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gennaio 31 2005
Prodi: "Se vinco le primarie
Bertinotti non fa il mio vice"
Su Raitre l´intervista della Dandini al Professore "Il centrosinistra gliela fa"
Ma salta la riunione della Gad: lettera dei Verdi, protesta di Pdci e Di Pietro
italia da alzare Ho trovato un´Italia impaurita, che teme di cadere, che non riesce più a correre. Quindi, alziamola in piedi e via
LUCIANO NIGRO
la Repubblica - 31 gennaio 2005
ROMA - «Le primarie? Hanno una regola semplice: vince uno solo con il suo programma», dice Romano Prodi. Che sottolinea: «Se vinco io, Bertinotti non fa mica il vice!». «Berlusconi? A volte i miei amici pensano che ce l´abbia qui, nella testa, come il soldato Smith col sesso». Ma questo centrosinistra ?gna fa o nun ?gna fa come diceva Corrado Guzzanti? «Gliela fa - assicura il Professore - questi fanno tutti i giorni i cento metri? Noi abbiamo cominciato la maratona, con i tempi di allenamento e di partenza. Ho messo tutti i problemi, le liti, le tensioni all´inizio. E questo ha turbato molta gente, ma era indispensabile».
Sarà il colloquio a tarda sera o il tono scanzonato di Serena Dandini. Sarà che il Professore, come dice la conduttrice, «è reduce da cinque anni di tournée europea» («Più un supplemento Buttiglione», chiosa lui con un sorriso) e ha imparato a far discorsi «essenziali», ma il faccia a faccia a «Parla con me» annunciato da 48 ore di polemico tam tam, offre una versione inedita di Romano Prodi. Senza fronzoli, con qualche battuta e una citazione da Amarcord di Fellini, dribblando solo il referendum sulla fecondazione assistita («andrò a votare, ma ancora non le dico come»), affronta i problemi della sua coalizione e del suo nome («tra poco uscirà», promette).
Racconta di essere tornato cambiato dall´esperienza a Bruxelles, il Professore. «Là si parla in tre-quattro minuti, si è obbligati a pensare al futuro, arrivato qui impazzisco - confessa - perché da noi è tutto una formula, tutto un dosaggio. Invece bisogna tornare ai contenuti». Anche l´Italia è cambiata: «Un paese impaurito, che teme di cadere e quando uno ha paura di cadere non riesce più a correre». Perciò lancia lo slogan: «Alziamola in piedi e via».
É per questo, ironizza Dandini, che si è inventato il gioco delle primarie che sembra il Grande Fratello? Non teme di essere lei a uscire? «Le primarie - risponde il Professore - sono figlie di un´esigenza forte di partecipazione», ma alla fine tutto sarà chiaro perché «vincerà uno solo con il suo programma».
Il proprio programma Prodi lo costruirà nella «fabbrica» di Bologna, un pezzo alla volta affrontando «i problemi veri della gente, quelli forti». Primo passo: «il mettere su casa». Poi il lavoro, la sua durata, la sua sicurezza, i mutui, i bambini. E anche la fabbrica, sarà vera, «un vecchio capannone artigianale, 600 metri quadrati più gli uffici, affittato a prezzo modesto».
Sono i giovani, però, il cruccio dell´ex presidente della Commissione Ue. «Ma non vede che non vengono neanche più a divertirsi in Italia? Un tempo a Rimini o Roma ci si andava. Adesso si va a Berlino, e d´estate in Spagna. E come vengono trattati i giovani in Italia? Da adolescenti fino a 40 anni, ma siano diventati matti?».
Quali leggi di Berlusconi verranno buttate? «Cambieranno quelle ad personam - risponde il leader del centrosinistra - ma nelle riforme si prenderanno le cose buone e si cancelleranno le cattive». Senza le ossessioni del soldato Smith della celebre barzelletta, insomma.
Dandini vuol sapere se farà come Zapatero, metà dei ministeri alle donne. «Anche Soru in Sardegna lo ha fatto - ribatte Prodi - ma per fare le cose bene, bisogna preparasi per tempo. Vorrei evitare il grido felliniano dell´ultimo giorno: voglio una donna!».
A tarda sera, però, una lettera dei Verdi che fa saltare il vertice dei segretari dell´Alleanza di centrosinistra previsto per martedì guasta la festa al Professore. Alfonso Pecoraro Scanio, ma anche Diliberto e Di Pietro chiedono regole certe sui listini dei presidenti in tutte le regioni.
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L’ex premier in tv dalla Dandini: fecondazione, non so che cosa votare
«L’Italia non è più divertente
Prodi: cancellerò la Cirami. Toscana e listini, salta il vertice della Gad
DAL NOSTRO INVIATO
dal Corriere - 31 gennaio 2005
BOLOGNA - Romano Prodi assicura di non avere il pensiero sempre fisso su Silvio Berlusconi, «come il soldato Smith con il sesso», eppure è contro il premier e la sua azione di governo che piazza le due bordate più pesanti. La prima è sulle leggi da cancellare in caso di vittoria del centrosinistra nel 2006. Gli chiedono: quali abolirebbe tra Cirami, «salva-Previti» e pacchetto giustizia? «Di sicuro - risponde l’uomo dell’Ulivo - non vanno bene tutte quelle norme fatte ad hoc, come ad esempio la Cirami, volute semplicemente per favorire una persona. Per il resto, si prenderanno le cose buone e si cancelleranno quelle cattive». La seconda bordata investe in pieno uno dei settori trainanti dell’azienda Italia, il turismo, in particolare il mito del divertimentificio adriatico, assunto da Prodi come specchio di una crisi che tocca l’intero Paese. Afferma il leader del centrosinistra: «Ma non vedete che i ragazzi europei non vengono neanche più a divertirsi in Italia? Un tempo si andava a Rimini o, d’inverno, a Roma. Adesso vanno d’inverno a Berlino e d’estate nelle isole spagnole, a Formentera. C’è tensione. C’è un calo dell’Italia come attrazione dei divertimenti». Il Professore va all’attacco, ma nella Gad restano fibrillazioni: salta il vertice, previsto per domani, durante il quale sarebbero stati presentati i candidati presidenti. La richiesta viene dai Verdi che, a nome dei partiti minori, vogliono «regole chiare» sulla definizione dei listini. Dietro il rinvio ci sarebbe anche il tentativo di risolvere il caso Toscana, recuperando lo strappo con Rifondazione.
BOTTA E RISPOSTA - Romano Prodi di fronte a Serena Dandini. Un botta e risposta tra ironie, colpi d’artiglio, l’ottimistica certezza che il centrosinistra «gna fa» (ce la fa) a scalzare il Cavaliere. La scena è lo studio bolognese del Professore. Pile di libri, appunti, numeri di telefono, foto di quando il ciclismo era polvere e sudore. La trasmissione si chiama Parla con me (Raitre) e, manco a dirlo, è stata preceduta da una serie di polemiche sull’opportunità che un esponente politico partecipasse ad un programma da taluni ritenuto un varietà, da altri invece di natura giornalistica. La Dandini si toglie subito il rospo: «Possiamo fare questa chiacchierata perché siamo in uno dei rari momenti non di par condicio. La prossima puntata, per stare tranquilla, inviterò Berlusconi, anche se non so se verrà...». E Prodi, con un’ombra di ironia: «No, ma lui viene».
Si entra nel vivo. La prima domanda (qual è lo stato di salute del Paese?) è un assist per l’uomo dell’Ulivo. Che tratteggia «un’Italia impaurita». Riconosce, sì, che «non c’è ancora una caduta forte». Ma poi rincara: «Quando uno ha paura di cadere non riesce più a correre e questo Paese oggi ha smesso di correre». E’ un Prodi che non nasconde nostalgia per il modo in cui ha lavorato a Bruxelles, «dove si è obbligati a pensare al futuro». Il rientro in patria non è stato affatto facile. «Qui impazzisco: è tutto una formula, un dosaggio, bisogna tornare ai contenuti»: e il pensiero corre inevitabile alle mille alchimie del centrosinistra.
I RAPPORTI CON BERTINOTTI - A proposito: le primarie. La Dandini lo stuzzica: se vince Bertinotti, Professore, lei farà il vice? Lui ci pensa un attimo e ribalta la questione: «No, perché se vinco io, lui non fa mica il mio vice!». Poi, consapevole che la faccenda si sta attorcigliando, spiega: «La regola è semplice: vince uno solo con il suo programma». A questo punto, il capo del centrosinistra vorrebbe parlare della Fabbrica delle Idee, «capannone alle porte di Bologna affittato ad un prezzo modesto, prima c’era un artigiano, dove ci ritroveremo a discutere dei problemi delle categorie, della gente»: qui prenderà forma il programma ulivista. E la Dandini, con finta aria snob: un po’ operaista la fabbrica, forse il loft del programma sarebbe stato più moderno. Lui, un po’ irritato: «Già, voi siete raffinati... Vada in Strada Maggiore (centro di Bologna, ndr) a parlare di loft e vedrà cosa le rispondono! ». Il ritmo si fa incalzante. Prodi rilancia la questione giovani: «Trattiamo i ragazzi da adolescenti fino a 40 anni, ma siamo matti?». La crisi del turismo è la spia di un allarme rosso. Scuola e innovazione sono strade obbligate per il futuro.
La Dandini lo riporta a terra: Gad, Fed, insomma, come si cambierà il suo centrosinistra? E lui pazientemente a spiegare che «il nome che dà il senso della nostra unità è Ulivo: così si chiamerà la Federazione dei partiti». Ma dato che l’alleanza arriva fino a Bertinotti e Mastella, che ulivisti non si sentono per nulla, «stiamo cercando un nome il più evocativo possibile».
MARATONA E 100 METRI - Prodi e le donne. In una lettera all’ Unità , l’ex presidente Ue si è detto pronto a spendersi a favore di una maggiore rappresentanza femminile in politica. Come Zapatero, che ha riservato metà delle cariche alle donne? Il Professore assicura di volersi muovere «in maniera forte», cita l’esperienza del governatore Soru in Sardegna e conclude: «Non vorrei arrivare all’ultimo minuto con qualcuno che mi dice "qui ci vuole una donna", che sembra il grido di Fellini». Il tempo non manca: «La nostra è una maratona, mica come quegli altri (il centrodestra, ndr) che fanno tutti i giorni i cento metri». Si finisce con il referendum sulla fecondazione assistita («Voterò, ma devo ancora riflettere sui quesiti») e sul metodo-choc con il quale il Professore ha affrontato le turbolenze della sua alleanza. «Ho voluto chiarire tutto subito, anche se questo ha turbato molta gente...». E la Dandini, scettica: così dopo non abbiamo problemi? E lui, granitico: «Così dopo non abbiamo problemi».
Francesco Alberti
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Ds Milano - Rassegna stampa
Alla deriva.
In una giornata limacciosa e livida in attonita consonanza con gli
avvenimenti è avvenuto il “terremoto” giudiziario nella nostra Città. Fatte
salve ovviamente le garanzie degli imputati ,noi cittadini per l’ulivo
non possiamo non ritrovarci nei gesti e nelle parole del nostro Capo di
Stato:Carlo Azeglio Ciampi. Le sue parole ed i suoi atti a tutela
dell’indipendenza e del prestigio della magistratura ,il rifiuto di firmare
leggi che ne toccavano le prerogative, sono da scudo alla necessaria
opera di pulizia fatta dalla magistratura italiana nel nostro Paese.In
effetti si vede che ,a differenza della vulgata della destra
Berlusconiana, il contropotere rappresentato dalla magistratura in un sistema di
check and balance dei poteri rappresenta un riparo in cui tutti i
cittadini onesti possono riporre fiducia. Terremoto si è detto ,ma ,d’altra
parte, bisogna dire che articoli ,interpellanze ,iniziative
dell’opposizione avevano fatto in modo che chi voleva vedere poteva vedere. Per
evitare che nella classica notte tutti gatti appaiano neri è necessario
che la ripulsa e la presa di distanza da un certo modo di fare politica
sia la più chiara e palese possibile.Lo scorso anno dopo le elezioni
avevamo ben sottolineato che questa amministrazione di Destra nasceva con
i piedi di argilla.La situazione economica unita ai rapporti esacerbati
nella maggioranza rendevano evidente che la navigazione
del Cesaroni “ter” sarebbe stata quantomeno movimentata.La
Destra del resto provvedeva fin dal primo consiglio Comunale ad esporre a
tutti i Cittadini le sue divisioni.Avevamo sottolineato ,perciò, in
tempi non sospetti ,che l’unica soluzione per porre riparo ai gravi
problemi della città ,erano nuove elezioni.Gli accordi imposti dalle
Segreterie Regionali hanno fatto solo da balsamo di una situazione ormai oltre
il punto di non ritorno.Le elezioni Regionali sarebbero state perciò il
punto di svolta e in caso di vittoria di Marrazzo ,le contraddizione
insanabili sarebbero esplose. Le vicende giudiziarie degli ultimi giorni
avrebbero vieppiù richiesto dunque da parte della Destra cittadina
maggior senso di responsabilità.Bisogna sottolineare ,infatti, che se la
Giunta cadesse dopo le elezioni Regionali le elezioni Comunali non
potrebbero essere indette che l’anno prossimo con conseguente
commissariamento .Immaginiamo le risposte che ci potranno venir fornite a queste
osservazioni, ci diranno ,oggi, che la giunta non cadrà e che prima o poi
ricupererà la piena formazione, ma è del tutto palese che al di là di
come andranno le vicende giudiziarie il meccanismo si è rotto e non sarà
facile aggiustarlo.Ne questa volta ,date le note vicende, sarà
possibile il solito “giochetto” di trasformare ogni elezione ,Provinciale
,Politica ,Europea o Regionale che sia in un fatto di
politica locale , il duello questa volta sarà Marrazzo vs Storace.
Sarebbe stato quindi meglio per tutti,perfino per la Destra ,che si
convocassero i comizi elettorali e si andasse alle urne per il rinnovo del
Consiglio Comunale, per ottenere così una maggioranza pienamente
legittimata invece che lasciare che a questo compito surroghino le prossime
Regionali. Una situazione come questa che ci porta alla deriva neanche
Velletri la merità. CITTADINI PER L’ULIVO”VELLETRI FUORI DALLA PALUDE”
CIRCOLO VOLONTE’
Le radici italiche del fenomeno "B"
RICCARDO LENZI
Lo penso da sempre: il fenomeno “B” è un prodotto doc del nostro Bel Paese, “ch’Appenin parte, e ‘l mar circonda et l’Alpe” [Petrarca, Canzoniere, CXLVI 14].
Solo in Italia esisteva l’humus, il terreno fertile (e da molti appositamente fertilizzato negli ultimi 25 anni), sul quale si è costituito ed ha preso il potere il clan che sta “occupando” le istituzioni (governo e parlamento per ora; per la magistratura si stanno prodigando con impressionante zelo). "L’Italia riveduta e corrotta", come la definisce efficacemente un bravo giornalista liberale (costretto a scrivere su l’Unità ...), è il risultato di una miscela esplosiva di antichi vizi culturali e di presenti anomalie politico-economiche. Queste ultime sono talmente evidenti, che solo i purtroppo numerosi giornalisti di regime fingono di non vederle. E’ interessante cercarne, appunto, le radici più profonde nella storia del “carattere italico”. Nel Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl’italiani (scritto nel 1824, pubblicato solo nel 1906) Giacomo Leopardi descrisse con queste parole i suoi (nostri) compatrioti:
“...gl’italiani sono dunque nella pratica, e in parte eziandio nell’intelletto, molto più filosofi di qualunque filosofo straniero, poiché essi sono tanto più addomesticati, e per così dire convivono e sono immedesimati con quella opinione e cognizione che è la somma di tutta la filosofia, cioè la cognizione della vanità d’ogni cosa, e secondo questa cognizione, che in essi è piuttosto opinione o sentimento, sono al tutto e praticamente disposti assai più dell’altre nazioni. Or da ciò nasce ai costumi il maggior danno che mai si possa pensare. Come la disperazione, così né più né meno il disprezzo e l’intimo sentimento della vanità della vita, sono i maggiori nemici del bene operare, e autori del male e della immoralità. Nasce da quelle disposizioni la indifferenza profonda, radicata ed efficacissima verso se stessi e verso gli altri, che è la maggior peste de’ costumi, de’ caratteri e della morale.”. E ancora: “Gli usi e i costumi in Italia si riducono generalmente a questo, che ciascuno segua l’uso e il costume proprio, qual che egli si sia. E gli usi e costumi generali e pubblici, non sono, come ho detto, se non abitudini, e non sono seguiti che per liberissima volontà, determinata quasi unicamente dalla materiale assuefazione, dall’aver sempre fatta quella tal cosa, in quel tal modo, in quel tal tempo, dall’averla veduta fare ai maggiori, dall’essere stata sempre fatta, dal vederla fare agli altri, dal non curarsi o non pensare di fare altrimenti o di non farla (al che basterebbe il volere) ... e sovente, occorrendo con riso e scherno di quel tal uso o costume.”.
[G. Leopardi, Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl’italiani, Feltrinelli, 1991]
Facciamo ora un passo indietro di circa sessant’anni, e ascoltiamo le parole usate da un riformatore illuminista come Pietro Verri per descrivere due tipi di conversazione incompatibili con una “buona compagnia”:
“Chiamo conversazione anarchica quella dove gli uomini radunati, non obbedendo a veruna legge sociale, formano un tumultuario mormorio; dove più parlano in una volta e s’interrompono e si urtano e s’incomodano vicendevolmente; dove si mette a prova la forza polmonare e si urla e si schiamazza; dove l’uomo educato, se per sventura vi si trova, deve essere asperso dell’eloquente saliva degli infuocati declamatori e spalmato potentemente dal loro eterno gesticolare; dove una idea o non viene proposta o viene spezzata prima che interamente sia prodotta, e la contraddizione e la inurbanità e la scurrile maniera di schiamazzare e smascellarsi rattristano, annoiano ed amareggiano alla perfine ciascuno e lascianlo ritornare a casa stanco, svaporato e pentito di aver avuta parte a quel congresso, che potrebbe chiamarsi la Noce di Benevento [secondo la leggenda, un luogo in cui si radunavano le streghe per i sabbah].
Chiamo conversazione dispotica quella dove un solo arrogandosi, o per causticità naturale del suo umore o per una inordinata voglia di mostrarsi superiore ad ognuno, il primato, con tuono imponente di voce lascia ad ogni tratto travedere la disistima e il nessun conto in cui tiene gli uomini che gli sono presenti, e trascurando il merito modesto dell’uomo ben educato ed avvilendo e mortificando e profittando d’ogni presa per slanciare mordacissimi tratti nel fondo dell’animo altrui, sparge la confusione ed il rossore sulla faccia degli uomini sensibili; ovvero, impadronendosi implacabilmente del discorso, trasmuta la sala della societa’ in un ferocissimo liceo e costringe gli uomini alla noia d’essere eterni uditori. La società di queste due classi, anarchiche o dispotiche, non si frequentano mai senza pentirsene; la prima non può chiamarsi buona compagnia da nessuno; l’altra può chiamarsi tale da un solo.”
[P. Verri, La buona compagnia in “Il Caffè (1764-1766)”, Bollati Boringhieri, 1998]
Perfetto! Cos’è il berlusconismo se non la degenerazione della democrazia repubblicana, trasformata in un dispotismo anarcoide (tutt’altro che “illuminato”), imposto attraverso quella che Tocqueville definì dittatura della maggioranza?
Il signor B. è un’anomalia democratica, civile, istituzionale. Ma per l’Italia, purtroppo, non è un’anomalia culturale, non è un alieno. E’ il lato oscuro dell’italiano medio, concentrato e plasmato dalla natura (che evidentemente non è sempre “buona”...) su un corpicino di un metro e poco più, per la nostra pena e per il nostro spasso spensierato e un po’ incosciente.
Per far fronte al nostro lato oscuro, armiamoci di umiltà e guardiamoci allo specchio della nostra storia, l’unico che riflette la nostra identità collettiva.
Siamo da sempre un popolo tendenzialmente conservatore e mentalmente sedentario. Dico da sempre, perché eravamo italiani da molto prima dell’unità d’Italia, benché tuttora non ne siamo ancora divenuti consapevolmente “cittadini” (nemmeno da quando viviamo in una Repubblica). Siamo un popolo sprovvisto di senso dello stato e di piena coscienza dei nostri diritti/doveri di cittadini; e siamo altrettanto sprovvisti da sempre di una borghesia degna di questo nome, come osservò una volta Orson Welles, nauseato, provocando isterici strilletti.
C’è un possibile rimedio, una speranza non utopica di poter gradualmente eliminare questi nostri difetti? Riusciremo a costruire quello spirito di cittadinanza e di patriottismo che non abbiamo mai veramente avuto?
La mia risposta è no, come italiani; sì, come cittadini europei. Non ci sbarazzeremo mai del tutto del nostro “carattere”; ma possiamo comunque “progredire”, socialmente e politicamente, solo rinunciando a volerci travestire da nazionalisti (cosa che nemmeno il fascismo è riuscito ad imporci), e spendendo le nostre forze per diventare “Europei d’Italia”. La ragione e le lezioni della storia dovrebbero spingerci in quella direzione.
Il pensiero e l’ottimismo della ragione: questi gli unici strumenti a nostra disposizione. Come ci ha insegnato Pierpaolo Pasolini:
“Una visione apocalittica, certamente, la mia. Ma se accanto ad essa e all’angoscia che la produce, non vi fosse in me anche un elemento di ottimismo, il pensiero cioè che esiste la possibilità di lottare contro tutto questo, semplicemente non sarei qui, tra voi, a parlare.”
[da un discorso di Pasolini alla festa de l’Unità di Milano nel 1974]
Impariamo ad esistere.www.centomovimenti.com/
Silvio Berlusconi ricorda l' amico Craxi , ma non ricorda bene ...
di Rita Guma
"I comunisti hanno cambiato nome, non hanno cambiato metodo" essendo figli di un'ideologia "che ha portato solo totalitarismo, oppressione e miseria". Parole di Silvio Berlusconi.
E' la terza volta che il premier ripete il suo avvertimento sui comunisti mangiabambini, nonostante l'invito del presidente della Camera, Pier Ferdinando Casini, che ha invitato i moderati italiani a "liberarsi dall'ossessione del comunismo".
Ma, si sa, questo slogan e' stato per decenni pagante sotto il profilo elettorale, ed inoltre in questo caso serve a dimostrare ed avallare il teorema preferito del presidente di Berlusconi, e cioe' che quella a Craxi, a lui stesso ed ai suoi amici sia stata una persecuzione delle Toghe Rosse.
Questa volta Berlusconi ha lanciato le sue affermazioni ad un convegno dal titolo "Bettino Craxi, il socialismo europeo e il sistema internazionale", organizzato dalla figlia di Craxi, Stefania, a Milano. Berlusconi ha parlato dell'"amico" Craxi, dicendo di ricordare "perfettamente il discorso che Craxi tenne alla Camera il 3 luglio 1992".
"Fu un discorso sincero e coraggioso, un discorso di verita' - ha detto Berlusconi - Quando fondammo Forza Italia avevamo nella mente le sue parole", parole dette "in difesa della liberta'" contro un'ideologia che ha prodotto nella storia "la più disumana, criminale e duratura impresa mai creata dall'uomo".
Secondo Berlusconi, come riportato dalle agenzie, Craxi fu vittima di "un'ubriacatura giustizialista, di cui ancora subiamo le conseguenze: un'alleanza perversa tra settori politicizzati della Magistratura, un ben noto gruppo editoriale e finanziario e il PCI-PDS".
Il premier dimentica che il ricorso presentato da Craxi alla Corte europea dei diritti dell'Uomo contro la condanna a quattro anni e sei mesi di carcere nel processo per le tangenti della metropolitana milanese fu respinto con la motivazione che l'ex leader socialista era stato condannato per corruzione e non per le sue idee politiche e che la procura di Milano non fu influenzata nel suo giudizio dalla stampa o mossa da motivazioni politiche.
Berlusconi ha detto di non aver mai affermato di essere l'erede di Craxi, e che altri lo hanno detto, ma sicuramente la sua avversione per i magistrati, reiteratamente affermata, era condivisa dall'amico, che nel 1985 - quando ancora non era nata Mani Pulite - ordino' ai servizi segreti di non collaborare con i magistrati, con motivazioni di segreto di Stato, provocando problemi in istruttorie sulle stragi.
www.osservatoriosullalegalita.org
SCENARI DOPO LE PRIMARIE PUGLIESI
di Silvio Mantovani
Le primarie pugliesi possono essere un punto di svolta per il centrosinistra, non tanto per la sua linea politica, quanto per la sua configurazione e organizzazione.
I DS e la Margherita, convinti che le primarie pugliesi fossero solo un mezzo come un altro per risolvere una controversia spinosa al prezzo di concedere una qualche visibilità al candidato di RC, hanno sottovalutato l’impatto di un’elezione che avveniva senza preparazione e con regole improvvisate. Ma forse non tutto il male – vale a dire il disappunto dei due partiti – viene per nuocere, se si vorrà ragionare sugli scenari che erano già aperti prima della vittoria di Vendola, ma che ci si ostinava a non vedere.
Il successo delle primarie, che non va troppo enfatizzato come fa Bertinotti, ma neanche sottovalutato come fa Sartori (ha votato il 10% degli elettori del centrosinistra), è il segno di un desiderio di partecipazione che non è caduto dopo la stagione referendaria degli anni Novanta e che può di nuovo rivolgersi contro le oligarchie di partito se queste non sapranno interpretarlo e assumerlo, dando nuova forma alle loro organizzazioni.
D’altra parte, ciò non può avvenire per caso o in modo improvvisato, come è accaduto in Puglia, ma deve essere il frutto di un’ elaborazione e di una discussione che portino alla definizione di nuove regole interne ai partiti, alle alleanze e alle coalizioni, prime fra tutte quelle per la scelta dei candidati. E’ grave la responsabilità di Prodi di avere proposto le primarie non come nuova forma per la scelta dei candidati, ma soltanto per rafforzare la sua personale posizione rispetto ai partiti che lo sostengono; forse commette un errore analogo Bertinotti quando esalta il valore democratico delle primarie senza avvedersi che queste contraddicono tutte le posizioni tradizionali di RC sul primato dei partiti e sulla proporzionale.
La questione delle primarie è importante perché esse, se non occasionali o strumentali, scardinano l’assetto attuale del centrosinistra e ne impongono una ristrutturazione. Possiamo immaginare infatti diversi scenari, nel caso che esse diventassero il metodo di scelta dei candidati:
a) primarie che mantengono invariato l’attuale assetto del centrosinistra; comporterebbero una lotta distruttiva tra i partiti della coalizione, ciascuno mobilitato a sostegno dei propri candidati o con accordi parziali e occasionali tra loro; i partiti piccoli rischierebbero di essere spazzati via, il modello pugliese – Margherita contro RC – certamente non si replicherebbe, in quanto i DS scenderebbero in campo in forze facendo man bassa di collegi e posti di sindaci e presidenti.
b) Primarie che contrappongono il candidato della federazione dell’Ulivo ad altri candidati: le controindicazioni sono che questo candidato potrebbe vincere dappertutto annichilendo gli altri partiti della coalizione, ovvero che perderebbe solo laddove, come in Puglia, partiti della coalizione non facenti parte della federazione volessero spaccare la federazione alleandosi con partiti o correnti che ne fanno parte. Inoltre, questa ipotesi solleva il problema di come verrebbe scelto il candidato della federazione da presentare alle primarie: è possibile che si proceda con il metodo, oggi vigente, della spartizione dei posti, quando incombessero le primarie di coalizione? Ed è plausibile che la federazione scelga con metodo meno democratico della coalizione?
c) Primarie con autocandidature e senza vincoli di partito. La soluzione più aperta e democratica, ma la sosterrebbero le segreterie di partito che perderebbero ogni potere nella scelta dei candidati, e quindi sulla formazione di gruppi che non risponderebbero più ai singoli partiti? Il fatto è che una coalizione, o una federazione, in cui scelte fondamentali come quella dei candidati fossero lasciate agli elettori e agli iscritti è di fatto un quasi-partito. E’ l’abbozzo di un nuovo partito democratico: democratico per come sceglie i suoi candidati più che per il suo programma.
In definitiva, scegliere le primarie, vuol dire (e ha senso solo se si vuole) fare un nuovo soggetto politico che avrebbe, per il pluralismo delle posizioni al suo interno e per i modi della scelta dei candidati, una forma molto diversa da quella dei partiti attuali e del passato. Non mi pare che l’intera coalizione possa oggi diventare questo nuovo soggetto, la federazione dell’Ulivo forse sì. Pertanto la soluzione possibile consiste in primarie riguardanti i candidati della federazione, mentre su un numero limitato di posti la federazione tratterebbe con gli alleati per dare posto a loro candidati, ovvero si svolgerebbero primarie per tutto il centrosinistra solo occasionalmente, dove ci fosse l’assenso dell’intera coalizione.
Le vicende pugliesi mostrano che un compiuto sistema politico rinnovato rispetto a quello della prima repubblica – basato su bipolarismo, collegi uninominali, elezione diretta di sindaci e presidenti, elezioni primarie – non regge con l’attuale configurazione e forma dei partiti.O si ha il coraggio di ristrutturare il campo del centrosinistra, non solo aggregando ma anche riformando, oppure sarebbe perfino più ragionevole tornare al sistema proporzionale, sia pure corretto da premi di maggioranza e vincoli di coalizione (soluzione verso cui forse si avvia il centrodestra).
A sinistra si sviluppa l’azione convergente, anche se indipendente, di Rutelli e Bertinotti tesa a una ristrutturazione fondata su un’area riformista, dominata dalla Margherita, e una radicale, imperniata su RC. E’ un’iniziativa senza sbocchi, perché sottopone i DS a una fortissima sollecitazione fino alla scissione, alla quale essi non potrebbero non reagire. Solo la federazione dell’Ulivo e la sua evoluzione verso un partito di tipo nuovo possono essere la risposta: una federazione nella quale avessero posto e pari opportunità non solo le posizioni riformiste ma anche quelle radicali in competizione per l’egemonia. Alla luce di questa situazione, appare fondamentale l’atteggiamento di quelle forze dell’Ulivo – sinistra DS, verdi, PDCI - che oggi contrastano il progetto della federazione: l’iniziativa convergente di Rutelli e di Bertinotti, se mette in difficoltà i DS, ancora di più minaccia la loro rilevanza politica e la loro sopravvivenza, tanto più oggi che il leader di RC sposa le primarie e li lascia soli a difendere una vecchia forma di organizzazione della politica e dei partiti. Una loro partecipazione al progetto, come componenti di sinistra della federazione, darebbe loro un ruolo nuovo e consentirebbe di spostare le contraddizioni nel campo di RC. Il mantenimento delle loro attuali posizioni frena l’iniziativa di Fassino e dà spazio alla tenaglia Margherita-RC.www.libertaeguale.com
ALLUCINANZA NAZIONALE
DI MARCO TRAVAGLIO
Oggi An celebra, al palacongressi di Roma, il suo decimo compleanno («mezzo Ventennio», per dirla con Storace). Dovrebbe essere una festa, ma c’è chi ritiene che ci sia poco da festeggiare. Come Domenico Fisichella, che non sarà della partita, prontamente rimpiazzato da un’intellettuale di pari rango: Clarissa Burt. O come Marco Zacchera, uno dei pochi dirigenti che dieci anni di poltrone e abbuffate non hanno cambiato, ha scritto una lettera aperta a Marzio Tremaglia, morto tragicamente pochi anni fa, intitolata «Delusioni. An ci sta rimettendo anche la dignità»: «Per difendere piccoli privilegi, ce ne stiamo rancorosi ma sottomessi nella Cdl… con il piattino in mano… senza una sola riforma da presentare agli elettori… accettiamo i condoni, votiamo le leggi “salvaqualcuno”… dieci anni fa marciavamo con Mani Pulite vantandoci di essere diversi, oggi gli stessi magistrati convocano certi nostri assessori e chiedono loro conto… Caro Marzio, è dura vincere la guerra e perdere la pace...». Una bellissima lettera, che riflette gli umori di tanta base. Difficile che trovi udienza alla kermesse di domani: ci saranno, in compenso, colossi del pensiero come Peppino Di Capri, Paola Ferrari (quella di 90° minuto), Rita Forte e Lando Buzzanca, che si alternerà con Albertazzi nella lettura di un «classico»: si parla di un testo di Bombolo.
Fini intanto dà una rinfrescata agli spiriti-guida: oltre alla mummia di donna Assunta, impagliata in prima fila, si registrano alcune new entry: gli incolpevoli Gramsci e Gobetti. Che c’entrano mai due martiri dell’antifascismo con un partito ex o postfascista? Lo spiega Fini a Repubblica: «Nessuno scandalo, personaggi certamente diversi fra loro, come Gramsci, Gobetti, Marinetti, Gentile, Soffici, Papini, hanno un comune denominatore: la loro italianità». Ci voleva un genio come Fini per trovare un denominatore comune fra quei sei: sono tutti italiani. E, a pensarci bene, non è neppure l’unico: per esempio, portavano tutti gli occhiali. Non solo: chi più, chi meno, avevano tutti i capelli. E, a ben guardare, erano dotati ciascuno di due braccia, due gambe, due occhi, un naso e una bocca. Ecco perché piacciono tanto ad An. Avevano anche un cervello, ma questo aspetto è comprensibilmente secondario. Tant’è che la kermesse è affidata alle cure del senatore avvocato Giuseppe Consolo, appena condannato in primo grado per aver copiato il compito all’esame di Stato. In cartellone, un documentario sui primi «formidabili» 10 anni, con testi di Marcello Veneziani, il filosofo coiffeur che tre anni fa prometteva di «scendere in piazza se la Rai cacciasse Biagi e Santoro», salvo poi salire all’ottavo piano, quello del Cda, per cacciarli meglio. Ecco: Veneziani è una via di mezzo fra Gramsci e Gobetti, uno che la «Rivoluzione liberale» ce l’ha nel sangue, e soprattutto nel gel.
Chissà con chi ce l’ha Zacchera, quando parla all’amico Marzio delle «mezze cartucce abbacinate dai piccoli o grandi poteri». Con Gasparri, il ministro dei media e soprattutto di Mediaset? Con il comico di Vigilanza Alessio Butti, che denuncia Fabio Fazio perché «oscura An»? Con l’altro degno censore Bonatesta, che insulta ogni giorno Santoro per evitare che il servizio pubblico rispetti un contratto violato da tre anni e mezza dozzina di sentenze ignorate da due? Col ministro Matteoli che giurava «condoni mai» e ne ha votati già quindici? Con l’on. Giampiero Cantoni, già banchiere socialista che patteggiò una condanna per Tangentopoli e oggi siede nel partito di quel Fini che, ancora nel ’94, sbraitava: «La gente i tangentisti li vuole in galera»? Col sottosegretario alla Giustizia Valentino, sorpreso a discutere della controriforma della giustizia a pranzo con un mafioso? Con Flavio Cattaneo, messo lì da La Russa, che appena la Rai pronuncia la parola «mafia» corre a organizzare un programma «riparatore» a cura del Masotti, altro bell’esemplare di «area An»?
Fino a pochi anni fa, ogni 19 luglio, An ricordava l’anniversario di Via D’Amelio, visto che Paolo Borsellino aveva simpatie missine. Ultimamente ha smesso: anche perché An sta lavorando a sbarrare la strada della Procura antimafia proprio Gian Carlo Caselli, che Borsellino aveva «chiamato» a Palermo dopo la morte di Falcone. Ieri, sulla Stampa, Antonio Caruso, capogruppo di An in commissione Giustizia del Senato, confessava: «Gli sforzi per lasciare Vigna sono finalizzati soprattutto a evitare che il suo sostituto diventi Caselli». Viva la sincerità. Intanto Luigi Bobbio, sempre di An, si batte come un leone per tener fuori l’Italia, unico dei 25 stati membri dell’Ue, dal mandato di cattura europeo. La stessa An, occupata la Rai, ha cancellato dal video chiunque avesse parlato dell’ultima vera intervista di Borsellino, quella in cui rivelava che la sua Procura indagava sui rapporti fra Mangano, Dell’Utri e Berlusconi. L’indagine fu riaperta nel ’94, dopo l’arrivo di Caselli, dall’allievo prediletto di Borsellino, Antonio Ingroia: è quella che ha portato alla condanna di Dell’Utri (alleato di An), paragonata da Mantovano (sottosegretario di An) alle «rappresaglie naziste». In Inghilterra chi, come il principe Harry, ha idee un po’ confuse sul nazismo, finisce a pulire le porcilaie reali. Grande paese, l’Inghilterra.
Marco Travaglio
Fonte: http://banane.splinder.com
ORGOGLIO DI FEDERAZIONE
di Tommaso Nannicini
All’interno del centrosinistra, l’unica cosa veramente unitaria sono le strampalerie. Secondo Prodi, l’idea di Bertinotti di presentarsi alle primarie, senza proporre idee alternative, è una “strampaleria”. È vero. Ma accanto a quelle della sinistra radicale, si stagliano strampalerie riformiste le cui vette non hanno niente da invidiare alle prime. Lo spiega Maestro nella nostra Agorà: “primarie” sta per “elezioni primarie”; ed “eleggere” significa “scegliere”. Che scelta potrebbe mai esserci se il candidato fosse uno e uno soltanto? E che cosa è mai, se non una strampaleria riformista, l’idea che le primarie servano a Prodi per ottenere una legittimazione “ampia e democratica”, dando però per scontato che il Professore sia il candidato di tutti e nessuno possa sfidarlo? Queste dispute nascondo nodi politici non sciolti. E il nodo maggiore è quello che riguarda la fisionomia e il futuro della Federazione riformista. Le primarie sono un ottimo strumento per selezionare in maniera democratica le candidature monocratiche (presidenti, sindaci, collegi), ma hanno un senso solo se sono indette da un soggetto unitario e se risultano sufficientemente competitive. Nessuno di questi requisiti sembra esserci nel modello che molti hanno in mente. Prodi è o non è, in primo luogo, il leader della nascitura Federazione riformista? E questa benedetta Federazione che idee ha di sé e del proprio futuro? C’è solo un modo per raccogliere la sfida che Bertinotti ci ha, legittimamente, lanciato. Prodi e le forze di Uniti nell’Ulivo devono marcare con maggiore nettezza la loro fisionomia riformista, parlando al paese con un linguaggio che si distacchi in maniera netta dal conservatorismo di sinistra. Così, nelle cose, le primarie saranno un grande momento di scelta democratica del leader e del messaggio che il centrosinistra dovrà presentare per il 2006. Ovviamente, ex post, il vincitore delle primarie (a quel punto incaricato di rappresentare tutta l'alleanza) dovrà operare una mediazione trasparente con gli sconfitti, ma non gli può essere chiesto di anticipare la mediazione, annacquando in partenza le proprie posizioni. E non ha senso pensare che i candidati alle primarie non debbano presentare proposte alternative. Forse, qualora dovesse vincere la consultazione interna, Bertinotti rinuncerebbe a portare avanti, come leader del centrosinistra, le idee da lui esposte fino a quel momento? E una volta eletto premier si appresterebbe a riformare le pensioni nei modi indicati da una futura convenzione programmatica? Risate del pubblico. Deve essere chiaro, tuttavia, che la risposta giusta alla strampaleria bertinottiana non sta nell’orgoglio di partito (dei Ds), ma nell’orgoglio di Federazione (di un soggetto che deve trovare il coraggio di battezzarsi nel fuoco della lotta politica, e non solo nel mondo ovattato dei vertici tra segretari). Caro Prodi e cari Ds - almeno voi che dite di credere nel progetto ulivista - tirate fuori un po’ di “orgoglio di Federazione”. Prima che sia troppo tardi.www.libertaeguale.com/
Sunniti, sciiti e un gran casino
Interessante articolo di Chris Toensing sul Middle East Report Online.
Propone una panoramica della situazione interna, qualche previsione e un po' di dati che spiegano e illustrano il malessere dei sunniti: secondo una recente inchiesta, solo il 12% di di questi ritiene che le elezioni saranno regolari, contro il 52% degli sciiti.
Da Read in the Middle concetti simili ma, ovviamente, esposti in modo più viscerale: "Queste romantiche elezioni irachene spalancheranno le porte dell'inferno."
Non vedo grandi entusiasmi neanche in altri blog iracheni, a dire il vero.
A proposito di sentimenti diffusi, nella vicina Giordania adesso c'è l'arresto per chi critica la politica USA.
Ho già segnalato l'articolo ieri ma non se l'è filato nessuno. Io sono testarda, però, e lo ripropongo: mi sembra un trend da tenere d'occhio, questo della criminalizzazione delle critiche all’America: io vivo in un paese alleato degli USA dopotutto. (Che però ha 70 milioni di abitanti, per fortuna. Dubito che se ne possano arrestare 69.500.000, che cavoli.)
Quanto a me, ritengo lapalissianamente che le questioni importanti riguardanti il futuro politico dell'Iraq abbiano ben poco a che vedere con le urne, e tant'è: questa considerazione fa sì che rimandi la commozione a data da destinarsi.
Fastidiosa, infine, l'insistenza di alcuni giornali italiani sulle donne irachene che votano: qua pare che stiano votando in Arabia Saudita o in Kuwait, anzichè nel paese che aveva donne scienziati abbastanza capaci da essere arrestate dagli americani per il lavoro che svolgevano. Ma pare che un po' di paternalismo fuori luogo sia d'obbligo, in questi casi, e cosa c'è di meglio delle donne per esercitarlo?www.ilcircolo.net/lia/
lunedì 31 gennaio 2005
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Forza Romano....
Stasera, a casa di amici, ho visto l'intervista di Simona Dandini a Romano Prodi.
Francamente mi è sembrato un uomo provato, che sta un po' soffrendo. Rivelatrice una frase sul suo passaggio da Bruxelles all'Italia. "Là si faceva politica sui contenuti, e sempre sul futuro. Io qui invece impazzisco" - ha detto tra il serio e il faceto. Ma non credo che poi scherzasse molto, di fronte alla palude politica italiana. In quell'impazzisco c'è forse il prezzo pagato per certe strette di mano....
Inutile dire che lo capisco benissimo. Forza Romano, riprendi il tuo percorso politico, mentale e la tua identità. Non possiamo permetterci di aspettare il cambiamento al 2011....
E soprattutto, ricostruiamo l'Ulivo. Altrimenti siamo davvero nei guai....
caravita.biz
PORTO ALEGRE: CARTOLINE DAL FORUM SOCIALE, MALI / 1
Peace/Justice, Standard
"La metá dell'economia del Mali dipende solamente dal cotone, ma il governo non riesce a garantirci aiuti sufficienti; non solo, gran parte delle sue risorse dipendono dalle tasse che trattiene su questa produzione”: a parlare è Ibrahima Coulibaly, coltivatore di cotone in un Paese che vive di questa coltura. Ai partecipanti del Forum Sociale Mondiale – che lo ascoltano in un pomeriggio infuocato con l'umiditá che schiaccia l'aria – é venuto a raccontare il paradosso del cotone. “Prima la Banca Mondiale e il Fondo Monetario internazionale (Fmi) hanno prestato miliardi ai nostri Paesi per allargare questo tipo di coltivazione”. Banconote in cambio di matasse : “Il cotone era materia prima esportabile sul mercato internazionale e quindi era l'unica risorsa che poteva rimborsare il debito” aggiunge Coulibaly, esponente della Rete di organizzazione contadine e di produttori agricoli dell’Africa occidentale' (Roppa), nata nel 2000 tra 10 paesi. “Ora invece gli accordi commerciali facilitano una maggiore liberalizzazione, con il rischio di un'apertura indiscriminata dei nostri mercati”. Coulibaly non lesina critiche anche ai politici africani della sua regione “che non hanno saputo trovare un'alternativa vera al cotone”. Negli ultimi anni tutto il sistema che gravitava intorno a questa produzione ha subito un tonfo di oltre il 50% dei fatturati. Ogni anno “in Mali si perdono tra i 40 e i 50 milioni di dollari su tutta la filiera del cotone per la crisi dei prezzi” aggiunge. Lo sviluppo sostenibile é uno dei temi portanti in discussione fino a lunedí qui a Porto Alegre, dove si cerca di immaginare un “mondo diverso” anche per i piccoli produttori del Mali. Parlando al seminario promosso da 'Roba dell'Altro Mondo', il 'Gruppo di appoggio italiano al movimento contadino africano' e l'Osservatorio sul commercio internazionale 'Tradewatch', Coulibaly dice anche che ora la Banca Mondiale vuole impedire i sussidi del suo governo ai produttori. Un altro paradosso, dopo la giravolta della Storia: da questa parte dell'Africa Occidentale sono state sradicate intere generazioni, portate negli Stati Uniti a coltivare cotone. (continua)[EB]www.misna.org
Un'indagine irripetibile
Parla il commissario che ha curato l'inchiesta contro il turismo sessuale italiano in Brasile
scritto per noi da
Gianluca Ursini
Dietro ogni fatto di cronaca portato alla ribalta dai media ci sono delle quinte scenografiche: persone, organizzazioni e istituzioni. Il commissario Dania Manti è la donna dietro l’inchiesta sul turismo sessuale che il 14 dicembre 2004 ha scoperto un’organizzazione a delinquere che proponeva viaggi in Brasile, stato di Cearà, non per conoscere una cultura diversa, ma per andare a letto con ragazze minorenni. Quattro persone in arresto, due a Fortaleza (Cearà), dove aveva la sede il tour operator, e due agenzie collegate in Italia, a Torino e Palermo. E dietro questa agguerrita vicequestore c’è una legge, la 269, approvata nel 1998 per lottare contro chi del turismo sessuale fa un’attività, legge finora mai applicata. Forse non per pigrizia dei nostri investigatori, ma per i limiti della stessa norma. La 269/98 all’articolo 5 dispone un nuovo reato (art. 600 quinquies del codice penale) compiuto da “chiunque organizza viaggi finalizzati alla fruizione d’atti di prostituzione a danno di minori”; la legge è consultabile sul sito della Polizia. Dispone anche che per le indagini di questo tipo vengano istituite presso ogni questura sezioni specializzate nella lotta alla pedofilia tra gli organi di polizia.
Eppure dal 1998 la parola ‘turismo sessuale’ non compariva nelle cronache delle operazioni di polizia italiana. Forse le parole del commissario Manti possono aiutare a capire.
Siete stati i primi, quindi.
Anche la polizia brasiliana che ci ha aiutato nelle indagini ha confermato di non aver mai lavorato prima con altre polizie europee; primi nel nostro continente insomma.
Cinque anni dopo l’approvazione della legge.
E’ stata la prima indagine in applicazione della 269 del ’98: un reato che richiede attenzione particolare perchè si può perseguire solo chi organizza viaggi con lo scopo di procurare delle donne a destinazione, non i clienti; un aspetto positivo della legge è che finalmente ha consentito di effettuare indagini anche all’estero. Le difficoltà durante le indagini vengono dal fatto che quasi nessuno dichiara apertamente al cliente che sta procacciando prostitute nella destinazione finale. Un altro momento complicato è quando si deve dimostrare che i clienti delle agenzie di viaggio hanno avuto rapporti con minorenni.
Chi ammette di cercare le ragazzine?
Non solo questo, in Brasile ci è stato a volte anche difficile accertare la vera età delle prostitute: l’anagrafe non sempre funziona in maniera infallibile.
Questo quando avevate già i colpevoli sotto mano?
Le indagini sono durate un anno e mezzo; tutto è partito da una segnalazione della polizia federale brasiliana che aveva raccolto informazioni su di un nostro connazionale sposato a Fortaleza con una brasiliana che aveva allestito traffici sospetti; erano state raccolte informazioni, ma non si era passati alla fase operativa. Abbiamo potuto mettere sotto controllo i suoi telefoni e i suoi computer; abbiamo visto che non contattava solo singoli ma anche agenzie in Italia: avevamo sotto gli occhi un’organizzazione.
Quasi fatto?
Non ancora. Abbiamo mandato quattro agenti sotto copertura che hanno potuto registrare i loro incontri e con la collaborazione dei brasiliani abbiamo interrogato le prostitute.
Chissà quanti intoppi.
Una indagine complessa. Per un mese i nostri contatti hanno lavorato di notte, ed io dovevo essere disponibile alle 5 del mattino, vista la differenza di fuso orario. Ma prima ancora, farsi accreditare in uno Stato straniero, chiedere ai colleghi locali degli agenti di supporto, sono state pastoie burocratiche lunghe. Dopo queste fatiche, c’era il rischio anche che i magistrati non autorizzassero le misure cautelari (gli arresti per i titolari delle agenzie), tutto il nostro lavoro sarebbe stato vanificato, eravamo sconfortati. E tra l’altro abbiamo anche dovuto convincere i brasiliani a ‘violare’ le loro leggi.
Come?
Il codice di Brasilia prevede che si proceda all’arresto in flagranza con prostitute minori, anche delle ragazze; invece a noi serviva poterle interrogare. Se le avessero portate in caserma non avrebbero mai confessato. Abbiamo convinto i nostri colleghi a fare dei controlli di riconoscimento di routine, per poi andare a casa delle ragazze.
Speriamo in altri successi adesso?
Non credo che questa indagine sarà ripetibile, per i costi che la Procura ha affrontato, sia in termini economici, telefonate e viaggi , ma anche i mesi necessari a coordinarsi con i colleghi stranieri, sono tempi investigativi troppo lunghi.
Parole sconfortanti, se si pensa a quanto rimane da fare: secondo i dati di una commissione politica d’indagine dei deputati del Caerà, l’80 per cento dei turisti sessuali a Fortaleza sono italiani. Ma finchè la legge non permetterà ai poliziotti tenaci come Dania Manti di perseguire anche i clienti, o comunque non solo il ‘turista sessuale’ pedofilo, ma anche chi va con prostitute maggiori di 16 anni, la sensazione è che in 5 anni questa legge abbia prodotto solo un’indagine perchè dà troppo poco spazio agli investigatori. Una riflessione per i rappresentati delle Ong riuniti a Porto Alegre i questi giorni. Certo è meritorio che una legge permetta di ricercare anche all’estero chi compie questi delitti, ma così com’è sembra sia stata fatta solo per calcolo politico, forse per accontentare una opinione pubblica disgustata. www.peacereporter.net/
Giorgio Bocca
Un privatissimo regime di massa
Berlusconi crede che il paese si possa governare come un'azienda, ma poi per i ministeri ha scelto i peggiori
Tornano le elezioni regionali e politiche e Silvio Berlusconi, senza la minima esitazione, torna a cavalcare l'anticomunismo più istintuale e irragionevole: il comunismo come terrore, miseria, morte.
Lo dice credendoci. È convinto che la maggioranza degli italiani condivida questo suo sentimento profondo di angoscia e di repulsione, che valga ancora l'immagine del tempo fascista, dei cosacchi con la stella rossa che abbeverano i loro cavalli nelle acquasantiere di San Pietro.
Nel 1994 ha indovinato ed è convinto che l'esorcismo del diavolo comunista gli riuscirà anche stavolta e in modo definitivo con la sua elezione prima al governo e poi alla presidenza della Repubblica.
Ma cos'è allora questo legame profondo della destra di massa con l'anticomunismo? Perché il nazismo e il fascismo hanno avuto un largo appoggio di massa? Perché un manovratore di consensi come Berlusconi ha sentito il bisogno di 'sdoganare' i neofascisti italiani e di proclamare pubblicamente, alla vigilia delle elezioni amministrative di Roma, che fra Fini e Rutelli o Veltroni lui preferiva senz'altro il primo?
La ragione più semplice e brutale è che la borghesia alta e bassa della iniziativa privata, del clientelismo liberale, con i fascismi un accordo prima o poi lo trova. Lascia che i dittatori sfoghino i loro rancori proletari, le loro invidie per il denaro, le loro affermazioni sulla prevalenza della politica e poi si associa al potere: il barone Krupp fa entrare la svastica nelle sue acciaierie e il senatore Agnelli riceve Mussolini al Lingotto, per il decennale, sia pure obtorto collo.
E i dittatori 'neri' confessano la loro segreta ammirazione per i 'padroni del vapore' che saranno dei pescecani voraci, ma con l'industria ci sanno fare. Sono d'accordo anche le istituzioni religiose che con i fascismi campano e si alleano.
Il comunismo non è una rottura totale, una rivincita totale della politica sulla economia privata. "Sono uno dei vostri", dice Berlusconi alle riunioni confindustriali, uno dei padroni e padroncini che issano la bandiera aziendale e pensano di governare il paese come la loro azienda.
Ma c'è qualcosa di più profondo, di più radicato. Il comunismo, anche quello socialdemocratico che ci ritroviamo, è l'antichiesa dei senza Dio, del museo dell'ateismo a Mosca, dei religiosi fucilati in Spagna. Fascismo e nazismo non sono regimi aristocratici, sono regimi di massa, consacrati da elezioni di massa, sostenuti fino all'ultimo dalle masse. Duramente puniti per i loro delitti, ma pronti al 'ritorno del nero' e dei nuovi dittatorelli.
Ma il condizionamento più forte resta quello economico: la pianificazione economica resta l'incubo della maggioranza di destra, la pianificazione fascista dell'Iri e dell'Imi, decisiva nello sviluppo del paese, è stata odiata, diffamata, subalterna agli interessi privati. L'idea che l'iniziativa privata è meglio di quella statale è stata dominante anche nel ventennio.
Tutte le armi e le propagande della restaurazione privata a danno del pubblico sono state messe in campo dal regime del Cavaliere. Non è un caso che con lui a palazzo Chigi sia ripartita la campagna antipartigiana, il revisionismo storico contro la Resistenza, la censura e i licenziamenti nell'informazione.
La facilità, la scaltrezza, la disinvoltura con cui Berlusconi si muove in questo ritorno a un regime para-autoritario dipendono dal fatto che lui è nato così, si è formato così, è convinto che questo sia il suo destino vincente. Non è per niente disposto a dar ragione a Romano Prodi quando gli ricorda che il governo del paese è una cosa differente da quello di un'azienda. Eppure la selezione del suo gruppo dirigente è lì a dimostrare che per il governo ha scelto i peggiori.www.espressonline.it
L’informazione e la politica. Media, pluralismo, democrazia
Alessandro Chiappetta
Trovarsi davanti Michele Santoro non può lasciare indifferenti. Si resta sospesi tra un sentimento di reazione indignata ai soprusi della censura, quasi una solidarietà istintiva, e una strana forma di perplessità, di fronte al suo nuovo ruolo di europarlamentare. Come se una delle figure di spicco del giornalismo italiano abbia contratto il tipico virus italiano di stare con un piede in due scarpe.
Incalzato dalle provocazioni del professor Caramiello, il popolare giornalista è stato protagonista del dibattito su “L´informazione e la politica: media, pluralismo, democrazia” nell’ambito del ciclo “Storie e Protagonisti” a cura della Cattedra di Sociologia dell’Arte e della Letteratura. Non sono mancati, inevitabilmente, gli spunti di riflessione, all’interno di un incontro che ha toccato numerosi punti di discussione.
Lo scenario informativo da lui dipinto è di quelli che lasciano poco spazio all’ottimismo. L’impoverimento culturale frutto dell’omologazione culturale e del monopolio televisivo sta rendendo arido non solo il panorama mediatico, ma anche restringendo gli spazi di confronto per l’opinione pubblica, sempre più a corto di canali. E come se non bastasse, anche la classe politica ripiegata su sé stessa, e troppe volte autoreferenziale, ha smarrito il senso di rappresentatività, e non sembra particolarmente intenzionata a cambiare questo stato di cose. Non a caso i timidi tentativi di rinnovamento, come le primarie all’americana, dopo alcuni buoni risultati ottenuti in Calabria e Puglia, sono mortificati da un battage mediatico di basso livello, che non sottolineano gli aspetti democratici di tale iniziativa, come per altro ben messi in risalto anche su Politicaonline da Stefano Cristante .
L’impressione è che dalla sua dorata trincea, il giornalista salernitano rilanci una linearità di pensiero smarrita dai politici, riuscendo a cogliere le incoerenze del sistema politico col piglio dell’osservatore di lunga data. Ma che consegni alla platea molto variegata che lo ascolta, una serie di contraddizioni anche rispetto alle sue vicende e alla sua carriera, continuamente al centro della scena. Parla di ideali, evidenzia le assurdità dei voltagabbana della politica e del giornalismo, “più comunisti dei comunisti”, critica apertamente la gestione dell’emergenza criminalità in Campania. Tiene testa agli interventi che allargano il discorso, che chiamano in causa i concetti di modernizzazione azzardando audaci paragoni con gli anni Settanta.
Ma i conti sembrano non tornare. Santoro sembra impigliato in una rete smagliata, a metà di un guado. Conserva un profondo istinto giornalistico, e non risparmia critiche ai suoi compagni di partito, che, impantanati in polemiche sterili e autodistruttive, perdono di vista coloro che non hanno voce, ma si muove più che altro come un giornalista prestato alla politica. Scettico rispetto al pieno reintegro in RAI, questa RAI, eppure contrario alle proposte di porsi come principale garante del pluralismo televisivo, nel quadro di una riorganizzazione del servizio pubblico e delle telecomunicazioni che potrebbe invece vederlo legittimamente in prima linea, dall’alto della sua esperienza. Con Santoro che non riesce a vestire i panni del politico, il dibattito, sganciato dal concetto di pluralismo, sembra scivolare su una ricerca dell’interpretazione del passato, perdendo di vista le nuove frontiere dell’informazione e la necessità di dare un quadro di riferimento, che sia di azione critica e opposizione intelligente, a quanti desiderano apporsi allo status quo.
“Quello che manca nel panorama televisivo odierno – sostiene Santoro – è la possibilità di vedere la realtà da più punti di vista. Non esiste un’unica verità, ma le tante facce della realtà, quelle che possono vedersi attraverso le telecamere sghembe, che danno agli spettatori la percezione dei diversi punti di vista”. L’oblio informativo che pervade lo spazio pubblico italiano porta dunque a riflettere sui modi alternativi di comunicazione e sui nuovi veicoli di partecipazione politica. Ma anche alla necessità di figure che facciano da tramite, quelli che un tempo si chiamavano leader d’opinione, e che Santoro ha a lungo rappresentato.
Chiamare in causa la rete è quindi consequenziale. E perfino le potenzialità dei blog. Sostenendo il suo “disordine creativo” di fronte alla trasformazione della domanda culturale. Moltiplicando i punti di vista e fornendo un servizio di controinformazione che vada anche al di là dei personalismi di giornalisti prestati alla politica o di cerimonieri che sgomitano per la propria fetta di spazio pubblico.
Prima che la censura (vedi Indymedia) non arrivi a oscurare anche questo spazio. www.politicaonline.it
Chiedi alla polvere
di As Chianese
Intervista a Jim Fante, figlio del celebre John, sul cinema e la letteratura di suo padre: uno dei più grandi scrittori e sceneggiatori americani di sempre
Come promesso ai fedeli lettori di Carmilla on Line nel mio articolo A Dreadfull Imbroglio, ecco in esclusiva l’intervista da poco rilasciatami da Jim Fante, figlio del celebre scrittore e sceneggiatore John. Sono una quindicina di domande sui suoi rapporti col padre e sui libri e i film che questi ha scritto. Soprattutto è un testo pervaso da una forte tristezza di fondo che mi ha fatto rivalutare non poco Jim Fante e mi ha permesso dia avvicinarmi, anche se per interposta persona, all’immensa figura del padre, come uomo di lettere libero e indipendente in una grande nazione.
Come erano i rapporti con tuo padre? Quale è la cosa che più ricordi di lui?
Avevamo una stupenda relazione. Lo consideravo un mio amico intimo e mi manca ancora. Lui era molto divertente e accattivante, un grande raccontatore di storie. Ma sapeva essere davvero competitivo. Amava molto lo sport, anche da semplice spettatore. Giocava spesso a scacchi e a biliardo. Lui era piuttosto malandato, ma si preoccupava sempre della sua carriera e della sua salute.
Cosa pensava dei suoi genitori? Te ne parlava?
No, non parlava molto dei miei nonni. Molte cose le ho sapute solo attraverso le domande che gli facevo. Raramente diceva qualcosa di negativo su suo padre e mai nessuna su sua madre.
Erano simili ai protagonisti de La Confraternita dell’Uva?
Si esatto, erano proprio così!
In questo romanzo tuo padre si identificava più in Henry o Nick Molise?
Lui doveva identificarsi con Henry, ma in realtà a lui piaceva di più Nick. Un personaggio dotato di una fortissima personalità.
Come erano i suoi rapporti con Hollywood? Simili a quelli raccontati nella saga di Arturo Bandini?
Lui conosceva moltissimi personaggi della Hollywood di quel periodo, ma parlava poco di loro. Io credo che lui sentiva di avere una sorta di intesa con loro ma non sentiva la necessità di parlarne. Per lo più lui non amava la gente di Hollywood.
Ti parlava dei problemi degli immigrati italiani?
Non ne ha mai parlato. Ma io ho dedotto che ebbe dei problemi perché senza dubbi aveva una grande stima per gli italiani, molta pena per gli immigrati.
Hai visto il film tratto da Aspetta Primavera, Bandini?
Certamente. Lo considero abbastanza riuscito, solo che a volte è davvero troppo lento. E’ fedele al romanzo, ma ha una sola particolarità: mia nonna che era una donna molto comune, di media estrazione, nel film è presentata come una persona quieta e dal grande fascino.
Quale è il tuo film preferito tra quelli scritti da tuo padre?
Full of Life, che è il migliore. Ma penso che Chiedi alla Polvere sarà ancora meglio. Ricordo che andavo alle proiezioni private di Full of Life che ero ancora un ragazzino e mio padre era veramente soddisfatto e fiero della sua sceneggiatura.
Lo sceneggiatore Robert Towne ha appena finito di girare il film tratto da Chiedi alla Polvere, che ne pensi?
Robert iniziò a pianificare la realizzazione di questo film già negli anni ’70, quando per la prima volta lesse il romanzo. In quel periodo la carriera di mio padre era ferma da molti anni, e si eccitò parecchio per le convinte intenzioni di Robert. Purtroppo rimase molto deluso quando vide che le cose non andavano avanti, addirittura oltre il 1983, anno della sua morte.
Towne e Francis Ford Coppola volevano portare sul grande schermo addirittura La Confraternita del Chianti…
Si, lo ricordo benissimo. Come spesso accade a Hollywood mio padre iniziò con grande entusiasmo e terminò con molta delusione. Lui credeva di riuscire a fare un grandissimo film. Passò molto tempo assieme a Coppola per discutere sulla realizzazione della pellicola. Piacevano molto, a Francis, le idee di mio padre.
Quale è il romanzo di tuo padre che più ti piace?
Indubbiamente Chiedi alla Polvere. Credo che sia il suo lavoro più impeccabile. Lui riuscì a non soccombere a Hollywood, trovò la sua strada diventando un grande scrittore. La prosa, in questo libro, per me a volte diviene vera e propria poesia. Io spesso mi domando se avrebbe potuto scrivere una storia migliore conservando questa vicenda. Sfortunatamente, Hollywood e la possibilità di guadagnare molti soldi arrivarono dopo nella sua vita. Quando iniziò a scrivere il romanzo lui si interrogava spesso sulle sue capacità.
Come era il rapporto tra tua madre e tuo padre?
Il loro era un amore davvero profondo, anche se il loro rapporto era altamente polemico. Mia madre vedeva come la carriera e i libri di mio padre lo tenessero lontano da lei. Ma mio padre nei mesi che aveva di vacanza aveva anche altri interessi come il golf e il gioco d’azzardo. Era anche molto geloso dell’educazione che lei aveva ricevuto a Stanford. Si sopportavano a vicenda abbastanza bene.
Come sono i rapporti con gli altri membri della famiglia? Conservate qualche tradizione italiana?
Io credo che ciascuno ami l’altro, ma non voglio parlare molto di questa cosa. Mio padre è stato un collante per la nostra famiglia fino al giorno della sua morte. Mio fratello maggiore Nick è morto nel 1997 dopo aver avuto una vita durissima. Lui era un ragazzo forte. L’altro mio fratello, Dan, ebbe dei problemi simili. Ma adesso è diventato un bravo scrittore e prova a emulare mio padre, però loro non avevano dei buoni rapporti. Mia sorella gestisce il patrimonio e io sono probabilmente l’ultimo dopo di lei. Noi siamo cresciuti assieme, abbiamo un solo anno di differenza. Ti ho raccontato questo per farti capire che tra di noi siamo persone molto diverse, con vite diverse e diversi modi di vedere il mondo. Sono stato marito e padre per molti anni e credo che mio fratello Dan trovi molto pratico il mio genere di sopportazione. La sua vita ha avuto molti alti e bassi ed è sempre inaffermabile. Un giorno scriverò una novella e farò le scarpe a tutti. Avevo originariamente aspirato a scrivere, ma vita e le responsabilità me lo hanno finora impedito. Quanto alle tradizioni italiane, non ne conserviamo nessuna di cui so. Ma abbiamo sempre uno spirito italiano e l’amore per la vita che viene dalla nostra eredità orgogliosa.
Cosa pensi dell’attuale politica degli Stati Uniti, dell’attacco all’Iraq?
Non c'era alcuna ragione giustificabile, nella mia mente, per attaccare quel paese. Penso che il nostro presidente abbia fatto un danno principalmente all'immagine dell’ America nel mondo. Credo anche che mio padre avrebbe provato le stesse cose, benché avesse un suo particolare modo di vedere i fatti, molto differente da quello che il resto di noi vede. Potrei solo tentare di indovinare quello che avrebbe potuto dire.
E infine
Hai mai parlato con Charles Bukowski? Cosa ne pensi della sua passione per i libri di tuo padre?
Ho conosciuto Hank un poco e l'ho molto apprezzato. Lui era molto diretto in quello che diceva e faceva. Parlava molto di mio padre in ogni occasione ed era un suo grande ammiratore. Forse i lavori di babbo non sarebbero stati ripubblicati senza Bukowski, ma devi capire che il babbo sapeva di essere un grande scrittore, riconosciuto dai media o no. Egli non ha mai dubitato delle sue capacità. Ma oramai è passato molto tempo, parecchio maledicendo il suo fato e la sua sfortuna.
Ancora sento la mancanza di mio padre quasi ogni giorno e l'ho nei miei pensieri. Non che egli fosse un uomo particolarmente simpatico, no. Però la sua forza di spirito e la sua personalità sono state sempre un'ispirazione. Il babbo si è fondamentalmente alzato ogni giorno e ha fatto quello che ha voluto fare. Egli non ha voluto seguire, e non ha fatto seguire ad altri, le idee di nessuno su come vivere la sua vita. Ha preso da solo tutte le proprie decisioni. Sempre lo ammirerò per quello, forse più ancora che per la sua scrittura.www.carmillaonline.com/
Queste elezioni cambieranno il mondo. Ma non come vogliono gli Usa
di Robert Fisk
Queste elezioni non metteranno fine alla rivolta nè porteranno pace e stabilità. Contribuiranno solo ad acutizzare le divisioni tra le comunità sciita e sunnita, con grande preoccupazione per gli stati del Golfo Persico
Gli sciiti stanno per ereditare l'Iraq, ma le elezioni che li porteranno al potere stanno creando profonde preoccupazioni tra i re e i dittatori arabi del Medio Oriente che temono che la loro leadership sunnita venga minacciata.
Gli Stati Uniti hanno dimostrato tanta insistenzaverso queste elezioni - che daranno vita a un Parlamento a maggioranza sciita che rappresenterà la più grande comunità religiosa dell'Iraq - poiché queste probabilmente forniranno loro una strategia di uscita per le forze d'assedio americane.
Tuttavia, il processo sembra destinato a cambiare la mappa geopolitica del mondo arabo in una forma che gli Stati Uniti mai avrebbero immaginato. Per il presidente George Bush e il primo ministro Tony Blair significherebbe una enorme delusione, prodotto della legge delle conseguenze non intenzionali.
Tra segnali di coprifuoco, chiusura delle frontiere e restrizioni della mobilità in tutto il paese, le votazioni in Iraq inizieranno domenica all'insegna della decisione di Osama bin Laden, che ha affermato che i comizi rappresentano la “apostasia”.Gli iracheni all'estero hanno iniziato a votare oggi in Gran Bretagna, Stati Uniti, Svezia, Siria e in altri paesi e la partecipazione è stata molto inferiore rispetto a quella attesa.
In Iraq gli americani già parlavano della possibilità di massicci spargimenti di sangue domenica e le autorità dell'intelligence avevano avvertito il loro personale nell'ambasciata di Bagdad che i ribelli avrebbero potuto “riservare”i loro attacchi suicidi per numerosi attacchi contro seggi e elettorali. Fuori dall'Iraq, i leader arabi parlano ora della 'Crescent' (mezzaluna, ndt) sciita che passerà attraverso Iran e Iraq fino in Libano (dove gli sciiti sono la maggior comunità del paese, ndt) attraverso la Siria, la cui classe dirigente alawita forma parte del ramo sciita dell'Islam.
Gli sconfitti del Medio Oriente, repressi dall'impero Ottomano, dagli inglese e poi dai dittatori pro occidentali della regione, molto presto si convertiranno in una nuova e potente forza politica.
Sebbene i partiti politici sciiti abbiano promesso che non esigeranno una repubblica islamica - i loro discorsi suggeriscono che non desiderano ricreare una rivoluzione iraniana nel loro paese - la loro inevitabile vittoria in una elezione che sarà boicottata dalla maggioranza dei sanniti implica che questo paese diventerà la prima nazione araba governata dagli sciiti.
Superficialmente, questo non sarà evidente. Iyad Allawi, ex agente della CIA e primo ministro ad interim sciita, è appoggiato in maniera decisiva per trasformarsi nel prossimo primo ministro, ma i re e gli emiri del Golfo Persico stanno affrontano questa prospettiva con trepidazione.
Nel Bahrein, la monachina sunnita governa sulla maggioranza sciita che ha organizzato una mini insurrezione negli anni '90. Per molto tempo l'Arabia Saudita ha trattato la minoranza sciita con diffidenza e repressione.
Nel modo arabo si dice che Dio abbia aiutato gli sciiti con il petrolio. Questi vivono sopra la più grande riserva di petrolio dell'Arabia Saudita e sopra i giacimenti kuwaitiani. Con la sola eccezione di Mosul, gli sciiti iracheni vivono quasi esclusivamente tra i numerosi giacimenti di grezzo del loro paese. La ricchezza petrolifera dell'Iran è controllata dalla maggioranza sciita.
Cosa significa tutto questo per i potentati sunniti della penisola araba? La nuova assemblea nazionale irachena e il prossimo governo ad interim che questa eleggerà rafforzeranno gli sciiti nella regione, e li sproneranno a chiedere perchè loro non possono partecipare alle decisioni dei loro paese. Gli americani all'inizio temevano che le elezioni parlamentari in Iraq avrebbero creato una repubblica islamica sciita e per questo fecero inevitabili- e inutili - avvertimenti all'Iran affichè non intervenisse. Ma ora la loro più grande paura è che senza elezioni il 60 per centro della comunità sciita si potrebbe unire ai ribelli sunniti.
Così, la chiamata alle urne di domenica è per gli americani una strategia di fuga, un mezzo per ottenre un fine, una forma per proclamare che, se l'Iraq non si è convertito nella democrazia liberale e stabile che gli Stati Uniti avevano promesso di creare, quanto meno ha iniziato il suo cammino verso la libertà stile occidentale e dunque le forze americane sono libere di andarsene.
Pochi in Iraq credono che queste elezioni metteranno fine alla rivolta e che lasceranno pace e stabilità. Organizzare le elezioni ora - quando gli sciiti, che non stanno combattendo contro gli americani, voteranno e i sunniti, che invece li combattono, non lo faranno - significa solamente acutizzare le divisioni tra le due maggiori comunità del paese.
Mentre Washington, non aveva palesemente previsto questo tipo di risultati della sua invasione, la sua domanda di “democrazia” sta muovendo le placche tettoniche del Medio Oriente in una nuova e incerta direzione.Gli stati arabi fuori dalla “Crescent” (mezzaluna, ndt) sciita hanno più paura del potere politico di questa comunità che di una democrazia autentica.
Non sorprende, dunque, che il re Abdullah di Giordania abbia avvisato che tutto questo potrebbe destabilizzare il Golfo Persico e tornare a essere una “ sfida per gli Stati Uniti. Questa spiega anche l'atteggiamento tollerante della Giordania nei confronti della rivolta, i cui leader attraversano liberamente la frontiera giordano-irachena.
È falsa l'affermazione americana che i capi della rivolta si muovono segretamente in segreti dalla Siri all'Iran; gli uomini che capeggiano la rivolta sicuramente non viaggiano attraverso il deserto siriano poichè possono attraversare legalemente il confine con la Giordania.
Le elezioni saranno sanguinolente, potranno dar vita a un parlamento tanto sovraccaricato di sciiti che gli americani avranno la tentazione di pareggialo con sunniti scelti da loro, che inevitabilmente saranno accusati di essere collaborazionisti.
In ogni caso, si stabilirà un potere sciita in Iraq - e in tutto il mondo arabo - per la prima volta dalla grande rottura tra sunniti e sciiti e dalla morte del profeta Maometto.
© The Independent
Fonte: http://www.robert-fisk.com/articles452.htm
Traduzione a cura di Nuovi Mondi Media
Italia & Usa: due paesi così uguali, eppure così diversi...
di mazzetta
Come ha ampiamente dimostrato Silvio Berlusconi, nel nostro paese, come in altri, esisterebbero leggi capaci di punire i comportamenti illeciti della grande finanza e delle corporations. Lo dimostra il fatto stesso che Berlusconi abbia dovuto cambiare numerose leggi ed essere accusato di aver corrotto dei giudici per conservare sé stesso ed i suoi numerosi complici a piede libero; a suo tempo lo dimostrò anche, se pur parzialmente, l’azione giudiziaria di Antonio Di Pietro. Un paese nel quale le leggi possono rivelarsi feroci verso le rapinose azioni di chi si crede impunibile perché troppo importante, è sicuramente la federazione degli Stati Uniti.
Negli Usa è impensabile che qualcuno si azzardi pubblicamente a gridare al garantismo per chi ha commesso reati finanziari, nessun politico oserebbe, molto più popolare sarebbe chiedere la forca.
Ancora di più impensabile sarebbe accusare il giudice di partigianeria politica, esilarante addirittura rinfacciargli un’eccessiva durezza. Di solito il sistema si cura di evitare che le cause giungano in tribunale o a compimento, e solo class actions lunghe e dispendiose riescono ad ottenere giustizia da certi giganti, spesso quando il danno è ormai irreparabile.
I padri fondatori, attenti al soldo e al commercio, ma consci del problema posto dall’avidità e dalla corruzione; non avevano lesinato in contromisure. Passerà quasi un secolo dalla costituzione degli Stati Uniti prima che alcuni stati autorizzino la libera creazione delle società azionarie, fino ad allora ammesse su licenza statale e solo temporaneamente. La società per azioni veniva vista come un’associazione temporanea per un singolo affare, l’associazione di più società era soggetta a controllo ed approvazione statale; lo stesso dicasi per i monopoli.
Tutte concentrazioni che avrebbero oppresso il libero commercio tra individui: insopportabile. Nel tempo diventeranno ancora di più invise le grandi piramidi azionarie, che sul finire dell’800 porteranno alla creazione dei grandi monopoli dei trasporti, delle materie prime e nella finanza. I trust, come verranno chiamati, verranno attaccati, seppur blandamente, da Theodore Roosvelt che ne provocherà lo scioglimento spinto dall’evidenza criminale dei loro comportamenti. Virtualmente impuniti ed impunibili i trust praticavano un’economia basata sulla distruzione con ogni mezzo di qualsiasi ostacolo tra loro ed i guadagni e sulla predazione e spoliazione dei territori; niente di nuovo sotto il sole.
Corruzione, omicidi, eserciti privati, leggi ad hoc; i trust potevano tutto e controllavano l’apparato finanziario, la stampa e finanziavano gran parte degli eletti americani. Dal loro scioglimento ufficiale non è cambiato molto e se ora si chiamano holding o corporations, si tratta sempre di giganti che fanno della loro massa critica monetaria un’arma per ottenere illeciti guadagni a spese delle comunità, la differenza è che ora giocano su scala planetaria.
In questa eterna lotta americana contro questo enorme potere, è capitato anche che la città di New York si dotasse di una legge che consentiva al procuratore cittadino di perseguire qualsiasi comportamento finanziariamente o commercialmente scorretto: il "Martin Act". Era appena passato il crack del ’29 e la legge non destò particolare scalpore.
Ha destato molto più scalpore invece, quando nel 2002 il procuratore generale di New York, Eliot Spitzer ha riesumato il "Martin Act" e si è messo a perseguitare il mondo newyorkese della finanza e degli affari. Ebbene sì, il "Martin Act" nella sua ampiezza, ha sotto la sua giurisdizione anche Wall Street, ed è così favorevole alla tutela pubblica che non richiede nemmeno al procuratore di provare che banche ed aziende sapessero di commettere reati, basta l’evidenza dei conti, o la constatazione dello stato di fatto.
Eliot Spitzer è di origini agiate, anche se il padre è il classico self-made man immigrato di origine ebraica, ed è arrivato alla carica dopo anni di apprendistato e studio. Studi giusti, Harvard, una precedente esperienza di quattro anni nello stesso ufficio del procuratore, quattro milioni di dollari suoi buttati per il primo tentativo di farsi eleggere (il che gli portò l’accusa di volersi “comprare” la carica), ma alla fine ce l’ha fatta. Ha un reddito di circa settecentocinquantamila dollari, dei quali seicento da affitti ed il resto dallo stipendio, non esattamente un Paperone.
Ce l’ha fatta, e dopo un periodo di immersione nelle carte ne è emerso con il "Martin Act" in mano e ha cominciato a colpire.
Indubbiamente tignoso, solitario, attacca i comportamenti scorretti citando le compagnie e portandole ad una soluzione negoziale, con durezza e vastità di documentazione, evita così lunghissime cause ed ottiene velocemente risarcimenti da capogiro. In pochi anni ha portato alle casse newyorkesi oltre quattro miliardi di dollari. Non lesina con le pene accessorie, costringendo colossi come Merryl Linch a pubblicare le mail interne nelle quali i dirigenti descrivevano come robaccia i titoli che consigliavano con più insistenza ai loro clienti. Questa azione è resa possibile dall’assenza di azioni da parte di altri enti ed istituzioni deputate ai controlli; e la coda di paglia di molti lo protegge.
E’ stato comunque accusato di coltivare ambizioni politiche, e lui ha risposto dicendo altrettanto chiaramente di ispirarsi a Roosvelt, Theodore Roosvelt, il primo, quello che aveva come motto “ Parla piano e gira armato”, quello che sciolse i trust. Dice che non c’è niente di male per chi lavora duro, ad essere un po’ ambizioso. Wall Street ha reagito male, lo hanno presto accusato di tutto, e hanno spesso sollevato perplessità sui suoi metodi e sulla loro “brutalità”, una sua tipica frase sarebbe: “Oggi pagate 50 milioni, martedì 100 e giovedì vi porto in tribunale.” Una brutalità che le compagnie esercitano quotidianamente per estorcere denaro in eccesso ai cittadini, mal sopportata quando tocca i potenti.
Per tutta risposta lui ha randellato nel mucchio, ed in pochi mesi ha circondato la Sec, una dozzina di altri uffici regolatori nello stato e dieci delle più grosse banche di Wall Street, costringendoli ad un accordo globale consistente nel pagamento di 1.4 miliardi di dollari, e a profonde revisioni nelle procedure interne; non lo hanno fatto più. Con gli stessi sistemi ha ottenuto l’uscita della mafia dai trasporti newyorkesi, il cambiamento di interi consigli d’amministrazione, la riduzione di alcune tariffe, dalla repressione degli annunci ingannevoli alle frodi in commercio, Spitzer non ne fa una questione di dimensioni e non guarda in faccia a nessuno; prima di guadagnare notorietà attaccando Wall Street aveva citato anche la Croce Rossa a proposito della raccolta dei fondi per il 9/11.
Con Marsh & Mc Lellan, broker assicurativo che ha perso il 50% del suo valore di borsa alla notizia della citazione, di fronte ad un’offerta degli avvocati della società, consistente in seicento milioni ha rilanciato a settecentocinquanta e una lettera di scuse; ora ci si attende che l’azienda offra più dei settecentocinquanta per evitare la lettera, che la consegnerebbe rea confessa alle richieste di risarcimento dei clienti. Finirà come è finita con le altre banche, alle quali ha tolto 2.3 miliardi di dollari come multe e penalità per transazioni scorrette ai danni dei risparmiatori.
Un furore che Spitzer dice essere indirizzato non contro le compagnie, ma al fine di ottenerne il corretto funzionamento. Gli piace descriversi come uno che ripara le cose; chi gli è vicino dice che se è convinto diventa inarrestabile.
Fa venire tristezza pensando che nel nostro paese l’unica azione risarcitoria di peso, quella contro le compagnie assicurative, sia finita con il governo che ha cambiato una legge per renderla inefficace; mentre nella vicenda dei bond argentini lo stesso governo ha addirittura allestito un task force per indirizzare la giusta ira dei risparmiatori truffati dalle banche sul governo argentino; il caso Parmalat finirà in nulla perché a Parma non c’è una procura con i mezzi e le conoscenze necessarie a perseguire truffe di tale calibro. Banche palesemente responsabili anche nel caso Parmalat, banche che hanno truffato platealmente i piccoli risparmiatori e ora si fanno paladine del mercato, coperte dal governo e dai media che tengono per il collo; non rileva nemmeno che nel frattempo facciano ostruzione al rimborso disposto dalla condanna subita sull’anotocismo (trattenevano gli interessi sugli interessi).
Nel nostro paese al danno si aggiunge sempre la beffa.
Mentre si depenalizza il falso in bilancio e si accorcia le prescrizione per chi può far durare cento anni un processo, siamo purtroppo rimasti senza magistrati comunisti. I più cinici si aspettano che Spitzer, dopo aver assunto la candidatura democratica a governatore dello stato, affievolisca la sua furia; altri pensano che non tutte le cause aperte giungeranno a buon fine, ricordando Rudolph Giuliani, un altro procuratore spinto alla poltrona di governatore da casi che alla lunga si rivelarono inefficaci. Accusa deboluccia, visto che solo Grasso, il capo della Sec, ha finora deciso di varcare la soglia di un tribunale ed affrontare Spitzer.
Lui è in ogni caso un beniamino cittadino, consegue un clamoroso gradimento anche tra il 65% dell’elettorato repubblicano. Alan M. Dershowitz, che lo ha avuto in studio, si dice stupito del cambiamento, ricordandolo come il classico topo da biblioteca e definendo “amazing” la trasformazione. Ma Spitzer dice che proprio non ci pensa, e dice che nel frattempo ci sono i broker assicurativi, le compagnie farmaceutiche, e le agenzie interinali e…
Tra chi ostenta noia ed indifferenza, e chi, come gli hedge funds, ne finanzia la campagna a governatore per toglierselo dai piedi, Spitzer ed il "Martin Act" continuano a colpire.
mazzetta
redazione@reporterassociati.org
gennaio 30 2005
Fermo di Polizia preventivo
PIERO RICCA
Trascinato via dalla polizia, fermato per due ore e mezza e diffidato. Questo mi è accaduto ieri a Milano. Motivo? Criticai Berlusconi.
Ormai è chiaro: nell'Italia di Berlusconi è riconosciuto solo il diritto all'applauso. Ne ho avuto conferma alle 15 di ieri, sabato 29 gennaio, quando sono stato spinto in un'auto da diverse persone qualificatesi come agenti di polizia, e portato a forza in un commissariato del centro di Milano, da cui mi hanno liberato due ore e mezza dopo.
Alle 15 mi trovavo davanti al palazzo delle Stelline in corso Magenta, dove stavo per entrare a un convegno organizzato dalla Fondazione Craxi (ero già stato in mattinata a quel convegno e - tranne qualche domanda importuna di alcuni agenti della Digos - avevo potuto partecipare tranquillamente e prendere appunti per un articolo che ho in mente di scrivere per una testata on line).
Torno per la sessione pomeridiana, e trovo nell'atrio un ampio schieramento di forze dell'ordine. E' atteso Berlusconi. Un agente all'ingresso mi chiede il documento, glielo do. Mi chiedono di uscire in strada. Esco. Dopo dieci minuti mi dicono che devo "seguirli in commissariato per accertamenti relativi alla mia identità".
Alla mia richiesta di chiarimento, mi dicono che "un dirigente vuole parlarmi". Intanto trattengono il mio documento. Dico: "Io da qui non me ne vado, perché non ho fatto nulla di male e sono un libero cittadino incensurato; fate pure i vostri controlli e poi ridatemi il documento". Sono circondato da agenti, ribadiscono che devo seguirli. Mi appunto i nomi di alcuni di loro. Poi arriva un ordine: "Caricatelo in auto!". Faccio resistenza passiva. In cinque mi trascinano con la forza in un'auto. C'è anche una donna, l'agente Bonamico. Assistono alla scena varie persone, tra le quali giornalisti e fotografi. Nessuno parla. Annuncio agli agenti a voce alta: "Questo è un abuso, siete fuori legge! Mi toccherà denunciarvi". Mi portano al commissariato di San Sepolcro.
In quella piazza - neanche a farlo apposta - aleggiano memorie mussoliniane.
Rimango in un ufficio, in compagnia di un simpatico agente di polizia da trent'anni in servizio a Milano, che si dice costernato quanto me. Prendo nota di ogni dettaglio. Non c'è nessun dirigente che vuole parlarmi, nemmeno il capo del commissariato dott. Vincenzo D'Agnano. Mi trattengono fino alle 17,30. Poi la dott. Pagani mi congeda dicendomi: "Abbiamo sviluppato il suo nominativo. La diffido a ritornare di nuovo al palazzo delle Stelline. Lei ha precedenti di ordine pubblico". Mi viene restituito il documento ed esco. Un amico mi chiama, ha letto le agenzie. Tra le altre l'Asca, che dice che io non avrei dato il documento alla polizia e che avrei offeso alcuni agenti: l'esatto opposto della verità, complimenti.
Morale? In questo paese solo il consenso è libero. I cittadini che vengono identificati come possibili contestatori vengono trascinati via e diffidati, quando il capo di turno si espone in pubblico, magari per commemorare un ex latitante. Sotto il governo dei prescritti l'eventuale dissenso viene preventivamente impedito dalle forze dell'ordine. Come negli anni gloriosi del ventennio.
Lunedì inoltrerò un esposto alla Procura della Repubblica di Milano. Cosa che decisi di non fare per un motivo analogo lo scorso giugno quando ricevetti il medesimo trattamento davanti al seggio dove era atteso per il voto il signor Berlusconi (era la volta successiva al famoso "comizio" a urne aperte). Ero lì - annunciata la mia presenza alla stampa - a "vigilare" sulle regole. Mettevo in pericolo l'ordine pubblico, dunque.www.centomovimenti.com
A3, ora indaga la magistratura
L´autostrada riapre, ma chiude l´Adriatica. Fermi anche i treni
CATERINA PASOLINI
la Repubblica - 30 gennaio 2005
ROMA - Ora indaga la magistratura su quell´ingorgo nella bufera, sui tre giorni di blocco lungo la A3 con centinaia di automobilisti imprigionati sotto la neve. È stata infatti aperta un´inchiesta dalla procura di Cosenza per cercare di stabilire le reali responsabilità, per capire cosa non ha funzionato nel sistema della gestione emergenze tanto da trasformare in un incubo un´abbondante nevicata per di più annunciata.
E mentre nelle ultime ore lungo l´autostrada Salerno Reggio Calabria non ci sono più macchine intrappolate, e la corsia sud è stata riaperta tra Sicignano e Sibari, la protesta si è spostata sulla statale 19 dove i camionisti usciti dalla A3 ieri sera erano di nuovo bloccati. Se la Salerno Reggio è stata riaperta, un´altra autostrada ha dovuto chiudere. Dopo le tormente che hanno battuto per tutta la giornata le Marche, la A14 nel pomeriggio è stata interdetta al traffico dai caselli di Ancona sino a San Benedetto del Tronto e da Pescara a termoli.
Per le piste ghiacciate hanno dovuto chiudere anche l´aeroporto di Pescara e quello di Olbia, in una giornata ancora una volta segnata da disagi, strade bloccate, treni fermi ore (a Fabriano e Montecarotto con 450 passeggeri a bordo) sulla linea Ancora-Roma interrotta per la neve che continuava a cadere fitta, soprattutto al Centro-Sud con venti gelidi e temperature in picchiata. Tanto da far saltare, a causa dei collegamenti in tilt e la mancanza di personale per garantire l´ordine pubblico, diverse partite di calcio e di basket.
La situazione poi non sembra destinata a migliorare rapidamente: oggi resta infatti il pericolo di nuove precipitazioni in pianura dalla Romagna sino alla Calabria, Sicilia e Sardegna comprese. Aggravando la situazione nelle regioni del centro sud, dalle Marche alla Campania, dall´Umbria alla Calabria, dove sono dovuti intervenire i carabinieri, la protezione civile e le guardie forestali per portare pane e medicine nei casolari, aiuto alle migliaia di persone isolate nelle campagne sotto la neve nella provincia di Potenza, in Basilicata lungo la costa Tirrenica e a Lagonegro. Mentre su quasi tutte le statali bisogna avere le catene per affrontare i passi nei tratti appenninici.
Il bollettino del maltempo racconta un´altra giornata di tormente e bufere per l´Umbria dove molte scuole sono rimaste chiuse e a Perugia il congresso dell´Udc è stato rinviato causa neve. Disagi e difficoltà nella circolazione anche in Campania dove a Napoli sono state sparse 10 tonnellate di sale per liberare le strade mentre l ´A16, Napoli-Bari, e il raccordo Salerno-Avellino, percorribili solamente con le catene hanno visto code chilometriche. La neve ha raggiunto il metro nelle zone interne degli Alburni, del Cilento e del Vallo di Diano dove da diversi giorni mancano luce e acqua. Le scuole poi, per il persistere della situazione di emergenza, resteranno chiuse lunedì in Irpinia mentre riapriranno non prima di mercoledì nel Salernitano. Scuole chiuse anche in Umbria, Marche, in Sicilia, nella zona di Enna, e in Abruzzo.
In Valle D´Aosta infine una valanga ha travolto e ucciso uno sciatore. Una donna è in gravi condizioni. La tragedia pochi metri sotto il Col d´Ars, nel comune di Gignod, a 2.589 metri di quota. La massa di neve ha travolto tre scialpinisti che facevano parte di una comitiva, formata da una quindicina di escursionisti residenti a Torino e provincia: uno di loro è morto per soffocamento.
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Ds Milano - Rassegna stampa
Stangata su case, spa e licenze
le tasse aumentano del 30%
Sale l´imposta di registro sulle barche A giugno tocca a passaporti e marche
Costeranno di più anche i brevetti e le concessioni per imprese e professioni
ROBERTO PETRINI
la Repubblica - 30 gennaio 2005
ROMA - Arriva la stangata delle microtasse. Dal 1° febbraio prossimo una raffica di rincari del 30 per cento colpirà una miriade di pratiche nei confronti della pubblica amministrazione, tra privati e del mondo delle società. Il decreto legge, varato in sordina durante il consiglio dei ministri del 21 gennaio, dà attuazione alla Finanziaria 2005 e serve a raccogliere risorse per 1,12 miliardi volte a coprire parte degli sgravi sull´Irpef. Ora si attendono altri provvedimenti: a giugno una seconda tranche di aumenti della marca da bollo (oggi a 11 euro dopo l´aumento del luglio scorso) e del rilascio dei passaporti. Imminente l´aumento delle tariffe di motorizzazione (patente e revisioni) e il rincaro degli estimi catastali.
Il provvedimento in vigore da martedì vede in prima fila la casa: tutta la gamma delle imposte fisse di registro, ipotecarie e catastali passerà da 129,11 a 168 euro. Ad esempio, gli acquisti di un immobile da un´impresa e dunque soggetti ad Iva subiranno un rincaro complessivo di 116,67 euro tra registro, ipotecaria e catastale. La registrazione telematica dei rogiti, che i notai inviano alle Entrate e al Territorio attraverso il "modello unico", passa da 176 a 230 euro. Le visure ipotecarie e catastali, prassi inevitabile durante le procedure di compravendita di un immobile, salgono da 58 a 86 euro.
