista".
"L’emarginazione di Gilligan, la rivelazione del nome di Kelly e il suo suicidio e le dimissioni del direttore generale, assestavano un duro colpo al patrimonio di credibilità e di autonomia della televisione di Stato inglese. La BBC aveva smascherato la Grande Bugia all’origine di questa guerra ideologica (oggi lo ammettono anche Bush e Blair), ma l’assalto alla stampa libera è partito e non si fermerà".
"Ogni guerra è anche guerra di propaganda, di controinformazione e disinformazione. Si dice da sempre che la prima vittima della guerra è la verità. Ma la prima verità è che la pressione dei grandi poteri politici ed economici sui media nasce prima ed esplode poi clamorosamente con Enduring Freedom. E il rischio che voglio qui denunciare è che questa tendenza alla resa dei media e del mondo intellettuale, imbelle di fronte a censure e manipolazioni, continui anche dopo l’eventuale e auspicata vittoria di Kerry o di altri leader di sinistra".
"La deriva autoritaria delle nostre democrazie propone modelli di governo che prevedono lo stretto controllo dei media e la sostituzione dell’informazione con la comunicazione di propaganda. Che un leader laburista come Blair si fosse alleato con testate giornalistiche come The Sun e con il più potente e reazionario imprenditore televisivo come Rupert Murdoch , già al tempo della propria elezione, la dice lunga su come la BBC rappresentasse in realtà un obbiettivo delle grandi strategie politico-medianiche".
"E che dire delle testate giornalistiche degli Stati Uniti, tanto autonome da essere considerate vere e proprie “institutions” che fanno riferimento direttamente al Primo Emendamento della Costituzione, e che in passato hanno fatto cadere un presidente potente e guerriero come Richard Nixon. Oggi tivù e giornali si autocensurano nascondendo all’America le bare dei marines caduti in Iraq e le lacrime e le proteste delle madri e delle vedove. Per vedere queste immagini bisogna andare al cinema e guardare Fahreneit 11/9 di Michael Moore".
"Dobbiamo allora constatare con preoccupazione a amarezza che vi è stata una resa del giornalismo indipendente alle “ragioni della guerra”. A fronte di testate militanti come il Washington Times e Fox News che si sono schierate apertamente a fianco di Bush e dell’esercito americano, le grandi testate di giornali e tivù si sono rifugiate in una sorta di limbo politically correct".
“Il rispetto della verità negli Stati Uniti è lentamente degenerato nella scelta di non schierarsi, di accomodarsi in una superficiale analisi dei fatti”, ha scritto Brett Cunningham sulla American Journalism Review. Anchorman e columnist, hanno sotterrato la tradizionale ascia delle domande imbarazzanti, la rivendicazione della verità e della coerenza in nome della Nazione, lasciando libera l’Amministrazione di sviluppare la propria imponente campagna di comunicazione a livello globale. Nella migliore delle ipotesi, fanno notare gli osservatori più critico del panorama mediatico statunitense, i media si sono limitati a contrapporre asetticamente due versioni. Si potrà dire che lo shock epocale dell’attentato al World Trade Center ha congelato opinione pubblica e media americani portandoli a schierarsi patriotticamente dietro la star and strike e il Presidente".
"Ma un profondo interprete dei sentimenti americani come Bruce Spingsteen non è di questo parere. Schierandosi clamorosamente nella campagna elettorale a fianco dei Democratici, the Boss ha spiegato di essersi sentito tradito e ha additato come principali responsabili accanto a Gorge Bush, proprio i media: “ The press has let the country down:. (la stampa ha abbandonato il Paese ndr), ha preso una posizione molto amorale, nel senso che questioni fondamentali sono spesso riportate come una parte dice questo e una parte dice quest’altro. Credo che Fox News e la destra repubblicana abbiano intimidito la stampa insinuandole un terribile imbarazzo per apparire obbiettiva, mettendola in un angolo. Questa sarà una questione da affrontare dopo le elezioni. Non so se sia iniziato con la guerra in Iraq. La stampa dovrebbe essere l’ancora di salvezza della democrazia”.
Il vecchio Boss ci offre quindi una bella analisi che spiega quanto siamo nel cuore di una questione a pieno titolo politica. Tanto che i repubblicani sono impegnati nel boicottaggio dei concerti di Springsteen. Ma è anche vero che ai giornalisti della Washington Post è vietato, per motivi di equidistanza politica, di acquistarne i biglietti. “Ho sempre pensato”, dice ancora il cantante nella sua intervista a Rolling Stones, ” che il mestiere di musicista sia quello di fornire una fonte alternativa di informazione”. E il Boss ha ragione. Infatti la ITC , l’autorità che vigila sulle telecomunicazioni in Gran Bretagna, ha imposto a radio e tivù di escludere dalle proprie trasmissioni tutte le canzoni e i video che facciano riferimento in qualunque modo alla guerra. Risultano vittime della censura canzoni apertamente pacifiste ma anche Bandages degli Hot Hot Heat o Sex Bomb".
"Contemporaneamente, i siti sulle novità editoriali censurano il nuovo libro del premio nobel colombiano Gabriel Garcia Marquez perché contiene nel titolo la parola “puttana”. Non c’è quindi da stupirsi se, all’interno di questo clima incline a censure ed autocensure, alcuni ministri provenienti dall’ex partito neofascista italiano, riescono a far sequestrare il sito di Indimedia, colpevole di aver denunciato gli abusi compiuti da alcuni reparti delle forze dell’ordine durante il G8 di Genova".
"Ho tentato qui di disegnare uno scenario generale che accompagna nei media la Guerra in Iraq perché sono convinto che siamo all’interno di un processo che è partito prima e che continuerà dopo la vicenda mediorientale. Ci sono invece aspetti specifici dello scenario di guerra in Iraq. Il primo è racchiuso in un dato agghiacciante. Sono quarantasei i giornalisti uccisi dall’inizio della guerra. Molti dalle forze militari americane. Qualcuno inserito recentemente dalle misteriose sigle terroristiche che si muovono sul fronte irakeno nell’agghiacciante sequenza sanguinario - mediatica delle esecuzioni via satellite o internet".
"L’8 aprile di un anno fa, al momento della liberazione di Bagdad, le forze americane bombardarono l’Hotel Palesatine e le sedi delle televisioni al Jazeera e Abu Dhabi tivù: tre giornalisti morti. Commento della portavoce del Pentagono Victoria Clarke: "Abbiamo sempre sostenuto che Baghdad non era un posto sicuro per i media”. Tutti sapevano che quei luoghi erano pieni di giornalisti. Ma chi voleva andare in Iraq doveva iscriversi negli elenchi degli embedded, giornalisti inquadrati nelle file dell’esercito della Coalizione tenuti a scrivere solo quanto veniva autorizzato dai vertici militari".
"Il risultato è una guerra irraccontabile. Molti inviati hanno parlato di “sabbia” e “nebbia” per spiegare come pure stando in prima linea e rischiando la vita, non riuscivano a sapere niente. Sono arrivati i canali satellitari arabi come Al Jazeera, Abu Dhabi o Al Arabija a mostrare l’altra faccia della guerra patriottica dei marines “ours boys” per Fox News. E per un po’ ha retto una vecchia regola delle guerre asimmetriche. Se il potente esercito americano minacciava i giornalisti per piegarli alla logica della propaganda, i guerriglieri accoglievano li inviati stranieri per far filtrare presso le opinioni pubbliche occidentali i danni umani di quella guerra di occupazione".
"Ma poi è nato l’ultimo fenomeno militare e mediatico: il terrorismo dei rapimenti e delle esecuzioni. Scrive Lorenzo Bianchi, inviato di guerra di lungo corso per il Quotidiano Nazionale: “Il giornalista indipendente è l’agnello sacrificale del conflitto. Da un lato la macchina militare che tende ad essere sempre più impenetrabile per il reporter. Dall’altra un terrorismo, quello di Al Quaida, che considera i media alla stregua di puri altoparlanti. Nelle altre guerriglie, quelle dell’America Latina, il reporter era il testimone intoccabile, la finestra del mondo sulla loro lotta. Il pacifista Enzo Baldoni è stato rapito e ucciso. Era italiano e quindi un nemico. Punto”.
"Una guerra senza testimoni, dunque, dove si scontrano direttamente due ideologie di guerra e di scontro: da una parte Bush che vuole compattare dietro la propria leadership tutto l’Occidente e dall’altra Bin Laden (o chissà chi altro) che vuol fare lo stesso con l’Oriente musulmano, ricompattato nell’antico Califfato sannita. Siamo ben oltre la fisiologia delle bugie e della propaganda di guerra. Quella che è in atto è una vera e propria campagna ideologica che vuol mettere radici nelle nostre coscienze per dar vita a una guerra che già all’origine è definita duratura (Enduring)".
"In Italia due direttori di giornale vicini al governo, Feltri di Libero e Ferrara del Foglio, teorizzano che dovremmo far vedere ai nostri figli le foto delle decapitazioni che pubblicano regolarmente sulle loro prime pagine. Per educarli, dicono. A cosa? All’odio e alla violenza. Non chiederei mai una censura".
"E’ bene che anche Feltri e Ferrara (che ha confessato di essere sul libro paga della CIA), possano scrivere queste cose. Ci aiutano a capire qual è il rischio più grande. Recentemente,in Israele ho intervistato il mio vecchio amico, il professor Zwi Schuldiner, chiedendogli la dimensione esistenziale della vita nel terrore. Lui mi ha spiegato che tutto nasce da un paradosso: "Israele, che è una la più grande potenza militare del Medio Oriente, ha paura dei palestinesi che sono poveri e armati in modo artigianale. La nostra violenza spropositata nasce dalla paura, una paura irrazionale creata dai kamikaze e dilatata dal Governo”.
"Ogni giorno l’opinione pubblica occidentale incamera dalle tivù solo paura e odio e li associa agli arabi e all’islam. Che si può fare? Rivendicare il rispetto di norme internazionali e nazionali a tutela della libera informazione, denunciare le forme di censura esplicite e striscianti. Richiamare i giornalisti alla propria missione di testimoni e garanti delle pubbliche opinioni e sostenerli assieme alle organizzazioni di categoria".
"Con Informazione senza frontiere, l’associazione italiana per la libertà di stampa che rappresento,stiamo lavorando a un rapporto su questi fenomeni, dedicato a media e democrazia, coordinato dal professor Roberto Reale, che pubblicheremo a maggio. Ma non basta. E’ necessario che il mondo della pace, del dialogo e delle libertà lanci un’offensiva culturale mobilitando gli intellettuali occidentali e orientali su questi temi elaborando piattaforme comuni che contrastino la campagna ideologica della destra".
"Una comunità di uomini liberi non si identifica sotto una bandiera, in una lingua, in una o due civiltà, e soprattutto non può nascere all’ombra di guerre di occupazione. Una comunità di uomini liberi la costruiscono insieme, pezzo per pezzo, in una lavoro comune, uomini che si rispettano e si considerano uguali".
"A Firenze, con l’aiuto di Aidan White e dell’IFJ e dei nostri amici arabi, proveremo a dare un contributo a questo percorso in un workshop ai primi di dicembre. Cominceremo dai giornalisti, perché questo è il nostro mestiere. Lo stesso: in Europa e in Medio Oriente".
(Relazione letta al Forum Sociale Europeo di Londra nel corso del seminario "The lies of war - exposing propaganda and fighting censorship")
Stefano Marcelli
(* Giornalista, Segretario generale di "Informazione senza frontiere")
redazione@reporterassociati.org
Quelle bugie sui precari
di Pier Luigi Tolardo
L'ultimo numero del settimanale Panorama dedica un lungo servizio alle operatrici e agli operatori del Call Center di Atesia che si trova a Cinecittà a Roma. Atesia è una ex società del Gruppo Telecom Italia, ex perché ora, tranne una quota di minoranza di proprietà dell'ex monopolista, appartiene al Gruppo Cos di Alberto Tripi, la società leader nel settore dei Call Center. Continua a lavorare per Telecom Italia e le sue campagne di commercializzazione ma anche per Tim, Sky, Alitalia, Galbani.
Sono i ragazzi che subiscono le sfuriate degli utenti alle prese con decoder non funzionanti, tariffe di telefonia mobile cambiate, richieste di regali in cambio di punti mai andate in porto, ma anche quelli che devono prendersi decine di volte il telefono in faccia quando devono offrire un'Adsl in una zona magari nemmeno coperta. A loro Panorama dedica questo servizio che si può definire di autentica, incredibile, sfacciata disinformazione o contrinformazione, contro la verità in questo caso.
Si dice chiaramente che il compenso a chiamata supera di poco i 0,50 centesimi se va bene, ma spesso è gratis, perché è gratis quando il contratto non porta a nulla. Questa è l'unica Verità, tutto il resto è una realtà umana e sociale clamorasamente mistificata. Dei giovani di Atesia non si racconta la lunga battaglia sindacale per la trasformazione dei CoCoCo in contratti a tempo indeterminato, nè il fatto che questi lavoratori stanno per aprire un'altra battaglia per conquistare il diritto ad un contratto integrativo, si cita solo qualche frase smozzicata contro il Sindacato, di scetticismo e di rifiuto di un'organizzazione collettiva dei propri interessi che pure questi lavoratori atipici hanno già vissuto. Si dice che nel Call Center la disciplina ed il controllo sono quasi inesistenti, non ci sono rimproveri, i Supervisor sono quasi assenti. Peccato che, in questi anni, abbia avuto modo di ascoltare molte testimonianze di supevisor e quadri di Telecom Italia, prestati per mesi ad Atesia, alcuni famosi per essere dei "sergenti di ferro" dire che non avevano nemmeno immaginato che si potessero trattare le persone come hanno visto fare in Atesia, cioè non come persone, ma come numeri, cose, gente che non ha alternative e può essere mandata via in qualunque momento.
Per Panorama le ragazze e i ragazzi di Atesia sono solo ragazzi a cui va bene così: non avere legami, orari fissi, guadagnare solo quello che serve per la pizza mentre si studia, guadagnare quanto basta per viaggiare, lavorare solo in attesa di diventare veline, attori, scrittori. Un lavoro che serve alle madri di famiglia per arrotondare, un'Atesia che dà lavoro a chi comunque non può avere altre chance, una scelta di libertà e di autonomia. Si censura l'altra faccia di Atesia: le attese angosciose per sapere se si è nella lista di chi verrà confermato e quelle per sapere se un servizio Telecom Italia, che con tanta fatica si è piazzato ad un cliente, è stato confermato o meno, al termine del periodo di prova gratuito: se non sarà confermato si perderà la provvigione. Si dimentica che questi ragazzi sono stati trasformati in venditori telefonici o "customer assistant" dopo qualche ora di lezione, quasi sempre non retribuita.
Un articolo perfettamente funzionale al dire in fondo : "Precario è bello, è solo un momento della vita, e poi è così trendy vivere alla giornata, trendy come l'ombelico di fuori ed i tatuaggi, no?"
www.quintostato.it
Canale 5 in crisi, fine di un’epoca
La crisi degli ascolti dell’ammiraglia di Mediaset sembra annunciare la crisi di un modello. L’egemonia culturale della tv commerciale che aveva segnato l’ascesa di Berlusconi è finita, inadeguata a rappresentare il tempo dell’incertezza e del pessimismo. Ma anche la Rai, schiacciata dalla censura, non sembra offrire proposte alternative. Gad Lerner ne parla con Carlo Freccero, ex direttore di Raidue, uno dei protagonisti del successo della tv commerciale in Italia. La privatizzazione di un canale Rai potrebbe aprire nuovi spazi. Ma anche il ruolo del servizio pubblico dev’essere ripensato.
GAD LERNER. Tu sei un esperto di televisione che ha conosciuto dall’interno anche il mondo Mediaset. La prima questione sulla quale mi piacerebbe confrontarmi con te è la crisi degli ascolti di Canale5. So che se ne danno motivazioni anche tattiche, legate a rapporti di buon vicinato con la Rai o addirittura ad accordi di cartello. Ho però l’impressione che il vistoso calo degli ascolti di una rete che per decenni ha rappresentato i valori del berlusconismo suoni come un campanello d’allarme di carattere culturale. Sembra che quella cultura non riesca più a parlare al paese con la stessa efficacia di un tempo. Sei d’accordo?
CARLO FRECCERO. Solo in parte. Se la Rai in questi anni avesse mantenuto il suo ruolo di servizio pubblico, non avesse rincorso in modo ossessivo la ricerca dell’audience e avesse fatto una televisione un po’ diversa avresti perfettamente ragione. Sappiamo che è un processo che parte da lontano: la Rai è stata prima contaminata e poi si è dissolta nel modello della tv commerciale. I programmi che oggi feriscono al cuore Canale5 sono reality show come L’isola dei famosi o quiz come Affari tuoi di Bonolis. E’ vero, però, che si nota una certa stanchezza della programmazione di Canale 5 che tende a ripetere modelli ormai consunti.
Poi, naturalmente, ci sono problemi tecnici di programmazione sulla fascia cruciale delle 20 e 30 che si riverberano sempre sul prime time. Ma in questo discorso mi sembra decisivo un riferimento all’articolo di giornale più bello uscito nell’ultima settimana. L’ho letto sulla Repubblica. S’intitolava “La vita bassa a quindici anni” ed era scritto da Marco Lodoli che è anche un insegnante. Lodoli racconta che, alla fine di una lezione, una ragazza gli dice che intende comprarsi un paio di slip firmati Dolce&Gabbana. Naturalmente, da bravo insegnante, lui le spiega che è sbagliato comprarsi degli slip solo perché li comprano gli altri, che la vita non va sprecata in queste cose, eccetera eccetera. Ma lei risponde: «Professore, lei non ha capito che oggi solo pochissimi possono permettersi di avere una personalità? Solo i cantanti, i calciatori, le attrici esistono veramente e fanno quello che vogliono, mentre tutti gli altri non sono niente e non saranno mai niente. Io l’ho capito fin da quando ero bambina: noi possiamo solo comprarci degli slip uguali a tutti gli altri, non abbiamo nessuna speranza di distinguerci.
Noi siamo la massa informe». Ecco, in queste parole io trovo la crisi del modello berlusconiano, di un mondo che un tempo era pieno di energia e produceva desiderio e che oggi si è come spento. E qui sono anche polemico perché la nostra generazione ha scambiato la produzione di desiderio per qualcosa di positivo e invece è stato un modo per entrare nel grande circo del consumo. Bene, questo mondo si sta atrofizzando, non è più carico di energia e di sogni, è spento e stanco. La crisi di Canale5 colpisce l’aspetto vitale del modello della tv commerciale che non ha più la forza e la luminosità di un tempo.
L. Ti faccio un’obiezione. Hai ragione quando rilevi che il calo di Canale5 corrisponde a una crescita di una Rai che non propone modelli né valori né codici diversi. Io non m’illudo affatto che ci sia stata una conversione improvvisa degli spettatori che si ribellano a un prodotto culturalmente scadente. Magari! Penso però che la crisi di egemonia culturale di Canale5 esprima un problema di fondo del berlusconismo, legato ai tempi nuovi in cui viviamo, alla loro infelicità e drammaticità. Nel mondo colpito dal terrorismo e dalla guerra, in un’Italia che avverte un abbassamento progressivo del tenore di vita tornano a prevalere disillusioni e inquietudini che mettono in difficoltà chi ha sempre proposto il modello del «siate felici» e del «va tutto bene», di chi prometteva di regalare via etere, gratis, anche delle serate di svago.
Non è un caso che Berlusconi abbia sbagliato tutta la battaglia elettorale delle europee: ha commesso un grave errore di comunicazione quando ha continuato a dire che tutto va bene e che la crisi economica era tutta un’invenzione della «stampa comunista». In quel caso ha dimostrato di non aver capito i sentimenti profondi dell’elettorato. Lo stesso aspetto che ritrovo in questa crisi del suo modello televisivo.
F. Su questo sono d’accordo. In giro si avverte una depressione palpabile e certi reality diventano in qualche modo il manifesto di questa depressione. L’aspetto che mi sorprende e un po’ mi inquieta è che avvertiamo solamente l’effetto depressivo: non c’è una reazione dell’opinione pubblica.
L. Certo. E infatti io non sono affatto ottimista: descrivo una crisi, non un risveglio...
F. Allora la domanda è: ci sarà una presa di coscienza? No, mi sembra che la maggioranza viva sotto l’effetto di un’anestesia che la tiene sospesa in un limbo. Oggi viviamo in un limbo.
L. La televisione è sempre stata il mezzo di comunicazione rassicurante per eccellenza, che ti conferma nei tuoi luoghi comuni, nei tuoi desideri e nelle tue certezze. Tu che hai lavorato con Berlusconi credi che il Cavaliere possa riciclare se stesso e la propria immagine di uomo gaudente e vincente, di lavoratore capace anche di divertirsi e produrre divertimento? Può riciclarsi come leader per i tempi duri oppure è lì che si può aprire un corto circuito, la sua vera frattura con il popolo? F. Va ricordato un altro aspetto. Credo che nella passività dell’opinione pubblica si rifletta anche l’effetto censura. Mai come oggi si sente anche in Rai la mancanza di certi programmi che potevano in qualche modo aprire la televisione, darle aria: l’inchiesta, il reportage, la satira. La censura ha un effetto dirompente e tutto ciò che è scomodo viene convogliato sulla tv di nicchia: la riprova è che tu sei su La7...
L. A questo proposito vale la pena di citare l’impressionante sequenza di censure raccontate nel libro di Peter Gomez e Marco Travaglio, Regime: un libro clamoroso per i documenti inediti che rende noti e per la quantità degli episodi citati.
F. Certo, non volevo citarlo ma lo hai fatto tu.
A causa dell’effetto censura la maggioranza si trova sospesa in un sostanziale disinteresse.
Il ricorso massiccio alla censura è il contrario dello spettacolo, anzi lo uccide: lo spettacolo ha sempre lo scopo di creare desiderio mentre oggi la censura non produce nulla.
L. Facciamo un esempio: lo show di Teo Teocoli l’altra sera ha fatto appena il 16 per cento di share. Teocoli è bravo ma è un uomo evirato, impossibilitato a graffiare e quindi innocuo.
F. Non solo. Teocoli è ridotto a fare satira di costume come un vecchio che lavora su un cadavere: fa satira su quello che è già morto. E’ per questo che poi si finisce per produrre solo anoressia, apatia, vuoto. Poi va detta un’altra cosa: noi che viviamo nell’Impero oggi siamo nell’attesa delle elezioni americane, aspettiamo di capire se ci saranno reazioni nell’Impero.
Mentre nello stesso tempo vedo Berlusconi che mostra le fotografie di quando era giovane su Chi, un giornale di sua proprietà.
E’ la prova che siamo all’ultima spiaggia.
L. Precisiamo: un giornale di sua proprietà che presenta queste fotografie scrivendo letteralmente: «Sapete chi è quest’uomo ? E’ un giovanotto che diventerà uno degli uomini più importanti del mondo». Testuale!
F. Berlusconi vive nel mito dell’eterna giovinezza perché la gioventù significa creare ancora forza, energia. Ma per me tutto ciò è morto e basta...
L. Quindi secondo te Berlusconi non può rimettersi in sintonia con i sentimenti popolari?
F. Credo che dal punto di vista psicologico influiranno molto le elezioni americane. L’eventuale vittoria di Kerry potrebbe essere dirompente anche a livello mediatico. Ricordiamoci che Berlusconi è la valletta di Bush e il potere di Bush è per lui la prova che ha ragione.
L. Certo, però Berlusconi, che è un duro e un combattente, potrebbe riciclarsi come un Berlusconi pessimista per i tempi duri. Oppure un Berlusconi pessimista non può esistere in natura?
F. No, lui non è un pessimista. Vorrebbe dire cambiare completamente strategia, diventare pedagogico e oggi il potere politico se vuole essere pedagogico entra subito in corto circuito e fallisce. La sua maggioranza vuole avere un capo come lui, non è abituata ad essere massaggiata e accarezzata del pedagogismo.
L. Quindi secondo te non può esserci un nuovo Berlusconi, saggio e prudente ?
F. La riprova è l’ultima versione religiosa di Giuliano Ferrara e del Foglio, quella che affonda le radici non più nell’illuminismo ma nella controriforma.
L’egemonia culturale non riesce più a fondarsi sul consumo ma su un pensiero autoritario.
Da controriforma, appunto. Io non lo vedo un Berlusconi pessimista che si trasforma nel cardinale Biffi: sarebbe un colpo di scena clamoroso, insopportabile per la sua base.
L. Lasciami fare un passo in avanti. Proviamo a immaginare che cosa tutto questo possa comportare in campo televisivo anche per il centrosinistra. La crisi di egemonia culturale di Berlusconi tende a liberare forze che si erano agganciate al carro del vincitore e che oggi tornano a immaginare una propria autonomia e sopravvivenza anche oltre il suo potere.
Pensa alla stessa vicenda manageriale del direttore generale Flavio Cattaneo in Rai e alle manovre attorno alla finta privatizzazione prevista dalla legge Gasparri. Molti che si erano legati al carro di Berlusconi oggi cominciano a pensare al domani, come sempre si fa in Rai.
In questo vedo una tentazione pericolosa anche per la Margherita, per l’Ulivo, per tutto di centrosinistra: la tentazione di fare come si è sempre fatto, cioè di raccogliere quello che arriva per consolidare nuovo potere interno e poter contrattare con Cattaneo. Dopo le dimissioni di Lucia Annunziata sembra essere ricominciato un clima di contrattazione in Rai, incoraggiato dal futuro rinnovo del consiglio di amministrazione che sarà un’altra partita sottobanco, con piccoli smottamenti interni alla nomenklatura Rai. Ti faccio un esempio. E’ stato un brutto segnale vedere alla festa della Margherita, a Polignano, tanti personaggi che tendono a ricomparire dalle nostre parti dopo che per anni non si erano fatti vedere. Per esempio (ma non è l’unico) Anna La Rosa, il simbolo di un certo modo di fare informazione politica in televisione accompagnato da spregiudicate consulenze extraprofessionali legate al potere acquisito in quel modo. Non mi è piaciuto vederla sul palco a moderare un dibattito della Margherita. Temo ci sia dietro la tentazione di rafforzarsi dentro la Rai recuperando gli ex avversari che ora vengono a Canossa.
Naturalmente non sono né settario né estremista: non penso che in politica si debba essere sempre duri e puri e che la politica prevede anche certi giochi. Ma il timore è che rischiamo di precipitare nella vecchia logica, la stessa che (mi dicono) ha portato di recente Francesco Giorgino a iscriversi al sindacato dell’Usigrai.
F. Però attenzione. Io speravo che l’Ulivo in questa fase intendesse finalmente impegnarsi sul tema della politica culturale, cioè incominciasse a dire che la televisione non è solo un fatto aziendale e industriale, ma è soprattutto una visione del mondo. Basta ricordare che cosa è stata la Rai delle origini. Forse è meglio perdere qualche punto di audience ma proporre modelli culturali alternativi, contrapposti alla tv commerciale. E invece temo che, ancora una volta, il centrosinistra si appresti ad accettare solo il primato dell’audience.
E’ proprio in base all’audience che certe persone che hanno praticato la censura oggi si trovano ad essere legittimate come manager.
Trovo che il trasformismo politico che tu denunci ci porti ad accettare il fatto che la tv generalista non possa essere che schiava degli ascolti.
L. No, qui ti devo fare due obiezioni. La prima è incarnata dal medesimo Carlo Freccero: tu sei la dimostrazione vivente che si possono fare grandi ascolti con una tv innovativa e talvolta, non sempre, di rottura. Il programma Telecamere di Anna La Rosa non è certo una trasmissione di grandi ascolti: rappresenta il modello di una televisione che sul piano dell’informazione è in crisi, come dimostra il passaggio da Santoro ad Antonio Socci e da Socci probabilmente ancora più in basso con il duo Masotti-Vergara. Il mio timore è diverso: è più legato a problemi di natura consociativa che culturale. Nessuno nell’Ulivo (né Paolo Gentiloni né Walter Veltroni né nessun altro) ha accettato il modello che tu critichi. Forse il mio ottimismo deriva dal fatto che non passo le giornate chiuso, come te, in una stanza di viale Mazzini, trattato come uno da isolare e da reprimere nella sua creatività. E non dò nemmeno per scontato che il centrosinistra italiano abbia già sposato la linea consociativa. Anzi, penso che il dibattito su una privatizzazione vera di alcune reti Rai sia aperto e che si voglia lavorare per costruire condizioni di libero mercato e di competizione reale che, oltre ad effetti positivi e benefici nella redistribuizione delle risorse pubblicitarie, possa produrre risultati anche sul piano della qualità. E’ una partita politica ancora tutta aperta.
F. Aperta, ma non definitiva. Mi spiace contraddirti però su quella che dovrà diventare la nuova Rai non c’è stata una vera discussione.
E’ chiaro che il mercato televisivo si deve aprire, ma io vorrei anche una Rai con un’identità differente. Io sono per la privatizzazione di una rete: vorrebbe dire creare offerta di lavoro e produrre altri punti di vista. Però vorrei che ci fosse anche spazio per la diversità. Cos’è avvenuto in Francia? E’ vero che Tf1 dopo essere stata privatizzata è diventata una tv commerciale, però contemporaneamente la Cinquième al pomeriggio presenta offerte differenti che cambiano il quadro del consumo televisivo. Vorrei una Rai con una proposta culturale davvero alternativa che producesse una dialettica dell’offerta e una molteplicità reale anche nella tv in chiaro, non solo in quella a pagamento. Anche se non fa grandi ascolti, una rete generalista può diventare sempre una rete di riferimento: oggi se Raitre fosse una rete più aggressiva potrebbe produrre un riverbero molto più forte di quello che ha oggi. Lo dico con molta modestia: comprendo le difficoltà che attraversa Raitre, so quante pressioni riceve la direzione però devo dire che alcune proposte nuove le trovo sulle altre reti, su Sky o su La7, non su Raitre. E questo mi dispiace. Forse c’è una forma di autocensura, di castrazione. Credo che oggi non riusciamo più a immaginare qualcosa di differente. Anche noi a un certo punto pensavamo che la Rai dovesse inseguire il pensiero unico dell’audience. E credo che la ricerca degli ascolti si possa praticare anche oggi perché in giro c’è un pubblico che cerca proposte diverse: oggi la censura è talmente forte che se si aprisse questo coperchio ne uscirebbe una forza dirompente. Però è anche necessario stabilire un’offerta molteplice e differente, ancora tutta da inventare. Qual è questa offerta pedagogica altra? Non lo so però sento che nell’aria c’è qualcosa di diverso che il pubblico comincia a cercare. Oggi lo spettatore ha raggiunto una competenza mediatica eccezionale e cerca qualcosa di nuovo. Con il vuoto si può andare avanti ancora un po’, però poi si tocca il fondo.
