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novembre 30 2004
L'Italia del lavoro dice «No»
di Oreste Pivetta
Oggi è di nuovo sciopero generale e ci si ritrova tanti in strada, nelle piazze, a camminare insieme e a protestare camminando. Protestare contro il governo Berlusconi, la sua politica, i suoi interessi, gli interessi della sua corte, in nome del lavoro, del diritto al lavoro e di una esistenza dignitosa, in nome di un bisogno naturale di sicurezza per sè, per i propri figli e magari per i propri vecchi, quelli che ancora, malgrado le promesse, sono costretti a campare con pensioni da fame (senza retorica della fame: fame autentica da cinquecento e poco più euro al mese), che si pagano i ticket e le medicine, in città poco ospitali e soprattutto poco sensibili alle difficoltà dei più deboli.
Ci si ritrova tanti e si potrebbe essere molti di più. Anzi, idealmente siamo molti di più: il diritto di sciopero è un diritto a metà, che riguarda (e ha sempre riguardato) le categorie più forti, più numerose, le fabbriche più grandi, dove l’esercizio sindacale lo si è conquistato e si lo si può ancora difendere, non riguarda l’altra metà del lavoro di infiniti uffici di un vecchio terziario, di piccoli negozi o di sparsi call-center dove si assume “a progetto”, secondo le invenzioni del ministro Maroni, quando va bene, o non si assume affatto, non riguarda il “nero”, il “sommerso” di muratori, sarte, camerieri, gente delle pulizie, operai, si dice al Sud soprattutto, ma al Nord e soprattutto nel Nordest non è poi tanto diverso. Non riguarda quelli che aspettano: giovani disoccupati in attesa, quarantenni che disoccupatilo sono appena diventati, cassaintegrati in attesa di disoccupazione, lavoratori a perdere travolti dalla crisi economica.
Sarebbe già questa condizione, di un diritto che si cerca di colpire o di un diritto che non esiste, una buona ragione per scendere in strada e protestare.
Lo sciopero generale è stato voluto dai sindacati uniti, per rivendicare una diversa politica economica e sociale. È uno sciopero, come ha spiegato bene Guglielmo Epifani sull’Unità, come hanno ripetuto Pezzotta e Angeletti, contro la finanziaria, contro una manovra fiscale che premia l’uno per cento degli italiani, i più ricchi, contro il tentativo di abrogare ogni interlocutore, i sindacati, ma anche la Confindustria o la Confcommercio, Montezemolo come Sergio Billè, i comuni e le regioni, quelli di centrodestra e quelli di centrosinistra, Galan, Formigoni, Illy, Pericu o Chiamparino. È uno sciopero contro una politica dei redditi al contrario: invece della redistribuzione verso il basso, le gratifiche a chi guadagna di più. Uno sciopero per il Sud: perchè oltre la chimera della grandi opere e del grande ponte (sullo stretto) non c’è altro. È uno sciopero per reclamare qualcosa di più per la sanità e per la scuola, per quei “servizi” insomma che aiutano una società a vivere in equilibrio e a produrre meglio e di più. Persino uno sciopero per gli statali: ultimo bersaglio di una demagogia infinita, che insulta piuttosto che riformare, che mostra anche in questa polemica un atto dell’ultima voga antistatalista e privatista di un liberismo cialtrone. Come regalare scuola e sanità ai privati, tanto paghiamo noi.
Sono alcune delle ragioni, grandi ragioni, di uno sciopero generale. Poi ci sono le prove quotidiane della vita, che sono altrettante ragioni e che sono un po’ il paesaggio dentro il quale si vive. Ad esempio andiamo al supermercato e il carrello mezzo vuoto costa troppo, soprattutto a fine mese, intanto l’Istat ci informa che l’indice dei prezzi sale di poco, qualche volta addirittura è fermo. A casa ci capiterà di accendere la televisione e subiamo il ghigno ridente del solito premier e dei suoi valletti (nani e ballerine, diceva Craxi, bontà sua e la definizione sarebbe di piena attualità), che ci illustrano gli avanzamenti del paese sulla via della felicità catodica. Ci illustrano, tra un editto Schifani e un emendamento salva Previti, anche una straordinaria (epocale, l’ha definita il ministro competente) riforma della giustizia, contro la quale si battono insieme avvocati e magistrati. Se qualcuno (anche mediaticamente insorge), chiedono che sia abolita la par condicio: così come è, sono tutti contro di lui, che si può difendere solo con sei televisioni e qualche giornale (metti pure ormai anche il primo giornale italiano). Se fai l’operaio alla Fiat e vedi qualche ombra sul tuo avvenire, ti spiegheranno che ti devi arrangiare, che lo stato non ci mette naso, mentre succede che qualsiasi governo al mondo (citiamo i vicini: Francia e Germania) alla sua politica industriale non rinuncia. Qualora tu fossi vicino alla pensione, ti spiegherebbero, anche se hai sessant’anni, che il tuo domani non sarà l’Inps, una catapecchia, ma i fondi pensioni: se poi falliscono, amen. Se risparmi di tuo, ti danno del fesso se ti sei buttato su Cirio e Parmalat, ma una legge sul risparmio non c’è, non stuzzica il centro destra, promessa di un anno fa mai rispettata... Verrebbe voglia di parlare di Calderoli, delle taglie e delle riforme istituzionali, del federalismo (quanti statali e quanti “regionali” avremo, chi ha mai fatto due conti?), del premierato forte e del senato delle regioni, di Lunardi e delle grandi opere, di Fini e di Buttiglione. È un governicchio di interessi privati, di menzogne e di pubblicità.
Per chi con noi cammina e protesta e per chi non può, concludiamo, citando i padroni, un padrone vero per ruolo e per reddito, Luca di Montezemolo: «Non vorrei che il malessere sociale divenga disagio sociale. Questo è un paese che non guarda il futuro. I problemi li sa un bambino di due anni. Non possiamo continuare a dire le stesse cose perché c'è il rischio di ritrovarci qui fra cinque anni a ripeterle. Dobbiamo capire cosa vogliamo del nostro futuro...».
Lo slogan che hanno scelto i sindacati per lo sciopero di oggi è «costruire il nostro futuro». La stessa parola d'ordine del 26 marzo scorso, altro sciopero generale. Come dire, appunto, «nulla è cambiato». Difficile con questo governo andare avanti.
unita.it
Sciopero generale: l'Italia protesta contro la Finanziaria del Governo
REDAZIONE
I lavoratori italiani incrociano oggi le braccia per protestare contro la Finanziaria messa a punto dal Governo. L'astensione dal lavoro, proclamata da Cgil, Cisl e Uil, coinvolgerà diversi milioni di persone. Insieme ai confederali si sono schierate diverse altre sigle minori, tra le quali l'Ugl e la Cisal. In coincidenza dello sciopero, si terranno in tutto il Paese decine di manifestazioni.
Si fermeranno per otto ore (vale a dire per l'intera giornata) le università, i ministeri, gli enti pubblici non economici, le regioni e gli enti locali, la sanità pubblica e le farmacie, le agenzie fiscali, le Poste, le imprese di pulizie, la ristorazione collettiva, l'Anas e il soccorso stradale. Solo quattro ore di protesta, invece, per le banche, i trasporti, la sanità privata, l'igiene urbana, le telecomunicazioni e gli uffici di Acqua, luce e gas. Molti giornali, questa mattina, non saranno in edicola.
Sul fronte politico le opposizioni si schierano compatte con i sindacati nel denunciare una Manovra che "impoverirà i cittadini", mentre la Maggioranza giudica la mobilitazione "uno sciopero politico" di chi vuole l'aumento delle tasse.
Quello di oggi è il quinto sciopero che Cgil, Cisl e Uil proclamano contro il Governo di Silvio Berlusconi. Mai le organizzazioni dei lavoratori avevano messo in atto così tante iniziative di protesta contro un Esecutivo.
centomovimenti.com
La Quercia e l'orticaria. Lettera solidale a Furio Colombo
Caro Furio, non sei solo a chiederti “con chi parlo”. Dall’editoriale che hai scritto su "l’Unità" di domenica scorsa, raccontando un’assemblea in una sezione Ds, si avverte l’amarezza che devi aver provato ascoltando l’intervento di un giovane dirigente della Federazione romana dei Ds. Non ho avuto mai il piacere di ascoltarlo, ma le cose che tu riferisci, da ottimo cronista, per me non sono una novità. Purtroppo in questo partito c’è stata una radicale trasformazione. Ci si è disabituati alla discussione, al confronto, anche al rispetto delle idee altrui. La politica è vissuta sempre più come un fatto mediatico. Si legge quanto afferma il segretario, o comunque qualcuno del gruppo dirigente (della maggioranza, ovviamente). Si guarda, magari senza particolare piacere, il teatrino di Bruno Vespa perché in quella sede vengono spesso annunciate scelte politiche importanti,in modo particolare dai dirigenti della Margherita. Ma,quando possono, non disdegnano anche quelli diessini. Certo presentano interpellanze, si appellano alla commissione di vigilanza, al compagno Petruccioli che la presiede, ma tutto finisce lì. Vespa chiama e loro vanno. "l’Unità" fa una campagna, giusta e doverosa, per denunciare quanto avviene nel mondo della comunicazione: il pluralismo che è venuto meno, il presidente pigliatutto, Rai, Mediaset, quotidiani, periodici, libri, giornalisti nel libro paga, giornalisti cerchiobbottisti. Lo facciamo noi di "Aprileonline", piccola cosa anche se per alcuni molto fastidiosa.
Caro Furio, sai cosa si dice in ambienti bene informati? Ma siete sempre critici, non vi va bene niente, peggio de "l’Unità". Nei tuoi confronti, in particolare, si usa una tattica che una volta si definiva forcaiola. Si mette in giro, nel giro giusto, la voce che sei sul punto di essere sostituito e si troverà ampia eco su colonne di giornali bene informati. Oltre che forcaiolo, conoscendoti, è un modo sciocco per intimidire un giornalista e la redazione che lui dirige. Mi meraviglio che ti meravigli se un giovane dirigente diessino, responsabile della politica estera della federazione romana, ripete le sciocchezze che hanno detto e scritto autorevolissimi esponenti del partito a proposito delle elelezioni americane. In effetti, una vera discussione, partendo dai fatti, non c’è stata sui motivi della vittoria di Bush. Non interessava questo che, oltretutto avrebbe comportato, un vero confronto di idee, ricerca, approfondimenti, lettura di articoli, di interviste di giornalisti, politici, uomi di cultura americani. Pensa che fatica. Interessava solo dire che Bush aveva vinto perché aveva colto l’anima moderata degli americani mentre Kerry, quell’estremista rivoluzionario, si era affidato a pericolosi personaggi del mondo della cultura, del cinema, del teatro. Come a dire: le elezioni si vincono al centro, quindi facciamo tesoro della lezione che ci viene da Bush.
Mi meraviglio che ti meravigli se questo giovane dirigente diessino (magari fa parte anche lui dei "trentenni") dice che “la parola regime mi provoca l’orticaria”. Fassino vuole a tutti i costi far decollare la famosa Federazione, la Fed per ora, con la Margherita, lo Sdi, i repubblicani europei. Basta leggere un giorno sì e un altro pure le diverse prese di posizione di Rutelli, non solo di lui, su tanti problemi di fondo.Oggettivamente questa Federazione diventa un partito la cui politica si annuncia come moderata. Pensi che chi deve solo portare voti congressuali per l’approvazione di questa svolta moderata di un partito della sinistra, possa ascoltare chi parla di regime?
I regimi, le velleità autoritarie di questo centrodestra, non si combattono con il moderatismo, con federazioni già evaporate prima ancora di partire. A me fa piacere, caro Furio, che a quel compagno venga uno sfogo di orticaria. Se non sbaglio è pur sempre qualcosa di rosso. Di questi tempi ce n’è bisogno.
Un saluto a pugno chiuso, così ti comprometto definitivamente.
[Alessandro Cardulli]
www.aprileonline.info
Programmi di evasione - di Marco Travaglio
Mentre il ministro odontoiatra Calderoli lancia la taglia e l’ingegner ministro Castelli ripristina il taglione, lo statista di Milanello si occupa di tagli. Ovviamente falsi per le tasse e veri per i servizi. Tutto ciò naturalmente gli è possibile grazie al suo monopolio sudamericano sulla tv. Se ci fosse un minimo d’informazione, qualcuno tirerebbe fuori il leggendario Contratto con gl’italiani, siglato sulla scrivania di ciliegio chez Vespa l’8 maggio 2001, e gli rinfrescherebbe la memoria.
Invece l’insetto di Porta a Porta ha prudenzialmente ritirato lo scrittoio in magazzino e ci intrattiene su argomenti di grande attualità come i risorti dal coma, i matrimoni felici, il pigiama della signora Franzoni e le avventure di Wanna Marchi e famiglia, sempre in ossequio al principio che, nel suo salotto, non s’invitano indagati.
Nel Contratto si promettevano due aliquote (33% per i miliardari e 23% per tutti gli altri), mentre la storica, epocale riforma appena annunciata ne prevede quattro. Si promettevano tagli alle tasse per 40 miliardi di euro, mentre siamo a 6.5. Si prometteva di dimezzare la disoccupazione, che allora era all’8 per cento, e oggi è all’8 per cento, ma peggiorerà grazie al taglio di 75 mila dipendenti del pubblico impiego.
Per fingere di rispettare una promessa, se ne tradisce un’altra. Il Contratto, poi, prometteva “città più sicure” col dimezzamento dei reati, grazie all’apposito poliziotto di quartiere: a Napoli la camorra non ha mai riso tanto. Prometteva pure aumenti per tutti i pensionati, invece sono arrivate mancette per pochi intimi. Prometteva anche grandi opere a strafottere, mentre non c’è una lira e ne sono state finanziate meno di un decimo (leggere, per credere, il nuovo libro di Ivan Cicconi, “Le grandi opere del Cavaliere”, Koinè).
Si prometteva, infine, che se uno dei cinque obiettivi fosse stato mancato, il Cavaliere si sarebbe ritirato dalla politica. Infatti, avendone mancati cinque su cinque, ha deciso di restare. Sarebbe ingeneroso, però, parlare di fallimento su tutta la linea. C’è almeno una categoria a cui le tasse sono state ridotte, anzi abolite: quella degli evasori. Un condono fiscale all’anno, un condono edilizio all’anno, la sanatoria per i capitali illegalmente accumulati ed esportati, i falsi in bilancio legalizzati.
E poi, per evitare che gli evasori si sentano dei vermi, la benedizione urbi et orbi con beatificazione della frode fiscale durante l’ultima visita del premier alla Guardia di Finanza: “Evadere o eludere sopra il 33% è etico”. Una volta era la Guardia di Finanza a visitare Berlusconi, ora è Berlusconi che visita la Guardia di Finanza. Come passa, il tempo. Certo, l’evasione e il falso in bilancio rimangono facoltativi, ma presto si provvederà a renderli obbligatori.
Onde evitare che qualcuno faccia il furbo pagando le tasse al solo scopo di screditare gli altri. Resta da convincere l’amico Bush, che da questo orecchio ancora non ci sente. Lui, dopo aver alzato a 25 anni di galera la pena per il falso in bilancio, ha dichiarato guerra all’evasione fiscale. Al punto da mettere una taglia su chi non paga le tasse e da affidarne la scoperta e la repressione, col recupero del maltolto, ad agenzie di “sceriffi privati”.
I quali – racconta il Corriere - busseranno alla porta dei furbi e, con argomenti piuttosto persuasivi, gli faranno sputare il dovuto. In quel mondo a parte che è l’Italia, invece, il governo combatte gli onesti. Li rapina. Li convince che sono fessi. Li istiga a delinquere. Da noi l’evasione fiscale è sui 150 miliardi di euro annui: se tutti pagassero le tasse, la riduzione fiscale non sarebbe 23 volte più di questa miseria di 6.5 miliardi di euro. Ma se, puta caso, un Calderoli o un Castelli proponessero in consiglio dei ministri una taglia sugli evasori, sarebbe come parlare di corda in casa dell’impiccato.
Il premier e i suoi cari, infatti, hanno il record dei processi per frode fiscale. L’altro giorno Milano Finanza pubblicava un’indiscrezione su uno dei trecento summit di governo dedicati alle tasse: “Momento di grande imbarazzo al vertice di palazzo Chigi. Berlusconi stava spiegando a tutti che una riduzione fiscale per i contribuenti più ricchi è indispensabile, mentre Fini e gli altri osservavano che in qualche misura la riduzione delle aliquote più basse produce effetti pure su chi ha redditi molto alti. ‘Che c’entrano i tagli alle aliquote basse?”, ha replicato il premier: “Qui stiamo parlando dei redditi alti, che versano il 45% di quanto guadagnano allo Stato”.
Nell’imbarazzo generale, Siniscalco ha dovuto riassumere al premier il meccanismo progressivo della tassazione, spiegando che gli scaglioni hanno effetto anche sui redditi maggiori: ‘Se uno guadagna 100 mila euro, sui primi 7500 non paga niente, poi fino a 15 mila paga il 23%, da 15 a 29 mila il 29%, da 29 a 32.600 il 31%, da 32.600 a 70 mila il 39%. E solo qui, sui restanti 30 mila, scatta l’aliquota massima del 45%”. Berlusconi, a questo punto, avrebbe detto: “Capisco.
È che il 740 me l’hanno sempre fatto i commercialisti (fra i quali un certo Tremonti, ndr)...”. Ecco: come si pagano le tasse lui non lo sa. Sa come non si pagano.
Marco Travaglio
Fonte: Unità
Il centrosinistra cambia nome: si chiamerà VOTAREweb
Cambiano nome anche Fassino e Rutelli: "Sono nomi da cartoon, d'ora in avanti chiamateci Gianni e Pinotto". In archivio il termine GAD: "L'Infedele" presentato da Alleanza Lerner. Anche Prodi scettico sulla sigla: "Facciamola fare alla Lecciso"
ROMA - C'è scompiglio negli uffici della Zingarelli. Centinaia di dotti linguisti sono alacremente alla ricerca di un sinonimo di "Alleanza" che non sia stato già utilizzato da qualcuno dei ventimila partiti italiani nati negli ultimi quarant'anni.
Fuori, in trepida attesa, un numero imprecisato di leader e leaderini di centrosinistra attende il responso, senza però rinunciare alla propria identità e alle proprie idee.
Il motivo del lungo travaglio è così spiegato da Francesco Rutelli: "Il nostro elettorato deve potersi riconoscere in un nome che trasmetta l'idea di un progetto, che indichi la strada di un cambiamento, che evochi una speranza. Per questo la mia proposta è di chiamarci Topa per Tutti".
Storce però il naso Alfonso Pecorario Scanio, che intravede una possibile discriminazione sessista, e propone "Mucche alla Riscossa", un nome in chiave ambientalista e con forti legami con la tradizione contadina.
"Troppo disneyano", chiosa Fassino: "preferirei qualcosa che rievocasse la tradizione popolare e di massa e che facesse capire la vastità dello schieramento politico che sta dietro al progetto: che ne direste de "La carica dei 101"?
"Disneyano anche questo, e vagamente estremista", lo riprende D'Alema. Che aggiunge: "Dobbiamo inseguire a tutti i costi l'elettorato di centro, indicando chiaramente la nostra matrice moderata e cattolica: propongo "Padre Nostro".
Insomma, per ingannare l'attesa, è stata allestita lì per lì una rissa programmatica, nella quale sono stati scartati in malo modo alcuni validi nomi alternativi, come "Il Mastello delle Libertà" (proposto dall'Udeur), "Avanti popolo" (proposto da Bertinotti), "Avanti miei Prodi", "Союзничество", "Invicibile Armada", "Socmel", "Quarantaquattro Gatti" e "Rifondazione liberal-laburista dei riformisti italiani per l'Europa e l'unità democratica".
Al termine, mentre feriti e contusi sorridevano tutti insieme alle telecamere tenendosi ancora l'un l'altro per il bavero, il leader indiscusso Romano Prodi, nascosto fino ad allora in un vicino negozio Vodafone ha detto "Tutto ruota intorno a me, i saggi hanno deciso: ci chiameremo VotareWeb. E adesso, avanti col programma".
Felici del responso e rasserenati dalla scelta di un nome che evoca solidità e tradizione, i quarantaquattro gatti riformisti liberali per la libertà e l'unione democratica del centrosinistra alla riscossa, sono tornati a darsele spensieratamente nel mezzo della carreggiata, ostacolando il traffico. Sferzante il commento di un autista di tram in arrivo da destra:
"i soliti comunisti, sempre alle prese con la nomenklatura..."
giuda.it
Dell'Utri attacca magistrati e ripara in parlamento ma Consulta dice no
di Rita Guma
La Consulta ha deliberato nuovamente a sfavore del sen. Marcello dell'Utri e della Camera di appartenenza, ritenendo che non si possa attaccare i giudici impunemente e poi non affrontare il giudizio volto a stabilire se si tratti di diffamazione appellandosi all'immunita' parlamentare.
La Corte Costituzionale ha infatti ritenuto ammissibile il conflitto di attribuzioni tra poteri, sollevato nei confronti del Senato dal tribunale di Milano, nell'ambito del processo a carico del parlamentare di Forza Italia, accusato di diffamazione nei confronti del giudice della Corte di Cassazione Pierluigi Onorato.
La commissione per le autorizzazioni a procedere del Senato nel 2003 ritenne che i commenti su Onorato fossero opinioni espresse da un membro del Parlamento nell'esercizio delle sue funzioni, insindacabili in base all'articolo 68 della Costituzione.
"Sono stato vittima di un giudizio speciale di matrice politica - aveva commentato il senatore riguardo ad una decisione su una causa riguardante Publitalia - siamo davanti all'ennesima dimostrazione del fatto che nel nostro Paese una parte della magistratura usa il suo potere per colpire gli avversari politici" e il magistrato si era ritenuto offeso, in quanto direttamente chiamato in causa dal giudizio.
Ma Dell'Utri non era nuovo a simili esternazioni, ne' al tentativo del Senato di giustificarlo. Nel 2002 Dell'Utri attacco' Giancarlo Caselli e altri magistrati di Palemo e fu la Camera dei deputati a richiamare l'articolo 68 per rifiutare la procedibilita'. Anche allora il Tribunale di Milano ricorse e la Corte Costituzionale emise un'ordinanza di ammissibilita' del conflitto, dando ragione al tribunale.
E la storia si era gia' verificata pressocche' uguale nel 2001, con Dell'Utri autore degli attacchi e Caselli e colleghi destinatari. La Camera invoco' il 68 e la Consulta boccio' tale scelta.
Nel 1999 furono gli onorevoli Gianfranco Fini, Giuseppe Pisanu, Marco Follini, Tiziana Maiolo ed il sen. Marcello Pera (protagonista in questi giorni di una analoga bocciatura della Consulta) a pronunciare giudizi offensivi nei confronti dell'allora Procuratore della Repubblica di Palermo, Giancarlo Caselli, e dei Sostituti Domenico Gozzo e Antonio Ingroia - oggi PM del processo Dell'Utri - Guido Lo Forte ed altri. Stesso comportamento di entrambe le Camere, analogo ricorso, simile pronuncia della Consulta. Potremmo continuare.
Da notare che i tribunali interessati sono stati di volta in volta Milano (sede delle Toghe rosse!) e Roma, procura non facilmente attaccabile dai detrattori, mentre i presidenti, i relatori e i membri della Corte che analizzarono il caso e presero le decisioni sono stati sempre differenti.
Insomma, nessuna persecuzione, solo l'applicazione della legge. Una legge che parla la stessa lingua per tutti i cittadini, garantendo a tutti il diritto ad esprimere la propria opinione al di fuori di particolari funzioni che vanno protette, ed a tutti di essere salvaguardati dalle offese altrui.
Il parlamento dovrebbe averla capita, ed invece....
www.osservatoriosullalegalita.org
Giurassic Park
Rowena
Sul pianeta era caduta la meteorite Tangentopoli. Era un corpo celeste di dimensioni mai viste prima, che aveva sconvolto del tutto l'habitat in cui fino ad allora avevano prosperato i partiti. Aveva distrutto le tane dove allevavano i futuri dirigenti, sventrato i magazzini dove ammassavano le scorte, alterato il clima, provocato diluvi alternati a periodi di terribile siccità, nonché sconvolgenti eruzioni che avevano cambiato definitivamente il paesaggio.
Quando finalmente i cataclismi si placarono, i partiti osarono uscire dai rifugi dove avevano cercato scampo, e si trovarono in un ambiente sconosciuto, ostile, caratterizzato da una dominante sinistra: il maggioritario. Si guardarono fra loro e dovettero constatare che pochi erano riusciti a sopravvivere; alcuni erano del tutto scomparsi, altri regrediti allo stato larvale, altri scossi da ripetute, dolorosissime scissioni. Quasi tutti erano smagriti ed emaciati. Ma c'era anche chi aveva goduto di quel rivolgimento epocale. Chi fino ad allora era sopravvissuto nelle fogne, ne uscì, più vigoroso ed aggressivo che mai; e dai processi di putrefazione dei cadaveri erano sorti altri organismi, mutanti, ma in tutta evidenza geneticamente discendenti da quelli.
Ma per tutti il problema era: SOPRAVVIVERE. Ed ognuno cercò di ingegnarsi per adattarsi a quel nuovo, ostile, ambiente. Era necessario sviluppare organismi agili, dai riflessi pronti, capaci di attacchi fulminei e di difese inattaccabili. La parola d'ordine fu: o si cambia, o si muore.
A destra ci provarono, dando fondo alle loro scarse risorse: i partiti vecchi e nuovi si unirono in un unico organismo, sotto la guida di un unico cervello ed un unico portafogli. Le parti che lo componevano erano ancora riconoscibili, ma la guida era indiscussa. In tal modo il corpo dava sì colpi di coda, o a tratti si muoveva con movimenti spastici e, in certi parossismi, perfino autolesionistici. Ma rispondeva, anche se faticosamente, a quello che il nuovo ambiente richiedeva: sapeva attaccare, e difendersi. Non solo era stato in grado di sopravvivere, ma aveva anche contrassegnato di sé la maggior parte del territorio. Si autodefiniva: Polo delle Libertà
A sinistra si era tentato, con qualche iniziale successo, un'operazione simile.
Lì le cose erano più difficili, poiché, mentre si sapeva bene che un unico cervello avrebbe potuto muovere più efficacemente il tutto, nessuno voleva rinunciare alla sovranità sul suo pezzo di corpo. E poiché nessuno aveva un portafogli tale da indurre i cervelli a più miti consigli, la fusione in un unico organismo, tentata senza convinzione, risultò alla fine impossibile. Così si diede vita ad un organismo che non era fusione, ma giustapposizione di pezzi, sommariamente cuciti fra di loro. E la chiamarono, forse, l'Alleanza.
Ogni cervello governava autonomamente una parte dell'organismo. Così succedeva spesso che un arto volesse andare a sinistra e un altro a destra e un altro ancora al centro, che uno desse degli schiaffi e un altro accarezzasse, che uno avanzasse e un altro retrocedesse, in modo tale che sembrava che il corpo fosse in perenne, agitatissimo movimento, ma in realtà era sempre fermo allo stesso posto. Quando si trattò poi di lottare con l'avversario, accadde che i cervelli dessero ai vari pezzi del corpo impulsi contrastanti fra loro, in modo da provocare movimenti spastici, inefficaci, e ridicoli. Allora, per ovviare a questo inconveniente, i cervelli decisero che, prima di muoversi, si dovesse trovare l'accordo fra di loro, in modo da dare gli stessi ordini a tutte le parti del corpo; ma successe che ci voleva tanto di quel tempo per trovare l'accordo, che quando finalmente si trovava, l'avversario aveva già attaccato e riportato la sua vittoria.
Così, fra parossismi di movimenti spastici e lentezze pachidermiche, l'organismo non riuscì a difendersi dai suoi nemici, né a procurarsi di che sopravvivere. Poco a poco, incapace di evolversi per rispondere alle sfide dell'ambiente, fu sopraffatto da organismi più agili e meglio adattati.
Restano, nella valle dei partiti, laddove una volta verdeggiavano gli ulivi, scheletri scarnificati e lucidi di pachidermi ormai estinti.www.ulivoselvatico.org
Affaire Buttiglione, ovvero:
come cresce la democrazia europea
Lucia Serena Rossi
La bocciatura della candidatura di Rocco Buttiglione da parte delle Commissioni del Parlamento europeo e la sua sostituzione nella squadra di Barroso sono state analizzate molto più sotto il profilo delle idee e del comportamento dell’aspirante Commissario che non sotto quello delle implicazioni (e delle cause) istituzionali connesse al caso. Implicazioni che sono rilevanti e aiuterebbero a comprendere meglio la vicenda (ed anche a sdrammatizzarla).
Se in Italia, il polverone sollevato dal caso è particolarmente denso (data la facile strumentalizzazione, in un senso o nell’altro, a fini di politica interna), l’affaire Buttiglione ha fatto discutere anche all’estero, saldandosi, più per il momento storico che per reali comunanze, con il dibattito sulla possibilità o meno di includere la religione fra i valori fondamentali dell’Unione.
Costituisce senz’altro un’evoluzione positiva il fatto che il dibattito parlamentare tocchi i grandi temi della libertà di pensiero, dei valori religiosi, ed esplori i confini della correttezza politica. Ma la drammatizzazione dello scontro evoca un’idea di Europa monolitica ed intransigente, che non risponde alla sua realtà e al suo progetto, che è di pluralismo e tolleranza.
L’intera vicenda è stata e continua ad essere banalizzata. Da un lato c’è chi vede Buttiglione trasfigurarsi in martire cristiano, strega cacciata, Giovanna d’Arco della libertà di pensiero e di religione. Dall’altro vi è chi lo dipinge come (lui) cacciatore di streghe e peccatori, epigono di un pensiero fondamentalista ultracattolico e arcicuriale, dunque di per sé incompatibile con una visione laica del potere e con i valori dell’Unione europea.
Ma, a dire il vero, se si analizzano alla lettera le parole dette sia da Buttiglione sia dai membri del PE, nessuna delle due opposte visioni riesce di per sé a dare una spiegazione pienamente convincente della dinamica dei fatti. Per capire come e perché certi comportamenti abbiano potuto provocare una vera e propria crisi istituzionale nell’Unione, è necessario spostare il punto di osservazione, esaminando non “Buttiglione nel caso PE”, ma piuttosto “il PE nel caso Buttiglione”. Il Parlamento non è stato infatti lo sfondo della vicenda, ma il suo attore principale.
E in quest’ottica sorgono una serie di quesiti. Perché per la prima volta dalla sua storia il Parlamento europeo ha minacciato di votare la sfiducia delle Commissione se il suo Presidente non avesse apportato delle modifiche alla squadra? Perché un giudizio così severo su alcuni commissari? Perché, pur avendo dato un giudizio negativo su quattro commissari, il PE si è subito accontentato di vederne sostituiti solo due?
Per comprendere quel che è successo, bisogna ripercorrere brevemente la storia del Parlamento europeo. Al momento della sua creazione, nei Trattati originari, era un’istituzione simbolica, dotata di poteri meno che simbolici. Un’Assemblea delle assemblee, eletta non direttamente dai cittadini, ma dai Parlamenti nazionali, che il Consiglio doveva consultare prima di emanare un atto comunitario, ma il cui parere poteva tranquillamente disattendere. Dal momento in cui cominciò ad essere eletto a suffragio universale, forte della sua accresciuta legittimazione politica, il Parlamento europeo ha ingaggiato una battaglia, che non si è più arrestata, per ampliare i propri poteri.
Sventolando la bandiera del “deficit democratico”, Il PE è riuscito, ad ogni revisione dei trattati istitutivi, ad entrare sempre più incisivamente nelle procedure decisionali. L’Atto unico gli attribuì un ruolo importante, ma non ancora decisivo, con la procedura di cooperazione; il Trattato di Maastricht introdusse la codecisione (procedura che ne faceva un vero e proprio colegislatore paritario rispetto al Consiglio dei ministri), la cui portata è stata poi estesa ad un numero crescente di materie dai Trattati di Amsterdam e di Nizza. Parallelamente sono cresciuti anche i suoi poteri di controllo sulle altre istituzioni: gli è stato riconosciuto il potere di chiedere alla Corte di Giustizia l’annullamento degli atti della Commissione o del Consiglio, e si è creato il meccanismo della “doppia fiducia”, con cui deve approvare prima il Presidente della Commissione (designato dai capi di Stato e di Governo) e poi la Commissione nel suo insieme (i cui membri sono designati dagli stessi capi di Stato in accordo con il Presidente, che le funzioni da attribuire a ciascun Commissario).
Va detto che, sino ad un certo momento, all’interno del triangolo decisionale dell’Unione (formato da Commissione, Consiglio dei ministri e Parlamento) vi era una naturale “alleanza” fra Commissione e Parlamento, basato su un approccio “comunitario” e sovranazionale rispetto a quello più intergovernativo del Consiglio. Soprattutto davanti alla Corte di Giustizia, la Commissione fu un alleato fidato, che si fece carico degli interessi del Parlamento quando esso, inizialmente, non aveva la legittimazione per agire in giudizio.
Ma progressivamente, con l’aumento dei propri poteri, il Parlamento ha avuto sempre meno bisogno del tradizionale alleato e si è reso conto che proprio il controllo sulla Commissione diventava la nuova occasione per accrescere ulteriormente il proprio peso.
La prima prova di forza si è avuta con la Commissione Santer (alla fine del cui mandato si verificarono attriti con il Parlamento che la portarono a dimettersi in blocco con alcuni mesi di anticipo rispetto alla naturale scadenza). Il clima era ormai cambiato e, anche se non vi sono state crisi, il rapporto con la Commissione Prodi è stato improntato a una vigilanza stretta e severa, così come si è via via accresciuta l’indipendenza del Parlamento nei confronti dei Governi degli Stati membri. Il Parlamento europeo sta coltivando una sua fierezza istituzionale e una memoria storica che non si cancellano, ma anzi si rafforzano, ad ogni successiva elezione.
Il momento dell’approvazione della Commissione è per il Parlamento un’occasione cruciale, in cui può innanzitutto esercitare il suo potere nei confronti dei Governi degli Stati membri, i quali necessitano del suo consenso per nominare la Commissione. Ma soprattutto costituisce il momento dell’imprinting della Commissione, quello in cui il Parlamento rivendica una fedeltà a sé che deve essere pari, ma anche superiore, a quella che la Commissione mostra nei confronti dei Governi. Non si deve dimenticare peraltro che, pur essendo la Commissione inizialmente designata dai Governi nel Consiglio europeo, è solo il Parlamento che può obbligarla a dimettersi nel corso del suo mandato. Pur tenendo conto delle sue divisioni interne e della necessità di contemperare diverse visioni, il Parlamento rivendica il diritto ad una Commissione in cui possa rispecchiarsi.
In questo quadro era abbastanza evidente che l’approvazione della Commissione Barroso, qualunque fosse stata la sua composizione, non sarebbe stata né un inchino a decisioni già prese dai Governi, né una mera formalità. Il Parlamento si apprestava a trasformare un controllo, che era stato sino ad allora formale, in un controllo effettivo e di merito.
L’approvazione dello stesso Barroso era stata un atto obbligato, per sostanziale mancanza di concorrenti, ma non era stata esente da recriminazioni: il Presidente della Commissione suscitava in ampi settori del Parlamento diffidenza per il suo troppo acceso atlantismo (aveva firmato la lettera degli Otto), per il suo tiepido europeismo, ma soprattutto per il timore di una sua scarsa autonomia rispetto ai Governi e dunque al Consiglio. E pur avallandone la nomina con un voto ampiamente positivo, il Parlamento si riservava di esercitare un controllo severo sulla squadra che egli avrebbe proposto.
Questa era dunque la situazione che la squadra di Barroso avrebbe dovuto affrontare,una situazione che non doveva essere sottovalutata e che imponeva cautela. La reazione compatta e furente dell’istituzione alle esternazioni berlusconiane nel caso Schulz avrebbero dovuto mettere in guardia i politici nazionali (tanto più in quanto aspiranti commissari) sulla facile infiammabilità del dibattito in seno al Parlamento europeo.
Se dunque una trappola era stata tesa non era ad personam, ma contro tutta l’istituzione, che è stata colpita là dove ha prestato il fianco. Ribaditi i suoi poteri ed ottenuta soddisfazione in via di principio, il Parlamento (per il momento) si ritira vittorioso dal campo di battaglia, pronto a dimostrarsi condiscendente anche se non tutti i commissari criticati sono stati sostituiti.
La vera battaglia si è giocata non sul terreno dei valori (questi ultimi sono stati solo le armi), ma su quello della crescita della democrazia in Europa. Lo stesso Buttiglione, forse, se avesse conosciuto più a fondo la situazione, non sarebbe caduto nella trappola istituzionale. Egli è vittima non dei propri valori, ma di uno scontro di poteri fra istituzioni, cui ha improvvidamente offerto il casus belli più eclatante.
L’autrice è ordinario di Diritto dell’Unione europea, Università di Bologna
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L'eccezione alla regola?
La maggior parte dei governi nazionali UE sta oggi a destra, eppure c'è chi va controcorrente. Chi resisterà alla prova del tempo?
Dato che l'Europa sta venendo a patti con la vittoria elettorale di Bush, molti fra i mass media europei si sono chiesti il motivo per cui la destra riscuota un così grande successo. Il tabloid britannico The Daily Mirror ha semplicemente chiesto, “com’è possibile che 59.054.087 persone siano così stupide?”. Sebbene per noi europei sia ben possibile piegarsi o farsi beffe degli avvenimenti politici d'oltre Atlantico, basta guardare nel cortile di casa nostra visto che la Destra, quantunque in forma più attenuata, sta facendo avvertire la propria presenza nell’Europa di oggi.
La bonaccia della socialdemocrazia
Alla fine degli anni’90, la socialdemocrazia era la parola che andava di moda nella politica europa. La vittoria di Schroeder del 1998, che rifletteva tra le altre quella di Persson in Svezia, ha portato alla fine di sedici anni di democrazia cristiana; e proprio un anno prima, il popolo britannico aveva eletto un governo laburista per la prima volta in diciotto anni con la più vasta maggioranza nella sua storia elettorale post – bellica. Ovviamente, i leaders di cui sopra e i loro partiti sono ancora al potere oggigiorno e, a questi, si è aggiunto in maniera significativa Zapatero in Spagna con il suo partito dei Lavoratori Socialisti che, nel marzo scorso, ha scalzato il centro destra di José Maria Aznar. Ma stavolta si tratta di un’eccezione alla regola. Sebbene, difronte all'affaire Buttiglione, i vari partiti di sinistra a Bruxelles – ALDE (liberali di centro), PSE (socialisti), EUL (estrema sinistra) e EFA (Verdi e Politiche regionali), potevano controbilanciare il partito democratico se uniti, l’unico gruppo parlamentare così vasto è il PPE-DE (di centro destra), e fino alla fine del prossimo mandato ciò può influire seriamente sul modo in cui verranno affrontati i programmi sia nazionali che europei.
Perché l’Europa è andata a destra?
Ci sono molte spiegazioni per la forza delle politiche di centro destra e il sentimento europeo. Innanzi tutto, le preoccupazioni relative all’asilo, all’immigrazione, al terrorismo e al crimine vengono utilizzate dalla destra per ottenere voti. Secondariamente, la politica è ciclica, quindi è naturale aspettarsi una forte reazione collettiva contro la socialdemocrazia, e la sua antitesi moderata (il centrodestra) ne raccoglie i frutti. L’ala destra del panorama politico combina inoltre l’auto avanzamento individuale con il grande benessere personale, concetti che piacciono a molti elettori. Per molta gente, un voto dato alla Destra è un voto rivolto a sé stessi piuttosto che alla società in quanto insieme, il che mostra in modo interessante l’avarizia più intrinseca della natura umana.
Questo principio individualista si manifesta nel macrocosmo europeo con partiti di destra in ognuno degli stati membri, reiterando l’ossimoro che ogni collaborazione europea dovrebbe essere oggetto di interessi nazionali in competizione. Per estendere questa analogia, questi partiti agiscono per il proprio beneficio invece che per l’interesse collettivo dell’UE. Questa forma di Gollismo trova riscontro in una vasta porzione dell'elettorato nelle sue riaffermazioni delle nozioni di identità e superiorità nazionale. Mentre questo tipo di “nazionalismo” è più temperato nel centro-destra rispetto a quanto non lo sia in gruppi più estremisti, come il partito indipendentistico britannico (UKIP), v'è un filo ideologico comune che si svolge proprio lungo i dibattito politici in tutti gli stati membri e che spiega in un certo qual modo il riemergere della Destra.
Quindi, sebbene i partiti di sinistra siano ancora al potere in molti degli stati membri, incluse Germania, Svezia e Spagna, rimane solo da vedere se queste amministrazioni supereranno la prova del tempo. Dato il clima politico attuale e le circostanza esterne che hanno contribuito alla vittoria di Zapatero e di Schroeder (rispettivamente gli attentati di Madrid e la guerra in Irak), sembra che questi partiti possano essere sconfitti da quelli di inclinazione più centro-destra ed “euro – pessimisti”. Questa minaccia è già stata individuata nel fallimento di Jospin nella corsa alle presidenziali francesi e nel mancato voto svedese in merito sull’Euro, lo scorso autunno.
Una divisione politica “blairizzata”
Di tutti i governi socialdemocratici citati precedentemente, l’unico che potrebbe presumibilmente resistere alla prova del tempo è il governo laburista britannico, che probabilmente vincerà il terzo mandato l’anno prossimo. Vero è che la Gran Bretagna è sempre stata la più grande “euro – scettica”: com'è però possibile che un partito di sinistra arrivi al potere quando l’Europa va a destra? Cercando di intrigare contemporaneamente sia il centro-sinistra che il centro-destra, giustapponendo la coscienza sociale del primo con un alter ego di centro-destra. Per esempio, promettendo di essere “duri con il crimine: duri con le origini del crimine”. La prima parte piace a quelli di destra, l’ultima ai pragmatici di sinistra. Catturando il fondamento centrale, si ottiene un indice di gradimento più vasto che attrae voti. Similarmente alla politica europea, solamente lo scorso mese la Gran Bretagna è stata coinvolta in una serie di dibattiti riguardanti la creazione di un sistema comune di asilo per l’UE, ma solo nel caso in cui la Gran Bretagna si possa chiamare fuori a suo piacimento. Potrebbe certo apparire come ideologicamente corrotto, ma permette al Labour di tenere duro mentre l’Europa gira a destra e consolidare dall’interno una larga maggioranza. www.cafebabel.com
Ragazzi di strada
La storia di Haidar, senza famiglia nè casa. A Baghdad
"Io… vorrei avere una vita normale: sposarmi, avere dei figli, un lavoro fisso… Voglio essere come tutti. Ogni tanto mi siedo sul marciapiede e guardo la gente andare e venire indaffarata. Famiglie con bambini, donne, uomini che vanno al lavoro o che se ne tornano portando la spesa per i figli. Cose di questo genere che per tutti sono normali, tranne per me. E mi chiedo: cosa sono io? Perché io non ho diritto ad essere come tutti?"
Mentre parla, Haidar fissa con lo sguardo un punto della stanza dove in realtà non c’è nulla. Guarda senza vedere. È come se non si accorgesse neanche più della presenza della telecamera che lo fissa, impudica, fredda e spietata. Ha gli occhi umidi. Non è più il ragazzaccio cresciuto nelle strade sporche dei vecchi quartieri di Baghdad. È ridiventato l'Haidar di tredici anni fa: un bambino di appena cinque anni, perso in mezzo alla folla degli sfollati reduci dei massacri commessi dall’esercito di Saddam nel sud del paese… sotto lo sguardo benevole delle forze dell’alleanza dei paesi occidentali.
Liberati i pozzi petroliferi del Kuwait, chi poteva interessarsi alle centinaia di migliaia di poveri insorti in tutto il paese. Povera gente che aveva creduto che le forze straniere fossero venute per liberarli dalla tirannia e che allora avevano deciso di fare la loro parte, assaltando e appropriandosi dei centri locali del potere, uno dopo l’altro. Era una folla cosmopolita, indescrivibile, senza capi riconosciuti e senza formazioni politiche alla sua testa. Una popolazione che sfuggiva al controllo di tutti. Allora gli Usa preferirono ritirarsi e lasciare al vecchio regime il tempo di riguadagnare il terreno perso. Anzi, molto spesso c’è stata collaborazione tra le forze aeree dell’occupazione e le forze di sterminio di Saddam per localizzare e eliminare gli insorti. Ma non furono solo gli insorti a morire in quella repressione selvaggia. Si parla addirittura di 700 mila persone, ben più della popolazione reale del Kuwait.
Ma di tutto ciò Haidar non sa nulla e non gli interessa neanche saperlo. Lui sa soltanto che in quegli eventi ha visto l’inferno. Ha perso i suoi genitori e si è ritrovato alle porte di Baghdad, trascinato dalla massa di sfollati che fuggivano davanti alla morte. Haidar sa soltanto che, da quel giorno, lui non sa più. Non sa chi è lui, chi fossero i suoi genitori, il loro nome, il colore dei loro occhi, la forma del sorriso di sua madre… non si ricorda più del calore di un abbraccio, della dolcezza di una carezza. Non sa più cos’è l’affetto tenero e dolce di una madre né quello autorevole e protettore di un padre. Da quel giorno Haidar. il piccolo smarrito. non ha più avuto diritto alla normalità, è diventato un bambino anomalo: un senza tetto, un senza nome, un senza futuro.
Dopo il terribile periodo dei massacri, il regime di Saddam riprese le redini del paese, più forte che mai. Per gli sfollati organizzo un quartiere in periferia di Baghdad e lo battezzò cinicamente Saddam City. Una specie di slum previsto per mezzo milione di persone ma abitato da due milioni. Una polveriera di due milioni di vite spezzate, di violenze taciute, di povertà e di sradicamento. I bambini senza famiglia furono raccolti dalla polizia ed è così che Haidar si ritrovò a Dar-arrahma, la casa della pietà: una prigione spietata dove erano custoditi bambini senza famiglia, piccoli delinquenti e handicappati.
Ma Haidar parla di questo periodo quasi con nostalgia. “ Lì almeno avevamo un pasto sicuro, un tetto sulla testa, la scuola e se filavi dritto non ci succedeva niente di spiacevole. Quando siamo stati 'liberati', l'anno scorso, è iniziato l’inferno. Quando le truppe americane sono arrivate alle porte di Baghdad, le ultime guardie rimaste sul posto sono scappate e ci hanno lasciati rinchiusi dentro senza niente da mangiare. Quattro giorni senza vedere nessuno. Il quinto giorno la gente è entrata e ha cominciato a saccheggiare.”
Chi è entrato? Quale gente? Haidar risponde: "C’erano prima gli americani che hanno aperto le porte e poi è entrato di tutto. Hanno rubato e saccheggiato tutto. Poi volevano anche violentare le ragazzine. Volendo diffenderle ho preso una pallottola nella gamba.”
Mostra la sua gamba mal curata, sulla quale fa ancora fatica a camminare.
Poi dove siete andati?
“Siamo rimasti a vivere nelle strade. Sei mesi a vagabondare. Sei mesi in cui abbiamo visto l’inferno: fame, freddo, paura, violenze… Abbiamo fatto di tutto: mendicato, rubato, recuperato cose da vendere dalla spazzatura. C’erano dei delinquenti adulti che ci volevano utilizzare per rubare, per prostituirci o per mendicare. La nostra forza era la nostra unione, siamo rimasti sempre insieme. Abbiamo trovato rifugio in una cantina abbandonata nei pressi dell’albergo Palestine. Era la nostra casa. Lì, l’unica che ci veniva a trovare era quella ragazza giapponese Naoko Takato, quella che è stata rapita in seguito. Veniva a trovarci e ci portava cibo o curava quelli di noi che erano malati.”
"Un giorno che andavo in giro per procurarmi qualcosa da mangiare, ho chiesto l’elemosina ad un uomo. Lui mi chiese se volevo mangiare. Ho risposto di sì. Mi pagò da mangiare e rimase a chiacchierare con me. In realtà era un educatore dell’organizzazione dei Francesi (Enfant Du Monde, che hanno aperto il primo rifugio per bambini di strada a Baghdad ndr). Ma io no lo sapevo. Poi mi chiese se c’erano dei bambini con noi e se volevamo rientrare in istituto. Risposi di sì. E da lì sono andato in giro per le strade di Baghdad e ho raccolto tutto il mio gruppo uno per uno e siamo rientrati a Beit Al Tifl, la casa del Bambino. Poi a noi grandi ci hanno detto che non potevamo più stare con i piccoli. Allora ci hanno affidato al Signor Saif, il nostro educatore e siamo arrivati qua in questa casa."
La casa è un ampio appartamento sommariamente ammobiliato nel cuore di un quartiere popolare al-Aadhamia. Un appartamento parzialmente autogestito da una quindicina di ragazzi di età compresa tra 17 e 24 anni. Tutti con storie pesanti alle spalle e tanti con dipendenze alla colla, agli psicofarmaci o all’alcool. Una casa gestita, con quel cocktail (indispensabile in questi casi) di affetto, comprensione e intransigenza, da Saif: un operatore sociale tunisino (ma cittadino iracheno da più di 18 anni), un operatore sociale come non ce n'è un altro in tutta Baghdad. Un cuore grande come una città e un coraggio che supera tutte le prove. Saif gira di notte le strade di Baghdad alla ricerca di ragazzi persi, di giovani tossicodipendenti, di prostitute non ancora maggiorenni. È diventato un po’ il padre di tutti questi ragazzi della strada. Un padre che ama, protegge e orienta. Ma un padre che diventa intransigente quando si tratta di far dimenticare loro la droga e l’alcool.
Infatti Haidar non lo dimentica nelle sue preghiere per un futuro migliore. Prega rivolgendosi ai ritratti conservati nel suo cassetto personale. Ritratti di Alì - cugino del profeta Mohamad - e di Hussein - figlio di Ali. Prega per avere una vita normale, per poter trovare un lavoro fisso e ben remunerato, per poter sposarsi e avere figli. Prega di poter un giorno portare i suoi bambini e andare nella sua tribù per fargli vedere che, nonostante non avessero né nonni né zii, hanno un’origine anche loro.
Ma nelle sue preghiere non dimentica il suo padre adottivo. “Prego tutti i giorni perché il signor Saif possa trovare un lavoro migliore.” Ci dice, con lo sguardo di chi pensa che noi forse potremo fare qualcosa per esaudire le sue preghiere o almeno parte. “Questo è troppo duro e troppo mal pagato. Lui merita molto di più.”
Strano come la bontà e la generosità possono crescere anche nel (apparentemente) più arido dei terreni. Haidar il ragazzaccio di strada, sporco e mal educato… quello che sniffa colla e beve alcool di cattiva qualità, dal fondo della sua disperazione trova la forza di essere generoso. Ci racconta che quando riesce a trovare un lavoro, i giorni di paga, gli succede di andare in giro alla ricerca di più disperati da aiutare. Ci lancia un appello pressante.
“Voglio dire a queste organizzazioni umanitarie che ci aiutano, che non ci sono solo bambini e ragazzi nelle strade. Devono aiutare anche i vecchi. Ce ne sono tanti nelle strade. Gente anche di 30 o 40 anni che non ha dove dormire nè che mangiare. La gente li tratta male magari perché bevono o si drogano, ma nessuno cerca di sentire le storie che hanno alle spalle, i pesi che hanno sul cuore…”.
È così Haidar, la strada gli ha insegnato tante cose, lo ha anche tanto fatto soffrire ma non gli ha tolto niente della sua umanità. Finita l’intervista, si alza e esce velocemente dicendo qualcosa ai suoi compagni. Noi abbiamo fretta. Vogliamo andare a riprendere altrove, ad intervistare altre persone. Ma Saif, l’educatore, ci ferma prima dell’uscita: “Non potete andarvene così”, ci lancia con una luce stranamente bella nello sguardo, la luce di un padre fiero della propria prole, “Haidar è andato a comprarvi da bere, con i suoi soldi. Non potete negargli l’onore di ospitarvi.”
Michelangelo Severgnin www.peacereporter.net/
La lezione aritmetica di Falluja
di Greg Palast
"I comandanti americani hanno riferito che 38 soldati in servizio sono morti e 275 sono rimasti feriti durante l'attacco di Falluja". Disinformazione al momento di contare le perdite dell'esercito statunitense...
Dal professor Greg Palast:
Lunedì 15 novembre, New York Times, pagina 1:
"I comandanti americani hanno riferito che 38 soldati in servizio sono morti e 275 sono rimasti feriti durante l'attacco di Falluja".
Lunedì 15 novembre, New York Times, pagina 11:
"Dall'ospedale militare delle forze statunitensi è stata diffusa la notizia che, dall'inizio delle battaglia per la presa di Falluja, hanno ricevuto assistenza medica 419 soldati..."
Domande alla classe:
1. Se 275 soldati sono stati feriti a Falluja e 419 hanno ricevuto assistenza medica. Quanti sono morti nell'attacco aereo contro la Germania?
2. Si dice che solo 275 soldati sono stati feriti, ma 419 sono stati ricoverati perchè feriti e è stato riferito che ne morirono altri 38. Dunque, quanti sono stati sepolti?
3. Per quanto tempo i giornalisti del Times sono stati schierati con i militari? Domanda di riserva: quanti non lo sono più?
Lunedì 15 novembre, New York Times, pagina 1:
"I comandanti statunitensi hanno stimato che da 1.200 a 1.600 ribelli erano stati annientati".
Lunedì 15 novembre, New York Times, pagina 11:
"Senza possibilità di ritrovamento: i resti degli insorti vittime dei carri armati inviati per ditruggerli... L'assenza dei corpi dei ribelli di Falluja rimarrà un mistero".
"Ogni volta che sento le notizie
Di nuovo torna questo sentimento antico;
Siamo profondamente immersi nel Grande fango,
Mentre il Grande Idiota ci dice di continuare".
Pete Seeger, 1967
Greg Palast, giornalista d'inchiesta americano, lavora per The Guardian di Londra e per la BBC (GregPalast.com)
Fonte: http://www.gregpalast.com/detail.cfm?artid=394&row=1
Traduzione a cura di Nuovi Mondi Media
COBB CHIEDE DI ESPANDERE IL RICONTEGGIO ANCHE IN NEVADA E NEW MEXICO
David Cobb, il candidato dei Verdi per le elezioni del 2004, oggi ha inviato una richiesta ufficiale per un riconteggio delle schede elettorali per le presidenziali in New Mexico e Nevada.
Come già nel caso dell'Ohio, Cobb ha fatto la richiesta assieme al candidato dei Libertari Michael Badnarik.
"La dedizione dei Verdi nel proteggere l'integrità del processo elettorale mi ha portato a presentare un esposto per un riconteggio sia in New Mexico che in Nevada. Noi vogliamo assicurare che ogni voto sia contato davvero e verificare l'accuratezza delle macchine per il voto elettronico, in special modo quelle che non producono attestati di carta", ha affermato David Cobb.
"E' assolutamente necessario che venga verificata l'accuratezza delle macchine per il voto elettronico. Il voto senza verifiche indipendenti è un esercizio senza significato alcuno. Non c'è alcuna ragione per la quale gli americani dovrebbero scegliere la soluzione meno adatta quando si tratta della protezione dei nostri diritti democratici", ha affermato il direttore dell'ufficio stampa della campagna elettorale di Cobb-LaMarche, Blair Bobier.
Le elezioni presidenziali in New Mexico sono state macchiate da diverse denunce di casi di soppressione del voto e di problemi con le macchine per il voto elettronico. In Nevada invece, la principale preoccupazione è stata la mancanza di attestati di carta o ricevute rilasciate dalle macchine per il voto elettronico. A causa di un diverso esposto un'altra causa riguardante le elezioni sarà discusso oggi a Reno, Nevada, anche questa con la richiesta di un riconteggio. L'esposto chiede inoltre anche di stabilire le responsabilità degli impiegati della Sproul & Associates, una azienda dell'Arizona nominata dai repubblicani, che avrebbero gettato via e quindi non presentato alle autorità competenti le richieste di registrazione al voto degli elettori che si sono dichiarati come democratici.
Per ulteriori informazioni sulla campagna elettorale di Cobb-LaMarche e sui riconteggi in Ohio, New Mexico e Nevada, visitate il sito http://www.votecobb.org. Il sito web ufficiale dei verdi è http://www.gp.org.
Fonte originale: http://www.scoop.co.nz/mason/stories/WO0411/S00330.htm
Tradotto da Daniele John Angrisani
watch-usa2004.splinder.com
Visto da Tunisi: GeorgeW. Bush
di Franco Chiavegatti
Dal nostro corrispondente dalla Tunisia
Tunisi, - George W. Bush riuscirà, nel corso del nuovo mandato, a entrare nella storia per "maturità e saggezza" e non solo come "becchino" dei "centomila iracheni di Abughraib, di Fallouja, di Mossul, ecc..." ? La risposta, per l' autorevole settimanale tunisino "Tunis hebdo", é un secco no. Specie dopo che Colin Powell (una delle rare colombe dell' amministrazione) ha ceduto il posto a Condoleeza Rice, definita "l' eminenza grigia del presidente, una donna di una freddezza leggendaria, temuta anche da coloro che le sono più vicini". E ancora no perché, secondo "Tunis hebdo" (ma é anche il pensiero della stragrande maggioranza dei tunisini ad ogni livello, teniamolo sempre ben presente), Bush é stato rieletto "per finire il suo sporco lavoro in Irak" e per questo é alla ricerca di consensi nel mondo arabo e non (leggi conferenza di Charm el-Cheikh).
E per chiudere la partita con il minor danno possibile ed assicurarsi i favolosi giacimenti petroliferi iracheni. Il tutto con ripercussioni anche sul piano interno, con preoccupanti segnali di ritorno a quella "caccia alle streghe" che ricorda per molti verso il macchartismo imperversante per anni negli States.
A farne le spese é anche il segretario generale dell' Onu, Kofi Annan, colpevole di aver deplorato l' invasione dell' Irak. Bush, in parole povere, ha rispolverato il mitico "chi non é con noi é contro di noi" ? Non sappiamo se lo abbia proclamato ; certo é che un suo generale, quel John Sattler comandante in Irak dei marines, si é lasciato scappare un già sentito, trionfale (ma assolutamente bugiardo, ora come allora), "abbiamo spezzato le reni" agli insorti...
Lo ha dichiarato ai giornalisti dopo la battaglia di Fallouja, definita dal periodico tunisino (e anche qui conviene valutare bene il significato della frase) "la Stalingrado d' Irak, ma senza la capitolazione dei resistenti".
E dopo l' Irak, si domanda "Tunis hebdo" ? Motivi di preoccupazione sono le promesse elettorali di Bush : dopo "aver cacciato il dittatore Saddam Hussein e instaurato, grazie alle baionette, la democrazia nel paese del Tigri e dell' Eufrate", potrebbe essere la volta di tutti quei paesi formanti l' "asse del male", Cuba compresa senza dimenticare la Siria, il Sudan e, perché no ? l' Iran che mira al nucleare.
Per questo, nota "Tunis hebdo", la riconferma di Bush alla Casa Bianca suscita pensieri e preoccupazioni nel mondo intero. Con l' eccezione pero', tiene a sottolineare, "dei suoi vassalli, Blair e Berlusconi".
Franco Chiavegatti
redazione@reporterassociati.org
LA RELAZIONE UFFICIALE DELL'ESECUTIVO ALL'ASSEMBLEA NAZIONALE DEI CpU
A Montecatini sarà letta da Massimo Cellai, dei Cittadini per l'Ulivo di Lucca, in rappresentanza dell'Esecutivo uscente - Viene pubblicata con largo anticipo per permettere ai delegati di dare vita ad un dibattito ricco ed approfondito
La relazione del Comitato Esecutivo all'Assemblea nazionale dei CpU
A Montecatini sarà letta da Massimo Cellai, dei Cittadini per l'Ulivo di Lucca, in rappresentanza dell'Esecutivo uscente - Viene pubblicata con largo anticipo per permettere ai delegati di dare vita ad un dibattito ricco ed approfondito
1. La Rete dei Cittadini per l’Ulivo nasce attorno ad un Manifesto, quindi su fondamenti ideali dichiarati e con un preciso obiettivo politico: la Costituente dell’Ulivo formato da partiti, eletti e cittadini. Questo è il nostro obiettivo, in primo luogo perché la politica italiana è ancora dentro un incompiuto passaggio storico, in secondo luogo perché c’è urgente bisogno di un soggetto politico nuovo capace di proporre con credibilità e di realizzare con coerenza un progetto ed un programma per il governo dell’Italia e dell’Europa.
2. La novità introdotta da Monte San Savino nella politica italiana è la nascita di una Rete di associazioni radicate nel territorio, con una storia propria, con diverse matrici culturali e politiche, cresciute negli anni del lungo percorso dell’Ulivo, nelle battaglie civili e nell’azione d’opposizione o di governo locale.
Le singole associazioni hanno continuato la propria attività, il proprio impegno politico, ma hanno investito risorse, tempo ed energie su un percorso politico comune e su obiettivi condivisi.
Attraverso la formulazione di un Manifesto politico e la scelta di una struttura organizzativa a Rete, le associazioni hanno voluto non solo valorizzare la propria esperienza e ricchezza, ma hanno inteso sottolineare la gravità della crisi che ancora attraversa la politica italiana. Noi vogliamo oggi condurre questa lunga stagione di trasformazione politica del Paese verso un quadro istituzionale e politico che confermi le radici ideali e politiche della Costituzione repubblicana, che rinnovi le forme della organizzazione e partecipazione politica, che conduca a compiuta coerenza la scelta del bipolarismo.
Rinnovare la politica ed accrescere la partecipazione è quanto ci siamo impegnati a fare a Monte San Savino.
3. Questo nostro impegno si è svolto e si svolge in un contesto politico drammatico, segnato dalla guerra e dalla diffusione del terrorismo internazionale, dal decisivo allargamento dell’Europa e dalla sua raggiunta identità costituzionale, dalla crisi profonda ed irreversibile della maggioranza di centrodestra che prima ha determinato nel Paese una crisi economica, sociale ed etica profonda e che ora intende condurre un ulteriore attacco destabilizzante contro la Costituzione Repubblicana.
In particolare dobbiamo essere consapevoli che la guerra è da tre anni elemento permanente della vita politica. La guerra, con la sua immediata capacità di alterare la sensibilità politica di individui e popoli, che da sempre tende a restringere gli spazi della democrazia e della partecipazione e ad allargare quelli della demagogia e del populismo. La guerra che vede coinvolto il nostro paese in un contesto incerto di ingaggio che pone i nostri soldati in prima linea mentre il governo nega che il Paese sia in guerra, "né contro l’Iraq né contro il terrorismo" come ha detto Marcello Pera. Ma anche la guerra diffusa, ormai endemica, del terrorismo internazionale, che ci impone il tema della sicurezza e chiede al centrosinistra di essere polo politico maturo e convincente nel coniugare sicurezza, libertà, democrazia, solidarietà sociale ed internazionale.
4. Sin dall’inizio (Chianciano 2002) la nostra esperienza politica ha tratto forza dalla straordinaria esperienza che Romano Prodi stava conducendo in Europa e dalle aspettative, sempre più reali, sul ruolo politico che Romano Prodi poteva tornare a svolgere in Italia.
Poche settimane dopo la nostra Assemblea di fondazione a Monte San Savino, Romano Prodi ha avviato concretamente il proprio progetto politico con la proposta della Lista unitaria alle elezioni europee. Abbiamo appoggiato Prodi e rilanciato la Costituente dell’Ulivo. E’ la Rete dei Cittadini che ha promosso a livello locale e nazionale la discussione sugli Albi degli Elettori. Questa chiarezza di obiettivi ci ha spinto a lavorare per aprire spazi riconosciuti ai movimenti ed alle associazioni negli organismi della Lista Uniti nell’Ulivo. Nonostante il permanere della inaccettabile pratica dei veti, e molte delusioni sulla concreta realizzazione territoriale della Lista, riteniamo che con essa si sia realizzata la prima tappa di un processo unitario che dobbiamo oggi proseguire.
L’Assemblea nazionale del primo febbraio è stata particolarmente importante, da essa scaturirono gli indirizzi che ci portarono ad aderire alla Lista Uniti nell’Ulivo ed a partecipare alla Convenzione al Palalottomatica, nella quale Romano Prodi, al rientro nella politica italiana, sottolineava l’importanza del passaggio unitario compiuto e dava appuntamento alla fase successiva alle elezioni europee per riprendere con slancio il percorso dell’Ulivo. Quella Lista cui abbiamo aderito è stata soprattutto una chiara scelta politica ed in quanto tale ha ottenuto un risultato che ha premiato il coraggio di Romano Prodi e lo sforzo unitario di tanti all’interno dell’Ulivo.
La nuova tappa verso l’Ulivo è avviata da Prodi con la lettera del 15 giugno, pienamente in sintonia con i contenuti del nostro Manifesto, sostenuta tempestivamente dalla Rete anche attraverso la diffusione dell’Appello per la Costituente, gli Albi e le Primarie. Una iniziativa, quella dell’Appello, di alto valore simbolico e che ha incontrato il favore e l’attenzione di tanti cittadini che guardano con speranza a Prodi ed all’Ulivo. In questi mesi Pietro Scoppola è rimasto, per Prodi, punto di riferimento e risorsa indispensabile per realizzare l’Ulivo federato secondo regole condivise: questo sia durante la prima fase della Lista Uniti nell’Ulivo (Relazione Commissione Scoppola) sia oggi quando le regole sottoscritte possono far muovere i primi passi all’Ulivo come federazione di partiti ed altre realtà associative, aperto a nuove componenti e capace di dare forza e sostanza alla grande Alleanza Democratica di programma. A Monte San Savino abbiamo avviato un percorso politico caratterizzato da "parole ed atti" di grande responsabilità nei confronti dei partiti dell’Ulivo, anche nei frangenti nei quali abbiamo visto prevalere spinte contraddittorie con il nostro Manifesto. Senso di responsabilità, certo, ma sempre con coerenza ed in piena autonomia, anche di fronte all’atteggiamento "tiepido" e distante dei partiti. Autonomia, coerenza e fermezza sui contenuti del Manifesto della Rete dei Cittadini che rimarranno il nostro modo di stare nella politica.
5. Attraverso il nostro Manifesto abbiamo fatto una proposta a tutto il centro-sinistra e ci siamo impegnati a perseguirla con l’attività delle nostre associazioni.
5.1. Abbiamo proposto all’Ulivo di strutturarsi secondo un disegno federato, aperto, capace di valorizzare l’autonomia dei singoli soggetti attraverso l’unità e le cessioni di sovranità, riconoscendo forme della partecipazione politica presenti da anni sul territorio a fianco dei partiti, capaci di contribuire pariteticamente alla costruzione del nuovo soggetto politico del riformismo democratico.
Abbiamo accompagnato tale richiesta con la scelta concreta di realizzare noi, subito, una struttura a Rete fondata sull’autonomia delle singole associazioni. Noi per primi abbiamo scommesso che una rete di autonomie può funzionare, che una Rete costituita e sostenuta dalla aperta collaborazione e unione di tante esperienze collettive e di tante adesioni individuali, può incidere e contare.
I modi della politica e gli obiettivi della politica stanno insieme, la struttura a Rete è una proposta politica che vuole andare ben oltre la nostra semplice organizzazione. Con questo abbiamo anche detto che non c’è bisogno di nuovi partiti, ma di un modo diverso di unire e far dialogare le diverse esperienze politiche, abbiamo detto che dobbiamo ripartire dalla partecipazione dei cittadini nelle realtà locali, nel territorio.
Ma la partecipazione è cosa ben diversa dalla informazione o dalla consultazione diffusa, la partecipazione che fa crescere la cittadinanza è quella che coinvolge in processi decisionali. Quindi gli strumenti della partecipazione non sono secondari, con essi si scelgono le procedure di coinvolgimento nelle decisioni, Albi degli elettori e Primarie, altrimenti si devia verso i riti del conformismo e del populismo che per i nostri elettori hanno gambe corte e conducono a sconfitta certa.
5.2. Le Primarie costituiscono l’architrave che unisce su basi democratiche la Federazione dell’Ulivo e la coalizione politica rappresentata dalla Grande Alleanza Democratica. Il loro raccordo diventa compito specifico dei Cittadini per l’Ulivo. Ricordiamo che, riguardo alle Primarie, tra le nostre associazioni è maturata una significativa esperienza. Mi riferisco a quanto è stato fatto in Toscana (Lucca, Siena ed ora la proposta di Legge regionale); mi riferisco al contributo che, come Cittadini per l’Ulivo, abbiamo dato alla proposta di autoregolamentazione delle primarie di recente scaturita dal Comitato per le Primarie. Sappiamo che sono due gli obiettivi da raggiungere in questa lunga trasformazione del centro – sinistra italiano: costruire una esperienza politica nuovamente fondata sulla partecipazione dei cittadini nelle diverse forme della libera associazione politica e dotarsi di una leadership legittimata democraticamente. Per questo abbiamo proposto l’Assemblea Costituente dell’Ulivo e le Primarie. Le Primarie devono svolgersi in un clima di grande partecipazione e correttezza formale, perché devono essere serie, perché devono essere un passaggio storico di alto profilo per il nostro Paese. Da tempo ci battiamo perché gli Albi degli Elettori vengano istituiti in tutto il territorio: ora devono essere una conseguenza della grande mobilitazione democratica delle Primarie. Attraverso le Primarie e gli Albi degli Elettori cambieremo non solo le procedure decisionali per le candidature, prima per la leadership poi ad ogni livello istituzionale, ma anche per la stesura dei programmi.
6. L’attuazione del Manifesto della Rete, identità ideale e programma politico, è stato in questo anno in mano alle associazioni aderenti. Esse hanno la responsabilità di quanto si è realizzato nel territorio.
I compiti di indirizzo e di decisione comune sono stati assolti dal Coordinamento Nazionale e dal Comitato Esecutivo che ha cercato di svolgere anche il difficile ruolo di "presenza" nazionale, di interlocutore nazionale a nome della Rete territoriale.
Abbiamo provato anche la fatica e le difficoltà di un modo di far politica che chiede a chi agisce nel territorio di essere contemporaneamente il responsabile delle scelte nazionali.
Riteniamo però che, in definitiva, poche risorse siano state dedicate al rafforzamento della Rete, al sostegno ed alla diffusione delle associazioni, questo a causa di una particolare attenzione per gli importanti "passaggi politici nazionali" che si stavano compiendo. Ora, amici, torniamo alla Rete. Occorre rafforzare il significato originario della Rete, perché nella Rete sta la nostra novità, ne va della vita e della forza di questa esperienza.
7. Il passaggio politico che abbiamo di fronte è decisivo per il centrosinistra italiano, il ruolo della Rete può essere importante e ci auguriamo che le nostre associazioni abbiano la forza necessaria per sostenerlo.
Noi sappiamo che l’Ulivo è un progetto di rinnovamento e trasformazione della politica italiana di lungo respiro.
Questa compito, che condividiamo con tanti altri, costituisce il cuore del nostro progetto, della nostra ragione d’essere. Essa va ribadita e ripetuta, farlo è ancora più indispensabile di fronte alla realizzazione in corso del soggetto federato.
Per questo abbiamo fatto le nostre proposte (Costituente, Albi e Primarie, inclusione di movimenti ed associazioni), per questo abbiamo sostenuto passaggi politici (Lista unitaria e Federazione regolata) che siamo consapevoli sono parziali rispetto agli obiettivi da noi dichiarati, ma che sappiamo essere positivi e necessari.
Attenzione, niente è più reversibile dei passaggi che stiamo effettuando verso l’Ulivo federato. Sono decisioni frutto di una battaglia politica, sono decisioni da sostenere con una battaglia politica, sono decisioni che attendono di trasformarsi nel territorio, tra i cittadini attivi, in esperienza politica, l’unica che con il suo carattere diffuso, fatto di passione e lavoro condiviso, può radicare a fondo, in maniera irreversibile, un progetto politico. Il percorso cui abbiamo contribuito si è già alimentato di conquiste e di ritorni indietro, di slanci forti e di impaludamenti. Per questo la Rete è utile all’Ulivo e a Romano Prodi.
8. La naturale collocazione della Rete dei Cittadini è nella Federazione dell’Ulivo, forza politica unitaria che si fonda su regole condivise e sulle cessioni di sovranità dei soggetti aderenti, aggregato di partiti e forme associate di cittadini che insieme costituiscono il soggetto politico primario della Grande Alleanza Democratica, e che opererà una svolta nella storia politica italiana anche attraverso la realizzazione delle Primarie volute da Prodi e aperte a tutti i cittadini - elettori del centrosinistra.
Certo, i limiti di quanto per ora deciso sono evidenti.
a) Il quindici per cento per associazioni e movimenti non esprime una concezione paritetica delle diverse forme della partecipazione democratica, ma neppure una adeguata volontà di apertura, di rischio e scommessa politica, insomma di rinnovamento.
b) La Federazione dell’Ulivo deve divenire il soggetto politico, plurale ed unitario, titolare della sovranità sulle materie fondamentali per il governo del Paese, per decidere il nostro ruolo nell’Europa in cui crediamo e per incidere nel quadro internazionale di cui ci sentiamo responsabili. Le materie per ora affidate alla federazione sono importanti ma non sufficienti, questo nonostante la nostra ferma convinzione che Prodi utilizzerà la strada lasciata aperta della iniziativa del Presidente per l’allargamento delle competenze.
c) Gli organi della federazione devono radicare questa nuova sovranità politica ad ogni livello territoriale: nei Comuni, nei Collegi, nelle Province, non solo nelle Regioni.
d) Il soggetto politico plurale e federato deve dare a tutti i cittadini che vi si riconoscono ed intendono parteciparvi attivamente, la possibilità di aderire direttamente e singolarmente, insieme ai partiti ed alle associazioni.
e) La federazione dell’Ulivo è una scelta politica fondamentale che si deve realizzare davanti a tutti gli elettori con la designazione di un unico portavoce all’interno della Grande Alleanza Democratica.
f) La necessità dell’unanimità per accettare nuove adesioni alla federazione riconosce il diritto di veto e comunica diffidenza e chiusura invece di fiducia ed apertura in questa importante fase di costruzione politica.
g) Sulla parità di genere, lontana dalla sensibilità del nostro ceto politico, le regole tacciono. La Rete dei Cittadini per l’Ulivo assume l’impegno in proprio di una rappresentanza paritaria e chiede fin da ora che tale impegno venga assunto da tutti gli aderenti alla Federazione.
Inoltre, su una decisione politica fondamentale ed urgente, quale quella connessa alla scadenza amministrativa regionale, chiediamo che siano messi al bando atteggiamento strumentali da qualsiasi parte provengano e si decida
1. per candidati alla presidenza unitari e coerenti con il progetto politico in atto; 2. per la costruzione di programmi regionali democratici che vedano la partecipazione delle realtà associative di base;
3. per la formazioni di liste unitarie che si richiamino all’Ulivo;
le eccezioni possibili non devono costituire smentita alla scelta politica di fondo, ma solo l’inevitabile conseguenza di un quadro normativo articolato e complesso. Altre proposte comportano l’arresto del processo unitario della Federazione dell’Ulivo e della Alleanza, tra l’altro rischiando di dividere seccamente il paese in due.
9. Crediamo che gran parte di queste riflessioni siano condivise da molti movimenti ed associazioni.
Proprio il diffondersi di tante esperienze associative e di movimenti politici è uno dei dati più significativi di questi ultimi anni. Essi rappresentano una grande risorsa, ciascuno nella loro specificità, per il rinnovarsi della politica italiana e per le opportunità di partecipazione che offrono ai cittadini. A questo proposito ricordo che la nostra Rete ha cercato e continua a cercare un rapporto con gli altri movimenti ed associazioni per lavorare insieme ai comuni obiettivi. Penso in particolare alle iniziative in difesa della Costituzione ed a quelle per le Primarie. Con la nostra specificità di "Cittadini per l’Ulivo" dobbiamo rafforzare il dialogo con le altre realtà associative che maturano nella società.
10. In questo anno di lavoro la priorità è stata la costruzione dei primi elementi di unità e di federazione dell’Ulivo, soprattutto a livello nazionale. Le associazioni hanno continuato, come sempre, a prestare attenzione ai contenuti, agli obiettivi programmatici, spesso declinati a livello amministrativo locale. Questa è oggi la priorità per tutta la Rete
Sin dalla sua prima uscita in pubblico come leader dell’Ulivo, Romano Prodi ha scelto di costruire il proprio messaggio politico sulla assoluta priorità dei contenuti, degli obiettivi programmatici come concreta risposta ai problemi ed alle domande del presente. La lettera del 24 settembre ha espresso al massimo livello questa larghezza di respiro, per la quale la politica si alimenta della capacità di leggere i problemi reali e di rispondere ad essi secondo tempi e modi in sintonia con il Paese che vogliamo rappresentare e con l’Europa che abbiamo contribuito a costruire.
Se l’Ulivo è un compito che richiede "lungo respiro" il diffuso mondo delle associazioni e dei movimenti ha il compito di realizzare esperienze politiche "con lo sguardo lungo", tese a dare radici profondi ai valori ed ai contenuti dell’Ulivo.
Le associazioni della Rete hanno già colto la drammaticità dell’attacco alla Costituzione Repubblicana. Questo è oggi un impegno che ci dobbiamo assumere tutti. E’ necessaria una mobilitazione diffusa e capillare sul tema della Costituzione Repubblicana intesa come inalterato punto di riferimento ideale e fondamento reale del nostro tessuto sociale ed economico, così come della aperta ed inclusiva identità etica del Paese.
C’è bisogno di ricostruire attorno al testo costituzionale un sentire diffuso, consapevole, che ne rilanci la capacità di essere progetto politico e culturale di una nazione. C’è bisogno che l’Ulivo attivi a sua volta le competenze necessarie per definire la propria proposta di modifica del dettato costituzionale nella convinzione che, proprio per riproporsi come alto e duraturo progetto politico, debba essere adeguato istituzionalmente.
Questo è l’esempio principale della priorità ai contenuti ed al programma che dobbiamo lanciare: i documenti che ci ha proposto Romano Prodi in questi mesi sono terreno fertile ed ampio. l’Europa, la pace, la lotta al terrorismo, il consolidamento del bipolarismo, la solidarietà, lo sviluppo, la scuola e la ricerca. I cittadini dell’Ulivo e le loro associazioni devono assumersi la responsabilità di questi temi, né devono distrarsi dai problemi amministrativi del loro territorio, sui quali, al contrario, si costruisce il rapporto con i cittadini e sui quali siamo spesso riconoscibili di fronte ad essi. Ricordiamo che da questo dialogo pubblico, da questa palestra civica che si esercita innanzitutto nelle comunità locali, possono inoltre emergere competenze e persone capaci di contribuire in modo positivo alla elaborazione dei programmi ed alla vita delle istituzioni.
Il rinnovamento della politica e dei politici non è uno slogan elettorale, è un percorso politico che si costruisce nel tessuto sociale del nostro territorio, non è una questione di anagrafe ma di metodi e di contenuti della politica, riconoscibile nelle singole scelte e nella loro coerenza. E’ il frutto della partecipazione come processo di responsabilizzazione e coinvolgimento nelle decisioni, attraverso il quale si forma quel tessuto di cittadini attivi ed "esperti" che danno fondamento reale alla democrazia e risorse nuove al ceto politico.
Montecatini, 4-5 dicembre 2004
www.cittadiniperlulivo.com
Ora che la precaria “verifica” della giunta Cesaroni ha apparentemente
trovato la “quadra”,per usare il linguaggio bossiano ,c’è l’occasione
per alcune analisi più approfondite.Intanto possiamo prevedere che la
situazione politica rimessa in piedi con l’attaccatutto grazie agli
interventi della Destra nazionale è ben lungi da essere “rattoppata”, dopo
le regionali ci aspetta perciò un nuovo “ottovolante” politico ed una
ennesima “verifica” infinita. L’apparente “pacificazione” è riuscita
infatti solamente al prezzo di promesse “sganciate” dal livello più
“alto”,la cui realizzazione dipenderà dal risultato delle regionali del
prossimo anno, in poche parole se la Destra dovesse perderle tutta la
situazione andrebbe “rinegoziata” con prevedibili ricadute a cascata anche su
Velletri. D’ altra parte il “teatrino” della Destra ha dato
l’occasione anche a tutti i semplici cittadini di dare una occhiata al dietro
le
quinte. Per la Destra cittadina ,infatti, non contano gli elettori
,neanche i loro e se ci fosse una logica le varie componenti della Destra
,tuttora divise come cani e gatti, avrebbero detto prima delle elezioni
a cosa miravano e se c’erano differenze programmatiche e non d’altro
genere e avrebbero lasciato che gli elettori ne fossero arbitri , la
negoziazione post-elezione ha il sapore della tanto odiata ,a parole,
“prima Repubblica” con giri di chiacchiere che,allora,
chissà oggi, nascondevano corposi interessi.Naturalmente in tutta
questa “sarabanda” nemmeno una parola sul come rimetter mano ad una
situazione delle casse Comunali a dir poco precaria, ma una spartizione degli
assessorati e del resto del “sottobosco” politico secondo il vecchio
manuale Cancelli ,mai realmente mandato in soffitta .Come ovvio ,visto
che non riteniamo Cesaroni adatto al governo di questa città, ci siamo
opposti e ci opporremo come tanti altri cittadini alla sua giunta,ma è
quasi ironico che proprio noi dobbiamo ricordare che il Sindaco è stato
scelto dai cittadini e ,quindi ,a lui toccano o ,meglio toccherebbero,
le scelte degli assessori ,invece ,stando alle sue stesse parole, è
ancora in attesa che i partiti della Destra cittadina decidano sui nomi da
portargli ,quasi che fosse un notaio e non il “Primo Cittadino”. Può
certo dispiacere a qualcuno ,ma il sindaco ,oggi, è eletto , direttamente
dai cittadini in qualche caso ,vedi Arezzo o Frosinone, con una
maggioranza consigliare diversa dalla sua ,e sempre , anche in quei casi ,
l’indirizzo politico viene tenuto dal Sindaco che, quando non ha più la
maggioranza, rimette il mandato e lascia che a dirimere i nodi siano gli
elettori. Che dire ,poi, di chi ,novello San Paolo sulla via di
Damasco, “folgorato” si lancia in una nuova avventura politica cambiando
casacca, l’esperienza europea ci insegna che i cambi
nel panorama politico sono rarissimi, e questa è una lezione che vale
anche per l’Ulivo, ma quando avvengono i protagonisti fanno un passo
indietro ,come nel gioco dell’oca .Nell’ultima legislatura governata
dalla destra inglese ,prima della grande “batosta” rifilatagli dai
laburisti, i conservatori persero diversi deputati che durante la
legislatura passarono allo schieramento avversario ,ma in tutti questi casi
,a
riprova della sincerità della svolta, si dimisero dal seggio di
Deputato per rispetto di quegli elettori che in buona fede l’avevano votati.
Va anche detto,infine, che qualcuno ,anche nel centro-sinistra , ha
espresso perplessità perché la crisi della maggioranza è stata portata in
consiglio Comunale invece di essere risolta precedentemente, riteniamo,
invece , che proprio il consiglio comunale sia il luogo adatto in cui i
cittadini possono verificare per così dire in diretta i loro
rappresentanti , meglio molto meglio un “crac” politico “en plan air” davanti
agli occhi di tutti ,che una crisi strisciante risolta in maniera extra
–Parlamentare come quella del Governo Nazionale, la Democrazia è di
tutti e tutti devono poterne verificare il funzionamento a maggior ragione
durante crisi politiche.
Cittadini per l’Ulivo “Velletri fuori dalla palude” circolo Volontè
novembre 29 2004
BOOMERANG FISCALE
MASSIMO RIVA
da Repubblica - 29 novembre 2004
IERI la lettera che chiede una svolta nella politica per il Mezzogiorno, a firma congiunta di Confindustria e dei sindacati. Domani lo sciopero generale indetto dalle tre maggiori confederazioni del lavoro contro le scelte economiche del governo.
Davvero il circo mediatico allestito da Silvio Berlusconi attorno al fantasmagorico taglio delle tasse non poteva trovare accoglienza peggiore da parte delle forze e degli interessi, che rappresentano il sistema produttivo del paese. Cioè, proprio presso quel mondo fondato sulla "cultura del fare" di cui il Cavaliere si era autoproclamato l´interprete più sicuro e l´alfiere più determinato.
Boomerang fiscale
Il fatto è che il presidente del Consiglio sarà anche stato abile nell´imporre al ministro del Tesoro e al Ragioniere generale dello Stato di stiracchiare con mille espedienti la coperta corta della finanza pubblica per ricavarne qualche miliardo con cui fare fumo agli occhi dei contribuenti, ma ora è costretto ad accorgersi che la fatidica coperta è corta anche in termini economici e politici.
In altre parole, non si può mettere in campo una riformetta fiscale ispirata da calcoli di convenienza elettorale contingente e poi pretendere che chi dovrebbe fare investimenti ovvero difendere salari e occupazione applauda una mossa imbelle se non addirittura controproducente nei confronti del vero dramma incombente sul paese: la perdita progressiva di competitività del sistema Italia.
Del resto, è stato lo stesso presidente del Consiglio a dichiarare che lasciare quattro soldi in più nelle tasche degli italiani (otto magari in quelle dei già benestanti) non servirà a dare alcuna scossa propositiva alla crescita dell´economia nazionale.
Anzi, c´è perfino il rischio che, nell´attuale congiuntura del mercato dei cambi, si realizzi un micidiale "effetto boomerang": nel senso che la pur piccola ripresa immaginata per i consumi finisca per andare a beneficio assai più di merci importate che del derelitto made in Italy. Come già ripetutamente accaduto in passato in circostanze analoghe.
Ciò spiega il dissenso apertamente marcato da parte di una Confindustria che, al termine di un quadriennio di cloroformio berlusconiano sotto la gestione D´Amato, si ritrova ora a mani vuote. E perciò reclama dal neopresidente Montezemolo una difesa delle ragioni imprenditoriali fondata non più sul collateralismo politico, ma sugli interessi concreti di chi, non avendo la fortuna di fare soldi vendendo spot tv in un mercato protetto, deve fare duri conti quotidiani con tecnologie sempre più sofisticate e concorrenti sempre più agguerriti su un mercato che, in molti casi, è grande come il pianeta intero.
A costoro la mancia fiscale del governo Berlusconi non cambia minimamente la vita, come viceversa avrebbe potuto una concentrazione dei tagli tributari sul fronte del costo del lavoro o del sostegno agli investimenti. Anzi, è ragione di profonda delusione perché lascia intendere che il potere politico - come Montezemolo ha detto senza giri di parole - guarda oggi soltanto all´obiettivo delle imminenti scadenze elettorali e non ai problemi del medio periodo, che sono l´orizzonte naturale di chiunque sia impegnato in investimenti industriali. E l´impareggiabile ministro Gasparri, non meglio noto se non per i segnalati servizi resi alle tv berlusconiane, non fa altro che dare ulteriore ed amara conferma a questa delusione quando reagisce con piglio di atavico sapore repubblichino dichiarando che il governo non è fatto da "lustrascarpe della Confindustria".
In questo quadro non costituisce, quindi, sorpresa il fatto che gli esponenti del mondo imprenditoriale e i rappresentanti del sindacato - pur nella naturale dialettica che ne differenzia i ruoli - abbiano trovato un terreno comune di giudizio e di azione nei confronti del governo. C´è un parallelo interesse di entrambi i fronti a contrastare insieme una politica economica che non guarda al futuro del paese, ma soltanto ad obiettivi di consenso elettorale immediato, per giunta instabili e ondeggianti perché affidati all´impalpabile scienza dei sondaggi.
Chissà se, passata l´eccitante sbornia dell´annuncio del taglio delle tasse, Berlusconi e i suoi consiglieri vorranno riprovare a guardare in faccia la realtà? Se lo faranno, saranno costretti ad accorgersi del non piccolo prezzo politico pagato per un giorno da leoni sul terreno fiscale. Per tre anni e mezzo il presidente del Consiglio ha perseguito, senza farne neppure mistero, l´obiettivo di consolidare il suo potere sociale allettando Cisl e Uil a diventare interlocutori privilegiati del governo e di una Confindustria pilotata da Palazzo Chigi, attraverso l´isolamento dei "comunisti" della Cgil. Oggi il fronte delle tre confederazioni appare unito come quasi mai in passato, mentre la Confindustria talvolta scavalca perfino i sindacati nelle critiche al governo. Quel che si dice un autentico capolavoro di strategia politica. Nel quale, però, è obbligatorio leggere soprattutto la frattura fra un governo che pensa solo alla sua sopravvivenza e quella parte del paese che produce e lavora con crescente difficoltà.
Soru: ricompriamo i tesori dei privati
Sardegna, aree pubbliche per il turismo. «Via gli Usa dalla Maddalena, ne parlerò al premier»
dal Corriere - 29 novembre 2004
CAGLIARI - Casa cubica, stessa pietra chiara della Basilica di Bonaria, qui a un passo. Sculture moderne. Luce dal mare, vista sul porto, pomeriggio brillante e tiepido: Cagliari è il nostro tropico educato, ma gli italiani raramente se ne ricordano. In luglio Renato Soru, presidente della Regione Sardegna da poche ore, rispondeva così a un articolo sul Corriere («Soru e la Sardegna: dov’è il progetto?»): «La vera sfida partirà dopo l’estate (...). Se vorrete ascoltarmi, sarei felice di parlarvene dopo i clamori agostani. In inverno». E i sardi non dimenticano; i giornalisti (qualche volta) nemmeno.
Il 25 novembre il Consiglio regionale ha approvato la «legge salvacoste» che blocca per 18 mesi le costruzioni nella fascia entro i due chilometri dal mare, in attesa del Piano paesaggistico regionale. I precedenti Piani territoriali paesistici (Ptp) erano infatti decaduti e questo apriva le porte a quelli che Soru chiama «i metrocubisti» sostenuti con entusiasmo da molti sindaci costieri.
«Legge salvacoste». Molti, qui a Cagliari, mi sono sembrati sorpresi.
«E perché? L’avevamo scritto nel programma della coalizione che saremmo intervenuti. Decaduti i Ptp e, in assenza di misure di salvaguardia, la cubatura raddoppiava: stava ricominciando il sacco delle coste, la corsa al villaggio turistico. E cosa ne avremmo ricavato? Cento posti di cameriere stagionale, nessuno sviluppo del territorio. Una specie di "estrazione turistica". Come accadeva nell’industria mineraria: si arriva, si sfrutta quel che c’è da sfruttare, si lascia, si passa ad altro. No. Le famiglie non si mantengono svendendo gioielli. La Sardegna deve creare, non svendere ricchezza, offrire servizi e cultura».
A proposito di gioielli: la spiaggia di Montirussu (Aglientu), di cui il "Corriere" si è (pre)occupato più volte, è salva?
«Salva. Lì non si costruisce più. La legge blocca quell’intervento».
Il turismo che non vorrebbe vedere in Sardegna?
«Quello dell’esperienza avulsa. Il turista portato e impacchettato, che non sa neppure dov’è. Oltretutto, se ci mettiamo su questa strada, perdiamo. Costo del lavoro: alle Maldive e a Sharm-el-Sheik è più basso. Distanza: la Croazia è più vicina ai nostri mercati. Stagione "sole&mare": qui dura quattro mesi, altrove molto di più».
Ci metta pure i prezzi. La Spagna costa meno. E l’offerta: i sardi non sempre si sono rivelati imprenditori turistici entusiasti.
«Dobbiamo diventarlo. Dobbiamo imparare a offrire servizi, non solo muri e muratori».
La Costa Smeralda?
«Diciamo che non sta conoscendo la sua stagione migliore. Lo sviluppo non si misura in metri cubi: ragionare così è la fine. Tom Barrack ha chiesto un incontro. Lo incontro volentieri, il 9 dicembre. Immagino vorrà dirmi qualcosa dei loro progetti, che però dovranno avvenire all’interno di regole. Non sono le norme generali che devono adattarsi agli imprenditori, infatti, ma gli imprenditori alle norme generali».
Villa Certosa di Berlusconi. Impugnerà il segreto di Stato? (Lungo silenzio). «Io dico solo che i lavori in una casa privata non possono essere coperti dal segreto di Stato. Le amministrazioni locali non li hanno potuti vedere e non è giusto. Comunque, per questo, c’è il Tribunale di Tempio Pausania. Se proprio vogliamo parlare di desecretazioni, m’interessa molto di più la base americana della Maddalena».
Ha anticipato la prossima domanda. Me l’aveva suggerita anche Alberto Pinna, l’inviato del "Corriere" in Sardegna.
«Mettiamola così: sulla Sardegna grava il 60% delle servitù militari in Italia. E da 32 anni ospitiamo a Maddalena una base frequentata da sottomarini a propulsione nucleare, con nave appoggio. Diciamo che abbiamo già dato. La Sardegna è un soldato stanco: vuol essere congedato».