Stangata anche sulle licenze che, in qualche modo attengono allo sport e al tempo libero: la licenza di caccia aumenta da 129,11 a 168 euro, per la compravendita di barche sotto i 6 metri il registro aumenta da 54,23 a 71 euro e così via per le stazze superiori. Nel calderone anche il porto d´armi: chi ci tiene ad averlo dovrà subire un aumento da 87,80 a 113 euro.
La raffica di aumenti colpisce al cuore anche le attività produttive. Le società dovranno pagare di più (da 51,65 a 65 euro per ogni 500 pagine) la vidimazione del libro giornale, dei libri inventari e degli altri registri. Costeranno le imposte sui verbali di assemblea, sugli aumenti di capitale e gli atti costitutivi di società.
Paradossalmente, in un momento in cui tutti parlano di innovazione, aumentano le tasse sui brevetti industriali e invenzioni. Tra domanda, pubblicazione e mantenimento il costo in più è del 30 per cento. Siccome la tassa di mantenimento aumenta di anno in anno, le imprese con più brevetti avranno un aggravio di bilancio.
Restano escluse dall´aumento le tasse sui telefonini in abbonamento e sui prepagati: il governo dopo aver pensato di aumentare gli abbonamenti ed estendere la tassa ai prepagati ha rinunciato ad entrambe le manovre varando, nei giorni scorsi, un decreto legge che sterilizzava la manovra sugli abbonamenti e sbarra di conseguenza la strada ad ogni eventuale aumento sui prepagati.
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Ds Milano - Rassegna stampa
l’umiliazione di Formigoni
Prodi: sì alla federazione, così detterò io l’agenda dell’Ulivo
«Lo prevede lo statuto, il presidente potrà mettere all’ordine del giorno ogni argomento. Il trasferimento di poteri? Su poche materie, ma importanti»
DAL NOSTRO INVIATO
dal Corriere - 30 gennaio 2005
BOLOGNA - «Di scontato in casa nostra non c’è nulla, ma credo che le regole della Federazione ulivista passeranno, sì passeranno...». Il sabato bolognese di Romano Prodi è come una moviola che ripassa al setaccio gol, fallacci e simulazioni di una settimana giocata tutta all’attacco. Scongelato il simbolo dell’Ulivo, messo in freezer il rompicapo delle primarie, completato il puzzle delle candidature alle Regionali, incassato il 2 a 0 alle suppletive, poste le basi del percorso programmatico e dato dello «strampalato» a Bertinotti, il viaggio del Professore verso una leadership che non sia soltanto nominale prevede ora un altro passaggio a rischio: la costruzione della Federazione e la sua nomina a presidente. In rapida sequenza, tra dopodomani e il 12 febbraio, Ds, Margherita, Sdi e Repubblicani europei sono chiamati ad approvare le regole di questo condominio ulivista nel quale i quattro soci dovranno trovare un acrobatico equilibrio: fare squadra senza finire nell’ammucchiata, tutelare le rispettive identità senza divorarsi a vicenda, ma soprattutto cedere parte dei propri poteri (politica estera, europea ed economica) alla Federazione, «soggetto dotato di autonoma capacità decisionale» come recita l’articolo 2 dello statuto.
Romano Prodi, spesso accusato con Arturo Parisi di voler mettere cappello sui partiti, sa che il terreno è minato. Afferma, cauto: «Il trasferimento di poteri avverrà per un numero limitato di materie, ma su questioni di grande rilevanza». Ricaccia lontano quello che per mezza alleanza è un vero incubo: «No, niente partito unico. Però, una volta accesi i motori, saranno sempre di più le decisioni prese congiuntamente, naturalmente a maggioranza». Quindi, con un mezzo sospiro, affronta la parte che lo riguarda più da vicino, il ruolo del presidente: «Beh, lo statuto prevede che tra i poteri del presidente vi sia anche quello di portare all’ordine del giorno qualsiasi argomento sul quale ritenga necessaria una deliberazione dei partiti». Ripete, sillabando: «E ho detto: qual-sia-si ar-go-men-to. Non è cosa da poco, mi pare». In effetti, per quello che a tutt’oggi resta un generale «disarmato», costretto nei momenti difficili a cercare nella base ulivista una legittimità che a Roma non tutti gli riconoscono, significherebbe poter influire sulla rotta della Federazione, giocarsi alla pari la partita con i partner.
Guardingo, il Professore, attento a non allargarsi troppo: «L’importante è che si sia cominciato a macinare cose concrete». Al forum torinese della Margherita, tra una stoccata a Berlusconi e i primi spunti programmatici su welfare e industria, l’uomo dell’Ulivo dice di aver scoperto atmosfere nuove: «Le fortissime tensioni che hanno accompagnato la scelta di candidare Mercedes Bresso in Piemonte sono superate». E con Rutelli la tregua sembra tenere. Le liti del centrodestra sulle Regionali? Prodi non si fa illusioni: «Alla fine troveranno la quadra. Anche se la cosa che più mi ha colpito è stata l’umiliazione a Formigoni. Aveva già pronto tutto, perfino i manifesti, l’hanno fatto rinunciare. Ecco, la differenza è anche qui: noi decidiamo, magari dopo mille turbolenze, ma decidiamo insieme. Di là vale la logica del comando». A proposito di turbolenze: e il quiz delle primarie? Il Professore stacca la spina: «Dopo, dopo, intanto lavoriamo tutti assieme, che ci fa bene».
Francesco Alberti
Bushland eldorado dei divorzi
I dati del Census Bureau smentiscono molti stereotipi sulla correlazione tra religione e valori: le aree degli Stati Uniti dove vive la maggior parte dei divorziati sono le stesse dove vivono i cristiani più ferventi, quegli stati del sud a cui ci si riferisce spesso come alla “Bible belt”, la cintura della Bibbia. Stati in cui è più elevato anche il numero delle ragazze madri.
di MARILISA PALUMBO
Le aree degli Stati Uniti dove si registra il più alto tasso di divorzi – si scopre leggendo le statistiche del Census Bureau e dal National Center for Health Statistics sui matrimoni spezzati – sono le stesse dove vivono gli evangelici più ferventi, l’elettorato che, secondo gli analisti, ha raccolto il messaggio di Bush sui “valori” ed è stato decisivo per la sua vittoria il 2 novembre scorso. Sono gli stati del sud a cui ci si riferisce spesso come alla “Bible belt”, la cintura della Bibbia. Otto delle dieci percentuali più alte di divorzi appartengono a questi stati, mentre nove delle dieci percentuali più basse si riferiscono al nordest degli Stati Uniti, spesso bollato, nel dibattito sui valori che è stato al centro della campagna presidenziale e delle analisi sulle elezioni, come il territorio dei “senza dio”.
E invece in Massachusetts, l’unico stato ad aver legalizzato il matrimonio gay, la terra nelle cui scuole ultraliberal si parla di omosessualità ai bambini di sei anni, c’è il tasso di divorzi più basso di tutti gli Stati Uniti (2.4 su mille abitanti, 5.7 su mille persone sposate).
Stereotipi sugli stati “rossi”
«Se gli stati blu (quelli che di solito votano democratico, ndr) sono meno attenti ai valori morali, perché i tassi di divorzi sono così bassi nei più blu degli stati blu?», si chiedeva qualche tempo fa Pam Belluck sul New York Times.
Uno stereotipo, quello dei red states più attaccati ai valori della famiglia, che crolla a pezzi, se è vero come è vero che Kentucky, Mississippi e Arkansas, che hanno votato con una larga maggioranza un emendamento costituzionale per vietare il matrimonio gay, sono i tre stati con il più alto numero di divorzi (rispettivamente 10.8, 11.1, 12.7 su 1000 sposati).
Altro che «le famiglie che pregano insieme rimangono insieme», come recita uno slogan molto amato nel profondo sud. Secondo due studi – uno realizzato nel 2001, l’altro a settembre di quest’anno – dal Barna Group, un’organizzazione californiana che studia i trend dei cristiani evangelici – gruppo religioso cui appartiene anche il presidente George W. Bush – i cristiani “rinati” hanno le stesse possibilità di separarsi dei non credenti. E le percentuali dei divorzi resterebbero pressappoco le stesse anche considerando le coppie che vivono insieme senza essere sposate, più numerose nel nordest.
La contraddizione tra buoni propositi e azioni non si ferma solo alla tenuta delle unioni, ma si estende a uno tra i problemi più sentiti della società statunitense, quello delle giovani adolescenti che affrontano gravidanze indesiderate.
I conservatori sostengono di battersi più di chiunque altro per evitare il moltiplicarsi delle mamme bambine.
E il governo ha approvato lo stanziamento di 388 miliardi di dollari per fi- nanziare una serie di programmi basati essenzialmente sul richiamo all’astinenza sessuale.
Eppure gli stati rossi, altra sorpresa, sono quelli con le percentuali più alte di ragazze madri. In Mississippi – dati del 2000 – rimangono incinta 64.7 adolescenti su 1000, in Texas 64.4. Le percentuali più basse sono ancora nel New England “senza dio”: 20 su mille in New Hampshire, 23.3 in Massachusetts, 24.2 in Vermont.
Certo questi dati sono influenzati dal maggiore ricorso all’aborto negli stati del nordest, ma anche questo non basta a spiegare l’enorme differenza percentuale tra stati rossi e blu. In Massachusetts e in Texas, per esempio, ricorre all’aborto la stessa percentuale di ragazze: 21 su mille.
In realtà, per trovare una spiegazione alla contraddittorietà dei comportamenti dei cittadini degli stati più conservatori che vada oltre l’ipocrisia si devono analizzare i dati socioeconomici degli stati.
Fede o condizione sociale?
Secondo il professor David Popenoe, direttore del National marriage project alla Rutgers University, citato alcuni giorni fa dal Financial Times, le alte percentuali di divorzi negli stati del sud sono dovute a livelli di reddito e di istruzione più bassi rispetto al ricco nord-est.
Dello stesso parere William D’Antonio, della Catholic University of America: «Più alto è il livello di istruzione, più alto il livello di occupazione, più alto il reddito, meno probabilità hai di divorziare », spiega il sociologo facendo notare come in Massachusetts si registri il più alto tasso di abitanti laureati o diplomati.
Nello stato dei Kennedy e di Kerry l’85% degli studenti termina gli studi liceali e un terzo l’università. Nel Texas di Bush (dove su 1000 abitanti 4.1 ricorrono al divorzio) il 73% dei ragazzi arriva al diploma, il 23% alla laurea.
«I ragazzi che abbandonano la scuola superiore e si sposano in fretta – continua D’Antonio – soffrono dello stress di non essere emozionalmente maturi e di non avere le entrate necessarie per superare le difficoltà del matrimonio».
Un altro fattore che incide sul numero di coppie che si separano è l’età: chi si sposa prima, come avviene nelle società più conservatrici, dove il sesso prima del matrimonio è considerato peccato, ha più probabilità di divorziare.
«Se la tua famiglia ti vieta di fare del sesso prima del matrimonio, allora la risposta è sposarsi, e poi hai più probabilità di divorziare», spiega Barbara Dafoe Whitehead, codirettrice del National marriage project.
Il fatto che il numero di divorzi non dipenda tanto dalla fede quanto dalla condizione socio-economica non esonera però i conservatori dalle loro responsabilità, anzi. Se gli stati liberal sono più ricchi e avanzati il merito è anche – o soprattutto – dei loro amministratori di fede democratica. Amministratori che hanno a cuore le condizioni e la qualità della vita dei propri cittadini e investono nell’istruzione, nella sanità, nei servizi pubblici, facendo pagare tasse – considerate intollerabili dai conservatori più estremisti – che costituiscono l’inevitabile prezzo per una società più umana.
«I valori familiari – ha scritto D’Antonio sul Boston Globe – si trovano più facilmente negli stati erroneamenti considerati liberal. Dal loro comportamento puoi riconoscerli come i veri conservatori.
Essi stanno mostrando come conservare la vita familiare attraverso il modo in cui vivono i loro valori familiari ». www.europaquotidiano.it/
Come Don Chisciotte
Dal Forum di Porto Alegre cinque proposte per cambiare il mondo
Dal nostro inviato
Raffaele Crocco
Credetemi, c'ero, l´ho visto.
L'ho visto rimettere la corazza di latta e salire sul ronzino. L'ho visto riprendere le strade della Mancia per aiutare vedove, orfani e chiunque ne avesse bisogno. Ho visto Don Chisciotte tornare a vivere quello che vedeva e voleva.
L'ho visto prendere la voce e la faccia di Ignacio Ramonet, José Saramago, Eduardo Galeano e cavalcare per questo Quinto Social Forum Mondiale, gridando che l'utopia è sì cambiare il mondo, ma bisogna farlo ora, qui, subito, non domani.
E' stata una mattina da segni profondi, anche un po' polemici, questa a Porto Alegre. All'Auditorio Arujo Diana, i tre si sono trovati per discutere, assieme a Federico Mayor, studioso del Cervantes, e al ministro brasiliano Luis Dulci – lavoro difficile il suo – sul tema "Don Chisciotte oggi: utopia e politica".
Utopie concrete. Nel teatro almeno sei mila persone, che hanno atteso per ore sotto il sole dalla mattina presto, in fila. Dentro, il discorso è stato come una folgore sull'intero lavoro fatto in questi giorni e come un machete sul collo dei tanti documenti scritti, dibattuti e riscritti che ogni organizzazione, ogni partito, ogni sindacato tenta di proporre fra infinite mediazioni.
Ne è uscita l'idea di lavorare su cinque punti concreti, fondamentali, irrinunciabili, trasformandoli subito in cose che si toccano, in strumenti utili per abbattere le ingiustizie.
Ha cominciato proprio Ramonet a vestire i panni del cavaliere della Mancia. "Qui – ha detto – ci sono migliaia di Don Chisciotte. Il Forum è un'utopia concreta, è l'assemblea dell'umanità, non degli stati. Una Babele ricostruita, ma armonica, in pace, che ha un obiettivo pazzo: rifare il mondo".
E per sognare di più, probabilmente, o solo per farla finita di "morire sotto una valanga di documenti", ha lanciato i cinque punti cardinali, le cinque cose da fare subito.
I cinque punti. Quali sono, questi punti? Il primo è l'istituzione di una tassa mondiale di solidarietà contro la fame e la povertà.
Poi, la soppressione dei paradisi fiscali. Terzo, l'eliminazione del debito estero dei paesi più poveri.
Una moratoria – ed è il quarto punto – per l'acqua potabile, "che deve essere garantita ad ogni essere umano", ha spiegato Ramonet.
Infine, una imposta di solidarietà sulle maggiori ricchezze.
Questa la proposta, questo il piano per rendere immediata l'utopia. Entro oggi, per altro, la proposta dovrebbe essere presentata come manifesto sottoscritto da altri intellettuali e non c'è dubbio che finirà per condizionare in modo pesante il lavoro dei prossimi giorni, diventando il centro di ogni possibile dibattito e ogni probabile azione.
L'utopia inutile. Al gioco di Ramonet è stato naturalmente Saramago, ironico, disincantato e trascinatore. Ha lottato – usando un fioretto fatto di letteratura, idee e politica - con Galeano. Lui non vuole credere all'utopia, ha detto. Il perché è nella banale considerazione che "è troppo lontana nel tempo. A che serve se si realizza fra centocinquant'anni?".
Ha incalzato tutto e tutti, il brasiliano. "Vi do una notizia – ha annunciato – considero l'utopia inutile. In un mondo in cui un miliardo e mezzo di persone vivono in miseria, la parola utopia non significa nulla".
Ha scherzato sul Don Chisciotte, sul visionario, utopico, pazzo Don Chisciotte. Un gioco che gli è servito per spiegare le ragioni del suo volere ora e subito l'utopia realizzata, l'utopia che diventa concretezza.
Ha ricordato che "Don Chisciotte si chiamava Alonso Quijano, un nome qualunque. Aveva voglia di cambiare vita e non poteva fare come si fa ora, dire vado a prendere le sigarette e non tornare più a casa. Allora, dati i suoi tempi, ha usato un trucco. Ha detto "sono matto" e da quel momento tutto gli era possibile e permesso. Ma nel finale, Don Chisciotte torna Alonso, esattamente dove aveva cominciato.
Don Chisciotte organizza il mondo non come è, ma per come dovrebbe essere".
Galeano è partito da lì, rovesciando le posizioni di Saramago e sposando l'utopia come forza "che ti porta a camminare sempre in avanti. Non la raggiungi mai, perché avanza esattamente per quanto avanzi, ma ti costringe a muoverti".
La vita vera è altrove. Ha raccontato di Guevara, dell'ultima lettera scritta ai genitori, nel 1965, prima di imbarcarsi nelle avventure rivoluzionarie africane e in quella fatale della Bolivia. "In quella lettera non parlava di Marx, parlava di Don Chisciotte – ha detto – e si paragonava al suo andare. Ogni mondo nasconde il suo contromondo, una faccia diversa. Che c'è, esiste ed è possibile".
Il Forum, da ora, sarà differente. Ha forse trovato un'anima che stentava ad apparire. Ramonet lo ha detto. "L'obiettivo del Forum non può essere la sopravvivenza del Forum. Deve essere cambiare tutto. Viviamo in un mondo scandalosamente diseguale. Un miliardo e mezzo di persone vive con meno di un dollaro al giorno, una vacca europea prende ogni giorno 4 dollari di contributi. Gli uomini valgono meno delle vacche".
E Saramago, citando Rimbaud, ha dato forse il segno più bello dell'utopia che Don Chisciotte cercava con il suo andare e che il Forum vuole inseguire: "La vita vera è altrove". www.peacereporter.net
Svezia contro Inghilterra
George Monbiot
Gordon Brown ha chiesto domenica: "La risposta data all'enorme onda anomala nel sud-est dell'Asia non ha semplicemente dimostrato come le fortune delle persone più ricche dei paesi più ricchi siano strettamente e irrevocabilmente legate ai destini della gente più povera nei paesi più poveri?"(1)
La risposta è no. E' vero che i molto ricchi possono essere dispiaciuti per i molto
poveri, e che alcuni possano aver risposto in maniera assai generosa all'ultima catastrofe. Ma è difficile immaginare come il divario tra il destino e la fortuna dei più fortunanti e quella dei meno abbienti possa essere ulteriormente allargato. Le dieci persone più ricche al mondo possiedono una cifra di 255 miliardi di dollari, all'incirca il 60% del reddito dell'Africa sub-Sahariana.(2) Le 500 persone più ricche al mondo hanno più soldi del guadagno totale di un anno dei tre miliardi di persone più povere.(3)
Il tema dell'ineguaglianza globale non è stato menzionato tanto nel discorso di Brown quanto nella contemporanea conferenza stampa di Blair. A ben vedere negli ultimi discorsi di uno qualunque dei leader del G8, fino ad ora, non sono riuscito a trovare nessun riferimento a riguardo. Credo che la preoccupazione di Blair e Brown per la povertà nel mondo sia genuina. Credo che dicano la verità quando affermano che metterano i poveri in cima alla lista dlle priorità da affrontare per il summit del G8 a Luglio. Il problema è che il loro interesse per i poveri finisce dove comincia quello per i ricchi.
In questo periodo è in corso un acceso dibattito tra gli economisti per stabilire se la diseguaglianza globale sia in crescita o in diminuzione. Nessuno discute sul fatto che esista una differenza abissale tra ricchi e poveri che è andata avanti così nel corso di decenni di crescita economica globale. Eppure quanto ci viene detto dai neoliberali - che sostengono il capitalismo globale deregolato -è che non esiste alcun conflitto tra capricci dei benestanti e i bisogni degli emarginati. Il giornale The Economist, per esempio, ritiene che quanta più libertà verrà data ai ricchi, tanto meglio staranno i poveri. Senza alcuna restrinzione i ricchi saranno più incentivati a produrre crescita globale, e questa crescita si tramuterà nella 'marea crescente che solleverà tutte le barche'. I paesi che intervengono nel mercato con "tasse punitive, grandiosi programmi di spesa pubblica e tutti gli altri apparati di giustizia economica applicata" condannano il proprio popolo a rimanere povero. Lo zelo per la giustizia "non fa altro che male".(4)
Adesso può essere vero che la crescita globale, per quanto mal distribuita, stia lentamente sollevando tutti dal fango. Sfortunatamente, però, non abbiamo modo di saperlo poichè la sola analisi esaustiva disponibile sulla povertà globale è -come hanno mostrato ricercatori della Columbia University- così metodologicamente fallace da essere inutilizzabile.(5)
Ma c'è un'altro modo per testare le ipotesi neoliberali, che è quello di paragonare i risultati ottenuti da nazioni che hanno seguito differenti strade di sviluppo. I neoliberali liquidano le questioni affrontate da paesi in via di sviluppo come "dolori della crescita", quindi diamo un'occhiata alla cosa che più si avvicini a un risultato. Prendiamo due paesi che hanno attraversato tutto il processo di sviluppo e sono arrivati alla terra promessa della prosperità. Compariamo l'Inghilterra, una pioniera del neoliberismo, e la Svezia: uno degli ultimi avamposti del distribuzionismo. E utilizziamo una serie di statistiche che The Economist difficilmente contesterebbe: quelle contenute nella sua stessa rivista "Il mondo in cifre Ed.2005".(6)
La prima sorpresa, per chiunque si sia bevuto la storia della nostro inarrivabile dinamismo economico, è che, in termini di prodoto interno lordo, la Svezia ha fatto bene quanto noi. Nel 2002 il suo PIL pro capite era di $27310, e quello dell'Inghilterra era di $26,240. Non è un'eccezione. Solo in 7 anni tra il 1960 e il 2001 il PIL pro capite della Svezia è stato inferiore a quello inglese.(7)
Ancora più sorprendente, la Svezia ha un bilancio in attivo di 10 miliardi di dollari e il Regno Unito un deficit di 26. La Svezia vince anche nel categorie preferite dai neoliberali: ha un'inflazione più bassa della nostra, un maggior competitività globale ed è in una posizione migliore nella categoria "ricerca e creatività d'affari".
In termini di assistenza sanitaria, non c'è competizione. Secondo la misura della qualità della vita pubblicata dall'Economist (l'indice di sviluppo umano) la Svezia si classifica terza al mondo, il Regno Unito undicesimo. La Svezia è terza nella classifica dell'aspettativa di vita, l'Inghilterra ventinovesima. In Svezia ci sono 74 linee telefoniche e 62 computer ogni cento abitanti. In Gran Bretagna 59 e 41.
Il contrasto tra la media dei risultati è discretamente forte, ma è ancora più marcato rispetto alle persone in cima alla scala sociale. Forse senza sorprese, l'Economist non pubblica questi dati, ma lo fanno le Nazioni Unite. Il loro Rapporto per lo Sviluppo Umano del 2004 documenta che in Svezia il 6.3% della popolazione vive al di sotto della soglia di povertà assoluta nei paesi sviluppati (11 dollari al giornO)(8). In Gran Bretagna la cifra è di 15.7%. Il 7.5% degli svedesi adulti risulta analfabeta funzionale, appena sopra un terzo della cifra del 21.8% che abbiamo in Regno Unito. In Gran Bretagna, secondo uno studio indipendente, la possibilità di restare nella categoria socio-economica nella quale sei nato è tre volta più alta(9). Questo per quanto riguarda il mercato senza regole che crea opportunità.
La ragione di queste differenze è chiara. Per quasi tutto il ventesimo secolo la Svezia ha seguito, per utilizzare le parole del recente opuscolo pubblicato da Catalyst Forum, "politiche mirate a diminuire le differenze di condizioni nelle diverse classi sociali".(10) Questo include ciò che l'Economist ha definito "tasse punitive" e "grandiosi programmi di spesa pubblica" che, ricordiamolo, non "fanno altro che male". QUeste politiche, di fatto, hanno migliorato la competitività economica del paese, mentre assicuravano ai poveri di ottenere una più ampia fetta dell'introito nazionale annuo. In Svezia, secondo le Nazioni Unite, il più ricco 10% guadagna 6.2 volte la cifra guadagnata dal più povero 10%. In Inghilterra il rapporto è di 13.8.(11)
Così per i paesi che sperano di raggiungere la terra promessa si impone una scelta. Possono tentare di replicare il modello di sviluppo della Svezia -nel quale i benefici della crescita sono ampiamente distribuiti- o quello inglese nel quale sono concentrati nelle mani dei ricchi. Questa è la teoria.
In pratica non hanno scelta. Attraverso l'FMI e il WTO, i governi del G8 li spingono a seguire un modello più simile a quello dell'Inghilterra, ma ancor più rigido e meno distributivo. Dei due tipi di capitalismo, Blair, Brown e gli altri leader del G8 hanno scelto, per i paesi in via di sviluppo, quello con meno probabilità di aiutare i poveri.
A meno che questo non cambi, il loro "piano Marshall per i paesi in via di sviluppo" è inutile. Brown tuona sul fatto che, cinque anni dopo che "quasi ogni nazione" aveva firmato i nuovi trattati sull'eliminazione della povertà globale, praticamente nessun progresso sia stato fatto.(12) Ma la politica che ha messo in atto in veste di governatore dell'FMI rende questo progresso impossibile. Nonostante quanto ci è stato detto negli ultimi 25 anni, è ancora vero che aiutare i poveri vuole dire limitare i ricchi.
Le fonti di questo e di tutti gli altri articoli recenti di George Monbiot sono presenti sul sito: www.monbiot.com.
(1) Gordon Brown, 6th January 2005. International Development in 2005: the challenge and the opportunity. Discorso al National Gallery of Scotland. (<<)
(2) http://www.forbes.com/billionaires/ (<<)
(3) John Cavanagh e Sarah Anderson, 2003. World's Billionaires Take a Hit, But Still Soar. http://www.ips-dc.org/projects/global_econ/billionaires.htm (<<)
(4) Nessuno autore, 11th March 2004. A question of justice? The Economist (<<)
(5) Sanjay G. Reddy and Thomas W. Pogge, March 2003. How Not To Count The Poor. http://www.columbia.edu/~sr793/. Il materiale è consultabile sul sito: http://www.monbiot.com/archives/2003/05/06/rich-in-imagination/ (<<)
(6) The Economist, 2004. Il mondo in cifre, edizione 2005. (<<)
(7) Si possono trovare tabelle delle cifre 1960-1998, compilate dal US Department of Labor, Bureau of Labor Statistics at http://www.publicpurpose.com/lm-ppp60+.htm. Ho ottenuto le cifre per il periodo 1999-2001 dall' UN Human Development reports, 2001-2003. (<<)
(8) United Nations Development Programme, 2004. Human Development Report: Cultural Liberty in Today's Diverse World. UNDP, New York. (<<)
(9) L. Dearden, S. Machin and H. Reed, 1997. Intergenerational mobility in Britain. Economic Journal 107; and T. Osterberg, 2000. Intergenerational Income Mobility in Sweden. Review of Income and Wealth Series 46, No 4, entrambi citati da Ben Jackson and Paul Segal, October 2004. Why Inequality Matters. The catalyst Forum, London. (<<)
(10) Ben Jackson and Paul Segal, October 2004. Why Inequality Matters. The catalyst Forum, London. (<<)
(11) United Nations Development Programme, 2004. Human Development Report: Cultural Liberty in Today's Diverse World. UNDP, New York. (<<)
Z-Net.it
Interrogando Donald Rumsfeld
Le domande che il congresso dovrebbe fare al ministro della difesa sull'utilizzo della tortura.
Karen J. Greenberg e Joshua L. Dratel
I "memorandum della tortura", il nome con il quale sono diventati famosi, rivelano molto dell'attuale amministrazione. Mirano a un livello di segretezza uguale, se non addirittura superiore di quelli visti o raggiunti dall'ala esecutiva nei precedenti periodi, anche in tempo di guerra. Mirano a un'assenza di interesse per la responsabilità delle proprie azioni che deviano dai limiti precedentemente conosciuti sul controllo del potere esecutivo.
Disconoscono deliberatamente, quasi rendendola priva di significato, la dottrina del bilanciamento dei poteri che ha regolato gli Stati Uniti dalla nascita. Essenzialmente, molto di quello che è stato messo in piedi dall'amministrazione Bush all'alba del 11/9 ha puntato sulla paura del terrorismo quale mezzo per instaurare una nuova dottrina di stato. Questa è una dottrina che, prima degli attacchi al World Trade Center e al Pentagono, circolava nei corridoi esterni del potere. Gran parte del Patriot Act, per esempio, era stato redatto prima dell'11/9. E la proposta per la creazione del Dipartimento di Sicurezza Nazionale era già allo stadio embrionale in quel periodo. Allo stesso modo anche i piani per una guerra contro l'Iraq.
I memorandum della tortura sviluppati all'interno della Casa Bianca da una task-force di avvocati guidata da Alberto Gonzales, confidente presidenziale e consulente legale della Casa Bianca, sono significativi, e non solo come prova di una politica che non tiene in alcuna considerazione i diritti umani e la reciprocità nel trattamento di soldati, civili e prigionieri. I memorandum della tortura sono importanti anche, forse principalmente, perchè rivelano i comportamenti più frequenti con i quali l'amministrazione si propone al Congresso, ai tribunali, al pubblico americano, e a gran parte del mondo.
Una delle figure di spicco nel trasformare la tortura da questione legale a politica di gestione del trattamento dei prigionieri è stato il segretario della difesa Donald Rumsfeld, che ha supervisionato l'approvazione di duri metodi di interrogatorio nel 2002 e che è diventato la figura personalmente responsabile dell'approvazione o del rifiuto dell'uso di interrogatori coercitivi e torture 'categoria tre' dopo la primavera del 2003. E' doveroso e corretto, quindi, che lui, proprio come Alberto Gonzales, sia portato davanti al Congresso e che gli vengano fatte domande rispetto alla sua politica e al ruolo avuto in essa.
Basandoci sull'attenta lettura di centinaia di pagine di 'memorandum della tortura' che sono sgorgate dalla Casa Bianca, migliaia di pagine di rapporti dell'esercito, investigazioni, e i documenti originali che sono emersi dalla prigione di Guantanamo a Cuba, potremmo -- in qualità, uno di avvocato e l'altro di storico che hanno lavorato su tali questioni per gli ultimi due anni -- proporre per il Congresso le seguenti serie di domande:
1. La tortura funziona? Data la grande attenzione prestata nei memorandum della Casa Bianca alla descrizione di tre livelli di interrogatorio (dal porre domande fino all'abuso fisico) da applicare alla guerra al terrore, esiste un chiaro assunto che la tortura funzioni veramente? Che sia più efficace dei metodi standard per interrogare i prigionieri? E, se è così, che risultato produce? Ha considerato che potrebbe essere un modo di scaricare le frustrazioni piuttosto che di ottenere informazioni attendibili? Esiste una prova clinica e verificabile che la tortura produca migliori informazioni, più in fretta e più accurate di quanto farebbero altri tipi di interrogatorio? La sua discussione sulla tortura ha coinvolto anche esperti in Israele, Gran Bretagna, Egitto e altri paesi? E, se sì, queste fonti cosa possono affermare per raccomandare la tortura? O l'amministrazione era convinta dell'efficacia della tortura prima che cominciasse a redigere la documentazione legale?
2. Ipotizzando, per un momento, che la tortura sia realmente efficace, qual'è la differenza tra questa guerra, questi detenuti, e i precedenti conflitti e i precedenti detenuti? Dopo tutto, l'assioma logico che la tortura sia necessaria per salvare delle vite, se fosse vero, andrebbe applicato ad ogni guerra. Sicuramente la tortura di soldati tedeschi e giapponesi --in particolare ufficiali-- durante la seconda guerra mondiale avrebbe permesso di ottenere informazioni che avrebbero "salvato delle vite". Questo assunto non dovrebbe essere applicato ai soldati e agli ufficiali americani --sia che indossino la divisa, come le Forze Speciali, sia che non la indossino-- catturati dai nemici? A ben vedere perchè non dovrebbe essere applicato ad ogni situazione nella quale siano in gioco delle vite: produttori di sigarette, inquinatori, criminali ordinari? Non si dovrebbe torturarli per ottenere informazioni che "salvino vite"?
3. Perchè uno dei primi compiti della sua amministrazione è stato trovare un luogo --Guantanamo Bay-- ubicato fuori dalla giurisdizione dei tribunali? Temeva i controlli dei tribunali? Perchè ha reso inutile il ruolo della corte e dei sostegni ordinari della legge nell'estorsione di informazioni dai prigionieri della guerra al terrore? Non era possibile che l'arte dell'interrogatorio, messa in pratica da ufficiali di supporto legale e avvocati professionisti, potesse, di fatto, portare a ottenere informazioni più importanti e accurate sulle cause, la rete e i piani dei terroristi piuttosto che, diciamo, attraverso i cani a Guantanamo Bay o il "waterboard"(1) nelle aree detenute dalla CIA? Esattamente, cosa giudicava tanto importante da dover essere celato ai tribunali?
4. Nella guerra al terrore, Lei vede il Dipartimento di Giustiza essenzialmente come un'estensione del Dipartimento di Difesa? Si attende che quanto il Pentagono ritiene necessario nella guerra al terrore e nella guerra in Iraq venga semplicemente giustificato, dopo essere stato messo in atto, dal Dipartimento di Giustizia? Cosa risponde a quegli osservatori che fanno notare come gli avvocati dell'ufficio di assistenza legale della Casa Bianca agiscano più come avvocati di grandi aziende che come protettori della costituizione americana; che seguano il modello aziendale che offre giustificazioni e argomentazioni ai propri superiori --in questo caso, giustificando segreti, torture e la distruzione della Convenzione di Ginevra -- piuttosto che affrontarli oggettivamente e in maniera indipendente come previsto dalle inchieste giudiziarie?
5. Ritiene che i terroristi e i presunti terroristi meritino, come forma di punizione, di essere torturati? Su un memorandum datato 27 novembre 2002 inerente i metodi accettabili per interrogare, ha personalmente scritto a mano il seguente commento: "Resto in piedi 8-10 ore al giorno.Perchè lo stare in piedi (come tecnica di contro-resistenza) viene limitato a 4 ore?" C'è una logica per la quale i prigionieri a Guantanamo, non ancora processati, figuriamoci colpevoli, meritino la punizione che ricevono, inclusi atti che potrebbero essere illegali sia a livello internazione che nazionale? Ritiene, in virtù dei loro possibili legami con i terroristi, che meritino meno diritti degli altri?
6. Può indicare le tappe dello sviluppo temporale della politica della tortura da parte dell'amministrazione Bush e la sua decisione di allontanarsi così in fretta dalla Convenzione di Ginevra di cui siamo firmatari? Perchè, all'inizio dell'autunno 2001, addirittura prima che avesse prigionieri disponibili per essere torturati, l'amministrazione era così desiderosa di considerare la tortura una pratica da mettere in atto? Questa politica era stata discussa prima dell'11 settembre e considerata necessaria alla sicurezza degli Stati Uniti, e se si, qual'era la ragione per prendere in considerazione tale scelta? Quali erano le sue basi per ritenere che i metodi tradizionali in accordo con le leggi internazionali non fossero efficaci?
7. Perchè non ha consultato il Congresso sulla questione della tortura? Quale ruolo reputa debba avere il congresso (nel caso ne debba avere uno) nel sovraintendere al trattamento dei prigionieri militari o nelle commissioni militari che intende creare per processarli? In un memorandum datato agosto 2002 proveniente dall'ufficio di assistenza legale, il Congresso, viene scritto, non ha il potere di proibire l'uso della tortura se il Presidente, agendo come comandante in capo, la ritiene necessaria. -- E' ancora concorde con questa affermazione, come pare lo sia Alberto Gonzales, a giudicare dalla sua recente testimonianza in Senato? Crede veramente che, in tempo di guerra, il Presidente abbia il potere di fare ciò che vuole?
8. Perchè le rimostranze da parte di detenuti come David Hicks e Tipton Three, le ONG, la Croce Rossa Internazionale, i ******, e altre fonti governative riguardanti il maltrattamento dei detenuti sono cadute nel vuoto per così tanto tempo? Il recente memorandum rilasciato dall'FBI, e gli ultimi documenti disigillati compilati dai i detenuti di Guantanamo stabiliscono, oltre ogni ragionevole dubbio, l'esistenza di abusi e torture. Perchè le investigazioni del Pentagono (che sono state così numerose) non hanno rivelato questi abusi, e perchè gli investigatori non hanno prestato attenzione alle lamentele fatte da importanti fonti esterne?
9. Se Alberto Gonzales non avesse dovuto testimoniare al Senato, la posizione del governo rispetto alla tortura sarebbe stata rivista? Chi o cosa ha forzato l'amministrazione a cambiare improvvisamente la definizione di tortura? Per quanto tempo tale modifica sostanziale è stata operativa? Chi è stato il responsabile di questo cambio e chi ha partecipato alla stesura delle nuove definizioni?
Memorandum e rapporti di particolare interesse legati all'argomento:
September 25, 2001 memorandum from John Yoo, Assistant Attorney General, U.S. Department of Justice, Office of Legal Counsel, to Timothy Flanigan, Deputy Counsel to the President
December 28, 2001 memorandum from Patrick F. Philbin, Deputy Assistant Attorney General, and John Yoo to William J. Haynes, General Counsel, Department of Defense
August 2002 memorandum from Jay S. Bybee, Assistant Attorney General to Alberto Gonzalez, Counsel to the President
November 27, 2002 memorandum on "Counter-Resistance Techniques" from William J. Haynes II to Donald Rumsfeld
Affidavit filed by David Hicks, prisoner in Guantanamo, in the matter of Hicks vs. Bush
February 2004 International Red Cross Report
March 2004 Taguba Report
Karen J. Greenberg è il direttore del Law and Security alla NYU School of Law ed è editore del NYU Review of Law and Security. Joshua L. Dratel è avvocato difensore a New York City e rappresenta David Hicks, un australiano detenuto a Guantanamo Bay. E' il presidente del New York State Association of Criminal Defense Lawyers. Le opinioni espresse in questo articolo sono del Sig.Dratel e della Sig.ra Greenberg e non riflettono quelle di alcuna organizzazione. Greenberg e Dratel sono co-editori del The Torture Papers: The Road to Abu Ghraib, pubblicato questa settimana da Cambridge University Press. Tutti i memorandum sopracitati possono essere trova in questo libro.
(questo articolo è inizialmente apparto su Tomdispatch.com, un weblog del Nation Institute, che offre una discreta quantità di fonti alternative, e opinioni da Tom Engelhardt, editore di lunga data nelle pubblicazioni e autore di The End of Victory Culture e The Last Days of Publishing)
(1) Waterboard è un metodo di tortura che prevede che il detenuto venga messo su un piano reclinato, e un asciugamano bagnato venga posto sul suo volto. In seguito verrà versata acqua sull'asciugamano per provocare la sensazione di affogare. (<<)
Z-Net.it
Massimo Riva
Università Confindustria
Al valore legale del titolo di studio si possono attribuire alcuni fra i maggiori guasti del sistema d'istruzione domestico
Quella che segue è una modesta proposta ma anche un test di buona volontà -al fine di prendere davvero per la cima e non per la coda il problema della scarsa competitività del sistema e del suo basso tasso d'innovazione, a causa del deludente rapporto fra mondo dell'industria e della ricerca scientifica. Tutti temi sui quali non passa giorno senza che dal governo Berlusconi piovano mirabolanti promesse, mai seguite da atti pratici. Come conferma la vicenda del fantomatico provvedimento intitolato proprio alla competitività, di cui si parla da mesi senza esito alcuno.
Il nodo cruciale che vorrei proporre di sciogliere è quello del valore legale del titolo di studio, reperto ormai quasi solo italiano di una concezione ottocentesca della funzione dell'università e di una visione della società ancorata a parametri insieme autoritari e protezionistici. È, infatti, a questo particolarissimo privilegio che si possono attribuire alcuni fra i maggiori guasti del sistema d'istruzione domestico, di cui offro un limitato stralcio.
Primo, la grottesca proliferazione degli atenei senza alcun legame con la qualità del servizio fornito. Secondo, salvo rarissime eccezioni, l'indifferenza o la sordità dei corsi accademici nei confronti della realtà economica esterna. Terzo, l'assenza di una reale competizione fra una sede universitaria e l'altra. Quarto, l'eccesso di controllo pubblico sul sistema che, nei fatti, si risolve nel trionfo della miopia burocratica, sovente inquinata da clientelismo baronale o politico. Quinto, l'incontenibile fuga dei cervelli migliori fuori dei confini nazionali. Sesto, il radicamento di una mentalità sociale pigramente conservativa che concentra l'interesse agli studi superiori solo sull'ottenimento del fatidico 'pezzo di carta'.
L'esperienza insegna che sarebbe illusorio aspettarsi una spontanea iniziativa in proposito da una classe politica che evidenti ragioni di convenienza elettorale tengono alla larga da una scelta di tenore davvero rivoluzionario per un cattivo costume fin troppo ramificato dentro e fuori le università. Ma oggi c'è una forza in campo che sembra voler praticare un nuovo linguaggio e nuovi metodi d'approccio ai problemi di fondo del paese. Mi riferisco alla rinnovata gestione di Confindustria che, proprio sul terreno del rilancio della competitività del e nel sistema, dice di voler abbandonare l'antico vizio di battere cassa all'Erario per incalzare, viceversa, il governo a fare quelle riforme che non costano (in termini finanziari) ma che possano dare una sferzata di rivitalizzazione all'intera società.
Ebbene, in questa chiave, l'abolizione del valore legale del titolo di studio è proprio la classica riforma che può spingere il paese oltre il retaggio del suo passato agricolo-pastorale. Con simile scelta si aprirebbe, a livello di studi e di ricerca, una salutare competizione fra atenei, di cui potrebbe beneficiare l'intera società e, per primo, proprio il mondo produttivo. Per interessi concreti e per necessità cogente, la Confindustria appare oggi come il soggetto più indicato a ingaggiare battaglia su questo fronte. Avvocato Montezemolo, vogliamo provarci?/www.espressonline.it/
«Siamo stati a lungo la Cina della Ue. Ora dobbiamo distinguerci»
Il problema Cina è tutto italiano visto che nell’interscambio commerciale Francia e Germania hanno la meglio su Pechino. Tutto sta ad approfittare delle opportunità offerte dalla globalizzazione, distinguendoci sui prodotti e sui processi produttivi ma anche chiedendo tutele e regole uguali per tutti. L’Italia è indietro e deve recuperare il terreno perduto facendo pressing sull’Europa affinché la difesa dei marchi figuri tra le preoccupazioni Ue in sede di negoziato Wto.
di RAFFAELLA CASCIOLI
Fino a quando può durare l’apnea del sistema produttivo italiano? La scarsa competitività dei nostri prodotti sui mercati internazionali, dovuta in gran parte all’assenza di una strategia industriale e di penetrazione, unita all’inesistente pressing in Europa del governo Berlusconi, incapace di fare gioco di squadra oltreconfine, rischiano di mettere in ginocchio il paese.
«Occorre far cadere la benda che in questi anni ha chiuso gli occhi degli italiani e rimboccarsi le maniche per recuperare il tempo perduto»: per Paolo De Castro, ex ministro delle politiche agricole del governo Prodi, bisogna rimettere in moto il paese che oggi vive una stagione in cui è assente ogni tensione collettiva. L’Italia è un paese privo di un obiettivo strategico nazionale da perseguire e, in un’Europa in cui gli interessi nazionali stanno tornando a prevalere su quelli comuni, soffre dell’assenza di volontà del suo governo a sfruttare le sinergie tra istituzioni nazionali e comunitarie.
Alla vigilia del “Big Talk, generatori di futuro” che la Margherita organizza oggi e domani a Torino per offrire il suo contributo di idee e proposte su welfare e sviluppo al futuro programma della coalizione di centrosinistra, De Castro insiste su quei freni che impediscono al sistema produttivo italiano di cogliere le opportunità della globalizzazione lasciandolo a leccarsi le ferite inflitte dalla competizione internazionale. «Il tema del welfare è importante – spiega De Castro – Occorre pensare ad un approccio nuovo di welfare che riesca a coniugare una maggiore protezione sociale e una flessibilità del costo sociale. Dobbiamo orgogliosamente difendere il nostro modello di welfare rispetto a quello americano ma è anche necessario renderlo più compatibile con i nuovi scenari imposti dalla globalizzazione.
Non voglio essere un sostenitore di Blair, ma occorre prestare attenzione a quanto accade in Inghilterra.
Lo stesso cancelliere Schroeder coraggiosamente sta affrontando i temi di un welfare compatibile. L’Italia ha un forte divario nell’approccio al welfare e, in questo senso, è apprezzabile l’iniziativa della Margherita».
Più culle vuol dire più competitività? Crede che una società giovane sia una società più competitiva?
Non c’è dubbio, se per giovane si intende una società in grado di adeguarsi ai sempre più rapidi cambiamenti imposti dai mercati globalizzati. La possibilità di prendere decisioni in momento reale e di adeguarsi ad una realtà che cambia velocemente rende più competitivi.
Le aziende italiane hanno le valigie pronte per andare all’estero. Crede che, per essere competitivi, si debba inseguire il basso costo della manodopera?
No. Non ci sarà delocalizzazione che possa aiutare a rendere più competitive le imprese. Credo sia inutile inseguire costi più bassi della manodopera o avere tentazioni tariffarie come questo governo. Non c’è possibilità di competizione se la leva è il costo della manodopera. Ci sarà sempre un paese dove il costo del lavoro è più basso. La competitività dipende dalle capacità distintive delle nostre produzioni. I temi della ricerca e dell’innovazione non sono di scarso interesse.
Siamo fanalino di coda nell’Ue, che di per sé investe in ricerca e innovazione il 2% del Pil, contro il 3% degli Stati Uniti. Per competere in un mondo globale servono più innovazione e ricerca soprattutto nei settori tradizionali».
Le esportazioni italiane continuano a perdere quote di mercato. Per il governo italiano è tutta colpa del supereuro ma la Germania lo scorso anno ha messo a segno un aumento del 10% delle proprie esportazioni soprattutto verso i paesi extraUe. Esiste un problema Cina?
Il problema Cina è tutto italiano. Nell’Ue l’interscambio di Francia o di Germania con Pechino è a favore di Parigi e Berlino. Ecco, direi che la globalizzazione costituisce una straordinaria occasione per il nostro Paese; tutto sta ad appro fittare dell’opportunità costituita dall’apertura dei diversi mercati. La Cina è un problema ma costituisce anche un’occasione.
Tuttavia, per vendere all’estero dobbiamo poter contare su produzioni distintive legate ai nostri territori, alla nostra creatività, al nostro patrimonio. In questo senso, il settore agroalimentare può, già da ora, concorrere sui mercati internazionali. Il nostro settore enogastronomico ha caratteri distintivi non facilmente copiabili ed esportabili in tutto il mondo. Tutto sta a valorizzarlo, ma anche a tutelarlo.
Quanto conta l’etichetta, la protezione del marchio?
Il tema della globalizzazione va a braccetto con quello relativo alle nuove tutele. Non si tratta di rintanarsi in un neoprotezionismo quanto piuttosto di garantire regole comuni, marchi e tutele. Non si può competere sui mercati internazionali con le armi spuntate: occorre che il governo eserciti un pressing nei confronti delle autorità europee al fine di tutelare gli interessi nazionali.
Certo, tutele per i prodotti Doc, Dop o Igp per l’agroalimentare sono necessarie. Crede che nel settore tessileabbigliamento- calzaturiero sia solo una questione di etichettatura o conti anche l’innovazione, arrivare primi?
Innovare è necessario, prioritario. Il problema del settore moda non riguarda la Tod’s di Ancona che, con prodotti innovativi e marchi qualificati, da tempo si è conquistata la sua quota di mercato internazionale. Tuttavia, le Ferrari del tessile-abbigliamento-calzaturiero rappresentano solo una piccola percentuale del comparto. La massa delle aziende del settore non ha capacità di distinzione, vive vendendo prodotti a basso costo. Sa perché l’Italia soffre più di altri paesi europei la concorrenza cinese? Perché per anni siamo stati la Cina dell’Unione europea vendendo ai nostri partner comunitari prodotti di buona qualità, non griffati e a costi bassi. Per anni questo ha consentito alle nostre imprese di essere vincenti sul mercato europeo.
Ora, però, la musica è cambiata con la fine dell’accordo Multifibre e non c’è accenno ad un riposizionamento delle nostre imprese. Un discorso che è valido per quasi tutti i settori produttivi?
Da quando il mercato europeo si è aperto alla globalizzazione è totalmente inutile rincorrere quei Paesi che hanno una capacità competitiva molto alta con costi del lavoro per noi irraggiungibili. Ecco perché dobbiamo riuscire a distinguerci e questo è possibile con un’innovazione di prodotto e un’innovazione di processo. L’agroalimentare italiano, in questo senso, è un settore che più di altri ha una sua capacità distintiva rispetto, ad esempio, alla meccanica. E questo perché abbiamo un patrimonio ricco di tradizione e di cultura. Occorre riscoprire i nostri prodotti, le nostre produzioni e creare anche momenti di aggregazione. Purtroppo non è spesso nostro quello che gira per il mondo. L’agropirateria ci danneggia ed è per questo che servono nuove tutele, marchi, ma anche nuove forme di produzione. Le nostre tecniche di produzione non sono uguali a quelle oltreconfine.
Faccio l’esempio del pomodoro. In Cina si usano insetticidi da noi vietati, se ci fossero regole produttive uguali la competizione sarebbe leale. È evidente che la globalizzazione non può essere fermata ma semmai gestita, regolata, tutelata.
Tutele che, a questo punto, dovrebbero essere chieste dal nostro governo in sede Ue e in sede Wto (World Trade Organization)?
Il ruolo delle nostre istituzioni è quello di rappresentarci e di difenderci in sede europea; dobbiamo riuscire ad in- fluenzare su questi temi la posizione europea visto che è l’Europa che ci rappresenta al negoziato Wto che proprio il prossimo dicembre a Tokyo prevede di chiudere il ciclo di Doha. A negoziare per l’Europa ci andrà l’eurocommissario al commercio Peter Mandelson e la difesa dei marchi collettivi non è al primo punto delle preoccupazioni europee. Il tema del riconoscimento dei marchi fu difeso con il precedente esecutivo dagli eurocommissari all’agricoltura e al commercio, Franz Fischler e Pascal Lamy, ma dietro c’era Prodi. Oggi per l’inglese Mandelson e per il collega all’agricoltura, il danese Franz Fischer Boel, non sono queste le priorità, su cui invece l’Italia gioca in primo luogo il futuro dell’agroalimentare ma anche della sua industria. L’organizzazione di filiera e la capacità distintiva rappresentano per tutto il sistema produttivo italiano due carte da giocare.
C’è anche una diversa capacità di penetrazione del made in Italy. Ad esempio, in Cina le francesi Renault e Psa hanno creato joint venture con imprese locali. Chirac va in Cina con al seguito mezzo mondo produttivo francese, Schroeder fa il pendolare con Pechino. E noi?
Scontiamo un ritardo che si fa sempre più grande. In Cina non c’è solo il protagonismo delle imprese francesi ma anche il ruolo del governo che le ha sostenute. La visita di Ciampi è stata positiva, ma Chirac ci aveva battuti sul tempo.
La verità è che le opportunità della globalizzazione le stanno afferrando gli altri. E non noi.
C’è ancora spazio per la grande impresa in Italia?
Me lo auguro, anche se non possiamo nasconderci che le imprese italiane al 99% sono piccole. Dobbiamo aiutarle a diventare medie e grandi, anche se non necessariamente multinazionali. Il basso costo dei trasporti a livello mondiale consente oggi di abbassare la scala della produttività permettendo anche ad imprese con un fatturato di 10-15 milioni di euro di stare sui mercati.
Per far questo è necessario riprendere il cammino delle liberalizzazioni?
Le liberalizzazioni sono state accantonate da questo governo e, anzi, con la crescita di molti monopoli forse l’Italia in questi anni è arretrata. Oggi non servono operazioni di maquillage o manovre fiscali che danno solo visibilità elettorale. Sono necessari investimenti in ricerca, reti infrastrutturali, interventi per frenare la crisi dei distretti un tempo fiore all’occhiello del sistema produttivo italiano. Al paese dobbiamo dire la verità: sarebbe già un bel passo in avanti. Dobbiamo mettere in moto le intelligenze del paese e mobilitarle. È quanto sta avviando Romano Prodi con il contributo straordinario della fabbrica delle idee. www.europaquotidiano.it/
Usa: quando i giornalisti sono a libro paga...
di redazione
Washington, Il presidente statunitense, George W. Bush, ha ammesso che un dipartimento del suo governo ha corrisposto denaro a un giornalista per promuovere la politica della Casa Bianca, “pratica”, questa, che Bush ha definito “un errore nell’uso di fondi pubblici". In una conferenza stampa alla Casa Bianca il presidente ha riconosciuto che il Dipartimento dell’Educazione ha pagato più di duecentomila dollari al giornalista conservatore Armstrong Williams, perchè sostenesse la riforma dell’educazione promossa da Bush. Williams infatti ha ricevuto 240 mila dollari per promuovere l’iniziativa denominata che “Nessun bambino resti indietro” in tutti i programmi radio e Tv, e dalle colonne del quotidiano UsaToday
"Alla Casa Bianca non lo sapevamo” ha detto Bush, che non ha risposto alle domande sui provvedimenti che intenderà prendere contro i funzionari del dipartimento implicati nel caso.
Il Washington Post ha rivelato poi un nuovo scandalo scrivendo che la giornalista Maggie Gallagher ha ricevuto 22 mila dollari dal Dipartimento della Sanità per appoggiare la politica di Bush sul matrimonio e la famiglia. La Gallagher non ha mai informato di aver ricevuto denaro per scrivere e sostenere apertamente le proposte del governo. “Ho tradito l’etica professionale” ha ammesso la giornalista “non rivelando questo "contratto"con l’amministrazione repubblicana”.
Il fondatore della CNN, Ted Turner, ha ultimamente definito la FoxTv “ il braccio dell’amministrazione Bush” e ha paragonato la diffusione delle news della Fox "a quella di Adolf Hitler prima della seconda guerra mondiale".
Intervenendo davanti all’Associazione nazionale dei dirigenti dei programmi delle Tv, Turner ha ricordato che "Hitler aveva ottenuto la maggioranza dei voti in Germania, nel 1932, grazie a una macchina d’informazione molto simile al lavoro che svolge la Fox per l'amministrazione Bush".
“Non c’è nulla di illegale in questo" ha sostenuto Turner, "ma scatena un mucchio di problemi all'interno della nostra democrazia, soprattutto quando alcune notizie vengono messe a tacere lasciando i cittadini privi di informazioni obiettive sulla politica interna degli Usa e sugli eventi nel mondo”.
redazione@reporterassociati.org
Il mio dentista e altri medici
In quanto ipocondriaca rea confessa, io tendo a sviluppare ottimi rapporti con i miei medici. Quando decido che sono "miei" medici, ovviamente.
Un medico è uno che potenzialmente ti può accoppare ed io non me lo dimentico mai. Mi concentro molto quando ho a che fare con loro, quindi, e cerco collegamenti telepatici alla ricerca del canale attraverso cui riversargli nella mente l'imperativo assoluto del curarmi bene.
Esempio: la dermatologa di Bolzano era d'accordo che bisognava togliermi il neo ma, dal suo punto di vista, ciò andava fatto dietro appuntamento.
"Non è possibile, sto per ripartire. Me lo tolga subito, qui su due piedi."
"Ma non funziona così! Ci vuole una sala operatoria, ci vuole un'anestesia, ci vuole un appuntamento!"
"Mi ascolti: in Egitto me lo volevano togliere e buttare nel cestino della carta straccia." Cosa verissima, tra l'altro. "Lei è la mia unica opportunità per togliermelo con un bisturi nuovo e scintillante e per vederlo analizzato. Prenda un coltellaccio e proceda, orsù. Tanto ci mette un attimo e io non sono impressionabile e non svengo. Giuro e parola d'onore." (E nei sottotitoli comunicativi: "A me gli occhi: toglimelo, toglimelo, toglimelo. Non te ne pentirai, ascoltami, toglimelo.")
A Bolzano non amano il disordine: messo davanti alla scelta tra un disordine grande e un disordine piccolo, il bravo medico altoatesino ripiegherà sul piccolo. Cosa è mai un interventino fuori programma rispetto all'immagine di un neo che finisce tra la carta straccia?
Sospirando ha impugnato il bisturi, dunque, e mi ha tolto un peso oltre che un neo.
E nel caso una dermatologa di Bolzano, passando da Google, finisse su questa pagina e si riconoscesse, sappia che le sono immensamente grata e che, se scherzo, è solo perchè oggi non ho un tubo da fare. Ma so quando finisco in buone mani, sissignora.
Con i processi mentali del mio dentista, invece, non riesco a entrarci in contatto. Non riesco a passare dal ruolo di spettatrice a quello di coprotagonista; non perchè lui non voglia, ma perchè la sua capacità di spiazzarmi è superiore alla mia capacità di avvolgerlo. Ci studiamo, ma nessuno dei due arriva a una conclusione definitiva sull'altro.
La scena è molto araba: ti stendi, lui ti fa l'anestesia e poi si torna alla scrivania per un tè e una sigaretta in attesa che l'anestesia faccia effetto. Fumiamo e chiacchieriamo.
Poi si torna al lettino, si fa qualcos'altro e poi, di nuovo, scrivania, sigaretta e tè. In tutto tendo a fumarmi tre o quattro sigarette, da lui, e sua moglie - anche lei medico e membro delle pause-sigaretta - mi ha regalato del tè verde perchè dice che a noi fumatori fa benissimo, è antiossidante.
Lui è sempre molto attento al mio sguardo e me lo descrive in diretta: "Adesso stai cercando empatia. Adesso mi stai chiedendo qualcosa. Adesso mi odi, si vede benissimo."
L'ultima volta mi ha fatto male e l'occhiata che ne è derivata lo ha un po' scosso. Di ritorno alla scrivania mi ha detto che i miei occhi potevano essere "very, very hard" e che l'avevo spaventato. Massaggiandomi la mascella, ho osservato che me l'hanno sempre detto anche i miei alunni e che spavento anche loro. Lui si è detto solidale con loro, ma intanto la mascella faceva male a me.
Il mio dentista si chiama Doctor Sabry e ha due cose che mi piacciono: il senso dell'umorismo e lo spirito godereccio. Fuma con rara voluttà, avvolgendo il filtro della sigaretta con le labbra e succhiandolo, letteralmente. E sua moglie ha un seno notevole e molto buon umore, quindi l'uomo che la ama deve essere buono di natura. Ergo, il mio dentista è buono di natura.
E poi il senso dell'umorismo, dicevo, che spesso imbocca il versante 'cristiani-musulmani' e lui, naturalmente, è il musulmano.
Dopo avermi devitalizzato il dente, per esempio, me lo ha chiuso usando una fiamma. (Ma è normale, a proposito? Chissà.) E intanto mi spiegava che il fuoco serviva a saggiare la mia fede e che se ero una buona cristiana non mi sarei bruciata.
Spiritoso. Lo avrei insultato se non fossi stata troppo sbalordita dal fumo che mi usciva dalla bocca.
Oppure cerca di sedurmi professionalmente, memore del fatto che, al principio, io fui tanto sfacciata da mettermi a controllare apertamente che i suoi arnesi fossero puliti: "Per me il tuo dente è la cosa più importante e tu con me ti troverai benissimo. Ormai siamo uniti da matrimonio cristiano: io sarò il tuo dentista per sempre."
"Amen", gli faccio eco io.
E' un tipo strano e gli piace la parapsicologia: mentre mi accompagnava a casa alle due di notte, dopo la nostra ultima visita, mi spiegava che sulla strada per l'aeroporto c'è un punto in cui le macchine vanno inspiegabilmente all'indietro anche se la strada è in discesa. Dice che sotto quella strada ci sono delle antiche tombe e che, se non ci credo, un giorno mi ci porta. Dice che ci porta sempre i colleghi europei scettici.
Insegna in un'università frequentata da studenti che vengono da tutto il mondo arabo, e mi diceva che capita spesso che quelli del Golfo siano, come dire, "meno dotati" rispetto ad altri: "E' una cosa imbarazzante: se uno sbaglia o non capisce e gli chiedi di dov'è, sicuro che ti risponde che è dell'Arabia Saudita o degli Emirati. Dire a uno che è del Golfo è come dargli dello scemo, certe volte; non si può. I più intelligenti? Palestinesi e giordani, non c'è dubbio. I palestinesi, poi, studiano come matti e, anche se hanno delle borse di studio del nostro governo, puoi stare certa che non si spendono i soldi al caffé. Pensano a diventare bravi dentisti, sentono molto la responsabilità."
Poi ha un grande poster nel suo studio: si vede una bocca orribile, piena di dentacci marci, e la porta del suo studio con sopra scritto: "Entrata".
Poi la stessa bocca migliora poco a poco nelle foto successive e, alla fine, è lì perfetta con tutti i denti nuovi. E accanto c'è di nuovo la sua porta, stavolta con la scritta: "Uscita".
Mi ha detto che è la bocca di uno dei suo pazienti, un facoltoso commerciante ridottosi così per paura dei dentisti.
Chissà il commerciante cosa avrà pensato, nel vedersi immortalato nel poster. Conoscendo gli egiziani, lo avrà trovato divertentissimo.
Quando sono dal mio dentista, insomma, passo il tempo ad osservare lui e mi dimentico di me stessa e del mio dente. Mi consegno nelle sue mani, quindi, e mi scordo di comandare.
Mentre scrivo questo post, sto bevendo il suo tè verde.
Dice la collega che, a Natale, il suo dentista spagnolo le ha confermato la diagnosi che le aveva fatto lui, parola per parola. Facendosi pagare dieci volte tanto, però. Un punto per Doctor Sabry, dunque.
Gli arnesi che usa sembrano a posto. Sembrano.
Non si mette i guanti perchè dice che è una porcheria e che si sporcano subito e che lui preferisce lavarsi le mani e, in effetti, le lava in continuazione.
Io dico che è bravo: è più artigianale che tecnologico, ma questo non è un difetto. Tutt'altro.
E' solo che è umano, pazzescamente umano. Oltremodo spiazzante, questa cosa, e oltremodo inquietante, ché il concetto di "umano" è parente stretto del concetto di "errore" nell'immaginario di chiunque, non solo nel mio. Ed io non mi riesco a fidare dei suoi ferri fino in fondo. Non ce la fo.
Comunque ho pensato che, anche se mi dovesse uccidere, almeno potrò dire di essere stata fatta fuori da un assassino simpatico. Che non è poco, dai www.ilcircolo.net/lia/
I dialoghi di Mizar Alcor
Verso la fine
Mizar Alcor - Ehi Alcor, leggi qui: “La tessera dei DS è un vero e proprio documento di cittadinanza che ti permette di esercitare diversi diritti all'interno del nostro partito e di essere protagonista nelle decisioni". E' un passo di una lettera agli iscritti per chiedere in rinnovo della tessera ai DS. Che te ne pare? Tutti parlano di crisi dei partiti e dei meccanismi di partecipazione, invece qui sembra che le cose vadano in modo diverso. Un iscritto ai DS ha "diversi diritti" e può essere protagonista nelle decisioni": ci siamo forse sbagliati?
- Caro Mizar, temo che le troppe notti passate nei locali di Betelgeuse ti abbia fatto smarrire la tua proverbiale lucidità. Da quando in qua bevi tutto ciò che scrivono i partiti terrestri? Gli iscritti ds sono talmente protagonisti nelle decisioni che, quando per caso li si lascia davvero liberi di decidere qualcosa - come è successo il Puglia per il candidato alle regionali - poi i dirigenti scrivono fiumi di inchiostro per dimostrare che era meglio non lasciarli esprimere. L'idea è che solo la classe politica sa "scegliere per il meglio", e che gli iscritti hanno il compito di ratificare queste scelte alle urne: ubbidendo e tacendo, come i Carabinieri.... Insomma, a me pare che l'idea di democrazia - perché questo vuol dire, no? "essere protagonista nelle decisioni"...- sia qualcosa di molto vago e confuso in tutti i partiti terrestri. Anzi, se ti rimane qualche ritaglio di tempo, perché non ti leggi un po' di giornali terrestri, e di commenti sulle "primarie"? Poi mi dici la tua impressione....
- Per mille galassie infuocate! Alcor, per un attimo avevo creduto che le cose sulla terra fossero cambiate. Non si tratta delle notti passate su Betelgeuse, il fatto è che sono stato impegnato in faccende intergalattiche e mi ero perso gli ultimi sviluppi. Ho rimediato e mi sono metabolizzato la stampa italiana degli ultimi tre mesi. Che roba Alcor! Invece di adottare prassi politiche democratiche ed innovative che faccia sentire i partiti vicini alla gente, invece di mettere in condizioni Prodi di fare il leader e di poter finalmente cuocere l'avversario a fuoco lento, invece di mettere assieme dieci punti forti che dicano in modo semplice e chiaro come vogliono governare il paese, invece di tutto questo parlano della "loro gente" come strumenti passivi che non devono mai disturbare i sapientoni della politica. Che roba! Cara Alcor una volta il baffino teorizzava della necessità della normalità: dobbiamo essere un paese normale, diceva! Aveva ragione! Peccato che i primi a non essere normali sono proprio loro. Che dici? Forse per vedere un cambiamento dobbiamo solo lasciarli fare, tanto sono maestri nel farsi male da soli. Anche perché è un gioco che ad un certo punto finisce e ho l'impressione che siano alle ultime battute.
- In effetti, caro Mizar, noi che siano osservatori esterni, e che saremo qui, ad osservare, per altre centinaia di eoni, possiamo tranquillamente aspettare che questo sistema si disgreghi da sé. Hai ragione, Mizar, la classe politica italiana è del tutto inadeguata ai bisogni del paese. I segnali sono moltissimi: sono stati incapaci di portare a termine la transizione verso un maggioritario compiuto, non sono stati in grado di costituire un soggetto politico unico da contrapporre alla destra, ecc.ecc. Credo che il problema sia l'incapacità di progettare il futuro; il futuro arriva appena alle prossime elezioni, al prossimo congresso, o a qualche scadenza di brevissima portata. E il riflesso di difesa delle proprie posizioni è automatico.
Segnali di insofferenza arrivano dal paese. Dopo la Puglia, mi è arrivata la notizia che in qualche altro comune si ricorre alla primarie, autorganizzate, per la designazione del candidato Sindaco. Ma basterà? Io temo che il sistema politico sia così sclerotizzato, ormai, da non permettere un rinnovamento se non a prezzo di una catastrofe. Naturalmente, noi che possiamo aspettare sappiamo bene che le catastrofi in politica possono essere salutari, per permettere al nuovo di rinascere dalle macerie; se fossi un terrestre, però, avrei timore di non potermi permettere di aspettare tanto. Sono troppo pessimista, Mizar?
- Affatto, cara Alcor. Sono d'accordo con te che questi partiti faranno sempre più fatica a governare le contraddizioni, anzi dirò di più: prevedo che entro breve tempo l'intero sistema imploderà! Ne vedremo delle belle! ulivoselvatico.org
gennaio 29 2005
Tasse, Prodi attacca il governo
"Nessuno si è accorto dei tagli". E lancia il nuovo welfare
thatcher in ritardo Berlusconi imita la Thatcher vent´anni dopo. Briglie sciolte, e piegare i sindacati: ma è un fallimento
non ho il notaio Inizia qui il lavoro per il programma: sarà una cosa seria. Però non ho portato il notaio, e vi chiedo scusa...
ricchi e poveri Il glorioso taglio delle tasse ha avuto effetto zero: ha lasciato ricchi i ricchi, e ai poveri non ha dato alcun vantaggio
DAL NOSTRO INVIATO UMBERTO ROSSO
la Repubblica - 29 gennaio 2005
TORINO - Fuori programma con operai e bandiere rosse.
Prodi accetta al volo la richiesta dei lavoratori di Mirafori e Rivalta, che arrivano in corteo al Lingotto. «La politica economica del governo - scandisce - è un disastro. E nessuno si è accorto di questo 27 gennaio, che doveva essere il giorno glorioso del taglio delle tasse, nessuno ci avrebbe fatto caso se non ne avessero parlato i tg. Perché non è successo niente. I ricchi restano ricchi, e i poveri non ne hanno ricevuto alcun vantaggio». Il Lingotto fu il tempio dell´auto, oggi è uno scintillante centro multimediale, e appunto gli operai Fiat temono molto che anche le fabbriche rimaste a Torino finiscano smantellate. Il Professore dunque sperimenta subito con loro, dal vivo, le teorie che porta qui al laboratorio del Big Talk. Perchè il capo dell´Ulivo, mentre nella Margherita è tutto un parlare di welfare su base familiare e di corsa al nuovo, rilancia invece il ruolo centrale della fabbrica. Non l´abbandoniamo, spiega prima in conferenza e poi agli operai in un incontro non facile, perché «se non c´è sviluppo non c´è neanche welfare, sono strettamente legati, ma lo sviluppo passa dalla grande industria». Altro che estinzione della classe operaia, non crede a chi immagina una società gigantesco terziario, «analisi fru fru, senza consistenza». Del resto, una battuta il Professore se l´era lasciata sfuggire parlando davanti a Rutelli e agli altri capi del partito, «forse il Big Talk può essere un modo leggerino di affrontare le questioni, noi abbiamo bisogno di andare molto in profondità». Insomma il Professore lascia il suo segno sulla convention programmatica del partito, dà una sterzata più sul sociale, e annuncia che questa è sola la prima tappa del grande cantiere che si è aperto per la costruzione del programma del centrosinistra. «Parte oggi un lavoro che sarà lungo, un anno di confronto aperto in tutto il paese, con tutti i cittadini». Il programma: «Non ho chiamato qui il notaio e chiedo scusa», dice incassando uno degli applausi più forti.
Agli italiani dobbiamo saper offrire «non delle ricette teoriche ma soluzioni concrete». Non a caso si chiama proprio la Fabbrica, ed è un capannone alla periferia di Bologna, «non brutto né bello, anzi forse piuttosto brutto», il luogo che Prodi "l´operaista" ha scelto come sede del maxi-cantiere programmatico. Che, simbolo per simbolo, è altro rispetto al bambino che regge fra le mani il mappamondo scelto come logo della convention del Lingotto.
Ma si alza ancora la canzone popolare di Fossati, e scorrono le immagini dell´album di famiglia che scaldano il cuore, e alla Fabbrica bolognese il primo incontro sarà giusto dedicato a come una coppia con figli riesca a vivere nell´Italia di Berlusconi, e il clima perciò è di ritrovata sintonia fra il partito e il Professore. Abbracci con Rutelli, al quale il discorso è apparso «bello e approfondito», pieno di «riconoscimenti» al lavoro che la Margherita sta svolgendo per offrire proposte alla coalizione. Non parla Prodi né di primarie (ma per i suoi fedelissimi, non ci rinuncerà mai), né di ticket (con Parisi che scherza «li abbiamo aboliti per i primari, e anche per le primarie»). Non parla dell´aperture ai radicali. Attento a lasciarsi alle spalle le polemiche, «siamo riusciti a mettere sul tavolo tutti i nostri problemi», pausa, «beh, forse anche troppi». In sala, risate e applausi. «I nostri problemi però li abbiamo risolti e siamo in vantaggio». Il modello economico di Berlusconi? «La Thatcher venti anni dopo. Briglie sciolte, senza regole, e piegare i sindacati.
Un fallimento». Il governo ha «perso il controllo dei conti, e per fortuna ci sono l´euro e il patto di stabilità». E quando gli leggono le reazioni violente del Polo alla sua stroncatura, replica: «Capisco, sono nervosi. Lo saranno ancora di più dopo il 27 febbraio». Ovvero, dopo il battesimo ufficiale della Fed, come deciso nell´ultimo vertice che ha rimesso in pista il simbolo Uniti nell´Ulivo, anche se Prodi sul tavolo aveva pure messo un logo nel quale comparivano accanto al ramoscello le insegne dei quattro partiti componenti. Ma ha vinto il vecchio Ulivo da solo.
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LA GIORNATA
La Margherita cerca nuove forme di comunicazione: confronti brevi alla Blair. E tra i due leader è il giorno della distensione
Dal "bello guaglione" all´abbraccio il big talk è tra Rutelli e Romano
ANTONELLO CAPORALE
TORINO - Nevica dappertutto, a Torino c´è il sole e fa caldo. E´ da insospettirsi. Infatti la giornata diviene particolare quando Francesco Rutelli e Romano Prodi iniziano a salutarsi. Una prima stretta, poi una seconda più vigorosa. Prodi va sul palco, applausi. Più forti del solito, più lunghi. La sala del Lingotto è stata ridotta a un set dalla Margherita. E´ una conferenza programmatica. L´hanno chiamata big talk. Grande chiacchierata.
Un´idea di Blair. In tribuna, al posto d´onore, ci sono i giovani.
I papaveri del partito stanno dove trovano la sedia: chi davanti, chi dietro. Non si vede la pipa di Franco Marini, arriva con il giusto ritardo. Invece Ciriaco De Mita resta a Nusco. In Campania c´è da dare battaglia alla lista unica dell´Ulivo. Il Professore prende coraggio e incatena le parole con una sicurezza nuova.
Poche pause, molte colpi ad effetto contro Berlusconi. Le tasse, il futuro, i nuovi lavori, i conti che non tornano, la busta paga che piange anche oggi, 28 gennaio. Le sorprese che verranno: «Vedrete tra un mese». Colpi ben assestati, rapidi, efficaci. La platea gradisce. C´è Arturo Parisi che lo accarezza con lo sguardo.
Da una parte il corpo di Giusy La Ganga, la sua faccia impegnativa. Con Bettino Craxi, Giusy ebbe anni ruggenti. Poi l´oblìo. «Come tutti i buoni riformisti non possiamo che essere interessati al lavoro della Margherita». Ma non tutti hanno gradito. Lui: «Ci sono molte scorie del passato, e non sono presenti solo in quelli cosiddetti della prima repubblica. Sono presenti anche nei nuovi che pretendono un monopolio che neanche loro hanno diritto di avere. Tutti oggi dobbiamo dare una mano per creare le condizioni per una svolta politica nel Paese di cui c´è molto bisogno». Tutti dobbiamo. Il cappotto del vecchio liberale Zanone è dall´altro lato, in un angolino. Col Pli fece il ministro: ha conosciuto la stagione più bella del pentapartito eppure Berlusconi non gli piace. «Mi pare che oggi Prodi abbia fatto un buon discorso». La giornata è particolare.
Prodi tiene i tempi e conclude con ritmo, in scioltezza. Va a sedersi vicino a Francesco. Lo chiamò «bello guaglione» in estate. Lo ritrova vicino al suo gomito. Da Prodi arriva una pacca sulla spalla. Rutelli gli offre un bicchiere di coca cola: «ne vuoi un sorso?». «Io e te dobbiamo parlare», dice il professore a Paolo Gentiloni, lo stratega di Rutelli. Prodi fa felice perfino Dario Franceschini, che solo qualche settimana fa mandava bestemmie al suo indirizzo: «Invece oggi ha colto perfettamente il senso di questa iniziativa che è un contributo di idee e di proposte che noi offriamo».
Ci sono i trailer dei film che chiudono gli applausi, le musiche e le luci che cambiano la scena. L´idea di cambiare abiti alla Margherita, ringiovanirla, con il copricapo togliere anche un po´ di muffa democristiana, è stata di Gentiloni. Ha preso sottobraccio il regista Roberto Malfatto, uomo a cui già sono stati affidati appuntamenti importanti, e gli ha pregato di fare una mezza rivoluzione. «I comizi non si reggono più. E noi, dico la coalizione di centrosinistra, abbiamo un´immagine pubblica da anni settanta. Qualche settimana fa in televisione Prodi era imbalsamato in una scena di trent´anni fa: bandiere rosse che gli coprivano le spalle, in un palco troppo piccolo, improvvisato, disordinato. Bisogna cambiare tutto. Qui abbiamo spostato il palco al centro della sala, imposto nuove facce, chiuso la porta a tanti dirigenti. Operazione non facile, che ci è costata molto sangue».
I comizi non si reggono più, conferma Enrico Letta. «Abbiamo idee, ma come fare a dirlo alla gente? Baby bond, fisco a premi. Sono progetti che devono essere comunicati bene. Vogliamno che i nostri dirigenti vedano come si può rendere curiosa una discussione pesante. Alleggerire le liturgie e parlare di persone, non di tavoli». Le persone. Viene intervistata una neomamma. Spiega di quando ha trovato un lavoro e come l´ha trovato. Dice a Tiziano Treu, ideatore di quel pacchetto che introdusse sotto il governo dell´Ulivo tutto il regime dei nuovi contratti: «Ho avuto un bambino e mi hanno licenziata».
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Ds Milano - Rassegna stampa
Romano Prodi ospite di Serena Dandini. Il centrodestra non ci sta
REDAZIONE
Il numero uno del centrosinistra Romano Prodi è stato invitato a partecipare alla puntata del 23 febbraio della trasmissione "Parla con me", condotta da Serena Dandini, in onda sulla terza rete in seconda serata. Una decisione che ha subito messo in allarme la Casa delle Libertà che, attraverso il parlamentare di Forza Italia Giorgio Lainati, è subito partita all'attacco.
"Davvero comico - ha affermato l'esponente del partito del capo del Governo - l'invito che la signora Dandini ha fatto a Romano Prodi per averlo nel suo programma".
Questa volta però qualche perplessità è stata avanzata anche dal presidente della Commissione di Vigilanza della Rai Claudio Petruccioli, il quale ha ricordato che "i politici non devono andare in programmi di intrattenimento".
Immediata la replica del direttore di Rai Tre Paolo Ruffini, per il quale questa regola è valida solo in periodo di pre-elettorale.
"Il divieto scatta solo con la par condicio - ha chiarito Ruffini - l'ipotesi di escludere in maniera tassativa che un esponente politico possa intervenire in un talk show, sarebbe probabilmente in contrasto con l'articolo 21 della Costituzione". Ruffini ha inoltre precisato di avere già spedito un invito al presidente del Consiglio Berlusconi per la puntata del 6 febbraio.
"L'onorevole Lainati ha definito comico l'invito rivolto da Serena Dandini a Prodi - ha affermato il diessino Giuseppe Giulietti - ma di comico c'è solo il sistematico rifiuto del presidente Berlusconi di frequentare qualsiasi luogo nel quale vi sia il rischio di dover rispondere a qualche domanda non concordata".www.centomovimenti.com
VELLETRI: LA MARGHERITA SI SCHIERA CON IL SINDACO INQUISITO
[wallace]
Continua il terremoto politico a Velletri in seguito agli arresti.
Ieri c'è stato consiglio comunale...
Si è spaccato il centrosinistra, visto che la Margherita non vuole sfiduciare il Sindaco (indagato, tra l'altro, per turbativa d'asta, corruzione, etc., con un assessore arrestato anche per associazione a
delinquere...).
Presto nuove informazioni e commenti sullo scandalo del consiglio comunale indagato e più in generale sulla crisi di fiducia profonda esistente ormai tra elettori ed eletti non sol a Velletri, ma in tutto il Lazio.
SERVONO ELEZIONI PRIMARIE APERTE SUBITO: i cittadini devono poter scegliere i loro eletti.
Wallace
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Roma, 25 gennaio 2005 - Cinque appalti "sospetti", con un importo complessivo che sfiora i 5 milioni di euro, e un giro di tangenti che coinvolge esponenti dell'amministrazione cittadina. Per questo motivo, con l'accusa di corruzione, turbativa d'asta e associazione a delinquere, la Guardia di Finanza di Velletri ha arrestato 7 persone.
Tra i fermati c'è un assessore dell'attuale giunta di centrodestra, un ex assessore, due dirigenti e tre tecnici comunali, ma nella vicenda risultano indagate in totale, a vario titolo, 26 persone, tra le quali anche il sindaco.
In carcere sono finiti l'ex assessore della precedente giunta, sempre di centrodestra, Lamberto Trivelloni (Udc) e il dirigente dell'ufficio tecnico comunale Alessandro Albertini. Agli arresti domiciliari sono finiti l'attuale assessore ai Lavori pubblici Giancarlo Righini (An), il dirigente dell'ufficio amministrativo del Comune Giovanni Torre e tre tecnici comunali.
Le ordinanze di custodia cautelare sono state firmate dal gip Paola Astolfi su richiesta del pm Giuseppe Tagliatatela e tra i reati contestati ci sono anche quelli di abuso d'ufficio, falso ideologico e soppressione di documenti veri.
L'inchiesta riguarda cinque appalti, per una cifra complessiva di circa 5 milioni di euro, per opere di urbanizzazione nella città dei Castelli Romani a 38 chilometri dalla Capitale, lavori di manutenzione stradale, la manutenzione straordinaria del cimitero, la ristrutturazione del palazzo dei Conservatori, uno degli edifici storici della città, e i lavori nella sala consiliare.
Nota: da: http://redazione.romaone.it/4Daction/Web_RubricaNuova?ID=62850&doc=si
liblab.it
Italia disorientata. Povertà in giacca e cravatta
L'Italia alla ricerca di un progetto. Così l'Eurispes titola il Rapporto 2005, 1300 pagine che descrivono "un Paese ricco di risorse ma abulico, ancora alla ricerca della strada da intraprendere, che non sa ancora cosa farà da grande. Un Paese schiacciato dal presente, incapace di proiettarsi nel futuro, di prolungare lo sguardo oltre l'arrangiarsi giornaliero e di lanciare il cuore oltre l'ostacolo", spiega il presidente dell'Istituto, Gian Maria Fara.
Un Paese dove la classe media è schiacciata sempre di più verso la povertà, con le retribuzioni da lavoro dipendente erose dalla forte perdita del potere d'acquisto e quelle per gli 'atipici' inconsistenti, tali da non permettere ai giovani di progettare il proprio futuro. Un Paese danneggiato dall'inflazione e dalla recessione, e con sempre maggiore sfiducia nella classe dirigente. Ma con punte di eccellenza, anche là dove meno ci si aspetta di vederle. Se Nord-Est e Nord-Ovest arretrano, infatti, i ricercatori Eurispes registrano i progressi raggiunti da Lazio e Campania e persino da alcune zone della Sicilia e della Puglia, anche se Fara poi osserva: "Pensate cosa potrebbe succedere in queste regioni se non ci fosse il peso della camorra e della mafia". La reflazione. "La situazione che descriviamo quest'anno non è particolarmente felice - dice Fara - l'economia del Paese è in grande difficoltà, la perdita di competitività è sotto gli occhi di tutti. Siamo in una fase di reflazione: il termine da noi usato combina insieme inflazione e recessione". Qualche parametro: nel periodo 2002-2004, il calo della produzione industriale è stato generalizzato, l'indice generale degli ordinativi segna una flessione di 7,9 punti. Guardando ai vari settori, 'pelli e calzature' ha registrato nello stesso periodo una flessione del 15,6 per cento, 'apparecchi elettronici e di precisione -20,7 per cento, 'mezzi di trasporto' -22,6 per cento, 'mobili' -6,3 per cento.
L'arretramento dell'economia ha fatto allargare il sommerso, che secondo l'Eurispes "è ormai vicino al 28 per cento del Pil, corrispondente a 302 miliardi di euro". "Al sommerso s'indirizza un numero sempre più alto di italiani, famiglie che non ce la fanno più ad arrivare a fine mese, e cercano di farcela con l'aiuto dell'economia sommersa e qualche volta anche illegale", dice Fara. In aumento anche l'evasione fiscale, che "ha raggiunto i 134 miliardi di euro nel 2004" e, stima l'Eurispes, arriverà a circa 145 miliardi nel 2005. La polemica con l'Istat. L'inflazione insieme alla recessione ha prodotto negli ultimi anni un forte impoverimento delle famiglie. Si tratta di un parametro economico del quale, secondo l'Eurispes, non si tiene abbastanza conto: "L'Istat continua a produrre dati ottimistici - afferma polemicamente Fara - quando penso a Biggeri (n. d. r.: il presidente dell'Istat), mi viene in mente il barone di Munchausen che si tira fuori dallo stagno con il codino. Come fa l'Istat a stimare l'inflazione al di sotto della realtà? Attraverso il paniere, e il peso delle varie voci. Il paniere Istat è costruito in maniera che il risultato debba sempre apparire lo stesso. La casa, per esempio, per l'Istat pesa il 9 per cento. Il che significa che un italiano con uno stipendio di circa 2000 euro per luce, acqua, gas, affitto o mutuo spenderebbe circa 180 euro al mese. Nel nostro paniere, alla casa viene attribuito il 27 per cento.
Il potere d’acquisto. L'inflazione dal 2001 al 2004 ha eroso il potere d'acquisto del 20,4 per cento per gli operai, del 19,5 per cento per i dirigenti, del 17,6 per cento per i quadri e del 23,9 per cento per gli impiegati". I risultati sono molto differenti: "In base ai dati Istat l'inflazione nel quadriennio 2001-2004 è cresciuta del 9,8 per cento, mentre secondo i dati Eurispes è cresciuta del 22,2 per cento nello stesso periodo". Povertà. Ceti medi sempre più a rischio per l'Eurispes, che parla anche di una nuova forma di indigenza, la "povertà in giacca e cravatta". "Se andate a parlare con i responsabili della Caritas, vi sentirete raccontare un fenomeno di cambiamento degli abituali frequentatori delle mense. Non sono più poveri tradizionali e immigrati, ma anche italiani appartenenti a ceti medi in difficoltà", denuncia Fara. L'Eurispes ha calcolato che oltre 4.700.000 famiglie italiane (circa il 22 per cento del totale) e oltre 14 milioni di persone sono povere, o quasi povere. "Gli italiani sono suddivisi in un terzo di benestanti tranquilli e blindati, un terzo di ceti medi sempre più a rischio di povertà 'fluttuante', che appare cioè o scompare a seconda delle vicissitudini delle famiglie, e un terzo di poveri - spiega Fara - Certo, qualcuno potrebbe obiettare che in Italia la ricchezza circola, che i consumi di lusso sono in aumento, i ristoranti sono pieni. E' vero: ci troviamo in un momento in cui chi è ricco tende a diventarlo più di quanto non lo fosse prima, mentre chi è povero tende ad esserlo sempre di più. Chi dice che il Paese è ricco dice una cosa seria, il Pil cresce. Il vero problema è che sono saltati i meccanismi di redistribuzione della ricchezza".
La crisi dell'industria. L'industria italiana sta cambiando e, secondo il rapporto Eurispes, non a vantaggio del Paese. Intanto, Fara rileva che "c'è un'Italia che scompare, acquistata all'estero, i marchi tradizionali che passano di proprietà per via di multinazionali che hanno sfruttato i vantaggi dell'insediamento e che lasciano i territori nazionali, dopo averli sedotti e abbandonati". Inoltre la crisi dell'industria ha accentuato il divario tra Nord e Sud, producendo inoltre situazioni di arretramento in aree territoriali finora immuni da crisi, come il Nord-Est o il Nord-Ovest. Ma, a sorpresa, ci sono regioni che negli anni passati non si erano particolarmente distinte, e che adesso invece stanno facendo grandi passi in avanti, a cominciare dal Lazio, in cima alla classifica Eurispes che misura il livello di dinamicità economica per regione nel 2004, e la Campania, che comunque è oltre il 90 per cento. In crescita anche alcuni distretti siciliani e pugliesi. "Il Nord-Ovest ha intercettato con ritardo le opportunità offerte dalle nuove tecnologie - spiega Fara - mentre ci sono regioni come il Lazio e la Campania che al contrario hanno beneficiato delle performance delle imprese tecnologiche e di alta informazione" L'Italia a tempo determinato. Contratti a termine, a progetto, interinali hanno peggiorato la situazione e le prospettive di un'intera classe di età, che va ben oltre i 30 anni e, secondo l'Eurispes, si affaccia alle soglie dei 40."Ci siamo resi conto che proprio l'indeterminatezza che si è affermata nel mondo del lavoro produce situazioni di disagio e impedisce alle famiglie di progettare il proprio futuro e di andare oltre l'arrangiarsi - osserva Fara - La precarietà non è frutto solo di questo governo, anche della legge Treu e della legge 30. Colpisce il mondo del lavoro e impedisce ai giovani di avere accesso al credito e di programmare il proprio futuro".
La Politica. Il Rapporto 2005 definisce la politica italiana "a zapping", nel senso che presenta una sempre più accentuata "tendenza alla spettacolarizzazione" e contenuti "che "si avvicendano a ritmo serrato per ridestare o deviare l'attenzione del pubblico da questioni autenticamente politiche". Ma questa caratteristica non genera fiducia nelle istituzioni: secondo "l'analisi dei dati relativi al 2004 e del trend registrato nel primo periodo del 2005" , si legge nel rapporto, "il 70 per cento dei cittadini, contro il 51,7 per cento del 2004, si dichiara scettico per quanto riguarda la capacità del governo di risanare i conti pubblici". Il 67 per cento degli intervistati nel 2005 contro il 51,7 per cento nel 2004 inoltre non ha fiducia nella possibilità di un'equa riforma fiscale e il 68,4 per cento non crede nella capacità del governo di combattere la disoccupazione. Federalismo ed enti locali in difficoltà. "Sul federalismo - afferma Fara - la mia sensazione è che la nostra classe politica sia impegnata a costruire smontare e rimontare, cambiando ogni giorno figura. Io non ho ancora capito cosa dovremo fare da grandi ma abbiamo comunque calcolato che il costo del federalismo sarà di 30/40 miliardi di euro l'anno". Gli italiani rimangono piuttosto distanti, in ultima analisi, dal dibattito sul federalismo: solo il 14,7 per cento degli intervistati dichiara di seguirlo con molta attenzione. Gli enti locali sono in forte difficoltà per l'aumento delle funzioni che però non è compensato da un aumento delle risorse, ma piuttosto da un taglio dei trasferimenti: "I trasferimenti statali alle PA locali sono stati tagliati di 404 milioni di euro: la conseguenza sarà di un incremento dell'imposizione a livello locale di almeno il 10 per cento dal 2005, che rimetterà in modo ulteriormente i processi inflattivi".
Boom del digitale. Tra il 1995 e il 2004 la spesa delle famiglie per le piattaforme digitali è cresciuta in media del 22 per cento l'anno. A confronto, la spesa per la televisione è cresciuta dell'8 per cento l'anno e quella per i quotidiani del 5 per cento, tanto che in nove anni il confronto tra la spesa per le piattaforme digitali e i due principali media tradizionali si è "drasticamente rovesciato". In testa la spesa verso per la telefonia mobile, 11.520 milioni di euro nel 2004, con un incremento rispetto al 1995 del 37 per cento. La televisione rimane comunque il media ampiamente preferito: lo usa, segnala l'Eurispes, il 96,4 delle famiglie, contro il 78,2 per cento che usa il cellulare, il 64,3 per cento la radio, il 53,5 per cento i quotidiani (anche on line), il 40,2 per cento i libri, il 30,7 per cento Internet e il 21,1 per cento la Tv satellitare. www.megachip.info
Fassino accusa Lunardi per il disastro della Calabria: «Si dimetta»
di red.
«In qualsiasi paese civile chi ha una responsabilità ne risponde e il ministro Lunardi dovrebbe avere la dignità di dare le dimissioni». Il blocco sulla Salerno Reggio Calabria non si è ancora concluso dopo più di 48 ore di caos quando il governo si accorge che forse deve chiedere scusa, ma Lunardi ancora no. Dimissioni e subito. Le chiede Fassino, le chiedono Rutelli e Castagnetti, le chiedono i Verdi, Prc e le associazioni dei cittadini. Lunedì i ds presenteranno una mozione di sfiducia alle camere. Quanto è successo non è accettabile e non ha scuse. Ottanta chilometri di autostrada intervallati da otto svincoli d’uscita diventati una trappola per una bufera di neve. Per quarantotto ore centinaia di persone sono rimaste al gelo, da sole, senza che nessuno intervenisse, né l’Anas, né la Protezione civile, né i vigili del fuoco, né la polizia stradale. Non fosse stato per i sindaci e per pochi volontari della Caritas che di propria iniziativa hanno distribuito coperte e pasti caldi nessuno sarebbe andato in soccorso. E nemmeno una parola di rammarico da parte di Lunardi che in piena emergenza ha osato attribuire la colpa agli automobilisti che si sono immessi in autostrada senza guardare le previsioni meteorologiche.