L. Su questo punto sono talmente d’accordo con te che quello che indichi è il centro del mio lavoro televisivo attuale. Se all’Infedele dedico una puntata al petrolio, alla Russia o al cancro ottengo risposte molto positive da un pubblico assetato di codici d’interpretazione di una realtà completamente nuova, complessa, indecifrabile.
La stessa cosa avviene sui temi dell’economia e della guerra. Contamporaneamente oggi dobbiamo fare i conti con un problema che nel libro di Gomez e Travaglio è denunciato in modo implacabile, capitolo per capitolo: in questi anni la Rai ha espulso una serie di professionisti che rappresentavano una ricca pluralità di voci di rottura, non di mediazione, disponibili anche a trattare con audacia i temi della contemporaneità, sul piano dell’informazione, della satira, dello spettacolo.
Proprio per questo oggi bisogna stare attenti a non pensare di vincere la partita dell’informazione televisiva semplicemente recuperando i voltagabbana che cominciano a mollare il regime berlusconiano e a cambiare casacca.
F. Sottoscrivo quello che hai detto e aggiungo che in quel caso ne sarebbero avantaggiati coloro che oggi sono capaci solo di raccontare il delitto di Cogne o di via Poma.
(a cura di Giovanni Cocconi)
www.europaquotidiano.it/
Pollo o roastbeef, Kerry o Bush? Ah, gli indecisi
di RITA CIRESI da TAMPA, FLORIDA
Lui è quel tipo di avventore che fissa il menù per mezz’ora ma non riesce a decidersi per il pollo o per il roast beef.
Lei è quel tipo di cliente che prova una dozzina di paia di scarpe e finisce per non acquistarne nessuna.
L’elettore indeciso ha tutte le più irritanti peculiarità del Sig. e della Sig.ra Son-In-Dubbio… più qualche altra ancora.
Ciononostante, dovremo accettare l’esistenza di queste creature, che rappresentano un buon quattro per cento della popolazione. Secondo il più recente sondaggio Wall Street Journal/Nbc News, Bush e Kerry sono assolutamente alla pari con il 48 percento dei voti ciascuno.
Sorprendentemente, quel quattro per cento di elettori che non riescono a determinare la direzione in cui vogliono che la nazione vada per i prossimi quattro anni sono un pericoloso sottoinsieme di quel dodici percento che si descrive come “persuadibile” a cambiare idea sul proprio voto nelle ultime due settimane prima delle elezioni.
Chi è questa gente che non riesce a dare pieno appoggio né al candidato repubblicano né a quello democratico? I febbrili tentativi da parte dei media di fornirne un ritratto risultano, nel migliore dei casi, vaghi. Le interviste televisive alla sdentata Sig.ra Mabel del Mississippi, e al patinato George Gay del Greenwich Village dimostrano che il gruppo, nel suo insieme, è tanto omogeneo quanto quella filastrocca scritta da un celebre autore di racconti per bambini, il Dr. Seuss, che fa così: «Un primo pesciolino, un secondo, pesciolino, un rosso pesciolino, un azzurro pesciolino, un nero pesciolino, un azzurro pesciolino, un vecchio pesciolino, un nuovo pesciolino».
C’è anche da chiedersi se quelli che si proclamano indecisi non lo facciano a esclusivo beneficio delle telecamere. Ad esempio, la Cnn ha recentemente intervistato un giovane, belloccio e “indeciso” ragazzo latinoamericano, che poi si è rivelato esser membro dell’associazione studenti repubblicani dell’Università di Miami.
Comprensibilmente, con una posta in gioco così alta, non meno febbrili di quelli dei media si fanno i tentativi dei repubblicani e dei democratici di identificare e raggiungere gli indecisi.
Entrambi i partiti adottano le solite strategie per influenzare la decisione delle nostre code d’asino connazionali: le visite sempre più frequenti a stati “pendolo” come l’Ohio e la Florida, i violenti spot elettorali, e la pubblicità per posta, promettendoci il sole e la luna per l’America, se solo ci decideremo a votare Kerry o Bush.
Forse ancor più interessanti sono i metodi non-così-sottili adottati da gruppi religiosi e gruppi di pressione per sedurre l’indeciso. I Cattolici Col Capogiro potranno rivolgersi a siti internet come il Progetto Elettorale Cattolico e le Risposte Cattoliche, dove potranno rispondere a quiz che li aiuteranno ad “allineare” la loro decisione con le posizioni dei due candidati su questioni morali come quelle dell’aborto e dell’eutanasia. Anche gli ambientalisti e i conservatori fiscali hanno approntato le loro interviste – non dissimili da quelle dei siti per incontri romantici – per aiutare l’elettore indeciso a trovare l’Uomo Giusto.
In fin dei conti, proprio come il celebre pesciolino del Dr. Seuss, alcuni indecisi sono scontenti. E altri sono contenti.
Altri, ancora, sono “proprio avvilenti”.
Perciò, chiunque cerchi di dare un volto a tali banderuole probabilmente si merita un’altra buona dose di Dr. Seuss per chiudere questo discorso senza né capo né coda: «Perché sono così scontenti e contenti e avvilenti? Non lo so.
Chiedi ai tuoi parenti!». (trad. di stefano pitrelli).
www.europaquotidiano.it/
Il ritorno di Nanni Moretti
STEFANO SANTACHIARA
In questi mesi di silenzio ipotesi e congetture si sono rincorse quasi quanto le attese di riaverlo nell'agone politico. Tutti a chiedersi: ma che fine ha fatto Nanni Moretti? Perché non interviene sulle tante che accadono? Si è buttato a capofitto nel lavoro perchè deluso e disilluso - si è detto - ma non può aver smarrito quella vis idealista che l'ha sempre caratterizzato, prima nelle sue pellicole e poi negli interventi pubblici. Ciò che interpretò ne "Il portaborse", film magistralmente precursore di Tangentopoli, ha finito per indignarlo, in modo ancor più forte, nell'Italia berlusconiana. A tal punto da forzare il suo carattere schivo e costringerlo a scendere in piazza.
"Con questi leader non vinceremo mai", fu lo schiaffo di Piazza Navona a Rutelli, Fassino e D'Alema. "Vergogna", il grido davanti a Montecitorio mentre veniva approvata la Cirami. E cosi via, trascinando la ribellione civile del cosiddetto "ceto medio riflessivo" contro gli aspiranti impuniti. E cercando di far passare ai rappresentanti dell'Ulivo il messaggio che non si tratta con Lorsignori: "Berlusconi non è antidemocratico, è semplicemente estraneo alla democrazia. Non la capisce, è una cosa che gli fa perdere tempo". Diretto e ironico, anche quando si rivolse a Fini: "Gianfranco, ma ne valeva la pena? Cambiare il nome, rinnegare il passato, fare tutta quella fatica per diventare uno, nemmeno il primo, dei tanti maggiordomi di Berlusconi? Fini, ma ne valeva la pena?". Fu la prima volta, pare, che l'imperturbabile vicepremier perdette le staffe. Forse perchè chi fa vera opposizione dà fastidio.
Anche al centrosinistra: "Mai più cambiali in bianco". "E quando tornerete al governo.. stavolta fatela questa benedetta legge sul conflitto d'interessi!", sono le frasi indimenticate dal popolo girotondino.
Ma perchè questi quasi due anni di black-out? Chi lo detesta ha sentenziato: sono finite le adunate oceaniche e l'ego del regista radical-chic ne risente. Nulla di più falso: Moretti, come ricorda anche nel film "Caro Diario", "sta sempre con la minoranza", e alla quantità antepone la qualità, non nel senso di snobismo ma di idem sentire, di passione comune. Così come è da escludere la rassegnazione al regime mediatico, che anzi lo induce a raddoppiare gli sforzi. Se delusione c'è stata - ma non è detto che coincida con il silenzio del regista - certo deriva dai partiti del centrosinistra. I più affrettati hanno semplificato il presunto malessere con la solita formuletta buona per tutte le stagioni che, un po' come il definirsi "riformisti", significa tutto e niente: ce l'ha con loro perchè ci sono divisioni. Ma se si analizza in profondità adesso c'è più unità di prima, non solo rispetto alle politiche del 2001 quando all'indomani della sconfitta Moretti definì Bertinotti colui che aveva consegnato l'Italia a Berlusconi, ma anche rispetto all'esperienza di governo del '96, quando con Rifondazione fu sottoscritto un accordo di desistenza.
Oggi tutti, volenti o nolenti (non pochi i nolenti) riconoscono la leaderschip di Romano Prodi, che ha proposto a Bertinotti un accordo di programma e persino un Ministero. Molto più plausibile che il fastidio del Premo Oscar abbia a che fare con la chiusura a riccio della politica, che s'è difesa con le unghie e con i denti dalle idee della società civile, dalle proposte "dal basso". Buona parte dei dirigenti del centrosinistra, anche se faceva buon viso a cattivo gioco di fronte alle piazze piene di cittadini, si sentiva controllata, sotto esame. Maldigeriva le assemblee in cui erano costretti a rispondere a domande vere, e non preconfezionate modello Porta a Porta. "La critica interna è la meno accettata" si diceva a proposito del centralismo democratico del Pci. E infatti, passata la sfuriata delle manifestazioni, spentosi l'eco delle indignazioni di massa, i leaders ulivisti hanno dimostrato, al di là delle buone intenzioni, quale fosse l'interesse verso i movimenti. Con l'occhio meno vigile della società civile si sono mossi unilateralmente su temi come la guerra, assumendo posizioni opposte alla volontà popolare sul ritiro delle truppe; in politica interna (prima che Prodi rimettesse tutti sui binari di pari dignità) hanno imposto un veto immotivato, e voluto a parole solo dallo Sdi, all'Italia dei Valori di Antonio Di Pietro, e hanno cercato di rinviare alle Kalendae greche le stra-annunciate primarie.
Dibattiti ininfluenti su federazioni, formule ed etichette a parte, qualcuno ha anche trovato il tempo di dire che le riforme del centrodestra sono in parte da salvare. Ma sono proprio quei giochetti di palazzo, quelle tendenze "inciuciste" ormai endemiche in una parte del centrosinistra, la scarsa chiarezza nei programmi e quell'eterno riciclarsi respingendo proposte dall'esterno, che Nanni non sopporta. Giochetti che hanno portato alla messa fuori gioco, previa pressioni, isolamento e apposita collocazione, del "leader naturale" secondo Moretti: Sergio Cofferati. L'ex segretario Cgil, apprezzato per la coerenza e per le battaglie in difesa dei diritti (portò tre milioni di persone in piazza per l'art.18), sondaggi e Feste de l'Unità alla mano, poteva rappresentare il "nuovo" di una sinistra non estremista ma radicale nei valori. Personaggio non ricattabile, Cofferati avrebbe potuto condurre un' opposizione netta e non ambigua in difesa di temi come Lavoro, Pace e Giustizia. Ma invece di una risorsa è stato considerato "scomodo" dagli stessi compagni di partito, che l'hanno isolato forti di una maggioranza di delegati nei secoli fedeli, spingendolo ad accettare la candidatura di Bologna. Insomma, eliminato il principale concorrente e raffreddati i girotondi, tutto è ripreso come prima: per la serie "gli schiaffi" di Piazza Navona non sono serviti a nulla. Eccoli li, gli stessi nomi, le stesse facce, lo stesso teatrino.
Ma se delusione e senso di impotenza ci sono state, Nanni non ha dimenticato quella promessa fatta al milione di piazza San Giovanni: "Non perdiamoci di vista". E infatti è tornato. La pausa di riflessione sfocia ora in una notizia fragorosa: ad aprile inizieranno le riprese del suo nuovo film, dal titolo emblematico, "Il Caimano". Di chi si parla? Andiamo per indizi come piacerebbe a Moretti, nel suo stile misterioso e stimolante. "Il soggetto è di Heidrun Schleef (che aveva già partecipato a La stanza del figlio ed era tra gli autori di La seconda volta diretto da Mimmo Calopresti) e di Moretti, che curerà anche la sceneggiatura assieme a Francesco Piccolo, Federica Pontremoli, ma non interpreterà il ruolo di protagonista". Lo scarno comunicato non impedisce però di supporre, indovinare, immaginare. Chi è questo "Caimano"?
Verrebbe facile ipotizzare, per esempio, che Moretti possa aver fatto sua una definizione usata da Franco Cordero nei suoi articoli su Repubblica. Solo l'11 aprile scorso Cordero, fine editorialista e autore di ottime metafore, scriveva: "Il bello dello studiare Berlusconi è che le ipotesi analiticamente giuste risultano sempre confermate a opera sua: salta sulla preda, la inghiotte e digerisce, indi ripete l'operazione; fenomeni naturali, come le cacce del coccodrillo o la digestione del pitone. Tout se tient nella sua storia. I paleontologhi ricostruiscono l'intero dinosauro da una vertebra. Idem qui. Persi i protettori salta in politica e non perché gliene sia venuto l'estro: impadronendosi dello Stato vuol salvare una terrificante ricchezza in crescita continua; siccome ha la cultura dei caimani, non gli passa nella testa che esistano poteri separati; e non stia bene diluirsi i falsi in bilancio, ai quali risulta piuttosto dedito, o storpiare la disciplina delle rogatorie affinché prove d'accusa spariscano dai processi milanesi, o codificare stramberie utili alla fuga da Milano".
Ci siamo. Gli indizi portano dritto al presidente del consiglio, il Cavalier Silvio Berlusconi. Alias monopolista televisivo, accentratore di potere, venditore e ottimo "compratore", pur se prescritto, amnistiato, imputato e aspirante impunito. Può essere l'inizio di un sogno. O di un incubo, a seconda dei punti di vista. Anche perchè il film, stando alle previsioni, dovrebbe uscire nelle sale a marzo 2006, proprio a ridosso delle elezioni politiche. Sarà il Fahreneit 9/11 italiano?
centomovimenti.com
Monti, ultimatum agli euroscettici
"Chi non ratifica la Costituzione deve uscire dalla Ue"
DAL NOSTRO INVIATO ANDREA BONANNI
da Repubblica - 24 ottobre 2004
BRUXELLES -«Chi non vuole il secondo Trattato di Roma esca anche dal primo», quello che mezzo secolo fa diede vita all´Unione europea. L´Italia, che sarà la prima a ratificare la nuova Costituzione, deve assumere un ruolo di leadership nel configurare uno scenario in cui la mancata ratifica da parte di uno o più paesi non porti «alla palude del non funzionamento», ma «ad una libera scelta di uscita dall´Unione». Mario Monti, in questa intervista a Repubblica, lancia un forte appello ai governi.
SEGUE A PAGINA 7
--------------------------------------------------------------------------------
Intervista al commissario uscente della Ue che difende il nuovo Trattato: "Ha principi etici e civili avanzati"
"Chi non vuole la Costituzione esca dall´Unione europea"
Monti: io, cattolico, mai discriminato a Bruxelles
Principi cristiani Moneta unica e disciplina di bilancio impediscono ai politici di gravare sulle generazioni future
la ratifica Subito dopo la firma di venerdì a Roma i governi si impegnino a chiedere ai loro elettori: o la ratifica o l´uscita
DAL NOSTRO INVIATO ANDREA BONANNI
Dopo dieci anni di impegno a Bruxelles che ne hanno fatto uno degli italiani più apprezzati e rispettati al mondo, il commissario lascia l´incarico con una proposta. Prima di cominciare l´iter delle ratifiche, dice, i leader europei che si ritroveranno venerdì a Roma per la firma solenne del nuovo Trattato e il 17 dicembre a Bruxelles per il vertice di fine anno si impegnino a sottoporre esplicitamente ai loro cittadini il quesito di fondo, se il loro Paese debba continuare a far parte dell´Ue con la nuova Costituzione oppure uscire dall´Unione. «Questa - spiega - è una condizione essenziale se si vuole che l´avventura comunitaria non diventi una sventura».
Un´avventura, professore, che lei ha vissuto in prima persona. Com´è cambiata l´Europa che si accinge a lasciare rispetto a quella che aveva trovato dieci anni fa?
«L´Europa di oggi è molto più discussa, ma anche molto più avanti. E´ più discussa perché è entrata di più nella vita degli stati e dei cittadini. E´ più avanti perché dieci anni fa non aveva ancora realizzato nè il mercato unico, nè la moneta unica, nè l´allargamento nè la Costituzione».
E l´Italia? Come è cambiata rispetto all´Europa?
«L´Italia dieci anni fa era fuori dagli accordi di Schengen per l´abolizione delle frontiere, era fuori persino dal sistema monetario europeo e sembrava esclusa ogni ipotesi di un suo ingresso nella moneta unica. Oggi non solo è in Schengen e nell´euro, ma ha espresso un presidente della Commissione, un vicepresidente della Convenzione che ha concepito la Costituzione e tra pochi giorni ospiterà a Roma la firma del nuovo Trattato. Ma soprattutto è cambiata in Italia la percezione dell´Europa. Dieci anni fa, furono in molti a chiedermi perché mai avessi accettato il posto di commissario a Bruxelles. Oggi nessuno mi ha domandato come mai fossi disposto a continuare».
Però sappiamo come è andata. E adesso il suo successore designato sembra nei guai...
«Sul caso Buttiglione non posso e non voglio pronunciarmi. Ho grande rispetto e stima per Rocco Buttiglione. Spero che a lui e a tutta la Commissione venga data la fiducia del Parlamento europeo e credo che farà un buon lavoro».
Lei è stato nominato la prima volta da un governo di centro-destra. La seconda da un governo di centro-sinistra. Ha lavorato fianco a fianco con Prodi ma si è parlato di lei come ministro per il governo Berlusconi. Dica la verità: a quale dei due si sente più vicino: Prodi o Berlusconi?
«Sono grato a entrambi per la fiducia che, in tempi e modi diversi, mi hanno accordato. Con Prodi ho avuto un´esperienza di collaborazione diretta e quotidiana - fondata sulla fiducia e per me molto soddisfacente - che non ho avuto occasione di avere con Berlusconi»
Professore lei, come anche Romano Prodi, è cattolico e praticante. Si è mai sentito discriminato?
«Di fronte a un dibattito così ampio come quello che si è sviluppato negli ultimi giorni mi è venuto spontaneo chiedermi se, come italiano, come cattolico che ha studiato per 13 anni in scuole tenute da religiosi e che viene considerato vicino al Ppe, mi sia mai sentito discriminato in questi dieci anni. E la risposta è: no. Non ho mai dovuto rinunciare ai miei principi ed ho anzi trovato ulteriori motivazioni per il mio impegno a Bruxelles. La costruzione europea, che appare spesso aridamente tecnica, ha invece principi etici e civili che, da cattolico, considero più avanzati di quelli tradizionalmente presenti anche in un Paese prevalentemente cattolico come l´Italia».
Per esempio?
«Per esempio la valorizzazione dell´individuo rispetto alla collettività. Guido Carli scrisse: "il trattato sposta il confine tra lo Stato e il cittadino a favore di quest´ultimo". Lo stesso si può dire di tutta la costruzione europea. Molti diritti individuali, dalla parità uomo donna alla possibilità di collocare liberamente i propri risparmi (invece di essere costretti a metterli a disposizione di un Tesoro sostanzialmente monopolista che li falcidiava con l´inflazione), sono stati introdotti in diversi paesi europei proprio dalle direttive decise a livello comunitario. E vorrei aggiungere che la moneta unica e la disciplina di bilancio, impedendo ai politici di gravare con il disavanzo e il debito pubblico sulle generazioni future, rispondono ad un grande principio cristiano, che è quello della solidarietà».
Solidarietà tra le generazioni?
«E´ per me un valore complementare a quello del rispetto per la vita: trovo importante consentire al nascituro di venire al mondo senza essere gravato dai debiti di chi lo ha preceduto. L´Italia degli anni Settanta e Ottanta con governi a maggioranza democristiana e socialista primeggiava nella violazione di questi principi, prima che arrivasse l´Europa ad impedirlo. Ricordo di aver discusso a lungo di queste cose nel 1997 con una delegazione della Conferenza episcopale polacca presieduta dal cardinale Glemp. Erano arrivati con molta diffidenza verso un´Europa che pensavano fatta solo di mercato. Qualche tempo, dopo la Chiesa polacca prese posizione a favore della Polonia nell´Ue».
Ora lei lascia l´Europa in un momento difficile. Che possibilità ha la nuova Costituzione che si firma a Roma tra qualche giorno di essere approvata da tutti i paesi?
«In effetti l´operazione delle ratifiche è molto aleatoria. Ipotizzando un rischio di bocciatura del 10 per cento in ogni Paese, la probabilità che tutti i 25 paesi ratifichino il nuovo trattato sarebbe solo del 7,2 per cento».
Molti immaginano che, se la ratifica non fosse unanime, un gruppo di paesi più europeisti potrebbe dare vita ad un nucleo duro...
«Attenzione. Questo non è possibile. E´ stato possibile con il Trattato di Maastricht, che ha garantito l´opt-out dalla moneta unica per Gran Bretagna e Danimarca. Ma si può fare un opt-out da singole materie, non dalle istituzioni. E la Costituzione che sta per essere firmata modifica proprio l´assetto istituzionale dell´Europa, che deve essere condiviso da tutti i suoi membri. Un condominio non può funzionare se ad alcuni condomini si applica un regolamento e ad altri un altro».
Tre anni di lavoro e speranze buttati via, allora?
«Questo non deve succedere. Anche perché, stando alla lettera dei trattati, se anche un solo Paese non ratifica, tutti sono costretti a restare con le vecchie regole del Trattato di Nizza. Non solo mancheremmo un grande passo in avanti, ma sarebbe la paralisi garantita dell´Unione. Si crea una situazione paradossale per cui lo scontento verso l´Europa in un paese può determinare l´impossibilità per l´Unione di funzionare, alimentando così altro scontento in altri paesi».
E non le sembra proprio questo lo scenario a cui si va incontro? «Questo è il pericolo. Ma occorre allora una strategia ragionata. Non ho mai visto l´Unione europea come una prigione. Nessuno dovrebbe essere costretto a starci. Io credo che rappresenti un grosso vantaggio per chi vi partecipa. Ma se un Paese fa una valutazione diversa, allora è meglio che se ne vada. Il problema è che molti, razionalmente o per mille motivi psicologici o di politica interna, potranno votare «no» senza volere però uscire dall´Ue. E questo non deve essere possibile. Anche se giuridicamente sarebbe legittimo, farebbe sprofondare l´Europa nel pantano della paralisi».
Come si può fare per impedirlo?
«Io credo che l´Italia possa svolgere in questo frangente un ruolo di leadership, visto che il Trattato si firma a Roma e che saremo probabilmente il primo Paese a ratificarlo. Sarebbe importante che il governo facesse pressione sui partner europei perché, prima che cominci il processo di ratifica, ogni capi di governo si impegni, se il suo Paese dovesse respingere questo Trattato, a far decidere entro una certa scadenza se vuole continuare ad essere nell´Ue con la nuova Costituzione o uscirne del tutto. In altri termini chi non vorrà il Trattato di Roma II del 2004, uscirà anche dal Trattato di Roma I del 1957».
Un modo di rialzare la posta in gioco prima della partita?
«Sì. Ma non per bluffare. Deve essere chiaro in ogni paese che dire no alla ratifica del Trattato non porta a sprofondare l´Europa nella palude del non funzionamento, ma ad una libera scelta coerente con la dinamica europea: quella di uscire dall´Unione per non condannare tutti gli altri all´impotenza. Mi sembra un criterio di fair play, di onestà politica che è il minimo che ci si possa attendere tra partner comunitari».
E questo potrebbe, secondo lei, aumentare le possibilità di una ratifica a 25?
«Non sono in grado di dirlo. Naturalmente lo spero. Ma penso che, se ci fosse un impegno chiaro e preventivo dei capi di stato e di governo in questo senso, la gente che sarà chiamata a votare in quei paesi dove si terrà il referendum avrà almeno chiara qual è la posta in gioco. Sarebbe ingiusto ed umiliante se, su una questione così nobile e alta, ma anche di fondamentale importanza pratica come la Costituzione europea, a decidere fossero l´ambiguità o semplici convenienze dipolitica interna ai Paesi. Le scelte che saremo chiamati a fare nei prossimi mesi impegnano il futuro di 450 milioni di europei: questo deve essere chiaro a tutti».
--------------------------------------------------------------------------------
Ds Milano - Rassegna stampa
Elezioni Usa: Caccia alla volpe repubblicana
Fightfox è la campagna di Alternet e Moveon.org che sfida l'imparzialità di Fox News, il network di Rupert Murdoch che dispensa patriottismo e "valori familiari" sotto il marchio "Fair and Balanced". Una campagna partita con la distribuzione indipendente del film-documentario di Robert Greenwald Outfoxed che mette a nudo censure e manipolazioni quotidiane di un'informazione tutta a sostegno di George W. Bush.
Sbeffeggiata da Michael Moore in Fahrenheit 9/11, attaccata da giornalisti e attivisti, Fox News è nell’occhio del ciclone. Memori del ruolo svolto dal potente network di Rupert Murdoch nella tornata presidenziale del 2000 e di un’informazione spesso sbilanciata dal lato conservatore, gli attivisti dei media americani hanno lanciato questa volta un’offensiva legale e mediatica per la rimozione dello slogan “Fair and Balanced” (onesto ed equo) dal marchio registrato della corporation.
Coordinata da due organizzazioni no-profit, Alternet e Moveon.org, la campagna Fight Fox prende spunto da una causa intentata dalla Fox nell’agosto 2003 contro il popolare comico liberal Al Franken e il suo libro Lies (Bugie) che reca il sottotitolo “A fair and balanced look to the right” (Uno sguardo onesto ed equo alla destra). Secondo Fox il bestseller di Franken non poteva utilizzare le tre parole “fair and balanced” in quanto di proprietà della corporation. Il giudice dette però immediatamente ragione al comico e alla sua casa editrice asserendo che non solo la causa intentata dalla Fox era palesemente infondata ma che “se sfidato legalmente” il network avrebbe potuto anche perdere la proprietà di una frase di uso comune.
Di qui nasce l’iniziativa di Alternet di contestare in tribunale il marchio di Fox, sia per restituire alla sfera pubblica e a chiunque voglia farne uso l’espressione “fair and balanced”, sia per criticare la partigianeria dell’informazione targata Fox.
Dal canto suo, Moveon.org ha pubblicato recentemente sul New York Times un’inserzione a pagamento raffigurante un vecchio televisore in bianco e nero su cui campeggia la scritta “I comunisti avevano la Pravda. I Repubblicani hanno la Fox”. I lettori vengono invitati a firmare e inviare una petizione alla Federal Trade Commission per chiedere all’organismo di impedire a Fox News l’uso dello slogan “Fair and Balanced” in quanto palesemente falso (negli Stati Uniti la pubblicità non può essere menzognera).
La campagna legale viene sostenuta anche con sottoscrizioni volontarie di 30 dollari. In cambio Alternet spedisce ai sostenitori una copia DVD di Outfoxed, il film-documentario di Robert Greenwald, che nel mese di luglio ha scalato le vendite dei DVD di Amazon.com fino a piazzarsi al primo posto. Come Fahrenheit 9/11, il film è entrato così nella campagna elettorale per la Casa Bianca e nell’aspra polemica sul ruolo dei media.
Eppure Oufoxed. Rupert Murdoch’s War on Journalism (Raggirati. La guerra di Rupert Murdoch al giornalismo), ha ottenuto gran parte del suo successo ancora prima di uscire nelle sale americane nel mese di agosto. Costato 300.000 dollari, girato e prodotto da Robert Greenwald – regista cinquantottenne, autore di sessanta di documentari, tra cui l’affilatissimo Uncovered che dà la parola ai servizi di intelligence sulla guerra in Iraq - Outfoxed è un esempio eccellente di come si possa realizzare in soli quattro mesi un documentario politico bypassando i circuiti tradizionali della distribuzione. Il tutto grazie a una rete di volontari che hanno organizzato migliaia di feste ed eventi in tutto il paese perché il film circolasse il più possibile.
Il film demolisce la presunta imparzialità di Fox News dando voce direttamente a ex giornalisti, mezzibusti e produttori del network. Fa ad esempio impressione sentire il racconto dell’ex anchorman Jon Du Pre sui briefing quotidani in cui i dipendenti realizzano di non dover lavorare «al servizio del pubblico, ma al servizio dei quartier generali»; e di come il tipo di pubblico che interessa alla direzione è «maschio, conservatore, forse repubblicano». Come nota il produttore Alexander Kippen è proprio questa identità, cementata dal patriottismo, che dà al network una voce e una forza che influenza anche le altre reti provocando un livellamento al ribasso di tutta l’informazione.
La guerra quotidiana di Rupert Murdoch al giornalismo traspare anche dai memorandum inviati alle redazioni. Una nota della direzione del 28 aprile 2004 dice: «Chiamiamo i marine che si vedono in primo piano “tiratori scelti” e non “cecchini”, che ha una connotazione negativa». Un’altra raccomandazione invita i giornalisti a «non cadere nella facile trappola di compiangere la morte degli americani [in Iraq] e di chiedere ad alta voce perché siamo lì». Una manipolazione così accurata da produrre i suoi effetti: secondo un sondaggio il 67% degli ascoltatori di Fox sono convinti che tra Al Qaeda e Saddam vi fossero dei legami.