Traduco: chiedete agli americani di chiudere la base.
«Appunto. L’Arcipelago della Maddalena, meraviglioso e affollato, è il posto meno adatto per ospitare una base nucleare. Perché possono succedere incidenti, come è infatti accaduto di recente. Avere quei sommergibili nel Mediterraneo era necessario, in un certo momento storico? Probabilmente sì. Ma adesso il mondo è cambiato. Troviamo un’altra soluzione. L’Arcipelago serve al nostro sviluppo».
Ha visto l’ambasciatore Sembler?
«Sì e abbiamo parlato di diverse cose. Ci siamo lasciati con la promessa che verrà a trovarmi tra due o tre mesi».
Ne ha già parlato con Berlusconi?
«Ho mandato una lettera. Ne ho parlato con Letta, in attesa di un appuntamento col presidente del Consiglio, per chiedere formalmente di rivedere gli accordi con gli amici americani».
Torniamo alla «legge salvacoste». E’ vero che volete imitare il National Trust britannico e ricomprarvi pezzi di territorio per valorizzarlo?
«Se esistono aree di particolare pregio a prezzi ragionevoli potremmo ritirarle dai privati, anche attraverso sottoscrizioni pubbliche».
Il turismo non è importante solo in Sardegna. E’ una grande industria italiana, oggi un po’ nei guai. Puntate a diventare un esempio per altre regioni?
«Non ho di queste ambizioni. Mi basta fare quello che posso per la Sardegna, cui sono legato - lo ammetto - in modo viscerale. Dobbiamo pensare a questa generazione: abbiamo il 18% di disoccupazione e un reddito pro-capite del 35% inferiore a quello nazionale. E dobbiamo pensare alle prossime generazioni, evitando di distruggere questa terra».
Rapporti coi partiti. All’inizio la sopportavano a malapena.
«E’ vero, all’inizio della mia candidatura: poi però abbiamo vinto insieme. Ora con la coalizione va molto bene, la fermezza sulla legge salvacoste è un esempio. Quando l’opposizione ha presentato duemila emendamenti per bloccare la legge, l’abbiamo tenuta lì giorno dopo giorno fino alle tre del mattino fintanto che il centrodestra ha convenuto che non si può trattare il Consiglio regionale in quel modo».
La chiamano «dilettante».
(Un po’ irritato). «I dilettanti sono altri, come s’è visto. Non sono un dilettante. Sono un politico non professionista, è un’altra cosa».
In questi giorni l’opposizione l’attacca perché la Regione Sardegna, per una emissione di bond, si è rivolta a una banca che in passato ha fatto lo stesso per Tiscali (Royal Bank of Scotland).
«E’ buffo sentire Forza Italia che protesta per il conflitto d’interessi, ma indubbiamente il problema esiste».
Cos’ha fatto e ha intenzione di fare per risolverlo?
«Non ho più cariche in Tiscali, come avevo promesso. Ho chiesto aiuto a tre esperti, tra cui Guido Rossi: come risolvere il conflitto d’interessi in Sardegna, con una legge che valga, ora e nel futuro, per tutte le cariche della Regione. La notizia sulla banca invece è falsa».
Insieme con Illy a Trieste, Soru è una delle «facce che funzionano» del centrosinistra e non sono molte. Ma lei dice che, alla fine del mandato, lascia. Un pensierino a una carriera nazionale?
«Lo escludo abbastanza. Lo escludo».
Abbastanza?
Beppe Severgnini
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Ds Milano - Rassegna stampa
Lombardia: Sarfatti, lezione di ottimismo
Alla Regione si può vincere - Non mi sento bruciato, ci sono tre candidature in corsa. L´importante è avere fiducia
E´ convinto che «la partita si può vincere e che Formigoni può essere battuto». Sostiene che in Lombardia ci sono «le condizioni per rilanciare l´alleanza di coalizione di tutto il centrosinistra ma anche la Federazione dell´Ulivo». Soprattutto insiste su un punto: «Il centrosinistra deve recuperare la sua identità puntando su programmi innovativi e su una nuova classe dirigente composta da giovani preparati». Riccardo Sarfatti si sente più che mai in pista per conquistarsi il diritto a sfidare Roberto Formigoni.
Sarfatti, lei si sente impallinato dal centrosinistra? Fino a pochi giorni fa era considerato in pole position per la sfida con Formigoni. Poi è spuntato Piero Giarda. Cosa sta succedendo?
«Il mio rapporto con il centrosinistra è ottimo. Impallinato? Non credo proprio. Come si fa ad impallinare uno che si è solo dichiarato disponibile? Il percorso è già stata stabilito: i differenti candidati saranno valutati e poi scelti dai segretari regionali dei partiti del centrosinistra. Gli stessi segretari che nel frattempo si saranno consultati con i movimenti e con la società civile».
E Giarda?
«Ce ne sono già tre di candidature ufficiali. Se ne vogliamo aggiungere un´altra non c´è nulla di male. Piero Giarda è una persona competente e rispettabile. Mi sembra, però, che Giarda non si sia presentato al convegno della Margherita. Penso che questa assenza potrebbe voler dire qualcosa. Ma non sono questi i veri problemi».
E quali sono allora?
«Il centrosinistra deve emanciparsi dalla miope convinzione dell´imbattibilità di Formigoni. Ecco perché abbiamo bisogno di una candidatura capace di infondere entusiasmo. La partita si può vincere e di questo il centrosinistra deve aver fiducia. A patto però di puntare su programmi innovativi e di costruire una nuova organizzazione politica coinvolgendo accanto ai partiti i giovani, i movimenti, il volontariato. In Lombardia ci sono tutte le condizioni perché il centrosinistra assuma configurazioni nuove, simili a quelle che in Friuli con Illy e in Sardegna con Soru hanno consentito di riconquistare le due regioni superando dispute e litigi che sembrano esserci a livello nazionale».
«Nel frattempo a muoversi è Formigoni che sta puntando a rompere destra e sinistra per aggregare un nuovo schieramento attorno alla sua persona. O no?
«In realtà, Formigoni ripropone una schema da prima repubblica attraverso alleanze di vertice con professionisti del pendolarismo politico. Mentre in questi dieci anni la Lombardia ha perso punti nella sfida con le aree più avanzate d´Europa. Per tornare a vincere, invece, la nostra regione ha bisogno di progetti di alta qualità su ambiente, mobilità energia, famiglia e servizi sociali».
Rifondazione può mandare giù un candidato imprenditore?
«Fra me e Rifondazione credo che ci possa essere un punto in comune importante: la centralità dello sviluppo e la centralità del lavoro. L´unica differenza è che per me la centralità del lavoro deve coinvolgere il ruolo dell´impresa socialmente responsabile».
GIORGIO LONARDI
da Repubblica -
Governo eversore e ministri eversivi
EDUARDO RINA
Non c'è mai un limite all'escalation della Lega Nord e dei suoi massimi esponenti nazionali. Un partito e tre Ministri della Repubblica italiana che mettono una "taglia" di venticinquemila euro sugli assassini di un cittadino padano e nessuna taglia per le centinaia di morti ammazzati nel Napoletano.
Secessionisti e razzisti anche nella tragedia e nel lutto delle vittime di qualunque barbarie omicida, di qualunque criminalità assassina.
E, al di là di qualche episodica "condanna" nelle dichiarazioni di rito, quali iniziative più incisive e pregnanti riesce a costruire lo schieramento delle "opposizioni parlamentari?". Come si risponde molto più "concretamente" nel Parlamento a ciò che non è più l'espressione di "pensiero libero", ma un "atto" di vera e propria sostituzione di sovranità in un Paese che si regge su un Ordinamento Giuridico che affida alle forze dell'ordine dello Stato Democratico e al Potere Giudiziario il compito di individuare, arrestare e processare i colpevoli di crimini così efferati?
Lo so per esperienza. Nel Veneto e nel Trevigiano abbiamo dovuto assistere negli anni passati al fenomeno delle "camicie verdi", alla sottoscrizione di petizioni per l'uso delle armi e delle pistole per la "difesa personale".
E, con atteggiamenti altalenanti di sottovalutazione e di indifferenza, ci siamo trovati con i fenomeni alla Gentilini e al "consenso di massa" alla Lega Nord.
Ma finchè il fenomeno dell'eversione assumeva dimensioni territoriali (seppur perseguibile dalle norme vigenti) si poteva comprendere la sottovalutazione e l'indifferenza degli organi dello Stato, anche perchè l'articolo 21 della Costituzione, preso alla lettera, può "tradurre" tante gravissime iniziative in "libertà di pensiero e di parola". Basti pensare a chi, come Forza Nuova, manifesta liberamente nelle piazze l'apologia del nazi-fascismo.
Alle gravi dichiarazioni (ed eventuali azioni conseguenti) di un Capo del Governo che giustifica chi non paga le tasse (e quindi "sobilla" all'evasione fiscale), che attacca tutti i giorni la Magistratura sfornando leggi ad personam (l'ultima è quella per il suo compare Previti) e a Ministri "padani" che mettono le "taglie" per la cattura degli assassini di un cittadino italiano (solo perchè iscritto alla Lega Nord), non ci si può limitare a risposte solo sul terreno della politica.
Non si può soltanto dire che "è gravissimo" o "inaudito". Bisogna che lo Stato di Diritto e la Legalità rispondano con armi "proprie" e "immediate". Un Presidente del Consiglio e i suoi Ministri, prima di insediarsi fanno "atto di giuramento" alla Costituzione della Repubblica. Quella che c'è oggi, non quella che sognano e stanno realizzando a colpi di maggioranza un Governo Eversore e Ministri Eversivi.
Chi è garante del giuramento solenne davanti al Capo dello Stato? E chi deve "agire" per incriminare e processare per tradimento o alto tradimento le alte cariche dello Stato che si macchiano di tali delitti?
In conclusione, se un Ministro della Repubblica prende dal suo portafoglio 25.000 euro e li promette al cittadino che "cattura" o "contribuisce alla cattura" degli assassini, vuol dire che non si fida degli organi dello Stato che egli rappresenta. Chi agisce nei suoi confronti? Il Ministro della Giustizia? Ma se l'ingegner Castelli è suo "socio" e gli tiene bordone?
Se le Opposizioni (che continuano a perdere tempo a pensare al nome della coalizione) non producono iniziative adeguate alla gravità dei "fatti", lo sbandamento della società civile che ancora resiste a difendere il tessuto democratico dello Stato di Diritto porterà alla "desistenza".
E chi, come me, deve entrare in aula la mattina per parlare agli studenti di Diritto, di Costituzione, di poteri e competenze degli Organi dello Stato, dovrà coerentemente pensare a ... cambiare lavoro.
www.centomovimenti.com
Riforma : come togliere indipendenza al pubblico ministero
dall'Economist, traduz. di Giulia Alliani
Una cosiddetta riforma potrebbe limitare la liberta' d'azione del potere giudiziario.
C'e' qualcosa che non va per il verso giusto quando i magistrati scioperano. Quelli italiani l'hanno fatto per 14 volte dopo la fine della seconda guerra mondiale, e tre volte da quando, nel 2001, e' tornato al governo Silvio Berlusconi, che si trova attualmente sotto processo con l'accusa di aver corrotto dei giudici.
L'ultimo sciopero, durato un giorno, e'stato indetto questa settimana dall'Associazione Nazionale Magistrati (ANM), di cui fanno parte il 90% dei giudici e dei pubblici ministeri. In Italia sono entrambi considerati magistrati e appartengono alla stessa carriera.
Il loro sciopero ha coronato una serie di proteste contro una legge di riforma dell'ordinamento giudiziario che sta per essere approvata in parlamento. Secondo l'ANM piu' dell'80% dei magistrati si sono astenuti dal lavoro. Le proteste, ripetute per la terza volta nel corso di questa legislatura, hanno perso mordente ed e' scemato l'interesse dei media, anche se le lamentele dei magistrati hanno raggiunto nel cuore i timori di molte persone a proposito del futuro dell'Italia governata da Berlusconi.
Alcune obiezioni alla legge non sono chiare, altre ovvie. Giustamente la legge vieta ai magistrati di iscriversi a partiti politici. E li obbliga a scegliere se diventare giudici o pubblici ministeri cinque anni dopo la qualifica. Quest'ultimo provvedimento intende ridurre la possibilita' che nei processi si verifichi qualche collusione tra due dei suoi protagonisti che dovrebbero essere completamente indipendenti l'uno dall'altro.
Anche gli avvocati hanno scioperato questa settimana, per ottenere una separazione ancora piu' netta tra pubblici ministeri e giudici. Ma i pubblici ministeri devono essere tutelati oltre che separati.
E' vero che, certe volte, sono stravaganti e arroganti. Questo mese uno di loro, dopo che un giornalista aveva contestato la sua linea di indagini, gli ha inviato un avviso di garanzia per aver "aiutato e favorito" una serie di omicidi.
La legge fara' dipendere la progressione in carriera dei pubblici ministeri dal superamento di esami e li obblighera' ad affrontare test psico-attitudinali: e questo e' giusto.
Ma la parte della legge che ha provocato maggior sdegno sta nell'attacco che viene portato all'indipendenza dei pubblici ministeri nella loro nuova posizione separata. In un luogo corrotto come l'Italia la necessita' di avere dei magistrati inquirenti forti e autonomi e' proritaria rispetto al rischio di eventuali abusi.
La legge concentrerebbe la responsabilita' dell'iniziativa nell'esercizio dell'azione penale nelle mani dei capi delle procure i quali, con il nuovo ordinamento, potrebbero diventare piu' carrieristi e sensibili all'influenza del potere politico. Essa inoltre estende i poteri del ministro della giustizia sia per quanto riguarda la riformulazione delle accuse nei confronti degli imputati che per i provvedimenti disciplinari nei confronti dei pubblici ministeri.
Le preoccupazioni riguardo a quest'ultimo punto si sono aggravate negli ultimi giorni dopo che due pubblici ministeri impegnati nel processo a Berlusconi sono stati accusati anche dal ministro della giustizia di aver tenuto comportamenti illegittimi.
Un'altra preoccupazione riguarda il futuro della lotta al crimine organizzato. Se la loro liberta' verra' limitata, i pubblici ministeri saranno veramente in grado di contrastare i mafiosi che potrebbero avere dei protettori negli ambienti della politica?
www.osservatoriosullalegalita.org
United colors of Mapuche
Una famiglia di Mapuche lotta contro Benetton per il possesso delle terre
I Mapuche, popolazione indigena che vive in diverse zona dell’America Latina, sono arrivati in Italia per far sentire le loro ragioni e per far valere i loro diritti.
La famiglia Curinanco, che da mesi è in causa con la famiglia Benetton, è arrivata fino a Roma per far sapere a tutti che il diritto a utilizzare liberamente parte del loro territorio (da millenni loro proprietà ancestrale) le è stato sottratto.
La storia ha inizio quando la famiglia Curinanco prende possesso, con l'occupazione, di alcuni ettari di terreno appartenenti alla famiglia italiana Benetton.
I Benetton, famosi in tutto il mondo per l'industria di abbigliamento casual, sono i più grandi proprietari terrieri di Argentina. La loro proprietà è a cavallo di cinque province e si estende per centinaia di chilometri quadrati.
Nella provincia di Chubut, l'azienda ha installato mandrie di animali, da latte, da carne e da lana e punta anche allo sfruttamento delle risorse minerarie, presenti nelle sue proprietà, e del turismo.
Tutte queste attività costituiscono una seria minaccia di carattere sociale, ambientale, umano e culturale, cui il popolo originario può rispondere solamente rivendicando la propria autodeterminazione.
La popolazione Mapuche vive da migliaia di anni nella zona compresa fra il Cile, dove sono più di un milione, e l’Argentina dove non superano i quattrocentomila.
La famiglia Curinanco è stata denunciata dalla Benetton per aver occupato un terreno non di sua proprietà.
Sono stati sfrattati con la forza, discriminati dalle autorità di polizia e anche da quelle dello stato. Loro si erano insediati in quelle terre “solo per coltivare e far pascolare le nostre bestie. Per poter vivere una vita dignitosa”, ci dicono durante il loro soggiorno italiano.
“Il motivo fondamentale del nostro viaggio è quello di dare la possibilità di sperare in un futuro migliore a tutti i popoli indigeni che attualmente sono in lotta per i loro diritti. Soprattutto il diritto a poter coltivare la terra, di proprietà indigena da sempre. La famiglia Benetton non si rende conto che il comportamento tenuto fin d’ora non ci spaventa. Noi non abbiamo paura di nessuno”, dice la signora Rosa sorridendo avvolta in uno scialle rosa che la ripara del freddo milanese.
“ Adesso la situazione è davvero complicata." ci dice, "sarebbe bene che oltre ai premi nobel per la pace come Esquivel, che si sono presi a cuore la situazione, anche il presidente Kirchner pensasse un po' ai diritti del popolo Mapuche. Ma anche ai diritti di tutte le popolazione indigene argentine. Addirittura il governatore della nostra zona non si è preoccupato della nostra storia. Anzi ci ha fatto sapere che questo è un problema personale che dovremmo risolvere con la famiglia Benetton. Un problema che non lo riguarda essendo un problema fra privati.”
“La nostra speranza è anche quella di poter tornare a lavorare onestamente nella nostra terra, alla quale apparteniamo da secoli. Lavorandola dignitosamente. Vogliamo solo lavorare e soprattutto vivere in pace.”
“ Io credo che questa sia una lotta che può servire a tutti i fratelli indigeni che si trovano davanti a problemi di diritti non riconosciuti. Questa deve essere una campagna di rafforzamento dei nostri diritti.” E continua il suo discorso: “ Noi non abbiamo paura della famiglia Benetton. Uno davanti all’altro siamo esattamente uguali: siamo due uomini che appartengono alla terra. Se poi vogliamo parlare di potenza economica, è evidente che la famiglia Benetton può fare paura. Ma solo perché hanno tanto denaro. Se avessimo avuto paura di confrontarci con Benetton, non avremmo proseguito la nostra lotta. L’unica cosa che deve fare è restituirci ciò che ci appartiene.”
“La cosa assurda e che la famiglia Benetton, tramite i suoi rappresentanti sembrava voler restituire le terre ai Mapuche. Ma non tutte, solo una piccola parte. Come se ci stesse regalando qualcosa. Ma come si fa a donare ciò che non si dovrebbe possedere?".
La famiglia Benetton in questi mesi ha più volte sottolineato di aver ottenuto la proprietà dei territori da una azienda inglese che la possedeva da decine di anni. A questa erano stati donati dal governo argentino. Dunque l’iter è in contrasto con la storia primordiale che vede i Mapuche proprietari dei territori.
Secondo il loro avvocato “In questo momento l’applicazione della legislazione riguardante la popolazione indigena, nella regione centrale della Patagonia dove vivono i Curinanco, è a un punto morto. Esiste una totale incompletezza dell’applicazione della legge. Nonostante questo non sia un governo conservatore come quelli precedenti, sotto questo punto di vista non è cambiato niente. I Mapuche sono sempre più discriminati. Togliere loro la terra significa creare disoccupazione, fame, e inevitabilmente disagio".
Alessandro Grandi www.peacereporter.net
DOVE NACQUE BUDDHA, TREGUA PER CONFERENZA RELIGIOSA
General, Brief
Per un simposio sul buddismo che si apre il 30 novembre nel sudovest del Paese a Lumbini - località in cui nel VI secolo a.C. nacque il principe Siddharta Gautama, divenuto poi il Buddha - il governo ha dichiarato una tregua unilaterale che consentirà l'arrivo di 250 tra capi religiosi e rappresentanti diplomatici di 35 nazioni; i soldati interromperanno le operazioni nella regione in segno di rispetto verso gli ospiti e il governo ha invitato i ribelli maoisti a fare altrettanto. I guerriglieri del partito comunista maoista del Nepal in guerra con la monarchia costituzionale dal 1996, in un conflitto che ha provocato oltre 10.000 vittime, non hanno al momento dato risposta all’appello. In occasione del simposio, che sarà inaugurato dal sovrano nepalese Gyanendra, Lumbini verrà proclamata ‘città internazionale della pace’ allo scopo di promuovere la diffusione nel mondo dei principi di nonviolenza, rispetto per l’altro e unità spirituale trasmessi dal messaggio buddista. Le autorità, che hanno impegnato molto denaro e lavoro per la riuscita dell'evento, sperano anche di incentivare con la conferenza sia il turismo sia il pellegrinaggio religioso nella città simbolo. La foresta di Lumbini era un luogo caro a Mahamaya, madre del Buddha; durante un viaggio da Kapilavastu, città dove era andata in sposa al re Shuddodana, diretta verso la casa paterna Mahamaya venne colta dalle doglie e partorì in un luogo nella foresta, dove ora sorge il tempio e centro monastico che porta il nome di Mayadevi, in ricordo della regina, e che ospiterà la conferenza internazionale. Da adulto Siddharta Gautama lasciò Kapilavastu viaggiando per quello che oggi è territorio indiano; dopo anni di ascetismo e di meditazione raggiunse l’illuminazione a Bodh Gaya, nell’odierno Stato indiano del Bihar, dove si concentrò la sua predicazione.
misna.it
L’obiettivo di Berlusconi è l’estinzione dello Stato
C’è qualcosa di più di una trovata populistica («meno tasse per tutti») dietro la riforma fiscale varata dal governo. E’ lo stesso Berlusconi a dirlo: «Credo nei cittadini, non nello Stato». Versione nostrana del reaganiano «il governo è il problema, non la soluzione». Quando si tagliano 6 miliardi e mezzo di spese, si annunciano 75 mila pubblici impiegati in meno, si persegue scientificamente la privatizzazione di tutto ciò che è pubblico – dalla scuola alla sanità, ma anche parte del patrimonio immobiliare – allora non siamo di fronte solo ad una «compensazione» del taglio delle tasse. Siamo di fronte ad un progetto, per quanto confuso e contraddittorio, per quanto condotto con approssimazione e una buona dose di dilettantismo. Il progetto è il sogno di ogni liberista di questo mondo: l’estinzione del ruolo mediatore dello Stato.
A confermarlo, i manifesti che in questi giorni verranno affissi da Forza Italia, nei quali si possono leggere slogan del genere: «Il taglio delle tasse: la nuova frontiera della politica». L’espressione «nuova frontiera» mal si addice ad una manovra per far pagare meno imposte soprattutto ai più ricchi. A meno che non si consideri quanto detto prima. In realtà la «nuova frontiera» della politica berlusconiana è esattamente la cancellazione della sfera pubblica e la contraddizione dei principii costituzionali che finora hanno fatto dell’Italia uno stato interventista, che non si contenta di fotografare gli assetti sociali, ma tenta di modificarli a favore delle classi deboli.
Come si diceva, non si tratta di un’idea originale. La Thatcher e Reagan hanno perseguito lo stesso obiettivo, con il risultato di ottenere sì delle economie dinamiche, ma a prezzi sociali paurosamente alti. A ben vedere, tuttavia, oggi il liberismo dello stato minimo non è più tanto di moda. Bush taglia le tasse, è vero, ma contemporaneamente alimenta un deficit spending senza precedenti, investendo nella guerra e nelle alte tecnologie ad essa collegate. Questo, unito al dollaro debole, fa dell’economia americana una macchina solidissima. In Inghilterra Tony Blair privatizza quel poco che 20 anni di governo conservatore avevano graziato, ma aumenta la spesa in ricerca.
In Italia, invece, il liberismo si presenta nella sua versione accattona. Taglia tutto, anzi, inizia proprio dagli investimenti che, soprattutto in un paese di piccole e medie imprese, non dovrebbero essere toccati. Distribuisce a pioggia i pochi spiccioli rimasti, senza quindi ottenere alcun ritorno in termini di crescita delle imprese. Premia l’evasione e i comportamenti anticoncorrenziali, quelli messi in atto da imprese incapaci di stare sul mercato senza imbrogliare. Il combinato disposto di queste due politiche (l’estinzione dello Stato e l’immoralità nella gestione dei soldi pubblici) rischia di far precipitare il paese in una crisi ancora più buia di quella in cui oggi è.
Sarà complicato, molto complicato, per un eventuale governo del centrosinistra riparare ai guasti di 5 anni di berlusconismo. Sarà difficile convincere i cittadini che tutti devono pagare le tasse mentre vedranno i servizi pubblici andare allo sfascio. Sarà terribilmente arduo ripensare il nuovo assetto dello Stato, soprattutto in un paese in cui la cultura dello Stato è così minoritaria.
Al centrosinistra spetta una battaglia culturale, lunga e faticosa, fatta di proposizione di nuovi valori, di una nuova identità collettiva, della riscoperta degli spazi pubblici e del ruolo dello Stato. Non aiutano, lo diciamo senza polemica, certe dichiarazioni sulle scuole private o certe teorizzazioni, riscontrabili negli ambienti riformisti, che in sostanza dicono “ok al taglio delle tasse, ma non esageriamo”. Così non si va molto lontano.
Serve una sfida, politica e culturale, a viso aperto.www.aprileonline.info/
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Iraq: I giornalisti francesi sono vivi?
I due giornalisti francesi Georges Malbrunot e Christian Chenot, prigionieri in Iraq da piu' di cento giorni, appaiono in un Cd-Rom registrato questo mese e di cui il Sunday Times ha affermato oggi di aver ottenuto una copia. Secondo il domenicale britannico, i due ostaggi appaiono in buone condizioni di salute.
Chesnot, che si esprime in arabo libanese con accento francese, afferma che lui e il suo collega sono trattati bene dai suoi rapitori, ''anche se la loro ospitalita' non e' quella di un albergo a cinque stelle'', indica il Sunday Times. L'ultima prova materiale ottenuta dalle autorita' francesi risale al 3 ottobre. In una videocassetta Chesnot e Malbrunot affermavano di essere in ''buona salute'' e non sembravano ''molto dimagriti'' secondo il fratello di Malbrunot, Bernard. www.megachip.info
Italia: opporsi da subito alla militarizzazione dell’informazione
di redazione
Nell’ultima settimana si è aperto in Italia un dibattito sulla riforma del Codice penale militare approvata già in prima lettura al Senato, che mette di fatto a rischio carcere ogni “rivelazione” sulle missioni di pace. Duro commento arriva da Mimmo Càndito, giornalista de La Stampa che parla di “processo di militarizzazione della politica”. Manette per le voci libere sulla guerra. Per effetto di queste decisioni diventano operativi gli articoli 72/73 del Codice penale militare sulla "illecita raccolta pubblicazione e diffusione di notizie militari" che porteranno secondo Càndito a limitare totalmente il libero esercizio dei giornalisti sottostando a alla discrezionalità di un comandante militare. “ E' un atto gravissimo. E' come se ci venisse messa addosso la divisa militare, esattamente come durante la I e la II guerra mondiale” commenta Càndito secondo cui non si salverebbero neanche i giornalisti embedded, in quanto tutto sarebbe affidato alla discrezionalità di chi dice: "tu stai infrangendo una norma del codice militare".
(Immagine tratta da “sos-informazione”)
Si ritorna a Lord Cadrington, comandante militare nel 1854 nella guerra di Crimea, che decise per la prima volta il principio della censura militare sulle notizie, di fronte al fatto che il Times aveva inviato sul posto William Russel, il primo corrispondente di guerra moderno che aveva cominciato a raccontare le miserie di quel conflitto". Siamo tornati 150 anni indietro.
Dal mondo dei pacifisti nonviolenti arriva una prima voce di opposizione che sta continuando in questi mesi in varie forme, tra cui il presidio permanente che da oltre 60 giorni vede tutte le sere davanti a Palazzo Chigi alcuni attivisti del Gruppo di Azione Nonviolenta di Roma. Da Enrico Peyretti, membro del Movimento Internazionale della Riconciliazione e del Movimento Nonviolento, arriva una lettera che richiama i politici a diventare veramente responsabili della democrazia e i giornalisti responsabili a fare una pubblica verità.
“Parlare liberamente della guerra, denudarne il crimine, è parlare per le sue vittime. Nessuno mai può proibirlo. Nessuno mai può obbedire alla legge della guerra. Noi violeremo questa legge, in nome delle leggi non scritte dell'umanità, e voi ci dovrete difendere. Noi la stiamo già violando in anticipo, con tutte le nostre forze e possibilità” scrive Peyretti in una sua lettera spedita a vari politici e giornalisti.
Per lo studioso canadese Michel Chossudovsky, l’esercito degli Stati Uniti sta insabbiando i crimi di guerra in Iraq. Dopo la messa in onda delle immagini che ritraevano un marine USA che ha colpito a morte a bruciapelo un rivoltoso Iracheno ferito durante l’assedio di Falluja, l’esercito americano afferma che la fucilazione è avvenuta come un caso fortuito, e in seguito al fatto che “un marine della stessa unità era stato ucciso proprio il giorno prima, quando si era diretto verso il corpo morto di un rivoltoso, predisposto a trappola esplosiva.”
Secondo Chossudovsky aprire un’inchiesta su questo evento “singolo” di un prigioniero di guerra ammazzato innocente fa parte di una campagna di propaganda. Si indirizza l’opinione pubblica a credere che nessun altro sia stato arbitrariamente colpito, che i Marines sono soggetti ad un preciso codice di comportamento e che i prigionieri di guerra vengono trattati umanamente secondo la Convenzione di Ginevra.
Una copertura per i crimini ordinati oggetto di documentazione pubblica quali l’uccisione di più di 100.000 civili Iracheni dal momento dell’invasione dell’Iraq nel marzo 2003, dati confermati da un autorevole studio Britannico.
Il numero dei giornalisti arrestati e minacciati dal governo ad interim, instaurato dagli Stati Uniti, è in costante aumento in Iraq. Ai mezzi di informazione è stato impedito in modo particolare di documentare i recenti e spaventosi fatti di sangue a Falluja. Tra le "100 direttive" firmate dall' ex amministratore statunitense in Iraq, Paul Bremer, troviamo la direttiva n.65, usata il 20 marzo scorso per istituire una commissione sulle comunicazioni e sui mezzi di informazione iracheni.
Grazie a tale direttiva, la commissione ha il potere di controllare i mezzi di informazione ed ha il controllo totale sulla concessione di licenze e sulla regolazione delle telecomunicazioni, delle trasmissioni, dei servizi di informazione e su tutte le altre strutture mediatiche. E rivolto ai vescovi italiani riuniti in questi giorni è l’appello di sacerdoti, religiosi e laici da Genova a Napoli, da Padova a Perugia.
Persone come padre Alex Zanotelli, don Albino Bizzotto, don Luigi Ciotti, don Andrea Gallo, don Vinicio Albanesi, il teologo don Carlo Molari, ma anche laici come il giornalista Renzo Giacomelli e tantissima gente comune, credenti che rispetto al “tacere impressionante” sull’orrore di Falluja sentono un “fremito di coscienza” e vivono “la sofferenza della vergogna e dell’impotenza”.
La richiesta ai vescovi è quella di condannare “il peccato di chi continua ad uccidere”, di sconfessare “con una dichiarazione comune la guerra con le sue violenze, menzogne e crudeltà” e perché ritirino i cappellani militari presenti in Iraq.
Alla Conferenza Episcopale Italiana viene chiesto “un segno semplice, eloquente, comprensibile dalle folle di poveri, sfiniti dalla violenza indiscriminata: ritirate i cappellani militari, che in questo momento sono assieme ai soldati italiani di fatto parte della coalizione responsabile di quanto sta avvenendo”.
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11. la sinistra perde perché non usa i blog
12. la sinistra perde tempo a leggere e scrivere blog
(anche la destra, però).
Negli ultimi tempi è cresciuto un dibattito intorno all'uso 'politico' dei blog in Italia, e nell'occasione mi è capitato di essere stato citato in un elenco di blog "vocatamente" politici, redatto da Giuseppe Granieri. La cosa mi fa naturalmente molto piacere, perché sono un egotico.
Allo stesso tempo, la cosa è molto imbarazzante. È imbarazzante per me – ed è imbarazzante per il mondo-blog italiano in generale – leggere per esempio quel che scrive il gentilissimo Webgol: "Non credo neanche che manchi un blog italiano sede di un commento politico articolato e affidabile (uno su tutti: Leonardo)"
Grazie, davvero, ma io la vedo così:
il mio è un blog personale, confidenziale, visibilmente artigianale, cui dedico approssimativamente il 10% del mio tempo e il 20% della mia intelligenza.
E il fatto che il blogghino qualunque di un trentunenne qualunque, di una provincia qualunque, con un paio di carriere avviate nel fiorente mondo del precariato cognitivo (un poveretto, insomma) sia considerato da osservatori di riguardo "sede di un commento politico articolato e affidabile"… secondo me la dice lunga sulla qualità media dei blog "vocatamente" politici in Italia. (A proposito, bello questo avverbio, "vocatamente". È nuovo? Che ne dite di strozzarlo nella culla?)
Vocatamente Vostro
Non voglio neanche peccare di falsa modestia, guai. Dico subito che, scorrendo la lista di Granieri, oltre ad una manciata di URL davvero articolate e affidabili, c'è robaccia al cui confronto io sono l'Encyclopaedia Britannica (soprattutto nella colonna di "Destra": ma questo non è un problema dei blog, è un problema generale della destra italiana). Mentre mancano siti che trovo molto più interessanti e affidabili del mio. E vabbè, qualcosa si può aggiungere, qualcosa togliere, ma sostanzialmente il panorama è quello lì. È un panorama interessante, ma non esaltante. A tratti avvilente. Vediamo.
Qui non si fanno nomi, per evitare polemiche (in realtà, quando si fa così, le polemiche aumentano esponenzialmente, perché chiunque crede che si stia parlando di lui).
– Nella lista ci sono alcuni blog-massa. Il blog-massa è una categoria che Antonio Negri inventerà tra 15 anni. In pratica si tratta del figlio di un operaio-massa che si è laureato, lavora davanti a un PC, e nel tempo libero gestisce un blog, dove parla molto spesso di politica perché è un tema che lo indigna e lo appassiona.
In effetti il blog-massa non fa altro che indignarsi e appassionarsi. Il contenuto dei suoi post può essere ridotto a questo: "Berlusconi mi taglia le tasse, W!", "Berlusconi continua a prendermi in giro con le tasse, Booo!". Siamo stati tutti, almeno una volta, blog-massa, e abbiamo scritto, almeno una volta, un post-massa. Nessun tipo di riflessione, nessun dato che non si possa trovare già su qualche organo di stampa. A prima vista il blog-massa sembrerebbe inutile e ridondante. Sbagliato!
Gran parte dei blog che mi va di leggere al mattino, sono proprio Blog-massa. E anche quando leggo un blog un po' più sofisticato, non vedo l'ora che perda un po' la calma e non se ne esca con un post-massa. Ma cosa c'è di così interessante in tutto ciò?
Per prima cosa, l'eterna ambizione di ogni sociologo dilettante: sapere cosa pensa "la gente". Che è il motivo per cui in tv ci spacciano per informazione un servizio in cui si passa un microfono "per strada", alla "gente". Se un signore dalla faccia simpatica e dal cappotto un po' stazzonato mi dice al microfono "Berlusconi non mi frega più", magari con una bella inflessione dialettale, questo per me vale cinquecento sondaggi di opinione condotti con tutti i crismi della statistica. Chi se ne frega della statistica, io voglio vedere una faccia, sentire un accento. Ed è la stessa cosa che cerco in un blog: una faccia, un accento. Se Berlusconi ne combina una delle sue, la sera penso: "chissà come la spiegherà il tal blog filo-Berlusconi". E il mattino vado a vedere.
Quello che più apprezzo, sono le variazioni sul tema: le battute, i giochi di parole, il modo in cui la stessa notizia può essere condita in mille modi. I blog di questo tipo, di solito, rivendicano sin dal titolo la loro qualità di blog-massa: per dire, se io sono un blog-massa filoamericano, cercherò di chiamarmi filoamericano-punto-it, così la gente mi trova subito nelle colonnine dei blog-massa affini al mio. Per facilitare il riconoscimento ci sono anche una serie di banner, coccarde, etc., così da non lasciare il benché minimo dubbio anche nel visitatore più frettoloso: io sono amico di Israele (o della Palestina), di Adriano Sofri (oppure lo voglio ai ceppi), eccetera.
– Sempre nella lista c'è almeno un blog-bar (da non confondere con la blogbar, che è un'altra cosa).
Molto spesso, discutendo di blog tra blog (che è una cosa che ci piace fare tantissimo), mi è tornata utile questa categoria del bar. Nello specifico, del bar sport. Sarà che sto in provincia (ma molta Italia sta in provincia). Per me il blog è un buon sostitutivo del bar. Nel bene, ma anche nel male. Si ha un blog-bar quando più blog-massa cominciano a incontrarsi sempre nello stesso posto. Cominciano a svilupparsi rituali, dinamiche compulsive, la biondona che si appoggia sulla coda del pianoforte, il pianista che suona sempre la stessa canzone… e qualche volta, lo Straniero che arriva, afferra una seggiola e spacca tutto. Avevo promesso di non fare nomi, ma la rissa scatenata da Filippo Facci su Rolli secondo me resterà un classico del genere.
I blog-bar, secondo me, sono più insani dei blog-massa, per via delle dinamiche di gruppo. No, dico, ma vi è mai capitato di fare una discussione veramente seria e costruttiva in un bar? Di solito è il posto dove le idee più inconfessabili vengono tranquillamente confessate e difese. Un piccolo mondo dove si può dire di tutto. Con la piccola differenza che il blog-bar è aperto a tutti.
Faccio un esempio. Esistono i Padani, esiste la Padania, ma non esiste il Padano. Se prendi un solo militante della Lega Nord, non riesci a dileggiarlo come se fosse davvero l'abitante di questo Paese immaginario che si chiama Padania. Anche se glielo chiedi, lui farà molta fatica a parlartene.
Ma se prendi due Padani, e li porti in un bar a chiacchierare davanti a un grappino, ecco che due timide convinzioni cominciano a farsi forza tra loro, e di colpo la Padania prende forma. È ancora una piccola Padania. Ma tu aggiungi qualche sedia, versa ancora, e pian piano la Padania cresce (funziona anche con la birra e il Partito Nazionalsocialista).
Nella mia città non ci sono molti padani, ma un giorno ci fu una specie di festa nazionale, venne anche Bossi, e Piazza Grande si riempì di bandiere celtiche e di camicie verdi. Io ci andai.
Non volevo veramente parlare con nessuno di loro, ma volevo visitare la Padania. Arrivai da un angolo della Piazza, e provai ad attraversarla tutta in senso diagonale. Arrivato a metà, mi sentivo male. Era una sensazione di forte disagio. Come un bar sport enorme. Nessuna di quelle persone in sé sembrava cattiva, ma messe insieme facevano un certo effetto. So che c'è una scena uguale in un film di Moretti, ma mica è colpa mia, io ci sono andato prima.
Visitare un blog-bar è come attraversare la piazza dove fanno una manifestazione in cui tu non credi. Sono tutti incazzati, pure sai che non possono farti male. Da quando esistono i blog-bar, io posso visitare tutti i bar in cui non avrei mai messo piede. E qualche visita, ogni tanto, è istruttiva e divertente. Ma col tempo rischi di affezionarti anche ai blog-bar: grosso rischio. Uno dei motivi dell'insana gestione del mio forum è che esso tende continuamente a trasformarsi in un blog-bar trasversale, e io non lo sopporto. Non sopporto che qualcuno cominci a fare il voyeur del mio bar, come io lo faccio in quegli altrui. Del resto, l'unica volta che ho collaborato alla gestione di un bar, esso chiuse in due mesi. Vorrà dire qualcosa.
(Continuo se mi viene voglia).www.leonardo.blogspot.com
Battere la finanziaria. Per la quinta volta sciopero generale contro Berlusconi
di Giampiero Rossi
Martedì è il giorno della grande la mobilitazione proclamata da Cgil, Cisl e Uil contro la finanziaria e dello sciopero generale di quattro ore contro una manovra che i sindacati (e non solo) definiscono «ingiusta sbagliata e inadatta» alla gravità della situazione economica e sociale del Paese. È la quinta volta che le rappresentanze sociali scelgono la prova di forza contro la politica economica del governo Berlusconi. Ma si tratta anche di uno scontro che nelle ultime ore si è arricchito di ulteriori elementi di attrito: la decisione di rimodulare le aliquote Irpef bocciata dai sindacati come «iniqua, inutile e sbagliata» che sottrae solo risorse agli investimenti premiando i più ricchi e gli evasori fiscali. E su tutto la “concertazione”, il dialogo promesso più volte dal governo, ma mai decollato. «La pazienza è finita. Non abbiamo mai potuto discutere. Non ci hanno mai convocato», scandiscono compatti i leader di Cgil, Cisl e Uil che ribadiscono la necessità di «una manovra alternativa che rilanci l'economia rafforzando il potere d'acquisto di retribuzioni e pensioni, con misure in favore degli ultra settantacinquenni e degli incapienti,con iniziative efficaci e concordate per la riduzione dei prezzi e il contenimento delle tariffe». E anche «che faccia fronte alla crisi produttiva e occupazionale con politiche industriali mirate e selettive in favore della competitività, in favore del Mezzogiorno».
Per questo, dunque, martedì il paese si ferma e accompagnerà lo sciopero generale con oltre 70 manifestazioni di piazza mentre alcune categorie raddoppieranno la protesta. Università, ricerca, poste, farmacie, ristorazione collettiva e tutto il pubblico impiego, in attesa da nove mesi del rinnovo del contratto, dai ministeri agli enti pubblici, dalle regioni agli enti locali, dalla sanità alle agenzie fiscali, incroceranno le braccia per 8 ore. Ma l'appuntamento di domani sarà anche l'avvio di una lunga stagione di lotta. «Non ci fermeremo qui. Non è che l'inizio», spiegano i segretari di Cgil, Cisl e Uil che hanno già stilato un primo programma a 360 gradi. Si riparte , infatti, già il 18 dicembre a Roma con una manifestazioni unitaria sull'immigrazione cui seguiranno presidi sindacali con cui scandire le fasi finali dell'approvazione della legge finanziaria. E dal prossimo anno due assemblee unitarie di quadri e delegati convocate a Roma e a Milano, saranno chiamate a fare il punto sul Mezzogiorno e sulle crisi industriali in atto. Anche lo slogan scelto dà il senso della sfida che i sindacati lanciano al governo. «Costruire il nostro futuro» è la parola d'ordine adottata, ma è la stessa dell'ultimo sciopero generale, quello del 26 marzo scorso. Come per dire che «nulla è cambiato», al centro della protesta era allora la politica del governo, dal fisco al caro vita, dal lavoro alle pensioni, e ci resta ancora oggi. I leader sindacali, Guglielmo Epifani, Savino Pezzotta e Luigi Angeletti chiuderanno le manifestazioni organizzate il 30 a Milano, Venezia e Torino. Alla manifestazione di Bologna parteciperà Sergio Cofferati «perché trovo ragionevoli e condivisibili le loro richieste, utili per i lavoratori e i pensionati e anche per tutta la città».
Per quanto riguarda le modalità di partecipazione delle diverse categorie allo sciopero generale, nel pubblico impiego, ministeri, parastato, Regioni ed Enti locali si fermeranno per l’intera giornata, così come i dipendenti del Servizio sanitario nazionale. Quattro ore di stop, invece, per la sanità privata. Insegnanti e personale scolastico terranno assemblee di due ore, mentre il personale di Università e Ricerca si asterrà dal lavoro per tutto il giorno. Uffici postali chiusi per otto ore, sportelli bancari fermi per la mattinata. Le ferrovie si fermeranno quattro ore dalle 9 alle 13, gli aerei dalle 12 alle 16. Il trasporto pubblico locale si fermerà invece con modalità diverse da città a città, ma verranno rispettate le fasce di garanzia. Mentre le navi ritarderanno di 4 ore la partenza. Quattro ore di stop per gli addetti ai servizi legati all'erogazione di acqua, luce, gas (ma dalla protesta è esentata la produzione di energia) e per i lavoratori delle telecomunicazioni e della televisione. Per quanto riguarda l’informazione, i poligrafici di quotidiani e agenzie di stampa si astengono dal lavoro per l’intera giornata oggi, mentre non scioperano i giornalisti.unita.it
novembre 28 2004
Il gioco piace alla destra
Attualità IL MEGA-BUSINESS DELLE MACCHINE MANGIASOLDI
Il gioco piace alla destra
Legata a uomini di An la società che ha vinto l'appalto per le slot machine
di Peter Gomez e Marco Lillo
Esce il nero sulle roulette dei quattro casinò gestiti ai Caraibi dalla Atlantis World, la multinazionale off-shore oggi partner dei Monopoli di Stato nel nuovo business delle slot machine. Mentre procedono spediti i lavori dei tecnici pagati dall'Atlantis per collegare direttamente con i computer del ministero del Tesoro 32 mila macchinette mangiasoldi legali piazzate nei locali pubblici di mezza Italia, emergono una serie di rapporti tra i vertici di questa società di Saint Maarten (Antille Olandesi) e Alleanza nazionale, il partito che più di ogni altro si batte per l'apertura di case da gioco in tutte le regioni.
La connection ruota tutta intorno al nome di Francesco Corallo, 44 anni, incensurato, figlio di Gaetano, detto Tanino, il celebre latitante catanese legato a doppio filo al boss di Cosa nostra Nitto Santapaola. Francesco è l'azionista di riferimento (22 per cento del capitale) dell'Atlantis World, una delle società alle quali, per un singolare scherzo del destino, i Monopoli di Stato hanno affidato il delicato compito di mettere on line tutte le slot machine col dichiarato obiettivo di evitare, grazie al controllo in tempo reale sulle giocate, infiltrazioni da parte della criminalità organizzata. Un affare che dovrebbe fruttare almeno 20 milioni di euro al quale se ne potrebbe aggiungere presto un altro ancor più remunerativo: la commercializzazione e la gestione delle famigerate macchinette, tramite una società italiana da poco costituita.
Economicamente parlando, la posta è altissima. Per questo, per seguire gli aspetti legali del business, Corallo ha deciso di avvalersi della consulenza di un professionista napoletano d'eccezione: l'avvocato civilista Giancarlo Lanna, fino al '98 commissario della locale federazione di An, poi per quattro anni vice-coordinatore regionale del partito e ora consigliere di amministrazione con delega per il Mediterraneo della Simest, la società pubblica incaricata di finanziare le imprese italiane che vanno oltre frontiera. Una spa che dipende dal ministero del Commercio con l'estero, il dicastero retto da Adolfo Urso, grande sponsor politico di Lanna (Urso lo ha anche fatto entrare nell'Osservatorio parlamentare, una sorta di think thank della destra) e convinto sostenitore dell'apertura in Italia di nuovi casinò. Una tesi rilanciata pubblicamente dal viceministro per le Attività produttive anche il 20 settembre durante l'ultima Conferenza nazionale sul turismo.
Ma come nasce il rapporto tra Corallo e Lanna? E perché la società italiana della Atlantis ha addirittura sede in via Cola di Rienzo nello studio romano del legale? A spiegarlo a 'L'espresso' ci pensa un altro uomo di An, Amedeo Laboccetta, celebre nel consiglio comunale di Napoli per le sue battaglie anticorruzione all'epoca di Mani pulite. "Qualche anno fa", racconta, "sono stato io a presentare Francesco Corallo a Lanna. Giancarlo era con me in vacanza a Saint Maarten. Sono convinto che Lanna abbia ricevuto incarichi dall'Atlantis perché è un noto avvocato di grande professionalità".
Il viaggio a Saint Maarten non deve stupire. Per Laboccetta, infatti, quest'isola dei Caraibi, tutta spiagge, palme e casinò è una sorta di seconda patria. A partire dal '95 ci torna ogni anno accompagnato da parenti e amici. Francesco Corallo però non lo ha conosciuto lì. La loro amicizia è molto più antica. E risale all'epoca in cui, secondo la magistratura milanese, il giovane Francesco dava una mano al padre in complicati giri di cambiali destinati a finanziare i clienti dei tavoli verdi. "Francesco era un amico della famiglia di mia moglie", ricorda Laboccetta, "io l'ho incontrato per la prima volta nel 1980 al matrimonio di mia cognata. Lui è una persona estremamente diretta, sincera e genuina che ama il dialogo. È pacato e misurato. In questi anni però non mi sono mai occupato delle vicende giudiziarie di suo padre, né lui me ne ha mai accennato".
Ma Laboccetta ha pure altre amicizie. In An viene considerato un uomo del vicepresidente del Consiglio e neo ministro degli Esteri, Gianfranco Fini. Anche per questo in ottobre, alle elezioni suppletive, è stato candidato alla Camera come rappresentante della Casa delle libertà nel collegio Napoli-Ischia. Un'esperienza sfortunata conclusa con una sconfitta per mano di Sergio D'Antoni. Un duro colpo per Laboccetta che in quella campagna elettorale si era speso anima e corpo. Su 'Il Mattino', per sottolineare la sua vicinanza con i vertici del partito, era stato persino fatto pubblicare un servizio fotografico dal titolo 'Fini tra gli squali' che ritraeva la famiglia Fini e la famiglia Laboccetta in vacanza assieme a Saint Maarten. Un servizio di fine agosto che, oltre a illustrare le prodezze subacque del vice-premier, immortalava anche la cena per l'onomastico di Patrizia, la moglie del candidato, tenuta in un ristorante italiano pubblicizzato sul sito Internet dell'Atlantis, accanto ad altri sette locali notturni e tre casinò del gruppo: il Beach Plaza, il Paradise Plaza e, ovviamente, l'Atlantis World. "Francesco Corallo però non c'era", assicura Laboccetta, "e non mi risulta nemmeno che gestisca quel ristorante. Il conto comunque, visto che era l'onomastico di mia moglie, l'ho pagato io". Francesco del resto vola alto. Si occupa direttamente solo di grandi affari e di case da gioco. Il quotidiano locale di Saint Maarten è suo e nell'Atlantis si trova seduto accanto a soci di peso come la Nagico, la prima assicurazione dell'isola, e la Rbpt, la prima banca dei Caraibi. Le sue qualità di manager, insomma, non si discutono.
Il mestiere però lo ha imparato dal padre, protagonista principale dello scandalo dei casinò, cioè il tentativo di un gruppo di malavitosi vicini a Santapaola di mettere le mani sui tavoli verdi di Sanremo a colpi di minacce e mazzette destinate a politici corrotti di Dc e Psi. Un assalto fallito grazie a un blitz ordinato l'11 novembre del 1983 dalla Procura di Milano e costato a Tanino Corallo una condanna, mai scontata, a sette anni e mezzo di reclusione per associazione per delinquere. A quel tempo Francesco aveva solo 22 anni, ma per i magistrati, che pure non l'hanno mai inquisito, non era uno sconosciuto: alcuni testimoni lo avevano segnalato negli uffici della finanziaria utilizzata per prestare denaro ai giocatori e una società a lui intestata era persino finita sotto sequestro.
Da allora molto è cambiato. Tanino Corallo, dopo aver trascorso anni a Miami in Florida, è uccel di bosco. E suo figlio assicura di non vederlo da tempo quasi immemorabile. Resta però un mistero come Francesco abbia fatto a mettere in piedi un impero proprio a Saint Maarten, l'isola in cui Tanino, dopo essersi fatto le ossa a Catania nelle bische di Santapaola, aveva aperto la sua prima casa da gioco, il Rouge et Noir. Oggi comunque gli affari vanno a gonfie vele. E il 'rien ne va plus' dei croupier dell'Atlantis risuona anche a Santo Domingo e in Canada, dove ha sede una società di gioco on line, partecipata al 35 per cento. Adesso il passo ulteriore potrebbe essere l'Italia. Il gruppo non fa mistero di tifare per una legge che autorizzi nuove aperture. Il 7 e il 26 ottobre, i parlamentari di An, hanno presentato, come fanno ormai da due anni, una serie di emendamenti alla Finanziaria per arrivare all'installazione di roulette e tavoli verdi regionali. Tra i più accesi sostenitori della proposta si segnalano il vice-ministro Urso, il deputato comasco Alessio Butti, titolare della Media Nord, la società che si è aggiudicata i ricchi contratti pubblicitari del casinò di Campione, e quello catanese Nino Strano, nel '93 tra i fondatori di Sicilia Libera, un movimento indipendentista caldeggiato, secondo i pentiti, anche dal boss Santapaola di Catania.
Per Francesco Corallo l'ombra di zu' Nitto è ormai un incubo che torna ciclicamente. Una sorta di eredità non voluta che ritorna senza che però nessuna inchiesta giudiziaria sia mai arrivata a coinvolgerlo direttamente. È accaduto anche in Bolivia, dove il nome del giovane Corallo a partire dal '99 è finito su tutti i giornali in seguito all'arresto per narcotraffico di una mezza dozzina d'italiani considerati agli ordini di Marco Marino Diodato, un ex parà di Chieti diventato istruttore delle forze paramilitari governative dopo aver sposato una nipote del presidente-dittatore Hugo Banzer. Tra le accuse a Diodato, titolare in Italia di una società per la commercializzazione di slot, c'era anche quella di aver aperto con Corallo alcuni mini casinò clandestini.
L'ex parà ha però sempre smentito e Francesco non è nemmeno stato processato. E così anche un rapporto dell'americana Dea (Drug enforcement agency), riportato dalla stampa boliviana, nel quale sulla base di una fonte confidenziale si sosteneva che "Francesco Corallo avesse raggiunto un elevata posizione" nel clan Santapaola, va considerato, in assenza di riscontri, solo carta straccia. Diodato invece è stato condannato in appello. In molti sono però convinti che il suo sia stato un processo farsa. Tanto che il caso è stato portato all'attenzione di Amnesty International e del Parlamento italiano con due interrogazioni. A firmarle tra il '99 e il 2000 erano sette tra deputati e senatori. Sei dei quali di An.
hanno collaborato Jaime Loayza e Antonio Nicaso
da L'Espresso 26 novmbre 2004 forum.ricevitore.net/
La fattoria italiana degli animali
FRANCO CORDERO
da Repubblica - 28 novembre 2004
Cinquantanove anni fa George Orwell pubblica "Animal Farm", tristissima favola dove regna la finta bonomia pragmatica dei maiali, bestie scaltre. Quattro anni dopo esce "1984", storia d´una società postfascista e comunista, nella quale gli oligarchi plagiano i sudditi attraverso rituali televisivi riconfigurando i cervelli attraverso una feroce riduzione del pensiero. Fantasie simili non s´avverano mai alla lettera, ma che esista una fattoria italiana degli animali, lo dicono le cronache. Non ha precedenti l´uomo riapparso a Palazzo Chigi nella tarda primavera 2001. Negli incipienti anni ´80 solca ancora acque basse: naturalmente piduista, uno dei tanti che salivano nella suite dell´"Excelsior" inginocchiandosi davanti a Licio Gelli col pantalone rimboccato; conta poco o niente, ma ha una stella; e l´astro arriva nella forma d´un privilegio sull´etere concesso dal condottiero del socialismo d´affari, sotto il quale scatta l´allegra deriva bancarottiera; B. è il suo protetto e niente lascia supporre favori gratuiti. Impadronitosi degli spazi, quindi monopolista delle tv commerciali, allestisce un ordigno formidabile: niente da spartire con l´Eurasia orwelliana; spaccia roba allegra ma l´intento è negromantico; vuole animali stupefatti; li decerebra a colpi d´immagine e suoni nel chiasso d´un trivio ridanciano. Senza saperlo semina glorie politiche. Quando l´Italia corrotta va in malora, salta nell´arena anziché cercare un secondo protettore: quel pubblico è massa elettorale; abbagliato dalle lanterne magiche, beve l´inverosimile; che lui, parassita d´una consorteria decrepita, sia uomo nuovo, self made, liberale, liberista, scopritore d´ingegni, ecc. Come fosse salito, inscrutabile est: s´è guardato bene dal dirlo; posa a taumaturgo; qualche fondale però trapela dai giudizi penali. Vince, cade dopo 6 mesi, mani avversarie lo salvano, e rivince.
Voleva salvare i network che gli portano tanto oro quanta volgarità diffondono. Sotto quest´aspetto ha solo motivi d´euforia: dieci anni fa navigava nei debiti; adesso sappiamo dalla stampa anglosassone chi siano i quattro uomini più ricchi del mondo; uno è lui. Magnifica impresa ma vi è riuscito issandosi al governo: non siamo tribù dai bisogni elementari, facilmente addomesticabile attraverso stregonerie, sebbene lui lavori su tale presupposto; aveva rivinto pigliando le formule dal libro dei sogni; straparlava d´impetuoso sviluppo economico appena avesse tagliato le imposte, tutela dei deboli, premio ai talenti, opere pubbliche faraoniche ecc. Dopo tre anni e mezzo siamo in bolletta: i soli numeri ascendenti sono deficit e un debito pubblico pari al 106% del Pil; l´Italia produce meno, esporta poco, declina nel welfare, scivola ai posti bassi tra i Paesi evoluti, perché giochi vari, più o meno turpi, non compensano i vuoti intellettuali. Alla fine gl´inselvatichiti pagano dazio. Sotto lifting, trapianti al cuoio capelluto, formulari compilati da ghost-speaker e writer, appare calvo, rugoso, balbuziente, assonnato: la caricatura d´un impresario del governo; così appare a chi votandolo senza troppe illusioni, in odio ai parolai politicanti cresciuti nelle scuole dei partiti, gli accreditava abilità pragmatiche adoperabili nell´interesse collettivo, almeno a fine omeopatico. Non ne ha: lo dicono i fatti, rinforzando i dubbi sulla sua storia occulta; un conto è spacciare oppio televisivo sotto privilegio governativo, altro sciogliere equazioni d´economia seria; lì appare inetto fino al ridicolo. Lo confessa quando, non potendo più negare le cose, raddoppia la posta e ricatta gli alleati riluttanti: il piatto piange; non ha adempiuto uno solo degli obblighi assunti nel contratto con gl´italiani firmato nel salotto tv, roba da fiera; se non vuol alienarseli, deve almeno ridurre le aliquote fiscali, affinché ognuno s´illuda d´essere un poco meno povero. Bene: o i partner l´assecondano tout court o butta all´aria il tavolo; allora andiamo alle urne; e stavolta va da solo, forte dei network, avendo braccia lunghissime. Siccome poi un patto europeo impone limiti al deficit, 3% del Pil, vuol disfarsene. In una lettera aperta dichiara guerra allo "Stato mangiatutto". Gli spettatori svegli sorridono: se taglia le imposte, deve ridurre le spese o aumentare quel debito terrificante; e non è espediente raccomandabile; lo tentano i mercanti decotti.
Lo spettacolo sarebbe divertente se non vi fossimo dentro. L´arte del governo ha delle regole. In 42 mesi vi passa sopra come Attila: sotto accuse gravissime (avere comprato sentenze, su una delle quali fonda l´impero editoriale), manomette i quadri legali cucendosi addosso leggi scandalose; riscrive la Carta in un senso tale che, se vi riesce e rivince, diventa invulnerabile; in terza lettura arriva al Senato il dll d´una delega al governo affinché riformi l´ordinamento giudiziario. Il clou è presto detto: venivano comodi quei magistrati malleabili; sciaguratamente ve ne sono d´irrispettosi, al punto da procedere contro gli altolocati; orribile a dirsi, osano toccare l´Unico; bisogna ridurli all´ordine. Esempio. Attualmente ogni sostituto pubblico ministero esercita poteri suoi, preesistenti all´atto con cui il titolare lo designa: all´udienza non piglia ordini; è sostituibile solo nei casi codificati. La nuova norma attribuisce l´azione penale e preliminari al capo dell´ufficio: gli altri operano quali suoi delegati; l´atto compiuto senza delega nasce morto; quando voglia, la revoca. Basterà tenere d´occhio i capi. L´accentramento prelude al secondo passo: azione penale non obbligatoria, esercitabile o no secondo criteri stabiliti dal ministro; e magistrati, o meglio funzionari, nominati, promossi, trasferiti, deposti dallo stesso. Sistema sicuro: peccato che non sia in atto, commentano gli adepti del partito trasversale offeso dalle misure cautelari contro suoi esponenti in Basilicata; col nuovo meccanismo nessuno disturba gli affari purché l´ufficio sia diretto da persona sensibile. Infine, nella scia del voto americano, il papa dei dialoghi bicamerali ammonisce gli oppositori: guai se giocano d´"antiberlusconismo salottiero" (aggettivo misterioso); finiranno sconfitti. Ergo, parliamone solo con rispetto. Non spira aria da "Animal Farm"?
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Ds Milano - Rassegna stampa
Con chi parlo?
di Furio Colombo
da l'Unità - 28 novembre 2004
La sera del 19 novembre sono stato invitato a parlare ad un gruppo di iscritti Ds della sezione “Forte Aurelio Bravetta”, un punto della immensa cerchia suburbana di Roma.
Trovarsi di fronte a decine di persone, giovani e anziane, che hanno appena finito di fare tutti i tipi di vecchi e nuovi lavori, un po’ affannati e con il casco del motorino sotto il braccio, di pensionati ancora attivi che fanno molte cose e sanno molte cose perché seguono gli eventi con attenzione e perché sono impegnati con la politica da una vita, donne e uomini che hanno opinioni, certezze, incertezze e idee, è una bella responsabilità.
Il direttore de l’Unità deve spiegare, nel modo più chiaro e più persuasivo possibile, la vasta differenza che si vede ogni giorno fra i titoli, le interpretazioni dei fatti del nostro giornale e le “finestre sul mondo” delle tante televisioni italiane. Mostrano tutte lo stesso mondo: quello di Berlusconi. Non ha quasi nulla a che fare con il nostro.
Nostro di chi? Alcune decine di militanti e di iscritti, che non si astengono certo dal continuo esaminare gli eventi quotidiani, scrutavano attenti.
Cercavano di decifrare quel tipo di affanno, di enfasi che c’è nella comunicazione politica (certo nella mia) quando sei convinto di parlare di eventi straordinari (straordinariamente pericolosi e assolutamente unici) per dire che c’è, dal punto di vista del vivere democratico, una grave emergenza, un pericolo.
Devo avere pronunciato la parola “regime”, e ho avuto l’impressione che un piccolo fremito (di comprensione o di irritazione) abbia diviso la piccola folla. Il segretario della sezione, attento e benevolo, chiamava per nome i partecipanti e prendeva nota degli interventi. Non ero solo a parlare. La Federazione Ds di Roma aveva inviato il giovane esperto di politica estera Fabio Nicolucci.
Il tema era «Interpretiamo insieme le elezioni americane» e - dico io - confrontiamole con l’Italia, situazione e attese.
Dunque il giovane rappresentante della Federazione Ds romana ha parlato degli Stati Uniti. Ha detto che George Bush ha vinto perché ha saputo toccare corde profonde, interessi e valori di molta gente. E che Kerry ha perso perché il suo linguaggio e i suoi argomenti interessavano soltanto le élite colte delle città.
Poi ha parlato della situazione italiana e ha detto francamente, con un sorriso gentile: «La parola regime mi provoca l’orticaria».
È stato accolto, come me, da applausi rituali e scrutato con la stessa attenzione. Da che parte stiamo? Sembravano chiedere a se stessi - più che a noi - i nostri ascoltatori. Come fanno ad esserci linguaggi così diversi, così distanti, da cui non si possono trarre le stesse conclusioni, in questa piccola stanza piena di attese e di impegno politico, in un punto della grande periferia romana?
Chiarisco per i lettori. Primo, ho ascoltato il giovane rappresentante della Federazione Ds di Roma presentare la vittoria di Bush («Un saper cogliere lo spirito del Paese») con parole che ricordano l’elogio tributato a Berlusconi in molte analisi Ds dopo le elezioni del 2001. Si diceva che «Berlusconi aveva colto la domanda di innovazione della maggioranza degli italiani».
Nessun commentatore americano, che non sia un repubblicano militante, condividerebbe l’analisi di Nicolucci sulla vittoria di Bush (verificare su tutta la stampa e tutti i “transcript” televisivi di quel Paese).
D’altra parte, nessun commentatore europeo ha mai colto spunti o aspetti di innovazione in Berlusconi e nella sua gente. E oggi non lo direbbe più nessun italiano che non si chiami Bondi o Schifani. Finti tagli di tasse, condoni edilizi che hanno fatto scempio del Paese, promesse impossibili per tutti e favori, anche grandi, per alcuni fedeli che non si allontanano mai dal leader, oltre al controllo totale delle informazioni, sembra essere la formula del governare di Berlusconi.
Secondo. Una cosa accomuna Bush a Berlusconi. Entrambi vengono dal passato. Sono il mondo delle lobby e dei privilegi. Si fanno scortare da squadracce di intolleranti, religiosi o leghisti o affaristi. Portano molto all’indietro la civiltà dei loro Paesi. Producono indebitamenti spaventosi e privilegi giganteschi. Sono, come in certi film dell’orrore, le ombre del passato che cercano di impedire ai cittadini normali la vita normale. Bloccano il futuro, come se si fosse rotto l’orologio del tempo, e la Storia ricominciasse dai suoi punti peggiori: disprezzo per la legalità, barbari pregiudizi religiosi che diventano legge, false affermazioni accreditate dai media, saldo sostegno ai più ricchi, spaventoso destino di guerra per i poveri.
Terzo. Berlusconi ha portato all’Italia un problema in più. Ha imposto subito un rigoroso regime mediatico, fatto di proprietà (il primo ministro è il maggiore proprietario tv del mondo), di illegalità (il primo ministro, che è proprietario delle televisioni private, controlla dalla sua postazione di governo tutte le tv di Stato e le usa come un teatro dei Pupi pronto a rappresentare le sue gesta) e di intimidazione (il primo ministro, quando vuole, taglia la testa al Corriere della Sera; quando vuole caccia via dalla tv di Stato Enzo Biagi, il maggior giornalista italiano).
A guardia del regime (ci racconta il 26 novembre il notista politico Francesco Verderami) Berlusconi si prepara a schierare «mille giovani pronti per avviare sul territorio nazionale una campagna con lo slogan “Forza Silvio”, che potrebbe diventare un movimento, e domani magari un partito».
Che cosa sia un “regime mediatico” e quali siano le sue conseguenza di frantumazione della democrazia e di controllo dei cittadini anche senza i carri armati, ce lo ricorda, in questi giorni, una accurata ricostruzione di quel che in America, negli Anni Cinquanta, è stato il fenomeno del “Maccartismo”, la caccia alle streghe, o meglio a presunti comunisti, nella cultura, nel giornalismo, nella diplomazia, nel mondo dello spettacolo e persino delle Forze armate americane. Oltre a bloccare, intimorire, spaccare o istigare al peggio tutto il Paese, quella macchina di persecuzione è costata la libertà o la vita ad almeno diecimila persone, terrorizzando o riducendo a spie e delatori centinaia di migliaia di altri. La più paurosa descrizione del fenomeno è di Philip Roth, che ci fa notare allarmanti somiglianze col presente italiano: «McCarthy comprese il valore spettacolare dell’infamia e imparò a soddisfare i piaceri della paranoia. Ci portò indietro, al Seicento, alla gogna. McCarthy era un impresario. Più barbaro lo spettacolo, più grande il disorientamento e lo spasso». Ricordate quando l’Unità veniva definita “giornale omicida”, e i suoi direttori e articolisti “fiancheggiatori del terrorismo”?
Scrive Vittorio Zucconi (la Repubblica, 26 novembre) « C’è chi benedice la televisione per avere smascherato e fermato Joe McCarthy, cinquanta anni orsono, con una implacabile diretta di 187 ore ininterrotte (...) c’è chi benedice il presidente Eisenhower, che pose fine alla Commissione McCarthy quando cominciò ad attaccare le Forze Armate (...) ma cinquant’anni dopo, la domanda, di perfetta attualità, rimane: è possibile proteggere una democrazia dai suoi veri nemici senza compromettere l’organismo che si vuole difendere?».
È possibile - come ci dimostra l’accurata ricostruzione di Zucconi - se, in difesa della democrazia, resta libera la televisione, come nel caso delle 187 ore di trasmissione in diretta delle udienze persecutorie del senatore McCarthy, che hanno aperto gli occhi ai cittadini americani; se si può contare su un argine istituzionale (è arrivato in ritardo, il presidente Eisenhower, ma è arrivato) se l’opinione pubblica resta viva e può essere risvegliata. Sembrano condizioni da fiaba, ma sono i tre fatti che hanno salvato gli Usa dal restare soffocati nel regime del Maccartismo. Molti, in quegli anni, e durante quella persecuzione, hanno negato di essere vittime di un regime, per convenienza, per paura, per salvarsi. Ma non lo hanno negato coloro che hanno tenuto testa. Dice oggi Arthur Miller, uno dei grandi perseguitati e dei grandi avversari del Maccartismo (uno dei grandi del teatro americano), uno che non ha mai ceduto: «La paura paralizzava tutti, ma nessuno voleva associare il proprio nome al mio. Solo molti anni dopo mi arrivarono scuse e ripensamenti. Ma insieme a tanta vigliaccheria voglio ricordare coloro che si sono battuti come leoni. Oltre al coraggio, c’è qualcosa di allora da ricordare anche oggi: abbiamo cominciato a reagire alla richiesta di comportamenti politici basati sulla paura» (articolo di Antonio Monda, la Repubblica, 26 novembre).
Serve ricordare tutto ciò nell’Italia di oggi? Serve perché ci dice che in quest’Italia sottoposta ad amministrazione controllata, in cui il ministro leghista Castelli si ribella, come in Sudamerica, al presidente della Repubblica, il ministro leghista Calderoli propone ai cittadini di farsi giustizia da soli, come nel mondo primitivo, il Primo ministro finge di tagliare le tasse, nella peggiore legge Finanziaria della vita italiana, e tutto il regime mediatico si schiera per celebrarlo come un Cesare vincitore mentre nessuno prima di lui aveva tanto impoverito l’Italia, noi, che dobbiamo opporci, siamo divisi.
Io non so se il giovane funzionario della Federazione romana parlava soltanto per se stesso.
Nel momento più buio, sottoposto al controllo mediatico più rigido della televisione e della stampa italiana, è venuto a dire che a lui «la parola regime fa venire l’orticaria». Lo ha detto accanto al direttore de l’Unità, il giornale che da anni descrive dettagliatamente le vicende di questo regime, con qualche conseguenza personale per chi vi lavora.
Pensavo che il nostro compito, quella sera, fosse di dare e di ricevere coraggio (così succede quando si va a parlare nelle sezioni Ds in Italia). Evidentemente c’è anche un altro progetto: pretendere (o credere davvero, chissà) che questo Paese, nel quale è stata appena approvata la Legge Gasparri che blocca totalmente la libertà di stampa, sia un’Italia normale a cui guardare con aria composta per prepararsi a una regolare alternanza. Il suggerimento sembra essere che, altrimenti, comportandosi come Arthur Miller, si può dare l’impressione di diventare sovversivi.
Posso dire che in quel momento mi sono sentito solo? Mi sono chiesto: con chi parlo?
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Ds Milano
UN TAGLIO DELLE TASSE DA TRENTA CAPPUCCINI
EUGENIO SCALFARI
da Repubblica - 28 novembre 2004
Anzitutto la leggibilità: questo emendamento sulla riduzione dell´Irpef è illeggibile, c´è scritto tutto e il contrario di tutto, si usano parole e riferimenti privi di spiegazioni comprensibili. Non è neppure un messale scritto in «latinorum» (che Renzo Tramaglino rimproverava a don Abbondio di usare per confondere e turlupinare i poveri diavoli) ma scritto in sanscrito.
Profittando di questa oscurità di linguaggio, entrano in scena le veline.
Nei giorni scorsi ne sono partite a centinaia verso le redazioni dei giornali e soprattutto delle televisioni. Il pubblico deve pur capire, che diavolo! Perciò le veline che "volgarizzano". Sintetizzano.
Mettono in chiaro l´indecifrabile.
Dunque viva le veline che provengono dagli uffici di Bondi, di Bonaiuti, degli uffici stampa di Palazzo Chigi e di Palazzo Grazioli. Attenzione: poiché il testo e le annesse tabelle sono ermetiche, le veline hanno campo libero per manipolare. E manipolano, eccome se manipolano.
Così un´operazione risibile nei risultati positivi ma drammatica per le implicazioni negative che ne derivano viene presentata come «storica», «epocale», «decisiva per il rilancio dell´economia», «svolta mai effettuata fino ad ora nella storia d´Italia».
Solo Berlusconi (sembra impossibile) si è lasciato scappare una frase di verità, non so se per imprudenza o per metter le mani avanti anticipando l´unico vero risultato che verrà fuori da questa follia. Ha detto (nella conferenza stampa con la quale ha presentato il suo master plan): «Non mi illudo che un intervento come questo possa dare un impulso straordinario ai cittadini. Ci sarà un vantaggio, ma in economia l´impulso vero si ha con la diminuzione delle tasse in deficit».
Avete capito bene? Non so chi gliel´ha suggerita questa solenne sciocchezza, forse è una reminiscenza keynesiana da autodidatta. Comunque, voce dal sen fuggita che contiene due verità: la manovra strombazzata avrà effetti pratici irrilevanti e, alla fine, produrrà lo sfondamento del deficit.
Alla faccia del ministro del Tesoro, detto Mimmo, e del Ragioniere generale dello Stato, che ne hanno autenticato la solidità (incautamente).
Un taglio delle tasse da trenta cappuccini
Chiedo scusa ai lettori, già frastornati da quattro giorni di tabelle e di improbabili volgarizzazioni imbonitorie, ma dovrò ora tediarli con qualche cifra che serva a chiarire e non a confondere. Cercherò di farlo con la massima parsimonia.
1. C´era anzitutto da colmare un buco di 2 milioni e mezzo della manovra effettuata lo scorso luglio. Forse ve la siete scordata, ma già a luglio il nostro bilancio stava per sfondare il deficit e le agenzie di rating, quelle che danno le pagelle ai titoli del debito pubblico, erano pronte a ribassare il voto provocando uno sconquasso sul nostro bilancio e sul mercato dei titoli. Perciò una "manovrina" da 5 miliardi tra tagli, tasse e condono (edilizio). Senonché il condono dette poco o nulla. Di qui il buco. Per colmarlo entro la fine dell´anno il governo ha dovuto emanare l´altro ieri sera un decreto imponendo a banche e assicurazioni di anticipare entro il corrente mese di dicembre il pagamento delle tasse dovute nel 2005.
Perciò l´erario incasserà 2 miliardi e rotti in anticipo, che naturalmente gli mancheranno nell´esercizio 2005.
2. Simultaneamente il governo ha deciso di spostare dal 2004 al 2005 il pagamento della seconda e terza rata del condono edilizio per una cifra più o meno eguale a 2 miliardi. Mi permetto di attirare l´attenzione dei lettori su questo modo di procedere estremamente singolare: con una mano Siniscalco (Mimmo) fa anticipare i pagamenti dovuti da banche e assicurazioni mentre con l´altra mano fa slittare in avanti le rate del condono. La cifra è più o meno identica, sono sempre quei maledetti 2 miliardi che vanno avanti e indietro.
Ma perché? Questo mistero mi ha impensierito per qualche minuto, ma poi ho trovato la quadra, come dice Bossi: il condono edilizio, già bandito da vari mesi, non ha dato quasi nulla. Di qui il buco del 2004. Allora lo si fa slittare al 2005 facendo finta che, improvvisamente, darà finalmente il denaro atteso. Al suo posto l´anticipo di tasse per analogo importo. Avanti e ndré che bel divertimento, cantava l´antica filastrocca per bambini. Non si capisce però per quale motivo il condono del 2005 dovrebbe fornire i denari che non dette nel 2004.
Mimmo e Grilli hanno garantito che li darà. Ma se si sbagliassero, come è molto probabile? Che cosa resterebbe della copertura per ridurre l´Irpef, visto che quei 2 miliardi ne costituiscono la parte più cospicua?
3. In teoria la manovra sull´Irpef vale 6,5 miliardi. Ma dalle criptiche tabelle si scopre che questa cifra, che sarà iscritta nel bilancio di competenza, non coincide con il bilancio di cassa. Cioè i soldi effettivamente fruiti dai contribuenti nel corso del 2005 non saranno 6 miliardi e mezzo ma soltanto 4,3 miliardi. Come mai? Risposta: i lavoratori dipendenti avranno effettivamente i loro sconti di imposta a partire dalla busta paga del 27 gennaio, ma tutti gli altri contribuenti cominceranno a beneficiarne soltanto nel 2006. Lo scossone all´economia nel 2005 non sarà dunque determinato da quei miseri 6,5 miliardi bensì dai miserrimi 4,3. Tutto questo casino (scusatemi) per 4,3 miliardi di euro. Svolta epocale? Viene solo da ridere.
4. Chi sono i beneficiari della svolta epocale? Le veline diramate dai saltimbanchi della manipolazione (ecco a che cosa serve avere il monopolio della Tv, per chi non l´avesse ancora capito) affermano che gli sgravi sono concentrati sui redditi più bassi, e lo affermano con sicurezza assoluta. Danno le percentuali: chi ha minore reddito avrà sconti del 10 per cento, chi sta appena un po´ più in su avrà sconti dell´8 e poi, via via che si sale per la scala reddituale, la percentuale di sconto diminuisce fin quasi allo 0 per i redditi da capogiro. Tutto esatto. Ma quello che conta non sono le percentuali bensì le cifre assolute.
Uno sconto dell´8 per cento su un reddito di cento equivale appunto a 8 euro; uno sconto del 4 per cento su un reddito di mille equivale a 40 euro.
Uno paga 8 euro di meno, l´altro, pur ricco, ne paga 40 di meno. È poco più di niente per tutti e due, ma la disparità si vede ed è grossa.
5. Naturalmente i poveri e i quasi poveri sono molti; i benestanti sono parecchi; i ricchi sono pochi e gli ultraricchi pochissimi. Cerchiamo dunque di capire a chi vanno quei 6,5 miliardi (4,3 nel 2005). Bisogna a questo punto guardare dentro alle varie fasce di reddito e vedere quanti sono quelli che ne fanno parte. Da reddito 0 a reddito di 40 mila euro l´anno il beneficio fiscale va da 0 a 40 euro al mese. I poveri non prendono nulla, per i quasi poveri e i meno poveri fino al ceto medio che comunque fatica ad arrivare a fine mese i vantaggi sono questi: da 0 fino a 40 euro mensili. Prendo la cifra massima: 40.
Equivale a una modesta cena al ristorante per due persone.
O a trenta cappuccini al mese in più. O a pagarsi un paio di medicine di quelle che lo Stato non pagherà più. Sapete quanti sono i cittadini compresi nella fascia da 0 a 40 mila euro di reddito? Sono il 75 per cento del totale.
Sapete quanta parte della manovra va a questo 75 per cento? Un miliardo e 800 mila euro. Poiché le cifre non sono opinioni il risultato è il seguente: il 75 per cento dei cittadini beneficia del 36 per cento della manovra, mentre il 25 per cento dei cittadini beneficia del 64 per cento.
Che ne dite? Che dice Follini che voleva concentrare quasi tutto sulle famiglie deboli? E Alemanno? Hanno perso la favella? Sono soddisfatti? Follini finalmente va al governo? Fini si spolvera la feluca perché la manovra è sociale? Un assegno da 6,5 per un terzo pagabile soltanto nel 2006, è ripartito tra la fascia debole e quella forte in proporzione del 36 per cento agli uni e del 64 agli altri. Ma non vi vergognate? Avrei ancora parecchie altre cifre da snocciolare, ma l´essenziale per quanto riguarda gli sconti è questo. Ora però bisogna dare un´occhiata alla copertura.
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La solida copertura certificata da Mimmo e da Grilli proviene, come già abbiamo visto, per un terzo da un condono quanto mai improbabile che comunque andrà a chiudersi con la sua terza ed ultima rata entro la fine del 2005.
Nell´esercizio successivo il suo posto sarà preso da un miliardo proveniente dai tabacchi, da 500 milioni di inasprimento di tasse su bolli e concessioni e da 600 milioni di anticipi dell´Irpef e dell´Irap (una tantum perché ciò che anticipi di un anno ti mancherà l´anno dopo).
Il resto della copertura è fatto così: 400 milioni di autocopertura, cioè di maggiori entrate generate dalle minori aliquote. Qualunque studente di economia tributaria sa che una posta in bilancio di questa natura è improponibile. Mi auguro, per ragioni di decenza accademica, che questi 400 milioni siano cancellati e sostituiti.
Seicento milioni: tagli di consumi intermedi. Vuol dire minori spese per acquisti di beni e servizi nella scuola, sanità, forze armate, polizia di Stato. Trecento milioni, tagli ai fondi di riserva dei ministeri. Altro spicciolame di tagli e voci varie per 400 milioni.
Il totale dà, come sopra ho già indicato, 4,3 e non 6,5 miliardi la differenza è rinviata all´anno successivo e chi vivrà vedrà.
Il famoso blocco del turn over degli statali avrà inizio nel 2006 e proseguirà fino al 2008. Dovrebbe cancellare 75.000 posti di lavoro. Ma secondo il mio modesto parere non si farà. Berlusconi deve averlo promesso a Fini in un orecchio. Il 2006 è un anno elettorale. L´importante ora è guadagnar tempo.
Lo spot di cui il Cavaliere aveva bisogno, Mimmo gliel´ha costruito. È lillipuziano, sbilenco, curvo di spalle, ma con il monopolio della tivù e un po´ di cosmetica fatta col computer quel nano ingobbito degli sconti all´Irpef ti diventa un Nembo Kid, un Superman, un gigante buono che dà soldi a tutti e non li toglie a nessuno. La sinistra invece...
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La sinistra è il partito delle tasse. Prima mangiava i bambini, ma adesso non ci crede più nessuno. Adesso mangia embrioni e contribuenti.
Non mi pronuncio. La sinistra è adulta e sa parlare da sola. Io parlo per me e cerco di ricavare un senso dall´esame del tagliatasse.
Il senso mi sembra questo: per rilanciare l´economia è del tutto inutile. Se ci fossero i soldi (che non ci sono) bisognerebbe concentrare 3 miliardi sulla fascia di reddito debole e altrettanti sugli incentivi alle imprese e al Mezzogiorno. Restituire il fiscal drag ai lavoratori.
Fiscalizzare una parte dei contributi sociali.
Questi destinati all´Irpef sono soldi buttati dalla finestra. In parte pagati da altre tasse (regressive) in parte destinati a sfondare il deficit.
L´operazione però è servita a raggiungere alcuni obiettivi. Dello spot elettorale pro-Berlusconi ho già detto. Aggiungo e sottolineo: pro-Berlusconi.
I suoi alleati non ricaveranno né un voto né maggior peso da questo imbroglio; per chi lo ritiene appunto un imbroglio il loro prestigio semmai diminuirà; per chi crede invece alla «svolta epocale» il merito sarà esclusivamente di Silvio e non già di Fini detto Feluca né di Follini detto Occhialino, che anzi si erano opposti. Però ora la maggioranza è compatta, anzi è al guinzaglio.
Ecco un risultato.
Un secondo risultato è stato di far dimenticare, con questa trovata del taglio Irpef, che alle spalle di esso c´è una manovra da 24 miliardi ancora da approvare. Tiriamo le somme: manovrina a luglio 2004 da 5 miliardi, manovra in Finanziaria 2005 da 24 miliardi per mettere i conti in regola, manovra per ridurre l´Irpef da 7 miliardi. Totale 36 miliardi, 72.000 miliardi del vecchio conio come dice Bonolis. Non sono schicchere 72.000 miliardi. Un terzo almeno dei quali impostato su «una tantum»; un terzo su tasse e tagli a spese di Comuni, sanità, scuola, previdenza, efficienza della pubblica amministrazione, Mezzogiorno, sistema imprenditoriale. L´ultimo terzo su anticipi di entrate, cioè rinvio al futuro di debiti.
Vincenzo Visco ha richiamato l´altro ieri l´attenzione della Camera (con apposita interrogazione) sul fatto che l´operazione denominata Scip2, cioè la cartolarizzazione di immobili pubblici in vendita per 7 miliardi, è in scadenza ma i fondi non sono entrati, cioè gli immobili non sono stati venduti. Le agenzie di rating stanno aspettando la scadenza per confermare o ridurre il voto in pagella di quei bond. Se va avanti così l´erario si dovrà caricare della parte scaduta con immobili invenduti. Mi auguro che Mimmo e Grilli seguano la questione. Sarebbe tremendo se Scip2 andasse, come si dice in gergo «in default». Tipo Parmalat. Naturalmente Visco non è credibile perché passa il tempo a mangiarsi un contribuente al giorno e ci mette sopra anche il peperoncino.
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Ds Milano - Rassegna stampa
Tasse, solo tattica elettorale"
la bocciatura di Confindustria
Montezemolo: la politica economica non si fa in una notte
Pezzotta parla di sciopero generale e la platea di imprenditori applaude
Protestano Tremaglia e Gasparri: "Un comizio, non siamo i lustrascarpe degli industriali"
investimenti Spiace notare che dal vocabolario del dibattito politico questa parola è ormai scomparsa
il futuro Come si può pensare agli obiettivi di medio e lungo periodo con questo continuo richiamo al contingente?
DAL NOSTRO INVIATO LUCA FAZZO
da Repubblica - 28 novembre 2004
BERGAMO - Bisogna arrivare qui, nei velluti e gli stucchi del teatro Donizetti, davanti agli abiti grigi di una classe imprenditoriale che ha fatto la storia del paese - la silenziosa, coriacea classe imprenditoriale bergamasca - per capire quanto intenso sia il gelo tra gli uomini delle aziende e il governo. Luca Cordero di Montezemolo lo sa. Sa quello che questi imprenditori si attendevano e sa quello che hanno ottenuto. Il presidente di Confindustria misura le parole, ma le frasi che ne escono sono pesanti come i magli di queste parti. E quando Montezemolo si domanda «come si possa fare politica economica seria, con obiettivi di lungo e medio periodo, con cose decise di notte, dopo tre mesi di dibattito, tutto in una notte perché si deve fare una Finanziaria», «impaludati in una tattica politica elettorale di breve respiro» la bocciatura si fa esplicita e senza appello. «Come si può pensare al futuro con questo continuo richiamo al contingente?».
È un´occasione alta, quella che Montezemolo sceglie per il suo giudizio sul governo. Perché ieri questa classe imprenditoriale si riunisce in una celebrazione quasi rituale, la nascita della fondazione intitolata ad un suo protagonista esemplare, il Carlo Pesenti dell´Italcementi, e il conferimento della Legion d´Honneur a suo figlio Giampiero. Sul palco, insieme a Montezemolo, c´è uno di queste parti, il segretario della Cisl Savino Pezzotta. Ed è quando parla Pezzotta - più ancora che durante gli interventi di Montezemolo - che questa platea manda il segnale più esplicito verso i palazzi romani. Accade quando Pezzotta attacca il governo sul tema della concertazione che è scomparsa, del dialogo con le parti sociali che non esiste più, e spiega così le ragioni dello sciopero di dopodomani: «Quello che loro hanno in mente è un paese dove c´è l´elettore che va a votare e chi sta al governo che decide tutto, e in mezzo non c´è nulla, non c´è spazio per nient´altro. Ma se loro pensano di decidere senza consultarci, noi scioperiamo». E il "Donizetti" si riempie di applausi. Scena singolare e forse inedita, questa platea di imprenditori che applaude la proclamazione di uno sciopero generale: e che lo fa come se fosse la cosa più normale di questo mondo.
Poi tocca a Montezemolo. Il numero uno di Confindustria dice e ridice di non voler cedere al catastrofismo, di aver cancellato dal suo dizionario la parola «declino», di appartenere alla schiera di chi preferisce vedere il bicchiere mezzo pieno. Però gli elementi di speranza, nel quadro che fa del sistema Italia, scaturiscono tutti dalla fiducia nel tessuto delle imprese, del mondo del lavoro, anche se ammette che «c´è ovunque un senso di pigrizia e di appagamento, siamo vecchi come età, si fa poca innovazione». Per quanto arriva in questi giorni dal mondo della politica, il giudizio invece è impietoso. Montezemolo accusa l´emendamento alla manovra finanziaria varato nottetempo di distribuire risorse senza criterio, senza legami con lo sviluppo di cui il paese ha drammatico bisogno: «Dal vocabolario del dibattito politico sull´economia è sparita la parola investimenti».
E non è tutto. Racconta di essersi sentito una sorta di ambasciatore del made in Italy in Cina, quando sul palco del Gran Premio a Shangai è stato innaffiato dallo champagne di Barrichello. Ma è esplicitamente critico nei ritardi della politica anche su questo fronte: «Tra poco il presidente Ciampi farà il suo primo viaggio in Cina, e di questo lo ringrazio. Ma in questi anni Chirac e Schroeder sono già andati tre volte in Cina e non come autorità, ma anche con tutto il sistema paese». Applaude Giampiero Pesenti, applaude Giovanni Bazoli, applaudono gli uomini di questa classe dirigente moderata e sgobbona. L´unico rappresentante del governo è Mirko Tremaglia, ministro per gli Italiani nel mondo: «Un comizio», è il suo commento al discorso di Montezemolo. A mezzo agenzie di stampa, il commento di un altro ministro di An, Maurzio Gasparri: «Non siamo i lustrascarpe della Confindustria».
"Il blocco del turn-over ferma l´Italia"
Allarme della Ragioneria: i servizi rischiano di ridursi al minimo
Scongiurato lo stop nella pubblica sicurezza: avrebbe impedito le seimila assunzioni programmate quest´anno
I tecnici del Tesoro segnalano le "tensioni sindacali"
Le probabili difficoltà dell´Agenzia delle Entrate
LUISA GRION
ROMA - Il governo era stato avvisato: attento ai tagli. Attento a non esagerare con la scuola, la difesa, gli organismi dello Stato. Ridurre i fondi per mantenere la promessa sulle tasse potrebbe «compromettere il funzionamento ai livelli minimi dei servizi». In alcuni casi potrebbero andarci di mezzo i «fini istituzionali». Per esempio: l´Agenzia delle Entrate potrebbe incontrare difficoltà nel riscuotere le tasse stesse. Bloccare le assunzioni - poi - crea sempre grandi problemi: avete visto quante «tensioni politico-sindacali» ha suscitato il solo «effetto annuncio» nel settore scuola? E dove lo mettiamo il «ricambio generazionale»? Per non parlare della pubblica sicurezza: il blocco avrebbe impedito ben 6 mila assunzioni.
Questo è stato il messaggio che la Ragioneria generale dello Stato ha inviato al governo prima che premier e ministri varassero, venerdì scorso, il taglio delle tasse. Consigli riservati raccolti in un mini-rapporto di 13 fogli dal titolo: «Valutazioni e criticità sulle ipotesi di copertura della riforma fiscale».
Non che gli avvertimenti siano serviti a molto visto che il governo è andato avanti per la sua strada, ma almeno su due importanti punti la Ragioneria ha ottenuto ascolto: l´entità dei tagli alla scuola (dagli inziali 600 milioni di euro si è passati a 300) e la necessità di evitare il blocco del turn over nel comparto della pubblica sicurezza e per l´istruzione stessa. Sul resto i tecnici ci hanno provato senza successo. Per esempio: il taglio alla sanità c´è stato anche se la Ragioneria ricordava che intervenivano sul patto di stabilità fra il settore e le autonomie locali e che ciò avrebbe «acuito ulteriormente le tensioni fra lo Stato, le regioni e le autonomie stesse». Idem per il bilancio della Difesa, capitolo - sottolinea il rapporto - «molto delicato», visto che il settore subirà un già «oneroso carico per il taglio ai consumi intermedi».
Ecco, i consumi intermedi: tagli per 500 milioni nel 2005, per 1.000 per il 2006 e il 2007. Tra l´altro gli ulteriori 300 milioni «lasciati» alla Moratti sono stati recuperati proprio da questa voce (che incide sugli acquisti dello Stato). La loro riduzione rischia di «compromettere l´operatività minima dei servizi erogati». Sempre restando al settore pubblico la Ragioneria aveva avvertito: «Le spese in conto capitale non possono essere utilizzate per la copertura del minor gettito fiscale». Nella Pubblica amministrazione «la loro valenza ai fini dell´indebitamento è di 1 a 3». In pratica occorre tagliare per "3" per ottenere un effetto pari a "1".
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Ds Milano - Rassegna stampa
Un giro di vite per salvare Previti
GIUSEPPE D´AVANZO
da Repubblica - 28 novembre 2004
Prima di occuparsi di ministri indegni di esserlo, bisogna innanzitutto calare il capo con rispetto e dire il nostro grazie alla famiglia di Giuseppe Maver, il benzinaio di Lecco ucciso da due rapinatori. La famiglia di Maver è stata ferita irreparabilmente dalla sua morte violenta. Nelle ore più crudeli di quel dolore ? un dolore che ti lascia smarrito, senza parole, semplicemente disperato ? i familiari di Giuseppe sono stati oltraggiati da quella Lega alla quale il benzinaio manifestava simpatia politica.
