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dicembre 31 2004
Antitrust, nomine contro la democrazia
ROMANO PRODI
la Repubblica - 31 dicembre 2004
Caro Direttore, la nomina, avvenuta mercoledì, da parte dei Presidenti delle due Camere di due nuovi membri dell´Antitrust nelle persone di Giorgio Guazzaloca e di Antonio Pilati getta nuove ombre sulla tenuta democratica delle nostre Istituzioni e costituisce un ulteriore passo verso la delegittimazione e il discredito dell´Italia nel contesto europeo.
Quelle nomine all´Antitrust un allarme per la democrazia
L´Antitrust è la prima e la più importante Autorità di garanzia esistente nel nostro Paese. La legge italiana del 1990, attuando un indirizzo assunto a suo tempo dalla Comunità europea, le affida il compito di vigilare sulle intese restrittive della concorrenza, sugli abusi di posizione dominante e sulle operazioni di concentrazione che violano le regole della concorrenza. In virtù di un decreto legislativo del 1992, spettano, inoltre, a questa Autorità competenze importanti in materia di pubblicità ingannevole e di pubblicità comparativa. Infine, la recente legge sul conflitto di interessi affida ad essa i soli, deboli ma comunque esistenti controlli sul rispetto delle incompatibilità stabilite in materia, nonché l´adozione delle sanzioni adottabili nel caso di violazione dei divieti stabiliti.
La legge prevede esplicitamente che, proprio a garanzia della sua indipendenza dal Governo e dall´indirizzo politico di maggioranza, il Presidente e i quattro membri debbano essere nominati di intesa dai due Presidenti delle Camere e scelti fra persone di particolare e riconosciuta esperienza e competenza nei settori oggetto dell´attività della Autorità.
Cosa è successo nella giornata di mercoledì? È successo che i Presidenti delle due Camere, che nella logica della legge del 1990 dovrebbero essere i massimi e più gelosi garanti dell´indipendenza dell´Autorità dal Governo e i più attenti valutatori della competenza tecnica di chi designano, dovendo sostituire due membri scaduti, hanno nominato Giorgio Guazzaloca e Antonio Pilati. L´ex sindaco di Bologna Guazzaloca è certamente persona degna sul piano umano, ma è altrettanto certamente persona priva di quella competenza ed esperienza che costituisce requisito essenziale per la nomina. Antonio Pilati, invece, è persona certamente competente nel settore, ma anche notoriamente e dichiaratamente legato al partito del Presidente del Consiglio e, quel che è peggio, non smentito coautore-ombra della legge Gasparri. Legge, questa, sulla quale proprio l´Autorità garante della concorrenza dovrà, per gli aspetti di sua competenza, vigilare. Va segnalato, inoltre, che Antonio Pilati era fino a ieri membro dell´Autorità per le Telecomunicazioni con un mandato destinato a scadere nel prossimo mese di marzo. Cosicché, viene da chiedersi se con questa nomina i Presidenti delle due Camere abbiano voluto assicurare al Paese la possibilità di continuare ad avvalersi di questa persona, quasi che egli abbia nel settore conoscenze così esclusive e particolari che nessun altro possa dare analogo affidamento: il che, a meno di essere malpensanti, appare poco credibile. O se, invece, lo si sia voluto ricompensare dei servigi resi al Paese, ma non si vede in che cosa mai tali servigi consisterebbero, a meno di non essere nuovamente malpensanti e di ritenere che i servigi che si vogliono ricompensare non sono quelli, non noti, resi al Paese, ma quelli, certamente notissimi, resi al Presidente del Consiglio in carica.
Come si vede si tratta di una vicenda tristissima e molto preoccupante.
Il risultato è drammatico!
Possiamo davvero credere che tutto questo passerà inosservato agli occhi dell´Unione che, grazie alla riforma entrata in vigore il 1° maggio 2004, ha decentrato alle Autorità nazionali gran parte delle competenze per l´applicazione delle norme antitrust europee? Possiamo davvero credere che i due nuovi membri, così scelti, potranno apparire ed essere davvero indipendenti e al di sopra delle parti come la legge vuole esplicitamente che siano?
Ma vi è di più. Ed è questo ciò che più mi preoccupa.
Viviamo in epoca di democrazia maggioritaria fondata su un sistema elettorale tendenzialmente bipolare che richiede forti e robuste istituzioni di garanzia. Ogni sforzo di riforma delle nostre istituzioni dovrebbe essere orientato prima di tutto a rafforzare le garanzie costituzionali. È questa, infatti, la premessa indispensabile per portare a compimento la democrazia maggioritaria in un quadro di effettiva e concreta tutela dei principi fondamentali del pluralismo e della convivenza democratica voluta dalla nostra Costituzione. È questa la condizione per evitare che la democrazia maggioritaria possa trasformarsi in un´antidemocratica dittatura della maggioranza.
Al centro di questo sforzo dovrebbe esserci, dunque, innanzitutto la comune volontà di rafforzare le garanzie costituzionali, a partire dal ruolo del Presidente della Repubblica per continuare con una rafforzata e sempre più rispettata Corte costituzionale, e con robuste e forti Autorità indipendenti. Indispensabili, infine, in questo quadro, il pieno rispetto dell´indipendenza del potere giudiziario, da un lato, la tutela dei diritti essenziali dell´opposizione, dall´altro.
A queste condizioni, e solo a queste condizioni, l´auspicio più volte ripetuto dal Presidente della Repubblica a uno sforzo di dialogo fra tutte le forze politiche sulle riforme istituzionali potrebbe trovare un terreno solido su cui avviare il Paese.
La maggioranza si è mossa finora in senso diametralmente opposto, e la riforma costituzionale oggi in discussione in Parlamento, oltre a contenere modifiche inaccettabili e incoerenti in ordine al rapporto tra Governo e Parlamento, tra Camera e Senato e tra Stato e sistema delle regioni e delle autonomie locali, prefigura una vera e propria frattura della nostra convivenza democratica.
Mercoledì, purtroppo, anche i Presidenti delle Camere hanno dato il loro contributo a creare un clima di allarme per la democrazia nel nostro Paese. E quello che è peggio lo hanno fatto quasi in sordina, approfittando di una giornata nella quale giustamente prevaleva il dolore per le sciagure che hanno colpito milioni di uomini e centinaia di connazionali. Una giornata, inoltre, nella quale è stata approvata una legge finanziaria ingiusta ed iniqua, e contemporaneamente è stata realizzata un´altra, ennesima, lottizzazione fra i partiti di governo, con conseguente indiscriminato aumento di viceministri e sottosegretari.
In queste condizioni, di fronte a Presidenti delle Camere che indeboliscono con le loro scelte una delle più autorevoli istituzioni di garanzia che l´Italia abbia, non posso che gridare forte tutta la mia indignazione e dire che non è questa l´Italia che noi vogliamo e che gli italiani meritano. Vincere le prossime elezioni diventa ogni giorno di più per me, per l´opposizione e per tutti i nostri concittadini un impegno senza risparmio non solo per governare meglio l´Italia, ma anche per salvare la democrazia e la dignità del Paese.
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Ds Milano - Rassegna stampa
Un giorno con Berlusconi
Furio Colombo
da l'Unità - 31 dicembre 2004
Senza carri armati, anzi circondato da uno stuolo di giornalisti benevoli e molto pazienti, ieri Silvio Berlusconi ha occupato la prima rete e il primo telegiornale della Rai per tutto il tempo che ha voluto, facendo saltare programmi e Tg, fedele solo a se stesso, alla sua immagine, al suo interesse, alla sua voce, al suo essere dove sta, in posizione arbitraria e incontrastata di potere. Lo vedete guardarsi intorno, mentre il nastro di parole scorre nel vuoto in automatico, e sembra colto da un secondo pensiero: possibile che sia così bravo da sottomettere tutto un Paese, i suoi intellettuali, i suoi commentatori, i suoi critici naturali, i giornalisti, senza poter esibire alcun merito, senza poter vantare alcun risultato, senza avere portato al Paese - o almeno a un’area o un ceto del Paese - qualche sia pur limitato miglioramento e di vantaggio?
O forse lo stimola un’altra domanda meno vanagloriosa e più umana: possibile che sia così facile? Gli sarà venuto in mente nel momento in cui uno dei partecipanti ha posto senza imbarazzo questa domanda che dovrebbe essere studiata - d’ora in poi - nelle scuole di giornalismo: «Presidente ci dica qual è la notizia del nuovo anno». È una domanda esemplare perché completa la delega dei poteri in questa Repubblica che Luciano Violante, nella sua dichiarazione alla Camera, ha chiamato la “Repubblica maggioritaria”. Ovvero tutto il potere alla maggioranza che - attraverso il meccanismo del voto di fiducia che vieta ogni discussione - delega tutto il potere al governo. E il governo - si è già visto e si vede in ogni Consiglio dei ministri - ha già delegato tutto il potere al capo.
Adesso un giornalista con posizione televisiva autorevole gli offre anche l’ultimo privilegio: definire che cosa è una notizia. Non più. Adesso è stato chiesto al capo di scegliere. È a questo punto che Berlusconi, nonostante l’immensa stima che ha per se stesso, deve essersi chiesto: possibile che sia così facile?
È inevitabile pensare a un libro di recente pubblicazione “La notte della democrazia italiana. Dal regime fascista al governo Berlusconi” a cura di Giampasquale Santomassimo. È la raccolta di una serie di interventi di una giornata di studio all’Università di Firenze cui hanno partecipato, fra altri, con Enzo Collotti, Giovanni De Luna, Giovanni Gozzini, Paul Ginsborg, Percy Allum, Stuart Woolf, Michele Battini, Gabriele Turi.
Un giorno con Berlusconi
Scrive di quell’evento Simonetta Fiori (la Repubblica, 26 novembre): «Tutti trovano lecito chiedersi se in Italia non stia nascendo un regime di natura politico-mediatico-videocratico. Gli studiosi dell’Italia tendono a convergere su una risposta affermativa. Dicono: “Sì, oggi in Italia vige una democrazia atipica, guardata con allarme dall’opinione pubblica europea e con sostanziale indifferenza da quella italiana perché col tempo (come scrive il curatore del libro) ci si abitua a tutto, anche a considerare normale ciò che non è e non può esserlo”».
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Non è normale, infatti, che nel corso del lungo monologo detto “conferenza stampa” soltanto cinque giornalisti osino porre domande sul costo della vita, sul finto taglio delle tasse, sulla evidente necessità di una ulteriore manovra correttiva, sulla “par condicio” che sarà abolita col voto di fiducia. E che la inviata de l’Unità, per aver osato riferirsi alla misteriosa scomparsa del premier per 32 giorni, dopo il Natale del 2003 (una scomparsa senza spiegazioni che nessun capo di governo democratico potrebbe permettersi in Paesi normali) si è sentita rispondere che sarà lieto di fornirle l’indirizzo di un buon chirurgo plastico. E ha precisato, per l’Italia e per il mondo, con una di quelle frasi con cui certi anziani imbarazzano tutti in famiglia: «Io mi sento 40 anni, corro, faccio i cento metri con ottimo tempo. Dunque devo rappresentare fisicamente me stesso meglio degli altri perché posso permettermelo. È una forma di rispetto verso chi si aspetta da te una certa rappresentazione sul piano nazionale e internazionale. E credo che il mio comportamento (rivolgersi al chirurgo plastico, ndr) debba essere portato ad esempio».
La parola chiave è “rappresentazione”. Con essa il presidente del Consiglio, trascinato dal suo “One man show” (lo spettacolo di un attore che tiene la scena da solo) svela un suo pensiero ossessivo, la chiave del suo comportamento che ha tre punti d’appoggio: giovare a se stesso, vantare il bene fatto agli altri (tutto è merito suo, anche gli aiuti dopo l’immane tragedia asiatica) ed essere ammirato per come appare. Con la profonda persuasione di fare accadere - o di aver già fatto accadere - ciò che racconta e di cui si vanta da solo, sospeso nella aura magica che si è costruita sulla certezza dell’unico successo che gli importa e che conta: il successo mediatico. Dice a se stesso e a noi che ciò che dice è accaduto perché lui non può fallire.
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Un filo di patologia lega queste immagini di se stesso che entrano in televisione, la occupano, scacciano tutte le altre immagini con la persuasione che lui governa lì, in quel momento, con quello che dice e quello che si vede. Ma perché l’ossessione che Berlusconi ha di se stesso possa continuare intatta e anzi rafforzata occorre una situazione di culto. La storia conosce bene situazioni come questa. Sentite Angelo Panebianco sul Corriere della Sera del 28 dicembre, in un editoriale ingannevolmente intitolato “La vera forza di Romano Prodi”. «Già molto tempo prima che Berlusconi pubblicizzasse il suo famoso contratto con gli italiani, il centrodestra aveva, presso l’elettorato, una immagine netta e riconoscibile. Le sue idee forti erano conosciute ed erano quelle del capo. Erano le idee di Berlusconi (...) il centrodestra si propone (dalla devoluzione al fisco, dalla Giustizia al Welfare alla Costituzione) come forza di cambiamento e di rottura con il passato».
Berlusconi - occorre dirlo - trae dal cerchio di adulazione che si è prontamente creato intorno a lui e dal cerchio di intimidazione che ha saputo creare, regalando orologi e rovinando carriere, tutto il frutto possibile. Per aumentare l’adulazione si elogia da solo, si compiace da solo, si esibisce fino a quando - come i colleghi compiacenti o pazienti o ansiosi di Palazzo Madama durante l’occupazione di due ore televisive il 30 dicembre - la sua folla ride. Ride, come i bambini a scuola, una risata umiliante e liberatoria. Tutti sanno che con lui non si ride sempre. Fin dal principio ha messo in chiaro un concetto mussoliniano: «Questa è una opposizione fatta di anti italiani che tramano per impedirmi di ottenere la revisione del patto di stabilità». Ci dice l’agenzia Ansa che il premier assicura: «Porterò le prove». Non le porterà, non le ha mai portate. Ricordate le accuse spaventose della Commissione-killer detta Telekom Serbia che aveva per scopo di incriminare Prodi e Fassino? Ricordate le sanguigne minacce della Commissione Mithrokin? Tutto svuotato dalla magistratura, non da chi, in Parlamento, si è prestato al servizio-calunnia. Ma non importa. Fra coloro che ricevono dal premier orologi e orecchini e coloro che traggono insegnamento dai licenziamenti di colleghi illustri, nessuno ha voglia di verificare, di denunciare l’omissione, la bugia, il puro spettacolo a vuoto, l’inganno.
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Una volta zittiti i critici, una volta stabilito, nelle sue file e nelle file degli altri, che non è accettabile parlare male di lui, Berlusconi non ha esitazioni ad affermare: «Come Bush si batte contro il terrorismo, anch’io continuerò a battermi contro il male di questa sinistra. Ma Bush non ha un problema interno, perché le radici liberali dei democratici e dei repubblicani sono le stesse. Invece noi abbiamo una preoccupazione maggiore. C’è una base religiosa, nel nostro partito, per evitare che prevalga il male, cioè una ideologia che dovunque è stata dannosa per i cittadini». Una dichiarazione arretrata di molti decenni nella storia, che si situa tra Francisco Franco e Pinochet. Possiamo dire che Berlusconi è un Francisco Franco buono perché non usa la garrota? O che è un Pinochet virtuale perché, poi, alle parole - che chiunque in Europa considererebbe gravissime - non segue il sangue?
Proviamo a riassumere i tratti fondamentali di un giorno con Berlusconi, il 30 dicembre, il monologo televisivo senza fine detto benevolmente “conferenza stampa”.
1 - Berlusconi occupa la Tv quando vuole, parla per il tempo che vuole, improvvisa quello che vuole sapendo che nessuno intercetterà cifre finte o affermazioni irreali.
2 - Berlusconi occupa la Tv all’ora del telegiornale mentre centinaia di famiglie italiane attendono con angoscia di sentire un nome, un luogo, una rassicurazione sui figli e genitori dispersi. A lui non importa. Interrompe il servizio pubblico perché deve parlare di se stesso.
3 - Berlusconi accusa come vuole, sicuro del suo controllo sui media. Ogni risposta, se ferma e adeguata, sarà definita “odio”. Il riferimento all’opposizione come antitaliana e come simile ai nemici di Bush (dunque il terrorismo) viene accettata e diffusa perché, nella grande stampa indipendente e nei talk show televisivi, nessun commentatore vorrà raccogliere la questione. I più miti fingeranno di non averla sentita, i più militanti la rilanceranno come se si trattasse di cose vere, fondate, provate.
4 - Governare è difficile e rischioso. Perché Berlusconi dovrebbe farlo quando può comprare ciò che gli serve, contentare i suoi con le nomine, liquidare o promuovere giudici in posizioni cruciali come vuole lui, a dispetto del Csm (lo ha appena fatto nel caso della Procura antimafia), mandare i suoi amici negli organi di controllo (lo ha appena fatto con Guazzaloca nominato all’Antitrust), nominando sottosegretario chiunque, purché fedele o zitto?
Berlusconi, con il suo controllo totale dei media, è libero di recitare per gli italiani la parte del Mandrake della politica nazionale e mondiale (mentre nel mondo perdiamo vertiginosamente immagine e reputazione), conta sul silenzio o su domande benevole e storie che non saranno mai scritte. Ci fa sapere che senza libertà di comunicazione e di informazione si vive benissimo perché a comunicare ci pensa lui. Ci propone - lui e tanti altri - di smetterla e di stare al gioco. Tanti ci stanno e si trovano bene, in ottimi studi tv con ruoli di spalla. Insistono (non sempre con le buone): «Non siamo fanatici»
Eppure noi ci sentiamo moderati. Con quel che succede, diciamo appena il minimo.
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E Berlusconi sequestra la tv per parlare di sé
Mentre 700 famiglie angosciate aspettano notizie, il Tg1 è abbandonato al monologo del premier
Marcella Ciarnelli
ROMA Quello ormai alle porte sarà «l’anno della svolta» ha promesso ancora una volta Berlusconi. Ci sarà la verifica sul campo del tanto decantato taglio delle tasse ed anche il voto per le regionali, una sorta di prova di appello dopo le sconfitte in sequenza dopo il 2001. Ma non c’è dubbio che il presidente del Consiglio guarda più lontano, a quel 2006 in cui la prova elettorale lo riguarderà direttamente.
Berlusconi: la sinistra è il male
Prodi: sono le parole di un uomo incapace e inadeguato a risolvere i problemi del Paese
Berlusconi, naturalmente è convinto di presentarsi all’apuntamento elettorale «con le carte in regola» mentre arriverà a scadenza anche il mandato del Capo dello Stato. Inevitabile, dunque, che nella lunghissima conferenza stampa di fine anno (rinviata di una settimana a causa delle difficoltà per l’approvazione della finanziaria «epocale») i due argomenti si siano intrecciati ai mille altri che il premier ha messo in fila per dimostrare che il suo è il governo più solido, più stabile, più innovativo, più rispettato, più propositivo, insomma “er più” di tutti quelli possibili.
Volto teso, espressione di circostanza per la tragedia che si è abbattuta nel giorno di Santo Stefano sul mondo intero, il premier non nega che di aspirazioni al Colle si sia già cominciato a discutere nelle cene dei vertici del Polo. «C’è un pressing su di me anche se c’è la figura di Gianni Letta utilizzabile in più ruoli e su cui tutti manifestano un grande apprezzamento» conferma Berlusconi che a palazzo Chigi dice di starci bene e di essere disponibile ad un altro mandato. Una partita a due. Il presidente del Consiglio non mostra alcun dubbio su questo. Esclude una rielezione di Ciampi (che si è permesso di rimandargli indietro la riforma della giustizia) e brucia la candidatura possibile di Pier Ferdinando Casini «che si augura di poter continuare a fare il presidente della Camera nel caso in cui dovessimo nuovamente vincere le elezioni politiche».
Restano sedici mesi prima delle elezioni politiche. Ma la campagna elettorale di Berlusconi è già iniziata. C’è lo slogan «giù le tasse, su i valori». C’è la necessità di intervenire sulla legge elettorale, «solo modifiche perché di più non si può fare» e sulla par condicio, quel complesso di «norme illiberali», un vero e proprio «bavaglio», che non gli consentono di invadere spazi pubblicitari e tv più di quanto già faccia. C’è il nemico da battere. Lo stesso di dieci anni fa. I comunisti, quelli che hanno «un’attrazione fatale verso tutte le dittature». Gli italiani lo devono votare ancora perché lui è impegnato a che «prevalga il male» e combatte «i demoni e gli anticristo» che «nel nostro Paese ci sono ancora anche se si definiscono ex o si camuffano da liberali». Mica come nell’America dell’amico Bush che il premier si vanta di aver incontrato cinque volte nell’anno che oggi finisce. «Lì i democratici potranno essere anche radicali ma condividono con i repubblicani gli stessi valori fondamentali». Beato George. Lui qui deve rincorrere i radicali, Alessandra Mussolini ed anche Clemente Mastella «con cui finora non ho parlato personalmente» ma che auspica di avere «nella Casa delle Libertà o al fianco» per cercare di non avere una brutta sorpresa alle elezioni.
«Questa fanatica contrapposizione tra bene e male è la caricatura di un Paese che ha problemi sempre più gravi e un governo incapace di affrontarli» gli ha riposto Romano Prodi, il leader del centrosinistra, l’uomo che lo ha battuto nel 1996 e che da presidente dell Commissione europea lo ha tenuto a bada. «Non volendo riconoscere la propria inadeguatezza - accusa Prodi - ci si inventa cinicamente come diversivo una contrapposizione in termini che sarebbero ridicoli se non fossero il segno davvero allarmante della volontà di ricercare artificiosamente una radicalizzazione nel tentativo di occultare i guasti di una gestione negativa. I cittadini italiani che misurano ogni giorno sulla propria pelle la reale portata dei problemi di Paese, meritano di meglio. Essi sanno che della loro soluzione noi ci faremo carico con serietà, competenza e determinazione, nell' interesse di tutti e non di alcuni, senza accampare scuse, e senza alimentare divisioni per ragioni scopertamente strumentali».
All’attacco dell’opposizione, dunque, che è «antitaliana» quando manovra in Europa per bloccare il suo piano di modifica del patto di stabilità («e fornirò le prove»), quando dimostra dati alla mano che l’economia è in crisi, che il paese è ridotto sul lastrico e che tutte le promesse del premier sono parole al vento. Opposizione di cui Berlusconi brucia anche il candidato premier. E parla di avversari più giovani di lui di almeno una quindicina d’anni, non Prodi, dunque dato che il Professore ne ha sessantacinque. Corre ai ripari Berlusconi. «Dentro mi sento un quarantaduenne e, quindi, faccio anche ricorso alla chirurgia estetica perché quando mi guardo allo specchio la mattina devo sentire che il mio aspetto esterno corrisponde alla mia gioventù interna. Chi può permetterselo ha il dovere di migliorare il proprio aspetto, per rispetto». Quindi giù con diete, lifting e trapianto dei capelli «che stanno crescendo a meraviglia» eseguiti da medici di cui è disposto anche (con poco garbo) a fornire l’indirizzo alle giornaliste che lo incalzano. Pur sotto cura, ci tiene a sottolineare, «non smetto mai di lavorare» temendo che gli italiani che non arrivano a fine mese si possano arrabbiare e ricordarselo alle elezioni.
Via, dunque, all’elenco degli obbiettivi raggiunti anche se «rivisti» come nel caso del primo punto del contratto con gli italiani che prevedeva una riduzione a sole due aliquote. Ed invece sono in sostanza quattro. «Ci sono state contingenze impreviste» spiega il premier che è, comunque, sicuro che «gli italiani già si stanno accorgendo del positivo cambiamento: tutti i sondaggi ci danno questo dato con grande mia soddisfazione». Questa è la strada da seguire. La promessa elettorale è quella di ridurre ancora di più le tasse. E se il debito va alle stelle è sempre colpa dei governi che lo hanno preceduto. E poi le grandi opere, le leggi ancora da fare, la revisione del patto e la lotta al carovita. Dopo due ore e cinque minuti di parole senza neanche bere un bicchier d’acqua sdegnosamente rifiutato, sarà un’impressione, ma i capelli del premier sembrano cresciuti un altro po’.
Marcella Ciarnelli
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Con le gravi notizie dal Sud-Est asiatico la Rai non ha interrotto la diretta della conferenza del premier
Oscurato il Tg1, l’opposizione protesta
ROMA Anche ieri le esigenze mediatiche del premier sono state anteposte all’informazione: e così il Tg1 delle 13 e 30 è andato in onda con 45 minuti di ritardo per permettere la trasmissione della conferenza stampa di fine anno di Berlusconi. «Perché i milioni di italiani abituati a seguire quel telegiornale oggi non hanno potuto farlo alla solita ora?», chiedono, in una nota congiunta, i parlamentari Sandro Battisti (Margherita), Gianfranco Pagliarulo (Comunisti italiani), Valerio Calzolaio (Ds), Alfonso Gianni (Rifondazione Comunista), Antonello Falomi (Il Cantiere) e Loredana De Petris (Verdi).
«Normalmente - spiegano i parlamentari - la conferenza stampa di fine anno del Presidente del Consiglio viene interrotta per trasmettere il Tg1. Quest'anno non è successo: la scelta della Rai è stata quella di preferire Berlusconi all'informazione che i cittadini, a quell'ora, sono abituati a ricevere». Cosa questa ancor più grave vista la particolarità del momento: «Davanti all'immane tragedia del sudest asiatico, agli oltre centomila morti, ai 600 italiani dispersi e all'attesa di notizie delle loro famiglie - continuano gli esponenti dell'opposizione - avremmo voluto che il servizio pubblico privilegiasse un'informazione più adeguata al momento». Tanto più che la limitazione dello spazio è stata fatta in favore di una fotografia del nostro Paese tinteggiata di rosa: Berlusconi «in poco meno di due ore ha descritto un'Italia che esiste solo nella sua fantasia e non certo nella realtà quotidiana dei cittadini. Non è questo, quello che i cittadini vogliono e si aspettano dal cosiddetto servizio pubblico». A questa protesta si associano i parlamentari Ds in Commissione Vigilanza Rai, Giuseppe Giulietti, Gloria Buffo, Giovanna Melandri, Giorgio Panattoni, Esterino Montino e Vittoria Franco: «Quello che è accaduto in occasione della conferenza stampa di fine anno è la dimostrazione che Berlusconi ormai considera Mediaset e Rai una sola grande azienda della quale disporre a proprio piacimento». E aggiungono: «Ci sembra che abbia superato qualsiasi confine, stracciando i palinsesti di Raiuno, spostando di tre quarti d'ora l'edizione del tg, nonostante le drammatiche notizie che continuano a giungere dall'estero». Un comportamento emblematico in vista dell’abolizione della par condicio più volte auspicata dal Cavaliere: «Temiamo che quanto è accaduto non sia nient'altro che la dimostrazione pratica di cosa intenda il presidente del Consiglio quando parla di superamento della par condicio: poter disporre a suo piacimento di ogni spazio senza forma di contraddittorio alcuno». E sottolineando come sarebbe il caso «che la Rai si scusasse con i cittadini e le cittadine che sempre più a fatica continuano a pagare il canone a un quotidiano di partito», i diessini fanno notare che la tv si Stato dovrebbe soprattutto indicare «in che modo intenda consentire nelle prossime ore alle opposizioni, nella persona del leader dell'Alleanza di centrosinistra Romano Prodi, di esprimere il proprio punto di vista».
A replicare è la stessa Rai in una nota: «Dopo le polemiche sollevate due anni fa in seguito allo spostamento della conferenza stampa di fine anno del Presidente del Consiglio dei Ministri su altra rete, per lasciare fisso l'orario del TG1, si precisa che già l'anno scorso la conferenza stampa era proseguita occupando lo spazio del telegiornale. Ciò al fine di garantire a tutti i giornalisti presenti parità di condizione».
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Ds Milano - Rassegna stampa
Debito mortale
GALAPAGOS
Il mondo finanziario ha il «pelo sullo stomaco» è riesce a affrontare con disinvoltura devastazioni epocali che riguardano la vita di ognuno di noi. Con una aggravante: i numeri sono grandi e tendono a crescere. I numeri, ovviamente, sono quelli dei morti e dei dispersi: per molti media solo cifre con le quali cercare di far aumentare le vendite. Diventa così curiosità sapere l'effetto del maremoto sul pil. Quanto crescerà di meno nell'area? Dello 0,5%, dell'1% o magari di più. C'è anche chi ci fa sapere che il 43% della produzione di scarpe della Nike arriva dalla Thailandia e dall'Indonesia, mentre quella della Reebok è dipendente dall'area solo per il 36%. Intanto le compagnie di assicurazione fanno i conti sui danni che dovranno risarcire: solo 100 milioni di euro, ha comunicato una big del settore, perché quei paesi sono per fortuna arretrati. Sappiamo anche - ce lo ha detto il Word travel and Tourism Council - che nel settore turistico dei paesi colpiti dal cataclisma lavorano quasi 19 milioni di persone. Molte di loro perderanno lavoro e stipendio per parecchio tempo: in quei paesi non è prevista cassa integrazione. Già, lo stipendio: nessun giornale ha pubblicato dati su quanto guadagnano i lavoratori della Nike o quelli della Reebok; nessuno quanto guadagnano i contadini che si spezzano in due per coltivare il riso e nessuno quanto è il salario dei lavoratori del turismo o con quanto riescono a vivere le migliaia di pescatori che sono affogati con i loro figli nelle squallide baracche vicine al mare che tutti i turisti giudicano «caratteristiche» e fotografano in abbondanza per far vedere al ritorno agli amici come sono poveri, ma felici gli abitanti.
Purtroppo nessuno è felice e la povertà e lo sfruttamento di quelle persone è dimenticata a maggior gloria di vacanze mordi e fuggi. L'altra faccia del sottosviluppo è proprio in questa apparenza: tra un ambiente indimenticabile per noi occidentali e la solitudine e la povertà degli abitanti. Una cifra da sola ne da la dimensione: gli undici paesi colpiti dalla catastrofe assommano - secondo i dati della Banca mondiale - oltre 350 miliardi di dollari di debiti. L'Indonesia da sola è indebitata per 131 miliardi, l'India per 83, la Thailandia per oltre 58. Il debito costa molto per interessi altissimi che l'occidente pretende da paesi che non hanno un rating affidabile. E così questi paesi sono costretti a dedicare al servizio del debito larga parte delle proprie esportazioni (che costano poco, perché il lavoro costa poco) sottraendo risorse allo sviluppo, alla spesa sociale in assenza della quale milioni di bambini muoiono ogni anno di fame e di malattie.
Ieri il cancelliere Schröder in un impeto di generosità dettata forse dalle centina di tedeschi che ancora mancano all'appello, ha annunciato l'intenzione di proporre al Club di Parigi, l'associazione dei paesi che hanno indebitato tutto il terzo mondo, una moratoria sul debito di Indonesia e Somalia. Come dire «il resto di niente»: questi paesi ora non sono in grado di restituire neppure una lira.
Forse la soluzione sarebbe quella Argentina: il paese latino americano è uscito da una crisi nera dichiarando fallimento, svalutando la propria moneta e ricontrattando il proprio debito di poco superiore a quello dell'Indonesia. Una soluzione estrema e, forse, poco adatta a questi paesi con un livello di sviluppo decisamente inferiore a quello argentino. Trovare soluzioni più «generose» è possibile. La prima è che i paesi «ricchi» rinuncino ai propri crediti ufficiali. Niente moratoria, quindi, ma cancellazione. Certo le cifre non sono grandi - almeno per l'Italia - ma il gesto sarebbe significativo e in parte compenserebbe lo sfruttamento attuato perfino con gli aiuti allo sviluppo.
La seconda tappa non meno importante è che il Club di Parigi si facesse promotore di una rinegoziazione che coinvolga tutti i debiti privati per abbassare in primo luogo i tassi di interesse e liberare risorse per lo sviluppo. Una soluzione dolorosa, per chi fa del denaro la merce più preziosa, ma necessaria più dell'acqua.
www.ilmanifesto.it/
Prodi risponde a Berlusconi: "Ci attacca perché è incapace"
REDAZIONE
"Siamo scesi in campo per contrastare una sinistra che avrebbe trasformato l'Italia in uno stato autoritario, per fermare uomini che per cinquant'anni sono stati comunisti e che ora si definiscono post-comunisti o addirittura liberali e che hanno ammirazione per tutte le dittature, da Fidel Castro a Saddam Hussein passando per la Cina".
Il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, durante la conferenza stampa di fine anno, ha descritto così i suoi avversari politici. Poi ha spiegato che la battaglia del centrodestra contro la Grande Alleanza Democratica è paragonabile ad una lotta "tra gli angeli e il demonio, tra il Cristo e l'anticristo". Un concetto un po' esagerato, ha confessato il Cavaliere, "ma che può aiutare a rendere l'idea".
Nella serata di ieri è arrivata la replica del leader del centrosinistra Romano Prodi, che ha bollato la "fanatica contrapposizione tra bene e male proposta da Berlusconi come "la caricatura di un Paese che ha problemi sempre più gravi e un Governo incapace di affrontarli".
"Non volendo riconoscere la propria inadeguatezza ci si inventa cinicamente come diversivo una contrapposizione in termini che sarebbero ridicoli se non fossero il segno davvero allarmante della volontà di ricercare artificiosamente una radicalizzazione nel tentativo di occultare i guasti di una gestione negativa - ha osservato l'ex presidente del Consiglio - i cittadini italiani che misurano ogni giorno sulla propria pelle la reale portata dei problemi di Paese, meritano di meglio. Essi sanno che della loro soluzione noi ci faremo carico con serietà, competenza e determinazione, nell'interesse di tutti e non di alcuni, senza accampare scuse, e senza alimentare divisioni per ragioni scopertamente strumentali".
Secondo Prodi, insomma, "l'Italia ha bisogno di unità di intenti di concordia e di un governo che miri a unire e non a dividere".
www.centomovimenti.com/
L'Antitrust di Pera e Casini - di Carlo Rognoni
Che dire? Con la nomina di Pilati e di Guazzaloca all’Antitrust abbiamo toccato il fondo! Ancora una volta. E peggio che mai. Se finora è stato il governo a propinarci decisioni vergognosamente di parte, sempre nell’interesse di uno, il premier, e dei suoi amici che hanno conti aperti con la giustizia, adesso ci sono di mezzo due altissime cariche istituzionali, i presidenti della Camera e del Senato. E l’amarezza e la rabbia sono ancora più forti. Pera e Casini si sono prestati e nominare due membri dell’Autorità antitrust, per fare “un favore a un amico”, non per dimostrare come si possa in certi casi delicati e importanti per il buon funzionamento della democrazia dar prova di correttezza, equilibrio, senso di responsabilità istituzionale.
Non so se Pera e Casini si rendano conto che con le nomine fatte hanno dato un colpo durissimo alla credibilità di istituzioni create apposta per essere indipendenti dal potere politico. Se anche le prossimi nomine dovessero andare nella stessa direzione, il risultato sarebbe devastante: verrebbe svuotata del tutto l’autorevolezza delle Autorità “indipendenti” e verrebbe messa seriamente in discussione la loro stessa ragion d’essere.
Personalmente non ho mai dubitato che Pera si acconciasse a nominare Pilati – l’uomo che pur facendo parte dell’Autorità di garanzia delle comunicazioni ha dato una mano decisiva alla formulazione delle parti più rilevanti della legge Gasparri. Almeno così si dice e così ammettono alcuni suoi amici di Forza Italia. Il governo Berlusconi doveva dimostragli riconoscenza! E dopo sette anni di Agcom che cosa di meglio di altri sette anni all’Antitrust?
Ma Pilati sarà un commissario competente, quando parla di televisione e di telecomunicazioni, sa di che parla, conosce il mercato. Lo conosce così bene da essere stato scelto proprio da Berlusconi.
E Guazzaloca? Di cosa è competente? Del mercato delle carni, del commercio al dettaglio? Per me – se penso alle competenze che la stessa legge istitutiva dell’Autorità prevede - la nomina dell’ex sindaco di Bologna è ancora più incomprensibile. Si può spiegare solo con la grande amicizia che – dicono – lo lega al presidente della Camera. Mi domando e domando al presidente Casini: era proprio necessario premiare l’amicizia in questo modo? Lei che ha fatto un punto di onore presiedere la Camera con equilibrio, lei che ha dimostrato in più occasioni di sforzarsi di essere al di sopra delle parti, doveva proprio cadere così con un goffo scivolone istituzionale?
da www.articolo21.com
Bush, Bin Laden e il Petrolio (III)
Sbancor - Geopolitica 31.12.2004
Dai finanziatori agli operativi. Dall'Arabia Saudita al Pakistan: sulle tracce di Bin Laden.
Il reddito procapite nell’Arabia Saudita è passato dai 28.600 dollari del 1981 ai 6.800 del 2001. Nel 1981 era ancora in corso la guerra fra Iraq ed Iran che ha tenuto per anni alto il prezzo del petrolio. Il 9/11 2001 avviene l’attacco alle “Twin Towers”. L’Arabia Saudita subito dopo l’11 settembre invia negli USA oltre 9 milioni di barili di petrolio, scongiurando un inflazione devastante sui prezzi delle merci americane. Nel 2003 il P.I.L. dell’Arabia Saudita è cresciuto del 7,2%. E anche per il 2004 ed il 2005 si prevedono incrementi del P.I.L. superiori al 6%
L’alleato saudita paga ed è pagato. Chi paga e chi è pagato? “That is the question”.
Esiste una sezione speciale della CIA. Si chiama Illicit Transactions Group (ITG). Cerca di trovare i canali che finanziano i terroristi, ed Al Qaeda in particolare. In Bosnia nell’ottobre del 2001 le force della Nato fanno un irruzione dell’Alta Commissione Saudita per gli Aiuti in Bosnia, fondata dal Principe Salman. Trovano foto degli attentati alle ambasciate USA in Kenia e Tanziana, prima e dopo il bombardamento, trovano foto del Word Trade Center e dell’incrociatore “Cole”, affondato da un commando di Al Qaeda . Ma c’è di più: 130.000 $ sono stati versati da Haifa moglie dell’ambasciatore saudita negli U.S.A, Principe Bandar, a due degli attentatori delle “Twin Towers”. altri 100.000 $ sarebbero stati versati secondo il "Times of India" direttamente dal generale capo dell'I.S.I., il servizio segreto pakistano a Mohammed Atta. Il generale stava a Washington durante l'11 settembre e si incontò con alti esponenti dell'Amministrazione Bush. Fra cui Richard Armitage. Il Generale ora è in pensione. Presumibilmente i suoi conti in banca no.
Tutte le indagini concernenti il flusso di fondi che portano ad Al Qaeda sono state bloccate. Ahmed Idris Nasreddin e Youssef M. Nada, indicati dopo l’11 settembre come due delle principali fonti finanziarie di Al Qaeda sono ancora a piede libero. Nada possiede ancora un albergo a Milano. Tutte le indagini sulle fonti finanziarie del terrorismo indicano un unico grande “sponsor”: la “famiglia Saud”. Ma questo non sembra interessare a nessuno, tranne che a Michael Moore.
La IIRO, controllata dal Gran Mufti di Riyadh, come la Muslim Word League ed altre centinaia di associazioni “caritatevoli” continuano a finanziare l’estremismo islamico in Bosnia, Kossovo, Checenia, Algeria, Sudan, Indonesia, Filippine, Thailandia Malesia ecc.
In Macedonia il fratello di Zawahiri, lo sceicco egiziano numero due di Al Qaeda ha agito indisturbato fino all’ 11 settembre. Guidava i ribelli di etnia albanese, mussulmani, sostenuti dal Kossovo Liberation Army (KLA). Ha avuto ospitalità in una base di una consociata della “Halliburton”.
A volte navigare su “Internet” non è solo piacevole. Ma anche interessante. E’ così che ho scoperto www.saag.org un sito legato all’”intelligence” dell’India.
Ora gli indiani il problema del “fondamentalismo islamico”, come dire, ce l’hanno. In casa ed alle frontiere. E a volte sembrano decisamente sconcertati dal comportamento degli Americani. Come quando gli USA si fanno scappare Osama da Tora Bora. A loro risulta che sia stato ospitato e curato in Pakistan da ex membri dell’I.S.I. (il servizio segreto pakistano). Agli Americani no.
Non solo, agli indiani risulta anche che il capo della banda di rapitori di alcuni ingegneri cinesi in Afghanistan sia Abdullah Mahsud, un capo talebano arrestato durante l’offensiva americana del 2001-2002, deportato a Guantanamo e poi rilasciato. Attualmente è operativo nell’area del Sud Waziristan.
Ma ciò che manda decisamente “ai matti” i poveri indiani è la questione delle cassette audio e video di Osama. Si tratta di ben 30 messaggi, dal 9/11/2001 recapitati tutti alla sede di Al Jazeera ad Islamabad. Ora – dicono gli indiani - come è possibile che trenta invii fatti da persone che presumibilmente sono in contatto diretto con Osama Bin Laden , che non usa altra forma di comunicazione con il mondo esterno, non siano stati soggetti neanche ad una “intercettazione” da parte della CIA, dell’FBI o dei servizi segreti pakistani (ISI), che non trascurano, peraltro, di interrogare chiunque, per caso, entri nell’ambasciata indiana a Islamabad?
Gli indiani si ritengono parte importante, e non a torto, della “guerra al terrorismo islamico”. Ma sono assolutamente sconcertati dal comportamento degli U.S.A.
I quali stanno chiudendo l’anno in bellezza con la fornitura di F/16 (che possono trasportare armi nucleari), batterie di missili anti tank e anti arereo, sistemi radar per la marina e batterie di modernissimi cannoni “Vulcan” proprio all’esercito pakistano del Gen. Musharraf.
(Continua)www.rekombinant.org
La tregua dopo il terremoto
Aceh, l'epicentro del sisma. Davanti alla tragedia anche la guerra si ferma
“Guardi qui, signore: solo tre pezzi di pesce sotto sale da dividere in dieci persone”. Mariani, una sopravvissuta indonesiana di Aceh, ha patito la fame per giorni. Ora deve accontentarsi di qualche boccone, sapendo di essere anche fortunata rispetto ad altri. “Le regole di razionamento infatti prevedono che un pesce basti per cinque persone e una tazza di riso per sette”, spiega l’imam Ismail, 51 anni, ora addetto alla distribuzione del cibo nel campo profughi di Lhokseumawe, nel nord della provincia. “Come facciamo a sopravvivere, a non ammalarci mangiando così poco! E’ ridicolo!”, protesta Mariani. “Molti sono estremamente deboli, e se non mangiano si ammaleranno e moriranno nel giro di pochi giorni”, dice Sya'dan, una profuga di 30 anni. Abdullah, quarantenne responsabile del campo, spiega che il cibo disponibile basta per qualche migliaio di persone, mentre dai villaggi distrutti del distretto di Blang Mangat sono arrivati qui almeno 50 mila profughi, sistemati in ospedali, scuole, moschee, ma soprattutto in tendopoli.
Il rischio di epidemie di colera è altissimo, soprattutto a causa dell’acqua infettata dai cadaveri che giacciono ancora ovunque.
Forse 80 mila morti solo qui. La situazione nella provincia indonesiana di Aceh è forse la più drammatica nel catastrofico panorama del sud-est asiatico sconvolto dal maremoto. Michael Elmquist, coordinatore dell’ufficio umanitario dell’Onu in Indonesia, ha dichiarato ieri che “solo in Aceh (una provincia grande due volte la Sicilia e abitata da 4 milioni di persone, ndr) il numero dei morti alla fine potrà salire addirittura a ottantamila. Questo perché solo qui, contrariamente a tutti gli altri paesi colpiti, oltre al maremoto si è sentito il tremendo terremoto, il cui epicentro era a soli 150 chilometri al largo di queste coste. Secondo le informazioni in nostro possesso – ha detto Elmquist – solo nella cittadina di Meulaboh si contano 40 mila morti”.Meulaboh, povero centro costiero abitato da pescatori di religione musulmana, è il centro abitato più vicino all’epicentro del sisma. Qui lo squasso del terremoto ha raso a terra la città, e subito dopo, sulle macerie, si sono abbattute le mostruose onde anomale del maremoto.Onde che hanno trasformato anche Banda Aceh, la capitale provinciale, in una città fantasma, una distesa di fango e detriti di ogni genere. L’unico movimento è quello delle persone disperate che vagano in cerca dei loro cari e quello dei mezzi che portano via i cadaveri in sacchi di plastica arancione, che ancora giacciono a centinaia per le strade. Molti sono stati raccolti nella famosa moschea di Baitur Rahman.
Nella tragedia, una speranza di pace. La drammatica situazione di Aceh non può essere spiegata senza ricordare che quella provincia è un territorio di guerra su cui vige da due anni la legge marziale. Qui dal 1976, dopo la scoperta di enormi giacimenti di petrolio sfruttati oggi dalla Exxon-Mobil, il vecchio conflitto tra indipendentisti musulmani e governo indonesiano è riesploso con una violenza inaudita. Negli scontri tra le forze speciali di Jakarta e i guerriglieri del Movimento Aceh Libero, noto con la sigla ‘Gam’, sono morte ufficialmente 15 mila persone. Ma stime indipendenti parlano di decine di migliaia di morti, soprattutto tra i civili, vittime collaterali delle azioni militari dell’esercito contro i villaggi della zona controllata dai ribelli. Senza contare le esecuzioni di massa, i saccheggi, le torture e gli stupri perpetrati dai militari secondo molte organizzazioni umanitarie. Misfatti cresciuti a dismisura da quando, nel 2003, il governo ha proclamato la legge marziale affidando tutti i poteri locali all’esercito. Aceh, prima del terremoto, era un territorio isolato dal mondo, in cui nessuno straniero, nessun giornalista, nessun operatore umanitario poteva entrare senza uno speciale permesso delle autorità militari governative. Una situazione perdurata fino all’altro ieri, quando il governo ha accettato di consentire il libero accesso alla provincia dei soccorritori internazionali e della stampa straniera. Lo stesso giorno, Malik Mahmud, leader dei guerriglieri del Gam, ha proclamato una tregua unilaterale nei combattimenti per facilitare le operazioni di soccorso. Una tregua che sembra rispettata anche dalle forze di sicurezza governative. “Abbiamo smesso di dare la caccia ai ribelli”, ha detto il colonnello Ali Tarunajaya a un giornale locale. “Loro stanno cercando i loro familiari dispersi, esattamente come stiamo facendo noi militari. Stiamo piangendo tutti insieme”.
Molti si augurano che questa catastrofe naturale abbia almeno l’effetto di porre fine a questa guerra, dopo aver mostrato che di fronte alla natura non esistono più amici e nemici, ma solo uomini che piangono alla stessa maniera.
Enrico Piovesana www.peacereporter.net
Si parlava di povertà
Gli dicevo che avevo la sensazione che si fossero impoveriti tutti e lui, giustamente, mi faceva notare che la realtà sociale del paese da cui provengo dovrebbe proteggermi dal commuovermi troppo per le finanze dell'italiano medio.
Ho cercato di spiegarmi meglio ma, un po' perchè mentre parlavo al telefono salivo e scendevo dagli autobus e molto perchè io per prima non avevo le idee chiare, non sono riuscita a tradurre in parole la sensazione che avevo.
Rimane il fatto, però, che io vengo da un paese poverissimo eppure, qui in Italia, invece di essere colpita dall'agio generale (sicuramente superiore a quello a cui ormai sono abituata) sono inseguita da una costante sensazione di mancanza di quattrini.
E' quasi blasfemo, questo mio preoccuparmi per l'impoverimento dei ricchi, eppure questo è ciò che il mio convento passa in questi giorni. Non so che farci.
La vicinanza, innanzitutto: in Egitto, i poveri sono sempre "gli altri". In Italia vedo impoverita buona parte della gente che conosco e avverto una fatica e un pessimismo più profondi di quelli che ricordavo.
E le diverse aspettative: che Milano sia una città che spinge a una vita da pazzi non lo dico solo io, ma vedere accumularsi i debiti e le rate sulle spalle di gente che è arrivata al massimo della propria capacità di lavoro e che ritiene giusto potersi permettere un tenore di vita di pura e semplice borghese dignità fa un po' impressione: essere più povero di tuo padre e di tuo nonno lavorando il doppio vuol dire, semplicemente, che potrai dare ai tuoi figli meno di quanto sia stato dato a te. E non ne capisci il motivo, ti pare un'ingiustizia cosmica. Non hai nemmeno fatto nulla di male per meritartelo.
E ti ribelli, quindi, e ti indebiti.
Io la vedo diffusa, questa malattia.
Non so: un conto è essere poveri sapendo di esserlo (magari da sempre, da generazioni) e un conto è esserlo mentre una parte di te si ostina a considerarsi benestante.
Si è meno organizzati, non so come dire.
Tu sai che, da vecchio, non avrai i soldi per vivere. E non sei stato abbastanza previdente da mettere al mondo un mucchio di figli. E magari sei pure figlio unico, oppure non parli con i tuoi fratelli da dieci anni o, molto banalmente, non ti sei tenuta il marito che avevi e che, in paesi più poveri, non si molla nemmeno a cannonate, e invece tu eri un'occidentale fighissima e piena zeppa di libertà e cominci a sospettarlo solo ora, che tra un po' ti mancheranno pure gli occhi per piangere, ma in fondo ti rifiuti ancora di crederci fino in fondo.
In Egitto i poveri sono la stragrande maggioranza della popolazione. Miserrimi. Con un librettino che calcola la quota di pane che ti spetta ogni mese a prezzo politico, e senza quello hai proprio fame.
E senza scarpe, senza vestiti, analfabeti, con malattie a noi ignote.
Non c'è comparazione, non voglio bestemmiare.
Però, qui in Italia, sembra che l'unico povero sia tu e che lo sia per espiare una colpa, o perchè ti è toccata un'ingiustizia insensata.
Povero, poi: povero con la pelliccia e il telefonino e la macchina nuova. Ma povero perchè in rosso, alla mercè delle banche, di un lavoro che puoi perdere in un attimo o di uno stipendio con cui compri sempre meno. Precario, precarissimo, e pieno zeppo di desideri che poi, qui, sono bisogni. Magari giustamente, santo cielo.
I mie studenti egiziani usano per quaderno le vecchie agende e indossano camicie vecchie di dieci anni e pantaloni dignitosi e lisi, ma non si sognano minimamente di vergognarsene. Non sono soli.
Qui è diverso, qui non puoi.
C'è una cosa che non smette mai di colpirmi: se io entro in un supermercato affamata, in Egitto, ne esco con la stessa spesa che avrei acquistato andandoci satolla. Se mi vendono melanzane, farina e scatolette, solo quello posso comprare. Che sia in vena di sfizi o no.
In Italia sembrano il paese delle meraviglie, i supermercati (e gli autogrill, le panetterie, i negozi più banali) e se non stai attenta ci lasci un patrimonio, in cazzate che poi ti pentirai di aver comprato. Ti induce a reprimere desideri dalla mattina alla sera, l'Italia, o a soccombere ad essi e, piano piano, a rovinarti. Se non sei abbastanza forte economicamente, o abbastanza protetto, abbastanza garantito.
Se sei una donna sola, per esempio. O, peggio, con figli.
Se sei un anziano.
Se sei uno a stipendio fisso che l'euro lo nota in uscita ma non in entrata.
Se sei un prof di scuola, banalmente, o una prof senza un marito che le finanzi il lusso di insegnare.
Se sei uno di questi, vivi in un paese in festa che non ti lascia entrare. Il Piccolo Fiammiferaio, sei, e certo è amareggiante.
E poi è umiliante e non lo dici manco a te stesso, appunto. E ti indebiti. Appunto.
I nuovi poveri non vivono una condizione condivisa, mancano di ciò che una volta si chiamava coscienza di classe. Credo.
Mi ricordano piuttosto i sieropositivi di un tempo, a dirla tutta: sieropositivi economici, con un segreto da non dare in pasto a un mondo cattivo.
Eppure sono una legione, a voler guardare bene. Come i sieropositivi, appunto.
Deve essere la questione della condivisione dei problemi e dei bisogni, ciò che mi turba: se in Egitto mi pare di assistere all'epopea drammatica di un paziente popolo di descamisados in gallabiya, qui mi sento in un alveare zeppo di piccole storie che iniziano bene e finiscono malissimo, col finale più triste che c'è.
Ma poi che vuol dire, "qui". La mia Italia di riferimento è Milano e forse il campione è poco rappresentativo. E' un'Italia certo un po' estrema, Milano.
Spero www.ilcircolo.net/lia/
Berlusconi prima da le risposte e poi si fa le domande
di A.Cardulli, redazione di AprileOnLine
Dopo centotrenta minuti di affabile colloquio fra Berlusconi e i giornalisti si pensava che si svolgesse la vera conferenza stampa del presidente del Consiglio. Niente. La conferenza stampa era finita. I giornalisti avevano dato il meglio, più di così non sanno fare. Evidentemente si sono talmente disabituati ad esercitare davvero questa professione che non riescono neppure a porre domande relative ai fatti che stanno accadendo. Pensate una fra le domande più “ insidiose” è stata la seguente: “ Presidente, il Capo dello Stato ha invitato le forze politiche al dialogo, Lei ha detto che è sempre stato disponibile a colloquiare con l’opposizione. Allora perché non c’è dialogo?” E Berlusconi: ” Certo, è come dice lei, io sono disponile ma è colpa dell’opposizione. Ogni cosa che faccio mi attaccano, votano sempre contro, io faccio il bene dei cittadini, loro mi insultano. Ancora due esempi riguardano i due più grandi quotidiani italiani. Chiede la giornalista del Corriere se intende candidarsi per diventare capo dello Stato e il giornalista di Repubblica domanda se intende vendere Mediaste. Domande davvero “ perfide”. Non parliamo di Pionati ed altri noti. Ci fosse stato uno che abbia chiesto qualcosa in merito in merito alla cosiddetta riforma della giustizia, alle precise richieste avanzate dal Capo dello Stato perché si torni al pieno rispetto dell’autonomia e della indipendenza della magistratura. Oppure un qualche riferimento ad altre leggi vergogna, al salva Previti, alla distribuzione di poltrone di viceministri e sottosegretari, alle bugie raccontate quando ha detto che Francia, Germania e Inghilterra erano d’accordo per far fuori il patto di stabilità, al fatto che ci sono stati scioperi generali contro la finanziaria. Niente.
Giornalisti muti, con il bavaglio alla bocca. La giornalisti dell’Unità ha preferito il terreno dell’ironia, ricordando le sparizioni del premier per rifarsi il trucco, il lifting, i capelli. E lui gongolante ha detto che “dal momento che posso, mi faccio ringiovanire perché dentro di me mi sento un quarantenne. I capelli crescono, vanno bene”. La collega del Mattino ha posto domade sulla legge elettorale e sulla par condicio. Si è aperto l’argine ed il fiume ha tracimato: i cittadini sbagliano spesso quando votano, io sono per facilitare le operazioni perché sono un liberale. Perciò intanto facciamo una modifica “tecnica”, aboliamo una scheda. Per la par condicio meglio definirla “impar condicio, legge bavaglio, legge liberticida. Io sono un liberale, ognuno si faccia la sua campagna, con i mezzi che ha. Io sono un liberale e anche queste saranno riforme epocali”. Una giornalista del Tg 3 osa ricordare alcuni dati relativi al caro vita resi noti da Intesa consumatori. Si calcola che in un anno i bilanci famigliari saranno gravati di 1176 euro in più a fronte di una miseria di riduzione delle tasse. Berlusconi fa una lezione di economia: qui conti sono “ politici” e non rispondo, tutti gli economisti dicono che per la crescita e lo sviluppo bisogna dare più soldi ai più ricchi perché sono loro che spendono. Il presidente economista non lo avevamo ancora conosciuto.
Tutto qui: lo stesso presidente mentre rispondeva a domande, fatte da giornalisti con la schiena prona, quasi inginocchiati, si faceva lui delle domande e si dava risposte. Ha detto che la riforma della giustizia è fatta sorvolando sul fatto che la legge è stata rimandata alle Camere da Ciampi, che la riforma della scuola ce la invidiano tutti, che i risparmiatori possono attendere, che lui e Bush sono sempre più amici, che lui da tanti consigli a Bush, che lui è stato più bravo della Thatcher, perché nella prima legislatura non fece riforme, che lui lavora sempre, che quando esce da Palazzo Chigi fa il giro degli uffici per controllare che le luci siano spente, che per tre giorni a settimana, dopo mezzanotte, si vede con Gianni Letta (battutaccia della platea, ndr) per riguardare le leggi, che l’85% della stampa è contro di lui a partire dalle televisioni, che lui non ha mai telefonato ad alcun giornalista di Mediaste, che la sua famiglia ogni anno destina circa dieci miliardi di lire a beneficenza e che, da ora, ne darà notizia ai giornali, che ci vorrebbe una leggina ad personam per farlo rimanere presidente del Milan (chissà che qualcuno dei suoi non ci abbia già pensato). E tante altre amenità ingerite dai giornalisti, si fa per dire, come se fossero fresche acque di fonte. Quando uno del branco gli ha chiesto quale sarà il punto centrale della sua campagna elettorale dopo i grandi risultati ottenuti con la riduzione delle tasse, non ha retto più. “ Giù le tasse, su i valori”: questo lo slogan ed i valori sono quelli per i quali “scese in campo”. Bisogna combattere “il male, non volevamo che dei comunisti prendessero il potere, loro sono attratti da tutte le dittature, sono sempre comunisti, portano miseria, terrore, morte, per questo mi trovo bene con Bush. Non dico gli angeli contro i diavoli, i cristiani contro gli anticristiani, ma ci siamo vicino”.
Questo è il vero Berlusconi. Aggiungiamo la gaffe iniziale quando ha “dovuto” ricordare la tragedia che ha colpito milioni di persone, le decine di migliaia di morti. Ha dovuto, non ne poteva fare a meno ma ha voluto ricordare che il governo italiano è stato più bravo di tutti gli altri, ha già risolto ogni problema in quei martoriati paesi. E poi la gaffe, anzi non una sola ma due. A fronte di avvenimenti che hanno sconvolto il mondo continua a def inire la sua politica “epocale”, senza neppure avere il senso del ridicolo. Non solo: esprime dolore perché questi avvenimenti rendono “ viziata” la conferenza stampa, tanto da impedirci di gioire per un anno di governo. Ripetiamo: questo è il vero Berlusconi. Ma lo sanno i dirigenti della Gad e della Fed? Ha detto Violante che c’è pericolo di una “Repubblica maggioritaria”. Lui dice così perché è buono d’animo. Noi preferiamo dire che abbiamo assistito ad una conferenza stampa di un regime che mette in soffitta le regole democratiche.
Antitrust : nomine criticate a Guazzaloca e a Pilati
di red
Le loro nomine hanno scatenato le polemiche. Giorgio Guazzaloca e Antonio Pilati sono i due nuovi membri dell'Autorita' per la concorrenza, nominati dai presidenti di Camera e Senato, Pierferdinando Casini e Marcello Pera, a copertura di due posti da tempo vacanti.
Guazzaloca e' un imprenditore nel settore alimentare ed ex sindaco di Bologna, Pilati e' gia' membro dell'Autorita' per le Comunicazioni, ma il passato e le amicizie dei due nuovi commissari generano dubbi sul ruolo di garanzia che dovrebbero ricoprire.
Infatti l'appartenenza a Forza Italia del primo e la parte avuta dal secondo nella progettazione della legge Gasparri per la radiotelevisione non ne fanno, a detta dell'opposizione e dei critici, i migliori guardiani della corretta concorrenza del mercato e i piu' attenti vigilanti sulle posizioni dominanti.
Inoltre l'organismo dovrebbe avere una parte nell'applicazione della gia' debole legge sui conflitti d'interesse, per la quale le posizioni personali e politiche dei due nuovi membri non sembrano offrire adeguate garanzie.
L'Antitrust non ha comunque ancora un candidato presidente, ruolo che tradizionalmente dovrebbe andare all'opposizione. Fra i papabili Mario Monti, economista e gia' commissario europeo alla concorrenza molto apprezzato in Europa ma che diede in quella veste molto filo da torcere al governo Berlusconi.
by www.osservatoriosullalegalita.org
Romania: al via il nuovo governo
scrive Mihaela Iordache
Dopo elezioni politiche e presidenziali che hanno messo in mostra una Romania profondamente divisa nasce il nuovo esecutivo. Molti i volti nuovi: tra questi giovani e uomini d’affari.
Il primo ministro Calin Popescu Tariceanu Romania, si cambia. A governare il Paese è ora un governo di centro-destra che è andato a sostituire quello dei social-democratici . I risultati delle elezioni politiche del 28 novembre hanno messo in mostra una Romania divisa. Lo ha dichiarato anche il presidente del Partito social-democratico, Adrian Nastase, al governo negli ultimi 4 anni e ora sulle sedie dell’opposizione nel Parlamento: “Si può affermare vi siano due Romanie”.
Da una parte vi sarebbero infatti gli elettori delle grandi città, giovani e intellettuali, che hanno dato il loro voto alla coalizione di centro-destra “Giustizia e Verità” tra i liberali e i democratici e dall’altra la gente del ceto medio rurale che hanno indirizzato le loro preferenze verso i social-democratici.
Dopo la tornata elettorale nessuna delle due coalizioni aveva però raggiunto una maggioranza tale da poter governare e non è stato facile per liberali e democratici riuscire a cooptare altri partiti al governo.
Alla fine, dopo negoziati serrati, la Romania ha finalmente un governo di cui fanno parte 4 partiti e con un liberale, Calin Popescu Tariceanu (52 anni), sulla poltrona di primo ministro.
Un governo quindi di coalizione tra i liberali del primo ministro, i democratici del presidente dello stato, Traian Basescu, i magiari di Romania (UDMR) di Marko Bela e gli umanisti (PUR), pronti a cambiare cavallo essendosi alleati, durante la campagna elettorale, con i social-democratici.
Per la prima volta dopo la Rivoluzione dell’89 la Romania si ritrova un primo ministro liberale. Ciononostante la formula di governo sembra cambiata solo poco rispetto a quella che ha caratterizzato il periodo che va dal 1996-2000. Infatti in quel periodo a governare il Paese sono stati gli stessi liberali, i democratici, i magiari di Romania e il Partito dei contadini (PNTCD). Ora il Partito dei contadini non è più riuscito ad accedere in Parlamento ed il nuovo partner di coalizione sono gli umanisti (PUR).
L’esecutivo è formato da 24 membri: 10 ministri molto giovani, tra i 30 ed i 40 anni, e molti uomini d’affari. “Credo che sia un’équipe che ha la chance di ristabilire la fiducia negli uomini politici. Questo governo rappresenta un abbinamento tra uomini d’affari e funzionari che hanno dimostrato competenza in passato” ha dichiarato il capo dello stato, Traian Basescu.
Una parte dei membri dei membri dell’esecutivo sono volti nuovi, giovani che finora si sono dedicati alla propria professione. Tra questi c’è ad esempio il ministro degli esteri, Mihai Razvan Ungureanu, 36 anni, ex inviato speciale del coordinatore del Patto di Stabilità per i Balcani, il ministro dell’economia e del commercio Ioan Codrut Seres (35 anni), o il ministro delle finanze, ex giornalista economico, Ionut Poescu (40 anni).
Nel governo di Tariceanu sono presenti anche molti uomini d’affari. Il premier stesso, tra l’altro, è l’ex importatore in Romania della marca di automobili Citroen. Tra i ministri benestanti (che non sfuggono dai vari scandali d’affari degli ultimi anni) c’è George Copos (51 anni) rappresentante del Partito Umanista (PUR) che ricoprirà il ruolo di vicepremier e si occuperà di piccole e medie imprese. La sua fortuna personale ammonterebbe a circa 170 milioni di dollari. Poi vi è Adrian Videanu, 42 anni e 30 milioni di $, anche lui vicepremier e si occuperà delle attività economiche. Il terzo posto di vicepremier è andato a Marko Bela (presidente dell’Unione Democratica dei Magiari di Romania) che si occuperà di educazione e dell’adesione all’UE.
Nell’esecutivo sono presenti anche tre donne. Mona Musca (liberale) ricoprirà il ruolo di ministro per la cultura, Sulfina Barbu (Partito democratico) s’occuperà di ambiente mentre Monica Macovei, avvocato di fama soprattutto conosciuta per essersi occupata di molte cause riguardanti la restituzione dei beni confiscati durante il comunismo e esponente della società civile, entra da indipendente a ricoprire l’incarico di ministro della giustizia.
Il governo ha presentato anche una lunga lista dei propri obiettivi. Il primo rimane senza dubbio l’adesione della Romania all’UE, prevista per il 1 gennaio 2007.
“Il primo governo romeno dopo la post-transizione”, come lo ha definito il premier Tariceanu, si trova ad affrontare una corruzione dilagante, ingenti riforme, tra le quali anche quella di un fisco definito “troppo pesante”. Per questo ultimo obiettivo si sono già fatti i primi passi: alla sua prima riunione l’esecutivo ha approvato l’introduzione di un’aliquota unica del 16% per l’imposta sul profitto e sui redditi. Un provvedimento varato con la massima priorità proprio perché il governo ha voluto subito dimostrare di mantenere le proprie promesse elettorali.
Se i dipendenti pagavano allo stato finora un’imposta sui redditi tra il 18 ed il 40% ed i padroni del 25%, ora tutti pagheranno una percentuale uguale: 16%. Più lo stipendio é grande più chi lo riceve trarrà profitto da questa nuova disposizione. Gli specialisti considerano che l’introduzione dell’aliquota unica del 16% dev’essere completata, per non ricadere drammaticamente sulle casse dello Stato, da un forte controllo fiscale e da misure contro l’evasione fiscale. Solo a queste condizioni potrebbe inoltre avere come effetto una diminuzione dell’economia sotterranea e del lavoro nero.
Il nuovo ministro delle finanze, Ionut Popescu, ha precisato che il nuovo piano fiscale porterà 3,4 miliardi di euro in investimenti stranieri nel 2005. Nei piani del nuovo governo c’è anche la modifica del Codice del lavoro. Le misure previste daranno più potere agli imprenditori per “poter prendere decisioni legate alla crescita dell’efficienza economica”. Ciò non soddisfa però i sindacati.
Davanti al Parlamento di Bucarest riunitosi i giorni scorsi per dare la fiducia al nuovo governo il primo ministro Calin Popescu Tariceanu ha ribadito che tra le priorità dell’esecutivo vi saranno il consolidamento della democrazia, la diminuzione del ruolo dello Stato nell’economia, più garanzie per la libertà individuale, più sicurezza per il cittadino, lo sviluppo delle aziende private, la restituzione integrale della proprietà privata confiscata dal regime comunista.
Il governo si è impegnato inoltre a portare la Romania nell’UE, ridurre la povertà, lottare contro la corruzione e rispettare i diritti delle minoranze. Per i diritti delle minoranze, in particolare per quella magiara, a garanzia vi sarebbe la partecipazione dell’UDMR (L’Unione dei Magiari di Romania) al governo. I ministri dell’UDMR sono interessati sopratutto ad assicurare l’educazione nella lingua materna e l’ autonomia amministrativa nelle contee di Harghita e Covasna, in Transilvania, dove vivono molti magiari.
Per poter portare a buon fine gli ambiziosi obiettivi economici il governo Tariceanu avrà bisogno di un solido appoggio parlamentare. Cosa non certo scontata visto che l’opposizione formata dai social-democratici (37%) e dal partito Romania Grande (Romania Mare) dell’ultranazionalista Corneliu Vadim Tudor è molto forte. Inoltre sarà possibile andare avanti senza rischiare le elezioni anticipate (già da più parti invocate) se il Partito umanista romeno rimarrà fedelmente a fianco della coalizione di governo insieme quindi ai liberali, ai democratici ed ai rappresentanti dei magiari di Romania.
www.osservatoriobalcani.org/
Un Primo Ministro col Kalashnikov
di Renate Flottau da Global Research
Ramush Haradinaj, criminale di guerra sostenuto dagli USA, è appena divenuto Primo Ministro del Kosovo. Pare, però, che il suo mandato sarà breve: sia il tribunale per i crimini di guerra de L’Aja che il governo serbo gli stanno col fiato sul collo.
Il 3 dicembre l’ex comandante del Kosovo Liberation Army, Ramush Haradinaj, è diventato primo ministro del Kosovo occupato.
Haradinaj è tuttora accusato di aver assassinato 67 serbi e di aver ordinato l’uccisione di altri 267. Ma non importa, due settimane fa è diventato primo ministro del Kosovo. Tuttavia, sembra che il suo mandato sarà breve, poiché sia il tribunale per i crimini di guerra de L’Aja che i serbi gli stanno col fiato sul collo.
[Nota dell’autore: il KLA non è mai stato perseguito per crimini di guerra dall’ICTY (tribunale penale internazionale) ed è improbabile che un tribunale illegale come quello de L’Aja proceda ulteriormente]
Haradinaj è un uomo che si è fatto conoscere per la sua abilità nel combattere corpo a corpo e nel maneggiare un Kalashnikov. Tra i suoi aveva fama di comandante di ferro ribelle durante la guerra nella campagna meridionale della Serbia.
Nel 1999, la forza internazionale per il mantenimento della pace nel Kosovo, il KFOR, prese il comando. Ramush Haradinaj, fino ad allora comandante del KLA, si spogliò della sua immagine di guerrigliero, cambiò la sua uniforme con vestiti su misura e cravatte realizzate da stilisti famosi, fondò un suo partito e, seduto comodamente su una pesante poltrona di pelle di colore verde scuro, annunciò: “Sarò il presidente o il primo ministro del Kosovo, perché rappresento la speranza e il futuro del mio popolo”. L’ affermazione di Haradinaj è divenuta realtà il 3 dicembre, quando a 36 anni è diventato primo ministro della travagliata provincia.
La sua ‘Alleanza per il Futuro del Kosovo ’, che alle elezioni di ottobre è emerso come il terzo partito del parlamento kosovaro, [ottenendo solo l’8 % dei voti] è entrato a far parte della coalizione di governo con la Lega Democratica – il partito del presidente kosovaro Ibrahim Rugova.
La faida tra i partiti politici in Kosovo
Secondo quanto si dice, una delle ragioni più valide che ha spinto Rugosa all’alleanza ha a che vedere con la sicurezza. Si tratta di una coalizione improbabile, specialmente se si considera i rapporti, risaputamene tesi, tra lui e Haradinaj.
Si dice che sin dalla fine della guerra in Kosovo, siano stati commessi più di 70 omicidi in tre regioni della provincia: Decani, Klina e Pec. Tutti questi casi sono stati collegati a una sanguinosa faida politica tra le due parti, considerato che la maggior parte delle vittime erano membri dei partiti di Haradinaj e di Rugosa. Nel 2002, una corte ha condannato il fratello di Haradinaj, Daut, a cinque anni di prigione per il suo presunto ruolo nell’omicidio di quattro albanesi sostenitori di Rugova.
Tuttavia, la reputazione sanguinaria del nuovo capo di stato kosovaro, un tempo volontario dell’Esercito del Popolo Jugoslavo, non è limitata alla potenza dei suoi pugni e alle sue occasionali minacce di spogliare i suoi avversari, legarli a dei pali e trascinarli per le strade della capitale kosovara, Pristina.
Il tribunale per i crimini di guerra de L’Aja ha indagato sui crimini di guerra presumibilmente commessi dal KLA. In novembre, Haradinaj, chiamato “il Pugno di Dio” dai suoi sostenitori, ha passato due giorni a testimoniare davanti agli investigatori del tribunale di Pristina. Haradinaj stesso era oggetto di un’indagine per crimini di guerra da lui presumibilmente commessi nel 1998 e nel 1999.
Un primo ministro con le mani sporche di sangue
Belgrado dichiara di aver scoperto delle prove incriminanti contro Haradinaj. Secondo i rapporti dei media della capitale serba, il nuovo primo ministro kosovaro uccise 67 serbi e, in quanto comandante del KLA nella regione Decani, ordinò lo sterminio di altre 267 vittime. Il governo di Belgrado è indignato e, alla luce della nomina di Haradinaj alla carica di primo ministro, ha minacciato di boicottare ogni futuro dialogo con Pristina.
L’amministrazione delle Nazioni Unite non è impressionata. Il capo della Missione in Kosovo delle Nazioni Unite (UNMIK), Soeren Jessen-Petersen, ha obiettato alla richiesta del governo serbo di rimuovere Haradinaj dall’incarico. Secondo Jessen-Petersen, Haradinaj è stato eletto “legittimamente e democraticamente”.
Javier Solana, l’Alto Rappresentante dell’Unione Europea per la Politica Estera e la Sicurezza Comune, è leggermente irritatoil quale si è lamentato per la presenza di una “persona inconveniente” che complica inutilmente la situazione. Tuttavia, Haradinaj è certo dell’appoggio dell’ONU almeno finché continuerà a esprimere il suo sostegno per una futura decentralizzazione del Kosovo e finchè si impegnerà a intrattenere “relazioni di buon vicinato” con Belgrado, garantendo una società multi-etnica. L’ONU è stata inoltre tollerante verso la promessa di Haradinaj riguardo l’indipendenza del Kosovo nel 2006 e per la nomina, da parte sua, di alcuni ex comunisti in qualità di suoi consiglieri.
Nonostante tutto, molti credono che la durata in carica del nuovo primo ministro potrebbe finire con l’essere ancora più breve della sua precedente carriera di combattente ribelle. L’ambasciatore tedesco in Serbia, Kurt Leonberger, ha già avvertito che probabilmente Haradinaj si “arrenderà volontariamente, nonostante la sua posizione di primo ministro, appena verrà accusato dal tribunale de L’Aja”.
Il sostegno americano a Haradinaj
Una decisione riguardo l’accusa di Haradinaj sarà presa tra poco, ma l’indagine del tribunale svolgerà presumibilmente un ruolo assai minore rispetto a quello preannunciato. Gli americani hanno un chiaro interesse nel far si che Haradinaj sia loro partner nelle negoziazioni riguardo il futuro del Kosovo programmate per il prossimo anno: dietro le sbarre non sarebbe loro di alcun aiuto. Washington spera che il precedente ruolo svolto da Haradinaj nell’ala militante del KLA gli darà abbastanza credibilità per convincere i compagni kosovari della necessità di alcuni, seppur spiacevoli, compromessi.
Inoltre, l’albanese che, primo di sette figli, emigrò in Svizzera all’età di 21 anni, dove lavorò inizialmente come allenatore ginnico e poi come buttafuori di nightclub prima di entrare nel KLA in qualità di commerciante d’armi, è stato uno dei più fedeli alleati del governo americano fin dal bombardamento della Jugoslavia da parte della NATO.
La Casa Bianca lo scelse come leader dell’etnia albanese in Kosovo già pochi mesi dopo la fine della guerra. Il governo americano voleva che Haradinaj sostituisse l’ex membro combattente del KLA Hashim Thaci in qualità di partner per la negoziazione internazionale in Kosovo, dopo che Thaci era stato discreditato per il suo torbido passato.
Tuttavia, prima che ciò potesse accadere, il “Pugno di Dio” colpì ancora una volta. Nel maggio del 2000 si trovò coinvolto in un combattimento con le truppe KFOR russe. Poco tempo dopo, Haradinaj rimase seriamente ferito durante una battaglia armata con i serbi e venne trasportato all’ospedale militare americano di Landshut, in Germania.In apparenza Haradinaj è uscito da quell’incidente più spavaldo che mai.
La scorsa settimana ha annunciato di non avere alcuno scrupolo nel visitare Belgrado. I serbi sono stati rapidi nel provvedere ad ogni cosa. Haradinaj sarà più che benvenuto nella loro capitale: in effetti, hanno già pronto un mandato d’arresto.
Fonte: http://globalresearch.ca/articles/FLO412B.html
Traduzione di Loredana Stefanelli per Nuovi Mondi Media
Un “ripescato” all’Antitrust. Con il suggeritore...
di GIOVANNI COCCONI
Chissà come ci saranno rimasti Michele Grillo e Marco D’Alberti quando hanno letto sulle agenzie, mercoledì sera, i nomi di chi prenderà il loro posto all’Antitrust.
Guazzaloca Giorgio e Pilati Antonio. Sì, proprio quel Guazzaloca e quel Pilati.
Due nomi più popolari dei loro, e non per motivi più nobili.
Se fosse solo un confronto di curriculum la partita sarebbe troppo facile. Per Il- Sole24ore Grillo e D’Alberti sono «un economista e un giurista di primo livello», esperti di mercato e concorrenza.
Anche Guazzaloca non dev’essere stato un macellaio come tanti, se dalla bottega di famiglia si è arrampicato su su fino alla poltrona di presidente dell’associazione macellai di Bologna, poi a quella dei commercianti, per arrivare a fare – lui che odia il rosso – il sindaco della città più rossa d’Italia. E anche se alla prima occasione i bolognesi l’hanno rispedito in bottega, ora è arrivato il ripescaggio in una delle istituzioni più importanti del paese, l’Autorità per la garanzia della concorrenza e del mercato, quella che per la legge del ‘90 dovrebbe essere occupata non solo da «persone di notoria indipendenza » ma da scegliere tra magistrati di alto livello, professori ordinari di materie economiche o giuridiche o «personalità di alta e riconosciuta professionalità».
Se la professionalità di un macellaio si misura dalla sua capacità di riempire il negozio, “Guazza” certamente non si discute. Così come non è in discussione la professionalità di Antonio Pilati, l’altra new entry dell’Antitrust, che però professore non è. Per molti giornali è il direttore dell’Istituto di economia dei media della Fondazione Rosselli. Sbagliato.
Quella carica l’ha abbandonata sette anni fa, quando è diventato commissario dell’Autorità per la garanzia nelle comunicazioni, oggi in scadenza.
Ma anche la competenza non è sempre un alibi.
Il 22 luglio 2003 Europa fu il primo giornale a ipotizzare che ci fossero le sue idee (se non la sua mano) dietro la stesura della riforma Gasparri, la più amata dal Cavaliere. I suoi rapporti con il gruppo Fininvest (poi Mediaset) risale almeno alla metà degli anni ‘80 da quando, giovane direttore del settimanale Pubblicità domani, fu costretto a sloggiare per una consulenza troppo fitta con il Biscione. È solo nel ’91 (grazie all’intercessione di Giuliano Urbani) che Pilati dà vita allo Iem, l’Istituto di economia dei media che, irrobustito dalle committenze dell’azienda del Cavaliere, diventa il vero trampolino di lancio di una carriera lontana dall’accademia ma ricca di pubblicazioni anche importanti.
All’ipotesi che fosse lui il suggeritore occulto della Gasparri Pilati (sempre su Europa) si limitò a rispondere con tre punti di sospensione: «Io ho scritto qualcosa sul sistema televisivo: se qualcuno l’ha letto e poi ha fatto una legge…».
Suggeritore occulto o esperto a libro paga, Pilati non può essere considerato super partes. Se l’Autorità per le comunicazioni in questi anni si è dimostrata così pigra nell’intervenire sui danni del duopolio televisivo e le violazioni dei tetti pubblicitari, qualche merito lo hanno certamente anche la sua diplomazia e intelligenza.
Che ora sono state premiate.
Su Guazzaloca e Pilati anche il Corriere della Sera ha espresso i suoi dubbi: ieri ha accusato di «grave insensibilità» i presidenti di camera e senato, piloti delle nomine.
E mentre gli uscenti Grillo e D’Alberto torneranno alle amate aule universitarie (il primo alla Cattolica di Milano, l’altro alla Sapienza di Roma), l’Antitrust rischia di fare la fine di certi gloriosi galeoni abbandonati in fondo al mare. Muti e dimenticati. Non è un caso che pochi giorni fa lo stesso presidente uscente, Giuseppe Tesauro, abbia lanciato l’allarme sulla scarsità delle risorse destinate a far funzionare l’authority, forse colpevole di avere lavorato troppo bene e di avere dato qualche fastidio (soprattutto a Telecom).
Le ultime speranze sono appese alla nomina del nuovo presidente. Il nome in bocca a tutti è quello di Mario Monti, che ha svolto brillantemente il commissario antitrust in Europa. Ma, visti i precedenti, tutto lascia pensare che sia considerato troppo indipendente. Troppo super partes.www.europaquotidiano.it/
Contestualizzare il disastro
di Michey Z. da Counter Punch
Come può una persona capire la magnitudine, l’impatto e il contesto di un disastro che ha provocato più di 100.000 morti? Quasi come l’invasione dell’Iraq…
Il recente maremoto in Asia fa sorgere più domande che risposte.
Un'onda di domande. Cosa sapevano gli Stati Uniti? E quando l'hanno saputo? La vicenda legata allo tsunami fa sorgere molti interrogativi.
Questo è un inizio:
Qual è il contesto politico del disastro?
I racconti sullo tsunami asiatico generalmente ignorano il cruciale background storico di aree inquiete come Aceh e lo Sri Lanka… e "per i più" saranno sfruttati per un guadagno geo-politico. Senza l’adeguata contestualizzazione, la copertura è dolorosamente incompleta e irresponsabile. Oggi, Democracy Now ha scavato in profondità riguardo la situazione ad Aceh… la repressione militare, il ruolo di Exxon- Mobil e ora il maremoto/tsunami. fate qualche ricerca e lo vedrete da voi.
Gli Stati Uniti sono spilorci?
Anche se ci fidassimo delle stime di 1 miliardo di dollari che giungeranno dagli Stati Uniti, questo numero impallidirebbe a confronto con le decine di miliardi di dollari spesi in Iraq per assicurare al mondo il petrolio. Al momento in cui scrivo, gli Stati Uniti hanno speso una media di 9,5 miliardi di dollari all’ora nella guerra d’occupazione dell’Iraq. In generale, hanno speso 1 milione di dollari al minuto per la guerra e una parte considerevole di questo denaro contribuisce a creare la povertà nel Terzo mondo e l’incapacità di confrontarsi con disastri naturali.
Perché non c’è stato alcun avvertimento?
C’è stato un avvertimento. Ecco come, a Democracy Now!, le persone descrivono ciò che è accaduto: “Domenica, dopo pochi minuti dalla formazione dello tsunami, alcuni funzionari americani del Pacific Tsunami Warning Center nella Hawaii hanno iniziato a seguire i movimenti delle onde. Gli scienziati hanno dichiarato che non c’era nessuno da contattare per avvertire del possibile pericolo nella regione dell’Oceano Indiano. Unica eccezione: l’isola britannica di Diego Garcia che ospita una delle principali basi della marina americana. The Independent di Londra scrive che i funzionari americani delle Hawaii avvisarono Diego Garcia del possibile tsunami e l’isola non ha per questo subito grossi danni”.
Le regioni interessate avrebbero potuto fare qualcosa?
Sarebbe state aiutate se gli scienziati americani delle Hawaii non avessero inizialmente calcolato un maremoto con magnitudo di 8.0 (dieci volte inferiore rispetto a quello che si è verificato). “Visto che partiva da 8.0 abbiamo pensato che l’effetto si sarebbe limitato a Sumatrae e che sarebbe stato uno tsunami locale”, ha detto Charles McCreery, direttore del Pacific Tsunami Warning Center, “uno che colpisce le coste a minuti dell’evento”. Certo non dobbiamo dimenticare che i profitti superano di gran lunga il valore delle persone.
Un funzionario del dipartimento di meteorologia tailandese ha dichiarato al Guardian di Londra: non è stato dato un allarme adeguato. Se noi avessimo dato l’allarme e poi non fosse accaduto nulla, questo sarebbe stata la morte del turismo in quelle zone”.
Accadrà di nuovo? Può accadere qui?
Mentre sono seduto qui a New York con una falda che corre attraverso la 125 strada, ho solo bisogno di ricordare che 200 milioni di anni fa la terra era un unico, gigantesco continente.
Dove porterà questo disastro?
Il continente asiatico non è nuovo a eventi di questo genere. Un tornato nel 1942 in Bengal, India uccise 40.000 persone. Nel Bangladesh, nel 1970, un ciclone pose fine a 300.000 vite. Tornado indietro, nel 1556 830.000 persone morirono in un terremoto a Shaanxi, Cina. L’agosto del 1931 vide il fiume cinese Huang He straripare e uccidere 3.700.000 persone.
Poi ci sono i disastri provocati totalmente dall’uomo, il tornado Lyndon contribuì all’uccisione di circa 1.000.000 di persone in Indonesia nel 1965. I tornado Ike, Jack, Lyndon e Dick distrussero per decenni da un capo all’altro il sud est asiatico…con milioni e milioni di morti. Non possiamo dimenticare i tornado Gerald e Jimmy… responsabili di centinaia di migliaia di morti a Timor Est alla fine degli anni ’70. E la lista va avanti…
Cosa possiamo fare?
Se state cercando di immaginare un modo per dare un aiuto ma non volete che i soldi vengano risucchiati dalla burocrazia, potete aiutare l’area indonesiana di Aceh attraverso East Timor Action Network.
Un altro modo per fornire un aiuto (in una maniera meno concreta) è osservare la copertura mediatica della tragedia ed educare noi stessi a documentarci sugli eventi più in profondità. Più conoscenza abbiamo del mondo, più diventa difficile trattarci come stupidi. Dunque donate al link qui sopra, e poi educatevi, agitatevi e manifestate.
Qui, negli Stati Uniti, non possiamo onestamente dire che non siamo stati avvertiti…
Michey Z è autore di quattro libri, il più recente è The Seven Deadly Spins: Exposing the Lies behind War Propaganda (Common Courage Press). Può essere contattato all’indirizzo web: http://www.micheyz.ney
Fonte: http://www.counterpunch.org/mickey12292004.html
Traduzione a cura di Nuovi Mondi Media
Indonesia: l'esercito ostacola l'intervento umanitario
di redazione
L'Associazione per i Popoli Minacciati (APM) accusa il governo indonesiano di ostacolare gli aiuti umanitari alla popolazione civile nella regione di Aceh. La regione, che l'esercito indonesiano ha mantenuto ermeticamente isolata dal resto del mondo per anni, è stata resa accessibile alle organizzazioni internazionali solamente 5 giorni dopo la catastrofe, e anche le organizzazioni indonesiane hanno potuto accedere alla regione solo un giorno prima. Questa apertura tentennante mette a rischio la vita di decine di migliaia di sopravvissuti al maremoto. A differenza dell'India manca inoltre un efficace coordinamento delle misure di intervento
L'esercito indonesiano evidentemente non ha la volontà né la capacità di distribuire aiuti e acqua potabile alla popolazione, critica l'APM.
E' incredibile che cinque giorni dopo la catastrofe, il governo indonesiano non sia ancora in grado di fornire dati esatti sull'entità della distruzione sulle coste occidentali di Sumatra, particolarmente colpite dal maremoto. L'APM teme che un esercito, che fino a poco tempo fa intendeva internare la maggior parte della popolazione civile di Aceh in campi di prigionia e che è conosciuto per i suoi metodi brutali, non sia in grado o non abbia la volontà di portare aiuti umanitari efficaci.
L'Indonesia è sicuramente lo stato del sud-est asiatico maggiormente colpito dal maremoto. Finora ad Aceh sono state accertate 50.000 vittime, ma il numero rischia di aumentare a 80.000 visto che ampie parti della costa occidentale di Sumatra non sono ancora state raggiunte dalle truppe di aiuto dell'esercito indonesiano.
Dopo i primi voli di ricognizione si presume che almeno il 75% delle case sia stato distrutto e che il numero delle vittime sia enorme.
La Comunità Internazionale deve quindi sostenere maggiormente l'Indonesia nel coordinamento degli aiuti e deve spingere per una rapida ed efficace distribuzione di aiuti e acqua potabile.
Fonte: "Associazione per i Popoli Minacciati" (APM)
redazione@reporterassociati.org
dicembre 30 2004
E adesso ci dobbiamo sentire tutti asiatici
di Mimosa Martini
Lo sgomento davanti alla portata della tragedia che ha colpito il mondo alla vigilia dell’anno nuovo tende a frenare le polemiche, a spegnere moti di indignazione che non siano solo quelli di fronte all’ingiustizia di una simile catastrofe. Eppure… Eppure di fronte a quella quantità spropositata di cadaveri gonfi d’annegamento, davanti alle spianate delle vedute aeree di zone dove la vita, le case, le persone le colmavano fino a pochi minuti prima dell’onda e alle grida mute che ci trasmettono le foto rimbalzate da laggiù, è emersa una evidente sproporzione.
L’ha messa in risalto Vincenzo Vasile sulle pagine dell’Unità e potrà sembrare inadeguato riprendere il discorso ora che – è ufficiale – ci sono almeno 600 italiani dispersi nel disastro asiatico, ed è un stima che tende ad indorare la pillola. Ma qui non si tratta di buona o cattiva educazione, di opportunità o buon gusto. Si tratta di informazione, quella che deve onestamente sforzarsi di dare il giusto peso e la giusta misura alla notizia. La grande stampa italiana, rileva Vasile, ha messo in risalto i tredici (quattordici, poi quindici, poi sedici) morti italiani accertati, lasciando in secondo piano, in ombra quasi, la quantità di vittime locali. Così non è stato nel resto d’Europa dove i giornali hanno sempre messo in primo piano l’entità del disastro, trascurando si può dire le “proprie” vittime.
La morte, allora, in Italia, non è una livella? Ma qui non si tratta, appunto, di disquisire se per gli italiani valgono più le vittime nazionali delle altre, si tratta solamente di collocare la notizia nel contesto. Solamente. Ed è un contesto diverso dalle solite beghe di campanile, ben più ampio, non solo geograficamente. Perché laggiù, con il dolore della perdita, ci sarà da affrontare la sopravvivenza alle malattie. Poi al tracollo sociale ed economico.
Insieme alle foto, i tanti scatti che ritraggono il dolore, immenso, privato e pubblico di chi ha perso figli, parenti, amici, casa, negozio, villaggio, paese, tutto e non ha dove andare, ci sono quelle che documentano spietatamente la morte: sono le immagini dei cadaveri, quelle senza falsi pudori, appese alle pareti per permettere ai parenti di riconoscere qualcuno nonostante i tratti deformati dall’acqua. E quelle dei “missing” che li ritraggono magari con il sorriso, o con il gatto di casa o sotto una palma prima di sparire nel ventre dello Tsunami.
Mi ricordano le foto di altri “missing “, quelli delle Torri Gemelle di New York che non sono mai più apparsi (2.752 morti), e il carico di dolore che si nascondeva dietro alla speranza di chi attaccava quelle foto sui muri della città. Allora ci dichiarammo tutti americani. Potremmo sentirci tutti asiatici, anche se questa volta non è colpa di Bin Laden.
www.articolo21.com
Che fine ha fatto il TgUno delle 13.30?
di redazione
30 Dec 2004
Berlusconi, Gad: che fine ha fatto il Tg1 delle 13:30?
Roma - 30 Dicembre 2004 -- ''Che fine ha fatto il Tg1 delle 13 e 30? Perchè i milioni di italiani abituati a seguire quel telegiornale oggi non hanno potuto farlo alla solita ora?''.
Lo hanno chiesto, in una nota congiunta, i parlamentari della Gad Sandro Battisti (Margherita), Gianfranco Pagliarulo (Comunisti italiani), Valerio Calzolaio (Ds), Alfonso Gianni (Rifondazione Comunista), Antonello Falomi (Il Cantiere) e Loredana De Petris (Verdi).
I parlamentari denunciano che la conferenza stampa di fine anno del Presidente del Consiglio viene interrotta per trasmettere il Tg1. Quest'anno non è successo e la scelta della Rai è stata quella di preferire la versione integrale della conferenza stampa di Berlusconi all'informazione, posticipando il Tg pubblico di 45 minuti.
''Davanti all'immane tragedia del sudest asiatico, agli oltre centomila morti, ai 600 italiani dispersi e all'attesa di notizie delle loro famiglie - continuano gli esponenti dell'opposizione - avremmo voluto che il servizio pubblico privilegiasse un'informazione piu' adeguata al momento. E non che ne limitasse lo spazio per dedicarlo a Silvio Berlusconi che, in poco meno di due ore, ha descritto un'Italia che esiste solo nella sua fantasia e non certo nella realta' quotidiana dei cittadini. Non e' questo, quello che i cittadini vogliono e si aspettano dal cosiddetto servizio pubblico''.