Greenwald ha usato inoltre decine di clip estratti dai programmi di Fox News senza pagare un solo centesimo di diritti alla corporation. La quale ha scelto un profilo basso, decidendo di non fargli causa. Forse perché mai come oggi rischia di vedere compromessa la sua immagine “fair and balanced”.
Fonte: thethingit by snafu
Note
Alternet
www.alternet.org/fightfox
Moveon
www.moveon.org
Oufoxed
www.outfoxed.org
megachip.info
Il pullman degli "Yes Men"
Un autobus si aggira per gli States. Fa la campagna elettorale per George W. Bush come fosse un vero (o quasi) pullman presidenziale. A bordo ci sono gli Yes Men che invitano gli elettori americani a sostenere il presidente firmando petizioni e giuramenti in favore dell'effetto serra, della proliferazione nucleare, dell'apertura di nuovi fronti militari, per i valori familiari, contro l'aborto e per il taglio delle tasse a favore dei ceti più abbienti.
Nubi sul Campidoglio
Il pulmino degli Yes Men arriva nella capitale. Ma non tutti capiscono che si tratta di una parodia
di Marco Deseriis
Raggiunta la capitale, sul tetto dell’autobus è spuntato un missile di cartone con su scritto “The End is Near” e dagli altoparlanti l’equipaggio apostrofa direttamente i passanti: «Spendi tutto, la fine del mondo è vicina». Oppure: «Bush-Cheney ’04, la soluzione finale per la politica americana». «Pensioni, sanità, lavoro sono solo dettagli quando l’Armageddon sta per inverarsi»....continua
L'inizio:
Bush, siamo partiti!
Recuperato il pulmino Buster, il viaggio degli Yes Men può cominiciare
di Marco Deseriis
La prima volta che vedo Buster è in un parcheggio qualsiasi della sterminata periferia industriale a sud di Cleveland, Ohio. Lo monotonia del paesaggio non scalfisce minimamente la gioia dell’equipaggio per il recupero di Buster. Il motore del bus, donato agli Yes Men da una casa di produzione televisiva, aveva tirato le cuoia pochi giorni dopo la partenza da Chicago. Rimorchiato fino a Cleveland, Buster era stato lasciato in un’officina mentre Andy e Mike avevano proseguito con mezzi di fortuna alla volta della California e dell’Oregon.
Nel parcheggio, il ritratto di Bush subisce alcuni ritocchi: gli occhi del presidente vengono modificati quel tanto che basta perché appaia stranamente eccitato, se non posseduto. Tuttavia, nonostante la colonna sonora sparata dagli altoparlanti del bus non sia esattamente presidenziale (un mash up di due brani hip-hop), la stragrande maggioranza dei passanti crede che il bus sia veramente pro-Bush. Le reazioni vanno dalla classica “offerta” del dito medio allo strombazzare di clacson. Ma è solo quando raggiungiamo il parco della Case University, dove in serata si terrà il dibattito televisivo tra Cheney ed Edwards, che la crew degli Yes Men dà il meglio di sé.
Sul tetto dell’autobus sale un cowboy che estrae dalle fondine di finta pelle di mucca due erogatori per la benzina e balla come un invasato davanti alla folla sbalordita dei sostenitori di Kerry, alle telecamere della Cnn, alle auto della polizia. Il campus della Case è circondato dai pick up satellitari dei network, gremito di stand, palchi, maschere, cheerleader che manifestano per i due candidati. Andy, Mike e lo staff degli Yes Men avvicinano i sostenitori repubblicani e porgono loro il “USA Patriot Pledge”, una dichiarazione di fede assoluta nell’amministrazione Bush, firmando il quale il cittadino americano si impegna a “sacrificare” nei prossimi quattro anni il suo giardino di casa come discarica nucleare permanente per sostenere il rilancio del programma nucleare di Bush; a spedire i propri figli in Iraq, Afghanistan, Iran, Siria e ovunque l’amministrazione ritenga necessario; a rifiutare per sempre il divorzio; ad accettare uno stato di sorveglianza permanente, e via dicendo. I repubblicani prendono la brochure ma sembrano del tutto incapaci di afferrarne il significato.
La loro fede nell’amministrazione è cieca, inossidabile, irrazionale. Il che produce negli attivisti una certa frustrazione. L’unico momento positivo è quando viene chiesto a uno studente che cosa vorrebbe dall’amministrazione nei prossimi quattro anni. Lo studente risponde che vorrebbe un lavoro e una pensione per suo nonno. Gli si risponde che purtroppo le pensioni e l’occupazione non sono al primo posto dell’agenda dell’amministrazione. Lo studente se ne va deluso, dicendo che lui si aspetta qualcosa da Bush. Gli rispondono offrendogli un Patriot Pledge e dicendogli che, semmai, è Bush ad aspettarsi qualcosa da lui
www.thething.it/yesbushcan/
Le figlie di mezzanotte
Incontri a Columbus, Ohio, città media, lacerata e in bilico come poche altre nell' elezione presidenziale. E dove l'Università dello stato, 70mila studenti, pende a destra, tranne rare eccezioni. Come Yoshie, rivoluzionaria a tempo pieno
MARCO D'ERAMO
INVIATO A COLUMBUS (OHIO)
Yoshie Furuhashi mi dà appuntamento a mezzanotte: già l'ora è sorprendente, gli americani si alzano con le galline e per loro mezzanotte è come dire le due di notte da noi. E questa non è un'ora in cui ci si vede per la prima volta con un giornalista straniero che vuole parlare di politica con te. Ci vediamo sulle gradinate davanti al palazzo dell'Unione studentesca dell'Ohio state university (Osu). Con 70.000 studenti l'Osu è il più grande datore di lavoro della regione di Columbus, la capitale dello stato, nell'Ohio centrale. Fatto raro per un ateneo americano, l'università dell'Ohio è piuttosto di destra. James Lowe, rappresentante della Afl-Cio nazionale in Ohio mi aveva detto nel suo ufficio: «Dipende dal fatto che molti programmi di ricerca e molti corsi sono pesantemente finanziati dalle grandi corporations, banche e assicurazioni che impongono di fatto la loro cultura e le loro idee. E poi c'è il pesante investimento dell'Osu nello sport, in particolare nel football americano». La squadra dell'università, i Buckeyes (le «ippocastagne», perché gli ippocastani sono l'albero simbolo dell'Ohio, tanto che il termine buckeyes designa familiarmente gli abitanti di questo stato) ha un seguito enorme e constato di persona nei bar la passione con cui i columbiani (dell'Ohio) seguono in tv le sue partite. «Il football americano, diceva Lowe, è uno sport non solo violento e machista, ma ha anche un'impronta militare: le sue tattiche di sfondamento, aggiramento, incuneamento sono modellate su quelle militari, con la stessa disciplina di esecuzione. È una cultura per cui l'importante è vincere, e quindi porta dritto dritto al darwinismo sociale: se i derelitti della società perdono, è per colpa loro».
Tutto in bilico
L'Osu è una delle ragioni per cui, se l'Ohio costituisce lo stato in bilico per eccellenza in quest'elezione presidenziale (i due senatori sono repubblicani, ma il governatore è democratico), Columbus e la sua area sono la regione più in bilico in questo stato: i suoi deputati sono repubblicani, ma il sindaco e tutto il consiglio comunale sono democratici. Tra il nord est industrializzato e democratico (Cleveland), e il sudovest repubblicano (Cincinnati), Columbus sta in mezzo tra i due, non solo come geografia, ma anche come politica. «La città ha una percentuale alta di neri e di lavoratori poveri, ed è democratica, ma, come in molte altre città degli Stati uniti, mano mano che ci si allontana nei suburbi, il panorama diventa sempre più repubblicano». E questa regione dell'Ohio centrale è chiamata anche «gli Exurbia», per lo sconfinato diffondersi dello sprawl urbano in sterminati suburbi: «Nel male e nel bene, Columbus è una città americana media, con i suoi malls commerciali e il suo sprawl» mi aveva detto al telefono Danny Russell, 43 anni, da 14 direttore del settimanale locale The Other Paper (53.000 copie di tiratura).
Una città media ma di terziario, per Jim Lowe: «Oltre all'università, gli altri due grandi motori economici della Franklin County sono il pubblico impiego e il settore bancario e assicurativo: qui sono situati i quartier generali della grande banca Huntington e di varie assicurazioni come la Motorist e Nation Wide i cui grattacieli incombono su downtown Columbus: d'altronde Nation Wide controlla il 25% dello spazio per uffici di downtown. La contea di Franklin è ad esile maggioranza democratica, ma quelle circostanti sono sempre più per Bush».
Un caso classico è la contea di Union, dove dal 1979 la Honda ha una grande fabbrica con 5.600 operai, in cui si producono circa mezzo milione di Acura l'anno: qui è una roccaforte dei Reagan democrats, gli operai sindacalizzati che nel 1980 votarono per Ronald Reagan, qui i democratici si contano sulla punta delle dita: però adesso la Honda trasferisce una parte della lavorazione in Alabama dove riceve maggiori sgravi fiscali e incentivi economici, e anche qui la fede repubblicana vacilla.
«Quest'anno anche i Reagan democrats ci stanno ripensando. Dopo l'elezione del 2000 parlavo con un amico e gli chiedevo: `Ma che diavolo ci vorrà per fagli intendere ragione a costoro?' E lui mi rispose: `Devono sentirsi colpiti in prima persona, devono farsi male, o a sé, a qualcuno della famiglia o a un amico, vedere licenziato il collega del tavolo accanto, perdere l'assicurazione sanitaria'. E quest'anno sta succedendo proprio questo. Qui le banche e le assicurazioni procedono all'outsourcing a un rimo forsennato, trasferiscono in India e altrove i centri raccolta e trattamento dati, i call centers. Persino lo stato dell'Ohio sta trasferendo all'estero alcuni dei suoi servizi: immagini il paradosso di i contribuenti che pagano tasse che servono a far perdere posti di lavoro ad altri contribuenti. Insomma, cominciano a essere in tanti ad avere le cicatrici su di sé. E poi noi abbiamo fatto un lavoro grandioso, i nostri volontari sono stati stellari».
Resta il problema dell'Osu, e del perché è conservatrice. È Jim Lowe a consigliarmi di parlare con Yoshie: «Le potrà dare un quadro del movimento progressista nell'università. Ma deve situarla: Yoshie vuole certo vedere Bush fuori dalla Casa bianca, però lei è una vera radicale, può essere definita una no global».
Yoshie è vestita trasandata, con giacca a vento e sdrucite scarpette di tela rossa. Ci sono altre 15-20 persone raccolte sotto la pensilina del palazzo dell'Unione studentesca per ripararsi dalla pioggia. Subito Yoshie mi chiede se voglio partire con loro per un bus ride: partono all'una di notte (ora capisco perché mi ha dato appuntamento a mezzanotte) e torneranno all'alba di dopodomani, otto ore di viaggio per arrivare a Washington, il tempo di partecipare alla manifestazione «One Million Workers» organizzata dai sindacalisti neri e dai portuali della costa occidentale, e poi altre otto ore di pullman per tornare qui. (in realtà alla manifestazione parteciperanno circa 5.000 persone). Eludo la richiesta, adduco un articolo da scrivere l'indomani. Nel frattempo parlo con gli altri partecipanti al viaggio. Il compagno di Yoshie mi affibbia un badge « for racial justice». Joe Murphy, un anziano signore, aria mite, occhiali (anche lui partecipa alla sfacchinata in autobus), mi dice che ha studiato in Germania e che nelle università tedesche non aveva visto questa paranoia dello sport. Gli dico che i tempi sono un po' cambiati, ma certo in Europa non sono le università a finanziare le squadre di football e di basket in seguitissimi tornei continentali.
Yoshie viene dal Giappone. Nel suo quasi incomprensibile anglo-giapponese mi dice che ha 40 anni (è difficile dare visivamente un'età alle donne nipponiche). È nata nella città di Hikari, nella prefettura di Yamaguchi, nella punta sudoccidentale dell'isola di Honshu, a un'ora e 40 di volo da Tokyo. Le chiedo come mai da Hikari è venuta a sbattere a Columbus, Ohio: «Perché è l'università che offriva la borsa di studio più ricca, altrimenti non me lo sarei potuta permettere, vengo da una famiglia proletaria. Mio padre è stato operaio siderurgico per tutta la sua vita finché non è andato in pensione, mia madre aveva `lavori rosa' (pink jobs, un'espressione che non avevo mai sentito), cameriera nei ristoranti. Sono arrivata qui nel 1982. Mi sono `graduata' (laurea breve) nel 1987. Da allora sono assistente precaria». Sono passati 17 anni e non mi sembra che abbia molta fretta di prendere il dottorato: «Il fatto è che c'è un sacco di gente della mia generazione che ha fatto o sta facendo il dottorato in cultural studies, mentre ci sono pochi studenti, così non è detto che con un Ph. D. io ottenga un contratto a tempo pieno. Il mio futuro economico è molto instabile. E poi a me quello che interessa è l'azione politica, l'accademia è solo un mezzo. Quello che voglio per il mio futuro: fare militanza politica, come ora». Così, senza volerlo incontro una delle ultime rivoluzionarie a tempo pieno: naturalmente Yoshie ha partecipato a tutte le manifestazioni, da Seattle a Washington.
Le chiedo se il movimento verde è forte qui, visto che la maggior parte dell'occupazione in questa contea è nel terziario (di per sé poco inquinante): «No, i verdi sono più forti a Cleveland, perché le devastazioni ambientali dell'industrializzazione sono violentissime e perché sono inseriti in un contesto più politicizzato, con un movimento nero più radicale, con un sindacato forte. Qui Nader quest'anno ha pochissimi seguaci. Il problema è che tutti sono talmente incazzati contro Bush che l'unico scopo è diventato per tutti sbatterlo fuori, e quindi si sono tutti moderati politicamente». Ma è davvero così di destra l'università, e quanto conta il football? «Sì i Buckeyes sono importantissimi nel campus, anche perché fanno guadagnare soldi sia all'università, sia agli studenti: sono in molti che fanno i bagarini, rivendono con ricarico i biglietti delle partite a prezzo ridotto a cui hanno diritto in quanto studenti (ho il sospetto che anche Yoshie faccia rivendere il suo). Ma più che il football conta la materia di studio. Le facoltà economiche e scientifiche, sì sono conservatrici, quelle umanistiche no, ci sono molti professori e studenti liberal, non di sinistra, non radicali, ma liberal. Ma anche questo sta cambiando perché le iscrizioni sono diventate così care che solo i figli della classe agiata possono ormai iscriversi (quest'anno il costo medio d'iscrizione è di 20.000 dollari l'anno per le università private, 10.000 per quelle pubbliche e 2.000 per i community colleges, ndr). Comunque gli studenti undergraduates i professori li vedono poco perché tutto il lavoro lo fanno gli studenti diplomati come me. Qui ci sono 5.000 studenti diplomati con incarichi docenti».
I «sovversivi»
In molte università Usa questi studenti/docenti hanno combattuto battaglie durissime per ottenere il diritto di sindacalizzarsi e discutere quindi un contratto collettivo. «Anche qui abbiamo appena cominciato un'azione per sindacalizzarci. Nella prima settimana abbiamo già ricevuto 500 lettere di appoggio Appena finito di parlare con lei, devo correre a una riunione sindacale proprio per organizzare questa battaglia».
Lascio Yoshie e telefono al giornale universitario The Lantern, 16 pagine, diffusione 30.000 copie, periodicità curiosa: esce tutti i giorni dal lunedì al venerdì durante l'anno scolastico e due volte la settimana d'estate, per un totale di 170 giorni l'anno. Parlo con il redattore Ben Presson: «Il tema più discusso da tutti gli studenti è la guerra in Iraq e, nelle ultime due settimane, il ripristino della leva obbligatoria: è una prospettiva che fa paura a tutti e che salta fuori sempre più spesso». Il giornale riflette la moderazione dell'università. Tra i suoi ex redattori che hanno fatto carriera c'è anche il direttore del conservatorissimo Washington Times. In uno degli ultimi numeri, l'articolo sulla leva era un poema di contrappesi col bilancino, un paragrafo con le tesi dell'amministrazione e uno con quelle democratiche. «Nel campus le questioni economiche non sono le più discusse. La sicurezza sì, e naturalmente il matrimonio dei gays»: in Ohio il 2 novembre si voterà anche sulla Issue One, sul rendere incostituzionale il matrimonio dei gays.
«La verità, conclude Jim Lowe, è che nessuno è in grado di prevedere il risultato di queste elezioni: se fossimo sicuri che tutti i più di 500.000 nuovi iscritti nelle liste elettorali fossero nostri, la partita sarebbe già vinta, ma ci sono anche gli indipendenti che si registrano e costoro sono una massa vagante e imprevedibile. Non possiamo neanche prevedere che sarà un testa a testa. Potrebbe essere così, ma ci potrebbe anche essere un'onda di marea per l'uno o per l'altro. Il fatto è che in questi ultimi dieci giorni dobbiamo tenere alta la motivazione dei nostri militanti: siamo tutti spossati, è un anno che facciamo campagna, che dormiamo poco, che ogni giorno viviamo con lo stress psicologico di non aver fatto abbastanza per quel giorno. Anche questo week-end, mia moglie e io lo passeremo a fare il porta a porta».www.ilmanifesto.it
CRONACHE DA DAMASCO di Marco Dominici
Damasco,
La Siria sta cambiando. Con i suoi ritmi, che sono ritmi da deserto, da spazi vasti senza tempo o con tanto tempo addosso che un minuto in più o in meno non cambia niente; ma sta cambiando. Lo dice chi lavora a contatto con le istituzioni, lo dice chi conosce più da vicino la politica del giovane presidente Bashar, ma lo dicono anche tanti dettagli quotidiani ogni giorno più presenti, ogni mese più frequenti, ogni anno più evidenti.
Per esempio, le cameriere nei locali pubblici: fino a qualche mese fa credevo fosse impensabile vedere a queste latitudini ragazze servire ai tavoli dei caffè o dei ristoranti: un lavoro, ho detto altrove, reputato sconveniente per una fanciulla, poco adatto, per i suoi orari, alle rigide imposizioni date dai padri alle figlie: non si torna più tardi delle 23 (nel migliore dei casi, c’è chi non va oltre le 20…). Eppure, anche qui la necessità di un guadagno, per quanto esiguo, inizia a scardinare anche le regole più inveterate, e si vedono ragazze lavorare tra i tavoli, o nei negozi del centro, con velo o senza velo, fidanzate o libere. Sono segni che qui hanno un significato speciale, anche se a noi occidentali possono apparire di poco conto.
E poi: il governo che non solo autorizza ma addirittura contribuisce a organizzare spazi all’aperto con dj e consolle su una pedana e musica (occidentalissima) a palla fino a tardi e intorno ragazzi e ragazze insieme a ballare e bere (non alcolici, ovvio), in occasione di un festival che per qualche giorno ha animato le vie di Damasco.
E poi: piccoli complessini che suonano musica jazz o soul nei locali all’aperto (fino a ieri avevo ascoltato rigorosamente solo musica araba). E poi, e poi… tanti altri piccoli dettagli, parole che fino allo scorso anno non immaginavo potessero venir dette, piccoli gesti, frasi o sguardi che, in un contesto come questo, in un mondo come questo, assumono una valenza molto più significativa che altrove.
La Siria sta cambiando. Molte sono le differenze che sto notando, dopo due anni di permanenza. Ma differenze difficili da raccontare, che solo chi è qui da un po’ di tempo può captare e condividere, notare e interpretare.
La Siria vuole cambiare; e per farlo, paradossalmente, sta sfruttando proprio quelli che dovrebbero essere dei problemi. Ma qui, dove tutto funziona al contrario che da noi, anche una cosa come l’aumento dei prezzi può essere l’occasione buona per portare aria fresca: infatti, i prezzi più alti, soprattutto delle case e dei vestiti, iniziano a dare i primi risultati di austerity anche qui, dove di solito per le grandi occasioni non si è soliti badare a spese. Ecco quindi persone che rinunciano alle tradizionali (e costose) feste di fidanzamento, ecco coppie che iniziano a pensare alla convivenza piuttosto che al matrimonio (che fino ad ora è la SOLA maniera di stare insieme, per un uomo e una donna, la convivenza è “haram”, peccato, vergogna, onta). Insomma, a quanto pare, ciò che non riescono a fare l’immaginario collettivo televisivo occidentale via satellite, gli strali della Fallaci e quant’altro, lo sta facendo una semplice quanto banale crisi economica. Certo, qui la gente non è mai stata ricca, ma il benessere che si era affacciato negli ultimi 15 anni in una certa parte della popolazione e, almeno per volontà di emulazione, aveva contagiato gran parte del resto, ora sta venendo eroso con preoccupante inesorabilità da un costante aumento dei prezzi: le case, soprattutto per l’imponente esodo di iracheni (ricchi) in fuga da Baghdad, sono schizzate a valutazioni iperboliche; la macchina, a causa della tassa del 300 % imposta dal governo, è un bene di lusso sfrenato (un’Alfa Romeo può venire a costare molto più di un appartamento in centro), la vita è sempre più difficile, anche per chi prima viveva senza non troppi problemi. Risultato di tutto ciò è un decremento delle nascite (almeno nei ceti sociali più alti), e una progressiva messa in discussione di tradizioni e costumi considerati sempre più incongrui ad un modo di vivere che, anche per chi non lo vuole, è sempre meno lontano dai canoni occidentali.
Non so se ciò sia un bene o un male, ma certo i giovani iniziano ad avere più libertà di movimento e di pensiero, e questo non è sicuramente un fattore negativo. Anche e soprattutto in prospettiva futura. A quanto pare, insomma, anche qui sembrano essere i giovani a poter cambiare le cose. Solo loro possono farlo. E, a quanto vedo, ne hanno una voglia matta. Chissà che la crisi economica non dia loro la spinta che altrimenti è sempre mancata, per ancestrali tabù e paure ataviche.
ulivoselvatico.org
ottobre 23 2004
La gallina padovana, il Cavalier Bandana e Paese Sera
Sabato, 23 ottobre 2004
La gallina padovana un ovetto fresco, fresco ha deposto nel cestino pien di lana… Partiamo da questa filastrocca per parlare della nuova portavoce del partito di plastica denominato Forza Italia, la padovana Elisabetta Gradini che come si legge nel suo curriculum " è stata allevata in parrocchia" e di una piccola storia del giornalismo italiano. Non sappiamo se la gallina padovana sia stata allevata a mangimi biologici o geneticamente modificati, o a incenso e candele, ma quello che conosciamo è la sua devozione alla causa.
La povera gallina padovana trombata, in senso elettorale, alle ultime elezioni europee dove è stata battuta, nelle preferenze, da Iva Zanicchi ( altra specie di volatile forzaitaliota dal momento che viene appellata come "aquila di Ligonchio" ) ha preso il posto del curiale Sandro Bondi, ex sindaco comunista di Fivizzano, illuminato dal Cavalier Bandana sulla strada di Arcore e a lui devoto fino al martirio.
La carriera politica della Gardini è iniziata male come racconta a Dagospia:
" Quando mi sono presentata alle elezioni europee - racconta - ho avuta qualche problema con il partito soprattutto a Verona e a Vicenza. Per non parlare di un giornale di Padova che non voleva farmi fare neppure la pubblicità. Sono arrivati anche a questo. La verità è che il partito in Veneto non mi ha aiutato, ma anche se ho fatto tutto da sola ho preso 38 mila voti" e ancora "Non è finita - va avanti con un pizzico di amarezza la Gardini - ho dovuto rinunciare anche all’incarico di assessore perché bisogna dare il posto ad un disoccupato raccomandato da Carollo" (il coordinatore di Forza Italia nel Veneto) .
Ma il Cavalier Bandana non dimentica gli amici degli amici e soprattutto le amiche e la ricicla come portavoce e la Gardini inizia l’opera di comunicazione e ci informa che "L’approvazione della riforma Costituzionale e la coesione con cui la maggioranza ha lavorato sono la miglior prova che la Casa (abusiva) delle Libertà mantiene i suoi impegni e non ha mai perso di vista il suo obbiettivo fondamentale: cambiare l’Italia".
La gallina padovana, la cui carriera televisiva e teatrale non ha lasciato molte tracce, ha imparato benissimo la lezione e vuole modificare il modo di comunicare in politica annunciando "Io non capisco quei comizioni lunghi lunghi. Guardate, lo vedo a teatro. Quando faccio un monologo, di quelli lunghi e infiniti, quanto mi sta a sentire la gente? Cinque minuti, non di più: poi s’annoia. Pensate un comizio, di quelli che durano un’ora... Dobbiamo pensare a formule nuove, tipo i comizi-spot" dimenticando forse che l’ultimo "congresso", si fa per dire, di Forza Italia si è aperto con un monologo di due ore del Cavalier Bandana.
E sulla situazione dei media in Italia lancia proclami : " Ci lamentiamo tanto ed è vero. I giornali distorcono tutto. Per non parlare della Rai. Ma avete visto cos’hanno combinato sull’Iraq? Hanno raccontato che noi andavamo a fare tutte le cose più infami quando sono stati loro a sganciare le bombe in Serbia. E’ normale che succeda tutto questo? No. Ma avete visto chi erano gli inviati della Rai in Iraq? Tutta gente che veniva da Paese Sera. Adesso penseremo anche a questo…"
Immaginiamo la gallina padovana svolazzare nei corridoi di viale Mazzini o di Saxa Rubra alla caccia dei pericolosi nipotini di quel covo di talebani rossi che fu Pese Sera. Forse la gallina padovana dovrebbe studiare la storia di questo paese, ma soprattutto quella del giornalismo italiano. E scoprirebbe che Paese Sera, nato come edizione pomeridiana de Il Paese di Tomaso Smith fu "creato" e diretto da Fausto Coen, ebreo, figlio di una famiglia di borghesia commerciale mantovana di impronta decisamente laica gettata sul lastrico dalla crisi di Wall Street del ´29, che si ritrova a dover smettere di studiare, a fare mille mestieri e studiando di notte a laurearsi in giurisprudenza all´università di Bologna nel 1938, a pochi giorni dalle leggi razziali proclamate da quello che Gianfranco Fini ha definito il "più grande statista del secolo".
Dopo l’8 settembre Fausto Coen e la famiglia si trasferiscono a Roma, poi arriva il primo lavoro all´Indipendente di Giuseppe Longo. E nel 1948 nasce Il Paese di Tomaso Smith. Coen è redattore capo di 16 giornalisti, senza corrispondenti all´estero, né inviati, né telescriventi. Nonostante le limitate risorse, lo spirito antifascista del quotidiano ha successo, e il giornale raddoppia con una edizione pomeridiana, Paese Sera.
Coen viene nominato vicedirettore e costruisce Paese Sera come un giornale davvero nuovo: la cultura va anche in prima pagina, si usa una scrittura elegante ma diretta, grandi racconti di cronaca, i processi vengono stenografati e pubblicati per intero in modo che il pubblico possa partecipare, le rettifiche messe in primo piano, e poi ci sono le firme importanti o che stanno per diventare tali, intellettuali come Natalino Sapegno, Norberto Bobbio, Galante Garrone, Umberto Eco, Pier Paolo Pasolini, Tullio De Mauro, Roberto Rossellini, Ferdinando Camon, Domenico Rea... oppure appaiono gli scrittori messi con un colpo di genio a fare i cronisti, come Gianni Rodari.
Dieci anni dopo Piero Ottone scuote l'ortodossia del Corriere della Sera ripetendo la sfida di Coen: Pasolini e i suoi Scritti Corsari, colonna in alto, a destra, finalmente in prima.
Paese Sera giornale con editore Amerigo Terenzi, dirigente Pci, ma giornale che appoggia le battaglie del partito in modo strano tanto da pubblicare il 7 giugno 1956, il rapporto segreto di Kruscev al XX congresso. Che denunciava il culto della personalità di Stalin. Nonostante i divieti di Giancarlo Pajetta, di Terenzi e il parere contrario di una parte della redazione, Coen non nasconde una sola riga.
Ci fermiamo qui.
E’ evidente che la storia del giornalismo italiano non può essere rappresentata, oggi, da Vittorio Feltri, Maurizio Belpietro o dal Pronista Emilio Fede.
Ma in questa Italia dell’impunità, dei riciclati e dei lanzichenecchi della Casa delle libertà anche una gallina padovana può ergersi a paladino della libertà perché, come cantavano Cochi e Renato " la gallina non è un animale intelligente, lo si capisce, lo si capisce da come guarda la gente…"
Roberto Utopico
Redazione Megachip
***
Note e Materiali:
Fausto Coen lascia la direzione di Paese Sera nel '67, causa la Guerra dei Sei Giorni, sostituito da Giorgio Cingoli, anche lui ebreo, rifugiato in Svizzera per fuggire le SS . Nel settembre 1976 assume la direzione di Paese Sera Arrigo Benedetti ( primo direttore nel 1955 dell'Espresso, fondato da Adriano Olivetti ). Paese Sera ha cessato le pubblicazioni nel 1994
Fausto Coen - Una vita tante vite - Rubettino, pg 183, euro 10
Persone:
Arrigo Benedetti
scrittore e giornalista (Lucca 1910-Roma 1976). Nel 1945 fondò a Milano il settimanale L'Europeo, che lasciò nel 1955. Nel 1955 fonda, insieme a Scalfari, il settimanale L'Espresso, che dirige fino al 1963. Nel periodo 1969-1972 dirige Il Mondo ( foglio politico, economico, letterario tra i più prestigiosi del dopoguerra, fondato e diretto da Mario Pannunzio)
Fausto Coen
(Mantova 1914), giornalista e scrittore, vive e lavora a Roma. Ha diretto per circa vent’anni "Paese sera". Oggi collabora attivamente alla rubrica televisiva "Sorgente di vita", quindicinaale di vita e cultura ebraica di Rai 2.