Il mea culpa è arrivato, con due giorni di ritardo, dal vicepremier Follini. Ieri a emergenza finita Follini si è rivolto agli automobilisti intrappolati a nome del governo. «Chiediamo scusa e ribadiamo l’impegno a potenziare quei servizi che possono impedire disagi come questi». Poi il vicepremier ha cercato di parare il colpo: ««La nevicata sulla A3 rientra nella categoria dell'imprevedibilità. Non si può accettare lo strumentalismo dell’opposizione che recita “nevica, governo incapace”». Vallo a raccontare al vicesindaco di Cirò Marina Luigi Ruggiero che è rimasto 48 ore in autostrada senza vedere passare una macchina della protezione civile o della polstrada. O ai genitori della bambina appena operata e ricoverata d’urgenza per un principio di assideramento. Nessuno di loro aveva letto l’avviso a non partire sui display d’ingresso in autostrada. Qualcuno dovrà pure assumersi la responsabilità e il calendario non lascia sconti né all’Anas, né al ministro, né a Bertolaso che pure si è chiamato fuori e si dice sicuro di poter chiarire la propria estraneità.
Lunedì mattina i Ds presenteranno una mozione di sfiducia contro Lunardi e il presidente dell’Anas Pozzi, martedì il governo è chiamato a rispondere alla commissione Ambiente alla Camera, mercoledì ancora il presidente dell’Anas e il capo della protezione Civile Bertolaso saranno in audizione davanti al presidente della Commissione Lavori pubblici e trasporti Luigi Grillo. Tutti dovranno spiegare come è stato possibile, a un anno dalla paralisi sull’A1 e con 72 ore di anticipo d’allerta meteo, che nessuno, nemmeno uno straccio di pattuglia stradale sia intervenuta a fermare gli automobilisti che si immettevano ignari in autostrada. E dovranno spiegare come è stato possibile che per ore e ore nessuno sia intervenuto con qualunque mezzo di soccorso e perché c’era un solo spazzaneve all’opera sulla strada.
«Quello che è accaduto è una vergogna - commenta Fassino - . Il ministro Lunardi dovrebbe avere la dignità di dare le dimissioni, così come il presidente dell' Anas. E se non hanno questa dignità io credo - ha aggiunto il segretario dei Ds - che il centrosinistra presenterà una mozione di sfiducia perché quello che è accaduto è assolutamente intollerabile. Non è un caso di maltempo. È un caso di incuria assolutamente inconcepibile e inaccettabile». La conferma della mozione di sfiducia arriva dal presidente dei deputati Ds Luciano Violante: «Lo hanno deciso i gruppi dell’opposizione. Quanto è successo negli ultimi giorni sulla Salerno Reggio-Calabria - sottolinea - non è degno di un paese civile. Gli automobilisti intrappolati nel gelo, i bambini lasciati senza cibo nè acqua, i camionisti fermi a dormire nei loro mezzi, sono le immagini di un'odissea che sembra essere rimasta sconosciuta al ministro Lunardi. Non ci sono scuse, nè servono commissioni d'inchiesta: il responsabile delle Infrastrutture deve dimettersi».
Rutelli respinge le scuse. «Non servono a niente - si rivolge a Follini il governo non deve chiedere scusa, deve indicare i responsabili e farli rispondere concretamente, cioè con le dimissioni». La pensa così anche Pierluigi Castagnetti, presidente dei deputati della Margherita: «Ci attendiamo che il ministro dei trasporti rassegni le dimissioni per elementari ragioni di dignità e responsabilità». E Marco Rizzo, Presidente della delegazione dei Comunisti italiani al Parlamento Europeo: «Evidentemente il ministro Lunardi non pago del disastro della nevicata del 2004 quest’anno ha creduto di dovere fare il bis. Uno come Lunardi - ha continuato Rizzo - è da zero in condotta e da zero in profitto. Senza possibilità di appello. Certo che serve una Commissione di inchiesta, la sia apra subito, ma serve innanzitutto che se ne vada via immediatamente il ministro Lunardi, visto che è riuscito a collezionare non uno ma due zeri in pagella per il secondo anno consecutivo». Per i Verdi le colpe sono chiare: «Il ministro porta una pesante responsabilità politica - dice Anna Donati, capogruppo in commissione Lavori pubblici - per il mancato controllo sull’Anas ente che si è dimostrato, ancora una volta, inefficiente e incapace a spese dei cittadini. Ora vengano, quindi, mandati a casa anche i vertici dell'Anas scelti da Lunardi».www.unita.it/
Guatemala, la chiesa contro il governo
E' rottura tra il governo in carica da un anno e Monsignor Ramazzini
scritto per noi da
Flavio Tannozzini
Il quindici gennaio era il giorno del resoconto. E il popolo non ha perso l'occasione per farsi sentire. I rappresentanti delle organizzazioni di base popolare, indigene, contadine e sindacali, si sono concentrati nella piazza di Città del Guatemala per manifestare contro il governo nel giorno del compimento del suo primo anno di mandato. Dopo un comizio di fronte alla casa presidenziale, la manifestazione si è diretta alla sede del Congresso della Repubblica, dove era in corso la relazione sull’operato del Governo durante il suo primo anno di mandato.
Il rapporto alternativo. Le organizzazioni, guidate dal vescovo della diocesi di San Marcos, Monsignor Alvaro Ramazzini, hanno presentato al Congresso un rapporto alternativo in cui esprimono tutto il loro malcontento verso un governo oligarchico che finora ha fatto solo gli interessi degli imprenditori e dei grandi proprietari terrieri. In particolare la protesta ha fatto leva sul tema della firma degli accordi del Trattato di Libero Commercio con gli Stati Uniti, che le organizzazioni rifiutano in quanto non crea uno sviluppo autosostenibile e tantomeno l’annunciato benessere sociale ed economico delle classi meno abbienti. Altro punto scottante é quello della costruzione di dighe e miniere previste dagli accordi del Piano Puebla Panamá.
Vittime del conflitto sociale. Proprio su questo punto si è gravemente acutizzato il conflitto in questi ultimi giorni, quando nel municipio di Sololà, l’11 gennaio una persona è rimasta uccisa negli scontri con la polizia e l’esercito durante una manifestazione di protesta. Un gruppo di contadini aveva infatti occupato la strada per ostacolare il trasporto di un’enorme turbina scavatrice destinata alle imprese minerarie per estrarre l’oro dalle montagne di San Marcos. Secondo i contadini, l’attività mineraria produrrà l’inquinamento delle acque del sottosuolo e danni ambientali irreparabili per le comunitá circostanti, portando guadagno solamente alle imprese multinazionali. Consapevoli del pericolo costituito dall’arrivo della turbina a San Marcos, la popolazione si è concentrata a Sololà per impedirne il cammino, ma il camion era scortato da 300 soldati e mille agenti della polizia. Ne è scaturito uno scontro in cui ci sono stati un morto e molti feriti. Il vescovo Ramazzini ha attaccato il governo dicendo che è stata una pazzia schierare un simile contingente di forze militari. Il Guatemala, ha detto il vescovo, assomiglia sempre di più ad uno Stato di polizia. Il Governo ha reagito accusando Ramazzini di fomentare la protesta. Il rappresentante del Consiglio Episcopale Guatemalteco ha affermato di non avere nessun legame diretto con i fatti di Sololà, ma che se l’incidente si fosse prodotto nella sua diocesi, a San Marcos, allora sí, lui sarebbe stato al fianco dei manifestanti.
La rottura col governo. Si produce cosí una rottura sempre piú profonda tra il Governo da una parte e le organizzazioni popolari e la Chiesa cattolica dall’altra. Ramazzini ha risposto alle accuse del governo invitando i suoi rappresentanti a visitare le popolazioni indigene di San Marcos, a vedere in che condizioni di miseria vivono e a valutare personalmente l’impatto che la costruzione di una miniera avrebbe sulla loro vita. Inoltre, ha chiesto ufficialmente la sospensione delle concessioni minerarie finché, dopo una consultazione popolare, non siano gli abitanti delle comunità a decidere sull’utilizzo delle risorse ambientali di cui vivono. Durante la manifestazione il vescovo ha chiamato ogni singola persona a farsi strumento della mobilitazione sociale e voce della societá civile, esponendosi sempre di piú come figura di riferimento per le organizzazioni popolari.
Il malcontento generalizzato. Secondo un sondaggio di Prensa Libre, l’84.5 per cento dei guatemaltechi è scontento dell’operato del governo nel suo primo anno, in cui si registra un’inflazione del 10 per cento. Insoddisfazione anche sulla questione della sicurezza, soprattutto per la violenza prodotta dalle bande giovanili di strada, che non è stata arginata, ma anzi ha registrato un aumento. Critiche severe si rivolgono poi all’operato della Polizia Nazionale, corrotta e incapace di gestire le situazioni di crisi: oltre alla recente vittima di Sololà infatti la negligenza della Polizia Nazionale ha prodotto durante l’anno scontri a fuoco e violenze in cui si sono registrate numerose vittime. In particolare rimangono aperte le indagini sullo sgombero della tenuta occupata di Nueva Linda il 31 agosto del 2004, quando persero la vita 8 contadini e 4 agenti. www.peacereporter.net
Michele Serra
Alle primarie con l'alabarda
"La soluzione non può che essere politica". Prodi si presenta, non si presenta, non si presenta nessuno o decideranno i probiviri. Tutte le possibilità sulla selezione del leader del centrosinistra
Il punto sulle primarie nel centro-sinistra è stato elaborato dall'associazione Cubo di Rubik, che raduna matematici ed enigmisti di tutto il mondo. Si tratterebbe di un'espressione logaritmica a 14 incognite, resa ancor più difficile da svariate macchie di ragù che imbrattano gli appunti di Romano Prodi, con due sole soluzioni possibili: stracciare il foglio e pensare alla figa, oppure procedere al sacrificio rituale di Pecoraro Scanio affidando le sue interiora a un aruspice perché vi legga il destino.
Non esistendo una soluzione logico-razionale, i leader del centro-sinistra hanno dichiarato che "la soluzione non può che essere politica", gettando definitivamente nel panico i loro elettori. Sono state dunque inserite in una teca le diverse proposte, e un bambino bendato (nuovo simbolo dell'Ulivo) provvederà a estrarre uno dei bussolotti. Secondo indiscrezioni, queste sarebbero le proposte in lizza.
1. Non avendo senso che Prodi sia l'unico candidato, non si presenterà neanche Prodi. Le primarie saranno dunque senza candidati, e gli elettori dovranno scrivere sulla scheda un pensiero affettuoso alla moglie (marito) oppure una massima di La Rochefoucauld.
2. Prodi si presenta, ma essendo l'unico candidato è perfettamente inutile che si presentino gli elettori, che nel giorno delle primarie saranno invitati a testimoniare il loro impegno civile ripulendo in gruppo il greto dei fiumi, dirigendo il traffico all'uscita delle scuole oppure discutendo con i passanti i punti salienti del programma e i nodi irrisolti del Paese.
3. Si presentano tutti: i leader del centro-sinistra, dell'associazionismo e della società civile, gli ex partigiani e deportati, gli intellettuali più prestigiosi, i presidenti di bocciofila e di cineclub, i responsabili del commercio equo e solidale, i leader della galassia pacifista, i preti operai, i sindaci, i sindacalisti, gli editori alternativi, i disobbedienti, i cobas, i familiari delle vittime, i rappresentanti dei carcerati e anche tua sorella. Daranno vita a un torneo cavalleresco, con le regole della Quintana, tentando di disarcionarsi a vicenda con un'alabarda. Il vincitore potrà candidarsi alle politiche e impalmare una vergine di sangue reale.
4. Si presentano solo i candidati mai eletti in tutte le precedenti elezioni: come il 53 sulla ruota di Venezia, prima o poi il loro nome dovrà pure uscire.
5. Si presentano solo Prodi e Bertinotti, ma Bertinotti dichiarando preventivamente che il suo candidato è Prodi. È la soluzione detta, tecnicamente, "ma allora cosa cazzo votiamo a fare", molto apprezzata dai politologi della scuola di Minsk, secondo la quale l'importante, in democrazia, è divertire gli elettori con quesiti surreali per ovviare alla disaffezione per la politica.
6. Si decide all'antica, con una vigorosa stretta di mano che vale più di qualunque contratto scritto. Per la stretta di mano tra tutti gli aventi diritto è stata affittata la pista del circo Medrano: i leader presenti verranno aiutati da esperti acrobati e contorsionisti per riuscire a intrecciare le dita (in tutto 280 dita) con un effetto coreografico spettacolare, riprese televisive dall'alto e musiche di Ennio Morricone.
7. Saranno i probiviri a decidere, in un solenne Consiglio dei saggi, chi è il candidato della grande alleanza. Uomini anziani con lunghe barbe bianche, e donne anziane con rade barbe bianche, vestiti con un'austera tunica candida, simbolo della saggezza e della concordia, si chiuderanno in un monastero e, in conformità alle tradizioni e alle convinzioni della sinistra, si azzufferanno furiosamente scambiandosi orribili insulti e rivangando ogni possibile scissione e litigio dal 1789 in poi, tentando di colpirsi con l'attizzatoio e rinfacciandosi vecchie amanti, tradimenti coniugali e insensibilità nell'educazione dei figli. L'accusa estrema, quella di non avere capito il cinema di Godard, verrà tenuta in serbo per le ore conclusive, al termine delle quali ognuno dei probiviri emetterà un comunicato disgiunto nel quale si spiega che con gli stronzi non si può ragionare.www.espressonline.it/
Alleanza Nazionale prova ad appropriarsi di Gobetti, studioso antifascista
Da sabato prossimo, al Palazzo dei Congressi di Roma, An celebrerà i dieci anni dalla famosa svolta di Fiuggi, e il gioco preferito dai più importanti rappresentanti del partito sembra continuare ad essere quello di annoverare nel recupero di idee e personalità del passato, alcuni personaggi che con la storia dei post-fascisti, così come è andata determinandosi, non hanno nulla a che fare.
Dopo l’eclatante richiamo niente meno che ad Antonio Gramsci, espresso dallo stesso Fini durante il passaggio di rottura con il Movimento Sociale nel decennio scorso, alla vigilia di questo ulteriore sdoganamento di una certa destra italiana, viene ora chiamato in causa Piero Gobetti, giovanissimo intellettuale italiano morto nel febbraio del 1926 ad appena venticinque anni, dopo una vita forzatamente segnata da un antifascismo che egli stesso definiva “istintivo”, volendo in questo modo intendere la condizione di impossibilità a svolgere la propria professione in maniera libera, per la continua censura e le pesanti intimidazioni subìte da parte del regime in quegli anni, e culminate nel settembre del 1924 in un agguato che compromise definitivamente le sue già precarie condizioni di salute.
Ad ogni modo, se si vuole prendere per buona la dichiarata rottura con un passato violento e dittatoriale, che l’attuale Ministro degli Esteri cerca di avvalorare con parole e fatti (spesso subendo le critiche della parte più radicale e radicata del suo partito), nel caso di Gobetti, come d’altronde per Gramsci, all’equivoco storico deve essere aggiunta anche la presenza di una confusione di carattere filosofico, riassumibile nell’analisi dei concetti di libertà e nazione.
“La rivoluzione liberale” è stata la rivista più importante tra le molteplici attività politiche e culturali di Gobetti; ma l’accostamento di questi due termini, che allora come oggi viene di norma recepito in maniera ambigua e antitetica, per il giovane Piero significava invece far coincidere due aspetti irrinunciabili di un’etica individuale, e dunque sociale. E le velleitarie sortite del liberalismo selvaggio contemporaneo, che hanno già tentato di appropiarsi di questa figura lavorando sulla identica radice semantica di termini quali libertà, liberale, liberalismo e liberismo, si scontrano con la scelta di Gobetti nel considerare il raggiungimento della libertà una categoria indivisibile da un concreto processo rivoluzionario dell’essere umano, le cui basi ineludibili sono la coerenza morale e l’impegno civile e politico, finalizzato al raggiungimento di una società composta da un insieme di soggetti, il cui compito è quello di svolgere il proprio ruolo senza invadere o calpestare i diritti altrui.
Fa dunque bene Fini a ricordare che in personalità quali Gramsci, Gobetti, Gentile, Marinetti, Soffici, Papini, sia possibile rintracciare un denominatore comune nella loro cosiddetta italianità: quello che non può essere accettato, è il non distinguere tra questi cosa effettivamente significhi per ciascuno di loro essere italiani. Uno come Gobetti, ad esempio, nel 2001 a Genova probabilmente sarebbe stato dalla parte di quelle moltitudini, che ai dittatori post-moderni chiedevano attenzione e rispetto. Di certo, non avrebbe condiviso la visita del Vicepresidente del Consiglio nelle caserme adeguatamente attrezzate alla repressione di popolo.
[Emiliano Sbaraglia]
www.aprileonline.info/
Beslan : si dimette direttrice scuola elementare della strage
di red
Si e' dimessa ieri a Beslan la direttrice della scuola elementare che a settembre fu bersaglio di un attacco di sequestratori armati sfociato in una strage di olre 300 civili, fra cui molti bambini.
Lidia Tselieva ha affermato di non poterne piu' delle accuse di complicita' mossele da una parte dei genitori ancora sotto shock per la perdita dei loro piccoli. "Non e' vero che ho aiutato i terroristi", ha detto in un'intervista.
Le famiglie delle vittime di Beslan avevano deciso giorni fa di esasperare la propria protesta, in atto da giovedi', occupando una delle principali autostrade federali della Russia meridionale, quella tra Rostov e Baku.
Le famiglie avevano inviato alcuni mesi fa alle autorita' una lettera aperta perche' facessero piena luce sulla vicenda e prendessero provvedimenti. In particolare viene chiesta un'indagine internazionale, le dimissioni del presidente dell'Ossezia del nord e la punizione dei colpevoli.
Cinque giorni fa la TV americana CBS ha mostrato drammatiche immagini, finora inedite, che sarebbero state riprese durante l'attacco alla scuola di Beslan dagli stessi sequestratori. Il video e' stato ritrovato qualche giorno dopo tra le macerie della scuola. Vi si vede fra l'altro l'ex presidente dell'Inguscezia Ruslan Aushev che tratta con il capo dei sequestratori, il 'colonnello' Ruslan Kuchbarov.
www.osservatoriosullalegalita.org
Rapporto Eurispes, un'Italietta sempre più povera
di red.
È un'Italia sempre più povera quella fotografata nel rapporto 2005 dell'Eurispes. Un'Italia in cui la classe media è spinta sempre di più verso la povertà, con stipendi il cui potere d'acquisto è calato nel periodo 2001-2004 del 23,9% per gli impiegati e del 20,4% per gli operai, per non parlare degli atipici, che coprono ormai il 16,2% dell'occupazione di tipo subordinato, ma le cui retribuzioni sono da fame. È un'Italia in balia dell'inflazione e della recessione, con sempre maggiore sfiducia nella classe dirigente e pensioni per le nuove generazioni danneggiate dal «mito della flessibilità».
Dolente anche il tema pensioni, soprattutto per le nuove generazioni. L'Eurispes addita il limite più macroscopico del sistema previdenziale nazionale: tante «ingiustizie previdenziali» che sono nutrite dal mito della flessibilità. «Nel dibattito che ha caratterizzato la cosiddetta riforma previdenziale, strenuamente voluta dal Governo, poche voci si sono sollevate per ricordare che il vero punto di crisi del sistema pensionistico non riguarda tanto la sostenibilità dei costi, quanto le prospettive di pensionamento delle attuali giovani generazioni.
Il «mito della flessibilità ha totalmente ignorato le prospettive di pensionamento dei collaboratori. E non solo del pensionamento ma anche di qualsiasi forma di tutela e sostegno», basti pensare all'assenza totale di sostegno al reddito nei periodi di non lavoro; all'assenza di formazione, all'impossibilità di accedere a un prestito o a un mutuo«. E ancora: «sia l'infortunio che la malattia danno luogo alla risoluzione anticipata del contratto». Il tutto mentre, indica ancora Eurispes, «non si parla più di riforma degli ammortizzatori sociali. Appare evidente che per i giovani, la cui pensione sarà calcolata solo con il sistema contributivo, è necessario costruirsi una quota di pensione integrativa che, sommata a quella obbligatoria, assicurerebbe una rendita finale in linea con quella degli altri lavoratori», scrive ancora l'Eurispes che ricorda come, ad oggi, per i lavoratori dipendenti il livello di copertura previdenziale oscilla intorno all'80% dell'ultima retribuzione, mentre le previsioni da qui a venti-trent'anni indicano una riduzione del livello di copertura fino al 50-60%. Questo gap quindi dovrebbe essere colmato dalla previdenza integrativa.
È centrale per il futuro pensionistico di tutti i giovani lavoratori sottoscrivere l'adesione a un fondo pensione. Ma per essi non sembra la priorità principale come dimostra la bassissima adesione ai fondi pensione che per il momento non supera il 3,7% per i fondi aziendali o di categoria (cioè i fondi chiusi) e il 17,5% per i fondi aperti al mercato.
In crisi profonda, secondo l’istituto di statistica, è il turismo italiano. Dal 2000 al 2003 l'Italia ha perso circa 3 milioni di presenze straniere, con un saldo negativo di quasi 4 miliardi di euro annui. Il bilancio del 2004, rileva l'Eurispes nel suo rapporto Italia 2005, sembra ancora più pesante in quanto le presenze straniere nel nostro Paese si sono ridotte del 10%, altri 4 milioni in meno rispetto al 2003. Sul settore, rileva l'Eurispes citando alcuni dei maggiori operatori stranieri che lavorano in Italia, pesano i prezzi esosi degli alberghi; i costi elevatissimi di bar, ristoranti e spiagge. Ad aggravare la situazione il peso dell'Iva, che attualmente penalizza fortemente il nostro Paese, dove al turismo è applicata un'Iva del 10%, contro l'8% della Grecia, il 7% della Spagna, il 5,5% della Francia, il 5% del Portogallo, il 3,5% della Svizzera o il 3% del Lussemburgo.
Per quanto riguarda gli italiani, i primi mesi del 2004 (gennaio-luglio) hanno registrato una flessione dei viaggi all'estero: 23.772.000 viaggiatori contro i 28.913.000 dello stesso periodo del 2003. Il confronto gennaio-luglio 2003/2004 evidenzia una flessione verso tutti i continenti, tranne Africa, Asia e Oceania.
Le reazioni
Molte le reazioni, anch'esse preoccupate. Il rapporto «fotografa un'Italia preoccupata» secondo il segretario generale della Cgil Guglielmo Epifani. La preoccupazione e la sfiducia dei cittadini italiani è legata ai «redditi che diminuiscono». «Si sono allargate le distanze - ha detto - tra chi sta peggio e chi sta meglio, in un paese in cui la coesione sociale si fa più difficile, perché anche le politiche del governo hanno diviso invece che unire». «È tutto il contrario dell'immagine che si tende a dare del nostro paese».
I dati Eurispes, sommati a quelli sull'occupazione nella grande industria, dice il segretario generale della Cisal (Confederazione Italiana Sindacati Autonomi Lavoratori), Francesco Cavallaro, «evidenziano un quadro estremamente preoccupante, non solo sull'andamento della produzione industriale ma su quello, ancora più grave, della caduta di fiducia che comprometterebbe ogni residuo di speranza per una ripresa futura». «Le questioni della competitività, dello sviluppo e del Mezzogiorno sono state prese sottogamba dal Governo che ancora, - continua Cavallaro -dopo l'inconcludente incontro del 13 gennaio scorso, continua a baloccarsi in sterili riflessioni e in faccende elettorali».
L'Intesa sindacati indipendenti si sofferma invece sul problema del precariato e afferma «il clima di insicurezza deve essere rimosso garantendo i lavoratori con adeguati ammortizzatori sociali, i pensionati attraverso meccanismi fiscali di tutela dei loro redditi, i cittadini dal carovita e dalle relative speculazioni».www.unita.it/i
Il "Giorno della Memoria" su "Libero" di Vittorio Feltri
di mazzetta
Nella ricorrenza del Giorno della Memoria, mentre tutti media erano impegnati nel ricordo dell'Olocausto e delle sue vittime, Libero sceglie di andare controcorrente. Il quotidiano di Feltri presenta una prima pagina scandalosa, nella quale non v'è traccia della ricorrenza, né alcun riferimento all'Olocausto. Il giornale preferisce impegnare la prima pagina con un pezzo apologetico sul duce vantandone le prestazioni erotiche e magnificandone la capacità di inseminazione.
Esaltando un machismo che ha dato al paese, mescolata alla discendenza spuria, nientemeno che la contessa Patrizia de Blanck, nota animatrice del peggior trash televisivo recente.
Un palese schierarsi dalla parte del fascismo, una clamorosa manifestazione del peggiore antisemitismo, quello che nega la memoria dell'Olocausto.
Vittorio Feltri deve godere di una particolare licenza, visto che tra ieri ed oggi nessun giornale, nessun commentatore e nessun esponente della comunità ebraica risulta essere insorto. Curiosamente oggi lo stesso giornale attacca l'Iran per aver minimizzato l'Olocausto in diversi articoli sulla stampa iraniana. Ancora più curiosamente la nuova fobia contro l'Iran pare condivisa da quella vasta zona grigia di commentatori che si dividono tra La Stampa, Il Corriere della sera, Il Giornale, fino a Il Riformista.
Il Riformista che è dello stesso editore di Libero, in odore di acquisire anche L'Unità.
Ancora più curiosamente, da questa folta platea, pronta a gridare antisemita a chiunque critichi Israele, non è ancora giunta una sola riga di condanna a Libero. Incredibile poi che la comunità ebraica di solito, e giustamente, molto sensibile sul tema, tardi in questo caso a pronunciarsi, sollevando sospetti di pelosi collateralismi con il centrodestra o di eccessive cautele verso i novelli alleati finiani, appena ieri sorpresi a negare l'Olocausto per bocca di Gramazio.
L'antisemitismo, come tutti i razzismi, è un crimine contro l'umanità; negare il ricordo delle vite e al contempo esaltare il fascismo attraverso l'esaltazione viriloide del duce significa ferire ancora una volta un popolo già sterminato.
Significa aprire di nuovo la soglia dell'orrore e varcarla nell'indifferenza generale.
mazzetta
redazione@reporterassociati.org
Lo Schifometro - 3
BERLUSCONI AD AUSCHWITZ, CON FACILITA'
di Vittorio Catani
Berlusconi ad Auschwitz. Sogno o son desto? “Berlusconi rappresenterà l’Italia ad Auschwitz nel Giorno della Memoria”. Possibile? Berlusconi ad Auschwitz, B. ad A., BadA, bada! Bada, attento lettore, qui dev’esserci uno sporco trucco. Se non peggio. Un brutto sogno, un incubo. Anzi un’infamia. Chissà: domani forse ringrazierà idealmente le truppe sovietiche dell’epoca? Quando la notizia del loro arrivo fece fuggire precipitosamente le SS? Le truppe del vituperato Stalin che il 27 gennaio 1945 aprirono il cancello con l’immortale scritta Arbeit Macht Frei, inorridendo perfino loro, facendo inorridire il mondo intero, e contribuendo con milioni di morti a salvare l’Occidente? Ma Berlusconi ad Auschwitz ci va. Anzi poi dice: “Porterò qui i miei figli”. Commovente. Sulle truppe sovietiche, opportuna cortina di silenzio. Quale figlio vi condurrà, quello che – si è letto – marciava con la bandiera della pace? Auschwitz fa audience, audience mondiale. Perché mai la Storia, già flusso di eventi insensibile, lo è al punto da consentire ad alcuni di infangare con retorica ufficialità perfino Auschwitz con la propria presenza?
Pesa più il “libro nero” del comunismo o il “buco nero” del nazifascismo? Eppure proprio lui, il Berluska, pare avesse avuto in famiglia qualche problema, se il padre – non è chiaro perché – dovette restarsene un bel po’ di tempo in Svizzera. Berlusconi ad Auschwitz. E ad Auschwitz, Berlusconi (udite udite) tuona contro il razzismo! Questa è vera “fantascienza”. Ecco il perché di queste mie parole nel presente contesto: “Carmilla” è anche un sito dedicato all’immaginario, alle letterature fantastiche, alla science fiction. O forse pensavate che Berlusconi ad Auschwitz fosse una vignetta di Vauro, o un cartoon, un videogame, una becera trovata di Emilio Fede, un articolo di Feltri, un insulto di scherno rivoltogli dai Disobbedienti o dai no global, una fatwa scagliatagli da Bin Laden, uno scherzo di cattivo gusto (“B. ad A., ma nei forni!”) di qualche esasperato comunista – senza treppiede – riuscito a sopravvivere ad Auschwitz?
Nulla di tutto questo.
E’ semplicemente la verità: lui (Lui) che non presenzia mai alle commemorazioni antifasciste o antinazifasciste in Italia, lui che è paurosamente ignorante – per esempio – quando gli si parla dei fratelli Rosselli, e in diretta tv promette che andrà a conoscere il loro padre; lui che snobba ogni cerimonia istituzionale della repubblica italiana, lui che si allea con la feccia dei razzisti d’Italia (i leghisti: che ventimila leghe di tutto il mondo sprofondino sotto i mari!), lui che è compagno di merende degli eredi incravattati rampanti e comodamente sdoganati del nazifascismo e delle teorie razziste eversive destabilizzanti e genocide di Giulio (Julius) Evola, lui che è connivente con mafiosi conclamati e condannati come dell’Utri e molti altri, lui che ha trafficato con la P2, lui…
No. Non è possibile. E’ uno scempio, il danno sommato alla beffa, una vergogna, un’onta aggiuntiva, una degradazione, la ferita che non si rimargina, un nuovamente morire torturati, o col Zyklon-B. Non è ammissibile. Troppo facile andare a far predica ad Auschwitz. Troppo facile (come affermare una qualunque cosa per smentirla dopo due minuti: miro al Colle, non miro al Colle. Mirate al collo!) Dirsi antirazzista e baciarsi con Calderoli e Borghezio, andare ad Auschwitz e baciarsi con Fini e La Russa, dire peste e corna dei comunisti che hanno contribuito a elevare civiltà o cultura del nostro Paese e accarezzare il ricordo del “buon Duce”; inveire contro i “rossi” e baciarsi con Putin. Troppo facile. Ma almeno Auschwitz no… per favore. Vi prego: lui (Lui) non è degno di nominare quel luogo con la sua sceneggiata ad audience galattica, non è autorizzato neanche a pensare Auschwitz: perché geneticamente impossibilitato a comprenderla. Troppo comodo. Troppo facile la recita, come troppo facile mandare alla malora dignità, buonsenso, ambiente, legalità, democrazia, solidarietà, stato sociale, pensioni, Italia, memoria, il mondo imperfetto faticosamente costruito in 50 anni, sbandierando di star costruendo la vera democrazia. Troppo facile! E devastante. Forse irrimediabilmente. Molto, molto meglio mandare alla malora lui alle prossime elezioni.
Ma questo, purtroppo, non si preannuncia altrettanto facile /www.carmillaonline.com
Non dobbiamo dimenticare la Birmania
di John Pilger
Mentre il mondo guarda da un'altra parte, il brutale regime birmano continua a opprimere la popolazione. Con il sostegno dell’Unione Europea che incrementa le importazioni e gli investimenti.
L’altro giorno ho provato a chiamarla. Ho ancora un numero che mi aveva dato, che potevo chiamare di tanto in tanto per scambiare due parole. Questa volta è stato inutile provare; dall’altra parte il telefono è stato riattaccato in fretta, un’eco dell’oppressione kafkiana di Aung San Suu Kyi, il cui isolamento, nel decimo anno di detenzione, è ormai completo. L’ultima volta che sono riuscito a parlarci le ho chiesto che cosa stesse succedendo fuori da casa sua. “La strada è bloccata e ci sono soldati dappertutto… per la mia sicurezza, naturalmente!”
Mi ha ringraziato per i libri che le avevo mandato, portati a mano attraverso la rete clandestina che adesso lotta per mantenere i contatti con lei. “E’ stata una gioia poter leggere di nuovo tanto”, mi ha detto. Le avevo spedito una collezione di T.S. Eliot, il suo preferito, e anche il romanzo politico di Jonathan Coe, "What a Carve Up!", la cui sottile ironia deve essere sembrata strana in una Rangoon sotto regime militare. Mi ha detto che le piacevano in particolare le biografie degli altri che come lei hanno sofferto l’isolamento : Mandela, Sakharov. Da allora, le è giunto ben poco, e neppure si sa se abbia ancora la sua vecchia radio Grundig a onde corte. Ora il regime ha rimosso le guardie di sicurezza personali di Suu Kyi dal campo di prigionia in cui vive, vicino Inya Lake. Dopo aver torturato e ucciso i suoi alleati più stretti, il potere deve aver pensato di poter fare la stessa cosa anche a lei, visto il mondo sta guardando da un'altra parte.
“Per i media la Birmania non è molto popolare”, mi ha detto. “Ma ciò che è importante ricordare di una battaglia come la nostra è che continua anche quando i riflettori non sono accesi, e che non si può tornare indietro”. Per una persona così sola queste sono parole benefiche; le raccomando a tutti coloro che si scoraggiano quando la loro partecipazione attiva a una manifestazione non basta a fermare un’invasione.
Fortunatamente Aung San Suu Kyi e il movimento democratico che guida sono sostenuti da una tenace rete di solidarietà che attraversa tutto il mondo. Mi sento in debito con John Jackson e Yvette Mahon della Burma Campaign UK, perché ci ricordano che la Birmania è la prova che il richiamo alla vera democrazia, spesso così umiliato, significa ancora qualcosa. Nell’ultimo numero di Metta, il giornale del movimento, Desmond Tutu ci ricorda che Aung San Suu Kyi e il suo partito, la Lega Nazionale per la Democrazia, hanno ottenuto l’82 percento dei seggi in parlamento nelle elezioni birmane del 1990. Questa vittoria è stata usata dalla giunta militare come pretesto per perseguitare, imprigionare, torturare e uccidere i vincitori, e mettere in schiavitù gran parte della nazione. “Suu Kyi e la popolazione birmana”, scrive Tutu, “non hanno chiesto a una coalizione militare di invadare il loro paese. Hanno semplicemente chiesto che si esercitasse la massima pressione diplomatica ed economica contro i brutali dittatori della Birmania”.
Come è stato dimostrato dalla forte risposta dell’opinione pubblica allo tsunami e all’invasione dell’Iraq, sta crescendo sempre più in fretta il divario tra società civile e autorità al potere, che afferma di agire moralmente proprio in nome dei cittadini. Il caso della Birmania è un esempio.
Prendiamo la vergognosa politica dell’Unione Europea. Tenendo chiaramente d’occhio il vasto mercato asiatico, l’UE, promotrice dei “diritti umani” solo quando può tornarle utile, ha cercato spudoratamente di blandire la giunta militare birmana. Consideriamo cosa succede in Birmania oggi. Lo stupro è usato dallo stato come un’arma contro donne e bambini appartenenti a gruppi etnici minoritari. Il lavoro forzato, definito dall’Organizzazione Internazionale del Lavoro delle Nazioni Unite come un “crimine contro l’umanità”, è diffusissimo. La giunta militare tiene prigionieri più di 1350 detenuti politici, molti dei quali sono abitualmente torturati, mentre quasi un milione di persone è stato espulso dalla propria terra. Metà del budget nazionale è speso a favore di un esercito brutale e vanaglorioso, il cui unico nemico è la propria gente, mentre non si investe quasi nulla in spese sanitarie: un bambino birmano su dieci muore nei primi anni di vita. Intanto il vero leader, eletto dalla stragrande maggioranza della popolazione, è in carcere e si alza ogni giorno alle quattro per meditare su questa epica ingiustizia.
Nel frattempo, l’Unione Europea sostiene il regime incrementando le importazioni, stimate intorno ai 4 miliardi di dollari tra il 1998 e il 2002. Lo scorso ottobre si è svolto a Hanoi il quinto summit dei trentanove stati dell’Asia-Europe Meeting (Asem), e alcuni rappresentanti della giunta militare vi hanno preso parte per la prima volta. Invece di annunciare un boicottaggio, gli europei si sono presentati e non hanno sollevato la questione; anzi, il presidente francese Jacques Chirac ha detto che sperava di poter evitare l’applicazione di sanzioni più pesanti, perché sarebbero andate “a scapito della popolazione più povera”.
Per “popolazione più povera” si intenda la Total Oil Company, parte della quale è in mano al governo francese, il più grande investitore straniero in Birmania, dove le infrastrutture stradali e ferroviarie delle compagnie petrolifere sono state a lungo oggetto di accuse di presunto lavoro forzato. Gli euro della Total permettono alla giunta militare di alimentare lo stato di terrore. “Nessuno dei funzionari dell’UE che ho incontrato finora”, dice John Jackson, “nega che ci sia un legame tra investimenti stranieri e spese militari in Birmania. Nella settimana in cui il regime ha ricevuto il primo pagamento dalla Total Oil per la costruzione di un gasdotto verso la Thailandia, ha versato un acconto di 130 milioni di dollari per l’acquisto di dieci caccia a reazione MiG-29”.
Jackson punta il dito sulla farsa delle attuali sanzioni dell’UE. Dopo che, nel 2003, ben cento sostenitori di Suu Kyi sono stati pubblicamente picchiati a morte dai soldati, l’Unione Europea ha semplicemente negato i visti agli esponenti della giunta militare e la Germania ha congelato addirittura 86 euro di beni birmani nel suo paese.
Dall'altra parte, la campagna promossa a livello internazionale con un’azione diretta ha fatto registrare enormi smobilitazioni economiche, come nel caso di Premier Oil, Heineken, PepsiCo, British Home Stores. L’attuale “lista nera” degli investitori include le compagnie petrolifere Total e Unocal, la Rolls-Royce, la Lloyd’s di Londra e le cosiddette compagnie di viaggi di prestigio come Bales, Road to Mandalay e Orient Express. La guida bestseller della Lonely Planet è una delle presenze fisse nella lista: la celebre casa editrice si è resa ridicola da tempo affermando, con leparole di uno dei suoi autori, che la Birmania oggi sta “molto meglio” e che, nonostante la giunta militare sia “abominevole”, “la prigionia politica, la tortura” e “il servizio civile non volontario allo stato” non sono una novità e “esistono da secoli”.
Provate a dirlo alla gente di Pagan, la vecchia capitale, che aveva una popolazione di 4000 abitanti. Dopo un preavviso di sfratto di poche settimane, hanno visto abbattere le loro case e sono stati costretti a marciare sotto la minaccia delle armi fino a un campo di sterpaglie senz’acqua, che d’estate è un deserto di polvere, mentre d’inverno è pieno di fango. Questa espropriazione è stata compiuta per fare spazio ai turisti stranieri. “I visitatori e gli investitori saranno i benvenuti”, dice Aung San Suu Kyi, “quando saremo liberi”. E’ stato ampiamente documentato che il turismo straniero ha portato beneficio soltanto al regime, non alla popolazione birmana, e che le infrastrutture turistiche sono state costruite in gran parte grazie al “servizio civile non volontario”, uno stupido eufemismo per indicare il lavoro forzato o la schiavitù vera e propria.
Nove anni fa mentre facevo delle riprese clandestine in Birmania, mi sono imbattuto in quello che avrebbe potuto essere uno scenario da Inghilterra dickensiana. Vicino alla città di Tavoy, nel sud, alcune squadre di operai stavano costruendo un viadotto ferroviario, guardati a vista dai soldati. Erano lavoratori ridotti in schiavitù, molti dei quali erano bambini. Ho osservato una ragazzina con un lungo vestito blu, che si sforzava di maneggiare una zappa più alta di lei, e cadeva, esausta e dolorante, tenendosi la spalla. “Quanti anni hai?” le ho chiesto. “Undici”.
Così come non dobbiamo dimenticare la gente di Fallujah, Najaf, Baghdad, Ramallah, Gaza, non dovremmo dimenticare questa ragazzina, la sua gente e il loro leader, che reclamano i diritti più basilari e che meritano il nostro sostegno.
Traduzione di Federica Alessandri per Nuovi Mondi Media
Fonte: http://pilger.carlton.com/print
Zanicchiati & delusi
Massimo Marnetto
Il ritorno degli astensionisti nel Polo: questo è il dato più significativo che – per me - è emerso dalla vittoria nelle suppletive del centrosinistra. Saranno sempre di più, infatti, i cittadini di centrodestra che diserteranno le urne, delusi da questo governo, ma giammai disposti a votare a sinistra. Uomini e donne “zanicchiati” - convinti a suo tempo da Iva Zanicchi a provare il Berlusca – stanno tornando da dove son venuti: i loro affari, le loro cose e la poltrona davanti alla tv…www.ulivoselvatico.org/
gennaio 28 2005
Giustizia se la riforma non convince il Quirinale
MASSIMO GIANNINI
la Repubblica - 28 gennaio 2005
«La ricreazione è finita», ha detto Silvio Berlusconi due giorni fa. Parlava di giustizia. Era infuriato con la gup di Milano, Clementina Forleo, per l´assoluzione dei tre islamici. Ma usare quella sentenza in modo strumentale gli torna utile. E infatti l´ira del premier ha prodotto un primo, tangibile risultato. La riforma dell´ordinamento giudiziario, all´esame del Senato dopo la bocciatura del presidente della Repubblica, sarà rivista dal Parlamento solo sui quattro punti indicati nel messaggio di rinvio. Così ha deciso l´aula di Palazzo Madama, in ossequio ai dettami del premier. Perché, appunto, «la ricreazione è finita», come ha detto il Cavaliere. Il ministro Castelli ha detto di peggio. In un´intervista a Libero, è tornato a esternare contro il Colle: «Basta con il fuoco di sbarramento» eretto dalle istituzioni, i giudici godono di «sponde» ad alto livello perché «un po´ tutti temono la magistratura». Parole oblique, come sempre. Ma pesanti, più di sempre.
Carlo Azeglio Ciampi, dopo la bocciatura della legge Castelli per «manifesta incostituzionalità», non ha più parlato di giustizia. Nel discorso di auguri di fine anno alle alte cariche dello Stato, il 21 dicembre, ha dedicato al tema un cenno breve, ma comunque molto significativo: «Ho chiesto alle Camere una nuova deliberazione, con riferimento ad alcuni importanti profili di costituzionalità...». Il presidente sta aspettando questa «nuova deliberazione». E come sempre, mentre le Camere deliberano, lui tace. Ma intanto il capo dello Stato osserva e riflette.
Giustizia, i dubbi del Quirinale
Quello che vede non lo tranquillizza affatto. Il blitz del governo su Vigna, prorogato a colpi di «decreti ad personam» alla Procura antimafia, gli ha reso evidenti le intenzioni invasive e punitive della Casa delle Libertà in campo giudiziario. Già la lettura «minimalista» del messaggio con il quale aveva rinviato il testo alle Camere, adottata dal Guardasigilli e dagli esperti di giustizia del Polo, non lo aveva rassicurato. Quella lettura «minimalista» precipita adesso in una scelta politica molto precisa: il Parlamento esaminerà solo i quattro rilievi citati dal Colle, ma non potrà riesaminare il provvedimento nel suo complesso. È un approccio che preoccupa. Una riforma «sistemica», come lo stesso Ciampi ha definito quella della giustizia, non è un «meccanismo elementare», dal quale è possibile rimuovere qualche sassolino che blocca l´ingranaggio, per poi rimetterlo tranquillamente in moto. Una riforma sistemica è invece un «organismo complesso», dal quale non si può disinvoltamente amputare una parte, senza pregiudicare la funzionalità del tutto. Qualunque correzione, ad esempio alla norma sulle prerogative del Csm, non sarà neutrale. Avrà riflessi sul resto della riforma. Avrà riflessi sulla seconda parte della Costituzione, perché dall´autogoverno della magistratura dipende il bilanciamento dei poteri. Avrà riflessi sulla prima parte della Costituzione, perché dall´esercizio indipendente della giurisdizione deriva la tutela dei diritti fondamentali dei cittadini e il rispetto del principio di uguaglianza. La «chiusura pregiudiziale» ad un riesame generale della riforma, imposta dalla maggioranza al Senato, oltre che una «palese scorrettezza» rispetto alle indicazioni contenute nel messaggio alle Camere, è già di per sé un «pessimo segnale» per il Colle. Vuol dire che il centrodestra, obbedendo al diktat del premier, si accinge a modifiche marginali, se non addirittura di facciata, a un provvedimento-chiave per i futuri equilibri istituzionali del Paese.
Per questo al Quirinale si riflette. Che cosa può fare Ciampi, se davvero il centrodestra riapproverà la riforma senza correzioni sostanziali che ne rimettano in discussione tutto l´impianto, ma con pochi ritocchi formali che lasciano inalterato lo squilibrio dei poteri a vantaggio del politico e a danno del giudiziario? È una questione delicatissima. In teoria non si presterebbe ad equivoci. L´articolo 74 della Costituzione è chiarissimo: il presidente della Repubblica può rifiutarsi di promulgare una legge e chiedere una nuova deliberazione, ma «se le Camere approvano nuovamente la legge, questa deve essere promulgata». In pratica, viste le premesse con cui il Polo si accinge alla nuova deliberazione, il Quirinale potrebbe anche adottare, a sua volta, una scelta clamorosa.
Le ipotesi prese in considerazione, per ora in via del tutto accademica, sono due. La prima è quella più dirompente sul piano istituzionale. Il Polo riapprova la stessa riforma, modificata solo in parte e in modo solo formale. Il presidente ne constata la persistente, «palese incostituzionalità», e si rifiuta nuovamente di promulgarla. In dottrina, da Paolo Barile fino ad arrivare a Antonio Baldassarre (che l´ha indicata nei giorni scorsi in un´intervista al Sole 24 Ore) questa possibilità non è affatto esclusa. Si configura come «rifiuto assoluto di promulgare», che il presidente della Repubblica può opporre per non incorrere nel reato di «attentato alla Costituzione». L´ha spiegato qualche giorno fa Leopoldo Elia, presidente emerito della Consulta, ai magistrati dell´Anm. Se il Polo tirasse la corda fino alle estreme conseguenze, il capo dello Stato si troverebbe di fronte a un «conflitto di doveri». Da una parte il dovere di promulgare, sancito dall´articolo 74. Ma dall´altra parte il dovere di difendere i «principi supremi» della Costituzione, sancito dall´articolo 87. Questo conflitto, eccezionale e mai verificatosi nella storia repubblicana, può risolversi in due modi: «O con il nuovo rifiuto di promulgazione della legge ? aggiunge Elia ? o sollevando conflitto di attribuzione di fronte alla Consulta nei confronti del Parlamento».
La gravità di questo scenario è evidente. Ma il fatto stesso che se ne discuta, e che nella cerchia dei consiglieri del Colle l´ipotesi del «conflitto di doveri» venga considerata «elegante sul piano dottrinario», basta già a dimostrare quali torsioni giuridiche e quanti strappi istituzionali il berlusconismo abbia già prodotto nel sistema. È un´ipotesi di scuola. È un´ipotesi estrema. Ma come ripetono diversi costituzionalisti ascoltati al Quirinale, da Gaetano Silvestri a Andrea Manzella, viviamo una fase politica talmente convulsa e conflittuale, che le ipotesi di scuola rischiano di diventare reali, e quelle estreme rischiano di diventare normali. Ma è uno scenario che nessuno si augura. Ciampi per primo. Per questo, se davvero il Polo optasse per una riconferma della legge Castelli senza apprezzabili modifiche, si considera anche una seconda ipotesi, indicata tra gli altri da Massimo Luciani. Meno traumatica sul piano istituzionale, ma altrettanto devastante sul piano politico. Il presidente potrebbe firmare il nuovo testo, come gli impone la Costituzione, ma potrebbe inviare alle Camere un nuovo messaggio sulla giustizia. Segnalando le non sanate antinomie della riforma. Mettendo in mora le forze politiche che l´hanno imposta alle Camere. Rinviando di fatto la palla a un successivo esame di legittimità costituzionale della Consulta. Sarebbe uno scenario comunque grave. Sancirebbe il definitivo corto-circuito istituzionale tra Quirinale, Palazzo Chigi e Parlamento. Ma purtroppo, in questo momento così teso e difficile, nulla si può escludere a priori.
Berlusconi e la sua maggioranza, a partire proprio dai temi della giustizia, sembrano perseguire una strategia che, passo dopo passo, diventa sempre più esplicita. Sembrano disposti ad andare a un «redde rationem» con il Colle, che serva e ridisegnare, nei fatti, l´assetto dei poteri repubblicani. Il Cavaliere, più o meno consapevolmente, si muove in una logica che vede un «partito degli eletti» contrapposto a un «partito delle istituzioni». Da una parte c´è l´asse governo-Parlamento. Dall´altra parte c´è l´asse Quirinale-Corte Costituzionale. Di qua i partiti, rappresentativi della volontà del popolo. Di là gli organi di garanzia, non eletti e del tutto autoreferenziali. I destini del «modello italiano», in attesa di una riforma costituzionale condivisa che non arriverà mai, dipendono tutti dall´esito di questa contesa. Dalla riscrittura dell´ordinamento giudiziario (legge Castelli) alla questione dei poteri di grazia (caso Sofri) Berlusconi e la sua maggioranza forzano il sistema fino al punto di rottura. Ma non si assumono fino in fondo la responsabilità di rompere. La rimettono nelle mani del capo dello Stato. Per questo Ciampi, che proprio due giorni fa ha ricevuto sul Colle il presidente della Consulta Valerio Onida, si muove con cautela politica e prudenza istituzionale. Ma capisce anche che il finale di questa partita dipenderà molto dalla sua capacità di tenuta. Capisce anche che, di qui alla fine del suo settennato, gli resta poco più di un anno (al netto del semestre bianco, che di fatto assegna al presidente della Repubblica un ruolo poco più che notarile). Sarà un anno lungo e tormentato. Ma Ciampi l´ha ripetuto più d´una volta: «Non faccio sconti. A nessuno».
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Ds Milano - Rassegna stampa
RIFORMISTI TERZISTI OPPORTUNISTI
GIULIO ANSELMI
la Repubblica - 28 gennaio 2005
Il «presidente di tutti» è stato ricollocato nei vecchi limiti di capo del centrodestra lombardo: realisticamente ne ha preso atto, rilanciando verso un indeterminato futuro il suo progetto di sganciamento dal Polo. Ma i «riformisti» non ci stanno: i vari Tognoli, De Maio, Bassetti, che avrebbero dovuto rappresentare la ricopertura a sinistra del governatore e la dimostrazione dell´allargamento del suo spazio politico, non riescono a rassegnarsi a uno scenario che cancella il loro ruolo e si arrampicano pateticamente sui vetri per spiegare ciò che non è sostenibile.
Sono di sinistra, ma voto Formigoni che è di centrodestra, dice per esempio l´ex sindaco Tognoli, divenuto presidente del Policlinico in concomitanza con la nuova professione di fede. Potremmo parlare di opportunismo, ma abbandoniamo l´inelegante sospetto per immaginare che la caduta dell´illusione sia tanto dolorosa da fare perdere contemporaneamente senso politico e percezione della realtà ad anziani signori che credevano di aver trovato, dopo anni di panchina, un ruolo coerente col proprio passato.
Tutto si ridurrebbe a poche vicende personali, con qualche eco in circoli e associazioni, se la vicenda non si reggesse su un equivoco di fondo: che gli abbacinati da Formigoni siano i rappresentanti doc del riformismo lombardo. Chi ha dato loro investitura e rappresentanza politica? «Diciamola tutta», è stata la battuta dell´imprenditore Franco Morganti, uno dei coordinatori di Milano 06, circolo terzista, criticando per la il contradditoria posizione assunta il presidente De Maio, «di riformisti a Milano è un pezzo che non ne vedo, grosso modo dai tempi di Turati».
RIFORMISTI TERZISTI OPPORTUNISTI
«Riformista» è la parola più usata nella politica italiana. Ma anche la più inflazionata e, spesso, la più vuota di contenuti. Come il liberalismo si è ridotto nel lessico corrente a sinonimo di democrazia, così al riformismo fanno riferimento indebito perfino intellettuali della destra conservatrice.
Stando alle nostre cronache politiche, possiamo allineare tre ipotesi di riformismo. La prima, molto larga, abbraccia l´intera sinistra (c´è qualcuno, anche tra i cosiddetti massimalisti, che si batte per la conquista rapida e violenta del potere?). La seconda, quella politicamente e mediaticamente più accreditata, riguarda i riformisti in senso stretto.
Rivendica un percorso di innovazione e modernizzazione fatto di gradualità, buonsenso, concretezza, ma ha finito col definirsi per sottrazione e per contrapposizione, con grandi dibattiti sulla leadership e sui destinatari del messaggio, senza riuscire sempre a fare emergere i valori su cui puntare e il progetto da offrire. Questi riformisti si interrogano spesso sulla loro incapacità di scaldare i cuori. La risposta affonda nella debolezza della loro identità e del loro programma: appaiono dei frenatori, incarnano l´espressione intelligente e flebile di una politica stanca in un paese stanco. A Roma come a Milano.
E poi ci sono i sedicenti riformisti alla milanese, autoinvestitisi della grande tradizione laica e socialista che affonda nei due secoli passati, in forza della quale dovevano consentire a Formigoni di uscire dai confini del centrodestra, superando gli angusti limiti del bipolarismo. Poco importa che Forza Italia ed An riducessero questo disegno a una pura copertura delle ambizioni personali del governatore verso il proscenio nazionale. Il disegno schiacciato dal pragmatismo e dal sospetto berlusconiano era comunque attraente, nel quadro di una partita-Milano tutta da giocare: segno di un´attenzione alla società civile non schierata che il centrosinistra dovrebbe saper mostrare di avere. Ma, almeno per ora, è finito. E dimostra che in Lombardia il terzismo può essere, come l´ha definito il presidente della Provincia milanese Penati, «una categoria dello spirito», ma non una posizione politica.
Potremmo trarre dalla vicenda qualche conclusione sul radicamento del bipolarismo. Ma crediamo che sarebbe troppo. Neppure vogliamo moraleggiare.
Solo, Tognoli & C. rinuncino alla solfa del riformismo. La loro posizione ha ben più profonde radici nella storia nazionale, scavalca il vecchio trasformismo, adatta ai nostri tempi difficili il magnificato terzismo. Loro non stanno «né di qua né di là», in opportunistica attesa di tempi migliori. Sanno fare di meglio: stanno di qua e di là. Ovunque sia il potere.
GIULIO ANSELMI
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Ds Milano - Rassegna stampa
Berlusconi potrebbe far scendere in campo Bud Spencer
REDAZIONE
Il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi ha deciso di fare scendere in campo anche il celebre attore italiano Carlo Pedersoli, meglio conosciuto al pubblico come Bud Spencer, il suo nome d'arte.
Lo annuncia il quotidiano spagnolo El Mundo, secondo il quale "Berlusconi lo vuole reclutare come candidato del suo partito alle elezioni regionali di aprile".
O forse per le Politiche del 2006. In ogni caso, scrive il giornale iberico, "non sorprende che Silvio Berlusconi lo voglia candidare".
"Parla sei lingue, è laureato in legge, è stato campione di nuoto e la sua faccia tonda e barbuta è famosissima in tutta Italia. Oltre ad essere un bell'uomo, è anche simpatico - si legge ancora nell'articolo - dopotutto, se Arnold Schwarzenegger è diventato governatore della California, perché Bud Spencer non può diventare deputato di Forza Italia?
La notizia, non ancora confermata, non sarebbe comunque una novità così eclatante. Il movimento azzurro, negli ultimi anni, ha già arruolato diversi volti noti del mondo dello spettacolo. Impossibile non citare Iva Zanicchi, Gabriella Carlucci e, soprattutto, Elisabetta Gardini, promossa addirittura a portavoce di Forza Italia.
Le indiscrezioni de El Mundo troverebbero conferma nelle voci secondo le quali Bud Spencer è stato ospite del Cavaliere a Palazzo Chigi la scorsa settimana.www.centomovimenti.com
Esposto di Chiesa contro Vespa per mancato rispetto della carta dei doveri
ROMA, - AgenParl - Giulietto Chiesa ha presentato un esposto al presidente dell'Ordine dei Giornalisti del Lazio, a seguito del "richiamo" rivolto al collega Vauro, dietro richiesta intimidatoria di Masotti, per una serie di vignette apparse sul Manifesto. "Poiché sono interessato a sapere se e fino a che punto si possano usare due pesi e due misure vi invito formalmente a convocare il sig. Bruno Vespa per palese mancanza di rispetto della Carta dei Doveri" si legge nell'esposto.
"Come giornalista professionista mi sento offeso dal suo operato che lede gravemente i valori deontologici della professione. La sua trasmissione si autoqualifica come programma di informazione. Se si trattasse di intrattenimento la faccenda sarebbe diversa" ha spiegato Chiesa, ricordando che "la Carta dei Doveri dice che il giornalista deve rispettare, coltivare e difendere il diritto all'informazione di tutti i cittadini nel rispetto della verità e con la maggiore accuratezza possibile. Inoltre, la responsabilità del giornalista verso i cittadini prevale sempre nei confronti di qualsiasi altra, il giornalista non può mai subordinarla ad interessi di altri e particolarmente a quelli dell'editore, del governo o di altri organismi dello Stato.
Infine, il giornalista non deve omettere fatti o dettagli essenziali alla completa ricostruzione dell'avvenimento. I titoli, i sommari, le fotografie e le didascalie non devono mai travisare né forzare il contenuto degli articoli o delle notizie". "Nessuno dubita - conclude Chiesa nell'esposto - che gli ospiti invitati in studio, per esempio, e il modo con cui sono addobbati costituiscano elementi paratestuali molto più efficaci dei titoli, dei sommari, e delle fotografie. Una scelta astuta dei personaggi e un loro uso spregiudicato può appunto sminuire, banalizzare, offuscare, alleggerire, deformare qualsiasi notizia o fatto".
Fonte: http://www.agenparl.com/news.asp?id=7932
Primarie in Puglia: La concretezza dei simboli e l’innovazione generazionale
Stefano Cristante, ore 10:00 am
Osservatorio
Nichi Vendola ha vinto le primarie del centro sinistra in Puglia. Come candidato partiva da una base di appoggio partitica di poco superiore al 10%. Quindi il restante 35-40% va a suo merito (di estroso combattente) e al merito di coloro che hanno garantito con entusiasmo una campagna elettorale austera ma furibonda per concentrazione di impegni e iniziative e velocissima.
Vendola, che gode di una identificabilità mediatica costruita negli anni – che ha prodotto una credibilità diffusa, e anche un riconosciuto rispetto da parte degli avversari politici – ha trasformato l’immagine mediatica in apparizioni capillari, garantendo attraverso la sua presenza nei centri anche piccoli e piccolissimi della Puglia una movimentazione e un interesse.
Inoltre il suo dichiarato riferimento alla passione per l’utopia ha prodotto attrazione, e non immediata saturazione, perché su grandi questioni strategiche (ambiente, pace, emigrazione, periferie) Vendola è stato a volte controcorrente, ma sempre diretto e concreto. Ha insomma lavorato - dal punto di vista comunicativo – sull’immediatezza comunicativa di un cambiamento possibile. Ed era lì lui stesso a rappresentare il simbolo di un cambiamento a portata di mano, che annuncerebbe gli altri, fino alla sconfitta di Fitto su basi non centriste. Inoltre Vendola non doveva necessariamente vincere, gli era sufficiente un buon risultato per confermare una tendenza “radicale” in crescita.
Il concorrente Boccia, invece, è sembrato affidare la gestione dell’identità elettorale più ai partiti sostenitori che ai sostenitori tout-court. Infatti non appena è partita la campagna di Vendola si è anche materializzato il suo popolo, il suo nucleo forte: giovani attivi nelle università e nei luoghi sociali, operatori delle periferie, cattolici impegnati, quadri sindacali, un gruppo inaspettatamente ampio di docenti delle scuole e delle università, ambientalisti.
Il popolo di Boccia, al contrario, non è mai sembrato evidenziarsi con nettezza, salvo per il nucleo di funzionari e responsabili politici che hanno sostenuto il candidato attraverso le strutture partitiche o vicine ai partiti. Questo andamento non ha consentito di far emergere temi qualificanti e tali da imporsi nell’agenda comunicativa e politica, fenomeno che è fondamentale per riuscire a rappresentare compiutamente un percorso di leadership, comunicativa e politica.
E’ rimasta, a chiosa di molta cronaca della campagna elettorale, la registrazione della buona fama professionale di cui gode Boccia, nonostante la giovane età. Tuttavia questo elemento della giovinezza è stato anch’esso non evidenziato quasi a voler cucire sulla personalità dell’economista (che, visti i risultati conseguiti in così poco tempo, tanto “conforme” non deve essere) un’aura di assoluta normalità, scambiata per una forma di “rassicurazione comunicativa”.
Resta da registrare un particolare valore comunicativo (per il popolo del centro-sinistra) della reazione solidale dei due candidati una volta saputi i risultati: l’abbraccio commosso tra Vendola e Boccia è sembrato la rappresentazione di un sentimento (la ricerca dell’unità) che sfugge a livello anche simbolico dalle pratiche abituali del loro schieramento. Quell’abbraccio può essere considerato quasi una rivincita generazionale. www.politicaonline.it/
Diffondere la democrazia costa»
Bush rincuora gli americani dopo la pesantissima giornata irachena
FRANCO PANTARELLI
NEW YORK
Nel giorno peggiore per le truppe americane da quando l'invasione dell'Iraq è cominciata, George Bush ha ritenuto bene di convocare una conferenza stampa, forse - hanno subito pensato tutti - confidando nel fatto che le sue stesse parole siano capaci di «galvanizzare» l'opinione pubblica anche di fronte a notizie gravi. E le sue parole sono state: «La notizia di oggi suonerà molto scoraggiante al popolo americano e lo capisco. Noi diamo valore alla vita e piangiamo quando i soldati perdono la loro vita. Ma ciò che è vitale è l'obiettivo a lungo termine, che è quello di diffondere la democrazia. L'alternativa è che il Medio oriente continui a essere un calderone di odio e risentimento, e un terreno di reclutamento per chi ha una visione del mondo esattamente opposta alla nostra». I commentatori si sono subito lanciati su quel «lungo termine», per dire che forse la fretta con cui la conferenza stampa era stata convocata non era dovuta alla necessità di commemorare i soldati morti in Iraq (ai quali in effetti Bush si è riferito in modo abbastanza sbrigativo) ma per fare una sorta di «aggiustamento» di quanto detto nel discorso inaugurale sulla lotta contro «il regno dell'odio». E infatti in altri momenti della sua conferenza stampa Bush ha trovato il modo di precisare che la crociata da lui lanciata sulla scalinata del Capitol dopo aver giurato per il suo secondo mandato presidenziale «non è un progetto istantaneo» ma una cosa destinata a realizzarsi «nel corso delle generazioni». Del resto, proprio pochi minuti dopo la fine del suo discorso, è venuta la ratifica del Senato alla nomina di Condoleezza Rice come segretario di Stato (con un numero record di voti contro), e in fondo lei era stata quella che giorni fa aveva aperto la sua deposizione di fronte ai senatori con un «Ora è il tempo della diplomazia».
Ma ci sono state probabilmente altre ragioni per indurre gli uomini di Bush a spingerlo a fare una delle sue odiatissime conferenze stampa, la prima delle quali è il fatto che nei giorni scorsi ci sono stati segni piuttosto precisi di uno scontro con coloro che tanto hanno fatto per la sua rielezione, e cioè i «religiosi». I quali adesso sono delusi dal fatto che il problema del matrimonio gay (sul quale Bush aveva promesso un emendamento alla Costituzione e lo aveva fatto mettere nero su bianco nella piattaforma ufficiale della convention repubblicana) sia praticamente scomparso dalle sue «priorità». Tanto che l'altro giorno si è saputo di una lettera recapitata a Carl Rove, l'uomo dietro a tutto ciò che Bush dice e fa, in cui i firmatari (tutti i principali «ayatollah» dei famosi «Stati rossi») avvertono che se la Casa Bianca non andrà avanti con l'emendamento costituzionale per proibire esplicitamente il matrimonio gay potrà scordarsi il loro appoggio nella battaglia su cui ora punta di più: la privatizzazione delle pensioni.
Bush ha parlato naturalmente dell'Iraq, ha detto di essere «ottimista» sul futuro perché «il fatto stesso che domenica si voti costituisce un successo», ha elogiato gli iracheni che «nonostante la violenza vogliono andare a votare», li ha esortati a «sfidare i terroristi» recandosi alle urne» e ha anche messo le mani avanti riconoscendo che la partecipazione potrebbe non essere molto alta, anche se si è rifiutato di dire quale percentuale lo lascerebbe soddisfatto. Ma la cosa cui ha dedicato più spazio è stata decisamente la privatizzazione delle pensioni. In termini che qualcuno ha già paragonato a quelli usati per promuovere l'invasione dell'Iraq, vale a dire agitando lo spettro della «bancarotta» come è stato agitato lo spettro delle armi di distruzione di massa che non c'erano (neanche la bancarotta c'è, il problema è che gli Usa rischiano di non poter più pagare il 100% delle pensioni a partire dal 2050 o giù di lì, per cui c'è tutto il tempo di intervenire), e ha anche trovato il modo di dire che intende portare la battaglia «in entrambi i partiti» e «soprattutto nel Paese». Insomma il suo progetto è quello di andare in giro a «vendere» la privatizzazione delle pensioni come se la bancarotta fosse dietro l'angolo, il che è sembrata una sorta di «accettazione della sfida» lanciatagli dai religiosi. www.ilmanifesto.it
Il vento di Lula
Gianni Minà interviene su Lula: "E'la vera svolta"
Cominciamo dalle perplessità sull’operato di Lula, che hanno manifestato anche sociologi ideologicamente vicini al presidente come Emir Sader. Cosa ne pensa?
Sader è un tipo molto duro, un trotzskista, comunista vecchia maniera, che non approva le mezze misure. Vorrebbe fare la rivoluzione. Ma se governi un Paese grande come un continente, con quasi 200 milioni di persone, dove la prima cosa da fare è dare loro da mangiare, la seconda è curarli e la terza è dare loro una casa che non sia di fango, è chiaro che sei costretto ad andar piano. Il Fondo Monetario Internazionale è un ente criminale che può ammazzare chiunque, anche un Paese come il Brasile.
Un ente criminale?
Certo. Ormai lo dico a tutte le conferenze. Il Fmi è un ente criminale. Le sue famose ‘ricette economiche’ possono distruggere milioni di persone. La gente si può ammazzare con i cannoni, ma anche con le banche. Sfido a smentirmi.
Quindi non condivide l’analisi di Sader?
Non condivido l’idea così radicale di Emir Sader, anche se capisco la sua ansia. Ma il solo fatto che adesso in Brasile ci sia una democrazia compiuta, in cui sta tramontando l’impunità, in cui vengono perseguiti i guardiaspalle dei ‘terratenientes’ che fino a due anni fa ammazzavano senza conseguenze i ‘Sem Terra’, è una grande svolta. Prima di Lula la polizia privata ammazzava i sindacalisti ‘siringueros’ - i raccoglitori di caucciù - come Chico Mendes, adesso non è più così. L’impunità è finita! Eccolo il risultato più immediato dell’elezione del presidente operaio. E ricordiamo che certe conquiste sono faticose. Certo sono passati due anni e ancora non ha fatto la Rifoma agraria! Ma la farà, non si può dubitarne. La farà, perché è la promessa più solenne mai fatta durante la sua rincorsa alla presidenza. E’ che in un Brasile in cui ancora ci sono zone rimaste al medioevo, in cui ci sono signorotti feudali, fare una riforma agraria come si deve è una questione complessa. Non dimentichiamoci che in Europa la riforma agraria risale a fine ‘800, vale a dire oltre tre secoli dopo la fine del medioevo. E’ dunque un problema non indifferente e ci vuole tempo per risolverlo concretamente.
E tutto lo scetticismo di certa parte della sinistra europea da dove viene, allora?
C’è da dire una cosa, di cui mi prendo tutta la responsabilità: quella certa parte di sinistra che si definisce “riformista” - un vocabolo che non so cosa voglia dire nel concreto - non ha mai sopportato la sinistra latinoamericana. Quella latinoamericana è troppo più fattiva. È passata da così tante esperienze: dalla lotta armata alle repressioni più feroci del XX secolo - persino più feroci dello stalinismo, oserei dire - e non accetta le esitazioni di quella che chiamiamo sinistra in Europa. Questa sinistra ha accolto con un certo sarcasmo perfino il fatto che fosse stato eletto presidente del Brasile un operaio. Puntava, infatti, su Serra, ministro della salute nel precedente governo di Henrique Cardoso, non su Lula. E perché questo favore verso Cardoso? Perché da giovane era stato un sociologo marxista. Nulla importava che poi avesse accettato di sedersi al timone di un governo di centro-destra, colluso con i “terratenientes” che uccidevano i “Senza Terra”.
Questa è la stessa sinistra che ha dovuto accettare la vittoria di Lula col sorriso, ma che non l’ha mai amato. È salita sul carro del vincitore all’ultimo, scegliendolo quale unico uomo di sinistra latinoamericano da digerire. Tutte le altre esperienze in piena evoluzione, infatti, che stanno sconvolgendo i piani degli Usa, non sono assolutamente ben viste dalla sinistra europea. Vedi tre esempi eclatanti: il Venezuela di Chavez, messo a dura prova dai referendum di popolarità architettati dall’opposizione e sempre vinti in scioltezza. L’Uruguay, dove ha appena vinto Tabaré Vazquez, assicurando al Paese un governo di sinistra del tutto avverso alle mire Usa. E infine, le rivolte popolari in Bolivia capeggiate dai leader indigeni per impedire la svendita delle risorse naturali, come il gas, alle multinazionali statunitensi.
Ecco, verso tutto questo c’è l’incomprensione più assoluta. Non capiscono cosa stia succedendo in America Latina. Ecco dove colloco l’atteggiamento ironico nei confronti di Lula.
Perché non viene capita l’importanza per il Brasile di avere Lula al timone?
Lula rappresenta una svolta clamorosa. Il Brasile è un Paese che ha visto una dittatura, tanti governi corrotti. È un Paese che ha visto finti presidenti di sinistra come Cardoso.
Il presidente operaio è il cambiamento radicale. Certo, forse in politica economica Lula sta proseguendo la stessa strada del suo predecessore, ma come svincolarsi in un batter d’occhio dall’abbraccio della Banca Mondiale e del Fondo Monetario? E’ grazie a lui, ripeto, che sono tramontate le impunità, e che sono state avviate operazioni sociali del livello di Fame Zero.
Per questo non sono d’accordo con chi critica duramente e in toto il suo governo. Certo non chiudo gli occhi. Mi rendo conto che anche Frei Betto, consigliere del presidente, a un certo punto si è sentito in difficoltà in questo governo e si è ritirato, ma non per questo adesso getta la croce su Lula.
Quindi, diamo ancora fiducia a Lula e speriamo che venga rieletto?
Certo. Non dimentichiamo che se cade l’esperienza Lula, per il Brasile non ci sarà perlomeno per altri 50 anni la possibilità di vedere l’area progressista governare a Brasilia.
Non esiste alternativa a Lula?
No. Lula ha una storia politica di 20 anni. Ha fondato il Pt, che è il più grande movimento di sinistra del continente latinoamericano. Come trovarne un altro? Negli anni Ottanta, Lula capì che la sinistra tradizionale sarebbe stata incapace di competere con le forze conservatrici brasiliane e fondò quindi un raggruppamento alternativo che appunto è diventato il partito dei lavoratori più grande del continente. Ha raggruppato tutti i movimenti d’opposizione. Una grande esperienza. Un grande uomo.
Ma Lula ha un difficile equilibrio da mantenere nel suo governo?
Non si deve dimenticarlo! Nell’esecutivo, il ministro all’Economia è Palocci, ex governatore del Banco centrale brasiliano. Un uomo certo non inviso al Fondo Monetario e alla Banca Mondiale. Difficile conciliare Palocci con la sindachessa di Fortaleza, neo eletta, appartenete all’ala critica a Lula del Pt. Non è semplice far conciliare queste anime così diverse.
A livello internazionale, si può parlare di “effetto Lula”?
Con l’avvento di Lula s’è accodato un intero mondo. Prendiamo Kirchner in Argentina, per esempio. Un peronista del sud, lontano dalla corruzione di Buenos Aires e dai giochi alla Menem che, una volta eletto, ha preso una linea progressista copiata da Lula. Poi consideriamo Chavez o il Frente Amplio in Uruguay, o i movimenti indigeni, non solo in Bolivia, ma anche in Ecuador, dove hanno affrontato il presidente Gutierrez che s’è rimangiato le promesse di sinistra per soddisfare gli interessi statunitensi.
E’ stato il vento di Lula ad alimentare questi movimenti. Il vento di sinistra.
Il Pt di Lula, il Frente amplio uruguagio hanno messo in atto la vera democrazia partecipativa, dimostrando che può non essere solo uno slogan. È qualcosa che si realizza giorno dopo giorno in molti stati, città, comuni e pueblos del Brasile. Il Pt può anche aver perso Porto Alegre – per le solite lotte interne della sinistra - ma governa molte più città e stati rispetto a quando Lula non era presidente. Avranno anche perso San Paolo alle recenti amministrative, ma hanno conquistato altre cinque grandi città. Per questo dico che bisogna andare piano nel giudicare.
Gianluca Ursini
Stella Spinelli www.peacereporter.net
Prodi sta con Bertinotti. No, è contro. E Parisi pure
Per un paio di giorni, siamo riusciti a non occuparci troppo della querelle primarie. Gli altri giornali, invece, sono riusciti a riempire pagine e pagine di dichiarazioni e controdichiarazioni, di pensose riflessioni e becere battute, tutte provenienti dal centrosinistra che, c’era parso di capire, aveva istituito una “moratoria” sull’argomento. Però non si mettono neppure d’accordo sulla durata della “moratoria” stessa (fino alle regionali o fino al congresso Ds?) sicché sembra di essere al consiglio di sicurezza dell’Onu, invece che a Piazza Santi Apostoli (sede dell’Ulivo), ai più nota per l’antica birreria Peroni.
Particolarmente divertente, ad esempio, è rileggere l’Unità dell’ultima settimana. Partendo dall’intervista a Pietro Fassino (20 gennaio), nella quale il leader Ds sentenzia: “Queste primarie indeboliscono Prodi”. Peccato che sia proprio Prodi a volerle. Il giorno stesso il quotidiano commenta la manifestazione a Bari con Prodi per le suppletive. Il Professore insulta la Quercia (“Non può essere nervosa, fa le ghiande”) ma per l’Unità in realtà elogia i Ds.
L’euforia di Ninni Andriolo, cronista politico del giornale che fu di Gramsci, si esalta quando Prodi attacca Bertinotti, definendo la sua candidatura senza programma una “strampaleria”. L’Unità accredita la tesi diessina dello scontro tra il Prof e il Subcomandante. Soprattutto sottolinea la velina del Botteghino che dice che i Ds sono uniti contro le primarie di Prodi: “Piero, Massimo e Walter, la squadra è schierata”, titolo della cronaca di Andriolo sul direttivo della Quercia. Manco fossero i quadri sovietici in cui si vedevano i profili di Marx, Lenin e Stalin.
Oltre ad Andriolo, l’anti-prodi si incarna in Pasquale Cascella, ex portavoce di D’Alema. Scrive il novtista politico del quotidiano diessino: “Se la leadership di Prodi è da confermare, legittimare e rafforzare, lo si può ben fare attraverso la più ampia «consultazione» degli elettori del centrosinistra”. Chi lo dice? Ma ovviamente l’amico ritrovato, il caro Walter “candidato-da-agitare-per-far-paura-a-Prodi” Veltroni: “Walter Veltroni ha restituito alle primarie il significato più autentico, ed effettivamente democratico, della scelta da compiere”. Come se le primarie a candidato precotto siano sintomo di democrazia. Mah! Cascella poi adombra un Prodi candidato della sola Fad: “nemmeno Prodi – scrive - potrà sottrarsi alla responsabilità di identificarsi fino in fondo nel disegno politico condiviso con le forze politiche della Federazione dell’Ulivo”.
Ma l’Unità si supera il 22 gennaio. Ecco i titoli: “Bertinotti candidato, un’anomalia” e nel sommario: “Prodi-Fassino, intesa sulle primarie: ci si presenta solo con programmi alternativi”. Sotto troviamo un annuncio che davvero cambia gli equilibri: “Il Campo di Soriero: Prodi è già in campo, non servono altre primarie”. Un titolo criptico per chi non conosce l’associazione di Pino Soriero, formata tutta da dirigenti Ds. Vale a dire per tutti gli italiani tranne Soriero e pochi altri.
L’Unità accredita persino la tesi che il correntone sia contrario alle primarie, salvo poi doversi smentire quando Mussi chiarisce: “si fanno per scegliere un candidato, non per avere un’investitura”. E poi si supera ancora il 23 gennaio: “Prodi ai Ds: tenterò di convincere Bertinotti”. Ovviamente non è vero. Ma la gioia dei dalemian-fassiniani che tengono in ostaggio il giornale da quando si è spenta la stella di Cofferati si infrange di fronte al nuovo dietrofront prodiano. Arturo Parisi annuncia che le primarie ci saranno e che saranno a più candidati. A Fausto basterà presentare un foglietto con le sue “idee sul programma”. E cosa ti scrive l’Unità? Ecco: “Primarie, Prodi non segue Parisi”. Ma quando mai? Tanto che dagli ambienti prodiani sono costretti a far sapere che si tratta di balle, che il legame tra Prodi e Parisi è più solido che mai e l’Unità farebbe bene a lavorare, per l’appunto, per l’unità e non la divisione. Sommiamo il fatto che la Margherita, dopo mesi, trova un accordo su una cosa, vale a dire fare le primarie a più candidati, e il conto è presto fatto: Prodi ha cercato per un paio di giorni di tener buono Fassino. Ma non di accontentarlo.
Povere veline del Botteghino in servizio permanente a via Due Macelli. Un consiglio: la prossima volta titoli meno perentori.www.aprileonline.info
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Fate la carità!
di ANGELO BERTANI
Ce ne eravamo accorti anche prima che la nuova dottrina fosse proclamata. Adesso Berlusconi ha spiegato ai deputati e militanti di Forza Italia che la beneficenza «almeno durante la campagna elettorale» va annunciata pubblicamente. Tutti devono sapere che il capitalista che in pochi anni si è creato un patrimonio di decine di migliaia di miliardi di lire è un tipo compassionevole: se qualcuno è nel bisogno, lui lo aiuterà, secondo la miglior tradizione dell’assistenzialismo. Non spiegherà come ha costruito la sua ricchezza.
Farà l’impossibile (e forse l’illegale) per impedire che i processi chiariscano l’origine della sua ricchezza, la natura dei suoi rapporti para-politici, le eventuali collusioni. Cercherà di sottrarsi alla giustizia. Ma non mancherà di essere caritatevole, di mostrarsi tale a reti unificate. Specialmente in campagna elettorale.
Noi lo sapevamo già, da quando disse che si sarebbe occupato degli orfani di un naufragio nel canale di Otranto. E ne abbiamo certezza da ieri, quando è andato da don Gelmini, con grande concorso di telecamere, per fargli un vistoso regalo in occasione degli ottant’anni.
Già sapevamo che il Cavaliere ignora la prima regola della morale, cattolica: «Prima la giustizia e poi la carità».
Tantopiù, lo ha confessato lui stesso, in campagna elettorale. Perché dovrebbe rinunciare al profitto anche mentre fa benefi- cenza? Qualche buona offerta ai poveri, specie se devoti e riconoscenti, potrebbe offrire un rendimento del mille per cento.
Perché rinunciarvi? Invece di donare soldi o favori alla mafia in cambio di voti si tratta di donarli ai bisognosi o a coloro che li useranno per gli emarginati. Può sembrare un passo avanti. Ma sarebbe autentico se il dono fosse gratuito, nel segreto, come dice il Vangelo.
E invece no: almeno in campagna elettorale bisogna dirlo ai quattro venti. Tutti devono saperlo.
La “carità” deve fruttare voti, dunque potere, dunque danaro.
E allora tutto rientra nello stesso progetto: soldi in cambio di voti. (Ma, naturalmente, se invece dei soldi servono leggi benevole, nessun problema. Purché, anch’esse, in cambio di voti e di impunità).
Certo viene in mente il cinismo degli imperatori romani del panem et circenses. Ma anche il marchese del Grillo, con le sue monete rese incandescenti per scottare le mani dei questuanti.
Il buon senso popolare da tempo conosce queste miserie e le definisce “carità pelosa”.
Ma il Vangelo, che di carità se ne intende, spiega che la carità, come la penitenza, va fatta con la massima discrezione, in segreto, per non offendere i bisognosi e soprattutto per dimostrare il disinteresse personale.
«Quando fai l’elemosina non sappia la tua sinistra quel che fa la tua destra». Se ti fai vedere dagli uomini hai già ricevuto il tuo compenso. Come dire: non è beneficenza, ma voto di scambio.
Lungo i secoli, molte volte vescovi e profeti hanno gridato in faccia ai potenti “benefattori”: iam accepisti mercedem tuam. Vista le preferenze automobilistiche dell’attuale governo, si potrebbe completare: Audi: iam accepisti mercedem tuam.
Saranno pure patriottici e caritatevoli, ma comunque preferiscono le più lussuose berline straniere. www.europaquotidiano.it/
Sogni
Ci fosse un governo degno di questo nome in Italia farebbe una cosa semplice. Leggerebbe le relazioni dell'Antitrust e poi chiamerebbe Marco Tronchetti Provera, capo di Telecom Italia (per cinque volte in cinque anni sanzionata per abusi vari di posizione dominante...).
Gli chiederebbe: ce la dai la rete di telecomunicazioni nazionale, in modo che noi la gestiamo e la diamo a pari e eque condizioni a tutti i concorrenti?
Lui risponderebbe: Cosa mi date in cambio, la rete vale (mettiamo) 100 Euro....
Ok. Per dieci anni ti diamo 12 euro in termini di affitto scontato della rete, così ci guadagni, scarichi i debiti, e manco devi fare investimenti in hardware e tecnologia e manutenzione. A quelli ci pensiamo noi.
Risultato: il settore tlc più vivace, competitivo e pluralistico d'Europa.
Sogni, appunto....
P.s. Nel 1996 di ritorno da un convegno all'Aquila mi ricordo una bella chiacchierata in auto con Alessandro Bellman e Michele Morganti, il primo allora direttore generale di una Italtel che picchiava duro, il secondo tecnologo di fama (la prima centrale elettronica Telettra fu progettata da lui). L'Italtel allora era un'azienda che aveva persone come Salvatore Randi amministratore delegato (ex uomo di punta Telettra) e Maurizio Decina (il maggior geniaccio delle tlc nazionali, cresciuto ai Bell Laboratories) alla ricerca.
L'Italtel era allora la prima azienda tlc europea ad aver scoperto una nuova tecnologia: l'Adsl....e tornavamo dall'Aquila dove si era discusso appunto di questa innovazione. In cui all'inizio ci credevano solo quei matti, appunto dell'Italtel....
Dopo un'ora di riflessioni sul futuro delle tlc italiane arrivammo a concludere che la cosa migliore non era privatizzare subito (magari per fare cassa, di fronte a un debito statale piuttosto pesante...), ma prima creare un'azienda pubblica al di sopra delle parti per gestire la rete al meglio e offrirla su basi paritetiche a tutti. E solo dopo avviare la libera competizione privata sui servizi Tlc.
Sei mesi dopo questa opzione fu cassata da un Governo sedicente di sinistra. Fu subito bollata come "spezzatino telematico" da fonti compiacenti e interessate. Si procedette al passaggio di Telecom tutta intera nelle mani private (allora Fiat), e per pochi soldi finti. Fu l'inizio di una lunga storia triste, tormentata e di mancata innovazione. Fino alla rimonopolizzazione attuale (di fatto) delle tlc fisse italiane, all'estrema debolezza attuale dei concorrenti (tutti, salvo Vodafone nel mobile....); all'Antitrust che, dopo dieci anni, riscopriva (chissà come mai...), lo scorso autunno nelle parole di Tesauro (uscente), la tesi di un'azienda di rete pubblica capace di promuovere autentica concorrenza nei servizi a valle......
Forse però non è ancora finita....a me lo spezzatino piace....
caravita.biz
Il silenzio assordante sull’antisemitismo in Bosnia Erzegovina
27.01.2005
Dopo le inquietanti dichiarazioni negazioniste e antisemite apparse sulla rivista della gioventù islamica SAFF e sulla Televisione Alfa di Sarajevo, cala un assordante silenzio nel Paese che per primo in Europa ha visto ripetersi l’orrore dei campi di concentramento. Nella giornata della memoria, pubblichiamo un commento su questa vicenda da parte del settimanale Feral Tribune
27 gennaio 2005, giornata della memoria Di Ivan Lovrenovic, Feral Tribune, 20 gennaio 2005 (titolo originale: “A chi danno fastidio gli Ebrei? Il silenzio assordante dell’establishment politico e nazional-confessionale sulla questione dell’antisemitismo in Bosnia Erzegovina”)
Traduzione per Osservatorio sui Balcani: Martin Fontasch
Tacciono il Rijaset della comunità islamica e reis Ceric, tacciono la Conferenza Episcopale della Bosnia Erzegovina e il cardinale Pulic, tacciono la Chiesa Ortodossa serba e il metropolita Nikolaj. Tutti insieme lasciano solo Finci, loro collega nel Consiglio Interreligioso della Bosnia Erzegovina, ad arrangiarsi da solo come sa e come può. A giudicare dalla atmosfera generale, l’indifferenza rispetto all’antisemitismo e al negazionismo in Bosnia Erzegovina non sono fenomeni che dovrebbero turbarci. Non è che questo, insieme a tutti gli altri indicatori della cattiva situazione in questo Paese – sociale, demografica, politica, economica e culturale – sia uno dei più allarmanti?
Nella precedente edizione di Feral abbiamo parlato di due manifestazioni di antisemitismo nei media di Sarajevo – l’apparizione dell’anonimo hafiz sulla TV Alfa, nella quale si faceva riferimento alla inimicizia tra Musulmani ed Ebrei come ad una categoria eterna, con riferimenti persino al Corano, e lo scritto apparso sulla rivista della gioventù islamica SAFF, nel quale l’autore (Fatmir Alispahic) affronta il tema dell’Olocausto nella seconda guerra mondiale attraverso quelli che in Occidente sono i noti oscuri tentativi negazionisti, ma in modo tale che nel tono e nella struttura del testo scompaiono i confini tra la posizione dell’autore e i suddetti tentativi.
Sono passati molti giorni da entrambi questi fatti, un lasso di tempo più che sufficiente per un ambiente quanto meno civilizzato e coerente per rispondere in modo adeguato. In questo ambiente non bisogna ricordare a nessuno che la reazione alle dichiarazioni su queste questioni, dopo la seconda guerra mondiale, rappresenta una primaria reazione civile. La citrullaggine idiota del principe della Casa Reale inglese con la svastica sulla manica, ha scosso negli ultimi giorni l’opinione pubblica britannica e europea come uno tsunami politico. Ed ecco, in attesa del sessantesimo anniversario della fine della seconda guerra mondiale, si comincia a prendere in considerazione l’idea di obbligare tutti i Paesi dell’Unione Europea a introdurre leggi che sanzionino in maniera uniforme qualunque tipo di rinascita o riabilitazione del nazismo, anche solo simbolico.
Denunce penali
In Bosnia Erzegovina tutto è diverso. Ci sono state reazioni che testimoniano l’esistenza della coscienza del significato mondiale dell’Olocausto, ma la struttura di tali reazioni parla di un qualcosa che è ancora più disastroso delle sopraindicate, comunque singole e sconnesse, manifestazioni di antisemitismo e di negazionismo.
Nel qualificare in maniera corretta tali manifestazioni hanno avuto un ruolo di primo piano, come tante altre volte, alcuni media e i loro redattori e giornalisti (Dani, Slobodna Bosna, Oslobodjenje, Start, la Televisione Federale…). Bisogna senz’altro citare anche la dichiarazione della Commissione degli Intellettuali Bosgnacchi, istituzione che non ha una grande influenza, ma che ha uno spiccato carattere nazionale bosgnacco; in questa dichiarazione, chiaramente e senza riserve, si condannano i fenomeni di cui si parla. Il Comitato Helsinki della Bosnia Erzegovina e il suo presidente, Srdjan Dizdarevic, hanno reagito a loro modo – presentando una denuncia penale presso il Tribunale Cantonale di Sarajevo contro l’autore del testo pubblicato su SAFF, in base alla legge che punisce la diffusione dell’odio religioso, nazionale e razziale.
Tuttavia, ci sono state anche reazioni diverse sui media. Tipico è stato il comportamento dei media che si indirizzano in modo particolare e lettori e spettatori bosgnacchi. Astenendosi da qualsiasi proprio commento, il potente – per diffusione e marketing – Dnevni Avaz ha seguito tutta la situazione cedendo le proprio colonne all’autore dell’articolo di SAFF, che si difende dalle qualifiche date dagli altri media, accusandoli di infierire e mettere a rischio i suoi diritti umani, cercando di mostrarsi come vittima e annunciando una querela contro coloro i quali lo “attaccano”. La televisione privata – molto seguita - di Sarajevo, Hayat, il cui notiziario serale di sabato è condotto dall’ex redattore della TV di Sarajevo, Senad Hadzifejkovic, ha organizzato un incontro presso i propri studi di fronte alle telecamere – da un lato Jakob Finci, presidente della comunità ebraica della Bosnia Erzegovina, dall’altro l’autore del testo controverso, Fatmir Alispahic.
In base al trattamento del tema e degli interlocutori da parte del conduttore, in base alla sua intonazione generale, e alla assenza di qualsiasi intervento attivo nel corso del colloquio, si è vista la sua chiara intenzione di nascondersi dietro un atteggiamento neutrale. Il risultato è stato penoso e grottesco, dato che era chiaro che questo tipo di neutralismo non aveva niente a che fare con il professionismo giornalistico, ma aveva molto a che fare con un nauseante opportunismo e con la paura di mostrare la propria posizione. A meno che tutto ciò non sia stato proprio il mostrare il proprio atteggiamento? Tuttavia – bisogna ricordarlo – questo non è un tema qualsiasi, ma il topos negativo fondamentale della nostra civiltà, l’Olocausto, in relazione al quale qualsiasi tipo di “neutralismo” appare sinistro. Siccome nei giorni scorsi è stato dimostrato che [questo neutralismo] caratterizza l’atteggiamento della maggior parte dell’opinione pubblica politica ed intellettuale del Paese, sarebbe molto importante riportare a ragione il suo contenuto e le motivazioni. Tuttavia, chi lo deve fare?
Senza voce
Ad eccezione degli esempi di qualità indicati, di reazione ai sinora più espliciti fenomeni del nuovo antisemitismo e negazionismo a Sarajevo, tutto il resto è trascorso nel segno di un assordante e minaccioso silenzio. Non c’è stata nessuna reazione da parte di alcun forum ufficiale o statale, ufficio, gabinetto – né da parte della Presidenza bosniaca, né da parte di nessuna delle Camere parlamentari (statale, federale o del cantone di Sarajevo), né da parte del governo della Federazione né da parte del Consiglio dei Ministri della Bosnia Erzegovina, così come neppure da parte dei partiti di governo. Neppure il “governo” di Paddy Ashdown si è impensierito – da parte dei reggenti in Bosnia e dei loro uffici pubblici non è giunta nessuna posizione né commento. Non si è sentita neppure la voce degli intellettuali, dei forum accademici o scientifici. E tuttavia, la cosa più disastrosa è il fatto che sono rimaste sorde tutte le maggiori istituzioni religiose.