Criminalità, il giro di vite che serve a salvare Previti
In quelle ore, ministri indegni di esserlo (Calderoli, Castelli, Maroni) hanno messo su, cinicamente, un trucco da commedianti raccogliendo 25 mila euro per una taglia. In quelle ore di dolore (e forse di disgusto), i familiari di Giuseppe Maver non hanno perso la loro compostezza e si sono tenuti lontani da quel rozzo fendente. Ha detto il genero della vittima, Marco Invenizzi: «Noi siamo dalla parte della legge, altre forme di giustizia non ci interessano. Se gli assassini verranno presi, vogliamo che siano puniti secondo le forme di legge perché noi crediamo nel corso di giustizia».
Queste brevi parole liquidano il gergo sgrammaticato della Lega che alleva soltanto violenza e confusione. Ci raccontano la frode tentata dalla Lega di Calderoli, Castelli, Maroni. Imprenditori della paura, la alimentano pensando di ricavarne utili politici. Le civilissime parole di Marco Invernizzi smascherano l´imbroglio. Gli eredi di Bossi si propongono come paladini delle regioni del Nord dove presuppongono sia al lavoro un regime psichico primitivo. Le parole di Marco Invernizzi ci dicono al contrario che il Nord non è il Paese immaginato dalla Lega, anche quando i capetti in cravatta verde urlano «Nessuno tocchi un padano», e che il Nord non è rappresentato da quelle cravatte e bandiere anche quando, come nel caso di Giuseppe Maver, ne hanno raccolto il consenso.
A meno di non volersi consegnare all´inganno, non della taglia si deve discutere. Che cosa ha fatto il governo di Berlusconi e della Lega per fronteggiare la criminalità predatoria che affligge, ieri come oggi, le aree urbane? È a questa domanda che i ministri leghisti e l´intero governo dovrebbero dare una risposta decente. Lo devono ai familiari di Giuseppe Maver e anche ai loro elettori perché la sicurezza è, dopo la fiscalità, al secondo posto dello strombazzato "Patto con gli italiani".
Insensibile alle contraddizioni, Roberto Castelli, ministro della Giustizia e leghista, presenta l´inasprimento delle leggi approvate in tutta fretta dal consiglio dei ministri come una risposta alla criminalità. «Abbiamo approvato un pacchetto che consentirà di perseguire più severamente i delinquenti», dice spudorato. La mossa è fraudolenta. Quelle norme sono pensate, costruite e proposte contro le associazioni mafiose, lasciate in pace a prosperare negli ultimi anni, e non contro la criminalità predatoria che ha ucciso Giuseppe Maver. Ancora un inganno. Anzi, in questo caso, l´inganno è doppio. Il cosiddetto "pacchetto anticrimine" sarà associato a un disegno di legge che ha altre finalità. Una sola altra finalità. Salvare Cesare Previti preparandogli una via d´uscita dai guai giudiziari (è stato condannato in due processi a 11 e 5 anni di carcere). Insaccando il "giro di vite" contro i mafiosi e i camorristi nelle pieghe di un provvedimento che allarga e strappa le maglie della certezza della pena per un potente, il governo conta di arrangiare un ricatto all´opposizione e una manovra propagandistica di favorevole tenuta. In caso di resistenza, di critiche e di ostruzionismi, l´opposizione, come gli alleati recalcitranti per lo sfacciato favoritismo di una legge ad personam (ci sono mal di pancia in Alleanza nazionale e nell´Udc), saranno indicati all´opinione pubblica come complici delle mafie, mentre il provvedimento è la coperta per proteggere il futuro di uno e soltanto uno, Cesare Previti. Non è il pacchetto anticrimine la risposta del governo.
La verità è che il governo non ha una risposta da proporre né alcun risultato da mostrare. Resta costante la divaricazione tra la curva dei reati denunciati e quella delle persone condannate per delitti contro il patrimonio e la persona. I numeri sono quelli del passato. Cento rapine, nove persone denunciate. Mille furti, tre condanne. Il bene-sicurezza è stato affidato, più o meno, ai telegiornali. Alla più "berlusconiana" delle strategie: cancella la notizia. Come se eliminando le cronache della criminalità predatoria dei centri urbani si potesse gettare alle spalle anche il sentimento di insicurezza. Culturalmente, questo centro-destra non poteva essere capace di fare altro. Coltiva una concezione dell´ordine pubblico come «la sorveglianza della società da parte della polizia, intesa come braccio armato dello Stato» mentre al contrario, per costruire una percezione corretta degli eventi che inquietano e impauriscono, sarebbe necessario sviluppare un´idea di sicurezza «fondata sulla comunicazione tra cittadini e tra cittadini e istituzioni», come quasi solitario, isolato, e spesso aggredito, si sforza a volte di fare il ministro dell´Interno. Nella comunicazione tra istituzioni e tra cittadini e istituzioni c´è l´altro nodo che la cultura e il programma del governo appaiono incapaci di sciogliere. In questi anni, l´esecutivo è stato più preoccupato di separare, di dividere che di mettere insieme. Di distruggere più che di costruire. La legittimità della magistratura e l´efficacia del processo penale, innanzitutto. Il protagonismo, la rappresentatività e le risorse delle autorità locali, a seguire. L´intelligenza dei fenomeni da parte delle forze di polizia, infine. Quasi con ossessività, sono state esaltate le differenze di ruolo e le distinzioni di competenze tra il sindaco (prevenzione sociale), la polizia (prevenzione del crimine), la magistratura (repressione). È quel che abbiamo sotto gli occhi. Ognuno di questi segmenti dello Stato per salvarsi l´anima dinanzi alla cittadinanza (pubblico?) si presenta con le sue rivendicazioni: il sindaco chiede più polizia; i poliziotti, più denunce; la magistratura, più carcere. La Lega, una taglia. «Vivo o morto». Per qualche voto in più.
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Ds Milano - Rassegna stampa
Referendum in Alabama: "sì" alla segregazione razziale
REDAZIONE
La maggioranza dei cittadini dell'Alabama è a favore della segregazione razziale e ritiene un errore cancellare le norme della loro Costituzione che contemplano, ad esempio, che i bambini di colore non possano frequentare le stesse scuole dei loro coetanei bianchi.
E' questo il sorprendente risultato di un referendum svoltosi lo scorso 2 novembre nello Stato americano. Nello stesso giorno si sono svolte anche le presidenziali, dove si è imposto Bush.
Il comitato promotore aveva portato alle urne gli aventi diritto chiedendo loro di cancellare la norme riguardanti la segregazione razziale, ma gli elettori hanno tradito le attese.
Su circa un milione e quattrocentomila voti, infatti, favorevoli e contrari sono stati circa lo stesso numero. Dopo diversi riconteggi, ieri è stato reso noto che con poco meno di duemila voti di differenza hanno prevalso coloro che vogliono lasciare la carta fondamentale così com'è.
In ogni caso, è stato annunciato che ci sarà un nuovo riconteggio. Forse il verdetto sarà rovesciato, ma la sostanza cambierà poco: circa la metà dei cittadini, come ha scritto un giornale americano, è convinta di vivere ancora ai tempi della guerra civile.
centomovimenti.com
''Va tutto bene: sanguino soltanto''
La “paurosa simmetria” (per citare William Blake) tra il regno di Berlusconi e l’impero di Bush non cesserà mai di stupirci: in entrambi i reami un immenso deficit di bilancio e la riduzione delle tasse per i ricchi, la demagogia populista e l’abbassamento dei servizi per i poveri, la devastazione dell’ambiente e la deportazione degli immigrati clandestini, la propensione per le avventure guerriere e il disprezzo per i giudici; e chi più ne ha più ne metta.
C’è un campo però in cui il Nostro poteva vantare fino a qualche giorno fa una certa primazia sul suo più potente amico d’oltreoceano: la normalizzazione della stampa. Laggiù, negli Stati Uniti, l’ideologia della libera stampa (il “cane da guardia dei potenti” che all’occorrenza ha anche il coraggio di morderli) e il pluralismo degli assetti proprietari garantivano una certa indipendenza, nonostante la piaggeria filogovernativa della Fox News di Rupert Murdoch (amico e sponsor di entrambi i monarchi) e la virata conservatrice della CNN. Resistevano le tre storiche grandi sorelle – la CBS, la ABC e la NBC, con i loro tre altrettanto storici conduttori: Dan Rather per la CBS, Tom Brokaw della NBC e Peter Jennings della ABC. Resistevano come isole di sobrietà e di autorevolezza nel mare di sit-com, di eventi sportivi, di reality show che da anni formano il palinsesto di tutte le reti: quella paccottiglia di cattivo gusto che appassiona 250 milioni di telespettatori americani (110 milioni di famiglie) e molte altre centinaia di milioni in tutto il mondo, e garantisce immensi profitti ai network e ai loro proprietari.
Vi sono concreti segni che le cose stanno cambiando. Bush ha vinto e con lui, si dice, ha vinto l’America portatrice dei valori di Dio, Patria e Famiglia, ma che allo stesso tempo guarda con avidità, e chiede di vedere, i morti ammazzati per le strade e i nudi femminili ammiccanti nelle partite di baseball, che si estasia a sentire il turpiloquio in diretta e in genere apprezza ogni forma di volgarità e di “trasgressione”, quanto più spinta tanto più apprezzata. Quella stessa America cui, al contempo, la Federal Communication Commission vieta di mostrare film come “Salvate il soldato Ryan” perché troppo violento, o “Schindler’s List” perché “osceno”. Un’America, come è stato detto, che non legge i grandi quotidiani liberal dell’Est e della California, ma i tabloid scandalistici, e che, votando per Bush, ha manifestato di non essere neppure in sintonia con i notiziari delle grandi reti televisive. L’audience delle news è scesa, gli inserzionisti hanno capito al volo il vento che tirava e hanno diminuito gli spot; i profitti dei network sono crollati e, poiché in democrazia il consumatore è sovrano, le teste degli anchormen hanno cominciato a vacillare.
La prima di cui è stata annunciata la caduta (per la settimana prossima) è quella di Tom Brokaw, 64 anni, anchor storico della NBC; l’effetto a catena per conquistare l’audience dovrebbe presto coinvolgere il più giovane Peter Jennings della ABC. Ma il licenziamento più insigne è quello di Dan Rather, 73 anni, anchor della CBS dal 1981 quando sostituì il mitico Walter Cronkite, che martedì scorso ha annunciato le proprie “dimissioni” in diretta. Rather è (era) quella che si definisce un'icona del giornalismo, il modello del cane da guardia che morde e del cane da punta che scova; sempre presente nei momenti cruciali in tutte le parti del mondo: a Dallas il giorno dell’assassinio di Kennedy, alla Casa bianca nella tempesta del Watergate, ancora alla Casa bianca quando scoppia lo scandalo della vendita di armi ai contras antisandinisti, a Pechino il giorno del massacro di Tienanmen, in Afghanistan con i mujaiddin nel 1980, a Baghdad nel 1990 a intervistare Saddam, primo tra i giornalisti occidentali (lo rifarà nel 2003, pochi giorni prima dell’inizio della seconda guerra irachena). E per 24 anni dietro la scrivania delle evening news della CBS, con la sua faccia quadrata, il suo accento del Texas, le sue battute fulminanti, la sua mancanza di deferenza nei confronti dei potenti.
Dan Rather non piaceva ai conservatori; ha detto troppe verità scomode: sul Vietnam, sul Watergate, su Bush padre, sull’Afghanistan, sulle guerre irachene; ha fatto per primo vedere le foto di Abu Ghraib e ha passato sul video, una dopo l’altra, le foto dei mille ragazzi americani caduti in Irak (a giugno 2004, oggi sono 1230) nella guerra di Bush figlio. Non piaceva, ma era inattaccabile, finché ha fatto un errore. A due mesi dal voto ha diffuso i documenti che dimostrano che George W. aveva disertato il servizio militare e, per non andare in Vietnam, si era imboscato nella guardia nazionale. Sembra ora che quei documenti siano stati falsificati e Rather ha dovuto ammettere di essersi “sbagliato in buona fede”. Nessuno contesta che le cose siano andate effettivamente così, ma quei documenti non erano autentici.
Rather rimarrà ancora qualche mese, per gentile concessione della direzione della CBS, ma non compirà i 25 anni di anchorman come aveva sperato (anche se ha superato i venti anni di permanenza di Cronkite). Nel comunicare le sue “dimissioni” ha citato i versi di una canzone di Bob Dylan che dicono: “he is not busy being born, is being busy dying”, intendendo che d’ora in poi vuole dedicarsi a rinascere e non a morire. Il titolo di quella canzone del 1965, però, è “It’s Alright, Ma (I’m Only Bleeding)”: Non fa niente, mamma; sanguino soltanto. Potrebbe diventare l’inno dell’Altra America per i prossimi quattro anni.
[Stefano Rizzo]
www.aprileonline.info
Patria della cultura o degrado postmoderno?
Massimiliano Panarari
Le metropoli rappresentano certamente l’espressione più caratteristica della contemporaneità; in particolare di questi tempi allorché, figlie predilette della modernità e del progresso, sono divenute l’elemento centrale di quella che Jean-François Lyotard ha ribattezzato, nel suo libro del 1979, la “condizione postmoderna”. E, oggi più che mai, esiste una “questione città”, da sempre clivage essenziale della scienza politica (la famosa frattura centri urbani/campagna) ulteriormente rilanciata, tra gli altri, dall’esito delle elezioni Usa, con le metropoli delle due coste oceaniche ultimi baluardi liberal in una nazione dove le “grandi pianure” risultano ancor più conservatrici e reazionarie.
Escono quasi in contemporanea due volumi che ci forniscono lumi e strumenti critici al riguardo, indagando il “prisma” della condizione metropolitana da angolazioni e all’insegna di sfaccettature differenti. Si tratta di Mike Davis in Città morte. Racconti di inferno metropolitano (Feltrinelli, pp. 302, euro 30) e di Clemens Zimmermann con il suo L’era delle metropoli (il Mulino, pp. 222, euro 12,50).
Nel primo, Davis (nato nel 1946), docente di Storia alla State University di New York e, soprattutto, uno dei “campioni” e degli esponenti più celebri della teoria urbana e della cultura radical statunitense, si scaglia con la consueta verve polemica e dovizia documentaria contro il progetto di “omicidio delle città” concepito e messo in atto con successo dalla destra repubblicana a partire dagli anni Ottanta. Città morte costituisce l’ultimo arrivato della ricca produzione di Davis, autore sempre interessante – persino quando non risulta pienamente convincente – e capace come pochi di contaminare le discipline, stabilendo nessi e comparazioni (con uno stile molto da “scienza della complessità”, una delle specialità preferite e maggiormente praticate dal mondo intellettuale della West Coast) tra ambiti culturali apparentemente lontani. Davis è l’alfiere meritato e meritevole di una sorta di olismo, molto leftist e di sinistra, e di un’ecologia urbana che, facendo la “storia naturale” delle città, si sforza di andare oltre gli steccati metodologici e gli specialismi sterili e irrigiditi, dietro i quali intravede – assai spesso a ragion veduta – l’ombra del neoliberismo e la pretesa coltivata dal mercato selvaggio di spazzare via qualunque resistenza al darwinismo economico e sociale. Talvolta la sua lettura dei fatti e delle idee che vi soggiacciono rischia di rivelarsi un po’ troppo manichea, ma, il più delle volte, ci prende, e in lui si sente fluire tutta una nobile e intelligente tradizione di opposizione e spirito critico che gli ultimi decenni di cronaca americana neoconservatrice e superconformista ci fanno amaramente rimpiangere. E così la sua analisi dell’intreccio perverso negli Usa, sin dagli albori del Novecento, tra politiche urbane, calamità naturali e disastri ambientali diviene un manifesto politico contro lo stato delle cose.
Veri e propri “racconti di inferno metropolitano”, come recita il sottotitolo, sono infatti quelli che scorrono sotto gli occhi del lettore di questo libro. Il deserto del Nevada convertito – come e ben prima della serie X Files, apoteosi del senso di inquietudine che per Davis domina gli Stati Uniti dall’inizio del XX secolo – in un terribile laboratorio militare per provare gli effetti delle bombe nucleari e di quanto oggi chiameremmo le “armi di distruzione di massa” (con la conseguente progenie mostruosa di animali nella zona e le malattie mortali degli umani sottoposti alle fughe di radiazioni). La continua, inarrestabile e violentissima speculazione edilizia, i cui esiti finali hanno visto il trionfo del decentramento aziendale e la “suburbanizzazione” dei ceti ricchi delle metropoli, alle prese con la crisi fiscale derivante dal trasferimento delle attività economiche più redditizie e dalla fine del turismo; mentre le “Sobborgopoli” bianche, recintate e benestanti proliferavano, i centri delle città andavano in rovina. I riots dei ghetti e dei quartieri poveri di Los Angeles che portarono, subito dopo la prima guerra del Golfo, ad un’occupazione militare della metropoli californiana, dando carne – e piombo e fuoco… – ai peggiori incubi degli scrittori cyberpunk. Las Vegas, la città più postmoderna del pianeta a giudizio di Davis, scaturita da una serie di scempi ambientali e devastazioni della natura di rara violenza.
E, a partire dal fatidico e terribile 11 settembre, l’ossessione sicuritaria, la manipolazione sfacciata e l’attentato continuo alle libertà e ai diritti civili cui è sottoposta la popolazione americana ed europea – per non parlare delle discriminazioni e violenze subite dagli “altri”, non bianchi e non occidentali – nel nome della “difesa dal terrorismo”, campagna che risente degli echi di altre persecuzioni (innanzitutto quelle anticomuniste degli anni Dieci-Venti e del maccartismo).
Meno inquietante e maggiormente storiografico è il panorama di alcune città capisaldi dell’età del Moderno che emerge dal volume, da poco uscito per i tipi del Mulino, di Zimmermann, specialista di storia agraria e urbana e professore di Storia della cultura e dei media presso l’università di Saarbrücken. Il libro presenta una bella ed efficace sintesi della storia dell’urbanizzazione durante l’Otto e il Novecento, l’epoca del sorgere e dell’affermarsi della “grande città europea” che costituisce l’incubatrice per antonomasia di quanto chiamiamo la modernità. Avvalendosi, quali case-studies concreti, degli esempi di Barcellona, Torino (particolarmente interessante poiché si tratta del punto di vista di un non italiano sulla città dell’unificazione e sul primo laboratorio del “nuovo” del nostro Paese), Monaco, San Pietroburgo e Manchester, l’autore descrive i processi di urbanizzazione (dalle dinamiche edilizie e dall’organizzazione dello spazio urbano sino alla strutturazione demografica in continua mutazione e al sistema dei trasporti), tenendo però l’occhio sempre puntato su quello che possiamo considerare il “plusvalore” dei grandi agglomerati urbani, ovvero il loro essere produttori di cultura, stili di vita, fenomeni sociali e innovazione. Insomma, un modo per capire meglio il presente a partire dai luoghi in cui sempre più individui hanno cominciato a condividere la propria esistenza collettiva, come mai era accaduto in nessun periodo dell’Europa del passato.
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«Adesso i soldi ci sono? Vedremo a chi li hanno presi»
«Pensare che in questo contesto 6 miliardi e mezzo invertano la tendenza economica e facciano ripartire consumi e investimenti è una follia totale. Berlusconi dice cose che non stanno né in cielo né in terra sotto il profilo della razionalità economica e sociale. Oggi, per colpa della destra che ha dissestato di nuovo i conti pubblici, non ci sono le condizioni per una riduzione fiscale. Ma noi vogliamo dimostrare che c’è un’altra idea di fisco, più giusto e più equo: è questa idea che abbiamo scritto e consegnato a Prodi».
di CHIARA GELONI
Onorevole Bersani, la maggioranza annuncia di aver raggiunto l’intesa sul taglio delle tasse. Sarà la volta buona?
Dopo tante parole, prima o poi qualcosa dovranno combinare.
Io sto ancora alle dichiarazioni di Berlusconi davanti alla Guardia di finanza, quando spiegò che i soldi per fare la riduzione fiscale nel 2005 purtroppo non c’erano. Poi evidentemente, guardando Forza Italia precipitare nei sondaggi, ha cambiato idea. Dice che i soldi ci sono? Vedremo a danno di chi li prendono. E vedremo se sono soldi strutturali o meccanismi una tantum che rimandano al prossimo giro la responsabilità di sostenere la manovra. Aggiungo che siamo di fronte a una vera operazione di depistaggio dai problemi veri del paese: stiamo facendo una manovra da 24 miliardi di euro, ne abbiamo fatta a luglio una da 7,5 e il buon Siniscalco ne deve trovare altri 2 prima del 31 dicembre: sono circa 65 mila miliardi di vecchie lire di minori spese, maggiori entrate (vedi studi settore) e polvere sotto il tappeto, come la vendita di immobili e strade per poi andare in affitto. Pensare che in questo contesto 6 miliardi e mezzo invertano la tendenza economica e facciano ripartire consumi e investimenti è una follia totale.
Berlusconi a palazzo Chigi ha appena detto che non bisogna illudersi, perché l’impulso vero all’economia si dà solo riducendo le tasse in deficit, come in America...
Affermazioni che dimostrano che siamo nelle mani di un irresponsabile che non conosce la differenza tra l’economia americana e quella italiana. E che non sa che in testa alla classifica della competitività, quella dove noi siamo finiti dietro il Botswana per intenderci, c’è un paese che si chiama Finlandia, che ha il 44% di pressione fiscale. Seguono gli Usa, poi c’è la Svezia, pressione fiscale al 53%. Berlusconi dice cose che non stanno né in cielo né in terra sotto il profilo della razionalità economica e sociale. Ma la sua preoccupazione è solo di arrivare al ciclo elettorale con qualcosa da spendere... Un calcolo che comunque si rivelerà sbagliato.
Ma tagliare le tasse è di destra o può essere anche di sinistra?
Avere servizi efficienti col minor peso fiscale è di sinistra.
Fare interventi sul fisco che abbiano carattere redistributivo verso il basso è di sinistra. È di destra abbassare le tasse ai più ricchi dicendo che questo fa bene ai più poveri, è di destra dare un contentino ai più poveri mettendogli qualcosa in una tasca e togliendogli il doppio dall’altra.
Il centrosinistra quando era al governo ha tagliato le tasse o le ha aumentate come dicono quelli della Cdl?
La pressione fiscale in questo periodo è agli stessi livelli del periodo precedente, quindi c’è poco da discutere. Noi abbiamo fatto un’operazione ben più consistente di questa nel 2000 e nel 2001, con il bonus fiscale, in una situazione in cui i conti pubblici lo consentivano e il tasso di crescita era al 3%. Abbiamo maneggiato il tema fiscale tenendo sempre conto delle esigenze di crescita e di equità sociale.
Che cosa farebbe l’Alleanza al posto di Berlusconi? Cosa dice la proposta che lei e altri esperti del centrosinistra avete elaborato e consegnato a Prodi?
Prima di tutto diciamo che poiché, unici in Europa, dobbiamo fare una manovra così pesante (per responsabilità del centrodestra che ha dissestato di nuovo i conti pubblici) non ci sono le condizioni per una riduzione fiscale generale: semmai nel quadro della manovra si potrebbe inserire qualcosa per recuperare il fiscal drag, per recuperare il potere d’acquisto dei ceti più bassi e per fare qualcosa a sostegno dell’innovazione delle imprese. Detto questo, noi siamo anche preoccupati perché Berlusconi fa una proposta che non è solo velleitaria, è anche iniqua. E vogliamo dimostrare che c’è un’altra idea di fisco. Non ci saranno le condizioni per una riforma fiscale oggi, ma noi abbiamo in testa un altro fisco, più giusto e più equo. Ed è questa idea che abbiamo messo per scritto e consegnato a Prodi.
E questo non vuol dire correre dietro a Berlusconi sul suo terreno, come pure qualcuno dell’Alleanza ha mormorato sottovoce?
Assolutamente no. Lo ripeto, e l’abbiamo scritto: al di fuori di quei due limitati interventi che dicevo, adesso non si può fare altro: non c’è niente da rincorrere. Però non possiamo sottrarci, visto che i tempi politici e programmatici si accelerano, all’esigenza di dire agli italiani qual è per noi un fisco desiderabile, qual è la strada da intraprendere gradualmente man mano che ne avremo la possibilità.
Si discuterà anche di questo al vertice dell’alleanza lunedì?
Lo deciderà Prodi. Penso di sì.
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Cosa c'è da ringraziare
Thanksgiving Day, il giorno in cui gli Usa distolgono gli occhi dal male che fanno
Sette ore di viaggio da Chicago verso l’East Coast, con tre di ritardo in aeroporto e seduti in cabina. Mia figlia ride o strilla. Come me, decine di milioni di Americani in moto sulle autostrade, per gli aeroporti, sui malandati treni dell’Amtrak e sugli autobus ancora più sgangherati della Greyhound. La grande transumanza annuale per il Thanksgiving Day è cominciata. Nel giorno del ringraziamento le famiglie americane si riuniscono, si congregano in una festa nazional-popolare. Intimista e collettiva al contempo. Mio nipote Sam all’asilo ha confezionato tacchini di carta e piume sintetiche colorate; un copricapo indiano, una specie di gilet di carta (con le piume sul copricapo e sul corpo si evocano le tribù che abitavano questi luoghi).
Il giorno del ringraziamento celebra la venuta dei Pilgrims, i pellegrini, le sette protestanti che lasciarono l’Inghilterra per evitare la persecuzione religiosa e perseguire la forma più pura della loro religione nel Nuovo Mondo. Le origini puritane e teocratiche dell’America coloniale, almeno nel Nordest, vengono così prese come spunto, come origine della nazione. La festa in sé celebra un mitico pasto in comune tra i nuovi venuti e le tribù autoctone che li aiutarono a sopravvivere nei primi momenti della colonizzazione. Ci si siede a tavola con la propria famiglia e si ringrazia Dio per tutti i beni della terra, i bambini fanno recite a scuola vestendo i panni dei puritani e degli 'indiani', che in un gesto di solidarietà si uniscono e condividono il cibo. Si celebra quindi il mito del comunismo originario, dell'età primitiva e d'oro, dell'infanzia morale e saggia della nazione.
Questo paese è basato sulla negazione delle violenze commesse per costruirlo, eppure nella sua festa più importante ricorda gli indiani, li esalta, al contempo li rende comparse in un disegno di provvidenza divina, gentili creature di cui si perde traccia immediatamente dopo. Quando rientrano nella mitologia e nella rappresentazione culturale, vi rientrano come selvaggi, come terroristi, come stupratori di donne e attentatori alla quotidiana serenità delle cittadine sparse nelle distese americane.
In questo Thanksgiving non mancano i reportage lacrimanti e nazionalisti di quelle famiglie che hanno appena perso un parente in Iraq, magari nell'assalto a Falluja. I deserti della Mesopotamia sono solo nuove frontiere da domare, nuovi sentieri delle lacrime da far piangere ad altri popoli, per poi commemorare più tardi una storia falsa ed edulcorata di amore universale. Vi è come un ermetismo, un'incomunicabilità tra l'esistenza normale, dimessa, tra la domesticità di questi milioni fra cui mi muovo e vivo, e la ferocità della politica a cui sono organicamente collegati. Celebreremo quindi insieme con amore e calore tra noi, tra le nostre famiglie, quei legami personali che sono il sale della vita, riferendoci a quello che fu l'ultimo pasto prima del lento e metodico eccidio dei primi americani. Ringrazieremo dunque Dio per il bene che ci fa, e distoglieremo gli occhi dal male che facciamo.
Matteo Colombi
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L’eredità liberale incompresa dagli Usa
Mark Lilla con Amy Rosenthal
Questa intervista è tratta dal numero 86 della rivista Reset in questi giorni in edicola e in libreria, con il titolo “Parla un liberale alla Aron molto poco neocon”.
Mark Lilla è professore al Committee for Social Thought dell’Università di Chicago. Come filosofo politico, ha la rara abilità di far valere una profonda conoscenza della tradizione intellettuale occidentale sulle pressanti questioni politiche del momento. I suoi contributi a “The Partisan Review”, “The New York Review of Books” e “The New Republic” sono imperniati su temi della vita intellettuale europea (che vanno da Martin Heidegger e Carl Schmitt nella Germania tra le due guerre a Michel Foucault e Jacques Derrida nella Francia dopo la Seconda Guerra mondiale), Leo Strauss e i neo-conservatori, o anche la politica moderna. È autore di numerose opere importanti come The Reckless Mind: Intellectuals in Politics (2001) e The Legacy of Isaiah Berlin (2001). Grazie alle sue attività accademiche e saggistiche è considerato un autentico intellettuale pubblico negli Stati Uniti e all’estero.
Recentemente definito “un professore dell’Università di Chicago politicamente inclassificabile”, Lilla fornisce la sua analisi della connessione tra Leo Strauss e i neo-conservatori e la sua opinione sull’avventurismo messianico dell’amministrazione attuale, sulla politica estera americana e sulla spaccatura politica tra Europa e Stati Uniti. In tutte le risposte di Lilla, si sente l’eco di quella che è la sua premessa, che dobbiamo “dominare il tiranno interno” praticando l’autocontrollo e abbracciando la virtù della moderazione.
Fino a che punto (se così è stato) Leo Strauss ha influenzato i neo-conservatori di oggi?
C’è stata così tanta cattiva informazione e disinformazione in giro sull’argomento che è difficile sapere da dove cominciare. È vero che esiste una connessione intellettuale tra gli allievi di Strauss e la nascita del neo-conservatorismo negli anni settanta. È vero anche che tanti giovani straussiani americani sono oggi molto impegnati ideologicamente nella politica repubblicana. Da questi fatti, tuttavia, non consegue che il pensiero di Strauss porti necessariamente alla politica neo-conservatrice. Oggi le sue opere si stanno studiando con profitto in tutto il mondo, anche in Italia, e al di fuori degli Stati Uniti nessuno ne ha fatto derivare un programma ideologico. La questione interessante è piuttosto che cosa ne sia stato in America dell’eredità intellettuale di Strauss.
In altre parole, se la connessione tra Strauss e neo-conservatori convalida o distorce il filosofo e le sue opere?
La principale preoccupazione intellettuale di Strauss era quella che lui definiva il “problema teologico-politico”, con cui intendeva la tensione tra il carattere di sacralità dell’autorità politica (se sia o meno corroborata dalla religione rivelata) e l’atteggiamento scettico e libero del filosofo autentico. Tutta la sua opera interpretativa e le sue riflessioni sulla politica sono imperniate su tale questione. Strauss era un conservatore per natura, era scettico riguardo al moderno culto del progresso e apprezzava la sobrietà degli antichi, ma non era fazioso per natura. Ha avuto i suoi primi allievi quando è arrivato negli Stati Uniti, alla metà della sua vita, verso la fine degli anni Quaranta, e loro hanno cercato di mettere in relazione gli studi di Strauss sulla storia del pensiero politico con l’esperienza americana, un compito che Strauss non si è mai preso la briga di intraprendere. All’inizio il loro approccio alla politica è stato, per dirla in breve, approssimativamente tocquevilliano: in altre parole, vedevano di buon occhio l’esperimento democratico americano, ma si preoccupavano dei problemi derivanti dall’ideologia democratica dell’uguaglianza.
Dopo il 1968, lo straussianesimo è cambiato. Nel 1973 Strauss è morto, e non molto tempo dopo molti suoi allievi – il più noto è Allan Bloom – hanno cominciato a parlare degli Stati Uniti in termini più apocalittici: Bloom è addirittura arrivato a paragonare Woodstock ai raduni di Norimberga. Nel corso degli ultimi trent’anni, lo straussianesimo come scuola intellettuale è cresciuto e ora è alla sua quarta generazione. Ma è cresciuto anche diventando molto più politico. La ragione di ciò, penso io, non ha tanto a che fare con gli scritti di Strauss quanto con l’implosione delle università americane negli anni Settanta, che ha rafforzato il Kulturpessimismus degli straussiani e li ha convinti che dovevano diventare impegnati. Sono stati assorbiti dai neo-conservatori, e non il contrario. Ora sono parte di un vasto complesso politico-intellettuale che ha il suo centro a Washington, ma non sono assolutamente loro a guidarlo. Strauss, come dicevo, era per sua natura un uomo conservatore; è difficile immaginarlo compiaciuto dalla retorica messianica della politica estera ispirata oggi dai neo-conservatori americani.
Clyde Prestowitz, un conservatore tradizionale, ha recentemente invocato un ritorno al conservatorismo vero tracciando una distinzione tra il conservatorismo e i neo-conservatori con la sua affermazione che “i conservatori veri non sono mai stati messianici o dottrinari”. Lei sarebbe d’accordo o no?
Il neo-conservatorismo ha molto poco a che fare, storicamente o ideologicamente, con il conservatorismo americano. Il conservatorismo americano è sempre stato passivo. Come ogni conservatorismo autentico, annette importanza alla prudenza e alla sua venatura romantica, che è autentica, ed è espressa solamente in relazione al passato (che il passato sia la fondazione americana, o l’Angloamerica, o il protestantesimo americano, o la semplicità rurale americana). Ecco perché, in una società rivolta al futuro come quella statunitense, il conservatorismo qual era concepito in origine aveva un impatto molto limitato sulla politica americana ai massimi livelli. Era sempre un’influenza marginale. Louis Hartz aveva ragione: per sua natura, l’America è uno stato liberale e le lotte politiche in genere vedono contrapposti liberali di destra e liberali di sinistra.
Il neo-conservatorismo è cresciuto negli anni Sessanta e Settanta, e in origine è stato concepito come un ritorno al liberalismo autentico da alcuni dei suoi padri fondatori come Irving Kristol, Nathan Glazer, Daniel Patrick Moynihan e Daniel Bell (che ha ripudiato l’etichetta di neo-con). Non erano conservatori nel senso tradizionale; erano liberali “assaliti dalla realtà”, per citare la memorabile frase di Kristol. Sostenevano lo stato sociale, anche se non tutti i programmi creati negli anni Sessanta, molti dei quali sembravano loro controproducenti; erano anticomunisti ma non bandivano crociate; mostravano un “blando entusiasmo” per il capitalismo in un’epoca in cui la sinistra liberale provava solo disprezzo per il commercio e la vita borghese. Quello che li ha disturbati negli anni Sessanta era il tono illiberale e le aspirazioni dei movimenti studenteschi e della nuova sinistra. Sentivano che stavano difendendo l’autentica tradizione liberale di Francis Delano Roosevelt e Harry Truman.
Per gli anni Ottanta, tuttavia, molti neo-con si erano radicalizzati e non ritenevano più possibile contenere i cambiamenti sociali frutto degli anni sessanta da loro rimpianti. Sono diventati reazionari in senso proprio: qualsiasi cosa volesse la sinistra, loro si opponevano. Si sono spostati dal partito democratico a quello repubblicano, si sono uniti all’amministrazione Reagan, e hanno sviluppato le connessioni con il diritto religioso. Molti dei pensatori originali di questo movimento, come Daniel Bell, hanno resistito a questo cambiamento e hanno interrotto i rapporti con i neo-con impegnati, che da allora sono diventati una sorta di “governo ombra” a Washington. Dal 1989 il loro obiettivo si è spostato dalla politica interna a quella estera, e hanno tentato di gettare le basi di una nuova politica estera che secondo loro porrà termine ai traumi del Vietnam.
Si può dire che la politica estera di Bush è una continuazione di quella di Clinton, dal momento che quest’ultimo ha dato inizio all’intervento nella ex-Jugoslavia?
È difficile rispondere a questa domanda perché dall’11 settembre sono cambiate così tante cose. Certamente è vero che la politica estera di Clinton era praticamente uguale a quella di George Bush Senior, e che senza l’11 settembre anche la politica di suo figlio si sarebbe mantenuta nel solco della stessa tradizione. Ma l’11 settembre ha dato ai neo-con l’opportunità di sperimentare un nuovo approccio, un approccio preventivo, indipendente dagli alleati ed esplicitamente imperialistico (nel senso di voler estendere l’impero della democrazia liberale, con la forza se necessario).
Esiste una possibilità di ripristinare il centro vitale, una volta esistente, della politica estera statunitense, oppure la spaccatura del dibattito intellettuale in America è tale da rendere la cosa ormai impossibile?
Il “centro vitale” sviluppatosi sotto Clinton è scomparso e sembra che stiamo tornando indietro nel tempo, agli anni Settanta e Ottanta, quando il disaccordo tra democratici e repubblicani sulle minacce da affrontare e sugli strumenti corretti per gestirle era così forte che la discussione era diventata quasi impossibile. Il successo dei film grossolani di Michael Moore è un trascurabile segno nella cultura popolare del fatto che il centro non terrà.
Pensa che gli Stati Uniti abbiano ancora qualcosa da imparare dall’Europa (vecchia o nuova)? E che cosa potrebbe imparare l’Europa dagli Stati Uniti? E ancora, ritiene che la riconcettualizzazione europea dell’idea di stato nazionale sia un aspetto fondamentale del contrasto tra gli Stati Uniti e le nazioni chiave dell’Unione Europea sul modo di trattare i conflitti internazionali?
L’Europa e gli Stati Uniti hanno tanto da insegnarsi a vicenda, se solo fossero in grado di imparare, e ora non sembra proprio che sia così. Quello che gli Stati Uniti possono e dovrebbero insegnare all’Europa occidentale è il valore dello stato nazionale, anche all’interno di un sistema di diritto internazionale; la necessità di usare la forza ed esercitare il potere quando necessario (solo il potere può far accadere le cose giuste); e la necessità di fare dei sacrifici economici per costruire una forza militare credibile in Europa. Su tutti questi punti, Robert Kagan aveva completamente ragione, per quanto, se gli europei avessero letto Raymond Aron, non avrebbero mai avuto bisogno del sermone di Kagan.
Quello che l’Europa occidentale può e dovrebbe insegnare agli Stati Uniti è che potrebbe essere possibile migliorare i governi in tutto il mondo senza necessariamente democratizzarli, e certo non con la forza; ci può informare sulle complessità sociali e culturali di società che l’Europa, data la sua eredità coloniale, comprende meglio di noi; ed è in grado di ricordarci la necessità della cooperazione internazionale, non tanto su basi morali quanto su basi pratiche e prudenziali. Gli Stati Uniti sono la più grande potenza mondiale, ma le minacce che si trovano ad affrontare sono ancora più grandi, e oggi l’America non sembra cogliere la differenza.
In un articolo intitolato “Lonely Campus Voices” apparso sul “New York Times” del 27 settembre 2003, David Brooks la definisce “un professore dell’Università di Chicago politicamente inclassificabile”. Ci si ritrova?
Mi ha divertito, l’ho considerato un segno di questi tempi di sconvolgimento. Io condivido un liberalismo americano classico del genere di quello che il neo-conservatorismo in origine coltivava e difendeva. Il fatto che una persona simile non rientri in nessuna delle nostre attuali “classificazioni” significa che la democrazia americana non comprende più la propria eredità liberale, con la sua promessa e i suoi limiti.
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L'incontro Bush - Uribe: seconda fase del Plan Colombia
di Carlos Fazio da Red Voltaire
Il 2005 segna la fine dell’appoggio ufficiale degli Stati Uniti al Plan Colombia, l’iniziativa lanciata dall’ex presidente Clinton, attraverso la quale Washington ha canalizzato quasi 3 milioni di dollari per la lotta al ‘narcotraffico’. Da alcuni mesi si sta parlando della seconda fase del Plan Colombia, visto che questo paese sudamericano conserva una relazione diretta con la 'sicurezza nazionale' degli Stati Uniti.
La visita di quattro ore del presidente degli Stati Uniti George W. Bush in Colombia offre svariate chiavi di lettura. Dopo la sua rielezione alla Casa Bianca, Bush ha scelto la Colombia come la sua prima destinazione bilaterale nell’emisfero (il suo viaggio in Cile la settimana scorsa era all’interno del meeting del Forum della Cooperazione Economica Asia- Pacifico), il che manda un chiaro segnale riguardo alle sue priorità nella regione.
A livello simbolico, Bush ha voluto sottolineare il suo impegno personale con il presidente Alvaro Uribe, suo principale e quasi unico alleato sudamericano nella cosiddetta ‘guerra al terrorismo , sin dai tempi della polemica ‘guerra preventiva’ in Iraq.
Inoltre, il fugace incontro tra Bush e Uribe nella residenza di villeggiatura presidenziale nell’isola Manzanillo è avvenuta in un momento in cui entrambi i paesi discutono la seconda fase del Plan Colombia e il ruolo degli Stati Uniti.
Il 2005 segna la fine dell’appoggio ufficiale degli Stati Uniti al Plan Colombia, l’iniziativa lanciata dall’ex presidente Clinton, attraverso la quale Washington ha canalizzato quasi 3 milioni di dollari per la lotta al ‘narcotraffico’. Da alcuni mesi si sta parlando della seconda fase del Plan Colombia, visto che questo paese sudamericano conserva una relazione diretta con la ‘sicurezza nazionale degli Stati Uniti; voci differenti nel congresso statunitense hanno fatto pressioni affinché vengano tagliati i sostegni. La ragione è semplice: dopo le guerre neocoloniali in Afghanistan e in Iraq e l’installazione e/o la modernizzazione di una rete di basi militari del Pentagono in tutto il mondo, i fondi scarseggiano negli Stati Uniti e hanno lasciato il paese con un deficit fiscale che supera i 400 milioni di dollari. Un deficit che, si prevede, aumenterà sicuramente.
All’inizio del 2005 il presidente Bush dovrà presentare il budget per l’anno fiscale 2006 e determinare la forma e le risorse da investire nella seconda fase del Plan Colombia. Due istituti chiave connesse con l’assegnazione delle risorse - l’agenzia Antidroga (DEA) e l’Agenzia Internazione per lo Sviluppo degli Stati Uniti (USAID) - sono a favore del mantenimento degli aiuti , stimabili in 700 milioni di dollari l’anno. Ma il Congresso americano ha l’ultima parola.
Alcuni membri democratici del congresso, come Bob Menéndez, sostengono che l’enorme deficit degli Stati Uniti stia crescendo in maniera esponenziale, e sono favorevoli a ripartire il ‘carico colombiano con altri paesi, in particolare con paesi dell’Unione Europea. Tuttavia la ‘vecchia Europa’ non appoggia l’alto ‘contenuto militarista’ che Washington ha dato al Plan Colombia.
Negli ultimi tre ani, periodi in cui il generale James T. Hill si è impegnato nel dirigere il Comando Sud, la Colombia si è trasformata nell’epicentro dei piani egemonici del Pentagono in America Latina. Hill, che all’inizio dell’anno identificò come la nuova ‘minaccia’ il ‘populismo radicale’, al pari del terrorismo e del narcotraffico, ha trasformato la Colombia in un laboratorio della controrivoluzione nell’area. Questo paese è stato il principale beneficiario per l’’aiuto’ militare statunitense.
Nel 2003 militari del Pentagono addestrarono 22.855 ufficiali latinoamericani, di cui 9.210 ‘alunni’ erano colombiani, seguiti da Bolivia, Panama, Perù ed Ecuador. La cifra rappresenta una partecipazione militare del 52% in relazione al 2002, superando qualsiasi altra regione, incluso il Medio Oriente. Nel periodo compreso tra il 1999 e il 2003, il Pentagono concesse sostegno finanziario a 28.200 soldati colombiani. Secondo l’ambasciatore colombiano a Washington, Luis Alberto Moreno, il suo paese riceve il 50% dell’aiuto militare che gli Stati Uniti destinano all’America Latina. L’addestramento è stato direttamente finanziato dalla Segreteria della Difesa e non è sottomesso a nessuna restrizione o condizionamento, per esempio, riguardo ai diritti umani.
L’ambasciatore Moreno ha dichiarato al quotidiano El Tiempo, di Bogotà, che la Colombia è la ‘preoccupazione principale di Washington in materia di sicurezza regionale. Il Plan Patriota, coinvolge 20.000 militari colombiani, che integrano unità mobili che sono stati assegnati ai dipartimenti di Putumayo, Caquetá, Meta e Arauca, localizzati nella foresta amazzonica, zone sotto il controllo delle guerrillas delle Forze Armate Rivoluzionarie Colombiane (FARC) e dell’Esercito di Liberazione nazionale.
Due mesi fa, il Congresso degli Stati Uniti ha incrfementato l’appoggio logistico militare in Colombia. I 400 istruttori e truppe di elite che agivano in territorio colombiano, aumentarono a 800. È aumentato anche il numero di civile, da 400 a 600. Nonostante questo, fonti attendibili stimano in 1200 i ‘contrattisti privati’ che agiscono in Colombia, contrattati dal Pentagono per realizzare lavori d’intelligence, equipaggiamento e appoggio di pianificazione e logistico, il che segna una mercenarizzazione netta del conflitto colombiano.
Il crescente allineamento militare e ideologico della Colombia con gli Stati Uniti spiega il ruolo subordinato del ministro colombiano della difesa Jorge Alberto Uribe durante la sesta Conferenza Emisferica sulla Sicurezza e la Difesa, organizzata la settimana scorsa a Quito, Ecuador. Uribè ha insistito sulla necessità di creare una forza militare multinazionale per combattere il terrorismo in America Latina, vecchia proposta di Washington. Brasile, Argentina, Venezuela e Bolivia hanno rifiutato l’iniziativa e si si sono opposti alla regionalizzazione il conflitto locale colombiano, punto su cui ha insistito il generale Hill, che è appena stato destituito dal Comando Sur con un altro militare di linea dura, il generale Bantz Craddock, ex assistente dell’ex segretario della Difesa, Donald Rumsfeld. "La lotta colombiana deve essere un combattimento a cui devono partecipare tutti i vicini ", ha detto Hill (Quito, 7 ottobre 2004).
I paras e il TLC
Un altro tema sensibile dell’incontro Bush-Urine a Catagena ha riguardato l’appoggio degli Stati Uniti al processo di negoziazione per lo smantellamento di gruppi paramilitari. Uribe ha bisogno di fondi e di rispetto politico, ora che si avvicina lo smantellamento e l’inserimento nella vita civile di 3000 paramilitari. Ma secondo le disposizioni del Congresso, gli Stati Uniti non possono dare appoggio a gruppi o persone legate con il terrorismo. (in relazione con i possibili accorsi di Ralito e lo smantellamento dei paramilitari, il comandane delle FARC, a capo della Commissione Internazionale, Raúl Reyes, questa settimana, ha dichiarato che “a Ralito non ci sarà smantellamento, quello che si propone di fare il governo è legittimare la politica paramilitare dello Stato sulla base di inganni e bugie per l’opinione pubblica nazionale e internazionale. Ralito è una farsa con il fine di perpetuare l’impunità del terrorismo in Colombia”.
Rispetto alle negoziazioni sul Trattato del Libero Commercio, la missione della Casa Bianca è aprire mercati nei paesi andini, Colombia inclusa, sui prodotti nazionali, come il riso, il grano e il cotone. Questi prodotti sono protetti in Colombia con le cosidette frange di prezzo, meccanismi che ora sono nelle mire dei negoziatori di Washington. Secondo il ministro colombiano del commercio Jorge Humberto Botero le prese di posizione degli Stati Uniti sono “inammissibili”. La Colombia sostiene che senza questo strumento o altri simili, questi prodotti scompariranno e saranno sostituiti con coltivazioni illecite. L’altra strategia degli Stati Uniti è connessa con la proprietà intellettuale dei medicinali.
Washington esige dalla Colombia una maggiore protezione dei farmaci di marca con l’ampliamento dei brevetti e la brevettazione dei secondi usi. Il governo di Uribe ha detto che non né disposto a debilitare la competenze dei farmaci generici, che permette di tenere bassi i prezzi di molti farmaci e che facilita l’accesso della popolazione dei servizi sanitari.
Carlos Fazio, giornalista, è analista internazionale del quotidiano messicano La Jornada
Fonte: http://www.redvoltaire.net/article2944.html
Traduzione a cura di Nuovi Mondi Media
Volevano vendere pure Palazzo Chigi
di Bianca Di Giovanni
Le casse dello Stato sono talmente a secco che a quanto pare si pensava di vendere persino Palazzo Chigi. A rivelare l’inquietante retroscena - che dà le dimensioni del dissesto della Finanza pubblica - è Vincenzo Visco intervenendo al Consiglio nazionale dei commercialisti. Un dato che mostra da solo quanto avventurosa sia la manovra fiscale che domani «sbarcherà» al Senato. Sulle reali coperture per 4,3 miliardi (con un effetto di 6,5 miliardi per il contribuente) gravano ancora parecchie incognite. Se è vero che Letizia Moratti è riuscita nella nottata di ieri a sventare all’ultimo momento il «taglio» di 14mila posti di lavoro, non si capisce proprio come si reperiranno i quasi 600 milioni di euro in tre anni forniti da quella misura. Le coperture indicate dalle indiscrezioni di ieri appaiono tutte palesemente improbabili.
Appare sempre più probabile che aumenterà l’unica voce certa: più tasse su bolli e giochi. Inoltre pare proprio che persino l’aumento al 4,2% per il contratto degli statali sia saltato, nonostante il «bollino» del vicepremier Gianfranco Fini. Il mezzo punto in più rispetto al 3,7% già stanziato in Finanziaria potrebbe essere dirottato sulla voce «cooperazione», visto che le maggiori tasse per le coop previste sono state «stoppate» da An e Udc. Il Tesoro dal canto suo non fornisce né un dato, né un pezzo di carta: chiaro che l’emendamento è ancora da scrivere. Insomma, di sicuro per ora c’è lo spot su giornali e Tv sulle nuove aliquote e i relativi «risparmi» (per i ricchi).
Ma dei costi sono in pochi a parlare. Ancora di meno si parla delle misure previste in Finanziaria per correggere il deficit. Sette miliardi dovranno arrivare da operazioni immobiliari, e qui si entra nel «delirio creativo» inaugurato da Giulio Tremonti, e proseguito con Domenico Siniscalco. Il quale sarebbe arrivato a ipotizzare la cessione della sede del governo (per poi essere riaffittata) per rimpinguare il fondo immobiliare. «Pare che la vendita sia stata evitata per motivi di opportunità - spiega l’ex ministro della Quercia - In un carteggio tra Gianni Letta e Domenico Siniscalco il primo scrive: “Non mi sembra dignitoso vendere Palazzo Chigi”. Il secondo risponde: “Però in effetti tutti i Palazzi diversi da quello Chigi che fanno parte della presidenza del consiglio, sì”. Questo dà la dimensione della situazione».
Il Tesoro replica con una sostanziale conferma. «I contatti con la presidenza del consiglio per la cessione di immobili - fanno sapere da Via Venti Settembre - riguardavano immobli accessori e non certo Palazzo Chigi». per l’appunto quello che ha risposto Siniscalco a Letta. Oltre ai ministeri, che dovrebbero confluire nel fondo, l’Economia sta rastrellando di corsa il maggior numero di strutture: le sedi degli enti previdenziali (pagate con i contributi dei lavoratori), gli uffici periferici delle agenzie di governo. l’obiettivo è di reperire almeno 4 miliardi entro il 31 dicembre, per evitare che il deficit si alalrghi troppo oltre la soglia del 3% (a cui già siamo arrivati). Ma forse non basteranno neanche quei 4 miliardi, se si considera che le due Scip ancora aperte (la 2 e la 3) si prefigurano come un autentico flop.
I guai aumentano - se possibile - sul fronte fiscale. L’ultimo consiglio dei ministri, che doveva essere una passeggiata, si è trasformato in un ring di boxe. Si è entrati con una tabella di coperture (già molto difficili da conseguire, come aveva avvertito la Ragioneria) e si è usciti con una pagina quasi bianca. «Saltati» i tagli alla scuola, spuntano i 300 milioni per l’Università. Sarà il miracolo dei pani e dei pesci? Secondo indiscrezioni i risparmi forniti dal «taglio» del 2% del personale per il biennio 2006-07 (1% per ciascun anno), equivalente al «taglio» di 14mila posti di lavoro complessivi, saranno forniti dalla soppressione delle supplenze brevi (meno di 15 giorni). Anche se fosse vero, non sarebbe credibile: quante supplenze brevi ci vorrebbero per sostituire 14mila persone in ruolo. Ma il peggio è che le supplenze brevi sono state già eliminate dalla Finanziaria 2002: qunado manca un insegnante per meno di due settimane gli studenti vengono distribuiti nelle altre classi. Un’altra ipotesi parla dei risparmi ottenuti dall’abolizione del maestro d’inglese. Anche questo, già fatto dalla finanziaria attualmente in discussione. Quanti maestri d’inglese si vogliono eliminare: più dei 7.000 già previsti? E come sostituiscono i 14mila? Conclusione: o si aumentano le tasse, o si trovano altre coperture, o si provoca un «buco» di quasi 600 milioni (56 nel 2005, 225 nel 2006 e 335 nel 2007) forniti dal «taglio» del 2%.
Da dove si ricaveranno i 300 milioni per gli atenei? Semplice: dai ministeri, dai trasferimenti alle imprese, dalle spese correnti previste nella tabella C della finanziaria. Tutto a posto? Macché. le imprese sono già sul piede di guerra: bisognerà vedere se Gianfranco Micciché accetterà la sforbiciata che con l’aggiunta dell’altroieri notte arriva a 250 milioni di euro per l’anno prossimo. Quanto alla tabella C e ai ministeri, sono stati già ampiamente falcidiati dalla finanziaria. Sembra assai improbabile che la stessa voce serva per coprire il deficit e anche per coprire gli sgravi fiscali.
unita.it
Con Dolly contro il diabete?
Attraverso la clonazione terapeutica un giorno potrebbero esser guarite parecchie malattie, sebbene la riproduzione dei cloni stile Dolly faccia pensare ad un film dell’orrore. E nel frattempo, la clonazione umana resta ancora vietata.
C’è una rivoluzione medica dietro l’angolo. O così almeno la vedono i ricercatori genetici, pubblicizzando favorevolmente la possibilità di clonare embrioni umani a scopi terapeutici. Per questa strada potrebbero esser trovati nuovi protocolli di cura contro il diabete, la malattia di Parkinson e le lesioni al midollo osseo. A ben guardare però, queste prospettive di utilizzo scientifico sono ancora ben lontane – e soprattutto non cessa di agitarsi intorno il dibattito etico. Questo perché un’ampia gamma di critici si schiera contro ogni tipo di clonazione, con funzione riproduttiva o terapeutica.
Un vincolo morale verso i cloni?
I cloni terapeutici e reproduttivi si distinguono essenzialmente per le loro finalità. Certo se la clonazione riproduttiva di uomini, la cui meta il clone è stesso, si urta parecchio col sentire comune, la clonazione terapeutica ha un impatto meno forte. La maggior parte delle legislazioni nazionali proibisce la creazione di embrioni umani come "magazzino" di cellule. Il fatto, giudicato particolarmente riprovevole da coloro che avversano comunque la clonazione, riguarda non tanto lo sviluppo mirato dell'embrione, ma il suo "sfruttamento". Certo i medici ed anche i politici che considerano una mera opposizione come un atteggiamento irresponsabile, si fanno sentire sempre di più: "Permettiamo l’aborto, permettiamo la fecondazione artificiale nel corso della quale vengon distrutti nove embrioni su dieci. Non possiamo certo venire a raccontare a milioni di malati e di feriti che a loro tocca morire o restar paralizzati, perché pensiamo che il blastociste, questo grumo di cellule, sia importante quanto voi", ha argomentato il democratico Jerrold Nader, in un dibattito al Congresso USA.
Grumo di cellule od individuo
Alle riflessioni etiche di coloro che guardano al “grumo cellulare” come ad un embrione di uomo, si aggiungono obiezioni tecniche e mediche. Dopo che nel 1996, con la pecora Dolly, venne clonato il primo mammifero, si sono avuti parecchi: topi, bovini, scimmie, maiali fino a Prometea, e si è potuto costatare quanto ancora imponderabile vada considerato l’esito della clonazione. I timori, accresciutisi alchè Dolly morì prematuramente all'età di sei anni, hanno preso sempre più piede: i cloni degli animali sembrano invecchiare più velocemente rispetto ai ritmi naturali. Inoltre la metà degli animali clonati presenta malformazioni a cuori, reni e polmoni. Si parla qui di clonazione riproduttiva, ma in effetti la differenza tecnicamente di maggior rilievo tra i cloni riproduttivi e quelli terapeutici consiste unicamente nel fatto che nella prima il blazociste viene impiantato nell'utero femminile. Non solo i possibili errori di percorso sbagliati ma anche la bassa "quota di successo" – per ogni genere di specie animale solo un embrione su cento sopravvive – fanno apparire ad oggi impensabile la riproduzione di cloni umani.
I fedelissimi della nuova frontiera
Certo per arrivare ad un grande accordo sulla proibizione della clonazione riproduttiva, quanto più la ricerca adduce i risultati a scopi terapeutici, tanto più diventa difficile imporre il divieto su questo tipo di clonazione. La Setta dei Raelianer ci ha messo tutto ciò ed in modo insistente davanti ai nostri occhi fra il 2002 ed il 2003, allorchè annunciò ripetutamente di aver clonato dei bebè. Nessuno ha prestato loro fede perché i tests dei Raelianer, sulla cui veridicità si sarebbe potuto andar a fondo, non sono mai stati resi di dominio pubblico. Certo il caso indica che basta anche una sparuta minoranza per suscitare del consenso etico sul mucchio. Anche i dottori Severino Antinori e Panayiotis Zavos avanzano la pretesa di aver clonato dei bebè.
Di fronte all’assoluta necessità di impedire la clonazione umana, le decisioni dell’ONU appaiono in ritardo. Già due volte le Nazioni Unite han fallito nel tentativo di trovare consenso su un divieto mondiale anche soltanto per quanto concerne la clonazione riproduttiva. E quest’autunno, il tema verrà nuovamente affrontato. Assai improbabile che giunga una decisione nel senso di proibire anche la clonazione terapeutica. Innanzi a tutto ciò si pongono anche delle alternative: anche tramite cellule ceppi adulti, ad esempio dal midollo osseo e dal sangue del cordone ombelicale, possono esser allevate cellule specifiche. Inoltre gli scienziati sono riusciti a realizzare delle cellule "senza programmazione” ad attivare cioè alcuni geni in una cellula già sviluppata e disattivarli. E già alcune legislazioni nazionali fuggono in avanti, come in Gran Bretagna, in cui già da tempo è possibile clonare l’embrione umano a condizione che non esista alcuna intenzione di farlo maturare fino a farlo divenire una persona. www.cafebabel.com/it
Primarie in Lombardia
Ottavio
Da diversi mesi le associazioni legate all'Ulivo, seguendo le esortazioni di Romano Prodi, esprimono la necessità dell'introduzione delle elezioni primarie in Italia, o quanto meno nell'ambito del centrosinistra, volte ad una scelta dei vari candidati a cariche politiche od amministrative, effettuata da una fascia di società civile più ampia di quella costituita dai partiti politici, o meglio dai loro vertici.
E' evidente che l'opportunità delle primarie discende dal meccanismo maggioritario delle elezioni e dalla conseguente necessità del formarsi di coalizioni di partiti, come è altrimenti evidente che tale possibilità sia vista con freddezza da questi ultimi, che finora hanno esercitato il potere di scelta.
Il che spiega perché di primarie si parli molto e si concluda poco: i partiti, indispensabili protagonisti della vita politica, debbono essere portati ad accettare il nuovo meccanismo ed a parteciparvi, nel loro interesse, entrando così maggiormente in sintonia con la società civile. Situazione che, al momento, non sembra verificarsi, e che, per il suo raggiungimento, richiederà una costante mobilitazione da parte dei movimenti ed associazioni dell'area.
Di questi concetti si è discusso l'intera mattinata di sabato 20 novembre nell'auditorium della Regione Lombardia a Milano.
La manifestazione, organizzata dai Cittadini per l'Ulivo della Lombardia, aveva l'obiettivo di costituire un Comitato per le Primarie in Lombardia, in vista delle prossime elezioni, regionali nell'aprile 2005, comunali a Milano e politiche generali nel 2006.
Al tavolo degli oratori si sono alternati Stefano Facchi, coordinatore provinciale (Milano) dei Cittadini per l'Ulivo, Gad Lerner, il prof. Pasquino, storico promotore delle primarie, Alberto Martinelli, portavoce dell'Ulivo Lombardo, Basilio Rizzo, consigliere comunale a Milano, Roberto Vitali per il movimento Libertà Eguale, e infine Chicco Crippa, coordinatore regionale dei Cittadini per l'Ulivo. In sala erano presenti due dei possibili candidati della GAD per la presidenza della Lombardia, Sarfatti e Monguzzi.
Tutti d'accordo sul concetto di primarie, ma, quando si tratta di discutere le regole per metterle in pratica, sul come, il dove e quando, emergono anche tante divergenze, il che è un classico, nel campo dell'Ulivo. Si parte da “primarie sempre e ovunque” e si arriva a “solo quando sono necessarie” (ad esempio nei casi come quello delle ultime provinciali a Milano, con i partiti del centrosinistra che appoggiavano unitariamente Penati, non ci sarebbe bisogno di primarie); al “ci vuole un quorum e un albo degli elettori” si risponde “meglio non mettere vincoli che potrebbero essere usati strumentalmente e accesso più aperto possibile”. Ancora “primarie stabilite per legge” contro “basta un regolamento tra partiti ed associazioni interessate” e infine “stabilire una data limite per le primarie, rispetto alla data delle elezioni” ma anche “nessuna data capestro”.
Insomma il diavolo si nasconde nei dettagli.
Anche per le primarie per Prodi, nella GAD, previste per il prossimo febbraio, si sono confrontate due posizioni: “sono indispensabili perché così si svincola dai partiti” e “sono inutili se è l'unico candidato”.
Eppure… le primarie convengono. Hanno registrato solo consensi le affermazioni secondo cui le primarie stimolano la partecipazione dei cittadini alla politica, il dibattito tra i candidati produce idee che sono diffuse dai media e “impone” la dichiarazione delle linee programmatiche, elemento di chiarezza per gli elettori, i media e la coalizione.
Quindi bisogna continuare a lavorare perché si realizzino.
E' questa la conclusione degli interventi e del dibattito che ne è seguito, come riassunto da Chicco Crippa, il quale ha aggiunto alcune pratiche considerazioni sui prossimi appuntamenti elettorali.
Per le regionali, visto lo stato delle cose, non ha senso parlare di primarie, non c'è tempo. E' invece indispensabile che venga individuato il candidato della GAD subito, in modo che possa impiegare i prossimi tre mesi a visitare le 11 (12 con Monza) province della Lombardia, per farsi conoscere e presentare i suoi programmi.
Molto più realistico pensare all'organizzazione delle primarie per il candidato della coalizione alle prossime importanti elezioni per il sindaco di Milano. www.ulivoselvatico.org
L'imperatore della Cina
Solimano
All'imperatore della Cina arrivò un messaggero dalla provincia dello Xian-Tung. “L'attuale governatore costringe a forza i giovani a fare il soldato, affama le famiglie e fa stuprare le donne”.
L'imperatore della Cina si ritirò nei suoi appartamenti a meditare, dicendo che a tempo debito avrebbe preso una decisione.
Dopo un mese tornò a Corte il messaggero, e riferì all'imperatore che il governatore dello Xian-Tung continuava ad infierire sulla popolazione.
L'imperatore si ritirò nei suoi appartamenti a meditare, dicendo che la decisione sarebbe stata presa abbastanza presto.
Dopo un altro mese tornò il messaggero e riferì all'imperatore che la disperazione nella provincia dello Xian-Tung era ormai terribile e che il governatore incrudeliva sempre di più.
A questo punto l'imperatore si alzò dal trono e disse: “La mia decisione è stata presa: non siano più ricevuti messaggeri provenienti dalla provincia dello Xian-Tung”.
In questi giorni, Franco Isman, il webmaster di Arengario, ha fatto uno scoop: ha scoperto che la Cassazione aveva dato torto a Paolo Berlusconi nella causa per la Cascinazza con il Comune di Monza, ed ha pubblicato questo scoop su Arengario. Gli amministratori del Comune se la sono presa con Franco Isman, dicendogliene di tutti i coloro, fra cui “Queste cose non si fanno!”.
Non era meglio se dalla gioia avessero stappato una bottiglia di Berlucchi o di Ferrari, visto che il Comune ha vinto? O hanno qualche motivo per non farlo? www.ulivoselvatico.org
novembre 27 2004
La Lega: "Una taglia sui killer del padano ucciso". Incredule le opposizioni
REDAZIONE
"Nessuno può permettersi di toccare un padano". Il ministro per le Riforme Istituzionali Roberto Calderoli ha reso noto che la Lega Nord ha messo una taglia sulla testa dei due uomini che hanno ucciso a Chiuso (Lecco) il benzinaio Enrico Maver durante una tentata rapina al suo distributore. 25mila euro, di cui cinquemila direttamente dalle tasche del ministro, per mandare in galera gli assassini di Maver, che era un simpatizzante del Carroccio.
"Era un nostro militante, era uno dei nostri - ha spiegato Calderoli - ma che fosse della Lega o di qualunque altro partito conta poco. Nessuno può permettersi di toccare un padano".
Il denaro servirà a ricompensare chi riuscirà a fornire informazioni utili alla cattura dei due assassini, ma il partito di Bossi ha pensato anche ai parenti della vittima.
"Noi della Lega abbiamo stanziato venticinquemila euro per la sua famiglia. Altri venticinquemila per trovare questi assassini - ha spiegato - io avrei preferito qualcosa del tipo vivo o morto, ma mi hanno detto che la legge non lo consente".
Le parole della camicia verde hanno ovviamente provocato sconcerto e preoccupazione nelle opposizioni, che si sono lanciate all'attacco del ministro.
"L'Italia non è il Far west dove scorrazzano banditi e sceriffi - ha affermato il diessino Luciano Violante - è un fatto gravissimo, che lascia intendere in che cosa Calderoli vorrebbe trasformare un Paese civile come l'Italia".
Per il comunista Franco Giordano, invece, "non si può in alcun modo innescare una logica da far west perchè produrrebbe la barbarie civile nel nostro Paese".
"Un ministro della Repubblica che vuole sostituire le regole dello Stato democratico con il far west - ha aggiunto il Verde Fiorello Cortiana - dovrebbe dimettersi".
Parole durissime anche dal Cardinale Ersilio Tonini, che non è riuscito a comprendere la decisione di mettere una taglia sugli assassini di "un padano".
"Ma questo cosa significherebbe, che un padano vale di più di un altro uomo? - ha commentato - è una iniziativa che stride infinitamente con lo spirito di questa epoca, un periodo nel quale il terrorismo universale fa vivere ad ognuno di noi un senso di pietà universale per la morte di ogni uomo, al di là delle appartenenze sociali o razziali".
www.centomovimenti.com/
Putin non ha rivali, ma è troppo solo - di Giulietto Chiesa
Il popolo russo, in grande maggioranza, sostiene il Presidente per quel singolare mix di nazionalismo che egli rappresenta. Ma Putin sa perfettamente che gli umori delle masse oggi si controllano e s'indirizzano con la televisione. E la usa spregiudicatamente. L'Occidente ha osservato, prima sconcertato, poi apparentemente inorridito, questa evoluzione moscovita, questa «mutazione» non prevista quasi da nessuno degli osservatori. Adesso scopre di trovarsi di fronte a un leader dai chiarissimi connotati autoritari e, al tempo stesso, nazionalistici.
E adesso ha due paure. La prima ha fatto ripetutamente oscillare gli indici di Borsa a Mosca e a Wall Street: siamo forse di fronte a un ritorno al comunismo? Putin sta facendo, senza dirlo, una nuova rivoluzione? Emerge, dalle profondità della psiche, il passato «kappaghebista» del presidente russo? Si tratta di un equivoco colossale. Niente di tutto questo è nei piani di Vladimir Putin: né la cancellazione delle privatizzazioni, né l'espropriazione degli espropriatori. Nessun ritorno al comunismo è nei progetti del leader russo, e nemmeno un'idea postmoderna di capitalismo di Stato.
Il potere è ora nelle mani di un aspirante autocrate che sta costruendo una «nuova classe», inedita, composta di alti funzionari statali, di uomini dei servizi segreti, di spezzoni della finanza e dell'oligarchia minore, tutta gente che ha fatto carriera sotto la gestione eltsiniana e che è ancora mescolata con piccoli drappelli di burocrati sopravvissuti al crollo del partito comunista e dell'Unione Sovietica. Tratto comune di questo ceto è la sua idiosincrasia per la democrazia, e l'ardente astio contro i grandi oligarchi, che si sono impadroniti del 75% della ricchezza nazionale.
Sono questi ultimi, con le loro abnormi dimensioni, ad avere ostruito ogni ulteriore corsa all'oro, cioè alle proprietà statali, tagliando fuori appetiti numerosi e fortissimi. In altri termini: Putin sta offrendo spazio a un ceto alleato molto aggressivo, dotato di una smodata voglia di arricchimento selvaggio, senza limiti, senza controlli, senza remore. Non è un paradosso notare che l'esempio del successo degli oligarchi ha moltiplicato i loro nemici. Putin li sta usando come testa di ponte per abbattere democrazia e potere oligarchico in un solo colpo.
La cosa curiosa, ma niente affatto strana, è che questa «nuova classe», che Putin impersona e cavalca, ama il capitalismo senza avere nessun affetto o rispetto per l'Occidente. Al contrario, essa è imbevuta di ostilità nei confronti degli occidentali, di tutti senza distinzione: americani, australiani, giapponesi e anche europei, seppure in grado minore. Essa non ha - come s'è accennato - nemmeno alcuna soggezione nei confronti delle istanze democratiche, residuo che ancora impensieriva, seppure marginalmente, i vertici postsovietici della Russia, se non altro per l'esigenza d'immagine di mostrare agli americani che i nuovi leader russi erano democratici. Di tutto ciò non resta traccia alcuna nella nuova Russia di Putin.
Questa nuova classe - che potremmo definire dei «vendicatori» - necessiterebbe di un nuovo Milovan Djilas per essere descritta (ma non è ancora apparso in Russia un personaggio di tale levatura). Essa non ha comunque alcun debito di riconoscenza verso gli Stati Uniti, non dovendo la propria ascesa a Washington e alle grandi banche d'investimento occidentali. I nuovi arrivati intendono semplicemente sostituire i troppo pochi e troppo ricchi predecessori nella conquista delle ex proprietà statali. Essa infine impersona perfettamente un mood generale dell'opinione pubblica russa (di quel poco che può essere definito opinione pubblica): l'astio contro gli Stati Uniti, ritenuti - e non a torto - i principali responsabili delle promesse mancate. Giusto o sbagliato che sia, questo stato d'animo è largamente diffuso.
Il benessere non è arrivato, la democrazia non è all'orizzonte. Le condizioni di vita di larghissimi strati popolari della Russia sono peggiori, senza confronti, di quelle che caratterizzavano l'Unione Sovietica all'inizio degli Anni Ottanta. Su questo groviglio di attese, impazienze, desiderio di rivincita, umiliazioni e frustrazioni, incertezze per il futuro, paura, Vladimir Putin ha costruito il suo castello di potere e i suoi rating. Che non sono alti come vengono presentati al pubblico, ma sono comunque abbastanza robusti da metterlo al riparo da ogni sorpresa per un certo periodo di tempo.
Le sue due trionfali elezioni dicono che egli ha il consenso necessario per fare ciò che vuole, anche se non ha il buon gusto di contenere il trionfo in proporzioni credibili. Ma questa pare essere la temperie dei sovrani assoluti. Ha voluto stravincere, annichilire i modestissimi avversari con l'esibizione di un potere sterminato. Usa la televisione come fosse un soprammobile personale. Irride perfino quel poco che resta della politica affiggendo manifesti nella metropolitana che inneggiano al rispetto ferreo della legge, per tutti, presidente incluso, mentre è chiaro a chi può rendersene ancora conto che egli è l'origine di ogni legge. Insomma mostra al colto e all'inclita la sua intenzione di schiacciare il collo a chiunque voglia anche solo provare a opporsi. Khodorkovskij insegna.
La finzione democratica è stata abolita. Putin ha deciso che non gli si addice la veste di riformatore illuminato, di modernizzatore democratico, e ha scelto quella di autocrate. Ha preso le distanze dal regime da cui è sortito, ma solo per crearne un altro. Quella Russia che qui si descrive, per scelta del suo nuovo zar, non sarà distinguibile dalle ambizioni e dall'orizzonte mentale di chi la possiede. Molte delle cose che vi sono accadute hanno una loro logica, tremenda e inquietante.
Ma molte altre sono dipese - come lo fu la vicenda di Gorbaciov e di Eltsin - dalle scelte individuali di chi era al comando. Il ruolo della personalità nella storia ridiventa cruciale, nel bene e soprattutto nel male. Putin avrebbe potuto essere, forse, un'altra cosa; poteva fare altre scelte e non le ha fatte. Se riuscirà a diventare davvero un altro zar sarà perchè così ha deciso.
Una cosa, in conclusione, mi pare certa: modernizzare la Russia con la forza, come fece Pietro il Grande, richiede non solo più forza di quella che ha ora Putin: presuppone una Russia isolata dal mondo, che cava da sola il suo ragno dal suo buco. Cioè implica dimenticare l'interdipendenza globale, e l'avvento contemporaneo di un impero potente come mai prima d'ora. E modernizzare il paese senza il consenso dei suoi cittadini è impresa vana, che presuppone una Russia che non c'è più, come non c'era più nemmeno ai tempi di Gorbaciov.
Infine comporta la disponibilità di una squadra di consiglieri esperti, capaci di pensare, di vedere una strategia globale. Invece Putin è solo, e attorno a lui la corruzione dilaga come una ruggine che tutto consuma. Siamo, di nuovo, in uno dei ricorsi storici che la Russia sembra incapace di evitare, di fronte a un leader che costruisce le sbarre della propria prigione, quelle in cui, da sovrano assoluto, dovrà rinchiudere prima di tutto le proprie ambizioni. E poi la Russia. Su queste basi la prognosi non può che essere infausta.
Fonte: La Stampa
www.megachip.info
Il marine deluso
Sean Huze era entusiasta di combattere in Iraq. Ora è pieno di rancore verso il suo presidente
Sean Huze la guerra l’ha combattuta e ora può raccontare a tutti quanto è brutta. Si è arruolato nel corpo dei marines il giorno dopo gli attentati dell’11 settembre, perché voleva sentirsi parte della reazione che il suo Paese avrebbe dimostrato contro chi l’aveva attaccato. E’ partito per il Kuwait nel febbraio 2003, lasciando a casa la moglie e il figlioletto di sette mesi. La sua dedizione alla causa l’ha dimostrata più volte nei tre mesi passati al fronte, ricevendo diversi riconoscimenti tra cui un certificato di elogio per “il suo coraggio e lo spirito di sacrificio durante le operazioni di combattimento”. Un incidente occorsogli mentre guidava un blindato leggero gli ha procurato una lesione a un nervo cerebrale con cui dovrà convivere. Sentendosi ingannato da Washington, è tornato a casa pieno di rancore verso il suo presidente.
Dalla sua esperienza il 29enne Sean, che si arrabattava come attore già prima di entrare nei marines, ha deciso di ricavare uno spettacolo teatrale, The Sand Storm, fatto di dieci monologhi di soldati. Il Los Angeles Times ha elogiato “la sua forza scioccante e la sua incredibile onestà” nel raccontare la cruda realtà del conflitto. Lo show ha fatto tre settimane di tutto esaurito a Los Angeles in ottobre, e nel 2005 – quando Sean terminerà il suo servizio attivo – sarà portato in giro nel resto degli Stati Uniti. L’obiettivo è tenere lo spettacolo anche nei cosiddetti “red States”, il vasto entroterra degli Usa che ha votato in grande maggioranza per George W. Bush alle elezioni del 2 novembre. “Dobbiamo combattere ancora più duramente in questo Paese – dice il marine al telefono –. Mi sarebbe piaciuto se l’Italia avesse potuto votare”, scherza sapendo che l’Europa avrebbe preferito vedere John Kerry diventare presidente.
In cosa credevi tre anni fa, quando ti sei arruolato nel corpo dei marines?
“Semplicemente mi fidavo di Bush. Pensavo ‘questa amministrazione darà la caccia agli animali che ci hanno attaccato l’11 settembre’. Perché Al Qaeda e Osama bin Laden sono subumani, volevo eliminarli. Quando sono stato mandato in Iraq, vedevo quella guerra come un’estensione della nostra risposta all’11 settembre. Ci era stato detto che l’Iraq disponeva di armi di distruzione di massa, che dava rifugio a membri di Al Qaeda, che c’erano legami tra Saddam e Bin Laden. A quelle condizioni, io ero entusiasta di andare in Iraq. Pensavo che, se dovessi morire, ne sarebbe valsa la pena, era un sacrificio che ero disposto a compiere.
Oggi, nessuno di quelli che conosco si spiega il motivo per cui abbiamo impegnato 165mila soldati in Iraq e neanche 20mila in Afghanistan, quando sappiamo che chi ci ha attaccato l’11 settembre sta nella montagnosa zona di confine tra l’Afghanistan e il Pakistan. Per me non ha senso. Credo che se ci fossimo impegnati in maniera più forte in Afghanistan, avremmo eliminato la rete di Al Qaeda, che è il vero nemico degli Usa e del mondo. La comunità internazionale avrebbe sostenuto il nostro sforzo, oggi vivremmo in un mondo più sicuro dal terrorismo. Invece abbiamo dichiarato guerra a un nemico che da oltre dieci anni non era più una minaccia per nessuno al di fuori dei suoi confini. E facendo così ci siamo giocati il sostegno di alleati fedeli come Francia e Germania, abbiamo infiammato la situazione in Medioriente, creando un ambiente che incoraggia il terrorismo, e mettiamo in pericolo ragazzi americani in una terra a cui non apparteniamo.
I civili iracheni stanno pagando un prezzo terribile, nelle loro vite e nel loro benessere. E’ molto frustrante per me. Le sole persone che vedo trarre beneficio da questa situazione sono i grandi gruppi come la Halliburton e la Carlyle, e credo che se alla fine apriremo gli occhi e seguiremo il denaro capiremo le vere ragioni che stanno dietro a questa guerra”.
Secondo te allora perché Bush non ha voluto finire il lavoro in Afghanistan? Acciuffare Bin Laden lo avrebbe fatto diventare un eroe, non avrebbe corso il rischio di non essere rieletto.
“Ci facciamo tutti la stessa domanda, vorrei avere una risposta ma non ce l’ho. La comunità internazionale non capisce come Bush sia riuscito a farsi rieleggere, ma spero capisca che 56 milioni di americani non hanno votato per lui, hanno votato per Kerry, si chiedono le stesse cose, e cercano di far sì che questa amministrazione risponda delle sue azioni. Credo che alla fine la verità verrà fuori. Purtroppo così non è stato prima del 2 novembre”.
Come credi si svilupperà la situazione in Iraq?
“Nel futuro vedo una resistenza che non cesserà. La comunità internazionale non appoggerà questa amministrazione, sarà impossibile togliere l’impronta americana da tutto questo. Non intravedo una fine dell’occupazione nei prossimi cinque anni. Credo che ci vorrà una nuova leadership in questo Paese per portare dei cambiamenti in Iraq”.
Molti esperti però prevedono che il secondo mandato di Bush dovrà per forza essere meno radicale. Il deficit nei conti Usa è sempre più grande e le truppe cominciano a scarseggiare.
“Un’amministrazione più morbida nei confronti dell’Iraq? Con Condoleezza Rice? Si sono sbarazzati di Colin Powell, che era un moderato. Non vogliono sentire la voce di un moderato, nessuno che osi dissentire. La Rice è un falco nella sua visione militare e del mondo. La diplomazia non migliorerà per niente”.
Hai visto il video del marine che uccide un uomo ferito e apparentemente disarmato in una moschea di Falluja? Cosa ne pensi, e hai assistito ad episodi simili?
“La situazione in cui ci troviamo in Iraq è davvero difficile. Non ci sono scuse per gli abusi sui prigionieri di Abu Ghraib, quello era un comportamento deplorevole e non è il modo in cui operiamo. Siamo uomini con un onore. Per quanto riguarda il caso di Falluja, c’è un’indagine in corso e finché non sarà finita ha poco senso commentare. C’è da dire che non è ancora chiaro cosa è successo prima che il filmato venisse girato. Per quel soldato forse era una questione di vita o di morte. In battaglia devi prendere delle decisioni molto velocemente, la tua vita e quella dei tuoi compagni dipende da te. E’ facile giudicare dalla sicurezza del proprio salotto, non lo è prendere decisioni in pochi secondi nelle strade di Falluja”.
E’ opinione comune – ora lo riconosce anche il Pentagono – che gli Stati Uniti stiano perdendo la battaglia per ‘i cuori e le menti’ del mondo arabo. Tu cosa diresti a un musulmano che crede che Bin Laden sia un eroe perché combatte i malvagi americani?
“Gli direi di andarsi a rileggere il Corano. Non c’è niente di eroico nell’essere un codardo imbucato in una grotta mentre mandi i tuoi cosiddetti soldati ad attaccare bambini, donne e uomini innocenti. Sia il cristianesimo che l’Islam credono in un giudizio di Dio o di Allah. Non vorrei essere Bin Laden di fronte all’ira di Allah. E’ un assassino, un terrorista, e tutti i precetti di Allah, di Cristo, di Budda, di qualunque religione condannano la strage di innocenti”.
Alessandro Ursic
www.peacereporter.net/
Venezuela: quel telegramma di José Maria Aznar a George Bush pieno di elogi verso i golpisti
di redazione
26 Nov 2004
Riceviamo e volentieri pubblichiamo
I media statunitensi hanno informato che l’Agenzia Centrale dei Servizi Segreti (CIA) era al corrente dei preparativi golpisti contro il presidente Hugo Chávez nell’aprile del 2002. Documenti declassificati su richiesta di un’avvocatessa di New York confermano che la CIA era stata informata sui preparativi della rivolta in Venezuela da non meno di 200 alti funzionari dei servizi segreti nordamericani. L’inclusione degli USA in quel tentativo di abbattere il governo costituzionale venezuelano era stata rivelata il giorno prima dal quotidiano americano "Newsday". La rivelazione ha provocato un dibattito molto acceso intorno al ruolo dello staff del presidente George W. Bush che avrebbe dovuto avvertire le autorità di Caracas. La questione si complica ancor di più quando si viene a sapere che esiste un telegramma inviato dall’allora premier spagnolo José María Aznar, storico alleato di Bush, che elogiava il colpo di stato contro Chávez. Questa notizia ha provocato un autentico terremoto di polemiche in Spagna.
“Militari dissidenti, includendo alti ufficiali infastiditi e un gruppo di ufficiali giovani, stanno unendo i loro sforzi per organizzare un colpo di stato contro il presidente Chávez, forse in questo mese” si leggeva nel resoconto esecutivo dei servizi segreti, preparato e distribuito dai delegati della CIA, l’Agenzia di Sicurezza Nazionale, l’Agenzia dei Servizi Segreti della Difesa e dal Dipartimento di Stato degli Stati Uniti.
Il resoconto era datato 6 aprile del 2002, cinque giorni prima dell’arresto di Chávez da parte dei militari golpisti e dello stabilimento di una giunta di fatto capeggiata dall’imprenditore Pedro Carmona, adesso profugo della giustizia del suo paese.
Il resoconto dei servizi segreti, rivelato dall’avvocatessa Eva Gollinger, avverte che il piano del colpo includeva l’arresto di Chávez e di altri 10 alti funzionari. “Per provocare azioni militari, i golpisti volevano sfruttare l’inquietudine derivata dalle proteste dell’opposizione in quel mese o quelle che si manifestavano nella fabbrica petrolifera statale, PDVSA”, aggiungeva il testo preparato dal Comitato degli Avvertimenti Strategici.
La Gollinger assicura che se gli USA avessero informato il Governo di Chávez, forse le cose sarebbero state differenti. “Veramente – ha affermato - Washington è stato compiacente con il governo di Carmona che ha eliminato per decreto perfino l’Assemblea Nazionale, durante il suo effimero governo di appena 48 ore”.
redazione@reporterassociati.org
I media insabbiano i crimini di guerra Usa
di Michel Chossudovsky da Global Research
L’esercito degli Stati Uniti ha dichiarato che “sta esaminando a fondo il fatto del marine USA che ha colpito a morte a bruciapelo un rivoltoso iracheno ferito”, in una moschea di Fallujah. La storia viene data in pasto alla catena informativa, con l’intento di distrarre la pubblica opinione dal tema ben più importante e ampio dei crimini di guerra.
L’esercito degli Stati Uniti ha dichiarato che “sta esaminando a fondo il fatto del marine USA che ha colpito a morte a bruciapelo un rivoltoso iracheno ferito”, in una moschea di Fallujah. L’incidente è stato registrato su video da un cameraman di NBC News.
Il video mostra che i Marines entrano nella moschea, dove diversi combattenti feriti o morti stanno sdraiati sul pavimento. Quando uno dei Marines si avvicina al corpo di un uomo bocconi a terra, si può sentirlo dire,”Quello non è morto, finge di essere morto.” Allora si sente un colpo di fucile e la voce che afferma,”Ora è morto!”
Il video della fucilazione è stato messo in onda dalle reti televisive negli USA e in tutto il mondo. Il documento vuole orientare l’impressione che questo sia stato un “avvenimento isolato”, che non riflette in alcun modo le modalità di intervento dell’esercito USA in Iraq. Si afferma che la fucilazione sia avvenuta come un caso fortuito, e in seguito al fatto che “un marine della stessa unità era stato ucciso proprio il giorno prima, quando si era diretto verso il corpo morto di un rivoltoso, predisposto a trappola esplosiva.”
Portare a conoscenza ed aprire un’inchiesta su questo evento “singolo” di un prigioniero di guerra ammazzato innocente fa parte di una campagna di propaganda. Si indirizza l’opinione pubblica sul fatto che nessun altro sia stato arbitrariamente colpito, che i Marines sono soggetti ad un preciso codice di comportamento e che i prigionieri di guerra vengono trattati umanamente secondo la Convenzione di Ginevra.
"In un conflitto armato, noi seguiamo le norme di legge e noi stessi ci imponiamo un livello alto di responsabilità,” ha dichiarato il Generale di corpo di armata John F. Sattler, Generale Comandante del I Corpo di Spedizione di marines.
"I fatti di questo tipo saranno sottoposti a stretta inchiesta per emettere un giudizio informato e per proteggere i diritti di tutte le persone coinvolte.”
Inutile dire, l’incidente è presentato dai mezzi di informazione fuori dal contesto. Silenzio assordante: diverse migliai a di persone, uomini, donne, bambini sono stati ammazzati a Fallujah dalle truppe degli USA. Questi morti non sono oggetto di inchiesta e nemmeno vengono riportati dai media Occidentali.
Più generalmente, il focus su eventi isolati, ripresi da qualche cameraman integrato con le forze armate (embedded), che possono essere presentati alla TV, in questo caso viene coinvolto un singolo marine, serve da copertura conveniente dei crimini di guerra e delle atrocità ben più orrende, ordinate dall’Alto Comando dell’Esercito Statunitense. Questi crimini di guerra sono oggetto di documentazione pubblica. Il massacro di più di 100.000 civili Iracheni dal momento dell’invasione dell’Iraq nel marzo 2003 è stato confermato da un autorevole studio Britannico:
"L’uso della forza aerea in aree densamente popolate da civili si dimostra essere la causa della morte di tante donne e bambini.”
(Mortalità prima e dopo l’invasione dell’Iraq del 2003: insieme di indagini campione di Les Roberts, Riyadh Lafta, Richard Garfield, Jamal Khudhairi, di Gilbert Burnham, “Lancet”, ottobre 2004, sommario a http://globalresearch.ca/articles/LAN410A.html )
In altri termini, l’insieme propagandistico così può essere ben messo in evidenza:
Un solo Marine USA ha sparato ad un rivoltoso ferito.
Allora, la storia viene data in pasto alla catena informativa, con l’intento di distrarre la pubblica opinione dal tema ben più importante e largo dei crimini di guerra.
L’avvenimento genera indignazione.
Il fatto viene presentato come un atto individuale commesso da un Marine, che però è stato arrestato e sul quale pende un’inchiesta.
Quanti saranno gli organi di informazione che si ricorderanno di menzionare che l’assassinio di rivoltosi feriti e i mitragliamenti a bassa quota di civili sono divenuti pratica di routine dell’esercito USA in Iraq? Questa pratica emana dagli alti comandi militari, è parte integrante della disciplina e dell’addestramento dei soldati Statunitensi. Non è il risultato di una decisione individuale presa spontaneamente da un militare USA.
E la cosa migliore è nascondere questa pratica di routine di massacrare il popolo Iracheno: come? Rendendo noto che un Marine, in modo arbitrario o accidentalmente ha ammazzato un rivoltoso ferito in quello che viene descritto come un incidente isolato. E che questo Marine verrà punito per le sue azioni, se riscontrato colpevole!
Intanto, il Mondo chiude i suoi occhi sulle diverse migliaia di uomini, donne e bambini massacrati a Fallujah.
In definitiva, l’attenzione dei media su “incidenti” che violano le “leggi che regolano i conflitti armati” impediscono le accuse a più ampio raggio di crimini di guerra rivolte contro il governo e l’esercito degli Stati Uniti, secondo le clausole della Carta di Norimberga.
"La distruzione di Fallujah procede velocemente. L’articolo 6(b) della Carta di Norimberga del 1945 definisce come Crimine di Guerra in parte attinente la “…distruzione indiscriminata di centri urbani, città o villaggi…” Secondo questa definizione decisiva, la distruzione di Fallujah da parte dell’Amministrazione Bush Jr.costituisce un crimine di guerra, per il quale dei Nazisti sono stati condannati e giustiziati.”
(Francis Boyle), a http://www.globalresearch.ca/articles/BOY411A.html
In allegato:
Sul massacro di combattenti feriti; vedere il seguente articolo su “Global Research”:
Non prendere prigionieri! Marines USA massacrano Iracheni feriti con l’approvazione di altri camerati. http://globalresearch.ca/articles/CNN410A.html
(VideoClip e testo)
Sui mitragliamenti a bassa quota di civili: due articoli;
Controverso video da una cabina di pilotaggio di un mitragliamento a bassa quota di civili a Fallujah: il Pentagono apre un’inchiesta sui propri crimini di guerra.
http://www.globalresearch.ca/articles/BUN410A.html
Un frammento di video da una carlinga mostra un pilota Americano che attacca e massacra un gruppo di civili Iracheni apparentemente disarmati. Il nastro della durata di 30 secondi mostra il pilota che prende come obiettivo il gruppo di persone in una strada della città di Fallujah e che domanda al controllore della sua missione se doveva “farli fuori”. Gli viene ordinato di fare così e, subito dopo, il video mostra una potente esplosione. Si può udire una seconda voce sul nastro che esclama: “Oh, cilecca!”
Elicottero USA “Apache” mentre sta massacrando Iracheni (Video)
Il video,ottenuto da ABC NEWS, mostra immagini sgranate di tre Iracheni al suolo che stanno maneggiando un lungo oggetto cilindrico, che i piloti dell’elicottero ritengono essere un’arma. I piloti, della IV Divisione di Fanteria dell’Esercito, chiedono ai loro comandanti di impegnarsi nel combattimento e quindi fanno fuori i tre uomini, uno ad uno, usando i devastanti cannoncini da 30 mm dell’Apache.
http://www.globalresearch.ca/articles/APA401A.html
Fonte: http://globalresearch.ca
http://www.pane-rose.it/pagina_art.php?id_art=4027&loc=1
(traduzione di Curzio Bettio di Soccorso Popolare di Padova)
Il Patriot Act di Berlusconi
di FABRIZIO BATTISTELLI
Fra le tante “riforme in peggio” cui ci ha abituato questa maggioranza, il senato ha approvato alla chetichella il disegno di legge che modifica il codice penale militare. Nulla di male, se non fosse che alle operazioni di pace viene esteso il reato di divulgazione di notizie riservate che originariamente si applicava alle operazioni di guerra.
Secondo il codice militare del 1941 emanato da Vittorio Emanuele III re d’Italia e d’Albania, imperatore d’Etiopia, veniva punito con la reclusione da due a dieci anni «chiunque si procuri notizie concernenti la forza, la preparazione e la difesa militare e ogni altra notizia che, non essendo segreta, ha tuttavia carattere riservato». La riforma di questa norma antiliberale e repressiva consiste nel raddoppiare la pena: da cinque a vent’anni! I danni perpetrati da questo provvedimento, se verrà confermato alla camera, sarebbero ingenti. Innanzitutto nei confronti della chiarezza politica.
Con l’escamotage di estendere alle missioni di peace-keeping le norme previste per le situazioni di guerra, si perpetua l’ambiguità dell’attuale governo, tenacemente abbarbicato alla bugia secondo cui in Iraq la guerra non c’è e i nostri militari operano in un contesto pacifico. Negare che al nostro contingente vadano applicati gli articoli del codice militare di guerra, e le relative tutele e riconoscimenti, è una furbata che è stata protratta per un anno e mezzo, al solo scopo di mistificare la vera natura della situazione irachena, che è un dopoguerra di guerra.