ELEZIONI AMERICANE: ELETTORI DELLA FLORIDA REGISTRATI IN DUE STATI MIAMI
di Daniele John Angrisani
-- Lo scoop e' del quotidiano "Orlando Sentinel": decine di migliaia di elettori della Florida sono registrati illegalmente anche in un altro Stato. Ci sarebbero 68mila persone con lo stesso nome e la stessa data di nascita presenti in piu' di un elenco. Difficile pensare a un tale tasso di omonimia.
Lo scandalo e' di nuovo in Florida, governata dal fratello del presidente George W. Bush, Jeb Bush. Gia' nel 2000 un contestatissimo spoglio dei voti nello stato regalo' a Bush la presidenza per soli 537 voti. (Agr)
Daniele John Angrisani
redazione@reporterassociati.org
Opus Buttiglionis
Provo a fare una mia riflessione sul caso Buttiglione.
Il dato evidente è che la maggioranza dell'Europa ha paura di quelli come lui (poi spiegherò), non li vuole come rappresentanti politici.
Perchè? Perchè Buttiglione è un cattolico tradizionale anti-abortista? Perchè è uno dei fondatori di un movimento come Comunione e Liberazione?
Non è solo questo. Il vero motivo per cui i Buttiglione vengono rifiutati sta a mio avviso negli Usa. Dove questa "Christian right" (destra fondamentalista cristiana) ha oggi il suo massimo rappresentante nell'Inviato da Dio George Bush. Che, nell'opinione pubblica europea, viene considerato (a torto o a ragione) come il massimo responsabile di una allucinante strategia bellica e di morte.
Non dare spazio nè credibilità ai Buttiglione, che condividono le posizioni di personaggi come Antonin Scalia (il giudice supremo Usa affiliato all'Opus Dei e probabile protagonista di una prossima controriforma con Bush rieletto) mi pare quindi un atto di pura auto-sopravvivenza di un sistema politico e di una identità europea che, in questi ultimi anni, sta disperatamente cercando di staccarsi dalle degenerazioni di Washington e di esercitare un ruolo di controllo e di moderazione.
Buttiglione, come persona, non è un estremista, nè un Bush nè un Scalia. Ma appartiene alla stessa corrente culturale e politica.
L'enorme errore che ha compiuto negli ultimi anni la destra cattolica europea è stato quello di non aver voluto o potuto prendere le distanze dalla "destra cristiana" americana. Complice, credo, il potere di multinazionali occulte come l'Opus Dei. E un papato a cui addebito un solo ma grave errore: aver beatificato (e quindi legittimato) Escrivà, il fondatore di quella struttura a mio avviso eretica e inquinante.
Oggi, dicono i giornali, l'Opus dei è una presenza pesante in Vaticano. Domani il successore di Giovanni Paolo potrebbe essere un prelato vicino a questa struttura multinazionale. La forza di impatto del fondamentalismo cattolico, anche in Europa, ne verrebbe potentemente accresciuta. Fino a determinare casi come quello di Scalia (di fatto l'elettore occulto di Bush) anche nel nostro sistema continentale.
Per questo il "mite" Buttiglione viene rifiutato. E io dò ragione all'Europarlamento. Che i "miti" cattolici tradizionalisti europei prendano le opportune distanze dalla "Christian Right" e dall'Opus Dei.
Forze non precisamente democratiche.
ciao
caravita.biz
Inferno con chitarra
In assenza di uno scup di Mantellini, tocca forse a me dirvelo: l'altra sera su rai2 vendevano suonerie per cellulare.
Come faccio a saperlo? Be', mica vivo su un'isola deserta, io. Stavo guardando… stavo guardando… stavo aspettando i cartoni animati.
Prima dei cartoni animati, su rai2, c'è una trasmissione di successo che anche se non la vuoi guardare te la fanno rivedere tutta al telegiornale, per punizione che non sei stato attento.
Si chiama l'"isola dei famosi" e al tg garantiscono che "fuori non si parla d'altro: per strada, al lavoro, al mercato, a scuola".
Io tra l'altro "fuori" ci vado anche spesso, tanto più ora con la famigliola a carico, e quindi dovrei farci caso. Ma ahi! il fato a me prescrisse una vita intera in mezzo a campioni non significativi.
Al mercato, per esempio, non riesco mai ha capire se parlano o no dell'Isola dei famosi, perché non sono ancora molto pratico di urdu, una lingua molto popolare a Carpi e in Pakistan. I rari autoctoni di solito stanno guardando le etichette in cerca di prezzi al chilo e offerte speciali.
Al lavoro, la mattina, le mie colleghe non guardano la tv, (come ho realizzato alla quinta volta che ripetevo la gag di Tonino Guerra: "sorridi, siamo nell'era dell'ottimismo"). Non la guardano per diversi motivi: forse sono snob. Forse, dopo una diecina d'ore di monitor, hanno davvero poca voglia di rincasare e accenderne un altro. Non lo so: fatto sta che non la guardano, e quindi non sanno che l'era dell'ottimismo è cominciata. Magari pensano ancora a Guerra come al grande sceneggiatore e poeta. Bah.
La sera vado a scuola, così ho la possibilità di entrare nell'argomento: tra italiano, storia e geografia, vuoi che manchi un pretesto per parlare del popolare programma? Insomma, l'altra sera, con la scusa che si parlava del continente americano, mi sono messo a discutere di Antille con fare allusivo. Niente.
"…ed essendo una fascia tropicale è interessata dai cicloni, come quello del mese scorso, ricordate? (descrive curve sinuose col righello sulla Carta Fisica)… è passato da Haiti, poi è girato intorno a tutta Cuba, è arrivato in Florida, ed è passato anche per… L'isola dei famosi!
Silenzio glaciale.
(Ma con quel vago retrogusto, avete presente, di pirla).
A me dispiace, perché in fondo l'argomento si presta a un sacco di quelle considerazioni intelligenti che a me piacciono tanto, e anche a chi viene qui a leggerle, immagino. Per esempio potrei direi che con l'isola dei famosi si conclude definitivamente la stagione storica del femminismo. Cioè, c'è stato un periodo in cui le donne hanno lottato per avere dei diritti civili e politici: poi hanno preteso la parità dei sessi; finché in alcuni contesti (specie in occidente) non è sembrato addirittura che le donne potessero eccellere in qualcosa, e mettere sotto il maschio. Beh, si trattava solo delle degenerazioni di una società malata. Può darsi che nel grigio mondo moderno fatto di uffici, qualche creatura in tailleur abbia potuto affettare attitudini al comando, ma una volta spogliata di ogni cosa che non sia il perizoma, e infilata in una situazione di reale emergenza, essa si rivela quale è (o almeno quale noi vogliamo che sia): incapace di qualsiasi cosa che non sia accapigliarsi con le consimili in eterne e incomprensibili discussioni, mentre il maschio esce in silenzio e va a procacciarsi il cibo.
E poi, sentite questa, come vi immaginate l'inferno? La mia idea di inferno è pesantemente influenzata da una puntata di "Ai confini della realtà" vista da bambino, dove un signore che ama leggere rimane dopo un olocausto nucleare l'ultimo uomo sulla terra, in un mondo pieno di libri, e ha appena rotto gli occhiali da vista.
Su rai2 c'è qualcosa del genere: un ragazzo su un'isola deserta, tutto solo con una chitarra, ed è scordata. Con tutta la più buona volontà non sarei mai riuscito a immaginare qualcosa di più sadico. Cosa ci attende la prossima stagione? E altre considerazioni che fanno molto blog di costume.
Ma nel frattempo è partita la pubblicità, e stavolta si tratta di suonerie. Per cellulare. Su Rai2. E mi sembra di sognare. Sono davvero così all'antica?
www.leonardo.blogspot.com
Massimo Riva
Com'è lontana l'Europa
L'immagine dell'Italia sta precipitando a perpendicolo nella classifica di affidabilità delle sue istituzioni
Ha suscitato allarme e stupore la notizia che, nell'ultima classifica internazionale della competitività, l'Italia sia piombata al 47 posto: così perdendo la bellezza di 21 posizioni rispetto al 2001, primo anno del glorioso triennio di governo Berlusconi. Chi abbia la curiosità di entrare nel dettaglio dei vari indici che compongono quella classifica può, però, fare un'interessante scoperta. La caduta verticale del nostro paese è dovuta in maggiore misura all'indicatore della qualità delle istituzioni: dove l'Italia è precipitata dal 27 al 48 posto.
Penso che, di fronte a questo dato, l'allarme sia sempre giustificato, ma lo stupore davvero no. È proprio di questi giorni, infatti, l'annuncio che la Corte di Giustizia europea (chiamata a verificare la compatibilità delle leggi nazionali rispetto alle direttive comunitarie) ha messo nel suo mirino una delle 'riforme' più significative dell'esordio governativo berlusconiano: quella revisione del falso in bilancio con la quale sono state alleggerite le pene per uno dei reati peggiori che possano essere intentati contro la fede pubblica sui mercati. Provvedimento, è il caso di non dimenticare, in forza del quale lo stesso presidente del Consiglio ha potuto finora evitare non pochi guai giudiziari.
L'avvocato generale presso la Corte del Lussemburgo ha espresso un giudizio fortemente negativo sulla legge berlusconiana, spingendosi fino a invitare i giudici italiani a disapplicare quelle norme nelle parti in contrasto con le più rigide direttive dell'Unione.
La botta è davvero pesante soprattutto per un paese la cui credibilità finanziaria, già seriamente compromessa dagli scandali Cirio e Parmalat, non riesce a essere restaurata soltanto perché la maggioranza berlusconiana si rifiuta di varare nuove regole per il mercato del risparmio nelle quali si torni a inasprire le sanzioni sul falso in bilancio, adeguandole alla severità europea.
In queste condizioni ci vuole una bella dose di ipocrisia per meravigliarsi che l'immagine dell'Italia stia cadendo a perpendicolo nella classifica di affidabilità delle sue istituzioni. Il vistoso arretramento altro non è che il logico risultato di un'azione politica deliberatamente volta a tenere il nostro paese lontano dai processi di modernizzazione della legislazione mercantile da tempo in atto nell'Unione europea.
Guido Rossi, che è un'autorità in materia, dice di temere che questa politica nasconda una volontà di uscire dall'Europa o più probabilmente di farsene cacciare fuori. Vorrei in parte dissentire: che simili atteggiamenti berlusconiani siano anti-europei (oltre che negativi per il buon nome dell'economia di mercato) è un fatto, ma dubito che essi siano anche l'espressione di una strategia appositamente studiata per staccare l'Italia dall'Europa. L'attuale governo non vuole le norme europee sul falso in bilancio e su altre questioni semplicemente perché queste non convengono agli interessi di Silvio Berlusconi e dei suoi compagni di merende. Il che è anche peggio, perché si rischia di uscire dall'Europa non in forza di una visione politica sbagliata, ma solo per tutelare un tornaconto di bassa cucina personale.www.espressonline.it
La frenata dei consumi
Siniscalco: la manovra non va addolcita.
Bus, sciopera il 90%
da Repubblica - 23 ottobre 2004
LA STATISTICA
Ad agosto è calato del 3,4% l´acquisto di cibo. Si compra sempre meno nei supermarket
Grande gelata sui consumi
crolla la spesa alimentare
Per la prima volta dal 2001 la grande distribuzione va peggio dei piccoli negozi. Solo gli hard-discount hanno limitato i danni
Risparmi su tutti i fronti: calano gli acquisti di mobili, elettrodomestici, telefoni e giocattoli. La spesa totale in picchiata del 2 per cento
ALDO FONTANAROSA
ROMA - Gli italiani stringono la cinghia, perfino sul cibo. Ad agosto, hanno tagliato gli alimentari del 3,4% rispetto all´estate scorsa. Un po´ come a maggio, quando avevano già tagliato le dispense del 3,5%. Non solo mais, frutta o carne. Le famiglie comprano meno vestiti (-1,8) e si divertono con parsimonia (-1,5). I medicinali, quelli non mancano: ne compriamo l´1,5% in più (e così compact disc vergini o strumenti musicali). I tecnici dell´Istat, che forniscono i dati, mettono le mani avanti: agosto - spiegano - è un mese particolare. I dati, poi, tengono conto di alcune flessioni nei prezzi. Per cui i consumi potrebbero essere alti, e i negozianti incassare comunque meno, per le offerte e gli sconti. Ma l´Istat non si nasconde che i numeri siano comunque negativi. Anche a causa di risparmi che le famiglie decidono ormai su tutto: meno giocattoli, profumi e deodoranti; meno mobili, telefoni, elettrodomestici. La spesa totale (tutto compreso) è in picchiata quasi del 2 per cento (-1,9 per cento, per la precisione).
Loro, i commercianti, hanno fiutato l´aria e cercato dei rimedi. I negozi, li hanno tenuti aperti anche un giorno e mezzo in più (con punte di quattro giorni per le grandi strutture). Senza risultati. Anzi, la grande distribuzione - che sembrava immune dalla crisi, rifugio degli italiani alla ricerca del "3 per 2" - è investita anch´essa da questo temporale agostano. Vende meno alimentari (addirittura del 3,4%), mentre aumenta gli incassi sugli altri fronti. E´ la prima volta (dal lontano 2001) che la grande distribuzione fa peggio dei normali negozi alla voce alimenti. La crisi investe soprattutto i supermercati; invece i grandi magazzini e gli hard-discount limitano i danni.
Sergio Billé, presidente di Confcommercio, vede tre sinistri segnali all´orizzonte. Intanto - dice - la gente compra meno anche i beni di «prima necessità». Abbandona le grandi strutture, e tutto questo avviene perfino nelle zone (in teoria) più floride del Paese, nel Nord Est e nel Nord Ovest. Rischiamo, quindi, un «ulteriore avvitamento» dell´economia, complice una crisi petrolifera «che sta pesando sui bilanci delle famiglie». Pierluigi Angeli (Confcooperative) è convinto che gli italiani stiano riprendendo la vecchia sana abitudine di risparmiare, spinti dalla paura di fronteggiare chissà quali nuovi aumenti. Marigia Maulucci (Cgil) pensa, invece, che lavoratori e pensionati si stiano semplicemente impoverendo: «Il guaio è che l´unica risposta del governo sarà la cosiddetta riforma fiscale. Un dipendente di medio livello recupererà così un euro al giorno, da spendere liberamente e allegramente». Adriano Mussi (della Uil) sollecita un primo passo, ma necessario: l´altolà alle tariffe pubbliche. Dall´Intesa dei consumatori, Elio Lannutti chiede invece un´altra medicina: la concorrenza. «Non è possibile che un chilo d´uva pugliese, venduto dal contadino a 20 centesimi, costi 2 euro e 20 in Italia e meno di 2 euro in Francia. Vuol dire che qualcosa si è inceppato, nel nostro meccanismo distributivo».
--------------------------------------------------------------------------------
L’Istat: in agosto caduta dei beni alimentari (meno 3,4% in un anno), ma vanno bene i grandi magazzini
Consumi freddi: per gli acquisti è ormai corsa al discount
Frena l’inflazione, non il declino dei consumi. A dispetto di un ritmo di aumento dei prezzi ormai poco sopra al 2%, gli italiani continuano a fare la spesa con il contagocce. In base ai più recenti dati dell’Istat, forniti ieri, in agosto le vendite sono cadute dell’1,9% dallo stesso periodo di un anno fa. E per una volta il passo indietro non riguarda solo i beni voluttuari, ma va al cuore della spesa delle famiglie: sugli alimentari il volume delle vendite in un anno ha fatto segnare un arretramento del 3,4%. E’ solo la seconda volta nei 44 mesi dall’inizio del 2001, quando l’economia italiana ha iniziato a dare segni di difficoltà, che gli acquisti dei consumatori sui prodotti della tavola segnano un calo. Ma sono due a distanza ravvicinata. Anche la volta precedente si è avuta in questa fase di sfiducia strisciante delle famiglie, nel maggio scorso (meno 3,5% in un anno). In agosto invece i beni non alimentari sono anch’essi in calo per volume delle vendite, benché in misura minore: nel complesso, meno 1,2%. E le uniche voci per le quali la spesa è cresciuta in un anno sono quelle obbligate (più 1,5% sui prodotti farmaceutici) o incentivate dall’innovazione tecnologica (supporti magnetici e strumenti musicali, più 1,4%). Messi brutalmente in secondo piano risultano invece altri beni non indispensabili o non urgenti: la moda (1,8% in meno per l’abbigliamento), o i beni durevoli (meno 0,6% per gli elettrodomestici).
Un’occhiata alle cifre fa pensare che gli italiani mettono in pratica da qualche tempo le indicazioni di Carlo Azeglio Ciampi. Giovedì il capo dello Stato ha ricordato che prezzi bassi o in calo restituirebbero fiducia alle famiglie. E, almeno in agosto, queste ultime sono andate alla ricerca proprio dei listini leggeri. Con vendite d’agosto in ritirata nei supermercati (meno 4,1% in un anno malgrado 3,2 giorni di apertura in più) e nei piccoli negozi (meno 0,6), segnano un’impennata i punti-vendita dove il cliente spera di trovare sconti. Anche se la merce non ha marchi noti. Esplode così il fatturato dei grandi magazzini che accorciano la catena distributiva dal produttore al consumatore (più 9,2%); e in controtendenza sale il fatturato dei cosiddetti «hard discount» (più 1,2%), i supermercati di prodotti di seconda fascia di prezzo.
Possibile dunque che la caduta del fatturato nell’alimentare sia legato alla caccia delle famiglie alle migliori occasioni. Non si rinuncia ai beni alimentari, ma si scelgono i meno costosi. Nulla di strano dopo una lunga latitanza della fiducia e dei consumi: dal 2000 il valore delle vendite fotografato dall’Istat è cresciuto meno dell’inflazione e, fra alti e bassi, tende chiaramente verso il basso da due anni.
Federico Fubini
--------------------------------------------------------------------------------
Ds Milano - Rassegna stampa
Cofferati: Ds troppo rigidi
Chiedano il ritiro dall’Iraq
«Fassino vuole un congresso che privilegia lo scontro»
dal Corriere - 23 ottobre 2004
Sindaco Cofferati. Già il nome fa un certo effetto. «E perché? E' un lavoro molto bello, anche se faticoso. Soprattutto se fatto in un certo modo».
Quale è il suo?
«Far partecipare i cittadini. La prassi voleva che il programma fosse discusso in consiglio comunale. Noi l'abbiamo discusso con tutti i presidenti dei consigli di quartiere, con tutte le rappresentanze degli imprenditori e dei lavoratori, con tutte le associazioni di volontariato. Lunedì vado alla Camera di Commercio».
Guazzaloca sostiene sia un programma vago, incentrato sul concetto indefinito di Bologna città accogliente. Che significa?
«Abbiamo usato parole che nel lessico burocratico-amministrativo non hanno cittadinanza - città gentile, affettuosa, accogliente - perché abbiamo in mente cose precise. Bologna accoglie 40 mila studenti fuorisede, un numero destinato a crescere; molti lavoratori dal Sud; e gli immigrati, che hanno bisogno non solo della casa ma anche di formazione, per conoscere la lingua, le leggi, le consuetudini».
Si ha quasi l’impressione che lei voglia fare di Bologna la capitale di un'altra Italia, in opposizione al governo centrale.
«No. Queste cose succedono anche in altre città. A Bologna succedono di più, e più in fretta».
Avete accolto anche Angelo Guglielmi.
«Un ritorno, visto che qui aveva studiato e insegnato. Sono felice che un intellettuale del suo livello abbia accettato di lavorare per la città; alla sola condizione, subito accettata, di venirci a vivere».
Questa finanziaria è davvero così terribile per i Comuni?
«È pessima innanzitutto per le ragioni generali: non c'è nessun elemento che stimoli lo sviluppo; anziché favorire gli investimenti, li si disincentiva. E poi il tetto di spesa impedisce ai sindaci di costruire le grandi opere».
Parteciperà al corteo di protesta dell'opposizione?
«Spero ci sia modo, visto che per scelta curiosa la manifestazione coincide con l'assemblea dell'Anci, l'associazione dei Comuni».
Lei non ha firmato nessuna delle due mozioni, quella di Fassino e quella dell'opposizione interna, su cui si voterà al prossimo congresso Ds. Perché?
«Trovo sbagliato impostare il congresso in un modo che impedisce una ricerca efficace di punti di vista comuni. Ritengo che la modalità delle mozioni contrapposte accentui le diversità, proprio quando sarebbe servito uno sforzo per trovare un terreno d'incontro sui grandi temi: pace, riforme istituzionali, politica economica e sociale. L'apporto dei Ds alla grande alleanza democratica sarebbe molto più efficace se fosse più libero, meno rigido e vincolato, di quello che verrà da un congresso a mozioni contrapposte».
Pace significa ritiro delle truppe dall'Iraq?
«Il ritiro delle truppe non esaurisce certo l'argomento, ma ne rappresenta la premessa. La posizione emersa dalla discussione interna alla grande alleanza conferma quella indicata tempo fa in Parlamento. Non capisco per quale ragione non possa essere esplicitamente la posizione dei Ds».
Se la sinistra Ds si troverà nella condizione di incidere poco o nulla sul partito, potrebbe ascoltare la sirena di Bertinotti che le propone di seguirlo in una federazione della sinistra alternativa?
«No. Il pericolo è un altro: ossificare le differenze, costruire uno schema correntizio. Non vedo una federazione dei riformisti e una degli alternativi: il confine dell'azione politica non va spezzettato, e all'interno si deve mediare per costruire tutti insieme un programma comune. Il fine è la grande alleanza».
La Gad. Le piace il nuovo nome?
«Per esteso, sì. L'acronimo, no».
Lei è favorevole alle primarie del centrosinistra?
«Prodi ha ragione. Il tema della legittimazione formale che ha posto è importante e va risolto. Però, prima del candidato, bisogna decidere il programma. La mediazione va realizzata prima, non dopo: così il programma è di tutti, e tutti vi si riconoscono. Se si fa dopo, il programma rischia di essere troppo condizionato dai risultati delle primarie».
Se dalla base della sinistra salisse quella richiesta d'impegno che le giunse poco tempo fa, alle primarie potrebbe partecipare anche lei?
«Si può fare solo una cosa alla volta. Io ora cerco di fare bene il sindaco. Se ci riuscirò, si creeranno le condizioni per un secondo mandato. Dopodiché lascerò la prima linea».
Ci sono alternative a Prodi?
«Assolutamente no. Il candidato è Prodi e il programma va costruito rapidamente insieme con lui».
L'ultimo a rimproverarglielo è stato Dino Risi, intervistato da Claudio Sabelli Fioretti per il Magazine del Corriere : "Cofferati ha fatto cose poco chiare. Ha suscitato grandi speranze. Poi..."
«C’è un atteggiamento singolare nei miei confronti: le mie scelte non vengono mai valutate per se stesse; si dà per scontato che sottendano chissà quali obiettivi. Finito il mio compito alla segreteria della Cgil, sono tornato in azienda e ho fatto politica da irregolare. Ma non potevo continuare all'infinito senza una forma di legittimazione, soltanto sulla spinta di un bisogno e di un'ondata diffusa e giusta, ma che si sarebbe progressivamente e rapidamente esaurita».
Non bastavano a legittimarla i tre milioni del circo Massimo?
«Quelli erano venuti ad ascoltare il segretario della Cgil».
L'incoronazione al palasport con i girotondi e Nanni Moretti?
«Fu una bella occasione, molto importante, in cui si misurò una credibilità, ma non mi fu affidato l'esercizio di un mandato. Per quello occorre un voto. Mi avevano offerto altre occasioni di legittimazione: un seggio al Senato, o al Parlamento europeo. Ho rifiutato. Poi è arrivata la proposta da Bologna».
Di Bologna.
«Questa è un'altra leggenda da sfatare. La proposta non è arrivata da Roma ma da un gruppo di bolognesi, all'insaputa di tutti. Quando è uscita la notizia, tutti, anche Fassino e D’Alema, sono rimasti increduli. Continuavano a pensare che i miei veri obiettivi restassero nell'ombra. Invece sono qui, e qui resterò».
La Confindustria che oggi la Cgil si trova di fronte è molto diversa da quella di due anni fa. Il sindacato ha colto appieno la novità?
«Credo di sì, pur se non seguo l'argomento. Il ricambio è vistoso e positivo, anche se in un corpo enorme come la Confindustria occorre tempo prima che sia compiuto. Per imprenditori e sindacalisti si apre uno scenario interessante; vedo tra l'altro che nelle audizioni in Parlamento la Confindustria ha esplicitato di non avere interesse a modificare l'articolo 18. È un atto di responsabilità. Mi rammarico solo sia occorso tanto tempo».
E i suoi rapporti con Fassino come sono oggi?
«Buoni. Anche se non condivido l'impostazione del congresso. Avrei partecipato volentieri a una grande discussione per costruire una posizione unitaria sui temi principali. Tanto più che di acqua sotto i ponti rispetto a Pesaro ne è passata molta, la maggioranza è avanzata e si ritrova oggi su alcune delle posizioni che ieri erano solo della minoranza. Invece, proprio mentre si cerca di costruire un'unità all'esterno con le altre forze del centrosinistra, all'interno della più grande si accentuano le divergenze».
Aldo Cazzullo
--------------------------------------------------------------------------------
Ds Milano - Rassegna stampa
''Rischiamo il fascismo'' intervista a Raniero La Valle
Un progetto eversivo che stravolge i valori fondamentali della Repubblica: è questa la vera natura della riforma costituzionale messa a punto dalla Casa delle libertà e in via di approvazione in prima lettura, a colpi di maggioranza, proprio in questi giorni alla Camera dei deputati (dopo aver già superato l'esame del Senato). Lo sostengono i Comitati Dossetti per la Costituzione che lo scorso 18 settembre a Monteveglio (Bologna) hanno tenuto il loro secondo Convegno nazionale.
Si tratta di un "disegno eversivo del tutto inaccettabile" che "travolge i valori fondamentali della Repubblica proclamati nella Costituzione vigente e sovverte i cardini dello Stato di diritto". La 'nuova Costituzione' partorita dalla destra, scrivono i Comitati Dossetti, "attenta all'unità nazionale, compromette l'universalità e l'eguaglianza dei diritti e istituisce un governo personale estraneo ai principi del costituzionalismo moderno", togliendo qualsiasi efficacia ai poteri di controllo del Parlamento e alle funzioni degli altri organi dello Stato.
Per questo i Comitati Dossetti (che denunciano anche la contraddittorietà di parte dell'opposizione di centro-sinistra che si è astenuta sul primo articolo mentre all'inizio dei lavori parlamentari aveva unanimemente avanzato e votato una pregiudiziale di incostituzionalità) hanno deciso di promuovere con largo anticipo su tutto il territorio nazionale - proprio per sensibilizzare l'opinione pubblica sulla gravità della posta in gioco - i "Comitati per il No nel referendum sulla riforma costituzionale" che necessariamente sarà indetto alla conclusione dell'iter parlamentare.
Per approfondire tali questioni, Adista ha interpellato Raniero La Valle, già senatore della Sinistra Indipendente dal 1976 al 1992 e tra i promotori dei Comitati contro la riforma.
"Rischiamo il fascismo": Intervista a Raniero La Valle
Quale aspetto del progetto di riforma in discussione in Parlamento vi sembra più preoccupante?La distruzione del rapporto fiduciario tra governo e Parlamento che comporta, sostanzialmente, la trasformazione del Parlamento in una Camera di registrazione della volontà del primo ministro.
Che poi avrebbe anche il potere di sciogliere la Camera…Secondo il disegno di riforma presentato dal Polo, il Senato della Repubblica viene ridotto a luogo di compensazione dei conflitti tra Stato e Regioni. Oltre ad essere privato di alcune delle funzioni legislative che lo caratterizzano attualmente, il nuovo Senato perderebbe soprattutto la caratteristica di Camera politica. Questo mentre l'altra Camera, quella dei deputati, diverrebbe, di fatto, lo "zimbello" del primo ministro, nel senso che il capo del governo potrebbe scioglierla in qualsiasi momento. La Riforma prevede inoltre l'istituzionalizzazione della maggioranza che ha vinto le elezioni. Solo la maggioranza uscita dalle urne sarebbe abilitata a indicare il nome di un eventuale successore del premier eletto dal popolo. Così, mentre la parte della Camera non appartenente alla maggioranza viene ridotta alla insignificanza politica, è sufficiente che il primo ministro abbia un piccolo gruppo di supporter in Parlamento per ottenere un potere di veto su qualsiasi candidatura alternativa alla sua.
Come giudica l'atteggiamento dell'opposizione in questi primi giorni di votazione della Riforma?Una parte del centrosinistra ha deciso di astenersi sul primo articolo posto in votazione, che è stato considerato "innocuo", in quanto non faceva altro che definire la composizione del Parlamento e l'articolazione nelle due Camere. In quel caso, l'opposizione non ha capito che si trattava del primo voto che si dava sulla riforma costituzionale ed aveva perciò un alto valore simbolico. Bisognava perciò scegliere di dare un forte messaggio al Paese, per promuovere una stagione di mobilitazione e di lotta contro questo progetto. L'astensione è stata invece percepita nel Paese come il frutto di una tattica attendista. Come se l'opposizione volesse dire: vediamo come va a finire. Invece si sa già come va a finire: la riforma, comunque emendata, rappresenta un sovvertimento dello Stato di diritto
Pensi che ora l'opposizione sceglierà la linea della contrapposizione frontale alla Riforma?Ormai credo di sì, sarà scontro frontale perché la fisionomia di questo progetto è totalmente identificabile. La battaglia decisiva è, ormai sono tutti a pensarlo, il referendum che seguirà l'approvazione definitiva da parte del Parlamento. La questione è che, affinché quest'ultima chance possa produrre un esito positivo, occorre che questa battaglia cominci subito e cominci nel Paese. Non si può aspettare che si concluda l'iter parlamentare per cominciare la mobilitazione referendaria. Il Paese va mobilitato subito: questa è la ragione per cui nel convegno appena concluso a Monteveglio i Comitati Dossetti hanno dichiarato, nel documento finale, l'intenzione di promuovere fin da ora la nascita di comitati per il no al referendum.