(L'Espresso)
Prodi, vertice segreto a Bologna
"Vado avanti alle mie condizioni"
In Liguria, Emilia e Lazio rispunta l´ipotesi della lista unica alle amministrative
Ancora trattative con Mastella. Ieri telefonata con l´ex presidente della Ue
GOFFREDO DE MARCHIS
la Repubblica - 30 dicembre 2004
ROMA - «Vado avanti, ma alle mie condizioni». Riunione segreta a Bologna. Romano Prodi e alcuni ulivisti doc, parlamentari e dirigenti politici. La «riflessione» continua, ma il Professore torna a farsi sentire. Non solo con la cerchia ristretta dei consiglieri e dei fedelissimi. Martedì sera, nella città di Prodi, si sono ritrovate una ventina di persone. L´incontro di Capodanno, lo hanno chiamato. Che non è «stato promosso da Romano», chiariscono i prodiani. Riunione autoconvocata, dunque, riservata, ma non un caso isolato. Si moltiplicano in tutta Italia le assemblee di elettori dell´Ulivo. Le vacanze non frenano la rabbia e la delusione dei cittadini più affezionati all´unità intorno al simbolo del ´96 che ai partiti del centrosinistra. Pochissimi giorni fa, a Ferrara, quattrocento ulivisti hanno promosso una manifestazione contro le forze politiche, dopo lo strappo di dieci giorni fa al vertice della federazione. Il coordinatore della Margherita Dario Franceschini, ferrarese, ha chiesto di partecipare e ha spiegato le ragioni del «no» di Dl alla lista unitaria. Non è stata una passeggiata, il dibattito ha avuto alcuni momenti di tensione.
L´obbiettivo finale, degli ulivisti e di Prodi, confermato nella riunione di martedì, è non far sparire il simbolo alle regionali. Cioè, combattere ancora per far correre la lista unitaria in alcune zone. «Io non faccio la mia strada contro i partiti. Voglio farla con loro, ma non solo con loro - ha detto Prodi a Bologna durante la riunione -. Dobbiamo marciare assieme, ma ci vuole più generosità da parte di tutti». Il Professore ha prima ascoltato le proteste degli ulivisti, poi ha preso la parola per un intervento non programmato. Il prodiano Andrea Papini, che era martedì all´incontro, spiega: «Prima di abbandonare l´Ulivo, noi dobbiamo fare l´appello nominale nelle regioni per sapere chi ci sta a fare la lista unica e chi non ci sta». Una sorta di lavagna dei buoni e dei cattivi. «Un modo per fare chiarezza», precisa Papini.
Uniti nell´Ulivo, buttato fuori dalla porta dei vertici romani, sta rientrando dalla finestra delle decisioni locali. Come in Emilia Romagna e lo ha fatto capire nell´intervista a Repubblica il diessino Pierluigi Bersani. Ma anche in Liguria e nel Lazio, dove sondaggi e candidati governatori spingono per la soluzione unitaria. I segretari regionali della Margherita hanno dato il via libera alla lista nelle Marche, in Lombardia, in Umbria e in Toscana. Però ieri è arrivata la doccia fredda del governatore Claudio Martini (Ds): «In Toscana la lista unitaria non si farà. Mi dispiace, ma l´operazione ha un senso solo se è nazionale». Il presidente dell´assemblea federale della Margherita Arturo Parisi non demorde: «Se penso che appena nove giorni fa era stata messa una pietra tombale sul progetto dell´Ulivo - afferma Parisi - non posso non cogliere nell´invito di Bersani a non rassegnarsi, un motivo di speranza. Fino a quando nulla è deciso tutto è possibile. Se l´impegno sarà forte e convergente - conclude Parisi - il quadro non potrà che vedere prevalere il segno dell´Ulivo». Fuori dalla lista unitaria, continua il pressing su Clemente Mastella per farlo rientrare nell´Alleanza. Ieri il segretario dell´Udeur ha avuto un colloquio telefonico con Prodi. C´è un riavvicinamento politico. Mastella però tiene tutti sul filo: «Adesso è il momento degli auguri, di politica parliamo nel 2005».
Messo alla berlina, Bush si riscopre generoso
di Bruno Marolo
Washington. Pungolato dall’Onu, Bush si è deciso. Dal ranch dove è in vacanza vuole guidare una coalizione per soccorrere i superstiti del maremoto. Ha annunciato che gli Stati Uniti lavoreranno con India, Giappone e Australia. Ha assicurato che i 35 milioni di dollari di aiuti promessi “sono soltanto l’inizio”, e ha definito “disinformate e fuorvianti” le critiche delle Nazioni Unite. Tuttavia l’agenzia americana che distribuisce gli aiuti all’estero ha ribadito di non avere soldi. Bush ha fatto appello ai privati. “Questo è un disastro terribile – ha dichiarato – è al di là della nostra comprensione. Tutti devono sapere che il governo americano presta attenzione e farà la sua parte”.
Questa presa di posizione non è spontanea. Incalzato dalle polemiche, Bush ha capito che non poteva più tacere. Martedì aveva passato la mattinata in bicicletta e il pomeriggio a spaccare legna, indifferente alle proteste del coordinatore dei soccorsi dell’Onu Jan Egeland che aveva definito “gretto” il contributo degli Stati Uniti e degli altri paesi ricchi. Per correre ai ripari il dipartimento di stato americano aveva aggiunto 20 milioni di dollari ai 15 già promessi. Tuttavia il portavoce della Casa Bianca aveva confermato che il presidente non sentiva il bisogno di fare dichiarazioni o di tornare in ufficio.
Secondo il Washington Post, alcuni funzionari del governo paragonavano con disappunto l’inerzia di Bush con l’attivismo del cancelliere tedesco Gerhard Scrhoeder, che aveva interrotto le vacanze per organizzare i soccorsi dalla Germania. Leslie Gelb, presidente del Council of Foreign Relations, si rammaricava del modo in cui gli Stati Uniti avevano perso un’occasione di dimostrare la loro buona volontà alla popolazione musulmana dell’Indonesia. “La gente ci guarda – insisteva – e questo sarebbe il momento di far vedere a tutti che l’America sa fare del bene, anche senza cambiare politica in Iraq”.
Forse un campanello di allarme è suonato nel ranch quando la Bbc, in cerca di un leader che potesse parlare del disastro in nome degli Stati Uniti, si è rivolta a Bill Clinton. L’ex presidente ha lanciato un appello per una risposta internazionale coordinata, e ha esposto un piano per l’organizzazione efficace dei soccorsi. Era troppo per Bush. Il portavoce ha richiamato gli inviati di giornali e televisioni che stavano smobilitando. Ha annunciato che il presidente avrebbe consultato mercoledì il consiglio nazionale di sicurezza in una teleconferenza. Per quella mattina, niente gite in bicicletta.
L’idea di Clinton era troppo buona perché Bush rinunciasse a farla propria. Il presidente ha telefonato ai capi di governo di India, Sri Lanka, Tailandia e Indonesia e ha spiegato che le forze armate americane nella regione parteciperanno a soccorsi coordinati con i due paesi ricchi più vicini: Australia e Giappone. “Dobbiamo valutare i danni – ha dichiarato – in modo che la prossima parte degli aiuti sia spesa con saggezza. Il nostro governo è pronto a continuare l’assistenza”.
Con quali soldi non si sa. “Abbiamo speso tutto quello che avevamo, parleremo con l’ufficio del bilancio della Casa Bianca per vedere cosa si potrà fare a questo punto”, ha dichiarato all’Associated Press Andrew Natsios, amministratore dell’Usaid, l’agenzia americana per gli aiuti all’estero. “Non è vero – ha insistito Natsios – che gli Stati Uniti non siano generosi. Nel 2003 abbiamo distribuito aiuti per 24 miliardi di dollari”.
Non è chiaro se vengano calcolati come aiuti all’estero i dollari destinati a imprese americane come Halliburton in Iraq. La misura della generosità americana dipende dai punti di vista. Secondo l’Ocse, l’agenzia per la cooperazione allo sviluppo economico, gli Stati Uniti sono il primo paese donatore in assoluto, con 15,8 miliardi di dollari l’anno. Il secondo è il Giappone con 8,9 miliardi di dollari. In percentuale al prodotto interno lordo però gli americani sono i più avari tra i trenta paesi più ricchi del mondo. Il loro contributo allo sviluppo è soltanto dello 0,14 per cento. La più generosa, si fa per dire, è la Norvegia con lo 0,92 per cento.
unita.it
Un cataclisma anche per la Terra
Scienziati alle prese con gli effetti del sisma asiatico. Secondo l'Agenzia spaziale italiana ha perfino influenzato l'asse terrestre. E c'è chi dice che le mappe sono da cambiare e che si accorceranno i giorni. Si tratta però di misure utili soprattutto a fini di ricerca
MATTEO BARTOCCI
La catastrofe al largo di Sumatra non risparmia nemmeno il più placido mondo della scienza. Secondo alcuni ricercatori infatti il cataclisma asiatico è stato così violento da turbare perfino l'equilibrio complessivo del pianeta. Così c'è chi ipotizza sconvolgimenti delle carte geografiche, inclinazioni improvvise dell'asse di rotazione della Terra, un accorciamento delle giornate. Mutamenti impercettibili a occhio nudo ma che con il progresso tecnologico sono stati puntualmente registrati nei laboratori di tutto il mondo. Secondo l'Asi, l'Agenzia spaziale italiana, il sisma ha spostato l'asse terrestre di circa 2 millesimi di secondo di arco, che corrispondono a uno slittamento del polo nord sulla superficie della Terra di quasi 6 centimetri. Un movimento di per sé non trascendentale (il polo infatti oscilla pacificamente in un cerchio largo anche una dozzina di metri) ma che testimonia la violenza e la brutalità del sisma asiatico. Giuseppe Bianco è il coordinatore della stazione Asi di Matera che ha effettuato le misurazioni, uno dei centri più importanti per la geodesia spaziale: «Attraverso telemetri laser satellitari abbiamo rilevato che tra il 26 e il 27 dicembre l'asse della Terra si è inclinato di 2 millesimi di secondo di arco rispetto al suo movimento abituale». Una misura che se non sconvolge il clima conferma soprattutto l'efficacia dei sistemi di rilevamento.
Com'è noto infatti la Terra non è una sfera ma una palla leggermente schiacciata ai poli, che gira come una trottola inclinata di circa 23 gradi e mezzo. Un orientamento che rende possibile le stagioni, l'alternarsi del giorno e della notte, i sei mesi di luce e di buio oltre i circoli polari. A sua volta quest'asse di rotazione non è fermo ma ruota anch'esso con un movimento a cono. Questo spostamento (o precessione degli equinozi) fu scoperto già dal greco Ipparco di Nicea nel II secolo dopo Cristo. L'asse terrestre infatti si sposta con un periodo di 26mila anni a causa dell'attrazione gravitazionale che il Sole e la Luna esercitano sul nostro pianeta. La sfera celeste del polo nord e l'equinozio di primavera quindi si spostano. Per chi «odia» la scienza si tratta dello stesso movimento che fa mutare lo Zodiaco. Da secoli infatti non esiste più nessuna corrispondenza astronomica tra il Sole e i segni interrogati con tante speranze.
Giuseppe Bianco, in collaborazione con l'università di Milano, pubblicherà presto i risultati delle sue rilevazioni e annuncia da subito studi su altri parametri «caldi» come la posizione del centro della massa e la forma del campo di gravità. Francesco Piacentini, astrofisico dell'università La Sapienza, sdrammatizza eventuali conseguenze: «Un simile spostamento dell'asse terrestre non è certo un problema, testimonia soprattutto quanto quell'evento sia stato uno shock per il sistema Terra». Non tutti gli scienziati però sono d'accordo.
«Quel terremoto ha cambiato le mappe - assicura Ken Hudnut del Geological Survey americano - secondo alcuni modelli sismici le isole a sudovest di Sumatra si sono spostate di ben 20 metri». E il lato nordovest dell'isola potrebbe essere scivolato indietro di 36 metri. Certo, finora si tratta solo di ipotesi. Stuart Sipkin del National Earthquake Information Center del Colorado, afferma al contrario che il movimento più probabile di quelle isole sarà verticale e non laterale. E Richard Gross del Jet Propulsion Lab di Pasadena arriva a ipotizzare che a causa della «botta» sulla rotazione le giornate si accorceranno di 3 milionesimi di secondo. Conferme sul campo però sono ancora premature. Luis Rivera, sismologo dell'università Louis Pasteur di Strasburgo in Francia è drastico: «La mappa dell'Asia non deve essere aggiornata. E a chi parla di giornate più corte rispondo ricordando che dopo il terrificante sisma del '64 in Cile il giorno è diminuito di 8 microsecondi». Nessuno, a parte gli scienziati, può dire di essersene accorto.
Scettico anche Piero Manetti, direttore dell'Istituto di geoscienze del Cnr di Pisa, che punta lo sguardo soprattutto sull'enorme quantità di energia liberata dal sisma. Con il loro fiuto divulgativo i ricercatori americani parlano di un'energia superiore a quella consumata in un mese in tutti gli Stati uniti, che basterebbe a bollire 5mila litri d'acqua per ogni abitante del pianeta.
Per questo molti scienziati preferiscono puntare sui metodi per prevedere eventi di questa portata. La mancanza di un network globale è emersa in tutta la sua drammatica evidenza. E' questo il primo, vero, allarme che la catastrofe ci ha consegnato. Il secondo potrebbe essere quello di Enrico Bonatti, oceanografo del Cnr: «Per la Terra e i suoi ecosistemi si tratta di fenomeni che in tempi lunghi vengono riassorbiti, il pericolo maggiore viene dall'uomo, dagli eccessi del nostro sviluppo».
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Acqua armi e fame
Lo tsunami ha colpito paesi che già erano segnati da guerre e miseria
Secondo le ultime stime le vittime del terremoto e del maremoto che ha colpito l'Asia meridionale e l'Africa orientale sarebbero quasi 69 mila.
La catastrofe si è abbattuta su paesi che vivono tra mille difficoltà e che conoscono una realtà di guerra e distruzione.
SRI LANKA: Per il momento sono più di 24 mila le vittime accertate della catastrofe. Il Paese è da anni teatro di una sanguinosa lotta tra la maggioranza cingalese della popolazione di fede buddista e la minoranza tamil di fede induista. Negli ultimi vent'anni di una guerra civile antica quanto la storia stessa dell'isola si calcola che siano morte 64 mila persone e che almeno un milione di civili sia stato costretto ad abbandonare la propria casa.
INDONESIA: Le vittime accertate del maremoto sono 32 mila. Sono almeno tre i conflitti che insanguinano il Paese. Nella provincia di Iran Jaya, detta anche Papua Occidentale, dal 1969 a oggi sono almeno 100 mila i morti causati dalla lotta tra esercito indonesiano (appoggiato da gruppi paramilitari) e un movimento separatista chiamato Movimento Papua Libera. Nelle isole Molucche e nella provincia di Sulawesi ci sono forti tensioni tra la maggioranza musulmana e la minoranza cristiana della popolazione. I miliziani musulmani sono sostenuti dall'esercito governativo: secondo alcune fonti il conflitto avrebbe causato la morte di 10 mila persone. Gli scontri nella regione, solo nel 2003, hanno causato l'esodo di almeno 200 mila profughi. La provincia islamica dell'Aceh, dagli anni Sessanta a oggi, è teatro di un conflitto sanguinoso tra l'esercito regolare indonesiano e il movimento separatista Aceh Libero. Secondo stime indipendenti sarebbero almeno 100 mila le vittime di questa guerra.
THAILANDIA: Sarebbero 1600 le vittime del maremoto. La presenza di una minoranza musulmana nella parte meridionale del Paese, per la maggior parte di fede buddista, continua a creare dei gravissimi problemi. L'esercito reprime regolarmente con violenza ogni richiesta di autonomia e combatte i gruppi paramilitari armati d'ispirazione fondamentalista che agiscono nella zona. Nella parte occidentale del Paese sono continui gli
sconfinamenti dei ribelli birmani inseguiti dalle truppe del Myanmar.
MYANMAR (EX-BIRMANIA): Secondo le ultime stime sono 90 le persone che hanno perso la vita e 25 quelle disperse per il sisma. La giunta militare al potere nel Paese combatte contro una serie di gruppi separatisti, quasi sempre espressione di minoranze della popolazione, che in Myanmar sono almeno 35. Il gruppo più coinvolto è quello dei Karen, anche perchè la giunta militare al potere usa l'arma della deportazione forzata di tutti i gruppi minoritari nel Paese. Il numero delle vittime viene calcolato in circa 30 mila morti, ma l'assoluto isolamento nel quale la giunta militare ha rinchiuso il Paese rende impossibile fornire stime credibili.
BANGLADESH: Sarebbero due le vittime del maremoto del 26 dicembre scorso. Il Paese vive un confronto duro tra il governo e le opposizioni. L'esecutivo viene accusato di corruzione e inefficienza e, soprattutto, di reprimere le voci critiche con mezzi poco democratici. L'11 dicembre scorso le
opposizioni hanno organizzato una catena umana di protesta contro il governo lunga 900 chilometri. Il governo appoggia i gruppi fondamentalisti islamici che cercano di radicalizzare la vita politica e sociale, ma la popolazione civile rifiuta una deriva integralista e il rischio di una guerra civile non è così remoto. Il Paese vive il dramma delle stagioni monsoniche (da giugno a settembre) che scatenano piogge torrenziali e inondazioni: solo quest'anno le piogge hanno ucciso più di 600 persone e hanno lasciato senza tetto almeno 34 milioni di persone.
INDIA: L'ultimo bilancio delle vittime della catastrofe riporta 11 mila morti.
Il Paese è attraversato da fortissime tensioni socio-politiche con almeno quattro gravi situazioni di conflitto. La situazione di crisi più nota è quella del Kahsmir: dal 1947 a oggi sono tre le guerre che hanno contrapposto India e Pakistan, che si contendono la sovranità sulla regione al confine tra i due paesi.
L'esercito e la polizia indiana dello stato nord-occidentale del Jammu-Kashmir combattono diverse fazioni di guerriglieri indipendentisti islamici (appoggiati dal Pakistan). Alcuni di questi ultimi si battono per l'indipendenza dall’India, altri per la totale annessione al Pakistan.
Solo negli ultimi quindici anni, il conflitto avrebbe causato la morte di 66 mila persone, mentre secondo fonti kashmire sarebbero almeno 100 mila i morti, in prevalenza civili del Kashmir.
Nello stato occidentale del Gujarat, dal 1947 a oggi, ci sono scontri religiosi tra gli indù sostenuti dal partito nazionalista indiano (BJP) e i musulmani (appoggiati dal Pakistan). Il conflitto ha causato 2 mila 500 morti solo nel 2002. Altra zona calda è quella degli stati nord-occidentali, cioè quelli di Assam, Nagaland, Tripura, Manipur e Mizoram. Si fronteggiano forze governative indiane (appoggiate dai militari del Myanmar) e gruppi separatisti (appoggiati dal Bangladesh e dal Pakistan). Dagli anni Settanta a oggi, il conflitto ha causato la morte di circa 11 mila persone.
C'è grande tensione anche negli stati centrali poveri della Federazione indiana: in Andhra Pradesh, Orissa, Madhya Pradesh e Mahrashtra si combattono le forze governative indiane e i paramilitari filogovernativi delle Tigri Verdida una parte e i guerriglieri d'ispirazione maoista, noti come Naxaliti, dall'altra. Questo conflitto ha ucciso più di 6 mila persone negli ultimi venticinque anni.
MALAYSIA: Sono 65 le vittime accertate del maremoto.
Il governo ha dato vita a una repressione durissima dei movimenti fondamentalisti islamici della zona. Centinaia di arresti e condizioni carcerarie durissime.Molta tensione con il governo thailandese che accusa la Malaysia di sostenere i guerriglieri musulmani che agiscono sul suo territorio.
STATI AFRICANI
Situate ad oltre quattromila chilometri dall’epicentro del terremoto, le coste africane sono state colpite dalle onde dello tsunami con un certo ritardo rispetto a quelle asiatiche. Così le autorità di Kenya, Mauritius, Reunion, Seychelles e Somalia, hanno potuto avvertire le popolazioni della costa dell’inondazione imminente.
SEYCHELLES: L’arcipelago è stato duramente colpito, 3 morti, 9 persone disperse e molte infrastrutture sono andate distrutte. Il presidente James Michel ha istituito un comitato per le emergenze per coordinare gli sforzi di evacuazione delle zone costiere.
Le Seychelles sono un arcipelago indipendente dal 1976, dalla dichiarazione di indipendenza ad oggi hanno affrontato momenti difficili, come invasioni di mercenari e diversi colpi di stato.
KENYA: Una persona è morta. Le autorità hanno fatto in tempo ad allertare la marina militare, ad evacuare le spiagge e i villaggi più vicini alle coste. Nella sola Mombasa sono state evacuate oltre 10 mila persone dalle spiagge, gran parte delle quali erano turisti.
TANZANIA: Le onde hanno ucciso 10 persone, giovani tra i dieci e i vent'anni, affogati mentre stavano nuotando al largo della città portuale di Dar es Salaam.
SOMALIA: Il bilancio peggiore in Africa è quello della Somalia, dove l’onda ha colpito duramente la parte nord orientale del paese, in particolare nella regione semi-autonoma del Puntland. Al momento sono stati recuperati i corpi di 100 persone decedute, ma sono ancora molti i dispersi e si ignora la sorte di una cinquantina di canoe di pescatori rovesciatesi all’arrivo dell’onda. L’acqua in certi punti si è spinta fino a tre chilometri nell’entroterra sommergendo interi villaggi. Nella capitale Mogadiscio non si sono registrate vittime, ma una ottantina di chilometri a sud, nei pressi della città di Merca, si sono rovesciati anche 27 pescherecci e al momento non è stato possibile quantificare il numero delle vittime tra i pescatori. Esponenti del governo somalo dalla capitale del Kenya Nairobi hanno dettoche i morti nelle aree costiere sono centinaia di persone, ma che non sono in grado di fornire cifre precise perché al momento sono concentrati nel portare soccorso ai superstiti in difficoltà.
La Somalia si trova in stato di guerra civile dal 1991, anno del
la cacciata del dittatore Siad Barrè. Nella guerra tribale che è
seguita sono già morte oltre cinque mila persone, mentre altri 2 milioni sono gli sfollati. L’anarchia e le battaglie hanno distrutto anche la gran parte delle infrastrutture del paese, al punto che il governo di unità nazionale appena formato è costretto ad operare dal Kenya per mancanza di edifici e carenza di sicurezza. L’ex territorio somalo oggi è diviso fra Somalia, Regione semi-autonoma del Puntland e regione indipendente del Somaliland.
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Certosa, il segreto di Pulcinella
di (ch. g.)
Segreto di stato: nell’Italia abituata a tutto di questa fine 2004 dovevamo vedere anche questa. Una lettera del sottosegretario alla presidenza del consiglio Gianni Letta al presidente della Camera Casini, che doverosamente ne dà lettura in aula: «Delicati profili di opportunità, legati alla circostanza che la questione attiene a provvedimenti concernenti misure per la sicurezza e la protezione del presidente del consiglio...». In italiano si parla della ristrutturazione della villa La Certosa di Porto Rotondo, mirabilmente e minuziosamente descritta da Gian Antonio Stella sul Corriere di qualche giorno fa: «Cinque piscine di talassoterapia, una cabina elettrica diventata un finto nuraghe con vetrate trasparenti sul mare, l’anfiteatro che miracolosamente ottenne il via libera della regione allora forzista addirittura 56 giorni prima che fosse presentata la domanda (wow!), il celeberrimo imbarcadero scavato nella roccia in stile 007». Sappiamo tutto, di quei lavori.
Entrati nel mito insieme alle migliaia di cactus («di quattrocentottantasette specie diverse») allestiti personalmente dal premier per impressionare l’amico Vladimir (Putin) e alla bandana che in una sera di quest’estate fece correre un brivido lungo la schiena di Tony e Cherie (Blair). Eppure, sono un segreto di stato.
Non poteva che finire così, l’anno dei condoni e delle sanatorie. Con un amaro sorriso sull’«evidente pericolo terroristico rappresentato dai magistrati sardi», come ha osservato Ermete Realacci. Perché, ecco, ci sarebbe un’inchiestina della procura di Tempio Pausania. Per abuso edilizio, nonostante questo reato sia passato parecchio di moda ultimamente. E i pm avevano chiesto a Palazzo Chigi di poter effettuare un’ispezione. Ecco il motivo della missiva istituzionale, alla quale è seguita formale comunicazione al Copaco: niente da fare, la villa è top secret.
Il segreto di Pulcinella.
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Ombre e retroscena del sistema elettorale USA (2)
Francesca Garrisi
Osservatorio
All’indomani della Guerra Civile, si manifestò l’intento di affrancare gli schiavi dalla stato di sottomissione in cui versavano e conferire loro i diritti civili; in prima linea in tal senso furono gli Stati del Nord che presidiarono militarmente quelli del Sud dell’Unione. Tale radicalismo d’azione spiega perché questa fase venne definita Reconstruction.
Il processo di emancipazione degli afro-americani durò purtroppo non più di dieci anni. Ben presto ci fu una sorta di rigurgito reazionario agevolato dal compromesso stipulato dai Democratici del Sud con il candidato alle presidenziali del 1876 Rutherford Hayes; i primi avrebbero aiutato il secondo a vincere le elezioni contestate dell’anno precedente, in cambio del ritiro delle truppe nordiste. L’esercito federale lasciò quindi campo libero alle elites bianche sudiste con i loro strumenti di violenza ed intimidazione. Una serie di provvedimenti legislativi quali i test di alfabetizzazione e le imposte elettorali completarono poi il già desolante quadro; ebbe così origine l’era Jim Crow, che si protrasse per tutta la prima metà del ventesimo secolo.
Nel 1965 passò il Voting Rights Act, preceduto nel 1957, 1960 e 1964 da una serie di leggi che prevedevano azioni legali a tutela dei diritti civili. Il VRA fu importante perché bandì le imposte elettorali ed i test di alfabetizzazione da molti degli Stati del Sud; solo nel 1970 però queste barriere furono cancellate anche da altri Stati dell’Unione, come New York, Illinois e California.
Le pratiche discriminatorie comunque non scomparvero, semplicemente subirono una sorta di mutazione genetica; questo fu quanto denunciò la Commissione per i Diritti Civili in un rapporto presentato nel 1968; tra le nuove misure volte alla segregazione razziale si segnalavano il consolidamento delle contee e la ridefinizione dei distretti per depotenziare il voto degli afro-americani, la sistematica disinformazione di questi ultimi o la diffusione premeditata di informazioni erronee inerenti data e modalità di svolgimento delle elezioni ed intimidazioni di natura fisica o economica.
Negli anni ‘70 e ‘80 le pratiche discriminatorie si raffinarono progressivamente, diventando insinuanti e sotterranee; l’apartheid resisteva, ma non si vedeva, erano invece sotto gli occhi di tutti gli effetti che questo produceva.
In uno studio del 1981 James Loewen dimostrò che la segregazione nasceva all’interno della comunità ben prima delle elezioni e che questa aveva spesso una matrice economica; l’apartheid era possibile in quanto i bianchi strumentalizzavano l’indiscutibile fragilità dei mezzi di sostentamento degli afro-americani. Alcuni proprietari terrieri potevano così arrivare ad indicare ai loro braccianti più anziani come votare, lamentandosi di non poter fare altrettanto con i più giovani (episodio documentato da Loewen in Mississipi nel 1971), altri compravano il voto dei cittadini di colore o li taglieggiavano( questo accadde in South Carolina nel 1974, quando il candidato bianco fornì alla gran parte della popolazione del distretto il gas per riscaldarsi e cucinare minacciando che se non fosse stato eletto questa avrebbe patito il freddo per tutto l’inverno).
Per seminare il terrore in seno all’elettorato afro-americano si ricorreva anche a manifesti contenenti messaggi intimidatori, come nel caso del New Jersey 1981, quando il Republican National Committee realizzò dei poster che dicevano così: “Attenzione, quest’area é pattugliata dal National Ballot Security Task Force. E’ un reato falsificare il voto o violare le leggi sulle elezioni”. In alternativa ai manifesti, venivano impiegati a volte volantini, come nel caso Contea di Dillon in South Carolina dove nel 1998 il Repubblicano Son Kinon inviò più di 3000 volantini ad elettori afro-americani con su scritto: “Sei sempre stato un mio amico, quindi non rischiare la galera il giorno delle Elezioni…Agenti dell’FBI, funzionari del Dipartimento di Giustizia ed agenti in borghese lavoreranno a Dillon durante le elezioni. Persone che tu consideri amiche e perfino i tuoi vicini potrebbero essere quelli che ti consegneranno alla polizia. QUESTE ELEZIONI NON MERITANO LA GALERA!!!”.
In anni recenti é stata poi spesso strumentalizzata la pratica dell’assistenza ai votanti; a Charleston, South Carolina, nel 1986 alcuni funzionari bianchi che se ne occupavano minacciarono gli afro-americani di accusarli del terzo grado di reato incalzandoli con domande tipo: “Perché hai bisogno di aiuto? Forse perché non sai leggere e scrivere? Sai come si fa lo spelling del tuo nome? Se si, perché non voti da solo?”.
La disinformazione rappresenta infine una sorta di evergreen; in Lousiana nel 2002 vennero diffusi nella comunità afro-americana dei volantini con su scritto: “Vai a votare!!! Cattivo tempo? Non ci sono problemi!!! Se il tempo non é buono il giorno delle elezioni (sabato 7 dicembre), puoi aspettare e andare a votare giovedì 10 dicembre”.
Da quanto detto emerge che le minoranze, in particolare quella afro-americana, sono state sistematicamente strumentalizzate dal ceto dirigente dell’una o dell’altra contea, il quale ha indubbiamente beneficiato della connivenza della classe politica. L’apartheid elettorale é una pratica non-partisan cui sono allegramente ricorsi ora i Repubblicani, ora i Democratici a seconda del partito che otteneva i consensi delle minoranze. Queste invece hanno pagato e continuano a pagare le conseguenze dello stato di indigenza economica e deprivazione socio-culturale in cui artificiosamente sono tenute dalla classe politica. Ciò fa sì che vengano letteralmente stritolate dagli ingranaggi di quella farraginosa macchina che é la democrazia statunitense.
Insomma, nonostante il VRA del 65, la segregazione razziale esiste ancora, si é limitata a cambiar pelle; si discrimina ma non lo si dice perché sta male, non é politicamente corretto e perché stride terribilmente con i principi che da sempre hanno informato la cultura statunitense.
Riferimenti:
- NAACP, People for the American Way: “The Long Shadow of Jim Crow: Voter Intimidation and Suppression in America Today”;
- Democracy Now;
- Il sito di Greg Palast;
- The Nation. www.politicaonline.it
On an island in the sun
In fin dei conti siamo soli, su una palla che ruota a grande velocità su un asse instabile. Come facciamo a non volerci bene?
Le operatrici turistiche della mia città sono continuamente al telefono in queste ore. Uno pensa: per i rimborsi. No.
Le operatrici turistiche sono continuamente al telefono in queste ore perché c'è gente che telefona chiedendo last-minute per le Maldive, ché di sicuro gliene avanzano.
"Ma guardi che è una tragedia, una strage".
"Ah, ma tanto io vado solo in spiaggia".
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L'onda del porto
68.000 vittime accertate (nel momento in cui scrivo) in due giorni sono difficili da pensare e commentare. Ancora più difficile è guardarle in quelle foto in cui può spuntare un bimbo cadavera senza che nessuno ti abbia avvertito.
Sono vittime di una parola bellissima, tsunami, che letteralmente significa "onda dal porto". Non semplicemente onda, perché gli ideogrammi giapponesi indicano ogni oggetto così come lo si può percepire, e le onde, nelle città costiere, s'infrangono sui porti.
Dicevo dell'incommentabilità. Mi chiedevo cosa avrebbero scritto gli editorialisti oggi sui quotidiani nazionali, consapevole che non inciampare nella banalità sarebbe stato un'impresa disperata. Umberto Galimberti, solitamente acuto osservatore e penna pungente, ci regala un articolo disarmante sul rapporto fra uomo e natura, con tanto di colte citazioni letterarie. Se escludiamo il finale con l'appello ad aiutare le popolazioni colpite, un pezzo da dimenticare.
Ma questo post non vuole aggiungere ulteriori parole inutili al già pietoso stillicidio, quindi ho cercato di riunire tutte le iniziative umanitarie in corso, verificando personalmente i dati raccolti tramite Repubblica.it e i blog Inxxz, Tempi non sospetti e Ruckert. Segnalate fra i commenti eventuali omissioni o inesattezze. In coda qualche domanda e "cose" che è bene sapere.
INIZIATIVE UMANITARIE
Protezione Civile della Repubblica Italiana: TIM, Vodafone, Wind e "3" uniscono le forze per aiutare le popolazioni asiatiche colpite dal maremoto e aderiscono all'iniziativa di solidarietà lanciata e patrocinata da Rai e Mediaset. Inviando un SMS al numero unico 48580 si possono raccogliere le donazioni che saranno devolute alle popolazioni colpite con la collaborazione del Dipartimento della Protezione Civile. In questo modo si donerà 1 euro (Iva esclusa) senza costi aggiuntivi e senza ricavo per gli operatori telefonici. Per gli utenti Cartasì-Visa-Mastercard è possibile effettuare donazioni al n° verde 800/667788
UNICEF: Conto corrente postale 745.000, causale "emergenza maremoto"; conto corrente bancario 000000505010, Banca popolare etica, CIN M, ABI 05018, CAB 12100, causale "emergenza maremoto". Per donazioni con carta di credito, numero verde 800.745.000 o sito web.
Croce Rossa/Mezzaluna Rossa: Conto Corrente Postale n. 300004, ABI: 01005 CAB: 03382, intestato a Croce Rossa Italiana Via Toscana, 12 00187 Roma. Causale: Pro Emergenza Asia. Oppure Conto Corrente Bancario n. 218020, ABI: 01005 CAB: 03382, intestato a Croce Rossa Italiana Via Toscana, 12 - 00187 Roma Banca Nazionale del Lavoro Tesoreria Roma Centro. Causale: Pro Emergenza Asia.
Conferenza Episcopale Italiana/Caritas: c/c postale n. 347013; alla Banca Popolare Etica, Piazzetta Forzatè, 2 Padova, Iban: IT23 S050 1812 1000 0000 0011 113 Bic: CCRTIT2T84A; a Banca Intesa, Agenzia Rm, P.le Gregorio VII, Iban: IT20 D030 6905 0320 0001 0080 707 Bic: BCITITMM700. Ci si può servire anche di Cartasi e Diners, telefonando al n. 06 541921 (orario d'ufficio). Con carta di credito sul sito web.
Medici senza Frontiere: Medici Senza Frontiere. Campagna raccolta fondi Maremoto Ccp 87486007 causale Maremoto Numero verde: 800996655 Donazioni on-line con carta di credito su sito web.
Cesvi: bollettino postale intestato Cesvi, Bergamo, n° 324244. Donazioni con carta di credito sul sito web.
INTERSOS: Conto corrente bancario presso la Banca popolare Etica, con le seguenti coordinate bancarie: S0501812100000000555000. Conto corrente postale n. 87702007 - intestato a INTERSOS - via Nizza, 154 - Roma. Donazioni con carta di credito sul sito web.
Movimondo: Conto corrente bancario n° 70306 Intestato a "Movimondo Onlus" Istituto bancario: Credito Artigiano - Roma Sede ABI: 03512 CAB: 03200.
Save the Children: Save the Children Italia onlus “Emergenza terremoto Sud-Est Asia” - Banca Etica - ABI 05018 CAB 03200 N. c/c 114442 CIN N. Donazioni con carta di credito sul sito web.
Servizio Civile Internazionale: Conto corrente bancario n° 101441, Banca Popolare Etica, Piazzetta Forzatè 2, Padova, intestato al Servizio Civile Internazionale, ABI 05018, CAB 12100, causale "campagna di ricostruzione in Asia". Conto corrente postale 79042008 intestato a Servizio Civile Internazionale, via G. Cardano 135 - 00146 Roma, causale "campagna di ricostruzione in Asia".
RADIO ONDA DURTO Banca Popolare Etica N°: 100748, ABI 5018, CAB 11200. Causale: “SOLIDARIETA’ SRI LANKA”.
Confederazione nazionale delle misericordie d'Italia: Conto corrente bancario n° 50000.36, presso Monte dei Paschi di Siena, Agenzia 6 - Firenze, ABI 01030, CAB 02806, intestato a Confederazione Nazionale Misericordie. Causale "Emergenza Sud Est Asia". Conto corrente postale n° 565549 intestato a Confederazione Nazionale Misericordie. Causale "Emergenza Sud Est Asia".
Fondazione La Stampa-Specchio dei Tempi: Imi-San Paolo di Torino conto corrente n° 120118, ABI 1025, CAB 1000, casuale "Fondo 580". Conto corrente postale n° 7104, casuale "Fondo 580".
DOMANDE DA NON DIMENTICARE
Si poteva prevedere il terremoto? Se si con quanto anticipo? Quanto del disastro è dipeso dall'inadeguatezza delle strutture locali e quanto dalla noncuranza degli istituti scientifici internazionali?
Qui e qui due prime risposte.
"COSE" CHE E' BENE SAPERE
- L'analisi geologica.
- Gianfranco Fini e le cautele di S. Stefano
- Gigi D'Alessio: "le mie valige sono distrutte"
- Un turista all'aeroporto: "la popolazione è stata gentilissima. Ci offrivano viveri e si toglievano i loro vestiti per coprire noi"
- I blog raccontano la tragedia: Pino Scaccia, i blog locali raccolti da Giusec, quelli indicati da Libération.
[post in progress]diarioprecario.splinder.com/
era davvero inevitabile?
di Luciano Dondero
Riceviamo e volentieri pubblichiamo
L'ecatombe in Asia ha già fatto diverse decine di migliaia di morti. Altri ancora si aggiungeranno con il diffondersi di malattie e addirittura di epidemie come conseguenza delle distruzioni. Ma se i terremoti e gli tsunami sono dei disastri naturali, non lo è affatto la decisione di spendere miliardi di dollari o di euro per fare delle guerre di conquista, ignorando delle semplici misure che possono salvare le vite umane.
La cifra dei morti aumenta ogni giorno: prima diecimila, poi trentamila, poi cinquantamila, adesso si parla di centomila. Ma il macabro conteggio non è ancora finito. E un terzo dei morti sono bambini. Ci sono decine di migliaia di dispersi e sono rimasti senza casa, senza lavoro, senza niente a milioni. Questo in alcuni fra i paesi più poveri del mondo.
Ora non c'è più acqua potabile, non ci sono fognature, non ci sono servizi sanitari, come dice il sottosegretario delle Nazioni Unite Jan Egeland, che è responsabile del coordinamento dei soccorsi: "Non possiamo nemmeno immaginare il costo per queste povere società, con tutti i villaggi di pescatori che sono stati spazzati via. Le perdite sono nell'ordine di centinaia di migliaia".
Era davvero inevitabile?
Molte delle morti e distruzioni si sarebbero potute evitare se si fosse messo in mare un sistema piuttosto semplice e relativamente poco costoso di boe. Vari funzionari in Tailandia ed Indonesia hanno detto che un sistema di allarme immediato avrebbe salvato molte vite, ma loro non erano al corrente del pericolo perché non c'è un sistema internazionale per controllare il formarsi di tsunami nell'Oceano Indiano. E questo non è tanto difficile da fare.
In effetti, le boe che controllano gli tsunami esistono da vari decenni, e gli Stati Uniti hanno un sistema di allarme in funzione da più gli cinquant'anni. Oltre 50 sismometri sono dislocati nella parte settentrionale del continente americano per scoprire e misurare i terremoti che potrebbero dare origine a degli tsunami. In mezzo all'Oceano Pacifico ci sono sei boe dotate di sensori, chiamati "tsunametri" che misurano piccole variazioni nella pressione dell'acqua, e che sono programmati per dare automaticamente l'allarme ai due centri di allarme-tsunami, uno nelle isole Hawaii e l'altro in Alaska.
Il dottor Eddie Bernard, direttore del Laboratorio di Studi Marini del Pacifico a Seattle, dice che qualche boa sarebbe bastata a cambiare la situazione. Gli scienziati volevano mettere altri due misuratori di tsunami nell'Oceano Indiano, uno dei quali nelle vicinanze dell'Indonesia, ma il piano non ha avuto i fondi necessari, secondo il dott. Bernard.
Ognuno degli tsunametri costa soltanto 250.000 dollari (circa duecentomila euro). Quindi mezzo milione di dollari sarebbero bastato a costruire un sistema d'allarme remoto che avrebbe potuto salvare migliaia di vite umane. Basta confrontare questa cifra coi millecinquecento milioni di dollari che gli Stati Uniti spendono ogni giorno per finanziarie la macchina di guerra del Pentagono.
Come a dire che coi soldi di un solo secondo di bombardamenti e distruzioni spesi dagli Stati Uniti si sarebbe potuto costruire un sistema di allarme adeguato. Non averlo fatto è un caso di negligenza criminale. In una riunione della Commissione Oceanografica Intergovernativa dell'ONU nello scorso giugno, gli esperti hanno concluso che “Nell'Oceano Indiano c'è un rischio significativo di tsunami a livello locale e oceanico” e che ci voleva un sistema di allarme remoto. Ma non si è presa alcuna decisione concreta.
Il geologo Brian Atwater della Protezione Civile americana (U.S. Geological Survey) ha detto che "Sumatra ha una lunga storia di tremendi terremoti, e che questo rende ancor più tragica l'assenza di un sistema di allarme degli tsunami nell'Oceano Indiano. Tutti sanno che Sumatra era una bomba ad orologeria."
Ancora più tragico è il fatto che il governo degli Stati Uniti era stato informato dello tsunami, ma non lo ha detto ai governi della zona. Pochi minuti dopo il terribile terremoto di grandezza 9,0 al largo dell'isola di Sumatra in Indonesia, gli scienziati americani dell'Ufficio che gestisce il controllo del clima oceanico ed atmosferico (National Oceanic and Atmospheric Administration) si è reso conto che c'era un grosso rischio di tsunami.
Il NOAA ha immediatamente messo in guarda la base navale americana a Diego Garcia, che ha avuto ben pochi danni. Ma non ha avvisato le autorità civili dei paesi della zona. Questa è una discrepanza significativa. La base militare è stata avvisata, ma i civili no.
Il risultato di questa criminale negligenza sono state le migliaia di morti. Infatti per salvarsi dallo tsunami bastava salire di un dieci-venti metri rispetto al livello del mare, e questo si può fare, in molti posti, in pochi minuti. Ma non quando sta arrivando l'onda!
Luciano Dondero
(L'autore si è basato per le fonti su materiali diffusi dall'"International Action Center" di New York - Usa)
redazione@reporterassociati.org
La Finanziaria vede la luce. I conti pubblici restano al buio
di Bianca Di Giovanni
Il Senato licenzia al buio la legge Finanziaria, senza nessuna nozione sullo stato effettivo dei conti pubblici: solo ieri è stata depositata la trimestrale attesa da agosto. Mentre l’opposizione denuncia «l’eclissi del Parlamento» e i voti di fiducia che «ghigliottinano» il dibattito democratico (Andrea Manzella, ds), mentre lo stesso Marcello Pera parla di «manovra faticosa» (si è arrivati alla quarta lettura) i senatori votano sotto lo sguardo vigile del premier che in Aula controlla ad una ad una le presenze nei banchi della maggioranza. È la Casa delle libertà. «È una manovra epocale», commenta a caldo Silvio Berlusconi. Può ben dirlo. E tra qualche settimana lo diranno anche i cittadini: tra due giorni dovranno pagare più tasse e balzelli vari, per un totale di 6,3 miliardi di euro. Tutto in un colpo solo: davvero epocale.
Ma le prime novità dell’era Siniscalco sono arrivate già oggi. Il consiglio dei ministri di ieri, infatti, ha dato il via libera alla costituzione del Fondo immobili pubblici (Fip), che garantirà l’incasso di tre miliardi di euro nel bilancio 2004. Ma l’operazione resta fitta di incognite, oltre a dimostrarsi una pericolosa partita di giro in cui lo Stato apparentemente ci guadagna ma alla lunga ci rimette. Come dire: pagheranno le future generazioni. Nel fondo finiscono uffici ad uso governativo e statale (per il 70%), come agenzie fiscali, caserme della Guardia di Finanza, sedi dei ministeri, che da oggi dovranno pagare l’affitto. Per il 30% il patrimonio è formato da sedi degli enti previdenziali pubblici. Complessivamente si tratta di 396 immobili, la cui cessione secondo l’Economia porterà una riduzione permanente della spesa dello Stato dell’1%. L’operazione a regime frutterà 4 miliardi di euro per lo Stato e che ha l’obiettivo di alleggerire il patrimonio immobiliare pubblico del 20% entro 15 anni. Secondo il sottosegretario Maria Teresa Armosino «nel settore dell'amministrazione pubblica c’è un’ eccedenza di spazi utilizzati». Parole sue. Ma tutta la manovra è a rischio stop. I Civ (consigli di indirizzo e vigilanza) di Inps, Inail e Inpdap sono già pronti a fare ricorso al Tar contro un'operazione che non esitano a definire «un vero e proprio esproprio».
Azioni legali contro «l'illegittimità del provvedimento» sono state annunciate anche dalle principali associazioni dei consumatori. Mentre i sindacati sono sul piede di guerra per quello che definiscono «un attentato al risparmio dei lavoratori». Senza contare l’interrogazione presentata dall’opposizione alla Camera (primo firmatario Vincenzo Visco), che denuncia l’ennesimo caso del Tesoro che con una mano vende i beni e con l’altra finanzia chi li compra. Il fondo infatti emetterà azioni pari al 40% del valore degli immobili (1,3 miliardi) e ricorrerà all’indebitamento per il restante 60% (circa 2 miliardi). Le azioni verranno sottoscritte in un primo tempo dalle banche che partecipano all’operazione (Banca Imi, Barclays Capital, Lehman Brothers e Royal Bank of Scotland) e soltanto in un secondo tempo sarebbero collocate presso investitori specializzati. L’onere delle spese straordinarie e ordinarie di gestione degli immobili, però - osservano i deputati - verrebbe riversato sullo Stato per evitare «che l’operazione possa apparire per quello che è: non una vendita», ma un finanziamento in quanto il rischio «resterebbe in capo al venditore e non trasferito all’acquirente». Passando al 60% garantito da un finanziamento, questa quota è per il 70% a carico della Cassa depositi e prestiti (1,68 miliardi), mentre il restante 30% è a carico delle banche. Ma la Cassa è di proprietà del Tesoro, che vende dunque a se stesso, ma ancora non si sa cosa, né si conosce l’entità degli affitti che il ministero dovrebbe sostenere dopo la vendita (per i quali affitti, peraltro, non risultano stanziate esplicitamente risorse nel bilancio). Insomma, un bel pasticcio su cui l’Ue potrebbe accendere i riflettori.
Con il varo della Finanziaria tornano le fanfare sulla «rivoluzione fiscale» delle quattro (non tre) aliquote Ire, al 23, 33, 39 e 43%. Inoltre parte lo sgravio Irap per appena 750 milioni. Ma l’illusionismo non funziona più tanto. «È un disastro imposto a colpi di fiducia - dichiara Massimo D'Alema - calpestando i diritti del Parlamento. Per di più con la beffa che mentre i cittadini saranno obbligati a spendere di più gli si dirà che si sono abbassate le tasse». Siamo di fronte ad una legge - dice Natale Ripamonti dei Verdi - con coperture finanziarie irrealistiche, irrealizzabili, se non addirittura inesistenti». E dal sindacato arriva il duro commento della Cgil: una Finanziaria «colabrodo che peserà pesantemente nei prossimi mesi sulla possibilità di crescita del Paese».
Sui numeri fondamentali della Finanziaria, il saldo netto da finanziare torna a 50 miliardi di euro, dopo essere stato ridotto per la prima volta nella storia da un emendamento di Boccia (Margherita). La correzione del deficit è di 24 miliardi, reperiti per 9,5 miliardi dal tetto del 2% che si traduce in una stretta sulle spese dei ministeri (2 miliardi) e degli enti locali. Tagliati fondi sia per gli acquisti di beni e servizi, sia per gli investimenti. Scatta il cappio anche per il pubblico impiego, che con il blocco del turn over vedrà ridurre i propri addetti di 75mila unità all’anno. Per gli statali è previsto un aumento contrattuale del 4,3%, contro l’8% chiesto dal sindacato. Altri 7 miliardi proverranno dalla revisione degli studi di settore e da maggiori imposte su tabacchi, bolli e giochi. Rincari in vista anche sulla casa, visto che resta la possibilità per i Comuni di rivedere le rendite catastali. Altri sette miliardi si ricaveranno da nuove operazioni immobiliari.
unita.it
La festa è finita
di Tom Bosco
Devo confessare che alle prime notizie dell’immane disastro avvenuto nell’Oceano Indiano, la prima cosa che mi è balenata in mente è stato l’aspetto tragicamente ironico della vicenda. Una mazzata tremenda alle ultime illusioni di quella parte di umanità che, sorda e indifferente alle sofferenze di tutto il resto del pianeta, pensava di potersi impunemente rifugiare nei propri esclusivi paradisi tropicali e stordirsi con un falso benessere, dimenticandosi di tutte le tragedie, le ingiustizie e la violenza di questo nostro mondo. Un segno dei tempi, insomma, che si preannunciano quanto mai incerti tranne che in una cosa: la certezza che non vi sono più certezze.
Sia quel che sia, se ne parla come del più grande terremoto dell’era moderna, che con la sua potenza di 9,2 sulla scala Richter ha generato uno tsunami che ha devastato le coste dello Sri Lanka, dell’India, delle Maldive, della Tailandia, dell’Indonesia, di Singapore. La faglia in corrispondenza di Sumatra, dove il sisma ha avuto origine, si è spaccata lungo più di mille chilometri, un fenomeno mai osservato in precedenza.
L’evento presenta alcune anomalie, come sottolinea giustamente Galileo Ferraresi quando nota che “…il movimento sottomarino ha creato un'onda concentrica che si è espansa per l'Oceano Indiano; e qui sta il problema, perché l'onda è arrivata a Phuket (600 Miglia), a Sri Lanka (500) miglia, alle Maldive (1100 miglia), alle Seychelles (2500 miglia), in Somalia e Kenia (3000 miglia) ma non ha raggiunto le coste dell'Australia (2200 miglia). Si dice…che i massimi scienziati mondiali hanno riscontrato una serie di vibrazioni della crosta terrestre, e secondo alcuni ci potrebbe essere anche uno spostamento dell'asse terrestre. Ma questi, signori, sono tutti sintomi dell’impatto di un asteroide, per l'esattezza di un piccolo asteroide (forse 100 metri di diametro) che, provenendo da est sud est ha impattato la Terra 300 miglia a ovest di Sabang (Sumatra). Dico ciò perché le onde non sono state concentriche e circolari ma evidentemente l'acqua è stata spinta verso WNW colpendo solo marginalmente la Tailandia e per nulla l'Australia. Non si è mai sentito parlare di un terremoto che abbia provocato vibrazioni e spostamenti dell'asse terrestre. Solo un impatto astrale può provocare come reazione un movimento precessionale e quindi uno spostamento dell'asse terrestre…”
Ipotesi interessante, ma allora le spaccature della faglia come si spiegano? C’è anche da notare come la singolare coincidenza di questo evento stia dando fiato alle trombe di coloro che da alcune settimane sostenevano l’imminente spostamento dell’asse terrestre dovuto alla vicinanza del famoso Decimo Pianeta. Se ci aspettiamo una risposta dalla scienza, comunque, andiamoci piano perché ultimamente non se la passa molto bene. Avete presente quella Teoria del Big Bang che per decenni ha infarcito la letteratura scientifica e ci è stata presentata come la più solida spiegazione sulle origini dell’Universo? Be’, sembra che delle recenti osservazioni ne abbiano demolito la tesi di fondo, ovvero l’interpretazione Doppler dello spostamento verso il rosso: sebbene quasi tutte le galassie osservate siano caratterizzate da tale spostamento, questo non fornisce una misurazione affidabile della loro velocità o, indirettamente, della loro distanza. Infatti, quasar e galassie con spostamenti diversi si trovano fisicamente vicini fra loro e appaiono collegati da filamenti di materia. Il Big-Bang è stato smontato tramite osservazione diretta, ad esempio un quasar con un elevato spostamento verso il rosso di fronte a una galassia nelle vicinanze.
Mentre gli eventi celesti seguono il proprio corso, qui sulla Terra non ci si annoia di certo: in Iraq prosegue la mattanza quotidiana, intorno a Falluja e a Mosul si continua a combattere ferocemente e la spavalderia con la quale le truppe statunitensi hanno inizialmente pianificato e condotto il loro sanguinoso, distruttivo e per ora vano assalto ai capisaldi della resistenza irachena ha dell’incredibile, stando a questa foto che ritrae dei soldati che poco prima dell’operazione giocano a fare Ben Hur…
L’attacco è stato condotto in grande stile, e ha visto l’impiego di un consistente numero di mezzi corazzati e di fanteria.
La città e le sue infrastrutture sono state letteralmente devastate per cercare di stanare i guerriglieri…
…i quali però hanno invece tratto vantaggio dal fatto che il territorio urbano non è certo il terreno di manovra ideale per i carri armati Abrams, i quali rimanevano esposti al tiro dei numerosi RPG a disposizione degli iracheni, in gran parte ex (?) appartenenti alla Guardia Repubblicana, assai ben addestrati e motivati.
In altre parole, un piccolo plotone dotato di qualche RPG del valore di qualche migliaio di dollari risulta tremendamente efficace nei confronti del più possente carro armato al mondo, che di dollari ne costa svariati milioni. E allora, osservando questa foto di soldati americani che presidiano alcune rovine della città, trovo che questa scena ricordi molto da vicino un’altra città passata alla storia in circostanze per qualche verso analoghe: Stalingrado.
Se la resistenza irachena dovesse riuscire a tagliare del tutto le linee di rifornimento dal Kuwait, già troppo allungate e sotto costante attacco, le truppe statunitensi si ritroverebbero in grossi guai. Ha sempre più ragione chi vede questo conflitto come un secondo Vietnam, dato che anche le tattiche militari sul terreno ne sembrano la fotocopia, sia da una parte che dall’altra: gli americani sembrano reagire in preda a riflessi pavloviani, senza alcuna memoria storica di quanto accadde in quel lontano paese. La resistenza irachena, d’altro canto, sembra aver fatto tesoro delle esperienze e delle tattiche del generale Vo Nguyen Giap, considerato un eroe di guerra in tutta l'Asia, colui che sconfisse i francesi cacciandoli dal Vietnam, e in seguito concesse un quasi impossibile bis facendo esattamente la stessa cosa agli americani, venti anni più tardi.
A rigor di logica, Giap dovrebbe essere il più famoso generale del mondo, giacché tradizionalmente sono i vincitori a scrivere la storia. Sfortunatamente ciò fu impossibile per il Vietnam, che non aveva alcun controllo su istituzioni accademiche e mezzi d'informazione occidentali. Nel corso degli anni che seguirono, gli studiosi e gli inviati occidentali cercarono costantemente di sminuire la statura del generale Giap, forse nella futile speranza che questo avrebbe cancellato i suoi straordinari successi, e dunque smesso di perseguitarli con ricorrenti incubi di continue ed aspre sconfitte, la più famosa e cocente delle quali avvenne presso Diên Biên Phu, al confine col Laos.
Joe Vialls fa un interessante raffronto tra il Vietnam del 1954 e l'Iraq del 2004. Nella prima fase della campagna vietnamita, i francesi furono indotti a muovere un gran numero di truppe combattenti al fronte, nella città in gran parte deserta di Diên Biên Phu, che non aveva valore militare, e, fattore cruciale, era situata 600 miglia a nord dei depositi di rifornimenti, a Saigon. Nella prima fase della campagna irachena, gli Americani sono stati indotti a muovere un gran numero di truppe combattenti al fronte, nella città in gran parte deserta di Fallujah, che non ha valore militare, e, fattore egualmente cruciale, è situata 450 miglia a nord dei depositi di rifornimento, a Kuwait City. In entrambi i casi, ogni singolo miglio tra la città e i magazzini dei rifornimenti è terra di nessuno, coi convogli di terra esposti al rischio estremo d'imboscata e distruzione. La nuda cronaca, per chi sappia leggere tra le righe, sembra confermare lo sviluppo di questo scenario, mentre emergono sempre nuovi particolari in relazione a quello dell’11 settembre. Adesso è saltato fuori che sin dal 1989 si stava progettando di demolire e ricostruire le due torri gemelle, al costo di 5,6 miliardi di dollari, in quanto entrambi gli edifici erano affetti da un grave problema strutturale equiparabile all’osteoporosi, dovuto ad una corrosione di tipo galvanico tra i pannelli esterni in alluminio del WTC e l’infrastruttura in acciaio della costruzione, la quale pertanto si stava indebolendo sempre di più. Per farla breve, il “ciclo vitale” dell’edificio, calcolato in 200 o 300 anni, in realtà si è dimostrato assai più vicino alla trentina. Nel 1989, durante un incontro col gruppo di architetti, cui erano stati sequestrati archivi, progetti, piante, disegni e specifiche, fu detto loro che il progetto da 5,6 miliardi di dollari per demolire e ricostruire le due torri era stato cancellato, e che entro 10-12 anni sarebbero state fatte saltare per ripartire da zero. Che coincidenza…
Comunque sia Larry Silverstein, il finanziere che poche settimane prima degli eventi aveva preso in leasing il complesso del WTC e aveva stipulato un ricco contratto di copertura con un gruppo di 24 compagnie di assicurazioni, si è visto riconoscere da un tribunale federale il doppio del premio previsto, quindi 7 miliardi di dollari invece di 3,5, in quanto ai fini strettamente assicurativi gli eventi terroristici sono stati due, ovvero due aerei hanno colpito separatamente le due torri. Come si dice, piove sempre sul bagnato…
Per concludere, eccovi la copertina del Time che in molti auspicavano di vedere, quella col detenuto dell’anno:
Quest’anno, comunque, il natale ha riservato sorprese un po’ a tutti…
www.nexusitalia.com
Silvio Berlusconi lascia la presidenza di se stesso: lo impone la legge antitrust
In preda alla follia più assoluta, Silvio Berlusconi avrebbe chiesto a Schifani di porre la fiducia sulle dichiarazioni di Fini sulla sorte degli italiani in vacanza nelle zone colpite dal maremoto. Sarà l'anno di Silvio Berlusconi?
MILANO - Dopo la presidenza del Milan, abbandonata senza rinunciare alla proprietà, Silvio Berlusconi avrebbe rinunciato questa mattina anche alla presidenza di se stesso, che con ogni probabilità sarà assunta da un imbecille qualsiasi.
Negli ambienti Mediaset non trova conferma l'ipotesi di un passaggio di consegne fra Berlusconi imprenditore e Berlusconi Presidente del Consiglio, mentre pare molto più verosimile che resterà vacante a lungo la carica di Silvio Berlusconi illuminato politico.
In una affollata conferenza stampa, Silvio Berlusconi grande comunicatore ha poi polemizzato a lungo con Silvio Berlusconi senatore, lasciando la scena a un frizzante Silvio Berlusconi grande comunicatore.
Nel frattempo Silvio Berlusconi avrebbe imposto a Renato Schifani di porre la fiducia su qualsiasi informazione inutile rilasci la Farnesina sulle sorti degli italiani colpiti dallo Tsunami. L'unica certezza, secondo Silvio Berlusconi, è che con ogni probabilità i VIP sono tutti sani e salvi e che il sisma non sarebbe stato causato da Silvio Berlusconi, contrariamente a quanto sostenuto dalla sinistra.
Al termine del consueto briefing con i giornalisti, Silvio Berlusconi non ha mancato di lanciare una forte stilettata contro la sinistra, priva, a suo dire, di un leader come Silvio Berlusconi.
Promettendo un abbassamento ulteriore delle tasse (il taglio delle tasse di Silvio Berlusconi), silvio Berlusconi ha poi rassicurato tutti gli italiani: anche per l'anno prossimo lui ci sarà; sarà un anno ricco di soddisfazioni e ricchiezza: l'anno, se qualcuno non l'ha ancora capito, di Silvio Berlusconi.
giuda.it
dicembre 29 2004
I giornalisti del GR: "Chiediamo scusa, non possiamo fare servizio pubblico"
ROMA, - "Ancora una volta i giornalisti del servizio pubblico non vengono messi nelle condizioni di fare al meglio il proprio lavoro. Una situazione indegna di una testata nazionale della Rai". La denuncia è in un comunicato del Cdr dei giornalisti del Giornale Radio Rai, che "chiedono scusa al presidente Ciampi e agli ascoltatori per non aver potuto svolgere compiutamente fino a questo momento il ruolo di servizio pubblico".
"A quattro giorni dai drammatici fatti del Sud Est Asiatico - spiega la nota del Cdr - la copertura dell'evento da parte del GR risulta infatti del tutto inadeguata: un solo inviato, nello Sri Lanka, senza assistenza tecnica. Il CdR denuncia che, nonostante la disponibilità di altri giornalisti pronti a partire, finora non è stato possibile reperire un tecnico per la trasferta. Questo in palese violazione dell'accordo sindacale che prevede l'assistenza tecnica per la copertura di avvenimenti di rilievo".
Ad aggravare la situazione, il CdR rileva la "mancanza di sensibilità della Direzione che non ha ritenuto opportuno ripristinare la trasmissione 'Radio Anch'iò, appuntamento quotidiano sospeso dal 24 dicembre al 10 gennaio, spazio che avrebbe consentito approfondimenti e informazione costante sugli avvenimenti del Sud Est Asiatico".
Ansa
Se la storia dei disastri non ci insegna nulla
ALAIN DE BOTTOM
la Repubblica - 29 dicembre 2004
Di prima mattina, il 5 febbraio del 62 dopo Cristo, in Campania si verificò uno spaventoso terremoto che nel volgere di pochi secondi uccise migliaia di inconsapevoli abitanti. Vaste aree di Pompei crollarono travolgendo gli abitanti nel sonno e ogni tentativo di salvarli fu ostacolato dallo scoppio di vari incendi. I sopravvissuti si ritrovarono spogliati di ogni cosa, a eccezione degli abiti che avevano indosso e che erano completamente ricoperti di fuliggine, tra gli edifici un tempo eleganti ridotti in rovine. Attraverso l´Impero dilagarono spavento, incredulità e rabbia. "Come è mai possibile", si andava chiedendo, "che i romani, i più potenti al mondo, il popolo tecnologicamente più avanzato, i romani che hanno costruito acquedotti e soggiogato orde di barbari, siano così esposti agli insensati capricci della natura?".
La disperazione e lo sbigottimento ? fin troppo diffusi oggi, all´indomani del terremoto al largo dell´Indonesia ? attrassero l´attenzione del filosofo stoico romano Seneca. Egli scrisse una serie di testi volti a consolare i suoi lettori, ma, cosa assai tipica in Seneca, il conforto offerto fu del genere più rigoroso e fosco che si potesse concepire: "Voi dite ?Non pensavo che sarebbe accaduto´. Pensate dunque che esista qualcosa che non accadrà quando invece ben sapete che è possibile che accada, quando vedete voi stessi che è già accaduta?".
Seneca cercò di mitigare l´impressione d´ingiustizia che imperversava tra i suoi lettori ricordando loro ? nella primavera del 62 ? che i disastri naturali e quelli provocati dall´uomo faranno sempre parte della nostra vita, per quanto evoluti e sicuri noi si creda di essere diventati. Pertanto, anche nella nostra epoca dobbiamo sempre attenderci l´imprevisto: la calma è soltanto un intervallo nel caos. Nulla è certo, nemmeno il suolo sul quale poggiamo i piedi. Se non ci soffermiamo a riflettere sui rischi di improvvise onde gigantesche, se di conseguenza paghiamo uno scotto per la nostra ostinata ingenuità intenzionale, è perché la realtà comprende due diversi aspetti che disorientano in modo assai crudele: da una parte il senso di continuità e di sicurezza che si trasmette di generazione in generazione e dall´altra i cataclismi non preannunciati. In pratica, ci ritroviamo a esitare tra il plausibile invito a dare per scontato che il domani sarà molto simile all´oggi e la possibilità che andremo invece incontro a un evento spaventoso, dopo il quale nulla sarà più come prima. Ed è proprio perché abbiamo fortissimi incentivi a non prendere in considerazione il secondo dei due scenari che Seneca ci esortò a ricordare che il nostro destino è sempre nelle mani della Dea Fortuna. Costei può distribuire i suoi doni e poi, con terrificante velocità, osservarci mentre soffochiamo per una lisca di pesce incastrata in gola, o mentre chiudiamo gli occhi per sempre, scomparendo per colpa di uno tsunami insieme all´hotel nel quale eravamo alloggiati.
Il terremoto in Asia ha acquisito un rilievo del tutto particolare perché molte delle aree devastate erano zone turistiche, luoghi dove la gente si è recata espressamente alla ricerca della felicità, soltanto per trovarvi morte e caos. Se si visitano i siti Web degli alberghi ora devastati, si possono ancora osservare magnifiche immagini di spiagge assolate, di camere accoglienti, di barbecue in piscina o di immersioni nei fondali marini.
Seneca sostiene che proprio perché veniamo feriti maggiormente da ciò che non ci aspettiamo, laddove dobbiamo invece aspettarci di tutto ("Non vi è nulla che la Fortuna non osi"), dovremmo sempre tenere ben in mente l´eventualità che si verifichino gli eventi più terribili. Nessuno dunque dovrebbe mai accingersi a partire per un viaggio in macchina, né scendere le scale o salutare un amico senza la consapevolezza ? che Seneca per altro non avrebbe voluto che fosse necessariamente funesta o tragica ? che possa accadere qualcosa di fatale.
Considerando le nostre competenze tecnologiche, è diventato naturale credere di essere in grado di controllare il nostro destino. L´uomo non deve più essere il trastullo delle forze del caso: esercitando la ragione, tutti i nostri problemi possono essere risolti. Nulla è maggiormente lontano dalla mentalità di uno stoico. Piuttosto, sottolinea Seneca, noi dobbiamo accentuare la consapevolezza di ciò che in un qualsiasi momento della nostra vita può andare storto: "Nulla dovrebbe mai esserci imprevisto. La nostra mente dovrebbe anticipare tutto, in modo da poter far fronte a tutti i problemi. Noi dovremmo considerare non ciò che non è usuale che accada, bensì ciò che può accadere. Che cos´è infatti l´uomo? Un vaso che il più lieve urto, il più lieve movimento brusco può frantumare. Un corpo debole e fragile".
All´indomani del terremoto della Campania, molti sostennero che l´intera zona dovesse essere evacuata e che non si dovesse più edificare nelle zone a rischio di terremoto. Ma Seneca confutò l´implicito principio che sulla Terra potesse esistere un luogo ? la Liguria, per esempio ? nel quale ci si possa considerare del tutto al sicuro, lontani e al riparo dai capricci della Fortuna: "Chi può garantire che in questo o in quel sottosuolo si possono erigere fondamenta più solide? Tutti i luoghi hanno le medesime caratteristiche e se non sono ancora stati colpiti da un terremoto, ciò non di meno potranno esserlo in futuro. Sbagliamo se riteniamo che al mondo possa esservi un luogo esente da pericoli, sicuro? La natura non ha creato nulla di immutabile". Né ? potrebbe aggiungere Seneca qualora fosse vivo oggi ? la natura ha creato una costa che non potesse essere investita dall´avanzare della marea.
Per cercare di prepararci psicologicamente al disastro, Seneca invitava a sottoporsi ogni mattina a uno strano esercizio, che egli in latino chiamò praemeditatio ? premeditazione ? consistente nel rimanere sdraiati prima ancora di colazione e di immaginare tutto ciò che nell´arco della giornata che si ha davanti potrà andare storto. L´esercizio non è fine a se stesso, essendo stato concepito per prepararsi all´eventualità che la città in cui si vive venga distrutta la sera stessa o che per qualche ragione muoiano i propri figli. Così si legge in uno degli esempi di premeditazione: "Viviamo tra cose concepite tutte per cessare di vivere. Esseri mortali ci hanno dato la vita e noi stessi abbiamo dato vita a esseri mortali. Pertanto aspettiamoci di tutto".
Lo stoicismo pretenderebbe dunque che noi si accetti tutto ciò che la vita ci propina? No, essere stoici significa riconoscere quanto siamo vulnerabili nonostante tutto il nostro progresso. Seneca arrivò a chiederci di immaginare di essere simili a cani legati a un carro guidato da un conducente imprevedibile. Il guinzaglio è lungo abbastanza da poterci lasciare un certo qual margine di libertà di movimento, ma non così tanto tuttavia da consentirci di vagare a nostro piacere. Un cane spererebbe per sua stessa natura di potersi allontanare a suo piacimento, ma la metafora di Seneca implica che se non potesse farlo, sarebbe meglio per l´animale seguire docilmente il carro, invece che esserne trascinato a forza e finire strangolato. Così disse infatti Seneca: "L´animale che si dibatte rifiutando il guinzaglio finisce col serrarlo? non esiste giogo più stretto da ferire un animale di quello che l´animale stesso stringe, osteggiandolo invece di assecondarlo. Il miglior sollievo dai mali che ci opprimono consiste nel sopportare e nel piegarsi alla necessità".
Ritornando dunque al passato e alla saggezza dei filosofi stoici, potremmo trovare un metodo utile per ridimensionare alcune delle nostre aspettative e per smorzare il nostro shock davanti ai disastri naturali e allo spargimento di sangue. Nel 65 d. C. quando l´imperatore Nerone ordinò a Seneca di suicidarsi, la moglie e i suoi famigliari scoppiarono in lacrime. Seneca no, poiché aveva imparato a seguire il carro della vita con rassegnazione. Portandosi con tranquillità il coltello ai polsi, pronunciò una frase che faremmo bene a ripeterci, quando leggiamo le notizie sui giornali in alcune mattine particolarmente tristi. Egli disse: "Che bisogno vi è di piangere in alcuni momenti della vita? È per la vita tutta intera che si dovrebbe piangere".
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Traduzione di Anna Bissanti
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Ds Milano - Rassegna stampa
«Basta antiberlusconismo»
Bocciata la linea di Colombo
ma la redazione fa quadrato
dal Corriere - 29 dicembre 2004
ROMA - È chiuso in nove pagine dattiloscritte il destino dell’ Unità e del suo direttore, nove pagine di piano per il rilancio che Furio Colombo e Antonio Padellaro hanno sottoposto alla proprietà del quotidiano ricevendone in cambio una bocciatura secca, forse senza appello. E dire che al direttore l’«ottimo andamento» del congresso Ds era parso un «elemento stabilizzante», un evento in grado, dopo reciproche asprezze, di «portare pace» nei rapporti tra i vertici della Quercia e quelli dell’ Unità . Colombo si sbagliava. A febbraio Piero Fassino sarà riconfermato segretario e per allora al timone del quotidiano fondato da Gramsci potrebbe esserci un nuovo direttore, più riformista o comunque meno radicale. «Un Colombo senza gli eccessi di Colombo» si mormora nei dintorni della segreteria Ds. La redazione minaccia barricate, i lettori scrivono epistole contro la «normalizzazione» in atto ma la partita non è chiusa, non ancora.
Raccontano che Romano Prodi sia furioso e il perché lo spiega lo stesso Colombo: «L ’Unità è il giornale per Prodi». Un Prodi che aveva trovato nella direzione di Colombo un asse portante della sua strategia: costruire liste civiche uliviste, mobilitare quell’elettorato di opinione che non ne può più delle divisioni, saldare attorno a sé un battagliero movimento intellettuale. Cofferatizzarsi, insomma. Ma il 23 dicembre Marialina Marcucci, presidente del Cda della Nuova iniziativa editoriale che ha rilevato il giornale dalla Quercia, ha bocciato la mission della nuova Unità : antiberlusconismo senza «inutili asprezze» e mobilitazione di piazza.
Tra i tanti possibili perché, uno è scritto al capitolo «Elementi di debolezza», dove nel ricercare le cause di un calo di copie che ha portato il cda a evocare lo spettro della cassa integrazione, Colombo e Padellaro appuntano quanto segue: «Accresciuta pressione dei vertici Ds sui contenuti politici del giornale. Frequenti polemiche tese a contestare l’autonomia politica sulla base del finanziamento veicolato dai gruppi parlamentari Ds». Il portavoce di Fassino, Roberto Cuillo, assicura che «mai la segreteria ha fatto pressioni sul Cda dell’ Unità e mai le farà». Ma Fabrizio Morri, che della segreteria fa parte, dice di più: «Non escludo che Fassino abbia fatto sapere al Cda il suo punto di vista, d’altronde il cambio di direzione è maturo da un anno». Il Cda sta sfogliando la rosa dei papabili ma la Marcucci, raggiunta al cellulare, nega: «Cambio di direzione? Non so di cosa stia parlando, è come se non mi avesse trovata». Il 3 gennaio il cda incontrerà Colombo e difficilmente il direttore accetterà soluzioni di mezzo: «Noi siamo qui, pronti per essere utili».
Monica Guerzoni
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Ds Milano - Rassegna stampa
primarie negate e il gioco degli scacchi
Bfaber Certo, quando furono studiate le leggi elettorali per i Sindaci e per i Presidenti delle Regioni, i partiti politici si preoccuparono più dell'ingovernabilità che avevano concorso a creare a livello locale piuttosto che della loro già profonda crisi culturale e ideologica. Come se la mossa d'arroccamento del potere potesse risolvere, quasi giocassimo agli scacchi, i rapporti di forza tra i loro eletti in una partita che invece ignorava sempre più i reali problemi della cittadinanza e le ragioni proprie della partita stessa. La partita originale della democrazia: la rappresentanza democratica.
Con il tempo abbiamo potuto constatare la natura politica autoritaria di quella mossa in assenza assoluta di strumenti di controllo e di istanze o strumenti partecipativi. Salvo casi rari e solo in momenti eccezionali la cittadinanza ha avuto voce e potere di scelta.
La negazione delle primarie per la selezione dei candidati alle prossime elezioni regionali, richieste con insistenza da numerosi elettori, rappresenta il culmine della crisi dei partiti politici nazionali e del loro ruolo nella democrazia repubblicana.
Ora, la richiesta di elezioni primarie va posta con determinazione e molta insistenza ai prossimi candidati Presidenti, se ci tengono ai nostri voti, affinché siano sancite dai rispettivi Statuti regionali.
La domanda da porre è semplice e vincolante.
La risposta pure. Solo un si, impegnativo, di programma politico.
Così forse si svilupperà , dal basso del singolo territorio, una democrazia repubblicana compiuta, anche se a macchia di leopardo, ma sempre meglio dell'attuale unica gerarchia a scacchiera.
Almeno per noi, semplici pedoni/elettori.
ulivoselvatico.org
Centrosinistra: i Girotondi si schierano dalla parte di Prodi
REDAZIONE
Diversi giorni fa il presidente dei Verdi Alfonso Pecoraro Scanio aveva fatto pubblicare sul sito internet dei Verdi un appello per l'unità delle opposizioni, con il quale veniva chiesto "a tutti i segretari del centrosinistra di superare i contrasti e di mettere al centro della discussione le ragioni dell'unità di programma e di coalizione per battere le destre e costruire una vera alternativa di governo".
Un appello caduto nel vuoto, considerando la rottura consumatasi ieri tra i Popolari-Udeur e la Grande Alleanza Democratica.
A meno di 24 ore di distanza dal divorzio tra Mastella e il resto della coalizione, i Girotondi hanno deciso di diffondere in rete un comunicato con il quale, di fronte ai recenti contrasti tra i vari esponenti della sinistra, il movimento si schiera compatto dalla parte di Romano Prodi.
"Come cittadini italiani che hanno a cuore le sorti del Paese desideriamo comunicare due cose - si legge nella nota de Le Girandole - con una nuova vittoria di Berlusconi l'Italia andrà a pezzi sul piano economico, civile e costituzionale e che la sola speranza di un cambiamento è affidata a una coalizione di centrosinistra unita attorno a Romano Prodi".
Convinti di ciò Le Girandole chiedono "a tutti i cittadini di informarsi e di riflettere sulla gravità della situazione reale del Paese e agli esponenti politici dell'opposizione di farla finita una buona volta con i tatticismi, l'egoismo e le divisioni".
"Per un'altra idea dell'Italia - concludono Le Girandole - viva la forza serena del professor Romano Prodi".
Uno dei sostenitori dell'iniziativa è Piero Ricca, per il quale è necessario "rendere visibile il sostegno a Romano Prodi e la voglia di una coalizione di centrosinistra unita, leale e capace di darsi finalmente una strategia all'altezza della gravità dei tempi e delle aspettative dell'opinione pubblica".
"Ho preparato un volantino che metto a disposizione di quanti vogliano utilizzarlo in occasioni pubbliche - ha aggiunto Ricca - a Milano, con gli amici delle Girandole, organizzeremo blitz e volantinaggi anche con cartelli e striscioni, per esempio uno grande e semplice con la scritta "Forza Prodi". Dobbiamo muoverci e farlo adesso".
www.centomovimenti.com
Ombre e retroscena del sistema elettorale USA (1)
Francesca Garrisi, ore 8:58 am
Osservatorio
Il 6 dicembre scorso, il segretario di Stato Repubblicano dell’Ohio, Blackwell, ha certificato la vittoria di Bush con un margine di 119.000 voti, a fronte del doppio di voti praticamente non contati (di cui 93.000 invalidati e 155.000 provisional ballot, concessi per legge nei casi di dubbia identità e che prima di essere conteggiati vanno verificati). Nonostante questo, Scott Mc Clellan, segretario dell’ufficio stampa della Casa Bianca ha dichiarato che il voto é stato largamente percepito come “libero ed onesto”, ma le 414.000 e più chiamate alle linee nazionali costituite ad hoc durante la tornata elettorale sembrerebbero dimostrare il contrario. Questa è però solo la punta dell’iceberg, in quanto la questione della trasparenza del voto negli Usa é di portata ben più vasta e profonda e si intreccia ad un altro problema, quello della segregazione razziale di cui le minoranze sono vittima e che limita fortemente i loro diritti civili, tra cui quello di voto.
Vale la pena di ripescare il clamoroso flop della Florida quattro anni fa: il governatore Jeb Bush e Katherine Harris, segretario di Stato repubblicano, ordinarono ai responsabili locali delle elezioni di cancellare dalle liste dei votanti 57.700 individui, presumibilmente ex-pregiudicati; di questi almeno il 90,2 % era innocente ed il 54% afro-americano.
In tutto 91.000 persone furono ingiustamente espunte dagli elenchi elettorali e la NAACP ottenne dal governatore e dalla Harris la promessa del reintegro dei malcapitati. Ancora un anno dopo però uno di questi, un certo Willie Steen, “colpevole” di avere un nome simile a quello di un ex-pregiudicato di un altro Stato (tale O’ Steen), non era ancora stato reinserito nelle liste elettorali. Probabilmente non gli avevano comunicato la sua vera “colpa”: essere un afro-americano.
Altro caso eclatante fu quello della contea di Gasden, che vanta la più alta percentuale di residenti afro-americani di tutta la Florida (il 58%) ed un altro primato, decisamente poco invidiabile: un voto su otto invalidato per motivi tecnici. Gli elettori che scrivevano Al Gore anziché crociare su questo nome avevano il voto annullato in quanto le macchine elettorali, spesso ormai obsolete o comunque difettose, non erano in grado di leggere eventuali segni erronei. Nella vicina contea di Leon a maggioranza bianca i voti invalidati erano invece in rapporto di uno su 500 e nella contea di Tallahassee, dotata di lettori ottici, se gli elettori sbagliavano a compilare la scheda, ne veniva data loro un’altra. Il tutto serve a spiegare i 179.855 voti invalidati quattro anni fa, di cui 97.000 di cittadini afro-americani che al 90% avevano votato per Al Gore.
Statisti e demografi hanno studiato il caso Florida definendolo tipico: il 13 % dei suoi abitanti é di colore ed ha dieci volte le possibilità di un bianco di vedere il suo voto “gettato nella spazzatura”, come dice il reporter Greg Palast, che si é a lungo occupato di questo problema. Tirando le somme, su scala nazionale si contò un totale di 1,9 milioni di voti invalidati, di cui un milione afro-americano. Cifre che si commentano da sole.
Nell’ottobre 2002, tanto per non arrivare impreparato alle presidenziali di quest’anno, Bush jr. ha firmato l’HAVA (acronimo per Help America Vote Act) che, dice Palast,“ dietro il nome materno da torta di mele, nasconde una bomba ad orologeria contro i diritti civili”. Questo provvedimento prevedeva infatti l’implementazione da parte di tutti gli Stati dell’Unione del sistema computerizzato di schedatura degli elettori che tanto aveva fatto parlare di sé già in Florida nel 2000.
Sempre in questo Stato, per portarsi avanti col lavoro, mesi prima delle elezioni di novembre, i Repubblicani hanno stilato le cosiddette caging list (“liste blindate”), contenenti 1886 nomi ed indirizzi di elettori per la gran parte di colore e democratici dell’area di Jacksonville; merito della scoperta va al solito Palast. Quest’ elenco sarebbe servito per contestare durante la tornata elettorale il diritto al voto dei 1800 malcapitati, liquidati in attesa di verifica del loro status giuridico con il provisional ballot, poi puntualmente cestinato. La procedura di contestazione é prevista dalle legge, ma non sempre viene impiegata, in quanto provoca il rallentamento delle procedure di voto, genera confusione e quindi può scoraggiare gli elettori.
Interrogati a proposito della lista, i Repubblicani hanno dapprima dichiarato che questa conteneva i nomi di donatori, molti dei quali stranamente domiciliati in rifugi per senzatetto, poi si sono corretti dichiarando che l’elenco era il frutto di un semplice controllo su quanti avevano cambiato indirizzo. Il progetto era quindi quello di contestare il diritto di voto a centinaia di migliaia di cittadini afro-americani, la cui sola colpa era quella di aver cambiato indirizzo; per la cronaca, molti dei suddetti 1800 nomi era domiciliato a Baghdad: si trattava quindi di persone partite per l’Iraq.
Alquanto diffusa risulta poi la pratica di filmare o fotografare gli elettori mattinieri, in gran parte di colore e democratici, per poi minacciarli ed intimidirli; nella contea di Jacksonville questo accade dagli anni 80 e nel corso delle presidenziali di novembre sono stati scoperti a riprendere i votanti afro-americani agenti nascosti in fuori strada dai vetri scuri.
In questo clima di illegalità diffusa Ion Sancho rappresenta una specie di mosca bianca: l’uomo, supervisore elettorale della contea di Leon, ha rifiutato di rimuovere dalle liste elettorali i nomi di presunti pregiudicati, perché, in seguito ai primi controlli, si é accorto che il database impiegato per stilare gli elenchi era di pessima qualità e quindi inaffidabile; prima di cancellare qualsiasi nome riteneva perciò necessario correggere le liste.
Altro problema é quello legato allo status degli individui sottoposti a condanna, i quali in sei Stati tra cui la Florida, pur avendo scontato la loro pena, non hanno il reintegro automatico dei diritti civili, ma devono affrontare una complessa procedura burocratica; questo meccanismo é un retaggio della Costituzione della Florida del 1868, il cui intento era quello di colpire gli elettori di colore. Tale dispositivo ha inoltre fatto sì che 2500 cittadini, in larga maggioranza afro-americani e democratici, rischiassero lo scorso novembre di non vedersi riconosciuto il diritto di voto perché si erano registrati prima di ricevere la clemenza.
Molto frequente sembra essere anche la diffamazione mediatica delle organizzazioni che difendono gli elettori appartenenti alle minoranze; una di queste, la Voter League, in occasione delle recenti presidenziali é stata vittima di una campagna denigratoria ad opera della FDLE (Florida Department of Law Enforcement, organismo sottoposto al controllo di Jeb Bush). Questa ha poi compiuto una serie di ispezioni a sorpresa tra gli elettori anziani, in buona parte afro-americani, principali fruitori dell’absentee ballot, modalità cui si può ricorrere prima della tornata evitando i seggi e di cui la Voter League si occupa; ciò non solo ha scoraggiato i suddetti ad esercitare il loro diritto al voto, ma ha anche messo in crisi la stessa associazione. Pur se, ad onor del vero, va aggiunto che l’apartheid elettorale di cui le minoranze sono vittima non nasce con l’amministrazione Bush jr., ma é piuttosto un’ipoteca antica e difficile da estinguere che grava sulla società statunitense dalla Guerra di Secessione del 1865.
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Sudest asiatico, il disastro e il sottosviluppo
di GILBERTO SERAVALLI
Il maremoto che ha colpito le popolazioni, in gran parte povere e poverissime, del sudest asiatico si rivela di ora in ora di proporzioni mai viste. Lo stesso lento ritmo che assume l’aggravarsi della situazione, come viene comunicata, testimonia – anche al di là delle stesse cifre – che le sue dimensioni sono enormi. Vi sono ancora intere regioni che non sono state raggiunte dai soccorsi e dalla stampa internazionale.
Circolano stime che raggiungono molte decine di migliaia di vittime.
Molti di più saranno i morti per le malattie che seguiranno. L’area è troppo vasta e troppo poco attrezzata di infrastrutture elementari per essere ottimisti, anche se le differenze sono grandi tra paese e paese e tra regione e regione.
Ma quali saranno gli effetti a lungo termine? Potrà sorprendere, ma di fronte a un disastro veramente grave come questo non mancano ragioni per pensare che dal male potrà venire qualche bene. E non si tratta solo di “saggezza popolare” consolatoria.
Molti economisti, per esempio, hanno registrato che importanti riforme nei paesi in via di sviluppo si sono avute dopo crisi economiche gravi. Hanno congegnato perciò questo ragionamento: dato che il sottosviluppo è anche (per molti soprattutto) incapacità di fare politiche adeguate e non solo carenza di risorse e/o sfruttamento da parte dei paesi ricchi, e siccome nella realtà sussiste una forte incertezza sugli esiti di tali politiche e un notevole ritardo tra interventi ed effetti, per cui una buona politica non può immaginarsi semplicemente legittimata dai risultati, allora le riforme vengono solo quando si è fatta strada la convinzione che occorra cambiare per uscire da condizioni economiche non più sostenibili.
È dunque il caso di discutere un’idea di questo genere, che potrebbe dare speranza.
Ritengo si possa sostenere, in sintesi, che un disastro resta un disastro, e che la speranza non può essere affidata a “meccanismi” automatici, quanto piuttosto all’entità ed intelligenza degli aiuti.
Che le riforme e le buone politiche siano direttamente conseguenza della crisi, si rivela, prima tutto, un argomento debole, e non certo perché privo di supporto empirico, ma perché è un’ipotesi non falsificabile e quindi inutile. Quando si tratta di spiegare perché in un paese, in seguito alla crisi, si sono fatte le riforme (come in Corea del Sud, ad esempio) ed in altri no (come per esempio in Brasile), questo paradigma porta a rispondere immancabilmente che nei paesi in cui gli interventi non sono stati fatti «la crisi non era abbastanza grave».
L’argomento crisi-innovazione, tuttavia, è utile in un altro senso. Esso aiuta a comprendere successi economici e fallimenti dell’azione istituzionale se si accetta di assumere una funzione costi-bene fici propria delle istituzioni. La ragione per cui processi di deterioramento e di crisi dell’economia possono facilitare e anzi spingere a cambiamenti drastici delle politiche è che in tali condizioni la platea di coloro che stanno subendo danni è divenuta molto vasta. Può succedere allora che la legittimazione delle politiche fino a quel punto condotte sia fortemente deteriorata e, d’altra parte, pochi si oppongano a cambiamenti anche se avranno effetti importanti di natura ridistributiva.
Le istituzioni allora «hanno poco da perdere» se agiscono incisivamente.
La crisi, cioè, non porta alle riforme perché è urgente uscirne, ma perché facilita il compito innovatore delle istituzioni. Ma questo indica come cruciale per l’azione delle istituzioni il vincolo di consenso che esse debbono soddisfare.
Da questo lato sono cruciali l’entità e l’intelligenza degli aiuti. Se essi saranno consistenti, pensati più nell’ottica dello sviluppo che solo nell’ottica dell’emergenza, concessi a condizione che servano davvero alla povera gente e non direttamente o indirettamente ai ricchi e alla classe dirigente, allora potrà effettivamente innescarsi un processo positivo.
Vi sono ragioni per ritenere che questo potrà davvero accadere? Aiuti consistenti: le stime dei danni cominciano a circolare, ma è troppo presto per ritenerle affidabili. Sembrano tuttavia cifre che vanno da un decimo a un settimo del costo finora sostenuto dagli Stati Uniti per la guerra in Iraq! Forse la comunità internazionale potrà cogliere un’occasione per fare finalmente ciò che deve. Salvo che ci pensi la Cina. Aiuti nell’ottica dello sviluppo: questo è più difficile perché, passata l’emergenza, quando i giornali di tutto il mondo parleranno d’altro, le missioni internazionali se ne andranno. Importante, quindi, che ora i piani di intervento siano davvero consistenti.
In fondo molti hanno dimenticato che da noi lo sviluppo del Friuli post-terremoto del 1976 è venuto anche perché gli aiuti furono di entità eccezionale (pari al Pil complessivo di un anno di tutta la regione). Si torna perciò in sostanza all’entità.
Aiuti che servano alla povera gente: questo è più difficile ancora e qui l’entità degli aiuti rischia di costituire un ostacolo (per gli appetiti che crea).
Qui è allora cruciale la capacità di “sorveglianza” degli organismi internazionali e delle organizzazioni non governative. Si tratta, dunque, di moralità ed intelligenza. Ciascuno tiri le sue conclusioni.
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Bush, Bin Laden e il Petrolio (II)
Sbancor -
La Casa dei Saud ha finanziato per 25 anni il fondamentalismo islamico. Ma ha un problema, il pretendente al trono "Azouzi" è completamente pazzo...
“Follow the money” – Segui il denaro diceva Deep Throath (Gola Profonda) ai due giornalisti che incriminarono il Presidente Nixon per lo scandalo Watergate. Ma per seguire questo flusso di denaro non bastano due intraprendenti cronisti del “Washington Post”. Dal 1979 la casa regnante dei Saud lancia la più grossa offensiva di propaganda religiosa mai vista sulla faccia del pianeta. 70 miliardi di dollari è il “budget” iniziale. Nel 1979 due fatti erano intervenuti a modificare gli assetti del Medio-Oriente: la rivoluzione iraniana aveva creato una teocrazia sciita che sembrava in grado di combattere il “Grande Satana”, gli Stati Uniti d’America. Sempre nel 1979 un gruppo di militanti sciiti si impossessò per alcune ore della Grande Moschea della Mecca. il luogo santo dell’Islam dove è conservata la Ka’aba, la pietra nera. I Principi Sauditi si risvegliarono dal loro ozio fatto di ville sulla costa azzurra, Ferrari, Roll’s Royce e Rolex tempestati di diamanti. Gli “eretici” sciiti erano alle porte, l’Iran di Khoimeni si espandeva fino a Beirut dove nasceva il Partito di Dio, gli Hezbollah. Tutti i regimi mediorientali tremavano sotto la minaccia della Shia. A Istambul le donne si vestivano “all’iraniana”, Chador e cappotti lunghi grigi. A partire dagli anni ’80, con la guerra in Afghanistan, il flusso di denaro aumenta . I risultati si vedono: 1.500 moschee, 210 centri islamici, 202 collegi e circa 2000 scuole realizzate in quegli anni solo nei paesi non-islamici.
Le organizzazioni “di carità” incanalano flussi continui di valuta verso tutte le organizzazioni radicali islamiche, dall’Algeria al Sudan, dall’Indonesia alle Filippine.
Incontrammo Ben Bella ad Algeri: era appena iniziata la “mattanza algerina”, che è costata la vita ad oltre 300.000 persone. Gli chiedemmo chi secondo lui finanziasse gli estremisti islamici. “Ci rispose: “I Saud, cioè gli americani”.
Riyadh e Washington insieme fornirono 3,5 miliardi di dollari ai “mujaddin” che combattevano in Afghanistan. Durante la guerra in Bosnia i Saud misero a disposizione dei gruppi integralisti circa 150 milioni di dollari. Lo stesso fu fatto in Cecenia.
Ora è difficile credere che questa politica estera Saudita possa essere durata circa 25 anni senza che gli Americani ne sapessero nulla. Ma è proprio quello che il “rapporto al Congresso sul 9/11” ci vuol far credere. Più realistico pensare che in questo fiume di dollari, di petro-dollari, nuotassero molti pesci dell’amministrazione U.S.A . Di alcuni si ha diretta notizia, come dell’ex Direttore della CIA Richard Helmes, coinvolto nello scandalo BCCI come risulta dal “Rapporto Kerry”. Di altra si ha evidenza dai libri soci di alcune società ben introdotte in Medioriente come il “Carlyle Group” o la “Halliburton”. Quindi Bush padre e Cheney, Frank Carlucci e James Baker III.