Ma le conseguenze più nefaste sono di natura giuridica e coinvolgono la libertà di informazione. Con l’approvazione di questa norma liberticida diventa a rischio di galera il mestiere dei giornalisti, che già devono affrontare conflitti sanguinosi e privi di steccati tra combattenti e non combattenti.
Quale sarà più il giornalista, inviato sul campo a dare conto di operazioni di guerra (o di pace, che ormai presentano poca o nessuna differenza con le prime), il quale dovrà guardarsi non soltanto da attentati, rapimenti, scontri a fuoco, ma anche dal pericolo di finire sotto inchiesta per aver descritto un’azione militare? Chi deciderà che una notizia, anche non classificata come segreta, può avere “carattere riservato”? Di questo passo, persino riferire dello stato di salute degli uomini e delle donne del contingente potrà confi- gurare un reato. Anche chi chiede (si badi: chiede, come è capitato all’inviato di Repubblica a Nassiriya Attilio Bolzoni, fermato e interrogato dai carabinieri dopo la battaglia dei ponti) la documentazione relativa a un’attività di guerra o di “pace” potrà essere perseguito dalla procura militare della repubblica.
Il colpo inflitto al diritto/dovere di informare e di essere informati, che già in Italia vive giorni difficili, nonché alle libertà civili della persona, sarebbe irreparabile. Il dato più stupefacente, però, è rappresentato dall’assordante silenzio che ha accompagnato quest’ennesima prepotenza del governo.
A parte l’isolata protesta del segretario della Federazione nazionale della stampa Paolo Serventi Longhi, i liberal di casa nostra, sempre attenti a monitorare le persecuzioni politiche, non hanno nulla da dire. Forse dovrebbero dire qualcosa gli esponenti del centrosinistra, prima che il micro-Patrioct Act di Berlusconi metta il bavaglio al paese anche sui fondamentali temi della pace e della sicurezza internazionale.
www.europaquotidiano.it
Epifani: il governo premia l’1% del Paese. E punisce tutti gli altri
di red
«Lo sciopero ha come obiettivo la critica all'impianto, alle proposte e agli obiettivi della Finanziaria, quindi la politica economica e sociale del governo. La manovra fiscale che premia l’1% della popolazione è l’ultimo elemento di una politica economica che noi contestiamo completamente. La nostra protesta è molto forte anche per questo visibile e ricercato tentativo di ridurre qualsiasi interlocuzione, fino ad annullarla, con le rappresentanze sociali, il sindacato, ma anche Confindustria, Confcommercio, le Regioni, i Comuni, le Province. Questa è la quarta Finanziaria sbagliata, è una manovra che non fa rigore vero né sviluppo, in una fase in cui il Paese avrebbe bisogno di una spinta, di investimenti. Non sostiene i redditi, in modo particolare del lavoro dipendente e dei pensionati. Si fa una redistribuzione del reddito alla rovescia, si dà tantissimo a pochi, già avvantaggiati dalla politica fiscale del governo».
E' il resoconto di una delle prime risposte fornite dal segretario della Cgil, Guglielmo Epifani, nel forum svoltosi a l'Unità (e che sarà pubblicato sul giornale del 27 novembre).
Il segretario della più forte confederazione sindacale affronta, sollecitato dalle domande, anche il tema del congresso dei diesse. «Per ragioni diverse, non mi convince nessuna delle quattro mozioni, mentre penso che sia più giusto, da parte mia, lavorare per il completamento del disegno che ci ispirò la volta scorsa, continuare a svolgere in autonomia una funzione critica di sollecitazione. Se posso dirla tutta, temo è che il valore di quella battaglia (svolta al congresso di Pesaro, per riportare al centro del dibattito nel più importante partito della sinistra il tema del lavoro, ndr) che in parte è stato incamerato ma non fino in fondo come avremmo voluto, possa allentarsi e possano ritornare vecchie pratiche che avevano reso marginale questo valore nell'orizzonte delle scelte del più grande partito della sinistra. Mentre un ruolo critico di sollecitazione positiva lo valuto come il modo migliore per essere coerente rispetto alla battaglia fatta al congresso precedente. Mi convince, invece, la proposta di cambiare la denominazione del partito aggiungendo un riferimento al socialismo europeo».
unita.it
I comitati nati nel territorio del IV Municipio di Roma escono dalla Rete dei Cittadini per l'Ulivo
Il 23 c.m. si è riunito il coordinamento dei comitati per l'Ulivo del IV municipio e si è giunti a maggioranza alla decisione di non aderire alla federazione dell'Ulivo, i nostri comitati pertanto non faranno più parte della Rete dei Cittadini per l'Ulivo
Il giorno 23 c.m. si è riunito il coordinamento dei comitati per l'Ulivo del IV municipio e si è giunti a maggioranza alla decisione di non aderire alla federazione dell'Ulivo, i nostri comitati pertanto non faranno più parte della Rete dei Cittadini per l'Ulivo, ma al loro interno daranno spazio a quanti intendono condividere il percorso della Rete. Pertanto i CpU, insieme ad altre associazioni e a tutti i partiti del centrosinistra troveranno la loro sede naturale nei comitati i quali, naturalmente cambieranno al più presto la loro denominazione.
Dalla nostra assemblea è uscito il documento di seguito riportato e che sarà presentato anche alla prossima assemblea romana.
DICHIARAZIONE DEI COMITATI PER L’ULIVO DEL IV MUNICIPIO
I comitati per l’Ulivo furono costituiti da cittadini che volevano contribuire a far vincere la coalizione ed i candidati della coalizione di centrosinistra nelle elezioni politiche nazionali e locali a partire dal 1996 con la candidatura di Prodi.
Tale coalizione scelse il nome di ULIVO.
I comitati nati nel territorio del IV Municipio, nell’intento di essere anche un pungolo verso la coalizione di tutta l’area del centrosinistra (nessuno escluso sia partito che associazione, comitato o altro) si chiamarono quindi Comitati Montesacro per l’Ulivo, Talenti per l’Ulivo e Nuovo Salario per l’Ulivo.
Oggi apprendiamo che la coalizione che si appresta a sfidare il Polo di Berlusconi, assume o dovrebbe assumere il nome di Alleanza, ma solo pochi giorni fa sembrava che il nome fosse GAD: Grande Alleanza Democratica.
In questa fase confusa che ci appassiona e coinvolge molto meno del momento, questo si importante e terribile, che vede il declino dell’Italia, vogliamo riaffermare una nostra semplice convinzione:
Siamo un gruppo di cittadini, costituiti in comitati che vogliono continuare a dare una mano a far vincere, in tutte le competizioni elettorali una coalizione di centrosinistra più ampia e coesa possibile;
Se l’intera coalizione si chiamerà Ulivo, continueremo a chiamarci Comitati per l’Ulivo, se la coalizione si chiamerà Alleanza, ci chiameremo Comitato per l’Alleanza, se la coalizione si chiamerà Buonsenso, ci chiameremo Comitato per il Buonsenso del Centrosinistra.
Tuttavia se l’Ulivo non è più l’alleanza di tutte le forze di centrosinistra, ma una federazione di una parte di esse, troviamo logico che le persone che si riconoscono in tali forzeed in tale progetto, si costituiscano in comitato dei Cittadini per l’Ulivo.
Esso potrà, come ogni partito, gruppo o associazione di centrosinistra, trovare accoglienza nei nostri Comitati i quali, al di là del nome che adotteranno, non daranno la loro adesione ad un singolo soggetto politico, ma (come nel passato) saranno lieti di ospitare e dare voce a tutti coloro che si riconoscono con spirito unitario nella grande famiglia del centrosinistra.
I Comitati per l’Ulivo del IV Municipio, pertanto, ribadiscono il loro impegno per l’insieme della coalizione di centrosinistra e per l’affermazione del principio di unità e di alleanza.
Papà, perché sei preoccupato se le tasse sono più basse?
Massimo Marnetto - E' come se il conducente dell'autobus dicesse: evviva, ognuno di noi metterà meno soldi per la benzina, così ne avremo di più per gli acquisti all'Autogrill.
- E poi?
- … rimarremo a secco e dovremo tutti spingere il pullman.
- E il conducente?
- .. sarà andato via offesissimo sulla sua Audi, dando la colpa a chi non l'ha lasciato guidare.
- E quelli che sono rimasti a piedi?
- … chiederanno come al solito un passaggio alla sinistra.
www.ulivoselvatico.org
novembre 26 2004
Prima che il gallo canti
ANTONIO TABUCCHI
Berlusconi è con le spalle al muro, il paese allo sfascio. Tre anni e mezzo di governo e il Cavaliere plastificato, imbustato nel suo funebre doppiopetto, poggia un piede sulla preda ferita a morte. Anzi, con aria ancora minacciosa, siede sulle macerie fumanti dell'Italia. Chi raccomandava di non «demonizzare l'avversario» ora dovrebbe fare mea culpa: una politica di indulgenza verso l'Exterminator della Repubblica italiana ha portato a questi risultati. E anche chi ammoniva a non tirare Ciampi per la giacca. La giacca di Ciampi non fu mai tirata, ed è senza una piega. E' la Costituzione che è tutta accartocciata. Se la Repubblica italiana non è ancora definitivamente defunta lo si deve solo alla Corte Costituzionale che ha respinto il cosiddetto «lodo Schifani» modellato su un'idea di Maccanico. Lodo che a suo tempo salvò Berlusconi in extremis mandandolo «a far fare bella figura all'Italia in Europa» e che Ciampi firmò con inesorabile prontezza nonostante che nel gruppetto dei cinque cittadini al di sopra della legge ci fosse anche la sua persona. E' penoso ricordarlo, ma è quanto è successo in Italia durante il berlusconismo, e qui non è questione di tirare la giacca a nessuno, ma semplicemente di riferire fatti di cronaca politica che la storia, si spera, registrerà. Ora che Berlusconi è allo sbando, abbandonato anche dai suoi più fidi alleati - ad eccezione dell'onorevole Pera, che è un politico di Forza Italia travestito da presidente del senato - la sinistra chiede le sue dimissioni. Un pleonasmo: Berlusconi non le darà mai. Basterebbe una spallata e questo miserando castello di cartapesta crollerebbe. Ma c'è da dubitarne. Nei momenti più drammatici della sua esistenza Berlusconi ha sempre trovato una mano tesa, non dai suoi attuali alleati (si ricordi cosa ne dicevano Bossi, Fini, lo stesso Pera) ma dalle sinistre o dalle Centrosinistre. Nei momenti più drammatici della sua esistenza Berlusconi ha sempre usato due telegrafi speciali per lanciare i suoi messaggi evitando sempre il parlamento da lui considerato indegno: «Porta a Porta» e il «Foglio» della sua gentile signora. Una volta utilizzato il primo telegrafo per siglare il fatidico contratto con gli italiani, ora Berlusconi si rivolge al secondo per aggiungere una postilla diretta non si sa a chi.
Chi la raccoglierà? Qui sta il busillis, perché il telegrafista di quel telegrafo è ammanigliato bene in ogni direzione. Nella sua carriera, sostando a ogni cantone, ha marcato un territorio molto vasto, tanto vasto da fare da cinghia di trasmissione per il gioco dei quattro cantoni. E intanto, dal canto loro, le centre hanno rinfoltito la corolla rispolverando quattro o cinque petali appassiti del defunto craxismo. Prodi avrebbe un piede sulla porta, pronto a sfrattare il vecchio inquilino che ha devastato l'edificio-Italia. Ma prima che il gallo canti... La roulette russa della nostra lotteria politica sta girando di nuovo. Chi sparerà dalle quinte? Si accettano scommesse.
www.ilmanifesto.it
L’Italia migliore di Romano Prodi
Sandra Bonsanti
Il trasloco è praticamente finito e la riunione di lunedì tra Prodi e gli alleati segna il rientro definitivo del professore nell’Italia governata da Silvio Berlusconi. È un momento molto importante della nostra vicenda politica, questo, e credo sia giusto ragionare un po’ su che razza di Paese è quello in cui dovrà muoversi Prodi e su come ci piacerebbe che il professore ci facesse dimenticare alcune delle storture ( o vogliamo chiamarle pericolose mostruosità?) che ci sono piovute addosso nel tempo del Cavaliere.
E’ l’Italia migliore che Prodi deve sollecitare, mobilitare con qualcosa di più di un sogno o di una speranza. Un’Italia migliore che c’è e che vorremmo ci fosse restituita. Insieme all’immagine di un paese meno culturalmente depresso (non solo per responsabilità della destra) e veramente europeo, come l’intendevano i grandi spiriti inventori dell’Europa.
Superato, speriamo, l’inutile e dannosissimo dibattere sul nome, adesso il centro sinistra guidato da Prodi dovrebbe poter affrontare la sostanza politica di un’opposizione pronta alla sfida per riconquistare il governo. Partiamo dal fatto incontestabile che il professore è già il capo designato di queste forze. Mi piacerebbe ad esempio che egli si sentisse forte di questa scelta: essa è avvenuta quando lui era ancora preso da altri nobili impegni, senza che qualcuno la contestasse, nella certezza che egli sia il solo e comunque il migliore candidato a vincere Berlusconi: per esperienza profonda delle questioni politiche (cioè di governo del paese), per la chiarezza delle sue radici e dei suoi punti di riferimento, per il rigore non piagnone che ispira la sua attività, per la capacità di offrire un volto sereno e fermo insieme alle domande della gente, per una impronta che dura tuttora di un personaggio meno intrinseco ai giochi di quella politica astratta che è lontana dai cittadini. E per tanti altri motivi che non sto ad elencare.
Questa “chiamata” unanime del popolo del centro sinistra c’è già stata; e io penso che sin da ora conferisca al professore quell’autorevolezza che gli sarà essenziale per dirigere la politica dell’opposizione. Adopro il verbo dirigere a ragion veduta: è il verbo usato nella nostra Costituzione per indicare il ruolo del Presidente del Consiglio rispetto al governo. Un verbo che la riforma di Berlusconi vorrebbe trasformare in “determinare”. Cioè comandare. Prodi può dirigere, là dove Berlusconi comanda e minaccia di scioglimento. Prodi può chiamarsi Presidente del Consiglio e non già Premier, termine che i giornalisti delle Tv berlusconiane hanno per primi profuso riferendosi al loro proprietario, e che poi la Tv pubblica ha rapidamente adottato.
Prodi può farci scordare questa umiliante politica di ricatti e mercati all’interno del governo e nei rapporti fra governo e Parlamento. Può ridare slancio e autonomia al Parlamento e alla politica, forte della sua autorevolezza. L’Italia migliore non ha bisogno di un uomo forte, come lo intende la maggioranza della casa delle Libertà, ha bisogno di una leadership e meno di un leader inteso nel senso di leader maximo. Vogliamo Prodi con una squadra forte di persone scelte da lui, le più adatte e preparate ad affrontare gli immensi nuovi e vecchi problemi (a cominciare da quello del debito pubblico). Prodi deve avere mano libera di costruire quella leadership adatta a vincere il grigiore e la stanchezza dell’Italia migliore. Sappiamo che già tutti gli ex ministri dei governi di centro sinistra cercano riconferme; ma ci auguriamo che i giochi della politica non siano tali da costringere Prodi a muoversi col bilancino delle nomine già fatte da altri. Solo così egli può avere la forza di vincere: scelga i suoi uomini e le sue donne, consiglieri ed esperti, e lo faccia presto, affrontando insieme a loro la fatica di una lunga campagna.
C’è ad esempio da cercare di colmare il vuoto culturale che offre il panorama italiano. Da scoprire i valori veri che ancora possono infiammare la società, e sappiamo quanto la scelta dei valori a cui ispirarsi abbia pesato sulle elezioni americane. C’è da affrontare il mondo più giovane andando a discutere dentro le università, e Prodi lo può fare così come può spiegare la grande Europa per la quale si è battuto in questi anni. L’Europa senza la quale il nostro Paese finirebbe chissà dove, e contro la quale si stanno organizzando le parole d’ordine populiste di un asse Berlusconi – Tremonti, l’Europa che i giovani già capiscono perché è già la loro Patria. Forse si tratta di superare una generazione di padri e di madri (e magari anche di nonni) che poco hanno donato, culturalmente, ai loro figli. Andiamo dunque a parlare direttamente con essi, cerchiamoli, appartengono all’Italia migliore che Romano Prodi ha la forza di farci scoprire.www.libertaegiustizia.it
Settis: stravolto il valore della difesa del paesaggio
dal Corriere - 26 novembre 2004
ROMA - «Uno stravolgimento delle regole che produce una pericolosa cultura dell’impunità». Salvatore Settis (direttore della Scuola Normale superiore di Pisa, professore ordinario di Storia dell’arte e dell’archeologia classica, autore di numerosi saggi polemici sulla condizione dei beni culturali in Italia) è allarmato per l’approvazione della delega ambientale. Cosa pensa, professor Settis, di questo testo di legge?
«Penso questo. Arriva un nuovo condono che si aggiunge a all’altro condono, l’ennesima sanatoria segue un’altra sanatoria. Il Paese si è dato regole precise che qui vengono stravolte. E non si tratta di un una tantum ma del capitolo di una lunga serie. Così si ingenera nel cittadino, soprattutto in quello poco onesto, l’aspettativa che qualsiasi nefandezza contro il territorio egli compia, verrà prima o poi condonata. È un incoraggiamento al reato contro il patrimonio paesaggistico»
La maggioranza di governo parla di necessità di riordino della normativa ambientale.
« Invece ora è possibile, in alcuni casi, persino sommare sanatoria ambientale a condono edilizio. Che io sappia è ancora in vigore l’articolo 9 della Costituzione, il quale obbliga alla tutela del patrimonio artistico e ambientale. La nuova legge va in una direzione diametralmente opposta: si assiste al paradosso per cui ora chi costruisce in uno spazio protetto alla fine è più autorizzato a compiere il suo delitto contro il paesaggio rispetto a chi costruisce senza autorizzazioni su un terreno qualsiasi. È un capovolgimento totale dei valori. Per di più questa norma modifica quel codice dei Beni culturali approvato dalla stessa maggioranza di governo appena sei mesi fa. Non sei anni fa»
Il ministro Giuliano Urbani ha detto, giorni fa, che la proroga fino al 30 settembre 2004 per la sanatoria degli abusi era stata chiesta a gran voce da molte regioni, preoccupate per l’ingolfamento degli uffici.
«Ritengo che Urbani sia in una situazione di enorme imbarazzo e che ora cerchi di mediare tra ciò che lui vorrebbe e quanto la maggioranza gli ha imposto. Ora esistono persone, tra cui io stesso, che rischiano di difendere il Codice Urbani più dello stesso Giuliano Urbani. Aggiungerei, all’elenco degli aspetti negativi, che le soprintendenze non possono praticamente metter bocca. A che pro esiste una struttura statale di tutela se un aspetto così rilevante come la protezione del paesaggio, sfugge completamente al controllo»?»
Sempre Urbani aggiunge: ora abbiamo gli strumenti per abbattere gli ecomostri anche laddove l’amministrazione locale è debole, magari minacciata dalla malavita e quindi impotente.
«Apprezzo l’ottimismo del ministro. Ma aspetto fatti concreti. Molti ecomostri sono stati ampiamente condannati dalla magistratura. Ma le costruzioni stanno ancora lì. Condividerò l’entusiasmo del ministro quando verranno abbattuti. L’aver inserito nello sterminato articolo di questa legge la condanna degli ecomostri aprendo contemporaneamente la strada alla costruzione di pari mostruosità è una furberia che offende la cultura giuridica».
Crede anche lei che la sanatoria serva a «salvare» la famosa villa Certosa di proprietà del presidente del Consiglio?
«Spero proprio di no. Non ho le prove né che abbia a che fare né che non ne abbia. Aggraverebbe una situazione già spaventosa. Non voglio nemmeno pensarci...»
Lei citava il Codice Urbani. Il giudizio dell’opposizione su quel testo è fortemente negativo. Il suo, invece?
«Nella sua interezza lo giudico più positivamente che negativamente. Ha mantenuto una definizione del bene culturale fedele alla tradizione, alla legge Bottai del 1939. Di negativo ha il nodo del silenzio-assenso. Ma la sinistra compie un grave errore attaccando in blocco il Codice Urbani, per di più senza nemmeno leggerlo, perché è l’unico baluardo in difesa del patrimonio paesaggistico e culturale. Invece di cannoneggiarlo, andrebbe criticato per migliorarlo: si tratta in pratica del Testo unico del governo di centro sinistra...»
Cosa dovrebbe fare il ministro Urbani, a questo punto?
«Non posso parlare a nome suo. Ma dovrebbe combattere in sede di Governo, come non dubito che faccia, ma anche offrire all’esterno un’informazione onesta e critica su quanto sta accadendo. E poi aprire un dibattito politico di alto livello che coinvolga i tecnici del settore e le forze culturali del Paese. Perché qui non si tratta di destra nè di sinistra ma di un tema civile che riguarda la Repubblica italiana e i suoi cittadini».
Paolo Conti
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La legge contestata, 24 saggi per l’ambiente
Cosa cambia con il provvedimento delega. Dai rifiuti all’aria, saranno riscritte le regole
ROMA - Cosa succederà adesso alle legislazione sull’ambiente? Adesso che il parlamento ha approvato in via definitiva la delega in materia a Palazzo Chigi? Il governo ha continuato a ripetere: non succederà nulla, sarà soltanto un riordino delle norme esistenti. È necessario perché sono troppe. Troppo ingarbugliate. Sovrapposte e sovrapponibili, varate sulla scia di emergenze. La sensazione, però è che ci sarà un cambio generale della filosofia di fondo sulla gestione dell’ambiente. A cominciare dalle gestione delle aree protette: l’intento del ministero è di renderle produttive. Con uno sfruttamento commerciale del territorio. Ed anche un inserimento di queste aree protette dentro i pacchetti turistici.
I VENTIQUATTRO SAGGI - Spetterà ai saggi riscrivere le nuove regole dell’ambiente. Ventiquattro «saggi». O meglio: ventiquattro esperti, i tecnici ai quali la delega ambientale affida il compito di riscrivere la legislazione in materia. Tutta la legislazione sull’ambiente esistente fino ad oggi. Per capire: le leggi in materia sono così tante che nemmeno il ministro riesce a contarle. «Soltanto in tema di rifiuti ci sono 915 norme», taglia infatti corto Altero Matteoli, titolare del dicastero dell’Ambiente. Tocca a lui mettere in moto tutta questa macchina.
Spetta al ministro Matteoli la nomina dei ventiquattro saggi che avranno diciotto mesi di tempo per fare il loro lavoro. Per scrivere quelle che sono già state battezzate le sette «superleggi». Tecnicamente altro saranno se non sette testi unici che diventeranno operativi superando tutte le norme vigenti. Superleggi che esuleranno dal controllo del Parlamento: a vincolare alle Camere il lavoro legislativo dei ventiquattro «saggi» sarà, infatti, soltanto un parere consultivo.
SUPERLEGGI - Sette «superleggi»: i rifiuti, sarà il primo testo, e poi le acque, l’aria, la difesa del suolo, la gestione delle aree protette, l’impatto ambientale, la tutela risarcitoria per i danni all’ambiente. Già i danni all’ambiente: con il varo della nuova «superlegge» si vorrebbe garantire l’efficacia delle prescrizioni delle autorità competenti ma, soprattutto, l’effettivo risarcimento di danni che troppo spesso rimangano vittime delle lentezze legislative.
RIFIUTI NON EUROPEI - Chissà cosa succederà per il «supertesto» sui rifiuti. L’Europa continua a bacchettarci in materia. Ci sono attualmente quattro cause che pendono dalla Corte di giustizia dell’Unione europea per quello che riguarda il problema dei rifiuti italiani. C’è un problema di definizione: la nostra è «soggettiva ed arbitraria», secondo la corte di Bruxelles.
È di pochi giorni fa l’ultimo rimprovero: «Sarà quest’ultimo che, probabilmente farà bocciare all’Unione europea la nostra delega ambientale», ha detto ieri Ermete Realacci, presidente onorario di Legambiente e deputato della Margherita. Perché nel disegno di legge sulla delega approvata mercoledì scorso dall’aula di Montecitorio c’è anche un capitolo sui rifiuti ferrosi, oltre alla contestatissima sanatoria nelle aree vincolate.
Nel testo licenziato dalla Camera (che contiene anche norme per sanare alcuni abusi commessi entro il settembre scorso in zone vincolate), i rifiuti ferrosi (ma anche non ferrosi) non sarebbero più considerati rifiuti industriali bensì «materia prima seconda», con una notevole diminuzione del livello di controllo.
«Il testo sulla delega ambientale era in Parlamento già da più di tre anni», si è giustificato in proposito il ministro Altero Matteoli. E ha aggiunto: «Era già la quinta volta che faceva su e giù tra l’aula di Montecitorio e quella di Palazzo madama. Se avessimo cambiato qualche cosa alla Camera avremmo dovuto rimandare il testo a Montecitorio. Non c’era più tempo però: per questo alla Camera abbiamo messo la fiducia sulla delega ambientale. La fiducia su questo provvedimento era stata messa anche al Senato, lì dove l’opposizione dopo vivaci proteste aveva deciso di uscire in blocco durante le votazioni.
Alessandra Arachi
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Ds Milano - Rassegna stampa
Meno male che c'è la voce della rete
CHRISTIAN ABBONDANZA
La tenuta democratica del Paese è messa discussione da questo "pessimo, squallido Governo".
Il controllo della maggior parte dell'informazione da parte del Premier, l'asservimento di buona parte dei restanti media impedisce la formazione di una libera opinione pubblica. E' in questo contesto, già anomalo per un Paese che si voglia considerare democratico, che viene l'affondo ai principi liberali della separazione dei Poteri, con il tentativo di assoggettamento della Magistratura al Governo.
Siamo davanti ad un sovvertimento dell'ordine costituzionale. E' l'attuazione di quel piano sovversivo che Licio Gelli, con la P2, aveva ideato.
L'attacco persecutorio portato dal Ministro Castelli ad Adriano Sansa ed al Csm, evidenzia due cose. Primo, al governo non importa nulla del regolare funzionamento della giustizia, e quindi si blocca la nomina di Sansa a presidente del Tribunale minorile, senza guida da un anno, per rappresaglia personale e politica.
Secondo, il Governo, nel coro di intimidazione verso i Giudici che compiono il loro dovere a Milano come in ogni altra Procura, vuole dimostrare il destino che spetta, con la Riforma dell'ordinamento giudiziario, ai magistrati che, come Sansa, non si vogliono piegare al Potere, perché la legge è uguale per tutti, e non rinunciano al diritto costituzionale di esprimere liberamente il proprio pensiero e la critica civile e politica.
E' la "rete" lo strumento di dialogo, come lo sono le vecchie piazze delle città, ove anche le notizie non gradite al Potere possono essere divulgate. E' con questo strumento e grazie ai pochi giornali, tra cui il Vostro, che i cittadini possono essere informati, che possono risvegliarsi le coscienze. E con questa "rete" che si è mobilitata la società civile a sostegno di Sansa e dell'indipendenza della magistratura. E' con la "rete" che è nato il manifesto per la manifestazione nazionale del prossimo 22 gennaio a Genova, per la Legalità e la Costituzione. Ma "rete" è anche quell'insieme di collaborazioni che nascono da chi vuole vincere il silenzio sulla devastante Riforma dell'ordinamento giudiziario promossa da questa cosiddetta "destra" al solo fine di garantire, una volta per tutte, l'impunità a Berlusconi ed agli altri Potenti.
Come si vuole sconfiggere il silenzio sulla riforma della Costituzione, che con la Devolution donerà a Cosa Nostra Istituzioni, risorse e territori ancora più facili da controllare, oltre che negare l'universalità di diritti fondamentali coma la Sanità e la Formazione. A Genova, in questi giorni, come in altre realtà questa opposizione civile mette insieme semplici cittadini, magistrati e avvocati, docenti universitari e studenti per lanciare l'allarme e ridare slancio a quel senso dello Stato, dimenticato o abdicato, nei fatti, anche da buona parte di quella che dovrebbe essere l'opposizione parlamentare, pronta a compromessi deplorevoli come in Bicamerale o con il Lodo Maccanico.
Occorre il coraggio di "buttare a mare" quei personaggi che, con i loro legami occulti (nelle lobby, nelle logge od anche con cosche) impediscono all'Opposizione politica di rifiutare dialogo e compromesso con quanto dichiarano davanti alla trasversalità e vergognosa contiguità mafia-politica che "i politici sono indifesi dall'attacco dei giudici". Non si è sentita nessuna ferma voce dell'Alleanza (Gad, Fed, alias Ulivo). Una nuova vergogna!
www.centomovimenti.com
Taci, il nemico ti ascolta! - di Nuin
Venerdì, 26 novembre 2004
Sul Messaggero, relegata in tredicesima pagina, compare una notizia che ci racconta dell’ultimo regalo di questo governo fascista ed autoritario, che, per non dover fare i conti con la propria lurida coscienza , relativamente alla inscenata missione di pace in iraq, dietro la quale si nasconde, invece, la partecipazione ad una guerra condotta al di fuori di ogni legalità e del dovuto rispetto della Convenzione di Ginevra, ha pensato bene di mettere uno splendido bavaglio alla stampa, così da evitare, da una parte le eventuali interrogazioni parlamentari che una sinistra più battagliera avrebbe il dovere di porre ogni giorno, dall’altra per occultare alla gente la verità sulle barbare operazioni militari con cui la Coalizione sta massacrando la popolazione civile.
Infatti, su proposta del centrodestra e difesa dal presidente della Commissione Difesa del Senato Contestabile, di Forza Italia, in nome della tutela della sicurezza dei militari impegnati in aree ad alto rischio, è appena passata, in prima lettura al Senato, una riforma del Codice Penale Militare che prevede dai 5 ai 20 anni di carcere per chiunque diffonda notizie relative alle missioni militari italiane, estendendo questa norma anche alle missioni di pace. Questa riforma riporta in vigore anche gli articoli 72 e 73 del codice penale militare che prevedono dai 2 ai 10 anni di carcere per chiunque raccolga notizie relative alle forze militari in campo, alla loro dislocazione ed...
...ai loro movimenti, allo stato sanitario, alla disciplina, alle operazioni militari e ad ogni altra notizia che, pur non essendo coperta dal segreto militare, deve comunque ritenersi a carattere riservato.
Gli anni di carcere passano addirittura dai 5 ai 20 se, oltre alla semplice raccolta delle informazioni, queste vengono anche diffuse.
Queste norme ricattatorie costringerebbero, di fatto, i giornalisti e tutti quelli che, anche in internet, si preoccupano di garantire quel minimo di informazioni su ciò che accade, per esempio, oggi in iraq, ad una vera e propria autocensura, configurandosi come un attacco inaccettabile alla libertà di stampa ed alla libera informazione.
Ma queste norme a chiaro carattere censorio, non dovrebbero preoccupare solo gli addetti al settore, ma anche tutti noi.
Innanzitutto perché in virtù di tali norme verremo tenuti all’oscuro di tutto ciò che avverrà nei vari teatri di guerra, che all’indomani della riconferma di Bush alla presidenza e delle ultime dichiarazioni di Powell sui presunti programmi di sviluppo nucleare dell’Iran, si preannunciano sempre più numerosi in futuro, permettendo agli alti gradi dell’esercito una libertà di manovra impensabile in una democrazia degna di chiamarsi tale, totalmente al di fuori da ogni controllo da parte dell’opposizione e dall’opinione pubblica.
In secondo luogo perché proprio il carattere censorio ed autoritario di tali norme potrebbe, un domani, venire applicato con la stessa aggressività fascista anche ad altre norme, in altri ambiti, limitando sempre di più quelle libertà previste dalla nostra costituzione, scivolando pericolosamente per una china che non può che portare all’instaurazione di un governo sempre più autoritario, dispotico ed antidemocratico.
Fonte: Tribù Ribelli.org
Ucraina : Unione Europea e Stati Uniti chiedono chiarezza
di red
Gli Stati Uniti e la presidenza dell'Unione Europea chiedono chiarezza sulle denunce di brogli, sui quali il leader dell'opposizione ucraina ha presentato ricorso alla Corte Suprema. Egli si e' detto disponibile a partecipare ad una nuova tornata elettorale organizzata secondo criteri democratici, mentre il suo antagonista ha chiesto che i risultati elettorali risultino "legittimi", prima di assumere la presidenza.
Gli Ucraini paventano l'arrivo di truppe da Mosca mentre molti lavoratori aderiscono allo sciopero generale invocato da Viktor Yushenko. Da giorni le università e le scuole sono chiuse e molti studenti partecipano alla mobilitazione. L'opposizione mira a bloccare le autostrade di molte regioni del Paese, soprattutto a ovest, est e nord.
Il presidente uscente Kuchma esclude il ricorso alla forza e rinnova l'invito a trovare un'intesa intorno a un tavolo. E cerchera' appunto di mediare per risolvere la crisi ucraina Lech Walesa, ex presidente polacco ed ex leader di Solidarnosh, sceso in piazza a Kiev insieme a Yushenko.
Sembra infatti che solo una intesa possa permettere di uscire dalla crisi conseguita alla attribuzione della presidenza al premier uscente Yanukovich, con il 49,46% dei voti, contro il 46,61% a Yushenko (ultimo risultato della commissione elettorale). Una ipotesi e' dare poteri limitati a Viktor Yanukovic come presidente, e l'incarico di primo ministro a Yushenko, oppure separare le due aree (est filorusso ed ovest filoccidentale) del Paese in due regioni.
E' intanto in corso il summit olandese fra Unione Europea e Russia mirato a rilanciare le relazioni bilaterali ma di fatto incentrato sulla crisi ucraina. Vladimir Putin - che incontra il presidente della commissione UE Jose Manuel Durao Barroso e il presidente pro tempore Jan Balkenende - aveva subito indirizzato le sue felicitazioni per la vittoria a Viktor Yanoukovitch senza nemmeno attendere la proclamazione dei risultati ufficiali. La rapidita' di questa reazione ha stupito i suoi partner europei, tutt'altro che convinti della corretta conduzione degli scrutini.
Diverse centinaia di Ucraini e di Americani di origine ucraina hanno intanto protestato a Washington, davanti all'ambasciata ucraina, parlando di "complotto russo" nella competizione elettorale dell'ex repubblica sovietica.
www.osservatoriosullalegalita.org
Cronache di un Altro Mondo. I 'sicari economici'
Sbancor - Geopolitica 25.11.2004
E' uscito un libro che rivela molti retroscena del "potere finanziario globale". Amy Goodman di Democracy Now ha intervistato l'autore.
Lo so. Sono pigro. Perciò non scrivo tutto quello che so, e sono ben contento che lo faccia qualcun altro. Specie se è uno "specialista", come Perkins. Quella che segue è una recensione ripresa da E.I.R. (Executive Intelligence Review). Fonte non sempre attendibile, ma che in questo caso ha fatto un buon lavoro e che inoltro, come dire, per conoscenza. Fra l'altro si cita un intervista ad Amy Goodman, di Democracy Now che avevo già postato (in inglese" su Indy). Buona Lettura. Sbancor
Il ruolo dei "sicari economici" nella distruzione delle nazioni
Negli USA è stato pubblicato un libro clamoroso di John Perkins che denuncia come gli ambienti finanziari abbiano utilizzato la Banca Mondiale, il FMI e una rete di sicari finanziari privati per aggredire e rovinare intere nazioni, risalendo fino al tempo in cui Kermit Roosevelt Jr. (nipote del presidente Theodore, da non confondere con il presidente Franklin Delano Roosevelt) orchestrò il rovesciamento del governo nazionalista di Mossadeq in Iran, nel 1953.
Il libro è intitolato "Confessioni di un sicario economico: come gli USA usano la globalizzazione per rubare migliaia di miliardi ai paesi poveri". Il 9 novembre Perkins è stato intervistato da Amy Goodman di Democracy Now!. Presentandosi in pratica come un "sicario economico" pentito, ha spiegato: "Essenzialmente fummo addestrati per costruire l'Impero Americano, come abbiamo poi fatto. Si trattava di creare una situazione in cui il massimo delle risorse possibile affluisse nel nostro paese, alle corporations e al governo, e in questo riuscimmo molto bene. Abbiamo costruito il più grande impero della storia ... Diversamente da ogni altro impero, questo è stato creato soprattutto attraverso la manipolazione economica, con l'inganno, con la frode, irretendo la gente nel nostro stile di vita, attraverso i sicari economici. Fui molto addentro a tutto questo."
Perkins spiega di essere stato reclutato alla National Security Agency (NSA), ma di aver ufficialmente lavorato per imprese private. "Il primo vero sicario economico risale ai primi anni Cinquanta, fu Kermit Roosevelt Jr., il nipote di Teddy, che rovesciò il governo iraniano, un governo democraticamente eletto ... Ci fu qualche piccolo spargimento di sangue, ma nessun intervento militare; furono solo spesi milioni di dollari e Mossadeq fu rimpiazzato dallo scià d'Iran.
"A quel punto capimmo che quest'idea del sicario economico era proprio un gran successo. Non ci dovevamo preoccupare della minaccia della guerra con la Russia se procedevamo in tal modo. L'unico problema allora fu che Roosevelt era un agente della CIA, dunque un dipendente del governo. Se fosse stato pescato con le mani nel sacco saremmo finiti in un mare di guai. Sarebbe stato estremamente imbarazzante. Fu così che si arrivò alla decisione di impiegare organizzazioni come la CIA e la NSA per il reclutamento di gente che potesse assolvere al compito di sicario economico, come me, e mandarla poi ad operare entro imprese private, studi di consulenza o d'ingegneria, imprese di costruzione, ecc. di modo che se fossimo stati scoperti non sarebbe stato possibile stabilire un collegamento con il governo".
Perkins ha lavorato con l'impresa Chas. T. Main di Boston con l'incarico di "estendere crediti ad altri paesi, prestiti ingenti, di gran lunga superiori a ciò che essi avrebbero potuto pagare. Il prestito aveva un'unica condizione. Diciamo che per ottenere un miliardo di dollari, un paese come Indonesia o Ecuador doveva solo girare il 90% di quel prestito ad un'impresa statunitense, per costruire infrastrutture, come la Halliburton o la Bechtel. Quelle erano le maggiori. Loro poi andavano lì per costruire gli impianti di elettrificazione, porti o autostrade, cose che però servivano solo alle famiglie più ricche di quel paese. E alla povera gente veniva addossato quel debito enorme, che non avrebbe mai potuto ripagare".
Quando i sicari economici erano in difficoltà nel portare a compimento la propria missione, entravano di scena gli "sciacalli", cioè coloro che assassinavano i politici che si rifiutavano di collaborare. Questo è ciò che capitò al presidente panamense Omar Torrijos, spiega Perkins: "Torrijos aveva firmato un Trattato del Canale con Carter ... ma poi continuò a negoziare con i giapponesi, che erano disposti a finanziare la realizzazione di un canale a livello del mare. Con il procedere di quei negoziati, la Bechtel Corporation cominciò ad innervosirsi. Il suo presidente era George Shultz e il consigliere anziano era Caspar Weinberger. Quando Carter fu messo da parte ... perse le elezioni e arrivò Reagan, Shultz andò a ricoprire l'incarico di segretario di Stato, proveniendo dalla Bechtel, e Weinberger, anch'egli dalla Bechtel, andò a ricoprire l'incarico di Segretario alla Difesa. Essi si arrabbiarono con Torrijos. Cercarono di convincerlo a rinegoziare il Trattato del Canale e a dissuaderlo dal parlare con i giapponesi. Lui li respinse con fermezza. Era una persona di principi ... era una persona straordinaria, Torrijos. Fu così che morì in un incidente aereo, dovuto ad un registratore che conteneva esplosivo. Io tenevo le mani in pasta, avevo lavorato con lui. Sapevo che i sicari economici avevano fallito e che gli sciacalli erano alle sue costole, poi l'aereo è esploso per via di quel registratore che conteneva una bomba. Io non ho dubbi che sia avvenuto con il benestare della CIA e molti di coloro che hanno condotto indagini in America Latina sono giunti alle stesse conclusioni. Naturalmente di questo non se n'è mai sentito parlare qui negli Stati Uniti". Perkins, che riferisce di aver personalmente operato in Indonesia, Ecuador, Panama e Arabia Saudita, afferma di aver iniziato vent'anni fa a scrivere il suo libro, ma ha spesso dovuto sospendere il lavoro a motivo delle pressioni ricevute. Dopo l'11 settembre ha deciso finalmente di concluderlo: "La mia decisione definitiva è maturata con i fatti dell'11 settembre. Mi resi conto che la storia doveva essere raccontata perché ciò che accadde l'11 settembre è un risultato diretto di ciò che fanno i sicari economici".
Delitti sospetti
Ulema sunniti uccisi e imprigionati. Un comunicato di Zarqawi li definisce traditori e Allawi li considera terroristi. Governo e guerriglia hanno un nemico in comune
“Le ragioni dell'omicidio di Faidhi Mohammad Amin al-Fadhi a Mosul sono da ricercare a Baghdad, nei palazzi del potere, non in città. Questo delitto è collegato con quello di Ghalib al-Zuheir a Miqdadiah e con quello di Taleb Latif Alì a Baquba. E' evidente ormai che il governo di Allawi e le truppe occupanti hanno individuato la strategia di uscita dal pantano in cui sono cacciati: eliminare tutti gli ulema sunniti più scomodi, quelli che non vogliono trattare, quelli che chiedono alla popolazione di resistere”.
Mohammed Mustafà Osman, un combattente pashmerga (miliziani armati curdi che combattevano il regime di Saddam ndr) che ha deposto il kalashnikov per diventare un funzionario del ministero della Sanità di quello stato nello stato che è il Kurdistan iracheno, commenta così l'assassinio di tre eminenti membri del Consiglio degli Ulema dei Sunniti in due giorni. Il 22 novembre 2004 è morto al-Fahdi e il giorno dopo sono morti al-Zuheir e Alì. Tutti membri del Consiglio, il massimo organo religioso sunnita composto da teologi esperti.
Il sospetto. “Io conosco Mosul come le mie tasche”, commenta Mohammed che a Mosul è nato e vive da sempre, “è divisa in due dal fiume Tigri: a est comandano i curdi, a ovest gli arabi. Divisi quindi, ma ci conosciamo tutti. Qui nessuno avrebbe toccato al-Fadhi se non avesse avuto la garanzia dell'impunità. La comunità araba di Mosul era coccolata dal regime di Saddam, tanti di Mosul diventavano alti quadri nell'esercito iracheno. Questo accadeva per due motivi: da un lato serviva a tenere buoni i curdi di Mosul, dall'altro serviva a tenere buoni i wahabiti di Mosul, che sono un gruppo molto forte in città. I fondamentalisti sono stati arrestati e uccisi da Saddam, ma adesso sono molto forti e la gente è terrorizzata. Solo che, per quanto i sunniti siano loro nemici, i wahabiti non avrebbero mai colpito un personaggio come al-Fadhi”.
Secondo Osman, “una volta pacificato il nord curdo con una serie di accordi con i vertici politici del Puk e del Upk (i due maggiori schieramenti politici curdi ndr) e raggiunto un sostanziale accordo di non belligeranza con il sud sciita, garantito da al-Sistani, dove è stato ridimensionato il ruolo dell'ayatollah Moqtada al-Sadr, l'unico problema rimane il cosidetto triangolo sunnita. Il Consiglio degli Ulema è l'organo più influente della regione e, Stati Uniti e governo Allawi, hanno deciso di eliminare gli elementi più ingombranti”.
Il rapporto tra le forze della Coalizione e i sunniti, subito dopo l'invasione dell'Iraq e la caduta di Saddam, era partito bene. I sunniti rappresentano una minoranza in Iraq, ma una minoranza importante visto che Saddam era uno di loro. Questo ha garantito un dominio su sciiti e curdi che, venuto meno l'ombrello di Saddam, i sunniti temevano si ritorcesse contro di loro in forma di vendetta da parte dei due gruppi maggioritari nel Paese, curdi e sciiti appunto.
“Certo c'erano i fedelissimi di Saddam e gli integralisti”, spiega Osman, “ma gli uni erano isolati nel Paese e gli altri venivano in massima parte dall'estero. In Iraq non hanno mai amato gli integralisti e questo li rendeva abbastanza isolati. Poi la Coalizione ha commesso tutta una serie di schiocchezze che, poco a poco, hanno marginalizzato l'ala più diplomatica del Consiglio degli Ulema in favore di quella più integralista. La rottura definitiva è avvenuta nell'arco degli ultimi due mesi. Prima la chiamata al boicottaggio delle elezioni di gennaio e poi l'orrore di Falluja”.
Osman fa riferimento alle dichiarazioni di Mohammed Basher al-Faydu, portavoce del Consiglio degli Ulema dei Sunniti che, il 4 ottobre 2004, dichiarava sul giornale del Kuwait al-Rai al-Amnr :”Se continueranno i bombardamenti e le violenze contro la popolazione irachena, il Consiglio proclamerà una grande alleanza di tutti i musulmani iracheni contro i collaborazionisti del governo Allawi e contro gli occupanti”. Un mese dopo comincia l'operazione Phantom Fury, l'attacco finale a Falluja, roccaforte sunnita. Il Consiglio parla di massacro e invita al boicottaggio delle elezioni previste in Iraq per il 30 gennaio 2005.
La strategia nascosta. “Da quel momento, Allawi e i suoi ispiratori statunitensi hanno deciso di eliminare il problema”, racconta Osman, “a modo loro. Come in Vietnam. Come in Sud America. Eliminare gli ulema non controllabili e terrorizzare quelli più morbidi facendogli sapere che fine si fa opponendosi ai nuovi padroni”.
Il 12 novembre 2004 viene arrestato a Baghdad presso la moschea Ibn Taymiya Mahdi al-Sumaidai.Il giorno dopo, subito dopo la preghiera del venerdì, presso la moschea Saalam di Baghdad, viene arrestato Mustafa al-Dulaimi. Entrambi sono due influenti ulema del Consiglio ed entrambi avevano caratterizzato le loro prediche con incitamenti alla resistenza e al boicottaggio delle elezioni. Come scritto prima, tra il 22 e il 23 novembre, venggono assassinati altri tre ulema.
“Solo una persona in malafede può non vedere cosa sta succedendo”, dice Osman, “li vogliono eliminare. Tutti. E magari lo faranno fare a Zarqawi. Quello è buono per ogni occasione”. La teoria di Osman è chiara: “Zarqawi non esiste. Serve un simbolo di un terrorismo senza pietà. La guerriglia in Iraq è frammentata e divisa. Ci sono gli stranieri, ci sono i saddamiti, ci sono i briganti tradizionali e mille altri nemici. Ma una guida unica non esiste e Zarqawi è uno strumento politico. Qualcuno mi può spiegare perchè, dopo un massacro terribile, dopo morte e distruzione, nessuno chiede che fine ha fatto Zarqawi? Ma l'attacco a Falluja non era finalizzato alla cattura del mitico terrorista? Ci dicono che è riuscito a scappare, ma guarda caso centinaia di famiglie sono rimaste intrappolate in città. Se era impossibile notarne la fuga in mezzo a tanti disperati, perchè attaccare la città allora?”
I dubbi di Osman sono molti, ma conferme ufficiali non ci sono. I militari Usa hanno preso Falluja e si ridispiegano verso Mosul, sempre alla caccia di questi imprendibili terroristi. Mosul rischia di passare lo stesso inferno di Falluja, mentre al-Zarqawi è libero di fare annunci sul web. “Voi Ulema avete tradito i mujhaiddin”, recitava un comunicato diffuso oggi su Internet e firmato da al-Zarqawi in persona, “ci avete lasciato soli nei momenti più bui, non vi siete uniti alla lotta e pagherete caro il vostro tradimento”.
“Ma come? Gli ulema si sollevano contro l'eccidio di Falluja e contro le elezioni e Zarqawi non trova nessuno di meglio con cui prendersela che gli unici che hanno richiamato l'attenzione sulla situazione della cittadina sunnita? Strano”, conclude Osman, “come il momento scelto per indicarli come bersaglio, una rivendicazione tardiva di omicidi già avvenuti o una minaccia di nuove eliminazioni?” Tra tanti dubbi, resta una certezza. Zarqawi ha tuonato contro gli ulema. Come aveva detto Osman.
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Berlusconi fa comparire per miracolo la copertura per il taglio delle tasse. Ma è tutto un imbroglio
Per ora Berlusconi sembra aver rinunciato al messaggio a reti unificate per annunciare agli italiani il grande imbroglio, quello che lui chiama la riduzione delle tasse. Ma non è detto. Del resto lui parla tutti i giorni a reti unificate. Per ora si è accontentato di una conferenza stampa. Anche perché l’operazione che oggi il Consiglio dei ministri approverà è bel lontana dalle promesse fatte dal premier. Non solo. Se c’è qualcosa di “epocale” questo è l’imbroglio, imbroglio che è sotto gli occhi di tutti, difficile da nascondere è sotto gli occhi di tutti.”
Proprio perché di un imbroglio si tratta – afferma Alfiero Grandi, vicepresidente Commissione Finanze della Camera - bisognerà abituarci a convivere con i carabinieri. Siamo al gioco delle tre carte, carte truccate perché vince sempre il banco. Con l’emendamento approvato nella riunione della maggioranza si colpiscono i più bisognosi, si fanno sontuosi regali ai più ricchi, non si prevede alcun intervento per il rilancio dell’economia, per la competitività delle imprese. Bisogna dar vita, da subito, ad una grande mobilitazione, con iniziative in tutto il Paese senza attendere la manifestazione prevista per dicembre a Milano.
Un’importante occasione di lotta è rappresentata dallo sciopero generale deciso dai sindacati per la fine del mese.” Durissimi i giudizi di tutti i rappresentanti dell’opposizione. Vediamo la sostanza dell’imbroglio. Era tutto già scritto da tempo: “Ho convinto gli alleati -gongola Berlusconi – e ora si deve rafforzare il governo”. Traduzione: con qualche ministro vi do lo zuccherino che si merita chi è buono. Dunque siamo alle tre aliquote, 23, 33, 39 per cento, che porteranno briciole per tutti i cittadini con redditi normali mentre la polpa vera andrà ai ricchi e ai ricchissimi. Certo c’è un quattro per cento previsto solo per il 2005, poi la strada è in discesa, i soldi arriveranno puliti. Per quanto riguarda l’Irap per le imprese, si prevede un taglio pari a cinquecentomila euro. Praticamente niente. Come si coprono questi sei miliardi e mezzo di euro?
Intanto se ne coprono se ben si capisce solo quattro e mezzo. Due di questi spostando le rate del condono edilizio al 2005. La solita una tantum. Poi si aumentano bolli, tasse concessioni, sigarette, tutto quello che si può. Si blocca il turn over del pubblico e si licenziano, di fatto questo è la realtà, 75 mila lavoratori. Per il rinnovo del contratto dei dipendenti pubblici conferma di aumenti pari al 3,7 per cento. Tagli alla scuola che perderà circa 14 mila dipendenti. Per quanto riguarda chi deve andare in pensione il ministro Siniscalco dice che non verranno ridotte le finestre. Forse verranno solo spostate per cui si rimarrà al lavoro più a lungo. Investimenti, Mezzogiorno, niente da fare.
La cronaca della giornata da conto dell’imbroglio epocale. Fino all’ultimo si è giocato sui numeri. Siamo diventati il paese del bengodi. Soldi, soldi, soldi in quantità. Ce n’è per tutti e anche di più. Il premier aveva chiesto una manovra “ consistente”, altro che quelle due lire trovate, dopo tante peripezie dal ministro dell’economia. Subito si erano mossi i berluscones che vegetano nei diversi partiti con l’Udc di Follini in attesa dei numeri. Ecco s’avanza l’economista di An, Baldassari, il quale scopre che ci sono ben dieci miliardi di euro disponibili per ridurre le tasse. Anzi qualche decimale in più. Non sia mai, l’irascibile consigliere economico di Berlusconi, Renato Brunetta ne trova ben dodici. E, dicono i più solerti forzaitalioti, se si cerca bene se ne razzolano ancora di più. Il povero ministro dell’economia che aveva trovato solo tre o quattro miliardi, non sa più dove voltarsi. Tutti lo tirano per la giacca. Il presidente del Consiglio stabilisce con lui una specie di linea rossa telefonica. Come i frati che bussano alla porta del confratello sussurrando “ ricordati che devi morire”, come la goccia d’acqua che ti piove sulla testa nella nota tortura cinese, vuole sfilare al ministro un miliardo dopo l’altro. Lo convoca, gli offre pranzo e cena, con veleno a portata di mano, lo tormenta in ogni modo. Si sa, la carne è debole e Domenico Siniscalco, detto Francesco in omaggio al santo dei poveri che lui predilige, qualche liretta vuol darla a tutti. Dalle carezze alle minacce. Il ministro ha capito che Renato Brunetta ormai è lanciato, in corsa per occupare il suo posto. Intanto il nuovo vicepresidente vicario di An, La Russa, che diventa anche capogruppo. Frena i bollenti spiriti. Capisce che tirando troppo la corda chi pagherà il prezzo più alto in termini di consensi elettorali sarà proprio il suo partito. Anche i dirigenti del sindacato vicino ad An gli fanno sapere che il pubblico impiego non può pagare tutto il prezzo della promessa riduzione delle tasse. La Russa rende noto che da quei nove miliardi di euro di cui il viceministro Baldassari, del suo stesso partito, si potrebbe detrarre il trenta per cento. Nella notte si consuma il misfatto. Siniscalco fra bolli, ticket, nuovi balzelli, rate del condono spostate sul bilancio del 2005, “finestre “ chiuse per chi vuole andare in pensione, qualche auto blu in meno proprio poca cosa, tanto per dare un po’ di polvere negli occhi, arriva a definire il massimo possibile per le tasse. Siamo di nuovo a circa sei miliardi di euro con qualche decimale. Si torna, come nel gioco dell’oca prediletto, dal governo, al punto di partenza. Berlusconi storce la bocca. Dall’Europa, dal presidente della Commissione, Barroso, dal capo del partito popolare europeo, suo amico ma non troppo, il tedesco Pottering, ha ricevuto schiaffoni in merito al patto di stabilità che il premier vuole abolire. Quei sei miliardi e qualcosina di cui Siniscalco ha dato la disponibilità non lo accontentano. Anche perché fanno notare a Berlusconi sono meno dei sette miliardi e qualcosina che si tolgono dalle tasche degli italiani con tasse, balzelli, ticket.
Insomma non possono essere presentati come una manovra “consistente”. Il tempo stringe. La notte passa. La data del ventinove entro la quale la maggioranza dovrà presentare il maxiemendamento alla Finanziaria è vicina. La riunione della maggioranza lascia l’amaro in bocca allo stesso Berlusconi. La Russa, Fini, i leghisti dicono che si potevano reperire più risorse, ma Siniscalco è uno “prudente”, più in là non è voluto andare. Si dice anche che Berlusconi se la sia legata al dito, non contento di quanto ha già disastrato l’Italia.
[Alessandro Cardulli]
www.aprileonline.info
Amy Goodman: l'unica giornalista "libera" d'America?
di Bianca Cerri
26 Nov 2004
In occasione della breve visita a Roma di Amy Goodman, giornalista americana di Democracy Now, il popolare sito ha voluto dedicare due articoli alla situazione nostrana nel quale compaiono, ahimè, notizie che conoscevamo almeno da una quindicina d’anni. Forse ci faremo dei nemici ma dobbiamo dirlo: il giornalismo di Goodman è probabilmente stato santificato troppo in fretta, come ha scritto provocatoriamente Richard Oxman su più di un giornale.
E’ probabile che questo non faccia piacere alla nostra sinistra, che ha già assegnato a Goodman la palma aurea di unica giornalista “libera” d’America, ma Oxman non ha completamente torto e forse sarebbe utile un'analisi più approfondita dei meccanismi giornalistici prima di avventurarsi nell'assegnazione di titoli onorifici.
Lustrini e paillets non devono accecarci o trasformeremo la storia in un lanoso mammuth sprofondato in un lungo letargo. Non aggrappiamoci ai venditori di fumo, visto che la realtà chi ha già privati di ogni alito di speranza.
Il professor Robert Jensen, che il giornalismo lo fa e lo insegna all’Università di Austin, ha detto chiaramente: “Se gli europei conoscessero il nostro sistema politico o si soffermassero a considerare quanto è articolato, non prenderebbero Michael Moore o chi per lui per un liberatore”.
Jensens ha ragione: alcune forme di potere presentano aspetti bestiali che nè Moore nè Goodman nè qualsiasi altro sono in grado di domare. I ramoscelli d'olivo sbandierati ogni volta che c'è un film o un libro da piazzare non sconfiggeranno i mostri e non accorceranno la strada che dobbiamo ancora percorrere, meglio non fingere di non saperlo. Le ombre si stanno facendo troppo scure e gli idealisti della politica dovrebbero rendersi finalmente conto che stiamo vivendo in un'epoca molto complicata, dove non ci si può continuare ad illudere che esista un'unità dei movimenti o che un giorno, magari per magia, Israele si pentirà e ci sveglieremo in un mondo senza più povertà globale.
Tanto medo possiamo credere che saranno le Amy Goodman o i Michael Moore a salvarci, perchè non ci sono riusciti neppure la scienza, nè la Chiesa e meno che mai la politica estera.
Il vento che soffia è troppo forte e non si placherà, se non quando inizieremo a pensare, di nuovo, con le nostre teste.
Bianca Cerri
b.cerri@reporterassociati.org
Somari ma non umili
Solimano
“Nomina sunt consequentia rerum””. Sarà latinorum, ma sembra che lo facciano apposta. Hanno in mano un ottimo nome, ancora perfettamente spendibile: L'Ulivo, e vanno in caccia di autolesionistiche astruserie: la GAD, la FED etc. Grottesca la sceneggiata su “L'Alleanza”: si sono accorti che esiste già “Alleanza Nazionale”, si sono grattati la capa, e Pecoraro Scanio se ne è uscito con un: “Chiamiamola Alleanza Sociale”. Perfetto, facciamo un passettino in più e chiamiamola "“Repubblica Sociale Italiana”.
La scelta di un nome è importante, occorre rivolgersi a degli esperti che sono in grado di valutare razionalmente i pro ed i contro, ma questi credono che il marketing consista nello spacciare la prima cacchiata che passa per la capa.
E ricordiamoci la geniale (?) invenzione di Achille Occhetto, col nome Triciclo applicato alla Lista Uniti nell'Ulivo e col triciclo-giocattolo messo sul tavolo di Fassino da qualcuno del giro di Flores d'Arcais - chissà perché dopo non ho più comprato Micromega. Non sarebbe il caso che Occhetto e Flores, sempre pronti a fare gli sgridatori universali, se ne vergognassero almeno un po'?
L'altra sera, alla riunione della Associazione di Monza, uno ha detto: “L'Associazione deve essere l'ancora per i cittadini”. E tutti bene, bravo. Non è venuto in mente a nessuno che la frase giusta è quella rovesciata: “I cittadini devono essere l'ancora della Associazione”.www.ulivoselvatico.org
La maggioranza abbandona l’ambiente. La Sardegna di Soru va nelle direzione opposta e salva le sue coste
Mentre la maggioranza approva la legge delega ambientale spogliandosi in pratica del potere legislativo in materia e sanando gli abusi commessi nelle aree sottoposte a vincolo paesaggistico, la Sardegna va nella direzione opposta. Il presidente Renato Soru vince la battaglia lanciata in agosto con il decreto “salvacoste” che prevede il vincolo di inedificabilità entro due chilometri dal mare. Il Tar dell’isola ha infatti respinto ieri il ricorso presentato dai comuni di Alghero, di Arzachena, Olbia e dalla società immobiliare Pentagono Sardegna srl che opera nel nord della Sardegna.
Soru si aggiudica dunque il primo round nella sfi- da lanciata all’indomani della sua elezione nella scorsa primavera per la salvaguardia delle coste sarde con un provvedimento che, non solo vieta la costruzione di nuovi insediamenti entro il raggio di due chilometri dal mare, ma blocca anche vari progetti già in cantiere.
Da qui la strumentalizzazione da parte dell’opposizione del centrodestra sulle ricadute negative sull’economia locale, e che non si dà per vinta: l’intenzione sarebbe il ricorso alla corte costituzionale. Quel che conta ora è che milioni di metri cubi di cemento, pronti grazie alle lottizzazioni ad essere spalmati nelle splendide zone di Oristano, Bosa, Gallura e Cagliari sono stati bloccati.
Proprio ieri il consiglio regionale ha approvato la legge “salvacoste” che ha imposto uno stop anche alla costruzione di nuovi impianti eolici e impegnato la giunta a presentare entro dodici mesi il Piano paesaggistico regionale. Il supervincolo non durerà più di diciotto mesi. Per la destra è l’inizio del disastro economico.
Per il centrosinistra è invece la garanzia di protezione delle coste dalle speculazioni edilizie.
www.europaquotidiano.it
Il premier gongola: per tagliare le tasse cancello 75mila statali
di red.
Alla fine, Berlusconi ha annunciato il taglio delle tasse. Ma più che di un annuncio si è trattato di un’altra promessa. Perché, alla conferenza stampa che avrebbe dovuto mettere il suggello a questa vicenda piuttosto ridicola, una sola cosa è stata annunciata con certezza: il taglio di 75 mila posti di lavoro nella pubblica amministrazione entro il 2007.
Ma della copertura dei sei miliardi di riduzione delle tasse promessi, Berlusconi e il suo ministro dell’economia Domenico Siniscalco si son ben guardati dal parlarne. «Tranquilli, tutte le coperture hanno il bollino rosso della ragioneria dello Stato» ha detto il premier senza tuttavia spiegare dove verranno trovati tutti questi soldi. Per questo, c’è ancora un rinvio: al consiglio di ministri di venerdì.
A fronte di benefici immaginati, alla fine, c’è un danno sicuro: meno 75 mila posti di lavoro, tutta gente che certo pagherà meno tasse ma in cambio non avrà neppure lo stipendio. «Ogni cinque statali che andranno in pensione si creerà un posto di lavoro» ha spiegato il premier con uno dei suoi calembour da piazzista. Detto in parole normali, quattro su cinque dipendenti pubblici che se ne andranno in pensione non saranno sostituiti.
Alla fine, dunque, nulla di nuovo. Non si sa ancora chi pagherà i tagli alle tasse che lo stesso premier ha dovuto riconoscere essere risibili e sostanzialmente propagandistici. «Non ci facciamo illusioni che un intervento come questo possa dare un impulso straordinario all’economia: a fronte di 13 mila miliardi di lire in più nelle tasche degli italiani, la mano pubblica spenderà 13 mila miliardi in meno. Insomma, non c’è un così grande impulso sull’economia» ha ammesso Berlusconi che per tutta la conferenza stampa ha dato le cifre in lire, forse per far apparire che la manovra sia più grande di quanto effettivamente è. Tantio che il povero Siniscalco, diventato improvvisamente “Mimmo” per il premier gongolante, ha dovuto ad un certo punto dire: «Scusatemi se io parlo in euro».
unita.it
Fratei...forza al remo, diciamoci la verità
La blogosfera italiana non sembra particolarmente orientata a occuparsi di temi politici. Ovviamente non in termini assoluti, ma in confronto con il contesto americano.
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E anche se rivoltiamo la frittata, e giriamo la medaglia, le cose non è che cambiano - anzi peggiorano. Le ultime elezioni sono state, questa primavera, le elezioni europee. Storicamente marginali quanto a partecipazione e attenzione generale, ma questo ci è toccato. Cosa c'è stato da ricordare?
C'è stato il caso di Beppe Caravita che è passato dal blog alla candidatura con i Verdi (ma come ho anche detto a lui: perchè era Caravita, non perchè era blogger).
Sbagli, leggi l'intestazione di questo blog....
P.s. Lowell Bergman nel 1995 (pre-Web) dovette spifferare a tutta la stampa Usa quello che aveva scoperto sull'industria assassina delle sigarette. E che alla Cbs, dove lavorava, gli impedivano di dire. Oggi un blog sarebbe di grande aiuto, a lui e a quelli come lui...
insomma: business as usual (per un giornalista) e niente di più...
caravita.biz
novembre 25 2004
L'inno americano distorto. Springsteen non si rassegna a Bush
di s.b.
Forse è anche una chitarra disperata. Alcuni, molti l’hanno anche ascoltata così. Sicuramente è una chitarra sola, solissima. Sei corde “pizzicate”, urtate più che suonate. Un po’ come faceva quando interpretava la vecchia Born in The Usa, aprendo i concerti all’epoca di Tom Joad, forse la più politica delle sue tournéè. Ma stavolta non ci sono neanche gli echi, i riverberi, le sinuosità di quella canzone. Qui sono solo note dure, semplici. Quasi rozze. Note “sole”, appunto. Così Star-Spangled Banner, l’inno americano, diventa nudo. E da colonna sonora delle convention repubblicane sembra potersi trasformare in qualcos'altro, addirittura nella soundtrack per altre immagini. Siano cortei pacifisti, siano battaglie per i diritti civili, siano lotte per salvare la scuola pubblica dalle ingerenze degli ultrà cattolici.
Molti si erano chiesti cosa avrebbero fatto ora le rock star impegnate nella battaglia persa a sostegno di Kerry. La risposta di Bruce Springsteen è arrivata nel suo sito. La risposta l’ha affidata ad una sua versione dell'inno nazionale a stelle e strisce. Sei corde che stridono, senza parole. Un brano che non troverà posto in alcun cd – del resto non ce ne sono in uscita -, che nessuna radio diffonderà mai – del resto, nessun network ha mai diffuso i suoi concerti della campagna Vote for Change, per sostenere il candidato democratico.
Star –Splanged Banner l’ha messo lì, sul sito. Appena sopra il suo ultimo appello, venticinque giorni fa, a poche ore dal voto. Quando Springsteen, come Mellencamp, come Steve Earle, come i Rem e come tanti altri, sperava, credeva che dovesse trovare voce, nel voto, un’America che rifiutava la logica della guerra preventiva, dei tagli alla spesa sociale per finanziare quella guerra. Un’America che credeva ancora nei diritti: da quelli dei ghetti neri di Chicago a quelli dei detenuti di Guantanamo.
Si sa com’è andata, Springsteen ha perso. E non deve essere stato facile per lui. Il suo sito, l’area dibattito dedicata alla politica, - dove, prima del 2 novembre, più che opinioni i suoi fan si scambiavano “informazioni” (“allora, ci vediamo davanti al teatro per il volantinaggio”, “facciamo quest’iniziativa in rete”, ecc) - è stata invasa da una strana figura di appassionato-rock-conservatore. Ci sono lettere aperte piene di astio, ci sono improbabili racconti di fan inferociti, con zii paterni morti in Vietnam e cugini uccisi in Iraq, ci sono semplici insulti. Tutti chiedono – meglio chiedevano – al Boss di tornare a fare canzoni. Canzoni e basta. Gli chiedevano un’abiura delle sue scelte politiche. «Bush saprà combattere il terrorismo e tu potrai fare i concerti più sicuro».
Questi erano i messaggi. Si usa l’imperfetto, perché da pochissimi giorni qualcosa è cambiato anche qui. E' apparso sethriffer – i nickname nel sito sono ancora più strani che nei forum italiani - che ha cominciato a parlare di come superare, da qui al 2008, il cultural divide che separa chi ascolta Springsteen da chi è costretto a cibarsi di musica targata Mtv. C’è chi chiede al Boss di insistere. No Surrender, il titolo di una sua canzone: non arrendersi, come gli suggerisce Mark&eskimo. Per un nuovo “real deal”, lo chiama così, per evitare i tanti Schwarzenegger che sono lì pronti ad invadere gli Stati. Magari anche il suo New Jersey.
E lui ha risposto come sa fare. Tre-minuti-tre di un inno inusuale. Diverso anche da quello con cui Jimi Hendrix, nell’estate del ’69, infiammò il popolo di Woodstock. Lì, la ferocia della chitarra elettrica del ragazzo di Seattle raccontava degli orrori della guerra in Vietnam. Qui, la sei corde di Springsteen rivela la solitudine di chi deve ricominciare. Anche se non sa bene da dove, ma sa che deve ricominciare. Anche solo trasgredendo alla retorica delle marcette ufficiali. Quelle di Bush e Condoleezza
unita.it
L'Ucraina è una posta troppo alta - di Giulietto Chiesa
Avevamo archiviato la Russia, sotto le diciture varie di partner dell'occidente, inglobata, normalizzata, capitalista, democratica, addomesticata, inoffensiva, un pò cadente, fuori moda, folklore ecc. Più o meno tranquillizzanti, tutte le diciture, gli aggettivi e i gerundi. Eravamo certi di avere vinto, definitivamente. Passata la tempesta odo augelli far festa.... I baltici glieli abbiamo portati via e adesso sono in Europa, felici e contenti. L'Ucraina sarebbe caduta come una pera al momento giusto di maturazione.
La Bielorussia di Lukashenko sarebbe stata un ossicino soltanto un tantino più duro da sgretolare. Laggiù in Asia la guerra afghana di George Bush era stata efficace: non tanto e non solo per far fuori i taleban ormai scomodi e - com'erano sempre stati - anche repellenti. No, il risultato migliore era stato quello di avere portato via dalle grinfie dell'orso ormai domato tre repubbliche dell'Asia Centrale ex sovietica, e di avere piazzato basi americane in Kirghizia e Uzbekistan... Più a ovest, detronizzato il vecchio e un pò rintontonito Eduard Shevardnadze, anche la Georgia era ormai entrata nell'area di influenza degli Stati Uniti e della Nato.
L'Azerbajgian aveva già cambiato padrone con la buon'anima di Gheidar Aliev, ed era da tempo divenuto il luogo dove molti ex segretari di Stato Usa andavano a tenere conferenze ben pagate, aprivano uffici di consulenza, benedicevano gli affari delle grandi compagnie petrolifere. Ci si poteva dunque occupare d'altro. Per esempio di dichiarare guerra all'Irak, e di esportare la democrazia americana in tutto il resto del mondo. Poi, improvvisamente, ecco che il leader del partner democratico e capitalista, senza nemmeno avvertire, senza un minimo di cortesia, dopo aver tanto sorriso, dato e ricevuto pacche sulle spalle a Bush e Berlusconi, a Chirac e Shroeder, a Blair e a tutti gli altri, comunica freddamente al resto del mondo di avere armi strategiche del tutto nuove, inedite, imparabili.
Informa i suoi dirimpettai d'oltre Atlantico - e, per conoscenza, anche i vicini cinesi, che sono molto amici, ma anche molto grossi e sempre più potenti - che la Russia ha missili capaci di sollevare 14, 4 tonnellate di armamenti nucleari, ben distribuiti in dieci testate indipendenti ciascuno, in grado di scendere a terra con traiettorie imprevedibili, velocissimi e manovrabili, insomma così strani da rendere vano ogni tentativo di intercettarli prima che giungano a destinazione. Cosa significa tutto questo? Putin Vladimir Vladimirovic fa un pò di voluta confusione parlando di necessità di perfezionare la lotta contro il terrorismo internazionale. Ma è del tutto evidente che questo tipo di armi non ha nulla a che vedere con il terrorismo internazionale (a meno di non supporre che Bush considera gli Stati Uniti come dei terroristi internazionali, per la qual cosa avrebbe parecchie ragioni).
In realtà riafferma senza mezzi termini il ruolo della Russia come potenza mondiale, con la quale occorre di nuovo fare i conti. Altro che partner subalterno e pronto a incassare schiaffoni economici, politici e geostrategici! Il presidente russo dice quello che l'Occidente aveva voluto dimenticare: che la Russia è un paese dalle mille risorse, dotato di alta esperienza tecnologica e militare, oltre che di profonda e diffusa cultura. Si può essere poveri , perfino miserabili, si può avere un crollo di natalità, o vertici di mortalità infantile, si può avere un sistema sanitario ridotto ai minimi termini, o un elevatissimo tasso di alcolismo - e la Russia è diventata tutto questo e molto altro ancora, in peggio, grazie ai riformatori alla Boris Eltsin, applauditi freneticamente dall'Occidente mentre bombardavano il legittimo parlamento nazionale - ma questo non è sempre sufficiente per mettere in ginocchio un paese di grandi dimensioni.
E' vero quello che scrisse il marchese De Coustine, e cioè che bisogna andare in Russia per capire cosa non può fare perfino colui che tutto può. Ma è anche vero il contrario, se un paese ha dimensioni di scala sufficientemente vaste. Bisogna andare in Russia per capire che un paese devastato e colonizzato può conservare risorse immense per risalire la china. Certo non nel tenore di vita delle sue genti, ma sicuramente nel campo tecnologico e militare.
Così si può dire che la Russia di Putin è un vero disastro sociale e democratico, ma nello stesso tempo è in grado di costruire le armi più sofisticate del mondo. Non c'è alcuna contraddizione tra le due cose. Anzi, a ben vedere, esse sono complementari, e la seconda spiega bene anche la prima. Increduli o inquieti molti osservatori occidentali pensano adesso che Putin stia barando, o bluffando. Sbaglieremmo se ci cullassimo in questa ulteriore illusione.
Nel 1999 mi capitò di visitare, tra i primi giornalisti occidentali ammessi a quelle zone un tempo segretissime, una delle città "Arzamas". Se non ricordo male aveva il numero 11. Città segrete fatte apposta perchè gli scienziati che vi lavoravano non potessero mai entrare in contatto con gli stranieri, le spie, i disturbatori della pubblica quiete come i giornalisti che fanno il loro mestiere (sempre più rari). La città stava andando a pezzi, gli edifici non erano stati riparati da molto tempo, come l'asfalto delle strade. C'era la casa dove Andrei Sakharov aveva lavorato per diversi anni, quasi sepolta tra le frasche mai potate, anch'essa quasi in rovina. Ma i laboratori dove ancora si lavorava, anche, in qualche caso, su progetti finanziati dagli americani, erano lindi ed efficienti. Poveri nel loro aspetto esteriore, ma tenuti a lucido.
E gli scienziati che ancora li abitavano, pagati con stipendi che avrebbero fatto vergognare un lavascale di condominio italiano, erano ancora permeati di un orgoglio inossidabile. Credo che siano stati loro a fare quello che oggi Putin sbandiera come un suo successo. Non credo quindi che sia un bluff. Del resto era da almeno due anni che circolavano voci su diverse innovazioni russe: dai sommergibili atomici, ai nuovi caccia bombardieri supersonici Sukhoi, ai nuovi missili che, a quanto scrivono le riviste specializzate in armamenti, sono già stati messi in vendita segretamente agli iraniani e ai cinesi. Missili di crociera di cui si conosce anche il nome: Moskit , e che la Nato ha già catalogato come SS-N-22 Sunburn , che viaggiano a velocità Mach 2,1 due volte quella del suono, trasportando a scelta un carico nucleare di 200 chiloton ovvero una testata convenzionale di circa 400 chili, con un sistema di guida che gli permette bruschi e improvvisi mutamenti di rotta (ecco la novità che potrebbe riguardare le testate multiple dei missili balistici intercontinentali).
Se Putin disponesse davvero di queste nuove armi ecco che l'equilibrio strategico dovrebbe essere ridefinito d'accapo in quasi tutte le sue componenti. Resta da chiedersi perchè mai Putin ha deciso di tirare fuori dal cappello a cilindro le sue sorprese proprio adesso. Fino all'altro ieri aveva taciuto; adesso, all'improvviso, fa la frittata. Perchè di una frittata si tratta, cioè di un processo irreversibile che non può più ritornare alle uova d'origine. Una risposta forse c'è nella crisi che si è aperta a centro dell'Europa, e precisamente in Ucraina. Non è una disputa da poco e Putin ha parlato dei suoi nuovi missili appena prima che esplodesse con il contestatissimo esito dell'elezione presidenziale. Non è un caso.
L'avvertimento doveva servire a dissuadere gli Stati Uniti e l'Europa dal forzare la situazione a loro vantaggio, dal tirare la corda oltre il limite di sopportabilità che Putin può permettersi. Perchè anche lo zar ha i suoi problemi. L'Ucraina è la sua carta massima, la sua briscola più decisiva. La zar vuole ricostruire la Grande Russia. Non gl'importa niente del socialismo, ma pensa agli slavi e ortodossi di Russia, Ucraina, Bielorussia e Kazakhstan, cui magari aggiungere i cristiani non cattolici di Armenia e, in prospettiva, di quella Georgia divenuta da poco americana, ma che rimane appesa alle scelte della Russia in Abkhazia e in Ossetia del Sud. Tutto questo era fin troppo chiaro anche due anni fa. E Putin cedette mezza Asia Centrale ex sovietica per avere in cambio l'autorizzazione a questo disegno. Non so se Bush gliela firmò.
Quello ch'è ora evidente è che un precipitare dell'Ucraina fuori dalla sfera d'influenza russa e il suo ricadere, con un grande tonfo, nel campo occidentale, nella Nato, nell'Europa, sarebbe la fine della grandeur putiniana. Con tante, forse troppe ricadute negative anche sulla figura del nuovo zar, disinnescato in casa propria dall'imperatore che non fa più sconti a nessuno. Ecco perchè adesso i missili fanno comodo: politicamente. Per dire a Washington che non può andare troppo oltre se non vuole innescare una drammatica contrapposizione. E' troppo presto per cogliere tutte le ripercussioni della mossa di Putin. Ma una è già fin troppo chiara: la politica del disarmo, inaugurata da Gorbaciov, è stata ormai cancellata del tutto. Ricomincia al contrario una grande, triplice, corsa al riarmo.
Bush dovrà inventarsi un'altra cosa rispetto allo scudo spaziale che è già obsoleto prima ancora di essere entrato in funzione, e dopo che è già costato circa 20 miliardi di dollari. Ovvio che qualcosa troverà, perchè a ogni arma, prima o poi, corrisponde un'arma uguale e contraria, oppure disuguale ma altrettanto efficace. I cinesi se ne stanno acquattati, ma stanno facendo esattamente la stessa cosa, ben consapevoli che questa Russia che risorge militarmente (e solo militarmente) dal pantano, dovrà anch'essa rimanere sotto controllo. Il mondo bipolare ha impiegato cinquant'anni per andare in pezzi; a quello unipolare, per andare in frantumi, sono bastati quattro anni.
in uscita sul mensile Galatea
Eroi
In questo mondo di miserabili plasticoni, incapaci di
sentimenti, esistono anche gli eroi. Come Dimitri Koval,
il marinaio russo del sommergibile Podolsk, che si e'
sacrificato per evitare l'esplosione del motore nucleare
del natante.
I giornali non riferiscono neppure il suo nome. Ma se
non si fosse immolato noi non avremmo potuto uscire di
casa per un anno.
Dimitri Koval. Mandategli un pensiero di ringraziamento.
Poteva essere un'ecatombe.
(www.alcatraz.it)
Le dieci prossime formule geniali per l’opposizione
di GENE GNOCCHI
dal Corriere - 25 novembre 2004
10 Lista Ecumenica Rivoluzionaria Negoziabile E Rivedibile LERNER
9 Buona Alleanza Riformista Bendisposta Inciuci Eventuali BARBIE
8 Kerry Era Nostro KEN
7 Federazione Europea Sostanzialmente Seconda in Italia FESSI
6 Unione Generale Ondivaghi UGO
5 Progressisti Indipendenti Per Propagandare Oppiacei
PIPPO
4 Bravissimi Riformisti BR
3 Organizzazione Repubblicana Onanisti Non Zuzzurelloni e Ospitali ORONZO
2 Preambolo Autonomo Terzisti Agnostici Per Un Mondo Migliore PATAPUMM
1 Federazione Omnicomprensiva Riformatori Zen Aggregati In Tre Associazioni Liberal Indipendenti Assieme FORZA ITALIA
di GENE GNOCCHI
contratto delle beffe
CLAUDIO RINALDI
da Repubblica - 25 novembre 2004
C´è un aspetto pittoresco nel noioso trascinarsi delle discussioni sul taglio delle imposte: la faccia tosta di Silvio Berlusconi & C. Gli uomini di Forza Italia asseriscono che le misure ora allo studio nella Casa delle libertà costituiscono la piena attuazione al Contratto con gli italiani, firmato l´8 maggio 2001. Ma l´affermazione è falsa, come sa chiunque conosca il testo di quell´incauto documento. Il Contratto prometteva nero su bianco una riforma fiscale straordinariamente generosa, rispetto alla quale la povera operazione che adesso si prospetta (per un valore di 6 miliardi di euro o poco più) rappresenta per gli elettori un´autentica presa in giro.
La grande promessa di Berlusconi, infatti, non era il generico "meno tasse per tutti" dei poster, come oggi si tenta di far credere. Era un piano assai dettagliato: due sole aliquote Irpef-Ire, con la «riduzione al 23 per cento dell´aliquota per i redditi fino a 200 milioni di lire» (articolo 1 del Contratto) e la «riduzione al 33 per cento dell´aliquota per i redditi sopra i 200 milioni». Oggi invece di aliquote se ne annunciano ben quattro, dal 23 per cento al 43. E sono punitive per i contribuenti, giacché scattano a partire da livelli di reddito molto più bassi di quelli che indicava il programma del 2001.
In concreto, il Contratto stabiliva che praticamente tutti i cittadini (essendo quattro gatti i percettori di 100 mila euro o più) avrebbero pagato il 23 per cento e basta. Nella riforma di cui è in corso il varo, al contrario, questa aliquota di favore appare riservata ai soli redditi fino a 26 mila euro; oltre tale modesta somma si dovrebbe sganciare il 33 per cento, mentre dai 33-35 mila euro in su il prelievo salirebbe al 39 per cento e dai 70 o 100 mila in su addirittura al 43. Al confronto con gli impegni solenni di tre anni fa, assunti davanti a un notaio e a milioni di telespettatori, le differenze (in peggio) sono vistosissime.
Cifre alla mano, insomma, la montagna delle chiacchiere sta partorendo un topolino. Lo conferma una semplice divisione: ammesso che nell´insieme i famosi sgravi valgano realmente 6 miliardi di euro, le famiglie italiane (che sono 22 milioni) possono contare in media su un beneficio di appena 272 euro annui l´una, pari a 44 mila lire mensili. A 6 miliardi circa, del resto, ammontava anche il cosiddetto primo modulo della riforma, entrato in vigore due anni fa e passato inosservato: non dette il benché minimo impulso alla crescita dei consumi, a quanto confessò lo stesso Giulio Tremonti. Il secondo modulo, lontanissimo dagli scenari mirabolanti disegnati nel Contratto, si rivelerà ugualmente inefficace.
Ma forse quello di Berlusconi, che malgrado i tanti inganni cerca di spacciarsi per un uomo di parola, non è soltanto un caso di improntitudine, di fiducia illimitata nella memoria corta della gente. E nemmeno di «fissazione senile», come ha scritto Piero Ottone. Forse la favola del Contratto che sta per essere rispettato nasce da un calcolo del tutto razionale, nel segno della «lucida, lungimirante follia» che il premier ha sempre ammirata in Erasmo da Rotterdam.
Secondo questa interpretazione, Berlusconi evoca le promesse fatte a suo tempo sapendo perfettamente che mantenerle è impossibile. Ciò che gli preme è travestirsi da profeta, da fabbricante e venditore di sogni come nelle trionfali campagne del 1994 e del 2001. Se il Contratto con gli italiani è già virtualmente carta straccia, e lo è, pazienza: l´essenziale è far ricadere la colpa del fiasco sugli alleati infidi, sugli ottusi burocrati di Bruxelles, magari sul destino cinico e baro, e rilanciare il mito del leader-eroe che nell´interesse del popolo combatte da solo contro tutti e tutto. Se il presidente del Consiglio riesce a tagliare le tasse «in modo consistente e visibile», come da proclama su Il Foglio, bene. Se non ci riesce, meglio: va alle elezioni anticipate, il che significa innanzitutto evitare che a fine legislatura il fallimento del Contratto venga certificato ufficialmente.
Certo nella minaccia del ricorso alle urne c´è una fortissima dose di avventurismo. Se mai Forza Italia corresse al voto da sola, dovrebbe fare i conti con un sistema elettorale semimaggioritario che di regola condanna chi non fa parte di larghe coalizioni. Ma nelle situazioni di crisi gravi Berlusconi tende sempre a giocare d´azzardo. E nelle ultime settimane si è convinto, probabilmente, che continuare il tran tran dei negoziati con An e Udc non gli lasci alcuna speranza di vincere nel 2006.
Che il sogno berlusconiano possa risultare affascinante come in passato è difficile: la battaglia per i tagli fiscali è un déjà vu, come traspare dalla fiacca parola d´ordine dei nuovi manifesti ("L´obiettivo non cambia"), e soprattutto è indebolita dalla mancanza di risultati. Tre anni e mezzo di annunci a vuoto pesano. Tuttavia molto dipende dalle reazioni dell´opposizione, finora non particolarmente incisive. Se la denuncia delle inadempienze governative rimarrà vaga e svogliata, senza puntuali riferimenti ai conti del Contratto che non tornano, e se non verrà cancellata una volta per tutte la sensazione che il centrosinistra sia il partito delle tasse, allora perfino il Berlusconi alle corde di questi tempi conserverà qualche chance di cavarsela.
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Un successo lo sciopero dei Magistrati contro la riforma della Giustizia
REDAZIONE
E' stato un vero successo lo sciopero di ieri dei Magistrati italiani, che hanno incrociato le braccia per protestare contro la Riforma della Giustizia del Governo di Silvio Berlusconi.
Secondo quanto riferito dal presidente dell'Associazione Nazionale Magistrati Edmondo Bruti Liberati, l'adesione media è stata superiore all'85% (ma per il ministero della Giustizia solo il 74%).
Quello di ieri è stato il terzo sciopero delle Toghe in due anni, ha sottolineato Bruti Liberati, "un record del ministro Castelli".
Adesione totale in Corte di Cassazione, dove tutte le udienze civili penali sono state rinviate. Nel rispetto del codice di autoregolamentazione sono stati trattati esclusivamente i processi con imputati detenuti e quelli per licenziamento.
La protesta è stata sostenuta dalle opposizioni, che hanno manifestato a più riprese la propria solidarietà alle Toghe. Il leader dei Ds Piero Fassino ha promesso che il centrosinistra contrasterà la riforma in Parlamento.
"Non escludo che la maggioranza metta ancora una volta la fiducia anche sul riordino della giustizia - ha spiegato - noi faremo la nostra parte in Parlamento, sebbene i rapporti di forza siano quelli che conoscete".
Per il Verde Paolo Cento la mobilitazione dei Giudici è stata "una giusta protesta contro un Governo sordo ad ogni richiesta di dialogo".
"Ci auguriamo che la massiccia partecipazione dei Magistrati allo sciopero induca il Governo e le forze politiche di maggioranza ad un ripensamento nei confronti dell'infausta legge sulla riforma dell'ordinamento giudiziario e su quella salva-previti - ha dichiarato Antonio Di Pietro - l'Italia dei Valori farà il suo dovere anche questa volta e si metterà immediatamente all'opera nella raccolta delle firme a favore di un referendum che cancelli anche queste altre leggi vergogna".
Sempre ieri hanno scioperato anche gli avvocati, che hanno protestato contro il nuovo ordinamento della Giustizia, ma per ragioni radicalmente opposte a quelle dei Magistrati. Tra le altre cose gli avvocati vorrebbero che la riforma contemplasse una netta separazione delle carriere tra Giudici e Pm. L'adesione, secondo l'Unione delle Camere penali, è stata molto vicina al 100%.
www.centomovimenti.com/
Mobilitare il paese, Battere Berlusconi
A noi fa un po’ senso e, crediamo lo faccia alle persone di buon gusto, questo chiacchiericcio sulla Gad e sulla Fed, mentre sarebbe necessario mettere in campo, da subito, una forte mobilitazione di massa contro i progetti di Berlusconi. Non solo da parte dei sindacati, ma delle forze politiche di opposizione, la Gad o L’Alleanza, o come vorranno chiamarsi.
Si sono scomodati anche esperti di comunicazione, di marketing, o supposti tali. Sulle colonne dei giornali, nelle rassegne stampa, si parla di questo e del numero delle liste unitarie per le elezioni regionali. La Margherita era arrivata a sette e sette. I diessini avevano detto: non se ne parla, o tutto o niente. Poi ci hanno ripensato. Facciamo otto a sei. Si potrebbero mettere i nomi delle regioni in un bussolotto e tirare a sorte. Quando si arriva a sei, in lizza i singoli partiti, ci si ferma come al gioco dell’oca e si passa al giro successivo con otto listoni riformisti.
Nel frattempo Berlusconi sta tentando un colpo di stato bianco. Non scorre il sangue, non ci sono assedi al parlamento, non ci sono militari che scendono in campo. C’è il tentativo, gravissimo, di disarticolare lo stato democratico. Si è fatto devastando la Costituzione. Ora, basta leggere bene la lettera a firma Berlusconi-Ferrara, pubblicata dal Foglio, per capire qual è il livello dello scontro, ben oltre la questione fiscale.
Coglie il problema il segretario generale della Cisl, Savino Pezzotta, quando afferma in un’intervista che dalla lettera “emerge un pregiudizio nei confronti del “pubblico” e dello Stato. Tutto ciò che è pubblico viene considerato negativo. Un progetto liberista di segno tahtcheriano. C’è l’individuo e basta, i corpi intermedi, come i sindacati, non esistono. C’è l’esaltazione della conflittualità, della contrapposizione bruta degli interessi: gli uni contro gli altri. Ormai è chiaro perché è saltata la concertazione. E’ evidente che c’era un progetto politico e culturale con l’obiettivo di negare il ruolo dei sindacati.”
Già i sindacati. O si utilizzano, come si è tentato con il patto per l’Italia e, quando non si può, come dice Pezzotta, se ne nega il ruolo fondamentale in una società democratica, all’interno della quale convivono e operano più soggetti e se viene meno il ruolo della rappresentanza sociale, si apre una fase di acuta sofferenza democratica. Per chi vuol vedere, chiari sono i segni di un progetto, di una deriva peronista.
A noi fa senso che non vi sia una mobilitazione di massa, con assemblee, comizi, manifestazioni, magari anche davanti a Palazzo Chigi e che si attenda la data dell’undici dicembre quando nel chiuso del Palavobis di Milano (così pare), l’opposizione manifesterà contro la Finanziaria.
E’ vero che se Prodi fosse stato “libero” già si sarebbe svolta quest’iniziativa. Ma è altrettanto vero che L’Alleanza (allora grande) aveva annunciato iniziative in tutto il paese. Non se ne hanno notizie. Certo, il 30 novembre ci sarà lo sciopero generale indetto da Cgil, Cisl, Uil. Come dice Pezzotta il sindacato “vuole contrastare un modello di società che viene proposto” Si prevedono circa settanta manifestazioni, una scesa in campo forte e unitaria di milioni di lavoratori. Ma verrà un momento in cui il sindacato non sarà lasciato solo. Giustamente geloso del suo ruolo e della sua autonomia, troverà un punto di riferimento nelle forze politiche? Non si può sperare che a dare il là siano i movimenti, i girotondi, le associazioni. Magari rimproverando loro, dopo averli maltrattati e talora irrisi, di aver perso vitalità. Ognuno ha il suo ruolo. Le forze politiche democratiche, per la loro natura, hanno (o dovrebbero avere) la capacità di una visione generale, complessiva, della società, un progetto da sostenere.
Se, per esempio, le sezioni dei Ds impegnate nella prossima tornata congressuale aprissero i loro dibattiti, tutte insieme, in un luogo aperto al pubblico in tante città italiane si avrebbe una straordinaria giornata di lotta . Poi potrebbero tornare nelle loro sedi a fare la conta..Proposta stravagante,come chieder la luna? Sì, ma a volte la luna si lascia acchiappare.
[Alessandro Cardulli]www.aprileonline.info
L' era delle democrazie formali - di Mir Mad
Giovedì, 25 novembre 2004
Dunque facciamo il punto: dopo una prima nomina da parte della Corte suprema conservatrice, G.W.Bush è stato rieletto presidente con una campagna basata sulla spettacolarizzazione della "guerra al terrorismo", ingigantendo il fenomeno, attraverso la diffusione del terrore -Shock and Awe tuttora in corso in Iraq - e con le campagne afgana e irakena miranti alla penetrazione in Asia Centrale per il controllo delle risorse energetiche del Caspio e del Golfo Persico.
Una elezione avvenuta, certo secondo la volontà dei potentati economici, ansiosi di riorganizzare l'economia globale sulla base degli interessi delle classi dominanti degli Usa, ma "con un risultato chiaro" e incontestabile sul piano formale. Una vittoria all'insegna del capillare intervento dei media e utilizzando anche la oramai consumata ma elettoralmente utile figura del Bin Ladin: secondo "Newsweek" l'intervento del redivivo tre giorni prima del voto ha spostato da 4 a 6 punti di elettorato, almeno il giorno seguente.