E’ rimasto zitto il Rijaset della comunità islamica e il reis Ceric (malgrado il fatto che la rivista di cui si parla pretende di essere l’organo educativo della gioventù islamica!), tacciono la Conferenza Episcopale della Bosnia Erzegovina e il cardinale Pulic, tace la Chiesa Ortodossa serba e il metropolita Nikolaj. Tutti insieme hanno lasciato solo Finci, il loro collega nel Consiglio Interreligioso della Bosnia Erzegovina, ad arrangiarsi da solo come sa e come può. Infine, non possiamo sapere se qualche procuratore del tribunale di Sarajevo avrebbe reagito d’ufficio o di propria iniziativa se non ci fosse stata la denuncia del Comitato Helsinki. Ebbene, a giudicare dalla generale atmosfera di latitanza, in primo luogo quella che si pratica (e che si suggerisce) nei circoli dell’establishment politico e nazional-confessionale, l’antisemitismo e il negazionismo in Bosnia Erzegovina non sono fenomeni rispetto ai quali bisognerebbe inquietarsi. Non è che questo, insieme a tutti gli altri indicatori della cattiva situazione del Paese – sociale, demografica, politica, economica e culturale – sia uno dei più allarmanti? www.osservatoriobalcani.org/
Beppe Sebaste: H.P., L'ULTIMO AUTISTA DI LADY DIANA
di Giancarlo De Cataldo
Beppe Sebaste, H.P., l'ultimo autista di Lady Diana, ed. Quiritta, pp. 234, € 13,00.
Un libro sulla morte di Lady D.? Un altro? No, basta, per carità! Non se ne può più! Dei misteri e degli intrighi intorno alla sbiadita signora Spencer e al suo fidanzato musulmano, della Corte di Londra, della canzoncina melensa di Elton John sulla candelina notturna… Pietà! E che c’entra poi con questa triviale icona della contemporaneità un poeta, filosofo e scrittore raffinatissimo come Beppe Sebaste? Che fai, Beppe, giochi all’orrida Cornwell? Niente affatto, niente affatto! Questo non è un libro su Lady D. Questo è un libro su Henri Paul. L’ultimo autista di Lady D. Questo è il libro per chi sa che non è Lady D. che muore per colpa dell’autista Henri Paul. E’ Henri Paul che muore per colpa di Lady D. E questo appare come un libro, ma in realtà è un viaggio.
Un viaggio romantico, allucinato, cristallino come una vetta tibetana nella biografia di uomo qualunque, uno che superfluo come lui non ce n’era un altro al mondo. Eppure un uomo, una persona, l’epicentro di una costellazione di affetti, sentimenti, passioni, splendori e miserie tutte consumate negli interstizi di un tempo fittiziamente consacrato ai Belli&Famosi dell’Hotel Ritz, ai regnanti, alle soubrette… E, nel contempo, una meditazione dell’autore sulla sua stessa natura umana, e su quella di tutti gli esclusi, gli sfiorati, gli appartati, i “secondi” rispetto ai falsi “primi”. Un’esplorazione nello spazio vuoto fra due stazioni radio, quello popolato dalle scariche della banda statica. Lo spazio delle vite reali colte nella profondità della loro essenza, fotografate mentre lanciano un disperato urlo sommesso: io esisto, nonostante tutto. Una bellissima esperienza ricca di un amore struggente per la vita e sorretta dal sorriso compassionevole del Buddha.
La presente recensione è originariamente apparsa sulla rivista Hot. La si riproduce col consenso dell'autore.www.carmillaonline.com/
Il giorno della memoria: l'altro sterminio
a cura di Peacereporter
Nei campi di sterminio vennero uccisi anche cinque milioni di detenuti non-ebrei: antifascisti di tutta Europa, prigionieri di guerra, rom, omosessuali, testimoni di Geova, malati di mente, emigranti apolidi. Un altro sterminio di cui si parla poco o niente, nonostante le sue tragiche dimensioni.
Chi si aggirava tra le baracche di un campo di sterminio nazista non si imbatteva solo nei detenuti ebrei, contraddistinti da un stella di Davide gialla puntata sulle loro divise grigie a righe nere. Era possibile scorgere decine di altri simboli: stelle e triangoli di vari colori, uno per ogni tipologia di internato.
C’era il triangolo rosso per gli oppositori politici: socialisti, comunisti, anarchici, e democratici antifascisti di tutta Europa, italiani, tedeschi, francesi ma soprattutto polacchi e cecoslovacchi. La loro nazionalità era segnalata con l’aggiunta di una lettera nera sopra al triangolo.
Sempre rosso, ma con il vertice all’insù, era il triangolo per i prigionieri di guerra catturati dalla Wermacht, l’esercito tedesco. I prigionieri di guerra ‘speciali’ erano marchiati invece con un cerchio rosso dentro uno bianco.
Il triangolo marrone distingueva i detenuti rom, quello rosa gli omosessuali, quello blu gli emigranti apolidi, che in realtà erano per la maggior parte rifugiati politici spagnoli non riconosciuti dalla Germania hitleriana in quanto in fuga dal regime fascista dell’alleato Franco.
I testimoni di Geova, che furono tra i primi a promuovere l’obiezione di coscienza alla leva nell’esercito della Germania nazista, erano segnati con un triangolo viola.
Quello nero distingueva i cosiddetti ‘antisociali’, una vasta categoria comprendente malati di mente e disabili (già oggetto del tremendo progetto di ‘eutanasia’ T4), vagabondi, mendicanti, venditori ambulanti, prostitute e lesbiche.
Infine un triangolo verde per i criminali abituali e infine una fascia al braccio con la scritta ‘idiota’ per i ritardati mentali.
Se il prigioniero appartenente a una di queste categorie era anche ebreo, il suo triangolo si sovrapponeva alla stella di Davide gialla.
In tutto, secondo l’autorevole centro studi sull’olocausto Simon Wiesenthal, le vittime non ebree della follia hitleriana furono cinque milioni. Un altro sterminio di cui si parla poco o niente, nonostante le sue tragiche dimensioni.
Terese Pencak Schwartz, una ricercatrice di origini ebraiche, scrive sul sito Olocausto dimenticato dedicato alle vittime non ebree: “Mentre non c’è dubbio che Hitler abbia perseguito le sue politiche di odio nei confronti degli ebrei causando la morte di sei milioni di persone, troppo spesso le vittime non ebree vengono dimenticate. In tutto furono undici milioni le vite preziose perse durante l’olocausto. Sarebbe molto triste dimenticare anche solo una vita. Sarebbe una tragedia dimenticarne cinque milioni”.
Il triangolo viola
Questo colore venne assegnato ai testimoni di Geova internati nei campi di sterminio
In Germania erano poco più di ventimila i Bibelforscher o Studenti Biblici, come erano allora chiamati i testimoni di Geova, quando i nazisti andarono al potere nel ’33.
Da subito furono presi di mira per il loro rifiuto di sostenere l’ideologia nazista. Quasi diecimila testimoni di Geova tedeschi furono internati nelle prigioni o nei campi nazisti, dove duemila di loro trovarono la morte. I testimoni non prendevano parte alla vita politica e soprattutto alle guerre. Dal loro credo religioso discendevano una serie di comportamenti quotidiani che si scontravano con l’ideologia totalizzante del nazismo: il rifiuto di imbracciare le armi e di lavorare per l’industria bellica, il rifiuto di idolatrare il führer (il saluto “Heil Hitler!”) o la svastica, il rifiuto di aderire al partito nazista, nonché l’imparzialità con cui diffondevano il messaggio evangelico non facendo distinzioni tra razze.
Quella dei testimoni fu la prima associazione religiosa ad essere proscritta nella Germania nazista già nella primavera del ’33.
Per uscire dai campi di concentramento o di prigionia ai testimoni internati sarebbe stato sufficiente firmare un’abiura, che recitava: “Ho lasciato completamente l’organizzazione degli Studenti Biblici o testimoni di [ Geova] e mi sono liberato nel modo più assoluto dei [suoi] insegnamenti . . . Con la presente assicuro che mai più prenderò parte all’attività . . . degli Studenti Biblici. Denuncerò immediatamente chiunque mi avvicini con l’insegnamento degli Studenti Biblici o riveli in qualche modo di farne parte. Consegnerò immediatamente al più vicino posto di polizia tutte le pubblicazioni degli Studenti Biblici che dovessero essere inviate al mio indirizzo. In futuro stimerò le leggi dello Stato, specie in caso di guerra difenderò, armi alla mano, la madrepatria e mi unirò in tutto e per tutto alla collettività”.
Dal 1933, bibbie e pubblicazioni bibliche vennero confiscate ai testimoni e date alle fiamme. Singoli testimoni furono picchiati e arrestati perché partecipavano a riunioni di culto. Si moltiplicarono i licenziamenti di coloro che lavoravano nella pubblica amministrazione, nella scuola o in altri impieghi pubblici. I loro figli vennero espulsi da scuola. Centinaia di genitori si videro privati della potestà e i figli furono avviati a centri di rieducazione nazista.
Nel 1936 la Gestapo formò un’unità speciale per dare la caccia ai testimoni che si ostinavano a sfidare il bando nazista e continuavano ad osservare clandestinamente i precetti della loro fede. Nel 1938 erano già circa seimila i testimoni imprigionati o internati per la loro fede, con la loro riconoscibile uniforme completata dal triangolo viola.
Il primo obiettore di coscienza tedesco della II guerra mondiale ad essere passato per le armi fu proprio un testimone di Geova: August Dickmann. Fu fucilato il 15 settembre 1939 nel campo di concentramento di Sachsenhausen, per ordine di Heinrich Himmler, capo delle SS.
Il triangolo blu
Il colore blu veniva assegnato agli apolidi. Tra di loro i repubblicani spagnoli
Nella storia della deportazione politica in Germania c’è una pagina poco conosciuta di cui sono stati vittime circa dodicimila spagnoli. Malgrado la posizione ambigua tenuta dalla Spagna durante la Seconda Guerra Mondiale, prima favorevole all’Asse Roma-Berlino, poi, quando il vento cambiò, favorevole agli Alleati, alcuni spagnoli pagarono un alto tributo di sangue alla causa della libertà. I deportati spagnoli erano una parte dei cinquecentomila repubblicani, anziani, donne, bambini e militari che tra il gennaio e il febbraio 1939 attraversarono la frontiera della Catalogna per sfuggire alla persecuzione dei franchisti, che uccidevano gli avversari politici compiendo quello che loro chiamavano "limpieza", pulizia. Scapparono per trovare rifugio in Francia.
Le autorità francesi, però, impreparate a fronteggiare un esodo di tali dimensioni, trattennero i profughi appena oltre il confine, sui Pirenei. Poi li trasferirono sulle spiagge del Sud-Est e li rinchiusero fra il mare e il filo spinato. Per giorni rimasero in umide buche scavate nella sabbia, con poco cibo e senza assistenza medica. Donne, bambini e feriti furono quindi trasferiti in strutture più adeguate mentre sulle spiagge del Roussillon furono costruite baracche di legno per dare agli uomini un rifugio meno precario.
Con l’aggravarsi della minaccia di guerra, il governo francese costituì le "Compagnies de Travailleurs Étrangers" (C.T.E.). Ognuna aveva duecentocinquanta internati agli ordini di un ufficiale della riserva, per lavorare alla costruzione delle infrastrutture pubbliche nei dipartimenti e al completamento della linea Maginot. Cinquemila di questi rifugiati, decisi a combattere contro i tedeschi, si arruolarono nei "Battallions de Marche" della Legione Straniera.
Entrambi i gruppi si trovarono coinvolti nella disfatta dell’esercito francese del giugno 1940 e molti caddero prigionieri dei tedeschi. Dietro sollecitazione di Ramon Serrano Suñer, Ministro degli Esteri spagnolo e cognato di Franco, fu loro negato lo status di prigionieri di guerra e furono definiti prigionieri politici.Furono inviati al campo di Mauthausen in Austria, all’epoca riservato agli antinazisti ed ai detenuti comuni tedeschi ed austriaci.
Ma i tedeschi negarono loro anche la qualifica di politici. Ai repubblicani spagnoli, infatti, non fu imposto il triangolo rosso con l’iniziale della nazionalità al centro. I Rotspainier o Spanischer Bolschewik furono messi tra gli apolidi e marchiati dal triangolo blu.
Il documento ufficiale del comando del campo, ora in possesso dell’ Amicale nationale des déportés et familles de disparus de Mauthausen et ses commandos di Parigi elenca 10.350 nominativi internati tra il 6 agosto 1940 ed il 20 dicembre 1941. Altre fonti stimano che gli internati di nazionalità spagnola furono tra i dodici e i quindicimila, per cui – tenuto conto dei 2.398 sopravvissuti - i decessi oscillerebbero tra l’80 e l’84 per cento.
Molti spagnoli furono destinati alla costruzione della recinzione del campo e delle ville per le SS, ma la maggior parte venne destinata al lavoro nella cava di pietra (la "cantera"), di proprietà delle SS.
Tra il ‘41 e il ‘42 ne furono uccisi circa 4.200. Le eliminazioni più feroci avvennero al sottocampo di Gusen, tra il dicembre 1941 ed il gennaio 1942, quando costituirono la maggioranza delle 1.628 persone eliminate con operazioni bagno o iniezioni al cuore.
La disciplina militare, la dura esperienza dei campi francesi e la giovane età media - ventisette anni - consentirono agli spagnoli di adattarsi alle condizioni di vita del campo di concentramento. Impararono un po’ di tedesco dai volontari germanici ed austriaci che avevano militato nelle Brigate Internazionali e organizzarono dei corsi di lingua. Era importante capire gli ordini urlati dai Kapò, era il solo modo per ottenere i lavori meno pesanti o per inserirsi nell’organizzazione amministrativa del campo. Molti di loro, infatti, divennero interpreti, segretari d’infermeria o dell’intendenza, altri fecero i barbieri o gli addetti alle cucine e alle pulizie.
Dal 24 giugno 1941 costituirono il Comitato Spagnolo di Resistenza, prima cellula dell’Apparato Militare Internazionale (A.m.i), organismo militare dei diversi gruppi nazionali, formatosi con l’intermediazione di ex soldati delle Brigate Internazionali. Fu questo Comitato a gestire il campo nel periodo tra la fuga delle SS e l’arrivo delle truppe alleate, accolte dagli spagnoli con un grande striscione: "Los españoles antifascistas saludan a las forzas de liberación".
Furono l’unico gruppo nazionale che immediatamente dopo la liberazione costituì un tribunale straordinario che condannò a morte e fece giustiziare diversi connazionali che erano diventati Kapò agli ordini delle SS.
Il 6 maggio 1962 fu eretta nel campo, a cura del Governo della Repubblica Spagnola in esilio, una stele a ricordo del loro sacrificio, recante la semplice scritta: "Homenaje a los 7.000 Republicanos Españoles muertos por la Libertad".
Il triangolo rosa
Gli omosessuali durante il nazifascismo
Soltanto un mese dopo l'ascesa al potere di Hitler il nuovo governo nazista proibì tutti i periodici della comunità omosessuale e ne mise fuori legge tutte le organizzazioni. Il vice di Hirschfeld, Kurt Hiller, venne arrestato e inviato nove mesi nel campo di concentramento di Oranienburg. Il 6 maggio 1933 la sede dell'Istituto di Sessuologia veniva devastata e i libri della biblioteca sequestrati e bruciati. Hirschfeld - che era impegnato in un ciclo di conferenze all'estero - sfuggì all'arresto ma non poté rientrare in Germania. La principale casa editrice omosessuale, di proprietà di Adolf Brand, venne devastata cinque volte. Tra la primavera e l'estate 1933 vennero sistematicamente chiusi tutti i luoghi pubblici di ritrovo gay, classificandoli come "minacce all'ordine pubblico". L'Eldorado fu il primo locale ad essere chiuso.
Nel 1935, un anno prima della promulgazione delle leggi discriminatorie contro gli ebrei, il governo nazista riprese in mano il "Paragrafo 175" allargandone la casistica e ampliandone la portata. Il nuovo testo della legge era il seguente: "Un uomo che commetta un atto sessuale contro natura con un altro uomo o che permetta ad un altro di commettere su di sé atti sessuali contro natura sarà punito con la prigione.
Qualora una delle due persone non abbia compiuto i ventun'anni di età al momento dell'atto, la Corte può, specialmente nei casi meno gravi, astenersi dall'irrogare la pena". Seguiva un articolo aggiuntivo ed esplicativo, 175a: "I lavori forzati sino a dieci anni o, in caso di circostanze attenuanti, il carcere di durata non inferiore ai tre mesi saranno applicati a: 1) un uomo che con la violenza o la minaccia di violenza costringa un altro uomo a commettere atti sessuali contro natura o consenta ad essere oggetto di atti sessuali contro natura; 2) un uomo che approfittando del rapporto di dipendenza sia esso servizio, impiego o subordinazione, induca un altro uomo a commettere atti sessuali contro natura o consenta ad essere oggetto di atti sessuali contro natura; 3) Un uomo maggiore di ventun'anni che seduca un altro uomo minore di ventun'anni per commettere atti contro natura o per far si che vengano commessi su se stesso; 4) Un uomo che pubblicamente compia atti contro natura con altri uomini o offra se stesso per gli stessi atti."
L'omosessualità maschile veniva differenziata da quella femminile. Secondo l’ex Ministro della Giustizia Frick infatti "Considerando gli omosessuali maschi ad essere danneggiata è la fertilità, poiché usualmente costoro non procreano. Ciò non è ugualmente vero per quanto riguarda le donne o almeno non con la medesima ampiezza. Il vizio è più pericoloso tra uomini piuttosto che tra donne". Alla fine del 1936 venne costituito l'Ufficio Centrale per la lotta all'omosessualità e all'aborto. Il decreto che istituiva l'Ufficio recitava: "L'alto numero di aborti ancora commessi provoca considerevoli pericoli alla politica demografica e alla salute della nazione costituendo anche un grave attentato ai fondamenti ideologici del nazionalsocialismo. Le attività omosessuali di una non trascurabile parte della popolazione, costituiscono una seria minaccia per la gioventù. Tutto ciò richiede l'adozione di più incisive misure contro queste malattie nazionali".
Le più incisive misure ebbero negli anni successivi un nome: campi di concentramento. Le porte dei campi di concentramento si aprirono per gli omosessuali molto presto: nel 1933 abbiamo i primi internamenti a Fuhlsbuttel, nel 1934 a Dachau e Sachsenhausen. Molte centinaia furono internati in occasione delle Olimpiadi di Berlino del 1936 per "ripulire le strade". Tuttavia le cifre - se confrontate con l'enormità dello sterminio degli ebrei europei - mostrano un atteggiamento apparentemente contraddittorio da parte delle autorità naziste.
Vi è concordanza sulle cifre degli omosessuali morti nei campi di concentramento tra il 1933 ed il 1945: circa settemila. Si trattava per la quasi totalità di omosessuali di nazionalità tedesca, poiché, a differenza degli Ebrei e degli Zingari, i nazisti non perseguitarono o cercarono di perseguitare gli omosessuali non tedeschi. Sempre tra il 1933 ed il 1945 le persone processate per la violazione del Paragrafo 175 furono circa sessantamila, di questi circa diecimila vennero internati nei campi di concentramento. I nazisti distinguevano tra "cause ambientali" che avevano condotto alla omosessualità e "omosessualità abituale". Nel primo caso il carcere duro, i lavori forzati, le cure psichiatriche e la castrazione volontaria erano ritenuti provvedimenti utili al reinserimento nella società. Nel secondo caso invece l'omosessualità veniva considerata incurabile.
Il tasso di mortalità degli omosessuali nei campi fu del 60% contro il 41% dei prigionieri politici ed il 35% dei Testimoni di Geova. Un altro dato significativo è dato dal fatto che due terzi degli omosessuali internati morirono durante il primo anno di permanenza nei campi. Questi dati portano a due conclusioni ancorché provvisorie. La prima: tra gli omosessuali internati un considerevole numero doveva essere rappresentato dalla fascia di "omosessualità abituale" più evidente e cioè dalle transessuali. La seconda: l'omosessualità "abituale" veniva considerata una malattia degenerativa della "razza ariana" e, per questo motivo, sugli omosessuali vennero condotti con particolare intensità esperimenti pseudoscientifici quasi sempre - come vedremo - mortali.
In più, come emerge dalle testimonianze, l'accanimento delle SS contro gli omosessuali era particolarmente violento. A questo si aggiunga che i detenuti omosessuali - a differenza delle altre categorie - secondo numerose testimonianze assumevano un atteggiamento di rinuncia alla sopravvivenza con un tasso di suicidi (gettandosi sul filo spinato elettrificato dei campi o rifiutando il cibo) estremamente elevato. Più di altri prigionieri gli omosessuali subivano un crollo psicologico profondissimo. In un primo tempo gli internati in base al Paragrafo 175 erano costretti ad indossare un bracciale giallo con una "A" al centro. La "A" stava per la parola tedesca "Arschficker", sodomita.
Altre varianti furono dei punti neri o il numero "175" in relazione all'articolo di legge. Soltanto successivamente, seguendo la rigida casistica iconografica nazista venne adottato un triangolo rosa cucito all'altezza del petto. La vita nei campi di concentramento per i "triangoli rosa" fu terribile e seconda soltanto ai prigionieri ebrei. La storia di Heinz Heger in questo senso è illuminante. Heinz Heger era uno studente ventiduenne dell'Università di Vienna senza alcun impegno politico, non era membro dell'associazione studentesca nazista né di qualsiasi altra organizzazione. Cresciuto in una famiglia cattolica osservante, ciononostante trovò in sua madre comprensione e accettazione per la sua omosessualità. Heinz non fece mistero con nessuno della propria omosessualità e gli effetti non tardarono a manifestarsi.
Il padre venne licenziato e intorno alla famiglia si fece il vuoto a causa dell'arresto di Heinz per violazione dell'Articolo 175. A seguito dell'arresto il padre si suicidò lasciando un biglietto per la moglie con queste parole: "E' troppo per me. Perdonami. Dio protegga nostro figlio". Arrestato nel 1939, Heinz venne processato e condannato a sei mesi di prigione. Il partner di Heinz non venne giudicato per "disordini mentali". Trascorsi i sei mesi ad Heinz venne notificato che su richiesta del Dipartimento Centrale di Sicurezza non sarebbe stato scarcerato ma trasferito al campo di concentramento di Sachsenhausen. Qui dopo essere stato malmenato come benvenuto e lasciato ore in piedi nel campo in pieno inverno venne sistemato nel blocco degli omosessuali che all'epoca ospitava 180 persone.
In omaggio all'idea nazista che attraverso il lavoro duro si otteneva la "purificazione" i prigionieri erano adibiti a lavori pesanti senza senso come spazzare la neve a mani nude trasportandola su un lato della strada per poi essere costretti a portarla tutta sul lato opposto. A maggio del 1940 venne trasferito al campo di concentramento di Flossenburg dove rimase sino alla fine della guerra. Con la liberazione dei campi da parte degli Alleati paradossalmente i triangoli rosa non riacquistarono la libertà. Statunitensi ed Inglesi non considerarono gli omosessuali alla stessa stregua degli altri internati, bensì come criminali comuni. In più non considerarono gli anni passati in campo di concentramento equivalenti agli anni di carcere. Ci fu così chi, condannato a otto anni di prigione, aveva trascorso cinque anni di carcere e tre di campo e per questo venne trasferito in prigione per scontare altri tre anni di carcere.
Il lager degli zingari
Il lager per famiglie zingare nacque ufficialmente nel marzo del '43
Il lager per famiglie zingare, noto come Zigeunerlager, nacque ufficialmente nel marzo del '43, per decreto del ministro degli Interni e capo delle SS Heinrich Himmler
Costruito tra il '43 ed il '44 all'interno del settore B2 di Auschwitz-Birkenau, lo Zigeunerlager ospitò circa 23.000 persone: 10.094 uomini, 10.888 donne e bambini e oltre 2.000 deportati non registrati. Erano per lo più di zingari tedeschi e boemi; un numero più esiguo proveniva da Polonia, Ungheria, Russia, Lituania e Francia.
Almeno nei primi tempi, le condizioni di vita e le norme dello Zigeunerlager furono diverse da quelle vigenti in tutta Auschwitz. All'interno dei recinti elettrificati, gli zingari potevano conservare la propria unità familiare e contrariamente agli altri reclusi, riuscirono ad evitare le selezioni e i passaggi nelle famigerate camere a gas. Nei piani del Reich, infatti, la loro reclusione non avrebbe dovuto concludersi con lo sterminio.
Presto, però, lo Zigeunerlager perse le caratteristiche di campo sui generis, per uniformarsi agli standard degli altri lager nazisti. E quando nel luglio del '43 Heinrich Himmler si recò in visita allo Zigeunerlager, il suo accompagnatore Rudolph Höss descrisse così il campo: "Gli feci percorrere in lungo e largo il campo zigano, ed egli esaminò attentamente ogni cosa: le baracche d'abitazione sovraffollate, i malati colpiti da epidemie. Vide i bambini preda dell'epidemia infantile di noma, che io non potevo mai guardare senza orrore e che mi ricordavano i lebbrosi che avevo visto a suo tempo in Palestina [...]. [Himmler] si fece dare le cifre della mortalità tra gli zingari, che tuttavia erano relativamente basse rispetto alla media del campo, tranne appunto che per i bambini. [...] dopo aver visto tutto questo ed essersi reso conto della realtà, diede l'ordine di annientarli" .
La fine dello Zigeunerlager iniziò nel maggio 1944, con la liquidazione graduale del campo e l'uccisione dei prigionieri nei forni crematori: 21.000 in tutto. Come recita una canzone zingara, ci fecero entrare dal portone e uscire dai comignoli".
Gli Alleati sapevano?
Roosevelt e Churchill non bombardarono i lager perché dicevano di non avere prove.
Gli Alleati sapevano dei campi di sterminio nazisti, ma decisero di non agire. Questa grave accusa è al centro di un dibattito storiografico che dura da decenni, e che ora si arricchisce di un elemento documentale che nessuno può ignorare. Come accadde invece nel 1944.
Nei giorni scorsi la Royal Air Force britannica ha aperto i suoi archivi fotografici risalenti alla seconda guerra mondiale rendendo di pubblico dominio, tra le altre, foto aeree di Auschwitz, Birkenau e altri lager nazisti che mostrano i prigionieri in fila per l’appello fuori dalle baracche e addirittura il fumo che esce dai camini dei forni crematori. Immagini come queste, unitamente alle informazioni di intelligence in possesso di Stati Uniti e Gran Bretagna fin dal 1942, costituivano la prova che quelli non erano normali campi di prigionia ma qualcosa di tragicamente diverso.
Quelle foto, così come moltissime altre scattate dai piloti della Raf alla vigilia dello sbarco alleato in Normandia del giugno ‘44, arrivarono sulle scrivanie del presidente americano Franklin Delano Roosvelt e del primo ministro britannico Winston Churchill. E vi arrivarono assieme a ripetute richieste di bombardare le infrastrutture dei lager nazisti (camere a gas, forni crematori, treni e ferrovie). Ma sia Washington che Londra decisero di non agire. E lo fecero proprio adducendo, come motivo principale, la mancanza di documentazione fotografica in merito. Ma non era vero.
Che il problema non fosse la mancanza di immagini è dimostrato anche dal fatto che mai fu ordinato di acquisirle. I comandi alleati non ordinarono missioni di ricognizione sui campi di concentramento, ma solo sugli impianti industriali tedeschi da bombardare. Le testimonianze dei piloti della Raf e dei tecnici militari che analizzavano le immagini (tra tutti, i tecnici della Cia Dino Brugioni e Robert Poirer, che su questo hanno pubblicato anche dei libri) raccontano che le foto di Auschwitz e Birkenau, ad esempio, sono state scattate ‘per caso’ nell’ambito di missioni riguardanti una vicina fabbrica che produceva carburanti sintetici, la I.G. Farben Bunald.
A chi insistette per agire subito, venne detto che una simile azione avrebbe poi messo a rischio la vita di troppi prigionieri e che inoltre le strutture di sterminio sarebbero state presto ricostruite. Un’obiezione cui esperti militari ribatterono dicendo che la distruzione mirata delle infrastrutture dei lager avrebbe causato un numero di vittime di gran lunga inferiore a quello causato dalla prosecuzione della follia nazista; che una simile azione avrebbe diminuito del 75 per cento l’efficienza della macchina di sterminio di Hitler, e che poi, continuando a sorvegliare dall’alto e a bombardare, si sarebbe rallentata o impedita la ricostruzione di camere a gas e binari. Ma nulla accadde e quei camini continuarono a fumare.
Nazisti in sud America
Subito dopo la guerra sono arrivati in America Latina. Con appoggi eccellenti.
Di sicuro non tutte le menti delle strategie criminali naziste sono state confinate nelle carceri dopo il processo di Norimberga (20 NOVEMBRE 1945-1 OTTOBRE 1946). Molti di loro si sono rifugiati nel sud e nel centro America, con l'appoggio della chiesa cattolica e dei servizi segreti degli Usa.
La Costa Rica. Come nel caso della Costa Rica, dove ha vissuto indisturbato dal 1982 al 2003 Bohdan Kozyi (morto appunto nel 2003), un criminale nazista. Kozyi era accusato di aver fatto parte del Comando Stanislaw, il reparto scelto della polizia ucraina che appoggiava l’esercito nazista, e che si rese responsabile dell'omicidio di almeno tre persone, tra cui una bimba di tre anni, tutte di origine ebrea. I tre fatti sono tutti documentati da testimoni oculari.
Prima di ottenere la residenza costaricense, Kozyi aveva vissuto negli Stati Uniti.
San Carlos de Bariloche, Argentina. Qui è arrivato Erick Priebke nel 1954 (anche se dal 1948 viveva in Sud America). Dopo essere stato uno dei protagonisti più crudeli della storia del nazismo (implicato in diverse eccidi, soprattutto nel massacro delle fosse ardeatine a Roma), è scappato con tutta la famiglia in sud America. Il suo caso è stato (ed è tutt'ora) al centro delle cronache. A San Carlos de Bariloche Priebke divenne famoso, amato e stimato da tutta la popolazione del piccolo e meraviglioso paesino che si trova alle pendici delle Ande argentine. Aveva aperto addirittura un negozio, dove "teneva un ritratto di Hitler nel retrobottega, ma aveva i migliori affettati di tutta la città" ricorda una concittadina.
Ma questo angolo di Argentina cela, fra le casette in stile tirolese, altri tremendi segreti. Il mefistofelico dottor Mengele, conosciuto come l'Angelo della Morte di Auschwitz, ha vissuto qui prima della sua morte avvenuta in Brasile nel 1979.
Adolf Eichmann, il principale responsabile dello sterminio di milioni di ebrei europei, che soleva ricordare "all'occorrenza salterò nella fossa ridendo perché la consapevolezza di avere cinque milioni di ebrei sulla coscienza mi dà un senso di grande soddisfazione", trascorreva a Bariloche lunghi periodi di vacanza.
Questo paesino era diventato una piccola Germania, un luogo tranquillo, dove, si diceva che il compleanno di Hitler veniva festeggiato con uniformi della Gestapo (la polizia segreta dello stato nazista), nelle case ben chiuse ed appartate dei suoi fanatici collaboratori.
Guatemala. Questo è l’unico paese fuori dall’Europa che ha visto una parata militare nazista, racconta il cooperante italiano Flavio Tannozzini.
In questa nazione si sono nascosti diversi capi nazisti. Ora sono rimasti i loro eredi, ma pare con la stessa cattiveria razzista. Tannozzini è stato anche testimone di un fatto a dir poco sconcertante. Ha assistito allo sgombero di una comunità indigena da parte della polizia e ha raccolto dalla bocca di una donna questa dichiarazione: “Ci vuole una dittatura di destra dalla mano dura, perché altrimenti gli indios fanno quello che vogliono”. “La terra è degli indigeni” dice Tonnazzini, “agli europei che vengono qui a costruirsi una piscina in mezzo alla giungla non chiedono nemmeno il permesso di soggiorno. Sono sempre più convinto di trovarmi di fronte ad un altro “errore” della storia”
A cura di Enrico Piovesana, Alessandro Grandi e la redazione di Peacereporter
Leggere Lolita a Damasco
Ogni volta che vengo a Damasco, trovo regolarmente all’aeroporto torme di iraniani appena atterrati che, gesticolando e parlando tra loro, mi sgattaiolano davanti durante la fila per il controllo passaporti senza che io possa in qualche modo fermarli o apostrofarli. Sono soprattutto donne, ovviamente nerovestite, ovviamente circondate da uno sciame di bimbi che orbitano intorno al loro nero nucleo come satelliti impazziti. Mi sono sempre chiesto cosa diavolo vengono a fare, in Siria, tutti quegli iraniani. Cosa cercano, cosa vogliono, cosa trovano. Ora l’ho capito. Ora che ho letto “Leggere Lolita a Teheran”, l’ho capito.
Per loro, gli iraniani intendo, la Siria è come una succursale dell’America. Paese da sempre amico dell’Iran, a quanto facilmente raggiungibile senza troppi inghippi burocratici, gli iraniani sembrano apprezzare molto la Repubblica Araba di Siria e una volta qui penso si sentano davvero in Occidente, se è vero quanto scrive Azar Nafisi nel suo bellissimo libro, che descrive la vita a Teheran alla metà degli anni ’90: a quanto pare, essere donna non era facile, ai tempi degli Aytollah; ma non sembra che ora le cose siano cambiate troppo se qualche mese fa l’agenzia di stampa iraniana Isna diffuse a tutto il mondo il comunicato secondo il quale “In Iran la biancheria intima femminile non può più essere esposta nelle vetrine dei negozi e gli animali giudicati «impuri» dalla morale islamica non sono vietati. Sarà inoltre vietato anche esporre manichini femminili «nudi o con le forme troppo evidenti». Tra le altre regole: un istruttore uomo di scuola guida non può insegnare a guidare a una donna se questa non è accompagnata in vettura da un parente stretto”.
In Siria, paese a stragrande maggioranza islamica, queste proibizioni suonano assurde e drammaticamente ridicole così come lo sono per qualunque occidentale. Certo, sarebbe ingenuo e paradossale definire la Siria un paese democratico, ma sicuramente si respira un’aria molto meno pesante che altrove. Io stesso, come potete vedere, posso scrivere ciò che voglio e comunicare con chiunque senza che nessuno mi controlli e vegli su ciò che faccio.
Non penso che, se vivessi per esempio in Cina, tutto ciò sarebbe possibile. Eppure, la Siria è un paese dell’asse del Male, mentre la Cina è ormai amica e partner economica di primo piano dell’Occidente, che pensa addirittura di tornare a fornirle le armi. Ma non si diceva che dovevamo combattere i regimi dittatoriali e illiberali?
La cosa buffa è che abbiamo combattuto la folle Repubblica Islamica dell’Aytollah Khomeini per mezzo della folle dittatura del nostro ex amico Saddam Hussein, che gasava iraniani e curdi senza che nessuno nominasse una sola volta i diritti umani. La cosa però è significativa in quanto dimostrava, già allora, come non esisteva un Islam univoco e monolitico: da una parte infatti l’Aytollah scriveva testi deliranti su lapidazioni di adultere e sesso con capre e polli, dall’altra il “laico” Saddam si dimostrava, per alcuni aspetti, molto più di aperte vedute del vecchio Khomeini (l’abbiamo scelto per questo, no?). La Fallaci, immemore di tutto ciò, nel suo libro “La forza della Ragione”, prende ovviamente il delirante testo scritto dall’Ayatollah Khomeini come paradigma di TUTTO l’Islam (anche la Nafisi ne parla, e dice che nello stesso Iran lo citavano per riderci su, anche se, chissà come e perché, la nomenklatura lo aveva preso davvero sul serio). Perché allora non fare di “Mein Kampf” l’esempio del pensiero tedesco del primo Novecento?
Non penso di dire una cosa nuova quando asserisco che parlare dell’Islam in maniera generica e farne un “pensiero unico” è un’operazione assolutamente fuorviante.
Leggere Lolita a Damasco, tanto per parafrasare il libro che sto leggendo, dà un’idea molto chiara di tutto ciò. Sembra infatti impossibile come possano essere stati in buon rapporti reciproci gli Ayatollah iraniani che vietavano alle donne di ridere per strada o “mangiare le mele in modo provocante” (sic) e questa dinastia (ché tale è, nei fatti) al potere qui in Siria, che negli stessi anni mandava per le strade squadre di uomini e donne a strappare il velo alle musulmane devote e non si è mai sognata di legalizzare la lapidazione per le adultere e altre simpatiche iniziative simili.
(A proposito, di velo, consiglio il libro della Nafisi a tutti quelli che non lo vedono come un’umiliazione per le donne, ma come una particolare veste di piacevole impatto estetico (cosa che può anche essere, a patto che sia scelto e non messo a forza o tramite lavaggio del cervello).www.ulivoselvatico.org
Ilaria Alpi: Una Commissione, un Comitato...
di Roberto di Nunzio
E’ questa l’ultima volta che ci occuperemo del caso di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin. Ci sono dei nomi nella storia recente di questo paese che appartengono alla coscienza collettiva, dei nomi di uomini e di donne che continuano a essere vivi e attuali perchè viva e attuale è la memoria che ci riportano solo a ricordarli o pronunciarli: Pietro Valpreda, Giuseppe Pinelli, Walter Rossi, Carlo Giuliani. Solo per fare qualche esempio tra i tanti, troppi nomi di uomini e di donne che hanno rappresentato il significato stesso dell'impegno e della crescita politica per milioni di cittadini italiani.
Ognuno di loro è stato vittima, e al tempo stesso simbolo di un'ingiustizia, di lunghi periodi cupi e torbidi che l'Italia ha vissuto in tempi recenti. Milioni di cittadini si sono mobilitati intorno a quei nomi, e solo grazie a quelle formidabili mobilitazioni si è potuti arrivare a smontare e perfino ridicolizzare accuse e complotti che rischiavano di mettere in gioco la nostra fragile e giovane democrazia.
Comitati, associazioni, circoli culturali, movimenti politici, perfino canzoni sono nati in nome di quei nomi ed è possibile che non vi sia casa dove da qualche parte non sia chiuso in un cassetto un volantino, un libro, una fotografia, una cassetta musicale che riguarda quel pezzo di storia che abbiamo percorso.
Una mobilitazione popolare che ha costretto i poteri sulla difensiva, un controllo e una vigilanza democratica che sono riuscite a sventare persino i golpe politico-militari dagli anni '60 e ‘70.
Il 20 marzo 1994, a Mogadiscio, Ilaria Alpie il suo operatore Miran Hrovatin, rimanevano vittime di un agguato. Un'esecuzione che a distanza di 11 anni ancora non si è riusciti a svelare se non nei suoi contorni più generali. Nel frattempo sul nome di Ilaria Alpi si sono compiute indagini, svolti processi, scritti reportage. Sempre in nome di Ilaria Alpi sono stati scritti libri e si svolgono premi giornalistici. Alcuni hanno creato come un logo “Ilaria Alpi” e su questo “logo” hanno costruito posizioni di potere. Ma del perché siano stati uccisi non si sa nulla.
Poi da un anno il Parlamento ha istituito una Commissione Parlamentare d’Inchiesta e a presiederla è stato chiamato l’onorevole Carlo Taormina, esponente di quella maggioranza che fino all’ultimo si è battuta perché la Commissione non vedesse luce. Solo una mediazione del Presidente della Camera Pierferdinando Casini ha infine permesso che la Commissione venisse istituita.
La Commissione è l’ultima spiaggia per cercare di arrivare da qualche parte.
E’ questo l’enorme potere che la Commissione custodisce in segreto. Così come sono coperti da segreto tutti i suoi lavori, le audizioni, le linee di indagine. Una Commissione della quale non si conosce nulla con buona pace dei deputati dell’opposizione. Ubbidienti nel silenzio.
Un pugno di cittadini, giornalisti e operatori dell’informazione ha deciso di costituire un Comitato che segua i lavori della Commissione con spirito di analisi e di critica. Niente altro. Solo l’idea, il progetto, di mettere in piedi un “movimento di opinione” legittimo e pacifico. Con l’unica colpa (preventiva) di voler essere un movimento curioso. Di voler pretendere il diritto all’informazione da parte di un organo istituzionale pubblico istituto pubblicamente dal Parlamento.
E subito è scattata (preventivamente) la reazione “forte”: persino Giorgio e Luciana Alpi, i genitori di Ilaria hanno (preventivamente) messo le mani avanti contro un Comitato Indipendente che nei fatti (a quanto ne sappiamo) neppure esiste come “struttura organizzata”. Le mani avanti come se gli stessi genitori abbiano trovato l'ultima ragione di vita nell’istituzione della Commissione Parlamentare, nel Premio Alpi, nei libri, nei film.
Le parole usate da Giorgio e Luciana Alpi appaiono gonfie di timore di poter perdere tutto questo improvviamente scoprendo la verità.
Non è mai capitato di vedere che la famiglia di un giornalista ucciso arrivi a “ribellarsi” fino a sconfessare (preventivamente) quanti liberamente e disinteressatamente cercano di unirsi tra loro per vigilare affinchè si faccia un pò di luce sui tanti (troppi) segreti che continuano a soffocare questo caso. E senza neppure domandarsi chi ci sia dietro a coloro che continuano a seminare segreti, negatività, misteri e malumori.
Da 1994 ad oggi sono morti un numero incalcolabile di cronisti, reporter, fotografi, film-makers e operatori dell’informazione in ogni angolo del mondo Che non capiti mai alla loro memoria e ai loro cari quanto capitato a Ilaria Alpi e Miran Hrovatin.
Noi ci fermiamo qui.
Roberto di Nunzio
direttore@reporterassociati.org
gennaio 27 2005
Meno tasse e più problemi
VINCENZO VISCO
la Repubblica - 27 gennaio 2005
La riduzione dell´imposta sul reddito decisa dal governo è di modesta entità e al tempo stesso eccessiva per lo stato della nostra finanza pubblica. Tuttavia l´intera vicenda è stata una utile opportunità di chiarimento delle posizioni e visioni della destra e della sinistra in materia di tassazione.
Dal dibattito delle scorse settimane è emerso che per la destra la riduzione delle tasse è un obiettivo ideologico prima ancora che economico o politico. Si tratta infatti di "ridurre il perimetro di Stato", di liberare spazi di azione e opportunità di iniziativa per il mercato, e quindi di sostituire progressivamente servizi pubblici con servizi privati offerti dal mercato. In tale contesto ? come ha ricordato il presidente del Consiglio ? è bene ridurre le tasse soprattutto alle categorie che nel mercato rappresentano gli attori principali: gli imprenditori, i dirigenti d´azienda, i professionisti..., cioè a quelli che, sinteticamente, nella polemica politica sono definiti come "i ricchi".
Visto da sinistra questo approccio appare non solo poco convincente, ma anche stravagante. A sinistra si preferisce, infatti, adottare una visione più realistica e pragmatica; si ritiene quindi che le tasse devono essere le più basse possibili, compatibilmente con le necessità e i bisogni che la società liberamente esprime in relazione alla domanda di servizi collettivi, alle esigenze di redistribuzione del reddito, alle politiche di coesione sociale, e alle politiche industriali e di sviluppo. Ciò significa che è bene realizzare la massima efficienza del settore pubblico, anche per ridurre la tassazione, ma non perdendo di vista il benessere collettivo, l´equità, ecc. La tassazione quindi è vista non come un totem (in positivo o in negativo), ma più semplicemente come strumento per realizzare fini condivisi.
Ciò chiarito, ci si può chiedere quali siano oggi i margini effettivi per una riduzione della tassazione che non pregiudichi gli equilibri di bilancio e la necessità ? assolutamente prioritaria ? che il nostro altissimo debito pubblico si riduca. Le strade che si possono seguire sono due: a) un recupero di efficienza nella spesa pubblica che consenta la sua riduzione; b) la riduzione e la privatizzazione dei servizi pubblici fondamentali.
Sul primo punto si può essere tutti d´accordo; sul secondo, ovviamente no. Ma a parole neanche la destra dice di voler ridurre i servizi, anche se l´espressione "riduzione del perimetro dello Stato" significa esattamente riduzione della fornitura pubblica di servizi divisibili che possono essere prodotti anche dal mercato (sanità, istruzione, previdenza?).
In ogni modo se non si vogliono tagliare i servizi e si insiste tuttavia sulla riduzione della tasse occorre considerare la struttura del bilancio pubblico italiano. Su una spesa pubblica pari a circa 48 punti di Pil, 3 (almeno) sono finanziati in disavanzo, altri 2-3 con entrate non tributarie e 42 con imposte e contributi. Si dà il caso, tuttavia, che la spesa pubblica italiana presenta caratteristiche particolari di rigidità: infatti circa 13-14 punti di Pil vanno alle pensioni e 5-6 al pagamento di interessi: si tratta quindi di 20 punti di Pil di spesa derivanti da impegni (debiti) assunti nel passato, laddove per le stesse categorie di spesa gli altri Paesi europei erogano mediamente 5 punti in meno. In altre parole l´Italia già oggi destina risorse molto minori degli altri Paesi europei ai servizi pubblici: "il perimetro dello Stato" è già oggi più ridotto che nel resto dell´Europa. Ciò spiega la estrema difficoltà di ridurre le tasse nel nostro Paese, e il cul de sac in cui si trova oggi la politica economica del governo stretta tra patto di stabilità, finanza creativa e promesse elettorali. Ciò spiega altresì perché i cittadini italiani ritengono di pagare troppe tasse rispetto ai servizi pubblici che ricevono: il che è assolutamente vero, ma ? a parità di pressione fiscale con gli altri paesi europei ? dipende soprattutto da quei 5 punti di Pil sopra ricordati.
E del resto non è affatto vero che il settore pubblico italiano sia ipertrofico: esso è inefficiente, ma non sovradimensionato, il numero di dipendenti pubblici in Italia è infatti inferiore, e non di poco, a quello dei principali paesi europei.
Il non aver voluto o non essere stati in grado di spiegare fino in fondo all´opinione pubblica quale è la reale situazione delle finanza pubblica italiana, o averla addirittura rimossa o negata ? è una manifestazione di irresponsabilità che può costare molto cara al nostro Paese.
Esiste una via di uscita da questa situazione? Probabilmente sì; si tratta di recuperare gettito dall´evasione fiscale per ridurre contestualmente l´imposizione. In proposito, basta guardare a cosa avvenne su questo terreno durante i governi di centrosinistra: infatti dopo il risanamento, tra il 1998 e il 2001, grazie al recupero di evasione, elusione ed efficienza della amministrazione finanziaria, fu possibile sopprimere 24 tra imposte, tasse e contributi, e, mentre le aliquote delle diverse imposte rimanevano costanti o venivano ridotte, fu possibile diminuire l´imposizione per un ammontare pari a 4,5 punti di Pil e, al tempo stesso, mantenere costante il prelievo fiscale complessivo rispetto al Pil. Non esistono altri precedenti nella storia economica dell´Italia del dopoguerra di un tale miglioramento della "Tax Compliance".
Su questo terreno c´è ancora molto da fare, anche perché la situazione si è capovolta con il nuovo governo, ed è in verità grottesco assistere alla pantomima di chi, dopo aver proposto e realizzato 15 condoni, predica adesso ? a parole ? la lotta all´evasione.
Infine le priorità. Se si creano spazi per una riduzione fiscale, che nella disastrata situazione attuale del bilancio pubblico appaiono del tutto virtuali, [tanto più che l´attuale governo ha fatto crescere non di poco (1,5 punti) la spesa corrente primaria, e crollare le entrate ordinarie (1 punto)], le priorità sarebbero nell´ordine: a) la riduzione del costo del lavoro operando sull´Irap; b) la tassazione delle imprese che va mantenuta ai livelli medi dei paesi concorrenti e possibilmente ulteriormente abbassata; c) il sostegno dei redditi più bassi e dei carichi familiari secondo lo schema prospettato nella controproposta fiscale del centrosinistra. Più o meno il contrario di quanto sta facendo oggi il governo. Per quanto riguarda le spese, è possibile recuperare gradualmente gli sfondamenti operati dal governo in questi anni, migliorare l´efficienza della P. A. e quindi realizzare ulteriori risparmi, e persino ridurre moderatamente la stessa pressione fiscale, ma tagli ai servizi non sono accettabili, essi andrebbero, al contrario, migliorati.
È praticabile una tale politica? La risposta è affermativa. Essa è stata già praticata in passato, e può essere ancor di più realizzata in futuro.
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Ds Milano - Rassegna stampa
L´Ulivo perde quota ma resta in vantaggio
SEGUE A PAGINA 10
la Repubblica - 27 gennaio 2005
Sondaggio Eurisko: la Gad supera il centrodestra nelle intenzioni di voto, però perde nei pronostici
Centrosinistra in vantaggio ma cresce la paura di perdere
Governo, calo di consenso. Otto italiani su 10 vedono nero
La coalizione guidata da Prodi avanti di sei punti nel maggioritario e di tre nel proporzionale
In settembre, il 45,8% prevedeva la vittoria dell´Ulivo: quest´area ora ha perso dieci punti
In crisi soprattutto Forza Italia. Si rafforzano An, Rifondazione e i partiti della lista Uniti nell´Ulivo
ROBERTO BIORCIO, FABIO BORDIGNON
Un governo che naviga, da tempo, in un clima di sfiducia, prodotto da un diffuso senso di insoddisfazione. Un´opposizione che non riesce ad "approfittare della situazione": pur avendo acquisito un piccolo vantaggio negli equilibri elettorali, rimane indietro nei giudizi dell´opinione pubblica; e vede le aspettative di vittoria riallinearsi, nelle previsioni dei cittadini, a quelle del centro-destra. Sono questi i principali tratti dello scenario politico evidenziati dai risultati di un ampio sondaggio realizzato da Demos-Eurisko per la Repubblica.
Il clima politico. Ben otto persone su dieci non sono soddisfatte di come vanno le cose in Italia. Le ragioni di questo malumore si legano, innanzitutto, alle preoccupazioni generate dalle performance economiche, dalle ripercussioni sull´occupazione e sulle dinamiche dei prezzi. Sebbene la maggioranza dei cittadini esprima una valutazione positiva sulla situazione familiare, solo il 22% è contento dei soldi che riesce a risparmiare, appena il 28% delle opportunità di lavoro. Un quadro di questo tipo - tanto più se prolungato nel tempo - incide sulle valutazioni nei confronti dell´esecutivo. Smarrito l´entusiasmo che aveva accompagnato i primi mesi di governo, l´apprezzamento per la squadra di Berlusconi si attesta su livelli piuttosto bassi e, dopo la lieve ripresa registrata lo scorso autunno, torna a scendere (36%).
Le evidenti difficoltà del governo, tuttavia, non si traducono (automaticamente) in una crescita del consenso verso l´opposizione. Il giudizio dell´elettorato nei confronti del centro-sinistra rimane poco benevolo: con un indice di apprezzamento inferiore a quello dell´esecutivo e in lieve ribasso nel corso degli ultimi mesi (forse per effetto del continuo fermento interno alla coalizione). Peraltro, la stessa opinione pubblica sembra percepire, oggi, condizioni meno favorevoli per le formazioni di centro-sinistra. Se chiediamo agli intervistati di formulare una previsione sull´esito delle elezioni, i due schieramenti risultano quasi allineati (mentre si espande l´area dell´incertezza: 28%). Solo pochi mesi fa, il centro-sinistra otteneva un ampio vantaggio.
Coerenti con le indicazioni generali sono anche i giudizi sui leader politici. L´apprezzamento per Berlusconi tende a rispecchiare quello nei confronti dell´esecutivo (34%). Sugli stessi livelli troviamo anche Follini; leggermente più in basso si colloca Bossi (22%). L´unica (importante) eccezione, tra gli esponenti della maggioranza, è rappresentata da Fini, al primo posto con il 58%. Il ministro degli Esteri - che recentemente ha goduto di grande visibilità, in relazione alla tragedia del Sud-Est asiatico - ottiene significativi apprezzamenti anche tra gli elettori dello schieramento avversario, in particolare nell´area centrista. Su livelli intermedi si posizionano i leader della Gad: Prodi (45%) e Fassino (39%), sfruttando una maggiore trasversalità rispetto ai due maggiori partiti della coalizione, ottengono i punteggi più elevati. Più connotate sotto il profilo partitico sono, invece, le pagelle di Bertinotti (39%) e Rutelli (37%).
Le tendenze elettorali. Se il clima politico è notevolmente cambiato negli ultimi mesi, molto più lenta, complessa e in parte contraddittoria è stata l´evoluzione degli orientamenti elettorali. Sei mesi fa, dopo le elezioni europee era diffusa la previsione di una possibile vittoria del centrosinistra. Prevale oggi un clima di maggiore incertezza. L´attivismo politico-mediatico di Berlusconi e dei leader della Casa delle Libertà da una parte, le tensioni e le polemiche nell´area del centrosinistra dall´altra hanno avuto un effetto indubbio sull´opinione pubblica. Se si sono ridotte le attese di successo dello schieramento di centrosinistra, si possono registrare tendenze parallele anche negli orientamenti elettorali? I mutamenti che si possono registrare rispetto a sei mesi fa appaiono ancora limitati ma significativi. Le intenzioni di voto per i partiti che fanno riferimento alla Gad superano di tre punti percentuali quelle per i partiti della Casa delle Libertà. E il distacco aumenta a sei punti percentuali se si propone agli intervistati la scelta fra le due coalizioni. La differenza fra i due tipi di scelta - registrata anche nelle ultime elezioni politiche - può avere diverse spiegazioni. Gli intervistati hanno in generale maggiore disponibilità e minori incertezze ad esprimere il proprio orientamento elettorale per una coalizione rispetto a quello per un partito: le mancate risposte sono del 16% nel primo caso, e salgono al 30% nel secondo. E, soprattutto nell´area di centrosinistra, una parte rilevante degli intervistati esita ad esprimere la scelta per uno dei partiti della coalizione.
Le diverse stime sono concordi nel segnalare una crescita non trascurabile delle opzioni a favore della coalizione di centrosinistra rispetto alle elezioni europee. La vasta insoddisfazione sulla situazione generale del paese, e una valutazione tendenzialmente negativa del governo, non si sono tradotte in un forte aumento dei consensi per i partiti di opposizione. Ma frena e deprime le possibilità di recupero dei partiti di centrodestra e la mobilitazione della loro area elettorale.
Si registrano d´altra parte mutamenti significativi anche nell´ambito delle due coalizioni. Nella Casa delle Libertà tendono ad aumentare gli orientamenti elettorali a favore di Alleanza nazionale, che recupera consensi sia dall´area dell´astensionismo che dai partiti alleati. Più in difficoltà appare Forza Italia, che non riesce a mantenere neppure i consensi avuti sei mesi fa. Una parte dell´elettorato azzurro è tentata dall´astensione. L´interscambio di voti con il partito di Fini risulta nettamente sbilanciato a favore di An. Anche la Lega mostra una tendenze al recupero dei consensi, soprattutto nelle aree di tradizionale insediamento.
La crescita di opzioni a favore del centrosinistra ha premiato soprattutto due aree politiche: da un lato Rifondazione comunista, dall´altra i tre partiti che si erano presentati alle europee sotto il simbolo di Uniti per l´Ulivo (Ds, Margherita e Sdi).
Gli orientamenti elettorali che si possono rilevare dai sondaggi rappresentano naturalmente solo probabilità di voto. La loro traduzione in comportamenti effettivi dipende dal contesto delle specifiche competizioni elettorali, dal clima politico e dal livello di mobilitazione e smobilitazione delle diverse aree di elettori.
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Ds Milano - Rassegna stampa
Ulivo è il nome nuovo.
Maurizio62
Confido che Mastella, Bertinotti e chi come loro non hanno partecipato nell'Ulivo nel 1996, ci ripensino e permettano l'utilizzo di un nome semplice, un nome che è sinonimo di forza, di vita, di pace, d'amore e che rappresenta nell'immaginario collettivo la vittoria. Sarebbe stolto chiamarsi Unione, Gad, Fed o altre sigle, il marketing ci racconta cose diverse. I, nome di un prodotto deve essere chiaro, diretto ricordabile e collegabile alla vita di tutti i gironi. M'immagino la Nutella che si chiamasse grande crema di cacao e nocciole. E'ora di smetterla con i distinguo e le diatribe giornaliere, per quella visibilità che aiuta solo il cdx. Faccio appello al buon senso e chiedo fermamente e con me 500 persone del mio paesello, che si ritorni all'Ulivo e allo spirito che lo generò. Bertinotti e Mastella ne diventino fieri partecipanti. Nel mugello Di Pietro è stato eletto senatore e ora che qualcuno in alto capisca che se non ci date ascolto, potremmo anche smetterla di arrabbiarci e passare anche noi nella schiera di quelli che sembrano dire: tanto peggio, tanto meglio www.ulivo.it/forums/read.php?forum_pk=3&topic_id=74088
L’alibi e le minacce dell’astensionismo
MASSIMO GIACHINO
57% a 30%, 55% a 41%: la vittoria alle suppletive dei due candidati del centrosinistra Donadi e Latorre è di proporzioni eclatanti, non spiegabile neppure con la bassa affluenza alle urne, come invece non si stancano di affermare più o meno tutti i portavoce governativi.
Anche ammettendo che in una tornata elettorale “normale”, in cui si vota in tutti i collegi, l’affluenza raddoppi (e di questi tempi, con l’incertezza e la disaffezione alla politica che montano in molti settori dell’elettorato, non è proprio scontato che ciò avvenga) rimane comunque difficile una rimonta del candidato sconfitto, che dovrebbe assicurarsi almeno il 70% dei voti aggiuntivi: siamo sicuri che quasi tutti i cittadini che non hanno ritenuto necessario andare a votare in quest’occasione siano schierati sia pur tiepidamente col centrodestra?
Inoltre il momento in cui si sono svolte queste elezioni non era certamente favorevole al centrosinistra, con tutte le tv e i giornali scatenati sulle divisioni nella Gad e molto fumosi sulle beghe interne alla Cdl: il refrain che si percepiva era del tipo “ancora liti a sinistra”, mentre per la diatriba sulle liste dei governatori nel centrodestra si annunciava un giorno sì e l’altro pure un accordo, in realtà rappattumato alla bell’e meglio solo all’ultimo momento. Il regime di cui così efficacemente parlano Marco Travaglio e Peter Gomez nel loro ultimo libro ha dato in queste settimane un’ennesima prova della sua esistenza.
Eppure tutto questo non è bastato e la sedicente Casa delle libertà è andata puntualmente incontro alla sconfitta, come le è sempre accaduto in tutte le elezioni dal 2002 ad oggi. A questo punto l’alibi della bassa percentuale di votanti cade fragorosamente: vogliamo finalmente dire che anche il non voto è una scelta, discutibile quanto si vuole, ma sempre una scelta? Perché questa destra non riesce a mobilitare attivamente più del 15% dell’elettorato? I campanelli d’allarme suonavano da un pezzo, e il 7-0 delle suppletive del novembre scorso non era che l’ultimo. La realtà è che buona parte di coloro che il 13 maggio 2001 avevano votato per lo schieramento berlusconiano ormai si sono stufati della politica degli annunci senza sostanza, delle sparate dell’Unto alla “siamo tutti più ricchi” quando la crisi economica morde sempre di più da un paio d’anni a questa parte, con le famiglie a reddito fisso che non hanno mai faticato tanto ad arrivare al 27 del mese, e se ne sono stati a casa. Non votano per il centrosinistra, e li si può anche capire visto che lo spettacolo che stanno dando leader e leaderini, oltretutto ingigantito dai media, è oggettivamente sconfortante, ma non votano neanche più per i partiti di governo.
A questo punto l’alleanza di centrosinistra deve solo evitare di suicidarsi. Non è così facile, vista l’innata abilità di troppi esponenti della Gad nello spaccare il capello in quattro su questioni che il 90% degli italiani non capisce e che sta logorando anche la capacità di Prodi di unire veramente la coalizione. Non dico che si debba smettere di discutere, ma si deve dire basta al gioco delle continue dichiarazioni e controdichiarazioni affidate a un sistema dell’informazione che non aspetta altro che di calcare la mano sulle differenze esistenti trasformandole agli occhi della gente in divisioni insanabili. Ci si deve confrontare apertamente ma nelle sedi opportune, evitando di utilizzare tv e quotidiani per sparate-provocazioni come quelle di Rutelli sulla fine della socialdemocrazia: i media che ci ritroviamo non si usano, ma ci usano per fini che guarda caso coincidono con quelli di Berlusconi. Altrimenti la disillusione che già serpeggia sottotraccia nell’elettorato ex ulivista potrebbe esploderci in faccia in un massiccio astensionismo di sinistra, che ci farebbe non solo perdere le elezioni, ma lascerebbe solo macerie nel campo di chi si oppone alla trasformazione del nostro Paese in un perfetto regime mediatico. Non ce lo possiamo permettere e soprattutto non se lo può permettere l’Italia.www.centomovimenti.com
Venti leghisti da marciapiede
Borghezio e pochi altri protestano davanti al Palazzo di Giustizia
L.FA.
«Dovevamo essere cinquantamila e siamo qui in tre», si lamenta un piccoletto con il cappello a campana calato sugli occhi e un cartello scritto a mano: «Stop Islam». Non è vero. Erano ventuno ieri sera i leghisti che hanno preso un po' di freddo sul marciapiede davanti al Tribunale di Milano (diciotto i giornalisti). «Dai, giratevi che facciamo una foto». L'indiscusso protagonista della mascherata, come sempre, è stato il colorito Mauro Borghezio che dopo aver litigato con una bomboletta spray ha sfidato la legge contro i graffiti vergando una scritta blu sul selciato: «Forleo vergogna». Le successive argomentazioni, sciorinate a uso e consumo dei giornalisti annoiati, sono state anche peggio. La meno volgare: il giudice Clementina Forleo è pugliese. Non per questo la sparuta pattuglia di anziane leghiste ha lesinato applausi, «bravo Mario, dai Mario». Tanto per non lasciare nulla di intentato, Borghezio è anche tornato su un suo vecchio cavallo di battaglia: «Chiudiamo la moschea di viale Jenner». Lo chiederà nuovamente al ministro Pisanu. Infine, con in spalla i loro cartelli - «Terroristi liberi: vergogna» e «Sentenza indegna» - i ventuno se ne sono tornati a casa, un po' delusi perché tutti parlano «ma poi ci pensiamo sempre noi leghisti a scendere in piazza». www.ilmanifesto.it/
Antimafia, come la destra lasciò solo uno dei suoi - di Pino Finocchiaro
“Ma cosa vogliono riparare? La verità? Piuttosto tengano giù le mani dalla memoria di mio marito. Beppe era un uomo di destra. E’ stato un eroe e un martire della lotta alla mafia. Ma la destra lo lasciò solo. Per portare avanti l’interrogazione si rivolse a Tano Grasso, alla Quercia. Sono indignata”.
Mimma Barbaro, vedova di Beppe Alfano, il corrispondente del quotidiano la Sicilia da Barcellona Pozzo di Gotto trova intollerabile il tentativo di contrapporre la figura del marito all’inchiesta di Report che ha mostrato il grado di collusione mafiosa nella Sicilia del 61 a 0 a favore del Polo.
“La destra ha i suoi martiri? – incalza Mimma Barbaro – peccato che li disconosca da vivi. La destra a Barcellona ha fatto scelte ben diverse.Vogliono descriverlo come collaboratore del Secolo d’Italia, macché faceva il corrispondente per la Sicilia. La destra non gli dava spazio. Le sue denunce erano imbarazzanti per i rapporti che il Msi intratteneva con i mafiosi locali. Mio marito fu isolato, in lista col Msi misero invece il mandante del suo omicidio, il boss Gullotti. Questo ha fatto la destra per mio marito ed ora lo vogliono utilizzare come icona per “riparare” all’inchiesta di Report? E cosa c’è da riparare. La giornalista ha detto la verità. La trasmissione ha descritto quelli che sono i veri rapporti tra politica e mafia”.
Siete stati interpellati da qualcuno della trasmissione Punto e a Capo?
“Assolutamente no. Giovedì andrà in onda la trasmissione e non si sono neppure degnati di fare una telefonata. Di avvertirci. Figurarsi chiedere il nostro parere. Ovviamente sono liberi di dire quel che vogliono. Purché sia la verità. La verità è che mio marito è stato isolato dalla destra prima che lo uccidessero su mandato di un boss vicino alla destra”.
Una conferma quindi dello spirito e della lettera della puntata speciale di Report?
“Certamente sì. Dal servizio di Report emerge solo verità. Vogliono riparare alla verità. E perché mai. “La verità è che noi piangiamo i nostri morti, i nostri eroi della lotta alla mafia. Tentare di strumentalizzarli per mostrare una verità che non esiste, per disconoscere una realtà di collusioni contro le quali lottarono rimanendo ridotti all’isolamento, renderebbe inutile il loro sacrificio. Il sacrificio di mio marito non può e non deve essere vano: questi politici tengano giù le mani dalla sua memoria. Guai a chi tenterà di strumentalizzarne il sacrificio!” www.megachip.info
Il rovescio dell' economia e l'economia al rovescio
di BananaNews
L' economia mutante, ovvero come diventa vero ciò che sembra falso. L' economia come la pelle dei coglioni: elastica
Giorni fa ho reso l'estremo saluto al mio vecchio catorcio a quattro ruote. A febbraio il caro estinto avrebbe dovuto passare la biennale revisione, una prova troppo ardua per quel che restava della macchina, mai particolarmente gloriosa.
Già l'ultima revisione era stata passata anche grazie ad una mia indegna prostituzione con il revisore, prostituzione che, anche se indegna, avrei ripetuto questa volta se il catorcio avesse avuto la minima possibilità di ottenere il sospirato o.k., il "vai e marcia".
Dunque, rottamato il catorcio, macchina nuova.
Quale macchina? Non essendo un amante delle quattro ruote, cavalcando sempre e solamente le due, la mia conoscenza era assolutamente obsoleta ed ho cominciato a guardarle con occhio più attento, anche se decisamente bovino per ottusità in materia.
Un mondo di Citroen, di Honda, Renault, Chevrolet-Daewoo, Ford, Opel, Wolkswagen, Suzuki, Toyota, Hyunday, ed altre, mi è così apparso, ed in questo mondo aveva anche una sua piccola, e non brillante parte ed immagine, la Fiat.
Fatta la scelta, sono andato da un grande concessionario al quale ero stato raccomandato da un amico per un eventuale trattamento di favore. E' a questo punto che mi sono imbattuto di persona nella grande elasticità dell'economia, nel suo essere Zelig e riuscire a creare reddito dal debito, ricchezza dal nulla.
Chiarisco subito che il trattamento di favore c'è stato e lo sconto avuto è stato decisamente soddisfacente, ma il grande imbarazzo ha riguardato le modalità di pagamento.
"Come preferisce pagare?" mi ha chiesto il gentile concessionario.
"In contanti", ho risposto. La delusione si è allora manifestata chiaramente sul volto del concessionario.
"Vuole che paghi a rate?", ho ripreso, interrompendo un pesante ed inatteso silenzio, mentre mi stava venendo in mente la celebre barzelletta del sadico e del masochsta, quella in cui il masochista dice: "picchiami", e il sadico risponde "no".
Il fatto che io, anche per fare una figura alla Donald Trump, volessi pagare in contanti e che il concessionario non ne fosse affato lieto, mi spiazzava decisamente.
Eppure, ragionando un po', c'è una precisa logica, nella povera economia di oggi, nel fatto che i rivenditori preferiscano il pagamento a rate piuttosto che quello in contanti.
Le somme dilazionate, cioè le rate, incorporano gli interessi, più o meno uguali a quelli fatti pagare dalle banche per i vari prestiti. Così, il rivenditore cede il debito dell' acquirente a delle finanziarie che, a loro volta, concedono una provvigione al rivenditore in quanto procacciatore di clienti.
In pratica, se per un acquisto ho un debito residuo di 6000 euro, questo debito alimenta il reddito delle finanziarie che guadagnano sui tassi d' interesse ed alimenta il reddito dei rivenditori, dato dalle provvigioni.
Debito che crea reddito, una "banchizzazione", se non una "cravattarizzazione", di tutto il sistema, una reazione dell'economia alla crisi.
Tutto bene, dunque? E' stato trovato il giusto antidoto alle difficoltà sempre crescenti? Potrebbe anche funzionare nel caso ci fosse una vera ripresa. Se non ci sarà, potrà accadere che tutte le rate dei vari debiti non saranno pagate e il sistema cadrà con velocità doppia.
Per ora, il ricorso al debito nasconde una situazione che è ben più drammatica. Chi vivrà, vedrà.
BananaNews
PS: Ho pagato in contanti, ma con grande mio imbarazzo nei confronti del rivenditore per questa ulteriore facilitazione avuta. www.ilbarbieredellasera.com/
Abusi fratricidi
Per Hrw, dopo Abu Ghraib, gli abusi non sono terminati. Adesso li compiono gli stessi iracheni
“Il governo iracheno ad interim non ha mantenuto la promessa di rispettare i diritti umani fondamentali del proprio popolo”. Sarah Leah Whitson, direttore esecutivo di Human Rights Watch, l’organizzazione che si batte per la tutela dei diritti umani, ha introdotto così un rapporto presentato lunedì 24 gennaio 2005 a New York che accusa direttamente il governo Allawi di gravi abusi contro i suoi stessi cittadini.
Il rapporto. Il documento di Hrw sottolinea in particolare, nelle sue 94 pagine, le responsabilità delle forze di sicurezza irachene. Secondo l’associazione gli agenti abusano sistematicamente dei prigionieri. Le accuse che Hrw muove al governo sono tante e gravi: arresti illegittimi, torture, isolamento prolungato oltre misura e detenzioni infinite per i prigionieri. Molti dei quali minorenni. A tutti è comunque negato per giorni l’accesso al cibo e all’acqua e i detenuti vengono ammassati in celle piccole e sovraffollate. Molto comune l’utilizzo di elettrodi applicati ai genitali e ai lobi dei prigionieri durante gli interrogatori. L’aspetto più inquietante è che Hrw sottolinea come, secondo loro, questi non rappresenterebbero dei casi limite, ma la assoluta normalità. La Whitson ha definito queste pratiche “routine”. L’organizzazione ha intervistato, a partire dal 2003, 90 detenuti iracheni e ha accertato abusi su 72 di loro. “Ci rendiamo conto che le forze dell’ordine irachene sono sottoposte a una grande pressione, essendo obiettivo privilegiato dei ribelli”, dice la Whitson, “ma nulla può giustificare un simile comportamento da parte di un corpo di polizia ufficiale”.
Le responsabilità. Alle domande dei giornalisti presenti alla conferenza stampa che chiedevano se gli iracheni sono da considerarsi gli unici responsabili degli abusi sui prigionieri, la Whitson ha risposto che “in nome della necessità di stabilizzare l’Iraq a tutti i costi, le autorità e gli osservatori stranieri presenti nel Paese si astengono dal controllare come dovrebbero il rispetto dei diritti umani nelle carceri irachene. Al popolo iracheno è stato promesso un futuro migliore dopo la caduta di Saddam, ma si continuano a perpetrare gli stessi abusi del periodo precedente. Noi condanniamo apertamente le violenze della guerriglia in Iraq, ma nessuno e per nessuno motivo è autorizzato a calpestare i diritti umani degli altri”. Molti detenuti hanno subito danni permanenti dalle torture subite e Hrw chiede al governo iracheno di assumersi la responsabilità del futuro di queste persone e chiede che sia garantita il più presto possibile l’assistenza legale ai detenuti.
Conto alla rovescia. I fautori delle elezioni a tutti i costi avrebbero volentieri fatto a meno di questa tegola, ma le operazioni per la preparazione del regolare svolgimento delle elezioni previste per domenica 30 gennaio 2005 continuano a ritmi serrati. “E’ un voto prematuro, perché non darà a tutti gli iracheni la possibilità di scegliere”, commentava ieri Ayad al-Samaray, il responsabile dell’ufficio politico del Partito Islamico, “i sunniti boicotteranno il voto e non ci saranno ripensamenti in questo senso”. La diplomazia non è riuscita nell’intento d’isolare la guerriglia coinvolgendo nelle elezioni i sunniti. Nei giorni scorsi il terrorista giordano prometteva 4 autobombe per seggio e cecchini contro gli elettori per il giorno del voto e la polizia irachena è sempre più sotto pressione perché sa di essere il bersaglio più facile, visto e considerato che in pattuglia per strada ci vanno loro mentre i militari stranieri centellinano le uscite per ridurre al minimo le perdite. Di tutta questa frustrazione, secondo Hrw, i poliziotti iracheni fanno pagare il conto ai loro stessi fratelli.
Anche se sono solo dei bambini.
Christian Elia www.peacereporter.net
Sarà una storia di successo
Cem Ozdemir con
Daniele Castellani Perelli
BRUXELLES. Il futuro della Turchia ha gli occhi di Cem Ozdemir. Nato in Baden-Wuerttemberg da genitori turchi, Ozdemir è un giovane europarlamentare tedesco, e per i media continentali è un po’ il simbolo dell’integrazione turca in Europa. “L’ingresso della Turchia aiuterà l’immigrazione dei turchi che sono già da noi”, ci spiega tra le stanze del Parlamento di Bruxelles. Ozdemir, appartenente al gruppo dei Verdi e eletto “Star of Europe” nel 2002 dal settimanale Business Week, racconta come il nostro continente si stia ormai abituando alla presenza turca (il figlio dell’ex Cancelliere Kohl ha sposato una ragazza turca), e di Ankara dice che col tempo imparerà ad essere europea, come è successo con l’Irlanda e i paesi dell’Est: “L’Europa ha una storia di successi”, spiega l’enfant prodige della politica continentale, “Abbiamo reso possibile che Spagna, Grecia e Portogallo diventassero paesi europei. Non ho alcun dubbio che riusciremo a fare lo stesso con la Turchia”.
Perché Angela Merkel, Nicolas Sarkozy e altri politici europei sono contrari all’ingresso della Turchia? Quali sono le vere ragioni?
Le ragioni sono molte. Sono preoccupati che l’Europa cambi, diventi qualcosa di diverso da quella che s’immaginano loro. Ma la verità è che l’Europa è già diversa, e continuerà ad essere diversa quando entreranno Romania e Bulgaria. E’ piuttosto ovvio che dobbiamo cercare di far sì che l’Europa non sia solo un mercato comune, ma che sia un luogo in cui condividiamo dei valori. Se la Turchia vuole partecipare a questa condivisione, dovremo mantenere la nostra parola. E sono sicurissimo che Angela Merkel e altri non continueranno nella loro politica una volta che saranno al governo. Questa è una tipica politica d’opposizione, tant’è che in privato non è la Markel dimostra posizioni molto diverse sul tema dell’adesione turca.
In Germania vivono due milioni e mezzo di turchi. Che influsso avrà sulla loro integrazione in Europa l’adesione della Turchia?
Da sostenitore dell’integrazione penso che l’ingresso di Ankara nell’Ue ci aiuterà, perché se la Turchia fa parte dell’Europa sarà molto più facile convincere i cittadini di origine turca che vivono da noi a imparare la lingua del paese in cui vivono, a diventare cittadini tedeschi e a educare i loro figli a condividere con noi i valori europei.
Cosa pensa del fatto che nel preambolo della Costituzione europea non siano state menzionate le radici cristiane?
La cosa interessante è che questo non è un problema turco, e non è nemmeno un problema dei musulmani. E’ solo una questione per i nostri amici francesi, per la lacité francese. Il primo ministro turco aveva affermato l’intenzione di accettare l’eventuale riferimento alle radici cristiane.
Cosa la fa sentire in Europa quando visita la Turchia?
Quando sono lì parlo con le persone e capisco che condividiamo la stessa visione, le stesse idee sui diritti umani, la democrazia e i valori. E’ un paese europeo come lo era l’Irlanda al momento della sua adesione, cioè un paese con molti problemi da risolvere. Lo è come i paesi dell’Est, che provengono dal mondo ortodosso e hanno avuto bisogno di molto tempo prima di diventare europei. Penso che l’Europa abbia una storia di successi. Abbiamo reso possibile che Spagna, Grecia e Portogallo diventassero paesi europei. Non ho alcun dubbio che riusciremo a fare lo stesso con la Turchia. www.caffeeuropa.it/
La svolta spagnola: sanatoria per 800mila immigrati
“Sanatoria e nuova legge sull’immigrazione entro l’autunno, poi, prima della fine della legislatura, voto agli immigrati con permesso di soggiorno di lunga durata e diritto di voto – attivo e passivo – solo alle amministrative, come già succede per i cittadini europei residenti nel paese”. La Spagna socialista aveva promesso di rivoltare come un calzino la politica di immigrazione e integrazione dopo che in otto anni di governo Aznar Madrid si era mossa solo nella direzione della sicurezza. La svolta – epocale – per l’Europa di Shengen, era stata annunciata poco dopo la sua elezione. La sua sanatoria per i “sin papeles” ha ottenuto il via libera di sindacati e imprenditori e il plauso del Wall Street Journal, giornale dell’establishment finanziario americano finora severo con colui che ha scalzato dalla presidenza spagnola “il fidatissimo Aznar”: il governo di José Luis Rodriguez Zapatero punta a regolarizzare 800 mila immigrati clandestini con un regolamento che amplierà le maglie della legge sull’immigrazione formulata a suo tempo dal Partito popolare. Il provvedimento entrerà in vigore il 7 gennaio e gli extracomunitari avranno tempo tre mesi per mettersi in regola.
Tutti gli immigrati che vivono in Spagna da almeno sei mesi e hanno un lavoro, la cui durata varia a seconda del settore di attività, possono dunque normalizzare la loro situazione e attenere permessi di soggiorno. Per gran parte dei lavori la durata del nuovo contratto è di sei mesi. Nel settore agricolo, stagionale, sarà sufficiente dimostrare di aver lavorato tre mesi; nel lavoro domestico il limite minimo è di 30 settimane presso una famiglia.
Il nuovo regolamento, qualificato come un “colossale sproposito” da Mariano Rajoy segretario generale del Pp e “insufficiente” dall’ Assemblea por la Regularizaciòn sin Condiciones di Barcellona ha, al contrario, ottenuto l’appoggio dei grandi sindacati e de “la patronal” (la Confindustria ). Tutti loro hanno insistito sull’importanza di questa misura per frenare lo sviluppo incontrollato dell’economia sommersa, che si alimenta specialmente degli immigrati “sin papeles” e che si suppone rappresenti già il 25 percento del Prodotto interno lordo spagnolo.
Davanti alle conseguenze devastanti della politica sull’immigrazione dei governi di centro destra, che ha stroncato drasticamente le possibilità di ottenere la regolarizzazione una volta che gli immigrati si trovavano già sul suolo europeo esponendo gli immigrati alle peggiori condizioni di sfruttamento e all’usura delle mafie, l’attuale regolarizzazione spagnola (che pure esclude i lavoratori autonomi e permette di dimostrare il tempo di permanenza nel paese solo attraverso il censimento) rappresenta una vera svolta verso quella società dei diritti e della cittadinanza e della solidarietà che dovrebbe contraddistinguere il Vecchio Continente e mette al centro del dibattito pubblico le politiche migratorie e di sicurezza e gli effetti vessatori sulla vita degli immigrati e sulla convivenza nelle nostre città.
[Carla Ronga]www.aprileonline.info
Speranza per Aceh?
La crisi umanitaria offre l’opportunità al governo indonesiano di chiudere il conflitto tra separatisti ed esercito. Anche se resta alto il rischio di una nuova escalation.
Il maremoto che si è verificato il 26 dicembre 2004 nell'oceano indiano, ha duramente scosso la provincia di Aceh. La gigantesca mareggiata che n’è seguita, che strappato via praticamente l’intera popolazione di alcuni paesini costieri, ha distrutto una regione che già da anni versava in una situazione assai particolare. Perché nella provincia a nord dell'isola di Sumatra è in scena uno dei conflitti più lunghi e più sanguinolenti di tutta l'Indonesia. La guerriglia tra esercito nazionale ed i ribelli del "movimento di liberazione di Aceh" (GAM) ha portato fino ad oggi circa 10.000 morti, in maggioranza civili, imponendo il suo tributo di sangue quasi ad ogni singola famiglia.
Certo, lo Tsunami ha cambiato la situazione. Jakarta ha reso accessibile una provincia chiusa da anni ai giornalisti ed ai difensori dei diritti civili, ed esercito e separatisti si sono accordati provvisoriamente per un armistizio. Tuttavia, se il governo indonesiano non riuscirà ad organizzare in modo efficiente ed equo gli aiuti, la frustrazione presso la popolazione si rinforzerà presto.
A Stoccolma per un Aceh libero
La guerra civile data 1976, quando l'uomo di affari Hassan di Tiro, figlio di una vecchia famiglia gentilizia di Aceh e fondatore di GAM, ha proclamato l’Indipendenza di Aceh. Colto tuttavia da un grande attacco da parte dell’esercito, dovette darsi alla fuga tre anni più tardi. Trovando asilo in Svezia e conducendo da allora in un sobborgo di Stoccolma la sua lotta per un Aceh indipendente. Spesso si sente dire che GAM vuol far nascere uno stato islamico; tuttavia, secondo l’opinione di un esperto di questioni indonesiane Romain Bertrand, l’obiettivo finale di GAM resta un sultanato... con di Tiro come sultano.
Eppure nazionalismo ed Islam sono da sempre strettamente collegati in Aceh. Già alla fine del 19esimo secolo il clero islamico (gli Ulema) aveva spinto Aceh a lottare contro il potere coloniale olandese indicendo una guerra santa. Negli anni ‘50 il Darul Islam, un gruppo islamico radicale, ha combattuto non solo per l'autonomia della provincia ma anche per l'islamizzazione dell’intera Indonesia. Tuttavia i separatisti di GAM non hanno radici islamiche e l'unione con Al Qaida, che il governo di Giakarta ha tentato di sbandierare nel 2002 dopo gli attentati dinamitardi di Bali, resta un’operazione apertamente politica.
Droga e legname: l’esercito trae profitto dalla guerra
Le cause originarie del conflitto, siano esse attribuibili all’Islam o al separatismo, hanno perso comunque il loro significato agli inizi degli anni ‘90. L’inasprimento delle azioni condotte dall’esercito contro il GAM, i numerosi sacrifici tra i civili che ciò ha richiesto, così come lo stato di corruzione e di inefficienza dell'amministrazione, hanno, secondo il parere di Human Rights Watch, rafforzato le simpatie per il GAM. Inoltre l'esercito ha finito con gli anni con lo sviluppare interessi propri nella regione. Poiché una fine delle ostilità metterebbe in pericolo quegli stessi interessi nel commercio di legname e di droga, secondo Bertrand, non esiste una volontà per un cessate il fuoco definitivo. Nonostante la promessa da parte del presidente Yudhoyono di ricercare una soluzione pacifica, l’esercito ha continuato a spargere morte nei suoi ripetuti attacchi al GAM anche nel 2004. Una situazione ch’è stata provvisoriamente interrotta dallo Tsunami, proprio perché il cataclisma naturale ha messo Aceh al centro dell’opinione pubblica mondiale.
I ripetuti conflitti a fuoco verificatisi fanno di certo già dubitare della volontà di entrambe le parti di osservare l’Armistizio concordato all’indomani dell’onda sismica. In questa situazione, il governo di Jakarta deve rapidamente e con decisione mostrare all'esercito come non sia più disponibile a sopportare un protrarsi del conflitto. La prossima settimana sarà decisiva: se il governo riuscirà ad organizzare in modo equo gli aiuti, e a dirigere in modo efficiente la ricostruzione, otterrà nuovamente dalla popolazione la sua legittimità. Dall’altra parte le ripetute operazioni militari condotte dall’esercito, rappresentano una minaccia proprio perché impediscono la consegna degli aiuti e rischiano, col passare del tempo, di isolare il paese.
La comunità internazionale deve perciò da un lato sostenere il governo indonesiano nella ricostruzione della provincia distrutta e riscuotere le promesse fatte in termini di aiuti. Dall’altro, non può poi disinterassersene come in passato, perché solo una durevole presenza di organizzazioni e media internazionali può garantire il controllo sull'esercito e sull'amministrazione locale, e mantenere tutte le parti sotto pressione. Presumibilmente, il tentativo da parte del governo di limitarne nuovamente l'ingresso, mette in pericolo la sicurezza stessa dei soccorritori nel GAM, e rappresenta un fatto preoccupante. La comunità internazionale, ed in particolare l’ex potenza coloniale Olanda che in merito ha ovviamente responsabilità più specifiche, devono esercitare la giusta pressione per riportare le parti al tavolo dei negoziati. www.cafebabel.com/it/
Crespi-Velardi, vite parallele
Il mago dei numeri è tornato. Ed è giusto così, quando il gioco si fa duro il giocoliere riapre bottega. È il momento del bisogno, Berlusconi chiama e chi gli deve tutto risponde, anche se se n’era andato sbattendo la porta. Luigi Crespi, l’uomo che vedeva Forza Italia al 40 per cento, è rientrato nel mondo dei sondaggi da cui era uscito pieno di debiti. C’è di nuovo lui, dietro al prodigioso fiorire di numeri sul Giornale, col centrodestra che stravince le Regionali (tranne che in Puglia, contro il candidato comunista) e a livello nazionale realizza il controsorpasso ai danni dell’Alleanza.
Amante delle iperboli e delle esagerazioni – purtroppo anche quelle fi- nanziarie – Crespi torna sulla scena come committente di se stesso. S’è fatto da solo il giornale che gli commissiona i sondaggi e l’ha chiamato (come dargli torto?) Il Clandestino.
Apparentemente, se la canta e se la suona. Errore. Il sodalizio col presidente del consiglio – che si era rotto nel 2004 dopo il fallimento dell’avventura Hdc-Datamedia e aveva indotto Crespi a dure critiche verso il suo ex datore di lavoro – si sta rinsaldando.
Un solo ostacolo si frappone al pieno ritorno di Crespi come sondaggista di fiducia: il rapporto che nel frattempo Berlusconi ha costruito da palazzo Chigi con altri suoi colleghi.
Dopo il fallimento di Hdc-Datamedia, infatti, i sondaggi per la presidenza del consiglio (recentemente rifinanziati con un emendamento alla Finanziaria) sono ora affidati previa gara d’appalto a Nicola Piepoli, Ipsos di Nando Pagnoncelli e Ispo di Renato Mannheimer. La curiosità divertente è che la società di quest’ultimo – il più attivo e disponibile dei tre nei rapporti con Berlusconi – starebbe per finire sotto l’ala di un altro famoso frequentatore di palazzo Chigi.
Claudio Velardi sta infatti ampliando i propri interessi dal campo editoria (il Riformista), lobbying e consulenze al delicato settore dei sondaggi.
Lo fa rilevando le società in dif- ficoltà finanziarie di Mannheimer, appunto, e del sociologo Gian Paolo Fabris, riunite in questo momento nel consorzio Allaxia di Raffaele Iacovelli.
Se l’operazione andrà in porto, Velardi si ritroverà de facto a fare il consulente di Berlusconi, sia pure in maniera molto diversa da come lo fece con D’Alema. Il fatto va preso come una curiosità, nulla di più, anche perché da tempo l’ex braccio destro dell’attuale presidente dei Ds ha dichiarato – da businessman – una assoluta trasversalità delle proprie frequentazioni e dei propri interessi. Reti e Running, le sue società, lavorano indifferentemnente per le imprese e per politici di tutti i campi: Antonio D’Amato, per dirne uno, si sarebbe fatto aiutare da Velardi nel caso avesse deciso di gareggiare contro Bassolino in Campania.
Forse il primo consiglio è stato di lasciar perdere. E il vulcanico editore del Riformista esibisce tuttora il vezzo di condividere con Berlusconi – con quote alquanto diverse dell’affitto, si intende – l’edificio romano di palazzo Grazioli in via del Plebiscito.
Ma torniamo al vivace mondo dei sondaggi, una volta luogo per eccellenza dell’autorevolezza e del low profi- le, oggi un po’ scombinato dalle incursioni dei raiders come Crespi. Già, perché dal big bang finanziario della sua creatura Hdc sono usciti alcuni satelliti ora dotati di vita autonoma.
A cominciare da Ekma, la nuova sigla dello stesso Crespi che di nuovo propone sondaggi politici e che – chissà con quali risorse, visto il precedente fallimento – produce tra l’altro City Monitor, un’ampia ricerca su sindaci, giunte e problemi locali in 103 capiluogo di provincia, supportata da qualcosa come 100 mila interviste. Poi c’è Euro Media Research di Alessandra Ghisleri, ai tempi responsabile del settore politico di Datamedia e ora consulente in proprio di Forza Italia a livello locale e nazionale. Segue Datacontact di Angelo Tosto, col suo call center di Matera. E infine Aqua dove c’è Andrea Cimenti, ex braccio destro di Piepoli, l’uomo che nel 2003 andò in tv a rischiare la propria faccia nella prima figuraccia di Crespi: gli exit polls delle amministrative vinte dal centrosinistra.
Allora Crespi era in auge e la sua creatura più promettente sembrava Nexus, il consorzio che si era aggiudicato appunto le serate elettorali della Rai. Coinvolta nel fallimento della holding crespiana, Nexus nel 2004 è stata data in affitto ad Allaxia, consorzio di imprese nel quale sono confluiti molti dei ricercatori di Datamedia e Cirm, oltre alle professionalità di Mannheimer e Piepoli.
Ora che Allaxia si vende al miglior offerente, Nexus dovrebbe seguirne le sorti. Il che apre un altro scenario e ripropone questo curioso andamento parallelo delle carriere di Luigi Crespi e Claudio Velardi. Perché dovrebbe toccare proprio a quest’ultimo la titolarità della sigla. Ma le trattative sono in corso: per chi lo conosce, sarebbe davvero sorprendente se una volpe come Velardi volesse esporsi in un lavoro – gli exit polls per la Rai – che darà gloria ma soprattutto dà una marea di grane.
Così come è da vedere quale sarà il percorso della Gpf di Gian Paolo Fabris: una creatura di classe, molto apprezzata, specializzata in ricerche di mercato per le imprese sul tema della comunicazione, “fornitrice” di nomi e marchi di successo. L’ultimo nome proposto, come è noto, è stato controverso: interpellata per scandagliare il rapporto tra il centrosinistra e i suoi elettori, con relative implicazioni semantiche, ha tirato fuori quella Unione per la democrazia che è stata gettata in pasto ai media, ha fatto parlare per un paio di giorni ed è sembrata presto archiviata dai leader dell’Alleanza. Dopo di che, a quanto pare, almeno sui termini democrazia o meglio ancora democratici sembrano ora esserci parecchie convergenze politiche. Chissà se prima o poi dovrà dire la sua in proposito anche quel fenomeno di Claudio Velardi.www.europaquotidiano.it
Cronache di Bassavilla 2
BEDROOM INVADERS
di Danilo Arona
Bassavilla è presente ovunque. E’ la provincia sporca e negletta che ha creato la mitologia di cui ancora si sta nutrendo il noir italiano post-Scerbanenco. E’ l’Area 51 degli scheletri nell’armadio o dei mostri sotto casa. Storie disturbanti, spesso sconosciute che non conquistano la dignità di notizia nazionale perché, molte volte, c’è chi le vuole confinate nel fortino della reputazione e dell’immagine da salvare.
Bassavilla è pure ancora di salvezza, porto nel quale ci si può barcamenare al riparo del confronto umiliante con il mondo esterno, laddove una ruga nel profondo riesce a provocare insostenibili tsunami. Qui non fai carriera, ma per fortuna non ti capiterà mai, o quasi, di finire nelle sabbie mobili che ti attendono al termine di sentieri sbagliati. La scelta resta tua: i concittadini famosi (Eco, Rivera, la Parodi, Cotroneo, l’elenco in sé è stravagante, ma qui siamo tutti stravaganti…) hanno fatto le valigie al momento opportuno. Ci hanno guadagnato tanto e si sono persi qualcosa, ad esempio “le storie”.
I fatti di Bassavilla sono plot di grande perfezione. In più di un’occasione sono stato accusato di essermeli inventati. Uno degli ultimi racconta di una donna che tutte le notti, più o meno, riceve la visita di un’entità all’apparenza incorporea che, come s’infila sotto le coperte, diventa quanto mai carnale e la costringe all’amplesso. La racconto così e fa un po’ ridere, ma la tipa ormai sembra la versione femminile dell’uomo senza sonno, il protagonista del film The Machinist. Per di più la letteratura, sempre presaga propaggine dell’umanità, questa vicenda l’ha già raccontata molti anni fa con un romanzo che s’intitolava Entity, scritto da Frank De Felitta, dal quale fu tratto un film già oggetto dell’ennesimo remake.