Diversi agenti Cia hanno raccontato come per tutti gli anni ’90 qualsiasi inchiesta sul terrorismo islamico che coinvolgesse la famiglia reale Saudita venisse immediatamente fermata dai livelli gerarchici più alti.. (cfr. The Saudi Conneciton “How Billions in oil money spawned a global terror network” http://foi.missouri.edu/terrorbkgd/saudiconnect.htm ) Stessa storia per il Pakistan e per il suo famigerato servizio segreto: l’I.S.I
All’interno della Casa Reale Saud il “prediletto” di Re Fahd è Abdul Aziz, detto “Azouzi” che in arabo significa “Caro” a detenere la leadership nei finanziamenti agli integralisti. “Caro” girava con una Harley Davidson dentro i palazzi sauditi, travolgendo servi e schiavi. “Caro” è un po’ lento di cervello, viziato, inaffidabile. “Caro” ha speso 4,6 milardi di dollari per un palazzo. “Caro” ha ricostruito la “Mecca” in scala e paga attori perche recitino la parte dei “fedeli 24 ore su 24. HHa ricostruito anche l’Alhambra Medina e una mezza dozzina di siti islamici. “Caro” è pazzo da legare. Ma l’indovino di Re Fahd disse che “Azousi” avrebbe portato fortuna e lunga vita al Re. E ormai Fahd è ridotto a un vegetale. Defeca in pubblico e può essere mostrato solo da lontano alle cerimonie del regno. Recentemente gli uomini di Ghedaffi hanno cercato di eliminarlo. Inutilmente.
Regna Abdullah, il reggente uomo di costumi severi, della tribù dei Rashid. Uomo che viveva nel deserto amava i datteri ed il latte di capra. Ma intorno ci sono Salman, Sultan e Nayef . La “guerra di successione saudita” è già iniziata. E qualcuno pensa che porterà alla fine della “Casa dei Saud”
(Continua)
www.rekombinant.org/
Il silenzio assordante di Bush
Il segreto (come al solito) di Diego Garcia
I Giapponesi hanno donato 40 milioni di dollari ai Paesi devastati dalla catastrofe. Gli Usa, i potenti Usa, solo 11 milioni. Mi domando che fine abbia fatto la loro segreta e sofisticata Diego Garcia, la base dei B52 per i bombardamenti irakeni. Rubata alle popolazioni deportate.
Come mai quella potente pista aerea non è stata messa al servizio dell'Apocalisse? Esiste ancora?
Bush è solo un taccagno? Finora dagli Usa arrivano soltanto spocchiose concioni cattedratiche, del tipo "se non avete pane compratevi almeno brioches". Noi i sensori e le reti a satellite nel Pacifico ce le abbiamo e Voi, poveri indiani e indonesiani, siete degli imbecilli a non averle....
Noi Usa siamo in altri affari affaccendati per usare il nostro prezioso tempo per esprimere concretamente solidarietà con Voi....Noi abbiamo un problemuccio petrolifero...anzi ci scoccia un po' di essere finiti in quarta o quinta pagina....
Insomma a volte divento cattivo....ma sono questi piccoli particolari, queste notizie che non ci sono, questo mancato messaggio di un Bush (il sedicente alfiere della democrazia planetaria) di fronte a un eventuccio da centomila morti e milioni di disperati....Sono questi dettagli che mi confermano nelle mie (personalissime beninteso) ipotesi.
Democrazia nacque intorno a tre parole: libertà, eguaglianza e.....fratellanza. Mah....
caravita.biz
Più nulla
Il maremoto che ha sconvolto il sud-est asiatico visto da lontano
Ishara Chickera ha diciannove anni, e vive in Italia da quando ne aveva quattro. E' nata a Hikkaduwa, sulla costa meridionale dello Sri Lanka, dove vive ancora sua nonna. Le abbiamo chiesto di raccontarci la situazione nel suo paese.
Siete riusciti a comunicare con la vostra famiglia?
"Ieri sera qualche telefono cellulare funzionava, mentre le linee telefoniche sono ancora interrotte. Noi siamo riusciti a parlare con la nonna, che abita su una collina dietro Hikaduwa, dove per fortuna l'onda non è arrivata. Nella mia famiglia, quindi, non ci sono state vittime. Ma molti amici di mio padre sono morti o dispersi. E moltissime persone che lavorano qui in Italia non sono riuscite a contattare le loro famiglie, perciò stanno cercando disperatamente di tornare in Sri Lanka, pagando cifre esorbitanti per un biglietto aereo, mentre gli aerei dell'Alitalia vanno giù vuoti, per riportare i turisti a casa."
Che cosa è successo ieri a Hikkaduwa?
L'onda è arrivata alle undici, ora locale. Era alta sei metri. A quell'ora c'era tantissima gente in spiaggia, al mercato dietro la ferrovia, e anche nelle scuole, aperte per i riti religiosi. Il mare ha letteralmente spazzato via tutti gli alberghi sulla costa, ha superato la ferrovia e si è abbattuto sul mercato. Della stazione di polizia sono rimaste solo le mura, e così anche della scuola femminile lì vicino. Nel piccolo ospedale di Hikkaduwa hanno contato, per ora, quarantatre morti. Ma ce ne sono sicuramente di più. E a Galle, il paese più vicino, dove è rimasta in piedi solo la statua di Buddha, ce ne sono già trecentocinquanta". Ishara descrive uno scenario apocalittico, come è apparso a sua nonna questa mattina.
"La spiaggia è ancora piena di cadaveri, e altri continuano ad affiorare dal mare, perciò il conto definitivo ci sarà solo fra qualche giorno. Hanno visto trattori carichi di corpi.
Hanno visto anche molti cadaveri di turisti, in questa stagione era pieno soprattutto di svizzeri e australiani. Il mare ha spazzato tutto, le barche sono entrate negli edifici. La strada che porta a Colombo è interrotta, quindi la gente è bloccata lì. Dicono che stamattina degli aerei militari sganciavano dei volantini per invitare la gente ad andarsene. Ma le strade sono interrotte, dove possono andare?
Qui si dice che lo Sri Lanka, a causa dell'estrema povertà, non è riuscito a fronteggiare l'emergenza.
"Sì, e questo non è corretto: è vero, una parte del paese è ancora povera e arretrata, ma lo Sri Lanka era molto cresciuto negli ultimi anni, soprattutto grazie alle rimesse di chi è andato all'estero a lavorare, tra mille sacrifici. E con quei soldi erano stati costruiti alberghi, case, infrastrutture. Quindi non era più il pease poverissimo che si racconta qui.
Ora è stato tutto spazzato via. Adesso sì che il mio paese è tornato indietro di cinquant'anni. E' come se quei progressi non ci fossero mai stati: non è rimasto niente, nemmeno il ricordo.
E ora?
La gente è terrorizzata perchè dicono che arriverà un'altra onda. Si sono rifugiati nei templi buddisti, e nelle scuole dell'interno. Non c'è acqua potabile, perchè quella dei pozzi non si può più bere, essendo stata contaminata dai cadaveri. E non c'è da mangiare, perchè tutti i negozi di alimentari erano sulla costa e sono stati spazzati via.
Mia nonna oggi ha portato un po' di cose da mangiare al tempio, ma sono troppi gli sfollati, è impossibile sfamarli tutti. E stanotte nessuno ha dormito: ascoltavano il mare.
Una cosa che mi piace della mia gente, di cui vado fiera, è che non volta mai le spalle davanti alla sofferenza degli altri. Quando qualcuno ha un problema, tutti corrono ad aiutarlo. Ecco perchè credo che a Hakkaduwa siano morti molti giovani: anche se erano sopravvissuti alla prima ondata, saranno sicuramente corsi ad aiutare gli altri.
Conoscendoli, si saranno precipitati. Lasciandoci magari la vita.
In Italia si è parlato soprattutto dei turisti italiani..
Io capisco la preoccupazione per i turisti, per "i connazionali", come dicono i telegiornali. Ma ci sono migliaia di persone morte e rimaste senza casa. E' terribile vedere la nostra gente che muore, e noi qui a guardare il telegiornale.
C'erano moltissimi italiani alle Maldive, e di Malet sappiamo tutto: Emilio Fede e Maldini erano lì, e molti altri vip. Abbiamo visto decine di immagini riprese dal'alto delle Maldive. Ora, lo SriLanka è a un'ora di volo da lì: l'elicottero che ha fatto le riprese non poteva andare a riprendere anche la costa dello Sri Lanka?
Ci sono tantissime persone che lavorano in Italia come collaboratori domestici, anche nelle case dei vip. E loro non sanno niente di cosa è successo nel loro paese.
Ieri, quando non riuscivo a contattare la nonna, ho chiamato il 170, il servizio per le chiamate internazionali. La signorina era gentilissima, mi ha chiesto i recapiti da contattare.. probabilmente pensava fossi italiana (Ishara parla italiano come fosse madrelingua, ndr). Ma poi quando le ho detto che stavo cercando di contattare non dei "connazionali" ma delle "persone locali", ha detto che non poteva aiutarmi.
Ieri sera, nello speciale del Tg1, continuavano a parlare delle perdite che avrebbe avuto il turismo. Ma non mi sembra la cosa principale.
Che cosa succederà adesso?
Non so. La gente non ha più niente: si viveva di turismo, e gli alberghi non ci sono più. Si viveva di pesca, e ci sono pesci morti ovunque. Si viveva di agricoltura, e i campi e le risaie sono spariti.
E non dimentichiamoci tutti quelli che lavorano qui in Italia, che non hanno notizie. Non chiedono molto, solo di sapere cosa è stato delle loro mogli, delle loro figlie, di chi hanno lasciato a casa per venire qui a lavorare. E stanno spendendo mesi e mesi di stipendio, o stanno facendo debiti, per comprare un biglietto per tornare a casa, per scoprire se hanno ancora una famiglia. Mentre gli aerei dell'Alitalia vanno giù vuoti..."
Cecilia Strada www.peacereporter.net
L'allarme maremoto è finito nell'oceano sbagliato
di Pietro Greco
Migliaia di vite umane potevano - e quindi dovevano - essere salvate, domenica scorsa lungo le coste dei paesi che affacciano sull'Oceano Indiano. Diamo una scorsa ai tempi in cui lo tsunami ha consumato la tragedia e capiremo perché. Manca un minuto alle ore 7.00 di domenica 26 dicembre quando a dieci chilometri di profondità al largo delle isole Simeulue, a ovest dell'isola di Sumatra, avviene un terremoto di magnitudo 9,0 della scala Richter. Il sisma interessa una faglia di quasi 1.200 chilometri ed è così potente da spostare l'isola di Sumatra, grande tre volte l'Italia, di trenta metri in direzione sud-ovest. Il titanico e repentino spostamento di masse genera in mare una serie di onde anomale che iniziano a propagarsi a una velocità di oltre 500 chilometri al secondo in ogni direzione. Nel giro di pochi minuti il treno d'onda ha già raggiunto le coste settentrionali di Sumatra.
Quindici minuti dopo, a molte migliaia di chilometri di distanza, gli strumenti del Pacific Tsunami Warning Center di Honolulu, nelle Hawai, registrano il terremoto. Il direttore del centro, Charles McCreery, avvisa la dottoressa Laura S. L. Kong, responsabile dell'International Tsunami Information Center (Itic), che l'evento produrrà effetti anche nel Pacifico. L'Itic è un centro che afferisce alle Nazioni Unite, finanziato dagli Usa, che, fin dal 1965, ha il compito di informare i paesi e le popolazioni che affacciano sull'Oceano Pacifico sul rischio tsunami. Passano pochi minuti e la dottoressa Kong avverte i rappresentanti dei 26 paesi del network del Pacifico (incluse Thailandia e Indonesia) che nel giro di poche ora le coste delle isole Figji, del Cile e della California saranno interessate da una variazione del livello del mare di qualche centimetro.
Proprio mentre gli esperti di Honolulu affinano le loro conoscenze sull'evento sismico di Sumatra e persino le autorità del Cile vengono informate che le spiagge del loro paese saranno interessate da un'onda anomala di qualche centimetro, il treno generato dal sisma nell'Oceano Indiano si abbatte sulle coste occidentali di Sumatra con onde alte più di dieci metri. E un'ora dopo, alle otto del mattino, viaggiando a oltre 500 chilometri l'ora, raggiunge le coste della Thailandia. Passa ancora un'ora, e alle 9 del mattino, il treno d'onda raggiunge le coste più meridionali della Birmania. Tra la 9.30 e le 10 le onde anomale raggiungono lo Sri Lanka. Alle 10, tre ore dopo il sisma, il treno s'abbatte sulle Maldive e le coste orientali dell'India. Ancora un'ora, sono ormai le 11 del mattino, e il maremoto investe le coste occidentali del grande paese asiatico. Alle 12 tocca al Madagascar. E alle 13 - mentre in Italia il telegiornale già trasmette le prime immagini della catastrofe in Indonesia, Thailandia e Sri Lanka - le onde raggiungono la Somalia e la penisola arabica.
In questa sua veloce, ma non istantanea, cavalcata lo tsunami generato dal più grande terremoto avvenuto sulla Terra negli ultimi 40 anni, ha colto sempre del tutto impreparate le popolazioni costiere. Perché? Perché, mentre qualcuno già da tempo il Cile sapeva del sopraggiungere di un'onda anomala di qualche centimetro, nessuno in Indonesia, Thailandia, Malaysia, Birmania, Sri Lanka, India, Bangladesh, Maldive, Madagascar, Somalia, Yemen e Oman sapeva (e se sapeva, riusciva ad avvertire le popolazioni a rischio mortale) del sopraggiungere di onde anomale che, in prossimità della costa, si sarebbero inarcate anche oltre i dieci metri e avrebbero scaraventato sulla costa una quantità inimmaginabile di acqua?
La vicenda che abbiamo ricostruito dimostra che non tutto quanto è avvenuto domenica scorsa era ineluttabile. Che c'era tutto il tempo e c'erano tutte le informazioni utili a salvare le vite di decine di migliaia di persone, come hanno sostenuto - tra gli altri - Tad Murty, un esperto di tsunami in forze all'università canadese di Manitoba, e Brian Baptie, del servizio geologico britannico. Purtroppo quel tempo è stato speso male. E quelle informazioni non hanno trovato i canali di comunicazione giusti per risultare utili.
La realtà è che i paesi che affacciano sul Pacifico hanno fin dal 1965 un efficiente sistema di allarme tsunami, mentre i paesi che affacciano sull'Oceano Indiano - malgrado i ripetuti appelli degli esperti - non ne hanno mai allestito uno. E non lo hanno allestito per un motivo molto semplice: creare una rete di sensori sottomarini, di boe galleggianti, di satelliti, di computer che nel giro di pochi minuti rilevano la nascita di uno tsumani e ne calcolano potenza e direzione, è un'impresa costosa. E, creare un'organizzazione a terra che, in pochi minuti, trasmette le informazioni alle popolazioni interessate per metterle in salvo in centri di raccolta facilmente raggiungibili, è impresa difficoltosa. Nell'insieme le due imprese non sono alla portata di paesi poveri, che preferiscono investire i loro soldi non nella gestione di un rischio remoto, per quanto terribile, ma nella gestione dei rischi quotidiani.
Ma chi abita nei paesi poveri ha il medesimo diritto alla protezione di chi abita nei paesi ricchi. E allora, la vicenda di domenica dimostra che, forse, la strada migliore è quella di creare un sistema di protezione civile globale nell'ambito delle Nazioni Unite. Un sistema costituito da un centro scientifico in grado di gestire la rete di sensori e di lanciare prontamente l'allarme (si tratta, in pratica, di allargare le competenze del centro di Honolulu e istituire un World Tsunami Warning Center); da un centro di trasmissione delle informazioni (si tratta di allargare le competenze dell'Itic che è già dell'Onu); di creare nelle nazioni a rischio un'organizzazione tale da ricevere le informazioni e in pochi minuti avvertire in maniera capillare la popolazione per metterla in salvo.
Questo per quanto riguarda la protezione dagli tsunami. Ma il mondo è esposto a una serie di rischi globali o, comunque, che interessano grandi regioni. Conviene a tutti cercare di governare questi rischi (per esempio il rischio idrogeologico, esacerbato dall'aumento della temperatura media planetaria). Le Nazioni Unite già posseggono competenze, strutture scientifiche e tecniche che, se messe in rete e dotate di un minimo di finanziamento, possono costituire la prima colonna di un sistema di protezione civile globale. Capace, come fa in campo medico (con buoni frutti) l'Organizzazione Mondiale di Sanità, sia di lanciare con tempestività l'allarme, sia di intervenire in maniera tempestiva per gestire l'emergenza dopo che l'evento è accaduto. Compito al quale peraltro l'Onu, come vediamo in queste ore, già adempie. Le vite di decine migliaia di persone domenica scorsa potevano e, quindi, dovevano essere salvate. Che il loro sacrificio serva almeno a salvare altre innumerevoli vite in occasione delle prossime catastrofi naturali.
unita.it
Questo sì che è un Numero Due
Al Quaeda, sapete, mi ricorda un telefilm.
Per la precisione, un vecchio telefilm inglese, delirante e paranoide, in cui il protagonista era tenunto prigioniero da una misteriosa organizzazione, che faceva capo a un misterioso Numero Uno.
Il Numero Uno non si vedeva mai. Ma in ogni puntata il protagonista doveva sconfiggere un Numero Due diverso. Ora, avete fatto caso a quanti Numeri Due ha Al Quaeda? A quante volte vi è stato annunciato l’arresto “del Numero Due” di Al Quaeda? Io ho perso il conto.
Alcuni di questi Numeri Due sono personaggi veramente singolari, proprio come nel telefilm. Prendi il Mullah Omar, un guercio in grado di seminare l’esercito USA in… motocicletta. L’anno scorso il vero Numero Due era Saddam Hussein (questo almeno l’hanno preso). Due mesi fa era il medico personale di Bin Laden (quello che gli cambia le flebo della dialisi, per capirci), e gli americani stavano mettendo a fuoco e fiamme un pezzo di Afganistan, per braccarlo. Non se ne è più saputo niente. (Resta il dubbio: adesso chi le cambia, le flebo, al Numero Uno?)
A partire da ieri, il posto di Numero Due di Al Quaeda spetta di fatto ad Al Zarkawi, l’uomo che nei giorni di massima esposizione mediatica dello scandalo di Abu Ghraib, ha pensato bene di decapitare un americano in diretta con una sega circolare. Giusto per ricordare la differenza tra “barbarie” e “democrazia”: quest’ultima tortura, sì, ma poi chiede scusa. Vuoi mettere con Zarkawi? Il suo snuff è un bel regalo agli ideologi e agli avvoltoi di area neocon: in Italia, non a caso, lo spaccia nelle edicole Giuliano Ferrara.
Così, finalmente anche questo Numero Due avrà in Occidente l’attenzione che ha cercato di attirare in tutti i modi. Perché giudicare Zarkawi per una testa mozzata è giusto, ma come dire, lievemente riduttivo. Se fosse davvero colpevole di tutte le stragi che si è attribuito nei mesi scorsi (compresa la nostra Nassiryia), Zarkawi sarebbe il responsabile della morte di 700 persone. La maggior parte di queste vittime – curioso – non sono americane. Per dirla con Beppe Caravita, “Zarkawi ha compiuto stragi contro la Croce Rossa, l'Onu, forse i Carabinieri italiani, sinagoghe e ambasciata inglese di Istambul, folle di pacifici mussulmani sciiti e non ha mai colpito un solo obbiettivo militare americano”.
Cito Caravita perché Zarkawi è un suo vecchio pallino. È da mesi che raccoglie informazioni . Questo pezzo mio è solo una volgarizzazione di quello che trovate sul suo blog: chi lo conosce già, può fare a meno di leggermi, per oggi. Gli altri sono comunque invitati a risalire alle fonti.
E dunque, questo Zarkawi sarebbe il “luogotenente di Al Quaeda in Iraq”. Ma chi l’ha detto? E come fa a saperlo? Cosa sappiamo davvero di Al Quaeda?
Molto poco. Per questo continuiamo a torturare i prigionieri a Guantanamo e nei teatri di guerra: mica perché siamo sadici. No: torturiamo perché ci servono ancora molte informazioni. Ma dunque è dalle rivelazioni di qualche “pentito” che abbiamo scoperto che Zarkawi è il Numero Due?
No. In realtà, dalle informazioni di cui disponiamo, sembra emergere il contrario: Zarkawi è un cane sciolto che non gode dell’effettivo appoggio di questa organizzazione (ammesso che “questa organizzazione” esista…)
Basta osservare con attenzione. All’inizio di quest’anno Zarkawi scrive una lettera pubblica a Bin Laden, informandolo (e informandoci) sulle strategie da prendere in Iraq. In 17 cartelle, Zarkawi “chiede l’aiuto dell’organizzazione e suggerisce di colpire gli sciiti per suscitare la guerra civile in Iraq”. Ora, è chiaro che se chiedi una mano ad Al Quaeda, non sei un pezzo grosso di Al Quaeda.
Comunque non sei nemmeno, come direbbe il nostro illuminato leader, un povero beduino. Zarkawi non si limita a chiedere aiuto: agisce. Marzo comincia con le stragi di Bagdad e Karbala. Con quello che è successo in seguito, può darsi che ce ne siamo dimenticati, ma è stato il giorno più sanguinoso in Iraq da quando “è finita la guerra”. 130 vittime e migliaia di feriti tra gli Sciiti. Zarkawi rivendica le stragi. Al Quaeda, però, lo sconfessa. Qualsiasi cosa sia Al Quaeda, ben due comunicati, ritenuti “credibili”, rinnegano il massacro degli sciiti. E allora capite che c’è qualcosa che non va, se oggi sentiamo parlare di Zarkawi come “luogotenente di Bin Laden”.
Anche perché fino a ieri i giornali, perfino italiani, non la pensavano così. Sul Corriere: Un suo ex compagno sostiene che in realtà Al Zarkawi è «un oppositore di Al Qaeda». La BBC riporta lo stralcio di un interrogatorio ai membri di una cellula filo-Zarkawi in Germania, secondo cui il loro leader si rivolgeva soprattutto “ai giordani che non volevano entrare in Al Qaeda”. (“Questo”, nota la BBC, “è in conflitto con le informazioni di fonte americana”).
Zarkawi stesso è giordano. Dopo una carriera fallita di venditore di vhs, aveva riscoperto il Corano e la Jihad andando a combattere i sovietici sul fronte afgano – la grande incubatrice del fanatismo islamico. Quando torna in Giordania è già un attivista, e come tale viene incarcerato. Nel 2000 è libero grazie a un’amnistia. Bel colpo di fortuna. Anche perché a quel punto Zarkawi torna in Afganistan e diventa subito un pezzo grosso. Fonda “un proprio campo d’addestramento a Herat riservato solo a giordani o palestinesi”. Beh, in fondo che ci vuole per addestrare dei fanatici? Un po’ di Corano, qualche kalashnikov, metri di bandiera israeliana da calpestare… e armi chimiche. Sì, in Afganistan Zarkawi addestra i suoi ragazzi con le armi chimiche e biologiche. Fonte: The Washington Institute for Near East Policy (sempre grazie a Caravita, naturalm).
A un certo punto c’è un incidente: Zarkawi resta ferito a una gamba. Gliela amputano a Bagdad. No, momento.
Io pensavo che ci fosse una guerra al Terrorismo, da quelle parti. Pensavo che i terroristi fossero braccati nelle caverne. Invece questo piglia su dall’Afganistan, attraversa l’Iran e arriva in Iraq. Continuando nel frattempo a coordinare gruppi di terroristi che vanno a combattere in Israele? E tutto questo, badate bene, con una gamba sola, perché l’altra è da amputare. E siamo nella prima metà del 2002, tra campagna d’Afganistan e guerra in Iraq. Come diavolo ha fatto? Gli ha dato un passaggio il Mullah Omar in side-car? Scherzo, ma non sarebbe il caso. Che guerra al terrore è, se gli addestratori dei terroristi se ne vanno in giro indisturbati nel teatro delle operazioni?
Ma il bello è che Zarkawi non è affatto passato inosservato. No, gli americani sanno bene che è lì. E infatti, quando Colin Powell e compagnia pretenderanno di dimostrare al mondo che ci sono contatti tra Saddam Hussein e Bin Laden, una prova determinante sarà proprio la presenza a Bagdad del signor Zarkawi.
In seguito Zarkawi passa per la Giordania e la Siria, dove collabora con gli Hezbollah (il che, da parte del futuro massacratore degli sciiti iracheni è un po’ sorprendente). Raccoglie armi chimiche e convenzionali, flirta coi curdi, commissiona l’assassinio di un ufficiale USA, torna in Iraq. Ma attenzione, nel “Northern Iraq”. Cioè nella zona curda, sotto la no fly zone, che anche prima della guerra non era controllata da Saddam Hussein. Qui Zarkawi continua a tramare indisturbato. Non inosservato, però. Per due volte il Pentagono chiede alla Casa Bianca il permesso di eliminare il pericoloso terrorista, che sta progettando attentati all’arma chimica in Europa. Anche in quel caso, Zarkawi non si limita a “progettare”. Nel gennaio del 2003 a Londra viene scoperta una cellula del gruppo di Zarkawi. Sei terroristi con un piccolo laboratorio chimico. Per la terza volta il Pentagono propone alla Casa Bianca un raid contro la base di Zarkawi. E per la terza volta la Casa Bianca nicchia. Perché? Secondo le autorità militari, “l’amministrazione temeva che un attacco alla base terroristica avrebbe rischiato di ridimensionare gli argomenti a favore di una guerra contro Saddam” (mia pessima traduzione di questa frase: the administration feared destroying the terrorist camp in Iraq could undercut its case for war against Saddam.
In pratica, nel 2003 Zarkawi era in Iraq, e produceva armi di distruzione di massa. E sembrava anche determinato a usarle contro l’Occidente. Ma Bush e soci preferiscono non bombardarlo, perché avrebbe distolto l’attenzione da Saddam. Bella guerra al terrore, complimenti.
Ma se Zirkawi era il tramite tra Bin Laden e Saddam – e disponeva di quantitativi anche modesti di WMD – perché gli americani l’hanno risparmiato? È davvero una bella domanda.
Quando scoppia la guerra, la base viene finalmente bombardata, ma è troppo tardi. Zarkawi è già in giro a organizzare la sua “resistenza”. Come abbiamo già notato, è un “resistente” molto particolare, che fa più vittime fra la popolazione che tra le forze occupanti. Per Caravita, è come se Garibaldi avesse voluto fare l’Italia massarando la maggioranza dei suoi abitanti. Un patriota così, a chi conviene?
Una guerra civile (a meno di un genocidio) porterebbe alla separazione in tre stati, di cui quello sunnita senza dubbio il più povero. Gli interessi politici di un eventuale movimento di liberazione dell'Irak sono quindi esattamente opposti alla tesi di questo signore. Gli interessi di un dominatore esterno, invece, coincidono perfettamente...
All’inizio di questa settimana, quando tutti gli occhi dell’occidente erano puntati sui giochetti sadomaso di una ragazzina in divisa verde, Zirkawi è tornato alla sua prima vocazione: commerciante di vhs. La decapitazione mediante sega circcolare andrà molto forte nel mercato medio-orientale, ma incontra anche il gusto degli avvoltoi nostrani. E ancora una volta viene da chiedersi: ma a chi giova? Per i terroristi islamici è fondamentale avere martiri da ricordare, possibilmente morti nel modo più cruento possibile. Adesso anche i fondamentalisti di casa nostra hanno un martire del genere. E chi gliel’ha fornito? Il Numero Due, Zirkawi. Bel lavoro, Numero Due.
Ma forse (termina Caravita) sono tutte coincidenze. Noi italiani siamo così dietrologi alle volte. Meglio andare a dormire, chissà che domani non salti fuori un Numero Due diverso. Nel frattempo buonanotte, bambini.
Ovunque voi siate leonardo.blogspot.com
Sri Lanka: ondata di mine antiuomo
Un'altra tragedia legata al tsunami
La furia dell'onda anomala, che ha distrutto intere regioni asiatiche, ha portato con sé anche migliaia di mine antiuomo abbandonate durante la guerra civile che ora rappresentano un altro grave pericolo per la popolazione.
Il fondo dell'Oceano Pacifico ha cominciato a tremare e, in meno di tre ore, le onde sollevate dal cataclisma si sono propagate fino all'Oceano indiano travolgendo uomini e cose lungo le coste di sei paesi dell'Asia meridionale: Indonesia, Thailandia, Malaysia, India, Sri Lanka, Maldive.
Tra questi, lo Sri Lanka è il paese con il maggior numero di mine disseminate nel territorio a seguito della guerra civile conclusasi nel 2002.
Le mine antiuomo, provenienti dai paesi industrializzati dell'occidente - tra cui l'Italia - e abbandonate dalle fazioni in lotta, sono diffuse sia nei campi coltivati che nelle aree urbane. Trascinate e disperse dalla furia del tsunami, ora rischiano di essere un altro grave pericolo per la popolazione già straziata.
Le mine antiuomo
Dopo vent'anni di guerra civile in Sri Lanka, le forze armate e i separatisti Tigri del Tamil hanno raggiunto un 'cessate il fuoco' nel 2002. Nonostante questo, le mine antiuomo lasciate dalla guerra hanno continuato a rappresentare una grave minaccia per la popolazione.
Sebbene, dunque, i conflitti siano terminati, le pistole abbiano cessato di sparare e i bombardamenti abbiano avuto fine nel nord e nell'est della penisola Jaffna la popolazione ha continuato a essere in grave pericolo.
Gruppi di specialisti stimano che ci siano due milioni di mine antiuomo abbandonate nelle zone di guerra nel nord dello Sri Lanka.
Solo l'anno scorso, 54 persone hanno perso la vita a causa dell'esplosione delle mine. Di questi, almeno 14 erano ragazzini che andavano a scuola.
Il più grande pericolo per le persone che vivono in questa zona è che la maggior parte di queste mine non sono in alcun modo segnalate. Alcune delle aree minate nella penisola di Jaffna sono indicate in questa fotografia.
Iniziare una nuova vita
Alcune organizzazioni non governative hanno avviato programmi per assistere le vittime delle mine e le loro famiglie attraverso un fondo UNICEF. Neil Armstrong è responsabile del monitoraggio presso il District Mine Action Office
"La maggior parte delle vittime delle mine appartiene a famiglie povere", ha riferito Armstrong. "Alcuni di loro sono impiegati in lavori legati alla tradizione ma per la maggior parte sono contadini. A seguito degli incidenti causati dalle mine divengono incapaci di continuare a lavorare.Questo è il motivo per cui li aiutiamo a trovare un'altra occupazione".
Senza l'aiuto finanziario dell'UNICEF, Mohankumar, trentacinquenne di professione vasaio, non avrebbe mai potuto sognare di vedere sua figlia di tre anni andare a scuola. Lei non avrebbe mai messo di far girare la ruota per il tornio di per suo padre. Ora la piccola legge i suoi libri di scuola, e le sue mani esperte di suo padre lavorano su tornio un a motore.
Mohankumar ha perso la sua gamba destra sei anni fa, mentre girovagava in un campo minato vicino a casa sua. Le persone che se ne erano andate dai villaggi hanno fatto ritorno nelle loro case solo dopo la fine dei conflitti e sono del tutto all'oscuro dell'esistenza delle mine.
"Stavo cercando dell'argilla quando la mina è esplosa, sono stato in ospedale per tre mesi, la vita era comoda prima dell'incidente ma poi è diventata impossibile. Dopo tre mesi, mi hanno dato una gamba artificiale. Ora posso camminare senza troppe difficoltà. Ha ottenuto un prestito soldi dalla ong Sarvodaya e dall'UNICEF e ha ripreso i suoi affari. " Ho avuto dei problemi all'inizio, ma ora gli affari vanno bene"
Il numero delle vittime delle mine sarebbe indubbiamente molto più alto se l'UNICEF e altre organizzazione avessero rinviato l'attuazione del programma nella penisola Jaffna. L'educazionae al rischio delle mine, organizzata a partire dal 1997 prima che le ostilità finissero, ha rappresentato l'unico fattore significativo per la prevenzione degli incidenti causati dalle mine.
Un rischio continuo
Nonostante tutti gli sforzi compiuti dall'UNICEF e da altre organizzazioni (come la creazione di classi di educazione e le campagne di sensibilizzazione per gli agricoltori) le mine continuano a rappresentare una grave minaccia. Milioni di mine, abbandonate dalle due fazioni in guerra, giacciono nelle regione e continuano a rappresentare il maggior rischio per la popolazione nel nord e nell'est del paese.
Cos'è una mina antiuomo
Una mina antiuomo è un particolare tipo di mina (come quello utilizzato per abbattere murature o rocce) che esplode per la presenza, la prossimità o il contatto di una persona. E’ capace di rendere invalide, ferire o uccidere una o più persone.
Sono cioè delle vere e proprie armi di distruzioni di massa ad effetto indiscriminato perché, una volta seminate nel terreno, restano in attesa delle loro vittime (si calcola che restino attive per 50 anni), senza distinzione d’età, sesso o status.
Dove si trovano
Sono presenti 200–215 milioni di mine nei magazzini di ben 78 stati; la stragrande maggioranza si trova in quei Paesi che non hanno aderito alla Convenzione di Ottawa (come gli Stati Uniti o la Cina);
la tabella a destra indica dove si conservano ancora le maggiori quantità di mine.
Nella tabella seguente sono segnalati i luoghi dove c’è il maggior numero di mine, ancora presenti negli arsenali militari.
Paese Numero mine
Cina 110 milioni
Russia 50 milioni
USA 10,4 milioni
Pakistan 6 milioni
India 4 -5 milioni
Bielorussia 4,5 milioni
Corea del Sud 2 milioni
Ad oggi si stima che le mine antiuomo in circolazione siano circa 110 milioni, delle quali ben 30 milioni sono di produzione italiana.
Sono dislocate sui terreni di 82 Paesi e più di 90 stati e territori sono infestati da vari ordigni inesplosi.
Tra i Paesi con maggior numero di mine ci sono Egitto (oltre 20 milioni), Iran, Angola, Afghanistan e Cambogia. In alcune zone, come l’ex -Jugoslavia o la Cambogia, si contano oltre 50 mine
antipersona per chilometro quadrato. Le vittime di queste armi sono circa 24 mila all’anno (l’85 -90 % sono civili, di cui 30 % bambini). Nel 2002 si sono contati nuovi casi di vittime in 65 Paesi, di cui solamente 24 erano in guerra.
Nonostante la messa al bando mondiale, le mine antiuomo sono utilizzate tutt’oggi in almeno 20 conflitti (le Nazioni Unite ne ha accertato l’uso in 14 stati).
Sotto è riportata la tabella dei Paesi che hanno registrato il maggior numeri di vittime per mine antiuomo
(Fonte: Campagna italiana contro le mine – 2004)
Paese Vittime
Cecenia 5695
Afghanistan 1286
Cambogia 834
Colombia 530
India 523
Iraq 457
Angola 287
Ciad 200
Nepal
177
Vietnam 166
Sri Lanka 142
Burundi 114
Birmania 114
Pakistan 111
Chi le produce
Secondo il Landmine monitor report, volume annuale redatto dall'International Campaign to Ban Landmines (www.icbl.org)), i paesi attualmente produttori di mine sono 15, tra cui spiccano la Cina, l'India, l'Iran, l'Egitto, Cuba, la Russia e gli Stati Uniti. Cinque sono quelli che ne fanno uso corrente attraverso i propri eserciti: Birmania, India, Nepal, Pakistan e Russia. L'Iraq, produttore e utilizzatore fino al momento dell'invasione straniera, nonostante la presenza di milioni di mine sul proprio territorio, è stato addirittura eliminato dalla lista dei paesi che possono usufruire dei progetti di sminamento in quanto "non sussistono attualmente le caratteristiche di sicurezza".
Secondo il rapporto, ben 11 gruppi di opposizione armata fanno oggi uso di mine: 4 in Africa, 1 in America latina, 4 in Asia e 2 in Europa, in Georgia e Russia. E i "paesi minati" sono ben 82: 23 in Africa, 10 in America, 14 in Asia, 21 in Europa e Asia centrale e 14 in Medio oriente.
Gli Stati Uniti, che ogni anno di più dimostrano la loro antipatia congenita verso gli accordi multilaterali, sembra che dal 2010, dopo aver esaurito gli arsenali attualmente in dotazione, useranno solo più mine intelligenti: «Peccato che questi ordigni - spiega Simona Beltrami - hanno un termine di scadenza, di un mese o più, passato il quale si disattivano da sole. Ma fino a quella data rimangono operative e pericolose. Inoltre è provato che i meccanismi di autodistruzione non sono per nulla efficienti. Infine la cosa più pericolosa: quando si disattivano esplodono».
Il trattato di Ottawa
Il Trattato di Ottawa del 1997, composto da un preambolo e 22 articoli, sancisce un piano di lavoro che di fatto mette al bando le mine antiuomo. Sino ad oggi è stato firmato da 150 Paesi e ratificato da 142.
Esso (dalla data della sua entrata in vigore, il 1° marzo 1999) impone che:
• entro 4 anni ogni Paese deve aver eliminato tutti gli stock di mine (esclusa una minima percentuale per addestrare il personale allo sminamento);
• entro 10 anni devono essere bonificate tutte le zone minate sotto il proprio controllo. In caso contrario, si passerà ad eventuali proroghe;
• ogni anno ogni Paese dovrà consegnare al Segretario Generale dell’Onu un rapporto sull’implementazione del trattato;
• ogni Paese debba emanare leggi che mettano al bando la produzione di mine e puniscano adeguatamente i trasgressori.
L’Italia ha firmato il Trattato il 3 dicembre 1997 e lo ha ratificato il 23 aprile 1999.
Lo sminamento
Lo sminamento avviene in tre fasi (dette “surwey”): la prima consiste nell’attività di sopralluogo e avviene a stretto contatto con la popolazione locale; la seconda consiste nell’individuare le zone minate e stabilirne dimensioni e limiti (anche in questo caso ci si basa sulla popolazione e sulle vittime delle mine); la terza è l’operazione dello sminamento sistematico (i risultati di bonifica per essere
accettati devono raggiungere il 99,6 % di grado di sicurezza).
Lo sminamento avviene con mezzi meccanici (che arano il terreno), cani addestrati (che fiutano ordigni) o – nella maggioranza dei casi – tramite personale specializzato che rimuove manualmente le
mine, secondo uno standard procedurale dettato dalle Nazioni Unite.
Il costo di un’operazione di sminamento varia da 500 a 2500 euro per ordigno. Una mina antiuomo costa dai 2,5 ai 25 euro
Fonti:
http://www.refugeesinternational.org/content/photo/detail/2261/
http://www.dw-world.de/dw/article/0,1564,1114644,00.html
I quaderni di KhoraKhanè. Arma il prossimi tuo: l'Italia e il commercio di armi. A cura di Michele Speca
Dopo l'immane catastrofe Aceh ha bisogno di pace
da Unimondo
La catastrofe che ha colpito Aceh deve costituire un punto di partenza per la pace. E' tempo che il governo indonesiano ponga finalmente fine alla guerra civile.
Dopo la catastrofica distruzione della provincia indonesiana di Aceh a causa del maremoto, l'Associazione per i Popoli Minacciati (APM) chiede al governo indonesiano di porre finalmente termine alla lunga guerra civile e di fare quanto possibile per incentivare la ricostruzione della provincia.
La catastrofe che ha colpito Aceh deve costituire un punto di partenza per la pace. Per 20 mesi l'esercito e la marina indonesiani hanno sistematicamente isolato Aceh dal resto del mondo. Da maggio 2003 la guerra ha fatto almeno 2.300 vittime solo tra gli abitanti di Aceh. La popolazione di questa provincia ricca di petrolio combatte dal 1976 con le armi per la propria autonomia. Finora la guerra civile ha mietuto almeno 12.000 vittime.
Secondo l'APM, il cessate il fuoco annunciato lunedì dal governo indonesiano costituisce un segnale positivo, ma va ricordato che le autorità indonesiane permetteranno ai volontari internazionali giunti per portare aiuti alla popolazione colpita dalla catastrofe ambientale di accedere alla regione solo a partire da mercoledì.
Secondo l'APM, in questo modo si mette a rischio la vita di decine di migliaia di persone. In alcune città di Aceh, l'80% delle case e la maggior parte delle infrastrutture è stata distrutta e il pericolo di epidemie è altissimo. L'esercito e i volontari indonesiani non hanno sufficienti mezzi per affrontare appropriatamente le conseguenze della catastrofe. I volontari internazionali devono poter accedere alla regione quanto prima in modo da poter assicurare la sopravvivenza della popolazione civile.
Finora ad Aceh sono stati recuperati i corpi di 5.700 persone, ma secondo il vice-presidente indonesiano Jusuf Kalla il numero dei morti ad Aceh potrebbe aumentare fino a 25.000. Infatti, le informazioni che giungono dalla costa occidentale di Aceh, particolarmente vicina all'epicentro del terremoto, sono ancora molto scarse.
Fonte: http://unimondo.oneworld.net/article/view/100555/1/
Scrivo da Gorizia, dopo aver letto diverse delle lettere degli ulivisti; qualcuno ha fatto cenno all'esprienza del Friuli-venezia Giulia come spunto per una soluzione: vorrei contribuire alla riflessione ed alle decisioni che ci competono.
Lo stesso Governatore Illy, in una intervista de "IL PICCOLO" (una volta di destra, da qualche anno, gruppo Espresso, di "centro sinistra"), ha invitato Prodi a fare come da noi: un candidato Presidente non-partitico, un insieme di tanti partiti e partitini (uno anche "suo"), un programma sottoscritto dai segretari (senza alcuna partecipazione "dal basso"), una sigla che unisce alle elezioni (Intesa Democratica) ed il gioco è fatto, soprattutto quando dall'altra parte si fanno ogni giorno del male e ti regalano la vittoria, come è successo (a prescindere dal fascino del Presidente e dalle sue indubbie capacità).
Poi un governo ritagliato secondo schemi scontatissimi e "via": ognuno (assessori, partiti) a fare il proprio mestiere, soprattutto quello di "gestire il potere": il Presidente non si vede e non si sente, si vedono e si sentono assessori e consiglieri regionali che fanno il bello e cattivo tempo a prescindere da impegni assunti, da programmi condivisi.
Vincere è facile, governare è difficile, soprattutto se il "come" e il "per cosa" non appare chiaro a nessuno: se chiedete in giro, in regione, come vorerebbe adesso ci sarebbe un tracollo pauroso.
Il motivo sarebbe scontato: nessuna differenza sui modi e sui contenuti del governo rispetto a quello precedente di centro destra, anche se il giudizio così espresso non considera alcuni elementi di sicura importanza e differenza che però sono alla portata di pochi.
Tutto questo nonostante la stampa chiaramente "amica": significa che le persone riescono a cogliere le verità senza conoscere a fondo come realmente stanno i problemi.
Nella nostra realtà stiamo seriamente riflettendo sul che fare: ormai le segreterie, a tutti i livelli, hanno il dominio assoluto sulle Istituzioni. Lo stesso Presidente Illy è sostanzialmente e chiaramente "fuori" da problematiche di grande rilievo che invece sono di fatto governate da poteri forti, sempre gli stessi, che adesso hanno stretto alleanza con i partiti "forti" al Governo, in particolare i DS.
Naturalmente sono tutti per Prodi e per la federazione: infatti partecipano solo i segretari dei quattro partiti "aderenti", organizzano riunioni dall'esito preconfezionato e che poi viene imposto a chi di dovere (Sindaci in particolare), tenngono a debita distanza ogni forma di partecipazione "aperta" alla società civile, soprattutto quando ha qualcosa di serio da dire.
Attorno al tavolo segretari di partiti che non esistono da anni, che non fanno congressi dai tempi dell prima repubblica; partiti che quando fanno riunuioni degli organisi dirigenti non hanno mai il numero legale; ma le regole e le scelte le fanno loro, in quattro, cioè in due, per conto di chi non si sa (solo si sopetta).
Ci stiamo chiedendo in tanti, da Gorizia a Udine, da Trieste a Pordenone, cosa ci differenzia alla fine dal berlusconismo: gaui a noi se non troviamo una soluzione!
Staimo pensando ad alcune iniziative che vorremmo confrontare con la Rete:
1 - far sentire pubblicamente il dissenso rispetto ai partiti della Coalizione su punti importanti, con proposte anche alternative, condivise con la Società civile; tra queste anche una proposta di legge popolare per ridurre concretamente le indennità di carica dei cionsiglieri e degli assessori regionali: FACCIAMO SENTIRE CHE LA POLITICA E' UN SERVIZIO ALLA GENTE E NON IL CONTRARIO!
2 - organizziamo in maniera diffusa sul territorio l' adesione sottoscritta alla rete, motivata "senza remore" e contemporaneamente il sostegno diretto a Prodi ANCHE PER LA SUA BATTAGLIA PER RIDURRE IL POTERE DEI PARTITI A FAVORE DELLA COALIZIONE; noi a Gorizia raccoglieremo anche firme di iscritti ed elettrori per sfiduciare la ìsegretaria della Margherita che lavora alla cacciata dal Governo (ci siamo andati inaspettatamente per soli 26 voti di differenza) di Rifondazione per "incamerare" la lista civica degli ex democristiani (anch'io lo sono stato ma con orgogliosa differenza)
3 - teniamo ben conto di quelle firme per ogni evenienza, a cominciare dalle primarie, che intendiamo avviare per conto nostro (le primarie "informali" promosse dai cittadini per l'Ulivo, in attesa di quelle "vere" organizzate dai partiti.....)
4 - accompagnare la nostra attività con un programma per la nostra realtà specifica, affinchè il programma di Prodi trovi, al momento opportuno, anche in questa lontana periferia, non quattro o dodici segretrie di partitini scheletriti, ma una vivace società civile e politica, fatta da iscritti e non iscritti, accomunati da un riferimento programmatico condiviso, da un sogno altrettanto condiviso (Prodi al Governo con Ministri scelti per capacità e non per appartenenza, con un programma- quello annunciato a Montecatini - che segni l'alternativa forte e decisa al berlusconismo).
Non dobbiamo resistere solo per disperazione, ma con la convinzione che siamo già noi in tanti, che abbiamo uno strumento - la rete - assolutamente essenziale, che sono in tantissimi che ancora non sanno ma che "sono" con noi senza saperlo, basta che ognuno di noi compia una fatica in più; soprattutto abbiamo un riferimento alto - Romano Prodi - che per quello che è stato, per quello che è personalmente e per quello che rappresenta costituisce di per sè un motiovo sufficiente a raddoppiare il nostro impegno.
Un invito ed un agurio a tutti: facciamo proposte sul che fare, affidiamo al coordinamento nazionale la sintesi: anch'io sarei per una manifestazione a sostegno di Prodi, dal raduno ad un segnale: la bandiera dell'Ulivo esposta assieme a quelle per la Pace? Basterebbe al proposito decidere che lo facciamo tutti da un giorno ad un altro, con un comunicato-tipo da diffondere ovunque,....
Coraggio, il Paese ha avuto tempi peggiori: peraltro la forza la si vede nel confronto più duro e difficile.
Il "nostro" progetto sarà più forte delle nostre amarezze!
Nico Fornasir www.cittadiniperlulivo.com
Oltre le regionali il Progetto unitario per un Ulivo vincente
Gli ultimi eventi confermano la incapacità dei partiti a dare vita all’Ulivo come soggetto politico federativo.
Con i loro comportamenti i partiti del centro sinistra mettono a rischio l’esito delle prossime elezioni regionali e delle stesse elezioni politiche proprio nel momento in cui più urgente e possibile si manifesta una alternativa alla attuale maggioranza.
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da Mario Cavallari
Coordinatore dei Cittadini per l'Ulivo di Senigallia
I ‘Cittadini per l’Ulivo’, dopo la deludente riunione del 20 dicembre per le liste unitarie alle regionali, mentre ribadiscono gli indirizzi assunti nell’assemblea nazionale di Montecatini a favore di candidature presidenziali e liste regionali unitarie, non si limitano a denunciare le singole e diverse responsabilità dei partiti, ma vogliono rilanciare il progetto di un Ulivo costruito dal basso attraverso il coinvolgimento e la partecipazione dei singoli cittadini che, a prescindere da ogni appartenenza di partito, si riconoscono nel progetto di Ulivo rappresentato,oggi, da Romano Prodi. Condivido la valutazione di Bertinotti : “ormai non si può più fare a meno: Romano Prodi è l’unico punto di unità della coalizione. E’ una parola d’ordine che parte dal basso: o cacciate Berlusconi o noi cacciamo voi. Se si continua con il dividersi anziché unirsi il rischio è di venire sconfitti per mano della nostra gente, con l’astensionismo”
Le scelte per le regionali sono andate così, ormai. Ne prendiamo atto con grande rammarico. Adesso bisogna far decantare la questione, riflettere. Lavorare per vincerle coi candidati comuni, è ovvio. Ma oltre le regionali credo che ci sia ancora una grande possibilità di recupero, se però ci si lavora da subito: la federazione . Muoversi svelti, dopo le elezioni regionali, in quella direzione. Nessuno assorbirà nessun altro : la federazione sarà una casa comune di identità diverse.
Perciò i ‘Cittadini per l’Ulivo’ sollecitano sin da ora la formazione di comitati e l’avvio delle procedure necessarie allo svolgimento delle primarie per dare legittimità e maggiore autorevolezza alla designazione del candidato premier , oggi, Romano Prodi ; per avviare la formazione degli Albi degli Elettori come base del processo costituente dell’Ulivo e come strumento democratico utile alla soluzione delle odierne tensioni.
Nessuno potrà vincere da solo. “Ora – afferma Fassino – dobbiamo soprattutto impegnarci per battere il Polo e per farlo servono tre condizioni: un leader forte attorno a cui schierare una squadra; una alleanza larga fondata su un vero programma di governo e non solo sull’antiberlusconismo; una forza riformista che sia il timone della coalizione. Senza una di queste tre condizioni la vittoria sarebbe difficile”. E questo richiede da parte delle forze politiche che hanno condiviso quel progetto un rilancio delle motivazioni e dello spirito che erano alla base della proposta unitaria di Romano Prodi.
www.viveresenigallia.it/
Asia, il giorno dopo: la censura nel Myanmar, le mine in Sri Lanka. Preoccupa l'Aceh
di redazione
Il devastante maremoto che ha colpito le zone dell'Asia Sud orientale, sta facendo riemergere situazioni di dittature, conflitti e tensioni in diversi Paesi della regione. In Myanmar la giunta militare sta tenendo la popolazione all'oscuro dell’ondata anomala che ha colpito, sebbene solo in parte, il Paese - comunica l'agenzia Misna. "Non sappiamo se sono state avviate delle operazioni di soccorso" - afferma una fonte tenuta anonima dall'agenzia di stampa. Secondo cifre ufficiali governative sarebbero 30 le vittime, mentre gli esuli in Thailandia sostengono che i morti sono una sessantina; fonti di stampa internazionali, invece, alzano il bilancio a 90 vittime. Nel Myanmar, popolato da 43 milioni di abitanti, si sono succeduti regimi militari dal 1962 e la giunta attualmente al potere a Yangon, il Consiglio di Stato per la pace e lo sviluppo, è guidata dal generale Than Shwe e dal neoprimo ministro, il generale Soe Win.
L'onda-tsunami che ha investito lo Sri Lanka ha portato in superficie le mine piazzate dai ribelli Tamil e ha sradicato i cartelli di allarme che ne segnalavano la presenza, minacciando le operazioni di soccorso - riportano operatori dell'Unicef.
"Le mine hanno galleggiato nell'acqua e sono state portate lontano dai campi minati, così ora non sappiamo dove sono e i cartelli di avvertimento sono stati spazzati via o distrutti" - ha detto il direttore dell'Unicef in Sri Lanka, Ted Chaiban.
Sono circa 1.5 milioni le mine piazzate dai ribelli Tigri del Tamil, che dal 1983 combattono per uno stato indipendente, Tamil Eelam, nel nord-est dello Sri Lanka. Preoccupa anche la situazione in Aceh - sottolinea un comunicato della Cafod, l'Agenzia cattolica internazionale per lo sviluppo.
Isolato per 20 mesi dall'esercito indonesiano dove la popolazione della provincia ricca di petrolio combatte dal 1976 per la propria autonomia in una guerra civile che ha mietuto almeno 12.000 vittime. Secondo l'Associazione dei popoli minacciati, "il cessate il fuoco annunciato lunedì dal governo indonesiano costituisce un segnale positivo, ma va ricordato che le autorità indonesiane permetteranno ai volontari internazionali giunti per portare aiuti alla popolazione colpita dalla catastrofe ambientale di accedere alla regione solo a partire da mercoledì".
Secondo l'APM, in questo modo si mette a rischio la vita di decine di migliaia di persone. In alcune città di Aceh, l'80% delle case e la maggior parte delle infrastrutture è stata distrutta e il pericolo di epidemie è altissimo. L'esercito e i volontari indonesiani non hanno sufficienti mezzi per affrontare appropriatamente le conseguenze della catastrofe.
I volontari internazionali devono poter accedere alla regione quanto prima in modo da poter assicurare la sopravvivenza della popolazione civile. Finora ad Aceh sono stati recuperati i corpi di 5.700 persone, ma secondo il vice-presidente indonesiano Jusuf Kalla il numero dei morti ad Aceh potrebbe aumentare fino a 25.000.
Infatti, le informazioni che giungono dalla costa occidentale di Aceh, particolarmente vicina all'epicentro del terremoto, sono ancora molto scarse.
Fonte: OneWorld South Asia
redazione@reporterassociati.org
dicembre 28 2004
E' morta all'età di 71 anni la scrittrice e militante femminista Susan Sontag. Lo ha reso noto il Memorial Sloan-Kettering Cancer Center. Aveva 71 anni ed era malata di leucemia.
Intellettuale tra i più influenti d'America, la Sontag era considerata una delle voci più importanti della controcultura degli anni Sessanta. Autrice di 17 libri tradotti in 32 lingue, divenne famosa nel 1964 con la pubblicazione di Notes on Camp, che definì il concetto del "così brutto che è quasi bello" nei confronti della cultura popolare applicabile a tutto, dai boa di struzzo al 'Lago dei Cigni'. Questo saggio venne poi incluso due anni dopo in Against Interpretation (Contro l'interpretazione).
L'ultimo libro di Susan Sontag, Davanti al dolore degli Altri, era dedicato alle foto di guerra.
www.rai.it/news
Wind-Ipse davanti al bivio oggi il verdetto del Fisco
I consumatori: intervenga l´Antitrust
la Repubblica - 28 dicembre 2004
MILANO - L´Agenzia delle entrate risponderà oggi all´Enel - salvo slittamenti di qualche ora - in merito alla possibilità di incorporare i benefici fiscali legati all´acquisizione di Ipse. Un passaggio non rituale ma di sostanza, poiché la disastrata società sorta nel 2000 per partecipare alla telefonia Umts ha perdite di oltre 2 miliardi di euro, che l´acquirente potrebbe scontare con fino a 1 miliardo di tasse da pagare in meno. Per questo il valore della transazione offerto da Wind, quasi 800 milioni, dovrebbe assicurare alla controllante elettrica oltre 200 milioni di guadagno a fine operazione, e permettere di consolidare il pacchetto delle frequenze telefoniche in vista della quotazione di Wind prevista tra circa un anno.
Il parere dell´Agenzia delle entrate dovrebbe essere positivo, anche se per le casse pubbliche il risparmio fiscale dell´Enel si trasforma in un costo, e ciò ha sollevato qualche perplessità negli ambienti del ministero del Tesoro, azionista di ampia maggioranza del colosso ex monopolista. Vero è che un buon affare per l´Enel alla lunga può produrre effetti benefici anche a via XX settembre, dove dimora circa un terzo delle azioni, e risale quindi un terzo dei dividendi.
Sull´aspetto "telefonico" dell´operazione ieri si è pronunciato il ministro delle comunicazioni. «Noi faremo attenzione a ciò che attiene alla gestione delle frequenze, che riguarda l´equilibrio del mercato ? ha detto Gasparri ? noi ci impegniamo a fare la nostra parte, così come facemmo già in occasione della vicenda Blu». Il ministro non crede all´eventualità di una nuova asta per le licenze Umts: «Non so quanti vi parteciperebbero. L´importante è garantire l´equilibrio del mercato. Le vicende di Blu e di Ipse dimostrano che non ci sono code di persone disposte a pagare cifre esorbitanti ad un´asta; il numero di operatori in questi anni d´altronde non si è moltiplicato». E sulla questione Ipse intervengono anche i consumatori. In una nota l´Aduc chiede che intervenga l´Antitrust, a dirimere una storia «non limpida» e sollevando dubbi sul fatto che «qualcuno stia cercando di ammazzare il mercato».
Intanto emerge il costo che l´avventura telefonica in Ipse ha prodotto per il gruppo Capitalia, socio fondatore con il 10%. Tale quota ha costretto l´istituto capitolino a effettuare rettifiche per oltre 180 milioni negli ultimi due anni e mezzo, in larga parte (153 milioni) imputate al bilancio 2002. Nell´ultima semestrale, solo 3,5 milioni di rettifica, a dimostrazione dell´avvenuta svalutazione di Ipse. La società ora in cessione, che accettò di pagare circa 2,4 miliardi di euro per le tre licenze di telefonia di nuova generazione, ha costretto i soci a numerose ricapitalizzazioni. Nel 2002 l´apporto di risorse di Capitalia come socio fu di 18,6 milioni. Altri 33,5 milioni l´anno scorso, e nel primo semestre 2004 sono serviti altri 1,6 milioni.
Con simili premesse nei conti, anche il socio Acea tira un sospiro di sollievo, e s´è detto pronto a cedere il suo 4% in Ipse. Il cda della utility romana ha infatti ha dato mandato al presidente e all´amministratore delegato di «porre in essere tutti gli atti necessari e opportuni per concludere l´operazione». Altri soci della sfortunata impresa sono la spagnola Telefonica con circa il 50%, poi Edison e Fiat, con quote residue.
(a.gr.)
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PATTO DI COMPARAGGIO
OMBRA DA CANCELLARE
Ipse, lo Stato può escutere la fidejussione
MASSIMO RIVA
Nell´articolo di ieri definivo un monumento di ipocrisia il comunicato del Tesoro sull´affare Enel-Ipse. Mi devo scusare con i lettori per la mia candida ingenuità. In base ad ulteriori informazioni, infatti, ritengo che l´atteggiamento del governo meriti più pesante censura. Il fatto è che il debito contratto da Ipse con lo Stato (per la concessione delle sue tre frequenze Umts) era assistito - come da obbligo per ogni partecipante alla gara - da una fideiussione bancaria di pari importo, immediatamente esigibile a fronte di una palese inadempienza quale, appunto, il mancato pagamento del dovuto da parte di Ipse. Fidejussione garantita - per colmo di commistione di interessi - da una banca (il Mediocredito) strettamente legata ad uno dei principali azionisti di Ipse, il gruppo Capitalia.
La domanda cruciale diventa, quindi, la seguente: perché lo Stato ha scelto di non escutere la fideiussione che già da tempo avrebbe potuto portare nelle sue casse la non disprezzabile cifra di 800 milioni di euro? Interrogativo che rimane attualissimo visto che lo Stato ha ancora tutto il diritto - a mio avviso, soprattutto il dovere - di recuperare una somma certo non irrilevante in una fase critica dei conti pubblici. Nel comunicato ministeriale si dice che l´Enel dovrà fornire al governo tutte le informazioni sull´affare. La richiesta è inviata all´indirizzo sbagliato: è piuttosto il ministro Siniscalco che deve spiegare al paese perché abbia rinunciato a un incasso sicuro, lasciando che una società a controllo pubblico si adoperasse per fare un così cospicuo regalo di Natale a un variopinto (ma evidentemente ben introdotto) manipolo di debitori inadempienti. Il maleodorante dubbio del patto di comparaggio non può restare sospeso nell´aria.
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Ds Milano - Rassegna stampa
Sarfatti: "Entro gennaio pronto il mio programma"
ANDREA MONTANARI
la Repubblica - 28 dicembre 2004
Scelto il candidato per le Regionali, ora il centrosinistra lombardo si concentra sul programma. Che - ha promesso Riccardo Sarfatti, ieri, durante il suo primo dibattito televisivo a Telelombardia - sarà pronto entro gennaio. «Al termine di un tour nelle undici province lombarde, per raccogliere l´orientamento e la lista dei problemi più importanti segnalati dalla base del nostro elettorato». Questo, in sostanza, il "metodo Sarfatti", una versione adattata alla Lombardia del percorso, che ha riportato sei mesi fa il centrosinistra alla guida della Provincia con Filippo Penati. «Non sarò ostaggio di nessuno perché non sono iscritto a nessun partito» ha ribadito l´imprenditore vicino al movimento Libertà e Giustizia, a chi gli faceva notare che la sua candidatura avrebbe spostato il baricentro della sua coalizione verso sinistra e l´area no global. «Penso, al contrario, di poter contare sull´unità e sull´armonia dei partiti che mi appoggeranno. La sfida contro Roberto Formigoni può essere vinta, se ci si crede. E se il buon giorno si vede dal mattino, questi primi giorni di campagna sono stati entusiasmanti». Sarfatti ha ribadito che i pilastri del suo programma saranno l´economia, il sociale e l´ambiente. «È giusto che la Lombardia punti sulle grandi infrastrutture, ma non basta costruire solo nuove strade, bisogna potenziare il trasporto su ferro e quello via mare. Quelli dei trasporti è un problema che si può risolvere solo in chiave nazionale». Solo un accenno al suo avversario: «Un confronto con Formigoni? Sono disposto a parlare con chiunque, ma non è una priorità». Poi l´affondo: «Lui preferisce tagliare i nastri alle inaugurazioni, ma in questi dieci anni non ha saputo risolvere i grandi problemi della Lombardia. L´inquinamento è peggiorato. Non è un problema che si può combattere solo con i blocchi del traffico». Nessuna promessa, invece, su una possibile eliminazione dell´addizionale regionale Irpef introdotta dal centrodestra: «Bisognerebbe chiedere ai cittadini se preferiscono una finta riduzione come quella promessa anche da Berlusconi o servizi migliori».
Il candidato della Gad ha anche lanciato un appello allo Sdi, che dopo la mancata candidatura dell´eurodeputata Pia Locatelli ha minacciato di far saltare la lista unica in Lombardia. «Sono un elettore di Pia Locatelli - ha aggiunto - e farò di tutto per recuperare al cento per cento il rapporto con i socialisti dello Sdi». Ora solo qualche giorno di vacanza. Dal 3 gennaio partirà la sua grande corsa.
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REGIONALI
Sarfatti: contro Formigoni
dal Corriere - 28 dicembre 2004
Prima uscita televisiva per il candidato della Grande Alleanza Democratica alle regionali, Riccardo Sarfatti. Il programma? «Al massimo entro febbraio». L’avversario Roberto Formigoni? «C'è tanto attivismo, Formigoni ha fatto anche bene ma ha fatto perdere l'identità alla Regione, alla quale era riconosciuta l'eccellenza in diversi campi. Ora invece ci sono diversi dati a testimoniare la perdita di questa eccellenza». In particolare, Sarfatti critica Formigoni sui trasporti: «Il presidente Formigoni taglia tanti nastri, ma in dieci anni di formigonismo non è stato risolto nulla. L'inquinamento è altissimo, si chiude la circolazione delle auto ogni 15 giorni, ma non si capisce che programma abbia. E qual è il programma per la ripresa dello sviluppo? Non si capisce». Ma Sarfatti non spinge su un confronto diretto con il governatore: «Si va bene...». Ma lo chiede caldamente? «Io sono disposto a parlare con chiunque».
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Ds Milano - Rassegna stampa
Giappone da anni in funzione un sistema anti-maremoti
di red.
Tsunami è una parola giapponese per dire "maremoto", e come tale è stata al centro dell'attenzione di tutti i giornali e dei dibattiti dei mass media di Tokyo, e non solo. Perché il maremoto in realtà si poteva evitare. In Giappone ci sono sei centri regionali che controllano continuamente i rischi dei maremoti. I centri sono collocati a Sapporo, Sendai, Tokyo, Osaka, Fukuoka e Naha. Questi centri sono connessi a un sistema sofisticatissimo di monitoraggio elettronico che trasmette segnali in continuazione. Grazie a questi apparecchi è possibile segnalare la formazione di uno tsunami, il suo grado di pericolosità e la stima del tempo d'impatto sulle coste. Le informazioni vengono rilanciate dai mass media, così che la popolazione residente nelle zone o nelle vicinanze del luogo sui cui si abbatterà lo tsunami è avvisata in tempo.
Resta da chiedersi se questa efficienza e capacità scientifica può veramente prevenire un disastro naturale a vasto raggio. A questo gli esperti giapponesi non rispondono ancora. Intanto, hanno inviato un gruppo di scienziati nella zona più vicina dell'epicentro di Sumatra.
I centri di ricerca più sofisticati dell'arcipelago giapponese hanno studiato e simulato il maremoto più devastante degli ultimi quarant'anni, giungendo alla conclusione che non una ma ben due onde tsunami hanno colpito da est e da ovest la faglia sottomarina da Sumatra fino al continente indiano generando onde gigantesche arrivate fino in Kenya e in Somalia, in Africa.
La simulazione è stata realizzata da Kenjii Satake, responsabile del centro di ricerca nazionale di Tsukuba che ha ricreato il sisma di magnitudo 9,0 Richter che ha provocato il maremoto abbattutosi su una delle zone più popolate del mondo.
«Queste due onde - ha spiegato l'esperto - sono state generate da un maremoto potentissimo avvenuto sulla faglia che si allunga per circa 1.000 chilometri da est ad ovest». Onde che per attraversare l'Oceano Indiano hanno impiegato solo due ore. Era possibile prevenire il disastro? Si potevano avvisare gli abitanti e i turisti che una grossa onda li avrebbe sommersi in poco tempo? Risposta affermativa. Secondo gli esperti giapponesi si poteva informare o quanto meno segnalare l'arrivo di un grande maremoto. Ma, ad esempio in Indonesia, i mezzi di informazione e di monitoraggio secondo gli esperti giapponesi sono troppo arretrati. Anche le Nazioni Unite oggi a Ginevra hanno deplorato l'assenza di sistemi di allerta nei Paesi che si affacciano sull'Oceano Indiano, a differenza di quanto accade in quelli del bacino del Pacifico.
«L'Indonesia fa il possibile per prevedere i maremoti ma non ha i fondi necessari e si trova in una situazione simile a quella che il Giappone visse oltre 20 anni fa», ha detto Yuichi Morita, professore presso il centro di ricerca dell'Università di Tokyo.
Il Giappone convive con il fenomeno dello tsunami da sempre ed è ancora viso il ricordo di quello devastante del 1960, quando un'onda gigantesca originata al largo del Cile arrivò, dopo aver travolto le isole Hawaii, fino alle coste del Paese del Sol Levante. Nel 1983 un'altra onda colpì la costa del Giappone e provocò la morte di 100 persone. Nel 1993 a seguito di un terremoto nel sud di Hokkaido uno tsunami colpì le isole di Okushiri e di Oshima, lasciando 229 morti.
unita.it
Al Caffè de la Paix
W. Stanley Siebert
Perché i centri storici dell'Europa continentale appaiono più piacevoli di quelli delle città britanniche o americane? Colpa della pioggia, rispondono gli inglesi. Ma non è così: l'Olanda ha un clima altrettanto brutto della Gran Bretagna e centri cittadini molto più accoglienti. E a Detroit, dove il tempo è buono, nel centro c'è ben poco da vedere. La ragione fondamentale è invece legata alle leggi che regolano il consumo di alcol.
Il "dove e quando" degli alcolici
Una rigida regolamentazione della concessione delle licenze, come quella inglese o americana, impedisce la vendita di alcol ai tavoli all'aperto di bar e ristoranti. Negli Stati Uniti, i minori di 21 anni non possono bere alcolici e in molti stati è in ogni caso proibito il consumo di alcol in pubblico. La legge britannica, ripresa da Australia e Sudafrica, stabilisce precisi limiti di orario per la vendita di alcolici e vieta la presenza di bambini nei locali dove se ne consuma.. In realtà, una tale regolamentazione, introdotta allo scopo di proteggere i bambini, finisce per trasferire dai bar alle automobili dei pendolari i diritti di proprietà sulle strade.
Al contrario, nell'Europa continentale (in Italia, per esempio), le regole sul consumo di alcol sono meno rigide e caffè e ristoranti con spazi all'aperto prosperano. Di conseguenza, le città sono più vivaci (e non solo nelle ore d'ufficio), l'atmosfera più conviviale, gli abitanti sono stimolati a camminare di più (e si riduce così anche il tasso di obesità), si costruiscono meno strade a scorrimento veloce e il centro resta più denso. In definitiva, la sicurezza è maggiore, ci sono più bambini nel centro delle città, le strade sono "meno larghe" e si ha una minore tendenza della popolazione a spostarsi nei sobborghi, riducendo così il fenomeno dello sviluppo urbano incontrollato. Arrivano anche più turisti. Il punto fondamentale è che ristoranti e bar all'aperto "privatizzano" il controllo sociale sulle strade, sono quelli che Jane Jacobs definisce i "proprietari naturali" delle strade. (1)
Domanda, offerta e tariffe
Il punto di vista economico ortodosso sostiene invece che l'assottigliarsi dei centri cittadini è semplicemente il risultato del gioco della domanda e dell'offerta. Automobili migliori hanno ridotto i costi del pendolarismo (il lato dell'offerta) e redditi medi più alti hanno fatto crescere la domanda di spazi per abitazioni. Entrambe queste forze hanno reso meno densi i centri cittadini. Inoltre, gli individui con redditi più alti possono permettersi auto migliori e abitazioni più grandi, il che spiega la loro scelta dei sobborghi rispetto ai centri cittadini. Naturalmente, in questa visione si ammette che esistono problemi di traffico congestionato e di inquinamento, ma si pensa che potrebbero essere risolti da tariffe sull'utilizzo delle strade e dei parcheggi.
Il problema con questo argomento è che schemi tariffari espliciti di questo tipo sono estremamente rari. In pratica, l'unica forma di tariffazione presente è quella implicita, indotta dal traffico congestionato (i costi in termini di tempo sono attualmente la componente principale dei costi marginali di un viaggio in automobile).
Per imporre una delle due forme di tariffazione serve infatti una lobby con interessi nelle aree del centro cittadino: per avere una qualche probabilità di successo, le tariffe esplicite hanno bisogno di una forte lobby di bar e ristoranti all'aperto. Non a caso, la "congestion charge" è stata introdotta a Londra, che in deroga alle leggi nazionali, può avere bar all'aperto.
Un centro vivace ha più licenze
La teoria delle licenze permette di fare previsioni che si rivelano confermate dai fatti.
Primo, le città con caffè all'aperto, Parigi ad esempio, sono rimaste più dense di quelle che non li hanno, come Birmingham o la tipica città americana. Secondo, le città con bar all'aperto hanno conservato meglio le loro attrattive. Se escludiamo il turismo d'affari, i dati mostrano che Stati Uniti e Gran Bretagna attraggono comparativamente pochi turisti internazionali considerata la loro estensione. Le due eccezioni - Londra e New York - confermano la tesi generale: nelle due città infatti è possibile servire alcolici ai tavoli all'esterno dei locali. Terzo, il settore alberghiero e dei locali pubblici si è sviluppato in Gran Bretagna e Stati Uniti in modo discutibile: è oggi fondato su grandi strutture, con un numero di addetti tre o quattro volte superiore a quello dell'Europa continentale. Con una regolamentazione rigida delle licenze, è più facile e meno costoso ottenere permessi per ampliare il locale già in attività che aprirne uno nuovo.
Restano poi da sviluppare anche altre interessanti implicazioni della presenza di locali pubblici all'aperto, come il loro effetto sul tasso di criminalità, o sull'obesità (negli Stati Uniti è tre volte superiore a quello dell'Italia) e sul ruolo delle città belle come centri produttivi.
* Questo articolo è un estratto del saggio di W. Stanley Siebert "Public choice and urban economics: the unnoticed link between liquor licensing and urban sprawl", Insitute of Economic Affairs, giugno 2003, Blackwell Publishing Limited.
(1) Jane Jacobs, "The Death and Life of Great American Cities", Random House, 1961.
www.lavoce.info
Burlando e la ValBormida
di Giulio Save
Questa è solo la riproposizione di una domanda che ho già rivolto, a nome mio e dell'associazione di cui sono presidente, a tutti i siti di DS, Margherita, Ulivo, locali e nazionali, ecc... che conosco, e non sono pochi. Ma senza alcuna risposta.
E, allora, provo ancora su questa strada, accettando già da ora, e veramente a malincuore, il fatto che, a questo punto, un'altra mancata risposta diventa implicitamente la risposta. Di totale disinteresse. Che, ovviamente, non potrà che essere sarà ricambiato.
Dunque, la domanda, di una semplicità che rasenta il banale, era la seguente:
"Vorrei che mi fosse chiarito un punto essenziale di qualsiasi programma amministrativo locale: quale tipo di sviluppo, o anche solo di mantenimento della continuità di vita, si prevede per la ValBormida?
Le dichiarazioni del candidato Burlando, riportate in un’intervista della primavera scorsa, mai smentite, anzi rafforzate in un memorabile incontro di giugno (di cui ho anche scritto una specie di cronaca) con la popolazione di Cairo, da questo punto di vista sono oltremodo preoccupanti. Vi si parla di centrali termoelettriche, di inceneritori, di depositi vari, ecc…da realizzare in ValBormida per assicurare energia e sviluppo alla Liguria e oltre.
Ricordo che su questi argomenti sia i DS, che la Margherita, che Rifondazione valbormidesi, se non sbaglio, hanno letteralmente spaccato i propri partiti. Ma ricordo soprattutto che la popolazione ha manifestato chiaramente e in tutti i modi possibili la propria volontà di respingere gli attacchi continuamente portati al suo territorio ed ha chiaramente scelto la strada di uno sviluppo pulito, moderno, sostenibile.
Credo che se il candidato non opererà su questi punti una correzione di rotta di 180 gradi, chiarendone accuratamente significato e motivazioni, andrà incontro, quanto meno in ValBormida, a una sconfitta clamorosa in cui trascinerà anche i partiti che lo sostengono. Per questo mi domandavo: ora come ora, potrei votare Burlando?
E poi, chiedo ai politici esperti e ai vari coordinatori di partito regionali: ma è possibile che noi qui si debba scegliere fra due genovesi ai quali non importa nulla della Valbormida? "
Per rispondere è sufficiente chiarezza di idee e limpidezza di programmi.
E' chiedere troppo?
Giulio Save
www.aprileonline.info
Quanti potevano essere salvati?
di Pietro Greco
Un terremoto, anche di potenza devastante come quello avvenuto nell'Oceano Indiano, si consuma in pochi secondi. Le sue vittime non possono essere salvate, se non con una lungimirante prevenzione. Ma le onde anomale di un maremoto impiegano molto tempo prima che si abbattano su coste lontane centinaia e persino migliaia di chilometri dall'epicentro. Anche se lo tsunami ha la velocità di un jet, può giungere a destinazione decine di minuti, persino ore dopo il sisma che lo ha provocato. Con un buon sistema di sorveglianza le vittime del maremoto possono essere salvate.
Con un pronto all'erta decine di migliaia di persone, lunedì scorso, avrebbero certamente evitato la morte.
Quel sistema di pronto allerta esiste. L'uomo, ma bisognerebbe dire l'uomo occidentale, ha la capacità tecnologica, con una rete piuttosto fitta di sismografi, non solo di rilevare in tempo reale un terremoto e la sua esatta collocazione. Ma ha anche la possibilità, per esempio con la sua rete di satelliti, di individuare l'onda anomala eventualmente provocata dal sisma e di prevedere in anticipo dove, quando e come arriverà.
Un sistema di allarme collegato con il sistema di rilevazione può, dunque, con largo anticipo avvisare le popolazioni costiere interessate e consigliarne la rapida evacuazione.
Non è un sistema avveniristico. In Giappone - spiega l'ingegner Luigi Cavaleri dell'Istituto di Scienze Marine del Cnr di Venezia - ce n'è uno che funziona così bene che consente alle persone allertate non solo di mettersi in salvo ma anche di raccogliere l'attrezzatura necessaria e, telecamera alla mano, documentare regolarmente i maremoti, riprendendone gli effetti catastrofici ma spettacolari. Nel caso del disastro «che ha colpito il Sudest asiatico, l'India, lo Sri Lanka e le Maldive - sostiene ancora Cavaleri - c'era tempo per avvisare la popolazione. Il problema è stato e rimane la mancanza di un opportuno sistema di previsione e di informazione alla popolazione». Insomma, se l'India, lo Sri Lanka, l'Indonesia, il Bangladesh, la Somalia e le altre nazioni che affacciano sull'Oceano Indiano avessero avuto il sistema di allarme tsunami in dotazione al Giappone, decine di migliaia di vite umane si sarebbero salvate.
La catastrofe di lunedì scorso non era solo annunciata, ma anche evitabile.Perché la tecnologia e l'organizzazione che aiutano le popolazioni del ricco Giappone (ma anche degli Stati Uniti o dell'Australia) non sono state capaci di aiutare le popolazioni povere dello Sri Lanka, dell'India, del Bangladesh e di molte altre nazioni asiatiche e africane?
Si possono invocare diverse ragioni per rispondere a queste domande. Per esempio, perché nei paesi poveri mancano le risorse per allestire il sistema di allarme. Perché nei paesi poveri la percezione del rischio - compreso il rischio sismico - è diversa che nei paesi ricchi.
E tuttavia c'è un'altra considerazione semplice - forse troppo semplice - da fare. Una considerazione che riguarda anche noi, abitanti dei paesi ricchi.
Esistesse al mondo un sistema di protezione civile, afferente alle Nazioni Uniti, sul tipo dell'Organizzazione Mondiale di Sanità (che si occupa del rischio sanitario) o anche sul tipo della Fao (che si occupa del rischio alimentare), gran parte delle persone morte a causa del maremoto di lunedì scorso si sarebbero salvate. Il costo per allestire un simile sistema è forse insopportabile per i singoli paesi poveri (e anche per un paese grande e in via di rapido sviluppo come l'India), ma è certamente sopportabile dalla comunità internazionale. Se poi l'Occidente estendesse a questa agenzia di protezione civile globale le informazioni in suo possesso, i costi diventerebbero davvero minimi. Al limite dell'irrisorio.
Questo sistema di protezione civile globale è una necessità. Sia perché è intollerabile che per così poco, così tanti - solo perché vivono in paesi poveri - paghino con la morte. Sia perché col cambiamento globale del clima il rischio di tragiche calamità - come alluvioni e inondazioni - sta aumentando rapidamente. Un sistema di protezione civile globale è, in questo scenario, qualcosa di più di un bisogno. È un diritto non più alienabile.
unita.it
Ma la scienza potrebbe salvare molte vite
di LUCIO BIANCO
Il terremoto ed il conseguente maremoto che hanno colpito il sud est asiatico sono stati certamente “epocali” per l’intensità (9° della scala Richter) e la vastità delle aree interessate.
Una prima considerazione da fare è che la scienza dei terremoti non consente oggi di prevedere con sufficiente anticipo questi eventi e quindi un’adeguata protezione. Questo stato dell’arte non può però portarci a privilegiare un atteggiamento fatalistico di rinuncia a cercare di indagare i segreti geologici del nostro pianeta. Esiste un programma di ricerca, coordinato a livello mondiale, sullo studio della crosta profonda a cui ha finora partecipato anche il nostro paese attraverso il Consiglio nazionale delle ricerche. Negli anni passati questo programma ha incontrato difficoltà per l’insufficienza dei finanziamenti e anche perché si tratta di una tipica ricerca che non può essere svolta da un unico paese e i cui risultati sono incerti e soprattutto differiti entro un orizzonte temporale di lungo periodo e difficile da prevedere.
Nella logica seguita finora dal nostro governo in materia di politica scientifi- ca, quest’attività non sarebbe classificata come ricerca “utile” perché non dà risultati immediati. Viceversa, proprio gli accadimenti di questi giorni dovrebbero indurre i governi dei paesi più ricchi a una maggiore lungimiranza verso le scienze della Terra per accrescere la conoscenza del nostro pianeta.
Ma se è vero che, in materia di terremoti, non sono possibili previsioni af- fidabili, ci si può però chiedere se sia possibile limitarne i danni, soprattutto relativamente alle vittime causate da queste catastrofi naturali. Appare infatti stupefacente che, nell’area colpita, non esista un sistema di monitoraggio e di allarme e che le onde partite dall’isola di Sumatra siano potute arrivare alle isole Maldive e sulle coste africane, dopo qualche ora, senza che gli abitanti di queste zone siano stati messi sull’avviso del pericolo incombente. La prevenzione dei danni provocati da questi fenomeni naturali sarebbe stata non solo possibile ma doverosa ed avrebbe contribuito a salvare migliaia di vite umane.
Il Giappone, paese che convive con continui terremoti e maremoti, insegna che, con tecnologie antisismiche oggi disponibili, sistemi di allarme tempestivi e piani di evacuazione studiati per tempo e aggiornati continuamente, il livello dei danni alle cose e alle persone sarebbe stato contenuto entro dimensioni molto meno rilevanti di quelle fi- nora accertate nel caso in questione.
Queste considerazioni inducono qualche riflessione generale anche sulla situazione del nostro paese rispetto alle calamità naturali. Anche se notevoli passi avanti sono stati fatti in termini di protezione civile, l’Italia resta un paese ad alto rischio, se riflettiamo sul fatto che bastano pochi giorni di pioggia continua, come sta avvenendo in queste festività, per evocare lo spettro di Sarno. La lezione di sei anni or sono avrebbe dovuto indurre non solo a una migliore organizzazione della mobilitazione di fronte al verificarsi di fenomeni naturali catastro fici, ma anche ad incrementare gli investimenti in ricerca per una migliore conoscenza del nostro territorio e per rafforzare la capacità di prevenire i danni. Ciò anche per una semplice convenienza economica; infatti i costi per riparare i danni provocati da molti eventi naturali sono largamente superiori al costo degli studi per prevenirli o anche solo per contenerli entro limiti “accettabili”. Invece (cito solo un esempio a me noto) esiste una rete di istituti del Cnr per la protezione idrogeologica, dislocata strategicamente su tutto il territorio nazionale, la quale, come tutti gli altri organi di ricerca di questo ente, deve fare i conti con scarsissimi finanziamenti e con una riforma imposta da un decreto del ministro Moratti che si muove in una logica di destrutturazione dell’esistente, accentuata dalla filosofia pseudoefficientista e concettualmente sbagliata del nuovo vertice del Cnr. La tragedia asiatica sia di monito anche per noi. Molti eventi naturali non sono eludibili ma la ricerca scientifica in questo settore può essere di grande aiuto ad affrontarli in modo adeguato a patto di capire che gli strumenti disponibili oggi sono il frutto degli studi di ieri e che quelli che potranno essere disponibili domani richiedono un impegno politico immediato.www.europaquotidiano.it/
Italia , Francia , Gran Bretagna : i governi parlano del sisma ai cittadini
a cura di Giulia Alliani
Tre paesi dell'Unione Europea, tre Governi, tre diversi modi di offrire aiuto e di comunicare con i propri cittadini, e con i loro parenti, in una situazione drammatica, che li vede coinvolti a molti chilometri di distanza (dai siti web dei governi di Italia, Gran Bretagna e Francia).
ITALIA 26/12/2004
Sisma Asia: Berlusconi, siamo in costante contatto ''Siamo in costante contatto. So che ci sono cittadini italiani ma e' difficile intervenire perche' molti aeroporti sono sott'acqua''. Questo il primo commento del Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi a proposito del disastroso terremoto che ha colpito il sud-est asiatico domenica 26 dicembre 2004
Sisma Asia: Fini a turisti, non partite, situazione caotica ''Non partite. Sconsiglio vivamente tutti dal mettersi in viaggio verso le zone colpite''. Lo ha detto il vice presidente del Consiglio e Ministro degli Esteri, Gianfranco Fini, parlando ai giornalisti. Nelle zone colpite non c'e' piu' un reale pericolo, ha spiegato, ma la situazione e' ancora molto confusa; ci sono grosse difficolta' negli spostamenti tra le varie localita' e mettersi in viaggio ora e' assolutamente sconsigliabile. Fini ha rivolto poi l'invito ai familiari dei turisti italiani in vacanza nelle zone colpite a collegarsi con i propri cari attraverso l'invio di Sms e con l'utilizzo della posta elettronica.
Sisma Asia: numeri telefonici dell'Unità di Crisi 06 36915551 e 06 36915552. La Presidenza del Consiglio segue da vicino le verifiche sulla presenza di italiani nella regione colpita dal maremoto che ha devastato le coste di cinque Paesi asiatici . Il Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, è in costante contatto con l'Unita' di crisi della Farnesina e con la Protezione Civile. L'Unità di crisi del Ministero degli Esteri ha messo a disposizione due numeri per chi avesse parenti nelle zone del Sud-Est asiatico.I numeri sono :06 36915551 e 06 36915552
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GRAN BRETAGNA 26/12/2004
A proposito del terremoto in Asia, il Ministro degli Esteri, Jack Straw, ha detto il 26 dicembre: "Nonostante gli enormi progressi scientifici e tecnologici che ci permettono di esercitare un certo controllo sulla nostra vita, un terremoto di questa gravita' ci fa sentire molto piccoli ed e' profondamente tragico per tutti coloro che vi si trovano coinvolti.
Il Governo Britannico ha spedito messaggi di condoglianze ai Governi di India, Indonesia, Thailandia, Malesia, Sri Lanka e Maldive insieme all'offerta di aiuti concreti. Gli aiuti saranno coordinati dal Foreign Office, dalla Home Food and Drink Industry Division, e dal Ministero della Difesa.
Appena giunta la notizia, nelle prime ore del mattino, sono stati attivati i nostri piani di emergenza per questo tipo di situazioni.
A Londra sono stati richiamati in servizio i funzionari dei Consolati, e sono state allertate le squadre locali di pronto intervento a Hong Kong e Kuala Lumpur. Il nostro ambasciatore in Thailandia, David Fall, con il suo staff, si sta dirigendo a Phuket.
Ogni possibile sforzo per portare aiuto viene attualmente posto in atto da parte dello staff della British High Commission di Colombo, Sri Lanka, che copre anche le Maldive. Il nostro staff di Londra e' in stretto contatto con l'Associazione Britannica degli Agenti di Viaggio e con le compagnie aeree.
Mi rendo conto che per le decine di migliaia di turisti britannici che si trovano nel Sud-Est Asiatico, per i loro parenti e per i loro amici questo sara' un momento di grande ansia. Stiamo facendo tutto quello che possiamo per dare aiuto, ma l'interruzione delle comunicazioni nelle zone piu' colpite sta inevitabilmente rendendo piu' difficile dare un'esatta valutazione della situazione locale".
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FRANCIA 26/12/2004
Sisma in Asia: Il Ministero degli Affari Esteri ha attivato una cellula di crisi con un numero di telefono per riapondere alle famiglie e al pubblico: 01.45.50.34.60
I voli provenienti dalla regione interessata verranno indirizzati al terminal T3 dell'aeroporto di Roissy-Charles de Gaulle, dove il 27 dicembre verra' attivato un dispositivo d'accoglienza.
Dichiarazione della portavoce aggiunta del Quay d'Orsay: "Conseguentemente al terremoto che ha colpito diversi paesi del Sud-Est Asiatico e dell'Asia Meridionale, il Ministero degli Affari Esteri, tenendo conto delle prime necessita' rese note dalle autorita' locali, ha deciso di attuare un aiuto umanitario d'urgenza, a partire dallo Sri Lanka.
La Francia partecipa alla missione di valutazione inviata sul posto questa sera dall'Unione Europea, il cui sforzo essa appoggia in collegamento con il coordinamento attuato in loco dall'OCHA (United Nations Office for the Coordination of Humanitarian Affairs).
Il Ministero degli Affari Esteri (Delegazione per l'Azione Umanitaria) inviera' domani, lunedi' 27 dicembre, a Colombo un aereo con un centinaio di persone: 60 soccorritori della Sicurezza Civile del ministero dell'Interno, 4 soccorritori del SAMU, una ventina di membri dell'associazione "Secouristes Sans Frontières", alcuni inviati del ministero incaricati del sostegno in situazioni di crisi, e 8 membri della Croce Rossa francese e di « Telecom sans frontières ». Lo stesso volo trasportera' un carico umanitario (teloni impermeabili e tende) e del materiale per la produzione di acqua potabile.
Il ministero degli Affari Esteri sta studiando la possibilita' di utilizzare al ritorno lo stesso volo per assicurare il rimpatrio in Francia dei francesi in condizioni di pericolo che si trovano nella regione. La valutazione delle necessita' si fara' insieme agli altri paesi coinvolti dal sisma, cioe' l'India, l'Indonesia, le Maldive e la Thailandia".
www.osservatoriosullalegalita.org
Più nulla
Il maremoto che ha sconvolto il sud-est asiatico visto da lontano
Ishara Chickera ha diciannove anni, e vive in Italia da quando ne aveva quattro. E' nata a Hikkaduwa, sulla costa meridionale dello Sri Lanka, dove vive ancora sua nonna. Le abbiamo chiesto di raccontarci la situazione nel suo paese.
Siete riusciti a comunicare con la vostra famiglia?
"Ieri sera qualche telefono cellulare funzionava, mentre le linee telefoniche sono ancora interrotte. Noi siamo riusciti a parlare con la nonna, che abita su una collina dietro Hikaduwa, dove per fortuna l'onda non è arrivata. Nella mia famiglia, quindi, non ci sono state vittime. Ma molti amici di mio padre sono morti o dispersi. E moltissime persone che lavorano qui in Italia non sono riuscite a contattare le loro famiglie, perciò stanno cercando disperatamente di tornare in Sri Lanka, pagando cifre esorbitanti per un biglietto aereo, mentre gli aerei dell'Alitalia vanno giù vuoti, per riportare i turisti a casa."
Che cosa è successo ieri a Hikkaduwa?
L'onda è arrivata alle undici, ora locale. Era alta sei metri. A quell'ora c'era tantissima gente in spiaggia, al mercato dietro la ferrovia, e anche nelle scuole, aperte per i riti religiosi. Il mare ha letteralmente spazzato via tutti gli alberghi sulla costa, ha superato la ferrovia e si è abbattuto sul mercato. Della stazione di polizia sono rimaste solo le mura, e così anche della scuola femminile lì vicino. Nel piccolo ospedale di Hikkaduwa hanno contato, per ora, quarantatre morti. Ma ce ne sono sicuramente di più. E a Galle, il paese più vicino, dove è rimasta in piedi solo la statua di Buddha, ce ne sono già trecentocinquanta". Ishara descrive uno scenario apocalittico, come è apparso a sua nonna questa mattina.
"La spiaggia è ancora piena di cadaveri, e altri continuano ad affiorare dal mare, perciò il conto definitivo ci sarà solo fra qualche giorno. Hanno visto trattori carichi di corpi.
Hanno visto anche molti cadaveri di turisti, in questa stagione era pieno soprattutto di svizzeri e australiani. Il mare ha spazzato tutto, le barche sono entrate negli edifici. La strada che porta a Colombo è interrotta, quindi la gente è bloccata lì. Dicono che stamattina degli aerei militari sganciavano dei volantini per invitare la gente ad andarsene. Ma le strade sono interrotte, dove possono andare?
Qui si dice che lo Sri Lanka, a causa dell'estrema povertà, non è riuscito a fronteggiare l'emergenza.
"Sì, e questo non è corretto: è vero, una parte del paese è ancora povera e arretrata, ma lo Sri Lanka era molto cresciuto negli ultimi anni, soprattutto grazie alle rimesse di chi è andato all'estero a lavorare, tra mille sacrifici. E con quei soldi erano stati costruiti alberghi, case, infrastrutture. Quindi non era più il pease poverissimo che si racconta qui.
Ora è stato tutto spazzato via. Adesso sì che il mio paese è tornato indietro di cinquant'anni. E' come se quei progressi non ci fossero mai stati: non è rimasto niente, nemmeno il ricordo.