Bisogna comunque avere il coraggio di riconoscere, sempre sul piano formale, questo risultato uscito dalle urne. Bisogna cercare di capire la natura e le istanze di questa " nuova destra" americana per poter eventualmente riorganizzare il pensiero democratico senza appelli, come ha già fatto una parte della sinistra, tipo "tutti a destra". Il risultato delle elezioni Usa difatti è l'ufficializzazione di una tendenza, il cui concepimento è avvenuto nei circoli Neo-Cons di Washington, ma è stata applicata anche altrove oppure messa in pratica nella periferia del villaggio globale dagli stessi Usa .
Ci sono i seguenti casi emblematici : In Russia, dove lo zar Putin, dopo essere stato nominato -da Boris Yeltsin- grazie a varie guerre cecene e diverse bombe e attentati a Mosca e nella vasta provincia russa è stato eletto e rieletto. Un Putin che a seguito della tragedia dai contorni dubbi e oscuri -come tutte le altre- di Beslan si è sentito in grado di poter personalizzare ancora di più un potere divenuto già ampiamente personale e renderlo quasi del tutto disancorato dal controllo delle istituzioni che poterebbero avere ancora un minimo di democraticità.
Un Putin che interviene direttamente anche nella battaglia elettorale a Washington votando dichiaratamente a favore dell'amico Bush in nome della guerra al terrorismo, ma in realtà per stare con il "vincitore" e poter usare la mano pesante contro la guerriglia indipendentista nel Caucaso e per poter avere un ruolo - anche se oramai molto ridimensionato- nel potere globale. In Pakistan il generale Musharraf, dopo un primo golpe militare si è fatto eleggere come presidente con "un risultato certo".
Non importa se oramai il suo paese fosse diventato la roccaforte dell'integralismo e fossero le scuole deobandi pakistane a sfornare ogni anno più di 3000 talibani e i suoi servizi (ISI) fossero dietro il fenomeno talibano, dietro varie organizzazioni integraliste e dietro numerosi attentati in tutto il subcontinente indiano. L' importante è stato che tutte queste realtà abbiano votato, secondo un copione predisposto in anticipo, per lui e che lui sia un alleato del presidente Bush per tenere sotto controllo l'Asia Centrale e l'India.
In Afganistan, la porta dell'Asia Centrale ex Sovietica con le sue immense risorse- ex vetrina dell'ideologia talibana e laboratorio del pensiero Neo-Cons - l'attuale presidente Karzai era già stato adocchiato anni prima, secondo Tom Franks, e dopo l'intervento armato e l'abbattimento formale del mostro talibano, nominato dagli Usa presidente ad interim, ottenendo a seguito l'investitura di una assemblea preselezionata - la Loya Jirgah- per essere finalmente eletto nelle recenti elezioni, secondo il copione del presidente Bush, con un largo margine di vantaggio: una vittoria formale "fair" e chiara alla stregua della elezione di Bush stesso negli Usa.
Un Karzai che, secondo i piani di Bush e la richiesta del suo alleato Musharraf -e in accordo con la dinastia regnante saudita - cerca di sopprimere qualche elemento di punta tra i talibani cioè di tagliare la testa al mostro per conservarne il corpo e inglobarlo nei propri piani. Nel Medio Oriente, dove si sta giocando la partita geo-strategica globale tra gli Usa e il resto del mondo capeggiato dall'Europa che gravita sull'asse franco- spagnolo-tedesco, i diritti più elementari o sono negati o calpestati da regimi corrotti e di polizia.
A differenza di quel che si dice, mancano del tutto i cosiddetti "moderati". In quest'area ci sono o le repubbliche presidenziali con presidenti a vita dove i figli succedono ai padri o le oscurantiste monarchie assolutiste, la maggior parte delle quali alleate degli Usa. Sempre nella stessa zona Israele continua la sua politica di forza con l'obbiettivo di arrivare alla sottomissione di un intero popolo e se non riuscisse nell'intento alla sua esclusione fisica .
Mentre in Irak si perpetua una interminabile tragedia in cerca di un irreperibile Musharaf o Karzai irakeno.Con il progetto del "Grande Medio Oriente" gli Usa hanno cercato di estendere il proprio dominio diretto preparando il cambio di regime in Iran, Siria e Libano, e chiedendo piena obbedienza ai propri alleati di sempre come l'Arabia Saudita, allarmando tutti.
Nel paese simbolo del Medio Oriente, l'Iran, come è nella tradizione - forse è l'unico caso - esiste un effettivo e vasto movimento democratico della società civile. Qui i vari centri di potere non elettivi - il clero conservatore, i Pasdaran, il Consiglio di Guardiani, i Servizi ufficiali e paralleli, il potere giudiziario… organizzano le elezioni secondo il loro copione, escludendo i candidati del riformismo islamico, tenendo la società civile e l'opposizione democratica del tutto fuori dalla vita politica attraverso una inaudita violenza.
La Cina continua a vivere in un sistema politico tutt'ora del tutto chiuso dove le "elezioni" avvengono secondo un copione che potremmo definire "bulgaro". La Cina, essendo armata e autosufficiente a un livello tale da non dover rendere conto a nessuno, sembra intenzionata a proseguire il cammino sulla strada della alta crescita per raggiungere certi traguardi economici . Mao e Deng hanno trasformato il tradizionale staticità - non agire- del Taoismo di Lao- Tze e del buddismo in un frenetico dinamismo socio-economico. Queste intenzioni, insieme a certi traguardi già raggiunti, hanno determinato una tale mutazione nel DNA cinese da cambiare le fondamenta dell' approccio cinese alle questioni globali.
La Cina, nonostante i segni d'insofferenza dimostrata riguardo a certi aspetti della politica degli Usa sul piano globale e locale, perseguendo un proprio obiettivo strategico, economico e politico, sembra per il momento in una posizione d'attesa, con qualche comprensione, qua e la, del progetto americano. Ma la partita fra Cina e Stati Uniti è solo all'inizio, ancora tutta da giocare.
L'India, il secondo colosso asiatico sembra tutt'ora guardare con una certa indifferenza all'esterno. La "più grande democrazia", come diceva Indira Gandhi, erede della tradizione di tolleranza e dialogo della quale il Mahatma Mohandas Gandhi era una splendida espressione, in realtà è una democrazia non basata su una convenzione sociale bensì sugli equilibri etnico - confessionali, dove quasi tutti basandosi sul principio dell'amore universale e della non-violenza-ahysma- per non recare danno all'altro si tollerano a sufficienza, accettando le elezioni e rispettandole.
Viste le tradizioni culturali e questa particolare democrazia d'obbligo e avendo di fronte l'asse cino-pakistano, l'India avrebbe i presupposti necessari per poter contribuire ad un progetto globale alternativo.
In America Latina e in Africa la situazione è più o meno sempre la stessa: due continenti dissanguati -in particolar modo dopo la globalizzazione- dove si svolgono drammi umanitari come quello di Darfur o grandi crisi come l'Argentina. Né il prestigio di Nelson Mandela, né la buona volontà di Lula sembrano sufficienti per poter cambiare la rotta di drammatiche realtà di lunga data, di poteri tirannici di stampo militar- tribal-economico e della pesantissima eredità coloniale che continuano a essere dominanti, nonostante alcuni momenti di democrazia che arrivano solitamente a seguito delle grandi crisi. E' dunque una situazione globale poco incoraggiante che necessiterebbe una gestione illuminata per poter promuovere un sviluppo sostenibile, garantire la sicurezza e provvedere a creare le condizioni necessarie per una stabilità minima negli equilibri internazionali.
Ma se guardiamo, dopo l'elezione di Bush, alle intenzioni di quell'America che è la massima potenza mondiale -con una penetrazione e un dominio su tutto il globo mai visto prima- non vediamo per niente l'attenzione per una gestione multilaterale o unilaterale ma illuminata. Quella che sarà la natura e la condotta durante il secondo mandato del presidente Bush si vede già nelle sostituzioni che avvengono nello staff presidenziale. Il mastino e ideologo repubblicano di " The land of (dis) opportunity", Dick Cheney ha parlato di Consequenzial Presidency .
Si comprende che ci sarà una continuità -adeguata alle circostanze- nella politica unilaterale, nella mancanza di rispetto per l'ONU e per le leggi internazionali,nel non riconoscimento o nella mancata ratifica dei trattati internazionali e probabilmente vedremo ulteriori interventi armati,…. Quel che angoscia e colpisce di più è un' America che intende soltanto conservare a qualsiasi costo il proprio tenore di vita con o contro o senza il resto dell'umanità.
Il linguaggio neo-orwelliano di quest'America è basato sulla forza e sulla volontà di imporre a tutti il "diritto" di poter continuare a consumare le risorse globali senza rendere conto a nessuno, anche costruendo una nuova fattoria globale di democrazia formale, dove tutti sono uguali davanti alla legge ma alcuni -pochissimi- molto di più. Queste intenzioni provocano tali tensioni da poter provocare conflitti interminabili e devastanti all'interno della civiltà umana determinando l'insicurezza generale, fattori che messi insieme allo sfruttamento diseguale delle risorse e alla mancanza di rispetto per l'ambiente possono portare direttamente al collasso.
La risposta a questo rischio e un progetto per dare un minimo di equilibrio e sicurezza al presente e prospettare una speranza per le generazioni future può partire soltanto dall'Europa unita -soprattutto dalle opinioni pubbliche. Ciò non per ragioni di carattere ideologico ma ideale e in considerazione del peso economico e di ragioni storiche e culturali. Oramai si sa, anche se non si dice - almeno su un piano ufficiale- che le visioni e gli interessi dell'Europa e quelli di questa preoccupante America divergono. La partita geo - politica si sta giocando in Medio Oriente.
Se gli Usa hanno intrapreso la devastante campagna irakena, il trio europeo è riuscito ad arrivare a un accordo con l'Iran -molto più importante dell'Irak- sulla questione nucleare e ottenere attraverso il dialogo un importante successo politico- diplomatico. Partendo proprio dal Medio oriente, dove in ogni parte sono presenti le intellighenzie formate in Europa -quasi sempre all'opposizione o perseguitate- attraverso la cooperazione a diversi livelli, l'Europa dovrebbe promuovere la indispensabile democrazia attraversala moral suasion .
Nel subcontinente indiano, l'India è una alleata naturale. La Cina e la Russia vogliono stare con il vincitore e ovviamente un' Europa prima potenza economica del globo, già arrivata alle loro porte attraverso le alleanze nel Medio oriente, potrebbe avere una forte attrazione. Al progetto europeo basato sulla cooperazione e lo sviluppo sostenibile l'America latina e l'Africa hanno tutto l'interesse ad aderire in pieno.
Questa Europa potrebbe essere precursore di una grande civiltà umana illuminata, con forte capacità di attrazione su quell'America veramente democratica che oggi cerca in tutti i modi di resistere a Bush e al suo progetto. E' un sogno forse, ma i presupposti umani e culturali e soprattutto psicologici, ci sarebbero. Purtroppo però quest'Europa-che c'è e non c'è- tarda a decollare come un global player politico.
La politica europea attuata finora e definibile come "wait and see", basata su una calma attiva che a tratti e con molto coraggio ha contrastato lo strapotere americano potrebbe essere non solo insufficiente ma fatale per tutta la civiltà umana .
www.megachip.info/
Lasceranno al centrosinistra un buco di 15miliardi di euro
Berlusconi si gioca l’Italia, ma neanche l’amico Barroso gli dà una mano
Se Silvio Berlusconi al grido di «muoia Sansone con tutti i filistei» decidesse di andare alle elezioni anticipate in nome del suo personalissimo credo fiscale, il buco di bilancio che dovrebbe affrontare il nuovo governo ad aprile prossimo si aggirerebbe – solo per il 2005 – intorno a 30.000 miliardi di vecchie lire, pari cioè a 15 miliardi di euro. Centesimo più, centesimo meno.
Mentre ieri il premier – incurante dell’incertezza delle coperture finanziarie per una riforma fiscale annunciata, voluta, imposta a dispetto di tutto e di tutti – accarezzava l’idea di un annuncio a reti unificate in diretta televisiva del taglio delle tasse, i suoi fedelissimi tornavano a riunirsi, ad inseguire i loro stessi alleati di governo nei vari vertici al fine di trovare uno straccio d’accordo sulla riduzione delle tasse. A fine giornata mentre l’Udc, unico partito pro-Europa, continuava a chiedere il dettaglio delle coperture e i leghisti minacciavano i tecnici (Siniscalco?) di non mettersi di traverso, un raggiante La Russa annunciava l’intesa per una riduzione delle imposte per 9,7 miliardi di euro nel 2005, che salgono a 12,3 nel 2006 per scendere a 12,1 miliari nel 2007. Sulle coperture è ancora notte fonda, nonostante la smentita di un congelamento del contratto per il pubblico impiego e l’ipotesi di ricavare un miliardo dai risparmi generati dal superbonus introdotto con la riforma delle pensioni, due dallo slittamento dei versamenti del condono edilizio, un miliardo dalla razionalizzazione degli acquisti di beni e servizi, 500 milioni grazie all’aumento delle tasse di concessioni governative e 300 milioni da minori trasferimenti correnti a Poste e Ferrovie. Secondo il centrosinistra, finora il governo con la Finanziaria 2005 ha inasprito la pressione fiscale a cominciare dalla manutenzione della base imponibile.
Ma non è tutto. Se per Roberto Pinza della Margherita la copertura della Finanziaria è incerta, così come il tagliaspese e l’emendamento fiscale, l’ex ministro Visco denuncia come il governo abbia riportato la spesa corrente primaria ai livelli di dieci anni fa.
In aiuto del premier non arriva neanche il presidente della Commissione europea Barroso che, dopo la richiesta avanzata da Silvio Berlusconi con una lettera al presidente di turno dell’Ue, frena sulla revisione del patto di stabilità perché una modifica fondamentale «non contribuirebbe alla sua credibilità». E se le imprese continuano a premere per una riduzione dell’Irap, il presidente della repubblica Ciampi ha insistito sulla necessità di rafforzare la presenza italiana all’estero anche alla luce della perduta competitività rispetto agli altri paesi Ue.
www.europaquotidiano.it
La festa della democrazia
Parla da Kiev una responsabile del Porà, protagonista delle proteste di questi giorni
“Sappiamo che la vittoria è vicina. Siamo pieni di fiducia, entusiasmo e orgoglio. Il nostro paese non ha mai vissuto nulla del genere. Il popolo, tutto il popolo, è unito e solidale. Nessuno riuscirà ormai a fermare il nostro desiderio di cambiamento, di democrazia e di libertà”.
Il rumore della folla che urla solgan in sottofondo rende difficile la conversazione.
A parlare, al cellulare dalla Piazza Indipendenza di Kiev è Irina Chupryna, 25 anni, neolaureata in Lettere e Filosofia, una delle responsabili del movimento giovanile d’opposizione Porà (E’ora), tra i principali attori delle grandi proteste popolari che contestano il risultato delle elezioni presidenziali di domenica. Elezioni ufficialmente vinte dal candidato governativo Viktor Yanukovych, ma denunciate come irregolari e fraudolente da tutti gli osservatori internazionali e dai governi di mezzo mondo. Solo il presidente Vladimir Putin, protettore politico del regime ucraino di Leonid Kuchma e del suo ‘delfino’ Yanukovych, ha finora riconosciuto la sua vittoria.
“Milioni di ucraini di tutte le età sono scesi nelle piazze del paese per rivendicare la vittoria di Viktor Yushchenko (il candidato dell’opposizione democratico-liberale e filo-occidentale, ndr), rubataci dal regime con ogni sorta di imbrogli. Qui a Kiev siamo trecentomila persone: abbiamo circondato il parlamento e ora stiamo per ripartire alla volta del palazzo presidenziale. Molti di noi hanno passato la notte nelle trecento tende che Porà e altre associazioni hanno montato domenica sera qui in Piazza Indipendenza e in Viale Kreschatik. E’ stata una notte magnifica: è difficile descrivere a parole il clima di entusiasmo collettivo che c’era. Dopo la chiusura degli uffici, tantissime persone si sono unite a noi. Chi, per età o per salute, non se la sentiva di passare la notte in piazza, ci ha portato coperte, bevande calde e pentoloni di roba da mangiare. Non è mancata neanche la musica; abbiamo cantato e ballato, ma soprattutto abbiamo discusso, per tutta la notte, in decine di riunioni improvvisate”.
Non avevate e non avete paura di una repressione poliziesca? Le forze di sicurezza ucraine avevano annunciato di essere pronte a reprimere “prontamente e con fermezza” qualsiasi azione contraria alla legge, compresi blocchi del traffico nelle piazze e nelle vie.
“Domenica sera i leader dell’opposizione ci avevano detto che si correva il rischio che all’alba la polizia venisse e sgomberare l’accampamento e quindi di stare attenti. Abbiamo organizzato dei turni di guardia, ma non sono serviti: non è successo nulla. La polizia non si è quasi vista. Anche davanti al parlamento c’era solo il cordone di sicurezza che c’è sempre durante l’anno. Non sappiamo come andrà al palazzo presidenziale, ma siamo fiduciosi che non ci saranno incidenti, perché noi non faremo provocazioni e soprattutto perché lo stesso Consiglio comunale di Kiev, che sostiene l’opposizione, ha detto che le nostre manifestazioni sono legittime e non verranno represse. E lo stesso vale per tutte le altre città del paese, da L’viv (Leopoli, ndr) a Ternopil, da Vinnytsia a Ivano-Frankivsk, dove centinaia di migliaia di persone sono scese in piazza con l’appoggio dei Consigli comunali, tutti schieratisi con l’opposizione contro la truffa elettorale del regime. A L’viv, roccaforte dei sostenitori di Yushchenko, perfino la polizia aveva al braccio il nastro arancione, simbolo dell’opposizione.
Non è fantastico?”.
L’Osce e l’Unione europea hanno bocciato senza riserve il voto di domenica e tutti gli osservatori internazionali sono concordi nel dire che le frodi che lo hanno caratterizzato sono state gravissime, sistematiche e orchestrate dalle autorità governative. Quali notizie avete voi di questi brogli?
“Vi racconto solo questo: i nostri militanti nelle città industriali dell’est, roccaforte del governo dove il candidato governativo avrebbe preso oltre il 90 per cento dei voti, ci hanno riferito di aver visto con i loro occhi autobus scortati dalla polizia che portavano gruppi di elettori in giro da un seggio all’altro per votare più volte, ovviamente sempre per Yanukovych. Questo è stato reso possibile dal fatto che si poteva votare in un seggio anche se si era residenti altrove, e così molti hanno votato due volte, se non di più. Il voto multiplo è stato il sistema più efficace.
Poi, ai seggi, ci sono state intimidazioni, aggressioni e tante altre irregolarità, soprattutto nello scrutinio. Per esempio, tutte le schede bianche o invalidate per protesta sono state conteggiate per Yanukovych: non è una cosa da poco, dato che secondo gli exit-poll si trattava di circa il 7 per cento dei voti”.
Cosa chiedete? Fino a che punto siete disposti a continuare la lotta?
“Pretendiamo solo che si accetti la realtà, cioè che Yushchenko ha vinto le elezioni con il 54 per cento dei voti, contro il 43 per cento di Yanukovych, e che dunque lui è il nuovo presidente dell’Ucraina. Vogliamo che l’attuale presidente Leonid Kuchma, il suo candidato attualmente primo ministro Yanukovych e l’intera Commissione elettorale centrale si dimettano e accettino di rispondere alla giustizia per aver organizzato questa colossale frode elettorale.
Siamo sicuri che vinceremo questa sfida, perché ormai il popolo ucraino ha capito di avere il potere di decidere del suo destino, ha capito che ribellarsi è giusto e soprattutto possibile. Ormai, al punto in cui siamo arrivati, non si può più tornare indietro: nessun governo imposto con l’inganno sarà capace di tenere a bada una popolazione che ha preso tanta consapevolezza dei propri diritti.
Lotteremo con metodi pacifici fino alla fine, fino alla vittoria.
Noi di Porà, assieme ad altre organizzazioni giovanili come Chysta Ukraina (Ucraina Pura) e Studentska Khvylia (Onda Studentesca), d’accordo con il partito d’opposizione, abbiamo deciso di rimanere in piazza a oltranza con le tende e le manifestazioni, e abbiamo proclamato uno sciopero generale in tutte le università del paese, cui hanno aderito già una trentina di atenei.
Ieri la signora Yuliya Tymoshenko, braccio destro di Yushchenko, ha detto che se il parlamento non accetterà di risolvere pacificamente la questione, l’opposizione non avrà altra scelta che occupare i palazzi governativi, le strade e gli aeroporti. Insomma ha parlato di una vera e propria rivoluzione!
Io personalmente mi sono un po’ spaventata a sentire queste parole, ma poi tutti hanno detto che non si arriverà mai a questo. Lo spero: nessuno di noi vuole una soluzione di forza”.
Cosa ne pensi delle accuse mosse contro voi di Porà, e contro l’opposizione ucraina in generale, da parte dei parlamentari nazionalisti russi e dagli stessi vostri governanti, secondo i quali voi e le vostre proteste sono sostenute dall’Occidente, e soprattutto dagli Stati Uniti, in particolare dal multimiliardario George Soros?
“La Russia, che non vuole perdere il controllo dell’Ucraina e che quindi non vuole la fine del regime di Kuchma-Yanukovych, ha sempre accusato noi e tutte le altre forze dell’opposizione democratica, ed effettivamente filo-occidentali, di essere sostenute dai servizi segreti occidentali, che organizzerebbero il nostro movimento e le nostre azioni di protesta. Questo non è assolutamente vero: è tutta propaganda vecchio stile. E’ vero invece che ci sono circa trecento organizzazioni non governative ucraine che hanno fornito finanziamenti e strutture a noi di Porà e ad altri movimenti dell’opposizione democratica. A tal scopo queste associazioni si sono coalizzate in una federazione di ong che si chiama Freedom of Choice (Libertà di scelta): tra i nostri partner ci sono altre ong occidentali legate alla Fondazione Soros, come l’americana Freedom House, ma questo non vuol dire che lui ci finanzi con i suoi soldi. Da lui, o meglio dai movimenti democratici di altri paesi che lui ha sostenuto, abbiamo avuto solo un sostegno di tipo ideologico e politico. Per esempio, alcuni militanti del movimento serbo di Otpor (Resistenza) sono venuti qui in Ucraina per partecipare a seminari sulla democrazia e la resistenza non violenta. E la notte scorsa, in Piazza Indipendenza, c’erano anche delegazioni di Otpor, del movimento georgiano Kmara (Basta) e soprattutto dei movimenti democratici bielorussi Zubr e Fronte giovanile (v. articolo: “Organizzasi rivoluzioni”). Ma sono venuti alla luce del sole, con le bandiere dei loro movimenti e dei loro paesi, in cui le lotte democratiche hanno già trionfato, come in Serbia e in Georgia, o stanno appena iniziando, come in Bielorussia. Io sono sicura che l’Ucraina sarà capace di liberarsi pacificamente dalla dittatura, come altre esperienze hanno insegnato, e che gli ucraini sono all’altezza dell’importante pagina di storia che stanno vivendo, anzi, che stanno scrivendo”.
Enrico Piovesana www.peacereporter.ne
Gli italiani non spendono più
di Laura Matteucci
Su base annua, le vendite al dettaglio registrano meno 2%, e le famiglie frenano soprattutto sugli alimentari (meno 2,1%, meno 1,9% invece i prodotti non alimentari). Rispetto ad agosto, la flessione è pari allo 0,2%. Non bastasse, l’indicatore Isae registra nel mese di novembre un netto calo della fiducia dei consumatori, il che lascia presagire un andamento negativo anche per i prossimi mesi.
Il calo di settembre arriva dopo una serie di record al ribasso inanellati uno dietro l’altro per tre mesi consecutivi (meno 0,3% annuo a luglio, meno 1,9% ad agosto). Eccezion fatta per l’interruzione positiva di giugno, anche il risultato di maggio era stato negativo, anzi il peggiore degli ultimi otto anni (meno 3,2% sul 2002).Vendite al palo per l’intero sistema distributivo, ma per i piccoli commercianti il crollo è doppio rispetto alla grande distribuzione (rispettivamente, meno 2,6% e meno 1,3%).
Allarme da parte di Confcommercio e Confesercenti, mentre i sindacati sottolineano le difficoltà degli italiani, lavoratori dipendenti e pensionati soprattutto. «Si conferma il calo dei consumi che dà il segno della stagnazione della domanda del Paese», dice il leader della Cgil, Guglielmo Epifani. Accuse al governo da parte di Raffaele Bonanni, segretario confederale Cisl, che negli ultimi dati legge la débacle dell’esecutivo, colpevole di non aver fatto nulla in questi anni per il contenimento dei prezzi e per il sostegno dei consumi.
Tutti segnali - sia sui consumi sia sulla fiducia dei consumatori - che dimostrano l’impoverimento delle classi più deboli, quelle che da un eventuale taglio delle tasse trarrebbero ben poco, è la chiave di lettura dei sindacati. Per il rilancio, serve invece «una nuova politica contrattuale che distribuisca gli aumenti di produttività ai lavoratori». Invece: «Il governo ha lasciato il mercato a se stesso, non controlla i prezzi, non combatte l’evasione - continua Bonanni - Il taglio delle tasse è una misura che il premier pensa per i ricchi, mentre il calo dei consumi è la dimostrazione di un disagio popolare ormai diffuso. Siamo in una fase d recessione strisciante. Il governo deve riflettere, se la gente non compra più nemmeno i beni di prima necessità è una debacle di tutta la politica economica del governo». Per la Confcommercio, si tratta di dati «che confermano come la domanda delle famiglie attraversi un momento di grande difficoltà, che non riesce ad essere attenuato neanche dalle politiche di contenimento dei prezzi che il settore della distribuzione sta attuando».
Oltretutto, i dati depurati dalla componente relativa ai prezzi denunciano rispetto a settembre 2003 una ancor più grave riduzione delle quantità vendute: del 2,9%, con punte del 3,3% per gli alimentari. Morale: «Diventano sempre più urgenti misure che ridiano capacità di spesa alle famiglie, rivitalizzando la domanda e di conseguenza le dinamiche produttive del Paese», dice Confcommercio.
Alle prese con il peso del caro-vita, gli italiani hanno concentrato la propria spesa in ipermercati (più 2,3%), grandi magazzini (più 1,6%) e hard-discount (più 0,1%), abbandonando invece i supermercati (meno 2,5%) e, come si è visto, i piccoli negozi. Dovendo tirare la cinghia, le rinunce si sono concentrate sull’abbigliamento (meno 3,7%), giocattoli e attrezzatura sportiva (meno 2,8%), libri e giornali (meno 2,9%), e sulle calzature (meno 2,6%).
Per i prossimi mesi, difficile sperare in un’inversione di tendenza. Anzi. L’ultima indagine Isae segnala a novembre la prima battuta d’arresto per il modesto recupero nel morale dei consumatori iniziato a tarda primavera. Le prospettive dell’economia italiana sono evidentemente ancora più fosche.
Come dire: se nei mesi estivi la fiducia dei consumatori era risalita, pur di poco, ma i consumi sono comunque crollati, come segnala l’Istat, non c’è da attendersi di meglio adesso che la fiducia è nuovamente in calo. Conferme in questo senso arrivano anche da una ricerca Ac Nielsen: i consumatori italiani si rivelano di gran lunga più pessimisti della media europea sulla percezione dell’andamento dell’economia nazionale negli ultimi sei mesi, e secondi soltanto agli olandesi quanto a stime sull’andamento dell’economia nei prossimi dodici.
unita.it
La diplomazia nel Darfur: avanti con gli appalti
di Pratap Chatterjee da CorpWatch
In Africa, la trovata di chiamare ogni contratto con aziende appaltatrici missioni di pace, di limitarlo ad alcuni milioni di dollari, di assumere ex-dipendenti della CIA e personale delle Forze Speciali, permette all'amministrazione statunitense di trarre numerosi vantaggi dagli appalti. Se la missione di pace in Darfur ha successo, il governo può attribuirsene il merito, mentre se qualcosa dovesse andare male, come accaduto in Bosnia, può sempre dare la colpa ai committenti...
Soldati ruandesi e nigeriani arriveranno nel Sudan occidentale questa settimana e sarà il primo dispiegamento di forze di pace composto di un totale di 4.500 soldati rappresentati da cinque nazioni e inviati dai quartieri generali dell’Unione Africana di Addis Abeba a sedare i moti di violenza scoppiati a Darfur. Il supporto logistico della missione sarà fornito da due imprese private californiane, tutte e due con varia esperienza nella gestione di situazioni simili.
È risaputo che in Iraq e in Afghanistan l’esercito americano appalta a privati, come la Halliburton, la gestione di missioni militari ma in Sudan gli appalti non sono gestiti dall’esercito bensì dal Dipartimento di Stato Americano, un ente governativo non militare paragonabile a quello che è, nella maggior parte dei paesi, il Ministero degli Esteri.
Il tenente-colonnello Michael Bittrick, vicedirettore del Dipartimento di Stato americano per gli affari regionali e la sicurezza dell’Africa, si è recato a Addis Abeba due mesi fa per ratificare un accordo per il sostegno delle truppe dell’Unione Africana e e per il rifornimento di alloggi, attrezzature da ufficio, mezzi di trasporto e di comunicazione. A tutto ciò si provvederà con un co-appalto di 20,6 milioni di dollari a due aziende, l Dyncorp Corporation e L Pacific Architects & Engineers (PAE), che si sono impegnate a rendere disponibile il necessario in abbondante quantità e tempi ristretti.
Le due aziende hanno già iniziato ad assumere nuovo personale da mandare nella regione africana. Cercano, tra gli altri, un ufficiale dell’esercito in pensione dotato di iniziativa e ferrato in logistica per uno stipendio di 85.000 dollari all’anno e un responsabile della sicurezza in grado di gestire da 40 a 60 dipendenti al giorno per 53.750 dollari all’anno.
Il Dipartimento di Stato ha affidato l’incarico alla DynCorp (nonostante la scorsa settimana abbia dovuto ufficialmente riprenderla riguardo l’atteggiamento violento di alcuni dipendenti che avevano montato la guardia per il capo afghano Hamid Katzai) e nonostante l’esperienza precedente con PAE, che nell’appalto per la Repubblica Democratica del Congo pare abbia presentato conti troppo salati all’ONU.
L’appalto in Sudan è organizzato in base all’incarico quinquennale stabilito il 27 maggio 2003 dal Dipartimento di Stato. Il contratto a tempo indefinito permette al Dipartimento di utilizzare l’opera delle due aziende appaltatrici su tutto il territorio africano. Secondo Ed Muller, direttore dei programmi internazionali responsabile della divisione acquisizioni del Dipartimento di Stato, l’appalto è in tutto uguale a quello di cui il Pentagono si serve per usufruire dei servizi della Halliburton in tutto il mondo, dall’Afghanistan all’Iraq.
“L’unica differenza rispetto agli appalti del Pentagono riguarda la portata minore di questo”, ha dichiarato lo stesso Muller a CorpWatch. L’appalto è stato usato per acquistare servizi per il valore di 67 milioni di dollari forniti dalle due impresi in Burundi, Sudan e Liberia durante lo scorso anno; ognuna aveva un tetto massimo di 100 milioni di dollari. Muller ha, inoltre, aggiunto che questi sono contratti d’appalto “cost-plus”: prevedono il rimborso di tutte le spese alle aziende appaltatrici, che possono addebitare fino a un margine di utile tra il 5 e l’8 per cento.
Né Andy Mitchels, direttore dei programmi di tutela della pace della Dyncorp, né Stacy Rabin, direttore sudanese dei programmi di PAE, si sono resi disponibili per commentare il ruolo presente o futuro delle rispettive aziende in Sudan. Rabin ha dichiarato che il loro contratto prevede una clausola che impedisce di comunicare con i media.
Secondo i funzionari del Dipartimento di Stato, la PAE assumerà il ruolo principale nella missione a Darfur e l’azienda avrebbe già iniziato la costruzione di alloggi per le truppe che, se tutto va bene, arriveranno questa settimana (lo spiegamento delle forze militari è infatti già stato rimandato almeno una volta per la carenza di alloggi).
“Le aziende private nel breve termine lavorano più velocemente e produttivamente della burocrazia governativa”, sostiene Dharles Snyder, direttore dei programmi per il Sudan per conto del Dipartimento di Stato, che nei primi anni novanta, è stato alto funzionario del National Intelligence per l’Africa nel Central Intelligence Agency . Egli ha dichiaratoa CorpWatch che "dipende da situazione a situazione se riescono a mantenere il livello di qualità nel lungo termine".
La PAE fornisce anche il personale per il cosiddetto Civilian Protection Monitoring Team (CMPT), che si occupa del rispetto dei diritti umani in Sudan e ha un appalto con il Dipartimento di Stato. A capo del CMPT è il generale di brigata in pensione Frank Toney, ex-comandante delle forze speciali dell’Esercito degli Stati Uniti che ha organizzato missioni segrete in Iraq a Kuwait durante la prima Guerra del Golfo. Suo compito è quello di investigare sulle proteste inoltrate dalle comunità riguardo le violazioni dei diritti umani e, infine, di fornire un’analisi indipendente sui casi presi in considerazione.
Georgette Gagnon, vicedirettore della divisione africana di Human Rights Watch è appena rientrata da un viaggio di un mese a Darfur e, in base alla sua esperienza di monitoraggio sugli abusi dei diritti umani compiuti da appaltatori privati in Bosnia, trova allarmante l'impiego di imprese private.
Dichiara: “ Non c’è trasparenza su questi appalti: non sappiamo come selezionino il personale né come lo preparino per le mansioni da compiere”. A differenza di quanto avviene con gli enti governativi, alle aziende private non è richiesto di rendere noto che cosa facciano effettivamente, in base al principio di riservatezza di molti incarichi”.
Appaltatori militari per la pace
La DynCorp sta già lavorando in Sudan, con il medesimo appalto del Dipartimento di Stato, ai lunghi negoziati di pace definiti “Nord-Sud” che mettere fine alla guerra civile durata ventuno anni tra il governo del paese e il Movimento di Liberazione del Popolo Sudanese, il gruppo di ribelli che ha sede nella parte meridionale del Sudan. L’azienda fornisce il personale a Washington, che organizza l’alloggio e il trasporto dei delegati che si incontrano a Nairobi, in Kenia.
“Perché stiamo usando aziende private per fare negoziati di pace in Sudan? La risposta è semplice”, dichiara un personaggio di rilievo del governo statunitense che si occupa della situazione in Sudan e chepreferisce rimanere anonimato, “la legge degli Stati Uniti non ci permette di finanziare un partito o un programma politico quindi, avvalendoci di appaltatori privati, possiamo aggirare l’ostacolo. È una soluzione a metà strada tra un piano segreto della CIA e uno apertamente gestito dal United States Agency for International Development [ente governativo americano per lo sviluppo internazionale]. Un modo per evitare la supervisione del Congresso”.
La DynCorp, dall’Afghanistan ai confini del Messico, ha decine e decine di questi piccoli appalti nel mondo, molti dei quali le hanno procurato seri guai. Il fatto più recente riguarda il ministro della difesa francese Michel Alliot-Marie e la sua visita al presidente afghano Hamid Karzai a Kabul. Secondo il ministro, infatti, le guardie del corpo di Karzai offrono veramente una pessima imagine di sé con i modi aggressivi con cui trattano gli ospiti. Il Washington Post ha in più un’occasione riportato la notizia secondo cui persino gli addetti alla sicurezza di Colin Powell erano furiosi per il trattamento ricevuto dalle guardie della DynCorp.
Il Dipartimento di Stato, la scorsa settimana, ha redarguito la DynCorp per l’accaduto. Mike Dickerson, direttore delle comunicazioni della Computer Science Corporation, la società madre di DynCorp, si è rifiutato di commentare la reprimenda del Dipartimento di Stato ma ha fatto notare che il governo ha anche dichiarato che DynCorp sta fornendo servizi di elevata qualità in una situazione pericolosa e difficile come quella in Afghanistan.
Tuttavia, il ruolo della Dyn Corp in un altro appalto con il Dipartimento di Stato ha tutta l’aria di essere stato creato con l’intenzione di aggirare la legge degli Stati Uniti riguardo al Plan Colombia. Durante il conflitto in Colombia ha fornito più di 70 elicotteri Black Hawk e Huey e altri armamenti pesanti gestiti da ditte private che si occupavano di manutenzione e pilotaggio.
Impegnato ad evitare le “guerre segrete” condotte dal Pentagono in Laos e Cambogia negli anni ’60, il Congresso ha limitato il numero di americani operativi in Cambogia: non ci possono essere mai più di 400 americani in uniforme e 400 appaltatori privati civili. La legge degli Stati Uniti richiede anche una notifica da parte del Congresso prima che il governo possa approvare l’esportazione di servizi militari per un costo di 50 o più milioni di dollari.
La trovata di limitare ogni singolo contratto ad alcuni milioni di dollari, di chiamarle missioni di pace, di assumere ex-dipendenti della CIA e personale delle Forze Speciali e farli lavorare per ditte appaltatrici private – insieme ad americani con cittadinanza estera, che non vengono contati nel limite stabilito di 400 – permette di aggirare l’obbligo di notifica al Congresso, che in tal modo non può facilmente sovrintendere agli appalti.
Gagnon fa notare che alla fine degli anni ’90 alcuni contraenti della DynCorp in Bosnia, mentre portavano avanti una missione di pace, gestivano anche un traffico di minorenni a sfondo sessuale, e aggiunge: “molti dei contraenti privati non conoscevano minimamente la cultura locale, né sapevano niente del paese, il che ci spinge a domandarci quanto utile possa essere il loro intervento. La maggior parte erano comunque soltanto degli ex-poliziotti”.
Il passato africano della PAE
A parte il rischio di interventi non autorizzati organizzati dall’esecutivo senza il benestare del Congresso, c’è un motivo più prosaico che ci spinge a chiederci se la strada degli appalti con ditte private sia per gli Stati Uniti il modo migliore di condurre gli affari di politica estera. Oltre ai ben documentati abusi di Halliburton e di altri contraenti in Iraq, la PAE è in passato stata più volte accusata di far pagare troppo.
La PAE, che fornisce anche supporto nella gestione dei pozzi petroliferi a livello mondiale, è stata coinvolta in numerose missioni di pace in Africa, occupandosi, per esempio, del trasporto aereo e marino di personale e derrate di varia natura, della manutenzione delle attrezzature e della fornitura di alimenti, acqua e carburante per conto dell’ONU in Sierra Leone nel 2003 e in Congo nel 2001.
A causa dei costi elevati i revisori dei conti dell’ONU fecero delle indagini sull’opera prestata dall’impresa in Congo. Quando la PAE vinse l’appalto per sostenere l’ONU con la missione di pace in Congo (di recente ampliata), le fu dato l’incarico di rimpiazzare gli specialisti dell’aviazione sudafricana. Invece, i manager PAE arrivarono in Congo e si limitarono ad assumere gli stessi pompieri e addetti ai carichi con contratti in dollari più vantaggiosi per loro ma più costosi per l’ONU.
Le accuse di favoritismo nella vincita dell’appalto furono inizialmente messe a tacere ma quando il totale del costo della missione eccedette i 75 milioni di dollari (nonostante il tetto fosse di 34,2 milioni) venne avviata un’inchiesta. I revisori dei conti dell’ONU studiarono il contratto d’appalto e presentarono un’analisi all’Assemblea Generale in cui criticavano la decisione di rifiutare un’altra offerta più bassa. La PAE aveva infatti vinto l’appalto visto che la Crown Agents, l’impresa che si era offerta di portare avanti l’appalto per 12 milioni di dollari in meno, aveva presentato una documentazione incompleta. I revisori erano dell’opinione che la Crown Agents e la loro offerta più economica erano stati ingiustamente penalizzati e che le informazioni che si riteneva non fossero state fornite (sull’equipaggiamento e la manutenzione di sette campi d’aviazione ) erano invece sempre state disponibili.
Barry Wright, il dirigente del gruppo PAE responsabile del settore dei servizi con il governo, ha dichiarato che il fatto non ha ormai importanza e che tutto è stato risolto molto tempo fa.
Peter Singer, ricercatore presso il Brookings Institution e autore di Corporate Warriors, non è dell’opinione che l’uso mirato e sotterraneo di imprese private sia il modo migliore per sostenere l’azione di pace: “Mi pare che stia prendendo piede un certo sistema d’azione per cui quando gli USA alla fine decidono di intervenire in difesa della pace, come in Liberia o adesso in Sudan, evitano sempre più un chiaro coinvolgimento politico con la scelta di non avvalersi dei mezzi [ufficiali] a disposizione del governo. Ci sono ovvie ragioni per questo ma se ne deve anche discuterne, analizzando i pro e i contro”.
In conclusione è chiaro che per l’attuale amministrazione statunitense i vantaggi degli appalti a imprese private superano gli svantaggi. Se la missione di pace a Darfur ha successo, il governo può attribuirsene il merito, mentre se qualcosa dovesse andare male, come accaduto in Bosnia, può sempre dare la colpa ai committenti.
Fonte: http://www.corpwatch.org/article.php?id=11598
Traduzione di Michela Pezzarini per Nuovi Mondi Media
L'illusionista: A lui gli occhi!
di nemesi
25 Nov 2004
La carriera di Silvio Berlusconi stupisce, a volte, tutte le persone dotate di buon senso. Nel nostro paese, che si gloria di possedere una popolazione dotata di astuzia sopra la media, resta inspiegabile come persone che a prima vista sembrerebbero dotate di tutti i sensi e di una intelligenza sufficiente a comprendere e sventare le imprese del premier, restino invece gabbate dall’astuto piazzista. La bagarre sulle tasse è sotto gli occhi di tutti. Con un paese sull’orlo del baratro, si permette al sire di Arcore di concentrare e limitare il dibattito intorno alla falsa questione della riduzione delle tasse. Falsa perché non praticabile, ma anche e soprattutto perché tale riduzione non recupererebbe i maggiori esborsi pretesi dai cittadini dalle altre amministrazioni, previamente spogliate dal Governo. E’ fin troppo chiaro che a Berlusconi la riduzione delle tasse, in quanto obbiettivo, non interessa per nulla.
Molto più interessato, invece, a polarizzarvi attorno l’attenzione di tutti, costringendoli a dichiararsi pro o contro un’azione assolutamente inutile e di nessun effetto. Con questa operazione Berlusconi si assicura diversi vantaggi strategici. Si propone, come consueto, vittima della mancata collaborazione degli alleati, si erge ancora a paladino della riduzione delle tasse costringendo gli avversari nella scomoda posizione di esosi gabellieri, e scarica parte dell’insuccesso sui compagni di avventura; trasforma persino una promessa mancata in un evento a lui favorevole, ma soprattutto paralizza gli altri attori della politica e attira tutta l’attenzione unicamente sulla legge di bilancio, oltretutto inaffidabile fin dai conti.
La cooptazione di Fini agli esteri, finalmente legato alla tolda della nave in difficoltà, la rinnovata cordialità con un Bossi ormai agli stracci, lo proteggono dal versante alleato, mentre pare disposto a giocare il tutto per tutto nell’ennesimo azzardo. Le manovre che stanno interessando tutto il versante dei media, e sono imponenti, segnalano come il liftato stia preparandosi alla pugna.
Il cambio delle direzioni Tg 5, il Corriere della Sera, il Secolo XIX e di diverse altre testate; l’apparire di programmi-manganello e giornali-civetta che bombardano gli ignari con propaganda malamente mascherata, il rinnovato impegno degli urlatori; le manovre normative, con il terrificante schema per l’abolizione delle par-condicio e l’introduzione della censura militare per le notizie provenienti dall’Iraq; tutti segnali inquietanti di come si stia schierando per la prossima campagna pubblicitaria, quella che una volta era la corsa elettorale.
Un azzardo da giocare ora che l’opposizione non pare ancora aver trovato il bandolo dell’azione politica, e prima che il castello di carte sul quale ha costruito il suo governo si avvii al crollo definitivo. Che tenti l’azzardo elettorale, o cerchi di arrivare così blindato fino alla fine della legislatura, Berlusconi può contare sulla complicità degli avversari.
Gli avversari, davvero improvvidi, lo assecondano, andando allo scontro lasciando nelle sue mani il controllo integrale dei media e la scrittura del copione. Particolare pena suscitano Bossi e Fini.
Il primo che ringrazia Berlusconi per avergli rifilato con la devolution l’ennesimo pacco, l’ennesima tela di Penelope come quella Bicamerale che incantò D’Alema; una specialità della casa, agli incauti aspiranti statisti resta il sogno di gloria che sfuma, e all’astuto la polpa del potere. Il secondo impedito dal proporsi come alternativa a Berlusconi e legato al suo destino.
Il centrosinistra non sembra dar peso alla cosa, e mentre manda i suoi rappresentanti a trasmissioni nelle quali gli strilloni della destra ripetono all’infinito le solite balle fondate su dati parziali, evita di uscire dall’ambito di discussione imposto dall’avversario; così ci ritroviamo spesso con un povero uomo abbandonato in mezzo ad un ring di aggressivi forzitalioti d’assalto, rinforzati a volte da qualche radicale neo-teo-con e altre bestie alla bisogna, ring nei quali gli slogan regolamentari vengono urlati ossessivamente di fronte agli spettatori che riescono a reggere lo spettacolo; così ci ritroviamo con apprezzamenti al premier, o cittadini che pretendono meno tasse in quasi tutti i programmi Tv, compresi quelli culinari.
La guerra, la situazione del Sud, il carovita, la mafia e i suoi tentacoli che arrivano dall’Ars siciliana alle stanze della politica, non sono argomenti; i fallimenti e le figuracce epocali di questo governo sembrano non essere mai esistiti.
Molto più interessante raccogliere i migranti della politica; i siciliani dell’Udeur, i fuorisciti di Forza Italia, quelli che non vogliono affondare con il capo, vengono accolti dai capaci ventri di Rutelli e di Mastella, che si arricchiscono in questo terribile mercato delle vacche contribuendo a perpetuare e conservare la perpetuità delle peggiori reti di potere al Sud, dichiarando di rinunciare preventivamente a qualsiasi ipotesi di riscatto morale sotto la guida ulivista.
Resta da vedere se questa impostazione riuscirà davvero a vincere le elezioni, conservando quei punti di vantaggio che gli sono assegnati dai sondaggi anche dopo qualche mese di lavaggio del cervello mediatico e ogni tipo di angheria legale. Mentre le aziende falliscono e il paese non gode di buona salute, ognuno cerca di lavorare per sé perdendo di vista il quadro generale e consentendo a Berlusconi di coltivare sogni di successo, o quantomeno l’assicurazione che il suo peso politico lo conserverà ancora in grado di difendere le sue proprietà ed i suoi interessi a costo di quelli di tutti gli altri.
Resta da risolvere la considerazione sul paese popolato da italiani astuti; se questi esistono non si trovano certo tra chi si oppone a Berlusconi, o si tratta della tanto discussa crisi della nostra classe dirigente, oppure lui è davvero un ipnotizzatore.
nemesi
redazione@reporterassociati.org
Il Palio del Polo
Massimo Marnetto
La posizione, guadagnare la posizione giusta per partire meglio: è questa la prima preoccupazione dei fantini senesi quando si preparano alla partenza del Palio. E dietro al "canapo" l'agitazione è massima, perché tutti sanno che basta essere mal messi, per compromettere in un attimo gli sforzi di una stagione.
Beh, è proprio quello che sta succedendo nel Polo. Per mettersi nel verso giusto nella prossima campagna elettorale, occorre arrivare alla fine del governo piazzati nelle migliori condizioni. Insomma, il "mossiere" minaccia ogni giorno di far cadere il governo e allora bisogna far presto: la contrada della volpe si apposta per abbassare le tasse, la giraffa ex dc ondeggia per favorire le famiglie, la lumaca sbava a favore degli statali, la puzzola sfiata contro Roma ladrona...
www.ulivoselvatico.org
novembre 24 2004
Sbancor kkk "Cronache dall'altro mondo"
Contro gli stupidi anche gli dei
> sono impotenti. Figuriamoci contro la forza organizzata della stupidità di
> massa.
La scena integrale l'ho trovata come al solito sul sito warporn ogrish.com
(Quello delle decapitazioni per intenderci)
Un marine entra insieme a dei compagni in una moschea a Falluja. A terra dei
corpi avvolti da stracci.
Il marine dice: "He is fucking breathing, He's not dead."
Colpo di fucile singolo
"Now is dead"
Riguardo la scena e mi convinco che Tarantino non avrebbe potuta filmarla
meglio e che James Ellroy non avvrebbe potuto aggiungere altro alla
sceneggiatura.
Altro filmato. Dei marines sul tetto di una casa. Spari dal piano di sotto.
Richiesta di resa. Risposta Allah Akbar!
Arriva un Abrhams e spiana la casa con una cannonata. Immagini di cadaveri in
mezzo alle macerie.
L'inferno di Falluja.
Cani affamati che sbranano cadaveri in decomposizione. Un classico della
guerra in città. Camere di tortura che sembrano uscite da un set di filmini
sadomaso tedeschi (i peggiori). Il volto di Margaret Hassan che piange. Gli
spruzzano acqua in faccia per farla riprendere. Pochi giorni dopo è motta, per
fortuna sembra uccisa da un pietoso colpo alla nuca.
Internet. C'è un sito ultra-israeliano che si chiama "Internet Haganah".
Riporta gli indirizzi dei vari siti islamici che a suo giudizio andrebbero
sottoposti a "cracking".
Vado su quello del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina. Trovo
la foto dell'ultimo martire. Un ragazzo di 16 anni che si è fatto saltare in
aria a Tel Aviv. Niente scritte coraniche. Un fucile e una kefiah rossa.
Solo questo lo distingue dalle altra centinaia di shadid "martriri" di Hamas e
della Jihad. Non è una gran consolazione.
Trovo pure il sito dell'Islamic Army of Irak: quelli che hanno assassinato
Baldoni. Smanetto un po su Internet preso da un attacco isterico per vedere
che quale "server" sta. Da "Whois" mi esce un indirizzo di Salt Lake City.
Utah.
Terra di Mormoni.
Ellroy ormai è definitivamente spiazzato.
Parlo con una mia amica libanese da parte di madre. mi chiede delle elezioni
in palestina e in irak. Ma da quando in qua le elezioni in paesi occupati
militarmente hanno senso? Cioè senza la sovranità che si vota a fare? Mi
risponde: è un voto simbolico, è importante. Domanda non ce la potremo cavare
con un sondaggio? Evidentemente no. La Democrazia ha le sue regole.
Flash back. Sto con Piero sull'aereo che ci riporta in Italia dall'Algeria.
Tanti anni fa. Il FIS aveva appena vinto le elezioni. Scappavamo. Chiedo a
Piero delucidazioni su questo suicidio della democrazia. Mi risponde sorpreso.
"Ma non ti ricordi Platone? diceva che la democrazia delle forme di governo
era la peggiore!"
In fondo -penso- Hitler fu regolarmente eletto. E se si fosse votato nel 1938
Mussolini avrebbe sicuramente vinto.
Ho proprio paura che dovrò fare un vuoto nella mia biblioteca: la sezione
dedicata a Bobbio e ai noveaux philosophes va integralmente venduta al
rigattiere.
La sostituirò con le opere comoplete di Dionigi l'Aeropagita, che come ricorda
Hugo Ball ha le iniziali che se ripetute due volte danno DADA
rekombinant.org
"Usa 2004": La grande frode
di John Andrew Manisco
Estate 2005-2006. Il presidente Bush junior è seduto alla scrivania nella stanza ovale, inchinato su un foglio che non vuole firmare, guarda suo padre in piedi e piagnucolando chiede «devo proprio firmare?». Il papà gli molla uno scappellotto alla testa ordinandogli: «Stai zitto e firma le tue dimissioni». Il Senato e la Camera riuniti in una seduta di emergenza e presieduta dal nuovo vicepresidente approva ufficialmente la revisione dei risultati di ambedue le Camere dando una lieve maggioranza ai democratici. Fantapolitica? Senza dubbio. Ma seguendo il montare di cause, riconteggi e studi prodotti nei sedici giorni dopo i risultati delle elezioni del 2 novembre 2004 diventa sempre più difficile negare che il popolo statunitense sia stato vittima di una massiccia frode elettorale che impallidisce di fronte al piccolo colpo di stato del 2000 in Florida.
Nelle elezioni del 2000 Bush jr. "vinse" la presidenza grazie all'intervento della Corte Suprema, a maggioranza repubblicana. La Corte bloccò il riconteggio delle schede perforate della Florida perché il governatore e fratello di George W., Jeb Bush, non aveva stabilito un metodo uniforme su come contare le schede per tutte le contee. Al momento del blocco, Bush Jr. era in vantaggio di 537 voti e così vinse la Florida e la Casa Bianca.
Nel 2002 l'amministrazione Bush "aggiustò" il disastro della Florida con la legge Help America Vote Act (Aiuta l'America a Votare) che rese la frode elettorale molto più facile in quanto imponeva agli Stati una ulteriore privatizzazione del processo elettorale e l'adozione di sistemi elettronici (come i computer tocca schermo) che non lasciano tracce cartacee.
Negli Stati Uniti quattro compagnie private contano più dell'80% dei voti. Tutte sono legate a doppio filo alla campagna elettorale di Bush. Il giorno del voto Dopo il fiasco del 2000, migliaia di osservatori volontari e non erano presenti ai seggi. Associazioni civili avevano pubblicizzato i numeri telefonici per registrare le proteste degli elettori che infatti hanno registrato una ondata di proteste e richieste di assistenza. Più di 34mila dalla sola Election Incident Reporting System.
Il numero più alto di denunce provenivano dagli Stati in bilico, ma anche dagli Stati blu (a maggioranza democratica). Per non parlare della strategica decisione di limitare il numero di macchine elettorali in contee molto popolose, con il conseguente effetto di file lunghissime.
Numerosi cittadini hanno raccontato come in alcuni Stati, dove si votava con un sistema che non prevedeva la registrazione cartacea, l'elettore votava Kerry ma il computer registrava un voto per Bush. Sei deputati hanno richiesto ufficialmente al Government Accountability Office, l'ente di vigilanza del Congresso, che venga aperta una indagine formale sulle macchine contavoto usate nelle elezioni del 2004 dopo essere venuti a conoscenza di macchine che aggiungevano voti inesistenti: 93.136 in una sola contea dell'Ohio. E proprio questa settimana in Ohio i funzionari elettorali hanno raccolto testimonianze giurate di elettori che denunciavano abusi.
I candidati dei Verdi e dei Libertarians sono riusciti a raccogliere 113.600 dollari per ottenere un riconteggio di tutti i voti dell'Ohio. Questo riconteggio dovrà tener conto delle 92.672 schede perforate "rovinate", molto frequenti nelle aree a maggioranza democratica. Mercoledì scorso il partito democratico dell'Ohio ha intentato una causa federale per imporre a Blackwell, il segretario di stato repubblicano, di usare un metodo uniforme in tutte le contee per contare le 155mila schede dei voti provvisori. Bush, secondo il risultato non ufficiale, ha vinto lo Stato con 132mila voti. Nel New Hampshire il candidato Ralph Nader è già riuscito ad ottenere il permesso di ricontare i voti in 11 contee che usavano macchine della Diebold.
Se si scopriranno problemi nelle macchine, tutte le contee dovranno fare lo stesso. Florida di nuovo nel mirino In Florida, l'eroica Bev Harris, che da anni denuncia i problemi legati alle urne (www.blackboxvoting.org) si è presentata la settimana scorsa nell'ufficio elettorale della contea di Volusia chiedendo di vedere i nastri originali di ogni macchina. E' suo diritto farlo. I nastri sono simili ai rotoli usati dai registratori di cassa per lo scontrino, vengono prodotti da un computer in ogni seggio e a fine giornata vengono controfirmati dai funzionari del seggio.
Poi il computer viene portato alla sede centraleper il conteggio totale. Accompagnata da una troupe televisiva e un avvocato della contea, l'arrivo della Harris ha gettato nel panico i funzionari repubblicani che gli hanno consegnato copie non firmate dei nastri. Alla richiesta della Harris di poter vedere quelli originali, i funzionari le hanno intimato di uscire. La Harris però non si è arresa e ha scoperto numerosi sacchi della spazzatura piene di nastri originali firmati dai supervisori.
Mettendo a confronto i dati ufficiali con quelli dei nastri, ha scoperto che Bush ha ricevuto centinaia di voti in più in tutti i seggi da lei controllate. L'avvocato della contea ha chiesto il sequestro e il sigillo immediato di tutto il materiale elettorale. L'organizzazione della Harris ha promosso la più grande richiesta di documenti nella storia degli Stati Uniti per esaminare i dati elettorali, nastri, memorie dei computer e la posta elettronica dei funzionari di ogni contea del Paese.
Exit poll e risultati ufficiali
Gli exit poll del 2 novembre, commissionati dalle maggiori reti televisive e agenzie di stampa, avevano previsto un vantaggio negli Stati chiave per Kerry e la sua vittoria su Bush. Man mano che arrivavano i risultati delle macchine computerizzate gli stessi exit poll venivano corretti. Inaudito. Ci sono le prove. La scienza della statistica, usata per scovare la contabilità fraudolenta di compagnie che usano programmi computerizzati falsati, è un'altro modo per scoprire un reato, ma non chi lo ha commesso.
Il 18 novembre l'autorevole Professore Michael Holt dell'Università di Berkley ha presentato alla stampa uno studio di un team di suoi ricercatori che rivela come in tre contee fortemente democratiche nel sud della Florida, Broward, Palm Beach e Miami Dade, Bush abbia ricevuto tra i 130mila e 260mila voti in più del previsto. «Possiamo essere al 99.9% certi che questi risultati non sono attribuibili al caso» ha dichiarato Holt chiedendo che le autorità indagassero subito.
Il 15 novembre uno studio del professore Dr. Steven Freeman dell'Università della Pennsylvania intitolato "L'inspiegata discrepanza degli exit poll" rivela come nei tre stati chiave della Florida, Ohio e Pennsylvania, tutte le correzioni tra gli exit poll e il voto finale erano a svantaggio del candidato democratico. Le probabilità che si sia verificata una tale discrepanza nei dati in tutti e tre Stati sono state calcolate di 250 milioni a uno.
Riuscirà Bush a bloccare tutte queste indagini?
John Andrew Manisco
redazione@reporterassociati.org
Appunti per un programma
Mizar Alcor
- Insomma Mizar!!! Come si fa a mettere in un programma che i politici devono astenersi dal dire stupidaggini, o quantomeno, dal rilasciare interviste su cose futili?
Perché sono così furiosa? Leggi l'articolo che parla di Rutelli su Repubblica, poi mi darai ragione.
L'economia è allo sfascio, il paese in declino (come dici sempre tu), lo Stato non riesce a tenere sotto controllo la criminalità organizzata, e Rutelli esprime il suo illuminato parere sul nome GAD, che dovrebbe trasformarsi in "L'Alleanza"! E perché non ci fanno su un seminario di studi?!
A me sembra che una colonna e mezzo di giornale su queste cose sia una vera e propria presa per i fondelli agli italiani e ai loro problemi.
Ma come si fa a tradurre tutto ciò in un programma???? Ma tu sei bravo…
Beh, Mizar, scusa lo sfogo.
- Cara Alcor ti sei alzata con il dente avvelenato! Questa è la domanda delle cento pistole!! E sempre alla mattina presto, eh?...snif! snif!
In ogni modo non mi voglio sottrarre e ti rispondo che io nel programma di governo metterei la riforma della legge elettorale.
Cosa c'entra?
C'entra,l c'entra! Se oltre ad abolire la residua quota proporzionale fossero introdotte per legge le “elezioni primarie” per la selezione dei candidati a tutte le cariche monocratiche il Ciccio Bello sarebbe costretto a competere con altri sei o sette candidati (come ha fatto Kerry) per partecipare alle elezioni nel suo collegio: te lo immagini? Quanto meno smetterebbe di rilasciare interviste idiote!
Ti saluto Alcor, devo smaltire una notte di baldorie su Cassiopea, mi rimetto a dormire......sssstttttt!!!!
- Poverino, che fatica!!!
ulivoselvatico.org
Prodi: Anche cambiando Maastricht il problema dell’indebitamento resta
Paolo Mastrolilli
24-11-2004 La Stampa
Sulla modifica dei Trattati un punto resta fermo: qualunque revisione si possa fare di Maastricht, purtroppo, non potrà non tenere conto dell’indebitamento dei Paesi membri.
Qualsiasi revisione si possa fare di Maastricht, non potrà non tenere conto dell'indebitamento dei Paesi membri». E' molto chiaro il messaggio di Romano Prodi, lanciato al telefono dalla sua casa di Bologna, proprio mentre il premier Berlusconi scriveva al presidente di turno della Ue per rinegoziare i parametri del trattato. Così come è chiaro il suo messaggio sulla politica estera: «La guerra in Iraq, secondo me, non si sarebbe mai dovuta fare. Ma il rapporto fra Stati Uniti ed Europa resta il cardine della stabilità internazionale, e ora la ricostruzione di Baghdad dovrà diventare lo strumento per ridurre le tensioni». L'ex presidente della Commissione Europea è appena tornato da un viaggio in America, dove all'inaugurazione della biblioteca di Bill Clinton a Little Rock ha incontrato il capo della Casa Bianca Bush, i vertici del Partito democratico, e molti leader riformisti che in passato si erano riconosciuti nel progetto della «Terza via». «Come vede - comincia il professore - sono stato di parola. Quando ci siamo visti a New York le avevo promesso che mi avrebbe trovato a casa, e qui sto, a studiare. Sono tornato in Italia, ma devo ancora rientrare nell'atmosfera politica del Paese».
Chi ha incontrato a Little Rock e cosa vi siete detti?
«Naturalmente ho visto Clinton, l'ex capo del suo staff Panetta, l'ex senatore Bradley, e i leader democratici. C'era anche il senatore Kerry, ma un po' in disparte, e ho salutato brevemente il presidente Bush. Poi sono venuti vari leader internazionali, come l'israeliano Peres. Abbiamo parlato dei grandi obiettivi del riformismo mondiale e dei prossimi appuntamenti del club di Madrid, che si è riunito solo due settimane fa, ma tornerà a farlo appena possibile».
I leader democratici che ha visto erano reduci dalla sconfitta nelle presidenziali del 2 novembre: come intendono rilanciare un partito che sta diventando minoranza in America?
«Direi che l'elaborazione del lutto non era ancora compiuta. Ci vuole tempo. Si riparte ricostruendo i rapporti, i temi centrali, e gli obiettivi».
E quali sono gli obiettivi di cui avete parlato?
«Trattandosi di un incontro fra leader di vari Paesi, hanno dominato i temi internazionali. In situazioni del genere non si possono approfondire questioni interne come la riforma della sanità o l'istruzione. Riguardo ai problemi mondiali, forse anche per la presenza di Peres, il discorso sul Medio Oriente ha quasi prevalso su quello relativo all'Iraq».
Cosa vi siete detti sul Medio Oriente?
«Le circostanze hanno creato un'occasione per far ripartire il processo di pace, che non possiamo lasciarci sfuggire. E non mi riferisco solo alla scomparsa di Arafat. Il presidente Bush è stato rieletto, e nel secondo mandato sarà più libero di muoversi. L'Autorità palestinese sta necessariamente cambiando, e anche in Israele sono in crescita le prospettive per un governo di coalizione, dopo le eventuali elezioni anticipate».
Peres è ottimista?
«Queste di cui ho parlato sono soprattutto le sue valutazioni. E Clinton, nel proprio intervento, ha sottolineato la necessità di sfruttare le nuove opportunità per la pace».
L'ex capo della Casa Bianca, in un'intervista data proprio a Little Rock, ha detto che "la guerra in Iraq è stata un errore, perché ha alienato gli Stati Uniti dal resto del mondo". Lei è d'accordo?
«L'ho già detto molte volte: quella guerra non sarebbe mai dovuta cominciare. Ma fortunatamente abbiamo reagito con saggezza, e i rapporti bilaterali tra l'Europa e gli Stati Uniti hanno continuato a produrre risultati, nonostante gli attriti sull'Iraq. Mi riferisco ai continui progressi nella lotta comune al terrorismo e nello sviluppo dei commerci».
Ieri il vertice di Sharm el-Sheik si è concluso con un accordo di massima sulla collaborazione per stabilizzare l'Iraq. Come si deve procedere adesso?
«Aldilà di Sharm el-Sheik e le sue difficoltà, la ricostruzione materiale dell'Iraq e il processo politico per andare alle elezioni devono diventare lo strumento per diminuire le divisioni tra Europa e Stati Uniti».
Si discute molto di queste divisioni e delle prospettive future per l'alleanza tra le due sponde dell'Atlantico. Lei cosa ne pensa?
«Questa alleanza resta il cardine della stabilità internazionale, un rapporto indispensabile sotto tutti i punti di vista. Secondo me, in realtà, il modo in cui abbiamo superato le differenze sull'Iraq dimostra proprio la saldezza a lungo termine dell'amicizia tra Europa e Stati Uniti».
A Roma, intanto, dominano la scena i tagli alle tasse, che il presidente del Consiglio Berlusconi ha posto come condizione per la sopravvivenza del governo.
«Ho già detto che se c'è davvero la possibilità di abbassare le imposte, bisogna ridurre quelle sul costo del lavoro, invece dell'aliquota massima dell'Irpef».
A proposito della polemica sulle coperture e sulle limitazioni stabilite da Bruxelles, Berlusconi ha scritto sul «Foglio» che "in Europa è fortissima la spinta a rivedere gli aspetti di vincolismo rigido del trattato di Maastricht". Quindi ha inviato una lettera al presidente di turno della Ue, Balkenende, per avviare il dibattito sulla rinegoziazione dei parametri. Lei cosa risponde?
«Sono stato bravo, perché ho visto il titolo della lettera di Berlusconi sul televideo, ma sono riuscito a non aprirla. In realtà abbiamo già fatto molto per rendere il trattato più saggio e flessibile. Ma un elemento resta fermo: qualunque revisione si possa fare di Maastricht, purtroppo, non potrà non tenere conto dell'indebitamento dei paesi membri».
All'interno della Grande alleanza democratica si discute delle prossime elezioni regionali. Verranno presentate liste unitarie ovunque?
«Qui entriamo nei temi di pura politica interna italiana, su cui non ho ancora avuto il tempo di concentrarmi».
Gli altri leader della coalizione di centrosinistra, però, sembrano aver accettato la sua proposta orginaria di chiamare la Gad "Alleanza" e la federazione "Ulivo". E' soddisfatto?
«E' un fatto positivo, ma mi fa un po’ ridere. Se avessero accolto subito il suggerimento di semplificare le cose, chiamando l'Alleanza Alleanza e l'Ulivo Ulivo, avremmo risolto tanti problemi. Comunque, alla fine, il fatto importante è che si arrivi ad una posizione unitaria».
I miei occhi hanno visto telegiornali...
Ho visto i telegiornali, sono informatissimo, so tutto quello che succede in Italia e nel mondo. Per esempio che hanno messo una pinna di plastica al delfino malato (Tg5). Oppure - caso davvero clamoroso, dove andremo a finire? - che a Mosca è arrivata la neve il 19 novembre (ancora Tg5). Poi si parla un po' di Wanna Marchi. Visto come sono informato?
La frequentazione assidua del telegiornale dei puffi di Italia Uno mi sta facendo diventare un esperto di glutei. Con il freddo che fa fuori se vuoi vedere una spiaggia assolata e un bel paio di tette, c'è il servizio sul calendario del giorno, poi le ultime sul Grande Fratello, poi uno speciale sul Grande Fratello dell'anno scorso. C'è l'intervista ai giovani che guardano il Grande Fratello. E' l'informazione ai tempi del colera.
Conto i casi di censura degli ultimi giorni, vanno da Hendel a Guerritore (Raiuno), da Travaglio (Sky) alla Mussolini (Raidue). A Radiorai, i giornalisti si sentono ordinare "vola più basso". Emilio Fede, scusate il termine, dà dei "terroristi" ai suoi redattori. Cade Mentana, il che significa che si è passati dalla fucilazione dei nemici (i Biagi, i Santoro) a quella degli amici non troppo stretti. I neutrali (ammesso che Mentana lo fosse) non sono più tollerati: la legge Gasparri li rende obsoleti, è autunno, cadono le foglie, anche quelle di fico.
Col Tg1 imparo le sottigliezze della lingua. Se nel pastone politico si dice che "la maggioranza cerca l'intesa", significa che sono in corso sparatorie e agguati tra i banchi della destra. Se gli scappa detto che c'è "qualche disagio nella maggioranza" significa che siamo arrivati ai sacrifici umani. Funziona uguale Bruno Vespa: quando vedo che parla d'altro (le sette sataniche, la cronaca nera, i tarocchi) vado subito a controllare che non sia successo qualcosa di brutto a Silvio e ai suoi boys.
Di solito è così: parlar d'altro, volare bassi è sempre una buona tattica. Per fortuna che c'è il Tg2, che ci racconta la ricetta della felicità: una sola aliquota fiscale del 19 per cento uguale per tutti, quella sì che è civiltà, ma purtroppo succede in Slovacchia.
In tutta questa libertà di informazione in cui mi immergo quotidianamente, sento un po' la mancanza della signora Gardini, la nuova portavoce di Forza Italia. Sarà che la voce di Silvio la portano tutti e dunque il suo ruolo è un po' superato. Sarà che l'inesperienza le ha giocato brutti scherzi e si è fatta beccare mentre raccontava in pubblico che Tremonti ha una macchinetta per mettersi le supposte.
Ma sta di fatto che gli spazi della signora sono troppo stretti, che si potrebbe fare di più. Il portavoce serve essenzialmente per chiudere i panini del Tg1. Sapete come succede: si dice bene del governo, si dà spazio a una millimetrica dichiarazione della sinistra (a volte di Rutelli, perché la confusione mentale fa sempre ascolto) e poi si chiude con una dichiarazione della maggioranza.
Ogni tanto si sbagliano: danno la reazione del governo prima ancora della notizia. Altre volte fanno prima e non danno nemmeno la notizia. E' questo meccanismo dell'informazione italiana che ci ha fatto conoscere Schifani. E' questo che ha reso popolare Bondi. E' con i grandi caratteristi che si fa il cinema. La Gardini, invece, si vede poco, se non la invitasse Vespa ogni tanto sarebbe un portavoce abbastanza afono. E' un caso di censura? Anche se le voci sono quelle di Silvio è giusto che il servizio pubblico faccia sentire tutte le voci di Silvio. Devo forse pensare che la Gardini sia considerata dai suoi stessi capi più impresentabile di Bondi?
Non capisco perché la sinistra, sempre pronta a difendere i martiri della censura, non muova un dito per questa signora tanto a modo che - a parte quando parla delle supposte di Tremonti - porge con tanta grazia le opinioni del suo capo. Non straborda, non tracima come i suoi colleghi. Pratica l'arte della toccata e fuga.
Ogni tanto spunta la Gardini e dice: tagliamo l'irpef! Zam, un lampo, e poi si continua con lo scandalo del maltempo o l'ammazzamento del giorno. Il portavoce subliminale funziona proprio così: un flash e si ritira nelle tenebre, le sue parole rimbombano per un istante e poi si torna ai cuccioli di iguana dello zoo di Pechino: giusto per la completezza dell'informazione.
Alessandro Robecchi
Fonte: Il Manifesto
Si incrina l'immagine della Basilicata felix
L'inchiesta della procura di Potenza mette fine ai sogni di una regione fiera della sua diversità
Contraddizioni Accanto alle grandi lotte sociali, l'infiltrazione sempe più pesante di una criminalità agguerrita e pericolosa
ANGELO MASTRANDREA
INVIATO A POTENZA
Un terremoto politico, come altro si potrebbe definire un'inchiesta che coinvolge in un solo colpo tutti e tre i papabili alla presidenza della regione per il centrosinistra? Il più accreditato era fino a ieri Vito di Filippo della Margherita, ma siccome l'Udeur da tempo scalpita per ottenere una regione e nella Basilicata ex feudo democristiano ha la più alta percentuale di consensi d'Italia, in pista c'erano anche l'ex sindaco e attuale assessore alle attività produttive Gaetano Fierro e il deputato Antonio Potenza. Tutti e tre di fatto detronizzati dai pm Montemurro e Woodcock, a meno che non riescano a uscirne in tempi brevissimi. Nel centrosinistra locale tutto ciò è molto chiaro, nonostante ci sia molto scetticismo su un'inchiesta che vuole tenere insieme inquietanti rapporti tra criminalità organizzata, imprenditori e politici, ed episodi di «clientelismo» tutto sommato minori quali quelli che vengono ipotizzati nei confronti dei politici del centrosinistra coinvolti. In molti preferiscono non commentare ufficialmente, pur ammettendo che da oggi si apre una delicata partita proprio sul futuro della coalizione, in una regione in cui il centrodestra è indiscussa minoranza e il vero ago della bilancia è il centro, inteso come Margherita e Udeur, insieme la prima forza come fino a poco più di dieci anni fa era la Dc di Emilio Colombo. Si espone solo Piero di Siena della sinistra Ds, per il quale «non c'è dubbio che la situazione che si è creata impone al centrosinistra di ripensare alla radice le modalità attraverso cui seleziona i propri gruppi dirigenti e le scelte che si accinge a fare in vista delle prossime elezioni regionali». Per molti, comunque, al di là del merito delle indagini, «c'è un problema di qualità della politica, pur in una regione amministrata meglio che altre del sud» e che oscilla tra l'antinuclearismo e il miraggio del petrolio, un progetto di legge regionale per il salario sociale e il sì all'Eni per nuove trivellazioni in Val D'Agri, il cosiddetto Texas italiano. «E' evidente che questa inchiesta provoca una catastrofe politica», dice Antonio Cosentino, direttore della rivista Decanter, che nella testatina si definisce un «laboratorio della sinistra lucana», piccolo think-thank di ciò che da queste parti si muove oltre la Gad. Una sinistra che proprio in questi giorni celebra l'anniversario, il primo, della rivolta di Scanzano, dedicandogli una piazza, rinominata «piazza dei centomila», a ricordare la straordinaria mobilitazione dell'intera regione contro il sito unico per le scorie nucleari. Era stata proprio Scanzano a rafforzare l'immagine di una Basilicata isola felice tra Puglia, Calabria e Campania, sicuramente più piene di contraddizioni sociali. «Non lo è mai stata», sostiene don Marcello Cozzi, «prete antiusura» fondatore di un Centro studi e ricerche sulle realtà meridionali (Cestrim) che è socio azionista della Banca etica e aderisce alla Rete Lilliput. «E' entrambe le cose», dice invece Cosentino. Da un lato la straordinaria «qualità della partecipazione che dovrebbe far riflettere la sinistra istituzionale», le lotte di Scanzano e di Rapolla contro l'elettrosmog, i 21 giorni di blocco dello stabilimento Fiat-Sata di Melfi con le cariche della polizia agli operai, il Trainstopping nei confronti di un treno militare nel periodo delle mobilitazioni pacifiste che ha prodotto, caso unico in Italia, non decreti penali di condanna con multe anche sostanziose come è accaduto ad esempio a Pisa, bensì un rinvio a giudizio per interruzione di pubblico servizio e il conseguente processo a carico di 31 persone, tra i quali nientemeno che i vertici di Rifondazione, Cgil e Fiom locali. Dall'altro le infiltrazioni mafiose e le commistioni con la politica, e i tentativi di mettere in piedi una autonoma organizzazione che trattasse da pari a pari con camorra, `ndrangheta e Sacra corona unita, denominata «i basilischi» come un noto film degli anni `70.
«I basilischi» per la verità non sono durati molto, mentre «la `ndrangheta sta mettendo piede alla grande», sostiene don Cozzi. Una mafia che non si respira nell'aria come nelle vicine regioni, che non viene a chiederti il pizzo se apri un'attività commerciale perché «il pizzo non ci appartiene come cultura e non potrà mai godere di quella necessaria omertà di cui gode altrove» ma invece pratica l'usura, che «rappresenta la forma più completa di controllo del territorio da parte dei poteri criminali». Una mafia che non si respira perché la microcriminalità qui praticamente non esiste, ma che controlla il cosiddetto «mercato delle badanti», costrette ad arrotondare il lavoro familiare o negli alberghi come cameriere con la prostituzione, in particolare nei locali della Val D'Agri sorti dopo la scoperta del petrolio.
www.ilmanifesto.it
Giustizia : interesse dall'Europa e dal mondo per le nostre riforme
di Armando Spataro
Siamo spesso portati a pensare che i gravi problemi di casa nostra non interessino il resto del mondo: invece ci sbagliamo, profondamente!
Già il 2 novembre scorso sono stato invitato ad un incontro con l'Associazione Stampa Estera, a Roma, dedicato all'approfondimento delle conoscenze sulle apprezzate metodologie investigative dei PM italiani in materia di mafia e terrorismo, nonchè ad una prima discussione attorno al tema del rapporto tra magistratura e politica in Italia.
Ho trovato decine di giornalisti attenti e sensibili, profondi conoscitori della nostra realtà, tutti consapevoli della condizione in cui si vuole porre la Magistratura in Italia ad opera di chi non tollera che essa possa esercitare appieno il controllo di legalità che la Costituzione e le leggi le demandano.
E' stato confortante verificare le unanimi valutazioni che sono state formulate attorno alla legge sulle rogatorie, a quella sul falso in bilancio, sui vari lodi-cirami-schifani (che sono ormai così tanti che me ne scordo sempre qualcuno!) etc. : qualcuno si scandalizza se le chiamiamo "leggi-vergogna", ma il giudizio dei giornalisti stranieri è che si tratta di leggi incivili, da terzo mondo, da paese delle banane, appunto! Leggi da radere al suolo.
Mi viene da pensare, di fronte al confortante interesse dei giornalisti stranieri (che si manifesta ancora alla viglia del nostro sciopero attraverso l'organizzazione del dibattito indicato in premessa), a quanto sarebbe stato importante che l'ANM, avesse accolto la nostra proposta di investire il Parlamento Europeo, attraverso l'invio di un ricco e documentato dossier, dell'anomalia e della vergogna italiane.
Che non riguardano solo l'Italia.
[il 23 novembre ore 15.00 a Roma, Associazione Stampa Estera, "La riforma dell'ordinamento giudiziario": dibattito con il dott. Armando Spataro (magistrato, segretario del Movimento per la Giustizia), il prof. Franco Fichera (preside di facoltà all'Università Sant'Orsola di Napoli) e con l'avv. Ugo Longhi (Isonomia)]
www.osservatoriosullalegalita.org
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QUESTIONI PRINCIPALI RIGUARDO IL RICONTEGGIO IN OHIO
Chi spinge per il riconteggio? I candidati presidente del Partito Libertario, Badnarik, e dei Verdi, Cobb, assieme al Partito Democratico dell'Ohio.
Chi è contrario al riconteggio? Keith Cunningham, direttore dell'Ufficio Elettorale della Contea di Allen nonchè prossimo presidente dell'Associazione degli Ufficiali Elettorali dell'Ohio, che ha definito la richiesta come un "insulto... frivolo e semplicemente imbarazzante''.
Il costo? 1,5 milioni di dollari, secondo il segretario di Stato dell'Ohio. In ogni caso le leggi dell'Ohio richiedono la copertura di 113.600 dollari da parte del richiedente per iniziare il riconteggio e tale cifra è stata già raccolta e superata dai Libertari e dai Verdi.
Perchè è così importante? Il presidente Bush conduce in Ohio per 136.000 voti sul senatore democratico John Kerry secondo i dati del conteggio non ufficiale reso noto la sera delle elezioni. Kerry ha ammesso la sconfitta, ma i suoi supporter hanno fatto numerose denunce di irregolarità elettorali.
Quanti 'provisional ballot' devono essere conteggiati ancora? Il totale dei 'provisional ballot' dell'Ohio è di 155.337. Essi sono in fase di revisione da parte degli scrutatori, che li conteranno una volta che la registrazione al voto degli elettori che hanno votato con questo tipo di schede sia stata confermata. Al momento 59 delle 88 contee dell'Ohio hanno completato la verifica della valità dei 'provisional ballot'. Di questi, il 78%, vale a dire 61.536 su 79.256, sono stati considerati validi. La Contea di Cuyahoga (quella di Cleveland, di cui abbiamo parlato nel precedente articolo) ha il maggior numero di questi 'provisional ballot'. Su un totale di 24.472, circa il 33%, vale a dire 8.099 schede, sono state invalidate, la maggior parte poichè non esiste alcuna prova della registrazione al voto degli elettori che hanno votato con questo tipo di schede. Il 68% dei 'provisional ballot' di questa Contea, vale a dire 16.373 schede, sono state invece considerati validi e sottoposti a conteggio nell'ambito del conteggio ufficiale per i risultati della Contea.
Associated Press
Fonti: http://www.ohio.com/mld/ohio/news/state/10252248.htm e
http://www.ohio.com/mld/ohio/news/state/10255079.htm
Tradotto da Daniele John Angrisani
watch-usa2004.splinder.com/
vertice di Orano
di Franco Chievegatti
Dal nostro corrispondente dalla Tunisia
Algeri, - Si preannuncia più come un dialogo tra sordi che un incontro di routine, il vertice euro-mediterraneo che si apre oggi ad Orano (Algeria) con all'ordine del giorno principalmente il problema dei clandestini. Perché le opinioni sul "come" contrastare e arginare il flusso degli irregolari non solo contrappongono i capi delle diplomazie europee (Italia, Spagna, Francia, Germania, Malta) a quelli dei paesi del Maghreb (Algeria, Tunisia, Libia, Marocco, Mauritania), ma dividono al loro interno anche gli europei.
Va infatti ricordato che al progetto di Italia e Germania, appoggiato dalla Gran Bretagna, di istituire "centri di accoglienza" in Nord Africa per gli aspiranti clandestini, vi é la netta opposizione di Francia e Spagna.
E oggi, in vista di questo nuovo vertice 5+5, l' Algeria tiene a ribadire la già a sua volta espressa contrarietà dei paesi maghrebini : "L' Algeria - si legge in una nota - non potrà mai accettare in un paese del Maghreb dei campi di accoglienza". Dove, tra l' altro, non si nascondono il nervosismo e la preoccupazione per le recenti restrizioni attuate nel rilascio dei visti di ingresso nei paesi dell' Unione Europea.
Preoccupazione accresciuta dal progetto della stessa Unione di adottare, dall' anno 2007, visti unitari con tanto di impronte digitali e foto numeriche. Sia chiaro, si tiene a sottolineare negli ambienti politici magrebini, che la soluzione del problema dei clandestini, cosi' come quello della sicurezza e della stabilità del Mediterraneo, sono obiettivi di massimo interesse comune, che non si risolvono pero' istituendo "centri di accoglienza" o lager che dir si voglia.
La soluzione potrebbe venire da un rilancio della cooperazione e del partenariato euro-mediterraneo, giudicati i mezzi più efficaci per contrastare il traffico di esseri umani. Di questo si é già discusso nei mesi scorsi, ma pare che tutto sia rimasto nel limbo delle buone intenzioni. Eppure non va dimenticato che l' accordo di stretta collaborazione recentemente stipulato tra Marocco e Spagna sta dando ottimi risultati.
E che la Tunisia, ad esempio, opera fattivamente nello Stretto di Sicilia unitamente ad unità navali italiane e di altri paesi. Ma perché allora, ci si domanda, non si trova concretamente un accordo comune ?
La risposta l' avremo mercoledi', al termine dei lavori .
Franco Chiavegatti
redazione@reporterassociati.org
Inchiesta: i boss della narco-mafia in BiH
Una squadra di giornalisti del settimanale di Sarajevo DANI ha condotto un’inchiesta per cercare di capire chi sono i boss mafiosi presenti sul territorio della BiH. Tra le dicerie e le informazioni ufficiali si scopre una rete transnazionale di traffici illeciti
Copertina del settimanale DANI, 19.11.04 A cura del Team investigativo della redazione di DANI, pubblicato dal settimanale di Sarajevo DANI,
Traduzione di Ivana Telebak
La procura della BiH sta facendo una delle più ampie ricerche contro la criminalità organizzata nel nostro Paese, tenendola nella più grande segretezza. Dani, in modo non ufficiale, è venuto a scoprire che si sta cercando di smascherare un'organizzazione criminale (come la chiamano i magistrati), cioè la mafia, penetrata profondamente nei pori della società bosniacoerzegovese, le cui radici giungono fino in Albania, Macedonia, Kosovo, Serbia e Montenegro. Proprio a causa dell'importanza dell'intera faccenda, gli investigatori per raccogliere le prove vengono aiutati dai membri delle forze internazionali della BiH, e dai colleghi della Serbia e Montenegro, della Croazia e della Slovenia.
In modo non ufficiale siamo venuti a sapere che si sta cercando di colpire la mafia che controlla il commercio di: droga, donne, oro, macchine e armi, sul territorio dell'intera regione, e che i suoi rappresentanti negli ultimi anni si sono trasferiti in BiH e hanno creato una pericolosa rete criminale, della quale fanno parte anche alcuni rappresentanti della polizia di diversi gradi. La nostra fonte della Procura della BiH afferma che la fine della ricerca potrebbe risolvere anche gli omicidi accaduti negli ultimi anni a Sarajevo, posti in relazione con il commercio organizzato di droga!
Nel bersaglio degli inquirenti ci sono numerose persone sconosciute all'opinione pubblica, ma fra le persone chiave, come veniamo a sapere in modo non ufficiale, si nominano Ferid Okić e Naser Keljmendi. Mentre di Okić si sa parecchio, per Keljmendi la polizia locale non è in grado di stabilire neanche un dato bizzarro come: chi è il vero Naser?!
Ferid Okić è arrivato in BiH dopo la guerra e come luogo dove abitare ha scelto Tuzla. È stato arrestato all'inizio di quest'anno a Sarajevo. Di recente, dalla prigione si è rivolto ai media con una lettera dove afferma di essere completamente innocente, spostando la responsabilità per tutti gli atti per i quali è accusato su Momčilo Mandić e sui suoi stipendiati nella polizia e nella magistratura, e lamentandosi del cattivo rapporto degli impiegati del carcere di Kula, motivo per cui, secondo la sua versione, è stato trasferito nel carcere di Doboj, dove, afferma, si trova molto meglio.
Okić, nella sua lettera ha detto inoltre: “La procura della BIH mi accusa per una serie di crimini tra i più gravi, per gli omicidi, per i furti, per i sequestri, per la droga ed altro, e che tutto ciò è legato alla prima cosiddetta 'organizzazione criminale' della BiH.” Ricordiamo che Okić è stato accusato anche per il sequestro del fratello di Momčilo Mandić, motivo per cui è stato incriminato. Qualche mese fa Dani ha reso noto che Okić stava preparando la fuga da Kula, aiutato in modo scrupoloso da funzionari di alto rango della giustizia. Ma, il piano è stato scoperto e Okić è stato trasferito a Doboj.
E mentre Okić, ma anche alcuni sospettati di questo gruppo, già da mesi si trova in carcere, sebbene abbia offerto 100.00 di marchi convertibili in contanti e mezzo milione di marchi in immobili (!?) per essere rilasciato in libertà mentre è in corso l'inchiesta - Naser Keljmendi è tuttora in libertà. I motivi di ciò, sembrano quasi incredibili: ancora nessuna delle competenti istituzioni della BiH sa con certezza chi sia veramente Neser Keljmendi e quante persone con tale nome e cognome ci siano a Sarajevo?! E naturalmente – chi sia quello vero?
A dire il vero, Dani ancora qualche mese fa ha reso noto che esistono più di un Naser Keljmendi, ma sembra che non si sia andati oltre tale dato! Gli investigatori occupati in questa grande inchiesta fino ad ora sono riusciti a raccogliere abbastanza informazioni su due Naser Keljmendi, concludendo che, “sembrerebbe che tutti e due siano dei pericolosi criminali”?!
“Il primo Naser Keljmendi, proprietario dell'albergo Casa Grande a Ilidža, Sarajevo, è divenuto noto alla opinione pubblica bosniacoerzegovese grazie ad un errore: l'ex sindaco del comune di Ilidža non riusciva in nessun modo a ricordare il nome dell'albergo, così lo chiamava Cosa Nostra?! Ma, presto il nome dell'albergatore è stato collegato con gli scontri dell'underground sarajevese. All'inizio di quest'anno gli scontri aperti sono iniziati con l'incidente all'albergo Holliday Inn, dove, si dice - perché la polizia non è mai riuscita a trovare le prove – che sia iniziata la sparatoria fra Keljmendi e Zijad Turković. Allora si è saputo che un po' prima c'era stato un furto nell'appartamento di Keljmendi, e il suo padrino Muhamed Ali Gasi, uno dei capi dell'underground sarajevese, affermava che il ladro fosse Zijad Turković. Così si è giunti allo scontro con Turković. Né la polizia, né Keljmendi, né Gasi hanno mai voluto chiarire questo caso.
Presto Turković è finito in carcere perché nel frattempo è esploso l'appartamento in Piazza degli Eroi di cui era comproprietario. A causa di ciò, contro Turković è in corso un processo in tribunale, ma non è stato scoperto a chi fosse indirizzato l'ordigno esplosivo, col quale sono rimasti feriti altri due accusati dello stesso processo. Proprio questa faccenda ha lasciato spazio alle speculazioni della la malavita sarajevese sul fatto che l'ordigno esplosivo fosse indirizzato a Keljmendi.
La cosa importante nello scontro Turković - Keljmendi sono i fatti che sono usciti allo scoperto in seguito. Sul conto del primo, si sa che rubava in Germania e perciò aveva dei problemi con la legge, e su questo esistono i dossier nella polizie tedesca. E su Keljmendi sono filtrate informazioni che nel suo albergo si occupa alla grande di traffico di sigarette, e che c'è dietro una rete organizzata nel traffico di droga... Ma, non è stato mai provato nulla. Lui stesso non si è mai fatto sentire, ma il suo caro amico ed avvocato Midhat Kočo a Dani ha detto che Keljmendi non c'entra niente con tali accuse, rappresentando il suo cliente come un businessman di successo che oltre in BiH ha alcune aziende pure in Slovenia...
Cercando di verificare chi sia davvero Naser Keljmendi, dalla redazione di Dani abbiamo chiamato Boro Banjac, ex capo dell'Ufficio per la lotta contro la criminalità organizzata in Serbia, che ha condotto l'azione “Sciabola”, grazie alla quale è poi stato promosso al grado di generale. Banjac ci ha dato la conferma non ufficiale che Naser Keljmendi è più che noto alla polizia serba, e che quindi si tratta di una delle famiglie più pericolose presenti sui loro territori, famiglia collegata con quella criminalità organizzata le cui frange giungono fino alla Slovena, Austria, e anche più lontano.
Naturalmente, queste affermazioni bisogna prenderle con le riserve, vista la pratica della polizia serba di etichettare in prevalenza gli Albanesi come dei criminali.
Alla nostra domanda se esistono due Naser Keljmendi, Banjac ha risposto che controllerà e alla fine ha detto: “Se si tratta di quel Naser Keljmendi, allora che Dio vi aiuti. Sia voi che la vostra polizia.” Boro Banjac a causa dei cambiamenti politici in Serbia è stato destituito, e Dani con i suoi agganci si è procurato le fotografie del Naser Keljmendi di cui è interessata la polizia serba.
L'identità “dell'altro” Naser Keljmendi è stata “rivelata” alcuni mesi fa, quando, con l'azione congiunta della polizia della Repubblica Serba, della Federazione BiH, e della direzione della dogana della RS, dei Servizi dei confini dello stato BiH, dell'ONU del Kosovo e dell'Interpol della Serbia, è stata scoperta una spedizione di anidride dell'acido acetico che si usa nell'industria chimica, ma anche per la produzione di eroina, cioè per le droghe sintetiche. L'ordine della spedizione è stato fatto il 14 febbraio del 2004 dalla ditta JHL Chemie di Guntramsdorf (Austria), e il committente era la Esarom Kosovo di Pristina. In questo caso la BiH era soltanto lo stato di transito, e le cisterne che trasportavano anidride sono state confiscate dalla polizia montenegrina sulla strada fra Klobuk e Pristina.
Sul passo di frontiera di Bosanski Brod, dove le cisterne sono entrate nella BiH, i conducenti Abid e Fikret Tabak hanno detto ai doganieri che il proprietario delle cisterne era Naser Keljmendi. Dani allora ha reso nota un'informazione che nessuno ad oggi ha mai smentito: la polizia federale e cantonale a Sarajevo dispone di informazioni sul fatto che Keljmendi rappresenti uno dei maggiori boss della narco-mafia dei Balcani!
Come abbiamo saputo in modo non ufficiale dalla Procura della BiH, che ha condotto questa indagine, le cisterne con le quali a Pristina è stata trasportata l'anidride dell'acido acetoso sono di proprietà della ditta Nic Petrol, registrata a Sarajevo a nome di Naser Keljmendi. Indagando più a fondo, Dani ha reso noto che a Sarajevo esistono veramente due Naser Keljmendi. Uno di Peć, proprietario dell'albergo Casa Grande, e l'atro di Obilić, proprietario della Nic Petrol.