In un luogo come Bassavilla, quando capitano fatti del genere, non è improbabile che qualche protagonista si rivolga a me (a me?), sperando di trovare una panacea. Ovvio, equivocano sulla mia funzione, e non si può pretendere che si capisca il lavoro di uno che fa giornalismo, scrivendo di “quelle cose lì”, come le espongono in provincia. Per educazione ascolti e, ovvio, dai il consiglio più sensato che ti passa per la mente, nel caso in questione: “non dorma da sola, si porti un amico o un’amica a casa”. Esperimenti già fatti con risultati deludenti e contradditori: con l’amico in casa non succedeva nulla, poi qualche volta l’amico (o l’amica) provarono ad imitare l’entità incorporea. L’idiozia, a volte, può essere geniale nella sua assoluta mancanza di originalità.
Così, ragionandoci, mentre scrivevo (a proposito di “Giro di vite”) che la malattia mentale ha preso il potere e che i “giri di vite” si stanno moltiplicando tra le mura domestiche affinché lo scarmigliato Andreoli abbia buoni argomenti per far riaprire i manicomi, mi sono accorto che la storia è antichissima. Roba da albori, sicuramente epifenomeno segnalato da quando esistono le camere da letto. Infatti, eserciti notturni di creature che diconsi fantastiche (fantasmi, demoni, streghe, vampiri, e mille varianti) turbano da millenni i sonni dell’umanità e, guarda caso, si concentrano in quello che è lo spazio più intimo e inviolabile della casa: non il cesso, sciocconi, sto parlando della camera in cui si dorme e, per intenderci, si perpetra l’atto sessuale. Dalla preistoria sumerica alla Roma imperiale è stato tutto un brulicare di demoni e demonesse infoiate (Lamashtu, Lilith, Lamie, Incubi e Succubi, Striges e Lilim) che arroventavano le notti dei nostri antenati, e via procedendo nel tempo – transitando per i Tulpa e la mitica Old Hag teorizzata da David Hufford (una specie di tenda canadese che si forma sotto il lenzuolo e ti stantuffa come un moto perpetuo) – eccoci qui, in piena era tecnologica, alle prese con gli alieni che irrompono in piena notte, fanno quel che farebbe un qualsiasi intruso terrestre a digiuno da tre anni e ti lasciano nel corpo dei souvenirs, appunto impianti di supposta matrice marziana.
Questa roba è così seria, soprattutto in America dove la presenza di Bush è già di per sé sintomo di allucinazione condivisa e collettiva, che la psichiatria l’ha già classificata come “Sindrome di Diana”, laddove l’acronimo recita “Deliro Individuale da Aggressione Notturna Aliena”. Però c’è poco da ridere, perché di fronte ad alcuni casi psichiatri e psicanalisti non possono far altro che arrendersi: in certi corpi “violati” dagli alieni la quantità di micropimpianti, altamente sofisticati, è qualcosa di straordinario, a causa anche della delicatezza di certe zone (genitali) in cui gli oggetti sono stati inseriti.
Forse c’entra Bill Gates, come qualcuno ha ipotizzato, ma neppure Bill Gates sarebbe in grado di giustificare un contagio psichico a macchia d’olio, una serie sconcertante di “attivazioni” di facoltà nascoste in seguito alle visite aliene e la quasi totalità delle conferme diagnostiche ottenute dalle regressioni post-ipnotiche. Okay, ma l’America è grandiosa in tutto, mentre i bedroom invaders in Italia bisogna andarseli a cercare in posti di frontiera come Bassavilla, nelle storie un po’ ridicole e un po’ inquietanti come quella della tipa di cui parlavo poc’anzi. Tipa che proprio l’altro ieri mi ha frettolosamente comunicato che andava a stare per qualche tempo da sua madre, abitante nella cintura torinese: “Devo dormire, accidenti, non posso fare quelle cose lì tutte le notti”. Come in un dialogo di X Files, le ho risposto: “Ma l’entità potrebbe seguirla”, e lei: “Cavolo, là ci sono i miei!”, e io di nuovo: “Eh, ho capito, ma potrebbero arrivare in tre, ho letto che queste creature praticano l’esogamia!”. Mi ha buttato giù il telefono.
Io non sono tanto bravo a tirarci fuori dei romanzi come fanno gli americani, però a Bassavilla capita questo e altro. E a tutti dico, come in un vecchio film di fantascienza: scrutate i dormitori, Bassavilla è dappertutto. Nel frattempo ho scoperto dove e quando si è verificato il primo, accreditato, caso di abduction dalla camera da letto, preceduto da coito canonico: Iran, 1954. Iran, avete letto bene. A me dice molto.www.carmillaonline.com/
Elezioni e paura a Bagdad
di Robert Fisk
Bagdad è una città di paura. Iracheni spaventati, militari spaventati, giornalisti spaventati.
Il giornalismo produce sempre un gran quantità di cliché ma qui, per una volta, il primo che ti viene in mente è corretto. Bagdad è una città di paura. Iracheni spaventati, miliziani spaventati, soldati americani spaventati, giornalisti spaventati.
Il 30 gennaio, il giorno in cui la benedizione della democrazia ci ungerà tutti, si sta avvicinando con la velocità e l'ineluttibilità del giorno del giudizio. L'ultimo video di Zarqawi mostra l'esecuzione di sei poliziotti iracheni: un colpo dietro alla testa, uno per uno. Un sopravvissuto finge di essere morto, allora uno dei killer gli arriva tranquillamente dietro e fa esplodere la sua testa con i proiettili.
Queste immagini perseguitano chiunque. Martedì mattina, all'angolo al-Hurriya, quattro camion carichi di guardie nazionali irachene-- i futuri liberatori dell'Iraq, secondo il presidente Bush -- mi sorpassano. I loro fucili sono come aculei che puntano a ogni automobilista, ogni iracheno sul marciapiede: l'esercito iracheno che rivolge le proprie armi contro il suo popolo. E hanno tutti il volto coperto -- cappucci neri, passamontagna o kefie che attraverso gli spiragli lasciano intravedere solo occhi spaventati.
Vidi esattamente la stessa scena sulle strade di Mahmoudia, a sud di Bagdad, appena prima che cadesse definitivamente nelle mani degli insorti, la scorsa estate. Adesso la rivedo nella capitale.
In piazza Kamal Jumblatt, accanto al Tigri, due Humvees americani si avvicinano all'incrocio: le loro mitragliatrici sono puntate contro i guidatori per tenerli lontani. Sul retro di ogni veicolo è presente una grande scritta in arabo che recita: "Vietato superare questo convoglio. Restare a 50 metri di distanza" Le auto dietro rispettano il divieto; conoscono il significato "forza mortale" che gli americani hanno scritto sui segnali dei posti di blocco.
Ma i due Humvees entrano in un grande ingorgo stradale, e i militari a bordo imprecano contro di noi intimandoci di andare indietro. Quando un taxi non nota un convgolio di militari che bloccano la sua strada, gli americani nel veicolo corazzato scagliano una bottiglia di plastica piena d'acqua sul tetto del veicolo e il guidatore finisce sulla rotonda***. Un camion riceve lo stesso trattamento dall'Humvee corazzato. "Andate indietro" urla il militare dal retro del mezzo, mirando contro di noi attraverso la visiera. Proviamo dispertamente a rigettarci nel traffico.
Si, a Kabul, probabilmente i russi avrebbero lanciato le loro bombe a mano, ma qui ci sono i liberatori di Bagdad "terrorizzati" che scagliano bottiglie d'acqua agli iracheni che teoricamente dovrebbero apprezzare la democrazia americana imposta il 30 Gennaio.
Affinché sia ben chiaro a tutti, l'Humvee che si trova dietro ha scritto "specialista Carrol" sul parabrezza. Lo specialista Carrol, ne sono certo, considera ognuno di noi come un potenziale suicida - un killer su quattro ruote - e non posso fargliene una colpa. Un kamikaze si è appena gettato in una stazione della polizia a Tikrit a nord di Bagdad uccidendo se stesso e almeno altri sei poliziotti.
Dietro l'angolo, ho scoperto la ragione del traffico: i poliziotti iracheni cercano di calmare centinaia di persone alla ricerca di benzina, i guidatori si rifiutano di fare ulteriori code per l'unica cosa che l'Iraq possieda in abbondanza: il petrolio.
Mi fermo al ristorante Ramaya per pranzo. Chiuso. Stanno costruendo un muro di sicurezza intorno all'edificio. Quindi guido fino al Rif per una pizza, giocherallando di tanto in tanto con il pianoforte del ristorante mentre tengo d'occhio l'entrata temendo di incontrare persone che non voglio vedere. I camerieri sono nervosi e sono contenti di portarmi la pizza in 10 minuti, non c'è nessun altro nel ristorante e scrutano la strada con attenzione. Aspettano La Macchina.
Chiamo un vecchio amico iracheno che, ai tempi di Saddam Hussein, pubblicava una rivista di letteratura. "Vogliono che voti ma non possono proteggermi," afferma. "Forse non ci saranno attacchi suicidi al seggio. Ma sarò osservato. E se tre giorni dopo mi becco una granata in casa? Gli americani diranno che hanno fatto del loro meglio. La gente di Allawy dirà che sono un 'martire della democrazia'. Pensi veramente che andrò a votare?"
All'università Moustansariya, una delle migliori in Iraq, gli studenti di letteratura inglese devono sostenere gli esami finali. Gennaio segna la fine del semestre iracheno.
Ma uno degli studenti mi racconta che i suoi compagni hanno riferito al professore --tanto sono difficili i tempi-- che non erano ancora preparati per l'esame. Piuttosto che dare a tutti loro zero, il professore accomodante ha rinviato l'esame.
Ritorno all'incrocio di Al-Hurryia dietro la Zona Verde e là si trova improvvisamente un grosso 4x4 nero, gremito di gente armata e coperta dal passamontagna. "Andate indietro!" urlano ad ogni automezzo mentre cercano di attraversare lo spartitraffico. Tiro giù il finestrino. La portiera posteriore del 4x4 sbatte con forza. Un occidentale col passamontagna -biondo con gli occhi azzurri- punta un kalshnikov alla mia macchina. "Andate indietro" strilla in un pessimo arabo. Quindi sgombra lo spartitraffico seguito da tre pick-up corazzati, con i finestrini oscurati, le ruote che slittano sulla strada, portando i sacri occidentali al sicuro interno della Zona Verde di dubbia sicurezza, la zona sigillata ermeticamente dalla quale si suppone venga governato l'Iraq.
Dò uno sguardo alla stampa irachena. Il segretario di stato Colin Powell sta nuovamente ammonendo sui rischi di una guerra civile in Iraq. Perchè noi occidentali continuiamo a paventare una guerra civile in un paese la cui società è tribale piuttosto che settaria? Di tutti i giornali, è il curdo Al Takhri, fedele a Mustafa Barzani, che pone questa domanda. "Non c'è mai stata una guerra civile in Iraq," Tuona l'editoriale. Ed è vero. Quindi "Avanti tutta" verso le temute elezioni del 3o gennaio e verso la democrazia.
I generali americani -con un mix unico di menzogna e speranza in mezzo alla rivolta - adesso affermano che solo 4 delle 18 province irachene potrebbero non avere la possibilità di partecipare "completamente" alle elezioni. Una buona notizia. Fino a quando non prendi confidenza con le statistiche sulla popolazione e realizzi -come sanno naturalmente tutti i generali- che queste quattro provincie contano più della metà della popolazione irachena.
Fonte: http://www.zmag.org/content/showarticle.cfm?SectionID=15&ItemID=7057
Traduzione di Marina Gamberini e Fabio Sallustro per Znet
Roma, 6 ottobre 1938: La "Dichiarazione sulla razza del Gran Consiglio del Fascismo"(*)
di redazione
Pubblichiamo con la consapevolezza che ricordare serva a non far riaccadere.
Roma. “Il Gran Consiglio del Fascismo, in seguito alla conquista dell'Impero, dichiara l'attualità urgente dei problemi razziali e la necessità di una coscienza razziale. Ricorda che il Fascismo ha svolto da sedici anni e svolge un'attività positiva, diretta al miglioramento quantitativo e qualitativo della razza italiana, miglioramento che potrebbe essere gravemente compromesso, con conseguenze politiche incalcolabili, da incroci e imbastardimenti”.
“Il problema ebraico non è che l'aspetto metropolitano di un problema di carattere generale. Il Gran Consiglio del Fascismo stabilisce:
a) il divieto di matrimoni di italiani e italiane con elementi appartenenti alle razze camita, semita e altre razze non ariane;
b) il divieto per i dipendenti dello Stato e da Enti pubblici - personale civile e militare - di contrarre matrimonio con donne straniere di qualsiasi razza;
c) il matrimonio di italiani e italiane con stranieri, anche di razze ariane, dovrà avere il preventivo consenso del Ministero dell'Interno;
d) dovranno essere rafforzate le misure contro chi attenta al prestigio della razza nei territori dell'Impero”.
Ebrei ed ebraismo
“Il Gran Consiglio del Fascismo ricorda che l'ebraismo mondiale, specie dopo l'abolizione della massoneria, è stato l'animatore dell'antifascismo in tutti i campi e che l'ebraismo estero o italiano fuoriuscitoè stato, in taluni periodi culminanti come nel 1924/25 e durante la guerra etiopica unanimemente ostile al fascismo. L'immigrazione di elementi stranieri, accentuatasi fortemente dal 1933 in poi, ha peggiorato lo stato d'animo degli ebrei italiani, nei confronti del regime, non accettato sinceramente, poiché antitetico a quella che è la psicologia, la politica, l'internazionalismo d'Israele. Tutte le forze antifasciste fanno capo ad elementi ebrei; l'ebraismo mondiale è, in Spagna, dalla parte dei bolscevichi di Barcellona”.
Il divieto d'entrata e l'espulsione degli ebrei stranieri
“Il Gran Consiglio del Fascismo ritiene che la legge concernente il divieto d'ingresso nel Regno, degli ebrei stranieri, non poteva più oltre essere ritardata, e che l'espulsione degli indesiderabili, secondo il termine messo in voga e applicato dalle grandi democrazie, è indispensabile. Il Gran Consiglio del Fascismo decide che oltre ai casi singolarmente controversi che saranno sottoposti all'esame dell'apposita commissione del Ministero dell'Interno, non sia applicata l'espulsione nei riguardi degli ebrei stranieri i quali:
a) Abbiano un'età superiore agli anni 65;
b) Abbiano contratto un matrimonio misto italiano prima del 1° ottobre XVI”.
Ebrei di cittadinanza italiana
“Il Gran Consiglio del Fascismo, circa l'appartenenza o meno alla razza ebraica, stabilisce quanto segue:
a) E' di razza ebraica colui che nasce da genitori entrambi ebrei;
b) E' considerato di razza ebraica colui che nasce da padre ebreo e da madre di nazionalità straniera;
c) E' considerato di razza ebraica colui che, pur essendo nato da un matrimonio misto, professa la religione ebraica;
d) Non è considerato di razza ebraica colui che è nato da un matrimonio misto, qualora professi altra religione all'infuori della ebraica, alla data del 1° ottobre XVI”.
Discriminazione fra gli ebrei di cittadinanza italiana
“Nessuna discriminazione sarà applicata, escluso in ogni caso l'insegnamento nelle scuole di ogni ordine e grado, nei confronti di ebrei di cittadinanza italiana, quando non abbiano per altri motivi demeritato, i quali appartengono a:
1) Famiglie di Caduti nelle quattro guerre sostenute dall'Italia in questo secolo; libica, mondiale, etiopica, spagnola;
2) Famiglie dei volontari di guerra nelle guerre libica, mondiale, etiopica, spagnola;
3) Famiglie di combattenti delle guerre libica, mondiale, etiopica, spagnola, insigniti della croce al merito di guerra;
4) Famiglie dei Caduti per la Causa fascista;
5) Famiglie dei mutilati, invalidi, feriti della Causa fascista;
6) Famiglie di Fascisti iscritti al Partito negli anni 19- 20- 21- 22 e nel secondo semestre del 24 e famiglie di legionari fiumani.
7) Famiglie aventi eccezionali benemerenze che saranno accertate da apposita commissione”.
Gli altri ebrei
“I cittadini italiani di razza ebraica, non appartenenti alle suddette categorie, nell'attesa di una nuova legge concernente l'acquisto della cittadinanza italiana, non potranno:
a) Essere iscritti al Partito Nazionale Fascista;
b) Essere possessori o dirigenti di aziende di qualsiasi natura che impieghino cento o più persone;
c) Essere possessori di oltre cinquanta ettari di terreno;
d) Prestare servizio militare in pace e in guerra. L'esercizio delle professioni sarà oggetto di ulteriori provvedimenti.
Il Gran Consiglio del Fascismo decide inoltre:
1) Che agli ebrei allontanati dagli impieghi pubblici sia riconosciuto il normale diritto di pensione;
2) Che ogni forma di pressione sugli ebrei, per ottenere abiure, sia rigorosamente repressa;
3) Che nulla si innovi per quanto riguarda il libero esercizio del culto e l'attività delle comunità ebraiche secondo le leggi vigenti;
4) Che, insieme alle scuole elementari, si consenta l'istituzione di scuole medie per ebrei”.
Immigrazione di ebrei in Etiopia
“Il Gran Consiglio del Fascismo non esclude la possibilità di concedere, anche per deviare la immigrazione ebraica dalla Palestina, una controllata immigrazione di ebrei europei in qualche zona dell'Etiopia. Questa eventuale e le altre condizioni fatte agli ebrei, potranno essere annullate o aggravate a seconda dell'atteggiamento che l'ebraismo assumerà nei riguardi dell'Italia fascista”.
Cattedre di razzismo
“Il Gran Consiglio del Fascismo prende atto con soddisfazione che il Ministro dell'Educazione Nazionale ha istituito cattedre di studi sulla razza nelle principali Università del Regno”.
Alle camicie nere
“Il Gran Consiglio del Fascismo, mentre nota che il complesso dei problemi razziali ha suscitato un interesse eccezionale nel popolo italiano, annuncia ai fascisti che le direttive del partito in materia sono da considerarsi fondamentali e impegnative per tutti e che alle direttive del gran consiglio devono ispirarsi le leggi che saranno sollecitamente preparate dai singoli ministri”.
(*La dichiarazione sulla razza fu approvata dal Gran Consiglio del Fascismo il 6 ottobre 1938, e venne pubblicata sul Foglio d'ordine del Partito Nazionale Fascista, il 26 ottobre 1938)
Fonte: olokaustos.org
redazione@reporterassociati.org
gennaio 26 2005
Il giudice obbliga la Rai a reintegrare Santoro: «Torno anche domani»
di red
Per la seconda volta il giudice del tribunale del lavoro di Roma non ha avuto dubbi. La Rai è obbligata reintegrare Santoro «come realizzatore e conduttore di programmi televisivi di approfondimento dell'informazione di attualità di prima serata, di programmi di reportage di seconda serata, in particolare Sciuscià Edizione Straordinaria e Sciuscià», come si legge nel dispositivo della sentenza, cioè nelle mansioni esercitate «fino alla stagione televisiva 2001/2002».
Il giudice Stefania Billi ha anche condannato anche la Rai al pagamento di una penale di un milione e mezzo di euro. Immediata la replica: i legali della televisione pubblica faranno ricorso contro la sentenza, non tanto per il reintegro, che la Rai considera comunque sottoposto alle esigenze editoriali (quindi inoffensivo), ma per il presunto «danno biologico» che il conduttore avrebbe subito: «Il solo fatto che si è dedicato a una campagna elettorale condotta con continui richiami a tali vicende contenziose e conclusa con la sua ascesa al Parlamento europeo, ha dimostrato che Santoro non ha subito alcun pregiudizio alla sua integrità psicofisica e alla sua vita di relazione».
Lui intanto si dice pronto a tornare in video. Quando? « Anche domani, o comunque appena me ne sia data la
possibilità». E Strasburgo?: «Quando mi sono candidato all' europarlamento - ha risposto Santoro - ho detto che mi sarei battuto per portare avanti la mia battaglia per il ripristino della libertà di informazione. Resto un giornalista, prestato al nuovo lavoro per ragioni di forza maggiore. E i 730 mila elettori che mi hanno votato lo hanno sempre saputo».
Ironizza il segretario Ds Piero Fassino: «C'è pur sempre un giudice a Berlino...». E invita la Rai «a far finalmente prevalere il buon senso: applichi la sentenza, reintegri Santoro nelle sue funzioni di conduttore e metta fine a un atteggiamento discriminatorio intollerabile per gli ascoltatori e dannoso per l'azienda». Nicola Zingaretti, capogruppo di Santoro al Parlamento europeo parla di «una bella notizia in giornate buie per l'informazione». Insorge il centrodestra. Per Michele Bonatesta (An), «non è pensabile, sarebbe oltremodo singolare e costituirebbe un precedente molto pericoloso che un magistrato decida il tipo di programmi che devono andare in onda sulla Rai e la loro collocazione oraria, facendo lui in pratica i palinsesti».unita.it
Provo vergogna per l´Olocausto
GERHARD SCHROEDER
la Repubblica - 26 gennaio 2005
A noi tedeschi si addice il silenzio davanti a questo massimo crimine contro l´umanità. A fronte della totale insensatezza, della totale immoralità dell´assassinio di milioni di esseri umani, il linguaggio politico rischia di apparire del tutto inadeguato.
Vorremmo riuscire a comprendere questa realtà inconcepibile, che travalica ogni capacità di immaginazione umana. E inutilmente cerchiamo le risposte ultime. Ciò che resta, sono le testimonianze dei pochi superstiti e dei loro discendenti. Restano i documenti storici, le vestigia dei luoghi del crimine. E resta inoltre una certezza: quello che ha mostrato il suo volto nei campi di sterminio è il male nella sua stessa essenza.
Provo vergogna per l´Olocausto
Il male non è più una categoria politica o scientifica. Ma dopo Auschwitz, nessuno più può dubitare che esista, né che si sia manifestato nel genocidio commesso dal nazionalsocialismo sotto la spinta dell´odio. Dire questo non significa evadere nel vecchio discorso di un «Hitler demoniaco». Il male dell´ideologia nazista non è nato dal nulla. La durezza delle mentalità, la caduta delle inibizioni hanno avuto i loro precedenti. Ma c´è da dire soprattutto una cosa: l´ideologia nazista è stata voluta e attuata dagli uomini. Nel 60° anniversario della liberazione di Auschwitz da parte dell´Armata Rossa vi parlo come rappresentante della Germania democratica. E dichiaro di provare vergogna davanti alle vittime del genocidio, e davanti a voi, superstiti dell´inferno dei campi di concentramento. Chelmno, Belzec, Sobibor, Treblinka, Maidanek e Auschwitz ? Birkenau sono nomi che resteranno legati per sempre alla storia delle vittime, così come alla storia europea e a quella della Germania. Questo, noi lo sappiamo. Portiamo questo peso gravoso con sentimenti di lutto, ma anche di seria responsabilità.
Milioni di bambini, donne e uomini sono stati soffocati col gas, sfiniti dalla fame, fucilati dalle SS tedesche e dai loro complici. Ebrei, zingari Sinti e Rom, omosessuali, avversari politici e combattenti della Resistenza di tutta Europa sono stati schiavizzati fino alla morte o massacrati con metodi industriali, con freddo perfezionismo. Mai in passato si era prodotta una così profonda lacerazione, attraverso millenni di cultura e civiltà europea. C´è stato bisogno di tempo, dopo la fine della guerra, per misurare tutta la portata di questa lacerazione storica. Noi la conosciamo, anche se dubito che riusciremo mai a comprenderla. Il passato non può essere «superato», come si suol dire. Le sue tracce, e soprattutto i suoi insegnamenti si protraggono nel presente. Non vi potrà essere mai un compenso per l´immensità dell´orrore, dei tormenti, dei patimenti delle vittime dei campi di concentramento. Ma è almeno possibile dare una qualche soddisfazione agli eredi delle vittime e ai sopravvissuti. Di questa responsabilità, la Repubblica federale si è fatta carico da tempo, attraverso atti politici e giudiziari sostenuti dalla consapevolezza e dal senso di giustizia dei suoi cittadini.
Nelle foto vediamo giovani prigionieri dei campi che si tengono stretti l´un l´altro. Molti di loro, come la maggioranza dei superstiti, si sono dispersi in varie direzioni, ma alcuni sono rimasti in Germania. Di questo noi siamo grati. Oggi la comunità ebraica tedesca è la terza in Europa: una comunità vitale e in crescita. Nuove sinagoghe stanno sorgendo. La comunità ebraica rimarrà sempre una parte insostituibile della nostra cultura e della nostra società. La sua storia, così piena di splendore e di dolore, è a un tempo un impegno e una promessa.
Per proteggerla, i poteri dello stato vigileranno contro l´antisemitismo degli incorreggibili. Non si può negare che l´antisemitismo esista tuttora. Combatterlo è compito di tutta la Società. Mai più permetteremo all´antisemitismo di perseguitare e ferire questi cittadini, né di coprire di vergogna la nostra nazione.
Le forze di estrema destra, i loro scarabocchi e i loro slogan truculenti, dovranno essere oggetto di particolare attenzione da parte delle polizia e delle forze di difesa della Costituzione. Ma noi tutti dobbiamo affrontare anche politicamente il problema del nazismo vecchio e nuovo. E´ doveroso per ogni democratico contrastare con decisione le ripugnanti provocazioni dei neonazisti e i continui, insistenti tentativi di minimizzare i crimini del nazismo. In una democrazia forte e vigile non vi può essere tolleranza per i nemici della democrazia. I superstiti di Auschwitz ci invitano alla vigilanza, ci chiedono di non distrarci, di non essere sordi e ciechi, di chiamare con il loro nome i crimini contro l´umanità e di combatterli. E la loro voce trova ascolto, in particolare presso i giovani che ora imparano a conoscere con i loro occhi i luoghi della memoria di Auschwitz. Ci aiuteranno anche a parlare alle generazioni future, a renderle consapevoli dei crimini del nazionalsocialismo.
La grande maggioranza dei cittadini che vivono nella Germania di oggi non ha colpe per l´Olocausto. Ma ogni tedesco è portatore di una particolare responsabilità. Il ricordo della guerra e del genocidio perpetrato dal nazionalsocialismo è divenuto parte della nostra Costituzione. E anche se per molti ciò non è facile da sopportare, questo ricordo è inseparabile dalla nostra identità nazionale. Rammentare l´epoca del nazionalsocialismo e i suoi crimini è per noi un impegno morale. Lo dobbiamo non solo alle vittime, ai superstiti e ai loro familiari, ma anche a noi stessi.
E´ vero: grande è la tentazione di dimenticare e di rimuovere; ma noi non cederemo a questa tentazione. Il monumento all´Olocausto, nel cuore di Berlino, non può restituire la vita e la dignità alle vittime. Ma per i superstiti e per i loro discendenti può avere forse il valore di un simbolo delle loro sofferenze. E per noi tutti è un monito, un invito a non dimenticare.
C´è una cosa che sappiamo: non potrebbe esistere per noi né libertà, né dignità umana né giustizia se dimenticassimo quanto è potuto accadere quando i poteri dello Stato hanno calpestato la libertà, la giustizia e la dignità umana.La Germania guarda in faccia il suo passato. A partire dalla Shoah, dal terrore nazionalsocialista è nata e cresciuta in noi una certezza che si riassume nelle parole: «Mai più». Questa certezza, noi la vogliamo custodire. Noi tutti, tedeschi ma anche europei, e l´intera comunità degli Stati, dobbiamo imparare sempre di nuovo a convivere con umanità, nel rispetto e nella pace.
La Convenzione per la prevenzione del genocidio, che è l´espressione diretta di una dottrina del diritto dei popoli nata dall´Olocausto, impegna tutti gli esseri umani, indipendentemente dall´origine, cultura, religione o colore della pelle, a rispettare e a proteggere in tutto il mondo la vita e la dignità umana. Anche per questo, voi lottate attraverso l´insostituibile opera del Comitato internazionale per Auschwitz, nell´interesse di tutta l´umanità.
Insieme con voi, io mi inchino davanti alle vittime dei campi di sterminio. Se anche un giorno i nomi delle vittime dovessero sbiadire nella memoria dell´umanità, la loro sorte non sarà mai dimenticata. Esse riposano nel cuore della storia.
Discorso del cancelliere federale, in occasione delle celebrazioni per il 60°anniversario della liberazione del campo di concentramento di Auschwitz
(traduzione di Elisabetta Horvat)
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Ds Milano - Rassegna stampa
Margherita: avanti con le primarie
No alla frenata dei Ds. Parisi: a Prodi basterà un voto in più
GOFFREDO DE MARCHIS
la Repubblica - 26 gennaio 2005
ROMA - La Margherita conferma il suo sostegno alle primarie. Primarie con più nomi («Non si può impedire a nessuno di candidarsi») ma legate ai punti programmatici. E alla fine perde la persona e perde il suo programma. È questo l´unico cavillo anti-Bertinotti che Dl è disposta a concedere, ma più che una concessione alla Quercia è una clausola di garanzia per tutelare le proprie idee su economia, politica estera, lavoro, welfare. «Capiamo i problemi dei Ds, ma le primarie si devono fare», è la posizione dell´esecutivo della Margherita riunito ieri.
Si è parlato molto della sfida per la leadership, nelle stanze di Dl, anche se Francesco Rutelli non ha voluto alimentare il dibattito: «C´è la moratoria su questo argomento, la rispettiamo. Comunque non ci sono novità». Detto questo, la Margherita accelera, considera il congresso diessino (3-5 febbraio) il termine ultimo per evitare l´argomento-primarie. Da quel momento in poi ogni momento è buono per decidere regole, date e chi sarà in campo. Per approvare, cioè, il regolamento definitivo. E la Margherita non è convinta della proposta di un´assemblea programmatica della Gad. Un parlamentino eletto sulla base dei partiti, dicono, indebolirebbe Prodi.
Soddisfatto Arturo Parisi, presidente dell´assemblea federale di Dl e inventore del metodo-primarie. Parisi continua a sposare l´idea di una consultazione autentica. Alla trasmissione «Planet 430» dice che «a Prodi basta la metà più uno dei voti per vincere», che la partecipazione di Bertinotti «è legittima», che prevede un´affluenza di «700 mila-un milione di elettori del centrosinistra». Altro che una cerimonia d´investitura per il candidato premier già scelto da tutti. È la posizione opposta a quella dei Ds, sempre a caccia del compromesso per evitare il confronto Prodi-Bertinotti. La strada sarebbe quella di un accordo programmatico con Rifondazione prima della sfida all´americana, accordo che dovrebbe portare al ritiro del «candidato Fausto». Ma è una strada in salita. I Ds non sono isolati dentro al Gad sul tema-primarie eppure non trovano l´aggancio giusto per farle saltare.
Ciriaco De Mita, contrario al metodo all´americana, incontra il capogruppo di Prc Franco Giordano alla Camera e sorride: «Voi siete inattaccabili, dovete insistere». L´ex premier resta un nemico delle primarie ed è sicuro che non si faranno, alla fine. Ma fa capire che difficilmente Fassino troverà sponde importanti nell´Alleanza democratica: «Perché la Margherita non dice no alle primarie? Perché non può dire la stessa cosa dei Ds». Ecco perché i più pessimisti cominciano a mettere le mani avanti. Peppino Caldarola, deputato ds, dalemiano, prevede il peggio: «Se va avanti così, Bertinotti può prendere il 40% alle primarie, intercettare tutto lo scontento nei partiti. A quel punto è difficile immaginare che gruppi dei Ds non trovino un loro candidato».
Ma adesso la Quercia si concentra sul congresso del Palalottomatica a Roma, tra dieci giorni. Sono ufficiali i dati sulla mozione del segretario Fassino: 79,1 per cento. Significa che la riconferma alla segreteria viene da una vittoria molto più larga di quella di Pesaro. Su questo risultato Fassino ha sempre detto di voler costruire una gestione unitaria dei Ds. C´era una disponibilità, ma adesso il correntone boccia la bozza di statuto della maggioranza.Ds Milano - Rassegna stampa
Funerali di Stato, Berlusconi non ha tempo
di Enrico Fierro
Alla fine, solo alla fine, Alessandra si riappropria del suo sacrosanto diritto al pianto. Solo alla fine di una giornata di dolore semplice e composto, quando le consegnano il tricolore che ha avvolto la bara del suo Simone, il giovane marito ucciso nel cielo di Nassiriya.
Ha accanto due uomini anziani. Due padri. Bruno, il papà del suo Simone, e Carlo Azeglio Ciampi, che per questa giovane donna diventata troppo presto vedova ha infranto tutti i cerimoniali. Il Presidente c’è, non è andato via dalla chiesa prima dell’uscita del feretro, ma l’ha seguito insieme ai familiari. Come un parente stretto. Come un congiunto addolorato che non può, non deve e soprattutto non vuole staccarsi da quella bara. Alessandra capisce, lo abbraccia e piange. Gli dice «grazie, presidente» e piange ancora, stringendo al petto la bandiera e toccandosi l’anulare dove ora ha due fedi, la sua e quella del suo giovane marito. Proprio come fanno le vedove del suo paese e dei paesi vicini di questa parte del Lazio che guarda al Sud: portano la vera nuziale del marito morto e la propria per tutta la vita, quasi a voler dire alla morte che è riuscita a spezzare una vita, certo, ma non un legame profondo.
Mamma Cenzina, la madre del maresciallo Simone Cola, non vuole lasciare la bara di mogano scuro che i militari del I° Reggimento Idra, quei soldati grandi e grossi col basco azzurro in testa che da giorni piangono il loro collega, hanno adagiato nel carro funebre. Nevica, fa freddo, il gelo taglia le facce, e lei è lì. Il cappotto nero sbottonato, la testa scoperta e i capelli biondi sciolti, il viso arrossato dal freddo. «La mia vita è finita, finita», ripete come fa da giorni. Accanto, il marito Bruno e la signora Franca Ciampi, che la staccano delicatamente da quell’ultimo abbraccio.
Distrutta dal dolore, la famiglia ha voluto ringraziare tutti con una lettera che il parroco della Cattedrale, lo stesso che quattro anni fa benedisse il matrimonio di Alessandra e Simone, ha letto alla fine della cerimonia funebre. Il primo grazie è al Presidente Ciampi e alla signora Franca, ed è affettuoso e sincero, proprio come si fa con un caro familiare. «Grazie, Presidente, grazie signora Franca, che con affetto paterno avete sostenuto la famiglia nel difficile momento dell’accoglienza del feretro di Simone sulla pista dell’aeroporto di Ciampino e qui, oggi, con la vostra preghiera». E poi un grazie «sentito» alla «Presidenza del Consiglio dei ministri» (che Berlusconi leggerà dai giornali, perché alla cerimonia non c’è, il governo è rappresentato da Follini, Fini e Martino). Un altro grazie sincero e affettuoso va «alla famiglia adottiva di Simone, l’Esercito italiano». Che Simone aveva scelto di vivere come «un servizio intenso e totale. E Alessandra con lui. Mano nella mano hanno intrapreso questo volo».
Il volo, la grande passione di Simone. «Papà portami a vedere gli aerei», chiedeva da piccolo. E papà Bruno, nel tempo libero che il lavoro in fabbrica alla Pirelli di Tivoli gli lasciava, lo portava a Bracciano. L’amore per il volo è tutto lì, in quel modellino d’elicottero che la famiglia ha voluto venisse messo accanto alla bara. Ed è anche nelle parole di preghiera e di speranza con le quali la famiglia ha voluto chiudere la lettera. «Vivere è abbandonarsi come un gabbiano all’ebbrezza del vento, vivere è assaporare l’avventura della libertà, vivere è stendere l’ala. Ma non basta saper volare con Te, Signore, tu mi hai dato il compito di abbracciare anche il fratello e aiutarlo a volare». Sono parole di don Tonino Bello, il vescovo di Molfetta, uomo di pace e pacifista attivo. Uomo che ripudiava la guerra e la violenza. Il religioso che nel ‘92, a Sarajevo, al tempo di un’altra guerra, di altre stragi, di altre morti e di altri orrori, disse forte che «gli eserciti di domani saranno uomini disarmati». La famiglia ha voluto ricordare Simone con parole di pace.
Si chiude così una cerimonia composta, con gli uomini e le donne di Ferentino e di Tivoli accalcati sul sagrato della Cattedrale che ospita le spoglie di Sant’Ambrogio, il centurione martire, in attesa fin dal mattino sotto la neve. A Ferentino non nevicava da sei anni, commenta la gente mentre il picchetto d’onore dell’aviazione militare si dispone in ordine.
Arrivano le autorità, insieme al vicepresidente del Consiglio e ai ministri degli Esteri e della Difesa, ci sono Mastella, Fisichella, Storace e Piero Fassino, gli alti ufficiali dell’Esercito e dello Stato Maggiore, i sindaci con i labari, i religiosi. Le voci del «Coro Polifonico Salvo D’Acquisto», il coro «ufficiale» dell’Esercito, invadono le arcate di questa chiesa costruita nel 1108, e commuovono tutti. «Siate pronti con le lucerne accese...voi non sapete né il giorno, né l’ora». È monsignor Orazio Bagnasco, ordinario militare, che officia insieme all’arcivescovo di Veroli, monsignor Boccacci, a leggere il passo del Vangelo secondo Luca. Al centro dell’altare le spoglie avvolte nel tricolore di Simone Cola. Ai piedi della bara un cuscino di fiori bianchi con una scritta semplice e struggente: «Ti voglio bene papà». L’hanno scritta per Giorgia, la figlia di otto mesi che ora non ha più un padre. «Perché Simone - dice con parole severe monsignor Bagnasco - è un altro dei costruttori di pace la cui vita è stata spezzata da chi la pace non la vuole e per questo ignobile scopo semina disordine, paura e morte».
«Simone è morto per la Patria», dicono con rassegnato orgoglio i familiari. La Patria è in chiesa, ed è tante cose.
L’Esercito con le sue regole dure, ma anche con la sua grande umanità e il suo grande senso di solidarietà, lo Stato con il suo Presidente-padre affettuoso e commosso. Le istituzioni e il governo, che è rappresentato da due ministri e da un vicepresidente del Consiglio. Lo Stato è la Repubblica che nella sua Costituzione ripudia la guerra, ma che oggi manda i suoi uomini a morire in una missione di pace che di pace non è e con mezzi inadeguati. Di tutto ciò, Simone Cola sapeva poco. Lui amava il volo ed è morto volando. È il ventesimo militare italiano morto in una guerra che guerra non si deve chiamare.
unita.it
L'Olocausto? Mussolini esente da colpe
REDAZIONE
"L'Italia fascista non ebbe mai responsabilità sullo sterminio degli ebrei". Sono le deliranti parole di Domenico Gramazio, ex parlamentare di Alleanza Nazionale ed attuale presidente dell'Agenzia sanitaria della Regione Lazio. L'ex deputato, forse sulla scia di quanto affermato qualche tempo fa dal presidente del Consiglio Silvio Berlusconi ("Mussolini non ha mai ammazzato nessuno"), ha ribadito che "l'Italia fascista non condivise" le leggi razziali.
Dichiarazioni, quelle che l'ex missino ha pronunciato proprio in Israele e proprio al memoriale della Shoah, che hanno scatenato un vespaio di polemiche.
La comunità ebraica di Roma, dopo aver protestato con il numero uno di An Gianfranco Fini, ha ricordato che "Mussolini e la Repubblica di Salò collaborarono alle deportazioni degli ottomila ebrei italiani che sono scomparsi ad Auschwitz e negli altri lager nazisti".
Il Verde Angelo Bonelli ha chiesto di "cacciare Gramazio dalla carica di presidente dell'Agenzia regionale sanitaria", mentre per Salvatore Bonadonna, di Rifondazione Comunista, "la madre del razzismo e del fascismo è sempre incinta".
"Le affermazioni rilasciate da Gramazio a Gerusalemme - ha sottolineato Piero Marrazzo, candidato Governatore del centrosinistra nella Regione Lazio - che assolvono il fascismo su pagine nere e terribili come l'emanazione delle leggi razziali durante il ventennio e tragedie di un intero popolo come la Shoah, dimostrano l'importanza di ricordare ed i pericoli di far calare l'oblio".
Molto duro anche il diessino Carlo Leoni, secondo il quale, "proprio in occasione del giorno della memoria, l'Italia di Berlusconi fa l'ennesima pessima figura di fronte al mondo intero e alle coscienze democratiche del nostro Paese".
Si dissociano dall'ex parlamentare anche diversi esponenti del centrodestra, tra i quali il Governatore del Lazio Francesco Storace, tirato in ballo proprio da Gramazio ("Storace la pensa come me").
"Non sarà Gramazio a farmi cambiare idea - ha spiegato il presidente della Regione - che l'Italia negli anni del fascismo abbia conosciuto la vergogna delle leggi razziali e delle deportazioni è indubitabile".www.centomovimenti.com/
Iraq : continua la pratica della tortura
di Mauro Giannini
Anche dopo la caduta del regime di Saddam Hussein e nonostante le promesse di liberta' (recentemente riaffermate da George W. Bush) le autorita' irachene continuaerebbero a torturare i detenuti.
Lo afferma l'organizzazione americana per la tutela dei diritti umani, Human rights watch che ha reso pubblico un rapporto di 94 pagine secondo il quale i prigionieri - incluso bambini - denunciano di essere ancora sottoposti a violenze ed abusi.
L'inchiesta, condotta intervistando 90 detenuti, ha rivelato che 72 di essi erano stati maltrattati o torturati durante gli interrogatori. Alcuni detenuti hanno detto di essere stati picchiati con cavi od oggetti rigidi, presi a pugni o punti, sospesi in posizioni stressanti o dolorose e sottoposti ad elettroshock ai genitali e alle orecchie.
Alcuni di essi hanno affermato di essere stati posti in celle minuscole o di non essere stati alimentati o di non aver potuto bere. In alcuni casi i detenuti potrebbero aver riportato conseguenze permanenti. A molti detenuti e' stato impedito di vedere la famiglia.
"Il governo iracheno ad interim non sta mantenendo la sua parola di onorare e rispettare i diritti umani fondamentali" ha dichiarato Sarah Leah Whitson, responsabile di Human rights watch in Medio Oriente e in Africa del nord.
Con rare eccezioni, le autorita' irachene hanno fallito nell'individuare e punire gli ufficiali responsabili degli abusi, laddove e' stata predisposta un'inchiesta.
Gli abusi denunciati riguarderebbero soprattutto detenuti per motivi politici, la cui prigionia viene giustificata con motivi di sicurezza di Stato.
www.osservatoriosullalegalita.org
Un passo verso il governo
Arturo PArisi con Elisabetta Ambrosi
Ad una settimana dalla consultazione pugliese, il centrosinistra continua a discutere sulle modalità attraverso cui regolare l’eventuale utilizzo dello strumento delle primarie. Noi abbiamo chiesto ad Arturo Parisi, coordinatore del comitato per le primarie, di commentare la vittoria di Vendola e spiegarci perché la scelta del candidato da parte degli elettori è una esperienza di democrazia che può, a certe condizioni, essere utile all’Ulivo.
Prof. Parisi, perché il meccanismo delle primarie è importante?
Credo sia opportuno ricordare anzitutto che non sempre gli stessi comportamenti elettorali si sono tradotti nello stesso risultato. Tra il risultato e i comportamenti ci sono le regole, ed è per questo che esse spesso sono determinanti. Tuttavia, bisogna fare i conti con la storia: tutte le regole sono legate a processi di apprendimento collettivo e individuale, che ahimè è spesso molto faticoso. Questo vale innanzitutto per la regola maggioritaria bipolare, che dal 1994 è stata introdotta nel nostro paese. Dopo che per decenni si è identificata la democrazia con la logica della rappresentanza, e la rappresentanza con la logica della proporzionalità, ci vuole parecchio a cambiare. Da questo punto di vista, dieci anni non sono nulla, tanto è vero che se guardiamo le elezioni del ’94, del ’96, del 2001 vediamo che il sistema si è andato mano mano modificando. Per le primarie si può fare lo stesso discorso. Le primarie americane hanno cinquantadue anni di vita, e ancora oggi non interessano tutti gli Stati nella stessa misura e nello stesso modo, quindi dobbiamo valutarle per quelle che sono, nel loro specifico contesto.
All’interno del dibattito politico italiano, fortemente ideologizzato, il meccanismo delle primarie non rischia di favorire i candidati con un messaggio di qualità “emotiva” più alta, magari a scapito dei contenuti?
Torniamo al caso specifico. Alle primarie pugliesi hanno partecipato più di 80.000 persone, cioè un numero superiore non solo agli iscritti dei partiti di centrosinistra in Puglia, che sono circa 35-40 mila, ma anche al numero dei votanti nei congressi di partito, circa 20-25 mila. C’è stata dunque una grandissima partecipazione. Dobbiamo chiederci dunque come mai tutte queste persone sono andate a votare, facendo spesso lunghe file, con la neve e la pioggia. Come mai? La risposta è una ed è abbastanza drammatica: vuol dire che i partiti in quanto tali non riescono a mobilitare la partecipazione potenziale esistente. I partiti chiedono che venga loro riconosciuto il peso che ciascuno ha: ma se non riescono ad orientare nemmeno il voto dei militanti e degli iscritti, come si misura il peso degli elettori? Si tratta di una questione di legittimazione, che mette in discussione la capacità di dare ordini e di ottenere obbedienza da parte dei partiti.
Quanto detto spiega l’alta partecipazione al voto. Ma il risultato?
Veniamo a un secondo punto che vorrei sottolineare. La capacità di mobilitare è strettamente legata ad un secondo aspetto, quello del radicamento. La realtà è che Vendola, che io non conoscevo, è risultata una persona non radicale, ma anzitutto radicata, riconosciuta, alla quale era possibile un processo di identificazione al di là della sua appartenenza di parte. Questo è un dato importantissimo che merita di essere discusso, proprio perché i partiti rivendicano un ruolo di mediazione tra la gente e le istituzioni. Naturalmente le primarie non possono essere fini a se stesse, ma dovrebbero servire ad un’altra cosa, ovvero a selezionare in modo più accorto una persona capace di competere con altre. Ma esse hanno innanzitutto una funzione di apprendimento, nella misura in cui mettono in discussione la pretesa dei partiti di rappresentare gli elettori. Se i partiti però non riescono a confrontarsi su questo e assumono un atteggiamento difensivo nei confronti di ciò che loro stessi hanno promosso, non si potrà che avere un risultato negativo, e da questa esperienza non impareremo nulla.
Certamente le primarie sono utili ad imparare una forma di democrazia migliore e soprattutto in grado di migliorarsi. Ma siamo sicuri che questo meccanismo riduca la conflittualità anziché aumentarla?
Certo. Il fatto che molti elettori della Margherita abbiano votato Vendola, perché questo dicono i numeri, è una prova provata dell’unità. È insomma la prova che la coalizione esiste, e non la causa della divisione. Queste elezioni ci hanno segnalato un fatto importante, ovvero il coinvolgimento di Rifondazione di una logica di coalizione. Si tratta di una cosa enorme che forse non tutti i commentatori, spesso rimasti all’interno di una logica proporzionale, hanno colto. Vendola ha avuto un approccio di carattere maggioritario e si è presentato in maniera credibile a tutti pur proveniendo da una logica di identità, legata a sua volta ad una logica di proporzione. È riuscito a comunicare, mentre Boccia no, e questo conta.
Un secondo elemento importante è che ora i soggetti principali sono costretti a pedalare, dal momento che Rifondazione ha fatto la scelta centripeta e non centrifuga. Il bipolarismo è importante perché spinge tutti a fare scelte centripete: nella misura in cui mi metto nel gioco del governo, devo fare un passo che va verso il governo perché è ad esso che sono interessato. È un cambiamento quasi rivoluzionario. Che poi Vendola perda, direi che, nella misura in cui è dentro una storia, un percorso, questo potrebbe essere addirittura secondario. In fondo, non c’è miglior modo per apprendere che la domanda giusta era quella di Boccia, e che Boccia non è riuscito a rendere credibile, se non quello di bruciarsi: metto la mano, mi brucio e imparo. Insomma, in ogni caso l’apprendimento è il risultato fondamentale!www.caffeeuropa.it
Uranio, l'inchiesta fa paura
Lavori in corso per affossare la commissione parlamentare
ANGELO MASTRANDREA
Chi sta tentando di affossare la commissione parlamentare d'inchiesta sull'uranio impoverito, votata all'unanimità prima in commissione Difesa, a settembre, e poi dall'intera aula di Palazzo Madama lo scorso novembre? Per Gigi Malabarba, capogruppo di Rifondazione al senato, che una settimana fa ha scritto al presidente del Senato Marcello Pera, più che un tentativo di affossamento il ministero della Difesa starebbe tentando di prendere tempo per preconfezionare un pacco già pronto da rifilargli, che ovviamente assolverebbe il governo da qualsiasi responsabilità. Le segnalazioni che arrivano da fonti dell'esercito alimentano il sospetto: «I presìdi sanitari militari che stanno facendo le analisi sul personale civile e militare di ritorno dalle zone di guerra, per accertare la presenza di uranio impoverito, ricevono richieste dal ministero della Difesa perché mandino solo determinati risultati». «Perché?», si chiede Malabarba. Se alle analisi cui i presìdi militari sono obbligati dalla commissione Mandelli, nominata nel '99, si somma l'inchiesta interna che lo stesso ministero sta svolgendo, denominata «Sigma», si dà ragione anche all'ex generale, e attualmente senatore Ds, Lorenzo Forcieri, che a sua volta ieri ha scritto a Pera, e per il quale il disegno sarebbe quello di «non coinvolgere il parlamento». Non avendo potuto fare a meno di approvare la commissione per non dare l'impressione di scaricare i militari in missione all'estero, l'«insabbiamento tacito» passerebbe attraverso i tentativi di prendere tempo, in attesa che la legislatura volga al termine. Come? Non nominando per mesi i propri rappresentanti, ad esempio, cosa che hanno fatto praticamente tutte le forze politiche a eccezione di Ds, Verdi e Rifondazione. In modo da ridurre i tempi al lumicino e dare modo alla Difesa di precostituire un pacchetto inoppugnabile di prove. «La prolungata inerzia dei gruppi interessati rischia di determinare l'insabbiamento dell'inchiesta parlamentare, tenuto conto che siamo entrati ormai nella fase finale della legislatura», scrive Forcieri, che chiede a Pera «in caso di ulteriore silenzio da parte degli stessi gruppi, una sua diretta iniziativa con la nomina presidenziale dei membri della commissione e l'avvio della sua attività». Anche perché formalmente sono tutti d'accordo sulla commissione e esisterebbe l'intesa anche su chi dovrebbe presiederla: la leghista Rosanna Bondi. «Stanno manipolando le analisi previste dalla commissione Mandelli», denuncia Malabarba, «stanno preparando dei dati che non consentiranno di avere alcuna certezza», e quel che è peggio la commissione non avrà il tempo per svolgere una propria inchiesta ma dovrà accontentarsi della pappa pronta fornita dal ministero. Ma le vittime e i loro familiari non stanno a guardare. La scorsa settimana a Oristano si sono incontrati per affrontare la battaglia comune, in vista dell'istituzione della commissione. www.ilmanifesto.it/
Quando gli aiuti non bastano
Il maremoto può aver riportato all'ordine del giorno la question della povertà e degli aiuti. Ma quel che serve è una riconsiderazione dei rapporti fiscali tra nazioni ricche e nazioni povere.
Lo tsunami nel sud-est asiatico e la copertura mediatica dei problemi in corso in paesi africani come il Sudan, hanno smosso governi, organizzazioni internazionali e singoli cittadini ad impegnarsi e donare contributi in favore di queste cause. Gli Stati membri Ue e la Commissione hanno dato insieme nel 'fondo assistenziale tsunami' qualcosa come 2,26 miliardi di euro, e nel frattempo anche i cittadini si sono mossi donando ulteriori 830 milioni alle organizzazioni di beneficienza incaricate di prestare assistenza alle vittime. In concomitanza, l’uscita del singolo ‘Band Aid 20' nel Regno Unito è stata accoppiata con l’elaborazione da parte di Tony Blair di una serie di obiettivi da proporre per il prossimo G8 ospitato in UK, e la Presidenza Ue ha rimesso l’Africa, se è il caso di prestar fede alla retorica, al centro dell'agenda politica. Ma dietro tutta questa pubblicità e tutti questi appelli, quale realtà si cela nella distribuzione di aiuti e nell’assistenza ai debiti in alcuni dei paesi più poveri del mondo?
Retorica contro realtà
Mentre i nostri statisti ci ricordano l’urgenza con cui dover portare aiuto ed assistenza alle zone disastrate ed insieme il loro impegno verso i problemi del mondo, è importante invece separare la retorica dalla realtà. Per esempio, successivamente allo tsunami, molto fu in effetti fatto dal Governo britannico quanto ad assistenza prestata nelle aree segnate dal disastro. E tuttavia in seguito, il precedente International Development Secretary Clare Short rivelò pubblicamente che i costi extra derivanti dall’assistenza militare nelle aree colpite veniva preso direttamente dalla voce di bilancio relativa agli aiuti, e non da quella relativa alla difesa – sicchè quel che sta realmente succedendo non è proprio quel che in genere si è indotti a credere. Un'altra distinzione va fatta tra aiuti finanziari promessi ed aiuti effettivamente erogati in favore dei paesi poveri. Lo tsunami dell’oceano indiano è giunto ad appena un anno dal terremoto di Bam, e nonostante ci si fosse impegnati a donare 1,1 miliardi di dollari per le vittime di quella tragedia, a dodici mesi di distanza, soltanto di 17,5 milioni si è effettivamente usufruito. Kofi Annan, il segretario generale delle Nazioni Unite, ha stimato in dieci anni circa la ripresa per i paesi colpiti dallo Tsunami. Resta la questione se i governi più ricchi continueranno ad offrire con zelo denaro e risorse appena il disastro scomparirà dai nostri teleschermi, o se i paesi più poveri dovranno ulteriormente indebitarsi con la Banca Mondiale per rinvigorire le loro economie ed dar da mangiare alla propria gente.
Cancellare il debito
In una simile prospettiva, Band Aid nel 1984 e Live Aid nel 1985 raccolsero in totale 150 milioni di sterline per l'Etiopia, il che tuttavia impallidisce in termini di esiguità considerato che è l’equivalente del pagamento all’interesse minimo del prestito per l'Africa da parte del Fondo Monetario Internazionale (IMF). Prendiamo come esempio lo Zambia, paese che ha l’aspettativa di vita più bassa nel mondo intero: lo 7,35% del suo prodotto interno lordo (PIL) seguita ad esser destinato al pagamento degli interessi del proprio debito anziché andare dove dovrebbe andare, e cioè in cibo, sanità ed istruzione. Inoltre, il sistema di assistenza verso le ‘nazioni povere altamente indebitate’ richiede lo sviluppo da parte di questi paesi di una ‘strategia di riduzione della povertà’. Chiaramente, come chiunque si sia recato in banca per ottenere un prestito ben sa, di rado il denaro viene dato senza opportune garanzie di restituzione, ma quando 30.000 bambini in Africa muoiono ogni giorno non c'è molto spazio per la burocrazia. Il debito nei paesi più poveri, e specialmente il quelli colpiti dai disastri naturali, dalle carestie e dalle malattie, necessita di un colpo di penna da parte delle nazioni più benestanti per motivi di basilare umanità e di equità.
Il club di Parigi, un gruppo informale di nazioni ufficialmente creditrici, ha recentemente fatto un appello per una moratoria sui debiti dovuti loro dai paesi coinvolti dallo tsunami. Ma Oxfam ed Action Aid hanno contestato quanto sia controproducente una simile moratoria poiché profittando dell’iniziativa del club di Parigi, in futuro simili nazioni verranno considerate ad alto rischio d’investimento. Realisticamente, per trovare una soluzione di lungo termine ai problemi che affliggono Asia, Africa ed America latina, le nazioni ricche devono prepararsi a compiere passi in avanti notevoli e a cancellare insieme i debiti delle nazioni povere. Far così non rappresenterebbe certo la panacea per tutti i problemi e per le sfide che simili paesi si trovano a fronteggiare, ma sarebbe un passo nella direzione giusta e dimostrerebbe quanto realmente i leader mondiali riescano a poggiare la propria retorica su delle azioni concrete e positive. www.cafebabel.com/it/
La tentazione delle primarie. Una disputa lunga tre anni
2002, la rivista "Italianieuropei" gettò il sasso e ritirò la mano. Poi è arrivato il "caso Vendola"
Il "terremoto Vendola" ha cambiato le posizioni in campo sulle "primarie". Nel recente passato era l'area cosiddetta riformista (D'Alema in testa) a lasciarsi suggestionare da questo metodo della politica, mentre la sinistra radicale era prudente per timore di una eccessiva personalizzazione della rappresentanza.
Il bello della politica è che i fatti, almeno qualche volta, s'incaricano di cambiare le posizioni di partenza. Per verificarlo, si può partire da alcuni saggi apparsi su "Italianieuropei" (numero 5, 2002), la rivista dell'omonima Fondazione diretta da Giuliano Amato e Massimo D'Alema.
A Oreste Massari era stato affidato il compito di una efficace ricostruzione di quanto accade a proposito della selezione di candidati e leadership in Germania, Spagna e Gran Bretagna. "Il problema di primarie di coalizione - che è il caso del centrosinistra italiano - presenta difficoltà ulteriori a quelle pur esistenti per i singoli partiti", ricordava Massari.
Sergio Fabbrini, in un altro saggio, illustrava con grande chiarezza che "cosa sono le primarie americane" e come si siano imposte in una realtà del tutto peculiare (il bipolarismo tra due partiti e non tra coalizioni) e con una storia altrettanto specifica nel rapporto tra sistema democratico, rappresentanza e lobbies economiche.
Augusto Barbera e Stefano Ceccanti presentavano in quel numero di "Italianieuropei" una prima proposta per il caso italiano, consapevoli della difficoltà di dare un volto tecnico alla giusta esigenza di legittimare candidati e leadership. In Italia non si fronteggiano due partiti ma due coalizioni con partiti dal peso elettorale diverso o fluttuante, ricordavano i due autori. Scrivevano Barbera e Ceccanti: occorre sgombrare il campo da quelle avvilenti e estenuanti riunioni pluripartitiche che usano bilancini e pendoli come fanno i maghi televisivi per scegliere candidati e collegi più o meno sicuri per candidati di serie A, B e C con eventuali ripescaggi nella quota proporzionale della legge elettorale per evitare le sorprese di eventuali bocciature. Per questo, aggiungevano, occorre che le "primarie" si svolgano con regole certe per non essere un bluff: devono poter votare gli iscritti ai partiti dell'Ulivo (con un controllo opportuno dell'anagrafe dei militanti delle singole forze politiche) e coloro che iscritti non sono (anche qui con un'anagrafe certa e trasparente).
Sull'onda di quel numero di "Italianieuropei", appariva chiaro che la scelta delle "primarie" implicava una messa a punto del meccanismo tecnico e politico perché solleticare la voglia di partecipazione in una fase di crisi dei partiti poteva rivelarsi un boomerang. Dal 2002 sono passati tre anni. Poi, d'improvviso, nel gennaio 2005, è arrivato il "terremoto Vendola".
[Aldo Garzia]www.aprileonline.info
Senza precedenti
Seymour Hersh: l'amministrazione Usa si prepara ad attaccare l'Iran. In segreto ha inviato squadre speciali
Seymour Hersh, uno dei più grandi giornalisti d’inchiesta degli Stati Uniti d’America, lavora oggi per il settimanale New Yorker con il quale ha vinto anche il premio Pulizer. Una sua nuova inchiesta, basata su documenti segreti, ha rivelato che il Pentagono ha da tempo uomini infiltrati nel territorio iraniano. Il compito? Identificare obiettivi militari, e renderli identificabili anche dalle armi intelligenti.
Lo intervista Amy Goodman, di Radio Democracy Now un network radiofonico indipendente.
Amy Goodman: George Bush ha dichiarato, rispetto alla questione iraniana: “Spero di trovare una soluzione diplomatica, ma valuterei ogni possibile ipotesi a disposizione”.
La sua risposta a quello che ha detto il presidente Bush?
Seymour Hersh: Bene, Bush dovrebbe unirsi ai colloqui che sono in corso da più di un anno. Dal 2003, l'Unione Europea, guidata dall'Inghilterra, dalla Francia e dalla Germania, sta conducendo estese trattative con gli iraniani. L'obiettivo di queste trattative, in cambio di un impegno al disarmo, è di offrire all’Iran, per usare un cliché, la carota di cui hanno bisogno in termini di incremento commerciale, incremento dei crediti e delle merci dual-use, merci che sono state negate dalle sanzioni a causa delle loro attività.
Gli Stati Uniti non si sono uniti a quei colloqui, non hanno assolutamente intenzione di farlo. Nel mio articolo sul New Yorker ho citato comunque i diplomatici occidentali, uno dei maggiori diplomatici europei mi ha detto: “Siamo in una posizione perdente, perché finché l'America non si unisce a queste trattative non abbiamo potere d’influenza".
Se ci fosse davvero un interesse per questo allora è semplice: iniziamo a comunicare con l’Iran.
Se la Cia si occupasse di inviare truppe in Iran, allora secondo la Legge dovrebbe dirlo al Presidente. Il Presidente dovrebbe rendere pubblico un giudizio di approvazione ed il Congresso ed il Senato dovrebbero essere informati. Invece, se i militari compiono un'operazione segreta, secondo l’interpretazione della Legge, basta che ne sia informato il Presidente. Quindi l’esercito si trova là e prepara il campo di battaglia secondo questi meccanismi. Stanno introducendo squadre segrete. La parola che usano loro è “wiped clean” (ripulitura). I soldati sono “ripuliti”. Le loro identità sono completamente non-americane e non militari.
Stanno andando a stabilire contatti con i gruppi all'interno di vari paesi, a mettere a punto operazioni, provando a fare qualche gioco di guerra, applicando un po’ di terrorismo verso se stessi per infiltrarsi. Bisogna agire come "i cattivi ragazzi" per scovare "i cattivi ragazzi". Cioè assomigliare ai ragazzi cattivi per attrarre altri ragazzi cattivi in modo da sapere chi sono. Molto spesso è difficile scoprire i terroristi. Questo è un modo per scovarli. E stiamo andando o fare questo usando i militari. Ma non lo diremo all'ambasciatore americano nel paese, non lo diremo al capo del distaccamento della Cia. Sarà fatto da Rumsfeld e dalla sua gente. Questo è un cambiamento enorme, senza precedenti negli ultimi 60 anni.
È giusto dire attaccare l'Iran?
Penso sia giusto dire così. E’ naturale che stiano progettando di attaccare l'Iran. Ti dico qual è l’obiettivo di quelli che chiamiamo i neo-conservatori, cioe’ i Paul Wolfowitzes e i Doug Feiths della direzione civile nel Pentagono.
Premesso che una delle cose che hanno imparato in Iraq (hanno imparato qualcosa) è che quel cambiamento di regime, raggiunto con la forza, non sta funzionando così bene.
L'obiettivo Iran è anche tre volte più grande dell'Iraq. E se l'Iraq potrà essere controllato, dopo le elezioni, allora lo scopo sarà colpire tre o quattro obiettivi rapidamente ed in modo pulito per essere sicuri di avere la prova delle armi di distruzione di massa così da dimostrare che gli iraniani stanno ingannando più di quanto si creda. Questo potrebbe indurre la popolazione (iraniana n.d.r.), e quei milioni di giovani, a non gradire l’operato del proprio governo, provocando, ancora una volta, agitazioni contro il regime dei mullah. L'unico problema di questo progetto è che è sostenuto soltanto da alcuni membri del Pentagono; perché quasi ogni altro con cui ho parlato, dentro e fuori il governo, afferma che sono tutte sciocchezze.
Ecco perché alcune persone mi hanno parlato: con il gruppo che comanda alla Casa Bianca e nel Pentagono, non si può ottenere un incontro. Solo essendo d’accordo con loro si possono incontrare.
Invece penso che questo sia lo scopo: impiegare poche truppe, un attacco aereo, forse qualche commando per colpire precisi obiettivi.
Il governo infine ha risposto al tuo articolo dicendo, "E’ così pieno di errori su fatti fondamentali che è stata distrutta la credibilità dell’ intero resoconto".
Nessun attacco da me ricevuto affronta la sostanza di ciò che ho scritto. Stiamo operando in Iran? C’e’ una nuova consapevolezza di che cosa il Pentagono può fare? Tutto questo non è stato affrontato quando hanno tentato di screditarmi. Penso a quando scrissi i miei articoli sulla prigione di Abu Ghraib e feci notare sul New Yorker che cosa stava accadendo, cosa già era successo a Guantanamo, in Afghanistan. Quando ho scritto quella roba sono stato accusato di calunnia. Ma non dobbiamo dare importanza a ciò che viene riferito da un addetto alle relazioni pubbliche. www.peacereporter.net/
GB: Gran Bagascia. Il caso 'Vote for me'
di Giuseppe Genna
Rodney Hylton-Potts ha la corporatura, la cattiva circolazione e i capillari caratteristici del fisiotipo umano Tremaglia, Guazzaloca, Borghezio e via lombroseggiando. Rodney Hylton-Potts è stato in galera due anni per truffa. E' un cittadino britannico. Rodney Hylton-Potts è il volto del berlusconismo made in Great Britain. E poiché la Gran Bretagna non produce più niente, poiché pratica outsourcing ovunque nel mondo si possa risparmiare sulla manodopera, già questa sarebbe una notizia. Che tipo, dunque, di produzione è questa che dà alla luce Rodney Hylton-Potts? E' la quintessenza della tv trash fattasi tv di regime. Un programma, Vote for me, ha fatto da trampolino di lancio per l'incredibile programma elettorale enunciato da Rodney Hylton-Potts davanti alle telecamere. Ha vinto il premio: cioè una candidatura indipendente alle prossime elezioni inglesi.
Subito fondando il partito Riprendiamoci la Gran Bretagna!, che suona un po' come Forza Italia. Punti qualificanti della strategia di Rodney Hylton-Potts: via gli immigrati. E' sicuro di farcela: "Tutti i taxisti sono con me".
Rodney Hylton-Potts ha vinto in finale contro una candidata che chiedeva il voto per compiere una politica di assistenza scolastica, sanitaria e lavorativa alle fasce di popolazione più deboli. Il ruggito del sanguinaccio umano ormai conosciuto amicalmente col semplice nome di "Rodney", come Ale è Del Piero o Silvio è Berlusconi, ha fatto evidentemente presa sull'elettorato televisivo e, suppone lui, avrà il medesimo appeal sull'elettorato elettorale.
Per ora Get Britain Back! ha ricevuto 142.000 adesioni al programma ultrarazzista di Rodney. Le argomentazioni angloleghiste dell'ex truffaldino galeotto sono, se possibile, un'apologia di fascismo più fascista del fascismo. La violenza verbale del personaggio, la sua tagliente dialettica populista, la sua sdegnosa aggressività che sbaraglia gli avversari: ecco i connotati di un Texas inglese, modellato sull'esasperazione del bushismo più vieto e barbaro.
Che la televisione si proponga come sponsor implicito di un simile cavaliere nero è fatto ormai non più significativo, ma automatico. Quando Totò reiterava compulsivamente l'invito Vota Antonio!, il ciclotimico principe massonico della risata non supponeva di avere enunciato una cupa profezia. Invece è andata così: ora si vota davvero Antonio, solo che si chiama Rodney e, da ridere, proprio non ci si riesce.
La coreografia intima di Rodney Hylton-Potts comprende, nello studio in mogano, un ritrattone di Churchill che nemmeno le croste di Teomondo Scrofolo, accanto a stampe allegoriche english blended e gagliardetti che stanno tra l'associazione parà e gli stemmi prepartita in mano ai capitani delle squadre di calcio. Tutto è congeniale a elevare davanti alle telecamere l'urlo autoctono del reazionario universale che dorme insopito nel cuore della razza umana: la terra è mia e non si tocca. Questa presenza della finta arte, grossolana e sempiternamente pseudottocentesca, è un'estetica che, prima o poi, andrà studiata e denunciata. Il Va' Pensiero amato da Bossi, i caminetti che adornano il focolare arcoriano, i dipinti dei volti dei Fondatori nelle sedi dei think tank neoconservatori: pure occorrenze dell'estetica brianzola che si propone come facies artistica del potere reazionario, ora come sempre. Telemarket eletto ad arte di regime, come era lecito aspettarsi.
Nelle calde atmosfere dello studiolo che gli fa da gabinetto di meditazione, "Rodney" nulla dice a proposito dell'indecenza delle politiche coloniali, trascorse e contemporanee, di cui si è macchiata e continua a macchiarsi la Corona inglese. Esprime altresì uno sdegno totale nei confronti dell'Unione Europea e delle sue politiche comunitarie, che l'Inghilterra condiziona pesantissimamente senza avere aderito alla moneta continentale. Enuncia inoltre un'equivalenza aprioristica tra immigrati e psicopatici criminali. In pratica: il crisma preciso di una componente politica tutta italiana, risorta in Italia, fiorita in Italia, andata al governo in Italia.
Quella che parla attraverso le labbra unticce e grassocce di Rodney Hylton-Potts è la voce del padrone. E' bene saperlo. E' bene conoscere il baritonale diktat del nemico.www.carmillaonline.com
Democratici? Cade un altro tabù a sinistra
di STEFANO MENICHINI
Aldo Garzia ieri non sapeva che cosa scrivere. Soprattutto, l’esperto e ironico direttore di Aprile, giornale on line della minoranza diessina, non sapeva come rovinare a Fassino la giornata trionfale che ne sancisce la rielezione e che vede la sinistra interna ridimensionata (dati ufficiali del congresso: Mussi sotto al 15 per cento, Salvi sotto al 4, col segretario a un pelo dall’80). Così, senza crederci tanto, ha gettato un sasso in piccionaia.
Rilanciando dalla postazione più imprevedibile la formula del Partito democratico, la fase due dell’Alleanza che fino a ora rimaneva accantonata nei sogni di pochi utopisti (tra i quali però personaggi come Prodi, Rutelli, Veltroni, Parisi, oltre a Michele Salvati che sentiamo all’interno).
Ora, occorre fare una grossa tara su questa risorgenza “democratica”.
Venendo dalla minoranza dei Ds, è stracarica di contraddizioni e figlia di un forte strumentalismo. La sinistra della Quercia è innanzi tutto impregnata di cultura proporzionalista, e già questo fa a pugni con l’idea del Partito democratico (che sarebbe dominus della scena con un sistema proporzionale, ma certo trova senso profondo in uno schema bipartitico). Inoltre, l’obiettivo ravvicinato di Mussi non è certo trovarsi sotto lo stesso tetto con Rutelli e Mastella (anche se per Aprile Bindi e Franceschini sono compagni di strada ideali), quanto evidenziare la fragilità della linea fassiniana del partito riformista, dopo che il segretario ha stravinto i congressi.
In questo senso, la sortita tocca un nervo già scoperto: come si può scommettere tutto sulla Federazione e sulla sua evoluzione in partito riformista, se quest’ultimo approdo è escluso dalla Margherita, partner essenziale? La replica di Fassino è nota: noi su quella strada andremo avanti comunque, a costo di trasformarci noi da soli – «e con chi ci starà» – nel partito riformista del domani.
Aprile tenta in extremis di scardinare questo schema e, dopo aver minacciato la scissione, gioca la carta opposta che in altre circostanze mai avrebbe preso in considerazione. Ma a parte il tatticismo, che c’è di serio in questa discussione? Evidentemente il successo di Vendola nelle primarie pugliesi ha spalancato alla sinistra della coalizione delle prospettive mai considerate fin d’ora.
In sostanza, ha dato l’impressione che nell’Alleanza si possa giocare sostanzialmente alla pari con la componente riformista. Questo potrebbe far cadere molti timori e molti tabù tipici del minoritarismo di sinistra. La stessa polarizzazione con Prodi, che Bertinotti persegue con ostinazione, è funzionale all’idea di semplificare la geografia del centrosinistra: per ora pensando a due soggetti distinti, radicale e riformista; ma la stessa dinamica potrebbe svolgersi anche all’interno dello stesso campo se – come ora Aprile ritiene – «esiste davvero una cultura comune».
Il concetto stesso di primarie agevola questo ritorno di fiamma. Come Europa notò fin dal primissimo momento (estate 2003), proporre istituti tipici del sistema bipartitico potrebbe essere un modo surrettizio per arrivare all’obiettivo. In effetti, gli elettori pugliesi in fila ai seggi delle sezioni (come tante, tutte le manifestazioni di piazza di questi anni) ci appaiono plasticamente come appartenenti a una gens sostanzialmente unica.
Che è tale, come dice anche Aprile, non solo per il suo antiberlusconismo ma per un condiviso sistema di valori (che quando dovrà essere de- finito, qui la sinistra diessina si illude, comprenderà sicuramente la prevalenza del merito e della responsabilità individuale rispetto all’appiattimento falsamente egualitario).
Ciò detto, rimane da esplorare la fattibilità di questa ipotesi. Fin qui considerata pari a zero, come è noto, anche perché chi teme le avventure troppo unitarie si fa facile scudo dei disegni neoproporzionalisti di Berlusconi: come se fosse poca cosa, anche in un sistema proporzionale, avere una dote garantita dal 40-45 per cento in su.
L’articolo di Garzia si chiude con una evidente malignità, il tirare in ballo Walter Veltroni dopo il suo cruciale riavvicinamento con Fassino e D’Alema: non era il sindaco di Roma colui che fino all’altroieri contestava la Federazione riformista in nome del più forte disegno del Partito democratico? Come mai a ridosso del congresso ha cambiato idea? Che Veltroni abbia effettivamente cambiato idea è da vedere. Non si farà certo stanare oggi dalle provocazioni di Aprile, ma il suo rientro sulla scena deve ancora dispiegarsi per intero. Vale però la pena di notare che la sua tesi della stagione 2003 ha trovato oggi un altro autorevole interprete: infatti è Francesco Rutelli, presidente della Margherita, che ha argomentato la polemica contro l’approdo socialdemocratico dell’Ulivo evocando in sua vece una prospettiva “democratica” che potrebbe essere davvero comune a tutti.
Non che Rutelli pensasse a Mussi e a Salvi, crediamo: con loro, a breve, l’unica vera prospettiva “democratica” è quella di una “democratica” zuffa sulle scelte dell’Alleanza (e del resto i due neosocialisti, prima della svolta democratica di Aprile si sono attardati a difendere da Rutelli il Programma di Gotha del 1875). Però l’impressione è che una talpa stia scavando sotto al centrosinistra.
Non sarà quella con cui aveva confidenza l’ottimo Garzia, con i suoi amori per Cuba e la Svezia e le sue imitazioni di Lucio Magri e di Pintor. Ma sta scavando lo stesso.www.europaquotidiano.it/
Benvenuti nella nuova guerra fredda
di Andrew O'Hehir
Chirac contro Cheney, SUV contro minicar, pommes frites contro freedom fries. Ecco la nuova guerra culturale combattuta tra le due sponde dell’Atlantico, nella quale però c’è qualcosa che ignorate: nella sfida mondiale per la supremazia morale ed economica l’Europa sta vincendo.
Chirac contro Cheney, SUV contro minicar, pommes frites contro freedom fries. Ecco la nuova guerra culturale combattuta tra le due sponde dell’Atlantico, nella quale però c’è qualcosa che ignorate: nella sfida mondiale per la supremazia morale ed economica è l’Europa che sta vincendo.
Un fantasma turba l’America e non si tratta del fantasma del comunismo (per quanto George W. Bush e i suoi alleati potrebbero descriverlo in questo modo). A poco più di un decennio dal crollo definitivo del blocco sovietico, gli Stati Uniti si scoprono impegnati in una nuova guerra fredda, combattuta simultaneamente su più fronti - economico, politico e culturale, e ben lontani dall’avere la certezza di vincere. Il mondo unipolare guidato da un’incontrastata egemonia statunitense che ci saremmo aspettati per un indefinito futuro è giunto al termine, ed è durato soltanto il tempo necessario a chiederci cosa sarebbe accaduto di nuovo.
Si, la “vecchia Europa”, tanto per usare la famosa espressione di Donald Rumsfeld, è ritornata e appare assai vivace per l’età che ha. Alla fine anche gli americani stanno cominciando a notare che gli europei (o perlomeno una buona parte di essi) si sono ricostituiti in un enorme superstato transnazionale di 25 nazioni e 455 milioni di abitanti, forte di un’economia da 11 miliardi di dollari. Stiamo parlando, naturalmente, dell’Unione Europea e dei suoi obiettivi, rivelatisi nel tempo ben più significativi rispetto a quelli di cui probabilmente avevate sentito parlare, come permettere ai cittadini di guidare da Siviglia alla Sicilia senza passaporto o di usare una stessa moneta anonima per acquistare una pinta di Guinness a Cork o un bicchiere di ouzo a Creta.
Nel corso degli anni, personalità di rilievo come Alan Greenspan e Henry Kissinger, avevano apertamente espresso le loro riserve riguardo al successo dell’euro, attuale moneta unica di 12 paesi europei (e di molti altri in futuro). Questa settimana la moneta europea ha raggiunto la quotazione record di 1,30 dollari a fronte di una sempre più indebolita economia del dollaro di Bush. Anche altri apprezzamenti sull’Unione Europea, bisbigliati a mezza voce dagli americani – sulla sua burocrazia sclerotizzante che schiaccia, con un eccesso di regolamentazione, imprenditoria e iniziativa o sui suoi sistemi di assistenza sociale che, modellati sul principio “dalla culla alla bara”, affossano l’economia – meritano di essere valutati con lo stesso scetticismo.
Utilizzare un’espressione terribile come “guerra fredda” per descrivere i nostri rapporti con un’entità la cui ragion d’essere è quella di evitare e risolvere ogni guerra o conflitto, può forse risultare allarmistico. I leader politici dell’Unione Europea senza dubbio vogliono essere partner, e potenzialmente anche amici, degli Stati Uniti (e del resto le dichiarazioni di entrambe le parti, dettate dalla realpolitik, continuano a insistere sul fatto che i reciproci rapporti siano cordiali anche quando la realtà, come in questo momento, è ben diversa) ma entrambe le elite sanno bene qual è adesso la posta in gioco e perciò vogliono anche essere concorrenti, persino fieri rivali. Se l’idea originale alla base di un’Europa unita era stata quella di riscattare il vecchio continente dalla povertà, dalla devastazione e da secoli di guerre auto distruttive, più di recente l’obiettivo è stato quello di costruire una “superpotenza buona” che faccia da contrappeso, economico e ideologico, al colosso statunitense.
Una volta compreso che questa guerra fredda combattuta tra le due sponde dell’Atlantico non solo è in atto ma sta anche rapidamente acquistando intensità – come concordano, Jeremy Rifkin e T.R. Reid, autori di due libri sull’ “enigma” Europa usciti quasi contemporaneamente - sarete in grado di interpretare i principali eventi dello scorso anno, o di due anni fa, sotto un’altra prospettiva. Sia la guerra in Iraq, sia le elezioni presidenziali di questo anno, per esempio, inizieranno ad apparire episodi chiave del conflitto America - Europa in atto.
Cos’altro non era, dopo tutto, la sfida Bush-Kerry, se non una specie di declinazione della contrapposizione tra pommes frites e freedom fries, che cosa se non un referendum sull’Europa condotto nell’elettorato americano? Kerry, ci è stato detto, parlava francese e “sembrava” francese: potrebbero apparire battute sarcastiche degne di Fox News ma sono state in realtà affermazioni terribilmente serie.
I francesi hanno senza dubbio vanificato le speranze di Bush per una coalizione realmente internazionale contro l’Iraq e sono diventati, per l’elettorato americano di destra, l’esempio della vigliaccheria e del tradimento internazionale. I francesi sono anche i maggiori sostenitori dell’Unione Europea – improvvisamente, con estrema chiarezza, i nostri principali rivali nella sfida per la supremazia economica e morale del mondo – e se Karl Rove e Karen Hughes non l’avevano pensato consapevolmente, questa conclusione non era poi troppo lontana dall’evidenza.
Kerry si è presentato come un politico internazionalista e secolarista (almeno secondo i canoni americani) in competizione con un uomo che si è “avvolto nella bandiera” statunitense e che era guidato dall’ispirazione divina. Bush non ha partecipato alla competizione elettorale come un americano ma come l’America stessa ossia la nazione che, secondo un’espressione di Rifkin, “sembra abitare in due contraddittori regni allo stesso tempo”: quello della fede protestante evangelica nella salvezza e quello del razionalismo affaristico che spinge ad accumulare benessere. Ciò ha assegnato a Kerry il ruolo dell’Europa intellettuale e laica, attraversata dagli sbiaditi fantasmi del socialismo e del cattolicesimo, che crede nei diritti umani universali e nelle soluzioni di negoziazione sebbene non sia troppo orientata verso una prospettiva di trasformazione spirituale.
Forse può essere necessario osservare le elezioni da vicino e quale è stato il loro risultato. In questo paese c’è una vasta classe di persone che si riconosce nel “sogno europeo”, quello di un mercato economico gestito ove la cooperazione prevalga sulla competizione, il tempo libero sia privilegiato rispetto al lavoro e i costi sociali del capitalismo siano strettamente regolati e credo sappiate, a chi tra voi, gentili lettori, mi sto riferendo; tuttavia per la maggior parte degli americani la parola “libertà” continua a voler dire nessun impedimento ai diritti di proprietà privata, mercati aperti, “lavoro-dipendenza” e incrollabile fiducia nel credo che tutti noi, in un modo o nell’altro, moriremo ricchi.
Se ritorniamo a 18 mesi fa, una delle considerazioni strategiche che ha suggerito all’amministrazione Bush l’invasione dell’Iraq era stata senza dubbio l’opportunità che offriva di giungere a una distinzione tra i politici pro e anti-America in Europa. Assicurandosi l’appoggio di Tony Blair in Gran Bretagna, José Maria Aznar in Spagna e Silvio Berlusconi in Italia, l’amministrazione Bush può aver sperato di sgretolare l’idea di un’Europa in grado di avere un’unica voce tanto in politica estera, quanto nelle azioni militari (uno degli obiettivi dell’Unione Europea) per la prossima generazione.
All’inizio, come afferma Reid, decano dei corrispondenti del Washington Post, nel suo libro “Gli Stati Uniti d’Europa”, questa strategia si è rivelata valida. I tre primi ministri ricordati hanno accettato di sostenere l’America nella guerra in Iraq, mentre altri leader europei hanno esitato nell’esporsi, cercando in qualche modo di situarsi in uno spazio intermedio tra la posizione di Bush e Blair e la veemente determinazione anti-bellica del presidente francese Chirac e del cancelliere tedesco Gerhard Schröder.
Poi però gli avvenimenti hanno sorprendentemente preso un’altra piega e quando è stato il momento di sollecitare il voto del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite per l’autorizzazione all’azione militare, gli americani sono stati scavalcati. Molte tra le nazioni più povere del Consiglio hanno ricevuto aiuti sostanziosi dall’Europa – gli aiuti stanziati dall’Unione Europea per i paesi in via di sviluppo sono tre volte tanto quelli predisposti dagli Stati Uniti – e hanno sperimentato la maggiore affabilità e disponibilità dell’azione di pressione della Francia e della Germania rispetto a quella dei britannici o degli americani.
Bush e Blair avevano bisogno di nove voti e non ne hanno avuti che quattro; almeno in questa arena limitata, dice Reid, “l’influenza politica dell’Europa si è dimostrata più forte della potenza militare americana”. Inoltre, la guerra in Iraq è diventata l’evento catalizzatore e radicale per una intera generazione di giovani europei che, secondo l’analisi di Reid, hanno potuto percepire, in questo frangente, loro stessi come cittadini europei, al di là delle singole e differenti nazionalità. Nella primavera 2003, mentre le elite politiche europee tentennavano, i cittadini dell’Europa affluivano nelle strade a milioni, manifestando un rifiuto pressoché unanime alla guerra in Iraq e più in generale, alla politica estera interventista dell’agenda Bush (e anche, in buona misura, contro ciò che la maggioranza degli europei percepisce della cultura sprecona dell’America fatta di burger, suv e obesità). I sondaggi rivelavano lo scoppio di un sentimento anti-americano anche in paesi come la Gran Bretagna, l’Italia o la Polonia, rimasti ufficialmente nella coalizione di Bush (la cosiddetta “coalition of the willing”). In alcuni paesi europei gli Stati Uniti sono considerati più pericolosi per la pace mondiale di nazioni come Iran o Corea del Nord e anche George W. Bush è meno popolare in Scandinavia, ad esempio, che non nei paesi del mondo arabo.
Questi giovani europei, sostiene Reid, che avvertono adesso il senso del proprio potere politico ed economico, hanno costruito una sorta di “Eurocultura pan-continentale” che prende a prestito quello che ritiene valido della cultura americana, pur restandone adesso indipendente. “Per molti europei, oggi – scrive Reid – il concetto familiare di occidente, di quella alleanza transatlantica fondata su valori condivisi e nemici comuni, rappresenta una reliquia dell’altro secolo.” In questo secolo, il loro obiettivo è sfidare l’affermazione americana per la supremazia globale, almeno in termini morali e politici.
In un recente viaggio in Germania, mi ha molto colpito scoprire quanto l’Europa continui a sentirsi non americana, malgrado tutti i discorsi in senso opposto che abbiamo sentito. Certo è possibile mangiare in un “Pizza Hut” o fare acquisti a WalMart anche ad Amburgo e gli adolescenti del posto preferiscono vestire secondo la moda dell’hip hop americano dello scorso anno o indossare cappelli degli Yankees (mi dispiace per il Boston ma il vostro trionfo non è riuscito a far breccia nel vecchio mondo) ma queste cose, rimosse dal loro contesto originale, sono divenute, come Madonna o David Beckham, simboli variabili di una cultura globale che supera ogni nazionalità. Il ritmo vitale del luogo non ha niente a che vedere con il febbricitante consumismo che attraversa le città e le periferie dell’America e mentre bar e caffetterie rimangono a lungo affollati anche dopo la mezzanotte per sette giorni su sette, non sono riuscito a trovare nessun posto in Amburgo, dopo mezzogiorno di sabato, dove acquistare articoli vari, giocattoli o libri in edizione economica.
“Il momento dell’Europa è quasi arrivato”, dice Reid citando un’espressione dell’attuale presidente dell’Unione Europea Romano Prodi. “Ci sono molti ambiti degli affari internazionali dove oggettivamente la conclusione mostrerebbe che l’Europa è già una superpotenza e che gli Stati Uniti non possono che seguire la nostra guida.” Sono affermazioni come queste che hanno preoccupato fortemente Rumsfeld, Dick Cheney e il resto dei neoconservatori. Sanno perfettamente che Prodi ha colto nel segno – anche se pubblicamente lo deriderebbero – e che non possono farci molto.
Dopo l’allargamento, nel maggio scorso, ai paesi dell’Europa centrale e orientale, l’Unione Europea ha adesso una popolazione maggiore rispetto agli Stati Unti e un’economia leggermente più potente e anche se, come Jeremy Rifkin dichiara nella sua densa e accurata ricerca intitolata “Il sogno europeo”, gli Stati Uniti rimangono primi per reddito pro capite, la differenza non è così significativa come può sembrare.
Molta della “produttività” americana, suggerisce Rifkin, è giustificata da un’attività economica che potrebbe essere benissimo definita come dispendiosa: spesa militare; l’espansione infinita della spesa pubblica per polizia e burocrazie penitenziarie; i costi vertiginosi per l’assistenza sanitaria; la crescita disordinata di vaste aree suburbane; l’industria del fast food, con l’inevitabile corollario della mania delle diete. Le comparazioni significative dei parametri della vita sono, continua Rifkin, costantemente a favore dell’Europa. In Francia, ad esempio, la settimana lavorativa è di 35 ore e molti impiegati prendono da 10 a 12 settimane di ferie all’anno, fattori che ovviamente deprimono il tasso di produttività. Tuttavia occorrerebbe il cuore di ghiaccio di John Locke per affermare che la Francia sia una nazione meno ricca a causa del tempo che le persone trascorrono in campagna, tra vino rosso e Camembert, in compagnia di amici e familiari.
“Il sogno europeo” risulta il più affascinante dei due libri, dato che Rifkin – autore in precedenza di altri due originali volumi: “La fine del lavoro” e “Il secolo della bioetica” – conduce un’approfondita ricerca, storica e sociologica, delle origini della guerra fredda transatlantica; se invece avete intenzione di leggere un’indagine meno impegnativa su come l’Unione Europea sia nata (traendo origine da una modesta intesa franco-tedesca, all’indomani della seconda guerra mondiale, per il carbone e l’acciaio), come sia divenuta il colosso che oggi vediamo e su cosa sia effettivamente adesso, il libro di Reid “Gli Stati Uniti d’Europa” rappresenta la scelta migliore.
Di fronte alla domanda su cosa sia realmente l’Unione Europea, nessun autore riesce a dare una risposta che non sia condizionata, in buona parte perché gli europei stessi non sembrano a loro volta abbastanza sicuri. Prima ho parlato dell’Unione Europea come di un “superstato” benché in realtà non si tratti di uno stato nazionale secondo i canoni convenzionali: non governa fisicamente nessun territorio, non ha alcun potere di tassazione sui propri cittadini e dispone di poteri alquanto limitati in termini di polizia; per contro, tuttavia, ha un parlamento eletto direttamente e un organo esecutivo, un sistema giudiziario e una banca centrale, ciascuno dei quali in grado di prevalere sulle leggi dei 25 stati membri. (Inoltre può disporre adesso anche di un proprio apparato militare, una forza di 60000 unità o l’Euro-esercito, uno sviluppo che comportò non poca tensione a Washington.)
Perlomeno una parte di questa ambiguità è intenzionale e l’Unione Europea sembra differente a seconda di chi la osservi. Per nazioni “euro-entusiaste” come Francia, Germania e Paesi Bassi, l’Unione Europea è un superstato federale in grado di superare i vecchi problemi del nazionalismo e della sovranità, mentre per i paesi più distaccati, come Gran Bretagna e Svezia (nessuna delle quali ha accettato l’euro) l’Unione è una confederazione senza vincoli di stati che rimangono in larga parte autonomi. Rifkin parla dell’Unione Europea come della “prima istituzione governativa veramente post moderna”, accentuando l’affermazione, in un altro punto, fino a definirla come la “prima regione governativa post territoriale in un’economia globale di network e interazioni”. (Apprezzo le escursioni storiche e filosofiche di Rifkin nel tracciare il quadro dei rapporti Stati Uniti – Unione Europea, eppure la sua tendenza a divenire quasi elegiaco con le affermazioni da alta scuola di finanza mi fa venir voglia di controllare se ho ancora il mio portafoglio.)
Se l’Unione Europea non ha intenzione di sfidare la supremazia militare americana - Rifkin e Reid sembrano concordare - ciò costituisce davvero l’asso nella manica dell’Europa. Lasciamo che gli americani riversino infiniti miliardi di tasse dei contribuenti nelle spese del Pentagono, argomentano gli europei; per come vedono loro la questione, la chiave per un futuro di pace e prosperità risiede altrove, nella costruzione di complesse reti di interazione sociale e di cooperazione economica che indeboliscano nazionalismi e fondamentalismi di ogni genere. Così, mentre gli Stati Uniti pagano il conto della complicata guerra in Iraq e accumulano enormi budget e deficit commerciali, l’Europa ha speso i suoi soldi in altre priorità.
Qualunque siano le vostre reazioni, razionali o emotive, a questo inedito conflitto transatlantico, è difficile per ogni americano leggere il libro di Rifkin senza avvertire un senso di vergogna. Gli Stati Uniti hanno perduto consistentemente terreno rispetto alle nazioni occidentali dell’Unione Europea nei tassi relativi alla mortalità infantile e all’aspettativa di vita, nonostante spendano più di qualsiasi altro stato europeo per l’assistenza sanitaria pro capite. (Mentre 40 milioni di americani non godono di alcuna copertura assicurativa, nessuno in Europa – e sottolineo, nessun singolo individuo – manca di una copertura sanitaria.)