E ora?
La gente è terrorizzata perchè dicono che arriverà un'altra onda. Si sono rifugiati nei templi buddisti, e nelle scuole dell'interno. Non c'è acqua potabile, perchè quella dei pozzi non si può più bere, essendo stata contaminata dai cadaveri. E non c'è da mangiare, perchè tutti i negozi di alimentari erano sulla costa e sono stati spazzati via.
Mia nonna oggi ha portato un po' di cose da mangiare al tempio, ma sono troppi gli sfollati, è impossibile sfamarli tutti. E stanotte nessuno ha dormito: ascoltavano il mare.
Una cosa che mi piace della mia gente, di cui vado fiera, è che non volta mai le spalle davanti alla sofferenza degli altri. Quando qualcuno ha un problema, tutti corrono ad aiutarlo. Ecco perchè credo che a Hakkaduwa siano morti molti giovani: anche se erano sopravvissuti alla prima ondata, saranno sicuramente corsi ad aiutare gli altri.
Conoscendoli, si saranno precipitati. Lasciandoci magari la vita.
In Italia si è parlato soprattutto dei turisti italiani..
Io capisco la preoccupazione per i turisti, per "i connazionali", come dicono i telegiornali. Ma ci sono migliaia di persone morte e rimaste senza casa. E' terribile vedere la nostra gente che muore, e noi qui a guardare il telegiornale.
C'erano moltissimi italiani alle Maldive, e di Malet sappiamo tutto: Emilio Fede e Maldini erano lì, e molti altri vip. Abbiamo visto decine di immagini riprese dal'alto delle Maldive. Ora, lo SriLanka è a un'ora di volo da lì: l'elicottero che ha fatto le riprese non poteva andare a riprendere anche la costa dello Sri Lanka?
Ci sono tantissime persone che lavorano in Italia come collaboratori domestici, anche nelle case dei vip. E loro non sanno niente di cosa è successo nel loro paese.
Ieri, quando non riuscivo a contattare la nonna, ho chiamato il 170, il servizio per le chiamate internazionali. La signorina era gentilissima, mi ha chiesto i recapiti da contattare.. probabilmente pensava fossi italiana (Ishara parla italiano come fosse madrelingua, ndr). Ma poi quando le ho detto che stavo cercando di contattare non dei "connazionali" ma delle "persone locali", ha detto che non poteva aiutarmi.
Ieri sera, nello speciale del Tg1, continuavano a parlare delle perdite che avrebbe avuto il turismo. Ma non mi sembra la cosa principale.
Che cosa succederà adesso?
Non so. La gente non ha più niente: si viveva di turismo, e gli alberghi non ci sono più. Si viveva di pesca, e ci sono pesci morti ovunque. Si viveva di agricoltura, e i campi e le risaie sono spariti.
E non dimentichiamoci tutti quelli che lavorano qui in Italia, che non hanno notizie. Non chiedono molto, solo di sapere cosa è stato delle loro mogli, delle loro figlie, di chi hanno lasciato a casa per venire qui a lavorare. E stanno spendendo mesi e mesi di stipendio, o stanno facendo debiti, per comprare un biglietto per tornare a casa, per scoprire se hanno ancora una famiglia. Mentre gli aerei dell'Alitalia vanno giù vuoti..."
Cecilia Strada www.peacereporter.net
Finanziaria, il governo battuto chiede la fiducia
di Bianca Di Giovanni
Voto finale con suspance per la legge Finanziaria. La fiducia posta ieri dal governo in Aula a Montecitorio si voterà martedì alle 19,20. I lavori della Camera termineranno solo a notte inoltrata, con tanto di consiglio dei ministri attorno a mezzanotte. Doveva essere una passeggiata, invece le ultime battute parlamentari della «legge regina» si sono trasformate in una vera corsa a ostacoli. Si è arrivati al traguardo finale dopo una giornata fitta di colpi di scena. Il testo è tornato in Commissione per un’ennesima correzione sui rilievi della Corte dei Conti. In quella sede non è mancato l’ultimo scivolone: il governo è stato battuto su una proposta di An votata anche da Lega e opposizione. Nel frattempo si è aperta una «trattativa» (fallita) tra maggioranza e opposizione per accorciare i tempi d’approvazione. Contemporaneamente si è sviluppato un «duetto» a distanza tra Pier Ferdinando Casini e Marcello Pera sui contenuti non proprio coerenti del testo. Un vero marasma, che la dice lunga sia sulla «tenuta» di un testo sempre a rischio di illegittimità, che sulla coesione della maggioranza. «Hanno circa 90 voti in più - commenta Luciano Violante - e nonostante questo mettono la fiducia per la nona volta quest’anno. È il segno di una crisi interna al centrodestra. Ormai da due anni si vota la Finanziaria con la fiducia».
A metà di una giornata al cardiopalma si presenta in Aula anche Silvio Berlusconi, che spara ad alzo zero sulle modalità di approvazione della manovra. «Bisogna fare di tutto per evitare i rischi del passato, quando entrava in Parlamento una Finanziaria e ne usciva un'altra - dichiara - È stata questa la procedura che ha prodotto in passato il deficit». Peccato che a riscriverla di sana pianta sia stato proprio il governo e non certo il Parlamento.
In ogni caso a questo punto è corsa contro il tempo per evitare l’esercizio provvisorio. La manovra arriverà a Palazzo Madama solo domani per la quarta lettura, e i tempi di approvazione sono tutti da concordare tra maggioranza e opposizione. Ieri i primi ostacoli per un varo veloce sono emersi a metà giornata, quando il relatore Guido Crosetto ha chiesto di rinviare il testo in Commissione per «piccole correzioni tecniche». Casini è preplesso, visto che si è all’ultimo giorno (per di più dopo Natale), ma si capisce subito che il testo va modificato: deve scomparire il comma sulla sanatoria per le violazioni contabili connesse alle consulenze della pubblica amministrazione. Una norma che aveva provocato una netta presa di posizione della Corte dei Conti. Secondo indiscrezioni anche in questo caso (come in quello del blocco del turn-over negli enti locali preso di mira dalla Consulta) si sarebbe fatta sentire la presione del Quirinale. Così nel primo pomeriggio, alla ripresa dei lavori in Aula - presente anche Berlusconi e molti esponenti del governo tra cui Domenico Siniscalco - Casini annuncia la richiesta formale del governo di un nuovo passaggio in commissione, per evitare «possibili dubbi di illegittimità costituzionale».
L’opposizione è d’accordo, ma insiste per correzioni più profonde, puntando il dito contro quelle norme microsettoriali che erano state «cassate» da Casini all’inizio dell’iter parlamentare e poi sono state reintrodotte dal Senato. I toni della polemica si surriscaldano, e il presidente della Camera si toglie qualche sassolino dalla scarpa. «Alla Camera ho cercato di essere rigoroso. Purtroppo nel testo mi ritrovo queste norme oggi, e certo non per responsabilità della Camera». A stretto giro di posta la replica di Pera, che scarica la responsabilità di tutto sul governo La questione di fiducia posta in Senato al maxiemendamento, dice, «ha precluso alla presidenza qualunque valutazione del testo in discussione».
Intanto la commissione Bilancio cassa la norma incriminata dalla Corte dei Conti e abolisce anche quella che prevede una perequazione più favorevole ai trattamenti pensionistici del Banco di Sicilia e altri ex enti creditizi pubblici. Ma un altro incidente di percorso è in agguato. Il governo viene battuto su un emendamento di Buontempo (An) che cancella la trasformazione delle sale Bingo in sale giochi. Metà della maggioranza (An e Lega) votano a favore dell'emendamento con le opposizioni. L’emendamento comporta una perdita di 60 milioni in 3 anni, recuperati con tagli ai ministri dell’Interno e delle Finanze. A questo punto la manovra torna in Aula. «Ministro Giovanardi, era previsto il suo intervento. non si scoraggi. Vada, vada liberamente». Così Casini introduce l’intervento del ministro per la richiesta della fiducia. Sarebbe proprio il caso di scoraggiarsi.
unita.it
Protervia prometeica (e anche editoriale)
Il mio premio personale al peggiore editoriale che ho letto quest'anno va a questo di oggi di Umberto Galimberti.
Mi rendo conto che editorialeggiare e filosofare su tutto non è facile, e soprattutto farlo a botta calda su una catastrofe da 25mila vittime e milioni di senza casa.
Ma non si può iniziare un ragionamento inanellando dotte citazioni sulla insensibilità della natura, sulla protervia prometeica degli odierni uomini tecnologici per poi alla fine lamentare che le vittime, tra le popolazioni asiatiche più povere, non siano state adeguatamente aiutate.
Soprattutto perchè, sempre nella stessa edizione della Repubblica, un metereologo spiega che con le reti di satelliti e i sensori, catastrofi di questo genere possono essere segnalate, e forse in tempo per salvare decine di migliaia di vite.
Un tempo il Manzoni ebbe uno dei suoi migliori momenti letterari quando descrisse Don Ferrante, il letterato del nulla....
caravita.biz
Lo "scandalo" Oil For Food è una cinica cortina fumogena
di Scott Ritter
Il programma "Oil for Food" non è mai stato un sincero sforzo di sostegno umanitario, ma piuttosto un espediente politicamente motivato teso ad attuare la reale politica degli Stati Uniti: un cambio di regime.
I senatori degli Stati Uniti, guidati dal repubblicano Norm Coleman, hanno lanciato una sorta di crociata, cercando di "presentare" il programma Oil For Food applicato dalle Nazioni Unite dal 1996 al 2003 come il più grande scandalo nella storia di questa istituzione. Ma questo postulato non è niente più di un'ipocrita sciarada, ideata per spostare l'attenzione dalla disfatta del pantano creato del presidente Bush stesso in Iraq, e per legittimare l'invasione dell'Iraq utilizzando come scusa la corruzione irachena, e non le armi di distruzione di massa, allo stato attuale ancora inesistenti.
Il programma Oil For Food traeva origine dalla risoluzione del consiglio di sicurezza, promossa principalmente dagli Stati Uniti, ratificata nell'aprile del 1995 ma non entrata in vigore fino al dicembre 1996. Durante questo arco di tempo la CIA appoggiò due tentativi di colpo di stato contro Saddam, il secondo dei quali, il più famoso, uno sforzo congiunto con gli inglesi, che implose nel giugno del 1996, al culmine dei negoziati per l'attuazione del programma Oil For Food.
Il programma oil for food non è mai stato un sincero sforzo di sostegno umanitario, ma piuttosto un espediente politicamente motivato teso ad attuare la reale politica degli Stati Uniti: un cambio di regime.
Attraverso vari meccanismi di controllo gli Stati Uniti e la Gran Bretagna avevano la possibilità di aprire e chiudere il flusso di petrolio a proprio piacimento. In questo modo gli americani hanno potuto autorizzare un'esenzione di un miliardo di dollari inerente l'esportazione di petrolio iracheno per la Giordania, oltre che legittimare i miliardari traffici illegali di petrolio lungo il confine turco, dal quale hanno tratto vantaggio tanto l'alleato Nato Turchia quanto i fautori di un cambio di regime nel Kurdistan. Contemporaneamente, mentre il segretario di stato americano Madeleine Albright stava negoziando con il ministro degli esteri Primakov riguardo a un accordo mediato dai russi per porre fine all'impasse tra l'Irak e gli ispettori delle Nazioni Unite nell'ottobre/novembre 1997, gli Stati Uniti chiudevano un occhio sulla creazione di una compagnia petrolifera russa a Cipro.
Questa compagnia petrolifera, guidata dalla sorella di Primakov, comprava petrolio dall'IraK grazie al programma Oil For Food a prezzi irrisori per poi rivenderlo a pieno prezzo di mercato principalmente alle compagnie americane, spartendosi equamente la differenza con Primakov e gli iracheni. Questo patto, promosso dagli Stati Uniti, ha generato profitti per centinaia di milioni di dollari sia per i russi che per gli iracheni, fuori dal controllo Oil For Food. E' stato stimato che l'80 per cento del petrolio illegalmente fuoriuscito dall'Irak sotto il programma Oil For Food sia finito negli Stati Uniti.
In maniera analoga, utilizzando il suo potere di veto sul comitato 661, creato nel 1990 per monitorare e gestire le sanzioni economiche contro l'Irak, gli Stati Uniti furono capaci di bloccare milardi di dollari di beni umanitari legittimamente aquistati dall'Iraq sotto l'egida dell'accordo Oil For Food. E quando Saddam si mostrò troppo abile nell'arricchirsi con le tangenti, gli Stati Uniti e la Gran Bretagna idearono un nuovo sistema di vendita del petrolio che forzava potenziali aquirenti ad impegnarsi in contratti petroliferi nei quali il prezzo sarebbe stato deciso dopo che il petrolio era stato venduto, un meccanismo perverso che portò rapidamente la vendita del petrolio ad un arresto, privando di denaro il programma Oil For Food al punto che miliardi di dollari di contratti umanitari non poterono essere pagati dalle Nazioni Unite.
La palese corruzione del programma Oil For Food era reale, ma non è scaturita in seno alle Nazioni Unite, come sostengono Norman Coleman ed altri. Le sue orgini risiedono in una politica moralmente corrotta di strangolamento dell'economia irachena, messa in atto dagli Stati Uniti, nel contesto di una più ampia strategia di cambio di regime. Dal 1991 gli Stati Uniti avevano fatto capire chiaramente, attraverso successive affermazioni di James Baker, George W Bush e Madeleine Albright, che le sanzioni economiche, legate all'obbligo iracheno di disarmarsi, non sarebbero mai state ritirate anche se l'Iraq avesse adempiuto ai suoi obblighi e si fosse disarmato, fino a quando Sadam Hussein non fosse stato rimosso dal potere. Tale politica è rimasta inalterata per oltre un decennio, durante il quale centinaia di migliaia di iracheni sono morti a causa di queste sanzioni.
Mentre il denaro derivante dalla vendita illegale di petrolio serviva in realtà a finanziare la compravendita di armi convenzionali e la costruzione di palazzi, la stragrande maggioranza dei fondi era versata in programmi di recupero economico che hanno permesso all'Iraq di emergere dalla rovina finanziaria pressochè totale del 1996. Nel 2002, alla vigilia dell'invasione guidata dagli americani, a Baghdad gli affari prosperavano, i ristoranti erano gremiti e le famiglie camminavano liberamente attraverso giardini ben puliti. Adesso prendete questa immagine e confrontatela con la realtà di Baghdad oggi, e la corruzione estrema che era il programma Oil For Food diventa lampante.
Fonte: http://www.zmag.org/content/showarticle.cfm?SectionID=15&ItemID=6861
Traduzione di Marina Gamberini e Fabio Sallustro per Znet
Lo Tsunami e la natura di Gianfranco...
di Marco Mostallino
"La neve se ne frega" è il titolo dell'ultimo romanzo di Luciano Ligabue. Come dire che la natura ha altri pensieri, non si cura delle miserie umane. E la natura ha tragicamente dimostrato di non interessarsi neppure della linea politica del governo italiano: l'ottimismo. Giovedì 26 dicembre il ministro degli esteri Gianfranco Fini consegna ai giornalisti la seguente dichiarazione: "Al momento non si ha conferma ufficiale di vittime tra i nostri connazionali". Sono le ore successive al maremoto che ha colpito l'Asia e le agenzie battono la dichiarazione alle 16,01 con tre stellette, il segno delle breaking news. Un sospiro di sollievo, quindi, per gli italiani.
I nostri cittadini in vacanza nell'area del disastro sono sopravvissuti.
Alle 21,31 un'altra informazione rasserente: "Siamo sicuri - dice sempre il capo della Farnesina - di garantire l'evacuazione dei nostri connazionali nel breve tempo, nella giornata di domani o al più tardi dopodomani". Ascoltare il ministro è come seguire la pubblicità di quella catena di negozi che recita "benvenuti nell'era dell'ottimismo".
Peccato che la mattina di oggi, lunedì 27 dicembre, il poeta della diplomazia romana debba cambiare registro. Pian piano, centellinando le informazioni, è costretto ad ammettere che i morti italiani ci sono e sono almeno undici. Che i connazionali di cui non si hanno notizie non sono "un centinaio" ma, forse, migliaia. Che il rimpatrio prevede tempi lunghi, diversi giorni, forse una settimana.
Certo, di fronte a una tragedia con decine e decine di migliaia di vittime e milioni di senzatetto la sciatteria di un ministro non fa notizia. L'ottimismo è crollato in dodici ore, la realtà ha fatto amaramente giustizia del gioco politico sulla pelle dei familiari che in patria attendevano notizie dei loro cari.
I sondaggi di Palazzo Chigi, se ancora valgono qualcosa in caso di campagne elettorali, non funzionano di fronte alle catastrofi planetarie.
La natura se ne frega del governo italiano.
Marco Mostallino
redazione@reporterassociati.org
Il mondo alla rovescia
Monterosso
Negli Stati Uniti i poveri votano per i ricchi, i ricchi votano per i poveri.
In Argentina gli italiani emigrano in Italia.
In Italia gli operai scioperano per pagare le tasse.
In Ucraina si fa la rivoluzione per votare.
Nella Russia post-comunista il presidente ha studiato al KGB.
In Africa si muore di fame per la troppa ricchezza.
In Iraq non c'è la benzina.
Ai poli manca il ghiaccio.
Il monopolio vieta il fumo.
Prodi è rivoluzionario, D'Alema conservatore, Berlusconi riformista.www.ulivoselvatico.org
dicembre 27 2004
L’Italia sta perdendo l’industria
Si sfalda il tessuto produttivo tra crisi, delocalizzazioni e disinteresse del governo
Giampiero Rossi
da l'Unità - 27 dicembre 2004
MILANO Volge al termine un anno difficile per l’economia italiana e, ancor di più per il mondo del lavoro. Per molte famiglie l’aggettivo “drammatico” non è - purtroppo - eccessivo per descrivere l’anno terzo dell’era del declino senza freni. Anzi, addirittura c’è chi fa notare che ormai la parola «declino» appartiene al passato. Perché il sindacato l'aveva utilizzata per lanciare un allarme che, purtroppo, si è rivelato fondato.
L'Italia ha perso pezzi importanti del suo apparato produttivo e a seminare, lungo questo tracollo mai arginato finora con politiche industriali degne di questo nome, migliaia di posti di lavoro. Che, al di là dei numeri, sempre e comunque in peggioramento, significano uomini e donne in carne e ossa, famiglie, vite pesantemente condizionate, anzi minacciate dalla perdita di un reddito. E infatti adesso persino Confindustria manifesta le stese identiche preoccupazioni dei sindacati e avanza le medesime richieste al governo, perché sono persone e aziende a soffrire di questa caduta libera, l'economia familiare e quella del paese, senza che arrivi un segnale che dica almeno che il problema è stato capito, che la direzione in cui agire sia stata individuata. L’analisi congiunturale dell’associazione degli industriali, in novembre, ha registrato un’ulteriore frenata degli ordini e la decelerazione della produzione. «Per l’Italia è la crisi più nera del Dopoguerra», ha detto Luca Cordero di Montezemolo nel commentare le stime macroeconomiche di Confindustria, che rilevano una situazione in continuo peggioramento: Pil 2004 all’1,4% (ben al di sotto del 2,1% indicato dal governo), tagliata la crescita stimata per il 2005 al 1,4% dal precedente 2%. Poco meglio nel 2006, con il pil all’1,5%. Quanto basta per far dire al leader degli industriali che la nostra economia è di poco «fuori dalla stagnazione» ma priva di segnali di ripresa.
LA CRISI
Alitalia è stata salvata per un pelo, ma a un costo altissimo in termini occupazionali; la Fiat viene lasciata languire nella sua crisi, goffamente mascherata dal management tedesco che governa attualmente il Lingotto; e attorno alle grandi aziende, intanto, si sgretola gran parte del tessuto produttivo e industriale del paese. A proposito di tedeschi, per esempio, è di nuovo più che mai aperta la delicata questione delle acciaierie di Terni, una vicenda dalla quale emerge in tutta la sua pericolosità l’assenza di credibilità del nostro governo, beffato platealmente dai dirigenti della ThyssenKrupp che si permettono di rinnegare senza falsi pudori un accordo sottoscritto nelle stanze dell’esecutivo.
Complessivamente sono circa 180.000, in tutta Italia, i lavoratori che rischiano di perdere il posto, 350.000 quelli comunque coinvolti in crisi aziendali che rendono incerto e malsicuro anche il futuro prossimo. Anche le cause, così come il numero delle aziende a rischio, aumentano e si diversificano: crisi produttive, crisi finanziarie, delocalizzazioni, disimpegno da parte delle multinazionali (dalla Wella di Mantova per la chimica alla Manifattura tabacchi di Bologna, dalla Sicme di Torino alla Foderauto Bruzia in Calabria). E su tutto questo piove una legge finanziaria che, per quanto riguarda gli incentivi per lo sviluppo e i sostegni alle imprese, è già stata bocciata dalla stessa Confindustria, che invano ha sostenuto e rinvigorito gli appelli dei sindacati su questo tema. Così, mentre il governo celebra se stesso con una riduzione fittizia delle tasse, non resta che la dolorosa contabilità di quanto è già andato perduto. Secondo l'Istat in un anno nella grande impresa si sono persi 24.000 posti di lavoro. Ma secondo la Cgil, che tiene costantemente sotto monitoraggio l'intero panorama produttivo, al 31 agosto scorso, le aziende che accusavano problemi erano 2.778 rispetto alle 1.429 di febbraio - di cui 1.640 nelle regioni del nord, 757 nelle regioni del centro, e 381 al sud. Il ricorso alla cassa integrazione è arrivato al 28,53% nel primo semestre 2004, mentre era del 10,59% nel 2003. Una crescita spaventosa.
NON SOLO AUTO
Il settore dell'auto, indotto compreso, è tutto, e da tempo, in fibrillazione. La sentenza finale è stata decretata per tutti i 494 dipendenti cassintegrati dell'Alfa Romeo di Arese, ai quali è stato comunicato che a fine anno saranno messi in mobilità. Dal Lingotto, per il mondo Fiat, le uniche comunicazioni in uscita da mesi sono lettere che che annunciano nuovi periodi di cassa integrazione. I sindacati rinnovano iniziative di sciopero e protesta in tutti gli stabilimenti di Fiat auto e dell'indotto, come risposta al piano industriale illustrato dall'amministratore delegato Herbert Demel, che non offre reali vie d'uscita dal tunnel imboccato dalla più grande industria italiana. Invocano anche l'intervento pubblico, cioè qualcosa di simile a ciò che Francia e Germania hanno messo in campo per salvare le rispettive industrie automobilistiche, ma Palazzo Chigi finora è rimasto sordo a questi inviti, preferendo concentrare tutti gli sforzi sulla mancia fiscale. E intanto la galassia dell'indotto dell'automobile si sgretola sotto l'asfissia da prezzi che spinge le aziende a delocalizzare.
Ma soffrono anche altri settori: in ottobre la Birra Peroni aveva chiuso lo stabilimento di Napoli, «nell'ambito della riorganizzazione delle attività produttive in Italia», come dichiarava una nota aziendale, riorganizzazione causata dalla «competitività in Italia tra produttori di birra e dal rallentamento del mercato». Finiscono senza lavoro 120 dipendenti diretti e un indotto di 500 unità. Sempre in crisi anche lo stabilimento di Pedavena (Belluno) che produce per il marchio olandese Heineken il 10% della produzione complessiva nazionale, e che sembra avviato alla chiusura. E poi ci sono i crac fraudolenti: Volare, Impregilo, Finmatica, che allungano la scia di disastri dolosi all'economia italiana, aperta clamorosamente e dolorosamente da Parmalat e Cirio.
QUELLI IN LOTTA
È una crisi che arriva da lontano anche quella che segue la scia dell'eutanasia dell'ex Olivetti. Dopo la Ixfin spa di Marcianise, Caserta, anche i lavoratori piemontesi del Canavese (e di nuovo è l'area torinese a incassare un duro colpo all'occupazione) si sono trovati di fronte all'amara realtà di fallimenti e commissariamenti delle aziende reduci dalla grande stagione tecnologica di Ivrea. E intanto si profila drammatico anche il futuro di 92 dipendenti di Ipse 2000 (che gestisce una delle cinque licenze Umts), praticamente gli ultimi rimasti dei circa 500 iniziali: per loro il 9 ottobre è scaduta la cassa integrazione. Così come resta incerta la situazione alla Ferrania (Savona), azienda che produce materiale fotografico soprattutto per il settore medicale: l'azienda è in amministrazione controllata e dei circa 1.500 lavoratori circa la metà sono in cassa integrazione. Per non parlare dell'odissea della tecnosistemi, del paradosso suicida di aziende ad alto contenuto innovativo e scientifico come la Vicuron e la Pharmacia, entrambe in Lombardia.
UNA CRISI STRUTTURALE
Non esiste praticamente settore industriale che non sia interessato da problemi o a crisi profonde, ma i più colpiti sono ormai da tempo il metalmeccanico, l'agroalimentare, il tessile, dove l'emorragia di posti di lavoro è continua. Come spiega Carla Cantone, segretaria confederale Cgil, responsabile del Dipartimento settori produttivi: «La crisi è drammatica e strutturale. La priorità dev'essere quella di affrontarla insieme a Confindustria e governo, per difendere il lavoro e ridare competitività al Paese. La legge finanziaria - aggiunge la dirigente sindacale - non affronta i temi della crescita e dello sviluppo. Il tetto del 2% alle spese non aiuta niente e nessuno, e nemmeno le imprese che devono ritrovare competitività».
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Ds Milano - Rassegna stampa
QUEL REGALO DI NATALE E L´IPOCRISIA DELLO STATO
L´operazione Enel-Ipse ha una logica che preclude all´Erario incassi migliori
MASSIMO RIVA
la Repubblica - 27 dicembre 2004
Capita una sola volta l´anno che i giornali non escano per due giorni consecutivi e che l´attenzione generale sia tutta concentrata nel più sentito forse dei riti famigliari: il Natale.
Guarda caso, gli amministratori dell´Enel hanno scelto proprio la vigilia di questa festività per approvare un´operazione in cantiere da tempo, ma contro la quale già erano state da più parti sollevate robuste obiezioni di convenienza per lo Stato. La brutta storia riguarda l´acquisizione per circa 800 milioni di euro delle tre frequenze Umts a suo tempo ottenute dalla società Ipse, che si stava avviando alla liquidazione avendo deciso di non più utilizzare le concessioni ricevute dallo Stato.
Perché una società tuttora a controllo pubblico ha deciso di travestirsi da Babbo Natale per fare un simile regalo agli azionisti di Ipse, morosi nei confronti dello Stato per una cifra equivalente - anche qui guarda caso - a quella che verrà pagata per l´acquisto delle frequenze? La tesi dei vertici dell´Enel è che l´affare risulterà vantaggioso per la propria azienda in quanto consentirà: 1) di trattenere una delle tre frequenze girandola in affitto alla controllata telefonica Wind; 2) di incassare congruo denaro fresco dalla cessione delle rimanenti due frequenze ad altri operatori; 3) di sfruttare le perdite del bilancio Ipse ricavandone un vantaggio del tipo «bara fiscale» nell´ordine di circa 200 milioni netti di euro.
Già, ma quale beneficio ricaverà da tutto questo l´Erario che, fino a prova del contrario, è e rimane il proprietario di frequenze che sono e rimangono anch´esse un bene pubblico? Certo, dato che Ipse era debitrice di 800 milioni verso lo Stato, ora il denaro ricevuto dall´Enel metterà in condizione i suoi azionisti di saldare il conto. Ma, poiché l´operazione consentirà all´Enel di pagare 200 milioni in meno di imposte, di fatto il Tesoro incasserà soltanto 600 degli 800 milioni di credito in discussione. Chi segue la logica del «pochi, maledetti ma subito» forse potrà accontentarsi. Non così, viceversa, chi abbia una visione un po´ più trasparente e corretta dell´interesse pubblico.
Certo può darsi che la liquidazione ovvero il fallimento di Ipse avrebbero ritardato l´incasso degli 800 milioni di credito dello Stato, ma sull´esito finale non si potevano né si possono nutrire dubbi. Soprattutto perché fra gli azionisti di Ipse ci sono società di primo piano (dalla spagnola Telefonica all´italianissimo gruppo Capitalia fino all´azienda della famiglia di un ministro della Repubblica) che non sono di sicuro sull´orlo dell´insolvenza. E non basta: una volta ottenuti i soldi dovuti dagli inadempienti azionisti di Ipse, lo Stato si sarebbe ritrovato in mano anche le tre frequenze non utilizzate e, quindi, avrebbe potuto riaprire un´asta sul mercato ricavandone un ulteriore non piccolo guadagno.
Chi e perché ha rinunciato a percorrere questa strada maestra? Il comunicato del Tesoro al riguardo è solo un monumento di ipocrisia perché fa finta di fare il difficile sull´operazione quando essa è stata approvata dai suoi rappresentanti nel consiglio Enel. Resta, quindi, la domanda: chi e perché ha voluto questo pessimo pasticcio?
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Ds Milano - Rassegna stampa
Emergenza matematica
Nicola
Tutte le volte che escono delle classifiche sulle conoscenze matematiche e scientifiche degli studenti di diversi paesi, l'Italia è sempre in posizione bassa, assieme a USA, Sudamerica e alla parte meno sviluppata del Mediterraneo.
Ciascuna di queste statistiche potrebbe essere soggetta a critica, ma il giudizio sull'Italia è sempre lo stesso, qualunque sia il metodo adottato o le conoscenze e abilità che vengono misurate.
Negli USA, che hanno lo stesso piazzamento, su questo problema lavorano commissione di senato e congresso, si fanno audizioni con i massimi rappresentanti della comunità matematica, i giornali sono pieni di interventi sul tema. Insomma, pur avendo il paese la possibilità di importare matematici da tutto il mondo (ciò che avviene), questo stato di cose viene sentito come un'emergenza.
Le conoscenze e le abilità scientifiche e matematiche di base sono una delle materie prime dello sviluppo. In un paese che voglia stare sul mercato occorre che conoscenze di questo tipo e di buona qualità siano in possesso della gran massa della popolazione. Si tratta di una materia prima ancora più importante del petrolio e che richiede, per essere disponibile, ingenti programmi su base nazionale e un impegno di manodopera qualificata imponente.
Accenno solo di striscio, poi, all'altissimo valore civico della diffusione delle conoscenze scientifiche e matematiche, all'accresciuto livello di consapevolezza di chi le possiede, al fatto che il corrispettivo moderno dell'imbonitore retorico d'un tempo è il manipolatore dei numeri e delle statistiche.
Mi aspetterei quindi, in Italia, un dibattito acceso, preoccupati richiami di Ciampi, interventi del ministro dell'Istruzione (ex Pubblica), i peana di Montezemolo, fiumi d'inchiostro sui giornali, l'opposizione scatenata. Invece, anche su questo tema, si vede un'Italia sonnecchiosa, passata da un'immotivato autocompiacimento a un'altrettanto perniciosa e immotivata accettazione del declino.
ulivoselvatico.org
Gli Usa avevano lanciato l'allarme
ma nessuno poteva raccoglierlo
Nessuno dei Paesi coinvolti è infatti fornito del sistema
di allerta capace di mettere in guardia la popolazione
La devastazione
nello Sri Lanka
NEW YORK - Una catastrofe, quella che si è portata via migliaia di vite in Asia, che poteva essere evitata. C'è un sistema di allerta sugli "tsunami", come quelli attivi nel Pacifico, che avrebbe potuto salvare la vita a gran parte delle migliaia di persone morte per le ondate che sono seguite al terremoto. Ma nessuno dei paesi coinvolti nella catastrofe naturale, aveva infatti un sistema di allerta capace di mettere in guardia la popolazione sul pericolo in arrivo. Di più. Gli scienziati statunitensi hanno tentato invano di avvertire i colleghi dell'Asia meridionale che un maremoto stava per investire le loro coste immediatamente dopo il violentissimo sisma. Lo ha rivelato il direttore del Centro di allerta maremoti per la regione del Pacifico.
D'altra parte non esiste un sistema istituzionalizzato di allerta nelle zone interessate, perché catastrofi di questa portata si producono circa una volta ogni settecento anni, ha spiegato Charles McCreery, direttore dell'Amministrazione nazionale oceanica e atmosferica a Honolulu. "Abbiamo fatto il possibile", ha raccontato, "Ma non avevamo riferimenti nella nostra agenda in quell'area del mondo".
Pochi istanti dopo che gli strumenti avevano registrato la violentissima manifestazione tellurica, McCrery e i suoi collaboratori si sono messi in contatto telefonico con l'Australia, poi con i loro referenti nella Marina militare statunitense, con diverse ambasciate americane e infine al dipartimento di Stato. Ma non sono stati in grado di avvertire i Paesi interessati del pericolo imminente, perchè nessuno di questi Paesi dispone di un sistema istituzionalizzato di allarme. "Di fatto abbiamo diffuso un bollettino che riguardava il terremoto, ma destinato soltanto ai Paesi del Pacifico...
che fanno parte di questo sistema di allarme... e quindi anche l'Australia e l'Indonesia", ha spiegato McCreery. Ma mancando un meccanismo di osservazione, gli esperti statunitensi non hanno avuto accesso alle fonti governative o scientifiche.
Un sistema d'allarme come quello istituito lungo la 'faglia del Pacifico' avrebbe potuto risparmiare migliaia di persone dal maremoto, secondo gli esperti del servizio geologico statunitense (Usgs). "Migliaia di persone avrebbero potuto essere salvate se fosse stato attivo un sistema di allarme tsunami", ha affermato Waverly Person del National Earthquake Information Center, "E spero che quanto accaduto induca molti a una riflessione seria".
I sistemi di allerta tsunami e per le alte maree sono attivi in tutta la regione del Pacifico. Gli Stati Uniti ne hanno allestiti nelle Hawaii e in Alaska e sono gestiti dal Geological Survey e dal Noaa. Ma nessuna di queste strutture vigila sulla regione dell'Oceano Indiano, ha sottolineato McCreery.
Questi centri richiedono investimenti ingenti e un impegno sul lungo periodo per gestire una rete di comunicazione attiva ventiquattr'ore su ventiquattro, capacità operative, formazione del personale, ha spiegato l'esperto.
www.repubblica.it/
La concentrazione nascosta
Marco Gambaro
Nel dibattito sul pluralismo, il tema della concentrazione nel mercato dei quotidiani è spesso sostanzialmente sottovalutato. Si dà per scontato, almeno in Italia, che il pluralismo esista perché è alto il numero di testate presenti sul piano nazionale.
La dimensione locale
Una valutazione della concentrazione del mercato dovrebbe tuttavia tenere conto del fatto che i quotidiani competono prevalentemente su scala locale e che negli specifici mercati il grado di concentrazione può essere molto elevato.
Negli Stati Uniti, ad esempio, negli ultimi vent'anni vi è stato un continuo processo di concentrazione che ha portato la quasi totalità delle aree urbane ad avere un'unica testata oppure più testate dello stesso proprietario (in precedenza in circa i due terzi dei mercati operavano più testate ed editori concorrenti). Se si escludono l'unico quotidiano nazionale, Usa Today, e poche grandi città con più quotidiani in concorrenza tra loro (taluni prestigiosi, ma sempre locali), il mercato statunitense è configurato come un insieme di monopoli locali sostanzialmente autonomi dove operano 1.457 testate che vendono circa cinquantacinque milioni di copie giornaliere.
Nel nostro paese la situazione non è così polarizzata e i singoli mercati non sono così separati, ma la dimensione locale della concorrenza è comunque molto importante. In Italia si pubblicano novantuno testate e le prime due, Corriere della Sera e Repubblica, hanno quote di mercato di poco superiori al 10 per cento della diffusione giornaliera, mentre i gruppi cui fanno capo totalizzano assieme poco più del 40 per cento della diffusione complessiva. (1)
Misurare la concentrazione
Questi dati a livello nazionale non rappresentano tuttavia l'indicatore più corretto per una valutazione della concentrazione, poiché anche le maggiori testate hanno una diffusione molto disomogenea sul territorio. La Stampa (2) ad esempio vende nelle sue prime tre province di diffusione (Torino, Cuneo e Alessandria) il 50 per cento delle copie totali e nelle prime dieci province il 75per cento delle copie, mentre in ciascuna delle province restanti vende mediamente lo 0,3 per cento della sua diffusione. Il Corriere della Sera vende nelle sue prime tre province (Milano, Roma e Varese) il 45 per cento delle copie e nelle prime dieci il 60 per cento mentre nel resto d'Italia realizza mediamente lo 0,44 per cento delle sue vendite in ogni provincia. Anche la Repubblica, che pure ha una diffusione più omogenea, vende il 54 per cento nelle prime dieci province.
Per meglio valutare la concentrazione sui mercati rilevanti si è quindi proceduto a identificare, per ciascun quotidiano, l'insieme delle province nelle quali viene realizzata la maggior parte delle vendite, definibile come mercato di riferimento. Due sono le misure utilizzate, in modo da cogliere sia le realtà di giornali con una distribuzione molto concentrata in poche province (in questo caso sono state considerate le aree che cumulativamente rappresentano il 90 per cento delle vendite della testata), sia quelle di quotidiani con una diffusione relativamente più estesa (prendendo in questo caso tutte le province con una diffusione almeno pari allo 0,5 per cento delle vendite totali del quotidiano, senza necessariamente raggiungere in questo caso il 90 per cento delle vendite). (3)
Per ogni testata, sull'insieme di province che costituiscono il suo mercato di riferimento, sono stati calcolati diversi indici di concentrazione. (4) In questo modo è possibile verificare se nella sua area territoriale di diffusione, il quotidiano fronteggia un numero elevato di concorrenti o ha una posizione dominante. I risultati così ottenuti confermano una forte concentrazione nei mercati di riferimento. Delle cinquantaquattro testate di cui sono disponibili i dati Ads (Accertamenti diffusione stampa) delle vendite provinciali, ventiquattro operano in mercati con un indice di Herfindahl-Hirschmann superiore a 0,15 considerato normalmente la soglia di attenzione delle autorità antitrust. Ventisei quotidiani nel loro mercato di riferimento hanno una quota di mercato superiore al 30 per cento e ben quarantadue testate contribuiscono all'indice HH del loro mercato per più del 50 per cento.
Ad esempio, un quotidiano come Il Messaggero ha una quota del mercato nazionale inferiore al 5 per cento, ma nelle province del suo mercato specifico ha una quota del 23 per cento, l'indice di HH del suo mercato è 0,1068 cui contribuisce per circa il 50 per cento. Oppure Il Gazzettino di Venezia ha una quota del 33 per cento del suo mercato specifico che a sua volta ha un indice di HH di 0,1529 cui Il Gazzettino contribuisce per il 73 per cento.
Distinguendo per tipologie di quotidiani e calcolando per ciascuno di essi i valori medi della categoria, quelli nazionali operano in un mercato di riferimento relativamente ampio e poco concentrato, mentre le testate multiregionali, regionali e provinciali, con diffusione e mercati di riferimento via via più ristretti, evidenziano una forte concentrazione dei lettori, come si può notare nella tabella.
Questo dato conferma indirettamente il fatto che nei mercati locali (corrispondenti ai mercati di riferimento per queste testate) quasi sempre un numero molto limitato di quotidiani si contende il pubblico. Dall'analisi emerge quindi come la concentrazione effettiva nei mercati dei quotidiani sia superiore a quanto comunemente si crede per effetto della forte polarizzazione geografica della diffusione, anche per i quotidiani tradizionalmente considerati nazionali.
www.lavoce.info
Impiegato pistoiese spende 20 euro in negozio del centro
CLAMOROSO, finalmente una buona notizia! Quando ormai tutti eravamo convinti di vivere un Natale di crisi, e i negozianti tutti rassegnati a vedere i clienti solo attraverso la vetrina come in un acquario, ecco l'attesa svolta.
Incredibile ma vero, signori, ma in Italia c'è ancora qualcuno ancora incline all'ottimismo, tanto da decidere di spendere ben 20 euro e trentadue centesimi in frivoli regali.
Commosso dalla vista di un babbo natale in mutande che chiedeva l'elemosina nel cappello rosso in una strada del centro, infatti, il signor Gianni, un tranquillo impiegato del centro italia, ha preso il coraggio a due mani, e chiudendo gli occhi è entrato in un negozio di articoli da regalo per comprare un piccolo pensiero alla moglie. Dentro, un'attonita commessa lo ha seguito incredula mentre l'uomo sceglieva la sciarpina del colore che più si adattasse agli occhi dell'amata. Frattanto, la proprietaria, con le lacrime agli occhi avvertiva immediatamente un quotidiano locale.
La notizia ha fatto subito il giro della città, e fuori dal negozietto ha finalmente trovato un po' di requie l'inquieto fiume di gente in perenne vagabondaggio per le vie del centro, prive ahimè di qualunque sacchetto. Una dopo l'altra, decine e decine di persone si sono accalcate curiose alla vetrina appannata, dove attraverso degli stanchi addobbi natalizi si intravedeva il coraggioso acquirente decidere di dare un'occhiata anche al banco delle ciabatte per fare un pensiero all'anziana madre.
Qualche minuto più tardi, mentre la ressa formatasi all'esterno già interessava il CCiSS viaggiare informati, l'ardimentoso consumatore si è avvicinato alla cassa, dove la proprietaria lo aspettava con uno scontrino intriso di calde lacrime di commozione.
All'uscita, l'ignaro acquirente è stato portato in trionfo per le vie del centro cittadino da una folla in delirio, mentre le campane del duomo suonavano a festa, e i negozianti uscivano dai loro vuoti e colorati stanzoni gridando a squarciagola "l'ottimismo è il profumo della vita!"
www.giuda.it
Unità, manovre contro Colombo ?
Così qualcuno può leggere gli ultimi "rumors" intorno al giornale dei DS, in procinto di celebrare un congresso importante. Oggi c' è un comunicato del Cdr che ipotizza una volontà non ben chiara dellla proprietà del giornale di non approvare il piano di rilancio preparato da Colombo e Padellaro. E non per problemi di merito, ma per indebolire la posizione dei due. Da tempo si parla di Lucia Annunziata come possibile sostituta dell'attuale direzione. Una soluzione più vicina a D'Alema di quella attuale.
Nei giorni scorsi il Consiglio di amministrazione di Nuova Iniziativa Editoriale, editore de L’Unità non ha approvato il piano di rilancio editoriale del quotidiano. Subito dopo si è tenuta una riunione con il Comitato di redazione e il Cda
Dopo l'incontro con il Consiglio d’amministrazione della Nuova Iniziativa Editoriale, il comitato di redazione ha immediatamente convocato l'assemblea dei redattori ai quali è stato distribuito il Piano per il rilancio del giornale elaborato da Furio Colombo e Antonio Padellaro. La valutazione dei giornalisti de l'Unità è quella di considerare questo piano una base di partenza per affrontare tutti i nodi dello sviluppo del quotidiano.
L'analisi sulla flessione delle copie registrata nei mesi scorsi, la riflessione sul momento attuale, che vede un ritorno sulla scena dei temi sociali e politici che hanno fatto la fortuna del giornale dalla riapertura ad oggi, le proposte in merito alla riorganizzazione della redazione, la rivoluzione grafica, ci sembrano preziosi elementi di discussione.
Per questa ragione i giornalisti de l'Unità non comprendono l'atteggiamento del Cda che liquida, minimizzandolo, un lavoro ricco di spunti. Non si tratta di prendere o lasciare, ma di confrontarsi nel merito delle proposte avanzate, suggerendone, nel caso, anche altre. Se lavoro di rilancio deve essere, le idee e le proposte della direzione del giornale devono fondersi con un chiaro e ben definito piano editoriale elaborato dall'Azienda Nie. Su questo terreno, e solo su questo, i giornalisti de l'Unitàsono pronti a confrontarsi e ad offrire il massimo di collaborazione.
Ma se la discussione intorno al piano - e riportiamo un timore emerso dall'ampia maggioranza dei redattori - dovesse nascondere altri obiettivi, il Cdr e la redazione saranno determinati nell'attivare tutte le forme di lotta a tutela della loro autonomia e dell'indipendenza della testata rispetto all'influenza di entità esterne che nulla hanno a che fare con la proprietà e gli assetti societari del giornale, e che quindi non possono determinare linee editoriali, cambi di direzione e scelte giornalistiche.
La redazione de l'Unità è allarmata dalla fase che sta vivendo il giornale, per questa ragione chiediamo al Cda della Nie di riaprire la riflessione sul Piano elaborato dalla Direzione, dando una risposta sulla sua validità in tempi brevi e tenendo anche conto delle riflessioni fatte nella prima assemblea dei redattori de l'Unità. Per quanto riguarda questo Cdr, dobbiamo solo aggiungere che il mandato affidatoci dai giornalisti è chiaro: lavorare per il rilancio del giornale, difendendo, con tutti i mezzi di lotta, l'autonomia della redazione e le ragioni fondanti che tre anni fa hanno portato alla riapertura del quotidiano. www.megachip.info
Tanti evasori, tra condoni e fiamme gialle
Cresce il numero degli evasori scoperti e la massa di redditi recuperati alla tassazione. Ma i condoni incoraggiano a eludere il fisco
GALAPAGOS
E'solo la punta del'iceberg dell'evasione fiscale - che secondo le ultime stime dell'amministrazione finanziaria ammonta a 200 miliardi di euro - ma i dati sono lo stesso impressionanti: nei primi 11 mesi dell'anno sono stati scoperti 6.869 evasori totali e altri 715 parzialmente sconosciuti al fisco. Il malloppo recuperato a tassazione - la base imponibile occultata - ammonta a 8,9 miliardi di euro, contro gli 8,6 miliardi del 2003. Le violazioni all'Iva accertate si attestano a 1,2 miliardi di euro, contro l'1,5 miliardi dello scorso anno. A voler fare una media di quanto nascosto al fisco dai 7.584 evasori totali e paratotali emerge una cifra impressionante: quasi 1,2 milioni a testa, quasi 2,4 miliardi di lire. Insomma, non si tratta di pesci piccoli, ma di un esercito di persone che vive e prospera nell'assoluta illegalità. La Guardia di Finanza, che ieri ha presentato il suo rapporto annuale, ha detto che si poteva fare di più nell'azione di accertamento, ma il condono varato dal governo ha limitato l'azione delle Fiamme gialle e incoraggiato gli evasori che, ovviamente, seguitano a evadere alla grande. In ogni caso sono stati raggiunti «considerevoli obiettivi» nel campo dell'imposizione diretta, «nonostante l'accessibilità fino al 16 aprile scorso delle varie forme di condono introdotte dalla legge finanziaria con effetti limitativi rispetto all'azione di accertamento». Insomma, mentre il governo condonava gli evasori, altri evasori erano all'opera.
Nel periodo gennaio-novembre 2004 sono state effettuate 65mila verifiche fiscali e 544mila controlli su scontrini, ricevute e circolazione di beni. Per quanto riguarda le frodi dell'Iva intracomunitaria, hanno interessato soprattutto il settore degli autoveicoli, quello della telefonia, i componenti elettronici e informatici, i metalli e le carni. In questi settori sono stati eseguiti 1.181 interventi, con recupero a tassazione per 260 milioni di euro. L'Iva evasa, invece, ammontava a 110 milioni. In totale 100 persone sono state segnalate all'autorità giudiziaria.
Dal contrasto al sommerso internazionale sono emersi 1,4 miliardi di imposte dirette e 31 milioni ai fini Iva. Molte delle indagini hanno riguardato casi di «esterovestizione di società» e i rapporti con imprese collocate nei vari paradisi fiscale senza valide ragioni economiche. L'attività investigativa della Guardia di finanza si è diretta anche nella lotta al lavoro sommerso e le scoperte sono state «interessanti». A cominciare dall'identificazione di 26.300 lavoratori irregolari dei quali 17.400 totalmente in nero.
C'è poi il capitolo che riguarda l'attività antifrode a salvaguardia della risorse risorse comunitarie e nazionali: la Guardia di finanza ha denunciato all'autorità giudiziaria 1.100 persone, 33 delle quali sono state arrestate. 1.200 gli interventi in campo agricolo con 280 milioni tra sanzioni amministrative e recupero di aiuti comunitari indebitamente percepiti e frodi sventate. Le fiamme gialle hanno accertato e parzialmente recuperato incassi irregolari per 139 milioni a danno dello stato, delle regioni e degli enti locali. E nel settore sanitario sono stati individuati 63 milioni di danni erariali.
Altro capitolo di lotta è quello alla contraffazione commerciale: 20 mila interventi in 11 mesi, nel corso dei quali sono stati sequestrati 110 milioni di pezzi contraffatti (compresi naturalmente i Cd musicali), tra cui addirittura 60 milioni di giocattoli. Infine, altro capitolo scottante, quello delle indagini antiriciclaggio, che hanno portato a 629 denunce e 88 arresti. Inoltre, a seguito di approfondimenti su segnalazione di operazioni finanziarie sospette, si è arrivati alla contestazione di 1.170 violazioni amministrative. www.ilmanifesto.it
La rivolta contro la doppia politica nucleare dell'amministrazione Bush
Lawrence S. Wittner
Lo scorso novembre, quando il Congresso si è rifiutato di stanziare denaro per finanziare le cosiddette bombe "anti-bunker" o "micro nucleari", non sono saltati soltanto i progetti dell'amministrazione Bush per la costruzione di nuove armi atomiche, ma tutta la sua politica sul disarmo e il controllo sulle armi nucleari.
Una politica che intendeva prevenire lo sviluppo di armi nucleari da
parte di quelle nazioni identificate da Bush con "il fronte del Male". L'invasione militare dell'Iraq, così come il confronto crescente con Iran e Corea del Nord, sono episodi che riflettono, almeno in parte, l'ossessione di questa amministrazione affinchè nessuna nazione ostile agli Stati Uniti possa acquisire un arsenale nucleare. Questo obiettivo - impedire lo sviluppo di armamenti nucleari in alcune nazioni - trova una giustificazione giuridica nell'accordo - incluso nel trattato di non proliferazione (NPT) del 1968 - che impegna le nazioni prive di arsenali nucleari a sviluppare progammi di ricerca in questo senso.
Ma quello stesso trattato impone alle nazioni in possesso di armamenti nucleari di liberarsi di tali arsenali. Durante gli incontri che hanno dato vita all'NPT, infatti, le nazioni prive di armi atomiche hanno domandato un impegno formale delle potenze atomiche per il disarmo nucleare. Impegno mantenuto non soltanto in termini di norme ratificate dal'accordo - ma in termini di promesse formali fatte dalle potenze atomiche nel corso delle conferenze periodiche di revisione dell'NPT, che si tengono fin dai tempi della sua entrata in vigore.
È in quest'ambito che l'amministrazione Bush si è fatta portatrice di un duplice standard. Contemporaneamente all'aggressione di determinate nazioni - accusate di sviluppare armi nucleari - ha sancito il ritiro degli Stati Uniti dal trattato sui missili balistici (ABM), ha distrutto definitivamente il trattato per la riduzione e la limitazione delle armi strategiche offensive (START II), e si è rifiutata di supportare la ratificazione del Trattato sul divieto globale ai test nucleari. Ha ritoccato al rialzo il budget di spesa previsto dagli Stati Uniti per quel che riguarda le armi nucleari e ha proposto la costruzione di un nuovo tipo di armi nucleari statunitensi, ivi incluse le bombe "anti-bunker" o "micro nucleari". Come ha fatto notare il senatore Kerry, nel corso dell'ultima campagna presidenziale, questa non è esattamente la politica che più di ogni altra saprà incoraggiare le altre nazioni ad attenersi alle condizioni del trattato di non proliferazione.
La sorprendente decisione del Congresso, con cui viene bloccato il piano per lo sviluppo di nuove armi nucleari, è soltanto uno di numerosi segnali del fatto che questa politica "dei due pesi e delle due misure" non è più sostenibile. Come un dirigente speciale di alto livello delle Nazioni Unite ha fatto notare in proposito, "ci stiamo avvicinando al punto in cui la compromissione del trattato di non proliferazione si rivelerà irreversibile e si riattiverà il circolo vizioso della proliferazione". E non si può nemmeno sostenere che questo strappo provenga dalle nazioni attualmente prive di arsenali di questo tipo. È di pochi giorni fa la notizia che il governo russo ha annunciato lo sviluppo di un nuovo missile nucleare. Abbastanza appropriatamente, le Nazioni Unite hanno condannato l'incapacità di tener fede ai propri impegni delle diverse potenze nucleari, e hanno richiamato l'attenzione sulla necessità di riavviare il processo di disarmo nucleare.
Ovviamente, poi, anche il terrorismo è alla ricerca di armi nucleari, e prima o poi ptrebbe entrarne in possesso. Migliaia di armi nucleari tattiche - per lo più di dimensioni ridotte, trasportabili e, quindi, perfette per un uso a scopo di terrorismo - sono ancora in possesso dei governi statunitense e russo. Non è mai stato proposto alcun accordo internazionale per controllare o eliminare questi arsenali. Tanto è vero che non è affatto chiara, ancora, l'entità e la collocazione di tali armi nucleari tattiche. Almeno per quel che riguarda la Russia, si tratta di arsenali mal sorvegliati e, nel contesto disordinato dell'economia post sovietica, pronti ad essere svenduti o rubati.
La reazione contro la doppia politica dell'amministrazione Bush potrbbe giungere a una svolta il prossimo maggio 2005, quando si apriranno i lavori della converenza di revisione dell'NPT presso nel Nazioni Unite, a New York. Con o senza arsenali nucleari, le diverse nazioni sono già certe che ci sarà da discutere soprattutto sul mancato rispetto del trattato di non proliferazione. Alle Nazioni Unite, poi, sono attesi anche più di cento sindaci della Campagna dei sindaci per la pace ( Mayors for Peace Campaign), che raccoglie le alte cariche amministrative di 640 città di tutto il mondo, che verranno a New York per fare pressioni a favore del disarmo nucleare. Saranno accompagnati da United for Peace and Justice ("uniti per la pace e la giustizia"), la più ampia coalizione del movimento per la pace negli Stati Uniti, e da oltre 2mila organizzazioni in 96 diversi paesi. Tutte insieme, queste realtà hanno lanciato la campagna Abolition Now ("abolizione subito"), un'iniziativa rivolta ai capi di stato affinchè lavorino per una conferenza che, entro il 2005, stabilisca l'eliminazione di tutte le armi nucleari.
In conclusione, dunque, l'amministrazione Bush potrebbe essere costretta a seguire un'unica politica riguardo alla minaccia delle armi nucleari - la strada che porta a un mondo libero da bombe atomiche. Quel che è sicuro, e che vi sono ormai troppe persone e nazioni, al mondo, che pensano che quel che vale per uno, debba valere necessariamente anche per gli altri.
Lawrence S. Wittner è professore di Storia presso la State University of New York (Albany). Il suo ultimo libro si intitola Toward Nuclear Abolition: A History of the World Nuclear Disarmament Movement, 1971 to the Present, Stanford University Press.
Z-Net.it
ULTERIORI NOVITA' DAL RICONTEGGIO
• Contea di Henry: qualche piccolo errore con il conteggio manuale, dovuto sembra ad errore umano. Anche se i numeri risultano gli stessi, a Bush sono stati dati due voti extra e due voti in meno a Kerry. Comunque grazie alla cooperazione dei funzionari elettorali il problema è stato risolto ed al livello della Contea sia Bush che Kerry alla fine hanno guadagnato un solo voto rispetto al conteggio ufficiale.
• Contea di Fulton: il direttore elettorale della Contea ha affermato agli osservatori elettorali dei Verdi che la compagnia Triad ha la possibilità di riprogrammare il conteggio da remoto, ma questo vale solo per le elezioni presidenziali. Non si sa però se l'abbiano fatto davvero, sta di fatto che questo getta una luce oscura sulla validità del voto in questa Contea.
• David Cobb e il team legale della campagna elettorale di Cobb-LaMarche hanno chiesto ad una Corte Federale di "preservare un largo spettro di evidenze, incluso le macchine per il voto che sarebbero state manomesse ed i registri elettorali, per poter assicurare l'integrità del riconteggio presidenziale in Ohio", accusando allo stesso tempo il Segretario di Stato repubblicano, Blackwell, di essere incapace o di non aver voglia di farlo.
• Ulteriori irregolarità sono state denunciate dagli osservatori dei Verdi nelle Contee di Ashland, Hardin, Knox, Mercer, Miami e Montgomery ed investigazioni sono in corso per capirne di più.
• La Corte Suprema del New Mexico ha dichiarato che per procedersi al riconteggio in quello Stato la campagna elettorale di Cobb-LaMarche dovrà pagare in anticipo 1,4 milioni di dollari, cosa che, secondo i promotori del riconteggio, sarebbe contraria alla legge del New Mexico, poichè non esisterebbe alcuna norma in tal senso.
• Un avvocato per conto della campagna elettorale di Kerry ha annunciato durante la trasmissione Countdown della MSNBC che il senatore democratico John Kerry è pronto ad appoggiare le richieste dei Verdi e dei Libertari dinanzi alla corte dell'Ohio riguardo alle accuse sulla Triad System per aver orchestrato una "campagna" per delegittimare il riconteggio in Ohio. Se le accuse dovessero essere dimostrate il riconteggio in Ohio sarebbe invalidato e qualsiasi opzione rimarrebbe aperta, compresa quella remota di consegnare la presidenza a Kerry per via giudiziaria. "Solo quando sarà possibile dimostrare l'integrità dell'intero processo elettorale, l'elezione di Bush/Cheney sarà riconosciuta da tutti come valida e corretta", afferma la campagna elettorale di Kerry. E' la prima volta che i democratici impugnano la legittimità della rielezione di Bush.
• John Conyers ed altri 11 deputati democratici si dicono pronti a contestare il voto dei grandi elettori dell'Ohio dinanzi al Congresso il 6 gennaio. Per avere effetto la contestazione deve però trovarsi la firma di qualche senatore, cosa che è mancata 4 anni fa ai tempi dello scandalo Florida e della prima elezione di Bush. Sembra che però questa volta qualche senatore in supporto si riesca a trovare, o almeno Conyers si è detto fiducioso in questo senso.
• La campagna elettorale di Kerry ha criticato il riconteggio effettuato dalla Contea di Cuyahoga, la Contea più grande dell'Ohio ed ha chiesto di ripetere almeno parte del riconteggio, anche se l'ufficio elettorale ha già certificato il risultato e lo ha consegnato al Segretario di Stato per la certificazione a livello statale. Secondo il risultato finale del riconteggio nella Contea Kerry ha quindi battuto il presidente George W. Bush per 448.503 voti contro 221.600, guadagnando così 17 voti mentre il presidente ne ha persi 6 rispetto al conteggio ufficiale. Problemi persistono però sul mancato conteggio di alcune schede sia per errori minori che hanno impedito alle macchine di considerare correttamente il loro voto, sia riguardo ad alcuni 'provisional ballot' che sono stati dichiarati invalidi anche se sarebbero stati votati nel seggio corretto.
Daniele John Angrisani
watch-usa2004.splinder.com/
L’ONU non fa sconti alla Liberia
Liberia
Scritto da Matteo Fagotto
Nessuno sconto dal Palazzo di Vetro. Giovedì il Consiglio di Sicurezza dell'ONU ha deciso di mantenere per un altro anno le sanzioni sulle esportazioni di diamanti grezzi e legna e sulle importazioni di armi in Liberia. La decisione, che non è stata presa bene dal governo locale, è stata giustificata dal fatto che il sollevamento delle sanzioni potrebbe portare allo scoppio di un nuovo conflitto, viste le difficoltà del governo liberiano a controllare il territorio e a garantire trasparenza nelle transazioni finanziarie.
Nonostante i progressi fatti registrare nell'ultimo anno, il governo liberiano non sarebbe ancora riuscito a dotarsi di strumenti legislativi che impediscano ai vari soggetti implicati nel conflitto conclusosi lo scorso anno di arricchirsi tramite il commercio dellle risorse naturali di cui il paese è ricchissimo, in particolar modo legname e diamanti grezzi. Il commercio di queste due materie prime avrebbe permesso infatti all'ex-presidente Charles Taylor di portare avanti la guerra in Liberia e di finanziarie numerosi gruppi ribelli armati in Costa d'Avorio, Sierra Leone e Guinea.
La decisione del Consiglio di Sicurezza è stata accolta positivamente dalla comunità internazionale e dalle organizzazioni che si occupano proprio della trasparenza nel commercio di materie prime come Global Witness, ma ha incontrato la scontata opposizione di Monrovia. Per bocca del Ministro degli Interni Dan Morias, che ha rilasciato un'intervista alla BBC, il governo ha assicurato di avere il pieno controllo del territorio, incluse le regioni di confine in cui il contrabbando di materie prime sembra più fiorente.
Morias ha poi ricordato come la continuazione dell'embargo impedisca di fatto alla Liberia di ottenere le risorse necessarie per la ricostruzione del paese. Al momento infatti il paese è totalmente dipendente dagli aiuti esterni, visto che le sue due principali fonti di reddito (legname e diamanti appunto) sono bloccate. Se ne riparlerà tra un anno, appena dopo le elezioni presidenziali che si dovrebbero tenere nell'ottobre 2005, anche se l'ONU ha lasciato una scappatoia che potrebbe permettere l'annullamento delle sanzioni sui diamanti tra sei mesi.
Il problema delle sanzioni non è l'unico a cui la Liberia deve far fronte: l'organizzazione delle elezioni è ancora in alto mare, tanto che recentemente l'Unione Europea ha invitato Monrovia a dotarsi di leggi che permettano lo svolgimento di elezioni libere e democratiche; il pagamento dei salari a dipendenti pubblici e militari è un'altra nota dolente, che nelle utlime settimane sta provocando numerosi scioperi a Monrovia.
Problemi strettamente legati a quella mancanza di risorse che il rinnovo delle sanzioni rischia di aggravare. Sarà necessario un deciso impegno delle organizzazioni internazionali e dei paesi donatori per far sì che la Liberia possa proseguire sulla strada della pace e della transizione democratica. Recentemente gli USA hanno donato alla Liberia 500.000 dollari, per far sì che il paese possa dotarsi degli strumenti necessari per contrastare il contrabbando di diamanti.
Ma l'eredità forse più pesante del più che decennale conflitto liberiano viene da un rapporto pubblicato da Amnesty International, secondo cui tra il 60 ed il 70% della popolazione liberiana sarebbe rimasta vittima di violenze sessuali. La parte maggiore è composta ovviamente da donne, ma nel rapporto figurano anche un buon numero di bambini, ragazzi e uomini adulti.
A dimostrazione di come le sfide che attendono la leadership liberiana siano ancora tante, e tutte difficili da vincere. E di come per aiutare un paese a ripartire da zero non bastino solo le sanzioni economiche.
Matteo Fagotto
www.warnews.it/
Zagabria, un altro passo verso Bruxelles
Da Osijek, scrive Drago Hedl
Il 17 marzo prossimo si apriranno per la Croazia i negoziati di adesione all’Unione Europea. Ammorbidito l’obbligo di cooperazione con il Tribunale dell’Aja. Il governo esulta, ma i cittadini hanno perso l’entusiasmo. Solo la metà dei Croati sono ancora europeisti convinti. Sullo sfondo il problema di chi condurrà i negoziati, e in che modo
Negoziati (Ubuntu Nkosi) La notizia della definizione di una data per l’apertura dei negoziati per l’ingresso nella UE – annunciata a Bruxelles il 17 dicembre scorso – ha provocato reazioni contrastanti in Croazia. Il governo è trionfante, ma la gente comune è rimasta del tutto indifferente. Il Primo Ministro Ivo Sanader, il cui obiettivo principale di politica estera è proprio l’adesione della Croazia all’Unione Europea, ha dichiarato che la decisione sulla data di apertura dei negoziati – il 17 marzo 2005 – rappresenta “una delle date importanti nella nuova storia della Croazia”. Eppure, recenti sondaggi di opinione, pubblicati poco prima della decisione del Consiglio Europeo, mostrano che solo poco più della metà dei cittadini della Croazia, circa il 52%, sostiene l’adesione della Croazia all’Unione.
Mate Granić, a lungo Ministro degli Affari Esteri di Franjo Tuđman, oggi dirigente di una società di analisi e previsioni politiche, afferma che l’euroscetticismo croato è un risultato del malcontento dei cittadini rispetto alle politiche del Primo Ministro Sanader. “I cittadini collegano la mancanza di successo in politica interna, e il fallito rispetto delle promesse elettorali, con il suo obiettivo principale di politica estera – l’ingresso della Croazia nella UE”, dichiara Granić.
La reazione trionfante del governo alle buone notizie provenienti da Bruxelles, tuttavia, non è legata solamente alla definizione di una data per l’avvio dei negoziati, ma anche alla formulazione relativamente morbida utilizzata nel condizionare l’apertura dei negoziati alla piena cooperazione con il Tribunale dell’Aja.
Nel rivolgersi al pubblico, Sanader ha affermato che era molto importante per Zagabria il fatto che la formulazione contenuta nella bozza del documento - che la Croazia avrebbe ricevuto la data per l’apertura dei negoziati il 17 marzo “a condizione che fosse confermata la piena cooperazione con il Tribunale dell’Aja” - sia stata cancellata. Nella versione finale del documento, la formulazione non è più così rigida dal momento che i negoziati inizieranno “a condizione che ci sia una piena cooperazione con il Tribunale dell’Aja”. Questo significa che la valutazione della cooperazione tra la Croazia e l’Aja non richiederà più la conferma del Consiglio Europeo, ma sarà sufficiente che il Paese che avrà la presidenza di turno della UE, in questo caso il Lussemburgo, faccia una dichiarazione sulla questione.
Questo rappresenta un grande aiuto per Sanader, che adesso può sperare nella apertura dei negoziati con l’Unione indipendentemente dal fatto che, il 17 marzo del 2005, il generale latitante, Ante Gotovina, accusato di crimini di guerra, si trovi all’Aja oppure no. Sanader ritiene che sarebbe sufficiente mostrare che Zagabria sta facendo tutto il possibile per arrestare Gotovina ma, se il latitante non venisse consegnato all’Aja entro marzo, questo non rappresenterebbe un ostacolo per l’inizio dei negoziati.
Zlatko Tomčić, ex presidente del Parlamento croato, non condivide, tuttavia, l’entusiasmo di Sanader. Tomčić ritiene che l’Unione Europea, nonostante la formulazione più morbida, non avvierà i negoziati con Zagabria fino a quando il latitante generale Ante Gotovina non sarà all’Aja. “L’Unione Europea inizierà i negoziati con noi quando vorrà, ma noi dovremmo fare il possibile per fare in modo che i negoziati possano iniziare come annunciato”, ha dichiarato Tomčić.
Non appena da Bruxelles è giunta la notizia della apertura dei negoziati, Sanader si è trovato sotto il fuoco dell’opposizione. Il Primo Ministro è stato accusato di non avere un team pronto per le trattative, il cui obiettivo non sarebbe solamente quello di concludere gli accordi prima della data fissata, ad esempio nel corso del 2007, ma anche quello di lottare per fare in modo che la Croazia ottenga all’interno della UE la migliore posizione possibile.
“Non dovremmo preoccuparci del fatto che le condizioni poste sono meno rigide del previsto, ma di verificare se siamo pronti oppure no per la negoziazione. E qui le cose non stanno andando bene”, ha dichiarato l’ex Primo Ministro Ivica Račan, attuale leader dell’opposizione, il cui governo ha inviato la richiesta di candidatura nel febbraio 2003.
L’opposizione è riuscita ad ottenere da parte del Primo Ministro la promessa che i membri del team di negoziatori comprenderanno anche rappresentanti delle proprie fila. L’opposizione ha posto questa condizione per partecipare ai negoziati, chiedendo a Sanader la restituzione del favore fatto dall’opposizione, che a suo tempo aveva inviato una lettera a Bruxelles affermando di partecipare agli sforzi del Primo Ministro per l’ingresso del Paese nella UE.
“Il team che condurrà i negoziati con l’Unione Europea comprenderà solo degli esperti, indipendentemente dalla loro appartenenza politica”, ha spiegato Sanader, aggiungendo: “Il nostro obiettivo è quello di conseguire il miglior risultato possibile, e questo significa che l’orientamento politico di un membro non gioca alcun ruolo.”
Gli esperti mettono poi in guardia contro due grossi problemi. Il primo è che Sanader non avrà gioco facile nel cercare di formare una squadra di negoziatori, dal momento che i membri di più alto valore sarebbero persone non coinvolte in politica. Il problema è quanto questi ultimi sarebbero disposti ad accettare uno stipendio inferiore, statale, e a lasciare la posizione ben retribuita di managers o di professori universitari per dedicarsi a difficili e complessi negoziati.
L’altro problema menzionato dagli analisti riguarda l’esito positivo delle trattative. Anche prima che alla Croazia venisse attribuita una data per il loro avvio, gli esperti mettevano in guardia contro la fretta, affermando che il programma di terminare i negoziati entro il 2007 era irrealistico. Durante un periodo così breve, di soli due anni, la Croazia non avrà il tempo di insistere sulle proprie condizioni ma, al fine di rispettare la scadenza auto imposta, accetterà ogni cosa che Bruxelles potrebbe esigere.
Così, affermano gli esperti, sarebbe molto più saggio non fissare una scadenza per i negoziati, ma semplicemente condurli nel modo migliore per l’interesse del Paese.
www.osservatoriobalcani.org
Afghanistan, 24 dicembre 1979
Quando gli Stati Uniti combattevano la jihad. Venticinque anni fa l'invasione Urss
La ‘rivoluzione d’aprile’ del 1978 era stata salutata con gioia dal popolo afgano. Con essa finiva il brutale e oppressivo regime di Mohammad Daoud e nasceva la speranza di un nuovo Afghanistan. Una speranza incarnata dal Partito del Popolo (Khalq) e dal suo leader, Noor Mohammed Taraki.
Duecentomila famiglie contadine ricevettero le terre ridistribuite con la riforma agraria. Fu abolito l’ushur, la decima dovuta dai braccianti ai latifondisti, i prezzi dei beni primari vennero calmierati; i servizi sociali vennero garantiti a tutti dallo stato; i sindacati furono legalizzati. Partì una campagna di alfabetizzazione e scolarizzazione di massa; nelle aree rurali vennero costruite scuole e cliniche mediche; iniziò un piano di emancipazione delle donne: le bambine finalmente poterono andare a scuola e non furono, per legge, più soggetto di scambio economico nei tradizionali matrimoni combinati.
Nonostante la laicizzazione dello Stato, la religione islamica non venne penalizzata in alcun modo, come riconobbe perfino un’inchiesta dell’Economist che smentì l’imposizione di qualsiasi restrizione. Ciononostante, le gerarchie religiose islamiche afgane iniziarono a denunciare la soppressione della libertà religiosa da parte del governo. In realtà, come spiegavano allora il New York Times e la Bbc, era la riforma agraria ad aver suscitato la loro opposizione, dato che i religiosi erano anche proprietari delle terre e beneficiari delle decime. E furono questi a fomentare l’opposizione armata, la jihad (guerra santa) dei mujaheddin (santi guerrieri) contro ‘il regime dei comunisti atei senza Dio’.
La provocazione statunitense. Anche negli Usa il regime di Taraki venne etichettato come ‘comunista’, nonostante lo stesso Taraki rifiutasse seccamente questa definizione preferendo quella di ‘rivoluzionario’ e ‘nazionalista’. Anche in politica estera il nuovo governo afgano scelse il non allineamento, limitando i rapporti con l’Urss di Leonid Breznev ad accordi di cooperazione commerciale.
Ma a Washington il caso afgano suscitò grande preoccupazione e molti alla Cia, al Pentagono e al Dipartimento di Stato suggerirono al presidente Jimmy Carter di sostenere la nascente guerriglia afgana in funzione antisovietica. Eliminare il governo di Taraki significava “dimostrare ai paesi del terzo mondo che l'esito socialista della storia sostenuto dall’Urss non è un dato oggettivo” (documento riservato del Dipartimento di Stato, agosto 1979) e procurarsi un nuovo fedele alleato regionale in sostituzione dell’Iran, appena perduto con la rivoluzione khomeinista del gennaio 1979.
Molti alla Casa Bianca osservarono che armare i mujaheddin afgani era rischioso perché si sarebbe provocato un intervento armato dell’Urss, oltre che per la pericolosità potenziale di allevare una simile forza integralista islamica.
Ma presto, l’idea di far impantanare l’Urss in un “suo Vietnam” al fine di causarne l’implosione suscitò sempre più entusiasmi e i dubbi sui rischi del futuro remoto vennero accantonati.
Così, il 3 luglio 1979 Carter firmò la prima direttiva per l’organizzazione degli aiuti bellici ed economici segreti ai mujaheddin afgani, convinto di firmare la condanna a morte del nemico sovietico e certo che in Afghanistan gli Stati Uniti avrebbero definitivamente vinto la guerra fredda prendendosi la rivincita dopo la sconfitta subita in Vietnam.
La Cia costruì praticamente dal nulla un’enorme rete internazionale che coinvolgeva tutti i paesi arabi, Arabia Saudita in testa, allo scopo di far arrivare ai mujaheddin afgani fiumi di denaro e di armi, oltre a migliaia e migliaia di volontari della guerra santa. Come base logistica dell’operazione fu scelto il fidato Pakistan e la zona del confine meridionale afgano, a ridosso del Pakistan stesso. Qui la Cia e i servizi segreti militari pachistani costruirono campi di addestramento e centri di reclutamento. Usando una strategia già sperimentata altrove, l’intelligence Usa promosse e gestì direttamente in loco la produzione e il traffico di oppio per autofinanziare ‘in nero’ l’operazione. Fu così che l’eroina afgana iniziò a invadere le strade d’America e d’Europa.
Su consiglio del Pakistan, come uomo di riferimento per portare avanti la guerriglia fu scelto il famigerato Gulbuddin Hekmatyar, noto per il suo vizio di sfigurare con l’acido il volto delle donne che non si attenevano rigidamente ai precetti islamici. La specialità dei suoi uomini era quella di scuoiare vivi, poco a poco, i nemici catturati, amputando loro dita, orecchi, naso e genitali. Oppure di farli a pezzi usandoli, da vivi, come ‘palla’ da buskashi, il tradizionale gioco afgano in cui decine di uomini a cavallo si contendono a strattoni la carcassa di un montone.
Armati con migliaia di fucili Ak-47 nuovi di zecca e con sofisticati lanciarazzi Stinger, rinforzati da migliaia di volontari arabi addestrati di fresco dalla Cia, i mujaheddin afgani di Hekmatyar diventarono rapidamente una potente forza militare capace di minacciare la tenuta del governo di Taraki.
Rifiutando le ripetute richieste d’aiuto militare rivolte da quest’ultimo a Mosca, l’Urss rimase sostanzialmente fuori dalla guerra civile.
Finché Taraki improvvisamente, nel settembre 1979, venne ucciso dal suo vice primo ministro Hafizullah Amin, che salì al potere e subito fece quello che Taraki non aveva mai fatto: perseguitare l’opposizione politica islamica, finendo ovviamente per rafforzarla e radicalizzarla.
Per il Cremlino, Amin era un uomo della Cia (e i suoi trascorsi negli Usa sembravano confermarlo): la sua scelta di uccidere Taraki, amato dagli afgani, era incomprensibile, la sua politica repressiva dannosa, le sue posizioni ideologiche ambigue, i suoi incontri con l’incaricato di affari Usa a Kabul, Bruce Amstutz, un affronto.
La reazione sovietica. Il 24 dicembre 1979 Leonid Breznev ordinò all’Armata Rossa di invadere l’Afghanistan. Tre giorni dopo le truppe russe erano a Kabul, dove attaccarono il palazzo presidenziale, uccidendo Amin e installando al potere Babrak Karmal, ex vicepresidente di Taraki.
La gente di Kabul accolse la deposizione di Amin festeggiando per le strade. “Se Karmal non avesse sostituito Amin con l’aiuto dei sovietici, sarebbe stato considerato un eroe dalla popolazione”, scrisse in quei giorni sul Times di Londra un diplomatico occidentale.
Negli Usa il nuovo presidente Ronald Reagan iniziò a suonare la grancassa della propaganda: i mujaheddin, chiamati dagli americani ‘combattenti per la libertà’, godevano del più totale sostegno della popolazione afgana, desiderosa di vivere in uno stato islamico; le forze russe usavano armi chimiche contro i civili (esemplare la storia della ‘pioggia gialla’, in realtà feci impollinate di sciami d'api); il governo di Karmal e il successivo di Najibullah erano una farsa (mentre invece ripresero con discreti successi la politica sociale di Taraki).
Intanto in Afghanistan continuavano ad affluire da tutto il mondo arabo frotte di volontari della jihad, molti dei quali già noti terroristi. A Washington la cosa non destava preoccupazione: se del sanguinario dittatore nicaraguense Somoza nei corridoi della Casa Bianca si diceva “è il nostro figlio di p…”, dei mujaheddin afgani si diceva “sono i nostri fanatici terroristi”.
La guerra afgano-sovietica, iniziata venticinque anni fa, finì con gli accordi di Ginevra del 14 aprile del 1988 che avviarono il ritiro dell'Armata Rossa. Finì lasciandosi dietro un milione e mezzo di afgani morti, tre milioni di disabili e mutilati, cinque milioni di profughi e milioni di mine. Oltre che una guerra civile tra contrapposte fazioni di mujaheddin che si contenderanno per anni il controllo del paese.
Sulla pelle degli afgani, gli Stati Uniti avevano vinto la loro jihad contro l’Urss, senza immaginare che presto la jihad si sarebbe rivoltata contro di loro.
Pochi anni dopo, nel febbraio del 1993, un gruppo di ex mujaheddin si fece esplodere dentro una delle Torri Gemelle di New York. Dietro a loro c’era Osama Bin Laden, uomo di fiducia della Cia durante il conflitto afgano.
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Benvenuti nella metropoli delle diversità
Chiara De Felice
La mappa della metropolitana di Londra è falsa. Sì perché nel tentativo di dare un’immagine comprensibile ed esaustiva della città, gli spazi e le distanze sono stati compressi senza seguire alcuna scala. Niente di meglio che un’astrazione, dunque, si è potuto fare per riassumere la città dai mille volti. Numerosi sono stati i tentativi di catalogare e tracciare mappe di quella City che per definizione mal si presta a simili operazioni. E allora via le Rough Guide, dimenticatevi delle Lonely Planet e mettetevi sulle orme di autori come Iain Sinclair (Lights out for the territory, purtroppo non tradotto in Italia) e Michael Moorcock (Madre Londra, Fanucci, pag. 512), dalla parte del territorio piuttosto che da quella delle mappe, seguendo le impressioni frammentate dello stroller - letteralmente il “passeggiatore” – più che la visione d’insieme del cartografo. Esiste, infatti, un modo di vedere la città come un testo, un sistema di segni che adeguatamente decifrati rendono visibile l’invisibile. La psicogeografia, inventata dall'Internazionale Situazionista negli anni Cinquanta per criticare l’urbanismo, è oggi un tipo d’indagine usata da artisti, pensatori radicali, e, a livello accademico, professori di geografia; è una ricerca che si serve di metodi non scientifici come la deriva, ovvero vagare senza meta cercando di captare le emozioni suscitate dall’ambiente.
Chiunque vada a passeggio per una città, dunque, può assumere la veste di “psicogeografo” e tracciare la cartografia delle proprie emozioni. Quelle, ad esempio, che ti colgono a Bloomsbury quando, ancora sulle tracce di Virginia Woolf e del suo circolo letterario, svolti l’angolo di Russel Square e ti trovi di fronte alla maestosità del British Museum; oppure dal caffè della Tate Modern quando contempli il mistero del Millennium Bridge - il ponte più sottile del mondo -; o ancora quando ti aggiri affamato per Chinatown esaminando centinaia di menù incomprensibili. Recentemente è stata tradotta in italiano la biografia di Londra di Peter Ackroyd (Londra, Frassinelli, pag. 704) già best seller nel Regno Unito: è un’opera vastissima che riporta alla luce migliaia di figure, edifici, storie, dettagli, testimonianze, interpretazioni attraversando storie e leggende che si nascondono dietro ogni strada e vicolo della capitale.
E se vi affascinano i complotti massonici, e non siete facilmente suggestionabili, una cosa da fare assolutamente è ricostruire il percorso dei delitti di Whitechapel con una copia di From Hell (di Alan Moore, editore Magic Press) alla mano: mentre uno dei più grandi fumettisti inglesi di tutti i tempi formula un’ipotesi sulla vera identità di Jack lo Squartatore, sullo sfondo si agita una Londra cupa, messa a punto da architetti occulti e massoni lungo diverse epoche, in cui ogni piccolo dettaglio (dalla schiacciante cupola di St.Paul ai cavalli d’ottone montati su ogni carrozza) rende testimonianza della oscura magia sottesa alla città. Il percorso nella Londra occulta potrebbe poi continuare alla ricerca delle sei chiese che l’architetto Nicholas Hawksmoor costruì nei quartieri dell’East End, e che sia Ackroyd che Sinclair ritengono siano avvolte da un potere maligno.
Se invece, come William Gibson, credete che le cospiracy theories e l’occulto servono a confortare l’uomo perché presentano un mondo più facilmente comprensibile del mondo reale, allora cedete al romanticismo della Londra upper-middle class delle commedie di Richard Curtis e passate da Notting Hill (ma non cercate la libreria dell’omonimo film con Hugh Grant, intanto perché l’hanno chiusa e poi perché vi prenderebbero per i soliti italiani), oppure risalite per Holloway Road in direzione dello stadio dell’Arsenal: se siete fortunati, troverete il “thirty-something” Nick Hornby, orfano del suo stadio (che hanno spostato di qualche chilometro) ma non del suo studio che è sempre lì nella “sofisticata Islington”, tra una kebab house e un cinema riservato alla programmazione asiatica, abitata dalla “chattering class” (o settore dei media) protagonista dei suoi romanzi.
Tra gli altri autori che hanno fatto di Londra il centro della loro poetica, Hanif Kureishi non è pop-rock come Michael Moorcock, né un instancabile camminatore sciamanico come Iain Sinclair né mitologico-apocalittico come Alan Moore, ma è stato lo specchio della comunità asiatica londinese degli anni ’60 e ‘70. Di padre pakistano e madre inglese, ha documentato la popolazione che vive ai margini della città, la cui immigrazione ha cambiato la consistenza sociale di molti quartieri e ne ha descritto la difficoltà a trovare un senso di appartenenza. I suoi protagonisti sono giovani di bassa estrazione sociale, privati dei loro diritti, immigrati da ex colonie britanniche, intellettuali sinistroidi, omosessuali e quegli individui che attraversano trasversalmente classi, etnie e confini sessuali.
Qualunque percorso decidiate di fare a seconda del mood che vi accompagna, alla fine del giro e sulle immancabili note di A foggy day (in London town) vi accorgerete che, nella metropoli delle diversità, la nebbia, non c’è neanche più…
www.caffeeuropa.it/
NOCTURNO e la riscossa del cinema di genere italiano
di Valerio Evangelisti
Questo articolo è apparso sul dossier allegato al numero di settembre 2004 della rivista Nocturno (cui Valerio Evangelisti collabora saltuariamente ma con estremo piacere), dedicato ai primi dieci anni della testata.
Senza il cinema di genere degli anni ’70, e penso in particolare a quello italiano, io non farei il mestiere che faccio. E’ stato proprio quel tipo di cinema ad alimentare il mio immaginario, a pari titolo – e forse in misura ancora maggiore – della narrativa.
Anche i film più scadenti del periodo contenevano infatti elementi deliranti e geniali, magari limitati a un’unica scena, capaci di suggestionare la mia fantasia. Chiaramente la palma dell’originalità e dell’invenzione spetta allo spaghetti-western. E’ ormai scontato dirlo. Nato come prodotto d’imitazione, il western all’italiana raggiunge presto una sua autonomia, fino a venire a sua volta imitato. Da quel momento, nessun western americano sarà più come un tempo. E chi guardi oggi i primi film di kung-fu, tipo “La morte nella mano” o “Cinque dita di violenza”, riconoscerà senza difficoltà a quale modello si ispirassero.
Il cinema di genere italiano degli anni ’70 fa dunque scuola nel mondo. Devo però precisare che, quando alludo allo spaghetti-western, non parlo solo di Sergio Leone, ma anche di Tonino Valerii, di Giulio Petroni, di Sergio Corbucci, ecc. E, del resto, il cinema di genere che l’Italia impone non è limitato al western, che pure ne rappresenta l’apice. Il giallo, l’horror, il “poliziottesco”, persino la commedia sexy (da “Porky’s” in avanti, le farse statunitensi per adolescenti rifanno il verso alle “insegnanti” e alle “liceali” nostrane) affermano su scala mondiale il loro stile. Un fenomeno già iniziato negli anni sessanta, con le straordinarie invenzioni del genere “peplum” presto sconfinate nel fantastico puro, e con un Mario Bava che, a ogni film, apriva un nuovo filone.
A tutto ciò, la critica italiana mainstream ha reagito inizialmente con supponenza, quasi che quello che aveva sotto gli occhi non fosse vero cinema. Poi, assediata dai cinefili, dalle fanzines, dai cineclub e dai gusti del pubblico, ha cominciato a cedere.
Penso che sia stata essenziale l’apparizione dell’opera imponente di Goffredo Fofi e Franca Faldini L’avventurosa storia del cinema italiano. Per la prima volta un critico ritenuto (non a torto) tra i più schifiltosi rivelava gli sconcertanti retroscena del cinema di genere italiano, la sua simbiosi tra cialtroneria e serietà d’intenti, il progetto di austeri militanti della sinistra extraparlamentare di fare dello spaghetti-western un veicolo per le proprie idee, il geniale dibattersi di tanti registi in una cronica povertà di mezzi, il loro riuscito tentativo, attraverso un disperato bricolage tra specchi e fondali di cartone, di far somigliare un film miserabile a un kolossal. Solo pochi anni prima Tullio Kezich, cui peraltro vanno riconosciuti ampi meriti, insisteva nell’esaltare qualsiasi western americano e nel denigrare per partito preso ogni film simile girato in Sardegna.
Dopo Fofi, tutta la critica “seriosa” è stata forzata a prendere atto della grandezza di Sergio Leone, ma senza spingersi molto più in là. Qualche ammiccamento di consenso a Fernando Di Leo, qualche sorriso stiracchiato a Sergio Corbucci; un riconoscimento, a dir poco dovuto, a Mario Bava. Sono però rimasti fuori dalla riabilitazione artigiani di rango, pronti a girare non importa cosa per campare, e tuttavia capaci di imprimere al più umile dei prodotti una loro cifra stilistica. Per giungere a ciò, occorreva una spinta ulteriore.
Quella spinta, a mio giudizio, è stata impressa da Nocturno. Quando la rivista è apparsa, dopo un periodo di gestazione quale fanzine, aveva dei concorrenti. Quei concorrenti sono tutti spariti. Non a caso, sempre secondo me. Non svolgevano alcun discorso cinematografico, si limitavano all’applauso – mezzo convinto e mezzo divertito – a pellicole considerate sistematicamente dei capolavori, per cui Hilsa, la belva delle SS pareva avere lo stesso valore di Orizzonti di gloria. In questo modo, magari contro le intenzioni, si finiva col fare dell’intero cinema di genere, italiano o straniero, una parata di freaks degna di un circo dei primi del ‘900.
Del tutto diverso il metodo di Nocturno. Schede cinematografiche accurate, spiegazioni razionali utili alla formazione di un giudizio, oggi interi fascicoli monografici. Per me Nocturno è stato una scoperta importante. Mica che io sia sempre d’accordo con le opinioni che esprime. Però sono d’accordo con la sua visione di fondo, simile a quella sostenuta negli anni ’80 dalla mitica rivista francese Starfix. Dalle origini, il cinema ha due anime: quella realistica e un po’ pedissequa dei fratelli Lumière, e quella fantasiosa e delirante di Meliès. Il cinema di genere italiano, nei suoi momenti d’oro, si è innestato sulla seconda. Questa sua matrice va difesa contro gli appiattimenti del presente, che hanno lasciato l’invenzione cinematografica nelle mani di produttori conformisti, alla caccia perenne di sussidi statali, e di cineasti che si sono formati sulle banalità del piccolo schermo.
Sono fiducioso che prima o poi il cinema di genere italiano risorgerà. Non potrà essere né quello di Bruno Mattei (e qui mi dissocio dagli amici di Nocturno), né quello di Dario Argento ultima versione (qualcuno dovrebbe finalmente dire a quell’uomo di astenersi dallo sceneggiare, o di avvalersi di sceneggiatori veramente in grado di valorizzare la sua bravura tecnica). In questa difficile impresa Nocturno può essere d’aiuto. Basti guardare alla sezione retrospettiva della Mostra del Cinema di Venezia di quest’anno. Sarebbe mai stata possibile, se la mia rivista di cinema preferita non avesse lavorato ai fianchi la critica per un decennio?
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John Perkins: confessioni di un sicario dell’economia
di Maurizio Blondet
Riceviamo e volentieri pubblichiamo
Il banchiere John Perkins rivela: sono stato arruolato dal governo degli Stati Uniti allo scopo di risucchiare le ricchezze di paesi poveri. Che un banchiere intitoli le sue memorie “Confessioni di un sicario dell’economia” è già clamoroso. Ma ciò che il banchiere John Perkins rivela nel suo libro, “Confessions of an economic hit man” (1) è spaventoso: racconta di essere stato arruolato dal governo Usa allo scopo di risucchiare a favore degli Stati Uniti le ricchezze di paesi poveri, e ciò “attraverso manipolazioni economiche, tradimenti, frodi, attentati e guerre".
Le rivelazioni di Perkins gettano una luce del tutto nuova anche sulle motivazioni dell’invasione dell’Irak.
John Perkins dice di essere stato reclutato quando era ancora studente, negli anni ’60, dalla National Security Agency (NSA), l’entità più segreta degli Stati Uniti, e poi inserito dalla stessa NSA in una ditta finanziaria privata. Lo scopo: “Per non coinvolgere il governo nel caso venissimo colti sul fatto”. Quale fatto? Abbastanza semplice.
Come capo economista della ditta privata Chas.T.Main di Boston con 2 mila impiegati, Perkins decideva la concessione di prestiti ad altri paesi. Prestiti che dovevano essere “molto più grossi di quel che quei paesi potessero mai ripianare: per esempio un miliardo di dollari a stati come l’Indonesia e l’Ecuador”. La condizione connessa con il prestito era che in massima parte venisse usato per contratti con grandi imprese americane di costruzioni e infrastrutture, come la Halliburton e la Bechtel (strutture petrolifere).
Queste ditte costruivano dunque reti elettriche, porti e strade nel paese indebitato; il denaro prestato tornava dunque in Usa, e finiva nelle tasche delle classi privilegiate locali, che partecipavano all’impresa. Al paese, e ai suoi poveri, restava lo schiacciante servizio del debito, il ripagamento delle quote di capitale più gli interessi.
L’Ecuador, dice Perkins, è oggi costretto a destinare oltre metà del suo prodotto lordo – cioè di tutta la ricchezza che produce – per il servizio dei debiti contratti con gli Usa. Ma questo è solo il primo passo. Gli Usa, indebitando quei paesi, vogliono in realtà “renderli loro schiavi”, dice Perkins. All’Ecuador, non più in grado di ripagare, Washington chiede di cedere parti della foresta amazzonica ecuadoriana per farla sfruttare da imprese americane. E’ questa la logica imperiale.
Tra i massimi successi dei “sicari economici”, Perkins rievoca l’accordo riservato fra gli Usa e la monarchia saudita ai tempi della prima crisi petrolifera negli anni ’70. Per gli Stati Uniti, era necessario tramutare il rincaro del greggio da sciagura a opportunità. La famiglia dei Saud, del resto, affogava nei petrodollari: le fu proposto di investirli in titoli Usa e in grandi opere. La Bechtel (chi scrive fu in Arabia all’epoca e può testimoniarlo) ricoprì il reame desertico di nuove città e di impianti di raffinazione per lo più inutili; la famiglia Saud accettò di mantenere il greggio entro limiti di prezzo desiderabili per gli Usa, in cambio dell’assicurazione americana che Washington avrebbe sostenuto il loro potere per sempre.