Avviando l'indagine sulla “rivelazione dell'identità di Naser Keljmendi”, i membri della SFOR hanno dato ai ricercatori sarajevesi dei dati ricevuti dai colleghi della KFOR del Kosovo, secondo i quali Naser Keljmendi è uno stretto amico e collaboratore di Ramus Haradinaj, generale dell'UCK, recentemente ascoltato dagli investigatori dell'Aia. Secondo i dati della KFOR, il clan cui fa capo Haradinaj sul territorio di Metohija, al quale appartiene anche Naser Keljmendi, controlla gli affari di droga, armi e traffico di persone...
Secondo i dati del sottosuolo sarajevese, Naser Keljmendi, il proprietario dell'albergo Casa Grande, è scappato dal Kosovo dopo il conflitto armato, perché non voleva più pagare il racket a Ramus Haradinaj, con il quale è giunto ad uno scontro aperto. Secondo le stesse fonti, si è sistemato a Sarajevo, dove senza nessuna spiegazione ha potuto investire denaro e iniziare a lavorare - la BiH ancora non dispone di una legge sull'origine delle proprietà.
Un altro Keljmendi è noto alle fonti del sottosuolo sarajevese, che affermano sia proprietario della azienda con la quale fa affari “sporchi”. Le nostre fonti collegano tale Keljmendi con un ex alto funzionario di polizia, il quale oggi ricopre un'alta funzione presso il Ministero statale della sicurezza?! Queste fonti affermano persino che Keljmendi gli abbia comprato la Audi 4 in cambio di un favore fattogli!?
Per riassumere: secondo i dati ai quali è giunto Dani, a Sarajevo oggi vivono: Naser (Isa) Keljmendi, Naser (Vehbi) Kelmendi, il proprietario della Nic Petrol e dell'appartamento a Ferhadiji, nel comune di Sarajevo centro; e Naser (Mete) Kel(j)mendi. Entrambi hanno la cittadinanza BH.
Anche se la Procura della BiH e i suoi investigatori alla fine scopriranno chi è tale Keljmendi che si è trasferito a Sarajevo per sviluppare i suoi affari criminali, la terribile verità è che in BiH già da mesi nessuno può determinare con sicurezza neanche una semplice identità?! Con tutta quella polizia, magistratura, ecc… Il che comunque contribuisce a fare della BiH il paradiso ideale per i criminali e per i loro affari di famiglia. www.osservatoriobalcani.org/
Un’altra mazzata sulla finanza italiana. Monza indaga sui bilanci Impregilo (grandi opere). Crolla Gemina
Perquisizioni e avvisi di garanzia per falso in bilancio, false comunicazioni sociali e false fatturazioni.
Il sospetto della procura di Monza è che il colosso delle costruzioni, Impregilo, abbia nascosto i dati veri dell’impresa: nel mirino ci sono i bilanci del 2003 e un bond da 125 milioni di euro prossimo alla scadenza. A finire nel registro degli indagati sono l’amministratore delegato Piergiorgio Romiti e il presidente Paolo Savona insieme ad altri dirigenti e amministratori del gruppo. Secondo una nota di Impregilo ai vertici non verrebbero contestate le false fatturazioni mentre si sostiene di aver adottato «corretti criteri di valutazione nella redazione dei bilanci». Sarà l’inchiesta ora, condotta dal pubblico ministero Walter Mapelli già noto per aver indagato sulla truffa connessa al caso Cirio, a chiarire una vicenda destinata ad influire sugli assetti del capitalismo nazionale.
In mattinata, ieri, il titolo Impregilo è stato sospeso in Borsa in attesa di informazioni, mentre il titolo Gemina, che è la società controllante del gruppo, è stato sospeso per eccesso di ribasso. Dalle perquisizioni effettuate nella sede legale a Sesto San Giovanni e a Roma (otto gli scatoloni di documenti sequestrati) l’obiettivo degli inquirenti sembra essere la valutazione della reale situazione patrimoniale del primo gruppo italiano di ingegneria e general contracting nei settori costruzioni e ambiente, attivo in Europa, America, Medio oriente e Asia. Al 30 settembre il suo risultato operativo era pari a 131,1 milioni di euro ed il valore di produzione pari a 2.279,5 milioni di euro. Nello stesso mese la posizione finanziaria netta del gruppo ha evidenziato un saldo negativo di 497,1 milioni di euro, in diminuzione di 149,7 milioni rispetto all’indebitamento del 2003.
www.europaquotidiano.it/
Tasse, accordo rinviato. Berlusconi scrive alla Ue: «Cambiamo Maastricht»
di red
Salta, ancora una volta, il vertice della maggioranza che avrebbe dovuto risolvere la questione del taglio delle tasse. La riunione dei tecnici della Cdl prevista alle 19 di questa sera non si farà. Ad annunciarlo è proprio uno dei tecnici, il forzista Guido Crosetto: «Stasera non ci sarà nessun vertice della Casa delle Libertà sulle tasse, né tecnico né politico – afferma laconico - dobbiamo ancora lavorare agli ultimi dettagli».
Non sono dunque bastati gli annunci e gli ultimatum di Berlusconi. La trattativa prosegue estenuante. E la notizia arriva proprio quando le minacce lanciate dal premier nella lettera a Il Foglio sembravano dare i primi frutti. Sembravano, appunto. Eppure, per la prima volta, Forza Italia aveva azzardato anche qualche numero. «Abbiamo individuato i possibili interventi per la copertura del calo delle tasse – aveva annunciato con toni quasi trionfalistici proprio Crosetto - Parliamo di 6-6,5 miliardi, ma se si può fare di più, come dice Baldassarri, io sono d'accordo. Della proposta Baldassarri però non condivido in pieno le coperture». Insomma, la proposta c’è, ma i problemi non sembrano finiti.
Il premier, nel frattempo, torna a prendersela con l'Europa. Inviata al presidente di turno della Ue Jan Peter Balkenende una lettera nella quale si chiede di affrontare il tema della rinegoziazione dei parametri di Maastrich.
Nella maggioranza, insomma, ognuno dice la sua. Il triumvirato di An sembra non essere d’accordo con le ipotesi avanzate dal viceministro dell’Economia, Mario Baldassarri, secondo il quale «negli anfratti della spesa pubblica si possono trovare 9 miliardi per finanziare riduzioni Irpef e Irap». Come? Spesa pubblica, politiche per il Sud e bonus previdenziali sono i settori in cui agire. Baldassarri propone di applicare retroattivamente la “golden rule” già dal 2002. Ovvero, scorporare gli investimenti pubblici dal calcolo del rapporto deficit-Pil richiesto dal Patto di Stabilità. In questo modo, il 3% imposto da Maastricht non sarebbe superato.
Un escamotage a cui andrebbero poi sommate le risorse prelevate alle politiche di sviluppo per il Sud e quelle ottenute dall’introduzione del bonus in busta paga per chi resta al lavoro anziché andare in pensione. Ipotesi che il responsabile fiscale di via della Scrofa, Maurizio Leo, definisce «autorevoli», ma che «non sono quelle di An». Leo ha chiosato con un «si troverà una soluzione ma per ora io andrei cauto».
A incalzare il premier anche il ministro delle Riforme, Roberto Calderoli: «È giunto il momento in cui la Cdl decida se si voglia o meno ridurre le tasse, secondo quanto già stabilito e come è contenuto nel programma elettorale, senza se e senza ma. Ma lo faccia in fretta altrimenti l'ipotesi di elezioni politiche nel 2005 da boutade rischia di diventare un fatto concreto».
L’opposizione insiste sul voto anticipato. «O il governo riprende la guida del Paese oppure dimissioni e nuove elezioni», questa in sintesi l’idea espressa dal capogruppo dei ds alla Camera, Luciano Violante, nel commentare la situazione interna alla Cdl.
unita.it
Cementificazione. Il "Libro nero" di Storace
18 mila di ettari tagliati ai parchi della Regione Lazio, più dell'intera
estensione del comune di Milano (15 mila ha circa), e di questi una parte
finiti in mano alle immobiliari. E' quanto si afferma ne libro "nero" su
"Storace e l'ambiente: le aggressioni della destra al territorio e
all'ambiente del Lazio" presentato dal capo gruppo dei Verdi alla Regione
Lazio, Bonelli. La gestione delle aree protetta, sostiene il libro, è una
operazione speculativa bella e buona condotta con metodi sbrigativi ed
arroganti.
Per esempio, l'area protetta del Monte Gentile, compresa nel parco di Veio,
è stata comprata l'11 aprile 2000 da un 86enne. Otto mesi dopo, il 28
febbraio 2001, è stata venduta all'immobiliare Lombarda spa, la piu' grande
d'Italia. Un investimento sbagliato? Macché, una "felice e tempestiva
intuizione": il 2 agosto 2002, l'area è stata svincolata dal parco e
consegnata alla speculazione insieme ad altri 15 mila ettari ai parchi di
Veio, Marcigliana, Decima-Malafede, Monti Lucretili e Inviolata, che si
aggiungono ai 2.700 gia' sottratti al parco di Bracciano e Martignano.
Ma il libro nero dei Verdi contiene altri numeri preoccupanti per
l'ambiente. Sono 22 mila gli ettari sommersi dalla cementificazione delle
aree agricole grazie alle legge Storace che consente di edificare anche a
chi non è agricoltore. Di conseguenza la superficie destinata ad aziende
agricole è diminuita del 9,5%. Le aree coltivate con tralci di vite sono
diminuite addirittura del 39%.
Le cave autorizzate in aree sottoposte a vincolo idrogeologico e paesistico
o sanate sono 120, di cui 75 solo a Roma.
Ci sono 100 km di coste lacuali e fluviali regalate agli occupanti abusivi
tramite sanatoria. Il risultato sono un milione di metri cubi per migliaia
di ville che cambiano l'aspetto delle colline. Fra le quali quelle di
Torrita Tiberina.
Bisogna aggiungere la nuova autostrada parallela alla pontina: 130 km di
asfalto, 51 tra viadotti e ponti, 48 cavalcavia, 31 sottovia, 17 chilometri
di gallerie su 15 comuni interessati. 500 ettari agricoli cancellati, 4.800
aziende in ginocchio, 280 siti archeologici devastati, 60 mila utenze
idriche a rischio e nessun intervento per l'adeguamento della pericolosa
pontina.
Il libro calcola che con le stesse risorse si potrebbero acquistare 11.143
autobus a metano o realizzare 222 km di tramvie su cui far correre 266 tram.
Infine, il capitolo rifiuti. A fronte di un raccolta differenziata del 4%
nel lazio, una delle piu' basse d'italia il piano regionale prevede la
realizzazione di 7 termo inceneritori. Non certo un toccasana per la nostra
atmosfera in cui non bisogna dimenticare che bruceranno 4 milioni di
tonnellate di carbone l'anno per 528 mila tonnellate di ceneri, con 200 mila
tonnellate di calcare per abbattere l'anidride solforosa e 255 mila
tonnellate di fanghi e gesso da smaltire", sottolinea il capogruppo dei
Verdi. (Dire)
Condoni eccellenti: http://www.duemilasereno.it/2003/NEWS%20riserva2.html
Discarica tiberina: http://www.duemilasereno.it/2003/Galleria2.html
United States of Amnesy
Gli Stati Uniti e la censura
di MARCO SIOLI
Il primo emendamento della Costituzione americana, che sancisce "la libertà di parola o di stampa" dei cittadini, dovrebbe garantire la possibilità, ai singoli e alle formazioni politiche, di evitare interventi censori da parte delle istituzioni. Non è stato così nel passato e non lo è tuttora. Singoli e associazioni hanno sempre dovuto difendere con forza questo loro diritto minacciato da presidenti, partiti politici, istituzioni di governo e organizzazioni conservatrici che in ogni epoca hanno cercato di imporre una morfologia propria della nazione rimodellata a proprio piacimento.
Originariamente individuato dai Padri fondatori della repubblica americana per riconoscere la libertà di stampa e per rendere partecipi i cittadini alla creazione di una società che potesse garantire la sua stessa esistenza grazie appunto a un elettorato informato, il primo emendamento è stato appellato molte volte innanzi alla Corte suprema da singole persone o da organizzazioni sindacali e politiche perché il principio potesse essere garantito a tutti i livelli della società.
Nonostante ciò, abbiamo sempre assistito al tentativo di organi istituzionali di mobilitarsi con tutti i mezzi per impedire che un caso singolo si trasformasse in nazionale e occupasse non solo le prime pagine dei giornali, ma anche quelle interne e quelle locali di cui soprattutto sono avidi i cittadini americani. Negli ultimi anni però la pressione sulla libertà di stampa si è fatta più sotterranea.
Anche dopo l'11 settembre, data fatidica per la libertà di informazione americana, in cui non solo la stampa, ma tutta la società civile era allineata sulla necessità di vendicarsi per il crimine subito, mentre alcuni giornali hanno cercato di liberarsi dalla pesante definizione di "embedded", altri hanno continuato la nuova marcia sostenuti da organizzazioni conservatrici alimentate con i milioni di dollari provenienti da fondazioni private (1). Spostare l'attenzione ai think tank americani - i serbatoi del pensiero - è necessario per capire come vengono finanziate le ricerche che poi appariranno sulle prime pagine dei giornali: pezze giustificative per le campagne politiche e ideologiche dei conservatori che forniscono argomenti "scientifici" per motivare analisi specifiche, come ad esempio quella che considera il sistema sanitario canadese un disastro, non importa se poi si scopre che ci sono file di torpedoni di pensionati americani che varcano il confine canadese per approvvigionarsi di medicine. Ma questo non sarebbe sufficiente se non si fosse programmato da parte dei media corporativi una deliberata censura rispetto ad altre news che conduce a una vera e propria "amnesia" per quanto riguarda alcune specifiche notizie in grado di influenzare il comportamento dei cittadini americani in momenti cruciali. Non per nulla Robert Wyatt riformula l'acronimo USA in United States of Amnesy.
1. Project Censored
Il progetto più interessante in America che si interessa di notizie censurate è quello portato avanti da un gruppo di ricercatori presso la Sonoma State University a Rohnert Park, in California. Il progetto di ricerca, che può avvalersi di un sito web di notevole pregio all'indirizzo projectcensored.org, si propone di monitorare gli organi d'informazione americani per vedere quali notizie sono state letteralmente abbandonate o hanno trovato una cassa di risonanza minima nei giornali o nelle televisioni nazionali, oppure sono rimaste emarginate in mensili specialistici sui siti web. Dall'altro lato dell'oceano la possibilità per ripensare alla censura in America è quella di monitorare non tanto la stampa americana, quanto lo stesso progetto che riguarda le notizie censurate condotto dalla Sonoma State University per notare come l'elenco stilato delle notizie censurate sia cambiato da un anno con l'altro (2).
In prima posizione nell'elenco di quest'anno la seguente notizia: l'ineguaglianza della ricchezza nel 21° secolo minaccia l'economia e la democrazia. Nell'articolo, ripreso da "The Wealth Divide" apparso sul Multinational Monitor del maggio 2003 e da "Grotesque inequality" apparso sullo stesso mensile nel numero di luglio/agosto, si fa notare come le nazioni industrializzate negli ultimi 200 anni abbiano cercato di far diminuire la distanza tra i ricchi e i poveri (3). Tuttavia, l'ineguaglianza di ricchezza a partire dalla fine degli anni '70 si è accresciuta drammaticamente negli Stati Uniti.
"Mentre questo trend non è segreto" afferma il resoconto "è raro vedere un telegiornale televisivo annunciare che l'un per cento della popolazione americana possiede un terzo delle ricchezze del paese." La discussione di questo problema non avviene a porte aperte, e men che meno su di essa i media si soffermano. Durante il breve boom dell'epoca clintoniana, negli anni '90, il divario tra ricchi e poveri si stava amplificando, ma le entrate per i più poveri erano comunque in crescita. Oggigiorno il trend si è ristabilito: il 5% rappresentato dai più ricchi si accaparra la grande porzione della ricchezza, mentre il rimanente 95% rappresentato dai più poveri continua a perdere terreno, mentre la così detta middle class sta letteralmente scomparendo. Questo trend però non dipende dalla società in termini darwiniani, ma è il prodotto di politiche legislative attentamente programmate dalle corporation e dai super ricchi (4).
Confrontiamo ora questa notizia con quelle dello scorso anno. A parte le prime quattro notizie che riguardano, come era immaginabile, la guerra in Iraq e i piani dei neoconservatori per il dominio del mondo, al quinto posto nell'elenco del 2002-2003 troviamo la seguente notizia: "The Effort to Make Unions Disappear" (5). Ripreso da diversi mensili come The American Prospect, The Progressive e War Times, l'articolo ribadisce che da più di un quarto di secolo le corporation si sono impegnate con successo in una campagna per indebolire i sindacati e scrivere regole favorevoli per i grandi affari nell'economia globale. In particolar modo durante la presidenza di George W. Bush si è assistito a un implacabile, seppure ben celato, sforzo di minare le associazioni dei lavoratori. Richiamandosi a una legge del 1947, il Taft-Hartley Act che aveva eliminato molte delle salvaguardie assicurate ai sindacati dal New Deal di Franklin Delano Roosevelt, Bush si è attivato dopo l'11 settembre 2001 per costringere i lavoratori della Pacific Marittime Association a interrompere lo sciopero e ritornare a lavorare, mentre il salario minimo si è ridotto vertiginosamente in tutti i settori. "Bush ha già bloccato più scioperi che qualsiasi altro presidente della storia" scrivono ancora sul sito projectcensored, mentre in un aggiornamento della notizia ricordano come l'uso di Bush del Taft-Hartley Act non sia servito solo per far terminare la serrata ma di fatto ha dato il sostegno delle Corti federali ai dettami delle corporation. Cosa hanno in comune queste due notizie ai primi posti nella top 25 delle notizie censurate nel 2002-2003 e 2003-2004 in America?
2. La democrazia soccombe, le corporation vincono
Non solo le due notizie che abbiamo evidenziato, ma molti degli articoli oggetto di censura della top 25 riguardano le corporation. Non che il fenomeno sia tipicamente americano, ma negli Stati Uniti il problema del controllo delle grandi aziende che si sono imposte sul mercato in termini monopolistici è stato sempre un tema centrale nella politica nazionale. Se si osserva la storia americana possiamo notare come le grandi società per azioni che avevano in varie occasioni tentato di assumere il dominio della scena economica nazionale erano state osteggiate in diverse occasioni dal potere politico. Lo Sherman Act varato dal Congresso nel 1890 era una vera e propria legge anti-trust, anche se trovò scarsa applicazione nell'attuazione contro le grandi corporation ma venne poi indirizzata contro i sindacati, e solo nel 1914 il Congresso approvò il Clayton Act che escludeva la possibilità di applicare lo Sherman Act ai danni dei lavoratori invece che delle grandi imprese.
Interessante considerare a proposito un libro recentemente pubblicato, The Corporation per l'editore Fandango di Roma che è anche un film dal titolo omonimo. L'abilità delle corporation di giocare con la Costituzione americana e con i suoi emendamenti era palese già nell'Ottocento. Nel 1886, infatti, la Corte suprema stabilì che le corporation dovessero essere poste sotto la protezione del quattordicesimo emendamento, ossia considerate delle "persone" con diritto a un "regolare processo" e alla "imparzialità delle leggi", emendamento in origine approvato dal Congresso nel 1866 per garantire la cittadinanza e la piena protezione delle leggi agli afroamericani (6). L'autore del libro, Joel Bakan, insiste su alcuni punti come l'abilità delle corporation a rimuovere tutti gli ostacoli che incontrano sul proprio cammino e l'assenza al loro interno di qualsiasi ordine morale, se non la ricerca patologica del profitto, appunto. Società in grado di creare attorno a sé una fabbrica di cinismo e di sfida verso la società civile. Una sfida tuttora aperta, come ben rivela la causa intentata alla Nike nel 1998 dal legale dell'associazione dei consumatori per pratiche ingannevoli, ipotizzando che la società mentisse ai consumatori riguardo allo sfruttamento del lavoro nel Terzo Mondo. La Nike si è difesa impugnando il diritto alla libertà di parola: il primo emendamento della Costituzione americana. Naturalmente il ricorso portato dalla Nike alla Corte suprema, che ha alla fine dell'iter processuale dato ragione alla Nike, ha provocato un forte interesse nella stampa americana. Come ci ricorda ancora il sito projectcensored.org, il 25 maggio 2003 quattro dei cinque giornali più importanti degli Stati Uniti hanno pubblicato articoli favorevoli alle posizioni della Nike mentre nessuno ha pubblicato commenti di dissenso, sebbene avessero ricevuto proposte in tal senso da scrittori di indubbia fama a livello nazionale (7).
L'ultimo commento in merito alle corporation viene dalla penna di Peter Phillips, professore di sociologia alla Sonoma State University e direttore di Project Censored: "La democrazia negli Stati Uniti è solo un'ombra nelle caverne della disonestà, nelle menzogne e nelle informazioni incomplete dei media corporativi" afferma Phillips, notando inoltre che "i reali vincitori delle elezioni del 2 novembre sono il complesso industriale militare... e i media corporativi, i cui scrigni saranno riempiti con miliardi di dollari per campagne pubblicitarie". E conclude chiosando che senza dei media indipendenti e attivi si ha la mancanza sia della democrazia sia della libertà, il "che significa solo essere in grado di scegliere la marca del proprio dentifricio" (8).
3. Il controllo dei media
Il 57° festival del cinema di Locarno, che ha dato ampio spazio al cinema documentaristico, ci ha riservato una bella sorpresa anche dal punto di vista dell'analisi politica e storiografica. Un'opera di profonda ricerca giornalistica ha scosso il circolo virtuoso del cinema documentaristico ospitato nella Svizzera italiana, orfano della presenza del celeberrimo Michael Moore. Si tratta di How Arnold Won the West (9) e riguarda appunto la campagna elettorale di Arnold Schwarzenegger per la carica di Governatore della California: campagna pienamente riuscita che lo ha portato a trionfare nelle elezioni, grazie a un circo mediatico che in poche settimane è riuscito a trasformare un attore di origini austriache in un credibile personaggio politico autenticamente americano.
Arrivato dall'Austria 25 anni prima, Schwarzenegger è riuscito a scalare le posizioni sociali secondo il sogno americano - dal nulla alla celebrità - complice una fortunata carriera di attore cinematografico e un matrimonio altrettanto fortunato con Maria Shiver, figlia di Eunice Mary Kennedy, sorella del celeberrimo JFK. Oltre alla relazione con la famiglia Kennedy, Schwarzenegger può contare sull'appoggio di George W. Bush, il presidente in carica che ha dichiarato alla stampa le sue affinità con il candidato, tra cui quella di non parlare un corretto inglese. Ancora dalla parte di Schwarzenegger, un Campaign Team di esperti di comunicazione politica che si incaricano di gestire con il contagocce l'immagine del candidato repubblicano così come avevano gestito l'immagine di Reagan negli anni '80. Gli incidenti di percorso per il candidato repubblicano - l'accusa di aver molestato alcune donne all'epoca in cui recitava la parte di Conan il Barbaro e un apprezzamento alla figura di Hitler - vengono brillantemente superate con una mea culpa pubblico per esorcizzare i fantasmi di un passato ormai sepolto. Così come le sue relazioni con Kenneth Lay, il manager della Enron il cui fallimento, prima della truffa WorldCom, era universalmente definito il più clamoroso scandalo finanziario del secondo dopoguerra, vengono censurate dai media come ci ricorda appunto la ricerca del sito projectcensored che pone questa notizia al tredicesimo posto tra quelle censurate dai media americani nel corso dello scorso anno (10). Quello che conta è invece il circo mediatico della politica: il Campaign Team organizza sei autobus in cui 220 giornalisti provenienti da tutto il mondo seguono gratuitamente la breve campagna elettorale di Arnold lungo le strade della California, senza avere però la possibilità di incontrarlo individualmente e ascoltandolo ripetere lo stesso discorso in ogni città visitata. Grazie al media televisivo gli incontri con la gente sono affollatissimi e la gente vuole solamente vedere e toccare di persona un mito cinematografico: mentre i giornali sono usati unicamente come accessori del grande circo delle immagini. Gli ingredienti del successo politico di Arnold? Il controllo dei media in primo piano. Poi una campagna brevissima per evitare che i contenuti politici potessero imporsi all'attenzione della gente, un messaggio efficace "Join Arnold" su migliaia di cartelli distribuiti ai fan, magliette con la scritta "Terminator for Governor" che Schwarzenegger lancia tra il pubblico ai suoi comizi, dei bagni di folla organizzati ad arte che vedono la presenza di comparse prezzolate che impediscono alle voci dissenzienti di alzarsi, i toni del populismo più bieco - compreso l'uso della scopa ai comizi per esemplificare la necessità di fare pulizia dei vecchi politicanti e far sorgere una nuova voce -, e infine una marcia sul Capitol californiano dei supporter al grido appunto di "Join Arnold".
Ai giornalisti che hanno seguito la campagna sui pullman un senso di frustrazione e la voglia di raccontare l'altra storia così efficacemente descritta in How Arnold Won the West: dove però "vincere l'Ovest" da parte del circo mediatico orchestrato dai Repubblicani significa non tanto vincere nell'Ovest degli Stati Uniti, bensì vincere nell'Occidente con le sue regole democratiche instabili e aggredibili da politici rappresentanti corporation senza scrupoli, armate di milioni di dollari e con interessi economici da difendere strenuamente, al punto che, come ci ricorda il documentario in chiusura, si parla di abolire con un emendamento quanto enunciato nel comma 5 dell'articolo II della sezione I della Costituzione americana, secondo il quale può essere eletto presidente degli Stati Uniti solo un cittadino nato negli Stati Uniti. Ma a questo punto si potrebbe anche proporre di abolire il primo emendamento in quanto superato per quanto riguarda la "libertà di parola o di stampa", non tanto nei principi quanto nei fatti.
4. Uncovered: la guerra in Iraq
Un altro film ospite del festival internazionale del cinema di Locarno di questa estate è stato Uncovered: The War on Iraq (11). Non che il film fosse una novità (era già stato al festival di Cannes), tuttavia la sua estrema attualità e l'interesse che ha riscontrato tra il pubblico ha richiesto che la pellicola venisse riprogrammata più di una volta. Uncovered è principalmente uno sguardo profondo sulla censura che ha oscurato, non solo in America ma nel mondo intero, la guerra in Iraq nei suoi aspetti più sconvolgenti che continuano a mietere migliaia di vittime civili. Il film ricostruisce gli eventi dal marzo 1993, quando il presidente americano George W. Bush, sfruttando il trauma dell'11 settembre, ha trascinato gli Stati Uniti nella guerra irachena promettendo che il conflitto sarebbe stato rapido: una guerra preventiva indispensabile per la rimozione di un tiranno e per l'esportazione della "democrazia".
Uno dopo l'altro, gli argomenti che sono stati utilizzati per orchestrare l'aggressione vengono smontati con filmati di repertorio come ad esempio l'intervista dell'ex analista della CIA, Ray McGovern, ora membro del Veteran Intelligence Professionals for Sanity (VIPS), un gruppo autonomo di professionisti in pensione dell'intelligence che ha sin dall'inizio creduto false le accuse relative al possesso di armi di distruzioni di massa del regime iracheno. Se questa immagine viene messa a confronto con quella dell'ormai ex Segretario di stato, Colin Powell, che dichiara al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite nel febbraio del 2003 esattamente il contrario, si può pensare più a una manipolazione dell'informazione che non a una vera e propria censura (12).
A differenza della prima guerra irachena, il conflitto del Golfo che nel 1991 aveva portato gli Stati Uniti di Bush Sr. a intervenire in modo drastico contro l'Iraq di Saddam Hussein a difesa di ragioni geo-economico-politiche legate al controllo del petrolio, questa seconda guerra è rimasta uncovered. La guerra del Golfo era stata immaginata come evento mediatico, e in alcuni istanti nelle immagini che provenivano dal conflitto era più facile scorgere cameraman e giornalisti che non soldati impegnati nei combattimenti: l'offensiva durò meno di cento ore e dopo quaranta giorni di bombardamenti il regime iracheno cedette e i militari americani raggiunsero gli obiettivi che si erano prefissi con perdite esigue. Questa guerra, almeno in termini mediatici, è stata di seminale importanza in quanto gli effetti della rappresentazione sono stati funzionali all'azione militare. Ma, all'aumento dell'esposizione mediatica del fenomeno bellico ha corrisposto una minore capacità da parte dello spettatore di stabilire una presa sulla realtà e di agire da parte del cittadino (13)
La guerra in Iraq, pur avendo come presupposti le stesse ragioni della guerra del Golfo, si gioca invece sull'assenza voluta dei media per cercare di evitare quello che viene chiamato l'"effetto Vietnam". Ed eccoci ancora alle corporation dei media che vengono accusate nel documentario di Robert Greenwald di eccessiva indulgenza nei confronti delle scelte dell'amministrazione americana e dell'esercito che viene lasciato libero di gestire le informazioni, preoccupato più che altro di tenere fuori del campo visivo la morte violenta e i suoi effetti sul corpo delle vittime, in particolar modo dei bambini. Una censura produttiva dunque che pregiudica definitivamente il raggiungimento degli obiettivi del giornalismo di informazione.
Apparentemente il cerchio si chiude: le corporation che controllano i media americani possono benissimo autorizzare la proiezione di un video che mostra l'uccisione a freddo di un prigioniero di guerra, sapendo però che la reiterazione delle immagini provoca ancora una volta la cecità e l'impotenza dello spettatore globale. Ma queste immagini di morte dalle strade di Falluja, come quelle delle torture nelle carceri di Abu Ghraib, non sono altro che la punta dell'iceberg di quanto i profughi che riescono a fuggire dalla città raccontano, fornendo dettagliate informazioni a organizzazioni come Amnesty International che ha già denunciato "la grave violazione delle leggi di guerra che proteggono sia i civili sia i combattenti" (14).
Ma a questo punto non si tratta più di un problema legato alla Costituzione americana e alla "libertà di parola o di stampa" sancita dal primo emendamento, bensì al diritto internazionale tout court che insegna principi, come il rispetto dei civili non combattenti e dei prigionieri di guerra, che poi non trovano applicazione nella realtà. Alla cecità e impotenza dello spettatore si aggiunge così quella dell'intera comunità internazionale intrappolata nella spirale della violenza.
Note
1. Si veda Marco d'Eramo, "I serbatoi d'odio fanno il pieno", Il Manifesto, sabato 13 novembre 2004, p. 4.
2. Le notizie del 2002-2003 sono state monitorate da due studenti del corso di Storia dell'America del Nord della Facoltà di Scienze politiche dell'Università degli Studi di Milano: Micol Colombo e Claudio Perego.
3. Si veda al sito projectcensored.org.
4. Per ulteriori approfondimenti si veda il sito: inequality.org.
5. "Censored 2004" al sito.
6. Joel Bakan, The Corporation. La patologica ricerca del profitto e del potere, Fandango, Roma, 2004, p. 21.
7. "Corporate Personhood Challenger" al sito.
8. Peter Phillips, "Democracy Fails: Corporations Win", al sito.
9. How Arnold Won the West. Regia: Alex Cooke; Produzione: Article Z; Distribuzione: MGI International; Durata: 80'; Francia 2003.
10. "Schwarzenegger Met with Enron's Ken Lay Bifore the California Recall" al sito. Sullo scandalo Enron si veda l'articolo di Bruno Cartosio "Enron, WorldCom & Co.: il capitalismo dei clan", Ácoma, 24 (2002), pp. 4-19.
11. Uncovered: The War on Iraq, regia: Robert Greenwald; Produzione MoveOn.org; Distribuzione: Cinema Libre Studio; Durata: 81'; Stati Uniti 2004.
12. Per raffrontare le immagini dell'intervista sul web si veda truthuncovered.com.
13. Antonio Scurati, Televisioni di guerra. Il conflitto del Golfo come evento mediatico e il paradosso dello spettatore totale, Ombrecorte, Verona, 2003.
14. Si veda il comunicato stampa di Amnesty International al sito: web.amnesty.org.
golemindispensabile.it
novembre 23 2004
Lezioni di economia da Roma
Che fate stasera sotto la Madunina che te brila de luntan? Tutti a casa a far audience al Grande Fratello? Bravi, bravi, fate il vostro dovere... che qui al Colosseo invece ci si diverte un sacco.
Concerti e presentazioni, appuntamenti in strada e nei negozi: Roma è stata coinvolta per due settimane dal ciclone MTV che, con il suo Music Award ha fatto esplodere eventi pop un po' ovunque, fino ad arrivare al concertone al Colosseo ed alla serata televisiva all'ippodromo di Tor di Valle. Roma ed MTV si vogliono molto bene da qualche anno: la voglia di stare all'aperto e la musica dei teenager si incontrano bene e non c'è occasione in cui MTV Italia non approfitti degli spazi che il Comune gli mette a disposizione. Il Comune offre tutto lo spazio che c'è e ne propone pure di nuovo, sponsorizza, spende ed incassa.
Tanti anni di buon governo cittadino, con il sindaco Rutelli e con Weltroni, hanno abituato Roma a vedere milioni di persone in strada che partecipano alle Notti Bianche, al World Gay Pride, all'estate Romana con le sue rassegne musicali, cinematografiche e culturali. Feste di quartiere e maxi-eventi del Capodanno, inaugurazioni di musei e festeggiamenti religiosi che significano gente in movimento, negozi aperti fino a tarda notte, gente che mangia e beve, organizzatori che lavorano e pagano stipendi: Roma dimostra che la cultura paga, fa felici le persone e fa muovere l'economia molto di più delle tristi strade dello shopping milanese, dove si sopravvive con gli acquisti delle veline e dei parlamentari leghisti e manco più i giapponesi vanno volentieri. E dico sul serio: una economia vera di spazi all'aperto, locali, associazioni culturali, musei temporanei, maxieventi e concertoni che poche città nel mondo possono vantare. Una macchina per l'intrattenimento che genera milioni di euro di fatturato ogni anno ed ha creato decine di migliaia di posti di lavoro fissi e stagionali.
Una capitale viva e vegeta, insomma, alla faccia di chi la vorrebbe grigia e moribonda sotto i colpi dei tagli al Bilancio comunale imposti dal governo di centro-destra. I romani ci sono abituati, dicevo: ma i duecentomila ragazzi quest'oggi saltellanti a Via dei Fori Imperiali (la Via dell'Impero nel ventennio fascista, che un deputato di AN stamattina voleva "proteggere" nei suoi gagliardi ricordi) che cantano ed applaudono davanti al palco del Colosseo per il concertone e per la serata degli Oscar di MTV strapperebbe via le budella dalla commozione a chiunque.
Per me poi, che negli anni '80 avevo gli stessi capelli e lo stesso nichilismo di Robert Smith dei The Cure, è una roba che non si descrive.
www.zonasedna.net
Travaglio :" Per uscire dal regime, l'esempio è Zapatero" - di Giulio Gargia
Marco Travaglio è certo il giornalista più sgradito a Berlusconi, quello a cui non vorrebbe mai rispondere. Stasera è a Napoli,alla Feltrinelli di piazza dei Martiri, per presentare “Regime”, il suo nuovo libro scritto a quattro mani con Peter Gomez.
Che idea si è fatto di questa esplosione di violenza camorristica che stiamo vivendo a Napoli ?
«Credo che sia l’effetto di una politica criminale sciagurata del Governo: si è rinunciato ai pentiti, e adesso non c’è più un monitoraggio di mafia e camorra dall’interno. Il risultato è che il governo ha convissuto con il fenomeno, quasi sperando che fossero le stesse organizzazioni camorriste a gestire l’ordine pubblico. ma l’inversione di rotta sui pentiti è cominciata già con il centrosinistra. Gli effetti sono diversi. In Sicilia, c’è la pax mafiosa perchè funziona il patto di non aggressione con la politica. A Napoli, invece, la camorra diventa assassina per le sue lotta interne. Ma in entrambi i casi, siamo ciechi, non sappiamo davvero cosa sta succedendo all’interno».
E la proposta di militarizzare la città ?
«L’impiego dell’esercito ha senso solo se facesse parte di una nuova politica di attenzione. In Sicilia funzionò per liberare uomini per indagini che ebbero a supporto finanziamenti, nuove leggi e una decisa volontà politica di colpire la mafia».
Veniamo al suo libro. Perchè “Regime”?
«Le rispondo con una citazione di Montanelli.“Oggi, per instaurare un regime, non c’è più bisogno di una marcia su Roma. Bastano i cosiddetti mezzi di comunicazione di massa: e fra di essi, sovrana e irresistibile, la televisione”. E questa frase apre il libro di Peter Gomez e mio».
Un lavoro che sarà presentato stasera alle 18, alla libreria Feltrinelli di piazza dei Martiri. Oltre all’autore, ci sarà anche Rosalia Porcaro, in arte Veronica, protagonista involontaria di uno degli episodi di censura televisiva elencati nel volume di Travaglio e Gomez. Perchè “Regime”, nonostante il titolo, non è un libro a tesi. Non c’è nulla di ideologico nel lavoro di Gomez e Travaglio. E’ un libro fatto di documenti e testimonianze, un calendario di eventi inoppugnabili che compongono un quadro d’insieme nitido e trasparente. Un disegno che conduce automaticamente al titolo del volume. Non si tratta di sapere “se” in Italia c’è un regime, si tratta di documentarne lo svolgimento. E il libro rappresenta una perfetta sceneggiatura del documentario alla Michael Moore che in Italia nessuno girerà mai. Perchè proprio questo è uno degli effetti del “Regime”: che la censura si trasforma spesso in autocensura.
Travaglio, questo libro racconta anche di episodi riferiti ai comici partenopei. «Ce ne sono due non molto conosciuti. Uno è quello di Rosalia Porcaro, tagliata per aver interpretato il personaggio di una fan di Berlusconi un pò troppo entusiasta.L’altro è un caso di censura razzista, applicato da Marano, direttore di Rai Due, nei confronti di Francesco Paolantoni, in cui la motivazione non è stata il contenuto del programma, ma proprio ed unicamente la provenienza partenopea del conduttore. A Paolantoni - che doveva presentare un quiz, mica satira politica - è stato detto, più o meno testualmente: “Non posso affidarti il programma perchè sei napoletano. Sai, io rispondo alla Lega...”. E al suo posto è andato Bossari, che oltre ad essere del Nord, ha anche le prime quattro lettere in comune con Bossi... »
Poi ci sono i casi più noti, Biagi, Santoro, Luttazzi...
«Ma all’interno dei casi noti, ci sono modalità sconosciute. Come quelle di Santoro che fa causa alla RAI perchè chiede di guadagnarsi i soldi del suo contratto lavorando, e la RAI gli risponde che non può farlo lavorare perchè lui gli ha fatto causa...insomma, un pezzo da “Comma 22”, da teatro dell’assurdo».
Da pochi giorni è stata approvata al Senato una legge che assoggetta al codice militare le notizie sui teatri dei combattimenti.
«Questo è un vero salto di qualità. Per quei pochi a cui non basta l’intimidazione della censura, adesso ci sarà il tribunale militare. Se questa legge sarà approvata anche alla Camera, potranno darti fino a 5 anni per divulgazione di notizie su uno scontro a Nassyrya, se non hai il timbro dell’Esercito sull’articolo. Una cosa del genere non c’è nemmeno nel Patriot Act di Bush dopo l’11settembre. Perchè almeno negli USA i giornalisti sono un potere vero, che possono anche piegarsi individualmente, ma tengono alla loro indipendenza. Qui in Italia hanno fatto cacciare Biagi senza fare una piega. Socci insegna alla scuola di Giornalismo, Anna La Rosa e Giorgino all’Università. Che altro dire ? Se ne esce solo se la politica si ritira dalla informazione. E lo fa in quattro mosse: abolizione della Gasparri, approvazione di una legge seria sul conflitto d’interesse, applicazione delle sentenze della Corte Costituzionale su Retequattro. E restituzione della RAI alla sua funzione di Tv pubblica, fuori dai partiti. Zapatero in Spagna lo sta facendo. Già, ma Zapatero è considerato un pericoloso estremista dalla nostra sinistra»
megachip.info
L’Europa si riprenderà e metterà in crisi gli Usa"
L’INTERVISTA/ STEPHEN ROACH/ IL GURU DELLA MORGAN STANLEY SPIEGA PERCHÉ AUMENTANO LE INCOGNITE LEGATE AL DEFICIT AMERICANO CHE IL BUSH 2 NON HA INTENZIONE DI AFFRONTARE
EUGENIO OCCORSIO
«L’America ha scelto con imprevedibile chiarezza e rapidità. Ma così come ha scelto quattro altri anni con Bush, si è imbarcata in una serie di scommesse che a mio parere sono difficilissime da vincere». Stephen Roach, capo economista della Morgan Stanley, parla chiaro per abitudine. E anche stavolta non smentisce la sua fama di essere il più diretto ed esplicito fra i guru di Wall Street. L’amministrazione, e soprattutto la politica economica in corso, non gli piacciono, non lascia nessuna zona d’ombra su questo punto.
Scommesse, diceva. In che senso?
«Bè, intanto c’è una scommessa sulla capacità di sopportazione e sulla pazienza dell’Europa. Fino a quando sarà in grado di sopportare la necessità di finanziare continuamente il deficit americano con l’acquisto inarrestabile di attività denominate in dollari? E fino a quando continuerà con la sua politica di restrizione dei consumi?»
Cosa vuol dire?
«Oggi la crisi economica dell’Europa è basata soprattutto su una debolezza apparentemente invincibile dei consumi. Sono stato tante volte a Milano e ogni volta mi faccio un giro in quei bei negozi di via Montenapoleone, tanto belli quanto vuoti. E mi chiedo come faccia un’economia come quella italiana, e quella europea, a reggere in assenza dei consumi, che a loro volta trainano lo sviluppo e gli investimenti industriali. Ora, c’è da presumere che tutti i governi europei stiano approntando misure per rilanciarli, questi consumi, e che stiano anche per avere qualche successo. Lo stesso patto di stabilità comunitario andrà rivisto, occorre in qualche modo liberare le dinamiche dell’economia dalla camicia di forza in cui sembrano imbrigliate. E a quel punto, che non è secondo me troppo lontano, per l’America cominceranno i problemi veri: intere correnti di risparmio e capitale internazionale verranno dirottate dal semplice acquisto di obbligazioni in dollari, che è quello che sostiene il deficit americano, a più vivaci investimenti in Europa. Guardi che l’Europa non sostiene solo il peso degli Stati Uniti ma anche di tutti quei paesi asiatici che sono legati al dollaro da un regime di "quasipeg". E farà di tutto per scrollarsi di dosso quest’onere, alla fine ce la farà. Proprio qui sta il rischio per gli Stati Uniti. Ma non è certo l’unico».
Quali sono gli altri?
«Sicuramente un’altra scommessa dura da vincere è quella sulla produttività. L’America dovrebbe mantenere il suo tasso di crescita annualizzato del 3% che sostiene dal 1995, dovuto soprattutto ai miglioramenti tecnologici. Ma ci sono, qui sta il punto, diversi segnali, che questo tasso di produttività, sul quale si basa anche la sostenibilità del disavanzo, stia diminuendo. Era una specie di miracolo, e i miracoli non durano».
Quali potrebbero essere le conseguenze?
«Vede, al mantenimento di un elevato tasso di produttività è legata l’attuale politica dei tassi della Fed, che è dichiaratamente di stimolo per l’economia, nel senso che è irrealistico che i tassi siano ancora al 2% dopo anni e anni a meno che non ci sia una deliberata politica di sostegno all’economia, e questo è il caso. Ma se viene meno la produttività, la Federal Reserve dovrà per forza alzare i tassi perché a quel punto scatterebbe il pericolo di inflazione con interessi così bassi».
Greenspan tra l’altro "scadrà" nel 2006. E’ sicuro che il suo successore seguirà la stessa politica?
«Guardi, in linea di massima sì, anche perché la nomina spetta a Bush, e il presidente ha già fatto capire che l’uomo sarà Martin Feldstein, che non sembra avere idee diverse da Greenspan. C’è anche un outsider che si chiama Glenn Hubbard, ma anch’egli è un monetarista convinto. Insomma, non si cambierà registro. Vorrei con l’occasione precisare che la conferma di Bush non significa soltanto la continuazione della guerra in Iraq e altro, perché il presidente americano è in grado imporre con una forza incredibile il suo stampo su ogni aspetto della vita economica e sociale. Pensi solo, per fare un altro esempio, che Bush avrà a disposizione la nomina di quattro giudici (su sette) della Corte Suprema, e le lascio immaginare cosa questo significherà in termini di aborto, pena di morte, diritti civili, sicurezza interna».
Torniamo però all’economia. Diceva che se continuerà l’attuale politica dei bassi tassi, il pericolo diventerà l’inflazione. Con quali conseguenze?
«Le conseguenze sarebbero a catena, a partire appunto dal rialzo dei tassi, fino alla recessione. Di più: questa forsennata corsa alla produttività è stata un magnete per l’acquisto da parte degli stranieri di attività in dollari. Se viene meno, ecco che tutto questa fragile costruzione si smantella. Secondo me, ci sono elevate possibilità che ciò accada. E di questo porta la responsabilità l’attuale amministrazione, che ha consentito il lievitamento del debito pubblico, per non parlare di quello privato, fino ai livelli attuali. Per questo è stato piuttosto incosciente consegnargli il paese per altri quattro anni. Il deficit resterà intorno al 3 per cento del pil ancora per un tempo indefinito».
A proposito di inflazione, non ritiene che il livello del dollaro così basso sull’euro (e sullo yen) sia in se stesso un fattore inflattivo?
«Diciamo che serve uno sforzo sempre più erculeo per tenere in piedi il delicato equilibrio che si è creato, e ad ogni punto di ulteriore svalutazione del dollaro i pericoli aumentano. Da oggi in poi, qualsiasi successo che avranno le politiche economiche europee comporterà un serio ripensamento da parte delle banche centrali di tutto il mondo nell’allocazione delle risorse. Senza contare un altro fattore, stavolta tutto interno americano: del disavanzo Usa fanno parte, insieme ai tagli alle tasse irrazionalmente distribuiti e alle spese militari abnormi, i costi dell’assistenza pubblica in America che sono fatalmente destinati ad aumentare ed, essi sì, non comprimibili, perché oggetto di una pressione politica che qualsiasi amministrazione non può non sentire. Come saranno finanziati, è un mistero. Le banche centrali internazionali possono farsi carico di tutto questo, ma solo temporaneamente».
A quanto sembra di capire, l’ostinazione di Bush nei tagli fiscali sembra quantomeno un azzardo…
«Guardi, è ancora aggravata dal fatto che non sembra rispondere ad una logica organica di riforma. Sono tagli e basta. Presuppongono una propensione al risparmio, o perlomeno agli investimenti produttivi, da parte degli americani che non esiste. Viceversa, se la crescita continuerà ad essere sostenuta, si assisterà ad uno sviluppo delle importazioni che non farà che aggravare il già macroscopico deficit della bilancia dei pagamenti. Tutto questo non potrà che esasperare la già problematica interconnessione fra dollaro e tassi d’interesse, e quel che è peggio è che temo che si porrà un grosso rischio a questo punto per i mercati finanziari».
Sia più esplicito su Wall Street.
«Per ora il quadro non è allarmante, se non altro perché come dicevo per ora proseguirà la politica dei bassi tassi. Ma sul mediolungo termine la mia previsione è molto negativa».
Abbiamo parlato di America e di Europa, ma lei è appena tornato dalla Cina. E’ vero che c’è un rallentamento della crescita?
«A dire la verità, sono stato una decina di giorni in Cina e devo dire che la mia opinione sta cambiando. Non sono più convinto che ci sia un vistoso rallentamento (si era parlato di una discesa dal 9,3 del 2004 al 7,0 nel 2005, ndr), anzi credo che per almeno un altro anno l’economia cinese reggerà l’attuale ritmo di espansione, o perlomeno la frenata sarà minima e assolutamente tollerabile oltre che ben gestita dall’attuale dirigenza. Ed è un rapporto destinato a non cambiare sul breve termine. Gli stessi cinesi sembrano un po’ preoccupati, tant’è vero che hanno alzato i tassi (il 28 ottobre, ndr) ma mi sembra che abbiano strutture sempre più solide. C’è di più: mi sono convinto di quanto sia grande il ruolo dell’economia cinese nel pianeta. Forse non si arriverà al 24% del totale dell’incremento della crescita mondiale di cui parla il Fondo monetario, ma si tratta sicuramente di livelli impressionanti: pensi che è quattro volte la quota della Cina nel pil globale».
www.repubblica.it/supplementi/af/
Berlusconi e i pericolosi ragionieri sovversivi
di ALBERTO STATERA
"L’avverto, la sua carriera finirà in modo poco decoroso. Lei ebbe un ordine, lo esegua, altrimenti in giornata la esonero dalle sue funzioni". Con queste parole Giovanni Giolitti, presidente del Consiglio dal 1903 al 1914, dopo una prima presidenza conclusasi dieci anni prima per lo scandalo della Banca Romana, usava minacciare gli alti dirigenti statali, che considerava come una sua milizia privata. Su 69 prefetti, a un certo punto, ne silurò 47 sospettati di scarsa fedeltà. Erano passati i tempi di "monsù Travet", il personaggio passacarte di una commedia in dialetto piemontese di Vittorio Bersezio che a metà dell’Ottocento divenne l’eponimo della pubblica amministrazione, ma era questo il trattamento che Giolitti riservava all’élite burocratica. Novant’anni dopo, il tardo successore di Giolitti ha apostrofato un alto civil servant con le seguenti parole: "Io ti ho fatto generale e io ti degrado". Parole che Berlusconi ha sibilato, secondo il resoconto di Augusto Minzolini, non a un qualsiasi prefetto, ma al ragioniere generale dello Stato.
Al giorno d’oggi, il ragioniere generale è l’uomo che fa pompare il cuore dello Stato, col governatore della Banca d’Italia è uno dei grand commis più importanti. Per di più dal 2002 su quella poltrona non siede un qualunque travet nominato per meriti di anzianità, ma un professore di indiscussa autorevolezza, assai stimato dal presidente Ciampi. Vittorio Grilli è uno dei migliori economisti della sua generazione, ha studiato e insegnato nelle principali università inglesi e americane, dal 1994 al 2000 è stato direttore del Tesoro nel Dipartimento di analisi economico finanziaria e privatizzazioni come braccio destro di Mario Draghi. Dopo un’esperienza come banchiere d’affari al Credit Suisse First Boston di Londra è tornato, scelto da Tremonti, non certo per migliorare la sua personale condizione finanziaria. Si congratulò con l’odiato successore persino Vincenzo Visco: "Forse disse Tremonti ha finalmente capito che per fare quel lavoro lì, cioè l’amministrazione, ci vuole gente indipendente e capace di dire di no".
Passato Tremonti e finiti i troppi sì, sfogata tutta l’ira possibile su Domenico Siniscalco per i no al "meno tasse per tutti", è toccato al professor Grilli, economista british e freddino, sentirsi dire dal presidente del Consiglio che se non fa come gli si ordina la sua carriera finirà in modo poco decoroso. Il senso dello Stato del premier è ben noto, tanto che il paragone con Giolitti è lievemente deviante. Anche gli studenti del primo corso di materie giuridiche sanno che la base di legittimazione della pubblica amministrazione e dei suoi grand commis non è più la volontà del sovrano, ma la legge, che non può guardare alla maggioranza politica del momento. La legge prevale sulla collaborazione con il presidente del Consiglio e, in questo caso, anche con il vicepresidente e neoministro degli Esteri Fini, che a Grilli ha manifestato tutta la sua insofferenza. Ma si sa che con Berlusconi le regole istituzionali valgono poco. Ora si è convinto non solo del fatto che i tecnici sono obnubilati dalle sciocche regole della ragioneria, ma che i Tremonti Boys, in testa Siniscalco e Grilli, sono una pericolosa cellula sovversiva della sinistra insediata nel cuore del suo governo in vista del cambio di maggioranza che ci sarà nel 2006, se non prima.
Che il ragioniere generale dello Stato non voglia perdere la faccia con operazioni irresponsabili come quella della riduzione delle tasse a tutti i costi per mantenere un impossibile impegno elettorale di Berlusconi, è naturale. Che la sua lealtà sia in dubbio è un prodotto dei soliti fantasmi presidenziali. Ma, dopo le sfuriate berlusconiane contro i vincoli di bilancio, Grilli dovrà quanto meno mettere in dubbio la tesi sostenuta in un suo recente saggio, secondo cui i governi espressione di maggioranze basate sul sistema maggioritario anziché proporzionale hanno una politica fiscale più ordinata e sono più capaci di rispettare i vincoli di bilancio. Berlusconi docet.
statera@ilpiccolo.it
Il collasso della Finanziaria
Tito Boeri
Riccardo Faini
Sono passati solo pochi mesi da quando il ministro Domenico Siniscalco, da poco insediatosi sulla poltrona di Quintino Sella, inaugurò una nuova stagione di trasparenza sulla finanza pubblica. Le cifre esposte nel Dpef erano da brividi. Solo per rientrare nei limiti dei parametri di Maastricht servivano perlomeno 40 miliardi di euro su due anni. Per finanziare una riduzione tutto sommato contenuta della pressione fiscale ne servivano altri 12. Nel complesso, il 4 per cento del Pil, da reperire soprattutto con tagli strutturali di spese e aumenti di imposte. Ma in politica, soprattutto per un Governo non proprio granitico, quattro mesi possono essere un’eternità. E così trasparenza e realismo sulla situazione dei conti pubblici sono stati presto sostituiti da confusione e opacità. Proviamo a ricapitolare quanto è successo.
Cronaca dello sgretolamento della legge di bilancio
A settembre viene portata in Parlamento la Legge finanziaria. Una scatola semi vuota, fatta di tagli di spesa di dubbia efficacia (è il parere della Corte dei conti) e assai poco trasparenti (il servizio Bilancio della Camera produce un documento di 170 pagine di rilievi e richieste di chiarimento), di aumenti estemporanei di imposta , di misure a rischio bocciatura da Eurostat (Anas), di provvedimenti una tantum (potevano mancare?) e basata su ipotesi ottimistiche di crescita.
A ottobre, comincia da parte della stessa maggioranza che l’ha presentata, lo svuotamento della Finanziaria, per quel poco di sostanziale in essa contenuto. La revisione degli studi di settore da automatica diventa discrezionale e soggetta ad accordo preventivo con le parti interessate, l’adeguamento degli estimi catastali viene rinviato sine die, si amplia l’area di esenzione dal campo di applicazione del nebuloso tetto del 2 per cento alla crescita della spesa, aprendo prima falle e poi voragini nel bilancio pubblico.
A novembre subentra il caos. Perse quelle poche (vere) risorse individuate dalla Finanziaria, mancano i soldi per coprire i tagli di imposta, a lungo promessi. Ma la politica non ci sta, pretende gli sgravi fiscali e si rifiuta di tagliare le spese, incurante dei moniti del Fondo monetario secondo cui, anche in assenza di sgravi fiscali, servirebbero perlomeno 6-7 miliardi di minori spese semplicemente per rimanere sotto il tetto del 3 per cento nel 2005.
L’ingegneria fiscale
In un mondo ideale (quello di Gordon Brown?) la politica economica sarebbe caratterizzata da rigore e stabilità, offrendo segnali il meno possibile contraddittori tra di loro, indispensabili per consentire a imprese e famiglie di investire nel proprio futuro e in quello del paese. E in Italia? Dal bonus figli al bonus nonni. Dalle due aliquote Ire alle 4+1. Dalla franchigia al tetto sulle deduzioni Irap. Dalla certificazione dei diritti alla pensione d’anzianità alla probabile chiusura delle finestre. Dal trasferimento del Tfr ai fondi pensione con compensazione per le imprese al trasferimento del Tfr all’Inps senza compensazione.
L’ingegneria fiscale di questo Governo sembra non avere limiti spazio-temporali. Si cambia tutto e fino all’ultimo secondo disponibile per la presentazione di un testo in Parlamento. Non è certo la prima volta che un esecutivo interviene in corso d’opera sulla struttura di una legge di bilancio già in discussione alle Camere, ma non si era mai arrivati a questo punto del processo di bilancio con tanta incertezza. Il fatto più grave è che ogni nuova misura proposta, mentre è ancora allo studio dei tecnici e oggetto di trattativa nella maggioranza, viene immediatamente annunciata pubblicamente e in modo confuso. È la strategia degli annunci. La stessa che ha fatto sì che gli sgravi Irpef siano stati "venduti" come imminenti alle famiglie da anni, quelli sull’Irap abbiano una storia non meno lunga di annunci alle imprese. A cui spesso si aggiunge la strategia dell’estemporaneità. Due anni fa il Governo senza alcun preavviso cessò di finanziare misure che avevano stimolato la conversione di lavori temporanei in contratti permanenti (il bonus occupazione), senza curarsi del fatto che le imprese avevano già programmato e spesso messo in atto la propria politica di assunzioni proprio facendo conto su tale incentivo. Oggi si annuncia la sua reintroduzione sotto spoglie diverse (lo sgravio Irap condizionato alle assunzioni), salvo poi rimettere tutto nel cassetto dopo l’ennesimo ripensamento del presidente del Consiglio.
Incertezza come fonte di sprechi
C’è un costo in tutto questo bailamme di cifre e di proposte. Quello di buttare via i pochi soldi disponibili per politiche che ci portino ad agganciare la ripresa internazionale. Gli incentivi e gli sgravi fiscali servono per indurre comportamenti "virtuosi": si intende spingere le famiglie ad aumentare i consumi oppure le imprese ad assumere più lavoratori e investire in ricerca e sviluppo. Ma se domina l’incertezza sulla natura, l’entità e la durata degli interventi, i beneficiari saranno solo coloro – famiglie e imprese – che avrebbero aumentato i consumi o assunto nuovi lavoratori anche senza il contributo dello Stato. Con questi interventi si hanno solo dei "windfall beneficiaries", degli operatori che si trovano un regalo inatteso quanto inutile.
E gli ammortizzatori sociali?
Certo, quella di tagliare le tasse è stata una promessa. Ma quante altre ce ne sono state? Oltre a quello con gli italiani, il Governo ha sottoscritto un contratto che ha valore legale col paese, il Patto per l’Italia. Prevede una mini-riforma degli ammortizzatori sociali. Meglio di niente. Perché non cominciare dal rispettare quel Patto dando più certezza alle famiglie, paurose di perdere lavoro e di diventare più povere (entrambi i rischi sono aumentati nell’ultimo decennio)?
Forse è venuto il momento per i ministri "tecnici" di fare sentire la propria voce invece che nascondersi dietro al paravento del presidio dei saldi. Conta tantissimo cosa si taglia e come si spende, non solo il saldo. E conta anche il modo con cui si arriva a decidere e come lo si comunica all’opinione pubblica.
www.lavoce.info/
LA PARABOLA DEI DEMAGOGHI
curzio maltese
da Repubblica - 23 novembre 2004
La partita di poker che gli alleati di governo stanno giocando da mesi sulle spalle del Paese dovrebbe essere ormai al finale. Dove si scopre chi bluffa. Se è Berlusconi, con l´ultimatum (o penultimatum) sul voto anticipato in caso di mancata riforma fiscale.
I demagoghi
Oppure se bluffano Fini e Follini a opporsi con sdegno alle berlusconate di bilancio che proietterebbero l´Italia fuori dall´Europa di Maastricht, verso la deriva sudamerica-na paventata da Bankitalia. Stavolta tutti sembrano decisi ad "andare a vedere" e almeno si capirà chi ha vinto o perso. Ammesso che si possa parlare di vincitori nel mesto spettacolo.
Se il premier fa sul serio, Fini e Follini dovranno inchinarsi, come del resto hanno già fatto innumere-voli volte, per evitare un massacro elettorale.
Altrimenti saranno guai seri per il Cavaliere. Nella sua lunga carriera da grande giocatore dell´imprenditoria e della politica, nessuno ha mai scoperto un bluff di Berlusconi. Ma la prima volta potrebbe essere quella definitiva, la fine dell´avventura.
Il rilancio di Berlusconi è una mossa a un tempo astuta e disperata. Il premier sa che senza tagli fiscali la sconfitta elettorale diventa soltanto una questione di tempo, subito o fra un anno. Fino a qualche settimana fa sperava ancora di cavarsela con l´ennesimo rinvio. In un raro momento di sincero realismo Berlusconi aveva ammesso che, grazie alle imprese dei suoi amici Craxi e Andreotti (un debito pubblico moltiplicato per otto dall´80 al ´92), ogni riduzione delle aliquote era di fatto impossibile.
Questa la bella eredità della memorabile classe dirigente spazzata via dai giudici cattivi e comunisti. Ma la saggia sortita di un Berlusconi finalmente statista non ha incontrato i favori del pubblico, soprattutto dei suoi elettori, abituati (da chi?) a favoleggiare Bengodi e paradisi fiscali.
Consultati i suoi aruspici del sondaggio, il premier ha dunque cambiato copione. Come si fa in tv quando l´audience crolla. Ed è tornato ai toni ispirati del profeta rivoluzionario, fino a minacciare crisi, dimissioni, maledizioni e soprattutto elezioni con liste separate, il moderno equivalente di una piaga biblica. Fini e Follini non gli hanno creduto, come ormai una solida maggioranza di italiani. Ed ecco l´ultimatum furbo e disperato. O riforma fiscale o morte (del governo). A costo di uscire dall´Europa, dopo aver millantato un´intesa con Berlino che invece non c´era. Anche a costo di far impazzire i conti pubblici e ritrovarsi con un danno concreto, sui mercati internazionali, assai superiore al minimo vantaggio immediato.
Nella parabola dei demagoghi arriva sempre il momento del rischio assoluto, della tensione eversiva. La parabola di Berlusconi è piena di queste «rivoluzioni dall´alto», dalla discesa in campo del ´93 alla sognante campagna elettorale del 2001, e finora gli è sempre andata bene. Stavolta è assai più difficile. La spinta propulsiva del movimento berlusconiano si è esaurita nella lunga e mediocre pratica di governo. Anche gli (ex) elettori di Forza Italia hanno capito che se uno vuole abbassare le tasse lo fa subito e non si riduce a fare il Bush dei poveri alla vigilia del voto. D´altra parte è anche difficile perfino per uno come Berlusconi interpretare la parte di Bush e al tempo stesso piangersi ostaggio del terribile Follini, detto «il ruggito del coniglio».
La verità è che la missione di questo governo si è compiuta nella difesa degli interessi del premier, dalla Cirami alla Gasparri. All´epoca la maggioranza era compatta, blindata.
Raggiunto lo scopo, ciascuno è andato per suo conto. Un po´ com´era accaduto al centrosinistra di Prodi, una volta centrato l´ingresso nell´Euro.
Una missione certo un po´ più nobile ma pur sempre limitata. La differenza è che nel centrodestra non esiste un´alternativa al premier. L´unico che può fare fuori Berlusconi, a destra, è Berlusconi. Ci sta infatti provando e forse, con l´aiuto di qualche ottimo consigliere, alla fine ce la farà.
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Ds Milano - Rassegna stampa
Pietro: "Occorre rilanciare la questione morale"
REDAZIONE
"La cronaca giudiziaria che arriva dalla Basilicata dimostra che la malapolitica si sta riappropriando della situazione governativa del Paese, soprattutto perché i politici di oggi tendenzialmente si distinguono in due categorie: quelli collusi e quelli che stanno a guardare, senza prendere decisioni né assumersi responsabilità".
Con queste parole il leader dell'Italia dei Valori Antonio Di Pietro ha commentato l'operazione dei Carabinieri che, nell'ambito di un'inchiesta della Magistratura inerente i rapporti collusivi tra la mafia e gli ambienti politici, amministrativi e imprenditoriali, ieri ha portato all'arresto di cinquantatre persone in Basilicata.
"Occorre rilanciare con forza la questione morale ad ogni livello - ha aggiunto - le imminenti elezioni regionali sono un'irripetibile occasione per il centrosinistra, non solo per vincere ma anche per convincere, presentando candidature credibili, al di fuori di ogni sospetto".
L'europarlamentare ha inoltre spiegato la sua ricetta per "allontanare dalla politica coloro che se ne servono per farsi gli affari propri".
"E' essenziale inserire nel programma politico del prossimo vertice (della Gad, ndr) un articolo di legge (da approvare nei primi cento giorni) del seguente tenore - ha affermato l'ex Pm - coloro che sono stati condannati con sentenza passata in giudicato non possono essere candidati; e coloro che sono stati rinviati a giudizio per reati dolosi gravi non possono assumere incarichi di Governo locale o centrale".
www.centomovimenti.com/
Il voto elettronico: una tecnologia a scatola chiusa
Un altro modo per leggere questi dati è di scorporarli non in base alla tecnologia, ma al produttore. I tre fornitori di macchine ottiche e touch screen della Florida sono la Election Systems & Software (ES&S), la Diebold e la Sequoia Voting System. Dall’analisi statistica del voto si scopre che le macchine Sequoia Voting System danno a Kerry un vantaggo di 5 punti (52-47), quelle Diebold assegnano a Bush un margine di ben 11 punti (55-44), mentre quelle della ES&S gli assegnano un margine del 5% (52-47), ma con un fortissimo sbilanciamento a favore di Bush nei collegi a scansione ottica (61-38).
Ora, si dà il caso che la Diebold e la ES&S siano le due aziende che hanno o hanno avuto chiari legami con il Partito Repubblicano. La prima, con sede in Ohio, è di proprietà di un noto fundraiser del partito, Walden O’Dell. Nell’agosto 2003, O’Dell spediva una lettera ad altri finanziatori di Bush ribadendo “il suo impegno ad aiutare l’Ohio a portare i suoi voti al presidente l’anno prossimo”. Onde evitare polemiche, Ken Blackwell, l’attuale governatore repubblicano dello stato, finì per optare per i vecchi macchinari a schede perforate. Ma questo ovviamente non ha impedito alla Diebold di vendere le sue macchine in altri stati. Come la Georgia, dove nel novembre 2002 i repubblicani hanno ottenuto una vittoria nelle elezioni di mezzo termine che ha completamente ribaltato i risultati dei sondaggi.
Anche la ES&S, con sede in Nebraska, oltre a essere la maggior produttrice di macchine del paese, è finita nel 2003 nell’occhio del ciclone per i suoi legami con Chuck Hagel, senatore repubblicano del Nebraska. Bev Harris, l’attivista di Black Box Voting, scoprì che Hagel era il CEO e il proprietario del McCarthy Group, che a sua volta controllava la ES&S quando Hagel venne rieletto nel 2002 con l’83% dei voti - la vittoria più schiacciante della storia del Nebraska. L’80% dei voti era stato scrutinato con macchine ES&S, e i tentavi fatti dai democratici di denunciare il caso Hagel di fronte alla Commissione Etica del Senato si sono risolti in una bolla di sapone.
Eppure, nonostante la vigilanza degli attivisti sia cresciuta notevolmente negli ultimi due anni, anche in occasione delle presidenziali le macchine elettroniche sono state tutto fuorché sicure. A dimostrarlo, ancora una volta, è blackboxvoting.org, il sito che ha puntualmente denunciato i rischi di affidare il voto ad aziende e software proprietari, non sottoposti a un pubblico scrutinio. Con due documenti originali pubblicati la scorsa settimana, Bev Harris ha dimostrato come con ogni probabilità la sicurezza dei software Diebold non sia mai stata testata. L’Independent Testing Authority (Ita), l’organizzazione incaricata dalla National Association of State Election Directors (Nased) di effettuare i test sul funzionamento delle macchine elettroniche, non ha mai realizzato i test di penetrazione sui software. A domanda sul perché di questa omissione, i tecnici hanno risposto alla Harris che l’ITA è pagata dalle aziende produttrici, le quali, ovviamente, non vogliono che i loro programmi corrano il rischio di non essere certificati. Allo stato attuale, non risulta che la Nased si sia mai preoccupata di far eseguire i test di sicurezza.
Tutto ciò non sembra scuotere la calma olimpica degli alti ranghi del partito democratico. Anche se sei deputati hanno chiesto una nuova conta dei voti in diverse parti del paese, la linea è di “vigilare” sulla trasparenza del voto perché disservizi e malfunzionamenti non si ripetano nel futuro. Da qui a dire che il voto è stato truccato ci passa un oceano. Lo stesso che separa gli Usa dall’Europa, dove il voto elettronico sarà realtà con le europee del 2009. E dove le aziende come l’ES&S hanno già iniziato a vendere i propri sistemi.www.aprileonline.info
Informazione : taglio delle tasse e taglio della notizia
di red
Oggi il Wall Street Journal Europe - glissando sulle note folkloristiche e le scaramucce fra alleati della maggioranza che campeggiano invece nelle cronache italiane - mette il dito nella nostra piaga.
Secondo la testata, infatti, non ci sono buoni motivi per ritenere che un taglio delle tasse rilancerebbe l'economia italiana, attualmente in stallo. Questo mese il Fondo Monetario Internazionale e la Commissione Europea hanno gia' lanciato l'avvertimento, insieme ad un invito affinche' l'Italia cerchi innanzitutto di ridurre il proprio debito pubblico.
Tuttavia il "contratto con gli Italiani" firmato da Berlusconi, e la delusione degli elettori, certificata da recenti sondaggi, indurrebbero il Presidente del Consiglio a non posporre i tagli alle tasse al 2006, proprio per riconquistare la perduta fiducia dei cittadini, nota il giornale.
L'analista di Standard and Poor, Moritz Kraemer, ha dichiarato che la sua agenzia, abbassando il rating del debito italiano, nel giugno scorso, aveva gia' messo in conto il rischio che Berlusconi decidesse per i tagli alle tasse fin dal 2005. Altre agenzie potrebbero ridurre ulteriormente il rating del debito italiano, rendendo cosi' piu' costosi per lo Stato i nuovi finanziamenti.
Ma il gigantesco debito pubblico italiano, il terzo dopo quelli di Stati Uniti e Giappone, comporta che Roma abbia molti meno margini di manovra rispetto agli altri partners prima di giungere allo sforamento del Patto Europeo di Crescita e Stabilita', che impone ai paesi membri di mantenere il deficit di bilancio al di sotto del 3% del PIL.
Ecco perche' Berlusconi deve trovare adeguata copertura finanziaria per ogni eventuale taglio delle tasse e anche gli alleati sarebbero all'opera per trovare la copertura finanziaria necessaria. Secondo il quotidiano "Libero" di ieri, il ministro Giovanardi ha dichiarato che "le questioni economiche sono complesse e trovare la copertura non e' una cosa che va fatta con leggerezza".
www.osservatoriosullalegalita.org
L’Europa ha bisogno di un governo economico”
Come realizzare Lisbona senza imporre il rispetto delle regole agli Stati membri? Le ricette dell’economista tedesco Henrik Enderlein.
Henrik Enderlein è Professore al dipartimento di economia e all’istituto John F. Kennedy per gli Studi sul Nord America all’Università Libera di Berlino. La sua ricerca è focalizzata sulla governance economica della Ue paragonata col governo economico federale degli Stati Uniti.
Perché pensa che gli obiettivi della strategia di Lisbona non verranno raggiunti?
Tanto per cominciare la strategia di Lisbona è sprovvista di obiettivi precisi e di target intermedi. Lisbona è un metodo di tipo liberale, è un approccio-guida, per incoraggiare – più che vincolare – gli stati membri a intraprendere le necessarie riforme strutturali dei loro sistemi produttivi. Considero tale metodo uno dei cosiddetti coordinamenti negativi, nonostante il contesto sia quello di un coordinamento positivo. Mi spiego: nel coordinamento negativo è fondamentalmente imporre dei limiti o degli standard minimi, mentre il coordinamento positivo è un approccio con un obiettivo chiaro e tangibile sul quale tutti i politici sono d’accordo. Nel mercato del lavoro è certo possibile definire degli standard minimi, non si tratta però dell’approccio che necessita il mercato del lavoro attuale. Avremmo bisogno di criteri comuni, ovvero di un coordinamento positivo. Ma, come ha scritto Fritz W. Scharpf, un coordinamento positivo può risultare difficile nella Ue. Pertanto, l’agenda di Lisbona prevede un approccio intermedio, che prova a raggiungere i risultati del coordinamento positivo usando gli strumenti del coordinamento negativo. E’ qui che nascono i problemi.
La responsabilità per la realizzazione della Strategia di Lisbona è affidata ai singoli Stati. Ma qualora non adempino i loro compiti, non c’è un meccanismo di sanzione. Ma riuscirà la Commissione a tenere in piedi tutta la strategia basandosi solo sul condizionamento reciproco?
Se la Commissione disponesse di più potere per chiedere agli Stati di intraprendere le riforme in una precisa area, allora i problemi di governance economica verrebbero gestiti a livello europeo. Questo è il motivo per cui la Commissione si limita ad incoraggiare gli Stati membri, mediante delle linee-guida non vincolanti, a restare in contatto tra di loro, a comunicare, ad partecipare ogni anno a questi “concorsi di bellezza” su “chi ha portato a termine la miglior riforma per il mercato del lavoro”. Io sono personalmente molto scettico sui confronti di questo tipo. [Lisbona ha ragione] a confrontare i problemi per vedere se (…) le soluzioni possono essere applicate dagli altri Stati membri. Ma in generale, ho il presentimento che tale proposta sia piuttosto debole e troppo liberale per apportare i progressi sperati.
Ma se l’influenza reciproca non è sufficiente per rafforzare il processo di Lisbona, ciò vuol dire che l’Unione Europea ha bisogno di un governo economico federale?
Un governo economico federale per la Ue implicherebbe una decisione politica, e non economica (…). Oggi ogni Stato membro calcola fino all’ultimo centesimo quanto dà alla Ue e quanto riceve in cambio. I numeri sono molto piccoli, ma vengono molto pubblicizzati e discussi nel mondo politico.
Avere più responsabilità a livello europeo significa necessariamente che alcuni stati membri dovranno intraprendere azioni svantaggiose per se stessi per poter favorire altri stati membri, sulla base di elementi di condivisione dei rischi e delle opportunità. Questa ripartizione può essere finanziaria, strutturale, e via di seguito (…). Penso che il grande problema della Ue sia che stiamo provando ad avere una comune area economica senza un pari governo economico. Potremmo avere successo, ma ciò che sappiamo dalla storia è che il federalismo funziona assieme ad una condivisione ed un governo economico.
L’Economist fornisce due spiegazioni per il fallimento del processo di Lisbona. La prima è che Lisbona intende soprattutto rimuovere ostacoli piuttosto irrisori per la crescita economica; la seconda è che il processo di Lisbona avanza a livello nazionale, e non, come accadeva per le agende di altre riforme europee, a livello europeo.
Lisbona non è un’integrazione positiva, dunque non è difficile per gli stati membri mettersi d’accordo a riguardo. Non temono nessun tipo di costrizione o imposizione da parte della Commissione. Devono semplicemente portare avanti i loro soliti dibattiti politici: “sì, dobbiamo intraprendere la riforma” o “al momento, abbiamo già fatto parecchio, quindi non è necessaria [una riforma]”. Ma il punto non è questo. È proprio a livello nazionale che le riforme dovrebbero avere luogo, ma non lo fanno a causa del contesto macroeconomico e perché, a livello nazionale, ci sono molte figure coinvolte che bloccano all’interno del sistema politico quali sindacati e sistemi di sicurezza sociale, creati nel corso di decenni o secoli e difficilmente trascurabili. Così tutto ciò che Lisbona può fare è mettere gli argomenti in agenda e chiedere ai governi di dargli un occhiata. Ma non può assicurare un adempimento a livello nazionale.
Lisbona viene criticata, in particolare negli ambienti economici francesi, come un progetto neoliberista che mira essenzialmente a ridimensionare il ruolo dello Stato.
Ciononostante i Paesi membri scandinavi – Danimarca, Finlandia e Svezia – ottengono buoni risultati sotto ogni aspetto dell’agenda di Lisbona, nonostante abbiano sistemi di protezione sociale molto esigenti.
Il successo [economico] dei paesi nordici è spiegato principalmente dalla generale tendenza di questi paesi a ridurre gradualmente, a partire dagli anni Ottanta, l’azione dello Stato. Tali situazioni di Welfare diffuso dovettero sono state riformate. E la riforma ebbe successo soprattutto grazie ad una concertazione a livello nazionale, istituendo sistemi altamente coordinati, lavorando con i sindacati e tenendo in considerazione i diversi aspetti dell’economia. E’ questo il motivo del loro successo nel disegno di Lisbona. Altri paesi, che dipendono maggiormente dal ruolo tradizionale dello Stato e che non hanno attuato alcuna riforma, (…) sono riluttanti perché vedono Lisbona come una minaccia alle fondamentali strutture politiche ed economiche dei loro rispettivi paesi. La Francia appartiene sicuramente a questo gruppo. www.cafebabel.com/it
Cornuti e mazziati
Micro-lezione di macroeconomia (detto anche teorema di Pera)
L'Italia è come un'azienda in amministrazione controllata.
Ha un debito pubblico del 105% del suo fatturato (Prodotto interno lordo, Pil)
Paga il 5% del Pil in interessi ogni anno, ovvero 65 miliardi di Euro, in pratica tre finanziarie all'anno.
Francia e Germania hanno un debito della metà di noi, possono permettersi di sforare dal 3% di deficit pubblico massimo stabilito a Maastricht e non succede niente. Al massimo si pigliano una multa o un buffetto da Bruxelles.
Noi no. Se sforiamo anche di mezzo punto le agenzie internazionali ci abbassano il rating. Anche se l'Unione ce lo consente. Loro sono i guardiani dei nostri creditori internazionali.
E invece del 5% di interessi paghiamo il 7%, ovvero un incremento di 15-20 miliardi di euri annui.
Così se Berlusca i suoi 6 miliardi da regalare ai commercianti li prende in deficit.
Finiamo per pagarli tutti 3 o 4 volte subito in maggiori interessi sul debito.
Oltre al fatto che tali 6 miliardi sono buttati al vento (mance elettorali) restiamo, come conclude il teorema...
Cornuti e mazziati
Capito Pera?
caravita.biz
La rivoluzione dei castagni
In Ucraina si temono disordini dopo le delicate elezioni presidenziali di ieri
La prima neve invernale è caduta sui castagni spogli del parco che circonda l’antica università statale di L’viv, città dell’Ucraina occidentale a poche decine di chilometri dal confine polacco. Gli studenti militanti del movimento Pora! (E’ora!) sono intirizziti dal freddo.
Barricate all’università. Da tre settimane dormono in tende montate dietro le barricate erette all’ingresso dell’Ateneo. Controllano giorno e notte che la polizia, che tiene d’occhio la situazione da lontano, non venga a smantellare queste barriere difensive costruite con pezzi di vecchi mobili ammassati, ricoperti di scritte a spray inneggianti all’abbattimento della dittatura ma anche agli Iron Maiden e al gruppo rap dei Wu-Tang Clan.
I giovani del Pora! (movimento di cui abbiamo già parlato nell’articolo “Organizzasi rivoluzioni”) si sono preparati al peggio nel caso in cui l’autoritario regime di Leonid Kuchma non riconosca la vittoria del candidato dell’opposizione Viktor Yushchenko alle elezioni tenutesi ieri in un clima di altissima tensione. Una vittoria che i ragazzi del Pora! danno per scontata, ma che temono possa venire falsificata da brogli e irregolarità orchestrate dal governo di Kiev, del resto già denunciate dagli osservatori internazionali.
Come già è avvenuto al primo turno del 31 ottobre, conclusosi con un risultato di sostanziale parità tra Yushchenko (di poco in vantaggio) e il candidato governativo, Viktor Yanukovich, attuale primo ministro e delfino del presidente uscente Kuchma.
“Non permetto di rubarci le elezioni. Se proveranno ad imbrigliarci, tutta l’Ucraina scenderà nelle piazze”, dice Oleh, 19 anni, studente di economia, fascia del Pora! in testa.
Parole non molto diverse da quelle pronunciate ieri dallo stesso Yushchenko, che ha dichiarato che “la gente è pronta a reagire anche con la forza pur di difendere il risultato reale del voto e di sbarazzarsi della dittatura”.
La rivoluzione dei castagni. In tutto il paese si parla già di ‘rivoluzione dei castagni’, versione ucraina della ‘rivoluzione di velluto’ cecoslovacca e di quella ‘delle rose’ georgiana, che qui fa invece riferimento ai grandi alberi di castagno che ombreggiano il boulevard di Kreschatik Street, nel centro di Kiev.
Il regime di Leonid Kuchma dura da ormai quattordici anni. Il suo governo ha mantenuto 50 milioni di ucraini in una situazione poco diversa da quella dell’era sovietica: mancanza di democrazia, repressione dell’opposizione e della stampa indipendente, strapotere delle forze di polizia e degli apparati di sicurezza, retorica statalista nettamente filorussa e anti-occidentale.
La popolazione sopravvive con stipendi e pensioni da fame: il reddito medio è di 45 euro al mese.
Per la Russia di Putin, l’Ucraina è ancora uno Stato satellite come quelli dell'Est Europa ai tempi dell’Urss. L’uscita di questo grande paese dall’orbita di Mosca e il suo ingresso in quella euro-atlantica (caldeggiato dal candidato opposizione) sarebbe uno smacco per la politica neo-imperialista dello zar del Cremlino. Non solo dal punto di vista politico e militare, ma anche da quello economico, dato che in ballo c’è pure il petrolio del Mar Nero. Per questo Putin è sceso in campo in prima persona facendo aperta campagna elettorale per Yanukovich, fedele alla linea del Cremlino
Molti commentatori hanno descritto queste elezioni come le più critiche dell’era post-comunista, in termini di influenza della Russia nella regione, e le più rilevanti, in termini di equilibri internazionali, dopo le recenti presidenziali americane.
Un paese diviso dal Dniepr. L’viv è tappezzata di nastri arancioni, il colore del partito elettorale d’opposizione, il Tak! (Sì!): pendono dagli alberi, dai pali della luce, dai cartelli stradali, dalle antenne delle automobili e dagli zaini dei ragazzi.
Questa città appartiene all’Ucraina ex asburgica, quella che fino al 1939 (anno del patto Molotov-Ribbentrop) era un pezzo di Polonia e che per questo si è sentita sempre più europea che russa. Non è un caso che l’opposizione democratica e filo-occidentale degli ‘arancioni’ di Yushchenko abbia qui le sue roccaforti, a ovest del fiume Dniepr.
Sull’altra sponda la situazione è assai diversa.
Nelle regioni industriali dell’Ucraina dell’est prevale un sentimento tradizionale di identificazione con la Russia e si parla perfino una lingua diversa dall’ovest, il Surzhik, che è un misto di ucraino e russo. Qui il regime di Kuchma non è malvisto e per molti costituisce sempli cemente la continuazione del rassicurante ancien régime sovietico. Il governo lo sa, e se ne approfitta. Le trasmissioni di Channel 5, unica televisione indipendente del paese, qui sono state oscurate. Durante la campagna elettorale la gente di queste parti ha a mala pena sentito parlare del candidato dell’opposizione, e non ha saputo nemmeno della sospetta intossicazione che lo ha costretto in ospedale per tre settimane a settembre lasciandogli il volto sfigurato dalle irritazioni.
Un altro studente infreddolito che sorveglia le barricate del Pora! all’università di L’viv, dopo aver ascoltato le dichiarazioni del suo compagno Oleh su una rivolta di piazza in tutta l’Ucraina aggiunge: “Speriamo che anche all’est ci seguano”.
Enrico Piovesana
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Perchè l’Iran vuole altri quattro anni
di David Jagernauth da Commondreams
Le decisioni di Bush sono state controllate dall’Iran attraverso Ahmed Chalabi. Ora l’Iran ha esattamente quello che voleva: Saddam se n’è andato e l’Iraq è pronto per essere preso. Se avete paura che Bush ci mandi in guerra contro l’Iran, ho delle notizie per voi: ci siamo già.
Il presidente ha avuto una insolita approvazione giovedì: Hasan Rowahni, il capo del consiglio di sicurezza iraniano, ha detto ai media locali che il maggiore interesse di Tehran era indirizzato alla rielezione di George W. Bush. Sembra strano che un membro ‘dell’asse del male’ abbia sostenuto la nostra attuale amministrazione? No, se si capiscono i motivi, che riguardano l'attacco all’Iraq.
Quando gli storici futuri scriveranno di questa guerra, sospetto che la riassumeranno così: nell’anno 2003 i neoconservatori dell’Amministrazione Bush sono stati gabbati, per l’attacco all’Iraq, da un doppio agente iraniano, rimuovendo Saddam Hussein per aprire la strada a un Iraq controllato dagli sciiti favorevoli all’Iran. È stato uno dei maggiori atti di spionaggio mai perpetrati ai danni della super potenza.
Chi è il doppio agente iraniano? Il suo nome è Ahmed Chalabi, fondatore del Congresso Nazionale Iracheno (INC) anti-Saddam. La CIA ora sa che l’INC era un fronte dell'intelligence iraniano o aveva profondi legami con esso e che Chalabi stava passando documenti americani segreti a Tehran. Come poteva Chalabi impossessarsi dei nostri segreti? I neoconservatori dell’Amministrazione Bush glieli passavano!
Chi erano i neoconservatori? Donald Rumsfeld, Paul Wolfowitz, Richard Perle e Dick Cheney, per dirne alcuni. Il loro piano per l’invasione dell’Iraq non inizia dopo l’attacco terroristico dell’11 settembre e nemmeno quando assunsero l’incarico nel 2001. Inizia nel 1997 quando fondarono l’organizzazione no profit Project for the New American Century (Progetto per il nuovo Secolo Americano).
Il 3 giugno 1997 i neoconservatori esposero la loro visione di una ‘guida globale americana’ (cioè dominazione mondiale) nel loro Statuto dei Principi. Scrissero: ‘è importante configurare le circostanze prima che emerga la crisi’ (cioè diritto di attaccare militarmente per primi); ‘promuovere la libertà all’estero’ (cioè occupare i regimi militari); e istituire ‘la politica reaganiana di forza militare e chiarezza morale’ (cioè uccidere i musulmani).
Nel gennaio 1998 i membri del Progetto scrissero al Presidente Clinton, spingendolo a ‘rimuovere il regime di Saddam Hussein dal potere’. Argomentarono che era responsabile di un Medio Oriente destabilizzato che stava mettendo a rischio le truppe americane, Israele, gli stati arabi moderati e il petrolio.
Clinton rifiutò le loro argomentazioni, scegliendo una politica di contenimento al cambio di regime. Il contenimento fu efficace nel mantenere le armi di distruzione di massa lontane da Saddam, ma le sanzioni contribuirono a mantenerlo al potere, indebolendo i movimenti di resistenza. Questo fece arrabbiare i neoconservatori. Una volta realizzato che il Progetto non si poteva attuare con Clinton al potere, furono messi in moto i piani per appropriarsi delle elezioni del 2000.
O così sospetto io. Non ci sono le prove del guanto di paraffina, ma se si guarda all’elenco delle firme del progetto nel 1997, troveremo il nome di Jeb Bush a destra di Dick Cheney. Potrebbe essere solo una coincidenza che la frode del voto, con cui Bush vinse (e cosa più importante con cui vinse Dick Cheney) e che assicurò l’implementazione del Progetto, sia avvenuta nello stato guidato da Jeb Bush, un firmatario del progetto? Forse. Ma ne dubito.
Ancora prima che i neoconservatori truffassero l’America, Ahmed Chalabi era il loro principale burattino filoamericano, scelto con cura, per prendere il potere con elezioni ‘democratiche’ dopo la liberazione dell’Iraq. Chalabi era la prima, se non la sola, fonte per le false rivendicazioni dell’amministrazione che Saddam possedesse armi di distruzione di massa e legami con al Qaeda. Egli stava nutrendo l’amministrazione (e il New York Times, si è scoperto) con la disinformazione che voleva sentire. Bush, i neoconservatori e i media presero la banda di Chalabi per un branco di sciocchi, ignorando che i nostri ufficiali dell’intelligence, fin dall’inizio, erano sospettosi riguardo a Chalabi e alle sue pretese .
Le bugie di Chalabi divennero verità incontrastata dopo gli attacchi terroristici dell’11 settembre. Il quotidiano del Regno Unito The Guardian riporta che una spia iraniana (non Chalabi) aveva avvertito gli Stati Uniti degli attacchi impellenti ma nessuno gli credette. Se è vero, questo significa che l’Iran sapeva degli attacchi e che, forse, aveva persino aiutato a pianificarli e/o finanziarli. La Commissione dell’11/9 confermò che l’Iran aveva avuto legami con al Qaeda dal 1991.
L’Iran potrebbe aver previsto che gli attacchi avrebbero fatto da catalizzatore per l’invasione dell’Iraq. E adesso l’Iran ha esattamente quello che voleva: Saddam se n’è andato e l’Iraq è pronto per essere preso. Se avete paura che Bush ci mandi in guerra contro l’Iran, ho delle news per voi: ci siamo già. La popolazione irachena, a maggioranza sciita, attacca le nostre truppe ogni giorno. Sono sostenuti dall’Iran – che è sciita al 90% - perché Tehran vuole un alleato nel Medio Oriente che lo aiuti a espandere la sua versione dell’Islam fondamentalista e aumentare il terrorismo internazionale.
Per riassumere: le decisioni in politica estera di Bush sono state effettivamente controllate dall’Iran attraverso Chalabi. Bush ha permesso l’accesso di una spia iraniana ai segreti americani di alto livello che molto probabilmente sono finiti in mano ai terroristi di al Qaeda. Centinaia delle nostre truppe sono cadute facendo lo sporco lavoro dell’Iran, e ora loro stanno uccidendo altri americani ogni giorno senza risultati in una lotta di potere sull’Iraq.
Ci si meraviglia che l’Iran avesse ragioni per sostenere la rielezione di George W. Bush?
Fonte: http://www.commondreams.org/views04/1023-24.htm
Traduzione di Elena Mereghetti per Nuovi Mondi Media
I DEMOCRATICI DELL'OHIO SI ASSOCIANO ALLE RICHIESTE DI RICONTEGGIO
Il titolo potrebbe essere troppo forte poichè ancora nessun quartier generale nazionale lo ha affermato chiaramente, ma rimane pur sempre impressionante:
"La Campagna Elettorale di Kerry/Edwards Si Associa Alle Richieste Di Riconteggio In Ohio".
Questo comunicato stampa è stato emesso oggi pomeriggio con la firma del presidente dei democratici dell'Ohio, Dennis White: "Come il senatore John Kerry ha dichiarato nel suo discorso di concessione a Boston, non pensiamo necessariamente che i risultati di questa elezione possano cambiare, ma in ogni caso, crediamo che sia necessario fare in modo che ogni voto sia contato correttamente." White ha perciò richiesto ai democratici di fornire volontari e donazioni a questo scopo.
La dichiarazione segna la fine di circa tre settimene di ufficiale ambivalenza da parte democratica verso il formale processo di riconteggio nello Stato decisivo delle elezioni 2004. Venerdì scorso, una email del senatore Kerry a circa 3.000.000 di supporter conteneva un ambiguo riferimento a questo processo, con la frase "A prescindere dal risultato di queste elezioni, una volta che tutti i voti saranno contati, e credetemi che saranno tutti contati, continueremo a combattere contro questa Amministrazione".
Questa ambiguità ha permesso ai partiti indipendenti, principalmente i Verdi ed i Libertari, la presentazione iniziale della richiesta per un riconteggio ufficiale nelle 88 Contee dell'Ohio. Il loro sforzo ha portato all'emissione di un bond da 113.600 dollari emesso dallo Stato venerdì scorso per garantire la copertura delle spese occorse. Giusto oggi, i "Glibs", così come è stata definita questa alleanza indipedente, ha alzato i toni delle proprie richieste in Ohio, presentando un esposto federale che, se approvato, richiederebbe il completamente del "completo riconteggio manuale" prima della riunione del Collegio Elettorale del 13 dicembre in cui verrà formalmentente eletto il 44esimo presidente degli Stati Uniti d'America.