I bambini europei hanno sicuramente una migliore educazione; gli Stati Uniti sarebbero al nono posto, in Unione Europea, nella lettura, noni negli studi scientifici, e tredicesimi in matematica. Il 22 per cento dei bambini americani cresce in condizioni di povertà, dato questo che pone il paese al 22° tra le 23 nazioni industrializzate davanti solo al Messico e dietro a tutti i 15 stati europei prima dell’allargamento del 2004. Ci si chiede cosa sia più sconvolgente: il dato statistico in sé o il fatto che nessun politico americano alla destra di Dennis Kucinich l’affronterebbe mai?
Forse ancora più sorprendente è il fatto che l’economia europea non sia stata strangolata dal proprio sistema di welfare e che anzi appaia vero il contrario. L’Europa ha sorpassato gli Stati Uniti in molti settori riguardanti l’alta tecnologia e la finanza, incluse le tecnologie wireless, il sistema computazionale (grid computing) e il settore assicurativo. In Europa vi è una proporzione più alta rispetto all’America di piccole imprese il cui tasso di successo è anch’esso più alto di quello americano. I capitalisti americani hanno iniziato a fare attenzione a tutto questo. Nel libro di Reid il presidente della Ford Motor Co., Bill Ford, afferma che la società consociata della Volvo è molto più redditizia rispetto ai complessi industriali negli Stati Uniti, nonostante salari e benefit siano più alti in Svezia. Secondo Ford sono l’assistenza sanitaria sovvenzionata dallo stato, l’attenzione all’infanzia, le pensioni e gli altri sostegni sociali a fare più di ogni altra cosa la differenza.
La nuova costituzione europea attualmente al vaglio degli stati membri è un voluminoso documento dal gergo burocratico di 265 pagine in inglese (molte di più in francese e spagnolo) che dovrebbe essere di ispirazione per i progressisti di tutto il mondo. Il testo stabilisce la proibizione della pena capitale in tutte le 25 nazioni dell’Unione e tratta temi quali quelli relativi all’assistenza sanitaria per tutti, all’assistenza all’infanzia, ai permessi annuali retribuiti, al congedo parentale, agli alloggi per i poveri e all’uguale trattamento per gay e lesbiche come diritti umani fondamentali. Molti di questi argomenti sono tuttora questioni molto dibattute in America; come afferma Rifkin, il documento fa dell’Europa il maggior leader nel dibattito mondiale per i diritti umani. E’ il primo documento governativo che aspira all’universalità, “con diritti e responsabilità che includono la totalità dell’esistenza umana sulla terra.”
Sebbene sostenitori imperterriti dell’Europa, Rifkin e Reid invitano gli elettori di Kerry, pieni di aspettative verso il sogno europeo, a riflettere bene e a lungo prima di fare domanda di asilo presso il più vicino consolato o ad impegnarsi nella ricerca di ascendenze europee nel proprio albero genealogico. (Per il momento posso rimanerne fuori, visto il doppio passaporto che possiedo). L’Europa, nonostante la grandeur della sua nuova immagine, continua ad avere tassi di disoccupazione relativamente alti e una crescita economica che procede ancora a rilento. Il vecchio continente si trova a dover affrontare problemi strutturali come, in primo luogo, la diminuzione delle nascite che, unitamente ad una persistente ostilità verso l’immigrazione, ha condotto la popolazione europea a tassi di invecchiamento più veloci rispetto all’America. Fino a che questa bomba demografica non sarà disinnescata, l’Europa dovrà inoltre rinegoziare i diritti e i vantaggi del suo stato sociale, sebbene esso sia molto generoso se paragonato agli standard americani.
Malgrado le profonde ineguaglianze, gli Stati Uniti rimangono, in buona parte, una società più dinamica, con una maggiore mobilità sociale ed ancora in grado di offrire agli individui quell’opportunità di continua “reinvenzione” che è alla base del sogno della nostra nazione. Rifkin legge in questa nuova guerra fredda con l’Europa una buona occasione, nel lungo periodo, di rinnovare la sinistra americana (per quanto i prossimi quattro anni rischino di essere piuttosto duri); gli americani, per esempio, possono cogliere l’occasione di imparare che capitalismo senza restrizioni, tassazione regressiva e una rete minima di sicurezza sociale non costituiscono l’unica maniera per garantire prosperità e che la nostra definizione di cosa costituisca prosperità potrebbe forse essere sottoposta ad una attenta verifica.
Mentre l’America ha trascorso l’ultimo decennio, o giù di lì, a preoccuparsi delle proprie questioni interne, tra battaglie faziose sugli scandali della Casa Bianca e contestazioni elettorali, minaccia del terrorismo, guerra in Iraq e un dibattito pubblico rabbiosamente polarizzato, l’Europa si è quietamente congiunta e unita in un imponente tutt’uno, la nuova superpotenza mondiale. L’Unione Europea ha creato, malgrado le ramificazioni burocratiche e le sfide che deve affrontare, una società armoniosa in un continente che ha passato molta della propria storia in continue guerre interne.
L’ascesa dell’Unione Europea può difatti, dice Rifkin, rappresentare una nuova fase della storia
E noi ne abbiamo visto appena l’inizio. Mentre il risultato di questa nuova guerra fredda tra Europa e America è tutt’altro che chiaro, dovremmo interrogarci seriamente su quanto fin qui è avvenuto.
L’Unione Europea ha raggiunto efficacemente i propri obiettivi tanto che gli idealisti dello scorso secolo, che osarono immaginare un’Europa unita, prospera e in pace, sembrano adesso profeti che incutono rispetto. Se non altro rappresenta una lezione sulla potenza di un ideale.
“Io sono un democratico” scrisse James Joyce nel 1916, mentre nelle Fiandre i giovani europei di un’intera generazione si combattevano l’un l’altro. “Mi adopererò e agirò per la libertà sociale e l’uguaglianza di tutte le classi e fra gli uomini e le donne negli Stati Uniti d’Europa del futuro”. Chi allora lesse quelle parole rise amaramente: l’Europa era avvelenata dai gas chimici della guerra e della storia e l’America era la terra libera e democratica, del futuro. Adesso nessuno ride più.
Fonte: http://www.truthout.org/docs_04/111604F.shtml
Traduzione di Eny Giambastiani per Nuovi Mondi Media
WSF 2005": ultimi preparativi a Porto Alegre
di redazione
Porto Alegre . E' tutto pronto per la quinta edizione del World Social Forum 2005, il Forum Sociale Mondiale che quest'anno nei giorni 26-31 gennaio torna a Porto Alegre (Brasile). E' tutto pronto. Mentre gli artisti del "Caravane Theatre" provano i trampoli intrattenendo i passanti, gli elettricisti stanno finendo di sistemare gli ultimi fari sul grande palco dell'Anfiteatro "Por do Sol", dove si terrà la cerimonia di apertura.(In alto a destra dell'home page il box dedicato al Wsf che conterrà da domani le corrispondenze del nostro inviato Simone Bruno).
Era nato come il contraltare del "World Economic Forum" di Davos, la ricca cittadina svizzera dove da anni si radunano i maggiori leader politici, dell'economia, della finanza e delle imprese per tracciare i futuri scenari del globo.
Ma l'agenda dei due appuntamenti, rigorosamente paralleli, sembra sempre più contaminarsi a vicenda: non è un caso che il fondatore e presidente del Forum di Davos, Klaus Schwab, non perda occasione per sottolineare la partecipazione di alcune Ong al meeting svizzero e che - dall'altra parte - il popolo "alter-global" vedrà partire il presidente Lula per Davos proprio dopo aver fatto i saluti ai convenuti a Porto Alegre.
Ma le differenze permangono e sono profonde.
Ai capi di stato e di governo dei paesi industrializzati che nelle scorse settimane prima a Giakarta e poi a Parigi hanno prospettato solo una "moratoria del debito" dei Paesi colpiti dallo tsunami, i promotori di Porto Alegre hanno già risposto con un documento nel quale chiedono la "cancellazione totale, immediata e incondizionata dei 272 miliardi di debito estero degli undici Paesi colpiti dal maremoto".
Una presenza numerosa a Porto Alegre sarà quella degli attivisti degli Stati Uniti che nei giorni scorsi hanno fatto sentire il loro coro di proteste alla cerimonia di insediamento del presidente George W. Bush. Come afferma Timi Gerson dell'organizzazione "Public Citizen", non vogliono darsi per vinti: "è' importante sentirsi parte di un movimento internazionale specialmente dopo la vittoria di Bush".
L'impegno è quello di creare alleanze tra nord e sud delle Americhe per opporsi ai nuovi trattati commerciali come l'Alca e il Cafta che "aumenteranno i problemi sia che tu sia un lavoratore dell'acciaio americano o un coltivatore messicano" - nota Gerson. E, proprio nelle Americhe, il Forum mondiale sta avendo una vasta eco. In questi giorni a Manaus (Brasile) si è tenuta la quarta edizione del Forum Pan Amazzonico. Oltre 10mila partecipanti tra popoli indigeni, organizzazioni sociali e sindacati accomunati dallo slogan "diversità, sovranità e pace": hanno rivendicato il diritto alla terra, all'acqua, alla sovranità alimentare, il no alla deforestazione, agli ogm, ai mega-progetti insostenibili, allo sfruttamento incondizionato del territorio, alla privatizzazione delle risorse e alla militarizzazione crescente.
Proposte che porteranno a Porto Alegre dove ci saranno anche i rappresentati delle popolazioni colpite dallo tsunami che lo scorso anno furono tra i protagonisti del Forum mondiale di Mumbai in India. Porranno all'attenzione i problemi endemici dei loro Paesi, tra cui quello già citato del debito estero. Il legame tra debito estero e "debito ecologico", tra impoverimento, guerre e terrorismo appare sempre più consolidato: il Rapporto del prestigioso Worldwatch Institute pubblicato nei giorni scorsi ricorda che "la lotta al terrorismo sta distogliendo l'attenzione dai reali problemi del mondo" dove il vero 'asse del male' non è rappresentato dagli 'stati canaglia', ma dal "pericoloso circuito tra povertà, malattie infettive, degrado ambientale e crescente competizione per l'accesso al petrolio ed altre risorse".
Giunto alla quinta edizione, il Forum di Porto Alegre sta a dimostrare che, dato più volte per morto, il cosiddetto movimento "no global" è vivo e continua il cammino verso la costruzione di "un altro mondo possibile".
La prima edizione di Porto Alegre aveva rappresentato l'insorgere del "movimento" sulla scena internazionale; la seconda una importante conferma; la terza ha manifestato il "peso politico" del movimento che ha sostenuto l'elezione di Lula, mentre la quarta - quella di Mumbai - ha fatto capire che il movimento "alter-global" è radicato non solo tra i popoli dell'emisfero ovest del mondo, ma anche nei Paesi asiatici e africani.
L'edizione di quest'anno si annuncia con una domanda di crescente partecipazione "dal basso" e di un agire politico più concreto e localizzato. E, c'è da contarci, lo "spirito di Porto Alegre" non mancherà di farsi sentire anche a Davos.
LA SCHEDA
Sono già più di 60mila gli iscritti agli oltre 1800 seminari, in rappresentanza oltre 180 paesi del mondo e di un numero di organizzazioni maggiore del passato. Non ci saranno eventi di grande rilievo mediatico, ma gli organizzatori non hanno perso la speranza che il presidente Lula accompagni il suo ospite, il primo ministro spagnolo Zapatero, in visita in Brasile proprio nei giorni del Forum.
Dopo Mombay (India) dove sono confluiti oltre 74mila delegati da 117 paesi del mondo, il Forum Sociale Mondiale torna quest'anno a Porto Alegre.
Undici le "aree tematiche" dove i partecipanti discuteranno temi già affrontati in Forum precedenti come la "difesa dei beni comuni della terra e dei popoli", "pace e smilitarizzazione, lotta alla guerra e al debito", "economia sovrana dei popoli, contro il capitalismo neoliberista" ma anche di "etica, visioni del mondo e spiritualità", "difesa delle diversità e delle identità culturali"e di "arti e creatività per costruire le culture di resistenza dei popoli".
Tra le numerose delegazioni italiane anche quella della Caritas che per la prima volta parteciperà all'evento, guidata da mons. Franco Agostinelli, vescovo di Grosseto e membro di presidenza di Caritas Italiana, e dal direttore don Vittorio Nozza.
La "Tavola della Pace" proporrà al Forum di assumere la "Marcia della pace Perugia-Assisi" come uno degli appuntamenti dell'agenda della società civile mondiale.
Fonte principale: unimondo.org
redazione@reporterassociati.org
Il lievito Bertolini
Montepino Le supplettive nei due collegi resisi vacanti di Puglia e Veneto, hanno di nuovo stracciato i sondaggi sfornati a lievitatura continua dalla CdL. Un secco 2-0 dell'Ulivo si aggiunge al recente 7-0 un po' meno secco per via di qualche riconferma già di centrosinistra.
Una strana coppia di fornai si incarica di afflosciare questi dolci sfornati, dolci soltanto per il palato concorrente avverso alla premiata Casa. L'accoppiata Fabrizio Cicchitto/Isabella Bertolini (l'uno addetto alla cottura dell'avversario, l'altra alla levitatura dei presunti difetti altrui) riescono, infatti, a "bruciare" a fuoco allegro la voglia partecipativa della propria clientela.
L'uno, a bocca di forno ancora fumante, sostiene che in queste supplettive al 30% sono andati a votare solo i soliti militanti disciplinati (lasciando intendere quali). L'altra, dice che la Gad non ha indebolito la forza di Berlusconi... anzi...!
Se tra i buongustai cresciuti anche a forza di "Carosello" qualcuno ricordasse la pubblicità del lievito Bertolini, si farebbe 'sto bel girotondo a filastrocca: Per fare cose buone, che cosa ci vuol? Ci vuooole beer-to-liii-niiii…http://www.ulivoselvatico.org/
Uruguay, torna la speranza
di Fabrizio Casari
L’America latina non finisce la sua corsa controcorrente. L’Uruguay volta pagina dopo aver portato la sinistra ad una straordinaria vittoria elettorale. Tabarez Vasquez, medico ed unico tra i candidati alla Presidenza lontano da qualsivoglia sospetto di corruzione, grande comunicatore, moderato ma dai tratti inequivocabilmente progressisti, ha portato l’Encuentro Progresista-Frente Amplio-Nueva Mayoria, sigla che riunisce più di quindici organizzazioni e partiti, alla vittoria con una maggioranza schiacciante. Per la prima volta nella sua storia, dopo aver conquistato negli anni scorsi per due volte la capitale e numerose altre città, la sinistra governa il Paese.
Il Partido Colorado, al potere da decadi, ha subito una vera e propria debacle, non riuscendo a superare il 15% dei voti, risultato inevitabile per un governo che ha trasformato un paese produttore in un paese debitore, la decantata ex “Svizzera dell’America latina” in un contesto drammatico.
I dati, parlano chiaro: infatuato dal neoliberismo più sfrenato, il governo ha ridotto le capacità produttive del Paese al minimo e ha portato il debito estero a superare il Pil, peraltro ridotto al 50% rispetto al passato. Solo due i dati (amaramente coerenti tra loro) in crescita: disoccupazione a livelli storici e il triste ruolo di terzo paese al mondo (e primo in America latina) per numero di suicidi.
Con un 30% della popolazione sotto la soglia di povertà e il 60% dei bambini compresi in questo dato, la sinistra si avvia ad un processo di redistribuzione di risorse e nuovo implemento di politiche sociali ad un cammino nuovo per la storia del Paese, favorito anche dall’avere la maggioranza parlamentare. La vittoria della sinistra lancia quindi l’Uruguay nella tendenza positiva, per certi aspetti rinascimentale, della sinistra latinoamericana.
Dopo la vittoria straordinaria di Lula in Brasile, di Chavez in Venezuela, di Kirchner in Argentina (ma va aggiunta anche quella di Torrijos a Panama), o Lagos in Cile, il “continente desaparecido” si trova ora con la sponda atlantica in mano a governi progressisti e di sinistra. Senza voler dipingere uno scenario politico unico, che tale non è viste le differenze di vario genere che questi governi contengono, quello che però risulta evidente è un’insieme favorevole ad un nuovo corso politico per il Cono sud.
Sul piano economico, si rafforzano le ipotesi di un nuovo progetto di sviluppo basato fondamentalmente sul recupero dei livelli produttivi interni, su una crescente regionalizzazione delle relazioni finanziarie e commerciali, e una riconsiderazione complessiva del ruolo internazionale, cosa che implica una dimensione quanto più possibile unitaria dell’identità latinoamericana, soprattutto nelle relazioni con il gigante statunitense e con la stessa Europa.
Il dato di sostanza è che sul piano degli equilibri regionali, la sinistra è ora in grado di offrire una risposta continentale al modello di Alca previsto dagli Usa, già affondato dall’abile tattica politica di Lula ed ora ulteriormente indebolito dalla ricerca di relazioni meno dipendenti con Stati Uniti ed Europa e che aprirà un ulteriore breccia nel progetto di dominio economico previsto dall’Alca, insieme alla possibile rivitalizzazione del Mercosur che lo stesso Uruguay di Tabarez Vasquez porrà con forza.
L’America latina, dunque, si prepara ad un ulteriore rafforzamento della sua primavera politica, segnalando lungo tutta la costa atlantica del continente che la speranza, a volte, sconfigge la paura.
Fabrizio Casari
redazione@reporterassociati.org
FINALMENTE
Appalti e tangenti: 7 arresti a Velletri
Operazione della Guardia di Finanza: in manette finisce anche un assessore dell'attuale giunta. In totale sono 26 le persone indagate, tra cui anche il sindaco. Le Fiamme gialle indagano su 5 lavori "sospetti"
Roma, 25 gennaio 2005 - Cinque appalti "sospetti", con un importo complessivo che sfiora i 5 milioni di euro, e un giro di tangenti che coinvolge esponenti dell'amministrazione cittadina. Per questo motivo, con l'accusa di corruzione, turbativa d'asta e associazione a delinquere, la Guardia di Finanza di Velletri ha arrestato 7 persone.
Tra i fermati c'è un assessore dell'attuale giunta di centrodestra, un ex assessore, due dirigenti e tre tecnici comunali, ma nella vicenda risultano indagate in totale, a vario titolo, 26 persone, tra le quali anche il sindaco.
In carcere sono finiti l'ex assessore della precedente giunta, sempre di centrodestra, Lamberto Trivelloni (Udc) e il dirigente dell'ufficio tecnico comunale Alessandro Albertini. Agli arresti domiciliari sono finiti l'attuale assessore ai Lavori pubblici Giancarlo Righini (An), il dirigente dell'ufficio amministrativo del Comune Giovanni Torre e tre tecnici comunali.
Le ordinanze di custodia cautelare sono state firmate dal gip Paola Astolfi su richiesta del pm Giuseppe Tagliatatela e tra i reati contestati ci sono anche quelli di abuso d'ufficio, falso ideologico e soppressione di documenti veri.
L'inchiesta riguarda cinque appalti, per una cifra complessiva di circa 5 milioni di euro, per opere di urbanizzazione nella città dei Castelli Romani a 38 chilometri dalla Capitale, lavori di manutenzione stradale, la manutenzione straordinaria del cimitero, la ristrutturazione del palazzo dei Conservatori, uno degli edifici storici della città, e i lavori nella sala consiliare.
gennaio 25 2005
Il settimanale francese Marianne ha pubblicato la classifica dei personaggi piu' detestati dai francesi. La buona notizia sarebbe che c'e' un italiano tra i primi cinque. E' Berlusconi.
(Fonte: Carta)
La vittoria nel Polesine: uniti si vince
EDUARDO RINA
Non è facile ritrovare, il giorno dopo, la razionalità e il filo di un serio e meditato ragionamento politico dopo un pomeriggio e una serata vissuti con l'ansia, prima, e la gioia "liberatoria", dopo, per la bella e chiara vittoria politica ed elettorale nel Polesine. Non ho potuto partecipare di "persona", nella sede dell'Ulivo di Rovigo, all'"incasso" della felicità appagante di un duro e sistematico lavoro di campagna elettorale. Anzi, devo confessare, non sono ancora riuscito a "sentire" per telefono Massimo, che dalle prime ore del pomeriggio è stato sequestrato da tutti quelli che hanno contribuito alla sua elezione al Senato: i più stretti collaboratori e i dirigenti e amministratori dei Ds, della Margherita, dello Sdi, di Rifondazione, amici e simpatizzanti...
Una settimana fa avevo scritto un'altra nota sull'andamento della campagna elettorale che si chiudeva con una parola: "Speriamo".
Era una speranza realistica e fondata sull'analisi della situazione nazionale e locale e, soprattutto, sul "lavoro" concreto e quotidiano che tutto l'Ulivo, e Massimo più di tutti, stava svolgendo sul territorio. C'eravamo fermati, se così si può dire, solo il giorno di Capodanno e il giorno dopo eravamo già sulle strade nebbiose del Basso Polesine (Porto Tolle, Ariano, Corbole, Taglio di Po, Porto Viro, Rosolina,ecc..) per affiggere manifesti e depositare volantini nelle cassette postali! Speranza fondata, dunque, sul lavoro, sul coinvolgimento, sulla partecipazione, sull'informazione, sulla individuazione dei problemi locali e sulle ragioni "generali" di un "voto politico" contro il Governo Berlusconi e per una prospettiva di rinascita economica e democratica del Paese.
Il "segnale" è arrivato. Massimo Donadi, coordinatore regionale di Italia dei Valori, si è fatto conoscere dai dirigenti e militanti dei partiti del centrosinistra (dopo i comprensibili mugugni iniziali), si è fatto conoscere dagli amministratori locali, dagli esponenti delle associazioni onlus, dagli operatori economici, dai semplici cittadini nei mercati, nelle assemblee.
Ha subito presentato le credenziali "personali" e "politiche" con la modestia e la dignità necessarie. Da subito ha fatto "capire" che la scelta fatta dai vertici nazionali del centrosinistra non era una "concessione" all'Italia dei Valori e a Di Pietro... ma la necessità di un percorso politico da fare insieme. E la parola d'ordine che dall'inizio è comparsa sui primi manifesti, "partoriti" non da "agenzie pubblicitarie" ma dalle nostre "teste", è risuonata incessantemente in tutto il Polesine: "Uniti si vince".
Abbiamo vinto... e bene! Adesso dovremo tutti "capitalizzare" questo patrimonio di lavoro comune, di tensione ideale, di capacità di fare squadra a partire dalla campagna delle elezioni regionali. Primarie si... primarie no ... Si! Se sono una cosa seria e "plurale". Se ci sono diversità di vedute sul programma da presentare al giudizio degli italiani. Se Prodi è il "leader" riconosciuto da tutti deve capire che non c'è bisogno di "primarie finte" che fanno emergere protagonismi e "narcisismi" tanto inutili quanto dannosi e nocivi per il centrosinistra! Se non è il leader di tutti si facciano pure le primarie! Ma con la "cornice" di una partecipazione democratica vera, appassionata, segnata dallo slancio e dall'obiettivo "unitario". Quello che conta davvero è lo sforzo comune per raggiungere l'unico risultato a cui guardano i militanti del centrosinistra e la maggioranza del popolo italiano: Mandare a casa il Governo "burletta" del Regime Televisivo e dell'Autoritarismo affaristico per ridare all'Italia la Democrazia e la Libertà di cui oggi è priva.www.centomovimenti.com
Sondaggio internazionale / La percezione del futuro
Sul giudizio generale pesa la guerra, che porta a guardare con sfiducia alla crescita globale
MILANO ? Fiduciosi sul futuro delle loro famiglie, scettici sul destino economico dei loro Paesi e del mondo intero. E una visione un po' paradossale quella dei cittadini di 22 nazioni diverse, intervistati nel sondaggio di GlobeScan/Eurisko realizzato per conto di Bbc World Service/Il Sole-24 Ore. Noi italiani, controcorrente, sembriamo invece privi di contraddizioni: siamo in maggioranza pessimisti, su tutto.
I risultati del sondaggio sono molto chiari. 1 47% degli intervistati (sono 22.953) crede che le condizioni economiche delle loro famiglie stia migliorando, il 36% che stia peggiorando. Il contrario avviene quando il discorso si sposta ai rispettivi Paesi di appartenenza: il 48% è pessimista, il 41 % è ottimista. Il mondo, nella percezione degli intervistati, sembra invece andar davvero male: il 44% vede nero, mentre solo per il 34% il futuro sarà roseo.
Fiducia e guerra. La contraddizione è piuttosto evidente: la situazione economica di una nazione non è diversa dalla somma dalle condizioni degli individui che la compongono. Tra i pochi a essere immuni da questo paradosso ci sono gli italiani. Purtroppo, perché il 58% è pessimista sulla situazione familiare, l'81% sulle condizioni del Paese, il 67% su quelle del mondo intero. L'ottimismo decisamente scarseggia: tra gli italiani è fiducioso solo il 15% sulla famiglia, il 12% sul Paese e il 17% sul mondo.
Complessivamente è una situazione delicata. «Le persone stanno mostrando una tendenza a sottovalutare l'economia mondiale e, fino a un certo punto, quella del loro Paese», spiega Steven Kull, direttore del Program ore International Policy Attitudes (Pipa) dell'Università del Maryland che ha collaborato al sondaggio. «Sembra esserci una paradossale tendenza, tra la gente, a dire: "Io sono ok, ma il mondo non lo è"».
È un fenomeno da prendere in seria considerazione, secondo Kull. « 1 politici - aggiunge - devono prendere nota di questa tendenza a sottostimare l'economia mondiale: potrebbe spingere i cittadini a non riconoscere i benefici di politiche politicamente controverse come una maggiore apertura al commercio internazionale o i programmi di aiuto per sostenere i Paesi poveri a sviluppare le loro economie».
Forse c'è un motivo per questa tendenza: la guerra. «Il sondaggio - suggerisce Doug Miller, presidente di GlobeScan - mostra che anche prima dello tsunami asiatico pochi cittadini erano fiduciosi nell'economia globale o anche in quella del loro Paese. Possono fare affidamento nelle loro finanze, ma vedono un mondo in conflitto e sono preoccupati di come tutto questo potrà colpire l'economia globale».
I numeri, Le cifre complessive nascondono evidentemente una realtà molto variegata. Nazionalità, reddito, istruzione incidono fortemente sulla percezione dell'andamento dell'economia. I più pessimisti sull'andamento dell'economia mondiale sono i sudcoreani (82%), seguiti da italiani (67%), filippini (65%) e messicani (62%). Sono, più o meno, le stesse persone che vedono nero quando pensano al loro Paese: i meno fiduciosi sono infatti i sudcoreani (88%), gli italiani (81%) e i francesi (74%) nelle economie più sviluppate; i libanesi (77%), i filippini (82%) e i messicani (66%) tra i Paesi emergenti.
Quando si passa alle singole famiglie, la lista cambia un po'. Restano più che perplessi i sudcoreani (il 71%), i messicani (69%) e gli italiani (58%). I filippini però, a sorpresa, sono invece molto sicuri del loro piccolo mondo: il 68% di loro vede rosa, insieme all'86% dei cinesi, il 77% degli indiani e anche - ma prima della tragedia dello tsunami - il 71 % degli indonesiani.
Incide naturalmente il livello culturale: il 51 % degli intervistati con alta istruzione e il 50% di quelli "medi" è ottimista sulla situazione famigliare, contro il 36% dei meno fortunati. Analogamente accade per i livelli di reddito: vede un futuro roseo - e non è certo aria sorpresa - il 64% dei più ricchi, e il 37% dei poverissimi. Leggermente più positivi .noltre gli uomini (49% contro 146%) e i più giovani: il 61 % nella fascia di età 18-24 anni, contro il solo 28% tra coloro che hanno più di 65 anni.
R.SOR.
Il Sole 24 Ore
Il Professore insiste con D´Alema "Effetto primarie sul voto in Puglia"
Parisi: "Altro che perdente. Da quando è tornato Romano abbiamo sempre vinto"
La Quercia ha guadagnato tempo ma per Prodi le primarie restano fondamentali
GOFFREDO DE MARCHIS
ROMA - «Ancora una vittoria. E in Puglia è successo quello che avevo previsto: l´iniezione democratica delle primarie è stata decisiva, le primarie fanno bene al centrosinistra». Romano Prodi rompe la «moratoria» chiesta dai Ds, insiste sul tasto più doloroso per la Quercia, infila il dito nella piaga. Per fortuna, è il giorno del 2 a 0 alle suppletive e le polemiche restano sotto traccia.
Il Professore telefona a D´Alema e gli offre la sua "versione" dei fatti. È entusiasta. Lo è anche il presidente dei Ds che, dopo la batosta riformista nella sfida pugliese (sconfitto il candidato della Federazione Francesco Boccia) adesso incassa la vittoria del suo principale collaboratore, Nicola Latorre. Ma per Prodi, il neo-senatore è più "Nichi" che Nicola, almeno per un giorno. «Le primarie pugliesi, e la vittoria di Vendola, hanno dato la scossa alla nostra gente, che grazie a quella mobilitazione è andata a votare anche stavolta. Insomma, siamo riusciti a motivare la nostra gente. Basta vedere i dati di quel collegio. Lo spostamento dei voti, dal 2001 a oggi, è impressionante. Il centrosinistra aveva perso di dieci punti e ora è cinque punti sopra il cinquanta per cento», dice Prodi ai suoi collaboratori sintetizzando il colloquio con il leader diessino. D´Alema condivide la gioia di Romano, naturalmente, ed è felice per Latorre. Capisce però che il Professore, sulle primarie, rimane della vecchia idea: bisogna farle, devono essere vere, sono la nuova vera fonte di legittimazione alla leadership dell´Alleanza democratica. Nella sostanza, non ha ancora fatto concessioni rispetto all´altolà pronunciato dalla Quercia, al pressing di un intero gruppo dirigente, da Fassino a D´Alema a Veltroni.
È importante anche la vittoria di Rovigo. E Prodi sorride ancora: «Anche lì le differenze erano enormi, abbiamo strappato un fortilizio alla destra». Ma la Puglia, ormai, è nel cuore del Professore. Lo ha capito bene Fausto Bertinotti. Ieri ha risposto punto per punto alle dichiarazioni parigine di Prodi, ma sa che sulle primarie non è ancora scoccata l´ora del contrordine. Leggendo i giornali con gli uomini del suo staff, ieri mattina il leader di Prc non aveva alcuna voglia di strapparsi i capelli preferendo scherzare: «Dovrò cambiare il messaggio della segreteria telefonica: "Risponde lo strampalato Fausto Bertinotti..."».
La Quercia, dunque, ha portato a casa un po´ di tempo in più per risolvere l´enigma-primarie. Ma non ancora l´esito sperato, lo scioglimento del rebus, cioè il ritiro, indotto o volontario, di Bertinotti. Il Professore non ha fretta e altri obbiettivi su cui concentrarsi, per ora. Ieri è andato a fare visita alla sede della Fabbrica del programma o delle idee, il capannone alle porte di Bologna, dove nascerà il progetto del centrosinistra per l´Italia. Stasera appuntamento con i «martedì» dei frati di San Domenico, sempre a Bologna. Ma giovedì, a Roma, Prodi tornerà a riunire il vertice della Federazione per accelerare il percorso dell´Ulivo. Intanto il presidente federale della Margherita Arturo Parisi approfitta delle suppletive per togliersi alcuni sassolini dalle scarpe. Le polemiche nella Gad, il braccio di ferro con Rutelli e il recupero, secondo alcuni sondaggi, di Berlusconi, venivano attribuiti, da alcuni boatos, al ritorno di Prodi. Il Professore come un boomerang. Parisi puntualizza: «Non è male ricordare che da giugno il risultato di tutte le elezioni che abbiamo affrontato ha avuto come segno il più. Dalle Europee alle regionali e alle amministrative, al 7 a 0 delle suppletive dello scorso autunno, ed ora al 2 a 0 di queste a Rovigo e Bitonto». Manca il 2006, però la strada è quella giusta. «Diciamo questo guidati dalla speranza, non dalla iattanza», spiega Parisi.
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Ds Milano - Rassegna stampa
Sarfatti, la prima uscita nella tana del nemico
DAL NOSTRO INVIATO PAOLO BERIZZI
la Repubblica - 25 gennaio 2005
VARESE - I varesini sono gente che sta bene, hanno accumulato ricchezza, non tanto si preoccupano di cosa sarà domani, se c´è un sindaco oppure un altro. La cosa pubblica affascina pochi, la moltitudine bada al sodo. Lavoro, soldi, lavoro.
IL RACCONTO
Al via il viaggio nelle province del candidato della Gad: "Ascolto tutti e prendo appunti"
Sarfatti comincia dalla tana del nemico
Un giorno a Varese nel feudo della Lega
le idee Sono contrario all´uomo solo al comando. Per questo il programma lo stenderemo dopo aver capito i problemi dei lombardi
i ritmi In questi giorni sono frenetici, ma la politica è sempre stata la mia vera passione La giacca la tolgo, perché quando lavoro mi dà fastidio
DAL NOSTRO INVIATO PAOLO BERIZZI
VARESE - Qui il leghismo resiste come una specie di condizione dell´essere: sei di Varese?, allora sei della Lega. Più che un fatto di numeri, insomma di voti, è una questione genetica: Bossi, Maroni, Speroni, Giorgetti, Marano (già direttore di Rai Due), Ferrario (suo successore), Bonomi (ex presidente Alitalia), Sassi (presidente dell´Inps). Per dire solo i giganti. Tutta gente di qui. Infatti li chiamano il "clan dei varesotti". È in questo contesto politicamente non proprio accogliente che Riccardo Sarfatti, imprenditore della luce e candidato anti Formigoni, ha voluto portare i primi bagliori della sua campagna elettorale. Il "viaggio dell´ascolto": l´ha chiamato così, perché, dice, almeno all´inizio, essendo nuovo del mestiere, «anziché calare un programma dall´alto, preferisco ascoltare la gente, problemi, i bisogni, e poi elaborare, mettere insieme, e, solo a quel punto, metter giù un programma di governo».
E così eccolo, Sarfatti, l´uomo nuovo e "illuminato" (come lo sfottono gli avversari, con quella dose di diffidenza e superiorità riservata all´impolitico che si butta nell´agone); eccolo nel rigoglioso giardino di Palazzo Estense, sede del Comune, muovere i primi passi della sua corsa contro il tempo. «Ci penso, eccome se ci penso - dice - Mi hanno candidato il 23 dicembre, le elezioni sono il 3 aprile, e, per di più, non sono iscritto a nessun partito». L´uomo è consapevole, ma affatto demotivato. Dice e dicono che anche da imprenditore ha sempre avuto ritmi di lavoro pesanti. «Ma da questi primi giorni mi rendo conto che le fatiche, i ritmi della politica sono pazzeschi. Tu puoi avere tutte le strategie che vuoi, ma se non riesci a spalmarle in campo, diffonderle in modo efficace tra la gente, non te ne fai un bel niente». Lui, che è uno del fare, le sue strategie le ha bene in testa, e le riassume in quattro motti: uno, fare le cose insieme («Sono contrario all´uomo solo al comando»); due, grande fiducia nella politica («È sempre stata la mia passione, per questo ho definitivamente lasciato l´azienda a mio figlio»); tre, riformismo («Che non è il rapporto tra Formigoni e quattro suoi amici, è il risolvere i problemi concreti»); quattro, innovazione («E qui ci metto dentro la mia esperienza di imprenditore»). Parlare parla poco, per il momento, Sarfatti. È una scelta, «e mi è utilissima». Gira con un agendina alla quale affida gli appunti di viaggio, annota l´impossibile, si ferma, riflette, guarda chi ha di fronte. Non esagera con le strette di mano. E, alfine, consegna a quelle pagine di carta riciclata «le richieste delle Lombardie». Sì, al plurale. «Perché dentro la Lombardia ci sono tante Lombardie, e se vuoi cambiare devi capirle tutte». Il Raggio d´Oro è un ristorante per banchetti. A Varese è conosciuto per i matrimoni, per i risotti (di cui Sarfatti è ghiotto, gliene hanno preparato uno zafferano e gamberetti) e perché ci viene quel matto di Pozzecco, l´azzurro del basket. A mezzogiorno c´è un tavolo prenotato per venti persone: c´è un po´ di tutto, sindacato, associazioni di categoria, artigiani, commercianti, industriali piccoli e medi. Sarfatti stretto tra Chicco Crippa, coordinatore regionale della Gad, un tempo Verde oggi Margherita, uomo ombra della campagna elettorale, e il giovane Alessandro Alfieri (Ulivo), varesino, ottima guida nell´occasione. «Avevamo chiesto un incontro istituzionale al sindaco e al presidente della Provincia (Fumagalli e Rebuzzoni, Lega) - si stringe nelle spalle Alfieri - ma ci hanno risposto che oggi non potevano». Cose che succedono, quando si va nella tana del leone. Artigiani e industriali parlano a Sarfatti della lenta agonia del tessile («Essendo un imprenditore, capirà», è la speranza di Marino Bergamaschi, che degli artigiani varesini è il presidente). Lui, l´antiformigoni, inforca gli occhiali e scrive, scrive, scrive. La giacca di tweed se l´è già sfilata («Non la sopporto quando lavoro»), resta in cravatta e pullover blu. Un giorno disse che il look, se dev´essere uno stereotipo, non è importante. Aggiunge oggi di rifuggire l´apparenza, la facciata. E la Bmw nuova, proprio come quella di Formigoni? «La stiamo provando - risponde, rivolto al fedele autista Francesco - È dell´azienda. Io di Bmw ne ho una vecchia, ha fatto 200 mila chilometri, forse è il caso di cambiare». Già, cambiare. Adamoli, Marantelli e Martina, consiglieri regionali del posto, gli raccontano Varese. La capitale della Pedemontana, pur avvolta nell´agio, ha preso da qualche tempo a far di conto con la crisi: le infrastrutture restano una chimera. Malpensa sputa ogni giorno caterve di immigrati in cerca di tetto e lavoro. Ai nuovi ospiti pensano soprattutto Caritas e sindacati. Monsignor Maffi ammette che se le istituzioni non daranno una mano, sarà dura andare avanti. L´uomo nuovo e illuminato non promette. Scrive e saluta. «Leggo, studio, poi ci rivediamo».
REGIONALI
Parte la campagna del «pendolare» Sarfatti
dal Corriere - 25 gennaio 2005
Un'ora e 50 minuti in auto da Milano a Varese: ieri mattina Riccardo Sarfatti ha provato di persona il dramma dei pendolari. Il candidato del centrosinistra ha iniziato un tour in Lombardia (oggi sarà a Bergamo e domani a Brescia) «per ascoltare le esigenze delle categorie economiche, delle associazioni, dei cittadini».
Ammette che la sfida lo vede partire in svantaggio, «ma attenzione - ammonisce - perché la stessa cosa si disse di Penati e di Zaccaria. Sapete tutti come è andata a finire». E attacca Formigoni: «Dieci anni di suo governo hanno lasciato irrisolti i problemi. Il mio rivale pare pensare di più al Risiko della politica che a fare il governatore».
Ds Milano - Rassegna stampa
''Stone Ax'', l’accordo segreto tra Washington e Roma per il dispiegamento di ordigni nucleari
La notizia-bomba, nel gergo giornalistico, è un fatto che una volta rivelato suscita grande clamore. In questo caso la notizia è bomba due volte, visto che si parla di armi e di armi nucleari. William M. Arkin oggi fa il consulente in materie riguardanti la difesa per diversi network televisivi americani, ma tra il ’74 e il ’78 era a Berlino Ovest, come analista di intelligence per l’esercito degli Stati Uniti e dopo aver lasciato la carriera militare, si è occupato di svelare al mondo i segreti nascosti dalle forze armate statunitensi, pubblicando documenti e notizie top secret.
Ora sta per uscire un nuovo volume, “Code Names”, che altro non è se non una collezione di 3000 e più nomi in codice per indicare le operazioni condotte dagli Stati Uniti sotto copertura. Tra queste, una riguarderebbe l’Italia e si chiamerebbe “Stone Ax” (ascia di pietra), e sarebbe anche collegata con altre simili operazioni in giro per l’Europa: “Pine Cone” (Belgio), “Toolchest” (Germania), “Toy Chest” (Olanda). Tutte prevederebbero il dispiegamento di armi nucleari. Il libro porta come sottotitolo: “Decifrazione dei piani, delle operazioni e dei programmi militari degli Usa nel mondo dell’11 settembre”, il che significherebbe che il governo italiano e quello degli Usa (o almeno le rispettive forze armate) avrebbero tra loro un “agreement” (un accordo) per la partenza di ordigni nucleari dall’Italia verso – probabilmente – i cosiddetti “Stati canaglia”, nell’ambito della “guerra al terrorismo”.
Se si fa la somma di queste rivelazioni (che ovviamente vanno prese con le pinze) e le dichiarazioni del Ministro della Difesa Rumsfeld che prima della guerra all’Iraq non escluse l’uso di armi nucleari contro Al Qaeda e Saddam Hussein, il risultato è a dir poco inquietante.
Ieri i parlamentari pacifisti alla Camera e al Senato hanno presentato alcune interrogazioni in merito. In particolare Pietro Folena (Ds, correntone), chiede “la verità” al governo, dopo “la sequela di bugie” raccontate sulla guerra. Per Elettra Deiana (Prc) “il contenuto di questa notizia è in assoluta contraddizione con l’articolo 11 della Costituzione”. E chiede come mai “il Parlamento è stato lasciato nella più completa ignoranza” riguardo l’accordo. Per Francesco Martone (Verdi) “il governo è tenuto a precisare quali siano le disposizioni cui fa riferimento Arkin, senza far valere il pretesto della segretezza, visto che l'esistenza dell'accordo e del piano sono ormai di dominio pubblico.” Un’interrogazione è stata presentata anche da Marco Rizzo (Pdci) alla Commissione europea.
Arkin, che nel suo libro rivela anche tutta una serie di particolari riguardo Enduring Freedom e le attività militari e di spionaggio sotto il controllo del Presidente Bush, dichiara di fare queste rivelazioni perché lo svelamento di codici segreti riguardanti le operazioni e programmi della difesa statunitense corrisponderebbe a quella trasparenza dell’informazione profondamente sentita dall’opinione pubblica americana e per rendere meno oscuro il processo decisionale dell’Amministrazione statunitense.
[Guido Iodice]www.aprileonline.info/
Suppletive al centrosinistra. Prodi: «Uniti vinciamo»
di red
Altri due collegi strappati al centrodestra. Certo, è solo una goccia nel mare, una miniconsultazione che non può essere presa come un test significativo in vista delle vicine elezioni Regionali. Eppure il risultato c’è, va pesato per quello che pesa, e compreso. Dal 2002 ad oggi su dodici elezioni suppletive il centrosinistra ga vinto dodici volte.
Il dato più significativo è quello che viene dalla Puglia, dove il diessino Nicola Latorre vince nella sfida di Bari con Emaunele Degennaro, figlio di Giuseppe Degennaro, deceduto nell’autunno scorso. Una vittoria di coalizione, sotto il simbolo dell’Ulivo. Segno che gli strascichi delle Primarie si possono superare. Per lui il 55,6 per cento dei consensi. Il suo avversario si ferma invece a poco più del 41,4 per cento.
Netta affermazione del centrosinistra anche in Veneto. Nel collegio di Rovigo vince Massimo Donadi, primo deputato dell'Italia dei Valori, con oltre il 56 per cento. Nettamente staccato il candidato della Casa delle Libertà, Domenico Romeo, fermo al 30,1 per cento. Terzo Giuseppe Osti dell’Udeur, sorprendentemente vicino all’8 per cento.
Bassissima l’affluenza alle urne. A Rovigo ha votato il 38,5 per cento degli elettori, a Bari solo il 31 per cento. L’astensionismo ancora una volta punisce la destra e il governo.
«Uniti si vince»
Grande soddisfazione nel centrosinistra. La vittoria alla vigilia delle Regionali spinge all'ottimismo. «Un altro grande successo - commenta Romano Prodi - quando siamo uniti vinciamo». Fassino guarda già a domani: «Questa vittoria rende ancora più forte la nostra unità»
Francesco Rutelli, invece, si dedica all'aritmetica: «Sette a zero più due a zero uguale nove a zero. Continua la crisi del centrodestra, si aggrava la sfiducia verso Berlusconi, questo governo e il suo operato». In Puglia esulta Nicki Vendola, scelto dalle primarie come candidato alla presidenza della Regione: «La vittoria di Nicola Latorre e del centrosinistra è francamente strepitosa, tanto più perchè consente di espugnare una delle più granitiche roccaforti del centrodestra». Quello che accade in Puglia, aggiunge, « è il segno che la primavera della democrazia riesce a sbocciare nonostante il freddo invernale». Felice anche Antonio Di Pietro per l'affermazione del suo candidato: «Da oggi l'Italia dei Valori non è più la cenerentola della politica».
«Sono molto soddisfatto perchè ha vinto il Mezzogiorno che vuole cambiare, che non ci sta alle scelte di politica economica del governo Berlusconi», commenta da Bari Nicola Latorre. E da Rovigo, Massimo Donadi sottolinea: «Questo risultato la dice lunga su una maggioranza di governo che perde sempre più il contatto con il paese reale».
Clonare Berlusconi
Il centrodestra minimizza, ma accusa la botta. «Invece di esultare, gli onorevoli Rutelli e Fassino, dovrebbero dimostrare un minimo di obiettività e registrare che le suppletive sono state la fotocopia delle primarie della Gad: si sono recati alle urne quasi esclusivamente i militanti, visto che per esempio in Puglia l'affluenza è stata del 31,5% contro il 78% delle politiche 2001». Questo il commento di Fabrizio Cicchitto, coordinatore di Forza Italia, seguito in fotocopia dal leghista Calderoli e da Altero Matteoli di An.
Un altro forzista, Francesco Giro, spiega così la sconfitta: «La Cdl ha una marcia in più: Berlusconi, il suo modo di comunicare, di pensare il cambiamento, di combattere per esso, di dare tutto sè stesso per realizzarlo». È lui il candidato ideale, forse bisognerebbe clonarlo O almeno «intensificare gli sforzi per cercare candidati che sappiano interpretare questa energia e questa forza ideale».
unita.it
Nei guai anche Fabio Fazio: "Che tempo che fa" nel mirino di An
REDAZIONE
La Casa delle Libertà prende di mira anche la trasmissione di Rai Tre "Che tempo che fa", condotta da Fabio Fazio. Secondo l'aennino Alessio Butti, che minaccia azioni in Commissione di Vigilanza Rai, il programma viola costantemente le normative vigenti sulla par condicio. A conti fatti, chiarisce l'ex missino, da ottobre ad oggi l'ex presentatore di "Quelli che il calcio" ha invitato quindici politici, di cui sette del centrosinistra e solo quattro della Casa delle Libertà.
"Farò ricorso alla Commissione Vigilanza Rai - ha tuonato - sette a quattro è un risultato che dimostra che manca uguale spazio per i differenti rappresentanti degli schieramenti politici, che è in atto una censura degli esponenti della Casa delle Libertà".
Ma il parlamentare è in realtà arrabbiato perchè nessun esponente del partito di Gianfranco Fini è stato ancora invitato.
"Un'assenza - ha infatti spiegato - ed un silenzio, nei confronti di un partito che nella compagine governativa esprime un vicepresidente del Consiglio dei ministri e cinque ministri, che mal si concilia con la finalità del programma: le informazioni meteorologiche, anche se in un programma di intrattenimento non dovrebbero essere strumento di propaganda, ma un utile servizio pubblico a favore di tutti i cittadini. Ed invece si utilizza un programma per tutti per fare bassa propaganda".
www.centomovimenti.com
Romania, a due passi dall’Europa
La nuova Romania che emerge dalle urne delle ultime presidenziali promette l’ingresso in Europa tra due anni. L’Unione Europea è pronta ad accoglierla, ma con riserva. Reportage.
E’ davvero cominciato un nuovo anno per la Romania. Il 13 dicembre scorso i romeni hanno eletto a sorpresa come nuovo Presidente Traian Basescu, fino ad allora sindaco di Bucarest e leader del Partito Democratico Romeno (centro-destra). Quel giorno la città si è svestita dei suoi panni solitamente grigi e polverosi e si è ricoperta di arancione - fatalmente proprio lo stesso colore dell’opposizione democratica in Ucraina - riversandosi festosa in tutte le strade fino a riempire interamente la piazza di fronte all’enorme Palazzo del Popolo, emblema inquietante dell’ex-regime comunista di Nicolae Causescu. Il nuovo governo di centro-destra, guidato dall’economista liberale Calin Popescu Tariceanu, 40 anni, segna una svolta dopo l’era di governo socialdemocratico iniziata alla fine del comunismo nell’89 e interrotta solo dalla parentesi 1996-2000 che portò al potere una coalizione di centro-destra simile a quella messa in piedi ora da Tariceanu. Il nuovo governo, composto da rappresentanti dell'Alleanza di centro-destra Giustizia e Verità e da due partiti minori, l'Unione degli ungheresi e il Partito Umanista, segue il trend tipico dei paesi dell’est, dando largo spazio a una classe dirigente di giovani sotto i 40 anni, tra cui spicca il trentaseienne Ministro degli Esteri, Razvan Ungureanu.
Riuscirà “Braccio di ferro” a sbarcare nella Ue nel 2007?
Ma la vera svolta della Romania avverrà quando varcherà definitivamente la soglia dell’Unione Europea con l’adesione piena. E’ questo l’orizzonte di Basescu che, soprannominato Popeye per il suo passato da capitano, vuole traghettare la Romania verso l’adesione, come previsto, entro il 1° gennaio 2007.
Ma la sfida non è delle più facili. Su Bucarest pesa infatti la minaccia della clausola di salvaguardia che Bruxelles potrebbe applicare se il pease non conseguisse le riforme negoziate. E che causerebbe il ritardo di un anno della sua adesione.
Il Consiglio Europeo di Bruxelles del 17 dicembre scorso, infatti, ha sì auspicato l’ingresso della Romania (come della Bulgaria) per il 2007, ma ha sottolineato la necessità di completare le riforme negoziate. In particolare, la corruzione rimane uno dei più grossi problemi del paese, così come l’allarmante violazione dei diritti umani nelle prigioni, nelle stazioni di polizia e negli ospedali psichiatrici. Anche il mondo dell’informazione non ha vita facile, e il Parlamento Europeo ha incalzato la Romania a dare piena ed effettiva applicazione anche alle leggi riguardanti la libertà di stampa, a seguito di gravi pressioni subite da alcuni giornalisti. Altro problema quello del controllo dell’immigrazione clandestina: già frontiera esterna della Nato, Bucarest dovrà vigilare anche sulle frontiere dell’Unione per evitare i flussi in provenienza da Serbia, Moldavia e Ucraina. Le stesse elezioni, poi, avevano lasciato dubbi sulla correttezza del loro svolgimento, a seguito di numerosi frodi segnalate durante il primo turno.
I tagli delle tasse promessi? Già fatti
Il popolo romeno ha comunque voluto credere nel cambiamento e ha scelto Basescu, lasciandosi affascinare dalla sua campagna tutta basata sulla sfida anti-corruzione per “liberare le istituzioni dello Stato dalla dittatura del mondo politico”. Una volta eletto Basescu ha poi assicurato “che la stampa in Romania tornerà ad essere libera e indipendente”. Sul piano economico, inoltre, il nuovo governo ha spiazzato tutti i commentatori introducendo fin da gennaio gli sconti fiscali promessi in campagna elettorale. D’ora in poi l'imposta sul profitto e sui redditi avrà un’aliquota unica del 16%: di sicuro un buon avvio nell’ottica dei negoziati con la Ue.
Adrian, 24 anni: “dobbiamo farcela, non abbiamo alternative”
Ma cosa pensa l’opinione pubblica romena dell’Unione Europea? Il tema dell’adesione è stato utilizzato dai precedenti governi in maniera spesso strumentale per far passare leggi e riforme anche costituzionali che con l’Europa non avevano nulla a che vedere. La maggior parte della popolazione crede che l’ingresso nell’Ue comporti un aumento dei loro salari (attualmente a un livello medio di 190 euro mensili) e un cambiamento miracoloso del tenore di vita. Ma i sacrifici da fare sono tanti, e questo i giovani lo hanno capito. “Geograficamente siamo in Europa, certo. Ma ora è assolutamente necessario farne parte anche politicamente” dice, in un perfetto inglese, Daina, studentessa diciottenne di Scienze Politiche a Bucarest che aggiunge: “noi giovani crediamo di poter dare e ricevere molto dal nostro ingresso nella Ue, abbiamo bisogno di credere in noi stessi, nel nostro futuro, abbiamo voglia di studiare negli altri paesi europei così come i nostri vicini ”.
Adrian, 24 anni, studente di Economia e lavoratore part-time insiste: “realisticamente ammetto che sarà difficile raggiungere gli standard socio-economici richiestici dall’Europa, ma credo che possiamo farcela. Dobbiamo farcela, non abbiamo alternative”. L’Europa sta a vedere, e si riserva il diritto di rimandare al 2008 l’ingresso di Bucarest. Intanto, il 15 dicembre il commissario all’allrgamento Olli Rehn ha avvertito: “c’è ancora molto da fare perché la Romania diventi un vero stato membro entro il 2007”. Basteranno la volontà di Basescu e la passione di Daina e Adrian? www.cafebabel.com/it/
Giro di boa
Leonardo Boff, filosofo brasiliano, spiega come aiutare Lula a vincere la sua scommessa
Leonardo Boff, teologo e filosofo brasiliano, protagonista della Teologia della liberazione, è amico fraterno di Lula, ma ultimamente non ha risparmiato severe critiche al suo operato. Difficile convincerlo a fidarsi di noi: “Ultimamente la stampa internazionale ha strumentalizzato le mie parole, usandole per attaccare il governo Lula. Mi hanno chiamato in tanti da molti Paesi europei e non accetto di parlare più con questo tipo di giornalisti”. Nonostante tutto, ha accettato di parlarci a lungo e con serenità
Siamo al giro di boa del governo del presidente operaio. Che ne pensa?
Per capire l’attuale situazione del governo Lula bisogna utilizzare la categoria transizione. Il Brasile sta vivendo un vero e proprio passaggio: da uno stato neoliberistico, che ha finora attuato una politica di privatizzazione e che è sempre stato orientato al mercato globale, a uno stato sociale, più repubblicano, che abbia le politiche pubbliche come obbiettivo centrale.
Come ogni transizione, anche questa porta con sé elementi di continuazione e ed elementi di novità. La continuazione è data dalla macroeconomia liberistica, dipendente dal Fondo monetario internazionale, mentre la novità è il progetto di Fame Zero, che coinvolge molti altri programmi sociali e racchiude l’intento di fare le riforme importanti ed eventualmente la riforma agraria. La questione da capire è: mantenere la logica della macroeconomia neoliberistica fornisce o meno i mezzi necessari, adeguati a realizzare le novità sociali? Questo è il punto da sciogliere.
Lula cosa pensa in proposito?
A mio parere Lula è convinto di aver intrapreso il giusto cammino, la giusta via. Lula ha sempre insegnato, e noi lo abbiamo ripetuto con lui, che il capitalismo è buono per i capitalisti non per gli operai, non per le politiche pubbliche. Ecco! Adesso deve avere la forza di dimostrare quello che finora ha solo detto e cioè che questo cammino capitalistico non è giusto per tutti.
E quando dovrà farlo?
Adesso. Secondo me il 2005 è l’anno decisivo. O Lula dimostrerà di essere il rappresentante dei poveri, degli abbandonati, il leader dell’altro Brasile o si rivelerà un altro politico, l’ennesimo, che punta a un governo di stabilità, che non realizza la rottura necessaria, che non fa quelle riforme fondamentali che ha sempre promesso. Questo dovrà essere l’anno della conversione di Lula: o andrà verso destra o tornerà alle sue origini operaie. C’è bisogno di segni chiari, inequivocabili, verso quella politica sociale che i suoi elettori, sostenitori, compagni di sempre si attendono da lui. Per adesso sono del tutto mancati.
E lei, cosa pensa che succederà? Ha ancora fiducia in lui?
Ho fiducia in lui come leader. Ho fiducia nel suo carisma. È sopravvissuto alla fame, alla miseria, ne ha passate così tante, che non credo che andrà mai a tradire il suo Paese, i suoi ideali, le sue origini, tutto quello in cui ha sempre creduto e per il quale ha lottato. Ma le forze del mercato e della politica sono variabili, indeterminate, proprio come le persone.
E cosa fare dunque per aiutarlo a non tradire se stesso e il Brasile?
Dobbiamo fargli pressione. I movimenti sociali devono agire in maniera costruttiva e premere affinché Lula riesca a scrollarsi di dosso il peso dei piani alti. La politica monetaria è brutale, è crudele. I suoi giochi insostenibili. Senza pietà. Bisogna avere carisma per resistere. E l’appoggio dei movimenti sociali. Adesso sono chiamati, più di sempre, a stringersi intorno a lui, per sostenerlo nell’affrontare tutte queste difficoltà. Per aiutarlo a resistere. Non va lasciato solo. Occorre essere critici e costruttivi.
I movimenti sociali mancheranno a questo appuntamento?
I movimenti sociali sono intelligenti. Sanno distinguere. “Con Lula e contro Palocci” è questo il loro slogan. Il che significa con il presidente operaio e tutto quello che è stato e che rappresenta, e contro la politica macroeconomica del ministro dell’industria. Lula non lo abbandonano! E poi, quali alternative avremmo a lui? Chi altro potrebbe guidare il Paese verso la luce? Non lo lasceremo! Non appoggiarlo vorrebbe dire aprire la strada all’estrema destra. O Lula o il caos politico, economico e sociale.
L’estrema destra?
Sì. Se non diamo fiducia a Lula lasciamo il terreno fertile per le forze estremiste di destra, l’agrobusiness, il latifondo. Critichiamo pure Lula, anzi, sarà costruttivo, ma non abbiamo alternativa che votarlo, appoggiarlo.
Ultimamente a Lula sono piovute addosso le critiche negative anche di gran parte della sinistra europea. Che ne pensa?
La sinistra europea dovrebbe criticare le multinazionali italiane, tedesche, francesi, britanniche, non Lula. Sono loro che stanno pressando il presidente, sono loro a non lasciarlo respirare. Sono loro i colpevoli della politica attuata finora. Le intenzioni del presidente sono chiare da sempre: fare una politica sociale. Ma il sistema economico egemonizzato dalle multinazionali non lo permette. Cosa può fare? Se le grandi multinazionali statunitensi od europee - tanto sono tutti invischiati assieme - non lo permettono, che può fare Lula? La sinistra europea dovrebbe guardare a Lula come un alleato, non come un nemico. Dovrebbe dare addosso alle multinazionali dei loro Paesi, non mirare a screditare lui e il suo lavoro. E’ il sistema capitalistico globale da criticare. E’ così seduttore, violento, pressante. E’ brutale. Non lascia spazio nemmeno alla pietà. Basta guardare quel che è successo nel Sud-est asiatico. I Grandi non hanno annullato il debito estero dei Paesi in ginocchio a causa dello tsunami, hanno semplicemente prorogato i termini di pagamento di un anno. Ma come fanno a tirarsi su velocemente dopo quello che è successo? Come possono ricostruire le basi dell’economia in dodici mesi? Viviamo in un sistema economico inumano, senza cuore. Ed è proprio quel sistema che sta cercando di distruggere il governo Lula.
Stella Spinelli www.peacereporter.net
Bitonto e la minaccia del comunismo
La colpa è la nostra. Perché siamo noi che ci facciamo incantare, ben più degli italiani, da quelle che Pierluigi Bersani chiama «le chiacchiere» di Berlusconi. Siamo noi che vediamo rovesci imminenti e orde nemiche soverchianti.
E dai sondaggi ricaviamo sillogismi politici che alla fine altro non sono che trovate giornalistiche.
Come quella secondo la quale l’Alleanza starebbe perdendo, e starebbe perdendo per colpa di Prodi.
C’è un dato oggettivo. Se pure i consensi virtuali per Berlusconi hanno smesso di scendere, i voti reali per il centrodestra non sono tornati a salire.
Come già a ottobre col famoso 7 a 0, i risultati di ieri delle suppletive – con le larghe vittorie del dalemiano Latorre a Bitonto e del dipietrista Donadi a Rovigo – presentano una forte costante in due situazioni italiane molto diverse. La costante è la disaffezione al voto degli elettori della Casa delle libertà. Come hanno spiegato gli analisti, questo comportamento – la massiccia astensione – è una scelta, e molto precisa. È la scelta che allarma Berlusconi, che non è preoccupato di arginare un’emorragia verso il centrosinistra (che non c’è) quanto di rimotivare milioni di delusi.
Senza dare a questo voto parziale un significato generale, colpisce che la principale carta razionale giocata da Berlusconi si sia rivelata, in due situazioni così diverse, del tutto inutile. Il taglio delle tasse, come sospettavamo, non sembra affatto un fattore risolutivo. E non perché manchino due giorni alla busta paga che dovrebbe “disvelarlo” agli italiani (anzi, secondo il Sole 24 Ore lì arriverà la vera disillusione). Ma perché questo tipo di elettori così poco fedele al centrodestra (e in genere poco fedele al voto) non è sensibile all’argomento razionale della convenienza materiale a votare ancora per la destra. Ben altra suggestione deve essere esercitata su di loro. Altre promesse per il futuro, o cupe minacce. Ecco perché Berlusconi parlerà a loro ancora di «miseria terrore e morte» del comunismo: cerca lucidamente di spostare lo scontro su un altro terreno.
Fino ad adesso non gli basta, ed è buono per l’Alleanza. Siccome però non è né bello né lungimirante vincere perché la gente non vota, da questa situazione il centrosinistra dovrebbe trarre l’incoraggiamento a rivolgersi finalmente a quell’elettorato lì, ancora parcheggiato, tenendo anche conto di tutte le sue irrazionalità.www.europaquotidiano.it
LA FINE DEL MITO AMERICANO
Lo spot è sempre quello: l'America è la più bella e la più brava, gli altri si sparino pure o, almeno, imparino a stare al loro posto. Tuttavia, ci sono alcuni settori dove i risultati ottenuti dagli americani lasciano molto a desiderare. Lo scorso 4 dicembre, il New York Times ha dovuto arrendersi ed ammettere che gli Stati Uniti sono solo al 49° posto per quanto riguarda l'alfabetizzazione.
Per essere un popolo che ama i grandi spazi e la vita all'aria aperta, gli americani si dimostrano poco informati per quanto riguarda il sistema solare. Solo il 20% sa che è la terra a fare il giro del sole e non viceversa.
Nel 2004, gli allievi stranieri nelle università USA sono calati del 28%. L'Europa ha riguadagnato il suo vecchio fascino e spesso gli studenti preferiscono i vecchi e decadenti atenei europei quelli freddi ed impersonali negli Stati Uniti.
Il sistema sanitario americano è al 37° posto. Per di più, se lo possono permettere in pochi e a caro prezzo. Gli Stati Uniti sono uno dei pochi paesi occidentali al mondo a non avere un sistema sanitario pubblico. Almeno 18.000 persone perdono la vita ogni anno perché non possono accedere alla sanità, un numero pari a sei volte quello delle persone morte l'11/9.
L'assistenza all'infanzia è ormai precipitata al 22° posto nelle classifiche mondiali. Un punto in più del Messico, che però non è una nazione considerata industriale. Per quanto riguarda la mortalità infantile, gli Stati Uniti sono al 41° posto.
I salari sono molto più bassi rispetto all'Europa. E le grandi industrie statunitensi superano solo di poco le europee nelle classifiche dei luoghi di produzione migliori sulle liste compilate dalle riviste di economia. Tanto che molti americani temono che presto s'inizierà a parlare di "sogno europeo". E un gruppo di 5 aziende europee raggiunge da solo quello di 10 "sorelle" americane.
Almeno 80 milioni di persone non si recano a votare. In un altro paese, un numero tanto alto di astenuti porterebbe a dubitare della legittimità di un'elezione.
Un terzo dei bambini americani che nascono ogni anno vengono denunciati da un solo genitore.
E 900.000 vengono abusati sessualmente. (Ultima statistica risalente al dicembre del 2002).
In compenso, l'America è da anni al primo posto per quanto riguarda la vendita di armi da fuoco.
Bianca Cerri laltramerica.splinder.com/
Più ne parlano più si incartano.
Enzo, Mi riferisco alle primarie e al balletto di dichiarazioni e di interventi che sono seguiti dopo la "sorpresa" del risultato pugliese. Si è letto di tutto, ma la cosa interessante da notare è che si è formato un ampio fronte - che va dai politici di professione, ai commentatori politici ad intellettuali di complemento - che vede le primarie come una bestia nera.
Si arriva a sostenere tutto ed il contrario di tutto pur di non affrontare il tema vero: il sistema politico italiano è gravemente malato. Da oltre un decennio il paese subisce l'impasse di un ceto politico che non riesce a mettere in atto una "riforma del sistema politico/istituzionale". In Italia il deficit di democrazia non c'è solo perché stiamo vivendo l'era berlusconiana, c'è perché stiamo vivendo la crisi dei partiti, che hanno perso la capacità di rappresentare gli interessi nazionali e di vivere un rapporto democratico con la società civile. Tutti i partiti sono un simulacro di partecipazione, sempre più perdono iscritti e contatto con la realtà.
La formazione del consenso si basa unicamente sull'esercizio del potere a soddisfazione di interessi di parte. E il centro sinistra a distanza di dieci anni, tornerà a presentarsi al giudizio elettorale con una coalizione di nove partiti, dove la grande novità strategica sarà che Rifondazione anziché con una desistenza sarà parte della maggioranza grazie a qualche compromesso sul programma. Ma dove sta la novità strategica? Questo accordo di governo cosa avrà diverso, o meglio, in più rispetto alle tesi riformiste dell'Ulivo del 96? Che il paese sia in declino è noto, come è noto che per invertire questo declino sarebbe necessario uno slancio ideale e programmatico capace di suscitare le energie presenti nel paese, ma per fare questo sarebbe necessario affrontare i nodi che le divergenze del '98 non consentirono.
Mi riferisco al nuovo welfare e più in generale ad un "riformismo" capace di coniugare difesa dei più deboli con la necessità dell'innovazione del sistema paese nel mondo globalizzato. Ma è possibile ciò se, oggi, al solo accenno di critica o ripensamento alle politiche "egualitarie" si scatena una polemica con l'accusa di lesa maestà? Il disegno strategico proposto da Prodi fin dal luglio del 2003 (che ha poi prodotto la lista unica alle europee) ha senso solo se inserita in una prospettiva unitaria, di riaggregazione delle forze del centro sinistra e, quindi, se le diverse "anime" della coalizione sono disponibili a misurarsi liberamente per poi arrivare (accantonando le proprie verità) ad una sintesi unitaria.
Oggi, invece, la coalizione è ancora una sommatoria di partiti che rinuncia a portare compimento la riforma della politica di cui il paese ha bisogno. E anche Prodi, in assenza di nuova linfa, cioè la partecipazione, ne sarà inevitabilmente e nuovamente travolto. Travolto cioè da ragioni tattiche di corto respiro, di salvaguardia delle visibilità, di necessità di distinguersi, di affermare la presenza dei singoli politici. Allora si capisce perché questo dibattito sulle primarie - fuori di un disegno di rinnovamento dei partiti e della politica - non porta da nessuna parte, anzi! Porta ad uccidere, scientemente, l'idea stessa del rinnovamento e alla difesa ad oltranza di questo assetto politico. Oggi questi partiti producono una "selezione del personale politico" sulla base di due elementi: 1) scelte non trasparenti e a salvaguardia del ceto politico; 2) distacco tra partiti ed elettori. Questa è la situazione, e la richiesta delle primarie non fa altro che tentare di andare incontro alla esigenza di "cambiare questo sistema politico".
Allora è necessario dire chiaramente se si vuole andare oltre la transizione e di dotarsi, finalmente, di una nuova aggregazione politica o se, per questione democratica, si intende unicamente battere Berlusconi. Se i partiti del centro sinistra vogliono arrestare il loro declino debbono prendere atto di quanto è venuto maturando nella società. E' da troppo tempo che ci sono domande inevase, la responsabilità di questo ceto politico è enorme. I partiti sono, oggettivamente, conservatori, lo sono quando rifiutano di ascoltare le indicazioni che vengono dalle primarie pugliesi, come dai tanti sondaggi che dicono che l'elettorato è a favore di quello strumento e per una semplificazione del quadro politico.
Certo è amaro vedere come ostacolo all'esercizio del diritto di partecipazione chi si richiama ai valori di progresso e, quindi, ai bisogni di trasformazione della società, ma tant'è! Il muro è crollato da quindici anni e in Italia discutiamo ancora sull'attualità delle culture politiche nate nell'800.
Ma come elettore serve poco recriminare sui comportamenti di questi partiti, servirà invece pronunciarsi al momento delle elezioni ed è certo, per quanto mi riguarda, che non voterò più turandomi il naso! www.ulivoselvatico.org/
Cari amici,
il vento ora soffia da Bari e da Rovigo.
Questa lettera segue le mie del 28 giugno 2004 e del 13 maggio 2002 in cui
commentavo le elezioni tenutesi nei giorni precedenti.
Anche questa volta le elezioni hanno punito duramente questa destra che ha
perso due seggi senatoriali che aveva: dal 2001 questa destra non ha vinto
una elezione che è una.
Ma credo che questa elezione abbia avuto una componente aggiuntiva che si
somma alla generale insoddisfazione che i cittadini, ormai dal 2001, hanno
per l'inettitudine di questo Governo.
Questa componente è la vergogna che gli elettori, che in precedenza
avevano votato per questa destra, hanno avuto per le recenti esternazioni
pronunciate dall'uomo che ricopre la carica di Presidente del Consiglio,
legittimamente certo, ma indegnamente, pensando che quella carica fu di De
Gasperi: vergogna per l'incitamento alla guerra civile impicito nel
raffigurasi nel bene in guerra contro il male, vergogna per la bestemmia
(peggiore di qualsiasi bestemmia dei portuali livornesi) nel dichiarare di
rappresentare Cristo contro l'anticristo (vedere l'articolo di Claudio
Magris - che non delude mai - sul Corriere del 21 gennaio).
Per questa vergogna gli elettori di questa destra non hanno votato.
A questo punto la domanda è: sapranno vergognarsi Follini, Casini, persino
Tabacci, che alla resa dei conti hanno sempre diligentemente votato quanto
questa persona esigeva (la lista è lunga e comprende numerosi tradimenti
dell'insegnamento della Democrazia Cristiana, come ho già dimostrato in
lettere precedenti)?
Un caro saluto.
Piero Stagno
L’Italia del maresciallo Simone Cola
di mazzetta
Siamo tutti d’accordo che il nostro paese ci abbia abituato, fin da fanciullini, ad accostarci alla politica con un misto di cinismo e disincanto, grazie ai comportamenti della nostra classe politica; altrove inconcepibili. Non da meno, tutto quello che ad essa ruota accanto, dall’impresa all’informazione, fino ad ogni altro ambito, è permeato da questa strana anomalia italiana. Ne abbiamo avuto la prova aprendo i due maggiori quotidiani nazionali, e scoprendo che tutti e due hanno scelto per l’apertura la morte del maresciallo Simone Cola, scegliendo al contempo di non pubblicare, neanche nelle pagine interne, le dichiarazioni del presidente della Commissione Difesa della Camera Gustavo Selva, pubblicate invece su Libero e riprese poi da l’Unità.
Selva, che siede in parlamento per AN ed era conosciuto con il simpatico nomignolo di Gustavo belva ai tempi della direzione del Gr Rai, ha dichiarato a proposito della missione in Iraq: “è guerra camuffata, la formula della missione umanitaria fu un trucco verbale per “mascherare” l’intervento in guerra, sennò dal Colle più alto non sarebbe mai arrivato il via libera”.
Per non lasciare dubbi ai supporter del proprio partito sul suo pensiero, ha poi aggiunto: “dobbiamo passare da forza di ingerenza umanitaria a forza combattente”.
Gustavo Selva, a suo modo, presiede e rappresenta una autorevole istituzione e le sue dichiarazioni possono ben essere considerate le parole del governo. Il fatto che abbia sbugiardato la pietosa menzogna che ha permesso al governo di aggirare nientemeno che la nostra Costituzione, e che per di più tale menzogna sia stata preparata al fine, dichiarato, di ingannare il Presidente della Repubblica, ha scandalizzato solo l’Unità.
Ce ne sarebbe abbastanza, in un paese normale, per sollevare ben più di uno scandalo, e poco importa che fino ad ora questa soave bugia sia stata presa per buona anche dagli impotenti che siedono sui banchi dell’opposizione, sempre incerti tra il partecipare o l’opporsi.
Invece non è accaduto (e non accade) assolutamente nulla.
I due maggiori quotidiani hanno scelto di aprire con la morte del maresciallo, ritenendo evidentemente che il fatto che fosse capitato nel bel mezzo di una guerra alla quale il nostro paese partecipa illegalmente non rilevasse. Grandi foto del presidente Ciampi addolorato, titoli assurdi, da : “Ciampi piange il soldato Simone” per La Repubblica, ad un incredibile: “L’italiano colpito da sei guerriglieri” per il Corriere della sera; una evidente tensione alla creazione dell’eroe civilizzato che combatte contro i vigliacchi che lo affrontano in superiorità numerica.
Poco importa che il nostro soldato sia stato colpito da un solo proiettile, poco importa che un uomo alla mitragliera di un elicottero da guerra non sia per nulla in inferiorità nei confronti di armati di armi leggere a terra, quello che importa è la costruzione dell’eroe, che sia stato sfortunato non va bene (così dice lo Stato Maggiore dell’Esercito per autoassolvere sé stesso e coprire le responsabilità del governo), che sia morto travolto da soverchianti forze nemiche è molto meglio e sicuramente farà vendere qualche copia in più ai curiosi di scoprire le rivoluzionarie pallottole irachene da 1/6, e la favolosa mira dei terroristi capaci di sparale in sincrono per farlo sembrare un tiro solo e mettere in ridicolo il nostro esercito ed il nostro paese.
Purtroppo i nostri due più venduti quotidiani scelgono una strana linea a cavallo tra l’unità nazionale nel pericolo ed il collateralismo servile con le istituzioni, pur conservando un occhio al marketing, la tragedia vende.
Nemmeno Ciampi pare aver realizzato appieno i termini della questione, e non ha ancora espresso alcun risentimento per il complotto ai suoi danni. Ci sarebbero da rilevare, nel caso, gravi implicazioni istituzionali, essendo chiaro che: se Selva mente dovrebbe dimettersi di corsa dalla Commissione, mentre se dice la verità si dovrebbe dimettere immediatamente il governo, terium non datur, ma stiamo parlando di dinamiche aliene al nostro paese, essendo riservate a realtà meno ridicole della nostra, o a democrazie più sane.
Siamo un paese di magliari, lo sappiamo, e qualche volta ci costringiamo ad aver fiducia nell’ottuagenario travet piazzato sul Colle del Quirinale a patto che non disturbi troppo, illudendoci che la sua integrità possa farci da scudo contro le peggiori follie.
Ci sbagliamo di grosso, è lo stesso errore che facciamo quando leggiamo autorevoli fogli come il Corriere della Sera ed altri, illudendoci di ritrovarvi dei fatti, o autorevoli opinioni; mentre in realtà continuiamo a masticare solo merda.
mazzetta
redazione@reporterassociati.org
gennaio 24 2005
Comitato per le Primarie Aperte
I Cittadini per l’Introduzione per Legge nel Sistema Elettorale Italiano
sulle Consultazioni Primarie Aperte al Popolo Sovrano
ai fini della Proposta e della Selezione delle Candidature
Associazione temporanea di scopo, senza scopo di lucro ed apartitica, tra singoli cittadini.
COMUNICATO STAMPA
Roma, 24 Gennaio 2005, ore 15:05
Primarie a Grottaferrata (RM).
Cosa ne pensano gli elettori: Exit poll sull'evento ed i comportamenti di voto
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Nei 6 seggi fissi più uno mobile, aperti dalle ore 7 alle ore 22 di Domenica 23 e dalle 7 alle 15 di oggi, Lunedì 24 Gennaio 2005, si sono presentati 1.370 dei circa 15.000 elettori iscritti nelle liste comunali, cioè il 9,134% degli elettori totali, il 15,3% di coloro (circa 9.000) che di solito partecipano al voto.
La percentuale è altissima considerando che:
1) i partiti non hanno partecipato e perciò non hanno contribuito in alcun modo con la loro macchina organizzativa e propagandistica.
2) il Comitato Organizzatore è formato da 70 cittadini locali che hanno ben poca esperienza d'organizzazione elettorale e certamente nessuna di primarie.
Ma, a quanto pare, non si sono affatto scoraggiati ed i risultati sono venuti.
Questi alcuni dei fatti rilevati dal gruppo di OSSERVATORI inviati sul posto dal COMITATO nazionale PER LE PRIMARIE APERTE, l'organismo indipendente (apartitico) che sta per presentare in Parlamento una Legge d'Iniziativa Popolare per l'introduzione in tutto il sistema elettorale italiano delle Primarie Aperte a tutti i cittadini ai fini della proposta e della selezione delle candidature, iniziativa già formalmente avviata essendo stato depositato il titolo presso la Corte Suprema di Cassazione il 19 Luglio scorso.
La percentuale è ancor più eclatante se si considera che supera quella dei partecipanti alle "primarie" espletate dal centrosinistra in Puglia con ben altra macchina organizzativa e per i cui numeri si è gridato al miracolo.
Ma le considerazioni più interessanti vengono dalle risposte che 100 dei 1.370 cittadini che hanno votato (7,3%) hanno fornito alle domande sottoposte loro dai nostri Osservatori sotto forma di exit-poll all'uscita dai seggi.
I risultati sono pubblicati in dettaglio sul sito nazionale del Comitato per le Primarie Aperte: www.primarie.org e sono allegati alla presente.
Queste le considerazioni più rilevanti:
> i cittadini hanno saputo della consultazione per lo più ricevendo a casa la lettera del comitato organizzatore locale (70 cittadini) e contenente il certificato per votare. Alcuni (30%) hanno letto i manifesti affissi il volantino distribuito dai volontari, quasi altrettanto l'hanno saputo da concittadini, pochi (17%) ne ha avuto notizia da tv, radio o giornali (solo locali).
> Pressoché tutti (98%) sapevano che non stavano eleggendo il sindaco, bensì scegliendo uno dei candidati che avrebbe concorso alla carica di sindaco nelle successive elezioni; in particolare, il 66% era cosciente che, non avendo i partiti partecipato, tale candidato scelto con le Primarie avrebbe potuto presentarsi alle elezioni con una lista civica. Il 95% ha un'idea abbastanza chiara di cosa sia una Primaria.
> Pressoché la totalità (98%) ritiene logico che siano i cittadini a scegliere i loro rappresentanti ed il 94% che anche i cittadini possano proporre candidature.
> l'30% dei votanti non si occupa ne' s'informa di politica, il 22% si limita a qualche notizia appresa dai media, il 48% segue più assiduamente la politica sui media.
> Solo il 8% svolge attività politica o di rilievo sociale, ma nessuno nei partiti (conferma che gli iscritti o chi è molto vicino ai partiti non ha partecipato).
> Al quesito "Cosa pensa del fatto che i partiti non abbiano voluto partecipare a queste primarie?" (quesito aperto: risposta libera e spontanea) le risposte, per quanto sotto varie forme, parlano da sole: a parte il 20% dei "non so" ed il 5% con "il discorso sarebbe lungo",
- il 23% esprime una critica morbida (non ho capito, poco opportuno, peccato, non è simpatico, strano comportamento, hanno perso un'occasione).
- Il 20% sono contrariati ed esprimono una critica più esplicita e severa (meglio per noi cittadini, non mi meraviglia, ignoranza o non hanno capito, troppo "nuovo" per loro, sono rigidi, demoralizzante).
- Infine il 30% è decisamente critico (i partiti non sono più rappresentativi, oscurantismo, le primarie non permettono la solita spartizione del potere, temono la concorrenza vera, grave errore, nessun contatto coi cittadini, non gl'interessa il nostro parere vero).
Comitato per le Primarie Aperte
IL PORTAVOCE
Guido De Simone
Comitato per le Primarie Aperte
Sede: Via Savoia, 78 - 00198 Roma RM
Presidente e Portavoce: 348.3318633
Segreteria: Tel. 06.85237.264 - 348.5263028
Ufficio Stampa: 348.3308239
e-mail: info@primarie.org
sito web: www.primarie.org
Primarie vere
Repubblica, DOMENICA, 23 GENNAIO 2005
Pagina XVII - Torino
Il Cittadino
di Marco Travaglio
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Primarie vere anche per la Regione
Domanda:
Caro Travaglio, questa volta non è Torino,
diversamente dal passato, ad anticipare tendenze
politiche seguite poi in tutto il paese. Ancora duole
infatti il ricordo del pasticcio elettorale inscenato
ai danni di elettori ingenui, ai quali si estorse il
consenso elettorale per candidare in Europa gente che
in Europa ci è rimasta davvero poco, ma che sarebbe
pronta a ritornarci solo in vista di una sconfitta
alle regionali. Così fan tutti, ci mandarono a dire?
Tuttavia esprimo profonda soddisfazione per quanto
accaduto in Puglia. La vittoria di Vendola su Boccia
pone un freno al conformismo, all'arroganza dei gruppi
dirigenti. E dimostra che è giunto il momento di
cambiare, se non musica, almeno strumento. Poco
importa chi vincerà, ciò che conta è che la base sia
tornata a farsi sentire con forza, stravolgendo piani
ottusi di burocrati sordi a tanti richiami. Spero che
ora si facciano altri passi avanti, vorrei anche che
qualcuno spiegasse a coloro che popolano i tanti
palazzi del potere che molti cittadini, forse la
maggioranza, crede ancora nella buona politica. Essere
ignorati, oltre che logorarci, potrebbe scatenare in
noi una rabbia impotente e la voglia di non votare
più.
lettera firmata
risposta:
Non potrei essere più d'accordo con lei. L'esperienza
pugliese è stata quanto di più divertente e istruttivo
si potesse immaginare. Sia per l'esito delle primarie,
che hanno premiato un uomo perbene e preparato,
tutt'altro che estraneo ai partiti e tutt'altro che
«estremista», come Vendola. Sia per le reazioni della
nomenklatura, che riassumerei così: le elezioni
primarie, se le vince il candidato «sbagliato»,
diventano secondarie. Non contano. Perché a votare
vanno solo gli «estremisti», quegli scioperati che non
han niente da fare, mentre i «riformisti», impegnati
giorno e notte a escogitare riforme, stanno a casa.
Dunque, non vale. Ora, due anni fa a Palermo si
tennero le primarie per scegliere il candidato di
centrosinistra alle Provinciali: tra Luigi Cocilovo,
candidato dei partiti (coinvolto fra l'altro in una
brutta storia di tangenti) e il professor Giovanni
Fiandaca, per girotondi e movimenti. Non votarono
tutti gli elettori, ma poche centinaia di delegati,
scelti metà dai partiti e metà dai movimenti. Quelli
dei partiti votarono in massa e quelli dei movimenti
no. Così vinse Cocilovo. Nessuno eccepì alcunché sullo
scarso numero degli ammessi al voto. I partiti
esultarono per l'esito di quelle primarie da salotto
perché, dissero, Cocilovo è un «moderato» (ex dc, ora
Margherita), amico di D'Antoni e Marini, dunque un
candidato «vincente». Alle elezioni vere,
puntualmente, il «vincente» prese il 36.5 per cento. E
stravinse Musotto.
Per tornare a Torino, soprattutto dopo l'ukase romano
sul rientro precipitoso della Bresso da Bruxelles, mi
auguro che i candidati alle prossime politiche siano
scelti dagli elettori con primarie vere, senza trucchi
né paracaduti romani. È l'unica garanzia che abbiamo
perché siano persone valide, serie, apprezzate. E
magari, sul numero, spunti qualche faccia nuova. Se
poi è un po' più di sinistra o un po' più di centro,
chi se ne importa
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Gargonza mailing list
Gargonza@perlulivo.it
http://www.perlulivo.it/mailman/listinfo/gargonza
Regionali, D´Amato dice no al premier
E per la sfida a Bassolino in Campania spunta l´ipotesi Marzano
OTTAVIO LUCARELLI
la Repubblica - 24 gennaio 2005
NAPOLI - «Signor presidente grazie, ma continuo a fare l´industriale. Una scelta sofferta». Il gran rifiuto di Antonio D´Amato arriva dopo tre giorni di riflessione. Tre giorni tormentati in cui l´ex presidente di Confindustria è passato dal desiderio di accettare l´invito di Silvio Berlusconi di candidarsi alla presidenza della Campania, fino alla «sofferta scelta di vita» dopo una riunione a tre con la compagna Marilù Faraone Mennella e il fratello Gianfranco rientrato in gran fretta dagli Stati Uniti per bloccarlo. Il gran rifiuto in una lettera. «Ho con grande serietà valutato la proposta di scendere in campo - scrive D´Amato al premier - e pur provando per la mia terra e per il mio Sud una passione e un amore viscerali non posso, ahimè, sciogliere positivamente la mia riserva. Ho innanzitutto la responsabilità delle duemila famiglie che, in gran parte, vivono e lavorano con noi proprio a Napoli, dove è la sede principale del nostro gruppo».
In Campania, dunque, non sarà Antonio D´Amato il rivale di Antonio Bassolino alle elezioni regionali di aprile. D´Amato si fa da parte e getta il centrodestra nello sconforto. Circola subito con insistenza il nome del ministro Antonio Marzano, ma Alleanza nazionale frena, chiede ventiquattr´ore di riflessione. Mentre dall´Irpinia si torna a proporre il nome dell´ex ministro Ortensio Zecchino.
D´Amato non si candida ma, nella lettera a Berlusconi, le critiche all´attuale presidente Bassolino sono pesanti: «L´emergenza sociale, civile ed economica che affligge gran parte della Campania è ancor più grave in un territorio che ha potenzialità enormi, una storia di cui essere orgogliosi e un presente fin troppo precario. Per poter disegnare un futuro diverso, che sappia davvero dare prospettive reali ai cittadini campani e contribuire al riscatto e al rilancio del Sud, occorre davvero un profondo cambiamento nel modo di progettare, amministrare e fare politica nel nostro territorio».
In una regione governata quasi dappertutto dal centrosinistra, il Polo è di nuovo in affanno e, mentre Forza Italia insiste su Marzano, il responsabile organizzativo nazionale di An, Italo Bocchino, chiede una pausa di ventiquattr´ore e un confronto dopo questo inatteso stop: «Speravo in una risposta positiva di D´Amato». Mentre Stefano Caldoro, viceministro del Nuovo Psi, avvisa: «Tocca a Berlusconi trovare un altro candidato».
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IL RETROSCENA
Contro la candidatura la moglie, il fratello e Cirino Pomicino
"Il Polo qui non c´è altro che carta bianca"
Una campagna elettorale costosa, e una sconfitta certa, alla base del gran rifiuto
NAPOLI - Quando Antonio D´Amato era presidente di Confindustria si diceva che a dare la linea fosse spesso la compagna, Marilù Faraone Mennella. Anche lei imprenditrice. Sempre al fianco di Antonio, raramente un passo indietro. E nei giorni scorsi, mentre D´Amato rifletteva, il nome di Marilù è ritornato prepotentemente. Deciderà ancora lei? Tre giorni di riflessione, poi sabato sera il vertice di famiglia. In quelle ore gran parte degli industriali napoletani criticavano la sua possibile candidatura. Antonio ne parla con Marilù ma questa volta, soprattutto, con il fratello minore, Gianfranco, rientrato in tutta fretta dagli Stati Uniti e decisamente contrario agli inviti insistenti di Berlusconi. Contrario perché, proprio in questa fase, la famiglia D´Amato, che già ha un insediamento corposo con la propria Seda (packaging) ad Arzano nella provincia Nord di Napoli, sta investendo per nuovi stabilimenti in Russia e nella Repubblica ceca.
Mentre Marilù e Antonio tentennano, Gianfranco dice no. In modo netto. Dice no ad una campagna costosa e incerta, una campagna da almeno quaranta milioni contro un avversario come Bassolino che in Campania vince da dodici anni. Gianfranco punta i piedi e Antonio, il decisionista indeciso, si arrende. Il fratello minore ha la meglio e, assieme, concordano di scrivere una lettera aperta al premier e agli elettori campani.
Lettera che non è solo frutto del summit di famiglia. Prima di inviarla a Palazzo Chigi e ai giornali, Antonio D´Amato ricorda di avere un vecchio amico, Paolo Cirino Pomicino. Telefona, gliene parla e Pomicino condivide: «Fai bene a non scendere in campo, avresti perso». D´Amato ascolta, poi si sfoga. Berlusconi gli aveva dato carta bianca nella formazione del governo della Regione, ma quella carta rischiava di rimanere bianca perché, al di là di sondaggi vincenti sbandierati da Forza Italia e dei proclami del premier di trasformarlo nel "Bossi del Sud", la candidatura andava a scontrarsi con una storica disorganizzazione del Polo a Napoli e in Campania. Pomicino gli dà ragione, condivide che nella regione il centrodestra è troppo debole e ricorda all´amico Antonio che lui proprio per queste ragioni ne è uscito lo scorso anno passando con l´Udeur di Mastella. Vincono Gianfranco, il fratello minore, e Pomicino. E Marilù? Per una volta deve allinearsi.
(o. l.)
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Campania, D’Amato dice no al premier
Lettera a Berlusconi: scelta sofferta però devo tornare alla mia azienda. Decisivo il veto del fratello
dal Corriere - 24 gennaio 2005
ROMA - Antonio D’Amato rinuncia a candidarsi contro Antonio Bassolino. Ha vinto la ragione sul cuore. E ha perso Silvio Berlusconi che fino all’ultimo ha cercato di convincere l’ex presidente della Confindustria ad accettare l’offerta di scendere in campo per conquistare la poltrona di governatore della Campania. Una decisione comunque molto sofferta come appare dalla lettera che in serata D’Amato ha scritto al premier. «Signor presidente... nonostante provi per la mia terra e per il Sud una passione ed un amore viscerali, dopo quattro anni di Confindustria sento la responsabilità e l’imperativo di dedicarmi al mio dovere di industriale nell’interesse anche delle duemila famiglie che con noi lavorano in gran parte proprio qui a Napoli». La lettera è giunta nelle redazioni pochi minuti dopo le 19 ma già nella tarda mattinata il tam-tam degli amici più vicini all’imprenditore davano quasi per certo il lancio della spugna. Poi un nuovo ripensamento. Verso le 14 lo stesso Antonio Martusciello, responsabile di Forza Italia per la Campania, si mostrava convinto che le quotazioni del sì fossero improvvisamente risalite. Si è saputo solo dopo che l’improvviso ottimismo era dovuto al fatto che Berlusconi in persona aveva tentato di vincere le resistenze di D’Amato con una chilometrica telefonata. Ma senza riuscirci.
«È stata una scelta di vita», ha spiegato in serata l'ex presidente di Confindustria. E di scelta di vita ha parlato anche la sua compagna, Marilù Faraone Mennella, favorevole a un suo ingresso in politica, che in tarda mattinata si era detta «possibilista» al 50%. Nella lettera al premier D’Amato sostiene anche le ragioni che avevano indotto Berlusconi a proporre il suo nome, scrivendo che «occorre un profondo cambiamento nel modo di progettare, amministrare e fare politica nel nostro territorio».
Ma in queste 48 ore di pausa di riflessione che D’Amato aveva chiesto a Berlusconi, decisivo è stato il ruolo della famiglia. L’entusiasmo iniziale con cui Antonio aveva accolto l’offerta del Cavaliere, al punto che si parlava già di suoi contatti con gli amici più intimi come Costanzo Jannotti Pecci per formare una squadra vincente, si è via via scontrato con le ragioni della sua impresa, la Finseda, che produce in mezza Europa imballaggi per alimenti.