“E’ questo il motivo primo della prima guerra all’Irak”, dice Perkins, e dell’intreccio privilegiato di affari e finanza tra i sauditi e i Bush. Secondo Perkins, gli Usa cercarono di ripetere l’accordo con Saddam Hussein, “ma lui non c’è stato”. Da qui la sua rovina. Perché, dice Perkins, “quando noi sicari economici falliamo il bersaglio, entrano in gioco gli sciacalli. Sono gli uomini della Cia, che cercano di fomentare un golpe; se nemmeno questo funziona, ricorrono all’assassinio. Ma nel caso dell’Irak, gli sciacalli non sono riusciti ad arrivare a Saddam: lui aveva delle controfigure, la sua guardia era troppo attenta. Perciò si è decisa la terza soluzione: la guerra”.
Perkins ha conosciuto personalmente Omar Torrijos, il generale e dittatore di Panama degli anni ’70, morto in un incidente aereo nel ’78. Torrijos fu ucciso, spiega Perkins, perché aveva stilato un accordo coi giapponesi per la costruzione di un secondo canale di panama, ed aveva ottenuto dall’Onu nel 1973 una risoluzione che obbligava gli Usa a restituire alla sovranità panamense il vecchio Canale. Le multinazionali americane “erano estremamente arrabbiate con Torrijos”.
Per questo scopo, quando Reagan divenne presidente, gli furono fatti scegliere come ministri due alti funzionari della Bechtel, Caspar Weinberger alla Difesa e George Schultz – il che rivela molto sul ripugnante potere degli affari nella politica Usa – per costringere Torrijos con le m minacce a rompere i negoziati coi giapponesi (che stavano soffiando alla Bechtel l’affare del secolo) e di rinnovare il trattato del Canale di panama, riconsegnandolo agli americani. Torrijos rimase sulle sue posizioni: furono mandati in azione gli “sciacalli”.
L’aereo di Torrijos, dice Perkins, cadde per un magnetofono che era stato riempito di esplosivo. La stessa fine di Enrico Mattei. Conclude Perkins: "il denaro che gli Usa adoperano per indebitare i paesi poveri non è neppure denaro americano. Sono la Banca Mondiale e il Fondo Monetario a fornirlo".
A fornire ai poveri la corda per impiccarsi.
Maurizio Blondet
Note
1. “Hit man” è il sicario prezzolato, il bastonatore assoldato dalla mafia e dalle ditte americane per picchiare gli scioperanti. Il libro è acquistabile su Amazon.
redazione@reporterassociati.org
I cambiamenti climatici il vero "terrore globale"?
di Liliana Adamo
Temperature aumentate vertiginosamente, le linee costiere si ritirano, le precipitazioni violente sono all'ordine del giorno ed anche se gli speaker seguitano a cianciare che "dovremo farci l'abitudine" si sa che il cambiamento del clima è la vera minaccia del terrore globale. "Tuttavia ancora voliamo, guidiamo, consumiamo ed inquiniamo come non mai", afferma Mark Townsend (in uno speciale del Guardian, pubblicato di recente) valutando le conseguenze complessive del mutamento climatico, verificabili in Gran Bretagna come in qualsiasi altro luogo del pianeta.
E' dalla terra, dal letto dei fiumi, dai ghiacci e dal mare, dall'intero regno della natura che si registrerebbe la catastrofe imminente. C'è un angolo dello Yorkshire del sud, dove ammassi di scorie e scarti ferrosi s'annidano nel suolo, coabitando con le distese boscose, contaminando l'humus salmastro di un canale navigabile divenuto in breve tempo, il più inquinante della Gran Bretagna.
Alcune miglia più a sud, il centro dell'Inghilterra contraddistingue il punto esatto dove il sogno della verde Bretagna è sicuramente scomparso: a Conisborough, il parco ambientale chiamato enfaticamente The Earth Centre non è sopravissuto alle difficoltà. Grazie ad una cospicua largizione di denaro pubblico era stato concepito come esempio di lifestyle anglosassone: rispetto ambientale, comportamenti eco-compatibili.
Una creazione nata non sull'idea che lo sviluppo sostenibile si renderebbe garante delle future generazioni, ma per assecondare un progetto che attutiva l'impatto di un depauperamento ormai giunto al suo limite; eppure, secondo Townsend, il progetto di per sé appariva troppo "esoterico per una società usa e getta, del qui ed ora". Per affermare quel concetto reso "esoterico" da chi continua a propinarci frottole ed idiosincrasie sull'esistenza del global warming - un'accensione catastrofica con reazioni a catena - e sulla sua reale pericolosità, sarà sufficiente serbare la memoria dei dinosauri, estinti 65 milioni d'anni fa.
La scomparsa di molte specie continua a qualificare pessimamente gli ultimi decenni della vita sul pianeta. Dopo il ripetuto allarme (cui non si è dato soluzioni) e i referti, le grandi foreste stanno morendo. Gli oceani più profondi subiscono un'emorragia vitale ad un tasso che, nelle statistiche, parrebbe quasi inimmaginabile. Nell'ultima decade lo strato gelato dei picchi più alti si è rapidamente assottigliato in modo tale che, nonostante i violenti uragani imperversino ad intervalli ravvicinati, la nostra potrebbe essere l'ultima era del ghiaccio.
Ogni giorno la lascivia sintetica abbandonata nel suolo, nell'acqua e nei corpi non pone vie d'uscita. In realtà nessuna scienza sa ricominciare punto e a capo e l'isola di Mark Townsend cambierà faccia prima che qualcuno metterà in atto una radicale inversione di marcia. Al medesimo livello la trasfigurazione avverrà sulla nostra penisola, sulle coste delle Canarie, sui deserti del continente africano, molto più velocemente di quanto la storia potrà presagire.
Il problema si nasconde anche alla coscienza collettiva, il cambiamento climatico rimarrà ancora per molto un concetto troppo astratto affinché la maggior parte della gente comprenda, questo vale anche per gli inglesi. Townsend nell'articolo del Guardian, racconta di come molti ambientalisti tedeschi hanno viaggiato per miglia e miglia in una sorta di "pellegrinaggio" fino all'Earth Centre, all'esoterico centro di salute ecologista, per trovarlo chiuso; brutalizzata dai complessi equilibri della competitività economica ed indifferente agli equilibri della natura, oggi, la regione dello Yorkshire del sud è fra le zone più inquinate della Gran Bretagna.
Desideri frustati dopo la rivoluzione industriale.
Due terzi dei prodotti chimici che provocherebbero varie forme di cancro, sono stati rilevati nei cieli spenti della verde Inghilterra, sprigionati da alcune fabbriche (oggi privatizzate) in 10 città campione. Nell'agosto scorso, mentre The Earth Centre è venuto a mancare, beffardamente distrutto da una violenta reazione del global warming (una pioggia torrenziale che ha invaso interamente lo Yorkshire), Jonathon Porrit, l'uomo che Tony Blair ha scelto per riuscire dove altri hanno fallito, si è installato nella sede di Gloucestershire nella veste di Presidente per la commissione governativa di sviluppo sostenibile.
Che fare? Intanto si è subito preoccupato di lanciare un messaggio non facile però di rigore: "Dobbiamo vivere in senso meno offensivo, avendo la consapevolezza che il cammino può essere un processo lento e doloroso." Ma il diluvio che si è scatenato in tutta la regione, che ha fatto tracimare fiumi e torrenti, causato danni economici superiori alla media, mettendo in ginocchio quella parte dell'Inghilterra centrale molto meglio dei paventati attacchi terroristici, è soltanto una scheggia degli errori e dei progetti, affondati insieme all'attrattiva turistica dell'eco-parco.
Il cambiamento del clima inquieta non poco il fisico cinquantaquattrenne John Schellnhuber, direttore per il Centro di ricerca di Tyndall, dove gran parte dell'eminenza grigia scientifica sviscera l'ultimo episodio meteorologico del 16 agosto scorso. "E' l'ultima torsione della natura." spiega con ansia. "Questo è soltanto l'inizio, dobbiamo fare previsioni che ci mettono in pericolo.Le cose possono mettersi male per tutti noi". Nel momento stesso in cui la nazione ha chiesto spiegazioni sull'eccezionalità dell'evento, Tony Blair ha ricevuto successive istruzioni dal consiglio tecnico, ma per un primo ministro così risoluto la priorità spetta alla necessità di trovare le armi di distruzione di massa, possibilmente di là dai propri confini, ha annunciato quindi che favorirà un'attività industriale "rispettosa e sostenibile".
La volontà di mettere in pratica le "buone intenzioni" per una "buon'economia", sarebbe stata premiata se il suo governo avesse reso operativo il programma destinato al riciclaggio, come per esempio della carta, prima ancora che se ne cominciasse a parlare. Secondo i calcoli di Schellnhuber per il prossimo futuro, il surriscaldamento globale e i cambiamenti climatici potrebbero essere appellati come "Bankrupt Britain".
Le compagnie assicurative prevedono risarcimenti alle stelle e corrono ai ripari, anzi sono certi che entro il 2060 il costo della vita nell'economia globale, il valore dei prodotti e dei servizi, saranno soggetti ad una considerevole impennata. I documenti redatti dai funzionari delle Nazioni Unite, completati in ottobre, rivelano che, causa i disastri naturali, moltissime persone e società hanno subito danni economici raddoppiati rispetto alla passata decade, per non parlare dell'alto numero di perdite umane.
Budget causa ed effetto
In Inghilterra i costi per i disastri prodotti dal clima, sono quasi triplicati. Al punto che nessuno ha concesso una sterlina quando la natura ha sprigionato la sequenza di calamità e The Earth Centre è stato sacrificato. Nessuno pare interessato a rimetterlo in piedi. Quattro violenti uragani hanno fatto il giro del pianeta: dalla Florida ai Carabi, mentre il Bangladesh è crollato per l'inondazione più feroce degli ultimi quarant'anni, persino i grandi ghiacciai del plateau tibetano, che misurano un quarto delle sconfinate pianure cinesi, si sono trovati a liquefarsi con una rapidità che rende stupefacente la loro sopravvivenza in questo secolo.
L'aumento medio della temperatura s'attesta intorno a 5.8 C. Questo s' evidenzierebbe come un dato modesto, invece basta l'aumento per metà del valore, per minacciare i ghiacci della Groenlandia che si scioglierebbero più velocemente di quanto possano essere sostituiti, secondo i meccanismi originari. S'avrebbe così un tangibile aumento dei livelli oceanici che inonderebbe le coste meridionali ed orientali dell'Inghilterra.
Sir David King, un autorevole scienziato dello staff governativo, è convinto che il surriscaldamento globale è la vera minaccia per un terrorismo più diffuso e capillare, l'ostacolo più grande che le civiltà occidentali si troveranno a fronteggiare nel prossimo futuro.
Al contrario delle più disfattistiche previsioni, uno studioso di statistica, il danese Bjorn Lomborg, pone invece molti dubbi. Autore di un libro piuttosto critico sulle valutazioni finora fatte circa il global warming, "The Skeptical Environmentalist" (L'ecologo scettico), porta avanti la filosofia del determinismo teorico. Una minaccia è coerentemente effettiva e di lunga durata, ma il sistema energetico della biosfera e l'equilibrio terrestre, in condizioni di stress cronico, possono rivelare inusitati sviluppi d'auto-protezione, modificando gli assetti e dunque le conseguenze.
La salvaguardia del pianeta può essere attuata soltanto all'interno di una società globalizzata ed intensamente tecnologica. Le sue previsioni sul rischio del surriscaldamento globale, ritenute credibili e rassicuranti, sono in programma sui libri scolastici e lo stesso Lomborg ha una carica governativa, in veste di consulente scientifico, eppure l'ex attivista di Greenpeace, tutto è tranne che un vero e proprio specialista e la comunità scientifica internazionale lo ha accusato di palese disonestà intellettuale, poiché nel suo testo, le fonti sono alterate o "interpretate"per sostenere le sue tesi.
I primi in classifica
Antecedente alla ratifica del protocollo di Kyoto, la Russia di Vladimir Putin non era conosciuta al mondo per richiedere il parere degli ecologisti, neanche ad un ecologista alla Lomborg, per dirla tutta. Per la completa mancanza di politiche ambientali, il suo paese ha meritato davvero una pessima fama; non c'è un portavoce di tale passività con la stessa essenza di Putin, un ultra conservatore, avversario dell'ambiente. Alla fine che Putin riconosce il protocollo non assolve la Russia dal suo passato e dalla leggerezza con cui ha avvelenato gran parte dell'Asia ed Europa.
Tuttavia il grande inquinatore del pianeta resta l'America. Esistono documenti redatti da Schellnhuber e dalla sua equipe che invitano il governo americano a non sottovalutare i cambiamenti climatici in atto. Rivelano, tra l'altro, che, in meno di cinquant'anni, un pezzo dello Yorkshire, il litorale che va da Norwich a Colchester, si ritroverà sott'acqua; che le obsolete infrastrutture di Londra non riusciranno a far fronte agli acquazzoni monsonici, che il canale navigabile più famoso di Londra, il Tamigi, si è trasformato in una cloaca con lo scarto di 600.000 tonnellate d'escrementi, tutto l'eccedente che il sistema fognario non riesce a smaltire.
I documenti, mai pubblicati, accennano all'emergenza per le sostanze tossiche sprigionate dagli anticrittogamici e deplorano la distruzione degli habitat fluviali, quei terreni saturi d'umidità una volta considerati ecosistemi per la fauna selvatica; nonostante gli sforzi del volontariato e dell'associazioni ambientaliste, non esiste un programma serio, per serbare le aree verdi dei "wetlands".
Dal carbone al plutonio
Per la prima volta il movimento ambientalista inglese si trova ad affrontare un impensabile rompicapo, se il cambiamento del clima è un automatismo artificiale, indotto dall'uomo e dal profitto, allora ridurre le emissioni del biossido di carbonio nell'atmosfera diventa d'importanza vitale; ma invertire la corsa resta una chimera e un'utopia, esoteriche quanto The Earth Centre.
Oltre le risorse energetiche alternative di cui si discute da anni (la sfida non è mai stata raccolta con giusto pragmatismo), l'unica fonte d'elettricità che non esacerba il cambiamento climatico è il nemico numero uno dell'ideale verde: l'energia nucleare. In realtà "la rivoluzione verde" pontificata da Blair (più o meno il tre per cento dell'elettricità in territorio inglese proviene dal vento, dal sole, dal mare e via dicendo) è una strategia pubblicitaria campata in aria.
La fonte principale d'elettricità è ancora in quelle riserve del nord, ricche di gas e carbone che si esauriranno nell'arco dei prossimi dieci anni. Blair, come Bush e il resto dell'occidente, ha bisogno dei giacimenti petroliferi del Medio Oriente, o, viceversa si userà massicciamente il plutonio; d'altro canto, le vecchie, sporche centrali elettriche, alimentate dal carbone, che hanno guidato la rivoluzione industriale, non sembrano essere più difendibili da nessuna parte in causa.
Per molti ecologisti parlare di scelta nucleare come ultimo compendio ed incrementarne l'utilizzo, è semplicemente un anatema e per quanto mi riguarda se dovessi scrivere sull'incognita delle scorie e dei pericoli delle centrali, mi servirebbe un altro articolo.
Towsend allora si chiede: qualora i membri d'Al-Qaeda attaccassero una qualsiasi centrale atomica, per esempio quella di Cumbrian, gli avvenimenti di Chernobyl sarebbero come "una nota a piè pagina". ma anche senza l'appoggio di un attacco terroristico, il plutonio di Sellafield è riuscito a contaminare perfino i denti dei bambini. Non stanno meglio quelli di Retford e Doncaster che vivono presso le sommità fumanti di carbone, propulsore delle centrali elettriche. Bambini che tossiscono per l'asma e le malattie respiratorie, alcuni si ammalano di cancro.
In conclusione l'opinione diffusa sulle politiche energetiche resta ancorata agl' elementi fondamentali di vita e per gran parte del movimento ecologista il governo inglese deve espandere il suo programma (definito "pietoso") circa le risorse rinnovabili e farne un altro per il risparmio energetico. Il primo ministro inglese si tesse le lodi da solo, invocando ai suoi l'esigenza di "pensare ambientale", ma si rifiuta, ad esempio, d'imporre tasse di combustione agli aerei super-veloci del nuovo aeroporto internazionale. Un volo di tre ore sbatterà in atmosfera gas di scarico pari a quello che un singolo automobilista distribuisce in un anno.
C'è un'evidente incongruenza tra le parole e i fatti, un conflitto tra i discorsi e gli obiettivi reali, ma siamo tutti noi che non ancora possediamo quel cambiamento di cultura, presumibilmente perché abbiamo smarrito il senso del cambiamento e ci accontentiamo di dissimulare l'escalation del global warming, di chiudere gli occhi per non vedere.
L'umanità è invecchiata, compresa quella in età giovanile e l'ironia vuole che anche domani sia un altro giorno.
Liliana Adamo
redazione@reporterassociati.org
dicembre 26 2004
Tsunami, settimila morti nelle isole del paradiso. Dispersi alcuni italiani
di red
Ha superato i settemila il conto, ancora provvisiorio, delle vittime del muro d'acqua alto più di dieci metri che ha investito, lungo migliaia di chilometri, alcuni tra i luoghi più belli del mondo. Dallo Sri Lanka all’India, dalle Maldive all’Indonesia alla Thailandia centinaia di località costiere sono state spazzate via dalla furia dello tsunami, l’onda gigante conseguenza di un terremoto di mgnitudo 8,9 sulla scala Richter registrato attorno alle due di notte (ora italiana) al largo della costa settentrionale di Sumatra. Ma se tanti sono i morti, si contano a centinaia di migliaia, forse milioni quelli che hanno perso tutto e sono stati costretti a sfollare.
Le scosse si sono successivamente ripetute fino alle isole Andamane nell’Oceano Indiano. Si tratterebbe del terremoto più grave dal 1964, secondo Julie Martinez, geofisica dell'Istituto geologico di Golden, Colorado: «Si è trattato di terremoti multipli lungo una stessa faglia», ha aggiunto, precisando che si è trattato anche del quinto terremoto per vastità dal 1900.
Un muro d'acqua di oltre dieci metri
Un muro d'acqua alto oltre 10 metri si è abbattuto sull'Indonesia, sulla costa dello Sri Lanka e dell'India, sino all'isola di Phuket a sud della Thailandia, meta prediletta di turisti. «Nulla del genere è mai accaduto prima in questo paese», ha detto il primo ministro thailandese Thaksin Shinawatra. La zona più colpita sembra essere la regione turistica nel sud e ovest dello Sri Lanka, dove si stima che le vittime siano 2.200 e l'ufficio del presidente Chandrika Kumatunga ha lanciato un appello internazionale chiedendo assistenza per l'emergenza. Il 5 per cento della popolazione, un milione di persone, sono state colpite, dicono funzionari. I morti sinora sarebbero 223 in Thailandia, oltre 1.800 in Indonesia, più di 2.000 in India, dei quali 1.625 nel solo stato di Tamil Nadu.
Il primo ministro indiano Manmohan Singh ha messo in preallarme la marina dopo che i bilanci parlano di un migliaio di morti, offrendo aiuto allo Sri Lanka. Oltre un centinaio tra turisti occidentali ed asiatici che stavano effettuando vacanze con immersioni risultano dispersi nelle isole a sud della Thailandia, una settantina di loro nella zona della celebre Grotta di smeraldo, come riferito da un funzionario turistico.
Nello Sri Lanka. in migliaia hanno dovuto fronteggiare il più grave tsunami che si ricordi, mentre nelle Maldive, arcipelago che emerge solo di pochissimo dal livello del mare, meta prediletta del turismo internazionale, il presidente Maumoon Abdoul Gayoom ha dichiarato lo stato di emergenza.
Il più grave tsunami della storia recente è stato finora quello del 17 luglio 1998, quando tre gigantesche ondate si abbatterono sulla costa nordoccidentale di Papua Nouva Guinea, uccidendo 2.500 persone.
Anche alcuni italiani tra i dispersi
Sono migliaia gli italiani che si trovano nelle zone investite dallo tsunami. Le località colpite sono infatti quasi tutte tra le mete più ambite per quanti si recano in vacanza in questo scorcio di fine anno. Secondo il ministro degli Esteri, Gianfranco Fini, alcuni connazionali risultano dispersi ed altri sono feriti, ma l’Unità di crisi della Farnesina non ha fornito particolari e non si sa neppure in quali Paesi si trovino i feriti e i dispersi.
Segnalazioni di italiani dispersi sono arrivate in Italia da turisti che si trovano nelle aree interessate al fenomeno. Tra queste anche quella del direttore del Tg4, Emilio Fede, che si trova in un atollo delle Maldive. Secondo Fede ci sarebbero quattro dispersi tra i turisti italiani che si trovavano negli atolli vicino al suo, Madoogali. Raggiunto telefonicamente da Maurizio Costanzo durante la trasmissione domenicale, Fede ha detto che la situazione è molto confusa. «La situazione è incredibile: centinaia di persone sono ridotte solo con la biancheria che indossavano questa notte – ha detto il direttore del Tg4 - e hanno perso tutto. E ci sono diciotto isolotti completamente irraggiungibili, privi di energia elettrica...».
unita.it
La povertà dimenticata
Chiara Saraceno
La riforma fiscale in corso di approvazione conferma e rafforza una tendenza in atto da qualche anno in Italia: l'utilizzo della via fiscale come strumento principale sia di politica della famiglia che di sostegno ai redditi più modesti.
Limiti ed effetti perversi
Ne mostra anche tutti i limiti e gli effetti perversi, per almeno tre diverse ragioni.
La prima riguarda il carattere contro-distributivo delle deduzioni rispetto alle detrazioni, solo parzialmente corretto dall'andamento decrescente con l'aumentare del reddito imponibile. Le deduzioni, infatti, non valgono solo per l'importo in sé, ma per quanto abbassano l'imponibile, quindi l'aliquota marginale. Tanto più alto l'imponibile, tanto maggiore il guadagno (o il risparmio) derivante dalla deduzione, come hanno bene esemplificato le varie tabelle pubblicate in questi giorni sui quotidiani e su lavoce.info.
La seconda ragione riguarda il fatto che il reddito imponibile è individuale, non familiare. Perciò criteri di reddito per graduare le deduzioni (o anche le detrazioni) per carichi familiari possono produrre effetti perversi e, di nuovo, contro-distributivi. Da un lato, infatti, si rischia, come è avvenuto nel passato per le detrazioni maggiorate nel caso di redditi bassi, che contribuenti unici percettori di reddito nella famiglia si trovino a fruire di deduzioni inferiori di altri che hanno un reddito individuale più basso, ma familiare più alto, dato che hanno un/una coniuge che pure è percettrice di reddito. Dall'altro lato, come è stato segnalato anche da Massimo Bordignon , contribuenti avvertiti possono spostare sul coniuge a reddito più basso (purché, appunto, abbia un reddito imponibile) l'intero ammontare delle deduzioni per i figli a carico, fruendo di un vantaggio non accessibile ai mono-percettori a reddito familiare complessivo più modesto.
La terza ragione riguarda la questione degli incapienti. Come hanno già osservato Massimo Baldini e Paolo Bosi , tanto più si usa il fisco per riconoscere costi e bisogni e per ridistribuire, tanto meno si può ignorare la questione della incapienza, ovvero di chi non può trarre alcun vantaggio da quelle forme di riconoscimento e di redistribuzione. E anzi vede, proprio per questo, aumentare il proprio svantaggio.
Due vistose mancanze
L'aggravamento di questi problemi nella riforma fiscale in discussione e nella Legge finanziaria in corso di approvazione è ulteriormente accentuata da due vistose assenze, che mi sembra non siano state per nulla, o scarsamente segnalate.
Non si parla più di riforma degli ammortizzatori sociali, che pure avrebbe dovuto accompagnare la legge Biagi di riforma del mercato del lavoro, garantendo una rete di protezione a chi si trova a passare da un contratto più o meno breve all'altro, con periodi più o meno lunghi di interruzione.
Ed è del tutto sparito il Rui, reddito di ultima istanza, destinato a chi non solo è incapiente, ma povero, anzi, gravemente povero. Annunciato nella Finanziaria del 2004 (e nel Libro Bianco sul welfare) come successore del reddito minimo di inserimento (Rmi), dichiarato fallito come esperimento e comunque non fattibile, non ha mai visto la luce. Il regolamento che doveva consentirne l'eventuale co-finanziamento con le Regioni che avessero deciso di istituirlo non è mai stato mai preparato.
Il progetto di Legge finanziaria per il 2005, appunto, non ne fa più neppure menzione. L'Italia rimane così, con la Grecia, l'unico paese dell'Europa a 15 a non avere una misura di garanzia del reddito per i poveri, tra i quali ci sono anche molti minori. Proprio coloro rispetto ai quali il Rmi, che comprendeva non solo una integrazione di reddito, ma misure di accompagnamento, aveva dato i risultati migliori. Lo testimoniano le fortissime riduzioni dei tassi di evasione scolastica nei quartieri e tra i soggetti beneficiari della sperimentazione. Gli stessi quartieri e gli stessi soggetti che ora sono lasciati di nuovo nell'abbandono, e spesso alle tentazioni della devianza e della criminalità.
Eppure, spulciando tra no tax area e deduzioni, si potrebbe avere una idea del reddito minimo che i nostri governanti pensano sia necessario garantire ai cittadini perché siano in grado di soddisfare i propri bisogni. C'è solo l'imbarazzo della scelta, tra la deduzione di 7.500 euro per il lavoro dipendente, quella di 3.200 per il coniuge e quella di 2.900 per un figlio a carico maggiore di tre anni. Quest'ultima, la più bassa, a ben vedere non è molto lontana dall'importo dell'ormai defunto Rmi: si tratta di 241 euro mensili di deduzione riconosciuta, rispetto ai 268 euro di importo massimo previsti dal Rmi, per una persona sola che fosse assolutamente priva di reddito. Non molto, certo; anzi pochissimo. Ma è un pochissimo che si continua a non riconoscere come necessario per chi non lo ha.
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Berlusconi e Almunia, duello tra culture incompatibili
Il bellicoso cavaliere ha dunque sfidato l’austero commissario europeo alla economia. Anzi: Berlusconi, lo ha detto proprio lui, è in guerra con l’Europa. Vuole cambiare il Patto di stabilità, la causa di tutti i mali, in particolare della mancata ripresa italiana. Il 3% ( ovvero il limite fissato dall’Europa per il rapporto tra deficit e prodotto interno lordo) non sta bene al dinamico capo del governo italiano il quale - in nome di una filosofia contabile tipicamente “italiota” - vorrebbe scorporare da quel limite “imposto dall’esterno” le spese per le infrastrutture tanto volute dal ministro Lunari (altro autorevole esponente del conflitto di interessi), con le quali più voti verrebbero garantiti al leader della destra. Emblematica questa sfida. Conosco Juaquin Almunia, un dirigente socialista spagnolo con un alto senso dello Stato, da molto tempo. L’ho incontrato la prima volta poco dopo la morte di Franco, quanto era il responsabile dell’ufficio studi della UGT, il sindacato socialista. Nel 1982 Almunia - un basco serio, intelligente e di poche parole - diventa il più giovane ministro nel governo socialista di Felipe Gonzalez. Resta ministro fino a quando Aznar, dopo 13 anni di governo socialista, vince le elezioni. Quando Felipe lascia la carica di segretario, Almunia viene eletto al suo posto, con un sistema di voto che coinvolge tutti gli iscritti al Psoe. Incarico che passa a Zapatero quando diviene evidente che i socialisti hanno bisogno di un ricambio generazionale dei gruppo dirigente, e quindi di un leader più giovane (venti anni meno di Almunia) e capace di suscitare nuovo entusiasmo nella società civile e soprattutto di conquistare i tanti elettori di sinistra astensionisti. Da pochi mesi, Almunia è membro autorevole e stimato della Commissione, al posto di Solbes ( anche lui socialista ), ora ministro dell’economia del governo Zapatero. In questa veste Almunia, con parole pacate ma chiarissime, ha seccamente smentito quanto ha detto Berlusconi e cioè che in Europa si starebbero finalmente creando le condizioni per superare i rigidi vincoli alla spesa pubblica. Dimenticando, tra l’altro, che l’Italia, con un debito pubblico tra i più alti d’Europa ( il 106% del pil ) è già fuori dal Patto di stabilità, che prevede un rapporto tra debito e pil inferiore al 60%. Ma il cavaliere non si è scomposto e ha “spiegato” ad Almunia di aver già risolto questa questione con altri autorevoli capi di Stato europei. Che è come dire “ lei non sa chi sono io”. Una ennesima manifestazione di quel misto di populismo arrogante e di insofferenza verso i “lacci e laccioli “ di ogni genere che ormai fa parte integrante di un paese che, grazie soprattutto a Berlusconi, assomiglia sempre all’Argentina (quella del peronismo, non quella che oggi cerca faticosamente di uscire dalla crisi) europea e regredisce rispetto ad altri paesi europei come la Spagna, che al contrario va avanti in tutti i campi proprio grazie al lavoro di un ceto politico capace e responsabile di cui Almunia è una delle migliori espressioni. Un paese, l’Italia, che sta paurosamente perdendo posizioni nello scenario della competizione globale proprio a causa di un governo che appare latitante di fronte alla grave crisi del sistema produttivo italiano. Ma non è certo questa la preoccupazione che anima il cavaliere, spinto soltanto dalla volontà di apparire di fronte ai “telecittadini” come il leader che non teme nulla e nessuno. Tanto, in questo sistema informativo ben controllato dal regime mediatico di Berlusconi, ogni nuova bugia, o spacconata, si sovrappone a quella precedente. E il cavaliere resta sempre al centro della “telescena”. Fino a quando? E a quali prezzi? www.articolo21.com/
Le vere ragioni di stagnazione e inflazione
di Maverick
Corrono senza freno i prezzi. 45 euro al chilo un’orata a Torino. Calano verticalmente i consumi. Arriva Natale e le famiglie devono stringere la cinghia. Dall’abbigliamento all’alimentare l’inflazione rialza la testa. E’ al 2% secondo l’Istat, almeno il doppio per l’istituto di ricerche Eurispes. Un pieno di benzina costa otto euro in più dello scorso anno. Intanto i consumi crollano del 2,7% su base annua. I commercianti lamentano l’anno nero delle vendite.
Quello che sta succedendo è semplice quanto pericoloso. Le famiglie impoverite spendono meno. E i negozianti per far quadrare i bilanci viste le scarse vendite alzano i prezzi. Risultato stagnazione e carovita (stagflazione per la precisione oppure il termine tecnico). Davanti a tutto questo il governo non propone una politica economica per lo sviluppo. E quasi come un Azzeccagarbugli a di manzoniana memoria chiede all’Europa di poter sfondare il tetto del 3% nel rapporto deficit Pil. Avendo però l’Italia un debito pubblico quasi il doppio di Francia e Germania. Un no secco la risposta del commissario economico europeo Almunia. Più tempo passa e l’incertezza sul futuro aumenta.
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La soluzione finale. Puritanesimo e virtualizzazione(3)
bifo - Corpi 25.12.2004
Puritanesimo digitale. La classe virtuale deve riformattare la mente globale se vuole interfacciarsi col mondo. Ma il mondo storico e culturale resiste a questa riformattazione non per motivi ideologici, ma per forza della propria inerzia materiale, carnale, emozionale
Da cosa volevano purificarsi i puritani? Possiamo dire che le vicende stesse della colonizzazione dal 1620 in poi mostrano che i pellegrini volevano creare una comunità pura dalla tradizione culturale, dall’ethos, dalla storia e dalle scorie che essa trasferisce sulla vita reale, oscurando i principi morali e religiosi.
La storia americana sembra svolgersi su una tabula rasa, o piuttosto su una frontiera che si sposta progressivamente in uno spazio senza storia. A differenza di quello che accade in Europa dopo la Rivoluzione francese, nel nuovo continente non vi è un passato feudale dal quale riscattarsi, non c’è la forza della tradizione a frenare ed influenzare i processi di trasformazione sociale. Non c’è il peso delle identità etniche o dei conflitti religiosi o nazionali ad ostacolare lo sviluppo dell’economia industriale. Nella storia politica americana non esiste un punto di vista conservatore, assimilabile al conservatorismo di Edmund Burke.
“la ricchezza, piuttosto che la famiglia o la tradizione, è la determinante primaria della stratificazione sociale. Inoltre l’assenza di un passato feudale vuol dire che non ci sono classi interessate alla difesa dell’ordine passato.” (Degler: 1970, pag. 5). Sul piano politico osserva ancora Carl Degler, “tutti gli americani, a prescindere dalla loro classe sociale, hanno condiviso una comune ideologia di liberalismo whig lockeano.”
La forza del passato è azzerata: quella che ci si trova di fronte è la frontiera, il futuro senza contaminazioni e senza resistenze. Il puritanesimo americano è prima di tutto questa purezza dell’orizzonte, questo purificarsi da ogni impurità contenuta nel passato. L’origine, che pesa come un’illusione ossessionante nella storia euro-asiatica, viene cancellata dall’avventura del Mayflower che attraversa l’oceano perdendo gran parte del suo equipaggio, per portare nel nuovo continente solo i prescelti, coloro che, veramente puri, possono dar vita a una comunità in cui ogni scelta sarà scelta, assolutamente binaria, tra il bene e il male, tra la luce e la tenebra, senza il peso compromissorio delle eredità sociali, etniche, culturali, ecclesiastiche. Si viene prefigurando un universo liscio, predisposto ad una percezione etica di tipo binario.
La razionalità religiosa e civile si deve emancipare dall’emozione delle radici, delle appartenenze.
La distinzione tra religioso e laico viene cancellata, ed il luogo in cui avviene questa cancellazione non è quello religioso, bensì quello secolare. Ogni cristiano, nella sua vita quotidiana, nella sua attività economica incarna nella loro purezza i principi da cui la comunità trae origine.
La tecnologia altro non è che la manifestazione dell’arte divina che si realizza attraverso l’operare umano:
La visione della tecnologia come eupraxia, cioè come corrispondenza tra l’arte dell’uomo e l’arte divina anima i primi colonizzatori puritani e crea i presupposti della Teco-civiltà. Nel suo libro sulla storia della filosofia americana, Schneider scrive che “lo scolasticismo puritano, criticando l’aristotelismo in nome di un ritorno alla purezza della rivelazione, concepì Dio in termini di techne, non di sostanza” (pag. 32).
Viene così costituendosi un dio mentalista e funzionalista, che agisce sulla mente degli uomini a patto che essi purifichino la loro mente da ogni riferimento alle incrostazioni del divenire culturale.
L’idea che la storia sia un testo da interpretare, e che il mondo sia riducibile a verbalizzazione, è il passaggio essenziale che apre la strada all’instaurazione della logica binaria, puramente operazionale. L’ossessione della purezza su cui i pellegrini che sbarcarono a Plymouth nel 1620 vollero edificare il nuovo mondo era purezza conoscitiva, e può essere definita come riducibilità del mondo concreto a testualità. Solo ciò che è verbalizzabile è reale. Tutto il reale è dunque verbalizzabile. E ciò che non si riduce a verbale non esiste, o piuttosto è suggestione demoniaca.
“Il problema primario del protestantesimo è la fissazione sulla parola: lo studio della Scrittura è al suo cuore. Nessun mediatore carnale è necessario tra l’anima e Dio; nessuna immagine di santi, Madonne o divinità è permessa, anche se qualche ritratto del Buon Pastore ha cominciato a infiltrarsi in qualche denominazione nell’ultima secolo. Nel Cattolicesimo italiano e spagnolo al contrario, c’è un costante diretto richiamo ai sensi.” (Camille Paglia, 1992 pag 29)
Questa purificazione della vita da ogni elemento di emozionalità, questa riduzione all’astrattezza del codice crea le condizioni per una potenza operazionale che ritroviamo in tutta la storia americana come potenza della tecnologia.
Mentre la storia della rivoluzione francese si confrontò con le stratificazioni sociali, nazionali, antropologiche che rendevano lo spazio europeo densissimo, ingombrato dal passato feudale, la storia della rivoluzione americana si svolge in un territorio in cui non è segnato alcun passato. E’ in questo territorio depurato che può prendere forma un modello neo-umano, un modello di umano de-sensibilizzato alle asperità dell’analogico storico-emozionale. Sensibile al codice, però, e perciò iper-potente, potente ad un livello bunkerizzato, ad un livello virtuale. E’ nello spazio depurato che possono prendere forma la tecnologia la pratica la cultura e l’immaginario digitale. Ma per una perfetta operazionalità ed una perfetta security dell’esistenza sociale deve compiersi la digitalizzazione del pianeta, e a questo scopo occorre rimuovere le stratificazioni, togliere le impurità accumulate nel corso della storia umana: ripulire il mondo.
Virtualizzazione e soluzione finale
Sconfitto l’arcaismo futurista nippo-germanico nel 1945 e sconfitto l’uomo nuovo dell’ideologia nel 1989, ecco la potenza americana affacciarsi sulla scena del mondo come portatrice di un futuro postumano: la classe virtuale ha potuto formarsi nel mondo puritanizzato, ed ha assunto il compito produttivo di quadrettare digitalmente l’universo. Ma la formazione psico-cognitiva della classe virtuale la rende progressivamente sempre più incapace di comprendere e perfino di percepire ciò che non è riducibile ad informazione, ciò che non si presenta come testo interpretabile, ciò che non si può leggere attraverso un codice binario. Una certa ben nota caratteristica degli americani, la loro incapacità di percepire le sfumature di significato, gli ammiccamenti, l’ironia, è collegata con questa progressiva riduzione della sensibilità, cioè della capacità di comprendere ciò che non è verbalizzato né verbalizzabile. Deriva di qui l’attutirsi della sensibiltà analogica nella cognizione collettiva della comunità americana, e l’incapacità di cogliere la storicità delle culture e delle forme di vita, di prevedere e di decifrare le conseguenze emozionali che l’azione tecnica e politica possono avere nel tessuto sensibile della società “umana” (cioè per l’appunto non sintetica, non ancora portata alla perfezione della virtualità).
La classe virtuale deve riformattare la mente globale se vuole interfacciarsi col mondo. Ma il mondo storico e culturale resiste a questa riformattazione non per motivi ideologici, ma per forza della propria inerzia materiale, carnale, emozionale. Lo scontro con l’Islam è la terza grande prova che l’America deve affrontare per portare a compimento la sua vocazione di potenza globale virtualizzante, cioè capace di trasformare la vita dell’umanità attraverso l’emanazione di algoritmi etico-funzionali, e di trasformare il pianeta attraverso l’emanazione di algoritmi tecnico-operativi. Ma il piano di consistenza su cui si sviluppa il progetto americano lo rende incompatibile con la storia umana, perché la classe virtuale, incaricata di portare a compimento il progetto di virtualizzazione dell’universo, non è in grado di comprendere ciò che non è interpretabile in base a un codice. Il contatto tra il neo-umano che si manifesta nel sistema tecno-politico americano e il troppo umano della vita planetaria produce dunque un conflitto insanabile perché incompreso e incomprensibile da entrambi i contendenti. E nel rapporto tra l’America e l’Islam questo conflitto si manifesta nella sua forma più esplosiva e irriducibile. Non si tratta a rigore di una guerra. La guerra, così come la si è conosciuta nel corso della storia umana, è il confronto militare tra entità che si trovano sullo stesso piano di consistenza cognitiva e tecnica. Non possiamo definire guerra, ad esempio, lo sterminio degli indigeni da parte degli spagnoli nel Nuovo continente. Non vi erano le condizioni di una guerra e lo sterminio fu prodotto prevalentemente per effetto di epidemie virali diffuse involontariamente ed inevitabilmente dagli invasori nel corpo vivo della popolazione colonizzata. Non fu una guerra neppure lo sterminio della popolazione ebraica da parte dei nazisti.
Quando una comunità viene aggredita da una civiltà di potenza tecnica incomparabilmente superiore, o quando l’aggressione si verifica in termini che non sono comprensibili da parte degli aggrediti, non si tratta di guerra, si tratta di “soluzione finale”.
Una cosa di questo genere si sta verificando all’inizio del terzo millennio, e l’Islam è la prima vittima di questa soluzione finale dell’umanità da parte del neo-umano. Hiroshima fu una sperimentazione: ma nei decenni successivi la bomba atomica ha smesso di essere appannaggio esclusivo di poche grandi potenze,: Negli ultimi decenni i possessori delle tecnologie necessarie a produrre ordigni nucleari si sono moltiplicati e nei prossimi decenni la bomba potrebbe diventare proprietà di organizzazioni terroristiche e criminali, e ad potrebbe essere usata per regolare conflitti locali di tipo economico o territoriale. Questo scenario giustifica il principio di intervento militare distruttivo preventivo, giustifica lo sterminio sistematico perché si possa compiere la virtuosa virtualizzazione che la potenza americana sta cercando di imporre al mondo rimuovendo quegli ostacoli fisici e cognitivi che sono la storia e la cultura umana. Per il bene dell’umanità è divenuta urgente l’eliminazione cognitiva e fisica dell’umanità.
www.rekombinant.org
La missione di Anna
Da cinquant’anni aiuta i bambini di strada. E ha conosciuto tutti i potenti dell'isola
Dal nostro inviato
Alessandro Grandi
La missione. Suor Anna è un’istituzione a Port au Prince, caotica capitale di Haiti. E’ Suor Anna arrivata qui cinquant'anni fa: "mi ci hanno mandata e io ho accettato più che volentieri, sapendo che il paese era veramente povero. Era la mia missione".
Nella baraccopoli, tra i bambini di strada, tra montagne di spazzatura non raccolta, nel degrado umano e sociale, effetto della violenza e del disordine socio-politico: qui lavora suor Anna, una figura carismatica che opera anche per la pace sociale. Ha conosciuto tutti. Da Papa Doc Duvalier ad Aristide. Ha vissuto il periodo d’oro dei turisti americani, e la miseria più nera degli ultimi anni. Una donna coraggiosa, che ha raccontato la sua storia poche volte. Ha appena festeggiato i cinquant’anni di professione religiosa, passati tutti nell’inferno di un paese del paradiso caraibico.
Di Haiti ha visto tutto e conosciuto tutto. "Ma dopo tanti anni - dice - ancora non sono sicura di capire bene la società haitiana".
Ricorda gli anni d’oro del turismo di massa Usa, ma anche la miseria e i molti capi di Stato, fra i quali dittatori come "Papa Doc" Duvalier che durante gli anni del suo regime è andato da lei. "Duvalier ci voleva bene. Quando due dei suoi mi hanno fatto un torto, lui mi è venuto personalmente in aiuto. Era un dittatore ma la gente non aveva la paura che ha avuto di altri personaggi politici che sono venuti in seguito. Una volta è venuto qui nella scuola, dove ha visto che le bambine si scottavano le gambe tenendo il piatto caldo mentre mangiavano e ci ha fatto avere tavoli e una sala da pranzo. Bastava solo non toccare la sua persona".
Suor Anna è passata indenne dall’ultima guerra civile che ha sconvolto Haiti e tutti gli haitiani. Ma, mentre racconta la sua storia di donna coraggiosa e soprattutto di suora salesiana, non si dà pace perché le armi non hanno ancora smesso di urlare. Per lei è in atto la peggiore delle guerre: quella fra poveri. I luoghi. La sua opera quotidiana si svolge in una scuola, nell’ormai tristemente famoso quartiere Citè Militeire, insieme a Citè Soleil uno dei più pericolosi della capitale Port au Prince, dove ancora si sentono in continuazione colpi di arma da fuoco e si contano i morti.
La giornata di suor Anna si snoda attraverso la vocazione religiosa e la continua volontà ("la mia missione") di fare del bene aiutando i bambini di strada a trovare la retta via per un futuro migliore di pace e stabilità sociale. Dice, umilmente, "io aiuto perché mi aiutano ad aiutare".
I bambini. Nell’istituto gestito dalle salesiane ci sono centoquattro bambine di strada. Bambine che non avrebbero avuto un futuro. "Andavano in giro per la strada. Prima o poi sarebbero diventate delinquenti o prostitute. Chissà che fine avrebbero fatto. Adesso stanno qui da noi. Quattordici di loro ci dormono anche, qui da noi. "
La situazione dei bambini in Haiti è tremenda. "L’altro giorno una madre mi ha chiesto di tenere qui la figlia che mi aveva portato. Era disposta a farla dormire sotto il letto. Loro non avevano nemmeno quello."
Insieme a lei, a prendersi cura dei piccoli, ci sono altre quattro paladine della pace e della solidarietà sue consorelle. "E il merito di tutto questo - dice suor Anna schermendosi - è anche delle altre mie sorelle che lavorano duramente". Tutte insieme cercano di accogliere, educare, nutrire centinaia di bambini. Qualsiasi cosa pur di allontanarli dalla strada. Nella scuola ce ne sono oltre mille.
Nel suo lungo impegno Suor Anna ha fatto adottare legalmente centocinquanta fra bambini e bambine e ha aiutato a trovare una sistemazione ad un’infinità di ragazzini che altrimenti sarebbero rimasti sulla strada "Non li ho mai contati, non saprei ma se si tiene conto che a cavallo di queste due zone sono decine di migliaia i poveri…"
Ha dedicato tutta la sua vita agli altri, Suor Anna. Ai più deboli, ai diseredati, ai figli di nessuno. Nella sua ormai lunghissima esperienza di vita missionaria, ha anche avuto a che fare con quello che un giorno sarebbe diventato un feroce dittatore: Aristide. "Moltissimi anni fa, quando era un ragazzetto, Jean Bertrande Aristide è venuto da me per chiedermi di aiutare la sorella. In quel tempo io cercavo di trovare lavoro alle ragazze haitiane, insomma, di aiutarle. Trovavo loro dei lavori buoni con contratti regolari, magari come collaboratrici domestiche e lui mi chiese di aiutare la sorella. Gli diedi dei soldi. Lui arrivava da una famiglia poverissima. Ripensando a quello che ha fatto molti anni a seguire rabbrividisco."
La società haitiana. Suor Anna continua il suo racconto: "Qui ad Haiti ciascuno fa ciò che vuole e mette in pericolo tutto paese e chi ne paga le conseguenze maggiori sono le donne e i bambini." Non risparmia qualche critica ai governi e alla chiesa: "I governi sono stati irresponsabili. Ho visto di tutto in questo Paese. Nessuno ti ascolta. La politica non è Suor Anna mai esistita. Tutto viene lasciato al caso. Da quando sono qui la popolazione si è moltiplicata. Esiste però una degradazione morale che io non ho mai visto in cinquant'anni. E quando la chiesa non si comporta bene qui, io lo dico.
Alcuni anni fa sarei stata felicissima se fosse arrivato un elicottero e mi avesse portato via da qui. Perché non è possibile che dei parroci si presentino armati di pistole e mitragliette a celebrare la messa. Erano disposti a tutto pur di vedere trionfare Aristide. Io questo non lo potevo accettare, e non potevo assistere a quelle messe"
"La gente povera moriva", continua suor Anna, "le ragazze venivano violentate, e nonostante tutto loro, anche in privato, predicavano il sostegno alle Chimere (i gruppi armati che Aristide aveva ingaggiato per eliminare gli avversari, ndr). Io sentivo per radio ciò che lui diceva ai giovani durante la campagna elettorale che fece anni fa a Cap Haitien. Posso garantire di aver sentito cose inaudite.
Ho pianto tantissimo. Incitava i giovani alla vendetta, a fare la rivoluzione con tutto quello che trovavano: machete, sassi, armi. E diceva 'O noi al potere o la rivoluzione!'. Tra me è me sapevo che un salesiano non può dire certe cose. Secondo me lui ha sfruttato l’ambiente clericale per studiare, per mangiare, per diventare un sacerdote sapendo bene che avrebbe fatto ciò che voleva di questa povera gente. Non si poteva arrivare che a questa situazione". "Conoscevo gli haitiani come persone buone, socievoli, allegre, calme che accoglievano tutti. Adesso sono indifferenti a tutto. E’ vero, forse sono ancora un po’ troppo primitivi. E forse proprio perché sono ancora così, che la gente è stata messa in disparte, dimenticata. Niente scuole, niente governi stabili, niente di niente. Sempre queste gravi disparità sociali e economiche che vedono i bianchi dominare sui neri. Questo ha fatto in modo che il popolo si risvegliasse malamente. Abbiamo visto tutti cos’è successo negli ultimi mesi. C’era qualcuno che non ricordo bene, che diceva: "quando si servono i poveri bisogna stare attenti". Si fa presto a far scattare la scintilla nella popolazione oppressa. Bisogna andare adagio. La conoscenza della realtà è una, e saperli aiutare ad apprenderla e reagire come si deve è un’altra cosa. Ciò che Aristide non ha saputo fare."
La vocazione. Suor Anna racconta che la sua vocazione missionaria iniziò quando ricevette la prima comunione, a sette anni. Poi "a vent’anni ho fatto professione religiosa ufficialmente. In quel tempo era un gesto ufficiale. Un atto importantissimo." Durante il racconto le si illuminano gli occhi. L’esperienza altamente spirituale che ha vissuto ha L'ingresso della scuola dei bambini di strada rappresentato qualcosa di forte per lei. "L’ho raccontato poche volte in vita mia. A quattordici anni ho avuto la vocazione propriamente detta che per me è stata una cosa molto importante. E’ stato come un fulmine. Stavo lavando i piatti. I miei genitori stavano seduti a tavola a parlare, in un’altra stanza. Era molto giovane. Tutto d’un tratto ho sentito la chiamata di Dio. Lui voleva che io mi facessi religiosa. Io cercavo di distrarmi, forse perché non avevo ancora raggiunto una maturità sufficiente per rispondere sì o no. Però la sensazione era così forte che ho dovuto smettere di lavare i piatti. Avevo una percezione strana dentro di me, come un senso di vertigini, mi sono appoggiata al muro, ho dovuto smettere di fare quello che stavo facendo, e non ho avuto pace finché, ad alta voce, non ho risposto sì. Il tutto è durato circa dieci minuti. Da quel momento io non ho mai cambiato la mia idea."
La certezza spirituale che accompagna nel discorso Suor Anna non viene mai meno, ma un attimo di commozione l’assale quando parla della morte dei due genitori. Ridiventa per alcuni istanti assolutamente umana e la sua voce si fa più calma e malinconica. "Se ne sono andati felici. Per noi missionari sapere che i genitori muoiono senza cercarci, in assoluta tranquillità, è una liberazione, una vera grazia. Quando è morta mia madre io ero qui in Haiti e ho avuto la sensazione di sentire tutto. Addirittura credo di averla vista morire. L’ho vista a fianco a me, nel mio letto. Quel giorno ero triste. C’era qualcosa che non andava. Tutte le sorelle se ne erano accorte, ma io non riuscivo a capire cosa stesse succedendo. Ero alla mia scrivania e non mi sentivo felice. Mi stavo accorgendo della morte di mia madre proprio mentre lei se ne stava andando. Me ne sono resa conto solo quando mi hanno avvisato."
Suor Anna continuerà il suo lavoro in Haiti finché "il Signore lo vorrà", e dice chiaramente che un missionario dove viene mandato rimane fino alla fine. Senza alcun rimpianto. Anzi, con felicità.
La missione. Suor Anna è un’istituzione a Port au Prince, caotica capitale di Haiti. E’ arrivata qui cinquant'anni fa: "mi ci hanno mandata e io ho accettato più che volentieri, sapendo che il paese era veramente povero. Era la mia missione". Nella baraccopoli, tra i bambini di strada, tra montagne di spazzatura non raccolta, nel degrado umano e sociale, effetto della violenza e del disordine socio-politico: qui lavora suor Anna, una figura carismatica che opera anche per la pace sociale. Ha conosciuto tutti. Da Papa Doc Duvalier ad Aristide. Ha vissuto il periodo d’oro dei turisti americani, e la miseria più nera degli ultimi anni. Una donna coraggiosa, che ha raccontato la sua storia poche volte. Ha appena festeggiato i cinquant’anni di professione religiosa, passati tutti nell’inferno di un paese del paradiso caraibico.
Di Haiti ha visto tutto e conosciuto tutto. "Ma dopo tanti anni - dice - ancora non sono sicura di capire bene la società haitiana".
Ricorda gli anni d’oro del turismo di massa Usa, ma anche la miseria e i molti capi di Stato, fra i quali dittatori come "Papa Doc" Duvalier che durante gli anni del suo regime è andato da lei. "Duvalier ci voleva bene. Quando due dei suoi mi hanno fatto un torto, lui mi è venuto personalmente in aiuto. Era un dittatore ma la gente non aveva la paura che ha avuto di altri personaggi politici che sono venuti in seguito. Una volta è venuto qui nella scuola, dove ha visto che le bambine si scottavano le gambe tenendo il piatto caldo mentre mangiavano e ci ha fatto avere tavoli e una sala da pranzo. Bastava solo non toccare la sua persona". Suor Anna è passata indenne dall’ultima guerra civile che ha sconvolto Haiti e tutti gli haitiani. Ma, mentre racconta la sua storia di donna coraggiosa e soprattutto di suora salesiana, non si dà pace perché le armi non hanno ancora smesso di urlare. Per lei è in atto la peggiore delle guerre: quella fra poveri. www.peacereporter.net
Migrazione natalizia
Ho comprato il biglietto e sono la prima a stupirmene: la prenotazione fatta in un'ignota agenzia di Midan Tahrir ha retto, me l'hanno dato davvero e l'ho pagato 286 euro, contro i 750 di cui mi parla chi, dall'Italia, si sta informando per venire qui in questi giorni.
Bene.
Ce l'ho davanti, lo guardo e ho un vago senso di nausea: mi sono stressata davvero, in queste settimane di trambusti personali, e sono passata dal non volere partire manco morta al non desiderare altro che partire. Credo di stare manifestando, al momento, sintomi da sovradosaggio di emozioni e se qualcuno mi avvicinasse in questo istante mi troverebbe ostile.
Natale in patria, dunque.
Non vedo l'Italia da un anno e non mi manca. Mi mancano le persone a cui voglio bene, quelle sì, ma nient'altro.
Non il cibo, che tanto me lo so fare da me e ieri, alla Metro, era arrivato persino il pandoro.
Non l'alcool, ché la mia birretta Sakara e il saltuario vino col tizio col turbante sull'etichetta coprono tutti i miei bisogni alcoolici e, se ne avessi altri, la vita mondana di questa città può stenderti ogni notte, se hai voglia di farti stendere.
Non il clima, non il paesaggio (figurarsi, per una che viene da Milano) non la lingua, non i giornali, non la faccia della gente, nulla.
Non ho bisogno dell'Italia, questa è la verità. Non mi serve.
Qualche mese prima di lasciare Milano mi innamorai di un secchio. Uno di quei secchi per lavare a terra, con tanto di scopettone dentro. Era un secchio giallo, non lo dimenticherò mai.
Perchè successe che avevo chiamato l'ascensore per uscire e dirigermi verso la mia prevedibilissima giornata e, quando l'ascensore arrivò, dentro c'era il secchio, appunto.
A Milano 3, nella nostra prevedibile palazzina bordeaux, tra i nostri prevedibili vicini, nella mia prevedibile uscita per andare al lavoro. L'imprevisto. Un secchio in ascensore.
Ed io sentii una tale ondata di felicità, nel vederlo lì - bello e giallo come il sole, disordinato, anarchico, trasgressivo, deviante, sovversivo, un secchio terrorista - che mi spaventai di me stessa.
"Me ne devo andare. Quando hai un bisogno di felicità che ti si incarna nei secchi, vuol dire che è ora di andare. Per forza."
Questo biglietto mi sta turbando. E se lo facessi a pezzetti piccolini?
Così poi mi cambia il vento e corro scalza a comprarne un altro e poi rompo pure quello e poi mi dispero per averlo rotto e, alla fine, arriva direttamente il personale di Egypt Air a portarmi via per stanchezza, ché tu vedi se una si deve complicare così l'esistenza.
Quello che davvero vorrei, io, è un visto d'entrata in Italia, un permesso di soggiorno, qualcosa del genere.
Un timbro sul passaporto che certifichi che casa mia non è là da voi, ma qui dove sto. Se avessi quello, verrei da voi con più disinvoltura. Con meno paura di non so cosa, con la sensazione di detestarvi meno presente, meno pressante.
Con meno voglia di distruggere ogni pezzettino di patria che mi rimane dentro.
La mia situazione oggettiva è la seguente: l'anno di tempo che mi aveva dato l'università in Italia è ampiamente scaduto e sono fuori, per quel che vale. La scuola ha poco da offrirmi, visto che mi sto pacificamente lasciando scavalcare in graduatoria anche dalle più scalzacani delle colleghe con cui, a suo tempo, mi abilitai. All'epoca in cui ero la n.1, santo cielo, e avevo dato loro tanta di quella polvere che non le vedevo manco più. Mi sembrano passate otto vite, da allora, e invece era l'altro giorno. Che roba, signora mia, come cambiamo.
E sono qui che vedo come reinventarmi professionalmente, col super-io parzialmente placato dal fatto di fare la prof in Alto Egitto, ché nel curriculum ci sta sempre bene e sul passaporto pure, ché ho il permesso di soggiorno e non è da tutti, in questo paese.
Non mi basta, però.
Il primo strato di ciò che voglio, lo so già: voglio comprarmi una casa qui in Egitto. La voglio a Dokki. Voglio pagarla 30.000 euro. Voglio trovare 30.000 euro per comprarmi una casa a Dokki, Cairo, e lo voglio fare mentre l'euro continua a stare a 8,1 LE, ché domani scenderà e io sarò una donna morta, se non mi sarò sbrigata. Questo, voglio fare. E poi ci metterò dentro i miei beni egiziani che consistono in: un materasso parecchio bello; un ventilatore da soffitto; pentole, piatti, bicchieri e posate; due cambi di asciugamani e altrettanti di lenzuola; un piumone; un computer portatile; una lampada; un quadro di Hassan El Shark e me stessa, che non costo poco e ingombro ancora di più ma non mi dispiace, sono abituata a farmene carico e mi sono abbastanza simpatica.
Passato il primo strato, ciò che voglio lo dovrei raccontare alla mia analista, più che al blog, e non ci metterei una seduta soltanto. O me lo dovrei fare raccontare, magari.
Io non lo so, se questa voglia di "tutto" si placa, prima o poi.
Con gli anni? Invecchiando? Se si placasse, invecchiare sarebbe anche bello.
Mi avevano detto che i brufoli passavano crescendo, che un giorno non mi sarebbero più venuti. E ci avevo pure creduto: l'ho aspettato per anni e anni, il momento in cui questo miracolo si sarebbe avverato, e invece non è mai arrivato. Ho 42 anni e continuo ad andarci per questo, dall'estetista, invece di spendere i miei soldi per prevenire rughe e, in questo modo, centrarmi nel presente e piantarla di fare la smemorata, l'inconsapevole, la fuggitiva.
Vorrei non essere una donna, forse.
Uscire da questa trappola che offende la mia intelligenza, perchè io lo so - lo so benissimo - che non è possibile possedere né essere posseduti ma, se questa consapevolezza mi si avvicina troppo, la vita perde ogni possibile colore ed io, molto semplicemente, non funziono più.
Vorrei sapere fare a meno di questo. Vivrei di più, credo.
Intanto, il mio organismo batte al ritmo di questa città e non è poco. Ha smesso di farmi paura, il traffico, e oggi mi piaceva attraversare Midan Tahrir sull'autoscontro della sopraelevata mangiando cioccolata, fumando sigarette assieme al mio pacifico taxista novantenne e chiacchierarci, in arabo, e vederlo sereno e invidiarlo, ammirarlo, studiarlo, cercando di impadronirmi del segreto per essere serena anch'io.
Non voglio avere freddo, io. Non voglio essere ridotta a serva da un paese che ti obbliga a trascinarti pesi e caricature di autonomia secondo cui la tua esistenza la devi regalare a un datore di lavoro, e allora tanto valeva regalargliela a un uomo, scusa, ché almeno ti divertivi pure.
Voglio un mondo che mi sorrida e che mi lasci in pace, che non mi chieda cose che mi fanno perdere tempo.
E, manco fosse un uomo, voglio stare giusto al centro del cuore del mondo in questione. E questo cuore è qui, non è in Italia. Parla arabo. E' il resto del mondo a tenere lo sguardo puntato qui, non siamo "noi" a guardare voi. E' qui che succedono le cose, è qui che convergono i vostri incubi, è qui che la gente vi fa paura anche stando ferma, anche solo se respira.
Perchè esiste, solo per questo.
E' qui che mangiare, bere e far l'amore è difficilissimo per quasi tutti quelli che incontri per strada e che il futuro non promette proprio nulla di buono e, di conseguenza, si ha la percezione - acutissima, inevitabile, senza via di fuga - di cos'è un essere umano, di cosa siamo tutti quanti: un mucchio di desideri tutto sommato piccolini e uno sbatterci la testa fino a quando non ti finiscono i giorni, senza che quasi nulla dipenda da te.
Checché vi facciano credere dalle vostre parti dove, se non ricordo male, siete tutti convintissimi di essere artefici dei vostri destini. Pensa te.
Tra qualche giorno arrivo in Italia, dunque.
Mi fate un po' paura
www.ilcircolo.net/lia/
Case invendute. È flop di Stato - Ae 51, Massimo Cavalli
Scip 2, la seconda tornata di alienazioni di immobili pubblici, non sta andando affatto bene. Le ragioni? Intoppi burocratici e prezzi troppo elevati delle case. E il ministero rischia di perdere 800 milioni
È trascorso un anno e mezzo dal lancio di Scip 2, la seconda cartolarizzazione di immobili pubblici realizzata dal ministero dell'Economia. Quasi 63 mila unità abitative, l'equivalente di un'intera cittadina, messe in vendita per rimborsare obbligazioni del valore di oltre 6,6 miliardi di euro di Euro (poco più di 12 mila e 851 miliardi di vecchie lire). E per la prima volta nella storia una rata di una cartolarizzazione dello Stato -il più importante emittente di operazioni di questo tipo in Europa- non è stata rimborsata completamente alla scadenza attesa. Cosa è accaduto?
Dicembre 2002: il governo ha assoluto bisogno di ridurre il debito pubblico entro la fine dell'anno per rispettare i parametri di Maastricht. Lo Stato dispone di un enorme patrimonio immobiliare, che già il precedente governo aveva deciso di alienare (6 mila dismissioni effettuate). Il patrimonio rende poco e i costi di amministrazione sono elevati. Le vendite dirette di immobili pubblici procedono a rilento e non consentono di incassare in tempi brevi. La soluzione è la cartolarizzazione, un'operazione finanziaria complessa (v. qui sotto).
Incoraggiato dal successo di Scip 1, la prima cartolarizzazione immobiliare europea (27.500 unità abitative e 2,3 miliardi di euro di obbligazioni, vedi Altreconomia n.26), lanciata 12 mesi prima, il governo realizza Scip 2, la più grande cartolarizzazione mai realizzata in euro. Lo Stato e sette enti previdenziali pubblici (Enpals, Inail, Inpdai, Inpdap, Inps, Ipost ed Ipsema) cedono 53.241 unità ad uso residenziale e 9.639 unità ad uso commerciale (negozi e uffici) per un valore lordo complessivo (determinato dall'Agenzia del Territorio e confermato da una società di valutazione del gruppo Gabetti) pari a circa 7,8 miliardi di euro. Con Scip 2 vengono in pratica ceduti tutti gli immobili ad uso residenziale degli enti coinvolti. Il 93% degli appartamenti è affittato: 89 metri quadrati la superficie media. Il 52,4% delle unità abitative è a Roma, l'8,5% a Milano, il 3% a Bologna, il 2,9% a Napoli, il 2,5% a Genova.
La durata prevista del piano di dismissione degli immobili è inferiore a 4 anni. Infatti la scadenza attesa delle varie tipologie di titoli emessi è compresa tra il 26 aprile 2004 e il 26 ottobre 2006. Ma per vendere tutti questi immobili 4 anni potrebbero non bastare: la scadenza legale (data ultima per il rimborso nella previsione delle agenzie di valutazione dei titoli o rating) varia tra il 26 aprile 2006 e il 26 ottobre 2008. Le vendite di Scip 1 stanno andando molto bene e si prevede che gli incassi necessari al rimborso dei titoli saranno ottenuti con 10 mesi di anticipo rispetto alla scadenza attesa.
Per Scip 2, invece, ad oggi le cose non stanno andando come previsto. A fine marzo gli incassi delle vendite erano solo il 21% di quelli previsti al lancio dell'operazione. Il ministero dell'Economia ha richiesto un prestito bancario da 800 milioni di euro per riportare in equilibrio l'intera transazione e per evitare giudizi negativi da parte delle agenzie di rating. E il 26 aprile, data di scadenza attesa dei titoli della Classe A1 (quelli, cioè, con la scadenza più vicina), sono stati rimborsati 1.312 milioni di euro di capitale su 1.500, più tutti gli interessi. I residui 188 milioni di euro dovrebbero essere rimborsati il 26 luglio
Tre le cause principali. Alla partenza dell'operazione gli enti previdenziali hanno fatto registrare dei ritardi amministrativi di alcune settimane nella messa a disposizione degli immobili da dismettere. A questo si sono sommate difficoltà nell'implementare le nuove procedure d'asta: la prima residenziale è slittata di un mese rispetto al piano. Ma l'elemento più importante è stato quello delle proteste degli inquilini, che hanno costretto il parlamento a modificare i prezzi delle vendite. Con Scip 2 i prezzi delle case hanno subito aumenti consistenti rispetto a Scip 1. Motivo? Il ciclo dei prezzi immobiliari. Gli appartamenti venduti nella prima operazione erano stati valutati nel 2001, quando le valutazioni in Italia erano molto più basse che nel 2002-2003, periodo di valutazione di Scip 2.
Questo ha ovviamente provocato le proteste degli inquilini. Il 21 aprile 2004, il governo ha emanato un decreto legge che riduce i prezzi di vendita degli alloggi ai valori dell'ottobre 2001 a chi aveva espresso interesse -tramite raccomandata- a comprare entro quella data e a chi ha già acquistato un'unità abitativa Scip 2. In attesa dell'emanazione del decreto le vendite degli ultimi mesi sono state praticamente nulle. Questa legge dovrebbe produrre minori entrate per circa 800 milioni di euro; il testo prevede anche la copertura dei minori introiti con un prestito quinquennale erogato da Banca Opi e Depfa Bank al ministero dell'Economia.
Il provvedimento normativo dovrebbe far ripartire il meccanismo di vendite e aste. Anche se è probabile che i ritardi accumulati non saranno completamente recuperati. Più importante il fatto che se i ricavi generati dalle dismissioni non saranno sufficienti a rimborsare i titoli emessi, alla scadenza di Scip 2 il ministero dell'Economia dovrà ripagare il prestito bancario: in pratica, dei 6.637 milioni di euro di riduzione del debito pubblico contabilizzati nel 2002, 800 milioni potrebbero rientrare dalla finestra nel 2009.
Inquilini da prelazione
L'allarme sfratti lanciato alla vigilia di Scip 1 dal sindacato degli inquilini Sunia si è accentuato con gli aumenti di prezzo di Scip 2. Gli inquilini hanno diritto di prelazione -con mutui agevolati- sull'acquisto e ai prezzi di mercato si applica uno sconto del 30% per chi compra in forma individuale; del 38% (45%) se almeno il 50% (80%) degli inquilini di un edificio acquista con mandato collettivo. Gli anziani possono acquistare l'usufrutto dell'appartamento con gli stessi sconti. Se la prelazione non viene esercitata parte un'asta pubblica.
A chi ha un reddito inferiore a 19 mila euro (22 mila se ultra sessantacinquenne) viene rinnovato il contratto di affitto a condizioni invariate per 9 anni. Il sindacato degli inquilini Sunia (logo in alto) chiede di estendere l'offerta ai prezzi di ottobre 2001 anche a chi non aveva deciso di acquistare per i prezzi elevati (circa 15 mila famiglie, afferma il Sunia). Secondo l'Inps la maggior parte del patrimonio immobiliare di Scip 1 è stato venduto agli inquilini.
E la terza puntata è in sala d'aspetto
Il piano di dismissioni dell'attuale governo prevedeva di lanciare già prima dell'estate dello scorso anno Scip 3, la terza cartolarizzazione di immobili pubblici, di dimensioni più ridotte rispetto a Scip 2. Il ministero dell'Economia pensava di dismettere 12.000 appartamenti del ministero della Difesa, diverse caserme e terreni agricoli. Ma col decreto legge del 9 maggio 2003 la Difesa mise a disposizione solo 2.500 appartamenti. La Finanziaria 2004 ha rilanciato l'operazione, insieme al lease-back (vendita e pagamento di affitto) di uffici pubblici e alla valorizzazione degli immobili di pregio. Scip 3, 4.500 unità per non meno di 2 miliardi di euro, sarebbe dovuta partire entro aprile. Ma l'andamento di Scip 2 ha portato ad una pausa di riflessione. In alternativa si pensa al lancio di un fondo immobiliare, con la partecipazione di azionisti privati. Il ministero dell'Economia prevede anche di incassare 2 miliardi di euro dalla cessione di edifici adibiti a uffici pubblici con un'operazione di lease-back. 50 milioni saranno trattenuti per pagare i canoni del 2004, che dal 2005 saranno a carico del bilancio dello Stato: in pratica si riduce il debito totale, appesantendo però i bilanci degli anni futuri. Gli immobili di pregio saranno conferiti o attribuiti in concessione a società per azioni miste (enti locali e azionisti privati).
www.altreconomia.it
Megachip e una ipotesi di approccio critico alla pubblicità
Mediamente un soggetto dai sette/otto ai quattordici/sedici anni trascorre dalle tre alle quattro ore al giorno davanti ad uno schermo: un dato scontato e conosciuto, su cui pochi però riflettono seriamente e tentano interventi educativi strutturati per e con i minori. Eppure la televisione è la compagna insostituibile dei pomeriggi e delle serate (non solo dei minori), internet si sta diffondendo sempre di più. Se sono molte le conoscenze che i ragazzi ricavano da queste fonti di informazione, è altrettanto vero che i media trasmettono insieme ai messaggi dei contenuti di valore, dei modelli, dei modi di pensare che influenzano e condizionano. Inoltre la comunicazione dei media avviene attraverso un mezzo molto potente (le immagini), non comporta fatica (come quella di leggere, ad esempio), e induce alla passività: i ragazzi vivono attraverso le immagini molte esperienze, vedono posti lontanissimi stando seduti a casa loro, e soprattutto credono di vedere la realtà, mentre quello cui assistono è solo una rappresentazione, che ha dietro un lavoro di costruzione di significati e di continui messaggi molto precisi. Che cosa pensano i bambini di tutto ciò che vedono? Che cosa capiscono e apprendono? Che idea si costruiscono del mondo, degli adulti, dei rapporti umani dalla televisione? Queste domande non si pongono, non entrano quasi mai nelle riflessioni di chi fa e progetta educazione, tanto meno in chi fa e progetta televisione. E non si pongono anche perché rispondere non è così semplice.
Per questo motivo in alcuni comuni in Italia (Aviano, PN – Pontedera, FI - Cinisello Balsamo, MI per fare alcuni esempi.) sono in corso, promossi dall’Associazione Megachip, alcuni progetti sulla televisione e sull’educazione critica ai media che coinvolgono classi di scuola elementare, media e superiore, insegnanti e alunni, e lavorando sulle immagini televisive, sui messaggi, evidenti e nascosti, sul vero e finto in tv (partendo dalle percezioni e dalle osservazioni dei bambini), tentano di proporre modelli concreti di analisi critica ai media.
Alcune ipotesi di lavoro educativo rispetto ai mezzi di comunicazione proposte hanno come oggetto specifico la pubblicità. Questa è infatti ideale per una serie di caratteristiche: conoscenza condivisa - gli spot sono noti a tutti; possibilità di analisi di un testo complesso ma breve - durata di 30 secondi; varie implicazioni educative sul consumo, sui modelli sottostanti, sui messaggi diretti e indiretti.
Ogni laboratorio prevede la presenza in ogni classe di alcuni mezzi di cui ogni scuola è da anni dotata: un televisore, un videoregistratore, una telecamera, con un formatore che, affiancando le insegnanti, permette la realizzazione di un percorso didattico per u totale di circa 10 ore scolastiche. Durante la prima fase vengono poste ai bambini/ragazzi alcune domande (perché c’è la pubblicità in un film? Chi paga la pubblicità? Perché ti piace la pubblicità?) e dalle risposte dei bambini/ragazzi – spesso per nulla scontate – prende avvio la discussione: la pubblicità è vera oppure no, dice o non dice la verità, cosa è vero e cosa finto. In classe poi vengono analizzate alcune pubblicità, viste più volte, lentamente (con l’attuazione, sperimentata, di una minima analisi di grammatica cinematografica: i bambini/ragazzi con la telecamera in mano provano a fare alcune riprese). Nella seconda fase si utilizza la telecamera in maniera sistematica, collegata ad un televisore: i bambini/ragazzi iniziano a giocare con le (loro) immagini e lo schermo (smitizzando in questo modo l’oggetto TV), e fanno alcuni esperimenti semplici ma efficaci (sparizione di un oggetto con un semplice montaggio in macchina, l’effetto diverso dato dal riprendere un compagno dal basso - appare più grande - e dall’alto - appare più piccolo – etc). Nella terza fase viene lanciata l’idea di inventare uno spot o una storia, breve, che viene poi realizzata in un video con tutti i vari passaggi previsti (sviluppo di una idea, ambientazione, scenografie, riprese, montaggio).
L’impianto metodologico prevede che i bambini/ragazzi siano parte attiva di tutte le varie azioni previste (compreso recitare, cercare e trovare i suoni per le scene, scrivere e modificare i dialoghi, creare la scenografia, con l’obiettivo di costruire insomma un prodotto audiovisivo completo) ovviamente seguiti dalle insegnanti e con gli opportuni stimoli del formatore. Il tema del video ad esempio in alcuni casi può essere proposto dalle insegnanti, in linea con l’attività didattica in programma (in questo modo l’intervento diventa parte integrante del programma scolastico, e non una parentesi anche interessante ma chiusa in sé). Il formatore progetta e fa svolgere parte dell'attività alle insegnanti, che sono in prima persona stimolate durante tutto il percorso a rapportarsi in maniera nuova con le immagini televisive e con la pubblicità. In lacune esperienze precedenti di questo genere alcune insegnanti, preoccupate inizialmente di non gestire l'utilizzo di alcuni "strumenti" nuovi - la telecamera e il videoregistratore - non propriamente appartenenti alla didattica tradizionale, si sono poi coinvolte con i bambini/ragazzi nella realizzazione dei video in maniera sorprendente.
L’obiettivo generale sotteso è quello di scardinare la compattezza, la seduzione, e l’apparente omogeneità e logica delle immagini della televisione, introducendo alcuni elementi di riflessione critica, che poi nel tempo ogni bambino svilupperà autonomamente e in modi diversi nel corso della sua crescita. Da anni la media education parla di questi aspetti fondamentali, obiettivi di questi laboratori:
Sviluppare un pensiero critico rispetto ai messaggi televisivi e pubblicitari
Aumentare le competenze di analisi delle immagini televisive
Introdurre il dubbio come criterio nei confronti dell’apparente logica persuasiva delle immagini
Trasformare la TV da oggetto magico a strumento di lavoro ed espressione di se
Stimolare il confronto tra realtà/rappresentazione, tra reale/virtuale
Rendere consapevoli della complessità del lavoro di costruzione che ha l’immagine televisiva
Avviare una riflessione ed un confronto tra bisogni reali e bisogni indotti.
Mettendo una telecamera in mano ad un bambino facendogli realizzare e produrre un piccolo video (al massimo ciò che si può realizzare in classe nei tempi sopra indicati non supera i 5 minuti), lo si rende più consapevole dell’enorme lavoro di costruzione e della complessità che l’immagine ha come forma di comunicazione. Tutto ciò senza bisogno di fare una lezione sugli effetti dei media, senza essere costretti a fare discorsi che nella maggior parte dei casi una bambino o un ragazzo non sono in grado di comprendere. Questa esperienza invece la comprende, e se la ricorderà, perché dopo di essa avrà elementi di conoscenza critica in più e per questo fatto avrà un modo diverso di capire e di guardare la pubblicità e la televisione. Ogni volta che la accende. Dopo questa esperienza ogni bambino/ragazzo sa un po’ di più che non è proprio tutto vero, tutto bello e tutto semplice, quello che si vede.
Massimo Fini, sul Gazzettino del 15 Dicembre 2004 titola in prima pagina "La tv al servizio del vuoto" e parla della televisione che è diventata da strumento di cultura strumento di ignoranza, argomentando sulla differenza tra i programmi degli anni ’70, quando la televisione non ancora commerciale creava prodotti di qualità che erano anche prodotto di buon intrattenimento, con protagonisti che "la televisione era costretta a prendere dalle arti, dal cinema, dal teatro, dal balletto, dal circo…tutta gente che sapeva fare qualcosa: recitare un monologo, raccontare una barzelletta, fare acrobazie", mentre nella televisione odierna "i protagonisti sono tali , nella stragrande maggioranza, per partogenesi televisiva. Non sanno fare nulla se non presentare ossessivamente se stessi". Siamo assolutamente d’accordo, come siamo ogni tanto contenti di trovare ancora, anche se raramente e solo nei quotidiani, riflessioni che tentino di dare uno sguardo più critico sul mondo televisivo. Quello che manca quasi sempre, nelle analisi sulla televisione in genere (e anche in quella di Fini), è un accenno, magari approfondito, sulla centralità dei messaggi televisivi e dei contenuti rispetto all’educazione, alla scuola, alla formazione dei bambini e dei ragazzi, che sulla televisione e sui suoi messaggi imparano.
Investire sull’educazione ai media significa investire sulla possibilità di rendere i giovani, bambini e ragazzi, capaci di interpretare la società e i messaggi che sempre più, direttamente ma spesso in maniera nascosta e poco decifrabile, stanno influenzando le coscienze e le sensibilità, gli orientamenti e gli stili di vita.
L’immagine è il veicolo predominante dei messaggi e della comunicazione nei media; la parola il veicolo della formazione tradizionale, e adulta. Occorre cercare punti significativi di incontro, di scambio tra questi due universi. I laboratori di Megachip sono una possibilità.
Ve ne sono ovviamente altre, che possono prendere in considerazione ad esempio altri mezzi di comunicazione (la radio, internet, il giornale), con lo stesso obiettivo di tentare di dare qualche elemento di criticità e la possibilità di una migliore comprensione dei messaggi, di educare ad un utilizzo corretto dei media. La recente campagna "Fare il giornale nella scuola", lanciata qualche anno fa dall'Ordine dei Giornalisti, appartiene a questo orizzonte progettuale. L'idea cioè che i bambini e i ragazzi non tanto "leggano" il giornale in classe, ma lo costruiscano, ne comprendano i meccanismi, vadano a cercare le notizie, si interroghino sulle logiche della comunicazione, lo scompongano e lo ricompongano, diventino consapevoli. Siano capaci di orientarsi, tra le notizie (oggi l'orientamento è la vera scommessa educativa: la selezione diventa un compito impari per bambini e ragazzi bombardati da continui stimoli).
L'obiettivo di far entrare in contatto questi due mondi, quello della comunicazione e quello della educazione, alla luce di quanto già detto, assume un rilievo notevole: perchè l'educazione non è ne un obiettivo dei mezzi di comunicazione, come constatiamo tutti i giorni con sempre più chiara evidenza, nè un criterio cui essi si rifanno: tuttavia sono indiscussi gli effetti su ragazzi e bambini, degli stessi media. Per questo motivo, se non è possibile portare l'educazione dentro i mezzi di comunicazione, diventa fondamentale portare i mezzi di comunicazione dentro l'educazione: dentro la scuola, dentro i programmi educativi, dentro le proposte istituzionali di formazione, dentro le priorità e le sensibilità di politici e amministratori che vogliono occuparsi di crescita consapevole dei cittadini di domani.
Il movimento Megachip - Democrazia nella comunicazione, promuove esperienze di educazione ai media a livello nazionale e sta elaborando una campagna di sensibilizzazione nazionale sui temi dell'educazione nei mezzi di comunicazione. Questi sono solo alcuni indicatori di una crescente sensibilità intorno a questi temi, e della possibilità di agire concretamente.
Tutto ciò senza dimenticare che i mezzi di comunicazione sono anzitutto un’esperienza per i bambini e per i ragazzi: loro non riflettono sui media, li vivono. Sono parte del loro mondo, del loro ambiente. Con il lavoro sulla pubblicità, attraverso cioè un intervento educativo, attivo, viene avviato un apprendimento che, come già sottolineato, partendo da un’esperienza concreta, rimane come bagaglio culturale e non solo come concetto appreso.
Marco Grollo
Gruppo di lavoro Educazione ai media
I laboratori dei progetti di Educazione ai Media di Aviano(PN) / Cinisello Balsamo(MI) / Pontedera (FI) saranno disponibili alla consultazione a breve nel sito www.megachip.info
Non sfogliate la margherita di Giuseppe Campione - CpU Messina
-Déjà vu- meglio -déjà beacoup décrit-. Già visto, oppure già abbondantemente descritto. Il centro sinistra annaspa. Manca ai neocentristi soltanto il preambolo di felice memoria, quello della non
contaminazione a sinistra. Mastella e le sue truppe cammellate, con in testa il redivivo Cirino Pomicino, sono già su questa lunghezza d’onda e schiacciano l’occhio moderatamente misericordioso persino a Previti.
Prodi si indigna ed era l’ora che qualcuno si indignasse di fronte alla tentazione dell’ennesimo suicidio dell’opposizione. Un indignarsi che questa volta appare chiaro, non bofonchiato.
E adesso rispuntano i mediatori di sempre: arrabbiarsi è giusto, ma non conviene esagerare perché… se ne può parlare…E vengono i brividi alla schiena ogni volta che il più intelligente di tutti, Massimo D’Alema, si propone iniziative di tal fatta, secondo gli adusati canoni: il dalemismo non è più una politica ma una condizione dello spirito. Ma la Margherita non si fa sfogliare. Rutelli che parla per conto di Marini, piroettandosi in funamboliche esternazioni del marini-pensiero, accampa riserve dirompenti sull’unità. Il suo stare al centro è un patetico tormentone. Stentiamo a credere che ci siano riflessioni sofferte e mature dietro quel suo rotondo, levigato modo di articolare frasi e parole.
Chissà perché, avete notato che le frasi di maggior effetto gli escono quando veste casual ?
Gli è che la politica della Margherita l’hanno delegata o la ha occupata Marini signore delle tessere, formatosi alla scuola dei preamboli di Donat Cattin, del sindacato, che non è certamente un luogo di raffinata democrazia formale, e poi eletto dai voti di Andreotti.
Ora non era mai successo che i teorici dell’organizzativismo e degli intrallazzi provinciali tirassero poi le file del disegno politico. Già le tessere. Diceva De Mita, nei suoi anni buoni, che le tessere servivano ad occultare i soci. Quello che interessava era la conta. I soci come anime morte, da buttarsi sul tavolo dei congressi o su quelli del dosaggio, Cencelli alla mano, del sottogoverno. Le manovre erano di pertinenza degli azionisti di riferimento, i titolari dei pacchetti.
Il centralismo democratico dei comunisti o dei sindacati avevano poco da insegnare. E a pensarci bene anche tangentopoli svelò i modi della costruzione dei pacchetti di tessere. C’era però in quei padroni del tesseramento, meno bovarismo, una sorta di pudore invece che faceva fare loro dei passi indietro nei momenti decisivi o comunque difficili.
Nenni sconfitto dagli schemi e dalle pseudo politiche di Gatto e Valori, poi, al momento giusto, riprende se pur faticosamente la guida del partito e della politica. Moro nei primi anni settanta stretto e marginalizzato dagli apparati e dalle tessere del correntismo sfrenato, riemerge, in piena crisi post-divorzio, e disegna l’unica strategia politica degli anni settanta. E muore per questo.
Adesso invece è il facitore di tessere Franco Marini che dà il la. E gli altri buoni, zitti o con dichiarazioni filtrate dal minculpop, grati per una sopravvivenza in qualche modo garantita. Rutelli è arrabbiato perché Prodi si è arrabbiato e dice, in un intervista all’Europa, che non dimenticherà: una minaccia o una promessa? Ma il centro così, senza quella sinistra interna che nei momenti difficili inventava percorsi più consoni alla lezione dei cattolici democratici, tutta rivolta a non accontentarsi dell’esistente e a cercare logiche di cambiamento per la liberazione e per l’aumento di cittadinanza, è più che altro un alibi per un potere da raccogliere comunque: anche nella perenne logica dei due forni. In una superfetazione anche di una democrazia cristiana raccontata senza autocritiche e senza sensi di colpa, con il rimpianto della egemonia perduta e addirittura con l’orgoglio degli scampoli di integralismo nefasto, che pur vi furono.
Il centro nella nostra cultura è un metodo che contempera relazioni diverse sul terreno progettuale della giustizia, della libertà, della pace, dei valori della persona, della democrazia sostanziale e di una democrazia governante: il personalismo sociale, appunto.
Era stato il partito popolare ad aver iniziato un riesame di se stessi e della loro politica, per un nuovo inizio, in un rifiuto delle logiche e delle prassi che avevano prodotto un tradimento dei valori.
In una chiara linea di discontinuità. Almeno fino alle malinconie di Martinazzoli, intrise di buonismo e confusione concettuale. Con Martinazzoli ci saremmo tenuti Buttiglione e invece il partito popolare ha detto di no alla vandea cattolica. Con popolari, socialisti, liberali, repubblicani, ambientalisti: questa la Margherita, aperta laicamente a sinistra in una strategia fortemente valoriale. Prima delle tessere?
Cosa resta oggi di questo travaglio? Il respiro che dà Prodi nel raccogliere tutti i segmenti in nome dei valori che possono unire, in nome del paese che vuole cambiare per un nuovo cammino della speranza, della pace, per vivere la nuova Europa con la sua carta dei diritti.
Che è altra cosa del becerume antipolitico di logiche manipolatrici e anti solidaristiche. In un approccio capitalistico materialista e di tipo darwiniano. In una patrimonializzazione di parte dello Stato e con talune carature di regime.
Ma il conflitto resta tutto interno, e l’unità non è dietro l’angolo.
Il gioco è della Margherita? Di Marini e delle sue Milizie? Rispunterà la politica, o torneremo indietro come quando qualcuno distrusse Gargonza.
Zygmunt Barman, il filosofo della modernità liquida, potrebbe chiedersi: "Una volta serrati i ranghi chi mai si accorgerà della minuscola statura dei soldati? E potrebbe rispondere "Si può creare un esercito dall’aspetto terrificante allineando in ordine di battaglia file su file di pigmei…"
***
E' mai possibile che taluni dirigenti del centrosinistra per una poltrona in più, per cavarsi qualche soddisfazione personale, per ripicca (questa è l'impressione che i cittadini percepiscono), per arruolare qualche residuo di ex-partiti, buttino a mare il patrimonio di lavoro, di consenso, di fatica civile che i movimenti e le associazioni hanno costruito in questi due anni e mezzo e che hanno contribuito in modo determinante alle recenti vittorie elettorali? E visto che purtroppo non solo è possibile, ma è avvenuto, a chi si rivolgerà il popolo del centrosinistra per trovare la sua rappresentanza?
Communitas 2002
Augusto Pinochet? Mi ricordo, si mi ricordo…
di Riccardo Orioles
A voi magari non dice niente il fatto che finalmente abbiano arrestato Pinochet, ma per me e per quelli della mia generazione e' un momento che aspettavamo da trent'anni. Pinochet faceva il generale in un paese dell'America Latina, il Cile, sottoposto agli Stati Uniti come, nello stesso momento, la Romania era sottoposta alla Russia. Era un paese povero; l'unica cosa che produceva era il rame ma le miniere erano di proprieta' di corporation americane. Nelle citta' c'erano un sacco di senza casa (i "pobladores"); di sinistra c'erano i minatori e gli studenti delle universita'. Un giorno la sinistra vinse le elezioni…
E sali' un presidente - Salvator Allende - che comincio' a ridare al Cile le miniere di rame. I padroni delle miniere s'incazzarono, molto, e quindi s'incazzo' anche il governo americano e quindi s'incazzarono i servizi segreti americani e organizzarono un bel colpo di stato.
Questo, materialmente, fu fatto dal generale Pinochet; alcuni altri generali rimasero onesti, e lui li fece assassinare. I carri armati di Pinochet circondarono il palazzo di Allende. "Arrendetevi! C'e' un aereo pronto a portarvi in esilio!". Allende e le sue guardie del corpo (che erano giovani studenti del Mir, il Movimiento de Izquierda Revolucionaria) risposero sparando. Infine Allende mori', ucciso da una fucilata. I ragazzi lo sollevarono a braccia e lo deposero sulla poltrona presidenziale, con gran rispetto. Poi tornarono alle finestre e ricominciarono a sparare finche' non furono uccisi tutti.
Allora entrarono gli uomini di Pinochet: in fondo al salone videro il Presidente che li guardava con disprezzo, dalla sua poltrona, la fascia presidenziale sul petto. Nessuno sa se si fermarono un attimo o se gli spararono ancora.
La dittatura di Pinochet, lunghissima e feroce, fu il primo esperimento del dopoguerra di neo-liberalismo globale in occidente. Furono chiamati degli economisti americani (i "Milton boys" della "scuola di Chicago") per "modernizzare" l'economia: via i diritti, pieni poteri ai manager, giu' i salari, su i prezzi.
Da li', la ricetta fu poi applicata in Argentina, in Brasile, in Venezuela (ecco di cosa parlano Chavez e Lula, quando se la prendono con gli americani) e infine nelle metropoli, in America e in parte dell'Europa. I colpi di stato non si fanno per niente, ne' si ammazza la gente per divertimento: tutto e' finalizzato a "salvare l'economia". Poi magari si torna alla democrazia, ma nel frattempo l'economia (cioe' l'econo-loro) e' stata salvata dalle zampacce degli operai, dei poveri e di tutti gli altri sovversivi.
Adesso, dopo tutti questi anni, un giudice meno vigliacco degli altri ha finalmente deciso di incriminare Pinochet per le stragi.
Io penso a un ragazzo che si chiamava Henriquez, Hernando Henriquez, ed era uno studente come tutti noi, fra Parigi e Roma, con l'unica differenza che era cileno, rappresentava il Mir in Europa e dopo il golpe fu richiamato dal suo partito per fare la resistenza in clandestinita'. Spari' per sempre, non si sa quando e dove.
Furono molti a sparire in Cile (e in Argentina, e in Brasile, e in Uruguay) in quegli anni. Io mi ricordo di Hernando perche' e' lui che ho conosciuto (anche Lerner, anche Rossella, anche Panella - ma loro hanno la memoria piu' lieve).
Que viva cientos anos Pinochet, che non tiri le cuoia adesso il vecchio bastardo, che arrivi a farsi un bel po' di galera. Brindiamo a questo, e alle ragazze e ai ragazzi che si schierarono contro di lui. Sono rimasti tutti giovani e lievi, bruciati nei loro venti-venticinque anni.
Uccisi nella maniera piu' feroce: ma non dimenticati.
Pensando a loro, ad Allende sulla sua poltrona, ai ragazzi del Mir, a Hernando, non resta neanche il tempo di disprezzare un po' quei funzionari di polizia italiani incriminati in questi giorni per aver cercato di essere, alla loro modesta maniera, dei piccoli Pinochet.
Riccardo Orioles
redazione@reporterassociati.org
L'intervista rivelatrice
Zio Zanna
Nell'intervista di Rutelli al quotidiano della Margherita, "Europa", del 24 dicembre, c'è una frase dello stesso Rutelli che mi ha colpito:
"Se chiedete a un cittadino: volete un partito unico di tutto il centrosinistra? molti rispondono di slancio: sì, tutti insieme, per sbarazzarci di Berlusconi e questa destra. Ma naturalmente è inefficace sul piano politico. E chi guida la politica deve guidarla verso posizioni giuste, logiche, efficaci e durature."
Be', io ero e sono convinto che sbarazzarsi di Berlusconi e di questa destra fosse un obiettivo, non solo del "cittadino", ma anche, e soprattutto, di "chi guida la politica". Dico di più: se "chi guida la politica" considerasse prioritario un obiettivo diverso - e sembra, visto che lo dichiara lui stesso, che questo sia il caso di Rutelli - allora costui, per semplici considerazioni di democrazia che vogliono come prevalente su tutto le opinioni del "cittadino", dovrebbe farsi da parte e lasciar lavorare chi meglio ne interpreta le volontà.