Comunque i democratici dell'Ohio non si sono schierati a favore dell'esposto. "Il riconteggio può iniziare anche dopo che i risultati ufficiali siano stati certificati, cosa che probabilmente accadrà all'inizio di dicembre", si legge nel comunicato stampa. "In ogni caso il Partito Democratico vuole essere pienamente preparato anche nel caso di un riconteggio immediato".
di Keith Olbermann
Fonte: http://msnbc.msn.com/id/6210240/
Tradotto da Daniele John Angrisani watch-usa2004.splinder.com
LISTA PARZIALE DELLE IRREGOLARITA' ELETTORALI RIPORTATE SUI MEDIA AMERICANI
WASHINGTON
Contea di Grays Harbor: alcuni voti erano stati riportati due volte a causa di un errore umano nel trasferimento dei dati al computer principale, penalizzando in questo modo la candidata Governatore dei democratici, Christine Gregoire, che dopo il riconteggio è passata in testa di 277 voti in questa Contea. Fonte
Contea di Snohomish: in almeno quattro seggi della Contea di Snohomish gli elettori affermano di aver incontrato diversi problemi con le macchine per il voto elettronico "touch screen" Sequoia. Infatti dopo aver toccato lo schermo per votare un candidato, molti di loro hanno affermato di aver visto l'indicatore selezionare il candidato opposto. C'è stato quindi bisogno di fare almeno 4 tentativi diversi per far finalmente selezionare il candidato corretto da parte della macchina elettronica. Fonte
NEVADA
Contea di Nye: le macchine per il voto elettronico usate per il voto anticipato hanno emesso degli attestati di lavoro macchiati o illegibili ed è stato perciò impossibile per alcuni elettori verificare la correttezza della loro scelta. Fonte
CALIFORNIA
Contea di Sacramento: nove degli scanner ottici usati in 712 seggi della Contea si sono rotti ed hanno avuto bisogno di essere rimpiazzati con altri funzionanti correttamente, causando lunghe code e per alcuni l'impossibilità di votare, mentre altri scanner ottici hanno registrato la presenza di problemi minori. Fonte
UTAH
Contea di Utah: a causa di un mancato test su alcune macchine di voto a pinzatura (punch card) circa 33 mila voti sono rimasti non contati nello spoglio non ufficiale effettuato la sera dell'Election Day. Fonte
NEW MEXICO
Contea di Sandoval: casi di irregolarità con le macchine per il voto elettronico "touch screen" Sequoia nel voto anticipato. Una donna che ha tentato di votare in tutti i casi per i candidati repubblicani ha visto i suoi voti passare regolarmente a quelli democratici. Anche la figlia ha provato a votare per i repubblicani, ma i suoi voti questa volta sono passati ai candidati verdi. Inoltre in almeno un caso dei voti espressi a favore dei democratici sono passati ai repubblicani. Fonte
Contea di Bernalillo: anche in questa Contea casi di irregolarità con le macchine per il voto elettronico "touch screen" Sequoia nel voto anticipato. Diverse persone segnalano di aver cercato di votare per Kerry ma il loro voto è passato automaticamente a Bush. Fonte
COLORADO
Contea di Boulder: i codici a barra segnati su decine di migliaia di schede erano della grandezza errata. Gli scanner perciò non hanno contato queste schede, ed è stato richiesto un intervento degli scrutatori per verificare a mano queste schede volta per volta. Fonte
NEBRASKA
Contea di Lancaster: alcune macchine elettroniche della ES&S hanno contato i voti per due volte. Il problema è stato poi risolto dai tecnici della ES&S. Fonte
Contea di Sarpy: 10mila voti fantasmi aggiunti dalle macchine elettroniche della ES&S ed alcuni voti contati due volte. Fonte
TEXAS
Contea di Wichita: problemi per le schede "sottovotate" che hanno causato il non conteggio immediato di 6.900 di circa 26.000 voti a favore del presidente Bush. Fonte
Contea di Travis: al momento dell'analisi finale delle loro schede alcuni elettori hanno denunciato alla stampa che i voti per la coppia presidenziale Kerry/Edwards erano stati automaticamente cambiati a favore di Bush/Cheney. Fonte
Contea di Collin: le macchine per il voto elettronico della Diebold si sono bloccate il 2 Nov. durante il conteggio dei voti e sono rimaste ferme per sei giorni, rifiutandosi di divulgare i risultati di 63 elettori. Il problema è stato risolto solo dopo 7 giorni e la spedizione delle macchine non funzionanti alla sede canadese della Diebold. Fonte
LOUSIANA
Diverse Contee: diversi casi di irregolarità elettorali registrati in 12 seggi di questo Stato che hanno usato macchine per il voto elettronico "touch screen" Sequoia. Fonte
INDIANA
Contea LaPorte: per diversi giorni è stato impossibile conoscere il dato dell'affluenza alle urne poichè i sistemi elettronici della ES&S hanno riportato la cifra fissa di 300 elettori per ogni seggio. Fonte
Contea di Franklin: le macchine per il voto hanno contato i voti per i democratici come voti per i candidati libertari in nove seggi della Contea di Franklin dove si è dovuto andare perciò al riconteggio. I candidati libertari avevano infatti preso tra il 7 e l'8 percento nel primo conteggio dei voti in questa Contea, situata 30 miglia a sud di Richmond. Fonte
OHIO
Contea di Mahoning: secondo l'Ohio Vindicator del 3 novembre il direttore dell'Ufficio Elettorale della Contea di Mahoning ha affermato che dalle 20 alle 30 macchine per il voto elettronico hanno dovuto essere ricalibrate durante il processo di voto poichè alcuni voti per un candidato erano stati erroneamente contati a favore del candidato opposto. Fonte. Inoltre in un caso un seggio di questa Contea ha riportato un dato negativo di 25 milioni di voti, subito corretto. Fonte
Contea di Franklin: un errore delle macchine per il conteggio del voto causato da una cartuccia malfunzionante ha dato al president Bush 3.893 voti extra in un seggio di Gahann. I risultati non ufficiali della Contea di Franklin infatti davano a Bush 4.258 voti rispetto ai soli 260 voti per Kerry nel seggio 1B, anche se solo 683 elettori avevano votato in quel seggio. I risultati corretti hanno comunque dato Bush in vantaggio con 365 voti. Fonte
PENNSYLVANIA
Contea di Mercer: un errore di software ha causato il malfunzionamento delle macchine per il voto elettronico in una dozzina di seggi. Su alcune di queste macchine, gli elettori sono stati costretti a votare all'indietro, iniziando dall'ultima pagina fino alla pagina iniziale, per fare in modo che il loro voto fosse realmente contato. Fonte. Inoltre nella cittadina di Farrell le macchine elettroniche hanno registrato solo 51 voti per la scelta del presidente rispetto a 289 elettori che si sono recati alle urne, cosa alquanto improbabile visto che anche su questioni comunali sono stati registrati almeno 240 voti. Fonte
MARYLAND
Contea di Montgomery: un elettore di questa Contea ha riferito che le macchine per il voto elettronico Diebold gli hanno impedito di votare per il presidente ed il senatore andando automaticamente alle pagine per le elezioni locali. Simili problemi hanno avuto altri elettori della stessa Contea o di altre Contee di questo Stato che hanno usato le macchine per il voto elettronico Diebold. Fonte
FLORIDA
Contea di Palm Beach: nove macchine per il voto elettronico usate in un seggio di Boynton Beach hanno finito le batterie prima del dovuto e circa 40 voti sono stati persi in questa Contea. Fonte
Contee di Orange & Broward: in entrambe le contee i computer della ES&S non sono riusciti a tabulare più di 32.767 voti per distretto iniziando a contare all'indietro subito dopo superata questa cifra. Fonte
SOUTH CAROLINA
Contea di Lexington: più di 200 voti bloccati in macchine non funzionanti correttamente non sono potuti essere contati in tempo. Fonte
GEORGIA
Contea di Twiggs: si sono verificati problemi con le macchine per il voto elettronico "touch screen" della Diebold tra le 7 e le 9 del mattino che hanno impedito a diversi elettori di votare in tempo prima di andare a lavoro. Fonte
NORTH CAROLINA
Contea di Mecklenburg: le macchine per il voto elettronico MicroVote hanno riportato più voti degli elettori votanti, 106.064 voti su 102.109 elettori. Fonte
Contea di Guilford: anche in questa Contea i computer della ES&S non sono riusciti a tabulare più di 32.767 voti per distretto iniziando a contare all'indietro subito dopo superata questa cifra. Fonte
Contea di Craven: in nove seggi i computer della ES&S hanno contato due volte il totale dei voti ed hanno dato al presidente Bush 11.283 voti più del totale dei voti espressi, dato poi corretto in seguito. Fonte
Contea di Carteret: più di 4.500 voti irrimediabilmente persi a causa di un problema di riempimento della memoria delle macchine per il voto elettronico. Fonte
Questa è solo una lista parziale delle irregolarità elettorali che si sono verificate il 2 novembre 2004 nelle elezioni americane. Per una lista più completa (almeno altri 383 casi secondo l'ultimo conteggio) e per una breve descrizione di ognuno di questi, rimando al sito americano http://www.votersunite.org/ che sta tentando di creare un database quanto più completo possibile di queste irregolarità.
Daniele John Angrisani
postato da angrisani_dj | 22:16 |
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UN GIUDICE CONSENTE IL RICONTEGGIO MANUALE NELLA CONTEA DI KING
Negando un tentativo dell'ultimo minuto da parte del Partito Repubblicano dello Stato di Washington, un giudice federale ha deciso ieri che la Contea di King dello Stato di Washington (per inciso quella dove ha votato anche il sottoscritto, ndt) può continuare il riconteggio a meno di particolari schede per l'elezione del governatore dello Stato. Il Partito Repubblicano ha infatti cercato inutilmente di ottenere un stop temporaneo del conteggio manuale, affermando che la procedura usata viola le leggi elettorali dello Stato. La decisione da parte del giudice distrettuale Marsha Pechman probabilmente causerà una lunga battaglia legale sulla validità delle cosiddette schede "sottovotate", vale a dire quelle che hanno avuto problemi nell'essere lette correttamente dalle macchine a scan ottico.
La decisione ha rappresentato una vittoria per i democratici, la cui candidata a governatore, Christine Gregoire, è dietro al candidato repubblicano Dino Rossi per pochissimi voti a seguito del primo conteggio. I democratici avevano infatti denunciato l'esposto del fine settimana presentato dei repubblicani come un tentativo di non far valere l'opinione centinaia di elettori della Contea di King - dove il supporto per la Gregoire è più forte. "E' molto difficile per me pensare che qualsiasi giudice possa interferire nel processo elettorale ... quando sono state usate tutte le procedure standard", ha detto il Presidente del Partito Democratico dello Stato di Washington, Paul Berendt. "I repubblicani stanno operando sotto il principio che i voti di determinate persone non debbano essere contati. Noi pensiamo invece che tutti i voti debbano essere contati".
Il Presidente del Partito Repubblicano dello Stato di Washington, Chris Vance, ha invece sminuito la portata della decisione, mettendo l'indice sul fatto che solo un punto della rivendicazione è stato esaminato. Vance ha notato il fatto che la decisione del giudice si basa sulle assicurazioni fornite da parte della Contea di King sul fatto che tutte le schede in questione siano tenute separate dalle altre così che possano essere riviste in secondo tempo se qualche errore si fosse compiuto nel riconteggio. "Non crediamo alle parole della Contea di King", ha affermato Vance. "I nostri osservatori hanno già visto cosa è accaduto. Alcune schede sono state alterate. E non crediamo che quelle in causa saranno messe da parte come promesso".
Con oltre 2,8 milioni di schede contate, Rossi conduce sulla Gregoire per 261 voti. Dopo che il primo conteggio si è concluso mercoledì, un riconteggio automatico è quindi iniziato per le regole elettorali dello Stato. Le contee di King, Pierce, Skagit e Spokane hanno però iniziato il loro riconteggio solo a partire da sabato. Si pensa che entro mercoledì il riconteggio sarà concluso. Fino ad ora solo la Contea di Klickitat nel sud-ovest dello Stato di Washington ha reso noto i risultati del riconteggio. In questi risultati, rilasciati sabato, Rossi ha vinto il riconteggio per 4.767 voti contro 3.919 - guadagnando quindi un voto rispetto al conteggio iniziale.
Le schede "sottovotate" sono quelle per le quali le macchine con lo scan ottico non riescono a registrare una preferenza per l'elezione del Governatore perchè l'elettore ha riempito solo parzialmente l'ovale affianco al nome del candidato oppure ha inserito solo un puntino nell'ovale invece di riempirlo con l'inchiestro. In questi casi, secondo le leggi elettorali, gli scrutatori devono investigare per capire quale sia l'intento dell'elettore, e quindi duplicare la scheda scorretta o "correggerne" altre affinchè la macchina elettronica possa leggerle.
Il Partito Repubblicano ha scritto nell'esposto che gli scrutatori della Contea di King stanno applicando uno "standard soggettivo" nella valutazione delle schede votate. Sebbene il riconteggio a mano è obbligatorio nelle contee dove sono usate le macchine con scan ottico, l'esposto considera questo fatto come ingiusto poichè non valido per le contee che usano schede "punch-card" (a pinzatura).
Fino a ieri sera tardi, su circa 300.000 schede ricontate, 695 di tali schede "sottovotate" sono state duplicate o corrette per essere ricontate, ha affermato il direttore dell'Ufficio Elettorale della Contea di King, Dean Logan. Inoltre, un piccolo numero di queste schede è stato contato per la prima volta. La stessa persona ha inoltre denunciato l'interpretazione repubblicana della legge come pretestuosa, affermando di stare operando esattamente nel modo previsto dalla legge. "Siamo fiduciosi che la legge verrà sempre seguita nell'ambito del riconteggio", ha quindi concluso Logan.
Ripreso da: http://seattlepi.nwsource.com/local/200635_gov22.html
Tradotto e curato da Daniele John Angrisani watch-usa2004.splinder.com
Fbi: "forza di polizia planetaria"
di Marco Bardazzi
Washington, - Le accademie in cui insegnano i loro metodi ai colleghi internazionali si moltiplicano in vari continenti. Nelle ambasciate degli Stati Uniti, la loro presenza è in crescita continua. A Quantico, in Virginia, centinaia di investigatori di tutto il mondo fanno la fila per iscriversi ai corsi della loro celebre scuola. Gli agenti speciali dell'Fbi sono nel pieno di una missione che sta cambiando il volto del celebre Federal Bureau of Investigation: diventare una vera e propria forza di polizia planetaria. A Washington è in corso quella che uno dei capi dell'Fbi definisce "una costante trasformazione in un'organizzazione internazionale". I segnali della globalizzazione sono visibili dovunque nel J. Edgar Hoover Building, l'enorme quartier generale a forma di fortino sulla Pennsylvania Avenue, tra la Casa Bianca e il Campidoglio, dedicato alla memoria dell'uomo che fu direttore dell'Fbi tra il 1924 e il 1972. (foto CNN).
Alcuni giornalisti - tra cui il sottoscritto, per conto dell’l'ANSA - hanno avuto la possibilità di compiere un viaggio nel centro di comando del Bureau e di incontrarne gli uomini al vertice. Unica regola, insormontabile: vietato fare i loro nomi. "Nei prossimi anni vedrete sempre più spesso agenti dell'Fbi nel mondo - spiega un alto dirigente - impegnati a collaborare con le forze di polizia locali. E vedrete sempre più investigatori stranieri venire a studiare i nostri metodi nell'accademia di Quantico. L'unico modo per affrontare minacce globali è lavorare insieme".
Una filosofia lontana anni luce dall'Fbi di Hoover, quello della caccia ad Al Capone e John Dillinger e alle spie sovietiche infiltrate negli Usa. Ma l' 11 settembre 2001 ha cambiato tutto.
L'Fbi ha oggi 12 mila agenti speciali e 16 mila altri dipendenti. I suoi attuali 54 uffici nel mondo diventeranno tra breve 60, con altre 16 sedi provvisorie. I 240 agenti che sono attualmente sparsi all'estero, come “legal attaché” nelle ambasciate, cresceranno a 400. A Quantico una buona parte dei 500 studenti di quest'anno accademico vengono da 28 Paesi diversi (sono già 4.500 i funzionari di polizia internazionali diplomati in Virginia) e l'Fbi ha appena aperto o sta aprendo altre scuole simili a Budapest (Ungheria), Bangkok (Thailandia) e nel Botswana e negli Emirati Arabi Uniti. Per non parlare dell'addestramento della nuova polizia irachena.
Gli effetti della globalizzazione investigativa si vedono. "Lo scorso aprile - racconta uno dei dirigenti dell'antiterrorismo - quando un nostro team è arrivato a Riad per indagare su un attentato con auto-bomba, ha scoperto che l'indagine saudita era stata avviata esattamente con i nostri metodi. Questo perché gran parte dei loro investigatori si sono addestrati con noi e il dialogo è stato immediato".
L'Fbi si è fatto le ossa, in campo internazionale, nelle indagini sulla criminalità organizzata e da questo punto di vista nel quartier generale di Washington non si perde occasione per sottolineare che il rapporto cogli investigatori antimafia italiani è uno dei più solidi e di lunga data. "L'80% dei casi di criminalità organizzata - spiega un agente speciale che coordina inchieste che spaziano da Cosa Nostra alla mafia russa, dalle Triadi asiatiche ai narcotrafficanti colombiani - hanno dei legami internazionali e noi ci siamo dovuti adeguare".
Il terrorismo, diventato ora la priorità numero uno dell'Fbi diretta da Robert Mueller, ha accelerato la trasformazione costringendo peraltro il Bureau a inventare una nuova modalità di lavorare con i cugini-nemici della Cia e a rafforzare in modo notevole la sezione intelligence. "La maggior parte delle informazioni che raccoglievamo prima dell'11 settembre - spiega uno dei leader dell'Fbi - erano mirate a essere utilizzate nei processi penali. Ciò che non serviva a quello scopo, non lo condividevamo con gli altri e non veniva utilizzato. Adesso la propensione è quella alla prevenzione e alla raccolta d'informazioni che impediscano attentati".
In nessun settore la globalizzazione è così avanzata, però, come negli uffici dei segugi che si occupano di crimini informatici. "Tempo fa - racconta uno dei responsabili della lotta al cybercrimine - c'è stato un attacco al server di alcune istituzioni scientifiche americane nell'Artico. Abbiamo dato la caccia agli hacker, siamo risaliti a un server a Pittsburgh e da lì li abbiamo scovati e fatti arrestare in Romania. Questo è il mondo con cui ci confrontiamo oggi".
L'Est europeo è terra di battaglia e di alleanze per le unità anti-hacker dell'Fbi, i cui funzionari sono ormai di casa nelle sedi di governo delle varie capitali. La Romania, per esempio, ha chiesto l'aiuto agli uomini del Bureau per allestire le proprie difese telematiche e per la messa a punto di leggi contro i crimini informatici. Una task force dell'Fbi è stata al lavoro a lungo a Bucarest per completare l'opera.
"Dicevano che tutto poteva cambiare nel mondo, ma non noi dell'Fbi", dice una agente che lavora negli uffici di comando dell'Hoover Building. "Si sbagliavano: noi siamo cambiati e il mondo se ne accorgerà sempre di più".
Marco Bardazzi
(New York, grazie alla redazione di "America Oggi")
redazione@reporterassociati.org
Pera e premier isolati in Europa
di UGO FERRUTA
Mentre il ministro delle finanze tedesco Eichel si affrettava a smentire l’ipotesi di un “asse Roma-Berlino” volto a rendere più “elastici” i parametri di Maastricht, dalle capitali europee piovevano dichiarazioni che sottolineavano la differenza tra le situazioni di quei paesi che, come l’Italia, hanno un elevatissimo debito pubblico, e quelli il cui disavanzo è molto più contenuto: l’ipotesi che i primi si indebitino ulteriormente, difficile stupirsene, non è assolutamente vista di buon occhio.
C’è poca voglia dunque, non solo a Bruxelles, ma in tutta Europa, di assecondare le tentazioni della maggioranza di casa nostra, e non vi è nessuna intesa che riecheggi imbarazzanti precedenti storici: in Germania, del resto, ci vanno molto più cauti con le riletture della storia tanto care al nostro presidente del senato.
La Germania, è bene ricordare, andava fiera del marco, e molto è costato ai cittadini rinunciarvi per far nascere la moneta unica, anche perché tra le paure dei tedeschi (dell’est e dell’ovest) vi era quella di accollarsi – oltre ai costi della ricostruzione dell’economia dell’ex Ddr – anche la zavorra dell’ingente debito pubblico italiano, che (è bene ricordare anche questo “particolare” a chi pare trascurarlo) era ed è maggiore dell’intera ricchezza prodotta dal nostro paese in un anno, grazie al lascito degli anni del tramonto della prima repubblica, la cui “rilettura” in senso positivo sembra anch’essa di moda dalle parti di casa nostra.
Insomma, sentenziando che «altri paesi hanno potuto convivere con lo sforamento di questi parametri» i quali rischiano «di non esser più, per l’Italia e per tutta l’Europa, dei parametri virtuosi», la seconda carica dello Stato si è espressa in modo doppiamente “parziale”: non solo perché ha sostanzialmente sposato la tesi dell’ala della maggioranza che appoggia il taglio delle tasse costi quel che costi, ma anche perché ha detto ai cittadini, italiani ed europei, solo una parte della verità sulla “elasticità” dei vincoli dal nostro paese solennemente sottoscritti e che, con l’entrata nell’euro, ci hanno permesso di restare al riparo da quelle speculazioni che all’inizio degli anni Novanta fecero polpette della nostra amata liretta. Vincoli che, altrettanto solennemente, sono stati incorporati nella Costituzione europea, “solennemente” firmata a Roma e che il nostro paese, per bocca del suo premier, dichiarò in quell’occasione di voler ratificare per primo, salvo poi farsi precedere dalla Lituania.
La Costituzione, oltre a sancire che «gli Stati membri considerano le rispettive politiche economiche questione di interesse comune» (articolo III 71) stabilisce che «gli Stati membri devono evitare disavanzi pubblici eccessivi», che il rapporto tra debito pubblico e Pil non deve superare il “valore di riferimento” ma soprattutto che il rapporto tra disavanzo e Pil non deve superare il valore di riferimento «a meno che non sia in diminuzione continua e sostanziale» (articolo III 76).
Lo stesso presidente Pera, nel dare alle stampe la prima versione della bozza di Costituzione, aveva definito quel testo «la guida delle future generazioni europee »: evidentemente l’accento andava messo sull’aggettivo «future», quelle stesse sul cui destino pesa la montagna di un debito pubblico enorme ma che in troppi nella maggioranza ignorano per far fronte a promesse di tagli delle tasse
www.europaquotidiano.it
No ai voltafaccia»: Berlusconi torna a minacciare il voto. Contro tutti
di red
Il taglio delle tasse continua a dividere la maggioranza. Tante parole nella Casa delle libertà, progetti ed emendamenti restano chiusi nei cassetti di palazzo Chigi. L’offensiva del premier e dei suoi, finora, ha prodotto un solo risultato: la massima confusione possibile.
E così il premier, anticipando il contenuto di una lettera - manifesto che sarà pubblicata su Il Foglio, attacca nuovamente gli alleati: «Io e Forza Italia non accettiamo voltafaccia». «Spero e credo che sia possibile usare i diciotto mesi che ci separano dalla fine della legislatura per andare fino in fondo», dice il premier, ma a una sola condizione: «Se le imposte si riducono in modo consistente e visibile, la corsa continua. Altrimenti, la parola deve tornare agli italiani perchè siano loro a decidere del proprio destino».
Ma come riuscire a ridurre le tasse? Berlusconi torna a ripetere che «la copertura delle riduzioni fiscali c'è». E torna ad attaccare l'Europa, dove, spiega, «è fortissima la spinta a rivedere gli aspetti di vincolismo rigido del Trattato di Maastricht, quei fattori perversi che hanno incrementato il valore della nostra moneta oltre il necessario e artificialmente penalizzato la competitività delle nostre industrie e dei nostri servizi». Quanto al'Euro, «ha fino ad ora prodotto un risultato che è l'esatto contrario dello scopo per cui l'euro nacque, e cioè un'economia asfittica e una crescita zoppicante».
Proprio quest'ultima forzatura, quella di chi vorrebbe cambiare il patto di stabilità europeo per abbassare il prelievo fiscale degli italiani, era stata rintuzzata in precedenza Gianfranco Fini: «Non può essere un interesse nazionale a imporre in agenda la discussione del patto di stabilità», sostiene il neoministro degli esteri. Se proprio se ne vuole parlare bisogna farlo «prescindendo dalla necessità di ridurre il carico fiscale»
Proseguono intanto le polemiche dopo l’attacco di Marcello Pera contro centristi e destra sociale, e investono anche il consiglio nazionale dell’Udc. Altro che accordo, sottolineano i centristi: dopo le offese Follini getta benzina sul fuoco.
«Il presidente del Senato parla da militante»
Parlando al suo partito, il segretario dell’Udc, mette i suoi paletti a cominciare dalle dichiarazioni domenicali di Marcello Pera, a cui rimette l’accusa di fare discorsi “militanti”, da dirigente di partito e non da carica istituzionale (la stessa accusa che era stata rivolta ieri al presidente della Camera Casini).
E per Follini non è con il protagonismo di partito che si rinsalda la coalizione: un mica tanto larvato appunto allo stesso presidente del Consiglio e alle sue esternazioni della settimana scorsa in polemica con il vicepremier Fini sempre sul tema spinoso del taglio delle tasse e della sua necessità puramente politica. Una critica che suona anche come una minaccia, in accordo con l’invito di Casini a non lanciarsi in “avventurismi” fiscali poco compatibili con lo stato dell’economia e delle finanze.
Follini rilancia dunque la sua idea di riforma fiscale, basata sul “quoziente familiare” – cioè sul calcolo dell’imponibile in rapporto al reddito complessivo del nucleo-famiglia – e non sulle famigerate tre aliquote tanto care a Forza Italia che schiacciano sulla terza, quella del 33% tutti i redditi più alti, anche quelli dei veri ricchi. Un’ipotesi che farebbe più contenta anche An , probabilmente. In ogni caso per il segretario dell’Udc, gli azzurri hanno una smania da primi della classe:«non esiste nella maggioranza un partito delle tasse e non esiste un partito della spesa pubblica – dice - una coalizione non è fatta nè di primi della classe nè di alunni costretti dietro la lavagna». E quanto al merito delle affermazioni dell’azzurro Pera (“l’Europa non serva da alibi per non rispettare il patto con gli elettori”), Follini risponde: «La riforma fiscale non può comportare nessun rischio dal lato dell' equilibrio dei conti pubblici e del rispetto dei pur severi parametri che assieme all' Europa ci siamo dati: non si tratta di un alibi, si tratta di una responsabilità». Insomma, basta agitare l’anti-europeismo per fare cassa in termini di voti. «L'Europa non è una camicia di forza, ma un elemento su cui si basa la ragione stessa, almeno per noi, di questa maggioranza».
Mette sull’avviso, il leader dei centristi: le elezioni si stanno avvicinando ma non sono alle porte. «E se finisce la fase termidoriana della maggioranza – annota Follini riferendosi a una fase di stabilità e tranquillità, quella seguita alla crisi su Tremonti finita in estate - non torna Robespierre e non arriva Napoleone – fa notare - semmai sarebbe il turno di Prodi in compagnia di Bertinotti e dunque ci sono molte ragioni perchè il Termidoro non finisca». E anche qui rilancia con un pugno sul tavolo riproponendo una riforma proporzionalista del sistema elettorale, da approvare comunque non a maggioranza. Sottinteso: ma con alleanze trasversali.
E mentre la Lega si riconferma la stampella del governo (oggi Bossi in una intervista difende il passato di Fini tirato fuori da molti commentatori, anche esteri, in relazione al suo nuovo incarico alla Farnesina), Follini si concede anche qui una stoccata: «Sento parlare di partiti del nord... L' Italia ha bisogno di partiti italiani e non di espressioni geografiche». Chi vuole capire, capisca.
Le critiche di Bankitalia
Tante parole, dunque, ma che fine hanno fatto i numeri? A ricordarsene è Banca d'Italia, che nel suo bollettino semestrale snocciola i dati che ancora non si trovano nella Finanziaria della maggioranza.
Banca d'Italia sostiene che la riduzione del prelievo fiscale, «affinché eserciti un effetto positivo sulle aspettative», si deve fondare «su un contenimento duraturo della crescita della spesa corrente». La ripresa dell'economia italiana nel 2005 sarebbe in ogni caso «modesta» e su di essa sono destinate a pesare le incertezze relative a supereuro ed al caro-petrolio. Bankitalia esclude la possibilità di finanziare la manovra fiscale con il deficit, che deve restare in equilibrio.
Quindi, niente taglio alle tasse senza un contenimento reale e duraturo del deficit. Il premier dovrà tenerne conto, visto il polverone che l'argomento a suscitato in queste ultime ore.
L'ultimo a parlare in ordine di tempo è il segretario dei centristi Marco Follini, che ha alzato la spada con una pesante requisitoria indirizzata a Berlusconi e ai suoi nella sua relazione al Consiglio nazionale del partito.
unita.it
Lo scodinzolante Lerner
Solimano 22 novembre 2004
Contro le mie abitudini, mi sono guardato quasi tutto l'Infedele di sabato sera.
Gente interessante: Michele Salvati, assai intelligente e preparato, un po' troppo concessivo; Marigia Paolucci della CGIL, che è più efficace di Epifani e che ha nervi di ghiaccio; Tabacci, che acquisterei volentieri per la nostra squadra al posto di… lasciamo perdere… e che ha un singolare tocco signorile; Bonomi, nella parte del prepolitico che però le cose le sa; il giornalista Farina di Libero, stranamente non sbracato (occorrerà avvertire Feltri); Renato Brunetta, tutto petulanza, nella parte di chi vuol fare il furbo ma se ne fa troppo accorgere. Bene gli altri. Brunetta saltava sempre sulla voce alla Paolucci impedendole di finire ogni singola frase. Il motivo era chiaro: la Paolucci gli argomenti per affondare il giochino IRPEF di Berlusconi li ha tutti e li espone bene, motivi di carne e di sangue, non accademici, come quelli del rispettabilissimo Salvati. E Gad Lerner tollerava, tollerava, tollerava, permettendo a Brunetta quanto non avrebbe permesso a nessun altro, con quel tu collusivo che è forse il suo maggior difetto. Ottima trasmissione, alla fine, ma chi glielo fa fare a Lerner di scodinzolare così inutilmente? Spera che Brunetta molli Berlusconi? Ma lasciamoglielo, e guardiamo piuttosto a quelli come Tabacci!
www.ulivoselvatico.org
È compito di un’Amministrazione a qualunque
livello,comunale,provinciale,o regionale che sia ascoltare le ragioni,le
proposte,financo le
lamentele dei cittadini .All’uopo perciò ogni livello di governo si dota
degli strumenti che ritiene necessari: forum,tavoli,consulte che siano.La
decisione quindi di aprirsi ai contributi della società civile non è
certo sbagliata in linea di principio.La politica ,infatti, oggi può
arrivare ad elaborare solo un certo numero di proposte ,ma ha
inevitabilmente necessità di uno sguardo “altro” che controlli ,produca ,
inventi
,aggreghi ,in poche parole di soggetti esterni ,non eletti ,che producano
innovazione.Certo può far sorridere a questo proposito la polemica del
padrone di Mediaset e presidente del Consiglio ,contro i Magistrati non
eletti dal “popolo”,proprio come gli insegnanti ,professori,medici etc
che, non eletti, sono in un certo senso la spina dorsale della società
, e rappresentano la società civile,che , pur essendo esterna alla
politica ,oltre a controllarne doverosamente i contenuti ,può arricchire
ed innovare il dibattito e le decisioni politiche.Ma dove la politica si
rapporta in maniera sana alla società civile essa si presenta senza
tentativi egemonici ,in funzione diremmo quasi ancillare, conscia di
quanto essa stessa possa innervarsi dei contributi positivi elaborati dai
cittadini.Se invece ,come accaduto al debutto
della destra al governo della città, si pensa di praticare la “politica
della terra bruciata” ritenendo che associazioni ,comitati,e
quant’altro non debbano far altro che a limitarsi a fungere da cinghia di
trasmissione elettorale ,contribuendo unicamente ,perciò, a portare voti ed a
far risaltare i ,presunti, meriti dell’amministrazione, ogni vitalità
,spunto intellettuale, capacità propositiva si inaridisce. È proprio
quello che è accaduto a Velletri ,subito dopo tangentopoli nella nostra
città sulla spinta della crisi della politica si era creata una vivacità
,una effervescenza che non si vedeva da anni ,ma i tentativi ,riusciti
, di alcuni di strumentalizzare la nuova vitalità e l’avvento
successivo e conseguente della destra al governo avevano l’effetto di
“gelare”
la nuova domanda di partecipazione.Alcuni scambiavano comitati
,associazioni etc con prebende politiche e non solo, per altri più seri e
,forse
,solo più onesti non restava che il nuovo”riflusso” rinchiudendosi
pericolosamente nel privato. Per la destra cittadina la nuova costellazione
non poteva che essere favorevole,infatti da una parte veniva a mancare
il fastidioso controllo della società civile sull’azione di governo e
dall’altra parte partiva l’”assalto” elettorale ai pochi “bastioni”
rimasti in piedi che dal canto loro spesso erano ben felici di cedere.Per
alcune associazioni si apriva perciò la corsa all
’”oro” cercando di far “fruttare” le posizione acquisite, il bel gioco
come del resto dice il proverbio dura poco e finiti i soldi resta un
panorama vuoto e desolato.Nonostante tutto ,con il tempo, quei germogli
che erano spuntati oltre 10 anni fa hanno continuato a crescere e a
vivere di vita propria e se certo il panorama culturale non assomiglia ad
una cittadina europea vicina ad una grande capitale ,pur tuttavia la
società civile ha trovato il modo di espandersi.Nel momento di grave
crisi finanziaria endogena per politiche della destra cittadina ed esogena
,per i tagli effettuati alle autonomie locali dall’uomo con la bandana,
si tenta nuovamente di “mettere cappello” sulla società civile alla
quale si dà il contentino dello spazio sui giornali ,ma facendo risaltare
invariabilmente l’Assessore di turno.Come detto nulla osta ad un
rapporto paritario associazionismo –controparte politica,ma esso non può
avere funzioni strumentali e quando vengono nuove idee la luce dei
riflettori dovrebbe dirigersi verso coloro che le hanno elaborate.Un nuovo
collateralismo ,visto i danni che ha prodotto negli anni scorsi, è
l’ultima cosa di cui si senta bisogno nella nostra città.
Cittadini per l’Ulivo “Velletri fuori dalla palude” circolo Volontè
novembre 22 2004
Le tre battaglie che le sinistre devono vincere
ANTHONY GIDDENS
da Repubblica - 22 novembre 2004
Oggi, dei 25 stati dell´Unione, solo 9 sono governati dal centrosinistra. Tre si trovano nell´Europa orientale ? Repubblica Ceca, Ungheria e Polonia; in nessuno di questi il governo sembra essere particolarmente stabile: ciascuna delle tre società sembra turbata dalle malinconie post-allargamento. In Germania, d´altro canto, la posizione di Gerhard Schroeder, sostenuto dalla coalizione di socialdemocratici e verdi, appare più che chiaramente indebolita. C´è poi un nuovo governo di centrosinistra in Spagna ma, prima dell´attacco terroristico dell´11 marzo, che ha cambiato l´opinione pubblica, sembrava probabile che i socialisti perdessero le lezioni. In Svezia, Goran Persson ha ottenuto il suo terzo mandato da primo ministro, ma i socialdemocratici non hanno la maggioranza del Riksdag. Nel Regno Unito, infine, è probabile che il partito laburista riesca a vincere di nuovo le prossime elezioni, ma Tony Blair ha dovuto difendersi da ripetuti attacchi a causa della partecipazione inglese all´invasione dell´Iraq. E ovviamente la questione irachena resta un motivo di divisione all´interno della sinistra.
Quando poi consideriamo i paesi dove la sinistra non è al potere, la situazione appare anche lì difficile. In Italia la sinistra sembra senza timone, sebbene il ritorno di Romano Prodi a capo della nuova alleanza di centrosinistra possa segnalare una rinascita. I diversi partiti e gruppi coinvolti non hanno finora un programma comune.
La sinistra francese non si è ancora ripresa dallo shock causato dalla sconfitta di Lionel Jospin alla prima tornata delle presidenziali del 2002: i socialisti sono divisi tra gli innovatori e i tradizionalisti, e la sinistra «plurale», che Jospin era riuscito a tenere assieme quando era al governo, è ormai caduta a pezzi.
Le tre battaglie delle sinistre europee
SU RESET Questo testo è tratto dalla rivista di Giancarlo Bosetti,
Come spieghiamo il calo delle fortune del centro-sinistra? Dovrebbe essere innanzitutto sottolineato che il declino non è stato così marcato come potrebbe sembrare a prima vista: in primo luogo, infatti, non è mai esistita una salda egemonia del centro-sinistra nel 2000. Alcune delle vittorie politiche di allora furono in larga parte il risultato del volgere del ciclo politico. I socialdemocratici in Germania e i laburisti nel Regno Unito, ad esempio, non erano stati al governo per circa 18 anni. L´elettorato dell´epoca rispose alle innovazioni ideologiche introdotte in quei partiti, ma votò pure semplicemente per il cambiamento. A questo proposito si potrebbe anche menzionare il fatto che, nel 2000, la sinistra aveva la netta maggioranza parlamentare solo in 4 dei 13 stati in cui era al potere: Gran Bretagna, Germania, Francia e Grecia. In altri due Paesi - Svezia e Portogallo - si trattava di governi di minoranza.
In secondo luogo, una delle lezioni che l´esperienza degli ultimi anni ci insegna è che spesso le scelte tattiche e le semplici situazioni contingenti influenzano la politica più di quanto non faccia l´ideologia in quanto tale.
Errori tattici spiegano, inoltre, gran parte del declino delle fortune della sinistra. Ovunque, sia a destra che a sinistra esistono divisioni interne, ma la sinistra è più incline alle divisioni settarie. Se la sinistra fosse rimasta unita a sostegno di Jospin nella prima tornata elettorale delle presidenziali francesi del 2002, Jospin avrebbe almeno potuto combattere la sua battaglia contro Chirac. Se la coalizione ulivista italiana fosse riuscita a restare intatta, oggi Silvio Berlusconi potrebbe non essere al governo. Il principio «uniti vinciamo, divisi perdiamo» è quanto mai potente in campo politico. Quando il partito laburista è riuscito a lasciarsi alle spalle il suo passato settario, da molte parti si è levata la critica che lo accusava di «smania di potere», eppure la persistente forza elettorale dei laburisti deve molto proprio al fatto che le sue scissioni interne sono state ampiamente contenute.
Comunque non c´è dubbio che le debolezze della sinistra in Europa siano in certa misura ideologiche. La domanda chiave è: derivano dal troppo o dal troppo poco riformismo? Sono fermamente dell´opinione che derivino da quest´ultimo. I governi socialdemocratici sono stati troppo spesso riluttanti nel portare avanti quei programmi che, in linea di principio, avrebbero dovuto vederli maggiormente impegnati.
Cosa può essere fatto per risollevare le sorti della sinistra europea? Nonostante ciò che molti hanno scritto a riguardo, i partiti populisti in quanto tali non rappresentano il problema più pressante per i socialdemocratici. Questi partiti infatti tendono ad essere intrinsecamente instabili, dipendendo - come fanno - dall´appeal di «politici anti-politici». Ad avere maggiori conseguenze per la socialdemocrazia sono le condizioni sociali di cui il populismo di destra è espressione. Una nuova divisione, legata alle tensioni e alle inquietudini sollevate dalla globalizzazione, ha avuto luogo nelle nostre società. Da un lato, ci sono coloro che si sentono a proprio agio - o relativamente a proprio agio - con lo sviluppo tecnologico e l´interscambio culturale cosmopolita, e che possiedono le qualifiche necessarie per vivere bene nella nuova economia. Dall´altro lato - molto più in basso nella scala socio-economica - ci sono coloro che, spesso carenti in formazione e qualifiche, temono che i loro posti di lavoro e, a un livello più profondo, il loro intero stile di vita, siano minacciati. Queste persone sono quelle che vengono attratte dai sentimenti razzisti e xenofobi e che accusano l´»establishment», gli «estranei», o entrambi per ciò che sta accadendo. Molti sono elettori socialdemocratici di un tempo, che si sentono delusi o abbandonati dai partiti tradizionali.
Alcuni vedono il populismo come il risultato della scomparsa dei grandi confronti ideologici del passato, come quelli che hanno contrapposto il fascismo e il comunismo. La politica, sostengono, è diventata una faccenda troppo terrena perché gli elettori se ne interessino. La grande maggioranza di essi, perciò, è giunta alla conclusione che «tutti i politici sono uguali», che non viene loro offerta una reale possibilità di scelta. Tra coloro che si sentono più fortemente estraniati, il vuoto politico viene riempito da voti di protesta e da un´azione diretta - «estranei» contro l´»establishment». Se i socialdemocratici vorranno rimettersi in corsa - così indica questo tipo di analisi - dovranno tracciare un solco molto più evidente tra se stessi e gli oppositori di destra. Condivido in certo modo questa posizione a patto che non venga assunta troppo semplicisticamente. La svolta di «terza via» nella politica socialdemocratica è inevitabile oltre che ineluttabile.
Per tornare al potere, o per mantenerlo, i socialdemocratici devono vincere tre battaglie - che descriverei come battaglie di tattica, strategia, e ideologia. Tattica significa mantenere un fronte unito, ed essere professionali nell´organizzazione delle campagne elettorali. Strategia vuol dire lotta continua per l´innovazione delle politiche. Dal punto di vista ideologico, il nocciolo del problema è quello di riconciliare una prospettiva riformista con un appeal emozionale. Il pragmatismo senza passione non guadagnerà un sostegno politico durevole.
Le cose potrebbero cambiare se i socialdemocratici riuscissero a imparare a parlare per la maggioranza e non per interessi settoriali; potrebbe cambiare se la sinistra riuscisse a dimostrarsi all´altezza di una delle sfide più grandi: promuovere un rinnovato egualitarismo che sia però compatibile con un´economia dinamica e competitiva, sia a livello nazionale che a livello europeo. Non credo che la destra in Europa abbia un´agenda politica particolarmente coerente.
Traduzione di Martina Toti
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Ds Milano - Rassegna stampa
Cresce il vantaggio del centrosinistra
di RENATO MANNHEIMER
dal Corriere - 22 novembre 2004
Nelle intenzioni di voto degli italiani il centrosinistra mantiene almeno per ora una netta prevalenza. Negli ultimi giorni il distacco pare essersi ulteriormente incrementato, probabilmente per la «delusione» che continua a serpeggiare tra gli elettori del Polo, molti dei quali si sono ora rifugiati nel dubbio o nell’intenzione di astenersi. L’erosione di consensi per la Casa delle Libertà sembra toccare soprattutto Forza Italia. Per tentare di arrestare questo trend Berlusconi ha ipotizzato il ritorno alle urne, cercando di persuadere gli indecisi che, a seconda dei momenti, oscillano dal 30 al 40%.
Intenzioni di voto, cresce il vantaggio del centrosinistra
Aumenta il divario con il Polo, calo soprattutto per Forza Italia. Ma la quota di indecisi sfiora il 40%
Almeno per ora, il centrosinistra mantiene una netta prevalenza nelle intenzioni di voto degli italiani. Sia in quelle «certe», sia nel mercato potenziale, costituito da chi, pur non avendo maturato un orientamento preciso, esprime una sorta di presa in considerazione per questo o quel partito o per questa o quella coalizione. Negli ultimi giorni il distacco pare essersi ulteriormente incrementato, probabilmente a seguito della «delusione» che continua a serpeggiare tra gli elettori del Polo. Molti tra costoro si sono ora rifugiati nel dubbio o nell'intenzione di astenersi. Ma la erosione di consensi per la Casa delle Libertà non è distribuita equamente tra le sue componenti, ciò che sollecita inevitabilmente la litigiosità interna, aggravando la crisi del centrodestra. Il calo di voti risulta infatti riguardare perlopiù il partito del presidente del Consiglio. Si tratta, con tutta evidenza, dell'espressione di una sfiducia (crescente negli ultimi mesi) nei confronti di Berlusconi. Per tentare di arrestare questo trend, il Cavaliere ha dunque ipotizzato di ritornare al vaglio delle urne. Cercando non tanto di persuadere chi oggi dichiara di avere già scelto uno dei partiti di opposizione, quanto di incidere sul settore (anch'esso in espansione, di settimana in settimana) che afferma di essere indeciso sulla scelta o di non volere recarsi a votare. Si tratta di una porzione di elettorato imponente, oscillante (a seconda dei momenti) dal 30 al 40%.
Il profilo sociale di quest’area è per molti versi diverso da quello dei votanti per il centrodestra o per il centrosinistra. C'è una netta prevalenza femminile, costituita in larga misura da casalinghe, che un tempo costituivano uno degli «assi portanti» del consenso per FI. Ma il connotato forse più significativo è rappresentato dalla quota molto maggiore di giovani e giovanissimi (che ancora una volta si confermano più "lontani" dalla politica), mentre le persone oltre i sessanta anni appaiono decisamente orientate verso il centrodestra, tanto che si registra in quest'ultimo una forte presenza di pensionati. E nel centrosinistra si conferma la consueta accentuazione tra coloro che hanno oggi 40-60 anni, vale a dire la generazione di chi ha vissuto le vicende politiche degli anni '70.
In realtà non tutti gli indecisi sono «veramente» tali. Una parte, come si è detto, era, sino a qualche tempo fa, simpatizzante per il centrodestra e quindi può essere in qualche modo considerata più vicina al governo che all'opposizione. Un'altra (di entità leggermente superiore) esprime invece una qualche predilezione per il centrosinistra. Altri, la maggioranza, non indicano nessun orientamento. Ma tutti - o quasi - sono accomunati dal fatto di non interessarsi di politica e, di conseguenza, di seguire poco le vicende relative a quest’ultima. Costoro, che possiamo denominare «esterni», hanno spesso un atteggiamento assai critico - talvolta qualunquistico («i politici sono tutti uguali») - sia verso il governo, sia verso l’opposizione. Si tratta di un pubblico molto sensibile alla figura del leader, particolarmente aperto ai messaggi più semplici, scettico di fronte a ragionamenti articolati o alle talvolta inevitabili complessità spesso presenti nella comunicazione di questa o quella forza politica. Proprio per questo è un settore di elettorato fondamentale per vincere, ma difficile da conquistare. E, forse in misura ancora maggiore, da «riconquistare».
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Ds Milano - Rassegna stampa
Umberto Bossi chiede tagli alla sanità. Insorge il centrosinistra
REDAZIONE
Il leader del Carroccio Umberto Bossi, nel corso di un'intervista rilasciata al settimanale svizzero Il Caffé, ha reso noto che chiederà al presidente del Consiglio Silvio Berlusconi di intervenire con dei tagli per fermare gli sprechi del sistema sanitario nazionale.
"La sanità costa troppo: o si riducono le spese o va tutto a rotoli - ha spiegato - ne parlerò al premier".
Le parole del Senatur sono state ovviamente criticate dalle opposizioni, insorte all'unisono di fronte a questa "nuova minaccia per gli Italiani".
"Ora tocca alla sanità - ha attaccato il leader di Rifondazione Comunista Fausto Bertinotti - non si può andare avanti con un Governo che scarica ogni giorno sul Paese la sua crisi".
Sul piede di guerra anche il presidente dell'Italia dei Valori Antonio Di Pietro, per il quale "questi tagli alla sanità graverebbero solo sulle famiglie del Sud e sulle fasce sociali più deboli".
"Fa presto Bossi a parlare di tagli alla sanità, lui va in Svizzera a farsi curare - ha commentato l'ex Magistrato - il problema è solo di chi non può permetterselo. Come dovrebbe fare a curarsi chi non può permettersi cliniche esclusive?".
Per la cronaca il massimo esponente del Carroccio ha rilasciato queste dichiarazioni dalla clinica Hildebrand di Brissago, in Canton Ticino.
www.centomovimenti.com
Stati Uniti : nuovo scandalo tangenti al Pentagono
di red
Il senatore repubblicano statunitense John McCain ha reso noti documenti che rivelano intrighi che hanno agitato il Pentagono.
Si tratta di uno scandalo di conflitti d'interessi, spionaggio industriale e fatture falsificate in un contratto con la Boeing di 23 miliardi di dollari . L'affare implica un alto funzionario dimissionario dell'amministrazione Bush, il segretario dell'U.S Air Force, James Roche.
Secondo questi documenti, costui aveva chiesto ad un lobbista della Boeing, Paul Weaver, di usare la sua influenza per fare pressioni sul sottosegretario aggiunto alla difesa, Michael Wynne, che trovava troppo cara una proposta della societa' britannica per il franchising di 100 aerei B767.
Il senatore McCain ha affermato venerdi' al Senato che gli scambi epistolari rivelavano "una défaillance sistematica dell'US Air Force nel supervisionare la gestione degli appalti, un accordo volontario o una corruzione nella gerarchia".
Il primo ottobre una ex responsabile dell'aviazione militare, Darleen Druyun, era stata riconosciuta colpevole di "collusione criminale"contro il governo americano e condannata a nove mesi di prigione. Ella aveva riconosciuto di aver fornito alla Boeing delle informazioni confidenziali sull'offerta concorrente, prima di essere assunta dalla stessa compagnia britanica.
www.osservatoriosullalegalita.org
Elezioni Usa, il fantasma nella black box
Snafu - Geopolitica 22.11.2004
Macchine che non contano i voti o che ne contano troppi. Bloggers e attivisti gettano un'ombra sulla validità del voto del 2 novembre.
Vote Fraud. Frode elettorale. E’ con un fiocco nero postato su centinaia di siti Internet che migliaia di elettori americani stanno denunciando da due settimane i presunti brogli avvenuti nelle elezioni del 2 Novembre. Mentre l’Ohio scrutina le 155.000 schede provvisorie ancora sigillate, sotto gli occhi di degli avvocati del partito democratico, l’America della blogosfera e degli attivisti online continua a non credere nel voto elettronico e nell’affidabilità della macchina elettorale. Tra le molte speculazioni e ipotesi fantapolitiche, emergono dalle inchieste indipendenti dati che gettano una luce sinistra sul voto del 2 novembre.
Al di là dell’errore ampiamente riportato dai media di una macchina touch screen che ha regalato a Bush 3.893 voti in Ohio e di una serie di malfunzionamenti che non sembrano aver favorito nessuno dei due candidati, le attenzioni si concentrano soprattuto sull’Ohio e la Florida.
Greg Palast e la teoria del voto razzista
In Ohio, che ha adottato le macchine a schede perforate e dove Bush ha un margine di 136.000 voti, 11 contee su 88 hanno terminato la conta e dichiarato valide circa il 90% delle schede provvisorie. A Cleveland, dove lo scrutinio è a metà strada, solo i due terzi delle schede provvisorie sarebbero valide. Se il conteggio delle schede provvisorie e absentee dovesse assottigliare la differenza a un margine inferiore ai 16.000 voti, un nuovo conteggio manuale di tutte le schede dovrebbe avvenire in base alla legge, anche se ciò appare assai improbabile.
Le “anomalie” del voto in Ohio partono proprio da Cleveland. Qui Kerry ha vinto di larga misura (66% contro 33%) ma alcuni collegi mostrano un’affluenza alle urne inusualmente bassa. In 55 seggi l’affluenza è inferiore al 40%, con punte al ribasso del 20% e, in un caso, addirittura del 7%. In questi seggi, Kerry stravince con l’85% dei voti. Non stupisce allora che Greg Palast, il giornalista che svelò la frode della Florida del 2000, sostenga che il meccanismo applicato all’Ohio è lo stesso usato quattro anni fa nello stato del sole: il numero dei voti validi si ridurrebbe “per magia” nei collegi a maggioranza democratica e in particolare in quelli afro-americani. Per questo nelle schede provvisorie non ancora contate potrebbe esserci una maggioranza schiacciante per Kerry, come molti (93.000 secondo il giornalista britannico) potrebbero essere i voti annullati per effetto di un “malfunzionamento” delle macchine che non sempre riconoscono i buchi, soprattutto nei collegi neri. Lo stesso Palast del resto ha messo le mani sugli elenchi di elettori che gli avvocati repubblicani usavano per contestare il diritto di voto all’interno dei seggi: si tratta al 100% di elettori afro-americani.
Ma l’Ohio si distingue non solo perché la sua unica macchina elettronica regala quasi 4.000 voti a Bush, mentre il resto dello stato adotta ancora la tecnologia che quattro anni fa generò una crisi istituzionale senza precedenti. C’è anche la storia della Contea di Warren, nel sud-ovest dello stato, a lasciare esterrefatti giornalisti come Keith Olbermann di MSNBC - l’unico network televisivo che ha sin qui dubitato della valità del voto. A Warren la notte del 2 novembre i funzionari addetti allo scrutinio decidono di procedere a un conteggio a porte chiuse. Per la prima volta nella storia della contea l’accesso agli uffici elettorali viene interdetto a giornalisti e osservatori esterni per “motivi di sicurezza”. In particolare, secondo Pat South, il direttore del comitato elettorale della contea, Warren sarebbe stata classificata dall’Fbi nei giorni precedenti alle elezioni “a rischio 10 di attacco terroristico su una scala da 1 a 10.” L’Fbi smentisce di aver mai indicato uno specifico allarme terrorismo per la contea di Warren. Bush stravince con 40.000 voti di scarto.
La Florida: quando la tecnologia ha preferenze politiche<
Lo stato del sole, memore del disastro del 2000 con le schede perforate, si era dotato questa volta di macchine elettroniche touch screen e a scansione ottica per la lettura delle schede cartacee. Se le contee che hanno acquistato macchine touch screen mostrano un trend favorevole ai Democratici (52%-47%, per altro in linea con gli exit poll), nelle contee che hanno adottato le macchine a scansione ottica i Repubblicani vincono con il 57% dei voti, ottenendo molti più suffragi del previsto.
Nella contea di Baker ad esempio i democratici hanno 8.926 votanti registrati e i Repubblicani 3.126 (negli Stati Uniti si dichiara la propria affiliazione al momento dell’iscrizione alle liste elettorali). Il 2 novembre Bush si aggiudica 7.738 voti (+220%) e Kerry solo 2180 (-68%). Nella contea di Holmes i Repubblicani possono contare su 2.344 votanti registrati contro i 7.968 democratici. Bush prende 6.410 voti (+261%) e Kerry solo 1.810 (-69%). Nella contea di Dixie i repubblicani hanno 1.454 elettori registrati ma portano a casa 4.433 voti (+358%), mentre i democratici perdono il 60% dei consensi. Nella contea di Lafayette Bush prende 2.460 voti e Kerry 860 nonostante i democratici abbiano l’83% dei votanti registrati. Questo schema si ripete in circa quaranta contee di piccole e medie dimensioni che hanno adottato le macchine a scansione ottica. Nel complesso in queste contee Bush si aggiudica 630.000 voti in più del previsto (+45%), mentre i democratici guadagnano solo 20.000 voti (+ 1%). Da notare che Bush ha vinto in Florida con un margine di 380.000 voti.
Una delle possibili ragioni di questa discrepanza è che le macchine a scansione ottica sono state impiegate soprattutto nelle contee rurali. In base alla cosiddetta “teoria dixiecratica”, molti democratici bianchi del Sud voterebbero democratico nelle elezioni locali e si orienterebbero da anni per i repubblicani nelle elezioni generali, pur risultando ancora iscritti come democratici. A sostegno di questa ipotesi c’è il fatto che già quattro anni fa in si verificarono dei ribaltamenti simili, anche se in misura non così pronunciata. Inoltre le elezioni del 2000 furono comunque inficiate da gravi irregolarità, e non sono quindi una pietra di paragone affidabile.
Tuttavia, per testare la veridicità di quest’ipotesi, il sito della ricercatrice Kathy Dopp ha eliminato i dati riguardanti le piccole contee e ha effettuato un paragone statistico per 26 contee di medie dimensioni che contano tra gli 80.000 e i 500.000 votanti. Anche in questo caso le 18 contee che usano macchine a scansione ottica, registrano un forte vantaggio per i repubblicani.
Il voto elettronico a scatola chiusa
Un altro modo per leggere questi dati è di scorporarli non in base alla tecnologia, ma al produttore. I tre fornitori di macchine ottiche e touch screen della Florida sono la Election Systems & Software (ES&S), la Diebold e la Sequoia Voting System. Dall’analisi statistica del voto si scopre che le macchine Sequoia Voting System danno a Kerry un vantaggo di 5 punti (52-47), quelle Diebold assegnano a Bush un margine di ben 11 punti (55-44), mentre quelle della ES&S gli assegnano un margine del 5% (52-47), ma con un fortissimo sbilanciamento a favore di Bush nei collegi a scansione ottica (61-38).
Ora, si dà il caso che la Diebold e la ES&S siano le due aziende che hanno o hanno avuto chiari legami con il Partito Repubblicano. La prima, con sede in Ohio, è di proprietà di un noto fundraiser del partito, Walden O’Dell. Nell’agosto 2003, O’Dell spediva una lettera ad altri finanziatori di Bush ribadendo “il suo impegno ad aiutare l’Ohio a portare i suoi voti al presidente l’anno prossimo”. Onde evitare polemiche, Ken Blackwell, l’attuale governatore repubblicano dello stato, finì per optare per i vecchi macchinari a schede perforate. Ma questo ovviamente non ha impedito alla Diebold di vendere le sue macchine in altri stati. Come la Georgia, dove nel novembre 2002 i repubblicani hanno ottenuto una vittoria nelle elezioni di mezzo termine che ha completamente ribaltato i risultati dei sondaggi.
Anche la ES&S, con sede in Nebraska, oltre a essere la maggior produttrice di macchine del paese, è finita nel 2003 nell’occhio del ciclone per i suoi legami con Chuck Hagel, senatore repubblicano del Nebraska. Bev Harris, l’attivista di Black Box Voting, scoprì che Hagel era il CEO e il proprietario del McCarthy Group, che a sua volta controllava la ES&S quando Hagel venne rieletto nel 2002 con l’83% dei voti - la vittoria più schiacciante della storia del Nebraska. L’80% dei voti era stato scrutinato con macchine ES&S, e i tentavi fatti dai democratici di denunciare il caso Hagel di fronte alla Commissione Etica del Senato si sono risolti in una bolla di sapone.
Eppure, nonostante la vigilanza degli attivisti sia cresciuta notevolmente negli ultimi due anni, anche in occasione delle presidenziali le macchine elettroniche sono state tutto fuorché sicure. A dimostrarlo, ancora una volta, è blackboxvoting.org, il sito che ha puntualmente denunciato i rischi di affidare il voto ad aziende e software proprietari, non sottoposti a un pubblico scrutinio. Con due documenti originali pubblicati la scorsa settimana, Bev Harris ha dimostrato come con ogni probabilità la sicurezza dei software Diebold non sia mai stata testata. L’Independent Testing Authority (Ita), l’organizzazione incaricata dalla National Association of State Election Directors (Nased) di effettuare i test sul funzionamento delle macchine elettroniche, non ha mai realizzato i test di penetrazione sui software. A domanda sul perché di questa omissione, i tecnici hanno risposto alla Harris che l’ITA è pagata dalle aziende produttrici, le quali, ovviamente, non vogliono che i loro programmi corrano il rischio di non essere certificati. Allo stato attuale, non risulta che la Nased si sia mai preoccupata di far eseguire i test di sicurezza.
Tutto ciò non sembra scuotere la calma olimpica degli alti ranghi del partito democratico. Anche se sei deputati hanno chiesto una nuova conta dei voti in diverse parti del paese, la linea è di “vigilare” sulla trasparenza del voto perché disservizi e malfunzionamenti non si ripetano nel futuro. Da qui a dire che il voto è stato truccato ci passa un oceano. Lo stesso che separa gli Usa dall’Europa, dove il voto elettronico sarà realtà con le europee del 2009. E dove aziende come ES&S hanno già iniziato a vendere i propri sistemi.
Per aggiornamenti:
www.blackboxvoting
verifiedvoting.org
whatreallyhappened.com
scoop.co.nz
www.rekombinant.org
Tra due fuochi
Intervista a una celebrità irachena appena arrivata in Italia da Baghdad
“Niente foto, niente nomi per favore”. Salam, chiamiamolo così, non vuole che sua moglie e i suoi quattro figli rimasti a Baghdad corrano il rischio di ritorsioni per quello che sta per dire.
Un rischio accresciuto dal fatto che lui – 38 anni, alto, fisico atletico, carnagione scurissima, capelli corti e occhi buoni – non è un iracheno qualunque. Nel suo paese è una celebrità, un personaggio pubblico di quelli che la gente ferma per strada per chiedergli l’autografo. Qualcosa di similie alle nostrane star televisive. La sua fama gli ha permesso pochi giorni fa di fuggire per un po’ dalla guerra, ma gli impone l’anonimato quando “parla di politica”, come dice lui. E poi è lui in prima persona a correre rischi, perché molto presto farà ritorno a casa sua, in Iraq, dalla sua famiglia.
“Sono venuto solo per rivedere mio fratello maggiore, che sta qui in Italia da 27 anni. Lui è scappato dal paese quando io ero ancora bambino. E’ fuggito dalle persecuzioni del regime di Saddam, che arrestava e torturava mio fratello perché militava nel partito comunista iracheno. La mia famiglia, di sciiti e comunisti, è sempre stata perseguitata dal regime. Poi, grazie al mio lavoro, le cose sono cambiate. Ero diventato, mio malgrado, un simbolo dell’Iraq di Saddam e per questo nessuno ci molestava più. Eravamo diventati dei privilegiati.
Ma sapevo bene come viveva il mio popolo sotto quella brutale dittatura. E avevo modo di vedere con i miei occhi, sempre grazie al mio lavoro, di quanto sostegno e di quanta amicizia godesse Saddam all’estero, presso quegli stessi governi che poi gli avrebbero mosso guerra”.
Come hai vissuto l’invasione americana e la caduta del regime di Saddam Hussein?
“Come la maggior parte degli iracheni. Ero contento che qualcuno ci aiutasse a sbarazzarci di lui e ci restituisse la libertà e la pace dopo tante guerre e sofferenze. Ma poi – Salam abbassa lo sguardo e cambia espressione – abbiamo capito. Anche i più fiduciosi, con il passare del tempo, si sono dovuti arrendere all’evidenza dei fatti, cioè che gli americani non erano venuti per liberarci ma per occupare e saccheggiare il nostro paese, per fare da soli quello che il loro alleato di un tempo non era più capace di fare: garantire gli interessi economici e politici degli Stati Uniti.
Il primo segnale che ci ha aperto gli occhi è stato quando un carro armato americano ha sfondato il portone del Museo Nazionale consentendo ai saccheggiatori di entrare e di fare razzia dei nostri tesori. Contemporaneamente, altri carri armati sparavano contro tutti i palazzi del governo, tutti tranne uno, che invece è stato occupato e protetto come se fosse l’unico vero obiettivo della guerra: il ministero del petrolio.
Per noi, per il popolo, gli americani non hanno fatto nulla fin dall’inizio.
Ci hanno lasciati senza luce e senza acqua: ancora oggi nel mio quartiere di Baghdad abbiamo sedici ore di blackout al giorno.
Ci hanno lasciati senza soldi e senza lavoro: i licenziamenti di massa dai posti statali (praticamente la totalità in un regime totalitario) sono stati una disgrazia collettiva.
Ci hanno lasciati senza benzina: prima facevamo il pieno con tre quarti di dollaro, oggi i distributori sono vuoti e al mercato nero il carburante costa come qui da voi.
E soprattutto ci hanno lasciati senza sicurezza: incredibilmente – dice Salam alzando il tono della voce – gli americani hanno lasciato aperte le nostre frontiere lasciando libero accesso a migliaia di delinquenti stranieri, terroristi e banditi di ogni genere, venuti in Iraq per approfittare della situazione. A questi stranieri si sono poi unite decine di migliaia di criminali comuni iracheni, quelli liberati da Saddam subito prima della guerra, e anche molti ex militari del regime, licenziati dagli americani e desiderosi di vendetta.
Questa è la gente che ha cominciato a compiere i saccheggi, gli attentati e i rapimenti”.
Vuoi dire che quella irachena non è una vera resistenza popolare ma solo un fenomeno di matrice criminale e straniera?
“Beh, sì, è così che è iniziata. Perché una vera resistenza irachena dovrebbe colpire la nostra stessa gente con le autobombe? Perché questi mujaheddin dovrebbero combattere a volto coperto? Cos’hanno da nascondere? Perché i soldati Usa, come ho avuto modo di vedere tante volte, non li fermano quando quelli compiono le loro azioni e reagiscono solo dopo, prendendosela con i civili innocenti? La scorsa settimana, quando stavo andando via da Baghdad, sono stato fermato a un checkpoint americano all’imbocco di un ponte sul Tigri. Dall’altra parte c’erano dei miliziani che davano fuoco a un camion, indisturbati.
Vi assicuro che noi, la popolazione irachena, odia quei guerriglieri non meno degli americani, perché abbiamo capito che questi mujaheddin non combattono per liberare il nostro paese, ma per mantenere il caos e l’anarchia che serve agli americani per giustificare la loro permanenza in Iraq.
Fanno il gioco delle forze di occupazione, che li lasciano fare e forse li manipolano pure.
Finché ci saranno attentati, agguati e rapimenti gli americani avranno un buon motivo per rimanere nel mio paese. I terroristi fanno comodo agli americani perché fanno sì che la guerra continui. Per questo la gente li disprezza. Sono dei provocatori utili agli interessi stranieri e dannosi a quelli del mio popolo, che vuole che tutto questo finisca, che vuole solo la pace”.
Hai detto che è così che è iniziata. Quindi pensi che ora la situazione sia cambiata?
“Sì, è cambiata e sta continuando a cambiare. All’inizio a combattere erano solo stranieri e banditi iracheni. Poi, man mano che la reazione militare americana si è inasprita, a questi si sono uniti anche molti ragazzi animati dal desiderio di vendetta personale e dall’odio verso gli occupanti. Una reazione ovvia. Ma per adesso sono ancora pochi. Certo, più gli americani restano in Iraq, più le fila della resistenza si ingrossano. Il rischio maggiore è che i provocatori portino la guerra anche nelle città sciite del sud che ancora sono calme. Se con le loro azioni i terroristi provocassero l’intervento massiccio degli americani, stile Falluja, anche nel sud del paese, allora sarebbe la fine. Il nostro leader, l’ayatollah al-Sistani, potrebbe rompere la tregua in atto e chiamare gli sciiti alla jihad. Noi siamo la maggioranza della popolazione: se entrassimo nella resistenza, allora che sì che questa diverrebbe davvero una resistenza popolare. Anche io andrei subito a combattere! Però spero che non si arrivi a questo”.
Come si vive oggi in Iraq?
“Sempre peggio! Le ultime settimane sono state le peggiori dall’inizio della guerra. Anche a Baghdad, dove prima la vita proseguiva con una relativa tranquillità tra un attentato e l’altro. Ora si vive nel terrore continuo. Soprattutto nel quartiere sciita dove abito io. Ogni giorno capita qualcosa. Viviamo tappati in casa e nemmeno lì ci sentiamo al sicuro. L’abitazione dei nostri vicini è stata colpita da un razzo ed è crollata uccidendo tutta la famiglia. Non si sa chi sia stato a sparare quel razzo, ma non importa: tanto il risultato è lo stesso.
Uscire in strada può significare la morte: i banditi spadroneggiano e i soldati americani sparano su tutto quello che li spaventa. Basta un passo falso, un atteggiamento sospetto, e sei morto.
Poco prima che me ne venissi via da Baghdad, una pattuglia di marines stava attraversando a piedi la mia strada. Alcuni bambini giocavano tra le case. Uno di loro è corso fuori da un vicolo e un soldato, spaventato da quello che pensava fosse un guerrigliero, gli ha sparato e lo ha ucciso.
Da quel giorno ho smesso di mandare a scuola i miei figli: è troppo pericoloso. Ieri, per dire, ho sentito per telefono mia moglie. Mi ha detto che al mattino nostro figlio di dodici anni era uscito davanti a casa con la bicicletta. E’ passata una colonna di carri armati americani e un soldato, dalla torretta, gli ha puntato contro la mitragliera. A un bambino in bicicletta! Lui è scappato a casa terrorizzato e si è infilato sotto il letto, dove è rimasto a piangere per tutto il giorno. Anche mia moglie piangeva. Perché dobbiamo subire tutto questo? Perché dobbiamo vivere nel terrore?”.
Salam si interrompe un attimo e volge il suo sguardo buono da un’altra parte. Sembra sinceramente cercare, chissà dove, una risposta alle sue domande. O forse vuol solo nascondere le lacrime. Riesce a dire solo una frase: “Questa è una guerra sporca, molto sporca, combattuta con il terrorismo, non contro il terrorismo come raccontano a voi”.
Enrico Piovesana
www.peacereporter.net
Mi tassa, non mi tassa, cazzo mi tassa!
di BananaNews
Sai di cosa scrivi? Il tormentone delle tasse volgerà a breve al naturale epilogo: nel loro complesso non si possono diminuire
Fosse per me non pagherei nemmeno il caffè al bar. Poi però faccio un'analisi costi-benefici. Se non pago risparmio 70 centesimi, ma se il barista m'acchiappa sono guai. Quindi pago.
Questo solo per dire che i sinistri come me, che vanno da Jack lo squartatore fino a Grissino-Fassino (con più empatia per il vecchio Jack), non sono così masochisti da sbavare per il desiderio di pagare le tasse. Tutt'altro.
Prima di addentrarci in una materia impervia ("Per me si va nella tassa dolente, per me si va tra la fottuta gente") una doverosa precisazione già più volte specificata.
Non si tratta di riduzione delle tasse, ma delle imposte. La differenza non è da poco, perché con la tassa si paga la prestazione, con le imposte si alimentano le entrate del Bilancio Statale. Con le imposte si finanziano le spese per la sanità, per la scuola, la missione in Iraq, le varie leggi di spesa a favore dell'industria, etc, etc.
Questo solo per evidenziare come il sentimento rispetto all'imposta, di cui non vediamo immediatamente il tornaconto, possa essere più negativo di quello rispetto alla tassa, visto che con la tassa l'individuo può verificare la soddisfazione del servizio ricevuto.
Ed ora entriamo nel vivo (si fa per dire), e cioè alla condanna a morte di ogni significativa speranza di riduzione delle imposte.
Questa condanna a morte ha un nome : Ecofin, e cioè il Consiglio dei Ministri finanziari della UE. Nell'ultimo Consiglio, infatti, è emersa la volontà di modificare il Patto di Stabilità praticamente per tutti i Paesi eccetto che per l' Italia.
Tutti comunisti i ministri finanziari, e il Commissario europeo Alumnia? No, forse nemmeno Bondi lo crede; il fatto è che i parametri fondamentali del Patto di Stabilità sono il deficit annuale, che non deve sforare il 3% del Pil, e l'ammontare globale del debito pubblico che deve tendere al 60% del Pil.
L'orientamento emerso in sede Ecofin è di alleggerire in qualche modo i vincoli del 3% a condizione che il debito pubblico non sia rilevante. Ed è proprio questo il caso dell'Italia, che ha un debito pubblico uguale a circa il 106% del Pil, a fronte di un debito pubblico francese e tedesco di circa il 65%.
Quindi, nessuna "pietà" per l'Italia che si porta dietro questo fardello.
E' ingiusto questo atteggiamento? Proviamo a spostare l'ottica sul privato. Se in banca ho uno scoperto di 10.000 euro, può anche darsi che l'Istituto, già abbondantemente arricchitosi con l'anatocismo, mi aumenti lo scoperto fino a 15.000. Difficilmente mi aumenterà lo scoperto se ho già raggiunto, e superato, i 20.000 euro.
Così, il "niet" europeo non lascia speranze di "interpretazione" (è stata per ora bocciata anche l'ipotesi della "golden rule", e cioè sterilizzare il deficit non conteggiando le spese per investimenti) e quel maledetto 3% pesa come una spada di Damocle.
E ora, tenendo presente tutto quanto è stato detto, torniamo a casa nostra, e precisamente a quel saldo netto da finanziare dell'articolo 1 della Finanziaria che è stato emendato dall'opposizione alla Camera, ma che al Senato sarà ripristinato nel suo valore originariamente determinato, per poi ripassare alla Camera, etc, etc.
Bene, quel valore è invalicabile perché, a grandi linee, rappresenta la possibilità che ha lo Stato di indebitarsi senza infrangere il 3% del Pil nel 2005. Per determinare questo valore, ovviamente, si fa riferimento a realistiche ipotesi di crescita del Pil, e su questo vigilano i diversi organismi internazionali.
A valle di questo non aumentabile valore ci stanno tutte le spese che devono avere copertura. Se non si realizza la copertura, perché le entrate (come nel caso del condono edilizio) sono minori di quelle previste, c'è necessità di una manovra correttiva per mantenere invariato il saldo netto da finanziare.
Si vedrà, quindi, come il "tappo" messo alla possibiltà di spesa faccia poi girare come un topo in trappola il Governo alla ricerca di una impossibile soluzione. Se infatti si riduce l'Irpef per tutti, bisogna trovare una copertura molto problematica penalizzando diverse categorie di persone. Ma il principio originario della diminuzione delle tasse non era quello di ottenerla "a scapito", ma di ottenerla tout court.
A questo punto ci potrebbe essere la tentazione di fregarsene dei parametri del Patto ed infrangere il famoso 3%. Si può ottenere anche sovrastimando artatamente le entrate, salvo poi, in corso d'opera, verificare il reale andamento dei conti.
Ma fare questo significherebbe semplicemente esporre il paese a rischio bancarotta, in quanto ne potrebbe conseguire un downgrade del debito italiano con conseguente aumento dei tassi che farebbe esplodere il debito pubblico. Una sorta di Argentina. Ed a questo, a manovre che facciano sforare il deficit, si è, finora, giustamente opposto il Ministro Siniscalco tirato per la giacca da ogni parte, alla ricerca di un portafoglio nascosto.
Certo, Berlusconi è stato anche sfortunato (ma si dice anche che porti jella) perché dal 2001 è successo di tutto. Però, quella di adesso è una crisi strutturale che era già iniziata nel 2000 con lo scoppio della bolla azionaria.
Questa crisi non è stata capita e le conseguenze saranno ancora lunghe e pesanti anche perché la politica monetaria di Greenspan e la politica dei tagli fiscali di Bush la sta facendo implodere.
Ma prima o poi c'è il rischio che esploda. E siccome, nel bene e nel male, ruota tutto intorno al paese a stelle e strisce, il nostro paesello rischia di esplodere più degli altri.
BananaNews
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Lo schieramento theocon
Robert Bork, Richard John Neuhaus, Robert Royal... Tutti cattolici venuti dal protestantesimo o dal progressismo. Sono molto ascoltati dalla Casa Bianca e con loro c’è anche un cardinale
di Sandro Magister
ROMA – Due di loro, in Vaticano, sono conoscenze d’antica data: George Weigel e Michael Novak [nella foto]. Il primo ha pubblicato nel 1999 una monumentale biografia di Giovanni Paolo II, “Witness to Hope”, tradotta in numerose lingue e molto apprezzata dallo stesso papa. Il secondo ha studiato teologia presso la Pontificia Università Gregoriana e da allora è sempre stato di casa nelle facoltà teologiche romane e nei Palazzi Apostolici.
È con l’ultima guerra in Iraq che i rapporti tra loro e il Vaticano si sono raffreddati. Nel frattempo, però, negli Stati Uniti la loro influenza si è rafforzata, al punto che è nato un neologismo per designare loro e gli altri intellettuali della stessa area: “theoconservative”, o più in breve “theocon”.
Ecco qui di seguito un loro profilo, scritto da un intellettuale italiano che li conosce molto da vicino: Marco Respinti, redattore del settimanale di cultura "il Domenicale" e research fellow presso The Russell Kirk Center for Cultural Renewal di Mecosta, nel Michigan. Respinti ha tradotto e curato l'edizione italiana di opere di Edmund Burke, Charles Dickens, Thomas Stearns Eliot, Russell Kirk, Régine Pernoud e Gustave Thibon. Ha scritto questo articolo per il quotidiano “Il Foglio”, sul quale è uscito il 19 settembre 2003:
Nei pensatoi d’America arriva la carica dei theocon
di Marco Respinti
Un neologismo si aggira per gli Stati Uniti. “To be borked”. Fare la fine del giudice Robert H. Bork, che, nominato nell’autunno del 1987 alla Corte suprema dal presidente Ronald Reagan, fu stroncato dal Senato – allora a maggioranza democratica – nelle udienze che, per legge, valutano il cursus honorum dei candidati.
Fin qui nulla di strano. Una prassi normale nel paese che di pesi e contrappesi costituzionali e di divisioni fra i poteri ha fatto un credo e una realtà. Ma il fatto è che Bork venne ricusato per ragioni squisitamente politiche. Il Senato, colmo di anti-reaganiani, entrò nel merito specifico delle sue opinioni giuridiche e filosofiche. In diversi casi il giudice Lewis Powell (1908-1998), che Bork avrebbe sostituito, era stato il vero ago della bilancia. Degli altri membri della Corte suprema (nove giudici) la monoliticità del giudizio era sempre stata, da una parte o dall’altra, certa. Bork avrebbe dunque portato a maggioranza certa il “partito dei decisi” di destra, con grande timore dei liberal (femministe e sostenitori dei diritti civili, ambientalisti, salutisti e sindacalisti, il Sierra Club, la Planned Parenthood, la National Mental Health Association, eccetera) che vedevano in lui una minaccia per i “diritti acquisiti”. Per esempio, la legalizazione dell’aborto avvenuta per decisione della Corte suprema con il caso Roe vs. Wade nel 1973.
Da qui il neologismo. Ribalzato persino nel titolo (“On Being Borked”) dell’autodifesa che lo storico e politologo Daniel Pipes, esperto di Medio Oriente e di terrorismo internazionale, ha affidato il 26 agosto scorso alle pagine del NewYork Post per rispondere alla gragnola di accuse degli avversari politici che ne contestano la nomina allo United States Institute for Peace (una istituzione indipendente creata dal Congresso nel 1984), decisa da Bush il 1° aprile.
Ma un secondo neologismo viene sussurrato negli States. “Theocon”: i neocon “teologici”. Fa quasi sorridere, giacché il Theocon è un medicinale a base di teofillina e di guaifenesina che combatte l’asma. Però potrebbe pure suggerire l’idea che i theocon siano una boccata di ossigeno per i neocon. Ebbene, il giudice Bork è certamente uno di loro. Prima da presbiteriano, la fede in cui lo hanno allevato i genitori che però appartenevano a due denominazioni presbiteriane diverse; oggi da cattolico. Ufficialmente dal 21 luglio, data del suo battesimo amministrato da monsignor. William Awalt e da padre C. John McCloskey III.
In un’intervista al settimanale National Catholic Register del 10 agosto, Bork ricorda che però la fede non ha contato granché nella sua adolescenza. Anzi, che per anni egli è stato completamente agnostico. La svolta è del 1982, data delle seconde nozze (era rimasto vedovo due anni prima) con Mary Ellen, cattolica, già suora del Sacro Cuore per quindici anni. Che ha cominciato a portarlo a messa alla domenica. Poi, nel 1996, Bork ha pubblicato “Slouching Toward Gomorrah: Modern Liberalism and America Decline” (ReganBooks, New York), una serrata denuncia delle per lui catastrofiche conseguenze della secolarizzazione di certi settori della società Usa, che il professor Bruce E. Johansen (uno dei bersagli del libro) si vanta di aver eliminato dalla biblioteca dell’Università del Nebraska, a Omaha, dove insegna Native American Studies.
Secondo monsignor Awalt, della St. Anne’s Catholic Church di Washington, il pensiero espresso in quel libro era già perfettamente in linea con il cattolicesimo. Poi Bork è passato attraverso “The Beliefs of Catholics” di Ronald Knox (1888-1957), consigliatogli da padre McCloskey, della prelatura dell’Opus Dei, firme fra le più note del mondo cattolico Usa e popolare volto tivù della Eternal Word Television Network, gestita a Birmingham, in Alabama, dalla famosa Madre Angelica. Per inciso, Knox è uno dei grandi convertiti del mondo letterario anglofono del Novecento (sulla scia di John Henry Newman e in compagnia di Gilbert K. Chersterton, Hiliare Belloc, Christopher Dawson, l’anglicano Clive S. Lewis, eccetera), autore di una traduzione del Nuovo Testamento che se non fosse stato per il Vaticano II oggi sarebbe quella inglese ufficiale. Ma senza la signora Bork sarebbe andata diversamente. In una nota inviata al National Catholic Register, Richard John Neuhaus ha scherzosamente affermato che finalmente ora gli angeli potranno riposarsi dalle insistenze di Mary Ellen.
Ex pastore luterano e oggi sacerdote cattolico, Neuhaus dirige il mensile First Things: The Journal of Religion and Public Life. Nel 1987 pubblicò l’apologetico “The Catholic Moment: The Paradox of the Church in the Postmodern World” (Harper & Row, San Francisco) prima di convertirsi nel 1990. Considerato uno degli intellettuali più influenti d’America, ha pure ricoperto incarichi pubblici nelle amministrazioni Carter, Reagan e Bush padre. Il che ne testimonia l’itinerario anche politico verso destra.
“Theocon”, del resto, è un termine che ampiamente si sovrappone alla sua figura, o meglio al suo periodico. Sul quale, infatti, scrivono tutti i neocon teologici. Michal Novak, il profeta del “capitalismo democratico”, e George Weigel, biografo di Papa Giovanni Paolo II e senior fellow all’Ethics and Public Policiy Center di Washington: fieri sostenitori della dottrina sociale cattolica, almeno dall’enciclica “Centesimus annus” del 1991. Ma pure Robert Royal, presidente del Faith & Reason Institute della capitale federale e autore di “I martiri del XX secolo. Il volto dimenticato della storia del mondo” (traduzione italiana Ancora, Milano, 2002), nel quale, fra l’altro, si racconta dell’assassinio di monsignor Oscar Romero, arcivescovo di El Salvador, avvenuto nel 1980, in modo diverso dalla vulgata.
I theocon sono molti di più, ma sono questi quelli che fanno la linea. Tra loro ex cattolici progressisti spostatisi a destra (analogamente agli ex trotzkisti che costituiscono il grosso del movimento neocon) o ex protestanti convertiti. Fra i cattolici americani non progressisti, i theocon, dottrinalmente piuttosto ortodossi, sono però i più disposti a un compromesso col “mondo”, in Italia diremmo i più democristiani. Eppure un recente articolo di Weigel – che se la prende con la nuova innologia cattolica americana, trasudante, a suo avviso, dosi massicce di pelagianesimo – conferma l’insufficienza delle sigle a descrivere gli uomini.
Oggi Robert Bork è senior fellow dell’American Enterprise Institute di Washington, in compagnia di Walter Berns, Lynne V. Cheney, David Frum, Newt Gingrich, Jean J. Kirkpatrick, Irving Kristol, Michael A. Ledeen, Joshua Muravchik, Michael Novak, Richard N. Perle e Ben J. Wattemberg. Con lui i theocon di questo pensatoio neoconservatore sono uno in più.
E i theocon hanno anche il loro cardinale
(s.m.) Tra le grandi firme di “First Things”, la rivista theocon diretta dall’ex luterano, oggi sacerdote cattolico, Richard John Neuhaus, figura anche il teologo gesuita Avery Dulles, fatto cardinale da Giovanni Paolo II nel 2001.
Anche Dulles è un convertito. Nato presbiteriano, si dichiarò agnostico durante i primi studi a Harvard. Ma poi si riavvicinò alla fede e nel 1940, a 22, anni, entrò nella Chiesa cattolica.
“La Civiltà Cattolica”, autorevole rivista dei gesuiti di Roma, sul numero del 6 settembre 2003 pubblica un interessante profilo di Avery Dulles teologo e cardinale, scritto da un suo confratello gesuita, Donath Herscsik.
“La Civiltà Cattolica” ricorda tra l’altro che Avery Dulles è figlio di John Foster Dulles, segretario di stato durante la presidenza di Dwight Eisenhower; che già un suo bisnonno, John W. Foster, e un suo zio, Robert Lansing, furono ministri degli esteri; che un altro suo zio, Allen W. Dulles, fu direttore della Cia; che una sua zia amministrò nel dopoguerra Berlino per conto degli Stati Uniti; e che suo nonno, Macy Dulles, fu un noto teologo presbiteriano.
[da L'Espresso - www.chiesa, a cura di Sandro Magister]
USA 2004": Ancora dubbi sulla regolarità delle elezioni in Florida
di Daniele John Angrisani
21 Nov 2004
Il 18 novembre il team di Ricerca dei Metodi Quantitativi dell'Università Berkeley in California ha pubblicato uno studio statistico - il solo metodo disponibile per monitorare l'accuratezza del voto elettronico- che sostiene che le irregolarità accertate dall'uso delle macchine per il voto elettronico potrebbero aver dato tra i 130.000 e i 260.000 o più voti in eccesso al presidente George W. Bush in Florida nel conteggio dei voti delle recenti elezioni presidenziali.. Lo studio mostra una discrepanza inspiegabile tra i voti per il presidente Bush nelle contee dove sono state usate le macchine per il voto elettronico, rispetto ai dati delle contee che hanno usato metodi di voto tradizionale. Cosa questa che il team definisce come "allarmante".
Il team di ricerca ha fatto conoscere i risultati dello studio effettuato in una conferenza stampa tenuta al Centro di Ricerca dell'Università di Berkeley, e nel corso di questa conferenza hanno richiesto l'apertura di una indagine per capire come sia stata possibile questa discrepanza di risultati.
Inoltre le tre contee dove le anomalie nel voto sono state prevalenti sono anche quelle più apertamente democratiche: Broward, Palm Beach e Miami-Dade. Gli andamenti statistici delle contee che non hanno usato le macchine per il voto elettronico lasciavano prevedere una diminuzione di 28.000 a danno di Bush nella Contea di Broward; il risultato finale ha invece portato un aumento di 51.000 voti per Bush - vale a dire un aumento di 81.000 voti a favore del presidente in carica.
Il presidente Bush avrebbe dovuto perdere 8.900 voti nella Contea di Palm Beach, ma ne ha invece guadagnati altri 41.000 - una differenza totale di 49.900 voti. Inoltre avrebbe dovuto guadagnare solo 18.400 voti nella Contea di Miami-Dade ed invece il guadagno è stato di 37.000 voti - vale a dire una differenza a favore di Bush di 19.300 voti.
"Per la correttezza di tutte le future elezioni che si terranno con il voto elettronico, qualcuno deve investigare e spiegare il perchè di queste anomalie statistiche in Florida", ha affermato il professore Michael Hout. "Chiediamo perciò agli ufficiali elettorali di aprire una indagine".
Il team di ricerca comprende studenti del dottorato e del dipartimento di sociologia dell'Università di Berkeley, ed è stato guidato dal professore di sociologia Michael Hout, un esperto a livello nazionale di metodi statistici nonchè membro dell'Accademia Nazionale delle Scienze e del Centro di Ricerca Sondaggi dell'Università di Berkeley. Per le sue ricerche, il team ha usato un metodo di analisi a regressione multipla, un metodo largamente usato nelle scienze fisiche e sociali per distinguere gli effetti individuali delle principali variabili sui risultati quantitativi come i totali dei voti.
Questa regressione multipla ha usato le seguenti variabili, considerate contea per contea: * Numero di voti * Reddito medio * Popolazione ispanica * Cambiamento nell'affluenza alle urne tra il 2000 ed il 2004 * Voti per il senatore Bob Dole nelle elezioni 1996 * Voti per il presidente George W. Bush nelle elezioni 2000 * Uso di macchine per il voto elettronico o di schede di carta*.
"A prescindere da quanti fattori si immettono nella regressione, la correlazione significativa tra i voti per il president Bush ed il voto elettronico non può essere in alcun modo spiegata", afferma Hout. "Lo studio mostra che l'uso del voto elettronico da parte di una Contea è sistematicamente risultato in una crescita spoporzionata di voti per Bush. Dal punto di vista statistico la probabilità che si possa avere un andamento del genere in condizioni normali è meno che una su mille".
I dati elaborati per lo studio provengono da fonti pubbliche come CNN.com, il Censimento americano del 2000, e la Verified Voting Foundation.
Una copia del paper di ricerca, dei dati e di altre informazioni usate nello studio può essere raggiunta sul sito: http://ucdata.berkeley.edu/. E' possibile inoltre continuare l'analisi comparando i 260.000 voti extra della Florida con il totale degli elettori della Florida, 7.446.434 (Bush 3.911.825 e Kerry 3.534,609), e ricavandone perciò un margine di errore del 3,49%.
Il totale dei voti espressi negli Stati Uniti, stando alla CNN è stato di 115.409.172 (Bush 59.459.765 e Kerry 55.949.407). Supponendo che anche per il resto degli Stati Uniti il margine d'errore rimanga fissato al 3,49%, questo comporterebbe una differenza a favore di Kerry di 4.029.631 voti.
Di conseguenza la situazione risulterebbe capovolta con Bush che avrebbe preso solo 55.430.134 voti e Kerry 59.979.038. Non è un caso che anche l'ex candidato indipendente Ralph Nader cominci ad affermare ora che Bush potrebbe essersi appropriato in questo modo tra il 5% ed il 15% di tutti i voti che sarebbero dovuti andare a Kerry.
Daniele John Angrisani
redazione@reporterassociati.org
Berlino smentisce Roma: «Nessun asse per cambiare i parametri di Maastricht»
di red
Non c'è nessun asse italo-tedesco per la riforma del Patto di Stabilità. Il ministro dell'Economia della Germania, Hans Eichel, smentisce il ministro del Tesoro italiano Domenico Siniscalco e risponde con un secco «no» a quanti chiedono se l'incontro bilaterale avuto a margine dei lavori del G20 di Berlino con il collega italiano sia servito a fissare una posizione comune sulla riforma delle regole che sovrintendono ai bilanci dei Paesi Ue. «È un tema di cui abbiamo parlato», dice Eichel. «Ci sono cose su cui siamo d'accordo e altre su cui non lo siamo. La Commissione ha presentato una proposta di cui abbiamo discusso all'ultimo Ecofin. Credo», conclude il ministro tedesco, «che riusciremo a finalizzare la riforma entro la seconda metà dell'anno prossimo».
Eichel non esclude che l'intesa possa arrivare anche prima, entro la primavera 2005, ma non manca di aggiungere che, «sfortunatamente», su alcuni punti le idee sono ancora distanti. «Siamo ben lontani da una posizione comune», osserva. Di sicuro c'è che il dibattito è avviato, e che parlare della riforma del Patto di Stabilità «non è più un tabù», come ha avuto modo di affermare ieri Siniscalco.«Naturalmente ne parliamo», gli fa eco Eichel. E in questo senso esiste davvero «un'azione coordinata», per usare le parole dell'inquilino di via XX settembre. La discussione avuta in seno all'Ecofin all'inizio della settimana ha però mostrato molte divergenze tra i partner. E per questo, conclude il ministro tedesco, si è deciso di «rimandare tutto ai prossimi lavori del Consiglio Europeo».
«Come al solito, ancora una volta, Berlusconi viene smentito dai fatti – commenta Antonio Di Pietro - . È inutile che Berlusconi continui a voler moltiplicare i pani e i pesci credendosi il messia, in realtà i miracoli non gli riescono». Di Pietro attacca pure le dichiarazioni domenicali di Umberto Bossi, il quale denunciando un complotto delle opposizioni contro Berlusconi sulle tasse sostiene la necessità assoluta dei tagli alla spesa sanitaria. «Fa presto Bossi a parlare di tagli alla sanità – fa notare il presidente di Italia dei Valori –lui va in Svizzera a farsi curare. Il problema è solo di chi non può permetterselo. Come dovrebbe fare a curarsi chi non può permettersi cliniche esclusive? La verità - conclude - è una sola: questi tagli alla sanità graverebbero solo sulle famiglia del Sud e sulle fasce sociali più deboli».
unita.it
Appunti per un programma
Mizar Alcor
- Pronto?
- Ciao Alcor, sono in viaggio per Cassiopea .
- Sempre in giro! Cos'hai da dirmi stavolta?
- Dopo la partenza mi sono addormentato, ma mi sono svegliato con gli incubi. Ho sognato la riunione della GAD in cui si discuteva il programma.....roba da rimanerci secco! In ogni modo una volta ripreso dallo spavento mi è venuto in mente che la GAD potrebbe fare una cosa sensata.
- Cosa? Dai sputa che prendo nota.
- Ecco, dovrebbero cancellare il progetto del ponte sullo stretto e convertire il tutto in un piano per l'ammodernamento delle infrastrutture nel mezzogiorno.
Che dici? Riusciranno a tirarci fuori una “bandiera” dietro a cui aggregare le grandi energie presenti nel bel paese?
- Non so, Mizar, proprio non so. Certo, sarebbe un bel progetto….
Intanto io prendo nota… non si sa mai. Buon viaggio Mizar!
ulivoselvatico.org
novembre 21 2004
CHI ANDRÀ A VEDERE IL BLUFF DEL CAVALIERE
EUGENIO SCALFARI
da Repubblica - 21 novembre 2004
Il presidente del Consiglio ha cambiato idea. Non è la prima volta che accade e non sarà certamente l´ultima. Di fronte alla forza dei numeri aveva accettato di ridurre l´Irap (di poco, ma comunque un po´, tanto per la scena) e di alleviare il bilancio delle famiglie del ceto medio che non ce la fa più ad arrivare alla fine del mese (di pochissimo, 8 euro al mese, un buffetto sulla guancia per comprarsi un gelato «una tantum») rinviando al 2006 il famoso taglio dell´Irpef per 6 miliardi e mezzo (anche in questo caso un altro buffetto che non avrebbe dato alcuna salutare scossa all´economia ma sarebbe comunque servito come spot elettorale).