Certo, non si può dire che la Bicamerale di D'Alema abbia qualche responsabilità, dal punto di vista politico e culturale, rispetto allo stato di cose presenti.
Anzi. Quella Bicamerale rappresenta senza dubbio un cattivo precedente, perché ha in fondo accettato la cultura dei denigratori della Costituzione, facendo propria la logica perversa che, insomma, la Costituzione era anche buona, ma andava rinnovata perlomeno nella sua seconda parte. In una fase storica in cui sono in serio pericolo, o sono già state abolite, molte delle garanzie che contraddistinguono uno Stato di diritto, decidere di mettere mano ad un cambiamento profondo della Costituzione è un'operazione di per sé eversiva.
Anche i riformatori di oggi sostengono di voler cambiare solo la seconda parte della nostra Costituzione…Ma come sappiamo i principi e i valori che sono stati sanciti nella prima parte della nostra Carta si sostanziano poi nelle strutture e nelle istituzioni che sono definite nella seconda. Se si fanno affermazioni di principio sull'eguaglianza dei diritti e poi nella parte normativa che riguarda l'ordinamento dello Stato si scrivono norme che contraddicono l'uguaglianza, si vanifica di fatto, rendendoli inefficaci, la forza di quei principi. La stessa cosa vale per l'art. 11: se non ci sono organi di garanzia che impediscono che il primo ministro possa portare l'Italia in guerra, che senso ha la formulazione sul ripudio della guerra?
Padre Sorge, nell'ultimo editoriale di "Aggiornamenti sociali" parla di una democrazia sempre più formale che sostanziale, dove i poteri forti (legislativo, esecutivo, economico-finanziari, informazione) si concentrano nelle mani di una sola persona. La nostra democrazia è in pericolo?
Non c'è dubbio: noi in Italia rischiamo il fascismo. Nessun regime nasce d'emblée, ma si forma nel tempo. La costruzione di uno Stato che non è democratico, non è garantista, che non realizza la divisione dei poteri, che non riconosce l'uguaglianza dei diritti ed il compito della Repubblica di rimuovere gli ostacoli che impediscano l'effettiva realizzazione di questa uguaglianza, una Costituzione che non promuove lo sviluppo integrale della persona umana, ebbene, una tale Costituzione apre le porte al fascismo.
Fonte: Adista n. 69 del 09/10/2004
Una maggioranza di emendamenti
Ormai è certo. Siamo diventati clienti privilegiati dell’Unione Europea, delle sue Commissioni e degli organismi economici internazionali che misurano la temperatura dei paesi di tutto il mondo.
Qualcuno, più benevolo, ci offre gratuitamente consigli sul che fare. Altri, più burberi, c’intimano l’adozione di questo o quel provvedimento, condannano leggi come il falso in bilancio, la Tremonti bis, il condono dell’Iva. Altri ancora ironizzano sulla nostra sorte. La stampa internazionale non perde occasione di mostrare il lato comico della situazione italiana.
Non siamo più il paese del sole e degli spaghetti, ma quello delle bandane, del lusso padronale esibito, delle pacche sulle spalle, delle amicizie coltivate a suon di regali, delle ospitate in sontuose ville, del governo che non si esercita nelle sedi proprie, ma in villa, da Arcore alla Costa Smeralda.
Ogni giorno ce n’è una, si dice, però nella settimana che se n’è andata abbiamo superato ogni limite.
Il governo è stato sbugiardato su tutto, ha messo perfino in difficoltà il nuovo presidente della Commissione europea, Barroso, politicamente contiguo allo schieramento di cui fa parte Berlusconi e che è anche il leader di Forza Portogallo, partito fatto a immagine e somiglianza di Forza Italia. Nonostante questo, negli ambienti europei si sussurra che fra i due non sia mai corso buon sangue e che la “zeppa” Buttiglione sia stato un maligno regalo. Barroso non sa come uscirne. Le studia tutte, pensa ai possibili papocchi. S’inventa tutor, quelli che piacciono alla Moratti, per il nostro (loro) filosofo di Gallipoli, con buona pace di D’Alema.
Lui, il filosofo, accetterebbe di tutto. Chiede scusa, si genuflette. Ma quei cattivi dei socialisti, quelli della sinistra europea, non lo vogliono, non lo vogliono i verdi, anche i liberaldemocratici ne farebbero a meno. Non perché sia cattolico, la religione non c’entra. Non ci si fida proprio di lui, non lo si ritiene in grado di portare avanti politiche a sostegno dei diritti civili.
Nella storia dell’Unione europea non si è mai visto che un commissario venga commissariato. Siamo stati capaci anche di questo. E pensare che proprio a Roma si firmerà la nuova Costituzione il cui testo non è proprio entusiasmante. A volte bisogna fare buon viso a cattiva sorte, prendere quel che passa il convento, operare per migliorarlo. Ma Buttiglione non è proprio quello più adatto a far valere il nostro Paese. Qualcuno pensava che questo compito avrebbe potuto assumerlo il neomiracolato Domenico Siniscalco, detto Francesco in omaggio al Santo di Assisi che predica la povertà e di cui si dice sia devotissimo. Niente da fare.
Il commissario Jaochin Almunia ci fa sapere che il nostro deficit si aggira sul 3% e il rischio di superarlo è reale. Anche il presidente di turno dell’Ecofin, l’olandese Gerrit Zalm, conferma la previsione certo non rosea. Siniscalco non si perde d’animo. Troverò i soldi oppure cambiamo il modo in cui si calcola il deficit. Espresso questo pensiero forte, di nuovo ritorna sulle tasse. Il capo insiste, ma i suoi cortigiani non passa giorno che facciano sapere che già le tasse sono diminuite. Bugiardi ufficiali.
Ci pensa l’Ocse, l’organismo europeo per la cooperazione e lo sviluppo, a smentirli. Il prelievo fiscale è passato dal 42,6% del 2002 al 43,4% del 2003. Come se niente fosse, senza che Siniscalco ci metta bocca, Forza Italia presenta l’emendamento alla finanziaria per dare qualche briciola a chi meno ha, la polpa va ai ricchi. An non è da meno e presenta una proposta un po’ diversa in modo che qualcosina paghino i ricchi in solidarietà con i poveri. L’Udc prosegue. Ognuno va per proprio conto e si arriva a ben 200 emendamenti alla finanziaria presentati dall’Udc, più di 60 dalla Lega,più di 100 da An.
Siniscalco si presenta alla Commissione bilancio della Camera e, ignorando, i consigli delle diverse organizzazioni internazionali, esprime concetti che rimarranno nella storia degli studi economici, anzi saranno delle vere e proprie pietre miliari. La situazione è difficile perché c’è stato un coacervo di una tantum (Tremonti docet, Siniscalco era il direttore generale del suo ministero).
Dicono che per lo sviluppo si stia lavorando a un disegno di legge con le parti interessate, queste parti però, come i sindacati, non ne sanno niente, anzi minacciano lotte e scioperi. Per quanto riguarda la competitività bisogna tener distinto lo sviluppo dalla questione tasse e potere d’acquisto. A questo proposito - ipse dixit - il taglio della tasse migliorerà il potere d’acquisto ma non avrà effetti sulla crescita. In effetti non incide sulla crescita perché ai poveri andrà in un anno, nei casi migliori, una somma che si aggira sulle vecchie cinquecentomila lire, con cui si pagano, forse, i debiti vecchi e quelli nuovi stante i tagli ai servizi che saranno sopportati proprio dalle fasce più deboli. Il potere d’acquisto continuerà a diminuire. Dice ancora che il problema dell’economia italiana non è al ministero del Tesoro ma fuori, nel sistema.
Per forza in Europa ci guardano dall’alto in basso. Guardate il capo e la truppa di che pasta sono. Berlusconi, Tremonti, Buttiglione, ora Siniscalco, Bossi che si sta riprendendo e che fa gridare ai suoi “mamma li turchi”; Calderoli, altro ministro di buona fama che dice a Pisanu “dovrai passare sul mio cadavere se vuoi aumentare il numero degli immigrati”; Maroni pronto a fare le barricate; Castelli che vuole mettere il bavaglio alla magistratura, non perde occasione di attaccare chi esercita la giustizia e non si accorge che l’Italia in quanto a corruzione naviga nel gruppo di testa nella nuova Europea dei 25; il ministro che viene dal fascismo vecchio e nuovo, Maurizio Gasparri che fa titolare a ”Libero” “Le retrovie del terrorismo nelle file di Prodi”, il presidente della Commissione che tutto il Parlamento europeo, salvo qualche italiota, ha applaudito e ringraziato per il lavoro svolto. Non soddisfatto il neofascista offende Olga la vedova di D’Antona ucciso dalle Br e insinua che Bassolino sappia qualcosa sui brigatisti infiltrati al ministero di cui era responsabile.
Non c’è più spazio. La lista è lunga,troppo lunga. Per tutti gli esclusi citiamo il “ragazzo” della Repubblica di Salò, il ministro Tremaglia, quello che ha pronunciato la parola “culattoni”. Insomma hanno fatto diventare l’Italia la vergogna dell’Europa. O meglio "loro" sono la vergogna dell’Europa. Prima vanno a casa meglio è per tutti.
[Alessandro Cardulli]
www.aprileonline.info/
Tg1 ancora nella bufera: "Gravi disparità alla vigilia delle suppletive"
REDAZIONE
"La questione del pluralismo è per noi fondamentale". Il direttore generale della Rai Flavio Cattaneo ha replicato così ad un contestatore che lo aveva interpellato a proposito delle epurazioni di Michele Santoro ed Enzo Biagi dalla tv Stato.
"Questa amministrazione non ha mai censurato nessuno, neppure la Guzzanti - ha assicurato Cattaneo - né Santoro né Biagi hanno mai subito censura. Lo stesso Biagi quindici giorni fa ha partecipato a una trasmissione della Rai dove ha potuto parlare liberamente".
Ma, poche ore dopo queste dichiarazioni, una nuova polemica si è abbattuta sulla televisione pubblica. Le opposizioni, infatti, hanno ancora una volta puntato il dito contro il Tg1, responsabile di aver concesso, nell'edizione delle 20 di ieri, ampio spazio all'intervento che il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi ha tenuto durante una manifestazione di Forza italia ad Ischia.
"È inaccettabile la disparità di trattamento che il TG1 di questa sera ha riservato alle esternazioni elettorali di Berlusconi rispetto al centrosinistra - hanno accusato Giampaolo D'Andrea (Margherita), Giancarlo Pagliarulo (Comunisti Italiani), Valerio Calzolaio (Ds), Loredana De Petris (Verdi), Alfonso Gianni (Prc) e Antonello Falomi (Riformatori per l'Ulivo) - l'edizione serale del primo telegiornale del servizio pubblico si è aperta con un lunghissimo servizio dedicato al tour elettorale a Ischia del Presidente del Consiglio, senza alcun contraddittorio".
Per la verità la redazione di Mimun ha mandato in onda anche un servizio contenente le repliche delle opposizioni, un servizio che si è però chiuso con le reazioni della maggioranza.
Numeri alla mano, la differenza di spazio offerto ai due schieramenti, è schiacciante.
"Basti pensare che, ad esempio, mentre a Rutelli venivano concessi 7 secondi in voce, Berlusconi ha parlato per ben 54 secondi - hanno aggiunto gli esponenti del centrosinistra - la differenza di trattamento tra centrodestra e opposizione, a poche ore dal voto nelle suppletive, è gravissima, dal momento che le dichiarazioni di Berlusconi erano elettorali e non istituzionali".
www.centomovimenti.com
Primarie, ressa anti-Bertinotti
La bozza di regolamento prodiano irrita Ds, Verdi e Pdci che pensano ad altre candidature
Ecco le regole Il testo prevede che per candidarsi servano 15 mila firme senza bisogno del consenso di più di un partito
COSIMO ROSSI
ROMA
«Non me ne occupo, mi occupo dei problemi del paese» risponde Piero Fassino in perfetta parafrasi dalemiana a chi lo interroga sulle primarie. Ma in realtà il leader del Ds se ne occupa eccome, infuriato come si è con Romano Prodi per la bozza di regolamento sulle primarie di febbraio che spiana la strada anche alla candidatura di Fausto Berinotti. Una possibilità che pesta i calli anche a Verdi e Pdci, per niente smaniosi di risultare rappresentati dal leader del Prc. Tanto che ieri mattina l'ufficio stampa dell'uomo di Bruxelles ha dovuto affrettarsi a precisare che la bozza di regolamento è solo di «un contributo». Perché tra la federazione da un lato, di cui il professore esige la leadership, e l'alleanza elettorale dall'altro, di cui il professore sarà il leader e la sinistra bertinottiana l'alleato e l'interlocutore interno più ascoltato, lo stato maggiore diessino si trova praticamente con un pugno di mosche alla vigilia del congresso. O, per dirla con Giuseppe Caldarola, dalemiano suigeneris, «i Ds rischiano di trasformarsi nell'Avis della coalizione, cioè in donatori di sangue...». Visto che non incassano né l'ambito timone della federazione riformista né la guida del governo, e nemmeno il diritto all'ultima parola che avevano potuto esercitare nel `96. Facile dunque comprendere quale sia stata ieri la reazioni di Fassino alle rivelazioni di Repubblica a proposito del regolamento prodiano sulle primarie. Il flebile fossato scavato da Alfonso Pecoraro Scanio per ostacolare, o eventualmente negoziare, la candidatura del leader del Prc è stato infatti aggirato dallo schema di regolamento: per presentare un candidato servono sì due partiti, ma in alternativa possono farlo 50 tra parlamentari e consiglieri regionali, 150 eletti in comuni e province, oppure anche 15 mila elettori. E per il leader del Prc il gioco è fatto.
Figurarsi Fassino, che senza nulla in mano vorrebbe almeno conservare ai Ds il titolo di partito della sinistra con cui l'area moderata prodiana (visto che il professore si è auto-domiciliato nella Margherita) deve negoziare. Essendo invece imbrigliati nella federazione, i Ds devono cedere strada a Bertinotti, che dal canto suo punta scientemente sulle primarie come espressione di aggregazione sui contenuti dell'area di sinistra di alternativa: quasi che il consenso in quella sede sia di per sé anche forma e sostanza di nuove forme di unità.
Proprio questo meccanismo è quello che ha messo sul chi vive gli altri soci dell'alleanza che non aderiscono alla federazione. Cosicché i Verdi fanno sapere di non escludere una candidatura per l'ex portavoce Grazia Francescato, mentre anche il leader del Pdci Oliviero Diliberto adombra una possibilità di candidatura, minaccia proferita invece esplicitamente da Antonio Di Pietro.
Chiaro che la ressa serva in primo luogo ad azzerare. Ovvero a anestetizzare le primarie risolvendole nel plebiscito a esclusivo favore dell'uomo di Bruxelles. «Per Prodi è meglio una maggioranza vera che un plebiscito finto», manda però a dire il fedelissimo Giulio Santagata. Proprio sul professore, infatti, si concentra l'offensiva degli alleati per convincerlo a trovare la scappatoia regolamentare che tenga fuori Bertinotti. Altrimenti - è la minaccia - concorreranno tutti e la leadership ne risulterà indebolita. Un tiro alla fune che ha raffreddato improvvisamente il rapporto con la Quercia. E in cui Prodi e Bertinotti si alternano allo stesso capo, visto che nel giorno in cui l'ufficio stampa del professore minimizza sulla bozza di regolamento il leader del Prc ribadisce la sua ferma volontà di candidarsi: «Se si fanno le primarie, si fanno con più candidati, cioè almeno due - osserva - E io come ho già detto sono disponibile a fare il secondo». D'altra parte, chiosa il coordinatore del correntone Fabio Mussi, «indire delle primarie e mettersi poi a studiare le forme per impedire a qualcuno di candidarsi mi sembra qualcosa da teatro dell'assurdo...».
ilmanifesto.it
Ipotesi
Il leghista Calderoli ha dichiarato che se il ministro Pisanu vuole aprire le porte agli immigrati «dovrà passare sul mio cadavere». Il ministro Pisanu gli ha assicurato che si tratta di un'ipotesi su cui sta seriamente riflettendo. (jena)
ilmanifesto.it
La Caritas lancia l'allarme: «Ridurre il Welfare fa aumentare la povertà»
di Paola Zanca
«Vuoti a perdere», così li chiama la Caritas. Sono i sette milioni di esclusi sociali in Italia. Presi e buttati via senza paracadute come i lavoratori precari, dimenticati in un angolo come gli anziani malati, nessuna possibilità di riciclaggio nemmeno per chi è cyberdipendente. É il quadro tracciato da un'indagine svolta direttamente sul campo, su un campione di 12 mila «cittadini incompiuti» che si sono rivolti alla rete di Centri d’Ascolto e Osservatori delle Povertà e delle Risorse istituita dalla Caritas in tutta Italia.
Lavoratori atipici, immigrati regolarizzati, pensionati, famiglie monoreddito. Sono solo alcune delle forme di esclusione sociale che Caritas e Fondazione Zancan hanno individuato nel loro rapporto annuale 2004. Pochi numeri e percentuali, molte analisi e riflessioni sul fenomeno, per capirne le cause, verificare gli esiti delle politiche sociali attuate e trovare delle soluzioni possibili. E il primo, inequivocabile segnale che arriva dal rapporto è uno solo: i tagli alle fondi del Welfare aggraveranno ancora di più la situazione. Non c'è ombra di dubbio nelle parole di monsignor Vittorio Nozza, direttore di Caritas Italia: «É in atto uno smantellamento dello Stato sociale, e i soggetti problematici sono un surplus umano, di cui non è vantaggioso accollarsi gli oneri socioassistenziali». Lungi dal mero assistenzialismo, la Caritas avanza proposte reali e concrete: sviluppare una nuova politica economica e occupazionale che preveda ammortizzatori sociali in caso di periodi di disoccupazione forzata, riavviare la politica del «reddito minimo di inserimento» sperimentata nella precedente legislatura, istituire una sorta di «pronto soccorso» dell'assistenza sociale a cui ci si possa rivolgere tempestivamente. E soprattutto niente devolution, perché è fondamentale garantire da Milano a Palermo le stesse opportunità.
La soglia di povertà calcolata da Caritas non si basa solo sul potere d’acquisto e quindi non comprende solo chi già versa in condizioni di indigenza, ma abbraccia uno spazio più ampio, in cui sono compresi pure i soggetti a «rischio di povertà», con aspettative negative rispetto alla propria vita. É il caso dei lavoratori atipici, non una minoranza se si considera che oggi, in Italia, il 16% degli occupati è precario e il 20% lavora in nero. Sui giovani precari, generalmente assenti nelle statistiche tradizionali perchè ancora nel nucleo familiare, pesa un alto grado di vulnerabilità sociale che blocca qualsiasi prospettiva per il futuro: una casa, un figlio e una pensione, forse, resteranno un sogno per molti. Insomma, non sono poveri ma è probabile che lo diventino.
Caritas punta il dito anche su nuove forme di esclusione sociale. Sono le persone colpite da depressione o degrado cognitivo, sono i nuovi drogati del telefonino o del videopoker, sono i maniaci dello shopping o del lavoro. Disagi psichici a cui di solito si risponde con un’arrendevole constatazione dei fatti. Dalla filosofia dei mali incurabili, la Caritas vuole passare a politiche di sostegno e di inclusione sociale di queste realtà emergenti. Perciò è essenziale coinvolgere i medici di famiglia, trasformarli in sensori, sentinelle che suonino i campanelli d’allarme. Un rumore assordante rimbomba già nelle orecchie.
unita.it
Lasciate che Bertinotti abbia le sue primarie
Le primarie della Gad non ci sono mai piaciute. Non per sfiducia nel metodo, che è anzi uno dei migliori ritrovati della democrazia occidentale, ma perché le primarie all’italiana nascono viziate da una infinità di limiti e contraddizioni, la prima delle quali consiste nel fatto che Romano Prodi è già stato indicato all’unanimità candidato premier da tutti i partiti della coalizione e quindi agli elettori della Grande alleanza non si chiede una scelta ma solo una ratifica senza alternative (e del resto è una ratifica cui, viste le esperienze pregresse, Prodi tiene più della designazione partitica: il senso di queste primarie sta tutto qua). Ebbene, i Ds si appellano proprio a questa incongruenza per stoppare l’annunciata candidatura alternativa di Fausto Bertinotti: dicono al Botteghino che il segretario di Rifondazione comunista non può scendere in campo perché deve candidarsi solo chi è contro la candidatura Prodi e non chi vuole solo mettersi in vetrina per guadagnare qualche pennacchio elettorale in più. Nessun dubbio che queste siano le intenzioni di Bertinotti, che punta senz’altro a prosciugare un pezzo di elettorato ds, i quali, giustamente, vogliono chiudere i recinti. Ma a seguire fino in fondo il ragionamento dei vertici della Quercia bisognerebbe concluderne che nessuno ha i titoli per sfidare Prodi e che quindi l’ex premier è condannato ad affrontare in solitaria una sorta di referendum confermativo. Peggio che pria.
Peraltro a chi - con ragione - chiede coerenza a Bertinotti bisognerebbe però chiedere se è lineare e coerente svolgere delle primarie in cui i candidati non presentano programma ma si sfidano sul nome, se è logico che il vincente si sieda poi al tavolo di programma per contrattare l’agenda di governo col perdente (come se il moderato Kerry, dopo aver liquidato il liberal Dean, avesse dovuto rinegoziare con lui i piani sull’Iraq). E’ ovvio poi che, in una competizione dove non si rischia nulla e mal che vada si contano nell’urna i propri voti di partito, altri leader, leaderini e leadericchi della Gad siano pronti a candidarsi a loro volta sulla scia di Bertinotti, se non altro per non lasciargli il monopolio del voto anti-prodiano. Questo affollamento renderà più serie le primarie all’italiana? No, ovviamente, ma chi ha voluto accettare l’anomalia di questa consultazione, ne accetti ora anche le inevitabili conseguenze. Si lasci a Bertinotti (e a Pecoraro, e a Diliberto, e a Mastella) la piena libertà di candidarsi e, perlomeno, si sfrutti la loro concorrenza per chiedere a Prodi una qualifica programmatica della sua leadership. www.ilriformista.it
Tra FED e GAD.
Manuale di sopravvivenza (e rilancio) in 7 punti
Diciamocela tutta!
Questa storia del doppio punto di riferimento, un po' di imbarazzo e di disorientamento ce l'ha creato. Se poi si considera che l'oggetto ULIVO, si trasforma dalla sigla Uniti nell'Ulivo, di pochi mesi or sono, a quella di Federazione dell'Ulivo e che per giunta neanche si presenta come lista unitaria alle elezioni regionali, si rasenta la schizofrenia. Il rischio di dissociazione mentale lo corriamo in primo luogo noi cittadini per L'ULIVO. Mi chiedo cosa ne possa pensare il comune cittadino che segue gli avvenimenti politico-partitici con maggior distacco e indifferenza, se non con disgusto. Probabilmente, e questo è grave, non gliene importa nulla.
Mi era venuto il dubbio di essere il solo a manifestare queste sofferenze, invece ho potuto constatare, in riunioni di alcuni nostri comitati, che il malessere è piuttosto diffuso e che le reazioni sono anche diverse da comitato a comitato e all'interno di singoli comitati. Come sempre avviene in questi casi, la naturale esigenza di semplificazione porta i singoli a schierarsi per una cosa o per l'altra.
Questo è un rischio che non possiamo e non dobbiamo correre. La situazione è troppo grave per poterci permettere il lusso non dico di spaccarci su queste questioni, ma nemmeno di diventare troppo tiepidi e perdere motivazione e mordente nella lostra attività quotidiana.
A mantenerci col fiato sospeso ci pensano poi i partiti, tra le insofferenze nella Margherita e la sofferta preparazione del congresso DS. Ma questo aprirebbe un altro capitolo. Per ora lasciamo perdere.
Si stanno avvicinando appuntamenti troppo importanti!
Torniamo invece ai nostri problemi. Cercherò di mettere un po' di ordine innanzi tutto nelle mie idee, almeno per sopravvivere, ma anche con la speranza di trovare motivazioni per un rilancio della nostra attività. Lo farò per punti.
Siamo, o affermiamo di essere, una componente della Società Civile (o della Società, tout court), non un'appendice dei partiti. Quindi agiamo di conseguenza.
Seguire attentamente le evoluzioni e gli equilibrismi dei partiti va bene, perché dobbiamo essere informati e tempestivi. Senza però farci condizionare.
In campo politico, come cittadini per L'ULIVO, abbiamo, per ora almeno, un solo riferimento: Romano Prodi. Non per culto della personalità, ma per oggettive condizioni. Chi di noi è anche iscritto a un partito avrà anche altri riferimenti. Però attenzione allo sdoppiamento della personalità! Essere iscritto a un partito è più che legittimo (magari lo fosse attivamente la maggioranza della popolazione!). Essere iscritto ai cittadini è una libera scelta. Ove le due cose si dimostrassero conflittuali, credo che al singolo si imporrebbe una scelta. Per onestà intellettuale e per sanità mentale.
Prodi, i partiti della meteora Uniti nell'Ulivo, l'Italia dei Valori, i partiti di sinistra, persino Bertinotti (e questa è forse l'unica importante novità) hanno deciso di costituire una coalizione organica, che, in attesa di un nome più fototelegenico, si chiama provvisoriamente grande alleanza democratica (tutte minuscole!?) e che, per brevità, è ormai indicato con l'acronimo GAD. Tale coalizione si propone di battere Berlusconi alle regionali e alle politiche, iniziando da subito la lotta nel Paese con una dimostrazione contro la finanziaria il 6 novembre.
Perché non si è chiamata ULIVO? Perché, sembra sciocco, ma è così, non se ne sarebbe fatto nulla. A volte per banali questioni lessicali si possono persino mettere in pericolo le democrazie. Così va il mondo.
Contestualmente, lo stesso Prodi rilancia l'idea di un nucleo forte ulivista all'interno della coalizione. Richiamandosi all'esperimento di Uniti nell'Ulivo delle ultime europee propone la Federazione dell'Ulivo (che per brevità indicherò con FED), costituita inizialmente dai 4 di Uniti nell'Ulivo, ma aperta ad altri partiti e con un impianto federativo, come chiaramente indicato nel nome. Prodi ha descritto ed elencato i vantaggi di una componente forte all'interno del GAD (v. lettera a La Repubblica del 24/9 u.s.).
Le due cose sono in contrasto? No! Anzi, sono complementari. Qual è la più importante per noi? Tutte e due. Dipende dalla scala temporale. Nessuno lo ha esplicitamente detto, ma è nelle cose. Sono due processi che procedono ciascuno con i suoi tempi.
La GAD è importante, che dico?! vitale, per avere la possibilità di battere Berlusconi, e i suoi tempi sono dettati dal calendario elettorale. Ė un processo che deve consolidarsi nel brevissimo periodo, ma non può esaurirsi con le politiche del 2006, perché poi dovrà diventare governo del Paese.
La FED? Qui il discorso diventa molto più articolato: Noi tendiamo, naturalmente, a identificarlo con quell'ULIVO di cui abbiamo sempre reclamato la costituente, ossia un soggetto politico federato il più largo possibile. Questi sono i nostri desideri, ma nel processo di realizzazione della FED non siamo i soli attori e nemmeno quelli più determinanti. Che ci piaccia o no, lo sono i partiti e quando ci sono di mezzo loro, come ben sappiamo, tutto può succedere. Sono portato a dire che la FED è un processo che potrebbe avere anche tempi lunghi. Molto lunghi. Potrebbe anche non arrivare mai a destinazione. Potrebbe essere superato dagli eventi. Dobbiamo essere preparati anche a questo!
Noi dove ci collochiamo? Nella FED o nella GAD? Come dobbiamo operare?
Secondo la scaletta logica che mi sono costruito, per me la risposta è solo una: in entrambi. Non è per stare con il piede in due staffe. Ė per essere coerente con gli obiettivi che ci siamo dati a San Savino:
battere la destra
costituente de L'ULIVO
selezione democratica dei candidati
La GAD è l'unico strumento realisticamente concepibile nella realtà politica italiana per vincere le prossime elezioni.
La FED è l'unico oggetto che si richiama a L'ULIVO. Non ci piace come parte? Ci sembra limitato rispetto ai nostri sogni? Spetta a noi cercare di farlo evolvere, con passi possibili, verso qualcosa che ci può piacere di più. E possiamo farlo meglio dall'interno.
Sul fronte della selezione dei candidati, GAD batte FED 1 a 0 (e non poteva essere diversamente). Sono state programmate primarie a febbraio 2005 tra gli elettori della coalizione tutta per scegliere (speriamo senza sorprese) il candidato leader della GAD alle politiche del 2006. Ė poco? Forse, ma da qualche parte bisogna pur cominciare. Tempi stretti? Secondo me, sì. Ci dobbiamo attivare? Certo. Forse proprio con l'albo degli elettori. Ma sarà l'albo degli elettori del GAD, non de L'ULIVO.
La nostra agenda dovrà adeguarsi a questa nuova realtà e ci deve vedere impegnati da subito sia nelle prossime iniziative (Manifestazione del 6 novembre) e nel consolidamento della GAD, con la preparazione delle primarie, che nella partecipazione, assieme ai movimenti, nella costruzione della FED. Questa sarà la parte più difficile. In un certo senso, grazie proprio alla GAD, diventa meno urgente. Più importante fare un buon lavoro che un lavoro affrettato.