Ho l'impressione che con questa affermazione, freudianamente rivelatrice, Rutelli abbia manifestato chiaramente le ragioni che hanno guidato lui ed i suoi colleghi della Margherita durante l'incontro che ha portato alla rottura con Prodi. Come dice Concita De Gregorio nell'intervista a Prodi del 22 dicembre sembra che il vero problema che assilla Rutelli sia "Se vincere uniti o se perdere vincendo sull'alleato". Visti i risultati non mi sembra che ci siano dubbi su come Rutelli, in piena sintonia con i vecchi "senatori" dell'ex PPI, voglia sciogliere questo dilemma.
Rutelli, certamente, non avrà il mio voto (se pure lo darò a qualcuno).
www.ulivoselvatico.org/
dicembre 25 2004
Berlusconi meglio di Babbo Natale: 6500 euro di regali per ogni forzista
REDAZIONE
Anche quest'anno il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi ha deciso di fare le cose in grande. Regali costosi per ogni parlamentare, per un valore di circa 6500 euro. Calcolatrice alla mano, considerando che in Forza Italia ci sono oltre 180 Onorevoli, il totale supera abbondantemente il milione di euro.
Sempre che i calcoli fatti dalla stampa europea siano esatti. Già, perchè come sempre più spesso accade, anche questa iniziativa del Cavaliere ha attirato l'attenzione della stampa d'oltralpe, che ha dedicato alla questione numerosi articoli.
"Il premier italiano Silvio Berlusconi ha regalato un orologio svizzero e alcuni gioielli a tutti i deputati e senatori di Forza Italia costretti a lavorare anche durante le feste natalizie per approvare la finanziaria del 2005 - si legge sul francese l'Union - i parlamentari hanno ricevuto i doni durante una cena lo scorso 21 dicembre a Roma: un orologio Longines per gli uomini e una parure di perle per le donne".
Stupore anche sul periodico spagnolo Abc, che ha riportato la dichiarazione rilasciata da un portavoce del partito del premier: "E' un regalo intelligente, pensato per i parlamentari che lavorano tanto e non hanno tempo di andare in palestra".
Secondo il giornale spagnolo, infatti, gli Onorevoli hanno trovato sotto l'albero anche "un tapis roulant ultimo modello, per tenersi allenati senza uscire da casa". Ovviamente, oltre all'orologio per gli uomini e alla collana con orecchini di perle per le donne.
"L'anno prossimo i 180 deputati di Forza Italia saranno i più in forma del parlamento - si legge sull'articolo di Abc, che non risparmia la pungente ironia - in totale ogni onorevole si porta a casa un regalo che vale 6.500 euro. Silvio Berlusconi regalava orologi anche ai dipendenti di Mediaset e Publitalia".www.centomovimenti.com
Items per una diagnosi dei matematici
Ci è stato riproposto recentemente in TV A beautiful mind, pregevole film su John Nash. Io ho in mente un altro film, a tema analogo, italiano, secondo me più pregevole ancora (un capolavoro forse?), di Mario Martone, Morte di un matematico napoletano, interpretato da un grande attore, Carlo Cecchi.
Un altro grande matematico bizzarro, alcolista questo, che finì suicida, realmente esistito. Io ho avuto modo di conoscere un altro matematico, che credo e spero prenderà il Nobel anche lui, dopo un po’ d’anni, e per certi versi simile a questi.
Il fatto è che i matematici, se sono veri matematici, più grandi sono, meno normali sono. Una parte della loro mente, quella cognitiva, funziona in una dimensione diversa (autistica?), fatta di correlazioni simboliche e di necessità e connessioni non usuali ma necessarie, rigorose e assieme fantastiche, mentre l’altra parte quella relazionale, che vive di accordi, di compromessi, di as if, di evidenze apparenti (ecco l’ossimoro, apparently evident), in genere fallisce e crea la situazione catastrofica. Il linguaggio matematico, tradotto in linguaggio relazionale, does not fit, non si adatta, con le sue tessere nell’impreciso ma solido mosaico della comunicazione.
Per questo la figura di John Nash è molto discussa tra coloro che se ne sono occupati. Il suo fallimento relazionale è relativo, e la capacità emotiva era conservata, cosa che in uno schizofrenico non è. Lo schizofrenico si essicca, si contrae mentalmente, il linguaggio ed il pensiero, anche quelli matematici, si scuciono, pressati e sconvolti da frammentazioni, intoppi, deragliamenti, vengono sostituiti da poveri neologismi e non da effervescenti calembour o da illuminazioni fulminanti. Uno schizofrenico non riesce a costruire un corpo teorico coerente e funzionante come fa il grande matematico.
Anche le allucinazioni presentate nel film non sono allucinazioni schizofreniche, frammentarie, asistematiche, discontinue, non precise, iconografiche e con un coerente filo narrativo come le visioni che nel film vengono attribuite a Nash. E nella schizofrenia le allucinazioni sono di solito uditive. Può darsi che nel film siano state presentate così per comodità del regista, che aveva migliori mezzi tecnici per rappresentare allucinazioni visive e coerenti (le immagini rendono di più ad un regista), ma a questo modo vengono a sembrare, da uno stretto punto di vista psicopatologico, più immagini eidetiche, pareidolie, o rappresentazioni mentali isteriche.
E’ difficile, se non c’è il legame narrativo fantastico, che una allucinazione visiva parli anche in modo coordinato: è come avere una pellicola cinematografica con la colonna sonora; due organi di senso con sedi e funzioni così diverse, dovrebbero coordinarsi con grande sincronismo.
Insomma, è più probabile che John Nash non fosse schizofrenico: forse un autismo, del tipo Asperger, o forse, perché no?, semplicemente un matematico geniale, come tutti i matematici geniali, poco evoluto emotivamente, poco maturo e cresciuto sul piano relazionale, fatto diventare un malato da cattivi psichiatri, che non lo hanno capito, che non hanno capito, e lo hanno fatto ammalare con trattamenti sbagliati e invasivi. Chissà?
Comunque, Morte di un matematico napoletano, è un film più convincente, più incalzante, più convincente di questo, diretto e recitato altrettanto bene.
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ROMOLO ROSSI
www.pol-it.org/
Se si è come la maggior parte della
Tempo di crisi per il capitalismo USA?
Patrick Bond
gente arrabbiata che conosco, la prospettiva che l'impero economico USA inciampi, metta un piede in fallo e forse addirittura crolli è proprio la benvenuta.
Così, coraggio! Sembra proprio che stia per aprirsi la stagione del meritato castigo. L'ex governatore dalla Federal Reserve, Paul Volcker, poco tempo fa, quest'anno, ha annunciato che c'è "un 75% di probabilità che, se non cambieranno la loro politica, gli USA vengano colpiti nei prossimi cinque anni da una crisi finanziaria".
Come un mese fa Volcker ha detto al Financial Times: "Penso che il problema adesso consista nel fatto che non c'è una sensazione di crisi. Certo, si può discutere del deficit di bilancio dell'America, se si pensa che questo sia un problema -ed io penso che sia un grosso problema-, ma non c'è una sensazione di crisi, così nessuno vuole stare a sentire".
Forse, c'è appena stato un cambiamento. Il successore di Volcker, Alan Greenspan, ha gettato nel panico i mercati finanziari durante la mini crisi della scorsa settimana, ammettendo che "sembra convincente che, data l'entità del deficit contabile corrente degli USA, da un momento all'altro debba verificarsi una diminuzione della propensione a riequilibrare il dollaro".
L'ex Segretario USA al Lavoro, Robert Reich, lo scorso settembre, ha previsto che "l'opinione dominante è che il deficit di bilancio è destinato a diventare più ampio. Nello stesso tempo l'opinione dominante è che non c'è alcun motivo di credere che il deficit commerciale sia destinato a contrarsi in breve tempo. Di fatto, penso che il dollaro continuerà a scendere e penso che scenderà fino a un certo punto, un punto basso... perché a un certo punto diventa un pessimo investimento".
Una settimana dopo le elezioni, l'ex Segretario al Tesoro Robert Rubin ha accusato Bush di "giocare col fuoco", permettendo al dollaro di indebolirsi attraverso la continuazione del "deficit spending" (spesa in perdita) federale, una combinazione che causerebbe "gravi disordini nei nostri mercati finanziari".
C. Fred Bergsten, direttore dell'Institute for International Economics di Washington (una voce dell'ortodossia pura), ha aggiunto: "Tutti nel mercato sanno che il dollaro è sceso un sacco. La gente comincia a correre verso le uscite".
Questa corsa verso l'uscita potrebbe essere estremamente costosa per la Cina, per esempio, con l'ex funzionario del Tesoro Nouriel Rubini che dichiara alla Reuters, che circa l'8% del suo PIL - cioè 500 miliardi di dollari USA - andrebbe perso, nel caso alla valuta cinese venisse permesso di trovare il suo effettivo valore [attraverso la libera contrattazione sul mercato] e il dollaro perderebbe un ulteriore 20%.
Naturalmente, questo non vuol solo dire perseguire contro gli altri paesi la volatilità del dollaro, che crollerà, scenderà in picchiata e si rafforzerà per strani motivi a breve termine. È necessaria un'analisi strutturale più approfondita.
L'anarchico David Graeber di Yale, fra il serio e il faceto, suggerisce "una divisione sistematica del lavoro, in cui i marxisti criticano la politica economica, ma si tengono fuori dall'organizzazione, e gli anarchici si prendono cura dell'organizzazione quotidiana, ma rinviano ai marxisti sui problemi di teoria astratta: ad esempio, i marxisti spiegano perché c'è stato il crack in Argentina e gli anarchici si preoccupano di cosa fare a riguardo".
Bene, allora, cosa hanno da dire i marxisti e gli altri economisti alternativi a proposito dell'intrecciarsi di problemi finanziari su scala ben più ampia di quella Argentina?
Per iniziare con le diagnosi della situazione, occorre citare quattro scuole di pensiero critico, perché hanno idee molto diverse - e spesso contrastanti - su quello che affligge gli USA e il capitalismo globale: 1) aziende eccessivamente competitive, che abbassano il saggio di profitto; 2) eccesso di fiducia nei mercati finanziari, che oggi si comportano più come un casinò, che come meccanismo di risparmio/investimento; 3) sovrapproduzione di merci, come conseguenza persistente dell'inadeguatezza del potere d'acquisto dei consumatori; e 4) sovraccumulazione di capitale più in generale, un problema che non può essere rimosso all'infinito, ma che un giorno deve fronteggiare la più severa svalutazione.
Nel primo caso, il miglior esempio è il libro, pubblicato nel 2003, dello storico Robert Brenner, dell'Università della California, intitolato "The Boom and the Bubble" ("Il boom e la bolla") e le successive analisi pubblicate sulla New Left Review, sulla London Review of Book, su Against the Current e altre riviste.
Nel secondo caso, i seguaci del defunto economista finanziario USA Hyman Minsky, come David Felix della Washington University e Steve Keen della University of Western Sidney, argomentano che i mercati finanziari inesorabilmente passano dal sostegno al capitalismo, all'ospitalità agli investimenti speculativi, fino a divenire gioco d'azzardo puro nello spirito degli schemi a piramide invertite secondo il vecchio stile "Ponzi" (Charles Ponzi, speculatore finanziario che negli anni 1920 prometteva di raddoppiare in 90 giorni un investimento. Nota del traduttore).
La terza categoria trae ispirazione dall'eredità di John Maynard Keynes, la cui soluzione al "sottoconsumo" implica normalmente credito disponibile e generosi sussidi di stato, così da spingere verso l'alto il potere d'acquisto dei consumatori. Molti economisti radicali negli USA hanno ripreso questa linea di argomentazione, forse perché è politicamente più inoffensiva, che fare appello alla rivoluzione anticapitalista. (Reagan, Bush Senior e Bush Junior potrebbero essere descritti come "Keynesiani militaristi", a causa dei loro enormi deficit di bilancio e dell'edonismo del Pentagono).
Per quanto riguarda il quarto caso, prolifici marxisti classici come Ellen Meikskins Wood nel suo libro "Empire of Capital"(L'impero del capitale, 2003) e David Harvey in "The New Imperialism" (Il nuovo imperialismo, 2004) hanno aggiornato le precedenti importanti descrizioni della sovraccumulazione, fatte da Simon Clarke ("Keynesianism, Monetarism and the Crisis of the State", Keynesismo, monetarismo e crisi dello stato,1988) da Harvey in "The Condition of Postmodernity" (Le condizioni della postmodernità, 1989), di Harry Shutt ("The Trouble with Capitalism", Il guaio del capitalismo, 1999) e di Robet Biel ("The New Imperialism", Il nuovo imperialismo, 2000).
In opposizione a queste c'è una posizione marxista, che tiene conto della forza, dell'ingegnosità e della capacità di sanarsi propria del capitalismo e, soprattutto, riflette sulla debolezza del principale nemico del sistema, la classe operaia. Fra quelli, che sostengono che il sistema non si trova di fronte a una crisi strutturale di sovraccumulazione, ci sono Leo Panich, Sim Gindin e Chris Rude col nuovo "Socialist Register 2005: The Empire Reloaded" (Registro socialista 2005: L'Impero ricaricato), Doug Henwood con "After New Reconomy" (Dopo la new economy, 2003) e Giovanni Arrighi (che critica Brenner) sulla "New Left Reiew" dello scorso anno.
Eppure le contraddizioni interne continuano ad espandersi. La globalizzazione ha prodotto stagnazione economica, non dinamismo. Persino secondo la Banca Mondiale, la crescita del PIL pro capite è caduta dal 3,6% degli anni 1960, al 2,1% degli anni 1970, all'1,3% degli anni 1980, all'1,1% degli anni 1990 e all'1% dell'inizio degli anni 2000.
Inoltre, le stime del PIL sono notoriamente sopravvalutate dall'inclusione del welfare sociale, soprattutto da quando a partire dagli ani 1970 il degrado ambientale è diventato più alto. Si deve anche calcolare il carattere estremamente irregolare dell'accumulazione su scala mondiale, con alcune regioni - l'Europa Orientale e l'Africa - che durante gran parte della fase della globalizzazione hanno sopportato una rapida riduzione del PIL pro capite.
Oppure si consideri un sintomo classico delle crisi capitalistica: il saggio di profitto delle imprese. A prima vista, al lordo delle tasse il saggio di profitto delle imprese USA, che è caduto vertiginosamente a partire dalla metà degli anni 1960, è sembrato recuperare a partire dal 1984, raggiungendo quasi i precedenti picchi del dopoguerra (sebbene si debba dire che, nel recente periodo, l'incidenza delle tasse si sia abbassata).
D'altro canto, il pagamento di interessi da parte delle imprese negli anni 1980-1990 è rimasto a livelli record. Sottraendo le spese per interessi, abbiamo una percezione migliore del rendimento netto a disposizione delle aziende per l'investimento futuro e per l'accumulazione, che in realtà - secondo l'analisi dei marxisti francesi Gérard Duménil e Dominique Lévy (http://www.cepremap.ens.fr ) - rimane di gran lunga più basso dagli anni 1980 ad oggi, rispetto ai periodi precedenti.
Duménil e Lévy scompongono analiticamente le modalità, con cui le grandi aziende USA hanno fatto fronte alla riduzione dell'accumulazione nel settore industriale. I rendimenti industriali, al netto delle tasse, rappresentavano all'incirca la metà dei profitti delle imprese nell'"Età dell'oro" del quarto di secolo successivo alla guerra, ma sono scesi sotto il 20% all'inizio degli anni 2000.
Al contrario, nel settore finanziario i profitti sono cresciuti da una percentuale variabile fra il 10-20% negli anni 1950-60, a più del 30% nel 2000. Nel corso degli anni 1980-90, i finanzieri in confronto ai loro equivalenti non finanziari hanno raddoppiato le loro risorse finanziarie di base.
Cosa vuol dire questo?
Secondo Harvey, le contraddizioni del capitalismo, invece di essere risolte, sono state spostate: sono state ricollocate altrove nel tempo e nello spazio, soprattutto attraverso mercati finanziari iperattivi. Il tempo giustifica l'ampia bolla del credito, che ti permette di pagare ora, attraverso l'indebitamento e la speranza di ricavare in futuro rendimenti tali da coprire la restituzione del prestito.
E l'uso capitalistico dello "spazio" - il dislocamento geografico delle crisi - è propriamente quello, in cui consiste la globalizzazione: permettere che le imprese facciano fronte alla diminuzione dei profitti cercando respiro in regioni, dove le materie prime e il lavoro sono più a buon mercato, dove le regolamentazioni sono meno pesanti e dove potrebbero emergere nuovi mercati per i prodotti. Per questo i profitti delle imprese, ricavati da operazioni globali, sono cresciuti da una media variabile fra il 4% e l'8% degli anni 1950-60 a più del 20% nel 2000.
Dobbiamo riconoscerlo: alcuni problemi, che si trovano di fronte al capitalismo, non sono stati semplicemente differiti o "dislocati". Alcuni brutti colpi - i deprezzamenti delle risorse finanziarie - si sono verificati, negli ultimi 30 anni, in alcune regioni.
Fra questi ci sono la crisi del debito nel Terzo Mondo (prima degli anni 1980 per i creditori commerciali, ma che continua ancora per la maggior parte degli stati e delle società); gli shock finanziari nel campo energetico (a metà degli anni 1980); i crack dei mercati azionari internazionali (1987) e dei mercati fondiari (1991-93); le crisi in quasi tutti i paesi emergenti sul mercato (1995-2002); ed anche le singole enormi bancarotte, che hanno avuto straordinarie conseguenze internazionali.
Alla fine degli annui 1990 esempi di rischiose speculazioni finanziarie deterioratesi in investimenti derivati, inusuali sul mercato azionario, in speculazioni valutarie e cattive scommesse su future compravendite di merci (commodity futures) o su futuri tassi d'interesse (interest rate futures) sono: Long-Term Capital Management (per 3,5 miliardi di dollari nel 1998), Sumitomo/London Metal Exchange (per 1,6 miliardi di dollari nel 1996), I.G.Metallgessellschaft (per 2,2 miliardi di dollari nel 1994), Kashima Oil (per 1,57 miliardi di dollari nel1994), Orange County, California (per 1,5 miliardi di dollari nel 1994), Barings Bank (900 milioni di dollari nel 1995), il governo belga (per un miliardo di dollari nel 1997) e l'Union Bank svizzera (per 690 milioni di dollari nel 1998).
A partire dal 2000, le successive bancarotte di aziende USA su larga scala -ad esempio la Enron, l'Andereson Accounting, la World Com, la Tyco - sono per lo più faccende di corruzione, ma sono anche i sintomi di scommesse finanziarie su mercati immaturi.
Ancor più significativamente, sul mercato azionario USA fino al 2000 c'è stata un'enorme bolla finanziaria della "new economy", che forse è esplosa col crack di Dot Com, che ha completamente distrutto 8,5 miliardi di dollari di ricchezza cartacea solamente negli USA; ma d'altro canto sembra che si stia rigonfiando nel 2003-04, grazie al rientro di investitori privati e a flussi di fondi comuni d'investimento, e, probabilmente, che sia destinata a crescere negli anni futuri, se Bush dà inizio alla privatizzazione del sistema di sicurezza sociale.
Nel 2002 i crack non si sono verificati solo a New York, ma c'è stata una riduzione di 1/3 del mercato azionario anche in Finlandia, in Germania, in Grecia, in Irlanda, nei Paesi Bassi e in Svezia, e altre cadute, più o meno consistenti, in moltissimi altri mercati azionari.
David Harvey fornisce un ulteriore spunto per interpretare le risposte del sistema alla sovraccumulazione e al crollo finanziario. Ispirandosi alle riflessioni di un secolo fa di Rosa Luxemburg sui rapporti fra capitalismo e ambiti non capitalisti, descrive i nuovi sistemi di "accumulazione per mezzo dell'esproprio", cioè essenzialmente il saccheggio dei beni comuni e l'uso del potere extraeconomico per ottenere dei profitti.
I sistemi d'espropriazione oggi attaccano in maniera ancora più esplicita la sfera della "riproduzione", in cui lo sfruttamento si verifica in special modo attraverso i rapporti ineguali di potere fra i i generi. Ciò comporta la "reprivatizzazione" della vita, come argomentano nel loro libro del 2003, "Power, Production and Social Reproduction" (Potere, produzione e riproduzione sociale), i due esperti di scienze politiche della York University, Isabella Bakker e Stephen Gill.
Nel loro insieme, questi concetti permettono ai marxisti di spiegare perché la "crisi capitalista" non determini automaticamente una sorta di collasso dei sistemi di pagamento e i problemi di disoccupazione di massa nel cuore del sistema capitalistico, che si sono verificati nel corso della più importante congiuntura passata di sovraccumulazione, la Grande Depressione.
Secondo l'attenta analisi, condotta lo scorso anno da Greg Albo in "Socialist Register 2004: The New Imperial Challenge", "il rallentamento economico e il neoliberismo, dagli anni 1970 in poi, hanno condotto a un'importante finanziarizzazione dell'economia". Oggi "lo sgonfiamento della bolla finanziaria aggiunge un'altra tensione fra gli USA e le altre regioni, che complicano ogni tentativo di riequilibrio del mercato mondiale".
In questo articolo mi sembra abbiano trovato spazio: alcune citazioni enigmatiche, un pizzico di teoria marxista e una dimostrazione preliminare. Nella prossima rubrica tirerò fuori le statistiche, che dimostrano una nuova tornata di profonda vulnerabilità del sistema economico, per non parlare della gravissima "tensione fra gli USA e le altre regioni". E, se non vogliamo essere costretti a fare ancora una volta un giro sulle montagne russe, come siamo stati costretti a fare alla fine degli anni 1990, ci sono pure da trarre alcune importanti lezioni politiche.
Z-Net.it
De Benedetti va in onda - di Giulietto Chiesa
Il gruppo di punta della borghesia illuminata italiana, insomma, forse si è accorto (con un tremendo ritardo) che la televisione non solo è un business colossale, ma che è decisivo per le sorti politiche del paese. Sulla prima variante si può essere certi. Sulla seconda si può soltanto sperare, per il momento. Ma forse anche loro si sono messi a studiare più attentamente quello che Berlusconi ha ribadito, questa volta gridandoglielo in faccia con il megafono dell'Insetto: la tv è tutto, perchè tutto accade in tv, pirla che non siete altro.
Per la modica cifra di 230 miliardi di vecchie lire (115 milioni di euro) "l'Ingegnere" si è comprato Rete A di Alberto Peruzzo. Cosa ne vuol fare e quali siano gli obiettivi politici ed economici che persegue è ancora tutto da vedere. C'è (e tra questi lui stesso, La Repubblica, cioè ancora lui stesso, e parecchi commentatori simpatizzanti) che tiene bassi i toni, e insiste sul "canale musicale", tipo MTV.
Come dire: state tranquilli, siamo qui per fare business, cioè un canale "tutta musica", sfruttando il ricco parco radio di cui già l'Espresso dispone (Radio D.J.,Radio Capital, M2O), e puntando a fare salire i profitti dai 20 milioni annui di Peruzzo ai 40. Può darsi. Ma facciamo qualche conto semplice: Rete A aveva circa lo 0,2% del mercato pubblicitario. L'Ingegnere non ha certo l'intenzione di ripetere l'esperienza fallimentare di Cecchi Gori, e quella di Tronchetti Provera, che si è arreso all'evidenza nell'estate del 2001, dopo essere subentrato a Colaninno, e si è ritirato in una nicchia, dalla quale non intende disturbare nessuno.
Entrare nel circolo Mediaset-Rai è impensabile: quei due raccattano il 98% del mercato pubblicitario e, con la legge Gasparri, Mediaset raddoppierà la sua influenza attuale, che è già di oltre 3 miliardi di euro. Ma questo non esclude altre vie. E la situazione è mobile sotto molti profili. Dunque non si può escludere un'operazione corsara. Pertanto attenzione ai possibilit sviluppi.
Rete A copre già, analogicamente, l'80% del territorio nazionale, e ha l'autorizzazione a passare al digitale terrestre. Con la tecnologia multiplex compri uno e prendi quattro, cioè al posto di un canale analogico se ne possono avere quattro del digitale terrestre (cioè trasmessi via etere e non via satellite).
I portavoce dell'Ingegnere negano di volersi incamminare verso una tv generalista (come La 7), ma potrebbero pensare (perchè no?, una specie di allenamento preliminare) a un canale informativo all news . Del resto è quello che sta facendo Sky, via etere, e che si apprestano a fare, sul digitale terrestre, sia Mediaset, che Telecom, che Fastweb (usando il calcio).
E poi scaldarsi i muscoli non è una perdita di tempo in vista della prossima, vicinissima (tanto vicina che è già cominciata) privatizzazione della Rai. Il gruppo di punta della borghesia illuminata italiana, insomma, forse si è accorto (con un tremendo ritardo) che la televisione non solo è un business colossale, ma che è decisivo per le sorti politiche del paese. Sulla prima variante si può essere certi. Sulla seconda si può soltanto sperare, per il momento.
Ma forse anche loro si sono messi a studiare più attentamente quello che Berlusconi ha ribadito, questa volta gridandoglielo in faccia con il megafono dell'Insetto: la tv è tutto, perchè tutto accade in tv, pirla che non siete altro. Come potete sperare che io me ne privi per darla a voi? Così hanno deciso che, finchè sono ancora in tempo, sarà meglio comprarsela.
Giulietto Chiesa www.megachip.info
ITALIANI
CERCASI FUTURO
Nell’ultimo rapporto del Censis il nostro Paese sembra aver smarrito l’ottimismo, complice la recessione e il carovita. Ma restiamo un popolo capace di sorprendere...
Adesso è ufficiale: gli italiani hanno finito la scorta di sogni. L’ufficialità arriva dal Censis, il Centro studi investimenti sociali fondato da Giuseppe de Rita, che dal 1964 fotografa la realtà del Paese. L’ultimo rapporto dice che gli italiani non sognano più, nel senso che pensano sempre meno al domani con ottimismo, marinai che "galleggiano" e navigano a vista senza più seguire l’Orsa maggiore dei loro desideri.
Gli italiani, dice il rapporto Censis, hanno paura di impoverirsi e non riescono più a «dominare il futuro». E non c’è soltanto il carovita, la crisi economica, la ripresa che tarda ad arrivare, la sindrome della quarta settimana. C’è qualcosa di più profondo, legato alla struttura del Paese. Dal punto di vista economico abbiamo corso tanto fino agli anni Novanta, poi ci siamo fermati, si sono scaricate le pile, per dirla alla de Rita. Aggiungiamo le «culle vuote», quella che Maurizio Ferrera chiama «l’anoressia riproduttiva» degli italiani, l’invecchiamento della popolazione e avremo il quadro di un Paese nel guado, con sempre meno ottimismo nel sangue. E i nostri ragazzi? Per la prima volta dal dopoguerra nel 2004 gli italiani hanno avuto la percezione che i loro figli faticheranno a mantenere il tenore di vita dei padri, che non miglioreranno come è sempre avvenuto.
Un bello scherzetto per la generazione dei sessantottini che dava l’«assalto al cielo» contro «la legge dei padri» e si è ritrovata socialmente avara nei confronti dei figli: lavoro precario, tardivo, interinale, flessibile, minore tutela sociale e Welfare, carriere bloccate, pensioni più leggere. Ecco la loro eredità. Che ne sarà di un Paese che non sa costruire un futuro per i propri figli? Questo naturalmente a livello generazionale, perché a livello privato i padri pensano ai propri figli. Anche troppo.
Dario Di Vico ed Emiliano Fittipaldi, in Profondo Italia (Rizzoli editore), un’approfondita inchiesta sullo stato sociale del Paese, parlano di una società organizzata «a compartimenti stagni, in cui le caste, le corporazioni, le conventicole riescono ad affermare la forza delle rendite di posizione. Che lavoro fanno, ad esempio, i figli dei presidenti degli ordini degli Ingegneri, dei Notai e degli Architetti? La risposta è facile: hanno rispettivamente intrapreso la carriera di ingegnere, notaio, architetto. E tra i giornalisti succede qualcosa di molto simile. La scuola italiana è poco selettiva, il mercato del lavoro è estremamente rigido e per trovare uno sbocco e guadagnare uno stipendio diventa quasi obbligatorio seguire le orme di mamma e papà». Quando va bene, perché altrimenti l’alternativa è fare le valigie, come ai tempi di Rocco e i suoi fratelli, il film di Luchino Visconti.
L’emigrazione Sud-Nord è un fenomeno tutt’altro che scomparso. Solo nel 2002 sono stati 180 mila i giovani meridionali che si sono trasferiti nel settentrione. La realtà è che gli italiani riescono sempre meno a fronteggiare il futuro. «E se la nostra vita futura», spiega de Rita, «non è più dominabile da noi, non è più decisivo il tempo; e diventa di contro importante la gestione dello spazio».
Quale spazio? I borghi innanzitutto. Non avendo gli italiani mai avuto una vera e propria borghesia, una cultura, un’appartenenza sociale, un orgoglio e una condivisione, una classe dirigente borghese, si accontentano di essere "borghigiani". Sempre più cittadini si trasferiscono in provincia, complici non solo affitti e vita meno cari, ma anche un desiderio di protezione, di rifugio dalle difficoltà. Tanto è vero che per il Censis lo spazio non è solo rappresentato dai centri di provincia ma anche dalle «isole virtuali del reality show», oppure dalla delocalizzazione delle industrie nei Paesi dell’Est, dagli investimenti negli agriturismi, persino dalla cura del corpo, «l’unica espansione spaziale tutta nostra, magari anche tatuaggi e pantaloni a vita bassa, tratti di corpo divenuti spazi da esibire». Ci muoviamo nello spazio perché abbiamo perso la battaglia col tempo.
E così arriviamo al cuore del «nuovo paradosso del sociale italiano: mentre i cittadini scoprono un benessere postconsumista e misurato, mentre sul territorio si espande la creazione di relazioni e di valore, si va stemperando il gusto per il futuro e, nei fatti, si va installando una traiettoria di mediocrità delle aspettative». Ma sarebbe un errore pensare che la prospettiva sia tutta in negativo, che non vi sia possibilità di rialzare la testa e ritrovare il futuro. Gli italiani sono capaci di sorprendere, di rimontare il pessimismo come la Nazionale nel Mundial, di riappropriarsi del futuro, anche se ultimamente lo hanno smarrito e lo stanno cercando.
Francesco Anfossi
famigliacristiana.it
Un caso cinese
Il businessman Liu Chuanzhi
di SILVANO CALZINI
Un mistero avvolto in un enigma, il tutto nascosto in mezzo a un miliardo e trecento milioni di persone: la vecchia definizione che Winston Churchill dava di Stalin mi sembra la più appropriata davanti alla Cina di oggi. Sappiamo che è il più popoloso Paese del mondo, che si trasforma a velocità impressionante, che si sviluppa a ritmi forsennati, che è la terra promessa del business prossimo venturo, ma se dovessimo darne una definizione esatta cominceremmo a farfugliare, a fare dei discorsi contorti e confusi. Intanto lo sterminato mercato cinese fa gola a tutti, è lì pronto ad accogliere chiunque abbia voglia di investire, basta allungare una mano per cogliere i dorati frutti di questo nuovo Bengodi. Fate affari in Cina! Per il resto fatevi gli affari vostri. Sorridete sempre e chiudete gli occhi davanti alle continue violazioni dei diritti umani, turatevi il naso di fronte alle nuove povertà e tappatevi le orecchie per non sentire le voci del dissenso.
E poi la Cina è un Paese comunista? Sì, no, forse, non del tutto. La Cina è un Paese capitalista? Sì, no, non ancora, in un certo senso. Le autorità ufficiali parlano di "socialismo di mercato", tanto per confonderci ancora di più. La cosa migliore per uscire da questo porto delle nebbie è stare sulla notizia, solo i fatti nudi e crudi, con il loro freddo corredo di cifre e numeri possono chiarirci le idee... forse, più o meno, in un certo senso.
Mercoledì 8 dicembre 2004 la Lenovo, società cinese quotata alla Borsa di Hong Kong, ha annunciato di avere firmato un accordo con l'IBM: dopo tredici mesi di trattative ha comperato per 1 miliardo e 750 milioni di dollari la divisione che produce i personal computer del colosso americano. Per chi non l'avesse ancora capito, questa è la Cina di oggi: un Paese con una montagna di dollari che si può permettere di investire nelle più grandi corporation mondiali. Tanto per essere chiari in questo caso i cinesi pagano 650 milioni di dollari in contanti, 600 milioni in azioni e 500 milioni di debiti dei quali si fanno carico, assumono poi 10.000 lavoratori, dei quali 2500 negli Stati Uniti, concedono un partecipazione del 18,9% alla IBM che entra nella Lenovo e trasferiscono il loro quartiere generale da Pechino in America. Un'operazione industriale e finanziaria straordinaria e con un fortissimo impatto sul piano dell'immagine. Il messaggio è chiarissimo: la Cina ormai è talmente integrata nel mercato globale da potersi permettere di piantare la sua bandiera rossa nel cuore del capitalismo. Un'operazione del genere ridisegna gli assetti del mercato mondiale dell'informatica. La Lenovo, in parte controllata dallo Stato e in parte da piccoli azionisti, finora era l'ottava società al mondo con una quota di mercato del 2,2%. Adesso, assorbendo l'IBM, diventa la terza, con un giro d'affari che sfiora i 12 miliardi di dollari. Già così, guardando solo gli aspetti tecnici e ufficiali dell'accordo appena firmato, questa è una di quelle notizie destinate a chiudere una pagina di storia per aprirne un'altra. Andando però a scavare nelle pieghe della vicenda si scoprono altri aspetti molto interessanti e che aiutano a spiegare meglio come è cambiata la Cina negli ultimi decenni. Il presidente della Lenovo è il signor Liu Chuanzhi, un tranquillo ingegnere sessantenne, e fin qui niente di straordinario, ma facciamo un passo indietro come nei vecchi romanzi d'appendice. Siamo nel 1967 e infuria la Rivoluzione culturale con tutto il suo corredo di processi sommari, libri bruciati e campi di rieducazione. Un bel giorno il giovane ingegnere Liu Chuanzhi, di solida tradizione familiare comunista, viene accusato di essere un intellettuale, un nemico del popolo, le guardie rosse lo prelevano e lo spediscono nel Guangdong, nel sud della Cina, a zappare la terra e dare da mangiare ai maiali. Passano gli anni, si spengono le fiamme rivoluzionarie e comincia a soffiare il vento modernista di Deng Xiaoping, così il nostro ingegnere, che nonostante tutto è rimasto comunista, viene chiamato a collaborare con l'Accademia delle Scienze che raccoglie i cervelli più fini dell'intellighenzia cinese e gli viene affidato il compito di fondare una società di computer. Nasce così la Legend, con capitale iniziale di 23.000 dollari versati dall'Accademia, che distribuisce e commercializza i primi elaboratori della IBM in Cina. L'ingegnere Liu Chuanzhi è un convinto sostenitore delle riforme e si dà da fare, così comincia a pensare che i computer la Cina potrebbe anche progettarli e produrli in casa e nel giro di una decina di anni la Legend apre basi operative anche a Shanghai e, particolare interessante, a Huiyang nel Guangdong, proprio dove lui era stato mandato a "rieducarsi" da giovane. I passi successivi sono la quotazione in Borsa nel 1994 e una formidabile scalata al mercato dei computer che permette alla società di scalzare dalle loro posizioni i concorrenti americani, europei e asiatici. L'anno scorso la Legend cambia nome e diventa "Lenovo Group Limited"; a quel punto, con un fatturato di 3 miliardi di dollari, 9200 dipendenti e 4000 punti di vendita, può permettersi di sedere al tavolo delle trattative con l'IBM da pari a pari. Una bella storia, interessante e con tante facce, c'è l'intreccio economico-finanziario, la politica, la vicenda umana, se non fosse vera sembrerebbe la sceneggiatura di un film, con tanto di lieto fine: l'accordo tra Lenovo e IBM è già stato definito l'affare del secolo. E con il protagonista principale, ribattezzato dalle riviste americane "star dell'Asia" e "miglior businessman d'Asia", che raggiunto l'obiettivo decide di uscire di scena, lasciando la carica di presidente al suo vice e quella di amministratore delegato a un americano. Ma chi è questo ingegnere Liu Chuanzhi? Un comunista o un capitalista?
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UN BRAVO RAGAZZO
di Enrico Deaglio
L’inchiesta vecchio stile. Lo strano caso del processo Dell’Utri. È durato sette anni, ma la maggioranza degli italiani non sapeva neppure che fosse iniziato. Il genio della politica e fondatore di Forza Italia era accusato di essere sempre stato al servizio della mafia. Un verdetto destinato ad avere molte conseguenze
Diario pensava di poter uscire con questo numero a verdetto emesso, ma, pur chiudendo in tipografia giovedì mattina, non ce l’abbiamo fatta. Per cui, quando leggerete questo numero, saprete già se Marcello Dell’Utri e Gaetano Cinà sono stati condannati o assolti dall’accusa, per il primo di “concorso esterno in associazione mafiosa” e per il secondo per “associazione mafiosa” tout court (È possibile anche una soluzione compromissoria, basata su attenuanti e prescrizioni).
Saprete anche, perché è previsto per la giornata di venerdì 10 dicembre 2004, se Silvio Berlusconi è stato assolto, condannato o prescritto per la corruzione nel caso Sme.
Quindi chi legge questo articolo, che è una specie di libro giallo, ha il vantaggio di sapere già se qualcuno è stato dichiarato colpevole o innocente. E avrà già visto, dal fragore di tv e carta stampata, quanto il duplice verdetto Milano-Palermo peserà sulla nostra vita politica.
Ma se siete veramente amanti del giallo, non fermatevi al verdetto di una corte. Certe cose non nascono e non finiscono nelle aule giudiziarie. Chesterton, Sciascia, Borges, Ellroy sono nei vostri scaffali.
La terza carica dello Stato. Lunedì 29 novembre la cronaca italiana regalava alcuni fatti connessi. Il senatore Marcello Dell’Utri – il fondatore del partito Forza Italia e braccio destro di Silvio Berlusconi – parlò per più di un’ora di fronte ai giudici di Palermo che si apprestavano a giudicarlo. Erano presenti i suoi figli e il senatore concluse perorando: “Restituitemi alla politica”. L’uomo appariva sinceramente commosso. Era l’ultimo atto pubblico di un processo incredibile, durato più di sette anni.
Poco dopo il ritiro dei giudici in camera di consiglio, le agenzie di stampa batterono un comunicato di poche righe. Il presidente della Camera, Pierferdinando Casini, faceva sapere di aver telefonato all’imputato per attestargli i sensi più profondi della sua stima e della sua amicizia.
Venendo dalla terza carica dello Stato, da un politico prudente e di cui non erano noti rapporti di particolare amicizia con il senatore imputato, il dispaccio d’agenzia suscitò molta curiosità (Un cinefilo lo paragonò all’intervento del senatore del Nevada, Pat Geary, nel Padrino II, a favore di Michael Corleone sottoposto a commissione d’inchiesta. Nel film, il senatore avrebbe fatto volentieri a meno di prendere la parola in quell’occasione).
Silenzio ufficiale invece da parte dell’amico più famoso dell’imputato, il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. Il quale però faceva implicitamente sapere di non tenere in nessun conto una possibile condanna di Dell’Utri: lo nominava, infatti, responsabile del partito con la potestà di organizzare la “vittoria elettorale” di Forza Italia alle regionali e poi alle politiche del 2006.
Una scelta politica netta, che faceva uscire il senatore dal cono d’ombra in cui il processo lo aveva confinato. E una scelta sicuramente logica: Marcello Dell’Utri altri non è che il massimo genio della politica italiana, l’uomo che dieci anni fa riuscì a organizzare in soli tre mesi una forza politica del tutto imprevista e a portarla al clamoroso successo che tutti ricordano.
Due pubblici ministeri della procura di Palermo (Antonio Ingroia e Domenico Gozzo) hanno depositato ai giudici del tribunale di Palermo una sterminata requisitoria; i faldoni – contenenti interrogatori, perizie, intercettazioni, fotografie, documenti contabili, indagini all’estero e quant’altro – occupano più spazio di quanto facciano la raccolte delle varie “commissioni antimafia” che si sono succedute nei decenni, anche se la tecnologia attuale permette di condensare tutto il “sapere accusatorio” nello spazio di pochi cd.
Se la mafia (che notoriamente non esiste) ha sempre lavorato sull’oblìo, sull’impossibilità di ricostruire il passato, sui faldoni che scompaiono, sui magistrati che muoiono portandosi con sé la memoria degli eventi e la capacità di collegarli tra di loro; ebbene se la mafia (che non esiste) è anche questo, allora sicuramente ha nell’elettronica un nemico acerrimo.
La sterminata requisitoria di Palermo è infatti consultabile da chiunque, con semplici comandi su un computer. Vi serve un nome, una data, una perizia? Essa vi compare sullo schermo “in tempo reale” e resta intatta nei meandri metafisici fatti di miliardi di bit.
Noi, che sappiamo tutto di Cogne. Ma, occorre dirlo subito, a tanto lavoro, a tanto tempo e tanto impegno non è corrisposto altrettanto interesse tra le persone comuni. Se milioni di persone oggi in Italia conoscono i più piccoli dettagli del delitto di Cogne (e si sono fatti una radicata opinione sulla colpevolezza o sull’innocenza di Anna Maria Franzoni), praticamente nessuno sa di che cosa parla il processo Dell’Utri e probabilmente moltissimi si sono stupiti quando hanno appreso che era finito, perché non sapevano neppure che fosse cominciato.
Peccato, perché è una delle storie più affascinanti che uno sceneggiatore possa immaginare. Dynasty e Dallas impallidiscono nelle loro beghe provinciali, i reality show scompaiono, Miami Vice è datato: qui si parla di sangue, soldi, stragi, potere, droga, pentimenti, tradimenti, politica, massoneria, cospirazioni. E il tutto coniugato al presente.
È vero, c’è poco sesso e non c’è neppure nessuna donna fatale, ma questo è solo uno scotto al famoso proverbio siciliano a proposito della preminenza del comandare sul fottere. Ma il succo dell’accusa è di quelli che fanno sobbalzare sulla sedia.
I giudici sono stati infatti chiamati a dire se è vero che il senatore Marcello Dell’Utri è stato per decenni ambasciatore di Cosa nostra; se ha tenuto sotto tutela e protetto il giovane imprenditore milanese Silvio Berlusconi, dopo che questi era stato minacciato di morte, per sé e per i suoi figli; se ha organizzato un sempre più stretto rapporto finanziario tra la mafia siciliana e l’impero televisivo, facendoli diventare business partners; e infine se sia stata Cosa nostra, attraverso il senatore, a convincere (o a costringere) Silvio Berlusconi a scendere in campo.
In pratica i tre giudici della seconda sezione del Tribunale di Palermo (Leonardo Guarnotta presidente, Giuseppe Sgadari e Gabriella Di Marco a latere) sono stati chiamati a dirci se, in questo momento, il nostro governo è formato da una Casa delle libertà che comprende quattro partiti, oppure se al Consiglio dei ministri siede in permanenza un altro, ingombrante, osservatore. In questo caso sarebbe un osservatore estremamente discreto: Cosa nostra, infatti, da ben undici anni ha rinunciato alla sua specialità, l’uccisione di uomini politici e di magistrati che l’hanno intralciata.
È uno scenario, ben si capisce, talmente enorme da far tremare le vene ai polsi a chiunque. Certe cose tutti amano vederle al cinema, ma diventano pericolose quando trattano di persone e di fatti vicini a noi. Così, in ben sette anni di processo, nessuno si è alzato per dire: “Signori pubblici ministeri, voi siete pazzi!”, così come nessuno si è alzato per dire: “Le notizie che giungono da Palermo sono di una gravità inaudita!””. Si è piuttosto tenuta una sordina, persino da parte dell’imputato.
E l’imputato, dal canto suo, è davvero un uomo in sordina. Sessantatre anni, palermitano, non alto, grisaglia doppio petto, voce bassa, occhiali di metallo, nessun vizio conosciuto, religioso (versante Escrivá de Balaguer, fondatore dell’Opus Dei), padre di famiglia, lavoratore infaticabile, manager dai successi sconfinati, talent scout della politica, raffinato bibliofilo e collezionista di libri antichi.
Spesso associato all’altro “braccio” di Silvio Berlusconi, tutto lo differenzia però dall’avvocato Cesare Previti, che è invece la vignetta del bad guy: arrogante, prepotente, carnale, materiale, corruttore, evasore fiscale, vitalistico, smodato, uno che alleva aragoste a casa propria e viaggia su uno yacht esagerato. Il secondo grida e minaccia, il primo tende al bisbiglio.
Cesare Previti faceva di tutto per non passare inosservato, ma non ebbe nessun guaio, fino a quando incappò in una biondina di nome Stefania Ariosto. Marcello Dell’Utri, che invece non ci teneva alla ribalta, attrasse l’attenzione di un sacco di persone, fin da quando era giovane.
Questo per dire che quando comparve sulla scena nel 1994 per aver vinto – contro tutti i pronostici – le elezioni politiche con la neonata Forza Italia, molti, e in diversi ambienti, si ricordarono di lui. E se ne sarebbe ricordato bene anche il giudice Paolo Borsellino, se non fosse saltato in aria nell’estate di due anni prima.
“Investimenti al nord”. Aveva 33 anni, il giovane Marcello, e stava ad annoiarsi come dirigente di filiale della Sicilcassa di Belmonte Mezzagno, un paese tra Palermo e Corleone, quando (così dice la storia) un suo vecchio compagno di università a Milano, Silvio Berlusconi, lo mandò a chiamare. Era il 1974. Berlusconi, giovane imprenditore edile in forte ascesa, era stato minacciato dalla mafia (in quegli anni la mafia siciliana letteralmente sottomise, con la paura, l’intimidazione e i sequestri di persona, buona parte dell’imprenditoria lombarda) e chiedeva protezione.
Il giovane Marcello chiese consiglio a un suo mentore, Gaetano Cinà, boss mafioso della famiglia di Malaspina. Insieme organizzarono la sicurezza del “giovin signore” milanese, che affidarono a Vittorio Mangano, capo mafia della famiglia palermitana di Porta Nuova, il quale si stabilì, in qualità di “fattore”, nella fantastica villa di Arcore, che il giovane Silvio aveva appena comprato. Mangano garantì sicurezza e, siccome la villa era molto vasta e molte stanze erano inutilizzate, un’intera ala venne adibita a buen retiro per picciotti e latitanti in transito da Palermo.
Così andavano le cose in quegli anni, a Milano. I siciliani erano pieni di soldi (rifornivano di eroina tutta New York) e cercavano piazze buone per investimenti.
Cercavano contatti, amicizie, affari. Marcello Dell’Utri, ormai buon conoscente della piazza milanese, fu uno di quelli che fece da tramite: con l’allora boss di Catania Antonino Calderone, con i potentissimi fratelli Grado di Palermo, che rifornivano di droga la piazza milanese, con i fratelli Bono che volevano prendere possesso del casinò di Sanremo e con un finanziere del minuscolo paese di Commatino, provincia di Enna, tale Filippo Alberto Rapisarda, che si sistemò improvvisamente in uno dei più bei palazzi di Milano, divenne in breve tempo il terzo immobiliarista d’Italia, costruì una compagnia aerea e poi fallì, truffò, risorse, rifallì, promise memoriali e li smentì, venne colpito in aula da malori.
Richiesto al processo di dare spiegazioni sui suoi incontri, Dell’Utri non li ha mai negati. Andò a cena con trafficanti di droga? Vero, ma lui non sapeva che lo fossero. Vittorio Mangano era un capomafia? Lui lo conosceva come un bravo contadino e addestratore di cavalli. Perché andò a Londra al matrimonio del mafioso Jimmy Fauci? Signor giudice, fu una vera coincidenza, “io ero a Londra per visitare una mostra sui vichinghi”.
L’uomo che non chiamò il 113. Così andavano le cose in quegli anni: il mondo politico chiedeva “investimenti al Sud” per riscattarlo dal sottosviluppo e Cosa nostra aveva invece il problema opposto: trovare ambienti dove investire (o riciclare, a seconda delle scuole di pensiero) l’enorme liquidità accumulata con la raffinazione e il commercio della droga.
Così non vi appaia troppo strano che un giovane imprenditore edile, che si vantava già di essere uno dei maggiori contribuenti dell’erario, non abbia proprio pensato di rivolgersi per chiedere protezione a quello Stato a cui pagava le tasse. Berlusconi non lo fece, anzi alla polizia e alla procura non disse proprio un bel niente che potesse aiutare la cattura di chi lo stava minacciando. Preferì la via, sicuramente più innovativa, della trattativa privata e della protezione garantita dai boss di Palermo; così come, qualche anno dopo, si procurò un’assicurazione aggiuntiva iscrivendosi alla loggia P2.
La seconda particolarità di quel momento è che lo Stato (o almeno parte di esso) era al corrente di quanto andava succedendo a Milano. Per esempio, valenti e intelligenti funzionari della Criminalpol (persone che oggi sono al vertice della polizia di Stato) indagarono a fondo su quegli strani imprenditori siciliani improvvisamente arrivati nella capitale morale d’Italia.
Li pedinarono, li intercettarono per anni e stilarono infine un dettagliato organigramma. Nel quale, manco a dirlo, figuravano anche i nomi di Marcello Dell’Utri e di Alberto, il suo fratello gemello (Nello stesso periodo, valenti e intelligenti funzionari di polizia e altrettanto valenti magistrati, da Palermo seguirono le vie del denaro di Cosa nostra, una curiosità che a molti di loro costò la vita).
La “pistola fumante”. Secondo la ricostruzione dei pm Ingroia e Gozzo, Dell’Utri fu davvero un buon diplomatico e riuscì a mettere in contatto diretto l’imprenditore milanese Silvio Berlusconi con l’uomo che era allora il padrone di Palermo, il capomafia Stefano Bontade. Tipo veramente notevole, il Bontade.
Colto, elegante, giovane, fervente democristiano, massone, detto “il principe di Villagrazia”, il più grande raffinatore d’eroina che la Sicilia abbia mai avuto. Ebbene, il Bontade venne convinto a salire a Milano, a incontrare Berlusconi ad Arcore e a finanziare lautamente l’avventura imprenditoriale del futuro: la televisione commerciale.
Ma la prova – “la pistola fumante”, direbbe Bush – della quota di Cosa nostra nella neonata Fininvest non è stata trovata. Tutti coloro che si sono addentrati nel castello surreale delle holding che allora detenevano la proprietà del gruppo di Berlusconi hanno segnalato l’incongruenza e la segretezza della struttura societaria, ma si sono sempre dovuti fermare di fronte alla mancanza di collaborazione dei vari soggetti chiamati in causa.
Indizi, filoni, nomi, però tanti. Complicati dal fatto che nel 1981 il “principe di Villagrazia” andò all’altro mondo crivellato da proiettili sparatigli dagli uomini di Totò Riina. Secondo i pubblici ministeri di Palermo, l’investimento di Bontade passò nelle mani di Riina e diversi colletti bianchi si incaricarono dell’operazione. Ti amo, ti temo, ho bisogno di te. Ma ora vale la pena illustrare la ricostruzione degli affari del presidente e del senatore, così come viene fatta dai pubblici ministeri. Un rapporto non sempre pacifico.
Si comincia dal 1976, quando il fattore Vittorio Mangano, già due volte arrestato (certa gente non riesce a stare al suo posto e Mangano aveva organizzato addirittura il rapimento di un ospite di Berlusconi in villa) viene licenziato da Berlusconi. Poche settimane dopo se ne va anche Dell’Utri, che costituisce un “danno all’immagine”.
Nel 1981, dopo la pubblicazione degli elenchi degli iscritti alla P2, Berlusconi si ritrova di nuovo esposto ai possibili attacchi della stampa, anche a causa dei suoi rapporti, per certi affari in Sardegna, con personaggi legati alla mafia. La stessa mafia che Dell’Utri gli aveva portato in casa nel 1974 e che lui aveva creduto di allontanare licenziandolo.
Reagisce cercando un rapporto nuovo con quei personaggi palermitani che ormai ha imparato a conoscere e richiamando Dell’Utri al suo servizio.
Intanto Dell’Utri, dopo il licenziamento, aveva attraversato un periodo di crisi e aveva accarezzato l’idea di prendersi un anno sabbatico, di lasciare tutto per trasferirsi in Spagna, a studiare teologia presso l’università di Navarra, o presso i Gesuiti in Italia.
Era stato il solito Tanino Cinà a tirar fuori Marcello dai guai, preoccupato per l’amico (“Si voleva fare prete”, aveva capito). Lo fa assumere da Filippo Alberto Rapisarda, di cui abbiamo già parlato. Dell’Utri diventa dirigente della Bresciano, un’azienda di costruzioni del gruppo Rapisarda, benché egli stesso ammetta con la signora Bresciano di non sapere neanche da che parte si cominci a dirigere un’azienda.
Il suo gemello, Alberto Dell’Utri, viene posto al vertice di un’altra società di Rapisarda, la Venchi Unica. In breve tempo, tutto il gruppo Rapisarda finisce nell’imbuto di un colossale fallimento. Marcello è incriminato a piede libero, Alberto è arrestato a Torino, Rapisarda fugge all’estero, nel Venezuela dei Caruana, grandi trafficanti di droga, e poi a Parigi. Peraltro con il passaporto di Alberto Dell’Utri. E così succedeva in quegli anni che nel cervellone della polizia, se si digitava Rapisarda, si leggeva “alias Dell’Utri” e viceversa.
È di quel periodo una telefonata intercettata tra Dell’Utri e Mangano. Si parla di “cavalli”. Per il giudice Borsellino, che lo dice nella sua ultima intervista prima di essere ucciso, per “cavalli” si intendono partite di droga.
E, se vogliamo addentarci in piena Pulp fiction, possiamo aggiungere che il giro di passaporti Rapisarda-Dell’Utri coinvolgeva anche i sequestratori sardi che diventeranno poi protagonisti del sequestro dell’industriale Soffiantini. E che in quegli anni Silvio Berlusconi fece costruire nella sua villa di Arcore un mausoleo destinato ad accogliere le sue spoglie (in attesa di resurrezione) e che un bel loculo accanto a lui lo destinò a Marcello.
Un grande manager che non sapeva il mestiere. Nel 1983 Dell’Utri è richiamato da Berlusconi, che lo inserisce al vertice di Publitalia 80, l’azienda nata un paio d’anni prima per raccogliere pubblicità per le reti televisioni che trasmettono sotto il segno del Biscione.
È lo stesso Dell’Utri che al momento del licenziamento si era sentito dire da Berlusconi di non essere in grado di dirigere un’azienda. Lo stesso che aveva ammesso i suoi limiti manageriali alla signora Bresciano. Lo stesso che, negli anni con Rapisarda, aveva aggiunto al suo curriculum professionale un’unica esperienza di rilievo: il fallimento della Bresciano. Eppure Berlusconi ora lo pone a capo della sua società più delicata, quella che fa il fatturato per tutto il gruppo. Che cos’era successo?
Proprio negli anni della crisi per le liste della P2, Cosa nostra “si era fatta sotto” di nuovo, e pesantemente, con l’imprenditore di successo ormai entrato nel business televisivo. “Gli stavano tirando il radicone”, racconta il collaboratore di giustizia Angelo Siino: ossia gli avevano fatto forti richieste di denaro.
Bontade era stato sconfitto e ucciso (nel 1981) al culmine della guerra di mafia che lo aveva contrapposto ai corleonesi di Totò Riina. E i Pullarà, della stessa famiglia di Bontate ma alleati dei corleonesi, avevano cominciato a gestire a loro modo le relazioni con la Fininvest. Proprio nel 1983, del resto, Vittorio Mangano viene di nuovo arrestato, nell’ambito dell’operazione antimafia denominata San Valentino compiuta tra Milano e Palermo.
Il ritorno di Dell’Utri nella compagnia del Biscione corrisponde dunque a una fase nuova dei delicati rapporti tra Berlusconi e la Sicilia, a una ristrutturazione dei rapporti tra Fininvest e Cosa nostra, la nuova Cosa nostra di Riina, che eredita e rimodula i rapporti a suo tempo stretti con Bontate. È sempre Tanino Cinà, gran padrino di Dell’Utri, che media questo delicato passaggio con gli uomini di Cosa nostra, offrendo di nuovo Dell’Utri come l’uomo che può risolvere la crisi tra Berlusconi e i Pullarà.
Lo rivelano, dall’interno, alcuni collaboratori di giustizia che raccontano come, a metà degli anni Ottanta, all’orecchio di Riina fosse giunta l’eco della controversia tra Mangano e i Pullarà, motivata dal fatto che questi ultimi gli avevano scippato il rapporto con Berlusconi.
C’era stato addirittura un acceso scontro verbale in carcere tra l’ex “stalliere” e Giovan Battista Pullarà. Il nuovo capo di Cosa nostra decide di estromettere sostanzialmente i Pullarà (anche se, per non scontentarli, lascia a loro una parte dei soldi pagati dalla Fininvest) e di utilizzare quel rapporto a beneficio dell’intera organizzazione.
Alcune cose già acclarate. Viene istituzionalizzato (sicuramente a partire almeno dal 1986) il versamento di 200 milioni di lire all’anno dalla Fininvest a Cosa nostra, ma tornando a impostare i rapporti secondo i principi dell’“impresa amica” e del “regalo”, che sarà infatti puntualmente fatto giungere ai boss con regolarità, e anche negli anni delle stragi di mafia: certamente fino al 1993 o, secondo altri riscontri (tra cui le agende di Dell’Utri che documentano i suoi rapporti con Cinà), fino al 1995.
Il “regalo” passa dalla Fininvest a Gaetano Cinà, da Cinà a Pierino Di Napoli, da Di Napoli a Raffaele Ganci, infine da Ganci a Riina, che poi provvede a ripartirlo tra i vari mandamenti di Cosa nostra “interessati”, come San Lorenzo (nel cui territorio vi è la sede palermitana delle Fininvest) e Resuttana (dove sono posizionate alcune delle antenne siciliane del gruppo).
Che i rapporti siano “distesi” – ben diversi da quelli che di solito intercorrono tra estorsore e vittima di un’estorsione – è testimoniato da alcune telefonate intercettate nel 1986, come quella in cui Cinà, al telefono con Alberto Dell’Utri, gemello di Marcello, racconta delle cassate siciliane inviate per Natale da Palermo a Milano, alla sede della Fininvest: una di questa, grandissima, pesava più di 11 chili e Cinà ci aveva fatto scrivere sopra dal pasticciere “Canale 5, in numero e in lettere”.
Ma Riina non pensa solo ai soldi, ma anche e soprattutto alla “politica”: il vecchio rapporto con Dell’Utri e Berlusconi potrebbe essere un buon canale per arrivare a Bettino Craxi, allora presidente del Consiglio, ipotizza Riina, che comincia ad accarezzare l’idea di mandare un avvertimento alla Dc per i tentennamenti dimostrati nel sostegno a Cosa nostra.
Le antenne siciliane e la “quota” Parmafid. I primi anni Ottanta, quelli del ritorno di Dell’Utri al gruppo Berlusconi, sono anche gli anni in cui la Fininvest sviluppa il suo impero televisivo. Fa incetta di emittenti in tutta Italia: anche in Sicilia, dove nasce Rete Sicilia che ritrasmette i programmi di Canale 5 e che ha nel suo consiglio d’amministrazione, accanto ad Adriano Galliani, un certo Antonio Inzaranto, nominato addirittura presidente senz’altra competenza se non quella di essere cognato della nipote di Tommaso Buscetta; Trinacria tv, che trasmette Italia 1, era invece domiciliata presso la Parmafid, una fiduciaria dietro cui si muovevano personaggi come Joe Monti e Antonio Virgilio, arrestati nel 1983 come colletti bianchi della mafia, considerati i terminali milanesi del riciclaggio di Cosa nostra (condannati in primo grado e in appello, sono stati poi assolti in Cassazione da Corrado Carnevale, allora chiamato “giudice ammazzasentenze”); Sicilia televisiva, infine, l’emittente che ritrasmette Retequattro, è avviata da due fratelli, i costruttori Filippo e Vincenzo Rappa, amici di Dell’Utri poi processati per mafia (il secondo sarà condannato).
La Parmafid è considerata dai magistrati palermitani lo strumento fiduciario attraverso cui Antonio Virgilio gestiva il denaro di Cosa nostra per conto di Pippo e Alfredo Bono, della famiglia di Bolognetta. Ebbene, proprio la Parmafid controlla, fino al 1994, una quota consistente delle holding che a loro volta controllano la Fininvest.
La bomba rispettosa. Il 28 novembre 1986 scoppia una piccola bomba contro la cancellata della sede milanese della Fininvest, in via Rovani. È la seconda: una simile era scoppiata nel 1975.
Dalle telefonate (intercettate) tra Dell’Utri e Berlusconi si capisce che Berlusconi è convinto che sia stato Mangano (che invece è in carcere): “Una cosa rozzissima, ma fatta con molto rispetto, quasi con affetto...”.
E chiede conto di ciò al suo collaboratore, evidentemente considerato il responsabile dell’azienda nel ramo, lo specialista in questo genere di cose. Dell’Utri non delude le attese: il giorno dopo riceve la visita di Tanino Cinà e, con lui presente, telefona al capo per rassicurarlo: “Mangano non c’entra con assoluta certezza”. E poi: “Per quella cosa del botto ho sentito Tanino”. Berlusconi non chiede chi è Tanino, ma prende atto con un monosillabo: “Ah!”.
La spiegazione dell’attentato arriva dall’interno di Cosa nostra. Sono i catanesi di Nitto Santapaola, questa volta, a entrare in campo a gamba tesa: attentati, messaggi telefonici, lettere minatorie.
Ma Riina è stato avvertito ed è d’accordo: lascia fare i catanesi, che potranno magari ritagliarsi una fetta del denaro pagato dalla Fininvest, ma a lui la pressione su Berlusconi serve soprattutto in vista della sua strategia “politica”: lascia che creino problemi a Berlusconi per far poi risaltare le capacità di coloro che li risolvono, cioè Dell’Utri e Cinà, che possono così stringere ancor più il loro rapporto con Berlusconi, che Riina vuole utilizzare come ponte per arrivare a Craxi. Alle elezioni del 1987, infatti, per la prima volta Cosa nostra ritira il suo sostegno ai democristiani e fa affluire i suoi voti al Psi, apprezzato per il suo garantismo.
Una terribile minaccia. Poi l’altalenante rapporto tra Berlusconi e Dell’Utri ha un altro periodo di raffreddamento. Le minacce proseguono, evidentemente perché i mafiosi non sono soddisfatti delle risposte ottenute. Il 17 febbraio 1988 Silvio Berlusconi fa al telefono (intercettato) una confessione drammatica all’amico imprenditore Renato Della Valle: “Sono messo male fisicamente. E poi c’ho tanti casini in giro, a destra, a sinistra. Ce n’ho uno abbastanza grosso, per cui devo mandar via i miei figli, che stan partendo adesso per l’estero, perché mi han fatto estorsioni... in maniera brutta. (...). Una cosa che mi è capitata altre volte, dieci anni fa, e... sono ritornati fuori. (...) Sai, siccome mi hanno detto che se, entro una certa data, non faccio una roba, mi consegnano la testa di mio figlio a me e espongono il corpo in piazza del Duomo. (...) E allora son cose poco carine da sentirsi dire e allora, ho deciso, li mando in America e buona notte”.
Non si sa se poi Berlusconi fa o non fa quella “roba” che gli era stata chiesta. Si sa solo che Dell’Utri, questa volta, non viene licenziato, ma certo viene tenuto a distanza da Berlusconi. Secondo i magistrati palermitani, si ripete la scena degli anni Settanta: Dell’Utri ha rimesso Berlusconi nelle mani di Cosa nostra, eppure le minacce continuano, perché la mafia alza sempre la posta e questa volta vuole arrivare a Craxi.
Nel 1991, subito dopo la sua ennesima scarcerazione, Mangano cerca di riallacciare i rapporti con Dell’Utri e la Fininvest. Ma viene bloccato da Totò Cancemi, capo della sua famiglia mafiosa, che per conto di Riina gli chiede di farsi da parte, in nome del “bene di tutta Cosa nostra”: Riina vuol gestire lui stesso, direttamente, il rapporto con Berlusconi.
Intanto i catanesi continuano le loro pressioni. A partire dal 1990 bersagliano di minacce e attentati incendiari i magazzini Standa di Catania. La reazione è ancora una volta “privata”: nessuna denuncia, nessun pizzo pagato. In realtà alcuni titolari di magazzini in franchising ammettono di avere versato un miliardo. Berlusconi invece nega tutto e minimizza perfino i danni subiti. M
a è Dell’Utri, secondo diversi collaboratori di giustizia, che come al solito s’incarica di risolvere, in maniera riservata, il problema: riceve a Milano un emissario delle famiglie catanesi e poi scende in Sicilia dove nell’autunno 1991 incontra, a Messina, Nitto Santapaola in persona, “per parlare”.
Poi arrivano le uccisioni di Salvo Lima, Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Ignazio Salvo. Poi arriva la stagione delle stragi a Firenze, Roma, Milano. Poi arriva la scadenza elettorale del 1994 e, in uno scenario che tutti davano favorevole al centrosinistra, si inserisce Marcello Dell’Utri che, con gli uomini di Publitalia, fonda in tre mesi un partito dal nulla e deposita Silvio Berlusconi a Palazzo Chigi.
E qui i pm di Palermo danno di tutta la vicenda un’interpretazione che nessun sociologo o politologo aveva mai immaginato; spiegano infatti che non fu decisione di Berlusconi la “discesa in campo”, ma che fu di Dell’Utri, che agiva per il volere di Cosa nostra. Berlusconi fu costretto ad accettare, lui ne avrebbe fatto volentieri a meno (La storia è stata raccontata in dettaglio su Diario del 25 giugno 2004, numero 25).
Tecnicamente, un “pregiudicato”. Ma tanto successo nell’agone politico non ha portato altrettanti riconoscimenti a Marcello Dell’Utri. Certo, è senatore, ma è escluso dai vertici di Mediaset.
In termini tecnici, è quello che si definisce un “pregiudicato”, condannato in via definitiva per false fatturazioni di Publitalia, condannato per estorsione (mandò un capomafia di Trapani a esigere un credito contratto con Publitalia), coinvolto nella condanna per i pagamenti Fininvest a Cosa nostra, nel processo a Pierino De Napoli, indicato addirittura dal Sisde come il possibile obiettivo di un attentato di Cosa nostra, insieme a Cesare Previti (Spiegazione dei nostri servizi segreti: Berlusconi non ha rispettato i patti con Cosa nostra e l’opinione pubblica non si indignerebbe più di tanto se due personaggi che non godono di buona fama restassero sull’asfalto).
Anche i tempi della genialità manageriale sembrano essere finiti. Estromesso da Publitalia (che oggi è praticamente l’unica azienda, nel declino italiano, a inanellare successi), si è lanciato in avventure commerciali fallimentari: Pagine utili, che avrebbe dovuto essere il concorrente di Pagine gialle, è crollato e i cospicui debiti sono stati graziosamente rilevati da Marco Tronchetti Provera.
Il suo settimanale di cultura, il Domenicale, è praticamente clandestino. Un quotidiano popolare, Fatti nuovi, recentemente uscito, ha fatto la stessa fine. Propostosi come uomo di cultura e di libri, il nostro Marcello ha potuto constatare che molti intellettuali italiani sono attratti dal compenso più che dall’idea.
In attesa del verdetto di Palermo, la sua città, quella per cui da giovane si spese nell’organizzare la squadra giovanile di calcio Bacigalupo (dal nome del mitico portiere del Grande Torino precipitato a Superga) ha ricordato che sui quei campi di gioco venivano i poveri e quindi forse anche i mafiosi, ma anche i ragazzi della Palermo bene e ha lasciato cadere, aneddoto tra i tanti, che giocava anche l’attuale procuratore capo Piero Grasso. “Era un ragazzo che ci teneva a non farsi schizzare di fango”.
Post scriptum. L’uomo che non c’era. Il lettore si sarà accorto di una grave mancanza in tutta questa ricostruzione. Non compare infatti mai l’oggetto di tutta la storia, ovvero l’imprenditore Silvio Berlusconi, oggi presidente del Consiglio.
Perché? La sua presenza sarebbe stata decisiva, lo capiscono tutti. Avrebbe potuto spiegare, smentire, confermare, precisare, aiutare la persona che, in fin dei conti, gli è stata sempre vicina e ha testimoniato le tappe della sua ascesa industriale e politica.
Ma Silvio Berlusconi non ha mai detto una parola, in tutti questi lunghi anni. I pubblici ministeri Ingroia e Gozzo lo hanno chiamato a testimoniare, ma Berlusconi non ha voluto presenziare a Palermo. Allora i due pm si sono recati a Palazzo Chigi, perché è privilegio del presidente farsi interrogare nella propria sede istituzionale. I due pm avevano molte domande e gliele hanno consegnate.
Il presidente ne ha preso visione e poi si è “avvalso della facoltà di non rispondere”, come è nel suo diritto (in quanto indagato poi archiviato). Una pratica non dissimile da quella prevista dalla Costituzione americana che permette a chi è sotto accusa di “appellarsi al quinto emendamento”.
Era il 26 novembre del 2003 e la decisione del premier venne praticamente ignorata dalla televisione e riportata in poche righe dalla stampa. Il 7 gennaio, nell’aula di Palermo, Nino Giuffrè, un importante e recente “collaboratore di giustizia” testimoniò sull’incontro tra Berlusconi e il capomafia Stefano Bontade e aggiunse dettagliati particolari.
Nessun giornale, tranne l’Unità, diede rilievo alla notizia. Il 26 gennaio, sul New York Times, si poteva leggere, a questo proposito: “In molti Paesi accuse di tale serietà potrebbero quantomeno condurre a voci di un imminente crisi di governo. Ma in Italia sono a malapena registrate. Decenni di accuse sull’influenza della mafia sulla politica italiana – alcune reali, altre immaginate – hanno intorpidito gli italiani a tal punto che i quotidiani, piuttosto che a questi fatti, preferiscono dare più spazio alle notizie sul maltempo”.
Vi ha interessato questa storia? Che idea vi siete fatti dei protagonisti, del clima, dell’epoca? Come avete accolto il verdetto?
Enrico Deaglio
www.ilbarbieredellasera.com
Le capitali dell'immaginario
Paola Casella
Quante volte abbiamo viaggiato in luoghi lontani attraverso le immagini che ci appaiono sul grande schermo? Siamo stati in Vietnam con Apocalypse Now e nel Far West con gli spaghetti western di Sergio Leone - o almeno così abbiamo creduto, finché qualche guastafeste non ci ha informato che il Cuore di tenebra di Coppola è stato ricreato nelle Filippine e che Leone girava in Ciociaria. Il bello del cinema è proprio questo: non farci conoscere il mondo come è, ma come qualcuno l'ha immaginato, facendo leva sia sulle nostre attese che sulla nostra ingenuità.
Per questo anche le metropoli europee sono state rilette dal cinema in modo al contempo originale e folcloristico, come città dell'anima e insieme come capitali dell'immaginario collettivo. Di solito, succede quando è uno "straniero" a descrivere cinematograficamente un certo luogo, qualcuno estraneo alla realtà quotidiana di quell'ambiente, ma suggestionato dal suo fascino, così come è stato codificato nel tempo e nella fantasia della gente.
La Parigi di Moulin Rouge, ricreata dall'australiano Baz Luhrman, è un misto fra un quadro di Toulouse-Lautrec e una di quelle peccaminose cartoline che, nei primi anni del secolo, facevano da antesignane alle riviste pornografiche di oggi. Una Parigi bohemienne che era già apparsa nei musical di Vincente Minnelli e nei melodrammi di Richard Brooks, una ville lumière dove le luci, anche quelle dei lampioni dei quay, erano sempre rifettori di scena.
La Londra di La vera storia di Jack lo Squartatore è la stessa dei tanti Doctor Jekyll immaginati dal cinema americano dagli anni Venti ai giorni nostri, la stessa del Dracula di Coppola: nebbiosa, equivoca, a metà strada fra il rigore puritano e la perversione nascosta - di qui il proliferare di mostri dalla doppia identità, pronti a tirare fuori il proprio lato oscuro alla luce offuscata dei lampioni che, non più riflettori di scena, diventano, nell'Inghilterra di inizio secolo, barlumi di verità che attraversano una cortina di fumo.
La Vienna del cinema è ancora e sempre quella della Principessa Sissi, nostalgicamente imperiale, fastosa e dorata, nulla a che vedere con la vera capitale austriaca che, pur bellissima, è essenziale ed austera. Lisbona al cinema è un mito musicale (Lisbon Story di Wim Wenders), Ginevra è un paradigma di precisione e di esasperante pulizia esteriore (Film rosso di Kieslowski). Madrid è la capitale dell'equivoco dei film di Almodòvar, un caotico coacervo di identità ambigue e conflittuali. Berlino non è una realtà urbana ma un simbolo: di degrado morale (Berlin Alexanderplatz di Fassbinder), di devastazione postbellica (Germania anno zero di Rossellini), di fantasmagoriche possibilità (Il cielo sopra Berlino di Wenders).
Infine Roma è raccontata nel modo più indelebile da due "provinciali", l'emiliano Fellini e il friulano Pasolini, che ne innalzano a mito cinematografico principalmente i difetti: la cialtroneria in Fellini, la "coattaggine" in Pasolini. Niente a che vedere con la Roma oleografica raccontata dai film americani, o quella, altrettanto stereotipata, dei Poveri ma belli anni '50.
Nessuna di queste città immaginarie è esattamente quella che è, ma è quella che ci aspettiamo, che il cinema ha creato per noi, e che adesso si sovrappone alla realtà, qualche volta obliterandola. Tant'è vero che, quando vediamo sul grande schermo una città diversa da quella che ci è stata raccontata, magari più vera (un esempio per tutti: la Milano mitteleuropea di L'aria serena dell'Ovest), fatichiamo a riconoscerla, e quasi quasi, ci rimaniamo male.
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Bam, la città fantasma
Dopo il terremoto di un anno fa Bam cerca un motivo per tornare ad esistere
Scritto per noi da
Narghes Bajoghli
Dopo che un orrendo terremoto ha distrutto la città in 14 secondi, inghiottendo 40000 dei suoi abitanti e lasciando i superstiti dolenti e malconci con il difficile compito della ricostruzione, Bam assomiglia alla città fantasma del peggiore degli incubi. Appena sono scesa dall’aeroplano, distruzione, macerie e rovina mi hanno accolto con una violenza che pareva che il terremoto ci fosse stato la settimana prima. Guidando attraverso la città, ho intravisto persone che ricostruivano le proprie case e cercavano invano di far rinascere la città, un tempo piena di vita. In tutti gli angoli c’era gente che trasportava i mattoni degli edifici distrutti nel tentativo di costruirsi un rifugio sopra la pila di quanto dei loro averi erano riusciti a recuperare scavando tra le macerie della terra distrutta. In tutte le strade gli scheletri degli edifici giacciono in pezzi sul terreno, mentre per alcuni sembra che Madre Natura abbia premuto il pulsante “pausa”, congelandoli nel loro crollo. In pausa sulla strada della distruzione e della morte, ricordando ai superstiti i momenti nei quali ciascun singolo palazzo si è piegato su se stesso, sgretolandosi sui loro cari e cambiando la realtà di questa città in quattordici secondi.
Quattordici secondi. “Quanto è ridicolo pensare che quattordici secondi hanno cambiato le nostre vite. Prova a immaginare di addormentarti una notte e svegliarti la mattina dopo con l’80% dei membri della tua famiglia morti,” mi ha detto Maliheh mentre camminavamo tra lo sporco, i mattoni, le pietre e le memorie che un tempo proteggevano la casa che ora è aperta e violata. La chiara melodia del suo accento di Bam riempie lo spazio vuoto dove un tempo si trovavano case e negozi. “A Bam dicevamo sempre che i nostri alberi di datteri ci avrebbero protetto. Ciascuna di queste palme ha forti radici e credevamo che avessero intrecciato uno strato protettivo sotto la superficie della terra, che ci avrebbe protetto dai terremoti. Quanto ci sbagliavamo.” Le lacrime nei suoi occhi tradiscono la sua voce dolce e sicura. La sua pelle scura, baciata dal sole, è comune in questa regione del paese, ma le mancano la brillantezza e la luce che un tempo probabilmente possedeva. Maliheh, 22 anni, prima del terremoto gestiva un centro culturale con un amico. Ora lavora con una ONG, SIB (Soccorso e assistenza per Bam), e insegna attività artigianali come la tessitura di tappeti a donne, uomini, bambini. Trascorrendo del tempo con lei ho scoperto il suo animo forte, che rifiuta di rimanere sotto le macerie della sua amata città: “È difficile vivere qui e camminare per queste strade ora, sapendo com’era prima. È difficile vedere le macerie che stanno al posto della vita che avevamo. Ma non abbiamo altra scelta che ricostruire. Posso stare seduta in casa e affogare nella depressione, o andare avanti. E io scelgo di andare avanti.”
Maliheh e le otto persone della sua famiglia vivono in una delle case provvisorie costruite dal governo per i superstiti del terremoto. Tutte le persone con cui ho parlato a Bam dicono che queste case sono un fallimento e uno spreco di denaro. Le “case”, di fatto una stanza per famiglia, sono costruite su campi estesi; poche famiglie di Bam ci vivono effettivamente; alcune sono vuote, e altre sono abitate da gente che è venuta a Bam dalla campagna sfruttando la possibilità di avere un’abitazione gratis. La maggior parte degli abitanti di Bam che possedevano una casa preferiscono vivere nelle baracche e nelle tende, fornite dal governo e dalle ONG, vicino alle rovine delle loro case. Sebbene l’acqua corrente e l’elettricità siano state riattivate poco dopo il terremoto, il governo si sta muovendo molto lentamente per ricostruire davvero la città.
Macerie e droga. Nei tre giorni che ho trascorso a Bam, viaggiando in lungo e in largo per la città e i villaggi circostanti, non ho visto un bulldozer, niente che almeno rimuovesse le macerie. Parlando con un impiegato del governo all’aeroporto, il mio collega e io gli abbiamo chiesto dei lavori di ricostruzione. Abbiamo chiesto dove si trovano gli edifici ricostruiti perché volevamo fare delle fotografie, ma lui ha risposto che il governo sta ricostruendo i villaggi prima di occuparsi di Bam. Se n’è andato via di fretta, cosciente del fatto che può forse prendere in giro la televisione di stato che si vanta delle imprese di ricostruzione, ma non due cittadini coinvolti che sono venuti a vedere con i loro occhi la ricostruzione, o la mancanza di ricostruzione, di questa città. Sebbene anche i villaggi siano stati danneggiati dal terremoto, è niente in confronto al quasi totale annientamento della città di Bam. Per questo, la maggior parte degli abitanti deduce che il governo non li aiuta a sufficienza, e quindi decidono di ricostruirsi le case per conto proprio. Alcuni ci riescono, ma per molti l’altissimo livello di utilizzo e di dipendenza dalla droga in questa città ostacola l’efficacia dei tentativi di ricostruzione. La provincia di Kerman, dove si trova Bam, ha sempre avuto una estrema diffusione dell’uso di droga a causa della sua posizione lungo una rotta di contrabbando e la dipendenza dalla droga è cresciuta in maniera esponenziale dopo il terremoto, soprattutto a causa dei prezzi bassi e della grande disponibilità.
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Bush, Bin Laden e il petrolio
Sbancor - Geopolitica 24.12.2004
Nessuno ha finora notato l'avversione verso l’alcool che accomuna Bush, cristiano rinato, e Bin Laden adepto wahabbita...
Se fosse ancora vivo, Plutarco non avrebbe avuto esitazioni a scrivere le “Vite Parallele” di Bush e Bin Laden. Come in una antica leggenda l’uno infatti non fa che inverare i fantasmi dell’altro, in un gioco di specchi e porte aperte e chiuse degne di una commedia attica. Eppure Plutarco, ultimo dei grandi sacerdoti ellenici, avrebbe avuto qualche difficoltà a capire la “religiosità” dei due protagonisti. Ad esempio nessuno ha finora notato la comune avversione verso l’alcool che accomuna Bush, cristiano rinato, e Bin Laden adepto wahabbita. E ve lo dice chi dell’alcool ha lunga e non pentita esperienza. Ad entrambi manca quello spirito dionisiaco e panico, che solo una lunga ed accorta distillazione può dare. Entrambi troppo attaccati al proprio “io astemio” per poter liberamente delirare, con le innumerevoli forme che l’essere può prendere, saggiamente diluito appunto, in una miscela alcolica. Vero è che non c’è più pericoloso alcolizzato dell’astemio, sempre pronto – senza neppure la giustificazione dell’ubriachezza – a prendere per verità i suoi deliri.
Insomma è sapienza volgare, ma non per questo meno attinente, il dire che un ottimo Martini o Alerxander o, se più vi piace un Bloody Mary, avrebbe fatto del gran bene ai due forsennati protagonisti della III° o IV mondiale guerra che, con insulsa vanità, si propone di insanguinare il già provato pianeta.
Fuggiti dai concreti piaceri del vitigno, i nostri, (si scusi il termine) eroi sembrano prediligere il petrolio, ancorché il vino o i distillati, ad oggetto delle proprie smisurate brame. Entrambi con un unico e coerente obiettivo: farne aumentare il prezzo.
E di petrolio dunque si parli, visto che non abbiamo di meglio. L’oro nero, sommamente inquinante e a differenza dell’oro, di vischioso ed insalubre aspetto, attraversa una delle sue cicliche fasi di scarsezza. E non perché non ve ne sia abbastanza sulla terra, anzi sotto la terra. Finirà ben prima il genere umano del petrolio, se non pone fine alla dissennatezza di usarlo come principale fonte di energia.
Sul petrolio si dicono molte sciocchezze. Modelli matematico statistici che ne prevedono la fine entro pochi anni, congiure di palazzo della famiglia Saud, apocalittici scenari sui consumi cinesi. Ripeto: molto probabilmente sarà il petrolio a mettere fine al genere umano, ma non per la sua scarsità, semmai per la sua abbondanza e per il suo uso scriteriato. Il fatto è che le riserve mondiali di petrolio sono oggi un multiplo di quelle che erano negli anni ’70, quando già gli apocalittici del Club di Roma volevano convincermi ad andare in bicicletta. Riaffermo: la bicicletta è sicuramente salubre, ma con il petrolio non ha nulla a che vedere.
Ed allora, come diceva il banchiere Mattioli, facciamo due conti. La domanda mondiale di petrolio nel II° trimestre 2004 è stata 80,90 milioni di barili/giorno, contro i 79,77 del 2003. Un po’più di 1 milione di barili di domanda. Circa 1 milione di barili ne ha assorbiti la Cina, che è passata dai 5,55 del 2003 ai 6,57 del II° trimestre 2004. La domanda cinese ha “fatto” il mercato nonostante che il suo “peso”, in termini di incremento di domanda sia pari all’1,25% del mercato.
Troppo poco per spiegare gli incrementi di prezzo.
Ed allora cos’è che spinge in alto i “prezzi del greggio”?
Da economista risponderei:
1) il grado di utilizzo degli impianti, che è superiore al 96%: troppo alto. I mancati investimenti dovuti al “basso” prezzo del petrolio degli anni ’90 fanno sentire il loro effetto con un “gap” temporale di 5/10 anni, che è assolutamente “normale” nell’industria petrolifera. 2) La guerra “irachena”: il cui effetto è però relativo. Nei primi nove mesi del 2004 infatti la produzione si è stabilizzata su 2,4 milioni di barili giorno, nonostante gli attentati. E vero che l’Iraq può superare i 4 milioni di barili giorno, ma è comunque sopra la media degli 1,3 del 2003, anno di guerra. Gli attentati per ora hanno inciso soprattutto sul trasporto via autobotte e sulle interruzioni delle pipelines, più raramente sulla produzione 3) La contesa sulla “Yukos” fra Putin e la mafia russa, dove Putin rivendica tasse non pagate dal colosso petrolifero per un ammontare tale da farlo fallire. La Russia infatti è il secondo produttore mondiale di petrolio e la Yukos è la più grande compagnia petrolifera del paese. Ora ri- nazionalizzata, con un colpo di mano giusto prima della fine dell’anno. 4) Le crisi in Venezuela e Nigeria, che assommate alle precedenti hanno un influenza maggiore del peso relativo dei due paesi sullo scacchiere internazionale.
Questa congiuntura pone l’Arabia Saudita, primo produttore al mondo di petrolio, e paese più ricco di riserve accertate, cioè disponibili, in una condizione di arbitro del mercato mondiale. 9.500 milioni di barili giorno esclusi i condensati. E possono arrivare a 12 milioni di barili, in caso di crisi
E i Saud sono il vero mistero. Chi dagli anni ’70 abbia seguito le sorti della dinastia, sa che le strategie saudite sono almeno doppie, quando sono a corto di idee. Unica provincia dell’Impero che può dialogare direttamente con il sovrano, l’Arabia Saudita può disorientare anche gli analisti più accorti. I legami d’interesse e i conflitti con l’imperatore, i rapporti fra la Casa dei Bush e la Casa dei Saud costituiscono la vera chiave interpretativa degli ultimi 30 anni di Storia. (Si veda in proposito l’ottimo libro di Robert Bear – ex agente CIA – “Sleeping with the Devil”, ora tradotto anche in italiano).
Ho incontrato dei Sauditi a uno di quei convegni internazionali che fanno la gioia dei banchieri. Solerti promettevano petrolio a non finire. Il balletto intorno alle cifre delle riserve di petrolio saudite era impressionante. Un dato però risultava certo: in un orizzonte di tempo di cinque-dieci anni i giacimenti di petrolio saudita rappresenteranno l’unica vera “valvola” sul prezzo. Soli i sauditi infatti possono aumentare immediatamente la produzione fino a due milioni di barili giorno. E due milioni di barile giorno sono la differenza fra un mercato del greggio “corto” o lungo. Fra 30 dollari barile e 150 dollari al barile. Gli americani lo sanno. I sauditi anche. Bin-Laden pure.
Il vero problema è che, all’interno degli oltre 50.000 principi che formano la casa reale dei Saud, è difficilissimo distinguere i filo-occidentali dai seguaci di Osama Bin Laden E il motivo è semplice, per quanto sconcertante: sono le stesse persone.
(Continua…)
www.rekombinant.org/
Maureen Dowd
La libertà è disordine parola di Rumsfeld
Con i soldati in Iraq il ministro della Difesa Usa ha usato lo stesso tono malvagio con cui parla ai giornalisti
Urrà! Alla fine Rummy s'è preso un cicchetto, non dal presidente ovviamente, ma dalle truppe che stanno combattendo in Iraq. Alcuni di loro ne hanno abbastanza: non ne possono più di quello che George W. Bush ha ormai fatto diventare un vero e proprio servizio di leva, non tollerano di non essere stati adeguatamente equipaggiati per l'utilizzo dei loro Humvees, sono stanchi di essere praticamente costretti a improvvisare con ciò che definiscono 'attrezzatura da montanari'.
Rumsfeld ha incontrato le truppe a Camp Buehring, la base che porta il nome di Chad Buehring, il colonnello dell'esercito americano morto lo scorso anno a Baghdad in seguito all'esplosione di una granata che i ribelli lanciarono con un razzo sull'Al Rasheed, un hotel della zona verde una volta frequentato da giornalisti occidentali e funzionari amministrativi e ancora oggi chiuso al pubblico perché, nonostante le solari affermazioni di Bush riguardo un decisivo trionfo degli Stati Uniti, la sicurezza in Iraq si va inesorabilmente deteriorando.
Come ha detto Joe Biden al ritorno dalla sua visita a Falluja ad Aaron Brown della Cnn, "gli americani hanno distrutto il nido più grande, ma le vespe sono volate altrove e hanno costruito altri nidi da altre parti". Biden ha anche raccontato di un generale che, volendosi confidare con lui, gli è corso dietro mentre il senatore si trovava già a bordo del suo elicottero: "Senatore, chiunque le dica che qui non abbiamo bisogno di forze è un bugiardo".
Rumsfeld, a ogni modo, non ha esitato a congedarsi con un semplice gesto della mano dai soldati che stavano per andare a rischiare la propria vita in qualche luogo in cui non si scomoderebbe certo ad andare.
Thomas Wilson, il coraggioso soldato del Tennessee che ha chiesto perché mai i soldati dovessero scavare nelle locali discariche alla ricerca di pezzi di metallo da rottamare e fare compromessi per ottenere un vetro antiproiettile e altre attrezzature per equipaggiare i veicoli in modo adeguato, perché tali risorse non fossero state messe subito a loro disposizione, è stato trattato da Rumsfeld come fosse un molesto fastidioso reporter del Pentagono. Il ministro della Difesa ha usato lo stesso tono freddo, malvagio e sanguinario con cui parla alle conferenze stampa. Rumsfeld ha detto e fatto di tutto, a parte schiaffeggiare il giovane che giaceva in un letto d'ospedale.
Tra i tanti assiomi scontati e superficiali da lui pronunciati, tra cui ricordiamo "nulla è perfetto", "la libertà è disordine" e "le cose succedono", Rummy ha spiegato al soldato Wilson: "Com'è noto, si va in guerra con l'esercito che si ha a disposizione".
Oltre a non essere uno slogan valido ed efficace per l'esercito, si tratta di una risposta piuttosto infelice, specialmente se rivolta a uno di quei ragazzi che ogni giorno rischia di saltare in aria in una guerra che l'amministrazione Bush ha nutrito a forza di bugie. Ricordate quando il presidente promise in campagna elettorale che le truppe avrebbero avuto tutta l'attrezzatura e l'equipaggiamento necessari?
Questi giovani sono andati in Iraq credendo alla 'pappa' che gli è stata preparata e proposta; gli è stato fatto credere che sarebbero stati coinvolti in una battaglia breve, che avrebbero ricevuto fiori, cioccolata e gratitudine. Al contrario, sono stati spinti in una guerra lunga e selvaggia senza le truppe e i mezzi necessari a sopravvivere perché, secondo i piani dei neoconservatori del Pentagono, trasformare l'Iraq in una democrazia sarebbe stata una passeggiata.
I sogni di Rumsfeld sono destinati a restare sogni. Ma è immorale intrappolare le nostre truppe in una guerriglia senza fornirle dell'equipaggiamento necessario ed essenziale a salvargli la vita solo perché un pugno di funzionari mai stati in guerra possa testare le proprie teorie.
Come ha fatto quella pericolosa testa di rapa di Rumsfeld a conservare il proprio posto di lavoro? Deve aver sostenuto che per via della campagna elettorale del presidente, le forze armate erano obbligate a fare ciò per cui sono state addestrate: radere al suolo Falluja e altre roccaforti ribelli. Deve aver detto a George W. di meritare un'altra possibilità e di volerci riprovare dopo le elezioni. A George W. piacciono i funzionari che nutrono i propri resoconti di storie avventurose piuttosto che di fatti scomodi.
Il presidente adora travestirsi e giocare a fare il soldato. Per sostenere i marines di Camp Pendleton alle prese con un esteso e prolungato dispiegamento di forze in Iraq, si è bardato con una giacca stile generale Dwight Eisenhower nel giorno dello sbarco in Normandia, con tanto di decorazioni, un grosso simbolo presidenziale su un bavero, il proprio nome e titolo di 'Comandante supremo' sull'altro.
Quando si è trattato di indossare un'unifome, di andare in luoghi in cui il nemico era invisibile, dove non c'era strategia d'uscita e su cui il nostro governo non ci diceva la verità, George W. non si è mostrato molto favorevole. Ma ora che si tratta solo di mascherarsi per incoraggiare il morale delle truppe che avanzano in luoghi in cui il nemico è invisibile, dove non c'è strategia di uscita e su cui il governo non ci dice la verità, ehi! 'è davvero una figata'.
'The New York Times' - 'L'espresso'
traduzione di Rosalba Fruscalzo .
L'economia sociale, una vecchia storia
L'economia sociale non è un fenomeno nuovo nato con l'altermondialismo, né un ghiribizzo da utopisti. Una valutazione sui profili di un settore in cui il profitto non è la regola.
L'economia sociale, figura nuova dell'economia? Non tanto. Radici d'economia sociale si ritrovano già nel Medio Evo, con le corporazioni, le confraternite e le associazioni in particolare. Trovano peraltro una ancor maggiore fonte d’ispirazione col cristianesimo sociale. Ed è all'inizio del XIXesimo secolo, come reazione alla brutalità della rivoluzione industriale, che cominciano ad apparire i suoi primi teorici. Ecco così che il socialismo utopico di Saint-Simon disegna l’idea di un sistema industriale il cui l'obiettivo sarebbe di poter dare alle classi lavorative, unite in associazioni di cittadini, il maggiore benessere possibile. Inseparabile dunque dalla storia del movimento operaio, l'economia sociale trova la propria identità anche senza la sua secolare resistenza alle costruzione di una società fondata sul profitto.