Ma in tre giorni si è accorto che questo stentato calendario aveva provocato uno scossone alla sua immagine e al consenso dei suoi più fedeli elettori. I sondaggi, quelli che stanno rilevando settimana per settimana lo smottamento dei consensi, registravano una caduta del 6-8 per cento; lo stato maggiore di Forza Italia si agitava come non mai; perfino i giornali a lui più fedeli lo criticavano con titoli a tutta pagina.
Così ha fatto un´inversione di rotta totale: ha riportato al 2005 il taglio dell´Irpef spalmato su tre scaglioni e ha cercato d´imporre agli alleati e al ministro del Tesoro la prescrizione necessaria al suo spot elettorale.
Naturalmente mancava (e manca tuttora) la copertura finanziaria, ma che importanza ha la copertura? Chi cerca trova. Siniscalco è lì per questo.
Perciò si sbrighi.
Agli alleati riottosi ha promesso carote e bastonate. A Fini la Farnesina, a Follini la vicepresidenza del Consiglio, a tutti e due un ulteriore rimpastone a rate con almeno un nuovo ministro per ciascuno, alla Lega il governatorato della Lombardia, Formigoni permettendo.
In alternativa la bastonata suprema: se non ci state mi dimetto e andiamo alle elezioni anticipate. Niente lista unica e nessun collegamento: ci vado da solo con Forza Italia e muoia Sansone e tutti voi insieme, oppure vinco da solo e di voi resteranno soltanto cenere e vento.
Fini intanto ha accettato la carota; la Farnesina lo attrae da tempo e d´altra parte metà se non addirittura tre quarti dei suoi colonnelli sono già conquistati dal Cavaliere. Follini finora resiste, ma è stretto tra una metà del suo partito e Casini.
Naturalmente tutto dipende dalla famosa copertura finanziaria che Siniscalco deve trovare. E dipende anche dalla credibilità della predetta copertura che, qualora fosse risibile, indurrebbe Ciampi a respingere la legge.
Chi andrà a vedere il bluff del Cavaliere
Per ora si aspetta. Nei primi giorni della settimana si conoscerà la ricetta del ministro del Tesoro e si saprà qual è il finale di questa lunghissima telenovela che ha realizzato la sintesi tra l´opera buffa e il dramma; un genere teatrale finora sconosciuto nella storia del teatro anche se ben noto alle cronache politiche italiane.
* * *
Mancano, si dice, un paio di miliardi per chiudere la partita delle tasse. In realtà, come sa bene il ministro dell´Economia, ne mancano parecchi di più.
Due miliardi di ammanco li ereditiamo dai conti del 2004 e sono soltanto una piccola parte del lascito avvelenato di Tremonti (diventato garrulo dopo un breve silenzio) al suo ingrato successore. Tra poche settimane sapremo, a consuntivo, se in quell´esercizio sia stato superato il deficit del 3 per cento imposto dai patti di Maastricht.
Quasi certamente sì.
Tre miliardi derivano dal minor gettito del condono edilizio, prorogato più volte e reso ancor più indecente di quanto non fosse fin dall´inizio.
La stretta sulle finanze dei Comuni e sulla Sanità e l´indebitamento degli Enti locali si scaricheranno sui conti generali della pubblica amministrazione oltre che sulle prestazioni dovute ai cittadini. Gli incentivi alle imprese sono stati pressoché azzerati; per tutto il 2005 non vedranno un soldo neppure sotto forma di prestiti agevolati.
La scuola è senza fondi e gliene vogliono togliere ancora.
La riforma Moratti, per pessima che sia, ha comunque un suo costo ma non si sa come farvi fronte.
La domanda finora inevasa non è dunque dove e come trovare i 2 miliardi dei quali Siniscalco è in affannosa ricerca, ma dove e come trovarne almeno 6 e forse di più, come già preconizzato dagli ispettori del Fondo monetario.
Aggiungete a tutto ciò la stasi dei consumi, il crollo delle esportazioni dovuto all´apprezzamento dell´euro, il taglio degli investimenti, i contratti del pubblico impiego, e dite se c´è spazio e se c´è senso alla riduzione dell´Irpef nel 2005 (e anche nel 2006).
I consensi di Berlusconi calano? Ma questo, lasciatecelo dire, è un problema suo e non dei cittadini di questo paese.
Si sa (lo afferma Berlusconi) che il maxi-emendamento che il governo presenterà in Senato è già pronto. Si mormora che gli aumenti già promessi agli statali saranno ridotti dal 5 e mezzo al 3,7 per cento e il blocco del turnover esteso a due anni. Si mormora che le «finestre» per i pensionati in uscita saranno diminuite nel 2005 da tre a una soltanto, che i tagli all´Irap saranno rinviati di un anno, il condono edilizio ancora una volta prorogato tanto per metterci accanto una cifra qualsiasi in entrata. Infine il blocco delle sovraimposte ai Comuni e ritocchi vari alle accise, al Lotto, allo spicciolame della spesa.
Accetterà Fini il bastone sugli statali dopo la vistosa carota personale ricevuta con la feluca degli Esteri? Si piegherà Follini o deciderà invece di «vedere» il bluff berlusconiano tra Irpef ed elezioni anticipate? Che si tratti di un bluff è di tutta evidenza, ma decidere di andarlo a vedere implica comunque coraggio. E definitiva rottura. Questo è il punto: o giocare ancora a padrone e sottopadrone o alzarsi dal tavolo e sceglierne un altro.
Francamente mi sembra improbabile.
* * *
I critici del centrosinistra gli rimproverano di crogiolarsi con i guai della coalizione avversaria senza però esporre le sue proposte per ridare slancio all´economia italiana avviando nel contempo il risanamento della pubblica finanza dilapidata dai tre anni del malgoverno Berlusconi-Tremonti.
Mi sembra che sia una critica giusta, tanto più che, se il centrosinistra vincerà le elezioni del 2006, riceverà in eredità una finanza pubblica ridotta in macerie sicché risanarla sarà pesantissimo.
Secondo me i termini del problema sono molto chiari.
Viviamo una fase di sostanziale stagnazione dei redditi, degli investimenti, della domanda. La congiuntura mondiale ha robustamente influito nel determinare questa situazione.
La ripresa in Usa c´è stata a partire dal 2003 e continua sia pure a ritmo ridotto. La brusca discesa del dollaro serve a sostenere le esportazioni Usa e a contenere l´enorme disavanzo commerciale col resto del mondo. Non incoraggia tuttavia il resto del mondo - e segnatamente le Banche centrali e gli investitori istituzionali - a mantenere le loro riserve di liquidità in buoni del tesoro Usa.
Se le Banche centrali e gli investitori istituzionali del Medio Oriente e del Far Est (Cina, Giappone, Singapore) decidessero di convertire in euro almeno una parte delle riserve collocate in Treasury Bonds, il mercato valutario segnerebbe tempesta e la Federal Reserve dovrebbe correre ai ripari uscendo dal suo olimpico «benign neglect». Ma è un´ipotesi remota e non so neppure augurabile.
L´Europa deve dunque provvedere da sola a rimettersi in moto e l´Italia, vagone di coda, deve contribuire al rilancio e al buon governo proprio ed europeo inevitabilmente agganciati.
Ho già ricordato che stiamo attraversando una lunga fase di redditi e di domanda stagnanti. Aggiungo che la struttura dei nostri redditi è una delle più squilibrate, forse la più squilibrata in Europa; da noi le differenze tra le varie fasce sono le più alte e generano malessere, insicurezza, invidia sociale. Il risanamento della finanza pubblica e il rilancio della domanda non possono cioè prescindere da una politica di incentivi alla domanda e all´offerta e da un´azione perequativa non cosmetica ma sostanziale.
Per finanziare entrambi questi obiettivi di sostegno e di perequazione dei redditi, la principale fonte disponibile è quella dei patrimoni e delle rendite.
Abbinata a riforme di liberalizzazione efficaci.
I patrimoni in Italia sono cospicui perché i redditi più elevati, le plusvalenze, i guadagni accumulati nel tempo con l´inflazione quando viaggiava a due cifre, i profitti enormi derivanti dall´urbanizzazione e dalla valorizzazione delle aree destinate all´edilizia, hanno determinato un ammontare di ricchezza molto rilevante e in larga misura improduttiva.
Bisogna rimettere in circolo quella ricchezza.
Incoraggiare con opportune misure chi la detiene ad investirla produttivamente e/o prelevarne una quota per finanziare la politica di sostegno dei redditi, della domanda e dell´offerta.
So bene che la sola parola «patrimoniale» è tabù. I partiti fanno di tutto per non pronunciarla come si trattasse di una pestilenza maligna. Ma un osservatore oggettivo non può esimersi dal constatare che viviamo in un´economia dove si è ormai formata una palese contraddizione tra formazione dinamica dei redditi da un lato e statica consistenza dei patrimoni dall´altro. A cominciare dalle rendite mobiliari che in Italia sono fiscalmente colpite la metà di quanto avvenga negli altri paesi di Eurolandia.
Del resto il governo attuale ha già messo mano a questo deposito di ricchezza con la rivalutazione degli estimi catastali. Non è forse un´imposta sul patrimonio quella che accresce l´imponibile riferendo ad esso una serie di imposte dall´Ici alle tasse sui rifiuti urbani? Il passo successivo dovrebbe riguardare le rendite e la ritenuta secca sulle cedole che è del 12,5 per cento da noi e oltre il 20 in Europa.
Liberalizzare i mercati, sostenere i redditi e perequarne la struttura, rilanciare consumi e investimenti, fiscalizzare per le fasce deboli la contribuzione sociale diminuendo in questo modo il costo del lavoro e quindi migliorando la competitività, incoraggiare la progettualità e le priorità degli investimenti, mettere a contributo i patrimoni inerti: non sono questi altrettanti elementi d´una politica economica attiva e - se le si vuole dare una denominazione - di stampo moderno e liberal-socialista? O uno slogan sempre verde: giustizia e libertà?
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Ds Milano - Rassegna stampa
Il pubblico impiego si fa più «rosso»
Alle elezioni per gli organismi sindacali la Cgil cresce di 5 punti
dal Corriere - 21 novembre 2004
ROMA - Il popolo delle scrivanie, i dipendenti del pubblico impiego, almeno a guardare i risultati delle elezioni delle Rsu, le rappresentanze sindacali, si sta spostando verso l’area del centrosinistra. Impaurito dalle manovre economiche del governo che, stando alle dichiarazioni delle ultime ore, vorrebbero bloccare il rinnovo del contratto per finanziare il taglio delle tasse, si affida al sindacato più vicino alla Gad. Proprio in questi giorni la Cgil guadagna 5 punti arrivando a raccogliere il 34,5% dei voti contro il 29-30% della Cisl e il 20% della Uil. I dati non sono ancora dati definitivi ma si riferiscono a un campione più che significativo. «Circa un milione di voti - precisa il segretario della Funzione pubblica della Cgil Carlo Podda - pari all’87% degli aventi diritto al voto». Per Podda è da segnalare l’altissima partecipazione al voto dei lavoratori - quasi l’80% contro il 75% della consultazione del 2001 - che è «senza precedenti e si spiega con la mobilitazione contro lo scambio che il governo vuol fare tra taglio delle tasse e sacrificio del pubblico impiego». L’interpretazione di casa Cgil trova riscontro anche con le prime valutazioni dei leader dell’Ugl, il sindacato di destra. Per la responsabile della Funzione Pubblica Renata Polverini, i risultati Rsu dell’Ugl saranno disponibili solo domani ma «è chiaro che l’altissima affluenza dimostra un forte disagio da parte del dipendente pubblico che si sente tutelato, all’interno del governo, solo da An». Il segretario Stefano Cetica se la prende con le tre aliquote Irpef, previste nei piani di riforma del governo, al 23-33-39% che «senza modifiche delle deduzioni si trasformerebbero in un danno per i lavoratori e i pensionati sotto i 15 mila euro di reddito annui».
L’analisi del voto sindacale - che è bene ricordarlo non corrisponde automaticamente al voto politico - è interessante per cercare di capire gli spostamenti nell’orientamento degli impiegati e le inquietudini che si registrano nella coalizione di centro-destra in vista delle elezioni regionali, in particolare del Lazio. A Roma sono concentrati i ministeri e una larga fetta del parastato e Paolo Nerozzi, della segretaria confederale Cgil, ha buon gioco nel sottolineare come la Cgil si sia particolarmente rafforzata nella sanità e negli enti locali, i settori più sensibili al voto regionale. D’altra parte, gli ultimi dati disponibili sui pubblici dipendenti - una popolazione di tre milioni di cittadini senza contare le forze dell’ordine e i famigliari - testimoniano come anche nelle politiche del 2001 abbiano votato per il centro-sinistra. Secondo lo studio del Mulino "Le ragioni dell’elettore" realizzato dal gruppo Itanes, nel 2001 gli statali hanno votato per il 58,8% l’Ulivo, per il 30,6% la Casa delle libertà e per l’11,5% «altri». Nella precedente tornata elettorale (1996) le cifre erano leggermente differenti: all’Ulivo era andato il 61,6%, alla Casa delle libertà (Lega compresa) il 29,9%, l’8,5% ad «altri».
Si spiega così allora la decisione del governo di «penalizzare» il pubblico impiego considerandolo politicamente a sinistra pur di ridurre le tasse? I consiglieri economici di Silvio Berlusconi negano e motivano le loro scelte in modo diverso. «Non c’è nessun sacrificio per il pubblico impiego - si dice a Palazzo Chigi - bisogna solo avere il coraggio di fare un’operazione verità, che è la seguente: negli ultimi due anni, dal rinnovo del contratto firmato da Gianfranco Fini, i dipendenti pubblici hanno guadagnato 4 punti in più rispetto all’inflazione e più di quanto hanno preso i metalmeccanici». Ora, si dice, occorre procedere al rinnovo senza «inquinamenti di tipo politico». E si pensa di affidare a un’autorità autorevole e indipendente come Bankitalia l’analisi dei conti dei dipendenti pubblici. Ma anche un surplus di trasparenza non è detto che nell’immediato dia benefici elettorali.
Roberto Bagnoli
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Ds Milano - Rassegna stampa
Il miracolo italiano leader di governo e di opposizione
ILVO DIAMANTI
da Repubblica - 21 novembre 2004
È un Paese singolare, l´Italia. Dove nessuno si rassegna a governare. Anche quando sta al governo. Lo stesso premier, Silvio Berlusconi. Appare, da tempo, insofferente. Tanto più dopo le elezioni di giugno. Si sente ostacolato, frenato, neutralizzato. E non fa nulla per nasconderlo. Perché il tempo passa e le promesse fatte restano tali. Le tasse: si è impegnato a ridurle, davanti a milioni di italiani. Nella sede istituzionale più autorevole di questa Repubblica. Il salotto di Bruno Vespa. E oggi, dopo tre anni e mezzo dall´annuncio, a diciotto mesi dalle prossime elezioni, ancora non c´è riuscito. Non per propria colpa, lamenta Berlusconi, che, avesse potuto, le avrebbe ridotte dopo pochi mesi. Ma per la congiura degli eventi globali. L´attacco alle torri gemelle, la lotta al terrorismo, la stagnazione dei mercati, l´instabilità finanziaria. E perché, in Italia, nemici insidiosi ostacolano, con successo, il progetto di liberare gli italiani dal fisco. Per questo, nei giorni scorsi, il premier ha lanciato l´ennesimo ultimatum. Minacciando di sciogliere le Camere e di andare al voto. Subito. E da solo. Con il suo partito, che nell´ultimo anno è divenuto, più che nel passato, la sua ombra. Berlusconi e Forza Italia. Contro i conservatori, i nemici delle riforme. L´opposizione reale. Che, però, non sta nel centrosinistra, troppo debole, in Parlamento, per potersi opporre seriamente. Si annida, invece, tra i suoi (presunti) alleati. Udc e An. Ex-democristiani ed ex-fascisti. Statalisti. Attenti, fin troppo, ai costi "sociali". Agli impegni europei. Ai vincoli finanziari e di bilancio. L´opposizione che gli impedisce di governare. Sta al governo. Insieme a lui. Lo stringe d´assedio.
Premier d´opposizione il miracolo italiano
Il premier, d´altronde, l´ha detto altre volte, spazientito. È difficile decidere e fare quando non si è sovrani assoluti. Ma Forza Italia, alle europee di giugno, ha raggiunto a malapena il 20% dei voti. Meno della metà dei voti della coalizione. E oggi i sondaggi stimano in ulteriore calo la Cdl e, soprattutto, Fi. Un declino logorante. Che Berlusconi soffre. E non intende accettare. Vorrebbe, per questo, reagire. Rimettersi in piedi, con un colpo di reni dei suoi. Datemi la maggioranza assoluta dei voti, ha invocato, poche settimane fa. Così non dovrò piegarmi ai ricatti e ai compromessi. E potrò rispettare il mio patto, con gli italiani. Scherzava, da battutista consumato qual è. Ma non troppo. È che non ci riesce proprio, Berlusconi, a governare, in queste condizioni frustranti. Negoziando ogni giorno con l´opposizione che sta al governo. Con Fini e Follini. Follini e Fini. Costretto, perfino, a defilarsi, a trattenersi, a parlare poco e piano, per non urtare la suscettibilità degli alleati-oppositori. Berlusconi, invece, è uomo d´azione. Protagonista. Gli interessano le grandi scelte e le grandi questioni. Perfino l´Italia sembra andargli stretta, ora che si è abituato a interloquire con i potenti del mondo. PUTIN e BLAIR. Ma soprattutto BUSH. A cui dà del tu. Con cui scherza e discute dei destini del globo. Lui, come può adattarsi, a perdere tante energie e tanto tempo nelle mediazioni infinite con follini e con fini? I quali non si accontentano degli incarichi che egli è disposto a riconoscere loro. Vorrebbero condizionare le sue scelte, la sua linea. E non capiscono, non vogliono capire che siamo in una "Repubblica personale"; nella "Repubblica del premier". Non si rendono conto, fini e follini, che gli italiani si aspettano che lui, Berlusconi, mantenga le promesse fatte tre anni fa; e abbassi loro le tasse. Che, altrimenti, lo puniranno. E con lui perderanno le elezioni anche gli altri inquilini della sua Casa, che oggi pretendono di farla da padroni. Per questo, Berlusconi, minaccia la crisi immediata. Per ridurre a ragione i "veri oppositori" attestati nella maggioranza. E per questo parla, Berlusconi, non da un uomo di governo. Ma come un uomo di opposizione. Perché, in fondo, lungo la via alle riforme annunciate, procede da solo. Contro tutti. E non finge: davvero "si sente" solo. Così, si spazientisce, si lamenta, polemizza. Contro coloro che non vogliono il cambiamento. E solidarizza, pubblicamente, con gli italiani, costretti a pagare le tasse, tante tasse, troppe tasse. Per colpa delle sinistre stataliste. Ma soprattutto dei conservatori che stanno al governo. Berlusconi: condivide la frustrazione dei cittadini, dei ceti medi impoveriti. E riconosce, ammette, che l´evasione fiscale, in queste condizioni, è comprensibile. Quasi legittima. Parla, Berlusconi, come uomo di lotta. Che, insieme agli italiani tartassati, combatte l´iniquità dello Stato, le inadempienze del governo. Parla, Berlusconi, e minaccia. La crisi. Come è solita fare la Lega Nord. L´unico partito di cui egli si fidi veramente. L´unico partito a non averlo abbandonato nella lotta contro l´ingiustizia della Giustizia. L´unico alleato fedele. Tanto più oggi, che Bossi è una presenza lontana; e l´ideologo creativo del "blocco nordista", Giulio Tremonti, è fuori gioco. Sacrificato, per soddisfare le pretese dei conservatori. La Lega. Usa un linguaggio d´opposizione. Contro Roma, il Sud, l´Unione Europea. Partito di lotta "nel" governo. L´opposizione del Nord che sta a Roma per contrastare meglio i piani dei conservatori e dei centralisti romani e del Sud. Gli uomini di Fini e di Follini.
È uno strano paese, il nostro. Una strana Repubblica. In cui nessuno accetta le responsabilità, il linguaggio, il ruolo del governo. L´opposizione di centrosinistra, che non riesce a essere governo-ombra. Si accontenta di stare all´ombra del governo, sperando che continui a farsi male da solo. Il premier, "costretto" a contrastare gli alleati-oppositori. L´Udc e An, che cercano di contrastare la monarchia assoluta del premier; e si oppongono alle provocazioni degli alleati leghisti. La Lega che, a Roma, si oppone ai post-fascisti e ai neo-democristiani. Mentre prosegue, sul territorio, la mobilitazione "contro": la minaccia dell´immigrazione; il degrado della famiglia e delle istituzioni tradizionali; omosessuali e islamici. Contro.
Minaccia, per questo, Berlusconi, elezioni subito. Anche se nessuno, davvero, nella Casa delle libertà, ci pensa davvero. A partire dal premier. Perché è una fase sfavorevole, al centrodestra, dal punto di vista degli orientamenti elettorali. E perché nessuno può pensare di vincere "divisi". Visto che il sistema elettorale premia le coalizioni larghe ed eterogenee. E, fino ad oggi, ogni "defezione", nell´uno e nell´altro schieramento, ha prodotto, come conseguenza, la sconfitta: del centrodestra, nel 1996; del centrosinistra, nel 2001.
Per cui è improbabile, a dir poco, che si vada ad elezioni prima della scadenza naturale. Che, d´altra parte, è vicina. Dopodomani. Subito dopo le elezioni regionali della prossima primavera. Troveranno un nuovo accordo, gli alleati-nemici, sulle tasse e su altre questioni. Un´intesa instabile, debole. Che lascerà tutti insoddisfatti e liberi di continuare il conflitto. Come ora. Più di ora. Tanto più quanto più vicine saranno le elezioni. Dove ciascuno correrà con gli altri, per sé e contro gli altri. Per questo è probabile che la voglia di opposizione, in questo paese, si allarghi, dilaghi, fino a contagiare gli uomini del governo e della maggioranza. Perché in un sistema maggioritario personalizzato, come il nostro, le elezioni tendono a riassumersi in un referendum pro o contro chi governa. E allora, chi, nel centrodestra, sarà disposto a farsi "giudicare" in base allo stato dell´economia, dei servizi, della del costo e della qualità della vita? Chi, nella Cdl, vorrà farsi giudicare in base alle "promesse" del 2001? In base al contratto con gli italiani siglato da Berlusconi? Nessuno. Tanto meno Berlusconi. Per cui la voglia di opposizione crescerà e continuerà. Per debolezza, irresponsabilità. Per inseguire e assecondare una società abituata, da sempre, a pensarsi lontana dallo stato e dai partiti. Tutti all´opposizione. Magari per finta. Fino al voto del 2006.
Un altro primato, per Berlusconi. L´unico leader di governo a guidare l´opposizione.
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Ds Milano - Rassegna stampa
L’Ulivo pronto a candidare Giarda
Forza Italia: Formigoni non si tocca
dal Corriere - 21 novembre 2004
Le variabili restano moltissime, una vertigine cabalistica. Eppure, per la grande sfida del 10 aprile - le regionali 2005 - nel centrosinistra ha ripreso a correre un nome: Piero Giarda. È vero, se ne parlava già da qualche tempo. Ma più come «risorsa» o come «ipotesi» che come soggetto centrale (e autentico) della trattativa tra partiti. E invece, il professore sarebbe proprio in corsa: quanto meno, alle cortesi pressioni dei partiti, non avrebbe risposto «grazie, no». Docente in Cattolica, studi e insegnamento anche ad Harvard, guru indiscusso della finanza pubblica, Giarda è stato sottosegretario al Tesoro con Lamberto Dini, Romano Prodi, Massimo D’Alema e Giuliano Amato: in breve, è uno dei protagonisti veri dell’ingresso dell’Italia nell’euro. In più, aggiunge un diessino, «è pure simpatico». Come dire: oltre all’autorevolezza riconosciuta, in campagna elettorale potrebbe riservare qualche sorpresa a chi ritiene di scarso appeal un luminare di scienza delle finanze.
Di certo, Piero Giarda trova l’approvazione di Patrizia Toia: «Il nome è davvero ottimo». Anche se, in un centrosinistra che non ha perso il vizio di gettare i possibili candidati nel frullatore, le cautele sono d’obbligo: «Al momento, non sono in grado di dire a che punto siamo. So che ci sono stati dei contatti generali e generici». In più, l’europarlamentare che è anche segretario provinciale della Margherita, aggiunge che «finalmente vedo nel centrosinistra un po’ di orgoglio e un po’ di entusiasmo. E i mezzi toni di qualche tempo fa mi sembrano superati».
Ma il nome di Piero Giarda piace anche al segretario della Quercia Luciano Pizzetti. Che utilizza lo stesso aggettivo speso da Patrizia Toia: «Ottimo». Perché «quel che sta accadendo - spiega Pizzetti - ci dice che dobbiamo individuare personalità che non necessariamente siano espressione stretta dei partiti». E dunque, Pizzetti non butta a mare l’altro possibile competitor, l’imprenditore Riccardo Sarfatti su cui punta anche Massimo Cacciari: «È e resta in corsa». Ma ricorda che «il candidato deve rappresentare anche un progetto di governo».
Ma, appunto, le variabili sono moltissime. Prima fra tutte: il candidato del centrodestra sarà Roberto Formigoni o Roberto Maroni? Tra i padani il clima ieri era euforico: raccontavano di una telefonata tra il premier e il governatore in cui si sarebbe parlato dei possibili nuovi incarichi per il governatore. Una diceria smentita «più che categoricamente» dallo staff di Formigoni. In particolare la possibile soluzione potrebbe essere l’incarico per il presidente lombardo di coordinatore nazionale al posto di Sandro Bondi, con l’aggiunta magari di un sottosegretariato. Qualche preoccupazione, nonostante le smentite, in Forza Italia serpeggia: in un documento presentato in occasione dell’incontro tra consiglieri di zona e segreteria cittadina, gli azzurri chiedono «che la conferma di Roberto Formigoni avvenga nel più breve tempo possibile». Contro coloro «che vogliono fare della Lombardia un secondo caso Friuli». Dal canto loro, i leghisti un dividendo d’alleanza lo vogliono incassare. Sintetizza un consigliere regionale: «Lunedì sera, l’Udc persuaderà Follini a entrare al governo. Noi, che già oggi siamo gli unici della coalizione a non avere una presidenza regionale, dal ridisegno del governo non trarremmo nulla. E in caso di sconfitta nel 2006, scompariremmo dal panorama istituzionale».
Di certo, semmai cambiasse il candidato del centrodestra, anche nell’altro schieramento le ripercussioni non sarebbero lievi: la concreta possibilità di vittoria riporterebbe la discussione al largo.
Marco Cremonesi
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Ds Milano - Rassegna stampa
Armamenti nucleari: Bush avverte Iran e Corea del Nord
REDAZIONE
"Durante il mio secondo mandato continuerò a perseguire una politica estera che diffonda libertà e speranza e renda il nostro paese più sicuro".
Questo il passaggio con il quale il presidente americano George W. Bush ha voluto concludere il suo discorso all'Asian Pacific Economic Cooperation, vertice che si sta svolgendo a Santiago del Cile.
Durante i colloqui tenuti con il presidente russo, quello cinese, quello Giapponese e quello sudcoreano, Bush ha lanciato pesanti avvertimenti all'Iran e alla Corea del Nord.
"L'Iran sta lavorando a pieno regime all'arricchimento di uranio che potrebbe essere usato anche per scopi militari - ha accusato - il governo iraniano sappia che siamo preoccupati. Il mondo sa che è una questione seria".
Per quel che concerne invece la Corea del Nord, l'inquilino della Casa Bianca ha auspicato che il regime di Pyongyang voglia al più presto riprendere il dialogo con le cinque nazioni (Cina, Russia e Corea del Sud, Stati Uniti e Giappone) che fino ad oggi hanno cercato di trovare una soluzione pacifica alla controversia riguardante i suoi progetti sugli armamenti nucleari.
"Le autorità nordcoreane ascolteranno una voce comune dal mondo - ha chiarito il leader repubblicano - non c'è alcuna alternativa al , per ora sospeso".
Durante il vertice decine di migliaia di persone hanno manifestato contro il presidente statunitense. Le proteste sono degenerate in gravi disordini, che hanno portato al ferimento di circa venti persone. Gli arresti sono stati oltre quaranta.
Alcuni contestatori hanno lanciato sassi ed altri oggetti contro le forze di polizia, due agenti e un manifestante sono persino stati colpiti da colpi di arma da fuoco.
www.centomovimenti.com/
Carpentiere, marinaio, guerrigliero ... primo ministro, criminale di guerra?
Il tribunale dell’Aja sta compiendo indagini su Ramush Haradinaj, che in questi giorni potrebbe diventare il prossimo Primo ministro del Kossovo. Un articolo tratto da TOL.
Ramush Haradinaj
Il presente articolo è stato scritto prima dell'annuncio di LDK ed AAK che costituiranno la coalizione di governo. Primo ministro sarà con tutta probabilità Ramush Haradinaj. Il PDK finirà all'opposizione.
Di Fatmire Terdevci - TOL
Traduzione a cura di Osservatorio sui Balcani
Con una mossa che ha fatto risentire scosse attraverso l’intero panorama politico kossovaro il Tribunale Penale Internazionale dell’Aja per la ex Jugoslavia ha svolto un colloquio con il leader del terzo partito della provincia, Ramush Haradinaj, dell’Alleanza per il futuro del Kossovo (AAK) proprio quando erano in pieno corso le negoziazioni per la creazione del nuovo governo.
Se le negoziazioni tra l’AAK ed il principale partito del Kossovo, la Lega democratica del Kossovo (LDK), dovessero andare a buon fine Haradinaj ha ottime probabilità di divenire primo ministro. L’AAK ha ottenuto 9 seggi alle recenti elezioni per l’Assemblea del Kossovo. Haradinaj ha già indicato la sua volontà a coalizzarsi con l’LDK, che di seggi ne ha 47, solo però se verrà offerto loro il ruolo di primo ministro.
Il colloquio svolto dal TPI si è tenuto lo scorso 10 novembre a Pristina ed ha riguardato il ruolo di comandante di Haradinaj, dal 1998 al 1999, dell’esercito di liberazione del Kossovo, UCK, nella regione del Dukagjini occidentale.
L’ufficio del procuratore del TPI ha rifiutato di confermare o smentire l’eventualità che a breve Haradjinai venga incriminato.
Lo stesso Haradinaj è stato vago in merito ai contenuti del suo colloquio con i rappresentanti del TPI. “Ho chiarito le mie opinioni su determinate questioni, ma ci sono ancora alcune domande senza risposta che rendono necessari continuare la discussione anche in futuro”, ha affermato in un comunicato stampa.
Due giorni più tardi, ha reagito pungente a domande che gli venivano rivolte in merito all’incontro, affermando ad una televisione locale che non riteneva che il TPI stesse facendo indagini su di lui. “Questo è un insulto a me ed all’intero Kossovo”, ha affermato.
Il caso Haradinaj ha causato secche ed immediate reazioni dalle varie forze politiche del Kossovo. Veton Surroi, noto editore ed a capo della lista civica Ora, lo considera un eroe di guerra ed ha chiesto agli altri leader di sottoscrivere una dichiarazione in supporto di Haradinaj e della dignità della “guerra di liberazione del Kossovo”. Il presidente del Kossovo e dell’LDK, Ibrahim Rugova, ha descritto Haradinaj come un leader politico degno di rispetto e membro del parlamento, mentre il Partito democratico del Kossovo (PDK) ha richiesto a tutte le istituzioni competenti di “proteggere i valori della guerra di liberazione”.
Una dei portavoce del governo, Mimoza Kusari, ha affermato: “Il governo ritiene che lanciare questo tipo di processi crea confusione e crea seri ostacoli al consolidamento delle nostre istituzioni”.
I rappresentanti della minoranza serba sono invece rimasti in silenzio.
Solo alcuni giorni dopo che Haradinaj aveva ricevuto l’invito per il colloquio il capo dell’amministrazione ONU in Kossovo, Soren Jessen Petersen, ha avuto un incontro con la procuratrice capo del TPI Carla Del Ponte. Senza dare altre informazioni alcune fonti internazionali hanno affermato che l’incontro era stato organizzato per discutere della cooperazione tra l’UNMIK ed il Tribunale dell’Aja.
Lo stesso Jessen Petersen non ha fatto alcuna dichiarazione in merito.
Il Kossovo è una provincia della Serbia e Montenegro ma da cinque anni è sotto un’amministrazione internazionale. Recentemente, dopo un incontro con i ministri degli esteri dell’UE in Lussemburgo, la Del Ponte ha criticato l’amministrazione ONU in Kossovo per la sua poca collaborazione con il TPI.
“Non potete immaginare che tipo di problemi dobbiamo affrontare durante le indagini che compiamo in Kossovo. Non abbiamo alcun supporto da parte della comunità internazionale e dalle autorità locali”, ha affermato durante una conferenza stampa.
Paladini della libertà o criminali di guerra?
Le attività di Haradinaj legate all’UCK sono saltate all’attenzione del TPI poco tempo fa. Haradinaj ha dichiarato che in caso venisse incriminato si consegnerebbe volontariamente all’Aja.
Haradinaj ha perso due dei suoi fratelli più giovani durante la guerra, mentre un altro suo fratello, Daut Haradinaj, sta scontando una pena di cinque anni in un carcere kossovaro. Ex comandante anch’egli dell’UCK è stato condannato assieme ad altri 4 membri del cosiddetto gruppo di Dukagjini per il rapimento e l’uccisione di quattro serbi.
Il loro non è stato l’unico processo che ha visto coinvolti ex combattenti UCK accusati di crimini di guerra.
Un altro caso di alto profilo ha coinvolto 4 membri di un gruppo di Pristina che ha ricevuto una sentenza più dura. Uno di loro, Rrustem Mustafa-Remi, è stato condannato a 17 anni di reclusione, mentre gli altri tre a condanne tra i 5 ed i 13 anni.5 ex combattenti UCK della città di Kacanik sono attualmente sotto processo per crimini di guerra.
Anche se tutti questi processi si svolgono in Kossovo, vengono gestiti da giudici e procuratori internazionali.
Solo in un caso albanesi kossovari si trovano in giudizio presso il TPI dell’Aja. Fatmir Limaj, Haradin Balaj, e Isak Musliu sono accusati della tortura e dell’uccisione di almeno 10 serbi nella regione di Drenica nel 1998. Il loro processo è iniziato lo scorso 15 novembre.Dopo la guerra, Limaj era un alto ufficiale dell’DPK. La sua estradizione all’Aja lo scorso anno ha causato forti proteste da parte dei kossovari. L’ultimo kossovaro a subire l’estradizione verso l’Aja è stato Bege Begaj, che è stato arrestato per sospette intimidazioni nei confronti di un testimone del caso Limaj.
Nonostante le forti reazioni provocate dalle acuse contro Ramush Haradinaj a Fatmir Limaj non c’è molto che i leader kossovari possano fare per loro o per qualsiasi altro indiziato, poiché il sistema della giustizia kossovara è ancora fermamente nelle mani dell’amministrazione internazionale.
www.osservatoriobalcani.org
Massimo Riva
Mezzo punto non ci salva
Chi continua a guardare al rapporto euro-dollaro come a una questione transatlantica tiene gli occhi rivolti al passato
La nuova, più accentuata, caduta del valore di cambio del dollaro sta alimentando in Europa il consueto assedio di pressioni sulla banca centrale di Francoforte perché si decida a fare qualcosa. Ma che cosa potrebbe fare la Bce di Jean-Claude Trichet in una situazione nella quale la debolezza della moneta Usa mette radici in due fattori interni all'economia americana, ovvero nel doppio e crescente deficit del bilancio federale e della bilancia commerciale?
Le banche centrali hanno sostanzialmente a disposizione due possibilità di manovra, che possono essere usate in alternativa o in combinazione fra loro. La prima è l'intervento sul mercato dei cambi: nel caso specifico, l'acquisto di ingenti partite di dollari. Ma la sproporzione fra l'arsenale valutario della Bce e il volume dei movimenti di capitale sui mercati internazionali non garantisce grandi possibilità di successo a interventi unilaterali. Per ottenere qualche risultato, ancorché parziale, ci vorrebbe la speculare collaborazione delle altre banche centrali, in particolare della Federal Reserve. Ipotesi al momento inesistente, in quanto la Fed sembra orientata a puntare sulla debolezza del dollaro per sostenere le esportazioni Usa e ottenere così, nel lungo periodo, un riequilibrio del disavanzo commerciale.
Alla Bce non resterebbe, quindi, che mettere in campo l'altra arma a sua disposizione: la riduzione dei tassi d'interesse ufficiali. Ed è precisamente questo che da più parti e da più governi europei le si chiede di fare. Poiché Francoforte non accenna a muoversi in tale direzione, ha ripreso vigore la campagna di polemiche contro una banca centrale europea accusata di guardare soltanto ai rischi di inflazione (l'euro forte attenua l'impatto dei rincari del petrolio), anziché alla necessità di aiutare il rilancio dell'economia continentale. Si tratta di critiche sbagliate, ancor più che ingenerose.
Il tasso ufficiale sull'euro è oggi al 2 per cento: per quasi tutti i paesi della moneta unica il livello più basso dell'ultimo mezzo secolo. A dispetto di ciò non può certo dirsi che l'economia europea, nei mesi recenti, sia stata scossa da un'ondata di nuovi investimenti. Nulla, proprio nulla garantisce che un mezzo punto in meno del tasso di sconto sull'euro metterebbe in moto una ripresa produttiva ovvero riequilibrerebbe il cambio con il dollaro aiutando le esportazioni europee. Si guardi il caso speculare della Fed: ancora di recente Alan Greenspan ha ritoccato al rialzo i tassi sul dollaro col bel risultato di far toccare alla moneta americana il punto più basso nel cambio con l'euro.
Il computer su cui sto scrivendo queste note è un prodotto di marchio americano, ma reca la scritta 'made in China'. Chi continua a guardare al rapporto euro-dollaro come a una questione transatlantica tiene gli occhi rivolti al passato, di fronte a una realtà del commercio e della finanza internazionali rapidamente cambiata dal ruolo prepotente assunto dalle economie asiatiche. Oggi solo una rivalutazione della moneta cinese può aiutare un riequilibrio generale dei cambi. E la Bce, per favorire questa svolta, non deve far altro che restare ferma.espressonline.it
Propaganda o comunicazione istituzionale? Storace ha preso il vizio di Berlusconi: confonde ruoli (e spese) per la campagna elettorale nel Lazio
di GABRIELLA MONTELEONE
«Onorevole Storace, la preoccupano più gli stanziamenti della Finanziaria o la riforma fiscale?». «I quattrini per la mia terra » ha risposto ieri il pragmatico e verace candidato alla presidenza della regione Lazio. È così lui, pane al pane, diretto, niente giri di parole e giù a macinare chilometri e chilometri ogni giorno (dice di farne 500) per tutto il Lazio a parlare con la gente, e fare propaganda alla sua lista. Solo ieri ne aveva quattro di appuntamenti.
L’ultimo era previsto alle 21 a Priverno per incontrare il suo sindaco, quello di Latina, di Pontinia, Di Rocca Massima, di Terracina e di Sabaudia. Viene da pensare che riesca a riposare un po’ solo in quell’ora e un quarto del venerdì, tra le 14 e le 15,15, quando si siede negli studi di Rete oro, canale 62, per un filo diretto con i telespettatori, salvo aggiungere commenti sulla scelta di Piero Marrazzo come candidato dell’opposizione. Unico “contraltare”, si fa per dire, è Ivano Selli, conduttore e direttore responsabile dell’Agenzia giornalistica televisiva italiana. Quell’Agti alla quale la regione Lazio ha destinato nel solo 2004 ben 153.829 euro raggiungendo un vero picco (nel 2002 erano 140.883 euro e nel 2003 148.760).
Contano i «quattrini» eccome, anche se quei finanziamenti, secondo Selli, riguarderebbero lo spazio del martedì dedicato a due consiglieri di maggioranza e due di opposizione della regione. E il venerdì tutto solo per Storace? Vabbè, sarà che buca il video... E non solo quello. A Roma non si contano i mega cartelloni 6x3 della sua lista con la faccia che guarda pensierosa dietro uno sfondo rosso fuoco (quelli listati a lutto del vecchio Msi non tirerebbero più, gli avranno detto i pubblicitari, e si è “convertito” al colore odiato). Ma chi li paga? Mistero. Di sicuro è la regione Lazio che paga gli altri 6x3 che fanno propaganda alla carta senior per gli anziani. E si deve ritenere che anche per altre iniziative da campagna elettorale vengano utilizzati fondi pubblici. Non si è mai visto che una regione stanzi per dieci mesi più o meno, 3.600.000 euro (al quale va aggiunto il 20 per cento di Iva e siamo a più di 4 milioni e 200 mila) per la comunicazione istituzionale fino alla fine della legislatura. È quello che ha fatto il Lazio prima dell’estate, con procedura d’urgenza in occasione della variazione di Bilancio. «Un vero scandalo» commenta Giovanni Hermanin, capogruppo della Margherita in regione, che ha scritto un libro bianco sulle molte buone ragioni per non votare il candidato del centrodestra.
Su questa confusione di ruoli tra politico e istituzionale del governatore laziale l’opposizione ha presentato varie interrogazioni, alle quali Storace si è guardato bene dal rispondere.
Salvatore Bonadonna ad esempio, di Prc, il 5 novembre ha chiesto conto al presidente della giunta e all’assessore al bilancio del fatto che la sua lista utilizzerà per tutta la campagna elettorale le frequenze dell’emittente Teleradiostereo2 per le trasmissioni Radio cuore tricolore. Sarà solo un caso che la “Direzione regionale attività della presidenza-coordinamento attività di informazione e comunicazione” abbia assunto per l’anno corrente un impegno di spesa di 59.760 euro a favore della Publistar 2000 s.r.l, che è la concessionaria di pubblicità di quell’emittente? «È sconveniente per le istituzioni e poco rispettoso dell’etica pubblica il collegamento permanente tra la regione e gli strumenti di comunicazione che si fanno organi di propaganda del candidato presidente Storace» dice Bonadonna. Già perché sempre la stessa direzione regionale ha assunto un impegno di spesa di 63.000 euro con la Radio Roma Nord srl, proprietaria di Radio radio nella quale ogni settimana il presidente Storace è ospite fisso, senza contraddittorio, nella rubrica “Ditelo a Storace” appunto. Vabbè che «è nel Lazio che si gioca la possibilità di altri cinque anni di governo e Berlusconi lo sa» ha detto ieri Alemanno. Ma la domanda resta la stessa: sono i cittadini a dovergli pagare la campagna elettorale?
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«Impariamo dalla sconfitta»
«Dobbiamo riuscire ad ampliare gli spazi di democrazia reale negli Stati Uniti – ammonisce Tom Hayden – non possiamo dilapidare il patrimonio di capacità di mobilitazione e di partecipazione sviluppato, ad esempio dalla campagna elettorale di Howard Dean e solo così si può resistere all’invadenza dell’ideologia conservatrice.» Due elementi strategici sono fondamentali: non lasciare ai repubblicani il monopolio della cultura cristiana e rafforzare il movimento pacifista. «Ma solo se queste sfide diventeranno patrimonio della società civile si trasformeranno in cultura politica».
di ELENA MAGGIONI da LOS ANGELES
Tom Hayden non fa più politica attiva da alcuni anni. Ha abbandonato il suo seggio al senato della California nel 1999 e insegna all’Occidental College, una piccola università privata dell’area metropolitana di Los Angeles.
L’esperienza di ispiratore del movement degli anni ‘60 e di pragmatico rappresentante delle istanze della sinistra a livello locale fanno di lui un riferimento per tutti i liberal e per l’ala più progressista dell’America che non ha votato George W. Bush.
Il suo parere sull’esito delle elezioni è deciso. «I fattori principali della vittoria repubblicana sono essenzialmente due. Innanzitutto il messaggio. La maggioranza degli elettori americani aderisce all’ideologia conservatrice perché è decisa a difendere i propri privilegi e i propri bene- fici acquisiti come cittadini di una superpotenza.
Il messaggio di Bush, la società dei proprietari, è la quintessenza dell’individualismo che ha dominato la storia e la cultura Usa. Dobbiamo ricordare che solo durante il New Deal negli Stati Uniti si è diffusa quella cultura della “rete di solidarietà” tipica delle socialdemocrazie europee, ma è stato un episodio limitato nel tempo. Il secondo fattore – aggiunge – è la cultura della paura. Insicurezza e paura hanno dominato il messaggio politico in questi ultimi tre anni e la campagna elettorale repubblicana non ha fatto altro che martellare su questo argomento, dando l’impressione, per altro poco realistica, che l’amministrazione Bush sia in grado di controllare e distruggere i pericoli che ci minacciano».
Gli errori della campagna
Secondo Hayden, l’indecisione e la poca chiarezza del messaggio di John Kerry e alcuni errori tattici, hanno fatto il resto.
«John Kerry avrebbe dovuto fare della malafede di Bush il suo cavallo di battaglia fin dall’inizio e avrebbe dovuto attaccare il presidente duramente e costantemente.
Alla fine, con le sue dichiarazioni contraddittorie, ha dimostrato di essere troppo opportunista. Poi il messaggio. Il Partito democratico ha perso la sua spinta populista sulle questioni economiche e politiche.
Questo vuoto è stato riempito dalle questioni morali. D’altra parte è difficile essere populisti quando poi dipendi dai contributi delle grandi corporations. Infine le questioni tattiche».
Edwards? Una delusione
«A mio avviso la scelta di John Edwards, che è praticamente scomparso dopo la Convention di Boston, come candidato alla vicepresidenza è stata decisamente un errore. Se Kerry avesse scelto Bill Richardson, il governatore del New Mexico, George Bush non sarebbe riuscito a conquistare il 44% dei voti dei latinos». Hayden non nasconde il sospetto che i vertici democratici abbiano ritenuto che un vicepresidente “telegenico” valesse di più di uno che garantiva una componente fondamentale dell’elettorato.
Il movimento progressista raccoglie componenti molto diverse tra di loro, dalla classe media sempre più schiacciata dalla precarietà, ai working poors, agli emarginati senza diritti. Al suo interno ci sono i pacifisti convinti, ma anche coloro che credono che per difendere gli interessi americani nel mondo sia necessario intervenire militarmente, ambientalisti conservazionisti e ambientalisti moderati. In questa campagna elettorale, tuttavia, seppure solo contro Bush, queste componenti hanno trovato il modo di convivere ed hanno ottenuto un risultato importante: la crescita della partecipazione al voto. Un fenomeno che non si riteneva possibile nelle democrazie mature. Le teste pensanti del movimento progressista hanno ribadito più volte che la crescita degli elettori e la vittoria di molti candidati democratici e progressisti nelle elezioni locali è il capitale con il quale costruire le strategie future del movimento progressista. «I candidati progressisti hanno vinto nelle zone tradizionalmente liberal e queste dovrebbero diventare i laboratori delle riforme che i progressisti vogliono realizzare a livello nazionale». E aggiunge che è necessario ricreare un’organizzazione di progressisti democratici sia all’esterno che all’interno del Partito, che sia in grado di mobilitare i cittadini sia su questioni come la guerra in Iraq, sia su problemi concreti come l’assistenza sanitaria e che metta in moto una vera riforma elettorale, per garantire il diritto di tutti gli elettori a esprimere la propria opinione. «Dobbiamo ampliare gli spazi di democrazia reale, non possiamo dilapidare il patrimonio di capacità di mobilitazione e di partecipazione sviluppato, ad esempio, dalla campagna di Howard Dean: solo così si può resistere all’invadenza dell’ideologia conservatrice.» Due elementi strategici sono fondamentali: non lasciare ai repubblicani il monopolio della cultura cristiana e rafforzare il movimento pacifista, il cui ruolo è particolarmente importante. «I pacifisti devono esercitare una pressione fortissima sui membri del Congresso e fare di tutto per vanificare gli sforzi di Bush che sta cercando di farsi finanziare spese militari per ulteriori 75 miliardi di dollari senza render conto a nessuno. Ma devono soprattutto chiedere in maniera potente ed esplicita una via d’uscita chiara e pacifica dall’Iraq.
Devono in qualche modo ispirarsi ai movimenti europei che sono riusciti ad ottenere molto di più dai loro governi. I progressisti devono sfidare apertamente la politica Usa in Iraq, il sostegno dell’Amministrazione all’occupazione dei territori palestinesi, la dipendenza dal petrolio arabo e l’approccio unilaterale e militarista dell’Amministrazione Bush. Ma solo se queste sfide diventeranno patrimonio della società civile si trasformeranno in cultura politica». Evocando Régis Debré, conclude: «Certo, la militarizzazione globale e gli effetti della globalizzazione economica continueranno a mettere in pericolo quel sistema di sicurezze sociali costruito dagli europei e dai canadesi, ma proprio per questo è necessario gettare le basi per la creazione di un movimento di opposizione sempre più forte, contro l’“Impero”».
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Rara infezione colpisce militari Usa
di redazione
Iraq: Rara infezione colpisce 100 soldati Usa
Baghdad - -- Oltre cento militari americani, che hanno combattuto in Iraq e in Afghanistan, sono stati colpiti,tra il gennaio 2002 e l'agosto 2004, da una rarissima infezione del sangue.
La malattia, provocata da un batterio resistente agli antibiotici e che colpisce spesso chi è stato ferito agli arti, è difficile da curare.
Le autorità militari americane sono stupite dall'ampiezza dell'infezione: in media si registra un caso l'anno.
(reporterassociati/redazione)
novembre 20 2004
Usa: come far votare ricco chi vive povero
Bush ha vinto nonostante la sensazione generalizzata che oggi in America si viva meno bene e più insicuri, proponendo i valori religiosi e della tradizione. Che cosa accadrà ora e che cosa si dovrebbe fare
Angelo Gennari
Qualcosa bisogna pur dire su queste elezioni vinte da Bush.
Inaspettatamente? Non si può dire: s'era capito da tempo che Kerry non riusciva ad entrare in sintonia con una larga parte d'America… l'americano medio - la maggioranza: non quello sofisticato tipico delle città, di New York e di San Francisco - sentiva Bush, nella sua semplicità semplicistica e provinciale, più vicino del bramino cosmopolita di Boston.
Poi, Kerry è caduto a piedi giunti nelle trappole bushiste. Prima s'è lasciato incastrare in uno scontro, per la gente in realtà irrilevante, tra il suo curioso passato di eroico combattente del Vietnam (un passato reale), però poi (altrettanto realmente) pentito e il dubbio foglio di congedo di Bush che, durante quella guerra s'era, invece, saggiamente inguattato… prima di convertirsi anche lui: a rovescio, però. E fra un convertito e un pentito la gente di quello s'é fidata più che di questo. Poi ha pasticciato sulla guerra all'Iraq: ha votato a favore, poi ha detto che era sbagliata, poi che lui l'avrebbe condotta diversamente: insomma, tutt'altro che una posizione netta.
Inopinatamente, Bush ha vinto queste elezioni? bè, certo.
Tutte le ragioni, o quasi, per cui avrebbe dovuto perdere le aveva puntigliosamente elencate, nel più strano, e coraggioso, endorsement - appoggio, sostegno - ricevuto da Kerry, il piccolissimo (circolazione 600 persone: e, però, dopo il fatto, 1 milione su Internet...) e colorato giornale di Crawford, in Texas - "casa del presidente degli Stati Uniti", come ricordato a fianco della testata -The Iconoclast, l'Iconoclasta. Ha cent'anni e, con quel nome, per definizione è controcorrente.
"Sono pochi - ha scritto - gli americani che quattro anni fa avrebbero votato per George W. Bush se avesse promesso che, come presidente, avrebbe: svuotato il fondo fiduciario della sicurezza sociale per 507 miliardi di dollari per riequilibrare parzialmente l'irresponsabilità fiscale su altri capitoli di spesa e, insieme, tagliare i pagamenti in atto della previdenza sociale; tagliato del 17% i programmi di assistenza sanitaria pubblica che ancora ci sono e ridotto la paga ai soldati e il sostegno ai reduci di guerra; eliminato lo straordinario pagato - non il lavoro straordinario - per milioni di americani e alzato il prezzo del petrolio del 50%; regalato fior di tagli alle tasse agli affaristi che hanno mandato milioni di posti di lavoro americani oltremare e, di fatto, incoraggiato la loro partenza;regalato miliardi di dollari di contratti pubblici a licitazione privata e senza gara alcuna;coinvolto il paese in una guerra mortale e assai discutibile;ricevuto un attivo di bilancio federale e rovesciatolo nel peggior deficit della storia americana, creando in soli quattro anni un debito che richiederà generazioni intere per essere ripagato. Questi erano tutti elementi di un'agenda segreta emersi solo dopo che Bush ha assunto il potere. Gli editori de l'Iconoclasta quattro anni fa hanno appoggiato Bush, basandosi sugli impegni che aveva assunto, non su questa agenda mascherata dal fumo. Oggi appoggiamo il suo oppositore, John Kerry, basandoci non solo su quello che Bush ha fatto ma anche su una visione di ritorno alla normalità di cui Kerry ci dice che il paese ha bisogno".
Il direttore de l'Iconoclasta ha subito pagato la sua scelta in abbonamenti - perdendone un terzo: come ha perso un terzo di pubblicità locale - ma è diventato un'icona meritatamente letta in tutta l'America. Da tutti: amici e nemici. Ora, forse, magnanimo, il ranchero di Crawford pare voglia invitarlo a pranzo.
Insomma, sulla base dei risultati ottenuti, in guerra ed a casa, non sembrava proprio esserci ragione per rieleggere Bush: in questi quattro anni, decine di milioni di americani, la maggioranza, vivono un'insicurezza economica maggiore di prima e godono di minori opportunità; gli Stati Uniti sono schiacciati dal debito verso l'estero e dipendono dalla buona volontà delle banche centrali cinese e giapponese di continuare a finanziare il loro deficit commerciale per continuare a sostenere i loro consumi: non potrà essere certo in eterno ma Bush non pare proprio avere, e non ha infatti proposto, la minima idea su come rientrare dai "deficit gemelli" (commerciale e dei bilanci, federale e statali); mentre, in nome della lotta al terrorismo, gli americani vanno perdendo un po' tutti pezzi di libertà individuali e politiche (il Patriot Act, il ministero della Sicurezza interna, la galera e peggio - Guantanamo, i tanti Abu Ghraib in giro per il mondo… - a tempo indeterminato e senza formulazione di accusa; mentre il presidente ha diviso il paese come mai nessun altro, dopo i giorni di una sincera e fortissima unità nazionale del dopo 11 settembre; ed, all'estero, il paese affonda in uno scontro rischioso e difficilmente vincibile col fondamentalismo islamico: scontro che, di per sé, rende impossibile estirpare il terrorismo, anzi lo diffonde anche dove prima - come terrorismo - non c'era.
Ma, allora e se è così, come ce l'ha fatta? Con una campagna tutta in positivo e tutta in negativo, di pari passo.
In positivo, cioè a difesa e promozione dei valori che qui chiamano tutti sociali: non buoni posti di lavoro, un welfare decente e quant'altro, ma (e già questa è una bella confusione) lotta - meglio, condanna - all'aborto, ai gay, ad una concezione aperta dei diritti civili.
E, in negativo, giocando sulla paura. Qui, naturalmente, non tanto dei "comunisti" - lo sanno bene, al contrario di altri, gli americani che sono stati sconfitti da almeno quindici anni - ma paura di Kerry e dei suoi che, ha assicurato il vicepresidente al paese una settimana prima delle elezioni - e ha funzionato - se avessero vinto, con la loro "debolezza", avrebbero portato i terroristi a far detonare una qualche arma di distruzione di massa in una grande città americana. Perché solo Bush poteva "proteggere" gli americani…
La verità è che una campagna elettorale condotta in negativo - non a difesa tanto dei propri valori e princìpi, ma all'attacco, magari inventato ma il più personale e velenoso possibile - rende: e rende proprio in termini elettorali. Questo tipo di campagna Kerry a lungo non l'ha fatto suo: i focus groups - che avevano il difetto, però, di essere democratici - lo avevano persuaso che gli elettori non amavano un'impronta troppo negativa. Quando, tre settimane prima della fine della corsa, s'è deciso a cambiare rotta - lo convinse Clinton - ormai evidentemente era troppo tardi.
E, dietro tutto questo, c'è un fenomeno del quale i democratici americani si sono resi conto con grande ritardo. Una macchina organizzativa, ma prima ancora intellettuale, strapotente - quella della cosiddetta destra evangelica cristiana - messa in piedi con infinita pazienza e un enorme lavoro capillare di base nel corso di anni. Una macchina che parla di impegno e di dedizione e che ha inondato per mesi e per anni l'America di opuscoli e volantini, seminati siti web e sparpagliato per il paese oratori e predicatori. Su questo piano, i democratici sono almeno dieci anni indietro; e solo in extremis hanno tentato di recuperare, anche in parte riuscendoci. Ma ancor più importante è saper fare i conti con il fervore "politico" degli evangelici militanti.
Si dimentica spesso che questo paese è radicato come pochi altri nelle sue tradizioni. Che non saranno storiche come quelle degli europei ma sono fermissime. Il problema è che gli USA hanno avuto due gruppi di padri fondatori: i puritani del Massachusetts, largamente ispirati da Calvino, rifugiato francese in Svizzera dal 16° secolo, e un gruppo di straordinari personaggi (Jefferson, Madison, Franklin, Payne…) che si rifacevano, invece, anche a un rifugiato francese in Svizzera del 18° secolo, Voltaire.
Pochissimi americani - e, a dire la verità, nessun europeo o quasi - sanno del "Trattato di pace e di amicizia tra gli Stati Uniti d'America ed il Bey e i suoi sudditi di Tripoli di Barbaria", più noto semplicemente come il Trattato di Tripoli e firmato il 4 novembre 1796 dal presidente George Washington. L'art. 11 proclama come "non essendo il governo degli Stati Uniti d'America in alcun senso fondato sulla religione cristiana - giacché in sé non nutre alcuna prevenzione di inimicizia contro le leggi, la religione o la tranquillità dei mussulmani; e, dato che i detti Stati [Uniti] non sono mai entrati in alcuna guerra od atto di ostilità con alcuna nazione maomettana, le due parti dichiarano che nessun pretesto derivante da opinioni religiose produrrà mai un'interruzione dell'armonia che esiste tra i due paesi" (la sottolineatura è aggiunta).
Oggi a "passare" è la vendetta degli epigoni dei calvinisti puritani (non dei credenti: dei religiosi fondamentalisti) contro i liberal-razionalisti che si richiamano alla tradizione di Washington e Jefferson. E' uno scontro tra tradizioni e visioni di società profondamente diverse e anche divergenti.
Il punto è che quest'anno gli elettori, molti elettori, hanno dato più importanza ai "valori" - ai loro valori: Dio, sì, ma quel loro Dio; e patria e famiglia - che all'economia e anche alla guerra all'Iraq. Ma il problema vero è che, forse, oggi sono i democratici a non avere più un senso chiaro e profondo dei loro valori. Non capita solo agli americani. Ma succede spesso che a loro capiti di vivere un fenomeno societario qualche anno prima che agli altri. E raramente in meglio.
Qui, forse, si va riaffermando il criterio che era andato negli ultimi decenni largamente perduto di scelte societarie e politiche di fondo basate più sulle differenze ed il chiarimento delle posizioni che sul tentativo di slavarle e uniformarle tutti correndo al centro. Se è così, adesso che Bush ha avuto in regalo quattro anni di più, i democratici potrebbero doversi radicalizzare - anche se non vorrebbero farlo - contrapponendo al populismo culturale, e "valoriale", della destra repubblicana e fondamentalista un loro più radicale populismo "sociale": per cui la prossima volta la maggioranza degli elettori dia maggior peso al degrado di condizioni di vita che subisce piuttosto che alla necessità di bocciare in undici referendum di undici Stati (tutti quelli dove si è votato) l'unione "legale" - non il matrimonio - dei gay.
In realtà, Kerry più che da Bush è stato sconfitto da Karl Rove, il suo stratega politico. E' stata sua l'idea di aggiungere in 11 Stati la scheda contro il diritto al matrimonio per i diversi; e Bush (che in passato aveva sostenuto il contrario: non si parla, infatti, di matrimonio religioso ma di una specie di scambio di promesse quasi contrattuali i tra due persone, sul piano civile) è stato convinto a promettere che sosterrà un emendamento costituzionale teso a proibirlo (un fatto nuovo: gli emendamenti alla Costituzione hanno aggiunto diritti, finora, non li hanno vietati).
Per ora bisogna, come dire?, constatare non che in America, come dicono alcuni ha vinto il Vangelo, ma che ha vinto la Bibbia e la Bibbia secondo maître Jean Calvin e George W. Bush. La versione di quei cristiani un poco agitati che fustigano i peccati mortali degli altri. Ma neanche tutti: solo quelli più "convenienti", l'omosessualità sì e il divorzio no, anche se si è secondo dottrina convinti che di peccato altrettanto mortale si tratta. Solo che questo particolare peccato non è opportuno conclamarlo alto e forte, magari nel Parlamento europeo, perché, per esempio i quattro top leaders di quella parte politica sono tutti divorziati e risposati e, dunque, tutti peccatori mortali.
Alla fine ed al dunque, dietro questa cortina un po' fumogena di "valori" á la carte ma - questo è il punto - vissuti dai più, sinceramente, come imprescindibili, il capolavoro assoluto dei repubblicani è stato di far votare ricco chi vive povero. A milioni. Grazie ai "valori". Mentre i democratici riescono a parlare ancora alla gente sulle questioni di pane e di burro, gran parte dell'America li percepisce come arroganti e fuori sintonia nel momento stesso in cui si parla di valori. Proprio perché non riescono ad articolarne di nuovi, di veri, di forti e sinceramente sentiti.
Per vincere - non per riprendersi: in fondo hanno messo insieme quasi il 49% dei voti - dovranno anche loro puntare su valori - su sentimenti - forti, mobilitanti. Ad esempio, sulla solidarietà: che è un nervo tragicamente scoperto - qui e altrove - dei conservatori. Ma perché mai, si chiedeva dopo le elezioni una lettera al New York Tìmes, non dovremmo considerare questioni "cariche di valori" la battaglia alla guerra preventiva, all'ingiustizia socio-economica, al razzismo, a un sistema sanitario che non si apre a chi non sia abbiente, alla pena di morte, all'irresponsabilità fiscale e alla distruzione dell'ambiente? Certo che ormai è maturo un dibattito su quel che sono realmente i valori.
Adesso, con tutto questo, bisognerà farci i conti. Ci saranno conseguenze, serie, anzitutto sul piano della politica interna. Ha dichiarato Richard Viguerie - il decano dei neo-con e pioniere dell'uso diffuso di Internet per la destra emergente - che "adesso arriva la rivoluzione. Se adesso non siamo capaci di implementare un'agenda davvero conservatrice, quando mai lo faremo"?
E l'agenda conservatrice prevede di puntare a smantellare in primis, naturalmente, tutte le decisioni "sociali" (culturali e valoriali) dei decenni passati. La prima mossa sarà di imbottire la Corte Suprema dei giudici costituzionali necessari a garantire ai neo-con la possibilità di riformattare a loro immagine e somiglianza il paese. Cominciando presto: il presidente dei nove giudici supremi è molto malato; almeno altri due si dovrebbero, per ragioni età e di salute, dimettere a breve; e i giudici sono nominati a vita dal presidente degli Stati Uniti. Di uno già si sa il nome: Alberto Gonzales, l'avvocato della Casa Bianca che aveva avallato la legalità dei "metodi forti" (le torture) a Guantanamo e ad Abu Ghraib, per dare un'idea.
Nella vita di questo paese è difficile sottovalutare l'importanza cruciale delle decisioni della Corte Suprema: è lì che vennero segregate, a suo tempo, le scuole ed è lì, poi, che vennero desegregate; è lì che venne statuito che una donna avesse il diritto a decidere o no se abortire ed è lì che quella decisione potrebbe essere rovesciata.
Poi ci sarà da implementare l'agenda economica. Che prevede di spingere avanti una società "di proprietari"; che intende dare ai giovani la "libertà" di costruirsi individualmente la propria sicurezza sociale, smantellando quanto di importante pur resta del sistema pubblico (privatizzandolo); che ha intenzione di sussidiare molto di più la scuola privata per garantire alle famiglie il diritto di scegliersi maestri che abbiano i loro stessi "valori" (non tutti, s'intende: quelli che la "maggioranza", cioè lui, ritiene giusti, s'intende); che è deciso ad abbassare ancora le tasse, ai ricchi più che ai poveri - dichiaratamente - perché, secondo lui, poi i ricchi investono, producendo nuova ricchezza; che è deciso a ridurre il diritto dei pazienti a portare in tribunale i medici che sbagliano e dei cittadini a rifarsi dei danni subiti dalle imprese e dalle multinazionali perché altrimenti sale troppo il costo delle loro assicurazioni; che vuole deregolamentare al massimo, il che gli verrà consentito da un Congresso ancora più amico, ogni forma di business; che non ha l'intenzione di sacrificare ogni possibile crescita economica al rispetto dell'ambiente.
Insomma, un programma da mercato realmente selvaggio, come denuncia desolatamente l'AFL-CIO, il sindacato, tra i grandi sconfitti di questa elezione.
E a chi resta indietro? Ci pensa, ci dovrà pensare, una carità cristiana compassionevole.
Bush, invece, adesso "mirerà a migliorare - dice - la qualità della vita delle madri, dei padri e dei loro bambini": agli imprenditori non verrà più richiesto di pagare lo straordinario oltre le 40 ore settimanali perché ciò - dice Bush - favorirà le scelte individuali, la flessibilità, per le persone e per le famiglie. Forse… Ma di sicuro, se diventa legge, la proposta del presidente consentirebbe a un datore di lavoro di chiedere al dipendente dieci ore di lavoro in più alla settimana in cambio di dieci ore di meno in futuro. Ma in un futuro che sceglierà lui, il datore di lavoro, quando farà comodo a lui, altro che al lavoratore ed alla flessibilità della sua famiglia… E, se il dipendente rifiutasse, potrebbe venire licenziato/a senza problema alcuno. Con evidente miglioramento della sua "qualità della vita".
Quanto ai rapporti col resto del mondo, Bush non cambierà certo l'impostazione unilateralista che ha scelto. Nonostante questo, l'ultima cosa di cui il mondo oggi ha bisogno è che la crisi internazionale - che si inasprisce, come vediamo,- spinga l'Europa, o un pezzo d'Europa, alla tentazione di costituire una specie di blocco politico-militare per fronteggiare l'America.
La scelta di contrapporre l'Europa all'America sarebbe però sbagliata. L'Europa non può essere, infatti, l'altro polo di una nuova sfida bipolare: non ha i mezzi e non ha l'interesse a diventare una specie di nuova Unione sovietica, anche se in meglio.
Va detto forte e chiaro che è stato un drammatico errore, da parte britannica, dividere l'Europa sull'Iraq. Ora bisognerà re-imparare a lavorare insieme, sul serio, e fatto questo bisognerà re-imparare a lavorare anche insieme all'America. Semplicemente perché alternativa non c'è. Ma indispensabile - decisivo - è che a questo punto anche l'America accetti di lavorare con - non sopra - l'Europa. Il futuro prossimo venturo sarà altrimenti durissimo.
Oggi sembra tramontata, almeno, la prosopopea trionfante dei generali da scrivania che, solo un anno fa, esultavano sopra le righe perché, decidendo di salvare il mondo da soli, gli Stati Uniti prendevano, finalmente, atto che l'ONU era morta. Prendevano atto, diceva Richard Pearle sul Guardian, "del fallimento della presunzione progressista che affidava la sicurezza al diritto internazionale", cioè all'ONU. Ma proprio lo sforzo che anche stavolta gli Stati Uniti hanno fatto per dipingere coi colori della coalizione del '91 quella che adesso è apparsa un'assai decurtata "coalizione dei volenti" stava lì a smentire l'assioma che, poi, dell'ONU e del mondo agli USA non gliene importi più niente. Tanto è vero che ora, per uscire dal pantano iracheno, è all'ONU che hanno chiesto e chiedono aiuto.
Quanto all'Iraq: il problema è come uscirne. Gli americani, e la "coalizione dei volenti" che hanno messo insieme, non possono vincere questa guerra: per come l'hanno iniziata, per come l'hanno gestita, per come la stanno conducendo.
C'è davvero bisogno, qui, di una terza via, tra la risposta militare e la resa. Potrebbe essere una risposta, sembra banale, di polizia. Se i rapitori non si possono sconfiggere in guerra- perché questa non è una guerra tradizionale; se bisogna evitare di premiare i rapitori trattando con loro- perché qui la mediazione somiglia troppo alla resa e apre all'escalation delle richieste; bisogna perseguirli così come una grande forza di polizia - magari qui di polizia militare - farebbe a casa nostra: indagini, informatori, taglie, collegamento e coordinamento tra tutte le forze che lavorano sul territorio, in uno sforzo pianificato, capillare e mirato a scoprirne i covi ed arrestarne od eliminarne i capi.
Qui da noi, però, a battere le Brigate Rosse non bastò neanche il lavoro di polizia. Si creò, e vinse, un fronte convinto d'opposizione alle BR. L'analogia con la situazione in Iraq, ovviamente, è imperfetta. Qui oltre al terrorismo, che non c'era e che oggi è stato invece largamente importato, c'è una resistenza tradizionale, nazionale, anche culturale che gli americani stessi del resto riconoscono - almeno i militari - quando decidono di chiamare terroristi i terroristi e insorti, invece, questi oppositori armati. Ma certo l'analogia è meno imperfetta della strategia americana: immaginate se qui da noi negli anni '80, per sconfiggere le Brigate Rosse polizia ed esercito si fossero messi a bombardare un quartiere di Roma o di Torino…
In definitiva, e per concludere: questa di Bush non è una parentesi, una fase di passaggio. Sta diventando ormai un'era. Se Bush perdeva l'allucinante progetto neo-con sarebbe stato sepolto per sempre. Ora è meglio non farsi illusioni: non si capisce perché, ad affossarlo, dovrebbe essere Bush.
www.eguaglianzaeliberta.it
Questo è un appunto a uso personale. Non pretende alcuna sistematicità.
Forse lo userò in futuro come promemoria se dovrò raccontare a mio figlio
la storia di questi ultimi anni, e del perchè l'Italia è crollata.
Passo primo: Berlusconi va in outsourcing
Nel 2000 eravamo un po' tutti euforici. Il capitalismo sembrava andare a
gonfie vele. Le dot com, queste misteriose scommesse su Internet, facevano
soldi a palate in borsa. I portafogli di chi investiva si gonfiavano. I
ricchi spendevano e creavano persino sofisticati [
fcp://@fc.retecivica.milano.it,%231002058/Mailbox/a3630//blogs.it/0100206/2004/11/09.html
]fondi privati di venture capital per partecipare alla festa.
Fu così che Silvio Berlusconi preparò la sua offensiva elettorale per
l'anno successivo. Decise di non prendersi la briga di lavorare a un
programma di governo andando a consultare di persona economisti, esperti
dell'Amministrazione pubblica, sociologi e comunque veterani del governo
(pur avendone diversi nella sua coalizione). No. Mise in outsourcing il
programma politico della sua legislatura. Chiamò un bel mazzo di aziende
di consulenza di origine americana (Booz Allen , Andersen, McKinsey...) e
disse loro: fatemi il programma, studiatemi l'Italia e quello che devo
fare. Ecco qui un bell''assegno.
Detto fatto le suddette società si misero al lavoro. Anzi misero al lavoro
un po' dei loro neoassunti laureati in economia e free-lance vari,
italiani e non. Gli stagisti (chiamamiamoli così) si chiesero (come sempre
fanno i consulenti): che cosa vuole il cliente? Che cosa possiamo fare per
dirgli di sì e farlo tanto, tanto contento?
Bè, Berlusconi è il capo della destra. Quindi vuole una politica di
destra. Vediamo....
E tirarono fuori Reagan, Thatcher, Bush. Si lessero i libri di Milton
Friedman, le teorie fiscali di Laffer (quello che dice che riducendo le
tasse ai ricchi si mette in moto il circolo virtuoso degli investimenti e
dei consumi), fecero fumi e esorcismi, studiarono la cartina delle
infrastrutture e cominciarono ad adattare tutte queste grandi idee di
destra neo-liberista all'Italia.
Ma non c'era tanto tempo. Nè budget troppo ampi. Per cui vabbè. A fine
Duemila era pronto il grande programma: tagliare le tasse, rivitalizzare
gli spiriti animali del ricco capitalismo italiano, creare ad ogni costo
gli spazi di bilancio per farlo, anche con le più spericolate manovre di
finanza pubblica creativa. E quindi investire, creare grandi opere,
moltiplicare i redditi, fino al miracolo e oltre.
A fine 2000 in Italia (e in Europa) non era ancora arrivata la grande
gelata sulle dot.com, sull'Hig Tech, sulle Enron, sulle telecomunicazioni
che era già in corso, in modo cumulativo, negli Usa. In Italia e in Europa
il clima era ancora di relativo ottimismo e euforia. Tanto è vero che
quell'agosto furono ancora gettati al vento centinaia di miliardi di Euro
per comprare costose licenze su una innovazione assolutamente inutile: il
telefonino Umts.
Nè Berlusconi nè Tremonti (il suo fido esperto economico) si accorsero
della gelata in arrivo. D'altro canto tutti gli economisti e i centri di
previsione (salvo qualche Nobel isolato) continuavano a ripetere che
quella americana era solo una fermata momentanea, che la ripresa era lì
pronta a ripartire, che tutto andava bene. Che magnifiche restavano le
sorti, e progressive.
Quindi: ok con quel programma. Andarono alla battaglia elettorale e
vinsero alla grande contro quei gufi del centrosinistra, quei personaggi
ostici che avevano tassato l'Italia in nome del risanamento, dell'entrata
nell'Euro, dell'equilibrio (sempre faticoso) dei conti. Quella banda di
portasfiga che aveva commissariato il paese dopo il crollo del 92, pronubi
Bettino, il divo Giulio, il coniglio mannaro.
Passo secondo: la prima realtà.
Fu solo nella seconda metà del 2002 che a Tremonti qualche dubbio cominciò
a venire. Oltre sedici mesi dopo il suo insediamento a instancabile
ministro del Tesoro. Questa ripresa americana, travolgente e trascinante,
non arrivava mai. Anzi. nel frattempo era scoppiata, di fatto, [
fcp://@fc.retecivica.milano.it,%231002058/Mailbox/a3480//blogs.it/0100206/2004/10/17.html
]la quarta guerra mondiale.
Nei precedenti sedici mesi, però, lui aveva seguito a puntino il
programma. Aveva lanciato tre condoni, uno sull'altro, per racimolare
entrate fiscali e quindi preparare i tagli virtuosi. Peccato però che gli
effetti di questi condoni erano stati inaspettatamente[
http://blogs.it/0100206/stories/2003/10/20/laFineDelSognoTremontiberlusconi.html
] negativi. Le entrate non aumentavano, anzi la base fiscale sembrava
contrarsi ad ogni condono. Il motivo? Semplice: in un'Italia in pesante
recessione tutti cercavano di pagare meno tasse possibile, aspettando
magari il condono successivo, invece di sanare le non pagate tasse
precedenti a un governo ritenuto amico e cedevole.
Destabilizzata la base fiscale, Tremonti assistè inerte al grandioso
fenomeno che prese il via appena eletto il nuovo governo: [
http://blogs.it/0100206/stories/2003/06/01/laGrandeTruffaSulleuro.html ]il
grande arraffa-arraffa. Quelli che avevano votato Berlusconi si prendevano
la rivincita. I commercianti giù a arrotondare l'Euro (supposto
inizialmente a 1936,27) alle mille lire, i Formigoni giù a spendere e
spandere in assegni sanitari alle cliniche private e alle cooperative
cielline. Gli industriali (quelli che potevano) di conserva ai
commercianti, poi gli importatori, poi i supermercati, poi i centri
commerciali, poi i professionisti, gli idraulici, i meccanici....insomma
furbolandia tutta.
Alla fine del 2001 un sesto secco del reddito reale delle famiglie dei
miserabili lavoratori dipendenti era passato nelle tasche dei votanti del
Polo. Cominciò, ovviamente, la caduta verticale dei consumi. Con gli
effetti di moltiplicazione negativa che insegnano in ogni università di
economia...
Tremonti non fece nulla. Anzi, qualcosa fece: impose ai suoi amici
dell'Istat di non documentare assolutamente questa fiammata dei prezzi.
Però l'Istat coprì la magagna in modo tanto scoperto e ridicolo che alla
fine altri istituti di ricerca, dall'Eurispes a quelli delle associazioni
dei consumatori, ebbero la meglio sull'opinione pubblica. L'inflazione
"formale" dell'Istat al 2% era in realtà del 10% o persino 20%. Secondo i
più maligni.
Tremonti, senza mai profferir verbo, sapeva tutto questo. E cominciò una
politica di bilancio, reale, estremamente restrittiva. Non aveva soldi per
niente e nessuno. Sapeva che stava andando a pallino tutto. La famosa
ripresa non arrivava. Forse l'Italia era tagliata fuori, nei suoi prodotti
e nelle sue imprese, da un Euro sempre più caro e da cinesi sempre più
competitivi che vendevano a suon di deprezzati dollari. D'altro canto Bush
la sua quarta guerra mondiale, tre miliardi di dollari al giorno, a
qualcuno doveva ben farla pagare: e questa era l'Europa.
Berlusconi però nel 2001 si era, forse un po' incautamente, esposto. Aveva
firmato in una notte di Vespa, un famoso contratto con gli italiani, tagli
alle tasse in primis.
Passo terzo: la nemesi di Tremonti
E ora il suo popolo gli chiedeva conto. I famosi commercianti, dopo
l'abbuffata (breve) del 2001-2002, erano nei guai. Per avidità avevano
rotto il loro stesso giocattolo: i loro clienti compravano la metà, ai
prezzi doppi. Anzi anche meno. E continuavano a comprare di meno, a mano a
mano che i risparmi familiari si asciugavano, i redditi calavano, si [
http://www.repubblica.it/2004/i/sezioni/economia/prezzi6/nosoldi/nosoldi.html
]stringeva, buco dopo buco, la cinghia.
Tremonti saltò in aria a metà del 2004. Voleva continuare imperterrito
sulla sua strada. Però qualcuno dentro la sua stessa coalizione cominciò a
mettersi di traverso. In particolare una potente banca (quella d'Italia)
che avvertiva il calore e la puzza di bruciato venire da sotto, siano
stati i fuochi dei bond [
http://blogs.it/0100206/stories/2004/07/15/miracoliDemocristianbancocentriciIlCasoTanzi.html
]Parmalat e Cirio (accesi in piazza da chi se li era trovati rifilati),
siano state le teste fumiganti di tanti piccoli imprenditori al [
http://blogs.it/0100206/stories/2003/06/23/colesteroloDitalia.html
]collasso non si sa. Fatto sta che il divino economista Giulio dovette
gettare la spugna.
La sua opera, abbozzata a metà, sembrava disfarsi come un calco di gesso
sotto la pioggia (ancor battente, della recessione imperterrita). Le
entrate fiscali in calo, la vendita di patrimonio pubblico aleatoria, gli
stimoli all'economia e alle imprese ormai negativi, la scontentezza
crescente anche degli impiegati pubblici sindacalizzati da An.
Passo quarto: il malaugurato (per lui medesimo) successore.
Compagno suo di merende (oops) di notti a calcolar l'incalcolabile era tal
Siniscalco. Un piemontese cordiale, amico un po' troppo di tutti, ma in
fondo competente.
Fu il suo successore, in quella disgraziata metà del 2004. E si ritrovò la
grana dei conti ereditati da far quadrare. Scelse un approccio classico,
quasi elementare. Qui di ripresa non c'è vista. Non posso licenziare
milioni di impiegati pubblici (specie se è in ballo una fumosa devolution,
foriera di costi aggiuntivi e di altre tempeste sindacali pubbliche) nè
aumentare le tasse (altrimenti il padrone mi stira). Quindi? Bè, almeno
contengo le spese ([
fcp://@fc.retecivica.milano.it,%231002058/Mailbox/a3438//blogs.it/0100206/categories/nelpassato/2004/09/30.html
]calcolate davvero) e aspetto tempi migliori, senza far saltare l'Italia e
l'Euro.
Ragionamento equilibrato, in apparenza.
Peccato però che negli anni tremontiani fossero successe tre cose:
1) la grande truffa sull'Euro aveva lasciato in mutande prima i
consumatori e poi, nell'abbraccio mortale, i commercianti;
2) le imprese si erano inopinatamente trovate con tutti i contributi
statali (accordati dall'Ulivo per controbilanciare l'Irap) tagliati da
Tremonti. Ora dovevano solo pagare le tasse senza niente in cambio, e in
una situazione di pesante recessione, perdurante da quattro anni. Morale
erano allo stremo, e avevano persino cacciato il povero D'Amato
filo-berlusconiano a favore di un Montezemolo che a confronto di Rutelli
sembrava Lenin;
3) il suo capo, il Berlusconi, fremeva e friggeva di fronte a quel
contratto fimato da Vespa, che ormai i suoi elettori (commercianti)
reclamavano a gran voce, pena la fine del Polo e di tutto ciò che aveva
fatto (per loro e per lui medesimo...) fino ad allora nella fregatura
(oops... legislatura) del miracolo.
Il resto è storia di oggi. Compreso [
http://www.corriere.it/Primo_Piano/Politica/2004/11_Novembre/18/tagli.shtml
]il mistero dei 6 miliardi di Euro scomparsi.
Il seguito alla prossime puntate....
Intanto una morale:
Primo: mai farsi scrivere un programma elettorale dai consulenti. Si
rischia (specie firmandolo) di dover seguire le loro fregnacce. E poi di
doverle mantenere.
Secondo: un conto è la base elettorale che ti ha eletto e un conto è
l'opinione autentica che tu ne hai e, soprattutto, le briglie al collo che
riesci a metter loro addosso.
Terzo: Se il tuo programma vero è quello di ricondurre l'Italia a una sana
e austera povertà da anni cinquanta, almeno diccelo.
www.caravita.biz
Il Ministro Pisanu ha ordinato l'arresto di Berlusconi
Il Ministro Pisanu noto per la sua moderazione ed equilibrio, ieri, in Parlamento
ha dato comunicazione di aver impartito una disposizione molto chiara e
decisa alle forze dell'ordine: in caso di "esproprio proletario" gli autori
del reato devono essere, se "tecnicamente possibile", tratti in arresto.
Negli ultimi episodi di supermercati presi d'assalto da No Global e seguaci
di S.Precario, non era stato possibile arrestare gli espropriatori proletari
perché essendo mescolati tra la folla si sarebbe potuto creare troppo scompiglio
e qualche rischio per i clienti degli stessi supermercati.
Quindi il Ministro è stato chiaro: se il Supermercato è vuoto e chiuso al
pubblico si possono arrestare i ladri, ma questo, spero che avvenisse, già
prima dei recenti episodi, perché se il supermercato è chiuso e vuoto si
tratta di volgari ladri e non di espropri proletari in pieno giorno.
Comunque credo che questa prova di fermezza non sia inutile: l'arresto in
flagranza quando è tecnicamente possibile si deve effettuare, sono d'accordo
con Pisanu. Quindi mi chiedo perché la scorsa settimana quando il Presidente
Silvio Berlusconi si è recato all'interno della caserma del Comando Generale
della Guardia di Finanza, per incontrarsi con lo Stato Maggiore del Corpo,
attorniato solo da finanzieri armati, non è stato arrestato. Eppure ha ammesso
di aver evaso le tasse più volte, dovendo pagare un'aliquota Irpef superiore
ad 1/3 dei suoi guadagni, eppure ha sostenuto di essere giustificato moralmente
a fare questo trattandosi di leggittima difesa. Si tratta di una confessione
di reato o comunque di una sua apologia. E' stato arrestato per questo?
E' stato almeno denunciato? Trattandosi di reato in flagranza non avrebbe
potuto essere arrestato anche se parlamentare e quindi titolare di immunità?
L'immunità non esonera il pubblico ufficiale dalla denuncia e allora bisogna
perseguire gli ufficiali della GdF per omissione di atti di ufficio.
Eppure il Ministro Pisanu, responsabile per quanto attiene l'ordine pubblico
anche della Guardia di Finanza è stato chiaro: se possibile tecnicamente
si deve effettuare l'arresto. Si dirà che parlava di espropri proletari
fatti da estremisti di sinistra mentre qui si tratta di una delle più alte
autorità dello Stato, un estremista di destra che fa espropri miliardari.
Si, è vero ma che differenza c'è?
Pier Luigi Tolardo
Pier Luigi Tolardo
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O la va o la spacca
Berlusconi chiama banco
Dunque Berlusconi aveva mentito: non è vero che non legge i giornali. Ai giornali che non gli sono pregiudizialmente avversi ha anzi attribuito il suo ripensamento sull’Irpef, e la decisione di minacciare la guerra nucleare elettorale se non l’ottiene: voto anticipato, con Forza Italia che va da sola, e fa la campagna elettorale contro gli alleati che non vogliono tagliare le tasse. Minaccia di relativa efficacia, a dire il vero, perché comporterebbe il suicidio collettivo del centrodestra. Ma se è certo che così facendo la Casa delle libertà perderebbe le elezioni, è altrettanto vero che così non facendo la Casa delle libertà perderebbe ugualmente le elezioni. E su questo i giornali non pregiudiziali, Bossi che gliel’ha detto e il presidente del Consiglio che l’ha ascoltato, hanno tutti ragione: se il governo non taglia l’Irpef, se non fa quello che Berlusconi ha promesso un giorno sì e l’altro pure da quanto è andato al potere, l’esito delle prossime elezioni è scontato. Così, di fronte a questa alternativa del diavolo, Berlusconi ha deciso di giocare il tutto per tutto, di giocare a due punte come il Milan: altrimenti il campionato è già finito. Non a caso avevamo definito la marcia indietro sull’Irpef come la «castrazione chimica» del berlusconismo.
Tutto questo è chiaro. Ciò che non è chiaro è come rispondere a queste due domande: il taglio dell’Irpef, certamente utile alle sorti elettorali del centrodestra, sarà utile anche al paese e alla sua economia? E sarà possibile? In astratto un taglio delle tasse è sempre utile, prima di tutto perché riduce la spesa pubblica in un paese che ne è soffocato, in secondo luogo perché rimette soldi nella disponibilità degli individui e dunque crea domanda. E che l’Italia soffra di un problema di domanda fiacca è fuor di dubbio (anche se non soffre solo di questo, ma anche di una perdita di competitività della nostra impresa sui mercati delle esportazioni). Per produrre effetti galvanizzanti sull’economia, un taglio delle tasse deve essere però massiccio e creare fiducia: una cosa è farlo a inizio legislatura, una cosa è farlo alla fine, quando un certo scoramento si è già impadronito del paese e può spingere gli attori economici a risparmiare ciò che hanno in più da spendere, invece che a spenderlo.
La seconda domanda è se il taglio è possibile. Anche qui: in astratto è sempre possibile ridurre la spesa pubblica specialmente in Italia: volete che in una spesa che assomma a quasi la metà del Pil non si trovi un mezzo punto percentuale speso male, o inutilmente, o per mantenere in piedi corporazioni, prebende e clientele? Ma ciò che è possibile in astratto non è sempre politicamente possibile: bisogna vedere se quelle corporazioni o clientele sono abbastanza protette da evitare la scure. Il senso dello scontro con An, che vede a rischio il contratto degli statali e li difende, è tutto qui. E se Fini è stato agganciato con la Farnesina, non è detto che lo siano Alemanno e Storace.
Se dunque il taglio dell’Irpef risultasse inefficace dal punto di vista della spinta all’economia, o doloroso per categorie sociali che fanno parte del blocco sociale della Casa delle libertà, potrebbe perdere comunque la sua spinta propulsiva elettorale. Berlusconi ha deciso (se non ci saranno ulteriori ripensamenti) di scommettere. E’ l’ultima spiaggia, e la prova della difficoltà seria in cui versa il governo. Ma su quell’ultima spiaggia il premier sembra aver deciso di combattere fino alla fine.
ilriformista.it
Governo Berlusconi e spesa proletaria : da qual pulpito !
di Alessandro Balducci*
L'altro giorno alla Camera, il ministro Pisanu ha espresso parole dure contro gli autori della "spesa proletaria" di Roma. Ha detto che bisogna preseguire l'illegalita' e che quelli non sono "compagni che sbagliano ma compagni che rubano".
Parole che sono da condividere senza se e senza ma, convinti come siamo che questo paese ha bisogno innanzitutto di una robusta iniezione di senso dello Stato e di fiducia nelle istituzioni.
Ma, purtroppo, mentre Pisanu invocava la "tolleranza zero" contro quelli che vanno nei supermercati a prendere la merce senza pagarla, pochi giorni prima a Milano Ilda Boccassini chiedeva alla Corte di condannare a 8 anni di galera l'imprenditore Silvio Berlusconi, per la compravendita della sentenza SME.
E lo stesso premier-imprenditore, al raduno della Guardia di Finanza, legittimava l'evasione fiscale perche' - a suo dire - se lo Stato chiede oltre il 30% di quello che guadagni, "evadere e' legittimo".
Chissa' cosa ne pensano i cittadini ed i governanti dei paesi scandinavi, dove - a quanto mi risulta - la tassazione e' anche oltre il 40%.... Regola di buon senso vuole che chi si mette a predicare agli altri il buon comportamento, soprattutto se da una posizione di responsabilita' come quella di ministro dell'interno, dia per primo il buon esempio. Perche' il senso dello Stato e la cultura della legalita' si costruiscono con l'esempio, prima ancora che con la repressione che comunque ci deve essere.
Allora - tanto per dirne una - ci sarebbe piaciuto che Pisanu avesse censurato il primo ministro con la stessa veemenza con la quale ha censurato il comportamento degli autori degli espropri proletari (per lo SME non c'e' ancora condanna, e' vero, ma come ignorare della posizione dell'avvocato dello Stato, Salvemini, senza contare le varie prescrizioni ottenute con apposite leggi).
Ci sarebbe piaciuto che avesse espresso qualche parola di condanna verso le banche che si sono appropriate in modo indebito dei soldi dei riparmiatori, come stabilito dalla recente sentenza di Cassazione.
E avremmo apprezzato anche un suo intervento piu' deciso su quello che sta' accadendo a Napoli ed in Campania, dove il crimine organizzato sta strangolando la citta' e la regione. Ed i Napoletani ed i Campani non si meritano la Camorra.
Cosi' come l'Italia, sede di un immenso patrimonio artistico e naturale, non si merita la gragnuola di leggi-scempio dell'ambiente e di condoni verso gli abusi edilizi che il governo - di cui Pisanu fa parte - sta riversando su questo disastrato Paese.
Invece Pisanu trova piu' comodo prendersela con gli espropri proletari: tanto quelli sono facilmente visibili e facili da colpire.
Un conoscente ha scritto: "Vorrei sapere da Manca [ex politico del vecchio Psi, ora entrato nella Margherita, ndr] .... se crede davvero che la procura di Milano abbia perseguitato una classe politica e non dei reati ben precisi? Se abbia davvero inquisito senza motivo o con prove ben precise?".
Ci sono delle domande alle quali i politici non vogliono rispondere. Anch'io, per esempio, vorrei sapere dai parlamentari dell'opposizione che cosa hanno aspettato ad alzarsi in piedi ed a replicare al Pisanu che predica-bene-e-razzola-male. A Rutelli, D'Alema, Fassino & compagni non mancavano certo argomenti per controbattere: bastava chiedere la parola ed elencare gli sciagurati atti legislativi del governo in carica: la depenalizzazione de facto del falso in bilancio, i condoni edilizi, i condoni fiscali.
Altro che tolleranza zero!! Rutelli il loquace, quello che qualsiasi cosa accada, commenta: "Non si puo' dire sempre di no", questa volta poteva almeno farci capire se e' in grado di esprimere concetti un tantino piu' elaborati....
E ci piacerebbe sapere dai dirigenti del centro-sinistra, una volta arrivati al governo, che cosa ne faranno di queste leggi-scempio. Quali aboliranno, quali manterranno?
Ma forse e' una domanda provocatoria. E poi, scusate eh: non si puo' dire sempre di no!
* referente regionale Emilia Romagna dell'Osservatorio sulla legalita'
www.osservatoriosullalegalita.org
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