Ferdinando Longoni
ottobre 22 2004
IL FANTASMA DEL CONDONO
di FRANCESCO GIAVAZZI
dal Corriere - 22 ottobre 2004
Per coloro che non hanno ancora finito di pagare le imposte sui redditi del 2003 alcuni deputati di Forza Italia hanno in serbo una sorpresa: un emendamento alla Legge finanziaria che prevede un condono se non pagheranno il dovuto. Non si tratta di pochi casi isolati perché, utilizzando la tecnica del «ravvedimento», si può ritardare il pagamento sia dell'Ire (l’ex Irpef) che dell'Iva fino a dicembre. Tutti i condoni sono una beffa per i contribuenti onesti, ma a tanta perversità non si era ancora arrivati. I condoni di Tremonti consentivano di porre rimedio ad evasioni e irregolarità commesse nel passato: erano un invito ad evadere in futuro perché i contribuenti si aspettano che dopo un condono ne arrivi un altro, come è puntualmente accaduto con la scorsa Legge finanziaria che ha esteso la sanatoria fiscale ai redditi del 2002. Ma almeno quei condoni recuperavano un gettito che era stato perduto: non si era mai arrivati all'assurdo di condonare imposte i cui termini di pagamento sono ancora aperti.
Il furbo riuscirà a combinare ravvedimento e condono, dichiarerà un reddito inferiore al vero per il 2003 e avrà tre benefici: pagherà meno imposte per il 2003; ridurrà l'acconto sui redditi del 2004; e, se è un lavoratore autonomo o una ditta individuale, determinerà in modo a lui favorevole i termini del concordato preventivo triennale. Con buona pace di tutti i cittadini le cui imposte vengono dedotte dallo stipendio mese per mese.
Ma l'assurdo non finisce qui. Il condono si pagherà nel 2005, quindi aumenterà il gettito fiscale del prossimo anno: et voilà , ecco trovata la copertura per la riforma fiscale promessa da Berlusconi. Evadi oggi per poter pagare meno tasse domani. È difficile spiegare ad un bambino che (-3) » (-3) = »6 ma questo è proprio quanto prevede questo emendamento perverso.
Oltre a proporre un nuovo condono, gli emendamenti di Forza Italia cancellano le norme della Finanziaria che riformano gli «studi di settore»; un beneficio che andrà a favore delle stesse categorie che più di altre beneficerebbero del condono. Questo quindi non finanzierà neppure la riforma fiscale: si limiterà a sostituire il gettito che la Finanziaria attribuiva alla riforma degli studi di settore. In altre parole, un condono al posto di un metodo di accertamento più rigoroso.
A neppure una settimana di distanza dal condono edilizio, subito è pronta un’altra vergogna nazionale. Ciò che sta diventando chiaro ai cittadini è che lo stesso Stato di diritto mette a disposizione di coloro che compiono un reato gli strumenti per aggirare l’ostacolo e rimanere impuniti.
Il ministro Siniscalco ha detto più volte che non proporrà nuovi condoni fiscali. Non basta. Che cosa farebbe se essi venissero proposti dal Parlamento, magari da deputati della sua stessa maggioranza? Direbbe che il Parlamento è sovrano e nemmeno un ministro ne può violare la sovranità? La tentazione è forte. Siniscalco non può limitarsi a promettere che non proporrà nuovi condoni: deve dire chiaramente che il governo si opporrà ad ogni emendamento che li preveda, e che se un tale emendamento venisse approvato egli rassegnerebbe immediatamente le dimissioni. Così avrebbero fatto molti di coloro che lo hanno preceduto alla scrivania che fu di Quintino Sella: da Guido Carli a Carlo Azeglio Ciampi.
--------------------------------------------------------------------------------
Ds Milano - Rassegna stampa
Iran, il bavaglio all'informazione su Internet
di Paola Zanca
L'operazione “Shaare” è cominciata. La sfida lanciata dall'Iran alla libertà d'informazione sul web ha già fatto i primi passi. Cinque “cyber”giornalisti sono rinchiusi nelle carceri iraniane, senza che di loro si abbia alcuna notizia. Reporter sans frontières lancia un appello ai media internazionali affinchè si mobilitino per la liberazione dei cinque bloggers.
Aria di censura si era già fiutata nei mesi scorsi, quando alcuni siti riformisti erano stati bloccati dalle autorità giudiziarie. Il progetto “Shaare” vorrebbe infatti arrivare alla creazione di un Intra-Net iraniano, una rete cioè di soli siti iraniani controllati dagli ayatollah. Un'ipotesi inaudita - dicono a Reporter sans frontières - e che comunque è assolutamente contraria al principio di libera circolazione delle idee su cui Internet è nato. Dopo i giornali, la radio e la tv, un bavaglio anche alla Rete, l'unica fonte di informazione rimasta indipendente.
Prima i filtri e i monitoraggi del web, poi l'Iran è passato alle maniere dure, bloccando definitivamente alcuni siti progressisti come Emrooz, Rooydad e Baamdad. La colpa dei cinque giornalisti arrestati, secondo la magistratura iraniana, è quella di aver scritto su pagine web accusate di osteggiare la Repubblica Islamica. La censura ha avuto un'escalation preoccupante tanto che, tra il 7 settembre scorso e il 18 ottobre, Javad Gholam Tamayomi, Omid Memarian, Shahram Rafihzadeh, Hanif Mazroi e Rozbeh Mir Ebrahimi sono stati portati via in manette. In carcere.
Il tutto, nella totale mancanza di rispetto dei diritti umani: le famiglie non possono avere nessun contatto con i detenuti, non sanno nemmeno dove si trovino, si presume soltanto che siano reclusi nella sezione speciale del carcere di Evine.
Un dato certamente non confortante. La prigione iraniana è tristemente nota, non solo per i molti prigionieri politici che vi sono stati rinchiusi e uccisi prima ai tempi dello Scià e poi sotto il regime islamico, ma anche perchè non più tardi di un anno fa fu teatro dell'uccisione della fotoreporter iraniano-canadese Zahra Kazemi. Il 10 luglio 2003, quarto anniversario dalla strage degli studenti-manifestanti del 1999, cortei e sit-in avevano svegliato Teheran. La risposta della polizia iraniana non fu molto diversa da quella di quattro anni prima. Moltissimi studenti furono arrestati e sottoposti a violenze, molti persero la vita. La giornalista fu braccata dalla polizia mentre fotografava le famiglie dei ragazzi fuori dal carcere di Evine. Il suo destino fu tragicamente segnato, il padre la ritrovò in coma in un ospedale di Teheran dopo giorni e giorni di ricerche. Picchiata a morte.
Cosa ne sia stato dei cinque giornalisti on line non si sa. Ai reporter prigionieri è stato negato anche il diritto ad un avvocato. Le parole del fratello di Shahram Rafihzadeh rilasciate a Reporter sans Frontières, non lasciano dubbi: «Dopo l'arresto, non abbiamo avuto più nessuna informazione né su lui né sulle indagini». Il padre di Hanif Mazroi racconta di aver inviato numerose lettere al capo del sistema giudiziario, l'ayatollah Shahroudi. Ma nessuna risposta è mai arrivata. La moglie di Rozbeh Mir Ebrahimi ha rilasciato una testimonianza in cui afferma che le persone che hanno prelevato il marito da casa non avevano nessun mandato d'arresto. Violazioni delle garanzie minime, che più parti hanno denunciato, compreso l'Osservatorio per i diritti umani (Human Rights Watch, in sigla Hrw).
La particolare predilezione dell'Iran per l'arresto di giornalisti (tra i paesi mediorientali è quello con le carceri più affollate di reporter) viene spiegata dagli analisti come l'esatta conseguenza dello spostamento a destra del parlamento iraniano. I sette anni di apertura alle libertà e alla democrazia del presidente Khatami, sembrano deludere le aspettative dell'inizio e avviarsi verso un'amara conclusione. L'ala conservatrice sta preparando il terreno per riprendersi il potere nelle prossime elezioni del 2005. La coabitazione tra i riformisti del presidente Khatami e il clero ultraconservatore guidato dall'ayatollah Khamenei negli ultimi tempi si è parecchio inasprita: Khamenei e i suoi non hanno visto di buon occhio le aperture libertarie di Khatami, la cui presidenza (fu eletto nel '97) ha visto il fiorire di decine di giornali, ha modernizzato i costumi e ha imposto all'Iran una svolta pluralista. L'ala ultraconservatrice del parlamento già nel 1999 riuscì a far passare una legge di limitazione della libertà di stampa. Le manifestazioni di protesta degli studenti a Teheran furono il più grande fenomeno di contestazione al regime ma vennero represse con feroce violenza, centinaia di studenti furono uccisi.
Allora fu comunque un'élite a ribellarsi. Oggi è la maggioranza dei giovani iraniani a sopportare a fatica le regole di vita imposte dalla Rivoluzione islamica del 1979. Il 70% della popolazione ha meno di 30 anni e il 60% meno di 25. Non tutti hanno la forza, il coraggio, di contestare apertamente il regime e i suoi divieti. Ma proprio Internet aveva offerto a tutti - ai ragazzi e anche e di più alle ragazze - una scappatoia, un rifugio, una possibilità di incontro e di scambio di opinioni, impressioni, racconti. Si stimano tra i 10 mila e i 15 mila gli scrittori “on line”, per lo più bloggers che si scambiano opinoni e commenti su siti d'informazione indipendenti. Ma il cappio della polizia iraniana non lascia ora molto spazio a chi vuole comunicare liberamente. Le storie di questi cinque giornalisti insegnano parecchio.
Omid Memarian viene arrestato il 10 ottobre 2004 per aver pubblicato articoli su diversi siti favorevoli a una riforma del regime degli ayatollah. Il giornalista è una figura molto nota in Iran per la sua collaborazione attiva in molte organizzazioni non governative. La sua casa di Teheran viene perquisita, la polizia sequestra molti documenti, oltre al computer personale di Memarian. Segnali di inquietudine erano già arrivati a Omid nei giorni precedenti all'arresto: il tentativo di raggiungere New York per partecipare ad un convegno sulla società civile iraniana, era stato bloccato all'aeroporto di Francoforte perchè il suo nome compariva in una lista nera di persone con divieto di imbarco. Nessuna altra spiegazione sui motivi del blocco era stata fornita dalle autorità.
Shahram Rafihzadeh, capo della sezione culturale del quotidiano riformista Etemad viene prelevato dalla redazione del giornale il 7 settembre, apparentemente da uomini di un ramo della polizia iraniana vicino ai servizi segreti, i non meglio identificati agenti dei “costumi morali”.
Hanif Mazroi, anziano giornalista collaboratore di diverse testate riformiste, si presenta davanti ai giudici dopo aver ricevuto una richiesta di comparizione. Viene arrestato il giorno stesso, l'8 settembre.
Stessa sorte per Javad Gholam Tamayomi, ultimo incarcerato in ordine di tempo, il 18 ottobre scorso. Lavorava per il quotidiano Mardomsalari, “Democrazia” in italiano. Gli arriva un mandato di comparizione, va in Tribunale e viene arrestato.
Rozbeh Mir Ebrahimi, editore di Etemad, lo stesso giornale per cui lavorava Shahram Rafihzadeh, riceve una visita a casa. Sono gli agenti della "buoncostume" del regime che bussano alla porta e lo portano in carcere. È il 27 settembre 2004.
Reporter sans frontières ha ricostruito almeno in parte quello che è avvenuto prima degli arresti. I nomi di alcuni dei giornalisti detenuti erano già comparsi in una lista pubblicata sul quotidiano nazionale - filo Kamenei - Kayhan, in cui si parlava di una presunta “rete nemica”, ordita dagli esuli iraniani accusati di collaborare con i servizi segreti americani. Il direttore della testata, Hossin Shariatmadry, in precedenza lavorava per il carcere iraniano di Evine, con le precise mansioni: interrogare e torturare i prigionieri politici. L'incarico di direttore del giornale degli ayatollah più oltranzisti gli è stato poi affidato dallo stesso Khamenei in persona. Alle delazioni pubblicate dal quotidiano, è prontamente seguita l'offensiva giudiziaria.
Per tutti e cinque, l'accusa è di propaganda contro il regime, minaccia alla sicurezza nazionale, incitamento alla ribellione e oltraggio alle autorità del Paese. Il portavoce del ministro della Giustizia, Jamal Karamirad, ha dichiarato che presto i cinque detenuti saranno sottoposti a processo, senza però specificarne i tempi. Un deputato riformista, ha fatto sapere che sono circa 20 le persone, non solo giornalisti, che sono state arrestate nel corso della “battaglia contro l'uso di Internet per soverchiare il regime”. A pochi mesi dalle elezioni presidenziali a Teheran - previste per la primavera del 2005 -, insomma, i poteri forti dell'Iran stanno facendo il possibile per diffondere il terrore tra le voci libere. E soprattutto sulla Rete
unita.it
Il re è nudo
di Norman Solomon da AlterNet
Bush, esaltato personaggio mediatico, va avanti grazie a spezzoni montati con discorsi preparati e concitate freddure pronunciate davanti a folle in adorazione. Ma il format del dibattito l'ha costretto a scendere dal piedistallo. Al presidente piace far finta di essere rivestito di credibilità, anche se almeno metà degli elettori è riuscita a vedere che, sotto i suoi eleganti vestiti trasparenti, il re è nudo. Sotto la retorica a stelle e strisce, c'è la paura dei suoi peggior nemici: la memoria e le registrazioni video.
Quest'anno nella campagna elettorale i dibattiti, più di ogni altro evento, hanno riscosso un forte successo di pubblico. Gli spettatori aspirano a qualcosa di più della paccottiglia, accuratamente preconfezionata, che generalmente viene spacciata per cronaca politica: l'infinito miscuglio mediatico di foto in posa, discorsi preparati, interviste evasive, frasi incisive ben studiate, convention nazionali programmate e pubblicità televisive ingannevoli.
Anche se nei dibattiti ci sono molte cose che non vanno, ad esempio la ristretta pluralità di opinioni, d’altra parte, i contendenti sono soli per 90 minuti, senza montaggio delle immagini o gobbo da cui leggere. In un dibattito televisivo, si riesce a vedere il cuore del congegno di una campagna presidenziale: il candidato in persona.
George W. Bush, da esaltato personaggio mediatico qual è, va avanti grazie a spezzoni montati con discorsi preparati, e concitate freddure pronunciate davanti a folle in adorazione; e Dick Cheney, chiuso a riccio nella sua drammaticità atavica, non è abituato alle sfide dirette. Ma il format del dibattito ha costretto tutti e due a scendere dal piedistallo.
Bush e Cheney hanno tentennato quando sono stati messi a confronto con le loro menzogne sull'Iraq. I loro peggiori nemici sono la memoria e le registrazioni video. Molti elettori ricordano infatti le affermazioni incessanti dell'amministrazione Bush sulle armi irachene di distruzione di massa; e quando alcune reti televisive ritrasmettono le loro affermazioni fatte prima della guerra sulle armi di distruzione di massa, o sui presunti legami tra Saddam Hussein e al Qaeda, l'impatto può essere devastante.
L’adesivo più laconico che si vede ora sulle automobili americane dice semplicemente: "Bush ha mentito". Ma al presidente piace far finta di essere rivestito di credibilità. Finora però, almeno metà degli aventi diritto al voto è riuscita a vedere che sotto i suoi eleganti vestiti trasparenti, il re è nudo.
La realtà irachena in questo momento è drammatica, e il futuro si preannuncia molto scoraggiante. Tuttavia quasi nessuno tra chi detiene il potere, o tra i media, sembra volere accettare pienamente il fatto che gli Stati Uniti non possono vincere questa guerra. Tutte le avvisaglie fanno pensare che le sofferenze siano soltanto all’inizio.
Sotto la retorica a stelle e strisce c'è la determinazione a non "perdere" un paese con 112 miliardi di barili di petrolio sottoterra. E c'è la stessa determinazione da parte del Pentagono a costruire decine di basi militari americane in Iraq. La vera democrazia in Iraq impedirebbe entrambi gli obiettivi, dal momento che la maggior parte degli iracheni non vuole truppe americane nei propri territori. Da un punto di vista utilitaristico, per l'amministrazione Bush soltanto una falsa democrazia è possibile.
John Kerry e John Edwards fingono di ignorare la situazione quando parlano di arrivare alla "vittoria" in Iraq: questa vittoria non ci sarà. La resistenza irachena è già troppo diffusa e troppo profonda; i risentimenti e la rabbia troppo radicati.
In patria, i repubblicani sono decisi a giustificare a tutti i costi l'invasione dell'Iraq. Questa è "la guerra di Bush" e, vista la mentalità dimostrata dal regime Bush-Cheney, è difficile immaginare che il movimento pacifista possa riuscire a ottenere una reazione razionale dalla Casa Bianca durante un secondo mandato di George W. Bush. Per il movimento pacifista dovrebbe essere potenzialmente più facile con un’amministrazione Kerry riuscire a creare le condizioni politiche che possano indurre il presidente a ritirarsi dall’Iraq.
Ironicamente, uno dei racconti più convincenti sulla situazione attuale dell'Iraq proveniente da un giornalista di un medium tradizionale, non era stato scritto per essere pubblicato. A fine settembre, un reporter del Wall Street Journal ha scritto un e-mail da Baghdad ad alcuni amici, che è finita su parecchi siti web. "Malgrado le valutazioni ottimistiche del presidente Bush, l'Iraq continua ad essere un disastro", ha scritto Farnaz Fassihi. “Se sotto Saddam era una "potenziale" minaccia, sotto gli americani si è trasformato in una minaccia "attiva e imminente", un fallimento della politica estera americana che perseguiterà gli Stati Uniti per decenni.”
Persino le più brutali descrizioni nei maggiori media statunitensi sembrano evasivi se paragonati alle sincere descrizioni di Frassihi: "Si potrebbe sostenere che l'Iraq è già perso e senza speranze di salvezza. Per quelli tra noi a contatto con la realtà irachena è difficile immaginare qualcosa che possa salvare il paese da questa spirale di violenza. Il genio del terrorismo, del caos e della distruzione è stato liberato a causa degli errori americani e non può essere rimesso dentro la lampada".
Finora, il fallimento degli sforzi americani in Iraq dovrebbe apparire evidente, sia se ci si trovi d’accordo sulla nobiltà ovvero sull’atrocità dell'invasione. Chi sostiene il contrario, politico o esperto che sia, non può cambiare il corso degli eventi o il futuro che si profila all'orizzonte. Prima verrà riconosciuto con onestà tutto questo, e più vite potranno essere salvate.
George W. Bush ha ampiamente dimostrato di essere disposto, anche con molta impazienza, a rendere conto soltanto ai suoi uomini di destra. Naturalmente, se il 2 novembre vincerà, avremo l'enorme responsabilità della costruzione di un forte movimento pacifista.
Ma il giorno delle elezioni, gli elettori saranno in grado di decidere se far restare alla Casa Bianca questa banda di guerrafondai.
Norman Solomon è coautore di Bersaglio Iraq. Le verità che i media nascondono, Milano, Rizzoli, 2003
Fonte: http://www.alternet.org/columnists/story/20123/
Traduzione di Simona Schimmenti per Nuovi Mondi Media
For Fair Use Only
Rocco Buttiglione e la Giustizia , da indagato
a cura di Giulia Alliani
"Il Signor Buttiglione non ha mai avuto notizia di un'inchiesta giudiziaria a suo carico, ne' e' mai stato contattato a proposito di alcuna inchiesta da parte di un giudice o di altro rappresentante di un sistema giudiziario". Questo - secondo il Telegraph di oggi - il testo di un comunicato rilasciato dalla Commissione Europea per conto di Rocco Buttiglione.
Ieri il quotidiano britannico Daily Telegraph aveva riportato la notizia secondo cui "il Ministro italiano delle Politiche Comunitarie e' stato indagato per un anno dalle autorita' del Principato di Monaco per presunto riciclaggio di denaro." "Separatamente" proseguiva il Telegraph "il suo piu' importante collaboratore e' oggetto in Italia di una serie di inchieste penali che comprendono un caso che riguarda la presunta sparizione dell'equivalente di 4 milioni di sterline tra lire ed euro.
Il giudice delle indagini di Monaco, Jean-Christophe Hullin, ha detto ieri che la magistratura di Montecarlo ha indagato sul Signor Buttiglione due anni fa in relazione ad un presunto finanziamento illegale del partito democristiano italiano. Il caso non ebbe seguito perche' il giudice non aveva ritenuto sufficienti gli indizi per decidere che nel Principato fosse stato effettivamente commesso un reato.
Dopo aver delineato la personalita' del Professor Buttiglione e le recenti difficolta' sorte nel corso delle sue audizioni al Parlamento Europeo, il Telegraph si sofferma ancora sulle dichiarazioni fatte al quotidiano dal giudice Hullin secondo il quale "si presumeva che una cifra in vecchie lire, corrispondente a 150.000 sterline, sarebbe stata riciclata attraverso una rete di 40 conti gestiti da Giampiero Catone, il braccio destro del Signor Buttiglione in Italia.
Secondo Hullin l'inchiesta appuro' che il denaro era giunto in contanti e fu poi trasmesso in Italia a conti riferibili al partito durante un arco di tempo tra il 1998 e il 1999. Le accuse contro il Signor Catone sono gia' state pubblicate dalla stampa italiana. Ma non e' molto noto il fatto che anche il Signor Buttiglione e' stato oggetto di indagini.
Il Giudice ha dichiarato ieri: " Il Signor Buttiglione e' stato certamente indagato per circa un anno per presunti finanziamenti illegali. La sua presenza e' stata notata a Monaco ai tempi in cui avvenivano le transazioni. Non ho potuto procedere con il caso perche' i documenti ricevuti dall'Italia erano talmente lacunosi. Non sono stato in grado di determinare che un reato era stato commesso a Monaco."
A seguito di tali dichiarazioni gia' ieri il Telegraph scriveva: "Il portavoce del Signor Buttiglione ha detto che egli era ignaro di qualsiasi precedente indagine e ha aggiunto che l'accusa appariva 'improbabile'. Il Signor Catone che, in Italia, e' stato accusato di bancarotta fraudolenta, respinge ogni addebito. Egli e' stato nominato dal Signor Buttiglione in una serie di posti chiave. Tra questi e' compreso l'incarico come responsabile del 'Progetto Ponatas', che sovrintende all'esborso di centinaia di milioni di Euro in aiuti comunitari per le regioni italiane povere."
"Il Signor Buttiglione - prosegue il quotidiano britannico - sostiene che le accuse rivolte al Signor Catone hanno motivazioni politiche. La stampa italiana riporta la notizia che il Signor Buttiglione intende 'esportare' il Signor Catone a Bruxelles perche' lavori al suo fianco nel suo gabinetto ristretto".
Ma Buttiglione, tramite il suo portavoce, ha fatto sapere d'aver dato incarico ai suoi legali di trascinare in giudizio il Daily Telegraph ed ha precisato di non essere "mai stato informato di una qualsivoglia inchiesta nei suoi confronti nel Principato o altrove" e di non essere mai stato "contattato dall'autorità giudiziaria".
www.osservatoriosullalegalita.org
Dalla conquista dell’audience alla conquista della realtà
Through the looking glass
Con la gentile concessione di Stefano Minguzzi di NewBrainframes.org
L’invasione della mente continua. Le prossime elezioni americane ci danno un saggio di come ormai il campo di battaglia politico-economico si sia spostato dalla conquista dell’audience alla conquista della realta’.
Si avvicinano le elezioni americane ed il mediascape USA subisce la forza dell’impatto della propaganda politica dei due competitors. Al di la’ dei prevedibili schieramente all’interno del quarto potere proBush o proKerry i linguaggi sottostanti la comunicazione mediatica si stanno increspando.
Il primo segnale che avvisiamo e’ il cambiamento dei palinsesti. Nel momento in cui e’ in atto una riconfigurazione del mediascape i primi effetti sono infatti visibili nei mutamenti di share dei programmi generalisti. Il NewYorkPost, tra un insulto e l’altro a Kerry, ci informa che la sorta dei RealityTV e’ nelle mani del pubblico. Molte di queste serie sono in crisi, perche’ dopo il boom degli anni passati in TV c’e’ un eccesso di realta’ e siccome la realta’ non e’ mai particolarmente bella (soprattutto in questo inizio secolo) la disaffezione ha iniziato ad intaccare questi format (TV AUDIENCES DECIDE REALITY BITES).
Altro segnale da controllare sono le strategie della pubblicita’. Il marketing management ha la funzione dei topi nelle miniere: i primi a fiutare il pericolo ed a scappare. In una fase di crisi di realta’ del mediascape i pubblicitari non vogliono piu’ essere intermezzo o sfondo alla comunicazione, ma hanno ora bisogno di essere Lo spettacolo. Se lo spettacolo mediatico e’ la realta’, chi nella realta’ ci sta sul serio sotto forma di prodotti ha bisogno di riaffermare una sorta di iperrealta’ rispetto ai reality. Pertanto bisogna uscire dallo sfondo ed integrare i prodotti nello spettacolo (TV product placement moves out of background).
Allo stesso modo si muove la comunicazione politica sui media. A fronte di una realta’ depressiva la politica si sforza da un lato di costruire sogni e promesse di un futuro migliore, come nella piu’ classica delle tradizioni, ma dall’altro rivendica la realta’ come un risultato dell’avversario. La depressione l’ha creata l’Altro.
Cosi’ come Michael Moore ha costruito i suoi documentari (non film, si badi bene) come una ricostruzione fedele di cio’ che e’ stato (non di cio’ che il regista ha vissuto o interpretato) lo spregiudicato Sinclair Broadcasting Group ha deciso di raccontare un’altra realta’ in modo da dare “la possibilita’ di rispondere a Bush". (Creeping Fascism at Sinclair).
In questa iperrealta’ mediatica pare quasi ridicolo il tentativo della FCC di ricondurre la questione alle normali regole di pari accesso ai media. Secondo Powell figlio, la FCC non puo’ bloccare la messa in onda del documentario di Sinclair in quanto non ha i poteri per farlo. (FCC Can’t Block Broadcast Of Anti-Kerry Film: Powell).
Ma in una realta’ completamente nelle mani dei media ha senso ancora parlare di organi di controllo dei media? Oramai il livello di scontro e’ uscito fuori dalla scatola televisiva (o radiofonica o quant’altro) per entrare nelle nostre menti. Il campo di battaglia sono le nostre emozioni, sentimenti e convinzioni. Come nel film di Cronenberg eXistenz siamo di fronte ad una realta’ piu’ vera del reale che esiste solo nelle nostre menti grazie ad un pesante stimolo mediatico. A quando il fronte dei Realisti?
www.politicaonline.it/politicsmatters
Voto-truffa è tra noi
Un'ora dopo l'apertura dei seggi sono cominciati i problemi. Nella Florida degli scandali ma anche in Michigan, Ohio, Colorado, Nevada e altri stati in bilico
JOHN ANDREW MANISCO
Secondo i primi a presentarsi ai seggi, i brogli elettorali del 2000 in Florida saranno considerate cosa da ragazzi a confronto di quello che è già avvenuto e che avverrà da qui al 2 novembre. Proprio per evitare la debacle del 2000 circa trenta stati hanno cambiato le regole elettorali permettendo ai propri cittadini di votare di persona prima della data fatidica. La Florida governata da Jeb Bush (il fratello) è uno di questi stati. Ha aperto i seggi lunedì, e un'ora dopo l'apertura sono sorti i primi problemi. Nella contea di Duvall, controllata dai repubblicani ma con una numerosa popolazione afro-americana, lo stato ha predisposto un solo seggio, lontano dalle aree più popolate. Minacciata di cause legali, il governatore e la sua segretaria di stato Glenda Hood hanno promesso di aprirne altre due la prossima settimana. La Hood ha dichiarato che non aveva il potere giurisdizionale per ordinare altri seggi nella contea. Quando i reporter le hanno chiesto su quali basi legali aveva fatto, quindi, la promessa di aprirne altri, ha risposto: «Sono stati cambiati dei cervelli». A Miami, a Tampa e altri centri urbani ci sono lunghissime file dove gli aspiranti aspettano pazientemente in fila fino a tre ore per cercare di scegliere il prossimo presidente. In tre contee tra le più numerose per abitanti, Orange, Broward e Hillsborough, i computer sono saltati impedendo ai funzionari elettorali di verificare i dati degli elettori. Per affrontare la situazione hanno chiamato al telefono il centro dati e hanno verificato uno ad uno le identità degli elettori, e la coda s'ingrossava. Molti elettori hanno gettato la spugna e sono tornati a casa. «Mi chiedo perché non sapevano che sarebbe successo» ha dichiarato all'Ap la signora Anne Niblet, che aveva provato a votare nella contea di Broward. «Io sapevo che sarebbe successo, e ho 77 anni».
A complicare la situazione è la mancanza di fiducia di molti elettori nelle nuove macchine elettorali computerizzate che non lasciano traccia cartacea del voto (fino ad un terzo degli elettori statunitensi voteranno su queste macchine). Questa sfiducia ha aumentato notevolmente la richiesta di schede di carta che poi devono essere contate a mano. Shelley Vana, deputata democratica alla provincia, una volta entrata nel seggio di Palm Beach ha richiesto una scheda di voto cartacea: ne mancavano delle pagine. «E i supervisori elettorali non ne erano minimamente preoccupati», ha dichiarato la Vana. Per scansare le macchinette elettroniche, molti altri preferiscono votare per posta. Un'ulteriore aggravante è che più di 200,000 nuovi elettori si sono registrati per votare. Gran parte di questi sono afro-americani spinti dallo sdegno di essere stati discriminati nelle elezioni del 2000. Fallito il tentativo di convincerli a votare repubblicano, il governatore Jeb e la segretaria di stato hanno fatto di tutto per bloccarli attraverso la burocrazia. Uno dei tentativi, falliti, è stato quello di eliminare dai registri elettorali i nomi di ex criminali che avevano scontato la pena. Il compito era stato affidato alla società Accenture, che ha forti legami con il partito repubblicano. Nel disastroso 2000, la stessa tattica aveva illegalmente spazzato via dai registri oltre ventimila elettori della Florida. Una causa vinta e la sentenza di un giudice di stato hanno costretto la Hood a rivelare i nomi della «lista di proscrizione»: c'erano 22,000 afro-americani e 61 ispanici, i quali tendono a votare repubblicano. La lista non verrà rifatta, assicura la Hood, ma non si sa se sia ancora in uso quella del 2000. La Hood ha poi ordinato ai suoi dipendenti di rifiutare le schede di registrazione di elettori che non hanno riempito il riquadro che conferma la loro cittadinanza americana. Un'altra regola imposta dalla Hood è di costringere i funzionari dello stato di rifiutare il voto a persone che si presentano al seggio sbagliato nella stessa contea.