Strumento di lotta contro l'esclusione
Nella seconda metà del XXesimo secolo primo shock petrolifero, crisi economica e crescita della disoccupazione hanno contribuito a rinforzare dovunque il suo ruolo, con modalità differenti secondo i paesi. In Spagna come nel Regno Unito le restrizioni di bilancio hanno condotto le collettività, per esempio, a privatizzare una parte dei loro servizi sociali. Le imprese commerciali si sono impossessate allora della parte lucrativa della domanda, lasciando alle associazioni il settore non monetarizzabile. In Francia ed in Italia, invece, non si è constatato alcun disimpegno finanziario da parte dello Stato.
Ormai strumenti di lotta contro l'esclusione sempre più numerosi con la crisi degli anni ’80 e vettori di innovazione, le imprese sociali rappresentano spesso una risposta ai nuovi bisogni, difronte all'incapacità delle amministrazioni e delle comunità locali e territoriali ad immaginare e metter in opera soluzioni efficaci. Una nuova forma di economia sociale è nata allora: l'economia solidale.
Solidale, ma non a sinistra
Questa nuova economia, nel vero senso della parola, riannoda per certi aspetti alcune delle tradizioni operaie di lotta alla miseria. È nel suo seno che si trovano le organizzazioni più attive, ma anche le più fragili: imprese d’inserzionisti; coordinamenti di quartiere che si preoccupano del miglioramento della qualità di vita e dell’habitat; associazioni intermedie che assumono persone in difficoltà per assicurarsi dei compiti non tenuti in conto dal settore privato tradizionale; piccole cooperative che assicurano dei servizi più vicini: ristorazione, trasporto di pasti a domicilio per i dipendenti, stiratura, pulizia, cucito, aiuti in casa.
Peraltro, l'economia sociale intrattiene coi partiti di sinistra e con le organizzazioni sindacali relazioni complesse, e la si ritrova all’interno di alcune loro strategie, attuali o future. In Europa, la forza dei partiti socialdemocratici, ma anche democristiani, ha riposato tradizionalmente sui rapporti con sindacati, cooperative e mutue. Capita tuttavia che talvolta, malgrado le apparenze, i sindacati ed i partiti politici di sinistra non facciano dell'economia sociale una questione degna di reale attenzione.
8,8 milioni di impieghi
Oggi, che rivestano la forma di mutue, cooperative, associazioni o fondazioni in Francia, Italia, Spagna e Germania, oppure di self-help organizations, di charities o di non-profit organizations nel voluntary sector in Gran Bretagna, gli attori di questa economia rappresentano per la vecchia Europa dei Quindici, un numero di impieghi stimati attorno agli 8,8 milioni, di cui il 71% vien fornito da associazioni, il 3% da mutue, ed il 26% da cooperative (1).
Ed in futuro? Uno statuto di società cooperativa europea è stato già adottato nel luglio 2003. A partire dal 2006, anno della sua entrata in vigore, dovrà permettere la nascita di progetti cooperativi sovranazionali, permettendo di conservare gli statuti esistenti nei paesi membri.
Considerata dall’Unione Europea come un “peso massimo” dell'economia, così come come uno straordinario giacimento d’impieghi, l'economia sociale rimane un settore ancora troppo poco visibile tanto ai cittadini che alle autorità pubbliche. Questa visibilità verrà forse con la dinamica iniziata dai nuovi paesi membri dell'Unione Europea che hanno dato il via ad una seconda Conferenza sull'economia sociale in Europa centro-orientale nell’ottobre scorso a Cracovia, conferenza che riunisce attori provenienti da tutt'Europa e che, da troppo tempo, non aveva conosciuto un simile sviluppo.
_______________
(1) secondo il Centro Internazionale di Ricerche e di Informazioni sull'Economia Pubblica, Sociale e Cooperativa (CIRIEC) www.cafebabel.com/it
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INTERVENTO AL CONGRESSO DI FONDAZIONE DELLA MARGHERITA
Parma 23 marzo 2002
Riccardo Sarfatti
Il 1°febbraio ero a Oslo, in un viaggio di lavoro per la mia azienda, per
incontrare una persona, consulente IBM, con cui intendevo iniziare dei
rapporti
commerciali. Durante il nostro colloquio il mio interlocutore iniziò, ad
un certo punto, a fare degli ambigui e poco comprensibili riferimenti al
"Made in Italy", delle allusioni ironiche, non esplicite.
Per me e per la mia azienda, il Made in Italy è un riferimento importante,
quasi sacro; per tutta la vita ho lavorato dentro e per il Made in Italy;
quel Made in Italy moderno e avanzato che ha così tanto contribuito alla
attuale immagine del nostro paese nel mondo, così diversa da quella vecchia
e stereotipata anacronisticamente ancorata alla bellezza geografica del
nostro paese, ai suoi centri storici, alle sue tradizioni, ai suoi cibi,
al flolklore dei suoi mille campanili, ai suoi paolorossi e robybaggio.
Il Made in Italy moderno, al quale intendo riferirmi, è quello che ha saputo
fare sempre innovazione, anche quando le risorse a sua disposizione erano
limitate, e anche in assenza di una valida politica per la ricerca (dove
tra l'altro siamo tra gli ultimi in Europa e nel mondo sviluppato);
un'innovazione
che ha saputo coniugare la tecnologia con la funzionalità, la qualità con
la bellezza. Abbiamo sempre saputo ingegnarci per secoli, sicché la nostra
conoscenza si è così arricchita della qualità del nostro fare, divenuto
elemento costitutivo, arrivando perfino a modificare e caratterizzare il
nostro DNA; un DNA che il mondo ci riconosce e che legittima un nostro preciso
ruolo
nel processo di globalizzazione in corso.
Questo Made in Italy moderno e innovatore, che sinteticamente si può riferire
a Moda e Design, ha dato molto al nostro paese, sia con il contributo alla
bilancia commerciale grazie alla grande quota di export, sia - soprattutto
- per l'incommensurabile contributo all'aggiornamento e al rinnovamento
della nostra "immagine".
Per queste ragioni l'ironia del mio interlocutore norvegese mi infastidiva
e volendo capire di più, gli chiesi di essere maggiormente esplicito. Al
che, dimostrando di essere incredibilmente informato sulle vicende italiane,
mi parlò di quella che egli interpretava come l'ultima e più nuova
"originalità"
italiana, puntando il dito sulle nuove norme relative ai provvedimenti sul
falso in bilancio, sulle rogatorie internazionali retroattive, sullo scudo
fiscale, o alle posizioni sul mandato di cattura europeo o sul conflitto
d'interesse. Sosteneva in buona sostanza che tali provvedimenti gli erano
sembrati così "anomali" rispetto ai valori e ai comportamenti acquisiti
nei
paesi europei e nel mondo più sviluppato, da ritenere che tutto ciò
autorizzasse
l'ìdentificazione, effettivamente, di un nuovo Made in Italy.
Mi sentii colpito, profondamente, nell'intimo; ritornai in albergo e mi
misi
a scrivere di getto un documento, che qualche giorno dopo, discutendone
con
alcuni amici, decidemmo di intitolare "Proud to be Made in Italy". Sentivo
una spinta fortissima a fare qualcosa che mi consentisse di uscire dalla
rassegnata accettazione di ciò che ormai da tempo mi sembrava inaccettabile.
Nello scrivere mi misi a riflettere anche sul mio ruolo individuale di
imprenditore,
ma anche sul mio ruolo collettivo e sociale di Presidente di un'Associazione
di Confindustria e di Vicepresidente di una Federazione.
E la riflessione mi fece apparire inaccettabili i silenzi di Confidustria,
o addirittura il suo sostegno, su tutto ciò che era apparso "anomalo" persino
al mio interlocutore norvegese. Guardando le cose da lassù, mi sembrò
impossibile
che in Italia non ci fosse un'imprenditoria fortemente turbata dal fatto
che alcuni grandi valori e alcuni grandi principi, quelli stessi che spesso
vengono solennemente ricordati e di cui ,altrettanto spesso, ci si dichiara
strenui sostenitori, fossero così palesemente negati.
Il ruolo sociale dell'impresa, il valore di un mercato effettivamente
"libero",
in cui tutti possano competere, indipendentemente dalle posizioni storicamente
acquisite, in un quadro di legalità, di regole di riferimento, di fairness,
di trasparenza ecc. Mi domandai se omissioni e silenzi non fossero il segno
del riemergere di una arcaica concezione del ruolo dell'imprenditore, una
concezione vecchia di tempi che forse troppo velocemente avevamo giudicato
passati; se quei silenzi non nascondessero posizioni fortemente arretrate,
basate sulla concezione di una imprenditoria che per il suo sviluppo ritiene
ancora di aver bisogno di assistenze, di privilegi, di barriere, di
protezioni;
ancora una volta tesa alla ricerca di scorciatoie ritagliate sulla
raccomandazione,
sull'aiuto della conoscenza "particulare", sull'utilizzo di strumenti di
concorrenza sleale, come il lavoro nero o l'evasione fiscale; su intrecci
poco chiari tra business e politica, come se Tangentopoli fosse passata
senza nulla modificare.
La mia riflessione andò anche al ruolo della Piccola Media Impresa (PMI)
e alla sua presenza all'interno della Confindustria, nonché alla democrazia
interna di questa associazione, alla sua rappresentatività, alle sue politiche
industriali; temi che devono essere assolutamente affrontati all'interno
della stessa Confidustria, sperando che se ne creino le condizioni e si
aprano i necessari spazi.
Dopo quei giorni in Norvegia, durante i mesi di febbraio e marzo, si è poi
sviluppato lo scontro sull'art 18 e mi arrivò la lettera di Assolombarda,
con la richiesta di sottoscriverla e inviarla a Berlusconi; una lettera
"tipo", uguale per tutti - come se gli imprenditori non avessero una propria
testa e non fossero individualmente capaci di scriverne una propria -
chiedendo
di tenere duro sulle modifiche all'art. 18, ritenendole decisive per la
modernizzazione del paese.
Fu così che decisi di inviare al Presidente del Consiglio, una mia lettera,
di segno completamente opposto, che è poi stata riportata da qualche organo
di stampa; dato che è molto breve, ve la leggo integralmente.
"Al Presidente del Consiglio on. Berlusconi. Oggetto: art. 18. La nostra
azienda le chiede di recedere dall'iniziativa di modifica dell'art. 18 assunta
dal Governo, ritenendola non decisiva nel processo di modernizzazione e
di crescita dell'occupazione, che comunque non potrà avvenire in un clima
di
scontro con le forze sociali e sindacali. Con osservanza".
Perché il legame che si voleva forzosamente creare tra un così limitato
provvedimento e la modernizzazione del paese, mi sembrava e continua a
sembrarmi
del tutto inaccettabile e improponibile. Condivido invece il sintetico
giudizio
di Habermas, per il quale la modernizzazione
è stata sin qui caratterizzata da "un deficit di razionalità" e che perciò
la fase nella quale ora viviamo, che è stata definita della post-modernità,
deve essere caratterizzata da uno sforzo volto a colmare questo deficit.
La nuova modernizzazione del paese non può che consistere in un processo
assai complesso, nel quale certamente rientra la necessità di una diversa
organizzazione del lavoro e, indissolubilmente, una revisione ampia degli
istituti del cosiddetto Welfare.
Non ha infatti alcun senso ipotizzare che possa esservi modernizzazione
al
di fuori di un miglioramento della qualità della vita, per chiunque; di
una
riduzione, innanzitutto per i più deboli, di quell'incertezza che certamente
la globalizzazione tende a portare con sé; di garanzie di una vita che
presenti
requisiti di dignità in tutte le sue fasi. Che modernizzazione sarebbe quella
che non raggiungesse questi risultati?
Credo che soltanto procedendo in questa direzione, potrà trovare effettiva
soluzione la grande questione della flessibiltà, una vera grande necessità
per le imprese.
Innovazione e qualità sono le vere carte che può giocarsi l'impresa italiana,
nella grande partita mondiale che presuppone grandi capacità di ricerca
e
di sperimentazione e che pertanto presenta grandi rischi e nessuna certezza
dei risultati. Allora, anche da questo punto di vista, appare evidente la
necessità di ammortizzatori sociali capaci di tutelare e garantire coloro
che si trovassero a dover lavorare in una nuova situazione di elevata
flessibilità;
facendolo nel miglior modo possibile, in tutte le diverse fasi e in tutte
le diverse condizioni di vita.
E' ormai del tutto chiaro come nulla di simile fosse presente nelle posizioni
del Governo e nella sua proposta di deroghe all'art.18. Mentre è apparsa
assai evidente la posizione ideologica, strumentale, tutta politica, che
stava sotto quella proposta: si voleva, e si vuole, una sconfitta evidente
e clamorosa del mondo del lavoro. Probabilmente da tempo in alcuni settori
politici e imprenditoriali covava la voglia di "tornare indietro", si potrebbe
forse dire di "reagire", rispetto ai miglioramenti conseguiti nell'ultimo
decennio dal mondo del lavoro. E alcuni hanno pensato di poter infliggere,
ora, in condizioni politiche ritenute più favorevoli, una dura sconfitta
a quel mondo, una sconfitta umiliante.
Altro che riformismo !
E per questo si è attaccata direttamente, e unicamente, una delle sue
bandiere:
perché, da sempre, strappare la bandiera dell'altro, calpestarla, è il segno
più evidente della sconfitta e dell'umiliazione.
E che queste fossero e siano le vere intenzioni emerge con grande chiarezza
da questa pubblicazione che ho nelle mani. Una pubblicazione distribuita
l'anno scorso durante le Assise di Confindustria. Si tratta della "Indagine
sulle piccole imprese italiane", dove a pagina 19 (laddove sono indicati,
in una tabella, i fattori che limitano la competitività delle PMI) è scritto
che il fattore "scarsa flessibilità del lavoro e costo eccessivo rispetto
alla concorrenza internazionale" ha un peso pari al 16,8%, soltanto del
16,8%!
Non un peso tale, perciò, da farne elemento unico e centrale di scontro:
quale più chiara dimostrazione della evidente strumentalità con cui il Governo
e l'attuale gruppo dirigente di Confindustria, hanno voluto procedere?
Mi sembra che in questa posizione vi sia un atteggiamento del tutto contrario
a ciò che qualsiasi persona di buon senso, che ha vissuto nel nostro paese
negli ultimi 50 anni, dovrebbe avere, essendo del tutto evidente che la
modernizzazione del nostro paese è stata resa possibile dallo sforzo, in
realtà congiunto, di imprenditoria e lavoro. L'apporto positivo portato
è stato, almeno, dello stesso peso, mentre forse "uguali" non sono stati
i sacrifici compiuti e i benefici ricevuti !
E allora, come persone di buon senso e come interpreti del "senso comune",
non possiamo accettare alcuna posizione che voglia tornare indietro o che
voglia ripristinare possibilità di arbitrio verso il lavoro, che voglia
creare condizioni, o climi, all'interno dei quali all'"uomo imprenditore"
sia consentito il diritto di essere "diverso", da poter decidere, a suo
arbitrio, senza giusta causa - appunto - della vita di un altro uomo, "l'uomo
lavoratore".
E', quindi, indispensabile lavorare onde realizzare un nuovo clima, senza
il quale nessuna modernizzazione è possibile. Dentro questo nuovo clima
ognuno deve fare la sua parte. E certo la Margherita può avere un ruolo
importante; come può averlo l'Ulivo. Mi sento di dirlo anche se non faccio
parte né della Margherita, né di alcuna altra forza politica.
Per il nostro paese è importante, nella nuova logica maggioritaria, che
ci
sia un Ulivo che sappia effettivamente raccogliere tutte le spinte realmente
riformiste e innovatrici che vengono dal paese e in cui, diversamente da
come è stato nel passato, anche l'imprenditore che crea valore, in una
prospettiva
di modernizzazione, possa sentirsi non più a disagio, bensì accolto in una
casa che sia anche sua. Vorrei che in un Ulivo così fatto ci fosse spazio
per tutti i lieviti che possono far lievitare questo grande pane di cui
certamente il nostro paese ha un grande bisogno.
E vorrei anche che ci fosse la capacità di elaborare e proporre al Paese
un grande programma di nuova modernizzazione, capace di volare alto, ma
anche
di scendere nel concreto di alcune questioni sentite da tutti. L'Ulivo
dovrebbe
avere le capacità, in tempi sufficientemente ravvicinati, di proporre con
forza e chiarezza dall'opposizione ciò che non è stato fatto, o non si è
avuto il tempo di fare, dal Governo.
Mi permetto, per chiudere, di ricordare alcune questioni aperte e fornire
alcuni spunti.
La questione fiscale, prima fra tutte. Perché non cominciare a vedere nel
fisco un possibile strumento di modernizzazione: cioè un fisco che possa
essere anche ncentivante, e premiante, per chi è capace di fare concreti
passi per uscire dal nanismo, cioè per chi procede ad aumenti del patrimonio
aziendale, per chi produce ricerca e formazione, per chi incrementa i livelli
di esportazione, per chi crea nuova occupazione. E, a questo proposito,
perché non riproporre ciò che Francesco Rutelli propose in questa stessa
sala l'anno scorso al Convegno di Confindustria: la diminuzione a tempi
brevissimi almeno del 30% dell'IRAP ? Si tratta di una cifra importante
delle entrate dello
stato, ma non impossibile da reperire: poco più dell'1% del totale delle
entrate. Perché non incalzare anche su questo terreno il governo?
La questione di un effettivo sostegno alle aziende esportatrici. Noi oggi
perdiamo competitività non tanto per i "costi del lavoro", che sono ancora
un poco più bassi di quelli dei nostri concorrenti occidentali più diretti,
ma perché essi hanno sostegni da parte dei loro "sistemi paesi" assai più
solidi, senza paragone rispetto a ciò che noi effettivamente abbiamo. Questo
sostegno richiede capacità di selezionare gli interventi, e di non
parcellizzarli
in una molteplicità di rivoli. Richiede aiuti effettivi alle aziende,
soprattutto
a quelle della tipica dimensione italiana (50-100 addetti) che da sole non
possono sostenere i costi della globalizzazione. Richiede politiche
fieristiche
capaci di far fronte agli attacchi dei più forti in un mercato, quello
fieristico,
del tutto selvaggio. Richiede facilità di accesso al credito e solide garanzie
assicurative. E richiede tant'altro, ma il mio tempo è certamente finito.
Voglio finire con un appello agli imprenditori che hanno realmente a cuore
il Sistema Italia, e non solo i loro particolari e personali interessi:
che
facciano sentire la loro voce, che si facciano promotori di un patto, tra
forti e deboli, tra grandi e piccoli, in cui si sancisca che alla base di
ogni confronto debba essere solidamente posto il principio della coesione
sociale, come presupposto indispensabile per la modernizzazione economica,
sociale, culturale e politica del nostro paese.
Auguri per il vostro Congresso di fondazione, auguri e complimenti a chi
ha promosso e voluto questa nuova realtà della politica italiana, auguri
a tutti voi che date il vostro impegno per realizzarla.
Riccardo Sarfatti
imprenditore, amministratore delegato LUCEPLAN s.p.a., presidente di Assoluce,
vicepresidente federlegno Arredo, presidente Consiglio Nazionale associazioni
del Design (CNAD)
Quella di ieri può essere definita una buona giornata.
La scelta di Riccardo Sarfatti come candidato alla presidenza della Regione Lombardia, ricade su una persona che in questi anni, assieme a molti di noi, ha rappresentato la storia dell’Ulivismo e dell’associazionismo a Milano.
Vicino ai Cittadini per l’Ulivo fin dalla loro nascita, ha svolto un ruolo importante nella recente costituzione del coordinamento milanese delle associazioni ed è conosciuto e stimato per il suo lavoro di volontario.
Non solo, quindi, un imprenditore illuminato, ma il degno rappresentante di quella realtà nuova ed importante venuta emergendo in questi anni, e parte di quella classe dirigente ulivista nata e cresciuta sul campo ed ormai pronta per avere un ruolo nella vita della nostra città, con la sua immensa provincia, e della regione.
Vai, allora, caro Riccardo: saremo tutti con te e siamo certi che tu saprai bene come “usare” il nostro potenziale, che ti mettiamo volentieri a disposizione.
L’altra ragione, che mi fa dire che quella di ieri è stata una buona giornata, è stata l’iniziativa che abbiamo messo in campo.
Una folta delegazione di Cittadini per l’Ulivo, con cartelli e bandiere dell’Ulivo, si è recata prima alla sede della Margherita, dove è stata ricevuta dai suoi rappresentanti più autorevoli (Patrizia Toia, Nando Dalla Chiesa, Bonelli e Mazzani) con i quali si è avuto uno scambio non rituale, ma carico di contenuti.
Un po’ meno folta, ma ugualmente rappresentativa (eravamo pur sempre all’antivigilia di Natale), la delegazione che più tardi si è recata presso la sede dei D.s., anche lì ricevuta dalla rappresentanza più autorevole (Franco Mirabelli, Pierfrancesco Majorino, Matteo Bianchi, Nora Radice).
In entrambe gli incontri abbiamo espresso la nostra ferma disapprovazione rispetto a quanto emerso nell’ultima riunione nazionale della Gad.
Abbiamo chiesto un po’ più di coraggio nel riproporre, a livello nazionale, l’esperienza milanese che ci ha visto chilometri avanti rispetto alle lentezze ed alle difficoltà romane: Ulivo subito, senza tentennamenti tenendo alto lo straordinario spirito unitario del Palalido!!
Abbiamo espresso la nostra viva soddisfazione per la scelta di Riccardo Sarfatti, ma esprimendo rammarico per il fatto che non si sia voluto scegliere la strada coraggiosa e più democratica delle primarie, strumento che continueremo a sostenere per ogni scadenza elettorale.
Abbiamo offerto ad entrambe le delegazioni un simbolico panettone, segno di amicizia e non di contrapposizione anche quando, come ieri, si mette l’accento sulle questioni che ci vedono abbastanza lontani ed allarmati.
In entrambe gli incontri è uscita la voglia di organizzare, a gennaio, una importante iniziativa comune sui temi da noi proposti, nei tempi e nei modi ancora da organizzare.
Adesso, basta.
Buone feste e tanti auguri a tutti noi.
Faccia a faccia con Michael Moore
Non capita tutti giorni di poter assistere ad un comizio tenuto dalla bestia nera per I Repubblicani nella campagna presidenziale americana, Michael Moore, il discusso autore del libro intitolato “Stupido uomo bianco” al quale I suoi detrattatori hanno risposto con un altro libro dal titolo “Michael Moorre, uno stupido grasso uomo bianco”.
Non appena ho saputo che avrebbe tenuto un discorso pubblico a Madison, citta’ nella quale mi trovo per motivi di studio, mi sono precipitato per poter assistere dal vivo agli attacchi da lui mossi alla leadership americana.
Innanzi tutto e’ doverosa un premessa sull’ambiente socio-culturale di una citta’ universitaria come Madison.Capitale del Wisconsin e’ fin dagli anni sessanta considerata una roccaforte dei cosidetti liberals, una compagine politica difficile da paragonare a qualunque partito italiano o europeo.
Basti dire che fu a Madison che si verifico’ il piu’ disastroso attacco terroristico sul territorio nazionale americano fino alla strage di Okloma City.
Volendo sintetizzare molto quella che e’ una realta’ politica ed umana molto variegata si puo’ dire che I liberals basano il loro programma sulla salvaguardia dei diritti delle minoranze etniche, delle donne e degli omosessuali, e si oppongo ad una politica militaristica ed imperialistica mossa dagli interessi dei potenti gruppi economici che hanno appoggiato Bush nella sua corsa alla casa bianca.
Essi rappresentano l’estrema sinistra americana, ma data la diversa storia di questo Paese rispetto al vecchio continente e la persecuzione dei comunisti che avvenne sotto Carter, le loro rivendicazioni hanno una connotazione etnico-culturale che non ha un pieno equivalente in Europa.
Ebbene un simile ambiente e’ chiaramente un terreno molto fertile per un personaggio come Moore che fa della lotta contro le grandi multinazionali il proprio cavallo di battaglia, e piu’ recentemente con il suo film documentario sulla guerra in Iraq ha tirato un duro colpo contro l’amministrazione Bush e la sua dottrina della guerra preventiva, quale unico rimedio contro il male del terrorismo internazionale.
Nonostante la temperatura sottozero , a cui il popolo del Wisconsin e’ abituato da secoli, la terrazza sul lago Menota e’ gremita di persone che rispondono entusiasticamente alle provocazioni del barbuto regista.
Non mancano pero’ anche gli oppositori che tentano di disturbare gridando slogan anti-Moore del tipo “No Moore lies” che giocano sulla somiglianza tra il suo nome e la parola “more”, il che in Italian significa “Niente menzogne di Moore” ma in americano suona anche “Niente piu’ menzogne”.
Il confronto tra sostenitori ed oppositori e’ relativamente pacifico anche se qualche volta degenera in qualche insulto scambiato a voce alta ed in qualche reazione di commiserazione di Moore che dal palco invita a compatire I repubblicani presenti ai quali non resterebbero piu’ che 15 giorni al potere a suo dire.
I punti salienti dell’ora e mezza di discorso sono la guerra in Iraq, l’invito degli studenti a far sentire la loro voce il giorno delle elezioni presidenziali e l’anticipo sul suo prossimo documentario sulle assicurazioni mediche e le compagnie farmaceutiche.
Moore e’ dotato di un naturale talento comunicativo che gli consente di entrare immediatamente in sintonia con il pubblico e di mantenere viva la sua attenzione ed alto il suo umore intercalando con equilibrio battute e sarcastici commenti alla lettura di toccanti passaggi di lettere di soldati americani che gli scrivono dall’Iraq.
Il clima di commozione raggiunge l’apice quando legge una di queste lettere scritte da un marinaio che quando ascolto’ dalla nave nel Golfo Persico il suo discorso anti-guerra in occasione della consegna dell’Oscar si infurio’ contro di lui insieme ai suoi commilitoni, ma che dopo aver trascorso un anno in Iraq si dice giunto alla conclusione che avesse ragione nel criticare l’invasione americana.
Quindi si scusa per essersi arrabbiato, ma a quel punto Moore interviene sapientemente dicendo che e’ lui e tutto il popolo americano che si devono scusare per averlo mandato a combattere una guerra ingiusta, e la folla esplode in un applauso liberatorio che esprime tutta la disapprovazione che tanti americani provano verso le scelte del loro governo.
Il fatto che ben quaranta milioni di americani vivano , o meglio sopravvivano senza assicurazione medica, non passa certo inosservato all’instancabile oratore del Michigan che si scaglia quindi contro le compagnie farmaceutiche e le HMO, organizzazioni per la gestione della salute, sulle quali sta preparando un nuovo documentario.
Avutane voce, sembra che queste ultime abbiano adottato misure difensive quali quella di istituire un numero d’emergenza da chiamare nel caso in cui un barbuto uomo con gli occhiali si aggiri nei loro uffici con un microfono, di modo da evitare ogni affermazione inopportuna.
Ma, colpo si scena, uno degli annoiati impiegati di queste HMO gli ha trasmesso una copia di questo documento riservato nel quale si fa riferimento alla comportamento da seguire e al numero da chiamare, che Moore ripete piu’ volte con zelo al pubblico esultante di modo che lo possa registrare nella memoria dei loro telefoni cellulari per chiamarlo Lunedi’ mattina.
Con questo simpatico regalo e qualche ulteriore invito degli studenti ritardatari a registrarsi e affluire in massa alle urne si chiude il vero e proprio show tenuto dal simpatico regista, che se un giorno dovesse lasciare la sua impegnata carriera di documentarista e scrittore potrebbe forse avere anche una discreta fortuna come cabarettista.
[Enea Romano, corrispondente USA per la redazione Cunegonda Italia]
dicembre 24 2004
Primarie aperte a tutti. Al via la sfida pugliese
La corsa alla candidatura della Gad. Boccia: «Vincerò la partita». Vendola: «L'avversario è Fitto»
ANTONIO MASSARI
BARI
E ora che l'esperimento è partito, sulla Puglia si accendono di nuovo i riflettori: abbandonati i 2mila grandi elettori, si apre uno scenario inesplorato, dove le regole sono ancora tutte da scrivere ma un fatto sembra certo: nel centrosinistra, qualsiasi cittadino maggiorenne, a metà gennaio, potrà partecipare alla scelta del proprio candidato. La crisi pugliese si capovolge platealmente e rischia di trasformarsi nella prima assoluta di uno spettacolo di strada: potrebbero essere dieci, venti, forse cinquantamila gli elettori coinvolti nell'operazione. E mentre si stabiliscono nel dettaglio i criteri e i luoghi della competizione, con due conferenze stampa nell'arco di 24 ore gli sfidanti hanno dato il via alle loro campagne: due giorni fa l'economista Francesco Boccia, uomo della Margherita appoggiato dalla gran parte della coalizione; ieri Nichi Vendola, di Rifondazione, sostenuto dai Verdi. «Noi oggi cominciamo la nostra campagna elettorale, e quando dico noi intendo Francesco Boccia con i cinque presidenti di provincia, il sindaco di Bari, Michele Emiliano, e il sindaco di Foggia, Orazio Ciliberti». Ancora: «Portino anche l'arbitro e il pallone: voglio solo sapere a che ora e dove si gioca. Io ci sarò. E vincerò la partita». Ieri Vendola ha risposto provando a smorzare la tensione: «Più che di una partita di calcio, alla quale partecipano solo i giocatori professionisti, spero che si tratti di una invasione di campo, nel senso di una grande partecipazione democratica. E comunque sia chiaro: la mia campagna elettorale sarà contro Fitto, non contro Boccia, perché se queste primarie dovesse vincerle lui, sarò il suo primo ed entusiasta sostenitore. Marciamo divisi, ma per colpire uniti: il nostro unico obiettivo è detronizzare Fitto». Vendola rilancia sia la sfida, sia l'alleanza, e aggiunge: «Possiamo rappresentare un modello. Fino a qualche giorno fa la Puglia era il punto più acuto della crisi del centrosinistra, ma la crisi qui si è risolta imboccando la strada del coinvolgimento popolare, non invocando le parodie della democrazia. La Gad può vincere e vivere soltanto se si apre alle domande della società, fuori dalle riunioni asfittiche dove litigano i leader. Più ci apriamo, più la Gad ci guadagna».
Insomma, Rifondazione esulta perché a furia di tirare la corda un risultato l'ha ottenuto: far lievitare la partecipazione e ravvivare i percorsi democratici in una regione troppo a lungo rassegnata ai clientelismi. «Abbiamo puntato su una candidatura forte e sull'allargamento del processo di partecipazione: ora chiediamo che siano coinvolti anche i comuni con almeno 15mila abitanti - commenta Nicola Fratoianni, segretario regionale del Prc - La campagna per le primarie diventerà una grande discussione sul programma». E di passo in avanti parla anche un esponente della società civile, Nicola Martinelli, di Città plurale: «Almeno in apparenza questa è una forma più partecipata: il 13 dicembre avevamo abbandonato il processo delle primarie, ma a queste condizioni è probabile il nostro rientro. Ci preme innanzitutto l'unità dell'alleanza, anche se, purtroppo, resta la delusione per quanto non si è fatto in precedenza». /www.ilmanifesto.it
Arieccolo!
Lodes
D'Alema intervistato da Massimo Giannini sul Repubblica di oggi torna sul luogo del delitto dell'Ulivo:
“Quanto al leader che sta al di sopra dei partiti, io vedo una qualche tentazione, tra chi sta intorno a Prodi, di ridare forma a un diffuso "sentimento ulivista fuori dai partiti". La trovo sbagliata e pericolosa, perché riprodurrebbe uno schema che ha già prodotto tanti danni in passato. Ma aggiungo che questa tentazione diventa più forte quando i partiti si contrappongono all'Ulivo.”
Tutti coloro che aspirano ad una riforma del sistema politico, ad una riorganizzazione (semplificazione) e ad una nuova cultura politica sono avvisati: il primato di “questi partiti” e di “questo ceto dirigente” è intangibile ed è Prodi assieme all'elettorato che si deve adattare a questa realtà. Parola di D'Alema.
www.ulivoselvatico.org
Berlusconi pecora nera dell’Europa
di NATALE D’AMICO
Per la prima volta nel dopoguerra, l’Italia salta un ciclo espansivo dell’economia mondiale. Quello iniziato nel 2002, si va esaurendo; e l’Italia non ne ha tratto alcun beneficio.
Il governo Berlusconi porta gravi responsabilità per gli errori di politica economica, compiuti in questi anni.
E cerca di nascondere i suoi errori attaccando i vincoli europei. È la solita storia del complotto demo-pluto- giudaico-massonico.
I vincoli europei non hanno impedito alla Francia di crescere a un ritmo doppio di quello italiano. E non hanno impedito alla pur disastrata Germania di diventare il primo paese nel mondo per le esportazioni, superando gli Stati Uniti.
In questo uso a fini interni della polemica con l’Europa, il governo Berlusconi manifesta il suo provincialismo, perché non si rende conto dei riflessi che ciò può avere sui mercati internazionali. Se il paese più indebitato d’Europa, appunto l’Italia, già sospettato di trucchi e artifici sui propri conti pubblici, chiede, unico nell’Unione, un allentamento dei vincoli, allora si rafforza il sospetto secondo il quale il nostro paese vivrebbe una condizione di conti pubblici ancora peggiore di quella dichiarata.
Se i mercati giungessero a questa conclusione, salirebbero immediatamente i tassi d’interesse che paghiamo sul nostro debito. E un solo punto percentuale in più di interesse, vale tre volte la pretesa “riduzione delle tasse” di Berlusconi.
All’irresponsabilità provinciale, si aggiunge la mancanza di senso del ridicolo. Non solo, come dice Almunia, tutti i governi europei sono contrari alle proposte italiane, ma lo stesso capogruppo del Partito popolare europeo a Strasburgo, Pottering, le ha dichiarate «inaccettabili».
Così, dall’Italia al vertice dell’Unione europea con Romano Prodi, siamo passati all’Italia isolata e ridicolizzata in Europa col governo Berlusconi.
A ciò gli elettori dovranno porre rimedio, senza farsi troppo distrarre dalle piccole querelles italiane, che restano ai bordi della storia. Anzi, nelle cunette.
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BUON NATALE AL PENNARELLATORE SCONOSCIUTO
di Figaro
La legge salva Previti e il dibattito che si sta già accennando sulla prossima legge salva dell’Utri sono solo gli esempi più recenti quanto di più antisociale si possa immaginare
Uno prende la metropolitana e osserva i graffiti sulle pareti dell’ascensore che ti porta al piano strada.
E in mezzo all’esaltazione dei più disparati e fantasiosi organi sessuali trova un colpo di pennarello che suona più o meno così: “Queste scritte si possono cancellare con uno straccio bagnato. Perché quelli della metropolitana non lo fanno?”.
Lo sconosciuto igienista ha ragione. Basta sputare su un polpastrello per verificare.
I graffiti vanno via come niente e se un addetto alle pulizie passasse anche solo di sfuggita un panno umido sull’ascensore il suo grigiore lindo tornerebbe visibile. La solita inefficiente amministrazione, dunque.
Però poi ci si riflette su e bisogna chiedersi come mai il misterioso rivendicatore delle pulizie metropolitane se la prenda con quelli che governano la metro e non riservi nemmeno un pensiero ai ragazzetti che uscendo dalla linea rossa impugnano i pennelli per lasciare scolpito il consueto grido gioioso “Viva la gnocca”.
E’ come prendersela con la polizia perché non cattura il ladro (il che è anche giusto), senza però mandare almeno una maledizione al ladro medesimo.
Evidentemente e fortunatamente si dà per accettato che un discutibile comportamento sociale (imbrattare muri, cessi e ascensori) sia un fatto episodico al quale una forma di autorità competente (la società che gestisce la metro, la polizia per i ladri) deve porre rimedio.
In fondo su quella parete dell’ascensore è rappresentato in qualche modo anche il ruolo della libera stampa che, a fronte di una porcheria denuncia l’inettitudine dell’autorità che deve impedirla, prevenirla e reprimerla.
Modificando però l’ipotesi di partenza probabilmente cambierebbe anche la reazione del pennarellatore legalitario.
Se cioè imbrattare i muri fosse un comportamento diffuso, un sport demenziale generalizzato, se invece di una parete si trattasse di tutte le pareti, comprese quelle del suo appartamento, e se a scarabocchiare frasette più o meno cretine o spiritose fossero davvero tutti, compresi gli amministratori della metropolitana, la rivendicazione di legalità assumerebbe altre forme.
E’ probabile che il pennarellatore dissidente troverebbe sistemi più fragorosi per far sentire la sua voce, chiamerebbe a raccolta quelli che la pensano come lui per organizzare ronde anti “Viva la gnocca”, organizzerebbe agguati per punire sommariamente i writers clandestini, nella speranza di beccare nel mazzo pure qualche pezzo grosso della metropolitana per dargli il fatto suo.
Scatenerebbe, in altre parole, la piazza come strumento persuasivo, per dir così, dei suoi avversari.
Il che ci porta a un tema che è già all’ordine del giorno e che nelle prossime settimane verrà a lungo dibattuto.
Cosa deve fare un cittadino quando a macchiarsi di un comportamento antisociale sono davvero tanti e sono soprattutto coloro che l’ordine delle regole dovrebbero mantenere?
Il problema, come si vede, è molto serio e riguarda il rapporto fiduciario tra il governo nazionale e la cittadinanza, perché è fuor di dubbio ormai che numerosi sono stati e sono i comportamenti spudoratamente antisociali (e dichiarati) del nostro spettabile governo.
La legge salva Previti e il dibattito che si sta già accennando sulla prossima legge salva dell’Utri sono solo gli esempi più recenti quanto di più antisociale si possa immaginare.
Legiferare per interesse privato è la summa di tutte le porcherie, se non altro perché apre le vie della vendetta di coloro che oggi subiscono e che domani potrebbero costringere gli altri a subire, in una spirale di rancori e rivalse che fa paura solo a pensarci.
In questi giorni l’Unità, il giornale diretto a Furio Colombo e Antonio Padellaro (due giornalisti che davvero non hanno un passato estremista e piazzaiolo), sta chiamando le opposizioni alla mobilitazione per organizzare una manifestazione all’inizio del prossimo anno.
L’idea proposta da Padellaro, da quel che si legge sull’Unità, tra le lettere che annunciano adesioni all’appuntamento, è quella della grande spallata al governo Berlusconi, e il sentimento che la anima sembra essere quello dell’ultima spiaggia, della cosa che proprio non si puo’ più evitare di fare perché le parole sono finite e alternativa non v’è.
L’Unità è il giornale che esprime un’opposizione politica e fa il suo mestiere come meglio crede.
Ciò che tuttavia colpisce, nella proposta di Padellaro, lo ripetiamo, è la percezione non solo di un’azione politica, ma quasi di una disperazione, dell’ultima reazione all’ultima prepotenza, dell’inevitabile, dell’urlo di chi chiama al salvataggio del salvabile prima che tutti, ma veramente tutti, si mettano a imbrattare gli ascensori della metropolitana.
Il Barbiere della Sera non ama particolarmente mescolare informazione e politica.
E tuttavia è inutile nascondere che la sensazione dell’ultima spiaggia, almeno nel campo della libertà di informazione, la sentiamo anche noi.
Anche noi vediamo ogni giorno, sui giornali e soprattutto in Tv, che troppi trattano i canali dominanti dell’informazione non come uno strumento di civile servizio bensì come le pareti di un cesso di stazione per scriverci i ridicoli slogan della loro prostrazione.
Chi fa politica va in piazza, se crede. Chi fa o tenta di fare informazione, scrive, legge e cerca di farlo in buona coscienza.
E’ per questo che oggi ripubblichiamo un articolo straordinario e coraggioso di Enrico Deaglio apparso su Diario una settimana fa. Una lettura bella, oltre che utile.
Lo facciamo per sentirci anche noi un po’ come quel signore sconosciuto che chiede che venga cancellata ogni volgarità dagli ascensori della metro.
A lui vanno tutta la nostra stima e i nostri auguri di buon Natale.
Figaro www.ilbarbieredellasera.com
LE RESPONSABILITA' DI PRODI E QUELLE DEGLI ALTRI...DA RUTELLI IN POI [di Wallace
Continuare a lamentarsi senza avere il coraggio di affrontare il nodo politico istituzionale e morale di fondo non serve.
La vicenda infinita dell'Ulivo prima, della FED poi e ora della GAD non sono che gli epifenomeni di un sistema assolutamente bloccato che non riesce più in nessun modo a rappresentare i cittadini.
I partiti schiacciano i cittadini e qualsiasi progetto che non sia sostenuto da un apparato o dai soldi. Le idee anche eccellenti non bastano a garantire un percorso lineare e destinato al successo.
La verità è cruda: Prodi non ha un partito. Prodi non ha voluto fino ad ora un partito mirando ad un progetto politico più alto: coniugare le anime disperse della socialdemocrazia italiana, cattolici e non cattolici.
La verita fa male, ma va detta. Tra l'aspirazione dei cittadini democratici del centrosinistra alla difesa della Repubblica e dello Stato nato dalla Resistenza antifascista coniugata alla loro aspirazione alla realizzaizione di un progetto di sviluppo equo e compatibile si frappone un ostacolo ormai insopportabile rappresentato dall'arroganza e dall'autoreferenzialità delle burocrazie e dei vertici dei partiti. Quegli stessi partiti che dovrebero essere strumento dei cittadini e ormai sono di fatto ridotti a enti autonomi e separati da noi semplici cives.
E, con altrettanta franchezza, un'altra verità va detta fino in fondo.
Anche Prodi ha commesso un grande errore nel non scegliere fino in fondo quel mondo democratico che da sempre si è schierato per il progetto dell'Ulivo tout court e non per formule di mediazione tra i poteri e i dediderata dei vari vertici paritici. Si è ridotto pertanto ad una estenuante e usurante battaglia di mediazone tra i vari poteri di vertice dell'Ulivo e fuori del'Ulivo.
Da qui la tragicommedia delle "primarie" per acclamazione proposte dal Professore, che sono tutto tranne che delle Primarie vere trattandosi in realtà null'altro che delle vere e proprie "ultimarie". L'ultima spiaggia di chi scippa il nome di una procedura di scelta e selezione democratica di straordinario spessore e importanza riducendola esattamente al suo opposto: un plebiscito di infausta memoria...
Noi da tempo riteniamo che questa strada da sola non sia sufficiente a garantire quell'appoggio basato su un consenso condiviso di cui la nostra democrazia ha un bisogno ormai disperato nè a Prodi, nè a nessun altro candidato unitario.
Pertanto servono scelte politiche vere.
Qui e ora non serve più perdere tempo con recriminazioni dei vari sabotatori di turno dell'unità dei democratici. Qui e ora anche Prodi deve prendersi fino in fondo le sue responsabilità e scegliere finalmente procedure decisionali che premino i cittadini alla base piuttosto che i vertici dei partiti, pur senza escluderli, ovviamente.
Perchè?
Ma è semplice, di una evidenza solare. Alla base l'unità esiste da tempo. Lavoriamo nei quartieri, nelle scuole, nelle università, con i disoccupati, nelle lotte per la pace, per il lavoro e ovunque nel Paese con tantissimi democratici che fanno riferimento ad un arco che va esattamente da RC alla Margherita. Noi sappiamo stare insieme perchè ci confrontiamo con i problemi concreti di una Italia spaventata e chiusa in sè stessa.
La soluzione a questo punto può essere una sola, quella che prospettiamo da tempo: PRIMARIE APERTE E PER LEGGE.
Vogliamo essere noi e nessun altro a decidere chi dovrà far parte delle future liste elettorali.
E' fallito il progetto unitario per le regionali? Bene facciamo in modo che vada a tutti i costi in porto quello per le politche 2006. Ma per cortesia con strumenti credibili come le Primarie, quelle vere e per tutti questa volta. Basta con i vertici di questi partiti, basta davvero.
Ieri sera eravamo insieme con Pardi ad un incontro a Roma su "Difesa della Costituzione e Primarie". Difficile negare che ormai questi due problemi non rappresentino gli opposti versanti di una unica montagna sempre più gigantesca: la perdita di democrazia e di rappresentatività per tutti in Italia.
Wallace
Associazione Liblab
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Rutelliade
di BananaNews
Ode a Rutelli, che con supremo prezzo del pericolo va ad affrontar tenzoni di grana e favor
Cantami o diva del Prode Rutelli
l' ira funesta dei suoi macelli.
"Da 'sta parte nun se magna",
guaì financo la sua cagna.
"Nato non fosti a star sotto padroni,
che non abbian tanti soldoni",
continuò la cagna ad abbaiar rampogna
al Rutelli con la testa nella gogna.
"Atto non fui a viver come un bruto,
ché della grana ebbi sempre fiuto".
Così Rutelli, co' la mano sulla panza
entrò nella sua nuova stanza.
Lo accolse un Follini tutto d' un pezzo
che tosto chiese se lieto fosse del prezzo;
"Far devi, come ho fatto io
sempre in sentor di critico e pio,
tu potresti fare il disilluso
del centro-sinistra così confuso".
Ed abbracciò Follini la sua pecorella
con il pensier volto anche a Mastella.
E alla cagna illanguidiron le budella
alla notizia di tanta novella.
BananaNews
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I weblog e la fine dell'80/20.
:: Tech zone, Marketing ergo sum, Weblog zone
Prima di parlare della fine del principio dell'80/20, è forse il caso di introdurre il suddetto principio. Che forse è noto ai più, ma non vorrei perdermi per strada metà dell'odiens. La teoria dell'80/20 è una delle più semplici e note del mondo del business. E' di una semplicità disarmante. E ciò ci fa intuire quanto possa essere alto il QI dei nostri manager. Ma di fatto la teoria funziona, per quanto banale possa essere. In soldoni:
- l'80% del fatturato di un'azienda, di un'area, di un account è generato dal 20% dei clienti. Implicazioni: coccolare quel 20%, glissare gli altri (la realtà non è però digitale, 0 e 1, come nel mio esempio. La realtà è analogica, con una gamma incalcolabile di eccezioni). Così, allo stesso modo, il 20% dei prodotti genera l'80% del fatturato.
- il 20% dei propri sforzi genera l'80% dei benefici. Pensateci. Anche qui una verità disarmante. Lavoro, studio, vita privata. Per l'80% del nostro tempo si cazzeggia. Nel 20% di tempo restante si fa ciò che è realmente importante per noi stessi. Ancora. Blog. Il 20% dei nostri post generano l'80% delle visite. E' anche questa una realtà. Ancora. Il 20% delle vostre scopate genera l'80% di probabilità che si diventi babbo/mamma. Anche qui incrollabile verità.
Insomma, la regola dell'80/20 è sempre stata applicata, e con successo, agli aspetti più disparati della vita quotidiana. Fino a quando. Fino a quando un certo signore non ha pubblicato su Wired il seguente articolo. Un articolone di 5 pagine. Per i pigri: è sintetizzato qui. Ma ci provo anch'io, con un pò di buona volontà, a fare il punto.
Chris Anderson intitola il suo articolo La lunga coda. In realtà, definisce code quel famoso 80% che un manager sensato avrebbe ignorato. E afferma che il successo di Internet è basato proprio sulle code. Morale: Internet capovolge la teoria dell'80/20. Un paio di esempi:
- Amazon genera gran parte del suo business grazie alla coda. E' chiaro che un best seller, chessò io, l'ultimo libro di Vespa, è facilmente acquistabile in libreria. Ma dove trovare i libri introvabili? Dove trovare roba tipo Saggio ragionato sui pensatori occidentali e sui loro cardigan del signor Silvio Berlusconi? Su Amazon, chiaro. Amazon vive delle code.
- Google non vive di pubblicità di Pepsi, Mediaset, Wal Mart. Google vive di pubblicità della Pipirichiello Srl, della g&f Corp., della Splinder.com. Insomma, vive delle code.
Occhei. Ci siamo. Insomma, tutto ciò per dire che? Tutto ciò per dire che anche i blog confermano la fine dell'80/20. A parte pochi felici casi di giornalisti-blogger (Sofri, altri) chi sono i blogger? Chi siete voi? E a cosa appartenete? Alla coda, chiaro. Insomma, tutto ciò apre a mille considerazioni. Ma per il momento io chiudo qui. Che temo di aver già raggiunto il 20% utile del vostro tempo./giusec.splinder.com
Corsera, da salotto buono a crocevia di interessi
Paolo Mieli si è insediato ieri alla direzione del Corriere della Sera. Ha avuto un alto "gradimento" da parte della redazione. Gli aventi diritto al voto erano 379, hanno votato 318, favorevoli 243, contrari 55, schede bianche 19, nulle 1. Con Mieli il comitato di redazione si era incontrato lunedì e aveva "ridefinito le regole - rende noto un comunicato sindacale - che garantiscono ai giornalisti nell'esercizio del loro lavoro, l'autonomia rispetto alle possibili interferenze di natura economico finanziaria,politica e pubblicitaria, anche da parte degli azionisti della Rcs Media Group". Paolo Mieli ha sottoscritto, a questo proposito, due documenti, uno, storico, lo Statuto dei giornalisti del Corriere scritto nel 1972 e l'altro, la "dichiarazione di indipendenza del Corriere", presentata nel 2002. Autonomia dei giornalisti, indipendenza, garanzie per i lettori. si è discusso molto nelle stanze del giornale prima del voto. sul significato del ritorno di Mieli. Si è parlato di autocritiche da parte del neo direttore, ma forse è più giusto quanto si afferma in quelle stanze. Mieli ha compiuto un capolavoro. Lui, campione di revisionismo storico è riuscito a revisionare anche se stesso. Ha polemizzato con il suo " rapporto troppo pronunciato con la televisione", con l'avere ecceduto in quello che si chiama "mielismo", “cerchiobottismo", "terzismo", una botta all'uno e una all'altro (una in più sempre all’uno).
Proprio mentre fa parte della "modernità" l'attacco alla Costituzione, ai valori fondanti, all'antifascismo, alla Resistenza Mieli dice: "Sono valori vivi e sono valori che fanno parte della storia particolarmente di Milano e del Corriere della sera" e parla in questo senso di "giornale schierato". E, si dice, sempre nelle stanze del Corriere che incontrando il presidente di Rcs, Piergaetano Marchetti, abbia espresso la volontà di "posizionare" il giornale nel quadro di un"ritorno alla normalità della democrazia del paese". Non c'è dubbio che si chiude un ciclo della lunga, complessa, travagliata vita del Corriere che ci sembra utile ripercorrere perchè emblematica dell'attuale situazione dell'informazione nel nostro paese.
Quando il Corriere della sera si trovò coinvolto nella vicenda P2, Raffale Fiengo, già allora leader del Comitato di redazione, oggi anche docente di Teoria e tecnica del linguaggio giornalistico all'Università di Padova, definì il grande gruppo editoriale un " crocevia" di interessi non tutti riconducibili al mondo della comunicazione. Aveva visto giusto e gli eventi che negli anni si sono susseguiti, segnalano un " caso Corriere" che riguarda non solo l'Italia. Una riduzione di indipendenza del gruppo coinvolge tutto il sistema mediatico italiano sul quale Berlusconi esercita un forte controllo,supera i confini per investire l'intera Europa. Per questo , rispondendo al Comitato di redazione del Corriere, è intervenuta con grande autorevolezza la Federazione internazionale dei giornalisti (Ifj).
Siamo al 15 dicembre quando i giornalisti pongono con forza il problema dell'indipendenza della testata, parlano di regole che garantiscano la separazione tra gli azionisti e la testata . C'è un nuovo piano industriale messo a punto dall'amministratore delegato Vittorio Colao. E' l'occasione per rivendicare da parte della redazione " scelte di grande livello". Ma essenziale è la separazione, la divisione dei ruoli da cui " discende l'indipendenza dell'informazione di tutti i giorni. I contrasti interni - scrive il cdr - alla proprietà e i veti incrociati intralciano l'attività della redazione e si traducono fi fatto, in una vera e propria interferenza sulle notizie". Il giorno dopo la Federazione internazionale dei giornalisti prende posizione, parla di "crescente pressione sui contenuti da parte degli azionisti", prende spunto dal caso Corriere per poorre il problema che riguarda il "futuro del giornalismo indipendente", si schiera con i giornalisti della grande testata 8 circa quattrocento oltre a duemila collaboratori). Si tema per l'indipendenza nel fuoco di nuna scontro politico fra centrodestra e centrosinistra. Quando i giornalisti seguono le veline dei loro referenti politici " soffre la qualità del giornalismo ". La Ifj schiera i giornalisti di tutta l'Europa a fianco dei colleghi italiani, chiede regole che garantiscano indipendenza, contro le interferenze editoriali, per salvaguardare un " giornalismo etico".
Il caso Corriere assume così un eccezionale rilievo per la libertà e l'autonomia dell'informazione. Per vincere questa battaglia essenziale è l'indipendenza delle testate. Se non si afferma questo valore, anche il pluralismo perderà significato. Torna così il "crocevia" di cui parlava Fiengo, crocevia economico e politico. Nel Patto di sindacato di Blocco e Consultazione che detiene la maggioranza dell'azionariato, ci sono tutti i grandi gruppi industriali e finanziari, in un intreccio che può provocare opacità invece di quella trasparenza richiesta dalle leggi. Sono quindici e si chiamano: Mediobanca, Fiat, Italimmobiliare, Gruppo Fondiaria, Generali Assurances, Pirelli, Banca intesa, Capitalia, Sinpar, Merloni, Mittel, Er.Fin, Edison, Gemina. Anche i nomi che corrispondono a questi gruppi industrial-finanziari dicono qualcosa. Galateri, Franzo Grande Stevens, Pesenti, Ligresti, Agrusti, Della Valle, Tronchetti Provera, Passera, Geronzi, Lucchini, Merloni, Bazoli, Bertazzi, Quadri, Romiti e sulla sfondo, Luca Montezemolo, i cui interessi vanno da Confindustria, a Federazione editori, alla Ferrari. Ci sono amici e soci in affari di Berlusconi, amici di Romano Prodi ma anche nemici dichiarati. Gli equilibri sono molto fragili, il rapporto fra i poteri politici e i potentati economici e finanziari non limpidi. C'è insomma un mare stagnante ma non per questo meno infido nel quale naviga un imbarcazione che ha bisogno di restauri. Un colosso imprenditoriale ha bisogno di guide certe, di "organizzatori" di comunicazione, di direttori manager. Scatta così l'operazione Mieli, punto di equilibrio, cui si affida il rilancio del giornale. Gli azionisti trovano un momento di unanimità, per poi dividersi subito cercando di forzare la mano per mettere oguno una sua pedina sulla scacchiera. In realtà c'è uno scontro politico con le ricadute economiche neppure tanto sottotraccia. Si fanno di nuovo sentire le voci del "salotto buono" della borghesia milanese, del "crocevia" di interessi e di potere. Ci sono gli amici in affari di Berluscoini che puntano a spostare il Corriere nell'area governativa. Ci sono gruppi industriali e finanziari che giocano la carta del riformismo moderato, non del riformismo socialista di cui di recente ha parlato un intellettuale come Massimo Salvadori. Pensano a un nuovo centrismo che si accoppia bene con il cerchiobottismo, con il "mielismo". I Panebianco, i Galli della Loggia, sono gli alfieri di questa politica editoriale. Ma Mieli ha firmato le carte che definiscono le regole dell'indipendenza della testata, della separazione dagli interessi dei 15 grandi azionisti. Ha firmato il revisionismo di se stesso. Auguri.
[ Alessandro Cardulli]www.aprileonline.info
Contro il silenzio
Amnesty denuncia l’iniquità del processo ai leader indigeni e ne chiede la scarcerazione
Per i fratelli Miranda uno spiraglio di speranza. Finalmente. Sia dal fronte internazionale che da quello giudiziario.
“Leonardo e Marcelino Miranda sono prigionieri politici. Che siano liberati”. A dirlo è Amnesty International (AI), una delle organizzazioni umanitarie più autorevoli nella difesa dei diritti umani. E’ intervenuta proprio in questi giorni nel caso dei due dirigenti indios del Consiglio civico delle organizzazioni indigene e popolari (Copinh)del municipio di Gracias, in Honduras, da ormai due anni in prigione con accuse da sempre definite infondate dai loro sostenitori. Che da adesso non sono più soli. Amnesty ha preso posizione, dedicando a questo caso un intero capitolo nel proprio rapporto annuale sul paese centroamericano. Due i punti cardine individuati da AI nella sua denuncia del sistema giudiziario honduregno: i capi di imputazione si basano su motivazioni politiche ed è mancato un giusto processo.
Arresto e torture. I fratelli Miranda sono stati incarcerati nel gennaio 2003. L’accusa è di aver ucciso Juan Reyes Gómez. Un delitto che risale al 2001 e che il Copinh ha sempre definito una montatura a danno dei due capi indigeni: "Non hanno ucciso nessuno. Le accuse sono state costruite dopo l'arresto. E’ chiaro che le vere ragioni di questa violazione dei diritti umani sono la lotta dei nostri leader in difesa delle terre ancestrali e il fatto di essere membri del nostro Consiglio". Eppure i due sono stati condannati a venticinque anni di carcere.
Furono prelevati dalla comunità Lenca a Montaña Verde, dipartimento di Lempira, da agenti di polizia e civili armati che hanno usato gas lacrimogeni ed esploso colpi di arma da fuoco in aria e contro la casa di Marcelino. Secondo quanto riferito, i familiari, compresa una ragazza, sono stati tenuti sotto la minaccia di armi durante tutta la procedura d’arresto. Nel tempo impiegato per raggiungere la prigione di Gracias, i due fratelli sarebbero stati ripetutamente picchiati. Leonardo è stato ferito alla testa con un coltello. Entrambi hanno subito bruciature di sigarette sulle orecchie. E tutti e due sarebbero stati minacciati di morte dai poliziotti. Più tardi, Leonardo Miranda è stato tenuto ripetutamente con la testa sott’acqua. E le violenze non si sono esaurite lì.
Ad aprile, i due fratelli sono stati di nuovo torturati da tre agenti dell’Unità Cobra, un corpo scelto della polizia nazionale. A giugno, un poliziotto avrebbe puntato una pistola alla tempia di Leonardo, minacciando di ucciderlo se non avesse avallato le accuse contro di lui. Quindi gli avrebbe presentato un foglio di carta in bianco, per costringerlo a firmare. Inutile dire che il leader indigeno si è rifiutato, facendo appello alle poche forze rimastegli.
A settembre 2003, le accuse di tortura, abuso di potere e danni presentate contro ventuno agenti sono state archiviate, nonostante l’esistenza di referti medici che documentavano abusi fisici.
Il processo. Il 16 dicembre dello stesso anno i due fratelli sono stati condannati a 25 anni di carcere. E da quel giorno sono iniziate le proteste, le denuncie, le mobilitazioni dei sostenitori dei due capi carismatici.
E la difesa dei Miranda è ricorsa in appello, respinto però nel giugno scorso. Questo ha provocato perfino uno sciopero della fame, portato avanti per giorni dai Miranda e da molti loro compagni.
Decisi a non arrendersi, gli avvocati hanno anche presentato un secondo appello, questa volta alla Corte suprema di giustizia. E qualcosa è cambiato. L'11 novembre scorso, la Corte si è pronunciata a favore dei Miranda, riconoscendo le irregolarità denunciate. E adesso Amnesty.
La denuncia di Amnesty. “Temiamo che si sia trattato di un processo iniquo”, spiegano. “Tra febbraio e settembre, l’avvocato dei due fratelli, Marcelino Martínez Espinal è stato vittima di atti di intimidazione. E’ una sentenza piena di irregolarità. Mancano le prove e i testimoni non erano imparziali. Sono stati considerati soltanto quelli dell'accusa, mentre le dichiarazioni dei testi della difesa sono state ignorate”, ha aggiunto la ong, appoggiando quindi la posizione della comunità indigena.
"L'unico barlume di speranza alla lotta per la giustizia in questo Paese è la decisione della Corte Suprema, che però ha solamente annullato la condanna. Adesso è tutto da rifare. Il caso dovrà essere considerato nuovamente dalla Corte d'Appello di Santa Rosa di Copán” spiegano ad Amnesty. “Ribadiamo che le accuse contro Marcelino e Leonardo Miranda non derivano da azioni criminali, bensì dal proposito di impedire le loro attività per proteggere l'ambiente e la proprietà della terra nelle loro comunità. Gli abusi contro i popoli indigeni dell’Honduras e i metodi delle autorità nell’investigare e nell'assicurare i responsabili alla giustizia ci stanno preoccupando da anni. Questo caso conferma che l'obiettivo è quello di ostacolare la lotta per il riconoscimento dei diritti di proprietà della terra agli indios. Sono troppi e troppo forti gli interessi economici e politici che si oppongono a lasciarla nelle mani dei Lenca”.
L'appello. “A meno che non si presentino delle prove chiare e inconfutabili a loro carico, é ora che Leonardo e Marcelino Miranda recuperino la libertà per continuare il loro prezioso lavoro in difesa dei diritti umani”.
Stella Spinelli www.peacereporter.net
benvenuti nel deserto elettorale
mcsilvan - Movimento 23.12.2004
Per una critica delle tecnologie politiche
Il sistema bipartitico moderno si avvale della struttura psicologica di eserciti in battaglia. L'elettore può passare dall'una all'altra battaglia elettorale ma il momento in cui effettivamente vota ha poi qualcosa di sacro: sacre sono le urne sigillate che contengono le schede, sacra l'operazione di conteggio. La solennità di tutte queste decisioni deriva dalla rinuncia alla morte come strumento di decisione.
Canetti, Massa e potere
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Anche quando si presenta come tecnologia amministrativa del potere la politica è un processo di costruzione della realtà, converge con altri processi costruttivi a definire il campo del reale, detiene o subisce l'egemonia nei processi di costruzione a seconda
del tipo di conformazione epistemica dominante.
La rappresentazione recente della presenza del sapere politico in queste dinamiche di convergenza nella costruzione del reale ha usato lo schema del dialogo -si pensi ad Habermas o alle
ermeneutiche- o quello della regolazione come nel costruttivismo radicale e nel conseguente problema ecologico come paradigma del rapporto tra la politica e gli altri saperi.
In entrambi i casi si rischia qui di interpretare sia la conoscenza che la politica comeprocessi che non hanno molto a che fare con la disgregazione del sapere e con la lotta per il potere.
Il che potebbe sorprendere, visto che il sapere è a continuo rischio di obsolescenza a causa delle tecnologie (il problema di tutta la Kultur tedesca di destra e di sinistra all'inizio del novecento)e che la politica non ha oggi altro orizzonte che che la classica fase della pura lotta per il potere che conosce la prospettiva del cambiamento solo come utile simulacro.
Inoltre, si dovrebbe essere ulteriormente sorpresi dal fatto che le estetiche attualmente sul mercato delle idee letteralmente "non vedono" questi temi.
Eppure per farli emergere basterebbe qualche lavoro non anonimo sull'eredità nella rappresentazione digitale degli stili di raffigurazione del potere e della sua funzione rituale nella rappresentazione pittorica.
Ma il sapere critico teme per la propria stessa sopravvivenza: allora ecco le frequentazioni con le discipline istituzionali,l'accodarsi alle teorie ecumeniche della convivenza che concedono cittadinanza formale e sostanziale diritto alla riserva indiana,ecco la formazione di estetiche che, nel terrore del potere, si sottrangono alla rappresentazione e alla critica del dominio (tanto da perdere capacità di astrazione o di critica dell'immagine per confinarsi nel sublime digitale e nella speculare litania sul, guarda te che scoperta, potere erogeno del corpo).
Sembra una strategia, trovare uno spazio di mediazione semantica con il potere per garantirsi margini di sopravvivenza, ma per il pensiero critico questa non è che una stagione di torsioni cognitive nel crepuscolo dell'idealismo. Come ha notato Zizek, queste strategie di sottrazione hanno come ideale regolativo i processi di purificazione. Incapace di imporre il dominio del reale come processo di purificazione dal potere, il pensiero critico ritrova questo processo nella sottrazione, che ha il pregio di sottrarre significato al potere ma il difetto -siccome il potere è dappertutto- di togliere significato anche alla critica destinata quindi ad una irrimediabile evanescenza.
Idealismo e sottrazione sono quindi due sbocchi della malattia del pensiero critico: il primo porta ad una sovrapproduzione di materialismo -nell'orrore del vuoto si produce tanta più necessità della concretezza a compensazione dell'impossibilità di governare il reale che non parla quel linguaggio- il secondo ad una inesorabile evanescenza visto che nell'orrore della pienezza del potere pervasivo la sottrazione non ha fine perchè non ha fine il potere che la perseguita anche neglispazi virtuali.
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A fronte delle convulsioni del pensiero critico, nel generale contesto delle pessime condizioni di salute della filosofia come potere complessivo di significazione sul reale,la politica istituzionale nei processi di costruzione della realtà rende omaggio al potere di significazione presente nel mondo tecnomorfo.
Qui avrebbe dovuto destare qualche sospetto in più il fenomeno, datato oltre dieci anni, di un network televisivo come quello di Berlusconi che, una volta esaurito un ceto politico, lo sostituisce con propri mezzi quasi senza colpo ferire.
Il potere di significazione sulla realtà da parte di uno strumento tecnomorfo come la televisione ha infatti dimostrato di contenere anche anche la produzione di quote significative di potere politico.
E qui, non a caso, il pensiero critico, più o meno istituzionale, non ha mai dato battaglia politica su questo terreno: i processi di evanescenza per sottrazione, oggi presenti nel pensiero critico, impediscono di far guerra per la libertà là dove si fanno sia politica che il reale.
Allo stesso tempo deve suscitare qualche sospetto in più il fatto che la vittoria di Bush non è affatto dovuta a quel momento canonico dell'incontro tra tecnologie politiche e capacità tecnomorfa di significazione che è il dibattito televisivo pre-elettorale. Il piazzista Kerry, che esibiva alla convention generali "democratici" che volevano fare la guerra all'Iran piuttosto che all'Iraq, ha sicuramente azzeccato battute più efficaci nei confronti televisivi.
Solo che, come ha notato Wired, la generale recezione del dibattito televisivo e della campagna elettorale la si fa ormai ha quando si ha il polso dei dibattiti che in rete si scatenano su questi temi. Insomma,la rilevazione del gradimento del candidato ha avuto uno spostamento di piano che coincide con l'immissione di tecnologie di significazione del reale nella sfera pubblica: non più quindi problema di esposizione televisiva ma questione di formazione del consenso nella stratificazione di esposizione alle tecnologie mediali di tipo broadcasting e di quelle di interazione
all'interno della rete.
Il Berlusconi del '94 e il Bush del 2004 rappresentano quindi un arco epistemico, nella produzione di realtà entro la convergenza tra tecnologie politiche e potere tecnomorfo, che passa dai media tradizionali all'interazione in rete: la legittimazione e la permanenza del potere parlamentare passano di qui e la consistenza del fenomeno stupisce se si pensa ai processi di delegittimazione radicale di questo istituto avviati dai movimenti degli anni '60 e '70, alla delegittimazione non meno radicale avviata dalla proliferazione della differenziazione sociali, allo svilupparsi dei processi di globalizzazione, ai fenomeni generalmente tendenti a collocare il potere parlamentare fuori dalla centralità del potere sovrano popolare del quale storicamente si nutre.
Eppure la permanenza del potere del politico quando avviene lo fa entro queste dinamiche di convergenza tra tecnologie e non può certo impedirla la pallida strategia di sottrazione del "cambiare il mondo senza prendere il potere" che finisce presto fuori dalla stratificazione dei media,entro una dinamica dove il discorso di movimento parla il linguaggi del cambiamento ma giusto per codificare la geografia delle piccole lotte di potere in un ceto politico di tipo asfittico.
In questo scenario il ceto politico istituzionale può dedicarsi alla propria riproduzione, secondo la regola aurea"all'interno del parlamento non ci devono essere morti". A differenza di quanto rilevato da Weber, per il quale la lotta politica era una lotta per il potere con esiti mortali traslocata sul piano parlamentare
oggi -dopo quasi un secolo di processi di immunizzazione del ceto politico dagli effetti delle mutazioni sociali- gli effetti mortali della lotta per la sopravvivenza sono stati tutti traslocati dalla sfera del politico a quella del sociale.
Il costo delle continue disfunzioni sistemiche, ma anche delle funzioni, è quindi interamente a carico del corpo sociale. Le cordate di ceto politico che si propongono sulla scena finiscono velocemente per imparare questa regola o per perire come capita a chi non ha ben capito le regole del mestiere che si propone di esercitare.www.rekombinant.org
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L’unione fa l’acquisto
Nome in codice: GAS. O ‘gruppi di acquisto solidale’. Sono il nuovo modo di fare la spesa. Collettivo. E solidale.
Dimenticate le lunghe code al supermercato. Con i GAS, i gruppi di acquisto solidale, la spesa si fa collettiva. E intelligente. Partiti nella regione Emilia nel 1994, hanno oggi raggiunto importanti dimensioni perfino nella capitale del business italiano, Milano. Il GAS consiste in gruppo di cittadini che si organizza per acquistare prodotti alimentari o beni di largo consumo, all’ingrosso. Concretamente, i membri del GAS stilano una lista di prodotti, raccolgono gli ordini da parte delle famiglie e dei singoli aderenti, e li trasmettono ai vari produttori precedentemente selezionati. Una volta arrivata la merce, viene distribuita ai membri che pagano il corrispettivo per quanto ordinato.
Effetto carovita
Le motivazioni e gli obiettivi dei GAS sono molteplici, ma sono in generale tutti si ritrovano in una certa volontà di reagire al consumismo e ai dogmi del capitalismo attraverso un’iniziativa concreta di economia solidale. Scopo dei GAS è innanzitutto dare l’opportunità ai suoi membri di alleviare gli effetti dell’inflazione risparmiando denaro. L’unione di più consumatori permette infatti di acquistare grandi quantitativi di merce al mercato all’ingrosso, ottenendo così prezzi più convenienti rispetto ai canali tradizionali. Ma le ambizioni dei GAS non finiscono qui. Obiettivo: forgiare un consumatore “critico” refrattario alle pubblicità e alle pressioni mercantilistiche, e che acquista, attraverso canali non convenzionali, prodotti “etici” altrimenti emarginati.
Dal produttore al consumatore (critico)
I GAS acquistano preferibilmente prodotti provenienti da piccoli produttori locali messi in crisi da un mercato “dominato dalle multinazionali”, e ignorati dai canali della grande distribuzione. Oltre a selezionare i produttori secondo criteri di rispetto ambientale e del lavoro, i GAS instaurano un rapporto diretto tra produttore e consumatore, e questo al fine di conoscere il comportamento dell’azienda produttrice, i metodi di lavoro, la sua filosofia e le caratteristiche dei prodotti stessi. Il contatto diretto dà un vantaggio economico sia al produttore che al consumatore, perché evita l’intermediazione della catena di distribuzione. E rende così accessibili anche alle famiglie a basso reddito dei prodotti biologici oggi riservati a una ristretta nicchia di privilegiati.
Ma la scelta di acquistare solo prodotti locali va al di là di semplici esigenze economiche: riduce l’utilizzo degli imballaggi e accresce l’occupazione in quanto i beni prodotti localmente sono ad alta intensità di mano d'opera. Non solo. I GAS preferiscono le aziende che assumono disabili, categorie svantaggiate o marginali.
Il pensiero solidale
Ma qual è la portata del successo dei GAS? Certo, le iniziative di economia solidale abbondano ma, in tempi di crisi economica, la consacrazione dei gruppi di acquisto solidale come modo di consumo alternativo ha riacceso, almeno in Italia, la discussione sui tanti fallimenti del modello capitalista. E sui tentativi della società civile di trovare strade alternative. L’economia solidale, fenomeno presente in tutta Europa, è una realtà in crescita, che cerca di smentire il modello di sviluppo capitalista basato sul dogma che il mercato da solo è in grado di garantire benessere e sviluppo. E che rifiuta la tipologia di cittadino frutto della società mercantilistica, un cittadino piegato alle logiche del profitto che corre al supermercato in cerca della felicità.
I sostenitori dell’economia solidale denunciano come il modello capitalista fallisca nel distribuire equamente le risorse, aumenti la povertà e l’esclusione, svuoti la democrazia a favore dei potentati economici, deteriori lo stato sociale e la protezione del lavoro, e metta in pericolo l’equilibrio ambientale del pianeta. Ritengono che considerare lo sviluppo solo in termini di consumi e produzione, sia sbagliato anche per il fatto che gli standard di vita occidentali non potranno mai essere estesi a tutto il pianeta a causa della scarsità delle risorse. Ai concetti di concorrenza e accumulo, contrappongono la cooperazione e la condivisione.
Nella galassia dell’economia solidale, i GAS si propongono di creare o preservare spazi di consumo e di produzione alternativi a quelli di massa. Se è inverosimile, a questo livello di evoluzione del modello capitalista, una diffusione generalizzata di questa iniziativa, rimane la sua valenza simbolica ed educativa. Per la costruzione di una società in grado di alleviare le ingiustizie e garantirci una vera qualità della vita. www.cafebabel.com/it/
Processo ai farmaci
di Rob Waters da Adbusters
I produttori di antidepressivi cooperano con i procuratori distrettuali affinchè venga smentito il coinvolgimento di questi farmaci in atti criminali compiuti da coloro che ne fanno uso. In gioco ci sono la reputazione dell’antidepressivo più venduto negli Stati Uniti, i suoi 3 milioni di dollari di vendita – e il futuro di molte persone.
Durante i suoi 12 anni, le uniche figure constanti e affidabili nella turbolenta vita di Christopher Pittman erano state i nonni paterni. “Amava i suoi nonni con tutto il cuore”, ha dichiarato Joe Pittman, il padre del ragazzo. “Erano la sua vita”. Tuttavia, la notte del 28 dicembre del 2001 Christopher si alzò dal letto e prese il fucile da caccia calibro 410 con meccanismo a pompa, che era stato tramandato da suo nonno a suo padre e da suo padre a lui. Quindi sparò ai corpi addormentati di Joe Frank Pittman (66 anni) e di sua moglie Joy (62), poi incendiò la casa e scappò via.
Quest’anno, in data tuttora ignota, Christopher, che oggi ha 15 anni, verrà processato – probabilmente come adulto – per omicidio di primo grado in un’aula giudiziaria del South Carolina. Ha ammesso di aver commesso i delitti ma ha anche affermato di aver agito in preda a un attacco di agitazione e di psicosi causato dallo Zoloft, un antidepressivo che aveva assunto per tre settimane.
Questa difesa che chiama in causa l’utilizzo di antidepressivi è già stata utilizzata da almeno 100 persone accusate di violenza o di omicidio ma la Pfizer, la casa produttrice dello Zoloft, non vuole che tale linea abbia successo – specialmente in un momento come questo, in cui i produttori e l’FDA sono finiti sotto tiro per aver nascosto delle informazioni riguardo i pericolosi effetti collaterali degli antidepressivi. Perciò gli avvocati della compagnia stanno facendo quello che hanno già fatto molte altre volte, ossia assistere i procuratori di stato fornendo informazioni mediche e consigli legali.
Agli inizi degli anni ’90 Eli Lilly, produttore del Prozac, diede avvio alla prassi di aiutare i procuratori distrettuali che perseguivano quegli imputati che incolpavano il farmaco per i loro atti di violenza. In seguito gli avvocati della Pfizer, la casa farmaceutica più grande del mondo, crearono un “manuale del procuratore” per lo stesso scopo.
Il manuale della Zofolt è già in sé un segreto custodito con grande attenzione – e la Pfizer ha pensato di continuare a mantenerlo tale. Ma nel 2001 una vedova fece causa alla Pfizer poiché il marito si era suicidato dopo sei giorni di assunzione dello Zoloft. I suoi avvocati scoprirono nei documenti della Pfizer un riferimento a un documento chiamato “manuale del procuratore” e ne chiesero una copia.
La Pfizer si oppose alla richiesta, affermando che si trattava di informazioni riservate tra la compagnia e i suoi avvocati. Il giudice accolse la richiesta di rendere pubblico il manuale – osservando che era stato ideato per prevenire qualsiasi “danno alla reputazione della Pfizer” nel caso in cui un imputato avesse presentato con successo una “difesa che citasse in causa lo Zoloft” - ma in seguito convenne che il manuale venisse sigillato ed escluso dalla documentazione pubblica.
James Hooper, uno degli avvocati della Pfizer, ha dichiarato che talvolta gli avvocati della compagnia hanno fornito ai querelanti il manuale, nei “rari casi” in cui l’imputato “tenta di accusare il farmaco per un suo atteggiamento in qualche modo criminale. Per il procuratore è importante avere delle informazioni accurate. Cerchiamo di assicurarci che sia scoperta la verità”. Hooper rifiutò di fornire una copia del manuale a Mother Jones.
Anche la GlaxoSmithKline, la casa produttrice dell’antidepressivo Paxil – altro farmaco usato per brevi periodi da Christopher – ha fornito delle informazioni per il processo Pittman. A giugno, durante un’udienza, il pubblico ministero John Justice ha affermato di aver ricevuto un manuale dalla GlaxoSmithKline e che i rappresentanti della Pfizer gli hanno fornito documenti e informazioni su Peter Breggin, un esperto di difesa psichiatrica. “Mi hanno consigliato il modo per esaminare Breggin … e mi hanno istruito su come dovrebbero funzionare queste medicine”, ha dichiarato Justice alla Corte.
Fino a poco tempo fa gli imputati che hanno chiamato in causa gli antidepressivi per spiegare episodi di violenza hanno raramente vinto la causa. Tuttavia, mano a mano vengono alla luce delle informazioni riguardo al fatto che i produttori sappiano già da tempo che queste medicine possono spingere alcune persone verso impulsi suicidi e violenti, la controversia legale sta macinando terreno
.• Nel 2001, una giuria del Wyoming emise un verdetto secondo il quale il Paxil aveva indotto il sessantenne Donald Schell a uccidere la moglie, la figlia, la nipote e infine se stesso e ordinò alla GlaxoSmithKline di pagare 6.4 milioni di dollari ai membri restanti della famiglia. Tre ore prima dell’omicidio, Schell aveva assunto le sue prime due compresse di prova del Paxil.
• Nell’aprile di quest’anno, una giuria di Santa Cruz, California, ha assolto Andrew Meyers dall’accusa di tentato omicidio. Meyers aveva colpito un amico con un’arma appuntita, simile a un tirapugni, sfregiandogli la testa. Un neuropsichiatria ha testimoniato che lo Zoloft aveva eliminato le inibizioni di Meyers e il controllo dell’impulso, in modo da fargli esprimere un’emozione passeggera – la rabbia – con improvvisa violenza.
• In Florida il processo di Lesile Demeniuk , accusata di aver ucciso i suoi figli di quattro anni nel 2001, è in attesa mentre i querelanti si sono appellati alla decisione del giudice secondo la quale due esperti della difesa potevano testimoniare che la Demeniuk al momento dell’omicidio era “involontariamente intossicata” e “psicotica” a causa dell’assunzione dello Zoloft e del Paxil.
Uno dei querelanti nel caso Demeniuk, l’assistente del pubblico ministero Norma Wendt, ha dichiarato a Mother Jones che gli avvocati della Pfizer le avevano offerto consigli e documenti riguardanti altre battaglie giudiziarie. “Posso prendere il telefono e chiamare Jim Hooper o un altro avvocato della Pfizer”, ha dichiarato la Wendt. “Sperano come il diavolo che vinceremo”.
Tornando nel South Carolina, Christopher Pittman potrebbe dover affrontare la prigione. Sarà, fin dall’inizio, un ulteriore travaglio in una vita già agitata. La madre, Hazel, lo abbandonò quando aveva sei settimane. Negli anni seguenti, visse con la nonna, da solo col padre oppure con le altri mogli di quest’ultimo. Ma per la maggior parte del tempo visse con i genitori di Joe.
“Mia madre e mio padre – i suoi Pop-pop e Nanna – sono stati dei genitori per lui”, ha dichiarato Joe. “Lui adorava il suolo su cui camminava Pop-pop”.
I problemi sono iniziati quando i nonni di Christopher andarono in pensione e si trasferirono nel South Carolina lasciando Christopher e sua sorella in Florida con Joe. Subito dopo la madre di Christopher riprese per un breve periodo i contatti con i suoi figli a lungo allontanati, per poi scomparire di nuovo. Christopher minacciò il suicidio e fu rinchiuso in un ospedale psichiatrico, dove gli somministrarono il Paxil.
I nonni di Christopher convinsero Joe a portare Christopher con loro nel South Carolina, dove lo iscrissero a scuola, lo portarono in chiesa e dal dottore, che gli prescrisse lo Zoloft. Christopher ha affermato che il dottore gli disse di prenderne 100 milligrammi al giorno, ma una settimana dopo aveva incrementato la dose a 200 grammi.
Quando Christopher andò a visitare il padre il giorno del ringraziamento, sembrava inizialmente un po’ più su di morale”, ricorda Joe. “Ma, ripensandoci, era quasi come un’ondata di adrenalina. Agitava le mani e i piedi come se fosse nervoso”.
Ritornando nel South Carolina, Christopher, durante una lite sull’autobus scolastico, ferì un ragazzo più giovane. I nonni assicurarono ai funzionari scolastici che lo avrebbero punito. Nel pomeriggio lo portarono a esercitarsi col coro della chiesa e poi andarono a casa. Quella notte stessa avvenne la tragedia.
“Mentre giacevo sul letto non riuscivo a dormire perché nella mia testa, la mia voce continuava a ripetermi di ucciderli”, ha scritto il ragazzo in una lettera che il padre ha letto all’inizio di quest’anno a un comitato dell’ FDA. “Mi alzai, presi il fucile, salii le scale e premetti il grilletto. Per tutto il tempo, sembrava come guardare il tuo programma televisivo preferito. Sai cosa sta per succedere ma non puoi fare nulla per impedirlo”.
Gli avvocati civili che si sono uniti al team di difesa di Pittman vogliono che la Pfizer consegni i documenti confidenziali e sigillati che ha lasciato analizzare in altri casi civili in cui si dimostrava come lo Zoloft possa stimolare atti di suicidio e violenza.
La Pfizer non vuole rilasciare questi documenti e le due parti continuano a polemizzare. In gioco ci sono la reputazione dell’antidepressivo più venduto negli Stati Uniti, i suoi 3 milioni di dollari di vendita – e il futuro di un ragazzo di 15 anni.
Fonte: http://www.adbusters.org/home/
Traduzione di Loredana Stefanelli per Nuovi Mondi Media
IL MODO MIGLIORE DI AIUTARE LE TRUPPE E' FARLE TORNARE A CASA
di Al Neuharth*
New York - 24 Dicembre 2004 -- Molti di noi amano passare il Natale a casa con le proprie famiglie, ma non tutti possono.
Qui di seguito fornisco alcuni numeri su chi può e chi non può:
• Più di 62 di americani viaggierà per 50 miglia o più al fine di stare assieme alla propria famiglia per Natale.
• La gran parte dei nostri 2,4 milioni di soldati, sia uomini che donne, non potrà essere a casa per le vacanze.
• Più di mezzo milione di truppe schierate oltre oceano avranno ben poco da festeggiare in queste vacanze, specialmente i 138.000 in Iraq. Ho passato i giorni di Natale più tristi quando avevo 19, 20 e 21 anni ed ero arruolato come soldato nell'Esercito durante la Seconda Guerra Mondiale.
L'86esima Divisione di Fanteria mi ha trascinato lontano dalla mia casa del South Dakota, prima in Texas e California per l'addestramento, poi in combattimento in Francia, Germania e nelle Filippine.
A me e a molti miei commilitoni dei Blackhawk lacrimavano sempre gli occhi quando ascoltavamo le canzoni di Natale del 1943 e del 1944 Bing Crosby cantava, "Sarò a casa per Natale, anche solo nei miei sogni". Nonostante il Natale così triste, quasi tutti noi eravamo fieri di quello che stavamo facendo per vincere la Seconda Guerra Mondiale, determinati e decentemente armati ed equipaggiati per poter sconfiggere i presunti conquistatori del mondo, Hitler in Germania, Mussolini in Italia ed Hirohito in Giappone.
All'età di 80 anni, volentieri ripeterei di nuovo una tale esperienza, con un così alto significato morale. Ma se oggi dovessi prestare servizio in Iraq, farei tutto il possibile per evitare di andarci. Mi sarei comportato allo stesso modo anche durante la Guerra in Vietnam, come molti altri hanno fatto all'epoca.
"Support Our Troops" è uno slogan fantastico, ma allo stesso tempo patetico.
Il modo migliore per appoggiare le truppe costrette da comandanti-in-capo imbecilli in avventure incaute come Vietnam ed Iraq è di farli tornare a casa. Il più presto possibile. Questa dovrebbe essere la nostra promessa per il nuovo anno.
Al Neuharth
(*Fondatore di USA TODAY)
Traduzione in esclusiva per Reporter Associati di Daniele John Angrisani
altramerica.splinder.com/
AGGIORNAMENTO WASHINGTON: GREGOIRE VINCITRICE PER 130 VOTI
Bloomberg - La Procuratrice Generale democratica uscente dello Stato di Washington, Christine Gregoire, ha vinto l'elezione per il Governatore dello Stato con un margine di soli 130 voti, secondo il risultato del riconteggio manuale che ha capovolto il margine di vittoria precedente di 42 voti a favore del candidato repubblicano Dino Rossi.
Il vantaggio della Gregoire è aumentato rispetto ai risultati non ufficiali rilasciati ieri poichè la Contea di King, che include la città di Seattle, ha aggiunto all'ultimo momento altre 566 schede al conteggio, che erano state tenute fuori per errore dai conteggi precedenti. In totale quindi, durante il secondo riconteggio, la Gregoire ha guadagnato 920 voti, mentre Rossi ne ha guadagnati 748, secondo i risultati ufficiali resi noti poco fa.
"Per quanto ci riguarda, Christine Gregoire è stata eletta Governatore", ha affermato Kirsten Brost, una portavoce dei democratici, durante una intervista. "Abbiamo avuto tre conteggi, e la storia si è finalmente chiusa".
La conclusione del conteggio manuale di oltre 2,8 milioni di schede potrebbe però non significare la fine della battaglia che dura ormai da sette settimane sull'elezione del nuovo Governatore dello Stato di Washington. I repubblicani hanno fatto sapere di essere pronti a combattere affinchè anche le altre Contee includano nello spoglio centinaia di voti che sono stati scartati per errore. Da 20 anni lo Stato di Washington ha sempre avuto un Governatore democratico.
E' la prima volta nella storia dello Stato di Washington che un riconteggio a livello statale abbia modificato il risultato di una elezione. Ma è anche la prima volta che si è tenuto un conteggio manuale di tutte le schede.
'Non è finita qui'
"Non è finita quì. A questo punto non credo che molte persone considereranno Christine Gregoire il legittimo Governatore eletto", ha affermato nel corso della giornata Mary Lane, la portavoce di Rossi. "Ci sono stati troppi problemi".
Tutte le 39 Contee dello Stato di Washington hanno ora certificato il loro risultato. Il Segretario di Stato, Sam Reed, un repubblicano, pensa di dichiarare ufficialmente la Gregoire vincitrice il 30 dicembre. Rossi è stato dichiarato vincitore il 30 novembre, poco prima che i democratici avessero chiesto il riconteggio manuale di tutte le schede.
La vittoria della Gregoire, 57 anni, impedirebbe ai repubblicani di espandere il loro potere in ambito federale. 28 Stati hanno sinora un Governatore repubblicano, mentre 22 sono in mano democratica.
Durante la campagna elettorale, Rossi, 45 anni, ha detto che due decenni di controllo democratico hanno peggiorato l'andamento dell'economia di uno Stato che è anche la sede della Microsoft Corp., della società assicurativa Safeco Corp. e dell'azienda aereonautica Boeing Co. Il Governatore Gary Locke ha deciso qualche mese fa di non ricandidarsi alle elezioni.
Gregoire, la Procuratrice Generale dello Stato sin dal 1992, ha condotto i negoziati con le compagnie del tabacco che hanno portato ad un accordo con il quale sono stati risarciti 206 milioni di dollari agli Stati americani. Il suo ufficio è stato scelto per rappresentare gli obbligazionisti della Enron nella causa contro l'ex compagnia dominante del settore energetico e lei è stata tra i pochi funzionari statali ad aver denunciato compagnie farmaceutiche come la Bristol-Myers Squibb Co. per aver fatto pagare prezzi troppo alti ai propri clienti.
Rossi è invece un imprenditore immobiliare ed un ex senatore dello Stato.
Fonte: Bloomberg
Tradotto in italiano da Daniele John Angrisani watch-usa2004.splinder.com/
Natale in casa Rutelli
Peccato, davvero, avrei votato con piacere alle regionali una lista unitaria dell'Ulivo. Sono cristiano ma poco cattolico, e radicale di centro-sinistra, insomma un quasi benpensante italiano. Di sicuro, se ci riesco, uno scassapalle.
Ma il programma e le idee di Prodi mi piacciono. Sono quelle che servono. E Rutelli e Marini non mi sono mai piaciuti. Il primo per le sue frequentazioni romane con Previti, per il suo strano voltafaccia da radicale a cattolico allineato. Il secondo perchè fu quello che contribuì ad accoltellare alle spalle un governo ( il Prodi del 98) che avrebbe meritato quantomeno una legislatura.
Ma tant'è. In Italia i primi garantiti sono i politici. Ve lo immaginate un Rutelli senza lavoro, senza podio? Non avrebbe nemmeno i soldi per le sue quotidiane lampade al quarzo. O un Marini senza tessere da far girare?
Tiremm Innanz, come diceva un vecchio operaio milanese. E' Natale, dobbiamo stare buoni, buonissimi. Però io una lista o un simbolo su cui scrivere con chiarezza il mio gradimento politico a Prodi la vorrei. E' il maggioritario, quello che predica anche Berlusconi. O mi sbaglio?
ciao
Beppe
Ps. Domanda molto poco natalizia ma che mi pongo: sia Rutelli che Marini sono imparentati, quantomeno nelle idee, con Licio Gelli
caravita.biz
Usa 2004”: “Il voto dell’Ohio un crimine contro la democrazia”
di Stuart Comstock-Gay
24 Dec 2004
I grandi elettori di Bush in Ohio hanno già espresso il loro voto, anche se il riconteggio delle contestatissime schede elettorali dell'Ohio non è ancora concluso. Alla fine anche i media ufficiali ammetteranno che ci sono stati grossi problemi in queste elezioni. Ma finora nessuno crede che possa essere possibile che un riconteggio possa cambiare il risultato delle elezioni presidenziali. Così, è stato di fatto deciso di fingere che non sia successo nulla. Nell’articolo che segue, e che Daniele John Angrisani ha tradotto in esclusiva per Reporter Associati, Stuart Comstock-Gay, direttore esecutivo del National Voting Rights, spiega perchè il riconteggio in Ohio dovrebbe essere seguito con grande attenzione. Da tutti.
“I voti dei grandi elettori sono già stati espressi in tutti gli Stati e così i media nazionali hanno deciso di lasciar calare il sipario su queste elezioni e pensare ad altro, ma in Ohio il diritto di voto degli americani è ancora sottoposto ad un test. Infatti dopo che la delegazione dei grandi elettori dell'Ohio ha espresso il proprio voto a favore del Presidente Bush la settimana scorsa è iniziato il riconteggio delle schede elettorali per le elezioni presidenziali".
"Ed ogni giorno che passa aumentano le preoccupazioni riguardo l'integrità delle elezioni 2004. C'è qualcosa di poco chiaro in questo contesto. Noi, membri del National Voting Rights Institute (una delle più grandi e stimate organizzazioni americane per il diritto al voto, ndt) — per conto del candidato dei Verdi, David Cobb, e del candidato del Partito Libertario, Michael Badnarik — stiamo fornendo la rappresentanza legale necessaria per l'avvio della procedura di riconteggio".
"Allo stesso tempo vogliamo anche chiarire cosa sia successo davvero, visto che ci sono sono diverse cose che sono poco chiare in questa vicenda. E se alla fine esse risultassero essere abbastanza serie da poter cambiare il risultato delle elezioni, calerebbe una pesantissima nuvola nera sulle elezioni 2004. Troppi commentatori continuano ad affermare che il riconteggio è voluto solo dai perdenti che non accettano di esserlo".