Oltre al fratello Gianfranco, che ha mandato avanti l’azienda nel periodo confindustriale di D’Amato, ieri è scesa in campo la nuora Monica, che da sempre lavora in Finseda, e la discretissima mamma Giovanna, che raramente si intromette negli affari dei figli. Visto che l’impegno dell’ex numero uno della Confindustria in politica sarebbe stato definitivo, la famiglia a lungo ha discusso del futuro dell’azienda, della sua governance , persino di possibili nuovi assetti azionari.
La Finseda, per investimenti e acquisizioni realizzati recentemente, è alla vigilia di snodi importanti. «La mia azienda - spiega infatti D’Amato nella missiva a Berlusconi - sta per realizzare quel salto da leader europeo a giocatore mondiale come i nostri mercati ci impongono».
Per Claudio Velardi, che secondo indiscrezioni lo poteva diventare anche di D’Amato, «la vittoria contro Bassolino sarebbe stata oggettivamente difficile». Così l’ex collaboratore di Massimo D’Alema non esclude che a pesare su un ripensamento abbia influito anche la prospettiva di incassare una sconfitta. Nemmeno un anno dopo aver assistito al cambio di linea della «sua» Confindustria.
Roberto Bagnoli
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Ds Milano - Rassegna stampa
OLTRE IL GIARDINO
Professioni e politica curriculum e Tango bond
di ALBERTO STATERA
Dopo aver letto ‘Oltre il giardino’ della scorsa settimana, l’onorevole Mario Baccini ci ha chiesto di pubblicare una sua lettera. Eccola.
«Nella mia vita ho sempre lavorato, contrariamente a molti. Lavori anche umili, a volte, e meno umili; seguendo il tracciato dell'evoluzione di vita e professione. Non potrei, pertanto, vergognarmi, pur non avendolo mai fatto, di aver svolto mansioni di direttore di stabilimento balneare, né tanto meno di bagnino, come nell'intenzione del redattore, maliziosamente, si vuole intendere. Professioni di cui io ho invece il massimo rispetto, anche in considerazione della mia passione per il mare, per Ostia e zone limitrofe, questa sì riconosciutami. Mi sarebbe altresì piaciuto militare nella componente del compianto On. Vittorio Sbardella ma in quegli anni era ed è nota ai più la mia militanza nella componente della sinistra Dc, di cui il sen. Paolo Cabras era esponente romano e l'On. Guido Bodrato il riferimento a livello nazionale.
Per quanto riguarda il mio impegno a favore dei 450.000 risparmiatori italiani implicati nel crack dei tangobond, ci tengo a ricordare che, nell'arco dei due anni e mezzo intercorsi tra l'inizio della crisi economica argentina e la mia uscita dal Ministero degli Esteri, ho incontrato i principali esponenti del Governo argentino e delle più rappresentative associazioni che raccolgono i risparmiatori italiani, in alcuni casi arrivando anche a intrattenere rapporti più stretti con cittadini che ponevano casi limite.
E' giusto sottolineare però che il vero ruolo del Governo italiano nella vicenda era ed è quello di mediatore e non di controparte, esattamente come prevedono le normative di diritto internazionale. Su questa sottile differenza molti hanno equivocato, volutamente o no, preferendo ignorare la vasta azione diplomatica che su più fronti io stesso e il Ministro degli Esteri stavamo conducendo in stretta collaborazione con i vari uffici della Farnesina, che a ritmo incessante lavoravano per individuare soluzioni vantaggiose per tutti i risparmiatori italiani, risolvendo altresì il problema, oggi dimenticato, dei numerosissimi oriundi italiani che premevano per avere un passaporto che consentisse loro di fuggire dall'Argentina per trasferirsi in Europa».
Nessuna malizia potremmo nutrire nei confronti del neoministro Mario Baccini. I bagnini di Ostia, Fiumicino e Fregene hanno, oltre la sua, tutta la nostra ammirazione. D’altra parte, l’onorevole Baccini non ha motivo d’adontarsi per eventuali "umili" impegni lavorativi, visto che i suoi titoli riportati con dovizia nel suo curriculum vitae sono tali che superano qualunque possibile malizia. Citiamo testualmente dal suo curriculum visibile su Internet: "Laurea honoris causa della University of Berkley (quante "e"?ndr); Professore honoris causa dell’Università di Buenos Aires; Cavaliere di Gran Croce dell’Orden de Mayo in Argentina; Gran Cruz dell’Orden Vasco Nunez di Panama; Medaglia d’oro alla Cultura italiana in Argentina, conferita dalla Società ItaliaArgentina; El Grado de Gran Official conferito da El Presidente Consitucional de La Republica de El Salvador y Jefe supremo de la Orden Nacional "Josè Matias Delgado"; Gran Oficial de la Orden de San Carlos, conferito da El Ministro del Relaciones Exteriores de Colombia; Gran Oficial conferito dal Presidente de la Republica Orientad del Uruguay Forge Batle Flanez; Titolo Accademico conferito dall’Accademia Europea per le Relazioni Economiche Cultural; Professore Emerito di Relazioni Internazionali presso l’Università Cattolica dell’Honduras Nostra Signora Regina della Pace; Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine Pontificio San Silvestro Papa".
Quanto al defunto onorevole Vittorio Sbardella, che abbiamo conosciuto e che era un simpatico diciamo navigatore, ci spiace che il ministro Baccini non abbia militato con lui e ne prendiamo atto. "Il Foglio", giornale normalmente assai bene informato, sostiene che, in realtà, l’onorevole Baccini ha militato con "Er Cioc" e "Er Burino", che onestamente non sappiamo chi siano, ma soprattutto che è stato il pupillo dell’ex assessore romano "Luparetta" Gerace, di cui non ci manca qualche ricordo.
Quanto infine ai poveri risparmiatori dei Tango Bond, lasciamo la parola al "Sole 24 Ore", che ha titolato: "Argentina, grazie Baccini!".www.repubblica.it/
A Nassiriya è missione di guerra
«Hanno mentito al Parlamento»
Il sacrificio di Cola dimostra il grande imbroglio. Selva rivela: mascherata la missione di guerra
altrimenti il Colle diceva no. I Ds: parole gravissime. Martino sotto accusa per i mezzi inadeguati
Vincenzo Vasile
da l'Unità - 24 gennaio 2005
ROMA È guerra camuffata, la formula della missione umanitaria fu un trucco verbale per «mascherare» l’intervento in guerra sennò «dal Colle non sarebbe mai arrivato il via libera». Lo dice con una brutale tirata di giacchetta nei confronti di Carlo Azeglio Ciampi, il presidente An della Commissione Difesa della Camera, Gustavo Selva. Anzi, lo mette per iscritto sulle ospitali pagine di Libero. E si spinge sino a proporre un’ulteriore forzatura dei precari paletti posti da Ciampi: «Dobbiamo passare da forza di ingerenza umanitaria a forza combattente».
Dallo scaricabarile tra ministero della Difesa e Stato maggiore sul caso dei missili, Selva dirotta l’attenzione con una devastante chiamata in causa del capo dello Stato.
SEGUE A PAGINA 3
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L’imbroglio della missione italiana in Iraq
Selva, An, rivela: «Abbiamo parlato di intervento umanitario per aggirare il no di Ciampi»
Segue dalla prima
Sarebbe per responsabilità di Ciampi fa capire Selva - se i soldati hanno armamenti inadeguati: la missione è costellata da troppi divieti proprio per effetto delle indicazioni provenienti dal Quirinale. L’intervista a Libero prospetta, dunque, un cambiamento di linea, e un braccio di ferro della maggioranza con il Colle: «Basta con l’ipocrisia dell'intervento umanitario: è ora di prendere atto che la natura dell’operazione Antica Babilonia è inadeguata alla realtà del terreno. Bisogna rafforzare il dispositivo militare utilizzando tutti gli uomini e i mezzi necessari».
Singolarmente il nuovo «passaggio parlamentare» reclamato dal parlamentare di An dovrebbe concretizzarsi in un’interpretazione bellicista dell’articolo 11 della Costituzione, quello in cui l’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali. Esso conterrebbe, secondo la lettura di Selva, la possibilità di una deroga sul caso Iraq, perché «a Nassiriya i nostri soldati non offendono la libertà di nessuno, anzi sono lì su richiesta del legittimo governo iracheno».
Ma non contano tanto le argomentazioni, quanto il succo politico della sortita, che può preludere a una nuova escalation polemica della maggioranza di centrodestra nei confronti del Quirinale, da cui non a caso non filtravano ieri sera «virgolettati», quanto piuttosto un evidente gelo rispetto a coinvolgimenti da considerare quanto meno impropri.
La vicenda è una di quelle tra le più scivolose gestite da Ciampi durante il suo settennato. È noto come l’episodio a cui Selva si riferisce - la riunione al Quirinale del Consiglio superiore di difesa del 19 marzo 2003 - abbia sancito preventivamente proprio per impulso del capo dello Stato, le caratteristiche «di pace» che la missione avrebbe dovuto assumere. Mentre via via, di risoluzione in risoluzione, mentre la situazione sul campo si aggravava, il governo si è sempre riparato dietro la formula della missione umanitaria, facendo intendere di sperare in un via libera al ritiro delle forze italiane da parte dell’amministrazione americana.
Delicatissimo il ruolo di Ciampi: il capo dello Stato pur non avendo responsabilità in politica estera, in quanto comandante delle Forze armate, presiede il Consiglio supremo, i cui compiti e il cui funzionamento sono fissati oltre che dalla Costituzione, da una legge del 1997: in quell’occasione, due anni fa, oltre ai componenti di diritto Berlusconi, i ministri degli Esteri, dell’Interno, della Difesa e delle Attività produttive e il capo di Stato maggiore della difesa Ciampi allargò gli inviti a mezzo governo, da Fini (allora vicepremier) a Letta, a Buttiglione. Fu evidente, dunque, lo sforzo di coinvolgere l’esecutivo nella maniera più larga, e di raggiungere un’intesa sulle linee che a sua volta l’esecutivo avrebbe dovuto proporre al Parlamento. E il governo che Gustavo Selva oggi dipinge come intento in quella riunione a truccare le carte e a camuffare un’iniziativa bellica con vesti umanitarie sottoscrisse un comunicato che al punto numero uno stabilisce la «esclusione della partecipazione alle azioni di guerra di militari italiani». Da qui la «qualificazione della posizione italiana punto numero quattro come “non belligerante”», formula questa che fu oggetto di strali sia da parte della sinistra, sia dall’ex presidente Cossiga: è da ricordare, tuttavia, che si era ancora nella fase in cui si autorizzavano semplicemente i sorvoli di mezzi militari e l’uso delle basi per l’intervento in Iraq degli anglo-americani. In seguito il governo si è sempre formalmente richiamato, tuttavia, a quei limiti fissati nella riunione sul Colle, e ha risposto alle critiche dell’opposizione facendosene scudo.
Quel che colpisce, però, è soprattutto la novità dello scaricabarile che settori della maggioranza attuano ora sul Quirinale accusando Ciampi, più o meno rudemente, per l’inadeguatezza della soluzione a suo tempo prescelta: argomento che appare facilmente ribaltabile per l’ufficialità del «riconoscimento unanime», che avvenne in quella riunione, del fatto che per via del «carattere fondamentalmente parlamentare dell’ordinamento disegnato dalla Costituzione», - l’indirizzo politico, «compreso l’impegno delle forze armate» spetti al Governo e al Parlamento. Tanto più spetta al governo, non certo al presidente della Repubblica, decidere quale tipo di elicottero o di altri mezzi spedire in Iraq. E ad appesantire il clima concorre anche la scelta dei tempi: gli schizzi di veleno lambiscono il Colle proprio nel giorno più doloroso, il ritorno della salma del maresciallo Simone Cola, con Ciampi in raccoglimento a Ciampino davanti alla bara e assieme ai familiari. Vincenzo Vasile
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Ds Milano - Rassegna stampa
valori della sinistra
MARC LAZAR
la Repubblica - 24 gennaio 2005
Le frasi pronunciate in questi ultimi giorni da Silvio Berlusconi, Francesco Rutelli e Piero Fassino hanno suscitato le accese polemiche senza le quali la scena politica italiana perderebbe un po´ del suo sapore; ma offrono anche lo spunto per una riflessione più approfondita. Il presidente del Consiglio ha predetto che un eventuale ritorno della sinistra al potere significherebbe «miseria, terrorismo, morte, così come avviene dovunque governi il comunismo».
I valori della sinistra
Con queste strabilianti dichiarazioni, Berlusconi ha fatto un grosso favore alla sinistra, giustificando la sua esistenza come forza d´opposizione e procurandole parte della sua identità. L´oltranzismo del Cavaliere ha inoltre il merito di dimostrare che contrariamente a un´idea oggi in voga presso vari osservatori e tra gli estremisti dei due schieramenti, quelli della sinistra e della destra non sono affatto ruoli intercambiabili, interpretati dagli attori della vita politica per meglio turlupinare i cittadini. Al momento delle campagne elettorali, queste categorie si riattavano, poiché consentono di aggregare i fautori dei due schieramenti e di designare l´avversario: nel caso di Berlusconi, il nemico da delegittimare, dato che secondo lui la sinistra italiana rimane comunista per l´eternità. Ma al di là di questi eccessi molto particolari, atteggiamenti analoghi si riscontrano nei principali Paesi dell´Europa occidentale, dove anche i governi si possono tuttora caratterizzare in base all´antagonismo destra - sinistra. E non semplicemente in funzione dei partiti politici che li compongono o li sostengono, ma anche in relazione ai loro atti. Se sul piano economico il margine di manovra è oramai incontestabilmente molto ridotto, continuano però a manifestarsi differenze sostanziali in materia di politica internazionale, sociale, culturale e di costume. È del tutto evidente che in Italia i governi di centrosinistra e di centrodestra non sono identici. Ma anche in Francia si è potuto constatare in breve tempo che su molte questioni importanti le scelte di Jean-Pierre Raffarin, il primo ministro nominato nel 2002 dal presidente Chirac, divergono chiaramente da quelle di Lionel Jospin. Quanto alla Spagna, la rottura di Zapatero con la politica di Aznar è stata nettissima e talora spettacolare. E le recenti elezioni presidenziali americane hanno attestato un confronto vigoroso sui valori e sulle scelte strategiche degli Stati Uniti tra i due candidati alla Casa Bianca. Tutto ciò smentisce in maniera flagrante la tesi diffusa, secondo la quale le elezioni non sarebbero altro che una battaglia di marketing tra due prodotti perfettamente formattati, in cui la differenza starebbe tutta nel colore della cravatta, nel sorriso più o meno smagliante e nella seduzione mediatica.
Eppure, anche le prove più evidenti spesso non arrivano a scalfire lo scetticismo di buona parte della popolazione, che continua a considerare destra e sinistra come zuppa e pan bagnato. Perché questa sfasatura? Per almeno due principali motivi. Innanzitutto, la contrapposizione tra destra e sinistra è oggi assai meno netta che in passato. Le ideologie hanno perduto gran parte del loro vigore, i vasti progetti collettivi di cambiamento generale sono sbiaditi, i grandi miti sono pressoché scomparsi. Inoltre, il divario tra sinistra e destra, che in passato traduceva spesso coerentemente in politica le diverse istanze sociali, sembra ormai un´ingessatura, o una gabbia troppo stretta: le mutazioni che rendono le nostre società sempre più complesse hanno fatto emergere tematiche nuove, che spesso dividono trasversalmente la sinistra e la destra. Un esempio è quello dell´antagonismo sempre più evidente, in questi tempi di globalizzazione, tra i sostenitori di una società aperta e chi coltiva al contrario il sogno di una società chiusa. Molti europei ritengono che i loro interrogativi sul presente e sul futuro, le loro speranze, i timori che li paralizzano non sono tenuti in debito conto dai partiti classici e dai governanti. Questo iato si traduce in comportamenti variegati e talora contraddittori: l´aspirazione a inventare forme inedite di partecipazione democratica, il desiderio di dar vita a nuovi movimenti, o al contrario l´indifferenza verso la politica, l´astensionismo, il voto in favore di formazioni populiste o estremiste che denunciano collusioni tra i partiti di governo e pretendono di superare le vecchie categorie, o magari di riattivarle presentandosi come le vere alternative di destra o di sinistra.
È a questo punto che interviene il confronto tra Francesco Rutelli e Piero Fassino: il primo ha definito superata la socialdemocrazia, mentre il secondo sostiene la vitalità e la perennità della corrente di cui fa parte. Rutelli ha ragione di interrogarsi sul divenire della socialdemocrazia e del suo modello riformista, attuato progressivamente, ma senza mai riscuotere l´unanimità dei partiti socialisti, e ancor meno della restante sinistra. Questo modello, che ha trionfato tra il 1945 e la fine degli anni 70, era fondato su un forte legame tra partito e sindacati, sulla promozione degli interessi fondamentali della classe operaia, sulla redistribuzione sociale assicurata da una forte crescita economica nel quadro della nazione, così come da uno spiccato interventismo statale e da forti prelievi. Ma da oltre trent´anni la sua forza propulsiva si è esaurita; l´organizzazione socialdemocratica si è dissolta, la sua base elettorale è cambiata. E le trasformazioni dell´economia, la globalizzazione e la costruzione europea non consentono più di garantire le stesse forme di compromessi sociali. Più o meno agevolmente, la socialdemocrazia ha finito così per accettare l´economia di mercato e ammettere la necessità di modernizzare il welfare; e ha raccolto nuove sfide - il femminismo, l´ecologia - diversificando la propria base di sostegno. Ciò nondimeno, Rutelli sbaglia quando ritiene che la socialdemocrazia appartenga al secolo scorso. Come ha detto Fassino, nella maggior parte dei sistemi politici dell´Occidente europeo essa rimane infatti la forza principale, decisiva e ineludibile della sinistra, tanto che serve oramai da riferimento proprio in paesi come la Francia e l´Italia, dove più era contestata da sinistra. Ma anche Fassino sbaglia quando presenta come omogenea una socialdemocrazia oggi profondamente divisa sulle risposte da dare alla crisi strategica, sociologica, culturale e identitaria che la travaglia; divisa tra chi punta a superare quest´esperienza storica, come Blair e Schroeder, chi pensa di rinnovarla, ma nella fedeltà alla sua tradizione storica, e chi invoca il puro e semplice ritorno alle origini.
Di fatto, il compito essenziale della sinistra riformista, qualunque sia la sua filiazione, consiste nel restituire un significato ai valori che mobilita, quali l´uguaglianza e la giustizia, analizzando le trasformazioni in atto nelle società e precisando il proprio programma. In questo modo può sperare di ritrovare la continuità con il suo dinamismo, e soprattutto di dare una risposta politica coerente ai movimenti contraddittori che caratterizzano le società moderne,
(traduzione di Elisabetta Horvat)
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Ds Milano - Rassegna stampa
Peluffo: possiamo costruire un ponte per il futuro
dal Corriere - 24 gennaio 2005
«Continuiamo a coltivare questo stupore. Non imbrigliamolo. Quando si parte non si sa ancora dove si vuole andare. Il rischio è che si ceda a torsioni organizzative». Parla Vinicio Peluffo, 33 anni, innamorato da sempre della politica, oggi assessore a Rho. Ma non potrebbe essere proprio la politica a rappresentare il rischio più grande per il movimento dei trentenni? Che qualcuno decida di cavalcare il rinnovato spirito di partecipazione dei giovani milanesi? «La politica sarà costretta a confrontarsi con noi, ad ascoltare la rinnovata voglia di impegno, le richieste di quello che sta crescendo a Milano, ma anche in altre città italiane come Napoli. No, non abbiamo paura della politica». Le intenzioni sono bellicose. Nel caso è la politica che deve accogliere le istanze dei trentenni. «La nostra - continua Peluffo - è una carica fortissima che può impattare sull’agenda politica. Siamo una generazione di passaggio: prima di tutti gli altri abbiamo visto e vissuto le trasformazioni del mondo del lavoro. Abbiamo vissuto sulla nostra pelle la flessibilità. Per noi trentenni i contratti atipici non sono atipici, ma la normalità. Si faccia tesoro di questa nostra esperienza per evitare che queste trasformazioni si modifichino in precarietà».
Intanto ci si riappropria degli spazi della città. E magari anche dei tempi della città che spesso non «consentono una partecipazione comune». «Adesso l’importante è incontrarsi, conoscersi - conclude Peluffo -. La curiosità è forte. Poi mettiamoci a lavorare sul manifesto dei trentenni e costruiamo un ponte per il futuro».
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La generazione dei «sempre di corsa» si ferma per tre ore a discutere. «Le critiche non bastano, ora facciamo sentire le nostre proposte»
In Galleria nasce il movimento dei trentenni
Oltre 200 giovani per chiedere più verde, spazi e qualità della vita. «E adesso un nuovo incontro»
In duecento e più in Galleria Vittorio Emanuele. Con uno slogan: «Criticare solo non serve a nulla, bisogna fare proposte concrete per il rilancio della città». Dopo un mese di dibattiti virtuali, i trenta-quarantenni ieri hanno invaso piazza Duomo. Si sono disposti in cerchio, uno di fianco all’altro. Tutti in piedi nel Salotto di Milano, ormai diventato quasi esclusivamente un luogo di passaggio per turisti o lavoratori dal passo frettoloso. È stata la loro domenica. Dallo scambio di email , i trenta-quarantenni sono passati al confronto reale. Finora i contatti erano stati online, sul blog www.bloggers.it/viveremilano/, nato per iniziativa di Cesare Fracca, l’imprenditore 38enne che a metà dicembre aveva scritto una lettera-sfogo al Corrier e, in cui invitava i coetanei a dire basta al disinteresse per la vita cittadina. L’appello l’avevano raccolto subito in centinaia, così hanno deciso di darsi appuntamento per parlare e progettare un manifesto in cui racchiudere idee per migliorare la vivibilità di Milano : «È un modo per salire sul vagone dell’impegno civile per una città che può e deve rinascere».
È, dunque, il loro primo raduno. Arrivano puntuali alle 10. Alla spicciolata. Praticamente nessuno si conosce ma tutti, per farsi distinguere , indossano qualcosa di arancione, il colore scelto per rappresentare una generazione decisa a non stare più solo a guardare : chi porta una sciarpa, chi un cappello, chi addirittura un pullover o un paio di calzoni. È un incontro informale: per parlare basta fare un passo avanti, presentarsi e esprimere a ruota libera le proprie idee. I problemi di Milano sono elencati a uno a uno: smog, mancanza di spazi verdi, mezzi pubblici insufficienti, marciapiedi sporchi, graffiti ovunque, troppo traffico, prezzi alle stelle...
Gli interventi si susseguono a ritmo serrato. «Ognuno di noi, nel suo piccolo, può fare qualcosa per Milano - osserva Andrea Scozzesi, 39 anni, pubblicitario -. L’importante è cominciare a interessarsi alla città, in nome della sua vivibilità. Basta, per esempio, tagliare alberi per far posto ai box sotterranei». Laura Sona, 35 anni, è andata alla riunione con sua figlia: «Mi sono presentata in Galleria - spiega - perché Milano non è una metropoli a misura di bambino: gli spazi verdi sono troppo pochi e spesso trascurati». Nessuno vuole, però, che l’incontro si trasformi in un elenco di lamentele: «Lo scopo al contrario - dicono in molti - è formulare una serie di proposte realizzabili». È nato, insomma, un movimento spontaneo, trasversale e apartitico. Tra la folla si intravedono anche esponenti politici come l’assessore agli Eventi Giovanni Bozzetti e il coordinatore milanese dei Ds, Pierfrancesco Majorino: ma il loro ruolo è, per una volta, soprattutto quello di spettatori. «Dobbiamo suggerire a chi amministra la città soluzioni, magari a portata di mano, ma inspiegabilmente non ancora adottate - ribadisce Andrea Carbone, 27 anni, consulente d’azienda -. L’idea di aggregarsi può risultare vincente».
Dopo due ore e mezzo di scambi d’opinione, il cerchio si scioglie. Quasi nessuno, però, si allontana senza avere chiesto un indirizzo, un numero di telefono, la data del prossimo incontro. « Adesso dobbiamo andare avanti. Entro un mese organizzeremo un’altra assemblea - afferma Fracca -. Magari in un quartiere di periferia. Sempre all’aperto. Nel frattempo continueremo a tenerci in contatto sul blog: è arrivato il momento di coinvolgere il numero più grande possibile di nostri coetanei. Per riuscire, tutti insieme, a dire "Ci siamo anche noi"». È l’una passata, fa freddo, metà domenica se n’è ormai andata, ma la discussione non accenna a scemare.
Simona Ravizza
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Ds Milano - Rassegna stampa
D'Amato scarica il Cavaliere. Centrodestra senza candidato in Campania
REDAZIONE
A due mesi dalle elezioni Regionali la Casa delle Libertà non ha ancora trovato un candidato per sfidare alle urne il Governatore di centrosinistra Antonio Bassolino in Campania.
Ieri è sfumata anche la carta Antonio D'Amato, l'ex presidente di Confindustria ha infatti scritto una lettera al presidente del Consiglio Silvio Berlusconi per spiegare che non ha intenzione di presentarsi alle elezioni.
"Signor presidente, come promesso ho valutato con grande attenzione e responsabilità la proposta di rendermi disponibile per le elezioni alla Presidenza della Regione Campania - si legge nella lettera - non posso, ahimè, sciogliere positivamente la mia riserva". L'ex numero uno di Viale dell'Astronomia ha motivato la sua scelta spiegando di sentire "la responsabilità e l'imperativo" di dedicarsi interamente al proprio dovere di industriale.
La decisione di D'Amato ha scatenato la reazione delle opposizioni, che non hanno rinunciato a sottolineare il grave ritardo con il quale la Casa delle Libertà sta mettendo insieme la propria squadra di candidati-Governatori in vista delle prossime Regionali.
"La non accettazione di D'Amato in parte gli fa recuperare la credibilità che aveva perso nel mandato di presidente confindustriale - ha affermato il senatore Nello Formisano - chi invece perde credibilità totalmente è Berlusconi che comincia a provare con mano qual è il giudizio degli industriali su questi quattro anni di governo".www.centomovimenti.com/
Mama coca
Cocaleros, semplici agricoltori e non narcotrafficanti
Esteban Garcia è un cocalero boliviano. I cocaleros sono i contadini che coltivano le terre negli altipiani della Bolivia soprattutto nel Chapare, regione nel nord del paese.
La storia. Esteban Garcia è uno di loro. La sua storia è drammatica, ma fra i cocaleros di vicende come la sua se ne trovano a decine. Nel maggio del 2003 è sceso in piazza per protestare contro il sistema governativo di eradicazione coatta delle coltivazioni decretato dal governo boliviano (sotto la forte pressione del governo Usa).
Le squadre speciali dell’esercito, secondo un copione visto molte volte, sono intervenute sparando ad altezza d'uomo sulla folla. Ci sono stati diversi feriti fra i quali Esteban. Un proiettile l’ha colpito in pieno volto, sfigurandolo. Adesso Esteban non ha più la mascella. In compenso ha una conto sanitario molto salato: circa dieci mila dollari statunitensi (la sanità in Bolivia è privata e i cocaleros non possono permettersi nessuna assicurazione privata).
E’ costato caro a Esteban manifestare per i suoi diritti. Ma non è finita qui. L’indennizzo economico promesso dal governo si è fermato nei meandri della burocrazia.
Il suo viaggio. Ad Esteban la mandibola è stata ricostruita grazie all’aiuto economico arrivato da Rayos de Sol, una piccola organizzazione non governativa che si occupa di diritti umani. L’operazione di ricostruzione della mandibola è avvenuta utilizzando tessuti ossei della sua tibia. Dopo aver subito tre interventi e dopo una convalescenza molto lunga Esteban è tornato in Bolivia dalla sua famiglia per alcuni mesi.
Adesso deve terminare il suo iter medico, che prevede l’innesto di una protesi dentaria, un check-up completo delle sue condizioni e delle visite specialistiche della protesi mandibolare.
La coca. E’ importante però non confondere la pianta della coca con il cloridrato di cocaina. Coltivare la pianta di coca è una tradizione in Bolivia. Gli indigeni del Chapare la masticano per alleviare la fame e per sentire meno la fatica. Questi uomini e queste donne vivono spesso in condizioni estreme a altitudini spesso elevate.
Tutt’altra cosa è il cloridrato di cocaina, ossia la droga che tutti conosciamo, quella che causa dipendenza e morte, quella che viene sintetizzata attraverso svariati processi chimici e che entra nei mercati illeciti mondiali, purtroppo anche dalla Bolivia. Però una cosa sono i cocaleros e altra cosa sono i narcotrafficanti.
Lo stratagemma. Il governo boliviano, in collaborazione con l’amministrazione statunitense, vuole debellare il narcotraffico e crede che eliminando le piantagioni di coca scompaiano i produttori di cocaina e di conseguenza il narcotraffico. Ma la risoluzione del problema non è così semplice. E’ come se in un paese civile fosse messo al bando il vino. Si inizierebbe con la distruzione dei vigneti e di conseguenza i produttori vinicoli non saprebbero come tirare a campare.
Una legge, la 1008, purtroppo accomuna i narcotrafficanti ai cocaleros, senza tenere in considerazione che là i “narcos” sono delinquenti che speculano sull’illegalità mentre ai cocaleros queste coltivazioni consentono di sopravvivere. La legge stabilisce anche le zone dove questo tipo di coltura viene considerata illegale e di conseguenza arriva l’esercito.
Alessandro Grandi www.peacereporter.net
Diritti umani : premier Canada chiede alla Cina di rispettarli
di Mauro Giannini
Il primo ministro canadese Paul Martin ha lanciato alle autorita' di Pechino un appello perche' rispettino i diritti umani, dichiarando che "i diritti devono essere rispettati".
"Poiche' la Cina progredisce tanto in quanto forza economica e politica - ha spiegato Martin, che ha concluso ieri ad Hong Kong una missione in Asia - cio' implica nuove opportunita', ma anche nuovi obblighi".
La richiesta suona quasi come un monito per l'Europa, dalla quale si levano invece sempre piu' insistentemente voci che parlano di un avvicinamento con la Cina e della possibile fine dell'embargo di armi.
Il premier canadese ha precisato anche di aver affrontato l'argomento dei diritti dell'uomo nel suo colloquio con il presidente Hu Jintao e con il proprio omologo Wen Jiabao, ma non ha aggiunto altro. Tuttavia e' ufficiale l'informazione che Pechino e Ottawa intendono proseguire il loro dialogo sulla questione dei diritti dell'uomo.
La settimana scorsa, la Cina aveva annullato i permessi a due giornalisti canadesi di origine cinese che avrebbero dovuto accompagnare il primo ministro canadese. I due, che fanno parte del movimento religioso Falun Gong, bandito dalla Cina dal 1999, hanno denunciato questo gesto come attacco alla liberta' di stampa.
E' presto per dire se la posizione canadese sul rispetto dei diritti dell'uomo in Cina influira' sull'atteggiamento europeo, ma si e' levata su un altro fronte la voce del Giappone, che ha chiesto direttamente all'Europa di non eliminare l'embargo sulla vendita di armi al gigante asiatico.
Il primo ministro giapponese Junichiro Koizumi ha espresso le sue riserve al ministro degli esteri britannico Jack Straw in visita a Tokyo la scorsa settimana. Straw ha potuto solo rispondere che la decisione non e' stata ancora presa e che l'Europa valutera' certamente anche gli equilibri asiatici.
www.osservatoriosullalegalita.org
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Montezemolo: l'Italia all'estero non esiste
di f. fan.
«A due anni dalla scomparsa, l'assenza dell'Avvocato Agnelli contrassegna, e rende più acuta, la sensazione della mancanza di una vera classe dirigente in Italia, intesa come insieme di persone responsabili in grado di guidare a tutti i livelli il Paese e di rappresentarlo degnamente all'estero: compito, quest'ultimo, che sembra ormai affidato al solo presidente Ciampi».
Attraverso un intervento sulla Stampa di domenica, a due anni dalla morte di Gianni Agnelli, il presidente di Confindustria e della Ferrari Luca Cordero di Montezemolo mette in luce il «nodo» dell’inadeguatezza dell’attuale classe dirigente del Paese e la mancanza di un «simbolo» positivo per l’Italia all’estero.
Montezemolo tratteggia i compiti che una classe dirigente matura dovrebbe assumersi e i requisiti di cui dovrebbe essere in possesso: senso dello Stato e del dovere, rispetto delle istituzioni, dialogo con i sindacati e le organizzazioni dei lavoratori, apertura al mondo, europeismo come valore, preparazione per raggiungere gli obiettivi e coscienza dei propri limiti, attenzione all’indipendenza della stampa.
Gli replica solo il ministro delle Comunicazioni Maurizio Gasparri, a Napoli per celbrare il decennale di An: «L'Italia nel mondo è rappresentata benissimo dal presidente del Consiglio ed ottimamente dal ministro Fini speriamo che chi ha scritto quell'articolo la rappresenti con altrettanta capacità».
Scrive Montezemolo sulla prima pagina del quotidiano torinese: «Mediocrità, conflittualità esasperata, visione limitata nell'affrontare problemi che la congiuntura mondiale rendeva via via sempre più complicati si erano già manifestate, per la verità, in passato, anche se mai nelle dimensioni attuali. C'era insomma un livello di guardia e una consapevolezza dell'interesse generale del Paese che si cercava di tenere sempre presenti. E in quest'ambito l'Avvocato esercitava il proprio ruolo; a queste specifiche carenze cercava di porre rimedio, come maggior imprenditore italiano e membro della comunità globale delle classi dirigenti».
«Agnelli - ricorda ancora il presidente di Confindustria - si impegnò a ridisegnare il ruolo degli imprenditori italiani, per renderlo più incisivo e adattarlo alle esigenze di un Paese moderno, a partire da tre punti. Il primo riguarda il senso dello Stato e del dovere, il rispetto per le istituzioni, tutte le istituzioni, comprese le grandi organizzazioni dei lavoratori, con cui bisogna sempre riservarsi uno spazio di dialogo e di interlocuzione. Il secondo, connaturato al carattere dell'Avvocato, è l'apertura al mondo e la sua profonda convinzione europeista».
Il terzo punto, scrive il leader degli industriali, riguardava la «preparazione severa» e «un'approfondita analisi dei propri limiti e delle proprie criticità, rapportati alle capacità e alle qualità della concorrenza». Ma anche il ruolo di Agnelli di «grande editore sempre attento all’autonomia e all’indipendenza dei giornale e dei giornalisti». «L'Avvocato - conclude Montezemolo - era diventato un grande ambasciatore del suo Paese nel mondo, ovunque era percepito come il simbolo di un'Italia positiva e diversa dai pregiudizi che la accompagnano. Di questo oggi s'avverte, sempre più forte, la mancanza».
Mentre sul Sole24ore Aldo Bonomi, riepilogando i tempi del «fordismo dolce» di Adriano Olivetti e di quello «hard» della Fiat, si interroga anche lui sul declino industriale: «Vi sono tante formiche di una nuova produzione che competono nel design, nelle biotecnologie... che cercano e innovano... Forse guardandole meglio e senza schiacciarle, una politica industriale meno distratta può dar vita a una stagione del postfordismo dolce e soprattutto competitivo nella globalizzazione».www.unita.it/i
FABBRICHE DI ANGELI
Il governatore del Mississippi, Haley Barbour ha autorizzato l'inserimento di piccolo croci bianche davanti al Campidoglio in memoria dei "bambini mai nati che muoiono in America ogni giorno" e lo ha fatto con un decreto. Con una Corte Suprema dove l'età media è 65 anni, che cosa non farebbero i Governatori per farsi pubblicità nella speranza che il posto che presto si libererà, visto che il giudice Renquist è molto malato, tocchi proprio a loro. Il dibattito sull'aborto è molto acceso in Mississippi anche se la legge lo consente.
Molti rimasero sorpresi quando il Mississippi approvò le leggi che consentono alle donne di essere assistite in ospedale se decidono di abortire. In Texas ed in Louisiana è stata fatta una battaglia molto più dura. Solo che il governatore del Mississippi sta facendo tremare la terra sotto i piedi alle donne. Le autorità non hanno alcune simpatia per le leggi sull'aborto ma, in Mississippi, se venissero abolite bisognerebbe fare una lunga lotta per riaverle. E sembra proprio che il pericolo esista.
Il Mississippi è terzo sulla lista degli stati per quanto riguarda le gravidanze delle minori eppure è uno dei posti dove si abortisce di meno. Il risultato? il tasso di mortalità infantile più alto di tutti gli Stati Uniti. Nelle regioni del profondo sud, sul delta del fiume, 18 bambini su mille muoiono per problemi legati alla denutrizione prima di compiere il primo anno di età.
Mortalità infantile ed indigenza femminile vanno spesso insieme: ancora oggi, le donne sono meno emancipate negli stati dove l'aborto è proibito o dove è troppo costoso. La povertà delle donne è dovuta alla disparità di salari. Abortire, anche quando è consentito, è costoso e non tutte possono permetterselo. Rivolgersi alle organizzazioni che si occupano di assistenza sociale è un rischio: l'unico sostegno che offrono alle donne sono le prediche sull'immoralità dell'aborto.
Per via dell'ostilità nei confronti dell'interruzione di gravidanza, almeno il 60% delle donne del Mississippi va ad abortire negli stati limitrofi. Nel Delta, si usa ancora farsi trattare dalle cosiddette "mammane".
Una delle poche operatrice che sostiene soprattutto le giovanissime che si trovano ad affrontare una gravidanza indesiderata si lamenta per la mancanza di fondi. Per le 24 ore di attesa previste dalla legge come "pausa di riflessione" prima di poter abortire le ragazze non sanno dove andare, temono di essere scoperte o, semplicemente, non sono autorizzate a pernottare fuori e hanno paura dei genitori. Costringere soprattutto le adolescenti a vagare per 24 ore in attesa di abortire è l'ennesimo escamotage per costringerle a tenersi il bambino.
L'ira dei cosiddetti "comitati per la vita" si abbatte spesso sui medici in modo brutale. Come è accaduto al dottor Donald Whitaker, un giovane medico che, fino al gennaio del 2004, lavorava nell'ambulatorio OB-GYN di Hattsieburg e praticava aborti come volontario anche su un'unità mobile della Clinica per la Pianificazione della Maternità. L'unità mobile è stata distrutta a martellate dagli anti-abortisti. E' noto il caso di un altro medico abortista, Bayard Briton e della sua scorta, entrambi assassinati dal predicatore Paul Hill per "tutelare la vita".
Uno degli anti-abortisti più famosi si chiama McMillan e passa i pomeriggi fuori dalle cliniche urlando contro tutte le donne che si recano ad abortire. E' amico del governatore, che professa le sue stesse idee. Anche molti giudici hanno pubblicamente espresso il proprio dissenso nei confronti dell'aborto. Trovarne uno che veda di buon occhio la pratica è praticamente impossibile. Sono molto critici sull'aborto anche molti democratici. Nei confronti dei colleghi a favore, si comportano come censori. L'unica candidata al Senato nota per le sue opinioni liberali in materia è stata spesso insultata in Parlamento. "Quasi tutte le donne sotto i 45 anni in America hanno abortito", ha risposto la senatrice Barbara Blackmon. Rimproverata da una collega anti-abortista le ha imposto di tacere ricordandole che, a suo tempo, anche lei aveva abortito. Blackmon non è stata più eletta ed è tornata a casa sconfitta.
I politici hanno il terrore di contraddire il governo.
Soprattutto in materia di aborto. Tra l'altro, la legge considera bambini completamente sviluppati i feti oltre le 20 settimane e si rischia l'accusa di associazione in omicidio.
Nelle cliniche dove si praticano interruzioni di gravidanza, i medici sono costretti dalla legge ad avvertire le donne che l'aborto aumenta il rischio di sviluppare un tumore del seno. "Direi che è giusto", dice il governatore. E non nasconde le sue speranze di governare un giorno uno stato dove l'aborto sia fuori legge. Le donne facciano come credono. I guai se li sono cercati….altramerica.splinder.com/
Italia: per il Ministero degli Interni le "Telestreet" sono portatrici di "terrorismo ed eversione"
di redazione
"Terrorismo ed eversione". E' questo il capitolo della Relazione al Parlamento del Ministero dell'Interno nel quale sono finite le 'Telestreet' (Tv di strada o Tv di quartiere). Secondo la Relazione queste "emittenti non autorizzate sono spesso vicine all'area dei centri sociali e irradiano programmi alternativi con l'obiettivo di creare un Global network che dia ai movimenti antagonisti canali comunicativi indipendenti". Diffuse in Italia dal giugno del 2002, quando a Bologna è nata Orfeo, prima tivù di strada, le Telestreet sono piccoli ma efficaci canali di comunicazion che sfruttano le frequenze non acquisite dalle Tv per trasmettere in zone limitate di una città.
«E' un fatto davvero sconcertante che il ministero dell'Interno abbia deciso di inserire le 'Telestreet' nel capitolo 'terrorismo ed eversione' della relazione al Parlamento sullo stato dell'ordine e della sicurezza pubblica» - ha dichiarato all'Ansa il deputato dei verdi Mauro Bulgarelli che ha presentato un'interrogazione al ministro dell'Interno sulla vicenda.
«Siamo di fronte - spiega Bulgarelli - ad un ulteriore tassello della campagna di criminalizzazione dei movimenti varata dal ministro Pisanu. Nella relazione - prosegue il deputato - 'le tv di strada vengono definite 'vicine all' area dei centri sociali' e inserite in un progetto complessivo denominato 'Global network''».
Bulgarelli ha infine sottolineato che «queste esperienze, autogestite e senza fini di lucro, dovrebbero essere incentivate e finanziate dallo Stato e non presentate come pericolosi covi di terroristi». Numerose Tv del network Telestreet nei mesi scorsi hanno fatto notare che l'approvazione della discussa legge Confalonieri/Gasparri - con il Sistema Integrato delle Comunicazioni (SIC) - mette in pericolo la libertà di stampa prevista dalla Costituzione.
Megachip ha lanciato intanto un appello contro la privatizzazione della Rai.
"La privatizzazione della Rai è ormai in corso, ma non vediamo né nel Parlamento, né nel Paese una battaglia per impedire la liquidazione – caso unico in Europa – del servizio pubblico" - nota l'appello che ricorda come "il Governo ha già deciso di vendere il 30 per cento dell’azienda, prima tappa della collocazione sul mercato del 100 per cento della Rai".
Megachip chiede tra l'altro una regolamentazione a livello costituzionale della Rai, dal momento che il ruolo della televisione nella formazione politica, intellettuale e morale dei popoli è diventato, nelle nostre società, determinante, dunque il diritto dei cittadini a essere informati correttamente deve essere inserito fra quelli fondamentali in una società democratica.
Magachip ha già chiesto alla Federazione Nazionale della Stampa di farsi promotrice di una Sessione Straordinaria degli Stati Generali sulla Comunicazione, per lanciare una campagna contro la privatizzaione della Rai. "Si devono mobilitare in fretta le forze intellettuali, sociali e politiche del paese in difesa del servizio pubblico, così come, peraltro, è stato chiesto dalla stesso Presidente della repubblica, Carlo Azeglio Ciampi" - riporta l'appello.
redazione@reporterassociati.org
Sotto la maschera, niente
Rowena
D'Alema in tv sembra sempre di più l'imitazione di Sabina Guzzanti che imita D'Alema. Appesantito, un po' bolso, ripete stancamente le tre o quattro frasi che diceva ieri e l'altro ieri, buone per tutte le stagioni. E' come se una maschera fosse stata posata, una volta, su un corpo vero, ed è come se quel corpo, poi, per tante vicissitudini, se ne fosse andato, lasciando al suo posto solo la maschera; ma la maschera non lo sa, e continua e continua e continua a recitare la sua parte. Con voce più fievole, con meno convinzione, e sempre meno capace di comunicare una qualsivoglia emozione. Le parole sono come un crittogramma la cui decifrazione non interessa più nessuno, se non altre simili maschere. E' la metafora, e forse l'archetipo, di una politica svuotata di significato ed avulsa dalla realtà; che finge di parlare alla gente parlando a se stessa. Perfino il bravo intervistatore non ha quasi nulla da chiedere, perché una maschera non può dare risposte, solo continuare a recitare la sua parte. Bip bip, bip bip, recita la maschera, come la bottiglia di Coca Cola nell'Ultima spiaggia: poteva essere un segno di vita, invece era solo una bottiglia di Coca Cola mossa dal vento.
Non c'è da stupirsi se alle primarie pugliesi ha vinto Vendola. Questa politica ha bisogno certamente di programmi e di progetti, ma soprattutto ha urgente bisogno di carne e di sangue. www.ulivoselvatico.org
Usa: "Agenti davvero speciali"
di Bianca Cerri
24 Jan 2005
A parte gli atletici Starsky ed Hutch ed il bizzarro e scalognato Colombo, che circolano su bagnarole a motore, siamo abituati a vedere i poliziotti americani girare su lunghe auto bianche, che farebbero crepare d’invidia i colleghi europei. Amorevoli con bambini e vecchietti e corteggiati da donne statuarie. Insomma l’immagine stessa della professionalità e della dedizione assolute. E’ davvero un peccato che i rapporti che ci giungono dall’America contraddicano il mito di una polizia dall’agire cristallino e dall’etica ineccepibile.
Lasciamo parlare i numeri: negli ultimi 15 anni, circa 2000 persone mai entrate nel mondo del cosiddetto malaffare sono state uccise a sangue freddo dagli agenti, ma il particolare che dovrebbe far riflettere è che quasi un quinto di questi omicidi siano avvenuti dopo l’11 settembre, data che sembrava aver unito un paese sconvolto e che ha invece fatto da trampolino ad una guerra e ad una rinnovata spavalderia delle forze dell’ordine.
Fra l’altro, all’ondata di brutalità iniziata dopo l’attacco alle Torri Gemelle non sono estranei gli stessi aspetti razzistici presenti da sempre nell’applicazione della giustizia. I due partiti politici più grandi, Democratico e Repubblicano, hanno certamente contribuito a creare l’atmosfera adatta ad incentivare la persecuzione nei confronti delle minoranze etniche e basta aprire un qualsiasi giornale in un giorno qualsiasi dell’anno per rendersi conto di come gli agenti abbiano preso la cosa alla lettera.
Un poliziotto ha crivellato di proiettili il commesso James Quarks che, sentendo avvicinarsi le sirene della polizia, si era affacciato un attimo sulla porta del negozio con in mano il taglierino con cui stava sballando delle merci. L’agente, scambiato il taglierino per un coltello, ha sparato senza neppure accertarsi della natura dell’oggetto.
Ma la cronaca conta centinaia di episodi del genere, tanto che, il 22 ottobre di ogni anno, viene organizzata la Marcia di Protesta contro la brutalità della Polizia alla quale partecipa gente proveniente da tutta l’America.
Nel novembre del 2004, sulla Martin Luther King Drive, a Saint Louis, una volante ha mandato tre ragazzi di colore a schiantarsi addosso ad un palo con una manovra azzardata oltre che volontaria. Nessuno dei tre si è salvato. Ma episodi più recenti dimostrano che ormai la polizia non prende più di mira solo i giovani. Kathy Rojas ha denunciato un agente che ha punito il suo bambino di sei anni con una scarica elettrica e il preside di una scuola si è rivolto alle autorità per denunciare il comportamento di una pattuglia giunta nella sua scuola in seguito ad una segnalazione che aveva ammanettato i 15 allievi neri davanti ai compagni bianchi senza che avessero commesso alcuna infrazione.
Courtney Williams, 15 anni, che indossava un giubbotto sotto al quale aveva allacciato un marsupio è stato assassinato da un agente convinto che quello “strano rigonfiamento” fosse causato da una pistola. Solo al momento della rimozione del corpo si è scoperto che il ragazzo portava un marsupio allacciato in vita.
I genitori di Eli Escobar, 14 anni, studente di Houston, hanno denunciato la polizia per l’omicidio volontario del loro figlio, avvenuto per mano di un agente fuori dalla scuola dove il ragazzo stava litigando con alcuni compagni. Scoperto ad attraversare in un tratto di strada vietato ai pedoni, Don Pennington Jr., 15 anni, è stato assalito da un branco di cani inferociti aizzati contro di lui dalla polizia e Nathaniel Jones, afflitto da una grave forma di obesità, è morto soffocato dopo essere stato ammanettato e lasciato a pancia in giù sull’asfalto.
Valerie Lemme, sindaco di Chicago, dove è avvenuto il fatto, Valerie Lemmie, respinge con fermezza assoluta l’accusa di omicidio per le guardie municipali. Esiste tuttavia un filmato dove si vedono chiaramente gli agenti mentre attaccano l’uomo per poi costringerlo con il viso a terra, da dove è stato poi rimosso cadavere.
A Blue Island, il sindaco nega invece che l’amministrazione abbia minimizzato l’episodio costato la vita ad Antonio Manrique, un uomo di 75 anni di origine ispanica morto per le feroci percosse degli agenti. La comunità latina è scesa in piazza per protestare e molti hanno pianto la scomparsa di Manrique nel suo quartiere, dove l’anziano era molto benvoluto. L’uomo era in compagnia della figlia quando due poliziotti in borghese lo avevano assalito scambiandolo per un altro. Si era sentito male per le percosse ed era morto per arresto cardiaco due giorni dopo.
Quattro anni fa, all’afro americano Riky Camat, disoccupato era sembrato di toccare il cielo con un dito per aver vinto una lotteria miliardaria. Oggi giace sottoterra perché la fortuna, dopo averlo premiato, lo ha punito facendogli incontrare un poliziotto che lo ucciso mentre cercava di separare due uomini che si stavano azzuffando fuori da un bar. Il fratello di Camat ha denunciato gli agenti.
Se la polizia ha sempre potuto servirsi si metodi drastici con le minoranze il motivo è probabilmente che la criminalizzazione delle razze affonda radici profondissime nella storia degli Stati Uniti. In “The Betrayal of the Negro”, Rayford Logan afferma che sin dall’arrivo dei primi schiavi, i bianchi decisero che la democrazia sarebbe rimasta un loro privilegio. I cittadini di colore acquisirono così uno status di seconda classe. Per paura di alienarsi la clientela bianca, medici, dentisti e persino impresari di pompe funebri si mostravano riluttanti a prestare la loro opera a favore di un nero.
La segregazione razziale, nelle intenzioni della popolazione di ceppo ariano, doveva evidentemente proseguire oltre la vita perché bianchi e neri non potevano essere seppelliti assieme e nemmeno ai pazzi nei manicomi era consentito mescolarsi. Anche dopo la fine della schiavitù, gli afro americani hanno dovuto affrontare una lunga erta per ottenere i diritti civili.
La grande migrazione terrorizzò l’America bianca, che, per sbarrare la via verso l’uguaglianza agli “afrikaner”, elaborò nuovi stereotipi per ridicolizzarli. Libri, films e prodotti commerciali hanno ribadito l’immagine del buon “Tom boy” e della protettiva “mamie” pronti a sacrificarsi per il padrone bianco. La nuova repressione ebbe inizio quando i neri decisero di uscire da quel cliché e fu allora che persino i sacerdoti cominciarono ad usare il dispregiativo “nigger” per indicare una persona di colore.
Nei luna parks comparvero sagome con le sembianze afro da abbattere con le classiche pallette e, in qualche caso, il pettegolezzo bastava a far impiccare un nero. Non ci furono molti riguardi neppure per le donne: chi non accettava più di essere “mamie” veniva relegata al ruolo di puttana perché una prostituta nera serviva ad aggiungere quel tocco di neo-realismo per il quale i registi andavano pazzi.
Fino a quando le attrici di colore non vollero più stare al gioco perché, come diceva D.H. Lawrence, “chi perde il contatto con il proprio sé e con la propria sensibilità, conoscerà soltanto il vecchio orrore del guscio che imprigiona l’umanità”.
Bianca Cerri
b.cerri@reporterassociati.org
gennaio 23 2005
Dario Fo e Michele Santoro: "Il monopolio è regime"
REDAZIONE
Michele Santoro e Dario Fo attaccano a testa bassa il sistema televisivo italiano, caratterizzato dal predominio assoluto del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. L'eurodeputato ha parlato nel corso di un convegno a Triste, il premio nobel in un colloquio con il sito dell'associazione Articolo 21.
"Ci troviamo di fronte a un vero e proprio monopolio dal punto di vista della televisione - ha spiegato il giornalista - noi sappiamo benissimo che la televisione è il punto di equilibrio dell'intero sistema dell'informazione, un monopolio finisce per condizionare l'insieme del sistema culturale/informativo del Paese e per rendere il Paese più povero".
Per l'ex conduttore di Sciuscià uno degli effetti più catastrofici di questa situazione è la continua censura alla quale sono stati sottoposti negli ultimi anni tutti coloro che non si sono piegati al pensiero unico imposto dalla maggioranza.
"La censura alla Rai ha prodotto un vero e proprio effetto-slavina, con cui sono stati espulsi dalla tv di Stato alcuni degli elementi che caratterizzavano la diversità della produzione televisiva in Italia - ha ricordato - un monopolio è come una diga che non può sopportare nemmeno un piccolo forellino nella sua struttura. Siamo quindi arrivati a situazioni allucinanti, come quella di Paolo Rossi, di cui si mette in programma solo il primo tempo di uno spettacolo mentre il secondo non va in onda".
Dello stesso parere anche Dario Fo, per il quale il nostro Paese è "al livello più basso europeo di libertà".
"Sulla carta in Italia il regime non c'è ma nei comportamenti c'è uno Stato di censura - ha osservato - è ormai enorme il numero di attori e autori che non hanno spazio in tv, o che si devono ridurre, o che non hanno possibilità di esprimersi, o che lavorano controllati da sé stessi, con la forma più ignobile che è l'autocensura. Tutto questo ti mette in una grossa angoscia, quando vedi che tutto intorno le tue opere non possono passare in tv, mentre nel resto dell'Europa passano senza nessun controllo od opposizione di regime".www.centomovimenti.com
processo Parmalat altra beffa per il risparmiatore
GIUSEPPE D´AVANZO
la Repubblica - 23 gennaio 2005
L´affare Parmalat - più imponente dell´americana Enron, più distruttivo dell´olandese Ahold, più globale della francese Vivendi - finirà per partorire il topolino di un processo per bancarotta fraudolenta contro Calisto Tanzi e il management della società di Collecchio. Non ci sarà un "dopo". La predizione è comoda e soprattutto ragionevole. Il "dopo" sarà impastato di carte e ancora carte che produrranno (se lo produrranno) il topolino morto della prescrizione per le responsabilità del sistema bancario, l´unico attore in questo teatro capace di risarcire il risparmiatore tradito.
Il processo Parmalat
un´altra beffa ai risparmiatori
Nel rapporto tra Tanzi e le banche nazionali e internazionali si gioca l´accertamento di quanto è avvenuto e si decide chi ne è responsabile. Il default della Parmalat, che ha inghiottito 15 miliardi di euro, annientato il risparmio di 100mila obbligazionisti (alcuni dicono 120mila) e i crediti di 5.000 fornitori, è stato provocato soltanto dalla creatività gaglioffa della "banda" di Fausto Tonna (direttore finanziario a Collecchio) e di qualche spensierato revisore o ci sono altri protagonisti bricconi? E se Tanzi e Tonna non sono i soli artefici del disastro, quali sono le responsabilità di «quegli operatori finanziari che - secondo la consulente della Procura di Milano, Stefania Chiaruttini - hanno collaborato con Parmalat finanziaria consentendole la sopravvivenza in Borsa di un gruppo da molti anni decotto ma percepito, viceversa, dai piccoli risparmiatori come una entità solida ed affidabile»? Quale ruolo hanno avuto quelle banche - Citigroup, Ubs, Deutsche Bank, Morgan Stanley e Bank of America - che (è l´opinione dell´amministratore straordinario Enrico Bondi) hanno offerto la loro complicità nel nascondere e, in alcuni casi, assecondare gli artifici finanziari di Collecchio addirittura approfittando dello stato comatoso della Parmalat e raccogliendone i vantaggi? Sono a rischio penale quelle banche che, organizzando l´emissione di "private placement" Parmalat (è la conclusione della Guardia di Finanza di Milano) li hanno poi collocati alla clientela privata come se si trattasse di obbligazioni vere e proprie? E´ censurabile penalmente il comportamento di quegli istituti di credito che sui finanziamenti concessi a Parmalat nel triennio 2001-2003 (come documenta il nucleo provinciale della Guardia di Finanza di Parma) hanno applicato interessi che superavano ampiamente il tasso che la legge italiana considera usurario perché toccava anche il 18 per cento: percentuale che, per gli inquirenti, conferma l´ipotesi che le banche sapessero della criticità della situazione e che, con quegli interessi, si cautelavano e si arricchivano?
Tanzi e le banche. Tanzi o le banche. La disputa per il risparmiatore è decisiva perché il patron di Collecchio, a quanto pare, ha solo gli occhi per piangere. Al contrario, le banche hanno le risorse per risarcire chi è stato truffato, ma per liberarle è necessario dimostrare dinanzi a un giudice la loro complicità o colpevole tolleranza. Ora il punto è proprio questo: ci saranno le risorse e il tempo e il modo a Parma per accertare la responsabilità del sistema bancario? La predizione è comoda, lo ripeto, e la risposta è una sola: negli uffici giudiziari di Parma non ci sono né le risorse né ci sarà il tempo. Non ci sarà un "dopo", dunque. Ogni indagine, infatti, implica un´economia, una strategia e un modello culturale. Le mosse di Vito Zincani - procuratore di Parma facente provvisoriamente, e volontariamente, funzione - sono esplicite. Dice, ed è il modello culturale, non farò un maxiprocesso. Accerterò di volta in volta le responsabilità e affiderò quel segmento di indagine al dibattimento. E´ la strategia. Comincerò chiedendo il giudizio per Tanzi e il management di Parmalat, e siamo al primo esito "economico", per dir così, dell´inchiesta.
Se ne risentono gli avvocati di Calisto Tanzi, e si comprende che cosa vuole dire Gian Piero Biancolella quando sostiene: «Qui nessuno è innocente. Ma l´acqua in piscina per far nuotare Tanzi hanno contribuito in tanti a versarla. Aspettiamo fiduciosi il processo per ristabilire un po´ di verità».
La verità di Parmalat è un gomitolo ingarbugliato. Non si può scioglierlo se non si seguono i fili intrecciati dal capitalismo pre-moderno di Collecchio con il circuito delle grandi banche italiane e straniere che vendono prodotti finanziari esotici e incassano commissioni. Zincani non lo nega. «Capire il ruolo delle banche è fondamentale. Finora ci hanno opposto un ragionamento logico di buona tenuta: se avessimo conosciuto il dissesto non avremmo continuato a esporci. L´obiezione per essere superata ha bisogno non di supposizioni, ma di elementi di fatto molto precisi». Parole indiscutibili che confermano quella domanda: il piccolo ufficio del pubblico ministero di Parma ha la forza di trovare, nei tempi previsti dal codice - presto dimezzati dalla nuova legge sulla prescrizione - gli «elementi di fatto» difesi e protetti - si suppone - da studi legali agguerriti e sapientissimi? Per tradizione di fronte a emergenze giudiziarie di rilievo nazionale, le procure vengono responsabilmente rafforzate da magistrati provenienti da altri uffici o addirittura da altri distretti giudiziari. E´ stato fatto nelle città aggredite da mafia e camorra, come tutti sanno. Non è stato fatto per Parma come se quella catastrofe finanziaria non fosse un´emergenza nazionale, come se la rovina finanziaria di decine di migliaia di investitori, la tutela del risparmio, la crisi di fiducia nel sistema non fossero beni e diritti da proteggere, ferite da rimarginare, un ordine da ricostruire. A Parma il consiglio superiore della magistratura, da un anno, non riesce, tra quaranta candidati, nemmeno a scegliere un uomo degno di guidare l´ufficio. Ha inviato in città «in applicazione» due magistrati. Uno solo è di fatto al lavoro perché l´altro ha da fare a Milano. Ha colmato gli organici designando un magistrato che resterà in aspettativa, per motivi di studio, fino al 2006. Quando, tra qualche anno si avvierà il processo a Tanzi e alla sua "banda", il peso delle indagini sul sistema bancario pioveranno sulle spalle di due pubblici ministeri, Antonella Ioffredi e Silvia Cavallaro, ammesso che siano escluse dalle routine d´ufficio (turno esterno, turno in carcere, turno in aula). C´è ancora qualcuno disposto a scommettere che Parma ce la farà contro le maggiori banche del mondo? Il buon senso consiglia di credere che i risparmiatori (cento o centomila che siano) subiranno il danno prima di prendere atto della beffa, perché alle viste c´è anche questa. Quelle banche in sospetto di avere avuto un ruolo nel copione della truffa sono state ammesse al passivo dal tribunale civile e potranno convertire in azioni i loro crediti. Ineccepibile decisione. Il tribunale civile non decide di responsabilità. Tocca all´inchiesta penale (ancora!). Il tribunale civile controlla soltanto se la documentazione del credito è adeguata. Quindi, tutte dentro, tutte ammesse al passivo, anche quelle banche come Citigroup e Bank of America, che l´amministratore straordinario Enrico Bondi ha citato per danni. Ma non è finita. Una volta che i propri crediti saranno convertiti in azioni (come prevede la legge Marzano), le banche si troveranno nella situazione paradossale (e italianissima) di essere azioniste di una società che le ha portate in tribunale in un conflitto di interessi dove coincidono le figure dell´azionista e dell´accusato.
Le banche hanno già la soluzione per scioglierlo, il conflitto di interessi. Non vogliono essere più accusate e, da azionisti, imporranno al management di rinunciare alle vertenze che peraltro, come ha detto al Financial Times Jaap Dutry, responsabile per le attività speciali della Bank of America in Europa, «distraggono dalla conduzione degli affari».
L´affare Parmalat, negli auspici, poteva diventare l´occasione per migliorare il capitalismo italiano e migliorare la tutela del risparmiatore. Non è stato e non sarà così. L´intero sistema ha soltanto mostrato la sua patologica debolezza. Con la politica incapace di legiferare (non c´è ancora la legge sul risparmio) e nemmeno di capire (dell´annunciata commissione d´inchiesta parlamentare non se ne è fatto niente). Con la magistratura incapace di accertare le responsabilità e proteggere i diritti del cittadino. Quel cittadino in nome del quale ogni giorno magistratura e politica si azzuffano.
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L´INCHIESTA
Ieri nuovo interrogatorio per l´ex patron di Collecchio che ha risposto sull´acquisto della Ciappazzi e sul crac del settore turismo
L´ex patron di Collecchio di nuovo ieri in Procura. Ha risposto sull´acquisto della Ciappazzi da Ciarrapico e sul crac Parmatour
"I soldi dei risparmiatori non ci sono"
Parmalat, Tanzi interrogato: turismo e acque minerali nel mirino
Tanzi: "I soldi dei risparmiatori non ci sono più"
Il prossimo confronto con i magistrati previsto per il 5 febbraio. Il Procuratore: "Nessun dissidio con i legali"
PARMA - «Lo sapete benissimo che i soldi non ci sono». Una sola battuta rivolta ai cronisti: così Calisto Tanzi ha chiosato il nuovo interrogatorio cui è stato sottoposto, ieri dalla Procura di Parma. Un confronto durato circa tre ore e mezza, durante il quale, secondo le pochissime indiscrezioni filtrate (il verbale è stato immediatamente secretato) l´ex patron del gruppo di Collecchio avrebbe affrontato, tra l´altro, la vicenda dell´acquisto delle acque minerali Ciappazzi dal Ciarrapico e la questione di un prestito di 50 milioni di euro risalente al 2002 che ? secondo gli investigatori ? Tanzi chiese all´allora Banca di Roma (poi confluita nel gruppo Capitalia) in favore del settore turistico, che era in condizioni finanziarie disastrose.
Secondo gli accertamenti della Guardia di Finanza e i documenti raccolti, l´istituto di credito si rifiutò di esporsi verso Parmatour, proprio per la mancanza di garanzie finanziarie che potevano offrire le società del gruppo turistico: quindi, secondo la ricostruzione investigativa, quel prestito fu erogato in favore di Parmalat, per poi essere girato da Calisto Tanzi alle società turistiche. Tra Parmalat e Parmatour però non vi era alcun collegamento societario, quindi si sarebbe trattato di un´illecita distrazione dalle casse di Parmalat.
Uno dei difensori di Tanzi, l´avvocato Gian Piero Biancolella, poco dopo la conclusione dell´interrogatorio, ha detto che il prossimo confronto con i procuratori emiliani è in programma il 5 febbraio. «È stato concordato un piano di lavoro molto intenso e articolato». Poco dopo Tanzi, è uscito dalla procura anche il procuratore Zincani, apparso sereno: «Nessun dissidio con i legali di Tanzi ? ha detto ? il rapporto con la difesa da parte mia è sempre stato buono. Sull´interrogatorio di oggi non posso dire nulla. Non so se quello del 5 sarà l´ultimo prima della chiusura delle indagini: procederemo all´interrogatorio e poi prenderemo le nostre decisioni».
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Ds Milano - Rassegna stampa
Il Cavaliere ai confini del Bene e del Male
ILVO DIAMANTI
la Repubblica - 23 gennaio 2005
Dividere il mondo in due. La ricchezza e la miseria. Ma, soprattutto, il bene e il male. La grazia e il peccato. La vita e la morte. È la missione che Silvio Berlusconi conduce, in questa fase. Come in altri momenti, peraltro. Ma oggi lo fa con determinazione aspra.
Il Cavaliere ai confini del Bene e del Male
Quasi cattiva. E con linguaggio da guida spirituale, più che da leader politico o da imprenditore di successo. Berlusconi. Oggi è alla ricerca di messaggi che evochino una divisione etica. Netta. Riconoscibile. Fra i "suoi" elettori. Il "suo" mondo. E gli altri. Ogni occasione è buona allo scopo. Una conferenza stampa, il congresso di un "piccolo alleato", con grandi tradizioni storiche (i Socialisti), il convegno di una rivista amica (Liberal). Dovunque, il discorso del premier si dipana fra parole vecchie e nuove. Lanciate con disinvolta casualità. Nell´intento di marcare la percezione sociale.
La prima linea di confine echeggia un argomento consumato. Spesso criticata negli stessi ambienti alleati del premier. Il riferimento al comunismo: che ha portato, dovunque, odio, miseria e terrore. Continua a ripeterlo, nominarlo, Berlusconi, il comunismo. E lascia intendere, suggerisce, ammicca, che non è scomparso, il comunismo. C´è ancora e si annida fra noi. La sinistra, in Italia, ne è l´erede legittima. Anche perché, al suo interno, prevalgono le voci più estreme e radicali. Il comunismo: è una bandiera che, per quanto scolorita, funziona ancora. È, infatti, fra i riferimenti che dividono maggiormente fra destra e sinistra, ancora oggi (indagine nazionale della Polis dell´Università di Urbino, giugno 2004). Magari per riflesso condizionato. Ma impronta ancora il codice genetico della cultura politica italiana. Divide. Per cui continua, il premier, ad agitarla, quando può. Senza imbarazzo. Anzi: con convinzione.
È coerente con il passato anche il richiamo agli "attori del mercato". La "borghesia". Di cui lui, Berlusconi, è, vuole essere, invece, campione e vessillo.
Ma particolarmente importante appare il riferimento alla sfera dei valori e delle istituzioni "fondative" della nostra realtà. Così, Berlusconi nomina, ad alta voce, "la nazione e la bandiera". La "patria" e i suoi simboli. (Anche se l´Italia "azzurra", da cui parte la sua esperienza politica, evoca la "nazionale" di calcio, assai più della "nazione" come comunità di appartenenza). E poi, ancora, la "libertà". E i "padri". Insiste, Berlusconi, su questa parola. I padri. Che riassume e collega la "famiglia", ma anche la "patria". La "terra dei padri".
Una linea di confine. Fra Bene e Male. O, più modestamente, l´ottimismo e il pessimismo. Fra sé ? i "suoi" ? e gli altri. Può sembrare uno schema collaudato, quello che Berlusconi riproduce in questa fase. Sicuramente, non è improvvisato. Eppure è nuovo lo spirito con cui lo propone.
Soprattutto, perché, tecnicamente, sembra preoccupato di "definire" se stesso ? e i suoi ? attraverso gli altri. Fino ad oggi era sempre avvenuto il contrario. Era Berlusconi a imporsi come misura e asse della politica. Gli altri si posizionavano rispetto a lui. In questa fase, invece, le "virtù" e i valori della sua parte vengono evocati in controluce, in negativo. Negando gli "altri". La sinistra. L´opposizione. Che non ha valori. E´ incapace di proporre "innovazione". Sa solo lanciare calunnie. Ed è "contro". Inevitabilmente, inesorabilmente "contro". Contro: la libertà, la borghesia, la famiglia, la patria, i padri e i figli. Contro "la vita umana", che è insita negli "embrioni". Contro la "religione cristiana". Contro il cambiamento. La sinistra e l´opposizione: coltivano la conservazione, lo statalismo e il giustizialismo. L´opposizione. Si definisce solo "contro". Per quel che "non è". Perché, questa sinistra, questa opposizione, semplicemente, "non è". E Berlusconi, per questo, evita di nominarne i leader. Anche quando polemizza. Anche quando il riferimento a Prodi piuttosto che a Rutelli e a Bertinotti è palese. E ironizza sull´opposizione senza nome. Che dovrebbe (non) chiamarsi NN.
Si coglie, palese, nel discorso politico di Berlusconi di questa fase il rilancio dell´impolitico. Ma non per reiterare la vecchia filastrocca dell´antipolitica. Semplicemente, per ricollocarsi al di fuori degli schemi tradizionali. Non vuole e non accetta, Berlusconi, l´asse destra-sinistra. E anche definire gli altri "sinistra" significherebbe accettare, per la propria parte, di stare "a destra". Ma se l´opposizione è senza nome, il nulla, allora non c´è ragione di subire lo stigma del "centrodestra". La Cdl non è il centrodestra. Non è un partito e neppure una coalizione. E´ "l´arco democratico". Il giardino delle virtù. Di cui Berlusconi è il Grande Giardiniere. Che coltiva il bene e le virtù.
È facile arguire che questa svolta comunicativa rifletta non una illuminazione morale, ma una strategia (pre) meditata. Ha deciso, il premier, di cambiare registro e pagina. I sondaggi, d´altronde, dicono che gli italiani continuano a vivere con disagio la loro condizione economico-sociale e a guardare il futuro con pessimismo. Tuttavia, negli ultimi mesi hanno smesso di tradurre, automaticamente, il pessimismo in sfiducia nel governo. Inoltre, la delusione dei cittadini non penalizza più, come prima, la maggioranza, nelle stime elettorali. Per alcuni motivi (più importanti, a nostro avviso, degli effetti di iniziative quali la riduzione fiscale). A) In primo luogo, ci si è abituati ? e rassegnati ? a convivere con la stagnazione e con il declino. B)Poi: la cattiva immagine offerta dall´opposizione di centrosinistra (NN). Le cui polemiche costanti fanno dubitare i delusi del centrodestra (e non pochi dei propri elettori) circa la validità delle alternative disponibili. C) Infine, l´impatto emotivo della catastrofe del sud-est asiatico ha "relativizzato" il nostro disagio locale; lo ha ridimensionato, nel confronto con il disastro umanitario provocato dallo tsunami; e ha, semmai, accentuato, un disagio più profondo; acuendo il nostro senso di precarietà esistenziale. La nostra "insicurezza ontologica".
Così, confidando su questo clima di "tregua sociale", Berlusconi ha deciso di chiudere con lo spiacevole ? e fastidioso ? confronto con la "vita reale". Ha depistato l´attenzione dalla verifica delle promesse fatte, spostandola sul contrasto noi/loro. Fra il Bene e il nulla. Ha, quindi, accelerato la ricerca (caldeggiata da consiglieri influenti come Giuliano Ferrara) di un nuovo linguaggio, di un nuovo stile, che riecheggino il "modello americano". Puntando sui "valori". Sulle fratture "etiche". Una strada che Berlusconi ha intrapreso, come sempre, a modo suo. Usando i metodi del marketing. Procedendo per prove e per errori. Sta, così, lanciando una molteplicità di messaggi e di parole. Per poi verificarne, con i suoi consulenti, l´impatto. Attraverso sondaggi e focus group. Sceglierà, in seguito, i più efficaci. I più adeguati. A vendere il suo prodotto. A imporre i valori sul mercato; come la Coca Cola.
Così si prepara, Berlusconi, a spingere la sua coalizione oltre la destra e la sinistra. (E noi rabbrividiamo, perché la nostra mente va a don Primo Mazzolari; quando scriveva, nel 1949, che in politica occorre guardare: "non a destra, non a sinistra, non al centro, ma in alto". Anche se sospettiamo che i riferimenti di Berlusconi siano ben altri). Una sorta di "religione". La Casa del Bene. La cui predicazione verrà affidata ai "mille della rinascita", istruiti da monsignor Marcello Dell´Utri. Mille giovani missionari ? adeguatamente retribuiti?, dediti a convertire, porta a porta, i non credenti, gli increduli e gli scettici. E Lui si rivolgerà a tutti: i fedeli, gli infedeli e gli agnostici. Dai tele-salotti, solo o con pochi altri concelebranti, rispettosi e timorati. Oppure comparendo in una miriade di spot radio-televisivi. Asciutto, i capelli morbidi, la pelle tirata. Illuminato (dai tecnici di fiducia).
Bello come un dio.
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Ds Milano - Rassegna stampa
Il pericolo nucleare è il carbone
Il ritorno all'atomo nasconde gli errori e i ritardi del governo. La battaglia sarà quella sul carbone, che inquina tanto ma costa poco. E qui i riformisti sembrano più disponibili. Verdi all'attacco: «No a entrambi o usciamo dall'alleanza»
MATTEO BARTOCCI
«Torniamo al nucleare», butta lì re Silvio tra una grana e l'altra. Come se il problema dell'energia fosse all'anno zero e non invece al centro di un'aspra battaglia politica e di idee su scala planetaria. Sul perché il presidente del consiglio si sia lasciato andare a quella che suona come l'ennesima «boutade» fioccano le interpretazioni. E una delle più attendibili porta dritti alla Londra dell'800 o, se vogliamo, alla Cina del XXI secolo. Pare proprio che tanto a destra quanto nel centrosinistra si sia già individuato il combustibile del futuro: sarà il carbone. Un materiale a basso costo che la Repubblica popolare possiede in quantità sufficienti per soddisfare un mercato sempre più affamato (nonostante nel 2004 siano morti 6mila minatori). Un problemino non secondario però è che il carbone è il peggior inquinante per il protocollo di Kyoto (a parità di energia prodotta emette il doppio di Co2 rispetto al gas e un terzo in più rispetto al petrolio). Un suo uso massiccio dunque rischia di far impallidire le difficoltà italiane sul trattato appena ratificato.
Almeno nel centrosinistra non sembra albergare il rischio nucleare, anche se i pasdaran presenti soprattutto nella Margherita e il silenzio di una figura chiave come Pierluigi Bersani della Quercia non fa ben sperare. Ad ogni buon conto il viceministro Urso (An) lancia l'esca: facciamo un tavolo con Ds e Margherita per un dibattito «serio e responsabile su come riaprire la strada del nucleare in Italia».
La reazione dei verdi non si fa attendere: «Se non ci saranno parole chiare contro il nucleare e il carbone i Verdi usciranno dalla coalizione di centrosinistra» avvisa Paolo Cento. Mentre Alfonso Pecoraro Scanio annuncia che al prossimo tavolo della coalizione sull'argomento (prima riunione il 19 gennaio) chiederà a Prodi di far scrivere il piano energetico nazionale italiano al paladino dell'idrogeno Jeremy Rifkin, già consulente del Professore a Bruxelles. Secondo Pecoraro l'uscita di Berlusconi adombra un rischio: «Con un costo del petrolio così alto le rinnovabili sono più accessibili e quindi parlare di ritorno al nucleare è un modo per azzerare il dibattito». Certo, anche con il governo dell'Ulivo si è fatto ben poco, ma parlare di nucleare vuol dire addio a concetti come «generazione diffusa» e «energia pulita». L'altro grande assente sarà il metano, che costa meno del petrolio e inquina meno dal carbone ma è in mano a pochi (Algeria, Libia e Russia).
Romano Prodi dal canto suo ha lasciato di recente ampi spiragli sull'uso del carbone, e i suoi tecnici sull'energia sarebbero già al lavoro in vista della «Fabbrica sul programma». Lo prova il fatto che ieri Enrico Letta (Margherita) ha risolto così la produzione elettrica: un terzo con il petrolio, un terzo con il metano, un terzo con il carbone. «E' poco meno di una follia - risponde a muso duro Roberto Della Seta, presidente di Legambiente - l'Italia deve puntare su una migliore efficienza energetica nei trasporti e nell'edilizia e poi virare su ricerca e innovazione, a partire dalle energie pulite disponibili come l'eolico e il solare, dove dobbiamo mirare almeno a un quarto del totale».
Ermete Realacci, ex presidente di Legambiente oggi alla Margherita, fiuta il pericolo ma è fermo: «Il carbone inquina troppo ed è costoso aggiornare le centrali, diciamo che va usato con cautela e che è meglio puntare altrove».
Se il nucleare è obsoleto e comunque incompatibile con la realtà italiana, il vero pericolo restano dunque le lobby del carbone, che in italiano vuol dire una cosa sola: Enel. Un anno fa il numero due Paolo Scaroni ha fissato al 2008 l'addio al petrolio e la conversione delle centrali italiane a carbone (per la metà) e al gas.
Attorno al nucleare dunque si muovono interessi potenti. La rivista Aspenia (house organ dell'istituto presieduto da Tremonti) ha titolato il numero uscito in questi giorni «La seconda era nucleare». Nell'editoriale il codirettore «di garanzia» Lucia Annunziata sostiene a spada tratta la scelta dell'atomo. La rivista caldeggia apertamente l'outsourcing, cioè la partecipazione italiana in impianti all'estero. E non a caso ieri il premier si è complimentato per l'acquisto da parte dell'Enel del 66% dell'omologa slovacca grande produttrice di energia nucleare. Tornare all'atomo però sembra soprattutto un modo per nascondere i ritardi e gli errori clamorosi del governo, che da un lato ratifica Kyoto dall'altro agisce come se non esistesse. www.ilmanifesto.it
Bhopal, catastrofe senza fine
Nella notte tra il 2 e il 3 dicembre 1984, a Bophal in India, una nube tossica di uno dei gas più pericolosi della chimica industriale è uscita da uno stabilimento della multinazionale americana Union Carbide. La catastrofe ha causato molte migliaia di morti e più di trecentomila intossicati di cui molti, resi invalidi per sempre, vivono in condizioni deplorevoli . A questo dramma è seguita una scandalosa impunità che ha permesso ai dirigenti dell'Union Carbide di sfuggire alla giustizia indiana e alle proprie responsabilità. Come se si fosse trattato di una catastrofe naturale imprevedibile e contro cui non si poteva fare niente.
Olivier Bailly
Gas Myian potrebbe essere il simbolo di una lotta, l'icona di un dramma da non dimenticare. Ma questo ragazzo ventenne vive semplicemente con i suoi nel poverissimo quartiere di Nawab Colony a Bhopal. Ha le guance lacerate da foruncoli e un corpo gracile che raddrizza a fatica. Alzandosi sulla punta dei piedi di fronte alla sua casa, una costruzione abusiva, si riesce a scorgere la torciera dell'ex-fabbrica, l'azienda che ha cambiato la sua vita.
Gas Myian è nato il 3 dicembre 1984. Quella notte, suo padre, Eshaq, guarda felice il ventre tondo di Champa, sua madre. Bruscamente, nelle vicinanze, un gas altamente tossico, l'isocianato di metile (il Mic, a base di fosgène, il famoso gas asfissiante) sfugge dal serbatoio E610 dello stabilimento della Union Carbide India Limited - Ucil - in cui si producono due pesticidi, il Temik e il Sevin (1).
Dell'acqua ha invaso la vasca e ha scatenato una reazione chimica.
Dei sistemi di sicurezza che dovevano impedire il disastro, nessuno è operante quella notte. In seguito a un piano di drastico risparmio, essi sono o in panne, o in riparazione. Nella stanza dei bottoni dello stabilimento, il manometro del serbatoio E610 segnala certo un aumento di pressione, ma gli addetti, abituati a vedere l'inutile agitarsi delle lancette per mancata manutenzione, non si preoccupano.
Quarantadue tonnellate di Mic si spandono sulla città, una quantità due volte superiore allo stoccaggio massimo autorizzato. Il gas raggiunge le prime case, Champa e Eshaq sentono delle grida, i vicini tossiscono, gli occhi bruciano. Molta gente muore immediatamente nel proprio letto, una densa nebbia cancella i quartieri, l'intera città soffoca nelle strade. Champa ed Eshaq si smarriscono. Incinta e a termine, Champa corre verso il Ghandi Ladies Hospital. Senza fiato, vinta dalle doglie, si ferma e partorisce lungo la strada.
Un bambino viene al mondo nel furore di una catastrofe chimica senza precedenti. Non sapendo che nome dargli, i genitori lo chiamano...
Gas-Myian...(2) Gas fa parte delle 500.000 vite rovinate dalla catastrofe.
Migliaia di altri esseri umani sono stati spazzati via (3). Gas non ha mai lavorato, poiché soffre di insufficienza respiratoria che gli impedisce ogni lavoro fisico. Non studia perché la sua famiglia non ha soldi. Di carattere gioviale, dice di non avere ancora deciso cosa farà nella vita, ma Union Carbide ha drasticamente ridotto il campo dei futuri possibili: «Senza questa catastrofe, - dice - oggi sarei in buona salute e in grado di mantenere la mia famiglia».
La multinazionale americana non è sempre stata sinonimo di desolazione.
Nel 1978, spinta dal governo indiano che cerca di raggiungere la sicurezza alimentare attraverso la «rivoluzione verde», Union Carbide costruisce a Bhopal uno stabilimento destinato a produrre 5.000 tonnellate di pesticidi all'anno (4). Gli abitanti apprezzano questa iniziativa che porta posti di lavoro e si circonda presto di quartieri operai.
«Di fronte all'ingresso, c'era un ristorante dove si parlava con i lavoratori - ricorda Jagee Myian. Erano tutti contenti di Union Carbide. Era molto importante, anche per una città come Bhopal. Ed era americana, quindi era buona. Si guadagnavano anche 50 rupie al giorno per pulire i viali, uno stipendio buono per un lavoro facile».
A causa del relativo insuccesso delle vendite del Sevin in India, lo stabilimento va in perdita a partire dal 1982. Per ovviare, la direzione riduce le spese di funzionamento e licenzia buona parte del personale qualificato. L'organico globale passa da 1.500 a 950 lavoratori. Ne derivano problemi legati alla sicurezza - cinque grosse fughe di gas nel 1981 e nel 1983 provocano un decesso e 47 intossicati.
Senza alcuna reazione degna di questo nome. Fino all'incidente fatale.
L'impunità comprata con un pugno di dollari Come gran parte delle vittime di questa logica criminale, Jagee, Gas et i loro genitori hanno ricevuto a titolo di indennizzo 25.000 rupie - 715 euro (5) - , prezzo della loro salute rubata. Una somma che non basta a curare vent'anni di sofferenze. Questo denaro proviene dai 170 milioni di dollari versati nel 1989 dalla Union Carbide allo stato indiano per il risarcimento delle vittime (6). Come rappresentante di queste vittime nei negoziati, in virtù del Bhopal Gas Leak Disaster (Processing of Claims) Act, del 29 marzo 1985, lo stato non ha brillato per impegno. Le responsabilità penali della multinazionale e dei suoi dirigenti sono state dimenticate in cambio di un indennizzo quasi sei volte inferiore ai 3 miliardi di dollari inizialmente richiesti.
In un certo senso, una nuovo verginità a poco costo. «Il risultato di una battaglia farsa - taglia corto Sattynah Sarangi, responsabile della Ong Sambhavana Trust, che gestisce una clinica a Bhopal. La strategia di Union Carbide è stata di addossare il tutto sul governo e sulla filiale indiana, Union Carbide India Limited».
Le vittime hanno vissuto l'accordo del 1989 come un tradimento e hanno accusato lo stato indiano di essere complice. Rifiutando di perseguire Unione Carbide per il suo crimine industriale e accettando un risarcimento così basso, questo governo ha avvalorato la tremenda scommessa economica di numerose multinazionali: una vita nel terzo mondo non vale la centesima parte di una vita in un paese industrializzato.
I calcoli per determinare un'indennità hanno preso in considerazione una speranza di vita non superiore a 30 anni e un reddito medio per famiglia di 800 rupie (23 euro) mensili (7). Nella maggior parte dei casi, le famiglie che hanno perso un loro membro hanno percepito da 50.000 a 100.000 rupie (tra 1.430 e 2.860 euro). Una somma ridicola. A titolo di paragone, ogni famiglia trovatasi nella stessa situazione in occasione del dramma di Lockerbie (8) ha ricevuto 4 milioni di dollari, ossia all'incirca da 1.500 a 3.000 volte di più. In queste condizioni, il magro bottino avrebbe dovuto essere suddiviso con ben maggiore cura. Invece la suddivisione dei risarcimenti ha dato luogo a continue contestazioni; il resto dei 470 milioni di dollari verrà distribuito non prima della fine del 2004, termine entro il quale il governo indiano ha deciso di chiudere le pratiche di richiesta di risarcimento (con gli interessi, circa 300 milioni di dollari). Vent'anni dopo il dramma! Fin dall'inizio, lo stato è stato incapace di fornire le cifre esatte e i metodi scientifici necessari all'identificazione delle vittime della catastrofe. «Quando è stato siglato l'accordo, nel 1989, le persone colpite dal dramma erano 10.000 - spiega N.S. Sharma, giornalista di The Tribune - Nel 1995, al momento di versare il denaro, erano 67.000! Com'è possibile che, al momento dell'accordo, a più di quattro anni dal dramma, questa cifra non sia stata corretta?».
Il problema più grande riguardava la messa in opera di un sistema di identificazione delle vittime, perché niente può distinguere sistematicamente un paziente colpito dal Mic da un altro paziente. Perciò, in mancanza di sufficienti informazioni mediche riguardanti gli effetti del gas sugli esseri umani, ha prevalso il criterio geografico. Un Alto consiglio medico ha determinato i quartieri attraversati dalla nube tossica.
Tra le 56 aree di Bhopal, 36 sono state scientificamente ritenute «colpite». Tutte queste aree erano nella città vecchia. Per ricevere un risarcimento, bisognava quindi provare due fatti: aver abitato una delle 36 aree colpite durante la notte del dramma ed essere in possesso di un certificato medico attestante una malattia.
Ma, in un paese in cui, soprattutto tra i poveri, la richiesta di documenti è vissuta come una inutile seccatura (9), la corruzione presso l'amministrazione, la scarsa alfabetizzazione delle vittime e l'ampiezza della catastrofe hanno viziato queste procedure. Male informate, alcune vittime hanno ripreso a vivere alla meno peggio fin dall'indomani del dramma, mentre altre persone si precipitavano nei corridoi della burocrazia. «Questo sistema ha generato un traffico di documenti falsificati, - racconta N.S. Sharma - . Nella notte del 3 dicembre 1984, io ero a Jammu, nel Kashmir, a migliaia di chilometri da Bhopal. Eppure, quando sono giunto a Bhopal nel 1991, mi hanno proposto, per 800 rupie (23 euro) una tessera che attestava che ero residente in una area colpita».
«Quanto alle prove mediche - aggiunge Ravi Pratap Singh, dell'Action Aid India - c'erano medici che le procuravano per mille rupie». Vittime o meno, centinaia di migliaia di persone approfittano così da vent'anni di cure gratuite. Ma curiosamente quelle che abbiamo incontrato, spesso a corto di denaro, evitano di usufruire dell'assistenza data dal governo. Murlidhar-Sahui si rivolge ai «privati» le cui botteghe e manifesti si trovano ovunque nelle vie di Bhopal: «Io preferisco non andare in un ospedale civile. Non serve a niente, ci sono troppe code e ci vogliono troppi documenti». Quanto a Champa, il suo medico le avrebbe consigliato di consultare un medico privato e, come altri, afferma che le pastiglie prescritte dalle strutture governative non sono efficaci. Nihin, 22 anni, alterna l'assistenza del governo e l'assistenza privata. Sattinah Sarangi, che conferma queste testimonianze, è poco indulgente con l'assistenza statale: «Questi ospedali non dispongono ancora di protocolli di cura che consentano prescrizioni metodiche, adatte a sintomi molteplici e complessi. Inoltre, diretti da burocrati, offrono un servizio pessimo. Peraltro, il governo ha chiuso nel 1994 tutte le ricerche sugli effetti del Mic mentre sarebbe stato indispensabile osservare sul lungo termine le evoluzioni dei tumori o quella dei bambini esposti al gas».
Eppure il governo centrale e lo Stato del Madhya Pradesh hanno attuato progetti concreti per il benessere della popolazione. Oltre alle cure gratuite, si continuano a distribuire, vent'anni dopo l'incidente, razioni alimentari, grano, riso, zucchero; sono stati allestiti centri per il reinserimento professionale, in breve tempo sono state distribuite modeste compensazioni finanziarie, un dipartimento è stato appositamente istituito per gestire i problemi legati alla catastrofe. Il discorso delle autorità locali è quindi molto più ottimistico al momento di fare bilanci: «Il governo dello stato del Madhya Pradesh ritiene che la riabilitazione delle vittime sia uno tra i programmi di riabilitazione più riusciti che siano mai stati avviati da alcun governo nella storia delle catastrofi industriali» (10), assicura Bhupal Singh, alto responsabile del Bhopal Gas Tragedy Relief and Rehabilitation Department. «Sul piano medico, siamo riusciti a contenere le conseguenze del disastro.
Oggi, l'assistenza è sufficiente».
Colpo di bacchetta magica: Union Carbide non c'è più Condivide l'analisi del suo dirigente il dott. B.S. Ohri, responsabile sanitario nello stesso dipartimento: «Le patologie dovute ai Mic corrispondono a un episodio preciso della catastrofe, un problema limitato. Poco a poco la gente ha ritrovato la salute e oggi la situazione è tranquilla, l'emergenza è finita». Del resto, con 31 ospedali e ambulatori civili, per un totale di 634 letti, il dottor Ohri pensa addirittura che l'offerta pubblica di cure sia eccessiva per le 500.000 vittime della catastrofe. Lo spettacolo non è lo stesso al Nerhu Hospital, a pochi metri dalla sede dell'Union Carbide, dove le code si allungano davanti agli sportelli: secondo la stima di un medico ortopedico, 4.000 pazienti sarebbero visitati ogni giorno. Ciononostante, il medico capo non demorde: «Dal 1987 al 1989, 362.000 persone sono state visitate e il 95% di esse o non erano ammalate, o lo erano ma temporaneamente. È quanto hanno rilevato i medici. Le valutazioni delle Ong sono diverse, ma anche i loro interessi».
Eppure, visitando diversi quartieri in prossimità dell'Union Carbide, tutte le vittime che s'incontrano lamentano dolori spossanti, problemi respiratori, malattie neurologiche, depressioni e... cure inefficaci.
Il dottor Ohri si è fatto una sua idea: «La gente che si stanca subito?
Capita che con mestruazioni troppo violente o infezioni rettali, le persone si sentano svuotate...». Problemi respiratori? Impossibilità di fare lavori pesanti? «Cercano di attirare la simpatia e l'attenzione parlando con i giornalisti». Anche se il dott. Ohri non pronuncia la parola «imbroglione» o «profittatore», l'insinuazione è chiara.
Si capisce che, fondato su questa mancanza di fiducia, il dialogo tra le vittime e le autorità indiane si trasformi in trattative aspre.
Le quali purtroppo rischiano di durare a lungo. Nell'agosto 1999 il nome di Union Carbide Corporation è scomparso quando la multinazionale, comprata per 9,3 miliardi di dollari, si è fusa con Dow Chemical.
Questo colpo di bacchetta magica è volto a cancellare ogni personalità giuridica suscettibile di dover rispondere di negligenze mortali per avere provocato la fuga di gas. Nel frattempo è nata a Bhopal una seconda generazione di vittime: figli della catastrofe oppure vittime dell'acqua che esce dal terreno inquinato da prodotti chimici.