Questi ed altri sono i tentativi dei repubblicani nella Florida e negli altri stati in bilico come il Colorado, il Michigan, il Nevada e l'Ohio per limitare i voti democratici. Kerry ha promesso battaglie legali, nella sola Florida più di duemila avvocati sono già al lavoro.
www.ilmanifesto.it
9/11, Bush insabbia rapporto Cia
Un documento scottante della Cia sul fallimento dell'intelligence l'11 settembre 2001 tenuto in stand by fino alle elezioni per ordine della Casa bianca. Lo rivela il Los Angeles Times
S. D. W.
WASHINGTON
Gli ordini erano chiari: non diffonderlo prima del 2 novembre. Imbarazzante per la Casa bianca, l'ultimo rapporto di inchiesta su quanto accaduto l'11 settembre 2001, doveva rimanere segreto fino alla fatidica data delle elezioni. Commissionato alla Cia quasi due anni fa e portato a compimento nel giugno scorso dopo 17 mesi di ricerche e indagini, lo scottante documento giace da allora in un cassetto. Il comitato di intelligence del Congresso, che pure ne aveva ordinato la stesura, non ha avuto modo né occasione di visionarlo.
La ragione è semplice: secondo il Los Angeles Times, che ha rivelato la notizia basandosi su fonti interne alla Cia e sulle dichiarazioni di singoli congressmen che hanno visto il testo, il documento è «scioccante». E fa quello che i precedenti rapporti non facevano: ossia indicare nomi e responsabilità («che coinvolgono funzionari di alto livello»).
L'ultimo siluro sulla campagna elettorale di Bush arriva a sole due settimane dal voto e, ancora una volta, chiama in causa gli eventi del 9/11, quel giorno in cui l'America si scoprì vulnerabile e si strinse attorno al suo presidente. I tre anni passati da allora sembrano oggi un'eternità: lo stesso presidente ha scatenato una guerra globale contro il terrorismo, ha invaso due paesi e, soprattutto, ha visto incrinarsi quel fronte del consenso che aveva visto crearsi come per incanto sulle macerie del World Trade Center.
Ragione principale della disaffezione proprio l'atteggiamento ambiguo che l'amministrazione tutta ha tenuto nei confronti dell'intelligence, strumentalizzata per i propri fini politici (come testimonia in modo eclatante la vicenda delle presunte armi di sterminio irachene, sbandierata per rovesciare Saddam Hussein).
Il Los Angeles Times lo ricorda bene: «La notizia dell'occultamento del rapporto non sorprende, vista l'ostinazione dell'amministrazione, fin dall'11 settembre del 2001, di opporsi a ogni seria indagine». Il presidente ha cercato in tutti i modi di evitare la creazione della Commissione sull'11 settembre. Una volta fatta, l'ha ridicolizzata rifiutandosi di testimoniare sotto giuramento e accettando solo un incontro informale alla Casa bianca con i suoi membri, a cui era stato preventivamente impedito di prendere appunti. Riassumendo la storia, il quotidiano di Los Angeles non può che abbandonarsi a una semplice considerazione: «Tutto sommato si tratta di uno strano comportamento da parte di un uomo che vorrebbe essere rieletto al posto più alto rivendicando proprio la sua gestione della cosiddetta guerra al terrorismo».
La vicenda del rapporto insabbiato è emersa dopo che due deputati, il repubblicano Peter Hoekstra, chairman del comitato sull'intelligence, e il democratico Jane Harman, hanno mandato una lettera alla Cia chiedendo di renderlo pubblico. Non avendo ottenuto risposta, hanno fatto filtrare la notizia.
Muta nei confronti dei deputati, l'agenzia di intelligence non ha potuto non rispondere alle accuse pubblicate dal Los Angeles Times. Un funzionario della Cia ha detto ieri in serata che il documento non è stato consegnato al Congresso perché era incompleto. «Non è ancora finito, e stiamo ancora rivedendolo». Ma la spiegazione non ha convinto i deputati, né il quotidiano di Los Angeles. Che molto significativamente, sul suo sito web, ieri scriveva: «L'agenzia dice che il documento non è finito, ma sono in molti a credere che la Cia stia tergiversando per favorire Bush». www.ilmanifesto.it
Il gioco delle elezioni Usa
Accelerato dopo le vicende della Florida nel 2000, l'ammodernamento dei sistemi elettorali negli Stati Uniti continua a incontrare difficolta': dopo che le forze armate hanno rinunciato a introdurre, per i militari in missione all'estero, il voto via internet, perche' mancavano garanzie di segretezza e contro le manipolazioni, un comitato di esperti della California suggerisce di non utilizzare nelle elezioni presidenziali del 2 novembre prossimo 15 mila apparati per il voto elettronico che avrebbero mal funzionato durante le primarie del 2 marzo scorso. Le conclusioni del comitato riguardano apparati della Diebold Election Systems.
La Diebold da tempo viene indicata, soprattutto nei forum e nel mondo dei 'blog' su Internet, come una sorta di organizzazione segreta in mano a Bush e ai repubblicani, che vorrebbero utilizzarla a novembre per determinare l'esito del voto. Non ha aiutato, in questo senso, la scelta dell' amministratore delegato della societa', Walden O'Dell, di mettersi a fare pubblicamente campagna elettorale per Bush, inviando lettere per la raccolta di fondi per la rielezione del presidente.
I portavoce della Diebold sostengono che i problemi che sono effettivamente emersi nelle elezioni del novembre 2002 sul funzionamento delle macchine sono stati risolti e garantiscono che il voto e' al sicuro. Ma ci sono esperti che continuano a mettere in guardia sui rischi del voto elettronico, citando i casi di due gigantesche truffe sulle slot-machine di Las Vegas e sulle scommesse sui cavalli della Breeders' Cup, che a loro avviso hanno dimostrato con quale facilita' si possono manomettere anche i software piu' protetti e sofisticati.
megachip.info
Lavaggio del cervello all’americana
Si è detto che nonostante la disastrosa campagna irachena il diverso atteggiamento che Bush e Kerry hanno di fronte alla guerra sarà un elemento di scelta decisivo per l'elettorato americano. Tuttavia gli americani sanno poco o niente di quello che accade in Iraq, tranne che le veline del Pentagono e i reportage dei giornalisti "embedded". Per comprendere la presa che il ''Bush comandante di guerra'' esercita ancora sull'opinione pubblica americana, è utile riflettere su come viene costruito il consenso interno negli Stati Uniti attraverso un tipo di comunicazione orientata a modellare un immaginario competitivo e una logica spesso refrattaria alla critica proprio per il suo carattere emotivo, semplice e assiomatico, non solo relativamente al tema della guerra. IL risultato è un fortissimo culturicentrismo.
La pubblicità onnipresente; il martellamento ideologico orchestrato da molteplici istituzioni che, finanziate dalle imprese, respingono l'idea stessa di politiche sociali o di bene comune; l'ignoranza del resto del mondo; un protezionismo culturale senza pari: questo è il pesante tributo che gli americani devono pagare all'egemonia del business della comunicazione che apertamente sostiene l'inquilino della Casa Bianca.
Il Manhattan Institute di New York è uno di questi fabbricanti di informazione su misura. Il suo obiettivo, come spiega il suo presidente, consiste nello "sviluppare delle idee e farle circolare presso il grande pubblico" con l'aiuto come tiene a precisare "della catena di distribuzione dei media". Non lesinando inviti di massa a giornalisti, funzionari e dirigenti politici, ai suoi pranzi-dibattito con un conferenziere che tratta un tema scelto per la circostanza, questo istituto ha contribuito, secondo quanto riferisce il New York Times, "a spostare a destra il baricentro politico newyorkese". Diverse altre organizzazioni dello stesso tipo tra le più citate, la Brookings Institution, l'Heritage Foundation, l'American Enterprise Institute e il Cato Institute fungono da altoparlanti discreti per la "voce del business", che pure non avrebbe grande difficoltà ad accedere ai media per via tradizionale. E' in questo modo che si inquina alla fonte l'informazione fornita al pubblico.
Meno visibile delle strutture di produzione e diffusione di ideologia, la dinamica del mercato contribuisce in modo ancora più efficace ad assicurare la polizia delle idee, soprattutto nelle industrie di produzione culturale, che rappresentano uno dei più potenti agenti di propagazione dell'influenza delle grandi ditte negli Stati uniti e della loro espansione all'estero.
Più che analizzare il peso che hanno all'estero, si esamini la loro micidiale forza di attrazione sulla popolazione americana: la nazione che i suoi dirigenti definiscono "indispensabile" è anche quella condannata dalle "forze del mercato" ad ignorare tutto ciò che proviene dal resto del mondo.
Mentre il 96% dei film che vedono i canadesi sono stranieri (nella stragrande maggioranza di produzione hollywoodiana), così come i quattro quinti delle riviste che leggono il che non manca di provocare dure reazioni a Ottawa, gli americani "consumano" soltanto tra l'1 e il 2% di film e videocassette di provenienza estera. La ragione principale, ma non esclusiva, è che, grazie al suo gigantesco mercato interno, Hollywood schiaccia tutti gli eventuali avversari. I quali, non disponendo degli immensi mezzi finanziari necessari sia per la produzione che per la promozione, non riescono a conquistare un pubblico i cui gusti sono già plasmati dalle major americane. In tutta questa storia, il pubblico si rivela alla fine il grande perdente.
Lo stesso discorso vale per la televisione e per l'editoria. Negli Stati uniti vengono tradotti ogni anno non più di 200-250 libri stranieri, il che isola drammaticamente il pubblico americano dalle grandi correnti del pensiero mondiale (a titolo di paragone, in Francia, nel 1998, sono stati acquistati 1.636 diritti di traduzione). Per non parlare dell'informazione televisiva, che si interessa al resto del pianeta solo quando vi si verificano situazioni di crisi. L'accentramento dei media, ad eccezione (per il momento) di Internet, può spiegare la bassissima conoscenza del mondo e dei suoi problemi da parte degli americani.
Larry Gelbart, cineasta che aveva già denunciato, nel suo Barbarians at the Gate ("I barbari alle porte"), i danni provocati dall'industria del tabacco, ha così giustificato il titolo del suo film sui media, Weapons of Mass Destruction ("Armi di distruzione di massa"): "I responsabili delle industrie del tabacco sono pericolosi solo per i fumatori. I responsabili dei media sono ben più pericolosi, perché tutti noi fumiamo informazione. Noi inghiottiamo il fumo della televisione. E ingoiamo tutto quello che ci mettono davanti agli occhi ". E quello che ci mettono davanti agli occhi è un'informazione ridotta a merce, selezionata in funzione del suo potenziale di intrattenimento, cioè della sua capacità di "fare audience" per gli spot pubblicitari. Anche se questa situazione è ben lungi dall'essere una peculiarità americana, gli Stati uniti sono probabilmente il paese sviluppato in cui si presenta in maniera più drammatica. A tal punto che il politologo norvegese Johann Galtung ha parlato di "lavaggio del cervello" degli americani attraverso la televisione (television idiotization).
[Carla Ronga]www.aprileonline.info/
Diciamolo: Gasparri è un fascista
Con l’approssimarsi degli appuntamenti elettorali, nazionali, europei o locali che siano, puntualmente si verifica la recrudescenza Gasparri.
L’attuale titolare delle comunicazioni dismette gli abiti civili che faticosamente tenta di indossare da quando è ministro per tornare a infilarsi i vestiti che più gli si attagliano: quelli del fascista. Nel tono, nelle espressioni, nella cultura che il suo modo di rivolgersi agli avversari o di parlarne sottende. E lo fa affrontando argomenti, come il terrorismo, in cui il nostro paese ha una tradizione impeccabile di impegno delle forze politiche e sociali e di lotta condivisa. Ma, si sa, erano altri tempi e altre tempre.
Ieri il ministro Gasparri, in questi giorni molto occupato con le suppletive di Napoli e di altre città, ha dichiarato in un’intervista a Libero che «se andassimo a vedere, anche tra i seguaci di Romano Prodi troveremmo molte persone che meriterebbero di stare in carcere e che l’Ulivo si tiene, nella logica di imbarcare tutti». Ha aggiunto poi di augurarsi che «tra gli elettori della signora D’Antona non ci siano persone che alla morte del marito non si sono troppo dispiaciute».
Torna il concetto espresso da Berlusconi subito dopo l’omicidio: «Una faida interna alla sinistra».
Il resto delle risposte raccoglie un po’ tutto l’armamentario d’occasione dell’esponente di An. Di queste occasioni.
C’è il discorso sulla «contiguità mai risolta nella sinistra e nel sindacato tra riformisti, democratici e fiancheggiatori della violenza e del terrorismo »; c’è la provocazione ad Antonio Bassolino perché faccia la lista «degli amici delle Br interni al ministero del lavoro»; c’è il ritornello contro i centri sociali, «vivai di violenza».
Queste cose, il ministro, le aveva dette anche altre volte e non soltanto sotto elezioni, pur se restano quelle le occasioni privilegiate delle sue esternazioni. In occasione dei disordini avvenuti a Roma durante la visita di Heider, a dicembre 2000, affermò che «Rutelli, Veltroni, Amato e tutti gli altri capi della sinistra» erano «i diretti responsabili e i mandanti morali della guerriglia scoppiata a Roma». Un’altra volta, prima delle ultime elezioni politiche, disse che la sinistra doveva spiegare «perché candida persone che sono amiche, fiancheggiatrici e compagne di chi spacca la teste a poliziotti e carabinieri e vetrine».
Nell’intervista Gasparri ribadisce di essere anche lui nell’elenco estratto dal computer di Cinzia Banelli, contrariato per la scarsa eco della notizia su giornali e Tv. Forse questa intervista sarà notata di più.
Per quanto ci riguarda, continuiamo a provare sgomento e incredulità al pensiero che ad esprimersi nei modi appena riportati sia un ministro della repubblica. La costituzione che questo governo sta tentando di stravolgere aveva vietato la riorganizzazione del partito fascista. Ma dai fascisti mascherati da ministri potrà salvarci soltanto il voto.
www.europaquotidiano.it
Clinton torna in campo per far vincere Kerry
di Roberto Rezzo
Arrivano i rinforzi per il candidato democratico John Kerry. Dopo sei settimane di convalescenza, l'ex presidente Bill Clinton, reduce da un quadruplo bypass, si sente abbastanza in forma per partecipare alla campagna elettorale. Clinton apparirà lunedì prossimo al fianco di Kerry per un comizio a Filadelfia in Pennsylvania, uno degli stati considerati chiave per vincere la sfida alla Casa Bianca. Quindi continuerà a fare campagna separatamente a sostegno del candidato democratico, con iniziative rivolte soprattutto ai gruppi tra cui è più popolare, come la comunità afro-americana.
La notizia arriva mentre infuria quella che i media americani hanno subito definito la battaglia delle First Lady. «Laura Bush? La conosco poco, ma mi sembra che sia una che non ha mai lavorato un giorno in vita sua», ha dichiarato Teresa Heinz Kerry in un'intervista al quotidiano Usa Today, spiegando i motivi per cui sarebbe una migliore First Lady. Ieri s'è scusata: «Non mi ricordavo che in passato ha fatto la maestra e la bibliotecaria. E non c'è lavoro più importante di quello dell'educazione dei ragazzi».
Le scuse non sono bastate a placare la roboante indignazione dei repubblicani. Paradossalmente chi non se l'è presa a male è stata la diretta interessata. «Le cose non sono sempre facili quando tuo marito è in corsa per un secondo mandato», ha replicato conciliante Laura Bush.
L'attenzione degli osservatori è comunque tutta sulle mosse dell'ex presidente, in attesa di capire se sarà in grado di sbloccare una situazione di stallo in cui George W. Bush e John Kerry continuano ad essere dati sostanzialmente alla pari in tutti i sondaggi. Tra gli impegni assunti da Clinton, anche la registrazione di uno spot radiofonico che dovrebbe essere mandato in onda pochi giorni prima delle elezioni del 2 novembre. Jim Kennedy, il suo portavoce, ha fatto sapere che Clinton «è lieto di poter aiutare John Kerry in questa campagna elettorale, importantissima per il futuro degli Stati Uniti».
L'atteso ingresso in scena dell'ex presidente è cominciato con un messaggio di posta elettronica spedito a qualche milione di simpatizzanti per sollecitare contributi: «Con queste elezioni è in gioco nientemeno che il destino dell'America. Questo è il momento per ogni democratico di guardarsi allo specchio e domandarsi: cos'altro posso fare per essere d'aiuto. Con così poco tempo a disposizione, non posso fare a meno di fare subito qualcosa, prima che sia troppo tardi. I repubblicani stanno spendendo milioni di dollari per infangare il nome di John Kerry e di tutti i democratici. Sanno che questo è l'unico modo in cui possono sperare di vincere. Dobbiamo assolutamente impedirlo. La vittoria per noi è davvero a portata di mano, occorre solo un ultimo sforzo. Conto su di voi».
Il Partito democratico sperava di poter contare su una ben più massiccia presenza di Clinton durante la campagna elettorale, ma il diavolo ci s'è messo di mezzo. All'inizio di settembre, dopo un malore, i medici hanno ricoverato d'urgenza Clinton per rimediare ai danni provocati da una dieta essenzialmente a base di hamburger. Il recupero poi è stato più lento del previsto, sia da un punto di vista fisico che psicologico. L'ex presidente sinora è rimasto pressoché confinato nella sua casa di Chappaqua nello stato di New York, limitando le sue uscite a qualche passeggiata. Durante la convalescenza tuttavia non ha mai smesso di interessarsi alle sorti della campagna elettorale, affiancando a Kerry alcuni dei collaboratori più brillanti che lo avevano accompagnato durante la sua presidenza, come l'ex portavoce della Casa Bianca Joe Lockhart.
Kerry ha spiegato di aver parlato al telefono con Clinton subito prima del comizio di ieri in Ohio e di aver ricevuto ancora una volta parole di incoraggiamento e preziosi consigli: «Abbiamo parlato di come i nostri avversari stiano tentando di appiccicarci addosso etichette e farci sembrare quello che non siamo. Non ha dubbi che i repubblicani stanno cercando di spaventare gli americani, vogliono costringerli a non pensare. Noi invece dobbiamo fare in modo che pensino al loro futuro, in questo modo non avranno dubbi su chi votare».
unita.it
Il valore della sinistra…. Se vi par poco!
Manuela, 21/10/2004
Il tema è intrigante: “Il valore della sinistra. Dibattito su tradizione e prospettiva dell’etica progressista”.
I relatori, importanti: Alfredo Reichlin, Andrea Manzella, Gian Mario Anselmi.
Siccome credo di avere qualcosa da dire sull’etica progressista, ci vado.
Il dibattito si tiene nella sala Rinascita (un nome una garanzia); sala polivalente dell’unità di base ds del S.Biagio, di volta in volta utilizzata per il gioco della tombola, per vedere alla pay-tv le partite di calcio, come cineforum, sala da ballo, salone per le feste dei bambini o del tesseramento, e, infine, sala conferenze. Di bello ci sono le poltroncine di paglia di Vienna, molto comode, e l’angolo bar, dove ci si può dissetare a prezzi non esosi.
Il pubblico è quello tipico delle sezioni ds; facce da Festa dell’Unità, per intenderci, età media decisamente sopra i cinquanta. In più ci sono quattro o cinque trentenni o giù di lì, con l’aria di studenti fuori corso, forse insegnanti, probabilmente attratti dai nomi di richiamo. Spiccano fra il pubblico quattro ragazzi, molto giovani, coi capelli lunghissimi. Seguono tutto il dibattito attentissimi. Scopro alla fine che sono allievi di Anselmi: molto somari o molto secchioni, non si sa.
I relatori parlano dei temi che dovrebbero costituire io “valore della sinistra”: difesa della democrazia, dello stato sociale, della libertà e delle libertà. Tutto un po’ troppo in difesa, secondo me, ma passi. Manzella parla del valore dell’Europa, Reichlin dei cambiamenti epocali dopo l’89.
Poi tocca al pubblico. E quando tocca a me pongo tre problemi: l’etica della responsabilità, secondo la quale, e secondo i costumi politici di gran parte degli stati di antica democrazia, chi sbaglia dovrebbe tirarsi da parte e lasciare il posto a nuove classi dirigenti meno compromesse col passato; la democrazia e la partecipazione, intese come responsabilità diretta degli elettori nella scelta delle rappresentanze: le primarie, quindi; la difficoltà dei partiti attuali di rappresentare la società, e la necessità, a mio vedere, di un superamento delle identità ottocentesche, in un soggetto politico in grado di fondere le culture politiche del passato e di proiettarsi nel futuro (scommetto che sono cose di cui avete già sentito parlare!).
Anselmi, nella replica, sfiora l’argomento dicendo che sì, le classi dirigenti degli attuali partiti non sono granchè, ma che la priorità, oggi, è di battere Berlusconi. Manzella e Reichlin, replicando a loro volta ai soli tre – compreso il mio – interventi del pubblico…. non sfiorano nemmeno questi temi. Parlano, dandosi la voce a vicenda, della crisi del capitalismo, delle difficoltà dell’America in Iraq, del divorzio fra capitalismo e democrazia… parlano dell’Europa e del federalismo… parlano, parlano…. della democrazia, della partecipazione, delle sfide del futuro… Ma, in realtà, quando si tratta di andare a parlare di cosa possiamo fare oggi, noi, per incominciare anche solo ad abbozzare nuovi ambiti democratici, nuove modalità di partecipazione, nuovi progetti per il futuro, si ritraggono, come infastiditi.
Mai, come questa volta, ho avuto la netta percezione della difficoltà di una politica che, a differenza di quella del Polo, non è né becera né volgare, al contrario, è molto colta e raffinata, ma del tutto incapace di confrontarsi con i problemi posti dalla società. Preferisce parlare a se stessa, chiosare se stessa, beandosi delle proprie raffinate analisi elaborate a tavolino, e senza mai aprire la finestra e guardar giù. Il pubblico, che ha applaudito diligentemente a tutti – proprio tutti – gli interventi, dei relatori e del pubblico, incomincia educatamente a sbadigliare. Come dire che il proprio dovere l’ha fatto, e sarebbe ora di chiudere.
Finalmente, nonostante la facondia degli oratori, la serata ha termine, e mi rituffo nella città, che in quelle tre ore ha vissuto e prosperato, del tutto ignara di ciò che veniva pontificato alla sala Rinascita; e che da tale inconsapevolezza non appare affatto sminuita.
ulivoselvatico.org
ottobre 21 2004
Barroso sfida l'Europarlamento. Buttiglione sotto tutela, ma si va alla conta
di red.
Non ci sarà nessuno rimpasto, in seno alla Commissione europea. Il presidente designato della Commissione, José Manuel Barroso, conferma pienamente la fiducia a Rocco Buttiglione. Il suo portafoglio non verrà ritoccato, al filosofo rimangono le deleghe di Giustizia e Affari Interni.
L'unica concessione di Barroso per salvare la sua Commissione è stata la proposta di un gruppo di quattro commissari, da lui presieduto, incaricato di convalidare le iniziative sulla discriminazione, diritti e libertà. Del gruppo non farebbe parte Rocco Buttiglione. La soluzione, però, non soddisfa verdi, socialisti e liberali. I primi annunciano il loro voto contrario, gli altri lo ipotizzano. Le conseguenze di una bocciatura sarebbero traumatiche: Barroso, essendo stato legittimato come presidente della Commissione dal voto di Strasburgo (a luglio), rimarrebbe al suo posto. Ma dovrebbe nominare nuovi commissari. E un'eventualità del genere rappresenterebbe una crisi politica mai verificatasi prima in Europa.
Quanto a Buttiglione, la tutela non lo preoccupa: «Non mi sento commissariato - dice - Credo che la proposta Barroso mi richiami a una responsabilità ancora più forte in un quadro di maggiore collegialità». In una lettera inviata a Barroso, il presidente dell'Udc precisa: «Non mi aspetto che un conflitto possa emergere fra la mia coscienza e il mio dovere quale commissario, ma se questo dovesse essere il caso durante il mio mandato sono pronto a chiedere formalmente di essere esonerato dallo svolgimento di determinati atti e di essere sostituito nello stesso». Oltre a questo, Buttiglione, nella missiva – cinque paragrafi in tutto – recita il “mea culpa”, cercando di redimersi per le dichiarazioni su donne e omosessuali. «Parole emotivamente cariche come peccato forse non dovrebbero essere forse introdotte nel dibattito politico», ha scritto il filosofo. Barroso ha anche annunciato che per gli altri cinque commissari sui quali sono state espresse delle riserve sarà lui a subentrare ogni volta che ci saranno problemi.
Per il presidente della delegazione italiana del gruppo del Partito socialista europeo Nicola Zingaretti, «l'esito dell'incontro di oggi tra i capigruppo e il presidente designato Josè Barroso dimostra che non esiste più, e soltanto, un caso Buttiglione, ma che esiste adesso, e in maniera eclatante, un caso Barroso». Aggiunge Massimo D'Alema: «La proposta di Barroso
è abbastanza umiliante, non solo per l'onorevole Buttiglione per il quale mi dispiace». La soluzione prospettata, e il mancato accordo, creano «una situazione di grande tensione tra Parlamento e Commissione e non è una questione che tocca solo la sinistra visto che c'è una posizione molto negativa dei Verdi, dei liberali e perfino di una parte dei popolari che sono orientati al voto negativo. C'è il rischio di una frattura politica».
Daniel Cohn-Bendit, copresidente dei Verdi a Strasburgo, afferma: «La proposta di Barroso è aberrante. La sinistra voterà contro la Commissione, i liberali sono divisi. Questa Commissione o passa con un piccolo scarto o non passa del tutto». Barroso, a quanto sembra (i Socialisti confermano: «Se non cambia la delega di Buttiglione e della danese Kroes, la Commissione salta») ha fallito la sua mediazione.
unita.it
Caso Buttiglione: la vera scelta di Barroso
La bocciatura all’Europarlamento del commissario designato deve far riflettere il Presidente della Commissione. In gioco c’è la natura politica dei rapporti tra Parlamento e esecutivo.
Quando i candidati commissari Rocco Buttiglione e Laszlo Covacs sono stati bocciati e le loro tre colleghe Neelie Koes, Mariann Fischer-Boel ed Ingrida Udre aspramente criticate, il Parlamento europeo – con un ritardo di ben 25 anni dalla sua prima elezione a suffragio universale diretto – si è finalmente assunto la propria responsabilità. Quella di influenzare, in modo decisivo, la scelta di chi governerà l’Unione Europea per i prossimi cinque anni.
“Inquisizione anti-cattolica”
Alcuni hanno pensato che fosse giunto, inaspettato, il momento della democrazia. Altri, come il cardinale Renato Raffaele Martino hanno gridato all’Inquisizione laicista contro una cultura cattolica messa alla sbarra. In realtà, in questa partita, in gioco non c’è solo la testa ed il portafoglio di commissario alla Giustizia e Affari Interni promesso a Buttiglione, un politico italiano designato che sparla di omosessualità e ragazze madri. La vera posta riguarda la natura politica dei rapporti tra Parlamento europeo e Commissione: l’ultimo capitolo della lotta cinquantennale tra chi crede nella confederazione di stati-nazione come antidoto alla centralizzazione burocratizzante di Bruxelles e chi sa che in Europa esistono le condizioni per realizzare un governo democratico, federale e transnazionale.
Un paio di telefonate e si aggiusta tutto?
Questo episodio potrebbe trasformare la fonte stessa della legittimità della Commissione europea, segnando la fine della dipendenza dalle capitali nazionali ed inaugurando una reale interdipendenza con l’unica istituzione democraticamente eletta: il Parlamento. E’ l’ipotesi ed il progetto di una Europa in cui le decisioni più importanti siano prese nel luogo istituzionale più trasparente e (anche mediaticamente) controllabile. E’ l’ipotesi di una Unione Europea in cui un voto del Parlamento europeo non può essere diametralmente ribaltato da un paio di telefonate tra due o tre capitali nazionali o da una colazione tra ministri. E’ la possibilità di invertire la tendenza in atto verso una nazionalizzazione crescente delle istituzioni comunitarie.
Strasburgo, rischio inciucio
Ma in questa Unione Europea l’attacco corsaro della commissione parlamentare Libertà Pubbliche a Buttiglione potrebbe trasformarsi in semplice aneddoto per piccoli specialisti di diritto comunitario. Come nel caso della elezione-spartizione del seggio di presidente del Parlamento europeo (vedi BBC), i due gruppi principali del Parlamento hanno sancito una tregua che puzza di consociativo: i socialisti non gireranno il coltello nelle piaghe e nelle stimmate del “popolarissimo” Buttiglione, i popolari non si accaniranno contro il socialista ungherese Covacs. E quando Barroso incontrerà il 21 ottobre i capigruppo per discutere del voto di fiducia alla Commissione nel suo complesso, la nottata sarà già passata. E Buttiglione & co. resteranno al loro posto (con i loro portafogli) in barba al voto del Parlamento democraticamente eletto ed ai presunti tentativi di “inquisizione laicista”.
Spetta a Barroso nei prossimi giorni decidere su cosa fondare la legittimità ed il potere della propria Commissione: ci si può accontentare di un paio di telefonate a Roma e Parigi e tirare a campare. Oppure si può dare nuovo peso al Parlamento e pubblicamente pronunciarsi contro le “inquisizioni”, con un Buttiglione in meno e qualche briciolo in più di democrazia.
www.cafebabel.com/it
Bush e Putin uniti nella lotta! - di Giulietto Chiesa
Mercoledì, 20 ottobre 2004
Dunque riassumiamo: il presidente russo Vladimir Putin appoggia il presidente-candidato presidente George Bush. La circostanza sollecita due riflessioni. La prima è quasi banale e riguarda la globalizzazione, il villaggio planetario eccetera eccetera. Si vota negli Stati Uniti, per eleggere l'imperatore del pianeta Terra. Piccola contraddizione - alla quale non trovo, per il momento, alcuna soluzione (qualcuno può aiutarmi?)- noi non votiamo, noi europei, noi russi, noi cinesi.