"Alcuni si sono spinti fino a dire che se fossero stati i Repubblicani a perdere, non ci sarebbe stato alcun riconteggio vale a dire che i Repubblicani “giocano pulito” a differenza dei Democratici. Ma sono proprio le preoccupazioni sulla "correttezza" del voto che hanno spinto al riconteggio. Questi commentatori dimenticano di dire che il riconteggio non serve solo per verificare il risultato del conteggio ufficiale, ma, molto più importante, permette di verificare la correttezza di un processo elettorale ad alto rischio di fallimento".
"Fino a quando i voti saranno contati in modo scorretto nessuno potrà dire che il nostro sistema elettorale funzioni bene. E con un sistema elettorale che non prevede alcuna consistenza per il modo in cui i voti sono stati contati — e con molti funzionari elettorali ostili ad un pieno riconteggio — rimane ancora molto lavoro da fare per restaurare la fiducia dei cittadini nel sistema elettorale".
Cosa non ha funzionato il 2 novembre
"Vi sono parecchie lamentele che sono state espresse da migliaia di elettori dell'Ohio le file immense ai seggi; la mancanza di scrutatori e di macchine per il voto elettronico nelle zone abitate prevalentemente dai neri e dalle minoranze etniche; le macchine per il voto elettronico che hanno avuto problemi di funzionamento; diversi elettori a cui è stato richiesto di mostrare la carta di identità sebbene non fossero registrati per la prima volta (atto illegale secondo la legge elettorale dello Stato dell'Ohio, ndt); cancellazione errata di nomi di elettori dalle liste degli aventi diritto al voto; e centinaia di elettori che hanno richiesto di votare mediante gli 'absentee ballot' ma non ne hanno mai ricevuto uno, ed in ogni caso è stato impedito loro di votare di persona ai seggi".
"In un distretto della Contea di Franklin, Ohio, una macchina per il voto elettronico ha dato a George W. Bush 3.893 voti extra su 638 voti espressi in totale. Inoltre, circa 93.000 schede non sono state contate per diversi motivi e i funzionari elettorali dell'Ohio hanno invalidato impropriamente migliaia dei 155.000 'provisional ballot' (le schede fornite agli elettori che non risultavano essere sulle liste degli aventi diritto, ma che affermavano di avere comunque diritto al voto in un determinato seggio, ndt) usati il 2 novembre".
"Ma i problemi, invece di diminuire, sono aumentati con l'andare avanti nelle procedure di conteggio. Nella Contea di Hocking, Ohio, il vice direttore dell'Ufficio Elettorale, Sherole Eaton, ha descritto minuziosamente un incidente accaduto il 10 dicembre, tre giorni prima dell'inizio del riconteggio. Secondo la Eaton, un impiegato della compagnia Triad (quella che ha fornito la stragrande maggioranza delle macchine del voto elettronico usate in Ohio, ndt) è infatti entrato in uno dei seggi della Contea ed ha lavorato sui tabulatori ed i computer per preparare i funzionari elettorali al riconteggio, in modo tale che "il conteggio del 3% iniziale delle schede risulti perfettamente in linea con quello manuale e non vi sarà bisogno di dover verificare manualmente tutte le schede della Contea".
"Lo stesso impiegato avrebbe chiesto quali seggi sarebbero stati ricontati per primi e ha fatto in modo di concentrarsi su di loro".
"Un esperto di voto elettronico dell'Università dell'Iowa, Doug Jones, crede che questo incidente minacci da solo l'integrità dell'intero riconteggio e persino un deputato del Congresso, John Conyers, ha chiesto all'FBI di aprire una indagine su quello che è successo. Cosa è andato storto con il riconteggio Ma questa è solo la punta dell'iceberg. Mentre il riconteggio procede, siamo venuti a conoscenza del fatto che ogni Contea gestisce il processo in modo diverso, a seconda della volontà dei funzionari elettorali di più alto grado".
"Infatti ad ogni Contea dell'Ohio era stato chiesto, da parte del Segretario di Stato Blackwell, di effettuare un riconteggio automatico del 3% dei voti scelti a caso, seguito da un riconteggio a mano delle stesse schede. Se il risultato fosse stato lo stesso le restanti schede sarebbe state conteggiate in modo automatico, in caso contrario si sarebbe dovuto effettuare un riconteggio manuale di tutte le schede".
"Alcune Contee, comunque, hanno effettuato il riconteggio del 3% dei voti esclusivamente in maniera automatica, usando macchine diverse, ma non a mano. Inoltre, sebbene alcune Contee abbiano liberato lo spazio per permettere agli osservatori di verificare il riconteggio, i seggi ed il materiale elettorale, in altre Contee gli osservatori — sia che fossero per conto dei Verdi, dei Libertari, dei Democratici o degli stessi Repubblicani — sono stati tenuti completamente al di fuori dalle stanze dove si è effettuato il riconteggio. E questi sviluppi si sono avuti dopo che alcuni funzionari elettorali avevano tentato, senza successo, di bloccare il processo stesso di riconteggio".
"La Contea di Delaware, ad esempio, aveva presentato un esposto contro la NVRI, Cobb e Badnarik, cercando di bloccare il riconteggio, anche se era previsto dalla legge. La loro linea difensiva era che il riconteggio sarebbe stato inutile e costoso. La Contea di Delaware ha comunque alla fine deciso di condurre il riconteggio, ma solo dopo una serie di sconfitte legali in tribunale".
"Il 5 gennaio, il Congresso riceverà i voti dei grandi elettori e il processo elettorale — perlomeno il suo intento e proposito — si concluderà formalmente. Ma allo stesso tempo in Ohio il riconteggio andrà avanti fino a tutto gennaio. Al momento che scriviamo questo articolo, ancora non vi sono i risultati, ma ci attendiamo che si effettuerà un riconteggio pieno e manuale di tutte le schede in molte Contee. Risulta comunque shockante il fatto che il diritto al voto, così esaltato, che dovrebbe essere una delle punte di diamante di questo Paese, è stato completamente ridicolizzato in queste elezioni".
"Persino in Ucraina, ci sono state nuove elezioni a causa di irregolarità su larga scala nelle elezioni presidenziali".
"Come ha affermato la Corte Suprema un centinaio di anni fa, il diritto al voto è "un diritto politico fondamentale, poichè alla base di tutti i diritti del cittadino". Ora, più che mai, dobbiamo combattere per questo diritto.
Stuart Comstock-Gay
(National Voting Rights Institute - nvri.org)
Traduzione in esclusiva per Reporter Associati di Daniele John Angrisani
redazione@reporterassociati.org
[Indie
Milano: i Cittadini Per l'Ulivo Chiedono Unita'
Di (Dig/Pn/Adnkronos)
Milano, 23 dic. - (Adnkronos) - Unita' e prospettiva per il futuro. Sono queste le parole chiave che hanno mosso, oggi pomeriggio a Milano, alcuni sostenitori dell'Ulivo riunitisi davanti alla sede regionale della Margherita prima e a quella provinciale dei Democratici di Sinistra poi. Una piccola delegazione capeggiata da Stefano Facchi, coordinatore dei Cittadini per l'Ulivo per la provincia di Milano, che ha espresso a Margherita e Ds ''preoccupazione per la situazione venutasi a creare a livello nazionale''.
dicembre 23 2004
IL RICONTEGGIO NELLO STATO DI WASHINGTON FAVORISCE LO SFIDANTE DEMOCRATICO
OLYMPIA, Washington - A più di sette settimane dallo svolgimento delle elezioni nello Stato di Washington, il candidato dei Democratici, Christine Gregoire, ha preso il comando nell'elezione per il Governatore dello Stato di Washington, con soli 10 voti di vantaggio sul candidato dei Repubblicani, Dino Rossi, non appena i funzionari della Contea di King (quella dove ho votato anche io, ndt) hanno annunciato poche ore fa il primo risultato ufficiale del riconteggio manuale.
La Gregoire, che era risultata perdente nei primi due conteggi per un margine sempre più ristretto, potrebbe aggiudicarsi un margine di vittoria ancora più grande grazie ad una decisione della Corte Suprema dello Stato di Washington che ha ordinato di conteggiare altre 723 schede ritrovate nei giorni scorsi negli uffici della Contea di King e mai conteggiate sino ad ora.
In una conferenza stampa tenuta a Seattle, la Gregoire ha affermato di non voler ancora dichiarare vittoria. "Abbiate fiducia", ha detto ai suoi supporter. "Il processo elettorale sta andando come ci aspettavamo". La Contea di King, il bastione democratico dello Stato, nonchè l'ultima Contea a finire il conteggio delle schede, dovrebbe certificare il proprio risultato entro stasera (orario di Seattle), ma sembra che comunque saranno i giudici ad avere l'ultima parola su chi abbia vinto questa elezione.
I Repubblicani hanno infatti iniziato a preparare un esposto legale, e stanno cercando di contattare tutti gli elettori di Rossi le cui schede sono state invalidate a causa di errori da parte degli scrutatori, richiedendo agli Uffici Elettorali delle varie Contee di rivedere la posizione di questi elettori. "E' certamente una elezione troppo incerta e Dino non ha alcuna intenzione di ammettere la sconfitta", ha dichiarato la portavoce di Rossi, Mary Lane. "L'elezione non è per niente conclusa".
La decisione della Corte Suprema e i risultati del riconteggio aggiungono benzina sul fuoco di una situazione già molto tesa, che sarebbe dovuta essere definita sin dal 2 novembre. La Gregoire, 57 anni, per tre volte Procuratore Generale dello Stato, era la favorita secondo i sondaggi per l'elezione a nuovo Governatore dello Stato, rispetto allo sfidante Rossi, 45 anni, agente immobiliare ed ex senatore dello Stato.
Ma secondo il primo conteggio non ufficiale compiuto la notte stessa delle elezioni aveva visto Rossi in vantaggio per soli 261 voti (su un totale di 2,9 milioni) contro la Gregoire. Un risultato così stretto ha obbligato per legge lo Stato ad andare ad un primo riconteggio automatico che però ha a sua volta aumentato l'incertezza, riducendo infatti il vantaggio di Rossi a soli 42 voti. I Democratici hanno perciò deciso di pagarsi i 730.000 dollari necessari per il secondo riconteggio, visto che la legge dello Stato prevede che debbano essere coloro che chiedono il riconteggio a pagarselo.
Alla domanda sulla possibile concessione della sconfitta da parte di Rossi, la Gregoire ha affermato che questa decisione spetta solo a lui. "Mi è stato chiesto molte volte di ammettere la sconfitta", ha detto la Gregoire con un sorriso. Ma allo stesso tempo ha chiesto a Rossi di accettare il risultato finale del riconteggio manuale. "Abbiamo di fronte molte sfide, e dobbiamo lavorarci assieme", ha affermato. "Chiunque sarà il prossimo Governatore avrà di fronte a se il compito di mettere di ripristinare la fiducia dei cittadini nello Stato di Washington".
I risultati ufficiali del conteggio manuale della Contea di King saranno annunciati dopo che saranno conteggiate anche le 723 schede ammesse dalla Corte Suprema dello Stato. Tutte le schede considerate valide dovranno infatti essere conteggiate entro questa sera. Durante il riconteggio manuale, gli scrutatori della Contea di King, che include la città di Seattle, bastione dei democratici, hanno infatti trovato 573 schede che i funzionari elettorali avevano considerato non valide per errore poichè le firme degli elettori non erano state lette correttamente dai sistemi computerizzati. Ulteriori indagini hanno quindi trovato altre 150 schede mai conteggiate perchè il cognome degli elettori iniziava con le lettere A, B o C.
I funzionari elettorali della Contea pensano che ci siano altre 12 schede da conteggiare, poichè ne hanno trovate in tutto 723, ma i database dei sistemi computerizzati affermano che in realtà si tratta di almeno 735 schede non conteggiate. Il presidente del Partito Repubblicano dello Stato di Washington, Chris Vance, ha definito la loro scoperta avvenuta settimane dopo la conclusione delle elezioni come "molto sospetta". Ed anche alcuni residenti dello Stato di Washington, che hanno osservato il riconteggio fiduciosi nella reputazione dello Stato sulla correttezza del processo elettorale, iniziano ad avere dei dubbi.
Ieri mattina dinanzi alla Corte Suprema, i Repubblicani hanno affermato che il riconteggio dovrebbe essere solo una mera ritabulazione dei voti, e che è troppo tardi per tornare indietro e correggere eventuali errori. Ma la Corte, come abbiamo già detto, ha respinto il loro esposto affermando che la legge dello Stato e le precedenti decisioni della Corte stessa permettono agli Uffici Elettori di correggere eventuali errori durante il riconteggio. I giudici inoltre hanno messo in dubbio l'affermazione dei Repubblicani secondo la quale riconteggiare i voti potrebbe causare un danno irreparabile. "State guardando questo argomento dal punto di vista dei vincitori o dei perdenti — ma non sarebbe meglio guardarlo dal punto di vista degli elettori?" ha chiesto il giudice Susan Owens.
Dopo che il Segretario di Stato avrà certificato il risultato del riconteggio, cosa che si attende entro stasera, qualsiasi elettore registrato potrà presentare un esposto per chiedere di annullare il risultato. I Repubblicani hanno già iniziato a preparare possibili azioni legali e Rossi ha fatto sapere ripetutamente che considera aperte tutte le opzioni. Se, a causa delle battaglie legali, l'elezione del Governatore sarà ancora in dubbio entro la prevista data dell'inaugurazione (12 gennaio), il Governatore uscente Gary Locke, un Democratico, sarà costretto a rimanere al suo posto ancora per qualche tempo, come previsto da un articolo della Costituzione dello Stato di Washington che afferma che il mandato di un Governatore è di quattro anni "sempre che il suo successore sia stato eletto e sia qualificato a prendere il suo posto".
Locke ha comunque fatto sapere che si terrà al di fuori di qualsiasi battaglia giudiziaria.
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Su internet:
Risultati del riconteggio per l'elezione del Governatore dello Stato di Washington: http://www.vote.wa.gov
Corte Suprema dello Stato di Washington: http://www.courts.wa.gov
Rebecca Cook (Associated Press)
Tradotto in italiano da Daniele John Angrisani
watch-usa2004.splinder.com
Lilli Gruber: - Al centrosinistra chiedo più rispetto per gli elettori -
Alice intervista il parlamentare europeo più votato d'Italia: - Un errore non riproporre la Lista Unitaria. Io ho impostato la mia campagna elettorale sull'unità. Su informazione, par-condicio e Turchia penso che -.
On. Gruber, lei si sente più giornalista o politico?
Una persona come me non può mai smettere di fare il giornalista... continuo a scrivere, libri o articoli di giornale. Detto questo, c'è una linea di forte continuità con quello che faccio oggi e quello che ho fatto per tanti anni. Da giornalista RAI svolgevo un servizio pubblico... proprio come intendo il servizio della politica.
Quali sono i suoi giornalisti di riferimento?
Non ho avuto una persona in particolare; piuttosto uno stile: quello anglosassone.
Il tema del pluralismo dell'informazione in Italia è da pochi giorni tornato al centro del dibattito politico a seguito del messaggio di Ciampi sul "tenere la schiena dritta"...
Ormai dico una banalità se ricordo che l'Italia presenta un'anomalia unica al mondo: siamo un paese in cui il Presidente del Consiglio detiene nelle sue mani il massimo del potere politico, il massimo del potere economico ed il controllo sui mezzi di comunicazione di massa e della pubblicità. Quindi credo anch'io che i giornalisti debbano tenere "la schiena dritta", ma che la politica debba fare la sua parte. Sono state emanate leggi che fanno assomigliare l'Italia più ad un paese africano che ad una democrazia liberale ed industrializzata.
Quindi come giudica la qualità dell'informazione italiana?
I telegiornali sono oggi una vetrina di un mondo che non c'é. Si discute se è meglio il pandoro o il panettone, e se il panettone è meglio con o senza i canditi. Non si affronta la realtà per quello che è: è un mondo dorato dove tutti consumano, tutti vanno in vacanza, tutti sono contenti ed abbronzati. Questa situazione è anche colpa del centro-sinistra che quando era al potere non ha varato la legge sul conflitto di interessi e non ha riformato il sistema radio-televisivo. Quelle erano delle regole di democrazia che dovevano essere approvate, ma hanno perso troppo tempo con la Bicamerale.
Si parla anche di abolire la "par condicio"...
Allora sarà uno spot elettorale continuo da parte di chi ha più soldi... le campagne elettorali costano tantissimo, ed i soldi contano.
Laicità dello stato: è favorevole ai simboli religiosi nelle scuole (ad es. il presepe)?
Io sono per la laicità dello stato, alla francese. Credo che tale laicità sia la migliore garanzia per coloro che vogliono vivere la propria fede ed i propri valori. La Francia ha abolito tutti i segni religiosi dalle scuole pubbliche.
Turchia sì o Turchia no? Chi ha ragione: Berlusconi o la Lega Nord?
Non concordo praticamente su nulla di quello che dice la Lega sulla Turchia. Stigmatizzo l'utilizzo della religione per scopi politici e propagandistici; anzi, sono convinta che avere detto di sì da parte dell'Unione Europea all'inizio dei negoziati con la Turchia (un dialogo che durerà almeno 10 anni) sia stata una decisione giusta. Non ci dobbiamo mai dimenticare che la Turchia è l'unico paese mussulmano al mondo che ha introdotto nella propria costituzione il principio della laicità dello stato.
E' di ieri la conferma che non ci sarà la Lista Unitaria per le regionali...
Mi dispiace molto. Ci ho creduto, e ci credo tuttora. Alle elezioni europee sono stata una candidata indipendente della lista Uniti nell'Ulivo. Ho impostato la mia campagna elettorale sull'unità; essa sarebbe indispensabile per il centro-sinistra. A tal proposito mi piacerebbe fare un appello ai leader del centro-sinistra ad una maggiore responsabilità e ad un maggior rispetto di quello che chiedono i nostri elettori. Oggi i nostri elettori chiedono unità... ed hanno ragione.
Alex Castelli da www.dilloadalice.it
Pedagogia della musata
Massimo Marnetto
Ma la Margherita pensa veramente di salvarsi stando fuori dall'Ulivo?
Marini, Rutelli e compagni - presi dal panico di sondaggi disastrosi - stanno attuando un catenaccio politico esasperato, che non ha altro sbocco, se non quello di mettere in crisi il processo di aggregazione ulivista, troppo giovane per resistere a questi colpi.
Dopo mesi di disponibilità, la Margherita ha detto no proprio quando al Palalido di Milano sembrava tutto ben avviato.
E l'unità?
Una civetteria a cui il rude Marini - che ha rinnovato la carta d'identità del partito - non dedica che concessioni a "babbo morto", quando e se ci saranno le famose condizioni. Nel frattempo, gli strateghi della Margherita non si accorgono che perdoni petali ogni giorno, ad ogni dichiarazione, tra i loro stessi elettori. Fare i "moderati della domenica" è gioco che non paga, come tutte le cose fasulle. Ma finché non ci sbatteranno il muso alle regionali, non lo capiranno. www.ulivoselvatico.org
Il Patto cambierà ma non per l´Italia
DAL NOSTRO INVIATO ANDREA BONANNI
la Repubblica - 23 dicembre 2004
BRUXELLES - C´È qualcosa di dostojevskiano, di ciecamente e pateticamente autodistruttivo, nell´ostinazione con cui il presidente del Consiglio Berlusconi continua a rivendicare i meriti di quella che definisce «la guerra che sto conducendo in Europa» contro il Patto di stabilità. Che si tratti di una guerra non solo sbagliata ma anche perdente glielo hanno ormai detto e ripetuto tutti e in tutte le salse. Ma lui insiste.
IL RETROSCENA
Tra i premier europei prevale la tesi che la riforma si farà ma non nella direzione indicata da Berlusconi
Da Quirinale e Bruxelles doppio richiamo al rigore
L´offensiva del presidente del Consiglio non trova sostenitori e viene considerata strumentale
ANDREA BONANNI
(SEGUE DALLA PRIMA PAGINA)
DAL NOSTRO INVIATO
Si è intestardito a voler sollevare la questione anche venerdì scorso al vertice europeo, mentre gli altri capi di stato e di governo si occupavano di trovare un accordo sull´apertura dei negoziati di adesione con la Turchia. Un discorso che, secondo il presidente del Consiglio, ha trovato consensi da parte di Chirac, Schroeder e Blair. Ma che in realtà ha provocato solo reazioni di indifferenza o di fastidio. L´intervento di Berlusconi, secondo il vice-premier lussemburghese Jean Asselborn, «s´è fatto notare, ma non è stato degno di nota». E per il commissario europeo agli Affari economici, Joaquim Almunia, «le posizioni espresse dal premier italiano non hanno trovato seguito». Chirac, a quanto risulta, era fuori stanza e sgranocchiava un panino.
L´ultimo, autorevole ammonimento a non insistere per un rilassamento della regole europee di disciplina di bilancio è arrivato dal presidente della Repubblica. Il risanamento dei conti pubblici, secondo Ciampi, deve restare una priorità dell´Italia sia «per il rispetto degli impegni presi in sede europea», sia «per meritare e mantenere la fiducia dei mercati finanziari».
E ieri, finalmente, è arrivata la stoccata conclusiva da parte della Commissione. «Secondo me non si può arrivare ad un accordo se ci sono stati membri che vogliono sfruttare la discussione sulla riforma del Patto per derogare dal Patto stesso e quindi dal valore di riferimento del Trattato», ha dichiarato Almunia con un chiaro accenno alle posizioni di Berlusconi. Secondo il commissario responsabile per gli affari eonomici e monetari «l´unica linea rossa insuperabile in termini di riforma del Patto sono i limiti al 3% del deficit e al 60% del debito».
A questo secco richiamo di Bruxelles, Berlusconi si è affrettato a precisare che anche lui vuole mantenere il tetto del 3%, ma «interpretandolo in maniera diversa in funzione dei bilanci, delle spese in conto capitale». Giustificazioni che non si reggono in piedi. In realtà, come tutti in Europa hanno capito fin troppo bene, se la proposta italiana venisse accolta, il calcolo del deficit dovrebbe essere depurato degli investimenti in conto capitale, cioè delle spese per le infrastrutture. È evidente a questo punto che il tetto del 3% non si riferirebbe più al fabbisogno nominale, come prescrive lo stesso Trattato di Maastricht, ma ad un valore virtuale in cui il deficit sarebbe depurato dalle spese per investimento aprendo la strada a esempi di "contabilità creativa" ancora più mirabolanti di quelli già messi in campo dal duo Berlusconi-Tremonti.
A questo proposito Almunia ha aggiunto un´altra frecciata all´Italia rilevando che, tra i punti della riforma del Patto su cui sta emergendo un vasto accordo, c´è l´idea di «limitare le misure una tantum delle quali si sta abusando» e di «tenere in maggiore considerazione il debito e la qualità delle finanze pubbliche». Due criteri che sembrano tagliati su misura per penalizzare i bilanci italiani.
È ormai evidente che esiste in Europa un largo consenso per rivedere le regole di applicazione del Patto di Stabilità. Ma è altrettanto chiaro che la riforma tenderà a migliorare i margini di manovra per i Paesi che hanno finanze più sane, bilanci meno creativi e debiti pubblici sotto controllo, mentre si dimostrerà più severa verso i governi che, come quello italiano, presentano bilanci strutturalmente squilibrati e debiti molto al di sopra della soglia del 60% prevista da Maastricht.
Perché allora tanta ostinazione da parte di Berlusconi nel voler condurre a Bruxelles una crociata il cui unico risultato sarà quello di far bollare in modo ancor più severo l´eresia italiana? Perché insiste quando altri membri del suo stesso governo, a partire dal ministro degli Esteri Fini, usano su questi temi toni molto più prudenti?
È vero che la polemica contro il Patto di Stabilità consente a Berlusconi di attaccare in un solo bersaglio due pilastri dell´ordinamento statuale che egli probabilmente considera impopolari: i vincoli europei e l´obbligo al rispetto della disciplina di bilancio. Inoltre, presentandosi come il propugnatore di una riforma che comunque si farà, anche se non andrà nella direzione da lui sostenuta, egli spera di poter trasformare in una vittoria di immagine quella che sarà per il suo governo una sconfitta di sostanza, per di più a ridosso delle elezioni regionali. È un´operazione che in Europa ha già tentato più volte, per coprire gli insuccessi del semestre di presidenza italiana come per mascherare il fallimento della sua gestione della riforma costituzionale. Finora, almeno visti da Bruxelles, questi giochini non hanno tratto in inganno nessuno. Difficile che funzionino adesso.
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Ds Milano - Rassegna
Unità a San Giovanni
di Antonio Padellaro
È davvero impossibile rispondere direttamente alle centinaia di adesioni- cittadini, movimenti, partiti - giunte a l’Unità, e solo in minima parte pubblicate, sulla proposta di una seconda piazza San Giovanni. Tutti chiedono, fermamente e appassionatamente, tre cose. L’unità di tutto il centrosinistra. Prodi leader forte e sostenuto da tutta la coalizione. Un’opposizione intransigente alle pessime leggi del governo Berlusconi e con un progetto di governo.
La prima richiesta, quella di essere il più possibile uniti, cade in un momento non certo felice nei rapporti tra i partiti dello schieramento. Dentro l’Alleanza, che rappresenta l’ampio arco di forze che vanno dall’Udeur a Rifondazione, le tensioni restano sempre legate alle candidature per le Regionali. Se alla fine Bertinotti ha accettato che siano le primarie a stabilire se il candidato alla guida della Puglia deve essere Nichi Vendola, sull’altro versante, Clemente Mastella, a torto o a ragione, si sente messo ai margini dalle esigenze dei partiti maggiori e minaccia continuamente di andarsene. Lui nega un passaggio immediato da una trincea all’altra, ma i i precedenti non depongono bene. Un rischio, comunque, da non correre in un sistema maggioritario dove i collegi si possono vincere e perdere per un pugno di voti.
Significativo che a chiedere di recuperare subito Mastella sia stato soprattutto il leader del Pdci, Diliberto. Pensate: un comunista che solidarizza con un democristiano... Ma le elezioni si vincono anche così.
Più complicata la questione delle liste comuni della Federazione. È la sigla che rappresenta Ds, Margherita, Sdi e Repubblicani. Sono gli stessi partiti che alle passate europee si presentarono nella lista Uniti per l’Ulivo raccogliendo poco più del 31 per cento. Alla fine c’è chi giudicò quel risultato promettente, e chi no. Si è discusso a lungo sul ritentare o meno l’esperimento alle Regionali di aprile. La Margherita di Rutelli si è opposta temendo la creazione di un partito unico con la conseguente perdita di autonomia. La Margherita di Prodi, invece, si è detta favorevole perché se radicata nella lista unitaria la leadership del Professore è più al sicuro. Ha prevalso, per ora, la tesi Rutelli e dunque le liste unitarie si faranno dove è possibile. Prodi, come sappiamo, l’ha presa male, fino al punto di lanciare una sorta di sfida riassunta dalla «Repubblica» con il titolo: «Trovate un altro candidato e io faccio un passo indietro». Un dissenso che i prodiani hanno marcato disertando il vertice della Margherita.
Anche Rutelli non l’ha presa bene: si è detto addolorato e ha definito ingeneroso farlo passare per un «signornò». Poi, forse complice il clima natalizio, le tensioni si sono un po’ stemperate e i contendenti si sono ritrovati d’accordo sul valore dell’unità da difendere a tutti i costi. Rutelli ha detto che Prodi non si discute. E Prodi ha detto che in qualche caso i giornali hanno drammatizzato le sue parole, volendo spiegare che non andavano drammatizzate.
Se saranno serviti a convincere tutti i partiti del centrosinistra che l’unità intorno a Prodi è l’unico cemento che tiene insieme l’Alleanza, i contrasti di questi giorni non saranno stati inutili. Se, invece, come qualcuno sostiene, si tratta di una tregua armata e che nuove polemiche covano sotto la cenere, allora fa bene Massimo Cacciari ad arrabbiarsi (come ha fatto in modo strepitoso l’altra sera a «Primo Piano», e come ripete oggi sul nostro giornale), e a dire che così il centrosinistra è condannato a perdere un’altra volta. Secondo l’ex sindaco di Venezia con queste continue divisioni e incertezze (sul programma), l’Alleanza sta rovinando il patrimonio maggiore che ha, appunto la leadership di Prodi. Il quale Prodi, però, aggiunge Cacciari dovrebbe tirare fuori la grinta e imporre la lista unitaria: «chi ci sta, ci sta; chi non ci sta, faccia altro».
Mestiere difficile quello di candidato premier del centrosinistra. Se alzi la voce, ti accusano di essere autoritario. Se la abbassi, dicono che sei il solito parroco e non ti fai rispettare.
Veniamo, infine, al forte bisogno di opposizione al peggior governo che si ricordi che il popolo del centrosinistra chiede di manifestare pubblicamente. Richiesta che Prodi ha accolto annunciando una grande manifestazione prima del voto con i candidati alle regionali. Anche i Ds propongono un corteo, forse il 19 febbraio. Insomma, la seconda piazza San Giovanni si farà, e anche se non sarà a piazza San Giovanni non fa niente. Insieme a tanto sostegno l’inziativa de l’Unità ha provocato anche qualche commento perplesso nei giornali del centrosinistra.
Emanuele Macaluso, per esempio, si chiede sul «Riformista» «se davvero si pensa di superare una grave difficoltà politica nel costruire il futuro con una manifestazione di protesta». Poi aggiunge: «e dopo?». Macaluso ha ragione: se non c’è un progetto di governo credibile i cortei servono solo a esprimere rabbia e impotenza. Nessuno, infatti, pensa (neppure Prodi e neppure i Ds) a una cupa manifestazione di frustrati. Macaluso che molto meglio di noi conosce la gente di sinistra sa di quanta allegra ironia essa sa colorare i propri cortei. E poi chi l’ha detto che la protesta e il progetto non possano camminare insieme, non possano dichiarare le proprie ragioni, l’uno accanto all’altro davanti a una piazza gremita?
Su «Europa», Stefano Menichini esprime gli stessi dubbi di Macaluso, e li accompagna a una tetra profezia: riportando il conflitto in piazza si rischia di rinviare la tanto attesa cacciata di Berlusconi. Perché, spiega Menichini, ha la polarizzazione ideologica dello scontro con il centrodestra è il più bel regalo che potremmo fargli. Quello che milioni di italiani si aspettano non è tanto un palco imbandierato ma di avvertire più vicine a sé persone vere, capaci di una leadership concreta». Insomma: tornare al clima del 2001-2002 ci farebbe perdere due anni.
Si dà il caso però che il centrosinistra le elezioni le ha perse, sì, nel 2001 quando molti, davanti allo spettacolo di una coalizione indebolita dalle esclusioni (Di Pietro) e dalle autoesclusioni (Bertinotti) e che in due anni aveva bruciato tre presidenti del Consiglio, preferirono restarsene a casa anche il giorno del voto. Mentre da piazza Navona fino a piazza San Giovanni e lungo tutte le piazze dell’orgoglio ritrovato il centrosinistra ha sempre battuto il centrodestra, fino al clamoroso sette a zero di qualche settimana fa. Dia retta Menichini: la moderazione è una gran bella cosa, ma vincere ti fa sentire meglio.
unita.it
Privilegi: la Corte dei Conti denuncia l'ennesimo scandalo
REDAZIONE
Grazie alla legge Finanziaria 2005 tutte le irregolarità contabili e amministrative relative al conferimento, alla valutazione e all'esecuzione di incarichi ad esperti nella pubblica amministrazione saranno cancellate.
Lo ha denunciato il Consiglio di Presidenza della Corte dei Conti che, con un documento inviato al capo dello Stato Carlo Azeglio Ciampi, al presidente della Camera Pier Ferdinando Casini, a quello del Senato Marcello Pera e al presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, esprime "perplessità e sconcerto" per una norma che di fatto estinguerà solo le cause amministrative relative ad incarichi di consulenza conferiti dai ministri.
Il comma 579 del disegno di legge Finanziaria, hanno infatti assicurato i Giudici Contabili, determinerà "una ingiustificata posizione di privilegio per i soggetti destinatari della norma".
"La norma sembra riferirsi soltanto agli incarichi conferiti dai ministri - hanno aggiunto - i procedimenti pendenti alla data di entrata in vigore della legge sono comunque dichiarati estinti, anche d'ufficio, con provvedimento emesso in ogni stato e grado del giudizio".
Nel frattempo, ha fatto notare il Consiglio di Presidenza, altre norme della stessa Manovra 2005 "pongono severi limiti agli oneri per gli incarichi di consulenza e di studio a soggetti estranei all'amministrazione e disciplinano i presupposti che legittimano gli affidamenti in parola, prevedendone anche la trasmissione alla Corte dei Conti".
Per i Giudici siamo di fronte ad "una iniziativa legislativa che vulnera l'effettività della giurisdizione contabile, compromettendone l'azione a tutela delle risorse finanziarie pubbliche".
www.centomovimenti.com/
L'Europa stronca i sogni di Berlusconi sul Patto di Stabilità
di Angelo Faccinetto
«Sul patto di stabilità Berlusconi non ha seguito», parola di Joaquin Almunia, commissario agli affari monetari dell’Unione europea. E per il premier - che ancora martedì, dopo le proposte presentate al consiglio europeo della scorsa settimana, aveva proclamato di combattere una guerra proprio per cambiarlo - è un’altra figuraccia. La sua idea di riforma non sembra aver trovato «ampia eco».
Non è che per Bruxelles il patto sia inviolabile. Anzi, lo stesso Almunia afferma che una riforma è possibile. Ma a condizioni precise. «Se ci sono stati che vogliono sfruttare l’occasione della riforma del patto per una deroga al limite del 3 per cento del rapporto tra deficit e pil e a quello del 60 per cento del rapporto tra debito e pil - afferma il commissario - la nostra risposta è no, questa è la frontiera oltre la quale non possiamo andare». Cioè proprio quella frontiera che Berlusconi voleva valicare.
La posizione della Ue è chiara. Un paese che ha un debito pubblico superiore al 100 per cento non può sfondare il tetto del 3 per cento.
E l’Italia è attorno al 106 per cento. Le conclusioni sono evidenti. Almunia si è detto «fiducioso» sulla possibilità di raggiungere un accordo la prossima primavera, quando il tema della revisione del patto sarà nell’agenda della presidenza lussemburghese. Ma sempre che non si pretenda di spostare i paletti fissati con le percentuali, «la sola linea rossa da non oltrepassare». Direzione nella quale sembra intenda invece muoversi un «ristretto gruppo di paesi». Quali? Italia e Portogallo - sostiene il commissario agli affari monetari - «hanno alcuni problemi» nel rispettare il patto, anche se altri dieci paesi dell’Unione, al momento, si trovano in una posizione peggiore. Comunque la si voglia vedere, una bocciatura per l’ipotesi sostenuta dal presidente del consiglio italiano.
Inossidabile, Berlusconi ha cercato di sdrammatizzare. Dopo aver affermato che il 3 per cento va interpretato «con elasticità», ieri dopo le dichiarazioni di Almunia ha affermato che il patto di stabilità «deve restare». Ribadendo però che deve «essere interpretato in maniera diversa in funzione dei bilanci, delle spese in conto capitale che devono essere inserite pro-quota e non nel bilancio dell’anno in cui la spesa avviene». Conclusione di Berlusconi: «Almunia ha detto esattamente la stessa cosa, non è vero che gli altri sono in disaccordo con me». In sostanza, per il premier, si sarebbe semplicemente voluto creare un caso.
Di parere diverso l’opposizione. «Nella trattativa in corso sulla modifica del patto di stabilità, la demagogia di Berlusconi a puro uso interno, ci sta mettendo nella condizione del bersaglio - afferma il responsabile economico dei Ds, Pierluigi Bersani. Non ci vuole molto a capire che aria tira a Bruxelles». «Le disinvolte teorie del nostro presidente del consiglio - prosegue - sono nocive per l’Italia e inaccettabili per l’Europa, come si nota dalle parole di Almunia.
Il paese con il debito più alto dovrebbe avere un solo imperativo: non finire nell’isolamento negoziale. Mi pare invece che ci stiamo avvicinando a lunghi passi verso questo esito, con conseguenze che potrebbero risultare davvero gravi per le prospettive del paese». Duro anche il coordinatore della segreteria della Quercia, Vannino Chiti. «Ogni governo raccoglie quello che semina - dice -, il governo Berlusconi ha fatto perdere all’Italia peso e credibilità: si continuano a collezionare brutte figure. Le bugie hanno le gambe corte. Il commissario Almunia ha detto con chiarezza che il patto di stabilità non sarà rivisto rispetto al vincolo di indebitamento di ogni paese». Conclusione: «Il castello di carta di Berlusconi è miseramente caduto perchè l’Europa chiede serietà e rigore».
«Ancora una volta le parole del presidente del consiglio - dice il responsabile economico della Margherita; Roberto Pinza - non reggono al vaglio dei fatti. Berlusconi ha cercato di far credere a tutto il mondo di aver un largo seguito e poi regolarmente ci si è accorti che non ha convinto nessuno. D’altro canto tutti hanno capito che le parole spese sul patto di stabilità altro non erano che il tentativo maldestro di avere mano libera sul deficit interno per coprire così l’assenza di una vera politica di sviluppo».
«Abbiamo appreso la verità - sostiene il presidente dei deputati dello Sdi, Ugo Intini - Berlusconi aveva ottenuto dall’Europa per le sue proposte economiche non un mezzo sì, ma un completo no. Berlusconi fa propaganda a uso interno, anzichè politica economica ed estera. In questo modo, la politica economica del governo italiano continua ad essere bocciata e la nostra diplomazia continua ad essere isolata in Europa. Se Berlusconi si occupasse meno di propaganda, avrebbe maggiori possibilità di successo per la sua stessa politica economica ed estera. Invece, danneggia se stesso e l’Italia. Anzichè il capo di governo e l’uomo di stato fa l’uomo di marketing elettorale e il capo ufficio vendite della sua azienda Forza Italia».
unita.it
Meglio acclamati
GIANNI VATTIMO
Scusate, compagni, e le pre-primarie? Se proprio vogliamo giocare il gioco della democrazia fino in fondo, allora dovremmo non lasciare ai partiti e alle loro gerarchie la scelta su chi candidare alla primarie; perché in Puglia si deve scegliere solo tra Boccia e Vendola? Non si dovrebbe prima decidere, democraticamente, la lista dei candidabili? Può sembrare una domanda capziosa, al limite dell'umoristico (o del macabro); ma non lo è. Almeno nelle intenzioni. Se infatti riconosciamo che non si possono fare, prima delle primarie, altre primarie e altre ancora, in modo da eliminare ogni carattere autoritario dalle liste dei candidati, allora tanto varrebbe accettare che le candidature vengano decise in altri modi, che in genere i partiti e le loro gerarchie vedono come il fumo negli occhi. Pensiamo qui alla speranza che si delineò un paio d'anni fa, ai tempi di piazza San Giovanni (quella a cui oggi non a caso si cerca di tornare, per combattere la deriva anticostituzionale della maggioranza di centro-destra), l'aspettativa, cioè, che Sergio Cofferati «prendesse il potere» nel centro-sinistra, presentandosi, anzi offrendosi, come candidato unico che, in forza del proprio riconosciuto carisma (e ce l'aveva, allora, eccome), chiama a raccolta tutti coloro che anche oggi, nelle piazze, invocano «unità unità» e decide su liste, candidature, programmi, chiedendo direttamente l'appoggio dei cittadini alle urne. Crediamo davvero che, se fosse accaduto questo, il centro sinistra starebbe peggio di come sta? E perché non pensare che oggi Prodi potrebbe fare la stessa cosa, mandando al diavolo le segreterie e sottosegreterie dei partiti che, per finta, lo sostengono, continuando una lotta più o meno sotterranea destinata solo a far vincere di nuovo Berlusconi?
A questo punto, anche a sinistra molti ormai si aspettano questo esito e, per giunta, non sanno nemmeno più se rammaricarsene. Sarà populismo, sarà nostalgia dell'appello alla piazza? O non si tratta piuttosto di riconoscere che la democrazia, oggi, si salva solo se decide di correre il rischio estremo di un sovversivismo carismatico che rovesci i tavoli delle trattative interminabili che ottengono solo il risultato di allontanare i cittadini dalla politica? Del resto, anche nelle primarie molto si giocherà sulle cifre che i pre-candidati potranno spendere per la loro propaganda. (Si vedano le tante pagine di «pubblicità» che le varie mozioni congressuali dei Ds si pagano, crediamo almeno, su l'Unità).
Se si risponde che non di soldi si tratta, ma della forza dei partiti che muoveranno l'opinione pubblica, sarà il caso di domandare che cos'è la forza dei partiti se non la loro organizzazione - cioè ancora una volta denaro, funzionari, «volontari retribuiti» o «mercenari» che siano. E davvero qualcuno pensa che un confronto tra investimenti finanziari sia più legittimo e democratico di una grande manifestazione di piazza, di una nomina per «acclamazione» che riporti un po' di aria pulita, anche se, per necessità fisiologica, confusa e carica di emozioni più che ragionati programmi, nell'asfittico gioco della nostra sempre più improbabile democrazia? www.ilmanifesto.it/
Cirino Pomicino ci lascia
Paolo Cirino Pomicino non è come Clemente Mastella, che prima di passare da uno schieramento all'altro ci pensa e ci ripensa fino a quando ha valutato tutti i pro e tutti i contro. No, Cirino Pomicino agisce d'impeto: quando sceglie, sceglie. Punto e basta.
Questo laureato in medicina e chirurgia, specialista in malattie nervose e mentali, ex assistente neurochirurgo ospedaliero, ex aiuto neurologo, ex consigliere nazionale della Dc, ex deputato Dc dal 1976 al 1994, ex presidente della Commissione bilancio e programmazione della Camera, ex ministro della funzione pubblica, ex ministro del bilancio e della programmazione economica (1989-1992) ha deciso di lasciare l'Ulivo, dove era approdato di recente insieme a Sergio D'Antoni, ex segretario della Cisl e ora leader di Alleanza popolare (la formazione a cui aveva aderito pure Pippo Baudo ma che naufragò nelle elezioni politiche del 2001).
Se D'Antoni è riuscito a farsi eleggere deputato alla Camera nelle recenti elezioni suppletive in quota centrosinistra, Cirino Pomicino aveva raggiunto il suo obiettivo qualche mese prima (seggio a Bruxelles nelle elezioni europee del giugno scorso). Nonostante l'annuncio che aveva fatto tremare l'Ulivo ("Scelgo il centrosinistra"), per la verità Cirino Pomicino a Bruxelles restava iscritto – non si sa mai, deve aver pensato – al Gruppo del Partito popolare europeo (quello della destra di José Maria Aznar e Silvio Berlusconi).
Ora è arrivato l'annuncio ufficiale: "Ulivo addio". Lo ha comunicato ieri con una lettera al direttore del "Foglio" sull'ultima pagina del quotidiano.
Cirino Pomicino scrive che lo stop alla Federazione riformista e alla Lista uniti nell'Ulivo indica la crisi di quel progetto ("l'illusione tecnocratica del duo Parisi-Prodi"). La lettera prosegue con una sofisticata analisi di "antipolitica" (Berlusconi) e "professionismo politico al servizio dell'antipolitica" (centrosinistra) che risparmiamo al lettore.
Quello che conta, è la decisione di Cirino Pomicino: "E' tempo allora che ognuno riprenda il proprio cammino e ridiscuta la propria collocazione". Non sappiamo cosa lo squillo di tromba voglia dire, dal momento che nell'unica carica pubblica ricoperta l'ex ministro è restato ben saldo sul suo scranno di parlamentare europeo nelle file del Partito popolare europeo.
Comunque, mentre Mastella ci è perfino simpatico nelle sue capriole, per Cirino Pomicino proviamo una istintiva antipatia, nonostante sia napoletano. Gli uomini politici non sono buoni per tutte le stagioni e devono avere il coraggio di mettersi da parte o di andare in pensione. Lui, invece, con il seggio a Bruxelles, ha rinviato ancora una volta la pensione dorata di medico, ex deputato italiano e prima o poi ex deputato europeo.
L'unica considerazione che ci preoccupa è che Cirino Pomicino ha buon fiuto. Quando era passato all'Ulivo, ci siamo detti "vinciamo di sicuro". Ora che ci ha lasciato, ci è scappato un "non sta cambiando il vento?". Ci sbagliamo, ne siamo sicuri.
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La TV in strada per la battaglia del linguaggio - di Giulio Gargia
«Noi siamo tutti cresciuti nel segno della televisione. Ma il conflitto che le Tv di strada hanno aperto, quello per cui oggi ci vogliono chiudere, è una battaglia simbolica di grande importanza. Si tratta del diritto che noi rivendichiamo, a nome di tutti i cittadini, di non essere più soltanto “parlati” dal linguaggio televisivo ma di essere “parlanti”.
Oggi abbiamo gli strumenti per farlo, perchè mettere su una Tv di strada costa poco più di mille euro, e diventa un modo di comunicare economicamente compatibile anche per piccoli gruppi di semplici cittadini. E questo è il presupposto di un grande cambiamento». Così descrive la situazione delle Telestreet in Italia, l’esponente di Disco Volante, la TV di Senigallia formata per metà da disabili che è stata chiusa dall’Escopost di Gasparri. Insieme a lui , al convegno denominato convegno “Dalla tele-visione alla proxi-visione”, organizzato dalle TV di strada campane, che si è tenuto lunedì mattina presso l’Università degli Studi Suor Orsola Benincasa di Napoli, sono intervenuti Stefano Balassone, Samuele Ciambrello, Stefano D’Alfonso, Antonino Attanasio, Lucio d’Alessandro.
Stefano Balassone, l’ex- consigliere di amministrazione della RAI oggi docente di Economia dei mezzi di comunicazione ha incentrato il suo intervento sulle “Prospettive economiche dell’informazione alternativa”. Balassone ha incitato i protagonisti del movimento delle Telestreet a non sottovalutare le potenzialità economiche delle loro iniziative, che possono trovare un ritorno anche commerciale più facilmente di quanto si pensi.
In particolare, rivolgendosi a forme innovative di scambio, come le botteghe del commercio equo e solidale, ma anche organizzando gruppi di acquisto tra cittadini di un stesso quartiere. Balassone ha poi analizzato criticamente la cosidetta “libertà digitale” di trasmissione che risolve in maniera solo virtuale tutti i problemi posti dall’attuale monopolio TV.
Subito dopo, relazione di Samuele Ciambriello, presidente del Corecom della Campania, dal titolo “Telestreet: l’elogio dei limiti”.
«Per capire come intervenire, dobbiamo cominciare a definire l’area di competenza delle Tv di strada - dice Ciambriello, che sta elaborando una proposta di legge regionale in merito - e per far questo bisogna inquadrarle nel contesto delle TV locali, che qui in Campania sono 77, senza contare però quelle senza autorizzazione che alla fine ammontano a un’altra settantina. Solo così potremo elaborare una legge di sistema, ovvero una griglia che sancisca il diritto all’esistenza delle TV di quartiere, per poter poi anche sostenerle» afferma il presidente del Corecom.
L’avvocato Attanasio ha invece messo l’accento su una diversa prospettiva dei mezzi giuridici per difendere l’esperienza delle Telestreet . Il suo intervento sulle “TV di strada come strumento ‘terapeutico’ e per l’inserimento lavorativo: aspetti operativi” prova una strada diversa. Invece di puntare sulla libertà d’espressione, incentra il lavoro di riconoscimento legale sui diritti alla crescita sociale e culturale dell’individuo, sanciti dagli articoli 2 e 3 della Costituzione.
Hanno portato poi il racconto delle loro esperienze i ragazzi di Telecitofono, di Reggio Emilia e gli esponenti di Telearcobaleno, di prossima apertura a Salerno. Si è composto anche il quadro del Tv di strada operative in città: oltre a Insu TV, una realtà che trasmette da via Duomo ormai da tre mesi , autrice di un video dal titolo “ Forcella non ride”, un’inchiesta sul territorio vivo del quartiere dopo l’assassinio di Annalisa Durante, c’è Telesorcio, emittente di Mergellina, animata da 4 ragazzi del luogo, che trasmette nel raggio di un chilometro, e che si è attivata, ad esempio, durante la recente crisi della spazzatura di quest’estate, quando la città era invasa dai rifiuti.
Infine, le prossime iniziative: oltre a un seminario che insegnerà come registrare i prodotti TV in modalità “copyleft” ( ovvero in maniera tale da concedere di copiarli” a chi non ne fa uso commerciale, ma riservandosi i diritti per chi invece volesse sfruttarli economicamente ) gli organizzatori dell’iniziativa ( Raffaele Aspide, Luca Borriello, Marco Bottigliero, Mario Martone, Alessandro Verna, Antonio Volpe) preparano un censimento delle TV di strada regionali, che al momento sono una ventina, che sarà pronto entro marzo.
www.megachip.info
Rispondete a Veltroni
di ROBERTO DELLA SETA FRANCESCO FERRANTE
Una giornata come lo scorso lunedì, con il vertice non proprio entusiasmante dei segretari di Gad e Fed e le aspre polemiche intestine seguite, mette a dura prova anche gli ulivisti meno inclini all’autocommiserazione.
In realtà, lo scontro in atto nel centrosinistra, in particolare nel mondo riformista, ha una sua serietà, una verità su cui merita di soffermarsi.
C’è chi continua a ritenere le identità di partito motori irrinunciabili per la coalizione e per la sua capacità di attrarre il consenso della maggioranza degli elettori. E chi invece ne auspica il superamento, perché convinto che solo diluendo gli antichi riferimenti in un nuovo, più unitario progetto politico sia possibile offrire agli italiani una proposta di governo credibile e convincente.
È un dibattito di sostanza, che va ben al di là dei sì e dei no al listone unitario: è, noi crediamo, il terreno principale su cui il centrosinistra italiano si gioca il proprio futuro. Il dilemma se serva o no reinventare la propria identità non è un’esclusiva dei riformisti e dei progressisti italiani, sebbene da noi sia reso particolarmente aspro dalla storica frammentazione delle culture politiche di sinistra e di centrosinistra in tante famiglie, molte delle quali per lungo tempo contrapposte una all’altra. E in Italia più che altrove, il centrosinistra fatica a lasciarsi attraversare dai cambiamenti veramente epocali di questi ultimi anni, resta abbarbicato al proprio passato.
Ma il punto è proprio questo: può permettersi il centrosinistra di camminare più lentamente delle realtà – globali e locali – che dovrebbe impegnarsi a orientare, anche a cambiare? Noi pensiamo di no, pensiamo che l’alleanza di centrosinistra dovrebbe mollare un po’ di ormeggi e navigare nel mare che c’è.
Pensiamo, anche, che oggi abbiano perso molto del loro senso politico originario demarcazioni come quella tra riformisti e radicali, socialisti e cattolici. Basta fare un inventario dei temi più grandi all’ordine del giorno per capire che quelle categorie non reggono più: costruire un nuovo welfare, rilanciare la capacità innovativa e dunque competitiva dell’economia italiana, mettere l’ambiente al centro delle politiche di sviluppo, o rispetto alle questioni globali promuovere come Europa un patto tra Nord e Sud per scon- figgere la povertà e definire regole certe per una governance multipolare.
Per ognuno di questi capitoli è impresa impossibile, già oggi, enucleare la posizione della Margherita o dei Ds: parafrasando una celebre formula marxiana, sempre più spesso l’essere, l’appartenenza di partito, non determina in modo univoco la coscienza, cioè le concrete convinzioni politico- culturali.
Per tutto questo sarebbe tempo che il centrosinistra affrontasse con decisione e persino con decisionismo, come giustamente reclama – finora inascoltato – Massimo Cacciari, la questione del programma: inteso non come l’elencazione seriale di obiettivi generici, ma come l’individuazione di poche “idee forza” unificanti su cui disegnare l’idea di futuro, di Italia, che si propone agli elettori.
Alcuni giorni fa sull’Espresso il sindaco di Roma Walter Veltroni ha rivolto un appello al centrosinistra perché acquisti piena consapevolezza che il secolo appena cominciato – e cominciato con sussulti sconvolgenti – pone alle culture riformiste problemi inediti: rispondere al senso d’insicurezza che cresce nelle nostre società, cambiare alla radice i sistemi di produzione e consumo di energia per fronteggiare il pericolo di mutamenti climatici catastrofici, riformare il welfareaprendolo a bisogni nuovi sempre più diffusi e radicati, produrre una svolta radicale nella capacità del nostro paese di investire in conoscenza e innovazione.
Veltroni aggiungeva che solo cimentandosi con tali nodi, il centrosinistra può ritrovare la piena capacità di parlare tanto al cuore che al cervello delle persone, può riproporsi come portatore di una visione e non soltanto di soluzioni bricolage. Finora questa lettera aperta non ha ricevuto risposta, almeno pubblica. Non sarebbe male che in un prossimo vertice i leader di Gad e Fed provino a dare un cenno di riscontro.
*presidente e direttore di Legambiente
www.europaquotidiano.it/
Raccomandate da Bruxelles
Se non ci riuscirà l’Ulivo, li seppellirà il ridicolo. La penosa caricatura da Regimetto di un presidente del consiglio che va in visita in un ufficio postale e scopre che gli zelanti hanno battezzato con l’acronimo Silvio un sistema per far viaggiare veloci le raccomandate. Figurarsi, in un ente dove gli unici raccomandati che viaggiano veloci sono quelli di An, assunti a centinaia e a migliaia da un presidente lottizzato (Massimo Sarmi) poi caduto in disgrazia col proprio partito, bocciato dalle agenzie di rating internazionali e ora disposto a tutto pur di salvare qualche parte indicibile del proprio corpo.
Robaccia. Scene da crepuscolo di personaggi minori. Il problema è che questa Italietta di terz’ordine ha preteso di ingaggiare un duello rusticano con l’intera Unione europea, con l’obiettivo di annegare il proprio fallimento finanziario in una sostanziale neutralizzazione del Patto di stabilità e crescita. «Francia e Germania » sono con noi, aveva annunciato trionfante il Presidente Diplomatico, quello che mette d’accordo Bush e Putin.
Forse saprà mettere d’accordo Calderoli e Gasparri, perché l’Europa invece non ha alcuna intenzione di prestarsi ai giochetti di palazzo Chigi. Ieri il commissario Almunia, l’altroieri il ministro degli esteri del Lussemburgo (il Lussemburgo!) in qualità di paese presidente di turno del Consiglio intergovernativo. E poi la Bce.
Una porta sbattuta in faccia dietro l’altra.
Non bastano l’inglese fluente e le buone frequentazioni del ministro Siniscalco. Non commuove il nuovo status internazionale dell’ex segretario del Msi. Del Patto si discuterà, certo, perché è evidente che le cose vanno aggiustate. Ma saranno i paesi con le finanze a posto, i conti puliti e una direzione di marcia chiara a menare la danza. Non certo chi ha intenzionalmente invertito il percorso del risanamento finanziario, pretende di scaricare sulla Ue il costo delle proprie campagne elettorali, e ha perfino fatto sorgere sospetti di manomissione dei dati macroeconomici.
Ieri, tra una buca delle lettere e uno sportello di francobolli, Berlusconi biascicava giustificazioni per questa eurobatosta. Niente paura.
Male che vada, gli rimane sempre da consegnare le raccomandate.
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Havana Christmas
Cuba e Usa si sfidano a colpi di cartelloni. Per augurarsi buon Natale e felice anno
E’ tutto pronto per il Natale 2004, anche all’Havana. Gli addobbi nelle case e per le strade sono quasi ultimati. Sui cartelloni appesi nelle tiendas, i negozi cubani, si vede Babbo Natale che guida la slitta trainata dalle renne e la neve che cade copiosa su pini di montagna, anche se questa parte del mondo è baciata dal sole caldo per trecentosessantacinque giorni all’anno.
I turisti che camminano lungo il Malecon, il meraviglioso lungomare della capitale, si trovano però davanti ad un altro spettacolo piuttosto stravagante. In una sorta di scambio di scaramucce fra due tifoserie calcistiche prima di una partita, molto simile nei toni agli scambi di scorrettezze fra Don Camillo e Peppone, la rappresentanza diplomatica statunitense e le autorità castriste si stanno combattendo a colpi di coreografie.
Botta. Per augurare un buon Natale a tutti i cittadini dell’Havana, l'ambasciata Usa ha esposto, in prossimità del suo palazzo lungo il Malecon, degli addobbi natalizi molto luminosi con al centro il numero 75: un riferimento alle persone arrestate dal governo cubano lo scorso anno, alcune delle quali liberate in queste settimane (fra loro il poeta Raul Rivero).
Risposta. La replica non si è fatta attendere. Le autorità della capitale a loro volta hanno fatto allestire, proprio di fronte all’edificio Usa (ma anche di fronte all’uscita secondaria), degli enormi cartelloni che riportavano la foto di alcuni soldati americani che sottoponevano a perquisizione e minacciavano con i fucili dei bambini iracheni e la scritta "Buon Natale". Non solo. I manifesti esposti davanti all’uscita secondaria riportavano un’immagine dei prigionieri di Abu Ghraib, una svastica e la scritta "fascistas made in Usa". Un botta e risposta da match di pugilato.
Le reazioni. Lunedì 20 dicembre, oltre cinquemila persone hanno manifestato davanti alla casa diplomatica statunitense contro James Cason, il rappresentante degli interessi Usa a Cuba, e la sua idea di addobbare il palazzo statunitense con i riferimenti ai settantacinque cubani arrestati lo scorso anno. I rappresentanti di vari gruppi giovanili e i rappresentanti delle associazioni studentesche universitarie cubane, hanno criticato aspramente l’operato di James Cason definendolo un provocatore. Secondo quanto affermato da Julio Martinez, presidente dell’Unione dei giovani comunisti cubani "le manifestazioni davanti agli uffici della rappresentanza diplomatica Usa all’Havana sono un chiaro segno contro la politica aggressiva e prepotente del Signor Cason"
James Cason, che cura gli interessi per conto degli Usa a Cuba, ha fatto sapere che gli ornamenti natalizi resteranno dove sono fino al termine delle festività, "Le torture ad Abu Graib - ha detto - sono state definite indegne dal presidente Bush pubblicamente. Castro non ha fatto lo stesso per gli arresti dei 75".
Secondo un portavoce del governo dell’Havana, è stato giusto organizzare un’esercitazione militare (che ha coinvolto nei giorni scorsi circa quattro milioni di abitanti dell’isola caraibica) per cautelarsi dalla politica aggressiva che gli Usa continuano ad adottare nei confronti di Cuba.
Alessandro Grandi www.peacereporter.net/
Il percorso della "Mala Educacion" (dal film di Pedro Almodovar)
di Liliana Adamo
23 Dec 2004
"Nel film c'è un forte senso di prevaricazione del tutti contro tutti. È un film noir, non ci sono buoni o cattivi. Ci sono i cattivi e i peggiori dei cattivi. I personaggi sono assolutamente liberi di decidere della propria vita. Scelgono le opzioni più cupe e oscure, non si lamentano delle loro scelte. La Mala Educación si riferisce all'educazione, sia quella delle buone maniere che quell'accademica; per quest'ultima la mia è stata, come nel film, di stampo ecclesiastico, quindi pessima, con poca competenza visto che gli insegnanti sono preti, che non aiutano assolutamente la formazione dello spirito dei bambini, piuttosto lo deformano. In conclusione: non sono in grado di dare una buon'educazione. Da qui il titolo."
Un film "difficile da spiegare, ma facile da capire", spiega un articolista d'El Mundo. Tre pellicole in una, tre rapporti che si sovrappongono, in un soggetto forte e congruente, risalente ad una stesura di circa dieci anni fa, che racconta d'infanzia e di pedofilia nell'ambiente ecclesiastico.
E' la storia di tre personaggi non definiti, di dati storici non circoscritti, un frammento di memoria, carico di tensione drammatica ma descritto con divertimento, una sorta di "storia eccitante", nel senso più puro della cinematografia noir. Ci si chiede perché la prima parte del film sia così differente dalla seconda e dalla terza, perché quel che manca nella prima si ridefinisce precipitosamente nella seconda e si sottrae di senso nella terza, per quale ragione il regista insegue angosciosamente una giustificazione per i suoi personaggi, cerca di imporre loro una spiegazione, un rigore concettuale, al quale gli stessi, rifuggono.
E'un film che conferma il rapporto vivo, dialettico, tra l'autore e il suo prodotto. A differenza delle altre pellicole, bizzarre e sicuramente squisite, "La Mala Educacion" è invece un'opera cruda, oscura e violenta, che porta in sé un dramma irrisolto "ma senza lezioni morali. E' un film che mi serve per tornare ai miei ricordi e i personaggi peggiori mi affascinano".
In una gustosa auto-intervista, Almodovar ricorda il sentimento ambivalente cui era ossessionato il suo maestro, un prete che egli conobbe da bambino. Il chiodo fisso era tutto convogliato nella sensualità della "Carmen", l'eroina celebrata dall'opera di Bizet. La storia è diventata una scena di un film datato 1986, "La ley del deseo", in cui un transessuale (Carmen), entra nella chiesa adiacente ad una scuola. Qui, trova un prete che suona l'organo e gli chiede chi egli sia, il travestito confessa che, in passato, è stato un allievo della scuola, di cui lo stesso prete si era innamorato.
Almodovar lo ammette, la "Mala Educacion" non ha nulla d'autobiografico; nei film c'è la materia reale delle cose, anche se decentrata con molta manipolazione. Il cinema resta un'arte di rimaneggiamento, l'ispirazione, invece è d'altra natura; parte dal profondo e se si è abbastanza intelligenti d'adoperarla e dar corpo ai fantasmi, la capacità creativa lavora per te, dirigendoti in combinazioni coinvolgenti, anche se mai completamente definite.
Il cinema come educazione alternativa.
Come capita al protagonista del "Nuovo Cinema Paradiso" di Giuseppe Tornatore, anche per Almodovar c'è stato un cinematografo sulla strada del collegio che d' adolescente ha contribuito alla sua "cattiva educazione". Nel film c'è l'incontro di tre personaggi: il prete (che rappresenta il potere) e due bambini che si aprono all'amore, alla sensualità e scoprono il cinema, gli stessi s' incontreranno vent'anni, dopo; uno è diventato scrittore, l'altro, un regista cinematografico. Alla cinepresa è dato di scandagliare la ricerca della verità, nell'intreccio delle tre visioni esclusive: dello scrittore, del regista e in ultimo, del prete. Con questa triplice esposizione, impilata l'una dentro l'altra, si chiude il trittico amoroso, la circostanza in cui un bambino si oppone al prete per amore di un coetaneo e che si propone vent'anni dopo, con tutto il peso e le implicazioni della sfera adulta.
Ciò che interessa al regista non è tanto la semplificazione della vittima di un abuso che da adulto rinuncia all'eterosessualità (e alle convenzioni sociali), ma scandagliare il rapporto tra i due bambini e il prete, misurare in profondità quel triangolo e decidere fino in fondo di non indicare una contrapposizione formale, la cattiveria dell'uno e l'innocenza dell'altro.
Il tema trattato nel film (l'attrazione erotica del prete per uno dei due bambini), non intende spiegare che il mondo della pedofilia è in qualche modo legato all'omosessualità, o che l'orientamento sessuale dei due protagonisti è stato "battezzato" da molestie che si ripetono nel tempo, da adulti, in una specie d'acting-out. L'omosessualità e la pedofilia sono distinte e separate, ma possono essere anche questioni concatenate, come affiora nella cronaca della "Mala Educacion".
Secondo Oliviero Ferraris (in un suo libro sulla pedofilia), ed alcuni autori da lui citati, i "cacciatori di bambini" avrebbero una personalità immatura con problemi di relazioni o senso d'inferiorità, che non consente loro di reggere un rapporto amoroso adulto, alla "pari", in un confronto dialettico con un altro essere, complesso e diverso, "individui con disturbi narcisistici e fragile stima di sé, si focalizzano sui bambini perché possano controllarli e dominarli e con loro non provano sentimenti d'inadeguatezza."
L'erotismo con i bambini ricrea l'assimilazione compulsiva con un oggetto immaginario ed ideale, la ristrutturazione di un sé giovane, idealizzato. Il pedofilo sarebbe quindi al centro di un corto circuito che si autoalimenta, riportandolo incessantemente indietro nel tempo, nel momento in cui egli stesso ha vissuto quel tipo d'esperienza, provando eccitamento, paura e disordine interiore, essendo depositario di un segreto indicibile, una sorta di doppia vita.
L'ossessione in schemi estetico-erotici (che il pedofilo è incapace di sostituire), non permette d'accettare la differenza tra generazioni e nega l'esistenza di ruoli e funzioni adulte. L'altro, come accade in tutte le patologie narcisistiche, non è percepito come una persona nella sua globalità, ma per ciò che rappresenta, una "cosa" che deve soddisfare la pulsione che, per il pedofilo, è il principio dell'identificazione narcisistica; "la scelta di partner, quali i bambini, facili da controllare e manipolare, consente di raggiungere il duplice scopo d'ottenere piacere e di sentirsi potenti."
Il sesso come potere
L'autorità, la manipolazione, il potere insito nella figura del prete (che li rovescia sull'educazione dei due bambini), è il senso ultimo del film e la pedofilia è l'applicazione più completa e scellerata del potere, una sorta di possesso sovrastante con cui gli adulti falsificano l'infanzia. In questo caso, a rendere più arduo il film d'Almodovar è che ci sono adulti di un ambiente ecclesiastico.
Per un regista come lui, che si è affermato con storie al femminile, creare questo triangolo tutto al maschile (per ogni inquadratura ci sono uomini e nient'altro che uomini), in un film concepito senza pregiudizi ma anche con determinata durezza, pone l'accento su un cambiamento inusitato, ma racconta, per esempio, che nella società spagnola la presenza di gay, lesbiche e transessuali, si pone ad un gradino più alto rispetto alla classe politica. La gente comune tratta esattamente allo stesso modo coppie eterosessuali e coppie gay.
Il regista parla di questo film come la cosa più personale fatta finora e niente sembra turbarlo, né la presenza dell'omosessualità, né quella dell'uso massiccio di droghe.
Il suggerimento dell'abuso sessuale esercitato da una presunta autorità morale - un prete e un insegnante - rimarca già un motivo sufficiente per non indugiare in scene di sesso esplicito, scavando invece nella profondità del racconto, anche se, a volte, la complessità drammatica (e il montaggio dei dati storici, volutamente ingarbugliato), è tale da essere quasi incomprensibile agli spettatori, come se l'autore avesse operato una sorta di spostamento occulto di sé e dei suoi ricordi, sui personaggi e la storia.
Le inquadrature (le scene dei bambini che fanno ginnastica, giocano sulla riva del fiume o nel patio della scuola), i piani-sequenza (le facce contratte dall'angoscia, come quella di Sara Montiel), i colori forti e definiti, le giravolte della macchina da presa, tutto è splendido, in pratica, reso quasi a perfezione, anche i bambini rendono la recitazione senza forzature, sono credibili e naturali.
Si è parlato di un "racconto eccitante".è perché Almodovar richiama alla mente il concetto di un altro demone del cinema, Woody Allen: "Io non credo in Dio, io sono un edonista.".
Liliana Adamo
redazione@reporterassociati.org
Migranti: la beffa della Convenzione Onu
da Unimondo
Nel 1990 l'Assemblea Generale dell'ONU ha adottato la "Convenzione Internazionale per la tutela dei diritti di tutti i lavoratori migranti e dei membri delle loro famiglie". Pur essendo entrata in vigore il 1 luglio 2003, solo venticinque stati l'hanno ratificata e all'appello mancano tutti i paesi del Nord America e dell'Europa, a parte la Bosnia-Erzegovina.
Lo scorso 18 dicembre si è celebrata la "Giornata Internazionale per i Migranti". Un fenomeno, quello della migrazione, che in un pianeta sempre più globalizzato ha assunto dimensioni imponenti: sono infatti 175 milioni i migranti nel mondo, uno ogni 35 persone. Per promuoverne i diritti, nel 1990 l'Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha adottato la "Convenzione Internazionale per la tutela dei diritti di tutti i lavoratori migranti e dei membri delle loro famiglie". Entrata in vigore il 1° luglio 2003, la Convenzione non ha però ancora ricevuto l'attenzione che ci si aspetterebbe: sono infatti solo venticinque gli Stati che l'hanno ratificata e principalmente si tratta di nazioni di forte emigrazione. All'appello mancano tutti i paesi del Nord America e dell'Europa a parte la Bosnia-Erzegovina.
Per verificare l'effettiva applicazione della Convenzione, lo scorso marzo è stato creato a Ginevra un Comitato dell'Onu composto da dieci esperti che rappresentano alcuni degli stati aderenti, ma che è aperto anche ai rappresentanti delle Organizzazioni non governative (Ong). E grazie proprio alle pressioni delle Ong conferite in un una Campagna internazionale, la ratifica della Convenzione sui lavoratori migranti sta trovando nuovi impulsi. In Europa è sorta la "Piattaforma Europea per i Diritti dei Lavori Migranti" che riunisce alcune coalizioni nazionali di Ong europee.
In una lettera indirizzata al neo-commissario Franco Frattini, la Piattaforma richiama l'Unione Europea ad implementare normative che garantiscano effettivamente i lavoratori migranti da ogni forma di sfruttamento e che non siano rese inefficaci da motivazioni di "interesse nazionale" dei singoli stati. Sarà da vedere se la Commissione europea recepirà queste istanze nel dibattito che intende promuovere sui temi dell'immigrazione attraverso la pubblicazione di un "libro verde" in cui dovrebbero esprimere il proprio parere i più importanti attori istituzionali, economici e sociali dei Paesi dell'Unione.
Intanto, all'ultimo vertice dei Ministri dell'interno dei maggiori paesi d'Europa tenutosi a Firenze non è passata la linea dei "Centri collettivi di identificazione" in nord Africa. Iniziativa che però verrà adottata dai singoli governi con intese bilaterali come l'accordo fatto dall'Italia con la Libia. Un accordo - notano le associazioni - che prevede l'allestimento tramite mezzi e denaro pubblico italiano, di campi di internamento nel deserto, rivolti a stranieri respinti dall'Italia. All'iniziativa è contrario un ampio cartello composto da organizzazioni, rappresentati di partiti europei ed esponenti della società civile: questi "Centri" finirebbero col negare il diritto all'asilo a persone che tentano di accedere al territorio europeo fuggendo da guerre, fame e persecuzioni politiche.
Secondo Amnesty International, ICS e Medici Senza Frontiere ci sarebbe inoltre il rischio di "potenziali violazioni della Convenzione di Ginevra sullo status di rifugiato". Dal 2001 le tre organizzazioni stanno promuovendo una campagna per garantire il rispetto dei diritti dei rifugiati e per promuovere in Italia - unico Paese Ue ad esserne privo - l'adozione di una legge organica sul diritto d'asilo.
La Corte Costituzionale italiana ha dato intanto il via libera allo statuto della Regione Toscana che prevede il diritto di voto agli immigrati. Non si registra però alcun avanzamento circa la proposta di legge per il voto amministrativo agli immigrati regolari residenti in Italia promessa da alcune forze politiche dalla maggioranza. Si allungano invece i tempi per ottenere la cittadinanza: per legge dovrebbero essere 730 giorni, ma oggi succede che si debba aspettare fino a quattro anni a partire dalla presentazione dell'istanza alle Prefetture. Incontrano difficoltà soprattutto le richieste per residenza, le naturalizzazioni ordinarie, rispetto a quelle per matrimonio, e le naturalizzazioni agevolate.
Ben 2.000 decreti di naturalizzazione per residenza risultano fermi alla firma della Presidenza della Repubblica, proprio nella fase finale dell'iter. Tutti questi potenziali cittadini europei hanno avviato, come prevedeva la legge italiana, lo svincolo dalla nazionalità di origine e quindi si trovano da mesi nella situazione paradossale di essere privi di passaporto. Si tratta di una realtà strutturale e non transitoria per la quale diventano necessarie normative all'altezza dei tempi: oggi ci sono 10 proposte di iniziativa parlamentare per la modifica della legge sulla cittadinanza italiana, da mesi al vaglio della Commissione affari costituzionali.
di Andrea Trentini da Unimondo
LA SCHEDA
Se nel mondo sono in totale 175 milioni i migranti (uno ogni 35 persone), in Europa sono invece 32,8 milioni, con un tasso annuale di crescita del 2,2% nel decennio 1990-2000. La percentuale di immigrati rispetto alla popolazione europea è cresciuta dal 3,3% nel 1960 al 6,4% nel 2000: sono i dati contenuti nel recente Rapporto delle Nazioni Unite sul tema delle migrazioni internazionali. Il Rapporto evidenzia i vantaggi che vengono dall'immigrazione, ma anche le "ansie" che porta con il rischio di "diluire o fratturare le identità culturali e i valori".
Secondo il rapporto questi conflitti si riflettono in un "crescente dualismo nelle politiche migratorie nazionali in Europa". Se nel 1976, infatti, l'83% dei governi europei dichiarava soddisfacenti i livelli migratori (mentre il 17% li riteneva troppo alti), nel 2003 solo il 67% ha mantenuto le politiche neutrali rispetto al fenomeno migratorio, con il 9% che incoraggia flussi più sostenuti mentre il 23% ha messo in atto delle restrizioni. "Molti governi in Europa e altrove, storicamente non si sono mai percepiti come Paesi di accoglienza - rileva il rapporto Onu. I non cittadini sono generalmente scoraggiati dal cercare una residenza permanente e una eventuale cittadinanza. Ma la Germania, l'Irlanda e la Lettonia hanno recentemente varato leggi di cittadinanza per facilitare la naturalizzazione, rafforzare il senso di appartenenza e di partecipazione politica". (A.T.)
Fonte: http://unimondo.oneworld.net/article/view/100033/1/
Carissimi amici e compagni/e ,
ho finito di ascoltare , pochi minuti or sono sul TG.5 ,una intervista del compagno Massimo D'Alema sul serio e grave scontro politico in atto nell'alleanza anti-berlusconiana ( GAD).
In particolare la spaccatura strategica ( sul come affrontare le elezioni regionali ) tra Rutelli e Prodi dentro il Partito della Margherita e della sequela di posizioni dentro il D.S.- nel vivo del dibattito congressuale-, di R.C., dei Verdi , del monimentio dell'Ulivo e ,praticamente , di tutti i Partiti del C.S.
Chi ha e usa un computer può agevolmente leggere le migliaia di e-mail( dei prodiani e/o degli ulivisti , compagni del D.S. , ecc. ) scatenati e critici contro il vertice della Margherita e, in generale , delle segreterie nazionali dei partiti della GAD.
Anche senza computer basta utilizzare i mezzi pubblici, incontrare amici e compagni, parlare della situazione politica per avere il polso della situazione del "nostro elettorato" ..!
In questo contesto D'Alema , con calma olimpica ed una buona dose di supponenza , afferma al TG. 5 che , se ci spieghiamo bene sui temi della rottura, poi , alla fin fine, il "nostro elettorato" finirà per capire ( e ci voterà ...? sic!...).
Inoltre , ovviamente ,dobbiamo perseguire ed accelerare i tempi-per farci capire sempre meglio dagli elettori- nella costruzione del nuovo partito e/ o FED..........!
A questo punto ,alquanto scoraggiato da questo atteggiamento del Presidente ( pro-tempore) del mio Partito, mi domando:
1°) quando D'Alema era un giovane militante politico operava e governava il larga parte dell'Italia il P.C.I.- e Massimo ne era membro e dirigente nella F.G.C.I.- quando si sbagliava o si perdevano le elezioni, esisteva un metodo democratico, una libera esigenza di Partito al fine di sviluppare un sereno e pubblico esame dei propri errori al fine di superarli e quindi non ripeterli.
Questa capacità e/o esercizio , saggio e democratico , si chiamava "autocritica politica".
Se tutto ciò non si faceva o era reticente si cambiava lavoro e/o ruolo politico nell'interesse del Partito e del proprio elettorato.
Ricordo questo poichè ,se siamo in questa situazione certamente non brillante nei confronti di un Governo Berlusconi anti-popolare e anticostituzionale, dipende anche per gli errori compiuti da D'Alema nell'esercizio di funzioni di governo e di direzione del P.D.S. e del D.S..
Pertanto anche ora , a poche settimane dal voro delle Regionali, ha peccato di non ascolto dell'elettorato di sinistra e di centro sinistra e, quindi ,non ha fatto alcuna "autocritica" seria di quello che sta accadendo.
Se si continua a pensare e ad affermare:
andiamo male perchè l'elettorato di sinistra ( o C.S.) " non capisce" la nostra giusta politica..(?..! ) è inevitabile che ritorneremo a perdere.
A quando la manifestazione in Piazza S. Giovanni ?
Auguri da Ugo Montecchi.
Cari amici,
stasera, scartabellando nell'archivio elettronico, ho trovato la mia
lettera del 20/12/2003, con cui vi inviavo un paragone fra andamento in
miliardi di dollari di bilancia commerciale e bilancia dei pagamenti dei
paesi occidentali (ed assimilati) nei periodi di 12 mesi maggio
2001/maggio 2002 e dicembre 2002/dicembre 2003.
Con l'Economist della scorsa settimana ho preparato la stessa tabella con
gli andamenti degli ultimi 12 mesi dicembre 2002/dicembre 2003 e dicembre
2003/dicembre 2004.
Eccoli, in miliardi di dollari:
bilancia commerciale bilancia dei pagamenti
13/12/03 18/12/04 13/12/03 18/12/04
Australia -14,3 -16,6 -27,2 -36,2
Austria -0,6 - 0,1 +0,5 -1,1
Belgio +20,7 +20,5 +11,2 +13,0
G.Bretagna -74,4 -103,2 -28,6 -41,7
Canada +41,5 +49,6 +16,7 +26,7
Danimarca +9,7 +9,5 +5,3 +6,2
Francia +5,6 -5,2 +20,6 -3,1
Germania +142,7 +189,1 +58,2 +91,5
Italia +1,6 +2,4 -20,9 -12,6
Giappone +100,6 +135,8 +127,4 +169,9
Olanda +31,5 +35,6 +17,7 +21,0
Spagna -50,5 -68,5 -23,1 -38,5
Svezia +17,8 +22,8 +14,8 +26,2
Svizzera +6,0 +7,9 +35,0 +45,9
USA -423,2 -634,0 -528,7 -571,9
area Euro +84,3 +100,1 +36,8 +55,1
Il commento finale di quest'anno è lo stesso dell'anno scorso, che quindi
trascrivo integralmente senza combiamenti: "questa tabella spiega
esaurientemente perché il dollaro continua a scendere e spiega anche che
l'Italia sta vistosamente ansimando. Spiega che quanto dice Tremonti (nota
odierna: oltre a Tremonti la stampa fiancheggiatrice, che crede che
abbiamo l'anello al naso) circa l'influsso negativo dell'Euro sono grosse
bubbole per gli ingenui ed i disinformati. Chiarisce che Berlusconi ha
dilapidato in poco tempo l'eredità positiva dei governi dell'Ulivo, anche
se ha l'impudenza (eufemismo per spudoratezza) di dire, come oggi in
conferenza stampa (nota odierna: in conferenza stampa l'anno scorso, ieri
in Sicilia), che con quello che ha trovato di più non poteva fare."
Alla luce di quanto sopra aggiungo che è molto strano che ci si ostini a
dire che il dollaro basso aiuta le esportazioni americane e penalizza le
esportazioni europee, quando i numeri dicono esattamente il contrario e
l'andamento è costante nel tempo.
Ancora più impressionante è la somma in miliardi di dollari dei due
periodi consecutivi di 24 mesi:
bilancia commerciale bilancia dei pagamenti
area euro +184,4 +93,9
USA -1056,2 -1000,6
Naturalmente la differenza, con bilancie commerciali e dei pagamenti
straattive sono Cina, India, Brasile etc.
È facile anche prevedere che il dollaro continuerà a scendere, perché la
causa strutturale della discesa è nei numeri di cui sopra e nel deficit
del bilancio Federale USA, non nei saggi di interesse applicati dalla BCE,
come, contro ogni evidenza, ci si ostina a dire.
Un caro saluto.
Piero Stagno
P.S.: mi rendo conto ora che i periodi cui si riferiscono i dati sono
ottobre/ottobre, perché i dati pubblicati a dicembre si riferiscono alla
situazione di ottobre, ma il concetto non cambia perché sempre di periodi
di 12 mesi si tratta.
dicembre 22 2004
Muoviamoci!!!
Milano - Domani una "nutrita" delegazione dei Cittadini per l'Ulivo presidierà simbolicamente le sedi DS e Margherita
Muoviamoci!!!
Care amiche ed amici, dopo i fatti di questi giorni, il più grave degli errori sarebbe cadere in preda allo sconforto.
Abbiamo bisogni più che mai di far sentire la nostra voce, di dimostrare che, così come emerso chiaramente nella grande manifestazione del Palalido, il popolo dell’Ulivo esiste ed è chilometri avanti rispetto ai gruppi dirigenti nazionali.
Ecco, allora, che abbiamo pensato, per domani giovedì 23, di dare vita ad un’importante iniziativa, simpatica ed efficace.
Vogliamo formare una folta delegazione (siete tutti caldamente invitati a partecipare) che, con bandiere dell’Ulivo, striscioni, cartelli e quant’altro, si rechi davanti alle sedi dei due partiti principali (DS e Margherita) presidiandole simbolicamente, ed incontrando i rispettivi responsabili provinciali.
Sarà l’occasione per scambiarsi fraternamente gli auguri di Natale ma, anche e soprattutto, per far presente le nostre ragioni, per chiedere Ulivo, capacità unitaria nella scelta del candidato per le regionali ed uso delle primarie per dirimere la questione qualora questa capacità unitaria non dovesse produrre risultati.
Per chiedere che Milano, come ai tempi della campagna di Penati, torni ad essere la punta avanzata a livello nazionale per l’unità della coalizione e per la costruzione dell’Ulivo.
Consegneremo, in quell’occasione, anche un documento unitario sottoscritto da una quindicina di sindaci (tra cui Sesto e Cinisello, oltre che Cesate ed altre realtà).
Vi aspettiamo, questa volta, davvero numerosi, portando, ognuno, la propria bandiera dell’Ulivo.
L’appuntamento è per
domani 23 dicembre, alle ore 15.30 - davanti alla sede della Margherita, in p.zza Luigi di Savoia 21.
A seguire, attorno alle 17, ci recheremo presso la sede dei DS, in via Fortezza 1.
Stefano Facchi, Responsabile provinciale dei Cittadini per l’Ulivo di Milano
L´AMACA
MICHELE SERRA
AI DIRIGENTI del centrosinistra. Se entro ventiquattro ore non vi mettete d´accordo sulle candidature vi taglio le gomme della macchina e vi rigo la portiera con un chiodo, vi manometto l´impianto idraulico in modo che l´acqua di scarico del cesso scenda dalla doccia, vi sequestro il cane e lo libero sul retro di un ristorante cinese, dico a Renato Brunetta che non vedete l´ora di andare a cena con lui, vi iscrivo come cavie volontarie a un test medico sul drenaggio intestinale, mando il vostro indirizzo privato a un sito di scambio di coppie per soli obesi, collego le vostre luminarie di Natale a una centrale nucleare rumena, spedisco lettere di insulti firmate col vostro nome al campione mondiale di wrestling in carica, vi abbono alla rivista ufficiale di dianetica, dissemino il vostro collegio elettorale di cartoline con la vostra fotografia e la scritta "proteggi le minoranze, dai una chance a un idiota", scambio la vostra cartella clinica con quella di un recensore della guida Michelin specializzato in piatti a base di lardo, suggerisco a Massimo Cacciari di farvi correggere le bozze del suo ultimo saggio sull´angelismo, spedisco il vostro curriculum ai responsabili del casting di un porno zoofilo, e infine, naturalmente, non vi voto neanche morto, e forse voto per Renato Brunetta. Firmato: un amico.
repubblica.it
E chi ci sta ci sta
Sandra Bonsanti
22/12/2004
Tornavo ieri sera a casa dopo un incontro natalizio con vecchi e carissimi amici e ripetevo tra me l’ultimo messaggio affidatomi, una sorta di sfogo definitivo, quasi soltanto Libertà e Giustizia avesse ormai l’autorevolezza di farlo arrivare là dove esso era diretto: cioè agli orecchi del Professore e dei segretari della Federazione e dell’Alleanza.
"Adesso basta, la casa brucia, chi ci sta ci sta". Semplice, no? Semplice e chiaro. Identico messaggio ho sentito in Tv da Massimo Cacciari, qualcosa di simile ha detto anche Ezio Mauro.
Sul forum di LeG i nostri simpatizzanti avvertono intanto: non andrò a votare. Io credo di aver capito, dopo tanto arrovellarmi, che il problema che dilania il centro sinistra, rischiando di regalare al Cavaliere lunghi anni di felice appropriazione della cosa pubblica per sé e per i suoi strettissimi famuli, sia il seguente: Prodi va bene a tutto lo schieramento se si limita ad assumersi la responsabilità di governare il disastro Italia nel momento in cui la minoranza vincesse le elezioni. Ma appena il professore studia il modo politico di tenere insieme la federazione, cioè la struttura su cui dovrebbe poggiare il suo governo, allora tutto si spacca. Prodi a Palazzo Chigi e non rompa le scatole ai partiti.
Il fatto è che il Professore ha un progetto diverso: in un certo senso, mi pare di capire, il problema governo potrebbe anche non essere il primo, mentre il primo vero nodo della questione è per lui l’unità della federazione, intesa nel senso di unità politica, quindi anche di indirizzo, di regole, di progetti. Quasi un solo partito, come ebbe a dire a Milano Massimo D’Alema nell’incontro con LeG.
Ma D’Alema, si sa, è uno che pur essendo presidente di un partito, è profondamente convinto che i partiti come si intendevano una volta non ci sono più e che altri sono ormai i luoghi del vero potere.
Se questa è l’interpretazione abbastanza verosimile dello scontro a cui assistiamo, furibondi, esasperati e chi più ne ha più ne metta, vogliosi davvero di rinunciare all’impegno, memori di Platone che prefigurava la fuga dalla politica dopo che la democrazia in cui aveva creduto aveva messo a morte "l’uomo migliore" di tutti i tempi, allora il messaggio "chi ci sta ci sta" vuol dire: in nome della vittoria su Berlusconi, che è un rischio sempre più grave per la vita civile e culturale dei nostri concittadini, facciano tutti un passo indietro e mettano nelle mani di Prodi non solo il governo ma anche il potere di governare senza esser smentiti o peggio infilzati tutti i santi giorni da un confederato o da una parte di un confederato.
Significa anche che gli elettori del centro sinistra non vogliono più saperne dei vari problemi per così dire personali e di potere, non vogliono docce fredde, tempeste malamente rabberciate il giorno dopo. Siamo stanchi, è il messaggio alla federazione. Fatela finita di accapigliarvi.
E c’è anche un messaggio affettuoso a Prodi: vai avanti, esercita la leadership visto che non siamo capaci di stare insieme senza un capo. Non fateci più vedere quel tavolo per le riunioni attorno al quale sono sempre gli stessi, da dieci anni a questa parte , a far le gomitate per esser visti in Tv: in certi casi meno si appare meglio è. Il duo Rutelli-Verderami già lo leggiamo quasi tutti i giorni sul Corriere, forse non serve alla causa vederlo anche da Vespa perché fa pensare subito a qualcosa di troppo ravvicinato. E così via.
Anche la seconda parte del messaggio, "non andrò a votare", andrebbe presa sul serio. Essa nasce dalla rabbia di non vedere nella classe dirigente lo stesso grado di indignazione per la situazione in cui vive il Paese reale, lo smantellamento sistematico di tutte le regole della politica, della legalità istituzionale, il dilagare fra la gente della cultura del faccio come mi pare, tanto me lo lasciano fare. Le elezioni non sono vinte e se lo saranno bisognerà poi saper governare.
La somma di questi messaggi dice a Romano Prodi: comincia subito, non aspettare un giorno di più, a esercitare la tua leadership.
E chi ci sta ci sta.www.libertaegiustizia.it/
Duello sul Patto di stabilità
Berlusconi:no al tetto sugli investimenti. Prodi:un suicidio
ROBERTO PETRINI
la Repubblica - 22 dicembre 2004
ROMA - Duello Prodi-Berlusconi sul Patto di stabilità: «Va cambiato», ha detto nuovamente il Cavaliere. «Con il nostro debito sarebbe un suicidio», ha replicato il Professore. Nel frattempo prosegue la maratona della Finanziaria, in vista della fiducia dopo Natale e del via libera definitivo prima della fine dell´anno: ieri la Camera ha approvato la manovrina-ter: slittano al prossimo anno (al 31 maggio e al 30 settembre) la seconda e la terza rata del condono edilizio che erano fissate per i giorni 20 e il 30 dicembre. La decisione è diventata legge dello Stato con la conversione da parte della Camera, che ha votato la fiducia (321 voti favorevoli e 218 contrari), del decreto legge. Gli incassi del condono edilizio, pari a 2 miliardi e 215 milioni serviranno a finanziare la metà circa del taglio dell´Irpef previsto dalla Finanziaria 2005.
La manovrina-ter corregge il deficit per il 2004 di 446 miliardi e fa perno su una serie di entrate e acconti per circa 1 miliardo: sono previsti per banche, assicurazioni, Poste spa e Cassa spa numerose anticipazioni di denaro all´erario sulle ritenute degli interessi, sulle imposte sulle polizze e sui bolli applicati alle varie operazioni.
Incassata la prima fiducia, ora si guarda alla Finanziaria che sarà votata tra il 27 e il 28 alla Camera e tra il 28 e il 29 al Senato, mentre da domani la Commissione Bilancio della Camera inizierà un rapido esame in attesa dell´emendamento del governo che dovrà correggere il blocco del turn over degli enti locali. Sul tema della manovra è intervenuto Berlusconi: «Sarebbe stato auspicabile il varo prima di Natale, il ritardo è stato uno sgarbo dell´opposizione», ha osservato. «Ma quale sgarbo - ha replicato l´ex ministro del Tesoro, il ds Vincenzo Visco - hanno privilegiato l´esame del decreto salva-Previti ecco il motivo del ritardo». Berlusconi è entrato anche nel merito della Finanziaria (che ha definito «epocale») difendendosi dall´accusa di aver aumentato i bolli: «Li abbiamo solo adeguati all´inflazione, il loro costo era fermo da due o tre anni». Controreplica da una conferenza stampa del centrosinistra: nel 2005 le tasse, tra una cosa e l´altra, aumenteranno di 6,3 miliardi.
Tornando al duello sul Patto di stabilità europeo, Berlusconi è tornato alla carica e ha detto che la regola del 3% di Maastricht deve essere «mantenuta per le spese correnti e cambiata per le spese in conto capitale». Dalla necessità di reperire risorse per le infrastrutture, ha aggiunto, nasce «la guerra che sto conducendo in Europa per modificare questo Patto di stabilità e crescita che ci ha dato stabilità e non crescita».
Pronta replica alle parole del Cavaliere da parte di Romano Prodi: «E´ un discorso suicida, molto pericoloso per un paese come l´Italia parlare di riforma del patto di stabilità: cambiamenti radicali avranno un esito negativo addirittura disastroso se non si considera che l´Italia è uno dei paesi a debito pubblico più alto».
Anche dal Lussemburgo, che assumerà dal 1° gennaio la presidenza dell´Unione europea, è giunta la polemica reazione del premier Jean Asselborn: l´Europa - ha detto - ha «ancora bisogno del Patto di stabilità. Sbaglia chi parla di sostanziali modifiche o trasformazioni». Anche nel resto d´Europa l´accoglienza della proposta Berlusconi sembra fredda: da Bruxelles ieri sera si rilevava che nei documenti preparatori del primo appuntamento importante del prossimo semestre (l´Ecofin del 17 e 18 gennaio) attualmente non figura l´esame del Patto di stabilità. Infine, il Ragioniere generale dello Stato, Grilli, ha inaugurato ieri il Siope, un sistema che consentirà di monitorare la spesa pubblica «giorno per giorno».
CON PRODI
Gli ultimi eventi confermano la incapacità dei partiti a dare vita all’Ulivo come soggetto politico federativo.
Con i loro comportamenti i partiti del centro sinistra mettono a rischio l’esito delle prossime elezioni regionali e delle stesse elezioni politiche proprio nel momento in cui più urgente e possibile si manifesta una alternativa alla attuale maggioranza.
I ‘Cittadini per l’Ulivo’, mentre ribadiscono gli indirizzi |