«La fabbrica ha avvelenato il terreno, non in seguito alla catastrofe del 1984 ma a causa della pluriennale attività quotidiana - spiega la signora Vinuta Ghopal di Greenpeace India. Gli stessi rapporti di Unione Carbide suggeriscono che la contaminazione sia tale che occorrerebbe agire immediatamente. I testi del governo sono giunti alle stesse conclusioni». Metalli pesanti sono stati trovati nell'acqua.
Zinco, rame, piombo, nickel, mercurio, a volte a un livello fino a 6 milioni di volte superiore alla presenza naturale di questi elementi nei terreni. Questi metalli pesanti si sono ritrovati anche nel latte materno, come un macabro legame di sofferenza tra generazioni (12).
Ventimila persone sono state esposte all'acqua avvelenata. Il 7 maggio 2004, la Corte suprema indiana ha decretato che si deve assicurare immediatamente l'approvvigionamento di acqua potabile. Certo sono stati predisposti serbatoi di mille litri nelle zone colpite, ma senza le indispensabili attrezzature. Ad Atal Ayub Nagar, Moham Kumar beve l'acqua estratta dal suolo contaminato: «Non ho altra scelta, l'acqua dei serbatoi non basta». La famiglia di Murlidhar-Sahu cerca di non imitarlo, «ma durante la stagione secca, l'acqua potabile manca e dovremmo fare due tre chilometri a piedi per procurarcela».
A Nawab Colony, il più povero dei quartieri poveri, «sono almeno tre mesi che i serbatoi sono vuoti. Forse perché le strade sono dissestate e i camion non ce la fanno ad arrivare fin qui!». Secondo la Ong Sambavna Trust, mancano ogni mese 800.000 litri per rispondere al fabbisogno minimo nei quartieri colpiti. Una coalizione di Ong locali e internazionali ha lanciato la Campagna internazionale per la giustizia a Bhopal (Icjb) per porre fine a questa lotta senza fine. Tra le rivendicazioni, le vittime reclamano l'estradizione e il rinvio a giudizio di Warren Anderson, presidente di Union Carbide Corporation al momento del dramma. «Ha superato gli 80 anni? E con ciò? - esclama Nittin, il quale aveva due anni nel 1984 - . C'è un morto in ogni casa. Era sua responsabilità evitare questo dramma». Sattinah Sarangi pensa che il rinvio a giudizio di Anderson sarebbe un segnale forte rivolto alle aziende nel mondo.
Altra priorità della Campagna: la decontaminazione immediata del sito ad opera di Dow Chemical. Sono vent'anni che il relitto dello stabilimento giace nella città come un insulto ai sopravvissuti: una fabbrica pattumiera, arrugginita, mangiata dalla vegetazione.
Il suolo è cosparso di sacchi e bidoni sventrati mentre sulle vasche a cielo aperto si legge «Sevin Residue» - il Sevin era il pesticida prodotto dalla Union Carbide. Diverse ricerche fatte dal governo, dalle Ong e da Dow Chemical hanno riconosciuto l'alto tasso di inquinamento del sito che è all'origine dell'avvelenamento dell'acqua delle falde freatiche vicine. «Non abbiamo la tecnologia richiesta per pulire questo sito - precisa Vinuta Ghopal - ed è escluso che si usi il denaro dei risarcimenti a questo scopo».
Crescono le probabilità di un altro disastro Altra richiesta della Campagna, una equa riabilitazione di tutte le vittime. Quelle del gas, certo, ma anche i loro figli e, oggi, le vittime dell'acqua. Sia sul piano finanziario che sociale. Oltre a un controllo sanitario delle nuove generazioni per prevenire ogni malattia genetica. In questa battaglia dei Davide contro il gigante chimico, nessun dubbio che l'attore da convincere sia lo stato indiano, il quale, con un atteggiamento ambiguo che dura da vent'anni, cerca di curare la sua gente liberando dalle sue responsabilità la multinazionale per non spaventare altri investitori. «Che significa lo sviluppo di un paese se lo si costruisce sulla salute di una popolazione ammalata?» protesta Sattinah Sarangi. «L'India e la Cina sono i paesi preferiti dalle aziende chimiche. In India, il loro numero aumenta tre volte di più della media internazionale. Oggi le probabilità di una catastrofe chimica sono più alte che nel 1984. Infatti, a fine agosto 2004, c'è stato un incidente chimico a Eloor (Kerala, sud-ovest dell'India) e il governo non sapeva che fare. In un primo tempo i soccorritori erano venuti con delle bende. Per una catastrofe chimica... Non abbiamo imparato nulla...», constata con un sorriso stanco.
Potrebbe essere l'amara conclusione del caso Bhopal. Ma Sattinah la rifiuta in blocco. «Ci battiamo sempre più numerosi per una vera giustizia». Due portabandiera delle vittime, le signore Rasheeda Bee e Champa Devi hanno recentemente ricevuto il Goldman Prize considerato il Nobel dell'ambiente. In questa decisione, Vinuta Ghopal intravede la speranza di un futuro migliore. «Questi militanti sono un esempio e provano che in fondo alla strada la vittoria è possibile. Sono stati ricompensati perché si sono battuti. La lotta continua perché essi mantengono la fiamma accesa. Io penso che la festa sia prima di tutto per loro, il 3 dicembre 2004».
note:
* Giornalista.
(1) Union Carbide India Limited (Ucil) è una filiale della multinazionale americana Union Carbide Corporation (Ucc), che possiede il 50,09% delle azioni; il 22% appartiene al governo indiano, il resto è ripartito tra 23.500 investitori privati indiani.
(2) In India, nella cultura musulmana, «Miyan» è un suffisso aggiunto regolarmente al nome dei ragazzi.
(3) Inizialmente; il governo di Madhya Pradesh stabilì che il bilancio era di di 3.828 morti (e 362.540 vittime, variamente intese). A novembre 1989, il calcolo ufficiale stimerà a 3.598 i morti e a 7.575 nell'ottobre 1995. Altre fonti danno cifre molto più alte: 20.000 secondo il sito di The International Campaign in Bhopal, di cui fa parte Greenpeace (www. bhopal.net).
(4) Una prima fabbrica è stata costruita nel 1969 nello Stato del Madhya Pradesh.
(5) 1 euro = 34,97 rupie (al cambio equivalente del 1° gennaio 1994, attualmente 1 euro = 59 rupie).
(6) Il 14 febbraio 1989 la Corte suprema indiana ha condannato la parte americana a versare un totale di 470 milioni di dollari (50 milioni per l'Ucil, 415 milioni per l'Ucc). su queste somme, 250.000 milioni di dollari sono stati coperti dalle assicurazioni.
(7) Secondo un documento del Bhopal Group for information and Action: «Calcul of Compensation Payable to Bhopal Gas Victims», 27 febbraio 1989.
(8) L'attentato, perpetrato nel 1988 dalla Libia contro un Boeing della compagnia PanAm, aveva fatto 270 morti.
(9) Secondo un articolo dell'Hindu Times del 30 agosto 2004, «Need for more awareness about birth registration», al Madhya Pradesh, il 20% delle nascite non vengono mai dichiarate all'amministrazione.
(10) «Bhopal Gas Tragedy Relief and Rehabilitation», Bhopal Gas Tragedy Relief and Rehabilitation Department, Government of Madhya Pradesh, Bhopal.
(11) Svenduta per 90 milioni di dollari a un'impresa indiana specializzata nella produzione del thé e delle pile, Ucil ha, dal canto suo, cambiato nome in Eveready Industries India Ltd.
(12) Su questo tema, si veda: www.greenpeace.fr/campagnes/toxiques/risques/bhopal11.php3.
(Traduzione di A. D. R.) www.ilmanifesto.it/MondeDiplo/index1.html
«Un New Deal alla rovescia»
Sarà sul tema della riforma delle pensioni che George W. Bush si “giocherà” l’eredità del suo secondo mandato e la definizione di rivoluzionario conservatore, dice il giornalista americano, che avverte: il presidente è pronto a nominare un ultraconservatore alla Corte suprema. Un fatto che potrebbe portare a una deriva reazionaria della società, e che però, dice Lizza, difficilmente i cittadini accetterebbero.
di MARILISA PALUMBO
Cosa saranno, per l’America e per il mondo, altri quattro anni di amministrazione Bush? Lo abbiamo chiesto a Ryan Lizza, corrispondente dalla Casa Bianca di The New Republic, che l’anno scorso ha seguito la campagna elettorale Usa con un blog quotidiano sul sito del settimanale.
Bush è riuscito a vincere la copertina di “Time” con la foto dell’“uomo dell’anno”, ora, dicono in molti, passerà i prossimi quattro anni a tentare di entrare nei libri di storia. Ci riuscirà?
A dircelo sarà il suo secondo mandato, e i test che in esso dovrà affrontare. Da una prospettiva “domestica” quello più importante è la riforma delle pensioni. Se la porterà a termine potrà essere considerato un vero rivoluzionario conservatore. L’idea della riforma della Social Security circola negli ambienti conservatori praticamente da sempre, si può dire da quando Roosevelt la introdusse, ma nessuno è mai riuscito a toccare il sistema. Ed è anche, quella di privatizzare le pensioni, l’idea più radicale che lui abbia. È l’equivalente domestico della dottrina della guerra preventiva. Solo che mentre agitando lo spettro dell’11 settembre e insistendo sulla minaccia rappresentata dall’Iraq è riuscito a convincere gli americani della necessità di portare il paese in guerra, molto più difficile sarà convincerli della necessità e dell’opportunità di cambiare il sistema pensionistico. Si tratta pur sempre del più popolare programma sociale della storia del governo americano. In più l’opposizione dei democratici è compatta come non mai, mentre i repubblicani sono divisi.
E tra chi ha più paura della riforma ci sono gli over 50, uno dei bacini elettorali più ricchi per i repubblicani.
Proprio così, i giovani sembrano più aperti alla possibilità di investire in fondi pensionistici privati, gli anziani lo sono molto meno. Quindi da una parte Bush tenta di agganciare i giovani, che hanno votato in maggioranza Kerry, dall’altra rischia con la fascia della popolazione che gli ha dato più voti. Si può dire che oltre una certa età ogni singolo elettore ha votato repubblicano.
Comunque non ci sono dubbi, è su questa partita che si giocherà la sua eredità di conservatore che riesce a cambiare le cose.
Quindi non sarà la politica estera la sua discutibile eredità?
Non ne sono sicuro, la dottrina della guerra preventiva è debole dal punto di vista teorico, è stata mal digerita da una parte dello stesso partito repubblicano e poi l’avventura irachena non si è ancora chiusa e il giudizio non può essere completo.
Potrebbe essere davvero un altro Vietnam, oppure la scintilla della democrazia in Medio Oriente. Personalmente sono più propenso per la prima ipotesi.
La convincono le parole di Condi Rice, che ha parlato di “tempo per la diplomazia”?
Il punto con questa gente è che non bisogna mai giudicarli da quello che dicono, ma da quello che fanno, perché troppo spesso non fanno coincidere le parole con le azioni. Tuttavia ritengo che tenteranno realmente un approccio più diplomatico, a meno che non accada qualcosa di drammatico. Del resto la dottrina della guerra preventiva non può essere applicata in chissà quanti casi. E poi dal punto di vista pratico è una questione di soldi e di potenziale umano: non si possono affrontare altre spese per la difesa e l’esercito è stato impiegato sino ai limiti del possibile.
Sarebbe impensabile sostenere adesso una campagna in Iran o in Corea del Nord.
Infine credo che l’amministrazione si sia finalmente resa conto che a un certo punto è giusto porre enfasi sulla diplomazia, e che l’immagine del paese nel mondo conta. Almeno questo fanno pensare le prime mosse di Rice.
L’ambasciatore presso le Nazioni Unite all’epoca di Clinton, Richard Holbrooke, ha fatto notare sulla Washington Post che gli uomini scelti dal nuovo segretario di stato sono in larga maggioranza diplomatici e professionisti di alto profilo, non si tratta di nomine ideologiche o politiche.
Crede che Bush abbia in mente di cambiare in senso più tradizionalista e conservatore la società americana? Penso alla possibile nomina di un giudice di estrema destra alla Corte suprema.
Sono convinto che Bush nominerà un ultraconservatore alla Corte suprema, è una cosa a cui i repubblicani tengono molto, e anche quella è un’eredità politica fondamentale. Forse la più importante nel senso che una legge può essere modificata, ma la nomina di un giudice alla Corte suprema è a vita.
E poi, nel gioco dei paragoni tra padre e figlio, George W. deve “riscattare” il padre, che aveva nominato un giudice, David Suter, considerato alla stregua di un liberal dal suo partito. Bush junior si guarderà bene dal fare lo stesso “errore” del padre.
Una decisione del genere potrebbe ribaltare l’attuale maggioranza “pro-abortista” alla Corte, ma l’abolizione della libertà di scelta non rischia di diventare un boomerang per Bush?
Certo, potrebbe essere una mossa controproducente.
Se la Corte dovesse rovesciare la sentenza del 1973 Roe V Wade la legislazione sull’aborto passerebbe ai singoli stati. In questo modo ci sarebbero stati più conservatori che lo vieterebbero e altri dove sarebbe permesso, creando così una situazione in cui le donne che vogliono interrompere la gravidanza e si trovano in uno stato antiabortista viaggiano verso stati dove è consentita la libertà di scelta.
Un cambiamento del genere toccherebbe il paese in profondità. I democratici sono convinti che se la Corte suprema andrà troppo oltre nell’imprimere una deriva fondamentalista alla società ci sarà una violenta reazione dell’opinione pubblica.
A Bush non dispiace paragonarsi a Reagan, ma esiste davvero una somiglianza tra i due? Il primo era soprannominato il grande comunicatore, il secondo piace solo ai suoi, e non sempre.
La differenza tra i due è infatti enorme. Reagan vinse il secondo mandato con oltre il 60% delle preferenze, distrusse l’avversario. Il vantaggio risicato di Bush su Kerry è invece uno dei margini di vittoria più bassi mai registrati nella storia americana, credo il secondo più basso per un presidente rieletto.
Il suo tasso di approvazione attuale, secondo un sondaggio pubblicato martedì dalla Washington Post, è al 52%. Bisogna tornare indietro a Nixon – travolto dal Watergate – per trovare un tasso di approvazione più basso per un presidente al secondo mandato.
E Bush non ha assolutamente quell’appealche va oltre gli schieramenti.
Per quanto riguarda le differenze di merito, Reagan era più moderato di Bush. Sul fronte interno non si è mai neanche azzardato, pur essendone un critico, a toccare la Social Security e c’è stato un momento in cui ha dovuto addirittura alzare le tasse; sul fronte della diplomazia è stato considerato a volte troppo debole dai suoi, che non volevano che incontrasse Gorbaciov. In sintesi Bush è molto, molto più conservatore di Reagan.
Riusciranno Bush e Rove a creare in America un’egemonia del pensiero conservatore? A preparare il terreno per un altro mandato repubblicano nel 2008?
Questo è molto difficile da prevedere. Un fatto è certo, Bush è nato per ribaltare i pronostici. Nel 2000, in un momento di pace e prosperità, in cui sembrava vincente la continuità prospettata da Gore, ha vinto facendo appello alla volontà di “cambiamento”.
Nel 2004 c’era l’economia in crisi, un paese in guerra che voleva cambiare direzione, e invece è riuscito a convincere i cittadini a mantenere la rotta. Le elezioni di medio termine del 2006 saranno cruciali, se davvero metterà mano alle pensioni rischierà molto.
Vedremo se anche questa volta smentirà le previsioni.
Ormai si parla dei Bush come di una dinastia presidenziale. Ci sarà un altro Bush alla Casa Bianca, magari Jeb?
Dio! Certo, si dice che nella famiglia Bush, dal punto di vista della politica, ogni generazione faccia meglio della precedente. Prescott senior, nonno dell’attuale presidente, è stato due volte senatore, George padre è stato deputato e poi presidente per un solo mandato, George W. è stato governatore e ora ha vinto il secondo mandato. Non so, ma se dovessi dare una chance a qualcuno non la darei a Jeb, ma al figlio, George Prescott. È ispanico, e sarebbe un sogno per il partito avere un candidato latinoamericano.
Se dovessi puntare punterei su di lui, non credo molto in Barbara e Jenna… www.europaquotidiano.it/
Attenzione a cavalcare l?onda. C?è una netta differenza tra le primarie
>pugliesi e quelle nazionali di maggio. Queste, sia chiaro, non sono mai
>state e non sono in discussione, ma la loro funzione non è di scegliere un
>candidato. Per la semplice ragione che il candidato per la sfida a Silvio
>Berlusconi l?abbiamo già scelto tutti insieme: è Romano Prodi».
>Allora, a cosa serve andare alle primarie?
>«A dare alla leadership di Prodi il massimo di investitura democratica e
>popolare, rendendola così più forte nella sfida a un Berlusconi che
>proclama d?autorità la sua leadership del centrodestra».
Questi qui sono completamente andati di testa. Prodi ha praticamente
imposto le primarie per dire ai parenti serpenti della coalizione che il
padrone è e resta lui: Mortadellone non è uno sprovveduto e sa benissimo
che se Rutelli si mette in competizione con lui sul piano democratico viene
sepolto da montagne di letame. Lancia la sfida all'interno della FED che
chiaramente nessuno è in grado di accogliere: tutti zitti, Prodi è l'unico
candidato.
Ma il gioco prende la mano a tutti e fare le primarie con un unico
candidato è proprio comico: non ha il minimo di senso non dico politico ma
puramente logico-mentale. Immaginate il potenziale elettore che va a votare
Prodi a scheda unica: come gioco non sarebbe neanche divertente perché il
risultato ottimale quale sarebbe se non c'è confronto? Allora giustamente
Bertinotti ci mette una pezza e dice "va beh', se proprio dobbiamo giocare
facciamolo in due. Ma i "dirigenti" DS della cui disistima non riesco a
trovare aggettivo adeguato, dicono: "eh no, Bertinotti, ritirati perché
Prodi deve fare un solitario". Ovvio che hanno paura che un testa a testa
li metta in quell'angolo ammuffito in cui strameritano di marcire. Questi
per le loro beghe prendono letteralmente per il culo milioni di persone e
hanno la faccia di bronzo di parlare di scatto democratico delle primarie:
Prodi gioca da solo come nei peggiori regimi comunisti e la sua vittoria
arricchirebbe la democrazia: pazzesco!!!
Se Prodi cerca il consenso democratico lo cerchi alle elezioni politiche
del 2006 e non nella farsa delle primarie a senso unico. Se primarie devono
essere allora che siano vere e quello che vince fa il candidato premier. Ma
la lontana possibilità che Bertinotti vinca le primarie, i cui fantasmi
sono stati innescati dalla vittoria di Vendola, fa venire la cacarella ai
nostri statisti riformisti per cui ora chiedono al comunista in cachemir di
ritirarsi dalla competizione: questo è il livello dei nostri futuri
governanti. La gente non li capisce più perché non c'è più niente da
capire: tutti i loro moti non hanno che una sola ragione: la loro "sporca
sopravvivenza".
sergio
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Kerry: «Il mio no a Condi»
di JOHN KERRY
Pubblichiamo la lettera che l’ex candidato democratico alla Casa Bianca John Kerry ha inviato ai suoi sostenitori per spiegare il suo “no” alla nomina di Condoleezza Rice a segretario di stato.
Caro sostenitore, alla Commissione esteri del senato ho votato stamane (martedì, ndt) contro la nomina della dottoressa Condoleezza Rice a segretario di stato. Questo voto vuole essere l’espressione evidente della mia convinzione che l’amministrazione Bush è colpevole. Rice è il principale architetto, esecutore e difensore di una serie di politiche dell’amministrazione che non hanno reso il nostro paese sicuro come avrebbe potuto e come sarebbe dovuto essere, e che ci hanno alienato alleati preziosi nella causa comune per scofiggere il terrorismo. Purtroppo, nella dichiarazione pronunciata dalla dottoressa Rice dinanzi alla nostra commissione non ho visto alcun riconoscimento della necessità di cambiare linea politica o di avere una visione nuova del ruolo dell’America nel mondo. Così in Iraq, nella Corea del nord, nell’Iran, tanto per citare solo alcune delle situazioni più critiche, si insiste sempre sulla stessa strada sbagliata. Spero che i fatti mi smentiscano. Spero che il corso delle cose cambi. [...].
Sono pronto a collaborare con la dottoressa Rice e con tutti coloro che nella amministrazione Bush sono intenzionati a raggiungere un accordo su politiche che rafforzino veramente la nostra sicurezza e ristabiliscano la credibilità dell’America a livello mondiale. [...]Ma noi dobbiamo ribadire la nostra ferma insistenza, perché coloro che hanno dato vita a linee politiche che non funzionano abbiano il coraggio di ammettere i loro errori e abbiano finalmente il buon senso di cambiare corso.
(Nella) nostra comunità virtuale, johnkerry.com [...]oltre 700.000 persone si sono appellate al presidente Bush affinché si decida a licenziare Donald Rumsfeld dalla sua carica di segretario alla difesa.
Se ancora non avete firmato la “Petizione Rumsfeld” fatelo quanto prima su: johnkerry.com/ReplaceRumsfeld [...] So che condividete le mie forti convinzioni sull’importanza di ritenere responsabili il presidente e il gabinetto dei ministri. Vi garantisco che non cederò su questo punto. Collaboriamo tutti insieme. È in gioco il futuro dell’America.
(trad. di caterina s. lenzi)
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George e Condoleeza "fanno a' mossa". Non cambia niente.
Chissà chi ha scritto il discorso dell’Imperatore, anche se si sospetta che Condoleeza ci abbia messo dentro mani e cervello. Fatto sta che gli hanno suggerito toni e parole conciliatori verso gli europei, da lui svillaneggiati prima, durante e anche un po’ dopo la strepitosa vittoria contro l’Iraq.
"Gli alleati degli Stati Uniti possono sapere: noi onoriamo la vostra amicizia, noi ci fidiamo del vostro consiglio e noi dipendiamo dal vostro aiuto". Lui, che non ha onorato amicizie, che non ha ascoltato consigli, che ha preteso aiuto per imprese che gli amici sconsigliavano e, quando non l’ha ottenuto, ha sbattuto loro la porta in faccia (tagliandoli fuori dalla distribuzione del bottino iracheno), lui mette la mano sulla Bibbia di George Washington per giurare che farà come John Kerry, probabilmente, avrebbe fatto e detto.
Ma, una volta adempiuto il compito che gli avevano assegnato, affinchè fosse reso più facile il compito dei commentatori pro-americani di ogni parte del mondo (cioè di parlare bene di un nuovo Bush, tutto pronto al dialogo), affinchè l’ex campione del giornalismo americano Bob Woodward potesse scrivere trionfalmente che "la Casa Bianca ritrova i suoi poteri" e che "La Repubblica" potesse titolare (senza neppure metterci le virgolette) con grande enfasi, "Bush: Basta tiranni nel mondo", il nostro Imperatore è tornato sui suoi registri preferiti.
Esportare la libertà dappertutto, "in ogni regione del mondo". Con tutti i mezzi a disposizione. Cosa intenda per libertà è molto chiaro: libertà d’impresa, nel senso di libertà dei più forti contro i più deboli. Libertà di costringere i paesi più deboli e i regimi più ricattabili a firmare accordi bilaterali con gli Stati Uniti che cancellano gli accordi internazionali (come nel caso del Tribunale Penale Internazionale). Libertà di imporre ai paesi più poveri di accettare le regole americane sui brevetti dei medicinali, che privano milioni di persone dei farmaci essenziali per sopravvivere.
I sagaci commentatori di ogni paese amico, quelli preposti a fortificare l’inganno mediatico globale, interpreteranno la parola libertà in un altro modo: diritti umani, libertà di consumo, di movimento, di farsi ciascuno i fatti propri, di desiderare di diventare ricchi vincendo al lotto, fate voi il resto della lista.
Come esportare la libertà? "Non è un compito primariamente delle armi", dice l’Imperatore, e afferma di non pensare che "la nostra influenza è illimitata". Ma annuncia che, "dovunque i popoli si leveranno per chiedere libertà, noi saremo con loro". Imperatore giacobino e rivoluzionario, pronto a usare il denaro (come in Ucraina) e il bastone (come in Iraq), "per realizzare il compito fondamentale di far terminare la tirannia nel mondo intero".
Gli hanno suggerito di non insistere troppo sul modello americano da esportare. E lui, l’Imperatore, corregge: "l’America non imporrà il suo stile di governo a coloro che non lo vorranno". Il problema, dunque, consiste semplicemente nel fare in modo che lo vogliano. Perché gli altri – lascia capire l’Imperatore – stanno sul lato sbagliato della storia e per loro non c’è speranza e non c’è difesa.
Ma c’è anche, in quel discorso – come sempre accade nei discorsi degl’imperatori di turno – qualche singolare ammissione di debolezza, qualche involontario accenno di verità. La libertà non è soltanto un "valore trascendente" della "società proprietaria"; è anche – scrive il New York Times, interpretando l’augusto discorso – "una macchina per mantenere sicura l’America". E lui, George-Condoleeza, ci rivela una straordinaria paura, a prima vista del tutto immotivata: "La sopravvivenza della libertà nella nostra terra dipende sempre di più dal successo della libertà in altre lande". Capito dove tira il discorso? Hanno paura perfino della sopravvivenza della libertà in casa loro, e quindi si affrettano a diffonderla all’estero.
E’ vero che hanno paura? Forse no, ma in parte sì. Hanno bisogno che i cittadini d’America abbiano paura, si sentano minacciati. E dunque l’oligarchia che domina il potere americano, ha tutto l’interesse a tenere sulla corda i suoi cittadini o sudditi. Ma sanno anche quanto grande sia la fragilità dell’America di oggi, sospesa in equilibrio su un filo sottile, di consumi spasmodici e compulsivi, di un indebitamento fantastico e non più pagabile, di un isolamento mondiale sempre più acuto.
Ai sudditi interni ha promesso di demolire ancora un po’ dello Stato in cui vivono, riducendo ancora le tasse, affinchè possano occuparsi del loro business a casa propria, e permettendo loro – pensate! – di investire parte dei loro risparmi pensionistici nel grande circo Barnum di Wall Street. Auguri!
L’Imperatore non poteva certo dire tutto nei venti minuti striminziti che si è concesso. Aspettiamo il suo prossimo discorso sullo Stato dell’Unione, in cui i suoi falchi potranno esprimersi con maggiore libertà, ma bisogna anche dire che quello che si è ascoltato è di una tremenda, perfino paradossale pochezza. Non c’è stato un solo cenno al resto del mondo, oltre al delirio descrittivo di "intere regioni del mondo che stagnano nel risentimento e nella tirannia, prone alle ideologie che stimolano l’odio e scusano l’assassinio", e che dovranno essere mondate perché altrimenti "la violenza prenderà forza e il potere distruttivo ne verrà moltiplicato".
Il messaggio a Kim Jong-il è chiaro, altrettanto chiaro quello a Damasco e a Teheran. Del resto Dick Cheney ha subito messo i puntini sulle "i": prima incombenza da risolvere sarà l’Iran. Come ha scritto Charles Krauthammer, che più che un giornalista è un portavoce del Pentagono, o a Teheran si riuscirà in fretta a mettere in piedi una "rivoluzione democratica", oppure non resterà che "l’opzione militare". Secondo lo schema classico dei popoli che si sollevano chiedendo la libertà e l’America va in loro soccorso.
Resta da chiedersi come intenderanno il messaggio i cinesi, e i russi. Che, sicuramente, a Washington sono considerati tirannie, "inclini alle ideologie", e "pieni di risentimento". In che mondo intende collocarli l’Imperatore? E in che mondo si trovano paesi come il Pakistan e l’Arabia Saudita, alleati essenziali della libertaria America nella lotta contro il terrorismo? E come sistemare pacificamente la questione israelo-palestinese con le colonie nei territori palestinesi che si moltiplicano invece che diminuire, con il muro che s’innalza giorno dopo giorno?
La cosa più sbalorditiva di tutte, francamente, non è il tenore di questo discorso d’investitura dell’Imperatore, orfano di idee, dominato dall’ossessione di potenza e dalla paura, privo perfino di buon senso comune, spolverato di trasparenti concessioni verbali agli europei, ma senza alcuna garanzia che ad esse verrà dato un seguito. La cosa più preoccupante è che tutti sembrano dargli credito, nonostante l’evidenza sia ormai sotto gli occhi di chiunque. La guerra non l’ha vinta. Le elezioni del 30 gennaio in Iraq saranno una delle più tragiche commedie della storia moderna. Questo presidente ha fatto una guerra mentendo ai suoi sudditi e al mondo intero. Sulle sue spalle grava una tremenda responsabilità morale e perfino penale. Si commentano i suoi vaneggiamenti come fossero discorsi di uno statista. Il re è nudo, ma non si trova un cane che abbia il coraggio di dirlo.
Giulietto Chiesa
( questo articolo apparirà sul prossimo numero del settimanale "Avvenimenti")
Campi di fango
Indonesia, ad Aceh le condizioni restano difficili. Le testimonianze di Msf e di un missionario
Nel terzo giorno dell’Eid al Adha, festa musulmana in cui si celebra il sacrificio di Abramo, il presidente Susilo Bambang Yudhoyono ha promesso di ricostruire l’Aceh, la provincia settentrionale a maggiore concentrazione di musulmani completamente distrutta dallo tsunami. Nel capoluogo Banda Aceh sono arrivati anche gli echi di una guerra che non conosce tregua, nonostante le continue promesse di cessate il fuoco della guerriglia e dell’esercito. Nelle ultime due settimane – riporta l’agenzia di stampa indonesiana Antara – i militari governativi hanno ucciso 120 ribelli del movimento separatista Gam e una delle battaglie si sarebbe consumata vicino a un campo di sfollati sopravvissuti al maremoto. Di nuovo lacrime e terrore sui loro volti.
Il racconto di Msf. “Non abbiamo notizie di scontri”, dice Sergio Cecchini di Medici senza frontiere (Msf) a Sigli, sulla costa nordorientale dell’Aceh. “Finora le misure di sicurezza sono rimaste le stesse. Non ci hanno imposto scorte armate o restrizioni di movimento. Ci spostiamo soprattutto in elicottero. La costa nordovest non ha più alcuna strada percorribile”. Si lotta contro il tempo per impedire la diffusione di epidemie. “Da lunedì a giovedì scorsi – racconta Cecchini - abbiamo condotto una campagna contro il morbillo. Abbiamo vaccinato più di 5mila bambini di età dai sei mesi ai 15 anni in sessanta campi profughi. Si è trattato di una misura di prevenzione. Non sono stati registrati casi di morbillo, ma visto che la malattia ha un’alta probabilità di trasmissione, abbiamo cercato di evitare una propagazione in condizioni di sovraffollamento. Il morbillo può essere letale soprattutto per i più piccoli”
.
Periodo di alluvioni. Le condizioni nei campi sono rese più difficili dalle violente piogge monsoniche che trasformano in fango il terreno argilloso. Sergio Cecchini continua nel suo racconto: “Come riparo, molte persone hanno solo i teli di plastica distribuiti dal governo. Per questo stiamo costruendo stradine di ciottoli da una tenda all’altra. In questa stagione c’è di solito un incremento della malaria e delle malattie legate all’acqua non pulita, come la diarrea. I servizi igienici sono insufficienti. In un campo di Palai stiamo sistemando nuove latrine, ce n’erano solo due per 960 persone”.
Casi di tetano. Da ormai tre settimane i sopravvissuti dell’Aceh si aggirano tra le macerie a piedi scalzi o in ciabatte. Cercano i loro cari o fanno visita ai luoghi in cui sorgevano le loro case. “Ciò accresce il rischio di ferite e infezioni”, spiega l’operatore di Msf. “I casi di tetano sono in forte aumento. Dal 26 dicembre a oggi ce ne sono stati oltre 60. La campagna di vaccinazione non è iniziata perché è complessa. Richiede un richiamo oltre alla prima iniezione. Deve essere dunque pianificata con il ministero della Salute, affinché si garantisca che lo stesso paziente venga vaccinato due volte a distanza di 28 giorni”.
Traumi psicologici. Anche qui, come in tutte le zone colpite dallo tsunami, si fatica a tornare a vivere per lo shock subito. Moltissime persone sono terrorizzate dal mare. “Nei villaggi di pescatori – continua Cecchini – stiamo costruendo mille barche da pesca. Per superare il trauma della tragedia, le vittime devono tornare al più presto alle loro attività. Per fortuna non manca il cibo perché l’Aceh è ricca di risorse agricole. L’acqua però è contaminata, servono distributori e bisogna scavare nuovi pozzi”.
La reazione della capitale. Intanto a Jakarta, “il governo sta discutendo il piano di ricostruzione”, ci dice il missionario salesiano Carbonell. “Ci vorrà del tempo, perché devono trovare il modo di evitare la corruzione. Gli aiuti sono arrivati in Aceh, ma la popolazione continua a non avere i soldi per ricomprare e ricostruire ciò che ha perso. Qui la vita continua, ma non senza problemi. Da quattro giorni diluvia. I canali sono pieni e i poveri si rifugiano sotto i ponti e sotto i cavalcavia per fuggire all’acqua sporca. Succede ogni anno. Jakarta è sotto il livello del mare. Nel periodo dei monsoni i canali delle fognature si riempiono e inondano la città”.
Francesca Lancini www.peacereporter.net/
DOPO MAREMOTO: BILANCI, CANCELLAZIONE DEL DEBITO, L’INCUBO DELLA MISERIA
Peace/Justice, Standard
L’ultimo bilancio ufficiale dell’ecatombe causata dallo tsunami del 26 dicembre indica 225.000 vittime ma, come ha detto ieri in una conferenza stampa il ministro indonesiano per gli affari sociali Alwi Shiab, forse “ solo Dio sa quante sono davvero”. Già pochi giorni dopo il maremoto un diplomatico asiatico aveva azzardato un bilancio finale facilmente vicino ai 400.000 morti; era stato accolto con scetticismo o addirittura con fastidio dagli enti internazionali che, per programmare i loro interventi di soccorso, sembrano dosare stime e valutazioni secondo parametri che, giustamente lontani dal facile sensazionalismo, sono apparsi in questo caso forse un po’ troppo cauti. Ma non è solo il numero dei morti il dato che dovrebbe ancora spaventare mentre i riflettori dei media internazionali cominciano a spostarsi dalla scena del disastro. Nello Sri Lanka si calcola che siano andate distrutte più di 100.000 abitazioni e che, a parere dell’Onu, più di 400.000 persone non hanno più mezzi di sostentamento, a cominciare dalle imbarcazioni della fondamentale industria della pesca; si sarebbero infatti salvate non più di 3-4000 natanti su un totale di oltre 20.000. Nella sola provincia indonesiana di Aceh, la più vicina all’epicentro del maremoto, almeno mezzo milione di persone non avrebbe più mezzi di sussistenza. Un brutto colpo ha subìto l’industria della pesca anche in India e l’altra ancora più redditizia dei gamberetti in Thailandia, che registra danni per circa 400 milioni di euro e almeno 30.000 famiglie sul lastrico. Per non parlare dei circa 600 milioni di euro di danni all’industria del turismo assai diffusi non solo in località famose come Phuket e Phi Phi Island. Organismi nazionali asiatici e internazionali, discutendo di aiuti e di debiti - per i quali l’unica soluzione ragionevole appare più che mai, a ogni giorno che passa, la totale cancellazione e non le moratorie o le facilitazioni più o meno fittizie - stanno calcolando danni e perdite in termini di prodotto nazionale lordo e di tempo necessario a ridare lavoro e mezzi per sopravvivere almeno a buona parte delle popolazioni ridotte ora alla disperazione. Sono conti inevitabili ma, soprattutto per Paesi enormi come l’India, con una popolazione di un miliardo di abitanti, producono percentuali anche inferiori all’uno per cento e rischiano di far perdere la prospettiva di quel che non il Paese visto statisticamente nel suo insieme ma le singole e piccole comunità messe totalmente in ginocchio rischiano di soffrire ben al di là dell’uno o due anni necessari per ricostruire. In questo mondo così malamente globalizzato, e in cui tanto si parla di paradossali soluzioni 'glo-cal' (globali-locali), è la sofferenza localizzata tra i relativamente pochi e i più emarginati quella che più facilmente si rischia di dimenticare. A meno che non provvedano, come possono, le organizzazioni non governative, le opere di carità dei missionari e la buona volontà spontanea della Società Civile. Ma il compito, cronicamente sempre difficile quasi ovunque nel Sud del Mondo, questa volta, in Asia, si presenta specialmente ingrato: soltanto tra Indonesia, India e Sri Lanka, secondo i calcoli di quegli stessi esperti, circa due milioni di persone si sono aggiunte o si stanno aggiungendo alle già folte schiere dei poveri. E la povertà, la miseria, diversamente dallo tsunami, sono fatte di tante piccole, continue e subdole onde che uccidono, silenziosamente, ogni giorno, per anni, anche senza l’aiuto di un maremoto. (Pietro Mariano Benni)www.misna.org
[MB]
Economia globale: inizio anno tranquillo, ma i problemi rimangono
di Alfonso Tuor
La significativa ripresa del dollaro e un inizio dell’anno relativamente poco effervescente delle Borse sembrano essere i fatti salienti dei primi giorni di questo 2005. Sullo sfondo vi è un diffuso ottimismo, cui contribuisce anche il rialzo del dollaro che allontana il rischio di una forte caduta del biglietto verde che avrebbe potuto avere conseguenze negative sulla crescita economica e su Borse e mercati obbligazionari. Questo ottimismo si fonda sulla convinzione che l’economia mondiale, dopo una breve fase di rallentamento nel corso di questo primo semestre, riprenderà a crescere rapidamente nella seconda metà dell’anno.
In questo contesto anche i violenti alti e bassi del prezzo del petrolio, il cui prezzo comunque resta ampiamente sopra i 40 dollari il barile, non sembrano destare soverchie preoccupazioni. È quindi legittimo domandarsi se sia tutto oro quello che luccica.
Cominciamo con il dollaro.
La ripresa del biglietto verde sembra in primo luogo determinata dal fatto che il differenziale dei tassi a breve tra le due sponde dell’Atlantico gioca oggi a favore del biglietto verde e soprattutto dal fatto che questo differenziale tenderà ad allargarsi ulteriormente a causa dei previsti aumenti dei tassi americani da parte della Federal Reserve. A favore del dollaro gioca pure l’impegno dell’Amministrazione di ridurre il disavanzo federale statunitense.
Tutto ciò non può comunque far dimenticare che la flessione del dollaro è in primo luogo determinata dalla necessità di finanziare un disavanzo commerciale che in novembre ha superato i 60 miliardi di dollari. Anche se i dati di novembre attestano un rinnovato interesse degli stranieri ad investire in attività denominate in dollari, resta il fatto che il fabbisogno americano di capitali continua a venire assicurato dalle Banche Centrali asiatiche, che in novembre hanno acquistato obbligazioni statunitensi per circa 28 miliardi di dollari.
Non è quindi escluso che stiamo assistendo ad un rimbalzo del dollaro, che si potrebbe protrarre anche per alcune settimane. Sembra però prematuro azzardare l’ipotesi che sia finita la fase di debolezza del dollaro e che stiamo assistendo ad un’inversione di tendenza. Per quanto riguarda la crescita economica appare chiaro che stiamo assistendo ad un rallentamento del ritmo di espansione, mentre appaiono meno evidenti i motivi che dovrebbero favorirne un’accelerazione nel secondo semestre di quest’anno.
L’economia europea continua ad espandersi a tassi modesti, quella giapponese appare di nuovo ferma, quella cinese dovrebbe rallentare, mentre quella americana dovrebbe, da un canto, non più beneficiare delle politiche monetarie e fiscali fortemente espansive degli ultimi anni e, dall’altro, cominciare a risentire gli effetti della tendenza all’aumento del costo del denaro. Questo sembra il parere anche delle Borse che tutti prevedevano dovessero iniziare l’anno nel segno del rialzo grazie anche all’abituale afflusso (in questa parte dell’anno) di fondi freschi soprattutto delle Casse Pensioni.
A livello di indici questa previsione si è, almeno finora, rivelata infondata, mentre si sta assistendo a un rinnovato interesse per i titoli dei settori difensivi a scapito di quelli tecnologici e di quelli legati al ciclo economico (anche perché in questi settori alcune società hanno presentato risultati deludenti). Sta di fatto che, proseguendo il trend già manifestatosi l’anno scorso, la volatilità sia degli indici azionari sia dei corsi delle obbligazioni è a livelli storicamente minimi e che il mercato dei capitali sta premiando anche le obbligazioni di società e di paesi emergenti ad alto rischio.
Tutto ciò induce a ritenere che siamo in una fase di grande fiducia che potrebbe concludersi con un brusco e spiacevole risveglio.
Infatti i problemi economici non sono stati risolti, ma unicamente rimossi.
Alfonso Tuor
redazione@reporterassociati.org
Anche adesso mi e' difficile parlarne. Avevo ricevuto minacce telefoniche,
ma neppure nei miei incubi peggiori avrei potuto immaginare il dolore che
sarebbe stato inflitto a me ed alla mia famiglia". Per Anna Zarkova, 46
anni, che pure e' abituata a scavare a fondo nei suoi reportage, raccontare
la storia dell'aggressione subita non e' facile. "Voglio dimenticare",
aggiunge, accarezzandosi lievemente il viso, ora quasi privo di cicatrici
dopo sei interventi chirurgici, "Ma neppure questo e' facile".
Nonostante il desiderio di lasciarsi l'aggressione alle spalle, Zarkova ha
passato gli ultimi sei anni a convincere le sue connazionali e i suoi
colleghi giornalisti a fare pressione perche' i crimini vengano perseguiti,
perche' le donne abbiano eguaglianza di diritti, e perche' il paese si
adegui alle norme democratiche. Ed ha continuato a lavorare come
capocronista per il quotidiano "Trud", e ad occuparsi di prostituzione e
traffico di donne.
*
Zarkova parla regolarmente alle convention, nelle universita' e sui media
dell'importanza di contrastare le attivita' criminali. Dice che il suo
messaggio e' diretto in particolar modo alle donne, che stanno diventando
sempre di piu' vittime della violenza domestica e della prostituzione
forzata, e che hanno un tasso di disoccupazione doppio rispetto agli uomini
bulgari.
Dopo l'emersione della Bulgaria dall'ombra dell'Unione Sovietica, nel 1991,
Zarkova (che precedentemente scriveva di affari e di moda) comincio' a
concentrarsi sul lato oscuro del passaggio del suo paese all'economia di
mercato. Dalla violenza poliziesca alla corruzione dei pubblici ufficiali,
dal crimine organizzato al traffico di esseri umani, la penna di Anna
Zarkova colpiva al cuore la sua nazione, sollecitando i cittadini a lottare
per le riforme e per la trasparenza.
Politici ed affaristi corrotti infiltrarono l'economia bulgara nel tentativo
di trarre vantaggio dai primi turbolenti anni di transizione. Nella seconda
meta' degli anni '90 i bulgari, con una disoccupazione al 30%, inflazione
crescente e diminuito potere d'acquisto, avevano totalmente perso fiducia
nelle istituzioni (le quali, in democrazia, sarebbero disegnate per servire
il popolo). I puntuali articoli di Anna Zarkova contribuirono a creare
quell'opinione pubblica che spinse le autorita' a rompere con i gruppi
criminali locali.
Durante tutti gli anni '90, i reportage di Zarkova condussero alla rimozione
di una dozzina di ufficiali di polizia colpevoli di brutalita', estorsione e
corruzione.
*
"E' una persona dalle forti emozioni, capace di empatia, che vive
letteralmente il proprio lavoro", dice di lei il collega giornalista Tsvetan
Gemishev, "Ogni storia che racconta mostra il suo impegno personale rispetto
all'istanza di cui si tratta, il desiderio di renderla il piu' 'giusta'
possibile, ed e' questo che la rende cosi' popolare presso i lettori. Ha
guadagnato la loro fiducia, e la loro ammirazione".
Chi invece temeva il potere del suo lavoro passo' all'attacco. Mentre Anna
Zarkova aspettava l'autobus per recarsi al lavoro, nel maggio del 1998, un
uomo usci' dalla folla dei pendolari e le lancio' addosso acido solforico.
"Ricordo solo che gridavo e gridavo dal dolore". E' tutto quello che Anna
ricorda dell'aggressione. Al pronto soccorso, i medici che si occuparono di
lei le predissero che avrebbe passato la vita sfigurata e cieca da un
occhio.
I titoli cubitali dei giornali e le migliaia di lettere e telefonate di
sostegno non potevano lenire del tutto il dolore di Anna. Dopo numerosi
viaggi all'estero per le cure e gli interventi chirurgici, torno' finalmente
al lavoro, ma alla condizione di essere trasferita al settore culturale.
"La Bulgaria piangeva per lei, con lei e per se stessa", racconta
l'attivista sociale Elena Petrova, "L'aggressione a Zarkova era il simbolo
finale, la certezza che tutto stava andando male".
Due uomini vennero arrestati come probabili autori dell'aggressione, ed
entrambi vennero rilasciati dopo un processo ambiguo in cui un testimone
venne accusato di essere l'autore del fatto, e poi rilasciato quando un
altro testimone ritratto' la propria deposizione. Il padre di uno degli
imputati era uno degli ufficiali rimossi per le sue azioni corrotte dopo che
i reportage di Zarkova le avevano svelate. "Il pubblico ministero mi disse
che non aveva senso continuare l'azione legale, e dopo aver osservato i
tribunali per dieci anni so bene che sarebbe molto difficile veder mutare la
sentenza", cosi' Anna spiega la sua decisione di lasciar cadere il caso.
Il figlio dell'ex ufficiale di polizia, Petyo Petkov, nel frattempo fu
arrestato di nuovo ed accusato di un'aggressione simile che aveva pero'
avuto come risultato la morte della vittima. Nonostante la deposizione di
tre testimoni, e' stato assolto. Nel vedere come l'ingiustizia cresceva
attorno a lei, l'intrinseco bisogno di giustizia di Anna Zarkova non ha
resistito: quattro anni fa e' ritornata alla cronaca nera.
*
"Non era semplice uscire dalla forma mentis di essere un'handicappata, mezza
cieca, sfregiata e inetta, ma io sono testarda", dice Zarkova, "Ora
semplicemente non ho tempo per avere paura: ho troppo lavoro da fare". Il
suo ritorno al lavoro, dicono molti dei suoi ammiratori, sarebbe stato
sufficiente: il suo ritorno alle investigazioni criminali, all'esplorazione
di un mondo di malaffare che e' quasi ufficializzato, dicono, e' pura
ispirazione.
"Non sono tante le persone che riescono a superare una prova del genere e a
riprendere la posizione che avevano prima", dice Gemishev, "Avere una tale
determinazione, la forza di sopravvivere, per me e' eroismo. Io non credo
che avrei avuto lo stesso coraggio".
Zarkova ha usato il precedente dell'aggressione come combustibile per la sua
campagna contro il crimine, per coalizzare le donne bulgare contro il
traffico di esseri umani, di cui il paese balcanico e' transito, sorgente e
destinazione.
"Il settore piu' proficuo del mercato criminale ora e' la droga, ma il piu'
diffuso e' il traffico di esseri umani, e il commercio della carne umana",
racconta Zarkova, "Tutti e tre hanno per bersaglio gli individui meno
protetti dalla societa', i piu' vulnerabili: donne, ragazzi e bambini.
Donne, ragazzi e bambini sono coloro che hanno piu' bisogno del nostro
aiuto".
Zarkova ha scritto moltissimo su queste tematiche, compreso il servizio su
"Vanko 1", il rapper bulgaro che l'anno scorso e' stato giudicato colpevole
di aver forzato donne alla prostituzione e di aver commerciato in corpi
umani. Vanko 1 ha ricevuto una sentenza a 12 anni di carcere e una multa di
75.000 dollari: e' la prima condanna, in Bulgaria, di un trafficante di
esseri umani.
"Qualcuno pensera' che continuare questo lavoro sia folle, e forse lo e'",
prosegue Zarkova, "Ma ergersi per la verita' e' anche un dovere, ed io
chiedo a tutti gli uomini e le donne del mio paese di non mollare mai sulla
verita'".
Con la Bulgaria che chiede di entrare nell'Unione Europea nel 2007, i
reportage sul crimine vengono visti in nuova luce nel paese. "Il bisogno di
giornalismo onesto e' piu' forte che mai", dice Zarkova, "E sembra che la
speranza nel futuro cominci a brillare".
La sua determinazione ne ha fatto un'icona fra le giornaliste e le donne in
genere. Cosi' commenta Maria Georgieva, studentessa universitaria di
giornalismo a Sofia: "Che una donna sola abbia osato alzare la testa,
lottare, e continui a farlo dopo un agguato cosi' orribile, ecco, e' questo
che ci da' speranza. E' questo che ci spinge avanti".Centro di ricerca per la pace
gennaio 22 2005
primarie del 1932
Nicola
Nel 1932, anno elettorale e terzo della Grande Depressione, le chance di rielezione del presidente uscente, il repubblicano Hoover, erano al lumicino. Hoover aveva avuto la sfortuna d'esser stato al timone durante il crollo di Wall Street e, agendo nei vincoli dell'economia allora vigente, non era riuscito a frenare la spirale della crisi che aveva più che dimezzato la produzione industriale e riempito il paese di ammassi di baracche soprannominati "Hooverville".
La sola speranza dei repubblicani risiedeva allora nella possibilità che i democratici si facessero del male da soli. Gli aspiranti candidati democratici di un qualche rilievo erano il governatore dello stato di New York, F.D. Roosvelt, il candidato del 1928, Al Smith, che si presentava per impedire a Roosvelt di vincere la nomination, e il presidente del congresso J.N. Garner, che aveva l'importante appoggio di Hearst, il magnate che ispirò il Citizen Kane (Quarto Potere) di Orson Wells.
Le primarie eleggono, negli USA, dei delegati che poi sceglieranno il candidato in un congresso, con una votazione che all'epoca richiedeva la il quorum dei due terzi. Dopo essersi fatto sconfiggere da Smith e Garner in alcuni stati chiave, Roosvelt arrivò al congresso democratico di giugno abbastanza indebolito da rendere possibile una candidatura presidenziale di compromesso, scelta al di fuori dei candidati alle primarie.
Le votazioni iniziarono con Roosvelt in testa, ma al di sotto del quorum. Al terzo conteggio, FDR aveva conquistato pochi voti e nella sua coalizione cominciavano a mostrarsi pericolose crepe. Al quarto voto, però, i sostenitori californiani di Garner annunciarono che avrebbero votato per FDR, innescando un'emorragia di voti dalle forze degli altri candidati verso quello che sarebbe stato il presidente più celebre del Novecento americano. La defezione dei sostenitori di Garner fu pilotata da Garner stesso, pare per il semplice motivo che l'aspirante candidato preferiva vincere le elezioni presidenziali stando in seconda fila, piuttosto che perderle da una posizione dominante. In effetti, fu vicepresidente di FDR per otto anni.
FDR andò al congresso di Chicago ad accettare la nomination, cosa mai accaduta in precedenza, e nel su discorso di accettazione nominò per la prima volta l'espressione "New Deal" (nuovo patto) che sarebbe passata poi a significare l'era delle sue quattro presidenze.
Una nota sui programmi. Roosvelt si tenne sul generico per tutta la campagna delle primarie. Durante la campagna presidenziale riuscì a fare di meglio, dicendo ogni cosa e il suo contrario. Accusò Hoover di essere uno spendaccione, ma promise massicci investimenti da parte del governo federale. Promise di tagliare il budget di un quarto, ma di pagare sussidi agli innumerevoli disoccupati. Ai contadini prospettò un piano di aiuti imponente, che non sarebbe però costato un soldo al governo. Solo retrospettivamente fu possibile intravedere nelle pieghe dei suoi discorsi alcuni dei programmi che in effetti iniziò o attuò. Le leggi e iniziative più importanti, comunque, le si conobbero solo dopo le elezioni: spendere in deficit, un gigantesco programma di lavori pubblici, la fine della convertibilità oro-moneta e l'uscita dal proibizionismo. Si trattava di misure così rivoluzionarie per il senso comune dell'occidente di allora da non essere neanche pronunciabili in campagna elettorale.
Alle elezioni del novembre 1933, FDR portò con sé 472 grandi elettori contro i 59 di Hoover.www.ulivoselvatico.org/
La vergogna degli elicotteri negati Antonio Padellaro
da l'Unità - 22 gennaio 2005
Per onorare la memoria del maresciallo Simone Cola, per sentirci più vicini alla sua famiglia piombata nella tragedia e ai suoi 3216 commilitoni in missione nel posto peggiore del pianeta, dobbiamo prima di tutto cercare di capire cosa è veramente successo a Nassiriya, Iraq, alle 10 e 20 di ieri mattina, ora italiana.
Un elicottero «AB 412» dell’Esercito mentre stava compiendo un pattugliamento lungo l’Eufrate, a sud della città, è stato raggiunto da un colpo di arma da fuoco automatica, probabilmente un khalashnikov. Il proiettile ha colpito sotto l’ascella il mitragliere di destra, Simone Cola, 32 anni, che portato in ospedale per essere operato è morto un’ora dopo. Dietro l’assalto, condotto anche contro una pattuglia portoghese ci sarebbero gli uomini dello sceicco Aws al Khafaji, il responsabile dell’ufficio di Moqtada Al Sadr a Nassiriya.
Queste la scarne notizie Ansa che, tuttavia, molto ci dicono su ciò che non si è fatto per impedire che un soldato italiano, un altro soldato italiano, ci lasciasse la vita.
Innanzitutto, l’elicottero che ha subìto l’attacco: l’«AB 412». Secondo gli esperti si tratta di un mezzo di trasporto e supporto truppe, ma assai poco attrezzato per il combattimento. In quanto a sicurezza, efficacia e armatura siamo ben lontani dall’elicottero d’attacco «Mangusta», supercorazzato, dotato di missili Tow e razzi da 81 mm: la macchina da guerra più volte invocata dai piloti italiani in un teatro bellico ad altissimo rischio come quello iracheno.
Questa storia degli elicotteri inadeguati ha già prodotto nel marzo scorso la protesta di quattro elicotteristi, finiti sotto inchiesta per il reato militare di ammutinamento dopo che avevano chiesto ai superiori almeno un periodo di addestramento per non volare in situazioni di rischio assoluto. Allora i giornali, e tra questi l’Unità, raccontarono che sugli elicotteri «Ch47 Chinook», l’altro modello che l’Esercito ha inviato in Iraq, per attivare i sistemi antimissile i piloti devono azionare contemporaneamente e manualmente due cavetti, uno dei quali è posizionato all’esterno. «Immaginatevi la scena», ha scritto Anna Tarquini su queste colonne, «il pilota vede il missile arrivare, stacca una mano dalla cloche e con l’altra tira il cavetto che lancia un “flare”, l’abbagliante che depista il missile. Il mitragliere che gli è accanto, con una mano spara centinaia di colpi al secondo e con l’altra tira il cavetto. È la differenza che passa tra la vita e la morte». Oltre a rischiare il carcere per aver svelato l’indaguatezza della missione italiana in Iraq, i quattro hanno ricevuto le espressioni del più sentito disprezzo da parte del loro comandante che li ha definiti «ottimi piloti ma pessimi soldati».
È possibile che, a bordo dell’«AB 412», non tutto fosse così precario anche se il maresciallo Cola è stato colpito sotto l’ascella e dunque nell’unico punto che i pesanti giubbotti antiproiettile lasciano scoperto nel momento in cui ci si espone al fuoco nemico. Domanda: perché mai il maresciallo Simone Cola si è dovuto esporre al fuoco nemico dal momento che l’Esercito può disporre di mezzi d’attacco dotati di sistemi d’alta protezione per l’equipaggio? E perché il maresciallo Simone Cola, ieri mattina alle 10 e 20 non era a bordo di uno di questi mezzi superprotetti, il Mangusta? La risposta degli alti comandi, approvata dal ministro della Difesa Martino è di quelle che fanno accapponare la pelle: gli elicotteri di attacco non ci servono perché altrimenti significherebbe che a Nassiriya l’Italia è in missione di guerra e non in missione di pace. Sì, avete capito bene. In nome della ragion di Stato, o meglio in nome delle ragioni di un governo di miserevole levatura politica e morale si lascia che i soldati italiani non possano adeguatamente difendersi dai colpi di un nemico feroce. Qualcosa in proposito il ministro Martino dovrà pur spiegarlo alla famiglia del maresciallo Cola, che lascia una moglie e un bambino.
Come si vede tutto ruota attorno al ruolo ambiguo del nostro contingente inviato a Nassiriya: alle cosiddette regole d’ingaggio. Intorno al cosa ci stanno a fare i soldati italiani in Iraq, e al perché, si svolge da anni un indecente balletto. All’inizio Berlusconi ha detto: missione di pace. E il Parlamento gli ha dato retta. Ma chi poteva veramente credere che eravamo andati lì soltanto a distribuire medicine, a ricostruire scuole e ospedali, a proteggere iniziative umanitarie? Impegno nobilissimo ma che in realtà è servito di copertura al governo Berlusconi per far parte della Coalizione di George W. Bush senza darlo troppo a vedere: all’italiana insomma. E infatti, quasi subito, la missione di pace si è inevitabilmente trovata in mezzo alla guerra. Altrimenti perché ci sarebbero stati i 19 morti della base Maestrale, sbriciolata da un attentato kamikaze del tutto simile agli attentati kamikaze che hanno sbriciolato americani e inglesi? Però, bisognava fare finta che così non fosse. Altrimenti cambiando il titolo del disegno di legge le Camere non avrebbero potuto rifinanziare «Antica Babilonia», cosa che è avvenuta due volte attraverso il ricorso a un semplice e losco espediente: chiedere un voto complessivo su tutte le missioni di pace infilandoci in mezzo l’unica missione di guerra.
Tra elicotteri negati, soldati mandati allo sbaraglio e un governo che mente al Parlamento, il contingente italiano si trova oggi a fronteggiare una situazione infernale quanto assurda. Più ci si avvicina alle elezioni del 30 gennaio più le stragi diventano ecatombi. Rintanati nelle loro basi nel deserto i soldati di «Antica Babilonia» si fanno vedere poco in città. Non per viltà ma per necessità. La guerriglia sciita ha il controllo pressocché totale del territorio. A Bagdad, riferisce il commissario Scelli, l’ospedale della Croce Rossa Italiana è sotto la protezione di Al Sadr. Ma a Nassiriya gli uomini di Al Sadr sparano agli italiani e li uccidono. Confusi tra la pace finta e la guerra vera non sappiamo più dove stiamo. Se la morte del maresciallo Cola avrà finalmente aperto gli occhi a quanti cercavano di non vedere l’assurdità della presenza italiana in Iraq, se il Parlamento si rifiuterà di procastinare oltre il 30 gennaio una missione sbagliata e impossibile, allora il sacrificio di questo soldato non sarà stato vano.
apadellaro@unita.it
Ds Milano - Rassegna stampa
Da Berlusconi una valanga di insulti sulla sinistra
REDAZIONE
Dopo aver definito il centrosinistra una coalizione di "miseria, terrore e morte", il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi aveva detto di essere stato frainteso. Ieri, prima con un messaggio inviato al convegno di Liberal e poi parlando personalmente al congresso del Nuovo Psi, il Cavaliere ha riversato una nuova valanga di insulti sui suoi avversari politici.
"Potrebbero chiamarsi nn - ha chiarito - non ha un programma, di idee o idealità. Ogni volta che è andata al potere ha prodotto miseria, terrore e morte: è un fatto incontrovertibile".
Per il premier la sinistra è anche "figlia di nessuno".
"La sinistra, la storia lo insegna, è sempre contro qualcuno - ha aggiunto - contro i padri, contro la borghesia, contro la Nazione, contro la bandiera".
Attacchi e insulti anche quando ha affrontato il tema della legge sulla fecondazione assistita. Gli uomini della sinistra, per il leader di Forza Italia, sono degli "arroganti che affermano che gli embrioni non sono già vita".
Poi una stoccata a Romano Prodi, che aveva osato affermare che la Casa delle Libertà in realtà non ha mai abbassato le tasse.
"Non merita risposta chi a sinistra lancia calunnie affermando che il governo non ha abbassato le tasse - ha spiegato - da quel pulpito, da chi è abituato da sempre a finanziare il proprio consenso con i soldi pubblici, non accettiamo prediche".
Il primo ministro ha poi confessato di avere sempre il timore dell'ascesa al potere della coalizione del Professore.
"Quando siamo scesi in campo eravamo preoccupati per il futuro - ha ricordato - temevamo che al governo potessero andare i comunisti. Oggi non è cambiato nulla".
Insomma, per Berlusconi la sua avventura in politica in realtà è una "battaglia contro l'autoritarismo, il giustizialismo e il massimalismo".
Al contrario la Casa delle Libertà è "insieme una casa dei moderati e una casa dell'innovazione". Una coalizione che "ancora oggi è il nuovo della politica italiana".
"Ci sono state delle ironie, ma voglio dirlo chiaramente: io penso di rappresentare il bene politicamente inteso - ha concluso - la bandiera dell'innovazione è nelle nostre mani. La sinistra italiana, infatti, rappresenta la conservazione. Parlano di riformismo ma sono contro ogni vera riforma".
Immediata la replica del segretario dei Ds Piero Fassino che, menzionando la lotta antifascista, ha ricordato al Cavaliere che "è stata la sinistra a dare un contributo decisivo per riscattare l'onore della nazione e della libertà, restituendo a questo paese libertà e democrazia".
"L'escalation di insulti di Berlusconi all'opposizione ha raggiunto il parossismo - gli ha fatto eco il leader dei Verdi Alfonso Pecoraro Scanio - la sua isteria delirante è la dimostrazione della difficoltà in cui si trova".www.centomovimenti.com/
Fermiamo la censura preventiva sulla guerra
Il Gruppo Nonviolenza di Rete di Lilliput e Articolo11 (Presidio permanente davanti a Palazzo Chigi per il ritiro delle truppe dall'Iraq) lanciano l'appello ad attivarsi per fermare l'approvazione alla Camera della delega per la revisione delle leggi penali militari (di pace e di guerra), recentemente approvata al Senato e di prossima votazione alla Camera.
L'approvazione della delega comporterebbe, fra l'altro, che in paesi dove i militari italiani sono presenti, ad esempio in Iraq, il Codice Penale Militare di Guerra verrebbe applicato anche per i civili (ad esempio volontari di ONG in missione umanitaria e giornalisti), con grosse ricadute in tema di libertà di informazione.
Delega al Governo per la revisione delle leggi penali militari di pace e di guerra
Il disegno di legge delega per la revisione delle leggi penali militari (di pace e di guerra), recentemente approvato al Senato e di prossima votazione alla Camera, prevede, nei luoghi oggetto di missione militare italiana, l'applicazione della legge penale militare di guerra, anche indipendentemente dalla dichiarazione dello stato di guerra, punendo in tale contesto ciò che viene ritenuto illecita raccolta, pubblicazione e diffusione di notizie militari. Ciò comporterebbe tra l'altro, nell'attuale tempo di guerra (o pace?) permanente, l'applicazione degli articoli 72 e 73 del Codice Penale Militare di Guerra che prevedono che:
Chiunque si procura notizie concernenti la forza, la preparazione o la difesa militare, la dislocazione o i movimenti delle forze armate, il loro stato sanitario, la disciplina e le operazioni militari e ogni altra notizia che, non essendo segreta, ha tuttavia carattere riservato, per esserne stata vietata la divulgazione dall'autorità competente, è punito....con la reclusione militare (cioè in un carcere militare) da due a dieci anni. Mentre chi diffonde o comunica tali notizie è punito con la reclusione militare da cinque a venti anni.
Così giornalisti, membri di ONG e chiunque decida di diffondere "verità scomode" si troverebbe, a meno di una scelta rivolta alla disobbedienza civile, nella condizione di dover non vedere, non sentire e non parlare (come le famose tre scimmie).
L'obiettivo di questa revisione dei codici penali militari è, di fatto, quello di offrire un contributo normativo alla costruzione del nuovo ordine (o disordine) globale e alle teorie della guerra permanente. Normare l'emergenza bellica per normalizzare la guerra.
Inoltre è alto il rischio di una definitiva decostituzionalizzione del concetto di "tempo di pace" e "tempo di guerra", sino a una integrale perdita di senso di quanto stabilito dall'art. 11, il cui valore quale principio fondamentale della nostra Costituzione è stato già pesantemente messo in discussione da altri atti posti in essere da questo e da altri governi e precedenti assemblee parlamentari del nostro Paese.
Bisogna allora tentare di invertire la rotta e tentare di recuperare un'altra idea di codice militare, incardinato sui principi costituzionali, che riconosca la centralità del parlamento (e non di un governo delegato) e che soprattutto sia in grado di fare i conti con quel ripudio della guerra che è parte integrante della Costituzione repubblicana e oggi anche della coscienza politica di tanta parte dell'opinione pubblica (italiana e internazionale).
Risulta, quindi, urgente reagire alla sistematica compressione delle garanzie costituzionali (basti pensare alla violazione dell'art. 11 della Costituzione), affermando e salvaguardando con forza la libertà di informazione ed il diritto ad informare ed essere informati, soprattutto riguardo a fatti di forte drammaticità e peso civile, nei quali una corretta informazione è principio della capacità di controllo e valutazione dell'operato delle istituzioni a governo del Paese.
Per le adesioni o per dare la propria disponibilità ad attivarsi è possibile mandare una email direttamente all'indirizzo artundici@libero.it o chiamare telefonicamente Manuele Messineo al 349 5705059.
Al momento hanno aderito i seguenti gruppi e associazioni: ARCI, ART11, Associazione Obiettori Nonviolenti, Attac Italia, Bastaguerra Roma, Beati costruttori di Pace, Comitato Scienziate e Scienziati Contro la Guerra, Donne in Nero di Bologna, Federazione dei Verdi, FIOM, forumdelteatro.org, GAVCI - Gruppo Autonomo di Volontariato Civile in Italia, Legambiente Lazio, Legambiente (nazionale), Missionari comboniani impegnati con i giovani (G.I.M.), Pax Christi Roma, Peacelink, Radicali di sinistra, Redazione del sito www.giovaniemissione.it, Rete di Lilliput, Rete Radiè Resch, SinCobas, Un ponte per...
Riciclaggio : a giudizio in Svizzera un diplomatico
di red
Rinviato a giudizio, per riciclaggio di denaro, sostegno ad un'organizzazione criminale, di falso, abuso di fiducia in manipolazioni finanziarie e altri reati, l'ex ambasciatore svizzero in Lussemburgo, Peter Friederich.
Anche se il tribunale non prevede esplicitamente il suo nome nell'agenda delle udienze. Il portavoce del tribunale federale ha tuttavia confermato che il processo avra' luogo a maggio.
L'inchiesta sul diplomatico, che ha 63 anni, era cominciata diversi mesi fa, ed aveva portato alla luce diverse operazioni illecite che sarebbero state commesse dall'accusato per coprire debiti di gioco.
Alcuni reati di cui e' accusato l'ex ambasciatore prevedono una pena di cinque anni di prigione, ma l'accusato - che nega gli addebiti - ha gia' scontato 38 giorni di carcerazione preventiva.
www.osservatoriosullalegalita.org
Democrazia a rischio» L'allarme della Corte
A dieci giorni dal suo addio alla presidenza della Consulta Valerio Onida critica i politici che usano l'immunità come«scudo». Democrazia «a rischio» «senza il rispetto per l'informazione e l'indipendenza delle autorità di garanzia»
SARA MENAFRA
ROMA
Non guarda solo alla riforma dell'ordinamento giudiziario ma arriva giù, giù, fino a toccare questioni di fondo - dalla diffamazione alla stampa come «garante della democrazia» - la preoccupazione che il presidente della Consulta Valerio Onida ha presentato ieri in quello che nei fatti è stato il suo discorso di commiato. Il tema scelto è «il conflitto tra poteri dello stato», diventato «rissa» anche tra magistrati e parlamentari che considerano la Corte Costituzionale un «arbitro» da chiamare costantemente a regolare questi battibecchi: «E' la spia di una conflittualità endemica segnalata da molti altri elementi noti all'opinione pubblica». Davanti a questo quadro l'informazione deve essere una «istituzione di garanzia» perché, spiega il presidente, «senza il rispetto per il ruolo dell'informazione e per l'indipendenza delle autorità di garanzia, una democrazia è pura finzione». Costituzionalista, cattolico dossettiano, milanese fin dal modo di inframmezzare il discorso ufficiale a qualche veloce battuta, tra dieci giorni esatti Valerio Onida lascerà la carica di presidente della Consulta. Da quel momento in poi, ha già detto, risponderà a tutte le domande spinose che si affacciano in questi giorni. Ora però che si trova a tenere il discorso annuale con la stampa e quei dieci giorni non sono ancora passati, sta ben attento a non entrare nella bagarre sulla giustizia. L'attacco più duro sulla riforma e sulle continue critiche alle attività dei giudici l'ha fatta il giorno prima all'inaugurazione dell'anno accademico dell'università Roma tre, spiegando che «il rischio di un governo dei giudici non esiste». E quindi qui, all'appuntamento «ufficiale», decide di prendersela soprattutto con l'«immunità parlamentare» usata come «scudo» a tutela dei soli onorevoli e di difendere a spada tratta la Corte costituzionale «bene essenziale della democrazia»: «La salute democratica della società - dice a un certo punto - si misura sulla capacità di trovare il giusto equilibrio fra libertà di manifestazione del pensiero e i diritti contrapposti, molto più che sull'altezza dello scudo che le immunità erigono a tutela della libertà di opinione dei soli membri delle assemblee rappresentative».
I dati che cita gli danno ragione. Negli ultimi otto anni i ricorsi alla consulta per conflitti tra poteri dello stato sono più che triplicati. «Nei primi quarant'anni di attività della Corte costituzionale - dal 1956 al 1995 - si contano solo 31 pronunce (di cui 26 sentenze) rese in questo tipo di giudizi». Dal 1996 al 2004 i ricorsi sono diventati 94. Per di più la stragrande maggioranza dei quesiti, 72 , riguardano il tema dell'insindacabilità delle opinioni espresse da membri del parlamento e dei 39 ricorsi decisi nel merito, solo 11 hanno finito per dare ragione a deputati e senatori che reclamavano la protezione dell'immunità parlamentare. La Consulta - conclude Onida - che non deve trasformarsi da «corte dei diritti» a «corte dei conflitti», è la «valvola di chiusura dell'ordinamento».
No comment sulla riforma, sulla proposta avanzata dal presidente emerito Leopoldo Elia circa il diritto di Ciampi a non firmare il nuovo testo, e no comment anche sul tema della grazia a Sofri che rischia sempre di arrivare davanti alla Corte. Piuttosto una critica trasversale all'emiciclo parlamentare, cui non perdona la riforma del titolo V della costituzione - firmata dal centro sinistra - e i conflitti tra Stato e Regioni che ne sono derivati: «Ci troviamo di fronte a una contraddizione fra un disegno costituzionale innovativo e ambizioso, e una realtà effettiva restata largamente ferma ai caratteri del passato». Anche in questo caso i dati non mentono, dato che quest'anno, per la prima volta, il numero di sentenze sul conflitto tra Stato e Regioni ha superato quelle in via «incidentale», ovvero emerse dai processi.
Tantomeno la critica sul conflitto tra poteri risparmia coloro che oggi vogliono cambiare funzione e ruoli della Consulta. Quando arriva la domanda sulle possibilità della modifica della composizione della corte - è la proposta della Lega, che vuole più spazio per i senatori regionali che arriveranno dopo la devolution - dice di considerare la proposta «pericolosa e negativa»: «Se il problema sono le istanze delle regioni, allora questa modifica non c'entra nulla».
Fuori dal palazzo che Onida lascerà tra dieci giorni nessuno risponde. Per la destra che prepara le ultime battaglie a colpi di voto sulla giustizia è sempre stato troppo schierato e con un mandato troppo breve. E sanno bene che quelle due settimane scarse passeranno presto. www.ilmanifesto.it
Romania: la nuova destra (estrema)
21.01.2005 scrive Mihaela Iordache
Dicono di lottare per un'idea e non per vantaggi economici. Di fare, di continuo, "un lavoro di risveglio delle coscienze avvertendo dei pericoli che minacciano il popolo romeno". Sono giovani, in maggior parte laureati, indossano camicie nere o verdi e si considerano la più importante organizzazione neo-legionaria della Romania.
Noua Dreapta "Noua Dreapta" (la Nuova Destra) è stata costituita all'inizio del 2000, "in un periodo in cui tutti parlavano della necessità di creare un polo nazionalista forte, una forza capace di farsi sentire", da quanto si apprende dal sito dell'organizzazione www.nouadreapta.org. Il loro leader, Tudor Ionescu ha 27 anni, è laureato in giurisprudenza e ricopre la carica di manager in un'azienda privata di Bucarest. Secondo Ionescu, il movimento di estrema destra conterebbe in Romania più di 300 membri e altre centinaia di simpatizzanti.
Il modello
I militanti della "Noua Dreapta" hanno come modello e padre spirituale il capo della Guardia di Ferro romena del periodo tra le due guerre mondiali, Corneliu Zelea Codreanu. Quest'ultimo è autore anche dei loro libri di riferimento: "Il libro del capo del nido"e "Per i legionari". Libri di marcato carattere antisemita in cui Codreanu sosteneva che gli ebrei erano i principali responsabili dello stato di caos indescrivibile in quale si trovava la Romania in quel periodo.
Per il capitano, come veniva chiamato Codreanu, gli ebrei erano agenti del bolscevismo, delle teorie rivoluzionarie antiromene. Inizialmente chiamata "la Legione dell'Arcangelo Michele", l'organizzazione di estrema destra da lui fondata che traeva i suoi simboli dall'ortodossia e dal nazionalismo, ottenne il terzo posto nelle preferenze dei romeni nelle elezioni del 1937 con il 15,9% dei voti. Nel settembre 1938, a causa di numerosi assassini nei quali si riteneva i suoi militanti fossero implicati, il re Carol II ordinò l'arresto di Codreanu ed altri 13 capi dei "legionari".
Nello stesso anno Cordeanu viene assassinato da alcuni gendarmi in carcere. Otto mesi dopo l'esecuzione del Capitano, i legionari uccisero il primo ministro d'allora, Armand Calinescu. "La legione dell'Arcangelo Michele" divenuta in seguito "Guardia di Ferro" prese il potere in Romania nel settembre 1940 con il Maresciallo Antonescu . La violenza e le efferate uccisioni compiute dalla Guardia di Ferro sono rimaste un capitolo nero nella storia della Romania. Molti sono però quelli che hanno simpatizzato con le idee di carattere religioso-mistico-nazionalista che venivano propagandate. Tra questi, nomi illustri della cultura romena, come Nae Ionescu, Mircea Eliade o Emil Cioran.
Oggi
La "Noua Dreapta" ha come obiettivo fondamentale nella sua dottrina "la creazione dell'uomo nuovo in mezzo alla comunità romena, punto di partenza di una nuova trasformazione spirituale nella vita del popolo". Cioè la formazione di un uomo- eroe che dovrà "svegliare le energie" del suo popolo. I militanti sono convinti del loro ruolo anche se non vengono presi sul serio da molti. Sulla stampa, infatti, sono pochi i riferimenti a questa organizzazione tranne qualche articolo sui giornali locali.A volte capita magari che il leader Tudor Ionescu sia invitato come ospite di qualche trasmissione televisiva ma soprattutto come personaggio che colora i discorsi. I membri della Nuova Destra sono stati invitati invece molto più di frequente invitati in questura a fornire spiegazioni in seguito alle loro azioni. Avvenne ad esempio nel maggio del 2002, quando il leader del nido neo-legionario di Timisoara , Goran Mrakici, è stato condotto nella caserma della polizia per aver affisso manifesti anti-Nato. Alla fine ha dovuto pagare solo un'ammenda per "affissione in luogo vietato.
Goran Mrakici, 25 anni e una laurea in storia, è leader della Nuova Destra di Timisoara. Anche se fa parte della minoranza serba promuove il "romanismo" e come lui stesso dichiara per un giornale locale, è tra quelli che credono fortemente nel nazionalismo e specialmente nel "romanismo".
I militanti di estrema destra sono contro la Nato e contro l'Ue perché credono che sia l'Alleanza atlantica che l'Unione Europea tendano a costituire un impero mondiale; quindi i "camarazii" si dichiarano sì per un Europa unita ma una "Europa delle nazioni e delle nazionalità". I rappresentanti dei rom sono anch'essi nel mirino dell'estrema destra. Precisamente sono accolti con slogan tipo -"Fuori gli zingari dal paese" o addirittura "Morte agli zingari" come si poteva leggere nel 2002 a Sibiu su qualche volantino distribuito in città e attribuito poi ai rappresentanti della Nuova Destra.
Un'altra minoranza che non è tollerata dai militanti di estrema destra sono gli omosessuali. Ad opporsi alla modifica del codice penale che dal 2002 non punisce più i rapporti omosessuali, sono stati infatti, oltre alla Chiesa ortodossa, anche i membri di Noua Dreapta che hanno organizzato qualche protesta di piazza.
I militanti di questa Nuova Destra sono convinti che la nazione romena viva oggi momenti di disonore e si battono "per il passaggio ad una democrazia partecipativa dove la voce del popolo sia più forte" e vogliono adottare un sistema economico nel quale le risorse vengano distribuite in modo più equo. Non per ultimo intendono riportare alla madre patria territori ora appartenenti alla Moldova o all'Ucraina.
5 anni di lotta
Il 27 novembre a Bucarest, in una sala conferenze, si sono riunite cento persone tra romeni e stranieri per festeggiare i cinque anni dalla costituzione dell'organizzazione Nuova Destra. I membri del movimento indossavano camicie verdi o nere, colori rappresentativi nella loro tradizione. Tutto è cominciato con una cena al termine della quale i militanti hanno guardato col fiato sospeso vari video che contenevano le più suggestive immagini delle loro azioni. Per non sentirsi soli nell'universo le camicie verdi hanno ricevuto messaggi di solidarietà dalle organizzazioni partner e amiche dal Belgio (Mouvement Nation), Francia (Bloc Identitaire), Germania (NPD), Polonia (NOP), Portogallo (PNR), Serbia (Obraz), Slovenia (Slovenska Pospolitost), nonché dal segretario generale della Falange Spagnola, Felipe Perez.La collaborazione della Nuova Destra romena con movimenti simili in Europa si è concretizzato in incontri in vari Paesi. Sul piano interno invece i militanti si incontrano ogni anno in agosto in un Accampamento Nazionalista Annuale di Formazione, un campus che mira a perfezionare l'addestramento dei partecipanti. Anche se non sono presi sul serio dalla maggior parte della gente che sicuramente non ha mai nemmeno sentito parlare della Nuova Destra - ma di Codreanu ,sì - il movimento conta sempre più membri e filiali. Ora, in metà delle contee della Romania, i rappresentanti di estrema destra dicono di avere costituito organizzazioni locali. I loro attivisti, che si circondano di simboli come la Croce Celtica o l'icona dell'Arcangelo Michele, si considerano monitorati dai servizi di sicurezza. Molti ammettono che in fin dei conti è una cosa normale ma chiedono di essere trattati con onestà e di non subire abusi. Secondo l'ordinanza di governo 31/02, "la costituzione di un'organizzazione a carattere fascista, razzista o xenofobo è punita con la reclusione da 5 a 15 anni. La stessa pena viene applicata anche per chi aderisce a tali organizzazioni". La legge è del 2002 mentre la Noua Dreapta è stata costituita nel 2000. In queste settimane è appena uscita una nuova rivista di propaganda, appunto "Noua Dreapta". www.osservatoriobalcani.org
Mani bucate
I 40 milioni di dollari per la cerimonia di Bush potevano essere spesi in altro modo
Passata la sbornia dell’inaugurazione del secondo mandato di George W. Bush, gli Usa si domandano se valeva veramente la pena spendere così tanto per le più sfarzose celebrazioni mai organizzate da un presidente. I concerti, le cene, i fuochi d’artificio sono costati 40 milioni di dollari (pagati da corporation e donatori privati), ai quali vanno aggiunti 17 milioni di spese pubbliche per la sicurezza. Un sondaggio del Los Angeles Times ha mostrato che il 75 per cento degli americani avrebbe desiderato feste più contenute. E quei 40 milioni di dollari, è stato calcolato, si sarebbero potuti spendere per fini molto più nobili.
Le spese alternative. Ad esempio, sarebbero bastati per vaccinare 22 milioni di bambini a rischio di epidemie nelle regioni colpite dal maremoto del sud-est asiatico. Oppure, più di un milione di ragazzine e ragazzini avrebbero potuto andare a scuola per un anno in Afghanistan. Per restare agli Stati Uniti, quei soldi avrebbero fatto molto comodo anche ai soldati dispiegati in Iraq, che ultimamente hanno dato voce al loro disappunto per le condizioni di sicurezza in cui sono mandati al fronte: con 40 milioni di dollari si possono equipaggiare 200 gipponi Humvee con le blindature più efficaci, o in alternativa elargire 290 dollari di bonus a ciascun militare Usa in Iraq.
Il confronto con gli altri presidenti. La questione dei costi delle celebrazioni è finita anche al Congresso. “Roosevelt tenne la cerimonia di inaugurazione del 1945 alla Casa Bianca, pronunciando un breve discorso e servendo agli ospiti insalata di pollo e torta – hanno scritto i deputati democratici Anthony Weiner e Jim McDermott –. Durante la Prima guerra mondiale, Wilson non organizzò nessuna cerimonia per la sua inaugurazione del 1917, sostenendo che feste del genere sarebbero state di cattivo gusto”. E se è vero che i costi di queste cerimonie sono saliti costantemente negli ultimi vent’anni (George Bush padre spese 30 milioni di dollari, Bill Clinton una cifra simile nel 1993 e 23,6 milioni nel 1997), il Center for American Progress ha fatto notare che nel 1977 Jimmy Carter spese un dollaro per ogni ospite presente al ricevimento, limitandosi a offrire salatini, crackers e, ovviamente, noccioline (la sua famiglia possedeva già allora un'azienda che le produceva).
Sfarzi presidenziali. Ristrettezze sconosciute, per la grande festa di Bush e tutto il suo contorno. Per gli ospiti presenti alla cerimonia di inaugurazione desiderosi di calarsi nei panni del presidente, i più prestigiosi hotel di Washington offrivano pacchetti speciali. Per 10mila dollari a notte, al Fairmont si poteva provare l’ebbrezza di essere sorvegliato da due finti agenti segreti. Con 200mila dollari per quattro notti, il Mandarin Oriental offriva l’arrivo in jet privato e la macchina simil-presidenziale con autista.
Neanche i repubblicani sono d’accordo. A suggerire che forse si è passato il segno non sono stati solo i democratici. Da un sondaggio del Washington Post, il 50 per cento degli elettori che hanno votato Bush la pensano così. Mark Cuban, proprietario della squadra di basket Nba dei Dallas Mavericks e sostenitore del presidente, l’aveva anche scritto sul suo blog: “Il nostro Paese deve fronteggiare un enorme deficit. Abbiamo un’economia in declino, soldati che muoiono al fronte, e la responsabilità di aiutare quelli che soffrono per le devastazioni dello tsunami. Presidente, dia l’esempio: cancelli i party per la sua inaugurazione”. Ma Bush non ha cambiato idea, e in un’intervista alla Cbs ha ribattuto sostenendo che “si può essere ugualmente preoccupati per i soldati in Iraq e per chi soffre per lo tsunami, mentre si festeggia la democrazia”. Per la prima volta in quattro anni di presidenza, gli americani non sono d’accordo con lui. www.peacereporter.net/
Le braghe riformiste di Formigoni
Fuori un altro. Ma che stile... Con quale classe, nonchalance, understatement, con quale faccia di bronzo il signor Governatore della Lombardia, luminosa speranza dei riformisti lombardi (e del Riformista romano), ha calato le braghe davanti ai padroni della sua coalizione. Addio, lista terzista pendente a destra. Addio, allargamento al centro. Addio, ambiziosi progetti per un postberlusconismo dolce alla milanese, un po’ Cl e un po’ borghesia laica, tecnocrazia compassionevole. Non ha dovuto neanche spiegarla troppo, Formigoni, la rinuncia a fare una propria lista per le regionali di aprile. «Era tutto nell’interesse della Casa delle libertà. Ora facciano i partiti...». E lui, dopo la resistenza che aveva fatto emozionare i salotti di Brera? «Io mi candido». Tanto gli basta. L’altra faccia della destra lombarda in mattinata era stata anche più spiccia: «Non ci taglieremo le palle», così Bossi aveva spiegato ai suoi le superiori ragioni dell’unità ritrovata.
Vogliamo dire la verità? Noi lo sapevamo che sarebbe andata a finire così, e anche un po’ ci speravamo. Perché fino ad adesso il centrodestra non ha mai deluso: lì dentro, moderati e terzisti hanno due sole alternative. O se ne vanno, o calano le braghe. Di solito scelgono la seconda.
Chiedere a Follini e Siniscalco. Il progetto di Formigoni però era una cosa seria, o almeno così era sembrato a una pattuglia fiduciosa dell’establishment lombardo. Non sarebbe giusto sminuire questa attesa, perché essa c’è, rimane, sarà ancora più forte comunque vadano le Regionali.
Sarà più forte – ce lo dicono coloro che più si erano interessati – perché il deserto di prospettiva e di idee che si contempla da Milano sarà d’ora in poi ancora più arido. Dieci anni dopo, siamo ancora a Bossi-Berlusconi sulla tolda di comando di una città che li sente estranei. Stavolta come mai, Roma (non conta fossero Gemonio o Arcore, la logica è sempre quella di Roma) ha imposto la sua dura legge. Presto alla borghesia lombarda imporrà anche il ritorno alla proporzionale.
La ritirata di Formigoni lascia al centrosinistra notevoli opportunità. Argomenti in più per Riccardo Sarfatti, ma anche tanto lavoro da fare.
www.europaquotidiano.it
Bordon: “Primarie? Si devono fare con più candidati”
Dall’area prodiana della Margherita la risposta alle resistenze nei confronti delle primarie è stata più che chiara: “Le faremo, ad ogni costo”. Nonostante i bastoni tra le ruote messi da molti, Romano Prodi sembra determinatissimo e uno degli uomini a lui più vicini non deflette. Ecco cosa dice Willer Bordon, presidente dei senatori della Margherita.
Presidente Bordon, queste primarie si faranno o no?
Io penso proprio di sì. La Gad le ha deliberate una quindicina di volte: non so quale sia il limite massimo prima che una decisione sia assunta definitivamente. Francamente trovo singolare quanto avviene. Per inciso, sono sostenitore delle primarie a tutti livelli perché in una situazione di debole rapporto cittadini-istituzioni questo strumento rafforza la partecipazione alla politica. Ma parto dai fatti: 1. Prodi chiede le primarie e fa bene; 2. I partiti dicono di sì; 3. Nasce un comitato operativo presieduto da Parisi, uomo vicino a Romano Prodi ma anche un docente universitario, un tecnico della materia; 4. Ogni partito nomina un suo rappresentante; 5. Si decidono modalità e persino una data, cioè maggio. Mi domando perché se ci sono dubbi non sono stati posti in quel comitato e nelle altre sedi della Gad.
Però è nata una discussione su quanti candidati debbano esserci. Anche Veltroni dice che le primarie, anzi le “consultazioni” devono essere a candidato unico.
Ovviamente tutto è possibile ma le primarie sono altra cosa. Di questo abbiamo parlato e se si parla di primarie non ci può essere solo un candidato deciso per regolamento. Il Comitato ha discusso le regole anche per limitare candidature senza criterio, ma dopodichè se uno si presenta in base alle regole non si può dire: no tu no. Se si fa la scelta delle primarie, ci possono, starei per dire, ci devono, essere altre candidature.
Ma mi pare che la questione è un'altra. Dico però: la si ponga correttamente. La questione è il travaglio della sinistra italiana. Si può discutere di tutto, ma non confondendo la causa con effetto. Non si può curare la malattia imponendo al medico di non presentarsi. Consiglierei tutti di andarsi a rileggere Bertold Brecht. In occasione di una elezione che non andò come ci si aspettava (ogni riferimento alla Puglia è casuale…), scrisse ironicamente: posto che non può sbagliare il governo, posto che non può sbagliare il partito, visti i risultati, bisogna cambiare gli elettori.
Da ambienti Ds si avanza l’idea di un ticket Prodi-Fassino da presentare già alle primarie. Il Riformista lo propone esplicitamente. Così non si rischia di mandare il messaggio di un Prodi debole, che ha bisogno del “soccorso rosa” senza il quale non avrebbe abbastanza forza per superare Bertinotti?
Non vedo l’impossibilità di discutere una proposta del genere, soprattutto se viene dal maggior partito. Ma perché non è stata posta nelle sedi designate piuttosto che sui giornali? E poi, esiste questa proposta? Non credo che il Riformista sia l’house organ dei Ds. Perché non è venuta fuori nel vertice con Prodi? Osservo inoltre che i Ds dicono anche rilanciamo la Federazione, giusto?
Sì, dicono così.
Annoto che l’unico a cui non va rivolta questa sollecitazione è Prodi, che la federazione l’ha proposta e si è speso per essa. Dopodichè se vogliamo rafforzare la Federazione unitaria, sarebbe singolare se il vertice del governo avesse un presidente e un vice espressione entrambi della Federazione. Vorrei però che si discutesse in sedi opportune. Pur essendo un dirigente della Margherita, molto spesso per informarmi leggo i giornali. Vorrei tornare al vecchio metodo, quello in cui si discute e si decide nelle riunioni.
I Ds hanno detto che se primarie devono essere allora siano anche per i collegi uninominali e i sindaci. Nella Margherita molti l’hanno letta come una minaccia. Lei come la vede?
Ah, guardi, con me sfondano una porta aperta. Non ho dubbi. Sono completamente d’accordo. Con questo particolare sistema maggioritario, i tavoli dei partiti decidono la maggioranza in parlamento, scegliendo i candidati dei collegi blindati. Quanto possiamo continuare in una situazione in cui la maggioranza del parlamento è sottratta agli elettori?
Capisco l’impressione di chi dice che chi pone questa questione la usa come un randello. Sarebbe sbagliato perché inutilmente si forzerebbe, in modo strumentale, uno strumento democratico. In secondo luogo è una minaccia inattuabile, perché si condannerebbe il paese ad avere per decenni il governo Berlusconi. Non posso pensare che sia questo. Luigi Bobba, presidente delle Acli, ha proposto di andare alle primarie in tutti i collegi, seriamente. Spero e credo che per ciò che riguarda i nostri alleati ci sia la stessa serietà.www.aprileonline.info
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Gotico Americano: autoritratto in un mondo torturato
di Tom Engelhardt
La guerra al terrorismo torna alla ribalta per i crimini contro i prigionieri commessi nelle basi e nelle prigioni militari, come accaduto nell'isola di Diego Garcia o a Guantanamo. Un macabro, quanto reale, ritratto dell'Impero americano.
Eccoci qua, che ci piaccia o no, catapultati nel 2005, dato che il tempo ha alcune caratteristiche in comune con uno tsunami. Al volgere dell’anno la natura ha messo sotto scacco l’amministrazione Bush in un modo appropriato, anche se terribilmente biblico, con un colpo di prelazione contro i bagnasciuga affollati di ricchi turisti e poveri contadini allo stesso tempo. E perfino nel bel mezzo dell’orrore collettivo, ciò che è l’amministrazione Bush e ciò che noi stiamo indecorosamente diventando hanno fatto mostra di sè.
Solo un piccolo punto nel vasto bacino dell’Oceano Indiano "sembra aver ricevuto, in anticipo, un avvertimento dell’arrivo delle onde – l’isola apparentemente britannica di Diego Garcia, che in effetti è una base militare americana, una portaerei stazionata permanentemente per la guerra in Iraq. Ospita anche "Camp Justice", uno dei piccoli luoghi di villeggiatura segreti che l’amministrazione ha costruito, o preso in appalto, per trattenervi prigionieri “di prestigio” durante la guerra al terrore.
Il campo, il cui nome sarà stato dato da qualcuno che doveva essere un fan di Orwell, fa parte d |