Per la verità non votano nemmeno oltre la metà degli elettori americani. Per cui risulta che (tolti quelli che voteranno per Kerry, più o meno la metà della metà degli americani votanti) a eleggere il presidente-imperatore del pianeta sarà all'incirca un 25% degli elettori attivi degli Stati Uniti d'America.
Un pò pochino per assicurare il trionfo dell'imperatore, ma questo solleva un problema più vasto di questo, del tutto contingente, di un'elezione. Si tratta della crisi delle democrazie, di cui magari parleremo un'altra volta, consistente nel fatto che tutte le decisioni più importanti del mondo contemporaneo si prendono in consessi - come il Fondo Monetario Internazionale, la Banca Mondiale, l'Organizzazione Mondiale del Commercio, la Federal Reserve, il cui tasso democratico è all'incirca uguale a zero. Organismi - come ha scritto il premio Nobel per l'economia Joseph Stiglitz, uno che se ne intende avendoli frequentati dall'interno - per niente trasparenti, appena appena più "aperti" della Cia e del Pentagono.
La seconda riflessione concerne quella parte di cittadini del mondo che non voteranno comunque, né per Bush, né per Kerry, cioè, per l'appunto, tutti noi. Noi sudditi dell'imperatore senza diritto di voto. Che dobbiamo fare? Soprattutto: che possiamo fare? Qui subentrano i "grandi del mondo", tra i quali c' è il presidente russo. Neanche loro votano, ma possono influire fortemente sul risultato di quel voto, qualche volta.
Se Putin dice che appoggia Bush quanti punti in percentuale gli regala? Quanti ne toglie al suo avversario? Questo rimane un mistero. Ma probabilmente è sempre meglio avere un sostenitore che un avversario, per cui possiamo supporre che Putin abbia regalato qualche centinaia di migliaia di voti a George Bush (attenzione! Potrebbero risultare decisivi, perchè tutti gli esperti sono concordi nel ritenere che il risultato, anche questa volta, sarà deciso da poche manciate di elettori).
Devo aggiungere un'altra considerazione. Non mi pare fosse mai accaduto prima che un capo di stato straniero sia sceso in campo così apertamente nell'elezione di un altro capo di stato. Un primato che potrebbe essere iscritto nel famoso Guinness. Putin ha innovato in modo radicale i costumi e le norme internazionali. Per la verità anche Bush lo ha fatto, prima di lui, in forme perfino più energiche: decidendo chi doveva essere il capo dell'Irak. Lo ha fatto mandando laggiù un esercito in assetto di combattimento, che ha rovesciato un capo di governo, lo ha arrestato e imprigionato, senza alcun mandato internazionale. Ma, in generale, dopo questo precedente, non dovremmo stupirci se, per esempio, il Cancelliere tedesco Schroeder andasse a Madrid per presentare il candidato Zapatero. O se Putin andasse a Roma per sostenere in un comizio popolare la candidatura di Silvio Berlusconi.
Tutte cose che un tempo sarebbero state impensabili, mentre oggi stanno diventando sempre più probabili.
Resta infine una domanda di merito. Perchè mai Vladimir Putin dovrebbe desiderare che il nuovo presidente degli Stati Uniti sia proprio George Bush? Mi pare che la risposta sia semplice: Putin è d'accordo con Bush sulle priorità del mondo contemporaneo. Prima di ogni altra cosa la lotta contro il terrorismo internazionale. L'imperatore si è autonominato nostro comune condottiero in quella guerra. Vi ricordate lo striscione sulla portaerei: "mission accomplished", missione compiuta? E, a quanto pare, stando ai sondaggi, gli americani che andranno a votare ci credono fermamente. Cioè credono che lui la vincerà.
Ora, io avevo l'impressione che Putin avesse dei dubbi in proposito, tant'è che non ha mandato un solo soldato russo a combattere in Irak agli ordini del condottiero. Invece mi sono sbagliato. Resta comunque un solo problema da risolvere: il fatto che quella guerra l'imperatore la sta perdendo. E, se sarà rieletto, la perderà ugualmente.
Giulietto Chiesa
in uscita sul prossimo numero del settimanale russo Kompania
Quei quindici giudici custodi della Carta
GUSTAVO ZAGREBELSKY
da Repubblica - 21 ottobre 2004
Due sono le nozioni di politica e possono entrare in rapporto. La prima è la cooperazione tra alleati, per creare convivenza e inclusione sociale, cioè, secondo Aristotele, amicizia. La seconda è conflitto tra avversari per il sopravvento, dove conquista ed esercizio del potere pubblico sono la posta in gioco. Teniamo per ora sullo sfondo questa duplicità: convivenza e competizione. Sarà presto utile.
Tra le ragioni della giustizia costituzionale, cioè del controllo giudiziario su procedure e contenuti delle decisioni collettive ? le leggi, in primo luogo ? c´è quella che vado a esporre.
In un´ideale società rigorosamente omogenea, composta di esseri umani identici per capacità, ideali, interessi, gusti e aspirazioni, l´adozione delle decisioni collettive potrebbe essere affidata indifferentemente ? per passare da un estremo all´altro ? a un´assemblea che delibera all´unanimità o a un singolo che decide in generale, da solo e per tutti. Chi faccia parte dell´assemblea o chi sia questo solitario legislatore sarebbe, poi, del tutto indifferente; onde costoro potrebbero anche scegliersi a caso, tirarsi a sorte. Situazioni di questo genere si sono realizzate nel tempo della mitologia costituzionale classica (alludo alla Costituzione degli Ateniesi di Aristotele), in società che non conoscevano (o celavano piuttosto le) differenze ed erano perciò felicissime (o, più verosimilmente, infelicissime).
Non è evidentemente così nelle tormentate società democratiche del nostro tempo, segnate da differenze e divisioni d´ogni genere. Qui sono oggetto della cura più attenta le procedure di selezione dei governanti, poiché esse comportano selezione di interessi, ideali e prospettive di vita collettiva. La deliberazione all´unanimità, poi, è esclusa per l´evidente ragione che l´assenza di omogeneità la renderebbe impossibile.
SEGUE A PAGINA 52
--------------------------------------------------------------------------------
giustizia, politica e costituzione
Quindici giudici custodi della Carta che ci unisce
Questa è forse la funzione principale al di sopra delle contese di parte
Fissare i principi sostanziali della vita comune e le regole di esercizio del potere
Il massimo tradimento dei chierici che noi siamo sarebbe quello di trasformarci in una sorta di terza Camera
Un organismo costituzionale schierato meriterebbe di essere soppresso: non se ne capirebbe l´ utilità
È improprio parlare di maggioranza e minoranza tra di noi : l´obbiettivo è la soluzione più condivisa
(SEGUE DALLA PRIMA PAGINA)
GUSTAVO ZAGREBELSKY
La delega casuale a un unico soggetto, infine, è scartata per il carattere totalmente arbitrario che essa assumerebbe in una società divisa. Non resta che fare ricorso alla regola della maggioranza. Ma ciò comporta, come è stato detto, che i regimi democratici celino una proprietà della quale non si ama parlare volentieri: impongono alla minoranza di piegarsi e accettare le decisioni della maggioranza.
Può questa imposizione essere incondizionata? Possono ammettersi decisioni della maggioranza totalmente ripulsive per la minoranza? (?)
Il problema si pone con acutezza nelle odierne società democratiche, pluraliste e non omogenee. Perché possa accettarsi il governo della maggioranza occorre che in particolare la parte minoritaria sia rassicurata sulla circostanza che, quale che sia l´esito del voto popolare, non ne deriveranno conseguenze esiziali per il perdente. Senza questa rassicurazione, di fronte al rischio di soppressione o persecuzione da parte del "vincitore democratico", ogni elezione sarebbe una battaglia all´ultimo sangue: l´esatto contrario di quel che vuole essere la democrazia, cioè una via pacifica e consensuale per risolvere divergenze e conflitti.
Qui si mostra una, forse la principale, funzione della Costituzione: fissare i presupposti della convivenza fra tutti, cioè i principi sostanziali della vita comune e le regole di esercizio del potere pubblico accettati da tutti, posti perciò al di fuori, anzi, al di sopra della contesa politica; principi e regole sui quali ? in una parola ? non si vota. O meglio, non si vota più, una volta iscritti in una Carta costituzionale. Per riprendere antiche e venerabili concezioni, si può dire che la Costituzione fissa il pactum societatis, con il quale ci si accorda sulle condizioni dello stare insieme, nel reciproco rispetto che protegge dal conflitto all´ultimo sangue. Sulla base di questo primo accordo, può essere stipulato il pactum subiectionis, con il quale ci si promette reciprocamente di ubbidire ? di assoggettarsi ? alle decisioni del governo legittimo, cioè del potere della maggioranza che agisce secondo le regole e nel rispetto dei principi contenuti nel pactum societatis. È facile comprendere come le due nozioni di politica enunciate all´inizio ? la politica come cooperazione e la politica come conflitto ? hanno a che vedere, la prima, con il pactum societatis e, la seconda, con il pactum subiectionis: nozioni entrambe necessarie, perché l´unione senza soggezione è impotente e la soggezione senza unione è tirannica.
Sono distinzioni, schemi teorici, privi di aggancio con la vita politica concreta, dove tutto si mescola indistintamente? Per nulla. In democrazia, i governanti resi saggi dalla lezione dell´esperienza, fatta spesso a loro spese, sanno che il rispetto del pactum societatis, cioè della Costituzione, è garanzia di un minimo comune denominatore di omogeneità politica e che ciò è la condizione indispensabile per il governo. Il primo compito della Costituzione, l´integrazione in questo minimo di unità, viene prima di quello, altrettanto essenziale ma secondo, di organizzare le istituzioni e i procedimenti di governo. Ogni uomo politico democratico che si preoccupi della cosiddetta governabilità, cioè (contro l´uso corrente del termine) delle condizioni che rendono la società suscettibile di essere governata, è consapevole che il mantenimento delle condizioni di omogeneità costituzionale, cioè il rispetto della Costituzione e, ancor prima, la fiducia nell´altrui lealtà costituzionale sono la principale di queste condizioni. In mancanza, verrebbe meno la disponibilità della minoranza ad accettare come legittime le decisioni della maggioranza. Nel caso estremo, il conflitto si risolverebbe fuori della democrazia: o con il rovesciamento del governo o con il soffocamento della minoranza. Entro questi due casi-limite, sta comunque il logoramento del governo e la perdita di efficacia della sua azione. Perciò, contro l´apparenza ? o, meglio, guardando oltre l´illusione - si può dire che la Costituzione, con i suoi vincoli e i suoi limiti, anzi: proprio per i vincoli e i limiti, svolgendo un´imprescindibile funzione d´integrazione, è strumento di governabilità, non ostacolo o impaccio per il governo. Ove prevale l´opinione opposta, ivi c´è incoscienza o spirito d´avventura.
* * *
Passo ora, dall´empireo dei fondamenti dello Stato costituzionale, qualcuno potrebbe dire ? sbagliando ? dalle nuvole dei concetti, scendere ai problemi della giustizia costituzionale.
La discesa è ovvia: una Corte che non è e deve temere di essere o anche solo di apparire (la descrizione si intreccia con la prescrizione; l´essere con il dover essere; la constatazione con l´esigenza; la realtà con l´apparenza) organo della e nella politica come conflitto, cioè organo politico del secondo tipo. Siamo invece e dobbiamo essere organo politico del primo tipo, politico dunque non nel senso in cui lo sono il parlamento, il governo, i partiti politici, i comportamenti elettorali.
La giustizia costituzionale non è prosecuzione in altra forma della contesa che si svolge in questi luoghi. Il massimo tradimento di questi chierici che noi siamo (o siamo stati) sarebbe quello di trasformarci in una terza camera dove continua per interposte persone il confronto tra le parti del conflitto politico. Una Corte costituzionale politicamente (sempre nel secondo significato) schierata meriterebbe di essere soppressa, perché, se a favore della maggioranza, non se ne capirebbe l´utilità se non come copertura e inganno della pubblica opinione; se contro, se ne capirebbe l´utilità ma mancherebbe totalmente di legittimità. Il massimo danno che possiamo fare, da noi stessi, all´istituzione di cui facciamo parte è operare, e dare l´impressione di operare come quinta colonna.
La Corte costituzionale è custode del pactum societatis, garanzia delle condizioni d´insieme minime della vita collettiva. A essa spetta la difesa dei principi costituzionali sui quali "non si può votare". Il massimo affronto non è quello di sentirci dire: sbagliate!, ma di essere trattati come attori del conflitto politico. Il che è quanto talora, anzi frequentemente avviene a opera di un´informazione politico-giudiziaria incapace di cogliere le differenze, con la gratuita e pregiudiziale distribuzione tra i giudici di appartenenze politiche. Essa alimenta in modo acritico e rozzo l´idea che tutto e in tutte le sedi (anche nelle stanze dei loro giornali?) si riduca a lotta tra partiti.
Si comprende allora quel certo disagio che avvertiamo se la soluzione di un caso costituzionale coincide con quella auspicata, per i suoi fini, da una parte politica (di maggioranza o di opposizione, non cambia), anche se è sorretta dalle più incontrovertibili delle ragioni costituzionali: disagio che deriva dal rischio di confusione tra i due distinti ordini di ragioni. Consciamente o inconsciamente, e aggiungo: conformemente al ruolo della Corte, avvertiamo la preferibilità, ove possibile, di soluzioni che non siano quelle né di una né dell´altra parte. Non credo di ingannarmi se segnalo una certa tendenza psicologica alla "terza via", nei dispositivi e nelle motivazioni delle nostre decisioni, soprattutto sui temi più controversi politicamente. Penso a cause pendenti di grande rilievo politico e culturale, su temi che dividono le opinioni. La "terza via" che eventualmente venga escogitata dalla Corte l´espone normalmente all´accusa di ambiguità ?politica´ e consente spesso alle parti contrapposte di cantare, pro parte, vittoria; ma si tratta appunto della politica del secondo tipo, alla quale la Corte, giustificatamente, cerca di sfuggire.
Si dirà: eppure alla Corte ci si conta, si vota, e si vota proprio per decidere questioni, come quelle costituzionali, sulle quali "non si dovrebbe votare". Se non sono lecite maggioranze e minoranze tra gli elettori o tra i rappresentanti in Parlamento, come può accadere che votino i quindici giudici della Corte; che proprio tra di loro ci si divida? Dove vanno a finire i nostri buoni propositi, se col voto, una parte schiaccia l´altra?
Queste domande pongono una questione seria. In effetti, esiste tra noi una certa ritrosia a "passare ai voti". Non rivelo certo segreti dicendo che, sulle questioni più importanti, quelle di vero diritto costituzionale, si cerca di non votare o, meglio, di decidere senza che sia necessario ricorrere al voto o di renderlo una semplice formalità. È saggezza della Corte darsi tempo, non forzare i tempi. È un´elementare constatazione di psicologia che, in un collegio, la prima volta ci si schiera, e quindi ci si divide, anche profondamente; la seconda volta, prevale l´esigenza della composizione, e dunque ci si dispone a comprendere le ragioni altrui. Prima si milita, poi si coopera. È buona cosa che la Corte italiana, a differenza di organi suoi omologhi di altri ordinamenti, non sia costretta a vincoli temporali di decisione.
L´optimum sarebbe l´unanimità. L´obbiettivo realistico è la soluzione più condivisa. (?)
Ma, si dirà ancora, la Corte nelle sue decisioni esprime degli indirizzi. Sì, ma non certo nel senso dell´indirizzo politico di un governo o di una maggioranza parlamentare. Ogni causa è a sé. Non esiste maggioranza precostituita alle singole decisioni né elaborazione di indirizzi generali, che richiedano attuazione. Un programma che si frapponesse tra la singola decisione e la Costituzione sarebbe in contrasto con il dovere di fedeltà alla Costituzione in generale, dovere che esclude ogni vincolo particolare, come un programma di parte.
Se di indirizzo di politica giudiziaria si può parlare, è solo in senso retrospettivo, come bilancio a posteriori di un operato che non ubbidisce a disegni prefigurati. In Parlamento, invece, esiste una maggioranza che deve durare in funzione di un programma. Se si divide, venendo meno la continuità d´azione, non ha più ragione di esistere. Perciò, in un organo parlamentare è normale che le decisioni siano prese sempre dalla stessa maggioranza fino a quando una maggioranza diversa non sostituisca la precedente. Presso la Corte non è così. Le decisioni si prendono giorno per giorno e in relazione a ogni singola questione. Nella medesima giornata, le aggregazioni da cui scaturiscono le decisioni sono le più variabili. In Parlamento, la minoranza accetta di essere tale, in attesa di qualche ribaltamento elettorale, per diventare a sua volta maggioranza. Ma qui? Pensate che ci siano giudici che accetterebbero di restare a far parte di un organo alla formazione del cui indirizzo sono stabilmente, magari per l´intero mandato, esclusi? O che accetterebbero di non contare nulla fino a un´eventuale ma non certo prevedibile mutamento di equilibri interni? Del resto, se presso la Corte esistesse un indirizzo politico, non sarebbe naturale che il Presidente ne fosse l´espressione e il garante? Ma è notorio che il criterio primo che ne determina l´elezione è l´anzianità: non la politica, dunque, ma la natura. (?)
Ma, si dirà infine, alla Corte siedono pur sempre persone con un passato politico (nel secondo senso della parola). Così è infatti, conformemente al sistema della loro nomina e elezione (uno dei meno politici, comunque, tra quelli che il diritto comparato registra). Ma occorre valutare, oltre alla durata novennale del mandato (il più lungo tra tutti quelli previsti dalla Costituzione) e alle garanzie di totale indipendenza, la condizione psicologica dei giudici: il rispetto di sé e l´amor proprio.
I chiamati alla carica di giudice costituzionale sono di norma forti personalità con un degnissimo passato, anche politico, da difendere. È necessario che sia così, non solo per ragioni lapalissiane, ma anche e soprattutto perché è garanzia di indipendenza dalla politica contingente. Tutto è meglio dei tiepidi o dei Nicodemi che non hanno o nascondono le loro fedeltà. Essi, le mezze figure, non hanno motivo di rispetto di sé e possono essere più facilmente di altri indotti a cedere ad altri rispetti.
L´amor di sé, infine, spinge chiunque, e anche i giudici costituzionali a voler valere, fino magari alla presidenza della Corte stessa. Ma, per valere, occorre conquistarsi la fiducia dei colleghi. Ogni camera di consiglio, per nove anni, è perciò un esame. Qui, il passato conta per il solo nostro foro interno (il rispetto di sé), non per gli altri. Non siamo interessati da dove vengano i nostri colleghi. Questo riguarda chi li nomina o li elegge. Conta invece, e conta molto, quel che si è si fa nel collegio, nella diuturna opera del giudicare. Se un giudice si esponesse nel lavoro quotidiano alla critica, tra noi distruttiva, di essere longa manus politica sarebbe perduto. L´amor di sé sarebbe presto costretto a ricredersi.
* * *
Per queste ragioni è possibile definire in breve e in sintesi la Corte un´omeòstasi, un equilibrio che si forma quasi automaticamente tra forze autoregolative che la mantengono sulla rotta e la preservano dagli sbandamenti.
La Corte, come ho cercato di mostrare, è il frutto congiunto sia di ragioni giuridiche che di atteggiamenti spirituali e motivi psicologici. Le une hanno influito sugli altri e viceversa. L´equilibrio è fragilissimo e può essere facilmente spezzato e dobbiamo esserne consapevoli. Spirito e psicologia orientati al superiore interesse della protezione della Costituzione dalle turbolenze della contesa politica sono affare dei giudici. I presupposti giuridici sono affare del legislatore. Siamo certi, vogliamo essere certi che, al primo posto di tante sue cure riformatrici, c´è il mantenimento della Corte, salda nel luogo costituzionale che le compete.
L´ultima garanzia, tuttavia, non sta né nei giudici né nella maggioranza legislatrice. Sta oltre e riguarda tutti. Riprendo dall´inizio. Sta nel bisogno diffuso, in una generale volontà di Costituzione: intendo dire della costituzione come pactum societatis, presupposto per una convivenza civile, pacifica e costruttiva. Qualora quel bisogno e quella volontà andassero perduti, prevalendo nel nostro Paese l´idea diabolica (da repubblica dei diavoli) della costituzione come campo di battaglia e sopraffazione, la politica di parte spirerà incontrastata anche in queste stanze e la giustizia costituzionale si trasformerà in una farsa costituzionale.
--------------------------------------------------------------------------------
Ds Milano - Rassegna stampa
I TRAVESTIMENti DEL CAVALIERE
GIULIO ANSELMI
da Repubblica - 21 ottobre 2004
Si è sprecata molta retorica sull´ultimo Berlusconi, emerso, tirato a lucido, dalle vacanze nel mar di Sardegna. Lo stile meno nevrotico ed aggressivo, l´atteggiamento cauto e pacato hanno indotto a un´immediata equazione: toni nuovi, politica nuova. Come se dalla sconfitta elettorale di giugno e dalle successive baruffe nel centro-destra non fossero passate soltanto poche settimane, qualcuno ha voluto vedere nel cambiamento una vera rivoluzione, altri, più prudentemente, l´inizio di una stagione di mezzo, dopo la fase eroica del berlusconismo e in attesa di nuovi equilibri con sullo sfondo, chissà, il Quirinale.
I travestimenti del Cavaliere
Il Berlusconi autunnale, sobrio e serioso, è solo tattica: si maschera per raggiungere meglio il suo scopo
L´equazione, però, era indimostrata. Di incontrovertibile c´è soltanto il rovesciamento della strategia di comunicazione del Cavaliere, consapevole di dover recuperare competitività al mercato della politica, ritrovando la sintonia con l´opinione pubblica; di consueto c´è l´incapacità dei suoi avversari di sparigliare le carte. Era già successo la scorsa primavera, quando Berlusconi cercò di prendere d´assalto le urne a colpi di populismo mediatico e il centro-sinistra si adeguò ai suoi toni, impressionato dal cannoneggiamento di interviste tv, conferenze-stampa, interventi radiofonici, spaventato dal premier in modello "bossizzato", senza capire che era vittima di un incattivimento che gli faceva dimenticare i fondamentali dettami del marketing: includere, non escludere. Ed è puntualmente capitato di nuovo col leader in versione "centrista": l´opposizione ancora una volta è stata colta di sorpresa, incapace di non stare al gioco.
Vicende come il rapimento delle due Simone hanno favorito l´edificazione del Berlusconi autunnale, serio e sobrio, apparentemente generoso: capace di attenzioni umane, come quella di cedere il passo per il primo abbraccio ai genitori delle due ragazze; e perfino disposto a sorvolare con nonchalance sulle loro dichiarazioni maldestre. Venti giorni di "unità nazionale", tanti quant´è durata la prigionia, sono apparsi la riprova della disponibilità al dialogo di un capo del governo-pater familias, che mostrava pubblicamente di augurarsi la riedizione della stessa intesa con l´opposizione su altri terreni e in altre occasioni.
Di diverso c´era solo la tattica. Non ha senso interrogarsi su quale sia l´incarnazione più aderente al vero: il Cavaliere è sempre lo stesso, nei centomila travestimenti che possono servirgli a raggiungere i suoi scopi. Ha capito che "la gente vuole vederci compatti, altrimenti ci punisce" e si è adeguato. Ma gli obiettivi non sono cambiati. Nel volgere di pochi giorni il capo del centro-destra ha ottenuto i risultati per i quali si era sfiancato in due anni di logorante guerra di posizioni. Senza più maledire i comunisti, ha portato a casa le riforme istituzionali, trasformandosi in un premier assoluto e consolidando, complice la devolution, il patto di ferro con la Lega. Ai consueti anatemi contro le toghe rosse è stato messo il silenziatore, ma è scattata la resa dei conti con la magistratura: indebolimento del Consiglio superiore, separazione di fatto delle carriere, gerarchizzazione delle procure, nuovo sistema di sanzioni disciplinari, etc. Mazzate all´autonomia dei magistrati, ma inferte senza urlate condanne, senza prendersi neppure la soddisfazione di enfatizzare l´ultima assoluzione di Giulio Andreotti. Di passaggio, e con garbo, si annuncia la regolamentazione del risparmio, ferma da oltre un anno per il conflitto sui poteri del governatore della Banca d´Italia e per la resistenza del leader a rendere più severe le sanzioni sul falso in bilancio, che, nel suo interesse, aveva attenuato. Tra un condono e una sanatoria degli abusi compiuti nelle aree protette, il leader ha trovato il modo di sanare anche le irregolarità della sua prediletta villa sarda. Perfino la legge elettorale, «che penalizza la Casa delle libertà», e quindi dev´essere migliorata, lo sarà prontamente.
A questo medagliere sovietico Berlusconi vuole aggiungere al più presto la Finanziaria, per la quale ha dato prova della miglior dissociazione annunciando come capo del governo provvedimenti che, da leader del centro-destra, smentisce, proponendo alla rinfusa tagli, rigore, regali e sviluppo come fossero sinonimi, ma senza mai rinunciare al feticcio della riduzione fiscale. Sarà una battaglia difficile, anche se gli alleati sembrano aver perduto l´energia con cui rivendicavano un ruolo più autonomo e il centro-sinistra continua a fornire, con le sue divisioni, una efficace copertura alle manovre governative. Come sempre accade, soprattutto in tempi di congiuntura cattiva, gli italiani si sono inoltrati in una lunga stagione elettorale guardando al proprio portafoglio. E questa è una delle ragioni per cui il premier ha abbandonato le fanfaluche sulla crescita per parole più misurate. Ma qui i toni bassi non bastano: la propensione alla propaganda lo tradisce, facendogli dimenticare che i numeri sono l´unico linguaggio universale.
Per questo ha fatto bene Prodi, malgrado le resistenze di un malinteso riformismo, a scegliere la Finanziaria come primo terreno di scontro da capo dell´opposizione: la legge con tutto quel che contiene, compreso il boomerang fiscale, è oggi la sintesi e il simbolo di una politica da battere perché ha gravemente deteriorato le condizioni del paese. E, bandana o cilindro, sui numeri non si può mentire, a lungo, troppo spudoratamente.
--------------------------------------------------------------------------------
Ds Milano - Rassegna
Ulivo, Prodi detta le regole sulle primarie
da Repubblica
Pronta la bozza di regolamento: almeno due partiti o 15mila elettori dovranno sostenere l´eventuale concorrente
Prodi: così faremo le primarie
E-mail ai leader della Gad: "Bertinotti si può candidare"
GOFFREDO DE MARCHIS
ROMA - È pronta la bozza di regolamento per le primarie elaborata dall´esperto scelto da Romano Prodi. Il presidente della commissione europea l´ha inviata ieri pomeriggio per e mail ai segretari della Grande alleanza democratica dopo aver limato il testo scritto da Salvatore Vassallo, che insegna all´università di Forlì e lavora all´Istituto Cattaneo di Bologna. La prima notizia che emerge dal documento del professor Vassallo: non c´è una norma anti-Bertinotti. È previsto che siano almeno due i partiti chiamati a sottoscrivere una singola candidatura, secondo lo schema disegnato da Alfonso Pecoraro Scanio per fermare proprio la «corsa» del segretario di Rifondazione. Ma Prodi vuole primarie vere sulle quali le segreterie non abbiano potere assoluto. Così l´imprimatur per i candidati può arrivare anche attraverso altri canali. Per sfidare il Professore ci vorranno le firme di 50 parlamentari e consiglieri regionali oppure di 150 consiglieri comunali e provinciali o, ancora, di 15 mila cittadini di almeno 11 regioni diverse. È quest´ultimo meccanismo che consente, se davvero lo vorrà fino in fondo, al leader di Prc di fare la sua competizione contro Prodi con l´impegno di accettare l´esito (scontato) della sfida.
Ma se i partiti daranno il via libera a questo meccanismo, è praticamente certo che i concorrenti saranno più di due. Pecoraro Scanio annuncia fin d´ora che si presenterà: «E così mi faccio anche la campagna elettorale per le regionali», dice polemico. Del resto Prodi ha sempre inteso questa consultazione come il momento migliore per far emergere differenze e programmi diversi dal suo. Più la consultazione sarà democratica e più forte diventerà la scelta del candidato premier del 2006. Ecco perché non sarà un´assemblea di grandi elettori della coalizione a scegliere il leader, ma una platea vasta di elettori ulivisti, di «tutti gli elettori che si riconoscono nell´Ulivo».
Siamo ancora alla fase preliminare della proposta, di un testo di lavoro su cui dovrà esercitarsi adesso la commissione della Gad formata dai rappresentanti dei partiti. La Margherita ha già scelto il suo uomo: sarà il deputato siciliano Rino Piscitello. Mancano però le indicazioni delle altre forze politiche, a cominciare dai Ds. E la bozza di Prodi rischia di trovare ostacoli soprattutto sotto la Quercia. Piero Fassino infatti continua a ritenere un pericoloso controsenso la candidatura alternativa di Bertinotti. Anche ieri ha parlato di «un´investitura di massa per Prodi». «Le primarie - ha spiegato - non servono per contarsi, ma per dare un´investitura di massa al leader della coalizione». Per Fassino «non si tratta di celare le differenze, ma è sulla definizione del programma che deve avvenire il confronto. Non ci si divide sulla leadership». E le polemiche non verranno solo dai Ds. I Verdi, come si è visto, sono sul piede di guerra. E anche il Pdci è contrario alla scesa in campo di Bertinotti. Se ci sarà il segretario di Prc, anche Diliberto potrebbe partecipare alla competizione.
--------------------------------------------------------------------------------
Ds Milano - Rassegna stampa
|